Notiziario 3-4  Marzo  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Mercoledì 3. Il commento al Vangelo. Gesù annuncia la sua morte  1

2.       Giovedì 4. Il commento al Vangelo. La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro  2

3.       Crocifisso, la Corte di Strasburgo accoglie il ricorso dell'Italia  2

4.       I figli non vanno a scuola, poca religione. Coppia tedesca ottiene asilo negli Usa  3

5.       Terremoto Cile - Aiutarli a rialzarsi. I primi aiuti delle organizzazioni cattoliche  3

6.       La colpa di chi fa le leggi per se stesso  4

7.       Nuove sfide al dialogo. Ad Ancona il convegno dei direttori diocesani per l'ecumenismo  4

8.       Il Papa con il cerotto sul viso, appello per i cristiani in Iraq  5

9.       Iraq. Fermare la strage. Cristiani in piazza a Baghdad e Mosul. Il conforto delle parole del Papa  5

10.   Chiesa e Mezzogiorno. Sentirsi Paese. Sud e Nord insieme  6

11.   Una chiesa, il mondo  6

12.   GMG 2011 - Così i giovani d'Europa  6

13.   La lingua dei segni. La 19ª edizione della "Pasqua del sordo"  7

14.   Un laboratorio di laicità. Ciclo di conferenze alla Pontificia Università Gregoriana  7

 

 

1.       Interview mit dem Gründer der Missionaries of the Poor, Pater Richard Ho Lung  8

2.       Missbrauchsfälle in Kirche. Das Schweigen der Männer 9

3.       Nach Missbrauchsfällen. Warten auf tätige Reue der katholischen Kirche  10

4.       Lutherische Bischöfe erwarten ökumenische Impulse von Kirchentag  11

5.       Debatte um Missbrauchsfälle. Zollitsch sagt ab  11

6.       Kreuze im Gericht? Der Staat darf sich einfach keiner religiösen Symbole bedienen  11

7.       Deutschland: „Schwere Stunden“ für die Kirche  12

8.       Irak: Christen gehen gegen Gewalt auf die Straße  12

9.       EKD-Ratsvorsitz. Schneider soll Käßmann folgen  12

10.   Käßmann-Nachfolger Schneider Solide, brav, männlich  12

11.   Käßmann-Nachfolger Schneider. Ärger über "mediale Scheinheiligkeit"  13

12.   Papst: „Helft den irakischen Christen!“  13

13.   Vatikan: „Europäer mögen Sinti und Roma nicht“  14

14.   Erzbischof Celli: „Kommunikation muss im Alltag konkret werden“  14

15.   Margot Käßmann: Nach dem Rücktritt Das Wort zum Sonntag  14

16.   Österreich: Im Zeichen von Missbrauch  15

17.   Christen im Irak. Tödliche Angriffe  15

18.   Christen im Irak: Protest durch Fasten und Gebet 15

19.   Der Priester: ein der Kommunikation verpflichteter Mann  16

20.   Haiti: Hoffnung aus der Asche  16

21.   Fulda. Frauen aller Konfessionen laden am 5. März wieder zum Weltgebetstag ein  18

22.   Ägypten/Vatikan: Aufklärung über Religion  18

23.   Chile: Kirche und Regierung bemühen sich um Schadensbegrenzung  18

24.   Heiliges Land: Gläubige erinnern an Angriff auf Gaza  18

 

 

 

Mercoledì 3. Il commento al Vangelo. Gesù annuncia la sua morte

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 20,17-28) commentato da P. Lino Pedron 

 

  17 Mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici e lungo la via

  disse loro: 18 «Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo

  sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte

  19 e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito e flagellato e

  crocifisso; ma il terzo giorno risusciterà».

  20 Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli, e si

  prostrò per chiedergli qualcosa. 21 Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli

  rispose: «Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua

  sinistra nel tuo regno». 22 Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete.

  Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». 23 Ed

  egli soggiunse: «Il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi

  sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è

  stato preparato dal Padre mio».

  24 Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono con i due fratelli; 25 ma

  Gesù, chiamatili a sé, disse: «I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano

  su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. 26 Non così dovrà

  essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro

  servo, 27 e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo;

  28 appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma

  per servire e dare la sua vita in riscatto per molti».

Il brano è un contrappunto tra due glorie: quella del Figlio dell’uomo e quella

degli uomini. La prima consiste nel consegnarsi, nel servire e dare la vita; la

seconda consiste nel possedere, nell’asservire e dare la morte. E’ una lotta tra

l’egoismo e l’amore, dove l’amore vince con la propria sconfitta, e l’egoismo

perde con la propria vittoria.

Il racconto è un dialogo di equivoci tra Gesù e i discepoli. Ciò che la madre

dei figli di Zebedeo vuole da Gesù non è la Gloria, cioè Dio, ma la vana-gloria,

cioè l’avere, il potere e l’apparire.

Il brano si articola in tre parti: la vera gloria del Figlio dell’uomo (vv.

17-19), la cecità dei discepoli che la scambiano con la gloria degli uomini (vv.

20-24) e il confronto tra le due glorie (vv. 25-28).

Questo testo ci prepara al successivo, con il quale fa un tutt’uno:

l’illuminazione dei ciechi di Gerico sarà la caduta della vana-gloria, che ci

impedisce di ricevere la Gloria.

La rivelazione del Figlio dell’uomo che sale a Gerusalemme è la luce che

squarcia violentemente le nostre tenebre e svela ad ogni uomo la vera identità

di Dio, la cui gloria è amare, servire e dare la vita.

In questo brano si confrontano e si scontrano il modo di pensare e di agire del

mondo e quello di Gesù. L’uno è presentato nel comportamento dei grandi, nella

loro volontà di oppressione e di dominio; l’altro è caratterizzato dalla

condotta di Gesù, che è venuto per servire e dare la vita per l’umanità.

L’esempio di Gesù deve indurre a un cambiamento di mentalità. L’atteggiamento

richiesto da Gesù non nasce spontaneo, non è congeniale all’uomo: richiede una

conversione. S. Kierkegaard ha scritto: "Non hai la minima partecipazione a lui

(a Cristo), né la più lontana comunione con lui, se non ti sei posto in sintonia

con lui nel suo abbassamento".

"Diventare piccoli" è l’atteggiamento contrario a quello degli uomini, assetati

di potenza e di grandezza. Gesù si è fatto piccolo fino alla morte di croce (cfr

Fil 2,5-11). Tutti ci saremmo aspettati che il Figlio di Dio sarebbe venuto per

essere servito e per far morire i peccatori. E invece no. E’ venuto per servire

e per dare la vita in riscatto per tutti.

Le nazioni si organizzano come società, la Chiesa invece è una famiglia in cui

non ci sono superiori e sudditi, padroni e subalterni, ma solamente fratelli

(cfr Mt 18,15.21.35). Lo spirito di supremazia o di egemonia sui propri simili

non è cristiano, ma diabolico (cfr Mt 4,1-11). Qualunque forma di autorità nella

Chiesa non deve essere un dominio, una signoria, un potere, ma un servizio. Il

Signore lo dice inequivocabilmente: "Chi vuol essere il più grande tra voi, deve

essere il vostro servo; e chi vuol essere il primo, deve essere il vostro

schiavo" (vv. 26-27). C’è un tale rovesciamento nel modo di intendere le

funzioni del governo che la comunità cristiana non sembra ancora averne preso

del tutto coscienza.

Il "servizio" è un concetto teologico prima ancora di essere un atteggiamento

pratico. Non riguarda prima di tutto un modo umile di esercitare il potere, ma

di concepirlo. Il servo non è il responsabile della casa, non ha nessun potere,

tanto meno quello di sostituirsi al padrone, prendendo decisioni al suo posto,

avocando a sé la responsabilità degli altri. Egli è solo un inserviente che

coopera al buon andamento della casa, che non è sua, e per questo non deve

considerarla tale. La Chiesa è di Dio, di Cristo (cfr Mt 16,18) che la governa

direttamente (cfr Mt 28,18-20), prima che tramite particolari incaricati.

In quanto Dio, Gesù avrebbe potuto pretendere (secondo noi!) un trattamento da

"signore", facendosi servire. Ma invece di far valere i suoi diritti sovrani vi

ha rinunciato a favore delle moltitudini facendosi loro servo e donando la vita

per il loro riscatto, ossia per la loro liberazione da assoggettamenti e

schiavitù di qualsiasi genere.

Scegliendo la condizione servile si è proposto di essere più vicino a quanti

vivevano in schiavitù e ridare ad essi la coscienza della loro dignità e

libertà. Il testo ribadisce l’inno della Lettera ai Filippesi 2,5-7: pur essendo

Dio è diventato servo, realizzando con la sua morte in croce il suo servizio.

Pur essendo ricco, è diventato povero per arricchire noi (cfr 2Cor 8,9).

La vera grandezza e la libertà autentica è nell’umiltà del servire. Gesù è in

mezzo a noi come colui che serve (cfr Lc 22,27; Gv 13,1-17). De.it.press

 

 

 

 

Giovedì 4. Il commento al Vangelo. La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 16,19-31) commentato da P. Lino Pedron 

 

  19 C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni

  banchettava lautamente. 20 Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua

  porta, coperto di piaghe, 21 bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla

  mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. 22 Un giorno

  il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il

  ricco e fu sepolto. 23 Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e

  vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. 24 Allora gridando disse:

  Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta

  del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. 25 Ma Abramo

  rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e

  Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai

  tormenti. 26 Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro

  che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può

  attraversare fino a noi. 27 E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di

  mandarlo a casa di mio padre, 28 perché ho cinque fratelli. Li ammonisca,

  perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. 29 Ma Abramo

  rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. 30 E lui: No, padre Abramo,

  ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. 31 Abramo rispose: Se

  non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno

  persuasi».

Questo brano illustra in forma negativa Lc 16,9: "Ebbene, io vi dico:

Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a

mancare, vi accolgano nelle dimore eterne". E’ un ammonimento a usare

giustamente l’ingiusta ricchezza.

La vita terrena è un ponte gettato sull’abisso tra la perdizione e la salvezza.

Lo si attraversa indenni esercitando la misericordia verso i bisognosi.

L’alleanza con il Signore passa sempre attraverso l’amore per il fratello povero

(cfr Es 2,20-26; 23,6-11; Lv 5,1-17; ecc.). La Lettera di Giacomo la sintetizza

così: "Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa:

soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da

questo mondo" (1,27).

Il ricco nella Bibbia è l’ateo pratico che ha fatto di sé il centro di tutto e

si è messo al posto di Dio. Il povero è colui che attende l’aiuto di Dio:

Lazzaro significa "Dio aiuta". Egli non desidera ciò che è necessario al ricco,

ma il superfluo. I cani sono più compassionevoli dei ricchi.

La comunità cristiana a cui si rivolgeva Luca aveva bisogno dell’ammonimento che

anche Giacomo aveva rivolto ai cristiani: "Ascoltate, fratelli miei carissimi:

Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi

del regno che ha promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disprezzato il

povero! Non sono forse i ricchi che vi tiranneggiano e vi trascinano davanti ai

tribunali? Non sono essi che bestemmiano il bel nome che è stato invocato sopra

di voi? … Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una

legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà

usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio"

(2,5-7.12-13).

In questa parabola le scene si susseguono come in un film. Le situazioni del

povero e del ricco si capovolgono al momento della morte. Essa non livella

tutti, come la falce pareggia le erbe del prato, ma li distingue e li divide: il

ricco diventa povero e il povero ricco.

Nell’altra vita il ricco diventa mendicante, e le sue richieste rimangono

inascoltate come erano rimaste inascoltate da lui quelle di Lazzaro. Egli che

mangiava e beveva a piacimento, non dispone neppure di una goccia d’acqua. Al

posto dei vari piaceri di cui era ricolma la sua vita, ha il cruccio di un fuoco

che lo divora senza ucciderlo.

I "beni" sono stati per lui occasione di rovina, come per Lazzaro i "mali" sono

stati motivo di salvezza. L’unica preoccupazione del ricco era concentrata su se

stesso, e per questo aveva lasciato da parte Dio e il prossimo. La ricchezza,

che è sempre un dono di Dio all’uomo, può diventare occasione di male. Al

contrario la povertà è un bene, perché tiene lontano l’animo dall’egoismo e dai

piaceri distrattivi della vita.

L’intento della parabola non è quello di terrorizzare i ricchi senza

misericordia e gli atei, ma di esortarli alla misericordia mentre sono ancora in

questa vita. La Legge e i Profeti si sintetizzano nel comandamento dell’amore

del prossimo (cfr Rm 13,10). Il vero problema è quindi credere alla parola di

Dio. Finché siamo vivi siamo chiamati ad ascoltare seriamente il Cristo (cfr Lc

9,35) e ad evitare il comportamento dei farisei che erano attaccati al denaro e

ascoltando tutte queste cose si beffavano di Gesù (cfr Lc 16,14).

Solo la parola di Dio che penetra nel profondo dell’uomo ci fa discernere se

siamo dei poveri-beati o dei ricchi-infelici. De.it.press

 

 

 

 

Crocifisso, la Corte di Strasburgo accoglie il ricorso dell'Italia

 

Il caso verrà esaminato dalla Grande Camera tra alcuni mesi - La sentenza del 3 novembre aveva bocciato i crocifissi in aula

 

ROMA - La Corte europea dei diritti dell'uomo ha accolto il ricorso presentato dall'Italia contro la sentenza che il 3 novembre scorso aveva sostanzialmente bocciato la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche. Il caso sarà quindi esaminato dalla Grande Camera nei prossimi mesi.

 

Il panel di cinque giudici della Corte incaricato di esaminare il ricorso presentato dalle autorità italiane lo scorso 29 gennaio ha quindi ritenuto che vi siano elementi sufficienti per riaprire il caso e sottoporlo alla Grande Camera. La Convenzione per i diritti dell'uomo prevede la possibilità di accogliere un ricorso contro una sentenza della Corte quando la questione oggetto del ricorso «solleva gravi problemi di interpretazione o di applicazione» della Convenzione o dei suoi protocolli, o comunque rappresenta una «importante questione di carattere generale». Prima di arrivare ad un nuovo pronunciamento da parte della Grande Camera sul caso del crocifisso dovranno passare probabilmente alcuni mesi, durante i quali il collegio di diciassette giudici sentirà nuovamente le parti in udienza pubblica.

 

Frattini soddisfatto. «Vivo compiacimento» è stato espresso dal ministro degli Esteri, Franco Frattini: «E' con soddisfazione - ha detto - che constato che sono stati accolti i numerosi e articolati motivi di appello che l'Italia aveva presentato alla Corte».

 

Gelmini: riaffermata l'identità dell'Italia. Soddisfatta anche Mariastella Gelmini, ministro dell'Istruzione. «E' un grande successo dell'Italia - ha dichiarato - nel riaffermare il rispetto delle tradizioni cristiane e l'identità culturale del Paese, ma è anche un contributo all'integrazione che non va intesa come un appiattimento e una rinuncia alla storia e alle tradizioni italiane».

 

Castelli: in Europa c'è ancora buon senso. «Fortunatamente in Europa c'è ancora chi ha un po' di buonsenso e un po' di coscienza per non rinnegare chi siamo e da dove veniamo» ha commentato il viceministro Roberto Castelli.

 

Farinone (Pd): pronunciamento positivo. «Un pronunciamento positivo - dice il deputato del Pd Enrico Farinone, vicepresidente della commissione Affari europei - che tiene conto della sensibilità di una parte consistente degli europei. Non è negando il nostro passato che possiamo guardare al futuro di questo continente». IM 2

 

 

 

 

I figli non vanno a scuola, poca religione. Coppia tedesca ottiene asilo negli Usa

 

«Certi testi parlavano di diavoli, venivano forniti cattivi esempi». Ricorso dell'ente americano per l'immigrazione, un giudice del Tennessee ha dato ragione a Uwe e Hannelore Romeike

 

WASHINGTON - Una famiglia tedesca ha chiesto e ha ottenuto asilo negli Stati Uniti, dove si era trasferita nel 2008, per un motivo senza precedenti: in Germania era imposto ai genitori di mandare i cinque figli a scuola, come stabilito dalla legge, mentre i genitori volevano farli studiare tutti a casa, anche per questioni religiose. Uwe e Hannelore Romeike, un pianista e una casalinga, hanno raccontato di essere stati perseguitati – multe fino a 11mila dollari, visite della polizia, minacce di sottrarre i bambini alla loro potestà - dopo che avevano tolto dalla scuola i bambini, il primo dei quali ha 12 anni. Lawrence Burman, un giudice del Tennessee, dove la famiglia si è stabilita, ne ha accolto l’istanza, dando loro ragione. La condotta delle autorità tedesche, ha sentenziato, Burman «è contraria a tutto ciò in cui noi americani crediamo».

«AVEVANO PROBLEMI A SCUOLA» - I genitori, ha aggiunto, si sono opposti allo Stato in base ai propri principi politici e religiosi, fanno parte di un gruppo sociale speciale che va tutelato. In America non è raro che i genitori insegnino ai figli a casa. Ma la motivazione politica e religiosa della sentenza ha destato scalpore, e ha indotto il New York Times a intervistare Uwe e Hannelore Romeike. La coppia ha spiegato che i figli, allevati secondo la Bibbia, avevano avuto problemi a scuola: «Non c’era disciplina, certi testi parlavano di diavoli, ai nostri figli venivano forniti cattivi, non buoni esempi». Non siamo fondamentalisti, hanno aggiunto i genitori, vogliamo solo che i bambini crescano bene, in Germania la pensano come noi anche altre famiglie. Uwe e Hannelore Romeike hanno precisato di avere scelto l’America il giorno che la polizia tedesca mise i loro figli in un furgone e li portò di forza a scuola. Riferisce il New York Times che la scelta fu suggerita dalla Home school defense association americana, un gruppo che si batte per il diritto delle famiglie di fare studiare i figli a casa. Nel 2006, il gruppo si appellò alla Corte europea dei diritti umani affinché la Germania riconoscesse tale diritto.

RICORSO DELL'ENTE IMMIGRAZIONE - Quando la Corte rifiutò di pronunciarsi, il gruppo tentò la strada dell’asilo in America. Il successo lo ha entusiasmato: «È un precedente importante» ha detto un suo portavoce. La reazione in Germania è stata concisa. Un funzionario dello stato di Baden-Wurtemberg, dove la famiglia Romeike risiedeva, ha ribattuto che la legge sulla scuola «mira a promuovere l’integrazione sociale e a conciliare le diverse religioni». La sentenza del giudice Burman potrebbe essere tuttavia annullata. La Immigration and customs enforcement, l’ente che sovrintende all’immigrazione in America, ha presentato ricorso contro la concessione dell’asilo alla famiglia Romeike. Gli esperti sono divisi. Ha commentato Philip Schrag dell' università di Georgetown: «La novità e che Burman ha individuato in essa un gruppo speciale». Ennio Caretto CdS 1

 

 

 

Terremoto Cile - Aiutarli a rialzarsi. I primi aiuti delle organizzazioni cattoliche

 

Dopo Haiti, il Cile. A distanza di circa due mesi l'America Latina torna ad essere devastata dalle catastrofi naturali. È di 723 morti il bilancio, ancora provvisorio, delle vittime del violento terremoto del 27 febbraio a Santiago e nel sud del Cile, ma si continua ancora a scavare sotto le macerie per cercare i dispersi. Per la popolazione la situazione è sempre più difficile, in molte zone manca l'elettricità e inizia a scarseggiare il cibo. Le organizzazioni cattoliche si sono già mobilitate, accogliendo l'invito di Benedetto XVI nell'angelus di domenica scorsa. "Prego per le vittime – ha detto il Papa – e sono spiritualmente vicino alle persone provate da così grave calamità; per esse imploro da Dio sollievo nella sofferenza e coraggio in queste avversità. Sono sicuro che non verrà a mancare la solidarietà di tanti, in particolare delle organizzazioni ecclesiali".

 

Una voce da Caritas Cile. Nel centro di Santiago almeno cinque chiese sono state distrutte dal terremoto ma pare non ci siano vittime tra sacerdoti e religiosi. L'edificio della Conferenza episcopale cilena, che ospita anche Caritas Cile, è stato danneggiato. Lo dice al SIR padre Alfonso Baeza Donoso, vicepresidente di Caritas Cile, raccontando al telefono le difficoltà nell'approntare i primi soccorsi. “È una catastrofe enorme, soprattutto nella zona di Concepción – conferma padre Baeza Donoso –. Il nostro edificio ha subito danni, le comunicazioni non funzionano bene. Anche gli ascensori sono fuori uso, e noi siamo al settimo piano". “È stata una scossa enorme che è aumentata pian piano di intensità – così la descrive padre Baeza –. È un'esperienza molto forte e dolorosa, una situazione drammatica per tutte le persone che hanno perso i familiari e sono rimaste senza casa". Caritas Cile ha aperto un conto corrente per raccogliere le offerte, mentre a Santiago "stiamo raccogliendo alimenti in diverse parrocchie – spiega –. Ora speriamo di riuscire a distribuirli perché ci sono grandi difficoltà nei trasporti via terra, visto che strade e ponti sono andati distrutti".

