Notiziario religioso 26-28 Marzo
2010
Venerdì 26. Il commento al Vangelo. “Credete almeno alle opere”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 10,31-42) commentato da P. Lino Pedron
31 I Giudei portarono di nuovo delle pietre
per lapidarlo. 32 Gesù rispose
loro: «Vi ho fatto
vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale
di esse mi volete
lapidare?». 33 Gli risposero i Giudei: «Non ti
lapidiamo per
un'opera buona, ma
per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». 34
Rispose loro Gesù: «Non è forse scritto nella
vostra Legge: Io ho detto: voi
siete dei? 35 Ora, se essa ha chiamato dei coloro ai quali fu rivolta
la
parola di Dio (e la Scrittura non può essere
annullata), 36 a colui che il
Padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi
dite: Tu bestemmi, perché ho
detto: Sono Figlio
di Dio? 37 Se non compio le opere del Padre mio, non
credetemi; 38 ma se
le compio, anche se non volete credere a me, credete
almeno alle opere,
perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel
Padre». 39 Cercavano allora di prenderlo di nuovo, ma egli sfuggì dalle
loro
mani.
40 Ritornò quindi al di là
del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni
battezzava, e qui si
fermò. 41 Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non
ha fatto nessun segno,
ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era
vero». 42 E in quel
luogo molti credettero in lui.
Il dialogo con i
giudei, riportato nei capitoli 7 e 8 aveva avuto come
epilogo
il tentativo di uccidere Gesù a sassate. Qui tentano ancora
una volta di
lapidarlo. Le parole di Gesù di essere una cosa sola con Dio si rivelano
scandalose agli orecchi degli increduli giudei.
Gesù dimostra di
essere il Figlio di Dio con una duplice argomentazione, quella
della Scrittura e quella delle opere straordinarie compiute
nel nome del Padre.
Gesù reagisce in
modo pacato al gesto violento dei suoi avversari:
"Vi ho
mostrato molte opere buone da parte del Padre; per quale di
queste opere mi
lapidate?" (v. 32). I giudei replicano che lo vogliono
lapidare per la bestemmia
pronunciata, perché si proclama Dio. Gesù argomenta dal Sal 81, di valore
incontestabile per i giudei, che se dei semplici uomini sono chiamati
dei e
figli dell’Altissimo, quanto più è Figlio di Dio colui che il
Padre ha
consacrato e mandato nel mondo per essere il rivelatore definitivo
e il
salvatore universale.
La seconda
argomentazione di Gesù a prova della sua divinità è costituita dalle
opere eccezionali compiute nel nome del Padre (cfr Gv 10,37-38). E’ il Padre
che, nel Figlio, compie le sue opere (cfr Gv 14,10-11).
I giudei sarebbero
senza colpa se Gesù non avesse compiuto opere che nessun
altro al mondo ha mai fatto; ma ora non sono scusabili per
questo peccato (cfr
Gv 15,23-25). Le opere eccezionali
compiute da Gesù hanno una finalità ben
precisa: favorire la fede nella sua divinità: "Credete alle
opere, affinché
sappiate e conosciate che il Padre è in me e io sono nel Padre (Gv 10,38).
Gesù si ritira a Betania, non il villaggio di Lazzaro, ma una località situata
sulla sinistra del Giordano dove il Battista aveva svolto il
suo primo ministero
(cfr Gv 1,28). Questo ritorno di
Gesù nel luogo dove aveva avuto inizio la sua
rivelazione pubblica forma un’inclusione solenne tra Gv 1,28ss e 10,40ss. Forse
l’evangelista vuole insinuare che la sua manifestazione
davanti al mondo
iniziata a Betania si conclude, dopo
essersi infranta contro il muro
dell’incredulità dei giudei.
Queste persone che
vanno da Gesù (v. 41) indicano il movimento della fede. I
nuovi discepoli constatano che le cose dette da Giovanni
Battista sul conto di
Gesù erano vere.
Queste persone che credono esistenzialmente nel
Figlio di Dio
si rivelano come pecore di Cristo: ascoltano la sua voce e
lo seguono (cfr Gv
10,27). De.it.press
Sabato 27. Il commento al Vangelo. Il Sinedrio decide di uccidere Gesù
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 11,45-56) commentato da P. Lino Pedron
45 Molti dei Giudei che erano venuti da
Maria, alla vista di quel che egli
aveva compiuto, credettero in lui. 46 Ma alcuni andarono dai farisei e
riferirono loro quel
che Gesù aveva fatto. 47 Allora i sommi sacerdoti e i
farisei riunirono il
sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest'uomo compie
molti segni. 48 Se
lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i
Romani e distruggeranno il nostro luogo santo
e la nostra nazione». 49 Ma uno
di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro:
«Voi non capite nulla 50
e non considerate come sia meglio che muoia un solo
uomo per il popolo e
non perisca la nazione intera». 51 Questo però non lo
disse da se stesso,
ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva
morire per la
nazione 52 e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire
insieme i figli di
Dio che erano dispersi. 53 Da quel giorno dunque decisero
di ucciderlo.
54 Gesù pertanto non si faceva più vedere in
pubblico tra i Giudei; egli si
ritirò di là nella
regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim,
dove si trattenne
con i suoi discepoli.
55 Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti
dalla regione andarono a
Gerusalemme prima della Pasqua per
purificarsi. 56 Essi cercavano Gesù e
stando nel tempio
dicevano tra di loro: «Che ve ne pare? Non verrà egli alla
festa?».
Questo brano
illustra la reazione opposta al segno della risurrezione di
Lazzaro: molti
spettatori del miracolo credono in Gesù, i capi del popolo
decretano la sua morte, ostinandosi nella loro cecità volontaria.
Gv 11,45-57 prepara la passione e la crocifissione del
Cristo. Questo brano ha
un profondo significato teologico. Non solo determina che
Gesù deve morire, ma
stabilisce anche lo scopo e l’effetto di questa morte: egli muore
"per riunire
insieme i figli di Dio che erano dispersi" (v. 52).
Questo è uno dei
pochi brani del vangelo di Giovanni che parla del valore
salvifico della morte di Gesù.
Il prodigio della
risurrezione di Lazzaro ha favorito la fede di molti giudei
venuti da Maria. I segni operati da Gesù devono favorire la
fede (cfr Gv
20,30-31). Bisogna credere nel Figlio di Dio almeno per i segni
eccezionali da
lui operati (cfr Gv 14,11).
Tuttavia la fede profonda deve prescindere dal
vedere, per cui Gesù proclama beati i discepoli che credono senza
aver visto
(cfr Gv 20,29).
Non tutti i giudei
presenti a Betania hanno creduto, anzi alcuni
andarono subito
ad informare i sommi sacerdoti e i farisei i quali prendono
occasione da questa
notizia per radunare d’urgenza il consiglio supremo.
I sommi sacerdoti
e i farisei mostrano la loro preoccupazione per il
comportamento di Gesù e implicitamente riconoscono la loro impotenza
dinanzi ai
segni operati da lui. L’ammissione che Gesù compie molti
prodigi non stimola i
giudei a credere, ma al contrario li spinge a prendere misure
repressive nei
suoi confronti. La preoccupazione maggiore dei capi religiosi
degli ebrei è di
carattere politico: essi temono di perdere il potere.
Quando Giovanni
scriveva il suo vangelo, la deportazione degli ebrei e la
distruzione di Gerusalemme operata dai romani era un fatto compiuto.
I capi del
popolo che temevano dei disastri sociali a motivo della fede in
Cristo, non
previdero che questi mali sarebbero stati una conseguenza della
loro
incredulità, un castigo per aver rifiutati il loro Messia (cfr Lc 19,41-44).
Caifa nel suo intervento dichiara che è conveniente
sacrificare un uomo per
evitare la rovina dell’intera nazione. Per l’evangelista queste
espressioni di
Caifa acquistano un significato molto
profondo. Gesù muore a favore dell’intera
umanità, per donare la vita al mondo (cfr Gv
6,51), per salvare il gregge di Dio
(cfr Gv 10,11.15), per santificare i discepoli nella verità (cfr
Gv 17,19).
I figli di Dio
sono i discepoli di Gesù, generati da Dio (cfr Gv
1,12-13). Il
loro distintivo è la fede e l’amore. Questo popolo che è
stato acquistato dal
Signore (cfr 1Pt
1,19) è la Chiesa, la sposa santa e immacolata di Cristo (cfr
Ef 5,25-27).
La morte di Cristo
ha una finalità salvifica perché raduna in unità i dispersi
figli di Dio. Il
peccato è divisione, la salvezza è vita in unità con Dio e con
i fratelli. La morte di Gesù realizza l’oracolo di
Ezechiele 34,12-13 che
prediceva la riunione delle pecore del Signore, radunandole da
tutte le regioni
nelle quali erano state disperse, per formare un solo gregge
condotto da un solo
pastore.
Dopo la decisione
del sinedrio Gesù si ritira ai margini del deserto di Giuda.
Questi avvenimenti
si verificarono a pochi giorni dalla Pasqua. I giudei
che
abitavano in campagna salivano qualche giorno prima della
solennità per
purificarsi secondo le prescrizioni della legge, sottoponendosi ai
riti di
aspersione con il sangue degli agnelli (cfr 2Cr 30,15 ss). Questi
pellegrini
cercano Gesù. La loro ricerca era sincera. Questi pii campagnoli
osanneranno
Gesù in occasione
del suo ingresso trionfale in Gerusalemme (cfr Gv
12,12).
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Domenica 28. Il commento al Vangelo. Domenica delle Palme
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 19,28-40) commentato da P. Lino Pedron
28 Dette queste cose, Gesù proseguì avanti
agli altri salendo verso
Gerusalemme.
29 Quando fu vicino a Bètfage
e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi,
inviò due discepoli
dicendo: 30 «Andate nel villaggio di fronte; entrando,
troverete un puledro
legato, sul quale nessuno è mai salito; scioglietelo e
portatelo qui. 31 E
se qualcuno vi chiederà: Perché lo sciogliete?, direte
così: Il Signore ne
ha bisogno». 32 Gli inviati andarono e trovarono tutto
come aveva detto. 33
Mentre scioglievano il puledro, i proprietari dissero
loro: «Perché
sciogliete il puledro?». 34 Essi risposero: «Il
Signore ne ha
bisogno».
35 Lo condussero
allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi
fecero salire Gesù. 36 Via via che egli avanzava,
stendevano i loro mantelli
sulla strada. 37 Era
ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando
tutta la folla dei
discepoli, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce,
per tutti i prodigi
che avevano veduto, dicendo: 38 « Benedetto colui che viene,
il re, nel nome del
Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!».
39 Alcuni farisei tra la folla gli dissero:
«Maestro, rimprovera i tuoi
discepoli». 40 Ma
egli rispose: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno
le pietre».
E’ la venuta del
Messia, l’inizio del suo regno. Viene il Signore della pace,
l’erede del trono di Davide che regnerà senza fine (cfr Lc 1,32-33). Viene in
umiltà e mitezza.
La salvezza
consiste nell’accogliere questo Messia povero, sempre in viaggio e
sempre alla porta che bussa. Egli viene e verrà sempre allo
stesso modo in cui
l’abbiamo visto venire.
Gesù sarà
rifiutato per la sua scelta di essere povero e umile. La fede
cristiana consiste nell’accettarlo così com’è.
La visita di Gesù
a Gerusalemme ha il suo centro nel tempio e il suo punto di
partenza e di arrivo sul monte degli Ulivi. Su questo monte
riceverà il suo
battesimo di
sangue (Lc 22,4) e si eleverà al cielo (Lc 24,50-51).
Il Messia non
viene con il cavallo come chi ha il potere. Non viene neppure con
il carro da guerra come chi vuole conquistarlo (Zc 9,9). Il nostro re è in mezzo
a noi come colui che serve (Lc
22,27). Per questo viene cavalcando l’umile
animale da servizio quotidiano.
L’asinello è
figura di Gesù che prende su di sé il nostro peso morto (Lc 10,34;
Gv 1,29). Il suo messianismo è in povertà, umiliazione e umiltà, che sono i
mezzi potenti di chi ama e libera dalla schiavitù
dell’egoismo. Rifugge dalle
ricchezze, dal potere e dalla gloria, che sono i mezzi deboli di
chi ha paura e
schiavizza.
L’asinello, che è
figura di Gesù, rappresenta pure l’immagine del vero cristiano
che serve per amore in umiltà. Nella comunità cristiana ci
sono troppi cavalli
da parata e pochi asinelli che portano il Cristo a
Gerusalemme.
La scena della
morte di Gesù, secondo Luca, contiene varie particolarità
rispetto a Matteo
e Marco. Le principali sono le seguenti: invece della
citazione del Salmo 22 e le relative parole su Elia, troviamo la
citazione del
Salmo 31; il velo del tempio si lacera prima della sua morte; il
centurione lo
proclama giusto; le folle si battono il petto.
Le brevi
annotazioni degli avvenimenti che precedono e seguono la morte di Gesù
ne illustrano i vari aspetti teologici. Le tenebre e
l’oscurarsi del sole (v.
44) sottolineano la sua portata cosmica e salvifica.
Crocifiggendo il Giusto, il
mondo ripiomba nelle tenebre del caos iniziale (Gen 1,2). L’oscurarsi della
terra è anche segno di lutto. È il pianto della creatura per
il suo Creatore. Lo
squarciarsi del velo del tempio (v. 45) significa che Dio
non è più chiuso
all’uomo. Si è aperto per raccogliere il Figlio (e con lui
tutti i figli) che
ritorna a casa. In lui ogni fratello ora è riconciliato e ha
libero accesso al
Padre. Cessa
l’antica alleanza che denuncia il peccato e inizia la nuova che
annuncia il perdono.
Morendo, Gesù si
abbandonò al Padre. La diffidenza e la fuga dell’uomo diventano
affidamento e ritorno a lui. È la vittoria sul veleno della menzogna
antica,
l’ingresso nel paradiso originario in cui il Benefattore
introduce ogni
malfattore che glielo chiede. La morte di Gesù è l’esaltazione
piena di Dio; la
sua Gloria torna tra gli uomini. Anche il centurione pagano
la riconosce (v.
47). Nel giusto che muore con gli ingiusti
si rende presente l’amore di Dio per
noi.
Questa morte è uno
"spettacolo" (v. 48), visione dell’essenza di Dio che si
manifesta nella sua misericordia per l’uomo. Il Crocifisso
è la visione di Dio,
da cui scaturisce un nuovo modo di essere e di vivere.
Finalmente l’uomo vede
chi è Dio, si converte a lui e ritorna a lui nel quale
solamente è se stesso e
può vivere.
I conoscenti di
Gesù e le donne (v. 49) raffigurano l’inizio della Chiesa,
piccola, debole e impotente come il suo Signore. Riunita ai
piedi della croce,
raccoglie il frutto della compassione di Dio per il male degli
uomini.
La morte di Gesù è
l’uccisione dell’autore della vita (At 3,15). Non ci
può
essere male maggiore. Il peccato, principio di decreazione, è consumato. Tutto
regredisce al caos primordiale. La tenebra, che si addensa
attorno alla croce,
segna la fine del mondo posto nelle mani del maligno e
l’inizio di una nuova
genesi. Questa tenebra allude alla profezia di Amos: "In
quel giorno – oracolo
del Signore Dio - farò tramontare il sole a mezzogiorno e
oscurerò la terra in
pieno giorno", per fare "come un lutto per un figlio
unico" (Am 8,9-10). Tutta
la creazione partecipa al dolore del Padre per la morte del
Figlio.
La morte di Gesù
ha un significato cosmico e storico, definitivo e universale.
In lui finisce la
creazione iniziata con la genesi e comincia la ricreazione che
coinvolge tutto e tutti, Dio compreso.
In questa oscurità assoluta, dall’alto della croce, risuonerà
forte la voce del
Verbo creatore.
Questo giorno è la notte della nuova creazione e dell’esodo
definitivo. Si squarcia il velo del tempio. Ora Dio non ha più
veli. Nel suo
Figlio unico, dato
per noi, si è svelato come il Padre delle misericordie (2Cor
1,3).
L’accesso a lui è
aperto a tutti e per sempre. Nel fratello Gesù ogni uomo
incontra il Padre. Per l’eccessivo amore con cui ci ha amati (Ef 2,4), Dio ha
abbattuto il muro della separazione. Siamo
tutti santi, suoi familiari e suo
tempio nello Spirito (Ef 2,14-22).
All’ora nona si
suonavano nel tempio le trombe per l’inizio della preghiera
vespertina. Gesù associa la sua voce alta e forte a quella del popolo
in
preghiera. È eccezionale questo grido per uno che muore in croce.
Nelle tenebre
risuona una voce divina. È la voce potente del Verbo che
fa nuove tutte le cose
(Ap 21,5). È il grido
dell’uomo nuovo che viene alla luce.
Luca fa
dell’abbandono di Dio (Mc 15,34; Mt 25,46) il luogo dell’abbandono a
Dio: la fede. Per
questo, invece che dal Sal 22,
cita dal Sal 31. È il lamento
del giusto perseguitato che si mette nelle braccia di Dio.
Gesù aggiunge
all’inizio la
parola: "Abbà, Papà". Sono le sue ultime
parole. Le sue prime
furono: "Non sapete che io devo essere nelle cose del
Padre mio?" (2,49). La
parola "Padre" sulla bocca di Gesù fa da inclusione a
tutto il vangelo di Luca.
Esso è tutto una
rivelazione della paternità di Dio attraverso quanto il Figlio
ha fatto e detto in ricerca dei suoi fratelli perduti. Ora
è giunto alla fine
della sua fatica. Si consegna al Padre e gli affida la sua
vita al termine della
sua missione. La sua morte da figlio
obbediente e fratello di tutti i malfattori
apre a tutti il varco della vita. È l’esodo definitivo.
Veniamo dal Padre e
ritorniamo al Padre. La nostra morte diventa il ritorno a casa.
Come Gesù si
affida nelle mani del Padre, così il discepolo si affiderà
nelle mani di Gesù.
Stefano dirà:
"Signore Gesù, accogli il mio spirito" (At
7,59). La morte di Gesù
è la nostra salvezza perché è la solidarietà di Dio con
noi. Ma è anche
l’esempio di come muore l’uomo nuovo, l’Adamo riconciliato
col Padre.
La morte è l’atto
di fede più grande. A causa del peccato rimane sempre, anche
per il credente, la drammaticità della morte col suo
travaglio. Ma è illuminata
dalla presenza di Gesù, che è venuto a condividere la nostra
sorte di
malfattori.
Ai piedi della
croce ci sono tre categorie di persone che "vedono": il
centurione, le folle e i conoscenti con le donne. Tutti costoro
guardano il
grande avvenimento dell’esodo di Gesù con i segni che
l’accompagnano. La
contemplazione della croce è per tutti. È l’antidoto che Dio ha dato ai
suoi
figli per vincere il veleno del serpente (Gv
3,14-15; Nm 21,4ss). Da questo
sguardo al Crocifisso nasce il nuovo popolo.
Il centurione,
comandante dei soldati che eseguirono la crocifissione, è la
persona spiritualmente più lontana. Ora glorifica Dio. Gloria (ebraico: kabod =
peso) indica la sovrabbondante bellezza di Dio che rompe ogni
argine e straripa
nell’universo. Glorificare Dio significa riconoscerlo in
concreto, dandogli
nella nostra vita il peso che si merita. Nella morte di Gesù
vediamo la gloria
di Dio, tutto il suo amore per noi.
Alla sua nascita
gli angeli glorificavano Dio in cielo (2,13-14). Alla sua morte
gli uomini peccatori lo glorificavano in terra, primo fra
tutti il responsabile
diretto della sua crocifissione.
La morte di Gesù è
la glorificazione piena di Dio come Dio, perché è
l’esaltazione del suo amore per tutti e sopra tutti.
"Davvero
quest’uomo era giusto". Cristo è colui che compie
la volontà di Dio. In
Gesù si compie
pienamente la giustizia di quel Dio che "vuole che tutti gli
uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della
verità" (1Tm 2,4). Ora
finalmente capiamo cos’è la sua giustizia: è la misericordia del
Padre (6,36)
che giustifica i peccatori.
La morte di Gesù in
croce è uno spettacolo, una rappresentazione di Dio: si apre
il velo del Santo dei santi e vediamo faccia a faccia la
profondità del mistero.
"Guarderanno
a colui che hanno trafitto" (Gv
19,37). Nel Crocifisso abbiamo la
visione di Dio-Amore che dà tutto se stesso. È il libro
spalancato della
misericordia di Dio. Il battersi il petto è segno di lutto e di
conversione. È
l’inizio della conversione di pentecoste.
