Notiziario religioso 3-5 Febbraio 2012
14Il re
Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si
diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di
fare prodigi». 15Altri invece dicevano: «È Elia». Altri ancora dicevano: «È un
profeta, come uno dei profeti». 16Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel
Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
17Proprio
Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in
prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l'aveva
sposata. 18Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la
moglie di tuo fratello». 19Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo
uccidere, ma non poteva, 20perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto
e santo, e vigilava su di lui; nell'ascoltarlo restava molto perplesso,
tuttavia lo ascoltava volentieri.
21Venne
però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto
per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell'esercito e i
notabili della Galilea. 22Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e
piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi
quello che vuoi e io te lo darò». 23E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi
chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». 24Ella uscì e disse
alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il
Battista». 25E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio
che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». 26Il
re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle
opporle un rifiuto. 27E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse
portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione 28e ne
portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a
sua madre. 29I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il
cadavere e lo posero in un sepolcro.
I discepoli sono
partiti e la scena è vuota. Marco la riempie con due brani che servono
d'intermezzo: l'opinione di Erode su Gesù e l'assassinio di Giovanni Battista.
Questo episodio, collocato tra l'invio in missione dei discepoli e il loro
ritorno, acquista un significato preciso: è un segno premonitore
dell'opposizione e del martirio riservati a Gesù e ai suoi discepoli.
Questo brano del
vangelo ci dà la versione "religiosa" della morte del Battista.
Flavio Giuseppe ci dà quella "politica". Leggiamo in Antichità
giudaiche 18,119: "Erode, temendo che egli con la sua grande influenza
potesse spingere i sudditi alla ribellione (sembrando in effetti disposti a
fare qualsiasi cosa che egli suggerisse loro), pensò che era meglio toglierlo
di mezzo prima che sorgesse qualche complicazione per causa sua, anziché
rischiare di non potere poi affrontare la situazione. E così, per questo
sospetto di Erode, egli fu fatto prigioniero, inviato nella fortezza di
Macheronte e qui decapitato".
Quando i profeti
mettono il dito sulla piaga e arrivano al nocciolo della questione, vengono
tolti di mezzo senza scrupoli. La testa di Giovanni Battista su un vassoio, nel
pieno svolgimento di un banchetto, può sembrare una "portata"
insolita. A pensarci bene, non è poi un "piatto" tanto raro: quante
decapitazioni durante pranzi, cene...!
Questo brano,
posto dopo l'invio in missione dei Dodici, indica il destino del missionario,
del testimone di Cristo. In greco, testimone si dice "martire".
La morte di
Giovanni prelude la morte di Gesù e di quanti saranno inviati. Ciò può sembrare
poco confortante, ma l'uomo deve comunque morire. La differenza della morte per
cause naturali e martirio sta nel fatto che la prima è la fine, il secondo è il
fine della vita. Il martire infatti testimonia fin dentro ed oltre la morte,
l'amore che sta a principio della vita.
Il banchetto di
Erode nel suo palazzo fa da contrappunto a quello imbandito da Gesù nel
deserto, descritto immediatamente di seguito (Mc 6,30-44). Il primo ricorda una
nascita festeggiata con una morte; il secondo prefigura il memoriale della
morte del Signore, festeggiato come dono della vita.
Gli ingredienti
del banchetto di Erode sono ricchezza, potere, orgoglio, falso punto d'onore,
lussuria, intrigo, rancore e ingiustizia e, infine, il macabro piatto di una
testa mozzata. La storia mondana non è altro che una variazione, monotona fino
alla nausea, di queste vivande velenose.
Il banchetto di
Gesù invece ha la semplice fragranza del pane, dell'amore che si dona e germina
in condivisione e fraternità. P. Lino Pedron
Sabato 4 Febbraio. Il vangelo del giorno: Mc 6,30-34. Erano come pecore che
non hanno pastore.
30Gli
apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano
fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in
disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'». Erano infatti
molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di
mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte.
33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a
piedi e li precedettero.
34Sceso
dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano
come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
Gesù non si fida
dell'entusiasmo: sa che svanisce di fronte alle prime difficoltà (cfr Mc
4,16-17) e che non è segno di fede. È la situazione che viene descritta in
questo brano. I discepoli sono presi dall'entusiasmo e raccontano a Gesù tutto
quello che avevano fatto e insegnato.
Il risultato
della loro missione è lì sotto gli occhi di tutti, in quella gente che va e
viene e non lascia più loro neppure il tempo per mangiare. Risultato
strepitoso. Quella gente li fa sentire veramente "pescatori di
uomini" (cfr Mc 1,7) realizzati.
Questo racconto
mira a rispecchiare già la futura immagine dell'attività missionaria della
Chiesa: fare e insegnare come Gesù.
Dopo le
guarigioni descritte nel primo capitolo di questo vangelo, Gesù si era ritirato
in un luogo deserto a pregare (1,35) e alla provocante espressione: "Tutti
ti cercano" (1,37) aveva risposto con un atteggiamento, umanamente
parlando, poco intelligente: "Andiamocene altrove!" (1,38).
Gesù non sfrutta
mai le occasioni favorevoli della popolarità e dell'entusiasmo viscerale: ci
vuol ben altro per recidere alla radice il peccato del mondo e per immettere la
novità di Dio in un'umanità così malandata.
In questo brano,
l'entusiasmo della folla è per i discepoli oltre che per Gesù. In questa
cornice, la parola di Gesù: "Venite in disparte, in un luogo solitario, e
riposatevi un po'" (v.31) acquista il suo giusto valore. Gesù li vuole
sfebbrare (cfr Lc 10,17-20). L'entusiasmo è pericoloso: per la folla e per i
discepoli.
L'insegnamento è
chiaro: se vogliamo evitare i pericoli della popolarità, non dobbiamo lasciarci
travolgere dall'entusiasmo viscerale e acritico che fa perdere il senso del
limite e dà i fumi alla testa. L'antidoto è la solitudine e la preghiera.
Gesù ha pietà
della folla perché è disorganizzata. Non c'è nessuno che si occupi di essa ed è
abbandonata a se stessa: non forma un popolo, ma un'accozzaglia di gente. La
pietà di Gesù si traduce in insegnamento. Nel vangelo di Marco, quando Gesù si
trova con la folla si può stare certi che non perderà l'occasione per
istruirla. Il seguito del vangelo ribadirà, con maggiore forza, questo
comportamento costante di Gesù: "La folla accorse di nuovo a lui e di
nuovo egli l'ammaestrava, come era solito fare" (10,1).
Il legame che
Marco instaura tra insegnamento e formazione di un popolo non è artificiale.
Siamo davanti a un gregge senza pastore: solo la parola di Gesù può radunare e
riunire gli smarriti e i dispersi. P. Lino Pedron
29E
subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in
compagnia di Giacomo e Giovanni. 30La suocera di Simone era a letto con la
febbre e subito gli parlarono di lei. 31Egli si avvicinò e la fece alzare
prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
32Venuta
la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli
indemoniati. 33Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34Guarì molti che
erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai
demòni di parlare, perché lo conoscevano.
35Al
mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo
deserto, e là pregava. 36Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle
sue tracce. 37Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38Egli disse
loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là;
per questo infatti sono venuto!». 39E andò per tutta la Galilea, predicando
nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
La guarigione
della suocera di Pietro ci presenta il miracolo del servizio. Può sembrare un
miracolo insignificante. Ma i miracoli non sono spettacoli di potenza, ma segni
della misericordia di Dio. In questo racconto la piccolezza del segno è tutta a
vantaggio della grandezza del significato. Un miracolo più straordinario
avrebbe attirato la nostra attenzione a scapito di ciò di cui è segno.
Con questo
piccolissimo segno l'evangelista ci dà il significato di tutti i miracoli: sono
delle guarigioni che Gesù opera per restituire a ciascuno di noi la capacità di
servire, che è la nostra somiglianza con Dio.
Il miracolo che
Gesù è venuto a compiere in terra è la capacità di amare, cioè di servire. Chi
ama serve, serve gratuitamente, serve continuamente, serve tutti
indistintamente.
Noi siamo
raffigurati nella suocera di Pietro: incapaci di servire, costretti a farci
servire o a servirci degli altri. Il contatto con Gesù ci rende come lui, che è
venuto per servire (Mc 10,45).
Il servizio è la
guarigione dalla febbre mortale dell'uomo: l'egoismo, che lo uccide come
immagine di Dio che è amore. L'egoismo si esprime nel servirsi degli altri, che
porta all'asservimento reciproco; l'amore si realizza nel servire, che porta
alla libertà dell'altro. Solo nel servizio reciproco saremo tutti finalmente
liberi: "Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di
Cristo" (Gal 6,3).
Il fatto che Gesù
non lascia parlare i demoni è un aspetto importante del vangelo. Egli vuol
farci capire che una conoscenza di Dio, prima di vederlo in croce, è diabolica:
non capiremmo né il nostro male né il suo amore. Sarebbe la solita
presentazione di un Dio creato dalla nostra testa. Voltaire ha scritto:
"Dio ha creato l'uomo a sua immagine, e l'uomo ha creato Dio a sua
immagine".
La giornata tipo
di Gesù si conclude con una preghiera notturna, che dà inizio alla nuova
attività. Per lui la contemplazione è insieme termine e sorgente dell'azione,
fine di ciò che ha fatto e principio di ciò che sta per fare.
L'uomo, fatto a
immagine e somiglianza di Dio, è totalmente se stesso quando sta davanti a Dio.
Per questo il fine di ogni apostolato è insegnare a stare davanti a Dio e a
pregare il vero Dio nel modo giusto. Dal vero rapporto con Dio nasce di
conseguenza il vero rapporto con sé, con gli altri e con le cose.
Il cristiano
prega soprattutto per ringraziare Dio che gli dà tutto, per amarlo, per
conoscerlo meglio e vivere così nella gioia, nell'amore e nella verità.
La preghiera non
serve per ricevere qualcosa, ma per diventare Qualcuno: per diventare come il
Dio che preghiamo, per essere perfetti come è perfetto il Padre nostro che è
nei cieli (cfr Mt 5,48).
La preghiera è il
punto di arrivo di ogni realtà cristiana perché è l'approdo in Dio.
"Andiamocene
altrove". L'entusiasmo delle folle e la popolarità condizionano l'agire
umano e impediscono la vera libertà. Chi vuole a tutti i costi suscitare
applausi non riesce ad evitare i compromessi.
Gesù scarta le
immagini false che la gente si fa del suo ruolo di guaritore. Egli taglia corto
riguardo all'entusiasmo popolare.
Proprio perché
Gesù sa sottrarsi ai primi frutti della sua missione, questa può estendersi per
tutta la Galilea. P. Lino Pedron
A tre anni dal
primo annuncio, quel 25 gennaio 1959 nella basilica di San Paolo, di lavoro ne
era stato fatto perché il Concilio si potesse celebrare regolarmente nel 1962
secondo la volontà espressa fin dal primo momento da Giovanni XXIII. L’intensa
attività delle undici Commissioni preparatorie volgeva al termine. La complessa
logistica era a buon punto. Lo stesso Pontefice, con la costituzione apostolica
“Humanae salutis” promulgata il 25 dicembre 1961, aveva provveduto all’atto formale
di convocazione della grande assemblea ecumenica. Mancava un ultimo
particolare, il più importante: la data di apertura. Papa Giovanni la comunicò
il 2 febbraio 1962: “Perciò, tutto attentamente considerato, di nostra
iniziativa e con la nostra autorità apostolica, stabiliamo e decretiamo che il
Concilio ecumenico Vaticano II abbia inizio il giorno 11 ottobre di quest’anno”.
È la parte finale
della lettera in forma di “motu proprio”, dal titolo “Consilium”, firmata il 2
febbraio di cinquant’anni fa, con la quale Giovanni XXIII, nel dare l’annuncio,
spiegava di aver scelto la data dell’11 ottobre “soprattutto perché si
ricollega al ricordo del grande Concilio di Efeso, che ha la massima importanza
nella storia della Chiesa”.
In quel Concilio,
svoltosi, nel 431, fu proclamata la Maternità divina della Vergine, la cui
festa una volta si celebrava proprio l’11 ottobre. In tal modo il Papa
intendeva affidare al cuore materno di Maria la buona riuscita del Concilio,
per la quale, nella medesima lettera, come aveva fatto in precedenti occasioni,
esortava tutti i fedeli “a rivolgere ancora più frequenti preghiere a Dio”.
Oltre che in
forma scritta, Giovanni XXIII volle dare personalmente a voce la comunicazione
della data d’inizio del Concilio, nello stesso giorno del 2 febbraio 1962, in
occasione dell’annuale festività liturgica della Presentazione di Gesù al
Tempio. Allora, in questa ricorrenza, ancora non si celebrava la Giornata della
vita consacrata, come si celebra oggi da sedici anni a questa parte per volontà
di Giovanni Paolo II che la istituì nel 1997. Però era in uso, già allora, che
appartenenti al clero secolare e regolare, religiosi e religiose di Roma si
raccogliessero attorno al Santo Padre per un momento di preghiera e per la
tradizionale offerta dei ceri benedetti. A questo uditorio, quanto mai vario e
internazionale, papa Giovanni, dopo aver ricordato tutti i motivi di tristezza
e preoccupazione che affliggevano il suo cuore per gli avvenimenti tragici e
funesti che si susseguivano in quei giorni sullo scenario internazionale (era
tra l’altro il momento della sanguinosa guerriglia in Algeria), volle dare “una
notizia bene augurale e incoraggiante”: il Concilio Ecumenico Vaticano II si
sarebbe aperto solennemente l’11 ottobre di quell’anno. Aggiunse poi,
profeticamente, con una punta di mestizia: “Noi confidiamo nel Signore: ma chi
conosce il mistero dell’avvenire circa tutte le circostanze della sua
celebrazione?”.
La dolorosa “circostanza”
della malattia, i cui sintomi aveva avvertito ben prima dell’apertura, non
consentirono al Papa Buono di portare a termine la celebrazione del Concilio.
Ma la “macchina” da lui avviata andò avanti ugualmente fino a destino nel segno
della continuità di Pietro e della sua Chiesa. Sir 2
Moraglia sale in gondola. Il Papa nomina il vescovo di La Spezia nuovo
patriarca di Venezia
Città del
Vaticano - Benedetto XVI ha scelto il successore del cardinale Angelo Scola
sulla cattedra di San Marco: è il vescovo di La Spezia, Francesco Moraglia, di
origini genovesi. L’annuncio è giunto e l’ingresso nella diocesi della
Serenissima potrebbe avvenire entro marzo.
Si conclude così
l’attesa durata sette mesi, dopo la nomina di Scola a Milano. La «macchina»
delle consultazioni per la scelta del successore si è messa in moto con
notevole ritardo, complice anche il fatto che dopo l’estate è cambiato il
nunzio apostolico in Italia: l’arcivescovo Giuseppe Bertello, che aveva gestito
il dossier Milano, è stato promosso alla guida del Governatorato e ora diventerà
cardinale, mentre al suo posto di ambasciatore vaticano presso il Quirinale è
stato scelto il nunzio in Argentina Adriano Bernardini.
Moraglia è nato a
Genova, il 25 maggio 1953 ed è stato ordinato sacerdote dal cardinale Giuseppe
Siri il 29 giugno 1977. Dottore i teologia dogmatica, è stato direttore dell’ufficio
per la Cultura e l’Università della diocesi genovese; assistente diocesano del
Meic; docente di cristologia, antropologia, sacramentaria e di storia della
teologia alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale; preside e docente
dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Ligure. Nominato vescovo di La
Spezia-Sarzana-Brugnato nel dicembre 2007 da Benedetto XVI, ha ricevuto l’ordinazione
dal cardinale Angelo Bagnasco nel febbraio 2008. Attualmente ricopre l’incarico
di presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione «Comunicazione
e Cultura», che sovrintende ai media della Conferenza episcopale italiana.
Il nuovo
patriarca può essere considerato un ratzingeriano, sia dal punto di vista
teologico che liturgico. Ma le cronache spezzine hanno più volte registrato
anche le sue prese di posizione in favore degli operai disoccupati: il vescovo
Moraglia si era infatti interessato personalmente della situazione dei
disoccupati dell’ex fabbrica di elettrodomestici San Giorgio. Mentre nei giorni
scorsi è stato presente alla manifestazione dei sindacati di La Spezia,
manifestando vicinanza e dicendo loro di condividere «la preoccupazione dei
lavoratori» in un momento in cui è a rischio «la coesione sociale».
Lo scorso ottobre
alcuni centri della diocesi spezzina – Monterosso, Brugnato e Borghetto Vara –
erano stati travolti dal fango dell’alluvione. Moraglia da quel momento, ha
annullato ogni impegno in agenda e ha percorso in lungo e in largo tutte le
zone alluvionate. «Quello che più mi ha colpito – ha detto visitando i paesi
sommersi dal mare di fango – sono le persone, la loro capacità di esprimere,
nella tragedia, un supplemento di umanità. Sono edificato dalla loro dignità,
dalla voglia di ricominciare. C’è gente che ha perso tutto, eppure non manca di
incoraggiare altri, magari anche meno sfortunati». Moraglia ha chiesto al
rettore del seminario diocesano di inviare i seminaristi a collaborare ai
soccorsi: «Queste vicende sono una scuola di vita: aiutano a essere più uomini.
Impareranno qualcosa di vero e reale.
Anche questo è
importante per la loro formazione. Il nostro compito è stare in mezzo alla
gente. Stai a sentire le persone, cerchi di tirar fuori quello che hanno
dentro, incoraggi, dai una carezza. Finché c’è un rapporto forte tra parroco e
comunità, ogni difficoltà può essere guardata con la certezza che sarà
superata. Questa alleanza permetterà di riscoprire quella dimensione umana che
abbiamo perso con il consumismo e con un’educazione che non aiuta i giovani a
gustare la fatica della conquista».
La sede veneziana
è uno dei tre patriarcati della Chiesa latina, insieme a Gerusalemme e Lisbona.
La nomina di Moraglia non è stata oggetto di discussioni nelle riunioni
ordinarie della Congregazione per i vescovi, perché, come accaduto in molti
altri casi, il Papa aveva già a disposizione una documentazione
sufficientemente completa.
Il messaggio del
nuovo Patriarca
«Ai fedeli laici
dico la mia fiducia e stima, guardo a loro come a una vera ricchezza per
un'inculturazione della fede nel costesto sociale di una vera e sana laicità,
con particolare attenzione e promozione della realtà della famiglia, nella
prospettiva del bene comune». Lo afferma il partiarca eletto di Venezia
Moraglia, nel suo primo messaggio ai veneziani, letto in sede patriarcale
dall'amministratore apostolico monsignor Beniamino Pizziol, amministratore
apostolico. Nel suo intervento Moraglia ricorda tra l'altro il secondo convegno
ecclesiale di Aquileia e le 15 diocesi del nord-est hanno in programma a metà
aprile.
«Questo convenire
delle chiese del nord-est si inserisce nel più ampio orizzonte degli
orientamenti pastorali della chiesa - scrive monsignor Moraglia - a 50 anni
dall'inizio del Concilio ecumenico Vaticano II il più grande evento ecclesiale
che ha segnato il XX secolo, siamo invitati a rinnovarci personalmente e
comunitariamente in una fede capace di farsi cultura».
Annunciando la
nomina di Moraglia, l'amministratore apostolico Pizziol ha ringraziato ''di
cuore'' il Papa «per il dono che ci ha fatto» e lo stesso mons. Moraglia «ci ha
accettato con spirito di fede e di abbandono al Signore la responsabilità di
una chiesa territorialmente non grande, ma ricca di storia, di spiritualità, di
tradizioni e storico punto di riferimento per le chiese della regione
conciliare triveneta». Pizziol si è detto sicuro che la diocesi veneziana «saprà
accogliere con entusiasmo il nuovo patriarca, volergli bene e camminare con lui
nella fedeltà gioiosa, nell'obbedienza filiale e con autentica passione per il
Vangelo». Andrea Tornielli LS 31
Un po' di luce. La catechesi del Papa di mercoledì dedicata alla preghiera
di Gesù nel Getsemani
“Dobbiamo
imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza
di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro ‘sì’, per ripetergli ‘sia
fatta la tua volontà’, per conformare la nostra volontà alla sua”. Lo ha
chiesto il Papa ai fedeli, nella catechesi dell’udienza generale di oggi,
dedicata alla preghiera di Gesù nel Getsemani, in cui Gesù “ci dice che solo
nel conformare la sua volontà a quella divina, l’essere umano arriva alla sua
vera altezza, diventa ‘divino’; solo uscendo da sé, solo nel ‘sì’ a Dio, si
realizza il desiderio di Adamo, quello di essere completamente liberi. È ciò
che Gesù compie al Getsemani: trasferendo la volontà umana nella volontà divina
nasce il vero uomo, e noi siamo redenti”.
Portare in questa
terra un po’ di cielo. “È una preghiera che dobbiamo fare quotidianamente – ha
esortato Benedetto XVI – perché non sempre è facile affidarci alla volontà di
Dio, ripetere il ‘sì’ di Gesù, il ‘sì’ di Maria. Ogni giorno nella preghiera
del Padre nostro noi chiediamo al Signore: ‘Sia fatta la tua volontà, come in
cielo così in terra’”. Il punto di partenza per la nostra preghiera, ha
spiegato il Papa, è la consapevolezza che “c’è una volontà di Dio con noi e per
noi, una volontà di Dio sulla nostra vita, che deve diventare ogni giorno di più
il riferimento del nostro volere e del nostro essere”. “Nella preghiera di Gesù
al Padre, in quella notte terribile e stupenda del Getsemani – le parole del
Papa – la terra è diventata cielo; la terra della sua volontà umana, scossa
dalla paura e dall’angoscia, è stata assunta dalla sua volontà divina, così che
la volontà di Dio si è compiuta sulla terra”. I racconti evangelici del
Getsemani, ha ricordato il Santo Padre, “mostrano dolorosamente che i tre
discepoli, scelti da Gesù per essergli vicino, non furono capaci di vegliare
con Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al Padre e furono
sopraffatti dal sonno”. “Domandiamo al Signore di essere capaci di vegliare con
Lui in preghiera, di seguire la volontà di Dio ogni giorno anche se parla di
Croce, di vivere un’intimità sempre più grande con il Signore, per portare in questa
terra un po’ del cielo di Dio”, l’invito del Papa.