 

I vescovi cileni. “È tempo di pregare e di riunirsi come una sola famiglia", ha detto mons. Alejandro Goic, vescovo di Rancagua e presidente della Conferenza episcopale del Cile. “È stata una catastrofe. Siamo addolorati per i nostri fratelli e sorelle che hanno perso la vita, esprimiamo vicinanza e preghiera per i loro parenti e amici, anche per quelli che hanno perso le loro proprietà ottenute grazie agli sforzi di una vita". "Amiamo questo Paese che ha saputo rialzarsi da terremoti, maremoti, eruzioni vulcaniche e inondazioni – ha proseguito mons. Goic –; un popolo che ha saputo risorgere in pace dalla morte e dalla violenza in tanti momenti della sua storia. In queste ore di comprensibile disperazione chiediamo per tutti serenità e solidarietà". Anche l'arcivescovo di Santiago, il cardinale Javier Erzuriz Ossa, ha fatto appello ai volontari, invitando a dare una mano nelle parrocchie e negli altri centri. Ha poi deplorato gli episodi di speculazione sui prezzi dei generi di prima necessità. Mons. Ricardo Ezzati, arcivescovo di Concepción, ha invece condannato i comportamenti di quanti compiono "un secondo terremoto", con azioni di sciacallaggio. La Chiesa cilena fornisce aggiornamenti sul suo sito, anche tramite il social network Twitter.

 

I primi aiuti dalla Caritas. Caritas italiana ha donato 100.000 euro per i bisogni immediati delle popolazioni colpite dal terremoto in Cile. I primi aiuti si stanno distribuendo soprattutto nelle zone di Maule e Bío Bío, le più colpite, anche se "il ripetersi delle scosse purtroppo non facilita l'organizzazione", rileva una nota. Intanto una missione internazionale Caritas è giunta in Cile a sostegno della Chiesa e Caritas locale. Si stanno distribuendo aiuti attraverso le parrocchie e gli altri centri delle 23 diocesi e 4 giurisdizioni ecclesiastiche del Paese. Oltre ad alimenti non deperibili, sono in distribuzione acqua potabile e tende. Sono mobilitate tutte le parrocchie della capitale, quelle dell'arcidiocesi di Concepción e molte altre nelle zone più colpite. Nella diocesi di Chillan, sono stati organizzati punti di distribuzione nell'atrio della cattedrale, negli uffici del dipartimento di Azione Fraterna, nella radio diocesana. Anche molte chiese e strutture ecclesiali sono state gravemente danneggiate. C'è inoltre bisogno di ascolto e di sostegno psicologico. Tra le tante Caritas diocesane che si sono subito attivate la Caritas di Roma, che ha stanziato 50 mila euro.

 

Tra i religiosi. Tre scuole fondate in Cile dai padri Piamartini di Brescia (noti anche come “Artigianelli”) sono state gravemente danneggiate dal terremoto. Una è a Talca, epicentro del sisma, le altre due a Santiago. “Per fortuna stiamo tutti bene – dice da Talca padre Modesto Venturini –. Da domani iniziamo a ricostruire. In città e in periferia la situazione è impressionate: case sventrate, strade divelte, ponti traballanti, aiuti e soccorsi che arrivano con difficoltà, ospedali malandati, famiglie in lutto. Ma nonostante tutto la gente è unita e ha voglia di superare l’emergenza”. Anche Guanelliani, Salesiani e Orionini hanno subito gravi danni materiali alle strutture ma sono tutti in salvo. sir

 

 

 

 

La colpa di chi fa le leggi per se stesso

 

"Un dio o un uomo, presso di voi, è ritenuto autore delle leggi?" chiede l'Ateniese ai suoi ospiti venuti da Creta e da Sparta. "Un dio, ospite, un Dio!  -  così come è perfettamente giusto". Queste parole aprono il grande trattato che Platone dedica alle Leggi, i Nòmoi. Il problema dei problemi  -  perché si dovrebbe obbedire alle leggi  -  è in tal modo risolto in partenza: per il timor degli Dei. Le leggi sono sacre.

 

Chi le viola è sacrilego. Tra la religione e la legge non c'è divisione. I giudici sono sacerdoti e i sacerdoti sono giudici, al medesimo titolo. Oggi non è più così. Per quanto si sia suggestionati dalla parola che viene dal profondo della sapienza antica, possiamo dire: non è più così, per nostra fortuna. Abbiamo conosciuto a sufficienza l'intolleranza e la violenza insite nella legge, quando il legislatore pretende di parlare in nome di Dio. Ma, da quella scissione, nasce la difficoltà. Se la legge ha perduto il suo fondamento mistico perché non viene (più) da un Dio, ma è fatta da uomini, perché dovremmo prestarle obbedienza? Perché uomini devono obbedire ad altri uomini? Domande semplici e risposte difficili.

 

Forse perché abbiamo paura di chi comanda con forza di legge? Paura delle pene, dei giudici, dei carabinieri, delle prigioni? Se così fosse, dovremmo concludere che gli esseri umani meritano solo di esseri guidati con la sferza e sono indegni della libertà. In parte, tuttavia, può essere così. In parte soltanto però, perché nessuno è mai abbastanza forte da essere in ogni circostanza padrone della volontà altrui, se non riesce a trasformare la propria volontà in diritto e l'ubbidienza in dovere. Ma dov'anche regnasse la pura forza, dove regna il terrore, dove il terrorismo è legge dello Stato, anche in questo caso ci dovrà pur essere qualcuno che, in ultima istanza, applica la legge senza essere costretto dalla minaccia della pena, perché è lui stesso l'amministratore delle pene. In breve, molti possono essere costretti a obbedire alla legge: molti, ma non tutti. Ci dovranno necessariamente essere dei costrittori che costringono senza essere costretti. Ci dovrà essere qualcuno, pochi o tanti a seconda del carattere più o meno chiuso della società, per il quale la legge vale per adesione e non per costrizione. In una società democratica, questo "qualcuno" dovrebbe essere il "maggior numero possibile".

 

Che cosa è, dove sta, da che cosa dipende quest'adesione? Qui, ciascuno di noi, in una società libera, è interpellato direttamente, uno per uno. Se non sappiamo dare una risposta, allora dobbiamo ammettere che seguiamo la legge solo per forza, come degli schiavi, solo perché la forza fa paura. Ma, appena esistono le condizioni per violare la legge impunemente o appena si sia riusciti a impadronirsi e a controllare le procedure legislative e si possa fare della legge quel che ci piace e così legalizzare quel che ci pare, come Semiramìs, che "a vizio di lussuria fu sì rotta, che libito licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta" (Inferno, V), allora della legge e di coloro che ancora l'invocano ci si farà beffe.

 

Possiamo dire, allora, che la forza della legge, se non si basa  -  sia permesso il banale gioco di parole  -  sulla legge della forza, si basa sull'interesse? Quale interesse? La moralità della legge come tale, indipendentemente da ciò che prescrive, dovrebbe stare nell'uguaglianza di tutti, nel fatto che ciascuno di noi può rispecchiarvisi come uguale all'altro. "La legge è uguale per tutti" non è soltanto un ovvio imperativo, per così dire, di "giustizia distributiva del diritto". È anche la condizione prima della nostra dignità d'esseri umani. Io rispetto la legge comune perché anche tu la rispetterai e così saremo entrambi sul medesimo piano di fronte alla legge e ciascuno di noi di fronte all'altro. Ci potremo guardare reciprocamente con lealtà, diritto negli occhi, perché non ci sarà il forte e il debole, il furbo e l'ingenuo, il serpente e la colomba, ma ci saranno leali concittadini nella repubblica delle leggi.

 

Questa risposta alla domanda circa la forza della legge è destinata, per lo più, ad apparire una pia illusione che solo le "anime belle", quelle che credono a cose come la dignità, possono coltivare. È pieno di anime che belle non sono, che si credono al di sopra della legge  -  basta guardarsi intorno, anche solo molto vicino a noi  -  e che proprio dall'esistenza di leggi che valgono per tutti (tutti gli altri), traggono motivo e strumenti supplementari per le proprie fortune, economiche e politiche. Sono questi gli approfittatori della legge, free riders, particolarmente odiosi perché approfittano (della debolezza o della virtù civica) degli altri: per loro, "le leggi sono simili alle ragnatele; se vi cade dentro qualcosa di leggero e debole, lo trattengono; ma se è più pesante, le strappa e scappa via" (parole di Solone; in versione popolare: "La legge è come la ragnatela; trattiene la mosca, ma il moscone ci fa un bucone"). Anche per loro c'è interesse alla legalità, ma la legalità degli altri. Poiché gli altri pagano le tasse, io, che posso, le evado. Poiché gli altri rispettano le procedure per gli appalti, io che ho le giuste conoscenze, vinco la gara a dispetto di chi rispetta le regole; io, che ho agganci, approfitto del fatto che gli altri devono attendere il loro turno, per passare per primo alla visita medica che, forse, salva la mia vita, ma condanna quella d'un altro; io, che posso manovrare un concorso pubblico, faccio assumere mio figlio, al posto del figlio di nessuno che, poveretto, è però più bravo del mio; io, che ho il macchinone, per far gli affari miei sulla strada, approfitto dei divieti che chi ha la macchinina rispetta; io, che posso farmi le leggi su misura, preparo la mia impunità nei casi in cui, altrui, vale la responsabilità.

 

L'ultimo episodio della vita di Socrate, alle soglie dell'autoesecuzione (la cicuta) della sentenza dell'Areopago che l'aveva condannato a morte, è l'incontro con Le Leggi. Le Leggi gli parlano. Qual è il loro argomento? Sei nato e hai condotto la tua vita con noi, sotto la nostra protezione nella città. Noi ti abbiamo fatto nascere, ti abbiamo cresciuto, nutrito ed educato, noi ti abbiamo permesso d'avere moglie e figli che cresceranno come te con noi. Tutto questo con tua soddisfazione. Infatti, non te ne sei andato altrove, come ben avresti potuto. E ora, vorresti ucciderci, violandoci, quando non ti fa più comodo? Così romperesti il patto che ci ha unito e questo sarebbe l'inizio della rovina della città, le cui leggi sarebbero messe nel nulla proprio da coloro che ne sono stati beneficiati.

 

Le Leggi platoniche, parlando così, chiedono ubbidienza a Socrate in nome non della paura né dell'interesse, ma per un terzo motivo, la riconoscenza. Il loro discorso, però, ha un presupposto: noi siamo state leggi benigne con te. Ma se Le Leggi fossero state maligne? Se avessero permesso o promosso l'iniquità e non avessero impedito la sopraffazione, avrebbero potuto parlare così? Il caso non poteva porsi in quel tempo, quando le leggi  -  l'abbiamo visto all'inizio  -  erano opera degli Dei. Oggi, sono opera degli uomini. Dagli uomini esse dipendono e dagli uomini dipende quindi se possano o non possano chiedere ubbidienza in nome della riconoscenza.

 

Certo: abbiamo visto che l'esistenza delle leggi non esclude che vi sia chi le sfrutta e viola per il proprio interesse, a danno degli altri. Ma il compito della legge, per poter pretendere obbedienza, è di contrastare l'arroganza di chi le infrange impunemente e di chi, quando non gli riesce, se ne fa una per se stesso. Se la legge non contrasta quest'arroganza o, peggio, la favorisce, allora non può più pretendere né riconoscenza né ubbidienza. Il disprezzo delle leggi da parte dei potenti giustifica analogo disprezzo da parte di tutti gli altri. L'illegalità, anche se all'inizio circoscritta, è diffusiva di se stessa e distruttiva della vita della città. Tollerarla nell'interesse di qualcuno non significa metterla come in una parentesi sperando così che resti un'eccezione, ma significa farne l'inizio di un'infezione che si diffonde tra tutti.

 

Qui è la grande responsabilità, o meglio la grande colpa, che si assumono coloro che fanno leggi solo per se stessi o che, avendo violate quelle comuni, pretendono impunità. Contrastare costoro con ogni mezzo non è persecuzione o, come si dice oggi, "giustizialismo", ma è semplicemente legittima difesa di un ordine di vita tra tutti noi, di cui non ci si debba vergognare. GUSTAVO ZAGREBELSKY

 

Testo letto questa sera da Gustavo Zagrebelsky al Teatro della Corte di Genova, nel corso del primo incontro del ciclo "Fare gli italiani  -  Grandi Parole alla ricerca dell'identità nazionale"  LR 1

 

 

 

 

Nuove sfide al dialogo. Ad Ancona il convegno dei direttori diocesani per l'ecumenismo

 

“Le migrazioni offrono una straordinaria e inedita opportunità all’ecumenismo” perché “negli anni a venire” i cattolici italiani saranno sempre più chiamati ad “esercitare l’accoglienza, la fraternità, quello che si chiama il ‘dialogo della carità’”. Con queste parole don Gino Battaglia, direttore dell’Ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo spiega perché la Cei ha scelto quest’anno di dedicare il convegno nazionale dei delegati diocesani al tema de “L’Ortodossia in Italia: nuove sfide pastorali, nuovi incontri spirituali”. Il convegno si è aperto il 1° marzo ad Ancona con una relazione introduttiva del card. Dionigi Tettamanzi ed è stato dedicato alla presenza ortodossa nel nostro Paese per l’incidenza che questa Confessione religiosa ha sull’immigrazione.

 

Una straordinaria opportunità di dialogo. “L’incremento della presenza degli ortodossi in Italia – spiega don Battaglia – è un fatto ormai evidente. I fedeli orientali non cattolici nel loro insieme costituiscono ormai la seconda comunità religiosa italiana. Questa rilevante presenza di cristiani, provenienti dai Paesi del Medio Oriente e soprattutto dall’Est europeo, sta dunque cambiando la geografia religiosa dell’Italia. Accanto alla tradizionale presenza del Patriarcato di Costantinopoli, sono sorte nel nostro Paese nuove parrocchie e anche diocesi ortodosse”. Oltre ad essere una opportunità per il dialogo ecumenico nel nostro Paese, “questa nuova realtà si traduce tuttavia in nuove domande che investono le diocesi e le parrocchie cattoliche”. “Le comunità orientali – dice il direttore dell’Ufficio Cei – chiedono luoghi per incontrarsi e per celebrare la Liturgia; i matrimoni misti si moltiplicano; si moltiplicano le occasioni di incontro e le possibilità di collaborazione; i singoli fedeli talvolta domandano assistenza spirituale, catechesi per i bambini, sacramenti. Non sempre infatti la presenza di ministri di culto orientali non cattolici è in grado di soddisfare tutte le esigenze della crescente presenza di fedeli. Ma c’è di più: cattolici e ortodossi vivono insieme, vicini gli uni agli altri, e gli orientali sono spesso animati dal desiderio di integrarsi nei diversi ambiti della vita del nostro Paese. Insomma, sempre meno l’ecumenismo è una questione per specialisti, ma una realtà quotidiana”. “Insomma – conclude don Battaglia – il convegno nasce da queste nuove prospettive che si aprono per l’ecumenismo”. “L’Italia torna a essere in una maniera che magari non avevamo previsto, terra di incontri tra diverse tradizioni e culture cristiane. Dunque la presenza di fedeli orientali non cattolici è un’opportunità di arricchimento”.

 

Un panorama segnato dall’incontro. Anche l’arcivescovo di Milano, card. Dionigi Tettamanzi, ha sottolineato come “il panorama italiano, in passato caratterizzato sul piano religioso da sostanziale omogeneità è oggi fortemente segnato dall’incontro, non di rado carico di difficoltà e di tensioni, tra diverse culture e religioni”. Ed ha aggiunto che, “in una simile situazione, noi cristiani siamo chiamati a offrire insieme una testimonianza unanime e concorde attraverso concrete opere di accoglienza nei confronti dei migranti, dei più poveri e deboli”. In questo contesto, “l’impegno ecumenico deve dunque trovare un posto tra le diverse forme in cui si dispiega l’azione della Chiesa” ed è necessario che “le prospettive aperte dai dialoghi ecumenici possano diventare patrimonio di tutta la Chiesa” investendo sulla “formazione ecumenica di una nuova generazione di pastori e di fedeli che si preparano ad assumere responsabilità nella vita ecclesiale”. “Quando accogliamo tra noi questi cristiani”, ha proseguito l’arcivescovo, “dobbiamo farli sentire a proprio agio e fare in modo che la comunità cattolica sappia rispettare e valorizzare la loro diversa e ricca tradizione spirituale”. Da parte cattolica, ha spiegato il cardinale, “la nostra sollecitudine pastorale dovrà essere attenta ad aiutare le singole persone ortodosse a mantenere i contatti essenziali e sacramentali con i ministri e le comunità della propria Chiesa e, nello stesso tempo, a scoprire che al primo posto non c’è la propria tradizione confessionale, ma Gesù Cristo, il cui corpo indivisibile è la sua Chiesa”.

 

Un rapporto di amicizia. Secondo mons. Vincenzo Paglia, arcivescovo di Terni-Narni-Amelia, il maggior punto di incontro del confronto ecumenico è la Bibbia, che “è stata tradotta in 2.400 lingue, ma attende di essere tradotta in altre 4.500”. Punto che è stato al centro del Sinodo dei vescovi, al quale hanno partecipato per la prima volta rappresentanti protestanti e ortodossi. Presente al convegno di Ancona anche il vescovo Siluan, della diocesi ortodossa romena d’Italia, che ha definito il rapporto tra cattolici e ortodossi “intimo”. “La Chiesa cattolica ha fatto tanto per noi – ha detto – offrendoci accoglienza e spazi”. Gli ortodossi dell’Est Europa, “che sono sempre di più”, non vogliono “stare con le mani in mano: abbiamo organizzato strutture di assistenza e accoglienza nelle stazioni Termini e Tiburtina, allestito luoghi di incontro. E vogliamo fare conoscere di più la nostra cultura e i nostri valori”. Il convegno, che rientra nelle iniziative di avvicinamento al Congresso eucaristico nazionale in programma ad Ancona nel 2011, prosegue fino al 3 marzo con altri incontri e una mostra di icone bizantine. sir

 

 

 

 

 

Il Papa con il cerotto sul viso, appello per i cristiani in Iraq

 

CITTA’ DEL VATICANO - E’ bastata la vista di un cerottino, di quelli piccoli e tondi che si usano per tamponare le micro ferite da rasoio, per scatenare l’allarme sulla salute del Papa. Se non fosse stato per i potenti obiettivi dei fotografi, nessuno si sarebbe accorto di quel particolare sul suo zigomo destro quando ieri a mezzogiorno, Benedetto XVI sorridente e in forma, si è affacciato sulla piazza per la recita dell’Angelus e per uno dei più accorati appelli a favore dei cristiani in Iraq. In Vaticano sono subito intervenuti per fermare il tam tam allarmistico e rassicurare. Insomma, anche a un pontefice può capitare di essere un po’ maldestro facendosi la barba. «E’ una sciocchezza». Se i fedeli in piazza san Pietro non hanno avuto modo di accorgersi di quel banale cerottino, sono però tutti rimasti colpiti dal tono col quale il Papa ha chiesto al governo di Baghdad e alla comunità internazionale di non abbandonare la comunità caldea, nel mirino dei fondamentalisti. Di appelli per il futuro (molto incerto) dei cristiani in Iraq, Papa Ratzinger ne aveva fatti tanti in questi anni, ma mai così forti come quello che si è sentito ieri. «Bisogna ripristinare la sicurezza». Implicitamente ha denunciato l’immobilismo del governo Maliki che si era impegnato a garantire la sicurezza alle minoranze religiose. Nonostante la «delicata fase politica che sta attraversando l’Iraq» spetta a chi governa a compiere «ogni sforzo per ridare sicurezza alla popolazione e, in particolare, alle minoranze religiose più vulnerabili». In piazza, mescolati tra la folla, erano presenti una cinquantina di iracheni, con tanto di striscioni inneggianti alla libertà religiosa. Un diritto a loro conculcato. Benedetto XVI ha manifestato «profonda tristezza» per «le tragiche notizie delle recenti uccisioni di alcuni cristiani nella città di Mossul». Ma gli episodi di violenza sono ormai all’ordine del giorno. Ed è uno stillicidio di notizie negative.  FRANCA GIANSOLDATI IM 1

 

 

 

 

Iraq. Fermare la strage. Cristiani in piazza a Baghdad e Mosul. Il conforto delle parole del Papa

“Tristezza e preoccupazione” sono state espresse da Benedetto XVI per le recenti uccisioni di alcuni cristiani nella città di Mosul e per altri episodi di violenza, avvenuti in Iraq “ai danni di persone inermi di diversa appartenenza religiosa”. Nel corso dell’Angelus, domenica 28 febbraio, il Papa ha pregato per tutte le vittime degli attentati ed espresso il desiderio di un pronto ripristino della sicurezza. Rivolgendosi alle comunità cristiane dell’intero Paese, Benedetto XVI ha detto: “Non stancatevi di essere fermento di bene per la patria a cui, da secoli, appartenete a pieno titolo”. Il Papa ha, inoltre, lanciato un appello alle Autorità civili, “perché compiano ogni sforzo per ridare sicurezza alla popolazione e, in particolare, alle minoranze religiose più vulnerabili” ed ha esortato la comunità internazionale “a prodigarsi per dare agli iracheni un futuro di riconciliazione e di giustizia”.

