Notiziario 3-4 Marzo 2010
Mercoledì 3. Il commento al Vangelo. Gesù annuncia la sua morte
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 20,17-28) commentato da P. Lino Pedron
17 Mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in
disparte i dodici e lungo la via
disse loro: 18
«Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo
sarà consegnato ai sommi
sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte
19 e lo consegneranno ai pagani perché sia
schernito e flagellato e
crocifisso; ma il
terzo giorno risusciterà».
20 Allora gli si avvicinò la madre dei figli
di Zebedèo con i suoi figli, e si
prostrò per
chiedergli qualcosa. 21 Egli le disse: «Che cosa
vuoi?». Gli
rispose: «Dì che
questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua
sinistra nel tuo
regno». 22 Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che
chiedete.
Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». 23 Ed
egli soggiunse: «Il
mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi
sediate alla mia
destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è
stato preparato dal
Padre mio».
24 Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono con i due fratelli; 25 ma
Gesù, chiamatili a
sé, disse: «I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano
su di esse e i
grandi esercitano su di esse il potere. 26 Non così dovrà
essere tra voi; ma
colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro
servo, 27 e colui
che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo;
28 appunto come il
Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma
per servire e dare
la sua vita in riscatto per molti».
Il brano è un
contrappunto tra due glorie: quella del Figlio dell’uomo e quella
degli uomini. La prima consiste nel consegnarsi, nel servire e
dare la vita; la
seconda consiste nel possedere, nell’asservire e dare la morte.
E’ una lotta tra
l’egoismo e l’amore, dove l’amore vince con la propria
sconfitta, e l’egoismo
perde con la propria vittoria.
Il racconto è un
dialogo di equivoci tra Gesù e i discepoli. Ciò che la madre
dei figli di Zebedeo vuole da
Gesù non è la Gloria, cioè Dio, ma la vana-gloria,
cioè l’avere, il potere e l’apparire.
Il brano si
articola in tre parti: la vera gloria del Figlio dell’uomo (vv.
17-19), la cecità
dei discepoli che la scambiano con la gloria degli uomini (vv.
20-24) e il
confronto tra le due glorie (vv. 25-28).
Questo testo ci
prepara al successivo, con il quale fa un tutt’uno:
l’illuminazione dei ciechi di Gerico sarà la caduta della
vana-gloria, che ci
impedisce di ricevere la Gloria.
La rivelazione del
Figlio dell’uomo che sale a Gerusalemme è la luce che
squarcia violentemente le nostre tenebre e svela ad ogni uomo la
vera identità
di Dio, la cui gloria è amare, servire e dare la vita.
In questo brano si
confrontano e si scontrano il modo di pensare e di
agire del
mondo e quello di Gesù. L’uno è presentato nel comportamento
dei grandi, nella
loro volontà di oppressione e di dominio; l’altro è
caratterizzato dalla
condotta di Gesù, che è venuto per servire e dare la vita per
l’umanità.
L’esempio di Gesù
deve indurre a un cambiamento di mentalità. L’atteggiamento
richiesto da Gesù non nasce spontaneo, non è congeniale
all’uomo: richiede una
conversione. S. Kierkegaard ha scritto: "Non
hai la minima partecipazione a lui
(a Cristo), né la più lontana comunione con lui, se non ti
sei posto in sintonia
con lui nel suo abbassamento".
"Diventare
piccoli" è l’atteggiamento contrario a quello degli uomini, assetati
di potenza e di grandezza. Gesù si è fatto piccolo fino alla morte di croce (cfr
Fil 2,5-11). Tutti ci saremmo aspettati che il Figlio di Dio sarebbe
venuto per
essere servito e per far morire i peccatori. E invece no. E’
venuto per servire
e per dare la vita in riscatto per tutti.
Le nazioni si
organizzano come società, la Chiesa invece è una famiglia in cui
non ci sono superiori e sudditi, padroni e subalterni, ma
solamente fratelli
(cfr Mt 18,15.21.35). Lo spirito di supremazia o di egemonia
sui propri simili
non è cristiano, ma diabolico (cfr Mt 4,1-11). Qualunque
forma di autorità nella
Chiesa non deve essere
un dominio, una signoria, un potere, ma un servizio. Il
Signore lo dice
inequivocabilmente: "Chi vuol essere il più grande tra voi, deve
essere il vostro servo; e chi vuol essere il primo, deve essere
il vostro
schiavo" (vv. 26-27). C’è un tale rovesciamento nel modo di intendere le
funzioni del governo che la comunità cristiana non sembra ancora
averne preso
del tutto
coscienza.
Il
"servizio" è un concetto teologico prima ancora di essere un atteggiamento
pratico. Non riguarda prima di tutto un modo umile di esercitare
il potere, ma
di concepirlo. Il servo non è il responsabile della casa,
non ha nessun potere,
tanto meno quello
di sostituirsi al padrone, prendendo decisioni al suo posto,
avocando a sé la responsabilità degli altri. Egli è solo un
inserviente che
coopera al buon andamento della casa, che non è sua, e per
questo non deve
considerarla tale. La Chiesa è di Dio, di Cristo (cfr Mt 16,18) che
la governa
direttamente (cfr Mt 28,18-20), prima che tramite particolari
incaricati.
In quanto Dio, Gesù avrebbe potuto pretendere (secondo noi!) un
trattamento da
"signore",
facendosi servire. Ma invece di far valere i suoi
diritti sovrani vi
ha rinunciato a favore delle moltitudini facendosi loro
servo e donando la vita
per il loro riscatto, ossia per la loro liberazione da
assoggettamenti e
schiavitù di qualsiasi genere.
Scegliendo la
condizione servile si è proposto di essere più vicino a quanti
vivevano in schiavitù e ridare ad essi la coscienza della loro
dignità e
libertà. Il testo ribadisce l’inno
della Lettera ai Filippesi 2,5-7: pur essendo
Dio è diventato
servo, realizzando con la sua morte in croce il suo servizio.
Pur essendo ricco,
è diventato povero per arricchire noi (cfr 2Cor 8,9).
La vera grandezza
e la libertà autentica è nell’umiltà del servire. Gesù
è in
mezzo a noi come colui che serve (cfr Lc
22,27; Gv 13,1-17). De.it.press
Giovedì 4. Il commento al Vangelo. La parabola del ricco epulone e del
povero Lazzaro
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 16,19-31) commentato da P. Lino Pedron
19 C'era un uomo ricco, che vestiva di
porpora e di bisso e tutti i giorni
banchettava
lautamente. 20 Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua
porta, coperto di
piaghe, 21 bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla
mensa del ricco.
Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. 22 Un giorno
il povero morì e fu
portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il
ricco e fu sepolto. 23
Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e
vide di lontano
Abramo e Lazzaro accanto a lui. 24 Allora gridando disse:
Padre Abramo, abbi pietà di me e manda
Lazzaro a intingere nell'acqua la punta
del dito e bagnarmi
la lingua, perché questa fiamma mi tortura. 25 Ma Abramo
rispose: Figlio,
ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e
Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui
è consolato e tu sei in mezzo ai
tormenti. 26 Per di
più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro
che di qui vogliono
passare da voi non possono, né di costì si può
attraversare fino a
noi. 27 E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di
mandarlo a casa di
mio padre, 28 perché ho cinque fratelli. Li ammonisca,
perché non vengano
anch'essi in questo luogo di tormento. 29 Ma Abramo
rispose: Hanno Mosè
e i Profeti; ascoltino loro. 30 E lui: No, padre Abramo,
ma se qualcuno dai
morti andrà da loro, si ravvederanno. 31 Abramo rispose: Se
non ascoltano Mosè e
i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno
persuasi».
Questo brano
illustra in forma negativa Lc 16,9: "Ebbene, io
vi dico:
Procuratevi amici
con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a
mancare, vi accolgano nelle dimore eterne". E’ un
ammonimento a usare
giustamente l’ingiusta ricchezza.
La vita terrena è
un ponte gettato sull’abisso tra la perdizione e la salvezza.
Lo si attraversa indenni esercitando la misericordia verso i
bisognosi.
L’alleanza con il
Signore passa sempre attraverso l’amore per il fratello povero
(cfr Es 2,20-26; 23,6-11; Lv 5,1-17; ecc.). La Lettera di Giacomo la sintetizza
così: "Una religione pura e senza macchia davanti a Dio
nostro Padre è questa:
soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e
conservarsi puri da
questo mondo"
(1,27).
Il ricco nella
Bibbia è l’ateo pratico che ha fatto di sé il centro di tutto e
si è messo al posto di Dio. Il povero è colui
che attende l’aiuto di Dio:
Lazzaro significa
"Dio aiuta". Egli non desidera ciò che è necessario
al ricco,
ma il superfluo. I cani sono più compassionevoli dei
ricchi.
La comunità
cristiana a cui si rivolgeva Luca aveva bisogno
dell’ammonimento che
anche Giacomo aveva rivolto ai cristiani: "Ascoltate,
fratelli miei carissimi:
Dio non ha forse
scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi
del regno che ha promesso a quelli che lo amano? Voi invece
avete disprezzato il
povero! Non sono forse i ricchi che vi tiranneggiano e vi
trascinano davanti ai
tribunali? Non sono essi che bestemmiano il bel nome che è stato
invocato sopra
di voi? … Parlate e agite come persone che devono essere
giudicate secondo una
legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia
contro chi non avrà
usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio
nel giudizio"
(2,5-7.12-13).
In questa parabola
le scene si susseguono come in un film. Le situazioni del
povero e del ricco si capovolgono al momento della morte. Essa
non livella
tutti, come la falce pareggia le erbe del prato, ma li
distingue e li divide: il
ricco diventa povero e il povero ricco.
Nell’altra vita il
ricco diventa mendicante, e le sue richieste rimangono
inascoltate come erano rimaste inascoltate da lui quelle di Lazzaro.
Egli che
mangiava e beveva a piacimento, non dispone neppure di una goccia
d’acqua. Al
posto dei vari piaceri di cui era ricolma la sua vita, ha il
cruccio di un fuoco
che lo divora senza ucciderlo.
I "beni"
sono stati per lui occasione di rovina, come per Lazzaro i "mali" sono
stati motivo di salvezza. L’unica preoccupazione del ricco era
concentrata su se
stesso, e per questo aveva lasciato da parte Dio e il prossimo.
La ricchezza,
che è sempre un dono di Dio all’uomo, può diventare
occasione di male. Al
contrario la povertà è un bene, perché tiene lontano l’animo
dall’egoismo e dai
piaceri distrattivi della vita.
L’intento della
parabola non è quello di terrorizzare i ricchi senza
misericordia e gli atei, ma di esortarli alla misericordia mentre
sono ancora in
questa vita. La Legge e i Profeti si sintetizzano nel comandamento
dell’amore
del prossimo (cfr Rm 13,10). Il
vero problema è quindi credere alla parola di
Dio. Finché siamo vivi siamo chiamati ad ascoltare seriamente il Cristo (cfr Lc
9,35) e ad evitare il comportamento dei farisei che erano attaccati
al denaro e
ascoltando tutte queste cose si beffavano di Gesù (cfr Lc 16,14).
Solo la parola di
Dio che penetra nel profondo dell’uomo ci fa discernere se
siamo dei poveri-beati o dei ricchi-infelici. De.it.press
Crocifisso,
la Corte di Strasburgo accoglie il ricorso dell'Italia
Il caso verrà esaminato dalla Grande Camera tra alcuni mesi - La
sentenza del 3 novembre aveva bocciato i crocifissi in aula
ROMA - La Corte
europea dei diritti dell'uomo ha accolto il ricorso presentato dall'Italia
contro la sentenza che il 3 novembre scorso aveva sostanzialmente bocciato la
presenza del crocifisso nelle aule scolastiche. Il
caso sarà quindi esaminato dalla Grande Camera nei prossimi mesi.
Il panel di cinque giudici della Corte incaricato di esaminare
il ricorso presentato dalle autorità italiane lo
scorso 29 gennaio ha quindi ritenuto che vi siano elementi sufficienti per
riaprire il caso e sottoporlo alla Grande Camera. La Convenzione per i diritti
dell'uomo prevede la possibilità di accogliere un ricorso contro una sentenza
della Corte quando la questione oggetto del ricorso «solleva gravi problemi di interpretazione o di applicazione» della Convenzione o
dei suoi protocolli, o comunque rappresenta una «importante questione di
carattere generale». Prima di arrivare ad un nuovo
pronunciamento da parte della Grande Camera sul caso del crocifisso dovranno
passare probabilmente alcuni mesi, durante i quali il collegio di diciassette
giudici sentirà nuovamente le parti in udienza pubblica.
Frattini
soddisfatto. «Vivo compiacimento» è stato espresso dal ministro degli Esteri,
Franco Frattini: «E' con soddisfazione - ha detto - che constato
che sono stati accolti i numerosi e articolati motivi di appello che l'Italia
aveva presentato alla Corte».
Gelmini:
riaffermata l'identità dell'Italia. Soddisfatta anche Mariastella Gelmini, ministro dell'Istruzione. «E'
un grande successo dell'Italia - ha dichiarato - nel riaffermare il rispetto
delle tradizioni cristiane e l'identità culturale del Paese, ma è anche un
contributo all'integrazione che non va intesa come un appiattimento e una
rinuncia alla storia e alle tradizioni italiane».
Castelli: in
Europa c'è ancora buon senso. «Fortunatamente in Europa c'è ancora chi ha un
po' di buonsenso e un po' di coscienza per non rinnegare chi siamo e da dove veniamo»
ha commentato il viceministro Roberto Castelli.
Farinone (Pd): pronunciamento positivo. «Un
pronunciamento positivo - dice il deputato del Pd Enrico Farinone,
vicepresidente della commissione Affari europei - che tiene conto della
sensibilità di una parte consistente degli europei. Non è negando il nostro
passato che possiamo guardare al futuro di questo continente».
IM 2
I figli non vanno a scuola, poca religione. Coppia tedesca ottiene asilo
negli Usa
«Certi testi
parlavano di diavoli, venivano forniti cattivi
esempi». Ricorso dell'ente americano per l'immigrazione, un giudice del
Tennessee ha dato ragione a Uwe e Hannelore
Romeike
WASHINGTON - Una
famiglia tedesca ha chiesto e ha ottenuto asilo negli Stati Uniti, dove si era
trasferita nel 2008, per un motivo senza precedenti: in Germania
era imposto ai genitori di mandare i cinque figli a scuola, come stabilito
dalla legge, mentre i genitori volevano farli studiare tutti a casa, anche per
questioni religiose. Uwe e Hannelore
Romeike, un pianista e una casalinga, hanno
raccontato di essere stati perseguitati – multe fino a 11mila dollari, visite
della polizia, minacce di sottrarre i bambini alla loro potestà - dopo che
avevano tolto dalla scuola i bambini, il primo dei quali
ha 12 anni. Lawrence Burman, un giudice del
Tennessee, dove la famiglia si è stabilita, ne ha accolto
l’istanza, dando loro ragione. La condotta delle autorità tedesche, ha
sentenziato, Burman «è contraria a tutto ciò in cui
noi americani crediamo».
«AVEVANO PROBLEMI
A SCUOLA» - I genitori, ha aggiunto, si sono opposti allo Stato in base ai
propri principi politici e religiosi, fanno parte di un gruppo sociale speciale
che va tutelato. In America non è raro che i genitori insegnino ai figli a
casa. Ma la motivazione politica e religiosa della
sentenza ha destato scalpore, e ha indotto il New York Times
a intervistare Uwe e Hannelore
Romeike. La coppia ha spiegato che i figli, allevati
secondo la Bibbia, avevano avuto problemi a scuola: «Non c’era disciplina,
certi testi parlavano di diavoli, ai nostri figli venivano
forniti cattivi, non buoni esempi». Non siamo fondamentalisti, hanno aggiunto i
genitori, vogliamo solo che i bambini crescano bene, in Germania la pensano
come noi anche altre famiglie. Uwe e Hannelore Romeike hanno precisato
di avere scelto l’America il giorno che la polizia tedesca mise
i loro figli in un furgone e li portò di forza a scuola. Riferisce il New York Times che la scelta fu suggerita dalla Home
school defense association americana, un gruppo che si batte per il
diritto delle famiglie di fare studiare i figli a casa. Nel 2006, il gruppo si
appellò alla Corte europea dei diritti umani affinché la Germania riconoscesse
tale diritto.
RICORSO DELL'ENTE
IMMIGRAZIONE - Quando la Corte rifiutò di pronunciarsi, il gruppo tentò la
strada dell’asilo in America. Il successo lo ha
entusiasmato: «È un precedente importante» ha detto un suo portavoce. La
reazione in Germania è stata concisa. Un funzionario dello stato di Baden-Wurtemberg, dove la famiglia Romeike
risiedeva, ha ribattuto che la legge sulla scuola «mira a promuovere
l’integrazione sociale e a conciliare le diverse religioni». La sentenza del
giudice Burman potrebbe essere tuttavia annullata. La Immigration and customs enforcement, l’ente che
sovrintende all’immigrazione in America, ha presentato ricorso contro la
concessione dell’asilo alla famiglia Romeike. Gli
esperti sono divisi. Ha commentato Philip Schrag dell' università di Georgetown: «La novità e che Burman ha individuato in essa un gruppo speciale». Ennio Caretto CdS 1
Terremoto Cile - Aiutarli a rialzarsi. I primi aiuti delle organizzazioni
cattoliche
Dopo Haiti, il
Cile. A distanza di circa due mesi l'America Latina torna ad
essere devastata dalle catastrofi naturali. È di 723 morti il bilancio, ancora provvisorio, delle vittime del violento terremoto del
27 febbraio a Santiago e nel sud del Cile, ma si continua ancora a scavare
sotto le macerie per cercare i dispersi. Per la popolazione la situazione è
sempre più difficile, in molte zone manca l'elettricità e inizia a scarseggiare
il cibo. Le organizzazioni cattoliche si sono già mobilitate, accogliendo
l'invito di Benedetto XVI nell'angelus di domenica scorsa. "Prego
per le vittime – ha detto il Papa – e sono spiritualmente vicino alle persone
provate da così grave calamità; per esse imploro da Dio sollievo nella
sofferenza e coraggio in queste avversità. Sono sicuro
che non verrà a mancare la solidarietà di tanti, in particolare delle
organizzazioni ecclesiali".
Una voce da
Caritas Cile. Nel centro di Santiago almeno cinque chiese sono state distrutte
dal terremoto ma pare non ci siano vittime tra sacerdoti e religiosi.
L'edificio della Conferenza episcopale cilena, che ospita anche Caritas Cile, è
stato danneggiato. Lo dice al SIR padre Alfonso Baeza
Donoso, vicepresidente di Caritas Cile, raccontando
al telefono le difficoltà nell'approntare i primi soccorsi. “È una catastrofe
enorme, soprattutto nella zona di Concepción –
conferma padre Baeza Donoso
–. Il nostro edificio ha subito danni, le comunicazioni non funzionano bene. Anche gli ascensori sono fuori uso, e noi siamo al settimo
piano". “È stata una scossa enorme che è aumentata pian piano di intensità – così la descrive padre Baeza
–. È un'esperienza molto forte e dolorosa, una situazione
drammatica per tutte le persone che hanno perso i familiari e sono rimaste
senza casa". Caritas Cile ha aperto un conto
corrente per raccogliere le offerte, mentre a Santiago "stiamo
raccogliendo alimenti in diverse parrocchie – spiega –. Ora speriamo di
riuscire a distribuirli perché ci sono grandi difficoltà nei trasporti via
terra, visto che strade e ponti sono andati
distrutti".
I vescovi cileni.
“È tempo di pregare e di riunirsi come una sola famiglia", ha detto mons.
Alejandro Goic, vescovo di Rancagua
e presidente della Conferenza episcopale del Cile. “È stata
una catastrofe. Siamo addolorati per i nostri fratelli
e sorelle che hanno perso la vita, esprimiamo vicinanza e preghiera per i loro
parenti e amici, anche per quelli che hanno perso le loro proprietà ottenute
grazie agli sforzi di una vita". "Amiamo
questo Paese che ha saputo rialzarsi da terremoti, maremoti, eruzioni
vulcaniche e inondazioni – ha proseguito mons. Goic
–; un popolo che ha saputo risorgere in pace dalla morte e dalla violenza in
tanti momenti della sua storia. In queste ore di comprensibile
disperazione chiediamo per tutti serenità e solidarietà".
Anche l'arcivescovo di Santiago, il cardinale Javier Erzuriz
Ossa, ha fatto appello ai volontari, invitando a dare una mano nelle parrocchie
e negli altri centri. Ha poi deplorato gli episodi di speculazione sui prezzi
dei generi di prima necessità. Mons. Ricardo Ezzati, arcivescovo di Concepción,
ha invece condannato i comportamenti di quanti compiono "un secondo
terremoto", con azioni di sciacallaggio. La Chiesa cilena fornisce
aggiornamenti sul suo sito, anche tramite il social network Twitter.
