Notiziario religioso 6-8 Settembre
2010
Lunedì 6 settembre. Il commento al Vangelo. Guarigione di sabato
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 6,6-11) commentato da P. Lino Pedron
6 Un altro sabato
egli entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. Ora c'era là un uomo, che
aveva la mano destra inaridita. 7 Gli scribi e i farisei lo osservavano per
vedere se lo guariva di sabato, allo scopo di trovare un capo di accusa contro
di lui. 8 Ma Gesù era a conoscenza dei loro pensieri e disse all'uomo che aveva
la mano inaridita: «Alzati e mettiti nel mezzo!». L'uomo, alzatosi, si mise nel
punto indicato. 9 Poi Gesù disse loro: «Domando a voi:
E' lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o
perderla?». 10 E volgendo tutt'intorno lo sguardo su
di loro, disse all'uomo: «Stendi la mano!». Egli lo fece e la mano guarì. 11 Ma
essi furono pieni di rabbia e discutevano fra di loro
su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.
Nella Bibbia
l'occhio indica l'intelligenza, il cuore la volontà,
la mano l'azione. Guarendo la mano inaridita dell'uomo, Gesù gli dà la capacità
di fare nuovamente il bene. Commentando questo brano sant'Ambrogio scrive:
"Il Signore impregna del salutare frutto delle buone opere quella mano che
Adamo aveva allungato per cogliere i frutti dell'albero proibito, in modo che
essa, inaridita per la colpa, sia guarita per le buone opere". Con questo
miracolo l'uomo viene restituito alla sua capacità
originaria di continuatore dell'opera di Dio. Nell'incontro con Gesù siamo
finalmente guariti dal male di non riuscire a fare il bene.
Gesù davanti a un
malato non può restare indifferente, ma ricorre a tutti i suoi poteri per
soccorrerlo e guarirlo. Il principio che guida Gesù è la legge della carità che
è superiore a qualsiasi altra legge, anche a quella del sabato. Secondo quanto
Gesù ci ha insegnato, "il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per
il sabato" (Mc 2,27) e quindi il sabato è per il bene dell'uomo, perché l'avvicina maggiormente a Dio e ai fratelli. Dunque, non solo Gesù non trasgredisce il sabato, ma è
l'unico che lo osserva alla perfezione, perché fa il bene. I suoi avversari, invece, non osservano il sabato perché non fanno il bene e,
se fosse loro possibile, impedirebbero anche a Gesù di compierlo.
Al centro della
vita, della storia, della religione e di quant'altro Gesù mette l'uomo, non la
legge; l'uomo malato, colui che solitamente viene
emarginato perché non soddisfa il nostro egoismo e fa appello al nostro poco
amore. Ogni giorno della vita, compresa la domenica cristiana, è voluto da Dio per il bene dell'uomo. Non fare il bene è
male, è un peccato di omissione. La lettera di san Giacomo non lascia dubbi:" Chi sa fare il bene e non lo compie, commette
peccato" (4,17). De.it.press
Martedì 7 settembre. Il commento al Vangelo. La chiamata dei dodici
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 6,12-19) commentato da P. Lino Pedron
12 In quei giorni
Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. 13
Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli: 14 Simone, che chiamò anche
Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, 15 Matteo,
Tommaso, Giacomo d'Alfeo, Simone soprannominato Zelota, 16 Giuda di Giacomo e
Giuda Iscariota, che fu il traditore.
17 Disceso con
loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran
folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da
Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, 18 che erano venuti per
ascoltarlo ed esser guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano
tormentati da spiriti immondi, venivano guariti. 19 Tutta la folla cercava di
toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti.
Gesù ha compiuto
la sua prima manifestazione, ha avuto il suo primo incontro con il popolo e le
autorità religiose del paese; ora ha bisogno di una lunga notte di riflessione,
di preghiera e di contatto con il Padre.
L'opera che ha
avviato è destinata a sopravvivere nel tempo, per questo egli deve scegliere
degli uomini che condividano la sua causa e la portino avanti nei secoli.
Secondo il vangelo di Luca, la Chiesa e la sua organizzazione essenziale
provengono direttamente da Cristo.
Gesù sale sul
monte per trovare nell'incontro con il Padre la chiarezza necessaria per
scegliere i dodici apostoli. Il numero dodici richiama quello dei patriarchi
dell'Antico Testamento. Si delinea così la nascita del
nuovo popolo di Dio.
La preghiera sta
all'origine di ogni scelta e azione apostolica di Gesù e della Chiesa. Il
giorno della Chiesa spunta dalla notte di Gesù passata in comunione col Padre.
Ciò non vuole assolutamente dire che le scelte che il Padre e il Figlio fanno,
chiamando i dodici e gli altri dopo di loro lungo i secoli, saranno le migliori
secondo la nostra logica umana. La struttura portante
della Chiesa è zoppicante fin dall'inizio, sempre aperta al tradimento e al
rifiuto del Signore. Pietro e Giuda ne sono le figure emblematiche.
E tutto questo non è uno spiacevole imprevisto, ma è una realtà che fa parte
del progetto di salvezza.
Il motivo che
spinge la gente verso Gesù è il bisogno di ascoltare la parola di Dio e di
essere guarita. Come la parola del serpente portò il male e la morte (cfr Gen
3), così la parola di Dio guarisce dal male e dà la
vita. C'è infatti una stretta connessione tra
l'ascolto della parola di Dio e la guarigione, come tra la disobbedienza alla
parola di Dio e la morte (cfr Dt 11,26-32). "Il peccato è entrato nel
mondo e con il peccato la morte" (Rm 5,12) perché l'uomo ha ascoltato il
serpente. L'uomo diventa ciò che ascolta. Se ascolta Dio
diventa figlio di Dio, se ascolta il diavolo diventa figlio del diavolo.
Come la gente di
allora, anche noi possiamo toccare e sperimentare la potenza di Gesù se ascoltiamo
la sua parola. La parola di Dio infatti "è
potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede" (Rm 1,16). Infatti
"è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della
predicazione" (1Cor 1,21). De.it.press
Mercoledì 8 settembre. Il commento al Vangelo. Genealogia di Gesù
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 1,1-23) commentato da P. Lino Pedron
1 Genealogia di
Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. 2 Abramo generò Isacco, Isacco
generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, 3
Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esròm, Esròm generò Aram, 4
Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmòn, 5 Salmòn
generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, 6 Iesse
generò il re Davide.
Davide generò
Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, 7
Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asàf, 8 Asàf generò
Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, 9 Ozia generò Ioatam,
Ioatam generò Acaz, Acaz generò Ezechia, 10 Ezechia generò Manasse, Manasse
generò Amos, Amos generò Giosia, 11 Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al
tempo della deportazione in Babilonia.
12 Dopo la
deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabèle,
13 Zorobabèle generò Abiùd, Abiùd generò Elìacim,
Elìacim generò Azor, 14 Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò
Eliùd, 15 Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe,
16 Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù
chiamato Cristo.
17 La somma di
tutte le generazioni, da Abramo a Davide, è così di quattordici; da Davide fino
alla deportazione in Babilonia è ancora di quattordici; dalla deportazione in
Babilonia a Cristo è, infine, di quattordici.
18 Ecco come
avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di
Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello
Spirito Santo. 19 Giuseppe suo sposo, che era giusto e
non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. 20 Mentre però stava
pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e
gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di
prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo
Spirito Santo. 21 Essa partorirà un figlio e tu lo
chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
22 Tutto questo
avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del
profeta: 23 Ecco, la vergine concepirà e partorirà un
figlio, che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi. Questa
genealogia si ispira al primo libro delle Cronache
1,34; 2,1-15; 3,1-18; e al libro di Rut 4,18-22.
Per l'ebreo la
storia si esprime in termini di genesi, di generazione.
Nella Bibbia c'è
una sola storia, quella di una promessa fatta da Dio ad Abramo, padre dei
credenti (cfr Is 51,1-2), manifestatasi nel re Davide (cfr Is 9,6; 11,1-9) e
adempiuta in Gesù (cfr Gal 3,28-29).
Il primo versetto
di questo brano è il titolo della genealogia, ma può essere contemporaneamente
il titolo di tutto il vangelo. L'espressione "libro della genesi"
richiama il titolo del primo libro della Bibbia e suggerisce che il vangelo è
il racconto della nuova creazione. L'evangelista Giovanni si pone sulla stessa
linea mettendo all'inizio del suo vangelo le parole "in principio",
riprese direttamente dal libro della Genesi 1,1.
Come figlio di
Davide, Gesù porta a pieno compimento le promesse che Dio aveva fatto per mezzo
dei profeti (2Sam 7,1ss; Is 7,14ss). Come figlio di Abramo realizza
perfettamente la promessa fatta al capostipite del popolo di Dio: "In te
si diranno benedette tutte le famiglie della terra... Ti
renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei
re" (Gen 17,6; cfr Gal 3,8-29).
La genealogia mette in evidenza la continuità tra la storia d'Israele e la
missione di Gesù e ci prepara a capire il vangelo, secondo il quale la Chiesa
fondata da Gesù (Mt 16,18) è il vero Israele di Dio e l'erede di tutte le sue
promesse.
Al versetto 16 la struttura dell'albero genealogico bruscamente si
spezza. Stando al susseguirsi delle generazioni precedenti, avremmo dovuto
leggere: Giacobbe generò Giuseppe e Giuseppe generò
Gesù. Leggiamo invece:" Giacobbe generò Giuseppe,
lo sposo di Maria, dalla quale fu generato (da Dio) Gesù chiamato il
Cristo". Questo verbo in forma passiva "fu generato" (in greco
eghennethe) esprime l'azione di Dio, che verrà
richiamata esplicitamente nel brano seguente:" Quel che è generato in lei
viene dallo Spirito santo" (Mt 1,20).
Nel versetto 17 Matteo attribuisce una grande importanza al numero 14.
Questo numero è la somma di valori numerici delle tre lettere dell'alfabeto
ebraico che formano il nome di Davide (daleth, waw,daleth
= 4+6+4). Questo versetto esprime una tesi teologica: sottolineando
la cifra di Davide moltiplicata per tre (la cifra tre è simbolica: esprime la
realtà dell'uomo nella sua continuità, nel suo permanere nell'essere), Matteo
pone l'accento su Davide e sulla continuità della sua discendenza, argomento
che svilupperà nel brano seguente.
Nella genealogia
di Gesù Cristo, Matteo ci ha dato una visione teologica del susseguirsi della generazioni. Ora prosegue questa sua concezione
presentando il ruolo e la missione di Giuseppe dal punto di vista di Dio. Giuseppe è un uomo giusto (v. 9). Il suo problema
non è principalmente la situazione nuova che si è creata con la sua promessa
sposa Maria, ma il suo rapporto con questo bambino che sta per nascere e la
responsabilità che egli sente verso di lui. Giuseppe è detto giusto perché
sintetizza nella sua persona l'atteggiamento dei giusti dell’Antico Testamento
e in particolare quello di Abramo (cfr Mt 1,20-21 con Gen 17,19).
La giustizia di
Giuseppe non è quella "secondo la legge" che autorizza a ripudiare la
propria moglie, ma quella "secondo la fede" che chiede a Giuseppe di
accettare in Maria l'opera di Dio e del suo Spirito e gli impedisce di attribuirsi
i meriti dell'azione di Dio.
Di sua iniziativa
Giuseppe non ritiene di poter prendere con sé una persona che Dio si è riservata. Egli si ritira di fronte a Dio, senza contendere,
e rinuncia a diventare lo sposo di Maria e il padre del bambino che sta per
nascere; per questo decide di rinviare segretamente Maria alla sua famiglia.
Giuseppe è giusto
di una giustizia che scopriremo nel seguito del vangelo, quella che si esprime
nell'amore dato senza discriminazioni a chi lo merita e a chi non lo merita (Mt 5,44-48) ed è riassunto nella "regola
d'oro": "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi
fatelo a loro" (Mt 7,12). L'uomo giusto è misericordioso come Dio è misericordioso.
La crisi di
Giuseppe ha lo stesso significato dell'obiezione di Maria in Luca 1,29. Maria
era turbata perché non sapeva che cosa significasse il saluto dell'angelo.
Giuseppe è incerto perché non sa spiegarsi ciò che è avvenuto in Maria. Maria
può chiedere la spiegazione all'angelo, ma Giuseppe
non sa a chi rivolgersi; per questo decide di mettersi in disparte aspettando
che qualcuno venga a liberarlo dalle sue perplessità.
Matteo mette in rilievo l'identità messianica di Gesù affermando la
sua discendenza da Davide, al quale Dio aveva promesso un discendente che avrebbe
regnato in eterno sulla casa di Giacobbe (cfr Lc 1,33; 2Sam 7,16). Quindi, secondo la genealogia, Gesù è il discendente di
Davide non in virtù di Maria, ma di Giuseppe (v. 16). E' per questo che Matteo
presenta Giuseppe come destinatario dell'annuncio con il quale gli viene dato l'ordine di prendere Maria con sé e di dare il
nome a Gesù. Giuseppe, riconoscendo legalmente Gesù come figlio, lo rende a
tutti gli effetti discendente di Davide. Gesù verrà
così riconosciuto come figlio di Davide ( Mt 1,1; 9,27; 20,30-31; 21,9; 22,42).
Il nome di Gesù
significa "Dio salva". La promessa di salvezza contenuta nel nome di
Gesù viene presentata in termini spirituali come
salvezza dai peccati (v. 21). Anche per Luca la salvezza portata da Gesù
consiste nella remissione dei peccati (Lc 1,17). In queste parole c'è il netto
rifiuto di un messianismo terreno: Gesù non è venuto a conquistare il regno
d'Israele o a liberare la sua nazione dalla dominazione straniera.
La singolarità
dell'apparizione dell'angelo consiste nel fatto che essa avviene in sogno.
Matteo forse presenta Giuseppe secondo il modello del patriarca Giuseppe,
viceré d'Egitto (Gen 37,5ss). La cosa importante è che l'apparizione
dell'angelo chiarisce con sicurezza che la direttiva viene da Dio.
Nel versetto 22 troviamo la prima citazione dell'Antico Testamento.
Questa è preceduta dalla formula introduttiva: "Tutto questo avvenne
perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del
profeta". Con questa espressione Matteo vuol darci l'idea del compimento
delle intenzioni di Dio contenute nella Scrittura. E'
importante notare che attraverso il profeta ha parlato Dio.
Con la citazione
di Isaia 7,14 Matteo presenta la generazione di Gesù come un parto verginale.
Gesù quale
Emmanuele, Dio con noi, costituisce un motivo centrale del vangelo di Matteo.
Questa citazione di Isaia forma un'inclusione con l'ultima frase del vangelo:
"Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28,20).
De.it.press
Il Papa: "Affrontare i conflitti sociali attraverso dialogo e
mediazione"
ROMA - «Dialogo e
mediazione». È stata questa la strada di Leone XIII nell’affrontare le
questioni sociali del suo tempo. Lo ha detto Benedetto
XVI nell’omelia della messa celebrata questa mattina a Carpineto Romano. «Già
dal tempo in cui era Nunzio Apostolico in Belgio, egli aveva compreso che la
questione sociale si poteva affrontare positivamente ed efficacemente con il
dialogo e la mediazione», ha detto il Papa.
«In un'epoca di aspro anticlericalismo e di accese
manifestazioni contro il Papa, Leone XIII - ha ricordato benedetto XVI - seppe
guidare e sostenere i cattolici sulla via di una partecipazione costruttiva,
ricca di contenuti, ferma sui principi e capace di apertura. Subito dopo la
Rerum novarum si verificò in Italia e in altri Paesi
un'autentica esplosione di iniziative: associazioni, casse rurali e artigiane,
giornali,à un vasto »movimento« che ebbe nel servo di Dio Giuseppe Toniolo
l'illuminato animatore. Un Papa molto anziano, ma
saggio e lungimirante, poté così introdurre nel XX secolo una Chiesa
ringiovanita, con l`atteggiamento giusto per affrontare le nuove sfide. Era un
Papa ancora politicamente e fisicamente »prigioniero«
in Vaticano, ma in realtà, con il suo Magistero, rappresentava una Chiesa
capace di affrontare senza complessi le grandi questioni della
contemporaneità».
L'enciclica Rerum
Novarum, promulgata nel 1891 da Leone XIII, fondò la moderna dottrina sociale
cristiana, ponendo in ordine le questioni sociali.L'originalità
dell'enciclica risiede nella sua mediazione: il Papa, ponendosi a metà strada
fra le parti, ammonisce la classe operaia di non dar sfogo alla propria rabbia
attraverso le idee di rivoluzione, di invidia ed odio verso i più ricchi, e
chiede ai padroni di mitigare gli atteggiamenti verso i dipendenti e di
abbandonare lo schiavismo cui erano sottoposti gli operai. Il Papa, inoltre,
auspica che fra le parti sociali possa nascere armonia e accordo nella
questione sociale.
Da Castel Gandolfo
papa Benedetto XVI ha ricordato anche il messaggio - pubblicato nei giorni
scorsi - rivolto ai giovani del mondo e il suo invito a essere «radicati e
fondati in Cristo, saldi nella fede». «Chi, infatti,
oggi propone ai giovani di essere radicati e saldi? Piuttosto si esalta l’incertezza, la mobilità e la volubilità», ha
sottolineato. «Il giovane è come un albero in crescita: per svilupparsi bene ha
bisogno di radici profonde, che in caso di tempeste di vento lo tengano ben
piantato al suolo», ha detto il pontefice. E questo è
proprio il cure del Messaggio: «esso sta nelle espressioni "in
Cristo" e "nella fede". La piena maturità della persona, la sua
stabilità interiore, hanno il fondamento nella
relazione con Dio, relazione che passa attraverso l’incontro con Gesù Cristo»,
ha insistito. Secondo Benedetto XVI, «per diventare credente, il giovane è
sorretto dalla fede della chiesa». «Se nessun uomo è un’isola, tanto meno lo è
il cristiano, che scopre nella chiesa la bellezza della fede condivisa e
testimoniata insieme agli altri nella fraternità e nel
servizio della carità», ha concluso. LS 5
"Perché mi attaccano". Autobiografia di un pontificato
Da quando è stato
eletto, Joseph Ratzinger è bersaglio di un crescendo di assalti, da dentro e
fuori la Chiesa. C'è una "mano invisibile" che li muove? Ecco come il
papa giudica e spiega -
di Sandro Magister
ROMA – Sono usciti questa
estate, negli Stati Uniti e in Italia, due libri che ricostruiscono e
analizzano gli attacchi sferrati da più parti contro Benedetto XVI fin
dall'inizio del suo pontificato, con un crescendo che ha toccato l'acme
quest'anno.
Il libro di
Gregory Erlandson e Matthew Bunson, editori di testate cattoliche molto diffuse
negli Stati Uniti, si concentra sullo scandalo degli abusi sessuali del clero.
Il libro dei vaticanisti italiani Paolo Rodari e Andrea Tornielli
estende invece l'analisi a una decina di attacchi contro altrettanti atti e
discorsi di Benedetto XVI: dalla lezione di Ratisbona alla liberalizzazione
della messa in rito antico, dalla revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani
alla condanna del preservativo anti-AIDS, dall'accoglienza degli anglicani
nella Chiesa cattolica allo scandalo della pedofilia.
Di ciascuno di
questi episodi Rodari e Tornielli forniscono una ricostruzione molto accurata,
con retroscena anche inediti.
La loro
conclusione è che sono in atto tre diversi attacchi contro Benedetto XVI, ad opera di tre diversi nemici.
Il primo e
principale è il nemico esterno. Sono le correnti d'opinione e i centri di
potere ostili alla Chiesa e a questo papa.
Il secondo nemico
sono quei cattolici – tra i quali non pochi sacerdoti e vescovi – che vedono in
Benedetto XVI un ostacolo al loro progetto di riforma "modernista"
della Chiesa.
Il terzo nemico
sono infine quei funzionari della curia vaticana che invece di aiutare il papa
gli portano danno, per incapacità, per insipienza o anche per opposizione.
Non risulta che
questi tre fronti rispondano a un'unica regia. Ciò non impedisce
però di cercare se vi sia una ragione unificante che spieghi attacchi
così aspri e continui, tutti concentrati sull'attuale papa. È quanto fanno
Rodari e Tornielli nell'ultimo capitolo del loro libro, raccogliendo i pareri
di vari analisti e commentatori.
Ma non meno importante è sapere come lo stesso Benedetto
XVI interpreta gli attacchi portati contro di lui.
Nell'omelia della
messa conclusiva dell'Anno Sacerdotale, lo scorso 11 giugno, anche Benedetto
XVI si è riferito a un "nemico". Così: "Era da aspettarsi che al 'nemico' questo nuovo brillare del sacerdozio non sarebbe
piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in fin dei conti
Dio fosse spinto fuori dal mondo. E così è successo che, proprio in questo anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, siano
venuti alla luce i peccati di sacerdoti, soprattutto l’abuso nei confronti dei
piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a vantaggio
dell’uomo viene volto nel suo contrario".