 

“Grazie Santo Padre”. “Grazie Santo Padre per la sua vicinanza! Siamo grati a Benedetto XVI, sappiamo quanto si preoccupi delle nostre comunità: speriamo che la sua voce possa avere una risonanza nel mondo e soprattutto nei duri di cuore”. Così il vicario patriarcale di Baghdad, mons. Shlemon Warduni, ha salutato le parole del Papa, all’Angelus. “Parole forti e ricche di speranza – ha affermato al SIR mons. Warduni – che suonano come un appello ai cristiani ad avere fiducia nella giustizia e a non lasciare il loro Paese. Benedetto XVI ha fatto appello alle Autorità perché mettano da parte gli interessi e proteggano le minoranze religiose più vulnerabili. È tempo, infatti, di mettere da parte ogni interesse particolare, politico, religioso, culturale ed etnico. I cristiani devono poter vivere in pace e sicurezza nel loro Paese, da cittadini, nella pienezza del diritto”.

 

Cristiani e musulmani in piazza. Il 28 febbraio è stato anche il giorno della protesta pacifica e civile dei cristiani, a Baghdad e a Mosul. L’obiettivo condiviso di cristiani e musulmani, anch’essi presenti in piazza, era quello di gridare “basta alle violenze contro i cristiani e chiedere protezione per le minoranze”. Nella capitale irachena, ha riferito al SIR mons. Warduni, tra i partecipanti alla protesta, “siamo scesi in piazza per dire basta agli attacchi. Noi vogliamo pace e sicurezza, non più violenza. Siamo cittadini iracheni a pieno titolo e come tali rivendichiamo i nostri diritti, in primis quello alla vita. Basta con le stragi dei cristiani. Vogliamo protezione”. Organizzata dall’Hammurabi Organization for Human Rights, la manifestazione ha avuto luogo nel centro della città, non lontano dagli hotel Falestin e Sheraton, ed ha riunito oltre 500 persone tra cristiani, yazidi, sabei e musulmani. A prendere la parola, per ricordare le difficoltà dei cristiani, sono stati, tra gli altri, Louis Marqus, membro dell’Hammurabi, il corepiscopo siro cattolico, padre Pius Qasha, che ha letto un messaggio del suo patriarca, Mar Ignatius Yousef III Younan. Tra i presenti anche Abdallah Al Naufali, capo dell’ufficio governativo per le minoranze non musulmane. “Abbiamo fatto le nostre richieste – ha aggiunto Warduni – tra queste l’immediato intervento del governo centrale e locale per proteggere i cristiani e fermare lo spargimento di sangue; di assicurare alla giustizia gli autori e i mandanti dei crimini contro i cristiani di Mosul; di pubblicare i risultati delle inchieste effettuate dalle forze di sicurezza irachene sugli attacchi contro i cristiani di Mosul avvenuti negli scorsi giorni e nel 2008. Nel caso fosse impossibile fermare le violenze a Mosul ci si appella alla comunità internazionale perché li protegga e ponga fine alla loro tragedia”.

 

In marcia a Mosul. Le parole del Pontefice hanno avuto una grande eco anche a Mosul ed hanno confortato i cristiani locali che hanno aderito in massa ad una marcia condotta tra diverse città e villaggi cristiani del territorio circostante. “L’appello è stato accolto dalle nostre comunità – ha spiegato al SIR l’arcivescovo caldeo di Mosul, mons. Shimoun Nona – ma il problema è che non tutta la popolazione ha potuto ascoltarlo poiché non tutti i canali arabi lo hanno diffuso. Da parte nostra lo diffonderemo nelle chiese”. “C’era moltissima gente – ha aggiunto il presule caldeo – in ogni villaggio abbiamo trovato vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e semplici fedeli ad accoglierci. Con noi anche il patriarca caldeo, Mar Emmanuel III Delly, che ha esortato tutti, Istituzioni in primis, ad adoperarsi per la sicurezza”. Lo stesso patriarca, secondo quanto riferito da mons. Warduni, ha anche fatto visita alle famiglie ed ha parlato con il sindaco, con il capo della sicurezza e capi tribù locali. Questi ultimi hanno ribadito che “se il governo non proteggerà i cristiani lo faranno loro. Molti di questi, infatti, sono stati educati in scuole cristiane”. Nella stessa occasione è stato ricordato mons. Paulos Faraj Raho, l’arcivescovo di Mosul rapito il 29 febbraio 2008 e ritrovato morto dopo due settimane. “A 2 anni dal rapimento – ha concluso mons. Nona – vogliamo coltivare la sua speranza di pace per l’Iraq. La sua morte sia seme di speranza per il nostro Paese. Le prossime elezioni ci possano, a riguardo, portare tranquillità e sicurezza per tutti”. sir

 

 

 

 

Chiesa e Mezzogiorno. Sentirsi Paese. Sud e Nord insieme

 

Del Mezzogiorno si occupano non solo governo e opposizione (ambedue freddini al riguardo), ma anche la Chiesa italiana: a modo suo e non da incompetente, visto che in quei territori vanta una "qualificata presenza di strutture ecclesiali nella vita quotidiana della società". Ma non è per "ingenua soddisfazione" che la Cei pubblica il suo secondo documento sulla questione meridionale, bensì per "ribadire la consapevolezza del dovere e della volontà della Chiesa di essere presente e solidale in ogni parte d'Italia, per promuovere un autentico sviluppo di tutto il Paese". In questo senso, anche le Chiese del Nord - dunque tutti noi - sono pienamente coinvolte nella difficile "questione". Raccogliamo l'invito a "guardare con amore al?Mezzogiorno", superando ogni tentazione di abbandono e una strisciante aura di discriminazione.Alle prese con vecchie e nuove emarginazioni, il Sud - ricordano i vescovi - sperimenta uno "sviluppo bloccato" e una "recezione acritica della modernizzazione" con lo sradicamento della civiltà contadina e lo sconvolgimento del ruolo della donna. Sulla piaga della criminalità organizzata - "le mafie, strutture di peccato" - le Chiese devono "recepire fino in fondo la lezione profetica di Giovanni Paolo II e l'esempio dei testimoni morti per la giustizia".

In questo "la parte migliore" di esse è da tempo fonte di autentica speranza per la gente. Esemplare è il "Progetto Policoro"?(dal nome della località in provincia di Matera dove avvenne il primo incontro) che sta efficacemente contrastando - con la solidarietà e la condivisione - disoccupazione, usura, sfruttamento minorile e lavoro nero. Povertà (i dati più negativi al Sud), disoccupazione (con la "zona grigia" tra non-lavoro e lavoro nero o precario) ed emigrazione interna (con l'esodo al Centro-Nord o all'estero dei più preparati) sono le emergenze su cui la Chiesa intende continuare a spendersi. Un sano federalismo, "solidale" - che esige un sistema integrato di investimenti pubblici e privati - può essere una sfida positiva anche per il Sud. Tra le risorse indispensabili per "coltivare la speranza", la reciprocità dei rapporti e la cura per l'educazione. Reciprocità anche tra Nord e Sud. Educazione anche a sentirsi Paese. E a sentirsi "Chiesa".

VINCENZO TOSELLO, direttore "Nuova Scintilla" (Chioggia)

 

 

 

Una chiesa, il mondo

 

Il  cartello è invitante: café in the crypt. Scendo, allora, una dozzina di ampi gradini di marmo che mi accompagnano sotto una chiesa, che si affaccia sulla centralissima Trafalgar Square: St. Martin in the Fields. Improvvvisa, vi si presenta qui una scena magnifica. Sotto le volte di mattone rosso-cupo, a luminosità soft, su un pavimento di stele funebri del 18.mo secolo, potete ammirate tutta una serie di tavoli con una candela accesa: un magnifico ristorante. È l’occasione di consumare in un’atmosfera mistica – quella che piacerebbe immensamente al Foscolo - una deliziosa apple crumble. I prezzi sono popolari, il servizio di raffinata eleganza. Vi verrà, quasi, da dubitare se siamo al di qua o al di là del mondo...

Accanto vi attende un bookshop con libri, pubblicazioni, ricordi, carte di augurio, oggettini sacri o profani, tanto da deliziarvi lo sguardo. Sopra invece nella chiesa, sotto lo sguardo estatico di qualche visitatore di passaggio un quartetto di giovani concertisti orientali sta provando. È il concerto della serata. L’atmosfera è rarefatta, l’attenzione  palpabile e il piacere dell’ascolto senza pari. Qui si danno 350 concerti all’anno. La domenica, invece, il coro si esibisce nelle liturgie accompagnato dall’antico organo del 1726 offerto da King George. Tempio privilegiato della musica, conosciuto universalmente per la sua tradizione musicale, ha accolto Händel e quasi certamente Mozart, di passaggio a Londra. Anche voi, se di passaggio nel pomeriggio, ascolterete liberamente un concerto alla sua prova generale. Stupendo.

Ma lo stupore non si fermerà qui. La polivalenza sembra, infatti, quasi una regola d’oro in terra inglese. Come quando vi presentate in un chiosco qualunque e vi trovate libri, riviste, bevande, cibo, farmaceutici e... vegetables! Lo spirito pragmatico, così,   di una cultura differente dalla nostra si pone a servizio del cliente.

Sotto la chiesa ancora,  in una saletta a parte alcuni fedeli inglesi recitano lentamente, meditativi, i salmi della sera. Mi accosto, mi siedo, li guardo. Mi sorridono. In silenzio, alla fine lasciano il luogo: restano solo due grosse candele accese e quattro enormi statue in legno africano sul pavimento, la sacra famiglia e una donna orante.

Altre sale sotterranee sono intitolate al vescovo Ho Ming Wah, a Desmond Tutu... Qui si ritrova fraternamente dal 1980  una grossa comunità cristiana cinese. Questa chiesa, viene da pensare, arriva universalmente con la sua arte musicale, ma anche con le sue lunghe braccia dell’accoglienza. Inoltre, un’attenzione particolare viene data agli homeless, ai senza tetto, ai poveri in genere della città. Vengono in mente, allora, le parole di Tagore: "Più l'uomo si impegna nelle attività sociali, più rende visibile il suo intimo invisibile e cammina verso il futuro".  E un pastore protestante vi parlerà dei due polmoni di ogni comunità cristiana: la forza della spiritualità e l’impegno sociale. Come due volti necessari, inscindibili ed essenziali. La Chiesa, in fondo, dovrà insegnare ai cristiani  a incontrare Dio e a incontrare gli uomini.

Momenti di eccellenza questi, in fondo. Momenti estatici di apertura alla vita, che qui a St Martin in the fields si fanno momenti dal sapore di eternità. Sì, nell’arte, nella musica, nell’accoglienza o nella solidarietà: tutti segni del Regno. La nostra vita ha bisogno di questo, direbbe qualcuno, come il deserto ha bisogno di oasi; per ricordare, in questo modo, il valore della vita. Stupenda lezione di una chiesa inglese.

Renato Zilio missionario a Londra (de.it.press)

 

 

 

 

GMG 2011 - Così i giovani d'Europa

 

Madrid dopo Santiago de Compostela, Czestochowa, Parigi, Roma, Colonia

Roma, piazza S. Pietro, Domenica delle Palme del 31 marzo 1985: in occasione dell'Anno Internazionale della Gioventù si svolge un grande raduno di giovani, oltre 250 mila. In quel giorno Giovanni Paolo II dedica , "ai giovani e alle giovani di tutto il mondo", una Lettera Apostolica "Dilecti Amici". Il 20 dicembre dello stesso anno il Pontefice annuncia l'istituzione della Giornata Mondiale della Gioventù nel corso dell'allocuzione al Collegio dei cardinali e alla Curia romana: "il Signore ha benedetto quell'incontro (del 31 marzo 1985, ndr.) in modo straordinario, tanto che, per gli anni che verranno, è stata istituita la Giornata Mondiale della Gioventù, da celebrare la Domenica delle Palme, con la valida collaborazione del Consiglio per i Laici". Nel 2004, nel suo libro "Varcare le soglie della speranza", Giovanni Paolo II scrive: "nessuno ha inventato le Giornate mondiali dei giovani. Furono proprio loro a cercarle. Non è vero che è il Papa a condurre i giovani da un capo all'altro del globo terrestre. Sono loro a condurre lui". In questo lungo pellegrinaggio la Gmg ha toccato numerosi Paesi e città: delle 25 edizioni fin qui svolte, ben 10 si sono celebrate a livello internazionale, di queste la metà in Europa, Santiago de Compostela (Spagna) nel 1989, Czestochowa (Polonia) nel 1991, Parigi (Francia) nel 1997, Roma (Italia) nel 2000, Colonia (Germania) nel 2005, in attesa di Madrid (Spagna) nel 2011… Con il responsabile della sezione Giovani del Pontificio Consiglio per i laici, padre Eric Jacquinet, abbiamo parlato del valore e del significato delle Gmg per i giovani europei e per il vecchio continente secolarizzato.

 

Dopo il viaggio in Australia la Gmg tornerà in Europa, nel 2011, a Madrid. Che significato riveste questo ritorno nel vecchio continente secolarizzato?

"Secolarizzato ma anche con una grande sete di spiritualità. Vedo un grande desiderio dei giovani di vivere nella Chiesa anche in un contesto di secolarizzazione come quello europeo. Questo si vede molto bene in Spagna dove troviamo le due cose insieme. Per la Spagna accogliere la Gmg sarà molto importante. Il card. Rouco Varela è convinto di questa sete di spiritualità da parte dei giovani. La settimana scorsa un raduno giovanile a Paray Le Monial, in Francia, con quasi 1500 partecipanti, ci ha confermato questo grande desiderio".

 

La Gmg riesce a rispondere a questo desiderio?

"Nei desideri dei giovani, anche quelli che incontro a Roma al centro san Lorenzo, noto questo desiderio di esperienza spirituale che spesso si traduce in voglia di pregare. L'adorazione eucaristica è molto praticata, molti per questa Quaresima si stanno recando al Centro per ritagliarsi un tempo di silenzio e di raccoglimento in un mondo in cui sono immersi nel frastuono. Ma c'è anche un altro desiderio, non meno importante…".

 

E qual è?

"Quello di formazione intellettuale che nasce, credo, da una certa distanza tra ciò che studiano a scuola e ciò che ascoltano dalla Chiesa, dal Papa. Ricercano una coerenza intellettuale e penso che nel campo della formazione alla preghiera e all'approfondimento culturale della propria fede, le Gmg possono essere una risposta in quanto offrono sia tempi di meditazione che di insegnamento e penso alle catechesi dei vescovi e del Papa nei giorni delle Gmg".

 

La secolarizzazione, allora, non ha reciso del tutto le radici cristiane dei giovani europei?

"Direi di no, ma vale la pena ricordare che stiamo parlando di quella cerchia di giovani che vivono vicino alla Chiesa, che partecipano alla vita ecclesiale. Non saranno numerosissimi, ma il loro desiderio è grande, e per questo che sono i primi missionari dei loro coetanei. Credo che il desiderio di ritrovare una cultura cristiana sia condiviso da molti. Quando morì Giovanni Paolo II ho visto centinaia di migliaia di giovani arrivare a Roma da tutto il mondo per l'estremo saluto. Un segno chiaro che erano cresciuti con la persona, con l'insegnamento e l'esempio del pontefice polacco. E questa cosa non è cambiata con Benedetto XVI a dimostrazione che i giovani non seguono la fama della persona ma il desiderio profondo che va oltre il legame personale con la figura del Pontefice". Sir

 

 

 

 

La lingua dei segni. La 19ª edizione della "Pasqua del sordo"

 

"Portare il Vangelo nel 'mondo del silenzio'": è questo l'impegno del Movimento apostolico sordi (Mas) che ha annunciato la 19ª edizione della "Pasqua del sordo", in programma la Domenica delle Palme (28 marzo) ad Osimo, nelle Marche. È prevista la partecipazione di diverse centinaia di non udenti provenienti soprattutto dalle Regioni dell'Italia centrale e meridionale. Analoghe iniziative sono previste in alcune città del Nord. La giornata sarà scandita dalle confessioni mattutine, officiate da preti capaci di parlare e capire la "lingua dei segni"; seguirà la processione "delle Palme" e quindi la messa solenne presieduta dal vescovo di Ancona, mons. Edoardo Menichelli, concelebrante p. Vincenzo Di Blasio, della "Piccola Missione per i sordomuti" (Pms) e assistente ecclesiastico nazionale del Mas. Nei prossimi mesi sono anche in programma, dal 30 aprile al 2 maggio, le celebrazioni del 25° dello stesso Movimento apostolico sordi, con la presenza del segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata; in giugno è invece previsto un convegno promosso dal Pontificio Consiglio per la salute, come continuazione della XXIVª Conferenza internazionale, tenuta nel novembre scorso in Vaticano, sul tema "Effatà! La persona sorda nella vita della Chiesa". In Italia le persone con gravi problemi uditivi sono 92 mila; circa 120 mila i bambini fino a 12 anni con problemi di udito. A p. Vincenzo Di Blasio, oltre che assistente del Mas, membro del gruppo di lavoro Cei-Ufficio catechistico per il settore disabili e consigliere dell'Associazione italiana educatori dei sordi, il SIR ha posto alcune domande.

 

Guardando i programmi delle precedenti 18 edizioni della "Pasqua del sordo" si nota che ogni anno cambiate città e quasi sempre è presente un vescovo. Perché?

"È stata una scelta precisa. I non udenti rappresentano forse la categoria meno considerata, perché il loro deficit è 'invisibile'. Invitando un vescovo a presiedere la celebrazione pasquale non solo si vuole dare lustro alla giornata, ma indicare l'esigenza di far giungere la 'buona novella' a una categoria di persone che è raggiungibile solo attraverso un linguaggio particolare, che in pochi conoscono: la 'lingua dei segni'. Grazie a questi incontri, già diversi vescovi si sono attivati e hanno chiesto ad alcuni dei propri preti di imparare questa 'lingua dei segni' per poter 'parlare' con i sordi".

 

Dove e come si può apprendere questa "lingua"?

"Per il servizio pastorale, fino a qualche tempo fa, eravamo solo noi della 'Piccola missione per i sordomuti' in grado di intervenire, preparandoci all'interno della nostra realtà. Oggi, con una accresciuta sensibilità ecclesiale, sono già diversi i sacerdoti che hanno appreso tale linguaggio. Ciò anche grazie ai corsi estivi che teniamo nella casa di Montepiano, in provincia di Prato. Tali corsi sono rivolti anche a catechisti, religiosi e seminaristi, così che una volta divenuti presbiteri possano allargare la platea dei fedeli cui annunciare il Vangelo. Sotto questo aspetto registriamo diverse realtà molto promettenti. Per citarne una, a Trani è stata creata quasi una 'parrocchia per i sordi'. Anche in questo campo 'la messe è molta, ma gli operai sono pochi', come dice il Vangelo".

 

Come vede il futuro per i malati di sordità?

"La scienza ha fatto numerosi passi avanti, le protesi acustiche aiutano molto. Anche l'uso del computer ha portato diversi vantaggi. Ma ciò che rimane basilare è un rapporto umano che sia al tempo stesso caldo, affettuoso e capace di raggiungerli nel profondo con una comunicazione piena. Per far questo occorre una reale capacità di comunicare, che non si improvvisa. Una prospettiva molto incoraggiante è venuta da papa Benedetto XVI che nel corso della conferenza vaticana del novembre scorso ha indicato i sordi non solo come oggetto di evangelizzazione, ma come 'soggetto' dell'annuncio. È stato uno sprone e il riconoscimento che da 'mondo del silenzio' si può diventare 'mondo del dialogo' seppure con un linguaggio particolare".

