Notiziario religioso  6-8  Settembre  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 6 settembre. Il commento al Vangelo. Guarigione di sabato  1

2.       Martedì 7 settembre. Il commento al Vangelo. La chiamata dei dodici 1

3.       Mercoledì 8 settembre. Il commento al Vangelo. Genealogia di Gesù  1

4.       Il Papa: "Affrontare i conflitti sociali attraverso dialogo e mediazione"  2

5.       "Perché mi attaccano". Autobiografia di un pontificato  2

6.       Messaggio del Papa per la GMG 2011. "Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede" (cfr. Col 2,7) 4

7.       Messaggio GMG 2011. Le radici e la roccia. Il commento di padre Eric Jacquinet 5

8.       Il Papa e la polemica sul posto fisso. «Altri esaltano mobilità dei giovani»  6

9.       Nuova scuola e riserve cattolici 6

10.   La gente e i media. Un nuovo pensiero. Dopo tanto conformismo  6

11.   Pino Puglisi. Il lume è acceso. A 17 anni dalla morte del prete vittima della mafia. 7

12.   Tettamanzi: "Subito la moschea. Milano garantisca il diritto di culto"  7

13.   Maroni: "Faccio il ministro non il costruttore di moschee"  8

14.   Sinodo Medio Oriente. Che ne sarà della culla? Sofferenze e speranze là dove il cristianesimo è nato  8

15.   “Celestino V? Il Martin Luther King del Medioevo”  9

16.   Trapani. L'ora dei giovani. Il vescovo consegna alla comunità il vademecum pastorale  10

17.   Como. Per il bene di tutti. Il messaggio del vescovo Diego sull'impegno dei cristiani 10

18.   La sfida del dono. La "Caritas in Veritate" al seminario di studio dei non vedenti 11

 

 

1.       Papst: „Jugend ohne Gott ist die Hölle“  11

2.       Papst Benedikt XVI. Botschaft des Weltjugendtages 2011  12

3.       Deutschland in der Gene-Falle? Das Integrationsdilemma nach Thilo Sarrazin  12

4.       Pizzaballa: „Frieden ist nicht allein Frage politischer Pakte“  13

5.       Papst Benedikt XVI. gedenkt Papst Leo XIII. Mehr als nur „Arbeiterpapst“  14

6.       Neue Synagoge in Mainz. Am Ende siegt das Wort 14

7.       Erzbischof Marchetto: „Ich möchte auf meine Gesundheit achten“  15

8.       Küng: Glaube an Gott ist Grundlage für richtigen Umgang mit Natur 15

9.       Vatikan: Katholische Presse, quo vadis?  16

10.   Jesuiten planen Entschädigungen. Erneutes Treffen mit Missbrauchsopfern  16

11.   Chemnitzer Gedenkfeier anlässlich des 100. Geburtstages der Ordensgründerin Mutter Teresas  16

12.   Schweden: Newman-Institut staatlich anerkannt 16

13.   Päpstlicher Rat für Soziale Kommunikationsmittel würdigt Medienarbeit auf dem afrikanischen Kontinent 17

14.   Laienkongress in Seoul: „Helfen wir hoffnungslosen Asiaten“  17

 

 

 

Lunedì 6 settembre. Il commento al Vangelo. Guarigione di sabato

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 6,6-11) commentato da P. Lino Pedron 

 

6 Un altro sabato egli entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. Ora c'era là un uomo, che aveva la mano destra inaridita. 7 Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva di sabato, allo scopo di trovare un capo di accusa contro di lui. 8 Ma Gesù era a conoscenza dei loro pensieri e disse all'uomo che aveva la mano inaridita: «Alzati e mettiti nel mezzo!». L'uomo, alzatosi, si mise nel punto indicato. 9 Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: E' lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o perderla?». 10 E volgendo tutt'intorno lo sguardo su di loro, disse all'uomo: «Stendi la mano!». Egli lo fece e la mano guarì. 11 Ma essi furono pieni di rabbia e discutevano fra di loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.

Nella Bibbia l'occhio indica l'intelligenza, il cuore la volontà, la mano l'azione. Guarendo la mano inaridita dell'uomo, Gesù gli dà la capacità di fare nuovamente il bene. Commentando questo brano sant'Ambrogio scrive: "Il Signore impregna del salutare frutto delle buone opere quella mano che Adamo aveva allungato per cogliere i frutti dell'albero proibito, in modo che essa, inaridita per la colpa, sia guarita per le buone opere". Con questo miracolo l'uomo viene restituito alla sua capacità originaria di continuatore dell'opera di Dio. Nell'incontro con Gesù siamo finalmente guariti dal male di non riuscire a fare il bene.

Gesù davanti a un malato non può restare indifferente, ma ricorre a tutti i suoi poteri per soccorrerlo e guarirlo. Il principio che guida Gesù è la legge della carità che è superiore a qualsiasi altra legge, anche a quella del sabato. Secondo quanto Gesù ci ha insegnato, "il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato" (Mc 2,27) e quindi il sabato è per il bene dell'uomo, perché l'avvicina maggiormente a Dio e ai fratelli. Dunque, non solo Gesù non trasgredisce il sabato, ma è l'unico che lo osserva alla perfezione, perché fa il bene. I suoi avversari, invece, non osservano il sabato perché non fanno il bene e, se fosse loro possibile, impedirebbero anche a Gesù di compierlo.

Al centro della vita, della storia, della religione e di quant'altro Gesù mette l'uomo, non la legge; l'uomo malato, colui che solitamente viene emarginato perché non soddisfa il nostro egoismo e fa appello al nostro poco amore. Ogni giorno della vita, compresa la domenica cristiana, è voluto da Dio per il bene dell'uomo. Non fare il bene è male, è un peccato di omissione. La lettera di san Giacomo non lascia dubbi:" Chi sa fare il bene e non lo compie, commette peccato" (4,17). De.it.press

 

 

 

 

Martedì 7 settembre. Il commento al Vangelo. La chiamata dei dodici

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 6,12-19) commentato da P. Lino Pedron 

 

12 In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. 13 Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli: 14 Simone, che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, 15 Matteo, Tommaso, Giacomo d'Alfeo, Simone soprannominato Zelota, 16 Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore.

17 Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, 18 che erano venuti per ascoltarlo ed esser guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti immondi, venivano guariti. 19 Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti.

Gesù ha compiuto la sua prima manifestazione, ha avuto il suo primo incontro con il popolo e le autorità religiose del paese; ora ha bisogno di una lunga notte di riflessione, di preghiera e di contatto con il Padre.

L'opera che ha avviato è destinata a sopravvivere nel tempo, per questo egli deve scegliere degli uomini che condividano la sua causa e la portino avanti nei secoli. Secondo il vangelo di Luca, la Chiesa e la sua organizzazione essenziale provengono direttamente da Cristo.

Gesù sale sul monte per trovare nell'incontro con il Padre la chiarezza necessaria per scegliere i dodici apostoli. Il numero dodici richiama quello dei patriarchi dell'Antico Testamento. Si delinea così la nascita del nuovo popolo di Dio.

La preghiera sta all'origine di ogni scelta e azione apostolica di Gesù e della Chiesa. Il giorno della Chiesa spunta dalla notte di Gesù passata in comunione col Padre. Ciò non vuole assolutamente dire che le scelte che il Padre e il Figlio fanno, chiamando i dodici e gli altri dopo di loro lungo i secoli, saranno le migliori secondo la nostra logica umana. La struttura portante della Chiesa è zoppicante fin dall'inizio, sempre aperta al tradimento e al rifiuto del Signore. Pietro e Giuda ne sono le figure emblematiche. E tutto questo non è uno spiacevole imprevisto, ma è una realtà che fa parte del progetto di salvezza.

Il motivo che spinge la gente verso Gesù è il bisogno di ascoltare la parola di Dio e di essere guarita. Come la parola del serpente portò il male e la morte (cfr Gen 3), così la parola di Dio guarisce dal male e la vita. C'è infatti una stretta connessione tra l'ascolto della parola di Dio e la guarigione, come tra la disobbedienza alla parola di Dio e la morte (cfr Dt 11,26-32). "Il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte" (Rm 5,12) perché l'uomo ha ascoltato il serpente. L'uomo diventa ciò che ascolta. Se ascolta Dio diventa figlio di Dio, se ascolta il diavolo diventa figlio del diavolo.

Come la gente di allora, anche noi possiamo toccare e sperimentare la potenza di Gesù se ascoltiamo la sua parola. La parola di Dio infatti "è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede" (Rm 1,16). Infatti "è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione" (1Cor 1,21). De.it.press

 

 

 

 

Mercoledì 8 settembre. Il commento al Vangelo. Genealogia di Gesù

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 1,1-23) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. 2 Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, 3 Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esròm, Esròm generò Aram, 4 Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmòn, 5 Salmòn generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, 6 Iesse generò il re Davide.

Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, 7 Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asàf, 8 Asàf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, 9 Ozia generò Ioatam, Ioatam generò Acaz, Acaz generò Ezechia, 10 Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, 11 Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.

12 Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabèle, 13 Zorobabèle generò Abiùd, Abiùd generò Elìacim, Elìacim generò Azor, 14 Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, 15 Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, 16 Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.

17 La somma di tutte le generazioni, da Abramo a Davide, è così di quattordici; da Davide fino alla deportazione in Babilonia è ancora di quattordici; dalla deportazione in Babilonia a Cristo è, infine, di quattordici.

18 Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. 20 Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. 21 Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

22 Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: 23 Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi. Questa genealogia si ispira al primo libro delle Cronache 1,34; 2,1-15; 3,1-18; e al libro di Rut 4,18-22.

Per l'ebreo la storia si esprime in termini di genesi, di generazione.

Nella Bibbia c'è una sola storia, quella di una promessa fatta da Dio ad Abramo, padre dei credenti (cfr Is 51,1-2), manifestatasi nel re Davide (cfr Is 9,6; 11,1-9) e adempiuta in Gesù (cfr Gal 3,28-29).

Il primo versetto di questo brano è il titolo della genealogia, ma può essere contemporaneamente il titolo di tutto il vangelo. L'espressione "libro della genesi" richiama il titolo del primo libro della Bibbia e suggerisce che il vangelo è il racconto della nuova creazione. L'evangelista Giovanni si pone sulla stessa linea mettendo all'inizio del suo vangelo le parole "in principio", riprese direttamente dal libro della Genesi 1,1.

Come figlio di Davide, Gesù porta a pieno compimento le promesse che Dio aveva fatto per mezzo dei profeti (2Sam 7,1ss; Is 7,14ss). Come figlio di Abramo realizza perfettamente la promessa fatta al capostipite del popolo di Dio: "In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra... Ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei re" (Gen 17,6; cfr Gal 3,8-29).

La genealogia mette in evidenza la continuità tra la storia d'Israele e la missione di Gesù e ci prepara a capire il vangelo, secondo il quale la Chiesa fondata da Gesù (Mt 16,18) è il vero Israele di Dio e l'erede di tutte le sue promesse.

Al versetto 16 la struttura dell'albero genealogico bruscamente si spezza. Stando al susseguirsi delle generazioni precedenti, avremmo dovuto leggere: Giacobbe generò Giuseppe e Giuseppe generò Gesù. Leggiamo invece:" Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale fu generato (da Dio) Gesù chiamato il Cristo". Questo verbo in forma passiva "fu generato" (in greco eghennethe) esprime l'azione di Dio, che verrà richiamata esplicitamente nel brano seguente:" Quel che è generato in lei viene dallo Spirito santo" (Mt 1,20).

Nel versetto 17 Matteo attribuisce una grande importanza al numero 14. Questo numero è la somma di valori numerici delle tre lettere dell'alfabeto ebraico che formano il nome di Davide (daleth, waw,daleth = 4+6+4). Questo versetto esprime una tesi teologica: sottolineando la cifra di Davide moltiplicata per tre (la cifra tre è simbolica: esprime la realtà dell'uomo nella sua continuità, nel suo permanere nell'essere), Matteo pone l'accento su Davide e sulla continuità della sua discendenza, argomento che svilupperà nel brano seguente.

Nella genealogia di Gesù Cristo, Matteo ci ha dato una visione teologica del susseguirsi della generazioni. Ora prosegue questa sua concezione presentando il ruolo e la missione di Giuseppe dal punto di vista di Dio. Giuseppe è un uomo giusto (v. 9). Il suo problema non è principalmente la situazione nuova che si è creata con la sua promessa sposa Maria, ma il suo rapporto con questo bambino che sta per nascere e la responsabilità che egli sente verso di lui. Giuseppe è detto giusto perché sintetizza nella sua persona l'atteggiamento dei giusti dell’Antico Testamento e in particolare quello di Abramo (cfr Mt 1,20-21 con Gen 17,19).

La giustizia di Giuseppe non è quella "secondo la legge" che autorizza a ripudiare la propria moglie, ma quella "secondo la fede" che chiede a Giuseppe di accettare in Maria l'opera di Dio e del suo Spirito e gli impedisce di attribuirsi i meriti dell'azione di Dio.

Di sua iniziativa Giuseppe non ritiene di poter prendere con sé una persona che Dio si è riservata. Egli si ritira di fronte a Dio, senza contendere, e rinuncia a diventare lo sposo di Maria e il padre del bambino che sta per nascere; per questo decide di rinviare segretamente Maria alla sua famiglia.

Giuseppe è giusto di una giustizia che scopriremo nel seguito del vangelo, quella che si esprime nell'amore dato senza discriminazioni a chi lo merita e a chi non lo merita (Mt 5,44-48) ed è riassunto nella "regola d'oro": "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Mt 7,12). L'uomo giusto è misericordioso come Dio è misericordioso.

La crisi di Giuseppe ha lo stesso significato dell'obiezione di Maria in Luca 1,29. Maria era turbata perché non sapeva che cosa significasse il saluto dell'angelo. Giuseppe è incerto perché non sa spiegarsi ciò che è avvenuto in Maria. Maria può chiedere la spiegazione all'angelo, ma Giuseppe non sa a chi rivolgersi; per questo decide di mettersi in disparte aspettando che qualcuno venga a liberarlo dalle sue perplessità.

Matteo mette in rilievo l'identità messianica di Gesù affermando la sua discendenza da Davide, al quale Dio aveva promesso un discendente che avrebbe regnato in eterno sulla casa di Giacobbe (cfr Lc 1,33; 2Sam 7,16). Quindi, secondo la genealogia, Gesù è il discendente di Davide non in virtù di Maria, ma di Giuseppe (v. 16). E' per questo che Matteo presenta Giuseppe come destinatario dell'annuncio con il quale gli viene dato l'ordine di prendere Maria con sé e di dare il nome a Gesù. Giuseppe, riconoscendo legalmente Gesù come figlio, lo rende a tutti gli effetti discendente di Davide. Gesù verrà così riconosciuto come figlio di Davide ( Mt 1,1; 9,27; 20,30-31; 21,9; 22,42).

Il nome di Gesù significa "Dio salva". La promessa di salvezza contenuta nel nome di Gesù viene presentata in termini spirituali come salvezza dai peccati (v. 21). Anche per Luca la salvezza portata da Gesù consiste nella remissione dei peccati (Lc 1,17). In queste parole c'è il netto rifiuto di un messianismo terreno: Gesù non è venuto a conquistare il regno d'Israele o a liberare la sua nazione dalla dominazione straniera.

La singolarità dell'apparizione dell'angelo consiste nel fatto che essa avviene in sogno. Matteo forse presenta Giuseppe secondo il modello del patriarca Giuseppe, viceré d'Egitto (Gen 37,5ss). La cosa importante è che l'apparizione dell'angelo chiarisce con sicurezza che la direttiva viene da Dio.

Nel versetto 22 troviamo la prima citazione dell'Antico Testamento. Questa è preceduta dalla formula introduttiva: "Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta". Con questa espressione Matteo vuol darci l'idea del compimento delle intenzioni di Dio contenute nella Scrittura. E' importante notare che attraverso il profeta ha parlato Dio.

Con la citazione di Isaia 7,14 Matteo presenta la generazione di Gesù come un parto verginale.

Gesù quale Emmanuele, Dio con noi, costituisce un motivo centrale del vangelo di Matteo. Questa citazione di Isaia forma un'inclusione con l'ultima frase del vangelo: "Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28,20). De.it.press

 

 

 

Il Papa: "Affrontare i conflitti sociali attraverso dialogo e mediazione"

 

ROMA - «Dialogo e mediazione». È stata questa la strada di Leone XIII nell’affrontare le questioni sociali del suo tempo. Lo ha detto Benedetto XVI nell’omelia della messa celebrata questa mattina a Carpineto Romano. «Già dal tempo in cui era Nunzio Apostolico in Belgio, egli aveva compreso che la questione sociale si poteva affrontare positivamente ed efficacemente con il dialogo e la mediazione», ha detto il Papa.

 

«In un'epoca di aspro anticlericalismo e di accese manifestazioni contro il Papa, Leone XIII - ha ricordato benedetto XVI - seppe guidare e sostenere i cattolici sulla via di una partecipazione costruttiva, ricca di contenuti, ferma sui principi e capace di apertura. Subito dopo la Rerum novarum si verificò in Italia e in altri Paesi un'autentica esplosione di iniziative: associazioni, casse rurali e artigiane, giornali,à un vasto »movimento« che ebbe nel servo di Dio Giuseppe Toniolo l'illuminato animatore. Un Papa molto anziano, ma saggio e lungimirante, poté così introdurre nel XX secolo una Chiesa ringiovanita, con l`atteggiamento giusto per affrontare le nuove sfide. Era un Papa ancora politicamente e fisicamente »prigioniero« in Vaticano, ma in realtà, con il suo Magistero, rappresentava una Chiesa capace di affrontare senza complessi le grandi questioni della contemporaneità».

 

L'enciclica Rerum Novarum, promulgata nel 1891 da Leone XIII, fondò la moderna dottrina sociale cristiana, ponendo in ordine le questioni sociali.L'originalità dell'enciclica risiede nella sua mediazione: il Papa, ponendosi a metà strada fra le parti, ammonisce la classe operaia di non dar sfogo alla propria rabbia attraverso le idee di rivoluzione, di invidia ed odio verso i più ricchi, e chiede ai padroni di mitigare gli atteggiamenti verso i dipendenti e di abbandonare lo schiavismo cui erano sottoposti gli operai. Il Papa, inoltre, auspica che fra le parti sociali possa nascere armonia e accordo nella questione sociale.

 

Da Castel Gandolfo papa Benedetto XVI ha ricordato anche il messaggio - pubblicato nei giorni scorsi - rivolto ai giovani del mondo e il suo invito a essere «radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede». «Chi, infatti, oggi propone ai giovani di essere radicati e saldi? Piuttosto si esalta l’incertezza, la mobilità e la volubilità», ha sottolineato. «Il giovane è come un albero in crescita: per svilupparsi bene ha bisogno di radici profonde, che in caso di tempeste di vento lo tengano ben piantato al suolo», ha detto il pontefice. E questo è proprio il cure del Messaggio: «esso sta nelle espressioni "in Cristo" e "nella fede". La piena maturità della persona, la sua stabilità interiore, hanno il fondamento nella relazione con Dio, relazione che passa attraverso l’incontro con Gesù Cristo», ha insistito. Secondo Benedetto XVI, «per diventare credente, il giovane è sorretto dalla fede della chiesa». «Se nessun uomo è un’isola, tanto meno lo è il cristiano, che scopre nella chiesa la bellezza della fede condivisa e testimoniata insieme agli altri nella fraternità e nel servizio della carità», ha concluso. LS 5

 

 

 

"Perché mi attaccano". Autobiografia di un pontificato

 

Da quando è stato eletto, Joseph Ratzinger è bersaglio di un crescendo di assalti, da dentro e fuori la Chiesa. C'è una "mano invisibile" che li muove? Ecco come il papa giudica e spiega  - di Sandro Magister

 

ROMA  – Sono usciti questa estate, negli Stati Uniti e in Italia, due libri che ricostruiscono e analizzano gli attacchi sferrati da più parti contro Benedetto XVI fin dall'inizio del suo pontificato, con un crescendo che ha toccato l'acme quest'anno.

 

Il libro di Gregory Erlandson e Matthew Bunson, editori di testate cattoliche molto diffuse negli Stati Uniti, si concentra sullo scandalo degli abusi sessuali del clero.

 

Il libro dei vaticanisti italiani Paolo Rodari e Andrea Tornielli estende invece l'analisi a una decina di attacchi contro altrettanti atti e discorsi di Benedetto XVI: dalla lezione di Ratisbona alla liberalizzazione della messa in rito antico, dalla revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani alla condanna del preservativo anti-AIDS, dall'accoglienza degli anglicani nella Chiesa cattolica allo scandalo della pedofilia.