Le nostre fatiche
davanti a Dio. Le parole di Gesù ai tre discepoli che vuole vicini durante la
preghiera al Getsemani, ha spiegato il Papa, “rivelano come Egli provi paura e
angoscia in quell’ora” e “sperimenti l’ultima profonda solitudine proprio
mentre il disegno di Dio si sta attuando. E in tale paura e angoscia di Gesù è
ricapitolato tutto l’orrore dell’uomo davanti alla propria morte, la certezza
della sua inesorabilità e la percezione del peso del male che lambisce la
nostra vita”. Quando subito dopo Gesù si rivolge da solo al Padre, gli chiede
che, se fosse possibile, passasse via da lui quest’ora: “Non è solo la paura e
l’angoscia dell’uomo davanti alla morte – ha commentato Benedetto XVI – ma è lo
sconvolgimento del Figlio di Dio che vede la terribile massa del male che dovrà
prendere su di Sé per superarlo, per privarlo di potere”. “Anche noi, nella
preghiera – l’invito del Papa – dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio
le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l’impegno
quotidiano di seguirlo, di essere cristiani e anche il peso del male che
vediamo in noi e attorno a noi, perché Egli ci dia speranza, ci faccia sentire
la sua vicinanza, ci doni un po’ di luce nel cammino della vita”.
L’abbandono
totale. Gesù continua la sua preghiera: “Abbà! Padre! Tutto è possibile a te:
allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”
(Mc 14,36). In questa invocazione, per il Papa, c’è la descrizione del rapporto
di Gesù con Dio Padre nei termini di “un rapporto di tenerezza, di affetto, di
fiducia, di abbandono”, ma anche “la consapevolezza dell’onnipotenza del Padre
– tutto è possibile a te –, che introduce una richiesta in cui, ancora una
volta, appare il dramma della volontà umana di Gesù davanti alla morte e al
male: ‘Allontana da me questo calice!’”. Ma la terza espressione della
preghiera di Gesù è quella decisiva, “in cui la volontà umana aderisce
pienamente alla volontà divina”. Gesù, infatti, conclude dicendo con forza: “Però
non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. “Nell’unità della persona divina
del Figlio la volontà umana trova la sua piena realizzazione nell’abbandono
totale dell’Io al Tu del Padre, chiamato Abbà”, ha spiegato il Papa, citando
san Massimo il Confessore, secondo il quale “dal momento della creazione dell’uomo
e della donna, la volontà umana è orientata a quella divina ed è proprio nel ‘sì’
a Dio che la volontà umana è pienamente libera e trova la sua realizzazione”. “Purtroppo,
a causa del peccato, questo ‘sì’ a Dio si è trasformato in opposizione: Adamo
ed Eva hanno pensato che il ‘no’ a Dio fosse il vertice della libertà, l’essere
pienamente se stessi”, il commento del Papa, secondo il quale “Gesù al Monte degli
Ulivi riporta la volontà umana al ‘sì’ pieno a Dio; in Lui la volontà naturale è
pienamente integrata nell’orientamento che le dà la Persona Divina. Gesù vive
la sua esistenza secondo il centro della sua Persona: il suo essere Figlio di
Dio. La sua volontà umana è attirata dentro l’Io del Figlio, che si abbandona
totalmente al Padre”.
sir 1
Il nuovo Patriarca di Venezia: «Ora Venezia ha tanti orienti da governare»
Francesco
Moraglia: «Accoglienza, ma anche consapevolezza della nostra identità. Serve
reciprocità»
LA SPEZIA -
Accanto all’ingresso dell’episcopio della Spezia, poco distante dal lungomare,
c’è coda dalle cinque del mattino, oggi si distribuiscono viveri ai poveri,
volti di tutti i continenti attendono di poter prendere pasta, latte, alimenti
vari. Dentro si è appena annunciata la nomina voluta da Benedetto XVI. Ordinato
sacerdote dal cardinale Giuseppe Siri, nella Curia di Genova Francesco Moraglia
è stato accanto a Dionigi Tettamanzi, Tarcisio Bertone e Angelo Bagnasco. La
scelta personale del Papa ha infine messo d’accordo tutti. Il Patriarca eletto
farà ingresso a Venezia il 25 marzo. Diventerà cardinale al concistoro
successivo a quello già convocato questo mese. Mentre salutava gli spezzini
aveva la voce incrinata.
Eccellenza, era
il freddo di stagione o un po' di emozione? «Eh, tolga pure quel "po’"!».
Lei è il primo
patriarca genovese.. «Speriamo non sia una sorta di peccato originale! Comunque
sì: metterò il Leone di San Marco nello stemma, certo».
Quale ruolo nella
Chiesa e in Europa può avere oggi Venezia? Lo stesso Papa ne ricordava il suo
ruolo secolare di ponte verso l’Oriente… «La storia unica e impareggiabile di
Venezia è una storia che noi veneziani, mi passi questa licenza, dobbiamo
continuare a rendere attuale nell’oggi. Adesso abbiamo tanti
"orienti", anche molto vicini a noi».
Orienti? «Sì, l’Oriente
al plurale è arrivato in questi decenni, bussa alle nostre porte ed è nostro
dovere saper governare meglio questa situazione dal punto di vista umano e
cristiano ».
E come si
governano le migrazioni, il rapporto con le altre culture? «Credo che lo
Studium Generale Marcianum possa essere un luogo di elaborazione perché questo
ponte possa essere pensato: quando l’operatività è sorretta anche da un
pensiero, si dispiega nel modo più umano. Purché il ponte sia pensato anche col
cuore: l’accoglienza richiede una identità personale, più si ha consapevolezza
della propria identità e più non si ha paura di accogliere e in questo incontro
c’è reciprocità e arricchimento ».
La testa e il
cuore? «Certo, guai a pensare solo con la testa o a ragionare solo col cuore!».
Da dove viene il
nuovo Patriarca? «La mamma è milanese, o meglio di Villasanta, accanto a Monza.
Proviene dal mondo brianzolo e lombardo degli oratori, dei cardinali Ferrari e
Schuster. Dopo la laurea in Lettere alla Cattolica si sposò con mio padre, che è
di Genova. Lì sono nato e cresciuto, ho frequentato il liceo statale e poi il
seminario. Prima della maturità pensavo se fare l’avvocato, come mio padre e i
miei fratelli, tutto sommato avrei avuto la strada facile. Amavo la moto e lo
sport, facevo mezzofondo e giocavo a calcio. Ma in quell’anno ho ridimensionato
tante cose, non l’ho detto a nessuno e poi, dopo la maturità, ho spiegato a
casa che avevo fatto la mia scelta. E sono entrato in seminario ».
La descrivono
come un conservatore, che ne dice? «Guardi, nella Chiesa come in tutte le realtà
c’è una storicità, ma esistono anche realtà perenni. Noi dobbiamo cercare di
coniugare al meglio queste dimensioni: senza pensare che tutto sia immutabile,
ci sono realtà che si esprimono nelle culture ma vanno al di là delle culture».
Non sembra un
momento facile, per la Chiesa… «Non lo sembra e probabilmente non lo è, ma se
guardiamo alla storia della Chiesa non conosco un periodo nel quale abbia avuto
vita facile. Certo ora abbiamo la grazia dei mass media che fanno servizio
enorme ma insieme, mettono la Chiesa sotto la lente d’ingrandimento,
ingrandiscono particolare e talvolta ne danno un’immagine in parte distorta. E’
una difficoltà che richiede molta responsabilità alle donne e agli uomini di
Chiesa».
Gian Guido Vecchi
CdS 1
Non c'è storia senza popolo. Radici cristiane: messaggio per i giovani da
una mostra a Roma
“Già prima del
1861” l’apporto dei cattolici al processo di unificazione politica dell’Italia “aveva
contribuito a consolidare il senso di unità nazionale”. Ad affermarlo il
presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, visitando oggi in forma
strettamente privata la mostra libraria “Le radici cristiane dell’Italia unita”,
allestita presso la Pontificia Università Lateranense a Roma in occasione del
150° dell’unità d’Italia. La visita del capo dello Stato, accompagnato fra gli
altri dal vicario del Papa per la diocesi di Roma, card. Agostino Vallini, e
dal rettore dell’Ateneo, il vescovo Enrico dal Covolo, ha preceduto la
cerimonia di chiusura dell’esposizione, inaugurata il 9 novembre 2011.
Formare gli
italiani. Sulla stessa linea del presidente Napolitano mons. Enrico dal Covolo.
“Da sempre – ha detto introducendo dopo la visita del capo dello Stato la
cerimonia di chiusura – prima e dopo il 1861, educando le coscienze al senso
del bene e del male, all’onestà e all’altruismo”, la Chiesa “ha contributo
efficacemente a formare gli italiani, continuando una lunga tradizione
educativa e culturale e avviando nuove opere di solidarietà e di promozione
umana”. L’esposizione, ispirata al messaggio inviato a Napolitano da Benedetto
XVI in occasione del 150° dell’unità (17 marzo 2011) – ha spiegato mons. dal Covolo
– ha inteso “far conoscere agli italiani di oggi – e specialmente ai giovani”,
l’impegno “degli italiani di ieri nel perseguire, con l’ausilio sostanziale
della fede cristiana, gli ideali che hanno concorso a fondare la nazione”. Da
qui il richiamo al contributo offerto dai cosiddetti “santi sociali” dell’Ottocento
– tra cui san Giovanni Bosco “padre e maestro dei giovani” –, al “popolarismo
cattolico”, al “partito ispirato alla dottrina sociale della Chiesa”, nonché
all’impegno di figure come Alcide De Gasperi “affinché l’Italia del secondo
dopoguerra s’inserisse nel cammino dell’Europa unita”.
Radici cristiane
e futuro del Paese. “Il futuro che ci sta davanti ha bisogno della pratica del
vero e dell’impegno per il bene comune”. Per questo è importante “guardare alla
tradizione secolare del cattolicesimo”; le “radici cristiane” possono ancora “offrire
un significativo contributo al futuro del Paese”. Ne è convinto il ministro per
i Beni e le Attività culturali, Lorenzo Ornaghi, intervenuto alla cerimonia. “Nessuna
storia – ha osservato – si farebbe senza la partecipazione del popolo.
Richiamare le radici cristiane all’interno del processo di unificazione del
nostro pPaese significa richiamare l’importante ruolo avuto dal popolo e, al
suo interno, dal grande corpus dei cattolici”. Questo, ha concluso, “il senso
di una storia di 150 anni” e “del richiamo a quel patrimonio di valori”. Per
don Francesco Cereda, consigliere generale della Congregazione salesiana
intervenuto a nome del rettor maggiore don Pascual Chavez, “alla costruzione
del cittadino ha contribuito in maniera significativa l’educazione, anche l’educazione
cristiana” tesa a “rendere l’uomo cosciente di sé e autore del proprio bene” in
linea con l’espressione di don Bosco “onesto cittadino perché buon cristiano”.
Rammentando la storia d’Italia scritta dal fondatore appositamente per i
giovani, don Cereda ha osservato che oggi essi “si sentono indignati di fronte
alle situazioni di ingiustizia. È giusto indignarsi, ma all’indignazione deve
accompagnarsi la capacità di spendersi per il superamento dell’ingiustizia
stessa”.
Identità
nazionale e valori costituzionali. Ad illustrare il senso e a tracciare il
bilancio conclusivo della mostra è stato il bibliotecario generale della
Lateranense, Paolo Scuderi: “La sua finalità primaria è stata dimostrare e
argomentare, a partire dalle preziose raccolte librarie custodite nella
Biblioteca Beato Pio IX” dell’Ateneo, “il ruolo fondamentale del cristianesimo
nella lenta, progressiva formazione di quella identità nazionale soltanto di
recente sfociata in unità politica”. I valori dello Stato costituzionale “in
cui oggi ci riconosciamo”, che pongono “al centro della struttura statuale il
cittadino nei suoi veri, autentici bisogni”, non sono “caduti dall’alto”, ha
precisato Scuderi, ma rappresentano “il naturale compimento di un percorso
iniziato più di duemila anni fa”. Riscoprirlo significa, secondo il
bibliotecario, “risalire alle proprie radici”. Con la mostra, ha spiegato, “abbiamo
dunque esposto ciò che è verità storica”. Concepita in due grandi filoni: il
primo di impianto storico-filosofico, l’altro prevalentemente storico
giuridico, l’esposizione “ha disegnato una parabola iniziata proprio dall’affermazione
del cristianesimo sul suolo italiano per arrivare ai nostri giorni, al
contributo fondamentale dei cattolici con uomini quali La Pira nell’enunciazione
di quei principi costituzionali nei quali ancora oggi ci riconosciamo”. “Credendo
fermamente nel valore della cultura e della formazione – ha concluso Scuderi –,
abbiamo voluto gettare un seme destinato a germogliare nelle coscienze dei
giovani, in particolare degli alunni delle tante scuole venuti a visitare la
mostra”. sir 1
Addio a Scalfaro, mons. Paglia nell'omelia: ci mancherà il suo rigore e la
sua umanità
Roma, - Si sono
svolti nella chiesa di Santa Maria in Trastevere i funerali, in forma privata,
dell'ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, scomparso ieri
all'età di 93 anni. Un lungo applauso ha accompagnato l'ingresso del feretro in
chiesa, seguito dalla figlia del presidente, Marianna Scalfaro.
Nella sua omelia
monsignor Vincenzo Paglia, arcivescovo di Terni, ha ricordato le ultime parole
dell'ex presidente della Repubblica: 'sto bene' e "oggi dice anche a noi
'sto bene'", ha aggiunto. "Ci mancherà il suo rigore, la sua profonda
umanità e il suo amore per questo Paese. Grazie", ha sottolineato.
"Andando da
lui, nel suo comodino c'erano la Bibbia, le fonti francescane, la Costituzione
e il rosario. Ecco: Scalfaro era tutto qui", ha continuato mons. Paglia.
"Quando sono andato a trovarlo - ha detto - lui era consapevole che la
morte stava per arrivare. La morte è arrivata, dolce e senza traumi".
Scalfaro, ha aggiunto, era "innamorato della vita e del suo Paese".
Sulla bara del
presidente emerito c'era una corona di peperoncini rossi . Il feretro sarà
portato al cimitero di Novara, città natale dell'ex capo dello Stato.
Tra i tanti
politici che hanno partecipato alle esequie Romano Prodi, Pier Luigi Bersani, Pier
Ferdinando Casini, Piero Fassino, Enrico Letta, Francesco Rutelli, Dario
Franceschini, Rosy Bindi e Massimo D'Alema. Nessun leader del Pdl ha preso
parte ai funerali. Tra i big c'era solo Beppe Pisanu. Erano presenti inoltre il
segretario della Cgil, Susanna Camusso, e il ministro della Cooperazione,
Andrea Riccardi. In chiesa anche Renzo Arbore.
Politici, mondo
delle istituzioni e tanta gente comune avevano già reso omaggio al presidente
emerito questa mattina alla camera ardente aperta nella chiesa di Sant'Egidio.
A salutare la salma dello statista erano giunti anche i presidenti di Senato e
Camera Renato Schifani e Gianfranco Fini.
(Adnkronos 30)
50° Concilio. Lo slancio degli apostoli. La grande attualità del decreto
''Ad gentes''
Centosettantasette
proposte raccolte nel periodo preparatorio del Concilio Vaticano II, per
stendere quello che sarebbe poi diventato il testo sulle missioni. Una
Commissione “De missionibus” presieduta dal cardinale Gregorio Pietro
Agagianian, il porporato armeno che, nel 1958, è stato uno dei candidati alla
successione di papa Pio XII, in quel Conclave che vedrà eletto il patriarca di
Venezia, Angelo Giuseppe Roncalli. Cinque sottocommissioni nate dalla
originaria Commissione, per elaborare sette schemi. Inizia così l’iter del
decreto conciliare che vedrà la luce il 7 dicembre 1965 con il titolo “Ad
gentes”: 2.394 voti positivi e solo 5 contrari.
Nella situazione
attuale delle cose, si legge nel documento, “in cui va profilandosi una nuova
condizione per l’uomo, la Chiesa, che è sale della terra e luce del mondo,
avverte in maniera più urgente la propria vocazione di salvare e di rinnovare
ogni creatura, perché tutte le cose in Cristo siano ricapitolate e gli uomini
in lui costituiscano una sola famiglia e un solo popolo di Dio”. Il Concilio,
proprio grazie alla presenza di vescovi provenienti da ogni angolo della terra,
assumeva un respiro molto più universale e le storie, le difficoltà, i problemi
di Asia, Africa, America Latina e Oceania trovavano espressione nelle voci di
testimoni che “si facevano interpreti delle complesse realtà dell’allora
cosiddetto terzo mondo”, scrive Benedetto XVI nel messaggio per la 86ª Giornata
missionaria mondiale (21 ottobre 2012). È stato, il Concilio, il luogo in cui
il Nord ricco si è reso conto della ricchezza di cultura, tradizioni,
esperienze che proveniva dal Sud del mondo.
L’attenzione
missionaria della Chiesa sempre presente, tanto che siamo alla ottantaseiesima
Giornata, con il Vaticano II trova nuovo slancio proprio nella presenza di
vescovi e pastori che dalle terre di missione, come si diceva, portavano la
loro appassionata testimonianza di evangelizzatori in una realtà in cui la
Chiesa cattolica è minoranza e, spesso, Chiesa priva di mezzi.
Benedetto XVI nel
messaggio ricorda proprio la sua esperienza di giovane sacerdote presente ai
lavori del Concilio per dire che proprio quell’esperienza di “essere pastori di
Chiese giovani e in via di formazione” – portata fra i seggi conciliari dai
presuli dell’Africa e dell’America Latina, dell’Asia e dell’Oceania – contribuì
“in maniera rilevante a riaffermare la necessità e l’urgenza dell’evangelizzazione
ad gentes”. Nei 50 anni successivi al Concilio questa “visione”, afferma il
Papa, “non è venuta meno”, anzi ha stimolato “una feconda riflessione teologica
e pastorale”. Tutti i Pontefici dell’epoca contemporanea l’hanno sempre
rilanciata come una “priorità”. Il mandato missionario di Cristo, scrive ancora
Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata del prossimo ottobre, mandato affidato
per primo agli apostoli e dunque oggi ai vescovi, non si esaurisce “nell’attenzione
alla porzione di popolo di Dio” loro affidata, ma “deve coinvolgere tutta l’attività
della Chiesa”, dalle parrocchie agli istituti religiosi, dai movimenti
ecclesiali ai singoli cristiani. Per questo tanto i piani pastorali quanto l’organizzazione
diocesana devono adeguarsi alla vita della Chiesa radicata nella quotidianità
di un “mondo – osserva – in continuo cambiamento” e in larga parte, non solo a
Occidente, “in crisi di fede”.
Ed ecco che il
messaggio trova una seconda attenzione nell’Anno della fede che papa Benedetto
ha voluto indire proprio per accompagnare la memoria dell’evento conciliare che
si è aperto 50 anni fa, l’11 ottobre 1962.
Ma torniamo al
messaggio e al decreto “Ad gentes”. Cosa ha significato per la vita della
Chiesa questo testo? Sicuramente ha dato vita a un impegno missionario di cui
oggi si possono cogliere i frutti anche nei volti di sacerdoti e religiosi che
troviamo nelle nostre Chiese locali e che sempre più ci mostrano come la Chiesa
sia viva e vivace in Africa, in America Latina. In un certo senso i viaggi dei
Papi nel cosiddetto terzo mondo sono figli di quel testo del Concilio: Paolo VI
che va in Uganda, in India, primo Papa a mettere piede in quei continenti. E
poi l’ansia missionaria di Giovanni Paolo II che ha voluto raggiungere anche le
più estreme latitudini per portare la parola del Vangelo a popoli che assai
difficilmente avrebbero potuto compiere il viaggio fino a Roma.
Papi messaggeri
di una Chiesa attenta ai poveri, agli ultimi; testimoni di un Cristo che parla
all’uomo di oggi. Annunciatori di un Vangelo che diventa “intervento in aiuto
del prossimo – scrive il Papa nel messaggio per la Giornata missionaria –
giustizia verso i più poveri, possibilità di istruzione nei più sperduti
villaggi, assistenza medica in luoghi remoti, emancipazione dalla miseria,
riabilitazione di chi è emarginato, sostegno allo sviluppo dei popoli,
superamento delle divisioni etniche, rispetto per la vita in ogni sua fase”.
Abbiamo bisogno, scrive ancora il Papa, “di riprendere lo stesso slancio
apostolico delle prime comunità cristiane che, piccole e indifese, furono
capaci, con l’annuncio e la testimonianza, di diffondere il Vangelo in tutto il
mondo allora conosciuto”. Fabio Zavattaro
"Uno scatto in avanti". Contro la mafia il Codice etico di
Confartigianato Imprese Sicilia
Dovranno
rispettare le leggi e i contratti di lavoro. Garantire la crescita
professionale di ogni collaboratore e salvaguardarne la sicurezza sul posto di
lavoro. Segnalare abusi e pressioni da parte di organizzazioni mafiose e
impegnarsi a diffondere la cultura della legalità. Se pagano il pizzo, verranno
automaticamente estromessi da Confartigianato. Sono queste, in estrema sintesi,
le norme contenute nel Codice etico elaborato e presentato nei giorni scorsi a
Palermo da Confartigianato Imprese Sicilia.
