Notiziario religioso  1-2  Settembre  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Mercoledì 1 settembre. Il commento al Vangelo. Gesù guarisce la suocera di Simone  1

2.       Giovedì 2 settembre. Il commento al Vangelo. La pescagione miracolosa  1

3.       Chiesa e creato. Dono da custodire. La quinta Giornata si celebra il 1° settembre  2

4.       Ccee. Pellegrinaggio "ecologico" da Esztergom (Ungheria) a Mariazell (Austria) 2

5.       Benedetto XVI. L'ultimo posto. Il valore spesso trascurato dell'umiltà  3

6.       Gheddafi vuole l'Europa islamica? Proviamo a non stracciarci le vesti 3

7.       La Famiglia, scuola di umanità e di fede  4

8.       La visita di Gheddafi. La predica irrita i cattolici del Pdl. Ma il Cavaliere: "E' solo folklore"  4

9.       Gheddafi show, l'irritazione dei vescovi: «Incresciosa messa in scena»  5

10.   Albania. La matita di Dio. Celebrato il centenario della nascita di Madre Teresa  5

11.   Lo Stato siamo noi. L'Unità d'Italia nei Simposi rosminiani 6

12.   Milano. Le strade della santità. Il nuovo anno pastorale nel segno di san Carlo Borromeo  6

13.   Mlac. Lavoratori e comunità. Una presenza sul territorio fatta di relazioni forti 7

14.   Meteing di Rimini. Dal desiderio all'impegno. L'edizione 2011 sarà dedicata alla "certezza"  7

 

 

1.       Deutsche Bischofskonferenz. Neue Leitlinien zu Missbrauch: Eine Zusammenfassung  8

2.       Der verschärfte Kampf der Kirche gegen Missbrauch  8

3.       Missbrauch in der Kirche. Neue Leitlinien: Lob und Skepsis  9

4.       Benedikt XVI.: „Kein Friede ohne Umweltschutz!“  9

5.       Dank für Glaubenstreue in schwerer Zeit 10

6.       Kard. Rylko: „Religiöser Fundamentalismus verbreitet sich rasch“  10

7.       Islamunterricht. Ein Mann in heikler Mission  11

8.       „Kirchen müssen positive Modelle der Integration aufzeigen“  12

9.       Glaubwürdiges Leben motiviert die Gemeinden  12

10.   Das Christentum in der heutigen Gesellschaft 12

11.   Prof. Ömer Özsoy im FR-Interview "Wir wollen die Theologie mehr etablieren"  13

12.   Indien: Christen fordern endlich Gerechtigkeit 13

13.   Türkei: Neue Hoffnung für Christen in Tarsus  14

14.   Schlingensief. Kirche der Zuversicht 15

 

 

 

Mercoledì 1 settembre. Il commento al Vangelo. Gesù guarisce la suocera di Simone

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 4,38-44) commentato da P. Lino Pedron 

 

38 Uscito dalla sinagoga entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. 39 Chinatosi su di lei, intimò alla febbre, e la febbre la lasciò. Levatasi all'istante, la donna cominciò a servirli.

40 Al calare del sole, tutti quelli che avevano infermi colpiti da mali di ogni genere li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. 41 Da molti uscivano demoni gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era il Cristo.

42 Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e volevano trattenerlo perché non se ne andasse via da loro. 43 Egli però disse: «Bisogna che io annunzi il regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato». 44 E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.

Il breve racconto della guarigione della suocera di Pietro si conclude con un insegnamento importante: "Levatasi all'istante, la donna cominciò a servirli" (v. 39). Qui troviamo il significato di tutto il miracolo e di tutti i miracoli. Il fatto che essa si metta al servizio degli altri indica una guarigione molto più profonda di quella dalla semplice febbre del corpo. Essa è liberata da quella febbre che le impedisce di servire e la costringe a servirsi degli altri per essere servita. "Servire" è una parola carica di significati nel Nuovo Testamento. Gesù è il Servo di Dio e dei fratelli, il Giusto che per amore si fa carico del peso della debolezza altrui.

Il servirsi degli altri è il principio di ogni schiavitù nel male, il servire gli altri è il principio di ogni liberazione dal male. E' nel servire che l'uomo diventa se stesso e rivela la vera identità di Dio di cui è immagine e somiglianza.

Con la parola "servire" il Nuovo Testamento intende l'amore fraterno concreto "non a parole, né con la lingua, ma coi fatti e nella verità" (1Gv 3,18). Questa è la caratteristica specifica e fondamentale di Gesù, lasciata in eredità ai suoi discepoli prima di morire (Lc 22,24-27; Gv 13,1-17).

La liberazione che Gesù ci ha portato non ottiene il suo risultato nella semplice professione della fede, come fanno i demoni (Lc 4,34.41; Gc 2,19), ma nel servire, che è la vera liberazione dal male profondo dell'uomo, l'egoismo, che lo fa essere il contrario di Dio che è amore (1Gv 4,8.16). Alle tante domande "chi conta veramente nella Chiesa?; con quali occhi dobbiamo leggere la storia della Chiesa?; chi dobbiamo guardare per imparare dal vivo il vangelo?;... la risposta è una sola: a quelle persone "insignificanti" per il mondo, ma tanto significative per i credenti, che servono con umiltà e nel nascondimento. Essi ed esse sono la presenza viva e costante del Signore in mezzo a noi, essi ed esse sono i nostri maestri di vita cristiana.

Anche alla fine della sua vita Gesù chiamerà i suoi discepoli ad osservare una povera vedova che "dà tutta la sua vita"(Lc 21,4) perché imparino da lei la lezione fondamentale del suo vangelo.

Nei vv. 40-41 Gesù ci insegna come dobbiamo accostarci ai malati. Prima di tutto per Gesù il malato non è un numero: "egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva"; inoltre Gesù si occupa del malato, non del male. Il malato non è un caso clinico o un oggetto di studio: è una persona.

All'arrivo di Gesù, il demonio, che è la causa del male, è sconfitto e fugge. Il diavolo conosce la vera identità di Cristo e la proclama, ma la vera fede che salva viene solo dall'adesione del cuore all'annuncio della salvezza (Rm 10,8-10). E questa adesione del cuore e della vita il demonio non ce l'ha.

Il popolo comincia a seguire Gesù, ma Gesù si sottrae da loro perché la volontà del Padre, che egli ha compreso a pieno di buon mattino nel luogo deserto dove aveva conversato filialmente col Padre suo, lo vuole altrove. Questa volontà del Padre è presentata con le parole: "Bisogna che io annunzi il regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato".

Il regno di Dio è esattamente il contrario del regno dell'uomo. Questo regno ci viene donato da Dio in Gesù. Esso non viene né per azione, né per evoluzione, ma solo per umile invocazione: "Venga il tuo regno" (Lc 11,12).

Nei vv. 40-41 Luca ci offre un primo sommario di opere miracolose. Nella storia della salvezza Dio si è sempre rivelato con parole e azioni, e Gesù ora fa lo stesso. Un lungo discorso aveva aperto il suo ministero a Nazaret, una lunga serie di guarigioni conclude ora a Cafarnao la sua attività missionaria. Per la prima volta Gesù si incontra con una folla numerosa di malati, venuti o trasportati da ogni luogo.

I vangeli presentano più spesso Gesù attorniato da folle bisognose di guarigione che desiderose di ascoltare la parola di Dio. In questa circostanza egli appare come un medico premuroso che si prende cura di ciascuno e impone le sue mani ad uno ad uno dei malati e li guarisce.

I miracoli biblici sono stati visti spesso più come una manifestazione della potenza di Dio che come momenti della salvezza dell'uomo. Essi, invece, sono come delle piccole luci che Dio accende sul cammino dell'uomo per dimostrargli che fa storia con lui, che non l'abbandona a se stesso o in balia del male, ma che l'assiste sempre con la sua paterna presenza.

Il miracolo ha pure un significato di protesta contro il male e di annuncio di salvezza presente e futura. Cristo combatte il male con tutte le sue forze e comanda a noi di continuare la sua missione facendo altrettanto, ossia il massimo.

La malattia, la miseria d'ogni genere non sono un bene, ma uno squilibrio che deve scomparire grazie all'operosità congiunta di Dio e dell'uomo.

Gesù ha bisogno di solitudine e di raccoglimento. Deve incontrarsi con il Padre per comprendere le scelte da fare e il cammino da percorrere.

L'inseguimento della folla è ben spiegabile, dopo i successi e i prodigi del giorno prima.

Forse qui c'è anche un richiamo polemico ai suoi concittadini di Nazaret: qui a Cafarnao è trattenuto perché non parta, lì era stato cacciato con ira e con violenza, rischiando persino di essere spinto nel burrone.

Gli uomini vogliono trattenerlo, ma la sua partenza è fuori discussione perché non dipende dalla sua volontà. Il suo cammino ha ben altre motivazioni e non può essere arrestato né dai nemici né tanto meno dagli amici. Nemmeno da lui stesso. L'incontro con il Padre suo, nel luogo deserto (cfr v. 42), gli ha rivelato con certezza la volontà di Dio:" Bisogna che io annunzi il regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato (dal Padre)". Il cammino che Gesù è chiamato ad intraprendere fin dal suo battesimo è quello del servo-figlio obbediente e non del signore.

Gesù annuncia il regno di Dio. L'instaurazione di questo regno segnerà la fine del peccato, del male e di qualunque ingiustizia. Per Gesù "evangelizzare il regno di Dio" sintetizza tutta la sua missione. Evangelizzare i poveri significa aprire ad essi le porte del regno: qui la loro miseria finirà e le loro aspirazioni saranno pienamente esaudite.

Il Signore non verrà a sedersi tra i sovrani della terra, accanto a quelli che opprimono gli uomini, ma instaurerà, in mezzo ai credenti e agli uomini che seguono onestamente i dettami della loro coscienza, lo stesso regime di vita, di pace, di santità che vige presso di lui in cielo.

Il regno di Dio è già instaurato e la strada per arrivarci è quella percorsa da Cristo. Egli è il salvatore e il liberatore nel senso più pieno e totale della parola.

De.it.press

 

 

 

Giovedì 2 settembre. Il commento al Vangelo. La pescagione miracolosa

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 5,1-11) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Un giorno, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret 2 e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3 Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca.

4 Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». 5 Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». 6 E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. 7 Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. 8 Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore». 9 Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; 10 così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Sullo sfondo dell'attività di Cristo appaiono Pietro e i suoi colleghi. Essi sono i collaboratori di un fatto prodigioso, ma rimangono pur sempre le povere persone che erano in precedenza. Pietro lo confessa a nome proprio e dei colleghi dichiarandosi peccatore. Davanti alla verità di Dio, Pietro scopre la propria verità e si sente indegno. Non c'è rivelazione di Dio senza coscienza del proprio peccato. Possiamo conoscere l'infinita grandezza di Dio solo contemporaneamente alla scoperta della nostra bassezza.

L'efficacia della pesca miracolosa non è dovuta alla loro abilità, ma al comando impartito da Gesù. Tutto il loro merito è di aver creduto alla sua parola. L'inutilità della fatica notturna indica la vanità di tutti gli sforzi umani fatti di propria iniziativa per instaurare il regno di Dio. Solo nell'obbedienza alla parola del Signore si può ottenere ciò che è impossibile alle forze umane. La fede non ha altro appoggio che la parola di Dio. Proprio per questa fede Gesù cambia il nome di Simone in Pietro e gli dà un incarico nuovo: "D'ora in poi sarai pescatore di uomini" (v. 10).

Pietro riceve la sua missione proprio mentre si riconosce peccatore. Ciò vuol dire che essa non decadrà neanche per il suo peccato di infedeltà, perché si fonda sulla fedeltà di Dio. Simone diventerà Pietro e riceverà l'incarico di confermare nella fede i suoi fratelli proprio quando avrà consumato fino in fondo la propria esperienza di debolezza, di infedeltà, di peccato (Lc 22,31-34). Non sarà quindi "pietra" per le sue qualità, ma per la fedeltà di Dio.

Questi pescatori, che hanno creduto nella parola di Cristo, lasciano subito barche e reti e si mettono a seguire Gesù. Egli li manda a liberare gli uomini dal potere della morte e a trasferirli nel regno della vita, nel regno di Dio.

L'azione missionaria di Gesù passerà a dei poveri, sprovveduti pescatori di Galilea, i quali lasciano il loro mestiere e si avventurano sui mari tempestosi del tempo per salvare dalla morte eterna tutti i popoli della terra.

Ma per essere veri discepoli di Gesù bisogna lasciare tutto, incominciando a lasciare se stessi per diventare proprietà esclusiva di Cristo. De.it.press

 

 

 

 

Chiesa e creato. Dono da custodire. La quinta Giornata si celebra il 1° settembre

 

Oggi 1° settembre la Chiesa in Italia celebra la 5ª Giornata per la salvaguardia del creato. "Custodire il creato, per coltivare la pace" è il tema del messaggio dei vescovi italiani per la Giornata. "Mi sembra molto bello interpretare il 'salvaguardare' con il 'custodire', che richiama il coltivare e il custodire della Genesi, il promuovere e il proteggere, e non solo la preoccupazione a non rovinare qualcosa", scrive mons. Angelo Casile, direttore dell'Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro, commentando il messaggio per la Giornata (testo integrale: www.chiesacattolica.it).

 

Un dono per tutti. "Il creato è dono di Dio per la vita di tutti gli uomini", spiega mons. Casile, perciò "a motivare il nostro impegno per il creato è la passione verso l'uomo, la ricerca della solidarietà a livello mondiale, ispirata dai valori della carità, della giustizia e del bene comune, vissuti nella fede e nell'amore di Dio". La responsabilità per il creato della Chiesa consiste nel difendere "la terra, l'acqua e l'aria come doni della creazione appartenenti a tutti" e nel "proteggere soprattutto l'uomo contro la distruzione di se stesso". "Se si avvilisce la persona - sottolinea il direttore dell'Ufficio Cei -, si sconvolge l'ambiente e si danneggia la società, è necessario quindi educarci ad una responsabilità ecologica che 'affermi con rinnovata convinzione l'inviolabilità della vita umana in ogni sua fase e in ogni sua condizione, la dignità della persona e l'insostituibile missione della famiglia, nella quale si educa all'amore per il prossimo e al rispetto della natura'", come si legge nell'enciclica "Caritas in veritate".

 

Con riconoscenza. Il credente, sostiene mons. Casile, "guarda alla natura con riconoscenza e gratitudine verso Dio, per questo non la considera un tabù intoccabile o tanto meno ne abusa con spregiudicatezza". Dunque, "l'approccio cristiano mette Dio creatore al primo posto, l'uomo come prima creatura e il creato come dono di Dio all'uomo, perché nel creato l'uomo, ogni uomo, tutto l'uomo si sviluppi e faccia sviluppare il creato stesso in tutte le sue componenti: uomini, animali, piante, la visione cristiana è il camminare insieme dell'uomo e dell'ambiente verso Dio". Nel messaggio "Custodire il creato, per coltivare la pace", i vescovi, ricorda il direttore, "ci invitano ad 'accogliere e approfondire, inserendolo nel suo agire pastorale, il profondo legame che intercorre fra la convivenza umana e la custodia della terra'. È un impegno prezioso per noi, per la nostra terra e per le future generazioni".

 

L'impegno della Chiesa italiana. Per manifestare la propria attenzione nei confronti del creato e per promuovere sempre maggiore attenzione sui temi ecologici, la Chiesa italiana celebra ogni anno, il 1° settembre, la Giornata per la custodia del creato che ha anche risvolti ecumenici, e la seconda domenica di novembre la Giornata del ringraziamento per i doni della terra. "L'azione dell'Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro - evidenzia il direttore - è prevalentemente di evangelizzazione, nella convinzione che il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa possiedono una forte connotazione educativa, che favorisce la crescita di una cultura attenta all'ambiente, rispettosa della persona, della famiglia, dello sviluppo e di una civiltà dell'amore cristiano capace di custodire con tenerezza il creato". L'obiettivo generale è "quello di promuovere un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, 'nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti'", come scriveva Giovanni Paolo II nella "Centesimus annus". Obiettivi particolari si concretizzano "nel riflettere, aiutati da esperti teologi, sul rapporto vitale tra l'uomo, l'ambiente e Dio, nell'ottica della responsabilità di ciascuno; nella promozione di nuovi stili di vita che utilizzano con maggior sobrietà le risorse energetiche, per contenere le emissioni di gas serra, ma anche per la vivibilità delle nostre città; nella diffusione di studi sul miglioramento dell'efficienza energetica degli edifici, anche per gli spazi delle nostre comunità; sulla possibilità di far avanzare la ricerca di energie alternative e la promozione dell'energia eolica, solare e geotermica per il riscaldamento e l'illuminazione; sul sostenere e praticare nelle nostre comunità la raccolta differenziata dei rifiuti, il riuso dell'usato".

 

Attenzione al creato. Benedetto XVI nella "Caritas in veritate" invita ad "avvertire come dovere gravissimo quello di consegnare la terra alle nuove generazioni in uno stato tale che anch'esse possano degnamente abitarla e ulteriormente coltivarla". L'espressione "dovere gravissimo", chiarisce mons. Casile, "esprime una qualifica etico-teologica molto forte, che il Concilio Vaticano II usa per esprimere l'obbligo dell'educazione che i genitori hanno nei confronti dei loro figli, della solidarietà che le nazioni ricche hanno verso i popoli in via di sviluppo, della promozione della pace in tutti gli uomini". Perciò, "è necessario - conclude mons. Casile - educarci ed educare a una grande attenzione nei confronti del creato, pensando che esiste una grande reciprocità tra noi, il creato e Dio". Sir

 

 

 

 

Ccee. Pellegrinaggio "ecologico" da Esztergom (Ungheria) a Mariazell (Austria)

 

Un pellegrinaggio "ecologico" in cinque tappe da Esztergom (Ungheria) a Mariazell (Austria), passando per Bratislava (Slovacchia), per "presentare all'Europa qual è lo sguardo della Chiesa sui doni della creazione". Così vescovi e delegati delle Conferenze episcopali d'Europa responsabili per la custodia del Creato sono in cammino da oggi (1° settembre) fino a domenica 5, riflettendo attorno al tema indicato da Benedetto XVI per la Giornata mondiale della pace 2010: "Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato". Diversi i mezzi di trasporto su cui si muoveranno i pellegrini: il battello sul Danubio, poi il bus, il treno, e infine un tratto di strada sarà percorso a piedi.