 

Di ciascuno di questi episodi Rodari e Tornielli forniscono una ricostruzione molto accurata, con retroscena anche inediti.

 

La loro conclusione è che sono in atto tre diversi attacchi contro Benedetto XVI, ad opera di tre diversi nemici.

 

Il primo e principale è il nemico esterno. Sono le correnti d'opinione e i centri di potere ostili alla Chiesa e a questo papa.

 

Il secondo nemico sono quei cattolici – tra i quali non pochi sacerdoti e vescovi – che vedono in Benedetto XVI un ostacolo al loro progetto di riforma "modernista" della Chiesa.

 

Il terzo nemico sono infine quei funzionari della curia vaticana che invece di aiutare il papa gli portano danno, per incapacità, per insipienza o anche per opposizione.

 

Non risulta che questi tre fronti rispondano a un'unica regia. Ciò non impedisce però di cercare se vi sia una ragione unificante che spieghi attacchi così aspri e continui, tutti concentrati sull'attuale papa. È quanto fanno Rodari e Tornielli nell'ultimo capitolo del loro libro, raccogliendo i pareri di vari analisti e commentatori.

 

Ma non meno importante è sapere come lo stesso Benedetto XVI interpreta gli attacchi portati contro di lui.

 

Nell'omelia della messa conclusiva dell'Anno Sacerdotale, lo scorso 11 giugno, anche Benedetto XVI si è riferito a un "nemico". Così: "Era da aspettarsi che al 'nemico' questo nuovo brillare del sacerdozio non sarebbe piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in fin dei conti Dio fosse spinto fuori dal mondo. E così è successo che, proprio in questo anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, siano venuti alla luce i peccati di sacerdoti, soprattutto l’abuso nei confronti dei piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a vantaggio dell’uomo viene volto nel suo contrario".

 

E così il papa si è espresso all'inizio del suo viaggio a Fatima, lo scorso 11 aprile:

"Non solo da fuori vengono attacchi al papa e alla Chiesa,. [...] La più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa. E quindi la Chiesa ha profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione".

 

Già da qui si intuisce che per Benedetto XVI anche l'orribile 2010 è da viversi come un anno di grazia, al pari degli anni precedenti, anch'essi costellati da attacchi alla Chiesa e al papa.

 

Per lui tutto si tiene. La tribolazione prodotta dal peccato è la condizione dell'umanità bisognosa di salvezza. Una salvezza che viene solo da Dio ed è offerta nella Chiesa con i sacramenti amministrati dai sacerdoti.

 

Per questo – fa capire il papa – il rifiuto di Dio coincide così spesso con un attacco al sacerdozio e a ciò che pubblicamente lo contrassegna, il celibato.

 

Lo scorso 10 giugno, nella veglia di chiusura dell'Anno Sacerdotale, Benedetto XVI ha detto che il celibato è un'anticipazione "del mondo della risurrezione". È il segno "che Dio c’è, che Dio c’entra nella mia vita, che posso fondare la mia vita su Cristo, sulla vita futura".

 

Per questo – ha detto ancora – il celibato "è un grande scandalo". Non solo per il mondo di oggi "in cui Dio non c’entra". Ma per la stessa cristianità, nella quale "non si pensa più al futuro di Dio e sembra sufficiente solo il presente di questo mondo".

 

Che "rendere Dio presente in questo mondo" sia la priorità della sua missione, papa Joseph Ratzinger l'ha detto più volte, in particolare nella memorabile lettera da lui rivolta ai vescovi di tutto il mondo il 10 marzo 2009.

 

Ma legare alla questione di Dio quella del sacerdozio e del celibato sacerdotale non è così scontato. Eppure è proprio ciò che Benedetto XVI fa costantemente.

 

Ad esempio, alla fine del 2006, tracciando un bilancio del suo viaggio in Germania che aveva fatto colpo per la lezione di Ratisbona, dopo aver sottolineato che "il grande problema dell'Occidente è la dimenticanza di Dio", ha proseguito dicendo che "è questo il compito centrale del sacerdote: portare Dio agli uomini". Ma il sacerdote "può farlo soltanto se egli stesso viene da Dio, se vive con e da Dio". E il celibato è segno di questa dedizione piena: "Il nostro mondo diventato totalmente positivistico, in cui Dio entra in gioco tutt’al più come ipotesi ma non come realtà concreta, ha bisogno di questo poggiare su Dio nel modo più concreto e radicale possibile. Ha bisogno della testimonianza per Dio che sta nella decisione di accogliere Dio come 'terra' su cui si fonda la propria esistenza".

 

Non sorprende quindi che, nell'imminenza della sua elezione a papa, Ratzinger abbia invocato una riforma della Chiesa che cominciasse col purificare dalla "sporcizia" anzitutto i ministri di Dio.

 

Non sorprende che abbia inventato e indetto un Anno Sacerdotale finalizzato a condurre il clero a una vita santa.

 

Non sorprende che la liturgia sia così centrale, in questo pontificato. Per la liturgia il sacerdote vive. È al sacerdote che Dio "ha dato di preparare la mensa di Dio per gli uomini, di dare loro il suo corpo e il suo sangue, di offrire loro il dono prezioso della sua stessa presenza".

 

La liberalizzazione della messa in rito antico, la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani, l'accoglienza data alle comunità anglicane più legate alla tradizione sono parti di questo stesso disegno. E puntualmente sono tutte oggetto di attacco.

 

C'è una misteriosa lucidità di visione che unifica gli attacchi all'attuale pontificato. Come se in essi agisse una "mano invisibile", nascosta ai suoi stessi attori. Una mano, una mente, che intuisce il disegno di fondo di Benedetto XVI e quindi fa di tutto per contrastarlo.

 

Nel Vangelo di Marco c'è un "segreto messianico" che accompagna la vita di Gesù e resta celato ai suoi stessi discepoli. Ma non al "nemico". Il diavolo è colui che riconosce da subito in Gesù il Messia salvatore. E lo grida.

 

Il paradosso degli attacchi di oggi alla Chiesa è che, proprio mentre la vogliono ridurre all'impotenza e al silenzio, ne svelano l'essenza, come luogo del Dio che perdona.

 

"Dottore serafico" è l'epiteto di san Bonaventura da Bagnoregio, uno dei primi successori di san Francesco alla testa dell'ordine da lui fondato. Potrebbe essere applicato anche a Benedetto XVI, per come guida la Chiesa nella tempesta.

 

Nella catechesi da lui dedicata lo scorso 10 marzo a questo santo – da lui molto studiato già da giovane teologo – papa Ratzinger ha espresso il suo pensiero anche sui "nemici" interni alla Chiesa.

 

A quelli che, scontenti, pretendono una palingenesi radicale della Chiesa, un nuovo cristianesimo spirituale fatto di nudo Vangelo senza più gerarchie né precetti né dogmi, Benedetto XVI ha detto che dallo spiritualismo all'anarchia il passo è breve. La Chiesa "è sempre Chiesa di peccatori e sempre luogo di grazia". Progredisce ed evolve, ma sempre in continuità con la tradizione.

 

A quelli che per riformare la Chiesa puntano tutto su nuove strutture di comando e nuovi comandanti, ha detto che "governare non è semplicemente un fare, ma soprattutto pensare e pregare": cioè "guidando e illuminando le anime, orientando a Cristo".

 

Gli attacchi che si concentrano su papa Benedetto sono per lui la prova di quanto sia alta la scommessa che egli lancia agli uomini d'oggi, a tutti, anche agli increduli: "vivere come se Dio ci fosse". L’Espresso online 3

 

 

 

 

Messaggio del Papa per la GMG 2011. "Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede" (cfr. Col 2,7)

 

Cari amici, ripenso spesso alla Giornata Mondiale della Gioventù di Sydney del 2008. Là abbiamo vissuto una grande festa della fede, durante la quale lo Spirito di Dio ha agito con forza, creando un’intensa comunione tra i partecipanti, venuti da ogni parte del mondo. Quel raduno, come i precedenti, ha portato frutti abbondanti nella vita di numerosi giovani e della Chiesa intera. Ora, il nostro sguardo si rivolge alla prossima Giornata Mondiale della Gioventù, che avrà luogo a Madrid nell’agosto 2011. Già nel 1989, qualche mese prima della storica caduta del Muro di Berlino, il pellegrinaggio dei giovani fece tappa in Spagna, a Santiago de Compostela. Adesso, in un momento in cui l’Europa ha grande bisogno di ritrovare le sue radici cristiane, ci siamo dati appuntamento a Madrid, con il tema: “Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede” (cfr Col 2,7). Vi invito pertanto a questo evento così importante per la Chiesa in Europa e per la Chiesa universale. E vorrei che tutti i giovani, sia coloro che condividono la nostra fede in Gesù Cristo, sia quanti esitano, sono dubbiosi o non credono in Lui, potessero vivere questa esperienza, che può essere decisiva per la vita: l’esperienza del Signore Gesù risorto e vivo e del suo amore per ciascuno di noi.

1. Alle sorgenti delle vostre più grandi aspirazioni

In ogni epoca, anche ai nostri giorni, numerosi giovani sentono il profondo desiderio che le relazioni tra le persone siano vissute nella verità e nella solidarietà. Molti manifestano l’aspirazione a costruire rapporti autentici di amicizia, a conoscere il vero amore, a fondare una famiglia unita, a raggiungere una stabilità personale e una reale sicurezza, che possano garantire un futuro sereno e felice. Certamente, ricordando la mia giovinezza, so che stabilità e sicurezza non sono le questioni che occupano di più la mente dei giovani. Sì, la domanda del posto di lavoro e con ciò quella di avere un terreno sicuro sotto i piedi è un problema grande e pressante, ma allo stesso tempo la gioventù rimane comunque l’età in cui si è alla ricerca della vita più grande. Se penso ai miei anni di allora: semplicemente non volevamo perderci nella normalità della vita borghese. Volevamo ciò che è grande, nuovo. Volevamo trovare la vita stessa nella sua vastità e bellezza. Certamente, ciò dipendeva anche dalla nostra situazione. Durante la dittatura nazionalsocialista e nella guerra noi siamo stati, per così dire, “rinchiusi” dal potere dominante. Quindi, volevamo uscire all’aperto per entrare nell’ampiezza delle possibilità dell’essere uomo. Ma credo che, in un certo senso, questo impulso di andare oltre all’abituale ci sia in ogni generazione. È parte dell’essere giovane desiderare qualcosa di più della quotidianità regolare di un impiego sicuro e sentire l’anelito per ciò che è realmente grande. Si tratta solo di un sogno vuoto che svanisce quando si diventa adulti? No, l’uomo è veramente creato per ciò che è grande, per l’infinito. Qualsiasi altra cosa è insufficiente. Sant’Agostino aveva ragione: il nostro cuore è inquieto sino a quando non riposa in Te. Il desiderio della vita più grande è un segno del fatto che ci ha creati Lui, che portiamo la sua “impronta”. Dio è vita, e per questo ogni creatura tende alla vita; in modo unico e speciale la persona umana, fatta ad immagine di Dio, aspira all’amore, alla gioia e alla pace. Allora comprendiamo che è un controsenso pretendere di eliminare Dio per far vivere l’uomo! Dio è la sorgente della vita; eliminarlo equivale a separarsi da questa fonte e, inevitabilmente, privarsi della pienezza e della gioia: “la creatura, infatti, senza il Creatore svanisce” (Con. Ecum. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, 36). La cultura attuale, in alcune aree del mondo, soprattutto in Occidente, tende ad escludere Dio, o a considerare la fede come un fatto privato, senza alcuna rilevanza nella vita sociale. Mentre l’insieme dei valori che sono alla base della società proviene dal Vangelo – come il senso della dignità della persona, della solidarietà, del lavoro e della famiglia –, si constata una sorta di “eclissi di Dio”, una certa amnesia, se non un vero rifiuto del Cristianesimo e una negazione del tesoro della fede ricevuta, col rischio di perdere la propria identità profonda.

Per questo motivo, cari amici, vi invito a intensificare il vostro cammino di fede in Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Voi siete il futuro della società e della Chiesa! Come scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani della città di Colossi, è vitale avere delle radici, delle basi solide! E questo è particolarmente vero oggi, quando molti non hanno punti di riferimento stabili per costruire la loro vita, diventando così profondamente insicuri. Il relativismo diffuso, secondo il quale tutto si equivale e non esiste alcuna verità, né alcun punto di riferimento assoluto, non genera la vera libertà, ma instabilità, smarrimento, conformismo alle mode del momento. Voi giovani avete il diritto di ricevere dalle generazioni che vi precedono punti fermi per fare le vostre scelte e costruire la vostra vita, come una giovane pianta ha bisogno di un solido sostegno finché crescono le radici, per diventare, poi, un albero robusto, capace di portare frutto.

2. Radicati e fondati in Cristo

Per mettere in luce l’importanza della fede nella vita dei credenti, vorrei soffermarmi su ciascuno dei tre termini che san Paolo utilizza in questa sua espressione: “Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede” (cfr Col 2,7). Vi possiamo scorgere tre immagini: “radicato” evoca l’albero e le radici che lo alimentano; “fondato” si riferisce alla costruzione di una casa; “saldo” rimanda alla crescita della forza fisica o morale. Si tratta di immagini molto eloquenti. Prima di commentarle, va notato semplicemente che nel testo originale i tre termini, dal punto di vista grammaticale, sono dei passivi: ciò significa che è Cristo stesso che prende l’iniziativa di radicare, fondare e rendere saldi i credenti.

La prima immagine è quella dell’albero, fermamente piantato al suolo tramite le radici, che lo rendono stabile e lo alimentano. Senza radici, sarebbe trascinato via dal vento, e morirebbe. Quali sono le nostre radici? Naturalmente i genitori, la famiglia e la cultura del nostro Paese, che sono una componente molto importante della nostra identità. La Bibbia ne svela un’altra. Il profeta Geremia scrive: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti” (Ger 17,7-8). Stendere le radici, per il profeta, significa riporre la propria fiducia in Dio. Da Lui attingiamo la nostra vita; senza di Lui non potremmo vivere veramente. “Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio” (1 Gv 5,11). Gesù stesso si presenta come nostra vita (cfr Gv 14,6). Perciò la fede cristiana non è solo credere a delle verità, ma è anzitutto una relazione personale con Gesù Cristo, è l’incontro con il Figlio di Dio, che dà a tutta l’esistenza un dinamismo nuovo. Quando entriamo in rapporto personale con Lui, Cristo ci rivela la nostra identità, e, nella sua amicizia, la vita cresce e si realizza in pienezza. C’è un momento, da giovani, in cui ognuno di noi si domanda: che senso ha la mia vita, quale scopo, quale direzione dovrei darle? E’ una fase fondamentale, che può turbare l’animo, a volte anche a lungo. Si pensa al tipo di lavoro da intraprendere, a quali relazioni sociali stabilire, a quali affetti sviluppare… In questo contesto, ripenso alla mia giovinezza. In qualche modo ho avuto ben presto la consapevolezza che il Signore mi voleva sacerdote. Ma poi, dopo la Guerra, quando in seminario e all’università ero in cammino verso questa meta, ho dovuto riconquistare questa certezza. Ho dovuto chiedermi: è questa veramente la mia strada? È veramente questa la volontà del Signore per me? Sarò capace di rimanere fedele a Lui e di essere totalmente disponibile per Lui, al Suo servizio? Una tale decisione deve anche essere sofferta. Non può essere diversamente. Ma poi è sorta la certezza: è bene così! Sì, il Signore mi vuole, pertanto mi darà anche la forza. Nell’ascoltarLo, nell’andare insieme con Lui divento veramente me stesso. Non conta la realizzazione dei miei propri desideri, ma la Sua volontà. Così la vita diventa autentica.

Come le radici dell’albero lo tengono saldamente piantato nel terreno, così le fondamenta danno alla casa una stabilità duratura. Mediante la fede, noi siamo fondati in Cristo (cfr Col 2,7), come una casa è costruita sulle fondamenta. Nella storia sacra abbiamo numerosi esempi di santi che hanno edificato la loro vita sulla Parola di Dio. Il primo è Abramo. Il nostro padre nella fede obbedì a Dio che gli chiedeva di lasciare la casa paterna per incamminarsi verso un Paese sconosciuto. “Abramo credette a Dio e gli fu accreditato come giustizia, ed egli fu chiamato amico di Dio” (Gc 2,23). Essere fondati in Cristo significa rispondere concretamente alla chiamata di Dio, fidandosi di Lui e mettendo in pratica la sua Parola. Gesù stesso ammonisce i suoi discepoli: “Perché mi invocate: «Signore, Signore!» e non fate quello che dico?” (Lc 6,46). E, ricorrendo all’immagine della costruzione della casa, aggiunge: “Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica… è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene” (Lc 6,47-48).

Cari amici, costruite la vostra casa sulla roccia, come l’uomo che “ha scavato molto profondo”. Cercate anche voi, tutti i giorni, di seguire la Parola di Cristo. Sentitelo come il vero Amico con cui condividere il cammino della vostra vita. Con Lui accanto sarete capaci di affrontare con coraggio e speranza le difficoltà, i problemi, anche le delusioni e le sconfitte. Vi vengono presentate continuamente proposte più facili, ma voi stessi vi accorgete che si rivelano ingannevoli, non vi danno serenità e gioia. Solo la Parola di Dio ci indica la via autentica, solo la fede che ci è stata trasmessa è la luce che illumina il cammino. Accogliete con gratitudine questo dono spirituale che avete ricevuto dalle vostre famiglie e impegnatevi a rispondere con responsabilità alla chiamata di Dio, diventando adulti nella fede. Non credete a coloro che vi dicono che non avete bisogno degli altri per costruire la vostra vita! Appoggiatevi, invece, alla fede dei vostri cari, alla fede della Chiesa, e ringraziate il Signore di averla ricevuta e di averla fatta vostra!

3. Saldi nella fede

Siate “radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede” (cfr Col 2,7). La Lettera da cui è tratto questo invito, è stata scritta da san Paolo per rispondere a un bisogno preciso dei cristiani della città di Colossi. Quella comunità, infatti, era minacciata dall’influsso di certe tendenze culturali dell’epoca, che distoglievano i fedeli dal Vangelo. Il nostro contesto culturale, cari giovani, ha numerose analogie con quello dei Colossesi di allora. Infatti, c’è una forte corrente di pensiero laicista che vuole emarginare Dio dalla vita delle persone e della società, prospettando e tentando di creare un “paradiso” senza di Lui. Ma l’esperienza insegna che il mondo senza Dio diventa un “inferno”: prevalgono gli egoismi, le divisioni nelle famiglie, l’odio tra le persone e tra i popoli, la mancanza di amore, di gioia e di speranza. Al contrario, là dove le persone e i popoli accolgono la presenza di Dio, lo adorano nella verità e ascoltano la sua voce, si costruisce concretamente la civiltà dell’amore, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità, cresce la comunione, con i frutti che essa porta. Vi sono però dei cristiani che si lasciano sedurre dal modo di pensare laicista, oppure sono attratti da correnti religiose che allontanano dalla fede in Gesù Cristo. Altri, senza aderire a questi richiami, hanno semplicemente lasciato raffreddare la loro fede, con inevitabili conseguenze negative sul piano morale.

Ai fratelli contagiati da idee estranee al Vangelo, l’apostolo Paolo ricorda la potenza di Cristo morto e risorto. Questo mistero è il fondamento della nostra vita, il centro della fede cristiana. Tutte le filosofie che lo ignorano, considerandolo “stoltezza” (1 Cor 1,23), mostrano i loro limiti davanti alle grandi domande che abitano il cuore dell’uomo. Per questo anch’io, come Successore dell’apostolo Pietro, desidero confermarvi nella fede (cfr Lc 22,32). Noi crediamo fermamente che Gesù Cristo si è offerto sulla Croce per donarci il suo amore; nella sua passione, ha portato le nostre sofferenze, ha preso su di sé i nostri peccati, ci ha ottenuto il perdono e ci ha riconciliati con Dio Padre, aprendoci la via della vita eterna. In questo modo siamo stati liberati da ciò che più intralcia la nostra vita: la schiavitù del peccato, e possiamo amare tutti, persino i nemici, e condividere questo amore con i fratelli più poveri e in difficoltà.

