Notiziario religioso 1-2 Settembre
2010
Mercoledì 1 settembre. Il commento al Vangelo. Gesù guarisce la suocera di
Simone
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 4,38-44) commentato da P. Lino Pedron
38 Uscito dalla
sinagoga entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una
grande febbre e lo pregarono per lei. 39 Chinatosi su di lei, intimò alla
febbre, e la febbre la lasciò. Levatasi all'istante, la donna cominciò a
servirli.
40 Al calare del
sole, tutti quelli che avevano infermi colpiti da mali di ogni genere li
condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. 41 Da
molti uscivano demoni gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li
minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era il Cristo.
42 Sul far del
giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo
raggiunsero e volevano trattenerlo perché non se ne andasse via da loro. 43
Egli però disse: «Bisogna che io annunzi il regno di Dio anche alle altre
città; per questo sono stato mandato». 44 E andava predicando nelle sinagoghe della
Giudea.
Il breve racconto
della guarigione della suocera di Pietro si conclude con un insegnamento
importante: "Levatasi all'istante, la donna cominciò a servirli" (v.
39). Qui troviamo il significato di tutto il miracolo e di tutti i miracoli. Il
fatto che essa si metta al servizio degli altri indica una guarigione molto più
profonda di quella dalla semplice febbre del corpo. Essa è liberata da quella
febbre che le impedisce di servire e la costringe a servirsi degli altri per
essere servita. "Servire" è una parola carica di significati nel
Nuovo Testamento. Gesù è il Servo di Dio e dei fratelli, il Giusto che per
amore si fa carico del peso della debolezza altrui.
Il servirsi degli
altri è il principio di ogni schiavitù nel male, il servire gli altri è il
principio di ogni liberazione dal male. E' nel servire che l'uomo diventa se
stesso e rivela la vera identità di Dio di cui è immagine e somiglianza.
Con la parola
"servire" il Nuovo Testamento intende l'amore fraterno concreto
"non a parole, né con la lingua, ma coi fatti e nella verità" (1Gv
3,18). Questa è la caratteristica specifica e fondamentale di Gesù, lasciata in
eredità ai suoi discepoli prima di morire (Lc 22,24-27; Gv 13,1-17).
La liberazione che
Gesù ci ha portato non ottiene il suo risultato nella semplice professione
della fede, come fanno i demoni (Lc 4,34.41; Gc 2,19), ma nel servire, che è la
vera liberazione dal male profondo dell'uomo, l'egoismo, che lo fa essere il
contrario di Dio che è amore (1Gv 4,8.16). Alle tante domande "chi conta
veramente nella Chiesa?; con quali occhi dobbiamo leggere la storia della
Chiesa?; chi dobbiamo guardare per imparare dal vivo il vangelo?;... la
risposta è una sola: a quelle persone "insignificanti" per il mondo,
ma tanto significative per i credenti, che servono con umiltà e nel
nascondimento. Essi ed esse sono la presenza viva e costante del Signore in
mezzo a noi, essi ed esse sono i nostri maestri di vita cristiana.
Anche alla fine
della sua vita Gesù chiamerà i suoi discepoli ad osservare una povera vedova
che "dà tutta la sua vita"(Lc 21,4) perché imparino da lei la lezione
fondamentale del suo vangelo.
Nei vv. 40-41 Gesù
ci insegna come dobbiamo accostarci ai malati. Prima di tutto per Gesù il
malato non è un numero: "egli, imponendo su ciascuno le mani, li
guariva"; inoltre Gesù si occupa del malato, non del male. Il malato non è
un caso clinico o un oggetto di studio: è una persona.
All'arrivo di
Gesù, il demonio, che è la causa del male, è sconfitto e fugge. Il diavolo
conosce la vera identità di Cristo e la proclama, ma la vera fede che salva
viene solo dall'adesione del cuore all'annuncio della salvezza (Rm 10,8-10). E
questa adesione del cuore e della vita il demonio non ce l'ha.
Il popolo comincia
a seguire Gesù, ma Gesù si sottrae da loro perché la volontà del Padre, che
egli ha compreso a pieno di buon mattino nel luogo deserto dove aveva
conversato filialmente col Padre suo, lo vuole altrove. Questa volontà del
Padre è presentata con le parole: "Bisogna che io annunzi il regno di Dio
anche alle altre città; per questo sono stato mandato".
Il regno di Dio è
esattamente il contrario del regno dell'uomo. Questo regno ci viene donato da
Dio in Gesù. Esso non viene né per azione, né per evoluzione, ma solo per umile
invocazione: "Venga il tuo regno" (Lc 11,12).
Nei vv. 40-41 Luca
ci offre un primo sommario di opere miracolose. Nella storia della salvezza Dio
si è sempre rivelato con parole e azioni, e Gesù ora fa lo stesso. Un lungo
discorso aveva aperto il suo ministero a Nazaret, una lunga serie di guarigioni
conclude ora a Cafarnao la sua attività missionaria. Per la prima volta Gesù si
incontra con una folla numerosa di malati, venuti o trasportati da ogni luogo.
I vangeli
presentano più spesso Gesù attorniato da folle bisognose di guarigione che
desiderose di ascoltare la parola di Dio. In questa circostanza egli appare
come un medico premuroso che si prende cura di ciascuno e impone le sue mani ad
uno ad uno dei malati e li guarisce.
I miracoli biblici
sono stati visti spesso più come una manifestazione della potenza di Dio che
come momenti della salvezza dell'uomo. Essi, invece, sono come delle piccole
luci che Dio accende sul cammino dell'uomo per dimostrargli che fa storia con
lui, che non l'abbandona a se stesso o in balia del male, ma che l'assiste
sempre con la sua paterna presenza.
Il miracolo ha
pure un significato di protesta contro il male e di annuncio di salvezza
presente e futura. Cristo combatte il male con tutte le sue forze e comanda a
noi di continuare la sua missione facendo altrettanto, ossia il massimo.
La malattia, la
miseria d'ogni genere non sono un bene, ma uno squilibrio che deve scomparire
grazie all'operosità congiunta di Dio e dell'uomo.
Gesù ha bisogno di
solitudine e di raccoglimento. Deve incontrarsi con il Padre per comprendere le
scelte da fare e il cammino da percorrere.
L'inseguimento
della folla è ben spiegabile, dopo i successi e i prodigi del giorno prima.
Forse qui c'è
anche un richiamo polemico ai suoi concittadini di Nazaret: qui a Cafarnao è
trattenuto perché non parta, lì era stato cacciato con ira e con violenza,
rischiando persino di essere spinto nel burrone.
Gli uomini
vogliono trattenerlo, ma la sua partenza è fuori discussione perché non dipende
dalla sua volontà. Il suo cammino ha ben altre motivazioni e non può essere
arrestato né dai nemici né tanto meno dagli amici. Nemmeno da lui stesso.
L'incontro con il Padre suo, nel luogo deserto (cfr v. 42), gli ha rivelato con
certezza la volontà di Dio:" Bisogna che io annunzi il regno di Dio anche
alle altre città; per questo sono stato mandato (dal Padre)". Il cammino
che Gesù è chiamato ad intraprendere fin dal suo battesimo è quello del
servo-figlio obbediente e non del signore.
Gesù annuncia il
regno di Dio. L'instaurazione di questo regno segnerà la fine del peccato, del
male e di qualunque ingiustizia. Per Gesù "evangelizzare il regno di
Dio" sintetizza tutta la sua missione. Evangelizzare i poveri significa
aprire ad essi le porte del regno: qui la loro miseria finirà e le loro aspirazioni
saranno pienamente esaudite.
Il Signore non
verrà a sedersi tra i sovrani della terra, accanto a quelli che opprimono gli
uomini, ma instaurerà, in mezzo ai credenti e agli uomini che seguono
onestamente i dettami della loro coscienza, lo stesso regime di vita, di pace,
di santità che vige presso di lui in cielo.
Il regno di Dio è
già instaurato e la strada per arrivarci è quella percorsa da Cristo. Egli è il
salvatore e il liberatore nel senso più pieno e totale della parola.
De.it.press
Giovedì 2 settembre. Il commento al Vangelo. La pescagione miracolosa
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 5,1-11) commentato da P. Lino Pedron
1 Un giorno,
mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret 2 e la folla gli
faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate
alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3 Salì in una barca,
che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise
ad ammaestrare le folle dalla barca.
4 Quando ebbe
finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la
pesca». 5 Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non
abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». 6 E avendolo fatto,
presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. 7 Allora fecero
cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e
riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. 8 Al veder
questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore,
allontanati da me che sono un peccatore». 9 Grande stupore infatti aveva preso
lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; 10
così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù
disse a Simone: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 Tirate
le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
Sullo sfondo
dell'attività di Cristo appaiono Pietro e i suoi colleghi. Essi sono i
collaboratori di un fatto prodigioso, ma rimangono pur sempre le povere persone
che erano in precedenza. Pietro lo confessa a nome proprio e dei colleghi
dichiarandosi peccatore. Davanti alla verità di Dio, Pietro scopre la propria
verità e si sente indegno. Non c'è rivelazione di Dio senza coscienza del
proprio peccato. Possiamo conoscere l'infinita grandezza di Dio solo
contemporaneamente alla scoperta della nostra bassezza.
L'efficacia della
pesca miracolosa non è dovuta alla loro abilità, ma al comando impartito da
Gesù. Tutto il loro merito è di aver creduto alla sua parola. L'inutilità della
fatica notturna indica la vanità di tutti gli sforzi umani fatti di propria
iniziativa per instaurare il regno di Dio. Solo nell'obbedienza alla parola del
Signore si può ottenere ciò che è impossibile alle forze umane. La fede non ha
altro appoggio che la parola di Dio. Proprio per questa fede Gesù cambia il
nome di Simone in Pietro e gli dà un incarico nuovo: "D'ora in poi sarai pescatore
di uomini" (v. 10).
Pietro riceve la
sua missione proprio mentre si riconosce peccatore. Ciò vuol dire che essa non
decadrà neanche per il suo peccato di infedeltà, perché si fonda sulla fedeltà
di Dio. Simone diventerà Pietro e riceverà l'incarico di confermare nella fede
i suoi fratelli proprio quando avrà consumato fino in fondo la propria
esperienza di debolezza, di infedeltà, di peccato (Lc 22,31-34). Non sarà
quindi "pietra" per le sue qualità, ma per la fedeltà di Dio.
Questi pescatori,
che hanno creduto nella parola di Cristo, lasciano subito barche e reti e si
mettono a seguire Gesù. Egli li manda a liberare gli uomini dal potere della
morte e a trasferirli nel regno della vita, nel regno di Dio.
L'azione
missionaria di Gesù passerà a dei poveri, sprovveduti pescatori di Galilea, i
quali lasciano il loro mestiere e si avventurano sui mari tempestosi del tempo
per salvare dalla morte eterna tutti i popoli della terra.
Ma per essere veri
discepoli di Gesù bisogna lasciare tutto, incominciando a lasciare se stessi
per diventare proprietà esclusiva di Cristo. De.it.press
Chiesa e creato. Dono da custodire. La quinta Giornata si celebra il 1°
settembre
Oggi 1° settembre
la Chiesa in Italia celebra la 5ª Giornata per la salvaguardia del creato.
"Custodire il creato, per coltivare la pace" è il tema del messaggio
dei vescovi italiani per la Giornata. "Mi sembra molto bello interpretare
il 'salvaguardare' con il 'custodire', che richiama il coltivare e il custodire
della Genesi, il promuovere e il proteggere, e non solo la preoccupazione a non
rovinare qualcosa", scrive mons. Angelo Casile, direttore dell'Ufficio Cei
per i problemi sociali e il lavoro, commentando il messaggio per la Giornata
(testo integrale: www.chiesacattolica.it).
Un dono per tutti.
"Il creato è dono di Dio per la vita di tutti gli uomini", spiega
mons. Casile, perciò "a motivare il nostro impegno per il creato è la
passione verso l'uomo, la ricerca della solidarietà a livello mondiale,
ispirata dai valori della carità, della giustizia e del bene comune, vissuti
nella fede e nell'amore di Dio". La responsabilità per il creato della
Chiesa consiste nel difendere "la terra, l'acqua e l'aria come doni della
creazione appartenenti a tutti" e nel "proteggere soprattutto l'uomo
contro la distruzione di se stesso". "Se si avvilisce la persona - sottolinea
il direttore dell'Ufficio Cei -, si sconvolge l'ambiente e si danneggia la
società, è necessario quindi educarci ad una responsabilità ecologica che
'affermi con rinnovata convinzione l'inviolabilità della vita umana in ogni sua
fase e in ogni sua condizione, la dignità della persona e l'insostituibile
missione della famiglia, nella quale si educa all'amore per il prossimo e al
rispetto della natura'", come si legge nell'enciclica "Caritas in
veritate".
Con riconoscenza.
Il credente, sostiene mons. Casile, "guarda alla natura con riconoscenza e
gratitudine verso Dio, per questo non la considera un tabù intoccabile o tanto
meno ne abusa con spregiudicatezza". Dunque, "l'approccio cristiano
mette Dio creatore al primo posto, l'uomo come prima creatura e il creato come
dono di Dio all'uomo, perché nel creato l'uomo, ogni uomo, tutto l'uomo si
sviluppi e faccia sviluppare il creato stesso in tutte le sue componenti:
uomini, animali, piante, la visione cristiana è il camminare insieme dell'uomo
e dell'ambiente verso Dio". Nel messaggio "Custodire il creato, per
coltivare la pace", i vescovi, ricorda il direttore, "ci invitano ad
'accogliere e approfondire, inserendolo nel suo agire pastorale, il profondo
legame che intercorre fra la convivenza umana e la custodia della terra'. È un
impegno prezioso per noi, per la nostra terra e per le future
generazioni".
L'impegno della
Chiesa italiana. Per manifestare la propria attenzione nei confronti del creato
e per promuovere sempre maggiore attenzione sui temi ecologici, la Chiesa
italiana celebra ogni anno, il 1° settembre, la Giornata per la custodia del
creato che ha anche risvolti ecumenici, e la seconda domenica di novembre la
Giornata del ringraziamento per i doni della terra. "L'azione dell'Ufficio
nazionale per i problemi sociali e il lavoro - evidenzia il direttore - è
prevalentemente di evangelizzazione, nella convinzione che il Vangelo e la
dottrina sociale della Chiesa possiedono una forte connotazione educativa, che
favorisce la crescita di una cultura attenta all'ambiente, rispettosa della
persona, della famiglia, dello sviluppo e di una civiltà dell'amore cristiano
capace di custodire con tenerezza il creato". L'obiettivo generale è
"quello di promuovere un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca
ad adottare nuovi stili di vita, 'nei quali la ricerca del vero, del bello e
del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli
elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli
investimenti'", come scriveva Giovanni Paolo II nella "Centesimus
annus". Obiettivi particolari si concretizzano "nel riflettere,
aiutati da esperti teologi, sul rapporto vitale tra l'uomo, l'ambiente e Dio,
nell'ottica della responsabilità di ciascuno; nella promozione di nuovi stili
di vita che utilizzano con maggior sobrietà le risorse energetiche, per
contenere le emissioni di gas serra, ma anche per la vivibilità delle nostre
città; nella diffusione di studi sul miglioramento dell'efficienza energetica
degli edifici, anche per gli spazi delle nostre comunità; sulla possibilità di
far avanzare la ricerca di energie alternative e la promozione dell'energia
eolica, solare e geotermica per il riscaldamento e l'illuminazione; sul sostenere
e praticare nelle nostre comunità la raccolta differenziata dei rifiuti, il
riuso dell'usato".
Attenzione al
creato. Benedetto XVI nella "Caritas in veritate" invita ad
"avvertire come dovere gravissimo quello di consegnare la terra alle nuove
generazioni in uno stato tale che anch'esse possano degnamente abitarla e
ulteriormente coltivarla". L'espressione "dovere gravissimo",
chiarisce mons. Casile, "esprime una qualifica etico-teologica molto
forte, che il Concilio Vaticano II usa per esprimere l'obbligo dell'educazione
che i genitori hanno nei confronti dei loro figli, della solidarietà che le
nazioni ricche hanno verso i popoli in via di sviluppo, della promozione della
pace in tutti gli uomini". Perciò, "è necessario - conclude mons.
Casile - educarci ed educare a una grande attenzione nei confronti del creato,
pensando che esiste una grande reciprocità tra noi, il creato e Dio". Sir
Ccee. Pellegrinaggio "ecologico" da Esztergom (Ungheria) a
Mariazell (Austria)
Un pellegrinaggio
"ecologico" in cinque tappe da Esztergom (Ungheria) a Mariazell
(Austria), passando per Bratislava (Slovacchia), per "presentare
all'Europa qual è lo sguardo della Chiesa sui doni della creazione". Così
vescovi e delegati delle Conferenze episcopali d'Europa responsabili per la
custodia del Creato sono in cammino da oggi (1° settembre) fino a domenica 5,
riflettendo attorno al tema indicato da Benedetto XVI per la Giornata mondiale
della pace 2010: "Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato".
Diversi i mezzi di trasporto su cui si muoveranno i pellegrini: il battello sul
Danubio, poi il bus, il treno, e infine un tratto di strada sarà percorso a
piedi.
Non affrontare il
tema a segmenti. "Il pellegrinaggio è innanzitutto un cammino spirituale,
un cammino di conversione che inizia con il lasciare il proprio ambiente
abituale per giungere ad un traguardo particolare segnato dall'intervento
divino. Presuppone una disponibilità all'ascolto e alla meditazione, al
raccoglimento e alla preghiera", spiega p. Duarte da Cunha, segretario
generale del Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa (Ccee), che
promuove l'iniziativa. "La crisi ecologica, intesa come uso irrazionale e
irresponsabile dei doni del creato, che oggi stiamo attraversando in Europa -
prosegue p. da Cunha - non è dissociata dall'attuale crisi morale del
continente, ma l'una influisce sull'altra. Lo stesso Santo Padre ci ha
ricordato come una vera attenzione all'ecologia del pianeta non possa
prescindere da una seria riflessione sull'ecologia umana, da una conversione
spirituale e da un cambiamento dei stili di vita. Spesso il tema della custodia
del creato è incentrato sugli aspetti scientifici, politici ed etici. Pensiamo
che sia altresì centrale ricordare la visione spirituale, teologica e
antropologica alla base di una vera attenzione per il creato che non sia legata
a meri fini politici e/o economici. Non possiamo continuare ad affrontare il
tema a segmenti. L'uomo è un tutt'uno".
