Notiziario religioso 29-31 Marzo
2010
Lunedì 29. Il commento al Vangelo. Gesù a Betania,
da Lazzaro Marta e Maria
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 12,1-11) commentato da P. Lino Pedron
1 Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro,
che egli aveva
risuscitato dai morti. 2 E qui gli fecero una cena: Marta
serviva e Lazzaro
era uno dei commensali. 3 Maria allora, presa una
libbra di
olio profumato di
vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li
asciugò con i suoi
capelli, e tutta la casa si riempì del profumo
dell'unguento. 4
Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva
poi tradirlo, disse:
5 «Perché quest'olio profumato non si è venduto per
trecento denari per
poi darli ai poveri?». 6 Questo egli disse non perché
gl'importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome
teneva la cassa,
prendeva quello che
vi mettevano dentro. 7 Gesù allora disse: «Lasciala
fare,
perché lo conservi
per il giorno della mia sepoltura. 8 I poveri infatti
li
avete sempre con voi,
ma non sempre avete me».
9 Intanto la gran folla di Giudei venne a
sapere che Gesù si trovava là, e
accorse non solo per
Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva
risuscitato dai
morti. 10 I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere
anche Lazzaro, 11
perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e
credevano in Gesù.
In questo brano è
accentrato il contrasto tra la generosa dimostrazione d’amore
di Maria e la gretta irritazione di Giuda Iscariota.
Gesù era stato a Betania qualche giorno prima per risuscitare Lazzaro e se ne
era allontanato dopo la decisione del sinedrio di ucciderlo.
Ora la famiglia
degli amici fa una cena un onore di Gesù. Maria, ungendo i
piedi di Gesù, fa un
gesto di squisita cortesia, secondo l’usanza giudaica, come
segno di omaggio
all’ospite.
Una libbra
corrisponde a 330 grammi e il prezzo di trecento denari allo
stipendio di trecento giornate lavorative.
L’intervento di
Giuda mette in risalto la fede e l’amore di Maria per il
Signore. Questa
donna, in uno slancio di generosità, si è prodigata in un gesto
di tenerezza senza badare a spese; al contrario Giuda
Iscariota; con la sua
contestazione, manifesta la grettezza del suo cuore. Egli non era
preoccupato
delle necessità dei poveri, ma desiderava che quella somma
finisse nella cassa
comune della comunità di Gesù, di cui era amministratore, per
rubarla (v. 6).
"Lasciatela
fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura" (v. 7)
Con questa frase
Gesù vuole spiegare che il gesto della donna ha un significato
profetico, perché preannuncia l’unzione del suo corpo prima della
sepoltura.
"I poveri li
avete sempre con voi". Con queste parole Gesù non vuole scoraggiare
l’assistenza e il soccorso ai poveri, ma vuole ricordare il
primato che si deve riservare a Dio in
tutte le circostanza della vita.
Con la frase
"non sempre avete me" (v. 8) evidentemente Gesù parla della sua
vita terrena che
avrà termine tra qualche giorno. La sua presenza come risorto,
invisibile ma reale, non cesserà mai (cfr Gv 14,16; Mt 28,20).
Dinanzi al
comportamento del popolo che crede in Gesù, la reazione dei sommi
sacerdoti rasenta la follia, perché decretano di uccidere anche
Lazzaro per far
scomparire questa testimonianza così eloquente a favore della divinità
di Gesù.
L’ostinazione dei
capi nel male raggiunge il parossismo. De.it.press
Martedì
30. Il commento al Vangelo. “Uno
di voi mi tradirà”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 13,21-33.36-38) commentato da P.
Lino Pedron
21 Dette queste cose, Gesù si commosse
profondamente e dichiarò: «In verità,
in verità vi dico: uno di voi mi tradirà». 22 I discepoli si guardarono gli
uni gli altri, non
sapendo di chi parlasse. 23 Ora uno dei discepoli,
quello
che Gesù amava, si
trovava a tavola al fianco di Gesù. 24 Simon Pietro
gli
fece un cenno e gli
disse: «Dì, chi è colui a cui si riferisce?». 25 Ed egli
reclinandosi così
sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». 26 Rispose
allora Gesù: «E'
colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E
intinto il boccone,
lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone.
27 E allora, dopo quel boccone, satana entrò
in lui. Gesù quindi gli disse:
«Quello che devi fare fallo al più presto».
28 Nessuno dei commensali capì
perché gli aveva
detto questo; 29 alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda
la cassa, Gesù gli
avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa»,
oppure che dovesse
dare qualche cosa ai poveri. 30 Preso il boccone, egli
subito uscì. Ed era
notte.
31 Quando egli fu uscito, Gesù disse: «Ora il
Figlio dell'uomo è stato
glorificato, e anche
Dio è stato glorificato in lui. 32 Se Dio è stato
glorificato in lui,
anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà
subito. 33 Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete,
ma come
ho già detto ai
Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete
venire.
36 Simon Pietro gli
dice: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io
vado per ora tu non
puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». 37 Pietro
disse:
«Signore, perché non
posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». 38
Rispose
Gesù: «Darai la tua
vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il
gallo, prima che tu
non m'abbia rinnegato tre volte.
Gesù aveva già
parlato in modo enigmatico dell’amico intimo che lo avrebbe
tradito (cfr Gv 13,18), ma ora che
denuncia chiaramente il traditore è preso da
un turbamento profondo. Questa denuncia così chiara del
traditore provoca grande costernazione nel gruppo dei discepoli: essi ignorano
di chi stia parlando Gesù.
Il discepolo,
"quello che Gesù amava" (v. 23) si trovava a mensa a fianco del
Signore. Secondo
l’usanza greco-romana, diffusa anche in Palestina, i commensali stavano
adagiati sui divani, poggiandosi sopra il gomito sinistro, mentre con il
braccio destro prendevano i cibi e le bevande.
In questo brano
appare per la prima volta sulla scena questo discepolo
innominato, del quale si parlerà anche nel seguito del vangelo: nel
brano della
morte di Gesù (19, 26ss), nella scoperta della tomba vuota
(20,2ss) e nel brano
della pesca miracolosa (21,7).
Gesù accoglie la
richiesta del discepolo e indica il traditore. Satana entrò nel
cuore di Giuda dopo che questi ha mangiato il boccone offerto
da Gesù. Il nemico di Dio si impossessa del traditore,
immergendolo nelle tenebre dell’incredulità e dell’odio, fino alla consumazione
del delitto più grande: l’uccisione del Figlio di Dio (19,11).
Con l’ingresso di
satana nel cuore di Giuda, gli eventi precipitano; per questo
Gesù esorta il
traditore ad affrettarsi nell’attuare il suo disegno criminoso.
Il traditore esce
dalla luce, abbandona il Cristo luce del mondo (8,12) e si
immerge nelle tenebre della notte (v. 30). Nel cuore di Giuda si
è spenta la
luce della fede; in lui regnano le tenebre dell’incredulità e
dell’odio. E’
notte!
Appena il traditore
è uscito, Gesù apre il cuore ai suoi amici che lo
circondano. Egli è consapevole di essere giunto alla vigilia della
sua morte e
per questo si
premura di spiegare loro il vero significato della sua partenza da
questo mondo. La
sua morte in croce non è la sua sconfitta, ma il suo trionfo,
la sua glorificazione e il suo ritorno al Padre. Con la sua
passione e morte
Gesù esegue con
obbedienza eroica il piano di salvezza voluto dal Padre e
dimostra fino a che punto ama Dio e gli uomini.
Attraverso la glorificazione
di Gesù si compie anche la glorificazione del
Padre. Dio è
glorificato per mezzo di Gesù e in Gesù. Il Padre è glorificato dal
Figlio con
l’esaltazione di Gesù sul trono regale della croce. Da questo trono
Gesù manifesta in
pienezza la sua divinità (8, 28) e attira tutti a sé (12,32).
L’appellativo
"figlioli" (v. 33),
usato da Gesù, esprime tutto l’amore e la
confidenza per i suoi discepoli. Gesù avverte i suoi amici che sta per
lasciarli. In questo momento essi non possono seguirlo; lo raggiungeranno
più
tardi.
Il ritorno di Gesù
al Padre non è un viaggio di piacere, ma di dolore: egli
allude alla sua passione e morte. Pietro al momento presente
non è in grado di
imitare Gesù, nonostante la sua protesta di fedeltà fino al
sacrificio della
vita; egli lo seguirà con la prigionia e la morte, ma in
seguito.
Data l’insistenza
di Pietro nell’affermare la sua fedeltà a Gesù fino al
sacrificio della vita. Il Signore gli predice l’imminente
rinnegamento. Il
riferimento al canto del gallo vuole indicare con
chiarezza che Pietro
rinnegherà tre volte Gesù proprio in quella stessa notte. De.it.press
Mercoledì 31. Il commento al Vangelo. Gesù celebra la Pasqua con gli
apostoli
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 26,14-25) commentato da P. Lino Pedron
14 Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda
Iscariota, andò dai sommi sacerdoti
15 e disse: «Quanto mi volete dare perché io
ve lo consegni?». E quelli gli
fissarono trenta
monete d'argento. 16 Da quel momento cercava l'occasione
propizia per
consegnarlo.
17 Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli
si avvicinarono a Gesù e gli
dissero: «Dove vuoi
che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?». 18 Ed egli
rispose: «Andate in
città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire:
Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te
con i miei discepoli». 19 I
discepoli fecero
come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
20 Venuta la sera,
si mise a mensa con i Dodici. 21 Mentre mangiavano disse:
«In verità io vi dico, uno di voi mi
tradirà». 22 Ed essi, addolorati
profondamente,
incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io,
Signore?». 23 Ed
egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel
piatto, quello mi
tradirà. 24 Il Figlio dell'uomo se ne va, come è
scritto di
lui, ma guai a colui
dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe
meglio per
quell'uomo se non fosse mai nato!». 25 Giuda, il traditore, disse:
«Rabbì, sono forse
io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto».
Giuda, non avendo
potuto intascare i soldi del prezzo dell’unguento (Mt 26,8-9),
ha rimediato alla meglio vendendo Gesù al prezzo di uno
schiavo (cfr Es 21,32):
trenta denari. Pessimo commerciante! "L’attaccamento
al denaro è la radice di
tutti i mali" (1Tim 6,10).
L’indeterminatezza
dell’indicazione: "Andate in città, da un tale…"
(v. 18) è
voluta certamente da Gesù per non fornire indicazioni al
traditore prima del
tempo stabilito.
E’ anzitutto nella
comunità dei discepoli che si gioca la passione di Gesù: è là
che viene "consegnato" e che egli
"consegna" se stesso, donando il suo corpo e
il suo sangue.
All’annuncio del
tradimento da parte di uno di loro, i discepoli si addolorano
profondamente. Ognuno è toccato da questo
annuncio perché ognuno si sente capace di tradire, come lo evidenzia la loro
domanda: "Sono forse io, Signore?" (v. 22) ripresa come eco da Giuda
con una variante significativa: "Rabbì, sono
forse io? (v. 25). Per gli undici discepoli Gesù è il
Signore, per Giuda è un semplice maestro di dottrina.
A Giuda Gesù
risponde come risponderà al sommo sacerdote (v. 64) e al
governatore Pilato (27,11): "Tu l’hai detto" (v. 25). E’
l’uomo infatti che
giudica se stesso attraverso il suo rapporto con il Cristo:
"Poiché in base alle
tue parole sarai giudicato e in base alle tue parole sarai
condannato" (Mt
12,37).
La lamentazione di
Gesù su Giuda (v. 24) non è una profezia sulla dannazione
finale del traditore, ma un invito a ciascuno a esaminare la
propria coscienza.
"Noi tutti,
così come siamo, potremmo inserire nel vangelo il nostro nome al
posto di quello di Giuda" (J. Green). De.it.press
Tornare pellegrini. L'Europa ha smesso di essere cattolica?
Fino a poco fa, si
poteva far riferimento ad alcuni Paesi europei
aggiungendo al loro nome la qualifica di "cattolico", come esempio
del contributo della Chiesa all'identità nazionale. Così, si parlava della
cattolica Irlanda, della cattolica Polonia, della cattolica Spagna…
Invece, da un po' tempo a questa parte, le agenzie di stampa seminano il web di
cronache più o meno preoccupanti che sembrano mettere
in questione il patrimonio culturale tradizionale di tanti popoli. In Polonia,
per esempio, un settimanale cattolico è stato appena condannato per aver messo
in questione la decisione della Corte Europea dei Diritti dell'uomo che ha
multato lo stato polacco per non soddisfare il "diritto" di una donna
ad abortire; anche la repubblica irlandese si è seduta sul banco degli imputati
della stessa Corte di giustizia per mancanza degli strumenti giuridici
necessari a garantire lo stesso "diritto" a tre donne irlandesi; in
questo senso, il Portogallo ha oggi una delle legislazioni abortiste più
"all'avanguardia" e da poco ha approvato il cosiddetto
"matrimonio"
omosessuale; e pure la Spagna ha appena approvato una legge che
istituzionalizza di fatto l'aborto libero poiché nelle farmacie si vende, ormai
senza l'obbligo di ricetta medica, la pillola abortiva del giorno dopo.
Che sta
succedendo? Sembra come se l'asse geografico della secolarizzazione che
quarant'anni fa era posizionato nei Paesi nordici, si
sia spostato verso le nazioni che tradizionalmente vantavano una maggior
presenza della Chiesa cattolica. In uno dei suoi ultimi
viaggi in Polonia, Papa Giovanni Paolo II, essendo informato dei cambiamenti
sociali che stava subendo il suo Paese d'origine, esordì: "Ma non
così!" Ed è vero: non così, così no.
In Spagna
aspettiamo la prossima visita di Benedetto XVI che sarà ormai la terza al
nostro Paese durante il suo pontificato, se teniamo in considerazione anche
l'Incontro Mondiale con le Famiglie nel 2006 e la Giornata Mondiale della
Gioventù che si terrà a Madrid nel 2011: a nessuno sfugge la
preoccupazione del Santo Padre per il capovolgimento culturale che la nostra
società sta sperimentando. Poche settimane fa, venne alla
luce la notizia che in Spagna il suicidio ha sorpassato gli incidenti stradali
come causa di morte, aggiudicandosi il secondo posto dopo il cancro - e
l'aborto, naturalmente, ma questo è un dato di fatto che nessuno vuol
riconoscere -. Il Papa riflette su tutto ciò quando guarda ai Paesi come la
Spagna, che si sono nutriti per secoli dalla fede cattolica per costruire
un'Europa moderna, stabile e libera e che ora sembrano essere invece
l'avamposto della secolarizzazione, del materialismo e del relativismo.
E allora, che
fare? Come ricostruire nuovamente ciò che in pochi anni è andato a rotoli? A poco serve rimpiangere i bei tempi andati; bisogna guardare
ancora più lontano: alle radici dell'Europa, uno dei temi che più stanno a
cuore al Papa e di cui ha parlato spesso nei suoi libri e discorsi. L'Europa è
stata costruita con il pellegrinaggio alle radici della fede cattolica, alla
Terra del Signore ed ai sepolcri degli Apostoli Pietro
e Giacomo. Precisamente a Santiago de Compostela arriverà il Papa il prossimo
novembre, come un pellegrino qualsiasi, indicando la strada da seguire.
Forse tutto questo
clima che soffoca la vita e che si diffonde in Europa ha la sua origine in una
certa secolarizzazione interna che ha coinvolto tutti questi Paesi di grande
tradizione cattolica. Forse i figli della Chiesa hanno abbassato la guardia e
si sono fermati per troppo tempo senza essere coscienti del pericolo in
agguato. Forse hanno dimenticato, in definitiva, di essere pellegrini. Non
importa, ora occorre
tornare, come il Papa, sui propri passi, seguire la strada alla ricerca di
radici che non sono altro che l'amore alla fede e alla verità. Il "camino
de Santiago" è la prova di come la fede diventa cultura, arte e vita e di
come il Vangelo, interpretato nella sua radice più profonda, è capace di
costruire un intero continente. Bisogna impegnarsi e non soccombere a una delle
maggiori tentazioni: la mancanza di speranza. Se l'Europa è stata costruita una
volta, si può ricostruirla di nuovo.
Il resto rimane,
come sapevano bene gli antichi pellegrini, nelle mani di Dio. Ultreya!
JUAN LUIS VÁZQUEZ
DÍAZ-MAYORDOMO, Spagna
Vescovi francesi: "Proviamo vergogna al Papa il nostro sostegno"
L'assemblea
plenaria a Lourdes invia un messaggio di solidarietà a papa Benedetto XVI -
"Fatti abominevoli perpetrati da alcuni preti, proviamo
amarezza"
PARIGI -
"Proviamo tutti vergogna e amarezza davanti ai fatti abominevoli
perpetrati da alcuni preti e religiosi", scrivono
i vescovi di Francia in una lettera al Papa, Benedetto XVI, in relazione ai
fatti di pedofilia emersi nella chiesa. Riuniti a Lourdes, in Francia, per
l'Assemblea plenaria di primavera, i vescovi hanno indirizzato "un
messaggio cordiale di sostegno" al pontefice "nel difficile periodo
che attraversa la nostra chiesa".
I presuli
francesi, nella loro lettera, si rivolgono al Papa: ''Abbiamo
letto la vostra lettera ai cattolici irlandesi ed abbiamo capito che è anche un
appello rivolto agli altri paesi''. Riferendosi poi al documento del 2000 messo
a punto proprio dalla conferenza episcopale francese sulla pedofilia,
aggiungono: "Abbiamo confermato le disposizione
prese dieci anni fa e continueremo ad esercitare vigilanza. Noi tutti -
prosegue il messaggio - sentiamo vergogna e rammarico per gli atti abominevoli
perpetrati da alcuni sacerdoti e religiosi. Ci uniamo alle vostre parole forti
destinate alle vittime di questi crimini. Coloro che hanno
commesso questi atti sfigurano la nostra Chiesa, feriscono le comunità
cristiane ed estendono il sospetto su tutti i membri del clero".
E ancora:
"Anche se queste azioni sono commesse da un piccolo numero di sacerdoti -
ed è già troppo - quelli che vivono con gioia e fedeltà il loro impegno a
servire la Chiesa sono comunque danneggiati nella comunione del sacerdozio''. ''Constatiamo anche - scrivono poi i vescovi al Papa
- che questi inaccettabili fatti sono utilizzati in una campagna volta ad
attaccare la vostra persona e la vostra missione al servizio del corpo
ecclesiale. Noi tutti soffriamo per questi attacchi sleali e indegni e ci
teniamo a dirvi che portiamo con lei la pena che provocano
queste calunnie che vi colpiscono ed esprimiamo la nostra comunione e il nostro
sostegno''.
Altre reazioni:
Schifani. "Un fatto inaccettabile e indegno - ha detto Renato Schifani,
presidente del Senato, rispondendo ai giornalisti a margine della consegna
della nave da crociera "Azura" realizzata
per P&O Cruisess negli
stabilimenti Fincantieri di Monfalcone - "Già ieri ci siamo espressi -ha
aggiunto Schifani - su questo lanciare attacchi contro la figura del Santo
Padre, che è un fatto senza precedenti. Con il Santo Padre sono state adottate
recentemente delle misure decisive contro la pedofilia: ha assunto della posizioni rigorosissime che vanno rispettate e
apprezzate. Ecco perchè non capisco e non capiamo -
ha concluso Schifani - il motivo di questi attacchi che
avrebbero potuto rimanere nell'ambito dei paesi dai quali sono venuti".