Cari amici, spesso la Croce ci fa paura, perché sembra essere la negazione della vita. In realtà, è il contrario! Essa è il “sì” di Dio all’uomo, l’espressione massima del suo amore e la sorgente da cui sgorga la vita eterna. Infatti, dal cuore di Gesù aperto sulla croce è sgorgata questa vita divina, sempre disponibile per chi accetta di alzare gli occhi verso il Crocifisso. Dunque, non posso che invitarvi ad accogliere la Croce di Gesù, segno dell’amore di Dio, come fonte di vita nuova. Al di fuori di Cristo morto e risorto, non vi è salvezza! Lui solo può liberare il mondo dal male e far crescere il Regno di giustizia, di pace e di amore al quale tutti aspiriamo.

4. Credere in Gesù Cristo senza vederlo

Nel Vangelo ci viene descritta l’esperienza di fede dell’apostolo Tommaso nell’accogliere il mistero della Croce e Risurrezione di Cristo. Tommaso fa parte dei Dodici apostoli; ha seguito Gesù; è testimone diretto delle sue guarigioni, dei miracoli; ha ascoltato le sue parole; ha vissuto lo smarrimento davanti alla sua morte. La sera di Pasqua il Signore appare ai discepoli, ma Tommaso non è presente, e quando gli viene riferito che Gesù è vivo e si è mostrato, dichiara: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo” (Gv 20,25).

Noi pure vorremmo poter vedere Gesù, poter parlare con Lui, sentire ancora più fortemente la sua presenza. Oggi per molti, l’accesso a Gesù si è fatto difficile. Circolano così tante immagini di Gesù che si spacciano per scientifiche e Gli tolgono la sua grandezza, la singolarità della Sua persona. Pertanto, durante lunghi anni di studio e meditazione, maturò in me il pensiero di trasmettere un po’ del mio personale incontro con Gesù in un libro: quasi per aiutare a vedere, udire, toccare il Signore, nel quale Dio ci è venuto incontro per farsi conoscere. Gesù stesso, infatti, apparendo nuovamente dopo otto giorni ai discepoli, dice a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!” (Gv 20,27). Anche a noi è possibile avere un contatto sensibile con Gesù, mettere, per così dire, la mano sui segni della sua Passione, i segni del suo amore: nei Sacramenti Egli si fa particolarmente vicino a noi, si dona a noi. Cari giovani, imparate a “vedere”, a “incontrare” Gesù nell’Eucaristia, dove è presente e vicino fino a farsi cibo per il nostro cammino; nel Sacramento della Penitenza, in cui il Signore manifesta la sua misericordia nell’offrirci sempre il suo perdono. Riconoscete e servite Gesù anche nei poveri, nei malati, nei fratelli che sono in difficoltà e hanno bisogno di aiuto.

Aprite e coltivate un dialogo personale con Gesù Cristo, nella fede. Conoscetelo mediante la lettura dei Vangeli e del Catechismo della Chiesa Cattolica; entrate in colloquio con Lui nella preghiera, dategli la vostra fiducia: non la tradirà mai! “La fede è innanzitutto un’adesione personale dell’uomo a Dio; al tempo stesso ed inseparabilmente, è l’assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 150). Così potrete acquisire una fede matura, solida, che non sarà fondata unicamente su un sentimento religioso o su un vago ricordo del catechismo della vostra infanzia. Potrete conoscere Dio e vivere autenticamente di Lui, come l’apostolo Tommaso, quando manifesta con forza la sua fede in Gesù: “Mio Signore e mio Dio!”.

5. Sorretti dalla fede della Chiesa, per essere testimoni

In quel momento Gesù esclama: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20,29). Egli pensa al cammino della Chiesa, fondata sulla fede dei testimoni oculari: gli Apostoli. Comprendiamo allora che la nostra fede personale in Cristo, nata dal dialogo con Lui, è legata alla fede della Chiesa: non siamo credenti isolati, ma, mediante il Battesimo, siamo membri di questa grande famiglia, ed è la fede professata dalla Chiesa che dona sicurezza alla nostra fede personale. Il Credo che proclamiamo nella Messa domenicale ci protegge proprio dal pericolo di credere in un Dio che non è quello che Gesù ci ha rivelato: “Ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 166). Ringraziamo sempre il Signore per il dono della Chiesa; essa ci fa progredire con sicurezza nella fede, che ci la vera vita (cfr Gv 20,31).

Nella storia della Chiesa, i santi e i martiri hanno attinto dalla Croce gloriosa di Cristo la forza per essere fedeli a Dio fino al dono di se stessi; nella fede hanno trovato la forza per vincere le proprie debolezze e superare ogni avversità. Infatti, come dice l’apostolo Giovanni, “chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?” (1 Gv 5,5). E la vittoria che nasce dalla fede è quella dell’amore. Quanti cristiani sono stati e sono una testimonianza vivente della forza della fede che si esprime nella carità: sono stati artigiani di pace, promotori di giustizia, animatori di un mondo più umano, un mondo secondo Dio; si sono impegnati nei vari ambiti della vita sociale, con  competenza e professionalità, contribuendo efficacemente al bene di tutti. La carità che scaturisce dalla fede li ha condotti ad una testimonianza molto concreta, negli atti e nelle parole: Cristo non è un bene solo per noi stessi, è il bene più prezioso che abbiamo da condividere con gli altri. Nell’era della globalizzazione, siate testimoni della speranza cristiana nel mondo intero: sono molti coloro che desiderano ricevere questa speranza! Davanti al sepolcro dell’amico Lazzaro, morto da quattro giorni, Gesù, prima di richiamarlo alla vita, disse a sua sorella Marta: “Se crederai, vedrai la gloria di Dio” (cfr Gv 11,40). Anche voi, se crederete, se saprete vivere e testimoniare la vostra fede ogni giorno, diventerete strumento per far ritrovare ad altri giovani come voi il senso e la gioia della vita, che nasce dall’incontro con Cristo!

6. Verso la Giornata Mondiale di Madrid

Cari amici, vi rinnovo l’invito a venire alla Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid. Con gioia profonda, attendo ciascuno di voi personalmente: Cristo vuole rendervi saldi nella fede mediante la Chiesa. La scelta di credere in Cristo e di seguirlo non è facile; è ostacolata dalle nostre infedeltà personali e da tante voci che indicano vie più facili. Non lasciatevi scoraggiare, cercate piuttosto il sostegno della Comunità cristiana, il sostegno della Chiesa! Nel corso di quest’anno preparatevi intensamente all’appuntamento di Madrid con i vostri Vescovi, i vostri sacerdoti e i responsabili di pastorale giovanile nelle diocesi, nelle comunità parrocchiali, nelle associazioni e nei movimenti. La qualità del nostro incontro dipenderà soprattutto dalla preparazione spirituale, dalla preghiera, dall’ascolto comune della Parola di Dio e dal sostegno reciproco.

Cari giovani, la Chiesa conta su di voi! Ha bisogno della vostra fede viva, della vostra carità creativa e del dinamismo della vostra speranza. La vostra presenza rinnova la Chiesa, la ringiovanisce e le dona nuovo slancio. Per questo le Giornate Mondiali della Gioventù sono una grazia non solo per voi, ma per tutto il Popolo di Dio. La Chiesa in Spagna si sta preparando attivamente per accogliervi e vivere insieme l’esperienza gioiosa della fede. Ringrazio le diocesi, le parrocchie, i santuari, le comunità religiose, le associazioni e i movimenti ecclesiali, che lavorano con generosità alla preparazione di questo evento. Il Signore non mancherà di benedirli. La Vergine Maria accompagni questo cammino di preparazione. Ella, all’annuncio dell’Angelo, accolse con fede la Parola di Dio; con fede acconsentì all’opera che Dio stava compiendo in lei. Pronunciando il suo “fiat”, il suo “sì”, ricevette il dono di una carità immensa, che la spinse a donare tutta se stessa a Dio. Interceda per ciascuno e ciascuna di voi, affinché nella prossima Giornata Mondiale possiate crescere nella fede e nell’amore. Vi assicuro il mio paterno ricordo nella preghiera e vi benedico di cuore. Benedetto XVI

 

 

 

 

Messaggio GMG 2011. Le radici e la roccia. Il commento di padre Eric Jacquinet

 

“Un forte invito ai giovani a riscoprire il grande desiderio di Dio, ad aprire il loro cuore a Cristo, in un tempo in cui, specie in Occidente, si assiste all’eclissi di Dio, al tentativo di emarginarlo dalla vita delle persone e della società. È un attestato di fiducia nelle nuove generazioni”. È questo, per padre Eric Jacquinet, responsabile della sezione giovani del Pontificio Consiglio per i laici (Pcl), il cuore del messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della gioventù di Madrid 2011 (16-21 agosto), diffuso il 3 settembre dalla Sala Stampa della Santa Sede.

 

Come i santi e i martiri. “È un testo ricco anche di annotazioni autobiografiche che il Papa ripropone per testimoniare che il desiderio di Dio è uguale sempre in ogni tempo e in ogni situazione, anche sotto la dittatura nazista come accadde per lui da giovane” dichiara al SIR padre Jacquinet. “Benedetto XVI esorta i giovani a fare di Dio la sorgente della vita, ad intensificare il loro cammino di fede, perché sono il futuro della Chiesa e della società”. Esortazioni sostenute da immagini bibliche riprese dal tema della Giornata spagnola, “Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede”. “Il messaggio – spiega il sacerdote – è ricco di immagini bibliche, come l’albero saldamente piantato in terra tramite le radici. Stendere le radici, afferma il Papa, equivale a riporre fiducia in Dio. Altra immagine è la casa costruita sulla roccia. Come l’albero dobbiamo trovare in Cristo la sorgente di vita così la casa va costruita sulla roccia che è la Parola di Dio”. Altro punto centrale del messaggio ai giovani è “l’urgenza dell’annuncio e della testimonianza specie in questo tempo segnato dal pensiero laicista che vuole costruire un paradiso senza Dio. Oggi – afferma padre Jacquinet – c’è la tentazione di costruire una religione ‘simpatica’ senza la Croce di Cristo. Se vogliamo avere la forza di testimoniare dobbiamo come i Santi e i martiri avvicinarci ad essa, che non è negazione della vita ma luogo della vita. La testimonianza è legata alla Chiesa e radicata nella Croce”. È quanto mai necessario, allora, “riscoprire la nostra identità cristiana, basilare anche per l’Europa bisognosa di ritrovare le proprie radici cristiane. Non è solo un discorso politico ma di conversione personale”.

 

Tempo di conversione. A tale riguardo, sostiene padre Jacquinet, “la Gmg è proposta di tempo e di incontro personale con Dio, non una bella festa episodica, è un cammino di preparazione. Per questo raccomando a tutti di leggere questo messaggio, pubblicato apposta un anno prima, per porsi domande approfondire e preparare Madrid nel modo migliore”. Per padre Jacquinet, questo messaggio vuole essere anche “una dichiarazione di amore del Papa ai giovani, come testimoniano le parole finali del testo –La Chiesa conta su di voi, la vostra presenza rinnova la Chiesa, le dona nuovo slancio’ – è una risposta a chi dubitava della capacità del Papa di parlare loro. Benedetto XVI sa bene il valore delle nuove generazioni nella Chiesa e ribadisce loro il suo attaccamento e la sua fiducia. Un esempio anche per noi adulti che spesso dimentichiamo di essere stati giovani e che ci sono state persone che hanno avuto fiducia in noi. I giovani possono dare molto e la Chiesa ha bisogno di loro”. Sir 3

 

 

 

Il Papa e la polemica sul posto fisso. «Altri esaltano mobilità dei giovani»

 

Benedetto XVI critica le interpretazioni date dai media al suo intervento: «La Chiesa dice di essere radicati e saldi»

 

MILANO - Benedetto XVI non ha gradito le interpretazioni date dai media al suo messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù 2011, estrapolando una frase che accennava al tema del posto fisso. Se non la Chiesa, «chi oggi propone ai giovani di essere "radicati e saldi"? Piuttosto si esalta l'incertezza, la mobilità, la volubilità - spiega Benedetto XVI -. Tutti aspetti che riflettono una cultura indecisa riguardo ai valori di fondo, ai principi in base ai quali orientare e regolare la propria vita».

RADICI - «In realtà - aggiunge il Pontefice - io stesso, per la mia esperienza e per i contatti che ho con i giovani, so bene che ogni generazione, anzi, ogni singola persona è chiamata a fare nuovamente il percorso di scoperta del senso della vita. Ed è proprio per questo che ho voluto riproporre un messaggio che, secondo lo stile biblico, evoca le immagini dell'albero e della casa». Secondo il Papa, «il giovane, infatti, è come un albero in crescita: per svilupparsi bene ha bisogno di radici profonde, che, in caso di tempeste di vento, lo tengano ben piantato al suolo».

AVVENIRE - Anche il quotidiano Avvenire, in un editoriale del direttore Marco Tarquinio, stigmatizza gli articoli dei giornali in cui «il messaggio del Papa viene spacciato come un invito alla precarietà». Nella lettera ai giovani, ricorda il quotidiano della Cei, il Papa «accenna alla domanda del posto di lavoro e di un terreno sicuro sotto i piedi, sottolinea che allo stesso tempo la gioventù rimane comunque l'età in cui si è alla ricerca della vita più grande. Allo stesso tempo. Tra virgolette». Inoltre, il Pontefice parla del «lavoro come problema grande e pressante», un concetto che - denuncia Avvenire - nelle cronache «scompare».

INGIUSTIZIE - Futuro dei giovani, ingiustizie sociali e crisi occupazionale sono stati i temi al centro della Preghiera dei fedeli alla messa celebrata dal Papa a Carpineto Romano: «Per il nostro Paese che sembra incapace di formare alla vita, specialmente le giovani generazioni», «per il mondo di oggi, segnato come ai tempi di Leone XIII da nuove e stridenti ingiustizie sociali ed economiche». Si è pregato poi «per la difficile situazione occupazionale che attraversa la Ciociaria, perché i responsabili della cosa pubblica e delle imprese sappiano trovare soluzioni adeguate sempre nella dignità della persona». Infine, si è pregato per le vocazioni e per il Papa. CdS 5

 

 

 

Nuova scuola e riserve cattolici

 

All’indomani dell’annuncio della linea dura del governo contro i precari della scuola, le critiche del giornale dei vescovi «Avvenire» (pur formalmente ridimensionate dalla direzione del giornale) alla ministra dell’Istruzione Gelmini confermano le riserve che nel corso dell’ultimo anno la Cei ha espresso sulla vita pubblica italiana.

 

Rivolto a una personalità cattolica e cresciuta in una famiglia democristiana, com’è appunto la Gelmini, il giudizio ha anche un’altra valenza. In discussione è, in generale, l’approccio rigoroso alla questione dei conti dello Stato, che in un settore enorme come quello della scuola pubblica produrrà pesanti conseguenze sociali, in termini di emarginazione di persone che si vedono escluse dopo aver già dedicato al precariato nell’istruzione anni di sacrifici, sottratti spesso agli impegni familiari. Inoltre la contrazione del comparto statale potrebbe spingere verso gli istituti cattolici i figli di genitori più abbienti, tendendo a trasformarli in «scuole per ricchi», laddove la Chiesa esige che la scelta verso un tipo di istruzione o un’altra sia sempre libera e consapevole.

 

Tra le righe s’intuisce anche una presa di distanza dal modello di severità, che la Gelmini vorrebbe implementare, e a cui ha dedicato una parte della conferenza stampa di inaugurazione dell’anno scolastico. Voti al posto dei giudizi, condotta più formale e adesso anche la bocciatura per chi supera i 50 giorni di assenza obbediscono certamente a un progetto di risanamento della scuola statale, da troppo tempo abbandonata a un lassismo insopportabile.

 

Ma nello stesso tempo delineano un modello competitivo per gli studenti che, puntando dichiaratamente all’affermazione del merito, collide con quello classico dell’istruzione italiana, come ha funzionato per decenni dalla nascita della Repubblica e quasi esclusivamente sotto il controllo di ministri cattolici. Un insieme basato sulla solidarietà e sul recupero degli ultimi, tra gli studenti, piuttosto che sull’incentivazione dei più bravi. E’ anche questa trasformazione - contro la quale tuttavia la protesta dei precari è solo un’anticipazione delle reazioni che verranno dalla pancia dell’apparato scolastico - che i vescovi mostrano di temere, perché la immaginano foriera di nuove divisioni, nuove emarginazioni, in una società che, trasformandosi, rischia di sfuggirgli di mano. MARCELLO SORGI  LS 4

 

 

 

 

La gente e i media. Un nuovo pensiero. Dopo tanto conformismo

 

Siamo richiamati a "produrre un nuovo pensiero" e a "esprimere nuove energie", a intraprendere un "discernimento" caratterizzato da "realismo", a immaginare "soluzioni nuove".

Frammenti, ripresi dalla "Caritas in Veritate" e posti, non a caso, nel documento preparatorio della 46ª Settimana Sociale.

Riletti, quasi in controluce, nel torrente delle notizie agostane hanno rafforzato il desiderio di guardare oltre, senza per questo estraniarsi dalla realtà.

"Produrre un nuovo pensiero", proprio a ragione di tanta turbolenza politica e mediatica, è l'impegno oggi da riamare e sostanziare anche sul piano dell'informazione.

Senza presunzione e senza timore.

Tra il non dire - che è altro rispetto al silenzio - e il lasciarsi trascinare nel vortice di parole e immagini, un'alternativa deve essere possibile, anzi doverosa.

Per amore della gente.

È la fiducia nella intelligenza e nel buon senso di molte persone, che tengono insieme e fanno crescere il nostro Paese, a incoraggiare percorsi professionali e culturali alternativi a quelli che oggi appaiono vincenti secondo la statistica.

Merita rispetto tanta gente semplice, seria e serena, che in una quotidianità operosa e non priva di difficoltà e problemi si attende anche dai media un aiuto nella ricerca della verità e nella costruzione del bene comune.

A fronte di polemiche, grida e show cresce l'esigenza di "un nuovo pensiero".

Senza uscire dalla cronaca, dalla storia, dal mondo.

A guida di questo movimento interiore è l'etica, che rimanda al primato della coscienza, alle sue più profonde radici, alla sua resistenza a pressioni e condizionamenti.

È la coscienza retta, che la maggioranza della gente non ha rimosso, a portare in alto lo sguardo, a cercare strade alternative a quelle offerte dall'effimero e dall'apparenza.

È sempre questa coscienza a chiedere che, oltre la denuncia del male, si indichi o almeno si tratteggi la direzione verso il bene.

È ancora questa coscienza a chiedere ai media non un incentivo a schierarsi da una parte o dall'altra ma uno stimolo a pensare, valutare e decidere con lungimiranza e saggezza.

Un passo, questo, che chiede a tutti un supplemento di competenza, di sensibilità di capacità di lettura dei segni dei tempi.

Vale tutto ciò ancor più per chi opera nei campi della comunicazione: non si può rimanere al palo dell'autoreferenzialità mentre la vita, i problemi e la speranza sono altrove.

"Ribelli per amore" venivano chiamati coloro che nella Resistenza lottavano con la forza delle idee contro la violenza.

"Ribelli per amore" - la definizione non vuole essere forzata perché richiama anche sacrifici estremi - è oggi la scelta di quanti intendono rompere con "un nuovo pensiero" la crosta del conformismo e della mediocrità.

Un impegno di non poco conto ma é la gente a chiederlo.

Per rendersene conto basta stare sulle strade, nelle case, nei supermercati, negli ospedali, delle scuole, nei luoghi di lavoro e di incontro…

Qualcuno ha delle risposte.

Il Vangelo ha parole chiare, inequivocabili e di estrema attualità su conformismo e non conformismo.

Nella concretezza e alla loro luce, la Chiesa italiana sta indicando due percorsi che si pongono al servizio e nella prospettiva di "un pensiero nuovo": l'impegno educativo con gli Orientamenti pastorali per il decennio in corso e l'impegno per la città con l'imminente Settimana Sociale dedicata alla speranza, al futuro, alle nuove generazioni.

C'è in questa tappa del cammino delle Chiesa italiana la volontà di "produrre un nuovo pensiero", di "esprimere nuove energie", di intraprendere un "discernimento" caratterizzato da "realismo", di immaginare "soluzioni nuove".

C'è, in questa scelta, un dono di fiducia, di progetto e di cultura.

Anche per i media - l'auspicio è non solo per alcuni - si presenta un'occasione per cercare nuove strade, nuovi linguaggi, nuove immagini per raccontare la realtà, per camminare con tanta gente che, non avendo mai smesso di pensare, sa distinguere la ricerca della verità e del bene comune dalla ricerca di qualcosa d'altro.

Paolo Bustaffa

 

 

 

 

 

Pino Puglisi. Il lume è acceso. A 17 anni dalla morte del prete vittima della mafia.

