Notiziario religioso  3-5  Settembre  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Venerdì 3 settembre. Il commento al Vangelo. Vino nuovo in otri nuovi 1

2.       Sabato 4 settembre. Il commento al Vangelo. Gesù “signore del sabato”  1

3.       Domenica 5 settembre. Il commento al Vangelo. Le condizioni per essere discepoli di Gesù  1

4.       Domenica 9. XXIII DOMENICA DEL TEMPO COMUNE. La croce, un’ignominia divenuta segno di “gloria”  2

5.       “Le folle lo cercavano ...”  4

6.       Si dimette monsignor Marchetto strenuo difensore dei migranti 4

7.       Vaticano. Immigrazione, monsignor Marchetto lascia. "Ma non per la polemica con la Francia"  4

8.       Deceduto l’ex missionario a Saarbrücken e Konstanz mons. Micheloni 5

9.       Espulsioni Rom. Non è la soluzione. Le reazioni delle Chiese di Francia e Romania  5

10.   L'arcivescovo a studenti e insegnanti. "Centro dell'Aquila fermo a quel 6 aprile"  6

11.   Comece. Con più fiducia. Il numero di settembre di Europe Infos  6

12.   Giovani e adulti. La grande scommessa. Un rapporto umile e autorevole  6

13.   Una risorsa morale. L'attualità "politica" di Rosmini 7

14.   Varcare la porta. Card. Walter Kasper: no all'egoismo, sì alla solidarietà  7

15.   L'Eucaristia di fronte a povertà, disoccupazione e sofferenza  8

 

 

1.       Vatikan/Israel: Peres beim Papst 8

2.       Weltkirchenrat: Christen in Nahost brauchen gerechten Frieden  9

3.       Hausbesuche. Von Bischof Heinz Josef Algermissen  9

4.       Die deutsche Kirche setzt langfristig auf Abschaffung der Atomenergie  9

5.       Missbrauch. Bischöfe gehen zum Staatsanwalt 9

6.       Kard. Erdö: „Vereinte Christen gegen Ausbeutung der Natur“  10

7.       Vor 100 Jahren: Antimodernisteneid  10

8.       Christen in Irak. Die Tage sind gezählt 11

9.       Erzbischof Nichols: „Papst wird spirituelle Seite der Engländer ansprechen“  12

 

 

 

Venerdì 3 settembre. Il commento al Vangelo. Vino nuovo in otri nuovi

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 5,33-39) commentato da P. Lino Pedron 

 

33 Allora gli dissero: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno orazioni; così pure i discepoli dei farisei; invece i tuoi mangiano e bevono!». 34 Gesù rispose: «Potete far digiunare gli invitati a nozze, mentre lo sposo è con loro? 35 Verranno però i giorni in cui lo sposo sarà strappato da loro; allora, in quei giorni, digiuneranno». 36 Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per attaccarlo a un vestito vecchio; altrimenti egli strappa il nuovo, e la toppa presa dal nuovo non si adatta al vecchio. 37 E nessuno mette vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spacca gli otri, si versa fuori e gli otri vanno perduti. 38 Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi. 39 Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: Il vecchio è buono!».

E’ utile spiegare il significato del digiuno e della supplica. Come il cibo è vita, così il digiuno è privazione di vita, cioè morte. Esso è una pratica religiosa indispensabile per prendere coscienza della propria realtà di creatura e del proprio limite: l’uomo non ha la vita in proprio, ma la riceve da Dio come dono. Questo è il fondamento di un rapporto corretto con Dio, con se stessi, con gli altri e con le cose. E’ il gesto più alto di libertà della creatura, che consiste nel riconoscere la propria verità senza mentire.

Così anche la supplica, che è la forma primordiale della preghiera, è sempre invocazione di qualcosa che non si possiede e di cui si ha bisogno. Essa esprime con lo spirito la fame e la sete di Dio che il corpo manifesta attraverso il digiuno.

Nel Vangelo questi due aspetti fondamentali dell’uomo vengono superati: al digiuno subentra il banchetto, alla supplica lamentosa la danza della gioia nuziale. I cristiani sostituiscono ogni pratica religiosa con il mangiare e il bere, cioè con l’Eucaristia. Invece di digiunare e di supplicare, mangiano e bevono.

Gesù dice il motivo di questa sazietà ed ebbrezza di vita concessa ai discepoli. Essi stanno partecipando al banchetto di nozze tra Dio e l’uomo. In Gesù l’umanità, che è la sposa, consuma le nozze con lo sposo, che è Dio.

Le nozze sono uno dei simboli preferiti dell’Antico Testamento per esprimere il significato profondo del rapporto tra l’uomo e Dio che gli ha dato come primo comandamento: "Ascoltami!… Amami!" (Dt 6,4-5).

Questa immagine ci permette di conoscere chi sia Dio per l’uomo e l’uomo per Dio. Dio è passione per l’uomo, lo ama e cerca di unirsi a lui. L’amore porta ad unirsi, a fondersi e a identificarsi con la persona amata.

Così Dio, in Gesù si unisce, si fonde, si identifica con l’uomo, perché ogni uomo possa, a sua volta, amare Dio "con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze (Dt 6,5) e identificarsi con Dio in Cristo.

La natura vera dell’uomo può essere capita solo se si considera la passione che Dio ha per lui, come quella di uno sposo per la sua sposa (Ef 5,32). E’ questo amore di Dio che dà all’uomo la sua essenza, la sua esistenza e la sua smisurata dignità.

Solo ponendo il suo capo sul cuore di Dio, l’uomo è appagato in ogni suo più profondo desiderio. L’uomo è se stesso solo nel suo rapporto con Dio. Dio è qui e si è unito all’uomo.

La parabola dei vv. 36-39 ci insegna che il vestito nuovo dell’uomo è Cristo risorto (Gal 3,27). Per il battezzato è indispensabile prendere coscienza di questa novità di vita, per non fare operazioni inutili e dannose come strappare una pezza dal vestito nuovo per cucirla su quello vecchio. Fuori metafora: non si può continuare a vestire l’uomo vecchio rattoppandolo con qualche novità evangelica. Ciò che è vecchio va buttato: "Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici, e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio, nella giustizia e nella santità vera" (Ef 4,22ss).

Gli otri nuovi sono gli uomini nuovi che contengono il vino nuovo che è lo Spirito Santo. Il vino migliore è proprio quello nuovo, offerto generosamente dal Cristo (Gv 2,10).

E’ un invito a superare la falsa sapienza dell’ovvio, del ripetitivo, che è sempre rivolta al passato, e ad avere il coraggio del nuovo che è ignoto. De.it.press

 

 

 

Sabato 4 settembre. Il commento al Vangelo. Gesù “signore del sabato”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 6,1-5) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Un giorno di sabato passava attraverso campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. 2 Alcuni farisei dissero: «Perché fate ciò che non è permesso di sabato?». 3 Gesù rispose: «Allora non avete mai letto ciò che fece Davide, quando ebbe fame lui e i suoi compagni? 4 Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell'offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non fosse lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?». 5 E diceva loro: «Il Figlio dell'uomo è signore del sabato».

Presso gli ebrei i poveri, quando erano affamati, potevano raccogliere le spighe dai campi, secondo la norma di Deuteronomio 23,26: "Se passi tra la messe del tuo prossimo, potrai coglierne spighe con la mano, ma non mettere la falce nella messe del tuo prossimo". Le spighe venivano stropicciate tra le mani e si mangiavano i chicchi che ne uscivano. Allora dove sta il problema? Secondo l'interpretazione della legge, questo poteva essere fatto tutti i giorni della settimana, fuorché il sabato. E c'era anche una penale. Se il lavoro di sabato era compiuto inavvertitamente, il colpevole veniva ammonito e doveva offrire un sacrificio espiatorio. Se invece il sabato era trasgredito nonostante i testimoni e la precedente ammonizione, il reato prevedeva la pena di morte per lapidazione. L'ammonizione è rivolta direttamente ai discepoli, però allude a Gesù. E Gesù risponde con una contro-obiezione, citando la Scrittura (1Sam 21,1-7), cioè l'autorità più alta e da tutti riconosciuta come parola di Dio. I pani dell'offerta, in numero di dodici, uno per ogni tribù d'Israele, rimanevano su un tavolo per la durata di una settimana nel Santo del tempio, come offerta a Dio. Nessuno poteva mangiarli, se non i sacerdoti quando era passata la settimana. Davide però e i suoi compagni li mangiarono, perché erano affamati e non c'era altro pane a disposizione. Nessuno biasima per questo Davide, né la Scrittura, né i dottori della legge, perché la necessità scusa la trasgressione della legge. Quindi anche i discepoli di Gesù non trasgrediscono la legge, se di sabato stropicciano le spighe perché hanno fame. Nell'interpretazione della legge bisogna cercare la volontà di Dio e il vero bene dell'uomo. E Dio non ha dato la legge per tormentare gli uomini, ma per renderli felici. Il sabato serve per risolvere le necessità del prossimo, non per creargli ulteriori grattacapi. De.it.press

 

 

 

 

Domenica 5 settembre. Il commento al Vangelo. Le condizioni per essere discepoli di Gesù

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 14,25-33) commentato da P. Lino Pedron 

 

25 Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: 26 «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27 Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.

28 Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? 29 Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: 30 Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. 31 Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32 Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasceria per la pace. 33 Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

La parabola della grande cena aveva dimostrato che un gran numero di invitati erano mancati all’appuntamento per ragioni di interessi personali: non avevano saputo sacrificare qualcosa di proprio per fare spazio all’invito ricevuto. Gesù vuole risparmiare alla gente il ripetersi di un simile errore e di un’altra delusione. Egli è in cammino verso Gerusalemme dove l’attende la passione, la morte e la glorificazione. La molta gente che lo segue sa dove sta andando?, e conosce quali sono le condizioni per seguirlo? Chi segue Gesù deve mettere in second’ordine ogni altra persona e cosa.

La parola "odiare" va intesa nel senso di amare meno, posporre, mettere al secondo posto. Matteo presenta queste stesse parole di Gesù in una forma molto più comprensibile per noi: "Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me" (Mt 10,37).

Nessuno deve illudersi che la salvezza sia a buon mercato. Come è stata cara per lui (1Cor 6,20; 7,23; 1Pt 1,18-19), così lo sarà anche per chi lo segue. Per seguire Gesù occorre sacrificare qualsiasi legame, anche quello familiare, ed essere pronti anche a morire.

Dopo l’esperienza di Gesù, la croce era diventata il simbolo delle sofferenze sopportate per il regno di Dio. Umanamente parlando, la croce non è un bene, non piace né a Dio né agli uomini, ma è un mezzo indispensabile per non dispiacere a Dio e per piacere agli uomini.

Le due parabole della costruzione di una torre e della partenza di un re per la guerra sono la spiegazione di ciò che precede. Esse ci insegnano che prima di prendere delle decisioni bisogna riflettere, perché è meglio non intraprendere un’impresa, piuttosto che affrontarla con mezzi inadeguati e fallire lo scopo. Farsi discepolo di Gesù è una scelta seria che coinvolge tutta la vita.

Con questa presa di posizione Gesù voleva anche impedire che si unissero a lui degli esaltati, che di fronte a delle scelte di fede e di amore, subito si stancano e rimettono continuamente in discussione ciò che non è discutibile, come leggiamo nel vangelo di Giovanni: «Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero:Questo linguaggio è duro: chi può intenderlo?’. Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: "Questo vi scandalizza?… Gesù infatti sapeva fin dall’inizio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che l’avrebbe tradito"… Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui» (Gv 6,60-66).

Il discepolo di Gesù deve mettere in second’ordine le persone care, la propria vita, il proprio onore: a maggior ragione le cose che possiede! I beni terreni tiranneggiano l’uomo e assediano i suoi pensieri e la sua vita. Gesù ha detto: "Non potete servire Dio e mammona" (Lc 16,13). E’ la sintesi del discorso. L’unica ricchezza del discepolo è la sua povertà. L’unica sua forza è la sua debolezza (2Cor 12,10). La povertà è il volto concreto dell’amore: chi ama dà tutto se stesso. De.it.press

 

Domenica 9. XXIII DOMENICA DEL TEMPO COMUNE. La croce, un’ignominia divenuta segno di “gloria

 

E’ famoso il detto di un padre del deserto: “Verrà il tempo in cui gli uomini impazziranno. E al vedere uno che non sia pazzo gli si avventeranno contro dicendo: ‘Tu sei pazzo!’, a motivo della sua dissomiglianza da loro”.

Paolo è passato attraverso questa esperienza: “I Giudei domandano miracoli e i Greci cercano la sapienza; ma noi, noi predichiamo un Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, follia per i pagani” (1 Cor 1,22-23).

Dove sta la vera sapienza?

La logica della croce non è quella del mondo e l’uomo nasce e cresce assimilando quella del mondo. Quando gli viene annunciata la “ follia della croce” è normale e perfino salutare che esiti, venga colto da dubbi e perplessità e che – come spiega il Vangelo di oggi – si sieda per riflettere sulla scelta da fare.

Noi cerchiamo la vita, non la morte, vogliamo evitare ciò che ci fa soffrire e la croce non evoca, purtroppo, l’idea di salvezza.

Certe forme di mortificazione, di penitenze e di pratiche ascetiche non hanno reso un buon servizio alla comprensione dell’invito fatto da Gesù a prendere la croce.

Il cristiano non aspira al dolore (nemmeno Gesù lo ha cercato), ma all’amore.

Tuttavia, quando l’amore è “vissuto fino alla fine” (Gv 13,1) giunge al dono della vita. Ecco perché la croce, da segno di morte, diviene simbolo di vita.

Fino alla fine del III secolo, i simboli del cristiano erano l’ancora, il pescatore, il pesce, mai la croce. Sarà a partire dal IV secolo, con il celebre ritrovamento dello strumento del supplizio di Gesù da parte di S.Elena, che la croce diverrà simbolo di vittoria, non sui nemici di Costantino a Ponte Milvio, ma sulla morte e su tutto ciò che fa morire.