E così il papa si
è espresso all'inizio del suo viaggio a Fatima, lo scorso 11 aprile:
"Non solo da
fuori vengono attacchi al papa e alla Chiesa,. [...]
La più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce
dal peccato nella Chiesa. E quindi la Chiesa ha profondo
bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione".
Già da qui si intuisce che per Benedetto XVI anche l'orribile 2010 è da
viversi come un anno di grazia, al pari degli anni precedenti, anch'essi
costellati da attacchi alla Chiesa e al papa.
Per lui tutto si
tiene. La tribolazione prodotta dal peccato è la condizione dell'umanità
bisognosa di salvezza. Una salvezza che viene solo da Dio ed è offerta nella
Chiesa con i sacramenti amministrati dai sacerdoti.
Per questo – fa
capire il papa – il rifiuto di Dio coincide così spesso con un attacco al
sacerdozio e a ciò che pubblicamente lo contrassegna, il celibato.
Lo scorso 10
giugno, nella veglia di chiusura dell'Anno Sacerdotale, Benedetto XVI ha detto
che il celibato è un'anticipazione "del mondo della risurrezione". È
il segno "che Dio c’è, che Dio c’entra nella mia vita, che posso fondare la mia vita su Cristo, sulla vita
futura".
Per questo – ha
detto ancora – il celibato "è un grande scandalo". Non solo per il
mondo di oggi "in cui Dio non c’entra". Ma
per la stessa cristianità, nella quale "non si pensa più al futuro di Dio
e sembra sufficiente solo il presente di questo mondo".
Che "rendere
Dio presente in questo mondo" sia la priorità della sua missione, papa
Joseph Ratzinger l'ha detto più volte, in particolare nella memorabile lettera
da lui rivolta ai vescovi di tutto il mondo il 10 marzo 2009.
Ma legare alla questione di Dio quella del sacerdozio e del
celibato sacerdotale non è così scontato. Eppure è proprio ciò che Benedetto
XVI fa costantemente.
Ad esempio, alla
fine del 2006, tracciando un bilancio del suo viaggio in Germania che aveva
fatto colpo per la lezione di Ratisbona, dopo aver sottolineato
che "il grande problema dell'Occidente è la dimenticanza di Dio", ha
proseguito dicendo che "è questo il compito centrale del sacerdote:
portare Dio agli uomini". Ma il sacerdote
"può farlo soltanto se egli stesso viene da Dio, se vive con e da
Dio". E il celibato è segno di questa dedizione piena: "Il nostro
mondo diventato totalmente positivistico, in cui Dio entra in gioco tutt’al più come ipotesi ma non come realtà concreta, ha
bisogno di questo poggiare su Dio nel modo più concreto e radicale possibile. Ha bisogno della testimonianza per Dio che sta nella decisione di
accogliere Dio come 'terra' su cui si fonda la propria esistenza".
Non sorprende
quindi che, nell'imminenza della sua elezione a papa, Ratzinger abbia invocato
una riforma della Chiesa che cominciasse col purificare dalla "sporcizia"
anzitutto i ministri di Dio.
Non sorprende che
abbia inventato e indetto un Anno Sacerdotale finalizzato a condurre il clero a
una vita santa.
Non sorprende che
la liturgia sia così centrale, in questo pontificato. Per la liturgia il
sacerdote vive. È al sacerdote che Dio "ha dato di preparare la mensa di
Dio per gli uomini, di dare loro il suo corpo e il suo sangue, di offrire loro
il dono prezioso della sua stessa presenza".
La
liberalizzazione della messa in rito antico, la revoca della scomunica ai
vescovi lefebvriani, l'accoglienza data alle comunità anglicane più legate alla
tradizione sono parti di questo stesso disegno. E puntualmente sono tutte oggetto di attacco.
C'è una misteriosa
lucidità di visione che unifica gli attacchi all'attuale pontificato. Come se
in essi agisse una "mano invisibile", nascosta ai suoi stessi attori.
Una mano, una mente, che intuisce il disegno di fondo
di Benedetto XVI e quindi fa di tutto per contrastarlo.
Nel Vangelo di
Marco c'è un "segreto messianico" che accompagna la vita di Gesù e
resta celato ai suoi stessi discepoli. Ma non al
"nemico". Il diavolo è colui che riconosce
da subito in Gesù il Messia salvatore. E lo grida.
Il paradosso degli
attacchi di oggi alla Chiesa è che, proprio mentre la vogliono ridurre
all'impotenza e al silenzio, ne svelano l'essenza, come luogo del Dio che
perdona.
"Dottore
serafico" è l'epiteto di san Bonaventura da Bagnoregio, uno dei primi
successori di san Francesco alla testa dell'ordine da lui fondato. Potrebbe
essere applicato anche a Benedetto XVI, per come guida la Chiesa nella
tempesta.
Nella catechesi da
lui dedicata lo scorso 10 marzo a questo santo – da lui molto studiato già da
giovane teologo – papa Ratzinger ha espresso il suo pensiero anche sui
"nemici" interni alla Chiesa.
A quelli che,
scontenti, pretendono una palingenesi radicale della Chiesa, un nuovo
cristianesimo spirituale fatto di nudo Vangelo senza più
gerarchie né precetti né dogmi, Benedetto XVI ha detto che dallo spiritualismo
all'anarchia il passo è breve. La Chiesa "è sempre Chiesa di peccatori e
sempre luogo di grazia". Progredisce ed evolve, ma sempre in continuità
con la tradizione.
A quelli che per
riformare la Chiesa puntano tutto su nuove strutture di comando e nuovi comandanti, ha detto che "governare non è
semplicemente un fare, ma soprattutto pensare e pregare": cioè
"guidando e illuminando le anime, orientando a Cristo".
Gli attacchi che
si concentrano su papa Benedetto sono per lui la prova di quanto sia alta la
scommessa che egli lancia agli uomini d'oggi, a tutti, anche agli increduli:
"vivere come se Dio ci fosse". L’Espresso online 3
Messaggio del Papa per la GMG 2011. "Radicati
e fondati in Cristo, saldi nella fede" (cfr.
Col 2,7)
Cari amici,
ripenso spesso alla Giornata Mondiale della Gioventù di Sydney del 2008. Là abbiamo vissuto una grande festa della fede,
durante la quale lo Spirito di Dio ha agito con forza, creando un’intensa
comunione tra i partecipanti, venuti da ogni parte del mondo. Quel raduno, come
i precedenti, ha portato frutti abbondanti nella vita di numerosi giovani e
della Chiesa intera. Ora, il nostro sguardo si rivolge alla prossima Giornata
Mondiale della Gioventù, che avrà luogo a Madrid nell’agosto 2011. Già nel
1989, qualche mese prima della storica caduta del Muro di
Berlino, il pellegrinaggio dei giovani fece tappa in Spagna, a Santiago de
Compostela. Adesso, in un momento in cui l’Europa ha grande bisogno di
ritrovare le sue radici cristiane, ci siamo dati
appuntamento a Madrid, con il tema: “Radicati e fondati in Cristo, saldi nella
fede” (cfr Col 2,7). Vi invito pertanto a questo
evento così importante per la Chiesa in Europa e per la Chiesa universale. E
vorrei che tutti i giovani, sia coloro che condividono
la nostra fede in Gesù Cristo, sia quanti esitano, sono dubbiosi o non credono
in Lui, potessero vivere questa esperienza, che può essere decisiva per la
vita: l’esperienza del Signore Gesù risorto e vivo e del suo amore per ciascuno
di noi.
1. Alle sorgenti
delle vostre più grandi aspirazioni
In ogni epoca,
anche ai nostri giorni, numerosi giovani sentono il profondo desiderio che le
relazioni tra le persone siano vissute nella verità e nella solidarietà. Molti
manifestano l’aspirazione a costruire rapporti autentici di amicizia, a
conoscere il vero amore, a fondare una famiglia unita, a raggiungere una
stabilità personale e una reale sicurezza, che possano
garantire un futuro sereno e felice. Certamente, ricordando la mia giovinezza,
so che stabilità e sicurezza non sono le questioni che occupano di più la mente
dei giovani. Sì, la domanda del posto di lavoro e con ciò quella di avere un
terreno sicuro sotto i piedi è un problema grande e pressante, ma allo stesso
tempo la gioventù rimane comunque l’età in cui si è alla ricerca della vita più
grande. Se penso ai miei anni di allora: semplicemente non volevamo perderci
nella normalità della vita borghese. Volevamo ciò che è grande, nuovo. Volevamo
trovare la vita stessa nella sua vastità e bellezza. Certamente, ciò dipendeva
anche dalla nostra situazione. Durante la dittatura nazionalsocialista e nella
guerra noi siamo stati, per così dire, “rinchiusi” dal potere dominante. Quindi, volevamo uscire all’aperto per entrare nell’ampiezza
delle possibilità dell’essere uomo. Ma credo che, in
un certo senso, questo impulso di andare oltre all’abituale ci sia in ogni
generazione. È parte dell’essere giovane desiderare qualcosa di più della
quotidianità regolare di un impiego sicuro e sentire
l’anelito per ciò che è realmente grande. Si tratta solo di un sogno vuoto che
svanisce quando si diventa adulti? No, l’uomo è veramente creato per ciò che è
grande, per l’infinito. Qualsiasi altra cosa è insufficiente. Sant’Agostino
aveva ragione: il nostro cuore è inquieto sino a quando non riposa in Te. Il
desiderio della vita più grande è un segno del fatto che ci ha creati Lui, che portiamo la sua “impronta”. Dio è vita, e
per questo ogni creatura tende alla vita; in modo unico e speciale la persona
umana, fatta ad immagine di Dio, aspira all’amore,
alla gioia e alla pace. Allora comprendiamo che è un controsenso pretendere di
eliminare Dio per far vivere l’uomo! Dio è la sorgente della vita; eliminarlo
equivale a separarsi da questa fonte e, inevitabilmente, privarsi della
pienezza e della gioia: “la creatura, infatti, senza
il Creatore svanisce” (Con. Ecum. Vat. II, Cost.
Gaudium et spes, 36). La cultura attuale, in alcune aree del mondo, soprattutto
in Occidente, tende ad escludere Dio, o a considerare
la fede come un fatto privato, senza alcuna rilevanza nella vita sociale.
Mentre l’insieme dei valori che sono alla base della società proviene dal
Vangelo – come il senso della dignità della persona, della solidarietà, del
lavoro e della famiglia –, si constata una sorta di
“eclissi di Dio”, una certa amnesia, se non un vero rifiuto del Cristianesimo e
una negazione del tesoro della fede ricevuta, col rischio di perdere la propria
identità profonda.
Per questo motivo,
cari amici, vi invito a intensificare il vostro
cammino di fede in Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Voi siete il
futuro della società e della Chiesa! Come scriveva l’apostolo Paolo ai
cristiani della città di Colossi, è vitale avere delle radici, delle basi
solide! E questo è particolarmente vero oggi, quando molti non hanno punti di riferimento stabili per costruire la loro vita,
diventando così profondamente insicuri. Il relativismo diffuso, secondo il
quale tutto si equivale e non esiste alcuna verità, né alcun punto di
riferimento assoluto, non genera la vera libertà, ma
instabilità, smarrimento, conformismo alle mode del momento. Voi giovani avete
il diritto di ricevere dalle generazioni che vi precedono punti fermi per fare
le vostre scelte e costruire la vostra vita, come una giovane pianta ha bisogno
di un solido sostegno finché crescono le radici, per diventare, poi, un albero
robusto, capace di portare frutto.
2. Radicati e
fondati in Cristo
Per mettere in
luce l’importanza della fede nella vita dei credenti, vorrei soffermarmi su
ciascuno dei tre termini che san Paolo utilizza in questa sua espressione:
“Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede” (cfr Col 2,7). Vi possiamo
scorgere tre immagini: “radicato” evoca l’albero e le
radici che lo alimentano; “fondato” si riferisce alla costruzione di una casa;
“saldo” rimanda alla crescita della forza fisica o morale. Si tratta di immagini molto eloquenti. Prima di commentarle, va notato
semplicemente che nel testo originale i tre termini, dal punto di vista
grammaticale, sono dei passivi: ciò significa che è Cristo stesso che prende
l’iniziativa di radicare, fondare e rendere saldi i credenti.
La prima immagine
è quella dell’albero, fermamente piantato al suolo tramite le radici, che lo
rendono stabile e lo alimentano. Senza radici, sarebbe trascinato via dal
vento, e morirebbe. Quali sono le nostre radici? Naturalmente i genitori, la
famiglia e la cultura del nostro Paese, che sono una componente
molto importante della nostra identità. La Bibbia ne svela un’altra. Il profeta Geremia scrive: “Benedetto l’uomo che confida nel
Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un
albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non
teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della
siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti” (Ger 17,7-8).
Stendere le radici, per il profeta, significa riporre la propria fiducia in
Dio. Da Lui attingiamo la nostra vita; senza di Lui non potremmo vivere
veramente. “Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita
è nel suo Figlio” (1 Gv 5,11). Gesù stesso si presenta come nostra vita (cfr Gv
14,6). Perciò la fede cristiana non è solo credere a
delle verità, ma è anzitutto una relazione personale con Gesù Cristo, è
l’incontro con il Figlio di Dio, che dà a tutta l’esistenza un dinamismo nuovo.
Quando entriamo in rapporto personale con Lui, Cristo ci rivela la nostra
identità, e, nella sua amicizia, la vita cresce e si realizza in pienezza. C’è
un momento, da giovani, in cui ognuno di noi si domanda: che senso ha la mia vita,
quale scopo, quale direzione dovrei darle? E’ una fase fondamentale, che può
turbare l’animo, a volte anche a lungo. Si pensa al tipo di lavoro da
intraprendere, a quali relazioni sociali stabilire, a quali affetti sviluppare…
In questo contesto, ripenso alla mia giovinezza. In
qualche modo ho avuto ben presto la consapevolezza che il Signore mi voleva
sacerdote. Ma poi, dopo la Guerra, quando in seminario
e all’università ero in cammino verso questa meta, ho dovuto riconquistare
questa certezza. Ho dovuto chiedermi: è questa veramente la mia strada? È
veramente questa la volontà del Signore per me? Sarò capace di rimanere fedele
a Lui e di essere totalmente disponibile per Lui, al Suo servizio? Una tale
decisione deve anche essere sofferta. Non può essere diversamente. Ma poi è sorta la certezza: è bene così! Sì, il Signore mi
vuole, pertanto mi darà anche la forza. Nell’ascoltarLo, nell’andare insieme con Lui divento veramente me stesso. Non conta la
realizzazione dei miei propri desideri, ma la Sua volontà.
Così la vita diventa autentica.
Come le radici
dell’albero lo tengono saldamente piantato nel terreno, così le fondamenta
danno alla casa una stabilità duratura. Mediante la fede, noi siamo fondati in
Cristo (cfr Col 2,7), come una casa è costruita sulle fondamenta. Nella
storia sacra abbiamo numerosi esempi di santi che hanno edificato la loro vita
sulla Parola di Dio. Il primo è Abramo. Il nostro padre
nella fede obbedì a Dio che gli chiedeva di lasciare la casa paterna per
incamminarsi verso un Paese sconosciuto. “Abramo credette a Dio e gli fu
accreditato come giustizia, ed egli fu chiamato amico di Dio” (Gc 2,23). Essere
fondati in Cristo significa rispondere concretamente alla chiamata di Dio,
fidandosi di Lui e mettendo in pratica la sua Parola. Gesù stesso ammonisce i
suoi discepoli: “Perché mi invocate: «Signore,
Signore!» e non fate quello che dico?” (Lc 6,46). E,
ricorrendo all’immagine della costruzione della casa, aggiunge: “Chiunque viene
a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica… è simile a un uomo che,
costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla
roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa,
ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene” (Lc 6,47-48).
Cari amici,
costruite la vostra casa sulla roccia, come l’uomo che “ha scavato molto
profondo”. Cercate anche voi, tutti i giorni, di seguire la Parola di Cristo.
Sentitelo come il vero Amico con cui condividere il cammino della vostra vita.
Con Lui accanto sarete capaci di affrontare con coraggio e speranza le
difficoltà, i problemi, anche le delusioni e le sconfitte. Vi vengono presentate continuamente proposte più facili, ma voi
stessi vi accorgete che si rivelano ingannevoli, non vi danno serenità e gioia.
Solo la Parola di Dio ci indica la via autentica, solo la fede che ci è stata
trasmessa è la luce che illumina il cammino. Accogliete con gratitudine questo
dono spirituale che avete ricevuto dalle vostre famiglie e impegnatevi a
rispondere con responsabilità alla chiamata di Dio, diventando adulti nella
fede. Non credete a coloro che vi dicono che non avete bisogno degli altri per
costruire la vostra vita! Appoggiatevi, invece, alla fede dei vostri cari, alla
fede della Chiesa, e ringraziate il Signore di averla
ricevuta e di averla fatta vostra!
3. Saldi nella
fede
Siate “radicati e
fondati in Cristo, saldi nella fede” (cfr Col 2,7). La Lettera da cui è
tratto questo invito, è stata scritta da san Paolo per rispondere a un bisogno
preciso dei cristiani della città di Colossi. Quella comunità,
infatti, era minacciata dall’influsso di certe tendenze culturali dell’epoca,
che distoglievano i fedeli dal Vangelo. Il nostro contesto
culturale, cari giovani, ha numerose analogie con quello dei Colossesi di
allora. Infatti, c’è una forte corrente di pensiero laicista che vuole
emarginare Dio dalla vita delle persone e della società, prospettando e
tentando di creare un “paradiso” senza di Lui. Ma
l’esperienza insegna che il mondo senza Dio diventa un “inferno”: prevalgono
gli egoismi, le divisioni nelle famiglie, l’odio tra le persone e tra i popoli,
la mancanza di amore, di gioia e di speranza. Al contrario, là dove le persone
e i popoli accolgono la presenza di Dio, lo adorano nella verità e ascoltano la
sua voce, si costruisce concretamente la civiltà dell’amore, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità, cresce la comunione, con
i frutti che essa porta. Vi sono però dei cristiani che si lasciano sedurre dal
modo di pensare laicista, oppure sono attratti da correnti religiose che allontanano
dalla fede in Gesù Cristo. Altri, senza aderire a questi richiami, hanno
semplicemente lasciato raffreddare la loro fede, con inevitabili conseguenze
negative sul piano morale.
Ai fratelli
contagiati da idee estranee al Vangelo, l’apostolo Paolo ricorda la potenza di
Cristo morto e risorto. Questo mistero è il fondamento della nostra vita, il
centro della fede cristiana. Tutte le filosofie che lo ignorano, considerandolo
“stoltezza” (1 Cor 1,23), mostrano i loro limiti davanti alle grandi domande che
abitano il cuore dell’uomo. Per questo anch’io, come Successore dell’apostolo
Pietro, desidero confermarvi nella fede (cfr Lc 22,32). Noi crediamo fermamente
che Gesù Cristo si è offerto sulla Croce per donarci
il suo amore; nella sua passione, ha portato le nostre sofferenze, ha preso su
di sé i nostri peccati, ci ha ottenuto il perdono e ci ha riconciliati con Dio
Padre, aprendoci la via della vita eterna. In questo modo siamo stati liberati
da ciò che più intralcia la nostra vita: la schiavitù del peccato, e possiamo
amare tutti, persino i nemici, e condividere questo
amore con i fratelli più poveri e in difficoltà.
Cari amici, spesso
la Croce ci fa paura, perché sembra essere la negazione della vita. In realtà,
è il contrario! Essa è il “sì” di Dio all’uomo, l’espressione massima del suo
amore e la sorgente da cui sgorga la vita eterna. Infatti, dal cuore di Gesù
aperto sulla croce è sgorgata questa vita divina,
sempre disponibile per chi accetta di alzare gli occhi verso il Crocifisso. Dunque, non posso che invitarvi ad accogliere la Croce di
Gesù, segno dell’amore di Dio, come fonte di vita nuova. Al di fuori di Cristo
morto e risorto, non vi è salvezza! Lui solo può liberare il mondo dal male e
far crescere il Regno di giustizia, di pace e di amore al quale tutti
aspiriamo.
4. Credere in Gesù
Cristo senza vederlo
Nel Vangelo ci viene descritta l’esperienza di fede dell’apostolo Tommaso
nell’accogliere il mistero della Croce e Risurrezione di Cristo. Tommaso fa
parte dei Dodici apostoli; ha seguito Gesù; è testimone diretto delle sue
guarigioni, dei miracoli; ha ascoltato le sue parole; ha vissuto lo smarrimento
davanti alla sua morte. La sera di Pasqua il Signore appare ai discepoli, ma Tommaso non è presente, e quando gli viene
riferito che Gesù è vivo e si è mostrato, dichiara: “Se non vedo nelle sue mani
il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la
mia mano nel suo fianco, io non credo” (Gv 20,25).