 

Un busto ligneo raffigurante don Giuseppe (Pino) Puglisi, realizzato dagli artigiani di Betlemme, sarà inaugurato il 16 settembre nella parrocchia "san Gaetano M.SS. del Divino Amore", nel quartiere Brancaccio di Palermo. L'iniziativa rientra tra le celebrazioni in occasione del 17° anniversario della morte di don Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia il giorno del suo 56° compleanno - 15 settembre 1993 - a motivo del suo costante impegno evangelico e sociale. Il busto - donato al Centro di accoglienza "Padre Nostro Onlus", fondato nel 1991 dal sacerdote palermitano, dalla Fondazione "Giovanni Paolo II" di Fiesole - sarà scoperto nel corso di una solenne celebrazione eucaristica presieduta dall'arcivescovo di Palermo, mons. Paolo Romeo, e concelebrata, fra gli altri, dal vescovo ausiliare, mons. Carmelo Cuttitta, dal presidente della Fondazione "Giovanni Paolo II", mons. Luciano Giovannettti, da p. Ibraim Falthas, vicepresidente della Fondazione ed economo della Custodia di Terra Santa a Gerusalemme, e dal parroco di san Gaetano, p. Maurizio Francoforte. Dopo 17 anni, cosa vuol dire fare memoria di questo sacerdote ucciso per il suo impegno civile? Il SIR lo ha chiesto a Maurizio Artale, presidente del Centro di accoglienza "Padre Nostro Onlus".

 

Perché fare memoria di don Puglisi?

"Fare memoria di un martire sembrerebbe la cosa più facile di questo mondo. E in effetti, se questo si deve limitare solo alla narrazione per iscritto dei suoi comportamenti e del suo atteggiamento negli ultimi anni di vita a Brancaccio, è così. Ma il nostro fare memoria comincia ogni anno dal 16 settembre in poi, tenendo aperte le porte delle sedi del 'Centro Padre Nostro', formando i volontari, gli universitari tirocinanti, i volontari in servizio civile a spendersi per chi soffre, a donarsi senza nulla attendersi. Il Centro oggi svolge le sue attività e i suoi servizi in tre quartieri di Palermo: Brancaccio, Falsomiele, san Filippo Neri (ex Zen)".

 

Alla luce anche degli ultimi episodi, come le intimidazioni a magistrati, quale può essere e deve essere il ruolo del Centro "Padre Nostro" ?

"Il Centro deve mantenere il ruolo che ha avuto sin dalla sua fondazione, e cioè quello di avamposto dello Stato. In un quartiere come Brancaccio, dove le istituzioni, con grande sofferenza, riescono a mantenere l'ordine pubblico. Il Centro è, e deve continuare ad essere, voce di denuncia e voce profetica. Non ci siamo mai pianti addosso, abbiamo lavorato per mantenere acceso il lume della speranza acceso da padre Pino Puglisi".

 

A che punto è la causa di beatificazione di don Puglisi?

"La causa di beatificazione sembra aver avuto una battuta d'arresto, ma questo è dovuto alla complessità in cui è maturato l'omicidio di padre Puglisi. La Congregazione delle cause dei santi si sta interrogando se veramente padre Puglisi sia stato ucciso in 'odium fidei'. Speriamo nella visita del Santo Padre, che si svolgerà il 3 ottobre a Palermo, forse in quell'occasione potrebbe darci una bella notizia".

Raffaele Iaria

 

 

 

 

Tettamanzi: "Subito la moschea. Milano garantisca il diritto di culto"

 

Il cardinale ai politici lombardi: “La politica strumentalizza il problema alimentando tensioni” - A dicembre la Padania, quotidiano della Lega, lo attaccò violentemente, arrivando a definirlo "imam" - di ZITA DAZZI

 

«Le istituzioni civili milanesi devono garantire a tutti la libertà religiosa e il diritto di culto. I musulmani hanno diritto a praticare la loro fede nel rispetto della legalità. Spesso però la politica rischia di strumentalizzare il tema della moschea e finisce per rimandare la soluzione del problema, aumentando il livello di scontro, mentre potrebbe diventare uno stimolo per migliorare il livello della convivenza civile». L’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, ha ancora indosso i paramenti sacri dopo la messa e il rito per la professione perpetua delle religiose in Duomo. E a chi gli chiede del Ramadan e della moschea invano attesa da anni dalla folta comunità islamica milanese, risponde come un fiume in piena: «È un problema grave, che bisogna risolvere urgentemente. La questione interroga la città nel suo complesso. Le autorità locali devono cercare di trovare una soluzione in tempi brevi: rimandare il momento in cui la questione sarà affrontata, può solo incancrenire la situazione e aumentare la tensione».

 

Tettamanzi sa di toccare un nervo scoperto e ricorda bene quante polemiche seguirono, due anni fa, quando auspicò la creazione di luoghi di preghiera per tutti le fedi in ogni quartiere. Ma non si tira indietro: «È ora di mettersi attorno a un tavolo a ragionare concretamente — spiega — senza paura del dibattito, senza temere le critiche. È mio forte desiderio che non si procrastini ancora l’attesa della comunità islamica, che chiede legittimamente di avere un luogo per pregare. Anche così la città potrà essere governata in nome della pace, della giustizia e dell’armonia fra le sue diverse componenti».

 

Lo scorso dicembre la Padania, quotidiano della Lega, lo attaccò violentemente, arrivando a definirlo «imam», proprio per le sue prese di posizione a favore del dialogo interreligioso. Oggi, alla vigilia della conclusione del mese sacro del digiuno, i centomila islamici milanesi pregano ancora in garage, palestre, campi sportivi, abitazioni riadattate, parcheggi. Il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, all’inizio del Ramadan, ha rotto il ghiaccio, invitando le altre istituzioni locali a mettersi attorno a un tavolo per ragionare sul tema della moschea. Ed è esattamente quello che auspica l’arcivescovo: «Mi appello alle istituzioni perché sappiano cogliere nella diversità delle fedi e delle presenze straniere l’elemento di ricchezza di Milano. È urgente arrivare a una soluzione complessiva, che soddisfi tutte le esigenze, nel rispetto delle norme, e che metta fine alla diatriba che si trascina da anni. Le soluzioni parziali o provvisorie trovate fino ad oggi non fanno che riscaldare gli animi ed accrescere la tensione».

 

Tettamanzi ha ben presente le soluzioni improvvisate da quando due anni fa il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha decretato la fine delle grandi preghiere alla moschea di viale Jenner, dove si radunavano migliaia di persone ogni venerdì. Il Comune ha dirottato gli islamici sul tendone del teatro Ciak in zona Sempione o al Palasharp, tensostruttura alla periferia nord. Ma per la festa della rottura del digiuno, venerdì prossimo, una sede abbastanza accogliente ancora non si è trovata. E Tettamanzi sembra preoccupato del malcontento all’interno della comunità.

 

A Cascina Gobba, estrema periferia est, nonostante i divieti arrivati dal Comune, sta nascendo una grande moschea non autorizzata. Segnali che il cardinale guarda con preoccupazione: «Auspico che tutte le componenti, anche la comunità musulmana, si sappiano mettere attorno a un tavolo armati di saggezza e di umiltà per cercare una soluzione definitiva a questo tema, nel pieno rispetto della legalità. Ma le istituzioni civili hanno il dovere di agire, di entrare in una logica di rispetto dei diritti della persona. Fra i quali c’è il diritto inalienabile di culto e di espressione religiosa, come sancito dalle convenzioni internazionali e dal Concilio Vaticano II». LR 5

 

 

 

Maroni: "Faccio il ministro non il costruttore di moschee"

 

Il responsabile degli Interni replica da Cernobbio alla richiesta dell'arcivescovo di Milano

 

"Sono il ministro dell'Interno, non un costruttore di moschee". Così Roberto Maroni ha replicato a una domanda sulla richiesta dell'arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, perchè si costruisca subito una moschea nel capoluogo lombardo. "Siamo intervenuti sulla cosiddetta moschea di viale Jenner solo perchè c'era un problema di ordine pubblico", ha ricordato il Ministro limitandosi a "prendere atto" delle dichiarazioni del porporato a più riprese finito nel mirino della Lega che era giunto a definirlo Iman di Milano.

 

Ma Maroni non rinuncia alla linea dura nei confronti degli immigrati e infatti ai cronisti anticipa che chiederà "alla Commissione europea di avere la possibilita' di espellere i cittadini comunitari che non possono stare in base alla direttiva comunitaria''.

 

Se il ministro leghista cerca di non esporsi direttamente, non altrettanta cautela dimostrano i suoi compagni di partito e Davide Boni presidente del Consiglio regionale lombardo premettendo di rispettare le dichiarazioni del Cardinale conferma di credere "che i milanesi che quotidianamente vivono a contatto con la comunità musulmana la pensino in maniera diversa: prima di parlare di nuovi luoghi di culto ci deve essere la certezza che i musulmani vogliano davvero integrarsi, rispettando il nostro Paese".

 

Ricara la dose il parlamentare europeo e consigliere comunale Matteo Salvini: "Se il Cardinale ha fretta e ha già dimenticato l'occupazione del sagrato del Duomo ospiti gli islamici nei suoi immensi palazzi". Per poi aggiungere: "'La moschea non e' una priorità per Milano nè possiamo cedere spazi a chi usa la religione per imporre un modo di vivere arretrato di secoli".

 

Dal fronte dell'opposizione, il vicepresidente del Consiglio provinciale Filippo Penati nota che  "il sindaco Moratti, che ha mostrato tanta accondiscendenza verso i deliri di onnipotenza di Gheddafi in visita in Italia, che non si è scandalizzata neppure di fronte ai suoi richiami alla conversione all'islam, tutto questo sull'altare del business di pochi, continua a ignorare un diritto inalienabile di chi vive e lavora a Milano e professa fede musulmana, il diritto alla preghiera. E questo non è accettabile".

 

La comunità islamica milanese, per bocca di Abdel Hamid Shaari, presidente del contestato istituto di viale Jenner sottolinea che "il Cardinale Dionigi Tettamanzi è l'unica coscienza morale ed etica rimasta a Milano. Non a caso riusciamo ad avere un dialogo con lui, attraverso i giornali o cordiali scambi di lettere. L'unico ad avere una dialettica normale fatta di tolleranza verso chi la pensa diversamente. Non è così per la politica di questo paese, che non è affatto normale, non dialoga, è di parte, non rispetta la Costituzione e la Carta dei diritti umani, in un clima di intolleranza condita da razzismo e xenofobia, fomentando la paura verso chiunque è 'diverso'".

 

Glissa sull'argomento il sindaco Letizia Moratti ospite della giornata della cultura ebraica notando che "quest'anno è dedicato alla cultura islamica a Milano. Ci sono tante iniziative finalizzate proprio a far conoscere e a far capire quali sono i valori della cultura islamica. Quindi lavoriamo su questo tema". LR 5

 

 

 

Sinodo Medio Oriente. Che ne sarà della culla? Sofferenze e speranze là dove il cristianesimo è nato

 

“Le nostre Chiese sono d’origine apostolica e i nostri Paesi sono stati la culla del cristianesimo. Sono terre benedette dalla presenza di Cristo stesso e delle prime generazioni di cristiani. È chiaro che sarebbe una perdita per la Chiesa universale se il cristianesimo dovesse affievolirsi o scomparire proprio là dove è nato”. È quanto si legge al punto 2 (Apostolicità e vocazione missionaria) del capitolo I dell’“Instrumentum laboris” della prossima assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi (Vaticano, 10-24 ottobre), sul tema “La Chiesa cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza”. Nel testo si evidenzia anche la “crisi delle vocazioni” e relative cause come “l’emigrazione delle famiglie, la diminuzione delle nascite” unite alla “mancanza di unità tra i membri del clero, alla formazione umana e spirituale di sacerdoti, religiosi e religiose che talvolta lascia a desiderare”, senza dimenticare la necessità “di padri spirituali esemplari”. “Quello delle vocazioni sarà uno dei temi che il Sinodo dei vescovi di ottobre affronterà con attenzione” spiega al SIR padre Andraous Fahmi, vicerettore del seminario maggiore copto-cattolico di “san Leone Magno” nel quartiere del Maadi al Cairo.

 

Padre Fahmi, l’“Instrumentum laboris” evidenzia “la grave responsabilità di mantenere la fede cristiana della Terra Santa” ed elenca una serie di impegni da parte di vescovi e sacerdoti in questa linea…

“Le vocazioni evidenziano cali in Occidente e in Oriente. In Egitto, però, non ne risentiamo molto anche perché nel seminario maggiore di san Leone Magno nel quartiere del Maadi al Cairo, abbiamo tra i 30 e i 40 seminaristi. Ogni anno celebriamo tra le 3 e le 6 ordinazioni, un bel numero se rapportato ai circa 300 mila fedeli copto-cattolici. I preti in servizio pastorale sono circa 250. Nel prossimo Sinodo non si potrà non riflettere su alcune cause della crisi vocazionale in atto”.

 

Quali sono, a suo parere, le principali cause di questa crisi?

“A quelle già delineate nell’‘Instrumentum laboris’ affiancherei anche il ‘dominio’ dello spirito laicista – nel suo lato negativo – che sta penetrando man mano anche nella Chiesa, nella vita sacerdotale e religiosa. Mi riferisco a quella cultura dell’egoismo che scoraggia a servire e ad amare gratuitamente. Occorre educare alla spiritualità del sacrificio mostrandone i punti luminosi. Altra causa è la mancanza di un serio rinnovamento nei settori pastorali nella Chiesa, e mi riferisco ad un lavoro ben fatto di studiosi e pastori che in ogni Chiesa locale verificano lo stato della pastorale e i mezzi con cui realizzarla. Questo anche per concepire adeguati piani pastorali. In Medio Oriente le Chiese non sono abituate alla programmazione pastorale che si perde nella rete di culture e riti, penalizzando così anche l’animazione vocazionale”.

 

Uno dei compiti del clero, dei vescovi e dei fedeli è quello di ricercare la comunione tra essi e tra le Chiese, ponendosi come esempio per gli altri. Ritiene che questo Sinodo possa rappresentare un momento di verifica per il clero e per i seminaristi sugli stili di vita finora assunti?

“Di certo c’è bisogno di verifica ma anche di proposte concrete e realizzabili. Più che testi e documenti a riguardo abbiamo urgenza di persone capaci di ‘leggere’ bene la situazione attuale, di pensare a delle soluzioni e cercare di realizzarle. Spero che il Sinodo riesca ad avere una visione chiara sul nuovo modo di formare un prete aumentando gli sforzi per una formazione spirituale moderna e autentica. Sarà utile rivalutare la figura del direttore spirituale, una delle colonne su cui si fonda un seminario. Una figura che sta perdendo la sua reale importanza, relegato, come sempre più spesso accade, all’organizzazione di cerimonie o ritiri. Il Sinodo potrebbe far segnare un’inversione di tendenza tornando a dare a questa figura la sua giusta importanza. Il primo passo è scegliere i preti giusti che possano svolgere tale compito nei seminari e formarli adeguatamente”.

 

Pensa che il Sinodo potrà incidere sulla crisi politico-sociale mediorientale?

“Ci sono dei fatti fuori dalla nostra portata ecclesiale. Mi riferisco all’esodo cristiano dall’Iraq o alla crisi israelo-palestinese. Tuttavia, la Chiesa non può fare meno di lavorare localmente cercando di stare in mezzo i suoi fedeli perché non si disperdano. A mio avviso, occorre unire le forze spirituali e sociali di tutta la Chiesa, attivando Commissioni anche a livello internazionale per monitorare quanto accade nella regione. Credo che per il Sinodo sarà molto difficile avere una visione unica sui fatti. I vescovi orientali, pur vivendo nei punti caldi della Regione, non sono in grado di rispondere con immediatezza ai problemi. Per questo spero che dal Sinodo emerga la necessità di una più stretta collaborazione tra i capi delle varie Chiese”. sir

 

 

 

“Celestino V? Il Martin Luther King del Medioevo”

 

Intervista al giornalista e scrittore Angelo De Nicola - di Roberto Ciuffini

 

L’AQUILA - L’edizione della Perdonanza che si è appena conclusa, la numero 716, è stata la prima vera edizione dell’era post terremoto. Dopo il basso profilo e gli eventi ridotti al minimo che avevano caratterizzato, per forza di cose, l’edizione 2009, quest’anno le istituzioni e i vari comitati organizzatori sono potuti tornare a una programmazione un po’ più ricca e articolata, nella quale, oltre agli appuntamenti religiosi, hanno trovato di nuovo spazio concerti, mostre, fiere e gare sportive.

 

Uno degli spettacoli più interessanti è stato quello tenutosi Domenica 22 Agosto nella basilica di S. Maria di Collemaggio: la cantata per coro, orchestra e voce recitante Celestino V – un povero cristiano, con i testi curati da Angelo De Nicola e le musiche scritte e dirette da Stefano Fonzi ed eseguite dall’Orchestra Sinfonica Abruzzese e dal Coro Cappella Ars Musicalis.

 

Stefano Fonzi è un giovane compositore (è nato nel 1977) e direttore d’orchestra aquilano, già definito dalla critica “il vero erede musicale di Ennio Morricone”. Diplomatosi presso il conservatorio dell’Aquila “A. Casella” e specializzatosi a Boston, Fonzi ha maturato già diverse esperienze nel campo della composizione di colonne sonore per lungometraggi e di musiche per sigle e programmi radiofonici e televisivi, svolgendo anche l’attività di arrangiatore per diversi cantanti del panorama pop italiano.

 

Angelo De Nicola, giornalista e scrittore, è caposervizio del Messaggero ed autore di diversi saggi (tra i quali Presunto innocente, sul caso Perruzza, e Da Tragnone a Fidel Castro, gli eventi che sconvolsero L’Aquila) e di due romanzi, incentrati proprio sulla figura di Celestino V (La maschera di Celestino e La missione di Celestino).

La presentazione dello spettacolo scritto insieme a Stefano Fonzi si è rivelata un’ottima occasione per incontrarlo e rivolgergli alcune domande, sull’Aquila, la Perdonanza e, naturalmente, su Celestino.

 

Come e quando è iniziata la collaborazione fra lei e Stefano Fonzi, dalla quale è poi scaturita l’idea per la realizzazione del concerto “Celestino V. Un povero cristiano?”

 

«Ho avuto l’onore di collaborare con il maestro Stefano Fonzi già nel 2006 quando, nell’ambito del progetto “Note di cronaca” ideato del maestro Vittorio Antonellini, si scelse il caso del delitto di Balsorano. Anche in quell’occasione ho scritto per Fonzi i testi per il concerto che ha fatto da “apripista” a un’idea geniale che, infatti, ha avuto un enorme successo a Roma con il concerto in onore dei magistrati Falcone e Borsellino. Siamo convinti che anche nel caso di Celestino V, il cui messaggio è sempre attualissimo, si possa “bucare” il panorama nazionale».

 

Stefano Fonzi è autore di diverse colonne sonore per teatro, tv e cinema. Tali esperienze professionali, naturalmente, hanno influito anche sulla musica scritta per questo concerto, una musica dal respiro e dalle suggestioni filmiche. Secondo lei la figura e la parabola di Celestino V si presterebbero bene a trasposizioni cinematografiche o televisive?

 

«Sì, il timbro del maestro Fonzi richiama le atmosfere di Ennio Morricone. Un film o una fiction su Celestino V sarebbero fondamentali per lanciare il messaggio che, alla luce del sisma, è ancora più fondamentale per la rinascita dell’Aquila. Ma su questo obiettivo dovrebbe lavorare la città intera unendo le forze. Noi aquilani avremmo anche le credenziali giuste: solo che ognuno pensa per sé, anche dopo la tragedia che ci è capitata, e tali risultati non si raggiungeranno mai».

 

Nel testo da lei scritto è esplicitamente citato, sia nel titolo che nel corpo della narrazione, Ignazio Silone (“L’avventura di un povero cristiano”, ndr). In che misura la lettura siloniana di questo personaggio della storia della cristianità l’ha influenzata?

«Non a caso “L’avventura di un povero cristiano” è stata una fortunatissima trasposizione teatrale che fece il grande Teatro Stabile dell’Aquila nel 1969... Per me l’impostazione siloniana resta un faro. Mi verrebbe da dire che Celestino V era un “cristiano senza chiesa ed un socialista senza partito”. Silone è stato il primo ad intuire la valenza del messaggio celestiniano: le atmosfere dell’“Avventura di un povero cristiano” sono un passaggio fondamentale per chi vuole capire l’Eremita del Morrore. Silone fa dire a Fra’ Pietro: “Il popolo cristiano bada di più a quello che i preti o i frati fanno che a quello che essi dicono”. E’ di un’attualità sconvolgente.