 

Scheda - È una congregazione religiosa approvata la prima volta dall'ordinario di Bologna il 15 agosto 1872. Confermata nel 1903, nel 1913 ebbe il decreto di lode dalla Santa Sede. Nell'ottobre 1963 la Congregazione dei religiosi l'approvò definitivamente. Fondatore è don Giuseppe Gualandi (1826-1907), il quale con il fratello don Cesare iniziò a interessarsi dei sordi nel 1849 a Bologna. Fondò la Pms (maschile e femminile) e gli Istituti Gualandi per sordomuti. Nell'anno giubilare 2000, Giovanni Paolo II ha riconosciuto l'eroicità delle sue virtù e lo ha dichiarato venerabile. La Pms è presente in Italia, Brasile e Filippine. In Italia è a Roma, con la casa generalizia; a Bologna che è la casa madre della congregazione; e poi a Firenze, Catania, Giulianova e Molfetta. In Brasile è presente a Londrina (Parana) e a Campinas (S.Paolo). Nelle Filippine è a Cebu City. Realtà collegate alla Pms sono l' Associazione romana per sordi (Ars), con oltre 60 anni di vita; il Movimento apostolico sordi (Mas), che si occupa più prettamente della parte religiosa e spirituale; la Polisportiva silenziosa romana (Psr) la più antica organizzazione sportiva dei sordi d'Italia; la onlus "Amici di padre Savino" che cura adozioni scolastiche a distanza con Paesi quali Filippine, India, Nigeria, Congo (oltre 750 gli alunni adottati); le suore della Piccola missione per i sordomuti che hanno missioni in Brasile e Filippine e gestiscono case famiglie per sorde anziane in Italia. Maggiori informazioni: www.piccolamissionesordomuti.info.  sir

 

 

 

 

Un laboratorio di laicità. Ciclo di conferenze alla Pontificia Università Gregoriana

 

"Uomini e donne che aiutano il Vangelo. Laici corresponsabili nella Chiesa": con questo titolo ha preso il via, giovedì 25 febbraio, la seconda edizione del ciclo di conferenze sul laicato nella Chiesa promosso a Roma dal Forum internazionale di Azione Cattolica (Fiac) e dalla Pontificia Università Gregoriana "Laikos", in collaborazione con le Comunità di vita cristiana (Cvx) e il patrocinio del Pontificio Consiglio per i laici. Mercoledì 24 l'apertura del corso è stata anticipata da una conferenza stampa presso l'ateneo. L'itinerario formativo (fino al 5 maggio) prevede 3 lezioni riservate agli studenti universitari e 6 conferenze aperte al pubblico, il giovedì dalle ore 18 alle 20. Tra le novità di quest'anno anche due seminari intensivi che si terranno il sabato dalle 10 alle 17. Info: www.unigre.it.

 

L'orizzonte. "Aumentare la consapevolezza della corresponsabilità dei laici per la crescita della comunità ecclesiale" a partire dalla "dimensione della comunione" nell'orizzonte "della comune vocazione battesimale". Questa la prospettiva in cui vuole collocarsi il corso alla luce dell'esortazione apostolica "Christifideles laici" nelle parole del gesuita p. Sandro Barlone, direttore di "Laikos", itinerario formativo della Gregoriana rivolto al laicato. "Riprendendo la riflessione dello scorso anno su questo documento, pietra miliare per il ruolo dei laici nella Chiesa", ha spiegato il religioso, si vuole mettere meglio "a fuoco" il concetto di "corresponsabilità" ed approfondire il "confronto con la Parola, anche alla luce del recente Sinodo". Temi che verranno sviluppati dai relatori, tra cui il card. Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i laici, mons. Josef Clemens, segretario del medesimo dicastero vaticano, fr. Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose. "A partire dalla 'Christifideles laici' - ha spiegato Salvador Pié Ninot, docente della Gregoriana, relatore della prima conferenza - c'è un tentativo di riscoprire come centrale il concetto di comunione". Un elemento "importante", che "consente di collocare il tema dei laici nella cornice della comunità ecclesiale". Questo "senso di comunità come popolo di battezzati" deve restare "il punto centrale per ogni impegno del laicato oggi".

 

I laici nell'annuncio. "Nell'economia della salvezza la corresponsabilità tra laici e consacrati ha una dimensione eucaristica", ha affermato p. Luciano Larivera, gesuita de "La Civiltà Cattolica". "Come non c'è Eucaristia se non ci sono i due elementi del pane e del vino - ha spiegato -, così non c'è annuncio del Vangelo senza la collaborazione tra questi due stati di vita nella Chiesa che sono inscindibili". "Da battezzati, va riscoperto il senso dell'essere insieme collaboratori", ha aggiunto il relatore evidenziando alcuni dei terreni in cui si gioca l'impegno laicale. Dal luogo di lavoro dove annunciare nel quotidiano significa anche solo semplicemente "dire una parola di speranza, ricordare ai lontani che la Chiesa permette un'esperienza di amore", all'impegno nel mondo dell'economia e dell'impresa per "essere testimoni del Vangelo in un momento di crisi dell'etica", fino alla cooperazione internazionale allo sviluppo dove "sempre più laici a fianco di religiosi si spendono spesso in maniera radicale nella promozione umana". Di qui l'importanza di una "formazione solida basata su due livelli": il primo e "indispensabile" è l'impegno nel confronto personale con la Parola; il secondo è il discernimento, ambito in cui "i consacrati devono essere attenti ad aiutare i laici, specie quando si tratta di scelte come la consacrazione laicale".

 

Gli obiettivi. È proprio tra gli scopi di questo ciclo offrire momenti d'approfondimento per permettere ai laici di formarsi per l'annuncio della Parola e fare discernimento là dove si vive. "Altro obiettivo è mettere a fuoco la riflessione sul rapporto tra laici e clero", ha spiegato la tutor del corso, Stella Morra. Il seminario si offre infatti come "laboratorio di un confronto fattivo tra soggetti diversi, perché rivolto non solo ai laici, ma anche a seminaristi, ai religiosi, ai preti, con lo scopo di favorire lo scambio, la riflessione sulla capacità di lavorare insieme nella Chiesa". A fianco dei contributi teologici si faranno conoscere esperienze di realtà locali particolari, per poi avviare un dibattito, soprattutto nei seminari del sabato. "La tematica del laicato viene affrontata tutto sommato ancora in una prospettiva molto pratica e generica, senza un'adeguata base formativa-teologica", ha sostenuto Morra. "Come Ac sentiamo forte l'esigenza di una formazione dalle parrocchie. L'obiettivo di questa nostra iniziativa - ha spiegato al SIR Maria Grazia Tibaldi, segretaria generale del Fiac - è offrire molteplici strumenti da mettere a disposizione dei laici oggi per una formazione che li aiuti a sentirsi dentro un cammino ecclesiale e per poter impostare un lavoro pastorale nell'ottica della corresponsabilità. Attraverso il Forum internazionale di Ac ci auguriamo di estendere quest'esperienza anche in università di altri Paesi". MICHELA CUBELLIS

 

 

 

 

Interview mit dem Gründer der Missionaries of the Poor, Pater Richard Ho Lung

 

"Selbst an Tagen, wo sie Menschen ermutigen, die an AIDS starben, Leprakranke oder Menschen, die geistig krank waren, kamen sie doch jeden Tag voll Freude erfüllt nach Hause zurück", wer so über seine Brüder spricht, ist der Gründer der Missionaries of the Poor -Missionare der Armen, Pater Richard Ho Lung.

ZENIT bringt heute seine Erfahrungen in der neuen Serie mit dem Titel ‚Wo Gott weint'. Letzte Woche wurde sie gestartet, und wird jeden Dienstag verschiedene Interviews mit führenden Vertretern verfolgter Kirchen bringen. In ersten, vom katholischen Radio- und Fernsehnetzwerks (CRTN) in Zusammenarbeit mit Kirche in Not durchgeführten Interview für die Fernsehsendung ‚Wo Gott weint', beschrieb Patriarch Twal die vielen Herausforderungen, denen sich die Christen im Heiligen Land stellen müssten.

Worin bestand dieser Ruf? Sicher war es keine leichte Entscheidung für Sie?

--Pater Ho Lung: Es war die Begegnung mit den Obdachlosen und Armen, den Ausgestoßenen in Jamaika. Dann gab es auch einen schrecklichen Vorfall in Jamaika, bei dem 155 ältere Frauen in einem Abbruchhaus, das von der Regierung betrieben wurde, verbrannten. Das wühlte mein Gewissen auf. Es war eine furchtbare Tragödie.

Danach, während ich an der West-Indies-Universität in Jamaika lehrte, versank ich einmal in tiefes Gebet und in meinem Bewusstsein tauchte beständig die Gestalt Christi auf, der [...] mit den Ärmsten und den Verachtetesten der Menschen arbeitete.

Ich begann, Fragen zu stellen; es war der Herr, der Fragen stellte: „Willst Du wirklich ein authentischer Christ sein oder nicht? Und willst du daneben auch ein authentischer Priester sein oder nicht?"

 

Dies muss eine anstrengende Zeit für Sie gewesen sein?

--Pater Ho Lung: Ja, es war wie das Ringen Jakobs mit dem Engel. Aber natürlich hat der Herr gesiegt.

Es war geistig eine sehr anspruchsvolle Zeit, jedoch war es gleichzeitig auch die beste aller Zeiten.

Manchmal stritt ich mich mit dem Herrn und fragte ihn: „Wie kannst du so widersprüchlich sein?" Zuerst lässt er mich studieren, dann änderte er seine Entscheidung und ruft mich, mit den Ärmsten der Armen in den schwierigsten Situationen zu arbeiten. Und dies hatte nichts, wie es mir damals schien, mit dem Intellekt zu tun.

Aber mir ist auf verschiedene Weise bewusst geworden, dass das Bekämpfen der Probleme der ärmsten Menschen in der Tat all das erfordert, was ich gelernt hatte. So war die Ausbildung bei den Jesuiten eine gute Vorbereitung für meine Berufung als Gründer der Missionare der Armen.

 

Hatten Sie schon immer ein Herz für die Armen? Was hat Sie kontinuierlich, innerlich bewegt? Wann kam der Punkt, als Sie sagten: „Dies ist das, zu dem ich mich schon immer gerufen gefühlt habe?"

--Pater Ho Lung: Mein Vater, der Chinese ist und aus dem Fernen Osten kam, hatte uns, nachdem er meine Mutter geheiratet hatte, eine große Sensibilität für die Anforderungen und Bedürfnisse der Armen mitgegegben.

Er wiederholte uns immer wieder: „Denkt daran, dass ihr arm seid. Denkt daran, dass ich arm bin, und denkt an die ärmsten Menschen". Er erinnerte uns daran, dass die Menschen in Jamaika, obwohl sie arm sind, zu den besten Menschen gehörten; und dass wir ohne die Armen, die zu unserem Haus und zu unserem kleinen Lebensmittelgeschäft kamen, nicht überlebt hätten.

Er pflegte zu sagte: „Sagt allezeit Dank und was immer ihr auch in eurem Leben macht, vergesst die Armen nicht, wo immer ihr seid". So hat es angefangen, noch bevor ich katholisch geworden bin.

Pater Richard, Sie wählten als Leitspruch für die Missionare der Armen: „Freudiger Dienst mit Christus am Kreuz". Warum haben Sie sich für diesen Leitsatz entschieden?

--Pater Ho Lung: Nachdem die Gemeinschaft gegründet hatte, fiel mir ein merkwürdiges Phänomen auf. Die Brüder arbeiteten jeden Tag mit den Ärmsten, verrichteten dabei die einfachsten Arbeiten, angefangen vom Waschen, Kochen, Rasieren, Haareschneiden bis zum Aufräumen des Durcheinanders, dass am Ende des Tages geblieben war. Selbst an Tagen, wo sie Menschen ermutigen, die an AIDS starben, Leprakranke oder Menschen, die geistig krank waren, kamen sie doch jeden Tag voll Freude erfüllt nach Hause zurück.

 

Ich dachte, dies ist sehr geheimnisvoll, weil wir einerseits betonen, dass die Arbeit mit den Armen bedeutet, das Kreuz Christi auf sich zu nehmen. Doch waren die Brüder am Ende des Tages so glücklich und deshalb wählten wir als Leitspruch: „Freudiger Dienst mit Christus am Kreuz".

 

„Pater Richard, was ist Ihre größte Freude bei dieser Arbeit?

 

Pater Ho Lung: Zu wissen, dass wir eins sind mit Christus, ein Denken und Fühlen, und ebenso uns bewusst zu sein, dass wir die Sakramente und das Wort Gottes leben. Es gibt eine große Wahrnehmung der Nähe und Vertrautheit mit Gott. Wenn ich mir diese wunderbaren jungen Berufungen anschaue, und ihre große Freude, Begeisterung und Offenheit sehe sowie das Glück junger Menschen, selbst an der Schwelle des Todes; wenn ich sehe, dass sie wirklich bereit sind, ihr Leben hinzugeben, nichts anderes kann mir so viel Zufriedenheit schenken wie dies.

 

Worin bestand Ihr größtes Leiden bei Ihrer Aufgabe?

--Pater Ho Lung: Unser größtes Leiden war, als zwei unserer Brüder ermordet wurden. Sie wurden in Kingston mitten im Zentrum des Armenviertels auf sehr geheimnisvoll Weise in der Nacht getötet.

In der ganzen Gegend war es sehr still und mit einem Schuss wurden zwei unserer Brüder ermordet. Das war für mich und für die Gemeinschaft bitter traurig.

Haben diese Morde für sie jemals Sinn gemacht ?

--Pater Ho Lung: Zunächst einmal zeigte der Tod der Brüder die große Verbindlichkeit, die junge Menschen besitzen. Keiner ist seitdem ausgetreten. Auch ist seit dem Tod unserer Brüder unsere Gemeinschaft enorm angewachsen. Die tiefe Bedeutung des Kreuzes Christi wurde ihnen plötzlich klar und was es bedeutet aus dem Kelch des Leidens zu trinken. Dies prägte sich in ihre Herzen ein und wurde ihnen dadurch gegenwärtig. Die Brüder mussten das aufarbeiten und verstehen lernen, dass es um etwas Ernsthaftes geht. Es kann vielleicht sogar ihren Tod bedeuten, aber wir müssen unsere Arbeit mit den Menschen fortsetzen. Die Abwanderung von der Insel, die keine katholische Insel ist, war sehr stark. Für viele war die Tragödie des modernen Lebens in den Armenvierteln von Jamaika unerträglich

„Pater Richard, was für Sehnsüchte hegen sie jetzt gerade? Was sind Ihre Pläne? Welche Hoffnungen erfüllen Sie?

--Pater Ho Lung: In Jamaika wird darauf hin gearbeitet, Abtreibung zu legalisieren. Dies ist eine Beleidigung Gottes. Wir fuhren durch die Armenviertel, als die Brüder plötzlich zwei Plastiktüten bemerkten. In den Plastiktüten befanden sich Babys, die ermordet worden waren. Darauf kamen die Brüder zu mir und sagten: „Pater, du hast uns immer gelehrt, dass Abtreibung das grausamste und das schrecklichste Verbrechen sei. Wir brauchen ein Heim für ledige Mütter, für Frauen, die sonst abtreiben würden, und ein weiteres für kleine Kinder als Möglichkeit für Frauen, die sonst ihre Kinder zu töten würden".

 

Nach dem Gebet haben wir uns als Gemeinschaft entschlossen, ein Haus zu eröffnen.

Viele der Frauen sind nicht verheiratet, den Tag über können sie ihre Kinder bei uns lassen. So können sie zur Arbeit gehen, anstatt ihren Job zu verlieren. Abends können sie ihre Kinder abholen und mit nach Hause nehmen.

 

Außerdem möchten wir, dass es dort eine Messe gibt und das Anrecht auf Evangelisierung direkt im Gebäude am Samstag und Sonntag, damit die Menschen zu Christus und zur Kirche geführt werden können.

 

Dazu wünschen wir uns eine Klinik für pränatale diagnostik, damit Frauen, die eine Abtreibung in Betracht ziehen, zu uns kommen können und bei einer Ultraschalluntersuchung das Kind sehen können. Dies muss sie überzeugen. Wir würden sie fragen, ob sie unser Tagesheim in Anspruch nehmen wollen oder ob sie wünschen, ihre Kinder bei uns zu lassen, um sie zu Adoption freizugeben. Wir werden auf jeden Fall zu einer Lösung verhelfen.

 

[Dieses Interview wurde von Mark Riedemann für die wöchentliche Fernseh- und Radiosendung „Wo Gott weint" des katholischen Radio- und Fernsehsenders in Verbindung mit dem internationalen katholischen Hilfswerk „Kirche in Not" geführt. - Übersetzung aus dem Englischen von Iria Staat] Zenit 2

 

 

 

 

Missbrauchsfälle in Kirche. Das Schweigen der Männer

 

Ettal/München. Der letzte Schnee glänzt in der Mittagssonne, als am Freitag die Kirchenglocken das Wochenende einläuten. Vor dem Kloster, das, umgeben von mächtigen Bergen, seit 1330 im schönen Ettal steht, warten kopfschüttelnde Frauen neben ihren Autos. Heftig diskutieren sie die Ereignisse der vergangenen Tage, bis ihre Kinder endlich aus dem Klosterinternat stürzen. Ein Junge, vielleicht zwölf Jahre alt, umarmt sogleich die Mutter und sagt traurig: „Jetzt ist auch der Pater Maurus nicht mehr da.“ Das wisse sie schon, sagt die Mutter, die in München dächten eben nicht an die Kinder.

„Die in München“, das ist das Erzbischöfliche Ordinariat, das vor dem Pater Maurus Kraß schon Ettals Abt Barnabas Bögle zurücktreten ließ. Beide hätten in der Vergangenheit Missbrauchsfälle in dem Gymnasium zu vertuschen versucht, begründete das Ordinariat die drastischen Maßnahmen. Von nun an, heißt es aus München, müsse in Ettal endlich an die Kinder gedacht werden. Allen will es derzeit um das Wohl der Kinder gehen, seit im Kloster Unruhe herrscht und sich die Erzdiözese in Krisenmanagement übt.

Das Chaos begann Anfang vergangener Woche, als ehemalige Schüler des Ettaler Benediktinergymnasiums ihr jahrzehntelanges Schweigen brachen und sich an die Medien wandten. Von langen Gutenachtküssen des Paters M. auf den Mund der Kinder war zunächst die Rede, von Streicheleien und Befriedigung mit der Hand. Sexueller Missbrauch habe im Kloster nicht nur stattgefunden, sondern sei der Leitung bekannt gewesen.

Auf Tabula rasa gesetzt

Bald nach den Berichten über Missbrauch in Ettal fühlten sich die Benediktiner mit der Aufklärung der Vorwürfe überfordert. Obwohl das Kloster nicht der bischöflichen Verfügungsgewalt unterliegt, baten sie die bischöfliche Erzdiözese München und Freising um Amtshilfe. Wegen der jüngsten Missbrauchsskandale an den Jesuitenschulen um Schadensbegrenzung bemüht, ließ sich die nicht lange bitten. Der Generalvikar des Erzbischofs von München und Freising, Prälat Peter Beer, setzte von nun an auf Tabula rasa. „Es gibt zur rückhaltlosen Aufklärung keine Alternative, wenn die Abtei als solche eine Zukunft haben will“, sagte der Sprecher der Diözese, Bernhard Kellner.

Die Erzdiözese setzte sofort zwei Ombudsmänner ein, an die sich weitere mutmaßliche Missbrauchsopfer wenden konnten: den Bischöflichen Beauftragten der Erzdiözese München und Freising für die Prüfung von Vorwürfen sexuellen Missbrauchs, Monsignore Siegfried Kneißl, und, als klosterfernen Ansprechpartner, Rechtsanwalt Burkard Göpfert. Was folgte, war erschütternd: In den folgenden Tagen habe im Schnitt alle zwei Stunden das Telefon geklingelt, sagte Göpfert am Freitagnachmittag. Rund zwanzig mutmaßliche Opfer und zahlreiche Zeugen haben sich bis Freitag gemeldet.