 

Non affrontare il tema a segmenti. "Il pellegrinaggio è innanzitutto un cammino spirituale, un cammino di conversione che inizia con il lasciare il proprio ambiente abituale per giungere ad un traguardo particolare segnato dall'intervento divino. Presuppone una disponibilità all'ascolto e alla meditazione, al raccoglimento e alla preghiera", spiega p. Duarte da Cunha, segretario generale del Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa (Ccee), che promuove l'iniziativa. "La crisi ecologica, intesa come uso irrazionale e irresponsabile dei doni del creato, che oggi stiamo attraversando in Europa - prosegue p. da Cunha - non è dissociata dall'attuale crisi morale del continente, ma l'una influisce sull'altra. Lo stesso Santo Padre ci ha ricordato come una vera attenzione all'ecologia del pianeta non possa prescindere da una seria riflessione sull'ecologia umana, da una conversione spirituale e da un cambiamento dei stili di vita. Spesso il tema della custodia del creato è incentrato sugli aspetti scientifici, politici ed etici. Pensiamo che sia altresì centrale ricordare la visione spirituale, teologica e antropologica alla base di una vera attenzione per il creato che non sia legata a meri fini politici e/o economici. Non possiamo continuare ad affrontare il tema a segmenti. L'uomo è un tutt'uno".

 

Presentare lo sguardo della Chiesa. Il pellegrinaggio si svolge a sei anni dalla conclusione delle consultazioni organizzate dal Ccee sul tema dell'ambiente e della responsabilità per il creato, dalle quali nacque una rete dei delegati nazionali delle Conferenze episcopali d'Europa. Ora, il Ccee intende riavviare e intensificare lo scambio e la rete dei delegati nazionali, per presentare al continente lo sguardo della Chiesa sui doni della creazione. "L'attenzione per il creato - continua il segretario generale dell'organismo ecclesiale - è sempre stata presente nei lavori del Ccee, come testimonia il lavoro fatto dal gruppo di lavoro Ccee-Kek in occasione della terza Assemblea ecumenica europea di Sibiu nel 2007". "La nostra odierna attenzione - sottolinea - parte dalla consapevolezza che la questione ecologica è spesso stata affrontata quasi in termini 'apocalittici' e a volte in modo dialettico, ponendo quasi l'uomo come nemico della natura. Noi, invece, come ci ha spesse volte invitato il Santo Padre, desideriamo motivare la nostra riflessione e la nostra azione per l'ambiente per il semplice fatto che la custodia del creato, il rispetto per la natura, è alla base della 'ricerca di un'autentica solidarietà a dimensione mondiale, ispirata dai valori della carità, della giustizia e del bene comune'".

 

Il programma. Il pellegrinaggio si apre nel pomeriggio di oggi (1° settembre) con la celebrazione eucaristica e la benedizione del pellegrino da parte del card. Peter Erd?, arcivescovo di Esztergom-Budapest e presidente del Ccee. I partecipanti si dirigeranno poi (2 settembre) verso Bratislava navigando sulle acque del Danubio: sarà l'occasione per riflettere sul tema dell'acqua e dell'energia (è prevista una visita alla fabbrica di biodiesel a Komarom). A Bratislava i pellegrini saranno accolti dall'arcivescovo, mons. Stanislav Zvolenský, e dal sindaco Andrej Durkovský. Venerdì 3 si rifletterà sulla formazione alla custodia del creato con una tavola rotonda che prevede la partecipazione del card. Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, e di Ján Figel, già commissario europeo all'educazione e alla cultura e attuale ministro slovacco per i lavori pubblici, le poste e le telecomunicazioni. Dopo il trasferimento in bus a St. Pölten (Austria) è prevista in cattedrale una celebrazione ecumenica, alla quale parteciperanno rappresentanti delle Chiese cristiane e di organismi ecumenici locali e internazionali. Sabato 4 si proseguirà in treno fino a Bürgeralpe, dove a presiedere la celebrazione eucaristica sarà mons. André-Joseph Léonard, arcivescovo di Malines-Bruxelles e presidente della Conferenza episcopale del Belgio. Infine, a piedi si giungerà a Mariazell, e qui domenica 5 settembre chiuderà il pellegrinaggio la celebrazione eucaristica presieduta dal card. Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna e presidente della Conferenza episcopale austriaca. Sir eu

 

 

 

 

Benedetto XVI. L'ultimo posto. Il valore spesso trascurato dell'umiltà

Una preghiera che rafforzi la fiducia nel buon esito delle operazioni di soccorso. Benedetto XVI l’ha elevata, domenica 29 agosto, dopo la preghiera dell’Angelus a Castel Gandolfo, dedicandola ai minatori cileni da giorni al centro di un complesso intervento per riportarli alla luce dopo il crollo che li ha intrappolati a decine di metri di profondità nella regione di Atacama. Il Papa ha pure esortato alla tutela dell’ambiente per la salvaguardia della pace nel mondo, invitando tutti a riscoprire il valore dell’umiltà del quale Cristo è l’assoluto “modello”.

 

La vera ricompensa. “Il Signore non intende dare una lezione sul galateo, né sulla gerarchia tra le diverse autorità. Egli insiste piuttosto su un punto decisivo, che è quello dell’umiltà: ‘chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato’”. Lo ha sottolineato, prima di guidare la recita dell’Angelus, Benedetto XVI, commentando la parabola raccontata da Gesù, ambientata in un banchetto nuziale. “Questa parabola, in un significato più profondo – ha evidenziato il Papa -, fa anche pensare alla posizione dell’uomo in rapporto a Dio”. L’“ultimo posto” può infatti rappresentare “la condizione dell’umanità degradata dal peccato, condizione dalla quale solo l’incarnazione del Figlio Unigenito può risollevarla. Per questo Cristo stesso ‘ha preso l’ultimo posto nel mondo — la croce — e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e costantemente ci aiuta”, ha osservato il Santo Padre, riprendendo le parole della sua enciclica “Deus caritas est”. Al termine della parabola, “Gesù suggerisce al capo dei farisei di invitare alla sua mensa non gli amici, i parenti o i ricchi vicini, ma le persone più povere ed emarginate, che non hanno modo di ricambiare, perché il dono sia gratuito. La vera ricompensa, infatti, alla fine, la darà Dio”.

 

Seguire il modello di Cristo. “Ancora una volta – è stato l’invito di Benedetto XVI - guardiamo a Cristo come modello di umiltà e di gratuità: da Lui apprendiamo la pazienza nelle tentazioni, la mitezza nelle offese, l’obbedienza a Dio nel dolore, in attesa che Colui che ci ha invitato ci dica: ‘Amico, vieni più avanti!’; il vero bene, infatti, è stare vicino a Lui”. Il Papa ha concluso la riflessione con due esempi. Il primo è stato quello di san Luigi IX, re di Francia – la cui memoria ricorreva mercoledì scorso – che “ha messo in pratica ciò che è scritto nel Libro del Siracide: ‘Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore’. Nel suo “Testamento spirituale al figlio”, il santo invita a ringraziare umilmente il Signore per la prosperità, “a non diventare peggiore per vanagloria o in qualunque altro modo”, cioè “a non entrare in contrasto con Dio o offenderlo con i suoi doni stessi”. Il secondo esempio è stato san Giovanni Battista, di cui ieri si celebrava il martirio: il Battista è stato “il più grande tra i profeti di Cristo, che ha saputo rinnegare se stesso per fare spazio al Salvatore, e ha sofferto ed è morto per la verità”. “Chiediamo a lui e alla Vergine Maria di guidarci sulla via dell’umiltà, per diventare degni della ricompensa divina”, ha esortato.

 

La Giornata per la salvaguardia del creato. “Il prossimo 1° settembre si celebra in Italia la Giornata per la salvaguardia del creato, promossa dalla Conferenza episcopale italiana. E’ un appuntamento ormai abituale, importante anche sul piano ecumenico”, ha ricordato Benedetto XVI, dopo aver guidato la recita dell’Angelus. “Quest’anno – ha aggiunto - ci ricorda che non ci può essere pace senza rispetto dell’ambiente. Abbiamo infatti il dovere di consegnare la terra alle nuove generazioni in uno stato tale che anch’esse possano degnamente abitarla e ulteriormente conservarla. Il Signore ci aiuti in questo compito!”.

 

Una preghiera per i minatori cileni. Rivolgendosi ai pellegrini spagnoli, il Papa ha ricordato “con affetto” i 33 “minatori si trovano intrappolati nel giacimento di san José, nella regione cilena di Atacama. Affido loro e i loro familiari all'intercessione di San Lorenzo, assicurando la mia spirituale vicinanza e la mia costante preghiera, perché mantengano la serenità nella speranza di una conclusione positiva dei lavori che stanno svolgendosi per salvarli”.

 

I saluti ai pellegrini. Salutando i pellegrini polacchi il Santo Padre ha sottolineato come la liturgia di ieri invitasse “tutti all’umiltà. Essa consiste nella conoscenza del proprio posto nella società e nei disegni di Dio. ‘Quanto più sei grande, tanto più umiliati; così troverai grazia davanti al Signore; perché grande è la potenza del Signore’. La pratica della virtù dell’umiltà ci avvicini agli uomini e a Dio. Nei saluti in italiano, il Pontefice ha ricordato in particolare “il gruppo di Cooperatori Paolini; i numerosi ragazzi che hanno ricevuto la Cresima o la riceveranno: da Boccaleone, da Arcene e dalle diocesi di Vicenza e di Padova; la Confraternita del SS.mo Sacramento di Bariano; i fedeli provenienti dalla diocesi di Verona e da Santo Stefano Ticino; e i ragazzi di Grassobbio. Saluto anche il gruppo golfistico venuto da Milano e quello ciclistico di Nave”, ha concluso.

 

 

 

Gheddafi vuole l'Europa islamica? Proviamo a non stracciarci le vesti

 

Gheddafi vuole l'Europa islamica? Proviamo a non stracciarci le vesti

Niente vesti stracciate, né invettive scandalizzate, né appelli a crociate per profezie alla Gheddafi. Nessuno come il cristiano deve rispettare l'imprevedibilità della storia. E, questo, sin dall'inizio: chi, all'apogeo dell'Impero romano, avrebbe preso sul serio l'annuncio che i fasti pagani avrebbero fatto posto all'adorazione di un oscuro predicatore ebraico, giustiziato con la pena infamante dei criminali senza cittadinanza? Trionfato, poi, il Cristianesimo, come credere a chi avesse annunciato che i luoghi stessi di Gesù, che le città convertite da Paolo, che le terre dei grandi Padri della Chiesa sarebbero stati sommersi da orde sbucate all'improvviso dalle profondità del deserto arabico e che avrebbero declassato il Cristo a semplice annunciatore di Muhammad, l'ultimo profeta?

La Provvidenza, nella prospettiva cristiana, ha percorsi spesso incomprensibili, le vie di Dio non sono le nostre. Dunque, non contrasta con la fede nel Vangelo nessuna possibilità storica: neppure quella annunciata da Gheddafi che ciò che resta di cristianità nell'Europa secolarizzata debba cedere alla fede che conquistò Gerusalemme, Costantinopoli, Alessandria, Toledo. Nessuno scandalo davanti alle esternazioni del raìs tripolino, almeno per chi crede in quel Nazareno che rifiutò di essere re, che impedì l'uso delle armi a sua difesa, che annunciò ai discepoli che sarebbero stati «piccolo gregge» e che avrebbero avuto la funzione di «sale» e di «lievito». Materie indispensabili, certo, ma solo in quantità ridotta. A ben pensarci, l'habitat naturale dei credenti in Colui che finì sulla croce non è la cristianità di massa, bensì la diaspora. Lo stesso Benedetto XVI sembra ipotizzare un futuro di comunità cristiane piccole e al contempo ferventi e creative: venga pure un destino minoritario, purché non marginale. Sale e lievito, ricordavamo. Dunque non fuori dalla storia, bensì nell'intimo stesso della pasta degli eventi umani per dare loro sapore e significato. Senza pretendere di imporsi, se non con la «debolezza» dell'annuncio pacifico e della persuasione fraterna.

Ma, per scendere dai cieli della teologia alla concretezza del presente: per quanto è dato scorgere, ci sono davvero le condizioni che potrebbero portare alla sostituzione dei campanili con i minareti? Lo storico sa bene che le conquiste islamiche dei primi secoli non possono aiutarci a ipotizzare un futuro: in Africa e in Medio Oriente, tra settimo e ottavo secolo, l'arrivo dei musulmani (scambiati spesso, tra l'altro, per cristiani eretici) fu facilitato dalle sette cristiane in lotta tra di loro e unite dall'odio contro Bisanzio e dalle comunità ebraiche perseguitate. Sempre la storia, poi, ci dice che l'Islam non riuscì mai a stabilizzarsi in Europa: ci vollero secoli, ma alla fine fu respinto dalla Spagna, dai Balcani, dalla Sicilia, da Malta. E nel cuore dell'Africa già cristiana, l'Egitto, secoli di lusinghe e di angherie non sono bastati a estirpare la fede nel Vangelo. Si dimentica inoltre troppo spesso che l'ostilità islamica per il cristianesimo è blanda rispetto all'autentico odio che contrappone le due tradizioni principali: il sunnita Gheddafi può predicare liberamente a Roma ma nessuno garantirebbe della sua vita se tentasse di pontificare nella Teheran sciita.

Per quanto conta, noi siamo tra coloro che pensano che la radicalizzazione attuale dell'Islam sia determinata non dalla sicurezza del trionfo ma dal timore - inconfessato, magari inconscio - dell'inquinamento, dell'assimilazione. Come dimostra in modo esemplare la parabola dell'Iran - spinto a stanare dal suo esilio un vecchio ayatollah che sembrava dimenticato e a cacciare lo scià perché «occidentale» - il mondo musulmano, in questo unito, è percorso dall'inquietudine che spinge al fanatismo. Non teme le nostre virtù, teme i nostri vizi. Non è preoccupato dalla nostra religione, ma dal nostro secolarismo. Se qualche discepolo del Corano immigrato tra noi giunge a uccidere la figlia perché veste, mangia, beve, amoreggia come le compagne di scuola, non c'è famiglia islamica in Occidente che non constati ansiosa quanto sia devastante per i figli la nostra way of life. L'Islam si regge sul legalismo, non può vivere senza il rispetto - da parte di tutti, ma proprio tutti - di una serie di norme: proprio ciò che è impossibile pretendere in una Europa, e in un'America, non solo libere ma sempre più «libertine». La nostra «società liquida» non sopporta ormai i precetti cristiani. Potrebbe accettare quelli coranici, ancor più rigorosi e imposti come legge garantita da lapidazioni, decapitazioni, impiccagioni?

VITTORIO MESSORI CdS 30

 

 

 

 

La Famiglia, scuola di umanità e di fede

 

Omelia del Card. Bagnasco tenuta al Santuario di N.S. della Guardia (Genova) il 29 agosto

 

Nella Messa Pontificale di questa mattina, siamo andati nella casa di Nazaret ed abbiamo gettato uno sguardo furtivo sulla Sacra Famiglia per riflettere sulla famiglia e sul matrimonio oggi, cellula incomparabile della società umana e sacramento della Chiesa. Ne abbiamo colto due aspetti, quello della fedeltà incondizionata e quello di grembo della vita.

Oggi desidero mettere in rilievo altri due elementi: la famiglia come scuola di umanità e di fede.

 

1. Scuola di umanità - Dove imparare ad amare se non nell'essere amati? Dove imparare ad avere fiducia in se stessi – oggi cosa troppo rara! – se non sentendo che altri hanno fiducia in noi? E dove avviene questo primariamente se non nello spazio naturale dove germoglia la vita – la famiglia – e dove la vita non cesserà mai di essere generata? E dove scoprire, nella pazienza sapiente dei giorni e degli anni, la bellezza delle diverse età? Dove toccare con mano i valori dell'accoglienza, della solidarietà non episodica, della presa in carica amorevole, del farsi dono umile e affidabile, del poter contare su qualcuno e di sapere che altri contano su di noi, della potenza miracolosa del perdono dato e ricevuto, della capacità di resistere, di non fuggire dalle inevitabili difficoltà dei rapporti, dagli urti che vorrebbero disgregare l'unità del nucleo familiare alla ricerca di felicità e facilità inesistenti...? Dove imparare che gli altri non sono solamente un limite necessario alla libertà, ma la condizione affinché si possa vivere liberi e felici? Dove si offre questa primaria e mai conclusa scuola di umanità? Dove se non nella famiglia?

E' del tutto evidente che i genitori, ma anche i nonni e i parenti in genere secondo le modalità proprie, devono essere persone mature, che vivono nella serietà dell'amore e nella libertà della verità. Noi cattolici abbiamo l'inestimabile dono del Papa successore del Beato Pietro, al quale il Signore Gesù ha affidato il ministero della verità e dell'amore. A lui dobbiamo guardare per scoprire e riscoprire la fede autentica, quella degli Apostoli, e i criteri morali per muoverci nella complessità inedita e chiassosa del nostro tempo.

 

2. Scuola di fede - Ma la famiglia è anche scuola di fede: naturalmente qui parliamo di cristiani. I genitori sono i primi maestri della fede, e credo che, in questo, dobbiamo fare ancora della strada. Ma abbiamo fiducia e camminiamo insieme: anche in questo compito nessun genitore deve sentirsi solo. La Chiesa si affianca alla famiglia con rispetto, fedele al mandato del Signore e ricca della sua esperienza di secoli. Quella della famiglia è una scuola fatta di modalità diverse: c'è la preghiera fatta insieme ogni giorno, la partecipazione alla Messa domenicale, le festività liturgiche con le loro tradizioni, i pellegrinaggi ai Santuari, le immagini sacre in casa, la memoria del venerdì, il mese di maggio, il richiamo alle verità della fede, l'affetto al Papa, al Vescovo, ai sacerdoti, l'attenzione ai poveri e ai deboli... Ma quello che dovrebbe raccogliere tutto è il clima della fede, quel clima che dovrebbe essere come l'aria che si respira con naturalezza; che dovrebbe essere la luce per vedere le cose e le persone, per porre i giudizi sui fatti grandi e piccoli che accadono in famiglia e oltre. Ogni parola, ogni valutazione che i genitori esprimono su eventi lieti o tristi, propri o altrui, è una lezione di fede, è un momento di quella scuola che lascerà il segno nel cuore.