Presentare lo
sguardo della Chiesa. Il pellegrinaggio si svolge a sei anni dalla conclusione
delle consultazioni organizzate dal Ccee sul tema dell'ambiente e della
responsabilità per il creato, dalle quali nacque una rete dei delegati
nazionali delle Conferenze episcopali d'Europa. Ora, il Ccee intende riavviare
e intensificare lo scambio e la rete dei delegati nazionali, per presentare al
continente lo sguardo della Chiesa sui doni della creazione. "L'attenzione
per il creato - continua il segretario generale dell'organismo ecclesiale - è
sempre stata presente nei lavori del Ccee, come testimonia il lavoro fatto dal
gruppo di lavoro Ccee-Kek in occasione della terza Assemblea ecumenica europea
di Sibiu nel 2007". "La nostra odierna attenzione - sottolinea -
parte dalla consapevolezza che la questione ecologica è spesso stata affrontata
quasi in termini 'apocalittici' e a volte in modo dialettico, ponendo quasi
l'uomo come nemico della natura. Noi, invece, come ci ha spesse volte invitato
il Santo Padre, desideriamo motivare la nostra riflessione e la nostra azione
per l'ambiente per il semplice fatto che la custodia del creato, il rispetto
per la natura, è alla base della 'ricerca di un'autentica solidarietà a
dimensione mondiale, ispirata dai valori della carità, della giustizia e del
bene comune'".
Il programma. Il
pellegrinaggio si apre nel pomeriggio di oggi (1° settembre) con la
celebrazione eucaristica e la benedizione del pellegrino da parte del card.
Peter Erd?, arcivescovo di Esztergom-Budapest e presidente del Ccee. I
partecipanti si dirigeranno poi (2 settembre) verso Bratislava navigando sulle
acque del Danubio: sarà l'occasione per riflettere sul tema dell'acqua e
dell'energia (è prevista una visita alla fabbrica di biodiesel a Komarom). A
Bratislava i pellegrini saranno accolti dall'arcivescovo, mons. Stanislav Zvolenský,
e dal sindaco Andrej Durkovský. Venerdì 3 si rifletterà sulla formazione alla
custodia del creato con una tavola rotonda che prevede la partecipazione del
card. Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia
e Pace, e di Ján Figel, già commissario europeo all'educazione e alla cultura e
attuale ministro slovacco per i lavori pubblici, le poste e le
telecomunicazioni. Dopo il trasferimento in bus a St. Pölten (Austria) è
prevista in cattedrale una celebrazione ecumenica, alla quale parteciperanno
rappresentanti delle Chiese cristiane e di organismi ecumenici locali e
internazionali. Sabato 4 si proseguirà in treno fino a Bürgeralpe, dove a
presiedere la celebrazione eucaristica sarà mons. André-Joseph Léonard,
arcivescovo di Malines-Bruxelles e presidente della Conferenza episcopale del
Belgio. Infine, a piedi si giungerà a Mariazell, e qui domenica 5 settembre
chiuderà il pellegrinaggio la celebrazione eucaristica presieduta dal card.
Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna e presidente della Conferenza
episcopale austriaca. Sir eu
Benedetto XVI. L'ultimo posto. Il valore spesso trascurato dell'umiltà
Una preghiera che
rafforzi la fiducia nel buon esito delle operazioni di soccorso. Benedetto XVI
l’ha elevata, domenica 29 agosto, dopo la preghiera dell’Angelus a Castel
Gandolfo, dedicandola ai minatori cileni da giorni al centro di un complesso
intervento per riportarli alla luce dopo il crollo che li ha intrappolati a
decine di metri di profondità nella regione di Atacama. Il Papa ha pure
esortato alla tutela dell’ambiente per la salvaguardia della pace nel mondo,
invitando tutti a riscoprire il valore dell’umiltà del quale Cristo è
l’assoluto “modello”.
La vera
ricompensa. “Il Signore non intende dare una lezione sul galateo, né sulla
gerarchia tra le diverse autorità. Egli insiste piuttosto su un punto decisivo,
che è quello dell’umiltà: ‘chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia
sarà esaltato’”. Lo ha sottolineato, prima di guidare la recita dell’Angelus,
Benedetto XVI, commentando la parabola raccontata da Gesù, ambientata in un
banchetto nuziale. “Questa parabola, in un significato più profondo – ha
evidenziato il Papa -, fa anche pensare alla posizione dell’uomo in rapporto a
Dio”. L’“ultimo posto” può infatti rappresentare “la condizione dell’umanità
degradata dal peccato, condizione dalla quale solo l’incarnazione del Figlio
Unigenito può risollevarla. Per questo Cristo stesso ‘ha preso l’ultimo posto
nel mondo — la croce — e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e
costantemente ci aiuta”, ha osservato il Santo Padre, riprendendo le parole
della sua enciclica “Deus caritas est”. Al termine della parabola, “Gesù
suggerisce al capo dei farisei di invitare alla sua mensa non gli amici, i
parenti o i ricchi vicini, ma le persone più povere ed emarginate, che non
hanno modo di ricambiare, perché il dono sia gratuito. La vera ricompensa,
infatti, alla fine, la darà Dio”.
Seguire il modello
di Cristo. “Ancora una volta – è stato l’invito di Benedetto XVI - guardiamo a
Cristo come modello di umiltà e di gratuità: da Lui apprendiamo la pazienza
nelle tentazioni, la mitezza nelle offese, l’obbedienza a Dio nel dolore, in
attesa che Colui che ci ha invitato ci dica: ‘Amico, vieni più avanti!’; il
vero bene, infatti, è stare vicino a Lui”. Il Papa ha concluso la riflessione
con due esempi. Il primo è stato quello di san Luigi IX, re di Francia – la cui
memoria ricorreva mercoledì scorso – che “ha messo in pratica ciò che è scritto
nel Libro del Siracide: ‘Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e
troverai grazia davanti al Signore’. Nel suo “Testamento spirituale al figlio”,
il santo invita a ringraziare umilmente il Signore per la prosperità, “a non
diventare peggiore per vanagloria o in qualunque altro modo”, cioè “a non
entrare in contrasto con Dio o offenderlo con i suoi doni stessi”. Il secondo
esempio è stato san Giovanni Battista, di cui ieri si celebrava il martirio: il
Battista è stato “il più grande tra i profeti di Cristo, che ha saputo
rinnegare se stesso per fare spazio al Salvatore, e ha sofferto ed è morto per
la verità”. “Chiediamo a lui e alla Vergine Maria di guidarci sulla via
dell’umiltà, per diventare degni della ricompensa divina”, ha esortato.
La Giornata per la
salvaguardia del creato. “Il prossimo 1° settembre si celebra in Italia la
Giornata per la salvaguardia del creato, promossa dalla Conferenza episcopale
italiana. E’ un appuntamento ormai abituale, importante anche sul piano
ecumenico”, ha ricordato Benedetto XVI, dopo aver guidato la recita
dell’Angelus. “Quest’anno – ha aggiunto - ci ricorda che non ci può essere pace
senza rispetto dell’ambiente. Abbiamo infatti il dovere di consegnare la terra
alle nuove generazioni in uno stato tale che anch’esse possano degnamente
abitarla e ulteriormente conservarla. Il Signore ci aiuti in questo compito!”.
Una preghiera per
i minatori cileni. Rivolgendosi ai pellegrini spagnoli, il Papa ha ricordato
“con affetto” i 33 “minatori si trovano intrappolati nel giacimento di san
José, nella regione cilena di Atacama. Affido loro e i loro familiari
all'intercessione di San Lorenzo, assicurando la mia spirituale vicinanza e la
mia costante preghiera, perché mantengano la serenità nella speranza di una conclusione
positiva dei lavori che stanno svolgendosi per salvarli”.
I saluti ai
pellegrini. Salutando i pellegrini polacchi il Santo Padre ha sottolineato come
la liturgia di ieri invitasse “tutti all’umiltà. Essa consiste nella conoscenza
del proprio posto nella società e nei disegni di Dio. ‘Quanto più sei grande,
tanto più umiliati; così troverai grazia davanti al Signore; perché grande è la
potenza del Signore’. La pratica della virtù dell’umiltà ci avvicini agli
uomini e a Dio. Nei saluti in italiano, il Pontefice ha ricordato in
particolare “il gruppo di Cooperatori Paolini; i numerosi ragazzi che hanno
ricevuto la Cresima o la riceveranno: da Boccaleone, da Arcene e dalle diocesi
di Vicenza e di Padova; la Confraternita del SS.mo Sacramento di Bariano; i
fedeli provenienti dalla diocesi di Verona e da Santo Stefano Ticino; e i
ragazzi di Grassobbio. Saluto anche il gruppo golfistico venuto da Milano e
quello ciclistico di Nave”, ha concluso.
Gheddafi vuole l'Europa islamica? Proviamo a non stracciarci le vesti
Gheddafi vuole
l'Europa islamica? Proviamo a non stracciarci le vesti
Niente vesti
stracciate, né invettive scandalizzate, né appelli a crociate per profezie alla
Gheddafi. Nessuno come il cristiano deve rispettare l'imprevedibilità della storia.
E, questo, sin dall'inizio: chi, all'apogeo dell'Impero romano, avrebbe preso
sul serio l'annuncio che i fasti pagani avrebbero fatto posto all'adorazione di
un oscuro predicatore ebraico, giustiziato con la pena infamante dei criminali
senza cittadinanza? Trionfato, poi, il Cristianesimo, come credere a chi avesse
annunciato che i luoghi stessi di Gesù, che le città convertite da Paolo, che
le terre dei grandi Padri della Chiesa sarebbero stati sommersi da orde sbucate
all'improvviso dalle profondità del deserto arabico e che avrebbero declassato
il Cristo a semplice annunciatore di Muhammad, l'ultimo profeta?
La Provvidenza,
nella prospettiva cristiana, ha percorsi spesso incomprensibili, le vie di Dio
non sono le nostre. Dunque, non contrasta con la fede nel Vangelo nessuna
possibilità storica: neppure quella annunciata da Gheddafi che ciò che resta di
cristianità nell'Europa secolarizzata debba cedere alla fede che conquistò
Gerusalemme, Costantinopoli, Alessandria, Toledo. Nessuno scandalo davanti alle
esternazioni del raìs tripolino, almeno per chi crede in quel Nazareno che
rifiutò di essere re, che impedì l'uso delle armi a sua difesa, che annunciò ai
discepoli che sarebbero stati «piccolo gregge» e che avrebbero avuto la
funzione di «sale» e di «lievito». Materie indispensabili, certo, ma solo in
quantità ridotta. A ben pensarci, l'habitat naturale dei credenti in Colui che
finì sulla croce non è la cristianità di massa, bensì la diaspora. Lo stesso
Benedetto XVI sembra ipotizzare un futuro di comunità cristiane piccole e al
contempo ferventi e creative: venga pure un destino minoritario, purché non
marginale. Sale e lievito, ricordavamo. Dunque non fuori dalla storia, bensì
nell'intimo stesso della pasta degli eventi umani per dare loro sapore e significato.
Senza pretendere di imporsi, se non con la «debolezza» dell'annuncio pacifico e
della persuasione fraterna.
Ma, per scendere
dai cieli della teologia alla concretezza del presente: per quanto è dato
scorgere, ci sono davvero le condizioni che potrebbero portare alla
sostituzione dei campanili con i minareti? Lo storico sa bene che le conquiste
islamiche dei primi secoli non possono aiutarci a ipotizzare un futuro: in
Africa e in Medio Oriente, tra settimo e ottavo secolo, l'arrivo dei musulmani
(scambiati spesso, tra l'altro, per cristiani eretici) fu facilitato dalle
sette cristiane in lotta tra di loro e unite dall'odio contro Bisanzio e dalle
comunità ebraiche perseguitate. Sempre la storia, poi, ci dice che l'Islam non
riuscì mai a stabilizzarsi in Europa: ci vollero secoli, ma alla fine fu
respinto dalla Spagna, dai Balcani, dalla Sicilia, da Malta. E nel cuore
dell'Africa già cristiana, l'Egitto, secoli di lusinghe e di angherie non sono
bastati a estirpare la fede nel Vangelo. Si dimentica inoltre troppo spesso che
l'ostilità islamica per il cristianesimo è blanda rispetto all'autentico odio
che contrappone le due tradizioni principali: il sunnita Gheddafi può predicare
liberamente a Roma ma nessuno garantirebbe della sua vita se tentasse di
pontificare nella Teheran sciita.
Per quanto conta,
noi siamo tra coloro che pensano che la radicalizzazione attuale dell'Islam sia
determinata non dalla sicurezza del trionfo ma dal timore - inconfessato,
magari inconscio - dell'inquinamento, dell'assimilazione. Come dimostra in modo
esemplare la parabola dell'Iran - spinto a stanare dal suo esilio un vecchio
ayatollah che sembrava dimenticato e a cacciare lo scià perché «occidentale» -
il mondo musulmano, in questo unito, è percorso dall'inquietudine che spinge al
fanatismo. Non teme le nostre virtù, teme i nostri vizi. Non è preoccupato
dalla nostra religione, ma dal nostro secolarismo. Se qualche discepolo del
Corano immigrato tra noi giunge a uccidere la figlia perché veste, mangia,
beve, amoreggia come le compagne di scuola, non c'è famiglia islamica in
Occidente che non constati ansiosa quanto sia devastante per i figli la nostra
way of life. L'Islam si regge sul legalismo, non può vivere senza il rispetto -
da parte di tutti, ma proprio tutti - di una serie di norme: proprio ciò che è
impossibile pretendere in una Europa, e in un'America, non solo libere ma
sempre più «libertine». La nostra «società liquida» non sopporta ormai i
precetti cristiani. Potrebbe accettare quelli coranici, ancor più rigorosi e
imposti come legge garantita da lapidazioni, decapitazioni, impiccagioni?
VITTORIO MESSORI
CdS 30
La Famiglia, scuola di umanità e di fede
Omelia del Card.
Bagnasco tenuta al Santuario di N.S. della Guardia (Genova) il 29 agosto
Nella Messa
Pontificale di questa mattina, siamo andati nella casa di Nazaret ed abbiamo
gettato uno sguardo furtivo sulla Sacra Famiglia per riflettere sulla famiglia
e sul matrimonio oggi, cellula incomparabile della società umana e sacramento
della Chiesa. Ne abbiamo colto due aspetti, quello della fedeltà incondizionata
e quello di grembo della vita.
Oggi desidero
mettere in rilievo altri due elementi: la famiglia come scuola di umanità e di
fede.
1. Scuola di
umanità - Dove imparare ad amare se non nell'essere amati? Dove imparare ad
avere fiducia in se stessi – oggi cosa troppo rara! – se non sentendo che altri
hanno fiducia in noi? E dove avviene questo primariamente se non nello spazio
naturale dove germoglia la vita – la famiglia – e dove la vita non cesserà mai
di essere generata? E dove scoprire, nella pazienza sapiente dei giorni e degli
anni, la bellezza delle diverse età? Dove toccare con mano i valori
dell'accoglienza, della solidarietà non episodica, della presa in carica
amorevole, del farsi dono umile e affidabile, del poter contare su qualcuno e
di sapere che altri contano su di noi, della potenza miracolosa del perdono
dato e ricevuto, della capacità di resistere, di non fuggire dalle inevitabili
difficoltà dei rapporti, dagli urti che vorrebbero disgregare l'unità del
nucleo familiare alla ricerca di felicità e facilità inesistenti...? Dove
imparare che gli altri non sono solamente un limite necessario alla libertà, ma
la condizione affinché si possa vivere liberi e felici? Dove si offre questa
primaria e mai conclusa scuola di umanità? Dove se non nella famiglia?
E' del tutto
evidente che i genitori, ma anche i nonni e i parenti in genere secondo le
modalità proprie, devono essere persone mature, che vivono nella serietà
dell'amore e nella libertà della verità. Noi cattolici abbiamo l'inestimabile
dono del Papa successore del Beato Pietro, al quale il Signore Gesù ha affidato
il ministero della verità e dell'amore. A lui dobbiamo guardare per scoprire e
riscoprire la fede autentica, quella degli Apostoli, e i criteri morali per
muoverci nella complessità inedita e chiassosa del nostro tempo.
2. Scuola di fede
- Ma la famiglia è anche scuola di fede: naturalmente qui parliamo di
cristiani. I genitori sono i primi maestri della fede, e credo che, in questo,
dobbiamo fare ancora della strada. Ma abbiamo fiducia e camminiamo insieme:
anche in questo compito nessun genitore deve sentirsi solo. La Chiesa si
affianca alla famiglia con rispetto, fedele al mandato del Signore e ricca
della sua esperienza di secoli. Quella della famiglia è una scuola fatta di
modalità diverse: c'è la preghiera fatta insieme ogni giorno, la partecipazione
alla Messa domenicale, le festività liturgiche con le loro tradizioni, i
pellegrinaggi ai Santuari, le immagini sacre in casa, la memoria del venerdì,
il mese di maggio, il richiamo alle verità della fede, l'affetto al Papa, al
Vescovo, ai sacerdoti, l'attenzione ai poveri e ai deboli... Ma quello che
dovrebbe raccogliere tutto è il clima della fede, quel clima che dovrebbe
essere come l'aria che si respira con naturalezza; che dovrebbe essere la luce
per vedere le cose e le persone, per porre i giudizi sui fatti grandi e piccoli
che accadono in famiglia e oltre. Ogni parola, ogni valutazione che i genitori
esprimono su eventi lieti o tristi, propri o altrui, è una lezione di fede, è
un momento di quella scuola che lascerà il segno nel cuore.
Nulla - parola,
gesto, decisione, sentimento, espressione del volto – è indifferente. Tutto
dice, comunica, insegna un modo di vedere e di agire: se alla luce di Gesù e
nella compagnia della Chiesa, oppure secondo i criteri della sola temporalità e
del mondo.