Casini.
"Chiedo a tutti gli esponenti politici di esprimere solidarietà al Papa e
alla Chiesa, non possiamo dividerci su questo". Il
leader Udc, Pierferdinando Casini, durante una conferenza stampa per la
chiusura della campagna elettorale risponde alle domande sulla querelle tra
Osservatore Romano e New York Times e afferma che
"l'evocazione del complotto è sempre antipatica, ma nessuno come il Santo
Padre è stato più inflessibile nel condannare questi comportamenti anomali.
Più di così cosa si può chiedere alla Chiesa? Se non è
sufficiente questo, è tutta una manovra che nessun atteggiamento rigoroso della
Chiesa può sconfiggere".
D'Alema. "Sono questioni che vanno seguite con rispetto. Non è materia da mescolare alla campagna elettorale".
Così Massimo D'Alema, impegnato a Foggia in un tour elettorale, ha risposto ad un giornalista che gli chiedeva un commento sullo
scandalo pedofilia che sta coinvolgendo la Chiesa cattolica.
Ferrero. "Invece di fare la vittima, il Papa faccia sposare i preti.
Il fatto che non si sposino crea pericolosità sociale".
Lo ha detto il portavoce della Federazione della
sinistra, Paolo Ferrero, che oggi ha partecipato alla chiusura della campagna
elettorale per le regionali del partito nel Lazio, intervenendo in merito alle
polemiche sugli scandali della pedofilia che hanno coinvolto il Vaticano.
Monsignor Betori. Si tratta di "una strategia per staccare il
popolo dai propri pastori": così l' arcivescovo
di Firenze, mons. Giuseppe Betori, ai microfoni della
Radio Vaticana , controbatte alla campagna mediatica sulla pedofilia e sulle
presunte responsabilità di Ratzinger. Le notizie del New York Times sono "un evidente
manipolazione dei dati", incalza il vescovo, che testimonia come -
in un caso di prete pedofilo a Firenze - la Congregazione per la Dottrina della
Fede si sia mossa con il massimo rigore e severità. Perchè
sta dunque accadendo tutto ciò? "Mi sembra - risponde Betori - che il mondo occidentale contesti alla Chiesa di
essere un soggetto che abbia un ruolo all'interno della società. Quello
che dà fastidio, mi sembra, è che la Chiesa sia un soggetto, come agenzia
educativa, riconosciuto dalla gente per la sua autorevolezza, e questo dà
fastidio a chi vorrebbe invece spadroneggiare in queste nostre società
occidentali, senza alcuna remora e alcun riferimento etico. E' importante
secondo me - conclude - non cedere alla strategia di
chi vuole staccare il popolo dai pastori, perché il tentativo è chiaramente
questo". LR 26
Mons. Girotti:
«Non insabbiammo ma la sensibilità è cresciuta nel tempo»
L’intervista -
Monsignor Girotti, all’epoca affiancava il cardinale
Ratzinger e Bertone
CITTÀ DEL VATICANO
— Eccellenza, a quelle riunioni lei era presente. Avete insabbiato?
«Guardi, parlare di insabbiamento è davvero assurdo. Un polverone. Non è mai,
dico mai stata la politica della Congregazione, tanto meno col cardinale
Ratzinger, si figuri...».
Monsignor
Gianfranco Girotti, francescano, ora è vescovo
reggente della Penitenzieria Apostolica, «il tribunale delle anime» che da otto
secoli abbondanti—è il più antico dicastero della
Curia romana — si occupa dei segreti più gravi
rivelati in confessione. Per trent’anni è stato alla Congregazione per la dottrina
della Fede. Anche nell’ultima riunione all’ex Sant’Uffizio sul caso Murphy, il
30 maggio ’98, padre Girotti affiancava come
sottosegretario l’allora segretario Bertone. L’accusa
è di non avere agito.
Perché il
reverendo Murphy non fu processato dalla Chiesa?
«Stava morendo, e infatti morì di lì a pochi mesi: a che scopo, ormai? In
questi casi si limita il male. L’essenziale è questo: che alla persona non sia
data la possibilità di fare del male. In isolamento, non poteva continuare».
La Congregazione
fu avvertita più di due decenni dopo gli abusi. Ma non
avevate modo di sapere?
«Non è che tutti i crimini di questo genere, allora, si
risolvessero al centro, in Vaticano. In molti casi se ne occupavano i vescovi
diocesani. Quando la Congregazione fu avvertita, dopo così
tanto tempo, il caso era evidentemente così grave che non si tenne in
conto la prescrizione e si decise di procedere lo stesso».
L’atteggiamento
dell’allora cardinale Ratzinger qual era?
«Ah, lui era
inflessibile dinanzi al peccato, pur avendo un’attenzione particolare per le
persone che tuttavia, nei provvedimenti, non gli impediva
di essere intransigente nel perseguire ogni reato. È la sua indole, lo stesso
Santo Padre diceva pochi giorni fa: impariamo ad
essere intransigenti con il peccato, a partire dal nostro, e indulgenti con le
persone».
Ma i processi «segreti»?
«È chiaro che la Chiesa non possa mettere in piazza certi
processi: ma questo a tutela delle persone coinvolte. C’è anche una discrezione
a tutela dell’accusato: non si può rovinare la reputazione di chi magari
potrebbe risultare innocente. Si deve verificare. Ma, sia chiaro, questo nel processo canonico: non sono mai
esistite norme che chiedano di tacere o vietino di denunciare».
Però il clima era questo: si tendeva a sopire, a nascondere,
no?
«È evidente che la sensibilità è cresciuta nel tempo. Il
fenomeno ora ha dimensioni pubbliche, una rilevanza che allora non c’era. È
cambiata la mentalità. Prima, di tutte queste cose, non si era a conoscenza:
sapevamo dei casi segnalati. E di questi mai nessuno è stato insabbiato. In
trent’anni posso escludere che la Congregazione sia mai stata sfiorata dal
pensiero di mettere il fuoco sotto la cenere. Si è sempre intervenuto per
fermare questi misfatti orrendi».
Gian Guido Vecchi CdS 26
Il Papa nella domenica
delle Palme "Da Dio la forza per non farsi intimidire"
Benedetto XVI alla
messa di San Pietro: "Siamo tutti in una cordata, occorre umiltà"
I fedeli pregano
"per i giovani e per coloro che si adoperano per educarli e proteggerli"
- Il pontefice
parla anche delle tensioni a Gerusalemme: "I responsabili intraprendano
vie coraggiose"
CITTA' DEL
VATICANO - Da Dio viene il "coraggio che non si lascia intimidire dal
chiacchiericcio delle opinioni dominanti": è quanto ha detto Benedetto XVI
durante la messa delle Palme celebrata oggi in Piazza San Pietro. Cristo - ha
detto ancora il pontefice - conduce "verso la bontà che non si lascia disarmare
neppure dall'ingratitudine". "L'umiltà è essenziale per
l'ascesa" e anche "nei sacramenti ci lasciamo sempre di nuovo prendere per mano dal signore" e "ci lasciamo
purificare e corroborare", ha detto papa Ratzinger.
"Il cammino
fino alla vita vera - ha sottolineato il pontefice -
fino ad un essere uomini conformi al modello del figlio di Dio Gesù Cristo
supera le nostre proprie forze". E infatti
"questo camminare è sempre anche un essere portati: ci troviamo, per così
dire, in una cordata con Gesù Cristo, insieme con lui nella salita verso le
altezze di dio. Egli ci tira e ci sostiene".
"Fa parte
della sequela di Cristo che ci lasciamo integrare in tale cordata - ha
rilanciato il Papa - che accettiamo di non potercela fare da soli. Fa parte di
essa questo atto di umiltà, l'entrare nel 'noi' della
chiesa; l'aggrapparsi alla cordata, la responsabilità della comunione il non
strappare la corda con la caparbietà e la saccenteria". "Di questo
essere nell'insieme della cordata - conclude il
pontefice - fa parte anche il non comportarsi da padroni della parola di Dio,
il non correre dietro un'idea sbagliata di emancipazione".
Durante la messa
si è anche pregato - durante le invocazioni lette dai fedeli - "per i
giovani e per coloro che si adoperano per educarli e proteggerli, affinchè possano crescere in
generosità nel loro servizio a Dio e alla società".
Il Papa ha poi
parlato durante l'Angelus della crisi in Medio Oriente, riferendosi ai recenti
incidenti a Gerusalemme e tornando a lanciare un appello perché i "responsabili"
delle sorti di quella città "intraprendano con coraggio la via della pace
e la seguano con perserveranza". "In questo
momento - ha detto - il nostro pensiero e il
nostro cuore si dirigono in modo particolare a Gerusalemme, dove il mistero
pasquale si è compiuto. Sono profondamente addolorato per i
recenti contrasti e per le tensioni verificatisi ancora una volta in quella
città, che è patria spirituale di cristiani, ebrei e musulmani, profezia e
promessa di quell'universale riconciliazione che Dio desidera per tutta la
famiglia umana". "La pace - ha
aggiunto - è un dono che Dio affida alla responsabilità umana, affinché lo
coltivi attraverso il dialogo e il rispetto dei diritti di tutti, la
riconciliazione e il perdono. Preghiamo, quindi - ha concluso
- perché i responsabili delle sorti di Gerusalemme intraprendano con coraggio
la via della pace e la seguano con perseveranza". LR 28
Dopo la lettera
agli irlandesi, in cui il Papa manifesta la indignazione
e la condanna della Chiesa per gli episodi di pedofilia imputati a sacerdoti
cattolici, dopo le manifestazioni di sfiducia dei cattolici tedeschi nei
confronti della Chiesa cui si rifiuta la destinazione dell’otto per mille,
sopraggiunge, propalato dal New York Times, il caso
del sacerdote americano Lawrence C. Murphy, che avrebbe abusato di bambini
affidati ad una scuola per sordi e dunque menomati tra il 1950 ed il 1974. Il
sacerdote non avrebbe mai ricevuto sanzioni, ma sarebbe stato soltanto
trasferito in segreto in varie parrocchie e scuole, finché non è morto nel
1998. Sul caso, intervistato dal quotidiano di New York, padre Federico
Lombardi, portavoce vaticano, ha fornito elementi di conoscenza in fatto e in
diritto, escludendo peraltro che siano intervenuti divieti di denuncia. Lo
scandalo dei preti pedofili, che sta attraendo l’attenzione dell’opinione
pubblica internazionale, va presentando diversi profili quanto ai suoi effetti.
Il primo è quello di suscitare indignazione e allarme
generale per la sorta di minori, che portano poi nell’età adulta e fino alla
fine della vita il marchio indelebile di una esperienza subita di depravazione
e di violenza. La pietà qui si combina con la richiesta della massima possibile
tutela della integrità dei minori. La punizione dei
colpevoli perché eserciti una funzione preventiva di deterrenza deve essere
tempestiva, e considerata credibile ed affidabile solo
se realizzata dall’autorità civile. Il secondo profilo è quello
di eccitare, tra i non credenti, avversione verso la fede cattolica, le
sue istituzioni educative, i metodi di governo della sua autorità sollecita più
della immagine pubblica della religione, protetta dalla riservatezza se non
talora dal segreto su comportamenti riprovevoli di appartenenti al clero. Il
terzo si muove all’interno della comunione ecclesiale. La sofferenza per quanto
si sta ingiustamente abbattendo sull’attuale pontefice, proprio sull’uomo che
ha più vibratamente stigmatizzato la sporcizia nella
Chiesa, è diffusa e profonda in tutto il popolo di Dio, che lo ama ed è da lui
guidato. Ma questo dolore dei fedeli non è soltanto un
dato sentimentale. Contiene anche riflessioni ed
argomenti critici. La vita cristiana appare troppo disarticolata tra quotidiano
richiamo all’esercizio di virtù, sino a pienamente realizzarsi nell’amore del
prossimo spinto all’abnegazione e sacrificio di ogni personale interesse, e le
logiche giuridiche di identificazione del lecito,
dell’illecito, della gravità delle trasgressioni, ora come peccato, ora come
delitto, della persecuzione del reo e del suo perdono. Quando si violano
diritti nella persona di cittadini deve intervenire
l’autorità civile. La Chiesa dovrebbe ritrarsi dinanzi ad una competenza
altrui. Quanto ai sacerdoti colpevoli, fermo restando che trasferimenti, isolamenti,
esoneri dalle funzioni sono misure motivate dall’intento di preservare con il
segreto la dignità del sacerdozio, parti non minime dell’opinione pubblica,
raggiunta sia dalla cultura laica che libera, sia da
quella maturata nella tradizione cristiana, ritengono che essi siano
sconfessati dai loro propri comportamenti, di cui devono render conto fuori
della comunità da cui non sono più degni di ricevere ulteriore tutela. Forse
occorreranno predisposizioni di nuove norme canoniche o di governo pastorale,
forse no. La Chiesa è vissuta, lungo i millenni del suo cammino, anche di
persuasioni morali delle moltitudini che hanno in lei creduto. Le società del
mondo contemporaneo sono le meno idonee a rispettare i segreti. La verità non
può nascondere la realtà. Se taluno immagina di servire la verità, tacendo la
realtà, si rende responsabile di un errore contro la verità, esponendosi ad un giudizio di riprovazione della comunità di fede, senza
appello. Svilendo nel contempo l’autorità della Chiesa
come maestra di verità e di vita, anche nelle coscienze dei non credenti.
Perché una delle fonti della morale sociale è stata ed è storicamente la Chiesa
cattolica, insieme alle altre confessioni cristiane, soprattutto in questa
parte del pianeta che chiamiamo Occidente. Per superare dunque l’angoscia delle
vicende ora venute alla luce, occorre che la luce non
si spenga, non solo su altre che potessero accadere, ma proprio perché altre
non ne accadano mai più.
FRANCESCO PAOLO
CASAVOLA IM 26
Pedofilia, «efficace» la linea Ratzinger. «Negli Usa accuse diminuite del
30%»
Il Vaticano:
questione cruciale per la credibilità morale della
Chiesa. «Buoni risultati con la prevenzione» - Il portavoce padre Lombardi:
maggior parte dei casi risale a oltre trent'anni fa
MILANO - La linea
della «tolleranza zero» verso gli abusi sessuali commessi da sacerdoti,
promossa da Joseph Ratzinger fin da quando era prefetto della Congregazione
della Santa Sede e tenacemente perseguita da quando è diventato Papa, sta dando
buoni risultati. Lo sottolinea il portavoce vaticano,
padre Federico Lombardi, ai microfoni della Radio Vaticana. Dagli Stati Uniti,
rileva il gesuita, arrivano notizie positive. «Senza indulgere a compiacimenti
fuori luogo, non si può non riconoscere sforzo straordinario di prevenzione
compiuto con numerosissimi corsi di formazione e training sia per i giovani sia
per tutto il personale pastorale ed educativo, e si
deve prendere atto che il numero delle accuse di abuso è sceso nell'ultimo anno
di oltre il 30%. Si deve riconoscere che le misure decise e in corso di
attuazione si stanno manifestando efficaci». Inoltre,
osserva padre Lombardi, la maggior parte delle accuse «riguarda
fatti di oltre trent'anni fa. La Chiesa americana, sostenuta dal papa che ha
dedicato a questa dolorosa questione gran parte del suo viaggio del 2007 in
Usa, per padre Lombardi «ha preso la strada buona per rinnovarsi». «Questa - ha
sottolineato il portavoce vaticano - ci pare una
notizia importante nel contesto dei recenti attacchi mediatici, che hanno
provocato indubbiamente dei danni».
QUESTIONE CRUCIALE
PER LA CHIESA - Il direttore della Sala stampa della Santa Sede ha ribadito inoltre l'importanza «cruciale», per la Chiesa, di
affrontare nel modo giusto il dramma della pedofilia che coinvolge il clero.
«La questione degli abusi sessuali su minori da parte di membri del clero
cattolico - si legge nel testo di padre Lombardi - ha continuato ad essere largamente presente sui media di molti Paesi, in
particolare in Europa e in America del nord anche negli ultimi giorni, dopo la
pubblicazione della Lettera del Papa ai cattolici irlandesi». «Non è una
sorpresa - prosegue il testo - l'argomento è di natura tale da attirare di per
sé l'attenzione dei media, e il modo in cui la Chiesa lo affronta è cruciale
per la sua credibilità morale». E a proposito della
lettera alla Chiesa d'Irlanda, padre Lombardi afferma che la missiva del
pontefice «contribuisce a preparare il futuro attraverso un cammino di
guarigione, rinnovamento, riparazione». «Con umiltà e con fiducia, in spirito
di penitenza e di speranza, la Chiesa entra ora nella Settimana Santa e domanda
la misericordia e la grazia del Signore che soffre e
risorge per tutti», ha concluso il portavoce vaticano. CdS
27
L'editoriale. Chi imponeva l'omertà
Se mai il
comportamento di un vescovo è stato irreprensibile di fronte ai doveri della
coscienza verso la verità e verso la Chiesa sugli abusi sessuali del clero,
questo è il caso dell'arcivescovo di Milwaukee monsignor Weakland,
una delle figure più luminose del cattolicesimo degli
Stati Uniti d'America.
Egli non avrebbe
meritato uno solo dei rimproveri mossi di recente da Benedetto XVI ai vescovi
irlandesi. Fin dagli anni Novanta aveva tentato di tutto per fare breccia nelle
maglie procedurali del Vaticano in modo da fare entrare nel sistema un
approccio più chiaro, realistico e insieme evangelico del trattamento della
piaga della pedofilia del clero. Ciò che ha portato
alla luce il New York Times della storia di questo
pastore, morto con parole di perdono per coloro che lo avevano ingiustamente
coinvolto in accuse infamanti, testimonia con chiarezza ciò da cui alcuni
circoli cattolici tentano di difendersi. Cioè, che la questione soggiacente
alle perversioni dei singoli riguarda alcuni dei funzionamenti strutturali
della Chiesa. Alcune buone prove e buone fedi al
servizio della missione del vangelo non la rendono immune da deficit di sistema
sui quali ha finito per infrangersi la rivolta di vescovi consci della loro
vocazione. È troppo evidente che l'omissione di una seria riforma della Chiesa
ha fatto marcire i problemi al coperto di palliativi illusori.
"È una
conversione strutturale che si impone" ha
dichiarato al giornale cattolico francese La Croix la psicologa Isabelle De Gaulmyn, augurandosi che la Chiesa possa servirsi degli
scandali per interrogarsi su alcune sue distorsioni istituzionali. Nella stessa
logica della verità che Benedetto XVI pone a fondamento della morale, la Chiesa
dovrebbe esprimere la propria gratitudine ai media che l'hanno aiutata a far
cadere le maschere, invece di attaccarli come aggressori dell'autorità. Ma se è
plausibile far risalire a un fallimento di sistema il circuito letale
instauratosi fra il crimine di una minoranza del clero e la generale omertà del
sistema ecclesiastico, ben prima del fantasma del liberalismo sessuale
sessantottino, diverrebbe ben provata la ragione per cui neanche gli sforzi dei
più lucidi fra i pastori siano riusciti a rompere questo blocco in cui la
considerazione dell'autodifesa istituzionale, la cultura del segreto e della
negazione, un concetto idolatrico dell'autorità hanno
finito per sottomettere i valori della giustizia, della trasparenza e dei
diritti umani degli innocenti.