L’etica, vero “faro”
per le persone che gestiscono le imprese. “Il Codice – spiega al SIR Cesare
Fumagalli, segretario generale di Confartigianato – parte dalla Sicilia non per
caso ma perché si tratta di una situazione territorialmente tra le più
difficili: l’iperproduzione normativa, abbinata una macchina burocratica
elefantiaca e ipertrofica, e a sistemi di controllo invasivi e sovrapposti,
crea un mix deleterio che porta facilmente alla corruzione”. Secondo Fumagalli,
il Codice sarà “un faro per le piccole imprese, per chi è più esposto e ha poco
potere contrattuale: ne abbiamo seguito con discrezione la maturazione, dal
basso, perché non fosse un fiore nel deserto ma un frutto nato sulla scorta di
tante esperienze di piccoli imprenditori. L’aspetto chiave è quello della
responsabilità personale: per noi la persona coincide con l’impresa, e siccome
ad essere esposte, poi, sono proprio le persone, abbiamo pensato all’elaborazione
di un Codice che le tutelasse”. Ma basteranno alcune regole codificate per
creare un sistema di imprese “sane”? “È una condizione necessaria ma non
sufficiente – risponde Fumagalli –. Servono cambiamenti sul fronte del credito
e della sua accessibilità, altrimenti tutte le campagne contro l’usura saranno
inutili. I tempi, però, sono maturi: in Sicilia si respira la voglia di
sconfiggere questo modo marcio di fare impresa. C’è voglia di tornare alle
regole. Certo, il Codice non ribalterà le condizioni attuali della Sicilia, ma
creerà un punto di leva per risollevarla”.
Le imprese etiche
saranno al servizio del bene comune. “A fare la differenza sono le persone e
quindi, in questo caso, gli imprenditori”, sostiene il delegato regionale per
la pastorale sociale e del lavoro, Salvatore Giugno. “Chi è educato al rispetto
delle regole e dei princìpi, applicherà spontaneamente l’etica al proprio
lavoro. Certo, con una pressione fiscale del 43% circa e un sistema produttivo
arretrato e poco concorrenziale, si rischia la mancata applicazione concreta
del Codice etico”. Sulla maturità dei tempi, però, Giugno è ottimista: “Le
imprese sane possono nascere: ne sono una prova le cooperative sociali sorte
per la gestione dei fondi confiscati alla mafia. Noi, come Chiesa, dobbiamo
contribuire alla formazione delle coscienze verso una cultura imprenditoriale
improntata alla legalità, per il raggiungimento del bene comune”.
La legalità,
beneficio concreto per tutti gli imprenditori. “Molto contento di questo scatto
in avanti” si è detto Umberto Di Maggio, referente regionale di “Libera”,
definendo il Codice come il “segno della continuità con il lavoro di chi in
questi anni si è speso in questo senso. Ancora una volta, è il potere dei segni
a schierarsi contro i segni del potere. Non sempre gli esercenti o gli
imprenditori hanno questa scarica romantica della mobilitazione e della voglia
assoluta di partigianeria: è importante che un’associazione di categoria dia un
segnale così forte”. Se “protocolli di legalità ce ne sono a fiumi”, tra “il
professare e il praticare”, dice Di Maggio, “ci sono la responsabilità e l’impegno
pedagogico: la legalità non è una bandiera da sventolare oggi e ammainare
domani”. È fondamentale, per Di Maggio “la battaglia contro la corruzione: la
legalità dev’essere percepita come un beneficio, qual è. Per fortuna c’è tutta
una nuova generazione di imprenditori dotati di una cultura fatta di prassi e
di un approccio politico diverso, che sta diventando maggioritaria, resiste col
coltello tra i denti alle difficoltà del mercato globale, indica la via e la
strada ai vecchi dirigenti che restano sul mercato. Dev’essere viva, tra chi
applica il Codice, la coscienza che non si tratta di una battaglia fatta solo
di simboli, ma soprattutto di concretezza. Se gli imprenditori capiranno ciò,
la strada sarà spianata, ma – conclude – se i benefici della legalità non
verranno percepiti come palpabili, allora sarà dura”.
Lorena Leonardi
Bertone vacilla dopo il caso Viganò
Il cardinale
Bertone non ci pensa proprio. Eppure dopo la vicenda delle lettere di monsignor
Viganò, il tema delle dimissioni del Segretario di Stato ha ripreso a circolare
tra i Sacri Palazzi. Sarebbero "gradite", si ammette a mezza bocca in
più di un ambiente vaticano, "per riportare dignità, ordine e serenità
nella gestione degli affari correnti dello stato". Il timore di molti
prelati è che l'attuale pontificato, "rischi di essere penalizzato dai
pasticci del Segretario di Stato". Le 1l 2ettere di Viganò ampiamente
diffuse dai mass media e la pubblicazione sull'Osservatore Romano
dell'intervista al presidente del Consiglio Mario Monti, con l'omissione la
firma dei giornalisti della Radiovaticana che l'hanno realizzata, sono la
conferma - si commenta nei palazzi d'oltretevere - di una "spaccatura tra
la Segreteria di Stato e il mondo Vaticano". Persino la nota del portavoce
della Santa Sede, voluta da Bertone, conferma - secondo gli esegeti dei Palazzi
- l'esistenza di un pericolo corruzione negli affari interni: "Non una
riga della nota fa riferimento al contenuto delle lettere-denuncia di monsignor
Viganò".
Lo scontro con
Bertone, che intende resistere, potrebbe però avere un ulteriore capitolo già
in questi giorni: è attesa in settimana la scelta ufficiale del Papa per la
nomina alla prestigiosa sede cardinalizia del Patriarcato di Venezia di
monsignor Francesco Moraglia, 58 anni, genovese, attuale vescovo di La Spezia,
presidente della fondazione "comunicazione e cultura" della Cei, da
cui dipende anche Tv2000 diretta da Dino Boffo. Su Moraglia c'è un parere
concorde e positivo degli uomini di punta della Chiesa italiana, dall'attuale
presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, allo storico capo dei vescovi,
cardinale Camillo Ruini, responsabile del progetto culturale della Cei. Pareri
condivisi anche dalla Congregazione per il clero. Un consenso diffuso e
accettato "obtorto collo" anche dal cardinale Bertone che invece
puntava sul nome dell'Osservatore permanente al Consiglio d'Europa, monsignor
Aldo Giordano. E dopo il ruiniano Nosiglia alla guida dell'arcidiocesi di
Torino, anche Venezia, per restare alle grandi sedi cardinalizie italiane,
sembra appannaggio della coppia Bagnasco-Ruini. Il Monsignore LR 30
"Tessitrici della storia". Intervista con Maria Pia Campanile
Savatteri, presidente del Cif
“A 150 anni dall’unità
d’Italia... e oltre. Donne che tessono la storia”. È stato questo il tema del
convegno nazionale promosso dal Centro italiano femminile (Cif) a Roma, dal 27
al 29 gennaio. A conclusione dell’incontro, con la presidente nazionale del
Cif, Maria Pia Campanile Savatteri, facciamo il punto sull’eredità da
trasmettere e sulle sfide da affrontare a 150 anni dall’unità d’Italia e sulle
grandi questioni che interpellano oggi le donne.
In questi 150
anni le donne hanno sempre giocato un ruolo importante...
“Giovanni Maria
Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, che è intervenuto nel
primo giorno del convegno, ha offerto un’analisi dell’impegno femminile,
valutando anche le sentenze della Corte costituzionale e la tutela normativa
nei confronti della donna negli ultimi tempi: di solito queste cose ce le
diciamo tra noi, ma sentirle raccontare con voce maschile è stato un ampio
riconoscimento”.
Quali sono le
sfide che le donne di oggi devono affrontare?
“Le donne oggi si
trovano ad affrontare le stesse sfide degli uomini di fronte alla crisi. A mio
avviso, la prossima sfida importante è quella dell’Europa. C’è l’urgenza di
riconoscersi come comunità di italiani in Europa. Europa che abbiamo costruito
e che contribuiamo ancora a costruire. In questo senso, le donne italiane
devono assumere innanzitutto la consapevolezza del momento attuale e di
conseguenza impegnarsi senza rivendicazioni, partecipare ed essere presenti in
maniera piena, con la gratuità di cui sono capaci”.
Quali sono,
invece, le eredità che le donne devono trasmettere?
“In generale, l’eredità
da trasmettere è proprio quella d’impegno, coraggio, vocazione, dedizione, che
le donne mettono in tutto ciò che fanno. C’è poi un aspetto che non si può
trascurare: un’eredità da trasmettere è stata sempre la tradizione cristiana.
Ciò è stato fatto anche nei momenti di maggiore difficoltà: penso alle donne
che nell’Ottocento, nei primi Novecento e negli anni dell’immigrazione si sono
spostate o hanno dovuto riorganizzare le loro famiglie senza i padri e i
mariti; eppure, hanno continuato a mantenere relazioni e a trasmettere i saperi
sempre davvero con questo fondamentale impegno di trasmissione della fede e
della tradizione cristiana”.
Qual è il ruolo
della donna oggi nella famiglia, nella società, nell’economia?
“Piuttosto che
parlare di ruolo, per il Cif si tratta di una sollecitazione alla
partecipazione. Noi siamo un buon gruppo: più di 10 mila in tutta Italia,
presenti come organizzazione in tutte le regioni italiane, in 84 province e in
450 comuni, dai più grandi ai più piccoli. Si tratta di una presenza fattiva di
promozione, da un lato, e di consapevolezza, dall’altro, di essere anche noi in
prima persona impegnate in vari campi, persino come consumatrici. Se pensiamo
che nelle nostre famiglie sono le donne che indirizzano i consumi, dovremmo
prendere consapevolezza per le ricadute sull’economia che ci possono essere
dalle nostre scelte. Poi, sono stati fatti dei passi in avanti e bisogna
prendere coscienza anche di questo. In positivo si registra, ad esempio, l’istruzione
delle donne, che, in Italia come in altri Paesi, sono più qualificate
mediamente degli uomini”.
Quali sono le
maggiori difficoltà per una donna oggi?
“Ci sono
sicuramente ancora delle differenze retributive che forse frenano la donna e ci
sono condizioni di lavoro che si scontrano pesantemente con gli impegni
familiari. C’è anche una diversa sensibilità sul lavoro: come donne siamo meno
competitive e più cooperative. Durante il convegno si è parlato anche di
mancanza di sicurezza delle donne in se stesse e di una minore propensione ai
compromessi. Per quanto riguarda la mancanza di sicurezza in noi stesse,
dobbiamo impararla a superare, anche per la qualità professionale che è stata
raggiunta. Ad esempio, sono sempre più le donne impegnate in magistratura o in
altri settori delicati. Poi c’è la necessità di equilibrare il tema
lavoro-famiglia, in modo da non essere più costrette a scegliere, in modo
drammatico, tra lavoro e famiglia. Se vogliamo veramente costruire un’armoniosa
convivenza, è necessario davvero che ci siano delle politiche familiari e di
welfare che diano concretamente delle risposte a questa difficoltà di essere
presenti nel lavoro e in famiglia”.
Quali sono le
prospettive future del Cif anche in relazione all’impegno politico del laicato
cattolico?
“Negli ultimi
tempi ci siamo tenute un po’ ai margini della politica. Noi siamo sorte nel
1944, soprattutto con una vocazione ad aiutare per la ricostruzione dell’Italia
dopo la guerra; intorno agli anni Settanta abbiamo preso in mano il tema della
partecipazione e qualcosa si è mosso: una partecipazione più viva c’è stata;
negli ultimi tempi troppe e forti delusioni ci hanno allontanato molto da
questo impegno e da una riflessione di essere partecipanti e attente alla
polis. Adesso stiamo riprendendo in mano anche quest’aspetto del nostro impegno
con un po’ più di fatica, ma è quello che intendiamo fare”. Gigliola Alfaro
No all'eutanasia. Consiglio d'Europa: un invito agli Stati per una
legislazione sul ''fine vita''
L'Assemblea
parlamentare del Consiglio d'Europa dice un sì convinto al "testamento
biologico" e un fermo no all'eutanasia e al suicidio assistito. Negli
ultimi giorni della plenaria invernale che si è conclusa il 27 gennaio a
Strasburgo, l'attenzione dei parlamentari si è concentrata, tra le altre cose,
su democrazia e diritti umani in Russia, Ungheria, Bielorussia e Iraq.
(Precedenti servizi su SIR Europa nn. 06-07/ 2012).
No ad eutanasia e
suicidio assistito. Con la risoluzione 1859 "Protecting human rights and
dignity by taking into account previously expressed wishes of patients",
l'Assemblea sottolinea la necessità che tutti gli Stati membri si dotino di una
legislazione in materia di dichiarazioni anticipate di trattamento, ma sbarra
la strada alla possibilità di mettere in atto "azioni od omissioni che
permettano di provocare la morte di una persona". "L'eutanasia,
intesa come uccisione intenzionale per atto o omissione di un essere umano in
condizioni di dipendenza a suo presunto beneficio - si legge infatti all'art.5
- , deve essere sempre proibita". Inoltre, in caso di dubbio sulle volontà
del paziente, "la decisione deve sempre essere tesa a preservare e
prolungare la vita". Nella risoluzione viene inoltre richiesto agli Stati
che non lo abbiano ancora fatto, di ratificare e applicare in ogni sua parte la
Convenzione sui diritti dell'uomo e la biomedicina, nota come Convenzione di
Oviedo. Pur non essendo vincolante per i 47 Paesi CdE, la risoluzione adottata
a Strasburgo può avere positive ricadute sulle sentenze della Corte dei diritti
dell'uomo e di conseguenza sulle leggi nazionali.
Pagina di
riferimento. "Una pagina di riferimento per la difesa della vita e della
sua dignità". Così l'osservatore permanente della Santa Sede presso il
Consiglio d'Europa, mons. Aldo Giordano, ha definito a SIR Europa l'adozione
della risoluzione 1859. "Questo pronunciamento riguardo l'eutanasia -
spiega - risulta della più alta importanza". Il rappresentante della Santa
Sede esprime quindi gratitudine per "l'opera coraggiosa di parlamentari,
specie del gruppo dei Popolari presieduto da Luca Volontè, che ha presentato
l'emendamento decisivo". C'è nel testo un altro passaggio che
l'osservatore permanente ritiene importante: quello nel quale si afferma che
"in caso di dubbio, la decisione deve sempre tendere a preservare la vita
dell'interessato e a prolungarne la vita". "C'è una sapienza secolare
in questo principio", commenta mons. Giordano auspicando che "questo
testo sia tenuto in conto per le decisioni a livello europeo e nazionale in
questo ambito, in particolare per la Corte europea dei diritti dell'uomo. Si
tratta di un nuovo segnale che esiste e sta prendendo la parola un'Europa che
vuole recuperare con serietà il senso del mistero infinito della vita e della
morte; che vuole affermare che la vita ha sempre il primato e ha un valore che
non dipende dalla nostra decisione arbitraria; che è stanca di una cultura che
si crede dominante e cerca di mascherare il disprezzo della vita dietro una
falsa idea di libertà".
Ungheria, Russia,
Iraq. Nel corso dei lavori Il Comitato di monitoraggio dell'Apce ha chiesto
alla Commissione di Venezia, il gruppo di esperti giuridici indipendenti del
CdE, un parere sulla conformità agli standard del Consiglio d'Europa di cinque
leggi recentemente approvate in Ungheria su libertà dell'informazione, Corte
costituzionale, azione pubblica, nazionalità, famiglie. "Dal 1993 la situazione
politica in Russia non è stata mai aperta come oggi", ha detto lo svizzero
Andreas Gross durante il dibattito "La Russia tra due elezioni" (4
dicembre 2011- 4 marzo 2012, ndr). "Questa apertura" è
"un'opportunità strutturale" per il Paese, ha aggiunto Gross, che è
anche co-rapporteur per il monitoraggio postelettorale. Anche l'Iraq al centro
della sessione Apce. I parlamentari hanno infatti adottato una risoluzione in
cui chiedono al governo iracheno che Camp Liberty, il campo di Ashraf che
raccoglie 3500 residenti appartenenti alla resistenza iraniana, "non venga
trasformato in una prigione", e invitano l'Unhcr a "porre fine ai
ritardi nel riconoscimento dello status di rifugiati" ai residenti e ad
accelerarne il reinsediamento in Paesi terzi.
Appello al
governo di Minsk. Presentando l'ultimo rapporto annuale del suo mandato, il
commissario uscente per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Thomas
Hammarberg, ha sollecitato il continente a "muoversi con maggiore
determinazione dalla retorica al rafforzamento degli standard dei diritti
umani", e tra gli ambiti in cui è richiesta "una più decisa azione
politica" ha indicato "il sistema giudiziario, disfunzionale in
diversi Stati membri". Da Jean-Claude Mignon, neoeletto presidente
dell'Assemblea, un appello urgente alle competenti autorità bielorusse a non
procedere all'esecuzione capitale dei due giovani condannati per l'attentato
alla metropolitana di Minsk nell'aprile 2011: "Per una questione di
principio l'Assemblea si oppone alla pena capitale in qualsiasi circostanza. Ma
nel caso di Dmitry Konovalev e Vladislav Kovalev, ho anche seri dubbi" sul
fatto che essi "abbiano commesso lo spregevole atto di terrorismo per il
quale sono stati condannati". Sir eu
La carica dei “conservatori creativi”
Ecco la “mappa”
della nuova generazione di vescovi che piacciono a Ratzinger: fedeli alla
dottrina, ma capaci di stare nella modernità. A guidarli c’è l’arcivescovo di
Los Angeles, José H.Gomez
Città del
Vaticano - “Conservatore creativo" è un termine coniato negli Stati Uniti.
Sono una nuova leva di presuli, conservatori perché fedeli alla dottrina della
Chiesa ma nello stesso tempo creativi e cioè capaci di innestare la stessa
dottrina nella modernità senza tradimenti, senza cedimenti di sorta. E’ il magistero
che il Papa teologo e pastore vuole che i suoi vescovi mettano in pratica: non
chiusure pretestuose di fronte alle sfide della modernità, ma aperture
coraggiose e fedeli al bimillenario insegnamento della Chiesa stessa.
«A conservative
bishop for Los Angeles», titolarono i giornali Usa quando ad aprile 2010
monsignor José H.Gomez venne indicato come successore del cardinale «liberal»
Roger Mahony. Nell'identikit del "conservatore creativo" si
riconoscono figure di primo piano della Chiesa mondiale come il ministro
vaticano dei vescovi Ouellet, l’arcivescovo di Milano, Angelo Scola, il
cardinale di Budapest Erdo, Scoenborn, il prima del Belgio Leonard, il capo
della chiesa cattolica inglese Nichols, Dolan, Di Nardo,il neo-arcivescovo di
Filadelfia Chaput, Wuerl, George, il prossimo patriarca di Venezia, Moraglia,
il vescovo di Bolzano e Bressanone, Ivo Muser, l'arcivescovo polacco Budzik.
Monsignor Gomez è
il capofila di quei presuli «conservatori creativi» di cui Benedetto XVI sta
riempiendo le diocesi dei cinque continenti. Una scelta di discontinuità quella
del messicano Gomez, che fa parte dell’Opus Dei ed è stato inserito dalla
rivista “Time” nel 2005 tra i 25 ispanici più influenti degli Stati Uniti,
vincitore del premio "Buon Pastore" nel 2003 quand’era arcivescovo di
San Antonio. Tra i "conservatori creativi" il "Ratzinger di
L.A." non è certamente il più conosciuto al di fuori dei Sacri Palazzi, ma
la sua ascesa è costante. Monsignor Gómez è nato a Monterrey, in Messico, il 26
dicembre del 1951 ed ha scoperto la sua chiamata al sacerdozio quando era molto
giovane, come racconta ad H2onews. «Per circostanze familiari quando cominciai
a pensarci più seriamente è stato appena finita la scuola secondaria. Allora
sentii che Dio mi chiamava al sacerdozio ma decisi di aspettare fino alla fine
dell'università. Credo che il punto chiave della mia vocazione sacerdotale sia
stato che una volta finita la scuola secondaria decisi di andare ogni giorno a
messa, pensando che se ero cattolico dovevo prendere sul serio la mia fede».
Nonostante gli
ostacoli familiari e le paure personali che precedettero la sua ordinazione,
l'arcivescovo José Gómez ricorda quel giorno con grande gioia e soddisfazione,
per sé e per la sua famiglia:«Quindi alla fine, nonostante le piccole
scaramucce tra di noi per il fatto che non erano molto convinti, Dio ha
concesso loro l'allegria più grande che mai si potessero aspettare e a me la più
grande benedizione». Da allora monsignor Gómez è uno dei sacerdoti più attivi
degli Stati Uniti ed ha svolto un ruolo fondamentale nel lavoro con le comunità
ispaniche del paese.
Nel 2007 la CNN
lo indicò come uno degli ispanici più in vista in occasione del "Mese
della Tradizione Ispanica”, e tra gli altri ruoli è membro fondatore
dell'Associazione Cattolica dei Leader Latino-americani (C.A.L.L). Monsignor
Gomez è un nome che farà molto parlare di sé in futuro. Leader dei cattolici
ispanici americani deve molto al periodo in cui ha collaborato come ausiliare
dell’arcivescovo di Denver, Charles Chaput, che ha lavorato per “sponsorizzarlo”
a Roma.
Ma molto ha fatto
per lui anche il cardinale Justin Francis Rigali, arcivescovo di Philadelphia,
tra i più influenti cardinali statunitensi. Gomez diverrà cardinale, e il suo
peso nel mondo ispanico non sarà secondario in caso di conclave. Gomez sostiene
la necessità di non sottovalutare la spinta e l’impulso che gli immigrati
possono dare al paese e al suo cattolicesimo. Più di due terzi dei latinos
negli Stati Uniti (il 68%) sono cattolici. Come racconta Gomez stesso, gli
ispanici sono una "benedizione" per gli Stati Uniti, per la Chiesa e
per i vescovi. "Gli ispanici e i latino-americani – afferma – sono persone
di fede dotate di alcune profonde tradizioni culturali basate sui fondamenti
della fede, che è una novità nella Chiesa degli Stati Uniti".
Sui temi bioetici
a guidare la «crociata» della Chiesa Usa è, sul campo, proprio il nuovo
arcivescovo di Los Angeles, José Gómez, fiero oppositore della decisione dell’amministrazione
Obama di obbligare tutte le strutture ospedaliere americane, comprese quelle
cattoliche, a fornire (a partire dal prossimo anno) contraccettivi e prodotti
abortivi nei propri programmi sanitari. Monsignor Gomez ha pubblicamente
invocato una levata di scudi dei credenti contro la nuova regolamentazione con
cui la Casa Bianca, a giudizio dell’episcopato statunitense, «viola i principi
non negoziabili». Secondo l’arcivescovo José H. Gomez, l’America sta perdendo
il senso della libertà religiosa.