I primi aiuti
dalla Caritas. Caritas italiana ha donato 100.000 euro per i bisogni immediati
delle popolazioni colpite dal terremoto in Cile. I primi aiuti si stanno
distribuendo soprattutto nelle zone di Maule e Bío Bío, le più colpite, anche se
"il ripetersi delle scosse purtroppo non facilita l'organizzazione",
rileva una nota. Intanto una missione internazionale Caritas è giunta in Cile a
sostegno della Chiesa e Caritas locale. Si stanno distribuendo aiuti attraverso
le parrocchie e gli altri centri delle 23 diocesi e 4
giurisdizioni ecclesiastiche del Paese. Oltre ad alimenti non deperibili, sono
in distribuzione acqua potabile e tende. Sono mobilitate tutte le parrocchie
della capitale, quelle dell'arcidiocesi di Concepción
e molte altre nelle zone più colpite. Nella diocesi di Chillan,
sono stati organizzati punti di distribuzione nell'atrio della cattedrale,
negli uffici del dipartimento di Azione Fraterna, nella radio diocesana. Anche
molte chiese e strutture ecclesiali sono state gravemente danneggiate. C'è
inoltre bisogno di ascolto e di sostegno psicologico. Tra le tante Caritas
diocesane che si sono subito attivate la Caritas di Roma, che ha stanziato 50
mila euro.
Tra i religiosi.
Tre scuole fondate in Cile dai padri Piamartini di
Brescia (noti anche come “Artigianelli”) sono state
gravemente danneggiate dal terremoto. Una è a Talca,
epicentro del sisma, le altre due a Santiago. “Per fortuna stiamo tutti bene – dice da Talca padre
Modesto Venturini –. Da domani iniziamo
a ricostruire. In città e in periferia la situazione è impressionate:
case sventrate, strade divelte, ponti traballanti, aiuti e soccorsi che
arrivano con difficoltà, ospedali malandati, famiglie in lutto. Ma nonostante tutto la gente è unita e ha voglia di superare l’emergenza”.
Anche Guanelliani, Salesiani e Orionini
hanno subito gravi danni materiali alle strutture ma sono tutti in salvo. sir
La colpa di chi fa le leggi per se stesso
"Un dio o un
uomo, presso di voi, è ritenuto autore delle leggi?" chiede l'Ateniese ai
suoi ospiti venuti da Creta e da Sparta. "Un dio,
ospite, un Dio! - così come è
perfettamente giusto". Queste parole aprono il grande trattato che Platone
dedica alle Leggi, i Nòmoi. Il problema dei problemi - perché si dovrebbe obbedire alle leggi
- è in tal modo risolto in partenza: per il timor degli Dei. Le leggi
sono sacre.
Chi le viola è sacrilego. Tra la religione e la legge non c'è divisione.
I giudici sono sacerdoti e i sacerdoti sono giudici,
al medesimo titolo. Oggi non è più così. Per quanto si sia suggestionati
dalla parola che viene dal profondo della sapienza antica, possiamo dire: non è
più così, per nostra fortuna. Abbiamo conosciuto a sufficienza l'intolleranza e
la violenza insite nella legge, quando il legislatore pretende di parlare in
nome di Dio. Ma, da quella scissione, nasce la
difficoltà. Se la legge ha perduto il suo fondamento mistico perché non viene
(più) da un Dio, ma è fatta da uomini, perché dovremmo prestarle obbedienza?
Perché uomini devono obbedire ad altri uomini? Domande
semplici e risposte difficili.
Forse perché
abbiamo paura di chi comanda con forza di legge? Paura delle pene, dei giudici,
dei carabinieri, delle prigioni? Se così fosse, dovremmo concludere
che gli esseri umani meritano solo di esseri guidati con la sferza e sono
indegni della libertà. In parte, tuttavia, può essere così. In parte soltanto
però, perché nessuno è mai abbastanza forte da essere in ogni circostanza
padrone della volontà altrui, se non riesce a trasformare la propria volontà in
diritto e l'ubbidienza in dovere. Ma dov'anche regnasse la pura forza, dove
regna il terrore, dove il terrorismo è legge dello Stato, anche in questo caso
ci dovrà pur essere qualcuno che, in ultima istanza,
applica la legge senza essere costretto dalla minaccia della pena, perché è lui
stesso l'amministratore delle pene. In breve, molti possono essere costretti a
obbedire alla legge: molti, ma non tutti. Ci dovranno necessariamente essere
dei costrittori che costringono senza essere costretti.
Ci dovrà essere qualcuno, pochi o tanti a seconda del
carattere più o meno chiuso della società, per il quale la legge vale per
adesione e non per costrizione. In una società democratica, questo
"qualcuno" dovrebbe essere il "maggior numero possibile".
Che cosa è, dove
sta, da che cosa dipende quest'adesione? Qui, ciascuno di noi, in una società
libera, è interpellato direttamente, uno per uno. Se non sappiamo dare una
risposta, allora dobbiamo ammettere che seguiamo la legge solo per forza, come
degli schiavi, solo perché la forza fa paura. Ma, appena esistono le condizioni
per violare la legge impunemente o appena si sia riusciti
a impadronirsi e a controllare le procedure legislative e si possa fare della
legge quel che ci piace e così legalizzare quel che ci pare, come Semiramìs, che "a vizio di lussuria fu sì rotta, che
libito fé licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era
condotta" (Inferno, V), allora della legge e di coloro che ancora
l'invocano ci si farà beffe.
Possiamo dire,
allora, che la forza della legge, se non si basa -
sia permesso il banale gioco di parole - sulla legge della forza,
si basa sull'interesse? Quale interesse? La moralità della legge come tale,
indipendentemente da ciò che prescrive, dovrebbe stare nell'uguaglianza di
tutti, nel fatto che ciascuno di noi può rispecchiarvisi
come uguale all'altro. "La legge è uguale per tutti" non è soltanto
un ovvio imperativo, per così dire, di "giustizia distributiva del
diritto". È anche la condizione prima della nostra dignità d'esseri umani.
Io rispetto la legge comune perché anche tu la rispetterai e così saremo
entrambi sul medesimo piano di fronte alla legge e ciascuno di noi di fronte
all'altro. Ci potremo guardare reciprocamente con lealtà, diritto negli occhi,
perché non ci sarà il forte e il debole, il furbo e
l'ingenuo, il serpente e la colomba, ma ci saranno leali concittadini nella
repubblica delle leggi.
Questa risposta
alla domanda circa la forza della legge è destinata, per lo più, ad apparire
una pia illusione che solo le "anime belle", quelle che credono a
cose come la dignità, possono coltivare. È pieno di anime che belle non sono,
che si credono al di sopra della legge -
basta guardarsi intorno, anche solo molto vicino a noi - e che
proprio dall'esistenza di leggi che valgono per tutti (tutti gli altri),
traggono motivo e strumenti supplementari per le proprie fortune, economiche e
politiche. Sono questi gli approfittatori della legge, free
riders, particolarmente odiosi perché approfittano
(della debolezza o della virtù civica) degli altri: per loro, "le leggi
sono simili alle ragnatele; se vi cade dentro qualcosa di leggero e debole, lo
trattengono; ma se è più pesante, le strappa e scappa via" (parole di
Solone; in versione popolare: "La legge è come la ragnatela; trattiene la
mosca, ma il moscone ci fa un bucone"). Anche
per loro c'è interesse alla legalità, ma la legalità degli
altri. Poiché gli altri pagano le tasse, io, che posso, le evado. Poiché gli
altri rispettano le procedure per gli appalti, io che ho le giuste conoscenze,
vinco la gara a dispetto di chi rispetta le regole; io, che ho agganci,
approfitto del fatto che gli altri devono attendere il loro turno, per passare
per primo alla visita medica che, forse, salva la mia vita, ma condanna quella
d'un altro; io, che posso manovrare un concorso pubblico, faccio assumere mio
figlio, al posto del figlio di nessuno che, poveretto, è però più bravo del
mio; io, che ho il macchinone, per far gli affari miei
sulla strada, approfitto dei divieti che chi ha la macchinina rispetta; io, che
posso farmi le leggi su misura, preparo la mia impunità nei casi in cui,
altrui, vale la responsabilità.
L'ultimo episodio
della vita di Socrate, alle soglie dell'autoesecuzione
(la cicuta) della sentenza dell'Areopago che l'aveva condannato a morte, è
l'incontro con Le Leggi. Le Leggi gli parlano. Qual è il loro argomento? Sei nato e hai condotto la tua vita con noi, sotto la nostra
protezione nella città. Noi ti abbiamo fatto nascere, ti abbiamo cresciuto,
nutrito ed educato, noi ti abbiamo permesso d'avere
moglie e figli che cresceranno come te con noi. Tutto questo con tua
soddisfazione. Infatti, non te ne sei andato altrove, come ben avresti potuto.
E ora, vorresti ucciderci, violandoci, quando non ti fa più comodo? Così
romperesti il patto che ci ha unito e questo sarebbe l'inizio della rovina
della città, le cui leggi sarebbero messe nel nulla proprio da coloro che ne sono stati beneficiati.
Le Leggi
platoniche, parlando così, chiedono ubbidienza a Socrate in nome non della
paura né dell'interesse, ma per un terzo motivo, la riconoscenza. Il loro
discorso, però, ha un presupposto: noi siamo state leggi benigne con te. Ma se Le Leggi fossero state maligne? Se avessero permesso o
promosso l'iniquità e non avessero impedito la
sopraffazione, avrebbero potuto parlare così? Il caso non poteva porsi in quel
tempo, quando le leggi - l'abbiamo visto
all'inizio - erano opera degli Dei. Oggi, sono opera degli uomini.
Dagli uomini esse dipendono e dagli uomini dipende
quindi se possano o non possano chiedere ubbidienza in nome della riconoscenza.
Certo: abbiamo
visto che l'esistenza delle leggi non esclude che vi sia chi le sfrutta e viola
per il proprio interesse, a danno degli altri. Ma il compito della legge, per poter pretendere obbedienza, è di contrastare
l'arroganza di chi le infrange impunemente e di chi, quando non gli riesce, se
ne fa una per se stesso. Se la legge non contrasta quest'arroganza o, peggio,
la favorisce, allora non può più pretendere né riconoscenza né ubbidienza. Il
disprezzo delle leggi da parte dei potenti giustifica analogo disprezzo da
parte di tutti gli altri. L'illegalità, anche se all'inizio circoscritta, è
diffusiva di se stessa e distruttiva della vita della città. Tollerarla
nell'interesse di qualcuno non significa metterla come in una parentesi
sperando così che resti un'eccezione, ma significa farne l'inizio di
un'infezione che si diffonde tra tutti.
Qui è la grande
responsabilità, o meglio la grande colpa, che si assumono coloro
che fanno leggi solo per se stessi o che, avendo violate quelle comuni,
pretendono impunità. Contrastare costoro con ogni mezzo non è persecuzione o,
come si dice oggi, "giustizialismo", ma è semplicemente legittima
difesa di un ordine di vita tra tutti noi, di cui non ci si debba vergognare.
GUSTAVO ZAGREBELSKY
Testo letto questa
sera da Gustavo Zagrebelsky al Teatro della Corte di
Genova, nel corso del primo incontro del ciclo "Fare gli italiani - Grandi Parole alla ricerca dell'identità
nazionale" LR 1
Nuove sfide al dialogo. Ad Ancona il convegno dei direttori diocesani per
l'ecumenismo
“Le migrazioni
offrono una straordinaria e inedita opportunità all’ecumenismo” perché “negli
anni a venire” i cattolici italiani saranno sempre più chiamati ad “esercitare l’accoglienza, la fraternità, quello che si
chiama il ‘dialogo della carità’”. Con queste parole don Gino Battaglia,
direttore dell’Ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo spiega
perché la Cei ha scelto quest’anno di dedicare il convegno nazionale dei
delegati diocesani al tema de “L’Ortodossia in Italia: nuove sfide pastorali,
nuovi incontri spirituali”. Il convegno si è aperto il 1° marzo ad Ancona con
una relazione introduttiva del card. Dionigi Tettamanzi ed è stato dedicato
alla presenza ortodossa nel nostro Paese per l’incidenza che questa Confessione
religiosa ha sull’immigrazione.
Una straordinaria
opportunità di dialogo. “L’incremento della presenza degli
ortodossi in Italia – spiega don Battaglia – è un fatto ormai evidente.
I fedeli orientali non cattolici nel loro insieme costituiscono ormai la
seconda comunità religiosa italiana. Questa rilevante presenza di cristiani,
provenienti dai Paesi del Medio Oriente e soprattutto dall’Est europeo, sta
dunque cambiando la geografia religiosa dell’Italia. Accanto
alla tradizionale presenza del Patriarcato di Costantinopoli, sono sorte nel
nostro Paese nuove parrocchie e anche diocesi ortodosse”. Oltre ad
essere una opportunità per il dialogo ecumenico nel
nostro Paese, “questa nuova realtà si traduce tuttavia in nuove domande che
investono le diocesi e le parrocchie cattoliche”. “Le comunità orientali – dice
il direttore dell’Ufficio Cei – chiedono luoghi per incontrarsi e per celebrare
la Liturgia; i matrimoni misti si moltiplicano; si moltiplicano le occasioni di incontro e le possibilità di collaborazione; i singoli
fedeli talvolta domandano assistenza spirituale, catechesi per i bambini,
sacramenti. Non sempre infatti la presenza di ministri
di culto orientali non cattolici è in grado di soddisfare tutte le esigenze
della crescente presenza di fedeli. Ma c’è di più:
cattolici e ortodossi vivono insieme, vicini gli uni agli altri, e gli
orientali sono spesso animati dal desiderio di integrarsi nei diversi ambiti
della vita del nostro Paese. Insomma, sempre meno
l’ecumenismo è una questione per specialisti, ma una realtà quotidiana”.
“Insomma – conclude don Battaglia – il convegno nasce
da queste nuove prospettive che si aprono per l’ecumenismo”. “L’Italia torna a
essere in una maniera che magari non avevamo previsto, terra di
incontri tra diverse tradizioni e culture cristiane. Dunque la presenza
di fedeli orientali non cattolici è un’opportunità di
arricchimento”.
Un panorama
segnato dall’incontro. Anche l’arcivescovo di Milano, card. Dionigi Tettamanzi,
ha sottolineato come “il panorama italiano, in passato
caratterizzato sul piano religioso da sostanziale omogeneità è oggi fortemente
segnato dall’incontro, non di rado carico di difficoltà e di tensioni, tra
diverse culture e religioni”. Ed ha aggiunto che, “in una simile situazione,
noi cristiani siamo chiamati a offrire insieme una
testimonianza unanime e concorde attraverso concrete opere di accoglienza nei
confronti dei migranti, dei più poveri e deboli”. In questo contesto,
“l’impegno ecumenico deve dunque trovare un posto tra le diverse forme in cui
si dispiega l’azione della Chiesa” ed è necessario che “le prospettive aperte
dai dialoghi ecumenici possano diventare patrimonio di tutta la Chiesa”
investendo sulla “formazione ecumenica di una nuova generazione di pastori e di
fedeli che si preparano ad assumere responsabilità nella vita ecclesiale”.
“Quando accogliamo tra noi questi cristiani”, ha proseguito l’arcivescovo,
“dobbiamo farli sentire a proprio agio e fare in modo
che la comunità cattolica sappia rispettare e valorizzare la loro diversa e
ricca tradizione spirituale”. Da parte cattolica, ha spiegato il cardinale, “la
nostra sollecitudine pastorale dovrà essere attenta ad aiutare le singole
persone ortodosse a mantenere i contatti essenziali e sacramentali con i
ministri e le comunità della propria Chiesa e, nello stesso tempo, a scoprire
che al primo posto non c’è la propria tradizione confessionale,
ma Gesù Cristo, il cui corpo indivisibile è la sua Chiesa”.
Un rapporto di
amicizia. Secondo mons. Vincenzo Paglia, arcivescovo di Terni-Narni-Amelia,
il maggior punto di incontro del confronto ecumenico è
la Bibbia, che “è stata tradotta in 2.400 lingue, ma attende di essere tradotta
in altre 4.500”. Punto che è stato al centro del Sinodo dei vescovi, al quale
hanno partecipato per la prima volta rappresentanti protestanti e ortodossi.
Presente al convegno di Ancona anche il vescovo Siluan,
della diocesi ortodossa romena d’Italia, che ha definito il rapporto tra
cattolici e ortodossi “intimo”. “La Chiesa cattolica ha fatto tanto per noi –
ha detto – offrendoci accoglienza e spazi”. Gli ortodossi dell’Est Europa, “che
sono sempre di più”, non vogliono “stare con le mani in mano: abbiamo
organizzato strutture di assistenza e accoglienza nelle stazioni Termini e
Tiburtina, allestito luoghi di incontro. E vogliamo fare conoscere di più la nostra cultura e i nostri
valori”. Il convegno, che rientra nelle iniziative di avvicinamento al
Congresso eucaristico nazionale in programma ad Ancona nel 2011, prosegue fino
al 3 marzo con altri incontri e una mostra di icone
bizantine. sir
Il
Papa con il cerotto sul viso, appello per i cristiani in Iraq
CITTA’ DEL
VATICANO - E’ bastata la vista di un cerottino, di quelli piccoli e tondi che
si usano per tamponare le micro ferite da rasoio, per scatenare l’allarme sulla
salute del Papa. Se non fosse stato per i potenti obiettivi dei fotografi,
nessuno si sarebbe accorto di quel particolare sul suo zigomo destro quando
ieri a mezzogiorno, Benedetto XVI sorridente e in forma, si è affacciato sulla
piazza per la recita dell’Angelus e per uno dei più accorati appelli a favore
dei cristiani in Iraq. In Vaticano sono subito intervenuti per fermare il tam tam allarmistico e
rassicurare. Insomma, anche a un pontefice può capitare di essere un po’
maldestro facendosi la barba. «E’ una sciocchezza». Se
i fedeli in piazza san Pietro non hanno avuto modo di
accorgersi di quel banale cerottino, sono però tutti rimasti colpiti dal tono
col quale il Papa ha chiesto al governo di Baghdad e alla comunità
internazionale di non abbandonare la comunità caldea, nel mirino dei
fondamentalisti. Di appelli per il futuro (molto incerto) dei cristiani in
Iraq, Papa Ratzinger ne aveva fatti tanti in questi anni, ma mai così forti
come quello che si è sentito ieri. «Bisogna ripristinare la sicurezza».
Implicitamente ha denunciato l’immobilismo del governo Maliki
che si era impegnato a garantire la sicurezza alle minoranze religiose.
Nonostante la «delicata fase politica che sta attraversando l’Iraq» spetta a chi governa a compiere «ogni sforzo per ridare
sicurezza alla popolazione e, in particolare, alle minoranze religiose più
vulnerabili». In piazza, mescolati tra la folla, erano
presenti una cinquantina di iracheni, con tanto di striscioni inneggianti alla
libertà religiosa. Un diritto a loro conculcato. Benedetto XVI
ha manifestato «profonda tristezza» per «le tragiche notizie delle recenti
uccisioni di alcuni cristiani nella città di Mossul».
Ma gli episodi di violenza sono ormai all’ordine del
giorno. Ed è uno stillicidio di notizie negative. FRANCA GIANSOLDATI IM 1
Iraq. Fermare la strage. Cristiani
in piazza a Baghdad e Mosul.
Il conforto delle parole del Papa
“Tristezza e
preoccupazione” sono state espresse da Benedetto XVI per le recenti uccisioni
di alcuni cristiani nella città di Mosul e per altri
episodi di violenza, avvenuti in Iraq “ai danni di persone inermi di diversa
appartenenza religiosa”. Nel corso dell’Angelus, domenica 28 febbraio, il Papa
ha pregato per tutte le vittime degli attentati ed espresso il desiderio di un
pronto ripristino della sicurezza. Rivolgendosi alle comunità cristiane
dell’intero Paese, Benedetto XVI ha detto: “Non stancatevi di essere fermento
di bene per la patria a cui, da secoli, appartenete a
pieno titolo”. Il Papa ha, inoltre, lanciato un appello alle Autorità civili,
“perché compiano ogni sforzo per ridare sicurezza alla popolazione e, in
particolare, alle minoranze religiose più vulnerabili” ed ha esortato la
comunità internazionale “a prodigarsi per dare agli iracheni un futuro di
riconciliazione e di giustizia”.