Die Anrufer berichteten sowohl von sexuellem Missbrauch, der „weit über Streicheln hinausgeht“, als auch von systematischer Gewalt. Neben dem 2009 verstorbenen Pater M. wurden drei weitere Patres als mutmaßliche Täter genannt, die vor allem in den siebziger und achtziger Jahren Schutzbefohlene missbraucht haben sollen. Einer der beschuldigten Patres war nach einem Vorfall ins Kloster Wechselburg versetzt worden, wo er fortan ausgerechnet in der Jugendarbeit eingesetzt wurde. Zumindest für die länger zurückliegenden Taten können die Patres nicht mehr belangt werden, da sexueller Missbrauch von Kindern, zehn Jahre nachdem das Opfer volljährig geworden ist, verjährt.

Mehrmals in der Woche aufs schlimmste misshandelt

Als „die Hölle, die oft wieder hochkommt“, beschrieb ein früherer Schüler seine Zeit in Ettal in einer E-Mail. Ein anderer berichtete Kneißl, ein Pater habe ihn mehrmals in der Woche aufs schlimmste misshandelt: „Mit Grauen erinnere ich mich an die konstanten und furchtbaren Schläge.“ Eine Mutter schreibt von ihrem mutmaßlich misshandelten Sohn, der nach seiner Zeit in Ettal als Erwachsener zum Alkoholiker geworden sei. „Es geht darum, dass Kinder nicht genügend geschützt und so über einen längeren Zeitraum traumatisierenden Erfahrungen ausgesetzt waren“, schrieb ein Betroffener in einem Brief, aus dem Kneißl zitierte. Und doch sagten viele, sie hätten eine sehr gute Zeit in Ettal gehabt, in der sie viel gelernt hätten, sagt Kneißl.

Tatsächlich genoss das Klostergymnasium Ettal bis vorige Woche einen ausgezeichneten Ruf. Der ehemalige bayerische Ministerpräsident Max Streibl wurde hier genauso ausgebildet wie etwa der Theaterintendant Christian Stückl, der ehemalige Erste Bürgermeister von Hamburg, Klaus von Dohnanyi, und der Wittelsbacher Max Emanuel von Bayern. Dass von den Missbrauchsfällen jahrzehntelang nichts nach außen gedrungen ist, scheint auf eine „Kultur der Verniedlichung, des Verschweigens und der Ablehnung der Vorwürfe“ zurückzuführen zu sein, von der einer der Zeugen berichtete. Schüler, die sich an die Klosterleitung gewandt hätten, seien mundtot gemacht worden.

Nach seinem Tod fand sich ein Geständnis

Bezeichnend für dieses System ist der Fall von Pater M. Er war schon 1969 auffällig geworden, als er mit Schülern nackt geduscht hatte. Vier Jahre lang war er anschließend vom Schuldienst ausgeschlossen worden, durfte aber 1973 zurückkehren. So erst war es möglich geworden, dass er sich an dem Opfer, das sich vergangene Woche als erstes meldete, vergehen konnte. 1984 beschwerte sich die Mutter eines Schülers, doch Pater M. wurde nur ein Jahr verbannt. Danach gab er den Schülern Computerunterricht. Spätestens als im Jahr 2003 ein zwanzigjähriges Abiturtreffen bevorstand und zwei der eingeladenen Schüler ihr Kommen davon abhängig machten, dass Pater M. nicht anwesend sein dürfe, war die Schulleitung informiert. Dennoch wurde das Arbeitsverhältnis mit dem Bruder erst ein Jahr später beendet. Nach dem Tod von M. fand sich auf seinem Computer ein Geständnis.

Dieser und ein weiterer Fall aus dem Jahr 2005, in dem nun auch die Staatsanwaltschaft München ermittelt, wurden den beiden höchsten Würdenträgern des Klosters Ettal zum Verhängnis - Schüler hatten sich damals an die Internatsleitung gewandt. Sie hätten aber nicht den Eindruck gehabt, dass ihre Angaben in der Form weitergetragen worden seien, wie sie es erwartet hätten. Auch haben weder der Abt noch sein Stellvertreter den Vorfall der Diözese gemeldet und damit gegen die „Leitlinien zum Vorgehen bei sexuellem Missbrauch Minderjähriger durch Geistliche“ aus dem Jahr 2002 verstoßen.

An ähnlichen Fällen mangelt es nicht

„Wir sprechen nicht von einem Formfehler, sondern von beharrlichem Schweigen“, sagte Kellner. Auf Drängen Beers ist am Mittwoch Abt Barnabas zurückgetreten, am Freitag schließlich musste auch sein Stellvertreter freiwillig sein Amt abgeben - Pater Maurus ist nicht mehr da, und Kellner schloss auch weitere personelle Konsequenzen nicht aus. In ähnlichen Fällen solle überdies ähnlich reagiert werden, sagte Kellner.

An ähnlichen Fällen mangelt es der katholischen Kirche derzeit nicht. In der Schule des Benediktinerklosters Sankt Ottilien nahe München sowie in einem früheren Schülerheim der katholischen Ordensgemeinschaft Salesianer Don Boscos in Augsburg gibt es inzwischen ebenfalls Verdachtsfälle, die Jahrzehnte zurückliegen sollen. „Es sind Vorermittlungsverfahren bei der Staatsanwaltschaft anhängig, in denen wir überprüfen, ob sich Sachverhalte zu verfolgbaren Straftaten ergeben“, sagte der Augsburger Oberstaatsanwalt Matthias Nickolai. „Den Erkenntnissen zufolge liegen die bisher bekannten Vorwürfe lange zurück, so dass die Verjährung nicht unwahrscheinlich ist.

Gleichwohl muss man die Umstände genauer beleuchten, ob es nicht Hinweise auf weitere Vorfälle gibt.“ Auch in Kloster Schäftlarn nahe München soll es Übergriffe gegeben haben. In den sechziger Jahren habe sich ein Benediktiner-Pater dort im Internat an Schülern vergangen, berichteten Medien. Der heutige Internatsdirektor habe entsprechende Übergriffe bestätigt, der Pater sei zu einer mehrjährigen Haftstrafe verurteilt worden.

Reaktion der Eltern „absurd und kontraproduktiv“

Von den derzeit mehr als 500 Schülern in Ettal gebe es indes praktisch keine Meldungen. Sie werden derzeit von Rechtsanwalt Thomas Pfister befragt. Pfister ist von der Diözese als „unabhängiger externer Sonderermittler zur Aufklärung von Missbrauchsvorwürfen“ von München ins neunzig Kilometer entfernte Ettal geschickt worden, um von innen zu ermitteln. Dort wird er auf Klosterangehörige treffen, die Kellner nicht kooperationswillig genug sind, auf verunsicherte Lehrer, die in einer Presseerklärung weiterhin geregelten Unterricht versprachen, und auf einen Elternbeirat, der vergangene Woche einen Brief an den Münchner Erzbischof Reinhard Marx  geschickt hat und bat, das Rücktrittsgesuch des Abtes Barnabas abzulehnen. Die Eltern sehen Bögle und Kraß, die sie die wichtigsten Vertrauenspersonen ihrer Kinder nennen, als Bauernopfer. Kellner nannte die Reaktion der Eltern „absurd und kontraproduktiv“.

Bis diesen Freitag soll Pfister einen ersten Bericht vorlegen, der öffentlich gemacht werden soll. Doch trotz der verordneten Eile scheint es, als werde der jahrzehntelange Missbrauch nicht nur die Opfer auf ewig quälen, sondern auch die Abtei Ettal noch beschäftigen, wenn der letzte Schnee im Klosterinnenhof längst verschwunden sein wird. Martin Wittmann, Faz 1

 

 

 

Nach Missbrauchsfällen. Warten auf tätige Reue der katholischen Kirche

 

M.Z. wurde am Canisius-Kolleg missbraucht und hat dies bis heute verdrängt. Von der Bischofskonferenz ist der 47-Jährige enttäuscht – und fordert jetzt eine Entschädigung. Von Hadija Haruna

 

M.Z. will kein gläsernes Opfer sein. Er möchte anonym bleiben, weiterleben, ohne von anderen gebrandmarkt zu werden. Sein ganzes Leben lang hat der 47-Jährige geschwiegen, verdrängt, vergessen. Er sagt: „Vielleicht aus Loyalität gegenüber der Kirche, dem Orden, der Schule, der Erziehung, sicher aber aus Scham.“ So wie viele seiner damaligen Klassenkameraden am Berliner Canisisus-Kolleg. 2009 hatten sie in der Vorbereitung auf ein Klassentreffen über damals gesprochen und sich dann an die Ordensanwältin Ursula Raue gewandt. Einen Monat später habe der Brief von Schulleiter Klaus Mertes im Briefkasten gelegen. Manche von ihnen hätten sich im Anschluss gesammelt einen Anwalt gesucht.

 

Bei Manuela Groll hätten sich viele nach all den Jahren zum ersten Mal wieder getroffen, manche hätten sich dort erst kennengelernt, weil sie aus anderen Städten hinzugestoßen seien. Die Gruppe hätte abgewartet, um zu sehen, wie die Kirche agiere. Jetzt nach der Bischofskonferenz sei da diese immense Wut und Enttäuschung: „Es sind nicht nur Einzeltäter. In den Erklärungen der ‚Täterorganisation‘ vermisse ich ein Wort: Verantwortung. Wer übernimmt sie für das Vertuschen der Taten, die vor 30 Jahren mein Leben und das vieler anderer verletzt haben? Wir haben unseren Mund aufgemacht und werden wieder einfach nur stehen gelassen.“

 

Nach der Entschuldigung des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, hat sich M.Z. in einem offenen Brief an die kirchlichen Institutionen gewandt. Von Scham und Schande zu sprechen, sei nicht genug. „Was der Orden und die Kirche damit zu tun haben? Als 13-Jähriger glaubte ich, dass der Pater im Namen der Kirche spräche, der erklärte, mir helfen zu wollen, nicht der ,Sünde‘ der Masturbation“ anheimzufallen. Das war der Vertrauensvorschuss, der die Taten erst ermöglichte. Deshalb klagen wir nicht nur die Täter, sondern auch die Kirche an. Sie sind schuldig geworden durch Wegsehen, Vertuschen und Verschweigen.“

 

M.Z. ist gläubiger Katholik. Wer mit ihm spricht, vernimmt die klaren Worte eines Mannes, der sich gewappnet hat. Auch für das Gespräch, weil er sich entschieden hat, doch zu sprechen, obwohl da die Angst ist, zu viel zu sagen, sich zu sehr zu öffnen. M.Z. ist ein sanfter Mensch. „Seit vier Wochen laufen in ganz Deutschland Hunderte Betroffene herum, denen es so geht wie mir.“ Sie stehen unter extremer, nervlicher Anspannung, was aber kein Wunder sei, wenn nach so langer Zeit der Deckel vom Topf genommen werde und alles wieder da sei. „Es gibt Partner, Kinder und Eltern, die jetzt zum ersten Mal von ihren Ehemännern und Vätern von dem Missbrauch erfahren haben.“ Es sei ein Ausnahmezustand in der kleinen West-Berliner Katholiken Diaspora von damals, weil es fast jeden betreffe. „Man legt sich Zügel an, die Jahre streichen vorbei, und die Stille dämpft das Gefühl. Dann schlägt man die Zeitung auf und liest seine Geschichte. Plötzlich ist da die Erinnerung“, sagt M.Z.

 

Damit nicht alleine zu sein, sei wichtig geworden. Auch, um endlich das Gruppenschweigen der vielen missbrauchten Generationen zu brechen. Eine erste Anlaufstelle sei im Januar das Forum der Spreeblick-Seite von Johnny Haeusler, einem ehemaligen Canisius-Schüler, gewesen. „Das war Therapie, Erinnerungsaufarbeitung und Selbsthilfegruppe in einem.“ Geschützt durchs Netz hätten sich dort 60-Jährige mit 40-Jährigen und gegenwärtigen Schülern vom Canisius-Kolleg ausgetauscht. Man habe rekonstruiert: die Jahre, die Bilder, die Orte, die Gruppen, und sich erzählt, dass es Familien gegeben habe, die zum Rektor gegangen seien und mit den Worten, „dass der Patres den pubertierenden Kindern helfen wolle“, abgebügelt worden seien.

 

Im Blog finden sich an die 500 Einträge, die einen Einblick hinter die Kulissen des Canisius-Kollegs gewähren: „Die Sache mit den ausgesprochen schmerzhaften Handgreiflichkeiten gehört zu den Dingen, die wir an entsprechender Stelle (dem Rektor) vorgetragen haben. Seine Reaktion: ‚Noch ein Wort und ihr bekommt alle (drei) einen Tadel. Da ist die Tür!‘ “ Ein anderer Forums-Teilnehmer schreibt: „Mir sind Menschen bekannt, die in diesem Internat von diesen Pfaffen, die zugleich als Lehrer und Erzieher fungierten, regelmäßig nachts genital missbraucht worden sind. Gerüchten und Hilferufen der Kinder ist nicht nachgegangen worden. Alles wurde unter den Teppich gekehrt, verzweifelte Kinder wurden als Lügner und Verleumder dargestellt und die Eltern dieser Kinder genötigt, ihre verdorbenen Kinder von der Schule zu nehmen. Nicht ein Fall ist vor Gericht gekommen, nicht ein einziger der Pfaffen zur Rechenschaft gezogen worden.“

 

M.Z. hat seinen Eltern nichts gesagt. „Da ist etwas, das geht mit dem Missbrauch zusammen. Man ist emotional abhängig und fühlt sich selbst schuld an der Lage. Dann wird akzeptiert und verdrängt.“ Im Gegensatz zu Täter-Pater Wolfgang S., der seine Schüler einzeln zu sich gerufen habe, habe Peter R. die Methode des charismatischen Lehrers verfolgt, der seine Schüler wie Jünger um sich geschart habe. Der Missbrauch sei ein offenes Geheimnis gewesen. „Heute erscheint es mir fast sektenartig, wie er seine Jugendarbeit organisiert hat.“ So hätten es beide Patres geschafft, die Kinder emotional zu verwickeln. „Weil sie eine große Rolle im Leben und Fühlen von uns gespielt haben. Man hat die beiden ja gemocht, sonst wäre man ihnen auch nicht auf den Leim gegangen.“ Und später sei dann die Scham gekommen, die die Täter auch so lange geschützt habe. „Jemand der so nah ist, der sich so in dein Herz geschlichen hat, den kriegt man schwierig wieder heraus. Und das vergiftet später alle Beziehungen, die man hat.“ Neben den körperlichen Schäden und dem Seelenmord sei es vor allem der Vertrauensmissbrauch, der so viel Schaden anrichte.

 

Die Mandantengruppe von Anwältin Groll ist vernetzt. „Wir sind dabei, uns als Gruppe weiter zu formieren“, sagt M.Z. Er und viele andere seien jetzt vor allem wütend darüber, mit welcher Leichtigkeit den Bischöfen das Wort von der Verzeihung über die Lippen ginge, ohne dass sie darüber nachdenken würden, wie sie den Opfern helfen könnten. Dass sie sich bemühen wollten, neuen Fällen vorzubeugen, sei wichtig. Ob die getroffenen Maßnahmen reichten, weil innerkirchliche Richtlinien und ein interner Sonderbeauftragter nicht ausreichten, um sexuell missbrauchten Opfern zu ihrem Recht zu verhelfen oder sie wirksam zu schützen, eine andere Frage. Deshalb sei die Gruppe auch nur im ersten Schritt zu Ordensanwältin Raue gegangen. „Sie ist eine ‚Eingangsperson‘ und hat sensibel reagiert. Doch wir bezweifeln, dass jemand, der von der Kirche bezahlt wird, wirklich zu 100 Prozent loyal sein kann, auch, wenn er es will.“

 

M.Z. erwartet Genugtuung für das Versagen einer Institution, die ihre Kinder nicht beschützt habe. Wiedergutmachung sei der falsche Begriff. „Was zerstört wurde in unserem Leben, lässt sich nicht wiedergutmachen. Aber man kann uns aufklären.“ Nach den ausgebliebenen Zugeständnissen der Bischofskonferenz fordern er und andere Mitstreiter, dass die kirchlichen Institutionen die Verantwortlichen benennen und ihre Archive externen Ermittlern öffnen. „Wer ist heute noch im Amt? Sind sie bereit, darüber zu sprechen? Die Wahrheit könnte uns helfen, die Folgen besser zu verschmerzen und einen neuen Anfang zu machen, wo so viel Leben verdunkelt und zerstört wurde.“ Es solle nicht jeder um seinen eigenen Fall kämpfen müssen. Auch ginge es nicht um die finanzielle Entschädigung einzelner, sondern um eine, die die Kosten der Folgetherapien und der Schäden aller Betroffenen gesammelt tragen würde. Es gehe um ein ernsthaftes Angebot, das ein Exempel statuiere. Ein warmer Händedruck genüge nicht, und einfach einen Haken dran zu machen, sei nicht möglich. „Was ist mit uns, mit denen, die jetzt auf die Bühne getreten sind und mit den Folgen leben? Das Verhalten der Kirche zeigt mir, dass sie immer noch nicht begriffen hat, was Missbrauch mit Kindern, die erwachsen werden, anrichtet. Das braucht es aber, damit sich etwas ändern kann.“ Tsp 1

 

 

 

Lutherische Bischöfe erwarten ökumenische Impulse von Kirchentag

 

Tutzing (epd). Vom 2. Ökumenischen Kirchentag in München können nach Auffassung lutherischer Bischöfe weitergehende Impulse für die gemeinsame Glaubenspraxis von Katholiken und Protestanten ausgehen. Die auf dem Kirchentag im Mai angebotene orthodoxe Vesper in Form eines "gemeinsamen Brotbrechens" könne sich zu einem neuen Format für interkonfessionelle Feiern entwickeln, sagte der braunschweigsche Landesbischof Friedrich Weber am Montag in Tutzing.

Der 2. Ökumenische Kirchentag findet vom 12. bis 16. Mai in München statt und trägt das Motto "Damit ihr Hoffnung habt". Zu dem Christentreffen werden mehr als 100.000 Dauerteilnehmer erwartet. Zum Stand der Beziehungen zwischen den Kirchen bemerkte Weber als Catholica-Beauftragter der Vereinigten Evangelisch-Lutherischen Kirche Deutschlands (VELKD), dass die theologischen Lehrgespräche zwischen Katholiken und Protestanten "sehr gut" verliefen. So wäre beispielsweise auch eine gemeinsame Erklärung zur strittigen Frage der Abendmahlsfeier denkbar.

 

Missbrauch sei „kein spezifisches Problem der katholischen Kirche“

 

Einen Runden Tisch für alle gesellschaftlich relevanten Gruppen in Sachen Missbrauch: Das fordert der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch. Denn sexueller Missbrauch von Kindern sei „kein spezifisches Problem der katholischen Kirche“, erklärte Zollitsch in einem Interview der „Welt am Sonntag“. Auch wenn jedes Vergehen durch Priester ein besonders schlimmer Vertrauensbruch sei, sei Missbrauch ein gesamtgesellschaftliches Problem. Von den rund 15.000 Fällen, die pro Jahr in Deutschland staatsanwaltlich erfasst würden, spielten sich die wenigsten in einem kirchlichen Rahmen ab. Eine gesellschaftliche Debatte über die Verlängerung der Verjährungsfristen würde Zollitsch ausdrücklich begrüßen. Dabei müssten aber insbesondere die Anliegen der Opfer berücksichtigt werden. Über diese und andere Fragen werde er gerne auch mit Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger reden, nachdem diese inzwischen ja ihre Zweifel an der Rechtstreue der Kirche zurückgezogen habe. Eine Aufweichung des Beichtgeheimnisses lehnt Zollitsch in diesem Zusammenhang strikt ab. Er würde allerdings jedem Täter „intensiv zur Selbstanzeige raten“. Doch auch Opfer müssten sich weiterhin an die Kirche wenden können, ohne fürchten zu müssen, dass der Fall auch gegen ihren ausdrücklichen Willen vor Gericht komme. Mit Sorge beobachtet er, dass die Kirchen oft „vorschnell und pauschal“ attackiert würden. Natürlich blieben sie manchmal hinter ihrem sehr hohen moralischen Anspruch zurück. Aber manchmal habe er auch den Eindruck, dass mit der Kritik an der evangelischen und der katholischen Kirche eine gewisse Entlastungsfunktion verbunden sei. Man habe einen Sündenbock, auf den man einschlagen kann, und müsse sich dann nicht mit den eigenen Fehlern befassen, so Zollitsch. kna 28

 

 

 

 

Debatte um Missbrauchsfälle. Zollitsch sagt ab

 

Erzbischof Robert Zollitsch sieht sexuellen Missbrauch nicht als spezifisches Problem der katholischen Kirche. Opfer gebe es vor allem im Familienumfeld. Er will deshalb keinen runden Tisch für Katholiken.