Nulla - parola, gesto, decisione, sentimento, espressione del volto – è indifferente. Tutto dice, comunica, insegna un modo di vedere e di agire: se alla luce di Gesù e nella compagnia della Chiesa, oppure secondo i criteri della sola temporalità e del mondo.

 

Cari Amici, mentre presentiamo alla Madonna le nostre speranze e le nostre croci, chiediamoLe di aiutarci ad essere nelle nostre case, tra i nostri cari, dei testimoni gioiosi di Cristo, appassionati figli della Chiesa. L'esperienza dice che nulla del bene che è stato seminato va perduto: tutto prima o poi germoglia. I tempi di Dio non sono i nostri. Diamogli spazio e fiducia. E poi c'è Lei, la Grande Madre di Dio e nostra. Può una madre distogliere lo sguardo dai figli? Sappiamo che non è possibile, e questo ci basta per guardare avanti con fiducia. Angelo Card. Bagnasco

 

 

 

 

La visita di Gheddafi. La predica irrita i cattolici del Pdl. Ma il Cavaliere: "E' solo folklore"

 

Alta tensione nel governo per le uscite stravaganti del leader libico. In subbuglio l'ala cattolica, in imbarazzo gli altri, a partire dai leghisti. Ma visti gli interessi economici in ballo, la parola d'ordine di Berlusconi è "non alzare polveroni" - di FRANCESCO BEI

 

ROMA - Alta tensione nel governo per le uscite stravaganti della Guida libica 1. In subbuglio l'ala cattolica, in imbarazzo gli altri, a partire dai leghisti. Ma visti gli interessi economici in ballo, la parola d'ordine del Cavaliere è "non alzare polveroni". "Le cose serie sono altre, lasciamo perdere il folklore". Ma è evidente che tutti si augurano che il "gradito ospite" se ne riparta senza far troppi danni il prima possibile. Lo stesso Berlusconi, che questa sera offrirà al Colonnello una cena insieme ad altri 800 invitati, ieri si è tenuto lontano dalla Capitale, lasciando che fosse il ministro Franco Frattini ad accollarsi l'arrivo di Gheddafi a Ciampino.

 

La linea di palazzo Chigi è dunque quella di minimizzare le frasi provocatorie del dittatore libico, cercando di spostare l'attenzione sui vantaggi per l'Italia di una visita comunque difficile da gestire dal punto di vista mediatico. "Le commesse che il governo ha concordato con i libici - spiegano nel governo - hanno aiutato le imprese italiane a fronteggiare la crisi. Gli italiani questo lo capiscono benissimo". Quanto agli eccessi dello scorso anno, gli uomini del premier sono certi che stavolta sarà tutto molto più sobrio: "L'anno scorso si chiudeva un rapporto storico, veniva archiviato il passato coloniale. Un'operazione enorme, che neppure la Francia ha fatto con l'Algeria. E Gheddafi

 

colse l'occasione per calcare un po' i toni, rivolto all'opinione pubblica dei paesi arabi e ai libici che lo seguivano dalla tv a casa. Stavolta è diverso, inoltre la parte ufficiale della visita durerà solo un giorno". C'è tuttavia anche la possibilità che questa sera Gheddafi inviti a sorpresa Berlusconi alle celebrazioni del primo settembre a Tripoli, per l'anniversario della "rivoluzione" (il colpo di stato militare) che rovesciò re Idris. A quel punto il premier non potrebbe sottrarsi, specie se l'invito sarà formulato in pubblico.

 

Ma la curvatura "islamica" che il Colonnello ha voluto dare alla sua visita mette a disagio i cattolici e rischia di creare qualche tensione con il Vaticano. Un rapporto, quello tra il governo e la Chiesa, che Gianni Letta cura da vicino, tanto da aver partecipato alla "Perdonanza" all'Aquila nonostante le contestazioni annunciate dei terremotati. Dal caso "Boffo" dello scorso anno quel fronte è sempre in cima alle preoccupazioni di palazzo Chigi e la predicazione coranica del Colonnello, nel cuore della città di San Pietro, scopre un nervo sensibile. Di fatti, nonostante la consegna del silenzio, gli esponenti del Pdl più vicini al mondo cattolico scalpitano. "Quello che più mi preoccupa - spiega Maurizio Lupi, reduce dal Meeting di Cl - è che ci stiamo abituando a questi show di Gheddafi, tanto che queste stupidaggini sull'Islam passano quasi in secondo piano. Bisognerebbe ricordargli che proprio la generosa accoglienza nei suoi confronti testimonia tutta la grandezza della cultura cristiana che è alla base dell'identità europea". Insomma, conclude il vicepresidente della Camera, "Gheddafi può dire quello che vuole, il governo non è in imbarazzo. Ma noi però possiamo anche giudicarlo e sarebbe bene che le sue prediche le andasse a fare da un'altra parte". Anche il sottosegretario Carlo Giovanardi mastica amaro: "Mentre Gheddafi può venire a dire a Roma quello che vuole, il Papa non può andare a Tripoli o in Arabia Saudita a fare altrettanto. È sgradevole". Giovanardi tuttavia fa una tara sulle uscite "folkloristiche" del leader libico: "Ha atteggiamenti stravaganti, ma anche il nostro benamato presidente Cossiga diceva ogni tanto cose che scandalizzavano".

 

C'è infine il problema della Lega Nord. Il corpaccione del Carroccio vorrebbe reagire e, come al solito, è il sulfureo Borghezio a dare voce al sentimento prevalente nella base lumbard. Se per Roberto Calderoli, visto il tragico precedente della t-shirt con le vignette su Maometto, il silenzio è comprensibile, a consigliare prudenza agli alti papaveri del Carroccio è invece la questione immigrazione. "Grazie ai libici - spiega una fonte - Maroni ha potuto bloccare gli sbarchi dei clandestini sulle coste italiane. Se li facciano arrabbiare quelli aprono i campi e si ricomincia con i gommoni nel canale di Sicilia". Insomma, la realpolitik, per una volta, impone anche ai leghisti di baciare il rospo e augurarsi che riparta in fretta. LR 30

 

 

 

 

 

Gheddafi show, l'irritazione dei vescovi: «Incresciosa messa in scena»

 

ROMA - Muhammar Gheddafi è ripartito stamani per tornare a Tripoli ma la sua due giorni a Roma e le numerose dichiarazioni a effetto lasciano una scia di roventi polemiche. Ai numerosi interventi sulle parole del leader libico si aggiungono quelle del quotidiano dei vescovi italiani che parla di «incresciosa messa in scena» o forse solo uno «show che diventa un boomerang».

 

Il colonnello è partito con tutto il suo seguito in tarda mattinata dall'aeroporto di Ciampino mentre domani sarà a Tripoli il ministro degli Esteri, Franco Frattini.

 

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi intanto ieri ha esaltato l'amicizia tra Italia e Libia durante la cerimonia per il secondo anniversario del Trattato di Bengasi e affermato che «tutti dovrebbero rallegrarsene» e che chi critica «è prigioniero di schemi superati». «Saluto il grande coraggio del mio grande amico», ha replicato il colonnello.

 

Ma le critiche permangono. L'Avvenire, quotidiano dei Vescovi, scrive di una incresciosa messa in scena e l'Idv, per bocca dell'eurodeputato Luigi De Magistris contesta i 5 miliardi chiesti all'Europa per "i lager in cui vivono gli immigrati respinti". E si levano critiche anche dai media arabi. Sulla Padania, il giornale della Lega, titolo a tutta pagina: «L'Europa sia cristiana».

 

Ieri la giornata, segnata dalla richiesta di 5 miliardi all'anno per fermare l'immigrazione clandestina in Europa e da nuove polemiche sulla visita del leader libico, si è conclusa con una cena di gala. Gheddafi ha lasciato la tavola verso le due, mentre il premier italiano è rimasto a festeggiare l'evento con gli 800 invitati e diversi ministri.

 

A Gheddafi giungono critiche anche dal mondo arabo. «Pur facendole con le migliori delle intenzioni, temiamo che queste lezioni di Islam tenute dal colonnello Muammar Gheddafi siano controproducenti». È con queste parole che il quotidiano arabo Al-Quds al-Arabi commenta stamane in un editoriale le lezioni tenute nei giorni scorsi dal leader libico a centinaia di ragazze italiane, durante la sua visita a Roma. «Temiamo che non producano l'effetto desiderato - si legge - perché le belle ragazze che escono da questi incontri, una volta che parlano con i giornalisti, rilasciano dichiarazioni che vanno contro gli interessi degli arabi e dei musulmani, oltre che dello stesso leader libico».

 

Lunedì Gheddafi ha riparlato delle sofferenze patite dal suo popolo durante l'occupazione italiana: «Alcuni degli storici dicono che Rodolfo Graziani sia stato maestro di Hitler nella costruzione dei campi di concentramento in cui furono rinchiusi gli ebrei nell'Olocausto. Lo stesso sistema è stato usato contro i libici, che sono stati rinchiusi in posti ristretti, malefici facendo morire almeno cinquanta persone al giorno. In questi campi e in particolare in quello di el Agheila - ha affermato Gheddafi - si contavano almeno 50 salme al giorno di morti avvenute per fame, per uccisione o per malattia. L'anno prossimo - ha aggiunto il leader libico - cadrà il centenario dell'invasione italiana della Libia e dunque dobbiamo fare qualcosa ad el Agheila affinchè anche l'orrendo dramma dei campi di concentramento venga ricordato».

 

La cena. Verso le 2 il leader libico se ne è andato, Berlusconi è rimasto: «Dobbiamo ancora terminare la cena, stiamo ancora qui insieme a festeggiare questa bella festa dell'amicizia, se fate i bravi vi canto anche una canzone». Ha detto quindi Berlusconi parlando dal tavolo d'onore. Menu tipicamente italiano per i commensali. Sono state servite una insalata caprese, pennette tricolore di primo, filetto di chianina di secondo, come dessert, gelato all'italiana. Durante la cena, il premier si è più volte avvicinato al leader libico per parlare con lui a stretto contatto. Verso la fine della serata il presidente del Consiglio ha anche cantato una canzone in francese.

 

Avvenire: show boomerang. Un'«incresciosa messa in scena» firmata dal colonnello Gheddafi o «forse solo un boomerang», «certamente è stata una lezione, magari pure per i suonatori professionisti di allarmi sulla laicità insidiata». Il quotidiano dei vescovi, Avvenire, in un editoriale firmato dal direttore Marco Tarquinio tira le fila della visita del leader libico a Roma, tra affari e provocazioni. «Incontrarsi serve comunque e sempre», premette Tarquinio lodando la «nuova stagione» e la «riconciliazione» tra Roma e Tripoli. Però - sottolinea il giornale della Cei - non si possono sottacere «aspetti sostanziali e circostanze volutamente folkloristiche» della visita così come «momenti incresciosi e urtanti» quali l'incontro per «una sessione di propaganda islamica (a sfondo addirittura europeo) tra il leader libico e hostess appositamente reclutate». IM 31

 

 

 

 

Albania. La matita di Dio. Celebrato il centenario della nascita di Madre Teresa

 

L'Albania ha celebrato il centesimo anniversario della nascita di Madre Teresa di Calcutta "con grande impegno per onorare in modo adeguato, per quanto possibile, questa sua figlia di cui va giustamente orgogliosa". È quanto riferisce a SIR Europa don Gjergji Meta, portavoce della Conferenza episcopale albanese, a commento delle celebrazioni che si sono svolte nel Paese il 26 agosto, giorno della nascita di Madre Teresa. "Il governo albanese - dice don Meta - ha dedicato quest'anno a Madre Teresa organizzando diverse iniziative, tra cui concerti, rappresentazioni, conferenze, e l'apertura di un museo a lei intitolato. Dal punto di vista religioso il momento culminante è stata la celebrazione eucaristica nella cattedrale di Laç Vau-Dejes, diocesi di Sapë, il 26 agosto, con la presenza dell'episcopato albanese, dei vescovi del Kosovo e del Montenegro. La celebrazione è stata presieduta da mons. Ramiro Molinar Ingles, nunzio apostolico in Albania e rappresentante speciale del Papa per questo evento". Madre Teresa è nata in Albania il 26 agosto 1910 ed è morta a Calcutta il 5 settembre 1997. Durante la sua vita ha servito "i più poveri tra i poveri" nei bassifondi di Calcutta, in India, fondando la Congregazione delle Missionarie della carità, che opera in tantissimi Paesi del mondo. È stata beatificata da Giovanni Paolo II il 19 ottobre 2003 a Roma. In occasione del centenario della nascita della Beata, abbiamo rivolto alcune domande a mons. Lucjan Avgustini, vescovo di Sapë.

 

Che importanza ha avuto per l'Albania questa celebrazione?

"L'Albania è uscita, da non molto tempo, dal periodo terribile della dittatura comunista, che non solo ha impoverito la nazione dal punto di vista economico, ma ne ha anche impedito un dignitoso progresso, emarginandola dal resto del mondo. Le persone sono state umiliate e spogliate della propria dignità. Celebrare allora una figlia di questo popolo che tanto ha fatto con una vita assolutamente povera, umile, semplice, lei che si definì 'una piccola matita nelle mani di Dio', vuol dire riconoscere la forza, la grandezza e le capacità che hanno i figli di questa terra di crescere e aiutare tutti a crescere nella luce di quella verità e di quel bene nel quale Madre Teresa ha camminato quale testimone fedele e tenace. Lei che si è sentita sempre figlia della Chiesa che ha amato, nella quale è vissuta e della quale ha manifestato la grandezza nella carità".

 

Quale messaggio può offrire Madre Teresa all'Albania di oggi?

"Penso che una sua famosa frase possa essere significativa: 'Non conta tanto quello che facciamo, ma l'amore con cui lo facciamo'. Il suo messaggio è lo stesso del Vangelo di Gesù, quello dell'amore. L'amore incarnato, vissuto nella sua concretezza. Amore che si dona senza cercare un contraccambio. Amore gratuito e totale che inizia con il chinarsi sui più piccoli e sui più poveri, sui più emarginati, riconoscendo in loro e amando in loro Gesù. Un amore possibile solo se si apre il cuore e la propria vita a Dio. Madre Teresa disse che il mondo soffre di una grande fame: la fame di Dio. Solo Lui può saziare il nostro desiderio di felicità".

 

Cosa insegna a questa terra la testimonianza di Madre Teresa?

"Tra le altre vicende della sua vita accadde che in Albania, durante il regime, fu negato a Madre Teresa il visto di ingresso per poter riabbracciare la madre morente. Ebbene, quando poté tornare in Albania non esitò ad andare a pregare sulla tomba del dittatore. I temi della pace, della speranza, del perdono, della riconciliazione, dell'amore vero sono le lezioni che possiamo imparare e dobbiamo vivere se vogliamo costruire basi solide e buone per il futuro nostro e del mondo, se vogliamo rendere manifesto il Regno di Dio che è in mezzo a noi". Sir eu

 

 

 

 

Lo Stato siamo noi. L'Unità d'Italia nei Simposi rosminiani

 

Si è concluso il 28 agosto, a Stresa (Vb), l'XI corso dei Simposi rosminiani, che questa'anno ha avuto per tema "Antonio Rosmini e il problema storico dell'unità d'Italia". "Rosmini dice che l'Italia ignora il conoscimento di sé", intendendo evidentemente da questo "porre appunto un problema di quello che è la nazione con più coscienza", ha detto nella sessione conclusiva Mario Di Napoli, docente di storia dei partiti politici presso La Sapienza. Un altro elemento importante per la costruzione della nazione, secondo Rosmini, "è quello dell'educazione in quanto è il popolo virtuoso che fa l'istituzione e non viceversa".

 

L'attualità di Rosmini. Le conclusioni del corso sono state affidate a padre Umberto Muratore, direttore del Centro internazionale di studi rosminiani di Stresa, che già il giorno precedente aveva ricordato l'attualità del pensiero di Rosmini per quanto riguarda il matrimonio. "Rosmini - aveva sottolineato il direttore del Centro internazionale - riconosceva la necessità che il matrimonio potesse rimanere nell'ambito del sacro così come era nato, diversamente avrebbe portato la società a ridurlo ad affare di competenza dei notai e degli avvocati, come purtroppo possiamo rilevare nei nostri giorni dove a tutto si pensa per il matrimonio tranne che in realtà è un sacramento e non un affare esclusivo di certi uffici civili". Sabato 28, invece, le conclusioni con riferimento al tema del corso, l'Unità d'Italia. "Siamo in un momento in cui forse non abbiamo memoria storica - ha detto padre Muratore -. A me pare, che ci stia succedendo soprattutto, leggendo i giornali, che ci sia una specie di disincanto troppo esagerato, tipico di noi italiani, che siamo gli unici al mondo che parliamo sempre male della nostra nazione. Io ho molti confratelli stranieri (irlandesi, inglesi, statunitensi, francesi): mai ho sentito uno di questi parlare male della propria nazione, noi italiani invece abbiamo questa caratteristica, appena uno straniero ci chiede come va l'Italia, subito diciamo che le cose non possono andare peggio di così".