Quanti guardano
alla Chiesa con ammirazione pari alla sincerità, sanno che essa conserva, malgrado le deviazioni di alcuni uomini e dei suoi apparati,
le risorse sufficienti per scrutare con lucidità le cause istituzionali della
crisi. La "Lettera ai cattolici d'Irlanda" potrebbe essere un primo
passo. È possibile presumere che lo stesso papa Ratzinger, al tempo in cui era
capo della Congregazione per la Dottrina, avesse fatto l'esperienza del dramma
tra la forza della verità e le pressioni istituzionali per il suo
insabbiamento. Di fronte alla vastità del fenomeno egli ha finito per
prorompere nel grido del Venerdì Santo del 2005 sulla "sporcizia nella
Chiesa", che era già la promessa di un programma di moralizzazione
presto legato alla sua candidatura alla successione era una denuncia forse a
lungo repressa, il segnale di quanto fosse faticoso anche per lui liberare
delle linee guida efficaci senza intaccare a fondo la logica del sistema. Non
si può dire che non abbia mantenuto le promesse: la bonifica è in corso.
D'altra parte, solo annettendo il giusto valore al peso lordo del sistema
sarebbe possibile separare ciò che è di Benedetto XVI da ciò che era del
cardinale Ratzinger alla testa dell'ex Sant'Uffizio.
L'operazione
verità potrebbe essere fruttuosa solo a patto di aprire ogni sipario sui gangli
del sistema che l'hanno lungamente inibita. Delle due l'una: o il cardinale
Ratzinger aveva gestito il dossier sporco utilizzando da solo o coi suoi propri stretti collaboratori la delega papale,
all'insaputa del suo superiore Giovanni Paolo II. Oppure, come
è consuetudine specie per i casi più gravi, il prefetto della
Congregazione per la Dottrina è andato a riferirne al Papa in una delle sue
udienze settimanali di tabella. E ha ricevuto da lui carta bianca per agire nel
senso in cui ha agito. Un'ipotesi forse più verosimile
ma le cui conseguenze difficilmente lascerebbero indenne la responsabilità di
Wojtyla, alla vigilia della sua beatificazione. Anche se proprio quel Papa fu
inesorabile coi vescovi americani e il loro clero
pedofilo e le coperture del sistema. GIANCARLO ZIZOLA LR 26
Squadra anti-molestie voluta dai vescovi «per agire insieme»
L’essenziale è
«stabilire una linea comune». L’idea della diocesi di Bolzano, che invitava a
denunciare gli abusi sul suo sito, è stata accolta dal gelo. Così la Cei ha
deciso di creare una task force sul tema pedofilia.
La «commissione» antipedofilia della Cei sarà composta da
vescovi ed esperti, filtra dal consiglio permanente che si è chiuso ieri, e
avrà l’incarico di «studiare un fenomeno così complesso»: in altre parole,
dovrà definire la linea di comportamento per affrontare casi e polemiche. È
«impensabile », spiega un vescovo, «che di una
faccenda simile possano parlare 250 pastori senza un criterio di riferimento».
Già nella prossima assemblea generale di vescovi italiani, a maggio, la Cei
stabilirà le «linee comuni» di intervento. E più in là
verrà organizzato un seminario.
Del resto, il
cardinale Angelo Bagnasco aveva aperto il consiglio dei vescovi scandendo: «La Chiesa impara dal Papa a non avere paura della verità,
anche quando è dolorosa e odiosa, a non tacerla o coprirla. Questo, però, non
significa subire strategie di discredito generalizzato».
In questi giorni i vescovi hanno discusso, c’è chi è arrivato a definire troppo
«politically correct»
l’iniziativa di Bolzano, chi ritiene sia «una follia mettere sotto accusa gli
episcopati».
Alla Cei, in
questi giorni, si ripete che «il problema non è mai stato sottovalutato» e «la
prevenzione c’è da tempo». Certo, la lettera del Papa
agli irlandesi testimonia di «una Chiesa che non sta sulla difensiva » e invita a «non nascondere nulla», diceva Bagnasco. Ma con criterio. «Fino a che punto ci dobbiamo spingere
nella trasparenza?», si chiede un altro vescovo. «E la
discrezione necessaria quando la chiedono le stesse vittime? E le persone
chiaramente malate? ». E poi d’accordo la «tolleranza zero», ma questo non al
prezzo «di farsi prendere a sberle: la pedofilia va
ben oltre la Chiesa».
Anche in Vaticano,
d’altra parte, non è che ci sia un senso d’accerchiamento, la percezione di un
attacco concentrico: «Ma quale percezione: l’accerchiamento c’è, è nei fatti». Se le reazioni ufficiali sono dure, quelle sottotraccia,
ai piani alti della Santa Sede, arrivano a definire «sconcia» l’idea che
Ratzinger e Bertone abbiano potuto «insabbiare» un
caso di venticinque anni prima già archiviato dalla giustizia
civile e affrontato dall’ex Sant’Uffizio derogando alla prescrizione. E
ricordano il titolo d’un libro di Jean-Marie Guénois: «Il Papa che non avrebbe dovuto
essere eletto». C’è l’idea che Benedetto XVI disorienti e dia fastidio «a tutti
coloro cui fa comodo dipingere la Chiesa come retrograda, omertosa e
quant’altro: con il suo pontificato, Benedetto XVI sta smentendo nella realtà
tutti questi cliché». A cominciare dalla pedofilia, «la Chiesa è l’unica
istituzione che stia facendo davvero i conti con questo fenomeno ». E i dati dei vescovi Usa «dimostrano quanto si stia
riducendo proprio negli ultimi anni, grazie alle misure già prese ». Certo, «il clima è cambiato: sta cambiando
tutto, e proprio su impulso di Ratzinger».
Una volta non era
così, e forse qualche traccia della mentalità passata si può rintracciare in
una frase sfuggita ieri davanti ai giornalisti al cardinale in pensione José Saraiva Martins, che nel parlare
di una «macchinazione complessiva» ha aggiunto: «Perché
dei vescovi hanno taciuto? Cerchiamo solo d’essere intelligenti e onesti: se in
una famiglia c’è un membro mascalzone, chi è che in quella famiglia va in
piazza a denunciare e metterlo alla berlina? Semmai si cerca di salvaguardare
il buon nome della famiglia». Certo, ha chiarito, «sono il primo a dire che i vescovi non devono coprire, che i
preti pedofili devono essere processati, tuttavia invito all’obiettività».
Lavare i panni sporchi in famiglia? Benedetto XVI ha
detto una cosa ben diversa: «C’è stata una preoccupazione fuori luogo per il
buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali ». Il Papa è sereno, ieri ha
incontrato 50 mila giovani in piazza San Pietro. E
l’unica reazione agli «attacchi» sarà proseguire nella linea di «trasparenza e
chiarezza». Gian Guido Vecchi CdS 26
Pedofilia, il Vaticano: modo in cui Chiesa affronterà abusi cruciale
per credibilità
«L'autorità del
Papa non è stata indebolita» - La Cei: il New York Times
vuole licenziare la Chiesa
ROMA - I recenti
attacchi mediatici hanno provocato «indubbiamente dei danni», ma l'autorità del
Papa e l'impegno della Congregazione per la Fede contro gli abusi sessuali sui
minori non ne escono «ibdeboliti» ma «confermati»: è
quanto afferma padre Federico Lombardi, portavoce del Vaticano, in una nota per
la Radio vaticana. Il modo in cui la Chiesa affronta la questione degli abusi
sessuali sui minori da parte del clero cattolico, ha poi aggiunto Lombardi, «è
cruciale per la sua credibilità morale».
Lombardi è
intervenuto questa mattina sulla vicenda dello scandalo degli abusi sessuali
che ha colpito la Chiesa. Nel testo il portavoce della
sala stampa vaticna sottolinea
che «i casi portati all'attenzione del pubblico sono avvenuti generalmente
diverso tempo fa, anche anni addietro, ma riconoscerli e farne ammenda nei
confronti delle vittime è il prezzo del ristabilimento della giustizia e di
quella "purificazione" della memoria che permette di guardare con
rinnovato impegno, e insieme con umiltà e fiducia al futuro».
«A questa fiducia
- si legge ancora nella nota - contribuiscono i numerosi segnali positivi
venuti da diverse conferenze episcopali, vescovi e istituzioni cattoliche di
vari Paesi nei diversi continenti: le direttive per la corretta gestione e la
prevenzione degli abusi aggiornate e rinnovate in Germania, Austria, Australia,
Canada e così via».
Intanto il vertice
della chiesa cattolica in Irlanda, il Cardinale Sean Brady, è oggetto di pressioni da parte del Vaticano
affinché lasci in seguito allo scandalo pedofilia. Lo riferisce il quotidiano
britannico Times. «Solo le dimissioni del cardinale
Sean Brady riusciranno a placare la furia ai massimi
livelli dei vertici di Roma per il suo ruolo nel coprire i preti pedofili», scriveil quotidiano di Londra che cita fonti a Roma.
La Cei: il New
York Times vuole licenziare la Chiesa. Oggi Avvenire,
quotidiano dei vescovi italiani, interviene sul caso-pedofilia e su quelli che
definisce gli attacchi della stampa Usa. La campagna «andrà avanti» perché «c'è
da scommetterci» la «posta in gioco» rischia di non essere «più soltanto la
tutela delle vittime ma lo statuto stesso della Chiesa»: dal «punto di vista
del Nyt, probabilmente, c'è un solo modo per uscirne» . E cioè che la «Chiesa smetta di essere Chiesa» e si
«conformi in tutto alle regole del mondo». Così sostiene Alessandro Zaccuri nel suo editoriale. Stigmatizzando
che «questo non accadrà» - la «Chiesa non rinuncerà ad essere eccezione» - il
giornale dei vescovi italiani sottolinea «la volontà di moralizzare la Chiesa
dal suo interno , rimuovendo ogni deposito di sporcizia » che ha caratterizzato
sin dall'inizio il pontificato di Ratzinger, testimoniata anche dalla Lettera
ai vescovi irlandesi che rappresenta una «condanna innappellabile».
Ma «ancora non
basta»: «negli ultimi giorni il New York Times ha
alzato ripetutamente il tiro, cercando di colpire direttamente lo stesso
Pontefice», sottolinea l'editoriale. «Ieri come oggi
si sono azzardate interpretazioni al limite del complotto» prosegue il giornale
citando «un certo establishment Usa» contro i
cattolici per la loro vicinanza a Bush o per le «critiche di una consistente
parte dell'episcopato» alla riforma sanitaria di Obama.
«Agli occhi dei suoi detrattori la Chiesa ha l'imperdonabile
difetto di rendere evidente ciò che la cultura contemporanea, al contrario,
cerca con ogni mezzo di nascondere. E cioè l'esistenza di un ordine gerarchico
e morale connaturato alla realtà, così come connaturato all'umano è la natura
oscura del peccato»: «tutto questo risulta
inaccettabile per certa mentalità e certi circoli ed per questo che la Chiesa
deve essere licenziata, per questo il suo messaggio va insabbiato. A meno che la Chiesa non smetta di essere Chiesa. A quel
punto, forse solo a quel punto, perfino il Nyt potrà ritenersi soddisfatto. Ma questo - conclude l'editoriale - non accadrà».
Nel frattempo un
altro sacerdote è indagato in Francia. Si tratta del parroco di Marcilly-le-Hayer, un villaggio dell'Aube,
nel nord est, indagato da mercoledì per «violenza sessuale e detenzione di immagini pedopornografiche». La denuncia nei suoi
confronti è stata depositata da un giovane maggiorenne. Fermato dai gendarmi,
padre Jacques Breton è da due giorni in libertà vigilata stretta. Gli è vietato
entrare in contatto con minorenni. Gli inquirenti hanno trovato sul computer
del religioso «foto ricordo di momenti trascorsi in
compagnia di adolescenti. Immagini a carattere pedopornografico sulle quali i
bambini comparivano nudi», secondo il giornale locale
L'Est Eclair. Il prete avrebbe ammesso di aver
scattato le foto. Sempre secondo il quotidiano, il giovane che ha sporto
denuncia sarebbe egli stesso stato vittima di violenza sessuale, una
circostanza però che padre Breton avrebbe negato. «Aspettiamo di conoscere la
verità dei fatti», ha commentato il vescovo di Troyes, il capoluogo della
regione, Marc Stenger, che si è impegnato ad
allontanare il sacerdote dal villaggio durante l'istruttoria.
Card Levada: compassione ma fermezza e chiarezza. «Nel trattare i casi di abusi di minori da parte del
clero quando giungono all'attenzione della Congregazione della Dottrina della
Fede, cerchiamo di essere il più compassionevoli
possibile ma anche fermi e chiari quanto necessario». Lo spiega in una lunga intervista
ad una tv cattolica canadese, Salt and Light, il
cardinale americano William Levada, attuale prefetto
della Congregazione della Dottrina della Fede. Secondo Levada,
sulla questione della pedofilia la svolta si è verificata sotto Giovanni Paolo
II (e quanto Ratzinger era suo predecessore al•la
Dottrina della Fede). Papa Woityla - spiega il
cardinale - «ha creato la cornice per affrontare questa sfida molto difficile
per la vita della Chiesa, l'abuso di minori da pare del clero», giudicando di
una gravità estrema questo tipo di violazione. In precedenza - ricorda Levada - la Congregazione si occupava solo di casi che
comportavano la profanazione del sacramento dell'Eucarestia, la simulazione
della Messa, o la violazione del sacramento della Confessione. IM 27
Austria, la Chiesa nomina una donna per dirigere indagini su preti pedofili
Waltraud Klasnic «rappresentante
indipendente» delle vittime di abusi. Il primate britannico difende il papa
MILANO - La Chiesa
cattolica austriaca ha deciso di nominare una donna come «rappresentante
indipendente» delle vittime, per indagare sui casi di abusi sessuali commessi
da esponenti del clero. Lo ha detto alla tv di Stato
l'arcivescovo di Vienna Christoph Schoenborn,
annunciando che il ruolo sarà affidato a Waltraud Klasnic, ex governatrice regionale. «Vogliamo far uscire le
indagini dalla Chiesa ed affidarle ad un
rappresentante indipendente», ha detto il vescovo. La rappresentante - è stato
spiegato - assumerà l'incarico quanto prima e provvederà a
nominare una equipe, di cui non potrà far parte nessun ecclesiastico, per il
lavoro di indagine. «In primo luogo - ha sottolineato
infatti il vescovo - vogliamo garantire l'indipendenza di chi conduce le
indagini». La signora Klasnic lavorerà parallelamente
agli uffici della Chiesa che finanzierà il lavoro della sua squadra. Tra i suoi
compiti ci sarà anche quello di individuare i risarcimenti per le vittime, ha
precisato il cardinale. La Chiesa «può e deve imparare ad
essere più trasparente», ha aggiunto Schoenborn,
sottolineando che «tutti i tentativi per coprire questi abusi sono
incompatibili con gli insegnamenti del Vangelo».
IL PRIMATE
BRITANNICO DIFENDE IL PAPA - Si leva intanto a difesa del Papa, di fronte alle
accuse di non aver fatto abbastanza contro la pedofilia, la voce della Chiesa
britannica, secondo cui non ci sono «motivi forti» per chiedere le sue
dimissioni. «Il Papa non si dimetterà - ha detto alla
Bbc il Primate di Gran Bretagna e Galles, l'arcivescovo di Westminster Vincent Nichols - e francamente non c'è alcun motivo forte perché
lo faccia. La realtà è che le cose stanno esattamente al contrario: lui è
l'unico che ha affrontato questo genere di cose e per quanto riguarda il ruolo
che ha avuto quando era cardinale, non è stato coinvolto in nessun
insabbiamento. In verità è stato il cardinal Ratzinger a promuovere sostanziali
mutamenti nel codice vaticano», tra cui una corsia preferenziale
per sospendere dall'ordine sacerdotale i preti pedofili.
ATTIVISTI: «NON E'
IL BENVENUTO» - In contemporanea, però, un gruppo di manifestanti si è dato appuntamento davanti alla cattedrale cattolica di
Westminster a Londra per chiedere le dimissioni di papa Benedetto XVI. Peter Tatchell, uno degli attivisti che hanno organizzato la
manifestazione, ha accusato il pontefice di aver ordinato la copertura degli
abusi in un editto inviato ai vescovi cattolici nel mondo nel 2001. «Non ha permesso che i preti che hanno violentato e
molestato sessualmente i giovani fossero denunciati alla polizia. Per questo
motivo non è benvenuto in Gran Bretagna e non vogliamo che venga
onorato con una visita di Stato a settembre, in particolare una visita di Stato
finanziata dai contribuenti», ha dichiarato Tatchell.
SVIZZERA: «LISTA
NERA» - Sempre tra le iniziative comunicate oggi, la proposta del presidente
elvetico Doris Leuthard di creare una «lista nera» di
sacerdoti che si sono macchiati di pedofilia, perché sia garantito che non
abbiano più contatti con i bambini. «È importante che i pedofili - che siano
preti, insegnanti o abbiano in qualunque modo a che fare con i minori - non
possano più avere contatti con i bambini - ha detto al
quotidiano svizzero Le Matin Dimanche
-. Dovrebbe esistere per i preti un registro centralizzato come quello che
esiste per gli insegnanti». Sulla stessa linea Martin Werlen, membro della Conferenza episcopale elvetica, il
quale teme che la gerarchia cattolica non abbia preso abbastanza sul serio gli
scandali in Irlanda, Germania e Stati Uniti. Werlen,
in un'intervista al quotidiano Sonntagsblick, ha sottolineato la necessità di creare a Roma un «registro» di
religiosi il cui comportamento sia stato denunciato. CdS 28
Mons. Girotti
«regge» la Penitenziera, fu indagato con banda della Magliana
Sua Eccellenza
monsignor Gianfranco Girotti, attuale reggente della
Penitenzieria Apostolica Vaticana, cioè l’alto prelato che il 30 Maggio del
’98, come rivelato dal New York Times, partecipò con Bertone alla riunione che di fatto
insabbiò il caso del reverendo Lawrence Murphy, gratta-gratta,
è un sacerdote dall’imbarazzante passato giudiziario. Il Vaticano ha scelto
come rappresentante della massima autorità morale della Chiesa, dopo il Papa
(in pratica la Penitenzieria è il tribunale che decide su grazie e indulgenze)
un uomo che nel 1985 fu inquisito - e poi prosciolto - perché sospettato di
fare arrivare in carcere cocaina, farmaci, radioline e altri oggetti proibiti
ai componenti della banda della Magliana. All’epoca Girotti, che ora ha 77 anni,
faceva infatti il cappellano nel penitenziario romano di Regina Coeli.
E peraltro nel
carcere lavorava a fianco, in qualità di suo aiutante,
del noto don Piero Vergari, lo stesso sacerdote che
caldeggiò la scandalosa sepoltura del bandito Enrico De Pedis
nella basilica monumentale di Sant’Apollinare. Girotti
fu formalmente accusato di favoreggiamento personale e interessi privati in
atti d’ufficio insieme a un altro ex cappellano, don Pietro Prestinizi,
che venne addirittura arrestato: dalle intercettazioni
telefoniche la polizia scoprì che padre Girotti
parlava al telefono, «apparentemente in amicizia», con Enrico Nicoletti, il “banchiere” della banda della Magliana
attualmente sotto processo per associazione mafiosa, mentre Prestinizi
conversava con uomini vicini a Pippo Calò. «Non sono
in grado di dire, almeno per quanto concerne l’hashish e la cocaina, se padre
Gianfranco conoscesse il contenuto dei pacchetti che consegnava. Chi teneva
dall’esterno i rapporti con lui era Sestili (un affiliato alla banda, ndr) il
quale lo andava a trovare nel suo ufficio presso il carcere e gli consegnava i
pacchetti e gli oggetti da recapitare a me e a Lucioli...