Cari Amici, mentre
presentiamo alla Madonna le nostre speranze e le nostre croci, chiediamoLe di
aiutarci ad essere nelle nostre case, tra i nostri cari, dei testimoni gioiosi
di Cristo, appassionati figli della Chiesa. L'esperienza dice che nulla del
bene che è stato seminato va perduto: tutto prima o poi germoglia. I tempi di
Dio non sono i nostri. Diamogli spazio e fiducia. E poi c'è Lei, la Grande
Madre di Dio e nostra. Può una madre distogliere lo sguardo dai figli? Sappiamo
che non è possibile, e questo ci basta per guardare avanti con fiducia. Angelo
Card. Bagnasco
La visita di Gheddafi. La predica irrita i cattolici del Pdl. Ma il
Cavaliere: "E' solo folklore"
Alta tensione nel
governo per le uscite stravaganti del leader libico. In subbuglio l'ala
cattolica, in imbarazzo gli altri, a partire dai leghisti. Ma visti gli
interessi economici in ballo, la parola d'ordine di Berlusconi è "non
alzare polveroni" - di FRANCESCO BEI
ROMA - Alta
tensione nel governo per le uscite stravaganti della Guida libica 1. In
subbuglio l'ala cattolica, in imbarazzo gli altri, a partire dai leghisti. Ma
visti gli interessi economici in ballo, la parola d'ordine del Cavaliere è
"non alzare polveroni". "Le cose serie sono altre, lasciamo
perdere il folklore". Ma è evidente che tutti si augurano che il
"gradito ospite" se ne riparta senza far troppi danni il prima
possibile. Lo stesso Berlusconi, che questa sera offrirà al Colonnello una cena
insieme ad altri 800 invitati, ieri si è tenuto lontano dalla Capitale,
lasciando che fosse il ministro Franco Frattini ad accollarsi l'arrivo di
Gheddafi a Ciampino.
La linea di
palazzo Chigi è dunque quella di minimizzare le frasi provocatorie del
dittatore libico, cercando di spostare l'attenzione sui vantaggi per l'Italia
di una visita comunque difficile da gestire dal punto di vista mediatico.
"Le commesse che il governo ha concordato con i libici - spiegano nel
governo - hanno aiutato le imprese italiane a fronteggiare la crisi. Gli
italiani questo lo capiscono benissimo". Quanto agli eccessi dello scorso
anno, gli uomini del premier sono certi che stavolta sarà tutto molto più
sobrio: "L'anno scorso si chiudeva un rapporto storico, veniva archiviato
il passato coloniale. Un'operazione enorme, che neppure la Francia ha fatto con
l'Algeria. E Gheddafi
colse l'occasione
per calcare un po' i toni, rivolto all'opinione pubblica dei paesi arabi e ai
libici che lo seguivano dalla tv a casa. Stavolta è diverso, inoltre la parte
ufficiale della visita durerà solo un giorno". C'è tuttavia anche la
possibilità che questa sera Gheddafi inviti a sorpresa Berlusconi alle
celebrazioni del primo settembre a Tripoli, per l'anniversario della
"rivoluzione" (il colpo di stato militare) che rovesciò re Idris. A
quel punto il premier non potrebbe sottrarsi, specie se l'invito sarà formulato
in pubblico.
Ma la curvatura
"islamica" che il Colonnello ha voluto dare alla sua visita mette a
disagio i cattolici e rischia di creare qualche tensione con il Vaticano. Un
rapporto, quello tra il governo e la Chiesa, che Gianni Letta cura da vicino,
tanto da aver partecipato alla "Perdonanza" all'Aquila nonostante le
contestazioni annunciate dei terremotati. Dal caso "Boffo" dello
scorso anno quel fronte è sempre in cima alle preoccupazioni di palazzo Chigi e
la predicazione coranica del Colonnello, nel cuore della città di San Pietro,
scopre un nervo sensibile. Di fatti, nonostante la consegna del silenzio, gli
esponenti del Pdl più vicini al mondo cattolico scalpitano. "Quello che
più mi preoccupa - spiega Maurizio Lupi, reduce dal Meeting di Cl - è che ci
stiamo abituando a questi show di Gheddafi, tanto che queste stupidaggini
sull'Islam passano quasi in secondo piano. Bisognerebbe ricordargli che proprio
la generosa accoglienza nei suoi confronti testimonia tutta la grandezza della
cultura cristiana che è alla base dell'identità europea". Insomma,
conclude il vicepresidente della Camera, "Gheddafi può dire quello che
vuole, il governo non è in imbarazzo. Ma noi però possiamo anche giudicarlo e
sarebbe bene che le sue prediche le andasse a fare da un'altra parte".
Anche il sottosegretario Carlo Giovanardi mastica amaro: "Mentre Gheddafi
può venire a dire a Roma quello che vuole, il Papa non può andare a Tripoli o
in Arabia Saudita a fare altrettanto. È sgradevole". Giovanardi tuttavia
fa una tara sulle uscite "folkloristiche" del leader libico: "Ha
atteggiamenti stravaganti, ma anche il nostro benamato presidente Cossiga
diceva ogni tanto cose che scandalizzavano".
C'è infine il
problema della Lega Nord. Il corpaccione del Carroccio vorrebbe reagire e, come
al solito, è il sulfureo Borghezio a dare voce al sentimento prevalente nella
base lumbard. Se per Roberto Calderoli, visto il tragico precedente della
t-shirt con le vignette su Maometto, il silenzio è comprensibile, a consigliare
prudenza agli alti papaveri del Carroccio è invece la questione immigrazione.
"Grazie ai libici - spiega una fonte - Maroni ha potuto bloccare gli
sbarchi dei clandestini sulle coste italiane. Se li facciano arrabbiare quelli
aprono i campi e si ricomincia con i gommoni nel canale di Sicilia".
Insomma, la realpolitik, per una volta, impone anche ai leghisti di baciare il
rospo e augurarsi che riparta in fretta. LR 30
Gheddafi show, l'irritazione dei vescovi: «Incresciosa messa in scena»
ROMA - Muhammar
Gheddafi è ripartito stamani per tornare a Tripoli ma la sua due giorni a Roma
e le numerose dichiarazioni a effetto lasciano una scia di roventi polemiche.
Ai numerosi interventi sulle parole del leader libico si aggiungono quelle del
quotidiano dei vescovi italiani che parla di «incresciosa messa in scena» o
forse solo uno «show che diventa un boomerang».
Il colonnello è
partito con tutto il suo seguito in tarda mattinata dall'aeroporto di Ciampino
mentre domani sarà a Tripoli il ministro degli Esteri, Franco Frattini.
Il presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi intanto ieri ha esaltato l'amicizia tra Italia e
Libia durante la cerimonia per il secondo anniversario del Trattato di Bengasi
e affermato che «tutti dovrebbero rallegrarsene» e che chi critica «è prigioniero
di schemi superati». «Saluto il grande coraggio del mio grande amico», ha
replicato il colonnello.
Ma le critiche
permangono. L'Avvenire, quotidiano dei Vescovi, scrive di una incresciosa messa
in scena e l'Idv, per bocca dell'eurodeputato Luigi De Magistris contesta i 5
miliardi chiesti all'Europa per "i lager in cui vivono gli immigrati
respinti". E si levano critiche anche dai media arabi. Sulla Padania, il
giornale della Lega, titolo a tutta pagina: «L'Europa sia cristiana».
Ieri la giornata,
segnata dalla richiesta di 5 miliardi all'anno per fermare l'immigrazione
clandestina in Europa e da nuove polemiche sulla visita del leader libico, si è
conclusa con una cena di gala. Gheddafi ha lasciato la tavola verso le due,
mentre il premier italiano è rimasto a festeggiare l'evento con gli 800
invitati e diversi ministri.
A Gheddafi
giungono critiche anche dal mondo arabo. «Pur facendole con le migliori delle
intenzioni, temiamo che queste lezioni di Islam tenute dal colonnello Muammar
Gheddafi siano controproducenti». È con queste parole che il quotidiano arabo
Al-Quds al-Arabi commenta stamane in un editoriale le lezioni tenute nei giorni
scorsi dal leader libico a centinaia di ragazze italiane, durante la sua visita
a Roma. «Temiamo che non producano l'effetto desiderato - si legge - perché le
belle ragazze che escono da questi incontri, una volta che parlano con i
giornalisti, rilasciano dichiarazioni che vanno contro gli interessi degli
arabi e dei musulmani, oltre che dello stesso leader libico».
Lunedì Gheddafi ha
riparlato delle sofferenze patite dal suo popolo durante l'occupazione
italiana: «Alcuni degli storici dicono che Rodolfo Graziani sia stato maestro
di Hitler nella costruzione dei campi di concentramento in cui furono rinchiusi
gli ebrei nell'Olocausto. Lo stesso sistema è stato usato contro i libici, che
sono stati rinchiusi in posti ristretti, malefici facendo morire almeno
cinquanta persone al giorno. In questi campi e in particolare in quello di el
Agheila - ha affermato Gheddafi - si contavano almeno 50 salme al giorno di
morti avvenute per fame, per uccisione o per malattia. L'anno prossimo - ha
aggiunto il leader libico - cadrà il centenario dell'invasione italiana della
Libia e dunque dobbiamo fare qualcosa ad el Agheila affinchè anche l'orrendo
dramma dei campi di concentramento venga ricordato».
La cena. Verso le
2 il leader libico se ne è andato, Berlusconi è rimasto: «Dobbiamo ancora
terminare la cena, stiamo ancora qui insieme a festeggiare questa bella festa
dell'amicizia, se fate i bravi vi canto anche una canzone». Ha detto quindi
Berlusconi parlando dal tavolo d'onore. Menu tipicamente italiano per i
commensali. Sono state servite una insalata caprese, pennette tricolore di
primo, filetto di chianina di secondo, come dessert, gelato all'italiana.
Durante la cena, il premier si è più volte avvicinato al leader libico per
parlare con lui a stretto contatto. Verso la fine della serata il presidente
del Consiglio ha anche cantato una canzone in francese.
Avvenire: show
boomerang. Un'«incresciosa messa in scena» firmata dal colonnello Gheddafi o
«forse solo un boomerang», «certamente è stata una lezione, magari pure per i
suonatori professionisti di allarmi sulla laicità insidiata». Il quotidiano dei
vescovi, Avvenire, in un editoriale firmato dal direttore Marco Tarquinio tira
le fila della visita del leader libico a Roma, tra affari e provocazioni.
«Incontrarsi serve comunque e sempre», premette Tarquinio lodando la «nuova
stagione» e la «riconciliazione» tra Roma e Tripoli. Però - sottolinea il
giornale della Cei - non si possono sottacere «aspetti sostanziali e
circostanze volutamente folkloristiche» della visita così come «momenti
incresciosi e urtanti» quali l'incontro per «una sessione di propaganda
islamica (a sfondo addirittura europeo) tra il leader libico e hostess
appositamente reclutate». IM 31
Albania. La matita di Dio. Celebrato il centenario della nascita di Madre
Teresa
L'Albania ha
celebrato il centesimo anniversario della nascita di Madre Teresa di Calcutta
"con grande impegno per onorare in modo adeguato, per quanto possibile,
questa sua figlia di cui va giustamente orgogliosa". È quanto riferisce a
SIR Europa don Gjergji Meta, portavoce della Conferenza episcopale albanese, a
commento delle celebrazioni che si sono svolte nel Paese il 26 agosto, giorno
della nascita di Madre Teresa. "Il governo albanese - dice don Meta - ha
dedicato quest'anno a Madre Teresa organizzando diverse iniziative, tra cui
concerti, rappresentazioni, conferenze, e l'apertura di un museo a lei
intitolato. Dal punto di vista religioso il momento culminante è stata la
celebrazione eucaristica nella cattedrale di Laç Vau-Dejes, diocesi di Sapë, il
26 agosto, con la presenza dell'episcopato albanese, dei vescovi del Kosovo e
del Montenegro. La celebrazione è stata presieduta da mons. Ramiro Molinar
Ingles, nunzio apostolico in Albania e rappresentante speciale del Papa per
questo evento". Madre Teresa è nata in Albania il 26 agosto 1910 ed è
morta a Calcutta il 5 settembre 1997. Durante la sua vita ha servito "i
più poveri tra i poveri" nei bassifondi di Calcutta, in India, fondando la
Congregazione delle Missionarie della carità, che opera in tantissimi Paesi del
mondo. È stata beatificata da Giovanni Paolo II il 19 ottobre 2003 a Roma. In
occasione del centenario della nascita della Beata, abbiamo rivolto alcune
domande a mons. Lucjan Avgustini, vescovo di Sapë.
Che importanza ha
avuto per l'Albania questa celebrazione?
"L'Albania è
uscita, da non molto tempo, dal periodo terribile della dittatura comunista,
che non solo ha impoverito la nazione dal punto di vista economico, ma ne ha
anche impedito un dignitoso progresso, emarginandola dal resto del mondo. Le
persone sono state umiliate e spogliate della propria dignità. Celebrare allora
una figlia di questo popolo che tanto ha fatto con una vita assolutamente
povera, umile, semplice, lei che si definì 'una piccola matita nelle mani di
Dio', vuol dire riconoscere la forza, la grandezza e le capacità che hanno i
figli di questa terra di crescere e aiutare tutti a crescere nella luce di
quella verità e di quel bene nel quale Madre Teresa ha camminato quale
testimone fedele e tenace. Lei che si è sentita sempre figlia della Chiesa che
ha amato, nella quale è vissuta e della quale ha manifestato la grandezza nella
carità".
Quale messaggio
può offrire Madre Teresa all'Albania di oggi?
"Penso che
una sua famosa frase possa essere significativa: 'Non conta tanto quello che
facciamo, ma l'amore con cui lo facciamo'. Il suo messaggio è lo stesso del
Vangelo di Gesù, quello dell'amore. L'amore incarnato, vissuto nella sua
concretezza. Amore che si dona senza cercare un contraccambio. Amore gratuito e
totale che inizia con il chinarsi sui più piccoli e sui più poveri, sui più
emarginati, riconoscendo in loro e amando in loro Gesù. Un amore possibile solo
se si apre il cuore e la propria vita a Dio. Madre Teresa disse che il mondo
soffre di una grande fame: la fame di Dio. Solo Lui può saziare il nostro
desiderio di felicità".
Cosa insegna a
questa terra la testimonianza di Madre Teresa?
"Tra le altre
vicende della sua vita accadde che in Albania, durante il regime, fu negato a
Madre Teresa il visto di ingresso per poter riabbracciare la madre morente.
Ebbene, quando poté tornare in Albania non esitò ad andare a pregare sulla
tomba del dittatore. I temi della pace, della speranza, del perdono, della
riconciliazione, dell'amore vero sono le lezioni che possiamo imparare e
dobbiamo vivere se vogliamo costruire basi solide e buone per il futuro nostro
e del mondo, se vogliamo rendere manifesto il Regno di Dio che è in mezzo a
noi". Sir eu
Lo Stato siamo noi. L'Unità d'Italia nei Simposi rosminiani
Si è concluso il
28 agosto, a Stresa (Vb), l'XI corso dei Simposi rosminiani, che questa'anno ha
avuto per tema "Antonio Rosmini e il problema storico dell'unità
d'Italia". "Rosmini dice che l'Italia ignora il conoscimento di
sé", intendendo evidentemente da questo "porre appunto un problema di
quello che è la nazione con più coscienza", ha detto nella sessione
conclusiva Mario Di Napoli, docente di storia dei partiti politici presso La
Sapienza. Un altro elemento importante per la costruzione della nazione, secondo
Rosmini, "è quello dell'educazione in quanto è il popolo virtuoso che fa
l'istituzione e non viceversa".
L'attualità di
Rosmini. Le conclusioni del corso sono state affidate a padre Umberto Muratore,
direttore del Centro internazionale di studi rosminiani di Stresa, che già il
giorno precedente aveva ricordato l'attualità del pensiero di Rosmini per
quanto riguarda il matrimonio. "Rosmini - aveva sottolineato il direttore
del Centro internazionale - riconosceva la necessità che il matrimonio potesse rimanere
nell'ambito del sacro così come era nato, diversamente avrebbe portato la
società a ridurlo ad affare di competenza dei notai e degli avvocati, come
purtroppo possiamo rilevare nei nostri giorni dove a tutto si pensa per il
matrimonio tranne che in realtà è un sacramento e non un affare esclusivo di
certi uffici civili". Sabato 28, invece, le conclusioni con riferimento al
tema del corso, l'Unità d'Italia. "Siamo in un momento in cui forse non
abbiamo memoria storica - ha detto padre Muratore -. A me pare, che ci stia
succedendo soprattutto, leggendo i giornali, che ci sia una specie di
disincanto troppo esagerato, tipico di noi italiani, che siamo gli unici al
mondo che parliamo sempre male della nostra nazione. Io ho molti confratelli
stranieri (irlandesi, inglesi, statunitensi, francesi): mai ho sentito uno di
questi parlare male della propria nazione, noi italiani invece abbiamo questa
caratteristica, appena uno straniero ci chiede come va l'Italia, subito diciamo
che le cose non possono andare peggio di così".
I vantaggi
dell'unificazione. Di qui una considerazione: "Prima dell'Unità d'Italia
noi eravamo la cenerentola non solo dell'Europa ma del mondo. Oggi siamo tra la
sesta e la settima potenza mondiale, nessuna generazione come la nostra nella
storia di millenni d'Italia ha potuto vivere con tale benessere, con questa
lunghezza di vita, con inimmaginabili possibilità rispetto al passato. Sui
tavoli delle contrattazioni e nel resto contiamo qualcosa, da parecchi luoghi
d'Europa e del mondo l'Italia viene vista come un paradiso, come un miraggio da
poter raggiungere, di questo me ne accorgo quando compio viaggi in Africa, in
Asia, in Russia". Insomma, "poter avere il passaporto e venire in
Italia è una cosa per parecchi desiderata". Secondo padre Muratore,
"tutte queste cose in fondo sono buone. Lo Stato, dice Rosmini, come
compito principale ha quello di amministrare l'utile: in questo senso possiamo
veramente dire che è stata così male questa unificazione? Forse siamo ingrati
verso tutti quelli che combattendo sulle montagne e in altre parti hanno
versato il sangue perché volevano darci queste cose, anche a costo di pagare
ciò con la loro vita". "È giusto parlare da figlio di ricco che non
sa quanto suo padre ha pagato il diventare ricco, mostrarsi sprezzante verso un
papà che considera un niente? Quindi direi non possiamo non essere fieri e
grati per quello che questi uomini del Risorgimento e in seguito altri hanno
fatto per farci star bene proprio come adesso".
La vera felicità.
