Notiziario religioso 5-7 Marzo
2010
Venerdì 5. Il commento al Vangelo. La parabola dei cattivi vignaioli
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 21,33-43.45-46) commentato da P. Lino Pedron
33 Ascoltate un'altra parabola: C'era un
padrone che piantò una vigna e la
circondò con una
siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi
l'affidò a dei
vignaioli e se ne andò. 34 Quando fu il tempo dei frutti, mandò
i suoi servi da quei
vignaioli a ritirare il raccolto. 35 Ma quei vignaioli
presero i servi e
uno lo bastonarono, l'altro lo uccisero, l'altro lo
lapidarono. 36 Di
nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si
comportarono nello
stesso modo. 37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio
dicendo: Avranno
rispetto di mio figlio! 38 Ma quei vignaioli, visto il
figlio, dissero tra
sé: Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi
l'eredità. 39 E,
presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero.
40
Quando dunque verrà il padrone della vigna
che farà a quei vignaioli?». 41 Gli
rispondono: «Farà
morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri
vignaioli che gli
consegneranno i frutti a suo tempo». 42 E Gesù disse
loro:
«Non avete mai letto
nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartata
è diventata testata d'angolo;
dal Signore è stato
fatto questo
ed è mirabile agli
occhi nostri?
43 Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno
di Dio e sarà dato a un popolo
che lo farà
fruttificare.
45 Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e
i farisei capirono che parlava
di loro 46 e
cercavano di catturarlo; ma avevano paura della folla che lo
considerava un
profeta.
Gesù interpella di
nuovo i capi del popolo facendo loro capire che è il momento
dei frutti, il momento nel quale Dio chiede conto della sua
vigna.
L’applicazione è
chiara: dopo aver rifiutato i profeti, i responsabili d’Israele
possono ancora cogliere l’ultima occasione per pentirsi:
accogliere il Figlio,
l’erede. La parabola presenta la morte del Figlio come un
crimine premeditato.
Dopo aver chiesto
ai suoi interlocutori di tirare essi stessi le conclusioni
della parabola (nel senso di Is
5,5-7), Gesù rende esplicito il loro giudizio. A
chi sarà tolto il regno di Dio? Non a Israele, rappresentato
dalla vigna, ma ai
sommi sacerdoti e
ai farisei, i quali "capirono che parlava di loro" (v. 45). E
a chi sarà dato questo regno? "A un popolo che lo
farà fruttificare" (v. 43).
Per Matteo si
tratta ancora di Israele, ma trasfigurato attraverso la presenza
del Cristo risuscitato che adempie l’alleanza di Dio con gli
uomini e fa loro
produrre i suoi frutti.
I servitori
mandati dal padrone della vigna sono i profeti. Ricordiamo due passi
dell’Antico Testamento: "Il Signore inviò loro
profeti perché li facessero
ritornare a lui. Essi comunicarono loro il proprio messaggio, ma
non furono
ascoltati" (2Cr 24,19); "Da quando i vostri padri
uscirono dal paese d’Egitto
fino ad oggi, ho
mandato a voi in continuazione tutti i servitori, i profeti. Ma
non fui ascoltato e non mi si prestò orecchio; anzi rimasero
ostinati e agirono
peggio dei loro padri" (Ger
7,25-26). Neemia 9,26 constata
in sintesi: "I tuoi
profeti li ammonirono, ma essi li uccisero e commisero grandi
iniquità".
Il Messia umiliato
e ucciso diventerà, dal giorno della sua risurrezione,
la
pietra angolare
della Chiesa, il suo fondamento incrollabile.
Fin dall’inizio la
parabola ha richiamato la nostra attenzione sui frutti. I
frutti del regno di Dio coincidono con la fedeltà
nell’amore attivo, che è la
sintesi della volontà di Dio. Alla fine il giudizio sarà in base
ai frutti
dell’amore fedele e attivo e non sull’appartenenza a Israele o
alla Chiesa. De.it.press
Sabato 6. Il commento al Vangelo. La parabola del figliol prodigo
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 15,1-3.11-32) commentato da P.
Lino Pedron
1 Si avvicinavano a
lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I
farisei e gli scribi
mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con
loro». 3 Allora egli
disse loro questa parabola:
11 «Un uomo aveva
due figli. 12 Il più giovane disse al padre: Padre,
dammi la
parte del patrimonio
che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13
Dopo non molti giorni, il figlio più giovane,
raccolte le sue cose, partì per
un paese lontano e
là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando
ebbe speso tutto, in
quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a
trovarsi nel
bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli
abitanti di quella
regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16
Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che
mangiavano i porci; ma nessuno
gliene dava. 17
Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa
di mio padre hanno
pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi leverò
e
andrò da mio padre e
gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di
te; 19 non sono più
degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei
tuoi garzoni. 20
Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano
il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli
si gettò al collo e
lo baciò. 21 Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro
il Cielo e contro di
te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. 22
Ma il padre disse ai servi: Presto, portate
qui il vestito più bello e
rivestitelo,
mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. 23 Portate il
vitello grasso,
ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio
figlio era morto ed
è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E
cominciarono a far
festa.
25 Il figlio maggiore si trovava nei campi.
Al ritorno, quando fu vicino a
casa, udì la musica
e le danze; 26 chiamò un servo e gli domandò che cosa
fosse tutto ciò. 27
Il servo gli rispose: E' tornato tuo fratello e il
padre
ha fatto ammazzare
il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28
Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il
padre allora uscì a pregarlo. 29 Ma
lui rispose a suo
padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai
trasgredito un tuo
comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa
con i miei amici. 30
Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi
con le prostitute è
tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 31 Gli
rispose il padre:
Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32
ma bisognava far
festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed
è tornato in vita,
era perduto ed è stato ritrovato».
Questa parabola
rivela il centro del vangelo: Dio come Padre di tenerezza e di
misericordia. Egli prova una gioia infinita quando vede tornare a
casa il figlio
da lontano, e
invita tutti a gioire con lui.
Gesù fin
dall’inizio mangia con i peccatori (cfr Lc 5,27-32).
Ora invita anche i
giusti. Attaccato da essi con cattiveria, li contrattacca con
la sua bontà,
perché vuole convertirli. Ma la loro conversione è più
difficile di quella dei
peccatori. Non vogliono accettare il comportamento di Dio Padre
che ama
gratuitamente e necessariamente tutti i suoi figli: la sua
misericordia non è
proporzionata ai meriti, ma alla miseria. I peccatori a causa della
loro miseria
sentono la necessità della misericordia. I giusti, che credono di essere privi
di miseria, non accolgono la misericordia.
Questo brano è
rivolto al giusto perché occupi il suo posto alla mensa del
Padre: deve
partecipare alla festa che egli fa per il proprio figlio perduto e
ritrovato. Questa parabola non parla della conversione del
peccatore alla
giustizia, ma del giusto alla misericordia.
La grazia che Dio
ha usato verso di noi, suoi nemici, deve rispecchiarsi nel
nostro atteggiamento verso i nemici (cfr Lc
6,27-36) e verso i fratelli
peccatori (cfr Lc 6,36-38). Il Padre non
esclude dal suo cuore nessun figlio. Si
esclude da lui solo chi esclude il fratello. Ma Gesù si preoccupa di ricuperare
anche colui che, escludendo il fratello, si esclude dal Padre.
Nel mondo ci sono
due categorie di persone: i peccatori e quelli che si credono
giusti. I peccatori, ritenendosi senza diritti, hanno trovato
il vero titolo per
accostarsi a Dio. Egli infatti è pietà,
tenerezza e grazia: per sua natura egli
ama l’uomo non in proporzione dei suoi meriti, ma del suo
bisogno.
I destinatari
della parabola sono gli scribi e i farisei, che si credono giusti.
Gesù li invita a
convertirsi dalla propria giustizia che condanna i peccatori,
alla misericordia del Padre che li giustifica. Mentre il
peccatore sente il
bisogno della misericordia di Dio, il giusto non la vuole né per
sé né per gli
altri, anzi, come Giona (4,9), si
irrita grandemente con Dio perché usa
misericordia.
La conversione è
scoprire il volto di tenerezza del Padre, che Gesù ci rivela,
volgersi dall’io a Dio, passare dalla delusione del proprio
peccato, o dalla
presunzione della propria giustizia, alla gioia di esser figli del
Padre.
Radice del peccato
è la cattiva opinione sul Padre: e questa opinione è
comune
ai due figli. Il più giovane, per liberarsi del Padre, si
allontana da lui con
le degradazioni della ribellione, della dimenticanza,
dell’alienazione atea e
del nihilismo. L’altro, per imbonirselo, diventa servile.
Ateismo e
religione servile, dissolutezza e legalismo, nihilismo e vittimismo
scaturiscono da un’unica fonte: la non conoscenza di Dio. Questi due
figli, che
rappresentano l’intera umanità, hanno un’idea sbagliata sul conto del
Padre: lo
ritengono un padre-padrone.
Questa parabola ha
come primo intento di portare il fratello maggiore ad
accettare che Dio è misericordia. Questa scoperta è una gioia
immensa per il
peccatore e una sconfitta mortale per il giusto. E’ la conversione
dalla propria
giustizia alla misericordia di Dio. La conversione consiste nel
rivolgersi al
Padre che è tutto
rivolto a noi e nel fare esperienza del suo amore per tutti i
suoi figli. Per questo il giusto deve accettare un Dio che ama i
peccatori. Per
accettare il Padre bisogna convertirsi al fratello. De.it.press
Domenica 7. Il commento al Vangelo. “Ma se non vi convertite...”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 13,1-9) commentato da P. Lino Pedron
1 In quello stesso tempo si presentarono
alcuni a riferirgli circa quei
Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato
con quello dei loro sacrifici. 2
Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete
che quei Galilei fossero più
peccatori di tutti i
Galilei, per aver subito tale sorte? 3 No, vi dico, ma se
non vi convertite,
perirete tutti allo stesso modo. 4 O quei diciotto, sopra i
quali rovinò la
torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più
colpevoli
di tutti gli
abitanti di Gerusalemme? 5 No, vi dico, ma se non vi convertite,
perirete tutti allo
stesso modo».
6 Disse anche questa parabola: «Un tale aveva
un fico piantato nella vigna e
venne a cercarvi
frutti, ma non ne trovò. 7 Allora disse al vignaiolo: Ecco,
son tre anni che
vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo.
Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? 8
Ma quegli rispose: Padrone,
lascialo ancora
quest'anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime 9
e vedremo se porterà
frutto per l'avvenire; se no, lo taglierai».
Il brano 13,1-5 ci
presenta due fatti di cronaca: una uccisione e un
incidente.
Nel primo caso
sono in gioco la libertà e la cattiveria dell’uomo; nel secondo
la violenza del creato. Ma il problema è unico: quello
della morte che l’uomo
vive come un’indebita violenza.
Questi due
avvenimenti richiamano in modo esemplare ciò che maggiormente scuote
la fede del credente: perché Dio permette i soprusi e le
violenze, i disastri e
i terremoti?
La storia con le
sue ingiustizie, e la natura con la sua insensatezza sembrano
dominate dal maligno (cfr Lc 4,6).Il
male, continuamente presente nella nostra
esistenza, è il problema più rilevante ed è inspiegabile alla
ragione. Esso
costituisce un problema anche per la fede: la può spegnere o
ingigantire. Solo
conoscendo i "segni del tempo" possiamo vedere nel male
il Signore che viene a
salvarci chiamandoci alla conversione.
Il problema vero
della storia non è l’alternanza al potere del male, ma
l’alternativa ad esso. Non basta cambiare i protagonisti:
bisogna cambiare il
gioco.
Gesù non condanna
Pilato, ma non esalta neppure le sue vittime. Egli vuole
portarci a un punto di vista superiore: Pilato e le sue
vittime sono insieme
vittime dello stesso peccato. Infatti
hanno tentato lo stesso gioco: i galilei
erano i più deboli e hanno perso.
Gesù ha rifiutato
come mezzi del Regno quelli del nemico: la ricchezza, il
potere e l’orgoglio. La violenza genera sempre altra violenza. L’unica arma per
vincere tutti i mali è l’amore.
Lo stesso peccato,
presente in Pilato e nelle sue vittime, è presente anche
negli ascoltatori di Cristo. Al posto di Pilato si sarebbero
comportati come
Pilato, al posto
dei guerriglieri galilei si sarebbero comportati come i
guerriglieri galilei. Ma allora dove sta la
verità? Essa sta solamente nel
conformare i nostri comportamenti a quelli di Cristo che si fa
carico del male
di tutti.
Le calamità
naturali non sono una punizione, ma un richiamo alla conversione. Il
peccato che ha guastato l’uomo ha sottoposto
all’insensatezza anche la natura
che aveva in lui il suo fine Si è rotta l’armonia uomo-mondo
e ogni evento
insensato ci richiama a cercare nella conversione il senso di una
vita che il
peccato ha esposto al vuoto, al non senso (cfr Rm 8,20).
Discernere i segni
del tempo presente significa leggere ogni fatto come appello
a passare dal mondo vecchio al mondo nuovo portato da
Cristo. In questo modo il
male perde il suo carattere di fatalità e viene dominato
dall’uomo che ne sa
trarre un bene maggiore: la propria conversione.
Il brano 13,6-9 ci
presenta la parabola del fico sterile: Questa ci aiuta a
leggere la nostra storia alla luce di quella di Gesù. La
parabola è trasparente.
Il Padre e il
Figlio si prendono cura dell’uomo e si attendono che egli risponda
al loro amore. Ma come il fico è sterile, così l’uomo non
fa frutti di
conversione (cfr Lc 3,8). Ma Dio accorda
una proroga all’uomo e prodiga la sua
cura perché fruttifichi e non sia tagliato.
Il
"quest’anno" del v. 8 indica tutti gli anni
e i secoli delle generazioni che
verranno. E’ l’anno della pazienza e della misericordia di Dio:
"Egli usa
pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che
tutti abbiano modo
di pentirsi" (2Pt 2,9). Ma non dobbiamo fare come gli
"empi che trovano pretesto
alla loro dissolutezza nella grazia di Dio" (Gd 4). Non ci si deve prendere
gioco della ricchezza della bontà di Dio, della sua tolleranza
e della sua
pazienza, ma riconoscere che la bontà di Dio ci spinge alla
conversione (cfr Rm
2,4).
La parabola pone
l’accento sulla bontà di Dio. La cattiveria dell’uomo non può
impedire a Dio di essere buono. De.it.press
Domenica 11. III di Quaresima. Convertirsi è ritrovare la propria identità
“Così non si può andare avanti, tutti se
ne approfittano, tutti imbrogliano, i soprusi sono sistematici, insopportabili
e per giunta non s’intravede alcuna prospettiva nuova”. Abbiamo sentito spesso
lamentele come queste.
Lagnarsi è facile,
più difficile è proporre soluzioni. Deprecare le violazioni del diritto,
stilare comunicati ufficiali, proclamare la propria indignazione può anche
apportare qualche beneficio, ma il più delle volte le denunce, specie quando si
riducono a gesti formali e a dichiarazioni diplomatiche, rimangono lettera
morta.
Di fronte
all’ingiustizia qualcuno si lascia prendere da un’incontenibile irritazione,
dal risentimento, dalla frenesia della vendetta e giunge a compiere gesti
inconsulti. Il ricorso alla violenza non ha mai dato risultati positivi, anzi
ha sempre provocato guai, spesso irreparabili.
C’è un’altra
scelta possibile: il disinteresse. E’ l’opzione di chi
si rinchiude nel proprio piccolo mondo, evita di lasciarsi coinvolgere, anche
solo emotivamente, dai drammi degli altri, a meno che gli avvenimenti politici
non abbiano qualche ripercussione sulla sua vita personale o familiare.
Che fare? La
realtà sociale, politica, economica del mondo c’interpella, non possiamo disinteressarcene, estraniarci, osservarla
dall’esterno come spettatori inerti. Ma come
intervenire?
C’è un solo modo
corretto: lo suggerisce oggi la parola di Dio.
Prima Lettura (Es 3,1-8a.13-15)
1 In quei giorni
Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo
suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame
oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb.
2 L’angelo del
Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed
ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non
si consumava.
3 Mosè pensò:
“Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non
brucia?”. 4 Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal
roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”. 5 Riprese:
“Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale
tu stai è una terra santa!”. 6 E disse: “Io sono il
Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Mosè
allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio.
7 Il Signore disse:
“Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a
causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. 8 Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo
uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove
scorre latte e miele”.
13 Mosè disse a
Dio: “Ecco io arrivo dagli israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha
mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io
che cosa risponderò loro?”. 14 Dio disse a Mosè: “Io
sono colui che sono!”. Poi disse: “Dirai agli israeliti:
Io-Sono mi ha mandato a voi”. 15 Dio aggiunse a
Mosè: “Dirai agli israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di
Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò
ricordato di generazione in generazione”.
Israele ha
conosciuto il suo Dio anzitutto come liberatore. Solo in seguito ha scoperto
che egli è anche padre, madre, sposo, re, pastore, guida, alleato... La lettura
racconta come è cominciata questa rivelazione del
Signore al suo popolo.
