Notiziario religioso  5-7  Marzo  2010

Archivio

Inhaltsverzeichnis

1.       Venerdì 5. Il commento al Vangelo. La parabola dei cattivi vignaioli 1

2.       Sabato 6. Il commento al Vangelo. La parabola del figliol prodigo  1

3.       Domenica 7. Il commento al Vangelo. “Ma se non vi convertite...”  2

4.       Domenica 11. III di Quaresima. Convertirsi è ritrovare la propria identità  3

5.       Papa Wojtyla, la beatificazione slitta si dovrà segliere un altro miracolo  5

6.       EU. Opporci al pessimismo. Mons. Zycinski sul convegno Fisc di Piacenza (18-20 marzo) 5

7.       La Sagrada Familia di Gaudì è pronta. A novembre sarà consacrata dal Papa  6

8.       Crocifisso.  Il segnale della Corte. Positivo per tutti, non solo per i cattolici 6

9.       Io, diacono, ho imparato dagli stranieri. Il Card. Martini risponde su “Il Corriere della Sera”  6

10.   Nella chiarezza. Un vademecum della Cei sui "corretti rapporti" con gli ortodossi 7

11.   Religiose e religiosi nelle loro opere e nelle Chiese particolari 7

12.   Carta dei Musulmani d’Europa. Siglata da 400 associazioni islamiche di 28 Paesi europei. 8

13.   Inchiesta G8, Santa Sede su Balducci "Non è più gentiluomo del Papa"  8

14.   L’impegno delle diocesi nel campo della mobilità umana  8

15.   Emilia Romagna. La coscienza e il voto. Un documento dei vescovi in vista delle elezioni regionali 9

 

 

1.       Hirtenwort von Kardinal Lehmann zur Österlichen Bußzeit 9

2.       Statistiken – und was sie bewirken…Von Bischof Heinz Josef Algermissen  10

3.       Mit dem Papst und Rundem Tisch gegen Missbrauch  10

4.       EKD-Ratsvorsitzender. Käßmann-Comeback möglich  10

5.       Papst: Lob für Chopin, Nostalgie für seine Theologen-Jahre  11

6.       Deutsche Islam Konferenz: Minister strebt praktische Ergebnisse an  11

7.       Berlin. Die älteste Kirche der Stadt öffnet wieder 11

8.       Missbrauchsskandal. Staatsanwaltschaft im Kloster Ettal 11

9.       Fuldaer »Ökumene-Atlas« veröffentlicht 12

10.   Missbrauchsverdacht gegen Priester. Bistum Limburg prüft Vorwürfe  12

11.   „Noch keine Anzeige“. Missbrauchsverdacht auch im Bistum Limburg  13

12.   Islam in Deutschland. De Maizière will Ausbildung von Imamen fördern  13

13.   Chiles Kirche meldet große Schäden an Gebäuden  13

14.   Piusbruderschaft Bischof Williamson wütet gegen den Islam   14

15.   Aus der Kirche austreten und Christ bleiben?  14

16.   Christentum. Streit um die Frage "War Petrus niemals in Rom?"  15

 

 

 

 

Venerdì 5. Il commento al Vangelo. La parabola dei cattivi vignaioli

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 21,33-43.45-46) commentato da P. Lino Pedron 

 

  33 Ascoltate un'altra parabola: C'era un padrone che piantò una vigna e la

  circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi

  l'affidò a dei vignaioli e se ne andò. 34 Quando fu il tempo dei frutti, mandò

  i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. 35 Ma quei vignaioli

  presero i servi e uno lo bastonarono, l'altro lo uccisero, l'altro lo

  lapidarono. 36 Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si

  comportarono nello stesso modo. 37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio

  dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! 38 Ma quei vignaioli, visto il

  figlio, dissero tra sé: Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi

  l'eredità. 39 E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero. 40

  Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?». 41 Gli

  rispondono: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri

  vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo». 42 E Gesù disse loro:

  «Non avete mai letto nelle Scritture:

  La pietra che i costruttori hanno scartata

  è diventata testata d'angolo;

  dal Signore è stato fatto questo

  ed è mirabile agli occhi nostri?

  43 Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo

  che lo farà fruttificare.

  45 Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava

  di loro 46 e cercavano di catturarlo; ma avevano paura della folla che lo

  considerava un profeta.

Gesù interpella di nuovo i capi del popolo facendo loro capire che è il momento

dei frutti, il momento nel quale Dio chiede conto della sua vigna.

L’applicazione è chiara: dopo aver rifiutato i profeti, i responsabili d’Israele

possono ancora cogliere l’ultima occasione per pentirsi: accogliere il Figlio,

l’erede. La parabola presenta la morte del Figlio come un crimine premeditato.

Dopo aver chiesto ai suoi interlocutori di tirare essi stessi le conclusioni

della parabola (nel senso di Is 5,5-7), Gesù rende esplicito il loro giudizio. A

chi sarà tolto il regno di Dio? Non a Israele, rappresentato dalla vigna, ma ai

sommi sacerdoti e ai farisei, i quali "capirono che parlava di loro" (v. 45). E

a chi sarà dato questo regno? "A un popolo che lo farà fruttificare" (v. 43).

Per Matteo si tratta ancora di Israele, ma trasfigurato attraverso la presenza

del Cristo risuscitato che adempie l’alleanza di Dio con gli uomini e fa loro

produrre i suoi frutti.

I servitori mandati dal padrone della vigna sono i profeti. Ricordiamo due passi

dell’Antico Testamento: "Il Signore inviò loro profeti perché li facessero

ritornare a lui. Essi comunicarono loro il proprio messaggio, ma non furono

ascoltati" (2Cr 24,19); "Da quando i vostri padri uscirono dal paese d’Egitto

fino ad oggi, ho mandato a voi in continuazione tutti i servitori, i profeti. Ma

non fui ascoltato e non mi si prestò orecchio; anzi rimasero ostinati e agirono

peggio dei loro padri" (Ger 7,25-26). Neemia 9,26 constata in sintesi: "I tuoi

profeti li ammonirono, ma essi li uccisero e commisero grandi iniquità".

Il Messia umiliato e ucciso diventerà, dal giorno della sua risurrezione, la

pietra angolare della Chiesa, il suo fondamento incrollabile.

Fin dall’inizio la parabola ha richiamato la nostra attenzione sui frutti. I

frutti del regno di Dio coincidono con la fedeltà nell’amore attivo, che è la

sintesi della volontà di Dio. Alla fine il giudizio sarà in base ai frutti

dell’amore fedele e attivo e non sull’appartenenza a Israele o alla Chiesa. De.it.press

 

 

 

 

 

Sabato 6. Il commento al Vangelo. La parabola del figliol prodigo

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 15,1-3.11-32) commentato da P. Lino Pedron 

 

  1 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I

  farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con

  loro». 3 Allora egli disse loro questa parabola:

  11 «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la

  parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13

  Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per

  un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando

  ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a

  trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli

  abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16

  Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno

  gliene dava. 17 Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa

  di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi leverò e

  andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di

  te; 19 non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei

  tuoi garzoni. 20 Partì e si incamminò verso suo padre.

  Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli

  si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro

  il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. 22

  Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e

  rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. 23 Portate il

  vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio

  figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E

  cominciarono a far festa.

  25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a

  casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò un servo e gli domandò che cosa

  fosse tutto ciò. 27 Il servo gli rispose: E' tornato tuo fratello e il padre

  ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28

  Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. 29 Ma

  lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai

  trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa

  con i miei amici. 30 Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi

  con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 31 Gli

  rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32

  ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed

  è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Questa parabola rivela il centro del vangelo: Dio come Padre di tenerezza e di

misericordia. Egli prova una gioia infinita quando vede tornare a casa il figlio

da lontano, e invita tutti a gioire con lui.

Gesù fin dall’inizio mangia con i peccatori (cfr Lc 5,27-32). Ora invita anche i

giusti. Attaccato da essi con cattiveria, li contrattacca con la sua bontà,

perché vuole convertirli. Ma la loro conversione è più difficile di quella dei

peccatori. Non vogliono accettare il comportamento di Dio Padre che ama

gratuitamente e necessariamente tutti i suoi figli: la sua misericordia non è

proporzionata ai meriti, ma alla miseria. I peccatori a causa della loro miseria

sentono la necessità della misericordia. I giusti, che credono di essere privi

di miseria, non accolgono la misericordia.

Questo brano è rivolto al giusto perché occupi il suo posto alla mensa del

Padre: deve partecipare alla festa che egli fa per il proprio figlio perduto e

ritrovato. Questa parabola non parla della conversione del peccatore alla

giustizia, ma del giusto alla misericordia.

La grazia che Dio ha usato verso di noi, suoi nemici, deve rispecchiarsi nel

nostro atteggiamento verso i nemici (cfr Lc 6,27-36) e verso i fratelli

peccatori (cfr Lc 6,36-38). Il Padre non esclude dal suo cuore nessun figlio. Si

esclude da lui solo chi esclude il fratello. Ma Gesù si preoccupa di ricuperare

anche colui che, escludendo il fratello, si esclude dal Padre.

Nel mondo ci sono due categorie di persone: i peccatori e quelli che si credono

giusti. I peccatori, ritenendosi senza diritti, hanno trovato il vero titolo per

accostarsi a Dio. Egli infatti è pietà, tenerezza e grazia: per sua natura egli

ama l’uomo non in proporzione dei suoi meriti, ma del suo bisogno.

I destinatari della parabola sono gli scribi e i farisei, che si credono giusti.

Gesù li invita a convertirsi dalla propria giustizia che condanna i peccatori,

alla misericordia del Padre che li giustifica. Mentre il peccatore sente il

bisogno della misericordia di Dio, il giusto non la vuole né per sé né per gli

altri, anzi, come Giona (4,9), si irrita grandemente con Dio perché usa

misericordia.

La conversione è scoprire il volto di tenerezza del Padre, che Gesù ci rivela,

volgersi dall’io a Dio, passare dalla delusione del proprio peccato, o dalla

presunzione della propria giustizia, alla gioia di esser figli del Padre.

Radice del peccato è la cattiva opinione sul Padre: e questa opinione è comune

ai due figli. Il più giovane, per liberarsi del Padre, si allontana da lui con

le degradazioni della ribellione, della dimenticanza, dell’alienazione atea e

del nihilismo. L’altro, per imbonirselo, diventa servile.

Ateismo e religione servile, dissolutezza e legalismo, nihilismo e vittimismo

scaturiscono da un’unica fonte: la non conoscenza di Dio. Questi due figli, che

rappresentano l’intera umanità, hanno un’idea sbagliata sul conto del Padre: lo

ritengono un padre-padrone.

Questa parabola ha come primo intento di portare il fratello maggiore ad

accettare che Dio è misericordia. Questa scoperta è una gioia immensa per il

peccatore e una sconfitta mortale per il giusto. E’ la conversione dalla propria

giustizia alla misericordia di Dio. La conversione consiste nel rivolgersi al

Padre che è tutto rivolto a noi e nel fare esperienza del suo amore per tutti i

suoi figli. Per questo il giusto deve accettare un Dio che ama i peccatori. Per

accettare il Padre bisogna convertirsi al fratello. De.it.press

 

 

 

Domenica 7. Il commento al Vangelo. “Ma se non vi convertite...

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 13,1-9) commentato da P. Lino Pedron 

 

  1 In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei

  Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. 2

  Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più

  peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? 3 No, vi dico, ma se

  non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4 O quei diciotto, sopra i

  quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli

  di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5 No, vi dico, ma se non vi convertite,

  perirete tutti allo stesso modo».

  6 Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella vigna e

  venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 7 Allora disse al vignaiolo: Ecco,

  son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo.

  Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? 8 Ma quegli rispose: Padrone,

  lascialo ancora quest'anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime 9

  e vedremo se porterà frutto per l'avvenire; se no, lo taglierai».

Il brano 13,1-5 ci presenta due fatti di cronaca: una uccisione e un incidente.

Nel primo caso sono in gioco la libertà e la cattiveria dell’uomo; nel secondo

la violenza del creato. Ma il problema è unico: quello della morte che l’uomo

vive come un’indebita violenza.

Questi due avvenimenti richiamano in modo esemplare ciò che maggiormente scuote

la fede del credente: perché Dio permette i soprusi e le violenze, i disastri e

i terremoti?

La storia con le sue ingiustizie, e la natura con la sua insensatezza sembrano

dominate dal maligno (cfr Lc 4,6).Il male, continuamente presente nella nostra

esistenza, è il problema più rilevante ed è inspiegabile alla ragione. Esso

costituisce un problema anche per la fede: la può spegnere o ingigantire. Solo

conoscendo i "segni del tempo" possiamo vedere nel male il Signore che viene a

salvarci chiamandoci alla conversione.

Il problema vero della storia non è l’alternanza al potere del male, ma

l’alternativa ad esso. Non basta cambiare i protagonisti: bisogna cambiare il

gioco.

Gesù non condanna Pilato, ma non esalta neppure le sue vittime. Egli vuole

portarci a un punto di vista superiore: Pilato e le sue vittime sono insieme

vittime dello stesso peccato. Infatti hanno tentato lo stesso gioco: i galilei

erano i più deboli e hanno perso.

Gesù ha rifiutato come mezzi del Regno quelli del nemico: la ricchezza, il

potere e l’orgoglio. La violenza genera sempre altra violenza. L’unica arma per

vincere tutti i mali è l’amore.

Lo stesso peccato, presente in Pilato e nelle sue vittime, è presente anche

negli ascoltatori di Cristo. Al posto di Pilato si sarebbero comportati come

Pilato, al posto dei guerriglieri galilei si sarebbero comportati come i

guerriglieri galilei. Ma allora dove sta la verità? Essa sta solamente nel

conformare i nostri comportamenti a quelli di Cristo che si fa carico del male

di tutti.

Le calamità naturali non sono una punizione, ma un richiamo alla conversione. Il

peccato che ha guastato l’uomo ha sottoposto all’insensatezza anche la natura

che aveva in lui il suo fine Si è rotta l’armonia uomo-mondo e ogni evento

insensato ci richiama a cercare nella conversione il senso di una vita che il

peccato ha esposto al vuoto, al non senso (cfr Rm 8,20).

Discernere i segni del tempo presente significa leggere ogni fatto come appello

a passare dal mondo vecchio al mondo nuovo portato da Cristo. In questo modo il

male perde il suo carattere di fatalità e viene dominato dall’uomo che ne sa

trarre un bene maggiore: la propria conversione.

Il brano 13,6-9 ci presenta la parabola del fico sterile: Questa ci aiuta a

leggere la nostra storia alla luce di quella di Gesù. La parabola è trasparente.

Il Padre e il Figlio si prendono cura dell’uomo e si attendono che egli risponda

al loro amore. Ma come il fico è sterile, così l’uomo non fa frutti di

conversione (cfr Lc 3,8). Ma Dio accorda una proroga all’uomo e prodiga la sua

cura perché fruttifichi e non sia tagliato.

Il "quest’anno" del v. 8 indica tutti gli anni e i secoli delle generazioni che

verranno. E’ l’anno della pazienza e della misericordia di Dio: "Egli usa

pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo

di pentirsi" (2Pt 2,9). Ma non dobbiamo fare come gli "empi che trovano pretesto

alla loro dissolutezza nella grazia di Dio" (Gd 4). Non ci si deve prendere

gioco della ricchezza della bontà di Dio, della sua tolleranza e della sua

pazienza, ma riconoscere che la bontà di Dio ci spinge alla conversione (cfr Rm

2,4).

La parabola pone l’accento sulla bontà di Dio. La cattiveria dell’uomo non può

impedire a Dio di essere buono. De.it.press

 

 

 

Domenica 11. III di Quaresima. Convertirsi è ritrovare la propria identità

 

     “Così non si può andare avanti, tutti se ne approfittano, tutti imbrogliano, i soprusi sono sistematici, insopportabili e per giunta non s’intravede alcuna prospettiva nuova”. Abbiamo sentito spesso lamentele come queste.

Lagnarsi è facile, più difficile è proporre soluzioni. Deprecare le violazioni del diritto, stilare comunicati ufficiali, proclamare la propria indignazione può anche apportare qualche beneficio, ma il più delle volte le denunce, specie quando si riducono a gesti formali e a dichiarazioni diplomatiche, rimangono lettera morta.

Di fronte all’ingiustizia qualcuno si lascia prendere da un’incontenibile irritazione, dal risentimento, dalla frenesia della vendetta e giunge a compiere gesti inconsulti. Il ricorso alla violenza non ha mai dato risultati positivi, anzi ha sempre provocato guai, spesso irreparabili.