C'è l'altro aspetto su cui ha voluto richiamare l'attenzione padre Muratore:
"La povertà spirituale, la povertà etica su cui continuiamo ad insistere,
però stiamo attenti a non attribuire sempre tutto come colpa dello Stato".
"Lo Stato, diceva Rosmini - ha ricordato il direttore del Centro -, ha i
suoi limiti, non è che lo Stato con le sue leggi può darci la felicità o una
religione. Questo non è il suo compito, anzi se cerca di darci la felicità o
una religione corriamo il rischio di approvare ideologie contro la persona".
Trovare la strada per la felicità, quella vera, "è compito delle Chiese e
della Chiesa". Per padre Muratore, oggi c'è l'abitudine di "dare
colpa di tutto allo Stato" e si pretenderebbe che "lo Stato debba
fare tutto, fare i santi, promuovere le rinascite spirituali, ma questi sono
compiti che lo Stato non può assumersi e se lo facesse sbaglierebbe".
Ricordando san Tommaso d'Aquino, il direttore del Centro internazionale di
studi rosminiani ha evidenziato: "Ci sono due persone sole, che non si
finisce mai di ringraziare, il proprio padre che ci ha dato la vita temporale,
e Dio, che ci ha dato la vita spirituale. Ma siccome noi la nazione la
chiamiamo anche Patria, cioè qualcosa che partecipa della paternità dei nostri
padri, è necessario avere riconoscenza verso la Patria e lo Stato, soprattutto
visto dove siamo arrivati ai nostri giorni. Perciò su tutti gli altri campi
continueremo a batterci, ma dobbiamo anche pensare che le sorgenti etiche e
spirituali debbano muoversi da altri campi e non aspettarci che sia il sindaco
o che sia l'assessore o il deputato che fanno diventare l'Italia eticamente e
spiritualmente più ricca. Questo è un compito che dobbiamo prenderci noi".
Sir
Milano. Le strade della santità. Il nuovo anno pastorale nel segno di san Carlo
Borromeo
La diocesi di Milano si appresta ad iniziare
l'anno pastorale nel segno di san Carlo Borromeo. L'arcivescovo milanese,
canonizzato nel 1610 da Paolo VI e compatrono della diocesi insieme a
sant'Ambrogio, è stato scelto dal cardinale Dionigi Tettamanzi quale figura di
riferimento della Chiesa ambrosiana per il 2010-11. "Per il nuovo anno -
ha spiegato il card. Tettamanzi - vorrei sottolineare con grande forza la
fondamentale vocazione di tutti alla santità. Guarderemo a san Carlo per capire
in che modo, su quali strade è diventato santo". L'attività della diocesi
è dunque chiamata ad avere, aggiunge il cardinale, "come linfa vitale la
consapevolezza, lo slancio, la gioia del sentirsi quotidianamente chiamati alla
santità".
Le linee guida per
il nuovo anno. L'avvio dell'anno pastorale, per la diocesi ambrosiana, coincide
con l'8 settembre, solennità della nascita della Beata Vergine Maria cui è
dedicato il Duomo di Milano. In quell'occasione il cardinale Tettamanzi
pronuncerà il solenne Pontificale contenente le linee guida del nuovo anno.
Contestualmente saranno diffusi i due sussidi per i fedeli e per gli operatori
pastorali dal titolo, rispettivamente, "Santi per vocazione" e
"In cammino con san Carlo". La lettera ai fedeli si apre con l'invito
alla santità e si sviluppa su quattro capitoli. Il primo, "Da Gerusalemme
a Gerico", è ispirato alla parabola del buon samaritano come metafora del
cammino nel mistero di Dio e nell'amore per il prossimo. I successivi
intersecano la parabola evangelica con la vita di san Carlo, con indicazioni
pastorali proposte dal cardinale Tettamanzi. Agli operatori pastorali, invece,
è dedicato il sussidio "In cammino con san Carlo", con introduzione
del vicario episcopale mons. Carlo Redaelli. Il testo presenta l'omelia che
sarà pronunciata dall'arcivescovo l'8 settembre cui seguono sette "Schede
degli impegni del percorso pastorale". Si tratta di indicazioni concrete
per il cammino pastorale delle parrocchie milanesi in diversi ambiti:
iniziazione cristiana, pastorale vocazionale, carità, formazione dei laici,
visita alle famiglie, ecc. Il sussidio si conclude con l'omelia pronunciata dal
cardinale Tettamanzi in occasione della festa di san Carlo del 2002, anno del
suo ingresso come arcivescovo di Milano.
Un santo tra la
gente. L'arcivescovo ha già annunciato alcune indicazioni fondamentali che
saranno contenute nelle lettere: si tratta di due aspetti caratteristici della
spiritualità del Santo. Innanzitutto, ha spiegato, "il suo amore di
dedizione alla Chiesa: fu arcivescovo per tutti, un Santo in mezzo alla
gente". San Carlo percorse tre volte in visita pastorale la diocesi, che
ai suoi tempi contava 600 mila abitanti. "È un grande esempio per la
Chiesa di Ambrogio e Carlo di oggi - ha detto il cardinale - essere missionari
non significa solo andare in terre lontane, ma accogliere le persone che ci
troviamo davanti o si rivolgono a noi, anche per motivi non religiosi".
L'accoglienza e la missionarietà sono originate dal secondo tratto della
spiritualità di san Carlo che il cardinale Tettamanzi tiene a sottolineare.
"Nella maggioranza dei quadri che lo raffigurano - ha spiegato
l'arcivescovo - san Carlo è ritratto con gli occhi rivolti al Crocifisso".
Il Santo "amava con passione il Crocifisso: da questo amore traeva il suo
amore per ogni uomo, soprattutto se povero, malato, solo ed emarginato".
La vita di san
Carlo. San Carlo, nato da nobile e ricca famiglia, condusse una vita improntata
alla povertà e alla sobrietà: alla morte, avvenuta il 3 novembre 1584 a Milano,
lasciò il suo patrimonio ai poveri. "La sobrietà - ha spiegato il
cardinale Tettamanzi - significa la giusta misura nell'uso delle cose ed ha un
rapporto stretto con la povertà che è vivere con tutto ciò che il Signore ci
dona". In occasione del III centenario dalla canonizzazione di san Carlo
Borromeo, il 26 maggio 1910, papa Pio X scrisse l'enciclica "Editae
Saepe", ispirata al Santo milanese. Per questo motivo il cardinale
Tettamanzi ha scritto a Benedetto XVI per chiedere una lettera rivolta alla
Chiesa ambrosiana in occasione del IV centenario. Allo scopo di ricordare un
modello di santità cui tutti i fedeli milanesi sono chiamati a guardare,
nell'anno pastorale che inizierà tra pochi giorni. Un Santo, ha aggiunto il
cardinale Dionigi Tettamanzi, che se fosse presente oggi, "più che parole
offrirebbe fatti, ossia una straordinaria testimonianza di vita totalmente
dedita agli altri e al loro bene: non affatto al proprio interesse". Lo
immagina, il cardinale, "in mezzo alla gente, pronto ad accogliere il grido
dei poveri e degli ultimi. Dalla chiesa passa alle strade della città, portando
in spalla e nel cuore la croce che mostra a tutti come testimonianza dell'amore
di Dio". FILIPPO MAGNI
Mlac. Lavoratori e comunità. Una presenza sul territorio fatta di relazioni
forti
Dal contenitore
navale di Noè, che previene il diluvio, alla bottega di Nazareth, luogo
d'impegno e di fede. Queste sono state le due immagini che hanno guidato le
riflessioni sul "lavoro che sfugge" in questo tempo di crisi,
dell'edizione 2010 del campo estivo nazionale del Movimento lavoratori di
Azione Cattolica (Mlac), svoltosi dal 17 al 22 agosto a Laggio di Vigo di
Cadore, sul tema "Ri-generazione in campo: lavoro al centro".
"Facendo riferimento all'Arca e alla bottega di Nazareth abbiamo voluto
cogliere sia la dimensione personale che quella storica, fatta dell'individuo
che lavora e della comunità cristiana che si rende partecipe delle difficoltà
altrui", così don Giuseppe Masiero, assistente nazionale del Mlac, ha
spiegato le ragioni di fondo del campo. "Si tratta - ha aggiunto don
Masiero - di fare un'immersione nella profondità della vita lavorativa con
tutte le sue difficoltà, sentendoci, come Movimento, profondamente partecipi
del progetto di Dio nella storia e nella vita di ciascuno".
Nei territori.
Durante i lavori del campo si è approfondita l'attuale situazione del mercato
del lavoro e delle relazioni industriali alla luce di quanto sta accadendo in
alcune zone del Paese pesantemente colpite dalla crisi. In particolare, il Mlac
è impegnato in Sicilia, a Termini Imerese, al fine di realizzare una comunione
tra gli operai della Fiat e gli agricoltori siciliani delle 750 mila imprese
che sono in crisi; in Sardegna, dove sta seguendo il caso de La Vynils, con gli
operai che hanno realizzato "l'Isola dei non famosi" all'Asinara; in
Puglia, dove si occupa di questioni ambientali dell'Ilva di Taranto; in
Calabria, dove l'Ac sta lavorando di concerto con tutte le aggregazioni laicali
"sugli stili di vita"; in Abruzzo, dove i lavoratori di Azione
Cattolica stanno aiutando concretamente le aziende agricole delle aree
terremotate che operano nel territorio del parco; nelle Marche, vicino agli
operai della Merloni e, in Toscana, a quelli della Piaggio.
Nuove relazioni
industriali. "Il lavoro è il vero centro della crisi", ha detto
Cristiano Nervegna, segretario nazionale del Mlac, affermando che "la
centralità del lavoro richiama anche il tema della rappresentanza che oggi
soffre della divisione del sindacato". Per il Mlac, l'obiettivo principale
è quello di riportare il lavoro in Italia e tutto ciò passa per una
ridefinizione delle relazioni industriali, ma anche dalla capacità del Paese di
ridisegnare una vera strategia di politica industriale che abbia una visione di
medio-lungo termine, oggi quasi completamente dimenticata. "Alla luce di
questi elementi che rievocano il magistero sociale della Chiesa - ha proseguito
Nervegna - il Movimento lavoratori torna a chiedere politiche che aiutino i giovani,
soprattutto quelli del Sud, allorquando s'impegnano in progetti imprenditoriali
reali" ed ha concluso ribadendo che "le dimensioni da riproporre
all'attenzione dell'opinione pubblica sono tre: quella della rappresentanza dei
nuovi lavori nati dalla globalizzazione, quella della produttività collegata
alla difesa della dignità del lavoro e quella della visione di una politica
industriale al passo con i tempi".
Lavoro strumento
di cittadinanza. Il sociologo Livio Barnabò ha sottolineato quanto "sia
urgente unire il Paese per fronteggiare meglio la crisi economica e le nuove
sfide strutturali che essa ci impone" ed ha evidenziato "quanto
occorra una politica pronta a mettere in campo le strutture adeguate a questa
sfida soprattutto per il mondo giovanile". Patrizia Ballardini,
amministratore delegato di Trentino Sviluppo, ha invece fatto notare come
"la preparazione, la competenza e il servizio siano gli argomenti
essenziali per far sì che i giovani mettano in campo le proprie esperienze in
modo positivo al fine di generare un volano in grado di creare nuove occasioni
di lavoro". Per il sindaco di Verona, Flavio Tosi, "il lavoro è uno
strumento di cittadinanza attiva che facilita la centralità dei
territori". Mons. Beniamino Pizziol, vescovo ausiliare di Venezia, ha
richiamato l'importanza dell'associazionismo laicale come "scuola
operosa" di formazione all'impegno politico.
Essere parte
attiva. Due sono le prospettive di azione del Mlac per il futuro, emerse dal
campo. La prima riguarda "la necessità d'intensificare la presenza negli
ambienti di vita lavorativa anche in quelle realtà più problematiche. Ciò
significa mantenere vivo il rapporto con il sindacato e gli amministratori
locali affinché tutte le situazioni critiche vengano risolte attuando i
contenuti delle Encicliche sociali in una visione di solidarietà nella
globalizzazione". La seconda si muove invece "all'interno della
propria realtà associativa, stimolando di più tutti i settori dell'Azione
Cattolica a vivere la cittadinanza e la dimensione lavorativa in chiave
educativa".
COSTANTINO COROS
Meteing di Rimini. Dal desiderio all'impegno. L'edizione 2011 sarà dedicata
alla "certezza"
Si è chiusa sabato
28 agosto la 31ª edizione del Meeting per l'amicizia fra i popoli di Rimini,
quest'anno dal titolo "Quella natura che ci spinge a desiderare cose
grandi è il cuore". 3.193 volontari provenienti da tutta Italia e da oltre
20 Paesi stranieri, 800.000 presenze di 29 nazionalità, che si sono confrontate
con oltre 130 incontri, 8 mostre, 35 spettacoli. Sullo sfondo la sfida lanciata
da Benedetto XVI nel suo saluto ai partecipanti: "Testimoniate nel nostro
tempo che le grandi cose a cui anela il cuore umano si trovano in Dio". Il
SIR ha chiesto un bilancio dell'evento a Sandro Ricci, direttore del Meeting.
Qual è il suo
bilancio di questo Meeting 2010?
"Un bilancio
di grande soddisfazione. Il tema è stato il contenuto prevalente di molti
interventi dei relatori che hanno partecipato agli incontri e alle tavole
rotonde del Meeting. Non abbiamo ascoltato cose astratte ma ognuno ha
confrontato la specificità del suo lavoro e delle sue conoscenze con il tema
del Meeting, relativo alla vicenda del cuore e al desiderio dell'uomo".
Tanti temi
toccati, diritti umani, economia, welfare, dialogo, famiglia, vita, lavoro, con
pochi voli pindarici e molta concretezza. Il Meeting è riuscito a fornire uno
sguardo positivo verso la realtà?
"Direi di sì.
Penso, ad esempio, al ministro degli Esteri, Franco Frattini. Il confronto
sulla libertà religiosa con rappresentanti di Paesi dove ci sono reali
difficoltà, dimostra un inizio di lavoro molto interessante che il titolare
della Farnesina sta facendo nel ribadire che la libertà religiosa è la garanzia
fondamentale per tutte le altre libertà poiché è connaturata al cuore dell'uomo
in quanto tale. Così come l'incontro tra il presidente dei vescovi del
Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee), il card. Péter Erd?, e il
metropolita di Minsk, Filaret, che segna un ulteriore passo, non di poco conto,
tra cattolici ed ortodossi. È stato ribadito che Cristo può cambiare il mondo e
l'uomo di oggi".
Sacconi, Tremonti,
Alfano, Carfagna, Maroni, Violante, Bersani: il mondo politico presente al
Meeting come ha affrontato le attese e le domande della gente?
"Siamo
rimasti contenti del livello del dibattito politico di quest'anno. Secondo me,
due sono gli elementi fondamentali dell'edizione del Meeting 2010: da una
parte, ministri e politici che sono venuti si sono confrontati con dati reali,
rappresentati da persone che lavorano tutti i giorni nel territorio e nel
sociale; dall'altra parte, la presenza di un'identità forte di chi anima il
Meeting che è precisa, accogliente e vogliosa di un incontro. Un ultimo
elemento, non da poco, è la positività che si respira nella fiera di Rimini che
ci stimola a non parlarci sopra ma ad affrontare concretamente i problemi che
l'attualità ci pone davanti. Una politica che non sia il ripetersi di slogan ma
il tentativo di entrare dentro ai problemi per trovare vie di uscita".
Il Meeting è anche
un'espressione ecclesiale: da questo punto di vista in che linea si pone con la
prossima Settimana Sociale dei cattolici italiani?
"Il Meeting
ha l'obiettivo di essere una grande occasione di testimonianza di come
l'esperienza cristiana sia oggi in grado di rendere interessante quella umana.
L'esperienza cristiana non è una 'cosa accanto' a quella di tutti i giorni ma
la vivifica dall'interno. Il messaggio che ci preme comunicare è che oggi c'è
la possibilità per l'uomo di attraversare la realtà con una certezza solida su
cui poggiarsi che è l'esperienza della novità che Cristo è capace di
generare".
Il Meeting, che
sarà in ottobre al Cairo, vede crescere la sua dimensione internazionale. Siamo
di fronte ad un modello da esportare?
"L'iniziativa
di ottobre si inserisce in un ciclo di eventi che hanno avuto luogo a New York,
San Paolo del Brasile, Madrid, Budapest e altre città. Inizialmente l'idea era
solo quella di presentare il Meeting. Questi incontri sono poi diventati
occasione in cui le realtà locali ci hanno chiesto di aiutarle a creare
espressioni culturali simili per i loro Paesi. Quello del Cairo sarà, quindi,
un mini-Meeting con convegni, mostre, spettacoli e convivenze tra i
partecipanti. È un allargarsi della modalità di testimonianza e di affronto dei
problemi di oggi che il Meeting rappresenta. Nel caso egiziano la cosa assume
significatività in quanto organizzato con amici di fede islamica".
Il titolo del
Meeting 2011 (21-27 agosto) sarà "E l'esistenza diventa una immensa
certezza"…
"L'abbiamo
scelto in continuità con quello di questo anno. C'è sicuramente un intervento
nella vita dell'uomo così determinante che è Cristo. Egli può rendere ciò che
all'uomo sembra impossibile, la certezza, un dato reale di esperienza. Il tentativo
che il Meeting vuole fare è partire dalla realtà e attraversarne l'apparenza
per arrivare ai punti di consistenza più forti della vita. La direzione è
sempre quella di un'estrema serietà con il reale e con quello che è il problema
dell'uomo. Il titolo ha anche una vena di provocazione, quella di parlare di
certezza ad un mondo nichilista".
DANIELE ROCCHI
Deutsche Bischofskonferenz. Neue Leitlinien zu Missbrauch: Eine Zusammenfassung
Die Deutsche Bischofskonferenz hat an
diesem Dienstag in Trier die neuen Leitlinien für den Umgang mit sexuellem
Missbrauch in der katholischen Kirche vorgestellt. DBK-Missbrauchsbeauftragter
Bischof Stephan Ackermann stellte die Regelungen in Trier der Presse vor. Die
Leitlinien treten an diesem Mittwoch, dem 1. September 2010, in Kraft.