Questi conoscenti
di Gesù (v. 49) rappresentano la Chiesa con le sue note
essenziali: seguire Gesù, stare ai piedi della croce, contemplare
il Crocifisso
e rispondere alla sua compassione in debolezza e
vulnerabilità estrema.
50 C'era un uomo di nome Giuseppe, membro del
sinedrio, persona buona e
giusta. 51 Non aveva
aderito alla decisione e all'operato degli altri. Egli
era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di
Dio. 52 Si
presentò a Pilato e
chiese il corpo di Gesù. 53 Lo calò dalla croce, lo
avvolse in un
lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella
quale nessuno era
stato ancora deposto. 54 Era il giorno della parascève e già
splendevano le luci
del sabato. 55 Le donne che erano venute con Gesù dalla
Galilea seguivano
Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto
il corpo di Gesù, 56
poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli
profumati. Il giorno
di sabato osservarono il riposo secondo il
comandamento.
La vita di Gesù è
racchiusa tra due grotte, quella della nascita e quella della
morte. È l’umiltà di Dio. È in tutto simile a noi che veniamo
dalla terra e ad
essa torniamo. Qui il suo amore raggiunge la massima umiltà
(humus = terra),
fino all’identificazione con noi. Il corpo di Gesù, messo
sotto terra, è il seme
che porterà il frutto della Vita. Il Messia non salva dalla
morte, ma nella
morte. Ora scende nel regno di colei che ha tutti in suo
potere. La Vita varca
le porta della morte. La luce entra nelle tenebre. Le
prime parole rivolte da
Dio all’uomo
peccatore erano: "Uomo, dove sei?" (Gen 3,9). Qui Dio finalmente
raggiunge l’uomo, perché non può più fuggire oltre. La tomba dove
dormono tutti
i figli di Dio diventa anche la tomba di Dio. Riposa con
loro dopo averli
cercati e amati da sempre.
La bontà (v. 50)
consiste nel non seguire il consiglio degli empi (Sal
1,1); la
giustizia nel non acconsentire alla loro condotta, ma adempiere la
volontà di
Dio. Giuseppe
faceva parte del sinedrio, ma non era consenziente al parere e
all’azione dei suoi colleghi.
Secondo la
Scrittura ogni condannato è immondo. "Il suo cadavere
non dovrà
rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso
giorno, perché
l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il
paese che il Signore
tuo Dio ti dà in eredità" (Dt
21,23). Il corpo di Gesù, fatto per noi
maledizione (Gal 3,13), è la benedizione promessa in Abramo a tutte
le genti
(Gen 12,3; 22,18).
Maria generò il
suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo adagiò nella
mangiatoia (2,7). Giuseppe lo toglie dalla croce, lo avvolge nel
lenzuolo e lo
pone nel sepolcro.
Sono le prime e le
ultime cure che le mani di una donna e di un uomo prestano a
Dio.
La sepoltura di
Gesù fu affrettata a causa del sabato imminente. Il sepolcro di
Cristo è il
compimento della creazione. Segna l’inizio del grande sabato
definitivo, del giorno unico e senza tramonto, in cui Dio
ha finito la sua
opera. Ora Dio e l’uomo riposano perché ognuno ha trovato
nell’altro la sua
casa: Dio nell’uomo e l’uomo in Dio. De.it.press
Domenica 28. Le Palme. Perché ha
dovuto morire per salvarci?
Per chi ha
interiorizzato un’immagine pietistica di Gesù è
difficile capire la ragione per cui egli è stato ucciso. Come si può divenire
nemici di colui che cura i malati, abbraccia e
accarezza i bambini, ama i poveri, difende i deboli? In quest’ottica la sua
morte è un fatto inspiegabile, da attribuire ad una
misteriosa volontà del Padre che, per perdonare il peccato dell’uomo, aveva
bisogno di vedere scorrere il sangue di un giusto. Difficile davvero accettare
quest’interpretazione!
Con profondo
dolore ricordiamo poi l’assurda attribuzione di questa morte al popolo ebraico
e le percosse inflitte con la croce agli Ebrei durante le processioni del
venerdì santo.
Perché allora Gesù
è morto? In quale senso ha immolato la sua vita per noi? Da quali schiavitù ci
ha liberato consegnandosi a chi lo ha inchiodato in
croce?
La ragione
dell’ostilità che si è scatenata contro di lui sta nel fatto che egli è apparso
come luce del mondo (Gv 9,5). “La luce splende nelle
tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta” (Gv 1,4-5). “Egli era la luce vera, quella che illumina ogni
uomo” (Gv 1,9), “ma gli uomini
hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie” (Gv 3,19).
Alcuni raggi di
questa luce che ha squarciato le tenebre del mondo sono stati particolarmente
intensi. Sono raggi penetrati nel cuore delle persone semplici colmandole di
gioia e di speranza, ma hanno abbagliato, hanno infastidito, sono divenuti
insopportabili per gli occhi torbidi di altri (e questa drammatica storia può ripetersi oggi). In
particolare:
- ha proposto un
nuovo volto di Dio. Non più un Dio giustiziere, ma un Dio che salva ogni uomo;
- ha proposto un
nuovo volto d’uomo. Ha capovolto i valori di questo mondo: grande per lui non è
chi vince e chi domina, ma chi serve i fratelli;
- ha proposto una
nuova religione. Non più quella dei riti, ma quella “in
spirito e verità”;
- ha proposto una
nuova società in cui il “primo” è il povero, il debole, l’emarginato.
Gesù non ha ricercato
la morte in croce, ma per evitarla avrebbe dovuto rinnegare tutte queste sue
proposte, avrebbe dovuto rientrare nei ranghi, stare
zitto, adeguarsi alla mentalità corrente, rassegnarsi al trionfo del male,
abbandonare per sempre l’uomo nelle mani del “principe di questo mondo”. Avrebbe dovuto tornare a Nazareth a costruire tavoli ed
aratri. Lo avrebbero lasciato tranquillo. Non solo non sarebbe stato messo in
croce, ma sarebbe stato colmato d’onori. Avrebbe fatto carriera
nell’istituzione religiosa ufficiale... ottenendo quei “regni di questo mondo”
che satana gli aveva promesso fin da principio. Ma
questo sarebbe stato il fallimento della sua missione.
Durante questa
settimana non siamo invitati a rattristarci e a piangere la morte di Gesù, ma a
gioire per la liberazione che egli ha realizzato donando la sua vita.
Proviamo anche ad interrogarci: davvero siamo entrati nella nuova realtà
nata dal suo sacrificio? Chiediamoci se abbiamo accolto il suo Regno,
assimilando il nuovo volto di Dio, la nuova religione,
il nuovo volto d’uomo e la nuova società da lui proposti.
Prima Lettura (Is 50,4-7)
4 Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati,
perché io sappia
indirizzare allo sfiduciato una parola.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio
perché io ascolti
come gli iniziati.
5 Il Signore Dio mi
ha aperto l’orecchio
e io non ho opposto
resistenza,
non mi sono tirato
indietro.
6 Ho presentato il
dorso ai flagellatori,
la guancia a coloro
che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la
faccia agli insulti e agli sputi.
7 Il Signore Dio mi
assiste, per questo non resto confuso,
per questo rendo la mia faccia dura come
pietra,
sapendo di non
restare deluso.
Spiegando la prima
lettura della festa del battesimo del Signore, abbiamo
parlato di un personaggio misterioso che entra in scena nella seconda parte del
libro d’Isaia. Si tratta del “Servo del Signore”. Nella lettura di oggi questo
“Servo” ricompare ed è egli stesso che parla.
Descrive anzitutto
la missione che gli è stata affidata: è inviato ad
annunciare un messaggio di consolazione a chi è abbattuto e senza speranza
(v.4). Dalle sue labbra escono sempre e solo parole di conforto per chi si è
smarrito su vie non buone e non riesce a ritrovare il retto cammino, per chi è
avvolto dalle tenebre e brancola nel buio.
Poi chiarisce il modo con cui porterà a
compimento la sua missione (vv.4-5). Il Signore –
dice – gli ha dato un orecchio capace di ascoltare e una bocca in grado di
comunicare. Tuttavia, siccome ciò che questo Servo ha
udito non era piacevole, la sua prima reazione è stata di tirarsi indietro, di
rinunciare, di trovare una giustificazione per eclissarsi (v.5). Non lo ha fatto, ha saputo resistere.
Infine racconta ciò che gli è successo,
quali sono state le conseguenze della sua coerenza. Ha trasmesso fedelmente il
messaggio udito ed è stato percosso, insultato, schiaffeggiato, gli hanno
sputato in faccia, ma non ha reagito, ha continuato a confidare nel Signore
(v.7).
Ascoltando
soprattutto l’ultima parte della lettura, si è spontaneamente indotti ad
accostare questo Servo a Gesù (subito dopo la Pasqua, i cristiani hanno fatto
questo collegamento). Come il “Servo del Signore”, Gesù si è mantenuto in
ascolto del Padre, ha pronunciato solo parole di consolazione e speranza, ha dato
conforto agli sfiduciati, agli emarginati ed ha fatto la fine del Servo di cui
si parla nel libro di Isaia (Cf. Mt 27,27-31).
A questo punto il
rischio è quello di soffermarsi a contemplare e ad
ammirare la fedeltà di Gesù, di commuoversi di fronte a ciò che egli ha
sofferto, di provare sdegno per le ingiustizie che ha subito e di concludere
che, anche oggi, per qualche eroe fedele a Dio si può ripetere la medesima,
drammatica esperienza del Servo del Signore.
Non qualche eroe, ma ogni uomo è chiamato a svolgere la missione del
“Servo” e di Cristo.
Quale? Questa:
mantenersi in ascolto della parola di Dio, tradurre in atto ciò che ha udito ed
essere disposto a subirne le conseguenze.
Seconda Lettura
(Fil 2,6-11)
6 Cristo Gesù, pur essendo di natura divina,
non considerò un
tesoro geloso
la sua uguaglianza
con Dio;
7 ma spogliò se stesso,
assumendo la
condizione di servo
e divenendo simile
agli uomini;
apparso in forma
umana,
8 umiliò se stesso
facendosi obbediente
fino alla morte
e alla morte di
croce.
9 Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di
ogni altro nome;
10 perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si
pieghi
nei cieli, sulla
terra e sotto terra;
11 e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il
Signore, a gloria di Dio Padre.
La comunità di
Filippi era molto buona. Paolo ne era orgoglioso. Tuttavia, come succede anche
nelle migliori comunità, a Filippi c’era un po’ d’invidia fra i cristiani.
Qualcuno cercava di attirare su di sé l’attenzione, voleva farla un po’ da
padrone imponendo la propria volontà.
E’ a causa di
questa situazione che Paolo, nella prima parte della lettera raccomanda in modo
accorato: “Fate che la mia gioia sia piena, andate d’accordo, abbiate lo stesso
amore, un’anima sola, un medesimo modo di sentire; non fate nulla per rivalità,
nulla per vanagloria. Non badate al vostro bene, ma a quello degli altri” (Fil 2,2-4).
Per imprimere
meglio nella mente e nel cuore dei filippesi questo insegnamento, presenta
l’esempio di Cristo e lo fa citando un inno stupendo, conosciuto in molte delle
comunità cristiane del I secolo.
In due strofe
l’inno racconta la storia di Gesù.
Egli esisteva già
prima di farsi uomo; incarnandosi “si è svuotato” della sua grandezza divina ed
ha accettato di entrare in un’esistenza schiava della morte. Non si è rivestito
della nostra umanità come di un abito esterno del quale alla fine si è poi
sbarazzato. Si è fatto per sempre simile a noi: ha assunto la nostra debolezza,
la nostra ignoranza, la nostra fragilità, le nostre passioni, i nostri
sentimenti e la nostra condizione mortale. E’ apparso ai nostri occhi
nell’umiltà del più disprezzato degli uomini, lo schiavo, colui al quale i
romani riservavano il supplizio ignominioso della croce (vv.6-8).
Il cammino che
egli ha percorso non si è però concluso con
l’umiliazione e la morte in croce.
La seconda parte
dell’inno (vv.9-11) canta la gloria alla quale egli è
stato elevato: il Padre lo ha risuscitato, lo ha additato
a modello per ogni uomo e gli ha dato il potere ed il dominio su ogni creatura.
L’umanità intera finirà per essere assimilata a lui e allora il progetto di Dio
sarà compiuto.
Vangelo (Lc 22,14-23,56)
Tutti gli
evangelisti dedicano uno spazio considerevole al racconto della passione e
morte di Gesù. La traccia che seguono e i fatti sono
fondamentalmente gli stessi, anche se vengono narrati in modo e secondo
prospettive diverse. Ogni evangelista presenta però anche episodi, dettagli,
sottolineature che gli sono propri. Questi rivelano l’attenzione e l’interesse
per alcuni temi di catechesi ritenuti significativi e
urgenti per le sue comunità. La versione del racconto della passione che oggi
ci viene proposta è quella secondo Luca. Nel nostro
commento ci limiteremo a sottolinearne gli aspetti
caratteristici.
Nel suo Vangelo
Luca non si lascia mai sfuggire l’occasione per
mettere in risalto la bontà e la misericordia di Gesù. Lo fa anche durante la
passione.
La reazione
istintiva di fronte a un aggressore che vuole uccidere è l’autodifesa. Quando viene data la
notizia che, durante una colluttazione, un mafioso ha avuto la peggio ed è
rimasto ferito, molti gioiscono e c’è anche chi si rattrista se qualcuno lo ha
soccorso.
La reazione contro
l’aggressore è spontanea, comprensibile e, dal punto di vista umano, anche
giustificabile: nell’orto degli Ulivi, gli apostoli non esitano a porla in
atto. Per impedire il sopruso, la violenza, l’ingiustizia, la prima cosa che pensano di fare è mettere mano alla spada. La frase:
Signore, dobbiamo colpire con la spada?, nel testo
originale non si presenta come una domanda, ma come una decisione: “Signore,
noi adesso ricorriamo alla spada!”. E difatti, prima di attendere il parere del
Maestro, uno di loro passa alle vie di fatto e stacca l’orecchio destro al
servo del sommo sacerdote (Lc 22,49-51).
Gesù interviene e
rimprovera severamente Pietro per il gesto inconsulto che ha compiuto. Poi – ed
è questo il particolare che solo Luca riferisce – si prende cura del ferito e
lo guarisce (Lc 22,51).
Il messaggio che
l’evangelista vuole dare è chiaro: il discepolo non solo non può aggredire
nessuno, ma è sempre pronto a rimediare ai guai provocati da altri. Si prende
cura anche di chi gli ha fatto e magari continua a volergli fare
del male.
Il cristiano ha
avversari, non può non averne perché, come il Maestro, deve confrontarsi –
anche in modo duro – con chi fa scelte di morte, con chi deforma il volto di
Dio, con chi porta avanti un progetto di uomo e di società inaccettabili. Ma il cristiano non ha nemici. Il nemico è colui che deve essere annientato, schiacciato, umiliato,
eliminato. L’avversario non viene distrutto, ma
affrontato per aiutarlo a crescere, a liberarsi dalle sue schiavitù. Le armi vengono usate da chi ha nemici da sconfiggere, non da chi
ha, come unica missione, quella di trasformare gli avversari in fratelli.
Poco più avanti
troviamo un altro particolare toccante.
Come Marco e
Matteo, anche Luca dice che, dopo aver rinnegato il Maestro nella casa del
sommo sacerdote, Pietro uscì e scoppiò a piangere. Solo lui però nota che il
Signore, voltatosi, guardò Pietro (Lc 22,61-62) e il
verbo greco che usa non è blepo (vedere), ma emblepo (guardare dentro).
Lo sguardo di Gesù
è commovente: non è un rimprovero, ma un gesto di comprensione per la debolezza
del suo discepolo. Noi consideriamo l’azione esteriore, il gesto codardo, le
parole vili di Pietro. Gesù, com’è solito fare, guarda dentro, vede il cuore
del suo discepolo e scopre che egli compie, sì, un gesto pusillanime, ma in
fondo gli vuole bene e gli rimane fedele.
Sottolineando questo sguardo, Luca indica ai cristiani di ogni tempo
come devono essere considerate le fragilità proprie e dei fratelli: vanno
guardate con gli occhi di Gesù, occhi che infondono fiducia e ridonano
speranza, occhi che scoprono, anche nel più grande peccatore, una scintilla di
amore e lo aiutano a ripartire.
Durante la
passione i discepoli non fanno una bella figura: Giuda tradisce, Pietro
rinnega, tutti fuggono (Mc 14,50). Gli evangelisti sottolineano
questo comportamento vile. Solo Luca cerca di attenuare la responsabilità degli
apostoli: non accenna alla loro fuga, anzi, dice che, sul Calvario, “tutti i
suoi conoscenti assistevano da lontano” (Lc 23,49);
non riferisce il rimprovero di Gesù a Pietro: “Simone dormi?
Non sei riuscito a vegliare un’ora sola?” (Mc 14,37); trova
una scusa per spiegare anche il loro sonno: “Dormivano per la tristezza” (Lc 22,45).
Luca è l’esempio
del pastore d’anime che, pur non giustificando il peccato, lo sa capire, lo
attribuisce all’ignoranza, alla miseria umana che tutti ci accomuna. Non sottolinea l’errore commesso, non lo rinfaccia perché sa che
chi viene umiliato e svergognato, chi non si sente accolto e stimato malgrado
le sue debolezze, finisce per ripiegarsi pericolosamente su se stesso e
precludersi ogni via di recupero.
Ci sono stati
martiri che sono morti disprezzando chi li uccideva e minacciando su di loro la
vendetta del cielo. “Non credere di andare impunito!” – dice uno dei fratelli Maccabei al suo carnefice (2 Mac
7,19).
Il discepolo di
Cristo non conosce questo linguaggio, non impreca, non maledice, non invoca
castighi contro chi gli fa del male (Lc 6,27-36).
Anche nei momenti più drammatici pronuncia solo parole di amore.
Questo atteggiamento è l’unico compatibile con quello del
Maestro. Egli – dice Pietro nella sua lettera ai cristiani perseguitati delle
sue comunità – “oltraggiato non rispondeva con
oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta” (1 Pt
2,23).
Nel racconto della
passione, Luca riferisce una frase che ogni discepolo deve tenere presente
quando è chiamato a sopportare ingiustizie, soprusi,
vessazioni.
Solo Luca ricorda
che, pochi istanti prima di spirare sulla croce, Gesù ha ancora la forza di
dire: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34). Non si riferiva ai soldati, intenti a dividersi
le sue vesti, ma ai veri responsabili della sua morte: le autorità religiose
del suo popolo. Gesù non si è limitato a ordinare ai suoi di perdonare sempre e
senza condizioni, ma ha dato l’esempio. Sarà imitato da Stefano, il primo
martire che, piegate le ginocchia sotto i colpi delle
pietre scagliate contro di lui, griderà forte: “Signore, non imputare loro
questo peccato!” (At 7,60).
Tutti conosciamo a
memoria il racconto dell’istituzione dell’eucaristia: lo sentiamo ripetere
durante ogni messa.
Forse non tutti
sappiamo che soltanto Luca riferisce l’ingiunzione del Signore: Fate questo in
memoria di me (Lc 22,19).
Indubbiamente Gesù
ha voluto che il rito dello spezzar del pane e della condivisione del calice venisse ripetuto lungo i secoli dalle comunità cristiane, ma
le sue parole non sono solo un invito a ripetere liturgicamente il suo gesto.
Lo “spezzar del pane” per Gesù ha un valore simbolico straordinario: in esso ha
voluto che fosse riassunta e rappresentata tutta la sua vita, spezzata e donata
agli uomini.
“Fate questo in
memoria di me” è un invito a fare propria questa sua scelta. Solo chi è entrato
in questa logica del Maestro, solo chi, come lui, spezza la propria vita per
gli altri può “spezzare il pane eucaristico” con
purezza di cuore. Altrimenti la ripetizione del gesto liturgico si riduce a un
rito vuoto e, a volte, addirittura ipocrita.
Qual è la
malattia, il cancro che distrugge le nostre comunità? E’ la frenesia per
occupare i primi posti, per essere superiori, per dominare, per imporsi agli
altri, per ottenere privilegi e titoli onorifici. E’ questa passione che
provoca invidie, critiche, pettegolezzi meschini, divisioni, discordie fra
cristiani.