C’è un’altra scelta possibile: il disinteresse. E’ l’opzione di chi si rinchiude nel proprio piccolo mondo, evita di lasciarsi coinvolgere, anche solo emotivamente, dai drammi degli altri, a meno che gli avvenimenti politici non abbiano qualche ripercussione sulla sua vita personale o familiare.

Che fare? La realtà sociale, politica, economica del mondo c’interpella, non possiamo disinteressarcene, estraniarci, osservarla dall’esterno come spettatori inerti. Ma come intervenire?

C’è un solo modo corretto: lo suggerisce oggi la parola di Dio.

 

Prima Lettura (Es 3,1-8a.13-15)

 

1 In quei giorni Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb.

2 L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava.

3 Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”. 4 Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”. 5 Riprese: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!”. 6 E disse: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio.

 7 Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. 8 Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele”.

13 Mosè disse a Dio: “Ecco io arrivo dagli israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?”. 14 Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”. Poi disse: “Dirai agli israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi”. 15 Dio aggiunse a Mosè: “Dirai agli israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione”.

 

Israele ha conosciuto il suo Dio anzitutto come liberatore. Solo in seguito ha scoperto che egli è anche padre, madre, sposo, re, pastore, guida, alleato... La lettura racconta come è cominciata questa rivelazione del Signore al suo popolo.

     Mosè è nel deserto del Sinai. Si trova lì perché alcuni anni prima ha combinato un guaio serio: ha visto un uomo del suo popolo maltrattato da un sovrintendente egiziano, è intervenuto in sua difesa e ha ucciso l’aggressore (Es 2,11-15).

Ha un temperamento impulsivo Mosè, non sopporta prevaricazioni, angherie, sopraffazioni nei confronti dei più deboli. Lo dimostra anche nel deserto dove è fuggito. Un giorno è seduto presso un pozzo, giungono delle ragazze per abbeverare il gregge ed alcuni pastori le scacciano. Non tollera il sopruso, balza in piedi, fa a botte con i ribaldi e aiuta le pastorelle ad abbeverare il bestiame (Es 2,16-22).

La prudenza e l’esperienza, ad un certo punto, gli suggeriscono di darsi una calmata, di non immischiarsi nelle faccende degli altri. E’ doloroso assistere impotenti alle ingiustizie perpetrate contro i deboli, ma che fare? Se si interviene si rischia di venire coinvolti in problemi troppo seri. Meglio non pensarci e lasciare perdere!

Mosè si rifugia presso Ietro, il padre delle ragazze, ne sposa la figlia e inizia una vita povera ma tranquilla. Ogni giorno esce per condurre al pascolo il gregge del suocero e desidera solo di essere lasciato in pace.

Ma potrà uno come lui dimenticare i fratelli israeliti che in Egitto sono sottoposti a continue vessazioni da parte dei loro padroni?

Dio, che conosce i suoi sentimenti e i suoi pensieri, un giorno decide di rivelargli il suo progetto: vuole liberare il suo popolo dalla schiavitù.

 

Il racconto della chiamata di Mosè è costruito secondo lo schema classico delle vocazioni e con le immagini usuali per presentare le manifestazioni di Dio.

Mosè sta pascolando il gregge del suocero presso il monte Oreb. All’improvviso vede un roveto che brucia senza consumarsi. Si avvicina e sente la voce di Dio che, dopo averlo invitato a togliersi i calzari, gli dice: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco le sue sofferenze e sono sceso per liberarlo” (vv.7-8).

Il fuoco è una delle immagini più comuni nella Bibbia per indicare la presenza di Dio: nel deserto il Signore guidava il suo popolo “con una colonna di fuoco” (Es 13,21), “scendeva nel fuoco” (Es 19,18), “la sua voce parlava dal fuoco” (Dt 4,33).

Anche qui il fuoco indica la voce di Dio che rivela al suo servo la missione difficile e rischiosa cui è chiamato.

Il roveto ardente che non si consuma esprime molto bene la “fiamma di Dio” che arde interiormente e non dà tregua a Mosè. E’ la stessa di cui parla Geremia: “Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,9).

L’immagine del roveto potrebbe essere stata suggerita all’autore biblico da un fenomeno curioso che avviene nel deserto: dal dictamus albus – un arbusto alto un metro – defluiscono oli essenziali che, nelle giornate molto calde, si incendiano.  

I sandali completano il simbolismo della scena. Essendo fatti con la pelle di un animale morto, sono impuri e non possono essere introdotti in un luogo santo dove ha accesso solo ciò che richiama la vita (anche oggi devono essere tolti prima di entrare in una moschea).

Dicendo che Mosè è stato invitato a togliersi i sandali, l’autore sacro vuole affermare che egli è entrato in contatto con Dio. L’ispirazione che ha avuto non era una sua fantasia, una sua velleità, ma proveniva dal Signore.

Ora è possibile tentare di ricostruire ciò che può essere accaduto. Nella solitudine e nel silenzio del deserto, mentre forse rifletteva sulla sorte del suo popolo in Egitto, Mosè è stato illuminato. Dio lo ha introdotto nel suo mondo, gli ha instillato nel cuore i suoi stessi sentimenti, la sua passione per la libertà degli oppressi. Gli ha fatto capire che, per realizzare il suo sogno, aveva bisogno di uno come lui.

In questa esperienza spirituale intensa e profonda, Mosè si è reso conto anche delle difficoltà che un’impresa tanto ardua presentava e ha esposto al Signore la sua obiezione: “Ecco, io vado dagli israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma essi mi diranno: come si chiama? Io cosa risponderò loro?” (v.13).

 

Nella seconda parte della lettura (vv.13-15) il Signore risponde rivelando il suo nome. Dice a Mosè: riferirai agli israeliti “Io sono colui che sono” o meglio Io sarò colui che sarò (questa è la traduzione più esatta).

Perché Dio vuole essere chiamato in un modo così strano? Che significa questo nome che ricorre ben 6.828 volte nella Bibbia? Vuole dire: vi renderete conto chi io sarò; vedrete da ciò che farò chi sono io.

Cosa vedranno gli israeliti? Non certo un Dio che se ne sta tranquillo in paradiso, impegnato a mantenere in ordine la contabilità dei peccati, che non vuole essere disturbato, che si disinteressa di ciò che accade sulla terra.

Il Dio che si rivelerà a Israele sarà un Dio che vive con passione i problemi del suo popolo, che non tollera l’oppressione dei deboli, che interviene per liberare.

Notavano i rabbini che il testo sacro non dice che gli israeliti hanno gridato al Signore, ma che egli ha osservato la miseria del suo popolo in Egitto e ha udito il suo grido. Gli israeliti gridavano per il dolore. Dio ha sentito quel lamento come un’invocazione rivolta a lui e ha deciso di aiutarli.

Dio non cambia nome. I suoi sentimenti nei confronti di chi soffre, di chi subisce ingiustizia, di chi è sottoposto a qualunque forma di oppressione e di abuso rimangono gli stessi. Non cambia nemmeno il modo con cui egli porta a compimento le sue liberazioni: si serve dei suoi angeli – è così che è chiamato Mosè (Es 23,20.23) – compie le sue opere attraverso coloro che si lasciano educare dalla sua parola, che coltivano nel cuore i suoi sentimenti e i suoi pensieri e che non hanno paura di correre rischi.

 

Seconda Lettura (1 Cor 10,1-6.10-12)

 

1 Non voglio infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, 2 tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare, 3 tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, 4 tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. 5 Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto.

 6 Ora ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono.

Fratelli, 10 Non mormorate, come mormorarono alcuni di essi, e caddero vittime dello sterminatore. 11 Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. 12 Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.

 

La comunità di Corinto è abbastanza buona, tuttavia, come succede ovunque, ci sono anche degli aspetti negativi: dissensi, immoralità, invidie. Alcuni cristiani sono convinti che basti il battesimo per essere sicuri della salvezza. Paolo si rende conto che i corinti stanno cullandosi in una pericolosa illusione.

Per correggere questa falsa certezza porta l’esempio del popolo d’Israele. Dice: tutti gli israeliti hanno creduto in Mosè e lo hanno seguito; hanno attraversato il mar Rosso, sono stati sotto la nube, hanno mangiato la manna e bevuto l’acqua fatta scaturire dalla roccia; ma, a causa delle loro infedeltà, nessuno di loro è entrato nella Terra Promessa.

La stessa cosa può accadere ai cristiani. Essi devono tenere presente che i favori di Dio non producono risultati in modo automatico e quasi magico. Non basta aver creduto in Cristo (nuovo Mosè), essere stati battezzati (il passaggio del mar Rosso), aver ricevuto lo Spirito (la protezione della nuvola), essersi cibati dell’Eucaristia (il Pane ed il Vino corrispondono alla manna e all’acqua del deserto). E’ necessaria una vita coerente, altrimenti anch’essi possono perdersi, come è accaduto agli israeliti nel deserto.

 

Vangelo (Lc 13,1-9)

 

1 In quello stesso tempo si presentarono a Gesù alcuni a riferirgli circa quei galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. 2 Prendendo la parola, Gesù rispose: “Credete che quei galilei fossero più peccatori di tutti i galilei, per aver subito tale sorte? 3 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4 O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.

6 Disse anche questa parabola: “Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 7 Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? 8 Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime 9 e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai”.

 

Nella prima parte del brano (vv.1-5) vengono riferiti due fatti di cronaca: un crimine commesso da Pilato e l’improvviso crollo di una torre presso la piscina di Siloe.

Pilato non era un uomo dal cuore tenero. Gli storici tramandano vari episodi drammatici che lo hanno avuto come protagonista. Il Vangelo di oggi ne racconta uno.

     Alcuni pellegrini venuti dalla Galilea per offrire sacrifici nel tempio, probabilmente in occasione della Pasqua, vengono coinvolti in un fatto di sangue.

La Pasqua celebra la liberazione dall’Egitto, è quindi inevitabile che risvegli in ogni israelita aspirazioni alla libertà e acuisca il sentimento di rivalsa contro l’oppressione romana. E’ possibile anche che questi galilei, magari un po’ fanatici, abbiano prima scambiato qualche battuta un po’ pesante con le guardie, poi che abbiano compiuto qualche gesto provocatorio e infine che dalle parole siano passati a vie di fatto: qualche spintone e una scazzottata.

Pilato che, durante le grandi feste, è solito trasferirsi da Cesarea a Gerusalemme per assicurare l’ordine e prevenire sommosse, non tollera nemmeno l’accenno alla ribellione: fa intervenire i soldati che, senza alcun rispetto per il luogo santo, massacrano i malcapitati galilei. Un gesto brutale e sacrilego, un oltraggio al Signore, una provocazione nei confronti del popolo che considera il tempio dimora del suo Dio. Lì persino i sacerdoti, anche d’inverno, devono camminare scalzi.

Perché il Signore non ha incenerito i responsabili di questo crimine? I farisei hanno una loro risposta: sostengono che non c’è castigo senza colpa. Se Dio ha voluto che quei galilei fossero colpiti dalla spada, significa che erano carichi di peccati. Ma come accettare questa spiegazione? Il peccatore è Pilato, i malvagi sono i soldati romani.

Qualcuno va a riferire a Gesù l’accaduto. Forse pensa di strappare dalla sua bocca un severo giudizio di condanna, una presa di posizione antiromana. Qualcuno pensa di coinvolgerlo in una rivolta armata. Di fronte ad un simile crimine non può certo esortare alla pazienza e al perdono! Farà almeno una dichiarazione sferzante contro Pilato.

Gesù sorprende i suoi interlocutori esagitati e sconvolti: non perde la calma, non si lascia sfuggire parole incontrollate. Anzitutto esclude che ci sia alcuna relazione fra la morte di queste persone e le colpe da loro commesse; poi invita a cogliere una lezione da questo avvenimento: va letto – dice – come un richiamo alla conversione.

Per chiarire meglio il suo pensiero ricorda un altro fatto di cronaca: la morte di diciotto persone, provocata dal crollo di una torre, avvenuto probabilmente durante la costruzione di un acquedotto presso la piscina di Siloe. Queste persone – dice Gesù – non sono state punite a causa delle loro colpe: sono morte per una fatalità, al loro posto potevano essercene altre. Anche questo avvenimento deve essere letto come un richiamo alla conversione.

La risposta di Gesù sembra eludere il problema. Perché egli non prende posizione di fronte al massacro? Sorprende la sua risposta perché egli è sempre stato molto concreto e non ha certo paura di dire ciò che pensa.

Le strutture oppressive (e quella di Pilato è tale) in genere sono molto solide, hanno radici profonde, si difendono con mezzi potentissimi. E’ davvero un’illusione pensare che possano venire rovesciate da un momento all’altro. Qualcuno crede che il ricorso alla violenza possa essere un modo efficace, rapido e sicuro per ristabilire la giustizia. E’ la peggiore delle illusioni! L’uso della forza non produce nulla di buono, non risolve i problemi, ne crea soltanto di nuovi e più gravi.

Gesù non si pronuncia direttamente sul crimine commesso da Pilato. Non vuole lasciarsi coinvolgere in quelle inutili conversazioni in cui ci si limita ad imprecare e a maledire. Egli non è certo insensibile alle sofferenze ed alle disgrazie, si commuove fino alle lacrime per amore della sua patria. Tuttavia sa che l’aggressività, lo sdegno, l’ira, l’odio, il desiderio di vendetta non servono a nulla, anzi, sono controproducenti. Questi sentimenti portano solo a gesti sconsiderati che complicano ancora più la situazione.

Il richiamo di Gesù alla conversione è un invito a cambiare maniera di pensare.

I giudei coltivano sentimenti di violenza, di vendetta, di rancore contro gli oppressori. Questi non sono i sentimenti di Dio. E’ urgente che rivedano la loro posizione, che rinuncino alla fiducia che ripongono nell’uso della spada. Purtroppo non sono disposti alla conversione e così, quarant’anni più tardi, periranno tutti (colpevoli e innocenti) in un nuovo massacro.

Gesù non cerca di sfuggire al problema, propone una soluzione diversa. Rifiuta i palliativi. Invita a intervenire alla radice del male. E’ inutile illudersi che possa cambiare qualcosa semplicemente sostituendo coloro che detengono il potere. Se i nuovi arrivati non hanno un cuore nuovo, se non seguono una logica diversa, tutto rimane come prima. Sarebbe come cambiare gli attori di uno spettacolo senza modificare il testo che devono recitare.

Ecco la ragione per cui Gesù non aderisce all’esplosione collettiva di sdegno contro Pilato. Egli invita alla conversione, propone un cambiamento di mentalità. Solo persone divenute diverse, solo persone dal cuore nuovo possono costruire un mondo nuovo. Questa è la soluzione definitiva.

 

Quanto tempo si ha a disposizione per operare questo cambiamento di mentalità? Può essere dilazionato di qualche mese, di qualche anno? A queste domande Gesù risponde nella seconda parte del Vangelo di oggi (vv.6-9) con la parabola del fico.

 Nella Bibbia si parla spesso di questa pianta che, due volte l’anno, in primavera e in autunno, frutti dolcissimi. Nei tempi antichi, era il simbolo della prosperità e della pace (1 Re 4,25; Is 36,16). Nel deserto del Sinai gli israeliti sognavano una terra con abbondanti sorgenti d’acqua, campi di grano e... alberi di fico (Dt 8,8; Nm 20,5).

     Il messaggio della parabola è chiaro: da chi ha ascoltato il messaggio del Vangelo, Dio si attende frutti deliziosi e abbondanti. Non vuole pratiche religiose esteriori, non si accontenta di apparenze (in primavera, il fico dà frutti, prima ancora delle foglie), ma cerca opere di amore.

A differenza degli altri evangelisti che parlano di un fico sterile che è fatto seccare all’istante o quasi (Mc 11,12-24; Mt 21,18-22), Luca, l’evangelista della misericordia, introduce un altro anno di attesa, prima dell’intervento definitivo. Egli presenta un Dio paziente, tollerante con la debolezza umana, comprensivo per la durezza della nostra mente e del nostro cuore.

Questo atteggiamento longanime però non va inteso come indifferenza di fronte al male, non è un’approvazione della negligenza, del disinteresse, della superficialità. Il tempo della vita è troppo prezioso perché se ne possa sprecare anche un solo istante. Non appena si scorge la luce di Cristo è necessario accoglierla e seguirla, immediatamente.