Scegliere la croce è scegliere la vita. Ma non è facile da capire.

 

Prima Lettura (Sap 9,13-18b)

 

13 Quale uomo può conoscere il volere di Dio?

 Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?

 14 I ragionamenti dei mortali sono timidi

 e incerte le nostre riflessioni,

 15 perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima

 e la tenda d’argilla grava la mente dai molti pensieri.

 16 A stento ci raffiguriamo le cose terrestri,

 scopriamo con fatica quelle a portata di mano;

 ma chi può rintracciare le cose del cielo?

 17 Chi ha conosciuto il tuo pensiero,

 se tu non gli hai concesso la sapienza

 e non gli hai inviato il tuo santo spirito dall’alto?

 18 Così furono raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra;

 gli uomini furono ammaestrati in ciò che ti è gradito;

 essi furono salvati per mezzo della sapienza”.

 

Il capitolo 9 del libro della Sapienza contiene una stupenda preghiera per chiedere a Dio la sapienza. La lettura ne presenta la terza ed ultima parte.

La sapienza di cui parla la Bibbia non va identificata con l’erudizione, il sapere, l’istruzione ricevuta a scuola.

L’autore del libro della Sapienza era un uomo molto intelligente e preparato: aveva studiato la scienza, l’aritmetica, la fisica; conosceva il movimento delle stelle, il comportamento degli animali, le radici per curare le malattie (Sap 7,16-21). Eppure sentiva il bisogno di chiedere a Dio la sapienza perché essa può essere donata solo da lui.

Come allevare gli animali, come coltivare i campi, quali tecniche impiegare per produrre sempre di più e sempre meglio: sono problemi seri e urgenti, ma non sono i più importanti. Ci sono interrogativi che vanno affrontati perché dalla loro soluzione dipende la riuscita o il fallimento della vita e a questi interrogativi non rispondono i libri di scienza. Che valore dare al denaro, al successo, al prestigio sociale, alla famiglia, alla professione? Possono essere dimenticati, ma anche pericolosamente sopravvalutati.

Per fare scelte giuste e ponderate, è necessaria la “sapienza”, cioè, la luce che viene da Dio, perché – dice la lettura – seguendo i propri impulsi e le proprie intuizioni, l’uomo non arriva a scoprire ciò che è bene. Non è in grado di conoscere il volere del Signore perché i suoi ragionamenti sono incerti. E’ troppo condizionato dal corpo corruttibile che gli appesantisce la mente. Già fa fatica a capire le cose della terra, come potrà scoprire i pensieri di Dio? (vv.13-16).

Toppi fattori imponderabili condizionano i ragionamenti e le scelte dell’uomo: l’educazione ricevuta, le tradizioni assimilate, i persuasori occulti, la propaganda di chi detiene il potere, l’opinione dominante. Non è facile decidere in modo libero e saggio, camminare per sentieri diritti, se Dio non invia dall’alto la sua luce, se non comunica la sua sapienza (vv.17-18).

I pensieri degli uomini sono spesso deboli, fragili, inconsistenti. Non dobbiamo meravigliarci se la parola di Dio tante volte li contraddice.

 

Seconda Lettura (Fm 9b-10.12-17)

 

Io, Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero per Cristo Gesù; 10 ti prego dunque per il mio figlio, che ho generato in catene, 11 Onesimo, quello che un giorno ti fu inutile, ma ora è utile a te e a me. 12 Te l’ho rimandato, lui, il mio cuore.

 13 Avrei voluto trattenerlo presso di me perché mi servisse in vece tua nelle catene che porto per il vangelo. 14 Ma non ho voluto far nulla senza il tuo parere, perché il bene che farai non sapesse di costrizione, ma fosse spontaneo. 15 Forse per questo è stato separato da te per un momento perché tu lo riavessi per sempre; 16 non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo in primo luogo a me, ma quanto più a te, sia come uomo, sia come fratello nel Signore.

 17 Se dunque tu mi consideri come amico, accoglilo come me stesso.

 

Se i Colossesi hanno conservato con devozione questo biglietto, indirizzato da Paolo a un cristiano della loro comunità, significa che, nonostante la sua brevità, è stato ritenuto prezioso. L’episodio che l’ha originato è commovente. Se ad esso si aggiunge il tono affettuoso, delicato e dolce con cui Paolo lo ha redatto (Basta considerare le parole con cui inizia il nostro brano: “Io, Paolo, vecchio e ora anche prigioniero”), si comprende la ragione dell’amore di cui è sempre stato circondato. Veniamo alla vicenda.

Passando per la provincia dell’Asia, Paolo ha incontrato e convertito a Cristo un giovane e ricco commerciante di Colossi di nome Filemone. Costui diviene un cristiano esemplare. Paolo lo chiama “nostro caro collaboratore” (Fm 1) e ne fa un notevole elogio: “sento parlare della tua carità per gli altri” (Fm 5); “la tua carità è stata per me motivo di grande gioia e consolazione, fratello, perché il cuore dei credenti è stato confortato per opera tua” (Fm 7).

Filemone è sposato (Appia che viene citata al v.2 è probabilmente sua moglie), ha al suo servizio operai, domestici ed è proprietario di una casa sufficientemente grande da accogliere tutta la comunità per gli incontri e la celebrazione settimanale dell’Eucaristia (Fm 2). Un giorno uno dei suoi schiavi, un certo Onesimo (che significa “utile”!), gli ruba un bel gruzzolo e scompare.

Schiavi che fuggono ce ne sono parecchi. In genere finiscono per mimetizzarsi in una grande città, vivendo di espedienti, di elemosine o di furti, cercando di non farsi riconoscere perché chi viene riportato dal padrone rischia la pena capitale.

Non sappiamo come quest’uomo sia arrivato a incontrare Paolo; visto che l’Apostolo si trovava ad Efeso in prigione, si può supporre che i fatti si siano svolti, più o meno, in questo modo: Onesimo, giunto nella più grande metropoli dell’Asia, si caccia in qualche affare losco, viene scoperto e finisce in galera. Lì incontra l’Apostolo.

Passati i primi giorni di reciproca diffidenza, i due si raccontano le loro storie e scoprono di conoscere le stesse persone a Colossi. Divengono amici e Paolo parla ad Onesimo del Signore Gesù. Dopo alcuni mesi, Onesimo chiede di essere battezzato e quando viene rimesso in libertà vorrebbe tornare dal suo padrone, ma gli manca il coraggio. L’Apostolo allora gli consegna una lettera di presentazione da consegnare a Filemone e a tutta la comunità.

Questa è l’origine della breve e stupenda Lettera a Filemone che oggi ci viene proposta.

Paolo invita l’amico e i cristiani di Colossi a non lasciarsi guidare da considerazioni umane e a supporre che Onesimo si sia convertito per opportunismo. Questi ragionamenti spesso sono il sintomo di un meschino desiderio di vendetta. L’Apostolo raccomanda che Onesimo venga accolto bene: come se fosse suo figlio (v.10), come il suo stesso cuore (v.12), come un fratello carissimo (v.16). Cos’è mai la perdita di un po’ di soldi, paragonata alla gioia di ricevere un fratello? (vv.17-18). Chi ha sbagliato non può essere guardato con sospetto per tutta la vita.

Com’è finita la storia di Onesimo? Non abbiamo notizie sicure, ma tutto lascia supporre che egli sia stato accolto molto bene perché, pochi anni dopo, nella lettera ai Colossesi, Paolo parla ancora di “Onesimo, il fedele e caro fratello che è dei vostri” (Col 4,9) . Cinquant’anni più tardi, Ignazio di Antiochia ricorda un certo Onesimo, vescovo di Efeso. Potrebbe trattarsi della stessa persona.

 

Vangelo (Lc 14,25-33)

 

25 Siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse: 26 “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27 Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.

28 Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? 29 Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: 30 Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.

31 Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32 Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace. 33 Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

 

Nel campo religioso, le statistiche, le percentuali, le proiezioni, i rilevamenti sono utili se aiutano a riflettere sulle proprie responsabilità e stimolano a rivedere le scelte ecclesiali alla luce del Vangelo. Sono opinabili e tendenziosi invece quando portano a scaricare sull’edonismo, sul laicismo, sul secolarismo… tutte le colpe degli insuccessi. Sono addirittura deleteri se inducono ad interpretare l’aumento degli adepti come un motivo di orgoglio, di vanità, di autocompiacimento.

Di fronte ai “grandi numeri”, alle “folle oceaniche” Gesù, invece di rallegrarsi, si preoccupa. Immagina i suoi discepoli come un “piccolo gregge” (Lc 12,32), come un po’ di “sale” (Mt 5,13) o di “fermento” (Mt 13,33), come “un granello di senape” (Mt 13,31). Non dobbiamo meravigliarci se – come accade nel Vangelo di oggi – egli rimane stupito al vedere che “era molta la gente che andava con lui” (v.25). E’ colto dal dubbio che ci sia stato un equivoco, che le folle abbiano frainteso le sue parole. Si volta e comincia a spiegare cosa comporta la scelta di essere suoi discepoli (v.25).

Gesù fa tre richieste, molto dure, che si concludono con il medesimo, severo ritornello: non può essere mio discepolo! (vv.26.27.33). Sembra quasi che voglia allontanare le persone, più che attirarle.

Il brano è stato applicato spesso alla vocazione monastica. In realtà è diretto alle folle che vanno con lui, è rivolto a tutti coloro che vogliono essere cristiani.

Iniziamo con una precisazione: Se uno viene a me – dice Gesù – non “se uno vuole venire dietro a me” (v.26). E’ una differenza sottile, ma significativa perché rivela l’intenzione dell’evangelista. Luca vuole indirizzare le parole di Gesù ai numerosi convertiti delle sue comunità i quali sono attratti dal Maestro, provano simpatia per lui e per il suo messaggio, ma sono anche tentati di “addomesticare” il Vangelo, di renderlo più abbordabile.

Le condizioni che Gesù pone sono chiare e non sono trattabili.

 

La prima: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (v.26).

Quando presenta i requisiti della vocazione cristiana, Gesù usa sempre immagini molto forti. Non vuole che qualcuno si faccia delle illusioni. Lo abbiamo sentito qualche domenica fa dichiarare a chi lo voleva seguire: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo... Lascia che i morti seppelliscano i loro morti” (Lc 9,57-62). In un’altra occasione ha parlato della necessità di cavare l’occhio e di tagliare la mano e il piede che scandalizzano (Mc 9,43-47). Tuttavia non era mai arrivato ad affermare che è necessario odiare i propri familiari e addirittura la propria vita. Com’è possibile? Il cristiano è colui che ama tutti, anche i nemici.

Qualcuno risolve la difficoltà sostenendo che, nella lingua di Gesù, il verbo odiare significa anche: “amare di meno”, “porre in secondo piano”. E` vero, ma forse non è questa la soluzione giusta. Anzitutto perché l’amore per sua natura non ha limiti e più si ama, meglio è. Dio non è geloso e considera come rivolto a sé tutto l’amore che è donato all’uomo (Mt 25,40). Non bisogna aver paura di esagerare. Inoltre, ridurre le parole severe del Maestro ad una banale questione di quantità: “amare di più - amare di meno”, vuol dire non capirle.

Quando Gesù parla di odio, si riferisce ai tagli netti che è necessario fare quando si tratta di rimanere fedeli al Vangelo. Odiare significa avere il coraggio di rompere anche i legami più cari, quando costituiscono un impedimento a seguire lui. E’ l’invito rivolto ai cristiani delle comunità di Luca a dissociarsi, a opporsi in tutti i modi a ciò che è contrario al Vangelo, anche quando questo significa porsi in disaccordo con un amico, urtare la sensibilità di qualche familiare, rinunciare a scelte di compromesso. Questi distacchi, queste prese di posizione possono venire classificati come “odio”, ma sono gesti coraggiosi di autentico amore.

 

La seconda condizione: “Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo” (v.27).

Questa frase viene interpretata spesso come un invito a sopportare con pazienza le contrarietà, le piccole o grandi sofferenze della vita. Altre volte è intesa come un invito a mortificarsi, a fare dei sacrifici.

Gesù non fa una richiesta di rassegnazione, ma di disponibilità a testimoniare, anche con la vita, la propria fede. Il martirio è una eventualità da mettere in conto perché la proposta di vita nuova – quella delle Beatitudini – è sconvolgente, scatena reazioni. Chi non la capisce o la ritiene pericolosa per il buon ordine sociale o religioso, farà certamente ricorso a qualche forma di violenza. Magari si tratterà solo di violenza verbale (insulti, ingiurie, diffamazioni, derisioni), ma può manifestarsi in discriminazioni, nell’emarginazione sociale o religiosa, nella messa al bando. Può giungere addirittura alla violenza fisica, come è accaduto con Gesù.

Questa è la croce che deve aspettarsi il discepolo.

 

Prima di introdurre la terza richiesta, Gesù racconta due brevi parabole. La prima parla di un uomo che, volendo proteggere i raccolti dai ladri e dagli animali, decide di costruire una torre nel suo campo per mettervi una guardia. Non inizia i lavori senza aver prima calcolato la somma necessaria per portare a termine l’opera. Ne va della sua reputazione (vv.28‑30).

La seconda parabola narra di un re che vuole intraprendere una guerra. Anch’egli si siede e valuta le forze del suo esercito (vv.31‑32). C’era un detto: prima di andare a caccia di leoni, prendi la tua lancia e conficcala per terra. Se non riesci a farla penetrare in profondità, rinuncia al tuo progetto: i leoni sono troppo forti per te!

Le due parabole sembrano un invito a rinunciare alla vocazione cristiana. In realtà l’obiettivo è richiamare la serietà e l’impegno che comporta questa scelta.

Chi ha ascoltato il Vangelo non può illudersi di essere già divenuto discepolo; non sono sufficienti gli slanci e l’entusiasmo iniziale, occorre costanza e forza per perseverare.

