Notiziario religioso  26-28  Marzo  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Venerdì 26. Il commento al Vangelo. “Credete almeno alle opere”  1

2.       Sabato 27. Il commento al Vangelo. Il Sinedrio decide di uccidere Gesù  1

3.       Domenica 28. Il commento al Vangelo. Domenica delle Palme  2

4.       Domenica 28. Le Palme. Perché ha dovuto morire per salvarci?  4

5.       Udienza generale. Il Papa ricorda che "la vita va difesa"  7

6.       Ma quello dei vescovi non è un dietrofront 7

7.       Pedofilia, Hans Kung accusa il Papa:. «Ha tenuto nascoste le informazioni»  7

8.       Famiglia Cristiana intervista il Direttore generale della Fondazione Migrantes  8

9.       Pedofilia, s'è dimesso il vescovo che insabbiò le violenze in Irlanda  9

10.   Pasqua. Straordinario paradosso  9

11.   I grandi "sì". La bellezza dell'amore cristiano  9

12.   Usa, abusò di 200 bambini. Il Nyt: «Il Papa e Bertone lo coprirono». Sit-in contro Ratzinger 9

13.   Genesi di un delitto. La rivoluzione degli anni '60  10

14.   Due cardinali e uno studioso di sociologia delle religioni sui fattori culturali analizzati dal papa  10

15.   I giornali delle MCI in Europa al Convegnmo della Fisc  11

16.   In tanta sofferenza. I cristiani iracheni verso la Pasqua  12

17.   La Migrantes per l’integrazione socio-ecclesiale degli immigrati 12

18.   Pistoia. Ai giovani un manuale per imparare a confessarsi 13

 

 

1.       Papst: „Die Natur als Buch, geschrieben von Gott...“  13

2.       Missbrauch. New York Times erhebt Vorwürfe gegen Ratzinger 13

3.       Medienexperte: „Anti-Kirchen-Kampagne“ ist Quatsch  13

4.       Missbrauchsskandal in Irland. Mehrfacher Autoritätsverlust 14

5.       USA: Missbrauch in katholischer Kirche. Und wieder schwieg Ratzinger 14

6.       Deutschland: Kirche büßt Vertrauen ein  15

7.       Kardinal Bagnasco: „Gerechtigkeit durch Wahrheit“  15

8.       Benediktinermönch Anselm Grün. Der Mann fürs Einfache  15

9.       Vatikan: Besuch aus dem hohe Norden  16

10.   Europaparlament für Steuer auf Finanztransaktionen  16

11.   Kindesmissbrauch und Kirche. Nicht von dieser Welt 16

12.   Trunkenheitsfahrt. Strafbefehl gegen Ex-Bischöfin Margot Käßmann  17

13.   Stiftung als Glaubensbekenntnis  18

14.   Kirchenkritiker Hans Küng. Papst hielt Missbrauchsfälle geheim   18

15.   Laieninitiative Österreich: „Widerstand leisten ohne Kirchenaustritt“  18

16.   „Raus aus dem Schattendasein“  18

 

 

Venerdì 26. Il commento al Vangelo. “Credete almeno alle opere”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 10,31-42) commentato da P. Lino Pedron 

 

  31 I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. 32 Gesù rispose

  loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale

  di esse mi volete lapidare?». 33 Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per

  un'opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». 34

  Rispose loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi

  siete dei? 35 Ora, se essa ha chiamato dei coloro ai quali fu rivolta la

  parola di Dio (e la Scrittura non può essere annullata), 36 a colui che il

  Padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho

  detto: Sono Figlio di Dio? 37 Se non compio le opere del Padre mio, non

  credetemi; 38 ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete

  almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel

  Padre». 39 Cercavano allora di prenderlo di nuovo, ma egli sfuggì dalle loro

  mani.

  40 Ritornò quindi al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni

  battezzava, e qui si fermò. 41 Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non

  ha fatto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era

  vero». 42 E in quel luogo molti credettero in lui.

Il dialogo con i giudei, riportato nei capitoli 7 e 8 aveva avuto come epilogo

il tentativo di uccidere Gesù a sassate. Qui tentano ancora una volta di

lapidarlo. Le parole di Gesù di essere una cosa sola con Dio si rivelano

scandalose agli orecchi degli increduli giudei.

Gesù dimostra di essere il Figlio di Dio con una duplice argomentazione, quella

della Scrittura e quella delle opere straordinarie compiute nel nome del Padre.

Gesù reagisce in modo pacato al gesto violento dei suoi avversari: "Vi ho

mostrato molte opere buone da parte del Padre; per quale di queste opere mi

lapidate?" (v. 32). I giudei replicano che lo vogliono lapidare per la bestemmia

pronunciata, perché si proclama Dio. Gesù argomenta dal Sal 81, di valore

incontestabile per i giudei, che se dei semplici uomini sono chiamati dei e

figli dell’Altissimo, quanto più è Figlio di Dio colui che il Padre ha

consacrato e mandato nel mondo per essere il rivelatore definitivo e il

salvatore universale.

La seconda argomentazione di Gesù a prova della sua divinità è costituita dalle

opere eccezionali compiute nel nome del Padre (cfr Gv 10,37-38). E’ il Padre

che, nel Figlio, compie le sue opere (cfr Gv 14,10-11).

I giudei sarebbero senza colpa se Gesù non avesse compiuto opere che nessun

altro al mondo ha mai fatto; ma ora non sono scusabili per questo peccato (cfr

Gv 15,23-25). Le opere eccezionali compiute da Gesù hanno una finalità ben

precisa: favorire la fede nella sua divinità: "Credete alle opere, affinché

sappiate e conosciate che il Padre è in me e io sono nel Padre (Gv 10,38).

Gesù si ritira a Betania, non il villaggio di Lazzaro, ma una località situata

sulla sinistra del Giordano dove il Battista aveva svolto il suo primo ministero

(cfr Gv 1,28). Questo ritorno di Gesù nel luogo dove aveva avuto inizio la sua

rivelazione pubblica forma un’inclusione solenne tra Gv 1,28ss e 10,40ss. Forse

l’evangelista vuole insinuare che la sua manifestazione davanti al mondo

iniziata a Betania si conclude, dopo essersi infranta contro il muro

dell’incredulità dei giudei.

Queste persone che vanno da Gesù (v. 41) indicano il movimento della fede. I

nuovi discepoli constatano che le cose dette da Giovanni Battista sul conto di

Gesù erano vere. Queste persone che credono esistenzialmente nel Figlio di Dio

si rivelano come pecore di Cristo: ascoltano la sua voce e lo seguono (cfr Gv

10,27). De.it.press

 

 

 

 

 

Sabato 27. Il commento al Vangelo. Il Sinedrio decide di uccidere Gesù

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 11,45-56) commentato da P. Lino Pedron 

 

  45 Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli

  aveva compiuto, credettero in lui. 46 Ma alcuni andarono dai farisei e

  riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. 47 Allora i sommi sacerdoti e i

  farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest'uomo compie

  molti segni. 48 Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i

  Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». 49 Ma uno

  di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro:

  «Voi non capite nulla 50 e non considerate come sia meglio che muoia un solo

  uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». 51 Questo però non lo

  disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva

  morire per la nazione 52 e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire

  insieme i figli di Dio che erano dispersi. 53 Da quel giorno dunque decisero

  di ucciderlo.

  54 Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si

  ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim,

  dove si trattenne con i suoi discepoli.

  55 Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione andarono a

  Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. 56 Essi cercavano Gesù e

  stando nel tempio dicevano tra di loro: «Che ve ne pare? Non verrà egli alla

  festa?».

Questo brano illustra la reazione opposta al segno della risurrezione di

Lazzaro: molti spettatori del miracolo credono in Gesù, i capi del popolo

decretano la sua morte, ostinandosi nella loro cecità volontaria.

Gv 11,45-57 prepara la passione e la crocifissione del Cristo. Questo brano ha

un profondo significato teologico. Non solo determina che Gesù deve morire, ma

stabilisce anche lo scopo e l’effetto di questa morte: egli muore "per riunire

insieme i figli di Dio che erano dispersi" (v. 52).

Questo è uno dei pochi brani del vangelo di Giovanni che parla del valore

salvifico della morte di Gesù.

Il prodigio della risurrezione di Lazzaro ha favorito la fede di molti giudei

venuti da Maria. I segni operati da Gesù devono favorire la fede (cfr Gv

20,30-31). Bisogna credere nel Figlio di Dio almeno per i segni eccezionali da

lui operati (cfr Gv 14,11). Tuttavia la fede profonda deve prescindere dal

vedere, per cui Gesù proclama beati i discepoli che credono senza aver visto

(cfr Gv 20,29).

Non tutti i giudei presenti a Betania hanno creduto, anzi alcuni andarono subito

ad informare i sommi sacerdoti e i farisei i quali prendono occasione da questa

notizia per radunare d’urgenza il consiglio supremo.

I sommi sacerdoti e i farisei mostrano la loro preoccupazione per il

comportamento di Gesù e implicitamente riconoscono la loro impotenza dinanzi ai

segni operati da lui. L’ammissione che Gesù compie molti prodigi non stimola i

giudei a credere, ma al contrario li spinge a prendere misure repressive nei

suoi confronti. La preoccupazione maggiore dei capi religiosi degli ebrei è di

carattere politico: essi temono di perdere il potere.

