Notiziario religioso 3-5 Settembre
2010
Venerdì 3 settembre. Il commento al Vangelo. Vino nuovo in otri nuovi
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 5,33-39) commentato da P. Lino Pedron
33 Allora gli dissero: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno
orazioni; così pure i discepoli dei farisei; invece i tuoi mangiano e bevono!».
34 Gesù rispose: «Potete far digiunare gli invitati a
nozze, mentre lo sposo è con loro? 35 Verranno però i
giorni in cui lo sposo sarà strappato da loro; allora, in quei giorni,
digiuneranno». 36 Diceva loro anche una parabola:
«Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per attaccarlo a un vestito
vecchio; altrimenti egli strappa il nuovo, e la toppa presa dal nuovo non si
adatta al vecchio. 37 E nessuno mette vino nuovo in
otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spacca gli otri, si versa fuori e gli
otri vanno perduti. 38 Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi. 39 Nessuno poi che beve il
vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: Il vecchio è buono!».
E’ utile spiegare
il significato del digiuno e della supplica. Come il cibo è vita, così il
digiuno è privazione di vita, cioè morte. Esso è una pratica religiosa
indispensabile per prendere coscienza della propria realtà di creatura e del
proprio limite: l’uomo non ha la vita in proprio, ma la riceve da Dio come
dono. Questo è il fondamento di un rapporto corretto con Dio, con se stessi,
con gli altri e con le cose. E’ il gesto più alto di libertà della creatura,
che consiste nel riconoscere la propria verità senza mentire.
Così anche la
supplica, che è la forma primordiale della preghiera, è sempre invocazione di
qualcosa che non si possiede e di cui si ha bisogno. Essa esprime con lo
spirito la fame e la sete di Dio che il corpo manifesta attraverso il digiuno.
Nel Vangelo questi
due aspetti fondamentali dell’uomo vengono superati:
al digiuno subentra il banchetto, alla supplica lamentosa la danza della gioia
nuziale. I cristiani sostituiscono ogni pratica religiosa con il mangiare e il
bere, cioè con l’Eucaristia. Invece di digiunare e di supplicare, mangiano e
bevono.
Gesù dice il motivo di questa sazietà ed ebbrezza di vita
concessa ai discepoli. Essi stanno partecipando al banchetto di nozze tra Dio e
l’uomo. In Gesù l’umanità, che è la sposa, consuma le nozze con lo sposo, che è
Dio.
Le nozze sono uno
dei simboli preferiti dell’Antico Testamento per esprimere il significato
profondo del rapporto tra l’uomo e Dio che gli ha dato come primo comandamento:
"Ascoltami!… Amami!" (Dt 6,4-5).
Questa immagine ci
permette di conoscere chi sia Dio per l’uomo e l’uomo
per Dio. Dio è passione per l’uomo, lo ama e cerca di unirsi a lui. L’amore
porta ad unirsi, a fondersi e a identificarsi con la
persona amata.
Così Dio, in Gesù
si unisce, si fonde, si identifica con l’uomo, perché
ogni uomo possa, a sua volta, amare Dio "con tutto il cuore, con tutta
l’anima e con tutte le forze (Dt 6,5) e identificarsi
con Dio in Cristo.
La natura vera
dell’uomo può essere capita solo se si considera la passione che Dio ha per
lui, come quella di uno sposo per la sua sposa (Ef
5,32). E’ questo amore di Dio che dà all’uomo la sua
essenza, la sua esistenza e la sua smisurata dignità.
Solo ponendo il
suo capo sul cuore di Dio, l’uomo è appagato in ogni suo più profondo
desiderio. L’uomo è se stesso solo nel suo rapporto con Dio. Dio è qui e si è
unito all’uomo.
La parabola dei vv. 36-39
ci insegna che il vestito nuovo dell’uomo è Cristo risorto (Gal 3,27). Per il
battezzato è indispensabile prendere coscienza di questa novità di vita, per
non fare operazioni inutili e dannose come strappare una pezza dal vestito
nuovo per cucirla su quello vecchio. Fuori metafora: non si può continuare a
vestire l’uomo vecchio rattoppandolo con qualche novità evangelica. Ciò che è
vecchio va buttato: "Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima,
l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici, e dovete rinnovarvi
nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio,
nella giustizia e nella santità vera" (Ef
4,22ss).
Gli otri nuovi
sono gli uomini nuovi che contengono il vino nuovo che
è lo Spirito Santo. Il vino migliore è proprio quello nuovo, offerto
generosamente dal Cristo (Gv 2,10).
E’ un invito a
superare la falsa sapienza dell’ovvio, del ripetitivo, che è sempre rivolta al
passato, e ad avere il coraggio del nuovo che è ignoto. De.it.press
Sabato
4 settembre. Il commento al Vangelo.
Gesù “signore del sabato”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 6,1-5) commentato da P. Lino Pedron
1 Un giorno di
sabato passava attraverso campi di grano e i suoi discepoli coglievano e
mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. 2 Alcuni farisei dissero:
«Perché fate ciò che non è permesso di sabato?». 3 Gesù rispose:
«Allora non avete mai letto ciò che fece Davide, quando ebbe fame lui e i suoi
compagni? 4 Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell'offerta, ne mangiò
e ne diede ai suoi compagni, sebbene non fosse lecito mangiarli se non ai soli
sacerdoti?». 5 E diceva loro: «Il Figlio dell'uomo è
signore del sabato».
Presso gli ebrei i
poveri, quando erano affamati, potevano raccogliere le spighe dai campi,
secondo la norma di Deuteronomio 23,26: "Se passi tra la messe del tuo
prossimo, potrai coglierne spighe con la mano, ma non mettere la falce nella
messe del tuo prossimo". Le spighe venivano
stropicciate tra le mani e si mangiavano i chicchi che ne uscivano. Allora dove
sta il problema? Secondo l'interpretazione della legge, questo poteva essere
fatto tutti i giorni della settimana, fuorché il sabato. E c'era anche una
penale. Se il lavoro di sabato era compiuto inavvertitamente, il colpevole veniva ammonito e doveva offrire un sacrificio espiatorio.
Se invece il sabato era trasgredito nonostante i testimoni e la precedente
ammonizione, il reato prevedeva la pena di morte per lapidazione. L'ammonizione
è rivolta direttamente ai discepoli, però allude a Gesù. E Gesù risponde con
una contro-obiezione, citando la Scrittura (1Sam 21,1-7), cioè l'autorità più
alta e da tutti riconosciuta come parola di Dio. I pani dell'offerta, in numero
di dodici, uno per ogni tribù d'Israele, rimanevano su un tavolo per la durata
di una settimana nel Santo del tempio, come offerta a Dio. Nessuno poteva
mangiarli, se non i sacerdoti quando era passata la settimana. Davide però e i
suoi compagni li mangiarono, perché erano affamati e non c'era altro pane a
disposizione. Nessuno biasima per questo Davide, né la Scrittura, né i dottori
della legge, perché la necessità scusa la trasgressione della legge. Quindi anche i discepoli di Gesù non trasgrediscono la
legge, se di sabato stropicciano le spighe perché hanno fame. Nell'interpretazione
della legge bisogna cercare la volontà di Dio e il vero bene dell'uomo. E Dio
non ha dato la legge per tormentare gli uomini, ma per renderli felici. Il
sabato serve per risolvere le necessità del prossimo, non per creargli ulteriori grattacapi. De.it.press
Domenica 5 settembre. Il commento al Vangelo. Le condizioni per essere
discepoli di Gesù
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 14,25-33) commentato da P. Lino Pedron
25 Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse:
26 «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i
fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
27 Chi non porta la propria croce e non viene dietro di
me, non può essere mio discepolo.
28 Chi di voi,
volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i
mezzi per portarla a compimento? 29 Per evitare che, se getta le fondamenta e
non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono
comincino a deriderlo, dicendo: 30 Costui ha iniziato a costruire, ma non è
stato capace di finire il lavoro. 31 Oppure quale re, partendo in guerra contro
un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini
chi gli viene incontro con ventimila? 32 Se no, mentre l'altro è ancora
lontano, gli manda un'ambasceria per la pace. 33 Così chiunque di voi non
rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.
La parabola della
grande cena aveva dimostrato che un gran numero di invitati
erano mancati all’appuntamento per ragioni di interessi personali: non avevano
saputo sacrificare qualcosa di proprio per fare spazio all’invito ricevuto.
Gesù vuole risparmiare alla gente il ripetersi di un simile errore e di
un’altra delusione. Egli è in cammino verso Gerusalemme dove
l’attende la passione, la morte e la glorificazione. La molta gente che lo
segue sa dove sta andando?, e conosce quali sono le
condizioni per seguirlo? Chi segue Gesù deve mettere in second’ordine
ogni altra persona e cosa.
La parola
"odiare" va intesa nel senso di amare meno, posporre, mettere al
secondo posto. Matteo presenta queste stesse parole di Gesù in una forma molto
più comprensibile per noi: "Chi ama il padre e la madre più di me, non è
degno di me" (Mt 10,37).
Nessuno deve
illudersi che la salvezza sia a buon mercato. Come è
stata cara per lui (1Cor 6,20; 7,23; 1Pt 1,18-19), così lo sarà anche per chi
lo segue. Per seguire Gesù occorre sacrificare qualsiasi legame, anche quello
familiare, ed essere pronti anche a morire.
Dopo l’esperienza
di Gesù, la croce era diventata il simbolo delle sofferenze sopportate per il
regno di Dio. Umanamente parlando, la croce non è un bene, non piace né a Dio
né agli uomini, ma è un mezzo indispensabile per non dispiacere a Dio e per
piacere agli uomini.
Le due parabole
della costruzione di una torre e della partenza di un re per la guerra sono la
spiegazione di ciò che precede. Esse ci insegnano che prima di prendere delle
decisioni bisogna riflettere, perché è meglio non intraprendere un’impresa,
piuttosto che affrontarla con mezzi inadeguati e fallire lo scopo. Farsi
discepolo di Gesù è una scelta seria che coinvolge tutta la vita.
Con questa presa
di posizione Gesù voleva anche impedire che si unissero a lui degli esaltati,
che di fronte a delle scelte di fede e di amore, subito si stancano e rimettono
continuamente in discussione ciò che non è discutibile, come leggiamo nel
vangelo di Giovanni: «Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: ‘Questo linguaggio è duro: chi può intenderlo?’. Gesù,
conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano,
disse loro: "Questo vi scandalizza?… Gesù infatti
sapeva fin dall’inizio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che
l’avrebbe tradito"… Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono
indietro e non andavano più con lui» (Gv 6,60-66).
Il discepolo di
Gesù deve mettere in second’ordine le persone care,
la propria vita, il proprio onore: a maggior ragione le cose che possiede! I
beni terreni tiranneggiano l’uomo e assediano i suoi pensieri e la sua vita. Gesù
ha detto: "Non potete servire Dio e mammona" (Lc
16,13). E’ la sintesi del discorso. L’unica ricchezza del discepolo è la sua
povertà. L’unica sua forza è la sua debolezza (2Cor
12,10). La povertà è il volto concreto dell’amore: chi ama dà tutto se stesso. De.it.press
Domenica 9. XXIII DOMENICA DEL TEMPO COMUNE. La croce, un’ignominia
divenuta segno di “gloria”
E’ famoso il detto
di un padre del deserto: “Verrà il tempo in cui gli uomini impazziranno. E al vedere uno che non sia pazzo
gli si avventeranno contro dicendo: ‘Tu sei pazzo!’, a motivo della sua
dissomiglianza da loro”.
Paolo è passato
attraverso questa esperienza: “I Giudei domandano miracoli e i Greci cercano la
sapienza; ma noi, noi predichiamo un Cristo crocifisso,
scandalo per i Giudei, follia per i pagani” (1 Cor
1,22-23).
Dove sta la vera
sapienza?
La logica della
croce non è quella del mondo e l’uomo nasce e cresce assimilando quella del
mondo. Quando gli viene annunciata la “ follia della
croce” è normale e perfino salutare che esiti, venga colto da dubbi e perplessità
e che – come spiega il Vangelo di oggi – si sieda per riflettere sulla scelta
da fare.
Noi cerchiamo la
vita, non la morte, vogliamo evitare ciò che ci fa soffrire e la croce non
evoca, purtroppo, l’idea di salvezza.
Certe forme di
mortificazione, di penitenze e di pratiche ascetiche non hanno reso un buon
servizio alla comprensione dell’invito fatto da Gesù a prendere la croce.
Il cristiano non
aspira al dolore (nemmeno Gesù lo ha cercato), ma
all’amore.
Tuttavia, quando
l’amore è “vissuto fino alla fine” (Gv 13,1) giunge
al dono della vita. Ecco perché la croce, da segno di morte, diviene simbolo di
vita.
Fino alla fine del
III secolo, i simboli del cristiano erano l’ancora, il pescatore, il pesce, mai
la croce. Sarà a partire dal IV secolo, con il celebre
ritrovamento dello strumento del supplizio di Gesù da parte di S.Elena, che la croce diverrà simbolo di vittoria, non sui
nemici di Costantino a Ponte Milvio, ma sulla morte e
su tutto ciò che fa morire.
Scegliere la croce
è scegliere la vita. Ma non è
facile da capire.
Prima Lettura (Sap 9,13-18b)
13 Quale uomo può conoscere il volere di Dio?
Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?
14 I ragionamenti dei mortali sono timidi
e incerte le nostre
riflessioni,
15 perché un corpo corruttibile appesantisce
l’anima
e la tenda d’argilla
grava la mente dai molti pensieri.
16 A stento ci raffiguriamo
le cose terrestri,
scopriamo con fatica
quelle a portata di mano;
ma chi può
rintracciare le cose del cielo?
17 Chi ha conosciuto il tuo pensiero,
se tu non gli hai
concesso la sapienza
e non gli hai inviato
il tuo santo spirito dall’alto?
18 Così furono
raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra;
gli uomini furono
ammaestrati in ciò che ti è gradito;
essi furono salvati
per mezzo della sapienza”.
Il capitolo 9 del libro della Sapienza contiene una stupenda preghiera
per chiedere a Dio la sapienza. La lettura ne presenta la terza ed ultima parte.