In uno di questi pacchetti c’era l’offerta per la chiesa... Per quanto ho
potuto constatare... dei favori di padre Gianfranco
beneficiava anche Massimo Carminati, che era detenuto
in una cella contigua alla mia...» dirà Maurizio Abbatino
nel suo verbale del 2 luglio 1993. Ad Abbatino,
raccontarono i pentii, Girotti
avrebbe consegnato di nascosto anche dei semi di ricino: servirono al bandito
per simulare una malattia agli occhi, escamotage grazie al quale riuscì ad
essere trasferito in una clinica da cui evase.
Angela Camuso L’U 27
La strada sbagliata del diritto canonico
Povera Chiesa. Si
sente ingiustamente attaccata, diffamata, umiliata per comportamenti che essa
stessa considera orribili peccati. Si sente colpevolizzata per aver cercato di
arginare in silenzio il male commesso da alcuni suoi rappresentanti, per aver tentato
di contenerne gli effetti nefasti. Per aver tentato di
isolare i responsabili senza infierire su di essi. In breve, si sente
vittima di un inatteso rigurgito antireligioso.
È questo ciò che
pensano le autorità ecclesiastiche, che prendono la parola pubblicamente in
queste settimane, di fronte all’inarrestabile torrente di rivelazioni sugli
abusi e le violenze contro i minori, in tutte le parti del mondo. È
sorprendente però che in questo contesto non sia
emerso che cosa la Chiesa abbia fatto per risarcire (spiritualmente!) le
vittime. Ma supponiamo che lo abbia fatto con umiltà e
generosità. In silenzio.
Eppure c’è un
terribile equivoco in questo comprensibile atteggiamento. Il silenzio non è più
una virtù. Gli uomini di Chiesa non capiscono che hanno a che fare con un
profondo mutamento della sensibilità pubblica. Con un’etica pubblica che essi -
convinti di essere esperti di comunicazione sociale - non hanno saputo cogliere
né tanto meno interpretare. È penoso sentir dire che i comportamenti patologici
denunciati sono gli effetti del «relativismo» e del «permissivismo amorale»,
alludendo in particolare all’apertura verso l’omosessualità.
Nei casi di
pedofilia si tratta invece di fenomeni radicati antropologicamente, che sono
esaltati, se non prodotti, da particolari condizioni ambientali e istituzionali
(di istituzioni più o meno chiuse) ma sono presenti
nello stesso ambito familiare.
Povera Chiesa, se per reagire a tutto questo - oltre ad assicurare per il
futuro assoluta inflessibilità, e chiedere scusa per lo scandalo dato ai fedeli
- continuerà ad avere come criterio primario di orientamento la difesa ad
oltranza delle istituzioni coinvolte. E come strumento di giudizio il codice di
diritto canonico. In altre parole se continuerà a considerare la problematica
che è esplosa come una questione trattabile con gli strumenti della
legislazione ecclesiastica interna.
In questi mesi i
non esperti di diritto canonico hanno appreso con stupore l’assoluta
inadeguatezza di tale codice nella definizione del crimine (o se vogliamo, del
peccato) della pedofilia e della fenomenologia connessa. Come si può punire un
crimine (o un peccato) anzi individuarne l’eccezionale gravità morale, se
mancano gli strumenti della sua definizione? Senza contare la posizione di insindacabile potere discrezionale e decisionale della
massima autorità della Chiesa su questa tematica.
Ma - ripeto - la questione non è giuridica bensì di
sensibilità morale. E qui tocchiamo un punto cruciale. A una malriposta, anche
se soggettivamente benintenzionata disponibilità a non infierire (uso questo
termine soltanto per capire le autorità ecclesiastiche giudicanti) contro i
preti pedofili, corrisponde un atteggiamento assolutamente inadeguato verso la
sessualità come tale.
L’associazione che
è stata fatta nelle settimane scorse - anche a livelli alti della gerarchia -
tra la questione della pedofilia, il celibato dei preti e la posizione della
donna è un’associazione impropria. Ma in modo
improprio appunto segnala l’enorme rilevanza della problematica della
sessualità che la Chiesa cattolica non sa ancora affrontare in modo maturo.
Si tratta invece
di una questione di importanza pedagogica, pubblica e
civile di prima grandezza. Anche in Italia dove, più che altrove, alla Chiesa è
di fatto demandato informalmente (ma quotidianamente confermato dalla classe
politica al governo) il ruolo di garante ed espressione dell’etica pubblica.
Dove la Chiesa con la sua rete di istituzioni di ogni
ordine e grado si presenta come il modello educativo per eccellenza. Il fatto
che sinora in Italia non si sia verificato (nei fatti o nelle denunce - poco
importa) nulla di paragonabile a quanto è accaduto in Irlanda, negli Stati
Uniti o nelle vicine Germania e Austria, non è un buon
motivo per assumere un atteggiamento tra il vittimistico e il risentito.
In Germania il
governo ha preso la coraggiosa iniziativa di riconoscere l’esistenza di
un’emergenza pedagogica il cui decorso non può essere lasciato agli scoop
mediatici, alle contestazioni contro il Papa o alle transazioni private tra
vittime, avvocati e istituzioni coinvolte. Si è davanti a una situazione che
esige la piena e leale collaborazione dell’istituzione ecclesiale con la
magistratura e con le autorità scolastiche. Il governo ha incaricato collegialmente tre delle sue ministre (Educazione, Famiglia,
Giustizia) a gestire l’operazione.
Non oso pensare a
un’iniziativa analoga nel nostro Paese. Eppure è anche così che si misura la
maturità o l’immaturità di una società civile.
Non so come la
gerarchia della Chiesa si comporterà nelle prossime settimane soprattutto se
l’ondata delle denunce non dovesse diminuire. Il coinvolgimento diretto di
alcune alte personalità in alcuni episodi passati, a motivo
del loro ruolo d’autorità allora svolto, solleva la questione della
insindacabilità e della discrezionalità assoluta dell’autorità ecclesiastica,
ricordata sopra parlando del codice di diritto canonico. Invece soltanto la
piena trasparenza dei processi decisionali e l’approfondimento radicale della tematica della sessualità sarebbero la risposta adeguata -
almeno per il futuro - a molte obiezioni. Ma una
Chiesa che ha paura del fantasma del Concilio Vaticano II ha la forza di fare
questa piccola rivoluzione?
GIAN ENRICO
RUSCONI LS 26
La Chiesa di Roma
sta vivendo forse il momento più difficile del pontificato di Benedetto XVI.
Nella sua accorata Lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda papa Ratzinger
aveva affrontato con ammirevole coraggio la «vergogna» e il «senso di
tradimento» per i sacerdoti che hanno commesso abusi sessuali nei confronti di
giovani e bambini. Ma una valanga di accuse, dalla
Germania e adesso dal New York Times fino all’inedita
e traumatica scena del volantinaggio antipedofilia fin sotto le finestre di San
Pietro, ha scaraventato sull’immagine del Vaticano un marchio infamante. Tra i
due eventi c’è una connessione evidente: quanto più la Chiesa scommette sulla
trasparenza e ha l’audacia di genuflettersi nel mea
culpa, tanto più si spalancano i varchi per la riemersione del rimosso, per la
fuoruscita pubblica di casi finora sepolti nelle catacombe dell’oblio.
Il ritmo delle
rivelazioni si sta facendo troppo tambureggiante per non alimentare i sospetti
di una crociata contro una Chiesa descritta come un ricettacolo di pedofili. E il reiterato tentativo di coinvolgere la stessa figura di Joseph
Ratzinger in questa triste e imbarazzante storia dei cattolici di tutto il
mondo sembra troppo corale e insistito per non ravvisare un’atmosfera di
ostilità dichiarata nei confronti dell’attuale Pontefice: dello stesso
Pontefice (ecco il paradosso) che nella sua Lettera agli irlandesi non ha
nascosto l’auspicio secondo il quale i sacerdoti coinvolti negli abusi
rispondano dei loro atti davanti a Dio ma anche nei «tribunali» della giustizia
terrena. Ma è naturale che i nemici del Papa e
della Chiesa romana approfittino del troppo prolungato silenzio, della troppo
tollerata omertà con cui nei decenni passati le autorità ecclesiastiche hanno
soffocato lo scandalo di sacerdoti colpevoli di aver tradito la fiducia di
tanti ragazzi e tante famiglie. E in taluni casi, se sono vere le circostanze
denunciate dal New York Times sulle decine di bambini
sordomuti abusati dal reverendo Murphy, macchiandosi di un sovrappiù
sconcertante di ignominia.
È il silenzio del
passato, rotto con encomiabile forza morale da Benedetto XVI, a generare e
alimentare le campagne ostili di oggi. E i fatti nascosti, quando sono
scoperti, sono destinati a deflagrare con inaudita forza distruttiva. La scelta
peggiore, per il mondo cattolico, sarebbe quello di
gridare al complotto della «lobby laicista internazionale». Di
rispondere agli attacchi con la tentazione di rinchiudersi in una fortezza
assediata. Di non proseguire sulla stessa linea
indicata da Ratzinger nella sua lettera all’Irlanda cattolica. Irrompono
solo ora i ricordi di episodi che risalgono addirittura a molti decenni fa. Ma il passato riemerge con la violenza di una verità troppo
a lungo insabbiata. Sarà compito e missione della Chiesa non nascondere più
nulla, non farsi tentare dalla reticenza, ma vincere una delle battaglie più
difficili con le armi della verità e della trasparenza, lungo la strada
tracciata dallo stesso Benedetto XVI. Pierluigi Battista CdS
26
Abusi,
padre Lombardi: "Chiesa li affronti.
è cruciale per la sua credibilità morale"
Per il direttore
della sala stampa vaticana gli "attacchi mediatici" hanno
"provocato danni" -
Da questi eventi però "l'autorità del Papa" esce
rafforzata, non indebolita
Negli Usa accuse
di pedofilia in calo del 30%. "La strada buona per rinnovarsi"
Osservatore
Romano: "Ratzinger ha agito contro abusi più di ogni altro"
CITTA' DEL
VATICANO - Il modo in cui la Chiesa affronta la questione degli abusi sessuali
sui minori da parte del clero cattolico "è cruciale per la sua credibilità morale": è quanto afferma padre Federico
Lombardi, portavoce del Vaticano, in un commento alla Radio Vaticana.
Secondo il
direttore della sala stampa vaticana gli "attacchi mediatici" delle
ultime settimane - in primo luogo i reportage del New York Times
- hanno "provocato indubbiamente dei danni"
ma da questi eventi "l'autorità del Papa" esce rafforzata, non
indebolita. "A un osservatore non superficiale - sostiene infatti padre Lombradi - non
sfugge che l'autorità del Papa e l'impegno intenso e coerente della
Congregazione per la dottrina della fede" escono dai "recenti
attacchi mediatici, non indeboliti, ma confermati nel sostenere e orientare gli
episcopati nel combattere ed estirpare la piaga degli abusi dovunque si
manifesti".
"La recente
lettera del Papa alla Chiesa di Irlanda - prosegue il gesuita - ne è una
testimonianza intensa che contribuisce a preparare il futuro attraverso un
cammino di guarigione, rinnovamente e riparazione.
Con umiltà e con fiducia - conclude il direttore della
sala stampa vaticana - in spirito di penitenza e di speranza, la Chiesa entra
ora nella Settimana Santa e domanda la misericordia e la grazia del Signore che
soffre e risorge per tutti".
Nel testo della
nota per la Radio vaticana, con la quale padre Lombardi è intervenuto sulla
vicenda dello scandalo degli abusi sessuali che ha colpito la Chiesa e che è
stata diffusa in vista della Settimana Santa, il direttore della Sala Stampa
vaticana sottolinea che "i casi portati
all'attenzione del pubblico sono avvenuti generalmente diverso tempo fa, anche
anni addietro, ma riconoscerli e farne ammenda nei confronti delle vittime è il
prezzo del ristabilimento della giustizia e di quella purificazione della
memoria che permette di guardare con rinnovato impegno, e insieme con umiltà e
fiducia al futuro".
"A questa
fiducia -si legge nella nota- contribuiscono i numerosi segnali positivi venuti
da diverse conferenze episcopali, vescovi e istituzioni cattoliche di vari
Paesi nei diversi continenti: le direttive per la corretta gestione e la
prevenzione degli abusi aggiornate e rinnovate in Germania, Austria, Australia,
Canada e così via". Dagli Stati Uniti, rileva poi padre Lombardi, arrivano
notizie positive. Infatti il numero di accuse di abusi
è sceso nel corso dell'ultimo anno del 30 per cento. Quindi in
relazione alle misure prese dalla Chiesa americana, la nota afferma:
"Si deve riconoscere che le misure decise e in corso di attuazione si
stanno manifestando efficaci. La Chiesa negli Stati Uniti ha
preso la strada buona per rinnovarsi".
Anche
l'Osservatore Romano oggi torna a scendere in campo a difesa del pontefice.
"Contro gli abusi sui minori, nessuno ha fatto quanto Benedetto XVI",
scrive il quotidiano ufficiale della Santa Sede. A suffragare l'affermazione,
l'Osservatore riporta la testimonianza dell'arcivescovo di Westminster
e primate ingelse tratta dal sito internet
della diocesi, e apparsa sul "Times" del 26
marzo. "Nulla nel diritto canonico - scrive il card. Vincent Nichols - proibisce o impedisce di riferire i reati alla
polizia. Dal 2001 la Santa Sede, attraverso la Congregazione per la Dottrina
della Fede, ha incoraggiato questo tipo di azione nelle diocesi che hanno
ricevuto le prove di reati di abuso su bambini, reati che le autorità diocesane
hanno il dovere di perseguire. E'
una responsabilità delle diocesi".
Secondo il
primate, Ratzinger "quando era a capo della Congregazione per la Dottrina
della Fede introdusse importanti cambiamenti nel
diritto della Chiesa: l'inclusione nel diritto canonico dei reati contro i
bambini commessi attraverso internet, l'estensione dei reati di abuso su
bambini fino a includere l'abuso sessuale su tutti i minori di diciotto anni,
la rinuncia caso per caso alla prescrizione e l'elaborazione di un sistema di
rapida rimozione dallo stato clericale degli accusati". "Il
Papa - scrive il porporato - non è un osservatore ozioso. Le sue azioni parlano quanto le sue parole". LR 27
Avvenire attacca Feltri: «Affermazioni di gravità intollerabile contro la
Chiesa»
Il direttore de
«Il Giornale» aveva detto di non godere protezioni in quanto
non è «un prete pedofilo»
MILANO - Le
affermazioni fatte ieri dal direttore del Il Giornale
Vittorio Feltri, al momento di essere sospeso dall'Ordine dei giornalisti per
il caso Boffo, sono «di una gravità intollerabile» e
«peccato» per gli uomini di governo che gli hanno tenuto bordone: è quanto si
legge oggi, sul quotidiano cattolico Avvenire, in un editoriale firmato dal
direttore Marco Tarquinio. Feltri aveva fatto ieri una
battuta sul fatto che non godeva protezioni in quanto non era «un prete
pedofilo». «Ieri - sottolinea l'articolo - sulla bocca
di Feltri sono tornate sconcezze e oscene allusioni, anche contro la Chiesa. E
questo è di una gravità intollerabile». «Eppure Feltri
dovrebbe averlo capito: il tempo è un giudice morale inesorabile, esalta i
galantuomini ed è inflessibile con gli spacciatori di fango e di menzogne»,
prosegue l'editoriale firmato da Marco Tarquinio. «Peccato per gli uomini
politici e di governo che ieri sono stati così avventati da tenere bordone» a
Feltri «finendo per difendere la sua pretesa d'impunità e dimenticando che in
questa storia l'unica vittima è stato Boffo».
«NON TROPPO
PRESTO» - «L'Ordine dei giornalisti milanesi avrebbe forse potuto evitare di
sentenziare su un caso così emblematico alla vigilia
di una consultazione elettorale, ma nessuno può dire che questo giudizio sia
arrivato troppo presto», prosegue il giornale cattolico, osservando che se per
il direttore del Giornale «c'è "solo" una pesante sospensione»
inflitta dall'Ordine dei giornalisti «e non una definitiva radiazione dalla
professione giornalistica, non è per le cortine fumogene, ma perché in qualche
modo a dicembre provò in parte a rimediare al malfatto».
LA VICENDA -
L'Ordine dei giornalisti della Lombardia aveva comminato
venerdì sei mesi di sospensione a Vittorio Feltri per la vicenda relativa a
Dino Boffo e per aver continuato a far scrivere
Renato Farina dopo la sua radiazione dall'Ordine. Farina era chiamato «agente
Betulla» dai servizi segreti che ne che ne pilotavano
gli articoli. Nessuna sanzione invece al direttore del Giornale per i suoi
attacchi a Gianfranco Fini perché «nel caso specifico, ha agito nell'ambito del
diritto di cronaca e di critica». CdS 27
Ratzinger, nuove accuse dal New York Times:
«Sapeva del prete pedofilo tedesco»
Il futuro papa
Benedetto XVI, quando era arcivescovo di Monaco, era al
corrente del trasferimento in un'altra parrocchia di padre Peter Hullermann, già accusato di pedofilia. Sono le nuove accuse
pubblicate oggi sul sito del New York Times, all'indomani
dell'inchiesta sui suoi presunti silenzi sul caso di un prete americano.
Secondo il giornale americano, che cita due prelati, il cardinale Ratzinger «era stato messo a conoscenza che il prete, che lui stesso
aveva approvato fosse mandato in terapia per curarsi dalla pedofilia, sarebbe
invece tornato a un lavoro pastorale a pochi giorni dall'inizio del trattamento
psichiatrico. Il prete - prosegue il quotidiano - fu poi dichiarato colpevole
di aver molestato ragazzini in un'altra parrocchia».
Nelle scorse
settimane un comunicato delle arcidiocesi di Monaco e Frisinga aveva attribuito la piena responsabilità della
decisione che permetteva al prete di riprendere l'incarico pastorale all'allora
vice di Ratzinger, reverendo Gerhard Gruber. «Ma una
nota - scrive il New York Times - la cui esistenza è
stata confermata da due prelati, dimostra che il futuro papa non solo gestì un
incontro il 15 gennaio del 1980, in cui fu approvato il trasferimento del
prete, ma fu anche informato della riassegnazione del
prete» a un'altra parrocchia.
«Quale ruolo
Ratzinger abbia avuto nel prendere la decisione e quanto interesse abbia
mostrato nel caso del prete pedofilo, che aveva molestato numerosi ragazzini
nel suo precedente incarico, non è chiaro», ammette il giornale. Ma chi ha seguito il caso sin dall'inizio, il reverendo
Friedrich Fahr, citato dal New York Times, è «sempre rimasto in contatto personalmente ed
essenzialmente» con Ratzinger. L'altro prelato citato nell'articolo, il
reverendo Lorenz Wolf,
vicario dell'arcidiocesi di Monaco, difende il papa sostenendo che si trattava
di «una nota di routine» e che «è improbabile che fosse arrivata sulla
scrivania dell'arcivescovo». Tuttavia lo stesso padre Wolf
- conclude il Nyt - non
esclude che il cardinale Ratzinger l'abbia letta.