 

I vantaggi dell'unificazione. Di qui una considerazione: "Prima dell'Unità d'Italia noi eravamo la cenerentola non solo dell'Europa ma del mondo. Oggi siamo tra la sesta e la settima potenza mondiale, nessuna generazione come la nostra nella storia di millenni d'Italia ha potuto vivere con tale benessere, con questa lunghezza di vita, con inimmaginabili possibilità rispetto al passato. Sui tavoli delle contrattazioni e nel resto contiamo qualcosa, da parecchi luoghi d'Europa e del mondo l'Italia viene vista come un paradiso, come un miraggio da poter raggiungere, di questo me ne accorgo quando compio viaggi in Africa, in Asia, in Russia". Insomma, "poter avere il passaporto e venire in Italia è una cosa per parecchi desiderata". Secondo padre Muratore, "tutte queste cose in fondo sono buone. Lo Stato, dice Rosmini, come compito principale ha quello di amministrare l'utile: in questo senso possiamo veramente dire che è stata così male questa unificazione? Forse siamo ingrati verso tutti quelli che combattendo sulle montagne e in altre parti hanno versato il sangue perché volevano darci queste cose, anche a costo di pagare ciò con la loro vita". "È giusto parlare da figlio di ricco che non sa quanto suo padre ha pagato il diventare ricco, mostrarsi sprezzante verso un papà che considera un niente? Quindi direi non possiamo non essere fieri e grati per quello che questi uomini del Risorgimento e in seguito altri hanno fatto per farci star bene proprio come adesso".

 

La vera felicità. C'è l'altro aspetto su cui ha voluto richiamare l'attenzione padre Muratore: "La povertà spirituale, la povertà etica su cui continuiamo ad insistere, però stiamo attenti a non attribuire sempre tutto come colpa dello Stato". "Lo Stato, diceva Rosmini - ha ricordato il direttore del Centro -, ha i suoi limiti, non è che lo Stato con le sue leggi può darci la felicità o una religione. Questo non è il suo compito, anzi se cerca di darci la felicità o una religione corriamo il rischio di approvare ideologie contro la persona". Trovare la strada per la felicità, quella vera, "è compito delle Chiese e della Chiesa". Per padre Muratore, oggi c'è l'abitudine di "dare colpa di tutto allo Stato" e si pretenderebbe che "lo Stato debba fare tutto, fare i santi, promuovere le rinascite spirituali, ma questi sono compiti che lo Stato non può assumersi e se lo facesse sbaglierebbe". Ricordando san Tommaso d'Aquino, il direttore del Centro internazionale di studi rosminiani ha evidenziato: "Ci sono due persone sole, che non si finisce mai di ringraziare, il proprio padre che ci ha dato la vita temporale, e Dio, che ci ha dato la vita spirituale. Ma siccome noi la nazione la chiamiamo anche Patria, cioè qualcosa che partecipa della paternità dei nostri padri, è necessario avere riconoscenza verso la Patria e lo Stato, soprattutto visto dove siamo arrivati ai nostri giorni. Perciò su tutti gli altri campi continueremo a batterci, ma dobbiamo anche pensare che le sorgenti etiche e spirituali debbano muoversi da altri campi e non aspettarci che sia il sindaco o che sia l'assessore o il deputato che fanno diventare l'Italia eticamente e spiritualmente più ricca. Questo è un compito che dobbiamo prenderci noi". Sir

 

 

 

Milano. Le strade della santità. Il nuovo anno pastorale nel segno di san Carlo Borromeo

 

 La diocesi di Milano si appresta ad iniziare l'anno pastorale nel segno di san Carlo Borromeo. L'arcivescovo milanese, canonizzato nel 1610 da Paolo VI e compatrono della diocesi insieme a sant'Ambrogio, è stato scelto dal cardinale Dionigi Tettamanzi quale figura di riferimento della Chiesa ambrosiana per il 2010-11. "Per il nuovo anno - ha spiegato il card. Tettamanzi - vorrei sottolineare con grande forza la fondamentale vocazione di tutti alla santità. Guarderemo a san Carlo per capire in che modo, su quali strade è diventato santo". L'attività della diocesi è dunque chiamata ad avere, aggiunge il cardinale, "come linfa vitale la consapevolezza, lo slancio, la gioia del sentirsi quotidianamente chiamati alla santità".

 

Le linee guida per il nuovo anno. L'avvio dell'anno pastorale, per la diocesi ambrosiana, coincide con l'8 settembre, solennità della nascita della Beata Vergine Maria cui è dedicato il Duomo di Milano. In quell'occasione il cardinale Tettamanzi pronuncerà il solenne Pontificale contenente le linee guida del nuovo anno. Contestualmente saranno diffusi i due sussidi per i fedeli e per gli operatori pastorali dal titolo, rispettivamente, "Santi per vocazione" e "In cammino con san Carlo". La lettera ai fedeli si apre con l'invito alla santità e si sviluppa su quattro capitoli. Il primo, "Da Gerusalemme a Gerico", è ispirato alla parabola del buon samaritano come metafora del cammino nel mistero di Dio e nell'amore per il prossimo. I successivi intersecano la parabola evangelica con la vita di san Carlo, con indicazioni pastorali proposte dal cardinale Tettamanzi. Agli operatori pastorali, invece, è dedicato il sussidio "In cammino con san Carlo", con introduzione del vicario episcopale mons. Carlo Redaelli. Il testo presenta l'omelia che sarà pronunciata dall'arcivescovo l'8 settembre cui seguono sette "Schede degli impegni del percorso pastorale". Si tratta di indicazioni concrete per il cammino pastorale delle parrocchie milanesi in diversi ambiti: iniziazione cristiana, pastorale vocazionale, carità, formazione dei laici, visita alle famiglie, ecc. Il sussidio si conclude con l'omelia pronunciata dal cardinale Tettamanzi in occasione della festa di san Carlo del 2002, anno del suo ingresso come arcivescovo di Milano.

 

Un santo tra la gente. L'arcivescovo ha già annunciato alcune indicazioni fondamentali che saranno contenute nelle lettere: si tratta di due aspetti caratteristici della spiritualità del Santo. Innanzitutto, ha spiegato, "il suo amore di dedizione alla Chiesa: fu arcivescovo per tutti, un Santo in mezzo alla gente". San Carlo percorse tre volte in visita pastorale la diocesi, che ai suoi tempi contava 600 mila abitanti. "È un grande esempio per la Chiesa di Ambrogio e Carlo di oggi - ha detto il cardinale - essere missionari non significa solo andare in terre lontane, ma accogliere le persone che ci troviamo davanti o si rivolgono a noi, anche per motivi non religiosi". L'accoglienza e la missionarietà sono originate dal secondo tratto della spiritualità di san Carlo che il cardinale Tettamanzi tiene a sottolineare. "Nella maggioranza dei quadri che lo raffigurano - ha spiegato l'arcivescovo - san Carlo è ritratto con gli occhi rivolti al Crocifisso". Il Santo "amava con passione il Crocifisso: da questo amore traeva il suo amore per ogni uomo, soprattutto se povero, malato, solo ed emarginato".

 

La vita di san Carlo. San Carlo, nato da nobile e ricca famiglia, condusse una vita improntata alla povertà e alla sobrietà: alla morte, avvenuta il 3 novembre 1584 a Milano, lasciò il suo patrimonio ai poveri. "La sobrietà - ha spiegato il cardinale Tettamanzi - significa la giusta misura nell'uso delle cose ed ha un rapporto stretto con la povertà che è vivere con tutto ciò che il Signore ci dona". In occasione del III centenario dalla canonizzazione di san Carlo Borromeo, il 26 maggio 1910, papa Pio X scrisse l'enciclica "Editae Saepe", ispirata al Santo milanese. Per questo motivo il cardinale Tettamanzi ha scritto a Benedetto XVI per chiedere una lettera rivolta alla Chiesa ambrosiana in occasione del IV centenario. Allo scopo di ricordare un modello di santità cui tutti i fedeli milanesi sono chiamati a guardare, nell'anno pastorale che inizierà tra pochi giorni. Un Santo, ha aggiunto il cardinale Dionigi Tettamanzi, che se fosse presente oggi, "più che parole offrirebbe fatti, ossia una straordinaria testimonianza di vita totalmente dedita agli altri e al loro bene: non affatto al proprio interesse". Lo immagina, il cardinale, "in mezzo alla gente, pronto ad accogliere il grido dei poveri e degli ultimi. Dalla chiesa passa alle strade della città, portando in spalla e nel cuore la croce che mostra a tutti come testimonianza dell'amore di Dio".  FILIPPO MAGNI

 

 

 

Mlac. Lavoratori e comunità. Una presenza sul territorio fatta di relazioni forti

 

Dal contenitore navale di Noè, che previene il diluvio, alla bottega di Nazareth, luogo d'impegno e di fede. Queste sono state le due immagini che hanno guidato le riflessioni sul "lavoro che sfugge" in questo tempo di crisi, dell'edizione 2010 del campo estivo nazionale del Movimento lavoratori di Azione Cattolica (Mlac), svoltosi dal 17 al 22 agosto a Laggio di Vigo di Cadore, sul tema "Ri-generazione in campo: lavoro al centro". "Facendo riferimento all'Arca e alla bottega di Nazareth abbiamo voluto cogliere sia la dimensione personale che quella storica, fatta dell'individuo che lavora e della comunità cristiana che si rende partecipe delle difficoltà altrui", così don Giuseppe Masiero, assistente nazionale del Mlac, ha spiegato le ragioni di fondo del campo. "Si tratta - ha aggiunto don Masiero - di fare un'immersione nella profondità della vita lavorativa con tutte le sue difficoltà, sentendoci, come Movimento, profondamente partecipi del progetto di Dio nella storia e nella vita di ciascuno".

 

Nei territori. Durante i lavori del campo si è approfondita l'attuale situazione del mercato del lavoro e delle relazioni industriali alla luce di quanto sta accadendo in alcune zone del Paese pesantemente colpite dalla crisi. In particolare, il Mlac è impegnato in Sicilia, a Termini Imerese, al fine di realizzare una comunione tra gli operai della Fiat e gli agricoltori siciliani delle 750 mila imprese che sono in crisi; in Sardegna, dove sta seguendo il caso de La Vynils, con gli operai che hanno realizzato "l'Isola dei non famosi" all'Asinara; in Puglia, dove si occupa di questioni ambientali dell'Ilva di Taranto; in Calabria, dove l'Ac sta lavorando di concerto con tutte le aggregazioni laicali "sugli stili di vita"; in Abruzzo, dove i lavoratori di Azione Cattolica stanno aiutando concretamente le aziende agricole delle aree terremotate che operano nel territorio del parco; nelle Marche, vicino agli operai della Merloni e, in Toscana, a quelli della Piaggio.

 

Nuove relazioni industriali. "Il lavoro è il vero centro della crisi", ha detto Cristiano Nervegna, segretario nazionale del Mlac, affermando che "la centralità del lavoro richiama anche il tema della rappresentanza che oggi soffre della divisione del sindacato". Per il Mlac, l'obiettivo principale è quello di riportare il lavoro in Italia e tutto ciò passa per una ridefinizione delle relazioni industriali, ma anche dalla capacità del Paese di ridisegnare una vera strategia di politica industriale che abbia una visione di medio-lungo termine, oggi quasi completamente dimenticata. "Alla luce di questi elementi che rievocano il magistero sociale della Chiesa - ha proseguito Nervegna - il Movimento lavoratori torna a chiedere politiche che aiutino i giovani, soprattutto quelli del Sud, allorquando s'impegnano in progetti imprenditoriali reali" ed ha concluso ribadendo che "le dimensioni da riproporre all'attenzione dell'opinione pubblica sono tre: quella della rappresentanza dei nuovi lavori nati dalla globalizzazione, quella della produttività collegata alla difesa della dignità del lavoro e quella della visione di una politica industriale al passo con i tempi".

 

Lavoro strumento di cittadinanza. Il sociologo Livio Barnabò ha sottolineato quanto "sia urgente unire il Paese per fronteggiare meglio la crisi economica e le nuove sfide strutturali che essa ci impone" ed ha evidenziato "quanto occorra una politica pronta a mettere in campo le strutture adeguate a questa sfida soprattutto per il mondo giovanile". Patrizia Ballardini, amministratore delegato di Trentino Sviluppo, ha invece fatto notare come "la preparazione, la competenza e il servizio siano gli argomenti essenziali per far sì che i giovani mettano in campo le proprie esperienze in modo positivo al fine di generare un volano in grado di creare nuove occasioni di lavoro". Per il sindaco di Verona, Flavio Tosi, "il lavoro è uno strumento di cittadinanza attiva che facilita la centralità dei territori". Mons. Beniamino Pizziol, vescovo ausiliare di Venezia, ha richiamato l'importanza dell'associazionismo laicale come "scuola operosa" di formazione all'impegno politico.

 

Essere parte attiva. Due sono le prospettive di azione del Mlac per il futuro, emerse dal campo. La prima riguarda "la necessità d'intensificare la presenza negli ambienti di vita lavorativa anche in quelle realtà più problematiche. Ciò significa mantenere vivo il rapporto con il sindacato e gli amministratori locali affinché tutte le situazioni critiche vengano risolte attuando i contenuti delle Encicliche sociali in una visione di solidarietà nella globalizzazione". La seconda si muove invece "all'interno della propria realtà associativa, stimolando di più tutti i settori dell'Azione Cattolica a vivere la cittadinanza e la dimensione lavorativa in chiave educativa".

COSTANTINO COROS

 

 

 

 

Meteing di Rimini. Dal desiderio all'impegno. L'edizione 2011 sarà dedicata alla "certezza"

 

Si è chiusa sabato 28 agosto la 31ª edizione del Meeting per l'amicizia fra i popoli di Rimini, quest'anno dal titolo "Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore". 3.193 volontari provenienti da tutta Italia e da oltre 20 Paesi stranieri, 800.000 presenze di 29 nazionalità, che si sono confrontate con oltre 130 incontri, 8 mostre, 35 spettacoli. Sullo sfondo la sfida lanciata da Benedetto XVI nel suo saluto ai partecipanti: "Testimoniate nel nostro tempo che le grandi cose a cui anela il cuore umano si trovano in Dio". Il SIR ha chiesto un bilancio dell'evento a Sandro Ricci, direttore del Meeting.

 

Qual è il suo bilancio di questo Meeting 2010?

"Un bilancio di grande soddisfazione. Il tema è stato il contenuto prevalente di molti interventi dei relatori che hanno partecipato agli incontri e alle tavole rotonde del Meeting. Non abbiamo ascoltato cose astratte ma ognuno ha confrontato la specificità del suo lavoro e delle sue conoscenze con il tema del Meeting, relativo alla vicenda del cuore e al desiderio dell'uomo".

 

Tanti temi toccati, diritti umani, economia, welfare, dialogo, famiglia, vita, lavoro, con pochi voli pindarici e molta concretezza. Il Meeting è riuscito a fornire uno sguardo positivo verso la realtà?

"Direi di sì. Penso, ad esempio, al ministro degli Esteri, Franco Frattini. Il confronto sulla libertà religiosa con rappresentanti di Paesi dove ci sono reali difficoltà, dimostra un inizio di lavoro molto interessante che il titolare della Farnesina sta facendo nel ribadire che la libertà religiosa è la garanzia fondamentale per tutte le altre libertà poiché è connaturata al cuore dell'uomo in quanto tale. Così come l'incontro tra il presidente dei vescovi del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee), il card. Péter Erd?, e il metropolita di Minsk, Filaret, che segna un ulteriore passo, non di poco conto, tra cattolici ed ortodossi. È stato ribadito che Cristo può cambiare il mondo e l'uomo di oggi".

 

Sacconi, Tremonti, Alfano, Carfagna, Maroni, Violante, Bersani: il mondo politico presente al Meeting come ha affrontato le attese e le domande della gente?

"Siamo rimasti contenti del livello del dibattito politico di quest'anno. Secondo me, due sono gli elementi fondamentali dell'edizione del Meeting 2010: da una parte, ministri e politici che sono venuti si sono confrontati con dati reali, rappresentati da persone che lavorano tutti i giorni nel territorio e nel sociale; dall'altra parte, la presenza di un'identità forte di chi anima il Meeting che è precisa, accogliente e vogliosa di un incontro. Un ultimo elemento, non da poco, è la positività che si respira nella fiera di Rimini che ci stimola a non parlarci sopra ma ad affrontare concretamente i problemi che l'attualità ci pone davanti. Una politica che non sia il ripetersi di slogan ma il tentativo di entrare dentro ai problemi per trovare vie di uscita".

 

Il Meeting è anche un'espressione ecclesiale: da questo punto di vista in che linea si pone con la prossima Settimana Sociale dei cattolici italiani?

"Il Meeting ha l'obiettivo di essere una grande occasione di testimonianza di come l'esperienza cristiana sia oggi in grado di rendere interessante quella umana. L'esperienza cristiana non è una 'cosa accanto' a quella di tutti i giorni ma la vivifica dall'interno. Il messaggio che ci preme comunicare è che oggi c'è la possibilità per l'uomo di attraversare la realtà con una certezza solida su cui poggiarsi che è l'esperienza della novità che Cristo è capace di generare".

 

Il Meeting, che sarà in ottobre al Cairo, vede crescere la sua dimensione internazionale. Siamo di fronte ad un modello da esportare?

"L'iniziativa di ottobre si inserisce in un ciclo di eventi che hanno avuto luogo a New York, San Paolo del Brasile, Madrid, Budapest e altre città. Inizialmente l'idea era solo quella di presentare il Meeting. Questi incontri sono poi diventati occasione in cui le realtà locali ci hanno chiesto di aiutarle a creare espressioni culturali simili per i loro Paesi. Quello del Cairo sarà, quindi, un mini-Meeting con convegni, mostre, spettacoli e convivenze tra i partecipanti. È un allargarsi della modalità di testimonianza e di affronto dei problemi di oggi che il Meeting rappresenta. Nel caso egiziano la cosa assume significatività in quanto organizzato con amici di fede islamica".

 

Il titolo del Meeting 2011 (21-27 agosto) sarà "E l'esistenza diventa una immensa certezza"…

"L'abbiamo scelto in continuità con quello di questo anno. C'è sicuramente un intervento nella vita dell'uomo così determinante che è Cristo. Egli può rendere ciò che all'uomo sembra impossibile, la certezza, un dato reale di esperienza. Il tentativo che il Meeting vuole fare è partire dalla realtà e attraversarne l'apparenza per arrivare ai punti di consistenza più forti della vita. La direzione è sempre quella di un'estrema serietà con il reale e con quello che è il problema dell'uomo. Il titolo ha anche una vena di provocazione, quella di parlare di certezza ad un mondo nichilista".