Noi pure vorremmo
poter vedere Gesù, poter parlare con Lui, sentire ancora
più fortemente la sua presenza. Oggi per molti, l’accesso a Gesù si è fatto
difficile. Circolano così tante immagini di Gesù che si spacciano per
scientifiche e Gli tolgono la sua grandezza, la singolarità della Sua persona.
Pertanto, durante lunghi anni di studio e meditazione, maturò in me il pensiero
di trasmettere un po’ del mio personale incontro con
Gesù in un libro: quasi per aiutare a vedere, udire, toccare il Signore, nel
quale Dio ci è venuto incontro per farsi conoscere. Gesù stesso, infatti,
apparendo nuovamente dopo otto giorni ai discepoli, dice a Tommaso: “Metti qui
il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e
non essere incredulo, ma credente!” (Gv 20,27). Anche
a noi è possibile avere un contatto sensibile con Gesù, mettere, per così dire,
la mano sui segni della sua Passione, i segni del suo
amore: nei Sacramenti Egli si fa particolarmente vicino a noi, si dona a noi.
Cari giovani, imparate a “vedere”, a “incontrare” Gesù nell’Eucaristia, dove è
presente e vicino fino a farsi cibo per il nostro cammino; nel
Sacramento della Penitenza, in cui il Signore manifesta la sua misericordia
nell’offrirci sempre il suo perdono. Riconoscete e servite Gesù anche nei
poveri, nei malati, nei fratelli che sono in difficoltà e hanno bisogno di
aiuto.
Aprite e coltivate
un dialogo personale con Gesù Cristo, nella fede. Conoscetelo mediante la
lettura dei Vangeli e del Catechismo della Chiesa Cattolica; entrate in
colloquio con Lui nella preghiera, dategli la vostra fiducia: non la tradirà
mai! “La fede è innanzitutto un’adesione personale dell’uomo a Dio; al tempo
stesso ed inseparabilmente, è l’assenso libero a tutta
la verità che Dio ha rivelato” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 150). Così
potrete acquisire una fede matura, solida, che non sarà fondata unicamente su
un sentimento religioso o su un vago ricordo del catechismo della vostra
infanzia. Potrete conoscere Dio e vivere autenticamente di Lui, come l’apostolo
Tommaso, quando manifesta con forza la sua fede in Gesù: “Mio Signore e mio
Dio!”.
5. Sorretti dalla
fede della Chiesa, per essere testimoni
In quel momento
Gesù esclama: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno
visto e hanno creduto!” (Gv 20,29). Egli pensa al cammino della Chiesa, fondata
sulla fede dei testimoni oculari: gli Apostoli. Comprendiamo allora che la
nostra fede personale in Cristo, nata dal dialogo con Lui, è legata alla fede
della Chiesa: non siamo credenti isolati, ma, mediante il Battesimo, siamo
membri di questa grande famiglia, ed è la fede professata dalla Chiesa che dona
sicurezza alla nostra fede personale. Il Credo che
proclamiamo nella Messa domenicale ci protegge proprio dal pericolo di credere
in un Dio che non è quello che Gesù ci ha rivelato: “Ogni credente è come un
anello nella grande catena dei credenti. Io non posso
credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede,
contribuisco a sostenere la fede degli altri” (Catechismo della Chiesa
Cattolica, 166). Ringraziamo sempre il Signore per il dono della Chiesa;
essa ci fa progredire con sicurezza nella fede, che ci dà
la vera vita (cfr Gv 20,31).
Nella storia della
Chiesa, i santi e i martiri hanno attinto dalla Croce gloriosa di Cristo la
forza per essere fedeli a Dio fino al dono di se
stessi; nella fede hanno trovato la forza per vincere le proprie debolezze e
superare ogni avversità. Infatti, come dice l’apostolo Giovanni, “chi è che
vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?”
(1 Gv 5,5). E la vittoria che nasce dalla fede è quella dell’amore. Quanti
cristiani sono stati e sono una testimonianza vivente della forza della fede
che si esprime nella carità: sono stati artigiani di pace, promotori di
giustizia, animatori di un mondo più umano, un mondo secondo Dio; si sono
impegnati nei vari ambiti della vita sociale, con competenza
e professionalità, contribuendo efficacemente al bene di tutti. La carità che
scaturisce dalla fede li ha condotti ad una
testimonianza molto concreta, negli atti e nelle parole: Cristo non è un bene
solo per noi stessi, è il bene più prezioso che abbiamo da condividere con gli
altri. Nell’era della globalizzazione, siate testimoni della speranza cristiana
nel mondo intero: sono molti coloro che desiderano
ricevere questa speranza! Davanti al sepolcro dell’amico Lazzaro, morto da
quattro giorni, Gesù, prima di richiamarlo alla vita, disse a sua sorella
Marta: “Se crederai, vedrai la gloria di Dio” (cfr Gv 11,40). Anche voi, se
crederete, se saprete vivere e testimoniare la vostra fede ogni giorno,
diventerete strumento per far ritrovare ad altri giovani come voi il senso e la
gioia della vita, che nasce dall’incontro con Cristo!
6. Verso la
Giornata Mondiale di Madrid
Cari amici, vi
rinnovo l’invito a venire alla Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid. Con
gioia profonda, attendo ciascuno di voi personalmente: Cristo vuole rendervi
saldi nella fede mediante la Chiesa. La scelta di credere in Cristo e di
seguirlo non è facile; è ostacolata dalle nostre infedeltà personali e da tante
voci che indicano vie più facili. Non lasciatevi scoraggiare, cercate piuttosto
il sostegno della Comunità cristiana, il sostegno
della Chiesa! Nel corso di quest’anno preparatevi
intensamente all’appuntamento di Madrid con i vostri Vescovi, i vostri
sacerdoti e i responsabili di pastorale giovanile nelle diocesi, nelle
comunità parrocchiali, nelle associazioni e nei movimenti. La qualità del
nostro incontro dipenderà soprattutto dalla preparazione spirituale, dalla
preghiera, dall’ascolto comune della Parola di Dio e dal sostegno reciproco.
Cari giovani, la
Chiesa conta su di voi! Ha bisogno della vostra fede viva, della vostra carità
creativa e del dinamismo della vostra speranza. La vostra presenza rinnova la
Chiesa, la ringiovanisce e le dona nuovo slancio. Per questo le Giornate
Mondiali della Gioventù sono una grazia non solo per voi, ma per tutto il
Popolo di Dio. La Chiesa in Spagna si sta preparando attivamente per
accogliervi e vivere insieme l’esperienza gioiosa della fede. Ringrazio le
diocesi, le parrocchie, i santuari, le comunità religiose, le associazioni e i
movimenti ecclesiali, che lavorano con generosità alla preparazione di questo
evento. Il Signore non mancherà di benedirli. La Vergine Maria accompagni
questo cammino di preparazione. Ella, all’annuncio
dell’Angelo, accolse con fede la Parola di Dio; con fede acconsentì all’opera
che Dio stava compiendo in lei. Pronunciando il suo “fiat”, il suo “sì”,
ricevette il dono di una carità immensa, che la spinse a donare tutta se stessa
a Dio. Interceda per ciascuno e ciascuna di voi, affinché nella prossima
Giornata Mondiale possiate crescere nella fede e nell’amore. Vi assicuro il mio
paterno ricordo nella preghiera e vi benedico di cuore. Benedetto XVI
Messaggio GMG 2011. Le radici e la roccia. Il commento di padre Eric
Jacquinet
“Un forte invito
ai giovani a riscoprire il grande desiderio di Dio, ad aprire il loro cuore a
Cristo, in un tempo in cui, specie in Occidente, si assiste all’eclissi di Dio,
al tentativo di emarginarlo dalla vita delle persone e della società. È un attestato di fiducia nelle nuove
generazioni”. È questo, per padre Eric Jacquinet, responsabile della sezione giovani del Pontificio Consiglio per i laici
(Pcl), il cuore del messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della
gioventù di Madrid 2011 (16-21 agosto), diffuso il 3 settembre dalla Sala
Stampa della Santa Sede.
Come i santi e i
martiri. “È un testo ricco anche di annotazioni autobiografiche che il Papa ripropone per testimoniare che il desiderio di Dio è uguale
sempre in ogni tempo e in ogni situazione, anche sotto la dittatura nazista
come accadde per lui da giovane” dichiara al SIR padre Jacquinet. “Benedetto XVI esorta i giovani a fare di Dio la sorgente della vita,
ad intensificare il loro cammino di fede, perché sono il futuro della Chiesa e
della società”. Esortazioni sostenute da immagini bibliche riprese dal tema
della Giornata spagnola, “Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede”. “Il
messaggio – spiega il sacerdote – è ricco di immagini
bibliche, come l’albero saldamente piantato in terra tramite le radici.
Stendere le radici, afferma il Papa, equivale a riporre fiducia in Dio. Altra
immagine è la casa costruita sulla roccia. Come l’albero dobbiamo
trovare in Cristo la sorgente di vita così la casa va costruita sulla roccia
che è la Parola di Dio”. Altro punto centrale del messaggio
ai giovani è “l’urgenza dell’annuncio e della testimonianza specie in questo
tempo segnato dal pensiero laicista che vuole costruire un paradiso senza Dio.
Oggi – afferma padre Jacquinet – c’è la tentazione di costruire una religione
‘simpatica’ senza la Croce di Cristo. Se vogliamo avere la forza di
testimoniare dobbiamo come i Santi e i martiri avvicinarci ad
essa, che non è negazione della vita ma luogo della vita. La
testimonianza è legata alla Chiesa e radicata nella Croce”. È quanto mai necessario, allora, “riscoprire la nostra identità
cristiana, basilare anche per l’Europa bisognosa di ritrovare le proprie radici
cristiane. Non è solo un discorso politico ma di
conversione personale”.
Tempo di
conversione. A tale riguardo, sostiene padre Jacquinet, “la Gmg è proposta di
tempo e di incontro personale con Dio, non una bella
festa episodica, è un cammino di preparazione. Per questo
raccomando a tutti di leggere questo messaggio, pubblicato apposta un anno
prima, per porsi domande approfondire e preparare Madrid nel modo migliore”.
Per padre Jacquinet, questo messaggio vuole essere anche “una dichiarazione di
amore del Papa ai giovani, come testimoniano le parole finali del testo – ‘La Chiesa conta su di voi, la vostra presenza rinnova la
Chiesa, le dona nuovo slancio’ – è una risposta a chi dubitava della capacità
del Papa di parlare loro. Benedetto XVI sa bene il
valore delle nuove generazioni nella Chiesa e ribadisce loro il suo
attaccamento e la sua fiducia. Un esempio anche per noi adulti che spesso
dimentichiamo di essere stati giovani e che ci sono
state persone che hanno avuto fiducia in noi. I giovani
possono dare molto e la Chiesa ha bisogno di loro”. Sir 3
Il Papa e la polemica sul posto fisso. «Altri esaltano mobilità dei
giovani»
Benedetto XVI critica le interpretazioni date dai media al suo
intervento: «La Chiesa dice di essere radicati e saldi»
MILANO - Benedetto
XVI non ha gradito le interpretazioni date dai media
al suo messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù 2011, estrapolando una
frase che accennava al tema del posto fisso. Se non la Chiesa, «chi oggi propone ai giovani di essere "radicati e saldi"?
Piuttosto si esalta l'incertezza, la mobilità, la volubilità - spiega Benedetto
XVI -. Tutti aspetti che riflettono una cultura indecisa riguardo ai valori di fondo, ai principi in base ai quali orientare e regolare
la propria vita».
RADICI - «In realtà - aggiunge il Pontefice - io stesso, per la mia
esperienza e per i contatti che ho con i giovani, so bene che ogni generazione,
anzi, ogni singola persona è chiamata a fare nuovamente il percorso di scoperta
del senso della vita. Ed è proprio per questo che ho voluto riproporre
un messaggio che, secondo lo stile biblico, evoca le immagini dell'albero e
della casa». Secondo il Papa, «il giovane, infatti, è come un albero in
crescita: per svilupparsi bene ha bisogno di radici profonde, che, in caso di
tempeste di vento, lo tengano ben piantato al suolo».
AVVENIRE - Anche
il quotidiano Avvenire, in un editoriale del direttore Marco Tarquinio, stigmatizza gli articoli dei giornali in cui «il messaggio
del Papa viene spacciato come un invito alla precarietà». Nella lettera ai
giovani, ricorda il quotidiano della Cei, il Papa «accenna alla domanda del
posto di lavoro e di un terreno sicuro sotto i piedi, sottolinea
che allo stesso tempo la gioventù rimane comunque l'età in cui si è alla
ricerca della vita più grande. Allo stesso tempo. Tra virgolette». Inoltre, il Pontefice parla del «lavoro come problema
grande e pressante», un concetto che - denuncia Avvenire - nelle cronache
«scompare».
INGIUSTIZIE -
Futuro dei giovani, ingiustizie sociali e crisi occupazionale sono stati i temi al centro della Preghiera dei fedeli alla messa
celebrata dal Papa a Carpineto Romano: «Per il nostro Paese che sembra incapace
di formare alla vita, specialmente le giovani generazioni», «per il mondo di
oggi, segnato come ai tempi di Leone XIII da nuove e stridenti ingiustizie
sociali ed economiche». Si è pregato poi «per la difficile situazione
occupazionale che attraversa la Ciociaria, perché i responsabili della cosa
pubblica e delle imprese sappiano trovare soluzioni adeguate sempre nella
dignità della persona». Infine, si è pregato per le vocazioni e per il Papa.
CdS 5
Nuova
scuola e riserve cattolici
All’indomani
dell’annuncio della linea dura del governo contro i precari della scuola, le
critiche del giornale dei vescovi «Avvenire» (pur formalmente ridimensionate
dalla direzione del giornale) alla ministra
dell’Istruzione Gelmini confermano le riserve che nel corso dell’ultimo anno la
Cei ha espresso sulla vita pubblica italiana.
Rivolto a una
personalità cattolica e cresciuta in una famiglia democristiana, com’è appunto
la Gelmini, il giudizio ha anche un’altra valenza. In discussione è, in
generale, l’approccio rigoroso alla questione dei conti dello Stato, che in un
settore enorme come quello della scuola pubblica produrrà pesanti conseguenze
sociali, in termini di emarginazione di persone che si vedono escluse dopo aver
già dedicato al precariato nell’istruzione anni di sacrifici, sottratti spesso
agli impegni familiari. Inoltre la contrazione del comparto statale potrebbe
spingere verso gli istituti cattolici i figli di genitori più abbienti,
tendendo a trasformarli in «scuole per ricchi», laddove la Chiesa esige che la
scelta verso un tipo di istruzione o un’altra sia
sempre libera e consapevole.
Tra le righe
s’intuisce anche una presa di distanza dal modello di severità, che la Gelmini
vorrebbe implementare, e a cui ha dedicato una parte
della conferenza stampa di inaugurazione dell’anno scolastico. Voti al posto
dei giudizi, condotta più formale e adesso anche la bocciatura per chi supera i
50 giorni di assenza obbediscono certamente a un
progetto di risanamento della scuola statale, da troppo tempo abbandonata a un
lassismo insopportabile.
Ma nello stesso
tempo delineano un modello competitivo per gli
studenti che, puntando dichiaratamente all’affermazione del merito, collide con
quello classico dell’istruzione italiana, come ha funzionato per decenni dalla
nascita della Repubblica e quasi esclusivamente sotto il controllo di ministri
cattolici. Un insieme basato sulla solidarietà e sul recupero
degli ultimi, tra gli studenti, piuttosto che sull’incentivazione dei più bravi.
E’ anche questa trasformazione - contro la quale tuttavia la protesta dei
precari è solo un’anticipazione delle reazioni che verranno dalla pancia
dell’apparato scolastico - che i vescovi mostrano di temere, perché la
immaginano foriera di nuove divisioni, nuove
emarginazioni, in una società che, trasformandosi, rischia di sfuggirgli di
mano. MARCELLO SORGI LS 4
La gente e i media. Un nuovo pensiero. Dopo tanto conformismo
Siamo richiamati a
"produrre un nuovo pensiero" e a "esprimere nuove energie",
a intraprendere un "discernimento" caratterizzato da "realismo", a immaginare "soluzioni nuove".
Frammenti, ripresi
dalla "Caritas in Veritate" e posti, non a caso, nel documento
preparatorio della 46ª Settimana Sociale.
Riletti, quasi in
controluce, nel torrente delle notizie agostane hanno rafforzato il desiderio
di guardare oltre, senza per questo estraniarsi dalla realtà.
"Produrre un
nuovo pensiero", proprio a ragione di tanta turbolenza politica e
mediatica, è l'impegno oggi da riamare e sostanziare anche sul piano
dell'informazione.
Senza presunzione
e senza timore.
Tra il non dire -
che è altro rispetto al silenzio - e il lasciarsi trascinare nel vortice di
parole e immagini, un'alternativa deve essere
possibile, anzi doverosa.
Per amore della
gente.
È la fiducia nella intelligenza e nel buon senso di molte persone, che
tengono insieme e fanno crescere il nostro Paese, a incoraggiare percorsi
professionali e culturali alternativi a quelli che oggi appaiono vincenti
secondo la statistica.
Merita rispetto
tanta gente semplice, seria e serena, che in una quotidianità operosa e non
priva di difficoltà e problemi si attende anche dai media un aiuto nella
ricerca della verità e nella costruzione del bene comune.
A fronte di
polemiche, grida e show cresce l'esigenza di "un
nuovo pensiero".
Senza uscire dalla
cronaca, dalla storia, dal mondo.
A guida di questo
movimento interiore è l'etica, che rimanda al primato della coscienza, alle sue
più profonde radici, alla sua resistenza a pressioni e condizionamenti.
È la coscienza
retta, che la maggioranza della gente non ha rimosso, a portare in alto lo
sguardo, a cercare strade alternative a quelle offerte dall'effimero e
dall'apparenza.
È sempre questa
coscienza a chiedere che, oltre la denuncia del male, si indichi
o almeno si tratteggi la direzione verso il bene.
È ancora questa
coscienza a chiedere ai media non un incentivo a schierarsi da una parte o
dall'altra ma uno stimolo a pensare, valutare e decidere con lungimiranza e
saggezza.
Un passo, questo,
che chiede a tutti un supplemento di competenza, di sensibilità di capacità di lettura dei segni dei tempi.
Vale tutto ciò
ancor più per chi opera nei campi della comunicazione: non si può rimanere al
palo dell'autoreferenzialità mentre la vita, i problemi e la speranza sono
altrove.
"Ribelli per
amore" venivano chiamati coloro che nella
Resistenza lottavano con la forza delle idee contro la violenza.
"Ribelli per
amore" - la definizione non vuole essere forzata perché richiama anche
sacrifici estremi - è oggi la scelta di quanti intendono rompere con "un
nuovo pensiero" la crosta del conformismo e della mediocrità.
Un impegno di non
poco conto ma é la gente a chiederlo.
Per rendersene
conto basta stare sulle strade, nelle case, nei supermercati, negli ospedali,
delle scuole, nei luoghi di lavoro e di incontro…
Qualcuno ha delle
risposte.
Il Vangelo ha
parole chiare, inequivocabili e di estrema attualità su conformismo e non conformismo.
Nella concretezza
e alla loro luce, la Chiesa italiana sta indicando due percorsi che si pongono
al servizio e nella prospettiva di "un pensiero
nuovo": l'impegno educativo con gli Orientamenti pastorali per il decennio
in corso e l'impegno per la città con l'imminente Settimana Sociale dedicata
alla speranza, al futuro, alle nuove generazioni.
C'è in questa
tappa del cammino delle Chiesa italiana la volontà di
"produrre un nuovo pensiero", di "esprimere nuove energie",
di intraprendere un "discernimento" caratterizzato da
"realismo", di immaginare "soluzioni nuove".
C'è, in questa
scelta, un dono di fiducia, di progetto e di cultura.
Anche per i media
- l'auspicio è non solo per alcuni - si presenta un'occasione per cercare nuove
strade, nuovi linguaggi, nuove immagini per raccontare la realtà, per camminare
con tanta gente che, non avendo mai smesso di pensare, sa
distinguere la ricerca della verità e del bene comune dalla ricerca di qualcosa
d'altro.
Paolo Bustaffa
Pino Puglisi. Il lume è acceso. A 17
anni dalla morte del prete vittima della mafia.