La sapienza di cui
parla la Bibbia non va identificata con l’erudizione, il sapere, l’istruzione
ricevuta a scuola.
L’autore del libro
della Sapienza era un uomo molto intelligente e preparato: aveva studiato la
scienza, l’aritmetica, la fisica; conosceva il movimento delle stelle, il
comportamento degli animali, le radici per curare le malattie (Sap 7,16-21). Eppure sentiva il bisogno di chiedere a Dio
la sapienza perché essa può essere donata solo da lui.
Come allevare gli
animali, come coltivare i campi, quali tecniche impiegare per produrre sempre
di più e sempre meglio: sono problemi seri e urgenti, ma non sono i più
importanti. Ci sono interrogativi che vanno affrontati perché dalla loro
soluzione dipende la riuscita o il fallimento della vita e a questi
interrogativi non rispondono i libri di scienza. Che valore dare al denaro, al
successo, al prestigio sociale, alla famiglia, alla professione? Possono essere
dimenticati, ma anche pericolosamente sopravvalutati.
Per fare scelte
giuste e ponderate, è necessaria la “sapienza”, cioè, la luce che viene da Dio,
perché – dice la lettura – seguendo i propri impulsi e le proprie intuizioni,
l’uomo non arriva a scoprire ciò che è bene. Non è in grado di conoscere il
volere del Signore perché i suoi ragionamenti sono incerti. E’ troppo
condizionato dal corpo corruttibile che gli appesantisce la mente. Già fa
fatica a capire le cose della terra, come potrà scoprire i pensieri di Dio? (vv.13-16).
Toppi fattori
imponderabili condizionano i ragionamenti e le scelte dell’uomo: l’educazione
ricevuta, le tradizioni assimilate, i persuasori occulti, la propaganda di chi
detiene il potere, l’opinione dominante. Non è facile decidere in modo libero e
saggio, camminare per sentieri diritti, se Dio non invia dall’alto la sua luce,
se non comunica la sua sapienza (vv.17-18).
I pensieri degli
uomini sono spesso deboli, fragili, inconsistenti. Non dobbiamo meravigliarci
se la parola di Dio tante volte li contraddice.
Seconda Lettura (Fm 9b-10.12-17)
Io, Paolo,
vecchio, e ora anche prigioniero per Cristo Gesù; 10
ti prego dunque per il mio figlio, che ho generato in catene, 11 Onesimo, quello che un giorno ti fu inutile, ma ora è utile
a te e a me. 12 Te l’ho rimandato, lui, il mio cuore.
13 Avrei voluto trattenerlo presso di me
perché mi servisse in vece tua nelle catene che porto per il vangelo. 14 Ma non
ho voluto far nulla senza il tuo parere, perché il bene che farai non sapesse
di costrizione, ma fosse spontaneo. 15 Forse per questo è stato separato da te
per un momento perché tu lo riavessi per sempre; 16
non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo
in primo luogo a me, ma quanto più a te, sia come uomo, sia come fratello nel
Signore.
17 Se dunque tu mi consideri come amico,
accoglilo come me stesso.
Se i Colossesi hanno conservato con devozione questo biglietto,
indirizzato da Paolo a un cristiano della loro comunità, significa che,
nonostante la sua brevità, è stato ritenuto prezioso. L’episodio che l’ha
originato è commovente. Se ad esso si aggiunge il tono
affettuoso, delicato e dolce con cui Paolo lo ha redatto (Basta considerare le
parole con cui inizia il nostro brano: “Io, Paolo, vecchio e ora anche
prigioniero”), si comprende la ragione dell’amore di cui è sempre stato
circondato. Veniamo alla vicenda.
Passando per la
provincia dell’Asia, Paolo ha incontrato e convertito a Cristo un giovane e
ricco commerciante di Colossi di nome Filemone.
Costui diviene un cristiano esemplare. Paolo lo chiama “nostro caro
collaboratore” (Fm 1) e ne fa un notevole elogio: “sento parlare della tua carità per gli altri” (Fm 5); “la tua carità è stata per me motivo di grande gioia
e consolazione, fratello, perché il cuore dei credenti è stato confortato per
opera tua” (Fm 7).
Filemone è sposato (Appia che viene
citata al v.2 è probabilmente sua moglie), ha al suo servizio operai, domestici
ed è proprietario di una casa sufficientemente grande da accogliere tutta la
comunità per gli incontri e la celebrazione settimanale dell’Eucaristia (Fm 2). Un giorno uno dei suoi schiavi, un certo Onesimo (che significa “utile”!), gli ruba un bel gruzzolo
e scompare.
Schiavi che
fuggono ce ne sono parecchi. In genere finiscono per mimetizzarsi in una grande
città, vivendo di espedienti, di elemosine o di furti, cercando di non farsi
riconoscere perché chi viene riportato dal padrone
rischia la pena capitale.
Non sappiamo come
quest’uomo sia arrivato a incontrare Paolo; visto che
l’Apostolo si trovava ad Efeso in prigione, si può supporre che i fatti si
siano svolti, più o meno, in questo modo: Onesimo,
giunto nella più grande metropoli dell’Asia, si caccia in qualche affare losco,
viene scoperto e finisce in galera. Lì incontra l’Apostolo.
Passati i primi
giorni di reciproca diffidenza, i due si raccontano le loro storie e scoprono
di conoscere le stesse persone a Colossi. Divengono amici e Paolo parla ad Onesimo del Signore Gesù. Dopo
alcuni mesi, Onesimo chiede di essere battezzato e
quando viene rimesso in libertà vorrebbe tornare dal
suo padrone, ma gli manca il coraggio. L’Apostolo allora gli consegna una
lettera di presentazione da consegnare a Filemone e a tutta la comunità.
Questa è l’origine
della breve e stupenda Lettera a Filemone che oggi ci
viene proposta.
Paolo invita
l’amico e i cristiani di Colossi a non lasciarsi guidare da considerazioni
umane e a supporre che Onesimo si sia convertito per
opportunismo. Questi ragionamenti spesso sono il sintomo di
un meschino desiderio di vendetta. L’Apostolo raccomanda che Onesimo venga accolto bene: come
se fosse suo figlio (v.10), come il suo stesso cuore (v.12), come un fratello
carissimo (v.16). Cos’è mai la perdita di un po’ di soldi, paragonata alla
gioia di ricevere un fratello? (vv.17-18).
Chi ha sbagliato non può essere guardato con sospetto per tutta la vita.
Com’è finita la
storia di Onesimo? Non abbiamo notizie sicure, ma
tutto lascia supporre che egli sia stato accolto molto bene perché, pochi anni
dopo, nella lettera ai Colossesi, Paolo parla ancora
di “Onesimo, il fedele e caro fratello che è dei
vostri” (Col 4,9) . Cinquant’anni più tardi, Ignazio
di Antiochia ricorda un certo Onesimo,
vescovo di Efeso. Potrebbe trattarsi della stessa persona.
Vangelo (Lc 14,25-33)
25 Siccome molta
gente andava con lui, Gesù si voltò e disse: 26 “Se uno viene a me e non odia
suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la
propria vita, non può essere mio discepolo. 27 Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
28 Chi di voi,
volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i
mezzi per portarla a compimento? 29 Per evitare che, se getta le fondamenta e
non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono
comincino a deriderlo, dicendo: 30 Costui ha iniziato a costruire, ma non è
stato capace di finire il lavoro.
31 Oppure quale
re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può
affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32 Se no,
mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace. 33 Così
chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio
discepolo.
Nel campo
religioso, le statistiche, le percentuali, le proiezioni, i rilevamenti sono
utili se aiutano a riflettere sulle proprie responsabilità e stimolano a
rivedere le scelte ecclesiali alla luce del Vangelo. Sono opinabili e
tendenziosi invece quando portano a scaricare sull’edonismo, sul laicismo, sul secolarismo… tutte le colpe degli insuccessi. Sono
addirittura deleteri se inducono ad interpretare
l’aumento degli adepti come un motivo di orgoglio, di vanità, di
autocompiacimento.
Di fronte ai
“grandi numeri”, alle “folle oceaniche” Gesù, invece di rallegrarsi, si
preoccupa. Immagina i suoi discepoli come un “piccolo gregge” (Lc 12,32), come un po’ di “sale” (Mt 5,13) o di “fermento”
(Mt 13,33), come “un granello di senape” (Mt 13,31). Non dobbiamo meravigliarci
se – come accade nel Vangelo di oggi – egli rimane stupito al vedere che “era
molta la gente che andava con lui” (v.25). E’ colto dal dubbio che ci sia stato
un equivoco, che le folle abbiano frainteso le sue parole. Si volta e comincia
a spiegare cosa comporta la scelta di essere suoi discepoli (v.25).
Gesù fa tre
richieste, molto dure, che si concludono con il
medesimo, severo ritornello: non può essere mio discepolo! (vv.26.27.33). Sembra quasi che voglia allontanare le
persone, più che attirarle.
Il brano è stato
applicato spesso alla vocazione monastica. In realtà è diretto alle folle che
vanno con lui, è rivolto a tutti coloro che vogliono
essere cristiani.
Iniziamo con una
precisazione: Se uno viene a me – dice Gesù – non “se uno vuole venire dietro a me” (v.26). E’ una differenza sottile,
ma significativa perché rivela l’intenzione dell’evangelista. Luca vuole
indirizzare le parole di Gesù ai numerosi convertiti delle sue comunità i quali
sono attratti dal Maestro, provano simpatia per lui e per il suo messaggio, ma
sono anche tentati di “addomesticare” il Vangelo, di renderlo più abbordabile.
Le condizioni che
Gesù pone sono chiare e non sono trattabili.
La prima: “Se uno
viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le
sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (v.26).
Quando presenta i
requisiti della vocazione cristiana, Gesù usa sempre immagini molto forti. Non
vuole che qualcuno si faccia delle illusioni. Lo abbiamo sentito qualche
domenica fa dichiarare a chi lo voleva seguire: “Le volpi hanno le loro tane e
gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio
dell’uomo non ha dove posare il capo... Lascia che i morti seppelliscano i loro
morti” (Lc 9,57-62). In un’altra occasione ha parlato
della necessità di cavare l’occhio e di tagliare la mano e il piede che scandalizzano (Mc 9,43-47). Tuttavia non era mai arrivato ad
affermare che è necessario odiare i propri familiari e addirittura la propria
vita. Com’è possibile? Il cristiano è colui che ama
tutti, anche i nemici.
Qualcuno risolve
la difficoltà sostenendo che, nella lingua di Gesù, il verbo odiare significa
anche: “amare di meno”, “porre in secondo piano”. E`
vero, ma forse non è questa la soluzione giusta. Anzitutto perché l’amore per
sua natura non ha limiti e più si ama, meglio è. Dio
non è geloso e considera come rivolto a sé tutto l’amore che è donato all’uomo
(Mt 25,40). Non bisogna aver paura di esagerare. Inoltre, ridurre le parole
severe del Maestro ad una banale questione di
quantità: “amare di più - amare di meno”, vuol dire non capirle.
Quando Gesù parla
di odio, si riferisce ai tagli netti che è necessario fare quando si tratta di
rimanere fedeli al Vangelo. Odiare significa avere il coraggio di rompere anche
i legami più cari, quando costituiscono un impedimento a seguire lui. E’
l’invito rivolto ai cristiani delle comunità di Luca a dissociarsi, a opporsi
in tutti i modi a ciò che è contrario al Vangelo, anche quando questo significa
porsi in disaccordo con un amico, urtare la sensibilità di qualche familiare,
rinunciare a scelte di compromesso. Questi distacchi, queste prese di posizione
possono venire classificati come “odio”, ma sono gesti
coraggiosi di autentico amore.
La seconda
condizione: “Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo” (v.27).
Questa frase viene interpretata spesso come un invito a sopportare con
pazienza le contrarietà, le piccole o grandi sofferenze della vita. Altre volte
è intesa come un invito a mortificarsi, a fare dei
sacrifici.
Gesù non fa una
richiesta di rassegnazione, ma di disponibilità a testimoniare, anche con la
vita, la propria fede. Il martirio è una eventualità
da mettere in conto perché la proposta di vita nuova – quella delle Beatitudini
– è sconvolgente, scatena reazioni. Chi non la capisce o la ritiene pericolosa
per il buon ordine sociale o religioso, farà certamente ricorso a qualche forma
di violenza. Magari si tratterà solo di violenza verbale (insulti, ingiurie,
diffamazioni, derisioni), ma può manifestarsi in discriminazioni,
nell’emarginazione sociale o religiosa, nella messa al bando. Può giungere
addirittura alla violenza fisica, come è accaduto con
Gesù.
Questa è la croce
che deve aspettarsi il discepolo.
Prima di
introdurre la terza richiesta, Gesù racconta due brevi parabole. La prima parla
di un uomo che, volendo proteggere i raccolti dai ladri e dagli animali, decide
di costruire una torre nel suo campo per mettervi una guardia. Non inizia i
lavori senza aver prima calcolato la somma necessaria per portare a termine l’opera. Ne va della sua reputazione (vv.28‑30).
La seconda
parabola narra di un re che vuole intraprendere una guerra. Anch’egli si siede
e valuta le forze del suo esercito (vv.31‑32). C’era
un detto: prima di andare a caccia di leoni, prendi la
tua lancia e conficcala per terra. Se non riesci a farla penetrare in
profondità, rinuncia al tuo progetto: i leoni sono troppo forti per te!
Le due parabole
sembrano un invito a rinunciare alla vocazione cristiana. In realtà l’obiettivo
è richiamare la serietà e l’impegno che comporta questa scelta.
Chi ha ascoltato
il Vangelo non può illudersi di essere già divenuto discepolo; non sono
sufficienti gli slanci e l’entusiasmo iniziale, occorre
costanza e forza per perseverare.
La terza
condizione: “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere
mio discepolo” (v.33).
Non si tratta di
dare qualche spicciolo in elemosina. Bisogna rinunciare a tutto. Non è uno
scherzo!