Questa malattia
non è di oggi. I Vangeli riferiscono vari episodi spiacevoli, frequenti e
meschine discussioni fra gli apostoli desiderosi di definire le precedenze, di
stabilire chi fra loro fosse il maggiore. Essi non volevano in alcun modo
accettare la proposta del Maestro di farsi piccoli, di scendere all’ultimo
posto, di porsi a servizio dei più poveri, di divenire schiavi degli altri.
Come far
comprendere ai cristiani che questo insegnamento di Gesù è la legge
fondamentale su cui si basa la comunità? Luca ha un’idea: presentare questo
tema durante l’ultima cena (Lc 22,24-27). Collocate
in questo contesto le parole del Maestro acquistano un
valore massimo: diventano il suo testamento, la sua ultima richiesta, dunque
devono essere considerate come sacre e inviolabili. Chi di noi avrebbe il
coraggio di non compiere ciò che il padre chiede prima di morire?
Dopo l’istituzione
dell’eucaristia – dice Luca – gli apostoli cominciarono ad accapigliarsi perché
ognuno di loro voleva essere il primo. Gesù allora prese la parola e spiegò
che, nella nuova comunità, l’autorità non doveva essere intesa secondo i
criteri di questo mondo. Cosa fanno i capi delle
nazioni? Hanno il potere, comandano sugli altri, accumulano denaro, esigono
maggiore rispetto, pretendono privilegi, aerei personali. Nella chiesa non può
essere così! In essa l’autorità è solo servizio. Si badi bene: servire non vuol
dire decidere in nome degli altri, imporre il proprio modo di pensare,
obbligare a fare quello che si ritiene sia giusto. Questo è ancora dominare.
Servire vuol dire
occupare davvero l’ultimo posto, rispettare, dialogare, capire, trovare per
ognuno un ministero da svolgere con gioia in favore dei fratelli.
Il termine agonia
per noi indica gli ultimi momenti che precedono la morte. Il suo significato
etimologico è però diverso, indica la lotta, la competizione degli atleti ed è
in questo senso che viene usato nel racconto
evangelico.
Fin dagli inizi
della vita pubblica, Gesù si è confrontato in combattimento con le forze del
male – con satana – e ha vinto. Ma l’agone non si è concluso
dopo il primo scontro. Luca nota che “dopo aver esaurito ogni specie di
tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato” (Lc 4,13).
Ecco, infatti, che
all’inizio del racconto della passione ritorna il nemico per l’ultimo assalto:
“Si avvicinava la festa degli Azzimi… Allora satana
entrò in Giuda”. Le forze del male si incarnano in uno
dei dodici apostoli e scatenano l’offensiva.
Gesù, come ogni
atleta prima della gara, si deve preparare e Luca – più degli altri evangelisti
– sottolinea come egli si prepara: con la preghiera.
Il racconto dell’agonia inizia con la raccomandazione di Gesù ai discepoli:
“Pregate per non entrare in tentazione”, poi continua: “si
allontanò e, inginocchiatosi, pregava… Entrato in
agonia, pregava più intensamente… Poi rialzatosi
dalla preghiera… E disse ai discepoli: Alzatevi e
pregate” (Lc 22,39-46). Un’insistenza sulla preghiera
che ha l’obiettivo di indicare a tutti i cristiani come si ottiene la vittoria.
In questo contesto Luca introduce alcuni particolari significativi.
Dice anzitutto che a Gesù “apparve un angelo dal cielo per rafforzarlo” (v.43).
E’ l’effetto della preghiera. Quando nella Bibbia si parla di angeli non si deve immediatamente pensare a esseri spirituali
che assumono sembianze umane. Essi indicano spesso una rivelazione di Dio
avvenuta nell’intimo dell’uomo. Nel Getsemani Gesù è
stato tentato di fuggire e di scegliere cammini diversi da quelli tracciati dal
Padre. La preghiera, il dialogo con il Padre, gli ha fatto comprendere il
senso, il valore della sua morte. Egli ha chiesto al Padre di allontanare da
lui il calice e la sua preghiera è stata esaudita: non gli è stata risparmiata
la sofferenza, non è stato sottratto alla morte, ma è stato illuminato e,
sostenuto dallo Spirito, ha dato la sua adesione incondizionata al Padre.
Luca vuol dire ad ogni discepolo che, per non essere sopraffatti dalla
tentazione, per superare la debolezza e la fragilità umane, bisogna pregare
“intensamente”, come il Maestro.
Sempre in questo contesto della preparazione di Gesù all’imminente prova,
Luca, il medico, nota un altro particolare: “Entrato in agonia, pregava più
intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a
terra” (v.44). L’interpretazione tradizionale spiegava questo fatto come un
effetto dello sconforto di Gesù. Ma questo non ha
senso dopo la consolazione datagli dall’angelo. Il fenomeno (ematoidrosi) – conosciuto nell’antichità – assume per
l’evangelista un significato legato all’agonismo sportivo: indica la tensione
dell’atleta in prossimità della gara. Vuole dirci che Gesù è concentratissimo,
suda, è colto da tremiti, sa che sta per affrontare “un uomo forte e ben
armato”, ma sa anche di essere infinitamente più forte (Lc
11,21-22).
C’è un altro
episodio che solo Luca riferisce: l’incontro di Gesù con Erode. Costui era il
figlio del famoso Erode che, per timore di perdere il potere, aveva fatto
uccidere i bambini di Betlemme (Mt 2,16). Non era né
un abile politico né un maniaco come suo padre, era solo un debole, un
corrotto, un uomo senza personalità. Più volte aveva
sentito parlare di Gesù e dei prodigi da lui compiuti. Immaginava che fosse uno
stregone, un indovino, un esperto in arti occulte. Quando, durante la passione,
Pilato glielo invia per sentire il suo parere riguardo alle accuse che gli sono mosse, si rallegra immensamente. Spera di assistere
a qualche miracolo. A lui però Gesù non risponde nemmeno una parola. Come mai?
Sono significative le sottolineature degli stati d’animo di
Erode: dapprima prova una “grande gioia” (v.8), poi, dopo la delusione per non
avere ottenuto ciò che si attendeva (v.9), passa all’insulto e infine allo
scherno (v.11). Il verbo greco tradotto con insultare in realtà vuol dire lo
annientò. Per Erode al quale interessavano solo i miracoli (Lc
9,9), Gesù non conta più niente.
Luca vuole mettere
in guardia coloro che cercano Gesù solo come facitore di prodigi: non riceveranno alcuna risposta. Non
troveranno ciò che cercano perché egli non si presta a questo gioco. Il
cristianesimo è il luogo dell’ascolto della Parola, è la religione dell’amore e
del dono della vita per il fratello, non il mercato dove
si comprano i prodigi. Gesù chiama chi pensa in questo modo: “gente perversa e senza fede” (Mt 16,4).
Luca è
l’evangelista che, più di ogni altro, parla delle donne che, durante la vita
pubblica, accompagnavano il Maestro (Lc 8,1-3). Egli
è anche l’unico che dice che, lungo la via verso il Calvario, Gesù incontra un
gruppo di donne che piangono e si battono il petto (Lc
23,27-31). Esse non sono responsabili di quanto sta accadendo, piangono per
colpe di altri.
Sottolineando questo particolare, Luca vuole, ancora una volta,
prendere le difese dei deboli, di coloro che pagano le conseguenze dei peccati di
altri. Sono gli uomini che, tante volte, combinano disastri, scatenano guerre,
provocano violenze e chi ne porta le conseguenze, chi piange
sono le donne.
Tutti gli
evangelisti dicono che Gesù fu crocifisso assieme a
due banditi. Non si trattava di ladruncoli, ma di criminali che avevano ucciso
persone.
Matteo e Marco
riferiscono che ambedue insultavano Gesù. Luca invece narra il fatto in modo
diverso. Dice che uno lo oltraggiava, ma l’altro no, anzi, rimproverava il suo
compagno e, chiamando Gesù per nome, gli chiese: “Gesù ricordati di me quando
entrerai nel tuo regno”. Il Signore morente gli rispose: “Oggi sarai con me in
paradiso”.
All’inizio del
Vangelo di Luca Gesù compare fra pastori: gli ultimi, le persone disprezzate,
gli impuri di Israele.
Poi trascorre la
sua vita pubblica in mezzo ai pubblicani, ai peccatori, alle prostitute.
Alla fine con chi
muore: non con i santi. Anche alla fine – c’era da aspettarselo – si trova fra coloro che più ha amato: i peccatori. Sulla croce ha al
fianco due poveri infelici che hanno sbagliato tutto nella vita. E’ venuto da
Dio, ha compiuto il suo pellegrinaggio su questa terra e ora torna al Padre.
Torna con uno che rappresenta tutti gli uomini: un peccatore recuperato dal suo
amore. P. Fernando Armellini, de.it.press
Udienza generale. Il Papa ricorda che "la vita va difesa"
Benedetto XVI:
bisogna proteggerla sempre «con tutto il cuore, dal concepimento alla morte
naturale» richiamo del pontefice a pochi giorni da quello dei vescovi in vista
delle elezioni
CITTÀ DEL VATICANO
- La vita va difesa «dal concepimento alla morte naturale», ha riaffermato il
Papa all'udienza generale, unendosi «con tutto il cuore» «a coloro
che intraprendono diverse iniziative a favore del rispetto per la vita e
per la promozione della nuova sensibilità sociale». Il richiamo è stato fatto
dal Papa durante i saluti in lingua polacca, ma giunge a pochi giorni da quello
dei vescovi italiani riferito alle prossime elezioni
regionali.
Benedetto XVI ha ricordato che giovedì ricorre l'Annunciazione del
Signore, che in quel Paese viene celebrata anche come Giornata della sacralità
della vita. «Il mistero dell'Incarnazione - ha quindi
affermato prendendo spunto dalla ricorrenza - svela il particolare valore e la
dignità della persona umana. Dio ci ha dato questo dono e lo ha
santificato, quando il Figlio si è fatto uomo ed è nato da Maria. Bisogna
salvaguardare questo dono - ha proseguito - dal concepimento fino alla morte naturale».
LA GRANDEZZA DEL
MATRIMONIO - Il Papa ha anche toccato un altro argomento chiave nel tessuto sociale moderno e rivolto un’esortazione «a scoprire
la grandezza e la bellezza del matrimonio» nel quale «la relazione tra l’uomo e
la donna riflette l’amore divino in maniera del tutto speciale». Il Papa si è
così riferito ai partecipanti al X Forum internazionale dei giovani che si
tiene questa settimana a Rocca di Papa. In una lettera di saluto indirizzata al
card. Stanislaw Rylko,
presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, promotore dell’iniziativa,
Benedetto XVI ricorda che «mediante il Sacramento del
matrimonio, gli sposi sono uniti da Dio e con la loro relazione manifestano
l’amore di Cristo. In un contesto culturale in cui
molte persone considerano il matrimonio come un contratto a tempo che si può
infrangere - scrive il Papa - è di vitale importanza comprendere che il vero
amore è fedele, dono di sé definitivo». CdS 24
Ma quello dei vescovi non è un dietrofront
Adesso tutti
diranno che i vescovi hanno fatto marcia indietro e dopo aver adoperato l’aborto
in aiuto al centrodestra si sono accorti, anche per le
prevedibili reazioni all’interno del mondo cattolico, di dover aggiustare il
tiro. In realtà, com’era forse troppo sbrigativo lunedì tradurre il documento
della Conferenza episcopale come uno schieramento tout court a favore di
Berlusconi, e in particolare della Polverini, e contro la
Bonino, lo è allo stesso modo interpretare come un ripensamento la
lettera di ieri dei vescovi liguri, firmata peraltro dallo stesso cardinale
Bagnasco che presiede la Cei e aveva sottoscritto la relazione antiabortista.
Il discorso semmai
andrebbe capovolto. E cioè: in una campagna elettorale in cui per la prima
volta tra i candidati governatori ce ne sono due che fanno riferimento a
posizioni abortiste e in favore dell’eutanasia, i vescovi hanno o no diritto di
rivolgersi ai cattolici per richiamarli a scegliere attentamente per chi
votare? E possono farlo senza che questo necessariamente significhi schierare
la chiesa accanto al centrodestra e al centrosinistra?
Da quando non c’è
più la Dc – e sono ormai sedici anni – di candidati cattolici, da tempo ce ne sono da ambedue le parti. L’Udc, il partito
che più espressamente fa riferimento ai valori cattolici, è alleato secondo le
situazioni con il Pd o il Pdl. Le due prese di
posizione dei vescovi, sia quella antiabortista, sia quella che
richiama anche altri valori quali il lavoro, la famiglia, la solidarietà anche
con gli immigrati, possono dunque essere considerate rivolte, non solo ai
cattolici - che comunque dovrebbero far sentire più forte la loro voce sui
principi, specie in una campagna elettorale monopolizzata dal premier e fondata
ormai solo su scambi di accuse reciproche –, ma anche a quei laici che, pur
partendo da posizioni distanti e in qualche caso contrastanti con quelle di
fede, vogliano comunque interessarsene, dialogando e se del caso assumendo
impegni concreti.
Inoltre, prima di
liquidare come infortuni politici le due uscite dei vescovi, occorre ricordare
che poco più di un mese fa proprio la Cei intervenne con un documento ufficiale
per comunicare tutto il proprio sconforto di fronte a una classe politica, nel
suo insieme, ridotta com’è ridotta quella italiana, e per sottolineare
la necessità dell’avvento di una nuova generazione di uomini pubblici, più
dediti all’impegno civile al servizio della società e meno a farsi gli affari
propri. MARCELLO SORGI
LS 24
Pedofilia, Hans Kung
accusa il Papa:. «Ha tenuto nascoste le informazioni»
Si dimette il
vescovo segretario di Wojtyla. Piano d'azione del governo tedesco. Nuove accuse
su Hullermann
ROMA - Il tema degli
abusi sessuali su minori approda al consiglio dei ministri tedesco con un piano
d'azione omnicomprensivo non solo per gestire i numerosi casi emersi negli
ambienti della Chiesa cattolica, ma per far fronte a un problema che interessa
tutta la società.
La questione è
stata inserita all'ordine del giorno della riunione settimanale del gabinetto Merkel. Obiettivo
della cancelliera è dire ai cittadini la verità
indipendentemente dagli ambienti in sui sono stati
commessi gli abusi. Il piano vuole anche avviare un dibattito istituzionale
sulla prevenzione, i risarcimenti ed i termini di
prescrizione del reato. Il governo dovrebbe nominare un “delegato indipendente”
che si dovrà occupare di questi casi, sia fuori che
dentro la Chiesa. In particolare, il delegato dovrà anche fornire
raccomandazioni all'esecutivo sul modo migliore per aiutare le vittime degli
abusi. Parallelamente a questa iniziativa, il governo avvierà una tavola
rotonda interministeriale il 23 aprile prossimo alla quale parteciperà anche la
Chiesa tedesca, per gettare le basi del dibattito ed
individuare le principali linee guida.
È emersa una nuova
accusa a carico di Peter Hullermann, il prete
pedofilo che papa Ratzinger, quando era arcivescovo, aveva accettato di far
curare nella propria diocesi di Monaco di Baviera nel 1980 ma che poi era stato
anche impiegato pericolosamente in attività pastorali per dichiarata colpa del
suo vicario, Gerhard Gruber, e poi trasferito dal successore dell'attuale
pontefice. Lo ha reso noto oggi l'arcivescovado di
Monaco di Baviera e Frisinga precisando che «il
presunto abuso sarebbe avvenuto nel 1998, quando «il prete H. era amministratore
parrocchiale a Garching/Alz,
sempre in Baviera. Il caso non è caduto in prescrizione e la presunta vittima
era all'epoca minorenne», informa un comunicato,
annunciando che l'informazione è stata trasmessa alla Procura e ricordando che
il religioso è stato già sospeso.
Papa Ratzinger ha
accolto oggi le dimissioni di mons.John
Magee, vescovo di Cloyne,
in Irlanda, coinvolto nell'inchiesta sulla pedofilia. Il presule aveva
presentato le sue dimissioni all'inizio di marzo. Magee,
in passato, era stato segretario privato di Paolo VI
e Giovanni Paolo II. L'ex vescovo di Cloyne ha
chiesto perdono alle vittime degli abusi da parte di sacerdoti commessi nella
sua diocesi ammettendo le sue responsabilità nell'averne coperto
i misfatti, dicendosi a disposizione della Commissione d'inchiesta. «Sono stato
informato dell'accettazione delle mie dimissioni - afferma in una nota diffusa
dalla sala stampa vaticana - e, andandomene, voglio offrire ancora una volta le
mie sincere scuse ad ogni persona abusata da un
sacerdote della diocesi di Cloyne durante il mio
ministero, e in ogni tempo». «Ovviamente - aggiunge Magee
- rimarrò a disposizione della Commissione investigativa in ogni momento».
Mea culpa del cardinal Wetter.
L'arcivescovo di Monaco di Baviera e Frisinga dell'epoca,
il cardinale Friedrich Wetter, si è assunto la
responsabilità di aver messo in contatto con bambini e ragazzi il prete
pedofilo Peter Hullermann nonostante questi fosse
stato già condannato per abusi sessuali su minori. Lo sottolinea
oggi un giornale locale di Monaco la Tz citando una
dichiarazione diffusa ieri dall'alto prelato. «La
violazione di bambini e ragazzi con abusi sessuali mi fa male. Mi carica di un
gravissimo peso», ha dichiarato Wetter chiedendo
«scusa in ogni forma» possibile alle vittime e loro
familiari. «Ho sopravvalutato la capacità di un essere umano di realizzare un
cambiamento di personalità e ho sottovalutato le difficoltà del trattamento
terapeutico richiesto per un pedofilo». Il cardinale, nella stessa
dichiarazione, nega di aver avuto «indizi concreti» di abusi pedofili commessi
da un ormai defunto funzionario dell'Ordinariato vescovile Heinz Maritz, come invece sostenuto in una «lettera anonima
indirizzata a diverse redazioni» giornalistiche.
Intanto non si
fermano le accuse verso il pontefice. Un professore di teologia tedesco, nonchè prete sospeso dal sacerdozio, Gotthold
Hasenhuettl, ha accusato papa Benedetto XVI di essere
il «principale responsabile dell'insabbiamento» degli abusi sessuali su minori
commessi negli ambienti cattolici. Lo scrive il quotidiano Saarbruecker
Zeitung. Hasenhuettl
insegna teologia a Saarbruecken (Sud) ed è stato
sospeso dal sacerdozio nel 2003 per avere celebrato una messa secondo il rito
cattolico in una chiesa protestante di Berlino. Parlando con un giornalista del
quotidiano, Hasenhuettl ha detto che l'allora
cardinale Joseph Ratzinger nel 2001 - nella sua veste di prefetto della
Congregazione della fede - aveva inviato una lettera a
tutti i vescovi minacciando pene ecclesiastiche per chi avesse reso pubblici
casi di abusi sessuali negli ambienti della Chiesa. Il teologo ha inoltre
criticato la scelta della Conferenza episcopale tedesca di nominare il vescovo
di Treviri, Stephan Ackermann, principale investigatore sui casi di abuso
sessuale nelle istituzioni cattoliche in Germania.
Hans Kung: Papa Benedetto XVI ha tenuto nascoste in passato
importanti informazioni sui casi di abusi sessuali su minori nella Chiesa.
L'accusa arriva dall'82enne teologo riformista svizzero, che già la settimana
scorsa aveva esortato il Pontefice a fare mea culpa:
«Non c'era nessun altro uomo, in tutta la Chiesa cattolica, che sapeva così tanto sui casi di abusi sessuali - ha detto Kung a un'emittente televisiva svizzera - e certamente ex
officio, in virtù della sua carica». Il riferimento, ha precisato l'ufficio di Kung, è a una lettera del 18 maggio 2001 inviata
dall'allora cardinale Joseph Ratzinger - nella sua veste di presidente della
Congregazione per la dottrina della fede - ai vescovi
di tutta la Chiesa cattolica. Nella missiva, ha spiegato il teologo, agli alti
prelati veniva chiesto di passare a Ratzinger tutte le
informazioni sui casi di abusi sessuali. Quindi, il Papa «non può solo puntare
il dito contro i vescovi», ha commentato il teologo sottolineando
che «lo stesso» Benedetto XVI «ha dato le istruzioni quando era capo
Congregazione della fede e di nuovo come Papa». IM 24
Famiglia Cristiana intervista il Direttore generale della Fondazione Migrantes
La Fondazione Migrantes è l’organismo della CEI che assicura l’assistenza
religiosa ai migranti e promuove nelle comunità cristiane, diocesi e
parrocchie, atteggiamenti di accoglienza nei loro riguardi. Il suo Direttore
generale, mons. Giancarlo Perego, ha le idee chiare a proposito dei nomadi.