La parabola è un invito a considerare la Quaresima come un tempo di grazia, come un nuovo “anno prezioso” che viene concesso al fico (ogni uomo) per dare frutti. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

 

Papa Wojtyla, la beatificazione slitta si dovrà segliere un altro miracolo

 

La Commissione medica "rinvia" per i dubbi sul Parkinson nella guarigione della suora francese - Ora la Postulazione dovrà riselezionare uno dei 271 "eventi" attribuiti a GIovanni Paolo II

 

ROMA - Papa Wojtyla non potrà essere fatto santo subito. La Commissione medica del Vaticano ha infatti "bocciato" il primo miracolo - quello della guarigione della suora francese - portato a sostegno del processo di beatificazione di Giovanni Paolo. La decisione è stata presa in considerazione del fatto che nel caso della suora francese la diagnosi di Parkinson non era certa e che da alcune forme di parkinsonismi si può guarire. Alla luce di ciò, la Commissione medica ha chiesto alla Postulazione di presentare un altro miracolo, scegliendo tra i 271 sui quali sono state raccolte documentazioni.

 

La richiesta di cambiare il miracolo sul quale dovrà esprimersi la Commissione medica è stata comunicata subito al postulatore, monsignor Slawomir Oder, in modo che il processo possa procedere rapidamente e senza problemi. Sul nuovo miracolo - tra i 271 segnalati molti sono "italiani" - dovrà prima però esprimersi un tribunale diocesano e questo richiederà il tempo necessario. Solo allora potrà quindi riunirsi nuovamente la Commissione medica. In linea teorica, è possibile che la nuova istruttoria possa tornare all'esame della Congregazione delle Cause dei Santi entro l'inizio dell'estate. Lr 4

 

 

 

 

EU. Opporci al pessimismo. Mons. Zycinski sul convegno Fisc di Piacenza (18-20 marzo)

Mons. Jozef Zycinski, arcivescovo di Lublino (Polonia) e membro del Pontificio Consiglio della cultura, interverrà al convegno "Fare l'Europa. Le radici e il futuro", che la Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici – 186 testate locali per un milione di copie settimanali) promuove a Piacenza dal 18 al 20 marzo per celebrare i 100 anni del settimanale della diocesi di Piacenza-Bobbio "Il Nuovo Giornale". Lo abbiamo intervistato.

 

Al convegno dei settimanali cattolici italiani lei tratterà il tema “Senza fede l’Europa muore”: quale vuole essere, in sintesi, il suo messaggio?

“Durante il mio incontro con i giornalisti cattolici a Piacenza vorrei riflettere sulle conseguenze della tesi formulata da Friedrich Nietzsche nel 1882:Dio è morto’. Da quei tempi, la tesi sulla morte di Dio è stata ripetuta più volte. Bisogna ricordare però che la formazione dell’Europa è stata influenzata da un’altra tesi, e cioè dalla dottrina che afferma che l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio. Quindi, se Dio è morto, muore anche l’uomo creato a sua immagine e somiglianza. Quella tesi traspare oggi non solo nelle pubblicazioni cattoliche ma anche in molte altre che parlano dell’umanesimo europeo. In quegli scritti si afferma spesso che i valori dell’umanesimo stanno scomparendo, si parla dello sfaldarsi della tradizione che per duemila anni ha costituito il volto dell’Europa, si asserisce la morte dell’uomo. La morte dell’uomo e della cultura umanista è conseguenza della morte di Dio dichiarata con grande gioia. Vorrei quindi discutere con i giornalisti della questione se davvero la civiltà e la cultura europea oggi si trovino al cospetto della morte, e su che cosa possiamo fare insieme per opporci alle prognosi nefaste che interpretano la realtà in chiave unicamente pessimistica”.

 

Quali sono gli aspetti dell’attuale processo di unificazione europea che più la preoccupano?

“Ci sono molte ragioni per essere preoccupati e le persone sensibili dovrebbero reagire a quelle sfide. In alcuni recenti incontri ai quali ho preso parte, organizzati in ambienti giornalistici dell’Europa occidentale, i relatori che volevano presentare un’alternativa al cristianesimo ripetevano spesso la domanda: ‘A che cosa serve Dio nella tradizionale accezione cristiana?’. Dentro di me, allora, nasceva voglia di alzarmi e chiedere:Ma a che cosa servono Mozart e la sua musica, Einstein e la sua fisica geniale, a che cosa servono Goethe e Dante, e la loro poesia?’. Certo, possiamo vivere facendone a meno. Ma possiamo anche rimanere tranquillamente seduti davanti ad una caverna a bere whisky. Anche questa sarebbe una proposta per gli homo sapiens”.

 

Crede che i cattolici siano sufficientemente consapevoli dell’importanza e dell’urgenza di conoscere meglio la realtà europea per poter contribuire alla sua crescita?

“Oggi abbiamo a che fare con un vortice culturale. Il nostro compito come cattolici è quello di opporci al pessimismo. Non possiamo farci sopraffare dal pensiero cupo che tutto sia perduto. Dobbiamo comportarci come le donne che, di buon mattino, si precipitano al sepolcro. Dobbiamo, superando le disillusioni, portare l’olio dei valori che non possono essere commerciabili, esprimere la nostra fedeltà e avere fiducia in Dio. Ed Egli farà il resto”.

 

Quale il ruolo dei giornalisti cattolici nella costruzione dell’Europa?

“Comprendo i problemi dei giornalisti e li difendo sempre quando si chiede loro di scrivere solo cose positive. Questo non è fattibile. Il Venerdì Santo non può essere descritto con gioia. Non è pensabile. È stata una tragedia, un dramma. Ma il Venerdì Santo non è stato l’ultimo capitolo. Dai giornalisti cattolici mi aspetto che guardino le cose con una prospettiva un po’ più lungimirante di quella dei loro colleghi atei. Questi, che considerano la perdita e il vuoto l’ultima parola, saranno avviliti, mentre noi sappiamo che oltre i criteri umani c’è la realtà della grazia nella quale opera Cristo. Credo inoltre che, anche per quanto riguarda l’Europa, i giornalisti che prendono sul serio la propria vocazione e la propria testimonianza abbiano molto da fare per contrastare pregiudizi, stereotipi e visioni semplicistiche”. Sir

 

 

 

 

La Sagrada Familia di Gaudì è pronta. A novembre sarà consacrata dal Papa

 

BARCELLONA - A oltre un secolo dall'inizio della sua costruzione, sarà una Sagrada Familia finita al 60% quella che verrà consacrata il 7 novembre a Barcellona da Benedetto XVI.

 

La costruzione della chiesa della Sagrada Familia iniziò nel 1882 grazie alle offerte dei fedeli e ancora oggi il biglietto di ingresso all'opera più famosa di Gaudì (11 euro) serve per portare avanti i lavori di edificazione dell'immensa struttura.

 

La visita del Papa del prossimo 7 novembre sarà per il tempio un «momento storico», come lo sono stati la posa della prima pietra o la morte di Gaudì. Per la cerimonia di consacrazione «sarà infatti terminato il 60% dei lavori della chiesa», hanno detto fonti della Sagrada Familia all'agenzia Ansa.

 

In particolare «a novembre saranno terminati la navata centrale, il pavimento, le vetrate, l'altare maggiore e il baldacchino», tra le altre cose. La chiesa potrà accogliere ottomila persone, su una superficie interna di 4.500 metri quadri. È previsto anche lo spazio per più di 1.100 cantanti del coro. I lavori continueranno poi anche dopo all'esterno, dove si devono ancora costruire dieci torri e una facciata.

 

Gaudì venne incaricato dell'edificazione della chiesa nel 1882 e non smise mai di lavorarvi fino al giorno della sua morte, nel 1926. Da allora vari architetti hanno continuato i lavori seguendo la sua idea originale.

 

Il tempio, da più di 128 anni, si costruisce solo grazie alle offerte, e questo spiega la sua lentezza: potrebbe essere ultimato entro il primo terzo del XXI secolo.

 

Lo stesso Gaudì disse che «la Sagrada Familia è un'opera che è nelle mani di Dio e nella volontà del popolo». Im 4

 

 

 

 

Crocifisso.  Il segnale della Corte. Positivo per tutti, non solo per i cattolici

 

È una prima buona notizia: il ricorso del governo italiano contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo sul crocifisso nelle aule scolastiche è stato accolto e il caso sarà sottoposto alla "grande chambre", cioè ad una sorta di plenaria dell'istituzione di Strasburgo. La procedura quindi sarà ancora lunga.

Il caso non è chiuso, ma fortunatamente è stato riaperto e un punto importante è stato segnato. C'è in gioco qualcosa di rilevante, non solo per l'Italia. Lo dimostrano anche i commenti a caldo, che insistono su due temi. Il primo è il principio di sussidiarietà, per cui le questioni legate all'identità, alla religiosità, devono essere lasciate alla determinazione degli Stati, alle diverse storie e sensibilità. Il secondo, connesso, è che questa decisione ridà ai cittadini di molti Stati un senso di fiducia e di appartenenza alle istituzioni europee.

A novembre infatti - anche per la difficoltà da parte dell'opinione pubblica di distinguere tra Unione europea e Consiglio d'Europa - la decisone dei giudici era stata accolta come l'ennesima dimostrazione dell'astrattezza e della rigidità di un certo "pensiero unico" politicamente corretto, privo di radici e di considerazione per la vita reale dei popoli e dei cittadini. È questa la ragione più profonda della persistente distanza che le istituzioni europee rischiano di accumulare nei confronti dei popoli. Si tratta di una sorta di corto-circuito, che non può non preoccupare, di fronte in particolare al rischio di una crescete marginalizzazione dell'Europa dal cuore del processo di sviluppo mondiale. Ora si presenta l'occasione per rettificare. In questi mesi si è sviluppata in Italia e in diversi altri Paesi europei una attenzione seria, che va mantenuta.

Emerge, allora, il grande tema della laicità. Per diversi aspetti si tratta di un tema molto europeo, molto intra-europeo, che rischia di isolare l'Europa, non più all'avanguardia dei grandi dibattiti culturali e spirituali, ma chiusa in un orizzonte autoreferenziale. La dinamica della secolarizzazione, che all'affermazione della laicità assoluta implicitamente rinvia, insomma rischia di provocare blocchi e corto-circuiti. Per questo la proposta di una "laicità positiva", che Benedetto XVI sta sviluppando in dialogo con tanti è importante.

Il simbolo della croce così ci riporta non solo alla proposta e alla testimonianza evangelica, ma anche al dinamismo di civiltà alle origini dell'idea stessa di Europa. Per questo è molto significativo che il movimento di opinione pubblica per la difesa del crocifisso, in Italia e non solo, sia - come è - trasversale, riguardi cattolici e laici, maggioranza e opposizione. Tanto più in un quadro mondiale in cui i cristiani sono oggetto di violenze e di vere e proprie persecuzioni: a tutti, peraltro, il crocifisso continua a testimoniare "la legge dell'amore fino al dono della vita", principio di libertà e di liberazione. SIR

 

 

 

 

Io, diacono, ho imparato dagli stranieri. Il Card. Martini risponde su “Il Corriere della Sera

 

MILANO– “Prevale una sorta di paura irrazionale dello straniero, come di una persona portata a delinquere. È chiaro che nessuna atto contro la legge può essere tollerato. Ma le statistiche mostrano che non c’è nessun aumento nei fatti delittuosi commessi da stranieri e che questi fatti sono commessi, in assai maggiore quantità, anche dai nostri connazionali”.

Lo scrive il card. Carlo Maria Martini rispondendo su il “Corriere della Sera” di domenica scorsa ad un diacono.

Di seguito riportiamo la lettera del diacono e la risposta dell’ex arcivescovo di Milano.

 

Il ministero di diacono mi ha portato spesso ad incontrare i fratelli, quasi sempre di religione diversa, che chiedono aiuto. Ho ascoltato, da persone che ho imparato ad amare, dure verità, sia relative al modo in cui hanno affrontato il viaggio per arrivare nel nostro paese sia per come le istituzioni si sono comportate con loro una volta in Italia.

Comportamenti che rasentano l’assurdo. Ora noi, popolo con radicate tradizioni cristiane, come possiamo comportarci? Cosa predichiamo noi, ministri del Vangelo? (M.S).

 

Ho riportato alcuni brani di questa lettera di un diacono perché mi sembrano molto efficaci nel descrivere un atteggiamento positivo sul problema degli immigrati, soprattutto dai Paesi islamici. Prevale invece una sorta di paura irrazionale dello straniero, come di una persona portata a delinquere. È chiaro che nessun atto contro la legge può essere tollerato. Ma le statistiche mostrano che non c’è nessun aumento nei fatti delittuosi commessi da stranieri e che questi fatti sono commessi, in assai maggiore quantità, anche dai nostri connazionali. I mass media, ponendo spesso in prima pagina notizie di delitti commessi da stranieri, sono anch’essi responsabili di questa paura non sana che si è impadronita della gente e fa desiderare a molti di chiudere i nostri confini.

È da auspicare che le nostre parrocchie e le nostre istituzioni diventino sempre più sensibili su questo punto. Già molto è stato fatto, anche senza suonare la tromba e chiedere il plauso della gente. Ma si può fare ancora di più. Card. Carlo M. Martini,

Migranti-press

 

 

 

 

Nella chiarezza. Un vademecum della Cei sui "corretti rapporti" con gli ortodossi

 

Un vademecum "per la pastorale delle parrocchie cattoliche verso gli orientali non cattolici", ovvero verso gli ortodossi presenti in Italia. È stata pubblicato il 2 marzo on line su Chiesacattolica.it, ed è a cura di due Uffici della Cei, per l'ecumenismo e il dialogo, diretto da don Gino Battaglia, e per i problemi giuridici, guidato da mons. Adolfo Zambon. Destinato prevalentemente ai parroci, agli operatori pastorali e ai responsabili delle istituzioni educative cattoliche, il vademecum raccoglie e organizza tutta la disciplina vigente nella Chiesa cattolica sui "corretti rapporti" con i fedeli appartenenti alle diverse Chiese ortodosse. Diviso in due parti (78 paragrafi), il testo fa il punto su alcune indicazioni relative per esempio ai sacramenti (battesimo, confermazione, eucaristia, penitenza, unzione degli infermi), ai matrimoni misti e all'ammissione dei fedeli alla piena comunione nella Chiesa cattolica. La prima parte del vademecum presenta, invece in modo sintetico, alcuni elementi dottrinali utili per comprendere il profilo delle Chiese orientali non cattoliche in Italia.

 

Gli ortodossi in Italia. Nello spiegare cosa ha portato i due uffici Cei alla elaborazione del vademecum, don Gino Battaglia e mons. Adolfo Zambon parlano del fenomeno migratorio che ha fortemente interessato in questi anni il nostro Paese. Secondo i dati del 2009, i cittadini stranieri regolarmente presenti in Italia ammonterebbero a circa 4 milioni e mezzo. Circa la metà degli immigrati sono cristiani: fra di loro i fedeli ortodossi erano stimati nel 2008 in circa un milione centotrentamila. Si può prevedere che, se i flussi migratori manterranno le caratteristiche attuali, nei prossimi anni l'insieme di tali fedeli diventerà la seconda comunità religiosa italiana. "Questa nuova realtà - scrivono i due direttori - cambia anche i termini dei rapporti ecumenici nel nostro Paese". Infatti, "il numero dei fedeli è tale da rendere impossibile alle comunità orientali, che pure vanno progressivamente strutturandosi, di fare fronte compiutamente alle loro esigenze spirituali e pastorali. È dunque urgente considerare le conseguenze pastorali e giuridiche della presenza dei fedeli orientali non cattolici all'interno delle comunità cattoliche, a motivo dei contatti che s'instaurano, per rispondere in maniera corretta alle richieste che essi presentano".

 

Indicazione generale. La prima indicazione generale contenuta nel vademecum chiede al ministro cattolico di valutare molto bene le "concrete circostanze" che conducono un fedele delle Chiese ortodosse a richiedere l'accesso ad un sacramento, perché se non lo si facesse "si potrebbe cadere nel rischio di assecondare atteggiamenti di indifferentismo o relativismo ecclesiologico o di esporsi al dubbio di un latente proselitismo". Al par.1 si chiarisce che "le Chiese orientali che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica hanno validi e veri sacramenti, garantiti dalla successione apostolica". Non essendoci però ancora la piena comunione tra le Chiese, il principio generale da seguire è che "i ministri cattolici amministrano lecitamente i sacramenti ai soli fedeli cattolici, i quali parimenti li ricevono lecitamente dai soli ministri cattolici". La Chiesa cattolica, tuttavia, permette la condivisione di vita sacramentale "in certe circostanze e a determinate condizioni", e comunque sempre "per singole persone".