Un busto ligneo
raffigurante don Giuseppe (Pino) Puglisi, realizzato dagli artigiani di
Betlemme, sarà inaugurato il 16 settembre nella parrocchia "san Gaetano M.SS. del Divino Amore", nel quartiere Brancaccio di
Palermo. L'iniziativa rientra tra le celebrazioni in occasione del 17°
anniversario della morte di don Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia il
giorno del suo 56° compleanno - 15 settembre 1993 - a motivo
del suo costante impegno evangelico e sociale. Il
busto - donato al Centro di accoglienza "Padre Nostro Onlus", fondato
nel 1991 dal sacerdote palermitano, dalla Fondazione "Giovanni Paolo
II" di Fiesole - sarà scoperto nel corso di una solenne celebrazione
eucaristica presieduta dall'arcivescovo di Palermo, mons. Paolo Romeo, e
concelebrata, fra gli altri, dal vescovo ausiliare, mons. Carmelo Cuttitta, dal
presidente della Fondazione "Giovanni Paolo II", mons. Luciano
Giovannettti, da p. Ibraim Falthas, vicepresidente della Fondazione ed economo
della Custodia di Terra Santa a Gerusalemme, e dal parroco di san Gaetano, p.
Maurizio Francoforte. Dopo 17 anni, cosa vuol dire
fare memoria di questo sacerdote ucciso per il suo impegno civile? Il SIR lo ha chiesto a Maurizio Artale, presidente del Centro di
accoglienza "Padre Nostro Onlus".
Perché fare
memoria di don Puglisi?
"Fare memoria
di un martire sembrerebbe la cosa più facile di questo
mondo. E in effetti, se questo si deve limitare solo alla narrazione per
iscritto dei suoi comportamenti e del suo atteggiamento negli ultimi anni di
vita a Brancaccio, è così. Ma il nostro fare memoria
comincia ogni anno dal 16 settembre in poi, tenendo aperte le porte delle sedi
del 'Centro Padre Nostro', formando i volontari, gli universitari tirocinanti,
i volontari in servizio civile a spendersi per chi soffre, a donarsi senza
nulla attendersi. Il Centro oggi svolge le sue attività e i suoi servizi in tre
quartieri di Palermo: Brancaccio, Falsomiele, san Filippo Neri (ex Zen)".
Alla luce anche
degli ultimi episodi, come le intimidazioni a magistrati, quale può essere e
deve essere il ruolo del Centro "Padre Nostro" ?
"Il Centro
deve mantenere il ruolo che ha avuto sin dalla sua fondazione, e cioè quello di
avamposto dello Stato. In un quartiere come Brancaccio, dove le istituzioni,
con grande sofferenza, riescono a mantenere l'ordine pubblico. Il Centro è, e
deve continuare ad essere, voce di denuncia e voce
profetica. Non ci siamo mai pianti addosso, abbiamo lavorato
per mantenere acceso il lume della speranza acceso da padre Pino Puglisi".
A che punto è la
causa di beatificazione di don Puglisi?
"La causa di
beatificazione sembra aver avuto una battuta d'arresto, ma questo è dovuto alla
complessità in cui è maturato l'omicidio di padre Puglisi. La Congregazione
delle cause dei santi si sta interrogando se veramente padre Puglisi sia stato
ucciso in 'odium fidei'. Speriamo nella visita del
Santo Padre, che si svolgerà il 3 ottobre a Palermo, forse in quell'occasione
potrebbe darci una bella notizia".
Raffaele Iaria
Tettamanzi:
"Subito la moschea. Milano garantisca il
diritto di culto"
Il cardinale ai
politici lombardi: “La politica strumentalizza il
problema alimentando tensioni” - A dicembre la Padania, quotidiano della Lega,
lo attaccò violentemente, arrivando a definirlo "imam" - di ZITA
DAZZI
«Le istituzioni civili milanesi devono garantire a tutti
la libertà religiosa e il diritto di culto. I musulmani hanno diritto a
praticare la loro fede nel rispetto della legalità. Spesso però la politica
rischia di strumentalizzare il tema della moschea e
finisce per rimandare la soluzione del problema, aumentando il livello di
scontro, mentre potrebbe diventare uno stimolo per migliorare il livello della
convivenza civile». L’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, ha ancora
indosso i paramenti sacri dopo la messa e il rito per la professione perpetua
delle religiose in Duomo. E a chi gli chiede del Ramadan e della moschea invano
attesa da anni dalla folta comunità islamica milanese, risponde come un fiume
in piena: «È un problema grave, che bisogna risolvere
urgentemente. La questione interroga la città nel suo complesso. Le autorità
locali devono cercare di trovare una soluzione in tempi brevi: rimandare il
momento in cui la questione sarà affrontata, può solo incancrenire la
situazione e aumentare la tensione».
Tettamanzi sa di
toccare un nervo scoperto e ricorda bene quante polemiche seguirono, due anni
fa, quando auspicò la creazione di luoghi di preghiera
per tutti le fedi in ogni quartiere. Ma non si tira
indietro: «È ora di mettersi attorno a un tavolo a ragionare concretamente —
spiega — senza paura del dibattito, senza temere le critiche. È mio forte
desiderio che non si procrastini ancora l’attesa della comunità islamica, che
chiede legittimamente di avere un luogo per pregare. Anche così la città potrà
essere governata in nome della pace, della giustizia e dell’armonia fra le sue
diverse componenti».
Lo scorso dicembre
la Padania, quotidiano della Lega, lo attaccò violentemente, arrivando a
definirlo «imam», proprio per le sue prese di posizione a favore del dialogo
interreligioso. Oggi, alla vigilia della conclusione del mese sacro del digiuno, i centomila islamici milanesi pregano ancora in
garage, palestre, campi sportivi, abitazioni riadattate, parcheggi. Il
governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, all’inizio del Ramadan, ha
rotto il ghiaccio, invitando le altre istituzioni locali a mettersi attorno a
un tavolo per ragionare sul tema della moschea. Ed è esattamente quello che
auspica l’arcivescovo: «Mi appello alle istituzioni
perché sappiano cogliere nella diversità delle fedi e delle presenze straniere
l’elemento di ricchezza di Milano. È urgente arrivare a una soluzione
complessiva, che soddisfi tutte le esigenze, nel rispetto delle norme, e che
metta fine alla diatriba che si trascina da anni. Le soluzioni parziali o
provvisorie trovate fino ad oggi non fanno che riscaldare gli animi ed accrescere la tensione».
Tettamanzi ha ben
presente le soluzioni improvvisate da quando due anni fa il ministro
dell’Interno, Roberto Maroni, ha decretato la fine delle grandi preghiere alla
moschea di viale Jenner, dove si radunavano migliaia di persone ogni venerdì.
Il Comune ha dirottato gli islamici sul tendone del teatro Ciak in zona
Sempione o al Palasharp, tensostruttura alla periferia nord. Ma
per la festa della rottura del digiuno, venerdì prossimo, una sede abbastanza
accogliente ancora non si è trovata. E Tettamanzi sembra preoccupato del
malcontento all’interno della comunità.
A Cascina Gobba,
estrema periferia est, nonostante i divieti arrivati dal Comune, sta nascendo
una grande moschea non autorizzata. Segnali che il cardinale guarda con
preoccupazione: «Auspico che tutte le componenti,
anche la comunità musulmana, si sappiano mettere attorno a un tavolo armati di
saggezza e di umiltà per cercare una soluzione definitiva a questo tema, nel
pieno rispetto della legalità. Ma le istituzioni
civili hanno il dovere di agire, di entrare in una logica di rispetto dei
diritti della persona. Fra i quali c’è il diritto inalienabile di culto e di
espressione religiosa, come sancito dalle convenzioni internazionali e dal Concilio
Vaticano II». LR 5
Maroni: "Faccio il ministro non il costruttore di moschee"
Il responsabile
degli Interni replica da Cernobbio alla richiesta dell'arcivescovo di Milano
"Sono il
ministro dell'Interno, non un costruttore di moschee". Così Roberto Maroni
ha replicato a una domanda sulla richiesta dell'arcivescovo di Milano, Dionigi
Tettamanzi, perchè si costruisca subito una moschea nel capoluogo lombardo.
"Siamo intervenuti sulla cosiddetta moschea di viale Jenner solo perchè
c'era un problema di ordine pubblico", ha ricordato il Ministro
limitandosi a "prendere atto" delle dichiarazioni del porporato a più
riprese finito nel mirino della Lega che era giunto a
definirlo Iman di Milano.
Ma Maroni non
rinuncia alla linea dura nei confronti degli immigrati e
infatti ai cronisti anticipa che chiederà "alla Commissione europea
di avere la possibilita' di espellere i cittadini comunitari che non possono
stare in base alla direttiva comunitaria''.
Se il ministro
leghista cerca di non esporsi direttamente, non altrettanta cautela dimostrano
i suoi compagni di partito e Davide Boni presidente del Consiglio regionale
lombardo premettendo di rispettare le dichiarazioni del
Cardinale conferma di credere "che i milanesi che quotidianamente vivono a
contatto con la comunità musulmana la pensino in maniera diversa: prima di
parlare di nuovi luoghi di culto ci deve essere la certezza che i musulmani
vogliano davvero integrarsi, rispettando il nostro Paese".
Ricara la dose il parlamentare europeo e consigliere comunale Matteo
Salvini: "Se il Cardinale ha fretta e ha già dimenticato l'occupazione del
sagrato del Duomo ospiti gli islamici nei suoi immensi palazzi". Per poi
aggiungere: "'La moschea non e' una priorità per
Milano nè possiamo cedere spazi a chi usa la religione per imporre un modo di
vivere arretrato di secoli".
Dal fronte
dell'opposizione, il vicepresidente del Consiglio provinciale Filippo Penati
nota che "il sindaco Moratti, che ha
mostrato tanta accondiscendenza verso i deliri di onnipotenza di Gheddafi in
visita in Italia, che non si è scandalizzata neppure di fronte ai suoi richiami
alla conversione all'islam, tutto questo sull'altare del business di pochi,
continua a ignorare un diritto inalienabile di chi vive e lavora a Milano e
professa fede musulmana, il diritto alla preghiera. E questo
non è accettabile".
La comunità
islamica milanese, per bocca di Abdel Hamid Shaari, presidente del contestato
istituto di viale Jenner sottolinea che "il
Cardinale Dionigi Tettamanzi è l'unica coscienza morale ed etica rimasta a
Milano. Non a caso riusciamo ad avere un dialogo con lui, attraverso i giornali
o cordiali scambi di lettere. L'unico ad avere una dialettica normale fatta di
tolleranza verso chi la pensa diversamente. Non è così per la politica di
questo paese, che non è affatto normale, non dialoga,
è di parte, non rispetta la Costituzione e la Carta dei diritti umani, in un
clima di intolleranza condita da razzismo e xenofobia, fomentando la paura
verso chiunque è 'diverso'".
Glissa
sull'argomento il sindaco Letizia Moratti ospite della
giornata della cultura ebraica notando che "quest'anno è dedicato alla
cultura islamica a Milano. Ci sono tante iniziative finalizzate proprio a far
conoscere e a far capire quali sono i valori della
cultura islamica. Quindi lavoriamo su questo tema".
LR 5
Sinodo Medio Oriente. Che ne sarà della culla? Sofferenze e speranze là
dove il cristianesimo è
nato
“Le nostre Chiese
sono d’origine apostolica e i nostri Paesi sono stati la culla del cristianesimo. Sono terre benedette dalla presenza di Cristo stesso e
delle prime generazioni di cristiani. È chiaro che sarebbe
una perdita per la Chiesa universale se il cristianesimo dovesse affievolirsi o
scomparire proprio là dove è nato”. È quanto si legge al punto 2
(Apostolicità e vocazione missionaria) del capitolo I dell’“Instrumentum
laboris” della prossima assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei
vescovi (Vaticano, 10-24 ottobre), sul tema “La Chiesa cattolica nel Medio
Oriente: comunione e testimonianza”. Nel testo si evidenzia anche la “crisi
delle vocazioni” e relative cause come “l’emigrazione delle famiglie, la
diminuzione delle nascite” unite alla “mancanza di
unità tra i membri del clero, alla formazione umana e spirituale di sacerdoti,
religiosi e religiose che talvolta lascia a desiderare”, senza dimenticare la
necessità “di padri spirituali esemplari”. “Quello delle vocazioni sarà uno dei
temi che il Sinodo dei vescovi di ottobre affronterà con attenzione” spiega al
SIR padre Andraous Fahmi, vicerettore del seminario maggiore copto-cattolico di
“san Leone Magno” nel quartiere del Maadi al Cairo.
Padre Fahmi,
l’“Instrumentum laboris” evidenzia “la grave responsabilità di mantenere la
fede cristiana della Terra Santa” ed elenca una serie di impegni
da parte di vescovi e sacerdoti in questa linea…
“Le vocazioni
evidenziano cali in Occidente e in Oriente. In Egitto, però, non ne risentiamo
molto anche perché nel seminario maggiore di san Leone Magno nel quartiere del
Maadi al Cairo, abbiamo tra i 30 e i 40 seminaristi.
Ogni anno celebriamo tra le 3 e le 6 ordinazioni, un
bel numero se rapportato ai circa 300 mila fedeli copto-cattolici. I preti in
servizio pastorale sono circa 250. Nel prossimo Sinodo non si
potrà non riflettere su alcune cause della crisi vocazionale in atto”.
Quali sono, a suo
parere, le principali cause di questa crisi?
“A quelle già delineate nell’‘Instrumentum laboris’ affiancherei anche il
‘dominio’ dello spirito laicista – nel suo lato negativo – che sta penetrando
man mano anche nella Chiesa, nella vita sacerdotale e religiosa. Mi riferisco a
quella cultura dell’egoismo che scoraggia a servire e ad amare gratuitamente.
Occorre educare alla spiritualità del sacrificio mostrandone i punti luminosi.
Altra causa è la mancanza di un serio rinnovamento nei settori pastorali nella
Chiesa, e mi riferisco ad un lavoro ben fatto di
studiosi e pastori che in ogni Chiesa locale verificano lo stato della
pastorale e i mezzi con cui realizzarla. Questo anche per concepire adeguati
piani pastorali. In Medio Oriente le Chiese non sono abituate
alla programmazione pastorale che si perde nella rete di culture e riti,
penalizzando così anche l’animazione vocazionale”.
Uno dei compiti
del clero, dei vescovi e dei fedeli è quello di
ricercare la comunione tra essi e tra le Chiese, ponendosi come esempio per gli
altri. Ritiene che questo Sinodo possa rappresentare un momento di verifica per
il clero e per i seminaristi sugli stili di vita finora assunti?
“Di certo c’è
bisogno di verifica ma anche di proposte concrete e realizzabili. Più che testi
e documenti a riguardo abbiamo urgenza di persone
capaci di ‘leggere’ bene la situazione attuale, di pensare a delle soluzioni e
cercare di realizzarle. Spero che il Sinodo riesca ad avere una visione chiara
sul nuovo modo di formare un prete aumentando gli sforzi per una formazione
spirituale moderna e autentica. Sarà utile rivalutare la figura del direttore
spirituale, una delle colonne su cui si fonda un seminario. Una figura che sta
perdendo la sua reale importanza, relegato, come sempre più spesso accade,
all’organizzazione di cerimonie o ritiri. Il Sinodo potrebbe far segnare
un’inversione di tendenza tornando a dare a questa figura la sua giusta
importanza. Il primo passo è scegliere i preti giusti che
possano svolgere tale compito nei seminari e formarli adeguatamente”.
Pensa che il
Sinodo potrà incidere sulla crisi politico-sociale mediorientale?
“Ci sono dei fatti
fuori dalla nostra portata ecclesiale. Mi riferisco all’esodo cristiano dall’Iraq o alla crisi
israelo-palestinese. Tuttavia, la Chiesa non può fare meno di lavorare
localmente cercando di stare in mezzo i suoi fedeli perché non si disperdano. A
mio avviso, occorre unire le forze spirituali e sociali di tutta la Chiesa, attivando
Commissioni anche a livello internazionale per monitorare quanto accade nella
regione. Credo che per il Sinodo sarà molto difficile avere una visione unica
sui fatti. I vescovi orientali, pur vivendo nei punti caldi della Regione, non
sono in grado di rispondere con immediatezza ai problemi. Per
questo spero che dal Sinodo emerga la necessità di una più stretta
collaborazione tra i capi delle varie Chiese”. sir
“Celestino V? Il Martin Luther King del Medioevo”
Intervista al
giornalista e scrittore Angelo De Nicola - di Roberto Ciuffini
L’AQUILA -
L’edizione della Perdonanza che si è appena conclusa,
la numero 716, è stata la prima vera edizione dell’era post terremoto. Dopo il
basso profilo e gli eventi ridotti al minimo che avevano caratterizzato, per
forza di cose, l’edizione 2009, quest’anno le istituzioni e i vari comitati
organizzatori sono potuti tornare a una programmazione un po’ più ricca e
articolata, nella quale, oltre agli appuntamenti religiosi, hanno trovato di
nuovo spazio concerti, mostre, fiere e gare sportive.
Uno degli
spettacoli più interessanti è stato quello tenutosi Domenica 22 Agosto nella
basilica di S. Maria di Collemaggio: la cantata per coro, orchestra e voce
recitante Celestino V – un povero cristiano, con i testi curati da Angelo De
Nicola e le musiche scritte e dirette da Stefano Fonzi ed eseguite
dall’Orchestra Sinfonica Abruzzese e dal Coro Cappella Ars Musicalis.
Stefano Fonzi è un
giovane compositore (è nato nel 1977) e direttore d’orchestra aquilano, già
definito dalla critica “il vero erede musicale di Ennio Morricone”. Diplomatosi
presso il conservatorio dell’Aquila “A. Casella” e specializzatosi a Boston,
Fonzi ha maturato già diverse esperienze nel campo della composizione di
colonne sonore per lungometraggi e di musiche per sigle e programmi radiofonici
e televisivi, svolgendo anche l’attività di arrangiatore per diversi cantanti
del panorama pop italiano.
Angelo De Nicola,
giornalista e scrittore, è caposervizio del Messaggero ed
autore di diversi saggi (tra i quali Presunto innocente, sul caso Perruzza, e
Da Tragnone a Fidel Castro, gli eventi che sconvolsero L’Aquila) e di due
romanzi, incentrati proprio sulla figura di Celestino V (La maschera di
Celestino e La missione di Celestino).
La presentazione
dello spettacolo scritto insieme a Stefano Fonzi si è
rivelata un’ottima occasione per incontrarlo e rivolgergli alcune domande,
sull’Aquila, la Perdonanza e, naturalmente, su Celestino.
Come e quando è
iniziata la collaborazione fra lei e Stefano Fonzi, dalla quale è poi scaturita
l’idea per la realizzazione del concerto “Celestino V. Un povero cristiano?”
«Ho avuto l’onore di collaborare con il maestro Stefano
Fonzi già nel 2006 quando, nell’ambito del progetto “Note di cronaca” ideato
del maestro Vittorio Antonellini, si scelse il caso del delitto di Balsorano.
Anche in quell’occasione ho scritto per Fonzi i testi per il concerto che ha
fatto da “apripista” a un’idea geniale che, infatti, ha avuto un enorme
successo a Roma con il concerto in onore dei magistrati Falcone e Borsellino.
Siamo convinti che anche nel caso di Celestino V, il cui messaggio è sempre
attualissimo, si possa “bucare” il panorama nazionale».
Stefano Fonzi è
autore di diverse colonne sonore per teatro, tv e cinema. Tali esperienze
professionali, naturalmente, hanno influito anche sulla musica scritta per
questo concerto, una musica dal respiro e dalle
suggestioni filmiche. Secondo lei la figura e la parabola di Celestino V si
presterebbero bene a trasposizioni cinematografiche o televisive?
«Sì, il timbro del maestro Fonzi richiama le atmosfere di
Ennio Morricone. Un film o una fiction su Celestino V sarebbero fondamentali per lanciare il messaggio che, alla luce del
sisma, è ancora più fondamentale per la rinascita dell’Aquila. Ma su questo obiettivo dovrebbe lavorare la città intera unendo le
forze. Noi aquilani avremmo anche le credenziali giuste: solo che ognuno pensa
per sé, anche dopo la tragedia che ci è capitata, e
tali risultati non si raggiungeranno mai».
Nel testo da lei
scritto è esplicitamente citato, sia nel titolo che
nel corpo della narrazione, Ignazio Silone (“L’avventura di un povero
cristiano”, ndr). In che misura la lettura siloniana di questo personaggio
della storia della cristianità l’ha influenzata?
«Non a caso “L’avventura di un povero cristiano” è stata
una fortunatissima trasposizione teatrale che fece il grande Teatro Stabile
dell’Aquila nel 1969... Per me l’impostazione siloniana resta un faro. Mi
verrebbe da dire che Celestino V era un “cristiano senza chiesa ed un socialista senza partito”. Silone è stato il primo ad intuire la valenza del messaggio celestiniano: le
atmosfere dell’“Avventura di un povero cristiano” sono un passaggio
fondamentale per chi vuole capire l’Eremita del Morrore. Silone fa dire a Fra’ Pietro: “Il popolo cristiano bada di più a quello che i
preti o i frati fanno che a quello che essi dicono”. E’ di un’attualità
sconvolgente.
Lei si occupa di
Celestino V e della Perdonanza da molto tempo. Ricordiamo, ad esempio, il suo
romanzo “La missione di Celestino”, pubblicato nel 2006, i cui proventi, fra
l’altro, sono stati dati interamente in beneficenza. Quali sono le ragioni alla
base di questo suo interesse per questo Papa?