Per rendere
praticabile questa richiesta è stata escogitata una infelice
soluzione. Si è cominciato a parlare di istituti di
perfezione (i religiosi, i monaci, le suore) che – prendendo i voti – si
impegnano a praticare integralmente ciò che Gesù esige. I cristiani semplici
possono invece continuare a possedere e amministrare i loro beni, ma devono
rassegnarsi ad essere cristiani imperfetti. Insomma,
la rinuncia ai beni non sarebbe un precetto per tutti, sarebbe un di più proposto ad alcuni eroi, decisi a praticare anche
le parti “facoltative” del Vangelo.
Si tratta di un
trucco maldestro. La richiesta di rinuncia totale ai beni non è rivolta solo a
qualcuno, ma a chiunque viene a Gesù.
Affinché non
sorgessero dubbi, Luca ha riferito più volte questa condizione posta dal
Maestro (Lc 12,33; 18,22...).
Non è facile
avanzare proposte concrete. Luca ha presentato negli Atti la comunità in cui
nessuno era povero perché tutti avevano messo in comune i loro beni (At 2,44‑45; 4,32-35).
Certo è che la
scelta di seguire Cristo comporta un rapporto completamente nuovo anche nei
confronti dei beni di questo mondo. P. Fernando Armellini,
de.it.press
Il mese di
settembre ci introduce in una tappa dell'anno che segna il rientro dopo il
riposo estivo e la ripresa delle attività ordinarie. La Chiesa ci offre in
questo mese la lettura di vari brani tratti dal Vangelo di San Luca. Egli è
l'unico degli evangelisti che non conobbe personalmente il Signore, ma fu
discepolo di san Paolo e vicino ad alcuni dei protagonisti della vita di Gesù, tra cui specialmente Maria. Scrive il suo vangelo
con uno stile elegante e attraente. È l'evangelista dell'universalità della
redenzione, della misericordia e dell'azione dello Spirito, e sa cogliere la
bellezza della povertà, della semplicità e della preghiera. Trasformati
dall'incontro con Cristo siamo invitati anche noi a
realizzare con serenità, con dedizione e amore la missione affidataci da Dio.
"Le folle lo
cercavano...". L'uomo di oggi, come quello di
ogni tempo, è alla ricerca della vera felicità ed è sempre sensibile ai segni
che vi conducono. Il Vangelo ci mostra Gesù impegnato nel lavoro apostolico che
comporta guarigioni, liberazione da demoni, annunzio della buona novella. Sono,
questi, segni "messianici", cioè segni che
in Cristo si avvera l'opera del Messia annunziato. Si è
concluso da poco lo speciale Anno Sacerdotale, durante il quale abbiamo
rivolto lo sguardo alla figura di un grande santo, Giovanni Maria Vianney, per tanti anni parroco ad Ars. Alla fine della sua
vita, migliaia di persone, attratte dalla sua santità, giungevano al piccolo
paesino della Francia, per ascoltare le sue semplici ma toccanti prediche e
soprattutto per avere l'opportunità, a volte dopo ore di attesa, di ricevere un
consiglio e il frutto del sacramento della riconciliazione, per iniziare un
cammino nuovo. Sono molte le conversioni e i miracoli che Dio ha operato per
mezzo di lui. Ebbene, se un santo attrae in tal modo le moltitudini, è proprio
perché egli è un riflesso della presenza di Cristo. Anche noi abbiamo bisogno
di andare a cercarlo, di uscire da noi stessi con la preghiera, soprattutto per
trovare Colui che ci può indicare la strada della
nostra piena realizzazione. È bello anche il dettaglio colto da san Luca circa
la vita di preghiera di Gesù: "Sul far del giorno uscì e si recò in un
luogo deserto...".È come se volesse ricordare che
la grande forza dell'azione di Gesù, cui non resistono né la malattia, né il
potere del demonio, ha la sua fonte nell'unione intima della sua anima col
Padre. Nella misura in cui partecipiamo di questa
unione, noi pure possiamo portare guarigione e gioia vera intorno a noi. De.it.press
Si dimette monsignor Marchetto
strenuo difensore dei migranti
Era molto critico
nei confronti della politica sull'immigrazione adottata dall'Italia e dall'Ue -
Nelle ultime settimane aveva bocciato la politica del presidente francese Sarkozy sui rom
CITTA' DEL
VATICANO - Monsignor Agostino Marchetto non è più
segretario del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti. Il Papa, rende noto la Sala Stampa della Santa Sede, ha accettato le
sue dimissioni. Raggiunti i 70 anni, l'arcivescovo ha
voluto infatti approfittare di una norma che riguarda i nunzi apostolici, i
quali, essendo spesso in sedi lontane dal Paese di origine, possono dimettersi
con cinque anni di anticipo rispetto ai vescovi diocesani. Prima di ricoprire
l'incarico di numero due del dicastero dei migranti, che lo ha
visto protagonista di polemici attacchi alla politica del Governo italiano e,
più recentemente di quello francese, attacchi peraltro sconfessati dalla Santa
Sede in diverse occasioni, mons. Marchetto, infatti,
è stato diplomatico di carriera fino a diventare osservatore permanente della
Santa Sede alla Fao.
CRITICHE ALLA
FRANCIA - Giovedì scorso l'arcivescovo Marchetto
aveva rilasciato ad una testata francese un'intervista
molto critica sulla questione delle espulsioni dei rom, ricordando che il
popolo zingaro era stato vittima dell'Olocausto. Un'agenzia italiana aveva
lanciato la notizia confondendo il tempo passato con il presente e questo aveva
scatenato una enorme polemica sui media di tutto il
mondo. Ora, tuttavia, dal Vaticano si fa sapere che l'accettazione delle
dimissioni non è legata all'episodio e non può essere considerata una decisione
«immediata»: l'arcivescovo aveva presentato da tempo
le proprie dimissioni in vista del compimento dei 70 anni; in quanto ex nunzio,
infatti, aveva diritto ad andare in pensione in anticipo rispetto al limite dei
75 anni di etá. Infine è stato chiarito che
normalmente delle dimissioni dei segretari dei dicasteri vaticani non viene data notizia dal Vaticano fino al momento in cui non
viene nominato il successore. In ogni caso, l'ex dignitario vaticano avrebbe
dovuto tenere mercoledì una relazione a Bogotá, il cui testo era stato diffuso
sabato mattina dal dicastero per i migranti affinché fosse pubblicato, ma non è
partito non avendo più titolo a partecipare e preferendo restarsene a Roma per
traslocare le carte personali dall'ufficio che non è più suo.
CRITICHE
ALL'ITALIA - Il 21 aprile scorso, le critiche di mons. Marchetto
al «pacchetto sicurezza» avevano costretto il
portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, a precisare che «il
Vaticano come tale non ha detto niente sul decreto sicurezza approvato dal
governo italiano». «Ha parlato mons. Marchetto, ma
non mi consta che il Vaticano in quanto tale abbia
preso posizione», aveva affermato Lombardi. Già in febbraio, quando il prelato
aveva criticato le ronde, la Santa Sede aveva specificato che si trattava di
una sua posizione personale. Da parte sua l'arcivescovo volle replicare:
«quando un vescovo pensa di aver fatto il suo dovere, non si ferma a
raccogliere le pietre che gli buttano dietro». Da parte del Governo, invece,
arrivò l'apprezzamnto del ministro della Difesa La
Russa: «Siamo lieti della precisazione del Vaticano, che mette
in rilievo la differenza tra un giudizio, legittimo, di monsignor Marchetto e quello del Vaticano».
INTERVENTO SALTATO
- Nella relazione che avrebbe dovuto tenere mercoledì A Bogotá, monsignor Marchetto intendeva denunciare il fatto
che «un numero sempre crescente di Paesi tende ad adottare politiche e
strumenti normativi che hanno un approccio volto a ridurre forme di
irregolarità, tralasciando invece quella necessaria azione preventiva o almeno
volta a ridurre abusi nei confronti dei migranti». Ed esprimere così la «grande
preoccupazione» della Chiesa per la tolleranza che di fatto
viene mostrata riguardo «alla tratta di esseri umani e all'industria legata
all'introduzione irregolare di migranti, la cui consistenza appare crescente
pur in presenza di articolate legislazioni e strategie di contrasto». Al II
Forum Internazionale su Migrazione e Pace, in programma a Bogotá fino al 3
settembre, il prelato voleva anche ricordare il rapporto tra sottosviluppo e emigrazione rilevando che tra «il Nord e il Sud del mondo
c'è un divario netto, evidente altresì in termini demografici oltre che
strutturali, economici e di programmazione dello sviluppo, che motiva in larga
misura i flussi migratori, giungendo finanche a farli ritenere ancora
limitati». «Di fronte a queste situazioni - osservava il testo diffuso sabato
scorso da Marchetto e non più pronunciato -
l'intervento a cui sono chiamate le religioni non è
facile, se non la si vuole ridurre alla sola denuncia o ad una mediazione».
Esse sono chiamate ad esempio a contrastare «le immagini che presentano i migranti solo come causa di conflitto quando ad essere
messi in discussione sono i valori cardine della convivenza, quella
costituzione materiale che è posta alla base del vivere sociale». Da queste
situazioni, sosteneva l'arcivescovo, «la dimensione religiosa non può
estraniarsi: la Chiesa Cattolica, ad esempio, si espone direttamente sul
terreno con le sue strutture pastorali e la sua specificità di
intervento che, nell'impossibilità di una piena integrazione, opera
perché almeno si determini una capacità di convivere attraverso una prassi di
rispetto reciproco delle persone e di accettazione o tolleranza dei differenti
costumi». Attraverso la Sala Stampa, monsignor Marchetto
ha fatto che intende d'ora in avanti dedicarsi esclusivamente ai suoi studi di
storico della Chiesa e del Concilio Vaticano II. Agi/CdS
1
Vaticano. Immigrazione, monsignor Marchetto
lascia. "Ma non per la polemica con la
Francia"
Fonti vaticane
spiegano che il Segretario del Pontificio Consiglio per la pastorale dei
migranti ha utilizzato una regola che permette ai nunzi apostolici di andare in
pensione a 70 anni. Nessun collegamento, spiegano le
fonti, con gli attacchi dell'arcivescovo alla politica anti-rom di Sarkozy
CITTA' DEL
VATICANO - L'arcivescovo Agostino Marchetto non è più
Segretario del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti. La Sala
Stampa della Santa Sede rende noto che il Papa ha
accettato le dimissioni del monsignore che, raggiunti i 70 anni, ha usufruito
di una norma riguardante i nunzi apostolici. Essendo spesso in sedi lontane dal
Paese di origine, ai nunzi è concesso dimettersi con cinque anni di anticipo
rispetto ai vescovi diocesani. Prima di ricoprire l'incarico di numero due del
dicastero dei migranti, monsignor Marchetto
è stato diplomatico di carriera fino a diventare osservatore permanente della
Santa Sede alla Fao.
Ma è in veste di
Segretario del Pontificio consiglio per i migranti che l'arcivescovo si è reso
protagonista di attacchi alla politica sull'immigrazione del governo italiano
e, più recentemente, all'azione del governo francese contro i
rom 1. Attacchi, peraltro, sconfessati dalla Santa Sede in diverse occasioni.
Ed è proprio in relazione alle scomode prese di
posizione di monsignor Marchetto che autorevoli fonti
vaticane si sono sentite in dovere di precisare oggi alle agenzie di stampa che
le sue dimissioni non sono da mettere in relazione con le dure riflessioni
dell'arcivescovo di fronte al giro di vite del governo francese sui rom. Nelle
settimane scorse Marchetto aveva criticato i provvedimenti
presi da Sarkozy, rilevando che punizioni di tipo
etnico contro
un'intera popolazione sono contrarie al diritto dell'Unione
europea.
Quanto all'Italia,
il 21 aprile scorso monsignor Marchetto aveva
commentato in modo negativo le misure del "pacchetto sicurezza",
costringendo il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, a
precisare che "il Vaticano come tale non ha detto niente sul decreto
sicurezza approvato dal governo italiano. Ha parlato monsignor Marchetto,
ma non mi consta che il Vaticano in quanto tale abbia
preso posizione".
Stesso discorso in
febbraio, quando l'arcivescovo aveva criticato le ronde e la Santa Sede aveva
specificato che si trattava di una sua posizione personale. Da parte sua, Marchetto volle replicare: "Quando un vescovo pensa di
aver fatto il suo dovere, non si ferma a raccogliere le pietre che gli buttano
dietro". Il Governo, invece, apprezzò per voce del ministro della Difesa
La Russa "la precisazione del Vaticano, che mette in
rilievo la differenza tra un giudizio, legittimo, di monsignor Marchetto e quello del Vaticano".
Oggi l'ormai ex
dignitario vaticano avrebbe dovuto tenere una relazione a Bogotà, in Colombia.
Il testo era stato anche diffuso sabato mattina dal dicastero per i migranti
affinché fosse pubblicato. Nel documento, si ritrova l'ultima denuncia di monsignor Marchetto: il
fatto che "un numero sempre crescente di Paesi tende ad adottare politiche
e strumenti normativi che hanno un approccio volto a ridurre forme di
irregolarità, tralasciando invece quella necessaria azione preventiva o almeno
volta a ridurre abusi nei confronti dei migranti". Denuncia a cui l'arcivescovo ricollega la "grande
preoccupazione" della Chiesa per la tolleranza mostrata riguardo
"alla tratta di esseri umani e all'industria legata all'introduzione
irregolare di migranti, la cui consistenza appare crescente pur in presenza di
articolate legislazioni e strategie di contrasto".
Ma oggi monsignor Marchetto non è
partito. E' rimasto a Roma per traslocare le carte personali dall'ufficio che
da oggi non è più suo. LR 1
Deceduto l’ex missionario a Saarbrücken
e Konstanz mons. Micheloni
Il Delegato
Nazionale delle MCI in Germania don Pio Visentin
comunica che l’ex missionario in Germania Mons. Ascanio
Micheloni, di ben 101 anni, è deceduto
nella serata del 31 agosto nella sua casa di Udine.
Don Ascanio era nato a Buttrio
(Udine) l’8 agosto 1909. Era stato missionario a Frankfurt
già nel 1938. Dopo le vicende belliche ritorna nel 1945 in Germania a Saarbrücken, dove fonda la missione e vi rimane fino al
1970, quando cede il posto a Don Luigi Petris. Dal
’70 al ’77 è missionario a Konstanz. Nel 1977 ritorna
nella sua diocesi di Udine e assume l’incarico di delegato diocesano per le
migrazioni.