 

Eucaristia e matrimonio. Il vademecum entra poi nel merito dei singoli sacramenti. Riguardo per esempio l'eucaristia si afferma che "l'ammissione all'eucaristia di un fedele orientale non cattolico da parte di un ministro cattolico può avvenire in circostanze speciali e in casi singoli". Si richiede che "il singolo fedele abbia un grave bisogno spirituale" e che non sia "divorziato e risposato", "nonostante nella sua Chiesa ciò sia permesso". Il vademecum vieta inoltre "assolutamente" la concelebrazione dell'eucaristia tra sacerdoti cattolici e non cattolici. Molto ampio e dettagliato il paragrafo sul matrimonio. "Il numero crescente dei matrimoni misti in Italia - si legge al par.35 - evidenzia la necessità di una fraterna collaborazione con i pastori delle Chiese orientali non cattoliche". In particolare, la Chiesa cattolica ha l'obbligo di accertare "lo stato libero della parte orientale non cattolica" con una dichiarazione che "attesti che essa non ha mai contratto alcun matrimonio". Al par.46 si dice che "è frequente il caso di fedeli cattolici che si presentano al loro parroco insieme al futuro sposo/a orientale non cattolico/a divorziato/a chiedendo la celebrazione del matrimonio". "In questi casi, si tenga presente che la dichiarazione di stato libero rilasciata dalla competente autorità della Chiesa orientale non cattolica non coincide con una dichiarazione di nullità. Permane, quindi, l'impedimento di legame, fino al momento in cui il precedente matrimonio sia dichiarato nullo con sentenza esecutiva da un tribunale ecclesiastico cattolico". sir

 

 

 

 

 

Religiose e religiosi nelle loro opere e nelle Chiese particolari

 

"La vita consacrata nella Chiesa locale è una risorsa preziosa per una ecclesiologia di comunione: ciò è profondamente vero a livello ideale. All'interno delle Chiese locali possono esserci state in passato difficoltà concrete di inserimento e incomprensioni, ma oggi la situazione è molto cambiata". Lo ha detto il 2 marzo a Roma, durante il seminario di studio, promosso dalla Commissione mista vescovi, religiosi e Istituti secolari, insieme al Cnv (Centro nazionale vocazioni), sul tema "La vita consacrata nella Chiesa locale: risorsa preziosa per una ecclesiologia di comunione", il vescovo di Treviso, mons. Gianfranco Gardin, che è stato fino a pochi mesi fa segretario della Congregazione per la vita consacrata e le Società di vita apostolica, in Vaticano. Mons. Gardin, che ha introdotto il tema generale del seminario, di fronte a un uditorio di oltre 120 tra vescovi, delegati diocesani, esponenti degli organismi quali Cism (superiori maggiori), Usmi (superiore maggiori) e Ciis (istituti secolari), ha sottolineato che "ha senso chiedere ai consacrati il vero inserimento nelle Chiese particolari, partendo dal principio che la Chiesa particolare è il luogo dove vive la Chiesa in quanto tale. Nello stesso tempo - ha però aggiunto - ha altresì senso chiedere ai membri della Chiesa locale, clero e vescovo, un atteggiamento di comprensione nei confronti dei consacrati che, a motivo del loro carisma, spesso sono 'nomadi' e debbono seguire le proprie opere, avendo minore disponibilità a sentirsi in tutto e per tutto a disposizione di una Chiesa particolare".

 

I numeri in Italia. Qual è oggi la situazione della vita consacrata in Italia? Alla domanda ha risposto fr. Giovanni Dal Piaz, benedettino camaldolese e sociologo. Nella sua relazione ha illustrato la consistenza attuale dei religiosi, che è la seguente: totale religiosi (uomini e donne) 110.971. Di questi, i religiosi uomini sono 22.676 di cui 16.955 sacerdoti, 2.983 fratelli laici, 385 novizi, con 3.002 comunità. Le monache sono 6.510 di cui 186 novizie, con 515 monasteri. Le suore sono 73.659 di cui 659 novizie, in 8.778 comunità. Gli Istituti secolari femminili hanno un totale di 7.910 consacrate, di cui 407 con voti temporanei. Gli Istituti secolari maschili assommano a 216 consacrati. Rispondendo alla domanda se "sono tanti o sono pochi", ha detto: "Se teniamo presente che a livello mondiale su 100 cattolici battezzati, 5 sono italiani, abbiamo invece, sempre in ambito globale, che su 100 consacrati, 13 siano residenti in Italia. Quindi - ha aggiunto - si può dire che la Chiesa italiana ha espresso nel tempo vocazioni di speciale consacrazione in misura 'doppia' del proprio peso in termini di battezzati". Un peso altrettanto rilevante si ritrova anche nel confronto europeo. Dal Piaz ha infatti spiegato che "mentre i battezzati italiani sono il 20,1% del totale europeo, il 31,7% dei consacrati europei sono italiani".

 

L'opzione più lungimirante. La storia dei religiosi in Italia è stata segnata da momenti di grande sviluppo fino agli attuali di un certo ripiegamento. Il sociologo ha ricordato che "tra il 1870 e il 1970 la vita consacrata italiana ha vissuto una fase di crescita vivace. In cento anni i religiosi passarono da 9.163 a 29.184 e le religiose da 29.707 a 154.790. Poi vi è stato un rallentamento". Siccome un analogo percorso stanno avendo le vocazioni presbiterali, i religiosi oggi - ha aggiunto - "costituiscono per le Chiese locali una risorsa preziosa alla quale è difficile rinunciare. La chiusura di una comunità, specie nelle piccole diocesi con pochi preti, incontra comprensibili resistenze perché impoverisce territori già poveri di risorse umane". Di fronte a questa situazione di difficoltà, "si tratta - per Dal Piaz - di uscire da una specie di individualismo istituzionale e riuscire a pensarsi in una relazionalità aperta e collaborativa con tutti gli attori presenti nella realtà ecclesiale. La messa in rete delle competenze diviene l'opzione più razionale e lungimirante".

 

Quel "sommerso timore". Nel suo intervento incentrato sulla presenza femminile nella vita consacrata, Maria Rosa Zamboni, direttrice della rivista "Incontro", ha sottolineato che "in modo particolare da parte delle religiose si ritiene che l'attenzione alla vita consacrata femminile sia piuttosto disattesa e insufficiente e poco incisivo l'annuncio della vita consacrata da parte delle Chiese locali. Si parla - ha aggiunto - si prega, si fanno iniziative per le vocazioni al sacerdozio, ma c'è un sommerso timore da parte dei sacerdoti di parlare della consacrazione al femminile. Soprattutto è mancante quella dimensione educativa che sfocia nell'accompagnamento spirituale". Questa azione di promozione vocazionale della vita consacrata femminile - secondo Zamboni - "non può essere affidata a qualche tentativo singolo o sporadico, ma deve essere condotta da organismi come l'Usmi e la Ciis, in grado di rapportarsi 'ufficialmente' con le varie realtà ecclesiali ed anche, in quanto gruppo, con le organizzazioni sociali".

 

Leggere i nuovi bisogni. Secondo don Lorenzo Prezzi, direttore de "Il Regno", "oggi c'è un patrimonio di collaborazione molto forte sia all'interno delle famiglie religiose, sia tra famiglie religiose e Chiese locali. Questo patrimonio può correre il rischio di appiattire la vita religiosa come dato puramente funzionale all'interno del comportamento pastorale delle Chiese locali ed è necessario salvaguardare l'originalità carismatica della vita religiosa. Ciò - ha proseguito - in ragione non di una supposta 'autonomia', ma per il duplice riferimento che il religioso ha, da un lato, alla 'radicalità' della sequela cristiana e, dall'altro, alla lettura dei nuovi bisogni dell'uomo contemporaneo. In questo caso diciamo che la verifica della vita religiosa va fatta sia sul versante di capire la Chiesa locale e sull'altro di saper 'leggere' i nuovi problemi della vita umana e sociale di oggi". LUIGI CRIMELLA

 

 

 

 

Carta dei Musulmani d’Europa. Siglata da 400 associazioni islamiche di 28 Paesi europei.

 

Un passo importante per la comprensione tra i popoli” è stata definita la firma di questa Carta, avvenuta oltre un anno fa a Bruxelles, ma che non ha avuto la visibilità che invece meritava.

Noi, come Centro studi e documentazione pensiamo sia utile ritornare sulla notizia perché è utile  in questo momento in cui nella nostra città si è avviato un seppur timido ancora dibattito sulla necessità di creare un Centro Interculturale a Palermo.

Perché è importante la Muslim of Europe Charter (CARTA DEI Musulmani d’Europa)? Intanto perché è stata firmata da oltre 400 associazioni e organizzazioni islamiche di 28 Paesi. E poi per i principi che vi sono enunciati.

Intanto il rispetto dell’Islam per ogni essere umano, l’uguaglianza tra uomo e donna, il riconoscimento della famiglia fondata sul matrimonio, il rifiuto della violenza e del terrorismo. Un impegno, insomma, da parte di molte comunità musulmane, a partecipare alla costruzione dell’Europa e a svolgere il proprio ruolo di cittadini all’insegna della tolleranza e del rispetto delle legislazioni dei vari Paesi.

La Carta basa le sue premesse su una rappresentazione dell’Islam che rifiuta ogni forma di estremismo, condannando il terrorismo, l’interpretazione violenta della Jihad e ribadendo la parità tra uomo e donna.

Ma non solo. La Carta afferma la laicità dello Stato ribadendone quindi la sua neutralità…

Sono elementi tutti positivi e che vanno seguiti con attenzione proprio con riferimento alla crescente presenza di immigrati musulmani in Italia e in Europa.

(invio realizzato grazie al progetto "osservatorio giuridico legislativo sulla immigrazione"). dip

 

 

 

 

 

Inchiesta G8, Santa Sede su Balducci "Non è più gentiluomo del Papa"

 

Provvedimento del Vaticano nei confronti dell'ex numero uno del Consiglio

dei Lavori Pubblici, in carcere nell'ambito dell'inchiesta sui Grandi eventi

 

CITTA' DEL VATICANO - Non sarà più chiamato a svolgere il ruolo di 'Gentiluomo di Sua Santità' Angelo Balducci, ex numero uno del Consiglio dei Lavori Pubblici in carcere nell'ambito dell'inchiesta sui Grandi eventi. Lo hanno riferito fonti vaticane interpellate dall'agenzia Ansa, precisando che il protocollo non prevede alcun atto formale di revoca dall'incarico, ma solo la cancellazione dall'Annuario pontificio dopo un certo tempo di mancato svolgimento dei compiti assegnati.

 

Il dirigente pubblico era stato ammesso nel 1995 nel Collegio dei Gentiluomini con 'biglietto' della Segreteria di Stato, previa presentazione da parte di un altro ecclesiastico. Ieri il gip di Perugia ha tenuto gli interrogatori di garanzia agli arrestati, fra i quali lo stesso Balducci, che ha respinto tutte le accuse.

 

Il Collegio dei Gentiluomini è alle dipendenze della Prefettura della Casa Pontificia, che assegna loro di volta in volta vari servizi, quali l'accompagnamento e l'accoglienza dei personaggi di riguardo e dei membri del Corpo diplomatico durante le Cappelle papali e le udienze.

 

"Al di là di ogni possibile atto formale di revoca dall'incarico di Gentiluomo di Sua Santità di Angelo Balducci - riferiscono le fonti - è chiaro che non può essere chiamato a svolgere alcun servizio durante la sua permanenza in carcere, , chiaramente, se le accuse nei suoi confronti saranno confermate". La Prefettura pontificia, interpellata direttamente, non ha inteso confermare smentire le voci che danno Balducci come di fatto già estromesso dagli incarichi in Vaticano.

 

Balducci è anche consultore della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, cioè uno degli esperti esterni a cui il Vaticano si rivolge su singole materie. Anche questo è un incarico 'a chiamata' che dunque Balducci non sarà più in grado di svolgere, almeno fin quando sarà sottoposto a misure restrittive. LR 4

 

 

 

 

 

L’impegno delle diocesi nel campo della mobilità umana

 

ROMA - La settimana scorsa i Direttori regionali della Migrantes si sono ritrovati a Roma per due giorni di confronto su iniziative ed esperienze nei propri territori. Durante il dibattito – il primo con il nuovo Direttore generale mons. Giancarlo Perego – è emersa una interessante panoramica delle iniziative pastorali realizzate e programmate nelle diverse Regioni ecclesiastiche sui temi della mobilità che comprende non solo l’immigrazione ma anche l’emigrazione italiana all’estero, i Rom e i Sinti, lo Spettacolo Viaggiante e il popolo dei Marittimi e Aereoportuali.

Durante l’anno sono diverse le iniziative promosse dagli uffici sia diocesani che regionali della Migrantes per dare la possibilità di conoscere e incontrare comunità cristiane etniche e famiglie di immigrati. Alcune diocesi e delegazioni si mostrano attente al fenomeno dei Rom anche con iniziative come quella degli esercizi spirituali in Piemonte, al Santuario Grotta N. S. di Lourdes di Coazze a Forno di Torino - dove partecipano dai 150 alle 200 persone ogni anno - o i pellegrinaggi con gli immigrati come al Santuario di Caravaggio per gli immigrati in Lombardia o alla Madonna del Buon Consiglio a Genazzano (Rm) per gli albanesi. All’Istituto di Scienze religiose di Torino anche una corso di pastorale migratoria. Diverse anche le regioni fortemente interessate al fenomeno dell’emigrazione interna ed all’estero come l’Abruzzo, il Molise, la Basilicata, la Campania, la Sardegna, mentre la Calabria si sta preparando a dare un contributo alla prossima Settimana Sociale che si svolgerà a Reggio Calabria.

Particolare attenzione al mondo marittimo per il Triveneto, la Liguria, il Lazio, la Sicilia, le Marche e la Puglia mentre iniziative per i rom si registrano in Umbria e Lazio. La Migrantes Toscana, inoltre pubblica, insieme ad altre associazioni, due pagine mensili sul tema migratorio sul settimanale “ToscanaOggi”. Complessivamente - spiega mons. Perego - cresce l’impegno delle diocesi nel campo della migrazione, per le quali è sempre più necessario un referente diocesano e un lavoro regionale condiviso, per una proposta puntuale ed efficace. (R. Iaria, Migranti-press)

 

 

 

 

 

Emilia Romagna. La coscienza e il voto. Un documento dei vescovi in vista delle elezioni regionali

 

Un "comunicato" ai fedeli "in vista delle elezioni regionali del prossimo mese di marzo". A scriverlo, i vescovi delle diocesi dell'Emilia Romagna, che lo hanno reso noto sabato 27 febbraio. Porta la data del 22 febbraio, festa liturgica della Cattedra di San Pietro, ed è firmato dal card. Carlo Caffarra (arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale regionale-Ceer), da mons. Giuseppe Verucchi (Ravenna-Cervia, vicepresidente della Ceer), mons. Paolo Rabitti (Ferrara-Comacchio), mons. Gianni Ambrosio (Piacenza-Bobbio), mons. Adriano Caprioli (Reggio Emilia-Guastalla), mons. Tommaso Ghirelli (Imola), mons. Lorenzo Ghizzoni (ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla), mons. Francesco Lambiasi (Rimini), mons. Antonio Lanfranchi (amministratore apostolico di Cesena-Sarsina), mons. Paolo Losavio (amministratore diocesano di Modena-Nonantola), mons. Carlo Mazza (Fidenza), mons. Luigi Negri (San Marino-Montefeltro), mons. Lino Pizzi (Forlì-Bertinoro), mons. Enrico Solmi (Parma), mons. Claudio Stagni (Faenza-Modigliana), mons. Elio Tinti (Carpi), mons. Ernesto Vecchi (ausiliare di Bologna e segretario della Ceer).

 

I valori non negoziabili. I vescovi, consapevoli che la loro "prima inderogabile missione è di annunciare il Vangelo" e che esso "contiene anche una precisa concezione dell'uomo e di tutta la sua realtà, personale e sociale, che risponde in modo adeguato alle fondamentali esigenze della sua persona", richiamano nel messaggio il rispetto di quei "valori non negoziabili" cui fanno riferimento Benedetto XVI e la dottrina sociale della Chiesa. Ad essi, "patrimonio di ogni persona, perché inscritti nella coscienza morale di ciascuno", "ogni cristiano deve riferirsi come criterio ineludibile per i suoi giudizi e le sue scelte nell'ordine temporale e sociale". Il testo li riporta "sinteticamente", citando "la dignità della persona umana, costituita a immagine e somiglianza di Dio, e perciò irriducibile a qualsiasi condizione e condizionamento di carattere personale e sociale; la sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale, inviolabile e indisponibile a tutte le strutture e a tutti i poteri; i diritti e le libertà fondamentali della persona: la libertà religiosa, la libertà della cultura e dell'educazione; la sacralità della famiglia naturale, fondata sul matrimonio, sulla legittima unione cioè fra un uomo e una donna, responsabilmente aperta alla paternità e alla maternità; la libertà d'intrapresa culturale, sociale, e anche economica in funzione del bene della persona e del bene comune; il diritto a un lavoro dignitoso e giustamente retribuito, come espressione sintetica della persona umana; l'accoglienza ai migranti nel rispetto della dignità della loro persona e delle esigenze del bene comune; lo sviluppo della giustizia e la promozione della pace; il rispetto del creato".