 

Lei si occupa di Celestino V e della Perdonanza da molto tempo. Ricordiamo, ad esempio, il suo romanzo “La missione di Celestino”, pubblicato nel 2006, i cui proventi, fra l’altro, sono stati dati interamente in beneficenza. Quali sono le ragioni alla base di questo suo interesse per questo Papa?

 

«Guardi, a mio giudizio Celestino V è l’essenza dell’Aquila, la mia città che per me è anche una “madre”,  che oggi è in gravi, gravissime condizioni. Questo “Gandhi del Duecento”, in una città neonata perché L’Aquila era nata solo una quarantina di anni prima, come fosse predestinata, lancia una vera e propria rivoluzione con la sua incoronazione (decentrata rispetto a Roma) e con la sua Bolla del Perdono. Questo “Martin Luther King dei suoi tempi” detta anche una sorta di ricetta che, infatti, lancia L’Aquila che diventa di lì a poco una metropoli, seconda città del Regno delle Due Sicilie dopo Napoli. Una ricetta ancora attuale. Prescindere da Celestino, oggi significa non ricostruire L’Aquila. Io dicevo: viva Celestino! Oggi lo urlo».

 

Lei ha definito più volte Celestino V il Gandhi e il Martin Luther King del Medioevo. E’ un paragone affascinante ma anche azzardato, vista la radicale diversità dei contesti storico-culturali nei quali ciascuno di questi personaggi visse ed operò. Inoltre non si può dire che Celestino V avesse le doti di un leader né che alla base del suo “messaggio” vi fossero intenti o obiettivi politici. Alla luce di quali affinità, dunque, può essere fatto questo paragone?

 

«Un “povero cristiano” che crea un Ordine (i Celestini: “Il più potente Ordine che la Chiesa ricordi”); che realizza opere ciclopiche (la basilica di Collemaggio ma anche l’Abbazia del Morrone); che inventa le cooperative sociali; che bonifica interi territori; che muove le folle; che da del tu ai sovrani dell’epoca; che compie, ultrasessantenne, un epico viaggio a piedi a Lione per convincere il Papa a riconoscere il suo Ordine... ebbene un uomo così non le sembra un leader? E non è un messaggio “politico” quello di spiazzare la Chiesa, che Celestino considera corrotta, e concedere l’indulgenza plenaria gratis per tutti e, dunque, anche per la povera gente che in quell’epoca non se la poteva permettere?».

 

Secondo lei perché un umile eremita semianalfabeta, che si era sempre tenuto lontano da intrighi e giochi politici di palazzo, fu eletto papa? Se, scegliendo lui, la Chiesa voleva apportare dei cambiamenti e delle novità al proprio interno non si spiega però come mai il successore di Celestino V fu poi Bonifacio VIII, il quale era notoriamente un uomo spregiudicato nonché un convinto assertore della superiorità dell’autorità papale su quella regia.

 

«Questo è un discorso storico difficile da analizzare, almeno per me che non sono attrezzato. Sappiamo che in quel momento la Chiesa vive un empasse. Il Conclave è bloccato da due anni nella guerra tra gli Orsini e i Colonna. C’è questa iniziativa del re Carlo d’Angiò di sollecitare l’Eremita del Morrone (che deve essere appunto un leader carismatico, o no?), a scrivere un’accorata lettera al Conclave che si trova a Perugia dopo che era dovuto fuggire dall’ira dei romani. Il cardinale anziano, Latino Malabranca, resta folgorato da questa lettera. Se si crede, è stato lo Spirito Santo ad “illuminare” i cardinali. Realisticamente deve essere stata pensata come una soluzione ponte, in attesa di chiarire gli equilibri mentre il Cardinale Caetani già tramava fino poi a diventare finalmente Papa col nome di Bonifacio VIII, come compromesso tra gli Orsini e i Colonna. Un piano che Celestino manda all’aria con le sue clamorose dimissioni. Non ci sta a fare il fantoccio. Ma le sue dimissioni “salvano anche l’unità della Chiesa”: non lo dico io, ma Papa Paolo VI».

 

Parliamo un po’ della Perdonanza. E’ la festa religiosa più importante che ci sia all’Aquila e ad essa gli aquilani sono molto legati. Si ha l’impressione, però, che più che appartenere all’intera municipalità, la Perdonanza sia sempre stata, e lo sia ancora, oggetto di “contesa” fra vari segmenti della cittadinanza e, soprattutto, della politica. Vi è ancora la tendenza, insomma, a volerla strumentalizzare per altri scopi. Perché?

 

«La classe dirigente, mediamente fallita e fallimentare, che da anni governa la città, con la Perdonanza appare in tutto il suo pressappochismo. Sicché la manifestazione finisce col diventare il cortile di scontro di patetici guelfi e ghibellini. Non c’è un progetto, non c’è un’idea, non c’è una mission. Poco più che una sagra: una grande sagra ma pur sempre una sagra. L’apocalisse del terremoto, col passaggio di Papa Benedetto XVI sotto la Porta Santa di Collemaggio e le sue parole di “riabilitazione” di Celestino V a Sulmona il 4 luglio scorso (“Un gesto di coraggio”, altro che vile), potevano segnare una grandissima occasione il rilancio. Questa Perdonanza appena conclusa, che sarà invece ricordata come quella dei tafferugli e delle carriole che sfilano nel corteo, è stata un’altra grande occasione persa. Purtroppo».

 

L’essenza e lo spirito del messaggio celestiniano consistettero nel mettere al primo posto non i potenti ma gli umili, i diseredati, i poveri. Lei ritiene che, appunto valorizzandone maggiormente l’aspetto sociale rispetto a quello prettamente spirituale, oggi anche i non credenti possano riconoscersi nella Perdonanza?

 

«La Perdonanza, pur incentrata su uno dei principi cardine del Cristianesimo, il perdono, è una manifestazione di grande valenza civica. E’ stato Celestino V ad affidare la Bolla del Perdono alla municipalità, temendo ritorsioni da parte della Chiesa, come infatti ci furono visto che Bonifacio VIII tentò di impadronirsi del privilegio per poterlo distruggere. Da allora, il popolo aquilano è il custode di un atto così profondamente cristiano. E il perdono è l’anticamera della pace. Se due persone litigano ma non si perdonano vicendevolmente, la pace non la faranno mai. Se amplifichiamo questo concetto apparentemente banale, capiamo la valenza universale, non soltanto cristiana, del messaggio celestiniano. Viva Celestino».

De.it.press

 

 

 

 

Trapani. L'ora dei giovani. Il vescovo consegna alla comunità il vademecum pastorale

 

È stato consegnato il 28 agosto, nella cattedrale di Trapani, a conclusione della concelebrazione eucaristica per l'ordinazione diaconale di Antonino Vilardi, il vademecum pastorale "E fissatolo lo amò. Giovani protagonisti della Chiesa" che segna le linee guida del percorso pastorale della diocesi di Trapani durante il prossimo anno. Il vademecum è stato consegnato simbolicamente dal vescovo, mons. Francesco Micciché, a 60 giovani che hanno contribuito all'elaborazione dello strumento di lavoro pastorale partecipando attivamente ai laboratori tematici tenuti durante una tre giorni residenziale che si è tenuta nel mese di luglio a Valderice. Da questa esperienza di confronto aperto, in cui sono stati coinvolti i giovani insieme al vescovo, ai responsabili degli Uffici di curia e ad alcuni esperti (il direttore del Servizio nazionale per la pastorale giovanile don Nicolò Anselmi, docenti universitari, pastoralisti e psicologi), è nata la redazione del vademecum.

 

Uno strumento utile. Ad aprire il volume l'introduzione del vicario generale, mons. Liborio Palmeri, che spiega: "La nascita di questo vademecum viene dalla necessità di fornire, sulla scia dei tre ultimi Piani pastorali (La carità nella città, nella cultura, nella Chiesa), alcuni criteri formativi e operativi che tracciano quello che abbiamo chiamato primo binario della pastorale diocesana dei prossimi tre anni, cioè la pastorale rivolta ai giovani e soprattutto portata avanti dai giovani". Il vademecum "vuole essere uno strumento per i parroci e gli operatori pastorali per poter cogliere lo spirito della progettazione pastorale e per reperire contenuti utili al loro lavoro".

 

Avventura rischiosa ma urgente. Il vademecum contiene la lettera pastorale del vescovo, "E fissatolo lo amò". "È mio vivo desiderio - scrive mons. Francesco Micciché - che la nostra amata Chiesa di Trapani viva la gioiosa esperienza di rinnovarsi con i giovani. È un 'debito' nei loro confronti che vale la pena di onorare perché dai giovani possa venire, alla società, la spinta a cambiare e migliorarsi, perché non resti imbalsamata e per un suo reale e salvifico rinnovamento". "Noi adulti - prosegue il presule - corriamo il rischio di assopirci o di abituarci al consueto ritmo del fare pastorale basandoci sul già visto e già sentito. È questa l'ora di ridestarci, di riconoscere lo spazio e il valore alla componente giovanile che preme, incalza, scalpita, grida il proprio disagio, il proprio bisogno di senso, la propria insoddisfazione. Non ci è lecito reprimere questo grido". Secondo il vescovo, "andare ai giovani, cercarli, comprometterci con loro è l'avventura entusiasmante e rischiosa, ma necessaria e urgente, che ci è richiesta come Chiesa, in quest'ora della storia".

 

Mirare in alto. I giovani, infatti, "sono un potenziale formidabile, hanno una carica vitale enorme, sono depositari di carismi e di talenti preziosi per il bene dell'umanità". Perciò, "bisogna aiutarli a scoprire e a trafficare i talenti, mettendoli al servizio del bene comune, farli uscire dal guscio angusto del proprio io e aprirli ad orizzonti più vasti: alla solidarietà senza confini, alla bellezza di donare la vita per amore, al coraggio di affrontare ogni giorno la sfida della vita avendo ad esempio gli animi nobili che hanno fatto e fanno grande la storia". "L'obiettivo - chiarisce mons. Micciché - è ambizioso, ma non impossibile. Si tratta di volare alto, di non abbattersi davanti alla difficoltà dell'impresa, di affrontare la scalata facendo cordata, equipaggiandoci al meglio, usando prudenza, saggezza, evitando ogni azione azzardata, entrando nel vasto campo giovanile non a gamba tesa, ma nel rispetto delle regole che le scienze umane ci suggeriscono". Il vescovo, dopo aver chiesto la collaborazione in questo progetto dei soggetti educatori, in primis famiglia e Chiesa, rivolge due inviti direttamente ai giovani. Il primo è di "non lasciarci tranquilli, a pungolarci per non abbassare la guardia, per costruire un mondo più giusto e fraterno, una Chiesa più credibile, un cristianesimo di sostanza e non di facciata". Il secondo è di non aver "paura della santità! Mirate in alto, non contentatevi di vivere barcamenandovi nella mediocrità. La vita la si vive una volta sola e vale la pena di viverla al superlativo assoluto".

 

Con e per i giovani. Il vademecum si divide in aree con alcuni progetti che delineano le iniziative che la diocesi metterà in campo, con e per i giovani, nel corso del prossimo anno: per l'area umanistico-pastorale i progetti Gio.n.a. (Giovani per un nuovo annuncio), Oasi e Adonai, con momenti dedicati alla formazione e alla vita spirituale; per l'area socio-culturale il progetto Paideia, con iniziative nel campo dell'educazione e della scuola, e il progetto Polis, per la formazione ai temi della cittadinanza e ai grandi valori espressi dalla dottrina sociale della Chiesa. L'ultima parte del vademecum è dedicata alla definizione della struttura della pastorale giovanile diocesana e ai contributi degli esperti tra cui un'indagine sull'associazionismo giovanile in provincia di Trapani a cura di Ignazia Bartholini, docente di sociologia della devianza all'Università di Palermo, e un approfondimento sulla funzione genitoriale e l'emergenza giovanile dello psicologo Antonio Bica. sir

 

 

 

 

Como. Per il bene di tutti. Il messaggio del vescovo Diego sull'impegno dei cristiani

 

C'è bisogno di "uomini e donne che non fanno del profitto personale (o di gruppo o di casta) il loro idolo. Che non si preoccupano di aumentare ad ogni costo e senza scrupoli il vantaggio della propria 'parte', ma si occupano con amore disinteressato di ciò che promuove e garantisce il bene di tutti": ne è convinto mons. Diego Coletti, vescovo di Como, nel messaggio intitolato "…E liberaci dal male. Uomini e donne costruttori di speranza perché sanno spendersi per il bene di tutti" che ha inviato alla sua diocesi in occasione della solennità di sant'Abbondio celebrata il 31 agosto. Il vescovo di Como richiama i cristiani alle loro responsabilità perché offrano "un contributo decisivo alla lettura dei mali che affliggono l'umanità". Ne parla tracciando una panoramica sullo "stato di salute del mondo":

 

Non solo eventi imprevedibili… "Da molti mesi a questa parte - scrive mons. Coletti - stiamo vivendo, sotto diversi punti di vista apparentemente indipendenti l'uno dall'altro, un periodo difficile. Si parla di crisi, di recessione economica, di dilagante disoccupazione; sembrano moltiplicarsi gli episodi di violenza e di malaffare", e molte famiglie "faticano a giungere alla fine del mese senza peggiorare la propria situazione economica gravata da penuria di entrate e crescita dei debiti". Inoltre, "le cronache ci riportano giornalmente le notizie di eventi catastrofici che minacciano la stessa integrità ambientale di intere zone del nostro pianeta". Il vescovo di Como pensa che "l'inquinamento ambientale e la fragilità dell'umano di fronte alle forze della natura non sono inevitabile destino" ma dipendono "dall'inquinamento morale a sua volta provocato dall'inquinamento culturale e antropologico". "Non si tratta solo di eventi imprevedibili e dipendenti dallo scatenarsi di forze della natura", dice, ma sono dovuti a "gravi mancanze e inaccettabili leggerezze da parte dell'uomo", a "secolari distrazioni e colpevoli ignoranze, la cui responsabilità è nostra e non di un improbabile Dio distratto e indifferente". "Che ne sarebbe oggi, per esempio, dello scatenarsi delle forze che si sviluppano nella deriva dei continenti o emergono dalle profondità della terra nei vulcani - si chiede -, se avessimo investito da secoli allo studio di questi fenomeni e al loro sfruttamento positivo" invece di costruire "raffinatissimi strumenti di morte e di violenza su scala mondiale?". E cita un altro esempio emblematico: "Pare che quasi il cinquanta per cento delle distruzioni e delle vittime del terremoto che ha colpito L'Aquila derivi non dalla forza del sisma ma dalla negligente e disonesta costruzione delle case".

 

La crisi della democrazia. Mons. Coletti punta il dito anche sulle "irresponsabili gestioni finanziarie finalizzate solo alla produzione del massimo profitto possibile", sul "sistematico rifiuto di assumersi responsabilità di programmazione e di gestione della cosa pubblica, energie spese in litigi e contrasti, mentre il bene comune viene subordinato alla ricerca del proprio vantaggio senza troppo badare ai mezzi e alla legalità" al fine di "continuare a gestire il potere se lo si ha, o di conquistarlo se già non lo si possiede". Questi sono - osserva - "da troppo tempo i contenuti principali delle cronache politiche e dei notiziari economici (e non solo da noi in Italia) che hanno portato con sé una crisi della democrazia che è sotto gli occhi di tutti". Questo conduce ad "un risentito disinteresse alla politica e di un pericoloso e indignato qualunquismo che svuotano le cabine elettorali e rischiano di far rinascere nostalgie autoritarie".

 

Interventi "superficiali" e interessati. Anche in ambito umanitario, secondo il vescovo di Como, si fa fatica "a realizzare vere e proprie strategie comuni, al di là di qualche provvisorio e parziale aiuto umanitario, per lo più calcolato in modo che il 'ritorno' di immagine e anche di profitto siano garantiti al meglio". Così quando l'opinione pubblica "si volge altrove, e la cronaca del fatto non fa più 'audience', ci si sbarazza delle residue notizie di agenzia e si archivia senza scrupoli la fatica e l'angoscia d'intere popolazioni". L'altro motivo, a suo avviso, è che "gli interventi restano per lo più in superficie": "Si tampona qualche falla, s'interviene nell'emergenza con il fiato corto e la ricerca di risultati immediati, ci si rivolge a settori e aspetti particolari scollegati tra loro. Con la conseguenza di una sensazione di smarrimento e di impotenza di fronte al franare inarrestabile degli eventi, e cedendo spesso alla tentazione di aprire subito la caccia al colpevole che viene identificato con l'ultimo anello di una catena nella quale i veri responsabili sono ben più a monte e ben più colpevoli".

 

La sfida educativa. "La Chiesa in Italia - ricorda - si propone di affrontare la sfida di cui abbiamo parlato fin qui a partire dall'impegno educativo", compito "arduo ma non impossibile", da affrontare "con coraggio e con fiducia, consapevoli che riusciremo a svolgerlo bene solo insieme". Servono, a suo parere, "nuovi ed esigenti percorsi di formazione, la cura di quelli più tradizionali e naturali in famiglia, nella scuola, nei vari centri di aggregazione e di vita sia ecclesiali sia civili (penso soprattutto all'urgente rilancio educativo degli Oratori!)", per "educare tutti alla cittadinanza attiva, al senso prevalente della comune responsabilità di un servizio disinteressato al bene comune, al senso civico e alla legalità". PATRIZIA CAIFFA

 

 

 

 

La sfida del dono. La "Caritas in Veritate" al seminario di studio dei non vedenti

 

La dimensione internazionale del bene comune e il rapporto tra tecnica e sviluppo umano: questi, secondo il presidente della Fondazione Zancan, mons. Giuseppe Pasini, "due degli aspetti più innovativi" della "Caritas in Veritate". Mons. Pasini è intervenuto al seminario di studio "Centralità della persona e modello di sviluppo nell'enciclica Caritas in Veritate", promosso a Corbiolo di Bosco Chiesanuova (Verona) dal Movimento apostolico ciechi (Mac) e conclusosi il 2 settembre.

 

Sviluppo nella verità. Oggi, spiega mons. Pasini, "la questione sociale si è trasformata in questione antropologica" e la sfida è "il nuovo modo di concepire la vita". Per questo "l'enciclica considera necessario e logico tenere strettamente uniti, nell'unica impostazione dottrinale, i temi della giustizia sociale, del rispetto della vita e della famiglia, dell'eugenetica, dell'aborto e dell'eutanasia". "Nuovo - fa notare il relatore - è il modo di porsi di fronte alle responsabilità per il sottosviluppo del Terzo mondo" perché "il Papa si smarca rispetto ad una certa visione terzomondista" degli "ultimi decenni del secolo scorso" che tendeva a "scaricare tutte le colpe del sottosviluppo sull'occidente". Di qui il concetto di responsabilità "non solo di alcuni, ma di tanti". "Nei 'tanti' anche i Paesi emergenti e le élite dei Paesi poveri che hanno incamerato a proprio vantaggio gran parte degli aiuti ricevuti per lo sviluppo". Quest'ultimo, osserva mons. Pasini, è oggi "strettamente legato al progresso tecnologico", ma poiché "l'efficienza e l'utilità non sono l'unico criterio di verità" è urgente "una formazione alla responsabilità etica nell'uso della tecnica". Coinvolgendo "temi quali la manipolazione della vita, la fecondazione in vitro, la ricerca sugli embrioni, la clonazione, la pianificazione eugenetica delle nascite" la questione antropologica chiama in causa "il presunto potere umano sulla vita e sulla morte", mentre "l'assolutismo della tecnica rischia di non consentire più agli uomini moderni di percepire le urgenze dello spirito". Invece, conclude mons. Pasini, "lo sviluppo dell'uomo è sviluppo nella verità solo se avviene nell'interezza dell'anima e del corpo".