“Fu un sacerdote
zelante e un missionario intraprendente“, scrive don Pio.
I funerali hanno
avuto luogo giovedì 2 settembre nella chiesa parrocchiale di Buttrio (Udine), presenti numerosi confratelli nel
sacerdozio e nell’impegno missionario. De.it.press
Espulsioni
Rom. Non è la soluzione.
Le reazioni delle Chiese di Francia e Romania
Il 24 agosto, il
ministro dell'Immigrazione francese Eric Besson ha detto che il governo ha già
rimpatriato 635 Rom in Romania e Bulgaria a partire dall'inizio
della nuova politica sulla sicurezza decisa in luglio dal presidente Sarkozy, e che questa cifra salirebbe a 950 entro la fine
del mese di agosto. Quasi 15 mila Rom vivono in
Francia. Provengono dall'Europa dell'Est, soprattutto dalla Romania. Questi i
primi dati sugli "effetti" delle espulsioni Rom che ha generato in Francia un dibattito serrato e intenso al
quale ha partecipato anche la Chiesa cattolica francese. Domenica 22 agosto,
all'Angelus, il Papa - richiamandosi alla liturgia del giorno - ha parlato
dell'accoglienza dello straniero. Parole che hanno avuto un forte impatto sul
"Paese della laicità", aprendo un dibattito anche riguardo alla
legittimità degli interventi della Chiesa sulle questioni politiche.
Le parole del
Papa. Un invito alla "fraternità universale",
all'accoglienza di persone "di tutte le nazioni e di tutte le lingue"
e all'accettazione delle "legittime diversità umane". Parlando
in francese all'Angelus, nel cortile della residenza estiva di Castel Gandolfo, gremito da 4 mila
fedeli, Benedetto XVI avverte che la chiamata di tutti gli uomini "alla
salvezza" è "anche un invito a saper accogliere le legittime
diversità umane", sulle orme "di Gesù venuto a riunire gli uomini di
tutte le nazioni e di tutte le lingue". "Cari genitori - ha aggiunto
il Papa sempre in francese - possiate educare i vostri figli alla fraternità
universale".
Posizione
legittima. "È normale che la Chiesa si schieri dalla parte delle
popolazioni fragili". Risponde così mons. Hippolyte
Simon, vicepresidente della Conferenza episcopale di Francia, a chi nel
"Paese della laicità" si sta chiedendo se è legittimo che la Chiesa
intervenga nel dibattito pubblico e, in particolare, sulla politica del
presidente Sarkozy riguardo alla popolazione Rom. Gli
interventi di questi giorni - spiega mons. Simon - si rifanno "alla
dottrina sociale della Chiesa e al Vangelo, nel quale è scritto: 'Ero straniero e mi avete accolto'" per cui la Chiesa
"svolge il suo ruolo quando attira l'attenzione dei poteri pubblici sulla
necessità di accogliere e proteggere le persone che spesso vivono in situazione
di forte precarietà". "Sia chiaro - aggiunge il vescovo - la Chiesa
non si sostituisce ai poteri politici quando si fa eco di persone che hanno
difficoltà a farsi sentire. Pertanto, non ci deve essere confusione di ruoli,
solamente la volontà di farsi portavoce di persone che nessuno ascolta".
Riguardo al timore di perdere una parte dei cattolici, il vescovo risponde:
"La dignità umana non può dividere".
Rasserenare il clima
del dibattito politico. Nel dibattito interviene anche il card. Andrè Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi e presidente della
Conferenza episcopale francese, il quale dai microfoni dell'emittente francese
"Europe1" denuncia che nel Paese si è sviluppato un "clima
malsano", una sorta di "escalation verbale tra differenti
posizioni", una vera e propria "opposizione tra chi appare più
schierato verso la sicurezza e chi invece su questo tema ha un approccio più
morale". E aggiunge: "Ritengo che in una società civile e pacificata,
questa opposizione debba svilupparsi in maniera serena
e senza colpi di mano". L'arcivescovo assicura quindi che non c'è alcuna
rottura tra il mondo cattolico francese e il governo. La Chiesa ha
semplicemente indicato "i grandi orientamenti della morale cristiana che è
poi morale profondamente umana" e che richiama l'Europa ad
"una più grande solidarietà" verso popoli che "se arrivano da
noi, è perché hanno bisogno di qualcosa". Si tratta di "una esortazione - prosegue l'arcivescovo - che si rivolge a
tutti" e che "è segno distintivo della speranza che l'uomo è capace
di superare il suo egoismo".
Una voce della
Romania. Dalla Romania, un allarme. A lanciarlo è il vescovo di Iasi, mons. Petru Gherghel, responsabile per la pastorale dei migranti della
Conferenza episcopale romena. "L'espulsione dei Rom -
dice - non è una soluzione. Si corre il rischio di non riconoscere più
ai Rom alcuna cittadinanza e che vengano emarginati e
cacciati via da una parte all'altra". La dichiarazione del vescovo romeno
arriva dopo il ritorno in Romania dei primi romeni di etnia Rom espulsi dalla
Francia. In una nota pubblicata dalla diocesi di Iasi,
mons. Gherghel ricorda che i problemi collegati
all'immigrazione appartengono a tutti e invita le autorità a cercare e attuare
dei programmi che aiutino i Rom ad integrarsi.
"L'accoglienza - aggiunge il vescovo, richiamando le recenti parole del
Papa - deve mobilitare tutti, non solo i cattolici". Mons. Gherghel ricorda le iniziative pastorali che la Caritas e
le varie associazioni svolgono per promuovere la solidarietà cristiana e umana.
"Nella Chiesa e nella società - conclude - tutti
devono avere un posto. Ogni uomo gode della stessa
dignità e degli stessi diritti e nessuno può essere escluso".
L'arcivescovo a studenti e insegnanti. "Centro dell'Aquila fermo a
quel 6 aprile"
Mentre un nuovo
sciame sismico fa tornare la paura nel capoluogo d'Abruzzo, monsignor Forte
invia un messaggio ai ragazzi in occasione dell'anno scolastico alle porte:
"Ancora aperte ferite del sisma"
CITTA' DEL
VATICANO - La terra torna a tremare, in Abruzzo. E torna la paura nel capoluogo
della Regione, ancora devastato dal sisma di sedici mesi fa. E al cuore della
città, distrutto e pieno di macerie, fa riferimento l'arcivescovo teologo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, nel messaggio
indirizzato a studenti e docenti che stanno per iniziare l'anno scolastico:
"Nel centro storico dell'Aquila tutto sembra pressoché fermo al 6 aprile
2009 - dice - e, in Abruzzo, le ferite del dopo terremoto sono ancora in gran
parte aperte".
Una considerazione
che rispecchia ancora di più lo stato in cui si trova la città, proprio perché
arriva nel giorno in cui tutti i cantieri della zona rossa si sono dovuti
fermare per lo sciame sismico che ha scosso di nuovo la terra e i cittadini. E
alla ricostruzione monsignor Forte ha dedicato particolare attenzione,
esortando tutti a vigilare perché avvenga "in tempi rapidi, nel rispetto
delle persone, della storia e dell'ambiente e nella trasparenza morale di
quanti ad ogni titolo vi sono coinvolti".
Forte, prima
dell'augurio per il nuovo anno sui banchi, ha sottolineato
che "tante sono le minacce che attentano oggi alla giustizia per tutti: si
pensi agli ostacoli che incontrano i poveri per accedere alle risorse
ambientali, comprese quelle fondamentali come l'acqua, il cibo e le fonti
energetiche; allo sfruttamento dell'ambiente, che compromette l'abitabilità
della terra; alla sottrazione di beni necessari alla vita di molte popolazioni
operata da multinazionali al di fuori delle regole democratiche; alle guerre e
alla produzione degli armamenti". "Propongo ai docenti e agli
studenti - ha concluso - di riflettere su questi temi,
comunicandomi, se vorranno, le Loro impressioni. Scegliamo la sobrietà e
anteponiamo a tutto il bene comune: anche facendo suo
questo appello la scuola potrà contribuire a far crescere la qualità della vita
per tutti". LR 1
Comece.
Con più fiducia. Il numero di settembre di Europe Infos
Nel numero di
settembre di Europe Infos,
mensile pubblicato dalla Commissione degli Episcopati della Comunità europea (Comece) in collaborazione con il Jesuit European Office (Ocipe), si dedica ampio spazio al tema "povertà"
che è stato al centro sia del seminario di dialogo tra Comece-Commissione
Chiesa e società e alcuni rappresentanti della Commissione europea il 9 luglio
scorso, sia dell'incontro annuale dei rappresentanti delle religioni in Europa,
del 19 luglio. Apre il numero un editoriale di Frank
Turner, gesuita inglese, sul tema dell'austerità. La stessa nota apre anche
questo numero di Sir Europa.
Le religioni
contro la discriminazione e diffamazione. Politiche anti-islamiche e
antisemitismo sono due manifestazioni chiare di una crescente discriminazione e
diffamazione fondata sulla religione che si è registrata in questi anni in
Europa. Non mancano manifestazioni anti-religiose in generale, ma è in primo
luogo la religione delle minoranze e dello straniero a non essere rispettata.
Sul tema del ruolo degli attori religiosi nella costruzione della
pace e della democrazia si è snodato il terzo dei seminari organizzati da Comece, Chiesa evangelica tedesca e Fondazione Konrad Adenauer. Vincent Legrand offre
un rapporto molto dettagliato degli interventi che hanno animato il pomeriggio del
14 luglio a Bruxelles. Le comunità religiose hanno una notevole responsabilità
nel contrastare discriminazione e diffamazione - e similmente la xenofobia e il
razzismo. Comunicazione e dialogo sono e saranno due modalità
vincenti in questa lotta, poiché dall'ignoranza nasce la paura e quindi il
rifiuto dell'altro, anche se minoranza. Non mancano esempi positivi di iniziative interreligiose contro la xenofobia e il
razzismo, come quelle presentate a Bruxelles: la prima, "Progetto di
azione per combattere la xenofobia, il razzismo e la violenza" è nata
negli anni '90 in Germania ed è sempre cresciuta; essa intende favorire
incontri e confronti tra persone con provenienze differenti; la seconda, ancora
tedesca, è il tavolo delle religioni costituito nel 2000, che nel 2009 ha
pubblicato nel manifesto "promuovere la fiducia" un elenco di impegni
concreti per favorire la convivenza.
Giovani in
movimento. Nella strategia Europe 2020 presentata nel
marzo scorso, una delle sette iniziative "faro" è rivolta a migliorare
la mobilità dei giovani europei nonché la qualità dei
livelli formativi. Christina Gerlach dell'ufficio europeo delle organizzazioni
cattoliche per la gioventù e la formazione degli adulti spiega
che gli obiettivi della Commissione europea sono i seguenti: allargare le
possibilità di apprendimento per tutti i giovani, favorire il loro impegno e la
loro partecipazione attiva nella società, introdurre un quadro per l'impiego
dei giovani per aumentarne le possibilità nel mercato del lavoro. Le proposte concrete
per i programmi del periodo 2014-2020 saranno formulate dalla Commissione nel
corso del 2011, a seguito di una consultazione che sarà aperta anche ai
movimenti giovanili. Per i collaboratori dei progetti cattolici per la gioventù
"la nuova iniziativa dovrebbe innanzitutto
mettere l'accento sui vantaggi della mobilità per il miglioramento delle
possibilità dei giovani rispetto al mercato del lavoro, avendo quindi una
motivazione principalmente economica", scrive Gerlach. "Lo sviluppo
personale resta subordinato a questi obiettivi". Per valutare comunque il
reale significato dell'iniziativa, occorre attendere settembre, quando la
Commissione pubblicherà una Comunicazione e un piano d'azione in merito al
programma.
"Lautsi contro l'Italia". Il gesuita Henri Madelin SJ ripercorre la storia del caso italiano sulla
rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche,
attualmente in discussione alla Corte europea per i diritti umani e fa un
resoconto della udienza della Grand Chambre, il 30
giugno scorso. Si tratta della vicenda di una donna, Soile
Lautsi, residente in Italia, madre di due figli che
frequentano la scuola statale ad Abano Terme, la quale riferendosi al principio
della laicità richiede che i crocifissi vengano
rimossi dalle aule della scuola. Dopo aver fatto appello a differenti istanze italiane, fino al Consiglio di Stato, e aver sempre
ottenuto risposta negativa alla sua richiesta, la donna si è rivolta alla Corte
europea. Strasburgo, nel novembre scorso le ha dato ragione. Ma
il Governo italiano ha presentato ricorso. La cosa interessante, sottolinea il p. Madelin, è che
nell'audizione di giugno sono state ascoltate voci particolari come le
associazioni laicali Acli-settimane sociali di
Francia, Zdk tedesche che hanno presentato "le
argomentazioni di laici impegnati nella società civile e non di politici o di
consacrati". Accanto all'Italia si sono presentati anche paesi dell'Europa
centro orientale di forte tradizione cattolica o ortodossa, preoccupati di
"arrestare lo sdoganamento di nuovi diritti ispirati a un'ideologia
liberale e secolarizzata". Citando le parole del rappresentante italiano, Madelin ricorda che "ciò che fa scandalo in questo
caso è la negazione della libertà di religione in nome della
libertà di religione!". Si sta attendendo la decisione definitiva della
Corte. Sir eu
Giovani e adulti. La grande scommessa. Un rapporto umile e autorevole
"Non è vero
che le nuove generazioni disprezzano ciò che è stato,
le tradizioni, la storia che ha radici antiche e ha generato frutti che ancora
gustiamo". Lo dice il cardinale Angelo Bagnasco, nell'omelia di sabato 28 agosto al Santuario della Guardia. Un'omelia che torna a
proporre con forza e lucidità la scelta della Chiesa italiana per l'educazione,
l'impegno per il decennio a fianco dei giovani, degli uomini e delle donne del
nostro Paese.