 

Un laicato dedito al bene comune. In politica, "persone, raggruppamenti partitici e programmi devono pertanto essere valutati a partire dalla verifica obiettiva del rispetto" di questi valori, e "la coscienza cristiana rettamente formata - ammonisce la nota - non permette di favorire col proprio voto l'attuazione di un programma politico o la promulgazione di leggi che non siano coerenti" con essi, "esprimendo questi le fondamentali esigenze della dignità umana". Ricordare i "valori non negoziabili" richiama "non solo orientamenti doverosi per l'oggi, ma anche un costante cammino educativo". Da qui l'esortazione dei vescovi a far emergere, "anche in forza di un rinnovato e quotidiano impegno educativo delle nostre Chiese, un laicato che proprio a causa della sua appartenenza ecclesiale fosse dedito al bene comune della società".

 

Individuare i valori. Guardando alle prossime elezioni, "clero ed organismi ecclesiali - sottolinea il comunicato - devono rimanere completamente fuori dal dibattito e dall'impegno politico pre-elettorale, mantenendosi assolutamente estranei a qualsiasi partito o schieramento politico". Ciò tuttavia non esclude il "diritto dei fedeli" ad "essere illuminati dai propri pastori". Il sacerdote, perciò, può "illuminare il fedele perché individui quei valori umani fondamentali che oggi in Regione meritano di essere preferibilmente e maggiormente difesi e promossi, perché maggiormente misconosciuti o calpestati", pur astenendosi "dall'indicare quale parte politica ritenga a suo giudizio che dia maggior sicurezza in ordine alla difesa e promozione dei valori umani in questione". Infine, i vescovi ricordano il "momento difficile" che "la nostra Regione, così come l'intera nostra nazione, sta attraversando" e rivolgono un pensiero "alle famiglie colpite da gravi difficoltà economiche" e "a chi ha perduto o rischia di perdere il lavoro". "La consultazione elettorale - concludono - è un'occasione nella quale ogni fedele è invitato ad esercitare mediante il voto una parte attiva nella doverosa edificazione della comunità civile".

 

 

 

 

Hirtenwort von Kardinal Lehmann zur Österlichen Bußzeit

 

„Wir sind Mitarbeiter eurer Freude. Eine Ermutigung zum priesterlichen Dienst“

Mainz. In seinem Hirtenwort zur Österlichen Bußzeit hat der Mainzer Bischof, Kardinal Karl Lehmann, die Bedeutung des priesterlichen Dienstes für die Kirche hervorgehoben. Der Priester sei für „das Sein und Wirken der Kirche unersetzlich“, heißt es in dem Hirtenwort, das am zweiten Fastensonntag, 28. Februar, in allen Gottesdiensten (sowie in den Vorabendmessen am 27. Februar) im Bistum Mainz verlesen wurde. Dadurch werde der Dienst aller anderen amtlichen und ehrenamtlichen Mitarbeiter in der Kirche nicht gering geschätzt, betont der Kardinal.

Wörtlich  schreibt Lehmann: „Wir sind dankbar und sehen darin einen Wink Gottes und ein Zeichen des Heiligen Geistes, dass wir heute Ständige Diakone, Frauen und Männer als Pastoralreferenten und als Gemeindereferenten, aber auch viele aktive Ehrenamtliche in den Gemeinden und Räten sowie Verbänden und - nicht zu vergessen - viele Schwestern und Brüder in den Ordensgemeinschaften und den geistlichen Bewegungen haben. Aber dies führt nicht daran vorbei, dass Priester nur durch Priester ersetzt werden können." Anlass für das Hirtenwort mit dem Titel „Wir sind Mitarbeiter eurer Freude. Eine Ermutigung zum priesterlichen Dienst" ist das von Papst Benedikt XVI. ausgerufene „Jahr des Priesters", das noch bis um 11. Juni 2010 dauert.

Zu Beginn geht der Kardinal auch auf die aktuelle Diskussion um sexuellen Missbrauch in der Kirche ein. Wörtlich heißt es dazu: „In diesen Tagen wird viel diskutiert über das Versagen einiger Priester besonders im Blick auf Kinder und Jugendliche. Wir werden dadurch besonders schmerzlich an die menschliche Schwäche einzelner erinnert. Wir schämen uns über diese Vorkommnisse und wissen um den unermesslichen Schaden, der davon ausgeht, wollen dabei aber nicht vergessen, wie viele Priester in großer Treue zu ihrer Berufung untadelig ihren Dienst erfüllen." Er verweist auf die im Jahr 2002 beschlossenen Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz hin, die inzwischen zweimal überprüft worden seien und sich „bewährt" hätten.

Lehmann entfaltet seine Ausführungen über den priesterlichen Dienst anhand der der drei Schlüsselworte „Mysterium" (Geheimnis), „Communio" (Gemeinschaft der Kirche) und „Missio" (Sendung zu allen Menschen), die ein „wohl zu wenig genützter Schlüssel" seien, „um sachgerecht über Dienst und Lebens des Priesters zu sprechen". Wie alle Glaubenden seien die Priester „zuerst Empfangende und Hörende". Darum könne es auch kein Priesterbild geben, „das von der Vorstellung bestimmt wäre, eigenmächtig und selbstständig Gottes Wirken für uns beeinflussen oder gar manipulieren zu wollen". Voraussetzung für den priesterlichen Dienst sei nicht die Initiative des Einzelnen, sondern eine Berufung. „Darum ist die Prüfung, ob eine solche Berufung vorliegt, auf dem ganzen Weg der Priesterbildung von größter Bedeutung. Berufung ist immer ein Dialog zwischen Gottes Initiative und der Antwort des Menschen."

Der Kardinal hebt hervor, dass der Bezug auf die Kirche „wesensnotwendig" für den Priester sei. „Der Priester ist ein Mann der Kirche und bekennt sich dazu, ist jedoch kein oberflächlicher Funktionär. Er dient der Kirche, indem er immer wieder auf das unverfälschte Evangelium Gottes hört, es - gelegen oder ungelegen (vgl. 2 Tim 4,2) - in seiner ganzen Neuheit und Explosionskraft in Wort und Tat, aber auch durch sein eigenes Leben bezeugt und oft gegen uns selbst zur Geltung zu bringen versucht."  Deshalb sei der Priester auch dazu berufen, „in der Kraft des Heiligen Geistes die Kirche selbst immer wieder zu erneuern". Dies beginne nicht, mit dem Ruf nach äußeren Reformen, „sondern bei unserem eigenen Leben". Deshalb brauche der Priester „Innerlichkeit und Spiritualität", wenn er den Menschen wirklich dienen wolle. „Er muss grundlegend ein Mann des Gebetes sein."

Der Priester müsse die Menschen zur Umkehr aufrufen, wie Jesus es getan habe. „Deswegen kann der Priester bei allem Wohlwollen auch nicht einfach die üblichen Einstellungen und Erwartungen der Menschen bloß bestätigen, sondern er muss die Menschen zu einer Prüfung und Reinigung ihres Herzens führen. Er kann uns immer nur dann zur wahren Freiheit führen, wenn er uns hilft, dass wir durch die Gnade Gottes von uns selbst befreit werden." In seinem umfassen den Dienst „ist er ein Wegbegleiter der Menschen in der Pfarrgemeinde, der Generationen in ihren jeweiligen Herausforderungen, aber auch der Familien im Ablauf der Lebensgeschichten und nicht zuletzt des Einzelnen". Besonders wirksame Zeichen zur Erneuerung des Lebens seien die Sakramente und dabei im Besonderen die Eucharistie, die „zutiefst das Wesen von Kirche ausmacht", betont der Kardinal.

Allerdings verkündige der Priester „nicht sich selbst und nicht aus eigener Kraft". Wörtlich heißt es dazu: „Darin liegt auch eine heilsame Entlastung von dem furchtbaren Zwang zum sofortigen Erfolg und zu gewinnbringenden Bilanzen. Wir säen, aber wir ernten nur selten." Daher sei es notwendig, in der Priesterweihe „im Auftrag Gottes von der Kirche gesendet" zu werden. Die Weihe sei „ein Zeichen dafür, dass Gott den Priester für diesen Dienst ein Leben lang in Anspruch nimmt und ihm dabei durch seine Gnade verlässlich beisteht". Weiter schreibt Lehmann: „Denn diese Ermächtigung nimmt Gott nicht mehr zurück. Sie prägt den Priester auch dann noch, wenn er sündig ist und treulos wird. Dies ist ein großer Trost für den Priester selbst und die Menschen in der Kirche: Auch wenn der einzelne Priester persönlich nicht vollkommen ist, bleibt Gott trotzdem in dem kirchlichen Dienst, den der Priester wahrnimmt, am Werk."

Der Kardinal betont in seinem Hirtenwort die missionarische Dimension der priesterlichen Dienstes: „Wir haben eine fundamentale Verpflichtung für alle Menschen, ob sie nun bei uns als Einheimische, Gäste und Fremde leben, oder ob sie fern von uns Ungerechtigkeit und Armut ertragen müssen, aber auf unsere Solidarität hoffen. Der Priester lebt deswegen immer in einer heiligen Unruhe, indem er sich fragt, wohin der Ruf Gottes noch nicht ergangen ist. Wir müssen Kundschafter der Liebe Gottes zu allen Menschen sein. Dies gilt auch in der Zusammenarbeit mit den evangelischen Schwestern und Brüdern."

Abschließend verweist Lehmann auf die Notwendigkeit, um Priesterberufungen zu beten. Dafür seien nicht nur der Bischof, seine Mitarbeiter und die Priester selbst verantwortlich, „sondern es ist eine Sache der ganzen Kirche und jeder Gemeinde. Sie hat selbst eine ursprüngliche Sorge für Berufungen zum priesterlichen Dienst." Das „Jahr des Priesters" könne „für all dies die Augen öffnen und uns für die Förderung priesterlicher und überhaupt geistlicher Berufe mutiger und schöpferischer machen"  tob (MBN) 

 

 

 

Statistiken – und was sie bewirken…Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

Es liegt die neue Untersuchung des „Religionsmonitors“ vor, die von der Bertelsmann-Stiftung in Gütersloh veröffentlicht wurde. Für die Studie wurden 7.000 Online-Fragebögen von Jugendlichen zwischen 17 und 21 Jahren ausgewertet.

 

Rund ¾ der jungen Christen in Deutschland glauben dieser Studie zufolge offenbar an Gott und ein Leben nach dem Tod. Weit mehr als die Hälfte der christlichen Jugendlichen sind davon überzeugt, dass Gott keine menschliche Idee, sondern Person ist, die mit dem menschlichen Leben unmittelbar etwas zu tun hat. Sogar rund 10 % der konfessionslosen Jugendlichen teilen die Vorstellung von einem personalen Gott.

 

Der Gottesdienst ist für jeden zweiten Jugendlichen bedeutsam. Mehr als die Hälfte der jungen Katholiken und knapp 50 % der evangelischen Jugendlichen messen der Feier des Gottesdienstes mittlere oder hohe Bedeutung bei. Für über ? der Katholiken und rund die Hälfte der evangelischen Jugendlichen ist das Gebet wichtig. Von den konfessionslosen Jugendlichen gaben 7 % an, dass das Gebet ihnen etwas bedeute. Nach dem Gebet war in der Studie eigens gefragt worden, weil man wissen wollte, wie sich eine Glaubensüberzeugung im Alltag äußert.

 

Wie die Untersuchung weiter zeigt, ist rund die Hälfte der jungen Christen überzeugt, dass sie die Gegenwart Gottes im eigenen Leben erfahren haben. Bei den konfessionslosen sind es gut 15 %. „Liebe“ verbinden mit Gott über 50 % der 14- bis 17jährigen Katholiken, bei den evangelischen Gleichaltrigen sind es gut 40 %. Ehrfurcht vor Gott empfinden 45 % der Katholiken zwischen 14 und 17 Jahren und rund 30 % der gleichaltrigen Protestanten. Für die Seelsorger und unsere Pastoral ist wichtig, dass das Interesse an Religion in der Altersgruppe der 18- bis 21jährigen deutlich höher ist als bei jüngeren. Danach befragt, für wie religiös sie sich halten, stufte sich jeder vierte Katholik über 18 Jahren als stark religiös ein, 41 % als religiös.

 

Das lässt aufhorchen: Jugendliche in der Pubertät sind religiös offenbar wenig ansprechbar. Wenn die größten Stürme dann vorbei sind, also im Alter von 18 Jahren und später, wächst auch das Interesse an Glaube und Religion wieder. Das gilt ebenso für das kirchliche Engagement dieser Altersgruppe. Man interessiert sich vermehrt für globale Probleme und die Frage, ob die Kirchengemeinde daran etwas ändern und verbessern kann. Der Blickwinkel dieser Gruppe um 20 Jahre sei offener, weite sich für die Anliegen anderer Menschen, so die Studie. Auch die Suche nach Gott und einer Lebensperspektive aus dem Glauben kämen deutlicher zum Vorschein.

 

Das Resultat der Untersuchung wirft ein neues Licht auf die jungen Erwachsenen in unseren Gemeinden. Es lässt uns auch noch einmal nach dem entsprechenden Alter unserer Firmbewerberinnen/Firmbewerber fragen. Die begleitenden Katechetinnen und Katecheten haben ja, wie sie mir immer wieder im Rahmen der Gespräche nach den Firmfeiern berichten, mitunter mit pubertierenden Jugendlichen ganz große Probleme.

Insgesamt werden uns hochinteressante statistische Ergebnisse geliefert, die unsere kirchliche Jugendarbeit aufhorchen lassen müssten. „Bonifatiusbote“ 7

 

 

 

 

 

Mit dem Papst und Rundem Tisch gegen Missbrauch

 

Ettal/Berlin - Im Skandal um sexuellen Missbrauch in der katholischen Kirche demonstrieren die Klöster ihren Willen zur Aufklärung: Die Abtei Ettal bittet Papst Benedikt XVI. um eine Apostolische Visitation – eine Überprüfung durch einen Beauftragten des Papstes. Bereits am Dienstag seien „aus freien Stücken“ Dokumente an die Staatsanwaltschaft München II übergeben worden, teilte das Kloster mit.

 

Familienministerin Kristina Schröder (CDU) plädiert für einen großen Runden Tisch zur Bekämpfung von Kindesmissbrauch: „Ich finde es falsch, jetzt nur die katholische Kirche an den Pranger zu stellen“, sagte sie der „Frankfurter Allgemeinen Zeitung“. Probleme mit Kindesmissbrauch gebe es auch in Sportvereinen oder in den Familien. „Deshalb ist die Idee gut, alle Akteure zu versammeln.“ Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) hatte vor einer Woche einen Runden Tisch allein für die katholische Kirche gefordert. Dpa 4

 

 

 

 

EKD-Ratsvorsitzender. Käßmann-Comeback möglich

 

Düsseldorf. Der amtierende Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Nikolaus Schneider, erwartet ein Comeback seiner Amtsvorgängerin Margot Käßmann. "Ich bin fest davon überzeugt, sie wird in absehbarer Zeit wieder zu hören sein".

 

Das sagte Schneider, der auch Präses der Evangelischen Kirche im Rheinland ist, am Dienstag in Düsseldorf. Welche herausgehobene Position Käßmann, die in der vergangenen Woche nach einer Alkoholfahrt alle Kirchenämter niedergelegt hatte, innerhalb des deutschen Protestantismus einnehmen werde, sei allerdings noch nicht absehbar. "Es kommt darauf an, was wann wo gefragt ist", betonte der amtierende EKD-Ratsvorsitzende im Gespräch mit der Deutschen Presse-Agentur dpa.

 

Er selbst sei "offen für eine Kandidatur" bei der Wahl zum neuen Ratsvorsitz während der EKD-Synode im November in Hannover, sagte der 62-Jährige. Mitglieder des Rates hätten ihn am Wochenende dazu ermutigt: "Das tut mir gut. Aber klar ist: Die Synode wählt den Ratsvorsitz". Seine Lebensplanung sei eigentlich anders gewesen, meinte Schneider. "Aber wenn ich in diese Situation hineingestellt werde, dann stelle ich mich ihr." Zunächst geschehe dies aus Pflichtgefühl, "aber die Lust wird kommen, das denke ich schon".