“Grazie Santo
Padre”. “Grazie Santo Padre per la sua vicinanza! Siamo grati a Benedetto XVI,
sappiamo quanto si preoccupi delle nostre comunità:
speriamo che la sua voce possa avere una risonanza nel mondo e soprattutto nei
duri di cuore”. Così il vicario patriarcale di Baghdad, mons. Shlemon Warduni, ha salutato le
parole del Papa, all’Angelus. “Parole forti e ricche di
speranza – ha affermato al SIR mons. Warduni – che
suonano come un appello ai cristiani ad avere fiducia nella giustizia e a non
lasciare il loro Paese. Benedetto XVI ha fatto
appello alle Autorità perché mettano da parte gli interessi e proteggano le
minoranze religiose più vulnerabili. È tempo, infatti, di mettere da parte ogni
interesse particolare, politico, religioso, culturale ed etnico. I cristiani devono poter vivere in pace e sicurezza nel loro Paese,
da cittadini, nella pienezza del diritto”.
Cristiani e
musulmani in piazza. Il 28 febbraio è stato anche il giorno della protesta
pacifica e civile dei cristiani, a Baghdad e a Mosul.
L’obiettivo condiviso di cristiani e musulmani, anch’essi presenti in piazza,
era quello di gridare “basta alle violenze contro i cristiani e chiedere
protezione per le minoranze”. Nella capitale irachena, ha
riferito al SIR mons. Warduni, tra i partecipanti
alla protesta, “siamo scesi in piazza per dire basta agli attacchi. Noi
vogliamo pace e sicurezza, non più violenza. Siamo cittadini iracheni a pieno
titolo e come tali rivendichiamo i nostri diritti, in primis quello alla vita.
Basta con le stragi dei cristiani. Vogliamo protezione”.
Organizzata dall’Hammurabi Organization
for Human Rights, la manifestazione ha avuto luogo nel centro della
città, non lontano dagli hotel Falestin e Sheraton, ed ha riunito oltre 500 persone tra cristiani, yazidi, sabei e musulmani. A prendere la parola, per
ricordare le difficoltà dei cristiani, sono stati, tra
gli altri, Louis Marqus, membro dell’Hammurabi, il corepiscopo siro cattolico, padre Pius Qasha, che ha letto un messaggio del suo patriarca, Mar Ignatius Yousef III Younan. Tra i presenti anche Abdallah Al Naufali, capo dell’ufficio governativo per le minoranze non
musulmane. “Abbiamo fatto le nostre richieste – ha aggiunto Warduni – tra queste l’immediato intervento del governo
centrale e locale per proteggere i cristiani e fermare lo spargimento di
sangue; di assicurare alla giustizia gli autori e i mandanti dei crimini contro
i cristiani di Mosul; di pubblicare i risultati delle
inchieste effettuate dalle forze di sicurezza irachene sugli attacchi contro i
cristiani di Mosul avvenuti negli scorsi giorni e nel
2008. Nel caso fosse impossibile fermare le violenze a Mosul ci si appella alla comunità internazionale perché li
protegga e ponga fine alla loro tragedia”.
In marcia a Mosul. Le parole del Pontefice hanno avuto una grande eco
anche a Mosul ed hanno confortato i cristiani locali
che hanno aderito in massa ad una marcia condotta tra
diverse città e villaggi cristiani del territorio circostante. “L’appello è
stato accolto dalle nostre comunità – ha spiegato al SIR l’arcivescovo caldeo
di Mosul, mons. Shimoun
Nona – ma il problema è che non tutta la popolazione ha potuto ascoltarlo
poiché non tutti i canali arabi lo hanno diffuso. Da parte nostra lo diffonderemo nelle chiese”. “C’era moltissima gente – ha aggiunto il presule caldeo – in ogni
villaggio abbiamo trovato vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e semplici
fedeli ad accoglierci. Con noi anche il patriarca
caldeo, Mar Emmanuel III Delly,
che ha esortato tutti, Istituzioni in primis, ad adoperarsi per la sicurezza”.
Lo stesso patriarca, secondo quanto riferito da mons. Warduni,
ha anche fatto visita alle famiglie ed ha parlato con il sindaco, con il capo
della sicurezza e capi tribù locali. Questi ultimi
hanno ribadito che “se il governo non proteggerà i
cristiani lo faranno loro. Molti di questi, infatti, sono
stati educati in scuole cristiane”. Nella stessa occasione è stato
ricordato mons. Paulos Faraj
Raho, l’arcivescovo di Mosul
rapito il 29 febbraio 2008 e ritrovato morto dopo due settimane. “A 2 anni dal rapimento – ha concluso mons. Nona – vogliamo
coltivare la sua speranza di pace per l’Iraq. La sua morte sia seme di speranza
per il nostro Paese. Le prossime elezioni ci possano, a
riguardo, portare tranquillità e sicurezza per tutti”. sir
Chiesa e Mezzogiorno. Sentirsi Paese. Sud e Nord insieme
Del Mezzogiorno si
occupano non solo governo e opposizione (ambedue freddini al riguardo), ma
anche la Chiesa italiana: a modo suo e non da incompetente, visto
che in quei territori vanta una "qualificata presenza di strutture
ecclesiali nella vita quotidiana della società". Ma non è per
"ingenua soddisfazione" che la Cei pubblica il suo secondo documento
sulla questione meridionale, bensì per "ribadire
la consapevolezza del dovere e della volontà della Chiesa di essere presente e
solidale in ogni parte d'Italia, per promuovere un autentico sviluppo di tutto
il Paese". In questo senso, anche le Chiese del Nord - dunque tutti noi -
sono pienamente coinvolte nella difficile "questione". Raccogliamo
l'invito a "guardare con amore al?Mezzogiorno", superando ogni
tentazione di abbandono e una strisciante aura di discriminazione.Alle prese con vecchie e nuove emarginazioni, il Sud
- ricordano i vescovi - sperimenta uno "sviluppo bloccato" e una
"recezione acritica della modernizzazione" con lo sradicamento della
civiltà contadina e lo sconvolgimento del ruolo della donna. Sulla piaga della
criminalità organizzata - "le mafie, strutture di peccato" - le
Chiese devono "recepire fino in fondo la lezione
profetica di Giovanni Paolo II e l'esempio dei testimoni morti per la
giustizia".
In questo "la
parte migliore" di esse è da tempo fonte di
autentica speranza per la gente. Esemplare è il "Progetto Policoro"?(dal nome della località in provincia di Matera dove avvenne
il primo incontro) che sta efficacemente contrastando - con la solidarietà e la
condivisione - disoccupazione, usura, sfruttamento minorile e lavoro nero.
Povertà (i dati più negativi al Sud), disoccupazione (con la "zona grigia"
tra non-lavoro e lavoro nero o precario) ed emigrazione interna (con l'esodo al
Centro-Nord o all'estero dei più preparati) sono le emergenze su cui la Chiesa
intende continuare a spendersi. Un sano federalismo, "solidale" - che
esige un sistema integrato di investimenti pubblici e
privati - può essere una sfida positiva anche per il Sud. Tra
le risorse indispensabili per "coltivare la speranza", la reciprocità
dei rapporti e la cura per l'educazione. Reciprocità anche tra Nord e
Sud. Educazione anche a sentirsi Paese. E a sentirsi "Chiesa".
VINCENZO TOSELLO, direttore
"Nuova Scintilla" (Chioggia)
Il cartello è
invitante: café in the crypt.
Scendo, allora, una dozzina di ampi gradini di marmo che mi accompagnano sotto
una chiesa, che si affaccia sulla centralissima Trafalgar Square:
St. Martin in the Fields. Improvvvisa, vi si presenta
qui una scena magnifica. Sotto le volte di mattone rosso-cupo, a luminosità
soft, su un pavimento di stele funebri del 18.mo
secolo, potete ammirate tutta una serie di tavoli con una candela accesa: un
magnifico ristorante. È l’occasione di consumare in un’atmosfera mistica –
quella che piacerebbe immensamente al Foscolo - una
deliziosa apple crumble. I
prezzi sono popolari, il servizio di raffinata eleganza. Vi verrà, quasi, da
dubitare se siamo al di qua o al di là del mondo...
Accanto vi attende
un bookshop con libri, pubblicazioni, ricordi, carte di augurio, oggettini
sacri o profani, tanto da deliziarvi lo sguardo. Sopra invece nella chiesa,
sotto lo sguardo estatico di qualche visitatore di passaggio un quartetto di
giovani concertisti orientali sta provando. È il concerto della serata.
L’atmosfera è rarefatta, l’attenzione palpabile e il piacere dell’ascolto
senza pari. Qui si danno 350 concerti all’anno. La
domenica, invece, il coro si esibisce nelle liturgie accompagnato dall’antico
organo del 1726 offerto da King George. Tempio privilegiato della musica,
conosciuto universalmente per la sua tradizione musicale, ha accolto Händel e quasi certamente Mozart,
di passaggio a Londra. Anche voi, se di passaggio nel pomeriggio, ascolterete
liberamente un concerto alla sua prova generale. Stupendo.
Ma lo stupore non si fermerà qui. La polivalenza sembra,
infatti, quasi una regola d’oro in terra inglese. Come quando vi presentate in
un chiosco qualunque e vi trovate libri, riviste, bevande, cibo, farmaceutici
e... vegetables! Lo spirito pragmatico, così, di una cultura
differente dalla nostra si pone a servizio del cliente.
Sotto la chiesa
ancora, in una
saletta a parte alcuni fedeli inglesi recitano lentamente, meditativi, i salmi
della sera. Mi accosto, mi siedo, li guardo. Mi sorridono. In silenzio, alla
fine lasciano il luogo: restano solo due grosse candele accese e quattro enormi
statue in legno africano sul pavimento, la sacra
famiglia e una donna orante.
Altre sale
sotterranee sono intitolate al vescovo Ho Ming Wah, a
Desmond Tutu... Qui si ritrova fraternamente dal 1980 una grossa comunità cristiana cinese.
Questa chiesa, viene da pensare, arriva universalmente con la sua arte
musicale, ma anche con le sue lunghe braccia dell’accoglienza. Inoltre,
un’attenzione particolare viene data agli homeless, ai
senza tetto, ai poveri in genere della città. Vengono in mente, allora, le
parole di Tagore: "Più l'uomo si
impegna nelle attività sociali, più rende visibile il suo intimo
invisibile e cammina verso il futuro".
E un pastore protestante vi parlerà dei due polmoni di ogni comunità
cristiana: la forza della spiritualità e l’impegno sociale. Come
due volti necessari, inscindibili ed essenziali. La Chiesa, in fondo,
dovrà insegnare ai cristiani
a incontrare Dio e a incontrare gli uomini.
Momenti di
eccellenza questi, in fondo. Momenti estatici di apertura alla vita, che qui a
St Martin in the fields si fanno momenti dal sapore
di eternità. Sì, nell’arte, nella musica, nell’accoglienza o
nella solidarietà: tutti segni del Regno. La nostra vita ha bisogno di
questo, direbbe qualcuno, come il deserto ha bisogno di oasi; per ricordare, in
questo modo, il valore della vita. Stupenda lezione di una chiesa inglese.
Renato Zilio missionario a Londra (de.it.press)
GMG 2011 - Così i giovani d'Europa
Madrid dopo
Santiago de Compostela, Czestochowa, Parigi, Roma,
Colonia
Roma, piazza S. Pietro, Domenica delle Palme del 31 marzo 1985: in
occasione dell'Anno Internazionale della Gioventù si svolge un grande raduno di
giovani, oltre 250 mila. In quel giorno Giovanni Paolo II dedica , "ai giovani e alle giovani di tutto il mondo",
una Lettera Apostolica "Dilecti Amici". Il
20 dicembre dello stesso anno il Pontefice annuncia l'istituzione della
Giornata Mondiale della Gioventù nel corso dell'allocuzione al Collegio dei
cardinali e alla Curia romana: "il Signore ha
benedetto quell'incontro (del 31 marzo 1985, ndr.) in modo straordinario, tanto
che, per gli anni che verranno, è stata istituita la Giornata Mondiale della
Gioventù, da celebrare la Domenica delle Palme, con la valida collaborazione
del Consiglio per i Laici". Nel 2004, nel suo libro "Varcare le
soglie della speranza", Giovanni Paolo II scrive: "nessuno
ha inventato le Giornate mondiali dei giovani. Furono proprio loro a cercarle.
Non è vero che è il Papa a condurre i giovani da un capo all'altro del globo
terrestre. Sono loro a condurre lui". In questo
lungo pellegrinaggio la Gmg ha toccato numerosi Paesi
e città: delle 25 edizioni fin qui svolte, ben 10 si
sono celebrate a livello internazionale, di queste la metà in Europa, Santiago
de Compostela (Spagna) nel 1989, Czestochowa
(Polonia) nel 1991, Parigi (Francia) nel 1997, Roma (Italia) nel 2000, Colonia
(Germania) nel 2005, in attesa di Madrid (Spagna) nel 2011… Con il responsabile
della sezione Giovani del Pontificio Consiglio per i laici, padre Eric Jacquinet, abbiamo parlato del valore e del significato
delle Gmg per i giovani europei e per il vecchio
continente secolarizzato.
Dopo il viaggio in
Australia la Gmg tornerà in Europa, nel 2011, a
Madrid. Che significato riveste questo ritorno nel vecchio continente secolarizzato?
"Secolarizzato
ma anche con una grande sete di spiritualità. Vedo un grande desiderio dei giovani di vivere nella
Chiesa anche in un contesto di secolarizzazione come
quello europeo. Questo si vede molto bene in Spagna dove
troviamo le due cose insieme. Per la Spagna accogliere la Gmg
sarà molto importante. Il card. Rouco Varela è convinto di questa sete di spiritualità da parte dei giovani. La settimana scorsa un raduno
giovanile a Paray Le Monial,
in Francia, con quasi 1500 partecipanti, ci ha confermato questo grande
desiderio".
La Gmg riesce a rispondere a questo desiderio?
"Nei desideri
dei giovani, anche quelli che incontro a Roma al centro san Lorenzo, noto
questo desiderio di esperienza spirituale che spesso si traduce in voglia di
pregare. L'adorazione eucaristica è molto praticata, molti per questa Quaresima
si stanno recando al Centro per ritagliarsi un tempo di silenzio e di
raccoglimento in un mondo in cui sono immersi nel frastuono. Ma
c'è anche un altro desiderio, non meno importante…".
E qual è?
"Quello di
formazione intellettuale che nasce, credo, da una
certa distanza tra ciò che studiano a scuola e ciò che ascoltano dalla Chiesa,
dal Papa. Ricercano una coerenza intellettuale e penso che nel campo della
formazione alla preghiera e all'approfondimento culturale della propria fede,
le Gmg possono essere una risposta in
quanto offrono sia tempi di meditazione che di insegnamento e penso alle
catechesi dei vescovi e del Papa nei giorni delle Gmg".
La
secolarizzazione, allora, non ha reciso del tutto le radici cristiane dei
giovani europei?
"Direi di no,
ma vale la pena ricordare che stiamo parlando di quella cerchia di giovani che
vivono vicino alla Chiesa, che partecipano alla vita ecclesiale. Non saranno numerosissimi, ma il loro desiderio è
grande, e per questo che sono i primi missionari dei loro coetanei. Credo che
il desiderio di ritrovare una cultura cristiana sia condiviso da molti. Quando
morì Giovanni Paolo II ho visto centinaia di migliaia
di giovani arrivare a Roma da tutto il mondo per l'estremo saluto. Un segno
chiaro che erano cresciuti con la persona, con
l'insegnamento e l'esempio del pontefice polacco. E questa
cosa non è cambiata con Benedetto XVI a dimostrazione che i giovani non seguono
la fama della persona ma il desiderio profondo che va oltre il legame personale
con la figura del Pontefice". Sir
La lingua dei segni. La 19ª edizione della "Pasqua del sordo"
"Portare il
Vangelo nel 'mondo del silenzio'":
è questo l'impegno del Movimento apostolico sordi (Mas) che ha annunciato la
19ª edizione della "Pasqua del sordo", in programma la Domenica delle
Palme (28 marzo) ad Osimo, nelle Marche. È prevista la partecipazione di
diverse centinaia di non udenti provenienti soprattutto dalle Regioni dell'Italia
centrale e meridionale. Analoghe iniziative sono previste in alcune città del
Nord. La giornata sarà scandita dalle confessioni mattutine, officiate da preti
capaci di parlare e capire la "lingua dei segni"; seguirà la
processione "delle Palme" e quindi la messa solenne presieduta dal
vescovo di Ancona, mons. Edoardo Menichelli,
concelebrante p. Vincenzo Di Blasio, della
"Piccola Missione per i sordomuti" (Pms) e
assistente ecclesiastico nazionale del Mas. Nei prossimi mesi sono anche in
programma, dal 30 aprile al 2 maggio, le celebrazioni del 25° dello stesso Movimento apostolico sordi, con la presenza del
segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata; in giugno è invece
previsto un convegno promosso dal Pontificio Consiglio per la salute, come
continuazione della XXIVª Conferenza internazionale, tenuta nel novembre scorso
in Vaticano, sul tema "Effatà! La persona sorda nella vita della Chiesa". In Italia le
persone con gravi problemi uditivi sono 92 mila; circa
120 mila i bambini fino a 12 anni con problemi di udito. A p. Vincenzo Di Blasio, oltre che assistente del Mas, membro del gruppo di
lavoro Cei-Ufficio catechistico per il settore disabili e consigliere dell'Associazione italiana
educatori dei sordi, il SIR ha posto alcune domande.
Guardando i programmi
delle precedenti 18 edizioni della "Pasqua del
sordo" si nota che ogni anno cambiate città e quasi sempre è presente un
vescovo. Perché?
"È stata una
scelta precisa. I non udenti rappresentano forse la categoria meno considerata,
perché il loro deficit è 'invisibile'. Invitando un vescovo a presiedere la
celebrazione pasquale non solo si vuole dare lustro alla giornata, ma indicare
l'esigenza di far giungere la 'buona novella' a una categoria di persone che è
raggiungibile solo attraverso un linguaggio particolare, che in pochi
conoscono: la 'lingua dei segni'. Grazie a questi incontri, già diversi vescovi
si sono attivati e hanno chiesto ad alcuni dei propri preti di imparare questa
'lingua dei segni' per poter 'parlare' con i
sordi".
Dove e come si può
apprendere questa "lingua"?
"Per il
servizio pastorale, fino a qualche tempo fa, eravamo solo noi della 'Piccola
missione per i sordomuti' in grado di intervenire, preparandoci all'interno
della nostra realtà. Oggi, con una accresciuta sensibilità
ecclesiale, sono già diversi i sacerdoti che hanno appreso tale linguaggio. Ciò
anche grazie ai corsi estivi che teniamo nella casa di Montepiano,
in provincia di Prato. Tali corsi sono rivolti anche a catechisti, religiosi e
seminaristi, così che una volta divenuti presbiteri possano allargare la platea
dei fedeli cui annunciare il Vangelo. Sotto questo
aspetto registriamo diverse realtà molto promettenti. Per citarne una, a Trani
è stata creata quasi una 'parrocchia per i sordi'. Anche in
questo campo 'la messe è molta, ma gli operai sono pochi', come dice il
Vangelo".
Come vede il
futuro per i malati di sordità?
"La scienza
ha fatto numerosi passi avanti, le protesi acustiche aiutano molto. Anche l'uso
del computer ha portato diversi vantaggi. Ma ciò che
rimane basilare è un rapporto umano che sia al tempo stesso caldo, affettuoso e
capace di raggiungerli nel profondo con una comunicazione piena. Per far questo
occorre una reale capacità di comunicare, che non si improvvisa.
Una prospettiva molto incoraggiante è venuta da papa Benedetto XVI che nel
corso della conferenza vaticana del novembre scorso ha indicato i sordi non solo come oggetto di evangelizzazione, ma come 'soggetto'
dell'annuncio. È stato uno sprone e il riconoscimento che da
'mondo del silenzio' si può diventare 'mondo del dialogo' seppure con un linguaggio particolare".
Scheda - È una
congregazione religiosa approvata la prima volta dall'ordinario di Bologna il
15 agosto 1872. Confermata nel 1903, nel 1913 ebbe il decreto di lode dalla
Santa Sede. Nell'ottobre 1963 la Congregazione dei religiosi l'approvò
definitivamente. Fondatore è don Giuseppe Gualandi
(1826-1907), il quale con il fratello don Cesare iniziò a interessarsi dei
sordi nel 1849 a Bologna. Fondò la Pms (maschile e femminile)
e gli Istituti Gualandi per sordomuti. Nell'anno
giubilare 2000, Giovanni Paolo II ha riconosciuto l'eroicità delle sue virtù e lo ha dichiarato venerabile. La Pms
è presente in Italia, Brasile e Filippine. In Italia è a Roma, con la casa
generalizia; a Bologna che è la casa madre della congregazione; e poi a
Firenze, Catania, Giulianova e Molfetta. In Brasile è presente a Londrina (Parana) e a Campinas (S.Paolo).