 

La terza condizione: “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (v.33).

Non si tratta di dare qualche spicciolo in elemosina. Bisogna rinunciare a tutto. Non è uno scherzo!

Per rendere praticabile questa richiesta è stata escogitata una infelice soluzione. Si è cominciato a parlare di istituti di perfezione (i religiosi, i monaci, le suore) che – prendendo i voti – si impegnano a praticare integralmente ciò che Gesù esige. I cristiani semplici possono invece continuare a possedere e amministrare i loro beni, ma devono rassegnarsi ad essere cristiani imperfetti. Insomma, la rinuncia ai beni non sarebbe un precetto per tutti, sarebbe un di più proposto ad alcuni eroi, decisi a praticare anche le parti “facoltative” del Vangelo.

Si tratta di un trucco maldestro. La richiesta di rinuncia totale ai beni non è rivolta solo a qualcuno, ma a chiunque viene a Gesù.

Affinché non sorgessero dubbi, Luca ha riferito più volte questa condizione posta dal Maestro (Lc 12,33; 18,22...).

Non è facile avanzare proposte concrete. Luca ha presentato negli Atti la comunità in cui nessuno era povero perché tutti avevano messo in comune i loro beni (At 2,44‑45; 4,32-35).

Certo è che la scelta di seguire Cristo comporta un rapporto completamente nuovo anche nei confronti dei beni di questo mondo. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

“Le folle lo cercavano ...

 

Il mese di settembre ci introduce in una tappa dell'anno che segna il rientro dopo il riposo estivo e la ripresa delle attività ordinarie. La Chiesa ci offre in questo mese la lettura di vari brani tratti dal Vangelo di San Luca. Egli è l'unico degli evangelisti che non conobbe personalmente il Signore, ma fu discepolo di san Paolo e vicino ad alcuni dei protagonisti della vita di Gesù, tra cui specialmente Maria. Scrive il suo vangelo con uno stile elegante e attraente. È l'evangelista dell'universalità della redenzione, della misericordia e dell'azione dello Spirito, e sa cogliere la bellezza della povertà, della semplicità e della preghiera. Trasformati dall'incontro con Cristo siamo invitati anche noi a realizzare con serenità, con dedizione e amore la missione affidataci da Dio.

 

"Le folle lo cercavano...". L'uomo di oggi, come quello di ogni tempo, è alla ricerca della vera felicità ed è sempre sensibile ai segni che vi conducono. Il Vangelo ci mostra Gesù impegnato nel lavoro apostolico che comporta guarigioni, liberazione da demoni, annunzio della buona novella. Sono, questi, segni "messianici", cioè segni che in Cristo si avvera l'opera del Messia annunziato. Si è concluso da poco lo speciale Anno Sacerdotale, durante il quale abbiamo rivolto lo sguardo alla figura di un grande santo, Giovanni Maria Vianney, per tanti anni parroco ad Ars. Alla fine della sua vita, migliaia di persone, attratte dalla sua santità, giungevano al piccolo paesino della Francia, per ascoltare le sue semplici ma toccanti prediche e soprattutto per avere l'opportunità, a volte dopo ore di attesa, di ricevere un consiglio e il frutto del sacramento della riconciliazione, per iniziare un cammino nuovo. Sono molte le conversioni e i miracoli che Dio ha operato per mezzo di lui. Ebbene, se un santo attrae in tal modo le moltitudini, è proprio perché egli è un riflesso della presenza di Cristo. Anche noi abbiamo bisogno di andare a cercarlo, di uscire da noi stessi con la preghiera, soprattutto per trovare Colui che ci può indicare la strada della nostra piena realizzazione. È bello anche il dettaglio colto da san Luca circa la vita di preghiera di Gesù: "Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto...".È come se volesse ricordare che la grande forza dell'azione di Gesù, cui non resistono né la malattia, né il potere del demonio, ha la sua fonte nell'unione intima della sua anima col Padre. Nella misura in cui partecipiamo di questa unione, noi pure possiamo portare guarigione e gioia vera intorno a noi. De.it.press

 

 

 

Si dimette monsignor Marchetto strenuo difensore dei migranti

 

Era molto critico nei confronti della politica sull'immigrazione adottata dall'Italia e dall'Ue - Nelle ultime settimane aveva bocciato la politica del presidente francese Sarkozy sui rom

 

CITTA' DEL VATICANO - Monsignor Agostino Marchetto non è più segretario del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti. Il Papa, rende noto la Sala Stampa della Santa Sede, ha accettato le sue dimissioni. Raggiunti i 70 anni, l'arcivescovo ha voluto infatti approfittare di una norma che riguarda i nunzi apostolici, i quali, essendo spesso in sedi lontane dal Paese di origine, possono dimettersi con cinque anni di anticipo rispetto ai vescovi diocesani. Prima di ricoprire l'incarico di numero due del dicastero dei migranti, che lo ha visto protagonista di polemici attacchi alla politica del Governo italiano e, più recentemente di quello francese, attacchi peraltro sconfessati dalla Santa Sede in diverse occasioni, mons. Marchetto, infatti, è stato diplomatico di carriera fino a diventare osservatore permanente della Santa Sede alla Fao.

CRITICHE ALLA FRANCIA - Giovedì scorso l'arcivescovo Marchetto aveva rilasciato ad una testata francese un'intervista molto critica sulla questione delle espulsioni dei rom, ricordando che il popolo zingaro era stato vittima dell'Olocausto. Un'agenzia italiana aveva lanciato la notizia confondendo il tempo passato con il presente e questo aveva scatenato una enorme polemica sui media di tutto il mondo. Ora, tuttavia, dal Vaticano si fa sapere che l'accettazione delle dimissioni non è legata all'episodio e non può essere considerata una decisione «immediata»: l'arcivescovo aveva presentato da tempo le proprie dimissioni in vista del compimento dei 70 anni; in quanto ex nunzio, infatti, aveva diritto ad andare in pensione in anticipo rispetto al limite dei 75 anni di etá. Infine è stato chiarito che normalmente delle dimissioni dei segretari dei dicasteri vaticani non viene data notizia dal Vaticano fino al momento in cui non viene nominato il successore. In ogni caso, l'ex dignitario vaticano avrebbe dovuto tenere mercoledì una relazione a Bogotá, il cui testo era stato diffuso sabato mattina dal dicastero per i migranti affinché fosse pubblicato, ma non è partito non avendo più titolo a partecipare e preferendo restarsene a Roma per traslocare le carte personali dall'ufficio che non è più suo.

CRITICHE ALL'ITALIA - Il 21 aprile scorso, le critiche di mons. Marchetto al «pacchetto sicurezza» avevano costretto il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, a precisare che «il Vaticano come tale non ha detto niente sul decreto sicurezza approvato dal governo italiano». «Ha parlato mons. Marchetto, ma non mi consta che il Vaticano in quanto tale abbia preso posizione», aveva affermato Lombardi. Già in febbraio, quando il prelato aveva criticato le ronde, la Santa Sede aveva specificato che si trattava di una sua posizione personale. Da parte sua l'arcivescovo volle replicare: «quando un vescovo pensa di aver fatto il suo dovere, non si ferma a raccogliere le pietre che gli buttano dietro». Da parte del Governo, invece, arrivò l'apprezzamnto del ministro della Difesa La Russa: «Siamo lieti della precisazione del Vaticano, che mette in rilievo la differenza tra un giudizio, legittimo, di monsignor Marchetto e quello del Vaticano».

INTERVENTO SALTATO - Nella relazione che avrebbe dovuto tenere mercoledì A Bogotá, monsignor Marchetto intendeva denunciare il fatto che «un numero sempre crescente di Paesi tende ad adottare politiche e strumenti normativi che hanno un approccio volto a ridurre forme di irregolarità, tralasciando invece quella necessaria azione preventiva o almeno volta a ridurre abusi nei confronti dei migranti». Ed esprimere così la «grande preoccupazione» della Chiesa per la tolleranza che di fatto viene mostrata riguardo «alla tratta di esseri umani e all'industria legata all'introduzione irregolare di migranti, la cui consistenza appare crescente pur in presenza di articolate legislazioni e strategie di contrasto». Al II Forum Internazionale su Migrazione e Pace, in programma a Bogotá fino al 3 settembre, il prelato voleva anche ricordare il rapporto tra sottosviluppo e emigrazione rilevando che tra «il Nord e il Sud del mondo c'è un divario netto, evidente altresì in termini demografici oltre che strutturali, economici e di programmazione dello sviluppo, che motiva in larga misura i flussi migratori, giungendo finanche a farli ritenere ancora limitati». «Di fronte a queste situazioni - osservava il testo diffuso sabato scorso da Marchetto e non più pronunciato - l'intervento a cui sono chiamate le religioni non è facile, se non la si vuole ridurre alla sola denuncia o ad una mediazione». Esse sono chiamate ad esempio a contrastare «le immagini che presentano i migranti solo come causa di conflitto quando ad essere messi in discussione sono i valori cardine della convivenza, quella costituzione materiale che è posta alla base del vivere sociale». Da queste situazioni, sosteneva l'arcivescovo, «la dimensione religiosa non può estraniarsi: la Chiesa Cattolica, ad esempio, si espone direttamente sul terreno con le sue strutture pastorali e la sua specificità di intervento che, nell'impossibilità di una piena integrazione, opera perché almeno si determini una capacità di convivere attraverso una prassi di rispetto reciproco delle persone e di accettazione o tolleranza dei differenti costumi». Attraverso la Sala Stampa, monsignor Marchetto ha fatto che intende d'ora in avanti dedicarsi esclusivamente ai suoi studi di storico della Chiesa e del Concilio Vaticano II. Agi/CdS 1

 

 

 

 

Vaticano. Immigrazione, monsignor Marchetto lascia. "Ma non per la polemica con la Francia"

 

Fonti vaticane spiegano che il Segretario del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti ha utilizzato una regola che permette ai nunzi apostolici di andare in pensione a 70 anni. Nessun collegamento, spiegano le fonti, con gli attacchi dell'arcivescovo alla politica anti-rom di Sarkozy

 

CITTA' DEL VATICANO - L'arcivescovo Agostino Marchetto non è più Segretario del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti. La Sala Stampa della Santa Sede rende noto che il Papa ha accettato le dimissioni del monsignore che, raggiunti i 70 anni, ha usufruito di una norma riguardante i nunzi apostolici. Essendo spesso in sedi lontane dal Paese di origine, ai nunzi è concesso dimettersi con cinque anni di anticipo rispetto ai vescovi diocesani. Prima di ricoprire l'incarico di numero due del dicastero dei migranti, monsignor Marchetto è stato diplomatico di carriera fino a diventare osservatore permanente della Santa Sede alla Fao.

 

Ma è in veste di Segretario del Pontificio consiglio per i migranti che l'arcivescovo si è reso protagonista di attacchi alla politica sull'immigrazione del governo italiano e, più recentemente, all'azione del governo francese contro i rom 1. Attacchi, peraltro, sconfessati dalla Santa Sede in diverse occasioni. Ed è proprio in relazione alle scomode prese di posizione di monsignor Marchetto che autorevoli fonti vaticane si sono sentite in dovere di precisare oggi alle agenzie di stampa che le sue dimissioni non sono da mettere in relazione con le dure riflessioni dell'arcivescovo di fronte al giro di vite del governo francese sui rom. Nelle settimane scorse Marchetto aveva criticato i provvedimenti presi da Sarkozy, rilevando che punizioni di tipo etnico contro

 

un'intera popolazione sono contrarie al diritto dell'Unione europea.

 

Quanto all'Italia, il 21 aprile scorso monsignor Marchetto aveva commentato in modo negativo le misure del "pacchetto sicurezza", costringendo il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, a precisare che "il Vaticano come tale non ha detto niente sul decreto sicurezza approvato dal governo italiano. Ha parlato monsignor Marchetto, ma non mi consta che il Vaticano in quanto tale abbia preso posizione".

 

Stesso discorso in febbraio, quando l'arcivescovo aveva criticato le ronde e la Santa Sede aveva specificato che si trattava di una sua posizione personale. Da parte sua, Marchetto volle replicare: "Quando un vescovo pensa di aver fatto il suo dovere, non si ferma a raccogliere le pietre che gli buttano dietro". Il Governo, invece, apprezzò per voce del ministro della Difesa La Russa "la precisazione del Vaticano, che mette in rilievo la differenza tra un giudizio, legittimo, di monsignor Marchetto e quello del Vaticano".

 

Oggi l'ormai ex dignitario vaticano avrebbe dovuto tenere una relazione a Bogotà, in Colombia. Il testo era stato anche diffuso sabato mattina dal dicastero per i migranti affinché fosse pubblicato. Nel documento, si ritrova l'ultima denuncia di  monsignor Marchetto: il fatto che "un numero sempre crescente di Paesi tende ad adottare politiche e strumenti normativi che hanno un approccio volto a ridurre forme di irregolarità, tralasciando invece quella necessaria azione preventiva o almeno volta a ridurre abusi nei confronti dei migranti". Denuncia a cui l'arcivescovo ricollega la "grande preoccupazione" della Chiesa per la tolleranza mostrata riguardo "alla tratta di esseri umani e all'industria legata all'introduzione irregolare di migranti, la cui consistenza appare crescente pur in presenza di articolate legislazioni e strategie di contrasto".

Ma oggi monsignor Marchetto non è partito. E' rimasto a Roma per traslocare le carte personali dall'ufficio che da oggi non è più suo. LR 1

 

 

 

Deceduto l’ex missionario a Saarbrücken e Konstanz mons. Micheloni

 

Il Delegato Nazionale delle MCI in Germania don Pio Visentin comunica che l’ex missionario in Germania Mons. Ascanio Micheloni, di ben 101 anni, è deceduto

nella serata del 31 agosto nella sua casa di Udine.