«Guardi, a mio giudizio
Celestino V è l’essenza dell’Aquila, la mia città che per me è anche una
“madre”, che
oggi è in gravi, gravissime condizioni. Questo “Gandhi del Duecento”, in una
città neonata perché L’Aquila era nata solo una quarantina di anni prima, come
fosse predestinata, lancia una vera e propria rivoluzione con la sua
incoronazione (decentrata rispetto a Roma) e con la sua Bolla del Perdono.
Questo “Martin Luther King dei suoi tempi” detta anche una sorta di ricetta
che, infatti, lancia L’Aquila che diventa di lì a poco una metropoli, seconda
città del Regno delle Due Sicilie dopo Napoli. Una ricetta ancora attuale.
Prescindere da Celestino, oggi significa non ricostruire L’Aquila. Io dicevo: viva Celestino! Oggi lo urlo».
Lei ha definito
più volte Celestino V il Gandhi e il Martin Luther King del Medioevo. E’ un
paragone affascinante ma anche azzardato, vista la radicale diversità dei contesti storico-culturali nei quali ciascuno di questi
personaggi visse ed operò. Inoltre non si può dire che Celestino V avesse le
doti di un leader né che alla base del suo “messaggio” vi fossero intenti o
obiettivi politici. Alla luce di quali affinità, dunque, può essere fatto
questo paragone?
«Un “povero
cristiano” che crea un Ordine (i Celestini: “Il più potente Ordine che la Chiesa ricordi”); che realizza opere ciclopiche (la
basilica di Collemaggio ma anche l’Abbazia del Morrone); che inventa le
cooperative sociali; che bonifica interi territori; che muove le folle; che da
del tu ai sovrani dell’epoca; che compie, ultrasessantenne, un epico viaggio a
piedi a Lione per convincere il Papa a riconoscere il suo Ordine... ebbene un
uomo così non le sembra un leader? E non è un messaggio “politico” quello di
spiazzare la Chiesa, che Celestino considera corrotta, e concedere l’indulgenza
plenaria gratis per tutti e, dunque, anche per la povera gente che in
quell’epoca non se la poteva permettere?».
Secondo lei perché
un umile eremita semianalfabeta, che si era sempre tenuto lontano da intrighi e
giochi politici di palazzo, fu eletto papa? Se, scegliendo lui, la Chiesa
voleva apportare dei cambiamenti e delle novità al proprio interno non si
spiega però come mai il successore di Celestino V fu poi Bonifacio VIII, il
quale era notoriamente un uomo spregiudicato nonché un
convinto assertore della superiorità dell’autorità papale su quella regia.
«Questo è un discorso storico difficile da analizzare,
almeno per me che non sono attrezzato. Sappiamo che in quel momento la Chiesa
vive un empasse. Il Conclave è bloccato da due anni
nella guerra tra gli Orsini e i Colonna. C’è questa
iniziativa del re Carlo d’Angiò di sollecitare l’Eremita del
Morrone (che deve essere appunto un leader carismatico, o no?), a scrivere
un’accorata lettera al Conclave che si trova a Perugia dopo che era dovuto
fuggire dall’ira dei romani. Il cardinale anziano, Latino Malabranca, resta
folgorato da questa lettera. Se si crede, è stato lo Spirito Santo ad “illuminare” i cardinali. Realisticamente deve essere
stata pensata come una soluzione ponte, in attesa di chiarire gli equilibri
mentre il Cardinale Caetani già tramava fino poi a
diventare finalmente Papa col nome di Bonifacio VIII, come compromesso tra gli
Orsini e i Colonna. Un piano che Celestino manda all’aria con le sue clamorose
dimissioni. Non ci sta a fare il fantoccio. Ma le sue dimissioni “salvano anche l’unità della Chiesa”:
non lo dico io, ma Papa Paolo VI».
Parliamo un po’
della Perdonanza. E’ la festa religiosa più importante che ci sia all’Aquila e ad essa gli aquilani sono molto legati. Si ha l’impressione,
però, che più che appartenere all’intera municipalità, la Perdonanza sia sempre
stata, e lo sia ancora, oggetto di “contesa” fra vari segmenti della
cittadinanza e, soprattutto, della politica. Vi è ancora la tendenza, insomma,
a volerla strumentalizzare per altri scopi. Perché?
«La classe dirigente, mediamente fallita e fallimentare,
che da anni governa la città, con la Perdonanza appare in tutto il suo
pressappochismo. Sicché la manifestazione finisce col diventare il cortile di
scontro di patetici guelfi e ghibellini. Non c’è un progetto, non c’è un’idea,
non c’è una mission. Poco più che una sagra: una grande sagra
ma pur sempre una sagra. L’apocalisse del terremoto, col passaggio di
Papa Benedetto XVI sotto la Porta Santa di Collemaggio e le sue parole di
“riabilitazione” di Celestino V a Sulmona il 4 luglio scorso (“Un gesto di
coraggio”, altro che vile), potevano segnare una
grandissima occasione il rilancio. Questa Perdonanza appena conclusa, che sarà
invece ricordata come quella dei tafferugli e delle carriole che sfilano nel
corteo, è stata un’altra grande occasione persa. Purtroppo».
L’essenza e lo
spirito del messaggio celestiniano consistettero nel mettere al primo posto non
i potenti ma gli umili, i diseredati, i poveri. Lei ritiene che, appunto
valorizzandone maggiormente l’aspetto sociale rispetto a quello prettamente
spirituale, oggi anche i non credenti possano riconoscersi nella Perdonanza?
«La Perdonanza, pur incentrata su uno dei principi cardine
del Cristianesimo, il perdono, è una manifestazione di grande valenza civica.
E’ stato Celestino V ad affidare la Bolla del Perdono alla municipalità,
temendo ritorsioni da parte della Chiesa, come infatti
ci furono visto che Bonifacio VIII tentò di impadronirsi del privilegio per
poterlo distruggere. Da allora, il popolo aquilano è il custode di un atto così
profondamente cristiano. E il perdono è l’anticamera della pace. Se due persone
litigano ma non si perdonano vicendevolmente, la pace
non la faranno mai. Se amplifichiamo questo concetto apparentemente banale,
capiamo la valenza universale, non soltanto cristiana, del messaggio
celestiniano. Viva Celestino».
De.it.press
Trapani. L'ora dei giovani. Il vescovo consegna alla comunità il vademecum pastorale
È stato consegnato
il 28 agosto, nella cattedrale di Trapani, a conclusione della concelebrazione
eucaristica per l'ordinazione diaconale di Antonino Vilardi, il vademecum
pastorale "E fissatolo lo amò. Giovani protagonisti della Chiesa" che segna le
linee guida del percorso pastorale della diocesi di Trapani durante il prossimo
anno. Il vademecum è stato consegnato simbolicamente dal vescovo, mons.
Francesco Micciché, a 60 giovani che hanno contribuito
all'elaborazione dello strumento di lavoro pastorale partecipando attivamente
ai laboratori tematici tenuti durante una tre giorni residenziale che si è
tenuta nel mese di luglio a Valderice. Da questa esperienza di confronto
aperto, in cui sono stati coinvolti i giovani insieme
al vescovo, ai responsabili degli Uffici di curia e ad alcuni esperti (il
direttore del Servizio nazionale per la pastorale giovanile don Nicolò Anselmi,
docenti universitari, pastoralisti e psicologi), è nata la redazione del
vademecum.
Uno strumento
utile. Ad aprire il volume l'introduzione del vicario
generale, mons. Liborio Palmeri, che spiega: "La nascita di questo
vademecum viene dalla necessità di fornire, sulla scia dei tre ultimi Piani
pastorali (La carità nella città, nella cultura, nella Chiesa), alcuni criteri
formativi e operativi che tracciano quello che abbiamo chiamato primo binario
della pastorale diocesana dei prossimi tre anni, cioè la pastorale rivolta ai
giovani e soprattutto portata avanti dai giovani". Il vademecum "vuole essere uno strumento per i parroci e gli operatori
pastorali per poter cogliere lo spirito della progettazione pastorale e per
reperire contenuti utili al loro lavoro".
Avventura
rischiosa ma urgente. Il vademecum contiene la lettera pastorale del vescovo,
"E fissatolo lo amò". "È mio vivo desiderio -
scrive mons. Francesco Micciché - che la nostra amata Chiesa di Trapani viva la
gioiosa esperienza di rinnovarsi con i giovani. È un 'debito'
nei loro confronti che vale la pena di onorare perché dai giovani possa venire,
alla società, la spinta a cambiare e migliorarsi, perché non resti imbalsamata
e per un suo reale e salvifico rinnovamento". "Noi adulti - prosegue
il presule - corriamo il rischio di assopirci o di abituarci al consueto ritmo
del fare pastorale basandoci sul già visto e già sentito. È questa l'ora di
ridestarci, di riconoscere lo spazio e il valore alla componente
giovanile che preme, incalza, scalpita, grida il proprio disagio, il proprio
bisogno di senso, la propria insoddisfazione. Non ci è lecito
reprimere questo grido". Secondo il vescovo, "andare ai
giovani, cercarli, comprometterci con loro è l'avventura entusiasmante e rischiosa, ma necessaria e urgente, che ci è richiesta come
Chiesa, in quest'ora della storia".
Mirare in alto. I
giovani, infatti, "sono un potenziale formidabile, hanno una carica vitale
enorme, sono depositari di carismi e di talenti preziosi per il bene
dell'umanità". Perciò, "bisogna aiutarli a scoprire e a trafficare i
talenti, mettendoli al servizio del bene comune, farli uscire dal guscio
angusto del proprio io e aprirli ad orizzonti più
vasti: alla solidarietà senza confini, alla bellezza di donare la vita per
amore, al coraggio di affrontare ogni giorno la sfida della vita avendo ad
esempio gli animi nobili che hanno fatto e fanno grande la storia".
"L'obiettivo - chiarisce mons. Micciché - è ambizioso, ma non impossibile.
Si tratta di volare alto, di non abbattersi davanti alla difficoltà
dell'impresa, di affrontare la scalata facendo cordata, equipaggiandoci al
meglio, usando prudenza, saggezza, evitando ogni azione azzardata, entrando nel
vasto campo giovanile non a gamba tesa, ma nel rispetto delle regole che le
scienze umane ci suggeriscono". Il vescovo, dopo aver chiesto la
collaborazione in questo progetto dei soggetti educatori, in primis famiglia e
Chiesa, rivolge due inviti direttamente ai giovani. Il primo è di "non
lasciarci tranquilli, a pungolarci per non abbassare la guardia, per costruire
un mondo più giusto e fraterno, una Chiesa più credibile, un cristianesimo di
sostanza e non di facciata". Il secondo è di non aver
"paura della santità! Mirate in alto, non contentatevi di vivere
barcamenandovi nella mediocrità. La vita la si vive
una volta sola e vale la pena di viverla al superlativo assoluto".
Con e per i
giovani. Il vademecum si divide in aree con alcuni progetti che delineano le iniziative che la diocesi metterà in campo, con
e per i giovani, nel corso del prossimo anno: per l'area umanistico-pastorale i
progetti Gio.n.a. (Giovani per un nuovo annuncio), Oasi e Adonai, con momenti
dedicati alla formazione e alla vita spirituale; per l'area socio-culturale il
progetto Paideia, con iniziative nel campo dell'educazione e della scuola, e il
progetto Polis, per la formazione ai temi della cittadinanza e ai grandi valori
espressi dalla dottrina sociale della Chiesa. L'ultima parte del vademecum è
dedicata alla definizione della struttura della pastorale giovanile diocesana e
ai contributi degli esperti tra cui un'indagine sull'associazionismo giovanile
in provincia di Trapani a cura di Ignazia Bartholini, docente di sociologia
della devianza all'Università di Palermo, e un
approfondimento sulla funzione genitoriale e l'emergenza giovanile dello
psicologo Antonio Bica. sir
Como. Per il bene di tutti. Il messaggio del vescovo Diego sull'impegno dei
cristiani
C'è bisogno di "uomini e donne che non fanno del profitto
personale (o di gruppo o di casta) il loro idolo. Che non si preoccupano di
aumentare ad ogni costo e senza scrupoli il vantaggio della propria 'parte', ma
si occupano con amore disinteressato di ciò che promuove e garantisce il bene
di tutti": ne è convinto mons. Diego Coletti, vescovo di Como, nel
messaggio intitolato "…E liberaci dal male. Uomini e
donne costruttori di speranza perché sanno spendersi per il bene di tutti"
che ha inviato alla sua diocesi in occasione della solennità di sant'Abbondio
celebrata il 31 agosto. Il vescovo di Como richiama i cristiani alle
loro responsabilità perché offrano "un contributo decisivo alla lettura
dei mali che affliggono l'umanità". Ne parla tracciando una panoramica
sullo "stato di salute del mondo":
Non solo eventi
imprevedibili… "Da molti mesi a questa parte - scrive mons. Coletti -
stiamo vivendo, sotto diversi punti di vista apparentemente indipendenti l'uno
dall'altro, un periodo difficile. Si parla di crisi, di recessione economica, di dilagante disoccupazione;
sembrano moltiplicarsi gli episodi di violenza e di malaffare", e molte
famiglie "faticano a giungere alla fine del mese
senza peggiorare la propria situazione economica gravata da penuria di entrate
e crescita dei debiti". Inoltre, "le cronache ci riportano
giornalmente le notizie di eventi catastrofici che minacciano la stessa
integrità ambientale di intere zone del nostro
pianeta". Il vescovo di Como pensa che "l'inquinamento ambientale e
la fragilità dell'umano di fronte alle forze della
natura non sono inevitabile destino" ma dipendono "dall'inquinamento
morale a sua volta provocato dall'inquinamento culturale e antropologico".
"Non si tratta solo di eventi imprevedibili e dipendenti dallo scatenarsi
di forze della natura", dice, ma sono dovuti a "gravi mancanze e
inaccettabili leggerezze da parte dell'uomo", a "secolari distrazioni
e colpevoli ignoranze, la cui responsabilità è nostra e non di un improbabile
Dio distratto e indifferente". "Che ne sarebbe oggi, per esempio,
dello scatenarsi delle forze che si sviluppano nella deriva dei continenti o
emergono dalle profondità della terra nei vulcani - si chiede -, se avessimo
investito da secoli allo studio di questi fenomeni e al loro sfruttamento
positivo" invece di costruire "raffinatissimi strumenti di morte e di
violenza su scala mondiale?". E cita un altro esempio emblematico:
"Pare che quasi il cinquanta per cento delle distruzioni e delle vittime
del terremoto che ha colpito L'Aquila derivi non dalla forza del sisma ma dalla
negligente e disonesta costruzione delle case".
La crisi della
democrazia. Mons. Coletti punta il dito anche sulle "irresponsabili
gestioni finanziarie finalizzate solo alla produzione del massimo profitto
possibile", sul "sistematico rifiuto di assumersi responsabilità di
programmazione e di gestione della cosa pubblica, energie spese in litigi e
contrasti, mentre il bene comune viene subordinato
alla ricerca del proprio vantaggio senza troppo badare ai mezzi e alla
legalità" al fine di "continuare a gestire il potere se lo si ha, o
di conquistarlo se già non lo si possiede". Questi sono - osserva -
"da troppo tempo i contenuti principali delle cronache politiche e dei
notiziari economici (e non solo da noi in Italia) che hanno portato con sé una
crisi della democrazia che è sotto gli occhi di tutti". Questo conduce ad "un risentito disinteresse alla politica e di un
pericoloso e indignato qualunquismo che svuotano le cabine elettorali e rischiano
di far rinascere nostalgie autoritarie".
Interventi
"superficiali" e interessati. Anche in ambito umanitario, secondo il
vescovo di Como, si fa fatica "a realizzare vere e proprie strategie
comuni, al di là di qualche provvisorio e parziale
aiuto umanitario, per lo più calcolato in modo che il 'ritorno' di immagine e
anche di profitto siano garantiti al meglio". Così quando l'opinione
pubblica "si volge altrove, e la cronaca del fatto non fa più 'audience',
ci si sbarazza delle residue notizie di agenzia e si
archivia senza scrupoli la fatica e l'angoscia d'intere popolazioni". L'altro motivo, a suo avviso, è che "gli interventi restano
per lo più in superficie": "Si tampona qualche falla, s'interviene
nell'emergenza con il fiato corto e la ricerca di risultati immediati, ci si
rivolge a settori e aspetti particolari scollegati tra loro. Con la
conseguenza di una sensazione di smarrimento e di impotenza
di fronte al franare inarrestabile degli eventi, e cedendo spesso alla
tentazione di aprire subito la caccia al colpevole che viene identificato con
l'ultimo anello di una catena nella quale i veri responsabili sono ben più a
monte e ben più colpevoli".
La sfida
educativa. "La Chiesa in Italia - ricorda - si propone di affrontare la
sfida di cui abbiamo parlato fin qui a partire dall'impegno
educativo", compito "arduo ma non impossibile", da affrontare
"con coraggio e con fiducia, consapevoli che riusciremo a svolgerlo bene
solo insieme". Servono, a suo parere, "nuovi ed esigenti percorsi di
formazione, la cura di quelli più tradizionali e naturali in famiglia, nella
scuola, nei vari centri di aggregazione e di vita sia
ecclesiali sia civili (penso soprattutto all'urgente rilancio educativo degli
Oratori!)", per "educare tutti alla cittadinanza attiva, al senso
prevalente della comune responsabilità di un servizio disinteressato al bene
comune, al senso civico e alla legalità". PATRIZIA CAIFFA
La sfida del dono. La "Caritas in Veritate" al seminario di
studio dei non vedenti
La dimensione
internazionale del bene comune e il rapporto tra tecnica e sviluppo umano:
questi, secondo il presidente della Fondazione Zancan, mons. Giuseppe Pasini, "due degli aspetti più
innovativi" della "Caritas in Veritate". Mons. Pasini è
intervenuto al seminario di studio "Centralità della persona e modello di
sviluppo nell'enciclica Caritas in Veritate", promosso a
Corbiolo di Bosco Chiesanuova (Verona) dal Movimento apostolico ciechi (Mac) e
conclusosi il 2 settembre.
Sviluppo nella
verità. Oggi, spiega mons. Pasini, "la questione sociale si è trasformata
in questione antropologica" e la sfida è "il
nuovo modo di concepire la vita". Per questo "l'enciclica considera
necessario e logico tenere strettamente uniti, nell'unica impostazione
dottrinale, i temi della giustizia sociale, del rispetto della vita e della
famiglia, dell'eugenetica, dell'aborto e dell'eutanasia". "Nuovo - fa
notare il relatore - è il modo di porsi di fronte alle responsabilità per il
sottosviluppo del Terzo mondo" perché "il Papa si smarca rispetto ad una certa visione terzomondista" degli "ultimi
decenni del secolo scorso" che tendeva a "scaricare tutte le colpe
del sottosviluppo sull'occidente". Di qui il concetto di
responsabilità "non solo di alcuni, ma di tanti". "Nei
'tanti' anche i Paesi emergenti e le élite dei Paesi poveri che hanno
incamerato a proprio vantaggio gran parte degli aiuti ricevuti per lo
sviluppo". Quest'ultimo, osserva mons. Pasini, è oggi "strettamente
legato al progresso tecnologico", ma poiché "l'efficienza e l'utilità
non sono l'unico criterio di verità" è urgente "una formazione alla
responsabilità etica nell'uso della tecnica". Coinvolgendo "temi
quali la manipolazione della vita, la fecondazione in vitro, la ricerca sugli
embrioni, la clonazione, la pianificazione eugenetica delle nascite" la
questione antropologica chiama in causa "il presunto potere umano sulla
vita e sulla morte", mentre "l'assolutismo della tecnica rischia di
non consentire più agli uomini moderni di percepire le urgenze dello spirito".
Invece, conclude mons. Pasini, "lo sviluppo
dell'uomo è sviluppo nella verità solo se avviene nell'interezza dell'anima e
del corpo".
Il valore della
gratuità. "Riconoscere al principio di gratuità un posto
di primo piano nella vita economica ha a che vedere con la diffusione"
della cultura "della reciprocità. Assieme alla
democrazia, la reciprocità è valore fondativo di una società". Ne è
convinto Riccardo Milano (Banca etica), secondo il quale le società "che
estirpano dal proprio terreno le radici dell'albero della reciprocità sono
destinate al declino". Dalla reciprocità al dono, che ha la funzione di
"far comprendere che accanto ai beni di giustizia ci sono i beni di gratuità". Essi non "nascono da un
dovere" ma dal "riconoscimento che io sono legato ad
un altro, che, in un certo senso, è parte costitutiva di me". Mentre la
giustizia "è una virtù etica" che risponde alla "logica
dell'equivalenza", la gratuità "riguarda piuttosto la dimensione
sovra-etica dell'agire umano perché la sua logica è la sovrabbondanza". La
"Caritas in Veritate", prosegue Milano, "ci dice che una società
per ben funzionare e progredire" ha bisogno "di far rifluire"
nei suoi circuiti "il principio di gratuità". Secondo l'economista
"la sfida che Benedetto XVI invita a raccogliere è quella di battersi per
restituire il principio del dono alla sfera pubblica" consentendo a tale
principio di "trovare spazio di espressione ovunque, in qualunque ambito
dell'agire umano, ivi compresa l'economia". Occorre dunque "pensare
la gratuità, e dunque la fraternità, come cifra della condizione umana - è la
tesi di Milano -, e quindi vedere nell'esercizio del dono il presupposto
indispensabile affinché Stato e mercato possano funzionare avendo di mira il
bene comune". Perché "efficienza e giustizia, anche se unite, non bastano ad assicurare la felicità".