Monsignor Perego,
i Rom e in generale i nomadi sono cristiani?
“Spesso si sottovaluta il fatto che il 70 per cento di loro è di
nazionalità italiana e un altro buon numero di origine europea, soprattutto
rumena, mentre solo una piccola minoranza viene da Paesi extraeuropei. In
prevalenza i rom sono cristiani, soprattutto
cattolici, come dimostrano anche le loro vocazioni sacerdotali e religiose, ma
non mancano evangelici e ortodossi. Si tratta in generale di un’esperienza
religiosa che sa interpretare in maniera originale la fede e la liturgia. Le migrazioni più recenti dai Paesi dell’Est hanno portato alla
formazione di comunità musulmane, talvolta anche miste per la presenza di
cristiani, con un rispetto reciproco esemplare”.
Quante persone si
occupano in Italia della pastorale dei rom?
“I circa 150 mila rom e sinti sono
seguiti in Italia da almeno 180 operatori pastorali, 120 laici e 60 tra
presbiteri, diaconi, religiose e religiosi. Tra questi don Riboldi di Milano, don Nicolini
di Roma e don Gabella di Brescia che, con tanti altri, costituiscono figure
esemplari per la loro specifica missione e la volontà di mostrare non soltanto
la possibilità, ma anche l’esemplarità della comunità cristiana Rom”.
Quale
atteggiamento hanno i Rom verso la religione?
Hanno un grande
rispetto della religione, considerata nella sua forza che attraversa la vita e
la segna in alcuni momenti fondamentali. Ricordo la loro devozione mariana, i
pellegrinaggi, l’attenzione alla famiglia, il rispetto per la vita che nasce e
gli anziani, il culto dei defunti. L’aspetto più significativo
riguarda però la loro ospitalità, la capacità di dialogo e di condivisione. Il
cammino, la provvisorietà, la sofferenza che attraversa la loro storia fino al
genocidio nazista di 500 mila persone, metà dei quali
minori, segnano profondamente la loro esperienza spirituale».
Quali sono le
iniziative messe in atto dalla Chiesa italiana per promuovere
l’evangelizzazione dei nomadi?
“Sin dalla sua
nascita, nel 1987, Migrantes comprese al suo interno
un settore che si occupa della pastorale dei rom e dei
sinti. Si è puntato all’evangelizzazione attraverso
la catechesi, la liturgia e la carità, ma cercando al tempo stesso di aiutare
le parrocchie a valorizzare l’esperienza delle famiglie rom presenti nel territorio,
favorendo l’incontro e la partecipazione. Una specifica
attenzione è poi per la promozione umana, curando la scolarizzazione, l’accesso
alla casa e alla sosta con la carovana, la valorizzazione dell’artigianato e
dell’arte, la formazione sociale talora anche attraverso denunce pubbliche per
le violazioni contro una minoranza che in Italia non è ancora riconosciuta”.
Da dove derivano i
nostri pregiudizi verso i Rom?
“Uno nasce dal
considerarli "figli di Caino". Un altro vede nella loro caratterizzazione somatica i
tratti dei criminali e un altro ancora, tra i più assurdi
visto anche l’alto tasso di natalità tra le loro famiglie, li vede
"rapitori" di bambini. Una nostra ricerca ha dimostrato come le
accuse a rom in merito a rapimenti di minori diffuse dagli organi di stampa si
sono tutte concluse con la piena assoluzione. Credo che la scuola e altre esperienze giovanili possano favorire
la loro conoscenza e quindi l’integrazione”. S. Stimamiglio,
Famiglia Cristiana 21 marzo
Pedofilia, s'è dimesso il vescovo che insabbiò le violenze in Irlanda
CITTA' DEL
VATICANO - Papa
Ratzinger ha accolto oggi le dimissioni di monsignor John Magee,
vescovo di Cloyne, in Irlanda, coinvolto in un’
inchiesta su presunti casi di pedofilia. Il presule aveva presentato le sue
dimissioni all’inizio di marzo. Magee, in passato,
era stato segretario privato di Paolo VI, di Giovanni
Paolo I e Giovanni Paolo II
Maegee è il secondo vescovo irlandese che si dimette a causa
dello scandalo denunciato da due rapporti governativi (Ryan e Murphy) che ha
spinto il Papa a inviare, di recente, una lettera ai cattolici irlandesi. Dei
sei vescovi accusati dal rapporto Murphy di insabbiamento
dei casi di abusi sessuali sui minori, si è già dimesso il vescovo di Limerick Donal Murray, mentre hanno rassegnato le dimissioni -
ancora non accettate dal Papa - James Moriarty
(vescovo di Kildare e Leighlin),
Raymond Field e Eamonn Walsh (vescovi ausiliari di Dublino).
Monsignor Magee, 74 anni, soffre di problemi
di salute, è stato accusato di aver insabbiato dei casi di abusi sessuali su
minori da parte di alcuni preti della diocesi di Cloyne.
A marzo del 2009 lasciò l’amministrazione della diocesi pur rimanendone
formalmente vescovo. Ha «implorato perdono» alle vittime degli abusi commessi
nella sua diocesi il vescovo irlandese le cui dimissioni sono state accettate
dal Papa. In una nota l’alto prelato ha presentato le proprie «scuse sincere» a
quanti negli anni hanno subito abusi sessuali. LS 24
Pasqua. Straordinario paradosso
Pasqua fa sempre
pensare a quella splendida stagione, che si apre alla luminosità della
primavera. È il respiro nuovo, fresco della natura, dopo la lunga tristezza
dell’inverno.
Per un cristiano,
però, per un discepolo del Signore, Pasqua è veramente molto di più. È qualcosa
di tragico e di grande, allo stesso tempo. È credere che il Maestro,
assassinato atrocemente, è vivo. Vive ancora nel cuore
e nei gesti dei discepoli con la forza dello Spirito di
Dio.
Dopo una valanga
di odio, che ha ucciso e sepolto un uomo venuto in
nome di Dio, esiste ancora paradossalmente uno spazio di vita. Sì, perché,
spogliato di tutto - del vestito, della dignità e della vita stessa – non si è riusciti a strappargli l’essenziale: l’amore. Quel coraggio
inaudito di perdonare nell’ultimo istante. “Esistere è resistere” ripeteva
qualcuno. Sì, nei momenti di oscurità è straordinario saper conservare i valori
per cui si vive.
In fondo, se in un
contesto di morte, di disillusione o di sfiducia il
discepolo si fa segno di speranza, allora è simile al Maestro. Se si fa
testimone di coraggio, di lotta e di fiducia quando tutto sembra perduto. “Che
fare nella confusione e nell’inquietudine?” si chiedeva uno scrittore francese,
“semplice, dire ciò in cui si crede!”
È questo il senso
vero, contraddittorio della Pasqua. Un germoglio quasi invisibile, esposto ai
venti freddi dell’odio, della chiusura o della paura può far rinascere il
mondo. Paradossalmente.
In una società
fragile, rissosa e atomizzata come la nostra, sarà l’uomo che sa restare in
piedi come un essere di frontiera, vivendo l’apertura all’altro, la grandezza
d’animo, la compassione, la solidarietà. Nonostante tutto. I tempi di oggi lo
reclamano con tutte le loro forze, come segno di tempi nuovi. Sarà un vero
discepolo del Risorto. E sará Pasqua. Renato Zilio, missionario a Londra (de.it.press)
I grandi "sì". La bellezza dell'amore cristiano
Un’esortazione “a
scoprire la grandezza e la bellezza del matrimonio” cristiano nel quale “la
relazione tra l'uomo e la donna riflette l'amore divino in maniera del tutto
speciale; perciò il vincolo coniugale assume una dignità immensa”. A lanciarla
ai giovani partecipanti al X Forum internazionale dei giovani, che si è aperto
il 24 marzo a Rocca di Papa, sul tema “Imparare ad amare”, è stato Benedetto
XVI. In una lettera di saluto indirizzata al card. Stanislaw
Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i
laici, promotore dell’iniziativa, il Pontefice ricorda che “mediante il Sacramento del matrimonio, gli sposi sono uniti da Dio e
con la loro relazione manifestano l'amore di Cristo. In un contesto
culturale in cui molte persone considerano il matrimonio come un contratto a
tempo che si può infrangere – sottolinea il Papa – è di vitale importanza
comprendere che il vero amore è fedele. Poiché Cristo consacra l'amore degli
sposi cristiani e s’impegna con loro, questa fedeltà non solo
è possibile, ma è la via per entrare in una carità sempre più grande. Così,
nella vita quotidiana di coppia e di famiglia, gli sposi imparano ad amare come
Cristo ama. Per corrispondere a questa vocazione è necessario
un serio percorso educativo ed anche questo Forum si pone in tale prospettiva”.
Un processo
subdolo. Imparare ad amare “riscoprendo la castità” e per ribadire
che “il matrimonio e la famiglia, che si fondano sull’amore” non sono “realtà
ormai superate e senza futuro”. All’esortazione del Papa si è aggiunta poco
dopo quella dello stesso card. Stanislaw
Rylko che ha ricordato come sull’istituzione del
matrimonio e sulla famiglia pesano “gli effetti devastanti della Rivoluzione
sessuale degli anni ‘60 e ‘70, che ha ridotto l’amore al sesso e il sesso a
mero oggetto di piacere e di consumo usa e getta, la diffusione massiva dei
contraccettivi che ha reciso nettamente il legame tra sessualità, affettività e
procreazione, e l’ideologia del ‘genere’ che attenta alla sessualità umana,
considerata più come il prodotto di condizionamenti socioculturali che come
risultante della costituzione biologica della persona”. A
confermarlo sono le statistiche, citate dal presidente del Pontificio
Consiglio: “Aumenta costantemente il numero dei divorzi, delle unioni di fatto,
delle coppie omosessuali che il matrimonio invece lo pretendono insieme al
diritto di adottare figli. Supportate e amplificate dai mass media,
queste tendenze si fanno passare per segni di progresso dell’umanità, per
conquiste epocali di diritti. E chi le ostacola è etichettato come pericoloso retrogrado”. Un
“processo subdolo” questo che, ha sottolineato il
card. Rylko, “non risparmia i cristiani
condizionandone il pensiero e le scelte. Anche a noi, oggi,
manca spesso il coraggio di andare controcorrente rispetto alla cultura
dominante, scommettendo sull’amore e sulla vita come insegna il Vangelo”.
Purtroppo, ha ravvisato il cardinale, “oggi c’è una
pericolosa penuria di ambienti educativi veri, di modelli positivi cui
ispirarsi. Una situazione cui non sono più in grado di
far fronte neppure le famiglie, falcidiate dalla piaga del divorzio”.
“Imparare ad amare è un cammino che richiede sacrificio e rinuncia. Oggi è
urgente riscoprire la castità, ormai ridicolizzata e disprezzata come insensato
residuo di tempi gretti e lontani. Al contrario – ha concluso
– essa è espressione di una condotta positiva nei confronti della sessualità e
tende a viverla in maniera ordinata, inserita nella vocazione integrale della
persona umana”.
La “rottamazione
dell’io”. Sulla verità e sulla bellezza dell’amore ha
parlato, a sua volta, il card. Carlo Caffarra,
arcivescovo di Bologna. “Ciò che insidia oggi la capacità di
un giovane di ascoltare la proposta cristiana dell’amore – ha detto – è la
rottamazione cui è stato sottoposto il suo io. Una rottamazione che ha
deformato la relazione dell’altro, riducendola ad una
relazione spontanea e non libera. E l’amore può essere solo
libero; solo la persona libera è capace di amare”. È accaduto, ha
spiegato il cardinale, citando il filosofo R.Spaemann, che “vittime dello scientismo, non
crediamo più in noi stessi, chi e che cosa siamo, quando ci lasciamo persuadere
di essere soltanto macchine per la diffusione dei nostri geni, quando
consideriamo la nostra ragione soltanto come prodotto di un adattamento
evolutivo, che non ha nulla a che fare con la verità”. La soggettività
sostanziale della persona è andata progressivamente “rottamata” e “la prima
conseguenza di questa ‘rottamazione del’io’ è la
deformazione della relazione con l’altro: una relazione ridotta a
stimolo-risposta. L’io rottamato è incapace di fare un passo
oltre se stesso”. Il segno più evidente di
questa condizione è “la riduzione della libertà a spontaneità”. Per il card. Caffarra, “esiste una
differenza sostanziale fra l’una e l’altra: la libertà non è una spontaneità
più spontanea. È un modo di agire essenzialmente diverso. Ciò che
distingue agire libero e agire spontaneo è che il
primo rivela la trascendenza della persona sul suo agire e nel suo agire.
L’atto del volere, ‘io voglio’, è sempre
intenzionale”. Perché l’annuncio cristiano dell’amore trovi
il terreno in cui radicarsi, ha concluso il porporato, “la persona che
l’ascolta deve possedere una vera coscienza di se stessa e vivere una
conseguente esperienza di libertà”. sir
Usa, abusò di 200 bambini. Il Nyt:
«Il Papa e Bertone lo coprirono». Sit-in contro
Ratzinger
La salute precaria
di padre Murphy e la mancanza di nuove accuse nei suoi confronti sono stati elementi determinanti nella decisione di non punirlo.
È quanto ha commentato al New York Times il portavoce
del Vaticano, padre Federico Lombardi, riferendosi al caso di pedofilia,
rivelato dallo stesso giornale, che ha coinvolto un prete del Wisconsin e
almeno 200 bambini sordi. Un caso che, secondo documenti ottenuti dal New York Times, il cardinale Joseph Ratzinger, attuale Papa
Benedetto XVI, e il cardinale Tarcisio Bertone,
attuale segretario di Stato Vaticano, preferirono non
rivelare. In Piazza San Pietro, un piccolo gruppo delle
vittime Usa dei preti pedofili ha protestato in piazza San Pietro.
L'Osservatore Romano: "Sul caso di padre Murphy non vi è stato alcun
insabbiamento".
Secondo il
quotidiano della Santa Sede, la ricostruzione fatta della vicenda è «funzionale
all'evidente e ignobile intento di arrivare a colpire, a ogni costo, Benedetto
XVI e i suoi più stretti collaboratori».«Come si può
facilmente dedurre anche leggendo la ricostruzione fatta dal New York Times, sul caso di padre Murphy non vi è stato alcun
insabbiamento», afferma l'Osservatore Romano. «E ciò viene
confermato dalla documentazione che si accompagna all'articolo in questione,
nella quale figura anche la lettera che padre Murphy scrisse nel 1998
all'allora cardinale Ratzinger chiedendo che il procedimento canonico venisse
interrotto a causa del suo grave stato di salute». Bertone
invitò comunque «l'ordinario di Milwaukee a esperire tutte le misure pastorali
previste dal canone 1341 per ottenere la riparazione dello scandalo e il
ristabilimento della giustizia». Finalità, queste ultime, secondo il giornale
vaticano «che vengono indiscutibilmente ribadite dal
Papa, come dimostra la recente Lettera pastorale ai cattolici d'Irlanda».
Padre Murphy, è
detto in un comunicato di Padre Lombardi citato dal New York Times, ha certamente abusato di bambini «particolarmente
vulnerabili» e violato la legge. Si tratta di «un caso tragico», ha aggiunto.
Lombardi ha però sottolineato che il Vaticano è stato messo a conoscenza del
caso solo nel 1996, anni dopo la fine delle indagini. Sui motivi per i quali
padre Murphy non sia mai stato punito riducendolo allo stato laicale, il
portavoce ha risposto che «il diritto canonico non prevede punizioni
automatiche». Ha quindi aggiunto che la precaria salute di padre Murphy e la
mancanza di nuove accuse nei suoi confronti sono stati
elementi determinanti nella decisione. Padre Murphy è morto nel 1998, due anni
dopo che il Vaticano venne a conoscenza del caso.
Volantinaggio
contro Ratzinger a San Pietro Un piccolo gruppo
di vittime dei preti pedofilia ha improvvisato stamane una conferenza stampa in
piazza Pio XII, adiacente a piazza San Pietro, per denunciare la copertura dei
vescovi e del Vaticano degli abusi sessuali dei decenni passati. I quattro
rappresentanti dello Snap - Survivors
Network of those Abused by Priests
- e i loro assistenti sono stati fermati dalla polizia che hanno chiesto i loro
documenti e li hanno portati al vicino commissariato di Borgo. L’U 25
Genesi di un delitto. La rivoluzione degli anni '60
Lo scandalo della
pedofilia c'è sempre stato, ma a ingigantirlo è stata la svolta culturale di
mezzo secolo fa. Lo scrive Benedetto XVI nella sua lettera ai cattolici
dell'Irlanda. Due cardinali e un sociologo la commentano - di Sandro Magister
ROMA – La legge e
la grazia. Dove la giustizia terrena non arriva, può la mano di Dio. Ai
cattolici dell'Irlanda Benedetto XVI ha ordinato, con la sua lettera del 19
marzo, ciò che nessun papa dell'età moderna ha mai ordinato a un'intera Chiesa
nazionale.
Ha intimato loro
non solo di portare i colpevoli davanti ai tribunali canonici e civili, ma di
mettersi collettivamente in stato di penitenza e di purificazione. E non nel
segreto delle coscienze ma in forma pubblica, sotto gli occhi di tutti, anche
degli avversari più implacabili e irridenti. Digiuno,
preghiera, lettura della Bibbia e opere di carità tutti i venerdì da qui alla
Pasqua dell'anno venturo. Confessione sacramentale frequente. Adorazione
continua di Gesù – egli stesso "vittima di ingiustizia
e peccato" – davanti alla sacra ostia esposta sugli altari delle chiese. E
per tutti i vescovi, i sacerdoti, i religiosi senza eccezioni, un periodo
speciale di "missione", un lungo e severo corso di esercizi
spirituali per una radicale revisione di vita.
Un passo audace,
questo compiuto da papa Benedetto. Perché nemmeno il profeta Giona credeva più che Dio avrebbe perdonato Ninive dei suoi peccati, nonostante la cenere penitenziale
e la tela di sacco indossata da tutti, dal re fino all'ultimo dei giumenti.
E anche oggi molti
concludono che la Chiesa resta irrimediabilmente sotto
condanna, anche dopo la lettera nella quale lo stesso papa si carica di
vergogna e rimorso per l'abominio commesso su dei fanciulli da alcuni
sacerdoti, nella colpevole negligenza di qualche vescovo.
Eppure anche su Ninive discese il perdono di Dio, e lo scettico Giona dovette ricredersi, e Michelangelo dipinse proprio
questo profeta sulla sommità della parete d'altare della Cappella Sistina, a
mostrare che il perdono di Dio è la chiave di tutto, dalla creazione del mondo
sino al giudizio finale.
Domenica 21 marzo,
mentre nelle chiese d'Irlanda era data lettura della sua lettera, Benedetto XVI
ha commentato ai fedeli, all'Angelus in piazza San Pietro, il perdono di Gesù
all'adultera: "Egli sa che cosa c'è nel cuore di ogni uomo, vuole
condannare il peccato, ma salvare il peccatore e smascherare l'ipocrisia".
L'ipocrisia di quelli che volevano lapidare la donna pur essendo i primi a
peccare.
Intransigenti con
il peccato, "a partire dal nostro", e
misericordiosi con le persone. È questa la lezione che Joseph Ratzinger vuole
applicare al caso irlandese e, di riflesso, alla Chiesa intera.
Da un lato i rigori
della legge. Il prezzo della giustizia dovrà essere pagato fino in fondo. Le
diocesi, i seminari, le congregazioni religiose in cui si sono lasciate correre
le malefatte sono avvertiti: dal Vaticano arriveranno
dei visitatori apostolici a scoperchiare il loro operato, e anche dove non ci
sarà materia per la giustizia civile la disciplina canonica punirà i
negligenti.
Ma insieme il papa accende il lume della grazia. Apre la
porta del perdono di Dio anche al colpevole del peggiore abominio, se sinceramente
pentito.
Quanto agli
accusatori di prima fila, i più armati di pietre contro la Chiesa, nessuno di
loro è senza peccato. Per chi esalta la sessualità come puro istinto, libero da
ogni vincolo, è difficile poi condannare ogni suo abuso.
La tragedia di
alcuni sacerdoti e religiosi, ha scritto Benedetto XVI nella lettera, è stata
anche di cedere a simili diffusi "modi di pensiero", fino a
giustificare l'ingiustificabile.