Mosè è nel deserto del Sinai. Si trova lì
perché alcuni anni prima ha combinato un guaio serio: ha visto un uomo del suo
popolo maltrattato da un sovrintendente egiziano, è intervenuto in sua difesa e
ha ucciso l’aggressore (Es 2,11-15).
Ha un temperamento
impulsivo Mosè, non sopporta prevaricazioni, angherie, sopraffazioni nei
confronti dei più deboli. Lo dimostra anche nel deserto dove
è fuggito. Un giorno è seduto presso un pozzo, giungono delle ragazze per
abbeverare il gregge ed alcuni pastori le scacciano.
Non tollera il sopruso, balza in piedi, fa a botte con i ribaldi e aiuta le
pastorelle ad abbeverare il bestiame (Es 2,16-22).
La prudenza e
l’esperienza, ad un certo punto, gli suggeriscono di
darsi una calmata, di non immischiarsi nelle faccende degli altri. E’ doloroso
assistere impotenti alle ingiustizie perpetrate contro i deboli, ma che fare?
Se si interviene si rischia di venire coinvolti in
problemi troppo seri. Meglio non pensarci e lasciare perdere!
Mosè si rifugia
presso Ietro, il padre delle ragazze, ne sposa la
figlia e inizia una vita povera ma tranquilla. Ogni giorno esce per condurre al
pascolo il gregge del suocero e desidera solo di essere lasciato in pace.
Ma potrà uno come lui dimenticare i fratelli israeliti che
in Egitto sono sottoposti a continue vessazioni da parte dei loro padroni?
Dio, che conosce i
suoi sentimenti e i suoi pensieri, un giorno decide di rivelargli il suo
progetto: vuole liberare il suo popolo dalla schiavitù.
Il racconto della
chiamata di Mosè è costruito secondo lo schema classico delle vocazioni e con
le immagini usuali per presentare le manifestazioni di Dio.
Mosè sta
pascolando il gregge del suocero presso il monte Oreb. All’improvviso vede un
roveto che brucia senza consumarsi. Si avvicina e sente la voce di Dio che,
dopo averlo invitato a togliersi i calzari, gli dice: “Ho osservato la miseria
del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti;
conosco le sue sofferenze e sono sceso per liberarlo” (vv.7-8).
Il fuoco è una
delle immagini più comuni nella Bibbia per indicare la presenza di Dio: nel
deserto il Signore guidava il suo popolo “con una colonna di fuoco” (Es 13,21), “scendeva nel fuoco” (Es 19,18), “la sua voce parlava dal fuoco” (Dt 4,33).
Anche qui il fuoco
indica la voce di Dio che rivela al suo servo la missione difficile e rischiosa
cui è chiamato.
Il roveto ardente
che non si consuma esprime molto bene la “fiamma di Dio” che arde interiormente
e non dà tregua a Mosè. E’ la stessa di cui parla Geremia: “Nel mio cuore c’era
come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non
potevo” (Ger 20,9).
L’immagine del
roveto potrebbe essere stata suggerita all’autore biblico da un fenomeno
curioso che avviene nel deserto: dal dictamus albus – un arbusto alto un metro –
defluiscono oli essenziali che, nelle giornate molto calde, si incendiano.
I sandali
completano il simbolismo della scena. Essendo fatti con la pelle di un animale
morto, sono impuri e non possono essere introdotti in un luogo santo dove ha accesso solo ciò che richiama la vita (anche
oggi devono essere tolti prima di entrare in una moschea).
Dicendo che Mosè è
stato invitato a togliersi i sandali, l’autore sacro vuole affermare che egli è
entrato in contatto con Dio. L’ispirazione che ha avuto non era una sua
fantasia, una sua velleità, ma proveniva dal Signore.
Ora è possibile
tentare di ricostruire ciò che può essere accaduto. Nella solitudine e nel
silenzio del deserto, mentre forse rifletteva sulla sorte del suo popolo in
Egitto, Mosè è stato illuminato. Dio lo ha introdotto
nel suo mondo, gli ha instillato nel cuore i suoi stessi sentimenti, la sua
passione per la libertà degli oppressi. Gli ha fatto capire che, per realizzare
il suo sogno, aveva bisogno di uno come lui.
In questa
esperienza spirituale intensa e profonda, Mosè si è reso conto anche delle
difficoltà che un’impresa tanto ardua presentava e ha esposto al Signore la sua
obiezione: “Ecco, io vado dagli israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri
mi ha mandato a voi. Ma essi mi diranno: come si chiama? Io
cosa risponderò loro?” (v.13).
Nella seconda
parte della lettura (vv.13-15) il Signore risponde
rivelando il suo nome. Dice a Mosè: riferirai agli israeliti “Io sono colui che sono” o meglio Io sarò colui che sarò (questa è la
traduzione più esatta).
Perché Dio vuole
essere chiamato in un modo così strano? Che significa questo nome che ricorre
ben 6.828 volte nella Bibbia? Vuole dire: vi renderete conto chi io sarò;
vedrete da ciò che farò chi sono io.
Cosa vedranno gli israeliti? Non certo un Dio che se ne sta tranquillo
in paradiso, impegnato a mantenere in ordine la contabilità dei peccati, che
non vuole essere disturbato, che si disinteressa di
ciò che accade sulla terra.
Il Dio che si
rivelerà a Israele sarà un Dio che vive con passione i problemi del suo popolo,
che non tollera l’oppressione dei deboli, che interviene per liberare.
Notavano i rabbini
che il testo sacro non dice che gli israeliti hanno gridato al Signore, ma che
egli ha osservato la miseria del suo popolo in Egitto e ha udito il suo grido.
Gli israeliti gridavano per il dolore. Dio ha sentito quel lamento come
un’invocazione rivolta a lui e ha deciso di aiutarli.
Dio non cambia
nome. I suoi sentimenti nei confronti di chi soffre, di chi subisce ingiustizia, di chi è sottoposto a qualunque forma di
oppressione e di abuso rimangono gli stessi. Non cambia nemmeno il modo con cui
egli porta a compimento le sue liberazioni: si serve dei suoi angeli – è così
che è chiamato Mosè (Es 23,20.23) – compie le sue
opere attraverso coloro che si lasciano educare dalla sua parola, che coltivano
nel cuore i suoi sentimenti e i suoi pensieri e che non hanno paura di correre
rischi.
Seconda Lettura (1
Cor 10,1-6.10-12)
1 Non voglio infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri
furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, 2 tutti furono
battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare, 3 tutti mangiarono lo
stesso cibo spirituale, 4 tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano
infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il
Cristo. 5 Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono
abbattuti nel deserto.
6 Ora ciò avvenne
come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le
desiderarono.
Fratelli, 10 Non mormorate, come mormorarono alcuni di essi, e caddero
vittime dello sterminatore. 11 Tutte queste cose però accaddero a loro come
esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è
arrivata la fine dei tempi. 12 Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.
La comunità di
Corinto è abbastanza buona, tuttavia, come succede ovunque, ci sono anche degli
aspetti negativi: dissensi, immoralità, invidie. Alcuni cristiani sono convinti
che basti il battesimo per essere sicuri della
salvezza. Paolo si rende conto che i corinti stanno
cullandosi in una pericolosa illusione.
Per correggere
questa falsa certezza porta l’esempio del popolo d’Israele. Dice: tutti gli
israeliti hanno creduto in Mosè e lo hanno seguito;
hanno attraversato il mar Rosso, sono stati sotto la nube, hanno mangiato la
manna e bevuto l’acqua fatta scaturire dalla roccia; ma, a causa delle loro
infedeltà, nessuno di loro è entrato nella Terra Promessa.
La stessa cosa può
accadere ai cristiani. Essi devono tenere presente che i favori di Dio non
producono risultati in modo automatico e quasi magico. Non basta aver creduto
in Cristo (nuovo Mosè), essere stati battezzati (il passaggio del mar Rosso),
aver ricevuto lo Spirito (la protezione della nuvola), essersi cibati
dell’Eucaristia (il Pane ed il Vino corrispondono alla
manna e all’acqua del deserto). E’ necessaria una vita coerente, altrimenti
anch’essi possono perdersi, come è accaduto agli
israeliti nel deserto.
Vangelo (Lc 13,1-9)
1 In quello stesso
tempo si presentarono a Gesù alcuni a riferirgli circa quei galilei, il cui
sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. 2
Prendendo la parola, Gesù rispose: “Credete che quei galilei fossero più
peccatori di tutti i galilei, per aver subito tale sorte? 3 No, vi dico,
ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4 O quei diciotto,
sopra i quali rovinò la torre di Sìloe
e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di
Gerusalemme? 5 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete
tutti allo stesso modo”.
6 Disse anche
questa parabola: “Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi
frutti, ma non ne trovò. 7 Allora disse
al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma
non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? 8 Ma quegli rispose:
Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il
concime 9 e vedremo se porterà frutto per l’avvenire;
se no, lo taglierai”.
Nella prima parte
del brano (vv.1-5) vengono
riferiti due fatti di cronaca: un crimine commesso da Pilato e l’improvviso
crollo di una torre presso la piscina di Siloe.
Pilato non era un uomo dal cuore tenero. Gli storici tramandano
vari episodi drammatici che lo hanno avuto come
protagonista. Il Vangelo di oggi ne racconta uno.
Alcuni pellegrini venuti dalla Galilea per
offrire sacrifici nel tempio, probabilmente in occasione della Pasqua, vengono coinvolti in un fatto di sangue.
La Pasqua celebra
la liberazione dall’Egitto, è quindi inevitabile che risvegli in ogni israelita aspirazioni alla libertà e acuisca il
sentimento di rivalsa contro l’oppressione romana. E’ possibile anche che
questi galilei, magari un po’ fanatici, abbiano prima scambiato qualche battuta
un po’ pesante con le guardie, poi che abbiano compiuto qualche gesto provocatorio e infine che dalle parole siano passati a vie
di fatto: qualche spintone e una scazzottata.
Pilato che,
durante le grandi feste, è solito trasferirsi da Cesarea a Gerusalemme per
assicurare l’ordine e prevenire sommosse, non tollera nemmeno l’accenno alla
ribellione: fa intervenire i soldati che, senza alcun rispetto per il luogo
santo, massacrano i malcapitati galilei. Un gesto brutale e sacrilego, un
oltraggio al Signore, una provocazione nei confronti del popolo che considera
il tempio dimora del suo Dio. Lì persino i sacerdoti, anche d’inverno, devono
camminare scalzi.
Perché il Signore
non ha incenerito i responsabili di questo crimine? I farisei hanno una loro
risposta: sostengono che non c’è castigo senza colpa. Se Dio ha voluto che quei
galilei fossero colpiti dalla spada, significa che erano carichi di peccati. Ma come accettare questa spiegazione? Il peccatore è Pilato,
i malvagi sono i soldati romani.
Qualcuno va a
riferire a Gesù l’accaduto. Forse pensa di strappare dalla sua bocca un severo
giudizio di condanna, una presa di posizione antiromana. Qualcuno pensa di
coinvolgerlo in una rivolta armata. Di fronte ad un simile crimine non può
certo esortare alla pazienza e al perdono! Farà almeno una dichiarazione
sferzante contro Pilato.
Gesù sorprende i
suoi interlocutori esagitati e sconvolti: non perde la calma, non si lascia
sfuggire parole incontrollate. Anzitutto esclude che ci sia alcuna relazione
fra la morte di queste persone e le colpe da loro commesse; poi invita a
cogliere una lezione da questo avvenimento: va letto –
dice – come un richiamo alla conversione.
Per chiarire
meglio il suo pensiero ricorda un altro fatto di cronaca: la morte di diciotto
persone, provocata dal crollo di una torre, avvenuto probabilmente durante la costruzione
di un acquedotto presso la piscina di Siloe. Queste
persone – dice Gesù – non sono state punite a causa delle loro colpe: sono
morte per una fatalità, al loro posto potevano essercene altre. Anche questo avvenimento deve essere letto come un richiamo alla
conversione.
La risposta di
Gesù sembra eludere il problema. Perché egli non prende
posizione di fronte al massacro? Sorprende la sua risposta perché egli è
sempre stato molto concreto e non ha certo paura di dire ciò che pensa.
Le strutture oppressive
(e quella di Pilato è tale) in genere sono molto solide, hanno radici profonde,
si difendono con mezzi potentissimi. E’ davvero un’illusione pensare che
possano venire rovesciate da un momento all’altro. Qualcuno crede che il
ricorso alla violenza possa essere un modo efficace, rapido e sicuro per
ristabilire la giustizia. E’ la peggiore delle illusioni! L’uso della forza non
produce nulla di buono, non risolve i problemi, ne crea soltanto di nuovi e più
gravi.
Gesù non si
pronuncia direttamente sul crimine commesso da Pilato. Non vuole lasciarsi
coinvolgere in quelle inutili conversazioni in cui ci si limita ad imprecare e a maledire. Egli non è certo insensibile alle
sofferenze ed alle disgrazie, si commuove fino alle
lacrime per amore della sua patria. Tuttavia sa che l’aggressività, lo sdegno,
l’ira, l’odio, il desiderio di vendetta non servono a
nulla, anzi, sono controproducenti. Questi sentimenti portano solo a gesti
sconsiderati che complicano ancora più la situazione.
Il richiamo di
Gesù alla conversione è un invito a cambiare maniera di pensare.
I giudei coltivano
sentimenti di violenza, di vendetta, di rancore contro gli oppressori. Questi
non sono i sentimenti di Dio. E’ urgente che rivedano la loro posizione, che rinuncino alla fiducia che ripongono nell’uso della spada.
Purtroppo non sono disposti alla conversione e così, quarant’anni più tardi,
periranno tutti (colpevoli e innocenti) in un nuovo massacro.
Gesù non cerca di
sfuggire al problema, propone una soluzione diversa. Rifiuta i palliativi.
Invita a intervenire alla radice del male. E’ inutile illudersi che possa
cambiare qualcosa semplicemente sostituendo coloro che
detengono il potere. Se i nuovi arrivati non hanno un cuore nuovo, se non seguono una logica diversa, tutto rimane come
prima. Sarebbe come cambiare gli attori di uno spettacolo senza modificare il
testo che devono recitare.
Ecco la ragione
per cui Gesù non aderisce all’esplosione collettiva di sdegno contro Pilato.
Egli invita alla conversione, propone un cambiamento di mentalità. Solo persone
divenute diverse, solo persone dal cuore nuovo possono
costruire un mondo nuovo. Questa è la soluzione definitiva.
Quanto tempo si ha
a disposizione per operare questo cambiamento di mentalità? Può essere
dilazionato di qualche mese, di qualche anno? A queste domande Gesù risponde
nella seconda parte del Vangelo di oggi (vv.6-9) con
la parabola del fico.
Nella Bibbia si parla spesso di questa pianta
che, due volte l’anno, in primavera e in autunno, dà
frutti dolcissimi. Nei tempi antichi, era il simbolo della prosperità e della
pace (1 Re 4,25; Is 36,16). Nel deserto del Sinai gli
israeliti sognavano una terra con abbondanti sorgenti d’acqua, campi di grano
e... alberi di fico (Dt 8,8; Nm
20,5).
Il messaggio della parabola è chiaro: da
chi ha ascoltato il messaggio del Vangelo, Dio si attende frutti deliziosi e
abbondanti. Non vuole pratiche religiose esteriori, non si accontenta di
apparenze (in primavera, il fico dà frutti, prima ancora delle foglie), ma
cerca opere di amore.
A differenza degli
altri evangelisti che parlano di un fico sterile che è fatto seccare
all’istante o quasi (Mc 11,12-24; Mt 21,18-22), Luca, l’evangelista della
misericordia, introduce un altro anno di attesa, prima dell’intervento
definitivo. Egli presenta un Dio paziente, tollerante con la debolezza umana,
comprensivo per la durezza della nostra mente e del nostro cuore.
Questo atteggiamento longanime però non va inteso come
indifferenza di fronte al male, non è un’approvazione della negligenza, del disinteresse,
della superficialità. Il tempo della vita è troppo prezioso perché se ne possa
sprecare anche un solo istante. Non appena si scorge la luce di Cristo è necessario accoglierla e seguirla, immediatamente.
La parabola è un
invito a considerare la Quaresima come un tempo di grazia, come un nuovo “anno
prezioso” che viene concesso al fico (ogni uomo) per
dare frutti. P. Fernando Armellini, de.it.press
Papa Wojtyla, la beatificazione slitta si dovrà segliere
un altro miracolo
La Commissione medica
"rinvia" per i dubbi sul Parkinson nella guarigione della suora
francese - Ora la Postulazione dovrà riselezionare uno dei 271 "eventi" attribuiti a GIovanni Paolo II
ROMA - Papa
Wojtyla non potrà essere fatto santo subito. La Commissione medica del Vaticano
ha infatti "bocciato" il primo miracolo -
quello della guarigione della suora francese - portato a sostegno del processo
di beatificazione di Giovanni Paolo. La decisione è stata presa in
considerazione del fatto che nel caso della suora francese la diagnosi di
Parkinson non era certa e che da alcune forme di parkinsonismi si può guarire.