Intanto, in un
messaggio inviato a papa Benedetto XVI e pubblicato al termine dell'assemblea
generale, i vescovi di Francia esprimono «vergogna e rimorso davanti agli
abominevoli atti» di pedofilia in seno alla Chiesa cattolica.
Il Vaticano
smentisce Il direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico
Lombardi, interrogato da giornalisti a proposito di un nuovo articolo sul 'New York Times' di oggi, con
riferimento al periodo in cui il card. Joseph Ratzinger era arcivescovo di Monaco
di Baviera, «ha rinviato alla smentita pubblicata questa mattina in un
Comunicato dell`Archidiocesi di Monaco»: lo riferisce la sala stampa vaticana.
La nota della diocesi di Monaco riportata dalla nota vatican
recita: «L`articolo del New York Times non contiene
alcuna nuova informazione oltre a quelle che la Archidiocesi
ha già comunicato sulle conoscenze dell`allora Arcivescovo sulla situazione del
sacerdote H. L`Archidiocesi conferma quindi la sua posizione, secondo cui
l`allora Arcivescovo non ha conosciuto la decisione di reinserire il sacerdote
H. nell`attività pastorale parrocchiale. Essa rifiuta ogni altra versione come
mera speculazione. L`allora Vicario generale, Mons. Gerhard Gruber, ha assunto
la piena responsabilità della sua propria ed errata
decisione, di reinserire H. nella pastorale parrocchiale». L’U 26
«Vero,
a volte si è taciuto. Ratzinger ha rotto il silenzio»
Il cardinale
tedesco Walter Kasper: chi guidava le grandi diocesi
poteva non sapere
L’intervista -
«Nella Chiesa è cresciuta la consapevolezza, come in tutta la società»
«Vero, a volte si è taciuto
CITTÀ DEL VATICANO—Eminenza, c’è stato, nella Chiesa, il riflesso
condizionato di chi tace per difendere l’istituzione?
«Bisogna essere
onesti e dire che c’era, almeno in alcuni casi, come del resto ha ricordato lo
stesso Papa nella lettera agli irlandesi, un testo molto coraggioso». Il
cardinale Walter Kasper, 77
anni, grande teologo tedesco chiamato da Giovanni Paolo II e poi confermato da
Benedetto XVI alla guida del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani e
il dialogo con gli ebrei, non si capacita delle accuse al pontefice e premette:
«Lui è il primo che già da cardinale ha sentito la necessità di regole nuove,
più severe, che prima non esistevano. Che ora alcuni giornali strumentalizzino dei casi terribili per attaccarlo
frontalmente è una cosa che oltrepassa ogni limite di giustizia e di lealtà».
In questi giorni
c’è chi ha alluso a responsabilità di papa Wojtyla...
«Guardi, dato il mio ruolo non mi è mai capitato di parlare di questi
temi con Giovanni Paolo II. Ma a chi lo conosce e a
chi considera la sua figura e il suo pontificato è evidente che il suo giudizio
fosse chiarissimo e netto. Non si può dubitare del suo pensiero».
Però c’è stato uno sviluppo, nella Chiesa, no?
«Questo sì, è ovvio. La prima preoccupazione è per le
vittime, bisogna cambiare rotta ed essere più vigilanti: abbiamo bisogno di una
cultura di attenzione e di coraggio, di fare pulizia. La strada intrapresa è
ormai irreversibile ed è bene che sia così. Ma non si
può immaginare che la consapevolezza che abbiamo oggi potesse esserci trenta o
quarant’anni fa, all’epoca di molti dei casi di cui si parla ora».
E perché?
«Perché c’è stata una maturazione della consapevolezza, e
non soltanto nella Chiesa. Qui non si tratta di relativizzare le responsabilità
ecclesiastiche — questi scandali sono dolorosi e tristissimi—né
di accusare nessuno. Ma la Chiesa fa parte della
società e questo problema non riguarda solo lei, ma l’intera società. Nel mondo
occidentale, ancora negli anni 70 e 80, si parlava di
sessualità dei ragazzi con leggerezza, anche tra gli esperti non c’era una
chiara coscienza degli abusi».
Si dice che
Ratzinger doveva sapere cosa accadeva nella sua diocesi. Lei è stato vescovo di Rottenburg-
Stoccarda, che ne dice?
«Soprattutto nelle grandi diocesi, io ho l’impressione che
spesso i vescovi non fossero tenuti informati, purtroppo. È un’altra delle cose
da cambiare, come la selezione nei seminari ».
Eminenza, lei fu
assistente di Hans Küng. Che effetto le fa ciò che
ripete in questi giorni? Ha chiesto un «mea culpa»
del Papa, detto che Benedetto XVI ha nascosto informazioni...
«Cosa vuole che dica, non è accettabile. È tutto esagerato.
Fa affermazioni delle quali non offre nessuna prova, perché non possono esserci: mai il Papa ha vietato di denunciare questi
preti, mai ha dato ordine di nascondere. Si possono avere opinioni diverse, è
normale, ma non si parla così, erano anche colleghi: mi sembra una mancanza di
rispetto e di lealtà ».
Ma perché crede si attacchi il Papa?
«Per attaccare la Chiesa e quindi i fedeli. La Chiesa
cattolica non è una realtà astratta, e a differenza di altre ha un volto
definito: il pontefice. L’unico modo di reagire è andare avanti nella
trasparenza. E poi lo sappiamo dal Vangelo: la Chiesa avrà sempre dei nemici»
Gian Guido Vecchi CdS 27
La montagna perde
gli asili, gli uffici postali, gli ambulatori. Ora anche le parrocchie: mancano
i sacerdoti (e non è una novità), e in molti Comuni il parroco è a rischio.
Quello fisso, per lo meno.
È la solita storia
della coperta troppo corta: tiri da una parte, e scopri l’altra, tutto qui. A Rubiana però non ci stanno, e di farsi
sfilare la coperta (e il parroco) da sotto il naso, proprio non ne vogliono
sentir parlare. Così, nel Comune valsusino -
duemilacinquecento abitanti a metà strada tra la pianura e il Col del Lys -, hanno deciso di adottare il loro parroco. Adottarlo,
proprio così. La proposta verrà presentata al prossimo
Consiglio comunale dal sindaco Gianluca Blandino.
Che dice: «Padre Sergio è uno di noi; da oltre tredici anni segue la
nostra comunità con passione instancabile.
Gli mancano pochi
anni alla pensione, trasferirlo adesso sarebbe un duro colpo per la nostra
comunità. Siamo disposti a pagare noi tutte le spese necessarie per il suo
mantenimento, lo decideremo già nel prossimo Consiglio».
Da qualche settimana, infatti, in paese corre voce che il parroco di
Sant’Egidio (ma anche delle parrocchie di Monpellato,
Celle e Favella) potrebbe presto essere spostato.
Sono solo voci e
nulla di più, per carità, che hanno però destato la
preoccupazione dei tantissimi fedeli e amici del religioso. I quali hanno
inviato lettere, preparato petizioni, raccolto le
firme casa per casa e nei gazebo montati in paese tutte le domeniche mattina.
Si è mosso all’unisono un intero paese, una comunità, insomma. La sua amarezza,
Padre Sergio, la trattiene con grande compostezza: settant’anni, 44 di sacerdozio, due anni fa ha addirittura lasciato
l’ordine francescano «perché qui c’era bisogno di me».
«Ho un solo sogno - dice il religioso - terminare i
progetti che ho iniziato e la mia vita sacerdotale tra la mia gente. L’ho
chiesto anche al nostro vescovo, Monsignor Badini
Confalonieri». Che non gli ha mai risposto: Susa e il suo Vescovo, se possibile, appaiono ancora più
distanti che Roma. «Se non mi sarà consentito di
restare quassù a Rubiana, tornerò tra i miei fratelli
francescani» allarga le braccia don Sergio. Nel frattempo lui, da inguaribile
ottimista, preferisce guardare in avanti.
E sull’ultimo
bollettino parrocchiale ha fatto stampare la frase: «Dununsë
da farë ansema», diamoci da
fare insieme. Il sindaco e la sua comunità lo hanno
preso sul serio: la delibera per l’«adozione» di questo «giovane» settantenne
verrà discussa il prossimo mese. Auguri, Padre Sergio. LS 28
Consiglio diritti umani: adottata risoluzione contro diffamazione religioni
“Una risoluzione
che condanna la diffamazione e la discriminazione delle minoranze religiose è
stata approvata dal Consiglio dell’Onu per i diritti umani con una maggioranza
di 20 voti a favore, 17 contrari e otto astenuti. Il
documento, proposto dal Pakistan a nome
dell’Organizzazione della conferenza islamica (Oci)
sottolinea che “il rispetto per la diversità culturale, etnica, religiosa e
linguistica è essenziale per la pace globale e la comprensione tra i popoli,
mentre le manifestazioni di intolleranza e i pregiudizi etnici e religiosi sono
fonte di odio e violenza fra le nazioni”. Evidenziando l’importanza del ruolo
dell’istruzione nella promozione della tolleranza,
“che comporta l’accettazione dell’altro e il rispetto per la diversità”, il
documento “rileva con profonda preoccupazione l’intensificarsi della
diffamazione delle religioni e dell’incitamento all’odio religioso, in
particolare delle minoranze musulmane in seguito dei tragici eventi dell’11
Settembre 2001”. Più in generale il documento deplora il
fatto che “sempre più spesso l’Islam sia erroneamente associato a violazioni
dei diritti umani e al terrorismo e, critica “le disposizioni legislative o
amministrative specificamente progettate per controllare e monitorare le
minoranze musulmane, stigmatizzandole e favorendo la discriminazione di cui
sono oggetto”. Al riguardo, il Consiglio “condanna il divieto di costruzione di
minareti di moschee e altri recenti provvedimenti discriminatori, che sono
manifestazioni di Islamofobia in contraddizione con i
diritti umani internazionali” e sottolinea che tali
misure discriminatorie favoriscono il diffondersi di “estremismi e
fraintendimenti […] dalle pericolose e imprevedibili conseguenze”. Misna 25
Abusi nella Chiesa, è bufera sul Papa. La Svizzera: un registro per i
pedofili
La Leuthard: «Anche i clericali devono rispondere alle leggi
di Berna». Gli Usa: Ratzinger usò l'immunità in un processo in Texas
ROMA - Pedofilia,
bufera su Ratzinger. Dopo gli attacchi dagli Stati Uniti anche altri Paesi
hanno alzato il tiro sul caso degli abusi all’interno della Chiesa. La presidente
svizzera Doris Leuthard ha sollecitato la creazione
di un registro centrale dei preti pedofili, per impedire che abbiano ulteriori contatti con minori, proprio mentre la polizia
svizzera sta indagando su presunti abusi nel paese alpino. «Se gli esecutori
del reato vengono dal mondo civile o clericale non fa
differenza. Entrambi sono sottoposti alla legge svizzera, senza se nè ma», ha detto la presidente.
Leuthard ha detto che è importante assicurare che i pedofili non
abbiano più contatti con i bimbi e che va considerata la possibilità di
istituire un registro dei sacerdoti pedofili, come per gli insegnanti. Il
settimanale svizzero di lingua tedesca SonntagsZeitung
ha scritto che la conferenza episcopale svizzera sta valutando se tenere una
riunione d’urgenza, nella quale potrebbe essere discussa la questione del
registro, prima della seduta annuale del 31 maggio - 2 giugno.
Negli Stati Uniti,
intanto, due corti federali, in Oregon e in Kentucky, hanno ammesso la
possibilità di azioni legali contro il Vaticano per dei casi di abusi sessuali,
sulla base - sostengono gli avvocati in Oregon - che i preti nel mondo sono
«impiegati» del papa e per questo lui ne è responsabile. Dai documenti
pubblicati da alcuni quotidiani statunitensi emerge un
retroscena: nel 2005 Joseph Ratzinger, citato in giudizio - quando era ancora
Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede - per intralcio alla
giustizia nell’ambito di un processo, in Texas, su tre casi di abusi su minori
commessi da un seminarista colombiano, si avvalse dell’immunità diplomatica in
quanto nel frattempo era diventato papa ed evitò così di andare a deporre.
L’avvocato Daniel Shea, che assisteva la parte lesa,
denunciò l’allora prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede sulla base di due documenti che istruiscono il clero su come
trattare i casi di abusi e violenze su minori.
Il primo è il Crimen Sollicitationis, del 1962.
Il secondo è la lettera De delictis gravioribus, redatta nel 2001 e indirizzata a tutte le
gerarchie ecclesiastiche. Il testo, firmato proprio da Ratzinger, modifica
quello del 1962, e in un passaggio afferma che i casi di delitti più gravi, tra
cui gli abusi sui minori, «sono soggetti al segreto pontificio» nella normativa
canonica. La lettera, secondo l’accusa di Shea,
costituiva un intralcio alla giustizia ordinaria. Denunciato nel gennaio 2005,
Ratzinger nell’aprile dello stesso anno divenne papa. La Santa Sede chiese e
ottenne così dal governo degli Stati Uniti l’immunità diplomatica per il
pontefice, in quanto capo di Stato. LS 28
Fermezza e perdono, così la Chiesa respinge la ferocia giacobina
Il Pontefice
accusa i traditori ma apre alla speranza - Papa attaccato dall’esterno per «non
aver agito» e dall’interno per «aver agito troppo»
Né l’uomo Joseph
Ratzinger né il papa Benedetto XVI hanno di certo bisogno della nostra difesa.
La stima e il rispetto di cui quest’uomo gode anche tra i laici testimoniano
che in lui vive al meglio quella sintesi cattolica che rifiuta ogni aut aut ed è retta dalla «legge dell’et
et», la coincidentia oppositorum, l’unione degli opposti. Chi lo conosce bene sa
fino a che punto nel Ratzinger professore, poi cardinal prefetto, infine
Pontefice, convivano severità e misericordia, rigore e comprensione, rispetto
della norma e attenzione alla singola situazione umana. C’è, in lui, l’umanità
dei vecchi uomini di Chiesa che, dal pulpito, denunciavano a voce alta il
peccato; ma poi, nel confessionale, a tu per tu col peccatore concreto,
interpretavano con larghezza l’invito del Cristo a capire e perdonare.
Di una durezza
inaudita la sua lettera alla Chiesa d’Irlanda: il dolore e lo sdegno per i
tradimenti del Vangelo non sono attenuati da alcuna ipocrisia teologicamente
corretta. In quella pagine drammatiche, Benedetto XVI
non tenta neppure di diminuire la colpa, ricordando quanto siano sospetti tanti
pulpiti da cui giungono le prediche. Neanche una sua parola sulla
ipocrisia dei vecchi apostoli sessantottardi della
«rivoluzione sessuale», che hanno vestito nuovi abiti da moralisti
scandalizzati e arcigni. Silenzio papale sulla difesa
dei piccoli da parte di chi predica come un diritto intoccabile l’eliminazione
a piacimento degli ancora più piccoli. Neanche un accenno, nella lettera, agli
appetiti economici che hanno portato grandi studi legali anglosassoni a
pubblicare annunci sui media: «Vuoi diventare
milionario? Metti tuo figlio in seminario per un anno e poi passa da noi». La common law, in effetti,
permette agli avvocati di dividere a metà con il cliente gli enormi
risarcimenti stabiliti dai tribunali.
Agenti degli studi
legali utilizzano a tappeto liste di vegliardi per convincerli a denunce
miliardarie. Meglio se gli accusati sono morti: tanto, vescovi e superiori di congregazioni pagano comunque, per evitare scandali
maggiori. Il «cattolico pederasta » è da anni, negli
Stati Uniti, il protagonista di un business enorme, tanto da avere portato alla
bancarotta diocesi e ordini opulenti.
Eppure, Benedetto
XVI non cerca alcuna attenuante, pur legittima e fondata: il suo dito
accusatore non si rivolge verso l’esterno della Chiesa ma solo verso quei suoi figli che l’hanno tradita. Per essi, ha parole
terribili, in cui vibra lo sdegno dei profeti biblici. Ma,
dopo la condanna, ecco la speranza, ecco il richiamo alla misericordia di un
Dio che sa trarre il bene anche dal male, esortando i colpevoli a pagare il
prezzo dovuto ma a non disperare del perdono del Cristo. Nessun peccato è tanto
grande da esaurire la misericordia divina, pentimento e penitenza possono aprire
a chi lo voglia la via della riconciliazione. In questo figlio della vecchia
Baviera cattolica, c’è quanto ha contrassegnato, appunto, il cattolicesimo
autentico: il rifiuto della disumana ferocia «giacobina»,
il rigetto della condanna senza appello, della giustizia che non fa posto anche
alla comprensione, dello ius, il diritto, senza la
pietas per la condizione umana. I tentativi attuali di trascinarlo sul banco
degli imputati nulla sanno, tra molti altri errori e manipolazioni, di questa
sapienza che è quella stessa che marca l’esperienza bimillenaria
della Chiesa. Una sapienza «dal volto umano» che però
—lo dicevamo—segue l’aurea legge dell’et et e, dunque, sa far posto al contempo alla sferza, come
ben sa proprio la Chiesa che è in Irlanda. E a coloro che
vorrebbero accusare il già cardinal prefetto della Congregazione per la
Fede di avere rimosso e taciuto, va ricordato, tra l’altro, quel «mistero
doloroso » che è il caso di Marcial Maciel Degollado.
La Congregazione
dei «Legionari di Cristo », fondata da questo
messicano, era cara a Giovanni Palo II: mentre le vecchie famiglie religiose si
estinguono o vivacchiano, ecco una schiera di giovani entusiasti e difensori
dell’ortodossia. Le voci che giungevano a Roma sulle molestie di don Marcial ai seminaristi erano vagliate con prudenza da papa
Wojtyla, che ricordava come anche in Polonia simili accuse fossero usate dai
comunisti per infangare la Chiesa. Ebbene, tra le prime misure di Ratzinger
giunto al papato ci fu la sospensione a divinis di
quel fondatore, imponendogli di chiudersi in clausura, dedicando il tempo che
gli restava alla preghiera e alla penitenza. Non solo: Benedetto XVI si
affrettò ad abolire il quarto voto dei Legionari, quello detto «di
discrezione», che imponeva il silenzio sui superiori e ostacolava così le
indagini della Santa Sede. Tanto che, tra i Legionari, c’è chi sospetta papa
Ratzinger di essere mal consigliato o, addirittura, di far parte di un
complotto contro la già potente Congregazione. Dunque,
l’uomo accusato dall’esterno di «non avere agito», all’interno della Chiesa è
accusato di «avere agito troppo». E non solo verso i Legionari, ma in tanti
altri casi, non appena il sospetto di abusi sessuali si faceva certezza. Un
paradosso tanto ignorato quanto significativo.