Il filo rosso che
attraversa l'attenzione educativa - e che si coglie una volta di più nelle
parole del cardinale - è quello dell'impegno ad essere
adulti credibili e che, tra l'altro, nei giovani credono. Credono nelle loro
potenzialità, nelle loro aspirazioni positive, nell'entusiasmo che accompagna
le nuove generazioni e che ha diritto di incontrare proposte piene di
significato.
E allora suona
forte quel "non è vero" ripreso sopra. Non è vero che le nuove
generazioni sono chiuse e refrattarie, "difficili" e intrattabili. Il
pensiero che sia così è l'anticamera di quella tentazione all'abbandono della
"cura", dell'azione educativa, quel tarlo che rode tanto mondo
adulto, sopraffatto dalle difficoltà e dalle novità con le quali si presenta,
oggi, la sfida di sempre di far crescere i propri figli.
Invece educare si
può e sui giovani si deve scommettere. Certo, occorre offrire loro - lo dice
ancora il cardinale - punti di riferimento "umili e autorevoli". I
giovani non disprezzano storia e tradizioni, ma vogliono "una storia viva", con ispirazioni alte e ideali veri. Una
"storia viva" vuol dire la storia fatta da persone, vuol dire avere
la possibilità di incontrare e di mettersi in dialogo con adulti significativi che non temono di mostrare se stessi e di
mettersi in gioco. Così possono, i giovani, intercettare il tempo nel quale
vivono, le tensioni e le aspirazioni, le prospettive e le tradizioni nelle
quali sono immersi. Così si concretizza la possibilità
di strutturare personalità responsabili e libere, che si misurano e si
orientano nella complessità.
Ci sarebbe molto
da dire sui passaggi di questo processo educativo che chiede anzitutto
consapevolezza da parte degli educatori. La consapevolezza di un compito
indifferibile e dell'impegno personale - e comunitario, perché non si educa da
soli - che chiede, della continua opera di "autoeducazione" e
dell'umiltà necessaria per camminare su una strada non facile.
Siamo quasi all'inizio
di un nuovo anno scolastico. Viene immediatamente da pensare alla scuola come
un luogo privilegiato del processo educativo accennato. Con le sue peculiarità,
naturalmente, la scuola è una grande opportunità per l'incontro tra le
generazioni, è un "contenitore" speciale per l'interazione feconda
tra giovani e adulti, illuminata dalla consapevolezza educativa e mediata
soprattutto attraverso la cultura. A ben vedere, per certi aspetti è davvero il
luogo della "storia viva", della "tradizione", del confronto
"intelligente". Per la scuola che comincia, il richiamo
all'educazione nell'omelia del cardinale Bagnasco
diventa allora una provocazione speciale, un invito a rivisitare gesti e ritmi
usuali con un entusiasmo rinnovato. E anche con fiducia. ALBERTO CAMPOLEONI
Una risorsa morale. L'attualità "politica" di Rosmini
Si comincia a
parlare del 150° anniversario dell'Unità, ma sono ormai molti decenni che si è di fatto smesso di parlare di Risorgimento, prima di tutto
a scuola, ma poi anche nel dibattito pubblico. Allora prima di tutto occorre
ricominciare dai fatti, dai protagonisti.
Tra questi Antonio Rosmini, forse uno
dei maggiori pensatori cattolici della prima metà dell'Ottocento. Al suo
pensiero e alla sua azione anche politica, in particolare nel decisivo periodo
tra il 1848 e la morte, avvenuta nel 1855, è stata dedicata una settimana di
studi a Stresa, la cittadina sul Lago maggiore dove visse e dove opera il
Centro internazionale di studi rosminiani.
Fu tra i padri
dell'ipotesi di federazione (o conferderazione)
italiana, una ipotesi che, in particolare nel corso
del 1848, avrebbe potuto risolvere il grande problema dell'Unità in forme
accettabili per il Papa, che avrebbe in questo modo avviato il processo di
progressivo superamento del suo "potere temporale". Il Risorgimento,
hanno sottolineato storici prestigiosi di diverso
orientamento culturale, da Traniello a Ghisalberti, a Di Napoli, nasce e si sviluppa con una
essenziale dimensione religiosa, con un contributo essenziale di personalità
animate da un forte spirito religioso. Anche quando non diventa immediato
impegno politico, come in un grande amico di Rosmini,
Manzoni, studiato da Di Benedetto, questo elemento resta decisivo. È una ispirazione che Rosmini
interpreta nel modo più alto, come hanno mostrato due grandi esperti del
pensiero e dell'azione rosminiana, il filosofo Malusa e padre Muratore, anche quando, alla fine del 1848,
per intrighi della corte pontificia, vengono condannati alcuni suoi scritti,
contestualmente alla fine della guerra di indipendenza e delle speranze
federaliste. Proseguirà però il suo impegno sui due
connessi versanti della battaglia per la "libertà della Chiesa", sia
di fronte alle sopravvivenze di antico regime, sia nei confronti delle nuove
tendenze secolarizzatrici e per una modernità fondata
sul primato e sulla libertà integrale della persona. Saranno anche i grandi
temi del movimento cattolico e Guccione ha tracciato
in conclusione una persuasiva linea di continuità da Rosmini
a Sturzo. Questo vale per i principi dell'azione politica, ma anche per la
correlata questione di una Chiesa "semper reformanda".
Anche in un
orizzonte più vasto, che traguarda la contemporaneità, su cui sono intervenuti Casavola, Bonini, Gotor e Fisichella, Rosmini
rappresenta una attualissima e importante risorsa
morale, culturale e spirituale.
Sul tema oggi
cruciale del federalismo Rosmini aveva scritto:
"L'unità nella varietà è la definizione della bellezza. Ora la bellezza è per l'Italia. Unità la più stretta
possibile in una sua naturale varietà: tale sembra dover essere la formula della organizzazione italiana". Sono indicazioni del
1850, su cui vale la pena riflettere e da cui ripartire.
Le grandi figure,
le idee, la coscienza e la tensione morale: è questa la strada giusta per fare
del 150° non una ennesima occasione per retoriche o
contrapposizioni, ma per nuove prospettive di sviluppo. Sir
Varcare la porta. Card. Walter Kasper:
no all'egoismo, sì alla solidarietà
È stato il card.
Walter Kasper a presiedere, sabato 28 agosto, a L'Aquila, la celebrazione eucaristica in occasione
dell'apertura della Porta Santa presso la basilica di Santa Maria di
Collemaggio per la 716ª "Perdonanza Celestiniana", rito collegato all'elezione al soglio
di Pietro del papa Celestino V e all'indulgenza plenaria concessa ai
partecipanti all'incoronazione del Pontefice, avvenuta il 29 agosto 1294.
Il grande sogno.
La celebrazione è iniziata con il saluto al card. Kasper
di mons. Giuseppe Molinari, arcivescovo de L'Aquila,
nel quale il presule ha invitato innanzitutto a ricordare le vittime del
terremoto del 6 aprile 2009 e a "pregare per loro" e anche "per
i loro familiari". Ma mons. Molinari ha invitato a
pregare "anche per la nostra città e il suo futuro. Nel nostro
cuore di noi aquilani, in questi sedici mesi, si sono alternati tanti pensieri
e tante emozioni. Abbiamo sperimentato l'angoscia, la paura e il dolore. Ma anche la vicinanza e la solidarietà di tanti fratelli, di tutta
l'Italia". "Abbiamo sperimentato la morte nel cuore, per le
nostre chiese, le nostre case e i nostri monumenti, che non ci sono più - ha aggiunto -. Ma abbiamo anche sognato (e
continuiamo a sognare) che un giorno, abbastanza vicino, la nostra città possa
risorgere". Di qui l'invito al card. Kasper a pregare il Signore, insieme con gli aquilani,
"perché questo sogno possa realizzarsi. E possa realizzarsi presto.
Sappiamo che è un sogno difficile. Ma per chi ha fede tutto è
possibile".
Il messaggio di
Papa Celestino. "Chiediamo misericordia e perdono":
"Queste parole con le quali abbiamo dato inizio a questa celebrazione
hanno in quest'anno un significato particolare - ha detto il card. Walter Kasper -. Il messaggio del perdono
e della misericordia di Dio è un messaggio di speranza". Con la
misericordia, infatti, "Dio ci dà sempre di nuovo una 'chance', ci concede
una nuova opportunità, un nuovo inizio. È di questo
conforto e di questo incoraggiamento che abbiamo bisogno. Nel segno della
misericordia di Dio si ha la forza e il coraggio di
ricostruire le case e le chiese della vostra città; la misericordia di Dio ci
dà anche la forza di ricostruire la casa spirituale della città, della vita
spirituale del nostro paese e della nostra Chiesa". Per il porporato è la
"ricostruzione spirituale" il messaggio del santo
papa Celestino "non solo per il tredicesimo secolo ma anche per il nostro
tempo". "Oggigiorno, in una situazione per molti aspetti diversa da
quella del tredicesimo secolo, anche noi siamo segnati in Europa - ha
riflettuto il card. Kasper - da una crisi della fede
e della vita cristiana forse più profonda e più preoccupante di allora. La
tentazione della mondanità incombe anche oggi nella Chiesa e nella nostra vita.
L'Europa si sta allontanando da Dio e dalle sue radici cristiane". Perciò,
"più che mai, anche oggi, il messaggio di papa Celestino, di penitenza, di
perdono e di conversione interiore è attuale per prendere speranza e coraggio
per la ricostruzione spirituale".
Superare egoismo e
individualismo. "Senza misericordia degli uni per gli
altri - ha avvertito il porporato - crolla la coesione di una città e di una
società. Senza il superamento dello spirito di individualismo
e di egoismo, dove ognuno pensa soltanto al suo profitto, non possiamo
costruire un nuovo futuro". La misericordia di Dio "ci dà la 'chance'
di un nuovo inizio nella giustizia, nella solidarietà,
nell'onestà, nella lealtà e nella prontezza di offrire aiuto. Essa può
concederci la possibilità di un nuovo inizio nella
vostra vita sociale, nei nuovi rapporti degli uni verso gli altri, rapporti non
di freddezza ma di calore umano. Il Dio ricco di misericordia
vuole il nostro futuro e ci invita alla conversione personale, alla
misericordia, al perdono degli uni verso gli altri".
Varcare la porta. "Ricostruendo le nostre case - ha sostenuto il cardinale -
dobbiamo riflettere quali porte sono da costruire e a chi possiamo aprire e
dare accesso nelle nostre case. Nella nostra società d'oggi ci sono
molte porte, attraverso le quali siamo invitati ad
entrare da una pressante propaganda commerciale e dai mass media, porte che ci
promettono facile accesso ad una vita apparentemente felice senza Dio e senza
Gesù Cristo, porte aperte a falsi idoli moderni: idoli del denaro, idoli del
consumo, idoli della moda, idoli del piacere". "Anche
oggi - ha continuato - ci sono ladri, dei quali Gesù ci avverte, ladri che non
sono interessati alle pecore, ma vengono per rubare, uccidere e distruggere.
Pascolano solo se stessi", ma "c'è solo un
vero ed un buon Pastore", Gesù Cristo. "Lui non ha atteso fino a
quando noi abbiamo aperto le nostre porte chiuse; nella sua misericordia, Egli
ha attraversato la porta del nostro mondo, si è messo dalla nostra parte e,
offrendo la sua vita sulla croce, ha aperto per ciascuno di noi la porta della
misericordia e del perdono, che conduce alla vita in abbondanza del regno dei
cieli", ha affermato il card. Kasper, per poi concludere: "La porta che apriamo oggi è simbolo della
porta che è Cristo. Attraversare questa porta non è qualcosa di esteriore, ma
ha un significato simbolico ed impegnativo. Varcare questa porta significa attraversare la porta per andare
verso una nuova vita in Cristo, in Dio". Sir
L'Eucaristia di fronte
a povertà, disoccupazione e sofferenza
"La Chiesa
dia un segno forte del fatto che si fa carico e promuove iniziative capaci di
rivoluzionare la mentalità consumistica dominante, nei confronti delle nuove
povertà e di quelle categorie di persone che oggi si stanno cancellando dalla
cura e dall'interesse comune, appunto perché non producono 'interessi'".
Così mons. Giancarlo Vecerrica, vescovo di Fabriano-Matelica, concludendo il
27 agosto la 61ª Settimana liturgica nazionale "Eucaristia e condivisione.
Dacci il nostro pane quotidiano", promossa in diocesi
dal Centro di azione liturgica. E proprio un gesto di condivisione e
concreta vicinanza era stata la solidarietà espressa
da mons. Vecerrica lo scorso 24 agosto, seconda
giornata della Settimana, ai lavoratori a rischio disoccupazione della Merloni,
azienda in crisi di Fabriano, una delegazione dei quali era presente alla Messa
in cattedrale.
Proposte e
impegni. Secondo il vescovo, "il problema della disoccupazione non è solo
un problema economico, ma sociale e personale: abbiamo
tante energie non sfruttate. Impieghiamole per il bene
comune". Nel sottolineare il "nesso
tra Eucaristia e condivisione o tra liturgia e vita quotidiana", mons. Vecerrica ha rilevato che "la liturgia vissuta
costituisce la strada dell'impegno etico". "Condividere il bisogno
vuol dire sorprendersi ad interessarsi del destino
dell'altro come di se stessi" e forse la crisi economica "che ci ha
costretti ad un cambiamento di stile e ad una rielaborazione delle priorità dei
nostri valori deve essere accolta come una opportunità", ma "sarebbe
assurdo trovarsi a toccare con mano le nostre vere fami, senza sapere o
comprendere che vi è un Vero Pane che le può sfamare!". Di qui la proposta
di "radunare i disoccupati per incontri formativi; far fare
loro un elenco delle capacità che sarebbero disposti a mettere a disposizione
della comunità ecclesiale". "Si pensi - ha aggiunto il vescovo - ad una più evidente, organizzata e convinta pastorale dei
conviventi e dei divorziati come anche dei gruppi delle varie emarginazioni
sociali". Quanto alle iniziative più propriamente liturgiche, da mons. Vecerrica l'esortazione a porre "segni durante la
liturgia che manifestino minore separazione nel corpo di Cristo tra sacerdoti e
laici" per "mettere effettivamente in atto il tanto auspicato
coinvolgimento dei laici che però resta di fatto
sempre lettera morta". Infine, "ogni parrocchia imposti
creativamente una Settimana eucaristica in preparazione del Congresso
eucaristico nazionale di Ancona (4-11 settembre 2011)".