Il
"dovere" di cercare l'unità. Nel corso
dell'incontro i partecipanti si sono recati a Venezia, "città-ponte
tra Oriente e Occidente". Non è possibile parlare di sviluppo, relazioni
umane e dialogo senza richiamare ai cristiani il "dovere
fondamentale" della "ricerca dell'unità". Padre Roberto Giraldo,
preside dell'Istituto di studi ecumenici san Bernardino,
rammenta al riguardo che "vivere la nostra fede accettando la
divisione" è "un controsenso e, peggio ancora, una
controtestimonianza". "L'impegno per l'ecumenismo e la missione della
Chiesa coincidono" e il dialogo ecumenico "è soprattutto un processo
di conversione". Nonostante il "lungo cammino compiuto, ne resta
ancora moltissimo" fa notare l'esperto, avvertendo che l'ecumenismo
"sembra tuttora rimanere" ambito "specifico di alcuni
specialisti, non esiste ancora un vero processo di ricezione" e
"manca una vera formazione ecumenica". Presupposto del dialogo
"l'uguaglianza dei partecipanti" perché "nessuno può imporsi
vantando una qualche superiorità". È inoltre importante, conclude, tenere presente la "gerarchia delle
verità": quelle "fondamentali e le altre che fanno loro corona",
e avere coscienza che "le formulazioni dottrinali che accompagnano ogni
Chiesa sono in qualche modo condizionate sia culturalmente, sia
storicamente". GIOVANNA PASQUALIN TRAVERSA
Papst: „Jugend ohne Gott ist die Hölle“
Eine Welt ohne Gott ist die Hölle. Das
gelte insbesondere für die Jugend, den künftigen Erwachsenen dieser Welt. Das
schreibt Papst Benedikt XVI. in seiner Botschaft zum Weltjugendtag in Madrid.
Das Großereignis in der spanischen Hauptstadt findet vom 16. bis 21. August
2011 statt. Bereits an diesem Freitag veröffentlichte der vatikanische
Pressesaal die Papst-Botschaft.
Gottlose Welt - Eine gottlose Welt wäre
von Egoismus und Hass geprägt, fügt der Papst in seinem Brief an die Jugend an.
Die Gesellschaft sei auf Werten des Evangeliums gegründet, betonte der Papst
unter Verweis auf die Stichworte Menschenwürde, Solidarität, Arbeit und
Familie. Demgegenüber herrsche vor allem in westlichen Ländern eine
„Gottesfinsternis“. Mit der Ablehnung des Christentums und einer Leugnung des
Glaubensgutes drohe aber ein Verlust der eigenen Identität.
Gegenwart Gottes - Jene Menschen und
Völker, die die Gegenwart Gottes aufnehmen, bilden eine Gesellschaft der Liebe,
so Papst Benedikt XVI. in seiner Botschaft zum Weltjugendtag 2011. Er verrät
den Jugendlichen, wie sie ihrem Leben einen Sinn geben können: „Versucht jeden
Tag, nach den Worten Christi zu leben.“ Jesus sei der wahre Freund, mit dem man
den eigenen Lebensweg teilen könne, so Benedikt. Ihm sei bewusst, dass den
Jugendlichen heutzutage auch „Abkürzungen“ angeboten werden. Doch nur das Wort
Gottes zeige den wahren Weg. Namentlich nannte der Papst den Laizismus als eine
Gefahr, vor der sich die Jugend hüten solle.
Benedikts XVI. Jugendzeit - Benedikt
XVI. erwähnt des Weiteren seine eigene Jugendzeit nach dem 2. Weltkrieg.
Stabilität und Sicherheit seien auch damals für die Jugend nicht das Wichtigste
auf der Welt gewesen. Er selbst wollte sich damals nicht in der Normalität des
bürgerlichen Lebens verlieren, so Benedikt, der wörtlich schreibt: „Wir wollten
das Große und das Neue erreichen. Wir wollten das Leben mit all seinen Facetten
und Schönheiten entdecken.“ Deshalb müsse Europa heute seine christlichen
Wurzeln wiederentdecken. Aus diesem Grunde lade er alle Jugendlichen ein, im
August 2011 nach Madrid zu kommen und beim Weltjugendtag mitzumachen. Rv 3
Papst Benedikt XVI. Botschaft des Weltjugendtages 2011
ROM -„Gewiss ist es wichtig, einen Job
zu haben und somit festen Boden unter den Füßen zu haben, doch die Jahre
unserer Jugend sind auch eine Zeit, in der wir versuchen, das Meiste aus
unserem Leben zu machen", offenbart der Papst Benedikt XVI. den
Jugendlichen der Welt. „Wenn ich an diese Zeit zurückdenke, so erinnere ich
mich vor allem daran, dass wir nicht bereit waren, uns mit einem
konventionellen bürgerlichen Leben zu begnügen. Wir wollten etwas Großes, etwas
Neues. Wir wollten das Leben selbst entdecken in all seiner Pracht und
Schönheit".
Der Vatikan hat heute die Botschaft zum
Weltjugendtag 2011 veröffentlicht, der in Madrid unter dem Motto „Verwurzelt in
Christus und gegründet auf ihm, fest im Glauben" (vgl. Kol 2,7)
stattfinden wird. Papst Benedikt XVI. hat die Endfassung am 6. August, dem Fest
der Verklärung des Herrn, vollendet.
Darin lädt der Papst alle Jugendlichen
zu diesem Fest der Geschwisterlichkeit ein - gleich ob gläubig, zweifenld oder
Atheist.
Wir veröffentlichen den ersten Teil des
Schreibens in einer eigenen Übersetzung.
Botschaft von Papst Benedikt XVI. zum
Weltjugendtag 2011
Liebe Freunde, Ich denke oft zurück an
den Weltjugendtag in Sydney im Jahr 2008. Dort haben wir miteinander eine
Erfahrung von einem großen Fest des Glaubens erlebt, in dem der Geist Gottes
kraftvoll gewirkt hat und eine tiefe Gemeinschaft unter den Teilnehmern
geschaffen hat, die aus der ganzen Welt gekommen waren. Diese Begegnung wie auch
die früheren trug reiche Früchte in das Leben vieler junger Menschen und in das
Leben der ganzen Kirche.
Jetzt freuen wir uns auf den nächsten
Weltjugendtag, der in Madrid im August 2011 stattfindet. Schon damals im Jahre
1989, einige Monate vor dem historischen Fall der Berliner Mauer, hat diese
Wallfahrt der Jugendlichen in Spanien ein Etappenziel gehabt und zwar in
Santiago de Compostela. Nun, in einer Zeit, in der Europa dringend seine
christlichen Wurzeln wieder entdecken muss, wird unser Treffen in Madrid
stattfinden und das Motto haben: „Verwurzelt in Christus und gegründet auf ihm,
fest im Glauben" (vgl. Kol 2,7). Ich ermutige Euch, an dieser
Veranstaltung teilzunehmen, die so wichtig für die Kirche in Europa und für die
universale Kirche ist. Ich möchte alle jungen Menschen - sowohl diejenigen, die
unseren Glauben an Jesus Christus teilen, als auch diejenigen, die zweifeln
oder unsicher sind, oder gar nicht an ihn glauben, einladen - diese Erfahrung
zu nutzen, die für ihr Leben entscheidend werden kann. Es ist eine Erfahrung
des Herrn Jesus, der auferstanden und lebendig ist, und eine Erfahrung seiner
Liebe für jeden von uns.
1. An der Quelle Eurer tiefsten
Sehnsüchte
In jeder Epoche der Geschichte, auch in
unseren Tagen, erleben viele junge Menschen ein tiefes Bedürfnis nach
persönlichen Beziehungen, die von Wahrheit und Solidarität geprägt sind. Viele
von ihnen sehnen sich danach, verbindliche Freundschaften aufzubauen, die wahre
Liebe kennenzulernen, eine Familie zu gründen, die miteinander vereint bleiben
soll, persönlichen Halt und wirkliche Sicherheit zu erreichen, die eine ruhige
und glückliche Zukunft sichern sollen. Im Rückblick auf meine eigene Jugend,
merke ich, dass wahrhaftig Stabilität und Sicherheit nicht gerade die Fragen
sind, welche die meisten jungen Menschen im Kopf haben. Gewiss ist es wichtig,
einen Job zu haben und somit festen Boden unter den Füßen zu haben, doch die
Jahre unserer Jugend sind auch eine Zeit, in der wir versuchen, das Meiste aus
unserem Leben zu machen. Wenn ich an diese Zeit zurückdenke, so erinnere ich
mich vor allem daran, dass wir nicht bereit waren, uns mit einem
konventionellen bürgerlichen Leben zu begnügen. Wir wollten etwas Großes, etwas
Neues. Wir wollten das Leben selbst entdecken in all seiner Pracht und
Schönheit. Natürlich, war das auch bedingt durch unsere Situation.
Während der Nazi-Diktatur und des
Krieges, waren wir sozusagen durch die herrschenden Machtstrukturen
„eingesperrt". Deshalb wollten wir ausbrechen, uns öffnen, um die gesamte
Bandbreite menschlichen Entfaltungsmöglichkeiten zu erleben. Ich denke, dass zu
einem gewissen Grad, dieser Drang, aus dem Gewöhnlichen auszubrechen, jeder
Generation anhaftet.
Der Wunsch, etwas Großes jenseits des
Alltags zu finden, mehr als nur einen sicheren Arbeitsplatz, eine Sehnsucht
nach etwas wirklich Großem, gehört zum Jungsein dazu. Ist das einfach nur ein
leerer Traum, der verblasst, wenn wir älter werden? Nein! Alle Männer und
Frauen sind für etwas Großes geschaffen, für die Unendlichkeit. Alles andere wird
nie genug sein. Der hl. Augustinus hat recht, wenn er sagt: „Unser Herz ist
unruhig, bis es Ruhe findet in Dir". Der Wunsch nach einem großartigen,
sinnvollen Leben ist ein Zeichen, dass Gott uns geschaffen hat und dass wir
sein "Profil" in uns tragen.
Gott ist Leben, und deshalb strebt
jedes Geschöpf nach dem Leben. Weil der Mensch nach dem Bilde Gottes geschaffen
ist, tut er dies auf eine einzigartige und besondere Weise, wenn er nach Liebe,
Freude und Frieden strebt. So können wir sehen, wie absurd es ist zu denken,
dass wir wirklich erst dann richtig leben können, wenn wir Gott aus unserem
Leben verbannen! Gott ist die Quelle des Lebens. Gott beiseite zu lassen,
heißt, uns von dieser Quelle zu trennen, und was dann unvermeidlich wird, uns
der endgültigen Erfüllung und Freude zu berauben: "Ohne den Schöpfer,
schwindet die Kreatur ins Nichts" (Zweites Vatikanisches Konzil, Gaudium
et Spes, 36).
In einigen Teilen der Welt, vor allem
im Westen, neigt die heutige Kultur dazu, Gott draußen vor zu lassen und den
Glauben als eine rein private Frage zu betrachten, die ohne jede Relevanz für
das Leben der Gesellschaft ist. Obwohl die der Gesellschaft zugrunde liegenden
Werte aus dem Evangelium stammen. Werte wie die Würde der Person, der
Solidarität, der Arbeit und der Familie. Man bemerkt eine gewisse
"Gottesfinsternis", eine Art Gedächtnisverlust und oft genug eine
krasse Ablehnung des Christentums und eine Leugnung des Schatzes, den unser
Glauben darstellt. All dies stellt ein hohes Risiko dar, dass man hier kurz
davor steht, unsere tiefste Identität zu verlieren. .
Aus diesem Grund, liebe Freunde,
ermutige ich Euch, Euren Glaubenweg intensiv zu leben, den Glauben an Gott, den
Vater unseres Herrn Jesus Christus. Ihr seid die Zukunft der Gesellschaft und
der Kirche! Wie der Apostel Paulus an die Christen von Kolossae schrieb, ist es
wichtig, Wurzeln, ein solides Fundament zu haben! Dies gilt vor allem heute.
Viele Menschen haben keine stabile Bezugspunkte, auf
die sie ihr Leben aufbauen können, und so bleiben sie schließlich am Ende
zutiefst verunsichert. Die wachsende Mentalität des Relativismus, die zunehmend
um sich greift, und für den es keine Wahrheit und absolute Bezugspunkte gibt,
schenkt keine wahre Freiheit, sondern Unsicherheit, Verwirrung und blinden
Konformismus den augenblicklichen Launen gegenüber. Als junge Menschen habt Ihr
das Recht, von den Generationen, die Euch vorangehen feste Bezugspunkte zu
erhalten, die Euch helfen, Entscheidungen zu treffen und auf die ihr Euer Leben
bauen könnt: wie eine junge Pflanze, die solide Unterstützung braucht, bis sie
tiefe Wurzeln geschlagen hat und zu einem kräftigem Baum wird, der Früchte
bringen kann.
(Übersetzung des italienischen Original von Angela Reddemann. Erster Teil)
Zenit 3
Deutschland in der Gene-Falle? Das Integrationsdilemma nach Thilo Sarrazin
Nun liegt der Schwarze Peter beim
Bundespräsidenten. Gerade noch rechtzeitig, bevor die Wucht der Zustimmung in
den Medien deutlich wurde, die Thilo Sarrazin in der Bevölkerung genießt,
konnte sich der Vorstand der Bundesbank zu der Entscheidung durchringen, beim
Bundespräsidenten die Ablösung des Kollegen Sarrazin zu beantragen. Der
Bundespräsident wird sich seine Entscheidung nicht nur wegen der möglichen
juristischen Folgen gut überlegen. Sollten die Gerichte den Rausschmiss
Sarrazins als rechtswidrig bewerten, so wäre damit der mögliche Schaden, den
das übergriffige Vorstandsmitglied dem Ansehen der Bundesbank zugefügt hat,
noch juristisch besiegelt.
Der Bundespräsident wird auch nicht
übersehen können, dass die erste Serie des Buches „Deutschland schafft sich ab“
vier Tage nach dem Erscheinen aufgekauft ist und die Zustimmung in der
Bevölkerung zu den Thesen Sarrazins laut Umfragen der Bildzeitung und der
ARD bei über 80% liegt. Schließlich wird er den Bundesbürgern, wenn er der
Abberufung Sarrazins zustimmt, plausibel darlegen müssen, worin der
Schaden besteht, den Sarrazin dem Ansehen der Bundesbank und damit der
Bundesrepublik zugefügt hat. Dies wird nicht ganz einfach werden, denn die
Mehrheit der Bundesbürger ist davon überzeugt, dass Sarrazin zumindest insofern
nützt, als er ein Thema medienfähig macht, das zwar längst an den Stammtischen
und am Arbeitsplatz, aber in den Medien zu wenig besprochen wurde. Es geht um
die Integration von Menschen aus anderen Sprachen, Kulturen und Religionen, die
ihre Bleibe in der Bundesrepublik suchen.
Die Diskussion entfacht der
Bundesbankvorstand Sarrazin, der sich offensichtlich eher zum
Integrationspolitiker berufen fühlt, zum einen durch eine Sammlung von
statistischem Material, das die Misere augenfällig und damit debattenfähig
macht. Es gibt in Deutschland Parallelgesellschaften und Beispiele mißlungener
Integration. Dies verursacht Kosten, die volkswirtschaftlich aufgefangen werden
müssen. Soweit müssen ihm alle sehenden und denkenden Menschen folgen - aber
auch ergänzen: Das ist wahr, aber das ist nicht die ganze Wahrheit.
Doch Sarrazin geht weiter. Er blickt in
die Zukunft und argwöhnt, dass aufgrund der höheren Geburtenquote die
fremdsprachlichen Mitbürger irgendwann mehr sein werden als die
deutschstämmigen. Bereits hier offenbart sich, dass Fakten eher willkürlich als
mit dem gebotenen Sachverstand gedeutet werden. Die bevölkerungsstatistische
Forschung geht aufgrund der bisherigen Beobachtungen davon aus, dass sich die
Geburtenquote dem Gastland tendenziell anpasst und dass sich die
Bevölkerungsgruppen vermischen.
Auch hier erschöpft sich die
Sarrazinsche Problemdiagnose noch nicht. Die misslungene Integration und das bedrohliche
zahlenmäßige Wachstum fremder Mitbürger verdankt sich der Tatsache, dass
Menschen genetisch und kulturell geprägt sind. Die Intelligenz komme zu 50 –
80% aus den Genen, der Rest komm durch entsprechende Förderung der Begabung
zustande. Die genetische Prägung, so schiebt Sarrazin, in einem Interview nach,
lasse sich so erklären, dass „Juden ein bestimmtes Gen teilen und Basken
bestimmte Gene haben“, die sie von anderen Unterscheiden. Wenn Integration also
nicht klappt, liegt zum einen an der genetisch bedingten mangelnden Intelligenz
und zum anderen an der Inkompatibilität der Kulturen. Unter dem Strich bleibt:
Menschen können weder etwas für ihre genetische Ausstattung noch für ihre
kulturelle Prägung. Also sitzen wir in der Falle – Integration kann nicht
gelingen.
Wie wir aus der Falle herauskommen,
verrät uns Thilo Sarrazin nicht ausdrücklich, aber er suggeriert bestimmte
Lösungen – und die sind gefährlich und ausdrücklich schädlich.
Ein Beispiel: Vor einem Baumarkt findet
Sarrazin – so eine seiner Äußerungen im letzten Jahr - auffallend viele
polnische Autokennzeichen. Warum? Weil sie – nur arbeitsraubend gar
schwarzarbeitend – bauhandwerklich tätig sind.
Das Gefährliche besteht bei Sarrazin
darin, dass er gesellschaftspolitische Probleme mit bestimmten Gruppierungen
verbindet: arbeitsmarktpolitische mit Polen, integrationspolitische mit Türken
und Muslimen – und all dies wird genetisch und kulturell begründet. Damit lenkt
er suggestiv den Ärger und die Wut über gesellschaftspolitische Probleme auf
bestimmte ethnische, kulturelle, religiöse Gruppen. Er verschweigt dabei
grundsätzlich die Faktoren, die auf deutscher Seite dazu geführt haben, dass
solche Probleme erst zustande kommen: Die Einladung an ausländische
Arbeitskräfte, der Pillenknick, die deutschen Aufträge an polnische Arbeiter,
etc…
Solches Interpretieren ist weder
wissenschaftlich noch verantwortbar – es ist nur brandstiftend. Er übersieht,
dass statistisches Material überhaupt kein menschliches Potential offenbart –
und deshalb zu nichts weiterem taugt als eben dazu, auf Probleme aufmerksam zu
machen. Es gibt genügend Beispiele, dass Integration gelingt. Vielleicht hat
Herr Sarrazin bald Zeit, auch darüber ein Werk zu verfassen. Wenn ich
Bundespräsident wäre, ich würde es ihm empfehlen.
Theo Hipp, kath.de-Redaktion
Pizzaballa: „Frieden ist nicht allein Frage politischer Pakte“
Die katholische Kirche begrüßt Ehud
Baraks Vorschlag einer Teilung Jerusalems. Im Kontext der israelisch-palästinensischen
Friedensverhandlungen in Washington hat diese Idee für Aufsehen gesorgt – der
Vorschlag kam vom israelischen Verteidigungsminister kurz vor Beginn der
Verhandlungen. Demnach sollten die arabischen Viertel Jerusalems an die
Palästinenser abgetreten werden. Weiter solle es für die Jerusalemer Altstadt,
den Ölberg und die Davidstadt ein spezielles Regime mit besonderen
Zuständigkeiten geben. Die Franziskanerkustodie in Jerusalem, die für die
Katholische Kirche über die Heiligen Stätten wacht, ist im Großen und Ganzen
damit einverstanden, erklärt der Kustos, Pater Pierbattista Pizzaballa, im
Interview mit Radio Vatikan.
„Eine solche Lösung können wir mit
Vorsicht als positiv bezeichnen, weil sie zu einer stabileren Situation
beitragen würde. Der Ostteil der Stadt wird momentan von Israel verwaltet;
diese Verwaltung wird jedoch durch keinen Staat und keine Regierung anerkannt.