Quando Giovanni scriveva il suo vangelo, la deportazione degli ebrei e la

distruzione di Gerusalemme operata dai romani era un fatto compiuto. I capi del

popolo che temevano dei disastri sociali a motivo della fede in Cristo, non

previdero che questi mali sarebbero stati una conseguenza della loro

incredulità, un castigo per aver rifiutati il loro Messia (cfr Lc 19,41-44).

Caifa nel suo intervento dichiara che è conveniente sacrificare un uomo per

evitare la rovina dell’intera nazione. Per l’evangelista queste espressioni di

Caifa acquistano un significato molto profondo. Gesù muore a favore dell’intera

umanità, per donare la vita al mondo (cfr Gv 6,51), per salvare il gregge di Dio

(cfr Gv 10,11.15), per santificare i discepoli nella verità (cfr Gv 17,19).

I figli di Dio sono i discepoli di Gesù, generati da Dio (cfr Gv 1,12-13). Il

loro distintivo è la fede e l’amore. Questo popolo che è stato acquistato dal

Signore (cfr 1Pt 1,19) è la Chiesa, la sposa santa e immacolata di Cristo (cfr

Ef 5,25-27).

La morte di Cristo ha una finalità salvifica perché raduna in unità i dispersi

figli di Dio. Il peccato è divisione, la salvezza è vita in unità con Dio e con

i fratelli. La morte di Gesù realizza l’oracolo di Ezechiele 34,12-13 che

prediceva la riunione delle pecore del Signore, radunandole da tutte le regioni

nelle quali erano state disperse, per formare un solo gregge condotto da un solo

pastore.

Dopo la decisione del sinedrio Gesù si ritira ai margini del deserto di Giuda.

Questi avvenimenti si verificarono a pochi giorni dalla Pasqua. I giudei che

abitavano in campagna salivano qualche giorno prima della solennità per

purificarsi secondo le prescrizioni della legge, sottoponendosi ai riti di

aspersione con il sangue degli agnelli (cfr 2Cr 30,15 ss). Questi pellegrini

cercano Gesù. La loro ricerca era sincera. Questi pii campagnoli osanneranno

Gesù in occasione del suo ingresso trionfale in Gerusalemme (cfr Gv 12,12).

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Domenica 28. Il commento al Vangelo. Domenica delle Palme

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 19,28-40) commentato da P. Lino Pedron 

 

  28 Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso

  Gerusalemme.

  29 Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi,

  inviò due discepoli dicendo: 30 «Andate nel villaggio di fronte; entrando,

  troverete un puledro legato, sul quale nessuno è mai salito; scioglietelo e

  portatelo qui. 31 E se qualcuno vi chiederà: Perché lo sciogliete?, direte

  così: Il Signore ne ha bisogno». 32 Gli inviati andarono e trovarono tutto

  come aveva detto. 33 Mentre scioglievano il puledro, i proprietari dissero

  loro: «Perché sciogliete il puledro?». 34 Essi risposero: «Il Signore ne ha

  bisogno».

  35 Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi

  fecero salire Gesù. 36 Via via che egli avanzava, stendevano i loro mantelli

  sulla strada. 37 Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando

  tutta la folla dei discepoli, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce,

  per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo: 38 « Benedetto colui che viene,

  il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!».

  39 Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi

  discepoli». 40 Ma egli rispose: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno

  le pietre».

E’ la venuta del Messia, l’inizio del suo regno. Viene il Signore della pace,

l’erede del trono di Davide che regnerà senza fine (cfr Lc 1,32-33). Viene in

umiltà e mitezza.

La salvezza consiste nell’accogliere questo Messia povero, sempre in viaggio e

sempre alla porta che bussa. Egli viene e verrà sempre allo stesso modo in cui

l’abbiamo visto venire.

Gesù sarà rifiutato per la sua scelta di essere povero e umile. La fede

cristiana consiste nell’accettarlo così com’è.

La visita di Gesù a Gerusalemme ha il suo centro nel tempio e il suo punto di

partenza e di arrivo sul monte degli Ulivi. Su questo monte riceverà il suo

battesimo di sangue (Lc 22,4) e si eleverà al cielo (Lc 24,50-51).

Il Messia non viene con il cavallo come chi ha il potere. Non viene neppure con

il carro da guerra come chi vuole conquistarlo (Zc 9,9). Il nostro re è in mezzo

a noi come colui che serve (Lc 22,27). Per questo viene cavalcando l’umile

animale da servizio quotidiano.

L’asinello è figura di Gesù che prende su di sé il nostro peso morto (Lc 10,34;

Gv 1,29). Il suo messianismo è in povertà, umiliazione e umiltà, che sono i

mezzi potenti di chi ama e libera dalla schiavitù dell’egoismo. Rifugge dalle

ricchezze, dal potere e dalla gloria, che sono i mezzi deboli di chi ha paura e

schiavizza.

L’asinello, che è figura di Gesù, rappresenta pure l’immagine del vero cristiano

che serve per amore in umiltà. Nella comunità cristiana ci sono troppi cavalli

da parata e pochi asinelli che portano il Cristo a Gerusalemme.

 

La scena della morte di Gesù, secondo Luca, contiene varie particolarità

rispetto a Matteo e Marco. Le principali sono le seguenti: invece della

citazione del Salmo 22 e le relative parole su Elia, troviamo la citazione del

Salmo 31; il velo del tempio si lacera prima della sua morte; il centurione lo

proclama giusto; le folle si battono il petto.

Le brevi annotazioni degli avvenimenti che precedono e seguono la morte di Gesù

ne illustrano i vari aspetti teologici. Le tenebre e l’oscurarsi del sole (v.

44) sottolineano la sua portata cosmica e salvifica. Crocifiggendo il Giusto, il

mondo ripiomba nelle tenebre del caos iniziale (Gen 1,2). L’oscurarsi della

terra è anche segno di lutto. È il pianto della creatura per il suo Creatore. Lo

squarciarsi del velo del tempio (v. 45) significa che Dio non è più chiuso

all’uomo. Si è aperto per raccogliere il Figlio (e con lui tutti i figli) che

ritorna a casa. In lui ogni fratello ora è riconciliato e ha libero accesso al

Padre. Cessa l’antica alleanza che denuncia il peccato e inizia la nuova che

annuncia il perdono.

Morendo, Gesù si abbandonò al Padre. La diffidenza e la fuga dell’uomo diventano

affidamento e ritorno a lui. È la vittoria sul veleno della menzogna antica,

l’ingresso nel paradiso originario in cui il Benefattore introduce ogni

malfattore che glielo chiede. La morte di Gesù è l’esaltazione piena di Dio; la

sua Gloria torna tra gli uomini. Anche il centurione pagano la riconosce (v.

47). Nel giusto che muore con gli ingiusti si rende presente l’amore di Dio per

noi.

Questa morte è uno "spettacolo" (v. 48), visione dell’essenza di Dio che si

manifesta nella sua misericordia per l’uomo. Il Crocifisso è la visione di Dio,

da cui scaturisce un nuovo modo di essere e di vivere. Finalmente l’uomo vede

chi è Dio, si converte a lui e ritorna a lui nel quale solamente è se stesso e

può vivere.

I conoscenti di Gesù e le donne (v. 49) raffigurano l’inizio della Chiesa,

piccola, debole e impotente come il suo Signore. Riunita ai piedi della croce,

raccoglie il frutto della compassione di Dio per il male degli uomini.

La morte di Gesù è l’uccisione dell’autore della vita (At 3,15). Non ci può

essere male maggiore. Il peccato, principio di decreazione, è consumato. Tutto

regredisce al caos primordiale. La tenebra, che si addensa attorno alla croce,

segna la fine del mondo posto nelle mani del maligno e l’inizio di una nuova

genesi. Questa tenebra allude alla profezia di Amos: "In quel giorno – oracolo

del Signore Dio - farò tramontare il sole a mezzogiorno e oscurerò la terra in

pieno giorno", per fare "come un lutto per un figlio unico" (Am 8,9-10). Tutta

la creazione partecipa al dolore del Padre per la morte del Figlio.

La morte di Gesù ha un significato cosmico e storico, definitivo e universale.

In lui finisce la creazione iniziata con la genesi e comincia la ricreazione che

coinvolge tutto e tutti, Dio compreso.

In questa oscurità assoluta, dall’alto della croce, risuonerà forte la voce del

Verbo creatore. Questo giorno è la notte della nuova creazione e dell’esodo

definitivo. Si squarcia il velo del tempio. Ora Dio non ha più veli. Nel suo

Figlio unico, dato per noi, si è svelato come il Padre delle misericordie (2Cor

1,3).

L’accesso a lui è aperto a tutti e per sempre. Nel fratello Gesù ogni uomo

incontra il Padre. Per l’eccessivo amore con cui ci ha amati (Ef 2,4), Dio ha

abbattuto il muro della separazione. Siamo tutti santi, suoi familiari e suo

tempio nello Spirito (Ef 2,14-22).

All’ora nona si suonavano nel tempio le trombe per l’inizio della preghiera

vespertina. Gesù associa la sua voce alta e forte a quella del popolo in

preghiera. È eccezionale questo grido per uno che muore in croce. Nelle tenebre

risuona una voce divina. È la voce potente del Verbo che fa nuove tutte le cose

(Ap 21,5). È il grido dell’uomo nuovo che viene alla luce.