DANIELE ROCCHI

 

 

 

 

Deutsche Bischofskonferenz. Neue Leitlinien zu Missbrauch: Eine Zusammenfassung

 

Die Deutsche Bischofskonferenz hat an diesem Dienstag in Trier die neuen Leitlinien für den Umgang mit sexuellem Missbrauch in der katholischen Kirche vorgestellt. DBK-Missbrauchsbeauftragter Bischof Stephan Ackermann stellte die Regelungen in Trier der Presse vor. Die Leitlinien treten an diesem Mittwoch, dem 1. September 2010, in Kraft.

 

Die Neuerungen wurden von den Bischöfen als „Fortschreibung“ der Leitlinien von 2002 ausgewiesen. Sie zielen auf eine abgestimmtere Vorgehensweise und klären genauer Zuständigkeiten im Falle sexuellen Missbrauchs an Minderjährigen durch Geistliche und kirchliche Mitarbeiter. Dabei wird auch katholischen Rechtsträgern, die nicht in diözesaner Zuständigkeit stehen - also vor allem Ordensgemeinschaften - empfohlen, die Leitlinien zu übernehmen.

 

Zuständiger für Verdachtsfälle und Meldepflicht

Erste große Neuerung ist die Vorschrift einer Ernennung eines oder mehrerer Zuständiger für Verdachtsfälle von sexuellem Missbrauch, die nicht der Bistumsleitung angehören. Diese Zuständigen nehmen Hinweise auf Missbrauchsfälle entgegen und machen eine erste Bewertung. Weiterhin informieren sie den zuständigen Diözesanbischof bzw. bei Ordensangehörigen den Ordensoberen. Zusätzlich dazu soll vom jeweiligen Diözesanbischof, dessen Verantwortung insgesamt unberührt bliebt, ein ständiger Beraterstab eingerichtet werden. Diesem Stab sollen Fachleute aus dem Bereich der Pychiatrie, Pychotherapie und Juristen angehören. Anders als im Fall des Missbrauchszuständigen können dieser Gruppe auch Kirchenvertreter angehören.

Eine zweite große Neuerung betrifft die aktive Prävention: Mitarbeiter im kirchlichen Dienst sind verpflichtet, dem Beauftragten Hinweise auf mögliche Missbrauchsfälle unverzüglich zu melden.

 

Meldung bei Staatsanwaltschaft und dem Heiligen Stuhl

Erhärtet sich nach Gesprächen mit dem mutmaßlichen Opfer und Täter der Missbrauchsverdacht, werden die Informationen an die staatliche Strafverfolgungsbehörde bzw. andere zuständige Behörden weitergegeben. Rechtliche Verpflichtungen anderer kirchlicher Organe bleiben unberührt. Die Meldepflicht bei der Staatsanwaltschaft entfällt nur, wenn dies das Opfer ausdrücklich wünscht.

Parallel dazu wird ein kirchenrechtliches Verfahren eingeleitet; bei bestätigtem Missbrauchsverdacht informiert der Diözesanbischof den Apostolischen Stuhl, der über das weitere Vorgehen entscheidet. Der Diözesanbischof kann den mutmaßlichen Täter bis dahin vom Dienst frei stellen und leitet andere Maßnahmen ein, um weitere Missbrauchsfälle zu verhindern.

 

Opferhilfen und Konsequenzen für den Täter

In dem Papier ist von seelsorglichen und therapeutischen Opferhilfen, allerdings nicht von finanziellen Entschädigungen die Rede, diese sollen laut Bischof Ackermann weiterhin Gegenstand des Runden Tisches sein. Angebot und Vermittlung der Hilfen erfolgen in enger Mitarbeit mit dem zuständigen Jugendamt oder anderen Fachstellen. Erwiesene Missbrauchstäter sollen nicht mehr in der Arbeit mit Kindern und Jugendlichen in der kirchlichen Arbeit eingesetzt werden. Das gilt auch, so eine weitere Neuerung, für alle ehrenamtlich tätigen Personen im Bereich der Kirche.

 

Es wird in dieser Neufassung also zuerst der Anwendungsbereich der Leitlinien ausgeweitet: Alle Mitarbeiter im kirchlichen Dienst, nicht nur Priester, sind von ihnen erfasst. Die Zusammenarbeit mit den staatlichen Behörden wurde präzisiert, ebenfalls die strukturelle Zuordnung der Ansprechpersonen in den Bistümern.

(rv 31)

 

 

 

 

Der verschärfte Kampf der Kirche gegen Missbrauch

 

Die Kirche hat schärfere Richtlinien für den Umgang mit sexuellem Missbrauch erlassen. Nur eine Frage blieb unbeantwortet.

Schutz der Opfer und bessere Informationspolitik: Das sind zwei der Dinge, die in den neuen Leitlinien stehen - Von Gernot Facius

 

Von Mittwoch an gelten in der katholischen Kirche in Deutschland neue, schärfere Leitlinien für den Umgang mit sexuellem Missbrauch Minderjähriger durch Kleriker, Ordensangehörige und andere Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter. Die Bischofskonferenz reagiert mit diesem nach zähen Debatten in ihren Gremien zustande gekommenen Regelwerk auf die Welle der Missbrauchsskandale, durch die die Kirche in eine tiefe Vertrauenskrise gestürzt wurde.

Anders als in den 2002 beschlossenen Leitlinien wird eine Pflicht zur Unterstützung der Staatsanwaltschaften und anderer zuständiger Behörden wie Jugendämter und Schulaufsichtsorgane postuliert, „sobald tatsächliche Anhaltspunkte für den Verdacht eines sexuellen Missbrauchs“ vorliegen. Diese Pflicht entfalle nur „ausnahmsweise, wenn dies dem ausdrücklichen Wunsch des mutmaßlichen Opfers beziehungsweise dessen Eltern oder Erziehungsberechtigten entspricht und der Verzicht auf eine Mitteilung rechtlich zulässig ist“, stellte der Trierer Bischof Stephan Ackermann, der die Leitlinien präsentierte, klar.

Zusammenarbeit mit staatlichen Instanzen

Dem Schutz des mutmaßlichen Opfers und dem Schutz vor öffentlicher Preisgabe von Informationen, die vertraulich gegeben werden, wird „besondere Bedeutung beigemessen“. In jedem Fall, so heißt es in dem Papier weiter, seien die Staatsanwaltschaften einzuschalten, wenn weitere mutmaßliche Opfer ein Interesse an der strafrechtlichen Verfolgung der Täter haben könnten. Die Gründe für den Verzicht auf eine Mitteilung bedürften einer genauen Dokumentation, die von dem Opfer oder den Erziehungsberechtigten zu unterzeichnen sei, sagte Ackermann, der seit Februar als Beauftragter des Episkopats fungiert.

Damit sollen alle Zweifel an der kirchlichen Bereitschaft zur ernsthaften Zusammenarbeit mit den staatlichen Instanzen zerstreut werden. Eine generelle Anzeigepflicht, im Frühjahr von der Bayerischen Bischofskonferenz befürwortet, war freilich nicht konsensfähig. Denn, so wurde argumentiert, auch das staatliche Recht kenne einen solchen „Automatismus“ nicht. Die jetzt gefundenen Formulierungen sind ein Kompromiss zwischen den bayerischen Vorschlägen und der Position der Episkopats-Mehrheit.

Von nun an soll so verfahren werden: Wenn ein Opfer über einen Verdacht des sexuellen Missbrauchs informieren möchte, vereinbart der vom Diözesanbischof als „Ansprechperson“ eingesetzte Beauftragte, dem ein Beraterstab mit psychiatrisch-psychotherapeutischem und juristischem Sachverstand zur Seite steht, ein Gespräch. Das Opfer kann eine Person seines Vertrauens hinzuziehen. Zu Beginn des Gesprächs wird auf die Möglichkeit hingewiesen, dass der Verdacht der Strafverfolgungsbehörde mitgeteilt wird. Über das Gespräch wird der Bischof informiert.

Sofern dadurch die Aufklärung des Sachverhalts und die Ermittlungen der Strafverfolgungsbehörden nicht behindert werden, konfrontiert ein Vertreter des Dienstgebers die beschuldigte Person, die ebenfalls einen Mann oder eine Frau seines Vertrauens hinzuziehen kann, mit den Vorwürfen. Auf die Möglichkeit der Aussageverweigerung wird hingewiesen, zur Selbstanzeige bei der Staatsanwaltschaft wird „dringend geraten“. Anschließend soll ein Protokoll von allen Anwesenden unterzeichnet werden. Dann wird der Diözesanbischof informiert. Bevor es zu dem Gespräch mit einem Beschuldigten kommt, muss der Schutz des mutmaßlichen Opfers „in jedem Fall sichergestellt sein“.

In den neuen Leitlinien ist auch die Rolle der Beauftragten präziser gefasst als in dem Papier aus dem Jahr 2002. Die beauftragte Person soll nicht aus der Bistumsleitung kommen. „Werden mehrere Personen beauftragt, soll mindestens eine von ihnen nicht zur Leitung des Bistums gehören.“

Bessere Informationspolitik

Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter im kirchlichen Dienst sind verpflichtet, Hinweise auf sexuellen Missbrauch, die ihnen zur Kenntnis gelangen, der beauftragten Person mitzuteilen. Klargestellt wird ferner, wer in Fällen von Ordensangehörigen, die in bischöflichem Auftrag tätig sind, zuständig ist. Es ist der Diözesanbischof, „unbeschadet der Verantwortung der Ordensoberen“.

In anderen Fällen liegt die Zuständigkeit bei den jeweiligen Ordensoberen. Ihnen wird „dringend nahegelegt“, den örtlich betroffenen Diözesanbischof über Fälle sexuellen Missbrauchs oder Verdachtsfälle in ihrem Verantwortungsbereich sowie über alle eingeleiteten Schritte zu informieren. Hier hat es in der Vergangenheit Komplikationen gegeben. „Ich wünsche mir, dass die Orden unsere Regeln übernehmen“, sagte Ackermann.

Und noch in einem weiteren Punkt bemühen sich die Bischöfe um Klarheit. Sie weisen daraufhin, dass unabhängig von den staatlichen straf- und zivilrechtlichen Verfahren nach dem Kirchenrecht bei Klerikern eine „kirchenrechtliche Voruntersuchung“ stattfinden muss, die sich - „soweit gegeben“ - der Ergebnisse der staatlichen Strafverfolgungsbehörden zu bedienen hat. Bestätigt diese Voruntersuchung den Verdacht sexuellen Missbrauchs, informiert der Diözesanbischof den Apostolischen Stuhl.

Er entscheidet dann, wie weiter vorzugehen ist. Für sich entschieden hat die Deutsche Bischofskonferenz, dass Personen, die sich des Missbrauchs Minderjähriger schuldig gemacht haben, auch in der ehrenamtlichen Arbeit mit Kindern und Jugendlichen nicht eingesetzt werden. Die Leitlinien gelten auch für die Ehrenamtlichen. Unbeantwortet bleibt vorerst, ob es über die den Opfern angebotenen seelsorglichen und therapeutischen Hilfen hinaus eine finanzielle Entschädigung geben wird. Das österreichische Modell eines Fonds mit abgestuften Zahlungen zwischen 5.000 und 25.000 Euro erscheint den deutschen Bischöfen nicht als nachahmenswert. DW 31

 

 

 

 

Missbrauch in der Kirche. Neue Leitlinien: Lob und Skepsis

 

Die Freisinger Bischofskonferenz begrüßt die neuen Leitlinien der Deutschen zum Umgang mit sexuellem Missbrauch in der Kirche. Das Dokument orientiere sich am Vorgehen der bayerischen Bischöfe. Darauf verwies Bernhard Kellner, Sprecher des Konferenzvorsitzenden, Erzbischof Reinhard Marx, am Dienstag gegenüber der KNA. Auf Zustimmung im bayerischen Episkopat stoße auch die „Feinjustierung beim Opferschutz“. – Die bayerischen Bischöfe hatten sich bei ihrer Versammlung im März im fränkischen Vierzehnheiligen auf eine engere Zusammenarbeit mit der Staatsanwaltschaft verständigt. Der Deutschen Bischofskonferenz empfahlen sie damals einstimmig, eine Meldepflicht „bei Verdacht von sexuellem Missbrauch und körperlichen Misshandlungen an die Staatsanwaltschaft festzuschreiben“. Die Linie wurde seither in den sieben bayerischen Bistümern praktiziert.

 

Die neuen Richtlinien machten deutlich, dass „die Opfer an erster Stelle stehen und es keinen falsch verstandenen Schutz der Institution Kirche gibt.“ Das sagte der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken am Dienstag in Bonn. Alois Glück sprach von einem „klaren Signal gegen Vertuschung und Verschleierung“. Für Opfer und Öffentlichkeit gebe es jetzt ein transparentes Verfahren im Umgang mit Missbrauch, führte so Glück. Damit könne verlorenes Vertrauen zurück gewonnen werden. Gerade die Regelungen zu den Beauftragten und fachkundigen Beratern sowie zum Umgang mit den staatlichen Strafverfolgungsbehörden schaffen einen Raum, der „den Opfern den Weg zu kirchlichen Stellen neu öffnet“, betonte der ZdK-Präsident. Auch die Regelungen zur Hilfe für die Opfer setzten ein klares Signal dafür, dass sich die Kirche ihrer Verantwortung stellen wolle. Nach Glücks Worten zeigen die Richtlinien „in aller Klarheit“, dass es für Täter keinen Platz in der kirchlichen Arbeit mit Kindern und Jugendlichen gebe.

 

Auch der Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) lobt die Verschärfung der Leitlinien. „Die Veränderungen bieten einen besseren Schutz für junge Menschen und stellen die Perspektive der Opfer in den Vordergrund“, so BDKJ-Bundesvorsitzender Dirk Tänzler in einer Pressemitteilung. Vor allem die Regelung der Anzeigenpflicht betrachten die katholischen Jugendverbände als gelungen, weil sie die Interessen der Opfer angemessen berücksichtige. Dennoch dürfe man jetzt aber nicht zur Tagesordnung übergehen, so Tänzler weiter. Die Bischöfe müssten alles für ein konsequentes Anwenden der Richtlinien tun, eine lückenlose Aufklärung sicherstellen und sich einem „offenen und angstfreien Dialog über die Zukunft der Kirche“ stellen, so der BDKJ-Vorsitzende.

 

Die Deutsche Kinderhilfe erklärte, die Leitlinien seien eine deutliche Verbesserung. Sie sollten auch Signalwirkung für andere Gruppen wie etwa Sportvereine haben.

 

Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) verteilte Lob, sieht aber weiterhin Unklarheiten. Einerseits habe die Kirche das klare Bemühen gezeigt, „aus den Schwächen der alten Richtlinien die richtigen Lehren“ zu ziehen. Nicht ganz deutlich werde aber andererseits, wie innerhalb der Kirche künftig mit den Fällen umgegangen werden solle, in denen das Opfer der Einschaltung der Staatsanwaltschaft ausdrücklich widerspreche. Außerdem bleibe unklar, ob innerkirchliche Voruntersuchungen künftig ausgesetzt werden sollten, um staatsanwaltschaftliche Ermittlungen nicht zu behindern, so die Ministerin in Berlin.

 

Die Kirchenvolksbewegung „Wir sind Kirche“ sprach von Fortschritten, die aber noch nicht ausreichten. Ihr Sprecher Christian Weisner lobte die präzisere Anzeigenpflicht, kritisierte aber, dass die Ansprechpartner für Missbrauchsopfer nach wie vor aus dem inneren Bereich der Kirche kommen könnten. Sie seien damit im Zweifelsfall nicht unabhängig genug; Interessenkonflikte seien nicht ausgeschlossen. Weisner kritisierte auch, dass es keine konkreten Zusagen zur Entschädigung gebe. Die katholische Kirche in Österreich habe sich da deutlicher festgelegt.

 

Als „längst überfällig“ bezeichnete die Opfergruppe „Eckiger Tisch“ die neuen Leitlinien. Zugleich kritisierte deren Sprecher Matthias Katsch, dass es keine konkrete Aussage der Bischöfe darüber gebe, wie mit der Vergangenheit umgegangen werden solle. Mehrere Hundert Opfer von Missbrauch in kirchlichen Einrichtungen sowie deren Angehörige warteten weiterhin auf ein Angebot, damit ihnen Genugtuung verschafft werde.  (pm/kna 30)

 

 

 

Benedikt XVI.: „Kein Friede ohne Umweltschutz!“

 

Ohne Respekt gegenüber der Umwelt kann es keinen Frieden geben. Das sagte Papst Benedikt XVI. an diesem Sonntagmittag nach dem Angelusgebet in Castelgandolfo. Er bezog sich dabei auf den „Tag für die Bewahrung der Schöpfung“, der in Italien am 1. September begangen wird. Wörtlich sagte er:

 

„Dieser Gedenktag ist auch für die Ökumene wichtig. In diesem Jahr wird uns daran erinnert, dass es keinen Frieden geben kann ohne den Respekt gegenüber der Natur. Wir haben nämlich die Pflicht, den künftigen Generationen eine unversehrte Erde zu überlassen, damit auch sie würdig darauf leben und sie bewahren können. Der Herr möge uns in dieser Aufgabe beistehen.“

 

Der Tag der Bewahrung der Schöpfung entstand im orthodoxen Kontext auf Einladung des Patriarchen von Konstantinopel hin, mit dem Ziel, die christlichen Gemeinschaften und die Gesellschaft für die Bewahrung der Schöpfung zu sensibilisieren. Die Schöpfung sei ein Geschenk Gottes, das uns zur Verantwortung ihr gegenüber herausfordert, schreibt die Italienische Bischofskonferenz in einer Mitteilung. Sie führte 2006 diesen Tag offiziell ein. Dieser Tag solle eine Gelegenheit der Besinnung für die Christen werden, so die Bischöfe der Halbinsel. So gehen von diesem Tag verschiedene Initiativen aus, die vom 1. September bis zum 4. Oktober, Fest des Heiligen Franziskus von Assisi begangen werden.