Relazione,
comunione e unità. Sulla stessa linea mons. Luigi Conti,
arcivescovo di Fermo e presidente della Conferenza episcopale marchigiana:
"Siamo qui per orientare la nostra esistenza a Cristo. L'Eucaristia è Sacramento di relazione e perciò di condivisione".
Per suor Benedetta Selene Zorzi,
docente di patrologia all'Istituto teologico marchigiano di Ancona, "la
crisi economica dice la sconfitta di uno stile di vita che l'Occidente ha
intrapreso e che è chiamato seriamente a rivedere" e in proposito la
Chiesa "ha davvero ancora qualcosa da dire". "Siamo
chiamati a condividere le 'angosce e le speranze', a condividere i dubbi, a
essere insieme alla gente che cerca e soffre. Perché
questo non si riduca a mera connivenza o complicità - ha tuttavia avvertito -,
occorre continuare a vivere della liturgia", cioè a "offrire e
mostrare la preghiera come unico e vero segno della nostra identità e
appartenenza al Signore". Di Eucaristia come "profezia, ma
anche epifania della comunione ecclesiale" ha parlato padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia. "Il
pane eucaristico realizza l'unità delle membra di Cristo tra di
loro"; "non però da solo, automaticamente - ha precisato -, ma con il
nostro impegno". Dopo avere sottolineato la
necessità di "valorizzare la comunione sotto le due specie", il
predicatore ne ha messo in luce anche l'importanza sul piano dell'ecumenismo:
"Si insiste giustamente sul fatto che l'Eucaristia presuppone la piena
comunione ecclesiale, ma non si dovrebbe tacere il ruolo che l'Eucaristia, per
sua natura, è destinata a svolgere nel promuovere la stessa comunione e in
particolare la comunione tra tutti i cristiani. Essa non è
solo effetto, ma anche causa di unità".
"Trapianto di
vita". Per Andrea Grillo, docente di teologia sacramentaria al Pontificio
Ateneo Sant'Anselmo di Roma, "i riti sacramentali appaiono in senso forte
come mediazione dell'identità cristiana e permettono il passaggio dalla fede
alla vita" consentendo "di reagire alle molte forme di inadeguata correlazione tra fede e rito, che anche oggi
alimentano vecchi e nuovi clericalismi". A definire l'Eucaristia
un "trapianto di vita" è stato l'arcivescovo di Ancona-Osimo, mons. Edoardo Menichelli,
che nel 2011 ospiterà il Congresso eucaristico, precisando che "l'Eucaristia
per la vita quotidiana si fa codice per quella sociale"; per questo in
ogni epoca "la Chiesa non può tacere di fronte alle ingiustizie". Di
Eucaristia come "crogiuolo di un'etica a servizio dell'uomo" e
"fonte di trasformazione sociale" di fronte alle ingiustizie ha
parlato il monaco di Bose Goffredo Boselli. La
prossima edizione della Settimana liturgica nazionale si terrà nell'agosto 2011
a Trieste.
GIOVANNA PASQUALIN
TRAVERSA
Vatikan/Israel:
Peres beim Papst
Papst Benedikt XVI. hat an diesem
Donnerstag Israels Staatspräsidenten Schimon Peres empfangen. Bei dem
40-minütigen Gespräch in der päpstlichen Sommerresidenz in Castelgandolfo
ging es um den Friedensprozess zwischen Israelis und Palästinensern, die am
gleichen Tag in Washington nach 20-monatiger Unterbrechung wieder direkte
Verhandlungen aufnahmen.
Wünschenswert sei „eine Übereinkunft,
die die legitimen Bestrebungen beider Völker respektiert“ und dazu in der Lage
sei, „einen stabilen Frieden im Heiligen Land und in der gesamten Region“
herbeizuführen, hieß es in einer Mitteilung des vatikanischen Pressesaales.
„Jeder Form von Gewalt“ sei bei dem Gespräch zwischen Papst und israelischem
Präsidenten verurteilt worden. Auch habe man die Notwendigkeit unterstrichen,
„allen Teilen der Bevölkerung bessere Lebensbedingungen zu garantieren“.
Ersteres ist ein Zugeständnis an Israel, letzteres eines an die Palästinenser:
Israel leidet unter Raketenangriffen und Selbstmordattacken von Palästinensern,
letztere verweisen auf ihre armseligen Lebensbedingungen, unter anderem wegen
der Abschottung von Israel mittels einer scharf kontrollierten Mauer.
Außerdem sprachen Benedikt XVI. und
Schimon Peres über die Zusammenarbeit zwischen Vatikan und Israel sowie die
Position der katholischen Gemeinde im Heiligen Land. Die katholischen
Einrichtungen leisteten einen besonderen Beitrag zum Gemeinwohl, hieß es in der
Vatikan-Mitteilung, vor allem auch durch die katholischen Schulen. Beide Seiten
wünschten außerdem einen raschen Abschluss der Verhandlungen über
Wirtschaftsfragen zwischen Israel und Heiligem Stuhl. Dabei geht es um eine
Fortsetzung der bisher geltenden Steuerfreiheit für katholische
Non-Profit-Einrichtungen im Heiligen Land; die Verhandlungen ziehen sich seit
Jahren hin.
Papst Benedikt und Schimon Peres waren
einander zuletzt im Mai 2009 begegnet, als das Kirchenoberhaupt das Heilige
Land besuchte. Peres sprach vor der Begegnung mit Papst Benedikt auch mit
Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone sowie dem
vatikanischen „Außenminister“, Erzbischof Dominique Mamberti.
RV 2
Weltkirchenrat: Christen in Nahost brauchen gerechten Frieden
Jerusalem. Der Generalsekretär des
Weltkirchenrats, Olav Fykse Tveit,
hat zum Abschluss seiner Israelreise die Dringlichkeit einer Lösung des
Nahost-Konflikts betont. "Die Christen hier im Land haben es bitter nötig,
dass die Verhandlungen zu einem gerechten Frieden führen", sagte der
norwegische Theologe mit Blick auf die direkten Gespräche zwischen Israel und
den Palästinensern, die am Donnerstag in Washington aufgenommen wurden.
"Die derzeitige Situation kann so nicht weitergehen", sagte Tveit dem epd. "Eine Veränderung ist dringend
notwendig."
Tveit
hatte während seiner sechstägigen Reise durch Israel und die besetzten Gebiete
Vertreter aller Konfessionen getroffen und Brennpunkte der täglichen
Auseinandersetzung zwischen Israelis und Palästinensern im Westjordanland und
in Ostjerusalem besucht. Die Sorgen und Nöte der Christen stünden stellvertretend
für die Probleme der Palästinenser, sagte der Generalsekretär des Ökumenischen
Rats der Kirchen.
Ein gerechter Frieden schließe mit ein,
dass die Besatzung des Westjordanlandes beendet sowie eine abschließende Lösung
für den Status Jerusalems gefunden und das Rückkehrrecht für palästinensische
Flüchtlinge geregelt werde, so Tveit. Er forderte
weiter, dass Vertreter der palästinensischen Christen bei den Beratungen über
den Status von Jerusalem miteinbezogen werden.
Die Verhandlungspartner müssten mehr Bereitschaft
zeigen, auf alltäglicher Ebene Lösungen für die Menschen zu finden, sagte der
Theologe. "Es muss den Gläubigen möglich sein, zu den Heiligen Städten in
Jerusalem zu gelangen, und sie brauchen mehr Bewegungsfreiheit, um ihrem Leben
und ihren Geschäften nachzugehen", sagte Tveit.
Damit bezieht er sich auf die zum Schutz vor Selbstmordanschlägen zwischen
Israel und dem Westjordanland errichtete Sperranlage, die viele Palästinenser
nur mit Sondergenehmigung passieren dürfen.
In Israel und den besetzten Gebieten
leben Schätzungen zufolge rund 200.000 meist arabische Christen. Sie stellen
etwa zwei Prozent der Bevölkerung. Die Delegation des Weltkirchenrates unter Tveits Leitung informierte sich über die religiöse,
politische und humanitäre Lage in den Palästinensergebieten. Der Besuch sei ein
Zeichen der Unterstützung für diejenigen in Not, sagte Tveit.
Im Weltkirchenrat mit Sitz in Genf sind knapp 350 christliche Kirchen
zusammengeschlossen, die katholische Kirche gehört dem Dachverband nicht an.
Epd 2
Hausbesuche. Von Bischof Heinz Josef Algermissen
„Warum kommt der Pfarrer nicht?“ Diese
Frage höre ich bei den Gesprächen in den Gemeinden unseres Bistums im Rahmen
meiner Visitationen immer wieder. Und tatsächlich: Obwohl Hausbesuche zu den
Pflichtaufgaben aller Priester gehören, sie theologisch und biblisch gut
begründet sind, als missionarisch effektiv gelten und erwartet werden, gehört
die Visite der Gemeindeglieder durchaus nicht immer zu ihren Lieblingsaufgaben.
Pfarrer genießen zwar eine große
Gestaltungsfreiheit in ihrem Beruf, aber sie haben durchaus Pflichtaufgaben.
Dazu gehören, wie ich es häufig in Erinnerung bringe, auch die Hausbesuche.
Ich weiß, dass das Arbeitspensum der
Priester in den letzten Jahren zugenommen hat. In meinem Schlusswort am
Diözesantag im Juli letzten Jahres (03.07.2009) in Fulda habe ich es zur
Sprache gebracht und gebeten, in den Gemeinden und Pastoralverbünden darüber
nachzudenken: „Priester, Diakone und Gemeindereferentinnen und -referenten
können nur um die Gefahr des Zusammenbruchs andauernd zusätzliche Aufgaben
übernehmen. Der Weg hin zu einer konzentrierten Pastoral… zieht
Richtungsentscheidungen im Blick auf Vorrangigkeiten und Nachrangigkeiten sowie
verlässliche Standards in der Pastoral nach sich.“
Welcher Priester hat unterdessen mit
seinem Pfarrgemeinderat und seinem Verwaltungsrat darüber ein Gespräch
begonnen?
Zu den Vorrangigkeiten der Seelsorger
gehört für mich fraglos der Hausbesuch. Ich empfehle den Pfarrern deshalb ein
professionelles Zeitmanagement nach dem Motto: „Nicht reagieren, sondern
strukturieren“. Also einen Vormittag oder Abend pro Woche strikt für Besuche
reservieren. Solcherart Disziplin hilft auch, die psychologische Barriere zu
bekämpfen. Denn bei Hausbesuchen sitzen wir Priester alle ohne Konzept da,
müssen spontan reagieren, auch mal schweigen, müssen den „Heimvorteil“ den
Besuchten überlassen, die uns vielleicht bohrend mit kritischen Fragen
konfrontieren.
Der heutige Mensch hat ein ungestilltes
Bedürfnis nach Ernstnehmen seiner Person und Individualität. Das ist der Grund für die Nachfrage und der psychologische
Ansatzpunkt des Hausbesuchs. Jemand in seinem Eigenen aufsuchen bedeutet schon,
ihn als Person aufsuchen, nicht als ehrenamtliche Arbeitskraft, Geldspender
oder „Mitglied“.
Der seelsorgerliche Hausbesuch hilft
mit, dass das Vorwort der Pastoralkonstitution „Die Kirche in der Welt von
heute“ des Zweiten Vatikanischen Konzils (Gaudium et spes, Nr. 1) nicht zum frommen Wunschtraum wird: „Freude
und Hoffnung, Trauer und Angst der Menschen von heute, besonders der Armen und
Bedrängten aller Art, sind auch Freude und Hoffnung, Trauer und Angst der
Jünger Christi.“
Zwar sind die mit einem regelmäßigen
Besuchsdienst verbundenen Herausforderungen durchaus anstrengend. Aber wer sie
annimmt, wird belohnt.
„Bonifatiusbote“ 5
Die deutsche Kirche setzt langfristig auf Abschaffung der Atomenergie
In der aktuellen Diskussion um die
Laufzeitverlängerung von Atomkraftwerken in Deutschland melden sich auch die
deutschen Bischöfe zu Wort. Sie plädieren langfristig für die Abschaffung der
Atomenergie und setzen auf erneuerbare Energien, erklärt ihr Sprecher bei der
Bundesregierung, Prälat Karl Jüsten, vom katholischen
Büro in Berlin. Im Interview mit Radio Vatikan sagte er:
„Unsere Intention ist es, alles daran
zu setzen, dass Atomenergie überflüssig wird. Papst Benedikt hat sich ja jüngstens in seiner Enzyklika „Caritas in veritate“ zu dieser Frage geäußert und eindeutig angemahnt,
die Energie in Zusammenhang mit der Schöpfungsverantwortung zu sehen. Genauso
die Bischöfe, die sich derzeit genau mit dieser Fragestellung befassen. Für uns
sind Fragen wichtig wie: Wie gehen wir mit den Ressourcen in der Welt um?
Können wir nicht noch mehr Energie sparen? Was ist mit den Endlagern – diese
Frage ist ja nicht wirklich in Deutschland gelöst. Und solange diese Frage
nicht zur Zufriedenheit gelöst ist, haben wir natürlich immer auch Vorbehalte
gegenüber der Atomenergie.“
Die katholische Kirche habe eine klare
Position für oder gegen die Atomenergie noch nicht formuliert, so Jüsten. Sie bringe vielmehr Kriterien in die Diskussion
ein, die auf das Berücksichtigen der Schöpfungsverantwortung zielten. Auch bei der
Frage erneuerbarer Energien gäbe es freilich noch Einiges zu klären. Jüsten führt aus:
„Das ist im Grunde genau der Weg, den
die Kirche auch versucht zu gehen in der Energiepolitik: Erneuerbare Energien,
die auf der anderen Seite aber die Umwelt nicht erneut belasten dürfen. Da gibt
es natürlich auch einige Energieträger, die da Probleme darstellen, einseitige
ökologische Landwirtschaft usw. Die zweite Frage, die noch ganz wichtig ist:
Die Entwicklung von Speichertechnologien. Denn erst wenn wir wirklich gute
Speichertechnologien haben, dann sind auch Energieformen wie Windenergie oder
Wasserkraft noch einmal ganz anders zu nutzen.“ Rv 01
Missbrauch. Bischöfe gehen zum Staatsanwalt
Die katholische Kirche will Missbrauch
in Zukunft prinzipiell anzeigen. Damit verschärft die Kirche ihre Leitlinien
aus dem Jahr 2002.