Sulla rivista «First
Things» monsignor Gomez ha osservato che sia i tribunali che gli enti pubblici
trascurano sempre di più i diritti di coscienza, a fronte di altri diritti o
libertà ritenuti più importanti. Monsignor Gomez ha citato a tal proposito il
recente caso del rigetto di una richiesta di finanziamento avanzata dall’organismo
della Conferenza episcopale Usa che si occupa dei servizi ai migranti e ai
rifugiati. L’organizzazione ha ricevuto finanziamenti per diversi anni,
destinati alle sue attività di aiuto alle vittime della tratta degli esseri
umani.
Gomez guida una
delle diocesi statunitensi che più di altre ha pagato, anche in senso
letterale, lo scandalo dei preti pedofili: il suo predecessore Mahony ha
sborsato più di seicento milioni di dollari per risarcire le vittime. Per
farlo, ha svenduto gli immobili di proprietà della diocesi creando non pochi
malumori nel clero locale e nei fedeli. Tanto che in molti gli contestano una
linea troppo soft nella gestione degli scandali: perché un conto è risarcire le
vittime, un altro è dilapidare un patrimonio senza valutare a dovere se le
denunce si riferiscono ad abusi effettivamente avvenuti. Da una parte Mahony ha
pagato per ogni denuncia. In Vaticano le perplessità per il modo con cui Mahony
ha gestito gli scandali non sono poche. La risposta dell’arcidiocesi è stata
esagerata: e altro non ha fatto che provocare un effetto valanga. Come Los
Angeles, moltissime altre diocesi sono state sommerse da denunce per fatti
verificatisi anche più di cinquant’anni fa. La nomina di Gomez è un segnale
chiaro che papa Ratzinger ha deciso di dare. Giacomo Galeazzi LS 2
Malati "curati " con l'acqua di Lourdes, 39 denunce per
associazione a delinquere
ANCONA -
Promettevano la guarigione a malati affetti anche da patologie gravi con
l'acqua di Lourdes. Trentanove persone sono state denunciate dai carabinieri
dei Nas di Ancona per associazione per delinquere finalizzata alla truffa e
all'esercizio abusivo della professione sanitaria. Sono circa 500 i pazienti,
di tutte le regioni d'Italia, che si sono rivolti alle «terapie» con «Le acque
a Luce bianca» messe a punto da una biologa e dai suoi 38 collaboratori,
denunciati dal Nas. Provvedimenti di perquisizioni e sequestro sono stati
emessi nei confronti di quattro persone, tra cui uno studio ubicato
nell'anconetano, diretto da una biologa e da una serie di suoi collaboratori
dislocati in diverse città d'Italia . Persone di ogni fascia d'età e classe
sociale, in alcuni casi anche molto facoltose, che pagavano dai 100 ai 200 euro
e oltre per dei flaconcini con acque provenienti dai santuari mariani di
Lourdes, Fatima, Medjugorje. Fra i malati, anche persone affette da cancro o
altre gravi malattie, disposte a lunghi viaggi per farsi visitare negli «studi»
della biologa e dei suoi collaboratori.
L'OPERAZIONE -
Nel corso dell'operazione denominata «Acque bianche» sono stati sequestrati
anche quattro studi medici ed un laboratorio. Dalle indagini, coordinate dalla
procura della repubblica del capoluogo marchigiano, è emersa una vera e propria
associazione per delinquere finalizzata alla truffa ed all'esercizio abusivo
della professione sanitaria. Le persone coinvolte nell'inchiesta esercitando
abusivamente la professione medica, dietro compensi, promettevano di «guarire»
persone che, affette da patologie anche molto gravi, venivano in diversi casi
indotte ad evitare il ricorso alla medicina tradizionale per essere «curate»
con acqua proveniente da fonti ubicate presso santuari (Lourdes, Montichiari,
Medjugorje, San Damiano, Fatima, etc.). Lo studio, pubblicizzato online e con
il passaparola dei vari utenti, faceva credere che un team di ricercatori
(biologi, fisici, etc.) aveva messo a punto una tecnica di intervento sull'uomo
e sull'ambiente che agiva «riarmonizzando la materia» attraverso presunte «frequenze»
sprigionate dalle acque. In realtà, l'indagine ha permesso di accertare che i
soggetti coinvolti non avevano alcun titolo accademico e non erano pertanto
abilitati all'esercizio di attività di ricerca nel comparto medico
scientifico. CdS 2
A Roma il 4 febbraio appuntamento con Benedetto XVI. “Il mondo si può
cambiare con i giovani. Oggi!”
TORINO - Sabato 4
febbraio Benedetto XVI riceverà i Giovani della Pace. Dopo l’appuntamento de L’Aquila
e quello di Torino del 2010 - racconta Ernesto Olivero fondatore del Sermig -,
ci ritroveremo tutti a Roma, Aula Paolo VI, alle ore 10 per portare al Santo
Padre le nostre convinzioni: “Il mondo si può cambiare con i giovani. Oggi!”.
Saremo 7000 da tutta Italia e delegazioni dall’estero, giovani che hanno già
partecipato agli appuntamenti precedenti e che frequentano gli Arsenali del
Sermig ma anche tanti che parteciperanno per la prima volta e che avranno modo
di conoscerci.
Come gli
appuntamenti precedenti, questo con il Santo Padre sarà un’occasione perché i giovani
comunichino le loro convinzioni a esponenti della politica, dell’economia,
della cultura, delle religioni presenti, affinché “i grandi” comprendano l’urgenza
di ascoltare i giovani e ripartire da loro. l passato ci ha lasciato una sfida
apparentemente impossibile da superare: fame, guerre, malattie, violenze sui più
deboli, una crisi economica senza precedenti… Noi queste sfide vogliamo
affrontarle a viso aperto, con coraggio, con speranza, con passione per gli
uomini, con Dio nel cuore e nei nostri comportamenti.
Questo di Roma
sarà un incontro di testimonianze, di conferma di un impegno personale e
comunitario nel dire no con decisione a ogni tipo di avidità, di sballo e di
dipendenza e sì ad una vita nuova costruita sulla convinzione che il mondo si
può cambiare, in meglio; un momento in cui invocare l’aiuto e la benedizione
del Dio della pace sull’umanità in questo tempo difficile che stiamo vivendo.
Al Papa -
conclude Olivero - diremo la nostra determinazione nell’assumerci delle
responsabilità, giovani come siamo e qualunque cosa facciamo e faremo nella
vita. Operai, politici, economisti, giornalisti, sacerdoti, padri o madri… In
ogni scelta faremo l'impossibile per combattere l'egoismo, l'avidità e l'odio
che stanno portando la civiltà verso il declino. Ci impegneremo in prima
persona a fianco di chi soffre per la fame, l’ingiustizia e le tragedie della
guerra.
(Per informazioni
e iscrizioni utilizzare il sito www.sermig.org o telefonare alla segreteria
Sermig: 011.4368566 - cell. 334.6568293: Cristiana, Andrea, Anna Maria,
Rosanna). (Inform)
Il caso Viganò e lo scontro di potere in Vaticano. Nuvole sul Vaticano per
il caso Viganò
Si è aperta la
caccia alle «talpe» che hanno divulgato i documenti riservati. Ma sullo sfondo
c’è una lotta senza esclusione di colpi tra diverse cordate - di
ANDREA TORNIELLI
Città del
vaticano - Si è aperta in Vaticano la
caccia alle talpe che hanno fatto e continuano a far uscire lettere e documenti
riservati, a una settimana dall’esplosiva puntata de «Gli intoccabili»
programma di giornalismo investigativo trasmesso sul canale italiano La7 e
condotto da Gianluigi Nuzzi. Mercoledì scorso sono stati presentate in video
alcune lettere riservate indirizzate dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò – oggi
nunzio negli Usa, all’epoca segretario del Governatorato vaticano – al Papa e
al cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone. Lettere contenenti pesanti
rilievi contro prelati e laici della Santa Sede, accusati di ruberie, e contro
laici dell’entourage di Bertone.
Il clima
avvelenato si è arricchito negli ultimi giorni di nuove puntate: sul quotidiano
italiano «Il Giornale» monsignor Viganò è stato pesantemente screditato per un
contenzioso giudiziario con i familiari a motivo della gestione dell’ingente
patrimonio (30 milioni di euro) condiviso con un fratello sacerdote, che il
prelato avrebbe voluto far dichiarare incapace perché manipolato da una
sorella. Un anno fa proprio «Il Giornale» aveva pubblicato una serie di
articoli anonimi, che esaltavano l’attuale Segretario di Stato, definito «ammiraglio»
della «flotta di Benedetto XVI», con parole così smaccatamente elogiative da
risultare imbarazzanti per lo stesso interessato. La stessa mano anonima, aveva
vergato e fatto mettere in pagina sullo stesso quotidiano anche due articoli
contro monsignor Viganò, pronosticandone la cacciata e mettendone in luce il
nepotismo (in effetti il prelato ha fatto chiamare in Segreteria di Stato un
suo nipote sacerdote). Sabato scorso lo stesso giornale è tornato ad attaccare
l’ex segretario del Governatorato con un articolo anonimo, affiancato a quello
sopra citato sui guai familiari di Viganò, nel quale si accusa il prelato
nunzio negli Usa di essere il regista della diffusione delle lettere ai media
presentandolo come uno che ha tradito il Papa.
A ben guardare,
al di là della semplicistica affermazione secondo la quale una lettera può
essere divulgata o dai destinatari (ed è alquanto improbabile che lo abbiano
fatto il Papa o il Segretario di Stato) o dal mittente, la rapida e interessata
attribuzione di responsabilità a Viganò, appare ogni giorno sempre più dubbia.
Innanzitutto, sulla lettera inviata a Bertone era ben visibile il timbro «Ricevuto
il 9 maggio», apposto dall’ufficio che riceveva la copia della missiva. Non va
inoltre dimenticato che nel corso della trasmissione «Gli Intoccabili» sono
stati esibiti altri documenti inediti e riservati – un appunto del presidente
dello Ior Ettore Gotti Tedeschi a Bertone sul problema dell’ICI, la tassa sugli
immobili italiana; una lettera anonima riguardante il vescovo ausiliare dell’Aquila
Giovanni D’Ercole – che sembrano tutti provenire dalla Segreteria di Stato. Il
31 gennaio, un altro giornale italiano, «Il Fatto Quotidiano», pubblica una
nuova lettera che non riguarda per nulla il caso Viganò, quanto piuttosto l’applicazione
delle norme antiriciclaggio per rendere trasparente e adeguato agli standard
internazionali il sistema finanziario della Santa Sede. Norme che non sarebbero
considerate retroattive.
Che il regista
della fuga di documenti non sia Viganò lo dimostra la provenienza di carte così
diverse uscite tutte da Oltretevere. Come pure una considerazione logica: il
nunzio a Washington si trova ora in una situazione di grande imbarazzo. Anche
se i media internazionali lo presentano come un cavaliere senza macchia e senza
paura, alfiere della lotta alla corruzione, non può sfuggire il fatto che il
tono di quelle missive riservate al Papa, e la loro pubblicazione dopo appena
pochi mesi, costituisce un handicap per il lavoro del diplomatico vaticano,
chiamato per dovere d’ufficio a mantenere i rapporti con i vescovi. E
soprattutto a raccogliere notizie sui candidati all’episcopato nonché a essere
tramite discreto delle comunicazioni riservate tra i vescovi e la Santa Sede.
Il primo incontro del nuovo nunzio con la Conferenza episcopale statunitense è
andato bene. Ma è ancora troppo presto per sapere come reagiranno i vescovi Usa
di fronte al caso «wikileaks» vaticano, di fronte alle accuse lanciate da Viganò
nelle sue lettere e a quelle pubblicate contro Viganò da alcuni giornali.
Notizie che già stanno facendo discutere in altre parti del mondo.
È ben nota l’esistenza
di un’opposizione interna a Bertone, che ha ricompattato «anime» diverse della
curia wojtyliana: si sono spesi per cercare di evitare la promozione-rimozione
di Viganò i cardinali Giovanni Battista Re e Agostino Cacciavillan, e non si
deve dimenticare che il predecessore di Bertone, il cardinale Angelo Sodano,
lasciò il suo incarico a 78 anni, dopo essere stato anche lui pesantemente e
pubblicamente criticato per una vicenda che vedeva implicato un suo nipote in
un giro di compravendite immobiliari delle diocesi statunitensi, insieme al
controverso imprenditore Raffaello Follieri. L’attuale Segretario di Stato
compirà la stessa età il prossimo dicembre: è risaputa la stima del Pontefice
per lui e al momento non appare in agenda una sua sostituzione, ma appaiono
enfatiche e sorprendenti certe ricostruzioni secondo le quali Bertone sarà «Segretario
di Stato a vita» e anche «papabile».
Un fatto è certo:
la divulgazione delle lettere attesta che è in atto uno scontro di potere tra
cordate. Nel mirino non c’è il Papa, come vorrebbero far credere coloro i
quali, negli ultimi anni si sono sempre fatti scudo di Benedetto XVI per coprire
i loro errori. Nel mirino c’è piuttosto il cardinale Bertone, la cui fedeltà a
Ratzinger non è mai stata messa in discussione, ma sulla cui gestione della
Segreteria di Stato si sono moltiplicate le perplessità anche da parte di molti
porporati ratzingeriani. Le vicende dell’ultimo anno – dalla tentata scalata
dell’Istituto Toniolo, cassaforte dell’Università Cattolica al tentativo di
acquistare l’ospedale San Raffaele di Milano – hanno fatto crescere anche la
perplessità su alcuni consiglieri laici di cui si circonda il cardinale.
Di fronte a
questa situazione appare surreale quanto lo stesso Bertone, secondo quanto
pubblicato dal quotidiano «Il Tempo», avrebbe scritto nell’appunto servito da
base per la riunione dei capi dicastero della curia romana che si è tenuta
sabato scorso in presenza del Papa, destinata ad affrontare il problema di un
maggior coordinamento tra uffici curiali, come pure a evitare le «fughe di
notizie». Il Segretario di Stato si sarebbe lamentato con i blog e la loro «passione
per le notizie minute del pettegolezzo ecclesiastico, che minano il prestigio
della Santa Sede e giungono talora ad ostacolare il clima di fiducia e
collaborazione tra i suoi diversi organismi». Ancora una volta, la
responsabilità per la situazione attuale, sarebbe dunque da impuntare ai
giornalisti, a chi divulga le notizie. Un rilievo alquanto curioso, anche perché
la vicenda Viganò, con gli articoli anonimi, come pure altre vicende passate e
recenti (dal caso Boffo, il direttore del quotidiano cattolico italiano «Avvenire»
costretto a dimettersi dopo la pubblicazione di una «velina» risultata poi
apocrifa), mostra invece che c’è stato chi, anche negli ambienti ecclesiastici,
in questi ultimi anni ha cercato di usare i media a proprio vantaggio, per
giocare le proprie battaglie, per ostacolare o favorire carriere.
Si ha comunque l’impressione
che tutto ciò non sia percepito Oltretevere nella sua drammaticità, per l’esito
devastante sull’opinione pubblica e sui fedeli, sempre più positivamente
colpiti dalla profondità del messaggio di Benedetto XVI, ma amareggiati dall’emergere
di comportamenti così poco corrispondenti in quanti dovrebbero tradurlo in
pratica. LS 1
Tramonto senza gloria per il cardinale Bertone
La fuga di
lettere d'accusa. La fallita operazione del San Raffaele. Il segretario di
Stato è sempre più solo, in una curia che non governa e con un papa a cui non è
d'aiuto - di Sandro Magister
ROMA – In
Vaticano non ci si combatte con camion e forconi, ma a colpi di carte. Sabato
28 gennaio il consiglio dei ministri della curia romana, presente il papa, ha
dedicato parte della sua riunione a studiare come mettere un argine alle fughe
dei documenti. Ed erano passati solo tre giorni dall'ultima clamorosa fuga: un
blocco di lettere confidenziali scritte a Benedetto XVI e al cardinale
segretario di Stato Tarcisio Bertone dall'allora segretario del governatorato
della Città del Vaticano, oggi nunzio a Washington, l'arcivescovo Carlo Maria
Viganò.
Queste lettere –
più altre carte scottanti che minacciano anch'esse di uscire allo scoperto
sulla stampa o in tv – sono un atto d'accusa contro una persona su tutte: quel
cardinale Bertone, 78 anni il prossimo 2 dicembre, che ha introdotto la citata
riunione dei capi dicastero spiegando come elaborare e pubblicare i documenti
della Santa Sede senza più gli infortuni che ne hanno costellato la storia
recente. Ci vogliono, ha detto, più competenza, più collaborazione, più fiducia
reciproca, più riservatezza.
Benedetto XVI
ascoltava in silenzio. Gli veniva in mente la peggior prova di malgoverno
curiale da lui patita da quando è papa: la valanga di proteste che lo investì
non per colpa sua all'inizio del 2009 dopo la revoca della scomunica a quattro
vescovi lefebvriani tra i quali uno che negava la Shoah. Poco dopo
quell'incidente, in una lettera aperta ai vescovi di tutto il mondo, papa
Ratzinger non esitò a scrivere che gli era venuto più sostegno da "amici
ebrei" che da tanti uomini di Chiesa e di curia più interessati a far
terra bruciata attorno al papa. E nel finale citò questo terribile monito
dell'apostolo Paolo: "Se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno
di non distruggervi del tutto gli uni gli altri".
Di morsi, nelle
lettere di Viganò ce ne sono in abbondanza. Prima come direttore del personale
della curia vaticana, poi come segretario del governatorato, questo settantenne
prelato lombardo ha aggredito molte cose che non funzionavano e si è fatto un
gran numero di nemici. Quando, per cominciare, impose a tutti in curia una
tessera elettronica di identificazione e localizzazione, la rivolta in difesa
della vita privata si levò universale, ma lui tenne duro. Bertone stava allora
dalla sua parte. Anzi, assicurò a Viganò, passato al governatorato, la vicina
promozione a governatore dello Stato della Città del Vaticano e a cardinale.
Sono nomine che
solo il papa può fare, ma che Bertone usa dispensare in proprio con
disinvoltura, come fossero cosa sua. Una volta, ad esempio, garantì con tale
granitica sicurezza a monsignor Rino Fisichella la sua promozione a numero due
della congregazione per la dottrina della fede che questi preparò il trasloco e
congedò il proprio segretario, salvo poi scoprire che il nominato dal papa era
un altro.
L'invasione di
campo è una nota costante dell'operato del cardinale Bertone, gran tifoso di
calcio.
Nell'autunno del
2006, da poco nominato segretario di Stato, si mise subito in azione per rifare
a suo piacimento il vertice della conferenza episcopale italiana. Pur di
impedire al cardinale Angelo Scola di succedere al presidente uscente Camillo
Ruini, Bertone candidò a nuovo presidente un uomo di secondo piano a lui
docile, l'allora arcivescovo di Taranto, il cappuccino Benigno Papa. E tanto
martellò la cosa che la stampa nazionale in coro la diede per fatta. Mancava
solo il "placet" di Benedetto XVI, al quale soltanto spettava la
nomina e che invece designò l'arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco.
Ma Bertone non
rientrò affatto nei ranghi. Il giorno dell'insediamento del nuovo presidente
della CEI, il 25 marzo 2007, indirizzò a Bagnasco un messaggio di saluto –
scritto tutto di testa sua, di nascosto anche dal papa – nel quale rivendicava
alla propria persona, in quanto segretario di Stato, la "guida" della
Chiesa italiana per quanto concerne i rapporti con le istituzioni politiche.
Tra i vescovi fu una sollevazione. E da allora non li ha più abbandonati il
sospetto che Bertone riprovi ogni volta ad invadere il loro campo. Il contrasto
tra la segreteria di Stato e la CEI è ormai il ritornello obbligato di ogni
analisi dell'azione politica della Chiesa in Italia.
Ma anche con
Benedetto XVI Bertone oltrepassa di frequente la linea. Ratzinger ne sperimentò
le doti quando entrambi erano nella congregazione per la dottrina della fede.
Al dinamico salesiano dava da sbrogliare le matasse più intricate: dal segreto
di Fatima alle bizzarrie del vescovo africano Emmanuel Milingo. E in entrambi i
casi Bertone sembrò cavarsela con successo, anche se poi alla lunga entrambi
gli riesplosero in mano: nel caso di Fatima con l'accusa mai sopita di aver
tenuta nascosta una parte del segreto e nel caso di Milingo con la fuga
rocambolesca del personaggio dal confino in cui Bertone l'aveva relegato.
Sta di fatto che,
nominando Bertone segretario di Stato, Benedetto XVI pensò di avvalersi della
sua sincera devozione e del suo instancabile attivismo per fargli svolgere quei
compiti pratici di gestione da cui lui, il papa teologo e dottore, voleva
tenersi lontano. Bertone accettò entusiasta, ma interpretò il compito a modo
suo. Il papa viaggiava poco? E lui si mise a girare il mondo al suo posto. Il
papa se ne stava chino sui libri? E lui si mise freneticamente a tagliar
nastri, a incontrare ministri, a benedire folle, a tener discorsi ogni dove e
su tutto.
Col risultato che
la segreteria di Stato lavora più per l'agenda di Bertone che per il papa. E
nella sua agenda il cardinale infila, sempre di testa sua, operazioni anche
molto ambiziose e azzardate.
L'ultima ha avuto
per obiettivo la conquista del San Raffaele, il polo ospedaliero d'eccellenza
creato a Milano dal discusso sacerdote Luigi Verzé e schiacciato da un miliardo
e mezzo di euro di debiti.
Per salvarlo ed
annetterlo alle proprietà della Santa Sede, Bertone ha compiuto all'inizio
della scorsa estate una mossa fulminea. Ha lanciato un'offerta di 250 milioni
di euro, messi a disposizione dall'Istituto per le Opere di Religione, la banca
vaticana, e da un industriale di Genova suo amico, Vittorio Malacalza. E per
molti mesi l'offerta è rimasta l'unica sul campo, senza contendenti, impegnando
il Vaticano a tenervi fede.