„Ich hoffe auf Rettung für chilenische Bergleute“

 

Benedikt XVI. hat seine Verbundenheit mit den 33 in Chile verschütteten Bergleuten von San Jose bekundet und zum Gebet für ihre Rettung aufgerufen. Bei seinem Mittagsgebet am Sonntag vor 3.000 Gläubigen in Castelgandolfo sagte er:

 

„Mögen sie weiter ihre Hoffnung auf einen glücklichen Verlauf der Arbeiten haben, die zu ihrer Rettung führen. Ich empfehle die Minenarbeiter, die seit Anfang August in 700 Meter Tiefe eingeschlossen sind, sowie ihre Familienangehörigen der Fürsprache des Heiligen Laurentius, und versichere ihnen meiner geistigen Verbundenheit und meines inständigen Gebets.“

 

Gemäß Medienberichten könnte es noch sehr lange dauern, bis die Eingeschlossenen aus ihrer Lage befreit werden können. Zurzeit wird an einem neuen Bohrloch gearbeitet, durch welches sie gerettet werden sollen. (kipa/rv 29)

 

 

 

 

Dank für Glaubenstreue in schwerer Zeit

 

Bischof Algermissen feierte Pontifikalamt zur Eröffnung des Kongresses „Freude am Glauben“

 

Fulda. „Die Gemeinschaft mit dem Nachfolger des hl. Petrus ist die eigentliche Stärke, garantiert die Einheit, bewahrt vor verderblichem Subjektivismus, profilloser Gleichgültigkeit und der Gefahr einer ‚Zeitgeist-Kirche’.“ Dies betonte der Fuldaer Bischof Heinz Josef Algermissen am Freitag bei der Eröffnung des zehnten Kongresses „Freude am Glauben“, der mit einem Pontifikalamt im vollbesetzten Hohen Dom zu Fulda begann. Unter Bezugnahme auf die enge Rombindung des hl. Bonifatius im 8. Jahrhundert und die Ermutigung der deutschen Katholiken durch den Besuch Papst Johannes Pauls II. in Fulda 1980 stellte der Oberhirte heraus, dass es wichtig sei, über den eigenen Kirchturm hinauszuschauen und sich nicht auf die „hausgemachten Probleme“ zu fixieren, wie dies in Deutschland immer wieder geschehe. Den Teilnehmern des diesjährigen Kongresses „Freude am Glauben“ dankte er für ihre Treue. Noch nie in den letzten Jahrzehnten seien überzeugte und fundierte katholische Christen so wichtig gewesen wie in den letzten Monaten. „Nur wirklich tief Überzeugte können andere überzeugen, können verlorenes Terrain und Vertrauen zurückgewinnen.“

 

Als das Programm für den diesjährigen Kongress „Freude am Glauben“ vorbereitet worden sei, habe niemand ahnen können, wie aktuell das Motto „Die Kirche – Dienerin der Wahrheit und Zeichen des Widerspruchs“ durch die Entwicklung der letzten sechs Monaten werden würde. „Die Kirche, geschwächt durch sexuelle Missbrauchsfälle und nicht selten von den Medien vorgeführt und diskreditiert, ist in Gefahr, sich in eine Nische zurückdrängen zu lassen, wie es ja manche Politiker seit längerem fordern, weil sie ihre warnende und mahnende Stimme als lästig erfahren“, hob der Bischof hervor. Die Kirche sei vom Schriftsteller Martin Mosebach selbst als ein „Missbrauchsopfer“ bezeichnet worden, weil einzelne Priester ihr Gelübde gebrochen und die Kirche verraten hätten. Dieser Verrat sei sehr bedrückend und führe bei vielen Priestern, die ihren Dienst authentisch und überzeugend tun, ebenso wie in den Gemeinden zu „lähmender Resignation“. Verstärkt werde dies noch durch einen „rapide wachsenden Verlust an Glauben und Transzendenz sowie durch die Not der Glaubensweitergabe an die jüngere Generation“, zeigte sich Algermissen überzeugt.

 

Die hl. Monika, die Mutter des hl. Augustinus, sei Zeugin dafür, dass solche Not auch Menschen in der frühen Kirche bewegte. Denn sie hatte es mit ihrer Glaubensüberzeugung nicht leicht, da ihr Mann ungetauft war und ihr Sohn sie zunächst wegen ihrer Frömmigkeit verspottete und ein ausschweifendes Leben führte. Erst spät fand er die Kraft zu einer grundsätzlichen Entscheidung und nach langem innerem Kampf seinen Frieden. Diese Heilige stehe für die tröstliche Lebenserfahrung: „Wenn du mit deinen Kindern nicht mehr über Gott sprechen kannst, kannst du immer noch mit Gott über deine Kinder sprechen“.

 

Angesichts einer verschärften Diasporasituation im eigenen Land rief der Fuldaer Bischof die Ermutigung in Erinnerung, die Papst Johannes Paul II. seines ersten Besuchs am 18. November 1980 bei der Eucharistiefeier auf dem Domplatz in Fulda geschenkt habe: „Viele sagen, die Geschichte der Kirche in Eurem Land neige sich jetzt ihrem Ende zu. Ich sage Euch: Diese Geschichte des Christentums in Eurem Land soll jetzt neu beginnen, und zwar durch Euch! Ihr seid mitverantwortlich für die Zukunft unserer Kirche! Seid selber ganz und gar Kirche. Stellt die Wesensmerkmale der Kirche, der einen, heiligen, katholischen und apostolischen Kirche dar!“ Die Gläubigen müssten „ein Herz und eine Seele“ sein, hatte der unvergessene Papst damals gefordert. Bischof Algermissen gab seinem Wunsch Ausdruck, dass „die legitime Vielfalt an Strömungen nicht zum Indifferentismus und zur Beliebigkeit verkommt“ und damit die Einheit der Kirche gefährde.

 

„Heiligt Euer eigenes Leben und haltet in Eurer Mitte den gegenwärtig, der allein heilig ist“, hatte der Papst 1980 in Fulda gefordert. Geheiligt seien die Christen laut Paulus grundsätzlich durch die Taufe, die alle zu einem heiligen Volk mache und eine gemeinsame Würde und grundlegende Gleichheit schenke. Die Kirche lebe, so Bischof Algermissen weiter, von einer „permanenten Spannung zwischen ihrer geistlichen und göttlichen Dimension sowie ihrer irdischen, menschlichen Verfasstheit“. Insofern sei sie grundsätzlich heilig und doch auch sündig zugleich. „Auch jetzt, wo manch schwere Schuld zutage getreten ist, gibt es unglaublich viel gelebte Heiligkeit in der Kirche. Ich bin mir sicher: Die Heiligen haben im Geiste Jesu Christi die Kirche immer wieder gerettet und werden es auch zukünftig tun.“

 

Die Treue zur Kirche lasse sich immer wieder bei der Feier der Hl. Eucharistie stärken, um deren Bedeutung die ersten Christen gewusst hätten, denn „sie gingen sogar in den Tod, um ihre Treue zum sonntäglichen Herrengedächtnis nicht zu brechen“. Aus der Feier der Eucharistie bekamen sie die Kraft, in ihren Familien als „Hauskirche“ zusammenzuleben. Das sei laut Algermissen auch unter den Bedingungen der heutigen Zeit ein „missionarisches Konzept“. In Zukunft werde die Heiligkeit der Kirche nicht mehr flächendeckend, sondern nur noch im Einzelnen zum Vorschein kommen. Jeder müsse als „Apostel“ fest verwurzelt sein im apostolischen Ursprung der Kirche, eingebunden in die Gemeinschaft mit Papst und Bischöfen, gleichzeitig aber jene Dynamik entwickeln, die die Kirche und jede ihrer Gemeinden jung erhalte.

 

Am Anfang des Gottesdienstes hatte der Bischof die Gäste der Tagung willkommen geheißen und hervorgehoben, daß diese nach dem vergangenen Jahr wie „das Brot auf dem Tisch“ gebraucht werde. „Am Ende dieses Kongresses am Sonntag werden wir alle gestärkt wieder nach Hause gehen“, so Bischof Algermissen. (bpf)

 

 

 

 

Kard. Rylko: „Religiöser Fundamentalismus verbreitet sich rasch“

 

Christenverfolgung und religiöse Diskriminierung ist ein Schwerpunkt des katholischen Laienkongresses, der an diesem Mittwoch im südkoreanischen Seoul startet. Eine Woche lang diskutieren dort Mitglieder der asiatischen Bischofskonferenzen mit christlichen Laien aus rund 20 Ländern über Mission im heutigen Asien. Im Interview mit Radio Vatikan spricht Kardinal Stanislaw Rylko, Präsident des Päpstlichen Laienrates, von den größten Problemen, die Christen in Asien haben. Rylko eröffnet den Kongress am Mittwoch mit einer Messe.

 

„Religiöser Fundamentalismus verbreitet sich zunehmend, was in vielen asiatischen Ländern zu drastischen Einschränkungen der Religionsfreiheit führt, zu Diskriminierung und religiöser Verfolgung. Die Bischöfe einiger asiatischer Länder berichten von dem traurigen Phänomen des „Ausblutens“ der Christen, denn nicht wenige von ihnen fliehen aus ihren Heimatländern. Deshalb brauchen die Christen unsere Solidarität und unsere besondere spirituelle Unterstützung.“

 

Nur ein Paar hundert Kilometer weiter nördlich, in Nordkorea, sind diese Probleme bittere Realität. Nordkorea gilt als Land mit der schlimmsten Christenverfolgung weltweit. Bei der Behauptung des Christentums in Asien kommen aber auch noch andere Probleme zum Vorschein, weiß Kardinal Rylko:

 

„Die andere große Herausforderung für die Mission ist die Begegnung mit den großen traditionellen asiatischen Religionen. Da besteht die Gefahr, dass sich eine relativistische Mentalität und Synkretismus ausbreiten, die den wahren Sinn der Mission deformieren: Man tendiert dazu, echte Mission mit einem vagen Dialog gleichzusetzen, der alle Positionen austauschbar macht. Man neigt dazu, die Evangelisierung einfach als Werbung für den Menschen abzutun. Und schließlich bleibt nicht zu vergessen, dass die Globalisierung auch nach Asien postmoderne Ideen trägt.“

 

Der Kongress mit dem Titel „Christus heute in Asien verkündigen“ dauert noch bis kommenden Sonntag und wurde zusammen mit der Laienkommission der koreanischen Bischofskonferenz und dem lokalen Laienrat organisiert. Rv 31

 

 

 

Islamunterricht. Ein Mann in heikler Mission

 

Und wieder läuft die Debatte: Der Islam und die westliche Gesellschaft, passt das zusammen? Einer, der Antworten finden muss, ist Mouhanad Khorchide. Er soll Lehrer für den Islamunterricht hierzulande ausbilden. Die Politik hat hohe Ansprüche an ihn. Von Uta Rasche

 

Mouhanad Khorchides Büro liegt versteckt: Kein Schild verrät das Centrum für religiöse Studien der Westfälischen Wilhelms-Universität Münster. Die Tür zu dem Stockwerk, wo der Professor für islamische Religionspädagogik sitzt, lässt sich gar nur mit einer Chipkarte öffnen, Eingang und Flur werden von Kameras überwacht. Die Polizei bestand auf dieser Ausstattung: Ein Kollege Khorchides, der Islamwissenschaftler Sven Kalisch, hatte Morddrohungen von Islamisten erhalten; er hatte die historische Existenz des Propheten Mohammed angezweifelt und sich danach ganz vom Islam losgesagt.

Bald soll die Sicherheitstechnik abgebaut werden; Kalisch hat das Centrum mittlerweile verlassen. Khorchide, ein freundlicher, gut aussehender Mann von 38 Jahren, steht nicht im Verdacht, zum Apostaten zu werden. Doch auch seine Position ist ein heißer Stuhl, mittendrin in einer bisweilen erregten Debatte über Einwanderer und Moscheen, misslungene Integration und verpasste Bildungschancen, gesellschaftliche Kosten und gesellschaftliche Ängste.

Khorchide soll Lehrer ausbilden, die an deutschen Schulen muslimische Schüler ihre Religion lehren. Deshalb muss er sich mit den muslimischen Verbänden gut stellen; ihre Zustimmung ist nötig, damit er seinen Job überhaupt machen kann. Zugleich darf er es sich nicht mit der Politik verderben, denn die hat hohe Ansprüche an ihn. Gerade der islamische Religionsunterricht ist mit Erwartungen überfrachtet: Er soll zum einen dazu führen, dass sich muslimische Schüler in Deutschland besser integrieren. Es ist ja nicht nur Bundesbank-Vorstand Thilo Sarrazin, der den Mangel an Integration bei vielen Einwanderern anprangert. Zum anderen soll der islamische Religionsunterricht, so die Hoffnung der Politik, die Schüler immun gegen extremistisches Gedankengut machen, den Einfluss von Hasspredigern mindern und die Bevölkerung so vor Anschlägen durch „home grown terrorists“ schützen. Wenn das nicht eine Aufgabe ist!

Jahrelang wurden die Muslime hingehalten

Die Debatte über die Einführung des Islamunterrichts gewann, wenig überraschend, wirklich erst nach dem 11. September 2001 an Fahrt. Schließlich waren die Attentäter in Deutschland radikalisiert worden. Vorher war die Diskussion eher dazu genutzt worden, den Wunsch der Muslime nach eigenem Religionsunterricht abzuwimmeln. Jahrelang wurden sie hingehalten mit dem Argument, der Islam habe keine kirchenähnliche Struktur und dem Staat fehle deshalb ein Ansprechpartner für die Lehrplangestaltung. Ein Jahrzehnt lang kam kein Bundesland über Modellversuche hinaus.

Dabei sind Kinder und Jugendliche ideale Adressaten für antifundamentalistische Erziehung. Sie sind in der Schule leicht zu erreichen, und sie machen einen großen Anteil der muslimischen Bevölkerung in Deutschland aus: Fast jeder vierte der knapp vier Millionen Muslime ist minderjährig. Bisher haben nur drei Prozent von ihnen islamische Religionskunde. Um den Unterricht flächendeckend einzuführen, wären allerdings mehrere tausend Lehrer nötig.

Um diese Lehrer auszubilden, sind in den letzten Jahren an mehreren Universitäten Studiengänge für islamische Religionspädagogik entstanden, die größten in Frankfurt, Osnabrück, Münster und Erlangen. Weil Wolfgang Schäuble, damals Bundesinnenminister, im Rahmen der ersten Islamkonferenz die Errichtung von Islamischen Fakultäten zum Ziel erklärte, gibt es dafür neuerdings auch Bundesmittel; bisher zahlten nur die Länder. Nun ist unter den Universitäten ein regelrechter Wettstreit entbrannt, wer den besseren, schöneren, größeren Studiengang einrichten kann - und vom Füllhorn der Bundes profitiert. Im Herbst soll Bundesbildungsministerin Annette Schavan darüber entscheiden, welche Universitäten den Zuschlag erhalten. Also versuchen alle Beteiligten, sich in einem möglichst guten Licht zu präsentieren: Kein Wissenschaftler will etwas Falsches sagen, Einladungen zu Kongressen über muslimisches Leben in Deutschland häufen sich.

Nicht per se eine gute Sache

Islamischer Religionsunterricht ist jedoch nicht per se eine gute Sache. In seiner Promotion über muslimische Religionslehrer in Österreich hatte Khorchide herausgefunden, dass mehr als die Hälfte von ihnen für ihre Aufgabe nicht hinreichend qualifiziert ist und ein Fünftel die Demokratie als Staatsform ablehnt. Diese Studie wäre ihm im Berufungsverfahren beinahe zum Verhängnis geworden. Denn sie schürte bei den muslimischen Verbänden, die ihr Plazet geben mussten, den Verdacht, er sei ein Islamkritiker.

Erschwerend kamen delikate familiäre Verbindungen bei denen hinzu, die über ihn zu entscheiden hatten: Ausgebildet werden die österreichischen Islamlehrer nämlich von der Islamischen Religionspädagogischen Akademie in Wien, die Khorchide in seiner Arbeit scharf kritisierte. Die Leiterin der Wiener Akademie jedoch, Amina Shakir, ist die Schwester von Ibrahim el Zayat, dem Kopf des politischen Islams in Deutschland. Die Familie des Deutsch-Ägypters ist in der internationalen muslimischen Szene hervorragend vernetzt, er ist Funktionär in verschiedenen Organisationen der Muslimbrüder. El Zayat lebt bei Köln und verdient sein Geld damit, dass er Moscheegemeinden, insbesondere der Islamischen Gemeinschaft Milli Görüs (IGMG), beim Erwerb von Immobilien für Moscheen berät. (Zurzeit ermittelt die Staatsanwaltschaft München gegen ihn und weitere Mitglieder der IGMG-Führung wegen des Verdachts der Veruntreuung öffentlicher Gelder und der Steuerhinterziehung.)

Als Khorchide überlegte, wie er die muslimischen Verbände von sich überzeugen könne, gab ihm jemand den Rat, zuerst mit el Zayat zu sprechen. Doch das wollte er nicht. Dass er es trotzdem geschafft hat, das Misstrauen gegen sich zu zerstreuen, spricht für sein diplomatisches Geschick. Auch seine Thesen über den Islam in der westlichen Welt und seine Spiritualität müssen die Repräsentanten der organisierten Muslime überzeugt haben. Die Politik wiederum sah es gern, dass Khorchide Araber ist, denn die bisherigen Professoren für islamische Religionspädagogik sind Türken.

Ein Islam mit menschlichem Antlitz

Khorchides Projekt, das er nun von seinem kleinen Dachzimmer gegenüber dem katholischen Priesterseminar aus verwirklichen will, ist formidabel: für einen Islam mit menschlichem Antlitz zu werben, der mit der Demokratie vereinbar ist. „Viele“, so sagt er, „verstehen den Islam immer noch als eine Gesetzesreligion, in der es vor allem darum geht, zwischen Erlaubtem und Verbotenem zu unterscheiden. Sie sehen in Allah einen zornigen Richter. Doch das Wichtigste an unserer Religion ist, dass Gott die Menschen liebt.“ Er zitiert einen Ausspruch Mohammeds, der denjenigen seiner Gefährten zum Frömmsten erklärt habe, der besser mit seiner Frau umgehe.