 

In seiner bevorstehenden EKD-Arbeit sehe er große Kontinuität zur Ära Käßmann. "Wir haben gemeinsame Projekte auf den Weg gebracht." Im Vordergrund einer an der biblischen Botschaft orientierten Kirche, "die bei den Menschen sein muss", stehe die Frage nach Frieden und sozialer Gerechtigkeit. "Die Rolle der Bundeswehr wird angemessen zu diskutieren sein". Durch das auch von seiner Amtsvorgängerin skeptisch gesehene deutsche Engagement in Afghanistan "ist der Krieg mitten in unserer Gesellschaft angekommen, darüber müssen wir reden."

 

Bei der Frage der sozialen Gerechtigkeit würden die Verursacher der Krise zu wenig in die Pflicht genommen, sagte der Vertreter von 25 Millionen evangelischer Christen. "Stattdessen geht gleich die Debatte los über Sozialabbau." Ihn beschäftige mit Blick auf die Gesellschaft die "Sorge, dass der soziale Zusammenhalt weiter ausgehöhlt wird". Die Bibel gebe klare Hinweise, wie mit Armen und Benachteiligten umzugehen sei, "das können wir nicht allein der Barmherzigkeit des Einzelnen überlassen."

 

Durch die Autofahrt mit 1,54 Promille der früheren EKD- Ratsvorsitzenden Käßmann ist die Evangelische Kirche nach Ansicht Schneiders nicht in schlechtes Licht gerückt: "Ihr Umgang mit ihrem Fehlverhalten war glaubwürdig, so dass ich kein Glaubwürdigkeitsproblem der Kirche sehe." Die Kirchenbasis habe Käßmann überwiegend gedrängt, im Amt zu bleiben. Das Geschehen habe gezeigt, dass auch die Menschen innerhalb der Kirche "keine Heiligen sind".

Gespräch: Gerd Korinthenberg, dpa 3

 

 

 

 

Papst: Lob für Chopin, Nostalgie für seine Theologen-Jahre

 

Etwa 8.000 Menschen haben an diesem Mittwoch die Generalaudienz von Benedikt XVI. besucht. Der Papst würdigte u.a. Frédéric Chopin zu dessen 200. Geburtstag: Der polnische Komponist habe mit seiner Musik Großes für Europas Kultur geleistet, er könne Menschen helfen, Gott näherzukommen. Für die Besucher aus dem deutschsprachigen Raum beschäftigte sich Benedikt mit einem Heiligen des 13. Jahrhunderts.

 

„Wenn ich bei der heutigen Katechese über den heiligen Bonaventura spreche, so tue ich dies nicht ohne eine gewisse Nostalgie. Dieser Heilige ist mir im Studium und zu Beginn meiner wissenschaftlichen Tätigkeit ein hochgeschätztes Vorbild und ein Begleiter geworden, dem ich Wesentliches für meine geistliche Prägung verdanke.“

 

Bonaventura wurde um 1217 in Bagnoregio etwa 80 km nördlich von Rom geboren. Bei seinem Studium in Paris begegnete er den Franziskanerbrüdern, die auch als Professoren an der Universität wirkten.

 

Papst will zur „Sagrada Familia“ - Papst Benedikt XVI. wird in diesem Herbst für zwei Tage nach Nordspanien reisen. Das wurde an diesem Mittwoch bekannt. Geplant sei für den 6. November eine Visite in Santiago de Compostela, wo der Apostel Jakobus verehrt wird. Die galizische Stadt am berühmten Jakobsweg feiert derzeit ihr Heiliges Jakobus-Jahr.

 

„Ich habe den Heiligen Vater schon im Oktober letzten Jahres schriftlich nach Santiago de Compostela eingeladen“ – das berichtet der Erzbischof der Jakobsstadt, Julian Barrio, vor Journalisten. „Die Anfrage wurde sehr gut aufgenommen, aber es war dann gar nicht so einfach, ein Datum zu finden. Vor ein paar Tagen war ich dann in Papstaudienz, und am Donnerstag letzter Woche wurde mir aus dem Vatikan mitgeteilt, dass man den 6. November ins Auge fasse. Das will ich hiermit bestätigen!“ (rv 3)

 

 

 

Deutsche Islam Konferenz: Minister strebt praktische Ergebnisse an

 

Berlin. Bei der Deutschen Islam Konferenz (DIK) will Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) mit einer veränderten Struktur und neuen Teilnehmern praktische Ergebnisse erzielen. Für strittige Themen wie muslimischem Religionsunterricht, Imam-Ausbildung oder die Gleichberechtigung muslimischer Mädchen und Jungen solle die Konferenz die Frage beantworten: "Wie kann's mal losgehen?", sagte de Maizière am Donnerstag in Berlin. Die erste Plenarsitzung der DIK soll am 17. Mai stattfinden.

Der Innenminister bezeichnete die von seinem Vorgänger Wolfgang Schäuble (CDU) ins Leben gerufene Islam-Konferenz als großen Erfolg. Er wolle jetzt deren Ergebnisse vertiefen. Als Beispiel nannte de Maizière die Frage, ob es muslimischen Religionsunterricht an Schulen auch geben könne, ohne muslimische Verbände als Körperschaften des öffentlichen Rechts anzuerkennen. Diesen Status haben die großen Kirchen und der Zentralrat der Juden.

Daneben soll es um dem Komplex Grundrechte und Wertekonsens gehen. Dabei will der Innenminister neben der Frage der Gleichberechtigung auch das Thema demokratische Beteiligung behandeln. Den dritten großen Komplex bildet das Thema Islamismus. Der Islam werde nur Anerkennung finden, wenn es eine klare Abgrenzung zum Islamismus gebe, sagte de Maizière.

Um seine Ziele zu erreichen, holt der Innenminister eine Reihe von Praktikern in die Deutsche Islam Konferenz. Anstelle der bisherigen muslimischen Einzelpersönlichkeiten gehören künftig Religionslehrer, Kommunalpolitiker und Islamwissenschaftler zur DIK. De Maizière will auch einen Imam einladen.

Die muslimischen Verbände bleiben Mitglied in dem Gremium. Allerdings suspendierte der Bundesinnenminister den Islamrat, da gegen führende Mitglieder der Islamischen Gemeinschaft Milli Görüs, der größten Mitgliedsorganisation im Islamrat, wegen Steuerhinterziehung ermittelt wird. Neu in der Islam-Konferenz ist die Türkische Gemeinde Deutschland. Epd 4

 

 

 

 

Berlin. Die älteste Kirche der Stadt öffnet wieder

 

Nach umfangreichen Sanierungsarbeiten soll die Nikolaikirche am 21. März wieder der Öffentlichkeit übergeben werden. Dann ist auch eine Dauerausstellung zu sehen.

 

Ursprünglich sollten die zwei Jahre dauernden Sanierungsarbeiten an der ältesten Kirche der Stadt im Dezember abgeschlossen sein. Die Kirche gehört heute zum Stadtmuseum.

 

Künftig sollen sieben sogenannte Themeninseln die Besucher über die Geschichte von Kirche und Stadt informieren, wie die Direktion der Stiftung Stadtmuseum mitteilte. Dazu seien Multimedia-Stationen installiert worden, hieß es. Ein Ausstellungsbereich sei dem Liederdichter und Nikolaipfarrer Paul Gerhardt gewidmet, wofür eine Kanzel aus der Zeit des Frühbarocks rekonstruiert wurde. Eine Überarbeitung erfuhren laut Stadtmuseum darüber hinaus die Raumaufteilung, die Beleuchtung und der Fußboden der Kirche. Nach der Wiedereröffnung könnten Besucher erstmals unterirdische Bereiche des Kirchenbaus besichtigen.

 

 

Die Kirche wurde Anfang des 13. Jahrhunderts errichtet. Der Beschluss zum Wiederaufbau des im Krieg fast vollständig zerstörten Stadtteils erfolgte 1980 durch die DDR-Führung und den Ost-Berliner Magistrat. Das teilrekonstruierte Viertel und die Kirche wurden anlässlich der 750-Jahr-Feier der Stadt 1987 eingeweiht. 1991 konstituierte sich dort das Gesamtberliner Abgeordnetenhaus. Zu religiösen Zwecken wurde die Nikolaikirche bis 1939 genutzt. Ddp

 

Sonntag, 21. März, ab 15 Uhr. Danach täglich 10 bis 18 Uhr. Eintritt: Erwachsene fünf Euro, ermäßigt drei Euro. Mehr Details im Netz: www.stadtmuseum.de tsp 4

 

 

 

 

 

Missbrauchsskandal. Staatsanwaltschaft im Kloster Ettal

 

Im Skandal um sexuellen Missbrauch in der katholischen Kirche hat es eine Durchsuchung in einem Kloster gegeben. Am Dienstag durchsuchte die Münchner Staatsanwaltschaft das oberbayerische Kloster Ettal, wie die Deutsche Presse-Agentur erfuhr. Dort sollen Schüler von Geistlichen sexuell missbraucht worden sein. „Seit Nachmittag laufen Ermittlungen vor Ort in Anwesenheit der Staatsanwaltschaft“, bestätigte eine Sprecherin der Staatsanwaltschaft München II. Ob es überhaupt schon einmal eine Razzia in einem Kloster gegeben habe, konnte ein Sprecher der Deutschen Bischofskonferenz auf Nachfrage nicht beantworten.

Das Vorgehen der Staatsanwaltschaft steht im Zusammenhang mit Vorwürfen von etwa 20 Personen, die angegeben hatten, als Schüler von Ordensbrüdern geschlagen oder missbraucht worden zu sein. Einem mittlerweile verstorbenen Pater, der trotz der Beschuldigungen noch bis 2004 an der Klosterschule unterrichtet hatte, werden Übergriffe in den 70er und 80er Jahren vorgeworfen.

Die Durchsuchungen in dem oberbayerischen Vorzeigeinternat des Benediktinerordens sind ein vorläufiger Tiefpunkt in dem Skandal um Gewalt und sexuellen Missbrauch in katholischen Erziehungseinrichtungen. Seitdem Ende Januar erste Missbrauchsfälle am Berliner Canisius-Kolleg bekannt geworden sind, haben sich bereits mehr als 150 Betroffene gemeldet. Die meisten Fälle in verschiedenen katholischen Einrichtungen in ganz Deutschland liegen Jahrzehnte zurück. Missbrauchsskandale haben die katholische Kirche bereits in Irland, den Vereinigten Staaten und Österreich erschüttert - und auch eine Diskussion über den Zwangszölibat - das Keuschheitsgebot für Priester - entfacht.

Drei Mönche aus Kloster Wechselburg suspendiert

Im Zusammenhang mit den Missbrauchsvorwürfen an dem Benediktinerkloster wurden auch drei Mönche aus dem Kloster Wechselburg in Sachsen suspendiert und von ihren seelsorgerischen Aufgaben entbunden. Gegen sie lägen Missbrauchsvorwürfe aus ihrer Zeit an der Schule und dem Internat in Ettal vor, teilte das Bistum Dresden-Meißen am Dienstag mit. Damit wurde ein Bericht der in Chemnitz erscheinenden „Freien Presse“ bestätigt.

Was genau den Männern vorgeworfen wird, wisse man nicht, sagte ein Bistumssprecher. Verdachtsfälle aus dem Kloster Wechselburg gab es bislang nach Angaben des Bistums nicht, Bischof Joachim Reinelt kündigte aber an, Anhaltspunkten auf mögliche Verdachtsfälle gründlich nachzugehen. Einer der drei Mönche sei für das Jugend- und Familienhaus des Klosters in Wechselburg verantwortlich gewesen.

Das Erzbistum München-Freising bestätigte am Dienstag einen Missbrauchsfall in einer Münchner Pfarrei. In den Jahren zwischen 2002 und 2003 habe sich ein ausländischer Ordensgeistlicher mehrmals an einem damals 13-jährigen Mädchen vergangen. Nach seiner Versetzung in eine Pfarrei in Fürstenfeldbruck und einer Bewährungsstrafe wegen sexuellen Missbrauchs kam es dort trotz eines kirchlichen Verbots für Jugendarbeit möglicherweise zu weiteren sexuellen Übergriffen auf zwei Mädchen. Der Bistumssprecher kündigte rückhaltlose Aufklärung an, der Mönch sei inzwischen in seine Heimat zurückgekehrt.

Nach Einschätzung des Vereins ehemaliger Heimkinder sind viel mehr Kinder und Jugendliche in katholischen Einrichtungen sexuell missbraucht worden als bislang angenommen. Rund 70 Prozent der 450 Vereinsmitglieder wurden nach Einschätzung der Vereinsvorsitzenden Monika Tschapek-Güntner in der Kindheit und Jugend in Heimen missbraucht. Der Missbrauch reiche bis zur Vergewaltigung. Der Großteil ihrer Mitglieder - rund 80 Prozent - sei in katholischen Heimen aufgewachsen.

Debatte um Verjährungsfristen

Seit Bekanntwerden des Missbrauchsskandals an Jesuitenschulen Ende Januar meldeten sich jeden Tag zahlreiche Opfer bei Tschapek-Güntner. „Leute rufen an und sagen: „Mir ist das auch passiert““, sagte sie. „Die Menschen halten es nicht mehr aus und müssen reden.“ Tschapek-Güntner warf der katholischen Kirche „Falschheit“ vor. Zwar wolle die Kirche den Eindruck erwecken, die Missbrauchsfälle aufklären zu wollen, jahrelang habe sie Opfer aber unter Druck gesetzt oder mit Geld zum Schweigen gebracht. „Da wird die Decke der Verschwiegenheit ausgebreitet. Das ist grausam und das halten wir kaum aus.“

Der langjährige Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Karl Lehmann, wies den Vorwurf der systematischen Vertuschung scharf zurück. „Dies ist eine ganz und gar unberechtigte Unterstellung“, schrieb der Bischof von Mainz in seiner Veröffentlichung „Auf ein Wort“ für März 2010 und sprach von Verleumdung. Früher habe es vielleicht „eine Verharmlosung oder gar Verniedlichung in einzelnen Fällen gegeben“. Seit Jahren bemühe sich die Kirche aber nun schon um Aufklärung, betonte Lehmann. „Es ist also barer Unsinn zu behaupten, die katholische Kirche habe keinen überzeugenden Willen zur Aufklärung.“

Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) erwägt nach dem Bekanntwerden zahlreicher Missbrauchsfälle eine Verlängerung der zivilrechtlichen Verjährungspflichten. Bislang können minderjährige Missbrauchsopfer nach Angaben des Ministeriums noch bis drei Jahre nach ihrem 21. Geburtstag Anspruch auf Entschädigung erheben. „Das ist oft zu kurz“, sagte sie in einem Interview mit der „Berliner Zeitung“.

Die Ausweitung strafrechtlicher Verjährungsfristen sei zwar problematisch, einer Verlängerung der Anspruchsfristen auf Schadensersatz und Schmerzensgeld stehe sie aber positiv gegenüber. Auch wenn mit Geld ohnehin nichts gutzumachen sei, sei das ein „Zeichen an die Opfer“, sagte sie dem Blatt.

Familienministerin für Runden Tisch gegen Kindesmissbrauch

Bundesfamilienministerin Kristina Schröder (CDU) macht sich unterdessen dafür stark, einen Runden Tisch gegen Kindesmissbrauch einzurichten. Sie unterstützt damit einen Vorschlag des Vorsitzenden der katholischen Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, der ein solches Format anstelle eines Treffens, zu dem allein Kirchenvertreter eingeladen wären, ins Gespräch gebracht hatte.

Schröder sagte der F.A.Z: „Ich habe für diesen Vorschlag eines großen Runden Tisches zur Bekämpfung von Kindesmissbrauches und Kinderpornographie große Sympathie. Ich finde es falsch, jetzt nur die katholische Kirche an den Pranger zu stellen. Probleme mit Kindesmissbrauch gibt es in unterschiedlichen Bereichen. Etwa in Internaten - egal ob kirchliche Einrichtungen oder säkulare -, in Sportvereinen oder in den Familien Deshalb ist die Idee gut, alle Akteure zu versammeln, um gemeinsame Strategien zu entwickeln.“ Faz.net 2

 

 

 

 

Fuldaer »Ökumene-Atlas« veröffentlicht

 

Katholikenrat veröffentlicht Umfrageergebnisse zu ökumenischen Aktivitäten im Bereich des Bistums Fulda

 

Fulda, Hanau, Marburg, Kassel - Rechtzeitig zum Ökumenischen Kirchentag vom 12. - 16. Mai 2010 in München veröffentlicht der Katholikenrat Fulda seine Umfrage, mit der die ökumenische Aktivitäten in den Gemeinden des Bistums Fulda dokumentiert sind. Die Dokumentation kann als »Ökumene-Atlas« genutzt werden, mit dem Ökumene-Interessierte einen Überblick erhalten über die zahlreichen ökumenischen Initiativen, die in räumlicher Nähe -in Dekanat oder Pastoralverbund- stattfinden.