Alla luce di ciò, la Commissione medica ha chiesto alla Postulazione
di presentare un altro miracolo, scegliendo tra i 271 sui quali sono state
raccolte documentazioni.
La richiesta di
cambiare il miracolo sul quale dovrà esprimersi la Commissione medica è stata
comunicata subito al postulatore, monsignor Slawomir Oder, in modo che il processo possa procedere rapidamente e
senza problemi. Sul nuovo miracolo - tra i 271 segnalati molti sono
"italiani" - dovrà prima però esprimersi un tribunale diocesano e
questo richiederà il tempo necessario. Solo allora potrà quindi riunirsi
nuovamente la Commissione medica. In linea teorica, è possibile che la nuova
istruttoria possa tornare all'esame della Congregazione delle Cause dei Santi entro l'inizio dell'estate. Lr
4
EU. Opporci al pessimismo. Mons. Zycinski
sul convegno Fisc di Piacenza (18-20 marzo)
Mons. Jozef Zycinski, arcivescovo di
Lublino (Polonia) e membro del Pontificio Consiglio della cultura, interverrà
al convegno "Fare l'Europa. Le radici e il futuro", che la Fisc
(Federazione italiana settimanali cattolici – 186 testate locali per un milione
di copie settimanali) promuove a Piacenza dal 18 al 20 marzo per celebrare i
100 anni del settimanale della diocesi di Piacenza-Bobbio
"Il Nuovo Giornale". Lo abbiamo intervistato.
Al convegno dei
settimanali cattolici italiani lei tratterà il tema “Senza fede l’Europa
muore”: quale vuole essere, in sintesi, il suo messaggio?
“Durante il mio
incontro con i giornalisti cattolici a Piacenza vorrei riflettere sulle
conseguenze della tesi formulata da Friedrich Nietzsche nel 1882: ‘Dio è morto’. Da quei tempi, la tesi sulla morte di Dio è
stata ripetuta più volte. Bisogna ricordare però che la formazione dell’Europa
è stata influenzata da un’altra tesi, e cioè dalla dottrina che afferma che
l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio. Quindi, se Dio è morto, muore anche l’uomo creato a sua
immagine e somiglianza. Quella tesi traspare oggi non solo nelle pubblicazioni
cattoliche ma anche in molte altre che parlano dell’umanesimo europeo. In
quegli scritti si afferma spesso che i valori dell’umanesimo stanno
scomparendo, si parla dello sfaldarsi della tradizione che per duemila anni ha
costituito il volto dell’Europa, si asserisce la morte dell’uomo. La morte
dell’uomo e della cultura umanista è conseguenza della morte di Dio dichiarata
con grande gioia. Vorrei quindi discutere con i giornalisti
della questione se davvero la civiltà e la cultura europea oggi si trovino al
cospetto della morte, e su che cosa possiamo fare insieme per opporci alle
prognosi nefaste che interpretano la realtà in chiave unicamente pessimistica”.
Quali sono gli
aspetti dell’attuale processo di unificazione europea che più la preoccupano?
“Ci sono molte
ragioni per essere preoccupati e le persone sensibili dovrebbero reagire a
quelle sfide. In alcuni recenti incontri ai quali ho preso parte, organizzati
in ambienti giornalistici dell’Europa occidentale, i relatori che volevano
presentare un’alternativa al cristianesimo ripetevano
spesso la domanda: ‘A che cosa serve Dio nella tradizionale accezione
cristiana?’. Dentro di me, allora, nasceva voglia di alzarmi e chiedere: ‘Ma a che cosa servono Mozart e la sua musica, Einstein e
la sua fisica geniale, a che cosa servono Goethe e Dante, e la loro poesia?’.
Certo, possiamo vivere facendone a meno. Ma possiamo anche rimanere
tranquillamente seduti davanti ad una caverna a bere
whisky. Anche questa sarebbe una proposta per gli homo
sapiens”.
Crede che i
cattolici siano sufficientemente consapevoli dell’importanza e dell’urgenza di
conoscere meglio la realtà europea per poter
contribuire alla sua crescita?
“Oggi abbiamo a
che fare con un vortice culturale. Il nostro compito come cattolici è quello di opporci al pessimismo. Non possiamo farci
sopraffare dal pensiero cupo che tutto sia perduto. Dobbiamo comportarci come
le donne che, di buon mattino, si precipitano al sepolcro. Dobbiamo, superando
le disillusioni, portare l’olio dei valori che non possono essere
commerciabili, esprimere la nostra fedeltà e avere fiducia in Dio. Ed Egli farà il resto”.
Quale il ruolo dei
giornalisti cattolici nella costruzione dell’Europa?
“Comprendo i
problemi dei giornalisti e li difendo sempre quando si chiede loro di scrivere
solo cose positive. Questo non è
fattibile. Il Venerdì Santo non può essere descritto con gioia. Non è
pensabile. È stata una tragedia, un dramma. Ma il
Venerdì Santo non è stato l’ultimo capitolo. Dai giornalisti cattolici mi
aspetto che guardino le cose con una prospettiva un po’ più lungimirante di
quella dei loro colleghi atei. Questi, che considerano la perdita e il vuoto l’ultima parola, saranno avviliti, mentre noi sappiamo
che oltre i criteri umani c’è la realtà della grazia nella quale opera Cristo.
Credo inoltre che, anche per quanto riguarda l’Europa, i giornalisti che
prendono sul serio la propria vocazione e la propria testimonianza abbiano molto da fare per contrastare pregiudizi, stereotipi
e visioni semplicistiche”. Sir
La Sagrada Familia di Gaudì è pronta. A
novembre sarà consacrata dal Papa
BARCELLONA - A
oltre un secolo dall'inizio della sua costruzione, sarà una Sagrada
Familia finita al 60% quella che verrà
consacrata il 7 novembre a Barcellona da Benedetto XVI.
La costruzione
della chiesa della Sagrada Familia
iniziò nel 1882 grazie alle offerte dei fedeli e ancora oggi il biglietto di ingresso all'opera più famosa di Gaudì
(11 euro) serve per portare avanti i lavori di edificazione dell'immensa
struttura.
La visita del Papa
del prossimo 7 novembre sarà per il tempio un «momento storico», come lo sono
stati la posa della prima pietra o la morte di Gaudì.
Per la cerimonia di consacrazione «sarà infatti
terminato il 60% dei lavori della chiesa», hanno detto fonti della Sagrada Familia all'agenzia Ansa.
In particolare «a
novembre saranno terminati la navata centrale, il
pavimento, le vetrate, l'altare maggiore e il baldacchino», tra le altre cose.
La chiesa potrà accogliere ottomila persone, su una superficie interna di 4.500
metri quadri. È previsto anche lo spazio per più di 1.100 cantanti del coro. I
lavori continueranno poi anche dopo all'esterno, dove si devono ancora
costruire dieci torri e una facciata.
Gaudì venne incaricato
dell'edificazione della chiesa nel 1882 e non smise mai di lavorarvi fino al
giorno della sua morte, nel 1926. Da allora vari architetti hanno continuato i
lavori seguendo la sua idea originale.
Il tempio, da più
di 128 anni, si costruisce solo grazie alle offerte, e questo spiega la sua
lentezza: potrebbe essere ultimato entro il primo terzo del XXI secolo.
Lo stesso Gaudì disse che «la Sagrada Familia è un'opera che è nelle mani di Dio e nella volontà
del popolo». Im 4
Crocifisso.
Il segnale della Corte. Positivo per
tutti, non solo per i cattolici
È una prima buona
notizia: il ricorso del governo italiano contro la sentenza della Corte europea
dei diritti dell'uomo sul crocifisso nelle aule
scolastiche è stato accolto e il caso sarà sottoposto alla "grande
chambre", cioè ad una sorta di plenaria dell'istituzione di Strasburgo. La
procedura quindi sarà ancora lunga.
Il caso non è
chiuso, ma fortunatamente è stato riaperto e un punto importante è stato segnato.
C'è in gioco qualcosa di rilevante, non solo per l'Italia. Lo dimostrano anche
i commenti a caldo, che insistono su due temi. Il primo è il principio di
sussidiarietà, per cui le questioni legate all'identità, alla religiosità,
devono essere lasciate alla determinazione degli Stati, alle diverse storie e
sensibilità. Il secondo, connesso, è che questa decisione ridà ai cittadini di
molti Stati un senso di fiducia e di appartenenza alle istituzioni europee.
A novembre infatti - anche per la difficoltà da parte dell'opinione
pubblica di distinguere tra Unione europea e Consiglio d'Europa - la decisone
dei giudici era stata accolta come l'ennesima dimostrazione dell'astrattezza e
della rigidità di un certo "pensiero unico" politicamente corretto,
privo di radici e di considerazione per la vita reale dei popoli e dei
cittadini. È questa la ragione più profonda della persistente distanza che le
istituzioni europee rischiano di accumulare nei confronti dei popoli. Si tratta
di una sorta di corto-circuito, che non può non preoccupare, di fronte in
particolare al rischio di una crescete marginalizzazione dell'Europa dal cuore
del processo di sviluppo mondiale. Ora si presenta
l'occasione per rettificare. In questi mesi si è sviluppata in Italia e in
diversi altri Paesi europei una attenzione seria, che
va mantenuta.
Emerge, allora, il
grande tema della laicità. Per diversi aspetti si tratta di un tema molto
europeo, molto intra-europeo, che rischia di isolare
l'Europa, non più all'avanguardia dei grandi dibattiti culturali e spirituali,
ma chiusa in un orizzonte autoreferenziale. La dinamica della secolarizzazione,
che all'affermazione della laicità assoluta implicitamente rinvia, insomma
rischia di provocare blocchi e corto-circuiti. Per questo la proposta di una
"laicità positiva", che Benedetto XVI sta sviluppando in dialogo con tanti è importante.
Il simbolo della
croce così ci riporta non solo alla proposta e alla testimonianza evangelica,
ma anche al dinamismo di civiltà alle origini dell'idea stessa di Europa. Per questo è molto significativo
che il movimento di opinione pubblica per la difesa del crocifisso, in Italia e
non solo, sia - come è - trasversale, riguardi cattolici e laici, maggioranza e
opposizione. Tanto più in un quadro mondiale in cui i cristiani sono oggetto di
violenze e di vere e proprie persecuzioni: a tutti, peraltro, il crocifisso continua a testimoniare "la legge dell'amore
fino al dono della vita", principio di libertà e di liberazione. SIR
Io, diacono, ho imparato dagli stranieri. Il Card. Martini risponde su “Il
Corriere della Sera”
MILANO– “Prevale
una sorta di paura irrazionale dello straniero, come di una persona portata a
delinquere. È chiaro che nessuna atto contro la legge può essere tollerato. Ma le statistiche mostrano che non c’è nessun aumento nei fatti
delittuosi commessi da stranieri e che questi fatti sono commessi, in assai
maggiore quantità, anche dai nostri connazionali”.
Lo scrive il card.
Carlo Maria Martini rispondendo su il “Corriere della Sera” di domenica scorsa ad un diacono.
Di seguito
riportiamo la lettera del diacono e la risposta dell’ex arcivescovo di Milano.
Il ministero di
diacono mi ha portato spesso ad incontrare i fratelli,
quasi sempre di religione diversa, che chiedono aiuto. Ho ascoltato, da persone
che ho imparato ad amare, dure verità, sia relative al modo in cui hanno
affrontato il viaggio per arrivare nel nostro paese sia per come le istituzioni
si sono comportate con loro una volta in Italia.
Comportamenti che
rasentano l’assurdo. Ora noi, popolo con radicate tradizioni cristiane, come
possiamo comportarci? Cosa predichiamo noi, ministri
del Vangelo? (M.S).
Ho riportato
alcuni brani di questa lettera di un diacono perché mi sembrano molto efficaci
nel descrivere un atteggiamento positivo sul problema degli immigrati,
soprattutto dai Paesi islamici. Prevale invece una sorta di paura irrazionale
dello straniero, come di una persona portata a delinquere. È chiaro che nessun
atto contro la legge può essere tollerato. Ma le
statistiche mostrano che non c’è nessun aumento nei fatti delittuosi commessi
da stranieri e che questi fatti sono commessi, in assai maggiore quantità,
anche dai nostri connazionali. I mass media, ponendo spesso in prima pagina
notizie di delitti commessi da stranieri, sono anch’essi responsabili di questa
paura non sana che si è impadronita della gente e fa desiderare a molti di chiudere
i nostri confini.
È da auspicare che
le nostre parrocchie e le nostre istituzioni diventino sempre più sensibili su
questo punto. Già molto è stato fatto, anche senza suonare la tromba e chiedere
il plauso della gente. Ma si può fare ancora di più. Card.
Carlo M. Martini,
Migranti-press
Nella chiarezza. Un vademecum della Cei sui "corretti rapporti"
con gli ortodossi
Un vademecum
"per la pastorale delle parrocchie cattoliche verso gli orientali non
cattolici", ovvero verso gli ortodossi presenti
in Italia. È stata pubblicato il 2 marzo on line su Chiesacattolica.it, ed è
a cura di due Uffici della Cei, per l'ecumenismo e il dialogo, diretto da don
Gino Battaglia, e per i problemi giuridici, guidato da mons. Adolfo Zambon. Destinato prevalentemente ai parroci, agli
operatori pastorali e ai responsabili delle istituzioni educative cattoliche,
il vademecum raccoglie e organizza tutta la disciplina vigente nella Chiesa
cattolica sui "corretti rapporti" con i fedeli appartenenti alle
diverse Chiese ortodosse. Diviso in due parti (78 paragrafi), il testo fa il
punto su alcune indicazioni relative per esempio ai sacramenti (battesimo,
confermazione, eucaristia, penitenza, unzione degli infermi), ai matrimoni
misti e all'ammissione dei fedeli alla piena comunione nella Chiesa cattolica.
La prima parte del vademecum presenta, invece in modo sintetico, alcuni
elementi dottrinali utili per comprendere il profilo delle Chiese orientali non
cattoliche in Italia.
Gli ortodossi in
Italia. Nello spiegare cosa ha portato i due uffici Cei alla elaborazione
del vademecum, don Gino Battaglia e mons. Adolfo Zambon
parlano del fenomeno migratorio che ha fortemente interessato in questi anni il
nostro Paese. Secondo i dati del 2009, i cittadini stranieri regolarmente presenti
in Italia ammonterebbero a circa 4 milioni e mezzo.
Circa la metà degli immigrati sono cristiani: fra di
loro i fedeli ortodossi erano stimati nel 2008 in circa un milione
centotrentamila. Si può prevedere che, se i flussi migratori manterranno le caratteristiche
attuali, nei prossimi anni l'insieme di tali fedeli diventerà la seconda
comunità religiosa italiana. "Questa nuova realtà - scrivono i due
direttori - cambia anche i termini dei rapporti ecumenici nel nostro
Paese". Infatti, "il numero dei fedeli è tale da rendere impossibile
alle comunità orientali, che pure vanno progressivamente strutturandosi,
di fare fronte compiutamente alle loro esigenze spirituali e pastorali. È
dunque urgente considerare le conseguenze pastorali e giuridiche della presenza
dei fedeli orientali non cattolici all'interno delle comunità cattoliche, a motivo dei contatti che s'instaurano, per rispondere in
maniera corretta alle richieste che essi presentano".
Indicazione
generale. La prima indicazione generale contenuta nel vademecum chiede al
ministro cattolico di valutare molto bene le "concrete circostanze"
che conducono un fedele delle Chiese ortodosse a richiedere l'accesso ad un sacramento, perché se non lo si facesse "si
potrebbe cadere nel rischio di assecondare atteggiamenti di indifferentismo o
relativismo ecclesiologico o di esporsi al dubbio di un latente
proselitismo". Al par.1 si chiarisce che "le
Chiese orientali che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica hanno
validi e veri sacramenti, garantiti dalla successione apostolica". Non
essendoci però ancora la piena comunione tra le Chiese, il principio generale
da seguire è che "i ministri cattolici amministrano lecitamente i
sacramenti ai soli fedeli cattolici, i quali parimenti
li ricevono lecitamente dai soli ministri cattolici". La Chiesa cattolica,
tuttavia, permette la condivisione di vita sacramentale "in certe
circostanze e a determinate condizioni", e comunque sempre "per
singole persone".