Nelle Filippine è a Cebu City. Realtà collegate alla Pms
sono l' Associazione romana per sordi (Ars), con oltre
60 anni di vita; il Movimento apostolico sordi (Mas), che si occupa più
prettamente della parte religiosa e spirituale; la Polisportiva silenziosa
romana (Psr) la più antica organizzazione sportiva
dei sordi d'Italia; la onlus "Amici di padre
Savino" che cura adozioni scolastiche a distanza con Paesi quali
Filippine, India, Nigeria, Congo (oltre 750 gli alunni adottati); le suore
della Piccola missione per i sordomuti che hanno missioni in Brasile e
Filippine e gestiscono case famiglie per sorde anziane in Italia. Maggiori
informazioni: www.piccolamissionesordomuti.info. sir
Un laboratorio di laicità. Ciclo di conferenze alla Pontificia Università
Gregoriana
"Uomini e
donne che aiutano il Vangelo. Laici corresponsabili nella Chiesa": con questo titolo ha preso il
via, giovedì 25 febbraio, la seconda edizione del ciclo di conferenze sul
laicato nella Chiesa promosso a Roma dal Forum
internazionale di Azione Cattolica (Fiac) e dalla
Pontificia Università Gregoriana "Laikos",
in collaborazione con le Comunità di vita cristiana (Cvx)
e il patrocinio del Pontificio Consiglio per i laici. Mercoledì 24 l'apertura
del corso è stata anticipata da una conferenza stampa presso l'ateneo.
L'itinerario formativo (fino al 5 maggio) prevede 3
lezioni riservate agli studenti universitari e 6 conferenze aperte al pubblico,
il giovedì dalle ore 18 alle 20. Tra le novità di quest'anno anche due seminari
intensivi che si terranno il sabato dalle 10 alle 17.
Info: www.unigre.it.
L'orizzonte.
"Aumentare la consapevolezza della corresponsabilità dei laici per la
crescita della comunità ecclesiale" a partire dalla
"dimensione della comunione" nell'orizzonte "della comune
vocazione battesimale". Questa la prospettiva in cui vuole collocarsi il
corso alla luce dell'esortazione apostolica "Christifideles
laici" nelle parole del gesuita p. Sandro Barlone,
direttore di "Laikos", itinerario formativo
della Gregoriana rivolto al laicato. "Riprendendo la riflessione dello
scorso anno su questo documento, pietra miliare per il ruolo dei laici nella
Chiesa", ha spiegato il religioso, si vuole mettere meglio "a
fuoco" il concetto di "corresponsabilità" ed
approfondire il "confronto con la Parola, anche alla luce del recente
Sinodo". Temi che verranno sviluppati dai
relatori, tra cui il card. Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i laici,
mons. Josef Clemens, segretario del medesimo
dicastero vaticano, fr. Enzo Bianchi, priore della
Comunità di Bose. "A partire
dalla 'Christifideles laici' - ha spiegato
Salvador Pié Ninot, docente
della Gregoriana, relatore della prima conferenza - c'è un tentativo di
riscoprire come centrale il concetto di comunione". Un elemento
"importante", che "consente di collocare il tema dei laici nella
cornice della comunità ecclesiale". Questo "senso di comunità come
popolo di battezzati" deve restare "il punto centrale per ogni
impegno del laicato oggi".
I laici
nell'annuncio. "Nell'economia della salvezza la corresponsabilità tra
laici e consacrati ha una dimensione eucaristica", ha affermato p. Luciano
Larivera, gesuita de "La Civiltà
Cattolica". "Come non c'è Eucaristia se non ci sono i due elementi
del pane e del vino - ha spiegato -, così non c'è annuncio del Vangelo senza la
collaborazione tra questi due stati di vita nella Chiesa che sono inscindibili".
"Da battezzati, va riscoperto il senso dell'essere
insieme collaboratori", ha aggiunto il relatore evidenziando alcuni
dei terreni in cui si gioca l'impegno laicale. Dal luogo di lavoro dove
annunciare nel quotidiano significa anche solo
semplicemente "dire una parola di speranza, ricordare ai lontani che la
Chiesa permette un'esperienza di amore", all'impegno nel mondo
dell'economia e dell'impresa per "essere testimoni del Vangelo in un
momento di crisi dell'etica", fino alla cooperazione internazionale allo
sviluppo dove "sempre più laici a fianco di religiosi si spendono spesso
in maniera radicale nella promozione umana". Di qui l'importanza di una
"formazione solida basata su due livelli": il primo e
"indispensabile" è l'impegno nel confronto personale con la Parola;
il secondo è il discernimento, ambito in cui "i consacrati devono essere
attenti ad aiutare i laici, specie quando si tratta di scelte come la
consacrazione laicale".
Gli obiettivi. È
proprio tra gli scopi di questo ciclo offrire momenti d'approfondimento per
permettere ai laici di formarsi per l'annuncio della Parola e fare
discernimento là dove si vive. "Altro obiettivo è mettere a fuoco la
riflessione sul rapporto tra laici e clero", ha spiegato la tutor del corso, Stella Morra. Il seminario si offre infatti come "laboratorio di un confronto fattivo tra
soggetti diversi, perché rivolto non solo ai laici, ma anche a seminaristi, ai
religiosi, ai preti, con lo scopo di favorire lo scambio, la riflessione sulla
capacità di lavorare insieme nella Chiesa". A fianco dei contributi
teologici si faranno conoscere esperienze di realtà locali particolari, per poi
avviare un dibattito, soprattutto nei seminari del sabato. "La tematica del laicato viene affrontata tutto sommato ancora
in una prospettiva molto pratica e generica, senza un'adeguata base formativa-teologica", ha sostenuto Morra. "Come Ac sentiamo forte l'esigenza di
una formazione dalle parrocchie. L'obiettivo di questa nostra iniziativa - ha
spiegato al SIR Maria Grazia Tibaldi, segretaria
generale del Fiac - è offrire molteplici strumenti da
mettere a disposizione dei laici oggi per una formazione che li aiuti a
sentirsi dentro un cammino ecclesiale e per poter
impostare un lavoro pastorale nell'ottica della corresponsabilità. Attraverso il Forum internazionale di Ac
ci auguriamo di estendere quest'esperienza anche in università di altri
Paesi". MICHELA CUBELLIS
Interview mit dem Gründer der Missionaries of the Poor, Pater Richard Ho Lung
"Selbst an Tagen, wo sie Menschen
ermutigen, die an AIDS starben, Leprakranke oder Menschen, die geistig krank
waren, kamen sie doch jeden Tag voll Freude erfüllt nach Hause zurück",
wer so über seine Brüder spricht, ist der Gründer der Missionaries
of the Poor -Missionare der
Armen, Pater Richard Ho Lung.
ZENIT bringt heute seine Erfahrungen in
der neuen Serie mit dem Titel ‚Wo Gott weint'. Letzte Woche wurde sie
gestartet, und wird jeden Dienstag verschiedene Interviews mit führenden
Vertretern verfolgter Kirchen bringen. In ersten, vom katholischen Radio- und
Fernsehnetzwerks (CRTN) in Zusammenarbeit mit Kirche in Not durchgeführten
Interview für die Fernsehsendung ‚Wo Gott weint', beschrieb Patriarch Twal die vielen Herausforderungen, denen sich die Christen
im Heiligen Land stellen müssten.
Worin bestand dieser Ruf? Sicher war es
keine leichte Entscheidung für Sie?
--Pater Ho Lung: Es war die Begegnung
mit den Obdachlosen und Armen, den Ausgestoßenen in Jamaika. Dann gab es auch
einen schrecklichen Vorfall in Jamaika, bei dem 155 ältere Frauen in einem Abbruchhaus,
das von der Regierung betrieben wurde, verbrannten. Das wühlte mein Gewissen
auf. Es war eine furchtbare Tragödie.
Danach, während ich an der
West-Indies-Universität in Jamaika lehrte, versank ich einmal in tiefes Gebet
und in meinem Bewusstsein tauchte beständig die Gestalt Christi auf, der [...]
mit den Ärmsten und den Verachtetesten der Menschen
arbeitete.
Ich begann, Fragen zu stellen; es war
der Herr, der Fragen stellte: „Willst Du wirklich ein authentischer Christ sein
oder nicht? Und willst du daneben auch ein authentischer Priester sein oder
nicht?"
Dies muss eine anstrengende Zeit für
Sie gewesen sein?
--Pater Ho Lung: Ja, es war wie das
Ringen Jakobs mit dem Engel. Aber natürlich hat der Herr gesiegt.
Es war geistig eine sehr anspruchsvolle
Zeit, jedoch war es gleichzeitig auch die beste aller Zeiten.
Manchmal stritt ich mich mit dem Herrn
und fragte ihn: „Wie kannst du so widersprüchlich sein?" Zuerst lässt er
mich studieren, dann änderte er seine Entscheidung und ruft mich, mit den
Ärmsten der Armen in den schwierigsten Situationen zu arbeiten. Und dies hatte
nichts, wie es mir damals schien, mit dem Intellekt zu tun.
Aber mir ist auf verschiedene Weise
bewusst geworden, dass das Bekämpfen der Probleme der ärmsten Menschen in der Tat
all das erfordert, was ich gelernt hatte. So war die Ausbildung bei den
Jesuiten eine gute Vorbereitung für meine Berufung als Gründer der Missionare
der Armen.
Hatten Sie schon immer ein Herz für die
Armen? Was hat Sie kontinuierlich, innerlich bewegt? Wann kam der Punkt, als
Sie sagten: „Dies ist das, zu dem ich mich schon immer gerufen gefühlt
habe?"
--Pater Ho Lung: Mein Vater, der
Chinese ist und aus dem Fernen Osten kam, hatte uns, nachdem er meine Mutter
geheiratet hatte, eine große Sensibilität für die Anforderungen und Bedürfnisse
der Armen mitgegegben.
Er wiederholte uns immer wieder: „Denkt
daran, dass ihr arm seid. Denkt daran, dass ich arm bin, und denkt an die
ärmsten Menschen". Er erinnerte uns daran, dass die Menschen in Jamaika,
obwohl sie arm sind, zu den besten Menschen gehörten; und dass wir ohne die
Armen, die zu unserem Haus und zu unserem kleinen Lebensmittelgeschäft kamen,
nicht überlebt hätten.
Er pflegte zu sagte: „Sagt allezeit
Dank und was immer ihr auch in eurem Leben macht, vergesst die Armen nicht, wo
immer ihr seid". So hat es angefangen, noch bevor ich katholisch geworden
bin.
Pater Richard, Sie wählten als
Leitspruch für die Missionare der Armen: „Freudiger Dienst mit Christus am
Kreuz". Warum haben Sie sich für diesen Leitsatz entschieden?
--Pater Ho Lung: Nachdem die
Gemeinschaft gegründet hatte, fiel mir ein merkwürdiges Phänomen auf. Die
Brüder arbeiteten jeden Tag mit den Ärmsten, verrichteten dabei die einfachsten
Arbeiten, angefangen vom Waschen, Kochen, Rasieren, Haareschneiden bis zum
Aufräumen des Durcheinanders, dass am Ende des Tages geblieben war. Selbst an
Tagen, wo sie Menschen ermutigen, die an AIDS starben, Leprakranke oder
Menschen, die geistig krank waren, kamen sie doch jeden Tag voll Freude erfüllt
nach Hause zurück.
Ich dachte, dies ist sehr
geheimnisvoll, weil wir einerseits betonen, dass die Arbeit mit den Armen
bedeutet, das Kreuz Christi auf sich zu nehmen. Doch waren die Brüder am Ende
des Tages so glücklich und deshalb wählten wir als Leitspruch: „Freudiger
Dienst mit Christus am Kreuz".
„Pater Richard, was ist Ihre größte
Freude bei dieser Arbeit?
Pater Ho Lung: Zu wissen, dass wir eins
sind mit Christus, ein Denken und Fühlen, und ebenso uns bewusst zu sein, dass
wir die Sakramente und das Wort Gottes leben. Es gibt eine große Wahrnehmung
der Nähe und Vertrautheit mit Gott. Wenn ich mir diese wunderbaren jungen
Berufungen anschaue, und ihre große Freude, Begeisterung und Offenheit sehe
sowie das Glück junger Menschen, selbst an der Schwelle des Todes; wenn ich
sehe, dass sie wirklich bereit sind, ihr Leben hinzugeben, nichts anderes kann
mir so viel Zufriedenheit schenken wie dies.
Worin bestand Ihr größtes Leiden bei
Ihrer Aufgabe?
--Pater Ho Lung: Unser größtes Leiden
war, als zwei unserer Brüder ermordet wurden. Sie wurden in Kingston mitten im
Zentrum des Armenviertels auf sehr geheimnisvoll Weise in der Nacht getötet.
In der ganzen Gegend war es sehr still
und mit einem Schuss wurden zwei unserer Brüder ermordet. Das war für mich und
für die Gemeinschaft bitter traurig.
Haben diese Morde für sie jemals Sinn gemacht ?
--Pater Ho Lung: Zunächst einmal zeigte
der Tod der Brüder die große Verbindlichkeit, die junge Menschen besitzen.
Keiner ist seitdem ausgetreten. Auch ist seit dem Tod unserer Brüder unsere
Gemeinschaft enorm angewachsen. Die tiefe Bedeutung des Kreuzes Christi wurde
ihnen plötzlich klar und was es bedeutet aus dem Kelch des Leidens zu trinken.
Dies prägte sich in ihre Herzen ein und wurde ihnen dadurch gegenwärtig. Die
Brüder mussten das aufarbeiten und verstehen lernen, dass es um etwas
Ernsthaftes geht. Es kann vielleicht sogar ihren Tod bedeuten, aber wir müssen
unsere Arbeit mit den Menschen fortsetzen. Die Abwanderung von der Insel, die
keine katholische Insel ist, war sehr stark. Für viele war die Tragödie des
modernen Lebens in den Armenvierteln von Jamaika unerträglich
„Pater Richard, was für Sehnsüchte
hegen sie jetzt gerade? Was sind Ihre Pläne? Welche Hoffnungen erfüllen Sie?
--Pater Ho Lung: In Jamaika wird darauf
hin gearbeitet, Abtreibung zu legalisieren. Dies ist eine Beleidigung Gottes.
Wir fuhren durch die Armenviertel, als die Brüder plötzlich zwei Plastiktüten
bemerkten. In den Plastiktüten befanden sich Babys, die ermordet worden waren.
Darauf kamen die Brüder zu mir und sagten: „Pater, du hast uns immer gelehrt,
dass Abtreibung das grausamste und das schrecklichste Verbrechen sei. Wir
brauchen ein Heim für ledige Mütter, für Frauen, die sonst abtreiben würden,
und ein weiteres für kleine Kinder als Möglichkeit für Frauen, die sonst ihre
Kinder zu töten würden".
Nach dem Gebet haben wir uns als
Gemeinschaft entschlossen, ein Haus zu eröffnen.
Viele der Frauen sind nicht
verheiratet, den Tag über können sie ihre Kinder bei
uns lassen. So können sie zur Arbeit gehen, anstatt ihren Job zu verlieren.
Abends können sie ihre Kinder abholen und mit nach Hause nehmen.
Außerdem möchten wir, dass es dort eine
Messe gibt und das Anrecht auf Evangelisierung direkt im Gebäude am Samstag und
Sonntag, damit die Menschen zu Christus und zur Kirche geführt werden können.
Dazu wünschen wir uns eine Klinik für
pränatale diagnostik, damit Frauen, die eine
Abtreibung in Betracht ziehen, zu uns kommen können und bei einer
Ultraschalluntersuchung das Kind sehen können. Dies muss sie überzeugen. Wir
würden sie fragen, ob sie unser Tagesheim in Anspruch nehmen wollen oder ob sie
wünschen, ihre Kinder bei uns zu lassen, um sie zu Adoption freizugeben. Wir
werden auf jeden Fall zu einer Lösung verhelfen.
[Dieses Interview wurde von Mark Riedemann für die wöchentliche Fernseh- und Radiosendung
„Wo Gott weint" des katholischen Radio- und Fernsehsenders in Verbindung
mit dem internationalen katholischen Hilfswerk „Kirche in Not" geführt. -
Übersetzung aus dem Englischen von Iria Staat] Zenit
2
Missbrauchsfälle in Kirche. Das Schweigen der Männer
Ettal/München.
Der letzte Schnee glänzt in der Mittagssonne, als am Freitag die Kirchenglocken
das Wochenende einläuten. Vor dem Kloster, das, umgeben von mächtigen Bergen,
seit 1330 im schönen Ettal steht, warten
kopfschüttelnde Frauen neben ihren Autos. Heftig diskutieren sie die Ereignisse
der vergangenen Tage, bis ihre Kinder endlich aus dem Klosterinternat stürzen.
Ein Junge, vielleicht zwölf Jahre alt, umarmt sogleich die Mutter und sagt
traurig: „Jetzt ist auch der Pater Maurus nicht mehr
da.“ Das wisse sie schon, sagt die Mutter, die in München dächten eben nicht an
die Kinder.
„Die in München“, das ist das
Erzbischöfliche Ordinariat, das vor dem Pater Maurus Kraß schon Ettals Abt Barnabas Bögle zurücktreten ließ. Beide hätten in der Vergangenheit
Missbrauchsfälle in dem Gymnasium zu vertuschen versucht, begründete das
Ordinariat die drastischen Maßnahmen. Von nun an, heißt es aus München, müsse
in Ettal endlich an die Kinder gedacht werden. Allen
will es derzeit um das Wohl der Kinder gehen, seit im Kloster Unruhe herrscht
und sich die Erzdiözese in Krisenmanagement übt.
Das Chaos begann Anfang vergangener
Woche, als ehemalige Schüler des Ettaler
Benediktinergymnasiums ihr jahrzehntelanges Schweigen brachen und sich an die
Medien wandten. Von langen Gutenachtküssen des Paters M. auf den Mund der
Kinder war zunächst die Rede, von Streicheleien und Befriedigung mit der Hand.
Sexueller Missbrauch habe im Kloster nicht nur stattgefunden, sondern sei der
Leitung bekannt gewesen.
Auf Tabula rasa gesetzt
Bald nach den Berichten über Missbrauch
in Ettal fühlten sich die Benediktiner mit der Aufklärung
der Vorwürfe überfordert. Obwohl das Kloster nicht der bischöflichen
Verfügungsgewalt unterliegt, baten sie die bischöfliche Erzdiözese München und
Freising um Amtshilfe. Wegen der jüngsten Missbrauchsskandale an den
Jesuitenschulen um Schadensbegrenzung bemüht, ließ sich die nicht lange bitten.
Der Generalvikar des Erzbischofs von München und Freising, Prälat Peter Beer,
setzte von nun an auf Tabula rasa. „Es gibt zur rückhaltlosen Aufklärung keine
Alternative, wenn die Abtei als solche eine Zukunft haben will“, sagte der
Sprecher der Diözese, Bernhard Kellner.
Die Erzdiözese setzte sofort zwei
Ombudsmänner ein, an die sich weitere mutmaßliche Missbrauchsopfer wenden
konnten: den Bischöflichen Beauftragten der Erzdiözese München und Freising für
die Prüfung von Vorwürfen sexuellen Missbrauchs, Monsignore
Siegfried Kneißl, und, als klosterfernen Ansprechpartner, Rechtsanwalt Burkard
Göpfert. Was folgte, war erschütternd: In den folgenden Tagen habe im Schnitt
alle zwei Stunden das Telefon geklingelt, sagte Göpfert am Freitagnachmittag.
Rund zwanzig mutmaßliche Opfer und zahlreiche Zeugen haben sich bis Freitag
gemeldet.
Die Anrufer berichteten sowohl von
sexuellem Missbrauch, der „weit über Streicheln hinausgeht“, als auch von
systematischer Gewalt. Neben dem 2009 verstorbenen Pater M. wurden drei weitere
Patres als mutmaßliche Täter genannt, die vor allem
in den siebziger und achtziger Jahren Schutzbefohlene missbraucht haben sollen.
Einer der beschuldigten Patres
war nach einem Vorfall ins Kloster Wechselburg versetzt worden, wo er fortan
ausgerechnet in der Jugendarbeit eingesetzt wurde. Zumindest für die länger
zurückliegenden Taten können die Patres nicht mehr
belangt werden, da sexueller Missbrauch von Kindern, zehn Jahre nachdem das
Opfer volljährig geworden ist, verjährt.