Die Neuerungen wurden von den Bischöfen
als „Fortschreibung“ der Leitlinien von 2002 ausgewiesen. Sie zielen auf eine
abgestimmtere Vorgehensweise und klären genauer Zuständigkeiten im Falle
sexuellen Missbrauchs an Minderjährigen durch Geistliche und kirchliche
Mitarbeiter. Dabei wird auch katholischen Rechtsträgern, die nicht in
diözesaner Zuständigkeit stehen - also vor allem Ordensgemeinschaften -
empfohlen, die Leitlinien zu übernehmen.
Zuständiger für Verdachtsfälle und
Meldepflicht
Erste große Neuerung ist die Vorschrift
einer Ernennung eines oder mehrerer Zuständiger für Verdachtsfälle von
sexuellem Missbrauch, die nicht der Bistumsleitung angehören. Diese Zuständigen
nehmen Hinweise auf Missbrauchsfälle entgegen und machen eine erste Bewertung.
Weiterhin informieren sie den zuständigen Diözesanbischof bzw. bei
Ordensangehörigen den Ordensoberen. Zusätzlich dazu soll vom jeweiligen
Diözesanbischof, dessen Verantwortung insgesamt unberührt bliebt, ein ständiger
Beraterstab eingerichtet werden. Diesem Stab sollen Fachleute aus dem Bereich
der Pychiatrie, Pychotherapie und Juristen angehören. Anders als im Fall des
Missbrauchszuständigen können dieser Gruppe auch Kirchenvertreter angehören.
Eine zweite große Neuerung betrifft die
aktive Prävention: Mitarbeiter im kirchlichen Dienst sind verpflichtet, dem
Beauftragten Hinweise auf mögliche Missbrauchsfälle unverzüglich zu melden.
Meldung bei Staatsanwaltschaft und dem
Heiligen Stuhl
Erhärtet sich nach Gesprächen mit dem
mutmaßlichen Opfer und Täter der Missbrauchsverdacht, werden die Informationen
an die staatliche Strafverfolgungsbehörde bzw. andere zuständige Behörden
weitergegeben. Rechtliche Verpflichtungen anderer kirchlicher Organe bleiben
unberührt. Die Meldepflicht bei der Staatsanwaltschaft entfällt nur, wenn dies
das Opfer ausdrücklich wünscht.
Parallel dazu wird ein
kirchenrechtliches Verfahren eingeleitet; bei bestätigtem Missbrauchsverdacht
informiert der Diözesanbischof den Apostolischen Stuhl, der über das weitere Vorgehen
entscheidet. Der Diözesanbischof kann den mutmaßlichen Täter bis dahin vom
Dienst frei stellen und leitet andere Maßnahmen ein, um weitere
Missbrauchsfälle zu verhindern.
Opferhilfen und Konsequenzen für den
Täter
In dem Papier ist von seelsorglichen
und therapeutischen Opferhilfen, allerdings nicht von finanziellen
Entschädigungen die Rede, diese sollen laut Bischof Ackermann weiterhin
Gegenstand des Runden Tisches sein. Angebot und Vermittlung der Hilfen erfolgen
in enger Mitarbeit mit dem zuständigen Jugendamt oder anderen Fachstellen.
Erwiesene Missbrauchstäter sollen nicht mehr in der Arbeit mit Kindern und
Jugendlichen in der kirchlichen Arbeit eingesetzt werden. Das gilt auch, so
eine weitere Neuerung, für alle ehrenamtlich tätigen Personen im Bereich der
Kirche.
Es wird in dieser Neufassung also
zuerst der Anwendungsbereich der Leitlinien ausgeweitet: Alle Mitarbeiter im
kirchlichen Dienst, nicht nur Priester, sind von ihnen erfasst. Die
Zusammenarbeit mit den staatlichen Behörden wurde präzisiert, ebenfalls die
strukturelle Zuordnung der Ansprechpersonen in den Bistümern.
(rv 31)
Der verschärfte Kampf der Kirche gegen Missbrauch
Die Kirche hat schärfere Richtlinien
für den Umgang mit sexuellem Missbrauch erlassen. Nur eine Frage blieb
unbeantwortet.
Schutz der Opfer und bessere
Informationspolitik: Das sind zwei der Dinge, die in den neuen Leitlinien
stehen - Von Gernot Facius
Von Mittwoch an gelten in der
katholischen Kirche in Deutschland neue, schärfere Leitlinien für den Umgang
mit sexuellem Missbrauch Minderjähriger durch Kleriker, Ordensangehörige und
andere Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter. Die Bischofskonferenz reagiert mit
diesem nach zähen Debatten in ihren Gremien zustande gekommenen Regelwerk auf
die Welle der Missbrauchsskandale, durch die die Kirche in eine tiefe
Vertrauenskrise gestürzt wurde.
Anders als in den 2002 beschlossenen
Leitlinien wird eine Pflicht zur Unterstützung der Staatsanwaltschaften und
anderer zuständiger Behörden wie Jugendämter und Schulaufsichtsorgane
postuliert, „sobald tatsächliche Anhaltspunkte für den Verdacht eines sexuellen
Missbrauchs“ vorliegen. Diese Pflicht entfalle nur „ausnahmsweise, wenn dies
dem ausdrücklichen Wunsch des mutmaßlichen Opfers beziehungsweise dessen Eltern
oder Erziehungsberechtigten entspricht und der Verzicht auf eine Mitteilung
rechtlich zulässig ist“, stellte der Trierer Bischof Stephan Ackermann, der die
Leitlinien präsentierte, klar.
Zusammenarbeit mit staatlichen
Instanzen
Dem Schutz des mutmaßlichen Opfers und
dem Schutz vor öffentlicher Preisgabe von Informationen, die vertraulich
gegeben werden, wird „besondere Bedeutung beigemessen“. In jedem Fall, so heißt
es in dem Papier weiter, seien die Staatsanwaltschaften einzuschalten, wenn
weitere mutmaßliche Opfer ein Interesse an der strafrechtlichen Verfolgung der
Täter haben könnten. Die Gründe für den Verzicht auf eine Mitteilung bedürften
einer genauen Dokumentation, die von dem Opfer oder den Erziehungsberechtigten
zu unterzeichnen sei, sagte Ackermann, der seit Februar als Beauftragter des
Episkopats fungiert.
Damit sollen alle Zweifel an der
kirchlichen Bereitschaft zur ernsthaften Zusammenarbeit mit den staatlichen
Instanzen zerstreut werden. Eine generelle Anzeigepflicht, im Frühjahr von der
Bayerischen Bischofskonferenz befürwortet, war freilich nicht konsensfähig.
Denn, so wurde argumentiert, auch das staatliche Recht kenne einen solchen
„Automatismus“ nicht. Die jetzt gefundenen Formulierungen sind ein Kompromiss
zwischen den bayerischen Vorschlägen und der Position der Episkopats-Mehrheit.
Von nun an soll so verfahren werden:
Wenn ein Opfer über einen Verdacht des sexuellen Missbrauchs informieren
möchte, vereinbart der vom Diözesanbischof als „Ansprechperson“ eingesetzte
Beauftragte, dem ein Beraterstab mit psychiatrisch-psychotherapeutischem und
juristischem Sachverstand zur Seite steht, ein Gespräch. Das Opfer kann eine
Person seines Vertrauens hinzuziehen. Zu Beginn des Gesprächs wird auf die
Möglichkeit hingewiesen, dass der Verdacht der Strafverfolgungsbehörde
mitgeteilt wird. Über das Gespräch wird der Bischof informiert.
Sofern dadurch die Aufklärung des
Sachverhalts und die Ermittlungen der Strafverfolgungsbehörden nicht behindert
werden, konfrontiert ein Vertreter des Dienstgebers die beschuldigte Person,
die ebenfalls einen Mann oder eine Frau seines Vertrauens hinzuziehen kann, mit
den Vorwürfen. Auf die Möglichkeit der Aussageverweigerung wird hingewiesen,
zur Selbstanzeige bei der Staatsanwaltschaft wird „dringend geraten“.
Anschließend soll ein Protokoll von allen Anwesenden unterzeichnet werden. Dann
wird der Diözesanbischof informiert. Bevor es zu dem Gespräch mit einem
Beschuldigten kommt, muss der Schutz des mutmaßlichen Opfers „in jedem Fall
sichergestellt sein“.
In den neuen Leitlinien ist auch die
Rolle der Beauftragten präziser gefasst als in dem Papier aus dem Jahr 2002.
Die beauftragte Person soll nicht aus der Bistumsleitung kommen. „Werden
mehrere Personen beauftragt, soll mindestens eine von ihnen nicht zur Leitung
des Bistums gehören.“
Bessere Informationspolitik
Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter im
kirchlichen Dienst sind verpflichtet, Hinweise auf sexuellen Missbrauch, die
ihnen zur Kenntnis gelangen, der beauftragten Person mitzuteilen. Klargestellt
wird ferner, wer in Fällen von Ordensangehörigen, die in bischöflichem Auftrag
tätig sind, zuständig ist. Es ist der Diözesanbischof, „unbeschadet der
Verantwortung der Ordensoberen“.
In anderen Fällen liegt die
Zuständigkeit bei den jeweiligen Ordensoberen. Ihnen wird „dringend
nahegelegt“, den örtlich betroffenen Diözesanbischof über Fälle sexuellen
Missbrauchs oder Verdachtsfälle in ihrem Verantwortungsbereich sowie über alle
eingeleiteten Schritte zu informieren. Hier hat es in der Vergangenheit Komplikationen
gegeben. „Ich wünsche mir, dass die Orden unsere Regeln übernehmen“, sagte
Ackermann.
Und noch in einem weiteren Punkt
bemühen sich die Bischöfe um Klarheit. Sie weisen daraufhin, dass unabhängig
von den staatlichen straf- und zivilrechtlichen Verfahren nach dem Kirchenrecht
bei Klerikern eine „kirchenrechtliche Voruntersuchung“ stattfinden muss, die
sich - „soweit gegeben“ - der Ergebnisse der staatlichen
Strafverfolgungsbehörden zu bedienen hat. Bestätigt diese Voruntersuchung den
Verdacht sexuellen Missbrauchs, informiert der Diözesanbischof den
Apostolischen Stuhl.
Er entscheidet dann, wie weiter
vorzugehen ist. Für sich entschieden hat die Deutsche Bischofskonferenz, dass
Personen, die sich des Missbrauchs Minderjähriger schuldig gemacht haben, auch
in der ehrenamtlichen Arbeit mit Kindern und Jugendlichen nicht eingesetzt
werden. Die Leitlinien gelten auch für die Ehrenamtlichen. Unbeantwortet bleibt
vorerst, ob es über die den Opfern angebotenen seelsorglichen und
therapeutischen Hilfen hinaus eine finanzielle Entschädigung geben wird. Das
österreichische Modell eines Fonds mit abgestuften Zahlungen zwischen 5.000 und
25.000 Euro erscheint den deutschen Bischöfen nicht als nachahmenswert. DW 31
Missbrauch in der Kirche. Neue Leitlinien: Lob und Skepsis
Die Freisinger Bischofskonferenz
begrüßt die neuen Leitlinien der Deutschen zum Umgang mit sexuellem Missbrauch
in der Kirche. Das Dokument orientiere sich am Vorgehen der bayerischen
Bischöfe. Darauf verwies Bernhard Kellner, Sprecher des Konferenzvorsitzenden,
Erzbischof Reinhard Marx, am Dienstag gegenüber der KNA. Auf Zustimmung im
bayerischen Episkopat stoße auch die „Feinjustierung beim Opferschutz“. – Die
bayerischen Bischöfe hatten sich bei ihrer Versammlung im März im fränkischen
Vierzehnheiligen auf eine engere Zusammenarbeit mit der Staatsanwaltschaft
verständigt. Der Deutschen Bischofskonferenz empfahlen sie damals einstimmig,
eine Meldepflicht „bei Verdacht von sexuellem Missbrauch und körperlichen
Misshandlungen an die Staatsanwaltschaft festzuschreiben“. Die Linie wurde
seither in den sieben bayerischen Bistümern praktiziert.
Die neuen Richtlinien machten deutlich,
dass „die Opfer an erster Stelle stehen und es keinen falsch verstandenen
Schutz der Institution Kirche gibt.“ Das sagte der Präsident des
Zentralkomitees der deutschen Katholiken am Dienstag in Bonn. Alois Glück
sprach von einem „klaren Signal gegen Vertuschung und Verschleierung“. Für
Opfer und Öffentlichkeit gebe es jetzt ein transparentes Verfahren im Umgang
mit Missbrauch, führte so Glück. Damit könne verlorenes Vertrauen zurück
gewonnen werden. Gerade die Regelungen zu den Beauftragten und fachkundigen
Beratern sowie zum Umgang mit den staatlichen Strafverfolgungsbehörden schaffen
einen Raum, der „den Opfern den Weg zu kirchlichen Stellen neu öffnet“, betonte
der ZdK-Präsident. Auch die Regelungen zur Hilfe für die Opfer setzten ein
klares Signal dafür, dass sich die Kirche ihrer Verantwortung stellen wolle.
Nach Glücks Worten zeigen die Richtlinien „in aller Klarheit“, dass es für
Täter keinen Platz in der kirchlichen Arbeit mit Kindern und Jugendlichen gebe.
Auch der Bund der Deutschen
Katholischen Jugend (BDKJ) lobt die Verschärfung der Leitlinien. „Die
Veränderungen bieten einen besseren Schutz für junge Menschen und stellen die
Perspektive der Opfer in den Vordergrund“, so BDKJ-Bundesvorsitzender Dirk
Tänzler in einer Pressemitteilung. Vor allem die Regelung der Anzeigenpflicht
betrachten die katholischen Jugendverbände als gelungen, weil sie die
Interessen der Opfer angemessen berücksichtige. Dennoch dürfe man jetzt aber
nicht zur Tagesordnung übergehen, so Tänzler weiter. Die Bischöfe müssten alles
für ein konsequentes Anwenden der Richtlinien tun, eine lückenlose Aufklärung
sicherstellen und sich einem „offenen und angstfreien Dialog über die Zukunft
der Kirche“ stellen, so der BDKJ-Vorsitzende.
Die Deutsche Kinderhilfe erklärte, die
Leitlinien seien eine deutliche Verbesserung. Sie sollten auch Signalwirkung
für andere Gruppen wie etwa Sportvereine haben.
Bundesjustizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) verteilte Lob, sieht aber weiterhin
Unklarheiten. Einerseits habe die Kirche das klare Bemühen gezeigt, „aus den
Schwächen der alten Richtlinien die richtigen Lehren“ zu ziehen. Nicht ganz
deutlich werde aber andererseits, wie innerhalb der Kirche künftig mit den
Fällen umgegangen werden solle, in denen das Opfer der Einschaltung der
Staatsanwaltschaft ausdrücklich widerspreche. Außerdem bleibe unklar, ob
innerkirchliche Voruntersuchungen künftig ausgesetzt werden sollten, um
staatsanwaltschaftliche Ermittlungen nicht zu behindern, so die Ministerin in
Berlin.
Die Kirchenvolksbewegung „Wir sind
Kirche“ sprach von Fortschritten, die aber noch nicht ausreichten. Ihr Sprecher
Christian Weisner lobte die präzisere Anzeigenpflicht, kritisierte aber, dass
die Ansprechpartner für Missbrauchsopfer nach wie vor aus dem inneren Bereich
der Kirche kommen könnten. Sie seien damit im Zweifelsfall nicht unabhängig
genug; Interessenkonflikte seien nicht ausgeschlossen. Weisner kritisierte
auch, dass es keine konkreten Zusagen zur Entschädigung gebe. Die katholische
Kirche in Österreich habe sich da deutlicher festgelegt.
Als „längst überfällig“ bezeichnete die
Opfergruppe „Eckiger Tisch“ die neuen Leitlinien. Zugleich kritisierte deren
Sprecher Matthias Katsch, dass es keine konkrete Aussage der Bischöfe darüber
gebe, wie mit der Vergangenheit umgegangen werden solle. Mehrere Hundert Opfer
von Missbrauch in kirchlichen Einrichtungen sowie deren Angehörige warteten
weiterhin auf ein Angebot, damit ihnen Genugtuung verschafft werde. (pm/kna 30)
Benedikt XVI.: „Kein Friede ohne Umweltschutz!“
Ohne Respekt gegenüber der Umwelt kann
es keinen Frieden geben. Das sagte Papst Benedikt XVI. an diesem Sonntagmittag
nach dem Angelusgebet in Castelgandolfo. Er bezog sich dabei auf den „Tag für
die Bewahrung der Schöpfung“, der in Italien am 1. September begangen wird.
Wörtlich sagte er:
„Dieser Gedenktag ist auch für die
Ökumene wichtig. In diesem Jahr wird uns daran erinnert, dass es keinen Frieden
geben kann ohne den Respekt gegenüber der Natur. Wir haben nämlich die Pflicht,
den künftigen Generationen eine unversehrte Erde zu überlassen, damit auch sie
würdig darauf leben und sie bewahren können. Der Herr möge uns in dieser
Aufgabe beistehen.“
Der Tag der Bewahrung der Schöpfung
entstand im orthodoxen Kontext auf Einladung des Patriarchen von Konstantinopel
hin, mit dem Ziel, die christlichen Gemeinschaften und die Gesellschaft für die
Bewahrung der Schöpfung zu sensibilisieren. Die Schöpfung sei ein Geschenk
Gottes, das uns zur Verantwortung ihr gegenüber herausfordert, schreibt die
Italienische Bischofskonferenz in einer Mitteilung. Sie führte 2006 diesen Tag
offiziell ein. Dieser Tag solle eine Gelegenheit der Besinnung für die Christen
werden, so die Bischöfe der Halbinsel. So gehen von diesem Tag verschiedene
Initiativen aus, die vom 1. September bis zum 4. Oktober, Fest des Heiligen
Franziskus von Assisi begangen werden.
„Ich hoffe auf Rettung für chilenische
Bergleute“
Benedikt XVI. hat seine Verbundenheit
mit den 33 in Chile verschütteten Bergleuten von San Jose bekundet und zum
Gebet für ihre Rettung aufgerufen. Bei seinem Mittagsgebet am Sonntag vor 3.000
Gläubigen in Castelgandolfo sagte er:
„Mögen sie weiter ihre Hoffnung auf
einen glücklichen Verlauf der Arbeiten haben, die zu ihrer Rettung führen. Ich
empfehle die Minenarbeiter, die seit Anfang August in 700 Meter Tiefe
eingeschlossen sind, sowie ihre Familienangehörigen der Fürsprache des Heiligen
Laurentius, und versichere ihnen meiner geistigen Verbundenheit und meines
inständigen Gebets.“
Gemäß Medienberichten könnte es noch
sehr lange dauern, bis die Eingeschlossenen aus ihrer Lage befreit werden können.