Luca fa dell’abbandono di Dio (Mc 15,34; Mt 25,46) il luogo dell’abbandono a

Dio: la fede. Per questo, invece che dal Sal 22, cita dal Sal 31. È il lamento

del giusto perseguitato che si mette nelle braccia di Dio. Gesù aggiunge

all’inizio la parola: "Abbà, Papà". Sono le sue ultime parole. Le sue prime

furono: "Non sapete che io devo essere nelle cose del Padre mio?" (2,49). La

parola "Padre" sulla bocca di Gesù fa da inclusione a tutto il vangelo di Luca.

Esso è tutto una rivelazione della paternità di Dio attraverso quanto il Figlio

ha fatto e detto in ricerca dei suoi fratelli perduti. Ora è giunto alla fine

della sua fatica. Si consegna al Padre e gli affida la sua vita al termine della

sua missione. La sua morte da figlio obbediente e fratello di tutti i malfattori

apre a tutti il varco della vita. È l’esodo definitivo. Veniamo dal Padre e

ritorniamo al Padre. La nostra morte diventa il ritorno a casa. Come Gesù si

affida nelle mani del Padre, così il discepolo si affiderà nelle mani di Gesù.

Stefano dirà: "Signore Gesù, accogli il mio spirito" (At 7,59). La morte di Gesù

è la nostra salvezza perché è la solidarietà di Dio con noi. Ma è anche

l’esempio di come muore l’uomo nuovo, l’Adamo riconciliato col Padre.

La morte è l’atto di fede più grande. A causa del peccato rimane sempre, anche

per il credente, la drammaticità della morte col suo travaglio. Ma è illuminata

dalla presenza di Gesù, che è venuto a condividere la nostra sorte di

malfattori.

Ai piedi della croce ci sono tre categorie di persone che "vedono": il

centurione, le folle e i conoscenti con le donne. Tutti costoro guardano il

grande avvenimento dell’esodo di Gesù con i segni che l’accompagnano. La

contemplazione della croce è per tutti. È l’antidoto che Dio ha dato ai suoi

figli per vincere il veleno del serpente (Gv 3,14-15; Nm 21,4ss). Da questo

sguardo al Crocifisso nasce il nuovo popolo.

Il centurione, comandante dei soldati che eseguirono la crocifissione, è la

persona spiritualmente più lontana. Ora glorifica Dio. Gloria (ebraico: kabod =

peso) indica la sovrabbondante bellezza di Dio che rompe ogni argine e straripa

nell’universo. Glorificare Dio significa riconoscerlo in concreto, dandogli

nella nostra vita il peso che si merita. Nella morte di Gesù vediamo la gloria

di Dio, tutto il suo amore per noi.

Alla sua nascita gli angeli glorificavano Dio in cielo (2,13-14). Alla sua morte

gli uomini peccatori lo glorificavano in terra, primo fra tutti il responsabile

diretto della sua crocifissione.

La morte di Gesù è la glorificazione piena di Dio come Dio, perché è

l’esaltazione del suo amore per tutti e sopra tutti.

"Davvero quest’uomo era giusto". Cristo è colui che compie la volontà di Dio. In

 

Gesù si compie pienamente la giustizia di quel Dio che "vuole che tutti gli

uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1Tm 2,4). Ora

finalmente capiamo cos’è la sua giustizia: è la misericordia del Padre (6,36)

che giustifica i peccatori.

La morte di Gesù in croce è uno spettacolo, una rappresentazione di Dio: si apre

il velo del Santo dei santi e vediamo faccia a faccia la profondità del mistero.

"Guarderanno a colui che hanno trafitto" (Gv 19,37). Nel Crocifisso abbiamo la

visione di Dio-Amore che dà tutto se stesso. È il libro spalancato della

misericordia di Dio. Il battersi il petto è segno di lutto e di conversione. È

l’inizio della conversione di pentecoste.

Questi conoscenti di Gesù (v. 49) rappresentano la Chiesa con le sue note

essenziali: seguire Gesù, stare ai piedi della croce, contemplare il Crocifisso

e rispondere alla sua compassione in debolezza e vulnerabilità estrema.

  50 C'era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e

  giusta. 51 Non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri. Egli

  era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. 52 Si

  presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. 53 Lo calò dalla croce, lo

  avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella

  quale nessuno era stato ancora deposto. 54 Era il giorno della parascève e già

  splendevano le luci del sabato. 55 Le donne che erano venute con Gesù dalla

  Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto

  il corpo di Gesù, 56 poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli

  profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento.

La vita di Gesù è racchiusa tra due grotte, quella della nascita e quella della

morte. È l’umiltà di Dio. È in tutto simile a noi che veniamo dalla terra e ad

essa torniamo. Qui il suo amore raggiunge la massima umiltà (humus = terra),

fino all’identificazione con noi. Il corpo di Gesù, messo sotto terra, è il seme

che porterà il frutto della Vita. Il Messia non salva dalla morte, ma nella

morte. Ora scende nel regno di colei che ha tutti in suo potere. La Vita varca

le porta della morte. La luce entra nelle tenebre. Le prime parole rivolte da

Dio all’uomo peccatore erano: "Uomo, dove sei?" (Gen 3,9). Qui Dio finalmente

raggiunge l’uomo, perché non può più fuggire oltre. La tomba dove dormono tutti

i figli di Dio diventa anche la tomba di Dio. Riposa con loro dopo averli

cercati e amati da sempre.

La bontà (v. 50) consiste nel non seguire il consiglio degli empi (Sal 1,1); la

giustizia nel non acconsentire alla loro condotta, ma adempiere la volontà di

Dio. Giuseppe faceva parte del sinedrio, ma non era consenziente al parere e

all’azione dei suoi colleghi.

Secondo la Scrittura ogni condannato è immondo. "Il suo cadavere non dovrà

rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché

l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore

tuo Dio ti dà in eredità" (Dt 21,23). Il corpo di Gesù, fatto per noi

maledizione (Gal 3,13), è la benedizione promessa in Abramo a tutte le genti

(Gen 12,3; 22,18).

Maria generò il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo adagiò nella

 

mangiatoia (2,7). Giuseppe lo toglie dalla croce, lo avvolge nel lenzuolo e lo

pone nel sepolcro.

Sono le prime e le ultime cure che le mani di una donna e di un uomo prestano a

Dio.

La sepoltura di Gesù fu affrettata a causa del sabato imminente. Il sepolcro di

Cristo è il compimento della creazione. Segna l’inizio del grande sabato

definitivo, del giorno unico e senza tramonto, in cui Dio ha finito la sua

opera. Ora Dio e l’uomo riposano perché ognuno ha trovato nell’altro la sua

casa: Dio nell’uomo e l’uomo in Dio. De.it.press

 

 

 

 

Domenica 28. Le Palme. Perché ha dovuto morire per salvarci?

 

Per chi ha interiorizzato un’immagine pietistica di Gesù è difficile capire la ragione per cui egli è stato ucciso. Come si può divenire nemici di colui che cura i malati, abbraccia e accarezza i bambini, ama i poveri, difende i deboli? In quest’ottica la sua morte è un fatto inspiegabile, da attribuire ad una misteriosa volontà del Padre che, per perdonare il peccato dell’uomo, aveva bisogno di vedere scorrere il sangue di un giusto. Difficile davvero accettare quest’interpretazione!

Con profondo dolore ricordiamo poi l’assurda attribuzione di questa morte al popolo ebraico e le percosse inflitte con la croce agli Ebrei durante le processioni del venerdì santo.

Perché allora Gesù è morto? In quale senso ha immolato la sua vita per noi? Da quali schiavitù ci ha liberato consegnandosi a chi lo ha inchiodato in croce?

La ragione dell’ostilità che si è scatenata contro di lui sta nel fatto che egli è apparso come luce del mondo (Gv 9,5). “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta” (Gv 1,4-5). “Egli era la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9), “ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie” (Gv 3,19).

Alcuni raggi di questa luce che ha squarciato le tenebre del mondo sono stati particolarmente intensi. Sono raggi penetrati nel cuore delle persone semplici colmandole di gioia e di speranza, ma hanno abbagliato, hanno infastidito, sono divenuti insopportabili per gli occhi torbidi di altri (e questa drammatica storia può ripetersi oggi). In particolare:

- ha proposto un nuovo volto di Dio. Non più un Dio giustiziere, ma un Dio che salva ogni uomo;

- ha proposto un nuovo volto d’uomo. Ha capovolto i valori di questo mondo: grande per lui non è chi vince e chi domina, ma chi serve i fratelli;

- ha proposto una nuova religione. Non più quella dei riti, ma quella “in spirito e verità”;

- ha proposto una nuova società in cui il “primo” è il povero, il debole, l’emarginato.

Gesù non ha ricercato la morte in croce, ma per evitarla avrebbe dovuto rinnegare tutte queste sue proposte, avrebbe dovuto rientrare nei ranghi, stare zitto, adeguarsi alla mentalità corrente, rassegnarsi al trionfo del male, abbandonare per sempre l’uomo nelle mani del “principe di questo mondo”. Avrebbe dovuto tornare a Nazareth a costruire tavoli ed aratri. Lo avrebbero lasciato tranquillo. Non solo non sarebbe stato messo in croce, ma sarebbe stato colmato d’onori. Avrebbe fatto carriera nell’istituzione religiosa ufficiale... ottenendo quei “regni di questo mondo” che satana gli aveva promesso fin da principio. Ma questo sarebbe stato il fallimento della sua missione.