 

Il valore della gratuità. "Riconoscere al principio di gratuità un posto di primo piano nella vita economica ha a che vedere con la diffusione" della cultura "della reciprocità. Assieme alla democrazia, la reciprocità è valore fondativo di una società". Ne è convinto Riccardo Milano (Banca etica), secondo il quale le società "che estirpano dal proprio terreno le radici dell'albero della reciprocità sono destinate al declino". Dalla reciprocità al dono, che ha la funzione di "far comprendere che accanto ai beni di giustizia ci sono i beni di gratuità". Essi non "nascono da un dovere" ma dal "riconoscimento che io sono legato ad un altro, che, in un certo senso, è parte costitutiva di me". Mentre la giustizia "è una virtù etica" che risponde alla "logica dell'equivalenza", la gratuità "riguarda piuttosto la dimensione sovra-etica dell'agire umano perché la sua logica è la sovrabbondanza". La "Caritas in Veritate", prosegue Milano, "ci dice che una società per ben funzionare e progredire" ha bisogno "di far rifluire" nei suoi circuiti "il principio di gratuità". Secondo l'economista "la sfida che Benedetto XVI invita a raccogliere è quella di battersi per restituire il principio del dono alla sfera pubblica" consentendo a tale principio di "trovare spazio di espressione ovunque, in qualunque ambito dell'agire umano, ivi compresa l'economia". Occorre dunque "pensare la gratuità, e dunque la fraternità, come cifra della condizione umana - è la tesi di Milano -, e quindi vedere nell'esercizio del dono il presupposto indispensabile affinché Stato e mercato possano funzionare avendo di mira il bene comune". Perché "efficienza e giustizia, anche se unite, non bastano ad assicurare la felicità".

 

Il "dovere" di cercare l'unità. Nel corso dell'incontro i partecipanti si sono recati a Venezia, "città-ponte tra Oriente e Occidente". Non è possibile parlare di sviluppo, relazioni umane e dialogo senza richiamare ai cristiani il "dovere fondamentale" della "ricerca dell'unità". Padre Roberto Giraldo, preside dell'Istituto di studi ecumenici san Bernardino, rammenta al riguardo che "vivere la nostra fede accettando la divisione" è "un controsenso e, peggio ancora, una controtestimonianza". "L'impegno per l'ecumenismo e la missione della Chiesa coincidono" e il dialogo ecumenico "è soprattutto un processo di conversione". Nonostante il "lungo cammino compiuto, ne resta ancora moltissimo" fa notare l'esperto, avvertendo che l'ecumenismo "sembra tuttora rimanere" ambito "specifico di alcuni specialisti, non esiste ancora un vero processo di ricezione" e "manca una vera formazione ecumenica". Presupposto del dialogo "l'uguaglianza dei partecipanti" perché "nessuno può imporsi vantando una qualche superiorità". È inoltre importante, conclude, tenere presente la "gerarchia delle verità": quelle "fondamentali e le altre che fanno loro corona", e avere coscienza che "le formulazioni dottrinali che accompagnano ogni Chiesa sono in qualche modo condizionate sia culturalmente, sia storicamente". GIOVANNA PASQUALIN TRAVERSA

 

 

 

Papst: „Jugend ohne Gott ist die Hölle“

 

Eine Welt ohne Gott ist die Hölle. Das gelte insbesondere für die Jugend, den künftigen Erwachsenen dieser Welt. Das schreibt Papst Benedikt XVI. in seiner Botschaft zum Weltjugendtag in Madrid. Das Großereignis in der spanischen Hauptstadt findet vom 16. bis 21. August 2011 statt. Bereits an diesem Freitag veröffentlichte der vatikanische Pressesaal die Papst-Botschaft.

 

Gottlose Welt - Eine gottlose Welt wäre von Egoismus und Hass geprägt, fügt der Papst in seinem Brief an die Jugend an. Die Gesellschaft sei auf Werten des Evangeliums gegründet, betonte der Papst unter Verweis auf die Stichworte Menschenwürde, Solidarität, Arbeit und Familie. Demgegenüber herrsche vor allem in westlichen Ländern eine „Gottesfinsternis“. Mit der Ablehnung des Christentums und einer Leugnung des Glaubensgutes drohe aber ein Verlust der eigenen Identität.

 

Gegenwart Gottes - Jene Menschen und Völker, die die Gegenwart Gottes aufnehmen, bilden eine Gesellschaft der Liebe, so Papst Benedikt XVI. in seiner Botschaft zum Weltjugendtag 2011. Er verrät den Jugendlichen, wie sie ihrem Leben einen Sinn geben können: „Versucht jeden Tag, nach den Worten Christi zu leben.“ Jesus sei der wahre Freund, mit dem man den eigenen Lebensweg teilen könne, so Benedikt. Ihm sei bewusst, dass den Jugendlichen heutzutage auch „Abkürzungen“ angeboten werden. Doch nur das Wort Gottes zeige den wahren Weg. Namentlich nannte der Papst den Laizismus als eine Gefahr, vor der sich die Jugend hüten solle.

 

Benedikts XVI. Jugendzeit - Benedikt XVI. erwähnt des Weiteren seine eigene Jugendzeit nach dem 2. Weltkrieg. Stabilität und Sicherheit seien auch damals für die Jugend nicht das Wichtigste auf der Welt gewesen. Er selbst wollte sich damals nicht in der Normalität des bürgerlichen Lebens verlieren, so Benedikt, der wörtlich schreibt: „Wir wollten das Große und das Neue erreichen. Wir wollten das Leben mit all seinen Facetten und Schönheiten entdecken.“ Deshalb müsse Europa heute seine christlichen Wurzeln wiederentdecken. Aus diesem Grunde lade er alle Jugendlichen ein, im August 2011 nach Madrid zu kommen und beim Weltjugendtag mitzumachen. Rv 3

 

 

 

 

Papst Benedikt XVI. Botschaft des Weltjugendtages 2011

 

ROM -„Gewiss ist es wichtig, einen Job zu haben und somit festen Boden unter den Füßen zu haben, doch die Jahre unserer Jugend sind auch eine Zeit, in der wir versuchen, das Meiste aus unserem Leben zu machen", offenbart der Papst Benedikt XVI. den Jugendlichen der Welt. „Wenn ich an diese Zeit zurückdenke, so erinnere ich mich vor allem daran, dass wir nicht bereit waren, uns mit einem konventionellen bürgerlichen Leben zu begnügen. Wir wollten etwas Großes, etwas Neues. Wir wollten das Leben selbst entdecken in all seiner Pracht und Schönheit".

Der Vatikan hat heute die Botschaft zum Weltjugendtag 2011 veröffentlicht, der in Madrid unter dem Motto „Verwurzelt in Christus und gegründet auf ihm, fest im Glauben" (vgl. Kol 2,7) stattfinden wird. Papst Benedikt XVI. hat die Endfassung am 6. August, dem Fest der Verklärung des Herrn, vollendet.

Darin lädt der Papst alle Jugendlichen zu diesem Fest der Geschwisterlichkeit ein - gleich ob gläubig, zweifenld oder Atheist.

Wir veröffentlichen den ersten Teil des Schreibens in einer eigenen Übersetzung.

 

Botschaft von Papst Benedikt XVI. zum Weltjugendtag 2011

Liebe Freunde, Ich denke oft zurück an den Weltjugendtag in Sydney im Jahr 2008. Dort haben wir miteinander eine Erfahrung von einem großen Fest des Glaubens erlebt, in dem der Geist Gottes kraftvoll gewirkt hat und eine tiefe Gemeinschaft unter den Teilnehmern geschaffen hat, die aus der ganzen Welt gekommen waren. Diese Begegnung wie auch die früheren trug reiche Früchte in das Leben vieler junger Menschen und in das Leben der ganzen Kirche.

Jetzt freuen wir uns auf den nächsten Weltjugendtag, der in Madrid im August 2011 stattfindet. Schon damals im Jahre 1989, einige Monate vor dem historischen Fall der Berliner Mauer, hat diese Wallfahrt der Jugendlichen in Spanien ein Etappenziel gehabt und zwar in Santiago de Compostela. Nun, in einer Zeit, in der Europa dringend seine christlichen Wurzeln wieder entdecken muss, wird unser Treffen in Madrid stattfinden und das Motto haben: „Verwurzelt in Christus und gegründet auf ihm, fest im Glauben" (vgl. Kol 2,7). Ich ermutige Euch, an dieser Veranstaltung teilzunehmen, die so wichtig für die Kirche in Europa und für die universale Kirche ist. Ich möchte alle jungen Menschen - sowohl diejenigen, die unseren Glauben an Jesus Christus teilen, als auch diejenigen, die zweifeln oder unsicher sind, oder gar nicht an ihn glauben, einladen - diese Erfahrung zu nutzen, die für ihr Leben entscheidend werden kann. Es ist eine Erfahrung des Herrn Jesus, der auferstanden und lebendig ist, und eine Erfahrung seiner Liebe für jeden von uns.

1. An der Quelle Eurer tiefsten Sehnsüchte

In jeder Epoche der Geschichte, auch in unseren Tagen, erleben viele junge Menschen ein tiefes Bedürfnis nach persönlichen Beziehungen, die von Wahrheit und Solidarität geprägt sind. Viele von ihnen sehnen sich danach, verbindliche Freundschaften aufzubauen, die wahre Liebe kennenzulernen, eine Familie zu gründen, die miteinander vereint bleiben soll, persönlichen Halt und wirkliche Sicherheit zu erreichen, die eine ruhige und glückliche Zukunft sichern sollen. Im Rückblick auf meine eigene Jugend, merke ich, dass wahrhaftig Stabilität und Sicherheit nicht gerade die Fragen sind, welche die meisten jungen Menschen im Kopf haben. Gewiss ist es wichtig, einen Job zu haben und somit festen Boden unter den Füßen zu haben, doch die Jahre unserer Jugend sind auch eine Zeit, in der wir versuchen, das Meiste aus unserem Leben zu machen. Wenn ich an diese Zeit zurückdenke, so erinnere ich mich vor allem daran, dass wir nicht bereit waren, uns mit einem konventionellen bürgerlichen Leben zu begnügen. Wir wollten etwas Großes, etwas Neues. Wir wollten das Leben selbst entdecken in all seiner Pracht und Schönheit. Natürlich, war das auch bedingt durch unsere Situation.

Während der Nazi-Diktatur und des Krieges, waren wir sozusagen durch die herrschenden Machtstrukturen „eingesperrt". Deshalb wollten wir ausbrechen, uns öffnen, um die gesamte Bandbreite menschlichen Entfaltungsmöglichkeiten zu erleben. Ich denke, dass zu einem gewissen Grad, dieser Drang, aus dem Gewöhnlichen auszubrechen, jeder Generation anhaftet.

Der Wunsch, etwas Großes jenseits des Alltags zu finden, mehr als nur einen sicheren Arbeitsplatz, eine Sehnsucht nach etwas wirklich Großem, gehört zum Jungsein dazu. Ist das einfach nur ein leerer Traum, der verblasst, wenn wir älter werden? Nein! Alle Männer und Frauen sind für etwas Großes geschaffen, für die Unendlichkeit. Alles andere wird nie genug sein. Der hl. Augustinus hat recht, wenn er sagt: „Unser Herz ist unruhig, bis es Ruhe findet in Dir". Der Wunsch nach einem großartigen, sinnvollen Leben ist ein Zeichen, dass Gott uns geschaffen hat und dass wir sein "Profil" in uns tragen.

Gott ist Leben, und deshalb strebt jedes Geschöpf nach dem Leben. Weil der Mensch nach dem Bilde Gottes geschaffen ist, tut er dies auf eine einzigartige und besondere Weise, wenn er nach Liebe, Freude und Frieden strebt. So können wir sehen, wie absurd es ist zu denken, dass wir wirklich erst dann richtig leben können, wenn wir Gott aus unserem Leben verbannen! Gott ist die Quelle des Lebens. Gott beiseite zu lassen, heißt, uns von dieser Quelle zu trennen, und was dann unvermeidlich wird, uns der endgültigen Erfüllung und Freude zu berauben: "Ohne den Schöpfer, schwindet die Kreatur ins Nichts" (Zweites Vatikanisches Konzil, Gaudium et Spes, 36).

In einigen Teilen der Welt, vor allem im Westen, neigt die heutige Kultur dazu, Gott draußen vor zu lassen und den Glauben als eine rein private Frage zu betrachten, die ohne jede Relevanz für das Leben der Gesellschaft ist. Obwohl die der Gesellschaft zugrunde liegenden Werte aus dem Evangelium stammen. Werte wie die Würde der Person, der Solidarität, der Arbeit und der Familie. Man bemerkt eine gewisse "Gottesfinsternis", eine Art Gedächtnisverlust und oft genug eine krasse Ablehnung des Christentums und eine Leugnung des Schatzes, den unser Glauben darstellt. All dies stellt ein hohes Risiko dar, dass man hier kurz davor steht, unsere tiefste Identität zu verlieren. .

Aus diesem Grund, liebe Freunde, ermutige ich Euch, Euren Glaubenweg intensiv zu leben, den Glauben an Gott, den Vater unseres Herrn Jesus Christus. Ihr seid die Zukunft der Gesellschaft und der Kirche! Wie der Apostel Paulus an die Christen von Kolossae schrieb, ist es wichtig, Wurzeln, ein solides Fundament zu haben! Dies gilt vor allem heute. Viele Menschen haben keine stabile Bezugspunkte, auf die sie ihr Leben aufbauen können, und so bleiben sie schließlich am Ende zutiefst verunsichert. Die wachsende Mentalität des Relativismus, die zunehmend um sich greift, und für den es keine Wahrheit und absolute Bezugspunkte gibt, schenkt keine wahre Freiheit, sondern Unsicherheit, Verwirrung und blinden Konformismus den augenblicklichen Launen gegenüber. Als junge Menschen habt Ihr das Recht, von den Generationen, die Euch vorangehen feste Bezugspunkte zu erhalten, die Euch helfen, Entscheidungen zu treffen und auf die ihr Euer Leben bauen könnt: wie eine junge Pflanze, die solide Unterstützung braucht, bis sie tiefe Wurzeln geschlagen hat und zu einem kräftigem Baum wird, der Früchte bringen kann.

(Übersetzung des italienischen Original von Angela Reddemann. Erster Teil)

Zenit 3

 

 

 

Deutschland in der Gene-Falle? Das Integrationsdilemma nach Thilo Sarrazin

 

Nun liegt der Schwarze Peter beim Bundespräsidenten. Gerade noch rechtzeitig, bevor die Wucht der Zustimmung in den Medien deutlich wurde, die Thilo Sarrazin in der Bevölkerung genießt, konnte sich der Vorstand der Bundesbank zu der Entscheidung durchringen, beim Bundespräsidenten die Ablösung des Kollegen Sarrazin zu beantragen. Der Bundespräsident wird sich seine Entscheidung nicht nur wegen der möglichen juristischen Folgen gut überlegen. Sollten die Gerichte den Rausschmiss Sarrazins als rechtswidrig bewerten, so wäre damit der mögliche Schaden, den das übergriffige Vorstandsmitglied dem Ansehen der Bundesbank zugefügt hat, noch juristisch besiegelt.

 

Der Bundespräsident wird auch nicht übersehen können, dass die erste Serie des Buches „Deutschland schafft sich ab“ vier Tage nach dem Erscheinen aufgekauft ist und die Zustimmung in der Bevölkerung zu den Thesen Sarrazins laut  Umfragen der Bildzeitung und der ARD bei über 80% liegt. Schließlich wird er den Bundesbürgern, wenn er der Abberufung Sarrazins zustimmt,  plausibel darlegen müssen, worin der Schaden besteht, den Sarrazin dem Ansehen der Bundesbank und damit der Bundesrepublik zugefügt hat. Dies wird nicht ganz einfach werden, denn die Mehrheit der Bundesbürger ist davon überzeugt, dass Sarrazin zumindest insofern nützt, als er ein Thema medienfähig macht, das zwar längst an den Stammtischen und am Arbeitsplatz, aber in den Medien zu wenig besprochen wurde. Es geht um die Integration von Menschen aus anderen Sprachen, Kulturen und Religionen, die ihre Bleibe in der Bundesrepublik suchen.

 

Die Diskussion entfacht der Bundesbankvorstand Sarrazin, der sich offensichtlich eher zum Integrationspolitiker berufen fühlt, zum einen durch eine Sammlung von statistischem Material, das die Misere augenfällig und damit debattenfähig macht. Es gibt in Deutschland Parallelgesellschaften und Beispiele mißlungener Integration. Dies verursacht Kosten, die volkswirtschaftlich aufgefangen werden müssen. Soweit müssen ihm alle sehenden und denkenden Menschen folgen - aber auch ergänzen: Das ist wahr, aber das ist nicht die ganze Wahrheit.

 

Doch Sarrazin geht weiter. Er blickt in die Zukunft und argwöhnt, dass aufgrund der höheren Geburtenquote die fremdsprachlichen Mitbürger irgendwann mehr sein werden als die deutschstämmigen. Bereits hier offenbart sich, dass Fakten eher willkürlich als mit dem gebotenen Sachverstand gedeutet werden. Die bevölkerungsstatistische Forschung geht aufgrund der bisherigen Beobachtungen davon aus, dass sich die Geburtenquote dem Gastland tendenziell anpasst und dass sich die Bevölkerungsgruppen vermischen.

 

Auch hier erschöpft sich die Sarrazinsche Problemdiagnose noch nicht. Die misslungene Integration und das bedrohliche zahlenmäßige Wachstum fremder Mitbürger verdankt sich der Tatsache, dass Menschen genetisch und kulturell geprägt sind. Die Intelligenz komme zu 50 – 80% aus den Genen, der Rest komm durch entsprechende Förderung der Begabung zustande. Die genetische Prägung, so schiebt Sarrazin, in einem Interview nach, lasse sich so erklären, dass „Juden ein bestimmtes Gen teilen und Basken bestimmte Gene haben“, die sie von anderen Unterscheiden. Wenn Integration also nicht klappt, liegt zum einen an der genetisch bedingten mangelnden Intelligenz und zum anderen an der Inkompatibilität der Kulturen. Unter dem Strich bleibt: Menschen können weder etwas für ihre genetische Ausstattung noch für ihre kulturelle Prägung. Also sitzen wir in der Falle – Integration kann nicht gelingen.

 

Wie wir aus der Falle herauskommen, verrät uns Thilo Sarrazin nicht ausdrücklich, aber er suggeriert bestimmte Lösungen – und die sind gefährlich und ausdrücklich schädlich.

 

Ein Beispiel: Vor einem Baumarkt findet Sarrazin – so eine seiner Äußerungen im letzten Jahr - auffallend viele polnische Autokennzeichen. Warum? Weil sie – nur arbeitsraubend gar schwarzarbeitend – bauhandwerklich tätig sind.

 

Das Gefährliche besteht bei Sarrazin darin, dass er gesellschaftspolitische Probleme mit bestimmten Gruppierungen verbindet: arbeitsmarktpolitische mit Polen, integrationspolitische mit Türken und Muslimen – und all dies wird genetisch und kulturell begründet. Damit lenkt er suggestiv den Ärger und die Wut über gesellschaftspolitische Probleme auf bestimmte ethnische, kulturelle, religiöse Gruppen. Er verschweigt dabei grundsätzlich die Faktoren, die auf deutscher Seite dazu geführt haben, dass solche Probleme erst zustande kommen: Die Einladung an ausländische Arbeitskräfte, der Pillenknick, die deutschen Aufträge an polnische Arbeiter, etc…

 

Solches Interpretieren ist weder wissenschaftlich noch verantwortbar – es ist nur brandstiftend. Er übersieht, dass statistisches Material überhaupt kein menschliches Potential offenbart – und deshalb zu nichts weiterem taugt als eben dazu, auf Probleme aufmerksam zu machen. Es gibt genügend Beispiele, dass Integration gelingt. Vielleicht hat Herr Sarrazin bald Zeit, auch darüber ein Werk zu verfassen. Wenn ich Bundespräsident wäre, ich würde es ihm empfehlen.

Theo Hipp, kath.de-Redaktion

 

 

 

Pizzaballa: „Frieden ist nicht allein Frage politischer Pakte“

 

Die katholische Kirche begrüßt Ehud Baraks Vorschlag einer Teilung Jerusalems. Im Kontext der israelisch-palästinensischen Friedensverhandlungen in Washington hat diese Idee für Aufsehen gesorgt – der Vorschlag kam vom israelischen Verteidigungsminister kurz vor Beginn der Verhandlungen. Demnach sollten die arabischen Viertel Jerusalems an die Palästinenser abgetreten werden. Weiter solle es für die Jerusalemer Altstadt, den Ölberg und die Davidstadt ein spezielles Regime mit besonderen Zuständigkeiten geben. Die Franziskanerkustodie in Jerusalem, die für die Katholische Kirche über die Heiligen Stätten wacht, ist im Großen und Ganzen damit einverstanden, erklärt der Kustos, Pater Pierbattista Pizzaballa, im Interview mit Radio Vatikan.

„Eine solche Lösung können wir mit Vorsicht als positiv bezeichnen, weil sie zu einer stabileren Situation beitragen würde. Der Ostteil der Stadt wird momentan von Israel verwaltet; diese Verwaltung wird jedoch durch keinen Staat und keine Regierung anerkannt. Diese Uneindeutigkeit ist wiederholt Quelle von Spannungen. Der Ostteil der Stadt würde mit einer solchen Übereinkunft juristisch Stabilität bekommen – auch, was das normale Leben dort betrifft.“ 

Das Zusammenleben der Religionen dürfe eine solche Lösung jedoch nicht belasten, unterstreicht Pizzaballa. Es dürfe ja auch nicht um eine physische Teilung der Stadt gehen.