Die katholischen Bischöfe in
Deutschland wollen künftig strikter vorgehen, wenn in ihrem Bistum Fälle von
sexuellem Missbrauch gemeldet werden. Ein Verdacht soll künftig grundsätzlich
an die staatlichen Strafverfolgungsbehörden weitergeleitet werden. Dies sehen
die neuen verschärften Leitlinien der Bischofskonferenz zum Umgang mit Fällen
von Missbrauch vor, die der Trierer Bischof Stephan Ackermann am Dienstag
vorstellte.
Allerdings sollen Bistümer von dieser
Pflicht abweichen können, „wenn dies dem ausdrücklichen Wunsch des mutmaßlichen
Opfers“ oder dessen Eltern entspreche und es rechtlich zulässig sei. Wenn
weitere Opfer ein Interesse an der Verfolgung der Taten haben könnten, muss der
Verdacht dennoch der Staatsanwaltschaft gemeldet werden. Falls der
Anzeigepflicht nicht entsprochen wird, sollen die Gründe schriftlich
dokumentiert werden.
Ackermann, Missbrauchsbeauftragter der
Bischofskonferenz, sagte in Trier, die bisher geltenden Leitlinien von 2002
seien nicht „präzise genug“ gewesen und deshalb verschärft worden. Tatsächlich
waren die alten Regeln in die Kritik geraten, weil sie zunächst kircheninterne
Ermittlungen vorsahen. Lediglich „in erwiesenen Fällen“ sollte „je nach
Sachlage“ die Staatsanwaltschaft informiert werden.
Bundesjustizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) hatte daher im Zuge des Missbrauchsskandals
der Kirche mangelnde Kooperation mit den Staatsanwaltschaften vorgeworfen. Die
Ministerin erklärte nun, die überarbeiteten Leitlinien ließen das Bemühen
erkennen, „aus den Schwächen der alten Richtlinien die richtigen Lehren zu
ziehen“. Die Klarstellung der Bischofskonferenz zeige, dass die Kirche eine
engere Zusammenarbeit mit den Strafverfolgungsbehörden anstrebe. An einigen
Punkten gebe es aber noch Unklarheiten. FR 1
Kard. Erdö: „Vereinte Christen gegen Ausbeutung der Natur“
Die Christen müssen federführend sein
in Sachen Umweltschutz. Das sagte der ungarische Primas, Kardinal Peter Erdö, in seiner Eröffnungsrede zur „grünen“ Pilgerreise der
Umwelt-Bischöfe in Zentraleuropa. Bis Sonntag pilgern die Verantwortlichen für
Umweltfragen der europäischen Bischofskonferenzen von Ungarn über die Slowakei
bis ins österreichsche Mariazell.
Wie Kardinal Erdö weiter hinzufügte, müssten die
Gläubigen sich aktiv gegen die Ausbeutung der Natur einsetzen. Dieses Anliegen
vereine die Christen aller Konfessionen.
Umweltschutz ist urheberrechtlich nicht
geschützt. Das heißt, jeder Mensch und jede Gemeinschaft soll und muss sich
damit auseinandersetzen. Das ist die zentrale Botschaft, die Kardinal Erdö den Gläubigen bei der „grünen“ Pilgerreise vermitteln
möchte. Dazu sei ein Austausch mit Politikern und Wirtschaftsleuten
unvermeidlich.
Die Teilnehmer der Pilgerreise des
Rates der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) werden deshalb auch mit
Unternehmen, Ökonomen und Politikern zusammentreffen. Kardinal Erdö habe zwar Verständnis dafür, dass die Politik eng mit
der Wirtschaft verbunden sei. Doch oft werde diese Einsicht den vermeintlichen
wirtschaftlichen Zwängen untergeordnet.
„Manchmal habe ich das Gefühl, dass die
Wirtschaft doch mehrheitlich nach ihren eigenen Regeln handelt. Es herrscht
ständig ein Notstand, sagt uns die Wirtschaft. Und im Notstand fühlt man sich
berechtigt, auch Schritte zu unternehmen, die man selber nicht für vernünftig
hält. Das gilt insbesondere beim Umgang mit der Natur. Man muss aber ständig im
Dialog bleiben. Sowohl die Politiker als auch die Verantwortlichen der
Wirtschaft und andererseits die Kirchenvertreter müssen unbedingt in Kontakt
bleiben mit den Naturwissenschaftlern.“
Erdö
verwies auch auf Papst Benedikt XVI., der in seinem Schreiben zum
Weltfriedenstag daran erinnert habe, dass die Achtung vor der Natur nicht ohne
Veränderung des Lebensstils möglich sei. Kardinal Erdö
erinnerte dabei an den Begriff der „sozialistischen Moral“ im
spätkommunistischen Ungarn.
„Damals hat man den Materialismus
vertreten und eben von sozialistischer Moral gesprochen. Es gab in der
offiziellen Presse große Diskussionen unter Akademikern über den Inhalt dieser
sozialistischen Moral. Letztlich lautete die Antwort, die am meisten angenommen
wurde: der Inhalt der Moral sei mit dem Strafgesetzbuch identisch. Aber wenn
das Strafgesetzbuch allein den Inhalt des Moralismus bildet, dann gibt es keine
Moral. Das war das Problem. Doch danach blieb unsere Gesellschaft ohne
Orientierung.“
Deshalb stehe die Wallfahrt der
Bischöfe unter einem leichtverständlichen Motto, das Papst Benedikt XVI. zum
Weltfriedenstag 2010 ausgerufen hat: „Wenn Du den Frieden willst, bewahre die
Schöpfung.“ (kap 2)
Vor 100 Jahren: Antimodernisteneid
Vor genau 100 Jahren, am 1. September
1910, veröffentlichte Papst Pius X. den so genannten Antimodernisteneid.
Alle angehenden Priester mussten von da an in einem feierlichen Akt vor ihrer
Weihe die geltende kirchliche Lehre bejahen und moderne Formen der Theologie
ablehnen.
Das „Sammelbecken aller Häresien“ war
der Modernismus für Papst Pius X. Die Anhänger dieser Strömung waren dafür, das
Lehramt mit den damaligen neuesten Erkenntnissen der Wissenschaft zu verbinden.
Was das heißt, erklärt der deutsche Kirchenhistoriker Johannes Grohe von der
Päpstlichen Universität Santa Croce in Rom.
„Es hat viel zu tun mit dem Eindringen
der historisch-kritischen Methoden in die Bibelwissenschaft. Hier spielt eine
Vorreiterwolle der liberale Protestantismus. Das wird dann auch in der
Katholischen Kirche rezipiert. Man spielt Offenbarung gegen geschichtliche
Wirklichkeit aus, das gilt auch für die Kirche nur als Glaubensinstitution,
nicht aber als historisch wirklich von Christus gegründete Gemeinschaft. Im
Großen und Ganzen dreht es sich immer um diese Frage: Wie ist eigentlich unser
Glaube grundgelegt.“
Der Eid ist der Endpunkt eines
erbitterten, jahrzehntelangen Kampfes gegen den Modernismus. Das schlug sich im
Tonfall nieder, der scharf und kompromisslos war. „Ich nehme an alles und jedes
Einzelne, was vom irrtumslosen Lehramt der Kirche
bestimmt, aufgestellt und erklärt ist, besonders die Hauptstücke ihrer Lehre,
die unmittelbar den Irrtümern der Gegenwart entgegen sind“, beginnt die lange
Formel. Inhaltlich besagte der Antimodernisteneid
aber nichts Neues, sagt Grohe.
„Aber man könnte sagen, hier wird die
Lehrentwicklung zusammengefasst, auf den Punkt gebracht und verbindlich
vorgelegt. Ziel des Eides war es, allen Priestern und in der Lehre Stehenden
eine ausdrückliche feierliche Zustimmung vorzuschreiben, und man wollte auf
jene, die sich nicht offen gegen die Lehren des 1. Vatikanums
oder gegen die Enzykliken von Papst Pius ausgesprochen hatten, die sogenannten Kryptomodernisten, dazu veranlassen, jetzt Farbe zu
bekennen.“
Innerhalb der Kirche wurde der Antimodernisteneid von einigen befürwortet, von anderen als
notwendiges Übel anerkannt. Viele aber, zumal im deutschen Sprachraum, sahen
darin die Wissenschaftlichkeit theologischer Forschung grundsätzlich in Frage
gestellt. So wurde für Deutschland ein Kompromiss ausgehandelt: Professoren mussten
den Eid nicht ablegen, es sei denn, sie waren gleichzeitig Seelsorger.
Andernorts kam es nach der Einführung der Eidesformel auch zu unangenehmen
Erscheinungen wie Bespitzelungen. Johannes Grohe:
„Da gab es zwischen 1909 und 1921 die
Priestergemeinschaft „Sodalitium pianum“,
die haben mit einem großen Eifer, ja Übereifer Modernisten gesucht und
angezeigt. Das hat die Atmosphäre sehr vergiftet. In Mailand gab es etwa den
großen Reformbischof Andrea Carlo Ferrari. Er wurde über Jahre als Modernist
verdächtigt und angezeigt, später dann aber von Pius X. und Benedikt XV.
rehabilitiert, und nicht nur das: Johannes Paul II. hat Ferrari 1987 selig
gesprochen. Er gilt in manchen Dingen, etwa in der aktiven Beteiligung der
Laien am kirchlichen Leben, als einer der Vorläufer des II. Vatikanischen
Konzils.“
Was den Stein des Anstoßes betrifft,
die historisch-kritische Bibelexegese, so ist sie heute längst an allen
katholischen Fakultäten unverzichtbar.
„Wir haben inzwischen gelernt, dass die
Kirchengeschichte die historisch-kritische Methode braucht – insofern gehen wir
Hand in Hand mit Kollegen der Profanwissenschaften. Aber das Objekt, mit dem
wir uns beschäftigen, die Kirche Gottes, betrachten wir im Licht des Glaubens
als eine Stiftung Jesu Christi. Aber es ist mittlerweile viel friedlicher als
Anfang des Jahrhunderts.“
Der Antimodernisteneid
hielt sich bis 1967, als Papst Paul VI. ihn nach den Entscheidungen des II.
Vatikanischen Konzils abschuf. Knapp 30 Jahre später, im Jahr 1989, führte
Papst Johannes Paul II. einen neuen Treueid für alle jene ein, die in der
Kirche leiten oder lehren. Der scharfe Ton des Antimodernisteneides
wird nicht wiederholt, doch enthält die aktuelle Schwurformel neben dem
„normalen“ Glaubensbekenntnis etwa den Satz „Fest glaube ich auch alles, was im
geschriebenen oder überlieferten Wort Gottes enthalten ist und von der Kirche
als von Gott geoffenbart zu glauben vorgelegt wird, sei es durch feierliches
Urteil, sei es durch das ordentliche und allgemeine Lehramt.“ Blieb der neue Treueid
unwidersprochen? Nicht ganz.
„In Deutschland hat es in akademischen
Kreisen doch auch Widerstand gegeben, denken wir an die Kölner Erklärung, wo
man in Maßnahmen dieser Art eine Bevormundung durch Rom, wie man dann gerne
sagt, gesehen hat. Aber vergessen wir nicht: Es handelt sich darum, dass
Menschen, die Verantwortung für die Kirche in Lehre oder Leitung übernehmen,
dass sie sich eindeutig und verbindlich zur Lehrtradition der Kirche bekennen.“
Dem Entstehen von Irrlehren kann man
zwar mit keiner Schwurformel vorbeugen, so der Kirchenhistoriker Grohe, man
kann aber gleichsam die „Geschäftsbedingungen“ klar machen.
„Natürlich wird es nie ein menschliches
Mittel geben, mit dem man Häresien einfach vermeiden kann. Es gehört zum Weg
der Kirche durch die Zeit, dass sie den Glauben, den sie von Jesus Christus
empfangen und durch die Apostel vermittelt bekommen hat, immer wird verteidigen
müssen. Wir werden nie eine Zeit erleben, in der der glaube
der Kirche unangefochten ist. Maßnahmen greifen dann immer bis zu einem
bestimmten Punkt, können aber nie die Heiligkeit und Festigkeit der Lehre
garantieren. Sie allein garantieren nicht, dass Kopf und Herz der einzelnen
immer bei Gott und der Lehre der Kirche sind. Aber sie können gewissermaßen das
Vorfeld klären.“ (rv/kna
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Christen in Irak. Die Tage sind gezählt
Seit dem Sturz des Saddam-Regimes sind
zehntausende Christen aus dem Irak geflohen. Der Exodus hält an. "Was
immer die Muslime sagen, sie akzeptieren uns nicht", sagt ein Christ. VON
INGA ROGG
HAWRESK - Es ist, als wolle der
Messdiener nicht nur Gott ehren, sondern gleich auch all die bösen Geister
vertreiben, die über der versammelten Gemeinde schweben. So inbrünstig
schwenkt er den Weihrauchkessel. Jedes Mal klappert die Kette des Kessels wie
helles Glockengeläut. Eine dicke Rauchwolke steigt auf und würzig-herb breitet
sich der Geruch des Weihrauchs auf dem Dorfplatz aus. Aus dem ganzen Nordirak
sind Armenier in diesen einsamen Weiler bei Dohuk
angereist, um an der Grundsteinlegung für eine Kirche teilzunehmen. Nicht den
Ermordeten und Entführten sollen die Gedanken heute gehören, sondern dem
Glauben an eine Zukunft.
Vor einem offenen Zelt ist eine lange
Tischreihe aufgestellt. Weinrote Frotteehandtücher bedecken den provisorischen
Altar; neben einem Kreuz, Kerzenleuchtern, der Bibel und einem Spitzendeckchen
mit Ölen stehen Wasserflaschen und eine Schachtel mit Papiertüchern. Dahinter
türmt sich braunrot die ausgehobene Erde auf.