Vittorio Messori CdS 27
Papst eröffnet Karwoche mit Palmsonntagsprozession
Papst Benedikt XVI. hat an diesem
Sonntag im Vatikan die Karwoche eröffnet. Bei der Palmsonntagsprozession zog er
mit den Kardinälen und Bischöfen der römischen Kurie sowie zahlreichen
Jugendlichen vom Obelisken über den Petersplatz zum Altar vor der
Vatikan-Basilika. In seiner Predigt rief Benedikt XVI. die Jugendlichen zur
Nachfolge Christi, zu Hilfsbereitschaft gegenüber dem Nächsten und zu Mut auch
in schwierigen Situationen auf. Wörtlich sagte er bei strahlendem
Frühlingswetter auf dem Petersplatz:
„Christus führt die Menschen zu einem
Leben in Wahrheit; er führt sie zu dem Mut, der sich nicht vom Geschwätz der
vorherrschenden Meinung einschüchtern lässt. Christus leitet die Menschen zu
Geduld gegenüber den Mitmenschen sowie zu Hilfsbereitschaft vor allem gegenüber
Leidenden und Alleingelassenen. Er führt die Menschen zur Treue, die sich auch
in schwierigen Situationen standhält. Der Glaube an Jesus Christus ist keine
Legende und Erfindung. Er gründet sich auf eine Geschichte, die tatsächlich
stattfand.“
Benedikt besorgt über Lage im Heiligen
Land - Papst Benedikt XVI. hat sich besorgt über die aktuelle Lage im Nahen
Osten und vor allem in Jerusalem geäußert. Am Palmsonntag nach seinem
Angelus-Gebet auf dem Petersplatz sagte er:
„Ich bin sehr betrübt über die jüngsten
Zusammenstöße und Spannungen, die erneut um diese Stadt entstanden sind, die
die geistige Heimat von Christen, Juden und Muslimen ist. Ich appelliere an die
für das Geschick Jerusalems Verantwortlichen, mit Mut den Weg zum Frieden
einzuschlagen und ihn mit Beharrlichkeit zu verfolgen.“
Frieden sei ein Geschenk Gottes, das
Gott der Verantwortung der Menschheit anvertraut habe, damit sie es in Dialog
und Respekt vor den Rechten aller verwirkliche, sagte der Papst. Und weiter hob
er hervor:
„Jerusalem ist aber auch eine
Prophezeiung und ein Versprechen der universalen Versöhnung, die Gott für die
gesamte Menschheitsfamilie wünscht.“ kna 28
„Lasst Euch trotz der Schwierigkeiten nicht entmutigen“
Ein persönliches Zeugnis, das Hoffnung
und Zuversicht wecken will
Der Missbrauchsskandal bewegt die
Menschen und bestimmt seit Wochen die Medien. Auch an dieser Stelle wurde er
schon mehrfach kommentiert. Als hauptamtlich Tätiger in der kirchlichen
Pastoral erfüllen mich die aufgedeckten Fälle von körperlichem und sexuellen
Missbrauch im kirchlichen Rahmen mit Schrecken und Traurigkeit. Das
verlorengegangene Grundvertrauen der Menschen, und besonders der Gläubigen,
wird nur in einem langwierigen Prozess wieder aufzubauen sein. Dazu braucht es
eine ehrliche Aufarbeitung und Annahme des Vergangenen wie einen
hoffnungsvollen Blick in die Zukunft.
Wie geht es weiter? Stellt das die
ganze Arbeit der Kirche infrage?
Die Zuversicht, dass Gott als der
Größere am Ende alle Wunden heilen wird, trägt mich in meiner Arbeit. Diese
Hoffnung auf das Wirken Gottes bleibt auch angesichts der zunehmenden Meldungen
von Missbrauchsfällen in der Kirche, die uns durch die Medien übermittelt
werden. Das Leid ist groß und dennoch glaube ich daran, dass es Gott gibt und
dass es die Kirche braucht, um seine Botschaft auf Erden sichtbar zu machen. In
dieser Sicherheit empfehle ich Gott all jene an, die diese Sicherheit durch
unsägliches Leid, verursacht von Geistlichen jener Kirche, verloren haben.
Es sind gibt auch andere Erfahrungen.
Wenn es in den nächsten Tagen darum geht, das Kreuz zu verstehen, lehrte mich
das ein kleiner Junge aus Ostdeutschland. Nach dem Bericht eines befreundeten
Priesters besuchte der Junge gemeinsam mit seiner Mutter eine Kirche. Die
beiden gingen als „Touristen“ durch den Kirchenraum und bestaunten die
Ausschmückung. Am Altar angekommen, blieb der kleine Junge stehen und fragte
seine Mutter: „Du Mama, wer hängt denn da vorne an dem Plus?“
Man könnte lächeln und fragen, wieso
der Junge nicht wusste, dass es ein Kreuz ist. Aber nach 40 Jahren staatlich
gefördertem Atheismus ist ihm wohl in der zweiten oder dritten Generation
dieses Wissen nicht vermittelt worden. Sein Unwissen macht ihn mir aber zum
wirklich Wissenden. Er hat den Kern der christlichen Kreuzesbotschaft erfasst.
Gott macht am Kreuz durch seinen Sohn alles „Minus“ unseres Lebens zum Plus.
In dieser Hoffnung bestärkt suchte ich
nach einer Meldung, die ermutigt und froh macht. Papst Benedikt XVI.
veröffentlichte am vergangenen Freitag nicht nur seinen Brief an die irische
Kirche. Nahezu zeitgleich erschien die deutsche Übersetzung seiner Botschaft
zum 25. Weltjugendtag, der weltweit in den Diözesen am kommenden Palmsonntag
gefeiert wird. Benedikt XVI. erinnert an die „prophetische Initiative“ von
Papst Johannes Paul II., „die reiche Früchte hervorgebracht hat und den
heranwachsenden Generationen die Chance bietet, sich zu treffen, miteinander
auf das Wort Gottes zu hören, die Schönheit von Kirche zu entdecken und starke
Erfahrungen im Glauben zu machen“.
Diese Früchte kann ich bestätigen. Im
Sommer 1997 brach ich als Jugendlicher aus der Diaspora von Chemnitz nach Paris
auf. Ein Pfarrer hatte mich zu einer Jugendfahrt überzeugt, die, wie ich
meinte, mich billig zum Sightseeing nach Paris brachte. Louvre, Eifelturm und l’Arc de Triumphe stellte ich mir vor, rechnete aber nicht
mit der Kraft des Heiligen Geistes, die von den Hunderttausenden von
Jugendlichen ausging. Diese Kraft erfuhr ich intensiv in der Kathedrale von
Chartres, die 60 km westlich von Paris erste Station unserer Reise war. Dort
versammelten sich etwa 2500 Jugendliche zu einer Mitternachtsmesse in der
weltberühmten Kathedrale. Ich war erschüttert und fasziniert von dieser Menge.
Für mich hatte bis dahin eine katholische Jugendgruppe
nicht mehr als 20 Mitglieder. Diese vielen Jugendlichen in der Kathedrale
bewegten mich, weil es ihnen anzusehen war, dass sie freiwillig gekommen waren.
Niemand hatte sie gezwungen, Mitternacht auf dem Fußboden einer Kirche eine
Messe mitzufeiern.
Dieses Erlebnis war mein
Schlüsselerlebnis, um später Theologie zu studieren. Ich war auch bis heute
nicht im Louvre oder auf dem Eifelturm. Mir war es wichtiger, mit den
Jugendlichen aus verschiedenen Ländern ins Gespräch zu kommen und zu erfahren,
warum der Glaube ihnen Halt und Zuversicht gab. Letztlich ließen mich die
Weltjugendtage nie los. An jedem der vier folgenden großen Weltjugendtage nahm
ich teil. Die für mich persönlich schönste Frucht brachte der Weltjugendtag
2002 in Toronto/Kanada. Ich lernte dort meine Frau kennen.
Die Botschaft des Papstes zum
diesjährigen diözesanen Weltjugendtag zeugt von Nähe zu den Jugendlichen. Der
Papst greift ihre Fragen nach einem erfüllten Leben, nach Glück und nach Sinn
auf und appelliert den Lebensweg mit Gott zu gehen. Nur mit ihm bekomme das
Leben ein tiefes Fundament, das trägt. Dabei bleibt der Papst nüchtern und
realitätsnah. Er schreibt: „Wer heute seine Jugend lebt, muss viele Probleme
bewältigen, die sich aus der Arbeitslosigkeit oder aus dem Mangel an sicheren
idealen Bezugspunkten und an konkreten Zukunftsperspektiven ergeben. Manchmal
kann der Eindruck entstehen, angesichts der derzeitigen Krisen und negativen
Tendenzen ohnmächtig zu sein. Lasst Euch trotz der Schwierigkeiten nicht
entmutigen und gebt Eure Träume nicht auf!“
Diese Worte und meinem persönlichen
Erfahrungen machen die Missbrauchsfälle nicht ungeschehen. Sie sind aber eine
Hilfe, andere Aspekte zu sehen. Zugleich ist festzuhalten, dass der
Prozess der Sühne erst angefangen hat. Vergebung, die Christus durch sein Kreuz
und seine Auferstehung geschenkt hat, verlangt innere Umkehr. Sebastian Pilz kath.de-Redaktion
Papstsprecher: „Weg für innere Reinigung ist bereitet“
Der Vatikan sieht die einzelnen Länder
und Bischofskonferenzen in Sachen Aufarbeitung der Missbrauchsfälle auf einem
guten Weg. In seinem Kommentar für Radio Vatikan anlässlich des Beginns der
Karwoche äußert sich Papstsprecher Pater Frederico Lombardi zuversichtlich,
dass die vom Papst in seinem Hirtenbrief an die Katholiken in Irland
intendierten Werke der „Heilung und Erneuerung“ Früchte tragen werden. Es sei
kein Wunder, dass die Missbrauchsfälle in den letzten Wochen und Monaten in den
Medien eine solch gewaltige Aufmerksamkeit erfahren hätten, so Lombardi. Er
unterstreicht, dass es nun an der Kirche sei, Buße zu tun und gegenüber den
Opfern Abbitte zu leisten. Nur so könne wirkliche Gerechtigkeit entstehen und
die dringend nötige innere Reinigung stattfinden.
Gleichzeitig lobt Lombardi die
Aufklärungsbemühungen in den einzelnen Ländern. Die vielfach erneuerten
Richtlinien, unter anderem in Deutschland und Österreich, seien positive
Zeichen. Die meisten der neu gemeldeten Missbrauchsfälle würden mittlerweile
Geschehnisse vor über dreißig Jahren betreffen. Dieses Faktum unterstreicht
Lombardi ausdrücklich, gerade im Angesicht gegenteiliger
Medienberichterstattung in den letzten Wochen. Den Brief von Benedikt XVI. an
die irischen Katholiken wertet er als einen entschlossenen Schritt, der den
Aufklärungswillen des Papstes bezeuge. Benedikt habe mit dem Schreiben seine
Autorität in dieser Angelegenheit gestärkt und den Weg für eine zukünftige
Linie vorgegeben, die sich an den Parametern „Heilung, Erneuerung und
Wiedergutmachung“ orientiere. (rv 27)
Schon als Kardinal hat er nach neuen und schärferen Regeln gerufen
Papst Benedikt war „der erste, der
schon als Kardinal nach neuen und schärferen Regeln gerufen hat“: Das sagt der
deutsche Kurienkardinal Walter Kasper zu den Vorwürfen gegen Benedikt im Umgang
mit Missbrauchsfällen. „Dass jetzt einige Zeitungen diese furchtbaren Fälle
instrumentalisieren, um den Papst frontal anzugreifen, überschreitet jede
Grenze von Gerechtigkeit und Anstand“, so der Kardinal weiter im Gespräch mit
der Tageszeitung „Corriere della Sera“. Kasper räumt
ein, dass es „zumindest in einigen Fällen“ früher in der Kirche die Tendenz
gegeben habe, Missbrauchsfälle zu vertuschen, um Schaden vom Image der Kirche
abzuwenden. „Aber die Strasse, die wir mittlerweile
eingeschlagen haben, ist irreversibel, und das ist auch gut so“, sagt der
Kardinal. Man dürfe aber nicht so tun, „als hätte es das Bewußtsein,
das wir heute haben, schon vor dreißig oder vierzig Jahren geben müssen, als
viele der heute diskutierten Fälle passierten“. Kasper, der den päpstlichen
Einheitsrat leitet, verteidigt auch Papst Johannes Paul II. gegen Vorwürfe.
„Wer ihn kannte und wer seine Figur und seine Amtszeit als Ganzes sieht, kommt
zu einem ganz klaren Urteil“, findet er. Man könne „an Johannes Pauls Denken
nicht zweifeln“. (corriere della Sera 27)
Seligsprechungsdekrete für die Ordensgründerin Barbara Maix und Gerhard Hirschfelder
Papst Benedikt XVI. hat am Samstag
Seligsprechungsdekrete erlassen, und zwar für die österreichische
Ordensgründerin Barbara Maix (1818-1873) sowie für den in Dachau ermordeten
deutschen Jugendseelsorger Gerhard Hirschfelder (1907-42). Der Seligsprechung
der beiden ‚Diener Gottes’ stehe damit nichts mehr im Wege, teilte der Vatikan
mit. Ein Termin für die offiziellen Feiern, die in Brasilien und in Deutschland
stattfinden werden, wurde noch nicht bekannt. Barbara Maix gründete 1849 in Rio de Janeiro die
Kongregation “Irmas do Imaculada Coracao de Maria”. Der Orden widmete sich der Arbeit mit
Straßen- und Waisenkindern und dem Kampf gegen die Sklaverei. Für Schwester
Barbara Maix bestätigte der Vatikan am Samstag auch ein Heilungswunder.
Insgesamt erließ Benedikt XVI. am Samstag 16 Dekrete zu
Heiligsprechungsverfahren. Bestätigt wurde dabei unter anderem auch das
Martyrium für den in einem rumänischen Gefängnis gestorbenen Bischof Szilard Bogdanffy (1911-53). (kap 27)
Der Vatikan sitzt auf allen Fakten zu
zahlreichen Fällen von Kindesmissbrauch - und er hält den Daumen auf den
Informationsfluss. Was wusste der Papst, als er noch Kardinal Ratzinger
war? Von Joachim Frank
Wenn einer so an der katholischen
Kirche gelitten hat wie Hans Küng, dann weiß er sehr genau, wo der Apparat
selbst seine wunden Punkte hat. Der Schweizer Theologe, der 1979 auf Betreiben
des Vatikans und seines obersten Glaubenshüters Joseph Ratzinger die kirchliche
Lehrbefugnis verlor, betrachtet den Umgang Roms mit Kindesmissbrauch durch
Geistliche als systematische Verschleierung - und Ratzinger als obersten Vertuscher.
Hat der heutige Papst Benedikt XVI. im
Jahr 2001, damals noch als Chef der Glaubenskongregation, denn nicht das Dekret
"De delictis gravioribus"
(Über besonders schwere Vergehen) erlassen? Es schreibt den Bischöfen weltweit
vor, jeden Fall von Kindesmissbrauch nach Rom zu melden. Es behält der
Glaubenskongregation die Sanktionierung der Täter vor. Und es belegt das
Verfahren mit dem "secretum pontificium",
der höchsten Stufe strafbewehrter Geheimhaltung nächst dem Beichtgeheimnis.
Damit - und das weiß der beschlagene
Theologe Küng - hat sich Ratzingers einstige Behörde den Schwarzen Petrus
selbst in die Karten gesteckt: Der Vatikan sitzt auf allen Informationen, und
er hält den Daumen auf den Informationsfluss. Da mögen Kirchenrechtler
wie der Trierer Professor Peter Krämer noch so sehr darauf verweisen, dass die
Meldepflicht Mauscheleien einzelner Bischöfe
verhindern und das "secretum" den Opfern,
aber auch Beschuldigten größtmögliche Vertraulichkeit sichern solle.
In der öffentlichen Wahrnehmung umgibt
sich der Vatikan mit einer Mauer des Schweigens. Das lateinische Vokabular tut
ein Übriges. Man muss nicht Dan Brown oder das Krimi-Duo Monaldo
& Sorti gelesen haben, um beim Klang der
Worte "secretum pontificium"
einen leisen Schauer zu spüren. Zu dieser Selbstvernebelung passt auch, dass
das von Küng erwähnte Dekret offiziell nur im lateinischen Original vorliegt.
Wer bei der Deutschen Bischofskonferenz auch nur nach einer Arbeitsübersetzung
fragt, beißt auf Granit.
Nun lassen weder Dekret noch Secretum zwingend den Schluss zu, die Kirche schotte sich
als Parallelgesellschaft mit eigenen Rechtsnormen und eigener Strafverfolgung
vom Rest der Welt ab. Das kirchliche Gesetzbuch zumindest verweist, wie Krämer
betont, in Canon 22 auf die Zuständigkeit des Staats, wo dessen Normen im Raum
der Kirche verletzt werden. Konkreteres zur Kooperationspflicht der Kirche aber
fehlt ebenso wie eine echte Gewaltenteilung. Und was helfen am Ende die
schönsten Paragrafen, wenn das Vertrauen in die Handelnden fehlt? Der Vatikan,
sagt die Münsteraner Sozialethikerin Marianne Heimbach-Steins,
habe den Schutz der Institution Kirche und des Klerus systematisch über die
strafrechtliche Verfolgung der Täter und das Wohl der Opfer gestellt. Der
jüngst bekanntgewordene Fall aus den USA belegt dies eindrucksvoll.
Noch unerbittlicher richtet Hans Küng
die Spitze seines Angriffs auf den Papst persönlich: Kein anderer habe von Amts
wegen so viel über die Missbrauchsfälle gewusst. Damit bringt Küng den
einstigen theologischen Kumpanen und späteren Kontrahenten ins
"Minister-Dilemma": Entweder Ratzinger wusste um das Ausmaß des
Skandals, ohne mit aller Macht dagegen vorzugehen; dann ist er Teil eines
Systems der Täter. Oder er wusste es nicht; dann hat er als Behörden-Chef
versagt. Beides lässt den Mann in der weißen Soutane schlecht aussehen. Auch
das weiß Küng. FR 26
Verfassungsrichter lobt Urteil zum Gebetsraum
Bundesverfassungsrichter Udo Di Fabio
hat das erstinstanzliche Urteil zu islamischen Gebetsräumen an Berliner Schulen
gewürdigt. Die Entscheidung des Verwaltungsgerichts "trifft den Grundton
der Verfassung". Der Jurist stellt sich damit gegen die Haltung von
Bildungssenator Zöllner. Von Jost Müller-Neuhof
BERLIN - Das
Grundgesetz sei religionsfreundlich und spreche sich für Liberalität und
Toleranz in Glaubensfragen aus, sagte der Richter und Staatsrechtler Udo Di
Fabio am Freitagabend bei der Auftaktveranstaltung zum diesjährigen Juristentag
im Rathaus. Der Staat stehe den Religionen mit einer "wohlwollenden
Neutralität" gegenüber. Nichtchristlicher Glaube dürfe nicht benachteiligt
werden, auch wenn dies für manchen eine Versuchung darstelle, sagte der im
Karlsruher Gericht als Vertreter einer konservativen Linie bekannte Di Fabio
weiter. Der Jurist stellte sich damit gegen die Haltung von Bildungssenator
Jürgen Zöllner (SPD). Zöllner hatte - trotz Kritik aus dem Senat - Berufung
gegen das Urteil eingelegt. Eine Entscheidung des Oberverwaltungsgerichts steht
noch aus.
Im seinem umstrittenen Urteil hatte das
Verwaltungsgericht 2009 einem muslimischen Schüler an einem Weddinger Gymnasium
das Recht eingeräumt, in der Pause auf dem Schulgelände zu beten. Zuvor hatte
es dies bereits in einer Eilentscheidung im März 2008 angeordnet. Sollte die
Religionsfreiheit nicht- oder andersgläubiger Schüler dadurch beeinträchtigt
werden, habe die Schule "organisatorische Vorkehrungen" zu treffen,
die dies verhinderten. In der Öffentlichkeit wurde daraus gefolgert,
muslimischen Schülern stehe künftig ein eigener Gebetsraum an öffentlichen
Schulen zu. Auch Di Fabio sprach von einem "Anspruch auf einen
Gebetsraum".