 

„Es ist wichtig, dass diese administrative Teilung den aktuellen Charakter der Stadt, das heißt das Zusammenleben der drei monotheistischen Religionen nicht verändert – das ist ja das Hauptmerkmal der heiligen Stadt Jerusalem. Die Teilung darf nicht physisch sein, sondern nur administrativ. Was also den Alltag der Christen, Juden und Moslems betrifft: Diese Religionen müssen weiter hier zusammenleben.“  

Der Heilige Stuhl hatte in der Vergangenheit einen Sonderstatus für Jerusalem ins Auge gefasst. Wie verhält sich der nun zum Vorstoß des israelischen Außenministers? Dazu Pater Pizzaballa:

 

„Die Idee eines Sonderstatus für Jerusalem, wie sie der Heilige Stuhl in der Vergangenheit geäußert hat, ist meiner Meinung nach nicht im Widerspruch zur von Minister Barak genannten Aufteilung der Stadt Jerusalem zu sehen. Der Heilige Stuhl bezog sich bei diesem Vorschlag ja vor allem auf die Heiligen Stätten und den heiligen Bereich der Stadt. Dieser Art „Sonderstatus“, der jetzt im Gespräch ist, jedoch noch bisher nicht weiter definiert wurde, kann meiner Meinung nach absolut kompatibel mit den Indikationen des Heiligen Stuhls sein. Wir sind derzeit noch in der Phase allgemeiner Erklärungen, die auf allen Seiten großen Interpretationsspielraum lassen. Man muss dann im Konkreten sehen, was sowohl der Heilige Stuhl als auch Minister Barak mit Sonderstatus“ meinen.“  

Baraks Vorschlag sei an sich nicht neu, so der Kustos. Allerdings kam er zu diesem Zeitpunkt auch für Pater Pizzaballa unerwartet:

 

„Denn Israel hat ja in den vergangenen Jahren in der Jerusalem-Frage immer wieder absolute Unzugänglichkeit demonstriert, das wundert also etwas. Man muss jetzt sehen, ob Baraks Vorstoß abgesprochen war, oder ob es sich nur um seine eigene, isolierte Meinung handelt.“ 

Papst Benedikt XVI. und Israels Staatspräsident Schimon Peres bekundeten in dieser Woche ihre Hoffnung auf einen erfolgreichen Abschluss der Friedensgespräche. Ein entsprechendes Abkommen müsse den „legitimen Wünschen der beiden Völker“ gerecht werden und bessere Lebensbedingungen für alle Bevölkerungsgruppen garantieren. Offen sei etwa die Frage der Flüchtlinge, des Siedlungsbaus und der Jerusalemer Grenzgebiete, führt Pater Pizzaballa im Gespräch mit uns aus. Allerdings sei der Weg zu dauerhaftem Frieden im Heiligen Land nicht allein Frage von politischen Abmachungen zwischen Palästinensern und Israelis, erinnert der Kustos:

 

„Es gibt auch viel zu tun im Bereich der Bildung und Information – auch über die Massenmedien. Wir müssen eine Kultur der Empfänglichkeit und des Friedens aufbauen, in der beide Seiten sich gegenseitig anerkennen: Die rechtmäßigen Palästinenser müssen Israel als legitim anerkennen, und das rechtmäßige Israel muss den Palästinensern das Recht zusprechen, im eigenen Land zu leben. Die Öffentlichkeit hier tut sich noch schwer, solche Bejahungen zu machen, die uns im Westen leicht von den Lippen gehen. Diese Fragen gehen hier in die Tiefe.“ Rv 3

 

 

 

 

Papst Benedikt XVI. gedenkt Papst Leo XIII. Mehr als nur „Arbeiterpapst“

 

ROM - Am Sonntag reist Papst Benedikt XVI. in die italienischen Kleinstadt Carpineto, um des 200. Geburtstags Papst Leo XIII. zu gedenken. Es ist der dritte Besuch eines zeitgenössischen Papstes am Geburtsort des im Jahr 1903 Verstorbenen. Papst Paul VI. kam am 11. September 1966 zum Abschluss des 75. Jahrestages der Veröffentlichung der Enzyklika "Rerum novarum" in die Heimatstadt des Verfassers dieser Enzyklika. Und auch Johannes Paul II. reiste am 1. September 1991 an diesen Ort, um an das berühmte Rundschreiben zu erinnern, diesmal im Rahmen der Hundertjahrfeier ihrer Veröffentlichung. Mit dem Gedenken an den Geburtstag, der bereits auf den 2. März fiel, weitet sich nun aber der Blick auf das Gesamtvermächtnis des als „Arbeiterpapst" in die Geschichte eingegangenen Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci.

Bevor er zum Papst gewählt wurde und den Namen Leo XIII. annahm, war er Zeuge der Auflösung des Kirchenstaates und dessen Verlusts weltlicher Macht geworden. Als Bischof von Perugia hatte er sich am 12. Februar 1860 in dem Hirtenbrief „Von der weltlichen Macht des Heiligen Stuhls" heftig gegen die Entwicklung gestellt. Der Kirchenstaat sei „eine unerlässliche Einrichtung der göttlichen Vorsicht, um die freie Ausübung der kirchlichen Autorität zu sichern."

Aber es kam anders, als von ihm gewünscht, denn ab dem 17. März 1861 lag sein Bischofssitz im Königreich Italien, nachdem sich Umbrien für König Vittorio Emanuele erklärt hatte. Das Verhältnis zu Italien sollte fortan schwierig bleiben, auch unter seinem Pontifikat. Aber - nicht zuletzt aufgrund einer reichen Vielfalt von Enzykliken - schaffte es das katholische Oberhaupt der Jahrhundertwende, nach dem weltlichen Machtverlust die moralische Autorität der Kirche auf einen Höhepunkt zu bringen, und dies nicht nur dem zeitgenössischen Urteil zufolge. Allein sein staatsphilosophisches Gesamtwerk wirkt nicht nur in kirchlichen Schlüsseldokumenten weiter fort, sondern findet selbstverständlich auch aktuell praktische Verwirklichung, ganz konkret etwa, wenn der Ständige Beobachter des Heiligen Stuhls vor den Vereinten Nationen eine ganzheitliche Entwicklung einfordert.

Jedoch käme es einer Verkürzung der Lehre Leos gleich, ihn auf das Soziale zu reduzieren. Und in der Weite seines Denkens liegt wohl auch das Geheimnis der Daueraktualität seiner Schriften und seines Wirkens. Der Dominikaner Arthur-Fridolin Utz erklärte dies einmal so: „Er bietet eine Prinzipienlehre des Naturrechts, die in der konkreten Gestaltung des politischen Lebens unwandelbare Norm bleibt und die durch das kirchliche Lehramt und die wirksamen Impulse von seiten der diesem Lehramt unterworfenen Gläubigen konkrete Gestalt gewinnt." Schon als junger Mann hatte sich Pecci für Thomas von Aquin begeistert und später als Papst lag ihm sehr an der Wiederherstellung der Philosophie und Theologie in dessen Geiste.

In seiner Enzyklika „Aeterni Patris" vom 4. August 1879 empfahl er die Lehre und Methode des Aquinaten bei den Studien zugrunde zu legen. Mit der Gründung entsprechender Einrichtungen setzt er das Geschriebene auch praktisch um. Selbstredend ist auch Leos eigene Naturrechts- und Staatslehre thomistisch geprägt. Obwohl Leo XIII. damit seine Staatslehre auf solider philosophischer Grundlage aufbaute, fand und findet sein Werk in staatsphilosophischen Seminaren keine vernehmbare Beachtung. Dabei ist das vorliegende Opus doch umfassend.

Hier seien nur einige Beispiele genannt: Vom Ursprung der Staatsgewalt, Diuturnum illud, vom 29. Juni 1881, über die christliche Staatsordnung, Immortale Dei, vom 1. November 1885, über die menschliche Freheit, Libertas praestantissimum, vom 20. Juni 1888, über die Übel der gegenwärtigen Zeit, Inscrutabili Dei, vom 21. April 1878, über die wichtigsten Pflichten christlicher Bürger, Sapientiae christianae, vom 10. Januar 1890, über die christliche Demokratie, Graves de communi, vom 18. Januar 1901. Er behandelte darin nicht nur die Grundlagen und den Ursprung des Staates, sondern auch das Wesen und dessen inneren Aufbau, wie auch die Frage der Staatsgewalt und der Staatsformen, den Zweck und die Aufgabe des Staates, das Verhältnis von Staat und Kirche und Fragen der Völkergemeinschaft.

Zu einem ganzheitlichen Denken auf naturrechtlicher Grundlage kam eine wahrhaft globale Präsenz seiner Aktivitäten hinzu. Das diplomatische Geschick Leos XIII., das ihm zu sehr viel Erfolg verhalf, verstärkte deren Wirkung: Etwa durch die Anerkennung der Republik in Brasilien, die die Lage der Kirche dort verbesserte. Oder die Stärkung der orientalischen Christen, etwa durch die Gründung eines armenischen Kollegs oder die Einrichtung von Kollegien für Syrer und Chaldäer in Mossul. Die gleichzeitige Förderung der Wissenschaften ist nur ein weiterer, erwähnenswerter Aspekt dieses weitsichtigen Papstes, mit dem das 20. Jahrhundert begann.

Seine Aufforderung zur Vereinigung an die Protestanten Englands hatten diesen sogar immerhin ein äußerst respektvolles „Nein, Danke" entlockt, zumindest in der veröffentlichten Meinung, schrieb doch die Londoner „Morning Post" 1895: „Die Gestalt dieses Papstes, der an die Vereinigung der Christenheit denkt, um die soziale Ordnung gegen die Gesamtheit der Feinde zu verteidigen, muss dem englischen Volke sowie allen christlichen Völkern, ob katholisch oder nicht, staunenswert und edel erscheinen .... Dieses Ideal, das vom Vatikan aus der Welt vorleuchtet, verleiht dem Papsttum eine Macht, wie sie ihm weder ein großes Königreich noch eine große Anzahl Untertanen geben könnten."

[Leo XIII. war das erste Papst in der Geschichte, von dem es Filmaufnahmen gibt http://www.youtube.com/watch?v=8FoBVuXMSNI (von 1896) und dessen Stimme im Februar 1903 aufgenommen wurde http://www.youtube.com/watch?v=o9Pv-UuGUDM.]  Michaela Koller, Zenit 3

 

 

 

Neue Synagoge in Mainz. Am Ende siegt das Wort

 

Die neuerrichtete Synagoge von Mainz ist ein Bau von höchster Qualität. Nach verzögertem Baubeginn und architektonischer Konkurrenz in Dresden und München verfügt die Stadt jetzt über einen faszinierenden Solitär voller symbolischer Bezüge.

Von Dieter Bartetzko

 

Die jüdische Religion und Kultur war mit der Diaspora endgültig ganz auf das Wort gestellt. Jahrhundertelang gleichsam ohne festen Wohnsitz, wurde den Juden die Schrift zur eigentlichen Behausung, war die Tora und nicht die Synagoge der feste Ort der Identität. Deshalb hat Manuel Herz, der Architekt der neuen Synagoge von Mainz, seinem Gebäude den Begriff „Kaduscha“ unterlegt, als Heiligung oder Erhöhung die Grundformel der feierlichsten jüdischen Gebete.

Um die solcherart vage Stellung von Sakralarchitektur im Judentum zu veranschaulichen, erzählt Herz vom skurrilen mittelalterlichen Disput Schriftgelehrter über die – nach monatelangen Debatten bejahte – Frage, ob man Laubhütten auch aus den Knochen von Elefanten bauen dürfe. Das wunderliche Problem wurde mittels verzwicktester Gedankenfolgen buchstabengetreu zur Heiligen Schrift gelöst. Wer heute, ob Jude oder Nichtjude, die Mainzer Synagoge anschaut, dürfte sie ohne Wortklauberei nicht selten mit den allbekannten Laubhütten verbinden, die zum Sukkot-Fest, dem Gedenken an den Auszug der Israeliten aus Ägypten, errichtet wurden und werden.

 

Die Assoziation wird von der Großform und der Farbe des Ensembles hervorgerufen. Mit gezackten Konturen, die in einer schräg steilen, maßvoll hohen Turmform gipfeln, und mit zahllosen reliefierten Stab-Keil-Strukturen erinnert der Außenbau an das Gestänge von Hütten. Den Eindruck von dicht verflochtenem Laub strahlt die Majolikaverkleidung der Fassaden aus, hochglänzend gebrannt, in vielfältigen Grüntönen flirrend, die je nach Standpunkt des Betrachters bis in spiegelndes Schwarz oder leuchtendes Weiß übergehen können.

Abkömmlinge des hebräischen Alphabets

Von weitem verschmilzt die Synagoge mit dem Grün alter Bäume, die ihren Vorplatz und die Allee säumen, an der sie inmitten eines leidlich erhaltenen, noch immer vornehm wirkenden Gründerzeitviertels am Rand der Mainzer Innenstadt steht. Manuel Herz hat trotz aller Exzentrik die städtebauliche Situation berücksichtigt: West- und Nordseite seiner Architektur nehmen das Blockrandgefüge der Altbauten auf, der Turm setzt ein markantes Zeichen, ohne die Quartier-Silhouette zu erschlagen, der Vorplatz entspricht, wenn auch großzügiger angelegt, den Vorgärten der alten Bürgerhäuser.

Laubhütte also? Mag sein. Doch das eigentliche Fundament des Entwurfs, betont Herz, ist die Schrift, das Wort, die Tora. So sind die allgegenwärtigen Dreiecksformen der Fassaden, die rampenartig schrägen Zinkdächer, die dreieckigen Fenster und der angeschrägte Haupteingang Abkömmlinge des hebräischen Alphabets. Zudem in alle Richtungen strebende Perspektiven suggerierend, verweisen sie auf die unendlichen Deutungsmöglichkeiten der Heiligen Schriften.

Erhabene hebräische Buchstaben sind denn auch der Schmuck des Hauptportals aus silbrigem Aluminium. Sie formen die Schriftzüge „Das Licht der Diaspora“ und „Die Synagoge von Mainz“. Das Wort vom Licht, das den Juden in der Diaspora leuchte, stammt aus dem frühen Mittelalter, als Mainz mit einer der wichtigsten jüdischen Gemeinden Europas eine Hochburg des Geistes barg. Ihre Wurzeln dürften bis in die Spätantike reichen, als Mainz, neben Trier und Köln, eine bedeutende Stadt im germanischen Teil des Römischen Reiches und damit sicher auch bereits Sitz einer jüdischen Gemeinde war. Darauf spielte der Vorgänger der heutigen Synagoge an, dessen Hauptbau von 1912 ein Zitat des römischen Pantheons war, flankiert von einem Nebentrakt, der in unverkennbarem Mainzer Barock die Verbundenheit der Gemeinde mit der Stadt und deren Traditionen bekundete.

Ein zwischen Bronze- und Goldtönen changierendes Gespinst

Zum Gedenken an das 1938 in der „Reichskristallnacht“ gebrandschatzte und dann gesprengte Bauwerk stehen auf dem neuen Vorplatz die wuchtigen dorischen Säulen des einstigen Vorhofs: Erinnerung an das Pogrom, aber auch an die bis in die Antike reichende Geschichte der Juden in Mainz. Manuel Herz integrierte diese mahnenden Spolien. Doch die Botschaft seines Neubaus überspannt größere Zeiträume: Auf den Schofar, das Widderhorn, das an höchsten Feiertagen geblasen wird, und damit auf die Uranfänge jüdischer Religion verweist der Umriss des Turms. Dieser überspannt den Gebetssaal, dessen Volumina abstrahierend den Schofar und damit auch die Erinnerung daran wiederholen, dass die Opferung Isaaks durch Abraham auf göttliche Weisung durch das Opfern eines Widders ersetzt wurde. Diesen ersten Schritt vom Numinosen ins Spirituelle veranschaulicht der Gebetssaal, dem der Turm als alles beherrschende Lichtquelle dient, die das Vorlesepult in der Mitte aufleuchten lässt. So die traditionelle zentralisierende Tendenz der Synagogenarchitektur aufgreifend, kombiniert Herz sie mit der ebenso altehrwürdigen Ostung, der Ausrichtung des Raums auf den Toraschrein und die aufgehende Sonne.

Diese Synthese aus Neoexpressionismus und Traditionalismus wird von Wänden mit feingliedrigen Stuckreliefs umschlossen. In monatelanger Arbeit haben Kunsthandwerker ein zwischen Bronze- und Goldtönen changierendes Gespinst aus hebräischen Buchstaben geschaffen, von dem sich partiell Schriftzüge abheben. Sie entstammen teils den „Piotim“, um das Jahr 1000 in Mainz entstandenen religiösen Dichtungen, die in Stil und Leidenschaft das „Hohe Lied Salomos“ aufnehmen, teils geben sie zeitgenössische Berichte über das Mainzer Pogrom während des ersten Kreuzzugs wieder.

Dennoch sind die Leiden der Juden nicht das Zentralthema dieser Synagoge. Sie ist mit einem Kindergarten, Jugendräumen, Seniorentreffs und einem wunderschönen, baumbestandenen intimen Garten dem (Gemeinde-)Leben gewidmet. Form aber gibt der architektonische Dialog zwischen Geschichte und Gegenwart, Gebet und Gespräch, Alltag und Schabbat. Deswegen haben Herz und die Gemeinde eine Bibliothek in die umlaufende Galerie des Gebetssaals integriert, und deshalb öffnet sich das Foyer nicht nur auf ihn, sondern auch zum gegenübergelegenen Veranstaltungssaal.

Vieldeutig wie das Alte Testament

Wer diese von Licht- und Baukeilen überkreuzte Halle samt dem weißleuchtenden Vestibül mit schwindelerregend geschrägter Treppe ins Obergeschoss sieht, der denkt unwillkürlich an die vibrierenden Kulissen des expressionistischen Stummfilmklassikers „Das Kabinett des Dr. Caligari“. Oder an die Magie von Daniel Libeskinds Berliner Jüdischem Museum. Letzteres könnte für den Neubau ein Fallstrick sein. Denn im Licht der rasant wechselnden Architekturtrends könnte der Werdegang der neuen Mainzer Synagoge sich so lesen: 1999, als alle noch im Bann von Libeskinds spektakulärem Zackenbau standen, war der Wettbewerbssieg des zerklüfteten Mainzer Entwurfs programmiert. Doch nun, nach acht Jahren finanzbedingter Verzögerung und einer Rekordbauzeit von nur knapp zwei Jahren, hat er sich den neuen Synagogen von Dresden und München zu stellen, deren kubisch-stoische Formen aktuelles Leitbild sind.

Das naheliegende Urteil, Mainz sei damit der unfreiwillige Nachzügler eines längst überholten Neoexpressionismus, geht aber fehl. Entstanden ist das faszinierende Paradoxon eines rücksichtsvollen Solitärs. Proteus aus dem Ozean der Buchstaben, wandelt er sich je nach Erwartung des Betrachters, ist Hütte oder Festzelt, Studierstube oder Diskussionsforum, Skulptur oder (selten) Mahnmal. Immer aber ist dieses oszillierende Ensemble ein Gedankengebäude, vieldeutig wie das Alte Testament – und als Architektur so mutig, wie es viele Neubauten in Mainz oder sonstwo bei uns sein wollen, doch nicht sind. Faz 4

 

 

 

Erzbischof Marchetto: „Ich möchte auf meine Gesundheit achten“

 

Es war ein überraschender Rücktritt: Erzbischof Agostino Marchetto hatte am Wochenende den päpstlichen Rat für Flüchtlinge und Menschen unterwegs verlassen. Viel wurde über die Hintergründe seines Beschlusses spekuliert. Nun spricht er selber über seine Entscheidung. In einem Interview mit unseren italienischen Kollegen gibt Marchetto zu, dass er „schweren Herzens sein Amt zur Verfügung stellt“. Neun Jahre lang war er Sekretär des Rates gewesen.