Durante questa settimana non siamo invitati a rattristarci e a piangere la morte di Gesù, ma a gioire per la liberazione che egli ha realizzato donando la sua vita.

Proviamo anche ad interrogarci: davvero siamo entrati nella nuova realtà nata dal suo sacrificio? Chiediamoci se abbiamo accolto il suo Regno, assimilando il nuovo volto di Dio, la nuova religione, il nuovo volto d’uomo e la nuova società da lui proposti.

 

Prima Lettura (Is 50,4-7)

 

4 Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati,

 perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola.

 Ogni mattina fa attento il mio orecchio

 perché io ascolti come gli iniziati.

 5 Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio

 e io non ho opposto resistenza,

 non mi sono tirato indietro.

 6 Ho presentato il dorso ai flagellatori,

 la guancia a coloro che mi strappavano la barba;

 non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.

 7 Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso,

 per questo rendo la mia faccia dura come pietra,

 sapendo di non restare deluso.

 

Spiegando la prima lettura della festa del battesimo del Signore, abbiamo parlato di un personaggio misterioso che entra in scena nella seconda parte del libro d’Isaia. Si tratta del “Servo del Signore”. Nella lettura di oggi questo “Servo” ricompare ed è egli stesso che parla.

Descrive anzitutto la missione che gli è stata affidata: è inviato ad annunciare un messaggio di consolazione a chi è abbattuto e senza speranza (v.4). Dalle sue labbra escono sempre e solo parole di conforto per chi si è smarrito su vie non buone e non riesce a ritrovare il retto cammino, per chi è avvolto dalle tenebre e brancola nel buio.

     Poi chiarisce il modo con cui porterà a compimento la sua missione (vv.4-5). Il Signore – dice – gli ha dato un orecchio capace di ascoltare e una bocca in grado di comunicare. Tuttavia, siccome ciò che questo Servo ha udito non era piacevole, la sua prima reazione è stata di tirarsi indietro, di rinunciare, di trovare una giustificazione per eclissarsi (v.5). Non lo ha fatto, ha saputo resistere.

     Infine racconta ciò che gli è successo, quali sono state le conseguenze della sua coerenza. Ha trasmesso fedelmente il messaggio udito ed è stato percosso, insultato, schiaffeggiato, gli hanno sputato in faccia, ma non ha reagito, ha continuato a confidare nel Signore (v.7).

Ascoltando soprattutto l’ultima parte della lettura, si è spontaneamente indotti ad accostare questo Servo a Gesù (subito dopo la Pasqua, i cristiani hanno fatto questo collegamento). Come il “Servo del Signore”, Gesù si è mantenuto in ascolto del Padre, ha pronunciato solo parole di consolazione e speranza, ha dato conforto agli sfiduciati, agli emarginati ed ha fatto la fine del Servo di cui si parla nel libro di Isaia (Cf. Mt 27,27-31).

A questo punto il rischio è quello di soffermarsi a contemplare e ad ammirare la fedeltà di Gesù, di commuoversi di fronte a ciò che egli ha sofferto, di provare sdegno per le ingiustizie che ha subito e di concludere che, anche oggi, per qualche eroe fedele a Dio si può ripetere la medesima, drammatica esperienza del Servo del Signore.

Non qualche eroe, ma ogni uomo è chiamato a svolgere la missione del “Servo” e di Cristo.

Quale? Questa: mantenersi in ascolto della parola di Dio, tradurre in atto ciò che ha udito ed essere disposto a subirne le conseguenze.

 

Seconda Lettura (Fil 2,6-11)

 

6 Cristo Gesù, pur essendo di natura divina,

 non considerò un tesoro geloso

 la sua uguaglianza con Dio;

 7 ma spogliò se stesso,

 assumendo la condizione di servo

 e divenendo simile agli uomini;

 apparso in forma umana,

 8 umiliò se stesso

 facendosi obbediente fino alla morte

 e alla morte di croce.

 9 Per questo Dio l’ha esaltato

 e gli ha dato il nome

 che è al di sopra di ogni altro nome;

 10 perché nel nome di Gesù

 ogni ginocchio si pieghi

 nei cieli, sulla terra e sotto terra;

 11 e ogni lingua proclami

 che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

 

La comunità di Filippi era molto buona. Paolo ne era orgoglioso. Tuttavia, come succede anche nelle migliori comunità, a Filippi c’era un po’ d’invidia fra i cristiani. Qualcuno cercava di attirare su di sé l’attenzione, voleva farla un po’ da padrone imponendo la propria volontà.

E’ a causa di questa situazione che Paolo, nella prima parte della lettera raccomanda in modo accorato: “Fate che la mia gioia sia piena, andate d’accordo, abbiate lo stesso amore, un’anima sola, un medesimo modo di sentire; non fate nulla per rivalità, nulla per vanagloria. Non badate al vostro bene, ma a quello degli altri” (Fil 2,2-4).

Per imprimere meglio nella mente e nel cuore dei filippesi questo insegnamento, presenta l’esempio di Cristo e lo fa citando un inno stupendo, conosciuto in molte delle comunità cristiane del I secolo.

In due strofe l’inno racconta la storia di Gesù.

Egli esisteva già prima di farsi uomo; incarnandosi “si è svuotato” della sua grandezza divina ed ha accettato di entrare in un’esistenza schiava della morte. Non si è rivestito della nostra umanità come di un abito esterno del quale alla fine si è poi sbarazzato. Si è fatto per sempre simile a noi: ha assunto la nostra debolezza, la nostra ignoranza, la nostra fragilità, le nostre passioni, i nostri sentimenti e la nostra condizione mortale. E’ apparso ai nostri occhi nell’umiltà del più disprezzato degli uomini, lo schiavo, colui al quale i romani riservavano il supplizio ignominioso della croce (vv.6-8).

Il cammino che egli ha percorso non si è però concluso con l’umiliazione e la morte in croce.

La seconda parte dell’inno (vv.9-11) canta la gloria alla quale egli è stato elevato: il Padre lo ha risuscitato, lo ha additato a modello per ogni uomo e gli ha dato il potere ed il dominio su ogni creatura. L’umanità intera finirà per essere assimilata a lui e allora il progetto di Dio sarà compiuto.

 

Vangelo (Lc 22,14-23,56)

 

Tutti gli evangelisti dedicano uno spazio considerevole al racconto della passione e morte di Gesù. La traccia che seguono e i fatti sono fondamentalmente gli stessi, anche se vengono narrati in modo e secondo prospettive diverse. Ogni evangelista presenta però anche episodi, dettagli, sottolineature che gli sono propri. Questi rivelano l’attenzione e l’interesse per alcuni temi di catechesi ritenuti significativi e urgenti per le sue comunità. La versione del racconto della passione che oggi ci viene proposta è quella secondo Luca. Nel nostro commento ci limiteremo a sottolinearne gli aspetti caratteristici.

 

Nel suo Vangelo Luca non si lascia mai sfuggire l’occasione per mettere in risalto la bontà e la misericordia di Gesù. Lo fa anche durante la passione.

La reazione istintiva di fronte a un aggressore che vuole uccidere è l’autodifesa.  Quando viene data la notizia che, durante una colluttazione, un mafioso ha avuto la peggio ed è rimasto ferito, molti gioiscono e c’è anche chi si rattrista se qualcuno lo ha soccorso.

La reazione contro l’aggressore è spontanea, comprensibile e, dal punto di vista umano, anche giustificabile: nell’orto degli Ulivi, gli apostoli non esitano a porla in atto. Per impedire il sopruso, la violenza, l’ingiustizia, la prima cosa che pensano di fare è mettere mano alla spada. La frase: Signore, dobbiamo colpire con la spada?, nel testo originale non si presenta come una domanda, ma come una decisione: “Signore, noi adesso ricorriamo alla spada!”. E difatti, prima di attendere il parere del Maestro, uno di loro passa alle vie di fatto e stacca l’orecchio destro al servo del sommo sacerdote (Lc 22,49-51).

Gesù interviene e rimprovera severamente Pietro per il gesto inconsulto che ha compiuto. Poi – ed è questo il particolare che solo Luca riferisce – si prende cura del ferito e lo guarisce (Lc 22,51).

Il messaggio che l’evangelista vuole dare è chiaro: il discepolo non solo non può aggredire nessuno, ma è sempre pronto a rimediare ai guai provocati da altri. Si prende cura anche di chi gli ha fatto e magari continua a volergli fare del male.

Il cristiano ha avversari, non può non averne perché, come il Maestro, deve confrontarsi – anche in modo duro – con chi fa scelte di morte, con chi deforma il volto di Dio, con chi porta avanti un progetto di uomo e di società inaccettabili. Ma il cristiano non ha nemici. Il nemico è colui che deve essere annientato, schiacciato, umiliato, eliminato. L’avversario non viene distrutto, ma affrontato per aiutarlo a crescere, a liberarsi dalle sue schiavitù. Le armi vengono usate da chi ha nemici da sconfiggere, non da chi ha, come unica missione, quella di trasformare gli avversari in fratelli.

 

Poco più avanti troviamo un altro particolare toccante.

Come Marco e Matteo, anche Luca dice che, dopo aver rinnegato il Maestro nella casa del sommo sacerdote, Pietro uscì e scoppiò a piangere. Solo lui però nota che il Signore, voltatosi, guardò Pietro (Lc 22,61-62) e il verbo greco che usa non è blepo (vedere), ma emblepo (guardare dentro).