Ma in Vaticano,
al vertice, il papa non era affatto d'accordo. Il San Raffaele è un ospedale
nel quale si praticano e si progettano biotecnologie contrarie al magistero
della Chiesa. Per non dire dell'annessa Università Vita-Salute, nella quale
tengono cattedra dei docenti in plateale contrasto con la visione cattolica, da
Roberta De Monticelli a Vito Mancuso, da Emanuele Severino a Massimo Cacciari,
da Edoardo Boncinelli a Luica Cavalli-Sforza, tutti già sul piede di guerra per
difendere la loro libertà d'insegnamento.
L'ordine di
Benedetto XVI fu quindi da subito: non comprare. Ma era come se parlasse a dei
sordi. Bertone lasciava fare al suo fiduciario, il manager ospedaliero Giuseppe
Profiti, vero stratega dell'operazione, che tutto voleva tranne che rinunciare
al San Raffaele. Provvidenzialmente, a fine anno arrivò un'altra offerta, più
alta, di 405 milioni di euro, da parte di un gruppo ospedaliero concorrente,
quello di Giuseppe Rotelli, e il Vaticano potè ritirarsi dal gioco.
Con quante
macerie, però, attorno a Bertone. Anche alcuni che gli sono stati vicinissimi
non lo seguono più. Malacalza è infuriato per quello che considera un
voltafaccia ai suoi danni. Ettore Gotti Tedeschi, il banchiere che proprio
Bertone aveva voluto a capo dello IOR, dopo l'iniziale disponibilità ha fatto
muro contro l'acquisto del San Raffaele, sposando in pieno le ragioni del papa.
Sul versante
amministrativo e finanziario, in Vaticano si ridisegnano i poteri. Ed è
l'esperto e taciturno cardinale Attilio Nicora la nuova stella, nella sua
qualità di presidente dell'Autorità di Informazione Finanziaria creata in curia
un anno fa per consentire l'ingresso del Vaticano nella "white list"
degli Stati con i più alti standard di correttezza e trasparenza nelle
operazioni.
Lo scorso
novembre in Vaticano c'è stata la visita di sette ispettori di Moneyval,
l'organismo internazionale di controllo delle misure antiriciclaggio. E l'esame
ha imposto modifiche ancor più restrittive alle leggi vaticane, che il
cardinale Nicora ha immediatamente introdotto ma che ancora non sono state rese
pubbliche. Tra queste c'è la facoltà per l'AIF non solo di ispezionare ogni
operazione di qualsiasi ente collegato con la Santa Sede, compresi lo IOR e il
governatorato, ma anche di punire ogni singola violazione con multe fino a 2
milioni di euro.
Bertone fece di tutto perché alla testa dell'AIF fosse nominato dal papa non Nicora ma un suo fiduciario, uno dei pochissimi che gli sono rimasti vicini, il professor Giovanni Maria Flick. Nemmeno questa gli è riuscita. La sua parabola è al tramonto. L'Espresso" n. 6
Monsignore Francesco Moraglia zum Patriarchen von Venedig ernannt
Der aus Genua stammende Bischof ist feinsinniger Theologe und scheidender Oberhirte von La Spezia
ROM – Der Heilige Vater, Benedikt XVI., hat Monsignore Francesco Moraglia, den bisherigen Bischof von „La Spezia“ (Italien) zum Patriarchen von Venedig ernannt. Moraglia wurde im Jahr 1953 in Genua geboren; er ist eine weltweit bekannte Persönlichkeit von asketischem Charakter, ein feinsinniger Theologe und besitzt eine breitgefächerte, philosophische Bildung, die es ihm ermöglicht, mit allen Instanzen der Moderne leicht ins Gespräch zu kommen.
Nachdem er von Kardinal Angelo Bagnasco im Jahr 2005 zum Bischof geweiht worden war, zeigte er in der Leitung der Diözese von La Spezia eine große pastorale Inspiration, vor allem durch seinen direkten und persönlichen Kontakt zu den Priestern, den Seminaristen (die Zahl der Berufungen ist seit seiner Ankunft erheblich gestiegen) und bei den Pastoralbesuchen, die er von Pfarrei zu Pfarrei, auch in den kleinsten Gemeinden, durchgeführt hat. Er ist den Jugendlichen, Erwachsenen und Kindern persönlich begegnet und hat die Kranken in ihren Häusern besucht. Msgr. Moraglia wollte sich sogar zum Beichte-Hören in den von ihm besuchten Pfarreien zur Verfügung stellen.
Die Klarheit seines theologischen und philosophischen Denkens und die unmittelbare Güte seines menschlichen Wesens ermöglichten ihm einen intensiven Dialog mit den zivilen Behörden von La Spezia, die einem kirchlichen Empfinden notorisch fern stehen und von einem gewissen Laizismus geprägt sind. In diesem Sinne ist Msgr. Moraglia gewiss ein Mann der Kirche, der sich seinen Gesprächspartnern gegenüber verständlich macht und von dem man Argumente annehmen kann. Diesbezüglich vielsagend ist das Beispiel seiner Vermittlung, um die Arbeitsplätze der Arbeiter von San Giorgio zu retten.
Wie könnte man nicht an die diözesane Praxis des erstens Samstags im Monat erinnern: eine Wallfahrt frühmorgens zu einem Marienheiligtum, für alle offen: Jugendliche, Erwachsene, Senioren. Circa 500 Gläubige nehmen jedes Mal daran teil, um das Geschenk heiliger und zahlreicher Priesterberufungen zu erbitten. So haben sie das Seminar aufgefüllt! Indem sie einfach gemeinsam gelaufen sind, den Rosenkranz gebetet haben, die Eucharistie gefeiert und nach dem Ende der liturgischen Feier „Focaccia“ und Cappuccino miteinander geteilt haben!
Zu den vielen Gaben, die er in La Spezia hinterlässt, zählt sicher eine Kirche, die der Ewigen Anbetung (24 Stunden) geweiht ist: Vor zwei Wochen hat Moraglia das Allerheiligste Sakrament eingesetzt und schon gibt es Hunderte von Jugendlichen, Erwachsenen, Kindern und Familien, die sich bei der Anbetung abwechseln.
Wegen der Überschwemmung, die seine Diözese getroffen hat, schickte Moraglia alle seine Seminaristen los, um den Schlamm wegzuschippen und den Bewohnern Trost zu spenden. Dabei sagte er, dass man die Theologie außer über den Büchern “auf den Feldern, in der Nähe der Menschen durch Besuchen, Trösten und Schippen lernt ”.
[Übersetzung des italienischen Originals von Dr. Edith Olk] Zenit 1
Hans Küng bekommt den „Premio Nonino“ Spiritus cum spiritu
Immer im Januar mischt die Familie Nonino ihre Heimat Friaul mit der Verleihung des „Premio Nonino“ auf. Der Preisträger 2012, Hans Küng, übte naturgemäß Kritik am Papst. Von Jörg Bremer, Udine
Hans Küng ist der Gewinner des diesjährigen „Premio Nonino“.
Hans Küng stellte die anderen Preisträger des diesjährigen „Premio Nonino“ in den Schatten. Übermenschengroße Plakate kündigten einen Dialog des katholischen Theologen aus Tübingen mit dem in Kalifornien forschenden Neurologen Antonio Damasio im Theater von Udine im Friaul an – und schon eine Woche vor dem Ereignis waren alle 1500 Plätze vergeben sowie Küngs Werke in den meisten Buchhandlungen präsent.
Eine Jury hatte für die Grappa-Familie Nonino die Preisträger für 2012 ausgesucht. „Aber Küng hätte auch unsere Idee sein können, er ist für die Familie wichtig“, sagte Antonella Nonino. „Wir sind katholisch und brauchen die Botschaft Christi, wie er sich dem Menschen nähert, und nicht die Botschaft der Kirche, die uns Schuldgefühle gibt. Viele in Italien sind trotz des Papstes, aber wegen Küng in der Kirche.“ Küng meinte gerührt: „Ich kann mich des Eindrucks nicht erwehren, dass ich hier gemocht werde.“
Immer im Januar mischt die Familie Nonino ihre Heimat Friaul auf, und ganz Italien nimmt Anteil. Der „Premio Nonino“ ist neben die großen Literaturpreise Strega in Rom und Campiello im Veneto getreten. Einige Ausgezeichnete wurden später sogar Nobelpreisträger wie der Schriftsteller V. S. Naipaul und der Lyriker Tomas Tranströmer. Beim 37. Mal wurden jetzt der chinesische Lyriker Yang Lian, der britische Historiker Michael Burleigh und eben Küng ausgezeichnet, aber auch der Zichoriensalat in Rosenform aus der Region um Gorizia. Die Noninos wollen, dass nur der Salat aus dieser Region „Rosa di Gorizia“ heißen darf. Die Auszeichnung weist auf den Anfang des „Premio Nonino“ 1975 zurück, als es der Familie darum ging, die landwirtschaftlichen Besonderheiten der Region zu preisen.
Seither ist aus der Werbeaktion für Produkte der Region und den eigenen Grappa ein nationales Ereignis geworden. Hunderte Zuschauer erlebten in einer Halle der Brennerei die Preisverleihung mit, vor allen die Mittelständler, die aus dem Friaul eine blühende Region gemacht haben. Ein Freund der Familie kommentierte: „Für uns ist Rom weit weg und in gewisser Hinsicht Berlin näher. Wir verehren Frau Merkel, denn sie will nicht zulassen, dass sich Faulheit auf Kosten anderer lohnt.“ Ähnlich sieht es Cesare Romiti, einst Geschäftsführer von Fiat, der zu den Freunden der Familie gehört: „Wir brauchen den Klamauk der römischen Politik nicht. Wir arbeiten.“ Die Familie Nonino unterstützt Ministerpräsident Mario Monti und hofft darauf, dass er dem Druck der Politiker und Gewerkschafter widersteht, die sein Spar- und Wachstumsprogramm verwässern wollen.
„Stolz macht nur die eigene Leistung“, lautete der knappe Kommentar von Giannola Nonino. Sie ist die „Mutter Grappa“. Während ihr Mann Benito mit mehr als 70 Jahren weiter die Brennerei betreut und die drei Töchter für Verkauf und Marketing zuständig sind, prägt sie Familie, Unternehmen und gesellschaftliche Ideale. So stand sie jetzt in der Halle mit dem immer wieder leeren Grappa-Glas in der Hand und führte durch die Preisverleihung. Auch auf Wunsch Küngs traten zwei Chöre mit der Hymne „Va, pensiero“ (Flieg, Gedanke) der Gefangenen aus „Nabucco“ auf. Der eine Chor bestand aus taubstummen Kindern, die schwarz gekleidet mit weißen Handschuhen die Melodie in die Halle malten - die Noninos unterstützen die behinderten Jugendlichen.
Mit dem Lied wolle man nicht einer bestimmten Partei schmeicheln, sagte Giannola Nonino und meinte die „Lega Nord“, die diese Hymne pflegt. Küng fügte in dem fließenden Italienisch hinzu, das er sich an der Gregoriana während des Studiums angeeignet hat: „Ich denke bei diesem Lied nicht an die, die Italien spalten wollen, sondern an Italiens Einheit, wie sie Verdi vorschwebte.“ Er hoffe auf eine neue Wiedergeburt Italiens. „Es braucht ein Parlament, in dem die als ehrenwert Bezeichneten auch ehrenwert sind. Die Regierung Berlusconi stürzte Italien in die Krise, und Benedikt XVI. sagte dazu nicht eine Silbe. Hoffentlich unterstützt die Kirche jetzt Monti.“ Danach trug Küng in seiner Dankesrede sein Konzept vor, wonach es in einer Welt der Globalisierung auch eine „globale Ethik“ geben müsse.
Der Seitenhieb gegen den Papst, seinen früheren Kollegen, war kein Einzelfall. Später am Abend warf er der Kirche vor, mit Verboten zu agieren. Aber eine Autorität gebe sich selbst auf, wenn sie den Menschen nicht die Freiheit lasse. Er sehe sich im loyalen Streit mit dem Papst, sagte er. Das „römische System“ habe keine Zukunft mehr, es lebe abgeschlossen wie einst der Kreml: „Diese Kirche geht dem Bankrott entgegen, aber die katholische Kirchengemeinschaft lebt.“ Das zeigte sich zu später Stunde: Da hockten die Töchter Nonino zu Küngs Füßen und ließen sich eine Bibelstelle zu einem weiblichen Apostel interpretieren. F.A.Z. 30
Venedigs neuer Patriarch: Mitten unter den Menschen
Es war eine mit Spannung erwartete Entscheidung aus dem Vatikan: Wen würde Papst Benedikt als neuen Patriarchen von Venedig berufen? Den bewährten Kardinal Angelo Scola hatte der Papst im Juni letzten Jahres nach Mailand versetzt, in Italiens größte Diözese. Venedig ist der zweitwichtigste Bischofssitz im Land. Am Dienstag schließlich wurde die Berufung veröffentlicht: Neuer Patriarch von Venedig ist der bisherige Bischof von la Spezia, Francesco Moraglia.
Der Markusdom mit seinen byzantinischen Kuppeln ist ab nun seine Kathedrale. Die Aufgabe hat er mit einem Schuss Zaghaftigkeit angenommen, wie er uns im Interview wenige Minuten nach Bekanntmachung seiner Ernennung anvertraute:
„Mein Seelenzustand? Ich zittere ein wenig. Ich zittere, weil ich mich in einer Lage finde, die ich mir nie vorgestellt habe, und ich frage mich, was mich erwartet. Dann bin ich in die Kapelle gegangen und habe dem Herrn im Tabernakel gesagt: Nun, im Grund bist Du mit mir, also vertraue ich mich Dir an.“
Moraglia ist mit fast 59 Jahren ein junger Patriarch. Er lehrte Dogmatik und besitzt eine breite philosophische Bildung, die es ihm erlaubt, mit allen Instanzen der Moderne ins Gespräch zu kommen. In La Spezia leitete er früher u.a. das diözesane Kulturbüro. Alles kein Nachteil für einen Bischof im kunstsinnigen, eleganten Venedig. Freilich ist auch in der Lagunenstadt, wie überall sonst in Italien, die Wirtschaftskrise nicht vorübergegangen, ohne Spuren zu hinterlassen.
„Die kirchliche Realität nimmt klarerweise Teil an der sozialen, politischen, wirtschaftlichen und finanziellen Kontextualisierung, die diesen historischen Moment auszeichnet. Die Krise ist vorrangig anthropologisch-kulturell, erst nachher wirtschaftlich. Als Bischof versucht man, die Dinge auch vom Menschen aus zu betrachten und aufmerksam zu sein für das, was menschlich ist, was den Menschen ausmacht. Und alles, was menschlich ist, ist auch christlich, und alles, was christlich ist, gehört dem Menschsein zu. In dieser Perspektive versuche ich den derzeitigen kritischen Moment für Italien und Europa zu sehen.“
In Italien sind Jugendliche im Moment eine besonders gebeutelte Kategorie. Fast ein Drittel der jungen Menschen zwischen 14 und 30 Jahren haben keinen Job. Ein Thema, das den Bischof beschäftigt.
„Ich sage unseren Jugendlichen oft: ihr seid die Zukunft“ Aber das müssen wir ihnen auf kohärente Weise sagen, indem wir ihnen ein anderes Heute geben. Keine Arbeit in jungen Jahren zu haben, heißt auch viele wichtige Lebensentscheidungen aufschieben zu müssen, die sich wiederum auf die nachfolgenden Generationen auswirken. Darüber gilt es mehr nachzudenken.“
Patriarch Moraglia war 2005 zum Bischof geweiht worden. Schon in der Leitung der Diözese von La Spezia ließ er nach allgemeiner Aussage hohe Qualitäten als Seelsorger erkennen. Bei seinen Pastoralbesuchen ließ er auch kleinste Pfarreien nicht aus, begegnete den Jugendlichen, Erwachsenen und Kindern persönlich und machte Hausbesuche bei Kranken. Ein Bischof unter den Menschen. Das will er auch in Venedig fortsetzen.
„Ich denke, eine Maßnahme um Vertrauen zu gewinnen für einen neuen Bischof ist die, seine Leute zu lieben, und ihnen irgendwie zu vermitteln, dass es dieses Gefühl von Nähe gibt: in ihrer Mitte zu sein. Sicher, ein Bischof muss auch reden und leiten. Aber ich denke, das Reden und Leiten kann niemals davon absehen, dass man einer von ihnen sein muss, unter ihnen sein muss, wenn auch mit der eigenen Sendung des Bischofs.“
Vier Jahre lang war Moraglia in La Spezia. Besonders gern erinnert er sich an die Momente der Volksfrömmigkeit dort zurück. Speziell Wallfahrten: jeden Samstag frühmorgens zu einem Marienheiligtum, gemeinsam mit Jugendlichen, Erwachsenen, älteren Menschen. Mehrere Hundert Gläubige fanden sich jedes Mal ein, man feierte Messe und betete Rosenkranz, um das Geschenk von Priesterberufungen zu erbitten.
„Da gab es am Schluss immer die Begegnungen mit den Teilnehmern an diesen Wallfahrten, also nach dem eigentlichen religiösen Teil. Ich glaube, in diesem halben Tag pro Monat haben sich auf kirchlicher Ebene viele Dinge verändert, denn diese Menschen trafen wir dann in anderen Momenten des Kirchenlebens wieder. Und dann danke ich dem Herrn noch dafür, dass wir letzten Sonntag in unserer Diözese La Spezia die andauernde eucharistische Anbetung einführen konnten. 365 Tag im Jahr, rund um die Uhr, und in kürzester Zeit haben sich 700 Jugendliche, Erwachsene, Kinder und Familien gefunden, die sich bei der Anbetung abwechseln. Das ist vielversprechend.“
Die Diözese wird ihrem Bischof nachtrauern. Und das beruht auf Gegenseitigkeit.
„Ich verlasse La Spezia mit dem Gefühl, erst ganz am Anfang meines Amtes gewesen zu sein. Ich verlasse es mit viel Nostalgie, denn mit Gottes Hilfe habe ich mich dort sehr wohl gefühlt; ich danke dem Herrn für die vielen Begegnungen in den Gemeinden und die Erfahrung einer guten Berufungspastoral; die Zahl der Seminaristen ist von sieben auf 17 gestiegen, das macht Hoffnung, denn es braucht diesen Lichtstrahl auf die Zukunft, die im Priestertum liegt.“
Das Präsent-Sein unter den Leuten, das der Bischof seinen Priester-Lehrlingen vermitteln wollte, lehrte er sie auch auf sehr konkrete Weise, schreibt die Nachrichtenagentur zenit. Als es zu den großen Überschwemmungen in La Spezia kam, habe Moraglia alle seine Seminaristen losgeschickt, um den Schlamm wegzuschaufeln und den Bewohnern Trost zu spenden. Dabei sagte er, dass man die Theologie nicht nur in Büchern lernt, sondern auch „auf den Feldern, in der Nähe der Menschen und durch Besuchen, Trösten und Schaufeln“.
Nun also der Sprung in die Lagunenstadt. Was sind die Hoffnungen des neuen Patriarchen von und für Venedig?
„Die tiefsten Hoffnungen sind die, inmitten der Menschen zu sein als jener, der geschickt wurde, um dem Glauben zu dienen. Also nicht als Herr des Glaubens meiner Leute, sondern eher als Mitarbeiter der Freude dieser Personen. Das erste, was ein Bischof für seine Kirche tun muss, ist beten. Und dann unter den Leuten sein und wenn man zu einer Entscheidung kommt viel zuhören und „das Mögliche“ sehen. Das ist ja letztlich Seelsorge: sich in einer gegebenen Lage mit dem Möglichen zu messen.“
Die Patriarchen von Venedig werden traditionell zum Kardinal erhoben. Beim nächsten Konsistorium – nach jenem, das für den kommenden 18. Februar angesetzt ist - kann Moraglia also mit der Kardinalswürde rechnen. Damit wird er Papstwähler – und vielleicht sogar selbst „papabile“. Im 20. Jahrhundert waren nicht weniger als drei Päpste venezianische Patriarchen, zuletzt Johannes Paul I. (rv/zenit 01.)
Katechesereihe zum Gebet: „Immer wieder Zeit der Stille suchen“
„Wollen wir immer wieder Zeiten der Stille und des persönlichen Gebetes suchen“: Diese Empfehlung hat Papst Benedikt den Teilnehmern an der Generalaudienz mit auf den Weg gegeben. An diesem Mittwoch betrachtete er vor Tausenden von Menschen das Beten Jesu. Auch dieser habe zum Gebet die Einsamkeit gesucht, so Benedikt in seiner Katechese über Jesu Beten im Garten Getsemani vor seiner Verhaftung.
„Es ist ein sehr persönliches Gebet. Jesus ist zwar zusammen mit seinen Jüngern, betend, singend zum Ölgarten gegangen, doch dann zieht er sich zurück, um allein mit seinem Vater zu sein. Freilich, während er sonst völlig allein betet, als der Sohn mit dem Vater, wünscht er hier, dass drei Apostel, Petrus, Jakobus und Johannes, in der Nähe bleiben. In der Nähe des Todes sucht er als Mensch menschliche Nähe. Wir sollen daran denken, dass der Herr in der Kirche sozusagen immer leidet und unsere Nähe sucht, dass wir in seine Nähe gehen und miteinander den Weg finden. In Anlehnung an Psalm 42 spricht er dann die Worte: „Meine Seele ist zu Tode betrübt“ (Mk 14,34; vgl. Ps 42,7). Er weiß um sein bevorstehendes Leiden und seinen Tod. In dieser drückenden Not wirft er sich auf die Erde. Das ist ein alter Gebetsgestus, der in der Kirche am Karfreitag und bei den Priesterweihen wiederholt wird, ein Gestus der vollkommenen Hingabe an den Vater, das sich hineinwerfen in ihn selbst, gleichsam. In dieser Geste der Hingebung betet er, dass die Stunde, wenn möglich, an ihm vorübergehe (vgl. Mk 14,35).“
Die alte Gebetsform des Niederfallens bringe „den Gehorsam Jesu gegenüber dem Willen des Vaters“ zum Ausdruck – „aber auch sein absolutes Vertrauen zu ihm“.