Zurzeit wird an einem neuen Bohrloch gearbeitet, durch welches sie gerettet
werden sollen. (kipa/rv 29)
Dank für Glaubenstreue in schwerer Zeit
Bischof Algermissen feierte
Pontifikalamt zur Eröffnung des Kongresses „Freude am Glauben“
Fulda. „Die Gemeinschaft mit dem
Nachfolger des hl. Petrus ist die eigentliche Stärke, garantiert die Einheit,
bewahrt vor verderblichem Subjektivismus, profilloser Gleichgültigkeit und der
Gefahr einer ‚Zeitgeist-Kirche’.“ Dies betonte der Fuldaer Bischof Heinz Josef
Algermissen am Freitag bei der Eröffnung des zehnten Kongresses „Freude am
Glauben“, der mit einem Pontifikalamt im vollbesetzten Hohen Dom zu Fulda
begann. Unter Bezugnahme auf die enge Rombindung des hl. Bonifatius im 8.
Jahrhundert und die Ermutigung der deutschen Katholiken durch den Besuch Papst
Johannes Pauls II. in Fulda 1980 stellte der Oberhirte heraus, dass es wichtig
sei, über den eigenen Kirchturm hinauszuschauen und sich nicht auf die
„hausgemachten Probleme“ zu fixieren, wie dies in Deutschland immer wieder
geschehe. Den Teilnehmern des diesjährigen Kongresses „Freude am Glauben“
dankte er für ihre Treue. Noch nie in den letzten Jahrzehnten seien überzeugte
und fundierte katholische Christen so wichtig gewesen wie in den letzten
Monaten. „Nur wirklich tief Überzeugte können andere überzeugen, können
verlorenes Terrain und Vertrauen zurückgewinnen.“
Als das Programm für den diesjährigen
Kongress „Freude am Glauben“ vorbereitet worden sei, habe niemand ahnen können,
wie aktuell das Motto „Die Kirche – Dienerin der Wahrheit und Zeichen des
Widerspruchs“ durch die Entwicklung der letzten sechs Monaten werden würde.
„Die Kirche, geschwächt durch sexuelle Missbrauchsfälle und nicht selten von
den Medien vorgeführt und diskreditiert, ist in Gefahr, sich in eine Nische
zurückdrängen zu lassen, wie es ja manche Politiker seit längerem fordern, weil
sie ihre warnende und mahnende Stimme als lästig erfahren“, hob der Bischof
hervor. Die Kirche sei vom Schriftsteller Martin Mosebach selbst als ein „Missbrauchsopfer“
bezeichnet worden, weil einzelne Priester ihr Gelübde gebrochen und die Kirche
verraten hätten. Dieser Verrat sei sehr bedrückend und führe bei vielen
Priestern, die ihren Dienst authentisch und überzeugend tun, ebenso wie in den
Gemeinden zu „lähmender Resignation“. Verstärkt werde dies noch durch einen
„rapide wachsenden Verlust an Glauben und Transzendenz sowie durch die Not der
Glaubensweitergabe an die jüngere Generation“, zeigte sich Algermissen
überzeugt.
Die hl. Monika, die Mutter des hl.
Augustinus, sei Zeugin dafür, dass solche Not auch Menschen in der frühen
Kirche bewegte. Denn sie hatte es mit ihrer Glaubensüberzeugung nicht leicht,
da ihr Mann ungetauft war und ihr Sohn sie zunächst wegen ihrer Frömmigkeit
verspottete und ein ausschweifendes Leben führte. Erst spät fand er die Kraft
zu einer grundsätzlichen Entscheidung und nach langem innerem Kampf seinen
Frieden. Diese Heilige stehe für die tröstliche Lebenserfahrung: „Wenn du mit
deinen Kindern nicht mehr über Gott sprechen kannst, kannst du immer noch mit
Gott über deine Kinder sprechen“.
Angesichts einer verschärften
Diasporasituation im eigenen Land rief der Fuldaer Bischof die Ermutigung in
Erinnerung, die Papst Johannes Paul II. seines ersten Besuchs am 18. November
1980 bei der Eucharistiefeier auf dem Domplatz in Fulda geschenkt habe: „Viele
sagen, die Geschichte der Kirche in Eurem Land neige sich jetzt ihrem Ende zu.
Ich sage Euch: Diese Geschichte des Christentums in Eurem Land soll jetzt neu
beginnen, und zwar durch Euch! Ihr seid mitverantwortlich für die Zukunft
unserer Kirche! Seid selber ganz und gar Kirche. Stellt die Wesensmerkmale der
Kirche, der einen, heiligen, katholischen und apostolischen Kirche dar!“ Die
Gläubigen müssten „ein Herz und eine Seele“ sein, hatte der unvergessene Papst
damals gefordert. Bischof Algermissen gab seinem Wunsch Ausdruck, dass „die
legitime Vielfalt an Strömungen nicht zum Indifferentismus und zur Beliebigkeit
verkommt“ und damit die Einheit der Kirche gefährde.
„Heiligt Euer eigenes Leben und haltet
in Eurer Mitte den gegenwärtig, der allein heilig ist“, hatte der Papst 1980 in
Fulda gefordert. Geheiligt seien die Christen laut Paulus grundsätzlich durch
die Taufe, die alle zu einem heiligen Volk mache und eine gemeinsame Würde und grundlegende
Gleichheit schenke. Die Kirche lebe, so Bischof Algermissen weiter, von einer
„permanenten Spannung zwischen ihrer geistlichen und göttlichen Dimension sowie
ihrer irdischen, menschlichen Verfasstheit“. Insofern sei sie grundsätzlich
heilig und doch auch sündig zugleich. „Auch jetzt, wo manch schwere Schuld
zutage getreten ist, gibt es unglaublich viel gelebte Heiligkeit in der Kirche.
Ich bin mir sicher: Die Heiligen haben im Geiste Jesu Christi die Kirche immer
wieder gerettet und werden es auch zukünftig tun.“
Die Treue zur Kirche lasse sich immer
wieder bei der Feier der Hl. Eucharistie stärken, um deren Bedeutung die ersten
Christen gewusst hätten, denn „sie gingen sogar in den Tod, um ihre Treue zum
sonntäglichen Herrengedächtnis nicht zu brechen“. Aus der Feier der Eucharistie
bekamen sie die Kraft, in ihren Familien als „Hauskirche“ zusammenzuleben. Das
sei laut Algermissen auch unter den Bedingungen der heutigen Zeit ein
„missionarisches Konzept“. In Zukunft werde die Heiligkeit der Kirche nicht
mehr flächendeckend, sondern nur noch im Einzelnen zum Vorschein kommen. Jeder
müsse als „Apostel“ fest verwurzelt sein im apostolischen Ursprung der Kirche,
eingebunden in die Gemeinschaft mit Papst und Bischöfen, gleichzeitig aber jene
Dynamik entwickeln, die die Kirche und jede ihrer Gemeinden jung erhalte.
Am Anfang des Gottesdienstes hatte der
Bischof die Gäste der Tagung willkommen geheißen und hervorgehoben, daß diese
nach dem vergangenen Jahr wie „das Brot auf dem Tisch“ gebraucht werde. „Am
Ende dieses Kongresses am Sonntag werden wir alle gestärkt wieder nach Hause
gehen“, so Bischof Algermissen. (bpf)
Kard. Rylko: „Religiöser Fundamentalismus verbreitet sich rasch“
Christenverfolgung und religiöse
Diskriminierung ist ein Schwerpunkt des katholischen Laienkongresses, der an
diesem Mittwoch im südkoreanischen Seoul startet. Eine Woche lang diskutieren
dort Mitglieder der asiatischen Bischofskonferenzen mit christlichen Laien aus
rund 20 Ländern über Mission im heutigen Asien. Im Interview mit Radio Vatikan
spricht Kardinal Stanislaw Rylko, Präsident des Päpstlichen Laienrates, von den
größten Problemen, die Christen in Asien haben. Rylko eröffnet den Kongress am
Mittwoch mit einer Messe.
„Religiöser Fundamentalismus verbreitet
sich zunehmend, was in vielen asiatischen Ländern zu drastischen
Einschränkungen der Religionsfreiheit führt, zu Diskriminierung und religiöser
Verfolgung. Die Bischöfe einiger asiatischer Länder berichten von dem traurigen
Phänomen des „Ausblutens“ der Christen, denn nicht wenige von ihnen fliehen aus
ihren Heimatländern. Deshalb brauchen die Christen unsere Solidarität und
unsere besondere spirituelle Unterstützung.“
Nur ein Paar hundert Kilometer weiter
nördlich, in Nordkorea, sind diese Probleme bittere Realität. Nordkorea gilt
als Land mit der schlimmsten Christenverfolgung weltweit. Bei der Behauptung
des Christentums in Asien kommen aber auch noch andere Probleme zum Vorschein,
weiß Kardinal Rylko:
„Die andere große Herausforderung für
die Mission ist die Begegnung mit den großen traditionellen asiatischen
Religionen. Da besteht die Gefahr, dass sich eine relativistische Mentalität
und Synkretismus ausbreiten, die den wahren Sinn der Mission deformieren: Man
tendiert dazu, echte Mission mit einem vagen Dialog gleichzusetzen, der alle
Positionen austauschbar macht. Man neigt dazu, die Evangelisierung einfach als
Werbung für den Menschen abzutun. Und schließlich bleibt nicht zu vergessen,
dass die Globalisierung auch nach Asien postmoderne Ideen trägt.“
Der Kongress mit dem Titel „Christus
heute in Asien verkündigen“ dauert noch bis kommenden Sonntag und wurde
zusammen mit der Laienkommission der koreanischen Bischofskonferenz und dem
lokalen Laienrat organisiert. Rv 31
Islamunterricht. Ein Mann in heikler Mission
Und wieder läuft die Debatte: Der Islam
und die westliche Gesellschaft, passt das zusammen? Einer, der Antworten finden
muss, ist Mouhanad Khorchide. Er soll Lehrer für den Islamunterricht
hierzulande ausbilden. Die Politik hat hohe Ansprüche an ihn. Von Uta Rasche
Mouhanad Khorchides Büro liegt
versteckt: Kein Schild verrät das Centrum für religiöse Studien der
Westfälischen Wilhelms-Universität Münster. Die Tür zu dem Stockwerk, wo der
Professor für islamische Religionspädagogik sitzt, lässt sich gar nur mit einer
Chipkarte öffnen, Eingang und Flur werden von Kameras überwacht. Die Polizei
bestand auf dieser Ausstattung: Ein Kollege Khorchides, der
Islamwissenschaftler Sven Kalisch, hatte Morddrohungen von Islamisten erhalten;
er hatte die historische Existenz des Propheten Mohammed angezweifelt und sich
danach ganz vom Islam losgesagt.
Bald soll die Sicherheitstechnik
abgebaut werden; Kalisch hat das Centrum mittlerweile verlassen. Khorchide, ein
freundlicher, gut aussehender Mann von 38 Jahren, steht nicht im Verdacht, zum
Apostaten zu werden. Doch auch seine Position ist ein heißer Stuhl, mittendrin
in einer bisweilen erregten Debatte über Einwanderer und Moscheen, misslungene
Integration und verpasste Bildungschancen, gesellschaftliche Kosten und
gesellschaftliche Ängste.
Khorchide soll Lehrer ausbilden, die an
deutschen Schulen muslimische Schüler ihre Religion lehren. Deshalb muss er
sich mit den muslimischen Verbänden gut stellen; ihre Zustimmung ist nötig,
damit er seinen Job überhaupt machen kann. Zugleich darf er es sich nicht mit
der Politik verderben, denn die hat hohe Ansprüche an ihn. Gerade der
islamische Religionsunterricht ist mit Erwartungen überfrachtet: Er soll zum
einen dazu führen, dass sich muslimische Schüler in Deutschland besser
integrieren. Es ist ja nicht nur Bundesbank-Vorstand Thilo Sarrazin, der den
Mangel an Integration bei vielen Einwanderern anprangert. Zum anderen soll der
islamische Religionsunterricht, so die Hoffnung der Politik, die Schüler immun
gegen extremistisches Gedankengut machen, den Einfluss von Hasspredigern
mindern und die Bevölkerung so vor Anschlägen durch „home grown terrorists“
schützen. Wenn das nicht eine Aufgabe ist!
Jahrelang wurden die Muslime
hingehalten
Die Debatte über die Einführung des
Islamunterrichts gewann, wenig überraschend, wirklich erst nach dem 11.
September 2001 an Fahrt. Schließlich waren die Attentäter in Deutschland
radikalisiert worden. Vorher war die Diskussion eher dazu genutzt worden, den
Wunsch der Muslime nach eigenem Religionsunterricht abzuwimmeln. Jahrelang
wurden sie hingehalten mit dem Argument, der Islam habe keine kirchenähnliche
Struktur und dem Staat fehle deshalb ein Ansprechpartner für die
Lehrplangestaltung. Ein Jahrzehnt lang kam kein Bundesland über Modellversuche
hinaus.
Dabei sind Kinder und Jugendliche
ideale Adressaten für antifundamentalistische Erziehung. Sie sind in der Schule
leicht zu erreichen, und sie machen einen großen Anteil der muslimischen
Bevölkerung in Deutschland aus: Fast jeder vierte der knapp vier Millionen
Muslime ist minderjährig. Bisher haben nur drei Prozent von ihnen islamische
Religionskunde. Um den Unterricht flächendeckend einzuführen, wären allerdings
mehrere tausend Lehrer nötig.
Um diese Lehrer auszubilden, sind in
den letzten Jahren an mehreren Universitäten Studiengänge für islamische
Religionspädagogik entstanden, die größten in Frankfurt, Osnabrück, Münster und
Erlangen. Weil Wolfgang Schäuble, damals Bundesinnenminister, im Rahmen der ersten
Islamkonferenz die Errichtung von Islamischen Fakultäten zum Ziel erklärte,
gibt es dafür neuerdings auch Bundesmittel; bisher zahlten nur die Länder. Nun
ist unter den Universitäten ein regelrechter Wettstreit entbrannt, wer den
besseren, schöneren, größeren Studiengang einrichten kann - und vom Füllhorn
der Bundes profitiert. Im Herbst soll Bundesbildungsministerin Annette Schavan
darüber entscheiden, welche Universitäten den Zuschlag erhalten. Also versuchen
alle Beteiligten, sich in einem möglichst guten Licht zu präsentieren: Kein
Wissenschaftler will etwas Falsches sagen, Einladungen zu Kongressen über
muslimisches Leben in Deutschland häufen sich.
Nicht per se eine gute Sache
Islamischer Religionsunterricht ist
jedoch nicht per se eine gute Sache. In seiner Promotion über muslimische
Religionslehrer in Österreich hatte Khorchide herausgefunden, dass mehr als die
Hälfte von ihnen für ihre Aufgabe nicht hinreichend qualifiziert ist und ein
Fünftel die Demokratie als Staatsform ablehnt. Diese Studie wäre ihm im
Berufungsverfahren beinahe zum Verhängnis geworden. Denn sie schürte bei den
muslimischen Verbänden, die ihr Plazet geben mussten, den Verdacht, er sei ein
Islamkritiker.
Erschwerend kamen delikate familiäre
Verbindungen bei denen hinzu, die über ihn zu entscheiden hatten: Ausgebildet
werden die österreichischen Islamlehrer nämlich von der Islamischen
Religionspädagogischen Akademie in Wien, die Khorchide in seiner Arbeit scharf
kritisierte. Die Leiterin der Wiener Akademie jedoch, Amina Shakir, ist die
Schwester von Ibrahim el Zayat, dem Kopf des politischen Islams in Deutschland.
Die Familie des Deutsch-Ägypters ist in der internationalen muslimischen Szene
hervorragend vernetzt, er ist Funktionär in verschiedenen Organisationen der
Muslimbrüder. El Zayat lebt bei Köln und verdient sein Geld damit, dass er
Moscheegemeinden, insbesondere der Islamischen Gemeinschaft Milli Görüs (IGMG),
beim Erwerb von Immobilien für Moscheen berät. (Zurzeit ermittelt die
Staatsanwaltschaft München gegen ihn und weitere Mitglieder der IGMG-Führung
wegen des Verdachts der Veruntreuung öffentlicher Gelder und der
Steuerhinterziehung.)
Als Khorchide überlegte, wie er die
muslimischen Verbände von sich überzeugen könne, gab ihm jemand den Rat, zuerst
mit el Zayat zu sprechen. Doch das wollte er nicht. Dass er es trotzdem
geschafft hat, das Misstrauen gegen sich zu zerstreuen, spricht für sein
diplomatisches Geschick. Auch seine Thesen über den Islam in der westlichen
Welt und seine Spiritualität müssen die Repräsentanten der organisierten
Muslime überzeugt haben. Die Politik wiederum sah es gern, dass Khorchide
Araber ist, denn die bisherigen Professoren für islamische Religionspädagogik
sind Türken.
Ein Islam mit menschlichem Antlitz
Khorchides Projekt, das er nun von seinem
kleinen Dachzimmer gegenüber dem katholischen Priesterseminar aus verwirklichen
will, ist formidabel: für einen Islam mit menschlichem Antlitz zu werben, der
mit der Demokratie vereinbar ist. „Viele“, so sagt er, „verstehen den Islam
immer noch als eine Gesetzesreligion, in der es vor allem darum geht, zwischen
Erlaubtem und Verbotenem zu unterscheiden. Sie sehen in Allah einen zornigen
Richter. Doch das Wichtigste an unserer Religion ist, dass Gott die Menschen
liebt.“ Er zitiert einen Ausspruch Mohammeds, der denjenigen seiner Gefährten
zum Frömmsten erklärt habe, der besser mit seiner Frau umgehe.