Lo sguardo di Gesù è commovente: non è un rimprovero, ma un gesto di comprensione per la debolezza del suo discepolo. Noi consideriamo l’azione esteriore, il gesto codardo, le parole vili di Pietro. Gesù, com’è solito fare, guarda dentro, vede il cuore del suo discepolo e scopre che egli compie, sì, un gesto pusillanime, ma in fondo gli vuole bene e gli rimane fedele.

Sottolineando questo sguardo, Luca indica ai cristiani di ogni tempo come devono essere considerate le fragilità proprie e dei fratelli: vanno guardate con gli occhi di Gesù, occhi che infondono fiducia e ridonano speranza, occhi che scoprono, anche nel più grande peccatore, una scintilla di amore e lo aiutano a ripartire.

 

Durante la passione i discepoli non fanno una bella figura: Giuda tradisce, Pietro rinnega, tutti fuggono (Mc 14,50). Gli evangelisti sottolineano questo comportamento vile. Solo Luca cerca di attenuare la responsabilità degli apostoli: non accenna alla loro fuga, anzi, dice che, sul Calvario, “tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano” (Lc 23,49); non riferisce il rimprovero di Gesù a Pietro: “Simone dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola?” (Mc 14,37); trova una scusa per spiegare anche il loro sonno: “Dormivano per la tristezza” (Lc 22,45).

Luca è l’esempio del pastore d’anime che, pur non giustificando il peccato, lo sa capire, lo attribuisce all’ignoranza, alla miseria umana che tutti ci accomuna. Non sottolinea l’errore commesso, non lo rinfaccia perché sa che chi viene umiliato e svergognato, chi non si sente accolto e stimato malgrado le sue debolezze, finisce per ripiegarsi pericolosamente su se stesso e precludersi ogni via di recupero.

 

Ci sono stati martiri che sono morti disprezzando chi li uccideva e minacciando su di loro la vendetta del cielo. “Non credere di andare impunito!” – dice uno dei fratelli Maccabei al suo carnefice (2 Mac 7,19).

Il discepolo di Cristo non conosce questo linguaggio, non impreca, non maledice, non invoca castighi contro chi gli fa del male (Lc 6,27-36). Anche nei momenti più drammatici pronuncia solo parole di amore.

Questo atteggiamento è l’unico compatibile con quello del Maestro. Egli – dice Pietro nella sua lettera ai cristiani perseguitati delle sue comunità – “oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta” (1 Pt 2,23).

Nel racconto della passione, Luca riferisce una frase che ogni discepolo deve tenere presente quando è chiamato a sopportare ingiustizie, soprusi, vessazioni.

Solo Luca ricorda che, pochi istanti prima di spirare sulla croce, Gesù ha ancora la forza di dire: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34). Non si riferiva ai soldati, intenti a dividersi le sue vesti, ma ai veri responsabili della sua morte: le autorità religiose del suo popolo. Gesù non si è limitato a ordinare ai suoi di perdonare sempre e senza condizioni, ma ha dato l’esempio. Sarà imitato da Stefano, il primo martire che, piegate le ginocchia sotto i colpi delle pietre scagliate contro di lui, griderà forte: “Signore, non imputare loro questo peccato!” (At 7,60).

 

Tutti conosciamo a memoria il racconto dell’istituzione dell’eucaristia: lo sentiamo ripetere durante ogni messa.

Forse non tutti sappiamo che soltanto Luca riferisce l’ingiunzione del Signore: Fate questo in memoria di me (Lc 22,19).

Indubbiamente Gesù ha voluto che il rito dello spezzar del pane e della condivisione del calice venisse ripetuto lungo i secoli dalle comunità cristiane, ma le sue parole non sono solo un invito a ripetere liturgicamente il suo gesto. Lo “spezzar del pane” per Gesù ha un valore simbolico straordinario: in esso ha voluto che fosse riassunta e rappresentata tutta la sua vita, spezzata e donata agli uomini.

“Fate questo in memoria di me” è un invito a fare propria questa sua scelta. Solo chi è entrato in questa logica del Maestro, solo chi, come lui, spezza la propria vita per gli altri può “spezzare il pane eucaristico” con purezza di cuore. Altrimenti la ripetizione del gesto liturgico si riduce a un rito vuoto e, a volte, addirittura ipocrita.

 

Qual è la malattia, il cancro che distrugge le nostre comunità? E’ la frenesia per occupare i primi posti, per essere superiori, per dominare, per imporsi agli altri, per ottenere privilegi e titoli onorifici. E’ questa passione che provoca invidie, critiche, pettegolezzi meschini, divisioni, discordie fra cristiani.

Questa malattia non è di oggi. I Vangeli riferiscono vari episodi spiacevoli, frequenti e meschine discussioni fra gli apostoli desiderosi di definire le precedenze, di stabilire chi fra loro fosse il maggiore. Essi non volevano in alcun modo accettare la proposta del Maestro di farsi piccoli, di scendere all’ultimo posto, di porsi a servizio dei più poveri, di divenire schiavi degli altri.

Come far comprendere ai cristiani che questo insegnamento di Gesù è la legge fondamentale su cui si basa la comunità? Luca ha un’idea: presentare questo tema durante l’ultima cena (Lc 22,24-27). Collocate in questo contesto le parole del Maestro acquistano un valore massimo: diventano il suo testamento, la sua ultima richiesta, dunque devono essere considerate come sacre e inviolabili. Chi di noi avrebbe il coraggio di non compiere ciò che il padre chiede prima di morire?

Dopo l’istituzione dell’eucaristia – dice Luca – gli apostoli cominciarono ad accapigliarsi perché ognuno di loro voleva essere il primo. Gesù allora prese la parola e spiegò che, nella nuova comunità, l’autorità non doveva essere intesa secondo i criteri di questo mondo. Cosa fanno i capi delle nazioni? Hanno il potere, comandano sugli altri, accumulano denaro, esigono maggiore rispetto, pretendono privilegi, aerei personali. Nella chiesa non può essere così! In essa l’autorità è solo servizio. Si badi bene: servire non vuol dire decidere in nome degli altri, imporre il proprio modo di pensare, obbligare a fare quello che si ritiene sia giusto. Questo è ancora dominare.

Servire vuol dire occupare davvero l’ultimo posto, rispettare, dialogare, capire, trovare per ognuno un ministero da svolgere con gioia in favore dei fratelli.

 

 

Il termine agonia per noi indica gli ultimi momenti che precedono la morte. Il suo significato etimologico è però diverso, indica la lotta, la competizione degli atleti ed è in questo senso che viene usato nel racconto evangelico.

Fin dagli inizi della vita pubblica, Gesù si è confrontato in combattimento con le forze del male – con satana – e ha vinto. Ma l’agone non si è concluso dopo il primo scontro. Luca nota che “dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato” (Lc 4,13).

Ecco, infatti, che all’inizio del racconto della passione ritorna il nemico per l’ultimo assalto: “Si avvicinava la festa degli Azzimi… Allora satana entrò in Giuda”. Le forze del male si incarnano in uno dei dodici apostoli e scatenano l’offensiva. 

Gesù, come ogni atleta prima della gara, si deve preparare e Luca – più degli altri evangelisti – sottolinea come egli si prepara: con la preghiera. Il racconto dell’agonia inizia con la raccomandazione di Gesù ai discepoli: “Pregate per non entrare in tentazione”, poi continua: “si allontanò e, inginocchiatosi, pregava… Entrato in agonia, pregava più intensamente… Poi rialzatosi dalla preghiera… E disse ai discepoli: Alzatevi e pregate” (Lc 22,39-46). Un’insistenza sulla preghiera che ha l’obiettivo di indicare a tutti i cristiani come si ottiene la vittoria.

In questo contesto Luca introduce alcuni particolari significativi. Dice anzitutto che a Gesù “apparve un angelo dal cielo per rafforzarlo” (v.43). E’ l’effetto della preghiera. Quando nella Bibbia si parla di angeli non si deve immediatamente pensare a esseri spirituali che assumono sembianze umane. Essi indicano spesso una rivelazione di Dio avvenuta nell’intimo dell’uomo. Nel Getsemani Gesù è stato tentato di fuggire e di scegliere cammini diversi da quelli tracciati dal Padre. La preghiera, il dialogo con il Padre, gli ha fatto comprendere il senso, il valore della sua morte. Egli ha chiesto al Padre di allontanare da lui il calice e la sua preghiera è stata esaudita: non gli è stata risparmiata la sofferenza, non è stato sottratto alla morte, ma è stato illuminato e, sostenuto dallo Spirito, ha dato la sua adesione incondizionata al Padre.

Luca vuol dire ad ogni discepolo che, per non essere sopraffatti dalla tentazione, per superare la debolezza e la fragilità umane, bisogna pregare “intensamente”, come il Maestro.

Sempre in questo contesto della preparazione di Gesù all’imminente prova, Luca, il medico, nota un altro particolare: “Entrato in agonia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra” (v.44). L’interpretazione tradizionale spiegava questo fatto come un effetto dello sconforto di Gesù. Ma questo non ha senso dopo la consolazione datagli dall’angelo. Il fenomeno (ematoidrosi) – conosciuto nell’antichità – assume per l’evangelista un significato legato all’agonismo sportivo: indica la tensione dell’atleta in prossimità della gara. Vuole dirci che Gesù è concentratissimo, suda, è colto da tremiti, sa che sta per affrontare “un uomo forte e ben armato”, ma sa anche di essere infinitamente più forte (Lc 11,21-22).