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, hat einen "runden Tisch" zur Aufarbeitung des sexuellen Missbrauchs von Kindern durch Geistliche abgelehnt. Dafür hatte vor einigen Tagen im Streit mit Zollitsch Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) plädiert.

"Sexueller Missbrauch von Kindern ist kein spezifisches Problem der katholischen Kirche. Es hat weder etwas mit dem Zölibat zu tun, noch mit Homosexualität, noch mit der katholischen Sexuallehre. Deshalb brauchen wir auch keinen runden Tisch speziell für die katholische Kirche", sagte Zollitsch der Welt am Sonntag.

Sexueller Missbrauch sei ein gesamtgesellschaftliches Problem. Zollitsch sagte, nach Angaben von Fachleuten sei die Gefahr, dass katholische Priester Kinder missbrauchten 36-mal geringer als bei anderen Berufsgruppen. Die meisten Vorfälle geschähen im Familienumfeld.

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel hat sich am Sonntag erstmals persönlich zu den sexuellen Missbrauchsfällen in katholischen Schulen und anderen Kircheneinrichtungen geäußert. "Kindesmissbrauch ist eines der schrecklichsten Delikte", sagte die CDU-Politikerin im Interview der ARD-Sendung Bericht aus Berlin. Deshalb sei Aufklärung zentral.

Sie habe den Eindruck, dass die Kirche dies auch anerkenne. Merkel begrüßte es, dass der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, sich bei den Opfern entschuldigt habe und die kirchlichen Leitlinien zur Untersuchung von Missbrauchsfällen überarbeitet werden sollen.

Inzwischen sind 150 Fälle von sexuellem Missbrauch in katholischen Einrichtungen bekanntgeworden. Justizministerin Leutheusser-Schnarrenberger hatte ein gemeinsames Forum aus Opfer-, Staats- und Kirchenvertretern unter anderem angeregt, um der Kirche Gelegenheit zu bieten, mit den Opfern über freiwillige Entschädigungen zu reden.

Die FDP reagierte "enttäuscht" auf das Nein Zollitschs. Der parlamentarische Geschäftsführer und rechtspolitische Sprecher der Bundestagsfraktion, Christian Ahrendt: "So entsteht nicht mehr Vertrauen der Öffentlichkeit in die Aufarbeitungsbemühungen der katholischen Kirche, insbesondere vor dem Hintergrund der stetig gestiegenen Opferzahlen in den letzten Tagen und einer bedauerlicherweise immer noch zu befürchtenden großen Dunkelziffer."

Der von Leutheusser-Schnarrenberger vorgeschlagene runde Tisch "böte die Möglichkeit, unabhängig von der strafrechtlichen und strafprozessualen Regelung einen Dialog mit den Opfern aufzunehmen und zur Aufarbeitung beizutragen". Die katholische Kirche solle ihre Ablehnung noch einmal überdenken.

Sollte die Ministerin einen runden Tisch für alle gesellschaftlich relevanten Gruppen einrichten, werde die Kirche "natürlich dabei" sein, erklärte Zollitsch. Jedenfalls nehme er die Einladung der Ministerin zu einem Gespräch an. Er hält es für positiv, wenn über die Verlängerung der Verjährungsfrist bei sexuellem Missbrauch debattiert wird. "Dabei sind die Anliegen der Opfer sowie der Umstand zu berücksichtigen, dass die Taten oft lange zurückliegen."

 

"Wir haben dazugelernt" - Auf die Frage, warum viele Missbrauchsopfer lange bei kirchlichen Stellen auf taube Ohren stießen, sagte der Erzbischof: "Diese Fälle liegen in der Regel 25, 30 Jahre zurück. Damals hat man geglaubt, dass, wenn die Täter ihr Unrecht einsehen, das nicht mehr vorkommt. Es war naiv, das zu glauben."

Gleichzeitig habe man damals das ganze Thema anders beurteilt. Zollitsch: "Es gab in den 70er Jahren eine Diskussion, ob die Strafbarkeit von Sexualität mit Kindern abgeschafft werden sollte. Wir haben das von der Moraltheologie her immer abgelehnt. Aber der Umgang mit dem Thema war nicht reflektiert. Da haben wir dazugelernt."

Der Erzbischof von München und Freising, Reinhard Marx, forderte die Kirche angesichts der Missbrauchsfälle in kirchlichen Schulen zu Umkehr und ehrlicher Aufklärung auf. Im Münchner Liebfrauendom sagte Marx am Sonntag einer Mitteilung zufolge: "Mit Bestürzung und Scham müssen wir feststellen, dass in der Mitte der Kirche, in der Gemeinschaft der Gläubigen, vieles geschehen ist, was wir mit Schrecken wahrnehmen." Dies sei der Aufruf dazu, "nichts zu verschweigen, nichts zu vertuschen, der Wahrheit ins Auge zu sehen", sagte Marx weiter.

(sueddeutsche.de/Reuters/dpa 28)

 

 

 

Kreuze im Gericht? Der Staat darf sich einfach keiner religiösen Symbole bedienen

 

Ein Umzug ist eine Gelegenheit, sich von gewohntem Hausrat zu trennen, den man zwar längst nicht mehr brauchte, den man aber auch noch nicht entsorgen wollte. Das mögen sich auch die Präsidenten des Amts- wie des Landgerichts in Düsseldorf gedacht haben. Sie haben entschieden, beim Umzug in ihr neues Dienstgebäude die Kruzifixe, die bisher in den Gerichtssälen hingen, nicht mitzunehmen. Ein Skandal, wie nun manche schimpfen – oder eine verständliche Entscheidung? Um es (nur etwas) zugespitzt zu sagen, und zwar (das mag die kleine Provokation dabei sein) auch aus betont christlicher Sicht – also nicht nur staatsrechtlich betrachtet: Sie hätten schon im alten Gebäude längst abgehängt gehört! Wie das?

 

Zunächst das Staatsrecht: Schon die Weimarer Verfassung, deren Religionsartikel unverändert ins Grundgesetz übernommen wurden, enthielt dazu eine glasklare Bestimmung: „Die bürgerlichen und staatsbürgerlichen Rechte und Pflichten werden durch die Ausübung der Religionsfreiheit weder bedingt noch beschränkt.“ Mit anderen Worten: Wo immer der Staat mir, Pflichten einfordernd, gegenübertritt, haben religiöse Anmutungen, Zumutungen und Symbole nichts verloren. Mein Staats- und Kirchenrechtslehrer pflegte den Kandidaten für Staatsexamen, die ihren Lebenslauf etwa mit dem Satz begannen: „Ich, NN, lutherischen Bekenntnisses, geboren am …“, die Akte sofort mit der Bemerkung zurückzugeben: „Das gehört nicht hierher!“ Er hätte auch sagen können: Sie haben in der entsprechenden Vorlesung offenbar geschlafen.

 

Eigentlich müsste der Verzicht auf religiöse Symbole auch für die staatlichen Klassenzimmer gelten. Aber aus juristisch völlig unerfindlichen Gründen hatte das Bundesverfassungsgericht einstmals freihändig judiziert: Diese Religionsartikel gelten nicht für die Schulen, obwohl auch dort eine staatliche Pflicht zu erfüllen ist – die Schulpflicht eben. (Aus dieser widersprüchlichen Gemengelage entwickelte sich später der Streit um das Kruzifix-Votum aus Karlsruhe.) Ganz bestimmt aber darf niemand gezwungen werden, vor einem religiösen Symbol in einem staatlichen Gerichtsverfahren auszusagen. Und zwar weder der Anhänger einer anderen Religion noch der Atheist; noch muss ich es mir als Protestant gefallen lassen, dass der Staat es sich herausnimmt, mir mein religiöses Symbol als staatliche Zumutung vorzuhalten. Erst recht geht es nicht an, dass der Staat verlangt: Wenn es dir nicht passt, sag’s doch, dann hängen wir es im Einzelfall ab. Denn auch das steht im Grundgesetz: „Niemand ist verpflichtet, seine religiöse Überzeugung zu offenbaren.“ Auch nicht seine atheistische!

 

Und nun das Christliche: Just Christen müssten sich dagegen verwahren, dass ihr kardinales Symbol, dass die Erinnerung an Christi machtlosen Opfertod dazu benutzt wird, der Staatsmacht, auch der demokratischen Staatsmacht den Rücken zu stärken. Schon der religiöse Eid mit der Formel „So wahr mir Gott helfe“ ist, genau genommen, theologisch unerträglich. Denn er soll ja, etwas ausführlicher formuliert sagen: „Falls ich nicht die Wahrheit sage oder mein Amtsversprechen nicht halte, soll ich unter Menschen derart verflucht sein, dass nur noch Gott mir helfen kann:“ Diese Selbstverfluchung zu verlangen (und auszusprechen!), ist menschlich wie theologisch ein Skandal in sich. (Es ist übrigens etwas ganz anderes, ein Amt anzutreten mit der Formel und der subjektiv nur zu berechtigten Bitte, fast mit einem kleinen Gebet: „Ja, mit Gottes Hilfe!“)

 

Gerade wer seine gesellschaftliche Verantwortung aus etwa christlicher Sicht wahrnehmen will, muss um der eigenen Überzeugung und der Freiheit anderer willen auf einer klaren Trennung der Sphären bestehen. Robert Leicht  Tsp 1

 

 

 

Deutschland: „Schwere Stunden“ für die Kirche

 

Die Kirche in Deutschland durchlebt derzeit „schwere Stunden“. Das sagte der Münchner Erzbischof Reinhard Marx am Sonntag beim Gottesdienst zur Weihe eines neuen Weihbischofs im Münchner Liebfrauendom. Marx äußerte sich damit erstmals zum Missbrauchsskandal in der deutschen Kirche. Mit „Bestürzung und Scham“ müsse er feststellen, dass in den vergangenen Wochen in der Mitte der Kirche vieles geschehen sei, „was wir nur mit Schrecken wahrnehmen“.

Seit zehn Jahren „Lobbyist Gottes“ - Er gilt als eine Art „Lobbyist Gottes“: Seit dem 1. März 2000 vertritt Prälat Karl Jüsten die Deutsche Bischofskonferenz im politischen Berlin. Im Domradio-Interview schildert der 48-jährige Leiter des Katholischen Büros bei der Bundesregierung seine Erfahrungen aus zehn Jahren Arbeit.

 

„Wir als Kirche werden nach wie vor zu den wichtigsten gesellschaftspolitischen Fragen gehört. Wir können unsere Vorstellungen einbringen. Ich habe bei allen politischen Gesprächspartnern immer offene Ohren gefunden: Das ging jeweils weit über den kirchlichen Bereich hinaus. Da habe ich sehr gute Erfahrungen gemacht, vor allem wenn wir unsere Anliegen aus Sachgründen vortragen und eindeutig klar ist, dass es dem Allgemeinwohl dient. Dann hat die Stimme der Kirche nach wie vor ein großes Gewicht.“ (domradio)

 

 

 

Irak: Christen gehen gegen Gewalt auf die Straße

 

Gegen die anhaltende Gewalt sind in Bagdad und Mossul am Sonntag Christen, darunter Priester und Bischöfe, auf die Straße gegangen. An den spontanen Kundgebungen nahmen über eintausend Menschen teil. Auf Transparenten verlangten die Demonstranten, das „Gemetzel an Christen“ zu beenden. Zudem forderten sie ein entschlossenes Eintreten der Regierung für den Schutz der Minderheiten im Land.

Hintergrund der Kundgebung ist die neue Gewaltserie gegen christliche Kirchen im Irak. Bei verschiedenen Angriffen kamen allein im nordirakischen Mossul in den vergangenen zwei Wochen neun Christen ums Leben. Papst Benedikt XVI. hatte am Sonntag seine Sorge über die Gewalt gegen Christen und andere nichtmuslimische Minderheiten im Irak bekundet und die Behörden des Landes zu einem wirksameren Schutz aufgefordert. Der Papst sagte nach dem Angelusgebet am Sonntag auf dem Petersplatz:

 

„Heute möchte ich mich besonders dem Gebet anschließen, der vom Bischofsrat in Ninive ersucht wird. Ich bin allen Christen in dem Land nahe. Sie sollen nie aufgeben, sich für das Gute in ihrem Vaterland einzusetzen. Sie sind schon seit Jahrhunderten ein vollwertiger Teil dieses Landes. Und schließlich grüsse ich die Iraker auf dem Petersplatz. Ich rufe die internationale Staatengemeinschaft auf, den Irakern eine Zukunft der Versöhnung und Gerechtigkeit zu ermöglichen. Auch wünsche ich in der Hoffnung auf Gottes Hilfe, dass alles getan wird, damit dort wieder Frieden herrscht.“ (rv 1)

 

 

 

EKD-Ratsvorsitz. Schneider soll Käßmann folgen

 

Nach dem Rücktritt von Margot Käßmann soll der Präses der Evangelischen Kirche im Rheinland, Nikolaus Schneider, zum neuen Ratsvorsitzenden der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) gewählt werden. Schneider ist seit dem Rücktritt der amtierende Ratsvorsitzende.

Die Präses der EKD-Synode, Bundestagsvizepräsidentin Katrin Göring-Eckardt (Grüne), und der bayerische Landesbischof Johannes Friedrich sprachen sich am Samstag nach einer Tagung des Rates der EKD dafür aus, dass Schneider, 62, die EKD nicht nur wie bislang vorgesehen bis zur Tagung der Synode im Herbst führt, sondern dort auch zum neuen Ratsvorsitzenden gewählt werden solle. Es hieß, der Rat habe sich fast einmütig für diese Lösung ausgesprochen. Göring-Eckardt, Friedrich und Schneider hoben hervor, dass der Rat mit diesem Votum der Synode nicht vorgreifen wolle.

Deutsche halten Rücktritt für richtig

Dass Käßmann zu Recht zurückgetreten ist, finden laut einer repräsentativen Emnid-Umfrage für „Bild am Sonntag“ 58 Prozent der Protestanten. Bei Katholiken und den Deutschen insgesamt halten je 51 Prozent den Rücktritt für richtig.

Die katholische Kirche verliert derweil deutlich an Vertrauen. Nicht einmal ein Drittel der Deutschen (30,3 Prozent) halten sie für ehrlich, wie eine repräsentative Befragung des Meinungsforschungsinstituts Omni Quest für den „Kölner Stadt-Anzeiger“ ergab (Siehe auch: Deutsche halten katholische Kirche für unehrlich). Dass die Kirche zur Aufklärung der Missbrauchsfälle beiträgt, glauben nur knapp 20 Prozent, wie die Meinungsforscher im Auftrag der „Frankfurter Rundschau“ herausfanden. Faz 28

 

 

 

Käßmann-Nachfolger Schneider Solide, brav, männlich

 

Nikolaus Schneider soll Margot Käßmanns als Ratsvorsitzender nachfolgen. Wahrscheinlich ist der ruhige Teamspieler das Beste, was der evangelischen Kirche derzeit passieren kann. Ein Kommentar von Matthias Drobinski

Als die Alkoholfahrt der Bischöfin Margot Käßmann bekannt wurde, gab es in den Mails ans Kirchenamt und in den Internetforen eine Menge Häme. Mittlerweile ist sie abgelöst von einer Flut der Trauer und der Bitten, doch vom Rücktritt zurückzutreten.

Mit Käßmann ist nicht einfach nur eine Frau vom Ratsvorsitz der evangelischen Kirche zurückgetreten, die einen schweren Fehler gemacht hat. Es ist vorerst auch das Modell einer Kirche gescheitert, in der eine geschiedene Frau an der Spitze stehen kann, die über das enger gewordene Milieu der Überzeugten hinaus wirkt und für Menschen attraktiv ist, die Kirchen sonst als grau und staubig wahrnehmen.

 

Der Fall der Ratsvorsitzenden zeigt die Kehrseite jener Personalisierung, die mit Wolfgang Huber begonnen hatte: Sie funktioniert nur, wenn Person und Bild übereinstimmen. Was für Käßmann bedeutet hätte: Sie hätte als gefallenes Vorbild wieder als Idealbild identifizierbar werden müssen, eine an die Grenzen des Menschlichen gehende Aufgabe, die sie nicht mehr tragen konnte.

Mit Nikolaus Schneider, dem rheinischen Präses, trennen sich Amt und Person wieder stärker. Schneider ist klug, respektabel, sympathisch, aber Margot Käßmanns Charisma hat er so wenig wie ihre Verbindung von Spiritualität und Engagement.

Wahrscheinlich ist der ruhige Teamspieler das Beste, was der evangelischen Kirche derzeit passieren kann; der rheinische Präses sollte nicht unterschätzt werden. Mental aber steht diese Kirche wieder da, wo sie in den 90-er Jahren stand: solide, brav, geführt von 60-jährigen Männern. Wachsen gegen den Trend kann sie so nicht. Bestenfalls wird es dazu reichen, sich gegen den Strom der Zeit zu stemmen. SZ 1

 

 

 

Käßmann-Nachfolger Schneider. Ärger über "mediale Scheinheiligkeit"

 

Der amtierende EKD-Ratsvorsitzende Nikolaus Schneider spricht im FR-Interview über sein Selbstverständnis und den Käßmann-Rücktritt. Nikolaus Schneider, 62, Präses im Rheinland, ist nach dem Rücktritt Margot Käßmanns amtierender Vorsitzender des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD). Der EKD-Rat sprach sich am Samstag bei seiner Sitzung in Tutzing einmütig für Schneider als neuen Ratsvorsitzenden aus. Offiziell wird die EKD-Synode im November entscheiden.

 

Herr Präses, Margot Käßmann galt als "das Gesicht der EKD". Als was sehen Sie sich?

 

Als Nikolaus Schneider, der jetzt als amtierender Ratsvorsitzender stärker in Anspruch genommen ist als bisher. Ansonsten als ein Pastor und Seelsorger, der den Menschen das Evangelium verkündigt, und als Repräsentant einer Kirche, die sich aus dem Glauben heraus für Gerechtigkeit, Frieden und die Bewahrung der Schöpfung einsetzt.

 

Hat der Promi-Faktor der Persönlichkeiten Wolfgang Huber und Käßmann ihrem Amt als Ratsvorsitzende geschadet?

 

Ich denke, jede und jeder an herausgehobener Stelle in Staat, Gesellschaft und Kirche erfährt auf unterschiedliche Weise besondere Beachtung. Aber ob das ein Promi-Faktor ist ...

 

Die Wahrnehmung als eine Art "evangelischer Papst" kann einem aufrechten Protestanten jedenfalls nicht recht sein

 

... Aus unserem protestantischen Verständnis vom Priestertum aller Glaubenden sind wir ja alle ein bisschen Papst - aber natürlich nicht so, wie Sie das gemeint haben.

 

Wollen Sie Ihr Amt genauso ausüben wie Ihre Vorgänger?

 

Ich werde die Aufgaben, die ich jetzt zu bewältigen habe, mit den Fähigkeiten und Begabungen angehen, die mir mitgegeben sind. Ich bin Nikolaus Schneider und werde so sein und so arbeiten, wie ich es eben bin und kann.

 

Welche eigenen Herzensanliegen bringen Sie ein?

 

Dass wir als Kirche mit der frohen Botschaft von der Liebe und Gnade Gottes nah bei den Menschen bleiben, daran müssen wir treu arbeiten; und das in ökumenischer Gemeinschaft. Und daraus ergibt sich auch, dass wir die Stimme für all jene erheben, die sich selbst in dieser Welt kein Gehör verschaffen können.

 

Die Synoden-Präses Katrin Göring-Eckardt ist eine Grüne. Sie selbst sind zuletzt mit scharfer Kritik an den Steuersenkungsplänen von Schwarz-Gelb aufgefallen. Ist die neue EKD-Führung die Spitze einer außerparlamentarischen Opposition?

 

In der Barmer Theologischen Erklärung von 1934 steht nichts von außerparlamentarischer Opposition, aber immerhin steht in der 5. These: "Die Schrift sagt uns, dass der Staat nach göttlicher Anordnung die Aufgabe hat, in der noch nicht erlösten Welt, in der auch die Kirche steht, nach dem Maß menschlicher Einsicht und menschlichen Vermögens unter Androhung und Ausübung von Gewalt für Recht und Frieden zu sorgen." Das ist Sache des Staates, und Sache der Kirche ist: "Sie erinnert an Gottes Reich, an Gottes Gebot und Gerechtigkeit und damit an die Verantwortung der Regierenden und Regierten." Das ist unser Ding.

 

Werden Sie im Falle Ihrer Wahl die volle Amtszeit von sechs Jahren ausschöpfen?