Don Ascanio era nato a Buttrio (Udine) l’8 agosto 1909. Era stato missionario a Frankfurt già nel 1938. Dopo le vicende belliche ritorna nel 1945 in Germania a Saarbrücken, dove fonda la missione e vi rimane fino al 1970, quando cede il posto a Don Luigi Petris. Dal ’70 al ’77 è missionario a Konstanz. Nel 1977 ritorna nella sua diocesi di Udine e assume l’incarico di delegato diocesano per le migrazioni.

“Fu un sacerdote zelante e un missionario intraprendente“, scrive don Pio.

I funerali hanno avuto luogo giovedì 2 settembre nella chiesa parrocchiale di Buttrio (Udine), presenti numerosi confratelli nel sacerdozio e nell’impegno missionario. De.it.press

 

 

 

 

Espulsioni Rom. Non è la soluzione. Le reazioni delle Chiese di Francia e Romania

 

Il 24 agosto, il ministro dell'Immigrazione francese Eric Besson ha detto che il governo ha già rimpatriato 635 Rom in Romania e Bulgaria a partire dall'inizio della nuova politica sulla sicurezza decisa in luglio dal presidente Sarkozy, e che questa cifra salirebbe a 950 entro la fine del mese di agosto. Quasi 15 mila Rom vivono in Francia. Provengono dall'Europa dell'Est, soprattutto dalla Romania. Questi i primi dati sugli "effetti" delle espulsioni Rom che ha generato in Francia un dibattito serrato e intenso al quale ha partecipato anche la Chiesa cattolica francese. Domenica 22 agosto, all'Angelus, il Papa - richiamandosi alla liturgia del giorno - ha parlato dell'accoglienza dello straniero. Parole che hanno avuto un forte impatto sul "Paese della laicità", aprendo un dibattito anche riguardo alla legittimità degli interventi della Chiesa sulle questioni politiche.

 

Le parole del Papa. Un invito alla "fraternità universale", all'accoglienza di persone "di tutte le nazioni e di tutte le lingue" e all'accettazione delle "legittime diversità umane". Parlando in francese all'Angelus, nel cortile della residenza estiva di Castel Gandolfo, gremito da 4 mila fedeli, Benedetto XVI avverte che la chiamata di tutti gli uomini "alla salvezza" è "anche un invito a saper accogliere le legittime diversità umane", sulle orme "di Gesù venuto a riunire gli uomini di tutte le nazioni e di tutte le lingue". "Cari genitori - ha aggiunto il Papa sempre in francese - possiate educare i vostri figli alla fraternità universale".

 

Posizione legittima. "È normale che la Chiesa si schieri dalla parte delle popolazioni fragili". Risponde così mons. Hippolyte Simon, vicepresidente della Conferenza episcopale di Francia, a chi nel "Paese della laicità" si sta chiedendo se è legittimo che la Chiesa intervenga nel dibattito pubblico e, in particolare, sulla politica del presidente Sarkozy riguardo alla popolazione Rom. Gli interventi di questi giorni - spiega mons. Simon - si rifanno "alla dottrina sociale della Chiesa e al Vangelo, nel quale è scritto: 'Ero straniero e mi avete accolto'" per cui la Chiesa "svolge il suo ruolo quando attira l'attenzione dei poteri pubblici sulla necessità di accogliere e proteggere le persone che spesso vivono in situazione di forte precarietà". "Sia chiaro - aggiunge il vescovo - la Chiesa non si sostituisce ai poteri politici quando si fa eco di persone che hanno difficoltà a farsi sentire. Pertanto, non ci deve essere confusione di ruoli, solamente la volontà di farsi portavoce di persone che nessuno ascolta". Riguardo al timore di perdere una parte dei cattolici, il vescovo risponde: "La dignità umana non può dividere".

 

Rasserenare il clima del dibattito politico. Nel dibattito interviene anche il card. Andrè Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi e presidente della Conferenza episcopale francese, il quale dai microfoni dell'emittente francese "Europe1" denuncia che nel Paese si è sviluppato un "clima malsano", una sorta di "escalation verbale tra differenti posizioni", una vera e propria "opposizione tra chi appare più schierato verso la sicurezza e chi invece su questo tema ha un approccio più morale". E aggiunge: "Ritengo che in una società civile e pacificata, questa opposizione debba svilupparsi in maniera serena e senza colpi di mano". L'arcivescovo assicura quindi che non c'è alcuna rottura tra il mondo cattolico francese e il governo. La Chiesa ha semplicemente indicato "i grandi orientamenti della morale cristiana che è poi morale profondamente umana" e che richiama l'Europa ad "una più grande solidarietà" verso popoli che "se arrivano da noi, è perché hanno bisogno di qualcosa". Si tratta di "una esortazione - prosegue l'arcivescovo - che si rivolge a tutti" e che "è segno distintivo della speranza che l'uomo è capace di superare il suo egoismo".

 

Una voce della Romania. Dalla Romania, un allarme. A lanciarlo è il vescovo di Iasi, mons. Petru Gherghel, responsabile per la pastorale dei migranti della Conferenza episcopale romena. "L'espulsione dei Rom - dice - non è una soluzione. Si corre il rischio di non riconoscere più ai Rom alcuna cittadinanza e che vengano emarginati e cacciati via da una parte all'altra". La dichiarazione del vescovo romeno arriva dopo il ritorno in Romania dei primi romeni di etnia Rom espulsi dalla Francia. In una nota pubblicata dalla diocesi di Iasi, mons. Gherghel ricorda che i problemi collegati all'immigrazione appartengono a tutti e invita le autorità a cercare e attuare dei programmi che aiutino i Rom ad integrarsi. "L'accoglienza - aggiunge il vescovo, richiamando le recenti parole del Papa - deve mobilitare tutti, non solo i cattolici". Mons. Gherghel ricorda le iniziative pastorali che la Caritas e le varie associazioni svolgono per promuovere la solidarietà cristiana e umana. "Nella Chiesa e nella società - conclude - tutti devono avere un posto. Ogni uomo gode della stessa dignità e degli stessi diritti e nessuno può essere escluso".

 

 

 

L'arcivescovo a studenti e insegnanti. "Centro dell'Aquila fermo a quel 6 aprile"

 

Mentre un nuovo sciame sismico fa tornare la paura nel capoluogo d'Abruzzo, monsignor Forte invia un messaggio ai ragazzi in occasione dell'anno scolastico alle porte: "Ancora aperte ferite del sisma"

 

CITTA' DEL VATICANO - La terra torna a tremare, in Abruzzo. E torna la paura nel capoluogo della Regione, ancora devastato dal sisma di sedici mesi fa. E al cuore della città, distrutto e pieno di macerie, fa riferimento l'arcivescovo teologo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, nel messaggio indirizzato a studenti e docenti che stanno per iniziare l'anno scolastico: "Nel centro storico dell'Aquila tutto sembra pressoché fermo al 6 aprile 2009 - dice - e, in Abruzzo, le ferite del dopo terremoto sono ancora in gran parte aperte".

 

Una considerazione che rispecchia ancora di più lo stato in cui si trova la città, proprio perché arriva nel giorno in cui tutti i cantieri della zona rossa si sono dovuti fermare per lo sciame sismico che ha scosso di nuovo la terra e i cittadini. E alla ricostruzione monsignor Forte ha dedicato particolare attenzione, esortando tutti a vigilare perché avvenga "in tempi rapidi, nel rispetto delle persone, della storia e dell'ambiente e nella trasparenza morale di quanti ad ogni titolo vi sono coinvolti".

 

Forte, prima dell'augurio per il nuovo anno sui banchi, ha sottolineato che "tante sono le minacce che attentano oggi alla giustizia per tutti: si pensi agli ostacoli che incontrano i poveri per accedere alle risorse ambientali, comprese quelle fondamentali come l'acqua, il cibo e le fonti energetiche; allo sfruttamento dell'ambiente, che compromette l'abitabilità della terra; alla sottrazione di beni necessari alla vita di molte popolazioni operata da multinazionali al di fuori delle regole democratiche; alle guerre e alla produzione degli armamenti". "Propongo ai docenti e agli studenti - ha concluso - di riflettere su questi temi, comunicandomi, se vorranno, le Loro impressioni. Scegliamo la sobrietà e anteponiamo a tutto il bene comune: anche facendo suo questo appello la scuola potrà contribuire a far crescere la qualità della vita per tutti". LR 1

 

 

 

 

 

Comece. Con più fiducia. Il numero di settembre di Europe Infos

 

Nel numero di settembre di Europe Infos, mensile pubblicato dalla Commissione degli Episcopati della Comunità europea (Comece) in collaborazione con il Jesuit European Office (Ocipe), si dedica ampio spazio al tema "povertà" che è stato al centro sia del seminario di dialogo tra Comece-Commissione Chiesa e società e alcuni rappresentanti della Commissione europea il 9 luglio scorso, sia dell'incontro annuale dei rappresentanti delle religioni in Europa, del 19 luglio. Apre il numero un editoriale di Frank Turner, gesuita inglese, sul tema dell'austerità. La stessa nota apre anche questo numero di Sir Europa.

 

Le religioni contro la discriminazione e diffamazione. Politiche anti-islamiche e antisemitismo sono due manifestazioni chiare di una crescente discriminazione e diffamazione fondata sulla religione che si è registrata in questi anni in Europa. Non mancano manifestazioni anti-religiose in generale, ma è in primo luogo la religione delle minoranze e dello straniero a non essere rispettata. Sul tema del ruolo degli attori religiosi nella costruzione della pace e della democrazia si è snodato il terzo dei seminari organizzati da Comece, Chiesa evangelica tedesca e Fondazione Konrad Adenauer. Vincent Legrand offre un rapporto molto dettagliato degli interventi che hanno animato il pomeriggio del 14 luglio a Bruxelles. Le comunità religiose hanno una notevole responsabilità nel contrastare discriminazione e diffamazione - e similmente la xenofobia e il razzismo. Comunicazione e dialogo sono e saranno due modalità vincenti in questa lotta, poiché dall'ignoranza nasce la paura e quindi il rifiuto dell'altro, anche se minoranza. Non mancano esempi positivi di iniziative interreligiose contro la xenofobia e il razzismo, come quelle presentate a Bruxelles: la prima, "Progetto di azione per combattere la xenofobia, il razzismo e la violenza" è nata negli anni '90 in Germania ed è sempre cresciuta; essa intende favorire incontri e confronti tra persone con provenienze differenti; la seconda, ancora tedesca, è il tavolo delle religioni costituito nel 2000, che nel 2009 ha pubblicato nel manifesto "promuovere la fiducia" un elenco di impegni concreti per favorire la convivenza.

 

Giovani in movimento. Nella strategia Europe 2020 presentata nel marzo scorso, una delle sette iniziative "faro" è rivolta a migliorare la mobilità dei giovani europei nonché la qualità dei livelli formativi. Christina Gerlach dell'ufficio europeo delle organizzazioni cattoliche per la gioventù e la formazione degli adulti spiega che gli obiettivi della Commissione europea sono i seguenti: allargare le possibilità di apprendimento per tutti i giovani, favorire il loro impegno e la loro partecipazione attiva nella società, introdurre un quadro per l'impiego dei giovani per aumentarne le possibilità nel mercato del lavoro. Le proposte concrete per i programmi del periodo 2014-2020 saranno formulate dalla Commissione nel corso del 2011, a seguito di una consultazione che sarà aperta anche ai movimenti giovanili. Per i collaboratori dei progetti cattolici per la gioventù "la nuova iniziativa dovrebbe innanzitutto mettere l'accento sui vantaggi della mobilità per il miglioramento delle possibilità dei giovani rispetto al mercato del lavoro, avendo quindi una motivazione principalmente economica", scrive Gerlach. "Lo sviluppo personale resta subordinato a questi obiettivi". Per valutare comunque il reale significato dell'iniziativa, occorre attendere settembre, quando la Commissione pubblicherà una Comunicazione e un piano d'azione in merito al programma.

 

"Lautsi contro l'Italia". Il gesuita Henri Madelin SJ ripercorre la storia del caso italiano sulla rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche, attualmente in discussione alla Corte europea per i diritti umani e fa un resoconto della udienza della Grand Chambre, il 30 giugno scorso. Si tratta della vicenda di una donna, Soile Lautsi, residente in Italia, madre di due figli che frequentano la scuola statale ad Abano Terme, la quale riferendosi al principio della laicità richiede che i crocifissi vengano rimossi dalle aule della scuola. Dopo aver fatto appello a differenti istanze italiane, fino al Consiglio di Stato, e aver sempre ottenuto risposta negativa alla sua richiesta, la donna si è rivolta alla Corte europea. Strasburgo, nel novembre scorso le ha dato ragione. Ma il Governo italiano ha presentato ricorso. La cosa interessante, sottolinea il p. Madelin, è che nell'audizione di giugno sono state ascoltate voci particolari come le associazioni laicali Acli-settimane sociali di Francia, Zdk tedesche che hanno presentato "le argomentazioni di laici impegnati nella società civile e non di politici o di consacrati". Accanto all'Italia si sono presentati anche paesi dell'Europa centro orientale di forte tradizione cattolica o ortodossa, preoccupati di "arrestare lo sdoganamento di nuovi diritti ispirati a un'ideologia liberale e secolarizzata". Citando le parole del rappresentante italiano, Madelin ricorda che "ciò che fa scandalo in questo caso è la negazione della libertà di religione in nome della libertà di religione!". Si sta attendendo la decisione definitiva della Corte. Sir eu

 

 

 

 

Giovani e adulti. La grande scommessa. Un rapporto umile e autorevole

 

"Non è vero che le nuove generazioni disprezzano ciò che è stato, le tradizioni, la storia che ha radici antiche e ha generato frutti che ancora gustiamo". Lo dice il cardinale Angelo Bagnasco, nell'omelia di sabato 28 agosto al Santuario della Guardia. Un'omelia che torna a proporre con forza e lucidità la scelta della Chiesa italiana per l'educazione, l'impegno per il decennio a fianco dei giovani, degli uomini e delle donne del nostro Paese.