Eucaristia e
matrimonio. Il vademecum entra poi nel merito dei singoli sacramenti. Riguardo
per esempio l'eucaristia si afferma che "l'ammissione all'eucaristia di un
fedele orientale non cattolico da parte di un ministro cattolico può avvenire
in circostanze speciali e in casi singoli". Si richiede che "il
singolo fedele abbia un grave bisogno spirituale" e che non sia
"divorziato e risposato", "nonostante nella
sua Chiesa ciò sia permesso". Il vademecum vieta inoltre
"assolutamente" la concelebrazione dell'eucaristia tra sacerdoti
cattolici e non cattolici. Molto ampio e dettagliato il
paragrafo sul matrimonio. "Il numero crescente dei matrimoni misti
in Italia - si legge al par.35 - evidenzia la necessità di una fraterna
collaborazione con i pastori delle Chiese orientali non cattoliche". In
particolare, la Chiesa cattolica ha l'obbligo di accertare "lo stato
libero della parte orientale non cattolica" con una dichiarazione che
"attesti che essa non ha mai contratto alcun matrimonio". Al par.46 si dice che "è frequente il caso di fedeli cattolici
che si presentano al loro parroco insieme al futuro sposo/a orientale non
cattolico/a divorziato/a chiedendo la celebrazione del matrimonio". "In questi casi, si tenga presente che la dichiarazione di
stato libero rilasciata dalla competente autorità della Chiesa orientale non
cattolica non coincide con una dichiarazione di nullità. Permane, quindi, l'impedimento di legame, fino al momento in cui il
precedente matrimonio sia dichiarato nullo con sentenza esecutiva da un
tribunale ecclesiastico cattolico". sir
Religiose
e religiosi nelle loro opere e nelle Chiese
particolari
"La vita
consacrata nella Chiesa locale è una risorsa preziosa per una
ecclesiologia di comunione: ciò è profondamente vero a livello ideale.
All'interno delle Chiese locali possono esserci state in passato difficoltà concrete di inserimento e incomprensioni, ma oggi
la situazione è molto cambiata". Lo ha detto il 2
marzo a Roma, durante il seminario di studio, promosso dalla Commissione mista
vescovi, religiosi e Istituti secolari, insieme al Cnv
(Centro nazionale vocazioni), sul tema "La vita consacrata nella Chiesa
locale: risorsa preziosa per una ecclesiologia di comunione", il vescovo
di Treviso, mons. Gianfranco Gardin, che è stato fino
a pochi mesi fa segretario della Congregazione per la vita consacrata e le
Società di vita apostolica, in Vaticano. Mons. Gardin,
che ha introdotto il tema generale del seminario, di fronte a un uditorio di
oltre 120 tra vescovi, delegati diocesani, esponenti degli organismi quali Cism (superiori maggiori), Usmi
(superiore maggiori) e Ciis
(istituti secolari), ha sottolineato che "ha senso chiedere ai consacrati
il vero inserimento nelle Chiese particolari, partendo dal principio che la
Chiesa particolare è il luogo dove vive la Chiesa in quanto tale. Nello stesso
tempo - ha però aggiunto - ha altresì senso chiedere ai membri della Chiesa
locale, clero e vescovo, un atteggiamento di comprensione nei confronti dei
consacrati che, a motivo del loro carisma, spesso sono
'nomadi' e debbono seguire le proprie opere, avendo minore disponibilità a
sentirsi in tutto e per tutto a disposizione di una Chiesa particolare".
I numeri in
Italia. Qual è oggi la situazione della vita consacrata in Italia? Alla domanda
ha risposto fr. Giovanni Dal
Piaz, benedettino camaldolese e sociologo. Nella sua
relazione ha illustrato la consistenza attuale dei religiosi, che è la
seguente: totale religiosi (uomini e donne) 110.971.
Di questi, i religiosi uomini sono 22.676 di cui 16.955 sacerdoti, 2.983
fratelli laici, 385 novizi, con 3.002 comunità. Le monache sono 6.510 di cui
186 novizie, con 515 monasteri. Le suore sono 73.659 di cui 659 novizie, in
8.778 comunità. Gli Istituti secolari femminili hanno un totale di 7.910
consacrate, di cui 407 con voti temporanei. Gli Istituti secolari maschili
assommano a 216 consacrati. Rispondendo alla domanda se "sono tanti o sono
pochi", ha detto: "Se teniamo presente che a livello mondiale su 100
cattolici battezzati, 5 sono italiani, abbiamo invece,
sempre in ambito globale, che su 100 consacrati, 13 siano residenti in Italia. Quindi - ha aggiunto - si può dire che la Chiesa italiana ha
espresso nel tempo vocazioni di speciale consacrazione in misura 'doppia' del
proprio peso in termini di battezzati". Un peso altrettanto
rilevante si ritrova anche nel confronto europeo. Dal Piaz ha infatti spiegato che "mentre i battezzati
italiani sono il 20,1% del totale europeo, il 31,7% dei consacrati europei sono
italiani".
L'opzione più lungimirante. La storia dei religiosi in Italia
è stata segnata da momenti di grande sviluppo fino agli attuali di un certo
ripiegamento. Il sociologo ha ricordato che "tra il 1870
e il 1970 la vita consacrata italiana ha vissuto una fase di crescita vivace.
In cento anni i religiosi passarono da 9.163 a 29.184 e le religiose da 29.707
a 154.790. Poi vi è stato un rallentamento".
Siccome un analogo percorso stanno avendo le vocazioni
presbiterali, i religiosi oggi - ha aggiunto - "costituiscono per le
Chiese locali una risorsa preziosa alla quale è difficile rinunciare. La chiusura di una comunità, specie nelle piccole diocesi con pochi
preti, incontra comprensibili resistenze perché impoverisce territori già
poveri di risorse umane". Di fronte a questa situazione di
difficoltà, "si tratta - per Dal Piaz - di
uscire da una specie di individualismo istituzionale e
riuscire a pensarsi in una relazionalità aperta e collaborativa con tutti gli
attori presenti nella realtà ecclesiale. La messa in rete delle competenze
diviene l'opzione più razionale e lungimirante".
Quel
"sommerso timore". Nel suo intervento incentrato sulla presenza
femminile nella vita consacrata, Maria Rosa Zamboni,
direttrice della rivista "Incontro", ha sottolineato
che "in modo particolare da parte delle religiose si ritiene che
l'attenzione alla vita consacrata femminile sia piuttosto disattesa e
insufficiente e poco incisivo l'annuncio della vita consacrata da parte delle
Chiese locali. Si parla - ha aggiunto - si prega, si fanno iniziative per le
vocazioni al sacerdozio, ma c'è un sommerso timore da parte dei sacerdoti di
parlare della consacrazione al femminile. Soprattutto è mancante quella dimensione educativa che sfocia
nell'accompagnamento spirituale". Questa
azione di promozione vocazionale della vita consacrata femminile - secondo Zamboni - "non può essere affidata a qualche tentativo
singolo o sporadico, ma deve essere condotta da organismi come l'Usmi e la Ciis, in grado di rapportarsi
'ufficialmente' con le varie realtà ecclesiali ed anche, in quanto gruppo, con
le organizzazioni sociali".
Leggere i nuovi
bisogni. Secondo don Lorenzo Prezzi, direttore de "Il
Regno", "oggi c'è un patrimonio di collaborazione molto forte sia all'interno
delle famiglie religiose, sia tra famiglie religiose e Chiese locali.
Questo patrimonio può correre il rischio di appiattire la vita religiosa come
dato puramente funzionale all'interno del comportamento pastorale delle Chiese
locali ed è necessario salvaguardare l'originalità carismatica della vita
religiosa. Ciò - ha proseguito - in ragione non di una supposta 'autonomia', ma
per il duplice riferimento che il religioso ha, da un lato, alla 'radicalità'
della sequela cristiana e, dall'altro, alla lettura dei nuovi bisogni dell'uomo
contemporaneo. In questo caso diciamo che la verifica della vita religiosa va
fatta sia sul versante di capire la Chiesa locale e sull'altro di saper 'leggere' i nuovi problemi della vita umana e sociale di
oggi". LUIGI CRIMELLA
Carta dei Musulmani d’Europa. Siglata da 400 associazioni islamiche di 28 Paesi europei.
Un passo
importante per la comprensione tra i popoli” è stata definita la firma di
questa Carta, avvenuta oltre un anno fa a Bruxelles,
ma che non ha avuto la visibilità che invece meritava.
Noi, come Centro
studi e documentazione pensiamo sia utile ritornare sulla notizia perché è
utile in questo
momento in cui nella nostra città si è avviato un seppur timido ancora
dibattito sulla necessità di creare un Centro Interculturale a Palermo.
Perché è
importante la Muslim of Europe Charter (CARTA DEI Musulmani d’Europa)? Intanto
perché è stata firmata da oltre 400 associazioni e organizzazioni islamiche di 28 Paesi. E poi per i principi che vi sono enunciati.
Intanto il
rispetto dell’Islam per ogni essere umano, l’uguaglianza tra uomo e donna, il
riconoscimento della famiglia fondata sul matrimonio, il rifiuto della violenza e del terrorismo. Un impegno, insomma, da parte di molte comunità musulmane, a
partecipare alla costruzione dell’Europa e a svolgere il proprio ruolo di cittadini
all’insegna della tolleranza e del rispetto delle legislazioni dei vari Paesi.
La Carta basa le
sue premesse su una rappresentazione dell’Islam che rifiuta ogni forma di
estremismo, condannando il terrorismo, l’interpretazione violenta della Jihad e ribadendo la parità tra uomo e donna.
Ma non solo. La Carta afferma la laicità dello Stato ribadendone quindi la sua neutralità…
Sono elementi
tutti positivi e che vanno seguiti con attenzione proprio con riferimento alla
crescente presenza di immigrati musulmani in Italia e
in Europa.
(invio realizzato grazie al progetto "osservatorio
giuridico legislativo sulla immigrazione"). dip
Inchiesta G8, Santa Sede su Balducci
"Non è più gentiluomo del Papa"
Provvedimento del
Vaticano nei confronti dell'ex numero uno del Consiglio
dei Lavori Pubblici, in carcere nell'ambito dell'inchiesta
sui Grandi eventi
CITTA' DEL
VATICANO - Non sarà più chiamato a svolgere il ruolo di 'Gentiluomo di Sua
Santità' Angelo Balducci, ex numero uno del Consiglio
dei Lavori Pubblici in carcere nell'ambito dell'inchiesta sui Grandi eventi. Lo hanno riferito fonti vaticane interpellate dall'agenzia
Ansa, precisando che il protocollo non prevede alcun atto formale di revoca
dall'incarico, ma solo la cancellazione dall'Annuario pontificio dopo un certo
tempo di mancato svolgimento dei compiti assegnati.
Il dirigente
pubblico era stato ammesso nel 1995 nel Collegio dei Gentiluomini con 'biglietto' della Segreteria di Stato, previa presentazione
da parte di un altro ecclesiastico. Ieri il gip di Perugia ha tenuto gli
interrogatori di garanzia agli arrestati, fra i quali lo stesso Balducci, che ha respinto tutte le accuse.
Il Collegio dei
Gentiluomini è alle dipendenze della Prefettura della Casa Pontificia, che
assegna loro di volta in volta vari servizi, quali l'accompagnamento e
l'accoglienza dei personaggi di riguardo e dei membri del Corpo diplomatico
durante le Cappelle papali e le udienze.
"Al di là di ogni possibile atto formale di revoca
dall'incarico di Gentiluomo di Sua Santità di Angelo Balducci
- riferiscono le fonti - è chiaro che non può essere chiamato a svolgere alcun
servizio durante la sua permanenza in carcere, nè,
chiaramente, se le accuse nei suoi confronti saranno confermate". La
Prefettura pontificia, interpellata direttamente, non ha inteso confermare nè smentire le voci che danno Balducci
come di fatto già estromesso dagli incarichi in
Vaticano.
Balducci è anche consultore della Congregazione per
l'Evangelizzazione dei Popoli, cioè uno degli esperti esterni a cui il Vaticano si rivolge su singole materie. Anche
questo è un incarico 'a chiamata' che dunque Balducci
non sarà più in grado di svolgere, almeno fin quando sarà sottoposto a misure
restrittive. LR 4
L’impegno delle diocesi nel campo della mobilità umana
ROMA - La
settimana scorsa i Direttori regionali della Migrantes
si sono ritrovati a Roma per due giorni di confronto su iniziative ed
esperienze nei propri territori. Durante il dibattito – il primo con il nuovo
Direttore generale mons. Giancarlo Perego – è emersa una interessante
panoramica delle iniziative pastorali realizzate e programmate nelle diverse
Regioni ecclesiastiche sui temi della mobilità che comprende non solo
l’immigrazione ma anche l’emigrazione italiana all’estero, i Rom e i Sinti, lo Spettacolo Viaggiante e il popolo dei Marittimi e
Aereoportuali.
Durante l’anno
sono diverse le iniziative promosse dagli uffici sia diocesani che regionali della Migrantes per
dare la possibilità di conoscere e incontrare comunità cristiane etniche e
famiglie di immigrati. Alcune diocesi e delegazioni si mostrano attente al
fenomeno dei Rom anche con iniziative come quella degli esercizi spirituali in
Piemonte, al Santuario Grotta N. S. di Lourdes di Coazze
a Forno di Torino - dove partecipano dai 150 alle 200
persone ogni anno - o i pellegrinaggi con gli immigrati come al Santuario di
Caravaggio per gli immigrati in Lombardia o alla Madonna del Buon Consiglio a Genazzano (Rm) per gli albanesi.
All’Istituto di Scienze religiose di Torino anche una
corso di pastorale migratoria. Diverse anche le regioni fortemente
interessate al fenomeno dell’emigrazione interna ed all’estero come l’Abruzzo,
il Molise, la Basilicata, la Campania, la Sardegna, mentre la Calabria si sta
preparando a dare un contributo alla prossima Settimana Sociale che si svolgerà
a Reggio Calabria.
Particolare
attenzione al mondo marittimo per il Triveneto, la Liguria, il Lazio, la
Sicilia, le Marche e la Puglia mentre iniziative per i
rom si registrano in Umbria e Lazio. La Migrantes Toscana, inoltre pubblica, insieme ad altre associazioni,
due pagine mensili sul tema migratorio sul settimanale “ToscanaOggi”.
Complessivamente - spiega mons. Perego - cresce l’impegno delle diocesi nel
campo della migrazione, per le quali è sempre più
necessario un referente diocesano e un lavoro regionale condiviso, per una
proposta puntuale ed efficace. (R. Iaria, Migranti-press)
Emilia Romagna. La coscienza e il voto. Un documento dei vescovi in vista
delle elezioni regionali
Un
"comunicato" ai fedeli "in vista delle elezioni regionali del
prossimo mese di marzo". A scriverlo, i vescovi delle diocesi dell'Emilia
Romagna, che lo hanno reso noto sabato 27 febbraio. Porta la
data del 22 febbraio, festa liturgica della Cattedra di San Pietro, ed è
firmato dal card. Carlo Caffarra (arcivescovo di
Bologna e presidente della Conferenza episcopale regionale-Ceer),
da mons. Giuseppe Verucchi (Ravenna-Cervia,
vicepresidente della Ceer), mons. Paolo Rabitti (Ferrara-Comacchio),
mons. Gianni Ambrosio (Piacenza-Bobbio), mons.
Adriano Caprioli (Reggio Emilia-Guastalla), mons.
Tommaso Ghirelli (Imola), mons. Lorenzo Ghizzoni (ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla),
mons. Francesco Lambiasi (Rimini), mons. Antonio Lanfranchi (amministratore apostolico di Cesena-Sarsina), mons. Paolo Losavio
(amministratore diocesano di Modena-Nonantola), mons.
Carlo Mazza (Fidenza), mons. Luigi Negri (San Marino-Montefeltro),
mons. Lino Pizzi (Forlì-Bertinoro), mons. Enrico
Solmi (Parma), mons. Claudio Stagni (Faenza-Modigliana),
mons. Elio Tinti (Carpi), mons. Ernesto Vecchi (ausiliare di Bologna e
segretario della Ceer).
I valori non
negoziabili. I vescovi, consapevoli che la loro "prima inderogabile
missione è di annunciare il Vangelo" e che esso "contiene anche una
precisa concezione dell'uomo e di tutta la sua realtà, personale e sociale, che
risponde in modo adeguato alle fondamentali esigenze della sua persona",
richiamano nel messaggio il rispetto di quei "valori non negoziabili"
cui fanno riferimento Benedetto XVI e la dottrina
sociale della Chiesa. Ad essi, "patrimonio di
ogni persona, perché inscritti nella coscienza morale di ciascuno",
"ogni cristiano deve riferirsi come criterio ineludibile per i suoi
giudizi e le sue scelte nell'ordine temporale e sociale". Il testo li
riporta "sinteticamente", citando "la dignità della persona
umana, costituita a immagine e somiglianza di Dio, e perciò irriducibile a
qualsiasi condizione e condizionamento di carattere personale e sociale; la
sacralità della vita dal concepimento fino alla morte
naturale, inviolabile e indisponibile a tutte le strutture e a tutti i poteri;
i diritti e le libertà fondamentali della persona: la libertà religiosa, la
libertà della cultura e dell'educazione; la sacralità della famiglia naturale,
fondata sul matrimonio, sulla legittima unione cioè fra un uomo e una donna,
responsabilmente aperta alla paternità e alla maternità; la libertà
d'intrapresa culturale, sociale, e anche economica in funzione del bene della
persona e del bene comune; il diritto a un lavoro dignitoso e giustamente
retribuito, come espressione sintetica della persona umana; l'accoglienza ai
migranti nel rispetto della dignità della loro persona e delle esigenze del
bene comune; lo sviluppo della giustizia e la promozione della pace; il
rispetto del creato".