„Ganz in dieser inneren Haltung fährt er aber dann mit seinem Gebet fort: „Abba, Vater, alles ist dir möglich. Nimm diesen Kelch von mir! Aber nicht, was ich will, sondern was du willst, soll geschehen“ (Mk 14,36). Das aramäische „Abba“ entspricht unserem Wort „Papa“, mit dem sich Kinder vertrauensvoll an ihren Vater wenden. Dieses Wort drückt die ganz persönliche, einzigartige Beziehung des Sohnes Jesus zum Vater aus. Er weiß, beim Vater ist alles möglich, was er tut, ist gut.“
Jesus stimme „in den Willen des Vaters ein“, so Papst Benedikt. Er sage „sein Ja zu unserer Erlösung“, er verwandle „das Nein der Sünde, das seit den Tagen unserer Stammeltern dem Plan Gottes immer wieder entgegengesetzt wird, in das Ja zu seinem göttlichen Willen“.
„Wollen wir immer wieder Zeiten der Stille und des persönlichen Gebetes suchen und gerade in Stunden der Not vertrauensvoll unsere Sorgen dem himmlischen Vater übergeben. Wir wissen: Ihm ist alles möglich und er kann auch das Schwere zum Guten führen. Gott segne euch alle!” (rv 01.)
D: „Hier geht es um Christus, das macht uns den Zugang möglich“
„Und führe zusammen, was getrennt ist“: Unter diesem Motto steht dieses Jahr von Mitte April bis Mitte Mai die Heilig-Rock-Wallfahrt in Trier. Es ist die erste Heilig-Rock-Wallfahrt in diesem Jahrhundert – und sie betritt auch in anderer Hinsicht Neuland: Denn die evangelische Kirche wird sich an dem Großereignis in Trier beteiligen. Das sagt der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche Deutschlands, Präses Nikolaus Schneider.
„Hier kommen zwei Dinge zusammen, die typisch evangelisch und typisch katholisch sind: Wallfahrt ist etwas typisch Katholisches. Dieses Sich-auf-den-Weg-machen und mit dem ganzen Körper erfahren, sich auszurichten auf Christus - das ist eine Dimension des Glaubens, die wir neu entdecken. Dass in Trier ganz klar ist: Hier geht es um Christus, das ist eine Christus-Wallfahrt - das macht uns den Zugang möglich.“
Schneider nahm jetzt in Trier an einem ökumenischen Gottesdienst und einem ökumenischen Forum teil. Der rheinische Präses ermutigt im Gespräch mit dem Kölner Domradio alle evangelischen Christen, an der Heilig-Rock-Wallfahrt teilzunehmen.
„Weil wir eben nicht die Reliquien verehren, sondern weil wir ein Symbol als Ausgangspunkt für die Christusverehrung nehmen, um dabei neue Erfahrungen zu machen. Das ist eine wichtige Dimension. Denn zum Glauben gehört auch die Glaubenserfahrung. Glaube geht nicht alleine über den Kopf, sondern ist etwas, was mich als ganzen Menschen erfasst. Und dazu gehört eine solche Wanderung und die Konzentration, die damit verbunden ist, die Gespräche, die damit verbunden sind, das öffentliche Bekenntnis, das damit verbunden ist - das alles gehört zusammen. Und diese Dimension wollen wir als Evangelische auch gerne neu lernen.“
Gleichzeitig, so Präses Schneider, haben die Evangelischen auch vieles einzubringen: die schon erwähnte Konzentration auf Christus etwa, oder „die Konzentration auf die Schrift und damit eine Kraft jenseits aller dogmatisch-theologischen Erkenntnisse, die uns auch neue Horizonte des Glaubens und der Glaubenswahrheit erschließt“.
Kardinal Koch: Spaltung nicht kleinreden
Der Ökumene-Verantwortliche des Vatikans warnte am Mittwoch in Trier davor, die Spaltung der Kirchen kleinzureden. Es mache ihm zu schaffen, wenn vor allem die positiven Seite der Kirchenspaltung hervorgestrichen würden, die Christen aber an der „zutiefst anormalen Situation nicht mehr so leiden, wie es sich geziemen würde“. Das meinte Kardinal Kurt Koch auf dem Ökumenischen Forum. Der Generalsekretär des Weltrates der Kirchen, Olav Fykse Tveit, wandte sich gegen den Eindruck eines ökumenischen Stillstands.
Die evangelisch-methodistische Bischöfin Rosemarie Wenner zitierte eine Selbstverpflichtung aus der 2001 von den europäischen Kirchen verabschiedeten „Charta Oecumenica“: „Wir verpflichten uns, auf allen Ebenen des kirchlichen Lebens gemeinsam zu handeln.“ Von einer praktischen Umsetzung seien die Kirchen noch weit entfernt.
Hintergrund
Anlass der Heilig-Rock-Wallfahrt 2012 ist ein historisches Datum: 1512 wurde der als Tunika Christi verehrte Stoff auf Drängen Kaiser Maximilians I. (1459-1519) und zunächst gegen große Vorbehalte des Trierer Erzbischofs und des Domkapitels aus dem Hochaltar des Domes entnommen. Dort war sie jahrhundertelang unsichtbar verborgen gewesen. Um sich des Glaubens zu vergewissern, wollte man zu dieser Zeit die „Heiltümer“ sehen, die an das Leben Jesu Christi, sein Menschsein und sein Leiden und Sterben zu unserem Heil erinnern. Als die Leute vom Vorstoß des Kaisers hörten, der zu einem Reichstag in Trier weilte, erstritten sie sich sozusagen in einer „Bewegung von unten“ die erste Wallfahrt. Dieses Großereignis fand fünf Jahre vor der Reformation statt. Es bildete den Anfang einer Reihe von Wallfahrten, die sehr viele Menschen nach Trier führten und in ihrem Glaubensleben stärkten. Allerdings war ihre konkrete Gestaltung auch Ausdruck der Krise der Kirche jener Zeit und ihrer Frömmigkeit. Manche bekannten Auswüchse führten mit Recht zur Kritik der Reformatoren und liegen mit am Wurzelgrund der Kirchenspaltung, die bald darauf folgte. (domradio/kna/bistum trier 01.)
Präfekt der Ordenskongregation: „Qualität des Ordenslebens ist entscheidend“
An diesem Donnerstag-Spätnachmittag feiert Papst Benedikt XVI. im Petersdom einen Vespergottesdienst mit Ordensleuten – Anlass ist der 16. „Tag des geweihten Lebens“. Dieser wird auf eine Entscheidung von Papst Johannes Paul II. hin jährlich am zweiten Februar, dem „Tag der Darstellung des Herrn“, begangen, welcher im Volksmund auch als „Mariä Lichtmess“ bekannt ist. Anliegen für den Tag des geweihten Lebens ist das Danken für (und das Bitten um) Menschen, die sich ganz Gott zur Verfügung stellen. Das erklärt der Präfekt der vatikanischen Ordenskongregation, der brasilianische Erzbischof Joao Braz de Aviz, im Gespräch mit Radio Vatikan:
„Am Tag der Erscheinung des Herrn wollte Papst Johannes Paul II. den ,Tag des geweihten Lebens' begehen, und Papst Benedikt XVI. hat diese Tradition fortgesetzt. Dieser Tag hat eine wichtige Bedeutung, denn die Berufenen und Geweihten sind zu einem Leben mit besonderen Werten bestimmt - in der Gegenwart und für die Zukunft. Diese Menschen sind feste Orientierungspunkte für die Kirche und Gläubigen.“
„Qualität des Ordenslebens ist entscheidend“Die sinkende Zahl der Ordensleute sei „ein typisch europäisches Phänomen“, gibt Braz de Aviz in einem aktuellen Interview mit der Vatikanzeitung „Osservatore Romano“ an. Freilich seien mittlerweile auch in den USA, in Kanada, in Australien und in geringerem Maße auch in Lateinamerika ähnliche Tendenzen zu beobachten. In Asien und Afrika aber passiere das Gegenteil: Dort wächst die Zahl der Ordensleute und der Berufungen enorm. Man müsse die „tiefen Gründe“ dieser Entwicklung verstehen, so der Präfekt, der eine Art „Identitätskrise“ der Orden als eine Ursache vermutet:
„Die jungen Leute glauben an eine tiefe Beziehung zu Gott. Ich denke – das ist meine persönliche Einschätzung – , dass eine der Ursachen in einer Erkrankung der menschlichen Beziehungen liegt. Wir sind heute nicht mehr in der Lage, uns als eine Bruderschaft zu verstehen. Es ist kein Zufall, dass viele geweihte Ordensleute deshalb austreten – nicht, weil sie nicht mehr ihre Berufung spüren, sondern weil sie sich nicht mehr wohl in der Gemeinschaft fühlen. Das ist ein Phänomen, das Aufmerksamkeit verdient, weil es in gewisser Weise neu ist. Es hat mit der Globalisierung und der menschlichen Suche nach dem Glück zu tun.“
Wo die Qualität des Ordenslebens hoch sei, da entstehe dagegen eine „neue Sensibilität“, resümiert Braz de Aviz. Der Brasilianer folgte im Januar 2011 Kardinal Franc Rodé im Amt nach, der die Ordenskongregation seit 2004 geleitet hatte. Die Vesper für die Ordensleute mit Papst Benedikt überträgt Radio Vatikan an diesem Donnerstag live ab 17.20 Uhr, und mit deutschem Kommentar. Unser Kommentator ist P. Bernd Hagenkord SJ. (asca 02.)
Italien: „Wir brauchen keine Helden, sondern Leute, die einfach ihre Pflicht tun“
Erst demolierten Unbekannte sein Auto. Dann fand er, vor ein paar Tagen, einen blutigen Schweinekopf vor seinem Pfarrhaus: eine deutliche Warnung durch die `Ndrangheta, die neapolitanische Mafia. Doch Pfarrer Ennio Stamìle aus Cetraro in der süditalienischen Provinz Caserta will sich nicht einschüchtern lassen. Der Geistliche ist bekannt für seine ablehnende Haltung gegenüber der Mafia, die er in seinen Predigten zum Ausdruck bringt.
„Wahrscheinlich ist das einfach eine Reaktion auf unsere seelsorgliche Arbeit, die manchmal auch zur „denuncia“ werden muss, zur Anklage. So lehrt uns das übrigens die Soziallehre der Kirche, etwa die Enzyklika Solicitudo rei socialis von Johannes Paul II: Danach gehört die „denuncia“ zu unserer prophetischen Aktion. Natürlich kommt zuerst „annuncio“, also Verkündigung, aber dann eben auch die „denuncia“, die Anklage. Es ist doch klar, dass wir nicht schweigen können angesichts des Bösen, das immer besorgniserregender wird – weil es die Armen, die Einzelnen, die Älteren und sogar die Behinderten mit einbezieht. Wie sagt doch Jesaja: Um der Liebe zu meinem Volke willen kann ich nicht schweigen!“
Schade nur, dass „in einigen Kreisen der Unterentwicklung und Unterkultur“, wie Don Ennio formuliert, seine „denuncia“ nicht als Aufruf zur Bekehrung aufgenommen wird, sondern „als eine Art Herausforderung“. Er wolle eigentlich gar nicht von den Medien das Etikett des Anti-Mafia-Priesters aufgeklebt bekommen.
„Der Priester ist als Christ gegen niemanden! Wir stehen auf der Seite der Menschen: jedes Menschen, auch des Menschen, der Übles tut. Das ist unsere Mission! Wir haben keine Interessen zu verteidigen, sondern eine prophetische Funktion auszuüben. Und das wird leider nicht verstanden. Mir tut das sehr leid, weil dadurch das Bild dieser außerordentlichen Region Kalabrien verfinstert wird, einer Region, in der außerordentliche Menschen leben und viel Gutes tun, in aller Stille, junge und nicht mehr so junge.“
Die `Ndrangheta verdüstert nicht nur das Image ihrer Herkunftsregion Kalabrien, wo sie im 19. Jahrhundert entstand: Ihre Fangarme reichen mittlerweile bis nach Südamerika, Russland oder Australien. Man schätzt ihren Jahresumsatz auf 44 Milliarden Euro; das würde sie zur stärksten Mafiabande Europas überhaupt machen. Auch die Mafiamorde von Duisburg im Jahr 2007 gehen auf ihr Konto. Was tun gegen diese Mafia? Don Ennio im Gespräch mit Radio Vatikan:
„Wir brauchen keine Helden, wir brauchen vielmehr Leute, die einfach nur ihre Pflicht tun, trotz ihrer Grenzen oder Schwächen – nur das brauchen wir! Helden brauchen wir keine, allerdings haben wir welche, auch wir hier in Cetraro und anderswo in Kalabrien: Menschen die von der `Ndrangheta ermordet wurden. Nicht nur Politiker, sondern auch Staatsanwälte, auch Priester. Also, Helden haben wir schon. Jetzt fehlen uns noch Leute, die sich täglich für das Gute einsetzen, für die Gerechtigkeit, für die Legalität und Solidarität!“
Anders gesagt: Nein zur Grauzone. Dabei ist auch diese Grauzone dem Pfarrer von Cetraro durchaus vertraut.
„Vor allem schwächere, jüngere Leute sagen: Hier in Kalabrien gibt`s ja keine Arbeit, darum müssen wir zur ´Ndrangheta gehen, die gibt uns einen Job. Also treten wir ihr bei...“
Gegen diese resignative Haltung, die viele in den Dienst der Mafia rutschen läßt, ruft Don Ennio zu einem Aufstand der Anständigen:
„Wir werden jetzt sicher nicht stehenbleiben, im Gegenteil! Warum sollten wir uns jetzt einschüchtern lassen? Absolut nicht! Wir sind ja auch nicht allein: Wir haben viele Menschen auf unserer Seite, und auch der Herr ist mit uns. Wie Paulus sagt: Nichts kann uns scheiden von der Liebe Christi. Wir tun einfach das, was wir zu tun haben. Auch wenn wir keine Helden sind – absolut nicht.“
(rv 01.)
Die Kirche unserer Zeit und in unserer Region leidet am Priestermangel. Es ist nicht die einzige und vielleicht auch nicht die wichtigste Schwäche unserer Gemeinschaft. Man bedenke immerhin die große Schwächung unseres Glaubens, die nicht zuletzt auch, wenigstens teilweise, für den Priestermangel mitursächlich ist. Aber der Mangel schlägt sich auch sichtbar nieder im Zusammenschließen vieler Gemeinden und irgendwo auch an der Veräußerung und am Funktionswechsel von Kirchen.
Gegenüber diesem Mangel sind wir ziemlich hilflos. Mindestens müssen wir zugeben, dass unsere klassischen Wege der Berufungspastoral nicht mehr recht gangbar sind. Man denke an Einladungen zum Besuch der Priesterseminare und der Ordenshäuser, aber auch andere Mittel der „Werbung" sind viel schwächer geworden, wie das Ansprechen junger Menschen durch Pfarrer und Religionslehrer in den Schulen und in der Jugendarbeit.
Wir müssen also neue Zugangswege suchen. Oder ist es vielleicht besser, von neuen Wegen zu sprechen, die Gott uns eröffnet und die einige Menschen uns durch ihre eigene Lebensgeschichte schon zeigen?
Dabei muss man - davon bin ich tief überzeugt - davon ausgehen, dass jeder Christ, durch Glaube und Taufe ein solcher geworden, eine eigene Berufung hat. Der hl. Paulus lehrt uns, dass man sich dabei nichts Spektakuläres vorstellen muss: auffällige, provozierende und wundersame Ereignisse. Charismen (Geistesgaben), wie wir diese Berufungen auch heißen, sind oft unscheinbar, verborgen, im Alltag bewährt und treu. Diese Berufungen sind das Fundament für unser christliches Leben, und zwar für alle: Männer und Frauen, Junge und Alte, einfache Menschen und Intellektuelle, Eheleute und Unverheiratete.
An dieser Stelle setzt schon seit langem bei mir selbst etwas Zweifaches ein, einerseits eine spirituell-theologische Überlegung und andererseits reale Erfahrungen. Beides soll uns das Gesagte etwas konkreter nahebringen.
Die christliche Berufung erschöpft sich nicht einfach in Taufe und Firmung allein. Schon die ersten Christen sagten, dass das christliche Leben ein „Weg" ist. Wie Gott im Alten Bund mit seinem Volk mitzog und es durch alle Höhen und Tiefen begleitete, so gibt es auch eine Wegbegleitung jedes Christen durch Gottes Geist in seiner persönlichen Lebensgeschichte, wenigstens wenn wir offen und aufmerksam bleiben für Gottes Spuren in unserem Leben. Oft sind wir für solche Wandlungen und Anrufe auf unserem Weg aber gar nicht offen und gerüstet.
Es muss nicht immer so sein wie beim hl. Nikolaus von Flüe, der seine göttliche Berufung so auffasst, dass er Frau und Kinder verlässt. Schon eher leuchtet uns ein, dass z. B. eine Ordensfrau sich fragt, ob sie nicht in einer anderen geistlichen Tradition zu mehr oder eventuell zu einem anderen Leben gerufen ist. Auch sagen mir manche Mitbrüder in den Gesprächen vor der Priesterweihe, dass sie immer noch mit sich ringen, ob sie nicht doch in einen Orden eintreten werden. Wir lassen dies offen, bis jemand dort ein neues Leben versucht oder auch wieder gerne als Weltpriester in das Bistum zurückkommt. Es muss jedenfalls in einer positiven Weise offen bleiben, dass es solche Wege innerhalb christlicher Berufungen gibt.
Auf der anderen Seite gibt es dazu auch neue Erfahrungen, die mir gerade in letzter Zeit innerhalb und außerhalb unseres Bistums begegnet sind. Junge Menschen lernen einen Beruf und haben auch guten Erfolg. Sie spüren aber im Lauf der Jahre, dass sie von dem, was sie täglich umtreibt, nicht ausreichend befriedigt sind. Sie haben jedoch durchaus Freude an ihrem Beruf. Sie laufen nicht einfach weg. Es ist schon gar keine Flucht. Aber nicht wenige kommen dann jenseits des 30. Lebensjahres vor die Frage, ob sie nicht einen neuen Weg gehen sollten, der im Glauben fundiert ist, aber auch unmittelbar mit den Fragen und Nöten der Menschen zu tun hat. Dabei kennen sie den Menschen aus ihrer Alltagserfahrung recht gut und wissen, wovon sie reden.
Dies ist mir in letzter Zeit öfter begegnet. Dies ist gewiss kein breiter Königsweg, auf dem wir viele Berufungen gewinnen und uns vom Priestermangel befreien könnten. Aber wir sollten doch wohl mehr auf solche neuen Wege, die Gott mit uns geht, achten. Es geht um den Einzelnen. Vielleicht gibt es doch mehr Menschen, die sich auf diese weiteren Wege Gottes ansprechen lassen. Jedenfalls wird eine künftige Berufungspastoral solche Zugangsmöglichkeiten im Auge behalten. Diese Aufmerksamkeit müssen wir neu lernen. Karl Kardinal Lehmann, Bischof von Mainz
"Glaube und Leben" vom 5. Februar
Zur Stellung der Frau in der Kirche
Die deutschen Bischöfe haben in dem Wort „Zu Fragen der Stellung der Frau in Kirche und Gesellschaft“ vom 21.09.1981 folgende theologische Leitlinie für das Verständnis und Verhältnis von Männern und Frauen in der Kirche dargelegt: „Mann und Frau sind gleich als Person“ (S. 8), „in der Ausprägung ihres Menschseins verschieden“ (S. 12) und aufgrund dieser anthropologischen Unterscheidung „auf gegenseitige Partnerschaft angewiesen“ (S. 16). Für den Bereich der Kirche sagten die Bischöfe damals zu, sich dafür einzusetzen, dass „Frauen zu allen Diensten zugelassen werden, die theologisch möglich, pastoral sinnvoll, angemessen und notwendig sind“ (S. 19).
In den 90er Jahren kommt die Diskussion um die Zulassung von Frauen zu den Ämtern des Diakons und des Priesters erneut und verschärft auf. Die Glaubenskommission der Deutschen Bischofskonferenz versuchte eine theologische Klärung, deren Ergebnisse 1999 in dem Buch „Frauen in der Kirche“ von dem damaligen Professor Gerhard Ludwig Müller, dem heutigen Bischof von Regensburg, herausgegeben wurden.
Die verbindlichen Lehraussagen in „Ordinatio sacerdotalis“ vom 22. Mai 1994 und in der Stellungnahme der Glaubenskongregation vom 28. Oktober 1995 über die Nichtzulassung von Frauen zur Priesterweihe haben die Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz und die einzelnen Diözesen verstärkt nach Wegen suchen lassen, um gezielt Frauen in den verantwortlichen Positionen der Kirche zu fördern, die die Weihe nicht voraussetzen.
Unbestreitbar ist, dass sich in den vergangenen 30 Jahren die Situation für die Frauen auch in der Kirche entscheidend verändert hat. Es ist heute selbstverständlich, dass in den Pfarreien Mädchen als Ministrantinnen und Frauen als Lektorinnen und Kommunionhelferinnen tätig sind. Frauen werden als Vorsitzende von Pfarrgemeinderäten und Verwaltungsräten gewählt, sie stellen die Mehrzahl der Studierenden in der Theologie und Religionspädagogik, zwei Drittel aller Gemeinde- und Pastoralreferenten sind Frauen. Es gibt Theologieprofessorinnen, Direktorinnen an katholischen Schulen und Akademien, Frauen, die wichtige kirchliche Gremien moderieren, diözesane Einrichtungen oder kirchliche Unternehmen leiten. In den bischöflichen Kommissionen wirken Beraterinnen mit.