Il filo rosso che attraversa l'attenzione educativa - e che si coglie una volta di più nelle parole del cardinale - è quello dell'impegno ad essere adulti credibili e che, tra l'altro, nei giovani credono. Credono nelle loro potenzialità, nelle loro aspirazioni positive, nell'entusiasmo che accompagna le nuove generazioni e che ha diritto di incontrare proposte piene di significato.

E allora suona forte quel "non è vero" ripreso sopra. Non è vero che le nuove generazioni sono chiuse e refrattarie, "difficili" e intrattabili. Il pensiero che sia così è l'anticamera di quella tentazione all'abbandono della "cura", dell'azione educativa, quel tarlo che rode tanto mondo adulto, sopraffatto dalle difficoltà e dalle novità con le quali si presenta, oggi, la sfida di sempre di far crescere i propri figli.

Invece educare si può e sui giovani si deve scommettere. Certo, occorre offrire loro - lo dice ancora il cardinale - punti di riferimento "umili e autorevoli". I giovani non disprezzano storia e tradizioni, ma vogliono "una storia viva", con ispirazioni alte e ideali veri. Una "storia viva" vuol dire la storia fatta da persone, vuol dire avere la possibilità di incontrare e di mettersi in dialogo con adulti significativi che non temono di mostrare se stessi e di mettersi in gioco. Così possono, i giovani, intercettare il tempo nel quale vivono, le tensioni e le aspirazioni, le prospettive e le tradizioni nelle quali sono immersi. Così si concretizza la possibilità di strutturare personalità responsabili e libere, che si misurano e si orientano nella complessità.

Ci sarebbe molto da dire sui passaggi di questo processo educativo che chiede anzitutto consapevolezza da parte degli educatori. La consapevolezza di un compito indifferibile e dell'impegno personale - e comunitario, perché non si educa da soli - che chiede, della continua opera di "autoeducazione" e dell'umiltà necessaria per camminare su una strada non facile.

Siamo quasi all'inizio di un nuovo anno scolastico. Viene immediatamente da pensare alla scuola come un luogo privilegiato del processo educativo accennato. Con le sue peculiarità, naturalmente, la scuola è una grande opportunità per l'incontro tra le generazioni, è un "contenitore" speciale per l'interazione feconda tra giovani e adulti, illuminata dalla consapevolezza educativa e mediata soprattutto attraverso la cultura. A ben vedere, per certi aspetti è davvero il luogo della "storia viva", della "tradizione", del confronto "intelligente". Per la scuola che comincia, il richiamo all'educazione nell'omelia del cardinale Bagnasco diventa allora una provocazione speciale, un invito a rivisitare gesti e ritmi usuali con un entusiasmo rinnovato. E anche con fiducia. ALBERTO CAMPOLEONI

 

 

 

 

Una risorsa morale. L'attualità "politica" di Rosmini

 

Si comincia a parlare del 150° anniversario dell'Unità, ma sono ormai molti decenni che si è di fatto smesso di parlare di Risorgimento, prima di tutto a scuola, ma poi anche nel dibattito pubblico. Allora prima di tutto occorre ricominciare dai fatti, dai protagonisti.

Tra questi Antonio Rosmini, forse uno dei maggiori pensatori cattolici della prima metà dell'Ottocento. Al suo pensiero e alla sua azione anche politica, in particolare nel decisivo periodo tra il 1848 e la morte, avvenuta nel 1855, è stata dedicata una settimana di studi a Stresa, la cittadina sul Lago maggiore dove visse e dove opera il Centro internazionale di studi rosminiani.

Fu tra i padri dell'ipotesi di federazione (o conferderazione) italiana, una ipotesi che, in particolare nel corso del 1848, avrebbe potuto risolvere il grande problema dell'Unità in forme accettabili per il Papa, che avrebbe in questo modo avviato il processo di progressivo superamento del suo "potere temporale". Il Risorgimento, hanno sottolineato storici prestigiosi di diverso orientamento culturale, da Traniello a Ghisalberti, a Di Napoli, nasce e si sviluppa con una essenziale dimensione religiosa, con un contributo essenziale di personalità animate da un forte spirito religioso. Anche quando non diventa immediato impegno politico, come in un grande amico di Rosmini, Manzoni, studiato da Di Benedetto, questo elemento resta decisivo. È una ispirazione che Rosmini interpreta nel modo più alto, come hanno mostrato due grandi esperti del pensiero e dell'azione rosminiana, il filosofo Malusa e padre Muratore, anche quando, alla fine del 1848, per intrighi della corte pontificia, vengono condannati alcuni suoi scritti, contestualmente alla fine della guerra di indipendenza e delle speranze federaliste. Proseguirà però il suo impegno sui due connessi versanti della battaglia per la "libertà della Chiesa", sia di fronte alle sopravvivenze di antico regime, sia nei confronti delle nuove tendenze secolarizzatrici e per una modernità fondata sul primato e sulla libertà integrale della persona. Saranno anche i grandi temi del movimento cattolico e Guccione ha tracciato in conclusione una persuasiva linea di continuità da Rosmini a Sturzo. Questo vale per i principi dell'azione politica, ma anche per la correlata questione di una Chiesa "semper reformanda".

Anche in un orizzonte più vasto, che traguarda la contemporaneità, su cui sono intervenuti Casavola, Bonini, Gotor e Fisichella, Rosmini rappresenta una attualissima e importante risorsa morale, culturale e spirituale.

Sul tema oggi cruciale del federalismo Rosmini aveva scritto: "L'unità nella varietà è la definizione della bellezza. Ora la bellezza è per l'Italia. Unità la più stretta possibile in una sua naturale varietà: tale sembra dover essere la formula della organizzazione italiana". Sono indicazioni del 1850, su cui vale la pena riflettere e da cui ripartire.

Le grandi figure, le idee, la coscienza e la tensione morale: è questa la strada giusta per fare del 150° non una ennesima occasione per retoriche o contrapposizioni, ma per nuove prospettive di sviluppo. Sir

 

 

 

 

Varcare la porta. Card. Walter Kasper: no all'egoismo, sì alla solidarietà

 

È stato il card. Walter Kasper a presiedere, sabato 28 agosto, a L'Aquila, la celebrazione eucaristica in occasione dell'apertura della Porta Santa presso la basilica di Santa Maria di Collemaggio per la 716ª "Perdonanza Celestiniana", rito collegato all'elezione al soglio di Pietro del papa Celestino V e all'indulgenza plenaria concessa ai partecipanti all'incoronazione del Pontefice, avvenuta il 29 agosto 1294.

 

Il grande sogno. La celebrazione è iniziata con il saluto al card. Kasper di mons. Giuseppe Molinari, arcivescovo de L'Aquila, nel quale il presule ha invitato innanzitutto a ricordare le vittime del terremoto del 6 aprile 2009 e a "pregare per loro" e anche "per i loro familiari". Ma mons. Molinari ha invitato a pregare "anche per la nostra città e il suo futuro. Nel nostro cuore di noi aquilani, in questi sedici mesi, si sono alternati tanti pensieri e tante emozioni. Abbiamo sperimentato l'angoscia, la paura e il dolore. Ma anche la vicinanza e la solidarietà di tanti fratelli, di tutta l'Italia". "Abbiamo sperimentato la morte nel cuore, per le nostre chiese, le nostre case e i nostri monumenti, che non ci sono più - ha aggiunto -. Ma abbiamo anche sognato (e continuiamo a sognare) che un giorno, abbastanza vicino, la nostra città possa risorgere". Di qui l'invito al card. Kasper a pregare il Signore, insieme con gli aquilani, "perché questo sogno possa realizzarsi. E possa realizzarsi presto. Sappiamo che è un sogno difficile. Ma per chi ha fede tutto è possibile".

 

Il messaggio di Papa Celestino. "Chiediamo misericordia e perdono": "Queste parole con le quali abbiamo dato inizio a questa celebrazione hanno in quest'anno un significato particolare - ha detto il card. Walter Kasper -. Il messaggio del perdono e della misericordia di Dio è un messaggio di speranza". Con la misericordia, infatti, "Dio ci dà sempre di nuovo una 'chance', ci concede una nuova opportunità, un nuovo inizio. È di questo conforto e di questo incoraggiamento che abbiamo bisogno. Nel segno della misericordia di Dio si ha la forza e il coraggio di ricostruire le case e le chiese della vostra città; la misericordia di Dio ci dà anche la forza di ricostruire la casa spirituale della città, della vita spirituale del nostro paese e della nostra Chiesa". Per il porporato è la "ricostruzione spirituale" il messaggio del santo papa Celestino "non solo per il tredicesimo secolo ma anche per il nostro tempo". "Oggigiorno, in una situazione per molti aspetti diversa da quella del tredicesimo secolo, anche noi siamo segnati in Europa - ha riflettuto il card. Kasper - da una crisi della fede e della vita cristiana forse più profonda e più preoccupante di allora. La tentazione della mondanità incombe anche oggi nella Chiesa e nella nostra vita. L'Europa si sta allontanando da Dio e dalle sue radici cristiane". Perciò, "più che mai, anche oggi, il messaggio di papa Celestino, di penitenza, di perdono e di conversione interiore è attuale per prendere speranza e coraggio per la ricostruzione spirituale".

 

Superare egoismo e individualismo. "Senza misericordia degli uni per gli altri - ha avvertito il porporato - crolla la coesione di una città e di una società. Senza il superamento dello spirito di individualismo e di egoismo, dove ognuno pensa soltanto al suo profitto, non possiamo costruire un nuovo futuro". La misericordia di Dio "ci dà la 'chance' di un nuovo inizio nella giustizia, nella solidarietà, nell'onestà, nella lealtà e nella prontezza di offrire aiuto. Essa può concederci la possibilità di un nuovo inizio nella vostra vita sociale, nei nuovi rapporti degli uni verso gli altri, rapporti non di freddezza ma di calore umano. Il Dio ricco di misericordia vuole il nostro futuro e ci invita alla conversione personale, alla misericordia, al perdono degli uni verso gli altri".

 

Varcare la porta. "Ricostruendo le nostre case - ha sostenuto il cardinale - dobbiamo riflettere quali porte sono da costruire e a chi possiamo aprire e dare accesso nelle nostre case. Nella nostra società d'oggi ci sono molte porte, attraverso le quali siamo invitati ad entrare da una pressante propaganda commerciale e dai mass media, porte che ci promettono facile accesso ad una vita apparentemente felice senza Dio e senza Gesù Cristo, porte aperte a falsi idoli moderni: idoli del denaro, idoli del consumo, idoli della moda, idoli del piacere". "Anche oggi - ha continuato - ci sono ladri, dei quali Gesù ci avverte, ladri che non sono interessati alle pecore, ma vengono per rubare, uccidere e distruggere. Pascolano solo se stessi", ma "c'è solo un vero ed un buon Pastore", Gesù Cristo. "Lui non ha atteso fino a quando noi abbiamo aperto le nostre porte chiuse; nella sua misericordia, Egli ha attraversato la porta del nostro mondo, si è messo dalla nostra parte e, offrendo la sua vita sulla croce, ha aperto per ciascuno di noi la porta della misericordia e del perdono, che conduce alla vita in abbondanza del regno dei cieli", ha affermato il card. Kasper, per poi concludere: "La porta che apriamo oggi è simbolo della porta che è Cristo. Attraversare questa porta non è qualcosa di esteriore, ma ha un significato simbolico ed impegnativo. Varcare questa porta significa attraversare la porta per andare verso una nuova vita in Cristo, in Dio". Sir

 

 

 

 

 

 L'Eucaristia di fronte a povertà, disoccupazione e sofferenza

 

"La Chiesa dia un segno forte del fatto che si fa carico e promuove iniziative capaci di rivoluzionare la mentalità consumistica dominante, nei confronti delle nuove povertà e di quelle categorie di persone che oggi si stanno cancellando dalla cura e dall'interesse comune, appunto perché non producono 'interessi'". Così mons. Giancarlo Vecerrica, vescovo di Fabriano-Matelica, concludendo il 27 agosto la 61ª Settimana liturgica nazionale "Eucaristia e condivisione. Dacci il nostro pane quotidiano", promossa in diocesi dal Centro di azione liturgica. E proprio un gesto di condivisione e concreta vicinanza era stata la solidarietà espressa da mons. Vecerrica lo scorso 24 agosto, seconda giornata della Settimana, ai lavoratori a rischio disoccupazione della Merloni, azienda in crisi di Fabriano, una delegazione dei quali era presente alla Messa in cattedrale.

 

Proposte e impegni. Secondo il vescovo, "il problema della disoccupazione non è solo un problema economico, ma sociale e personale: abbiamo tante energie non sfruttate. Impieghiamole per il bene comune". Nel sottolineare il "nesso tra Eucaristia e condivisione o tra liturgia e vita quotidiana", mons. Vecerrica ha rilevato che "la liturgia vissuta costituisce la strada dell'impegno etico". "Condividere il bisogno vuol dire sorprendersi ad interessarsi del destino dell'altro come di se stessi" e forse la crisi economica "che ci ha costretti ad un cambiamento di stile e ad una rielaborazione delle priorità dei nostri valori deve essere accolta come una opportunità", ma "sarebbe assurdo trovarsi a toccare con mano le nostre vere fami, senza sapere o comprendere che vi è un Vero Pane che le può sfamare!". Di qui la proposta di "radunare i disoccupati per incontri formativi; far fare loro un elenco delle capacità che sarebbero disposti a mettere a disposizione della comunità ecclesiale". "Si pensi - ha aggiunto il vescovo - ad una più evidente, organizzata e convinta pastorale dei conviventi e dei divorziati come anche dei gruppi delle varie emarginazioni sociali". Quanto alle iniziative più propriamente liturgiche, da mons. Vecerrica l'esortazione a porre "segni durante la liturgia che manifestino minore separazione nel corpo di Cristo tra sacerdoti e laici" per "mettere effettivamente in atto il tanto auspicato coinvolgimento dei laici che però resta di fatto sempre lettera morta". Infine, "ogni parrocchia imposti creativamente una Settimana eucaristica in preparazione del Congresso eucaristico nazionale di Ancona (4-11 settembre 2011)".