Un cedimento che a
Ratzinger vescovo e papa non può sicuramente essere imputato, nemmeno dai più
accaniti dei suoi avversari, se sinceri. L’Espresso on line
25
Due cardinali e uno studioso di sociologia delle religioni sui fattori
culturali analizzati dal papa
IL COMMENTO DEL
CARDINALE BAGNASCO - Il primo dei due cardinali è Angelo Bagnasco, arcivescovo
di Genova e presidente della conferenza episcopale italiana.
Lunedì 22 marzo,
nella prolusione con cui ha introdotto i lavori del consiglio permanente della
CEI, Bagnasco ha così concluso il passaggio dedicato
alla lettera del papa ai cattolici dell'Irlanda:
"Da varie
parti, anche non cattoliche, si rileva come non da ora il fenomeno della
pedofilia appaia tragicamente diffuso in diversi ambienti e in varie categorie
di persone: ma questo, lungi dall’essere qui evocato per sminuire o
relativizzare la specifica gravità dei fatti segnalati in ambito ecclesiastico,
è piuttosto un monito a voler cogliere l’obiettivo spessore della tragedia. Nel momento stesso in cui sente su di sé l’umiliazione,
la Chiesa impara dal Papa a non avere paura della verità, anche quando è
dolorosa e odiosa, a non tacerla o coprirla. Questo, però, non significa subire
– qualora ci fossero – strategie di discredito generalizzato.
"Dobbiamo in
realtà tutti interrogarci, senza più alibi, a
proposito di una cultura che ai nostri giorni impera incontrastata e
vezzeggiata, e che tende progressivamente a sfrangiare il tessuto connettivo
dell’intera società, irridendo magari chi resiste e tenta di opporsi:
l’atteggiamento cioè di chi coltiva l’assoluta autonomia dai criteri del
giudizio morale e veicola come buoni e seducenti i comportamenti ritagliati
anche su voglie individuali e su istinti magari sfrenati. Ma l’esasperazione
della sessualità sganciata dal suo significato antropologico, l’edonismo a tutto
campo e il relativismo che non ammette né argini né sussulti fanno
un gran male perché capziosi e talora insospettabilmente
pervasivi.
"Conviene
allora che torniamo tutti a chiamare le cose con il loro nome sempre e ovunque,
a identificare il male nella sua progressiva gravità e nella molteplicità delle
sue manifestazioni, per non trovarci col tempo dinanzi alla pretesa di una aberrazione rivendicata sul piano dei principi".
IL COMMENTO DEL
CARDINALE RUINI - Il secondo cardinale è Camillo Ruini, presidente del comitato
per il progetto culturale della Chiesa italiana, predecessore di Bagnasco alla
presidenza della CEI e vicario del papa per la diocesi di Roma dal 1991 al
2008. In un'intervista al quotidiano "il Foglio" del 16 marzo, pochi
giorni prima che il papa pubblicasse la sua lettera, Ruini ha detto tra
l'altro:
"A mio avviso
la campagna diffamatoria contro la Chiesa cattolica e il papa messa in campo
dai media rientra in quella strategia che è in atto oramai da secoli e che già
Friedrich Nietzsche teorizzava con il gusto dei dettagli. Secondo Nietzsche
l’attacco decisivo al cristianesimo non può essere portato sul piano della
verità ma su quello dell’etica cristiana, che sarebbe nemica della gioia di
vivere. E allora vorrei domandare a chi scaglia gli scandali della pedofilia
principalmente contro la Chiesa cattolica, tirando in ballo magari il celibato
dei preti: non sarebbe forse più onesto e realistico riconoscere che certamente
queste e altre deviazioni legate alla sessualità accompagnano tutta la storia
del genere umano ma anche che nel nostro tempo queste deviazioni sono
ulteriormente stimolate dalla tanto conclamata ‘liberazione sessuale’?"
E ancora:
"Quando l’esaltazione della sessualità pervade ogni spazio della vita e
quando si rivendica l’autonomia dell’istinto sessuale da ogni criterio morale diventa difficile far comprendere che determinati
abusi sono assolutamente da condannare. In realtà la sessualità umana fin dal
suo inizio non è semplicemente istintiva, non è identica a quella degli altri
animali. È, come tutto l’uomo, una sessualità ‘impastata’ con la ragione e con
la morale, che può essere vissuta umanamente, e rendere davvero felici,
soltanto se viene vissuta in questo modo".
IL COMMENTO DEL
PROFESSOR INTROVIGNE - Il sociologo è il professore
Massimo Introvigne, presidente del CESNUR, Center for Studies on New Religion.
In un commento
apparso il 22 marzo sull'edizione italiana dell'agenzia internazionale "Zenit", Introvigne ha scritto
tra l'altro: "Quelli che gli inglesi e gli americani chiamano 'the Sixties', gli anni Sessanta, e gli italiani, concentrandosi
sull’anno emblematico, 'il Sessantotto' appare sempre di più come il tempo di
un profondo sconvolgimento dei costumi, con effetti cruciali e duraturi sulla
religione.
"C’è stato
del resto un Sessantotto nella società e anche un Sessantotto nella Chiesa:
proprio il 1968 è l’anno del dissenso pubblico contro l’enciclica 'Humanae Vitae' di Paolo VI, una
contestazione che secondo un pregevole e influente studio del filosofo americano
recentemente scomparso Ralph McInerny, 'Vaticano II. Che cosa è andato storto?', rappresenta un
punto di non ritorno nella crisi del principio di
autorità nella Chiesa Cattolica. [...]
"Ma perché
gli anni Sessanta? Sul tema, per
rimanere nelle Isole Britanniche, Hugh McLeod ha
pubblicato nel 2007 presso Oxford University Press un
importante volume, 'The Religious
Crisis of the 1960s', che
fa il punto sulle discussioni in corso.
"Due tesi si
sono contrapposte: quella di Alan Gilbert secondo cui a determinare la
rivoluzione degli anni 1960 è stato il boom economico,
che ha diffuso il consumismo e ha allontanato le popolazioni dalle chiese, e
quella di Callum Brown
secondo cui il fattore decisivo è stata l’emancipazione delle donne dopo la
diffusione dell’ideologia femminista, del divorzio, della pillola
anticoncezionale e dell’aborto.
"McLeod pensa, a mio avviso giustamente, che un solo fattore
non può spiegare una rivoluzione di questa portata. C’entrano il boom economico e il femminismo, ma anche
aspetti più strettamente culturali sia all’esterno delle Chiese e comunità
cristiane (l’incontro fra psicanalisi e marxismo) sia all’interno (le 'nuove
teologie').
"Senza
entrare negli elementi più tecnici di questa
discussione, Benedetto XVI nella sua lettera si mostra consapevole del fatto
che ci fu negli anni Sessanta un’autentica rivoluzione – non meno importante
della Riforma protestante o della Rivoluzione francese – che fu 'rapidissima' e
che assestò un colpo durissimo alla 'tradizionale adesione del popolo
all’insegnamento e ai valori cattolici'. [...]
"Nella Chiesa
cattolica non ci fu subito sufficiente consapevolezza
della portata di questa rivoluzione. Anzi, essa contagiò – ritiene oggi
Benedetto XVI – 'anche sacerdoti e religiosi',
determinò fraintendimenti nell’interpretazione del Concilio, causò
'insufficiente formazione, umana, morale e spirituale nei seminari e nei
noviziati'.
"In questo
clima certamente non tutti i sacerdoti insufficientemente formati o contagiati
dal clima successivo agli anni Sessanta, e nemmeno una loro percentuale significativa, divennero pedofili: sappiamo dalle
statistiche che il numero reale dei preti pedofili è molto inferiore a quello
proposto da certi media. E tuttavia questo numero non è uguale a zero – come
tutti vorremmo – e giustifica le severissime parole del papa. Ma lo studio della rivoluzione degli anni Sessanta, e del
1968, è cruciale per capire quanto è successo dopo, pedofilia compresa. E per
trovare rimedi reali.
"Se questa
rivoluzione, a differenza delle precedenti, è morale e spirituale e tocca
l’interiorità dell’uomo, solo dalla restaurazione della moralità, della vita
spirituale e di una verità integrale sulla persona umana potranno ultimamente
venire i rimedi. Ma per questo i sociologi, come sempre, non bastano:
occorrono i padri e i maestri, gli educatori e i santi. E abbiamo tutti molto
bisogno del papa: di questo
papa, che ancora una volta – per riprendere il titolo della
sua ultima enciclica – dice la verità nella carità e pratica la carità nella verità".
L’espresso on line 25
I giornali delle MCI in Europa al Convegnmo
della Fisc
PIACENZA– Per la
prima volta, nella storia della FISC – la Federazione Italiana dei Settimanali
Cattolici – durante un convegno nazionale si è parlato anche dei giornali delle
Missioni Cattoliche Italiane in Europa. L’occasione è stato
il convegno sul tema “Fare l’Europa. Le radici e il futuro”
che si è svolto lo scorso fine settimana a Piacenza.
A nome dei giornali delle MCI è intervenuto padre Antonio Simeoni, delegato della FISC Europa alla quale aderiscono
sei testate.
“La stampa
italiana, anche quella di matrice cattolica, - ha detto il religioso - spesso
ignora o sottovaluta la capacità educativa che offre una comunità d’emigrazione
con una storia più che centenaria”. Nel suo intervento padre Simeoni ha presentato un secolo di storia della stampa delle MCI, rilevando che “lo scambio di notizie nelle due
direzioni serve a far conoscere alle testate pubblicate in Italia la valenza di
una storia dal basso, fatta di sperimentazione nell’accettazione reciproca, e
aiuta gli italiani rimasti in patria a intravedere risposte umane e cristiane
alle sfide poste dai nuovi arrivati”. Inoltre, ha aggiunto, “le esperienze di
solidarietà e d’impegno presenti nella Chiesa italiana, che spesso vengono messe in rilievo dalla stampa cattolica edita in
Italia, possono costituire un mezzo prezioso per immettere idealità nuove nelle
seconde e terze generazioni, afflitte dalla mancanza di esperienze forti di
vita cristiana, sebbene siano alla ricerca di un senso da dare alla propria
esistenza”.
“Le nostre testate
- ha proseguito p. Simeoni -, qualificandosi ancora
di più, vogliono porsi come portavoce delle istanze
delle Missioni nei confronti della Chiesa locale, dando risalto alla loro
ricerca teologica e pastorale e diffondendone le intuizioni e i metodi”. A tal
proposito, ha ricordato, “i centri di pastorale migratoria, impegnati nella
promozione umana e cristiana del migrante e nel sostegno a un suo inserimento
nella Chiesa e nella società locali”, hanno ritenuto la stampa cattolica
d’immigrazione “un sussidio pastorale assai pertinente, facendone ampio uso,
investendovi molte risorse umane e finanziarie”.
Negli ultimi anni,
ha sottolineato il rappresentante delle MCI, “si
riscontra un desiderio diffuso di qualificare le testate. Parecchie missioni
hanno scelto la strada della sinergia o una fusione di testate, per una
migliore e qualificata collaborazione e nella condivisione di
ideali e di mezzi, scaturita dalla pastorale di comunione perseguita in
quegli anni”. Inoltre, si registra “un crescente desiderio di riflessione e
d’interpretazione religiosa dell’esperienza migratoria per cui le testate delle
Missioni, accanto all’informazione per la comunità locale, tendono a
specializzarsi sempre di più nella proposta di una formazione religiosa,
ponendosi come strumenti di dibattito e di lettura in chiave sapienziale della
vicenda migratoria”. Nel mondo sono oltre 400 le Missioni cattoliche che
lavorano per i nostri italiani emigrati all’estero; in esse operano oltre 500
sacerdoti-missionari, circa 200 suore e un centinaio di laici impegnati.
Attualmente i cittadini con passaporto italiano all’estero sono
circa quattro milioni. Il loro numero non è stabile e cresce sia per la
partenza di nuove persone dall’Italia (in misura ridotta) sia, in misura più
consistente, per crescita interna delle collettività (figli di
italiani o persone che acquistano la cittadinanza per discendenza
italiana). L’emigrazione italiana è in prevalenza euro-americana: più della
metà in Europa (55,8) e più di un terzo in America (38,8%). Il Paese con più
italiani è la Germania con oltre 600 mila italiani seguita da Argentina (circa
600mila) e Svizzera con oltre mezzo milione di italiani.
In Europa le
Missioni Cattoliche sono oltre 250 con oltre 300 missionari, anche se molti in
età avanzata. Alcune Delegazioni nazionali e Missioni hanno ultimamente
investito nella comunicazione ecclesiale, arrivando alla scelta di aderire - su
sollecitazione della Fondazione Migrantes - alla FISC
(Federazione Italiana Settimanali Cattolici) costituendo una propria
delegazione che si riunisce periodicamente per raccogliere e mettere in comune
riflessioni sui temi di interesse per gli italiani
all’estero e pubblicano i servizi prodotti dall’agenzia SIR.
Di essa fanno
parte l’agenzia settimanale della Fondazione Migrantes,
“Migranti-press”, il settimanale delle MCI in
Svizzera “Il Corriere degli Italiani”, il mensile delle MCI in Germania e
Scandinavia “Corriere d’Italia”, il bimestrale “Nuovi-Orizzonti”, “La Voce
degli Italiani” in Inghilterra e il giornale online “Web giornale”. Tra le
ultime iniziative promosse una mappatura delle diverse pubblicazioni all’estero
di ispirazione cattolica. Un’altra pubblicazione molto
importante è il “Rapporto Italiani nel mondo” promosso dalla Migrantes, con periodicità annuale e giunto alla V edizione
e che oggi è l’unico manuale socio-statistico e storico-culturale da
consultare, ma anche un sussidio pastorale per la sensibilizzazione, al fine di
favorire una migliore conoscenza dell’emigrazione italiana e fornire i dati
statistici più aggiornati. (R.Iaria,
Migranti-press)
In tanta sofferenza. I cristiani iracheni verso la Pasqua
Domenica 28 Marzo,
domenica delle Palme, prenderà il via la Settimana
Santa. La passione, la morte e la resurrezione di Cristo, celebrate attraverso
riti suggestivi e antichi, saranno vissute con animo
particolare dai cristiani iracheni, sia dentro che fuori i confini nazionali.
Le violenze cui sono sottoposti ormai da anni, con furia crescente, hanno fatto
della Chiesa irachena una comunità di martiri, che vive giornalmente sulla sua
pelle, la passione di Cristo, in una sorta di calvario del quale sembra non si
veda la fine, ovvero la risurrezione. Un calvario che
porta le croci di sacerdoti e vescovi, di tanti uomini e donne costretti alla
fuga, umiliati, rapiti, uccisi. Le cifre raccolte dall'Agenzia Fides, della Congregazione per l'evangelizzazione dei
popoli, tramite fonti delle Chiese locali in Iraq, offrono un quadro esauriente
di questa sofferenza: dal 2003 a oggi, circa 2.000 cristiani iracheni sono
stati uccisi in diverse ondate di violenza; fra il 27 febbraio e il 1 marzo 2010, 870 famiglie, per oltre 4.400 fedeli, hanno
lasciato Mosul a causa della violenza anticristiana;
nell'ottobre 2008, oltre 12.000 cristiani sono fuggiti da Mosul
per un'ondata di violenza; il 40% dei rifugiati iracheni all'estero (circa 1,6
milioni in totale) sono cristiani (fonte Unhcr); il
44% degli iracheni che hanno fatto domanda di asilo in Siria sono cristiani.
Per l'Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr),
nel 2009 l'Iraq è risultato il secondo Paese al mondo
per richieste di asilo, circa 24 mila domande, preceduto solo dall'Afghanistan
con 26.800; il numero complessivo dei cristiani in Iraq, nel 1987, era di 1,4
milioni, nel 2003 era passato a 1,2 milioni, nel 2009 si è dimezzato scendendo
a 600 mila, molti dei quali sono sfollati interni.
Un gregge impaurito.
In questa situazione ha ancora senso parlare di Pasqua, di speranza nella
risurrezione? "Certamente - risponde l'arcivescovo
caldeo di Mosul, mons. Emil
Shimoun Nona - sebbene quest'anno non la celebreremo
in tutte le chiese, per motivi di sicurezza. I nostri fedeli, infatti,
non possono recarsi nelle parrocchie della zona antica della città, a causa di
blocchi e check point della
polizia e dell'esercito. La situazione - dice al SIR - è critica e molto
difficile, tuttavia la scelta di celebrare solo nei luoghi più protetti
dovrebbe favorire la partecipazione alle liturgie. Non prevediamo riti
all'esterno e anche le liturgie dentro le chiese si svolgeranno senza troppa
visibilità. Il pericolo di attentati è reale nonostante i
dispositivi di sicurezza messi a punto per l'occasione dalle istituzioni".
Ma con quale disposizione d'animo i cristiani vivranno
la prossima Pasqua? "Il mio è un gregge impaurito che rischia di perdere
la speranza, tuttavia, la Pasqua serve a concentrarci sul dolore che stiamo
vivendo per rileggerlo alla luce della risurrezione, della speranza nella vita
eterna", spiega mons. Nona, per il quale "la
cosa più difficile è dare un senso a tutta questa sofferenza, viverla
cristianamente, come offerta per la salvezza nostra e del mondo. Mai come in questo momento abbiamo bisogno di sperare".
La forza interiore dei cristiani iracheni è enorme: "Ci
sono fedeli che camminano per ore per raggiungere una chiesa in cui poter
pregare in tutta sicurezza. La loro è una
grande testimonianza di fede, che deve far riflettere anche i cristiani
dell'Occidente". "In questa sofferenza non siamo soli, sentiamo la
vicinanza di altre comunità cristiane che in tante parti del mondo, non solo
qui in Medio Oriente, stanno soffrendo allo stesso modo per la violenza, per la
mancanza di libertà. Il mondo oggi ha tanti calvari e tante croci. Condividerle ci fa sentire più uniti alla Chiesa". Su
un punto, però, mons. Nona, chiede tempo: il perdono. "Giusto parlare di
perdono ma adesso è difficile perché non c'è giustizia".
Sofferenza
immeritata. Usa l'immagine biblica del "Servo sofferente" di Isaia,
l'arcivescovo di Baghdad dei latini, mons. Jean Benjamin Sleiman,
per descrivere il dolore dei cristiani iracheni. Il servo è costretto ad una ingiusta sofferenza, simile per violenza e modalità
d'esecuzione a quella descritta nei Vangeli riguardo alla passione di Gesù. Una
sofferenza che sembra immotivata, immeritata e senza prospettive di riscatto.
"Mi è capitato di paragonare il popolo iracheno e i cristiani, in particolare,
al Servo sofferente di Isaia, che prende su di sé il male che gli altri fanno -
afferma al SIR l'arcivescovo latino - se c'è una
Pasqua qui è quella di pregare affinché non si estingua la speranza. Non
possiamo perdere la speranza nella risurrezione, la fine del tunnel dovrà pur
esserci, è la speranza che ci salva: questo è il significato della Pasqua
soprattutto in Iraq. Vedo tanti cristiani che stanno perdendo la speranza. Questa perdita genera paura, spinge a fuggire altrove, a lasciare
tutto per cercare di salvare la propria vita, per trovare un futuro
migliore". "La perdita di speranza è un
cruccio - prosegue mons. Sleiman - ma la Chiesa
universale può aiutarci esortando i suoi fedeli sparsi nel mondo a vivere da
cristiani. Questa testimonianza di fedeltà sarebbe una grande forza per
noi tutti. Noi vi guardiamo. Se la Chiesa universale è fedele a se stessa e
alla speranza, ci aiuterà a vivere con coraggio e in comunione. Il calvario di questi giorni appare assurdo, inspiegabile senza la
speranza. Soffriamo - conclude - ma lo dobbiamo
fare con lo sguardo di Cristo che ha preso su di sé la nostra debolezza e,
malgrado tutto, ha mantenuto il suo sguardo di amore e di perdono". sir
La Migrantes
per l’integrazione socio-ecclesiale degli immigrati
ROMA - Il tema dell’integrazione
socio-ecclesiale degli immigrati in Italia è stato al centro di un confronto,
nella sede della Fondazione Migrantes con un gruppo
di studio di 60 esperti competenti sull’argomento sia
dal punto di vista sociale che ecclesiale.
“É importante - ha detto salutando i partecipanti mons. Giancarlo Perego, direttore generale
della Fondazione Migrantes - che il valore dell’unità
e della differenza che attraversa la storia della teologia e dell’antropologia
cristiana, coniugato con i luoghi della vita ma anche con i principi
dell’universalismo e dell’egualitarismo alla base del personalismo cristiano
del Concilio Vaticano II e del Magistero sociale, ma anche della visione
personalista costituzionale, rimanga al centro dell’elaborazione culturale e
politica, della vita sociale ed ecclesiale”. Mons. Perego ha ricordato
l’importanza di discutere su questo tema che, come ha detto il cardinale Angelo
Bagnasco, presidente della Cei, è “inevitabile, necessario e irrinunciabile”.