Dabei sieht Khorchide westliche Werte wie die Würde des Menschen, die Gleichheit von Mann und Frau, Freiheit (auch Religionsfreiheit) und soziale Verantwortung nicht im Widerspruch zu den Maximen des Korans, im Gegenteil. Schnell sucht er Verse heraus, die dies belegen. Dass die meisten islamischen Länder Diktaturen sind und weder Menschenwürde noch Grundfreiheiten garantieren, sei nicht im Koran angelegt: Das geht auch anders. Während mancher fundamentalistische Muslim meint, staatliche Gesetze müssten den Regeln der Scharia angepasst werden, ist er der Überzeugung, man müsse den Anspruch der Religion begrenzen: Wird der Islam nur als ethische und spirituelle Quelle verstanden, gibt es keinen Konflikt. Wenn es gelänge, diese Auffassung unter den Muslimen in Deutschland mehrheitsfähig zu machen, brauchte der Verfassungsschutz keine muslimischen Fundamentalisten mehr zu observieren.

Was aber, wenn Muslime in einem Land leben, in dem die Vorstellungen von Sitte und Moral weitaus freizügiger sind als ihre eigenen? Dürfen muslimische Mädchen im Bikini mit Klassenkameraden ins Schwimmbad? Darf eine Schülerin mit einem jungen Mann ausgehen, ohne dass ihr Bruder dabei ist? Für Khorchide sind das pädagogische Fragen, keine theologischen. Sollen doch die Eltern mit ihren Kindern Regeln aushandeln - aber bitte, ohne sich auf den Koran zu berufen, in dem es zu diesen Fragen ohnehin keine Antworten gibt.

Unterschiedliche Spielarten des Islams kennengelernt

Khorchides eigenes Interesse an Fragen der Religion erwachte, weil er als Kind unterschiedliche Spielarten des Islams in verschiedenen Ländern kennenlernte. Seine palästinensischen Großeltern flohen kurz nach der Gründung des Staates Israel in den Libanon; seine Eltern wanderten weiter nach Saudi-Arabien. Bei den Großeltern in Beirut lernte er einen liberaleren Islam kennen als den Wahhabismus Saudi-Arabiens. Die islamische Revolution in Teheran führte dazu, dass sich auch in Saudi-Arabien Frauen verschleiern mussten, weil zwischen den iranischen Ajatollahs und dem saudischen Königshaus ein Wettbewerb darüber ausbrach, ob Schiiten oder Sunniten die besseren Muslime seien. Vieles, was in Beirut erlaubt war, war in Riad plötzlich verboten. Wie konnte ein und dieselbe religiöse Überlieferung zur Grundlage für so verschiedene Lebensweisen werden?

In Riad nahmen Khorchide und seine Geschwister Deutschunterricht - mit dem Ziel, in Deutschland zu studieren. Doch als Staatenlose bekamen sie kein Visum. Damit die Mühe nicht vergeblich blieb, fiel die Wahl auf Wien. Dort gab es einiges zu erleben: „In Riad lernte man in der Schule, dass der Westen die Menschenrechte mit Füßen trete. Ich hatte von Anfang an einen ganz anderen Eindruck.“ So konnte er in Österreich eine Krankenversicherung abschließen, die Staatsbürgerschaft annehmen und studieren - alles Erfahrungen, die ihm in Saudi-Arabien als Ausländer verwehrt gewesen waren. In Wien arbeitete Khorchide zunächst als Lehrer für islamischen Religionsunterricht und gründete ein privates Institut für interdisziplinäre Islamforschung, das Aufträge von der Stadt erhielt. Ehrenamtlich war er Imam einer kleinen deutschsprachigen Moscheegemeinde. Zuletzt war er Assistent am Lehrstuhl für islamische Religionspädagogik der Universität in Österreichs Kapitale.

Auch in Münster hat Mouhanad Khorchide bereits angefangen, Drittmittel einzuwerben: Der Didaktik des Religionsunterrichts, theologischen Reformbewegungen in der arabischen Welt sowie dem „Islamic Banking“ will er sich widmen. Doch nun muss er zunächst mal den Studiengang islamische Religionspädagogik in Münster neu aufbauen, der seit Kalischs Abfall vom Glauben darniederliegt. Bis der islamische Religionsunterricht an öffentlichen Schulen ordentliches Lehrfach wird, dürften ohnehin noch ein paar Jahre vergehen. In den nächsten Wochen hat Khorchide erst mal ein paar praktische Probleme: 1,6 Tonnen Bücher schlummern noch in seinen Umzugskartons; auch die Regale dafür muss er erst noch aufbauen. F.A.S. 30

 

 

 

„Kirchen müssen positive Modelle der Integration aufzeigen“

 

Die katholische Kirche weist die These von Bundesbank-Vorstand Thilo Sarrazin, Juden hätten ein bestimmtes Gen, scharf zurück. „Solche Formulierungen sind geeignet, latent vorhandenen Rassismus mit allen darin enthaltenen Vorurteilen zu bedienen.“ Das sagte der Vorsitzende der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Norbert Trelle, am Montag im Interview mit der kna. Sarrazin hatte die biologistische Äußerung über Juden am Sonntag in einem Zeitungsinterview gemacht. In seinem aktuellen Buch „Deutschland schafft sich ab“ hatte er die These aufgestellt, muslimische Einwanderer seien nicht an Eingliederung in die deutsche Gesellschaft interessiert. Für Kapuzinerbruder Paulus Terwitte sind Sarrazins Aussagen kontraproduktiv für Integration in Deutschland. Im Interview mit dem Kölner Domradio sagte er:

 

„Man könnte sagen, mit diesem Buchtitel schafft Sarrazin die Menschlichkeit ab. Wir wollen miteinander sprechen und eine Lebensgemeinschaft sein in Deutschland. Wir haben die Gastarbeiter eingeladen. Und wir lassen uns von ihnen gerne den Müll wegfahren und bedienen. Warum sollen sie nicht die Gunst Deutschlands genießen dürfen? Wir müssen mit ihnen gemeinsame Schritte gehen!“

 

Für Sarrazins Buch sind beim Verlag bereits unzählige Vorbestellungen eingegangen – das sei vor allem Ergebnis von Populismus, so Terwitte. Dem Kapuzinerpater bereitet es Sorgen, dass sich in Deutschland „offenbar Stammtischgespräche über politische Kultur zu erheben“ scheinen. Gerade jetzt müsse man Dialog und Aufklärung vorantreiben. Terwitte:

 

„Ich bin der Meinung, dass gerade die Kirchen, die aus ihrer Tradition heraus ja sehr erfolgreiche Modelle des Dialoges mit dem Fremden haben, jetzt besonders gefragt sind, die erfolgreichen Modelle der Integration zu zeigen. Und eben deutlich zu machen, dass es auch unter den Deutschen viele gibt, die wir anders antreiben müssen, auch ihre Pflichten zu erledigen und nicht nur Rechte in Anspruch zu nehmen. Wir müssen alle Menschen einladen, zu sehen, dass das Gemeinwohl kein Selbstbedienungsladen ist, sondern auch Verpflichtungen des Einzelnen mit sich bringt. Wenn ein bekannter Wirtschaftsmensch so in unserem Land reden kann, habe ich Sorge, wie wir die Zukunft gestalten können.“

 

Das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) verurteilte Sarrazins Aussagen als „geistige Brandstiftung“ und „Spiel mit den Ängsten der Bevölkerung“. Die Positionen des Bundesbank-Vorstands stellten „die Grundlagen unserer humanen Gesellschaft infrage“, so ZdK-Präsident Alois Glück wörtlich. Auch aus der Partei des SPD-Mitglieds hagelte es Kritik. So beschloss der SPD-Vorstand am Montag einstimmig, gegen Sarrazin ein Parteiordnungsverfahren mit dem Ziel eines Ausschlusses einzuleiten.  (kna/domradio 31)

 

 

 

Glaubwürdiges Leben motiviert die Gemeinden

 

Verlassene Gemeinden, verheizte Priester, Resignation in Gemeinden: Ein Thema, dass nicht so richtig passen wollte zum Titel des am Sonntag in Fulda zu Ende gegangenen Kongresses „Freude am Glauben“. Wolfgang Picken ist Pfarrer im Rheinviertel in Bonn. Er war einer der Teilnehmer bei der Podiumsdiskussion zum Thema auf dem Kongress. Mit ihm sprachen unsere Kollegen vom Kölner Domradio. Picken sieht wachsende Motivation durch Beteiligung am Leben der Kirche.

 

„Ich glaube, dass gerade heute die Zeit reif ist. Es gibt ein großes Vakuum, was geistliche Profile betrifft. Es gibt einen Mangel an Gemeinschaft und einen Mangel an Ideen, wie man Gesellschaft gestalten kann. Da hat die Kirche sehr viel Potential und in dem Moment, wo man das wirklich nutzt und anbietet findet man Resonanz. Ich glaube, dass es wichtig ist, auf die Eigenverantwortlichkeit der Gemeindemitglieder zu setzen. Aber wir müssen von den Gemeindemitgliedern auch erwarten, dass sie das Profil, dass man braucht, um Leitung auszuüben, für sich selbst gewinnen.“

 

Angesprochen auf die Abschreckung, die die kirchliche Lehre häufig auf den modernen Menschen hat, widerspricht Picken. Nicht die Glaubensinhalte, sondern das Fehlen an Glaubwürdigkeit im Zusammenleben schrecke ab.

 

„Die Wahrheit wird am ehesten Gehör finden, wenn die Leute uns wieder als glaubwürdige und liebevolle Gemeinschaft erleben, wenn wir uns der Probleme, die es vor Ort gibt zuwenden: Wie werden unsere Kinder erzogen, nicht nur von der Stange sondern Kreativ und liebevoll? wie gehen wir mit unseren Jugendlichen um und haben wir wirklich Zeit für sie? Verstehen wir deren Lebenswelt? Was machen wir mit unseren alten Menschen in den Altenheimen? Wenn wir diese Grundfragen lösen und man merkt, was unser Menschenbild faktisch bedeutet, dann werden die Leute offen und aufgeschlossen für die Auseinandersetzung mit den religiösen Fragen und der Wahrheit des Glaubens.

 

Die jährlichen „Freude am Glauben“-Kongresse werden veranstaltet vom Forum Deutscher Katholiken. Die Organisation wurde vor zehn Jahren in Fulda gegründet. Der Kongress in diesem Jahr hatte das Leitwort „Die Kirche - Dienerin der Wahrheit und Zeichen des Widerspruchs“. Dem Schlussgottesdienst im Fuldaer Dom stand der Präfekt der vatikanischen Bildungskongregation, Kardinal Zenon Grocholewski, vor.

(domradio 30)

 

 

 

Das Christentum in der heutigen Gesellschaft

 

Kardinal Meisner und Bischof Tebartz-van Elst sprachen am zweiten Kongresstag „Freude am Glauben“

 

Fulda. Mit der Christenverfolgung in heutiger Zeit und der „Zumutung“ der Menschwerdung Gottes haben sich am Samstag beim Kongress „Freude am Glauben“ im Fuldaer Kongreßzentrum die Oberhirten von Köln und Limburg in Vorträgen auseinandergesetzt. „Entgegen ihrer Zielsetzung zerstört die Verfolgung das Christentum nicht“, stellte Kardinal Joachim Meisner heraus. Bischof Dr. Franz-Peter Tebartz-van Elst hob hervor, Gott sei in Jesus Christus Mensch geworden, „weil er auch unserer Zeit zutraut, in der Liebe zu wachsen“.

 

Die Verfolgung an sich sei dem Christentum eingestiftet, hatte Kardinal Meisner zu Beginn seines Vortrages am Vormittag unter Bezug auf eine Aussage Papst Pius XI. (1922-1939) betont. „Wir müssen uns bemühen, dass der Widerspruch der Welt gegen uns ungerechtfertigt ist“, so der Kölner Oberhirte. Im Zusammenhang mit dem Missbrauchsfällen in der katholischen Kirche Deutschlands hingegen treffe die Kirche berechtigten Widerspruch. Papst Benedikt XVI. habe dementsprechend im Mai herausgestellt, dass die größte Bedrohung für die Kirche von innen komme. „Bei der Verfolgung der Christen ist entscheidend, dass sie um des Glaubens willen über uns kommt“, so der Kardinal weiter. Das Christentum sei weltweit auch heute noch aufgrund der Tatsache, dass 80 Prozent aller religiösen Verfolgung an Christen geschehe, die am meisten verfolgte Religion. In der westlichen Welt drohe der Kirche keine direkte Verfolgung, wohl aber polemische Kritik und Zurücksetzung durch die Politik; es lasse sich sogar ein „regelrechter Kampf gegen die Kultur des Christentums“ und gegen Gott ausmachen, vor allem von atheistischen Ideologen her, die Glaube und Vernunft als unvereinbar hinstellten.

 

Angriffe erfahre die Kirche auch wegen ihrer konsequenten Haltung zugunsten der Ehe von Mann und Frau und der daraus resultierenden Familie, die gegenüber anderen Lebensmodellen, die auf Sexualität beruhten, allein dem Plan Gottes entsprächen. Der Zölibat, der eine „Vorwegnahme der Welt der Auferstehung“ beinhalte, sei für Atheisten eine besondere Provokation. Ein weiterer Grund für Verfolgung der Kirche in der westlichen Welt sei ihre eindeutige Befürwortung des Lebensschutzes und Ablehnung der Abtreibung. Meisner stellte fest, dass es eine „Strategie des An-den-Rand-Drängens“ der Kirche in der westlichen Gesellschaft gebe. „Der Teufel weiß, dass er mit Zuckerbrot mehr ausrichtet als mit der Peitsche“, betonte der Kardinal. Er forderte zudem die in Deutschland lebenden Moslems auf, sich in ihren Heimatländern für dieselbe Religionsfreiheit für Christen einzusetzen, die sie in Deutschland genössen.

 

Gott höre nie auf, neu anzufangen – so sei die Menschwerdung Gottes eine „Zumutung für unsere Zeit“, machte der Limburger Bischof Tebartz-van Elst am Nachmittag deutlich. Es gebe wieder eine größere Sehnsucht nach Gott und Religion, was der Kirche einen Aufbruch zu neuer Mission ermögliche: „Je mehr alle Katzen grau sind, desto interessanter wird das Unterscheidende“. Die Christen müssten mit ihrem Leben auf Gott verweisen. Indes könne es die Kirche nicht jedem recht machen, denn sie befriedige keine Erwartungen sondern feiere Geheimnisse, wie es der frühere Mailänder Kardinal Carlo Maria Martini einmal ausgedrückt habe. „Die Christen bewegen sich stellvertretend für alle dem kommenden Christus entgegen.“ Quellen einer neuen Mission müssten die Hl. Schrift und die Tradition der Kirche sein, denn „das Behältnis der Kirche ist ein helfendes Geländer hin zu Gott“.

 

Religion müsse nicht „cool“ sein, fuhr der Bischof fort, weil nämlich „ein kaltes Herz nicht glauben kann“. Glaube könne nur mit „glühender Leidenschaft“ vermittelt werden, wie es der hl. Petrus vorgelebt habe. Wenn Christen glaubten, so geschehe dies nicht aufgrund eigener Anstrengung, sondern aus der Gnade Gottes heraus. Auch heute noch gelte es, treu im Leben und Glauben der Kirche verwurzelt zu sein und damit Beheimatung bei Gott zu finden. So bleibe den Christen in der heutigen Zeit der Auftrag zu einer „kritischen Zeitgenossenschaft“, die den „Mut zur Minderheit“ habe, und dies gebe den Christen auch Identität. (bpf)

 

 

 

 

Prof. Ömer Özsoy im FR-Interview "Wir wollen die Theologie mehr etablieren"

 

Professor Ömer Özsoy spricht im FR-Interview über die Besonderheit des neuen Studiengangs "Islamische Studien" an der Uni Frankfurt, der zum Wintersemester 2010/11 startet.

 

Zum Wintersemester startet an der Uni Frankfurt der neue Studiengang „Islamische Studien“. Worin unterscheidet er sich von dem bisherigen Lehrangebot des Instituts für Studien der Kultur und Religion des Islams?

Bisher gab es an unserem Institut nur einen religionswissenschaftlichen Teilstudiengang für Islamische Religion. Der neue Studiengang versteht sich im Sinne der Empfehlungen des Wissenschaftsrats als eine islamisch-theologische Disziplin, die die Binnensicht mit allgemeinen geistes- , kultur- und sozialwissenschaftlichen Perspektiven verbindet; die Beschäftigung mit religiösem Quellenmaterial auf wissenschaftlicher Ebene und die Auseinandersetzung mit der religiösen Glaubenspraxis und deren Vermittlung werden verknüpft. Über die Auseinandersetzung mit der islamischen Tradition hinaus befasst sich der neue Bachelor-Studiengang mit der islamischen Religion im europäischen und deutschen Kontext. Noch bevor der Wissenschaft im Januar seine Empfehlungen bekannt gab, hatten wir mit der Ausarbeitung des Konzepts begonnen.

Welche Perspektiven bieten sich für die Absolventen des dreijährigen BA-Studiengangs?

Die Absolventen könnten etwa tätig sein als Berater in der Wirtschaft und Politik, in den Gemeinden im Bereich der Seelsorge, Kinder- und Jugendarbeit, in der Erwachsenenbildung und auch in den Medien. Wir bilden zwar keine Lehrer für islamischen Religionsunterricht oder Religionskunde aus, aber mit Blick auf den dringenden Bedarf an Lehrkräften könnte sich unseren Absolventen auch der Lehrerberuf öffnen. Ich gehe davon aus, dass das Land Hessen unser theologisches und religionswissenschaftliches Angebot in Anspruch nehmen wird, wenn es Religionslehrer für den Islam ausbilden will. Die muslimischen Teilnehmer des Runden Tisches in Hessen sind ja dafür, dass Religionslehrer an der Goethe-Uni ausgebildet werden.

Worin unterscheidet sich der Studiengang in Frankfurt im Vergleich zu Münster und Osnabrück, wo auch der Islam aus der Binnenperspektive gelehrt wird?