 

C’è un altro episodio che solo Luca riferisce: l’incontro di Gesù con Erode. Costui era il figlio del famoso Erode che, per timore di perdere il potere, aveva fatto uccidere i bambini di Betlemme (Mt 2,16). Non era né un abile politico né un maniaco come suo padre, era solo un debole, un corrotto, un uomo senza personalità. Più volte aveva sentito parlare di Gesù e dei prodigi da lui compiuti. Immaginava che fosse uno stregone, un indovino, un esperto in arti occulte. Quando, durante la passione, Pilato glielo invia per sentire il suo parere riguardo alle accuse che gli sono mosse, si rallegra immensamente. Spera di assistere a qualche miracolo. A lui però Gesù non risponde nemmeno una parola. Come mai?

Sono significative le sottolineature degli stati d’animo di Erode: dapprima prova una “grande gioia” (v.8), poi, dopo la delusione per non avere ottenuto ciò che si attendeva (v.9), passa all’insulto e infine allo scherno (v.11). Il verbo greco tradotto con insultare in realtà vuol dire lo annientò. Per Erode al quale interessavano solo i miracoli (Lc 9,9), Gesù non conta più niente.

Luca vuole mettere in guardia coloro che cercano Gesù solo come facitore di prodigi: non riceveranno alcuna risposta. Non troveranno ciò che cercano perché egli non si presta a questo gioco. Il cristianesimo è il luogo dell’ascolto della Parola, è la religione dell’amore e del dono della vita per il fratello, non il mercato dove si comprano i prodigi. Gesù chiama chi pensa in questo modo: “gente perversa e senza fede” (Mt 16,4).

 

Luca è l’evangelista che, più di ogni altro, parla delle donne che, durante la vita pubblica, accompagnavano il Maestro (Lc 8,1-3). Egli è anche l’unico che dice che, lungo la via verso il Calvario, Gesù incontra un gruppo di donne che piangono e si battono il petto (Lc 23,27-31). Esse non sono responsabili di quanto sta accadendo, piangono per colpe di altri.

Sottolineando questo particolare, Luca vuole, ancora una volta, prendere le difese dei deboli, di coloro che pagano le conseguenze dei peccati di altri. Sono gli uomini che, tante volte, combinano disastri, scatenano guerre, provocano violenze e chi ne porta le conseguenze, chi piange sono le donne.

 

Tutti gli evangelisti dicono che Gesù fu crocifisso assieme a due banditi. Non si trattava di ladruncoli, ma di criminali che avevano ucciso persone.

Matteo e Marco riferiscono che ambedue insultavano Gesù. Luca invece narra il fatto in modo diverso. Dice che uno lo oltraggiava, ma l’altro no, anzi, rimproverava il suo compagno e, chiamando Gesù per nome, gli chiese: “Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Il Signore morente gli rispose: “Oggi sarai con me in paradiso”.

All’inizio del Vangelo di Luca Gesù compare fra pastori: gli ultimi, le persone disprezzate, gli impuri di Israele.

Poi trascorre la sua vita pubblica in mezzo ai pubblicani, ai peccatori, alle prostitute.

Alla fine con chi muore: non con i santi. Anche alla fine – c’era da aspettarselo – si trova fra coloro che più ha amato: i peccatori. Sulla croce ha al fianco due poveri infelici che hanno sbagliato tutto nella vita. E’ venuto da Dio, ha compiuto il suo pellegrinaggio su questa terra e ora torna al Padre. Torna con uno che rappresenta tutti gli uomini: un peccatore recuperato dal suo amore. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

Udienza generale. Il Papa ricorda che "la vita va difesa"

 

Benedetto XVI: bisogna proteggerla sempre «con tutto il cuore, dal concepimento alla morte naturale» richiamo del pontefice a pochi giorni da quello dei vescovi in vista delle elezioni

 

CITTÀ DEL VATICANO - La vita va difesa «dal concepimento alla morte naturale», ha riaffermato il Papa all'udienza generale, unendosi «con tutto il cuore» «a coloro che intraprendono diverse iniziative a favore del rispetto per la vita e per la promozione della nuova sensibilità sociale». Il richiamo è stato fatto dal Papa durante i saluti in lingua polacca, ma giunge a pochi giorni da quello dei vescovi italiani riferito alle prossime elezioni regionali.

Benedetto XVI ha ricordato che giovedì ricorre l'Annunciazione del Signore, che in quel Paese viene celebrata anche come Giornata della sacralità della vita. «Il mistero dell'Incarnazione - ha quindi affermato prendendo spunto dalla ricorrenza - svela il particolare valore e la dignità della persona umana. Dio ci ha dato questo dono e lo ha santificato, quando il Figlio si è fatto uomo ed è nato da Maria. Bisogna salvaguardare questo dono - ha proseguito - dal concepimento fino alla morte naturale».

LA GRANDEZZA DEL MATRIMONIO - Il Papa ha anche toccato un altro argomento chiave nel tessuto sociale moderno e rivolto un’esortazione «a scoprire la grandezza e la bellezza del matrimonio» nel quale «la relazione tra l’uomo e la donna riflette l’amore divino in maniera del tutto speciale». Il Papa si è così riferito ai partecipanti al X Forum internazionale dei giovani che si tiene questa settimana a Rocca di Papa. In una lettera di saluto indirizzata al card. Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, promotore dell’iniziativa, Benedetto XVI ricorda che «mediante il Sacramento del matrimonio, gli sposi sono uniti da Dio e con la loro relazione manifestano l’amore di Cristo. In un contesto culturale in cui molte persone considerano il matrimonio come un contratto a tempo che si può infrangere - scrive il Papa - è di vitale importanza comprendere che il vero amore è fedele, dono di sé definitivo». CdS 24

 

 

 

 

Ma quello dei vescovi non è un dietrofront

 

Adesso tutti diranno che i vescovi hanno fatto marcia indietro e dopo aver adoperato l’aborto in aiuto al centrodestra si sono accorti, anche per le prevedibili reazioni all’interno del mondo cattolico, di dover aggiustare il tiro. In realtà, com’era forse troppo sbrigativo lunedì tradurre il documento della Conferenza episcopale come uno schieramento tout court a favore di Berlusconi, e in particolare della Polverini, e contro la Bonino, lo è allo stesso modo interpretare come un ripensamento la lettera di ieri dei vescovi liguri, firmata peraltro dallo stesso cardinale Bagnasco che presiede la Cei e aveva sottoscritto la relazione antiabortista.

 

Il discorso semmai andrebbe capovolto. E cioè: in una campagna elettorale in cui per la prima volta tra i candidati governatori ce ne sono due che fanno riferimento a posizioni abortiste e in favore dell’eutanasia, i vescovi hanno o no diritto di rivolgersi ai cattolici per richiamarli a scegliere attentamente per chi votare? E possono farlo senza che questo necessariamente significhi schierare la chiesa accanto al centrodestra e al centrosinistra?

 

Da quando non c’è più la Dc – e sono ormai sedici anni – di candidati cattolici, da tempo ce ne sono da ambedue le parti. L’Udc, il partito che più espressamente fa riferimento ai valori cattolici, è alleato secondo le situazioni con il Pd o il Pdl. Le due prese di posizione dei vescovi, sia quella antiabortista, sia quella che richiama anche altri valori quali il lavoro, la famiglia, la solidarietà anche con gli immigrati, possono dunque essere considerate rivolte, non solo ai cattolici - che comunque dovrebbero far sentire più forte la loro voce sui principi, specie in una campagna elettorale monopolizzata dal premier e fondata ormai solo su scambi di accuse reciproche –, ma anche a quei laici che, pur partendo da posizioni distanti e in qualche caso contrastanti con quelle di fede, vogliano comunque interessarsene, dialogando e se del caso assumendo impegni concreti.

 

Inoltre, prima di liquidare come infortuni politici le due uscite dei vescovi, occorre ricordare che poco più di un mese fa proprio la Cei intervenne con un documento ufficiale per comunicare tutto il proprio sconforto di fronte a una classe politica, nel suo insieme, ridotta com’è ridotta quella italiana, e per sottolineare la necessità dell’avvento di una nuova generazione di uomini pubblici, più dediti all’impegno civile al servizio della società e meno a farsi gli affari propri. MARCELLO SORGI

LS 24

 

 

 

Pedofilia, Hans Kung accusa il Papa:. «Ha tenuto nascoste le informazioni»

 

Si dimette il vescovo segretario di Wojtyla. Piano d'azione del governo tedesco. Nuove accuse su Hullermann

 

ROMA  - Il tema degli abusi sessuali su minori approda al consiglio dei ministri tedesco con un piano d'azione omnicomprensivo non solo per gestire i numerosi casi emersi negli ambienti della Chiesa cattolica, ma per far fronte a un problema che interessa tutta la società.

 

La questione è stata inserita all'ordine del giorno della riunione settimanale del gabinetto Merkel. Obiettivo della cancelliera è dire ai cittadini la verità indipendentemente dagli ambienti in sui sono stati commessi gli abusi. Il piano vuole anche avviare un dibattito istituzionale sulla prevenzione, i risarcimenti ed i termini di prescrizione del reato. Il governo dovrebbe nominare un “delegato indipendente” che si dovrà occupare di questi casi, sia fuori che dentro la Chiesa. In particolare, il delegato dovrà anche fornire raccomandazioni all'esecutivo sul modo migliore per aiutare le vittime degli abusi. Parallelamente a questa iniziativa, il governo avvierà una tavola rotonda interministeriale il 23 aprile prossimo alla quale parteciperà anche la Chiesa tedesca, per gettare le basi del dibattito ed individuare le principali linee guida.