E’ un tema che - ha spiegato mons. Perego - “divide non solo la società, ma
anche le nostre stesse comunità cristiane, non solo nelle soluzioni, ma anche
negli approcci culturali”. Tra gli approcci più distanti a
una lettura dell’integrazione è il “rischio di contrapporre identità e mobilità.
Oppure il rischio di leggere la differenza come minorità, aprendo lo spazio
alla conflittualità”.
“La nostra - ha detto poi introducendo i
lavori dei gruppi p. Gianromano Gnesotto,
direttore dell’ufficio per la pastorale degli Immigrati - è un’azione che può
avere forti implicanze sociali e si innesta
nell’esperienza di una Chiesa che su questo fronte ha operato nel passato e
opera nel presente, al seguito di valori, intuizioni e modelli che vanno
valorizzati, ulteriormente riflettuti e applicati ai nuovi contesti”. Per p. Gnesotto “siamo chiamati a dare le nostre risposte migliori
in tempi difficili e confusi, in cui la questione centrale riguarda il migrante
come persona e come cittadino”.
Il gruppo di studio si è già riunito lo
scorso mese di ottobre e cadenzerà i propri incontri di approfondimento e di
confronto per delineare entro fine anno le “Linee per
l’integrazione socio-ecclesiale degli immigrati in Italia”. Successivamente
è previsto anche un seminario-convegno da svolgersi a Roma. (Migranti press)
Pistoia. Ai giovani un manuale per imparare a confessarsi
"Mi lascio
prendere dall'ira o sono calmo?", "Mi compiaccio nel guardare
spettacoli immorali o pornografici?". Sono due delle trenta domande
contenute nel manuale per aiutare i giovani a confessarsi, messo a punto
dall'equipe della Pastorale Giovanile della diocesi di
Pistoia. Il vademecum è un cartoncino piegato in cinque parti, piccolo come una
carta di credito, ed "è stato preparato - spiega
don Simone Amidei, responsabile della Pastorale
Giovanile - per vivere meglio il sacramento della Riconciliazione"
"Mi lascio prendere
dall'ira o sono calmo?", "Mi compiaccio nel guardare spettacoli
immorali o pornografici?". Sono due delle trenta domande contenute nel
manuale per aiutare i giovani a confessarsi, messo a punto dall'equipe della
Pastorale Giovanile della diocesi di Pistoia.
Il 'confessario' sarà distribuito
venerdì prossimo in cattedrale ma è anche scaricabile dal sito della diocesi
pistoiese. E' un cartoncino piegato in cinque parti, piccolo come una carta di
credito, ed "è stato preparato - spiega don
Simone Amidei, responsabile della Pastorale Giovanile
- per vivere meglio il sacramento della Riconciliazione".
Tre le sezioni del 'confessario': si comincia con il
"come ci si confessa" suggerendo che prima di andare dal sacerdote ci
si confronta con la parola di Dio. In secondo luogo, il manuale indica
"cosa si deve dire".
"E qui -
spiega la diocesi di Pistoia - il manuale suggerisce diversi spunti per capire
meglio, alla luce della dottrina cristiana, quali possano essere i peccati
commessi, in rapporto con gli altri, con se stessi e con Dio, e come si possa
vivere al meglio il sentimento della Riconciliazione". La terza sezione è
intitolata "E poi che succede?" in cui si indica
l'impegno di conversione. Il Tirreno 24
Papst: „Die Natur als Buch, geschrieben von Gott...“
Papst Benedikt XVI. hat die
Vereinbarkeit von Glaube und Wissenschaft bekräftigt. Auch wenn das Verhältnis
zwischen beiden in der Vergangenheit zeitweilig von gegenseitigem Unverständnis
geprägt gewesen sei, bestehe eine Freundschaft und kein
Gegensatz, sagte der Papst am Mittwoch bei seiner Generalaudienz auf dem
Petersplatz.
Albert der Große - Von ihm sagt man, er
habe alles gewusst, was es in der mittelalterlichen Welt zu wissen gab: Der
heilige Albert, genannt ‚der Große’, Albertus Magnus, doctor
universalis. Ihm bescheinigte Papst Benedikt bei der
Generalaudienz an diesem Mittwoch Weite und Tiefe seines Wissens, verbunden mit
innerer Friedfertigkeit und einem überaus tugendhaften Leben. Er war Lehrer des
Thomas von Aquin, hat aber auch durch seine eigene Theologie Maßstäbe gesetzt:
„Albert widmete sich unter anderem der
Zusammenschau von Wissen und Glauben, von Naturerkenntnis und Theologie. Er war
ein Mensch von unersättlicher Neugierde, der alles erkennen wollte: die Dinge
der Natur, die er beobachten wollte und die er katalogisiert hat, und die Dinge
Gottes und der Menschen, über die er in Philosophie und Theologie gearbeitet
hat. Für ihn verbinden sich in der Theologie Verstand und Wille. Sie ist
„affektive Wissenschaft“: Sie leitet das Streben des Menschen dahin, zu Gott zu
kommen, dem Ursprung der Welt und dem Ziel alles rechten Tuns.“
Heute würden wir ihn einen
Wissenschaftsmanager nennen. Er gründete das Studium Generale der Dominikaner
in Köln, heute die dortige Universität. Er war am Zweiten Konzil von Lyon
beteiligt und war Bischof von Regensburg - ein Amt, das er aber nach einigen
Jahren niederlegte, um sich wieder der Wissenschaft widmen zu können. Heute
wird er als Patron der Naturwissenschaften verehrt. Für Albert war die Natur
ein Buch, geschrieben von Gott.
„Suchen wir wie der heilige Albert der
Große Gott in seinem Wort, in der Schönheit der Natur und im Dienst am Frieden
zu begegnen. Der Herr segne euch auf allen Wegen!“ (rv
24)
Missbrauch. New York Times erhebt Vorwürfe gegen Ratzinger
Der Vatikan hat nach Angaben der
Zeitung „New York Times“ nichts gegen einen amerikanischen Priester
unternommen, der bis zu 200 gehörlose Jungen sexuell missbraucht haben soll.
Auch der damalige Kardinal Joseph Ratzinger und heutige Papst Benedikt XVI. sei
untätig geblieben, obwohl gleich mehrere amerikanische Bischöfe gewarnt hätten,
dass die Angelegenheit die Kirche in eine schwierige Lage bringen könne,
berichtetet die Zeitung am Mittwochabend (Ortszeit) im Internet.
Die „New York Times“ berief sich dabei
auf Dokumente, die sie nach eigenen Angaben von Anwälten erhalten hat, die
Kläger gegen das Erzbistum von Milwaukee im Bundesstaat Wisconsin vertreten.
Daraus gehe hervor, dass sich Kirchenvertreter zwar über die Frage
auseinandergesetzt hätten, ob der Priester aus seinem Amt entfernt werden
solle. Aber der Schutz der Kirche vor einem Skandal habe Priorität gehabt.
Vatikan: Ein „tragischer Fall“ - Im
Mittelpunkt stand nach Angaben der 1998 verstorbene Priester Lawrence Murphy,
der von 1950 bis 1974 in einer bekannten Schule für gehörlose Kinder gearbeitet
habe. 1996 habe der damalige Kardinal Ratzinger zwei Briefe des damaligen Erzbischofs
von Milwaukee, Rembert G. Weakland, zu dem Fall nicht
beantwortet, schreibt die „New York Times“.
Acht Monate später habe Kardinal
Tarcisio Bertone aus der vatikanischen
Glaubenskongregation die Bischöfe in Wisconsin angewiesen, ein geheimes kircheninternes
Verfahren einzuleiten, das zur Entfernung Murphys aus dem Amt führen könne. Bertone stoppte die Prozedur nach Angaben der Zeitung dann
aber wieder, nachdem Murphy beim deutschen Kardinal Ratzinger schriftlich
dagegen protestiert habe. Murphy argumentierte demnach, er habe bereut, sei
krank und der Fall außerdem gemäß der Kirchenregeln bereits verjährt. In den
ihr vorliegenden Unterlagen finde sich keine Antwort Ratzingers, heißt es in
der „New York Times“.
Insgesamt wurden nach dem Bericht der
Zeitung drei hintereinander amtierende Erzbischöfe in Wisconsin über den
mutmaßlichen sexuellen Missbrauch in Kenntnis gesetzt, jedoch informierter
keiner von ihnen die Behörden. So sei Murphy auch nie von einem staatlichen
Gericht zur Rechenschaft gezogen worden. Erzbischof Weakland
habe die Vorwürfe gegen Murphy 1993 von einem besonders geschulten
Sozialarbeiter untersuchen lassen. Murphy habe ausgesagt, dass er etwa 200
Jungen belästigt habe. Er habe aber keine Reue gezeigt.
Der Priester sei 1974 in aller Stille
in eine Diözese im nördlichen Wisconsin versetzt worden. Dort habe er bis zu
seinem Tod weiter in Gemeinden, Schulen und - laut einer Klageschrift - im
Jugendstrafvollzug Umgang mit Kindern und Jugendlichen gehabt.
Vatikansprecher Federico Lombardi sprach
gegenüber der Zeitung von einem „tragischen Fall“. Der Vatikan habe aber erst
1996 von den Vorfällen Kenntnis erhalten. Der Priester sei unter anderem
deswegen nicht aus dem Amt entfernt worden, da die Vorfälle schon zu weit in
der Vergangenheit gelegen hätten und sein Gesundheitszustand schlecht gewesen
sei. Die amerikanischen Behörden hätten den Fall untersucht und nicht
weiterverfolgt. FAZ.NET mit dpa 25
Medienexperte: „Anti-Kirchen-Kampagne“ ist Quatsch
Verfolgen die Medien das Ziel, „die
Glaubwürdigkeit der Kirche zu erschüttern“? Sie tun es, wenn man dem Urteil des
Regensburger Bischofs Gerhard Ludwig Müller glaubt. Als
„Kampagnen-Journalismus“ bezeichnete er in seiner Sonntagspredigt die
Berichterstattung in Deutschland seit dem ersten Bekanntwerden von
Missbrauchsfällen in der Kirche. Diese Einschätzung teilt der Leiter des Adolf
Grimme Instituts, Uwe Kammann, nicht. Im Gespräch mit dem Kölner Domradio widerspricht er dem Oberhirten - aus ganz
grundsätzlichen Überlegungen heraus:
„Tatsächlich kann es das gar nicht
geben. Es gäbe heute niemanden mehr, keine noch so mächtige Einrichtung, die
beschließen könnte: Wir betrachten eine bestimmte Sache oder Person unter einem
gleichen Blickwinkel und sorgen dafür, dass alle ähnlich darüber schreiben. Das
ist ausgeschlossen, weil eine Kampagne Absprachen bedeuten würde. Und solche
Absprachen sind in der heutigen Medienwirtschaft schon unter dem Gesichtspunkt
der Konkurrenz zwischen den einzelnen Medien undenkbar.“
Wer in diesem Punkt anders denke, habe
keine Ahnung von der Medienlandschaft, betont der ehemalige Journalist. Zwar
könne sich über tonangebende Medien so etwas wie „eine Konjunktur, ein Nachläufertum“ in der Berichterstattung bilden, allerdings
ohne jeden strukturellen Charakter. Was derzeit von Teilen der katholischen
Kirche als Kampagne empfunden werde, betont Kammann, sei lediglich eine gewisse
thematische Häufung. (domradio 24)
Missbrauchsskandal in Irland. Mehrfacher Autoritätsverlust
Die Kindesmissbrauchskrise der
katholischen Kirche liest sich in Irland wie eine politische Affäre: Die
Schlagzeilen der Sender und Zeitungen melden Tag für Tag neue Indizien, neue
Fragen, neue Rücktrittsforderungen an verantwortliche Bischöfe. Im Schwindel,
den das Nachrichtenkarussell erzeugt, bleibt es den Iren vorerst noch erspart,
sich nüchtern über die Konsequenzen des öffentlich-moralischen Zusammenbruchs
ihrer einst wichtigsten und mächtigsten gesellschaftlichen Institution
klarzuwerden.
In seinem Schreiben an die irischen
Gläubigen hat der Papst den Begriff „Säkularisierung“ verwendet, um eine Spur
zu den Umständen zu legen, die nach Auffassung des Vatikans zu dem verbreiteten
Missbrauch von Kindern und zu der üblichen Vertuschung dieser Zustände
innerhalb der irischen katholischen Kirche führten. Der Verlust der Festigkeit
im Glauben, falsch verstandene Freiheiten aus der Zeit des Zweiten
Vatikanischen Konzils - all das illustriere den „Kontext“, in dem die
schrecklichen Taten geschahen und verheimlicht wurden.
Vorsäkulare Verhältnisse
Doch viele Iren, die sich jetzt an die
Zustände auf ihrer Insel in der Zeit vor Beginn dieser Säkularisierung
erinnern, kommen zu anderen, geradezu gegenteiligen Schlüssen. Vor der
beginnenden „Verweltlichung“, zu der in Irland in den siebziger Jahren kulturelle
Wandlungen, wie die Pop-Kultur, und politische Entscheidungen, wie der Beitritt
zur EG, gleichermaßen beitrugen, war die katholische Kirche in Irland
unanfechtbar, und nahezu unentrinnbar die wichtigste Autorität.
Das Irland der siebziger Jahre war ein
Gemeinwesen, in dem Ehescheidungen nicht möglich und Verhütungsmittel nicht
erlaubt waren. Es war ein Land, in dem der staatliche Zensor Filme der
britischen Komikertruppe Monty Python als
blasphemisch auf den Index setzte. Und die katholische Kirche zog es damals
vor, einen Priester in Londonderry, der mutmaßlich ein IRA-Bombenkommando
anführte, das in einer Serie von Explosionen neun Zivilisten tötete, lieber auf
eine entfernte Halbinsel zu versetzen, statt ihn zur Zusammenarbeit mit
(britischen) Strafverfolgern zu zwingen.
Diese vorsäkularen Verhältnisse
erzeugten Machtgewohnheiten, die den vielfältigen Missbrauch erst möglich und
üblich machten - und der war und ist im Übrigen nicht auf den direkten
Zugriffskreis der Kirche beschränkt. Eine erste Untersuchung hat gründlich
dargelegt, dass irische Kinder auch in staatlichen Anstalten, die nicht der
katholischen Kirche unterstanden, vielfältige Misshandlungen erlitten.
In der Empörung, die katholischen
Kirchenführern jetzt aus der irischen Gesellschaft entgegenschlägt, äußert sich
daher auch versteckte eigene Scham und verspäteter Ärger über die Hinnahme der
damaligen Gegebenheiten. Kaum ergründet ist bisher die Frage, inwieweit
jahrzehntelang neben Armut und Hunger auch andere Motive zur Auswanderung und
zum Entstehen einer irischen Diaspora in Amerika und in der übrigen
englischsprachigen Welt beigetragen haben.
Das Vertrauen in den Staat sinkt
Auch wenn der Erklärungsversuch des
Vatikans, die Säkularisierung sei eine Ursache des Übels, wohl zu kurz greift,
so ist sie doch auf jeden Fall der entscheidende Grund dafür, dass lange
verschwiegene Misshandlungstaten nun öffentlich erforscht und behandelt werden.
Für diesen Wandel ließe sich auch der Begriff „Emanzipation“ einsetzen. Und die
irische Gesellschaft beurteilt bei dieser Überprüfung bisher akzeptierten
Verhaltens nicht nur die Kirche, sondern auch das Handeln des Staates und der
Volksvertreter neu. Anders als früher werden Vetternwirtschaft, Korruption und Hinterzimmerabsprachen nicht mehr geduldet.
Falls die Regierung der - in Irland
fast ununterbrochen regierenden - Quasi-Staatspartei Fianna Fail bei der
nächsten Wahl in die Opposition gehen muss, wie die Meinungsforscher es
vorhersagen, dann sind die Ursachen dafür nicht allein in der massiven und
anhaltenden Wirtschaftskrise, sondern mindestens ebenso in den unlängst
aufgedeckten Fällen von Nepotismus und Spesenrittertum einiger
Regierungsmitglieder zu suchen.
Es ist also ein mehrfacher
Autoritätsverlust, den die Iren gegenwärtig erleben. Der Einfluss der
katholischen Kirche schwindet - durch die Diskreditierung ihrer Führung, durch
immer größer werdenden Priestermangel und auch durch ein Schrumpfen ihres
materiellen Besitzes. Katholische Orden veräußern Immobilien, um den Fonds speisen
zu können, aus dem die Entschädigungen an Missbrauchsopfer gezahlt werden.
Gleichzeitig sinkt das Vertrauen in den Staat. Ähnliche unabhängige
Untersuchungsgremien, meistens von hohen Richtern geleitet, wie sie zur
Aufklärung des Missbrauchs eingesetzt wurden, arbeiteten auch schon an der
Aufdeckung einer Bestechungsaffäre um den ehemaligen Premierminister Bertie Ahern.
Die Konsequenzen, die sich aus diesem
Umbruch ergeben werden, sind erst in Umrissen abzusehen. Vor wenigen Tagen
wurde erstmals öffentlich die Frage aufgeworfen, was denn aus den 3500 Grund-
und Sekundarschulen werden soll, die in Irland von der katholischen Kirche
betrieben werden. Soll der Staat sie etwa in seine Obhut nehmen? Johannes
Leithäuser Faz 25
USA: Missbrauch in katholischer Kirche. Und wieder schwieg Ratzinger
Schwerer Vorwurf in der New York Times:
Trotz vieler Warnungen habe der Vatikan nichts gegen einen US-Priester
unternommen, der hundertfach Jungen sexuell missbraucht haben soll.
Mehrfach hatten amerikanische Bischöfe
den Vatikan gewarnt, doch die Kardinäle in Rom haben nichts gegen einen
US-Priester unternommen, der bis zu 200 gehörlose Jungen sexuell missbraucht
haben soll. Das ist die jüngste Geschichte, die in den USA für Aufregung sorgt.
Nach einem Bericht der New York Times
klagten US-Bischöfe, die Angelegenheit könne die Kirche in eine peinliche Lage
bringen. Die Kardinäle im Vatikan zeigten sich davon offenbar wenig
beeindruckt. Auch Kardinal Joseph Ratzinger - inzwischen Papst Benedikt XVI. -
sei untätig geblieben.
Die New York Times beruft sich auf
Dokumente, die sie nach eigenen Angaben von Anwälten erhalten hat, die Kläger
gegen das Erzbistum von Milwaukee (US-Staat Wisconsin) vertreten. Daraus gehe
hervor, dass sich Kirchenvertreter zwar über die Frage auseinandergesetzt
hätten, ob der Priester aus seinem Amt entfernt werden solle. Aber die Kirche
vor einem Skandal zu schützen, habe die allerhöchste Priorität gehabt.
Im Mittelpunkt stand demnach der 1998
gestorbene Priester Lawrence Murphy, der von 1950 bis 1974 in einer bekannten
Schule für gehörlose Kinder arbeitete. 1996 habe der damalige Kardinal
Ratzinger auf zwei Briefe des damaligen Erzbischofs von Milwaukee, Rembert G. Weakland, zu dem Fall nicht geantwortet, so die New York
Times.
Acht Monate später habe Kardinal
Tarcisio Bertone aus der vatikanischen
Glaubenskongregation die Bischöfe in Wisconsin angewiesen, ein geheimes
kircheninternes Verfahren einzuleiten, das zur Entfernung Murphys aus dem Amt
führen könne.
Bertone
stoppte die Prozedur nach Angaben der Zeitung dann aber wieder, nachdem Murphy
beim deutschen Kardinal Ratzinger schriftlich dagegen protestiert habe. Murphy
argumentierte demnach, er habe bereut, sei krank und der Fall außerdem gemäß
der Kirchenregeln bereits verjährt. In den ihr vorliegenden Unterlagen finde
sich keine Antwort Ratzingers, heißt es in der New York Times.
Insgesamt wurden nach dem Bericht der
Zeitung drei hintereinander amtierende Erzbischöfe in Wisconsin über den
mutmaßlichen sexuellen Missbrauch in Kenntnis gesetzt, jedoch informierte
keiner von ihnen die Behörden. So sei Murphy auch nie von einem staatlichen
Gericht zur Rechenschaft gezogen worden.