Was hat sich in diesem Zusammenhang in den letzten Jahren in unserer Diözese getan? Eine Frau ist seit 2002 meine persönliche Referentin, eine Frau ist seit 2011 stellvertretende Leiterin des Bischöflichen Seelsorgeamtes, eine Frau ist seit einigen Monaten Direktorin der Wissenschaftlichen Bibliothek im Priesterseminar; alle drei Lehrstühle der Katholisch-Theologischen Abteilung der Universität Kassel sind mit Frauen besetzt; zum 1. Januar ist eine Frau zur Rechtsdirektorin im Bischöflichen Generalvikariat berufen. Das alles sind erste wichtige Schritte.
Die Möglichkeiten jedenfalls, die jungen Frauen in ihren Pfarreien und Bistümern heute grundsätzlich offen stehen, waren für die Generation ihrer Mütter und Großmütter weithin noch nicht zugänglich.
Die Nichtzulassung von Frauen zum Diakonen- und Priesteramt kann nur dann als vereinbar mit der Wertschätzung der besonderen Gaben von Frauen verstanden werden, wenn die theologisch-anthropologischen Hintergründe und die christologischen und kirchlichen Implikationen vermittelt und nichtdiskriminierende Folgerungen für die Frauen in der Kirche aufgezeigt werden können. Um was es geht, wird gut zusammengefasst im Nachsynodalen Apostolischen Schreiben über die Berufung und Sendung der Laien in Kirche und Welt (Christifideles Laici) aus dem Jahr 1988: „Es ist unbedingt notwendig, von der theoretischen Anerkennung der aktiven und verantwortlichen Präsenz der Frau in der Kirche zur praktischen Verwirklichung zu kommen“ (Nr. 51).
In den kommenden Jahren wird es noch mehr darum gehen, die Selbstverpflichtung der deutschen Bischöfe, Frauen in all den Bereichen zu fördern, in denen dies unter Wahrung der theologischen und kirchenrechtlichen Vorgaben möglich ist, umzusetzen. Bischof Heinz Josef Algermissen
„Bonifatiusbote“ vom 5. Februar
Auf der Suche nach dem englischen Glauben in Rom
Gespräch mit einem Dozenten der ältesten englischen Institution im Ausland anlässlich runden Jubiläums - Von Ann Schneible
ROM - Am Wochenende feierte das Ehrwürdige Englische Kolleg sein 650-jähriges Bestehen. Die älteste englische Institution außerhalb Englands wurde ursprünglich als Herberge für englische und walisische Rompilger gegründet.
Im Jahre 1579 wurde es zu einem Priesterseminar, als England das Verbot der Priesterausbildung aussprach. Während dieser Zeit der Verfolgung wurden mindestens 44 der Kolleg-Studenten gleich nach ihrer Rückkehr nach England aufgrund ihres Glaubens als Märtyrer hingerichtet. Heutzutage setzt das Kolleg seinen Dienst an der Kirche Englands durch die Ausbildung von Priestern und durch die Aufnahme von Pilgern fort.
ZENIT sprach mit Pater Anthony Milner, Dozent des Ehrwürdigen Englischen Kollegs, im Rahmen dieses bedeutenden Jubiläums über die Geschichte des Kollegs.
ZENIT: Was können Sie uns zum Thema Pilgerfahrten sagen, insbesondere zu deren Bedeutung für englische Katholiken?
P. Anthony Milner: Unsere Geschichte geht genau auf dieses Thema der Pilgerfahrten zu Beginn der Heiligen Jahre 1300 und 1350 zurück. Zu diesem Zeitpunkt gab es in Rom in gewisser Form bereits eine religiöse Gemeinschaft, ein Zusammenschluss von Geschäftsleuten. Viele von ihnen gingen in der Tat einer Beschäftigung im Zusammenhang mit den Pilgerreisenden nach, insbesondere dem Verkauf von Rosenkränzen und ähnlichem, was aus alten Dokumenten hervorgeht. Doch hatten sie es nicht leicht und einige Geschichten berichten von Pilgern, die schlecht behandelt wurden. So beschloss die Gemeinschaft, dass sie einen sicheren Ort benötigten, wo man die englischen Pilger bedienen konnte. Und so richteten sie die Herberge als einen Ort ein, um Pilger aufzunehmen. Pilgern mit begrenzten Mitteln wurden acht Tage Kost und Logis zur Verfügung gestellt, den wohlhabenderen Pilgern drei Tage.
In jenen Tagen lange vor der Reformation war England ein katholisches Land. Deshalb reisten viele Menschen von und nach Rom und unternahmen Pilgerfahrten nach Rom, vor allem, als Rom ab dem 14. Jahrhundert wieder aufblühte nach einer gewissen Zeit, in der es in Bedeutungslosigkeit versunken war.
Seitdem hat es immer Pilger aus England gegeben, auch wenn deren Anzahl, wie wir wissen, während der Zeit der Reformation abnahm. Zu jenem Zeitpunkt im 16. Jahrhundert wurden wir zu einem Seminar. Doch 200 Jahre lang war dies vor allem ein Ort, um Pilger zu empfangen.
Obwohl wir die Anzahl der heutigen Pilger nicht beherbergen können, (auch wenn wir einige Gästezimmer haben), kommen tatsächlich noch viele Pilgergruppen zu uns. Ich erinnere mich an das Jahr 1987 zurück, als ich noch Student war, und wir hier anlässlich der Seligsprechung mehrerer englischer Märtyrer viele Gruppen empfingen und willkommen hießen. Viele feierten hier Gottesdienst und fanden eine Kontakt- und Anlaufstelle, wo sie ein Stück England vorfanden. Sie fühlen sich einfach wie zu Hause, wenn sie freundlich von Menschen empfangen werden, die ihre Sprache sprechen.
Gewiss betrachten wir das Ethos dieses Orts als Herberge für Rompilger als einen Teil unseres Erbes und als einen Teil unserer Tätigkeit. Was die Ausbildung der Studenten anbelangt, so empfangen hier viele unserer Student andere Menschen als Gäste, als eine Art des pastoralen Dienstes im weiteren Sinne. Die Studenten tun dies sehr gerne und natürlich gefällt es den Menschen, willkommen geheißen zu werden.
ZENIT: Können Sie unseren Lesern erläutern, welche Rolle das Erbe des Kollegs bei der Ausbildung der Seminaristen spielt?
P. Anthony Milner: Während der ersten hundert Jahre des Bestehens dieses Seminars, im Jahre 1579 riskierten Studenten, die zurück nach England gingen, das eigene Leben. Mindestens 44 unserer Studenten wurden in England als Märtyrer angesehen und hingerichtet. Tatsächlich sind zehn von diesen kanonisierte Märtyrer. Von den übrigen wurden bisher 26 selig gesprochen. So wurden insgesamt 36 als Märtyrer offiziell zur Ehre der Altäre der Kirche erhoben, was selbstverständlich ein bedeutendes Erbe und ein Teil unserer Geschichte darstellt, die noch heute die Ausbildungform unserer Seminaristen beeinflusst.
Zum Glück sind die Seminaristen heutzutage nicht mehr solchen Gefahren ausgesetzt, doch besteht noch immer die Idee, ein Missionar zu sein, der bisweilen auf eine feindliche Umwelt trifft. In der Lage zu sein, das Evangelium zu predigen, auch wenn die Leute nicht besonders daran interessiert sind, es zu hören, ist keine schlechte Sache.
Die positive Ausstrahlung Roms als Ort des Glaubens, hierher zu kommen, an den Ort der hl. Peter und Paul, den Ort so vieler Heiligen und Märtyrer, zum ad limina apostolorum Besuch anzureisen - all diese Dinge nehmen unsere Studenten ganz bewusst wahr. Natürlich vermitteln sie diesen Glauben denjenigen, die als Pilger hierher kommen. Wenn Menschen uns besuchen, ist das nicht einfach ein Ort von touristischem Interesse; es ist ein Ort, wo man den katholischen Glauben als etwas sehr Englisches erkennen kann. Es gibt in England einige Menschen, die den Katholizismus in gewisser Weise als einen ausländischen Glauben betrachten, dabei war er bis zur Reformation der Glaube Englands. Dem Englischen Kolleg haftet noch immer etwas sehr Englisches an. Das ist ebenfalls ein sehr wichtiger Teil unseres Bestehens.
ZENIT: Was hat es mit der Te Deum Hymne für das Ehrwürdige Englische Kolleg auf sich?
P. Anthony Milner: In unserer Kirche befindet sich ein sehr wichtiges Gemälde, das als Bild des Märtyrers bekannt ist. Es wurde von Durante Alberti im Jahre 1581, zwei Jahre nach der Gründung des Seminars gemalt. Jedes Mal wenn die Studenten erfuhren, dass einer von ihnen in England hingerichtet worden war, versammelten sie sich in der Kirche vor diesem Gemälde und vor dem Herrn und sangen das Te Deum als Danksagung für das Leben des Studenten. Deshalb halten wir an dieser Tradition fest. Gegenwärtig ist dies immer am 1. Dezember der Fall, dem Jahrestag des Martyriums von Ralph Sherwin, des ersten unserer Märtyrer aus dem Jahre 1581. Doch auch zu Beginn des neuen Jahres singen wir das Te Deum und dann dachten wir, es sein angemessen, es anlässlich dieses 650. Jubiläums unserer englischen Präsenz hier zum Abschluss der heiligen Messe zu singen, die am genauen Datum des Gründungstags stattfindet. Auch der Kardinal hätte dies getan, als er Rektor war.
[Übersetzung des englischen Originals von Sabrina Toto] zenit 1
Buch zum Dialogprozess zur Zukunft der Kirche erschienen
Kassel. In dem neu erschienen Buch „Gewagte Aufbrüche“ sammelt Herausgeber Marcus C. Leitschuh (Kassel) Beiträge zum Dialogprozess zur Zukunft der katholischen Kirche. In diesem auf vier Jahre angelegten Gesprächsprozess zwischen Deutscher Bischofkonferenz und Verbänden, Räten auf Bistumsebene, dem Zentralkomitee der deutschen Katholiken, Theologen und Laien geht es darum, der Kirche der Zukunft den Weg zu bereiten. Dazu nimmt eine Reihe von Persönlichkeiten in diesem Band Stellung, so der Hamburger Weihischof Hans-Jochen Jaschke, Staatssekretärin Julia Klöckner, Schwester Jordana Schmidt („Wort zum Sonntag“), Publizist Matthias Matussek, Autor Andreas Püttmann, Bischof Joachim Wanke (Erfurt) oder Erzbischof Robert Zollitsch (Freiburg). Aus dem Bistum Fulda und der Evangelischen Kirche von Kurhessen-Waldeck sind Bischof Heinz Josef Algermissen, Regens Cornelius Roth sowie Bischof Martin Hein, Ulrich Parzany (ProChrist) und Günter Lehner (Bruderhilfe-Akademie) vertreten. „Die in ‚Gewagte Aufbrüche’ vorgelegte Mischung aus Grundsatzartikeln und aktueller Zeitansage, Standortbestimmung und Predigt, Gebet und kritischer Reflexion ist der bisher umfangreichste Beiträge zum Dialogprozess und dem aktuellen Gespräch zur Zukunft der Kirche“, so Leitschuh.
Von allen Autoren wird der Dialog gewürdigt, besonders von Alois Glück, Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), in seinem Vorwort: Dass wir im Jahr 2011 in einen Dialogprozess zur Zukunft der katholischen Kirche in Deutschland eingetreten sind, ist ein wichtiger Schritt für alle, die sich dem ‚aggiornamento’ von Papst Johannes XXIII. verpflichtet wissen. Es geht darum, der Kirche 2030 den Weg zu bereiten, der sich auch dieses Buch annähern will“, so Glück. Viele Texte entstanden mit Blick auf den Dialogbeginn in Mannheim oder in seiner Reflexion. „Ich habe in Mannheim erlebt, dass sich der Grundwasserspiegel des Vertrauens wieder gehoben hat durch die Bereitschaft, das eigene Suchen in eine neue Richtung zu wenden. Wer den eigenen inneren Richtungswechsel wagt, der kann einen Dialog führen“, so Bischof Franz-Josef Bode (Osnabrück), Vorsitzender der Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz, in seinem Vorwort.
Marcus C. Leitschuh (Hg.): Gewagte Aufbrüche. Beiträge zum Dialogprozess. Reihe „Topos Taschenbücher“, Band 810, 176 Seiten, Verlag Butzon und Bercker 2012, ISBN 978-3-8367-0810-4, 9,90 Euro. (bpf)
Entweltlichung heißt Entbürokratisierung
Der Appell des Papstes an die katholische Kirche in Deutschland wurde zuerst als Aufforderung verstanden, auf die Kirchensteuer zu verzichten. Dass der deutsche Sekretär des Papstes diese Position vertritt, ist bekannt. Jedoch würde – mit oder ohne Kirchensteuer – der Finanzbedarf der deutschen Kirche bleiben. Da der Papst nicht die Entweltlichung als Zielperspektive vorgegeben hat, sondern die „Klarheit des Zeugnisses“, würde auch bei der Abschaffung der Kirchensteuer das Haupthindernis weiter bestehen, welches die deutsche Kirche an der Klarheit des Zeugnisses hindert, nämlich die komplizierten Strukturen.
Sitzungen als Preis für den Strukturaufwand
Priester aus anderen Ländern, die als Pfarrer oder Pfarrvikar in das deutsche Kirchensystem Einblick gewinnen, staunen, welchen Zeitaufwand die Aufrechterhaltung und der ständige Umbau der Strukturen erfordert. Den bewältigen deutsche Diözesen ausnahmslos nicht ohne Beratungsagenturen. Statt McKinsey u.a. sollte man Bischöfe aus den USA, Lateinamerika, Afrika oder Asien als Berater einladen. Diese Kirchen leben auch in ihren Kulturen und politischen Systemen und könnten der deutschen Kirche die besseren Ratschläge geben. Denn der springende Punkt, den ein Soziologe mit seinem Begriffsinstrumentarium kaum zu fassen bekommt, ist das Religiöse selbst. Liegen hier nicht die Unterschiede zwischen der Sicht des Papstes, die im Übrigen den Mainstream der internationalen katholischen Kirche wiedergibt, und dem deutschen Episkopat mitsamt seinen Laiengremien, die sich innerhalb der Weltkirche schon lange in eine Außenseiterposition manövriert haben? Man nimmt dort noch gern das Geld aus Deutschland, aber nicht die pastoralen Ideen. Es geht nämlich um den Glauben selbst. Was unter der Hand geschehen ist: Weil die Strukturen nicht mehr aufrecht zu erhalten sind, personell und auch finanziell, muss die katholische Kirche ständig umgebaut werden. Das beschäftigt alle Gremien seit bald zehn Jahren. Als noch genügend Personal und Geld vorhanden waren, gab es mehr Inhalte. Aber bereits in den siebziger Jahren gab es die entscheidende Akzentverschiebung, die, ohne dass die Folgen bedacht wurden, das Religiöse selbst betrafen. Mit dem Willen, sich der Moderne anzupassen, geriet die Religion in die Hände der für die Moderne typischen Handlungstechniken. Sie organsierte sich nicht mehr vom Gottesdienst und der persönlichen Gebetspraxis her, sondern von den Sitzungen der „Gremien“.
Das religiöse Leben ist in Deutschland zuerst einmal das, was organisiert werden muss
Wenn man die deutschen Bischöfe, die Pfarrer und die Vertreter in den Laiengremien nach ihrer Präferenzen beurteilen will, dann steht seit mehr als 30 Jahren an erster Stelle die Sitzung. Denn ehe man aus ihrer Sicht religiös aktiv werden kann, muss diese Religiosität zuerst organisatorisch durchdacht und möglichst gut geplant werden. Wenn man sich in Sitzungen einig geworden ist, dann kann man auch Gottesdienste, ein Pfarrfest, ein Jubiläum feiern. Die Sitzungen beanspruchen zuerst die Kraft und den emotionalen Einsatz. Damit wird aber Religion etwas, das organisiert werden muss. Bei den einst lebendigen katholischen Verbänden beobachtet man, dass Satzungsänderungen die Mitglieder sehr viel mehr mobilisieren als Inhalte. Denn zuerst muss die Struktur stimmen. Dass das Gebet, eine Wallfahrt oder religiöse Besinnung das kirchliche Leben tragen, ist den deutschen Gremien fremd geworden. Auch die Bischofskonferenz tritt mit Sitzungsergebnissen an die Öffentlichkeit. Anders der Papst. Er gewinnt mit den gefeierten Gottesdiensten die größte Aufmerksamkeit. Benedikt XVI. stellt, anders als die Mehrheit derjenigen, die als Bischöfe oder Laienvertreter die katholische Kirche in Deutschland repräsentieren, fest: „Die geschichtlichen Beispiele zeigen: Das missionarische Zeugnis der entweltlichten Kirche tritt klarer zutage“. Es geht heute, greift man auf die von der Kirche im 11. Jahrhundert erzwungene Trennung vom Staat zurück, um eine Alternative zum islamischen Modell.
Die am Geld und den Planstellen orientierte Kirche
Die deutsche Kirche gehört zu den wohlhabendsten der Welt. Viele Immobilien und viel Personal erfordern einen hohen Verwaltungsaufwand. Zudem muss das Geld transparent verwaltet werden, d.h. möglichst viele sollen an Entscheidungen beteiligt werden. Da jede Personalstelle auch mit laufenden Zahlungen verbunden ist, braucht das hauptamtliche Personal viel Verwaltung. Da die Kirche wie jede vergleichbare Institution in der Moderne, ob Fernsehanstalt, Gewerkschaft oder Krankenversicherung, die Tendenz hat, das Heer der Hauptamtlichen immer weiter zu vermehren, gewinnen die bürokratischen Strukturen immer mehr faktischen Einfluss, obwohl alles demokratisch verläuft. Was in den siebziger und achtziger Jahren große Chancen versprach, nämlich mit mehr Hauptamtlichen mehr Gläubige für die kirchlichen Angebote zu gewinnen, ist jetzt zum Seil geworden, an dem sich die Bistümer strangulieren. Je größer die Verwaltungen wurden, desto mehr sank das Kreativitätslevel. Neues wird zwar versucht, aber die bürokratischen Fesseln lassen es nur kurz aufflackern. Auch ein Papstbesuch verpufft in seiner Wirkung, vor allem dann, wenn er mit seinen Worten nicht die Ochsentour durch das deutsche Gremienwesen antritt. Die katholische Kirche in Deutschland erscheint wie eine Stadt mit hohen Mauern, der der Herold aus Rom etwas zuruft, was aber nicht durch die Mauern dringen kann. Dieses Phänomen ist nicht moralisch zu beurteilen, es sind die Strukturen, die das klare Zeugnis nicht nur immer mehr verdecken, sondern die sich seit Jahren selbst als Thema Nr. 1 an die Spitze der Agenda gestellt haben.
Es fehlt an Themen – nicht nur der FDP
Wenn man die der Mehrheit der deutschen Theologieprofessoren folgt, dann würde die Abschaffung der Zölibatsverpflichtung, die Zulassung wiederheiratet Geschiedener zum Kommunionempfang und eine kirchliche Verwaltungsgerichtsbarkeit die Probleme lösen. Das Versprechen heißt: Bereinigt Widriges, passt Euch mehr der dem bundesrepublikanischen Mainstream an und die katholische Kirche wird in neuem Licht erstrahlen. Welches Licht soll denn dann scheinen? Und wer bringt es zum Strahlen? Ein Blick auf die FDP sollte der katholischen Kirche in Deutschland zeigen, wohin sie bereits geraten ist: Wer nur Themen der Vergangenheit hat, bei der FDP sind es die wirtschaftliche Freiheit für Unternehmer und Steuersenkung, der verliert seinen Platz im Konzert der Stimmen. Jeder sieht, dass der FDP mit Strukturreformen nicht geholfen ist. Wie die FDP kommt die katholische Kirche nur weiter, wenn sie sich im Heute einfindet. Die vielen Fragen, wie man etwa religiös in der Postmoderne leben soll, bleiben im Gewirr der Strukturdebatten hängen. Diese werden mit einem solchen Elan verfolgt, ohne dass jemand die Kraft der Reflexion aufbringt, wie sich die katholische Kirche über eine Dekade in einer Diskussion verwickeln ließ, die tatsächlich das Zeugnis verdunkelt und ihr zudem ein Image verleiht, das mit Langweile und Irrelevanz nur grob beschrieben werden kann. Stattdessen glauben die Gremien noch immer, die nächste Strukturreform bringe die Lösung und man könne dann endlich wieder da anfangen, wofür die christliche Botschaft eigentlich da ist. In der Postmoderne muss das differenzierter beschrieben werden. Eine Aufgabe, der sich explizit.net stellen wird. Inzwischen sollte allen deutlich sein, dass das Ringen um die Strukturen die Kirche noch weiter aus der Gesellschaft herausmanövriert als die vom Papst geforderte Entweltlichung. Die Themen, für die die katholische Kirche in Deutschland stehen will, sind entscheidend.
Ein Thema liegt seit langem zum Zugreifen bereit, nämlich der Dialog der Religionen. Der findet öffentlichkeitswirksam beim Bundesinnenminister statt, obwohl die Kirchen in ihren Akademien eigentlich über die besseren Plätze verfügen. „Entweltlichung“ eröffnet in der Unterscheidung zum Islam eine entscheidende Perspektive, auf die das Abendland angewiesen ist.
Trennung von Religion und Politik
Die Augen der Europäer richten sich voll Unverständnis auf das Wahlergebnis in Ägypten. Nicht die Träger der Arabellion, sondern die islamistischen Kräfte, die die Revolution gar nicht durchgesetzt haben, gewinnen die Wahlen. Offensichtlich bieten sie der Bevölkerung ein glaubwürdigeres Wertefundament, zumal sie versprechen, die durch Korruption gezeichneten Eliten abzulösen. Das Ergebnis wird mit Recht als bedrohlich für den Westen eingestuft. Die Terroranschläge in Nigeria zeigen die Gefahr, wenn Religion und Politik so eng verschmelzen wie im Islam. Braucht das Abendland nicht eine Entweltlichung, den nicht entsprechend den Verhaltensweisen von Politik und Wirtschaft reglementierten, aus deren Zwängen befreiten, aus anderen Tiefen stammenden Impuls des Glaubens? Das Abendland braucht eine am Glauben orientierte Kirche, die eine von Politik und Wirtschaft unterschiedene Sphäre des Religiösen garantiert. Das, was das Abendland, jedoch noch besser die ehemaligen britischen Kolonien, die sich als USA vom Mutterland unabhängig erklärten, mühsam gelernt haben, nämlich die Religion nicht politisch durchzusetzen und sich als Preis dafür die Unterstützung der der Religion für politische Vorhaben zu sichern, haben die muslimisch geprägten Kulturen noch vor sich.