Begleitet vom Geläut des
Weihrauchkessels stimmt die Gemeinde ein Kirchenlied an. Melancholisch breitet
sich der armenische Gesang über die trockene Hügellandschaft. Nacheinander
treten Männer mit Steinen in den Händen vor den Erzbischof, der eigens aus
Bagdad gekommen ist. Priester waschen die Steine, dann salbt sie der Erzbischof
und hüllt sie in ein symbolisches Leichentuch. In einer Prozession zieht die
Gemeinde dann zur künftigen Kirche, wo halbwüchsige Buben die Steine in angerührtem
Zement verankern.
Christen heute: Aufgrund der vielen
Kirchenspaltungen gibt es heute mindestens acht verschiedene christliche
Konfessionen im Irak. Die größte Glaubensgemeinschaft bilden die Chaldäer, die
sich im 17. Jahrhundert mit Rom unierten. Ihnen folgen die Assyrer, die der
Assyrischen Kirche des Ostens und der Alten Kirche des Ostens angehören.
Weitere wichtige Konfessionen sind die Syrisch-Orthodoxe, die
Syrisch-Katholische sowie die Armenisch-Apostolische und die
Armenisch-Katholische Kirche. Darüber hinaus gibt es in Bagdad auch eine kleine
lutherische Gemeinde.
"Wir bauen die Kirche", sagt
Erzbischof Avak Asadourian
in seiner Predigt. "Aber ihr seid es, die sie mit Leben erfüllen." Ob
sich der Wunsch des armenisch-apostolischen Geistlichen erfüllt, ist ungewiss.
Die letzten amerikanischen Kampftruppen, die Ende August abziehen, hinterlassen
ein Land, dessen Christen um ihre Existenz fürchten.
"Ich bin heute sehr, sehr
glücklich", sagt Ankin Setrak.
"Ich habe mir schon lange eine Kirche gewünscht." Mit einer lässigen
Handbewegung schiebt sich die Mittdreißigerin ihre Sonnenbrille in ihre
dunkelblonde Mähne. Setrak stammt aus aus Mossul, mit ihrem Mann wohnte
sie in Bagdad. Bis vor eineinhalb Jahren, als Unbekannte auf den Wagen ihres
Mannes schossen. "Wir überlegten nicht lange, packten unsere Sachen und
flohen hierher", sagt Setrak. Der Vater war
schon zwei Jahre davor aus Mossul geflohen, nachdem
Extremisten sein Werbebüro bombardiert und 25.000 Dollar Schutzgeld erpresst
hatten. Geschichten wie die Setraks hört man viele in
Hawresk.
Jetzt wohnt Setrak
mit ihrem Mann in einer Reihensiedlung. 115 Häuser mit Flachdach - zwei Zimmer,
Küche, Bad. Ein Haus sieht wie das andere aus, betonierte Gleichförmigkeit
gegen die Not. Es gibt ein Gemeindehaus für Totenfeiern und Hochzeiten. Doch
Hochzeiten gibt es selten. Die Gemeinden der Armenier
wie die aller Christen im Irak schrumpfen. Die Sicherheitslage hat sich in den
letzten Jahren verbessert, aber das heißt nur, dass nicht mehr so viele
Menschen getötet werden wie vor drei Jahren, aber immer noch so viele, dass es
nur ein Schritt bis zum nächsten Abgrund ist.
Vor fast hundert Jahren suchten
Armenier schon einmal Zuflucht in Hawresk. Das
Osmanische Reich war zerfallen, und im Nahen Osten begann das Jahrhundert des
Nationalismus und Islamismus, der Autokraten, Diktatoren und der Kriege. Mit
dem sunnitischen Großreich zerbrach ein System, in dem die Christen und Juden
zwar keine gleichberechtigten Bürger waren, in dem sie in religiösen und
kulturellen Angelegenheiten aber weitgehend freie Hand hatten. Den Auftakt
bildeten die Massaker an den Armeniern in den Jahren 1894 bis 1896, verübt von
den Hamidije-Regimentern, einer vom Sultan
aufgestellten kurdischen Stammesmiliz. Zehn Jahre später begingen die nationalistischen
Jungtürken den ersten Massenmord des Jahrhunderts.
Überlebende der Todesmärsche retteten
sich nach Syrien und in den Irak. In Hawresk
eröffneten sie später eine Schule. "23. 5. 1923", hat jemand mit
roter Farbe an die Mauer des halbverfallenen Gebäudes gepinselt. Gerettet
hatten sich damals auch die Großeltern von Akin Setrak
und von Eschkhan Sarkisian, heute Gemeindevorsteher
der Armenier in Sacho, der Grenzstadt zur Türkei.
Als Setrak in
ihrem Wohnzimmer sitzt, ist die Freude plötzlich wie weggeblasen. "Früher
lebten hier auch Juden", sagt Setrak.
"Juden gibt es heute keine mehr, genauso wird es auch uns Christen
ergehen." Sarkisian, ein stämmiger Mann mit lustigen Augen, stemmt sich
seit Jahren gegen den Mitgliederschwund in seiner Gemeinde. Vergeblich.
"Vor allem die Jungen gehen, und ohne die Jugend gibt es auch keine
Zukunft", sagt Sarkasian. Sie fliehen nach
Amerika, Australien und Europa. Früher habe es in Sacho
dreihundert armenische Familien gegeben. "Heute sind es noch
sechzig."
Wie den Armeniern geht es allen
christlichen Konfessionen im Irak. Besonders hart trifft es katholische
Chaldäer und Assyrer, die sich als Nachfahren der irakischen Ureinwohner
verstehen. Wie viele Christen es heute noch gibt, weiß niemand genau. Vor dem
Krieg 2003 sollen es noch mehr als eine Million gewesen sein. Auf knapp 294.000
beziffert das päpstliche Jahrbuch von 2009 die Zahl der Katholiken, die mit
mehr als achtzig Prozent die Mehrheit unter den mindestens acht verschiedenen
Kirchen bilden. Das wären weniger als 1 Prozent der Gesamtbevölkerung.
Die Gründe für den Exodus sind
vielfältig. Aber wie zu Zeiten des Osmanischen Reichs steht heute das
multireligiöse und -kulturelle Erbe eines Landes auf dem Spiel. Saddam Hussein
hatte den Christen eine Zeitlang Sicherheit gewährt. Vor der Zerstörung von
Kirchen und Dörfern machte freilich auch der Diktator nicht halt - Hawresk war eines davon. Mit dem Versprechen des
Säkularismus seiner Baath-Partei, das die Christen
anzog, war es am Ende nicht weit her.
Heute streiten sich Schiiten und
Sunniten, Araber und Kurden um die Erbmasse von Saddams Diktatur - mit
ungewissem Ausgang. "Zwei Iraker, drei Meinungen", sagt ein
irakisches Sprichwort. Furcht und gegenseitiges Misstrauen, ohnehin tief
verankert, bestimmen heute die Politik. Die Kirchen könnten deshalb nur
bestehen, wenn sie möglichst weit Abstand zur Politik hielten, sagt Baschar Matte Warda. Warda, chaldäischer Erzbischof in Ainkawa bei Erbil, ist ein bedächtiger Mann. Lange überlegt
er, bevor er die Frage beantwortet, ob es für die Christen eine Zukunft gebe.
"Wir waren lange vor den Amerikanern und sogar lange vor den Muslimen
hier", sagt Warda schließlich. "Aber ich mache mir Sorgen, Ja."
Wenn der Exodus anhalte, werde es zwar auch noch in fünfzig Jahren
Christengemeinden geben, aber sie würden dann im Geburtsland von Abraham keine
Bedeutung mehr haben. Um zu verhindern, müssten die Kirchen auch die Spaltung
untereinander überwinden, sagt Warda. "Nur so können wir uns Gehör
verschaffen." Der Zwist der Kirchen untereinander geht so weit, dass
selbst gemischte Ehen kaum möglich sind. Da die Kinder immer der Konfession des
Vaters angehören, wacht jede Gemeinschaft eifersüchtig darüber, keine
Mitglieder zu verlieren. Zumal die Christen schon demografisch mit den Muslimen
nicht mithalten können.
Gegenüber den Muslimen setzt Warda vor
allem auf Bildung. "Die Muslime schätzen unsere Schulen", sagt Warda,
der selbst jahrelang eine Schule in Bagdad geleitet hat. "Wenn jemand
zwölf Jahre eine Schule besucht hat, hinterlässt das Spuren. Damit legt man
eine Basis, auf der man aufbauen kann." Darüber hinaus würden die Kirchen
so auch Arbeitsplätze schaffen. Auch die soziale Not, besonders unter den
Vertriebenen, ist ein Grund, warum Christen den Irak verlassen. "Wir können
sie nicht zum Bleiben auffordern, wenn wir ihnen keine Perspektive
bieten", sagt Warda.
In Hawresk
ist es wieder still geworden. Gelb und ockerfarben breiten sich die Felder in
der Ebene Richtung Süden aus. Irgendwo dort liegt Mossul.
Nach Norden hin erheben sich in der flirrenden Mittagshitze graubraun die Berge
Kurdistans. Ankin Setrak
steht in der Küche und brüht einen arabischen Mokka auf. Sie fühlt sich hier im
kurdisch regierten Nordirak sicher, sie hat sogar wieder Arbeit gefunden.
Trotzdem will sie weg. Auch ihre beste Freundin will den Irak verlassen.
"Je schneller, umso besser", sagt sie.
Dabei ist es nicht nur der anhaltende
Terror von islamischen Extremisten, den die Christen fürchten. Auch den Kurden
trauen viele nicht. Mehrere tausend Christen sind in den letzten Jahren nach
Kurdistan geflohen. Sie können hier ihren Glauben frei leben und erhalten auch
sonst Unterstützung von der kurdischen Regierung in Erbil.
IRAK taz | Gleichzeitig liegen die
Kurden jedoch mit den Arabern im Dauerkonflikt um die Ninive-Ebene südlich von Hawresk. Für die Christen ist das Land ihrer Vorväter, die
hier einst das Assyrer-Reich errichten hatten. Die meisten wollen in dem
Gebiet, in dem heute auch andere Minderheiten leben, eine Autonomie. Wie diese
aussehen und ob die zuständige Regierung Bagdad oder Erbil sein soll, ist
jedoch umstritten. Christen beschuldigen die Kurden, den Konflikt zu schüren
und auch hinter einem Teil der Gewalt in Mossul zu
stecken. Die Kurden bestreiten dies.
Gedankenverloren streicht Akin Setrak ein beiges Plastikdeckchen auf dem Wohnzimmertisch
glatt. Es riecht nach Kaffee. "Jetzt sind wir hier sicher", sagt sie,
"aber wer weiß, wie es in ein paar Jahren aussieht." Selbst Eschchan Sarkisian, der als Einziger den Irak nicht
verlassen will, glaubt, dass die Tage der Christen im Irak gezählt sind.
"Was immer die Muslime sagen, im Kern akzeptieren sie uns nicht",
sagt Sarkisian. "Am Ende wollen sie, dass wir Christen ebenfalls Muslime
werden." Taz 2
Erzbischof Nichols: „Papst wird spirituelle Seite der Engländer ansprechen“
Der Papst wird bei seiner
bevorstehenden Reise nach Großbritannien die Spiritualität der Engländer
ansprechen. Davon ist der Erzbischof von Westminster,
Vincent Nichols, überzeugt. Benedikt XVI. wird das Land einschließlich
Schottland vom 16. bis 19. September besuchen und bei dieser Gelegenheit
Kardinal John Henry Newman selig sprechen. Erzbischof Nichols sagte dazu
gegenüber Radio Vatikan:
„Man darf nicht denken, dass alle in
diesem Land eine säkulare Mentalität haben. Ich glaube das nicht. Was sicher
stimmt, ist, dass die britischen Institutionen und auch die Medien säkular
geprägt sind. Das Leben der Menschen aber ist sehr offen für die Wirklichkeit
Gottes; und es gibt hier sehr viele verschiedene religiöse Ausdrucksformen. Ich
glaube nicht, dass im Leben der einfachen Leute die Sensibilität für Gottes
Dinge fehlt. Und ich glaube, dass Papst Benedikt XVI. diese Saite in den
Menschen zum Klingen bringen wird.“
Papst Benedikt XVI. werde bei seiner
Visite mehr Menschen erreichen als Papst Johannes Paul II., prognostiziert
Nichols. Das habe vor allem mit der Art der Reise zu tun. Benedikts Vorgänger
besuchte Großbritannien im Jahr 1982 als erster Papst seit der Trennung der
Anglikanischen Kirche von Rom.
„Als Papst Johannes Paul II. kam, kam
er auf Einladung der katholischen Glaubensgemeinschaft und feierte mit ihr die
Sakramente. Der Rest der englischen Gesellschaft schaute zu, zwar fasziniert
von dem, was sie sah, aber sie schaute zu. Die jetzige Papstreise erfolgt auf
Einladung der Königin und der britischen Regierung, und es geht um den Besuch
des ganzen Landes. Natürlich wird Benedikt auch die katholische Gemeinschaft
besuchen, aber es ist in erster Linie ein Staatsbesuch, was etwas absolut
anderes ist. Publikum ist jetzt die gesamte britische Gesellschaft. Das
bestimmt auch die einzelnen Etappen der Reise, deren Höhepunkt die
Seligsprechung Newmans ist.“
Der anglikanische Theologe John Henry
Newman (1801-1890), der mit 44 Jahren zur katholischen Kirche konvertierte,
gilt als einer der Wegbereiter des modernen Katholizismus. Der Kardinal soll am
19. September in Coventry vom Papst selig gesprochen werden. Auch in
ökumenischer Hinsicht setzt Erzbischof Nichols große Hoffnungen in die
Papstvisite:
„Die Beziehung zwischen der
anglikanischen Gemeinschaft und der römisch-katholischen Kirche ist dieses Mal
sehr delikat. Der Besuch Benedikts im Lambeth-Palast
und das persönliche Treffen mit dem Erzbischof von Canterbury ist ein sehr
wichtiger Moment und wird sehr fruchtbar sein. Diese Begegnung wird eine Reihe
von Treffen folgen lassen und uns in der nächsten Phase der ökumenischen
Beziehungen sehr gut voranbringen.“ Rv 01