Erzbischof Weakland
habe die Vorwürfe gegen Murphy 1993 von einem besonders geschulten
Sozialarbeiter untersuchen lassen. Murphy habe ausgesagt, dass er etwa 200
Jungen belästigt habe. Er habe aber keine Reue gezeigt.
Der Priester sei 1974 in aller Stille
in eine Diözese im nördlichen Wisconsin versetzt worden. Dort habe er bis zu
seinem Tod weiter in Gemeinden, Schulen und - laut einer Klageschrift - im
Jugendstrafvollzug Umgang mit Kindern und Jugendlichen gehabt.
Vatikansprecher Federico Lombardi
nannte es in der Zeitung einen "tragischen Fall". Der Vatikan habe
erst 1996 von den Vorfällen Kenntnis erhalten. Die US-Behörden hätten den Fall
untersucht und nicht weiterverfolgt.
(sueddeutsche.de 25)
Deutschland: Kirche büßt Vertrauen ein
Das Vertrauen der Deutschen in die
katholische Kirche ist im Zuge der aktuellen Missbrauchsfälle stark gesunken.
Nach einer am Mittwoch vom Stern-Magazin veröffentlichten Forsa-Umfrage haben
aktuell rund 17 Prozent aller Deutschen Vertrauen zur
katholischen Kirche. 24 Prozent vertrauen auf Papst Benedikt XVI. Sechs Wochen
zuvor beliefen sich die Werte noch auf 29 beziehungsweise 38 Prozent. - Unter
den Katholiken sank das Vertrauen in den Papst von Januar bis Mitte März dieses
Jahres von 62 auf 39 Prozent, das in die katholische Kirche von 56 auf 34
Prozent. Die evangelische Kirche hat dagegen laut der Umfrage den Rücktritt
ihrer Ratsvorsitzenden Margot Käßmann nahezu
unbeschädigt überstanden. 42 Prozent aller Deutschen haben Vertrauen in die
evangelische Kirche, nur zwei Prozent weniger als im Januar. Unter den
Protestanten blieb das entgegengebrachte Vertrauen mit 65 gegenüber 64 Prozent
stabil. kna 24
Kardinal Bagnasco: „Gerechtigkeit durch Wahrheit“
Gerechtigkeit durch Wahrheit – unter
diesem Motto hat sich die italienische Bischofskonferenz hinter Papst Benedikts
jüngste Stellungnahme zum Thema Missbrauch in der katholischen Kirche gestellt.
Der Vorsitzende der Bischofskonferenz, Kardinal Angelo Bagnasco,
lobte in seinem Eröffnungsstatement zur Sitzung des Ständigen Rats an diesem
Montag den Hirtenbrief des Papstes an die irischen Katholiken als „entschiedene
Stellungnahme, die jeder Verharmlosung entgegentrete“. Die italienische Kirche
habe die Vorgaben der römischen Glaubenskongregation von 2001 für solche Fälle
umgehend verwirklicht und präventive Maßnahmen angewandt, betonte der Kardinal weiter.
Nun müsse es um Transparenz und Aufklärung gehen, ohne sich als Kirche jedoch
ins Abseits drängen zu lassen:
„Im Moment der Demütigung lernt die
Kirche vom Heiligen Vater, keine Angst vor der Wahrheit zu haben, auch wenn sie
schmerzhaft und verhasst ist. Sie lernt von ihm, nicht über sie zu schweigen
oder sie zu verdecken. Das heißt aber nicht, die strategische Diskreditierung
zu dulden.“ (rv 23)
Benediktinermönch Anselm Grün. Der Mann fürs Einfache
Deutschlands bekanntester
Seelentröster, Fachmann fürs Weg-, Los- und Zulassen, ist der erfolgreichste
christliche Autor weltweit: Eine Begegnung mit Anselm Grün. Von Sebastian Beck
Es gibt ihn also wirklich: Im Kloster
Münsterschwarzach schreitet Pater Anselm Grün den Flur entlang, einfach so, als
ganz gewöhnlicher Mensch, was im ersten Moment geradezu erstaunlich wirkt.
Seinem Publikum lächelt er sonst von CD-Covern und Buchdeckeln zu. Weise,
glückumstrahlt und weltentrückt, als mystische Heiligengestalt mit Rauschebart
und Mönchskutte.
Der irdische Teil von Anselm Grün hat
gerade den 65. Geburtstag gefeiert. Es ist ein freundlicher, distanzierter,
fast schüchterner Mann, der im Besucherraum des Klosters mit dem bräunlichen
Filzboden sitzt und überlegt: Wie heißt sein neuestes Buch doch gleich wieder?
Nein, es sind nicht die "Stationen meines Lebens". Es ist das
"Große Buch vom wahren Glück", das Anfang des Jahres beim
Herder-Verlag in Freiburg erschienen ist.
Man kann schon mal den Überblick
verlieren nach 30 Jahren und 250 oder 300 Titeln. So genau vermag auch Anselm
Grün nicht mehr zu sagen, wie viele Bücher er geschrieben hat. Die
Gesamtauflage beträgt mittlerweile mehr als 16 Millionen Stück in 32 Sprachen.
Er ist damit nicht nur Deutschlands bekanntester Seelentröster, Fachmann fürs
einfache Leben, fürs Weg-, Los- und Zulassen, sondern auch noch der
erfolgreichste christliche Autor weltweit.
Ein wahrer Glücksbringer für den Herderverlag, bei dem allein neun Millionen Exemplare
erschienen sind. "Ein Wahnsinnsmensch", schwärmt eine Mitarbeiterin
des Verlags über ihn. "Er sichert unsere Existenz."
Das gilt auch für das unterfränkische
Benediktinerkloster Münsterschwarzach, an das er die Tantiemen abführt.
Konkurrenz in der spirituellen Abteilung der Buchhandlungen machen ihm
allenfalls noch der vietnamesische Zen-Mönch Thich Nath Hanh und der Esoteriker
Eckhart Tolle, ein gebürtiger Dortmunder, der in Kanada lebt und sich für
zutiefst erleuchtet hält.
Weil Grün als Mönch ein geregeltes
Leben führt, schreibt er zweimal in der Woche an seinen Bestsellern, und zwar
dienstags und donnerstags, jeweils von sechs bis acht Uhr morgens. Das sei eine
Art von Meditation für ihn, sagt er. Mehr Zeit hat er nicht, schließlich ist er
im Hauptberuf Verwalter des Klosters mit 163 Mönchen und 20 Wirtschaftsbetrieben.
Die Mußestunden reichen auch nicht einmal ansatzweise aus, um die Nachfrage
nach der Marke Grün zu decken.
Zweimal schon hat er ein Buch über
Stille verfasst. Für ein drittes Buch fällt selbst ihm nichts mehr ein, obwohl
Herder gerne Nachschub hätte. Er müsse schon aufpassen, dass er nicht zum
Sklaven des Verlags werde, seufzt er.
Vom wahren Glück
Zur Zeit
arbeitet er an einem Buch über die Weisheit der Natur und die Feste des
Kirchenjahres. Bis Pater Anselm wieder liefern kann, bedient sich Herder gewissermaßen
aus dem Stehsatz: "Das Große Buch vom wahren
Glück" zum Beispiel ist ein Zusammenschnitt aus vier älteren Werken mit
kurzen Texten über Dankbarkeit, Stille, Freude oder die Kraft des Augenblicks.
Auf diese Weise schafft es der Verlag,
ganze Schaufensterfronten mit den Verheißungen Anselm Grüns zu tapezieren:
"Aufbruch zu neuen Ufern", "Der Himmel beginnt in dir" oder
"Buch der Antworten" heißen seine Titel typischerweise.
Es gibt kein Thema, das vor ihm sicher
ist - sogar an einem Buch über Frauen hat er jetzt mitgeschrieben, obwohl sein
Wissen übers andere Geschlecht, wenn man seinen Worten glauben darf, weitgehend
theoretischer Natur ist. Mal abgesehen von der Liebe zu einer Klosterschwester
in jungen Jahren wandelte Pater Anselm bisher einsam durchs Mönchsleben.
Wer aber wissen will, warum Anselm Grün
so erfolgreich ist, der sollte ihn erst als Redner hören, bevor er eines seiner
Bücher liest, die man allzu leicht als trivial abtun könnte. Der rastlose
Benediktiner hält nebenbei auch noch 150 Vorträge im Jahr über Management,
Rituale oder auch den "Achtfachen Pfad zum gelingenden Leben". An
einem Freitag spricht er vor knapp 1000 Landfrauen im bayerischen Friedberg.
Anselm Grün steigt ohne Manuskript auf die Bühne und kommt sofort zur Sache:
"Wie gehen wir mit zerbrochenen Lebensträumen um? Was wollten wir als Kind
einmal werden?" Es wird augenblicklich still im Saal, und eine Stunde lang
sind weder ein Hüsteln noch ein Flüstern zu hören.
Seine Zuhörer, meist Bäuerinnen im
mittleren Alter, starren auf ihre Kaffeetassen, als Anselm Grün seine Anekdoten
vom alltäglichen Unglück erzählt: von Pfarrern, Autohändlern, Hausfrauen und
Managern, die sich irgendwie in ihrem Leben verlaufen haben und den richtigen
Weg suchen. Von Menschen, die an der Durchschnittlichkeit ihrer Existenz
verzweifeln. All das erzählt er ohne rhetorische Kunstgriffe, dafür aber umso
eindringlicher.
Schwer verdaulich
Das Wort Gott fällt zum ersten Mal nach
genau einer halben Stunde - in einem eher ungewöhnlichen Zusammenhang: Der
Mensch müsse seine Vorstellungen vom Leben und von Gott zerbrechen lassen,
damit er nicht selbst zerbrochen werde, sagt Grün. Das ist eine ziemlich schwer
verdauliche Botschaft für einen Vormittag in der Dreifachturnhalle.
Aber gerade damit zieht er das Publikum
in seinen Bann: Denn er spricht nicht als Vertreter der katholischen Kirche,
der sich anmaßt, über Gut und Böse zu befinden. Er predigt nicht, er will auch
nicht missionieren. Vielmehr wirkt er wie eine Art spiritueller
Psychotherapeut. "Trauen Sie der Essenz Ihres Lebenstraumes, dann werden
Sie zum Segen für andere", schließt Grün. Danach verschwindet er in seinem
weißen VW Golf so schnell, wie er gekommen war - am Abend referiert er in
Hamburg über "Lebenskunst für hier und jetzt".
Genau damit hat auch er selbst immer
wieder Schwierigkeiten gehabt, das gibt er offen zu. Bei allem, was er
verkündet, wirkt er stets auch eine Spur zweiflerisch und unsicher.
Erst das Elternhaus in Bayern, dann das
Internat und seit 1964 das Benediktinerkloster, das sind die Welten des Anselm
Grün. Das Leben sei stets ein Versuch, der mal mehr oder weniger gut gelinge,
hat er über sich geschrieben. In seinen jungen Jahren machte er schwere Krisen
durch. Geradezu quälend fällt in seiner Autobiographie das Kapitel über
Ehelosigkeit aus, in dem er sich über den Unterschied zwischen spiritueller und
genitaler Sexualität ergeht und über die Zweifel an seinem Leben als Mönch.
Trotzdem hat er sich immer wieder für den Zölibat und das Kloster entschieden,
auch aus der Angst heraus, "zu verbürgerlichen", wie er es
formuliert.
Verstehen, nicht beurteilen
In den siebziger Jahren begann für ihn
die Auseinandersetzung mit Zen-Buddhismus und Psychologie. Seitdem hat sich
Anselm Grün immer weiter vom katholischen Dogmatismus entfernt: Die Menschen
wollten verstanden, aber nicht beurteilt werden, sagt er. Womöglich ist das der
eigentliche Grund, warum die Säle immer voll sind, egal wo er auftritt: Während
der Vatikan mit den reaktionären Piusbrüdern darüber streitet, ob man nur dann
in den Himmel kommt, wenn man auf Lateinisch betet, schreibt und spricht Grün
über Lebensträume und Ehekrisen. Der Skandal um den Missbrauch in kirchlichen
Einrichtungen hat ihn bisher kaum berührt. Bei seinen Vorträgen werde er nur
selten danach gefragt, sagt Grün.
Er sei ohnehin gegen den Pflichtzölibat
und verstehe die Enttäuschung der Menschen, zumal die Kirche Sexualität immer
moralisiert habe. Andererseits finde Missbrauch zu 90 Prozent in den Familien
statt, weshalb es nichts bringen werde, die Kirche als Sündenbock zu
schlachten. Mehr will er dazu nicht sagen, und mehr will sein Publikum
anscheinend auch nicht wissen.
Es sind andere Themen, auf die er immer
wieder angesprochen wird: Die Menschen leiden unter Ängsten und Depressionen -
egal, ob sie nun im areligiösen Ostdeutschland leben oder sich als Pfarrer zur
Therapie ins Kloster Münsterschwarzach geflüchtet haben. Ihnen versucht Grün zu
vermitteln, dass der Weg zum Glück damit beginnt, die eigene Unvollkommenheit
zu akzeptieren. Denn die Ansprüche der Menschen an sich selbst und das Leben
seien maßlos geworden, glaubt er.
Eitelkeit und Versagensängste
Die Kirche könnte mehr Männer und
Frauen wie ihn gebrauchen, das weiß auch Anselm Grün, obwohl er es nie offen
zugeben würde. Hinter seiner demonstrativen Bescheidenheit verbergen sich
durchaus Eitelkeit und Versagensängste. Weil er älter
wird, hat er eben mal ein Buch übers Älterwerden geschrieben: So genau weiß
auch er nicht, wie er mit dem näherrückenden Tod und
dem unvermeidlichen Loslassen des Lebens umgehen soll.
"Ich stelle mir vor, wie es ist,
wenn in zehn Jahren keiner mehr zu meinen Vorträgen kommt", beschreibt er
eine seiner Urängste. Wenn es ihm womöglich gehen könnte wie dem Theologen
Eugen Drewermann, der in den achtziger Jahren auf dem Höhepunkt des Erfolgs
war, aber längst von den Sälen in die Nebenzimmer umgezogen ist.
Anselm Grün ist eben auch nur ein ganz
normaler Mensch. Er weiß nicht, was das Alter bringen wird; er fürchtet nur, es
könnte schmerzhaft sein. Vorerst aber schreibt und spricht er weiter übers
gelingende Leben.
Im Grunde genommen, sagt er, versuche
er doch nur seine eigenen Fragen zu beantworten. Lyon, Gerhardshofen,
Mexiko, Rosenheim, Peru, dazwischen ein paar Bücher mehr übers einfache Leben -
so geht das ohne Pause weiter bis zum 8. Dezember, wenn in Münsterschwarzach
dann sein letztes Seminar für dieses Jahr beginnt. Es trägt den Titel: Wege ins
Schweigen. SZ 24
Vatikan: Besuch aus dem hohe Norden
Der Wandel der Kirche in Skandinavien
steht im Mittelpunkt des Ad-Limina-Besuches der
skandinavischen Bischöfe im Vatikan. Einige der Oberhirten aus Schweden,
Norwegen, Finnland, Dänemark und Island sind am Dienstag bereits mit Papst
Benedikt zusammengetroffen. Im Besonderen geht es bei der Visite um den
katholischen Familienkongress, der in Schweden vom 14. bis 16. Mai stattfinden
soll, die Priesterausbildung und den zunehmenden Einsatz ausländischer
Geistlicher. Wegen der starken Einwanderung speist sich die katholische
Glaubensgemeinschaft in den skandinavischen Ländern - sie macht jeweils nur
etwa drei Prozent der Bevölkerung aus - nämlich vor allem aus Migranten. Dazu
sagte uns der Vorsitzende der skandinavischen Bischofskonferenz, Bischof Anders
Arborelius:
„Die Zahl der Katholiken steigt dank
der Einwanderer von Jahr zu Jahr. Da kommen Katholiken aus Polen, Litauen,
Lateinamerika, Afrika, dem Mittleren Osten oder auch viele Iraker. In einer
kleinen Kirchengemeinde finden sich manchmal Gläubige aus mehr als 50 Ländern!
Die Herausforderung für uns ist, alle diese Gläubigen aus verschiedenen Ländern
zu vereinen und eine einzige Kirche zu bilden.“ (rv
23)
Europaparlament für Steuer auf Finanztransaktionen
Brüssel. Das Europaparlament will die
Banken stärker an den weltweiten Kosten der Wirtschaftskrise beteiligen. Das
Plenum in Brüssel sprach sich für eine internationale Steuer auf
Finanztransaktionen aus. Sie soll unter anderem den Entwicklungsländern zugute kommen soll. Bankensteuern seien ein "fairer Beitrag
zur globalen sozialen Gerechtigkeit", heißt es in der Resolution vom Donnerstag . Die Abgeordneten fordern die Regierungen der
Industriestaaten außerdem auf, angesichts der Krise Schuldenerlässe für die
ärmsten Länder oder entsprechende Moratorien zu prüfen.
Die Entwicklungsländer hätten aufgrund
der Krise in diesem Jahr voraussichtlich mit Ausfällen von 315 Milliarden
US-Dollar zu kämpfen, unterstreichen die Abgeordneten. Damit seien Risiken für
Bildungs-, Gesundheits- und Sozialsysteme verbunden. Das Parlament fordert
auch, dass mindestens ein Viertel der Einnahmen aus der Versteigerung von
CO2-Verschmutzungsrechten für den Klimaschutz in Entwicklungsländern verwendet
werden solle.
Die Parlamentarier appellieren zudem an
die reichen Staaten, ihre Entwicklungshilfe wie versprochen zu erhöhen. Die
Entschließung wurde mit einer dünnen Mehrheit von 283 gegen 278 Stimmen
angenommen. Eine Steuer auf Finanztransaktionen ist in Brüssel bereits seit
geraumer Zeit im Gespräch. Die EU-Kommission hat angekündigt, in Kürze einen
Prüfbericht über eine weltweite Transaktionsabgabe und andere innovative
Finanzierungsquellen vorzulegen. Epd 25
Kindesmissbrauch und Kirche. Nicht von dieser Welt
Sexueller Missbrauch und andere Sodomien: Warum sich das Kirchenrecht nicht mit dem
weltlichen verträgt. Von Andreas Zielcke
Sexueller Missbrauch war natürlich nie
auf die katholische Kirche beschränkt. Mag ihre Quote der Pädophilie besonders
hoch sein, in säkularen Schulen oder in anderen Kirchen sind Heranwachsende
nach allem, was jetzt ans Tageslicht tritt, auch nicht geschützt. Alle
Anstalten, in denen sie in geschlossener Gesellschaft betreut werden, setzen
sie einer ähnlichen Missbrauchsgefahr aus.
Und die emotional geschlossenste
Gesellschaft ist noch stets die Familie. Auch wenn es zur
Zeit ausgeblendet wird, ist es dieser Ort, in dem Kinder am stärksten
gefährdet sind. Hier herrscht das größte Abhängigkeitsgefälle. Kein Wunder,
dass Lehrer in reformpädagogischen Instituten die Schüler vor allem dort
sexuell vereinnahmten, wo sie mit ihnen als "Familie" zusammenlebten.
Eines aber unterscheidet die
katholische Kirche von allen übrigen gefährlichen Gesellschaften: Sie unterhält
eine eigene Strafjustiz, die solche Vergehen ahndet. Zwar gibt es auch ein
evangelisches Kirchenrecht, doch das stellt kaum mehr als eine gewöhnliche
Disziplinarordnung dar, die Pfarrer zur Einhaltung ihrer Dienstpflicht anhält.
Ein voll ausgeformtes Strafrecht, das neben das staatliche tritt, ist nur der
katholischen Kirche eigen. Und das heißt auch, dass es einheitlich gilt für die
gesamte katholische Welt mit ihren mehr als eine Milliarde Gläubigen und ihrer
halben Million Klerikern.
Das prekäre Verhältnis der Kirche zur
säkularen Strafgewalt hat hier seinen Grund. Selbst der Vorwurf der Vertuschung,
den man seit den Enthüllungen in den USA und Irland und eben in Deutschland
gegen die Kirche erhebt, hängt ohne die Kenntnis dieses separaten Rechts in der
Luft.
Reinheit des Amtes
Eines lässt sich vorweg sagen: Die
katholische Kirche hat noch erhebliche Lernschritte vor sich. Dass nicht das
eigene Sanktionsrecht, sondern das weltliche Strafsystem das einzig angemessene
Instrumentarium im Umgang auch mit priesterlicher Päderastie ist, muss erst
noch in die Köpfe vieler Kleriker. Offenbar ist dies ein Prozess, bei dem man
in historischen Dimensionen denken muss.