Dabei sieht Khorchide westliche Werte
wie die Würde des Menschen, die Gleichheit von Mann und Frau, Freiheit (auch
Religionsfreiheit) und soziale Verantwortung nicht im Widerspruch zu den
Maximen des Korans, im Gegenteil. Schnell sucht er Verse heraus, die dies
belegen. Dass die meisten islamischen Länder Diktaturen sind und weder
Menschenwürde noch Grundfreiheiten garantieren, sei nicht im Koran angelegt:
Das geht auch anders. Während mancher fundamentalistische Muslim meint,
staatliche Gesetze müssten den Regeln der Scharia angepasst werden, ist er der
Überzeugung, man müsse den Anspruch der Religion begrenzen: Wird der Islam nur
als ethische und spirituelle Quelle verstanden, gibt es keinen Konflikt. Wenn
es gelänge, diese Auffassung unter den Muslimen in Deutschland mehrheitsfähig
zu machen, brauchte der Verfassungsschutz keine muslimischen Fundamentalisten
mehr zu observieren.
Was aber, wenn Muslime in einem Land
leben, in dem die Vorstellungen von Sitte und Moral weitaus freizügiger sind
als ihre eigenen? Dürfen muslimische Mädchen im Bikini mit Klassenkameraden ins
Schwimmbad? Darf eine Schülerin mit einem jungen Mann ausgehen, ohne dass ihr
Bruder dabei ist? Für Khorchide sind das pädagogische Fragen, keine
theologischen. Sollen doch die Eltern mit ihren Kindern Regeln aushandeln -
aber bitte, ohne sich auf den Koran zu berufen, in dem es zu diesen Fragen
ohnehin keine Antworten gibt.
Unterschiedliche Spielarten des Islams
kennengelernt
Khorchides eigenes Interesse an Fragen
der Religion erwachte, weil er als Kind unterschiedliche Spielarten des Islams
in verschiedenen Ländern kennenlernte. Seine palästinensischen Großeltern
flohen kurz nach der Gründung des Staates Israel in den Libanon; seine Eltern
wanderten weiter nach Saudi-Arabien. Bei den Großeltern in Beirut lernte er
einen liberaleren Islam kennen als den Wahhabismus Saudi-Arabiens. Die
islamische Revolution in Teheran führte dazu, dass sich auch in Saudi-Arabien
Frauen verschleiern mussten, weil zwischen den iranischen Ajatollahs und dem
saudischen Königshaus ein Wettbewerb darüber ausbrach, ob Schiiten oder
Sunniten die besseren Muslime seien. Vieles, was in Beirut erlaubt war, war in
Riad plötzlich verboten. Wie konnte ein und dieselbe religiöse Überlieferung
zur Grundlage für so verschiedene Lebensweisen werden?
In Riad nahmen Khorchide und seine
Geschwister Deutschunterricht - mit dem Ziel, in Deutschland zu studieren. Doch
als Staatenlose bekamen sie kein Visum. Damit die Mühe nicht vergeblich blieb,
fiel die Wahl auf Wien. Dort gab es einiges zu erleben: „In Riad lernte man in
der Schule, dass der Westen die Menschenrechte mit Füßen trete. Ich hatte von
Anfang an einen ganz anderen Eindruck.“ So konnte er in Österreich eine
Krankenversicherung abschließen, die Staatsbürgerschaft annehmen und studieren
- alles Erfahrungen, die ihm in Saudi-Arabien als Ausländer verwehrt gewesen
waren. In Wien arbeitete Khorchide zunächst als Lehrer für islamischen
Religionsunterricht und gründete ein privates Institut für interdisziplinäre
Islamforschung, das Aufträge von der Stadt erhielt. Ehrenamtlich war er Imam
einer kleinen deutschsprachigen Moscheegemeinde. Zuletzt war er Assistent am
Lehrstuhl für islamische Religionspädagogik der Universität in Österreichs
Kapitale.
Auch in Münster hat Mouhanad Khorchide
bereits angefangen, Drittmittel einzuwerben: Der Didaktik des
Religionsunterrichts, theologischen Reformbewegungen in der arabischen Welt
sowie dem „Islamic Banking“ will er sich widmen. Doch nun muss er zunächst mal
den Studiengang islamische Religionspädagogik in Münster neu aufbauen, der seit
Kalischs Abfall vom Glauben darniederliegt. Bis der islamische
Religionsunterricht an öffentlichen Schulen ordentliches Lehrfach wird, dürften
ohnehin noch ein paar Jahre vergehen. In den nächsten Wochen hat Khorchide erst
mal ein paar praktische Probleme: 1,6 Tonnen Bücher schlummern noch in seinen
Umzugskartons; auch die Regale dafür muss er erst noch aufbauen. F.A.S. 30
„Kirchen müssen positive Modelle der Integration aufzeigen“
Die katholische Kirche weist die These
von Bundesbank-Vorstand Thilo Sarrazin, Juden hätten ein bestimmtes Gen, scharf
zurück. „Solche Formulierungen sind geeignet, latent vorhandenen Rassismus mit
allen darin enthaltenen Vorurteilen zu bedienen.“ Das sagte der Vorsitzende der
Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Norbert Trelle,
am Montag im Interview mit der kna. Sarrazin hatte die biologistische Äußerung
über Juden am Sonntag in einem Zeitungsinterview gemacht. In seinem aktuellen
Buch „Deutschland schafft sich ab“ hatte er die These aufgestellt, muslimische
Einwanderer seien nicht an Eingliederung in die deutsche Gesellschaft
interessiert. Für Kapuzinerbruder Paulus Terwitte sind Sarrazins Aussagen
kontraproduktiv für Integration in Deutschland. Im Interview mit dem Kölner
Domradio sagte er:
„Man könnte sagen, mit diesem Buchtitel
schafft Sarrazin die Menschlichkeit ab. Wir wollen miteinander sprechen und eine
Lebensgemeinschaft sein in Deutschland. Wir haben die Gastarbeiter eingeladen.
Und wir lassen uns von ihnen gerne den Müll wegfahren und bedienen. Warum
sollen sie nicht die Gunst Deutschlands genießen dürfen? Wir müssen mit ihnen
gemeinsame Schritte gehen!“
Für Sarrazins Buch sind beim Verlag
bereits unzählige Vorbestellungen eingegangen – das sei vor allem Ergebnis von
Populismus, so Terwitte. Dem Kapuzinerpater bereitet es Sorgen, dass sich in
Deutschland „offenbar Stammtischgespräche über politische Kultur zu erheben“
scheinen. Gerade jetzt müsse man Dialog und Aufklärung vorantreiben. Terwitte:
„Ich bin der Meinung, dass gerade die
Kirchen, die aus ihrer Tradition heraus ja sehr erfolgreiche Modelle des
Dialoges mit dem Fremden haben, jetzt besonders gefragt sind, die erfolgreichen
Modelle der Integration zu zeigen. Und eben deutlich zu machen, dass es auch
unter den Deutschen viele gibt, die wir anders antreiben müssen, auch ihre
Pflichten zu erledigen und nicht nur Rechte in Anspruch zu nehmen. Wir müssen
alle Menschen einladen, zu sehen, dass das Gemeinwohl kein
Selbstbedienungsladen ist, sondern auch Verpflichtungen des Einzelnen mit sich
bringt. Wenn ein bekannter Wirtschaftsmensch so in unserem Land reden kann,
habe ich Sorge, wie wir die Zukunft gestalten können.“
Das Zentralkomitee der deutschen
Katholiken (ZdK) verurteilte Sarrazins Aussagen als „geistige Brandstiftung“
und „Spiel mit den Ängsten der Bevölkerung“. Die Positionen des
Bundesbank-Vorstands stellten „die Grundlagen unserer humanen Gesellschaft
infrage“, so ZdK-Präsident Alois Glück wörtlich. Auch aus der Partei des
SPD-Mitglieds hagelte es Kritik. So beschloss der SPD-Vorstand am Montag
einstimmig, gegen Sarrazin ein Parteiordnungsverfahren mit dem Ziel eines
Ausschlusses einzuleiten. (kna/domradio
31)
Glaubwürdiges Leben motiviert die Gemeinden
Verlassene Gemeinden, verheizte
Priester, Resignation in Gemeinden: Ein Thema, dass nicht so richtig passen
wollte zum Titel des am Sonntag in Fulda zu Ende gegangenen Kongresses „Freude
am Glauben“. Wolfgang Picken ist Pfarrer im Rheinviertel in Bonn. Er war einer
der Teilnehmer bei der Podiumsdiskussion zum Thema auf dem Kongress. Mit ihm
sprachen unsere Kollegen vom Kölner Domradio. Picken sieht wachsende Motivation
durch Beteiligung am Leben der Kirche.
„Ich glaube, dass gerade heute die Zeit
reif ist. Es gibt ein großes Vakuum, was geistliche Profile betrifft. Es gibt
einen Mangel an Gemeinschaft und einen Mangel an Ideen, wie man Gesellschaft
gestalten kann. Da hat die Kirche sehr viel Potential und in dem Moment, wo man
das wirklich nutzt und anbietet findet man Resonanz. Ich glaube, dass es
wichtig ist, auf die Eigenverantwortlichkeit der Gemeindemitglieder zu setzen.
Aber wir müssen von den Gemeindemitgliedern auch erwarten, dass sie das Profil,
dass man braucht, um Leitung auszuüben, für sich selbst gewinnen.“
Angesprochen auf die Abschreckung, die
die kirchliche Lehre häufig auf den modernen Menschen hat, widerspricht Picken.
Nicht die Glaubensinhalte, sondern das Fehlen an Glaubwürdigkeit im
Zusammenleben schrecke ab.
„Die Wahrheit wird am ehesten Gehör
finden, wenn die Leute uns wieder als glaubwürdige und liebevolle Gemeinschaft
erleben, wenn wir uns der Probleme, die es vor Ort gibt zuwenden: Wie werden
unsere Kinder erzogen, nicht nur von der Stange sondern Kreativ und liebevoll?
wie gehen wir mit unseren Jugendlichen um und haben wir wirklich Zeit für sie?
Verstehen wir deren Lebenswelt? Was machen wir mit unseren alten Menschen in
den Altenheimen? Wenn wir diese Grundfragen lösen und man merkt, was unser
Menschenbild faktisch bedeutet, dann werden die Leute offen und aufgeschlossen
für die Auseinandersetzung mit den religiösen Fragen und der Wahrheit des
Glaubens.
Die jährlichen „Freude am
Glauben“-Kongresse werden veranstaltet vom Forum Deutscher Katholiken. Die
Organisation wurde vor zehn Jahren in Fulda gegründet. Der Kongress in diesem
Jahr hatte das Leitwort „Die Kirche - Dienerin der Wahrheit und Zeichen des
Widerspruchs“. Dem Schlussgottesdienst im Fuldaer Dom stand der Präfekt der
vatikanischen Bildungskongregation, Kardinal Zenon Grocholewski, vor.
(domradio 30)
Das Christentum in der heutigen Gesellschaft
Kardinal Meisner und Bischof
Tebartz-van Elst sprachen am zweiten Kongresstag „Freude am Glauben“
Fulda. Mit der Christenverfolgung in
heutiger Zeit und der „Zumutung“ der Menschwerdung Gottes haben sich am Samstag
beim Kongress „Freude am Glauben“ im Fuldaer Kongreßzentrum die Oberhirten von
Köln und Limburg in Vorträgen auseinandergesetzt. „Entgegen ihrer Zielsetzung
zerstört die Verfolgung das Christentum nicht“, stellte Kardinal Joachim
Meisner heraus. Bischof Dr. Franz-Peter Tebartz-van Elst hob hervor, Gott sei
in Jesus Christus Mensch geworden, „weil er auch unserer Zeit zutraut, in der
Liebe zu wachsen“.
Die Verfolgung an sich sei dem
Christentum eingestiftet, hatte Kardinal Meisner zu Beginn seines Vortrages am
Vormittag unter Bezug auf eine Aussage Papst Pius XI. (1922-1939) betont. „Wir
müssen uns bemühen, dass der Widerspruch der Welt gegen uns ungerechtfertigt
ist“, so der Kölner Oberhirte. Im Zusammenhang mit dem Missbrauchsfällen in der
katholischen Kirche Deutschlands hingegen treffe die Kirche berechtigten
Widerspruch. Papst Benedikt XVI. habe dementsprechend im Mai herausgestellt,
dass die größte Bedrohung für die Kirche von innen komme. „Bei der Verfolgung
der Christen ist entscheidend, dass sie um des Glaubens willen über uns kommt“,
so der Kardinal weiter. Das Christentum sei weltweit auch heute noch aufgrund
der Tatsache, dass 80 Prozent aller religiösen Verfolgung an Christen geschehe,
die am meisten verfolgte Religion. In der westlichen Welt drohe der Kirche
keine direkte Verfolgung, wohl aber polemische Kritik und Zurücksetzung durch
die Politik; es lasse sich sogar ein „regelrechter Kampf gegen die Kultur des
Christentums“ und gegen Gott ausmachen, vor allem von atheistischen Ideologen
her, die Glaube und Vernunft als unvereinbar hinstellten.
Angriffe erfahre die Kirche auch wegen
ihrer konsequenten Haltung zugunsten der Ehe von Mann und Frau und der daraus
resultierenden Familie, die gegenüber anderen Lebensmodellen, die auf
Sexualität beruhten, allein dem Plan Gottes entsprächen. Der Zölibat, der eine
„Vorwegnahme der Welt der Auferstehung“ beinhalte, sei für Atheisten eine besondere
Provokation. Ein weiterer Grund für Verfolgung der Kirche in der westlichen
Welt sei ihre eindeutige Befürwortung des Lebensschutzes und Ablehnung der
Abtreibung. Meisner stellte fest, dass es eine „Strategie des
An-den-Rand-Drängens“ der Kirche in der westlichen Gesellschaft gebe. „Der
Teufel weiß, dass er mit Zuckerbrot mehr ausrichtet als mit der Peitsche“,
betonte der Kardinal. Er forderte zudem die in Deutschland lebenden Moslems
auf, sich in ihren Heimatländern für dieselbe Religionsfreiheit für Christen
einzusetzen, die sie in Deutschland genössen.
Gott höre nie auf, neu anzufangen – so
sei die Menschwerdung Gottes eine „Zumutung für unsere Zeit“, machte der
Limburger Bischof Tebartz-van Elst am Nachmittag deutlich. Es gebe wieder eine
größere Sehnsucht nach Gott und Religion, was der Kirche einen Aufbruch zu
neuer Mission ermögliche: „Je mehr alle Katzen grau sind, desto interessanter
wird das Unterscheidende“. Die Christen müssten mit ihrem Leben auf Gott
verweisen. Indes könne es die Kirche nicht jedem recht machen, denn sie
befriedige keine Erwartungen sondern feiere Geheimnisse, wie es der frühere
Mailänder Kardinal Carlo Maria Martini einmal ausgedrückt habe. „Die Christen
bewegen sich stellvertretend für alle dem kommenden Christus entgegen.“ Quellen
einer neuen Mission müssten die Hl. Schrift und die Tradition der Kirche sein,
denn „das Behältnis der Kirche ist ein helfendes Geländer hin zu Gott“.
Religion müsse nicht „cool“ sein, fuhr
der Bischof fort, weil nämlich „ein kaltes Herz nicht glauben kann“. Glaube
könne nur mit „glühender Leidenschaft“ vermittelt werden, wie es der hl. Petrus
vorgelebt habe. Wenn Christen glaubten, so geschehe dies nicht aufgrund eigener
Anstrengung, sondern aus der Gnade Gottes heraus. Auch heute noch gelte es,
treu im Leben und Glauben der Kirche verwurzelt zu sein und damit Beheimatung
bei Gott zu finden. So bleibe den Christen in der heutigen Zeit der Auftrag zu
einer „kritischen Zeitgenossenschaft“, die den „Mut zur Minderheit“ habe, und
dies gebe den Christen auch Identität. (bpf)
Prof. Ömer Özsoy im FR-Interview "Wir wollen die Theologie mehr etablieren"
Professor Ömer Özsoy spricht im
FR-Interview über die Besonderheit des neuen Studiengangs "Islamische
Studien" an der Uni Frankfurt, der zum Wintersemester 2010/11 startet.
Zum Wintersemester startet an der Uni
Frankfurt der neue Studiengang „Islamische Studien“. Worin unterscheidet er
sich von dem bisherigen Lehrangebot des Instituts für Studien der Kultur und
Religion des Islams?
Bisher gab es an unserem Institut nur
einen religionswissenschaftlichen Teilstudiengang für Islamische Religion. Der
neue Studiengang versteht sich im Sinne der Empfehlungen des Wissenschaftsrats
als eine islamisch-theologische Disziplin, die die Binnensicht mit allgemeinen
geistes- , kultur- und sozialwissenschaftlichen Perspektiven verbindet; die
Beschäftigung mit religiösem Quellenmaterial auf wissenschaftlicher Ebene und
die Auseinandersetzung mit der religiösen Glaubenspraxis und deren Vermittlung
werden verknüpft. Über die Auseinandersetzung mit der islamischen Tradition
hinaus befasst sich der neue Bachelor-Studiengang mit der islamischen Religion
im europäischen und deutschen Kontext. Noch bevor der Wissenschaft im Januar
seine Empfehlungen bekannt gab, hatten wir mit der Ausarbeitung des Konzepts
begonnen.
Welche Perspektiven bieten sich für die
Absolventen des dreijährigen BA-Studiengangs?
Die Absolventen könnten etwa tätig sein
als Berater in der Wirtschaft und Politik, in den Gemeinden im Bereich der
Seelsorge, Kinder- und Jugendarbeit, in der Erwachsenenbildung und auch in den
Medien. Wir bilden zwar keine Lehrer für islamischen Religionsunterricht oder
Religionskunde aus, aber mit Blick auf den dringenden Bedarf an Lehrkräften
könnte sich unseren Absolventen auch der Lehrerberuf öffnen. Ich gehe davon
aus, dass das Land Hessen unser theologisches und religionswissenschaftliches
Angebot in Anspruch nehmen wird, wenn es Religionslehrer für den Islam
ausbilden will. Die muslimischen Teilnehmer des Runden Tisches in Hessen sind
ja dafür, dass Religionslehrer an der Goethe-Uni ausgebildet werden.
Worin unterscheidet sich der
Studiengang in Frankfurt im Vergleich zu Münster und Osnabrück, wo auch der
Islam aus der Binnenperspektive gelehrt wird?