Mehrmals in der Woche aufs schlimmste
misshandelt
Als „die Hölle, die oft wieder
hochkommt“, beschrieb ein früherer Schüler seine Zeit in Ettal
in einer E-Mail. Ein anderer berichtete Kneißl, ein Pater habe ihn mehrmals in
der Woche aufs schlimmste misshandelt: „Mit Grauen erinnere ich mich an die
konstanten und furchtbaren Schläge.“ Eine Mutter schreibt von ihrem mutmaßlich
misshandelten Sohn, der nach seiner Zeit in Ettal als
Erwachsener zum Alkoholiker geworden sei. „Es geht darum, dass Kinder nicht
genügend geschützt und so über einen längeren Zeitraum traumatisierenden
Erfahrungen ausgesetzt waren“, schrieb ein Betroffener in einem Brief, aus dem
Kneißl zitierte. Und doch sagten viele, sie hätten eine sehr gute Zeit in Ettal gehabt, in der sie viel gelernt hätten, sagt Kneißl.
Tatsächlich genoss das Klostergymnasium
Ettal bis vorige Woche einen ausgezeichneten Ruf. Der
ehemalige bayerische Ministerpräsident Max Streibl wurde hier genauso
ausgebildet wie etwa der Theaterintendant Christian Stückl, der ehemalige Erste
Bürgermeister von Hamburg, Klaus von Dohnanyi, und der Wittelsbacher
Max Emanuel von Bayern. Dass von den Missbrauchsfällen jahrzehntelang nichts
nach außen gedrungen ist, scheint auf eine „Kultur der Verniedlichung, des
Verschweigens und der Ablehnung der Vorwürfe“ zurückzuführen zu sein, von der
einer der Zeugen berichtete. Schüler, die sich an die Klosterleitung gewandt
hätten, seien mundtot gemacht worden.
Nach seinem Tod fand sich ein
Geständnis
Bezeichnend für dieses System ist der
Fall von Pater M. Er war schon 1969 auffällig geworden, als er mit Schülern
nackt geduscht hatte. Vier Jahre lang war er anschließend vom Schuldienst
ausgeschlossen worden, durfte aber 1973 zurückkehren. So erst war es möglich
geworden, dass er sich an dem Opfer, das sich vergangene Woche als erstes
meldete, vergehen konnte. 1984 beschwerte sich die Mutter eines Schülers, doch
Pater M. wurde nur ein Jahr verbannt. Danach gab er den Schülern
Computerunterricht. Spätestens als im Jahr 2003 ein zwanzigjähriges
Abiturtreffen bevorstand und zwei der eingeladenen Schüler ihr Kommen davon
abhängig machten, dass Pater M. nicht anwesend sein dürfe, war die Schulleitung
informiert. Dennoch wurde das Arbeitsverhältnis mit dem Bruder erst ein Jahr
später beendet. Nach dem Tod von M. fand sich auf seinem Computer ein
Geständnis.
Dieser und ein weiterer Fall aus dem
Jahr 2005, in dem nun auch die Staatsanwaltschaft München ermittelt, wurden den
beiden höchsten Würdenträgern des Klosters Ettal zum
Verhängnis - Schüler hatten sich damals an die Internatsleitung gewandt. Sie
hätten aber nicht den Eindruck gehabt, dass ihre Angaben in der Form
weitergetragen worden seien, wie sie es erwartet hätten. Auch haben weder der
Abt noch sein Stellvertreter den Vorfall der Diözese gemeldet und damit gegen
die „Leitlinien zum Vorgehen bei sexuellem Missbrauch Minderjähriger durch
Geistliche“ aus dem Jahr 2002 verstoßen.
An ähnlichen Fällen mangelt es nicht
„Wir sprechen nicht von einem
Formfehler, sondern von beharrlichem Schweigen“, sagte Kellner. Auf Drängen
Beers ist am Mittwoch Abt Barnabas zurückgetreten, am Freitag schließlich
musste auch sein Stellvertreter freiwillig sein Amt abgeben - Pater Maurus ist nicht mehr da, und Kellner schloss auch weitere
personelle Konsequenzen nicht aus. In ähnlichen Fällen solle überdies ähnlich
reagiert werden, sagte Kellner.
An ähnlichen Fällen mangelt es der
katholischen Kirche derzeit nicht. In der Schule des Benediktinerklosters Sankt
Ottilien nahe München sowie in einem früheren Schülerheim der katholischen
Ordensgemeinschaft Salesianer Don Boscos in Augsburg
gibt es inzwischen ebenfalls Verdachtsfälle, die Jahrzehnte zurückliegen
sollen. „Es sind Vorermittlungsverfahren bei der Staatsanwaltschaft anhängig,
in denen wir überprüfen, ob sich Sachverhalte zu verfolgbaren Straftaten
ergeben“, sagte der Augsburger Oberstaatsanwalt Matthias Nickolai.
„Den Erkenntnissen zufolge liegen die bisher bekannten Vorwürfe lange zurück,
so dass die Verjährung nicht unwahrscheinlich ist.
Gleichwohl muss man die Umstände
genauer beleuchten, ob es nicht Hinweise auf weitere Vorfälle gibt.“ Auch in
Kloster Schäftlarn nahe München soll es Übergriffe
gegeben haben. In den sechziger Jahren habe sich ein Benediktiner-Pater dort im
Internat an Schülern vergangen, berichteten Medien. Der heutige
Internatsdirektor habe entsprechende Übergriffe bestätigt, der Pater sei zu
einer mehrjährigen Haftstrafe verurteilt worden.
Reaktion der Eltern „absurd und
kontraproduktiv“
Von den derzeit mehr als 500 Schülern
in Ettal gebe es indes praktisch keine Meldungen. Sie
werden derzeit von Rechtsanwalt Thomas Pfister befragt. Pfister ist von der
Diözese als „unabhängiger externer Sonderermittler zur Aufklärung von
Missbrauchsvorwürfen“ von München ins neunzig Kilometer entfernte Ettal geschickt worden, um von innen zu ermitteln. Dort
wird er auf Klosterangehörige treffen, die Kellner nicht kooperationswillig
genug sind, auf verunsicherte Lehrer, die in einer Presseerklärung weiterhin
geregelten Unterricht versprachen, und auf einen Elternbeirat, der vergangene
Woche einen Brief an den Münchner Erzbischof Reinhard Marx geschickt hat
und bat, das Rücktrittsgesuch des Abtes Barnabas abzulehnen. Die Eltern sehen Bögle und Kraß, die sie die
wichtigsten Vertrauenspersonen ihrer Kinder nennen, als Bauernopfer. Kellner
nannte die Reaktion der Eltern „absurd und kontraproduktiv“.
Bis diesen Freitag soll Pfister einen
ersten Bericht vorlegen, der öffentlich gemacht werden soll. Doch trotz der
verordneten Eile scheint es, als werde der jahrzehntelange Missbrauch nicht nur
die Opfer auf ewig quälen, sondern auch die Abtei Ettal
noch beschäftigen, wenn der letzte Schnee im Klosterinnenhof längst
verschwunden sein wird. Martin Wittmann, Faz 1
Nach Missbrauchsfällen. Warten auf tätige Reue der katholischen Kirche
M.Z. wurde am Canisius-Kolleg
missbraucht und hat dies bis heute verdrängt. Von der Bischofskonferenz ist der
47-Jährige enttäuscht – und fordert jetzt eine Entschädigung. Von Hadija Haruna
M.Z. will kein gläsernes Opfer sein. Er
möchte anonym bleiben, weiterleben, ohne von anderen gebrandmarkt zu werden.
Sein ganzes Leben lang hat der 47-Jährige geschwiegen, verdrängt, vergessen. Er
sagt: „Vielleicht aus Loyalität gegenüber der Kirche, dem Orden, der Schule,
der Erziehung, sicher aber aus Scham.“ So wie viele seiner damaligen
Klassenkameraden am Berliner Canisisus-Kolleg. 2009
hatten sie in der Vorbereitung auf ein Klassentreffen über damals gesprochen
und sich dann an die Ordensanwältin Ursula Raue gewandt. Einen Monat später
habe der Brief von Schulleiter Klaus Mertes im Briefkasten gelegen. Manche von
ihnen hätten sich im Anschluss gesammelt einen Anwalt gesucht.
Bei Manuela Groll hätten sich viele
nach all den Jahren zum ersten Mal wieder getroffen, manche hätten sich dort
erst kennengelernt, weil sie aus anderen Städten hinzugestoßen seien. Die
Gruppe hätte abgewartet, um zu sehen, wie die Kirche agiere. Jetzt nach der
Bischofskonferenz sei da diese immense Wut und Enttäuschung: „Es sind nicht nur
Einzeltäter. In den Erklärungen der ‚Täterorganisation‘ vermisse ich ein Wort:
Verantwortung. Wer übernimmt sie für das Vertuschen der Taten, die vor 30
Jahren mein Leben und das vieler anderer verletzt haben? Wir haben unseren Mund
aufgemacht und werden wieder einfach nur stehen gelassen.“
Nach der Entschuldigung des
Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch,
hat sich M.Z. in einem offenen Brief an die kirchlichen Institutionen gewandt.
Von Scham und Schande zu sprechen, sei nicht genug. „Was der Orden und die
Kirche damit zu tun haben? Als 13-Jähriger glaubte ich, dass der Pater im Namen
der Kirche spräche, der erklärte, mir helfen zu wollen, nicht der ,Sünde‘ der Masturbation“ anheimzufallen. Das war der
Vertrauensvorschuss, der die Taten erst ermöglichte. Deshalb klagen wir nicht
nur die Täter, sondern auch die Kirche an. Sie sind schuldig geworden durch
Wegsehen, Vertuschen und Verschweigen.“
M.Z. ist gläubiger Katholik. Wer mit
ihm spricht, vernimmt die klaren Worte eines Mannes, der sich gewappnet hat.
Auch für das Gespräch, weil er sich entschieden hat, doch zu sprechen, obwohl
da die Angst ist, zu viel zu sagen, sich zu sehr zu öffnen. M.Z. ist ein
sanfter Mensch. „Seit vier Wochen laufen in ganz Deutschland Hunderte
Betroffene herum, denen es so geht wie mir.“ Sie stehen unter extremer,
nervlicher Anspannung, was aber kein Wunder sei, wenn nach so langer Zeit der
Deckel vom Topf genommen werde und alles wieder da sei. „Es gibt Partner,
Kinder und Eltern, die jetzt zum ersten Mal von ihren Ehemännern und Vätern von
dem Missbrauch erfahren haben.“ Es sei ein Ausnahmezustand in der kleinen
West-Berliner Katholiken Diaspora von damals, weil es fast jeden betreffe. „Man
legt sich Zügel an, die Jahre streichen vorbei, und die Stille dämpft das
Gefühl. Dann schlägt man die Zeitung auf und liest seine Geschichte. Plötzlich
ist da die Erinnerung“, sagt M.Z.
Damit nicht alleine zu sein, sei
wichtig geworden. Auch, um endlich das Gruppenschweigen der vielen
missbrauchten Generationen zu brechen. Eine erste Anlaufstelle sei im Januar
das Forum der Spreeblick-Seite von Johnny Haeusler,
einem ehemaligen Canisius-Schüler, gewesen. „Das war
Therapie, Erinnerungsaufarbeitung und Selbsthilfegruppe in einem.“ Geschützt
durchs Netz hätten sich dort 60-Jährige mit 40-Jährigen und gegenwärtigen
Schülern vom Canisius-Kolleg ausgetauscht. Man habe
rekonstruiert: die Jahre, die Bilder, die Orte, die Gruppen, und sich erzählt,
dass es Familien gegeben habe, die zum Rektor gegangen seien und mit den
Worten, „dass der Patres den pubertierenden Kindern
helfen wolle“, abgebügelt worden seien.
Im Blog finden sich an die 500
Einträge, die einen Einblick hinter die Kulissen des Canisius-Kollegs
gewähren: „Die Sache mit den ausgesprochen schmerzhaften Handgreiflichkeiten
gehört zu den Dingen, die wir an entsprechender Stelle (dem Rektor) vorgetragen
haben. Seine Reaktion: ‚Noch ein Wort und ihr bekommt alle (drei) einen Tadel.
Da ist die Tür!‘ “ Ein anderer Forums-Teilnehmer
schreibt: „Mir sind Menschen bekannt, die in diesem Internat von diesen
Pfaffen, die zugleich als Lehrer und Erzieher fungierten, regelmäßig nachts
genital missbraucht worden sind. Gerüchten und Hilferufen der Kinder ist nicht
nachgegangen worden. Alles wurde unter den Teppich gekehrt, verzweifelte Kinder
wurden als Lügner und Verleumder dargestellt und die Eltern dieser Kinder
genötigt, ihre verdorbenen Kinder von der Schule zu nehmen. Nicht ein Fall ist
vor Gericht gekommen, nicht ein einziger der Pfaffen zur Rechenschaft gezogen
worden.“
M.Z. hat seinen Eltern nichts gesagt.
„Da ist etwas, das geht mit dem Missbrauch zusammen. Man ist emotional abhängig
und fühlt sich selbst schuld an der Lage. Dann wird akzeptiert und verdrängt.“
Im Gegensatz zu Täter-Pater Wolfgang S., der seine Schüler einzeln zu sich gerufen
habe, habe Peter R. die Methode des charismatischen Lehrers verfolgt, der seine
Schüler wie Jünger um sich geschart habe. Der Missbrauch sei ein offenes
Geheimnis gewesen. „Heute erscheint es mir fast sektenartig, wie er seine
Jugendarbeit organisiert hat.“ So hätten es beide Patres
geschafft, die Kinder emotional zu verwickeln. „Weil sie eine große Rolle im
Leben und Fühlen von uns gespielt haben. Man hat die beiden ja gemocht, sonst
wäre man ihnen auch nicht auf den Leim gegangen.“ Und später sei dann die Scham
gekommen, die die Täter auch so lange geschützt habe. „Jemand der so nah ist,
der sich so in dein Herz geschlichen hat, den kriegt man schwierig wieder
heraus. Und das vergiftet später alle Beziehungen, die man hat.“ Neben den
körperlichen Schäden und dem Seelenmord sei es vor allem der
Vertrauensmissbrauch, der so viel Schaden anrichte.
Die Mandantengruppe
von Anwältin Groll ist vernetzt. „Wir sind dabei, uns als Gruppe weiter zu
formieren“, sagt M.Z. Er und viele andere seien jetzt vor allem wütend darüber,
mit welcher Leichtigkeit den Bischöfen das Wort von der Verzeihung über die
Lippen ginge, ohne dass sie darüber nachdenken würden, wie sie den Opfern
helfen könnten. Dass sie sich bemühen wollten, neuen Fällen vorzubeugen, sei
wichtig. Ob die getroffenen Maßnahmen reichten, weil innerkirchliche
Richtlinien und ein interner Sonderbeauftragter nicht ausreichten, um sexuell
missbrauchten Opfern zu ihrem Recht zu verhelfen oder sie wirksam zu schützen,
eine andere Frage. Deshalb sei die Gruppe auch nur im ersten Schritt zu
Ordensanwältin Raue gegangen. „Sie ist eine ‚Eingangsperson‘ und hat sensibel
reagiert. Doch wir bezweifeln, dass jemand, der von der Kirche bezahlt wird,
wirklich zu 100 Prozent loyal sein kann, auch, wenn er es will.“
M.Z. erwartet Genugtuung für das
Versagen einer Institution, die ihre Kinder nicht beschützt habe.
Wiedergutmachung sei der falsche Begriff. „Was zerstört wurde in unserem Leben,
lässt sich nicht wiedergutmachen. Aber man kann uns aufklären.“ Nach den
ausgebliebenen Zugeständnissen der Bischofskonferenz fordern er und andere
Mitstreiter, dass die kirchlichen Institutionen die Verantwortlichen benennen
und ihre Archive externen Ermittlern öffnen. „Wer ist heute noch im Amt? Sind
sie bereit, darüber zu sprechen? Die Wahrheit könnte uns helfen, die Folgen
besser zu verschmerzen und einen neuen Anfang zu machen, wo so viel Leben
verdunkelt und zerstört wurde.“ Es solle nicht jeder um seinen eigenen Fall
kämpfen müssen. Auch ginge es nicht um die finanzielle Entschädigung einzelner,
sondern um eine, die die Kosten der Folgetherapien und der Schäden aller
Betroffenen gesammelt tragen würde. Es gehe um ein ernsthaftes Angebot, das ein
Exempel statuiere. Ein warmer Händedruck genüge nicht, und einfach einen Haken
dran zu machen, sei nicht möglich. „Was ist mit uns, mit denen, die jetzt auf
die Bühne getreten sind und mit den Folgen leben? Das Verhalten der Kirche
zeigt mir, dass sie immer noch nicht begriffen hat, was Missbrauch mit Kindern,
die erwachsen werden, anrichtet. Das braucht es aber, damit sich etwas ändern
kann.“ Tsp 1
Lutherische Bischöfe erwarten ökumenische Impulse von Kirchentag
Tutzing
(epd). Vom 2. Ökumenischen Kirchentag in München können nach Auffassung
lutherischer Bischöfe weitergehende Impulse für die gemeinsame Glaubenspraxis
von Katholiken und Protestanten ausgehen. Die auf dem Kirchentag im Mai
angebotene orthodoxe Vesper in Form eines "gemeinsamen Brotbrechens"
könne sich zu einem neuen Format für interkonfessionelle Feiern entwickeln,
sagte der braunschweigsche Landesbischof Friedrich
Weber am Montag in Tutzing.
Der 2. Ökumenische Kirchentag findet
vom 12. bis 16. Mai in München statt und trägt das Motto "Damit ihr
Hoffnung habt". Zu dem Christentreffen werden mehr als 100.000
Dauerteilnehmer erwartet. Zum Stand der Beziehungen zwischen den Kirchen
bemerkte Weber als Catholica-Beauftragter der
Vereinigten Evangelisch-Lutherischen Kirche Deutschlands (VELKD), dass die
theologischen Lehrgespräche zwischen Katholiken und Protestanten "sehr
gut" verliefen. So wäre beispielsweise auch eine gemeinsame Erklärung zur
strittigen Frage der Abendmahlsfeier denkbar.
Missbrauch sei „kein spezifisches
Problem der katholischen Kirche“
Einen Runden Tisch für alle
gesellschaftlich relevanten Gruppen in Sachen Missbrauch: Das fordert der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch. Denn sexueller Missbrauch von Kindern sei „kein
spezifisches Problem der katholischen Kirche“, erklärte Zollitsch
in einem Interview der „Welt am Sonntag“. Auch wenn jedes Vergehen durch
Priester ein besonders schlimmer Vertrauensbruch sei, sei Missbrauch ein
gesamtgesellschaftliches Problem. Von den rund 15.000 Fällen, die pro Jahr in
Deutschland staatsanwaltlich erfasst würden, spielten sich die wenigsten in
einem kirchlichen Rahmen ab. Eine gesellschaftliche Debatte über die
Verlängerung der Verjährungsfristen würde Zollitsch
ausdrücklich begrüßen. Dabei müssten aber insbesondere die Anliegen der Opfer
berücksichtigt werden. Über diese und andere Fragen werde er gerne auch mit
Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger reden, nachdem diese
inzwischen ja ihre Zweifel an der Rechtstreue der Kirche zurückgezogen habe.
Eine Aufweichung des Beichtgeheimnisses lehnt Zollitsch
in diesem Zusammenhang strikt ab. Er würde allerdings jedem Täter „intensiv zur
Selbstanzeige raten“. Doch auch Opfer müssten sich weiterhin an die Kirche
wenden können, ohne fürchten zu müssen, dass der Fall auch gegen ihren
ausdrücklichen Willen vor Gericht komme. Mit Sorge beobachtet er, dass die
Kirchen oft „vorschnell und pauschal“ attackiert würden. Natürlich blieben sie
manchmal hinter ihrem sehr hohen moralischen Anspruch zurück. Aber manchmal
habe er auch den Eindruck, dass mit der Kritik an der evangelischen und der katholischen
Kirche eine gewisse Entlastungsfunktion verbunden sei. Man habe einen
Sündenbock, auf den man einschlagen kann, und müsse sich dann nicht mit den
eigenen Fehlern befassen, so Zollitsch. kna 28
Debatte um Missbrauchsfälle. Zollitsch sagt ab
Erzbischof Robert Zollitsch
sieht sexuellen Missbrauch nicht als spezifisches Problem der katholischen
Kirche. Opfer gebe es vor allem im Familienumfeld. Er will deshalb keinen
runden Tisch für Katholiken.
Der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, hat
einen "runden Tisch" zur Aufarbeitung des sexuellen Missbrauchs von
Kindern durch Geistliche abgelehnt. Dafür hatte vor einigen Tagen im Streit mit
Zollitsch Bundesjustizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) plädiert.