 

„Wir haben im vergangenen Jahr Pfarrgemeinderäte und Pfarrgemeinden nach ökumenischen Gottesdiensten, Aktionen, Gesprächskreisen und Treffs befragt. Die Zusammenstellung weist aus, was wo passiert und welche gemeinsamen Aktivitäten es zwischen der Evangelischen Kirche Kurhessen-Waldeck und dem Bistum Fulda auf Pfarreiebene gibt“, so Richard Pfeifer (Biebergemünd-Kassel) bei der Präsentation der Umfrage. „Ob Wallfahrt, Gottesdienst zum Weltgebetstag, interkonfessionelles Treffen von Frauengruppen, Bibelabende oder die ökumenisch durchgeführte Sternsingeraktion: das Feld gemeinsamen ökumenischen Tuns ist weit. Rückmeldungen aus über 120 Kirchengemeinden des Bistums Fulda sind eingegangen und reichen vom ökumenischen Friedensgebet über den regelmäßig tagenden ökumenischen Gesprächskreis bis zur gemeinsamen Kirchennutzung“, so Richard Pfeifer. „Wir hoffen, dass diese Aufstellung weitere Gemeinden motiviert, über Ökumene-Angebote nachzudenken. Wir sind gerne bereit diese Veranstaltungen und Angebote in diese Dokumentation aufzunehmen. Die Dokumentation der Ergebnisse ist auf der Bistumsseite unter http://www.bistum-fulda.de unter den Dokumentationen des Katholikenrates zu finden.“

 

Die Ökumene sei lebendig in Bistum und Landeskirche. Sie sei erfahrbar in zahlreichen Aktionen, in gemeinsamen Gottesdiensten und Gebeten. „Wir freuen uns über die vielen Christinnen und Christen, die den Weg der Ökumene gemeinsam gehen, und bezeugen, dass es der eine Gott ist, der uns alle eint. Wir hoffen deshalb, dass der Besuch des Ökumenischen Kirchentages in München ein weiterer Schritt zur Festigung der ökumenischen Gemeinschaft sein kann.

Wir rufen alle Kirchengemeinden und Pfarrgemeinderäte im Bistum Fulda auf, Fahrten nach München zu organisieren“, sagte Richard Pfeifer abschließend.

Informationen dazu sind zu finden unter:

www.oekt.de oder www.eurotouring.de/kirchentag2010 (mz)

 

 

 

 

 

Missbrauchsverdacht gegen Priester. Bistum Limburg prüft Vorwürfe

 

Limburg. Das Bistum Limburg prüft Missbrauchsvorwürfe gegen mehrere Priester in der Diözese. Bischof Franz-Peter Tebartz-van Elst sicherte am Mittwoch "eine schnelle und entschiedene Aufklärung der Verdachtsfälle" zu.

 

"Die Kirche hat die Pflicht und Schuldigkeit, alles dafür zu tun, dass Vergehen aufgeklärt werden und sich Geschehenes nicht wiederholt", sagte Tebartz-van Elst. Solche Taten schädigten die Entwicklung von Kindern und Jugendlichen. "Sexueller Missbrauch verletzt immer auch die Würde und Integrität der Opfer", fügte der Bischof hinzu.

 

Nach Mitteilung des Bistums untersucht der Missbrauchsbeauftragte Benno Grimm die jetzt bekannt gewordenen Verdachtsfälle. Einer davon reiche in die 1940er Jahre zurück, ein anderer in die 1960er Jahre. Beide Beschuldigten seien seit langem tot.

 

Weitere Vorwürfe bezögen sich auf Taten, die erst vor wenigen Jahren begangen worden seien. Der Missbrauchsbeauftragte gehe bei seiner Untersuchung nach den Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz vor. Sollten sich die Vorwürfe bestätigen, werde das Bistum die Staatsanwaltschaft einschalten.

 

Die Staatsanwaltschaft Limburg ist unterdessen bereits tätig geworden. Sprecher Hans-Joachim Herrchen sagte auf Anfrage, dass vom Bistum noch keine Anzeige eingegangen sei. Der Ermittlungsbehörde sei aber die Pressemitteilung des Bistums bekannt. Deshalb habe sie von Amts wegen ein Verfahren gegen unbekannt eingeleitet.

 

Die Bischofskonferenz verabschiedete ihre Leitlinien im Jahr 2002. Sie verpflichten alle kirchlichen Mitarbeiter, Missbrauchsfälle zu melden. Jede Anzeige muss umgehend geprüft werden. Opfern und ihren Angehörigen soll therapeutisch und seelsorgerlich geholfen werden. Die Fürsorge der Kirche gelte zuerst den Opfern, heißt es. Seit Wochen erschüttern Missbrauchsvorwürfe gegen Geistliche die katholische Kirche. (ddp/dpa 3)

 

 

 

„Noch keine Anzeige“. Missbrauchsverdacht auch im Bistum Limburg

 

Auch im Bistum Limburg gibt es Missbrauchsvorwürfe gegen Priester. Die Fälle würden derzeit geprüft, teilte das Bistum mit. Ein Verdachtsfall reiche bis in die vierziger Jahre zurück, ein anderer in die sechziger Jahre. Beide Beschuldigte seien bereits seit langem tot. Daneben gehe es aber auch um mögliche Taten, die sich erst „vor einigen Jahren“ ereignet hätten. Gegen wie viele Priester sich der Verdacht richtet, wollte das Bistum zunächst nicht sagen. Es handele sich aber um „einige wenige“.

 

Der Sprecher der Staatsanwaltschaft Limburg, Hans-Joachim Herrchen, sagte auf Anfrage, dass vom Bistum noch keine Anzeige eingegangen sei. Der Ermittlungsbehörde sei aber die Pressemitteilung des Bistums bekannt. Deshalb habe sie von Amts wegen ein Verfahren gegen unbekannt eingeleitet. Die Diözese hatte in ihrer Mitteilung angekündigt, sie werde die Staatsanwaltschaft einschalten, sollte sich der Missbrauchsverdacht bestätigen.

Zahlreiche Verdachtsfälle bekanntgeworden

Der Limburger Bischof Franz-Peter Tebartz-van Elst forderte laut Mitteilung eine rasche und entschiedene Aufklärung. Die Kirche habe „die Pflicht und Schuldigkeit, alles dafür zu tun, dass Vergehen aufgeklärt werden und sich Geschehenes nicht wiederholt“.

In Schulen und anderen Erziehungseinrichtungen der katholischen Kirche in Deutschland sollen Schüler von Priestern missbraucht oder misshandelt worden sein. In den vergangenen Wochen waren zahlreiche Verdachtsfälle bekanntgeworden, die meisten davon liegen Jahrzehnte zurück. Faz.net 3

 

 

 

 

Islam in Deutschland. De Maizière will Ausbildung von Imamen fördern

 

Innenminister Thomas de Maizière (CDU) setzt eigene Akzente bei der Islamkonferenz. Er will die Debatte über die Grundrechte konkretisieren, eine klare Abgrenzung von Islam und Islamismus und sich nicht mehr mit Milli Görüs treffen. Er wolle nicht mit jemandem am Tisch sitzen, gegen den der Staatsanwalt ermittle.

 

Die Deutsche Islam-Konferenz (DIK) bekommt eine ganz neue Gestalt. Jetzt soll praktische Politik werden aus dem 2006 begonnenen Dialog zwischen dem deutschen Staat und den Muslimen. Weniger Kulturkampf, mehr Kommunalpolitik – so etwa wünscht es sich der neue Innenminister Thomas de Maizière (CDU). Die DIK, so findet der Minister, „war ein großer Erfolg: der Titel, der Prozess, auch die Spannungen zwischen den Teilnehmern. Man muss sie unbedingt fortsetzen. Aber eben praktischer und konkreter.“

Weiterkommen will Minister de Maizière vor allem auf drei Feldern. Er will die Debatte über die Grundrechte konkretisieren, vor allem im Hinblick auf das Verhältnis von Mädchen und Jungen. Die Teilnahme am Schwimm- und Sportunterricht, eine Verhinderung von Zwangsheiraten, Rechte und Pflichten von Eltern – all das soll aus dem nebulösen Reich der Grundsatzdebatte überführt werden in die praktische Handhabung an Schulen und auf Ämtern.

Dass er sich hier auf dem heiklen Terrain der Zuständigkeitsrangeleien zwischen Bund und Ländern bewegt, weiß de Maizière, er hofft aber auf die berückende Kraft erfolgreicher Praktiker. Deshalb will er künftig auch einen Preis ausloben für gelungene Integrationsprojekte.

Auch andere Diskussionsthemen sollen jetzt konkretere Formen annehmen. Islamischer Religionsunterricht soll an Schulen etabliert werden und islamisch-theologische Angebote an den Universitäten; die Ausbildung von Imamen soll vorangetrieben werden, statt, wie bisher, immer auf Geistliche aus der Türkei und anderen Ländern angewiesen zu sein. Man könnte fast auf den Gedanken kommen, hier sollten die eigentlichen Verhandlungspartner für den deutschen Staat überhaupt erst herangezogen werden.

Zum dritten soll weiter an der Abgrenzung Islam und Islamismus gearbeitet werden. „Der Islam“, wandelte de Maizière eine Ansicht seines Vorgängers Wolfgang Schäuble (CDU) ab, „wird nur dann in Deutschland anerkannt und willkommen sein, wenn es eine klare Abgrenzung zum Islamismus gibt. Diese Abgrenzung wird zum Teil der Staat vornehmen. Vor allem aber ist das eine geistige Aufgabe des Islam selbst“, betonte der Minister.

Die wichtigste Neuerung aber ist die neue Liste der Teilnehmer. Auf staatlicher Seite sollen starke Bürgermeister dazukommen, die auf dem Gebiet Islam und Integration etwas vorzuweisen haben: die Oberbürgermeister Duisburgs, Nürnbergs und Göttingens; dazu kommunale Spitzenverbände.

Vom Bund sind statt acht Vertretern nur noch sechs vorgesehen und zwar Vertreter von „A“ und „B“-Ländern (CDU und SPD-regiert). Auf muslimischer Seite sollen weiter im Verhältnis ein Drittel zu zwei Drittel Verbände und Einzelpersonen eingeladen werden – allerdings mit zwei wichtigen Neuerungen: der Islamrat, dessen größte Gruppe die vom Verfassungsschutz beobachtete Organisation Milli Görüs bildet, wird nicht mehr dabei sein.

„Ich will nicht mit jemandem am Tisch sitzen, gegen den die Staatsanwaltschaft ermittelt“, so der Innenminister. Der Sprachgebrauch im Ministerium lautet, dass der Islamrat „suspendiert“ ist; ermittelt wird wegen des Verdachts auf Bildung einer kriminellen Vereinigung. Die Organisation hatte erklärt, eine „ruhende Mitgliedschaft“ käme für sie nicht infrage.

Und auch die säkularen Einzelpersonen werden künftig andere sein. Der Schriftsteller Hamed Abdel-Samad („Radikalisierung in der Fremde“), der zum Islam konvertierte Religionslehrer Bernd Ridwan Bauknecht, die bosnische Islamwissenschaftlerin Armina Omerika und der Theologe Bülent Ucar. Das nächste Plenum der Islam-Konferenz wird am 17. Mai stattfinden. Mariam Lau DW 4

 

 

 

Chiles Kirche meldet große Schäden an Gebäuden

 

Die Kirche in Chile hat durch das verheerende Erdbeben am vergangenen

Samstag vor allem große Sachschäden an ihren Gebäuden erlitten. Wie das

weltweite katholische Hilfswerk "Kirche in Not" mitteilt, seien zwar

noch nicht aus allen Diözesen verlässliche Meldungen über das Ausmaß der

Schäden an kirchlichen Einrichtungen eingegangen, da immer noch manche

Telefonleitungen in Chile gestört seien, die bisherigen Meldungen ließen

aber auf erhebliche Verwüstungen schließen.

 

So habe der Vorsitzende der chilenischen Bischofskonferenz und Bischof

von Rancagua, Monsignore Alejandro Goic Karmelic, berichtet, allein in

seiner etwa 300 Kilometer vom Epizentrum entfernten Diözese seien mehr

als 90 Prozent der über 750 Kirchen und Kapellen entweder zerstört oder

schwer beschädigt. "Kirche in Not"-Länderreferent Ulrich Kny geht davon

aus, dass die Schäden an der kirchlichen Infrastruktur in den Diözesen

Talca, Concepción und Chillán noch weitaus größer seien. Ob auch

pastorale Mitarbeiter unter den Opfern sind, sei zum jetzigen Zeitpunkt

noch nicht bekannt.

 

Der Bischof von Chillán, Monsignore Carlos Pellegrin Barrera, habe Kny

telefonisch mitgeteilt, dass in seiner Diözese vor allem in den

Küstenregionen mehrere Tote zu beklagen seien. Auch er meldete hohe

Sachschäden. Die Kathedrale habe das Erdbeben zwar überstanden, sei aber

wegen zerbrochener Fenster derzeit unbenutzbar. Mehrere Pfarrkirchen

müssten abgerissen und neu aufgebaut werden. Besonders groß seien die

Schäden an vielen Wohngebäuden – in einer Pfarrei seien 800 Wohnhäuser

zerstört worden. Auch die beiden Gebäude der Kinderklinik in Chillán

wiesen irreparable Schäden auf. Die Kinder seien aber rechtzeitig

evakuiert worden.

 

Der Bischof von San Bernardo im Süden des Ballungsraums von Santiago,

Monsignore Juan Ignacio González Errázuriz, habe gemeldet, Menschen

seien in seiner Diözese nicht zu Schaden gekommen und auch die

Kathedrale habe das Erdbeben gut überstanden. Allerdings seien vier der

ältesten Pfarrkirchen seines Bistums zerstört worden.

 

In Chiles Hauptstadt Santiago de Chile haben Mitarbeiter des weltweiten

katholischen Hilfswerks "Kirche in Not" inzwischen mit der Hilfe für die

Erdbebenopfer im Land begonnen. Das chilenische Büro des Hilfswerks habe

die Katastrophe den Angaben zufolge ohne Schäden überstanden.

Mitarbeiter seien zur Stunde damit beschäftigt, sich ein Bild vom Ausmaß

der Zerstörungen zu machen.

 

Länderreferent Ulrich Kny sagte, alle nötigen Hilfsmaßnahmen würden nach

der Bestandsaufnahme direkt von Chile aus koordiniert. Durch diese

"kurzen Wege" sei gewährleistet, dass die Hilfsgelder aus Europa und

Chile zusammen effizient und schnell ihr Ziel erreichen. "Kirche in Not"

werde vor allem beim Wiederaufbau der kirchlichen Gebäude im Land

helfen, betonte Kny. Anders als in Haiti könne man zwar davon ausgehen,

dass die zum Wiederaufbau nötigen Mittel auch aus Chile selbst fließen

könnten, erklärte Kny, durch die hohen Sachschäden seien aber auch

Hilfen aus dem Ausland nötig.

 

Offiziellen Angaben zufolge hat es die schwersten Schäden im Süden

Chiles gegeben, insgesamt seien bisher mindestens 796 Menschen

umgekommen, 1,5 Millionen wurden obdachlos. Allein in der Hauptstadt

Santiago wurden über 1500 Wohnungen beschädigt. Schätzungen über den

entstandenen Sachschaden schwanken zwischen elf und 22 Milliarden Euro.

Die meisten Schäden seien durch die Tsunami-Welle entstanden, die nach

dem Erdbeben die Küstenstädte verwüstet hatte.

 

"Kirche in Not" ruft zum Gebet für die Erdbebenopfer in Chile und Haiti

auf und bittet um Spenden für den Wiederaufbau:

Online: https://www.kirche-in-not.de/spenden-online.html

Spendenkonto: KIRCHE IN NOT Kto.-Nr.: 215 2002 BLZ: 750 903 00

LIGA Bank München KiN

 

 

 

 

Piusbruderschaft Bischof Williamson wütet gegen den Islam

 

Der wegen Volksverhetzung angeklagte Bischof Williamson wirft Muslimen die Unterwanderung Europas vor. Den Islam nennt er "Geißel Gottes" und sagt ein "Blutbad" voraus.

Weil er den Holocaust geleugnet hat, wurde er bereits angeklagt, jetzt hat sich der Traditionalistenbischof Richard Williamson offenbar ein neues Ziel gesucht: In einer E-Mail-Kolumne wettert er gegen den Islam. Dieser sei "eine einfache und gewalttätige Religion, welche die ganze Welt mit dem Schwert zu erobern" trachte, schreibt der Brite. Der Islam sei "eine Geißel Gottes", das Christentum habe ihn "tausend Jahre lang nur durch das Schwert in Schach halten" können.