 

Relazione, comunione e unità. Sulla stessa linea mons. Luigi Conti, arcivescovo di Fermo e presidente della Conferenza episcopale marchigiana: "Siamo qui per orientare la nostra esistenza a Cristo. L'Eucaristia è Sacramento di relazione e perciò di condivisione". Per suor Benedetta Selene Zorzi, docente di patrologia all'Istituto teologico marchigiano di Ancona, "la crisi economica dice la sconfitta di uno stile di vita che l'Occidente ha intrapreso e che è chiamato seriamente a rivedere" e in proposito la Chiesa "ha davvero ancora qualcosa da dire". "Siamo chiamati a condividere le 'angosce e le speranze', a condividere i dubbi, a essere insieme alla gente che cerca e soffre. Perché questo non si riduca a mera connivenza o complicità - ha tuttavia avvertito -, occorre continuare a vivere della liturgia", cioè a "offrire e mostrare la preghiera come unico e vero segno della nostra identità e appartenenza al Signore". Di Eucaristia come "profezia, ma anche epifania della comunione ecclesiale" ha parlato padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia. "Il pane eucaristico realizza l'unità delle membra di Cristo tra di loro"; "non però da solo, automaticamente - ha precisato -, ma con il nostro impegno". Dopo avere sottolineato la necessità di "valorizzare la comunione sotto le due specie", il predicatore ne ha messo in luce anche l'importanza sul piano dell'ecumenismo: "Si insiste giustamente sul fatto che l'Eucaristia presuppone la piena comunione ecclesiale, ma non si dovrebbe tacere il ruolo che l'Eucaristia, per sua natura, è destinata a svolgere nel promuovere la stessa comunione e in particolare la comunione tra tutti i cristiani. Essa non è solo effetto, ma anche causa di unità".

 

"Trapianto di vita". Per Andrea Grillo, docente di teologia sacramentaria al Pontificio Ateneo Sant'Anselmo di Roma, "i riti sacramentali appaiono in senso forte come mediazione dell'identità cristiana e permettono il passaggio dalla fede alla vita" consentendo "di reagire alle molte forme di inadeguata correlazione tra fede e rito, che anche oggi alimentano vecchi e nuovi clericalismi". A definire l'Eucaristia un "trapianto di vita" è stato l'arcivescovo di Ancona-Osimo, mons. Edoardo Menichelli, che nel 2011 ospiterà il Congresso eucaristico, precisando che "l'Eucaristia per la vita quotidiana si fa codice per quella sociale"; per questo in ogni epoca "la Chiesa non può tacere di fronte alle ingiustizie". Di Eucaristia come "crogiuolo di un'etica a servizio dell'uomo" e "fonte di trasformazione sociale" di fronte alle ingiustizie ha parlato il monaco di Bose Goffredo Boselli. La prossima edizione della Settimana liturgica nazionale si terrà nell'agosto 2011 a Trieste.

GIOVANNA PASQUALIN TRAVERSA

 

 

 

Vatikan/Israel: Peres beim Papst

 

 

 

 

Papst Benedikt XVI. hat an diesem Donnerstag Israels Staatspräsidenten Schimon Peres empfangen. Bei dem 40-minütigen Gespräch in der päpstlichen Sommerresidenz in Castelgandolfo ging es um den Friedensprozess zwischen Israelis und Palästinensern, die am gleichen Tag in Washington nach 20-monatiger Unterbrechung wieder direkte Verhandlungen aufnahmen.

 

Wünschenswert sei „eine Übereinkunft, die die legitimen Bestrebungen beider Völker respektiert“ und dazu in der Lage sei, „einen stabilen Frieden im Heiligen Land und in der gesamten Region“ herbeizuführen, hieß es in einer Mitteilung des vatikanischen Pressesaales. „Jeder Form von Gewalt“ sei bei dem Gespräch zwischen Papst und israelischem Präsidenten verurteilt worden. Auch habe man die Notwendigkeit unterstrichen, „allen Teilen der Bevölkerung bessere Lebensbedingungen zu garantieren“. Ersteres ist ein Zugeständnis an Israel, letzteres eines an die Palästinenser: Israel leidet unter Raketenangriffen und Selbstmordattacken von Palästinensern, letztere verweisen auf ihre armseligen Lebensbedingungen, unter anderem wegen der Abschottung von Israel mittels einer scharf kontrollierten Mauer.

 

Außerdem sprachen Benedikt XVI. und Schimon Peres über die Zusammenarbeit zwischen Vatikan und Israel sowie die Position der katholischen Gemeinde im Heiligen Land. Die katholischen Einrichtungen leisteten einen besonderen Beitrag zum Gemeinwohl, hieß es in der Vatikan-Mitteilung, vor allem auch durch die katholischen Schulen. Beide Seiten wünschten außerdem einen raschen Abschluss der Verhandlungen über Wirtschaftsfragen zwischen Israel und Heiligem Stuhl. Dabei geht es um eine Fortsetzung der bisher geltenden Steuerfreiheit für katholische Non-Profit-Einrichtungen im Heiligen Land; die Verhandlungen ziehen sich seit Jahren hin.

 

Papst Benedikt und Schimon Peres waren einander zuletzt im Mai 2009 begegnet, als das Kirchenoberhaupt das Heilige Land besuchte. Peres sprach vor der Begegnung mit Papst Benedikt auch mit Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone sowie dem vatikanischen „Außenminister“, Erzbischof Dominique Mamberti. RV 2

 

 

 

 

Weltkirchenrat: Christen in Nahost brauchen gerechten Frieden

 

Jerusalem. Der Generalsekretär des Weltkirchenrats, Olav Fykse Tveit, hat zum Abschluss seiner Israelreise die Dringlichkeit einer Lösung des Nahost-Konflikts betont. "Die Christen hier im Land haben es bitter nötig, dass die Verhandlungen zu einem gerechten Frieden führen", sagte der norwegische Theologe mit Blick auf die direkten Gespräche zwischen Israel und den Palästinensern, die am Donnerstag in Washington aufgenommen wurden. "Die derzeitige Situation kann so nicht weitergehen", sagte Tveit dem epd. "Eine Veränderung ist dringend notwendig."

Tveit hatte während seiner sechstägigen Reise durch Israel und die besetzten Gebiete Vertreter aller Konfessionen getroffen und Brennpunkte der täglichen Auseinandersetzung zwischen Israelis und Palästinensern im Westjordanland und in Ostjerusalem besucht. Die Sorgen und Nöte der Christen stünden stellvertretend für die Probleme der Palästinenser, sagte der Generalsekretär des Ökumenischen Rats der Kirchen.

Ein gerechter Frieden schließe mit ein, dass die Besatzung des Westjordanlandes beendet sowie eine abschließende Lösung für den Status Jerusalems gefunden und das Rückkehrrecht für palästinensische Flüchtlinge geregelt werde, so Tveit. Er forderte weiter, dass Vertreter der palästinensischen Christen bei den Beratungen über den Status von Jerusalem miteinbezogen werden.

Die Verhandlungspartner müssten mehr Bereitschaft zeigen, auf alltäglicher Ebene Lösungen für die Menschen zu finden, sagte der Theologe. "Es muss den Gläubigen möglich sein, zu den Heiligen Städten in Jerusalem zu gelangen, und sie brauchen mehr Bewegungsfreiheit, um ihrem Leben und ihren Geschäften nachzugehen", sagte Tveit. Damit bezieht er sich auf die zum Schutz vor Selbstmordanschlägen zwischen Israel und dem Westjordanland errichtete Sperranlage, die viele Palästinenser nur mit Sondergenehmigung passieren dürfen.

In Israel und den besetzten Gebieten leben Schätzungen zufolge rund 200.000 meist arabische Christen. Sie stellen etwa zwei Prozent der Bevölkerung. Die Delegation des Weltkirchenrates unter Tveits Leitung informierte sich über die religiöse, politische und humanitäre Lage in den Palästinensergebieten. Der Besuch sei ein Zeichen der Unterstützung für diejenigen in Not, sagte Tveit. Im Weltkirchenrat mit Sitz in Genf sind knapp 350 christliche Kirchen zusammengeschlossen, die katholische Kirche gehört dem Dachverband nicht an. Epd 2

 

 

 

 

Hausbesuche. Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

„Warum kommt der Pfarrer nicht?“ Diese Frage höre ich bei den Gesprächen in den Gemeinden unseres Bistums im Rahmen meiner Visitationen immer wieder. Und tatsächlich: Obwohl Hausbesuche zu den Pflichtaufgaben aller Priester gehören, sie theologisch und biblisch gut begründet sind, als missionarisch effektiv gelten und erwartet werden, gehört die Visite der Gemeindeglieder durchaus nicht immer zu ihren Lieblingsaufgaben.

 

Pfarrer genießen zwar eine große Gestaltungsfreiheit in ihrem Beruf, aber sie haben durchaus Pflichtaufgaben. Dazu gehören, wie ich es häufig in Erinnerung bringe, auch die Hausbesuche.

 

Ich weiß, dass das Arbeitspensum der Priester in den letzten Jahren zugenommen hat. In meinem Schlusswort am Diözesantag im Juli letzten Jahres (03.07.2009) in Fulda habe ich es zur Sprache gebracht und gebeten, in den Gemeinden und Pastoralverbünden darüber nachzudenken: „Priester, Diakone und Gemeindereferentinnen und -referenten können nur um die Gefahr des Zusammenbruchs andauernd zusätzliche Aufgaben übernehmen. Der Weg hin zu einer konzentrierten Pastoral… zieht Richtungsentscheidungen im Blick auf Vorrangigkeiten und Nachrangigkeiten sowie verlässliche Standards in der Pastoral nach sich.“

Welcher Priester hat unterdessen mit seinem Pfarrgemeinderat und seinem Verwaltungsrat darüber ein Gespräch begonnen?

 

Zu den Vorrangigkeiten der Seelsorger gehört für mich fraglos der Hausbesuch. Ich empfehle den Pfarrern deshalb ein professionelles Zeitmanagement nach dem Motto: „Nicht reagieren, sondern strukturieren“. Also einen Vormittag oder Abend pro Woche strikt für Besuche reservieren. Solcherart Disziplin hilft auch, die psychologische Barriere zu bekämpfen. Denn bei Hausbesuchen sitzen wir Priester alle ohne Konzept da, müssen spontan reagieren, auch mal schweigen, müssen den „Heimvorteil“ den Besuchten überlassen, die uns vielleicht bohrend mit kritischen Fragen konfrontieren.

 

Der heutige Mensch hat ein ungestilltes Bedürfnis nach Ernstnehmen seiner Person und Individualität. Das ist der Grund für die Nachfrage und der psychologische Ansatzpunkt des Hausbesuchs. Jemand in seinem Eigenen aufsuchen bedeutet schon, ihn als Person aufsuchen, nicht als ehrenamtliche Arbeitskraft, Geldspender oder „Mitglied“.

 

Der seelsorgerliche Hausbesuch hilft mit, dass das Vorwort der Pastoralkonstitution „Die Kirche in der Welt von heute“ des Zweiten Vatikanischen Konzils (Gaudium et spes, Nr. 1) nicht zum frommen Wunschtraum wird: „Freude und Hoffnung, Trauer und Angst der Menschen von heute, besonders der Armen und Bedrängten aller Art, sind auch Freude und Hoffnung, Trauer und Angst der Jünger Christi.“

Zwar sind die mit einem regelmäßigen Besuchsdienst verbundenen Herausforderungen durchaus anstrengend. Aber wer sie annimmt, wird belohnt.

 Bonifatiusbote“ 5

 

 

 

Die deutsche Kirche setzt langfristig auf Abschaffung der Atomenergie

 

In der aktuellen Diskussion um die Laufzeitverlängerung von Atomkraftwerken in Deutschland melden sich auch die deutschen Bischöfe zu Wort. Sie plädieren langfristig für die Abschaffung der Atomenergie und setzen auf erneuerbare Energien, erklärt ihr Sprecher bei der Bundesregierung, Prälat Karl Jüsten, vom katholischen Büro in Berlin. Im Interview mit Radio Vatikan sagte er:

 

„Unsere Intention ist es, alles daran zu setzen, dass Atomenergie überflüssig wird. Papst Benedikt hat sich ja jüngstens in seiner Enzyklika „Caritas in veritate“ zu dieser Frage geäußert und eindeutig angemahnt, die Energie in Zusammenhang mit der Schöpfungsverantwortung zu sehen. Genauso die Bischöfe, die sich derzeit genau mit dieser Fragestellung befassen. Für uns sind Fragen wichtig wie: Wie gehen wir mit den Ressourcen in der Welt um? Können wir nicht noch mehr Energie sparen? Was ist mit den Endlagern – diese Frage ist ja nicht wirklich in Deutschland gelöst. Und solange diese Frage nicht zur Zufriedenheit gelöst ist, haben wir natürlich immer auch Vorbehalte gegenüber der Atomenergie.“

 

Die katholische Kirche habe eine klare Position für oder gegen die Atomenergie noch nicht formuliert, so Jüsten. Sie bringe vielmehr Kriterien in die Diskussion ein, die auf das Berücksichtigen der Schöpfungsverantwortung zielten. Auch bei der Frage erneuerbarer Energien gäbe es freilich noch Einiges zu klären. Jüsten führt aus:

 

„Das ist im Grunde genau der Weg, den die Kirche auch versucht zu gehen in der Energiepolitik: Erneuerbare Energien, die auf der anderen Seite aber die Umwelt nicht erneut belasten dürfen. Da gibt es natürlich auch einige Energieträger, die da Probleme darstellen, einseitige ökologische Landwirtschaft usw. Die zweite Frage, die noch ganz wichtig ist: Die Entwicklung von Speichertechnologien. Denn erst wenn wir wirklich gute Speichertechnologien haben, dann sind auch Energieformen wie Windenergie oder Wasserkraft noch einmal ganz anders zu nutzen.“ Rv 01

 

 

 

Missbrauch. Bischöfe gehen zum Staatsanwalt

 

Die katholische Kirche will Missbrauch in Zukunft prinzipiell anzeigen. Damit verschärft die Kirche ihre Leitlinien aus dem Jahr 2002.