 

Im Moment sind andere Fragen viel wichtiger und nahe liegender, als mir über Ämter, Wahlen und Wahlperioden Gedanken zu machen. Ich werde mir diese Fragen im Respekt vor der Synode und den in unserer Kirche geltenden Verfahrensweisen zu gegebener Zeit stellen lassen.

 

Was hat Sie an der Diskussion um den Rücktritt Margot Käßmanns am meisten aufgeregt?

 

Manche Häme, die über Margot Käßmann ausgekippt wurde - und auch manche mediale Scheinheiligkeit.

 

Welche Rolle wünschen Sie sich künftig für Ihre Vorgängerin?

 

Jedenfalls eine, in der wir ihre wichtige und klare Stimme auch in Zukunft zu hören bekommen. (Interview: Joachim Frank) FR 1

 

 

 

 

Papst: „Helft den irakischen Christen!“

 

Mit „tiefer Trauer“ hat Papst Benedikt XVI. über die in der nordirakischen Stadt Mossul in den vergangenen Wochen ermordeten Christen erfahren. Die Tötung vieler Christen im Zweistromland bereite ihm des Weiteren große Sorge. Das sagte das katholische Kirchenoberhaupt nach dem Angelusgebet an diesem Sonntag auf dem Petersplatz. Er sei aber nicht nur für die Christen sondern für alle verfolgten Menschen in dem Krisenstaat besorgt. Deshalb habe er während den Fastenexerzitien im Vatikan für die Menschen im Irak gebetet. Der Papst wörtlich:

 

„Heute möchte ich mich besonders dem Gebet anschließen, der vom Bischofsrat in Ninive ersucht wird. Ich bin allen Christen in dem Land nahe. Sie sollen nie aufgeben, sich für das Gute in ihrem Vaterland einzusetzen. Sie sind schon seit Jahrhunderten ein vollwertiger Teil dieses Landes. Und schließlich grüsse ich die Iraker auf dem Petersplatz. Ich rufe die internationale Staatengemeinschaft auf, den Irakern eine Zukunft der Versöhnung und Gerechtigkeit zu ermöglichen. Auch wünsche ich in der Hoffnung auf Gottes Hilfe, dass alles getan wird, damit dort wieder Frieden herrscht.“

 

Von den politischen Verantwortlichen des Landes erhoffe sich der Papst, dass alles unternommen werde, damit die Sicherheit aller religiösen Minderheiten im Irak gewährleistet werde.

 

„Ich bete für Erdbebenopfer in Chile“ - Papst Benedikt XVI. hat der Erdbebenopfer in Chile gedacht. Er bete für die Toten und sei den notleidenden Überlebenden geistlich verbunden. Das sagte er am Sonntag nach dem Angelus-Gebet auf dem Petersplatz in Rom. Die kirchlichen Hilfsorganisationen und viele andere Einrichtungen und Personen würden den Betroffenen helfen. Die Zahl der Toten nach dem Erdbeben und dem folgenden Tsunami in Chile am Samstag wird weiter steigen. Davon gehen die chilenischen Behörden aus.

 

„Fastenzeit ist Umkehrzeit“ - Die Fastenzeit ist eine Einladung an alle, über die Frohe Botschaft nachzudenken. Das sagte Papst Benedikt beim Mittagsgebet an diesem Sonntag auf dem Petersplatz. Vor rund 60.000 Menschen erinnerte Benedikt daran, dass Jesus die einzige Stimme sei, die man hören und folgen solle. Das Wort Jesu solle das Hauptmerkmal der menschlichen Existenz sein, sagte der Papst weiter. Vor dem Angelus-Gebet hatte das Kirchenoberhaupt über die Verklärung Jesu gesprochen und alle Gläubigen ermuntert, in der Fastenzeit regelmäßig über Bibelstellen zu meditieren. Der Papst erinnerte daran, dass er die vergangene Woche an den Fastenexerzitien teilgenommen habe. Herzlich grüßte er dann die Pilger und Besucher aus den Ländern deutscher Sprache auf dem Petersplatz wie auch alle, die über Rundfunk und Fernsehen mit ihm verbunden waren.

 

„Kehrt um und glaubt an das Evangelium“ (Mk 1, 15) – diese Worte Jesu begleiten uns durch die Fastenzeit. Es geht um eine Umkehr, einen Blickwechsel: Wir wollen auf Christus schauen und in ihm das Antlitz des Himmlischen Vaters erkennen, der jedem Menschen seine Liebe und sein Erbarmen schenken will. Diesem guten und treuen Gott wollen wir entsprechen, wenn wir der göttlichen Liebe in der Welt Gestalt geben. Der Herr schenke euch dazu eine gesegnete Fastenzeit!“ (rv 28)

 

 

 

 

Vatikan: „Europäer mögen Sinti und Roma nicht“

 

Gegenüber Sinti und Roma herrscht in Europa Rassismus. Das hat Kurienerzbischof Agostino Marchetto kritisiert. Diese Minderheit werde leider weiterhin in allen Ländern diskriminiert, so der Sekretär des Päpstlichen Migrantenrates in einem Interview mit Radio Vatikan. Unterschiede gebe es nur im Umfang der Ablehnung.

„Ich weise darauf hin, dass die meisten der 12 bis 14 Millionen Sinti und Roma in Europa in extremer Armut leben. Durch die Feindseligkeiten der angestammten Bevölkerungen wird diese Notlage noch verstärkt.“

 

Zugleich hob Marchetto die Verpflichtung der Kirche hervor, Würde und Rechte von Sinti und Roma zu verteidigen. Gleichzeitig müsse die Kirche diesen Mitmenschen auch an ihre bürgerlichen Pflichten erinnern. Anlass für diese Äußerungen ist eine internationale Konferenz des Päpstlichen Migrantenrates zur Seelsorge für Sinti und Roma, die von Dienstag bis Donnerstag in Rom stattfindet. (kipa 28)

 

 

 

 

Erzbischof Celli: „Kommunikation muss im Alltag konkret werden“

 

Der Präsident des Päpstlichen Medienrates, Erzbischof Claudio Celli, war in dieser Woche in Indien und Bangladesch unterwegs. Auf dem Programm standen dabei Treffen mit kirchlichen Medienleuten vor Ort und der Besuch von Ausbildungseinrichtungen. Ein wichtiger Programmpunkt in Indien war die Präsentation eines dreibändigen Werkes zur Sozialen Kommunikation. Über dieses Buch und seine Reise insgesamt haben wir mit Erzbischof Celli bei seiner Rückkehr nach Rom gesprochen.

 

„Die indische Bischofskonferenz hat drei Bände herausgegeben, die sich mit der Ausbildung von Priestern auch im Bereich der Kommunikation beschäftigen. Es ist kein technisches Handbuch, sondern soll damit ein theologischer Prozess angestoßen werden, der sich mit der Frage befasst, was es heute heißt, in der Kirche zu kommunizieren. Dabei geht es auch darum, die neuen Technologien zu nutzen – doch nicht ausschließlich. Die erste Intention ist, das Anliegen des Papstes aufzunehmen, dass er in seinem letzten Brief zu den Sozialen Kommunikationsmitteln formuliert hat: Dass nämlich der Priester im Bereich der Kommunikation eine positive Rolle spielen muss. Dabei geht es nicht um eine irgendwie abstrakte Kommunikation, sondern vielmehr um ein Wort, dass im Heute, im Alltäglichen konkret wird.“ (rv 28)

 

 

 

Margot Käßmann: Nach dem Rücktritt Das Wort zum Sonntag

 

"Es tut mir leid": Margot Käßmann hat sich erstmals persönlich an die Gemeinden ihrer Landeskirche gewandt - in einem Brief.

Nach ihrer Akoholfahrt hatte sie mit Journalisten geredet, mit Freunden, mit Kirchenoberen. Erstmals nach ihrem Rücktritt als EKD- Vorsitzende und hannoversche Landesbischöfin hat sich Margot Käßmann am Sonntag nun persönlich an die Gemeinden ihrer Landeskirche gewandt. In den Gottesdiensten aller 1500 Mitgliedgemeinden der lutherischen Landeskirche Hannovers wurde ein Brief der 51-Jährigen verlesen.

Darin schreibt sie, es tue ihr leid, dass sie mit ihrem Rücktritt viele Menschen enttäuscht habe. Käßmann erklärte, sie sei mehr als zehn Jahre mit Leib und Seele Bischöfin gewesen. "Ich danke allen Menschen in den Gemeinden unserer Landeskirche, die mich so wunderbar getragen und gestützt und für mich gebetet haben."

 

Nur drei Tage nach dem Rücktritt von Margot Käßmann hat der Rat der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) nun auch die Weichen für die Nachfolge gestellt: Einmütig sprach sich das Gremium am Samstag für Nikolaus Schneider als neuen EKD-Ratsvorsitzenden aus. Der 62-jährige Präses der Evangelischen Kirche im Rheinland führt den Vorsitz bereits kommissarisch und soll im November von der Synode für weitere fünf Jahre zum Spitzenvertreter der 25 Millionen Protestanten gewählt werden.

Der sächsische Landesbischof Jochen Bohl sagte nach der Ratstagung im bayerischen Tutzing: "Es gibt da eine einmütige Auffassung." Die Vorsitzende der EKD-Synode, Katrin Göring-Eckardt, sagte: "Die Vorhaben, die wir mit Margot Käßmann begonnen haben, werden wir unter der Leitung von Nikolaus Schneider erfolgreich fortführen. Er füllt seine Aufgaben als amtierender Ratsvorsitzender mit Klarheit und Tatkraft aus."

Aus Respekt vor dem Kirchenparlament hätten die 13 Ratsmitglieder aber nur persönliche Wünsche formuliert. "Ich persönlich würde mich sehr freuen, wenn die Zusammenarbeit mit Nikolaus Schneider über diesen Herbst hinausreichte. Er genießt hohes Vertrauen in der Synode", betonte Göring-Eckardt. Der bayerische Landesbischof Johannes Friedrich sagte: "Das ist auch mein Wunsch".

Der sächsische Landesbischof Bohl sagte der Nachrichtenagentur DAPD, das sei einhellige Meinung. Aber "es wäre ein törichtes Signal, der Synode zu sagen, was sie zu tun hat. Für die evangelische Kirche ist es sehr wichtig, dass die Kleiderordnung eingehalten wird", erklärte der Bischof. Eine offizielle Wahlempfehlung will der Rat erst auf der Synode im November aussprechen.

Eigene Akzente angekündigt

Käßmann war am Mittwoch nach nur vier Monaten als Ratsvorsitzende und hannoversche Landesbischöfin zurückgetreten, weil sie mit 1,54 Promille eine rote Ampel überfahren hatte. Ihr bisheriger Stellvertreter Schneider bekräftigte in Tutzing sein Interesse an der Nachfolge. Wenn ihm auf der Synode der Vorsitz angetragen würde, "bin ich offen, positiv darauf zu antworten". Der 62-Jährige machte keinen Hehl daraus, dass ihn die Herausforderung reizen würde. "Ich sage zu diesem Wunsch, dass er meinem Ego schmeichelt, dass er ehrenhaft ist, aber ich sage ganz deutlich: Das entscheidet die Synode. Und es gebietet der Respekt vor der Synode, dem nicht vorzugreifen."

Er habe in den vergangenen Tagen mit vielen Menschen gesprochen und vor allem mit seiner Frau, "weil unsere Lebensplanung eine völlig andere war", sagte Schneider. Aber: "Ich bin offen für die Situation, für das, was auf mich zukommt." Und er will sich nicht drücken, wenn er gebraucht wird. Eine endgültige Entscheidung über den Wunsch der EKD-Ratsmitglieder wolle er sich aber bis zur Synode vorbehalten. Kirchenintern gilt das Tutzinger Signal jedoch schon jetzt als die entscheidende Weichenstellung für die EKD-Synode vom 5. bis 11. November in Hannover.

"Ein Mensch mit großer Herzenswärme" - Bis dahin werde er alle Möglichkeiten nutzen, "zu gestalten und auch zu prägen", sagte Schneider und kündigte an: "Ich werde die Arbeit von Wolfgang Huber und Margot Käßmann zielstrebig fortsetzen, aber auch mit meinen eigenen Akzenten versehen." Besonders bei sozialen Themen "werde ich mich deutlich zu Wort melden“, sagte er. Das liege ihm als Sohn eines Stahlarbeiters und Vorsitzender des Diakonischen Rats besonders am Herzen. Göring-Eckardt sagte, Schneider sei "ein Mensch mit großer Herzenswärme“ und stehe "für eine Kirche, die nah am Menschen" sei.

"Der Schock der Ereignisse um den Rücktritt von Margot Käßmann sitzt tief", sagte Göring-Eckardt weiter. Käßmann habe mit ihrem "starken Rücktritt unserer Kirche einen großen Dienst erwiesen", sagte die Vorsitzende der EKD-Synode. Der Rat hoffe einmütig, dass sie "eine wichtige Stimme im deutschen Protestantismus bleibt". Käßmann ist nun wieder einfache Pastorin, in welcher Funktion sie künftig wirken wird, ist noch offen. Der bayerische Bischof Friedrich sagte, ihr Rücktritt sei "ein Jammer", habe aber die moralische Autorität der evangelischen Kirche gestärkt.

(sueddeutsche.de  28)

 

 

 

Österreich: Im Zeichen von Missbrauch

 

Wie ihre deutschen Mitbrüder werden auch die österreichischen Oberhirten bei ihrer Bischofsversammlung das Thema „Missbrauch“ angehen. Die seit Monaten fixierte reguläre Frühjahrstagung in St.Pölten zwischen 1. und 4.März ist aktuell von den Fällen sexuellen Missbrauchs in den USA, Irland, Deutschland – und zuletzt auch in Österreich überschattet. Bei ihrer Frühjahrsvollversammlung ab diesem Montag wollen deshalb die Bischöfe der Alpenrepublik über die bereits eingeführten Schutzmaßnahmen beraten. Das erklärt der Leiter des Medienreferats der Österreichischen Bischofskonferenz, Paul Wuthe.

 

„Innerhalb der Kirche beschäftigen wir uns zurzeit sehr mit allen Fragen zur Verhinderung des sexuellen Missbrauchs. Es gibt aktuelle Anlassfälle, es gibt aber auch gute Erfahrungen der Diözesen und deren Ombudsstellen. Die Fragen der Prävention aber auch der Umgang mit den Betroffenen – vor allem mit den Opfern – wird sicherlich einen breiten Raum nehmen und zu einem Erfahrungsaustausch führen. Es wird sicherlich auch zu einer Optimierung der bisherigen Vorgehensweise in Angriff genommen.“

 

Die neun Ombudsstellen für Opfer sexuellen Missbrauchs in der katholischen Kirche Österreichs sollen einheitliche Mindeststandards erhalten und zwischen den Leitern soll es einen regelmäßigen Erfahrungsaustausch geben. Diese Änderungen zeichnen sich im Vorfeld des Treffens der Bischöfe ab.

 

„Der Erfahrungsaustausch über das Wirken der Ombudsstellen zur Verhinderung des sexuellen Missbrauchs zeigt, dass ein Zusammenrucken und eine bessere Vernetzung sicherlich eine große Hilfe wäre und in dieser Sache noch effizienter und vor allem für die Opfer und möglichen Opfern etwas Besseres zu bewirken. Ich denke, es wird sicherlich in die Richtung gehen, dass überlegt wird, wie man noch besser zusammenarbeiten kann.“ (kap 28)

 

 

 

 

Christen im Irak. Tödliche Angriffe

 

In den vergangenen zwei Wochen sind mindestens neun Christen im irakischen Mossul getötet worden. Die Gemeinde hat Angst, Familien mussten fliehen. Als Drahtzieher werden die Kurden vermutet.

 

BAGDAD - Tausende Christen haben am Sonntag in der nordirakischen Stadt Mossul gegen die gewalttätigen Angriffe auf Angehörige ihrer Religion protestiert. Allein in den vergangenen zwei Wochen sind mindestens neun Christen in Mossul getötet worden. Die christliche Gemeinde vermutet, dass die Welle der Gewalt im Zusammenhang mit der Parlamentswahl im Irak am 7. März steht.

"Rund 250 Familien haben wegen der Gewalt ihre Wohnungen verlassen und sich in umliegende Dörfer wie Hamdanija, Bartalla und al-Kusch geflüchtet", sagte ein Sprecher der christlichen Assyrer in Mossul, Draid Suma, der dpa am Sonntag. "Die verschlechterte Sicherheitslage und die Entführung von Christen aus ihren Häusern zwingen die Menschen, in Ortschaften zu fliehen, die mehrheitlich von Christen bewohnt sind."

Der Dekan der Universität von Mossul, Said al-Diwadschi, sagte, rund 1.500 Christen, die an seiner Hochschule studieren, säßen Zuhause im etwa 30 Kilometer entfernten Karakosch fest. Aus Angst vor Anschlägen auf Busse trauten sie sich nicht mehr nach Mossul. Einige Parlamentarier in Bagdad sowie örtliche Gemeindevertreter vermuten, dass kurdische Milizen versuchen, Minderheiten aus der Stadt zu vertreiben. Die Kurdenparteien haben dies bisher stets bestritten.

Ghasy Furman von der Demokratischen Partei Kurdistans bekräftigte diese Haltung am Sonntag und erklärte, die Vorwürfe seinen Teil einer Medienkampagne, mit der Angehörige des einst herrschenden Baath Partei und Elemente der El Kaida die Kurden verunglimpfen wollten.

Unterdessen entging in der Stadt Ramadi ein Mitglied der Provinzregierung von Al-Anbar knapp einem Attentat. Eine weitere Person sei jedoch getötet worden, als ein Sprengsatz an der Straße explodierte, während der Autokonvoi mit dem Politiker vorbeifuhr. Dpa 28

 

 

 

Christen im Irak: Protest durch Fasten und Gebet

 

Mit einem Fasten- und Gebetstag haben die Christen im Irak heute gegen

die zunehmenden gegen sie gerichteten Gewalttaten im Land protestiert.

Wie das weltweite katholische Hilfswerk "Kirche in Not" meldet, hat der

Erzbischof der nordirakischen Stadt Kirkuk, Louis Sako, zu diesem

friedlichen Protest aufgerufen. Allein in der etwa 200 Kilometer

nördlich von Kirkuk gelegenen Stadt Mossul waren in den letzten zwei

Wochen mindestens sieben Christen ermordet worden, dutzende christliche

Familien hatten die Stadt daraufhin in Panik verlassen.

 

In seiner Sonntagspredigt in der Kathedrale von Kirkuk sagte Erzbischof

Sako, die barbarische Ermordung von unschuldigen Christen sei ein "Akt

der Schande" gewesen, der die Menschenrechte, die nationale Einheit und

alle religiösen Werte verletze. Er warnte vor einer weiteren

Radikalisierung des Iraks, falls noch mehr Christen aus dem Land

vertrieben oder unter "das Banner des Islam" gezwungen würden. Um das zu

verhindern, habe sich die Kirche dazu entschlossen, durch Fasten und

Gebet ihre Solidarität mit den Ermordeten zu zeigen und gegen die

"feigen Anschläge" zu protestieren.

 

Gegenüber "Kirche in Not" erklärte Erzbischof Sako, er habe an seiner

Residenz und an der Kathedrale von Kirkuk Plakate aushängen lassen, auf

denen die Mordanschläge scharf in arabischer und englischer Sprache

verurteilt würden. Die genauen Hintergründe der Anschläge sind zwar noch

unklar, ein Zusammenhang mit den Parlamentswahlen am kommenden Sonntag

liegt jedoch nahe.

 

In seiner Predigt sagte Erzbischof Sako, die Ereignisse in Mossul seien

das Ergebnis von "Spannungen und Machtkämpfen zwischen politischen

Kräften" und fügte hinzu, dass es ohne eine nationale Einheit im Irak

keine Stabilität im Land geben könne. Die politischen Parteien rief er

zu mehr Dialogbereitschaft auf und forderte die Zentralregierung in

Bagdad sowie die Kommunalregierungen auf, ihre Bürger und insbesondere

die Christen besser vor Mordanschlägen zu schützen. "Wir sind mehr denn

je unter Beschuss!", klagt der Erzbischof abschließend an.