Die Anfrage des Papstes sollte entschiedener aufgriffen werden, nicht einfach als Rezept, sondern als Anstoß zur Auseinandersetzung mit der Postmoderne.
Explizit.net 1
Schweiz: Volontariat im Benediktinerkloster
Das Benediktiner-Kloster Einsiedeln in der Zentralschweiz organisiert immer wieder „außergewöhnliche“ Events, um junge Menschen auf das Leben im Kloster aufmerksam zu machen. Vor wenigen Jahren gab es im Sommer die Clinch-Wallfahrt, in diesem Jahr können junge Menschen ein Volontariat bei den Mönchen absolvieren. Ansprechpartner für Interessenten aus der Schweiz, Deutschland oder Österreich ist P. Cyrill Bürgi OSB.
„Die Idee ist, dass junge Männer zwischen 18 und 25 Jahren bei uns zu Gast sein und gleichzeitig auch arbeiten können. Sie sind dann entweder für die Pilger zuständig und können eventuell Führung organisieren, oder sie sind für den Ordnungsdienst in der Klosterkirche zuständig. Sie werden sicherlich auch immer wieder ministrieren.“
Vor allem die eigene Gottessuche stehe im Mittelpunkt des Volontariats für die Interessenten, die im Sommer 2012 für mindestens 13 Tage nach Einsiedeln kommen.
„Ich habe schon etliche Anfragen erhalten sowie viele, die schon zugesagt haben. Es gibt noch einige, die unsicher sind.“
Aushängeschild des Klosters ist seit Jahren der Abt der Benediktinergemeinschaft: Martin Werlen ist derzeit aus gesundheitlichen Gründen nicht im Einsatz. Doch von seiner Bekanntheit zehre auch das Kloster.
„Natürlich spielt es eine gewisse Rolle, dass wir dank Abt Martin bekannter sind. Aber ich würde nicht sagen, dass wir jetzt mehr Gäste haben. Für uns ist wichtig, dass die jungen Volontäre mindestens 13 Tage bei uns bleiben, damit sie überhaupt in den Kloster-Rhythmus hineinkommen und auch unsere geistliche Atmosphäre erfahren. Sie können ja nur dann Führungen machen, wenn sie den entsprechenden Hintergrund haben und über das Kloster etwas wissen.“
Interessenten können sich auf der Homepage des Klosters informieren und anmelden. (rv 30.)
Stimmen zu Österreichs neuer Seliger: „Es geht ums Tun“
Ein bis auf den letzten Platz gefüllter Wiener Stephansdom war am Sonntagnachmittag Schauplatz der Aufnahme der Sozialreformerin und Ordensgründerin Hildegard Burjan (1883-1933) in das Verzeichnis der Seligen der katholischen Kirche. Als Vertreter des Papstes verlas Kardinal Angelo Amato, der Präfekt der vatikanischen Kongregation für Seligsprechungen, das Schreiben Benedikts XVI., das die Verehrung von Hildegard Burjan als Selige gestattet und ihren Gedenktag auf den 12. Juni festlegt.
Kein Schlussstrich
„Heilige und Selige sind nie ein Schlussstrich sondern eine offene Tür mit der Einladung, auch hineinzugehen.“ Das sagte Kardinal Christoph Schönborn unmittelbar nach der Seligsprechungsfeier von Hildegard Burjan. Die Feier habe er mit großer Freude erlebt, so der Kardinal.
„Die Botschaft Hildegard Burjans ist klar: Es geht nicht ums Reden, sondern ums Tun, um gelebtes Christentum.“
Dass die neue Selige mit ihrem Lebensbeispiel weite Kreise der Bevölkerung anspricht, betonte Schwester Judith Maria Tappeiner, Generalleiterin von Caritas Socialis, im Anschluss an die Seligsprechung. Sie zeigte sich vor allem von den vielen Menschen beeindruckt, die zur Seligsprechungsfeier gekommen waren. Auch für Tappeiner ist klar: „Die Seligsprechung war kein Schlusspunkt, wir gehen weiter.“
Jugend ansprechen
Ingeborg Schödl, die Vizepostulatorin des Seligsprechungsprozesses, wünscht sich nun, dass Hildegard Burjan noch viel bekannter wird, vor allem bei Jugendlichen. Sie sei Beispiel dafür, „wie man als Christ leben und sich in der Politik engagieren kann“, so Schödl: „Jeder jammert über die Politik, aber niemand will sich engagieren.“ Dagegen gelte es aufzutreten.
Der Päpstliche Nuntius Erzbischof Peter Stephan Zurbriggen erhofft sich von Hildegard Burjans Seligsprechung wichtige Impulse für die Kirche in Österreich. „Bei der Erneuerung des kirchliche Lebens kann ihr Lebensbeispiel und ihre Fürbitte sicher hilfreich sein“, so der Nuntius wörtlich.
Vizekanzler Michael Spindelegger schließlich zeigte sich im Gespräch mit der katholischen Nachrichtenagentur kathpress überzeugt, „dass es in der Politik immer wieder Anlässe gibt, sich Hildegard Burjan zum Vorbild zu nehmen“.
(kap 30.)
Papstreise nach Mexiko: „Es wäre gut, wenn er auch unsere Probleme ansprechen würde“
Leon im mexikanischen Bundesstaat Guanajuato und Santiago de Cuba: Das sind die beiden Schwerpunkte der Lateinamerikareise Papst Benedikts XVI. im März dieses Jahres. Der Vatikan gab an diesem Dienstag das offizielle Programm bekannt. Der Papst wird vom 23. bis zum 29. März erst Mexiko und dann Kuba besuchen.
Den Papst erwartet ein sehr lateinamerikanischer und sehr enthusiastischer Glauben. Das sagt im Gespräch mit Radio Vatikan der Botschafter Mexikos beim Heiligen Stuhl, Héctor Ling Altamirano.
„Die Befreiungsgeschichte Mexikos, an der auch die Kirche sich beteiligt hat, der Kampf für die Religionsfreiheit, all das verbindet Mexiko und den Papst. Allen ist auch noch die Liebe Johannes Paul II. für Mexiko vor Augen, der im Aztekenstadion in Mexiko City vor 120.000 Menschen gesagt hat: ‚Ich bin Mexikaner’. Das bildet unsere Art des Katholizismus, eines Latino-Katholizismus, der sehr marianisch ist und in dem auch der Respekt vor dem Papst sehr stark ist. Das ist für Mexiko in diesem Augenblick sehr wichtig, wo es viele Probleme gibt, zum Beispiel die Wirtschaftskrise und die Krise durch die Gewalt im Land.“
Benedikts Mexikoreise soll vor allem eine pastorale sein; trotzdem wünscht sich der Botschafter, dass die Gewaltproblematik auch Thema wird:
„Ich denke, dass es sehr gut wäre, wenn der Papst das in einer seiner Ansprachen benennen würde. Aber mehr noch hilft uns die Nähe einer wirklichen moralischen Autorität, die von allen anerkannt wird.“
Die Probleme Mexikos haben mit seiner Situation als Durchgangsland zu tun, Flüchtlinge kommen von Süden auf dem Weg in die USA, Waffen kommen von Norden. Besonders dieser Nachbar USA bereitet dem Botschafter Sorgen:
„Es ist nicht leicht, gute Beziehungen mit den Nachbarn im Norden von uns zu unterhalten, wenn zwischen uns eine eiserne Mauer von 3.000 Kilometern Länge steht, um die Migration aus Mexiko in die Vereinigten Staaten zu unterbinden. Auf der einen Seite brauchen sie mexikanische Arbeit, und dadurch wird die illegale Migration gefördert. Auf der anderen Seite ist diese Mauer sehr durchlässig und kommen viele Waffen für die organisierte Kriminalität von dort her. Dazu kommt auch noch einmal der Drogenkonsum, den es nördlich der Grenze stärker gibt als in Mexiko.“ (rv 31.)
Bosnien: Katholiken werden benachteiligt
In Bosnien-Herzegowina werden Katholiken nach Ansicht der Kirche weiterhin benachteiligt. Der Priester und Ökonom der Diözese Banja Luka, Anton Maric, sagte gegenüber dem weltweiten katholischen Hilfswerk "Kirche in Not", Grundstücke, die der Kirche während des Balkankrieges genommen worden seien, seien bis heute nicht zurückgegeben worden.
Außerdem müssten katholische Familien in manchen Pfarreien jahrelang auf einen Stromanschluss warten, während dieser für Andersgläubige schnell bereitgestellt würde. Priester erhielten darüber hinaus keine medizinische Versorgung, obwohl der Vatikan und Bosnien-Herzegowina ein entsprechendes Abkommen unterzeichnet hätten, beklagte Maric.
Nach Angaben der Katholischen Bischofskonferenz von Bosnien und Herzegowina lebten vor Ausbruch der Kämpfe im ehemaligen Jugoslawien über 835 000 Katholiken im Land. Im Jahr 2010 waren es nur noch etwas über 441 000 Gläubige. "In meiner Pfarrei in Simici nordöstlich von Banja Luka gab es damals drei- bis viertausend Katholiken. Heute sind es 200", ergänzte Maric gegenüber "Kirche in Not".
Die meisten Katholiken waren während des Balkankrieges ins überwiegend katholische Kroatien geflohen. Diese Familien seien bis heute nicht zurückgekehrt, da sie in ihrer Heimat keine Perspektive sähen, betonte Maric. KiN
Widerspruch gegen den Beschluss über Verhütungsmittel. Religionsfreiheit in den USA gefährdet
ROM - Der Beschluss der US-Bundesregierung von letzter Woche, Verhütungsmittel über die Krankenversicherungen zu bezahlen, ist auf viel Widerspruch gestoßen.
Das vom Kongress neu verabschiedete Gesundheitsgesetz überließ es dem „Department of Health and Human Services (HHS)“ (Institut für Gesundheits- und Humandienste) zu entscheiden, welche Institute davon befreit sein müssten, in ihren Gesundheitsplanungen die Kosten für Verhütungsmittel zu übernehmen.
Letzten Freitag entschied das HHS, dass zwar Kirchen die Kosten für Verhütungsmittel nicht zu zahlen hätten, wohl aber Institute wie Schulen, Krankenhäuser und wohltätige Vereine, auch wenn sie Verbindungen zu Kirchen haben.
Das einzige Zugeständnis bestand darin, den Arbeitgebern bis August 2013 Zeit zu geben, um ihre Planungen dem Gesetz anzupassen: ein Trick, so manche Beobachter, um vorsichtshalber das Inkrafttreten bis nach den bevorstehenden Wahlen zu verschieben.
„Ich glaube, dieser Vorschlag trifft das richtige Gleichgewicht zwischen der Wahrung von Religionsfreiheit und dem Zugang zu wichtigen Mitteln des Gesundheitsschutzes“, erklärte die Sekretärin des HHS, Kathleen Sebelius, in einer Pressekonferenz über den Beschluss.
Eine Einstellung, die von vielen, die in den folgenden Tagen ihre Meinung zu diesem Thema geäußert haben, nicht geteilt wird.
„Im Klartext erklärt uns der Präsident damit, dass wir ein Jahr Zeit haben, um zu entscheiden, auf welche Weise wir unser Gewissen verletzen wollen“, erklärte Kardinal Timothy Dolan, Erzbischof von New York und Vorsitzender der US-Bischofskonferenz, in einer Pressekonferenz am 20 Januar.
Er gab zu bedenken, dass diese Regelung verlangt, auch Sterilisierung und Abtreibungsmittel unter die von den Gesundheitsplanungen zu tragenden Kosten zu führen.
Eine Krankheit
„Die Regierung sollte die Amerikaner nicht zwingen, so zu handeln, als ob Schwangerschaft eine Krankheit wäre, der man um jeden Preis vorbeugen muss“, fügte Kardinal Dolan hinzu.
„Nie zuvor in der Geschichte der U.S.A. hat die Bundesregierung ihre Bürger gezwungen, zu kaufen, was ihrem Glauben widerspricht“, klagte auch auch Kardinal Daniel DiNardo in seiner Predigt während der heiligen Messe zur Eröffnung der Nationalen Gebetsvigil für das Leben am 22. Januar.
Auf dem Spiel stehe laut Kardinal DiNardo, „das Überleben einer wichtigen, verfassungsrechtlich geschützten Freiheit, welche die Achtung vor Gewissen und Glauben schützt“.
Schwester Carol Keehan DC, Vorsitzende der Katholischen Gesundheitsorganisation der U.S.A., äußerte ebenfalls ihre Enttäuschung über diesen Beschluss. „Dies ist eine verpasste Gelegenheit, Klarheit in Bezug auf echten Schutz der Gewissensfreiheit zu machen“, erklärte sie.
Kritik kam aus allen Lagern. „Ich kann mir keinen direkteren Frontalangriff auf die Gewissensfreiheit vorstellen als diese Regelung“, äußerte sich Kardinal Roger Mahony in einem Eintrag vom 20. Januar in seinem Blog. Der kürzlich emeritierte Erzbischof von Los Angeles erklärte: „Für mich gibt es kein wichtigeres Thema als dieses, in Hinblick auf die bevorstehenden Präsidentschafts- und Kongresswahlen“.
Sogar die Washington Post beurteilte den Beschluss der HHS negativ. In einem Leitartikel vom 23. Januar heißt es: „Die Kompromisslösung der Regierung, den Arbeitgebern ein Jahr Zeit zu geben, um einen Weg zu finden, sich dem Gesetz anzupassen, ist unproduktiv und geht am Wesen des Problems vorbei, das darin besteht, dass man von religiös geführten Instituten verlangt, ihr Geld für Dinge auszugeben, die den Grundlagen ihres Glaubens widersprechen“.
Ferner sei es „gegen die tiefste Überzeugung eines vom Glauben geprägten Arbeitsgebers, sein Geld auf eine Art einzusetzen, die seinen religiösen Grundsätzen widerspricht“.
Am Tag vor dem Beschluss des HHS sagte Papst Benedikt XVI. in einer Ansprache an die amerikanischen Bischöfe: „Es ist dringend notwendig, dass die gesamte katholische Gemeinschaft der Vereinigten Staaten einsieht, welch schwere Gefährdung für die von der Kirche bezeugte Moral von diesem radikalen Säkularismus ausgeht, der sich immer mehr in der politischen und kulturellen Sphäre breitmacht“.
„Besonders Besorgnis erregend sind die Versuche, jene beliebteste aller amerikanischer Freiheiten einzuschränken: die Religionsfreiheit“, fügte der Heilige Vater hinzu.
Die Wahlen
Es ist unklar, welche Auswirkungen dieser Beschluss auf die bevorstehenden Wahlen im November haben wird.
In einem Eintrag vom 24. Januar auf der Webseite des Wall Street Journal kommentierte William McGurn, Barack Obama habe 2008 die Mehrheit der katholischen Wähler für sich gewonnen.
Jetzt aber seien viele Katholiken, die zuvor Obama befürwortet hatten, entsetzt über den Beschluss des HHS. Darunter auch Menschen wie der Rektor von Notre Dame, Rev. John Jenkins, der viel Kritik auf sich gezogen hatte, als er den Präsidenten einlud, eine Rede an der Universität zu halten und ihm einen akademischen Ehrentitel verlieh.
„Die Ironie liegt natürlich darin, dass die Regelung von Kathleen Sebelius, einer katholischen Sekretärin des HHS, durchgesetzt wurde, die für eine Regierung arbeitet, deren Vizepräsident Joe Biden ebenfalls katholisch ist“, bemerkte McGurn.
Nicht nur die Katholiken sind aufgebracht. Am vergangenen 21. Dezember haben mehr als 60 protestantische und orthodoxe jüdische Religionsführer einen Brief an Präsident Obama verfasst mit der Bitte, er möge nicht von allen privaten Versicherern verlangen, Verhütungsmittel und Sterilisierung in ihr Angebot aufzunehmen.
„Bei weitem nicht nur die Katholiken sind zutiefst empört über die Forderung, dass die von ihnen gekauften Gesundheitsplanungen auch Verhütungs- und sogar Abtreibungsmittel abdecken müssen“, heißt es in dem Schreiben.
„Wir glauben, dass die Bundesregierung durch das ‚First Amendment‘ dazu verpflichtet ist, die Glaubensüberzeugungen religiöser Organisationen aller Art zu schützen, der katholischen wie der nicht-katholischen“.
Eine Forderung, die mit Sicherheit in den kommenden Monaten, mit dem Näherrücken der Wahlen, noch oft zu hören sein wird. P. John Flynn, LC
[Übersetzung des englischen Originals von Alexander Wagensommer]
Zenit 31
Gebürtiger Lüdinghausener: Altbischof Franz Kamphaus am 2. Februar 80 Jahre
Limburg / Lüdinghausen. Als "Widersacher Roms", als frommer oder gar einsamer "Rebell", wie ihn manche Medien wegen des besonderen Weges seiner Diözese in der kirchlichen Schwangerschaftskonfliktberatung bezeichneten, hat sich Franz Kamphaus nie gefühlt. Im Gegenteil, ihn ärgerten stets solche Etiketten: Er fühle sich instrumentalisiert, vertraute er einmal seiner Bistumszeitung an. Am Donnerstag (02.02.2012), dem Mariä-Lichtmess-Tag, vollendet der aus Lüdinghausen stammende Altbischof von Limburg sein 80. Lebensjahr.
Gern denkt er an seine münsterländische Heimat zurück, der er in den zurückliegenden Jahrzehnten in seinem Herz tief verbunden geblieben ist, wie die Bischöfliche Pressestelle Münster schreibt. Einen unverändert guten Draht hat er zu seinem Freund und Mitbruder Reinhard Lettmann in Münster, der 1959 am selben Tag wie er zum Priester geweiht wurde. Kamphaus lebt seit seiner Emeritierung vor fünf Jahren im St.-Vincenz-Stift in Rüdesheim-Aulhausen.
Regens in Münster
Zahlreichen Weihejahrgängen von Diakonen und Priestern und vielen Studenten der Katholischen Fakultät in Münster ist Kamphaus in guter Erinnerung: Nach Kaplansjahren in Münster und Ahaus war er seit Mitte der sechziger Jahre zuständig für die Predigtausbildung im Bistum. 1971 wurde er Referatsleiter für die Priesterfortbildung und ein Jahr darauf Professor für Pastoraltheologie und Homiletik (Predigtlehre) an der Universität Münster, der er auch heute noch als Honorarprofessor angehört. Nicht zufällig trug seine Dissertation zum "Doktor der Theologie" den Titel: "Von der Exegese zur Predigt".
1973 ernannte ihn Bischof Heinrich Tenhumberg zum Regens (Leiter) des Bischöflichen Priesterseminars in Münster. Kardinal Joseph Höffner weihte Kamphaus 1982 zum Bischof der 800.000-Katholiken-Diözese Limburg. Ein Stück Münsterland nahm Kamphaus mit an die Lahn: Seinen Hirtenstab und auch sein Brustkreuz ließ er aus einem Eichenbalken des elterlichen Bauernhofes in Lüdinghausen schnitzen.
Bischof unterwegs in "seinen" Gemeinden
Bischof Kamphaus war sehr gerne Bischof von Limburg – mit Taunus und Westerwald, dem Lahntal und der Millionenstadt Frankfurt. Am liebsten aber war der Bischof unterwegs in "seinen" Gemeinden und in den vielen kirchlichen Einrichtungen der Diözese. Auch seinen Ämtern und Funktionen in der Deutschen Bischofskonferenz kam er immer gewissenhaft nach. Allein fünf Jahre wirkte er als "Jugendbischof".
Sein besonderes Engagement als Vorsitzender der Kommission "Weltkirchliche Aufgaben" galt den Partnerkirchen in der so genannten Dritten Welt und der Sorge um soziale Gerechtigkeit und Frieden. Wiederholt war Kamphaus in Afrika, Asien und Lateinamerika unterwegs und forderte mehr Solidarität und soziale Gerechtigkeit ein. Engagiert verteidigte er die "Option für die Armen".
Mann mit Ecken und Kanten
Auch innerkirchlich war er immer ein Mann mit Ecken und Kanten, der sich in Fragen der Migrations- und Asylpolitik ebenso engagierte wie für Frauen, die aufgrund einer unerwarteten oder unerwünschten Schwangerschaft in Konflikt geraten. Er plädierte nachdrücklich für den Verbleib kirchlicher Schwangerschaftsberatungsstellen im staatlichen Systems der Konfliktberatung.
Um die Reformwilligkeit und -fähigkeit der Kirche sorgte sich der Bischof von Limburg nicht: "Es ist uns von Jesus nicht zugesagt, dass immer alles beim Alten bleibt und wir uns in der Kirche gemütlich einrichten können." Es gelte, die Herausforderungen anzunehmen. Kamphaus damals: "Ich fühle mich nicht als Mangelverwalter, sondern als jemand, der den Übergang zu einer neuen Kirchengestalt mitgestalten darf".
Seit langem schon plagt Kamphaus ein Tremor. Die Hände zittern, die Stimme ist zittrig. Die "Frankfurter Allgemeine Zeitung" ließ er einmal - da schon Seelsorger im Vincenzstift - wissen: "Unter Behinderten fällt deine Behinderung nicht mehr auf - du bist einer von ihnen." Als Kamphaus ins Vincenzstift wechselte, war ihm "klar": "Ich gehe an den Rand." Über seine Arbeit dort sagt er: "Das Wichtigste ist nicht, was ich tue, sondern dass ich da bin, mit ihnen bin."
Sein Nachfolger in Limburg wurde 2008 erneut ein Priester des Bistums Münster: der Pastoraltheologe Professor Franz-Peter Tebartz-van Elst. BM