"Sexueller Missbrauch von Kindern
ist kein spezifisches Problem der katholischen Kirche. Es hat weder etwas mit
dem Zölibat zu tun, noch mit Homosexualität, noch mit der katholischen
Sexuallehre. Deshalb brauchen wir auch keinen runden Tisch speziell für die
katholische Kirche", sagte Zollitsch der Welt am
Sonntag.
Sexueller Missbrauch sei ein
gesamtgesellschaftliches Problem. Zollitsch sagte,
nach Angaben von Fachleuten sei die Gefahr, dass katholische Priester Kinder
missbrauchten 36-mal geringer als bei anderen Berufsgruppen. Die meisten
Vorfälle geschähen im Familienumfeld.
Bundeskanzlerin Angela Merkel hat sich
am Sonntag erstmals persönlich zu den sexuellen Missbrauchsfällen in
katholischen Schulen und anderen Kircheneinrichtungen geäußert.
"Kindesmissbrauch ist eines der schrecklichsten Delikte", sagte die
CDU-Politikerin im Interview der ARD-Sendung Bericht aus Berlin. Deshalb sei
Aufklärung zentral.
Sie habe den Eindruck, dass die Kirche
dies auch anerkenne. Merkel begrüßte es, dass der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, sich
bei den Opfern entschuldigt habe und die kirchlichen Leitlinien zur
Untersuchung von Missbrauchsfällen überarbeitet werden sollen.
Inzwischen sind 150 Fälle von sexuellem
Missbrauch in katholischen Einrichtungen bekanntgeworden. Justizministerin
Leutheusser-Schnarrenberger hatte ein gemeinsames Forum aus Opfer-, Staats- und
Kirchenvertretern unter anderem angeregt, um der Kirche Gelegenheit zu bieten,
mit den Opfern über freiwillige Entschädigungen zu reden.
Die FDP reagierte
"enttäuscht" auf das Nein Zollitschs. Der
parlamentarische Geschäftsführer und rechtspolitische Sprecher der
Bundestagsfraktion, Christian Ahrendt: "So entsteht nicht mehr Vertrauen
der Öffentlichkeit in die Aufarbeitungsbemühungen der katholischen Kirche,
insbesondere vor dem Hintergrund der stetig gestiegenen Opferzahlen in den
letzten Tagen und einer bedauerlicherweise immer noch zu befürchtenden großen
Dunkelziffer."
Der von Leutheusser-Schnarrenberger
vorgeschlagene runde Tisch "böte die Möglichkeit, unabhängig von der
strafrechtlichen und strafprozessualen Regelung einen Dialog mit den Opfern
aufzunehmen und zur Aufarbeitung beizutragen". Die katholische Kirche
solle ihre Ablehnung noch einmal überdenken.
Sollte die Ministerin einen runden
Tisch für alle gesellschaftlich relevanten Gruppen einrichten, werde die Kirche
"natürlich dabei" sein, erklärte Zollitsch.
Jedenfalls nehme er die Einladung der Ministerin zu einem Gespräch an. Er hält
es für positiv, wenn über die Verlängerung der Verjährungsfrist bei sexuellem
Missbrauch debattiert wird. "Dabei sind die Anliegen der Opfer sowie der
Umstand zu berücksichtigen, dass die Taten oft lange zurückliegen."
"Wir haben dazugelernt" - Auf
die Frage, warum viele Missbrauchsopfer lange bei kirchlichen Stellen auf taube
Ohren stießen, sagte der Erzbischof: "Diese Fälle liegen in der Regel 25,
30 Jahre zurück. Damals hat man geglaubt, dass, wenn die Täter ihr Unrecht
einsehen, das nicht mehr vorkommt. Es war naiv, das zu glauben."
Gleichzeitig habe man damals das ganze
Thema anders beurteilt. Zollitsch: "Es gab in
den 70er Jahren eine Diskussion, ob die Strafbarkeit von Sexualität mit Kindern
abgeschafft werden sollte. Wir haben das von der Moraltheologie her immer
abgelehnt. Aber der Umgang mit dem Thema war nicht reflektiert. Da haben wir
dazugelernt."
Der Erzbischof von München und
Freising, Reinhard Marx, forderte die Kirche angesichts der Missbrauchsfälle in
kirchlichen Schulen zu Umkehr und ehrlicher Aufklärung auf. Im Münchner
Liebfrauendom sagte Marx am Sonntag einer Mitteilung zufolge: "Mit
Bestürzung und Scham müssen wir feststellen, dass in der Mitte der Kirche, in
der Gemeinschaft der Gläubigen, vieles geschehen ist, was wir mit Schrecken
wahrnehmen." Dies sei der Aufruf dazu, "nichts zu verschweigen,
nichts zu vertuschen, der Wahrheit ins Auge zu sehen", sagte Marx weiter.
(sueddeutsche.de/Reuters/dpa 28)
Kreuze im Gericht? Der Staat darf sich einfach keiner religiösen Symbole bedienen
Ein Umzug ist eine Gelegenheit, sich
von gewohntem Hausrat zu trennen, den man zwar längst nicht mehr brauchte, den
man aber auch noch nicht entsorgen wollte. Das mögen sich auch die Präsidenten
des Amts- wie des Landgerichts in Düsseldorf gedacht haben. Sie haben
entschieden, beim Umzug in ihr neues Dienstgebäude die Kruzifixe, die bisher in
den Gerichtssälen hingen, nicht mitzunehmen. Ein Skandal, wie nun manche
schimpfen – oder eine verständliche Entscheidung? Um es (nur etwas) zugespitzt
zu sagen, und zwar (das mag die kleine Provokation dabei sein) auch aus betont
christlicher Sicht – also nicht nur staatsrechtlich betrachtet: Sie hätten
schon im alten Gebäude längst abgehängt gehört! Wie das?
Zunächst das Staatsrecht: Schon die
Weimarer Verfassung, deren Religionsartikel unverändert ins Grundgesetz
übernommen wurden, enthielt dazu eine glasklare Bestimmung: „Die bürgerlichen
und staatsbürgerlichen Rechte und Pflichten werden durch die Ausübung der
Religionsfreiheit weder bedingt noch beschränkt.“ Mit anderen Worten: Wo immer
der Staat mir, Pflichten einfordernd, gegenübertritt, haben religiöse
Anmutungen, Zumutungen und Symbole nichts verloren. Mein Staats- und
Kirchenrechtslehrer pflegte den Kandidaten für Staatsexamen, die ihren
Lebenslauf etwa mit dem Satz begannen: „Ich, NN, lutherischen Bekenntnisses,
geboren am …“, die Akte sofort mit der Bemerkung zurückzugeben: „Das gehört
nicht hierher!“ Er hätte auch sagen können: Sie haben in der entsprechenden
Vorlesung offenbar geschlafen.
Eigentlich müsste der Verzicht auf
religiöse Symbole auch für die staatlichen Klassenzimmer gelten. Aber aus
juristisch völlig unerfindlichen Gründen hatte das Bundesverfassungsgericht
einstmals freihändig judiziert: Diese Religionsartikel gelten nicht für die
Schulen, obwohl auch dort eine staatliche Pflicht zu erfüllen ist – die
Schulpflicht eben. (Aus dieser widersprüchlichen Gemengelage entwickelte sich
später der Streit um das Kruzifix-Votum aus Karlsruhe.) Ganz bestimmt aber darf
niemand gezwungen werden, vor einem religiösen Symbol in einem staatlichen
Gerichtsverfahren auszusagen. Und zwar weder der Anhänger einer anderen
Religion noch der Atheist; noch muss ich es mir als Protestant gefallen lassen,
dass der Staat es sich herausnimmt, mir mein religiöses Symbol als staatliche
Zumutung vorzuhalten. Erst recht geht es nicht an, dass der Staat verlangt:
Wenn es dir nicht passt, sag’s doch, dann hängen wir es im Einzelfall ab. Denn
auch das steht im Grundgesetz: „Niemand ist verpflichtet, seine religiöse
Überzeugung zu offenbaren.“ Auch nicht seine atheistische!
Und nun das Christliche: Just Christen
müssten sich dagegen verwahren, dass ihr kardinales Symbol, dass die Erinnerung
an Christi machtlosen Opfertod dazu benutzt wird, der Staatsmacht, auch der
demokratischen Staatsmacht den Rücken zu stärken. Schon der religiöse Eid mit
der Formel „So wahr mir Gott helfe“ ist, genau genommen, theologisch
unerträglich. Denn er soll ja, etwas ausführlicher formuliert sagen: „Falls ich
nicht die Wahrheit sage oder mein Amtsversprechen nicht halte, soll ich unter
Menschen derart verflucht sein, dass nur noch Gott mir helfen kann:“ Diese
Selbstverfluchung zu verlangen (und auszusprechen!), ist menschlich wie
theologisch ein Skandal in sich. (Es ist übrigens etwas ganz anderes, ein Amt
anzutreten mit der Formel und der subjektiv nur zu berechtigten Bitte, fast mit
einem kleinen Gebet: „Ja, mit Gottes Hilfe!“)
Gerade wer seine gesellschaftliche
Verantwortung aus etwa christlicher Sicht wahrnehmen will, muss um der eigenen
Überzeugung und der Freiheit anderer willen auf einer klaren Trennung der
Sphären bestehen. Robert Leicht Tsp 1
Deutschland: „Schwere Stunden“ für die Kirche
Die Kirche in Deutschland durchlebt
derzeit „schwere Stunden“. Das sagte der Münchner Erzbischof Reinhard Marx am
Sonntag beim Gottesdienst zur Weihe eines neuen Weihbischofs im Münchner
Liebfrauendom. Marx äußerte sich damit erstmals zum Missbrauchsskandal in der
deutschen Kirche. Mit „Bestürzung und Scham“ müsse er feststellen, dass in den
vergangenen Wochen in der Mitte der Kirche vieles geschehen sei, „was wir nur
mit Schrecken wahrnehmen“.
Seit zehn Jahren „Lobbyist Gottes“ - Er
gilt als eine Art „Lobbyist Gottes“: Seit dem 1. März 2000 vertritt Prälat Karl
Jüsten die Deutsche Bischofskonferenz im politischen
Berlin. Im Domradio-Interview schildert der
48-jährige Leiter des Katholischen Büros bei der Bundesregierung seine
Erfahrungen aus zehn Jahren Arbeit.
„Wir als Kirche werden nach wie vor zu
den wichtigsten gesellschaftspolitischen Fragen gehört. Wir können unsere
Vorstellungen einbringen. Ich habe bei allen politischen Gesprächspartnern
immer offene Ohren gefunden: Das ging jeweils weit über den kirchlichen Bereich
hinaus. Da habe ich sehr gute Erfahrungen gemacht, vor allem wenn wir unsere Anliegen
aus Sachgründen vortragen und eindeutig klar ist, dass es dem Allgemeinwohl
dient. Dann hat die Stimme der Kirche nach wie vor ein großes Gewicht.“ (domradio)
Irak: Christen gehen gegen Gewalt auf die Straße
Gegen die anhaltende Gewalt sind in Bagdad
und Mossul am Sonntag Christen, darunter Priester und
Bischöfe, auf die Straße gegangen. An den spontanen Kundgebungen nahmen über
eintausend Menschen teil. Auf Transparenten verlangten die Demonstranten, das
„Gemetzel an Christen“ zu beenden. Zudem forderten sie ein entschlossenes
Eintreten der Regierung für den Schutz der Minderheiten im Land.
Hintergrund der Kundgebung ist die neue
Gewaltserie gegen christliche Kirchen im Irak. Bei verschiedenen Angriffen
kamen allein im nordirakischen Mossul in den
vergangenen zwei Wochen neun Christen ums Leben. Papst Benedikt XVI. hatte am
Sonntag seine Sorge über die Gewalt gegen Christen und andere nichtmuslimische
Minderheiten im Irak bekundet und die Behörden des Landes zu einem wirksameren
Schutz aufgefordert. Der Papst sagte nach dem Angelusgebet
am Sonntag auf dem Petersplatz:
„Heute möchte ich mich besonders dem
Gebet anschließen, der vom Bischofsrat in Ninive ersucht wird. Ich bin allen
Christen in dem Land nahe. Sie sollen nie aufgeben, sich für das Gute in ihrem
Vaterland einzusetzen. Sie sind schon seit Jahrhunderten ein vollwertiger Teil
dieses Landes. Und schließlich grüsse ich die Iraker
auf dem Petersplatz. Ich rufe die internationale Staatengemeinschaft auf, den
Irakern eine Zukunft der Versöhnung und Gerechtigkeit zu ermöglichen. Auch
wünsche ich in der Hoffnung auf Gottes Hilfe, dass alles getan wird, damit dort
wieder Frieden herrscht.“ (rv 1)
EKD-Ratsvorsitz. Schneider soll Käßmann folgen
Nach dem Rücktritt von Margot Käßmann soll der Präses der
Evangelischen Kirche im Rheinland, Nikolaus Schneider, zum neuen
Ratsvorsitzenden der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) gewählt werden.
Schneider ist seit dem Rücktritt der amtierende Ratsvorsitzende.
Die Präses
der EKD-Synode, Bundestagsvizepräsidentin Katrin Göring-Eckardt (Grüne), und
der bayerische Landesbischof Johannes Friedrich sprachen sich am Samstag nach
einer Tagung des Rates der EKD dafür aus, dass Schneider, 62, die EKD nicht nur
wie bislang vorgesehen bis zur Tagung der Synode im Herbst führt, sondern dort
auch zum neuen Ratsvorsitzenden gewählt werden solle. Es hieß, der Rat habe
sich fast einmütig für diese Lösung ausgesprochen. Göring-Eckardt, Friedrich
und Schneider hoben hervor, dass der Rat mit diesem Votum der Synode nicht
vorgreifen wolle.
Deutsche halten Rücktritt für richtig
Dass Käßmann
zu Recht zurückgetreten ist, finden laut einer repräsentativen Emnid-Umfrage
für „Bild am Sonntag“ 58 Prozent der Protestanten. Bei Katholiken und den
Deutschen insgesamt halten je 51 Prozent den Rücktritt für richtig.
Die katholische Kirche verliert derweil
deutlich an Vertrauen. Nicht einmal ein Drittel der Deutschen (30,3 Prozent)
halten sie für ehrlich, wie eine repräsentative Befragung des
Meinungsforschungsinstituts Omni Quest für den
„Kölner Stadt-Anzeiger“ ergab (Siehe auch: Deutsche halten katholische Kirche
für unehrlich). Dass die Kirche zur Aufklärung der Missbrauchsfälle beiträgt,
glauben nur knapp 20 Prozent, wie die Meinungsforscher im Auftrag der
„Frankfurter Rundschau“ herausfanden. Faz 28
Käßmann-Nachfolger Schneider Solide, brav, männlich
Nikolaus Schneider soll Margot Käßmanns als Ratsvorsitzender nachfolgen. Wahrscheinlich
ist der ruhige Teamspieler das Beste, was der evangelischen Kirche derzeit
passieren kann. Ein Kommentar von Matthias Drobinski
Als die Alkoholfahrt der Bischöfin
Margot Käßmann bekannt wurde, gab es in den Mails ans
Kirchenamt und in den Internetforen eine Menge Häme. Mittlerweile ist sie
abgelöst von einer Flut der Trauer und der Bitten, doch vom Rücktritt
zurückzutreten.
Mit Käßmann
ist nicht einfach nur eine Frau vom Ratsvorsitz der evangelischen Kirche
zurückgetreten, die einen schweren Fehler gemacht hat. Es ist vorerst auch das
Modell einer Kirche gescheitert, in der eine geschiedene Frau an der Spitze
stehen kann, die über das enger gewordene Milieu der Überzeugten hinaus wirkt
und für Menschen attraktiv ist, die Kirchen sonst als grau und staubig
wahrnehmen.
Der Fall der Ratsvorsitzenden zeigt die
Kehrseite jener Personalisierung, die mit Wolfgang Huber begonnen hatte: Sie
funktioniert nur, wenn Person und Bild übereinstimmen. Was für Käßmann bedeutet hätte: Sie hätte als gefallenes Vorbild
wieder als Idealbild identifizierbar werden müssen, eine an die Grenzen des
Menschlichen gehende Aufgabe, die sie nicht mehr tragen konnte.
Mit Nikolaus Schneider, dem rheinischen
Präses, trennen sich Amt und Person wieder stärker.
Schneider ist klug, respektabel, sympathisch, aber Margot Käßmanns
Charisma hat er so wenig wie ihre Verbindung von Spiritualität und Engagement.
Wahrscheinlich ist der ruhige
Teamspieler das Beste, was der evangelischen Kirche derzeit passieren kann; der
rheinische Präses sollte nicht unterschätzt werden.
Mental aber steht diese Kirche wieder da, wo sie in den 90-er Jahren stand:
solide, brav, geführt von 60-jährigen Männern. Wachsen gegen den Trend kann sie so nicht. Bestenfalls wird es dazu reichen, sich
gegen den Strom der Zeit zu stemmen. SZ 1
Käßmann-Nachfolger Schneider. Ärger über "mediale Scheinheiligkeit"
Der amtierende EKD-Ratsvorsitzende
Nikolaus Schneider spricht im FR-Interview über sein Selbstverständnis und den Käßmann-Rücktritt. Nikolaus Schneider, 62, Präses im Rheinland, ist nach dem Rücktritt Margot Käßmanns amtierender Vorsitzender des Rates der
Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD). Der EKD-Rat sprach sich am Samstag
bei seiner Sitzung in Tutzing einmütig für Schneider
als neuen Ratsvorsitzenden aus. Offiziell wird die EKD-Synode im November
entscheiden.
Herr Präses,
Margot Käßmann galt als "das Gesicht der
EKD". Als was sehen Sie sich?
Als Nikolaus Schneider, der jetzt als
amtierender Ratsvorsitzender stärker in Anspruch genommen ist als bisher.
Ansonsten als ein Pastor und Seelsorger, der den Menschen das Evangelium
verkündigt, und als Repräsentant einer Kirche, die sich aus dem Glauben heraus
für Gerechtigkeit, Frieden und die Bewahrung der Schöpfung einsetzt.
Hat der Promi-Faktor der
Persönlichkeiten Wolfgang Huber und Käßmann ihrem Amt
als Ratsvorsitzende geschadet?
Ich denke, jede und jeder an
herausgehobener Stelle in Staat, Gesellschaft und Kirche erfährt auf
unterschiedliche Weise besondere Beachtung. Aber ob das ein Promi-Faktor ist ...
Die Wahrnehmung als eine Art
"evangelischer Papst" kann einem aufrechten Protestanten jedenfalls
nicht recht sein
... Aus unserem protestantischen
Verständnis vom Priestertum aller Glaubenden sind wir ja alle ein bisschen
Papst - aber natürlich nicht so, wie Sie das gemeint haben.
Wollen Sie Ihr Amt genauso ausüben wie
Ihre Vorgänger?
Ich werde die Aufgaben, die ich jetzt
zu bewältigen habe, mit den Fähigkeiten und Begabungen angehen, die mir
mitgegeben sind. Ich bin Nikolaus Schneider und werde so sein und so arbeiten,
wie ich es eben bin und kann.
Welche eigenen Herzensanliegen bringen
Sie ein?
Dass wir als Kirche mit der frohen
Botschaft von der Liebe und Gnade Gottes nah bei den Menschen bleiben, daran
müssen wir treu arbeiten; und das in ökumenischer Gemeinschaft. Und daraus
ergibt sich auch, dass wir die Stimme für all jene erheben, die sich selbst in
dieser Welt kein Gehör verschaffen können.
Die Synoden-Präses
Katrin Göring-Eckardt ist eine Grüne. Sie selbst sind zuletzt mit scharfer Kritik
an den Steuersenkungsplänen von Schwarz-Gelb aufgefallen. Ist die neue
EKD-Führung die Spitze einer außerparlamentarischen Opposition?
In der Barmer Theologischen Erklärung
von 1934 steht nichts von außerparlamentarischer Opposition, aber immerhin steht
in der 5. These: "Die Schrift sagt uns, dass der Staat nach göttlicher
Anordnung die Aufgabe hat, in der noch nicht erlösten Welt, in der auch die
Kirche steht, nach dem Maß menschlicher Einsicht und menschlichen Vermögens
unter Androhung und Ausübung von Gewalt für Recht und Frieden zu sorgen."
Das ist Sache des Staates, und Sache der Kirche ist: "Sie erinnert an
Gottes Reich, an Gottes Gebot und Gerechtigkeit und damit an die Verantwortung
der Regierenden und Regierten." Das ist unser Ding.
Werden Sie im Falle Ihrer Wahl die
volle Amtszeit von sechs Jahren ausschöpfen?
Im Moment sind andere Fragen viel
wichtiger und nahe liegender, als mir über Ämter, Wahlen und Wahlperioden
Gedanken zu machen. Ich werde mir diese Fragen im Respekt vor der Synode und
den in unserer Kirche geltenden Verfahrensweisen zu gegebener Zeit stellen
lassen.