 

Die Unterstützung der Christen im Nahen und Mittleren Osten ist eine der

Hauptaufgaben von "Kirche in Not". Papst Benedikt XVI. hatte das

Hilfswerk persönlich darum gebeten, da er die Kirche in dieser Region

"in ihrer Existenz bedroht" sehe. KiN 1

 

 

 

 

 

Der Priester: ein der Kommunikation verpflichteter Mann

 

ROM -Jeder Priester sei schlechthin ein "Mann der Kommunikation", erklärte Erzbischof Mauro Piacenza, Sekretär der Kongregation für den Klerus. Priester seien Experten für die "Kommunikation mit Gott und der Kommunikation seitens Gott an die seiner Fürsorge und seinem Dienst anvertrauten Brüder", so der italienische Erzbischof.

Wir veröffentlichen jeweils an den kommenden Dienstagen in unserer Rubrik "Priesterjahr" seine Beiträge zu einem Studientages mit dem Thema „Die Kommunikation in der Sendung des Priesters".

 

Erzbischof Mauro Piacenza, Sekretär der Kongregation für den Klerus 

1. Der Priester: ein der Kommunikation verpflichteter Mann

Im Brief an die Hebräer heißt es: „Jeder Hohepriester wird aus den Menschen ausgewählt und für die Menschen eingesetzt zum Dienst vor Gott, um Gaben und Opfer für die Sünden darzubringen" (Hebr 5,1-2).

Der Priester ist ein Mann, der völlig durch seine Beziehung zu Gott bestimmt - „relativiert" - ist; das ist der einzige „Relativismus", dessen man sich rühmen darf! Er ist ein Mann, den die göttliche Barmherzigkeit für eine präzise Aufgabe bestimmt hat, die darin besteht, Christus selbst zu repräsentierten er ist alter Christus - wie uns eine der segensreichsten Traditionen der Kirche lehrt. In diesem Sinne ist er - auch unabhängig von seiner persönlichen Begabung - sakramental als „Übermittler" einer Kommunikation eingesetzt, die in Vertretung Christi selbst geschieht: der Priester und das Priestertum sind nicht selbstgenügsam, nicht unabhängig von Christus, und - Gott behüte! - sollten sie dies werden, würden sie ihre missionarische Kraft verlieren, zur bloß menschlichen Realität werden und folglich unfähig sein, das Geheimnis „mitzuteilen" und darzustellen.

Bei der Ausübung der priesterlichen tria munera findet in ganz herausragender Weise Kommunikation statt. Ich beziehe mich nicht allein auf das munus docendi, wo dies in Predigt und Katechese auf direkte und unmittelbare Weise zutrifft, sondern auch auf das munus sanctificandi das sich in einer außerordentlichen Form von himmlischer Kommunikation, der Göttlichen Liturgie, verwirklicht; dieselbe folgt eigenen, genau festgelegten Kommunikationsregeln, die nie der persönlichen Manipulation oder Anpassung anheimgegeben sind; hierzu kommt das munus regendi, durch das die Priester berufen sind, die Fürsorge Christi zu „vermitteln", jenes Hauptes und jenes Guten Hirten, der durch seine Diener die Herde „weidet", um sie zum Vater zu führen.

Das Verständnis und - wo notwendig - das neu gewonnene Verständnis der Natur des Amtspriestertums in Bezug auf seinen, seiner Substanz nach ontologisch-repräsentativen Charakter, der dieses wesentlich von dem aus der Taufe entspringenden Priestertum unterscheidet, stellt heute für den Klerus eine echte Priorität dar und zwar sowohl bei der anfänglichen Ausbildung als auch bei der ständigen Weiterbildung.

Dazu lehrt der Katechismus der Katholischen Kirche: „Durch eine besondere Gnade des Heiligen Geistes gleicht dieses Sakrament den Empfänger Christus an, damit er als Werkzeug Christi seiner Kirche diene. Die Weihe ermächtigt ihn, als Vertreter Christi, des Hauptes, in dessen dreifacher Funktion als Priester, Prophet und König zu handeln" (Nr. 1581).

Erste und zugleich wirksamste Voraussetzung dafür, dass jeder Priester bewusst die Verantwortung für die „Kommunikation", zu deren Träger er wird, übernimmt, ist das Verständnis, das er von seiner eigenen Identität in aller Authentizität und Tiefe besitzt. Diese seine Identität ist wiederum sakramental und endgültig festgelegt, nicht verfügbar und gerade deshalb objektive „Kommunikation" des Göttlichen. Der Papst hat seinerseits den wesentlichen Kern der Spiritualität des hl. Jean-Marie Vianney, dessen 150. Jubiläumsjahr wir feiern, in der „völligen Identifizierung mit der eigenen Aufgabe" ausgemacht und diesen Aspekt während dem Priester-Jahr ins Licht gerückt. Gerade diese Identifizierung ist unverzichtbare Vorraussetzung für jeder wirksame „Kommunikation". Zenit 2

 

 

 

 

Haiti: Hoffnung aus der Asche

 

Über ein Monat ist seit dem verheerenden Erdbeben in Haiti vergangen,

doch immer noch sind die Rettungskräfte vor allem mit den

grundlegendsten humanitären Aufgaben beschäftigt. Helfer versorgen die

Verletzten und verteilen Lebensmittel. Haitis Präsident René Préval geht

inzwischen davon aus, dass das Erdbeben bis zu 300.000 Menschen das

Leben gekostet hat.

 

Das weltweite katholische Hilfswerk "Kirche in Not" hat der Kirche

Haitis bisher 170.000 US-Dollar zur Verfügung gestellt. Nach Angaben des

päpstlichen Nuntius in Port-au-Prince, Erzbischof Bernadito Auza, wurde

diese Soforthilfe vor allem für den Kauf von Lebensmitteln auf den

Märkten der Stadt verwendet. Damit habe man nicht nur den Hunger der

Menschen stillen, sondern auch den Handel in der Hauptstadt

wiederbeleben wollen.

 

Vor einigen Tagen hat "Kirche in Not" der berührende Augenzeugenbericht

eines Priesters erreicht, der über die Dominikanische Republik nach

Haiti gereist war, um dort zu helfen. Der Priester bat darum, anonym

bleiben zu dürfen. Sein Bericht trägt den Titel "Hoffnung aus der Asche":

 

Die Stadt ist verwüstet, überall nur Trümmer und Zerstörung. Man könnte

– wie beim Tempel von Jerusalem – sagen: "es ist kein Stein auf dem

anderen geblieben". Ich schaue nach links und sehe Ruinen; ich blicke

nach rechts und atme Gestank; vor mir erwartet mich nichts anderes und

hinter mir habe ich genau dasselbe Panorama verlassen.

 

Die Menschen sind geschockt. In letzter Zeit gab es in Haiti regelmäßig

alle drei Monate eine Katastrophe, einen Aufstand oder einen

Regierungsumsturz. Gewalt, Blutvergießen und Tod sind schon seit langem

an der Tagesordnung – nicht erst seit dem Erdbeben. Inzwischen sind die

Haitianer müde und hoffnungslos. Man hört die Stimmen an jeder Ecke:

"Was auch kommen mag, es kann nur Schlechteres bringen."

 

Die Menschen Haitis sind schön und groß. Auf den ersten Blick wirken sie

ernst und undurchdringlich, aber dann kommt es vor, dass ihre Gesichter

plötzlich in einem Lächeln von einzigartiger Schönheit erstrahlen. Wir

sind mit einem Bus von Santo Domingo aus angereist. Die Dominikanische

Republik ist ein entwickeltes Land, das sieht man überall. Als wir die

Grenze überqueren, ändert sich das Bild dramatisch: Haiti empfängt uns

mit Bergen von Müll und hunderten Haitianern, die an der Grenze warten.

Sie wollen nur noch raus. Entsprechend chaotisch ist der Verkehr. Die

Straße ist nicht asphaltiert. Am Straßenrand sieht man Haitianer auf dem

Weg zur Grenze, wie ein endloses Dorf. Manche Frauen tragen Bündel und

Eimer auf dem Kopf. Andere winken uns, als der Bus vorbeifährt.

 

In Port-au-Prince gibt es auch jetzt, mehr als einen Monat nach dem

 

Erdbeben, kaum Hilfe. Die Krankenhäuser mit den Schwerkranken stehen

unter der Kontrolle der US-Amerikaner und der Vereinten Nationen, wie

eigentlich die ganze Stadt.

 

Doch außerhalb der Krankenhäuser liefert in der Stadt keiner Essen aus,

keiner hilft, den Schutt wegzuräumen, keiner entsorgt den Müll. In

Port-au-Prince türmen sich überall Berge von Schmutz. Die Leute leben

auf der Straße in provisorischen Zelten aus Besenstielen und Bettwäsche,

sie urinieren, wo es ihnen am besten passt. Fliegen, schlechter Geruch,

dreckiges Abwasser am Rande der Bürgersteige ... Die Welt muss das sehen

und unsere haitianischen Geschwister aus dieser unmenschlichen Situation

herausholen.

 

Es ist nun schon über ein Monat seit dem Beben vergangen, aber es gibt

immer noch kein fließendes Wasser, der Strom ist fast den ganzen Tag

knapp und zum Essen ist nicht viel mehr zu sagen als: Haiti hungert!

 

In Krankenhäusern – aber auch auf den Plätzen, in Parks, auf den Straßen

und im Grünen – arbeiten ausländische Ärzte, Krankenschwestern und

Freiwillige aus allen Ländern. Es ist nicht leicht, die Haitianer zu

verstehen, da die meisten von ihnen Kreolisch sprechen, eine Mischung

aus indianischen Dialekten, Spanisch und Französisch.

 

Die ganze Stadt ist ein riesiges Zelt. Alle haben Angst, vor allem vor

der Dunkelheit und vor geschlossenen Gebäuden. Jeder Meter unter dem

Himmel ist mit Zelten bedeckt. Alle Gebäude, die vom Erdbeben verschont

wurden, sind unbewohnt – aus Angst vor dem nächsten Beben. Nahe der

eingestürzten Kathedrale versammelt sich eine beeindruckende

Menschenmenge. In der Nähe der Trümmer verkaufen tausende Haitianer alle

Arten von Schmuck, Möbel, Kleidung, Medikamente und Nahrung. Es fehlen

Käufer, dafür wird getauscht. Nahrungsmittel sind begehrte Mangelware,

 

die Menschen müssen ihren unerbittlichen Hunger stillen.

 

Neben den Ruinen der Kathedrale, auf dem großen Vorplatz, ist ein

Krankenhaus aus Leinentüchern aufgestellt worden. Das zusammengestürzte

Gotteshaus hat einen riesigen Berg der Nächstenliebe und der

Menschlichkeit hinterlassen. Alle Leidenden und Verlassenen finden hier

Gehör und Hilfe.

 

Der erste in einer endlosen Reihe von verstümmelt daliegenden Menschen

heißt "Christus". Ja, das ist sein Name: Christus. Er dürfte etwa 35

Jahre sein und liegt da, wie ein steifes Stück Fleisch, befallen von

Tetanus. Und doch hört er nicht auf zu lächeln: "Christus, glaubst du an

Gott, hoffst du auf ihn, liebst du ihn?" "Ja, mon père", antwortet er.

 

"Ich bin mehr als sicher, dass Er mir das ewige Leben bringen wird."

"Und wünschst du dir die Beichte und die Krankensalbung?" "Nichts könnte

ich mir mehr wünschen, aber Pater, geben Sie mir auch ein Stück Brot und

Salami, ich bin hungrig." Christus liegt auf einer Pritsche im Freien,

er lächelt und grüßt, ist fast nackt, nur mit einer Windel bekleidet.

Nachdem ich ihm die Krankensalbung gespendet habe, weint er und dankt

dem Allmächtigen für das Ewige Leben. Die Ärzte haben gesagt, sein Ende

 

sei nahe. Sie können ihn nicht retten.

 

Ein paar Betten entfernt liegt Merlin, ein ewiges Lächeln in seinem

schwarzen Gesicht. Im ganzen Krankenhaus ist nicht eine einzige

Beschwerde zu hören, keine Proteste, kein Zorn über das, was passiert

ist. Ich habe noch nie so viel Edelmut gesehen! Vielmehr schwebt im

Hintergrund die Dankbarkeit für das Geschenk des Lebens. Vor dem

Priester mit dem Salböl der Kraft und des Trostes sagt Merlin laut:

"Danke, Jesus! Du bist zu mir gekommen, um mich zu besuchen. Ich würde

das für nichts tauschen, weil ich meinen Herrn gesehen habe." Auch

Merlin ist verstümmelt und hat Tetanus, am nächsten Tag wird ein anderer

Haitianer in seinem Bett liegen. Er starb in meinen Armen.

 

In diesem Krankenhaus aus Tüchern mitten auf der Straße ist jede Person

all das Blut Christi wert. Unter den Hunderten von Amputierten steht

auch Michelle. Sie ist 20 Jahre alt, abgemagert und traurig, sehr

traurig. Michelle verbrachte drei Tage unter den mörderischen Trümmern,

dann wurde sie geborgen – doch eines ihrer Beine musste amputiert

werden. "Mein Gott hat mich gerettet", sagt sie. Doch ihre Freude über

die Rettung verwandelt sich mehr und mehr in bittere Tränen. Sie weiß,

dass bald der Arzt kommen wird. Dann wird sie einschlafen und nach dem

Erwachen wird auch ihr anderes Bein weg sein. Als ich zu ihr kam, bat

sie mich um mein Missionskreuz. Ich lieh es ihr so lange ich bei ihr war

und sagte ihr: "Nutz das Kreuz, um mit Jesus zu reden. Das Bild des

gekreuzigten Jesus hilft dir zu verstehen, was er aus Liebe zu dir getan

hat, was niemand sonst für dich tut." Ich fragte Michelle, ob sie etwas

für den Herrn singen wolle. Da lächelte sie plötzlich und begann, eine

himmlische Melodie zu singen.

 

Unser Gespräch schloss mit der Krankensalbung ab, die sie voller Freude

empfing, danach fragte ich nach dem Kreuz, aber sie wollte es nicht

loslassen. Sie bat mich unter Tränen, sie jeden Tag zu besuchen und

fragte mich, als ob sie die Antwort ahnen würde: "Sie werden mich nicht

verlassen wie alle anderen, oder?"

 

Ich könnte viele Geschichten wie diese erzählen. In Haiti ist jede

Minute wertvoll wie reines Gold. Die Haitianer sind ein großartiges

Volk. Sie haben warme Herzen, die sich langsam der Zukunft öffnen. Die

Lage ist ernst, kritisch, bitter, aber die Menschen sind Giganten des

Glaubens, bewaffnet mit Mut und Hoffnung. Sie sind Schmerzen und

Prüfungen gewöhnt. Nichts kann sie brechen. Wir werden sie nicht allein

lassen. Haiti wird wieder auferstehen, wie ein fruchtbares Frühjahr nach

dem harten Winter. Der Herr ist auf ihrer Seite, Er wird sein Volk nicht

im Stich lassen. KiN 1

 

 

 

Fulda. Frauen aller Konfessionen laden am 5. März wieder zum Weltgebetstag ein

 

Fulda. Frauen aller Konfessionen laden am Freitag, 5. März, wieder zum „Weltgebetstag der Frauen“ ein. 1887 in den USA entstanden, hat er sich mittlerweile zur weltweit größten ökumenischen Laieninitiative entwickelt, die in über 170 Ländern der Welt tätig ist. In Deutschland wurde der Weltgebetstag 1949 auf Gemeindeebene eingeführt. Die Liturgie des ökumenischen Gottesdienstes wird jedes Jahr von Frauen aus einem anderen Lande verfaßt. In diesem Jahr steht der Weltgebetstag unter dem Leitthema „Alles, was Atem hat, lobe Gott“.

 

Den Gottesdienst haben christliche Frauen aus Kamerun vorbereitet, das aufgrund seiner geographischen, klimatischen, ethnischen und kulturellen Vielfalt auch „Afrika im Kleinen“ genannt wird und wo ein großer Teil der jungen Bevölkerung (45 Prozent unter 15 Jahren) in Armut lebt. Korruption zieht sich durch den Alltag. Die Landwirtschaft und der informelle Sektor, mit Arbeitsbedingungen ohne jegliche soziale Absicherung, bestimmen das Leben in Kamerun. Trotz dieser Schwierigkeiten weisen die Kamerunerinnen in ihrer Gottesdienstordnung darauf hin, daß immer, gerade auch in schweren Zeiten, hilfreich und bestärkend ist, Gott zu loben.

 

Mit der in Deutschland gesammelten Kollekte der Weltgebetstags-Gottesdienste werden Frauenprojekte in Kamerun und Haiti, aber auch weltweit unterstützt. Die deutschlandweite Kollekte des Jahres 2009 erbrachte insgesamt über 3,8 Millionen Euro. Zugesagt wurde die Förderung von 128 Projekten in 48 Ländern. Seit Beginn der Projektarbeit wurden von Deutschland aus über 5.600 Projekte in über 70 Ländern mit mehr als 53 Millionen Euro unterstützt. (bpf)

 

 

 

 

Ägypten/Vatikan: Aufklärung über Religion

 

Schulkinder sollen in ihren Klassen fair und nicht einseitig über Religion informiert werden: Dafür hat sich der Vatikan in Kairo stark gemacht. Auf einem interreligiösen Treffen in Ägypten, in dem es immer wieder mal zu Übergriffen auf Christen kommt, trafen sich Ende Februar Vertreter des Päpstlichen Rates für interreligiösen Dialog mit einem Religionskomitee der renommierten Kairoer Universität al-Azhar. Kardinal Jean-Louis Tauran war dabei. Im Gespräch mit Radio Vatikan sagte er:

 

„Wir haben Vorschläge zur Gestaltung von Schulbüchern gemacht, denn schließlich lernen Kinder ja durch sie über Religion. Ein spontaner Dialog zwischen den Religionsgruppen ist ja in Schulen bereits Realität - und das muss man mit entsprechenden Materialien unterstützen! Weiter ging es auf der Tagung um Medien und vor allem das Satellitenfernsehen. Unsere muslimischen Brüder sind ganz offensichtlich darüber verstört, dass dort Religion oft lächerlich gemacht wird.“

(apic 2)

 

 

 

Chile: Kirche und Regierung bemühen sich um Schadensbegrenzung

Das Ausmaß des Erdbebens in Chile wird nun vollends sichtbar: Offizielle Quellen sprechen von mehr als 700 Toten, zwei Millionen Obdachlosen, zerstörten Häusern, Straßen, Brücken und Flughäfen. Am letzten Samstag hatte das Erdbeben mit der Stärke 8,8 das Land an der Pazifikküste heimgesucht. Er bete für die Toten und sei den Notleidenden geistlich verbunden, sagte der Papst am Sonntag auf dem Petersplatz in Rom. Über die Situation der Menschen in Chile sprach Radio Vatikan mit dem Nuntius des Landes, Giuseppe Pinto, der sich in Santiago aufhält.

 

„In der Hauptstadt ist die Situation ruhig, doch in den am meisten getroffenen Städten Concepción, Temuco und Curicó ist das Kommunikationsnetz zusammengebrochen. Die Hilfen richten sich jetzt vor allem an die Millionen von Menschen, die kein Dach mehr über dem Kopf haben oder deren Häuser massiv beschädigt wurden. Die Kirche tut ihr Bestes, doch wir haben kaum Infos und nicht mal Internet. Bis jetzt weiß man, dass die Schäden vor allem in den historischen Zentren am verheerendsten sind.“ (domradio 2)

 

 

 

 

Heiliges Land: Gläubige erinnern an Angriff auf Gaza

 

Wo vor sechs Jahren nördlich von Bethlehem eine Mauer hochgezogen wurde, erinnert die Initiative „Eine Brücke für Bethlehen 2010“ an Versöhnung und Dialog. Mit einem Kreuzweg machten Gläubige im Heiligen Land am Montag auf die leidenden Menschen in den besetzten Palästinensergebieten aufmerksam. Organisiert wurde die Aktion u.a. vom Lateinischen Patriarchat von Jerusalem und von Pax Christi Italien. Die Missionsschwester Alicia Vacas aus Bethanien bei Jerusalem sprach uns auf die israelische Offensive im palästinensischen Gazastreifen an:

 

„Auch wenn dieser Konflikt schon ein Jahr zurückliegt, sind die Erinnerungen daran noch immer dramatisch. Auch weil noch kein Wiederaufbau stattgefunden hat, das Embargo verbietet das Einführen von Aufbaumaterial nach Gaza. Es gibt dort also keinen Zement, kein Glas, kein Eisen. Und es ist schrecklich, wenn man überlegt, dass die Gegend noch genau so zerstört ist wie kurz nach dem Angriff. Den Menschen fehlt dort alles, vor allem aber brauchen sie dringend das Gefühl, dass ihnen die internationale Gemeinschaft nahe ist. Sie brauchen Verständnis und Unterstützung - jenseits aller politischen Positionen.“ (rv 2)