 

È emersa una nuova accusa a carico di Peter Hullermann, il prete pedofilo che papa Ratzinger, quando era arcivescovo, aveva accettato di far curare nella propria diocesi di Monaco di Baviera nel 1980 ma che poi era stato anche impiegato pericolosamente in attività pastorali per dichiarata colpa del suo vicario, Gerhard Gruber, e poi trasferito dal successore dell'attuale pontefice. Lo ha reso noto oggi l'arcivescovado di Monaco di Baviera e Frisinga precisando che «il presunto abuso sarebbe avvenuto nel 1998, quando «il prete H. era amministratore parrocchiale a Garching/Alz, sempre in Baviera. Il caso non è caduto in prescrizione e la presunta vittima era all'epoca minorenne», informa un comunicato, annunciando che l'informazione è stata trasmessa alla Procura e ricordando che il religioso è stato già sospeso.

 

Papa Ratzinger ha accolto oggi le dimissioni di mons.John Magee, vescovo di Cloyne, in Irlanda, coinvolto nell'inchiesta sulla pedofilia. Il presule aveva presentato le sue dimissioni all'inizio di marzo. Magee, in passato, era stato segretario privato di Paolo VI e Giovanni Paolo II. L'ex vescovo di Cloyne ha chiesto perdono alle vittime degli abusi da parte di sacerdoti commessi nella sua diocesi ammettendo le sue responsabilità nell'averne coperto i misfatti, dicendosi a disposizione della Commissione d'inchiesta. «Sono stato informato dell'accettazione delle mie dimissioni - afferma in una nota diffusa dalla sala stampa vaticana - e, andandomene, voglio offrire ancora una volta le mie sincere scuse ad ogni persona abusata da un sacerdote della diocesi di Cloyne durante il mio ministero, e in ogni tempo». «Ovviamente - aggiunge Magee - rimarrò a disposizione della Commissione investigativa in ogni momento».

 

 

Mea culpa del cardinal Wetter. L'arcivescovo di Monaco di Baviera e Frisinga dell'epoca, il cardinale Friedrich Wetter, si è assunto la responsabilità di aver messo in contatto con bambini e ragazzi il prete pedofilo Peter Hullermann nonostante questi fosse stato già condannato per abusi sessuali su minori. Lo sottolinea oggi un giornale locale di Monaco la Tz citando una dichiarazione diffusa ieri dall'alto prelato. «La violazione di bambini e ragazzi con abusi sessuali mi fa male. Mi carica di un gravissimo peso», ha dichiarato Wetter chiedendo «scusa in ogni forma» possibile alle vittime e loro familiari. «Ho sopravvalutato la capacità di un essere umano di realizzare un cambiamento di personalità e ho sottovalutato le difficoltà del trattamento terapeutico richiesto per un pedofilo». Il cardinale, nella stessa dichiarazione, nega di aver avuto «indizi concreti» di abusi pedofili commessi da un ormai defunto funzionario dell'Ordinariato vescovile Heinz Maritz, come invece sostenuto in una «lettera anonima indirizzata a diverse redazioni» giornalistiche.

 

Intanto non si fermano le accuse verso il pontefice. Un professore di teologia tedesco, nonchè prete sospeso dal sacerdozio, Gotthold Hasenhuettl, ha accusato papa Benedetto XVI di essere il «principale responsabile dell'insabbiamento» degli abusi sessuali su minori commessi negli ambienti cattolici. Lo scrive il quotidiano Saarbruecker Zeitung. Hasenhuettl insegna teologia a Saarbruecken (Sud) ed è stato sospeso dal sacerdozio nel 2003 per avere celebrato una messa secondo il rito cattolico in una chiesa protestante di Berlino. Parlando con un giornalista del quotidiano, Hasenhuettl ha detto che l'allora cardinale Joseph Ratzinger nel 2001 - nella sua veste di prefetto della Congregazione della fede - aveva inviato una lettera a tutti i vescovi minacciando pene ecclesiastiche per chi avesse reso pubblici casi di abusi sessuali negli ambienti della Chiesa. Il teologo ha inoltre criticato la scelta della Conferenza episcopale tedesca di nominare il vescovo di Treviri, Stephan Ackermann, principale investigatore sui casi di abuso sessuale nelle istituzioni cattoliche in Germania.

 

Hans Kung: Papa Benedetto XVI ha tenuto nascoste in passato importanti informazioni sui casi di abusi sessuali su minori nella Chiesa. L'accusa arriva dall'82enne teologo riformista svizzero, che già la settimana scorsa aveva esortato il Pontefice a fare mea culpa: «Non c'era nessun altro uomo, in tutta la Chiesa cattolica, che sapeva così tanto sui casi di abusi sessuali - ha detto Kung a un'emittente televisiva svizzera - e certamente ex officio, in virtù della sua carica». Il riferimento, ha precisato l'ufficio di Kung, è a una lettera del 18 maggio 2001 inviata dall'allora cardinale Joseph Ratzinger - nella sua veste di presidente della Congregazione per la dottrina della fede - ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica. Nella missiva, ha spiegato il teologo, agli alti prelati veniva chiesto di passare a Ratzinger tutte le informazioni sui casi di abusi sessuali. Quindi, il Papa «non può solo puntare il dito contro i vescovi», ha commentato il teologo sottolineando che «lo stesso» Benedetto XVI «ha dato le istruzioni quando era capo Congregazione della fede e di nuovo come Papa». IM 24

 

 

 

 

 

Famiglia Cristiana intervista il Direttore generale della Fondazione Migrantes

 

La Fondazione Migrantes è l’organismo della CEI che assicura l’assistenza religiosa ai migranti e promuove nelle comunità cristiane, diocesi e parrocchie, atteggiamenti di accoglienza nei loro riguardi. Il suo Direttore generale, mons. Giancarlo Perego, ha le idee chiare a proposito dei nomadi.

        

Monsignor Perego, i Rom e in generale i nomadi sono cristiani?

“Spesso si sottovaluta il fatto che il 70 per cento di loro è di nazionalità italiana e un altro buon numero di origine europea, soprattutto rumena, mentre solo una piccola minoranza viene da Paesi extraeuropei. In prevalenza i rom sono cristiani, soprattutto cattolici, come dimostrano anche le loro vocazioni sacerdotali e religiose, ma non mancano evangelici e ortodossi. Si tratta in generale di un’esperienza religiosa che sa interpretare in maniera originale la fede e la liturgia. Le migrazioni più recenti dai Paesi dell’Est hanno portato alla formazione di comunità musulmane, talvolta anche miste per la presenza di cristiani, con un rispetto reciproco esemplare”.

 

Quante persone si occupano in Italia della pastorale dei rom?

I circa 150 mila rom e sinti sono seguiti in Italia da almeno 180 operatori pastorali, 120 laici e 60 tra presbiteri, diaconi, religiose e religiosi. Tra questi don Riboldi di Milano, don Nicolini di Roma e don Gabella di Brescia che, con tanti altri, costituiscono figure esemplari per la loro specifica missione e la volontà di mostrare non soltanto la possibilità, ma anche l’esemplarità della comunità cristiana Rom”.

 

Quale atteggiamento hanno i Rom verso la religione?

Hanno un grande rispetto della religione, considerata nella sua forza che attraversa la vita e la segna in alcuni momenti fondamentali. Ricordo la loro devozione mariana, i pellegrinaggi, l’attenzione alla famiglia, il rispetto per la vita che nasce e gli anziani, il culto dei defunti. L’aspetto più significativo riguarda però la loro ospitalità, la capacità di dialogo e di condivisione. Il cammino, la provvisorietà, la sofferenza che attraversa la loro storia fino al genocidio nazista di 500 mila persone, metà dei quali minori, segnano profondamente la loro esperienza spirituale».

 

Quali sono le iniziative messe in atto dalla Chiesa italiana per promuovere l’evangelizzazione dei nomadi?

“Sin dalla sua nascita, nel 1987, Migrantes comprese al suo interno un settore che si occupa della pastorale dei rom e dei sinti. Si è puntato all’evangelizzazione attraverso la catechesi, la liturgia e la carità, ma cercando al tempo stesso di aiutare le parrocchie a valorizzare l’esperienza delle famiglie rom presenti nel territorio, favorendo l’incontro e la partecipazione. Una specifica attenzione è poi per la promozione umana, curando la scolarizzazione, l’accesso alla casa e alla sosta con la carovana, la valorizzazione dell’artigianato e dell’arte, la formazione sociale talora anche attraverso denunce pubbliche per le violazioni contro una minoranza che in Italia non è ancora riconosciuta”.

 

Da dove derivano i nostri pregiudizi verso i Rom?