 

Die katholischen Bischöfe in Deutschland wollen künftig strikter vorgehen, wenn in ihrem Bistum Fälle von sexuellem Missbrauch gemeldet werden. Ein Verdacht soll künftig grundsätzlich an die staatlichen Strafverfolgungsbehörden weitergeleitet werden. Dies sehen die neuen verschärften Leitlinien der Bischofskonferenz zum Umgang mit Fällen von Missbrauch vor, die der Trierer Bischof Stephan Ackermann am Dienstag vorstellte.

Allerdings sollen Bistümer von dieser Pflicht abweichen können, „wenn dies dem ausdrücklichen Wunsch des mutmaßlichen Opfers“ oder dessen Eltern entspreche und es rechtlich zulässig sei. Wenn weitere Opfer ein Interesse an der Verfolgung der Taten haben könnten, muss der Verdacht dennoch der Staatsanwaltschaft gemeldet werden. Falls der Anzeigepflicht nicht entsprochen wird, sollen die Gründe schriftlich dokumentiert werden.

Ackermann, Missbrauchsbeauftragter der Bischofskonferenz, sagte in Trier, die bisher geltenden Leitlinien von 2002 seien nicht „präzise genug“ gewesen und deshalb verschärft worden. Tatsächlich waren die alten Regeln in die Kritik geraten, weil sie zunächst kircheninterne Ermittlungen vorsahen. Lediglich „in erwiesenen Fällen“ sollte „je nach Sachlage“ die Staatsanwaltschaft informiert werden.

Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) hatte daher im Zuge des Missbrauchsskandals der Kirche mangelnde Kooperation mit den Staatsanwaltschaften vorgeworfen. Die Ministerin erklärte nun, die überarbeiteten Leitlinien ließen das Bemühen erkennen, „aus den Schwächen der alten Richtlinien die richtigen Lehren zu ziehen“. Die Klarstellung der Bischofskonferenz zeige, dass die Kirche eine engere Zusammenarbeit mit den Strafverfolgungsbehörden anstrebe. An einigen Punkten gebe es aber noch Unklarheiten. FR 1

 

 

 

 

Kard. Erdö: „Vereinte Christen gegen Ausbeutung der Natur“

 

Die Christen müssen federführend sein in Sachen Umweltschutz. Das sagte der ungarische Primas, Kardinal Peter Erdö, in seiner Eröffnungsrede zur „grünen“ Pilgerreise der Umwelt-Bischöfe in Zentraleuropa. Bis Sonntag pilgern die Verantwortlichen für Umweltfragen der europäischen Bischofskonferenzen von Ungarn über die Slowakei bis ins österreichsche Mariazell. Wie Kardinal Erdö weiter hinzufügte, müssten die Gläubigen sich aktiv gegen die Ausbeutung der Natur einsetzen. Dieses Anliegen vereine die Christen aller Konfessionen.

 

Umweltschutz ist urheberrechtlich nicht geschützt. Das heißt, jeder Mensch und jede Gemeinschaft soll und muss sich damit auseinandersetzen. Das ist die zentrale Botschaft, die Kardinal Erdö den Gläubigen bei der „grünen“ Pilgerreise vermitteln möchte. Dazu sei ein Austausch mit Politikern und Wirtschaftsleuten unvermeidlich.

 

Die Teilnehmer der Pilgerreise des Rates der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) werden deshalb auch mit Unternehmen, Ökonomen und Politikern zusammentreffen. Kardinal Erdö habe zwar Verständnis dafür, dass die Politik eng mit der Wirtschaft verbunden sei. Doch oft werde diese Einsicht den vermeintlichen wirtschaftlichen Zwängen untergeordnet.

 

„Manchmal habe ich das Gefühl, dass die Wirtschaft doch mehrheitlich nach ihren eigenen Regeln handelt. Es herrscht ständig ein Notstand, sagt uns die Wirtschaft. Und im Notstand fühlt man sich berechtigt, auch Schritte zu unternehmen, die man selber nicht für vernünftig hält. Das gilt insbesondere beim Umgang mit der Natur. Man muss aber ständig im Dialog bleiben. Sowohl die Politiker als auch die Verantwortlichen der Wirtschaft und andererseits die Kirchenvertreter müssen unbedingt in Kontakt bleiben mit den Naturwissenschaftlern.“

 

Erdö verwies auch auf Papst Benedikt XVI., der in seinem Schreiben zum Weltfriedenstag daran erinnert habe, dass die Achtung vor der Natur nicht ohne Veränderung des Lebensstils möglich sei. Kardinal Erdö erinnerte dabei an den Begriff der „sozialistischen Moral“ im spätkommunistischen Ungarn.

 

„Damals hat man den Materialismus vertreten und eben von sozialistischer Moral gesprochen. Es gab in der offiziellen Presse große Diskussionen unter Akademikern über den Inhalt dieser sozialistischen Moral. Letztlich lautete die Antwort, die am meisten angenommen wurde: der Inhalt der Moral sei mit dem Strafgesetzbuch identisch. Aber wenn das Strafgesetzbuch allein den Inhalt des Moralismus bildet, dann gibt es keine Moral. Das war das Problem. Doch danach blieb unsere Gesellschaft ohne Orientierung.“

 

Deshalb stehe die Wallfahrt der Bischöfe unter einem leichtverständlichen Motto, das Papst Benedikt XVI. zum Weltfriedenstag 2010 ausgerufen hat: „Wenn Du den Frieden willst, bewahre die Schöpfung.“ (kap 2)

 

 

 

Vor 100 Jahren: Antimodernisteneid

 

Vor genau 100 Jahren, am 1. September 1910, veröffentlichte Papst Pius X. den so genannten Antimodernisteneid. Alle angehenden Priester mussten von da an in einem feierlichen Akt vor ihrer Weihe die geltende kirchliche Lehre bejahen und moderne Formen der Theologie ablehnen.

 

Das „Sammelbecken aller Häresien“ war der Modernismus für Papst Pius X. Die Anhänger dieser Strömung waren dafür, das Lehramt mit den damaligen neuesten Erkenntnissen der Wissenschaft zu verbinden. Was das heißt, erklärt der deutsche Kirchenhistoriker Johannes Grohe von der Päpstlichen Universität Santa Croce in Rom.

 

„Es hat viel zu tun mit dem Eindringen der historisch-kritischen Methoden in die Bibelwissenschaft. Hier spielt eine Vorreiterwolle der liberale Protestantismus. Das wird dann auch in der Katholischen Kirche rezipiert. Man spielt Offenbarung gegen geschichtliche Wirklichkeit aus, das gilt auch für die Kirche nur als Glaubensinstitution, nicht aber als historisch wirklich von Christus gegründete Gemeinschaft. Im Großen und Ganzen dreht es sich immer um diese Frage: Wie ist eigentlich unser Glaube grundgelegt.“

 

Der Eid ist der Endpunkt eines erbitterten, jahrzehntelangen Kampfes gegen den Modernismus. Das schlug sich im Tonfall nieder, der scharf und kompromisslos war. „Ich nehme an alles und jedes Einzelne, was vom irrtumslosen Lehramt der Kirche bestimmt, aufgestellt und erklärt ist, besonders die Hauptstücke ihrer Lehre, die unmittelbar den Irrtümern der Gegenwart entgegen sind“, beginnt die lange Formel. Inhaltlich besagte der Antimodernisteneid aber nichts Neues, sagt Grohe.

 

„Aber man könnte sagen, hier wird die Lehrentwicklung zusammengefasst, auf den Punkt gebracht und verbindlich vorgelegt. Ziel des Eides war es, allen Priestern und in der Lehre Stehenden eine ausdrückliche feierliche Zustimmung vorzuschreiben, und man wollte auf jene, die sich nicht offen gegen die Lehren des 1. Vatikanums oder gegen die Enzykliken von Papst Pius ausgesprochen hatten, die sogenannten Kryptomodernisten, dazu veranlassen, jetzt Farbe zu bekennen.“

 

Innerhalb der Kirche wurde der Antimodernisteneid von einigen befürwortet, von anderen als notwendiges Übel anerkannt. Viele aber, zumal im deutschen Sprachraum, sahen darin die Wissenschaftlichkeit theologischer Forschung grundsätzlich in Frage gestellt. So wurde für Deutschland ein Kompromiss ausgehandelt: Professoren mussten den Eid nicht ablegen, es sei denn, sie waren gleichzeitig Seelsorger. Andernorts kam es nach der Einführung der Eidesformel auch zu unangenehmen Erscheinungen wie Bespitzelungen. Johannes Grohe:

 

„Da gab es zwischen 1909 und 1921 die Priestergemeinschaft „Sodalitium pianum“, die haben mit einem großen Eifer, ja Übereifer Modernisten gesucht und angezeigt. Das hat die Atmosphäre sehr vergiftet. In Mailand gab es etwa den großen Reformbischof Andrea Carlo Ferrari. Er wurde über Jahre als Modernist verdächtigt und angezeigt, später dann aber von Pius X. und Benedikt XV. rehabilitiert, und nicht nur das: Johannes Paul II. hat Ferrari 1987 selig gesprochen. Er gilt in manchen Dingen, etwa in der aktiven Beteiligung der Laien am kirchlichen Leben, als einer der Vorläufer des II. Vatikanischen Konzils.“

 

Was den Stein des Anstoßes betrifft, die historisch-kritische Bibelexegese, so ist sie heute längst an allen katholischen Fakultäten unverzichtbar.

 

„Wir haben inzwischen gelernt, dass die Kirchengeschichte die historisch-kritische Methode braucht – insofern gehen wir Hand in Hand mit Kollegen der Profanwissenschaften. Aber das Objekt, mit dem wir uns beschäftigen, die Kirche Gottes, betrachten wir im Licht des Glaubens als eine Stiftung Jesu Christi. Aber es ist mittlerweile viel friedlicher als Anfang des Jahrhunderts.“

 

Der Antimodernisteneid hielt sich bis 1967, als Papst Paul VI. ihn nach den Entscheidungen des II. Vatikanischen Konzils abschuf. Knapp 30 Jahre später, im Jahr 1989, führte Papst Johannes Paul II. einen neuen Treueid für alle jene ein, die in der Kirche leiten oder lehren. Der scharfe Ton des Antimodernisteneides wird nicht wiederholt, doch enthält die aktuelle Schwurformel neben dem „normalen“ Glaubensbekenntnis etwa den Satz „Fest glaube ich auch alles, was im geschriebenen oder überlieferten Wort Gottes enthalten ist und von der Kirche als von Gott geoffenbart zu glauben vorgelegt wird, sei es durch feierliches Urteil, sei es durch das ordentliche und allgemeine Lehramt.“ Blieb der neue Treueid unwidersprochen? Nicht ganz.

 

„In Deutschland hat es in akademischen Kreisen doch auch Widerstand gegeben, denken wir an die Kölner Erklärung, wo man in Maßnahmen dieser Art eine Bevormundung durch Rom, wie man dann gerne sagt, gesehen hat. Aber vergessen wir nicht: Es handelt sich darum, dass Menschen, die Verantwortung für die Kirche in Lehre oder Leitung übernehmen, dass sie sich eindeutig und verbindlich zur Lehrtradition der Kirche bekennen.“

 

Dem Entstehen von Irrlehren kann man zwar mit keiner Schwurformel vorbeugen, so der Kirchenhistoriker Grohe, man kann aber gleichsam die „Geschäftsbedingungen“ klar machen.

 

„Natürlich wird es nie ein menschliches Mittel geben, mit dem man Häresien einfach vermeiden kann. Es gehört zum Weg der Kirche durch die Zeit, dass sie den Glauben, den sie von Jesus Christus empfangen und durch die Apostel vermittelt bekommen hat, immer wird verteidigen müssen. Wir werden nie eine Zeit erleben, in der der glaube der Kirche unangefochten ist. Maßnahmen greifen dann immer bis zu einem bestimmten Punkt, können aber nie die Heiligkeit und Festigkeit der Lehre garantieren. Sie allein garantieren nicht, dass Kopf und Herz der einzelnen immer bei Gott und der Lehre der Kirche sind. Aber sie können gewissermaßen das Vorfeld klären.“ (rv/kna 01)

 

 

 

 

Christen in Irak. Die Tage sind gezählt

 

Seit dem Sturz des Saddam-Regimes sind zehntausende Christen aus dem Irak geflohen. Der Exodus hält an. "Was immer die Muslime sagen, sie akzeptieren uns nicht", sagt ein Christ. VON INGA ROGG

 

HAWRESK - Es ist, als wolle der Messdiener nicht nur Gott ehren, sondern gleich auch all die bösen Geister vertreiben, die über der versammelten Gemeinde schweben. So inbrünstig schwenkt er den Weihrauchkessel. Jedes Mal klappert die Kette des Kessels wie helles Glockengeläut. Eine dicke Rauchwolke steigt auf und würzig-herb breitet sich der Geruch des Weihrauchs auf dem Dorfplatz aus. Aus dem ganzen Nordirak sind Armenier in diesen einsamen Weiler bei Dohuk angereist, um an der Grundsteinlegung für eine Kirche teilzunehmen. Nicht den Ermordeten und Entführten sollen die Gedanken heute gehören, sondern dem Glauben an eine Zukunft.

Vor einem offenen Zelt ist eine lange Tischreihe aufgestellt. Weinrote Frotteehandtücher bedecken den provisorischen Altar; neben einem Kreuz, Kerzenleuchtern, der Bibel und einem Spitzendeckchen mit Ölen stehen Wasserflaschen und eine Schachtel mit Papiertüchern. Dahinter türmt sich braunrot die ausgehobene Erde auf.