Wir haben einen theologischen
Schwerpunkt in Lehre und Forschung und keinen religionspädagogischen oder
fachdidaktischen. Schon im Jahre 2002 wurde an der Uni Frankfurt als oberstes
Ziel die Förderung des wissenschaftlichen Nachwuchses und des
intertheologisch-akademischen Diskurses festgelegt. Das wechselseitige
Verständnis der Weltreligionen soll gefördert und fortentwickelt werden. Dem
entsprechend soll und will unser Institut - anders als Orientalistik und
Islamwissenschaft – in Lehre und Forschung zur Etablierung einer
wissenschaftlichen Beschäftigung mit dem Islam aus der Binnenperspektive
beitragen, wobei der Islam – im Gefolge des wissenschaftlichen Diskurses – an
interdisziplinär erforscht und authentisch vermittelt werden soll. Dieser
Unterschied lässt sich schon in der Bezeichnung der jeweiligen Institutionen an
den verschiedenen Unis, aber auch auf curricularer und personeller Ebene
erkennen. Theologie, Religionspädagogik und Fachdidaktik sind unterschiedliche
Aspekte, die für die theologische Ausbildung alle wichtig sind. Für uns ist
jedoch die Theologie zentral, weil gerade sie in Deutschland fehlt und
etabliert werden soll. Frankfurt hat bisher sehr viel dazu beigetragen und wird
es weiterhin tun. Dass wir primär Theologie betreiben, bedeutet aber nicht,
dass wir kein Interesse an der Lehrer- und Imam-Ausbildung haben. Damit unser
Institut auch diese Ausbildungsprozesse wissenschaftlich begleiten kann, sind
neue Strukturen erforderlich, die Vertreter der Muslime mit dem Staat
aushandeln müssen.
Außenstehende, die die Entwicklungen an
den Unis Münster, Osnabrück und Frankfurt verfolgen, gewinnen den Eindruck,
dass die Hochschulen einen Wettlauf angetreten haben – darum, welche als erste
den Empfehlungen des Wissenschaftsrats nachkommt, „autonome
Organisationseinheiten für Islamische Studien zu etablieren“. Stimmt der
Eindruck?
Die Empfehlungen des Wissenschaftsrats
und die Unterstützung durch Bundesministerin Anette Schavan sind begrüßenswert,
hat aber nicht nur zu einem Wettlauf geführt, sondern auch zu einem Überbieten
an vorschnell proklamierten Kompetenzzusagen von Institutionen, die bisher kein
Konzept hatten. Diese Entwicklung bewirkt das Gegenteil von dem, was der Wissenschaftsrat
empfohlen hat – nämlich angesichts der begrenzten Ressourcen an potenziellem
Fachpersonal nur an zwei bis drei staatlichen Universitäten Islamische
Theologie einzuführen. Hier ist kein Tauziehen, sondern eine Bündelung von
Kompetenzen angebracht. Das entspricht nicht nur einer moralischen
Verpflichtung, sondern auch ökonomischen Erwägungen. Vor diesem Hintergrund
drohen jahrelange Erfahrungen als sekundär abgetan zu werden. Was passiert mit
den Einrichtungen, die schon in Zeiten, in denen es noch nicht auf der
politischen Tagesordnung stand, mit eigenen Mitteln die Islamischen Theologie
zu etablieren begannen und nicht in Förderung aufgenommen werden? Ich denke,
dass diese Institutionen dann geschwächt werden und möglicherweise schließen müssen,
weil sie durch diese staatliche Abwahl an Ansehen, und Personal verlieren. Der
Bund sollte in Kooperation mit den Ländern und Fachvertretern nach reiflicher
Überlegung eine Entscheidung treffen. Das ist für die Zukunft der Islamischen
Theologie enorm wichtig.
Interview: Canan Topcu FR 30
Indien: Christen fordern endlich Gerechtigkeit
„Nachdem ich die Zeugenaussagen gehört
habe, gehe ich gebeugten Hauptes angesichts der Schande, die auf mir lastet,
weil ich Inder bin.“ Diese pathetischen Worte stammen vom ehemaligen
Vorsitzenden des obersten Gerichtshofes in Indien, A.P. Shah. Er war
Vorsitzender eines „Volkstribunals“, das helfen sollte, die
Christenverfolgungen im Bundesstaat Orissa aus dem Jahr 2008 aufzuklären. Das
vom Opferverband „Nationales Solidaritätsforum“ organisierte inoffizielle
Tribunal fand vom 22. bis zum 24. August in Kandhamal statt. Neben dem eben
zitierten ehemaligen Richter A.P. Shah saßen im Gerichtssaal weitere elf
Ehrenamtliche, unter ihnen andere Richter, Menschenrechtsaktivisten und weitere
angesehene Personen des öffentlichen Lebens. Orissa, Schauplatz der
Christenverfolgungen, liegt in der Erzdiözese Cuttack-Bhubaneswar. Der dortige
Oberhirte, Raphael Cheenath, war bei den Gerichtsverhandlungen dabei. Im
Gespräch mit Radio Vatikan berichtet von den Anhörungen:
„Wir haben 82 Opfer aus Kandhamal, die
jetzt in Delhi leben, vor Gericht gerufen. Die Richter haben sie Gruppe für
Gruppe befragt: Wie sie behandelt wurden, wie sie keine Wohnung bekommen haben.
All diese Dinge fragen die Richter und geben dann ein Urteil ab.“
Was wollten die
Gerechtigkeitsaktivisten mit der inoffiziellen Verhandlung erreichen,
eigentlich müsste doch das offizielle Rechtssystem auf dem Subkontinent
handeln? Erzbischof Cheenath erklärt:
„Ziel ist zu sehen, was die Regierung
bisher gemacht hat und wie sich die Regierung ganz am Anfang verhalten hat, vor
allem während der Verfolgungen und was sie danach getan hat, wie die Opfer
immer noch leiden – all das untersuchen die Richter“
Noch einmal zur Erinnerung: Vor zwei
Jahren ermordeten im nordindischen Bundesstaat nationalistische Hindus mehr als
90 Christen, zerstörten 300 Kirchen und tausende Wohnhäuser und trieben 56.000
Christen in die Flucht. Zwei Jahre nach den Pogromen gegen Christen sind die
Täter noch immer auf freiem Fuß. Am Donnerstag, nachdem die letzten Opfer den
Zeugenstand verlassen hatten, erging das Urteil der Richter: „Die Parteinahme
von staatlichen Institutionen und der Polizei ist skandalös.“ Die staatlichen
Behörden seien in die Gewalttaten verwickelt und behinderten ein Vorankommen
der Justiz bei der Bestimmung der Täter, so die Anklage des Volkstribunals an
den indischen Staat. Von einer gerechten Strafe für die Täter einmal abgesehen,
hat sich denn wenigstens die aktuelle Lage der Christen verbessert? Das fragten
wir den Erzbischof:
„Es gibt keine Verfolgung im Sinne von
Angriffen oder Gewalt, aber Furcht und Angst sind immer noch da. Es gibt mehr
als 20 Dörfer, die den Christen nicht erlauben zurückzukommen. Die Versuche der
Regierung hatten keinen Erfolg. Sie sagen: ‚Wenn ihr zurückkommen wollt, müsst
ihr Hindus werden, dann könnt ihr zurückkehren. Wenn ihr das nicht macht und
trotzdem zurückkommt, dann werden wir euch töten.’ Das ist die Angst in
mindestens 20 Dörfern. Auch weil die Opfer vor Gericht aussagen, ist diese
Furcht da. Manche von ihnen werden beschützt und verstecken sich, weil sie von
den Kriminellen bedroht wurden: Ihr müsst vor Gericht die Position eurer
Bruderkaste einnehmen, sonst töten wir euch. In dieser Situation haben viele
der Opfer ihre Zeugenaussagen gemacht.“
Ein drängendes Problem sind die
zigtausend Christen, die 2008 ihr Hab und Gut verloren, in Angst und Verfolgung
ihre Heimat verließen und jetzt von vorne beginnen müssen. Hilfe beim Neuanfang
bekommen sie von der katholischen Kirche:
„Wir haben mehr als 2000 Häuser in
Kandhamal gebaut. Sie haben dort keine Probleme, weil es Dörfer sind, wo die
Nachbarn sie willkommen heißen. Wir haben ca. 15.000 Menschen umgesiedelt, der
Rest ist irgendwo in Delhi, manche von ihnen leben in Zelten, manche in
Mietshäusern, manche haben überhaupt keinen Ort, wo sie hingehen könnten, sie
haben Angst, zurückzukommen. Wir hoffen, bis Ende dieses Jahres 3.000 Häuser
fertig zu stellen, sodass wir weitere 25.000 Menschen umsiedeln können.“
An diesem Sonntag feierten die Christen
Indiens den „Nationalen Tag der Märtyrer“, um all derer zu gedenken, die
aufgrund ihres christlichen Glaubens ihr Leben verloren – dabei waren die
Gedanken der indischen Christen natürlich besonders bei den Opfern von Orissa,
deren Martyrium fast genau zwei Jahren zurückliegt. Es war kein Tag, an dem die
Fronten sich verhärten sollten, erklärt der Erzbischof der Diözese Nahik, Felix
Anthony Machado. Im Gespräch mit Radio Vatikan erläutert die besondere
Bedeutung dieses Tages für den Prozess der Versöhnung in Indien:
„Wir müssen den Sieg des Guten über das
Böse feiern. Dieser Tag muss eine Gelegenheit sein, Gott zu danken, denn das
Leid ist keine Strafe Gottes. Das Leid ist ein Teil des Lebens als Christ und
wir müssen dem Herrn danken, denn das Kreuz ist der Keim des Lebens und des
Heils. Indien braucht eine wirkliche Versöhnung. Am Kreuz hat Jesus alles Böse
und allen Hass überwunden: Das ist es, was wir Christen auch versuchen müssen,
die Sehnsucht nach Frieden und Versöhnung mit allen Menschen guten Willens
wachsen lassen.“ (apic 30)
Türkei: Neue Hoffnung für Christen in Tarsus
Wieder einmal eine hoffnungsvolle
Nachricht aus dem Geburtsort des Völkerapostels Paulus: Die Kirche in Tarsus im
Süden der Türkei soll der Christlichen Minderheit des Landes wieder als Kirche
zur Verfügung stehen. Das regte der Leiter der türkischen Religionsbehörde, Ali
Bardakoglu, in der vergangenen Woche an. Bisher dient die Kirche im Geburtsort
des großen Theologen der frühen Christenheit nur als Museum und steht für
religiöse Veranstaltungen nicht zur Verfügung. Allemal ein wichtiges Signal für
die christliche Minderheit in Kleinasien, sei dieser Vorstoß, meint der Kölner
Kardinal Joachim Meisner im Gespräch mit dem Domradio. Es ist jedoch nicht das
erste Mal, das ein solcher Vorschlag aus dem türkischen Religionsamt kommt –
kein Grund zu allzu großer Euphorie also:
„Ich bin schon mehrfach durch
Versprechungen hoher türkischer Autoritäten mit Hoffnung erfüllt worden, die
sich dann als trügerisch erwiesen. Ich bleibe aber bei dem urchristlichen
Grundsatz: „sperare contra spem“, also „gegen die Hoffnung zu hoffen“, auf dass
die mittelalterliche Kirche in Tarsus uns Christen zurückgegeben wird.“
Interessanter als die Forderung selbst
ist vielleicht die Begründung, mit der Bardakoglu sich für eine Wiedereröffnung
der Kirche einsetzt: Gerade im Zusammenhang mit dem Schweizer Minarettverbot
sollte die Türkei ein Zeichen setzen und allen religiösen Minderheiten die
Freiheit in der Ausübung ihres Glaubens gewährleisten, so der Chef der
Religionsbehörde.
Doch auch hinter dieser Begründung
steckt ein wenig politisches Kalkül – das meint jedenfalls der Türkei-Experte
des katholischen Hilfswerkes missio, Otmar Oehring. Für ihn steht der erneute
Vorstoß im Zusammenhang mit den Beitragsverhandlungen der Türkei zur EU. Doch
wie ist überhaupt die Lage der Christen in der Türkei? Das fragten unsere
Kollegen vom domradio den Türkei-Spezialisten Oehring:
„Die Lage der Christen ist insgesamt
natürlich viel besser, als sie noch vor zehn oder zwanzig Jahren war. Da gibt
es überhaupt keinen Vergleich. Aber verglichen mit den islamischen Ländern in
der Umgebung der Türkei, insbesondere in der arabischen Welt, in Syrien, im
Libanon und auch anderen Ländern, ist die Lage der Christen in der Türkei
weiterhin sehr angespannt. Es gibt einerseits natürlich Möglichkeiten wie in
der westlichen Welt, z.B. Religionswechsel, aber das ist eine mehr theoretische
Möglichkeit. Auf der anderen Seite, wenn es um die Religionsausübung der
Christen und insbesondere auch die Organisation, die Selbstverwaltung der
Kirchen in der Türkei geht, muss man ganz klar sagen: Von Religionsfreiheit in
der Türkei kann sicher keine Rede sein.“
Vor knapp drei Monaten wurde der
Vorsitzende der türkischen Bischofskonferenz, Luigi Padovese, ermordet. Hinter
dem Mord standen zwar keine politischen oder religiösen Motive, aber trotzdem:
Für die rund 100.000 Christen wäre es ein bedeutender Schritt, meint der Kölner
Erzbischof Meisner:
„Nach den sehr traurigen Nachrichten
der letzten Jahre über die Situation der Christen in der Türkei ist die jüngste
Meldung wie ein Silberstreif am Himmel. Es wäre ein Signal für die ganze Welt!
Da Paulus in Tarsus geboren wurde, ist der Ort mit der Person des
Völkerapostels unauflöslich verbunden. Damit würde ein positives Zeichen auch
an unsere Gesellschaft in Deutschland gesendet, wo den türkischstämmigen
Mitbürgern muslimischen Glaubens immer wieder nahegelegt wird, sie mögen sich
für dieselben Rechte der Religionsfreiheit in ihrem Ursprungsland einsetzen,
wie sie in Deutschland und in Europa allgemein gelten.“
Andererseits: Wenn sich die Lage der
türkischen Christen in ihrer Gesamtheit nicht verändert, dann bleibt auch die
Wiedereröffnung der Paulus-Kirche nichts als ein Tropfen auf den heißen Stein,
erklärt Otmar Oehring von missio:
„Im Grunde genommen ist das eine kleine
Angelegenheit im Vergleich mit dem, was die Kirchen und die nicht-muslimischen
Minderheit in der Türkei eigentlich vom Staat erwarten. Sie erwarten, dass sie
anerkannt werden, dass sie als Kirchen oder Religionsgemeinschaften so
funktionieren können, wie das bei uns auch möglich ist und in der Türkei auch
möglich sein müsste, weil die Türkei, wie die BRD, die europäischen
Menschenrechtskonvention unterzeichnet, sie ist also dort auch Gesetz geworden.
Damit müsste im Grunde genommen den Christen, Juden und allen anderen
Religionsgemeinschaften, natürlich auch dem Islam, volle Religionsfreiheit
zugebilligt werden. Das ist nicht der Fall. Wenn man jetzt hergeht und sagt:
„Öffne doch eine Kirche“, welche auch immer das sein mag. Dann ist es zwar
schön, wenn diese Kirche geöffnet wird, das kann auch aus historischen,
kirchengeschichtlichen Gründen von ganz großer Bedeutung sein, insbesondere
natürlich im Fall der Pauluskirche in Tarsus. Es ändert aber an der
grundsätzlichen Problematik nichts.“
(domradio28)
Schlingensief. Kirche der Zuversicht
Die Totenmesse für Christoph
Schlingensief war eine Feier ohne Fernsehkameras und Photoapparate. Die Messen,
die Schlingensief in seinem Leben gefeiert hat, erschienen vielen dagegen
blasphemisch.
Gestern fand in Oberhausen in der
Pfarrkirche Herz Jesu der Trauergottesdienst für den vor einer guten Woche
verstorbenen Christoph Schlingensief statt. Es war eine Feier ganz ohne
Fernsehkameras und Photoapparate für vielleicht 500 trauernde und traurige
Menschen. Die Herz Jesu Kirche ist die Kirche, in der Schlingensief viele Jahre
lang Messdiener war. Vor zwei Jahren hat er sie in Duisburg nachbauen lassen
und darin seine Krebs-Messe „Die Kirche der Angst vor dem Fremden in mir“
aufgeführt.
Es sind etliche Messen geworden, die
Christoph Schlingensief in seinem Leben gefeiert hat. Vielen erschienen diese
Messen blasphemisch, manchmal waren sie es. Er hat auf Kirche, Gott und Glauben
geschimpft, er hat aus der katholischen Kirche die Kirche gemacht, von der er
glaubte, dass er und andere Menschen sie brauchen.
Dass es nun eine ganz normale
Totenmesse für ihn gab, erscheint trotzdem natürlich und notwendig. Es war
übrigens ein Seelenamt. Wenn wir es recht im Kopf haben, wird das Seelenamt für
die Seelen im Fegefeuer gefeiert.
Die Messe unter Leitung von Pfarrer
Michael Dörnemann war schön und angemessen, sachlich und emphatisch zugleich.
Dass sie in Schlingensiefs Geburtsstadt Oberhausen stattfand, zeigt
wahrscheinlich, wo er am meisten glaubte, er selbst zu sein. So war auch die
Messe, nah bei Schlingensief und ganz katholisch. Man spürte, wie nah sich
Schlingensief und der Katholizismus doch waren. Die Lesung aus dem
Johannes-Evangelium drehte sich um Christus, der zum toten Lazarus geht. Als
ihm Magda entgegenkommt, sagt er: „Ich bin die Auferstehung und das Leben.“
Dann fragt er sie: „Glaubst du das?“
Die Predigt drehte sich klug um das
„bin“ in „Ich bin die ...“. Das Sein des Menschen sage mehr, als man sagen
kann, sagte der Priester. Die Predigt drehte sich auch um die Auferstehung und
das Leben, die als Schlingensiefsches Fest zu begreifen der Priester sich nicht
scheute. So in Schwung unterstrich er auch noch Schlingensiefs Buchtitel „So
schön wie hier kann's im Himmel gar nicht sein“ und machte den christlichen
Glauben zu einer Feier des Diesseits. Wer hat hier eigentlich wen bekehrt?
Sepp Bierbichler sang ein Stück aus der
„Kirche der Angst“, eine Sopranistin aus dem Matthäus-Oratorium, die Gemeinde
sang „O Haupt voll Blut und Wunden“. Beim Hinausgehen sagte jemand singend in
der Menge: „Tschüüüs Christoph. Gute Heimreise.“ FR 31