Williamson schreibt in seiner wöchentlichen Kolumne, die per E-Mail verbreitet wird, der Islam sei vor etwa 1400 Jahren als "Abspaltung von der katholischen Christenheit im Nahen Osten" entstanden und habe sich dann "wie ein Lauffeuer" verbreitet. Für mehrere Jahrhunderte habe der Islam auch Spanien "besetzt" und sei kurz sogar nach Frankreich eingebrochen.

Heute, da die europäischen Christen dabei seien, ihren Glauben zu verlieren, erlaubten sie den "Mohammedanern", nach Europa zurückzukommen: "Nicht durch das Schwert, aber durch Einwanderung", so Williamson weiter. Die "Mohammedaner" wollten auf die Weise "in die Lage gelangen, Europa zu erobern".

 

Der Bischof sieht deshalb einen blutigen Krieg heraufziehen: Obwohl Europa täglich mehr "verfaule", gebe es noch viele Europäer mit einer so großen Liebe zur eigenen Lebensart, "dass sie diese mit einem Blutbad verteidigen werden, wenn sie zu stark von außen bedroht scheint oder wird". Es erscheine immer wahrscheinlicher, dass Gott dieses Blutbad "als Strafe zulassen" könne.

"In der Tradition eines Kreuzritters"

Der Geschäftsführer des Zentralrats der Muslime in Deutschland, Aiman A. Mazyek, sagt, Williamson zeige einmal mehr, "dass er Brandstifter und Hassprediger ist, ganz in der Tradition eines fanatischen Kreuzritters". Mazyek fügt hinzu: "Nach dem Antisemitismus folgt nun beinahe logisch die Islamfeindlichkeit."

 

Der Geschäftsführer der Christlich-Islamischen Begegnungs- und Dokumentationsstelle der Bischofskonferenz (Cibedo), Peter Hünseler, bezeichnet Williamsons Äußerung als "Entgleisung" und "Anmaßung". "Die Aussage von Bischof Williamson ist falsch. Sie wird dem Islam nicht gerecht und hält keiner wissenschaftlichen Auseinandersetzung stand", betonte Hünseler.

Der Bischof war im vergangenen Jahr von der Piusbruderschaft wegen seiner Holocaust-Leugnung seiner Ämter entbunden worden und lebt seither in London. Er hatte im November 2008 in einem Interview die Existenz von Gaskammern während des Zweiten Weltkriegs bestritten. Daraufhin erließ das Amtsgericht Regensburg im Oktober 2009 einen Strafbefehl wegen Volksverhetzung gegen Williamson. Er legte Einspruch dagegen ein. Am 16. April kommt es in Regensburg zum Prozess.  (ddp 2)

 

 

 

Aus der Kirche austreten und Christ bleiben?

 

Kann man ein guter Christ bleiben, auch wenn man aus der Kirche austritt? Darauf antwortet der Erzbischof von München und Freising, Reinhard Marx. Er nimmt Stellung zu der Frage eines wohlhabenden Christen, der sich über die Ansichten des Gemeindepfarrers über Reiche ärgert.

 

FRAGE: Ich bin gut in meinem Job, und ich bin gläubiger Christ. Ich verdiene gutes Geld. Ich genieße mein Leben, ich spende auch viel. Aber ich habe es satt, dass Menschen wie ich in unserer Gemeinde in jeder zweiten Predigt wahlweise als Geldwechsler im Tempel, als Pharisäer, als unbarmherzige Herbergswirte, oder als unmoralische Kapitalisten charakterisiert werden. Das sind wir nicht. Meine Kinder sprechen mich schon darauf an, ob wir schlechte Menschen sind, weil wir reich sind, aber unser Pfarrer sieht das nicht ein, dass es so nicht weiter geht. Ich denke ernsthaft darüber nach, aus der Kirche auszutreten. Kann ich das machen – und ein guter Christ sein, wenn ich nicht mehr in der Kirche bin?

 

DR: REINHARD MARX ANTWORTET: Wer zu einer großen Gemeinschaft gehört, der wird es immer mal wieder damit zu tun haben, dass man nicht mit allen und allem im Detail übereinstimmt. Und dann kann schon die Frage aufkommen: möchte ich eigentlich noch dazu gehören? Will man die Antwort auf diese Frage nicht unbedingt von Tagesform, Stimmungslage oder anderen Zufälligkeiten abhängen machen, sondern sachlich angemessen entscheiden, gilt es zwei Aspekte zu klären: Wie versteht sich die Gemeinschaft, zu der ich gehöre? Was hat die Gemeinschaft, zu der ich gehöre, mit dem zu tun, was mir wichtig ist?

 

Übertragen auf das Thema Kirche heißt das: „Was ist bzw. was will die Kirche?“ und „Was hat die Kirche mit dem Willen und den Absichten Jesu zu tun?“ Es fällt auf, dass Jesus zwar oft einzelne Menschen konkret persönlich angesprochen und in seine Nachfolge gerufen hat. Diese Menschen treten aber damit auch gleichzeitig in die Gemeinschaft der Jünger Jesu ein. Das Vertrauen auf und der Glaube an Jesus verbindet die Menschen. Christlicher Glaube führt nicht zur elitären Vereinzelung, sondern führt zusammen in die Gemeinschaft. Weil sie darum wissen, dass keiner etwas Besseres ist, weil ihnen bewusst ist, dass sie alle denselben himmlischen Vater haben und daher auch in geschwisterlicher Verantwortung füreinander verbunden sind, bilden die Glaubenden eine große Gemeinschaft, die Kirche.

 

Die einzelnen und die Gemeinschaft als Ganze möchte der Welt zeigen, was es heißt, an Jesus zu glauben und daraus zu handeln. Sie möchte selbst auch das bewirken, was Jesus gewirkt hat: die Menschen zusammenzuführen, so dass sich keiner ausgeschlossen und vernachlässigt fühlen muss und die Menschen mit Gott vertraut zu machen, so dass sie in ihrem Leben etwas von dem Glück und dem Heil erfahren können, die das Leben besonders lebenswert machen.

 

Weder Armut noch Reichtum sind allein ausreichend, um das Leben lebenswert zu machen. Wer arm ist, ist nicht automatisch ein besserer Mensch. Wer reich ist, aber auch nicht. Erfolgreich zu arbeiten, Gewinn zu erzielen, ist nicht unmoralisch oder unbarmherzig. Es kommt aber darauf an, was im Mittelpunkt steht. Und das kann nicht der Götze „Kapital“ sein, sondern das muss der Mensch sein. Wer viel besitzt, steht eher in der Gefahr, sein Herz an den Reich-tum zu hängen, an Geld, Besitz und Status. Aber es gibt natürlich auch viele, die ihren Reichtum teilen und für andere einsetzen. Pauschale Urteile helfen da nicht weiter. Es steht niemandem zu, eine Grenze festzusetzen, ab der der Weg in den Himmel versperrt ist oder zu entscheiden, wer ein besserer oder schlechterer Mensch ist. Gott schaut auf das Herz, ihn kann man nicht betrügen.

 

So wie es Jesus in seiner Verkündigung und in seinem Handeln darum ging, die Welt hin zu mehr Gerechtigkeit, Frieden und Freude zu verändern, so will das auch die Kirche. Sinn und Orientierung aus dem Glauben werden im gemeinsamen Beten, in der Feier der Sakramente (wie Taufe, Eucharistie, Ehe, Buße) erfahrbar. Mit ihren Schulen, Kindergärten und zahlrei-chen anderen Bildungsangeboten, will die Kirche Menschen nicht nur (weiter-)qualifizieren, sondern auch die froh machende Botschaft Jesu weitergeben. Das große soziale Engagement der Kirche für Mittellose und Benachteiligte, Arme und Schwache in Betreuungseinrichtungen sowie Sozialstationen möchte etwas von der Liebe Jesu zu den Menschen zeigen. Es gibt viele Aspekte, die das gemeinschaftliche Leben der Kirche ausmachen.

 

Ich finde es schade, wenn Christinnen und Christen sich nicht mehr an diesem gemeinschaftlichen Handeln der Kirche beteiligen, indem sie dieser Gemeinschaft nicht mehr angehören wollen und austreten, vor allem, wenn der Grund im Ärger über das Verhalten eines einzelnen Pfarrers liegt. Da würde ich - etwas abgewandelt – sagen: das sollte man eher nicht tun!

 

Zur Person: Dr. Reinhard Marx ist seit 2007 Erzbischof des Erzbistums München und Freising. Der Theologe ist in der katholischen Bischofskonferenz der Fachmann für gesellschaftliche und soziale Fragen. Von 2002 bis 2007 war Marx Bischof der Diözese Trier, davor Weihbischof im Bistum Paderborn. Studiert hat Marx in Paderborn, Paris, Münster und Bochum.  www.das-tut-man-nicht.de tsp 3

 

 

 

Christentum. Streit um die Frage "War Petrus niemals in Rom?"

 

"Du bist Petrus und auf diesen Felsen werde ich meine Kirche bauen", soll Jesus zu Petrus gesagt haben.Und angeblich erhebt sich der Petersdom heute über dem Grab des Apostels, der angeblich als einer der ersten Märtyrer des jungen Glaubens ermordet wurde. Doch manche Wissenschaftler bezweifeln das.

 

Die III. Tagung zur frühen Kirche der Görres-Gesellschaft im Campo Santo Teutonico im Vatikan befasste sich in diesem Jahr mit "Petrus in Rom". Hier sprach Paul Badde mit Ernst Dassmann, Emeritus für Patrologie, alte Kirchengeschichte und christliche Archäologie an der Universität Bonn über die große Streitfrage, ob der Apostelfürst wirklich nach Rom kam und dort begraben wurde.

DIE WELT: Sie sprachen in diesen Tagen von einer Patt-Situation in der Forschung zu Petrus?

Ernst Dassmann: Ich sollte hier über die Geschichte des Streites reden, ob Petrus in Rom war oder nicht - nicht über die Sache selbst. Darauf bezog sich das Patt. Denn die Zahl der Veröffentlichungen - pro und contra - ist bis heute gleich geblieben. Das hat mit der Sache selbst kaum etwas zu tun.

DIE WELT: Was spricht für Petrus in Rom und was spricht dagegen?

Dassmann: Wenn ich mich nur an das halte, was in der Heiligen Schrift steht, dann war Petrus nicht in Rom. Die Apostelgeschichte und andere Schriften des Neuen Testaments sagen nicht in aller Deutlichkeit, dass er hier war. So gab es also für die Waldenser, für die plötzlich nur noch die Schrift maßgeblich war, keinen richtigen Beweis mehr für Petrus in Rom.

DIE WELT: Was spricht für Petrus in Rom?

Dassmann: Vor allem eine starke Tradition, die seit den ältesten Tagen bezeugt, dass Petrus hier gestorben und begraben worden ist. Keine andere Stadt der ganzen Ökumene des christlichen Erdkreises hat jemals behauptet, bei ihnen wäre Petrus geblieben und begraben - weder Jerusalem noch Antiochien, wo er nach der Bibel sicher gewesen ist.

DIE WELT: Wie würden Sie das Dilemma der Petrusforschung auf den Punkt bringen?

Dassmann: Die Dinge sind ziemlich klar. Ein Dilemma sehe ich nur insofern, als es nie unwiderlegliche Beweise geben wird. Deshalb kann immer jemand vermuten, dass es auch anders gewesen sein könnte. Es fehlt eine Eintragung "Hier ist Petrus registriert" aus dem Einwohnermeldeamt. Das ist eigentlich alles.

DIE WELT: Ausgrabungen während des Zweiten Weltkrieges unter St. Peter haben sein Grab aber nicht finden können. Wie erklären sie das?

Dassmann: Doch, sie haben ein Zentralgrab gefunden, nur kein intaktes Grab, in dem unversehrte Gebeine lagen. Sie haben ein Grab gefunden, über dem ein kleines Monument errichtet worden ist. Es gibt soundsoviele Gräber, die sich dicht an dicht um dieses Grab drängen. Was man nicht gefunden hat, ist ein Grab mit einer kleinen Bronzeinschrift: HIER RUHT PETRUS. Das nicht.

DIE WELT: Wie deuten Sie das Graffito "Petros Eni" aus dem Grabbereich? Verstehen Sie das auch als "Petrus ist hier"?

Dassmann: Einige sagen, dass es auch ein Fragment von "Petros en Airene" sein könnte: Petrus in Frieden. Das müssen die Epigrafiker entscheiden.

DIE WELT: Ist das stärkste Argument für das Petrusgrab also die Massierung frühester Gräber rings um das Zentralgrab?

Dassmann: Ja und nein. Denn es ist ja auch ein starkes Argument, dass man im 2. Jahrhundert schon diese Stelle in einem heidnischen Gräberfeld fixiert hat. Also nicht in einem kostbaren Mausoleum, sondern in einem heidnischen Gräberfeld, das unter freiem Himmel lag, und auch nicht in irgendeiner Katakombe, sondern an dieser Stelle, auf die keiner gekommen wäre, der etwas hätte fälschen wollen.

DIE WELT: Was sagen sie zu der Mutmaßung, Petrus sei in einem Massengrab beigesetzt worden?

Dassmann: Massengräber sind eine neuzeitliche Erfindung. Die Römer sind keine Massenmörder und auch keine Massenbestatter. Es sind sicher etliche Christen unter Nero hier umgekommen und hingerichtet worden. Tacitus, der heidnische Schriftsteller, spricht von einer großen Menge (ingens multitudo). Aber das spielt für uns, die wir Millionenstädte kennen, eine andere Rolle als damals. Die Römer waren sehr rechtsbewusst. Man konnte jemanden verurteilen und hinrichten, weil sie - aus der Sicht der Römer - gegen heidnische Gesetzte verstießen, die Götter nicht anerkannten, die Opfer nicht darbrachten, den Kaiser nicht in richtiger Weise respektierten. Demnach konnte man einen Christen hinrichten. Aber der Leichnam wurde nicht diskriminiert, den konnte man freibitten, genauso wie es Josef Arimatea beim Leichnam Jesu gemacht hat, und dann wurde er ordentlich bestattet.

DIE WELT: Wie erklären Sie sich die "Hermeneutik des Verdachts", die den Traditionen Roms immer wieder entgegen gebracht wird?

Dassmann: Ich weiß es nicht. Mich überrascht allerdings, dass die Kontroverse sich inzwischen aus dem Konfessionellen verlagert hat. Da spielt sie überhaupt keine Rolle mehr. Die wichtigsten Einlassungen und Berichte über Petrus in Rom stammen von evangelischen Forschern. Doch nun hat sich der Streit ins Weltanschauliche verlagert. Wer Religion nicht will, den reizt es jetzt, der katholischen Kirche zu unterschieben, sie operiere mit Fiktionen, die gar nicht stimmen. Insofern haben sich die Fronten in dieser Auseinandersetzung eigenartig verschoben.

DIE WELT: Wie erklären Sie den auffälligen Unterscheid zwischen dem Petrusgrab und dem Paulusgrab, dessen Sarkophag sich seit 394 am gleichen Platz befindet und wo die jüngsten Untersuchungen Gebeine, Purpur und Gold gefunden haben?

Dassmann: Erst einmal sehe ich sehr viele Ähnlichkeiten - und dass eben auch das Grab des Paulus in einer heidnischen Nekropole liegt. Das Schöne bei Paulus ist aber, dass wir von ihm wissen, wie er hier empfangen wurde. Als er in Potsuoli bei Neapel an Land steigt, begrüßt ihn schon die erste Abordnung von Christen aus Rom. Das waren nicht irgendwelche Leute, die beiden Apostel. Selbst wenn es damals noch keinen Märtyrerkult wie später gab, heißt das nicht, dass man einen solchen Toten nicht in hoher kultischer Erinnerung behalten hat.

DIE WELT: Beginnt der Märtyrerkult nicht schon mit Stefanus in Jerusalem?

Dassmann: Nein, das kommt erst viel später, mit Polykarp, dem letzten Zeugen des apostolischen Zeitalters im Jahr 156.

DIE WELT: Was ist denn das stärkste Argument für das Grab Petri unter dem Petersdom?

Dassmann: Die Kultkontinuität. Meine Güte, wir wissen den Platz, wo die römische Gemeinde seit 160 gemeint hat, Petrus verehren zu müssen. Haben Sie etwas Ähnliches von irgendeinem anderen Menschen aus der Antike?! Das ist doch fantastisch. Petrus ist der erste Augenzeuge der Auferstehung Jesu. Der ist hier nicht als Anonymus verschollen. Paul Badde DW 4