Das Thema Religionskonflikte und
staatliche Neutralität behandelt auch der Juristentag, der in diesem Jahr im
September in Berlin stattfindet und hier, an seinem Ursprungsort, sein
150-jähriges Bestehen feiert. Der Juristentag ist ein Gremium aus Anwälten,
Richtern, Hochschullehrern und Beamten, das alle zwei Jahre an wechselnden
Orten zusammentritt, um Empfehlungen für die Gesetzgebung auszuarbeiten.
Richter Di Fabio wird im September Vorsitzender der Abteilung sein, die sich
mit den Religionsfragen befasst tsp 27
Abt Werlen: „Es geht nicht um Sexualität“
Über drei Monate nachdem der
Jesuitenpater Klaus Mertes den „systematischen und jahrelangen“ sexuellen
Missbrauch am Berliner Canisius-Kolleg publik machte,
ebbt die Enthüllungswelle ebenso wenig ab wie die Empörung. So eine
Zwischenbilanz der deutschen Zeitung „Die Welt“ an diesem Sonntag. In unserem
Wocheninterview haben wir dem Schweizer Benediktinerabt Martin Werlen gefragt, ob sich die Fokussierung auf die Kirche
nicht einfach eine Medienkampagne sei. Abt Werlen ist
bei der Schweizer Bischofskonferenz für die Bereiche „Sexuelle Übergriffe in
der katholischen Kirche“ sowie „Medien“ zuständig.
„Ganz entscheidend ist, dass wir als
Kirche unseren Fokus von den Medien wegnehmen und auf die Schwierigkeiten, die
wir tatsächlich in unserer Kirche haben, uns fokussieren und angehen. Das
Problem, das wir haben sind nicht die Medien. Das Problem, das wir haben ist
ein Problem in unseren eigenen Reihen unserer Kirche. Auch wie wir mit
Übergriffen in der Vergangenheit umgegangen sind. Und auch wenn das nicht an die
Öffentlichkeit gekommen wäre, ist das Problem da. Und diese ganzen Fragen haben
unsere Glaubwürdigkeit in den vergangenen Jahrzehnten massiv auch beschädigt,
auch wenn es nicht öffentlich war. Es ist eigentlich traurig, dass uns die
Medien zu diesem Sprung helfen mussten, dass wir das angehen, aber jetzt
sollten wir eigentlich dankbar sein und uns dieser Herausforderung stellen.“
In der Schweiz gibt es ein
bischöfliches Fachgremium, das sich mit den Missbrauchsfällen auseinandersetzt.
„Diese Einrichtungen haben sich sehr
bewährt. Allerdings ist mit einem Fachgremium oder einem Schreiben mit
Richtlinien die Mentalität noch nicht geändert. Das braucht sehr viel Zeit. Das
braucht sehr viel Überzeugungsarbeit und Sensibilisierungsarbeit. Und wie wenig
diese Arbeit bis jetzt gelungen ist, zeigt sich auch in der Fokussierung auf
die Sexualität. Bei einem Übergriff geht es nicht in erster Linie um
Sexualität. Ein sexueller Übergriff ist immer sexualisierte Gewalt,
sexualisierte Macht. Und das größte Problem, das wir in der Kirche haben und
das fällt uns noch schwieriger, das anzugehen als die
Sexualität, ist das Problem der Macht. Es ist ein Missbrauch von Macht und das
ist ein Problem, das uns als Christen auch sehr beschäftigen müsste, weil es
gerade das Problem (der Umgang mit Macht) ist, das Jesus Christus auch direkt
anspricht.“ (rv 28)
EU: Initiative für freien Sonntag
Der arbeitsfreie Sonntag soll in der EU
auch weiterhin gewahrt werden, hört man aus Brüssel. Im Europäischen Parlament
hat deswegen an diesem Mittwoch die erste EU-Konferenz zum Schutz des
arbeitsfreien Sonntags stattgefunden. Ein breites Bündnis von Kirchen,
Gewerkschaften, Verbänden und Politikern hat dabei über Themen wie die
Vereinbarkeit von Familie und Beruf und die Gesundheit der Arbeitnehmer
beraten. Der CDU-Europaabgeordnete Thomas Mann hat die erste Europäische
Sonntagsschutzkonferenz gemeinsam mit der italienischen EU-Parlamentarierin
Patrizia Toia und der Konrad-Adenauer-Stiftung
initiiert und erklärt im Gespräch mit Radio Vatikan sein Anliegen:
„Ich halte es für sehr wichtig, dass
wir gerade jetzt, im Vorfeld einer Überarbeitung der Regelung zur europäischen
Arbeitszeit, das Thema arbeitsfreier Sonntag mit einbeziehen. Was mit einem
kleinen Kolloquium vergangenen Dezember begann, hat dazu geführt, dass wir
gesagt haben, wir müssen zu diesem Thema eine gemeinsame Konferenz
veranstalten. Womit wir nicht gerechnet hatten, war, dass der Zuspruch so groß
sein würde. Denn es haben sich insgesamt 72 Organisationen daran beteiligt. Und
als wir jetzt unser Hearing in einem der größten Säle des Parlamentes hatten,
waren 400 Leute anwesend.“ (rv 27)
Erzbischof Tomasi an die UNO: „Religionsfreiheit schützen!“
Christen sind die weltweit am stärksten
verfolgte religiöse Gruppe. Letztes schockierendes Beispiel dafür war die
Verbrennung eines Christen in Pakistan, der sich weigerte, zum Islam
überzutreten. Das Land liegt auf dem Weltverfolgungsindex der Hilfsorganisation
„Open Doors“ im oberen Drittel, einige Stellen hinter Nordkorea (Platz 1), dem
Iran (Platz 2), und Afghanistan (Platz 6). Auf einen stärkeren Schutz der
Religionsfreiheit hat jetzt der Ständige Beobachter des Heiligen Stuhls bei den
Vereinten Nationen in Genf, Erzbischof Silvano Tomasi,
gedrängt. Anlässlich der 13. Sitzung des Menschenrechtsrates in Genf sagte er:
„Da geht es nicht nur um Karikaturen
oder diffamierende Artikel, sondern um Leben oder Tod! Die internationale
Gemeinschaft muss da Verantwortung übernehmen und diese Frage systematisch
angehen. Es klafft ein Loch zwischen erklärten Rechten wie etwa den
Menschenrechten und dem Alltag in so vielen Ländern. Wir müssen den politischen
Willen erneuern, die Rechte aller Bürger zu schützen! Zum Beispiel durch
Bildung: in den Schulen sollten keine Anweisungen oder Texte vorhanden sein,
die fundamentalistische Positionen unterstützen oder zum Hass gegenüber anderen
Religionen aufrufen. Das kann durch öffentliche Aufklärung passieren, auch über
die Kommunikationsmittel.“ (opendoors 25)
Kindesmissbrauch. Missliche Fragen an den Vatikan
Die 25 Dokumente, die jetzt von der
„New York Times“ aus den Akten eines 1998 verstorbenen Geistlichen
veröffentlicht wurden, belegen ein nachgerade verbrecherisches Verhalten
kirchlicher Oberer: Weil nicht die Sorge um die Opfer Vorrang hatte, sondern
der Schutz des Ansehens der Kirche über alles gestellt wurde, hat man einen der
Kinderschändung überführten Priester über Jahrzehnte der staatlichen
Gerichtsbarkeit entzogen und nicht einmal kirchenrechtlich belangt.
Ähnliche Vorkommnisse gab es bis in die
neunziger Jahre auch in Deutschland. Deshalb ist zu fragen, wie viele Fälle
welchen vatikanischen Behörden wann unterbreitet wurden - und welche Instanz
wie reagierte.
Dass es im „Fall Murphy“ fast ein
Vierteljahrhundert dauerte, bis die Glaubenskongregation ins Bild gesetzt
wurde, passt ins Bild - nämlich in das einer Ortskirche, die sich den Vatikan
möglichst vom Leibe hält. Dieser auch hierzulande nicht unbekannte Reflex sollte
jenen zu denken geben, die sich sonst über die wirkliche oder vermeintliche
Allzuständigkeit Roms nicht genug echauffieren können. Daniel Deckers Faz 26
Diskussion um aktive Sterbehilfe Das Recht auf Tod
Als erstes Land der Welt haben die
Niederlande schon vor Jahren aktive Sterbehilfe erlaubt - nun fordern viele
einen gesetzlichen Anspruch Älterer auf eine Suizidpille. Von Siggi Weidemann
Amsterdam - Zur Begrüßung gibt es ein
weißes Röllchen mit der Aufschrift "Laatstewilpil".
Tabletten für den letzten Willen? Sterbepillen? "Aber nicht doch",
wehrt Petra de Jong ab. Es handele sich nur um Pfefferminz und überdies um
einen der Werbeträger, die man bei der Kampagne "Leben vollendet"
einsetzen wolle. De Jong ist Direktorin der Niederländischen Vereinigung für
ein freiwilliges Lebensende (NVVE), die in ihrer Heimat für einen gesetzlichen
Anspruch von Menschen jenseits der 70 auf den Freitod wirbt - egal, ob sie
krank sind oder nicht.
"Es ist die Forderung und der
berechtigte Wunsch nach einem würdigen Tod," sagt
de Jong, Ärztin und Spezialistin für Lungenkrankheiten. Für sie ist der Tod
nicht etwas Abschreckendes, sondern der natürliche Schlusspunkt eines erfüllten
Lebens. Es gehe ihr um einen Tod in Würde und in Freiheit, in der der Einzelne
selbst bestimmen kann, wann er genug gelebt habe. De Jong erfährt viel
Unterstützung für ihr Anliegen: Ihre einflussreiche Organisation hat inzwischen
mehr als 110.000 Mitglieder, und in einer Umfrage im Februar befürworteten fast
70 Prozent der Niederländer die Letzte-Wille-Pille für Menschen über 70 Jahre.
Die NVVE hat daraufhin die Aktion "Leben vollendet" organisiert und
bisher das Dreifache an Unterschriften eingesammelt, die notwendig sind, damit
das niederländische Parlament das Thema behandelt.
Parlamentarier von GrünLinks, den
Sozialdemokraten sowie der Links- und Rechtsliberalen unterstützen die Aktion.
Sollte bei der nächsten Wahl ein Linksbündnis die Mehrheit stellen, rechnet man
beim NVVE damit, dass in zwei bis drei Jahre das Recht auf Freitod Älterer gesetzlich
verankert ist. "Die Umfrage zeigt, dass die meisten Menschen zu Hause
sterben möchten und nicht in einem Pflegeheim dahindämmern", sagt Petra de
Jong. Der Wunsch, selbst den Zeitpunkt seines Todes zu bestimmen, sei dabei
kein elitäres, sondern ein allgemeines gesellschaftliches Problem. So habe die
Angst vor dem Sterben viel mit der Einsamkeit im Alter zu tun, mit den oft
katastrophalen Zuständen in Alters-und Pflegeheimen, aber auch mit Krankheit.
Beim NVVE glaubt man, dass zwischen
75.000 und 200.000 Menschen über 75 Jahre den "ständigen Wunsch"
haben, würdig zu sterben, weil "sie mit ihrem Leben abgeschlossen
haben". Fast 22 Prozent aller Heiminsassen von 28 untersuchten Anstalten
hätten in den vergangenen drei Jahren einen Suizid versucht, jeder zehnte ihn
vollendet - mit teils grausamen Methoden", sagt de Jong. Menschen steckten
sich vor Verzweiflung in Brand, rennen mit dem Kopf gegen die Wand. Das Gesetz
verwehre ihnen einen würdigen Tod.
Unterstützt wird der Sterbehilfeverein
von einer Gruppe prominenter Holländer, der etwa die frühere
sozialdemokratische Bildungsministerin Hedy d'Ancona angehören. Die 72-Jährige sagte, das Recht, den Moment des
Sterbens selbst zu wählen, auch wenn man nicht todkrank sei, passe in den
Emanzipationskampf, den sie selbst ihr Leben lang geführt habe.
So lautstark die vielen Unterstützer
für die Sterbepille werben, so erbittert argumentieren ihre Gegner in den
Kirchen und bei den konservativen Parteien dagegen. Wie etwa, fragen sie, kann
man Missbrauch verhindern, wenn beispielsweise wirtschaftliche Gründe im Spiel
sind, etwa das Erbe? Dürfen auch demente und chronisch psychisch kranke
Patienten die Pille bekommen? Und wie wird überhaupt ein "vollendetes
Leben" definiert?
Die Idee der Letzte-Wille-Pille
Die Diskussion ist nicht neu. Bereits
vor 20 Jahren wurde schon um die Einführung der Selbstmordpille gestritten.
1991 hat sich Hiub Drion,
der ehemalige Vizepräsident des Hogen Raad, dem höchsten Gerichts des Königreichs, für eine
Letzte-Wille-Pille ausgesprochen, mit der ältere Menschen über den Zeitpunkt
des Todes selbst bestimmen könnten. Fortan sprach man von der Drion-Pille. Vor zehn Jahren hatte dann die liberale
Gesundheitsministerin Els Borst erneut angeregt, älteren Menschen, die ihr
Leben beenden wollen, nach eingehender Prüfung eine Tötungspille verschreiben
zu lassen. Die Politikerin vertrat den Standpunkt, dass Lebensmüdigkeit keine
Angelegenheit der Mediziner ist und daher auch nicht unter das Euthanasiegesetz
fällt.
Die Einstellung der Niederlande zur Sterbehilfe
ist sehr liberal. Als erstes Land der Welt wurde hier im April 2001 das Gesetz
über die Legalisierung der Sterbehilfe mit klarer Mehrheit gebilligt. So sollte
aktive Sterbehilfe weitgehend entkriminalisiert werden. Voraussetzung ist, dass
der Patient aussichtslos leidet und den Willen zur Sterbehilfe ausdrücklich und
frei geäußert hat. Im Jahr 2009 sind so 2700 Niederländer aus dem Leben
geschieden. Befürchtungen, dass das Gesetz für Willkür und Missbrauch sorgen
könne, haben sich bisher nicht bestätigt. SZ 26
Deutschland: „Unaufgeregt und aufmerksam Vertrauen wieder gewinnen"
Seit etwa acht Wochen wird in den
deutschsprachigen Kirchen und in den Medien über Missbrauch gesprochen - seit
einigen Wochen auch über den Umgang der Kirche mit Öffentlichkeit und den
Umgang der Medien mit der Kirche. Der Medienbeauftragte der Deutschen
Bischofskonferenz und Bischof von Rottenburg Stuttgart, Gebhard Fürst, zieht
gegenüber Radio Vatikan einige Lehren aus den letzten Wochen:
„Ich habe gelernt oder eine
Lernerfahrung bestätigt bekommen, dass wir auf Dinge, die in der Gesellschaft
aufkommen, sehr zeitnah reagieren müssen. Wir müssen uns sehr früh in ein
konstruktives Gespräch einklinken, damit wir im Gespräch an diesem
Medienereignis beteiligt und damit verwoben sind.“
Es sei eine Medienkampagne gegen die
Kirche gestartet worden, hat man in den vergangenen Tagen immer wieder mal
gehört. Bischof Fürst sieht das differenzierter:
„Ich finde, dass es eine Atmosphäre
ist, die sehr angespannt ist, voll hoher Erwartungen vieler Medien an die
Kirche hinsichtlich sehr intensiver Mitarbeit, Kommunikationsarbeit,
Interviews. Ich sehe aber auch, dass das eine sehr unterschiedliche Landschaft
ist. Ich erlebe Medien und einzelne Redakteure und Journalisten, die sehr fair
mit der Situation umgehen. Ich erlebe aber auch andere, die eine vorgefertigte
Meinung haben, die in einer gewissen Ideologie verankert ist, in welche die
ganzen Informationen hinein genommen werden. Es gibt einen breiten Fächer von
verschiedenen Reaktionsweisen.“ (rv 27)
Missbrauch. So steht es geschrieben: Vorwürfe gegen den Papst
Dem Papst wird erneut Untätigkeit im
Zusammenhang mit einem Missbrauchsfall vorgeworfen. Dabei gibt es Dokumente die
belegen, dass er etwas gewusst haben muss. Was sind das für Dokumente? Von
Claudia Keller
Mehr als hundert Jungen soll ein
katholischer Priester in den 50er und 60er Jahren im amerikanischen Erzbistum
Milwaukee missbraucht haben. Als der Fall Mitte der 90er Jahre der
Glaubenskongregation im Vatikan gemeldet wurde, habe der damalige Chef der
Kongregation, Kardinal Joseph Ratzinger, nichts unternommen, um den Priester
vom Dienst zu suspendieren. Das berichtete die „New York Times“ am Donnerstag
unter Berufung auf Dokumente, die die Zeitung von Anwälten der Opfer bekommen
hat. Vatikansprecher Federico Lombardi wies den Vorwurf zurück, die
Glaubenskongregation sei untätig geblieben. Mit Blick auf das Alter und die
angeschlagene Gesundheit des Geistlichen habe der Vatikan auf eine kirchliche
Strafe wie die Versetzung in den Laienstand verzichtet. Rom habe die Erzdiözese
Milwaukee aber gebeten, geeignete Maßnahmen gegen den Geistlichen zu verfügen,
der damals bereits in Klausur lebte und kurze Zeit später starb.
Den staatlichen Behörden wurde der Fall
nicht angezeigt. Dies hatte der Vatikan auch nicht angeordnet. Und der Vatikan
versteht sich spätestens seit 2001 als oberste Instanz bei Missbrauchsfällen.
So hat es Papst Johannes Paul II. in seinem Apostolischen Schreiben „Über den
Schutz der Heiligkeit der Sakramente“ vom 30. April 2001 verfügt. In der
Ausführungsvorschrift „Über schwerwiegende Verstöße“ hat Kardinal Joseph
Ratzinger dann am 18. Mai 2001 noch einmal deutlich gemacht, dass auch
sexueller Missbrauch von Minderjährigen ein schweres Verbrechen ist, das
künftig allein von der Glaubenskongregation zu beurteilen ist.
Zu dem Schreiben war es gekommen, weil
2001 hunderte Missbrauchsfälle in amerikanischen Diözesen öffentlich geworden
waren. Bis 2001 waren die örtlichen Diözesen für die Aufklärung zuständig, wenn
ein Priester beschuldigt wurde, übergriffig geworden zu sein. Doch Johannes
Paul II. und Kardinal Ratzinger hatten das Gefühl, die amerikanischen Bischöfe
würden den Vorwürfen nicht konsequent genug nachgehen und machten das Thema zur
Chefsache. Mit dem Schreiben „Über den Schutz der Heiligkeit der Sakramente“
zogen sie die oberste Zuständigkeit an sich beziehungsweise an die
Glaubenskongregation.
Die Glaubenskongregation ist der
oberste Gerichtshof der katholischen Kirche, zuständig nicht nur für eine
Million Kleriker, sondern auch für die rund eine Milliarde katholischer
Christen. Oberster Richter ist der Präfekt der Kongregation. Von 1982 bis 2005
war das Kardinal Joseph Ratzinger. Somit hatte letztlich er seit 2001, seit dem
Schreiben „Über den Schutz der Heiligkeit der Sakramente“, die oberste
Verantwortung dafür, wie weltweit katholische Bistümer mit pädophilen
Priester umzugehen hatten. Denn seit 2001 darf kein Bistum mehr
eigenmächtig handeln, jeder begründete Verdachtsfall muss nach Rom gemeldet,
die Diözesen müssen für das weitere Vorgehen auf die Weisung aus Rom warten.