Un laicato dedito
al bene comune. In politica, "persone, raggruppamenti partitici
e programmi devono pertanto essere valutati a partire dalla verifica obiettiva
del rispetto" di questi valori, e "la coscienza cristiana rettamente
formata - ammonisce la nota - non permette di favorire col proprio voto
l'attuazione di un programma politico o la promulgazione di leggi che non siano
coerenti" con essi, "esprimendo questi le fondamentali esigenze della
dignità umana". Ricordare i "valori non negoziabili" richiama
"non solo orientamenti doverosi per l'oggi, ma anche un costante cammino
educativo". Da qui l'esortazione dei vescovi a far emergere, "anche
in forza di un rinnovato e quotidiano impegno educativo delle nostre Chiese, un
laicato che proprio a causa della sua appartenenza ecclesiale fosse dedito al
bene comune della società".
Individuare i
valori. Guardando alle prossime elezioni, "clero ed
organismi ecclesiali - sottolinea il comunicato - devono rimanere completamente
fuori dal dibattito e dall'impegno politico pre-elettorale, mantenendosi
assolutamente estranei a qualsiasi partito o schieramento politico". Ciò
tuttavia non esclude il "diritto dei fedeli" ad
"essere illuminati dai propri pastori". Il sacerdote, perciò, può
"illuminare il fedele perché individui quei valori umani fondamentali che
oggi in Regione meritano di essere preferibilmente e maggiormente difesi e
promossi, perché maggiormente misconosciuti o calpestati", pur astenendosi
"dall'indicare quale parte politica ritenga a suo giudizio che dia maggior
sicurezza in ordine alla difesa e promozione dei
valori umani in questione". Infine, i vescovi ricordano il "momento
difficile" che "la nostra Regione, così come l'intera
nostra nazione, sta attraversando" e rivolgono un pensiero
"alle famiglie colpite da gravi difficoltà economiche" e "a chi
ha perduto o rischia di perdere il lavoro". "La consultazione
elettorale - concludono - è un'occasione nella quale
ogni fedele è invitato ad esercitare mediante il voto una parte attiva nella
doverosa edificazione della comunità civile".
Hirtenwort von Kardinal Lehmann zur Österlichen Bußzeit
„Wir sind Mitarbeiter eurer Freude.
Eine Ermutigung zum priesterlichen Dienst“
Mainz. In seinem Hirtenwort zur
Österlichen Bußzeit hat der Mainzer Bischof, Kardinal Karl Lehmann, die
Bedeutung des priesterlichen Dienstes für die Kirche hervorgehoben. Der
Priester sei für „das Sein und Wirken der Kirche unersetzlich“, heißt es in dem
Hirtenwort, das am zweiten Fastensonntag, 28. Februar, in allen Gottesdiensten
(sowie in den Vorabendmessen am 27. Februar) im Bistum Mainz verlesen wurde.
Dadurch werde der Dienst aller anderen amtlichen und ehrenamtlichen Mitarbeiter
in der Kirche nicht gering geschätzt, betont der Kardinal.
Wörtlich schreibt Lehmann: „Wir
sind dankbar und sehen darin einen Wink Gottes und ein Zeichen des Heiligen
Geistes, dass wir heute Ständige Diakone, Frauen und Männer als
Pastoralreferenten und als Gemeindereferenten, aber auch viele aktive
Ehrenamtliche in den Gemeinden und Räten sowie Verbänden und - nicht zu
vergessen - viele Schwestern und Brüder in den Ordensgemeinschaften und den
geistlichen Bewegungen haben. Aber dies führt nicht daran vorbei, dass Priester
nur durch Priester ersetzt werden können." Anlass für das Hirtenwort mit
dem Titel „Wir sind Mitarbeiter eurer Freude. Eine Ermutigung zum
priesterlichen Dienst" ist das von Papst Benedikt XVI. ausgerufene „Jahr
des Priesters", das noch bis um 11. Juni 2010 dauert.
Zu Beginn geht der Kardinal auch auf die
aktuelle Diskussion um sexuellen Missbrauch in der Kirche ein. Wörtlich heißt
es dazu: „In diesen Tagen wird viel diskutiert über das Versagen einiger
Priester besonders im Blick auf Kinder und Jugendliche. Wir werden dadurch
besonders schmerzlich an die menschliche Schwäche einzelner erinnert. Wir
schämen uns über diese Vorkommnisse und wissen um den unermesslichen Schaden,
der davon ausgeht, wollen dabei aber nicht vergessen, wie viele Priester in
großer Treue zu ihrer Berufung untadelig ihren Dienst erfüllen." Er
verweist auf die im Jahr 2002 beschlossenen Leitlinien der Deutschen
Bischofskonferenz hin, die inzwischen zweimal überprüft worden seien und sich
„bewährt" hätten.
Lehmann entfaltet seine Ausführungen
über den priesterlichen Dienst anhand der der drei Schlüsselworte
„Mysterium" (Geheimnis), „Communio"
(Gemeinschaft der Kirche) und „Missio" (Sendung
zu allen Menschen), die ein „wohl zu wenig genützter Schlüssel" seien, „um
sachgerecht über Dienst und Lebens des Priesters zu sprechen". Wie alle
Glaubenden seien die Priester „zuerst Empfangende und Hörende". Darum
könne es auch kein Priesterbild geben, „das von der Vorstellung bestimmt wäre,
eigenmächtig und selbstständig Gottes Wirken für uns beeinflussen oder gar
manipulieren zu wollen". Voraussetzung für den priesterlichen Dienst sei
nicht die Initiative des Einzelnen, sondern eine Berufung. „Darum ist die
Prüfung, ob eine solche Berufung vorliegt, auf dem ganzen Weg der
Priesterbildung von größter Bedeutung. Berufung ist immer ein Dialog zwischen
Gottes Initiative und der Antwort des Menschen."
Der Kardinal hebt hervor, dass der
Bezug auf die Kirche „wesensnotwendig" für den Priester sei. „Der Priester
ist ein Mann der Kirche und bekennt sich dazu, ist jedoch kein oberflächlicher
Funktionär. Er dient der Kirche, indem er immer wieder auf das unverfälschte
Evangelium Gottes hört, es - gelegen oder ungelegen (vgl. 2 Tim 4,2) - in
seiner ganzen Neuheit und Explosionskraft in Wort und Tat, aber auch durch sein
eigenes Leben bezeugt und oft gegen uns selbst zur Geltung zu bringen
versucht." Deshalb sei der Priester auch dazu berufen, „in der Kraft
des Heiligen Geistes die Kirche selbst immer wieder zu erneuern". Dies
beginne nicht, mit dem Ruf nach äußeren Reformen, „sondern bei unserem eigenen
Leben". Deshalb brauche der Priester „Innerlichkeit und
Spiritualität", wenn er den Menschen wirklich dienen wolle. „Er muss
grundlegend ein Mann des Gebetes sein."
Der Priester müsse die Menschen zur
Umkehr aufrufen, wie Jesus es getan habe. „Deswegen kann der Priester bei allem
Wohlwollen auch nicht einfach die üblichen Einstellungen und Erwartungen der
Menschen bloß bestätigen, sondern er muss die Menschen zu einer Prüfung und
Reinigung ihres Herzens führen. Er kann uns immer nur dann zur wahren Freiheit
führen, wenn er uns hilft, dass wir durch die Gnade Gottes von uns selbst
befreit werden." In seinem umfassen den Dienst „ist er ein Wegbegleiter
der Menschen in der Pfarrgemeinde, der Generationen in ihren jeweiligen
Herausforderungen, aber auch der Familien im Ablauf der Lebensgeschichten und
nicht zuletzt des Einzelnen". Besonders wirksame Zeichen zur Erneuerung
des Lebens seien die Sakramente und dabei im Besonderen die Eucharistie, die
„zutiefst das Wesen von Kirche ausmacht", betont der Kardinal.
Allerdings verkündige der Priester
„nicht sich selbst und nicht aus eigener Kraft". Wörtlich heißt es dazu:
„Darin liegt auch eine heilsame Entlastung von dem furchtbaren Zwang zum
sofortigen Erfolg und zu gewinnbringenden Bilanzen. Wir säen,
aber wir ernten nur selten." Daher sei es notwendig, in der Priesterweihe
„im Auftrag Gottes von der Kirche gesendet" zu werden. Die Weihe sei „ein
Zeichen dafür, dass Gott den Priester für diesen Dienst ein Leben lang in
Anspruch nimmt und ihm dabei durch seine Gnade verlässlich beisteht".
Weiter schreibt Lehmann: „Denn diese Ermächtigung nimmt Gott nicht mehr zurück.
Sie prägt den Priester auch dann noch, wenn er sündig ist und treulos wird.
Dies ist ein großer Trost für den Priester selbst und die Menschen in der Kirche:
Auch wenn der einzelne Priester persönlich nicht vollkommen ist, bleibt Gott
trotzdem in dem kirchlichen Dienst, den der Priester wahrnimmt, am Werk."
Der Kardinal betont in seinem
Hirtenwort die missionarische Dimension der priesterlichen Dienstes: „Wir haben
eine fundamentale Verpflichtung für alle Menschen, ob sie nun bei uns als
Einheimische, Gäste und Fremde leben, oder ob sie fern von uns Ungerechtigkeit
und Armut ertragen müssen, aber auf unsere Solidarität hoffen. Der Priester
lebt deswegen immer in einer heiligen Unruhe, indem er sich fragt, wohin der
Ruf Gottes noch nicht ergangen ist. Wir müssen Kundschafter der Liebe Gottes zu
allen Menschen sein. Dies gilt auch in der Zusammenarbeit mit den evangelischen
Schwestern und Brüdern."
Abschließend verweist Lehmann auf die
Notwendigkeit, um Priesterberufungen zu beten. Dafür seien nicht nur der
Bischof, seine Mitarbeiter und die Priester selbst verantwortlich, „sondern es
ist eine Sache der ganzen Kirche und jeder Gemeinde. Sie hat selbst eine
ursprüngliche Sorge für Berufungen zum priesterlichen Dienst." Das „Jahr
des Priesters" könne „für all dies die Augen öffnen und uns für die
Förderung priesterlicher und überhaupt geistlicher Berufe mutiger und
schöpferischer machen" tob
(MBN)
Statistiken – und was sie bewirken…Von Bischof Heinz Josef Algermissen
Es liegt die neue Untersuchung des
„Religionsmonitors“ vor, die von der Bertelsmann-Stiftung in Gütersloh
veröffentlicht wurde. Für die Studie wurden 7.000 Online-Fragebögen von
Jugendlichen zwischen 17 und 21 Jahren ausgewertet.
Rund ¾ der jungen Christen in
Deutschland glauben dieser Studie zufolge offenbar an Gott und ein Leben nach
dem Tod. Weit mehr als die Hälfte der christlichen Jugendlichen sind davon überzeugt,
dass Gott keine menschliche Idee, sondern Person ist, die mit dem menschlichen
Leben unmittelbar etwas zu tun hat. Sogar rund 10 % der konfessionslosen
Jugendlichen teilen die Vorstellung von einem personalen Gott.
Der Gottesdienst ist für jeden zweiten
Jugendlichen bedeutsam. Mehr als die Hälfte der jungen Katholiken und knapp 50
% der evangelischen Jugendlichen messen der Feier des Gottesdienstes mittlere
oder hohe Bedeutung bei. Für über ? der Katholiken und rund die Hälfte der
evangelischen Jugendlichen ist das Gebet wichtig. Von den konfessionslosen
Jugendlichen gaben 7 % an, dass das Gebet ihnen etwas bedeute. Nach dem Gebet
war in der Studie eigens gefragt worden, weil man wissen wollte, wie sich eine
Glaubensüberzeugung im Alltag äußert.
Wie die Untersuchung weiter zeigt, ist
rund die Hälfte der jungen Christen überzeugt, dass sie die Gegenwart Gottes im
eigenen Leben erfahren haben. Bei den konfessionslosen sind es gut 15 %.
„Liebe“ verbinden mit Gott über 50 % der 14- bis 17jährigen Katholiken, bei den
evangelischen Gleichaltrigen sind es gut 40 %. Ehrfurcht vor Gott empfinden 45
% der Katholiken zwischen 14 und 17 Jahren und rund 30 % der gleichaltrigen
Protestanten. Für die Seelsorger und unsere Pastoral ist wichtig, dass das
Interesse an Religion in der Altersgruppe der 18- bis 21jährigen deutlich höher
ist als bei jüngeren. Danach befragt, für wie religiös sie sich halten, stufte
sich jeder vierte Katholik über 18 Jahren als stark religiös ein, 41 % als
religiös.
Das lässt aufhorchen: Jugendliche in
der Pubertät sind religiös offenbar wenig ansprechbar. Wenn die größten Stürme
dann vorbei sind, also im Alter von 18 Jahren und später, wächst auch das
Interesse an Glaube und Religion wieder. Das gilt ebenso für das kirchliche
Engagement dieser Altersgruppe. Man interessiert sich vermehrt für globale
Probleme und die Frage, ob die Kirchengemeinde daran etwas ändern und
verbessern kann. Der Blickwinkel dieser Gruppe um 20 Jahre sei offener, weite
sich für die Anliegen anderer Menschen, so die Studie. Auch die Suche nach Gott
und einer Lebensperspektive aus dem Glauben kämen deutlicher zum Vorschein.
Das Resultat der Untersuchung wirft ein
neues Licht auf die jungen Erwachsenen in unseren Gemeinden. Es lässt uns auch
noch einmal nach dem entsprechenden Alter unserer Firmbewerberinnen/Firmbewerber fragen. Die begleitenden Katechetinnen und
Katecheten haben ja, wie sie mir immer wieder im Rahmen der Gespräche nach den Firmfeiern berichten, mitunter mit pubertierenden
Jugendlichen ganz große Probleme.
Insgesamt werden uns hochinteressante
statistische Ergebnisse geliefert, die unsere kirchliche Jugendarbeit
aufhorchen lassen müssten. „Bonifatiusbote“ 7
Mit dem Papst und Rundem Tisch gegen Missbrauch
Ettal/Berlin
- Im Skandal um sexuellen Missbrauch in der katholischen Kirche demonstrieren
die Klöster ihren Willen zur Aufklärung: Die Abtei Ettal
bittet Papst Benedikt XVI. um eine Apostolische Visitation – eine
Überprüfung durch einen Beauftragten des Papstes. Bereits am Dienstag seien
„aus freien Stücken“ Dokumente an die Staatsanwaltschaft München II übergeben
worden, teilte das Kloster mit.
Familienministerin Kristina Schröder
(CDU) plädiert für einen großen Runden Tisch zur Bekämpfung von
Kindesmissbrauch: „Ich finde es falsch, jetzt nur die katholische Kirche an den
Pranger zu stellen“, sagte sie der „Frankfurter Allgemeinen Zeitung“. Probleme
mit Kindesmissbrauch gebe es auch in Sportvereinen oder in den Familien.
„Deshalb ist die Idee gut, alle Akteure zu versammeln.“ Bundesjustizministerin
Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) hatte vor einer Woche einen Runden
Tisch allein für die katholische Kirche gefordert. Dpa 4
EKD-Ratsvorsitzender. Käßmann-Comeback möglich
Düsseldorf. Der amtierende
Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Nikolaus
Schneider, erwartet ein Comeback seiner Amtsvorgängerin Margot Käßmann. "Ich bin fest davon überzeugt, sie wird in
absehbarer Zeit wieder zu hören sein".
Das sagte Schneider, der auch Präses der Evangelischen Kirche im Rheinland ist, am
Dienstag in Düsseldorf. Welche herausgehobene Position Käßmann,
die in der vergangenen Woche nach einer Alkoholfahrt alle Kirchenämter
niedergelegt hatte, innerhalb des deutschen Protestantismus einnehmen werde,
sei allerdings noch nicht absehbar. "Es kommt darauf an, was wann wo
gefragt ist", betonte der amtierende EKD-Ratsvorsitzende im Gespräch mit
der Deutschen Presse-Agentur dpa.
Er selbst sei "offen für eine
Kandidatur" bei der Wahl zum neuen Ratsvorsitz während der EKD-Synode im November
in Hannover, sagte der 62-Jährige. Mitglieder des Rates hätten ihn am
Wochenende dazu ermutigt: "Das tut mir gut. Aber klar ist: Die Synode
wählt den Ratsvorsitz". Seine Lebensplanung sei eigentlich anders gewesen,
meinte Schneider. "Aber wenn ich in diese Situation hineingestellt werde,
dann stelle ich mich ihr." Zunächst geschehe dies aus Pflichtgefühl,
"aber die Lust wird kommen, das denke ich schon".