Diese Uneindeutigkeit ist wiederholt Quelle von Spannungen. Der Ostteil der
Stadt würde mit einer solchen Übereinkunft juristisch Stabilität bekommen –
auch, was das normale Leben dort betrifft.“
Das Zusammenleben der Religionen dürfe
eine solche Lösung jedoch nicht belasten, unterstreicht Pizzaballa. Es dürfe ja
auch nicht um eine physische Teilung der Stadt gehen.
„Es ist wichtig, dass diese
administrative Teilung den aktuellen Charakter der Stadt, das heißt das
Zusammenleben der drei monotheistischen Religionen nicht verändert – das ist ja
das Hauptmerkmal der heiligen Stadt Jerusalem. Die Teilung darf nicht physisch
sein, sondern nur administrativ. Was also den Alltag der Christen, Juden und
Moslems betrifft: Diese Religionen müssen weiter hier zusammenleben.“
Der Heilige Stuhl hatte in der
Vergangenheit einen Sonderstatus für Jerusalem ins Auge gefasst. Wie verhält
sich der nun zum Vorstoß des israelischen Außenministers? Dazu Pater
Pizzaballa:
„Die Idee eines Sonderstatus für
Jerusalem, wie sie der Heilige Stuhl in der Vergangenheit geäußert hat, ist
meiner Meinung nach nicht im Widerspruch zur von Minister Barak genannten
Aufteilung der Stadt Jerusalem zu sehen. Der Heilige Stuhl bezog sich bei
diesem Vorschlag ja vor allem auf die Heiligen Stätten und den heiligen Bereich
der Stadt. Dieser Art „Sonderstatus“, der jetzt im Gespräch ist, jedoch noch
bisher nicht weiter definiert wurde, kann meiner Meinung nach absolut
kompatibel mit den Indikationen des Heiligen Stuhls sein. Wir sind derzeit noch
in der Phase allgemeiner Erklärungen, die auf allen Seiten großen
Interpretationsspielraum lassen. Man muss dann im Konkreten sehen, was sowohl
der Heilige Stuhl als auch Minister Barak mit Sonderstatus“ meinen.“
Baraks Vorschlag sei an sich nicht neu,
so der Kustos. Allerdings kam er zu diesem Zeitpunkt auch für Pater Pizzaballa
unerwartet:
„Denn Israel hat ja in den vergangenen
Jahren in der Jerusalem-Frage immer wieder absolute Unzugänglichkeit
demonstriert, das wundert also etwas. Man muss jetzt sehen, ob Baraks Vorstoß
abgesprochen war, oder ob es sich nur um seine eigene, isolierte Meinung
handelt.“
Papst Benedikt XVI. und Israels
Staatspräsident Schimon Peres bekundeten in dieser Woche ihre Hoffnung auf
einen erfolgreichen Abschluss der Friedensgespräche. Ein entsprechendes
Abkommen müsse den „legitimen Wünschen der beiden Völker“ gerecht werden und
bessere Lebensbedingungen für alle Bevölkerungsgruppen garantieren. Offen sei
etwa die Frage der Flüchtlinge, des Siedlungsbaus und der Jerusalemer
Grenzgebiete, führt Pater Pizzaballa im Gespräch mit uns aus. Allerdings sei
der Weg zu dauerhaftem Frieden im Heiligen Land nicht allein Frage von
politischen Abmachungen zwischen Palästinensern und Israelis, erinnert der
Kustos:
„Es gibt auch viel zu tun im Bereich
der Bildung und Information – auch über die Massenmedien. Wir müssen eine
Kultur der Empfänglichkeit und des Friedens aufbauen, in der beide Seiten sich
gegenseitig anerkennen: Die rechtmäßigen Palästinenser müssen Israel als
legitim anerkennen, und das rechtmäßige Israel muss den Palästinensern das
Recht zusprechen, im eigenen Land zu leben. Die Öffentlichkeit hier tut sich
noch schwer, solche Bejahungen zu machen, die uns im Westen leicht von den
Lippen gehen. Diese Fragen gehen hier in die Tiefe.“ Rv 3
Papst Benedikt XVI. gedenkt Papst Leo XIII. Mehr als nur „Arbeiterpapst“
ROM - Am Sonntag reist Papst Benedikt XVI.
in die italienischen Kleinstadt Carpineto, um des 200. Geburtstags Papst Leo
XIII. zu gedenken. Es ist der dritte Besuch eines zeitgenössischen Papstes am
Geburtsort des im Jahr 1903 Verstorbenen. Papst Paul VI. kam am 11. September
1966 zum Abschluss des 75. Jahrestages der Veröffentlichung der Enzyklika
"Rerum novarum" in die Heimatstadt des Verfassers dieser Enzyklika.
Und auch Johannes Paul II. reiste am 1. September 1991 an diesen Ort, um an das
berühmte Rundschreiben zu erinnern, diesmal im Rahmen der Hundertjahrfeier
ihrer Veröffentlichung. Mit dem Gedenken an den Geburtstag, der bereits auf den
2. März fiel, weitet sich nun aber der Blick auf das Gesamtvermächtnis des als
„Arbeiterpapst" in die Geschichte eingegangenen Vincenzo Gioacchino Raffaele
Luigi Pecci.
Bevor er zum Papst gewählt wurde und
den Namen Leo XIII. annahm, war er Zeuge der Auflösung des Kirchenstaates und
dessen Verlusts weltlicher Macht geworden. Als Bischof von Perugia hatte er
sich am 12. Februar 1860 in dem Hirtenbrief „Von der weltlichen Macht des
Heiligen Stuhls" heftig gegen die Entwicklung gestellt. Der Kirchenstaat
sei „eine unerlässliche Einrichtung der göttlichen Vorsicht, um die freie
Ausübung der kirchlichen Autorität zu sichern."
Aber es kam anders, als von ihm gewünscht,
denn ab dem 17. März 1861 lag sein Bischofssitz im Königreich Italien, nachdem
sich Umbrien für König Vittorio Emanuele erklärt hatte. Das Verhältnis zu
Italien sollte fortan schwierig bleiben, auch unter seinem Pontifikat. Aber -
nicht zuletzt aufgrund einer reichen Vielfalt von Enzykliken - schaffte es das
katholische Oberhaupt der Jahrhundertwende, nach dem weltlichen Machtverlust
die moralische Autorität der Kirche auf einen Höhepunkt zu bringen, und dies
nicht nur dem zeitgenössischen Urteil zufolge. Allein sein
staatsphilosophisches Gesamtwerk wirkt nicht nur in kirchlichen
Schlüsseldokumenten weiter fort, sondern findet selbstverständlich auch aktuell
praktische Verwirklichung, ganz konkret etwa, wenn der Ständige Beobachter des
Heiligen Stuhls vor den Vereinten Nationen eine ganzheitliche Entwicklung
einfordert.
Jedoch käme es einer Verkürzung der
Lehre Leos gleich, ihn auf das Soziale zu reduzieren. Und in der Weite seines
Denkens liegt wohl auch das Geheimnis der Daueraktualität seiner Schriften und
seines Wirkens. Der Dominikaner Arthur-Fridolin Utz erklärte dies einmal so:
„Er bietet eine Prinzipienlehre des Naturrechts, die in der konkreten
Gestaltung des politischen Lebens unwandelbare Norm bleibt und die durch das
kirchliche Lehramt und die wirksamen Impulse von seiten der diesem Lehramt
unterworfenen Gläubigen konkrete Gestalt gewinnt." Schon als junger Mann
hatte sich Pecci für Thomas von Aquin begeistert und später als Papst lag ihm
sehr an der Wiederherstellung der Philosophie und Theologie in dessen Geiste.
In seiner Enzyklika „Aeterni
Patris" vom 4. August 1879 empfahl er die Lehre und Methode des Aquinaten
bei den Studien zugrunde zu legen. Mit der Gründung entsprechender
Einrichtungen setzt er das Geschriebene auch praktisch um. Selbstredend ist
auch Leos eigene Naturrechts- und Staatslehre thomistisch geprägt. Obwohl Leo
XIII. damit seine Staatslehre auf solider philosophischer Grundlage aufbaute,
fand und findet sein Werk in staatsphilosophischen Seminaren keine vernehmbare
Beachtung. Dabei ist das vorliegende Opus doch umfassend.
Hier seien nur einige Beispiele
genannt: Vom Ursprung der Staatsgewalt, Diuturnum illud, vom 29. Juni 1881,
über die christliche Staatsordnung, Immortale Dei, vom 1. November 1885, über
die menschliche Freheit, Libertas praestantissimum, vom 20. Juni 1888, über die
Übel der gegenwärtigen Zeit, Inscrutabili Dei, vom 21. April 1878, über die
wichtigsten Pflichten christlicher Bürger, Sapientiae christianae, vom 10.
Januar 1890, über die christliche Demokratie, Graves de communi, vom 18. Januar
1901. Er behandelte darin nicht nur die Grundlagen und den Ursprung des
Staates, sondern auch das Wesen und dessen inneren Aufbau, wie auch die Frage
der Staatsgewalt und der Staatsformen, den Zweck und die Aufgabe des Staates,
das Verhältnis von Staat und Kirche und Fragen der Völkergemeinschaft.
Zu einem ganzheitlichen Denken auf
naturrechtlicher Grundlage kam eine wahrhaft globale Präsenz seiner Aktivitäten
hinzu. Das diplomatische Geschick Leos XIII., das ihm zu sehr viel Erfolg
verhalf, verstärkte deren Wirkung: Etwa durch die Anerkennung der Republik in
Brasilien, die die Lage der Kirche dort verbesserte. Oder die Stärkung der
orientalischen Christen, etwa durch die Gründung eines armenischen Kollegs oder
die Einrichtung von Kollegien für Syrer und Chaldäer in Mossul. Die
gleichzeitige Förderung der Wissenschaften ist nur ein weiterer,
erwähnenswerter Aspekt dieses weitsichtigen Papstes, mit dem das 20.
Jahrhundert begann.
Seine Aufforderung zur Vereinigung an
die Protestanten Englands hatten diesen sogar immerhin ein äußerst
respektvolles „Nein, Danke" entlockt, zumindest in der veröffentlichten
Meinung, schrieb doch die Londoner „Morning Post" 1895: „Die Gestalt
dieses Papstes, der an die Vereinigung der Christenheit denkt, um die soziale
Ordnung gegen die Gesamtheit der Feinde zu verteidigen, muss dem englischen
Volke sowie allen christlichen Völkern, ob katholisch oder nicht, staunenswert
und edel erscheinen .... Dieses Ideal, das vom Vatikan aus der Welt vorleuchtet,
verleiht dem Papsttum eine Macht, wie sie ihm weder ein großes Königreich noch
eine große Anzahl Untertanen geben könnten."
[Leo XIII. war das
erste Papst in der Geschichte, von dem es Filmaufnahmen gibt
http://www.youtube.com/watch?v=8FoBVuXMSNI (von 1896) und dessen Stimme im
Februar 1903 aufgenommen wurde
http://www.youtube.com/watch?v=o9Pv-UuGUDM.]
Michaela Koller, Zenit 3
Neue Synagoge in Mainz. Am Ende siegt das Wort
Die neuerrichtete Synagoge von Mainz
ist ein Bau von höchster Qualität. Nach verzögertem Baubeginn und
architektonischer Konkurrenz in Dresden und München verfügt die Stadt jetzt
über einen faszinierenden Solitär voller symbolischer Bezüge.
Von Dieter Bartetzko
Die jüdische Religion und Kultur war
mit der Diaspora endgültig ganz auf das Wort gestellt. Jahrhundertelang
gleichsam ohne festen Wohnsitz, wurde den Juden die Schrift zur eigentlichen
Behausung, war die Tora und nicht die Synagoge der feste Ort der Identität.
Deshalb hat Manuel Herz, der Architekt der neuen Synagoge von Mainz, seinem
Gebäude den Begriff „Kaduscha“ unterlegt, als Heiligung oder Erhöhung die
Grundformel der feierlichsten jüdischen Gebete.
Um die solcherart vage Stellung von
Sakralarchitektur im Judentum zu veranschaulichen, erzählt Herz vom skurrilen
mittelalterlichen Disput Schriftgelehrter über die – nach monatelangen Debatten
bejahte – Frage, ob man Laubhütten auch aus den Knochen von Elefanten bauen
dürfe. Das wunderliche Problem wurde mittels verzwicktester Gedankenfolgen
buchstabengetreu zur Heiligen Schrift gelöst. Wer heute, ob Jude oder
Nichtjude, die Mainzer Synagoge anschaut, dürfte sie ohne Wortklauberei nicht
selten mit den allbekannten Laubhütten verbinden, die zum Sukkot-Fest, dem
Gedenken an den Auszug der Israeliten aus Ägypten, errichtet wurden und werden.
Die Assoziation wird von der Großform
und der Farbe des Ensembles hervorgerufen. Mit gezackten Konturen, die in einer
schräg steilen, maßvoll hohen Turmform gipfeln, und mit zahllosen reliefierten
Stab-Keil-Strukturen erinnert der Außenbau an das Gestänge von Hütten. Den
Eindruck von dicht verflochtenem Laub strahlt die Majolikaverkleidung der
Fassaden aus, hochglänzend gebrannt, in vielfältigen Grüntönen flirrend, die je
nach Standpunkt des Betrachters bis in spiegelndes Schwarz oder leuchtendes
Weiß übergehen können.
Abkömmlinge des hebräischen Alphabets
Von weitem verschmilzt die Synagoge mit
dem Grün alter Bäume, die ihren Vorplatz und die Allee säumen, an der sie
inmitten eines leidlich erhaltenen, noch immer vornehm wirkenden
Gründerzeitviertels am Rand der Mainzer Innenstadt steht. Manuel Herz hat trotz
aller Exzentrik die städtebauliche Situation berücksichtigt: West- und
Nordseite seiner Architektur nehmen das Blockrandgefüge der Altbauten auf, der
Turm setzt ein markantes Zeichen, ohne die Quartier-Silhouette zu erschlagen,
der Vorplatz entspricht, wenn auch großzügiger angelegt, den Vorgärten der
alten Bürgerhäuser.
Laubhütte also? Mag sein. Doch das
eigentliche Fundament des Entwurfs, betont Herz, ist die Schrift, das Wort, die
Tora. So sind die allgegenwärtigen Dreiecksformen der Fassaden, die rampenartig
schrägen Zinkdächer, die dreieckigen Fenster und der angeschrägte Haupteingang
Abkömmlinge des hebräischen Alphabets. Zudem in alle Richtungen strebende
Perspektiven suggerierend, verweisen sie auf die unendlichen
Deutungsmöglichkeiten der Heiligen Schriften.
Erhabene hebräische Buchstaben sind
denn auch der Schmuck des Hauptportals aus silbrigem Aluminium. Sie formen die
Schriftzüge „Das Licht der Diaspora“ und „Die Synagoge von Mainz“. Das Wort vom
Licht, das den Juden in der Diaspora leuchte, stammt aus dem frühen
Mittelalter, als Mainz mit einer der wichtigsten jüdischen Gemeinden Europas eine
Hochburg des Geistes barg. Ihre Wurzeln dürften bis in die Spätantike reichen,
als Mainz, neben Trier und Köln, eine bedeutende Stadt im germanischen Teil des
Römischen Reiches und damit sicher auch bereits Sitz einer jüdischen Gemeinde
war. Darauf spielte der Vorgänger der heutigen Synagoge an, dessen Hauptbau von
1912 ein Zitat des römischen Pantheons war, flankiert von einem Nebentrakt, der
in unverkennbarem Mainzer Barock die Verbundenheit der Gemeinde mit der Stadt
und deren Traditionen bekundete.
Ein zwischen Bronze- und Goldtönen
changierendes Gespinst
Zum Gedenken an das 1938 in der
„Reichskristallnacht“ gebrandschatzte und dann gesprengte Bauwerk stehen auf
dem neuen Vorplatz die wuchtigen dorischen Säulen des einstigen Vorhofs:
Erinnerung an das Pogrom, aber auch an die bis in die Antike reichende
Geschichte der Juden in Mainz. Manuel Herz integrierte diese mahnenden Spolien.
Doch die Botschaft seines Neubaus überspannt größere Zeiträume: Auf den
Schofar, das Widderhorn, das an höchsten Feiertagen geblasen wird, und damit
auf die Uranfänge jüdischer Religion verweist der Umriss des Turms. Dieser
überspannt den Gebetssaal, dessen Volumina abstrahierend den Schofar und damit
auch die Erinnerung daran wiederholen, dass die Opferung Isaaks durch Abraham
auf göttliche Weisung durch das Opfern eines Widders ersetzt wurde. Diesen
ersten Schritt vom Numinosen ins Spirituelle veranschaulicht der Gebetssaal,
dem der Turm als alles beherrschende Lichtquelle dient, die das Vorlesepult in
der Mitte aufleuchten lässt. So die traditionelle zentralisierende Tendenz der
Synagogenarchitektur aufgreifend, kombiniert Herz sie mit der ebenso
altehrwürdigen Ostung, der Ausrichtung des Raums auf den Toraschrein und die
aufgehende Sonne.
Diese Synthese aus Neoexpressionismus
und Traditionalismus wird von Wänden mit feingliedrigen Stuckreliefs
umschlossen. In monatelanger Arbeit haben Kunsthandwerker ein zwischen Bronze-
und Goldtönen changierendes Gespinst aus hebräischen Buchstaben geschaffen, von
dem sich partiell Schriftzüge abheben. Sie entstammen teils den „Piotim“, um
das Jahr 1000 in Mainz entstandenen religiösen Dichtungen, die in Stil und
Leidenschaft das „Hohe Lied Salomos“ aufnehmen, teils geben sie zeitgenössische
Berichte über das Mainzer Pogrom während des ersten Kreuzzugs wieder.
Dennoch sind die Leiden der Juden nicht
das Zentralthema dieser Synagoge. Sie ist mit einem Kindergarten, Jugendräumen,
Seniorentreffs und einem wunderschönen, baumbestandenen intimen Garten dem
(Gemeinde-)Leben gewidmet. Form aber gibt der architektonische Dialog zwischen
Geschichte und Gegenwart, Gebet und Gespräch, Alltag und Schabbat. Deswegen
haben Herz und die Gemeinde eine Bibliothek in die umlaufende Galerie des
Gebetssaals integriert, und deshalb öffnet sich das Foyer nicht nur auf ihn,
sondern auch zum gegenübergelegenen Veranstaltungssaal.
Vieldeutig wie das Alte Testament
Wer diese von Licht- und Baukeilen
überkreuzte Halle samt dem weißleuchtenden Vestibül mit schwindelerregend
geschrägter Treppe ins Obergeschoss sieht, der denkt unwillkürlich an die
vibrierenden Kulissen des expressionistischen Stummfilmklassikers „Das Kabinett
des Dr. Caligari“. Oder an die Magie von Daniel Libeskinds Berliner Jüdischem
Museum. Letzteres könnte für den Neubau ein Fallstrick sein. Denn im Licht der
rasant wechselnden Architekturtrends könnte der Werdegang der neuen Mainzer
Synagoge sich so lesen: 1999, als alle noch im Bann von Libeskinds
spektakulärem Zackenbau standen, war der Wettbewerbssieg des zerklüfteten
Mainzer Entwurfs programmiert. Doch nun, nach acht Jahren finanzbedingter
Verzögerung und einer Rekordbauzeit von nur knapp zwei Jahren, hat er sich den
neuen Synagogen von Dresden und München zu stellen, deren kubisch-stoische
Formen aktuelles Leitbild sind.
Das naheliegende Urteil, Mainz sei
damit der unfreiwillige Nachzügler eines längst überholten Neoexpressionismus,
geht aber fehl. Entstanden ist das faszinierende Paradoxon eines
rücksichtsvollen Solitärs. Proteus aus dem Ozean der Buchstaben, wandelt er
sich je nach Erwartung des Betrachters, ist Hütte oder Festzelt, Studierstube
oder Diskussionsforum, Skulptur oder (selten) Mahnmal. Immer aber ist dieses
oszillierende Ensemble ein Gedankengebäude, vieldeutig wie das Alte Testament –
und als Architektur so mutig, wie es viele Neubauten in Mainz oder sonstwo bei
uns sein wollen, doch nicht sind. Faz 4
Erzbischof Marchetto: „Ich möchte auf meine Gesundheit achten“
Es war ein überraschender Rücktritt:
Erzbischof Agostino Marchetto hatte am Wochenende den päpstlichen Rat für Flüchtlinge
und Menschen unterwegs verlassen. Viel wurde über die Hintergründe seines
Beschlusses spekuliert. Nun spricht er selber über seine Entscheidung. In einem
Interview mit unseren italienischen Kollegen gibt Marchetto zu, dass er
„schweren Herzens sein Amt zur Verfügung stellt“. Neun Jahre lang war er
Sekretär des Rates gewesen.