 

„An einen Rücktritt dachte ich als ich meinen Lebenslauf sah. Ich habe so viele Jahre im Ausland verbracht. Ich war zwanzig Jahre in Afrika und dann in Osteuropa. Und ich wollte unbedingt auf meine Gesundheit achten. Mir geht es gut. Doch eine Krankheit hat mich nun dazu geführt, dass ich weniger frei bin als früher. Ich kann heute nicht mehr so viel reisen, wie ich es müsste. Deshalb habe ich das Privileg für vatikanische Diplomaten ausgenutzt. Nuntien dürfen bereits mit 70 Jahren in Ruhestand treten. Das waren meine Gründe.“

 

Das Thema „Flüchtlinge“ sei in Europa sehr kontrovers diskutiert worden. Erzbischof Marchetto musste in jüngster Zeit etliche Kritik gegenüber der Haltung der Kirche anhören.

 

„Ich habe immer betont, dass es ein Zusammenspiel geben muss zwischen der Sicherheit der Bürger eines Gastlandes und der Aufnahme von Migranten. In vielen europäischen Ländern hingegen wird nur auf die eigene Sicherheit geachtet und nicht auf die Betreuung von Migranten. Die internationalen Vereinbarungen unterscheiden beispielsweise gar nicht zwischen legalen und illegalen Einwanderern. In den Vereinbarungen spricht man einzig von Migranten. Deshalb ist nicht einzig die Kirche, die die Migranten als vollwertige Menschen ansieht. Wenn wir von Allgemeinwohl sprechen, dann handelt es sich hierbei um ein universell gültiges Prinzip, das für alle Menschen gilt.“ Rv 3

 

 

 

Küng: Glaube an Gott ist Grundlage für richtigen Umgang mit Natur

 

Ökumenischer Gottesdienst im St. Pöltner Dom mit den Bischöfen und Verantwortlichen der europäischen Bischofskonferenzen für Umweltfragen

 

St.Pölten-Mariazell -  Der Glaube an Gott ist die notwendige Grundlage für die richtige Einstellung zum Menschen und zur ganzen Welt. Das hat der St. Pöltner Bischof Klaus Küng bei einem ökumenischen 'Gottesdienst mit den Teilnehmern der "grünen "Pilgerreise der Bischöfe und Verantwortlichen der europäischen Bischofskonferenzen für Umweltfragen betont. Bischof Küng stand dem Gottesdienst im St. Pöltner Dom gemeinsam mit dem griechisch-orthodoxen Metropoliten von Austria, Michael Staikos, und dem niederösterreichischen lutherischen Superintendenten Paul Weiland, vor.

 

Die "grüne" Pilgerreise vom 1. bis 5. September führt Europas Umwelt-Bischöfe vom ungarischen Esztergom über Bratislava und St. Pölten nach Mariazell. An der Spitze der europäischen Umwelt-Bischöfe nahm Kardinal Peter Turkson, Präsident des Päpstlichen Rates für Gerechtigkeit und Frieden, an der Feier im St. Pöltner Dom teil.

 

Bischof Küng verwies in seinen Eröffnungsworten auf die Botschaft von Papst Benedikt XVI. zum Weltfriedenstag 2010. Benedikt XVI. habe unterstrichen, dass der gegenwärtige irrationale und unverantwortliche Umgang mit der Umwelt nicht losgelöst von der moralischen Krise Europas gesehen werden könne. Die größte Gefährdung für die Schöpfung liege in einer reduktionistischen Sicht der Welt, die Gott ausklammere, warnte der Bischof. Das Gebet bezeichnete er als "wichtigen Ansatz der Heilung". Das Gebet "verändert die Sicht und macht empfänglich für tiefere Aspekte der Wirklichkeit".

 

Superintendent Weiland nahm in seiner Predigt diese Gedanken auf. Die Probleme der Welt - von der Ausbeutung der Umwelt bis zu Kriegen und Flüchtlingsdramen - hätten ihre tiefere Ursache darin, dass die Beziehung der Menschen zu Gott gestört sei: "Es fehlt die respektvolle Liebe zum Leben, zum Schöpfer und zu seiner Schöpfung." Der Mensch dürfe sich nicht selbst zum Maß aller Dinge erheben, warnte Weiland und weiter wörtlich: "Wenn der Mensch in Ordnung ist, ist auch die Welt in Ordnung. Und der Mensch ist dann in Ordnung, wenn er in Beziehung zum Schöpfer lebt." Dafür müssten sich die Christen mit aller Kraft einsetzen, appellierte der lutherische Superintendent.

 

Personale Beziehung zwischen Gott und Mensch

 

Am Samstagvormittag reisten die Europapilger mit der Mariazellerbahn weiter in das steirische Marienheiligtum. Dabei wies Militär-Bischofsvikar Werner Freistetter darauf hin, dass jedes Handeln die Beziehung des Christen zu den Geschöpfen und zum Schöpfer widerspiegeln müsse. In vielen neureligiösen oder esoterischen Strömungen werde das Göttliche entpersonalisiert und als Energie oder Kraft verstanden. Der christliche Glaube sei hingegen grundlegend durch eine personale Beziehung zwischen Gott und Mensch bestimmt.

 

Um den gegenwärtigen Herausforderungen im Bereich des Umweltschutzes entsprechend begegnen zu können brauche es zum einen eine vernünftige Reflexion im Horizont des Glaubens und zum anderen auch den Dialog mit den entsprechenden Wissenschaften.

 

Zur Frage, warum es nicht allen Menschen möglich sei, den Schöpfer in der Schöpfung zu erkennen, meinte Freistetter, dass es dazu auch eine innere Haltung brauche, in der sich der Mensch für das öffnet, was ihm die Geschöpfe mitteilen. Die Kirche sollte neben der Verkündigung der Glaubenswahrheiten den Menschen auch helfen "die richtigen tiefsinnigen Fragen zu stellen, die auf Gott den Schöpfer verweisen.

 

Zu Mittag feierten die Pilger auf der Mariazeller Bürgeralpe einen Gottesdienst, dem der Erzbischof von Mecheln-Brüssel und Vorsitzende der belgischen Bischofskonferenz, Andre-Joseph Leonard, vorstand. Am Nachmittag stand ein erstes Gebet in der Mariazeller Basilika auf dem Programm.

 

O-Töne von Bischof Küng und Superintendent Weiland sind in Kürze unter www.katholisch.at/o-toene abrufbar. Kap 4

 

 

 

 

Vatikan: Katholische Presse, quo vadis?

 

Die Rolle der katholischen Presse im Internet und überhaupt in den neuen Medien - darüber will sich der Vatikan bei einem internationalen Kongress im Oktober informieren. Journalisten der Neuen Medien und Kirchenvertreter sind zum Gespräch über die „Diakonie der digitalen Kultur“ eingeladen. Organisisert wird das Treffen vom 4. bis zum 7. Oktober vom Päpstlichen Rat für die sozialen Kommunikationsmittel. Dessen Präsident, Erzbischof Claudio Maria Celli, hat in einem Interview mit der Vatikanzeitung „L´Osservatore Romano“ betont, die Kirche müsse ihre Präsenz in den digitalen Medien überdenken, weil immer mehr Menschen diese Medien nutzten. Gegenüber Radio Vatikan sagte Celli:

 

„Es ist unbestreitbar, dass sich die Kirche von heute mit einer großen Dienstbereitschaft bewegt. Aber es ist auch unbestreitbar, dass ein bestimmter Rhythmus von der Technologie vorgegeben wird. Deshalb würde ich sagen, begrüßen wir die Versuche der Kirche, auch mit dem Internet zu kommunizieren. Und natürlich spürt die Kirche sehr genau ihre Verantwortung, die auch die „Diakonie der digitalen Kultur“ prägen wird.“

 

180 Teilnehmer aus 58 Ländern haben sich bis jetzt zu dem Kongress angemeldet. Papst Benedikt XVI. hatte beim letzten Weltkongress des Rates für die sozialen Kommunikationsmittel zu einer verstärkten pastoralen Nutzung der Medien aufgefordert. Erzbischof Celli wünscht sich einen offenen Dialog zwischen der Kirche und den modernen Medien.

 

„Ich erwarte mir Antworten für die Zukunft. Wie sieht die Zukunft der katholischen Presse aus? Welche Sendung muss sie in einer Zeit wie heute wahrnehmen? Eine weitere Frage ist, welche Beziehung zwischen der katholischen Presse und der Wahrheit besteht - gerade auch im Hinblick auf verschiedene Kontroversen.“ Rv 3

 

 

 

 

Jesuiten planen Entschädigungen. Erneutes Treffen mit Missbrauchsopfern

 

Im Interview mit domradio.de sprach der neue Jesuiten-Obere für Deutschland, Pater Stefan Kiechle, jüngst über den künftigen Weg beim Umgang mit dem Missbrauchsskandal. Aufklärung bleibe ein „zentrales Ziel“, sagte er damals. Zusätzlich werden nun auch Entschädigungszahlen an die Opfer konkret.

 

Zwischen dem katholischen Jesuitenorden und der Betroffeneninitiative „Eckiger Tisch“, die die Opfer sexuellen Missbrauchs an Jesuitenschulen vertritt, wird es nach einem Bericht der „Berliner Zeitung“ (Samstagausgabe) noch im September ein zweites Treffen geben. Eine erste Zusammenkunft hatte im Mai stattgefunden.

 

Diesmal werde voraussichtlich über Entschädigungszahlungen gesprochen. Das bestätigte der Rektor des Berliner Jesuitengymnasiums Canisius-Kolleg, Pater Klaus Mertes, der Zeitung. „Ich spreche lieber von symbolischer Genugtuung und könnte mir eine Regelung wie bei den NS-Zwangsarbeitern vorstellen“, sagte Mertes.

 

Dies Treffen findet noch vor der nächsten Sitzung des Runden Tisches der Bundesregierung zu Missbrauch in Schulen statt. (dr 4)

 

 

 

Chemnitzer Gedenkfeier anlässlich des 100. Geburtstages der Ordensgründerin Mutter Teresas

 

Chemnitz. Christen aus dem ganzen Bistum haben am 26. August in Chemnitz einen Gedenkgottesdienst zum 100. Geburtstag Mutter Teresas mitgefeiert. Die Feier fand in der St.-Josephs-Kirche statt, nahe der Ordensniederlassung, die Mutter Teresa in den 80er Jahren gründete.

 

 Margarete Brettschneider erinnert sich gut an den ersten Chemnitz- Besuch der Ordensgründerin. So kurzfristig war der Besuch 1984 angekündigt worden, dass viele Katholiken in Chemnitz nicht mehr rechtzeitig informiert werden konnten. Sie selbst hatte Glück: Sie arbeitete im Sekretariat der Propstei und war damit nahe an der Informationsquelle, erzählt die Rentnerin, die mit ihrem Mann den Gedenkgottesdienst in der St.-Joseph-Kirche besucht. Mutter Teresa gab ihr die Hand, weiß sie noch. „An solchen Erlebnissen konnten wir uns zu DDR-Zeiten festhalten.“ Bis heute achtet Margarete Brettschneider Mutter Teresa sehr, wenngleich sie ihre Radikalität nur schwer nachvollziehen kann.

 

 Auch Bischof Joachim Reinelt gab in seiner Predigt etwas aus seinen Erinnerungen an die mittlerweile Seliggesprochene preis. Als sie ihm gegenüber der St.-Josephs- Kirche begegnete, schrieb sie ihm in englischer Sprache auf einen kleinen Zettel: „Seien sie heilig, denn der, der sie gerufen hat, ist heilig!“ Mutter Teresa gehöre wohl zu den wenigen Menschen, die verstanden haben, wie Gott liebt und die sich selbst ganz und gar in die Liebe Gottes hineinwerfen, sagte der Bischof.

 

 „Sie hat nicht aufgehört, Botin der Liebe Gottes zu sein“, machte Schwester Pauline, die Oberin der Chemnitzer Gemeinschaft, zur Eröffnung der Messfeier deutlich. „Sie spornt uns an, selbst Instrumente von Gottes Barmherzigkeit und Nächstenliebe zu sein“. Schwester Pauline und ihre drei indischen Mitschwestern bemühen sich darum täglich in der Begegnung mit den Obachlosen und Bedürftigen, die ein warmes Mittagessen bei ihnen einnehmen.

 

 Zu denen, die das Wirken der Schwestern auf vielfältige Weise ehrenamtlich mit unterstützen, gehören Maria und Christian Rösler. Auch bei ihnen wurden während der Gedenkfeier Erinnerungen wach: Mit ihrer erst wenige Tage alten Tochter Franziska waren sie 1984 zu Mutter Teresa gegangen, die das Baby liebevoll segnete. „Das Foto, das diesen Moment festhält, trägt Franziska bis heute immer bei sich.

 Von Dorothee Wanzek, TdH 4

 

 

 

Schweden: Newman-Institut staatlich anerkannt

 

Im schwedischen Uppsala darf sich eine Hochschule ab Samstag offiziell Hochschule nennen: Das Newman-Institut. 2001 wurde die katholische Einrichtung für das Studium der Theologie, Philosophie und vereinzelt anderer Kulturwissenschaften von Jesuiten gegründet. Anfang dieses Jahres hatte aber die schwedische Regierung erst genehmigt, dass das Institut staatlich anerkannte Bachelor- und höhere Diplomabschlüsse verleihen darf.

 

Auch Papst Benedikt persönlich hat zur Neueinweihung der Hochschule gratuliert. In einem von Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone unterzeichneten Schreiben lässt der Papst seine Freude über die Arbeit des Newman-Institutes mitteilen. Dieser Ort solle die intellektuellen und spirituellen Beziehungen zwischen den nördlichen Ländern und ganz Europa verstärken. Außerdem solle das Newman-Institut sich durch zwei Dinge auszeichnen: Eine Verbindlichkeit gegenüber dem Glauben an Gott und dem menschlichen Verstand – beides solle zusammenwirken.

 

Philip Geister ist der Direktor des Institutes, das längst mehr ist als eine kircheninterne Forschungseinrichtung.

 

„Der Name Institut ist jetzt tatsächlich etwas veraltet. Wir haben auch lange überlegt, ob wir ihn ändern sollen und uns einfach die Newman-Hochschule nennen sollen. Als Institut haben wir begonnen, sind jetzt aber auch im deutschen Sinn eine staatlich anerkannte Hochschule. Das heißt, die staatlichen Behörden haben eine gründliche Prüfung durchgeführt und haben festgestellt, dass sowohl die akademischen, administrativen und auch finanziellen Voraussetzungen sehr gut sind und dass wir deshalb auch im Namen des Staates eine vollständige Ausbildung anbieten können.“

 

Das letzte Mal, dass ein katholisches Institut in Schweden staatliche Anerkennung fand, war 1477, die von Papst Sixtus IV. gegründete Universität von Uppsala. Für den Nachfolger, das heutige Newman-Institut, sei Schweden der richtige Standort, so Philip Geister. Schließlich sei Schweden ein hochgebildetes Land. Allerdings blieben in der säkularisierten Gesellschaft viele Dinge unerfüllt – ein Motivationsgrund für die Dozenten der Hochschule.

 

„Die wichtigste Aufgabe des Newman Instituts wird es sein, auch deutlich zu machen, dass der Mensch ein religiöses Wesen ist. Wir müssen den Menschen als religiöses Wesen ernst nehmen. Und der Säkularismus tut das nicht. Wir versuchen ein Angebot zu machen, wo Menschen auch verstehen, dass Theologie, dass auch philosophische Reflexion über den Menschen ein wichtiger Teil des Selbstverständnisses von Menschen ist. Und diesen Beitrag möchten wir aus der katholischen Tradition heraus der schwedischen Gesellschaft geben.“

 

Ein Vertreter genau dieser religiös-reflexiven Tradition ist der Namenspatron der Hochschule: John Henry Newman. Der vom Anglikanismus zum Katholizismus konvertierte Kardinal hat als Philosoph und Theologe bis heute eine zentrale Wirkung, so Geister.

 

„Das eine ist, dass er doch in der katholischen Tradition eine Symbolfigur ist für die Vermittlung des katholischen Glaubens in die moderne Gesellschaft hinein. Das war ein wichtiger Punkt für uns. Und ich denke, dass er doch trotz seiner Konversion, oder vielleicht auch gerade deshalb, ein sehr ökumenischer Mann war, der die Wahrheit gesucht hat, auch wenn es ihn etwas gekostet hat. Das ist eine Haltung, zu der wir an einer Hochschule auch ermutigen wollen.“ Rv 4

 

 

 

 

Päpstlicher Rat für Soziale Kommunikationsmittel würdigt Medienarbeit auf dem afrikanischen Kontinent

 

NAIROBI - "Die Kommunikation wird heute als wichtigster Areopag der modernen Welt betrachtet und macht die Menschheit zu einem globalen Dorf. In diesem Sinne wollen wir uns als katholische Medienschaffende für die friedliche und ganzheitliche Entwicklungszusammenarbeit unseres Kontinents einsetzen", so der Vorsitzende der Kommission für Soziale Kommunikation der Kenianischen Bischofskonferenz, Bischof Alfred Kipkoech Arap Rotich, bei der Eröffnung einer Tagung über Kirche und Medien, die gestern in Nairobi zu Ende ging.

Im Mittelpunkt der Beratungen, die am Dienstag begonnen haben, stand die Gründung eines katholischen Informationsdienstes für den afrikanischen Kontinent.

Die Veranstaltung wurde vom Symposium der Bischofskonferenzen von Afrika und Madagaskar (SECAM) in Zusammenarbeit mit dem katholischen Medienerat (CAMECO) organisiert.

In seiner Eröffnungsansprache betonte Bischof Rotich, dass Medienschaffende Informationen liefern sollten, die es den Personen ermöglichen richtige Entscheidungen im Hinblick auf Konflikte und Herausforderungen zu treffen. Dabei forderte er die katholischen Medienschaffenden zur Zusammenarbeit auf.

Bischof Rotich erinnerte dabei auch an die Gefahren einer von der Technik dominierten Welt der Information, in der das Risiko besteht, dass die menschlichen Werte an zweite Stelle treten. „Wir leben in einer Welt, die mehr und mehr vernetzt ist, in einer globalen Gesellschaft mit einer interaktiven Kommunikation und einem Austausch von Informationen, der einen tiefen kulturellen Wandel mit sich bringt. Der Ausdruck „globales Dorf" stehe jedoch nur für den technologischen Fortschritt und berücksichtige kaum die globalen menschlichen Beziehungen". Deshalb dürfe man die Gefahren einer falschen Nutzung der Macht der Medien nicht unterschätzen.

P. Janvier Marie Gustave Yameogo vom Päpstlichen Rat für Soziale Kommunikationsmittel betonte dass es bereits Nachrichtendienste in Afrika gäben, wie zum Beispiel die Nachrichtenagentur DIA (in Kinshasa) und CISA (in Nairobi), die viel leisteten.

Doch es gebe noch zu wenige interaktive Beziehungen und keine Zusammenarbeit zwischen den bestehenden Einrichtungen. Diese Fragmentierung sei eine große Schwäche, denn „als Kirche müssen wir unsere Geschichte im Rahmen eines Netzwerks verkünden". Zenit 3

 

 

 

Laienkongress in Seoul: „Helfen wir hoffnungslosen Asiaten“

 

Die Kirche will den Menschen in Asien in Zukunft mehr beistehen. Das ist eines der Ergebnisse des katholischen Laienkongresses in Seoul, der an diesem Samstag zu Ende ging. Asien mache ähnliche Entwicklungen durch wie die osteuropäischen Staaten, sagte der Präsident des vatikanischen Laienrates, Kardinal Stanislaw Rylko, im Interview mit uns:

 

„Dieser Kongress war wahrlich ein großes Geschenk – und das nicht nur für die Teilnehmer. Die gesamte Kirche in Asien geht gestärkt daraus hervor. In Asien gibt es im Gegensatz zu anderen Weltgegenden eine starke religiöse Pluralität. Deshalb ist auf diesem Kontinent der interreligiöse Dialog grundlegend. Und wir können nicht auf den Einsatz der katholischen Laien in diesem Bereich verzichten. Sie stehen hier an vorderster Front. Deshalb müssen wir als Kirchenvertreter ihnen beistehen.“

 

Es gehe auch um die „Schönheit des Glaubens“, so der polnische Kurienkardinal weiter. Diesen hätten viele Teilnehmer des Kongresses in der südkoreanischen Hauptstadt wiederentdeckt.

 

„Alle verlassen nun diese Stadt mit dem Bewusstsein, dass sie einen Schatz erhalten haben, den sie aber nicht verstecken dürfen oder für sich allein behalten dürfen. Im Gegenteil, alle sind dazu aufgerufen, ihre Erfahrungen beim Kongress mit den anderen Gläubigen zu teilen. Damit werden sie zu Boten der Hoffnung. Denn das scheint mir unsere Mission in Asien zu sein: Den hoffnungslosen Mitmenschen stärker als bisher beizustehen.“ Rv 4