In seiner bevorstehenden EKD-Arbeit
sehe er große Kontinuität zur Ära Käßmann. "Wir
haben gemeinsame Projekte auf den Weg gebracht." Im Vordergrund einer an
der biblischen Botschaft orientierten Kirche, "die bei den Menschen sein
muss", stehe die Frage nach Frieden und sozialer Gerechtigkeit. "Die
Rolle der Bundeswehr wird angemessen zu diskutieren sein". Durch das auch
von seiner Amtsvorgängerin skeptisch gesehene deutsche Engagement in
Afghanistan "ist der Krieg mitten in unserer Gesellschaft angekommen,
darüber müssen wir reden."
Bei der Frage der sozialen
Gerechtigkeit würden die Verursacher der Krise zu wenig in die Pflicht
genommen, sagte der Vertreter von 25 Millionen evangelischer
Christen. "Stattdessen geht gleich die Debatte los über
Sozialabbau." Ihn beschäftige mit Blick auf die Gesellschaft die
"Sorge, dass der soziale Zusammenhalt weiter ausgehöhlt wird". Die
Bibel gebe klare Hinweise, wie mit Armen und Benachteiligten umzugehen sei,
"das können wir nicht allein der Barmherzigkeit des Einzelnen
überlassen."
Durch die Autofahrt mit 1,54 Promille
der früheren EKD- Ratsvorsitzenden Käßmann ist die
Evangelische Kirche nach Ansicht Schneiders nicht in schlechtes Licht gerückt:
"Ihr Umgang mit ihrem Fehlverhalten war glaubwürdig, so dass ich kein
Glaubwürdigkeitsproblem der Kirche sehe." Die Kirchenbasis habe Käßmann überwiegend gedrängt, im Amt zu bleiben. Das
Geschehen habe gezeigt, dass auch die Menschen innerhalb der Kirche "keine
Heiligen sind".
Gespräch: Gerd Korinthenberg, dpa 3
Papst: Lob für Chopin, Nostalgie für seine Theologen-Jahre
Etwa 8.000 Menschen haben an diesem
Mittwoch die Generalaudienz von Benedikt XVI. besucht. Der Papst würdigte u.a.
Frédéric Chopin zu dessen 200. Geburtstag: Der polnische Komponist habe mit
seiner Musik Großes für Europas Kultur geleistet, er
könne Menschen helfen, Gott näherzukommen. Für die Besucher aus dem
deutschsprachigen Raum beschäftigte sich Benedikt mit einem Heiligen des 13.
Jahrhunderts.
„Wenn ich bei der heutigen Katechese
über den heiligen Bonaventura spreche, so tue ich dies nicht ohne eine gewisse
Nostalgie. Dieser Heilige ist mir im Studium und zu Beginn meiner
wissenschaftlichen Tätigkeit ein hochgeschätztes Vorbild und ein Begleiter
geworden, dem ich Wesentliches für meine geistliche Prägung verdanke.“
Bonaventura wurde um 1217 in Bagnoregio etwa 80 km nördlich von Rom geboren. Bei seinem
Studium in Paris begegnete er den Franziskanerbrüdern, die auch als Professoren
an der Universität wirkten.
Papst will zur „Sagrada
Familia“ - Papst Benedikt XVI. wird in diesem Herbst für zwei Tage nach
Nordspanien reisen. Das wurde an diesem Mittwoch bekannt. Geplant sei für den
6. November eine Visite in Santiago de Compostela, wo
der Apostel Jakobus verehrt wird. Die galizische Stadt am berühmten Jakobsweg
feiert derzeit ihr Heiliges Jakobus-Jahr.
„Ich habe den Heiligen Vater schon im Oktober
letzten Jahres schriftlich nach Santiago de Compostela
eingeladen“ – das berichtet der Erzbischof der Jakobsstadt, Julian Barrio, vor Journalisten. „Die Anfrage wurde sehr gut
aufgenommen, aber es war dann gar nicht so einfach, ein Datum zu finden. Vor
ein paar Tagen war ich dann in Papstaudienz, und am Donnerstag letzter Woche
wurde mir aus dem Vatikan mitgeteilt, dass man den 6. November ins Auge fasse.
Das will ich hiermit bestätigen!“ (rv 3)
Deutsche Islam Konferenz: Minister strebt praktische Ergebnisse an
Berlin. Bei der Deutschen Islam
Konferenz (DIK) will Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) mit einer
veränderten Struktur und neuen Teilnehmern praktische Ergebnisse erzielen. Für
strittige Themen wie muslimischem Religionsunterricht, Imam-Ausbildung oder die
Gleichberechtigung muslimischer Mädchen und Jungen solle die Konferenz die
Frage beantworten: "Wie kann's
mal losgehen?", sagte de Maizière am Donnerstag in Berlin. Die erste
Plenarsitzung der DIK soll am 17. Mai stattfinden.
Der Innenminister bezeichnete die von
seinem Vorgänger Wolfgang Schäuble (CDU) ins Leben gerufene Islam-Konferenz als
großen Erfolg. Er wolle jetzt deren Ergebnisse vertiefen. Als Beispiel nannte
de Maizière die Frage, ob es muslimischen Religionsunterricht an Schulen auch
geben könne, ohne muslimische Verbände als Körperschaften des öffentlichen
Rechts anzuerkennen. Diesen Status haben die großen Kirchen und der Zentralrat
der Juden.
Daneben soll es um dem
Komplex Grundrechte und Wertekonsens gehen. Dabei will der
Innenminister neben der Frage der Gleichberechtigung auch das Thema
demokratische Beteiligung behandeln. Den dritten großen Komplex bildet das
Thema Islamismus. Der Islam werde nur Anerkennung finden, wenn es eine klare
Abgrenzung zum Islamismus gebe, sagte de Maizière.
Um seine Ziele zu erreichen, holt der
Innenminister eine Reihe von Praktikern in die Deutsche Islam Konferenz.
Anstelle der bisherigen muslimischen Einzelpersönlichkeiten gehören künftig
Religionslehrer, Kommunalpolitiker und Islamwissenschaftler zur DIK. De
Maizière will auch einen Imam einladen.
Die muslimischen Verbände bleiben
Mitglied in dem Gremium. Allerdings suspendierte der Bundesinnenminister den Islamrat, da gegen führende Mitglieder der Islamischen
Gemeinschaft Milli Görüs, der größten
Mitgliedsorganisation im Islamrat, wegen
Steuerhinterziehung ermittelt wird. Neu in der Islam-Konferenz ist die
Türkische Gemeinde Deutschland. Epd 4
Berlin. Die älteste Kirche der Stadt öffnet wieder
Nach umfangreichen Sanierungsarbeiten
soll die Nikolaikirche am 21. März wieder der Öffentlichkeit übergeben werden.
Dann ist auch eine Dauerausstellung zu sehen.
Ursprünglich sollten die zwei Jahre
dauernden Sanierungsarbeiten an der ältesten Kirche der Stadt im Dezember
abgeschlossen sein. Die Kirche gehört heute zum Stadtmuseum.
Künftig sollen sieben sogenannte
Themeninseln die Besucher über die Geschichte von Kirche und Stadt informieren,
wie die Direktion der Stiftung Stadtmuseum mitteilte. Dazu seien
Multimedia-Stationen installiert worden, hieß es. Ein Ausstellungsbereich sei
dem Liederdichter und Nikolaipfarrer Paul Gerhardt gewidmet, wofür eine Kanzel
aus der Zeit des Frühbarocks rekonstruiert wurde. Eine Überarbeitung erfuhren
laut Stadtmuseum darüber hinaus die Raumaufteilung, die Beleuchtung und der
Fußboden der Kirche. Nach der Wiedereröffnung könnten Besucher erstmals
unterirdische Bereiche des Kirchenbaus besichtigen.
Die Kirche wurde Anfang des 13.
Jahrhunderts errichtet. Der Beschluss zum Wiederaufbau des im Krieg fast
vollständig zerstörten Stadtteils erfolgte 1980 durch die DDR-Führung und den
Ost-Berliner Magistrat. Das teilrekonstruierte Viertel und die Kirche wurden
anlässlich der 750-Jahr-Feier der Stadt 1987 eingeweiht. 1991 konstituierte
sich dort das Gesamtberliner Abgeordnetenhaus. Zu religiösen Zwecken wurde die
Nikolaikirche bis 1939 genutzt. Ddp
Sonntag, 21. März, ab 15 Uhr. Danach
täglich 10 bis 18 Uhr. Eintritt: Erwachsene fünf Euro, ermäßigt
drei Euro. Mehr Details im Netz: www.stadtmuseum.de tsp
4
Missbrauchsskandal. Staatsanwaltschaft im Kloster Ettal
Im Skandal um sexuellen Missbrauch in
der katholischen Kirche hat es eine Durchsuchung in einem Kloster gegeben. Am
Dienstag durchsuchte die Münchner Staatsanwaltschaft das oberbayerische Kloster
Ettal, wie die Deutsche Presse-Agentur erfuhr. Dort
sollen Schüler von Geistlichen sexuell missbraucht worden sein. „Seit
Nachmittag laufen Ermittlungen vor Ort in Anwesenheit der Staatsanwaltschaft“,
bestätigte eine Sprecherin der Staatsanwaltschaft München II. Ob es überhaupt
schon einmal eine Razzia in einem Kloster gegeben habe, konnte ein Sprecher der
Deutschen Bischofskonferenz auf Nachfrage nicht beantworten.
Das Vorgehen der Staatsanwaltschaft steht
im Zusammenhang mit Vorwürfen von etwa 20 Personen, die angegeben hatten, als
Schüler von Ordensbrüdern geschlagen oder missbraucht worden zu sein. Einem
mittlerweile verstorbenen Pater, der trotz der Beschuldigungen noch bis 2004 an
der Klosterschule unterrichtet hatte, werden Übergriffe in den 70er und 80er
Jahren vorgeworfen.
Die Durchsuchungen in dem
oberbayerischen Vorzeigeinternat des Benediktinerordens sind ein vorläufiger
Tiefpunkt in dem Skandal um Gewalt und sexuellen Missbrauch in katholischen
Erziehungseinrichtungen. Seitdem Ende Januar erste Missbrauchsfälle am Berliner
Canisius-Kolleg bekannt geworden sind, haben sich
bereits mehr als 150 Betroffene gemeldet. Die meisten Fälle in verschiedenen
katholischen Einrichtungen in ganz Deutschland liegen Jahrzehnte zurück.
Missbrauchsskandale haben die katholische Kirche bereits in Irland, den
Vereinigten Staaten und Österreich erschüttert - und auch eine Diskussion über
den Zwangszölibat - das Keuschheitsgebot für Priester - entfacht.
Drei Mönche aus Kloster Wechselburg
suspendiert
Im Zusammenhang mit den
Missbrauchsvorwürfen an dem Benediktinerkloster wurden auch drei Mönche aus dem
Kloster Wechselburg in Sachsen suspendiert und von ihren seelsorgerischen
Aufgaben entbunden. Gegen sie lägen Missbrauchsvorwürfe aus ihrer Zeit an der
Schule und dem Internat in Ettal vor, teilte das
Bistum Dresden-Meißen am Dienstag mit. Damit wurde ein Bericht der in Chemnitz
erscheinenden „Freien Presse“ bestätigt.
Was genau den Männern vorgeworfen wird,
wisse man nicht, sagte ein Bistumssprecher. Verdachtsfälle aus dem Kloster
Wechselburg gab es bislang nach Angaben des Bistums nicht, Bischof Joachim
Reinelt kündigte aber an, Anhaltspunkten auf mögliche Verdachtsfälle gründlich
nachzugehen. Einer der drei Mönche sei für das Jugend- und Familienhaus des
Klosters in Wechselburg verantwortlich gewesen.
Das Erzbistum München-Freising
bestätigte am Dienstag einen Missbrauchsfall in einer Münchner Pfarrei. In den
Jahren zwischen 2002 und 2003 habe sich ein ausländischer Ordensgeistlicher
mehrmals an einem damals 13-jährigen Mädchen vergangen. Nach seiner Versetzung
in eine Pfarrei in Fürstenfeldbruck und einer Bewährungsstrafe wegen sexuellen
Missbrauchs kam es dort trotz eines kirchlichen Verbots für Jugendarbeit
möglicherweise zu weiteren sexuellen Übergriffen auf zwei Mädchen. Der
Bistumssprecher kündigte rückhaltlose Aufklärung an, der Mönch sei inzwischen
in seine Heimat zurückgekehrt.
Nach Einschätzung des Vereins
ehemaliger Heimkinder sind viel mehr Kinder und Jugendliche in katholischen
Einrichtungen sexuell missbraucht worden als bislang angenommen. Rund 70
Prozent der 450 Vereinsmitglieder wurden nach Einschätzung der
Vereinsvorsitzenden Monika Tschapek-Güntner in der
Kindheit und Jugend in Heimen missbraucht. Der Missbrauch reiche bis zur
Vergewaltigung. Der Großteil ihrer Mitglieder - rund 80 Prozent - sei in
katholischen Heimen aufgewachsen.
Debatte um Verjährungsfristen
Seit Bekanntwerden des
Missbrauchsskandals an Jesuitenschulen Ende Januar meldeten sich jeden Tag
zahlreiche Opfer bei Tschapek-Güntner. „Leute rufen
an und sagen: „Mir ist das auch passiert““, sagte sie. „Die Menschen halten es
nicht mehr aus und müssen reden.“ Tschapek-Güntner
warf der katholischen Kirche „Falschheit“ vor. Zwar wolle die Kirche den
Eindruck erwecken, die Missbrauchsfälle aufklären zu wollen, jahrelang habe sie
Opfer aber unter Druck gesetzt oder mit Geld zum Schweigen gebracht. „Da wird
die Decke der Verschwiegenheit ausgebreitet. Das ist grausam und das halten wir
kaum aus.“
Der langjährige Vorsitzende der
Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Karl Lehmann, wies den Vorwurf der
systematischen Vertuschung scharf zurück. „Dies ist eine ganz und gar
unberechtigte Unterstellung“, schrieb der Bischof von Mainz in seiner
Veröffentlichung „Auf ein Wort“ für März 2010 und sprach von Verleumdung.
Früher habe es vielleicht „eine Verharmlosung oder gar Verniedlichung in
einzelnen Fällen gegeben“. Seit Jahren bemühe sich die Kirche aber nun schon um
Aufklärung, betonte Lehmann. „Es ist also barer Unsinn zu behaupten, die
katholische Kirche habe keinen überzeugenden Willen zur Aufklärung.“
Bundesjustizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) erwägt nach dem Bekanntwerden zahlreicher
Missbrauchsfälle eine Verlängerung der zivilrechtlichen Verjährungspflichten.
Bislang können minderjährige Missbrauchsopfer nach Angaben des Ministeriums
noch bis drei Jahre nach ihrem 21. Geburtstag Anspruch auf Entschädigung
erheben. „Das ist oft zu kurz“, sagte sie in einem Interview mit der „Berliner
Zeitung“.
Die Ausweitung strafrechtlicher
Verjährungsfristen sei zwar problematisch, einer Verlängerung der
Anspruchsfristen auf Schadensersatz und Schmerzensgeld stehe sie aber positiv
gegenüber. Auch wenn mit Geld ohnehin nichts gutzumachen sei, sei das ein
„Zeichen an die Opfer“, sagte sie dem Blatt.
Familienministerin für Runden Tisch
gegen Kindesmissbrauch
Bundesfamilienministerin Kristina
Schröder (CDU) macht sich unterdessen dafür stark, einen Runden Tisch gegen
Kindesmissbrauch einzurichten. Sie unterstützt damit einen Vorschlag des
Vorsitzenden der katholischen Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, der ein solches Format anstelle eines Treffens,
zu dem allein Kirchenvertreter eingeladen wären, ins Gespräch gebracht hatte.
Schröder sagte der F.A.Z: „Ich habe für
diesen Vorschlag eines großen Runden Tisches zur Bekämpfung von
Kindesmissbrauches und Kinderpornographie große Sympathie. Ich finde es falsch,
jetzt nur die katholische Kirche an den Pranger zu stellen. Probleme mit
Kindesmissbrauch gibt es in unterschiedlichen Bereichen. Etwa in Internaten -
egal ob kirchliche Einrichtungen oder säkulare -, in Sportvereinen oder in den
Familien Deshalb ist die Idee gut, alle Akteure zu versammeln, um gemeinsame
Strategien zu entwickeln.“ Faz.net 2
Fuldaer »Ökumene-Atlas« veröffentlicht
Katholikenrat veröffentlicht
Umfrageergebnisse zu ökumenischen Aktivitäten im Bereich des Bistums Fulda
Fulda, Hanau, Marburg, Kassel -
Rechtzeitig zum Ökumenischen Kirchentag vom 12. - 16. Mai 2010 in München veröffentlicht
der Katholikenrat Fulda seine Umfrage, mit der die ökumenische Aktivitäten in
den Gemeinden des Bistums Fulda dokumentiert sind. Die Dokumentation kann als
»Ökumene-Atlas« genutzt werden, mit dem Ökumene-Interessierte einen Überblick
erhalten über die zahlreichen ökumenischen Initiativen, die in räumlicher Nähe
-in Dekanat oder Pastoralverbund- stattfinden.