„An einen Rücktritt dachte ich als ich
meinen Lebenslauf sah. Ich habe so viele Jahre im Ausland verbracht. Ich war
zwanzig Jahre in Afrika und dann in Osteuropa. Und ich wollte unbedingt auf
meine Gesundheit achten. Mir geht es gut. Doch eine Krankheit hat mich nun dazu
geführt, dass ich weniger frei bin als früher. Ich kann heute nicht mehr so
viel reisen, wie ich es müsste. Deshalb habe ich das Privileg für vatikanische
Diplomaten ausgenutzt. Nuntien dürfen bereits mit 70 Jahren in Ruhestand
treten. Das waren meine Gründe.“
Das Thema „Flüchtlinge“ sei in Europa
sehr kontrovers diskutiert worden. Erzbischof Marchetto musste in jüngster Zeit
etliche Kritik gegenüber der Haltung der Kirche anhören.
„Ich habe immer betont, dass es ein
Zusammenspiel geben muss zwischen der Sicherheit der Bürger eines Gastlandes
und der Aufnahme von Migranten. In vielen europäischen Ländern hingegen wird
nur auf die eigene Sicherheit geachtet und nicht auf die Betreuung von
Migranten. Die internationalen Vereinbarungen unterscheiden beispielsweise gar
nicht zwischen legalen und illegalen Einwanderern. In den Vereinbarungen
spricht man einzig von Migranten. Deshalb ist nicht einzig die Kirche, die die
Migranten als vollwertige Menschen ansieht. Wenn wir von Allgemeinwohl
sprechen, dann handelt es sich hierbei um ein universell gültiges Prinzip, das
für alle Menschen gilt.“ Rv 3
Küng: Glaube an Gott ist Grundlage für richtigen Umgang mit Natur
Ökumenischer Gottesdienst im St.
Pöltner Dom mit den Bischöfen und Verantwortlichen der europäischen
Bischofskonferenzen für Umweltfragen
St.Pölten-Mariazell - Der Glaube an Gott ist die notwendige
Grundlage für die richtige Einstellung zum Menschen und zur ganzen Welt. Das
hat der St. Pöltner Bischof Klaus Küng bei einem ökumenischen 'Gottesdienst mit
den Teilnehmern der "grünen "Pilgerreise der Bischöfe und
Verantwortlichen der europäischen Bischofskonferenzen für Umweltfragen betont.
Bischof Küng stand dem Gottesdienst im St. Pöltner Dom gemeinsam mit dem
griechisch-orthodoxen Metropoliten von Austria, Michael Staikos, und dem
niederösterreichischen lutherischen Superintendenten Paul Weiland, vor.
Die "grüne" Pilgerreise vom
1. bis 5. September führt Europas Umwelt-Bischöfe vom ungarischen Esztergom
über Bratislava und St. Pölten nach Mariazell. An der Spitze der europäischen
Umwelt-Bischöfe nahm Kardinal Peter Turkson, Präsident des Päpstlichen Rates
für Gerechtigkeit und Frieden, an der Feier im St. Pöltner Dom teil.
Bischof Küng verwies in seinen
Eröffnungsworten auf die Botschaft von Papst Benedikt XVI. zum Weltfriedenstag
2010. Benedikt XVI. habe unterstrichen, dass der gegenwärtige irrationale und
unverantwortliche Umgang mit der Umwelt nicht losgelöst von der moralischen
Krise Europas gesehen werden könne. Die größte Gefährdung für die Schöpfung
liege in einer reduktionistischen Sicht der Welt, die Gott ausklammere, warnte
der Bischof. Das Gebet bezeichnete er als "wichtigen Ansatz der Heilung".
Das Gebet "verändert die Sicht und macht empfänglich für tiefere Aspekte
der Wirklichkeit".
Superintendent Weiland nahm in seiner
Predigt diese Gedanken auf. Die Probleme der Welt - von der Ausbeutung der
Umwelt bis zu Kriegen und Flüchtlingsdramen - hätten ihre tiefere Ursache
darin, dass die Beziehung der Menschen zu Gott gestört sei: "Es fehlt die
respektvolle Liebe zum Leben, zum Schöpfer und zu seiner Schöpfung." Der
Mensch dürfe sich nicht selbst zum Maß aller Dinge erheben, warnte Weiland und
weiter wörtlich: "Wenn der Mensch in Ordnung ist, ist auch die Welt in
Ordnung. Und der Mensch ist dann in Ordnung, wenn er in Beziehung zum Schöpfer
lebt." Dafür müssten sich die Christen mit aller Kraft einsetzen,
appellierte der lutherische Superintendent.
Personale Beziehung zwischen Gott und
Mensch
Am Samstagvormittag reisten die
Europapilger mit der Mariazellerbahn weiter in das steirische Marienheiligtum.
Dabei wies Militär-Bischofsvikar Werner Freistetter darauf hin, dass jedes
Handeln die Beziehung des Christen zu den Geschöpfen und zum Schöpfer
widerspiegeln müsse. In vielen neureligiösen oder esoterischen Strömungen werde
das Göttliche entpersonalisiert und als Energie oder Kraft verstanden. Der
christliche Glaube sei hingegen grundlegend durch eine personale Beziehung
zwischen Gott und Mensch bestimmt.
Um den gegenwärtigen Herausforderungen
im Bereich des Umweltschutzes entsprechend begegnen zu können brauche es zum
einen eine vernünftige Reflexion im Horizont des Glaubens und zum anderen auch
den Dialog mit den entsprechenden Wissenschaften.
Zur Frage, warum es nicht allen
Menschen möglich sei, den Schöpfer in der Schöpfung zu erkennen, meinte
Freistetter, dass es dazu auch eine innere Haltung brauche, in der sich der
Mensch für das öffnet, was ihm die Geschöpfe mitteilen. Die Kirche sollte neben
der Verkündigung der Glaubenswahrheiten den Menschen auch helfen "die
richtigen tiefsinnigen Fragen zu stellen, die auf Gott den Schöpfer verweisen.
Zu Mittag feierten die Pilger auf der
Mariazeller Bürgeralpe einen Gottesdienst, dem der Erzbischof von
Mecheln-Brüssel und Vorsitzende der belgischen Bischofskonferenz, Andre-Joseph
Leonard, vorstand. Am Nachmittag stand ein erstes Gebet in der Mariazeller
Basilika auf dem Programm.
O-Töne von Bischof Küng und
Superintendent Weiland sind in Kürze unter www.katholisch.at/o-toene abrufbar.
Kap 4
Vatikan: Katholische Presse, quo vadis?
Die Rolle der katholischen Presse im
Internet und überhaupt in den neuen Medien - darüber will sich der Vatikan bei
einem internationalen Kongress im Oktober informieren. Journalisten der Neuen
Medien und Kirchenvertreter sind zum Gespräch über die „Diakonie der digitalen
Kultur“ eingeladen. Organisisert wird das Treffen vom 4. bis zum 7. Oktober vom
Päpstlichen Rat für die sozialen Kommunikationsmittel. Dessen Präsident,
Erzbischof Claudio Maria Celli, hat in einem Interview mit der Vatikanzeitung
„L´Osservatore Romano“ betont, die Kirche müsse ihre Präsenz in den digitalen
Medien überdenken, weil immer mehr Menschen diese Medien nutzten. Gegenüber
Radio Vatikan sagte Celli:
„Es ist unbestreitbar, dass sich die
Kirche von heute mit einer großen Dienstbereitschaft bewegt. Aber es ist auch
unbestreitbar, dass ein bestimmter Rhythmus von der Technologie vorgegeben
wird. Deshalb würde ich sagen, begrüßen wir die Versuche der Kirche, auch mit
dem Internet zu kommunizieren. Und natürlich spürt die Kirche sehr genau ihre
Verantwortung, die auch die „Diakonie der digitalen Kultur“ prägen wird.“
180 Teilnehmer aus 58 Ländern haben sich
bis jetzt zu dem Kongress angemeldet. Papst Benedikt XVI. hatte beim letzten
Weltkongress des Rates für die sozialen Kommunikationsmittel zu einer
verstärkten pastoralen Nutzung der Medien aufgefordert. Erzbischof Celli
wünscht sich einen offenen Dialog zwischen der Kirche und den modernen Medien.
„Ich erwarte mir Antworten für die
Zukunft. Wie sieht die Zukunft der katholischen Presse aus? Welche Sendung muss
sie in einer Zeit wie heute wahrnehmen? Eine weitere Frage ist, welche
Beziehung zwischen der katholischen Presse und der Wahrheit besteht - gerade
auch im Hinblick auf verschiedene Kontroversen.“ Rv 3
Jesuiten planen Entschädigungen. Erneutes Treffen mit Missbrauchsopfern
Im Interview mit domradio.de sprach der
neue Jesuiten-Obere für Deutschland, Pater Stefan Kiechle, jüngst über den
künftigen Weg beim Umgang mit dem Missbrauchsskandal. Aufklärung bleibe ein
„zentrales Ziel“, sagte er damals. Zusätzlich werden nun auch
Entschädigungszahlen an die Opfer konkret.
Zwischen dem katholischen Jesuitenorden
und der Betroffeneninitiative „Eckiger Tisch“, die die Opfer sexuellen
Missbrauchs an Jesuitenschulen vertritt, wird es nach einem Bericht der
„Berliner Zeitung“ (Samstagausgabe) noch im September ein zweites Treffen
geben. Eine erste Zusammenkunft hatte im Mai stattgefunden.
Diesmal werde voraussichtlich über
Entschädigungszahlungen gesprochen. Das bestätigte der Rektor des Berliner
Jesuitengymnasiums Canisius-Kolleg, Pater Klaus Mertes, der Zeitung. „Ich
spreche lieber von symbolischer Genugtuung und könnte mir eine Regelung wie bei
den NS-Zwangsarbeitern vorstellen“, sagte Mertes.
Dies Treffen findet noch vor der
nächsten Sitzung des Runden Tisches der Bundesregierung zu Missbrauch in
Schulen statt. (dr 4)
Chemnitzer Gedenkfeier anlässlich des 100. Geburtstages der Ordensgründerin Mutter Teresas
Chemnitz. Christen aus dem ganzen
Bistum haben am 26. August in Chemnitz einen Gedenkgottesdienst zum 100.
Geburtstag Mutter Teresas mitgefeiert. Die Feier fand in der St.-Josephs-Kirche
statt, nahe der Ordensniederlassung, die Mutter Teresa in den 80er Jahren
gründete.
Margarete Brettschneider erinnert
sich gut an den ersten Chemnitz- Besuch der Ordensgründerin. So kurzfristig war
der Besuch 1984 angekündigt worden, dass viele Katholiken in Chemnitz nicht
mehr rechtzeitig informiert werden konnten. Sie selbst hatte Glück: Sie
arbeitete im Sekretariat der Propstei und war damit nahe an der
Informationsquelle, erzählt die Rentnerin, die mit ihrem Mann den
Gedenkgottesdienst in der St.-Joseph-Kirche besucht. Mutter Teresa gab ihr die
Hand, weiß sie noch. „An solchen Erlebnissen konnten wir uns zu DDR-Zeiten
festhalten.“ Bis heute achtet Margarete Brettschneider Mutter Teresa sehr,
wenngleich sie ihre Radikalität nur schwer nachvollziehen kann.
Auch Bischof Joachim Reinelt gab
in seiner Predigt etwas aus seinen Erinnerungen an die mittlerweile
Seliggesprochene preis. Als sie ihm gegenüber der St.-Josephs- Kirche
begegnete, schrieb sie ihm in englischer Sprache auf einen kleinen Zettel: „Seien
sie heilig, denn der, der sie gerufen hat, ist heilig!“ Mutter Teresa gehöre
wohl zu den wenigen Menschen, die verstanden haben, wie Gott liebt und die sich
selbst ganz und gar in die Liebe Gottes hineinwerfen, sagte der Bischof.
„Sie hat nicht aufgehört, Botin
der Liebe Gottes zu sein“, machte Schwester Pauline, die Oberin der Chemnitzer
Gemeinschaft, zur Eröffnung der Messfeier deutlich. „Sie spornt uns an, selbst
Instrumente von Gottes Barmherzigkeit und Nächstenliebe zu sein“. Schwester
Pauline und ihre drei indischen Mitschwestern bemühen sich darum täglich in der
Begegnung mit den Obachlosen und Bedürftigen, die ein warmes Mittagessen bei
ihnen einnehmen.
Zu denen, die das Wirken der
Schwestern auf vielfältige Weise ehrenamtlich mit unterstützen, gehören Maria
und Christian Rösler. Auch bei ihnen wurden während der Gedenkfeier
Erinnerungen wach: Mit ihrer erst wenige Tage alten Tochter Franziska waren sie
1984 zu Mutter Teresa gegangen, die das Baby liebevoll segnete. „Das Foto, das
diesen Moment festhält, trägt Franziska bis heute immer bei sich.
Von Dorothee Wanzek, TdH 4
Schweden: Newman-Institut staatlich anerkannt
Im schwedischen Uppsala darf sich eine
Hochschule ab Samstag offiziell Hochschule nennen: Das Newman-Institut. 2001
wurde die katholische Einrichtung für das Studium der Theologie, Philosophie
und vereinzelt anderer Kulturwissenschaften von Jesuiten gegründet. Anfang
dieses Jahres hatte aber die schwedische Regierung erst genehmigt, dass das
Institut staatlich anerkannte Bachelor- und höhere Diplomabschlüsse verleihen
darf.
Auch Papst Benedikt persönlich hat zur
Neueinweihung der Hochschule gratuliert. In einem von Kardinalstaatssekretär
Tarcisio Bertone unterzeichneten Schreiben lässt der Papst seine Freude über
die Arbeit des Newman-Institutes mitteilen. Dieser Ort solle die
intellektuellen und spirituellen Beziehungen zwischen den nördlichen Ländern
und ganz Europa verstärken. Außerdem solle das Newman-Institut sich durch zwei
Dinge auszeichnen: Eine Verbindlichkeit gegenüber dem Glauben an Gott und dem
menschlichen Verstand – beides solle zusammenwirken.
Philip Geister ist der Direktor des
Institutes, das längst mehr ist als eine kircheninterne Forschungseinrichtung.
„Der Name Institut ist jetzt
tatsächlich etwas veraltet. Wir haben auch lange überlegt, ob wir ihn ändern
sollen und uns einfach die Newman-Hochschule nennen sollen. Als Institut haben
wir begonnen, sind jetzt aber auch im deutschen Sinn eine staatlich anerkannte
Hochschule. Das heißt, die staatlichen Behörden haben eine gründliche Prüfung
durchgeführt und haben festgestellt, dass sowohl die akademischen,
administrativen und auch finanziellen Voraussetzungen sehr gut sind und dass
wir deshalb auch im Namen des Staates eine vollständige Ausbildung anbieten
können.“
Das letzte Mal, dass ein katholisches
Institut in Schweden staatliche Anerkennung fand, war 1477, die von Papst
Sixtus IV. gegründete Universität von Uppsala. Für den Nachfolger, das heutige
Newman-Institut, sei Schweden der richtige Standort, so Philip Geister.
Schließlich sei Schweden ein hochgebildetes Land. Allerdings blieben in der
säkularisierten Gesellschaft viele Dinge unerfüllt – ein Motivationsgrund für
die Dozenten der Hochschule.
„Die wichtigste Aufgabe des Newman
Instituts wird es sein, auch deutlich zu machen, dass der Mensch ein religiöses
Wesen ist. Wir müssen den Menschen als religiöses Wesen ernst nehmen. Und der
Säkularismus tut das nicht. Wir versuchen ein Angebot zu machen, wo Menschen
auch verstehen, dass Theologie, dass auch philosophische Reflexion über den
Menschen ein wichtiger Teil des Selbstverständnisses von Menschen ist. Und
diesen Beitrag möchten wir aus der katholischen Tradition heraus der
schwedischen Gesellschaft geben.“
Ein Vertreter genau dieser
religiös-reflexiven Tradition ist der Namenspatron der Hochschule: John Henry
Newman. Der vom Anglikanismus zum Katholizismus konvertierte Kardinal hat als
Philosoph und Theologe bis heute eine zentrale Wirkung, so Geister.
„Das eine ist, dass er doch in der
katholischen Tradition eine Symbolfigur ist für die Vermittlung des
katholischen Glaubens in die moderne Gesellschaft hinein. Das war ein wichtiger
Punkt für uns. Und ich denke, dass er doch trotz seiner Konversion, oder
vielleicht auch gerade deshalb, ein sehr ökumenischer Mann war, der die
Wahrheit gesucht hat, auch wenn es ihn etwas gekostet hat. Das ist eine
Haltung, zu der wir an einer Hochschule auch ermutigen wollen.“ Rv 4
NAIROBI - "Die Kommunikation wird
heute als wichtigster Areopag der modernen Welt betrachtet und macht die
Menschheit zu einem globalen Dorf. In diesem Sinne wollen wir uns als
katholische Medienschaffende für die friedliche und ganzheitliche Entwicklungszusammenarbeit
unseres Kontinents einsetzen", so der Vorsitzende der Kommission für
Soziale Kommunikation der Kenianischen Bischofskonferenz, Bischof Alfred
Kipkoech Arap Rotich, bei der Eröffnung einer Tagung über Kirche und Medien,
die gestern in Nairobi zu Ende ging.
Im Mittelpunkt der Beratungen, die am
Dienstag begonnen haben, stand die Gründung eines katholischen
Informationsdienstes für den afrikanischen Kontinent.
Die Veranstaltung wurde vom Symposium
der Bischofskonferenzen von Afrika und Madagaskar (SECAM) in Zusammenarbeit mit
dem katholischen Medienerat (CAMECO) organisiert.
In seiner Eröffnungsansprache betonte
Bischof Rotich, dass Medienschaffende Informationen liefern sollten, die es den
Personen ermöglichen richtige Entscheidungen im Hinblick auf Konflikte und
Herausforderungen zu treffen. Dabei forderte er die katholischen
Medienschaffenden zur Zusammenarbeit auf.
Bischof Rotich erinnerte dabei auch an
die Gefahren einer von der Technik dominierten Welt der Information, in der das
Risiko besteht, dass die menschlichen Werte an zweite Stelle treten. „Wir leben
in einer Welt, die mehr und mehr vernetzt ist, in einer globalen Gesellschaft
mit einer interaktiven Kommunikation und einem Austausch von Informationen, der
einen tiefen kulturellen Wandel mit sich bringt. Der Ausdruck „globales
Dorf" stehe jedoch nur für den technologischen Fortschritt und
berücksichtige kaum die globalen menschlichen Beziehungen". Deshalb dürfe
man die Gefahren einer falschen Nutzung der Macht der Medien nicht
unterschätzen.
P. Janvier Marie Gustave Yameogo vom
Päpstlichen Rat für Soziale Kommunikationsmittel betonte dass es bereits
Nachrichtendienste in Afrika gäben, wie zum Beispiel die Nachrichtenagentur DIA
(in Kinshasa) und CISA (in Nairobi), die viel leisteten.
Doch es gebe noch zu wenige interaktive
Beziehungen und keine Zusammenarbeit zwischen den bestehenden Einrichtungen.
Diese Fragmentierung sei eine große Schwäche, denn „als Kirche müssen wir
unsere Geschichte im Rahmen eines Netzwerks verkünden". Zenit 3
Laienkongress in Seoul: „Helfen wir hoffnungslosen Asiaten“
Die Kirche will den Menschen in Asien
in Zukunft mehr beistehen. Das ist eines der Ergebnisse des katholischen
Laienkongresses in Seoul, der an diesem Samstag zu Ende ging. Asien mache
ähnliche Entwicklungen durch wie die osteuropäischen Staaten, sagte der
Präsident des vatikanischen Laienrates, Kardinal Stanislaw Rylko, im Interview
mit uns:
„Dieser Kongress war wahrlich ein
großes Geschenk – und das nicht nur für die Teilnehmer. Die gesamte Kirche in
Asien geht gestärkt daraus hervor. In Asien gibt es im Gegensatz zu anderen
Weltgegenden eine starke religiöse Pluralität. Deshalb ist auf diesem Kontinent
der interreligiöse Dialog grundlegend. Und wir können nicht auf den Einsatz der
katholischen Laien in diesem Bereich verzichten. Sie stehen hier an vorderster
Front. Deshalb müssen wir als Kirchenvertreter ihnen beistehen.“
Es gehe auch um die „Schönheit des
Glaubens“, so der polnische Kurienkardinal weiter. Diesen hätten viele
Teilnehmer des Kongresses in der südkoreanischen Hauptstadt wiederentdeckt.
„Alle verlassen nun diese Stadt mit dem
Bewusstsein, dass sie einen Schatz erhalten haben, den sie aber nicht
verstecken dürfen oder für sich allein behalten dürfen. Im Gegenteil, alle sind
dazu aufgerufen, ihre Erfahrungen beim Kongress mit den anderen Gläubigen zu
teilen. Damit werden sie zu Boten der Hoffnung. Denn das scheint mir unsere
Mission in Asien zu sein: Den hoffnungslosen Mitmenschen stärker als bisher beizustehen.“
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