Die Glaubenskongregation behält sich auch vor, eigene Ermittlungen zu
unternehmen. Seit 2001 hat der Vatikan nach eigenen Angaben von 3000
Verdachtsfällen erfahren, lediglich bei 20 Prozent wurden Strafen verhängt, in
60 Prozent wurde das Verfahren eingestellt. Wer als katholischer Priester ein
Kind missbraucht, dem droht nach Kirchenrecht die Amtsenthebung oder die
Höchststrafe, die Entlassung aus dem Klerikerstand.
Die römischen Schreiben aus dem Jahr
2001 zeigen aber deutlich, wie groß die Kluft zwischen kirchlichem und
staatlichem Recht ist. So ist es zum Beispiel genauso schlimm, wenn ein
Priester sexuellen Verkehr mit Kindern hat wie wenn er das Beichtgeheimnis bricht
oder die Hostien der Eucharistiefeier wegwirft. Die schwerste Strafe trifft
Priester, die einem „Mitschuldigen an einer Sünde gegen das sechste Gebot
(Ehebruch) die Absolution erteilen“. Solch ein Priester wird anders als ein
pädophiler Täter sofort mit der Tat exkommuniziert, ohne die Untersuchung und
das Urteil abzuwarten. Der Missbrauch des Absolutionsrechts ist also
gravierender als der Missbrauch eines Kindes.
In den kirchlichen Dokumenten ist auch
nicht die Rede von der Kooperation mit staatlichen Behörden. Im Gegenteil:
Diese schweren Verbrechen „unterliegen dem pontifikalen Geheimnis“, heißt es,
der höchsten Stufe von Vertraulichkeit des Heiligen Stuhls. Außerdem führen die
Schreiben von 2001 aus, dass niemand außer einem Priester mit einem Verfahren
zu sexuellem Missbrauch befasst sein darf. Im Vatikan fallen
eben Legislative, Judikative und Exekutive zusammen – nach demokratischem
Rechtsverständnis ein absolutes Unding. Tsp 26
„Papst hat jeden Missbrauchsfall verfolgt“
Ein früherer Mitarbeiter des jetzigen
Papstes weist den Vorwurf zurück, Kardinal Joseph Ratzinger habe als Leiter der
Glaubenskongregation Fälle sexuellen Missbrauchs vertuscht. Das sei „absurd“:
Ratzinger habe jedes Delikt unnachgiebig verfolgt, sagte Bischof Gianfranco Girotti, Regent der Apostolischen Pönitentiarie,
der seinerzeit Mitarbeiter der Glaubenskongregation war. In einem Interview mit
der Mailänder Tageszeitung „Corriere della Sera“
verteidigt Girotti auch das vatikanische Vorgehen im
Fall des US-Priesters Lawrence Murphy, der bis 1974 rund 100 Kinder missbraucht
haben soll. Murphy habe bereits im Sterben gelegen, als die Glaubenkongregation
1996 von den Vorgängen Kenntnis erlangt habe, so der Kurienbischof.
US-amerikanische Medien hatten Papst
Benedikt XVI. und der Glaubenskongregation eine Vertuschung des Falls „Murphy“
vorgeworfen. Als Erzbischof von München sei Ratzinger darüber auf dem laufenden gewesen, dass ein pädophiler Priester wieder in
der Seelsorge eingesetzt wurde, hieß es zuletzt von Seiten der „New York
Times“. Zwei damalige Mitarbeiter Ratzingers hätten das der Zeitung bestätigt,
so die Zeitung weiter.
Die US-Opfergruppe „SNAP“, ein Netzwerk
von Opfern des Missbrauchs durch Priester, hat den Papst unterdessen zur
Veröffentlichung von Dossiers zu US-Missbrauchsfällen aufgerufen, die in der
Glaubenskongregation lagern.
„Wir bräuchten einen Aufstand der
Hoffnung“ Wie kommt die Kirche, wie kommen vor allem die Priester aus der
gegenwärtigen Krise wieder heraus? Mit dieser Frage haben sich der Papst und
die Spitze der römischen Kurie an diesem Freitag beschäftigt – bei der
Fastenpredigt von Raniero Cantalamessa.
Er habe kurz nach dem 11. September 2001 einmal in den USA gepredigt, erzählte Cantalamessa. Die dortige Kirche war damals von Missbrauchsskandalen
schwer erschüttert; ihm sei es damals so vorgekommen, als liege die US-Kirche
genauso in Trümmern wie das von Terroristen zerstörte „World Trade Center“.
„Wir bräuchten jetzt einen Aufstand der
Hoffnung... Christus leidet noch mehr als wir unter der Demütigung seiner
Priester und dem Niedergang der Kirche. Er lässt das nur zu, weil er weiß, dass
das letztlich zu einer größeren Reinheit der Kirche führen kann. Wenn sie Demut
aufbringt, wird die Kirche aus diesem Krieg strahlender hervorgehen als zuvor;
dass sich die Medien in bestimmte Themen verbeißen, hat – wie wir auch
außerhalb des kirchlichen Raums sehen – auf längere Sicht den gegenteiligen
Effekt als den, den sie bewirken wollen.“ (kipa/nyt 26)
Missbrauch in der "Legion". Orden entschuldigt sich
Rom/Windsbach. Degollado
habe zudem mit zwei Frauen mindestens drei Kinder gezeugt, hieß es in einer
Erklärung der Legionäre. Erst eine "vatikanische Untersuchung" habe
die Taten ans Licht gebracht. Auf Geheiß Papst Benedikts XVI. musste Degollado 2006 "ein zurückgezogenes Leben des Gebets
und der Buße" führen; er starb 2008. Sein Orden wurde vom Vatikan
jahrzehntelang intensiv gefördert. Er zeichnet sich durch ans Militärische
erinnernde Strukturen und bedingungslose Loyalität zum Heiligen Stuhl aus.
Auch im Windsbacher Knabenchor, eine
Einrichtung der Evangelisch-Lutherischen Kirche in Bayern, gab es
Kindesmisshandlungen. "Wir bedauern dies zutiefst, entschuldigen uns und
bitten um Vergebung", sagte Internatsleiter Thomas Miederer
in Windsbach. Die Vorfälle hätten sich von den 1950er Jahren bis Ende der
1970er Jahre abgespielt. Schüler seien von einem damaligen Direktor hinter
verschlossener Türe sogar mit Peitsche und Rohrstock geschlagen worden. Auch
der Gründer und langjährige Leiter des Chores, Hans Thamm, habe Ohrfeigen
verteilt und Schüler gedemütigt. (jf/dpa 27)
EKD-Chef Schneider kritisiert deutsches Islambild
Die Aktionen von "Pro NRW"
und NPD gegen eine vermeintliche Islamisierung Deutschlands sorgen für
Aufsehen. Der EKD-Ratsvorsitzende Nikolaus Schneider kann eine gewisse Skepsis
zwar verstehen. Zugleich fordert er aber auf WELT ONLINE, auch die
"sympathischen Seiten" des Islam zur Kenntnis zu nehmen.
"Christenland in Christenhand“ – mit
diesem Slogan demonstrieren die radikale Bürgerbewegung "Pro NRW" und
die NPD vor Ruhrgebietsmoscheen gegen eine vermeintliche Islamisierung. Ein
Gespräch mit Nikolaus Schneider, dem Ratsvorsitzenden der Evangelischen Kirche
Deutschlands.
WELT ONLINE: Herr Ratsvorsitzender, je
nach Umfrage sind 60 bis 90 Prozent der Deutschen besorgt über den hiesigen
Islam. Laut Gruppen wie "Pro NRW" wird aber jeder, der diese Sorge
artikuliert, als islamophob diffamiert. Stimmt das?
Nikolaus Schneider: Überhaupt nicht. Es
ist festzustellen, dass in der Öffentlichkeit häufig kritisch über Muslime
gesprochen wird.
WELT ONLINE: So oft, dass es islamophob wirkt?
Schneider: Der Begriff „islamophob“ impliziert ja eine krankhafte Angst vor dem
Islam. Das sehe ich aber nicht. Es gibt Facetten des Islam, die Menschen fremd
sind und ihnen daher Angst machen. Das muss man aussprechen können, ohne unter
Verdacht zu geraten. Es gibt erschütternde Gewaltexzesse unter Muslimen – vom
Terror bis zum Ehrenmord, oder nehmen Sie die Hinrichtung von Ehebrechern, Apostaten und Homosexuellen in Ländern wie Saudi-Arabien...
WELT ONLINE: ...für die es in der
Prophetenüberlieferung legitimierende Stellen gibt.
Schneider: Das beunruhigt
verständlicherweise viele Nichtmuslime. Hinzu kommt, dass sich gerade im
Ruhrgebiet manche Alteingesessene als Fremde in der eigenen Heimat erleben.
Diese Ängste sollten wir ernst nehmen. Unter Generalverdacht stellen sollten
wir verängstigte Menschen nicht.
WELT ONLINE: Werden Sie von Sorge getrieben?
Schneider: Nein. Ich muss aber zugeben,
dass durch die mediale Berichterstattung manchmal ein beängstigendes Islambild
entsteht, von dem ich mich aber nicht leiten lasse, weil es verzerrt. Die
überwältigende Mehrheit hiesiger Muslime will friedlich und gesetzestreu leben.
Deshalb ist es eine Frage des Maßes, wie stark sich die Öffentlichkeit der
Islamkritik widmet.
WELT ONLINE: Welche Faustregel haben
Sie?
Schneider: Wir sollten auch die
sympathischen Seiten des Islam zur Kenntnis nehmen. Nur ein Beispiel: Es gibt
etwa im mystischen Islam eine beeindruckende Tradition der Gottesliebe, die
sich in wunderschöner Poesie niedergeschlagen hat. Darum zu wissen rückt manche
Ängste vor „dem Islam“ zurecht.
WELT ONLINE: An diese Seite zu denken
ist nicht leicht, wenn man allerorten von Ehrenmorden und dergleichen liest.
Schneider: Gottesliebe und sogenannter
Ehrenmord, der mit Ehre nichts zu tun hat, passen in der Tat nicht zusammen.
Doch wir sollten uns hüten, alle Muslime in einen Topf zu werfen. Den ewig
gewalttätigen und unveränderlichen Islam, der manchmal beschworen wird, sehe
ich nicht.
WELT ONLINE: Islamkritiker sagen, der
Islam sei eine Ideologie, die sich nicht reformieren lasse.
Schneider: Das ist reine Polemik. Keine
Religion ist statisch, weder Islam noch Christentum. Im Alten Testament wurde
die Steinigung von Ehebrechern angeordnet oder die Todesstrafe, wenn jemand
sein Feld falsch bewirtschaftete. Und? Wer nimmt das heute noch wörtlich?
Gottes Wort hat ewigen Anspruch, aber es ist immer auch zeitgebunden und
interpretationsbedürftig.
WELT ONLINE: Wie kann man unter
hiesigen Muslimen solch eine Sicht fördern?
Schneider: Es gibt längst reformerische
islamische Gelehrte, die gewaltbejahende Passagen in Koran und Sunna konsequent
historisieren und entschärfen. Diese Gruppe müssen wir unterstützen.
WELT ONLINE: Wodurch?
Schneider: Etwa durch die Einrichtung
einer islamischen Hochschultheologie, in der Glaube wissenschaftlich
reflektiert wird. Umgekehrt sollten wir aber auch hinschauen, ob in den
Moscheen praktiziert wird, was muslimische Verbände verkünden: Werden vor Ort
verfassungstreue Koranlesarten vorangetrieben – oder dominieren Reaktionäre? Wo
erhebliche Zweifel bestehen, muss auch der Verfassungsschutz aktiv werden.
WELT ONLINE: Das verlangt Wachsamkeit.
Wo schlägt die in einen Generalverdacht um?
Schneider: Ganz sicher bei dem Motto
der Radikalen. Wer „Christenland in Christenhand“ fordert, handelt
unchristlich, auch wenn in der Parole zweimal „Christen“ auftaucht. Denn dieser
Slogan soll doch wohl in erster Linie heißen: Moslems raus. Solch eine
Forderung kann kein Mensch, der sich dem christlichen Menschenbild verpflichtet
weiß, akzeptieren. Abgesehen davon, dass es auch zu schlicht gedacht ist.
Europa ist jüdisch-christlich geprägt. Aber nicht nur: Die heidnische Antike
und der mittelalterliche Islam haben uns ebenfalls beeinflusst – denken Sie nur
an Philosophie, Naturwissenschaften und Mathematik!
WELT ONLINE: Ist radikal, wer auch
Europas christliche Identität bewahren will?
Schneider: Nein, das halte ich für
legitim. Aber die Vertreibung von Muslimen wäre ein massiver Verstoß gegen
diese christliche Prägung. Wir Christen glauben: Diese Welt ist Gottes Welt,
und damit ist Europa auch Gottes Kontinent. Hier haben alle seine Kinder Platz.
Und Muslime sind Gottes Kinder.
Till-Reimer Stoldt dw
27
Dokumentarfilm. Der geteilte Himmel
Kleinkrieg der Konfessionen: ein Film
über die Jerusalemer Grabeskirche verleiht den Zaunstreitigkeiten der heiligen
Nachbarschaftskriege einen ganz eigenen bitteren Humor. Von Silvia Hallensleben
Neben den Territorialkonflikten
zwischen arabischen Einwohnern und jüdischer Stadtverwaltung ist Jerusalem seit
Jahrhunderten auch von der Konkurrenz der dort ansässigen monotheistischen
Weltreligionen geprägt. Mancher mag sich die dortigen heiligen Stätten des
Christentums deshalb als Nische paradiesischen Friedens vorstellen. Wie weit
das jedoch von der Realität entfernt ist, zeigt nun ein Dokumentarfilm über die
Jerusalemer Grabeskirche, „Im Haus meines Vaters sind viele Wohnungen“. Der
deutsche Regisseur Hajo Schumerus spiegelt im
Mikrokosmos interkonfessioneller Grabenkämpfe um diese Kirche die großen
religiösen Konflikte der Stadt.
335 nach Christus von Kaiser Konstantin
erstmals am Ort der vermeintlichen Grabstätte Christi auf dem Golgathahügel geweiht, erhielt die Kirche vom heiligen Grab im Lauf der Jahrhunderte im Wechsel von
Zerstörung und partiellem Wiederaufbau ihre heutige uneinheitliche Gestalt und
gilt als größtes Heiligtum der katholischen Christenheit, tatkräftig befördert
von Mythen und blühendem Reliquienhandel. Heute drängeln sich durch die in die
Altstadt integrierte Basilika täglich Tausende von Touristen und Gläubigen, die
goldgefasste Steinbrocken und Ikonen befingern, staunen und beten.
Bewirtschaftet wird das verwinkelte
Gotteshaus von – ausnahmslos männlichen – Vertretern der sechs
vorreformatorischen Konfessionen, die sich Rechte und Pflichten nach einem
osmanischen „Status Quo“ aus dem 19. Jahrhundert teilen: einer detaillierten Hausordnung,
die Gottesdienstzeiten, Zugangsrechte zu den einzelnen Kapellen regelt. Doch so
penibel das Regelwerk auch ist, so hartnäckig die Versuche, es durch
Dreistigkeit und die Kraft des Faktischen im jeweils eigenen Sinne neu zu
deuten. Besonders im Trubel während kirchlicher Feste kommt es auch immer
wieder zu gewalttätigen Übergriffen.
Wie draußen gibt es auch bei den
patriarchalen Hahnenkämpfen der Grabeskirche Underdogs und Gewinner: Ganz oben
in der Rangordnung stehen Griechisch- und Armenisch-Orthodoxe sowie
Franziskaner, die sich das Langschiff mit dem Haupteingang zum Grab teilen.
Dabei sind die Griechen im Besitz des Hausrechts und des Grabes selbst, während
die Franziskaner mit der einzigen Orgel den akustischen Luftraum unter
Kontrolle haben.
Die Kopten dürfen nur den Hintereingang
zum Grab benutzen, während die Syrer wegen Steuerschulden irgendwann in eine
mickrige Seitenkapelle verbannt wurden. Fast idyllisch haben es da die
abessinischen Christen in einer spartanischen Enklave auf dem Dach, die ihnen
allerdings von den Kopten streitig gemacht wird. Dazu kommen zwei muslimische
Familien, die sich den täglichen Pfortenschließdienst teilen und ähnlich
eifersüchtig ihre Pfründe hüten.
Auch in den heiligen Gefilden bestimmt
das Sein das Bewusstsein, wie Statements der konfessionellen Repräsentanten in Schomerus’ Film zeigen. Da agieren der griechische
Patriarch und der Franziskanerpater mit der lässigen Arroganz der Arrivierten,
während der koptische Pater sich in sanftem Humor und der Abessinier in
Messianismus flüchtet. Bis auf diese Interviews und einige erklärende
Texttafeln begleitet der Film „In meinem Haus sind viele Wohnungen“ das Treiben
kommentarlos in aufwändiger Breitwand-Bildgestaltung.
Dabei entfalten die Zaunstreitigkeiten
der heiligen Nachbarschaftskriege ihren ganz eigenen bitteren Humor und bieten
trotz der innerkirchlichen Düsternis auch beeindruckende visuelle Erlebnisse
wie die von Schomerus’ Kamera grandios eingefangene
orthodoxe Osterfeuerzeremonie mit ihren dicht gepackten Menschenmassen über
flammenden Kerzenmeeren. So lässt sich das Wunder aus der sicheren Distanz des
Kinosessels selbst von Klaustrophobikern schaudernd
genießen.
Broadway, Filmtheater am
Friedrichshain, OmU im Eiszeit und den Hackeschen
Höfen Tsp 27
Der ÖKT, die Ökumene und der Papst – Ein Gespräch mit Eckhard Nagel
Menschen aller Konfessionen können auf
dem zweiten Ökumenischen Kirchentag gemeinsam das Brot brechen, um das zu
feiern, was sie verbindet: Ihren Glauben. Dazu hat die orthodoxe Kirche in
Deutschland eingeladen, die 2010 erstmals Mitglied im ÖKT-Präsidium ist. Bei
einer orthodoxen Vesper in ökumenischer Gemeinschaft am 14. Mai auf dem
Münchner Odeonsplatz können Gläubige an 1000 Tischen
gesegnetes Brot miteinander teilen. Schon jetzt gilt die Vesper als einer der
Höhepunkte des 2. ÖKT. Der orthodoxe Brauch bietet nach dem Dauerstreit um ein
ökumenisches Abendmahl beim Kirchentag – das von katholischer Seite abgelehnt
wird – einen willkommenen Kompromiss. Der evangelische ÖKT-Präsident Eckhard
Nagel dazu im Gespräch mit unserer Kollegin Antje Dechert:
„Das ist ein ganz starkes Bild dessen,
was uns möglich ist in der Ökumene, was wir tun können, ohne – im Respekt vor
anderen Traditionen – Grenzen zu überschreiten, die verletzend wirken könnten,
und deswegen ist es so wichtig, dass wir dieses Bild und diese Möglichkeit in
München auch kenntlich machen und ich erwarte mir, dass das ganz viele
Nachahmer haben wird in der Zukunft.“ rv 27