„Wir haben im vergangenen Jahr
Pfarrgemeinderäte und Pfarrgemeinden nach ökumenischen Gottesdiensten,
Aktionen, Gesprächskreisen und Treffs befragt. Die Zusammenstellung weist aus,
was wo passiert und welche gemeinsamen Aktivitäten es zwischen der
Evangelischen Kirche Kurhessen-Waldeck und dem Bistum Fulda auf Pfarreiebene
gibt“, so Richard Pfeifer (Biebergemünd-Kassel) bei
der Präsentation der Umfrage. „Ob Wallfahrt, Gottesdienst zum Weltgebetstag,
interkonfessionelles Treffen von Frauengruppen, Bibelabende oder die ökumenisch
durchgeführte Sternsingeraktion: das Feld gemeinsamen ökumenischen Tuns ist
weit. Rückmeldungen aus über 120 Kirchengemeinden des Bistums Fulda sind
eingegangen und reichen vom ökumenischen Friedensgebet über den regelmäßig
tagenden ökumenischen Gesprächskreis bis zur gemeinsamen Kirchennutzung“, so
Richard Pfeifer. „Wir hoffen, dass diese Aufstellung weitere Gemeinden motiviert,
über Ökumene-Angebote nachzudenken. Wir sind gerne bereit diese Veranstaltungen
und Angebote in diese Dokumentation aufzunehmen. Die Dokumentation der
Ergebnisse ist auf der Bistumsseite unter http://www.bistum-fulda.de unter den
Dokumentationen des Katholikenrates zu finden.“
Die Ökumene sei lebendig in Bistum und
Landeskirche. Sie sei erfahrbar in zahlreichen Aktionen, in gemeinsamen
Gottesdiensten und Gebeten. „Wir freuen uns über die vielen Christinnen und
Christen, die den Weg der Ökumene gemeinsam gehen, und bezeugen, dass es der
eine Gott ist, der uns alle eint. Wir hoffen deshalb, dass der Besuch des
Ökumenischen Kirchentages in München ein weiterer Schritt zur Festigung der
ökumenischen Gemeinschaft sein kann.
Wir rufen alle Kirchengemeinden und
Pfarrgemeinderäte im Bistum Fulda auf, Fahrten nach München zu organisieren“,
sagte Richard Pfeifer abschließend.
Informationen dazu sind zu finden
unter:
www.oekt.de oder
www.eurotouring.de/kirchentag2010 (mz)
Missbrauchsverdacht gegen Priester. Bistum Limburg prüft Vorwürfe
Limburg. Das Bistum Limburg prüft
Missbrauchsvorwürfe gegen mehrere Priester in der Diözese. Bischof Franz-Peter Tebartz-van Elst sicherte am
Mittwoch "eine schnelle und entschiedene Aufklärung der
Verdachtsfälle" zu.
"Die Kirche hat die Pflicht und
Schuldigkeit, alles dafür zu tun, dass Vergehen aufgeklärt werden und sich
Geschehenes nicht wiederholt", sagte Tebartz-van
Elst. Solche Taten schädigten die Entwicklung von
Kindern und Jugendlichen. "Sexueller Missbrauch verletzt immer auch die
Würde und Integrität der Opfer", fügte der Bischof hinzu.
Nach Mitteilung des Bistums untersucht
der Missbrauchsbeauftragte Benno Grimm die jetzt bekannt gewordenen
Verdachtsfälle. Einer davon reiche in die 1940er Jahre zurück, ein anderer in
die 1960er Jahre. Beide Beschuldigten seien seit langem tot.
Weitere Vorwürfe bezögen sich auf
Taten, die erst vor wenigen Jahren begangen worden seien. Der
Missbrauchsbeauftragte gehe bei seiner Untersuchung nach den Leitlinien der
Deutschen Bischofskonferenz vor. Sollten sich die Vorwürfe bestätigen, werde
das Bistum die Staatsanwaltschaft einschalten.
Die Staatsanwaltschaft Limburg ist
unterdessen bereits tätig geworden. Sprecher Hans-Joachim Herrchen sagte auf Anfrage,
dass vom Bistum noch keine Anzeige eingegangen sei. Der Ermittlungsbehörde sei
aber die Pressemitteilung des Bistums bekannt. Deshalb habe sie von Amts wegen
ein Verfahren gegen unbekannt eingeleitet.
Die Bischofskonferenz verabschiedete
ihre Leitlinien im Jahr 2002. Sie verpflichten alle kirchlichen Mitarbeiter,
Missbrauchsfälle zu melden. Jede Anzeige muss umgehend geprüft werden. Opfern
und ihren Angehörigen soll therapeutisch und seelsorgerlich geholfen werden.
Die Fürsorge der Kirche gelte zuerst den Opfern, heißt es. Seit Wochen
erschüttern Missbrauchsvorwürfe gegen Geistliche die katholische Kirche. (ddp/dpa 3)
„Noch keine Anzeige“. Missbrauchsverdacht auch im Bistum Limburg
Auch im Bistum Limburg gibt es
Missbrauchsvorwürfe gegen Priester. Die Fälle würden derzeit geprüft, teilte
das Bistum mit. Ein Verdachtsfall reiche bis in die vierziger Jahre zurück, ein
anderer in die sechziger Jahre. Beide Beschuldigte seien bereits seit langem
tot. Daneben gehe es aber auch um mögliche Taten, die sich erst „vor einigen
Jahren“ ereignet hätten. Gegen wie viele Priester sich der Verdacht richtet,
wollte das Bistum zunächst nicht sagen. Es handele sich aber um „einige
wenige“.
Der Sprecher der Staatsanwaltschaft
Limburg, Hans-Joachim Herrchen, sagte auf Anfrage, dass vom Bistum noch keine
Anzeige eingegangen sei. Der Ermittlungsbehörde sei aber die Pressemitteilung
des Bistums bekannt. Deshalb habe sie von Amts wegen ein Verfahren gegen
unbekannt eingeleitet. Die Diözese hatte in ihrer Mitteilung angekündigt, sie
werde die Staatsanwaltschaft einschalten, sollte sich der Missbrauchsverdacht
bestätigen.
Zahlreiche Verdachtsfälle
bekanntgeworden
Der Limburger Bischof Franz-Peter Tebartz-van Elst forderte laut
Mitteilung eine rasche und entschiedene Aufklärung. Die Kirche habe „die
Pflicht und Schuldigkeit, alles dafür zu tun, dass Vergehen aufgeklärt werden
und sich Geschehenes nicht wiederholt“.
In Schulen und anderen
Erziehungseinrichtungen der katholischen Kirche in Deutschland sollen Schüler
von Priestern missbraucht oder misshandelt worden sein. In den vergangenen
Wochen waren zahlreiche Verdachtsfälle bekanntgeworden, die meisten davon
liegen Jahrzehnte zurück. Faz.net 3
Islam in Deutschland. De Maizière will Ausbildung von Imamen fördern
Innenminister Thomas de Maizière (CDU)
setzt eigene Akzente bei der Islamkonferenz. Er will die Debatte über die
Grundrechte konkretisieren, eine klare Abgrenzung von Islam und Islamismus und
sich nicht mehr mit Milli Görüs treffen. Er wolle
nicht mit jemandem am Tisch sitzen, gegen den der Staatsanwalt ermittle.
Die Deutsche Islam-Konferenz (DIK)
bekommt eine ganz neue Gestalt. Jetzt soll praktische Politik werden aus dem
2006 begonnenen Dialog zwischen dem deutschen Staat und den Muslimen. Weniger
Kulturkampf, mehr Kommunalpolitik – so etwa wünscht es sich der neue
Innenminister Thomas de Maizière (CDU). Die DIK, so findet der Minister, „war
ein großer Erfolg: der Titel, der Prozess, auch die Spannungen zwischen den
Teilnehmern. Man muss sie unbedingt fortsetzen. Aber eben praktischer und
konkreter.“
Weiterkommen will Minister de Maizière
vor allem auf drei Feldern. Er will die Debatte über die Grundrechte
konkretisieren, vor allem im Hinblick auf das Verhältnis von Mädchen und
Jungen. Die Teilnahme am Schwimm- und Sportunterricht, eine Verhinderung von
Zwangsheiraten, Rechte und Pflichten von Eltern – all das soll aus dem
nebulösen Reich der Grundsatzdebatte überführt werden in die praktische
Handhabung an Schulen und auf Ämtern.
Dass er sich hier auf dem heiklen
Terrain der Zuständigkeitsrangeleien zwischen Bund und Ländern bewegt, weiß de
Maizière, er hofft aber auf die berückende Kraft erfolgreicher Praktiker.
Deshalb will er künftig auch einen Preis ausloben für gelungene
Integrationsprojekte.
Auch andere Diskussionsthemen sollen
jetzt konkretere Formen annehmen. Islamischer Religionsunterricht soll an
Schulen etabliert werden und islamisch-theologische Angebote an den
Universitäten; die Ausbildung von Imamen soll vorangetrieben werden, statt, wie
bisher, immer auf Geistliche aus der Türkei und anderen Ländern angewiesen zu
sein. Man könnte fast auf den Gedanken kommen, hier sollten die eigentlichen
Verhandlungspartner für den deutschen Staat überhaupt erst herangezogen werden.
Zum dritten soll weiter an der
Abgrenzung Islam und Islamismus gearbeitet werden. „Der Islam“, wandelte de
Maizière eine Ansicht seines Vorgängers Wolfgang Schäuble (CDU) ab, „wird nur
dann in Deutschland anerkannt und willkommen sein, wenn es eine klare
Abgrenzung zum Islamismus gibt. Diese Abgrenzung wird zum Teil der Staat
vornehmen. Vor allem aber ist das eine geistige Aufgabe des Islam selbst“,
betonte der Minister.
Die wichtigste Neuerung aber ist die
neue Liste der Teilnehmer. Auf staatlicher Seite sollen starke Bürgermeister dazukommen,
die auf dem Gebiet Islam und Integration etwas vorzuweisen haben: die
Oberbürgermeister Duisburgs, Nürnbergs und Göttingens; dazu kommunale
Spitzenverbände.
Vom Bund sind statt acht Vertretern nur
noch sechs vorgesehen und zwar Vertreter von „A“ und „B“-Ländern (CDU und
SPD-regiert). Auf muslimischer Seite sollen weiter im Verhältnis ein Drittel zu
zwei Drittel Verbände und Einzelpersonen eingeladen werden – allerdings mit
zwei wichtigen Neuerungen: der Islamrat, dessen
größte Gruppe die vom Verfassungsschutz beobachtete Organisation Milli Görüs bildet, wird nicht mehr dabei sein.
„Ich will nicht mit jemandem am Tisch
sitzen, gegen den die Staatsanwaltschaft ermittelt“, so der Innenminister. Der
Sprachgebrauch im Ministerium lautet, dass der Islamrat
„suspendiert“ ist; ermittelt wird wegen des Verdachts auf Bildung einer
kriminellen Vereinigung. Die Organisation hatte erklärt, eine „ruhende
Mitgliedschaft“ käme für sie nicht infrage.
Und auch die säkularen Einzelpersonen
werden künftig andere sein. Der Schriftsteller Hamed Abdel-Samad
(„Radikalisierung in der Fremde“), der zum Islam konvertierte Religionslehrer
Bernd Ridwan Bauknecht, die bosnische
Islamwissenschaftlerin Armina Omerika
und der Theologe Bülent Ucar. Das nächste Plenum der Islam-Konferenz wird am
17. Mai stattfinden. Mariam Lau DW 4
Chiles Kirche meldet große Schäden an Gebäuden
Die Kirche in Chile hat durch das
verheerende Erdbeben am vergangenen
Samstag vor allem große Sachschäden an
ihren Gebäuden erlitten. Wie das
weltweite katholische Hilfswerk
"Kirche in Not" mitteilt, seien zwar
noch nicht aus allen Diözesen
verlässliche Meldungen über das Ausmaß der
Schäden an kirchlichen Einrichtungen
eingegangen, da immer noch manche
Telefonleitungen in Chile gestört
seien, die bisherigen Meldungen ließen
aber auf erhebliche Verwüstungen
schließen.
So habe der Vorsitzende der
chilenischen Bischofskonferenz und Bischof
von Rancagua, Monsignore
Alejandro Goic Karmelic,
berichtet, allein in
seiner etwa 300 Kilometer vom
Epizentrum entfernten Diözese seien mehr
als 90 Prozent der über 750 Kirchen und
Kapellen entweder zerstört oder
schwer beschädigt. "Kirche in
Not"-Länderreferent Ulrich Kny geht davon
aus, dass die Schäden an der
kirchlichen Infrastruktur in den Diözesen
Talca, Concepción und Chillán noch
weitaus größer seien. Ob auch
pastorale Mitarbeiter unter den Opfern
sind, sei zum jetzigen Zeitpunkt
noch nicht bekannt.
Der Bischof von Chillán, Monsignore Carlos Pellegrin Barrera, habe Kny
telefonisch mitgeteilt, dass in seiner
Diözese vor allem in den
Küstenregionen mehrere Tote zu beklagen
seien. Auch er meldete hohe
Sachschäden. Die Kathedrale habe das
Erdbeben zwar überstanden, sei aber
wegen zerbrochener Fenster derzeit
unbenutzbar. Mehrere Pfarrkirchen
müssten abgerissen und neu aufgebaut
werden. Besonders groß seien die
Schäden an vielen Wohngebäuden – in
einer Pfarrei seien 800 Wohnhäuser
zerstört worden. Auch die beiden
Gebäude der Kinderklinik in Chillán
wiesen irreparable Schäden auf. Die
Kinder seien aber rechtzeitig
evakuiert worden.
Der Bischof von San Bernardo im Süden
des Ballungsraums von Santiago,
Monsignore
Juan Ignacio González Errázuriz, habe gemeldet,
Menschen
seien in seiner Diözese nicht zu
Schaden gekommen und auch die
Kathedrale habe das Erdbeben gut
überstanden. Allerdings seien vier der
ältesten Pfarrkirchen seines Bistums
zerstört worden.
In Chiles Hauptstadt Santiago de Chile
haben Mitarbeiter des weltweiten
katholischen Hilfswerks "Kirche in
Not" inzwischen mit der Hilfe für die
Erdbebenopfer im Land begonnen. Das
chilenische Büro des Hilfswerks habe
die Katastrophe den Angaben zufolge
ohne Schäden überstanden.
Mitarbeiter seien zur Stunde damit
beschäftigt, sich ein Bild vom Ausmaß
der Zerstörungen zu machen.
Länderreferent Ulrich Kny sagte, alle nötigen Hilfsmaßnahmen würden nach
der Bestandsaufnahme direkt von Chile
aus koordiniert. Durch diese
"kurzen Wege" sei
gewährleistet, dass die Hilfsgelder aus Europa und
Chile zusammen effizient und schnell
ihr Ziel erreichen. "Kirche in Not"
werde vor allem beim Wiederaufbau der
kirchlichen Gebäude im Land
helfen, betonte Kny.
Anders als in Haiti könne man zwar davon ausgehen,
dass die zum Wiederaufbau nötigen
Mittel auch aus Chile selbst fließen
könnten, erklärte Kny,
durch die hohen Sachschäden seien aber auch
Hilfen aus dem Ausland nötig.
Offiziellen Angaben zufolge hat es die
schwersten Schäden im Süden
Chiles gegeben, insgesamt seien bisher
mindestens 796 Menschen
umgekommen, 1,5 Millionen wurden
obdachlos. Allein in der Hauptstadt
Santiago wurden über 1500 Wohnungen
beschädigt. Schätzungen über den
entstandenen Sachschaden schwanken
zwischen elf und 22 Milliarden Euro.
Die meisten Schäden seien durch die
Tsunami-Welle entstanden, die nach
dem Erdbeben die Küstenstädte verwüstet
hatte.
"Kirche in Not" ruft zum
Gebet für die Erdbebenopfer in Chile und Haiti
auf und bittet um Spenden für den
Wiederaufbau:
Online:
https://www.kirche-in-not.de/spenden-online.html
Spendenkonto: KIRCHE IN NOT Kto.-Nr.:
215 2002 BLZ: 750 903 00
LIGA Bank München KiN
Piusbruderschaft Bischof Williamson wütet gegen den Islam
Der wegen Volksverhetzung angeklagte
Bischof Williamson wirft Muslimen die Unterwanderung Europas vor. Den Islam
nennt er "Geißel Gottes" und sagt ein "Blutbad" voraus.
Weil er den Holocaust geleugnet hat,
wurde er bereits angeklagt, jetzt hat sich der Traditionalistenbischof
Richard Williamson offenbar ein neues Ziel gesucht: In einer E-Mail-Kolumne
wettert er gegen den Islam. Dieser sei "eine einfache und gewalttätige
Religion, welche die ganze Welt mit dem Schwert zu erobern" trachte,
schreibt der Brite. Der Islam sei "eine Geißel Gottes", das Christentum
habe ihn "tausend Jahre lang nur durch das Schwert in Schach halten"
können.