Was hat Sie an der Diskussion um den
Rücktritt Margot Käßmanns am meisten aufgeregt?
Manche Häme, die über Margot Käßmann ausgekippt wurde - und auch manche mediale Scheinheiligkeit.
Welche Rolle wünschen Sie sich künftig
für Ihre Vorgängerin?
Jedenfalls eine, in der wir ihre
wichtige und klare Stimme auch in Zukunft zu hören bekommen. (Interview:
Joachim Frank) FR 1
Papst: „Helft den irakischen Christen!“
Mit „tiefer Trauer“ hat Papst Benedikt
XVI. über die in der nordirakischen Stadt Mossul in
den vergangenen Wochen ermordeten Christen erfahren. Die Tötung vieler Christen
im Zweistromland bereite ihm des Weiteren große Sorge. Das sagte das
katholische Kirchenoberhaupt nach dem Angelusgebet an
diesem Sonntag auf dem Petersplatz. Er sei aber nicht nur für die Christen
sondern für alle verfolgten Menschen in dem Krisenstaat besorgt. Deshalb habe
er während den Fastenexerzitien im Vatikan für die Menschen im Irak gebetet.
Der Papst wörtlich:
„Heute möchte ich mich besonders dem
Gebet anschließen, der vom Bischofsrat in Ninive ersucht wird. Ich bin allen
Christen in dem Land nahe. Sie sollen nie aufgeben, sich für das Gute in ihrem
Vaterland einzusetzen. Sie sind schon seit Jahrhunderten ein vollwertiger Teil
dieses Landes. Und schließlich grüsse ich die Iraker
auf dem Petersplatz. Ich rufe die internationale Staatengemeinschaft auf, den
Irakern eine Zukunft der Versöhnung und Gerechtigkeit zu ermöglichen. Auch
wünsche ich in der Hoffnung auf Gottes Hilfe, dass alles getan wird, damit dort
wieder Frieden herrscht.“
Von den politischen Verantwortlichen
des Landes erhoffe sich der Papst, dass alles unternommen werde, damit die
Sicherheit aller religiösen Minderheiten im Irak gewährleistet werde.
„Ich bete für Erdbebenopfer in Chile“ -
Papst Benedikt XVI. hat der Erdbebenopfer in Chile gedacht. Er bete für die
Toten und sei den notleidenden Überlebenden geistlich verbunden. Das sagte er
am Sonntag nach dem Angelus-Gebet auf dem Petersplatz in Rom. Die kirchlichen
Hilfsorganisationen und viele andere Einrichtungen und Personen würden den
Betroffenen helfen. Die Zahl der Toten nach dem Erdbeben und dem folgenden
Tsunami in Chile am Samstag wird weiter steigen. Davon gehen die chilenischen
Behörden aus.
„Fastenzeit ist Umkehrzeit“ - Die
Fastenzeit ist eine Einladung an alle, über die Frohe Botschaft nachzudenken.
Das sagte Papst Benedikt beim Mittagsgebet an diesem Sonntag auf dem
Petersplatz. Vor rund 60.000 Menschen erinnerte Benedikt daran, dass Jesus die
einzige Stimme sei, die man hören und folgen solle. Das Wort Jesu solle das
Hauptmerkmal der menschlichen Existenz sein, sagte der Papst weiter. Vor dem
Angelus-Gebet hatte das Kirchenoberhaupt über die Verklärung Jesu gesprochen
und alle Gläubigen ermuntert, in der Fastenzeit regelmäßig über Bibelstellen zu
meditieren. Der Papst erinnerte daran, dass er die vergangene Woche an den
Fastenexerzitien teilgenommen habe. Herzlich grüßte er dann die Pilger und
Besucher aus den Ländern deutscher Sprache auf dem Petersplatz wie auch alle,
die über Rundfunk und Fernsehen mit ihm verbunden waren.
„Kehrt um und glaubt an das Evangelium“
(Mk 1, 15) – diese Worte Jesu begleiten uns durch die
Fastenzeit. Es geht um eine Umkehr, einen Blickwechsel: Wir wollen auf Christus
schauen und in ihm das Antlitz des Himmlischen Vaters erkennen, der jedem
Menschen seine Liebe und sein Erbarmen schenken will. Diesem guten und treuen
Gott wollen wir entsprechen, wenn wir der göttlichen Liebe in der Welt Gestalt
geben. Der Herr schenke euch dazu eine gesegnete Fastenzeit!“ (rv 28)
Vatikan: „Europäer mögen Sinti und Roma nicht“
Gegenüber Sinti und Roma herrscht in Europa
Rassismus. Das hat Kurienerzbischof Agostino Marchetto
kritisiert. Diese Minderheit werde leider weiterhin in allen Ländern
diskriminiert, so der Sekretär des Päpstlichen Migrantenrates
in einem Interview mit Radio Vatikan. Unterschiede gebe es nur im Umfang der
Ablehnung.
„Ich weise darauf hin, dass die meisten
der 12 bis 14 Millionen Sinti und Roma in Europa in extremer Armut leben. Durch
die Feindseligkeiten der angestammten Bevölkerungen wird diese Notlage noch
verstärkt.“
Zugleich hob Marchetto
die Verpflichtung der Kirche hervor, Würde und Rechte von Sinti und Roma zu
verteidigen. Gleichzeitig müsse die Kirche diesen Mitmenschen auch an ihre
bürgerlichen Pflichten erinnern. Anlass für diese Äußerungen ist eine
internationale Konferenz des Päpstlichen Migrantenrates
zur Seelsorge für Sinti und Roma, die von Dienstag bis Donnerstag in Rom
stattfindet. (kipa 28)
Erzbischof Celli: „Kommunikation muss im Alltag konkret werden“
Der Präsident des Päpstlichen
Medienrates, Erzbischof Claudio Celli, war in dieser Woche in Indien und
Bangladesch unterwegs. Auf dem Programm standen dabei Treffen mit kirchlichen
Medienleuten vor Ort und der Besuch von Ausbildungseinrichtungen. Ein wichtiger
Programmpunkt in Indien war die Präsentation eines dreibändigen Werkes zur
Sozialen Kommunikation. Über dieses Buch und seine Reise insgesamt haben wir
mit Erzbischof Celli bei seiner Rückkehr nach Rom gesprochen.
„Die indische Bischofskonferenz hat
drei Bände herausgegeben, die sich mit der Ausbildung von Priestern auch im
Bereich der Kommunikation beschäftigen. Es ist kein technisches Handbuch,
sondern soll damit ein theologischer Prozess angestoßen werden, der sich mit
der Frage befasst, was es heute heißt, in der Kirche zu kommunizieren. Dabei
geht es auch darum, die neuen Technologien zu nutzen – doch nicht
ausschließlich. Die erste Intention ist, das Anliegen des Papstes aufzunehmen,
dass er in seinem letzten Brief zu den Sozialen Kommunikationsmitteln
formuliert hat: Dass nämlich der Priester im Bereich der Kommunikation eine
positive Rolle spielen muss. Dabei geht es nicht um eine irgendwie abstrakte
Kommunikation, sondern vielmehr um ein Wort, dass im Heute, im Alltäglichen
konkret wird.“ (rv 28)
Margot Käßmann: Nach dem Rücktritt Das Wort zum Sonntag
"Es tut mir leid": Margot Käßmann hat sich erstmals persönlich an die Gemeinden ihrer
Landeskirche gewandt - in einem Brief.
Nach ihrer Akoholfahrt
hatte sie mit Journalisten geredet, mit Freunden, mit Kirchenoberen. Erstmals
nach ihrem Rücktritt als EKD- Vorsitzende und hannoversche Landesbischöfin hat
sich Margot Käßmann am Sonntag nun persönlich an die
Gemeinden ihrer Landeskirche gewandt. In den Gottesdiensten aller 1500 Mitgliedgemeinden der lutherischen Landeskirche Hannovers
wurde ein Brief der 51-Jährigen verlesen.
Darin schreibt sie, es tue ihr leid,
dass sie mit ihrem Rücktritt viele Menschen enttäuscht habe. Käßmann erklärte, sie sei mehr als zehn Jahre mit Leib und
Seele Bischöfin gewesen. "Ich danke allen Menschen in den Gemeinden
unserer Landeskirche, die mich so wunderbar getragen und gestützt und für mich
gebetet haben."
Nur drei Tage nach dem Rücktritt von
Margot Käßmann hat der Rat der Evangelischen Kirche
in Deutschland (EKD) nun auch die Weichen für die Nachfolge gestellt: Einmütig
sprach sich das Gremium am Samstag für Nikolaus Schneider als neuen
EKD-Ratsvorsitzenden aus. Der 62-jährige Präses der
Evangelischen Kirche im Rheinland führt den Vorsitz bereits kommissarisch und
soll im November von der Synode für weitere fünf Jahre zum Spitzenvertreter der
25 Millionen Protestanten gewählt werden.
Der sächsische Landesbischof Jochen
Bohl sagte nach der Ratstagung im bayerischen Tutzing:
"Es gibt da eine einmütige Auffassung." Die Vorsitzende der
EKD-Synode, Katrin Göring-Eckardt, sagte: "Die Vorhaben, die wir mit
Margot Käßmann begonnen haben, werden wir unter der
Leitung von Nikolaus Schneider erfolgreich fortführen. Er füllt seine Aufgaben
als amtierender Ratsvorsitzender mit Klarheit und Tatkraft aus."
Aus Respekt vor dem Kirchenparlament hätten
die 13 Ratsmitglieder aber nur persönliche Wünsche formuliert. "Ich
persönlich würde mich sehr freuen, wenn die Zusammenarbeit mit Nikolaus
Schneider über diesen Herbst hinausreichte. Er genießt hohes Vertrauen in der
Synode", betonte Göring-Eckardt. Der bayerische Landesbischof Johannes
Friedrich sagte: "Das ist auch mein Wunsch".
Der sächsische Landesbischof Bohl sagte
der Nachrichtenagentur DAPD, das sei einhellige Meinung. Aber "es wäre ein
törichtes Signal, der Synode zu sagen, was sie zu tun hat. Für die evangelische
Kirche ist es sehr wichtig, dass die Kleiderordnung eingehalten wird",
erklärte der Bischof. Eine offizielle Wahlempfehlung will der Rat erst auf der
Synode im November aussprechen.
Eigene Akzente angekündigt
Käßmann
war am Mittwoch nach nur vier Monaten als Ratsvorsitzende und hannoversche
Landesbischöfin zurückgetreten, weil sie mit 1,54 Promille eine rote Ampel
überfahren hatte. Ihr bisheriger Stellvertreter Schneider bekräftigte in Tutzing sein Interesse an der Nachfolge. Wenn ihm auf der
Synode der Vorsitz angetragen würde, "bin ich offen, positiv darauf zu
antworten". Der 62-Jährige machte keinen Hehl daraus, dass ihn die
Herausforderung reizen würde. "Ich sage zu diesem Wunsch, dass er meinem
Ego schmeichelt, dass er ehrenhaft ist, aber ich sage ganz deutlich: Das
entscheidet die Synode. Und es gebietet der Respekt vor der Synode, dem nicht
vorzugreifen."
Er habe in den vergangenen Tagen mit
vielen Menschen gesprochen und vor allem mit seiner Frau, "weil unsere
Lebensplanung eine völlig andere war", sagte Schneider. Aber: "Ich
bin offen für die Situation, für das, was auf mich zukommt." Und er will
sich nicht drücken, wenn er gebraucht wird. Eine endgültige Entscheidung über
den Wunsch der EKD-Ratsmitglieder wolle er sich aber bis zur Synode
vorbehalten. Kirchenintern gilt das Tutzinger Signal
jedoch schon jetzt als die entscheidende Weichenstellung für die EKD-Synode vom
5. bis 11. November in Hannover.
"Ein Mensch mit großer
Herzenswärme" - Bis dahin werde er alle Möglichkeiten nutzen, "zu
gestalten und auch zu prägen", sagte Schneider und kündigte an: "Ich
werde die Arbeit von Wolfgang Huber und Margot Käßmann
zielstrebig fortsetzen, aber auch mit meinen eigenen Akzenten versehen."
Besonders bei sozialen Themen "werde ich mich deutlich zu Wort melden“,
sagte er. Das liege ihm als Sohn eines Stahlarbeiters und Vorsitzender des
Diakonischen Rats besonders am Herzen. Göring-Eckardt sagte, Schneider sei
"ein Mensch mit großer Herzenswärme“ und stehe "für eine Kirche, die
nah am Menschen" sei.
"Der Schock der Ereignisse um den
Rücktritt von Margot Käßmann sitzt tief", sagte
Göring-Eckardt weiter. Käßmann habe mit ihrem
"starken Rücktritt unserer Kirche einen großen Dienst erwiesen",
sagte die Vorsitzende der EKD-Synode. Der Rat hoffe einmütig, dass sie
"eine wichtige Stimme im deutschen Protestantismus bleibt". Käßmann ist nun wieder einfache Pastorin, in welcher
Funktion sie künftig wirken wird, ist noch offen. Der bayerische Bischof
Friedrich sagte, ihr Rücktritt sei "ein Jammer", habe aber die
moralische Autorität der evangelischen Kirche gestärkt.
(sueddeutsche.de 28)
Österreich: Im Zeichen von Missbrauch
Wie ihre deutschen Mitbrüder werden
auch die österreichischen Oberhirten bei ihrer Bischofsversammlung das Thema
„Missbrauch“ angehen. Die seit Monaten fixierte reguläre Frühjahrstagung in St.Pölten zwischen 1. und 4.März ist aktuell von den Fällen
sexuellen Missbrauchs in den USA, Irland, Deutschland – und zuletzt auch in
Österreich überschattet. Bei ihrer Frühjahrsvollversammlung ab diesem Montag
wollen deshalb die Bischöfe der Alpenrepublik über die bereits eingeführten
Schutzmaßnahmen beraten. Das erklärt der Leiter des Medienreferats der
Österreichischen Bischofskonferenz, Paul Wuthe.
„Innerhalb der Kirche beschäftigen wir
uns zurzeit sehr mit allen Fragen zur Verhinderung des sexuellen Missbrauchs.
Es gibt aktuelle Anlassfälle, es gibt aber auch gute Erfahrungen der Diözesen
und deren Ombudsstellen. Die Fragen der Prävention
aber auch der Umgang mit den Betroffenen – vor allem mit den Opfern – wird
sicherlich einen breiten Raum nehmen und zu einem Erfahrungsaustausch führen.
Es wird sicherlich auch zu einer Optimierung der bisherigen Vorgehensweise in
Angriff genommen.“
Die neun Ombudsstellen
für Opfer sexuellen Missbrauchs in der katholischen Kirche Österreichs sollen
einheitliche Mindeststandards erhalten und zwischen den Leitern soll es einen
regelmäßigen Erfahrungsaustausch geben. Diese Änderungen zeichnen sich im
Vorfeld des Treffens der Bischöfe ab.
„Der Erfahrungsaustausch über das
Wirken der Ombudsstellen zur Verhinderung des
sexuellen Missbrauchs zeigt, dass ein Zusammenrucken und eine bessere
Vernetzung sicherlich eine große Hilfe wäre und in dieser Sache noch
effizienter und vor allem für die Opfer und möglichen Opfern etwas Besseres zu
bewirken. Ich denke, es wird sicherlich in die Richtung gehen, dass überlegt
wird, wie man noch besser zusammenarbeiten kann.“ (kap
28)
Christen im Irak. Tödliche Angriffe
In den vergangenen zwei Wochen sind
mindestens neun Christen im irakischen Mossul getötet
worden. Die Gemeinde hat Angst, Familien mussten fliehen. Als Drahtzieher
werden die Kurden vermutet.
BAGDAD - Tausende Christen haben am
Sonntag in der nordirakischen Stadt Mossul gegen die
gewalttätigen Angriffe auf Angehörige ihrer Religion protestiert. Allein in den
vergangenen zwei Wochen sind mindestens neun Christen in Mossul
getötet worden. Die christliche Gemeinde vermutet, dass die Welle der Gewalt im
Zusammenhang mit der Parlamentswahl im Irak am 7. März steht.
"Rund 250 Familien haben wegen der
Gewalt ihre Wohnungen verlassen und sich in umliegende Dörfer wie Hamdanija, Bartalla und al-Kusch
geflüchtet", sagte ein Sprecher der christlichen Assyrer in Mossul, Draid Suma,
der dpa am Sonntag. "Die verschlechterte Sicherheitslage und die
Entführung von Christen aus ihren Häusern zwingen die Menschen, in Ortschaften
zu fliehen, die mehrheitlich von Christen bewohnt sind."
Der Dekan der Universität von Mossul, Said al-Diwadschi, sagte,
rund 1.500 Christen, die an seiner Hochschule studieren, säßen Zuhause im etwa
30 Kilometer entfernten Karakosch fest. Aus Angst vor
Anschlägen auf Busse trauten sie sich nicht mehr nach Mossul.
Einige Parlamentarier in Bagdad sowie örtliche Gemeindevertreter vermuten, dass
kurdische Milizen versuchen, Minderheiten aus der Stadt zu vertreiben. Die
Kurdenparteien haben dies bisher stets bestritten.
Ghasy
Furman von der Demokratischen Partei Kurdistans
bekräftigte diese Haltung am Sonntag und erklärte, die Vorwürfe seinen Teil
einer Medienkampagne, mit der Angehörige des einst herrschenden Baath Partei und Elemente der El
Kaida die Kurden verunglimpfen wollten.
Unterdessen entging in der Stadt Ramadi ein Mitglied der Provinzregierung von Al-Anbar knapp einem Attentat. Eine weitere Person sei jedoch
getötet worden, als ein Sprengsatz an der Straße explodierte, während der
Autokonvoi mit dem Politiker vorbeifuhr. Dpa 28
Christen im Irak: Protest durch Fasten und Gebet
Mit einem Fasten- und Gebetstag haben
die Christen im Irak heute gegen
die zunehmenden gegen sie gerichteten
Gewalttaten im Land protestiert.
Wie das weltweite katholische Hilfswerk
"Kirche in Not" meldet, hat der
Erzbischof der nordirakischen Stadt
Kirkuk, Louis Sako, zu diesem
friedlichen Protest aufgerufen. Allein
in der etwa 200 Kilometer
nördlich von Kirkuk gelegenen
Stadt Mossul waren in den letzten zwei
Wochen mindestens sieben Christen
ermordet worden, dutzende christliche
Familien hatten die Stadt daraufhin in
Panik verlassen.
In seiner Sonntagspredigt in der
Kathedrale von Kirkuk sagte Erzbischof
Sako,
die barbarische Ermordung von unschuldigen Christen sei ein "Akt
der Schande" gewesen, der die
Menschenrechte, die nationale Einheit und
alle religiösen Werte verletze. Er warnte vor einer weiteren
Radikalisierung des Iraks, falls noch
mehr Christen aus dem Land
vertrieben oder unter "das Banner
des Islam" gezwungen würden. Um das zu
verhindern, habe sich die Kirche dazu
entschlossen, durch Fasten und
Gebet ihre Solidarität mit den
Ermordeten zu zeigen und gegen die
"feigen Anschläge" zu
protestieren.
Gegenüber "Kirche in Not"
erklärte Erzbischof Sako, er habe an seiner
Residenz und an der Kathedrale von
Kirkuk Plakate aushängen lassen, auf
denen die Mordanschläge scharf in
arabischer und englischer Sprache
verurteilt würden. Die genauen
Hintergründe der Anschläge sind zwar noch
unklar, ein Zusammenhang mit den
Parlamentswahlen am kommenden Sonntag
liegt jedoch nahe.
In seiner Predigt sagte Erzbischof Sako, die Ereignisse in Mossul
seien
das Ergebnis von "Spannungen und
Machtkämpfen zwischen politischen
Kräften" und fügte hinzu, dass es
ohne eine nationale Einheit im Irak
keine Stabilität im Land geben könne.
Die politischen Parteien rief er
zu mehr Dialogbereitschaft auf und
forderte die Zentralregierung in
Bagdad sowie die Kommunalregierungen
auf, ihre Bürger und insbesondere
die Christen besser vor Mordanschlägen
zu schützen. "Wir sind mehr denn
je unter Beschuss!", klagt der
Erzbischof abschließend an.
Die Unterstützung der Christen im Nahen
und Mittleren Osten ist eine der
Hauptaufgaben von "Kirche in
Not". Papst Benedikt XVI. hatte das
Hilfswerk persönlich darum gebeten, da
er die Kirche in dieser Region
"in ihrer Existenz bedroht"
sehe. KiN 1
Der Priester: ein der Kommunikation verpflichteter Mann
ROM -Jeder Priester sei schlechthin ein
"Mann der Kommunikation", erklärte Erzbischof Mauro Piacenza, Sekretär
der Kongregation für den Klerus. Priester seien Experten für die
"Kommunikation mit Gott und der Kommunikation seitens Gott an die seiner
Fürsorge und seinem Dienst anvertrauten Brüder", so der italienische
Erzbischof.