Begleitet vom Geläut des Weihrauchkessels stimmt die Gemeinde ein Kirchenlied an. Melancholisch breitet sich der armenische Gesang über die trockene Hügellandschaft. Nacheinander treten Männer mit Steinen in den Händen vor den Erzbischof, der eigens aus Bagdad gekommen ist. Priester waschen die Steine, dann salbt sie der Erzbischof und hüllt sie in ein symbolisches Leichentuch. In einer Prozession zieht die Gemeinde dann zur künftigen Kirche, wo halbwüchsige Buben die Steine in angerührtem Zement verankern.

 

Christen heute: Aufgrund der vielen Kirchenspaltungen gibt es heute mindestens acht verschiedene christliche Konfessionen im Irak. Die größte Glaubensgemeinschaft bilden die Chaldäer, die sich im 17. Jahrhundert mit Rom unierten. Ihnen folgen die Assyrer, die der Assyrischen Kirche des Ostens und der Alten Kirche des Ostens angehören. Weitere wichtige Konfessionen sind die Syrisch-Orthodoxe, die Syrisch-Katholische sowie die Armenisch-Apostolische und die Armenisch-Katholische Kirche. Darüber hinaus gibt es in Bagdad auch eine kleine lutherische Gemeinde.

"Wir bauen die Kirche", sagt Erzbischof Avak Asadourian in seiner Predigt. "Aber ihr seid es, die sie mit Leben erfüllen." Ob sich der Wunsch des armenisch-apostolischen Geistlichen erfüllt, ist ungewiss. Die letzten amerikanischen Kampftruppen, die Ende August abziehen, hinterlassen ein Land, dessen Christen um ihre Existenz fürchten.

"Ich bin heute sehr, sehr glücklich", sagt Ankin Setrak. "Ich habe mir schon lange eine Kirche gewünscht." Mit einer lässigen Handbewegung schiebt sich die Mittdreißigerin ihre Sonnenbrille in ihre dunkelblonde Mähne. Setrak stammt aus aus Mossul, mit ihrem Mann wohnte sie in Bagdad. Bis vor eineinhalb Jahren, als Unbekannte auf den Wagen ihres Mannes schossen. "Wir überlegten nicht lange, packten unsere Sachen und flohen hierher", sagt Setrak. Der Vater war schon zwei Jahre davor aus Mossul geflohen, nachdem Extremisten sein Werbebüro bombardiert und 25.000 Dollar Schutzgeld erpresst hatten. Geschichten wie die Setraks hört man viele in Hawresk.

Jetzt wohnt Setrak mit ihrem Mann in einer Reihensiedlung. 115 Häuser mit Flachdach - zwei Zimmer, Küche, Bad. Ein Haus sieht wie das andere aus, betonierte Gleichförmigkeit gegen die Not. Es gibt ein Gemeindehaus für Totenfeiern und Hochzeiten. Doch Hochzeiten gibt es selten. Die Gemeinden der Armenier wie die aller Christen im Irak schrumpfen. Die Sicherheitslage hat sich in den letzten Jahren verbessert, aber das heißt nur, dass nicht mehr so viele Menschen getötet werden wie vor drei Jahren, aber immer noch so viele, dass es nur ein Schritt bis zum nächsten Abgrund ist.

Vor fast hundert Jahren suchten Armenier schon einmal Zuflucht in Hawresk. Das Osmanische Reich war zerfallen, und im Nahen Osten begann das Jahrhundert des Nationalismus und Islamismus, der Autokraten, Diktatoren und der Kriege. Mit dem sunnitischen Großreich zerbrach ein System, in dem die Christen und Juden zwar keine gleichberechtigten Bürger waren, in dem sie in religiösen und kulturellen Angelegenheiten aber weitgehend freie Hand hatten. Den Auftakt bildeten die Massaker an den Armeniern in den Jahren 1894 bis 1896, verübt von den Hamidije-Regimentern, einer vom Sultan aufgestellten kurdischen Stammesmiliz. Zehn Jahre später begingen die nationalistischen Jungtürken den ersten Massenmord des Jahrhunderts.

Überlebende der Todesmärsche retteten sich nach Syrien und in den Irak. In Hawresk eröffneten sie später eine Schule. "23. 5. 1923", hat jemand mit roter Farbe an die Mauer des halbverfallenen Gebäudes gepinselt. Gerettet hatten sich damals auch die Großeltern von Akin Setrak und von Eschkhan Sarkisian, heute Gemeindevorsteher der Armenier in Sacho, der Grenzstadt zur Türkei.

Als Setrak in ihrem Wohnzimmer sitzt, ist die Freude plötzlich wie weggeblasen. "Früher lebten hier auch Juden", sagt Setrak. "Juden gibt es heute keine mehr, genauso wird es auch uns Christen ergehen." Sarkisian, ein stämmiger Mann mit lustigen Augen, stemmt sich seit Jahren gegen den Mitgliederschwund in seiner Gemeinde. Vergeblich. "Vor allem die Jungen gehen, und ohne die Jugend gibt es auch keine Zukunft", sagt Sarkasian. Sie fliehen nach Amerika, Australien und Europa. Früher habe es in Sacho dreihundert armenische Familien gegeben. "Heute sind es noch sechzig."

Wie den Armeniern geht es allen christlichen Konfessionen im Irak. Besonders hart trifft es katholische Chaldäer und Assyrer, die sich als Nachfahren der irakischen Ureinwohner verstehen. Wie viele Christen es heute noch gibt, weiß niemand genau. Vor dem Krieg 2003 sollen es noch mehr als eine Million gewesen sein. Auf knapp 294.000 beziffert das päpstliche Jahrbuch von 2009 die Zahl der Katholiken, die mit mehr als achtzig Prozent die Mehrheit unter den mindestens acht verschiedenen Kirchen bilden. Das wären weniger als 1 Prozent der Gesamtbevölkerung.

Die Gründe für den Exodus sind vielfältig. Aber wie zu Zeiten des Osmanischen Reichs steht heute das multireligiöse und -kulturelle Erbe eines Landes auf dem Spiel. Saddam Hussein hatte den Christen eine Zeitlang Sicherheit gewährt. Vor der Zerstörung von Kirchen und Dörfern machte freilich auch der Diktator nicht halt - Hawresk war eines davon. Mit dem Versprechen des Säkularismus seiner Baath-Partei, das die Christen anzog, war es am Ende nicht weit her.

Heute streiten sich Schiiten und Sunniten, Araber und Kurden um die Erbmasse von Saddams Diktatur - mit ungewissem Ausgang. "Zwei Iraker, drei Meinungen", sagt ein irakisches Sprichwort. Furcht und gegenseitiges Misstrauen, ohnehin tief verankert, bestimmen heute die Politik. Die Kirchen könnten deshalb nur bestehen, wenn sie möglichst weit Abstand zur Politik hielten, sagt Baschar Matte Warda. Warda, chaldäischer Erzbischof in Ainkawa bei Erbil, ist ein bedächtiger Mann. Lange überlegt er, bevor er die Frage beantwortet, ob es für die Christen eine Zukunft gebe. "Wir waren lange vor den Amerikanern und sogar lange vor den Muslimen hier", sagt Warda schließlich. "Aber ich mache mir Sorgen, Ja." Wenn der Exodus anhalte, werde es zwar auch noch in fünfzig Jahren Christengemeinden geben, aber sie würden dann im Geburtsland von Abraham keine Bedeutung mehr haben. Um zu verhindern, müssten die Kirchen auch die Spaltung untereinander überwinden, sagt Warda. "Nur so können wir uns Gehör verschaffen." Der Zwist der Kirchen untereinander geht so weit, dass selbst gemischte Ehen kaum möglich sind. Da die Kinder immer der Konfession des Vaters angehören, wacht jede Gemeinschaft eifersüchtig darüber, keine Mitglieder zu verlieren. Zumal die Christen schon demografisch mit den Muslimen nicht mithalten können.

Gegenüber den Muslimen setzt Warda vor allem auf Bildung. "Die Muslime schätzen unsere Schulen", sagt Warda, der selbst jahrelang eine Schule in Bagdad geleitet hat. "Wenn jemand zwölf Jahre eine Schule besucht hat, hinterlässt das Spuren. Damit legt man eine Basis, auf der man aufbauen kann." Darüber hinaus würden die Kirchen so auch Arbeitsplätze schaffen. Auch die soziale Not, besonders unter den Vertriebenen, ist ein Grund, warum Christen den Irak verlassen. "Wir können sie nicht zum Bleiben auffordern, wenn wir ihnen keine Perspektive bieten", sagt Warda.

In Hawresk ist es wieder still geworden. Gelb und ockerfarben breiten sich die Felder in der Ebene Richtung Süden aus. Irgendwo dort liegt Mossul. Nach Norden hin erheben sich in der flirrenden Mittagshitze graubraun die Berge Kurdistans. Ankin Setrak steht in der Küche und brüht einen arabischen Mokka auf. Sie fühlt sich hier im kurdisch regierten Nordirak sicher, sie hat sogar wieder Arbeit gefunden. Trotzdem will sie weg. Auch ihre beste Freundin will den Irak verlassen. "Je schneller, umso besser", sagt sie.

Dabei ist es nicht nur der anhaltende Terror von islamischen Extremisten, den die Christen fürchten. Auch den Kurden trauen viele nicht. Mehrere tausend Christen sind in den letzten Jahren nach Kurdistan geflohen. Sie können hier ihren Glauben frei leben und erhalten auch sonst Unterstützung von der kurdischen Regierung in Erbil.

IRAK taz | Gleichzeitig liegen die Kurden jedoch mit den Arabern im Dauerkonflikt um die Ninive-Ebene südlich von Hawresk. Für die Christen ist das Land ihrer Vorväter, die hier einst das Assyrer-Reich errichten hatten. Die meisten wollen in dem Gebiet, in dem heute auch andere Minderheiten leben, eine Autonomie. Wie diese aussehen und ob die zuständige Regierung Bagdad oder Erbil sein soll, ist jedoch umstritten. Christen beschuldigen die Kurden, den Konflikt zu schüren und auch hinter einem Teil der Gewalt in Mossul zu stecken. Die Kurden bestreiten dies.

Gedankenverloren streicht Akin Setrak ein beiges Plastikdeckchen auf dem Wohnzimmertisch glatt. Es riecht nach Kaffee. "Jetzt sind wir hier sicher", sagt sie, "aber wer weiß, wie es in ein paar Jahren aussieht." Selbst Eschchan Sarkisian, der als Einziger den Irak nicht verlassen will, glaubt, dass die Tage der Christen im Irak gezählt sind. "Was immer die Muslime sagen, im Kern akzeptieren sie uns nicht", sagt Sarkisian. "Am Ende wollen sie, dass wir Christen ebenfalls Muslime werden." Taz 2

 

 

 

Erzbischof Nichols: „Papst wird spirituelle Seite der Engländer ansprechen“

 

Der Papst wird bei seiner bevorstehenden Reise nach Großbritannien die Spiritualität der Engländer ansprechen. Davon ist der Erzbischof von Westminster, Vincent Nichols, überzeugt. Benedikt XVI. wird das Land einschließlich Schottland vom 16. bis 19. September besuchen und bei dieser Gelegenheit Kardinal John Henry Newman selig sprechen. Erzbischof Nichols sagte dazu gegenüber Radio Vatikan:

 

„Man darf nicht denken, dass alle in diesem Land eine säkulare Mentalität haben. Ich glaube das nicht. Was sicher stimmt, ist, dass die britischen Institutionen und auch die Medien säkular geprägt sind. Das Leben der Menschen aber ist sehr offen für die Wirklichkeit Gottes; und es gibt hier sehr viele verschiedene religiöse Ausdrucksformen. Ich glaube nicht, dass im Leben der einfachen Leute die Sensibilität für Gottes Dinge fehlt. Und ich glaube, dass Papst Benedikt XVI. diese Saite in den Menschen zum Klingen bringen wird.“

 

Papst Benedikt XVI. werde bei seiner Visite mehr Menschen erreichen als Papst Johannes Paul II., prognostiziert Nichols. Das habe vor allem mit der Art der Reise zu tun. Benedikts Vorgänger besuchte Großbritannien im Jahr 1982 als erster Papst seit der Trennung der Anglikanischen Kirche von Rom.

 

„Als Papst Johannes Paul II. kam, kam er auf Einladung der katholischen Glaubensgemeinschaft und feierte mit ihr die Sakramente. Der Rest der englischen Gesellschaft schaute zu, zwar fasziniert von dem, was sie sah, aber sie schaute zu. Die jetzige Papstreise erfolgt auf Einladung der Königin und der britischen Regierung, und es geht um den Besuch des ganzen Landes. Natürlich wird Benedikt auch die katholische Gemeinschaft besuchen, aber es ist in erster Linie ein Staatsbesuch, was etwas absolut anderes ist. Publikum ist jetzt die gesamte britische Gesellschaft. Das bestimmt auch die einzelnen Etappen der Reise, deren Höhepunkt die Seligsprechung Newmans ist.“

 

Der anglikanische Theologe John Henry Newman (1801-1890), der mit 44 Jahren zur katholischen Kirche konvertierte, gilt als einer der Wegbereiter des modernen Katholizismus. Der Kardinal soll am 19. September in Coventry vom Papst selig gesprochen werden. Auch in ökumenischer Hinsicht setzt Erzbischof Nichols große Hoffnungen in die Papstvisite:

 

„Die Beziehung zwischen der anglikanischen Gemeinschaft und der römisch-katholischen Kirche ist dieses Mal sehr delikat. Der Besuch Benedikts im Lambeth-Palast und das persönliche Treffen mit dem Erzbischof von Canterbury ist ein sehr wichtiger Moment und wird sehr fruchtbar sein. Diese Begegnung wird eine Reihe von Treffen folgen lassen und uns in der nächsten Phase der ökumenischen Beziehungen sehr gut voranbringen.“ Rv 01