Williamson schreibt in seiner
wöchentlichen Kolumne, die per E-Mail verbreitet wird, der Islam sei vor etwa
1400 Jahren als "Abspaltung von der katholischen Christenheit im Nahen
Osten" entstanden und habe sich dann "wie ein Lauffeuer"
verbreitet. Für mehrere Jahrhunderte habe der Islam auch Spanien
"besetzt" und sei kurz sogar nach Frankreich eingebrochen.
Heute, da die europäischen Christen
dabei seien, ihren Glauben zu verlieren, erlaubten sie den
"Mohammedanern", nach Europa zurückzukommen: "Nicht durch das
Schwert, aber durch Einwanderung", so Williamson weiter. Die
"Mohammedaner" wollten auf die Weise "in die Lage gelangen,
Europa zu erobern".
Der Bischof sieht deshalb einen
blutigen Krieg heraufziehen: Obwohl Europa täglich mehr "verfaule",
gebe es noch viele Europäer mit einer so großen Liebe zur eigenen Lebensart,
"dass sie diese mit einem Blutbad verteidigen werden, wenn sie zu stark
von außen bedroht scheint oder wird". Es erscheine immer wahrscheinlicher,
dass Gott dieses Blutbad "als Strafe zulassen" könne.
"In der Tradition eines
Kreuzritters"
Der Geschäftsführer des Zentralrats der
Muslime in Deutschland, Aiman A. Mazyek, sagt,
Williamson zeige einmal mehr, "dass er Brandstifter und Hassprediger ist,
ganz in der Tradition eines fanatischen Kreuzritters". Mazyek
fügt hinzu: "Nach dem Antisemitismus folgt nun beinahe logisch die
Islamfeindlichkeit."
Der Geschäftsführer der
Christlich-Islamischen Begegnungs- und Dokumentationsstelle der
Bischofskonferenz (Cibedo), Peter Hünseler,
bezeichnet Williamsons Äußerung als "Entgleisung" und
"Anmaßung". "Die Aussage von Bischof Williamson ist falsch. Sie wird dem Islam nicht gerecht und hält keiner
wissenschaftlichen Auseinandersetzung stand", betonte Hünseler.
Der Bischof war im vergangenen Jahr von
der Piusbruderschaft wegen seiner Holocaust-Leugnung seiner Ämter entbunden
worden und lebt seither in London. Er hatte im November 2008 in einem Interview
die Existenz von Gaskammern während des Zweiten Weltkriegs bestritten.
Daraufhin erließ das Amtsgericht Regensburg im Oktober 2009 einen Strafbefehl
wegen Volksverhetzung gegen Williamson. Er legte Einspruch dagegen ein. Am 16.
April kommt es in Regensburg zum Prozess.
(ddp 2)
Aus der Kirche austreten und Christ bleiben?
Kann man ein guter Christ bleiben, auch
wenn man aus der Kirche austritt? Darauf antwortet der Erzbischof von München
und Freising, Reinhard Marx. Er nimmt Stellung zu der Frage eines wohlhabenden
Christen, der sich über die Ansichten des Gemeindepfarrers über Reiche ärgert.
FRAGE: Ich bin gut in meinem Job, und
ich bin gläubiger Christ. Ich verdiene gutes Geld. Ich genieße mein Leben, ich
spende auch viel. Aber ich habe es satt, dass Menschen wie ich in unserer
Gemeinde in jeder zweiten Predigt wahlweise als Geldwechsler im Tempel, als
Pharisäer, als unbarmherzige Herbergswirte, oder als unmoralische Kapitalisten
charakterisiert werden. Das sind wir nicht. Meine Kinder sprechen mich schon
darauf an, ob wir schlechte Menschen sind, weil wir reich sind, aber unser
Pfarrer sieht das nicht ein, dass es so nicht weiter geht. Ich denke ernsthaft
darüber nach, aus der Kirche auszutreten. Kann ich das machen – und ein guter
Christ sein, wenn ich nicht mehr in der Kirche bin?
DR: REINHARD MARX ANTWORTET: Wer zu
einer großen Gemeinschaft gehört, der wird es immer mal wieder damit zu tun
haben, dass man nicht mit allen und allem im Detail übereinstimmt. Und dann
kann schon die Frage aufkommen: möchte ich eigentlich noch dazu gehören? Will
man die Antwort auf diese Frage nicht unbedingt von Tagesform, Stimmungslage
oder anderen Zufälligkeiten abhängen machen, sondern sachlich angemessen
entscheiden, gilt es zwei Aspekte zu klären: Wie versteht sich die
Gemeinschaft, zu der ich gehöre? Was hat die Gemeinschaft, zu der ich gehöre,
mit dem zu tun, was mir wichtig ist?
Übertragen auf das Thema Kirche heißt
das: „Was ist bzw. was will die Kirche?“ und „Was hat die Kirche mit dem Willen
und den Absichten Jesu zu tun?“ Es fällt auf, dass Jesus zwar oft einzelne
Menschen konkret persönlich angesprochen und in seine Nachfolge gerufen hat. Diese Menschen treten aber damit auch gleichzeitig in
die Gemeinschaft der Jünger Jesu ein. Das Vertrauen auf und der Glaube an Jesus
verbindet die Menschen. Christlicher Glaube führt nicht zur elitären
Vereinzelung, sondern führt zusammen in die Gemeinschaft. Weil sie darum
wissen, dass keiner etwas Besseres ist, weil ihnen bewusst ist, dass sie alle
denselben himmlischen Vater haben und daher auch in geschwisterlicher
Verantwortung füreinander verbunden sind, bilden die Glaubenden eine große
Gemeinschaft, die Kirche.
Die einzelnen und die Gemeinschaft als
Ganze möchte der Welt zeigen, was es heißt, an Jesus zu glauben und daraus zu
handeln. Sie möchte selbst auch das bewirken, was Jesus gewirkt hat: die
Menschen zusammenzuführen, so dass sich keiner ausgeschlossen und
vernachlässigt fühlen muss und die Menschen mit Gott vertraut zu machen, so
dass sie in ihrem Leben etwas von dem Glück und dem Heil erfahren können, die
das Leben besonders lebenswert machen.
Weder Armut noch Reichtum sind allein
ausreichend, um das Leben lebenswert zu machen. Wer arm ist, ist nicht
automatisch ein besserer Mensch. Wer reich ist, aber auch nicht. Erfolgreich zu
arbeiten, Gewinn zu erzielen, ist nicht unmoralisch oder unbarmherzig. Es kommt
aber darauf an, was im Mittelpunkt steht. Und das kann nicht der Götze
„Kapital“ sein, sondern das muss der Mensch sein. Wer viel besitzt, steht eher
in der Gefahr, sein Herz an den Reich-tum zu hängen,
an Geld, Besitz und Status. Aber es gibt natürlich auch viele, die ihren
Reichtum teilen und für andere einsetzen. Pauschale Urteile helfen da nicht
weiter. Es steht niemandem zu, eine Grenze festzusetzen, ab der der Weg in den
Himmel versperrt ist oder zu entscheiden, wer ein besserer oder schlechterer
Mensch ist. Gott schaut auf das Herz, ihn kann man nicht betrügen.
So wie es Jesus in seiner Verkündigung
und in seinem Handeln darum ging, die Welt hin zu mehr Gerechtigkeit, Frieden
und Freude zu verändern, so will das auch die Kirche. Sinn und Orientierung aus
dem Glauben werden im gemeinsamen Beten, in der Feier der Sakramente (wie
Taufe, Eucharistie, Ehe, Buße) erfahrbar. Mit ihren Schulen, Kindergärten und zahlrei-chen anderen Bildungsangeboten, will die Kirche
Menschen nicht nur (weiter-)qualifizieren, sondern auch die froh machende
Botschaft Jesu weitergeben. Das große soziale Engagement der Kirche für
Mittellose und Benachteiligte, Arme und Schwache in Betreuungseinrichtungen
sowie Sozialstationen möchte etwas von der Liebe Jesu zu den Menschen zeigen.
Es gibt viele Aspekte, die das gemeinschaftliche Leben der Kirche ausmachen.
Ich finde es schade, wenn Christinnen
und Christen sich nicht mehr an diesem gemeinschaftlichen Handeln der Kirche
beteiligen, indem sie dieser Gemeinschaft nicht mehr angehören wollen und
austreten, vor allem, wenn der Grund im Ärger über das Verhalten eines
einzelnen Pfarrers liegt. Da würde ich - etwas abgewandelt – sagen: das sollte
man eher nicht tun!
Zur Person: Dr. Reinhard Marx ist seit
2007 Erzbischof des Erzbistums München und Freising. Der Theologe ist in der
katholischen Bischofskonferenz der Fachmann für gesellschaftliche und soziale
Fragen. Von 2002 bis 2007 war Marx Bischof der Diözese Trier, davor Weihbischof
im Bistum Paderborn. Studiert hat Marx in Paderborn, Paris, Münster und
Bochum. www.das-tut-man-nicht.de tsp 3
Christentum. Streit um die Frage "War Petrus niemals in Rom?"
"Du bist Petrus und auf diesen
Felsen werde ich meine Kirche bauen", soll Jesus zu Petrus gesagt haben.Und angeblich erhebt sich der Petersdom heute über
dem Grab des Apostels, der angeblich als einer der ersten Märtyrer des jungen
Glaubens ermordet wurde. Doch manche Wissenschaftler bezweifeln das.
Die III. Tagung zur frühen Kirche der
Görres-Gesellschaft im Campo Santo Teutonico im
Vatikan befasste sich in diesem Jahr mit "Petrus in Rom". Hier sprach
Paul Badde mit Ernst Dassmann,
Emeritus für Patrologie, alte Kirchengeschichte und christliche Archäologie an
der Universität Bonn über die große Streitfrage, ob der Apostelfürst wirklich
nach Rom kam und dort begraben wurde.
DIE WELT: Sie sprachen in diesen Tagen
von einer Patt-Situation in der Forschung zu Petrus?
Ernst Dassmann:
Ich sollte hier über die Geschichte des Streites reden, ob Petrus in Rom war
oder nicht - nicht über die Sache selbst. Darauf bezog sich das Patt. Denn die
Zahl der Veröffentlichungen - pro und contra - ist bis heute gleich geblieben.
Das hat mit der Sache selbst kaum etwas zu tun.
DIE WELT: Was spricht für Petrus in Rom
und was spricht dagegen?
Dassmann:
Wenn ich mich nur an das halte, was in der Heiligen Schrift steht, dann war
Petrus nicht in Rom. Die Apostelgeschichte und andere Schriften des Neuen Testaments
sagen nicht in aller Deutlichkeit, dass er hier war. So gab es also für die
Waldenser, für die plötzlich nur noch die Schrift maßgeblich war, keinen
richtigen Beweis mehr für Petrus in Rom.
DIE WELT: Was spricht für Petrus in
Rom?
Dassmann:
Vor allem eine starke Tradition, die seit den ältesten Tagen bezeugt, dass
Petrus hier gestorben und begraben worden ist. Keine andere Stadt der ganzen
Ökumene des christlichen Erdkreises hat jemals behauptet, bei ihnen wäre Petrus
geblieben und begraben - weder Jerusalem noch Antiochien,
wo er nach der Bibel sicher gewesen ist.
DIE WELT: Wie würden Sie das Dilemma
der Petrusforschung auf den Punkt bringen?
Dassmann:
Die Dinge sind ziemlich klar. Ein Dilemma sehe ich nur insofern, als es nie
unwiderlegliche Beweise geben wird. Deshalb kann immer jemand vermuten, dass es
auch anders gewesen sein könnte. Es fehlt eine Eintragung "Hier ist Petrus
registriert" aus dem Einwohnermeldeamt. Das ist eigentlich alles.
DIE WELT: Ausgrabungen während des
Zweiten Weltkrieges unter St. Peter haben sein Grab aber nicht finden können.
Wie erklären sie das?
Dassmann:
Doch, sie haben ein Zentralgrab gefunden, nur kein intaktes Grab, in dem
unversehrte Gebeine lagen. Sie haben ein Grab gefunden, über dem ein kleines
Monument errichtet worden ist. Es gibt soundsoviele
Gräber, die sich dicht an dicht um dieses Grab drängen. Was man nicht gefunden
hat, ist ein Grab mit einer kleinen Bronzeinschrift: HIER RUHT PETRUS. Das
nicht.
DIE WELT: Wie deuten Sie das Graffito
"Petros Eni" aus dem Grabbereich? Verstehen
Sie das auch als "Petrus ist hier"?
Dassmann:
Einige sagen, dass es auch ein Fragment von "Petros en Airene"
sein könnte: Petrus in Frieden. Das müssen die Epigrafiker entscheiden.
DIE WELT: Ist das stärkste Argument für
das Petrusgrab also die Massierung frühester Gräber
rings um das Zentralgrab?
Dassmann:
Ja und nein. Denn es ist ja auch ein starkes Argument, dass man im 2.
Jahrhundert schon diese Stelle in einem heidnischen Gräberfeld fixiert hat.
Also nicht in einem kostbaren Mausoleum, sondern in einem heidnischen
Gräberfeld, das unter freiem Himmel lag, und auch nicht in irgendeiner
Katakombe, sondern an dieser Stelle, auf die keiner gekommen wäre, der etwas
hätte fälschen wollen.
DIE WELT: Was sagen sie zu der
Mutmaßung, Petrus sei in einem Massengrab beigesetzt worden?
Dassmann:
Massengräber sind eine neuzeitliche Erfindung. Die Römer sind keine
Massenmörder und auch keine Massenbestatter. Es sind sicher etliche Christen
unter Nero hier umgekommen und hingerichtet worden. Tacitus, der heidnische
Schriftsteller, spricht von einer großen Menge (ingens
multitudo). Aber das spielt für uns, die wir
Millionenstädte kennen, eine andere Rolle als damals. Die Römer waren sehr
rechtsbewusst. Man konnte jemanden verurteilen und hinrichten, weil sie - aus
der Sicht der Römer - gegen heidnische Gesetzte verstießen, die Götter nicht
anerkannten, die Opfer nicht darbrachten, den Kaiser nicht in richtiger Weise
respektierten. Demnach konnte man einen Christen hinrichten. Aber der Leichnam
wurde nicht diskriminiert, den konnte man freibitten, genauso wie es Josef Arimatea beim Leichnam Jesu gemacht hat, und dann wurde er
ordentlich bestattet.
DIE WELT: Wie erklären Sie sich die
"Hermeneutik des Verdachts", die den Traditionen Roms immer wieder
entgegen gebracht wird?
Dassmann:
Ich weiß es nicht. Mich überrascht allerdings, dass die Kontroverse sich
inzwischen aus dem Konfessionellen verlagert hat. Da spielt sie überhaupt keine
Rolle mehr. Die wichtigsten Einlassungen und Berichte über Petrus in Rom
stammen von evangelischen Forschern. Doch nun hat sich der Streit ins
Weltanschauliche verlagert. Wer Religion nicht will, den reizt es jetzt, der
katholischen Kirche zu unterschieben, sie operiere mit Fiktionen, die gar nicht
stimmen. Insofern haben sich die Fronten in dieser Auseinandersetzung
eigenartig verschoben.
DIE WELT: Wie erklären Sie den
auffälligen Unterscheid zwischen dem Petrusgrab und
dem Paulusgrab, dessen Sarkophag sich seit 394 am gleichen Platz befindet und
wo die jüngsten Untersuchungen Gebeine, Purpur und Gold gefunden haben?
Dassmann:
Erst einmal sehe ich sehr viele Ähnlichkeiten - und dass eben auch das Grab des
Paulus in einer heidnischen Nekropole liegt. Das Schöne bei Paulus ist aber,
dass wir von ihm wissen, wie er hier empfangen wurde. Als er in Potsuoli bei Neapel an Land steigt, begrüßt ihn schon die
erste Abordnung von Christen aus Rom. Das waren nicht irgendwelche Leute, die
beiden Apostel. Selbst wenn es damals noch keinen Märtyrerkult wie später gab,
heißt das nicht, dass man einen solchen Toten nicht in hoher kultischer
Erinnerung behalten hat.
DIE WELT: Beginnt der Märtyrerkult
nicht schon mit Stefanus in Jerusalem?
Dassmann:
Nein, das kommt erst viel später, mit Polykarp, dem letzten Zeugen des
apostolischen Zeitalters im Jahr 156.
DIE WELT: Was ist denn das stärkste
Argument für das Grab Petri unter dem Petersdom?
Dassmann:
Die Kultkontinuität. Meine Güte, wir wissen den Platz, wo die römische Gemeinde
seit 160 gemeint hat, Petrus verehren zu müssen. Haben Sie etwas Ähnliches von
irgendeinem anderen Menschen aus der Antike?! Das ist doch fantastisch. Petrus
ist der erste Augenzeuge der Auferstehung Jesu. Der ist hier nicht als Anonymus
verschollen. Paul Badde DW 4