Was also hat es mit dem kanonischen
Recht auf sich? Man denunziert es nicht, wenn man ihm bescheinigt, dass es sich
mit weltlichen Maßstäben nicht verträgt. Es gehorcht völlig anderen Strafzwecken
als sein staatliches Pendant.
Sehr speziell ist schon die wenn nicht
verschämte, so doch höchst indirekte Sprache. Begriffe wie sexueller Missbrauch
oder sexuelle Handlung tauchen nicht auf. Einschlägig ist der Codex Iuris Canonici von 1983, ergänzt
um prozessuale Regeln, die Johannes Paul II. 2001 zum "Schutz der
Heiligkeit der Sakramente" erlassen hat und die insbesondere die
Kongregation für die Glaubenslehre als allein zuständig für die Verfolgung
solcher Vergehen festlegt. Alle Gesetze sprechen nur von der "Sünde gegen
das sechste Gebot des Dekalogs".
Sodom und Gomorrha
Unvermeidlich wird allein damit das
große Buch des zweitausendjährigen Kampfes der Kirche gegen Homosexualität
aufgeschlagen, mehr noch, es reicht bis in die Anfänge des Alten Testaments
zurück, zur Genesis (1. Moses 19, 1 ff.) und der Geschichte von Sodom und
Gomorrha. Den Begriff der Sodomie freilich vermeiden kanonische Statuten seit
langem. Stattdessen benennen sie mit dem Verstoß gegen das sechste Gebot
unmittelbar nur den Ehebruch, um den es natürlich in den Fällen des
priesterlichen Fehlverhaltens am wenigsten geht.
Diese euphemistische
Begriffsverschiebung wäre eine Geschichte für sich. Da aber die Theologie stets
an dem Dogma festhielt, jede sexuelle Aktivität jenseits ehelicher Zeugungsakte
als schwere Sünde anzusehen (also auch heterosexuelle orale und anale
Handlungen), fallen homosexuelle Aktionen erst recht darunter.
Bedeutsam dabei ist die Systematik,
unter der die Strafbarkeit läuft. So wie der Erlass von Johannes Paul II. dem
Schutz der "heiligen Sakramente" dient, so definiert der Codex von
1983 die Verstöße gegen jenes sechste Gebot als Vergehen der
"Amtsanmaßung" oder der Verletzung besonderer
"Verpflichtungen".
Keine Strafe ohne Gesetz
Geschützt wird also primär nicht, wie
im weltlichen Strafrecht, die sexuelle Selbstbestimmung der Opfer. Geschützt
wird vielmehr die Reinheit des "Bußsakramentes" der Beichte (der
Priester darf diesen sakralen Akt nicht durch sexuelle Annäherung an den
Beichtenden pervertieren) oder sonstiger weihevoller Amtspflichten. Selbst beim
Missbrauch von Minderjährigen wird diesen kein autonomes Schutzrecht
zugestanden.
Folgerichtig droht die schwerste Strafe
nicht für Sexualverkehr mit Kindern, sondern Priestern, die einem
"Mitschuldigen an einer Sünde gegen das sechste Gebot des Dekalogs die
Absolution erteilen". Diese gelten, vor jeglichem Urteil, schon mit der
Tat als exkommuniziert. Hier drückt sich der kanonische Perspektivenwechsel am
drastischsten aus. Nicht etwa schlimmere Tatumstände beim Missbrauch des Opfers
begründen hier die scharfe Strafe, sondern der
Missbrauch des Absolutionsrechts.
Was sich beim Schutzzweck der
Tatbestände andeutet, setzt sich bei den allgemeinen Regeln der kanonischen
Bestrafung fort. Zwar erkennen sie im Prinzip an, dass nur Taten verfolgt
werden dürfen, deren Strafbarkeit vorher gesetzlich feststand ("keine
Strafe ohne Gesetz"). Ja, für diesen fundamentalen Grundsatz jeden
Rechtsstaats hat das Kirchenrecht das Vorbild geliefert - ein gewaltiges
Verdienst. Doch es hält sich selbst nicht daran. Bei Verletzung
"göttlichen Rechts", um "Ärgernissen zuvorzukommen", dürfen
auch ohne genuines Gesetz Strafen verhängt werden. Rechtsstaatlich gesehen eine
Blankolizenz des Schreckens.
Obendrein dürfen sich Angeklagte nicht
auf die Unschuldsvermutung verlassen. Entgegen vielen Bekundungen, die man
jetzt von Kirchenvertretern hört, zuletzt vor wenigen Tagen vom zuständigen
"Promotor Iustitiae" der Glaubenskongregation,
Charles J. Scicluna ("Die angeklagten Kleriker
haben das Recht - wie ein jeder - auf die Unschuldsvermutung bis zum Beweis des
Gegenteils"), kehrt das Kirchenrecht die Vermutung gegen den Angeklagten,
sobald der "äußere Tatbestand" feststeht: Dann muss er beweisen, dass
er weder vorsätzlich noch fahrlässig gehandelt hat; andernfalls ist er dran.
Absurde Geheimhaltung
Und um die Differenz zum weltlichen
System vollends zu markieren, wird der Beschuldigte einem Verfahren
unterworfen, das eher an Kafka als an Recht erinnert. Der Beschuldigte erfährt
den Namen des ihn anzeigenden Missbrauchsopfers nicht, eine öffentliche
Verhandlung gibt es nicht, die Herrschaft des Verfahrens liegt bei der
Glaubenskongregation in Rom, mag das Vergehen auch in Irland oder Südamerika
stattgefunden haben.
Über allem liegt ein Schleier von
Geheimnis, von intransparentem Walten fremder Kompetenzen, letztlich
kontrolliert vom Heiligen Stuhl, Gesetzgeber und Richter in einem. Vor allem
dieser Punkt veranschaulicht die Unverträglichkeit mit weltlichem Recht. Die
Geheimhaltung wäre, liefe parallel das staatliche Strafverfahren, sogleich ad
absurdum geführt.
Trotzdem stehen all diese Merkmale des
Kirchenrechts weniger für ein mittelalterliches Denken, sondern für einen
anderen rechtlichen Sinn.
Nicht zufällig endet der gesamte Kodex
damit (Art. 1752), dass die "Wahrung der kanonischen Billigkeit und das
Heil der Seelen in der Kirche immer das oberste Gesetz sein muss." Strafen
in diesem Sinn dient nicht der Schuldvergeltung oder weltlicher Prävention,
nicht also dem empirischen Schutz potentieller Opfer, sondern einem
spirituellen Zweck, dem Heil der Seelen in einem Reich, das nicht von dieser
Welt ist.
Gefallene Seelen
In der Tat, nur so lassen sich die
Eigenarten des kanonischen Strafens verstehen - wenn es überhaupt mit dem
Begriff der Strafe richtig erfasst ist. Laien muss die Lektüre des Kodex schon
deshalb verwundern, weil er von einer unendlichen Fülle von Ausnahmen zur
verwirkten "Strafe", von Mildebezeugungen, von
nachträglichem Straferlass und überhaupt von allen möglichen Anstrengungen
durchdrungen zu sein scheint, die gefallene Seele in den Schoß der Kirche und
ins Heil zurückzuführen.
Entsprechend häufig ist die
Nicht-Verurteilung, gerade bei Pädophilie. Nach Scicluna
führten von den 3000 Beschuldigungen der letzten neun Jahren
nur 20 Prozent zu Strafen, bei rund 60 Prozent wurde das Verfahren aus
Rücksicht auf den Beschuldigten eingestellt.
Die Geheimhaltung im Verfahren, der
fürchterliche Generaltatbestand der Verletzung göttlichen Rechts, die verkürzte
Unschuldsvermutung ebenso wie die Verlagerung des Schutzzwecks von den Opfern
zu den heiligen Akten und zur Lehre der Kirche laufen auf dasselbe hinaus: Der
Priester begibt sich nicht nur mit Haut und Haaren, sondern mit seiner Seele
bedingungslos-vertrauensvoll in die Hände der Kirche. Dort wird für das Heil
aller, aber auch für sein persönliches Heil gesorgt, notfalls mit Sanktionen,
immer aber mit dem Ziel, sich seines seelischen Wohls anzunehmen - von einer
höheren Warte als er selbst.
Wer darum das Sträuben der Kirche, ihre
Priester der Staatsgewalt auszuliefern, als kalte Wahrung ihres Rufs
interpretiert, vereinfacht die Sache. Zumindest idealtypisch betreibt die
Kirche pure Heilspädagogik.
Der Schluss aber, dass das kanonische
gerade deshalb mit dem weltlichen Strafsystem vereinbar sein müsste, weil es
einer ganz anderen Sphäre gilt, ist falsch. Sitzt der Priester seine weltliche
Strafe im Gefängnis ab, ist er dem heilsamen Zugriff der Kirche entzogen.
Die Lösung kann nur sein, dass die
Kirche lernt, weltliche Verletzungen, die ihre Leute anrichten, auch weltlicher
Sanktionslogik zu überlassen. Freiheit und sexuelle Selbstbestimmung sind hier
und jetzt zu garantieren. Die Versöhnung von Täter und Opfer im Himmel nützt
den oft für ihr Leben geschädigten Opfern hier unten nichts. SZ 25
Trunkenheitsfahrt. Strafbefehl gegen Ex-Bischöfin Margot Käßmann
Noch einmal Buße für eine
Trunkenheitsfahrt: Die frühere Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in
Deutschland, Margot Käßmann, muss für lange Zeit auf
den Führerschein verzichten. Außerdem muss sie eine hohe Geldstrafe zahlen.
Auch ihr Konto in Flensburg wird üppig gefüllt.
Wegen ihrer Trunkenheitsfahrt muss
Margot Käßmann ein Monatsgehalt (ca. 3000 Euro) Strafe
zahlen und für mindestens 10 Monate, maximal 12 Monate den Führerschein
abgeben. Außerdem bringt ihr die Verletzung der Straßenverkehrsordnung sieben
Punkte in Flensburg ein.
Käßmann
habe einen entsprechenden Strafbefehl des Amtsgerichts Hannover angenommen,
teilte die Staatsanwaltschaft mit und bestätigte Informationen der
"Bild-Zeitung“.
Käßmann
bleibt ein Auftritt vor Gericht somit erspart. Sie war nach Bekanntwerden des
Delikts als Bischöfin von Hannover und Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche
in Deutschland (EKD) zurückgetreten. Die Oberstaatsanwältin Irene Silinger: „Frau Käßmann hat den
Strafbefehl akzeptiert, er ist somit rechtsgültig.“
Margot Käßmann
war im Februar in Hannover von einer Polizeistreife angehalten worden. Zuvor
war sie mit ihrem Dienstwagen bei Rot über eine Kreuzung gefahren. Ein
Blutalkoholtest hatte 1,54 Promille ergeben.
Käßmann
trat am 24. Februar als hannoversche Landesbischöfin und EKD-Ratsvorsitzende
zurück. Inzwischen ermittelt die Staatsanwaltschaft in Lüneburg, wie die
Informationen über die Trunkenheitsfahrt an die Medien gelangten. Dpa 25
Stiftung als Glaubensbekenntnis
Erster Stiftertag der Bonifatius-Stiftung: Vermögen auf 2,6 Millionen Euro
gewachsen
Mainz. Das Stiftungskapital der Bonifatius-Stiftung des Bistums Mainz ist auf rund 2,6
Millionen Euro (Stand: 31.12.2009) gewachsen. Das wurde auf dem ersten
Stiftertag der Bonifatius-Stiftung am Dienstag, 23.
März, in der Bistumsakademie Erbacher Hof in Mainz bekannt.
Bei der Gründung der Stiftung im April
2005 betrug das Anfangsvermögen 30.000 Euro. Zudem stieg die Anzahl der
Unterstiftungen im Jahr 2010 auf 26 an. Weitere sieben Stiftungen befinden sich
in der Gründungsphase. Die Bonifatius-Stiftung ist
eine Stiftung für die Pfarrgemeinden des Bistums Mainz. Ihr Ziel ist es, die
pastoralen und baulichen Initiativen der Pfarrgemeinden und ihrer Verbände zu
fördern und zu erhalten. Als Dachstiftung übernimmt sie Verwaltungsaufgaben und
unterstützt die Treuhandstiftungen bei der Durchführung ihrer Vorhaben. Über
die Verwendung der Stiftungserträge entscheiden die Gremien der
Unterstiftungen.
Gut durch die Wirtschaftskrise gekommen
Zur Begrüßung bedankte sich Helga
Hammer, Landtagsvizepräsidentin a.D. und Vorsitzende des Kuratoriums der Bonifatius-Stiftung, bei den Stiftungsmitgliedern dafür,
dass sie sich für ein lebendiges Gemeindeleben einsetzten. Der Stiftertag solle
über die aktuellen Entwicklungen der Stiftung informieren, aber auch den
Erfahrungsaustausch zwischen den Stiftungsmitgliedern ermöglichen. Generalvikar
Prälat Dietmar Giebelmann, Vorstandsvorsitzender der Stiftung, hob in einem
geistlichen Impuls die Bedeutung der Bonifatius-Stiftung
für die Pfarrgemeinden im Bistum Mainz hervor. Eine Stiftung sei immer ein
Glaubensbekenntnis und ein Bekenntnis für die Zukunft der Kirche. Professor Dr.
Michael Ling, stellvertretender Vorstandsvorsitzender und Stiftungsbeauftragter
der Diözese, lobte die Anlagestrategie der Stiftung. Kirchliche Stiftungen
seien besser durch die weltweite Wirtschaftskrise gekommen als weltliche,
betonte er. Unter Berücksichtigung christlicher Werte habe die Bonifatius-Stiftung in einen Fonds der Pax-Bank investiert
und sei ohne Substanzverlust durch die Krise gekommen.
Nach den Vorträgen zur aktuellen
Entwicklung und zur Anlagestrategie der Stiftung konnten Vertreter der
Unterstiftungen Fragen an die Vorsitzenden stellen. Außerdem folgten zwei
Erfahrungsberichte von Mitgliedern der Stiftung St. Andreas in Klein-Winternheim und der Pfarrstiftung St. Laurentius in
Mainz-Ebersheim. Musikalisch wurde der Abend von der Gruppe „JazzThing"
gestaltet. Die Organisation des ersten Stiftertages hatte Bettina Kolbe,
Leiterin der Geschäftsstelle Stiftungen im Bischöflichen Ordinariat, übernommen.
Hinweis: Geschäftsstelle der Bonifatius-Stiftung, Bettina Kolbe M.A., Postfach 1560,
55055 Mainz, Tel.: 06131/253-108, Fax: -113, E-Mail:
bonifatius-stiftung@bistum-mainz.de, Internet: www.bonifatius-stiftung.de
lk (MBN)
Kirchenkritiker Hans Küng. Papst hielt Missbrauchsfälle geheim
Genf. Der Schweizer Theologe Hans Küng
hat Papst Benedikt XVI. vorgeworfen, wichtige Informationen über
Missbrauchsfälle geheim gehalten zu haben. "Es gab in der ganzen
katholischen Kirche keinen einzigen Mann, der so viel wusste über die
Missbrauchsfälle, und zwar ex officio - von seinem
Amt her", sagte Küng im Schweizer Fernsehen.
Nach Angaben seines Büros vom Mittwoch
bezog sich der Kirchenkritiker auf einen Brief, den Joseph Ratzinger im Mai
2001 in seiner damaligen Funktion als Chef der Glaubenskongregation geschrieben
hatte.
In dem 2005 bekannt gewordenem
Schreiben, das auch auf der Website des Vatikans steht, seien die kirchlichen
Würdenträger angewiesen worden, alle Voruntersuchungen und Anschuldigungen zu
Missbrauchsfällen an Ratzinger weiterzuleiten. Die Untersuchungen sollten
geheimbleiben. "Er kann doch nicht nur den Bischöfen den Zeigefinger
machen - ihr habt das nicht genügend gemacht - er selber hat die Instruktionen
gegeben - als Chef der Glaubenskongregation und auch als Papst wieder
neu", sagte Küng in dem Interview vom Sonntag.
Am Mittwoch war der Theologe für eine
Stellungnahme nicht zu erreichen. Küng war 1979 die kirchliche Lehrerlaubnis
entzogen worden, weil er die Unfehlbarkeit des Papstes infrage gestellt hatte.
Die von Ratzinger geleitete
Glaubenskongregation hatte im Mai 2001 allen Bischöfen den Brief "De Delictis Gravioribus" (Über
schwere Straftaten) geschickt.
Darin geht es auch um eine
"Straftat gegen die Sittlichkeit, nämlich: die von einem Kleriker
begangene Straftat (...) mit einem noch nicht 18-jährigen minderjährigen
Menschen". Er schreibt das Kirchenrecht fort, geht auch auf schwere
Straftaten "gegen die Sittlichkeit" ein und hält zu den Verfahren
nach dem Kirchenrecht fest: "Prozesse dieser Art unterliegen der
päpstlichen Geheimhaltung." Die Verjährungsfrist für Klagen, die der
Glaubenskongregation vorbehalten sind, betrage zehn Jahre.
An den bei den Bischöfen eingerichteten
Gerichtshöfen dürfen nach diesem Erlass für diese Strafverfahren "nur
Priester die Ämter des Richters, des Kirchenanwaltes, des Notars und des
Strafverteidigers gültig wahrnehmen". Sobald der Fall vor Gericht wie auch
immer beendet sei, seien die gesamten Akten des Verfahrens möglichst rasch von
Amts wegen an die Glaubenskongregation zu übermitteln, heißt es weiter.
Dieses Schreiben ist aus Sicht des
Vatikans wiederholt zu Unrecht als Beleg für eine "Kultur des
Schweigens" in der Kirche zitiert worden. Es sei vollkommen deutlich, dass
solche rein kirchenrechtlichen Normen kein Vertuschen beabsichtigt oder
gefördert hätten. (dpa 24)
Laieninitiative Österreich: „Widerstand leisten ohne Kirchenaustritt“
„Wie kann man der Kirche wieder eine
Zukunft geben? Sie ist ja verdüstert, diese Zukunft. Unsere Antwort: Wir müssen
Widerstand leisten. Wir fordern heute deshalb alle unzufrieden und ungeduldig
gewordenen Kirchenmitglieder auf, nicht wegzugehen, sondern Widerstand durch
einen konsequenten Ungehorsam zu leisten.“ ... sagt Herbert Kohlmaier von der
„Laieninitiative“. Angesichts des Imageverlustes der katholischen Kirche nach
dem Missbrauchsskandal ruft die katholische Vereinigung mit Sitz in Österreich
zu „loyalem Widerstand“ auf. Ihr Plädoyer: Statt auszutreten könne man die
Kirche doch besser von innen heraus verbessern; Reformbedarf gebe es allemal,
nicht nur in puncto Missbrauchsprävention. (kap/laieninitiative)
Die US-amerikanischen Bischöfe drängen
Präsident Barack Obama zu einer Reform des Einwanderungsrechtes. Während der
Senat am Sonntag noch über die Gesundheitsreform abstimmte, gingen in
Washington zehntausende Menschen für eine Neuregelung der Einwanderung auf die
Straße. Sie fordern eine rechtmäßige Anerkennung der Migranten in den USA. Dort
leben und arbeiten etwa zwölf Millionen illegale Einwanderer, ohne als Bürger
rechtmäßig anerkannt zu sein. Obama will das „kaputte Einwanderungssystem“ – so
der Präsident in einer Videobotschaft am Sonntag wörtlich – noch in diesem Jahr
mit einem entsprechenden Gesetz „reparieren“. Was „kaputt“ ist am alten System,
erklärt im Interview mit Radio Vatikan der Bischof von Salt Lake City, John Wester. Auch er ist am Wochenende nach Washington gereist.
„Das alte System entspricht einfach
nicht mehr der aktuellen Situation. Familien werden auseinander gerissen,
warten jahrelang auf ein Visum, Eltern werden von ihren Kindern, Ehemänner von
ihren Frauen getrennt usw. Es gibt so viele Menschen, die nicht registriert
sind und ein regelrechtes Schattendasein führen. Obwohl sie arbeiten und
Steuern zahlen, können sie viele Leistungen nicht in Anspruch nehmen. Wir haben
eine permanente Unterschicht im Land – das ist wirklich untolerierbar
und keine gute Art für Menschen zu leben. Wir brauchen eine Reform des
Einwanderungsgesetzes, und zwar jetzt!”
Am Streitpunkt um die illegalen
Einwanderer, von denen die meisten aus Lateinamerika kommen, war 2007 eine
Reform der Einwanderungsgesetze im Senat gescheitert. (diverse 23)