Wir haben einen theologischen Schwerpunkt in Lehre und Forschung und keinen religionspädagogischen oder fachdidaktischen. Schon im Jahre 2002 wurde an der Uni Frankfurt als oberstes Ziel die Förderung des wissenschaftlichen Nachwuchses und des intertheologisch-akademischen Diskurses festgelegt. Das wechselseitige Verständnis der Weltreligionen soll gefördert und fortentwickelt werden. Dem entsprechend soll und will unser Institut - anders als Orientalistik und Islamwissenschaft – in Lehre und Forschung zur Etablierung einer wissenschaftlichen Beschäftigung mit dem Islam aus der Binnenperspektive beitragen, wobei der Islam – im Gefolge des wissenschaftlichen Diskurses – an interdisziplinär erforscht und authentisch vermittelt werden soll. Dieser Unterschied lässt sich schon in der Bezeichnung der jeweiligen Institutionen an den verschiedenen Unis, aber auch auf curricularer und personeller Ebene erkennen. Theologie, Religionspädagogik und Fachdidaktik sind unterschiedliche Aspekte, die für die theologische Ausbildung alle wichtig sind. Für uns ist jedoch die Theologie zentral, weil gerade sie in Deutschland fehlt und etabliert werden soll. Frankfurt hat bisher sehr viel dazu beigetragen und wird es weiterhin tun. Dass wir primär Theologie betreiben, bedeutet aber nicht, dass wir kein Interesse an der Lehrer- und Imam-Ausbildung haben. Damit unser Institut auch diese Ausbildungsprozesse wissenschaftlich begleiten kann, sind neue Strukturen erforderlich, die Vertreter der Muslime mit dem Staat aushandeln müssen.

Außenstehende, die die Entwicklungen an den Unis Münster, Osnabrück und Frankfurt verfolgen, gewinnen den Eindruck, dass die Hochschulen einen Wettlauf angetreten haben – darum, welche als erste den Empfehlungen des Wissenschaftsrats nachkommt, „autonome Organisationseinheiten für Islamische Studien zu etablieren“. Stimmt der Eindruck?

Die Empfehlungen des Wissenschaftsrats und die Unterstützung durch Bundesministerin Anette Schavan sind begrüßenswert, hat aber nicht nur zu einem Wettlauf geführt, sondern auch zu einem Überbieten an vorschnell proklamierten Kompetenzzusagen von Institutionen, die bisher kein Konzept hatten. Diese Entwicklung bewirkt das Gegenteil von dem, was der Wissenschaftsrat empfohlen hat – nämlich angesichts der begrenzten Ressourcen an potenziellem Fachpersonal nur an zwei bis drei staatlichen Universitäten Islamische Theologie einzuführen. Hier ist kein Tauziehen, sondern eine Bündelung von Kompetenzen angebracht. Das entspricht nicht nur einer moralischen Verpflichtung, sondern auch ökonomischen Erwägungen. Vor diesem Hintergrund drohen jahrelange Erfahrungen als sekundär abgetan zu werden. Was passiert mit den Einrichtungen, die schon in Zeiten, in denen es noch nicht auf der politischen Tagesordnung stand, mit eigenen Mitteln die Islamischen Theologie zu etablieren begannen und nicht in Förderung aufgenommen werden? Ich denke, dass diese Institutionen dann geschwächt werden und möglicherweise schließen müssen, weil sie durch diese staatliche Abwahl an Ansehen, und Personal verlieren. Der Bund sollte in Kooperation mit den Ländern und Fachvertretern nach reiflicher Überlegung eine Entscheidung treffen. Das ist für die Zukunft der Islamischen Theologie enorm wichtig.

Interview: Canan Topcu FR 30

 

 

 

Indien: Christen fordern endlich Gerechtigkeit

 

„Nachdem ich die Zeugenaussagen gehört habe, gehe ich gebeugten Hauptes angesichts der Schande, die auf mir lastet, weil ich Inder bin.“ Diese pathetischen Worte stammen vom ehemaligen Vorsitzenden des obersten Gerichtshofes in Indien, A.P. Shah. Er war Vorsitzender eines „Volkstribunals“, das helfen sollte, die Christenverfolgungen im Bundesstaat Orissa aus dem Jahr 2008 aufzuklären. Das vom Opferverband „Nationales Solidaritätsforum“ organisierte inoffizielle Tribunal fand vom 22. bis zum 24. August in Kandhamal statt. Neben dem eben zitierten ehemaligen Richter A.P. Shah saßen im Gerichtssaal weitere elf Ehrenamtliche, unter ihnen andere Richter, Menschenrechtsaktivisten und weitere angesehene Personen des öffentlichen Lebens. Orissa, Schauplatz der Christenverfolgungen, liegt in der Erzdiözese Cuttack-Bhubaneswar. Der dortige Oberhirte, Raphael Cheenath, war bei den Gerichtsverhandlungen dabei. Im Gespräch mit Radio Vatikan berichtet von den Anhörungen:

 

„Wir haben 82 Opfer aus Kandhamal, die jetzt in Delhi leben, vor Gericht gerufen. Die Richter haben sie Gruppe für Gruppe befragt: Wie sie behandelt wurden, wie sie keine Wohnung bekommen haben. All diese Dinge fragen die Richter und geben dann ein Urteil ab.“

 

Was wollten die Gerechtigkeitsaktivisten mit der inoffiziellen Verhandlung erreichen, eigentlich müsste doch das offizielle Rechtssystem auf dem Subkontinent handeln? Erzbischof Cheenath erklärt:

 

„Ziel ist zu sehen, was die Regierung bisher gemacht hat und wie sich die Regierung ganz am Anfang verhalten hat, vor allem während der Verfolgungen und was sie danach getan hat, wie die Opfer immer noch leiden – all das untersuchen die Richter“

 

Noch einmal zur Erinnerung: Vor zwei Jahren ermordeten im nordindischen Bundesstaat nationalistische Hindus mehr als 90 Christen, zerstörten 300 Kirchen und tausende Wohnhäuser und trieben 56.000 Christen in die Flucht. Zwei Jahre nach den Pogromen gegen Christen sind die Täter noch immer auf freiem Fuß. Am Donnerstag, nachdem die letzten Opfer den Zeugenstand verlassen hatten, erging das Urteil der Richter: „Die Parteinahme von staatlichen Institutionen und der Polizei ist skandalös.“ Die staatlichen Behörden seien in die Gewalttaten verwickelt und behinderten ein Vorankommen der Justiz bei der Bestimmung der Täter, so die Anklage des Volkstribunals an den indischen Staat. Von einer gerechten Strafe für die Täter einmal abgesehen, hat sich denn wenigstens die aktuelle Lage der Christen verbessert? Das fragten wir den Erzbischof:

 

„Es gibt keine Verfolgung im Sinne von Angriffen oder Gewalt, aber Furcht und Angst sind immer noch da. Es gibt mehr als 20 Dörfer, die den Christen nicht erlauben zurückzukommen. Die Versuche der Regierung hatten keinen Erfolg. Sie sagen: ‚Wenn ihr zurückkommen wollt, müsst ihr Hindus werden, dann könnt ihr zurückkehren. Wenn ihr das nicht macht und trotzdem zurückkommt, dann werden wir euch töten.’ Das ist die Angst in mindestens 20 Dörfern. Auch weil die Opfer vor Gericht aussagen, ist diese Furcht da. Manche von ihnen werden beschützt und verstecken sich, weil sie von den Kriminellen bedroht wurden: Ihr müsst vor Gericht die Position eurer Bruderkaste einnehmen, sonst töten wir euch. In dieser Situation haben viele der Opfer ihre Zeugenaussagen gemacht.“

 

Ein drängendes Problem sind die zigtausend Christen, die 2008 ihr Hab und Gut verloren, in Angst und Verfolgung ihre Heimat verließen und jetzt von vorne beginnen müssen. Hilfe beim Neuanfang bekommen sie von der katholischen Kirche:

 

„Wir haben mehr als 2000 Häuser in Kandhamal gebaut. Sie haben dort keine Probleme, weil es Dörfer sind, wo die Nachbarn sie willkommen heißen. Wir haben ca. 15.000 Menschen umgesiedelt, der Rest ist irgendwo in Delhi, manche von ihnen leben in Zelten, manche in Mietshäusern, manche haben überhaupt keinen Ort, wo sie hingehen könnten, sie haben Angst, zurückzukommen. Wir hoffen, bis Ende dieses Jahres 3.000 Häuser fertig zu stellen, sodass wir weitere 25.000 Menschen umsiedeln können.“

 

An diesem Sonntag feierten die Christen Indiens den „Nationalen Tag der Märtyrer“, um all derer zu gedenken, die aufgrund ihres christlichen Glaubens ihr Leben verloren – dabei waren die Gedanken der indischen Christen natürlich besonders bei den Opfern von Orissa, deren Martyrium fast genau zwei Jahren zurückliegt. Es war kein Tag, an dem die Fronten sich verhärten sollten, erklärt der Erzbischof der Diözese Nahik, Felix Anthony Machado. Im Gespräch mit Radio Vatikan erläutert die besondere Bedeutung dieses Tages für den Prozess der Versöhnung in Indien:

 

„Wir müssen den Sieg des Guten über das Böse feiern. Dieser Tag muss eine Gelegenheit sein, Gott zu danken, denn das Leid ist keine Strafe Gottes. Das Leid ist ein Teil des Lebens als Christ und wir müssen dem Herrn danken, denn das Kreuz ist der Keim des Lebens und des Heils. Indien braucht eine wirkliche Versöhnung. Am Kreuz hat Jesus alles Böse und allen Hass überwunden: Das ist es, was wir Christen auch versuchen müssen, die Sehnsucht nach Frieden und Versöhnung mit allen Menschen guten Willens wachsen lassen.“ (apic 30)

 

 

 

Türkei: Neue Hoffnung für Christen in Tarsus

 

Wieder einmal eine hoffnungsvolle Nachricht aus dem Geburtsort des Völkerapostels Paulus: Die Kirche in Tarsus im Süden der Türkei soll der Christlichen Minderheit des Landes wieder als Kirche zur Verfügung stehen. Das regte der Leiter der türkischen Religionsbehörde, Ali Bardakoglu, in der vergangenen Woche an. Bisher dient die Kirche im Geburtsort des großen Theologen der frühen Christenheit nur als Museum und steht für religiöse Veranstaltungen nicht zur Verfügung. Allemal ein wichtiges Signal für die christliche Minderheit in Kleinasien, sei dieser Vorstoß, meint der Kölner Kardinal Joachim Meisner im Gespräch mit dem Domradio. Es ist jedoch nicht das erste Mal, das ein solcher Vorschlag aus dem türkischen Religionsamt kommt – kein Grund zu allzu großer Euphorie also:

 

„Ich bin schon mehrfach durch Versprechungen hoher türkischer Autoritäten mit Hoffnung erfüllt worden, die sich dann als trügerisch erwiesen. Ich bleibe aber bei dem urchristlichen Grundsatz: „sperare contra spem“, also „gegen die Hoffnung zu hoffen“, auf dass die mittelalterliche Kirche in Tarsus uns Christen zurückgegeben wird.“

 

Interessanter als die Forderung selbst ist vielleicht die Begründung, mit der Bardakoglu sich für eine Wiedereröffnung der Kirche einsetzt: Gerade im Zusammenhang mit dem Schweizer Minarettverbot sollte die Türkei ein Zeichen setzen und allen religiösen Minderheiten die Freiheit in der Ausübung ihres Glaubens gewährleisten, so der Chef der Religionsbehörde.

 

Doch auch hinter dieser Begründung steckt ein wenig politisches Kalkül – das meint jedenfalls der Türkei-Experte des katholischen Hilfswerkes missio, Otmar Oehring. Für ihn steht der erneute Vorstoß im Zusammenhang mit den Beitragsverhandlungen der Türkei zur EU. Doch wie ist überhaupt die Lage der Christen in der Türkei? Das fragten unsere Kollegen vom domradio den Türkei-Spezialisten Oehring:

 

„Die Lage der Christen ist insgesamt natürlich viel besser, als sie noch vor zehn oder zwanzig Jahren war. Da gibt es überhaupt keinen Vergleich. Aber verglichen mit den islamischen Ländern in der Umgebung der Türkei, insbesondere in der arabischen Welt, in Syrien, im Libanon und auch anderen Ländern, ist die Lage der Christen in der Türkei weiterhin sehr angespannt. Es gibt einerseits natürlich Möglichkeiten wie in der westlichen Welt, z.B. Religionswechsel, aber das ist eine mehr theoretische Möglichkeit. Auf der anderen Seite, wenn es um die Religionsausübung der Christen und insbesondere auch die Organisation, die Selbstverwaltung der Kirchen in der Türkei geht, muss man ganz klar sagen: Von Religionsfreiheit in der Türkei kann sicher keine Rede sein.“

 

Vor knapp drei Monaten wurde der Vorsitzende der türkischen Bischofskonferenz, Luigi Padovese, ermordet. Hinter dem Mord standen zwar keine politischen oder religiösen Motive, aber trotzdem: Für die rund 100.000 Christen wäre es ein bedeutender Schritt, meint der Kölner Erzbischof Meisner:

 

„Nach den sehr traurigen Nachrichten der letzten Jahre über die Situation der Christen in der Türkei ist die jüngste Meldung wie ein Silberstreif am Himmel. Es wäre ein Signal für die ganze Welt! Da Paulus in Tarsus geboren wurde, ist der Ort mit der Person des Völkerapostels unauflöslich verbunden. Damit würde ein positives Zeichen auch an unsere Gesellschaft in Deutschland gesendet, wo den türkischstämmigen Mitbürgern muslimischen Glaubens immer wieder nahegelegt wird, sie mögen sich für dieselben Rechte der Religionsfreiheit in ihrem Ursprungsland einsetzen, wie sie in Deutschland und in Europa allgemein gelten.“

 

Andererseits: Wenn sich die Lage der türkischen Christen in ihrer Gesamtheit nicht verändert, dann bleibt auch die Wiedereröffnung der Paulus-Kirche nichts als ein Tropfen auf den heißen Stein, erklärt Otmar Oehring von missio:

 

„Im Grunde genommen ist das eine kleine Angelegenheit im Vergleich mit dem, was die Kirchen und die nicht-muslimischen Minderheit in der Türkei eigentlich vom Staat erwarten. Sie erwarten, dass sie anerkannt werden, dass sie als Kirchen oder Religionsgemeinschaften so funktionieren können, wie das bei uns auch möglich ist und in der Türkei auch möglich sein müsste, weil die Türkei, wie die BRD, die europäischen Menschenrechtskonvention unterzeichnet, sie ist also dort auch Gesetz geworden. Damit müsste im Grunde genommen den Christen, Juden und allen anderen Religionsgemeinschaften, natürlich auch dem Islam, volle Religionsfreiheit zugebilligt werden. Das ist nicht der Fall. Wenn man jetzt hergeht und sagt: „Öffne doch eine Kirche“, welche auch immer das sein mag. Dann ist es zwar schön, wenn diese Kirche geöffnet wird, das kann auch aus historischen, kirchengeschichtlichen Gründen von ganz großer Bedeutung sein, insbesondere natürlich im Fall der Pauluskirche in Tarsus. Es ändert aber an der grundsätzlichen Problematik nichts.“

(domradio28)

 

 

 

Schlingensief. Kirche der Zuversicht

 

Die Totenmesse für Christoph Schlingensief war eine Feier ohne Fernsehkameras und Photoapparate. Die Messen, die Schlingensief in seinem Leben gefeiert hat, erschienen vielen dagegen blasphemisch.

 

Gestern fand in Oberhausen in der Pfarrkirche Herz Jesu der Trauergottesdienst für den vor einer guten Woche verstorbenen Christoph Schlingensief statt. Es war eine Feier ganz ohne Fernsehkameras und Photoapparate für vielleicht 500 trauernde und traurige Menschen. Die Herz Jesu Kirche ist die Kirche, in der Schlingensief viele Jahre lang Messdiener war. Vor zwei Jahren hat er sie in Duisburg nachbauen lassen und darin seine Krebs-Messe „Die Kirche der Angst vor dem Fremden in mir“ aufgeführt.

Es sind etliche Messen geworden, die Christoph Schlingensief in seinem Leben gefeiert hat. Vielen erschienen diese Messen blasphemisch, manchmal waren sie es. Er hat auf Kirche, Gott und Glauben geschimpft, er hat aus der katholischen Kirche die Kirche gemacht, von der er glaubte, dass er und andere Menschen sie brauchen.

Dass es nun eine ganz normale Totenmesse für ihn gab, erscheint trotzdem natürlich und notwendig. Es war übrigens ein Seelenamt. Wenn wir es recht im Kopf haben, wird das Seelenamt für die Seelen im Fegefeuer gefeiert.

Die Messe unter Leitung von Pfarrer Michael Dörnemann war schön und angemessen, sachlich und emphatisch zugleich. Dass sie in Schlingensiefs Geburtsstadt Oberhausen stattfand, zeigt wahrscheinlich, wo er am meisten glaubte, er selbst zu sein. So war auch die Messe, nah bei Schlingensief und ganz katholisch. Man spürte, wie nah sich Schlingensief und der Katholizismus doch waren. Die Lesung aus dem Johannes-Evangelium drehte sich um Christus, der zum toten Lazarus geht. Als ihm Magda entgegenkommt, sagt er: „Ich bin die Auferstehung und das Leben.“ Dann fragt er sie: „Glaubst du das?“

Die Predigt drehte sich klug um das „bin“ in „Ich bin die ...“. Das Sein des Menschen sage mehr, als man sagen kann, sagte der Priester. Die Predigt drehte sich auch um die Auferstehung und das Leben, die als Schlingensiefsches Fest zu begreifen der Priester sich nicht scheute. So in Schwung unterstrich er auch noch Schlingensiefs Buchtitel „So schön wie hier kann's im Himmel gar nicht sein“ und machte den christlichen Glauben zu einer Feier des Diesseits. Wer hat hier eigentlich wen bekehrt?

Sepp Bierbichler sang ein Stück aus der „Kirche der Angst“, eine Sopranistin aus dem Matthäus-Oratorium, die Gemeinde sang „O Haupt voll Blut und Wunden“. Beim Hinausgehen sagte jemand singend in der Menge: „Tschüüüs Christoph. Gute Heimreise.“  FR 31