Wir veröffentlichen jeweils an den kommenden
Dienstagen in unserer Rubrik "Priesterjahr" seine Beiträge zu einem
Studientages mit dem Thema „Die Kommunikation in der Sendung des
Priesters".
Erzbischof Mauro Piacenza, Sekretär der
Kongregation für den Klerus
1. Der Priester: ein der Kommunikation
verpflichteter Mann
Im Brief an die Hebräer heißt es:
„Jeder Hohepriester wird aus den Menschen ausgewählt und für die Menschen
eingesetzt zum Dienst vor Gott, um Gaben und Opfer für die Sünden
darzubringen" (Hebr 5,1-2).
Der Priester ist ein Mann, der völlig
durch seine Beziehung zu Gott bestimmt - „relativiert" - ist; das ist der
einzige „Relativismus", dessen man sich rühmen darf! Er ist ein Mann, den
die göttliche Barmherzigkeit für eine präzise Aufgabe bestimmt hat, die darin
besteht, Christus selbst zu repräsentierten er ist alter Christus - wie uns
eine der segensreichsten Traditionen der Kirche lehrt. In diesem Sinne ist er -
auch unabhängig von seiner persönlichen Begabung - sakramental als
„Übermittler" einer Kommunikation eingesetzt, die in Vertretung Christi
selbst geschieht: der Priester und das Priestertum sind nicht selbstgenügsam,
nicht unabhängig von Christus, und - Gott behüte! - sollten sie dies werden,
würden sie ihre missionarische Kraft verlieren, zur bloß menschlichen Realität werden
und folglich unfähig sein, das Geheimnis „mitzuteilen" und darzustellen.
Bei der Ausübung der priesterlichen tria munera findet in ganz
herausragender Weise Kommunikation statt. Ich beziehe mich nicht allein auf das
munus docendi, wo dies in
Predigt und Katechese auf direkte und unmittelbare Weise zutrifft, sondern auch
auf das munus sanctificandi
das sich in einer außerordentlichen Form von himmlischer Kommunikation, der
Göttlichen Liturgie, verwirklicht; dieselbe folgt eigenen, genau festgelegten Kommunikationsregeln,
die nie der persönlichen Manipulation oder Anpassung anheimgegeben sind; hierzu
kommt das munus regendi,
durch das die Priester berufen sind, die Fürsorge Christi zu „vermitteln",
jenes Hauptes und jenes Guten Hirten, der durch seine Diener die Herde
„weidet", um sie zum Vater zu führen.
Das Verständnis und - wo notwendig -
das neu gewonnene Verständnis der Natur des Amtspriestertums in Bezug auf
seinen, seiner Substanz nach ontologisch-repräsentativen Charakter, der dieses
wesentlich von dem aus der Taufe entspringenden Priestertum unterscheidet,
stellt heute für den Klerus eine echte Priorität dar und zwar sowohl bei der
anfänglichen Ausbildung als auch bei der ständigen Weiterbildung.
Dazu lehrt der Katechismus der
Katholischen Kirche: „Durch eine besondere Gnade des Heiligen Geistes gleicht
dieses Sakrament den Empfänger Christus an, damit er als Werkzeug Christi
seiner Kirche diene. Die Weihe ermächtigt ihn, als Vertreter Christi, des
Hauptes, in dessen dreifacher Funktion als Priester, Prophet und König zu
handeln" (Nr. 1581).
Erste und zugleich wirksamste
Voraussetzung dafür, dass jeder Priester bewusst die Verantwortung für die
„Kommunikation", zu deren Träger er wird, übernimmt, ist das Verständnis,
das er von seiner eigenen Identität in aller Authentizität und Tiefe besitzt.
Diese seine Identität ist wiederum sakramental und endgültig festgelegt, nicht
verfügbar und gerade deshalb objektive „Kommunikation" des Göttlichen. Der
Papst hat seinerseits den wesentlichen Kern der Spiritualität des hl.
Jean-Marie Vianney, dessen 150. Jubiläumsjahr wir
feiern, in der „völligen Identifizierung mit der eigenen Aufgabe"
ausgemacht und diesen Aspekt während dem Priester-Jahr ins Licht gerückt.
Gerade diese Identifizierung ist unverzichtbare Vorraussetzung
für jeder wirksame „Kommunikation". Zenit 2
Über ein Monat ist seit dem
verheerenden Erdbeben in Haiti vergangen,
doch immer noch sind die Rettungskräfte
vor allem mit den
grundlegendsten humanitären Aufgaben
beschäftigt. Helfer versorgen die
Verletzten und verteilen Lebensmittel.
Haitis Präsident René Préval geht
inzwischen davon aus, dass das Erdbeben
bis zu 300.000 Menschen das
Leben gekostet hat.
Das weltweite katholische Hilfswerk
"Kirche in Not" hat der Kirche
Haitis bisher 170.000 US-Dollar zur
Verfügung gestellt. Nach Angaben des
päpstlichen Nuntius in Port-au-Prince,
Erzbischof Bernadito Auza,
wurde
diese Soforthilfe vor allem für den
Kauf von Lebensmitteln auf den
Märkten der Stadt verwendet. Damit habe
man nicht nur den Hunger der
Menschen stillen, sondern auch den
Handel in der Hauptstadt
wiederbeleben wollen.
Vor einigen Tagen hat "Kirche in
Not" der berührende Augenzeugenbericht
eines Priesters erreicht, der über die
Dominikanische Republik nach
Haiti gereist war, um dort zu helfen.
Der Priester bat darum, anonym
bleiben zu dürfen. Sein Bericht trägt
den Titel "Hoffnung aus der Asche":
Die Stadt ist verwüstet, überall nur
Trümmer und Zerstörung. Man könnte
– wie beim Tempel von Jerusalem –
sagen: "es ist kein Stein auf dem
anderen geblieben". Ich schaue
nach links und sehe Ruinen; ich blicke
nach rechts und atme Gestank; vor mir
erwartet mich nichts anderes und
hinter mir habe ich genau dasselbe
Panorama verlassen.
Die Menschen sind geschockt. In letzter
Zeit gab es in Haiti regelmäßig
alle drei Monate eine Katastrophe,
einen Aufstand oder einen
Regierungsumsturz. Gewalt,
Blutvergießen und Tod sind schon seit langem
an der Tagesordnung – nicht erst seit
dem Erdbeben. Inzwischen sind die
Haitianer müde und hoffnungslos. Man
hört die Stimmen an jeder Ecke:
"Was auch kommen mag, es kann nur
Schlechteres bringen."
Die Menschen Haitis sind schön und
groß. Auf den ersten Blick wirken sie
ernst und undurchdringlich, aber dann
kommt es vor, dass ihre Gesichter
plötzlich in einem Lächeln von
einzigartiger Schönheit erstrahlen. Wir
sind mit einem Bus von Santo Domingo
aus angereist. Die Dominikanische
Republik ist ein entwickeltes Land, das
sieht man überall. Als wir die
Grenze überqueren, ändert sich das Bild
dramatisch: Haiti empfängt uns
mit Bergen von Müll und hunderten
Haitianern, die an der Grenze warten.
Sie wollen nur noch raus. Entsprechend
chaotisch ist der Verkehr. Die
Straße ist nicht asphaltiert. Am
Straßenrand sieht man Haitianer auf dem
Weg zur Grenze, wie ein endloses Dorf.
Manche Frauen tragen Bündel und
Eimer auf dem Kopf. Andere winken uns,
als der Bus vorbeifährt.
In Port-au-Prince gibt es auch jetzt,
mehr als einen Monat nach dem
Erdbeben, kaum Hilfe. Die Krankenhäuser
mit den Schwerkranken stehen
unter der Kontrolle der US-Amerikaner
und der Vereinten Nationen, wie
eigentlich die ganze Stadt.
Doch außerhalb der Krankenhäuser
liefert in der Stadt keiner Essen aus,
keiner hilft, den Schutt wegzuräumen,
keiner entsorgt den Müll. In
Port-au-Prince türmen sich überall
Berge von Schmutz. Die Leute leben
auf der Straße in provisorischen Zelten
aus Besenstielen und Bettwäsche,
sie urinieren, wo es ihnen am besten
passt. Fliegen, schlechter Geruch,
dreckiges Abwasser am Rande der
Bürgersteige ... Die Welt muss das sehen
und unsere haitianischen Geschwister
aus dieser unmenschlichen Situation
herausholen.
Es ist nun schon über ein Monat seit
dem Beben vergangen, aber es gibt
immer noch kein fließendes Wasser, der
Strom ist fast den ganzen Tag
knapp und zum Essen ist nicht viel mehr
zu sagen als: Haiti hungert!
In Krankenhäusern – aber auch auf den
Plätzen, in Parks, auf den Straßen
und im Grünen – arbeiten ausländische
Ärzte, Krankenschwestern und
Freiwillige aus allen Ländern. Es ist
nicht leicht, die Haitianer zu
verstehen, da die meisten von ihnen
Kreolisch sprechen, eine Mischung
aus indianischen Dialekten, Spanisch
und Französisch.
Die ganze Stadt ist ein riesiges Zelt.
Alle haben Angst, vor allem vor
der Dunkelheit und vor geschlossenen
Gebäuden. Jeder Meter unter dem
Himmel ist mit Zelten bedeckt. Alle
Gebäude, die vom Erdbeben verschont
wurden, sind unbewohnt – aus Angst vor
dem nächsten Beben. Nahe der
eingestürzten
Kathedrale versammelt sich eine beeindruckende
Menschenmenge. In der Nähe der Trümmer
verkaufen tausende Haitianer alle
Arten von Schmuck, Möbel, Kleidung,
Medikamente und Nahrung. Es fehlen
Käufer, dafür wird getauscht.
Nahrungsmittel sind begehrte Mangelware,
die Menschen müssen ihren
unerbittlichen Hunger stillen.
Neben den Ruinen der Kathedrale, auf
dem großen Vorplatz, ist ein
Krankenhaus aus Leinentüchern
aufgestellt worden. Das zusammengestürzte
Gotteshaus hat einen riesigen Berg der
Nächstenliebe und der
Menschlichkeit hinterlassen. Alle
Leidenden und Verlassenen finden hier
Gehör und Hilfe.
Der erste in einer endlosen Reihe von
verstümmelt daliegenden Menschen
heißt "Christus". Ja, das ist
sein Name: Christus. Er dürfte etwa 35
Jahre sein und liegt da, wie ein
steifes Stück Fleisch, befallen von
Tetanus. Und doch hört er nicht auf zu
lächeln: "Christus, glaubst du an
Gott, hoffst du auf ihn, liebst du
ihn?" "Ja, mon père",
antwortet er.
"Ich bin mehr als sicher, dass Er
mir das ewige Leben bringen wird."
"Und wünschst du dir die Beichte
und die Krankensalbung?" "Nichts könnte
ich mir mehr wünschen, aber Pater,
geben Sie mir auch ein Stück Brot und
Salami, ich bin hungrig." Christus
liegt auf einer Pritsche im Freien,
er lächelt und grüßt, ist fast nackt,
nur mit einer Windel bekleidet.
Nachdem ich ihm die Krankensalbung
gespendet habe, weint er und dankt
dem Allmächtigen für das Ewige Leben.
Die Ärzte haben gesagt, sein Ende
sei nahe. Sie können ihn nicht retten.
Ein paar Betten entfernt liegt Merlin,
ein ewiges Lächeln in seinem
schwarzen
Gesicht. Im ganzen Krankenhaus ist nicht eine einzige
Beschwerde zu hören, keine Proteste,
kein Zorn über das, was passiert
ist. Ich habe noch nie so viel Edelmut
gesehen! Vielmehr schwebt im
Hintergrund die Dankbarkeit für das
Geschenk des Lebens. Vor dem
Priester mit dem Salböl der Kraft und
des Trostes sagt Merlin laut:
"Danke, Jesus! Du bist zu mir gekommen,
um mich zu besuchen. Ich würde
das für nichts tauschen, weil ich
meinen Herrn gesehen habe." Auch
Merlin ist verstümmelt und hat Tetanus,
am nächsten Tag wird ein anderer
Haitianer in seinem Bett liegen. Er
starb in meinen Armen.
In diesem Krankenhaus aus Tüchern
mitten auf der Straße ist jede Person
all das Blut Christi wert. Unter den
Hunderten von Amputierten steht
auch Michelle. Sie ist 20 Jahre alt,
abgemagert und traurig, sehr
traurig. Michelle verbrachte drei Tage
unter den mörderischen Trümmern,
dann wurde sie geborgen – doch eines
ihrer Beine musste amputiert
werden. "Mein Gott hat mich
gerettet", sagt sie. Doch ihre Freude über
die Rettung verwandelt sich mehr und
mehr in bittere Tränen. Sie weiß,
dass bald der Arzt kommen wird. Dann
wird sie einschlafen und nach dem
Erwachen wird auch ihr anderes Bein weg
sein. Als ich zu ihr kam, bat
sie mich um mein Missionskreuz. Ich
lieh es ihr so lange ich bei ihr war
und sagte ihr: "Nutz das Kreuz, um
mit Jesus zu reden. Das Bild des
gekreuzigten Jesus hilft dir zu
verstehen, was er aus Liebe zu dir getan
hat, was niemand sonst für dich
tut." Ich fragte Michelle, ob sie etwas
für den Herrn singen wolle. Da lächelte
sie plötzlich und begann, eine
himmlische Melodie zu singen.
Unser Gespräch schloss mit der
Krankensalbung ab, die sie voller Freude
empfing, danach fragte ich nach dem
Kreuz, aber sie wollte es nicht
loslassen. Sie bat mich unter Tränen,
sie jeden Tag zu besuchen und
fragte mich, als ob sie die Antwort
ahnen würde: "Sie werden mich nicht
verlassen wie alle anderen, oder?"
Ich könnte viele Geschichten wie diese
erzählen. In Haiti ist jede
Minute wertvoll wie reines Gold. Die
Haitianer sind ein großartiges
Volk. Sie haben warme Herzen, die sich
langsam der Zukunft öffnen. Die
Lage ist ernst, kritisch, bitter, aber
die Menschen sind Giganten des
Glaubens,
bewaffnet mit Mut und Hoffnung. Sie sind Schmerzen und
Prüfungen gewöhnt. Nichts kann sie
brechen. Wir werden sie nicht allein
lassen. Haiti wird wieder auferstehen,
wie ein fruchtbares Frühjahr nach
dem harten Winter. Der Herr ist auf
ihrer Seite, Er wird sein Volk nicht
im Stich lassen. KiN
1
Fulda. Frauen aller Konfessionen laden am 5. März wieder zum Weltgebetstag ein
Fulda. Frauen aller Konfessionen laden
am Freitag, 5. März, wieder zum „Weltgebetstag der Frauen“ ein. 1887 in den USA
entstanden, hat er sich mittlerweile zur weltweit größten ökumenischen
Laieninitiative entwickelt, die in über 170 Ländern der Welt tätig ist. In
Deutschland wurde der Weltgebetstag 1949 auf Gemeindeebene eingeführt. Die
Liturgie des ökumenischen Gottesdienstes wird jedes Jahr von Frauen aus einem
anderen Lande verfaßt. In diesem Jahr steht der
Weltgebetstag unter dem Leitthema „Alles, was Atem hat, lobe Gott“.
Den Gottesdienst haben christliche
Frauen aus Kamerun vorbereitet, das aufgrund seiner geographischen,
klimatischen, ethnischen und kulturellen Vielfalt auch „Afrika im Kleinen“
genannt wird und wo ein großer Teil der jungen Bevölkerung (45 Prozent unter 15
Jahren) in Armut lebt. Korruption zieht sich durch den Alltag. Die
Landwirtschaft und der informelle Sektor, mit Arbeitsbedingungen ohne jegliche
soziale Absicherung, bestimmen das Leben in Kamerun. Trotz dieser
Schwierigkeiten weisen die Kamerunerinnen in ihrer Gottesdienstordnung darauf
hin, daß immer, gerade auch in schweren Zeiten,
hilfreich und bestärkend ist, Gott zu loben.
Mit der in Deutschland gesammelten
Kollekte der Weltgebetstags-Gottesdienste werden Frauenprojekte in Kamerun und
Haiti, aber auch weltweit unterstützt. Die deutschlandweite Kollekte des Jahres
2009 erbrachte insgesamt über 3,8 Millionen Euro. Zugesagt wurde die Förderung
von 128 Projekten in 48 Ländern. Seit Beginn der Projektarbeit wurden von
Deutschland aus über 5.600 Projekte in über 70 Ländern mit mehr als 53
Millionen Euro unterstützt. (bpf)
Ägypten/Vatikan: Aufklärung über Religion
Schulkinder sollen in ihren Klassen
fair und nicht einseitig über Religion informiert werden: Dafür hat sich der
Vatikan in Kairo stark gemacht. Auf einem interreligiösen Treffen in Ägypten,
in dem es immer wieder mal zu Übergriffen auf Christen kommt, trafen sich Ende
Februar Vertreter des Päpstlichen Rates für interreligiösen Dialog mit einem
Religionskomitee der renommierten Kairoer Universität al-Azhar. Kardinal
Jean-Louis Tauran war dabei. Im Gespräch mit Radio
Vatikan sagte er:
„Wir haben Vorschläge zur Gestaltung
von Schulbüchern gemacht, denn schließlich lernen Kinder ja durch sie über
Religion. Ein spontaner Dialog zwischen den Religionsgruppen ist ja in Schulen
bereits Realität - und das muss man mit entsprechenden Materialien
unterstützen! Weiter ging es auf der Tagung um Medien und vor allem das
Satellitenfernsehen. Unsere muslimischen Brüder sind ganz offensichtlich
darüber verstört, dass dort Religion oft lächerlich gemacht wird.“
(apic 2)
Chile: Kirche und Regierung bemühen sich um Schadensbegrenzung
Das Ausmaß des Erdbebens in Chile wird
nun vollends sichtbar: Offizielle Quellen sprechen von mehr als 700 Toten, zwei
Millionen Obdachlosen, zerstörten Häusern, Straßen, Brücken und Flughäfen. Am
letzten Samstag hatte das Erdbeben mit der Stärke 8,8 das Land an der
Pazifikküste heimgesucht. Er bete für die Toten und sei den Notleidenden
geistlich verbunden, sagte der Papst am Sonntag auf dem Petersplatz in Rom.
Über die Situation der Menschen in Chile sprach Radio Vatikan mit dem Nuntius
des Landes, Giuseppe Pinto, der sich in Santiago aufhält.
„In der Hauptstadt ist die Situation
ruhig, doch in den am meisten getroffenen Städten Concepción, Temuco und Curicó ist das Kommunikationsnetz zusammengebrochen. Die
Hilfen richten sich jetzt vor allem an die Millionen von Menschen, die kein
Dach mehr über dem Kopf haben oder deren Häuser massiv beschädigt wurden. Die
Kirche tut ihr Bestes, doch wir haben kaum Infos und nicht mal Internet. Bis
jetzt weiß man, dass die Schäden vor allem in den historischen Zentren am
verheerendsten sind.“ (domradio 2)
Heiliges Land: Gläubige erinnern an Angriff auf Gaza
Wo vor sechs Jahren nördlich von
Bethlehem eine Mauer hochgezogen wurde, erinnert die Initiative „Eine Brücke
für Bethlehen 2010“ an Versöhnung und Dialog. Mit
einem Kreuzweg machten Gläubige im Heiligen Land am Montag auf die leidenden
Menschen in den besetzten Palästinensergebieten aufmerksam. Organisiert wurde
die Aktion u.a. vom Lateinischen Patriarchat von Jerusalem und von Pax Christi
Italien. Die Missionsschwester Alicia Vacas aus Bethanien bei Jerusalem sprach uns auf die israelische
Offensive im palästinensischen Gazastreifen an:
„Auch wenn dieser Konflikt schon ein
Jahr zurückliegt, sind die Erinnerungen daran noch immer dramatisch. Auch weil
noch kein Wiederaufbau stattgefunden hat, das Embargo verbietet das Einführen
von Aufbaumaterial nach Gaza. Es gibt dort also keinen Zement, kein Glas, kein
Eisen. Und es ist schrecklich, wenn man überlegt, dass die Gegend noch genau so
zerstört ist wie kurz nach dem Angriff. Den Menschen fehlt dort alles, vor
allem aber brauchen sie dringend das Gefühl, dass ihnen die internationale
Gemeinschaft nahe ist. Sie brauchen Verständnis und Unterstützung - jenseits
aller politischen Positionen.“ (rv 2)