“Uno nasce dal considerarli "figli di Caino". Un altro vede nella loro caratterizzazione somatica i tratti dei criminali e un altro ancora, tra i più assurdi visto anche l’alto tasso di natalità tra le loro famiglie, li vede "rapitori" di bambini. Una nostra ricerca ha dimostrato come le accuse a rom in merito a rapimenti di minori diffuse dagli organi di stampa si sono tutte concluse con la piena assoluzione. Credo che la scuola e altre esperienze giovanili possano favorire la loro conoscenza e quindi l’integrazione”. S. Stimamiglio, Famiglia Cristiana 21 marzo

 

 

 

 

Pedofilia, s'è dimesso il vescovo che insabbiò le violenze in Irlanda

 

CITTA' DEL VATICANO  - Papa Ratzinger ha accolto oggi le dimissioni di monsignor John Magee, vescovo di Cloyne, in Irlanda, coinvolto in un’ inchiesta su presunti casi di pedofilia. Il presule aveva presentato le sue dimissioni all’inizio di marzo. Magee, in passato, era stato segretario privato di Paolo VI, di Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II

 

Maegee è il secondo vescovo irlandese che si dimette a causa dello scandalo denunciato da due rapporti governativi (Ryan e Murphy) che ha spinto il Papa a inviare, di recente, una lettera ai cattolici irlandesi. Dei sei vescovi accusati dal rapporto Murphy di insabbiamento dei casi di abusi sessuali sui minori, si è già dimesso il vescovo di Limerick Donal Murray, mentre hanno rassegnato le dimissioni - ancora non accettate dal Papa - James Moriarty (vescovo di Kildare e Leighlin), Raymond Field e Eamonn Walsh (vescovi ausiliari di Dublino).

 

Monsignor Magee, 74 anni, soffre di problemi di salute, è stato accusato di aver insabbiato dei casi di abusi sessuali su minori da parte di alcuni preti della diocesi di Cloyne. A marzo del 2009 lasciò l’amministrazione della diocesi pur rimanendone formalmente vescovo. Ha «implorato perdono» alle vittime degli abusi commessi nella sua diocesi il vescovo irlandese le cui dimissioni sono state accettate dal Papa. In una nota l’alto prelato ha presentato le proprie «scuse sincere» a quanti negli anni hanno subito abusi sessuali. LS 24

 

 

 

 

Pasqua. Straordinario paradosso

 

Pasqua fa sempre pensare a quella splendida stagione, che si apre alla luminosità della primavera. È il respiro nuovo, fresco della natura, dopo la lunga tristezza dell’inverno.

Per un cristiano, però, per un discepolo del Signore, Pasqua è veramente molto di più. È qualcosa di tragico e di grande, allo stesso tempo. È credere che il Maestro, assassinato atrocemente, è vivo. Vive ancora nel cuore e nei gesti dei discepoli con la forza dello Spirito di Dio.

Dopo una valanga di odio, che ha ucciso e sepolto un uomo venuto in nome di Dio, esiste ancora paradossalmente uno spazio di vita. Sì, perché, spogliato di tutto - del vestito, della dignità e della vita stessa – non si è riusciti a strappargli l’essenziale: l’amore. Quel coraggio inaudito di perdonare nell’ultimo istante. “Esistere è resistere” ripeteva qualcuno. Sì, nei momenti di oscurità è straordinario saper conservare i valori per cui si vive.

In fondo, se in un contesto di morte, di disillusione o di sfiducia il discepolo si fa segno di speranza, allora è simile al Maestro. Se si fa testimone di coraggio, di lotta e di fiducia quando tutto sembra perduto. “Che fare nella confusione e nell’inquietudine?” si chiedeva uno scrittore francese, “semplice, dire ciò in cui si crede!”

È questo il senso vero, contraddittorio della Pasqua. Un germoglio quasi invisibile, esposto ai venti freddi dell’odio, della chiusura o della paura può far rinascere il mondo. Paradossalmente.

In una società fragile, rissosa e atomizzata come la nostra, sarà l’uomo che sa restare in piedi come un essere di frontiera, vivendo l’apertura all’altro, la grandezza d’animo, la compassione, la solidarietà. Nonostante tutto. I tempi di oggi lo reclamano con tutte le loro forze, come segno di tempi nuovi. Sarà un vero discepolo del Risorto. E sará Pasqua. Renato Zilio, missionario a Londra (de.it.press)

          

 

 

 

I grandi "sì". La bellezza dell'amore cristiano

Un’esortazione “a scoprire la grandezza e la bellezza del matrimonio” cristiano nel quale “la relazione tra l'uomo e la donna riflette l'amore divino in maniera del tutto speciale; perciò il vincolo coniugale assume una dignità immensa”. A lanciarla ai giovani partecipanti al X Forum internazionale dei giovani, che si è aperto il 24 marzo a Rocca di Papa, sul tema “Imparare ad amare”, è stato Benedetto XVI. In una lettera di saluto indirizzata al card. Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i laici, promotore dell’iniziativa, il Pontefice ricorda che “mediante il Sacramento del matrimonio, gli sposi sono uniti da Dio e con la loro relazione manifestano l'amore di Cristo. In un contesto culturale in cui molte persone considerano il matrimonio come un contratto a tempo che si può infrangere – sottolinea il Papa – è di vitale importanza comprendere che il vero amore è fedele. Poiché Cristo consacra l'amore degli sposi cristiani e s’impegna con loro, questa fedeltà non solo è possibile, ma è la via per entrare in una carità sempre più grande. Così, nella vita quotidiana di coppia e di famiglia, gli sposi imparano ad amare come Cristo ama. Per corrispondere a questa vocazione è necessario un serio percorso educativo ed anche questo Forum si pone in tale prospettiva”.

 

Un processo subdolo. Imparare ad amare “riscoprendo la castità” e per ribadire che “il matrimonio e la famiglia, che si fondano sull’amore” non sono “realtà ormai superate e senza futuro”. All’esortazione del Papa si è aggiunta poco dopo quella dello stesso card. Stanislaw Rylko che ha ricordato come sull’istituzione del matrimonio e sulla famiglia pesano “gli effetti devastanti della Rivoluzione sessuale degli anni ‘60 e ‘70, che ha ridotto l’amore al sesso e il sesso a mero oggetto di piacere e di consumo usa e getta, la diffusione massiva dei contraccettivi che ha reciso nettamente il legame tra sessualità, affettività e procreazione, e l’ideologia del ‘genere’ che attenta alla sessualità umana, considerata più come il prodotto di condizionamenti socioculturali che come risultante della costituzione biologica della persona”. A confermarlo sono le statistiche, citate dal presidente del Pontificio Consiglio: “Aumenta costantemente il numero dei divorzi, delle unioni di fatto, delle coppie omosessuali che il matrimonio invece lo pretendono insieme al diritto di adottare figli. Supportate e amplificate dai mass media, queste tendenze si fanno passare per segni di progresso dell’umanità, per conquiste epocali di diritti. E chi le ostacola è etichettato come pericoloso retrogrado”. Un “processo subdolo” questo che, ha sottolineato il card. Rylko, “non risparmia i cristiani condizionandone il pensiero e le scelte. Anche a noi, oggi, manca spesso il coraggio di andare controcorrente rispetto alla cultura dominante, scommettendo sull’amore e sulla vita come insegna il Vangelo”. Purtroppo, ha ravvisato il cardinale, “oggi c’è una pericolosa penuria di ambienti educativi veri, di modelli positivi cui ispirarsi. Una situazione cui non sono più in grado di far fronte neppure le famiglie, falcidiate dalla piaga del divorzio”. “Imparare ad amare è un cammino che richiede sacrificio e rinuncia. Oggi è urgente riscoprire la castità, ormai ridicolizzata e disprezzata come insensato residuo di tempi gretti e lontani. Al contrario – ha concluso – essa è espressione di una condotta positiva nei confronti della sessualità e tende a viverla in maniera ordinata, inserita nella vocazione integrale della persona umana”.

 

La “rottamazione dell’io”. Sulla verità e sulla bellezza dell’amore ha parlato, a sua volta, il card. Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna. “Ciò che insidia oggi la capacità di un giovane di ascoltare la proposta cristiana dell’amore – ha detto – è la rottamazione cui è stato sottoposto il suo io. Una rottamazione che ha deformato la relazione dell’altro, riducendola ad una relazione spontanea e non libera. E l’amore può essere solo libero; solo la persona libera è capace di amare”. È accaduto, ha spiegato il cardinale, citando il filosofo R.Spaemann, che “vittime dello scientismo, non crediamo più in noi stessi, chi e che cosa siamo, quando ci lasciamo persuadere di essere soltanto macchine per la diffusione dei nostri geni, quando consideriamo la nostra ragione soltanto come prodotto di un adattamento evolutivo, che non ha nulla a che fare con la verità”. La soggettività sostanziale della persona è andata progressivamente “rottamata” e “la prima conseguenza di questa ‘rottamazione del’io’ è la deformazione della relazione con l’altro: una relazione ridotta a stimolo-risposta. L’io rottamato è incapace di fare un passo oltre se stesso”. Il segno più evidente di questa condizione è “la riduzione della libertà a spontaneità”. Per il card. Caffarra, “esiste una differenza sostanziale fra l’una e l’altra: la libertà non è una spontaneità più spontanea. È un modo di agire essenzialmente diverso. Ciò che distingue agire libero e agire spontaneo è che il primo rivela la trascendenza della persona sul suo agire e nel suo agire. L’atto del volere,io voglio’, è sempre intenzionale”. Perché l’annuncio cristiano dell’amore trovi il terreno in cui radicarsi, ha concluso il porporato, “la persona che l’ascolta deve possedere una vera coscienza di se stessa e vivere una conseguente esperienza di libertà”.  sir

 

 

 

 

Usa, abusò di 200 bambini. Il Nyt: «Il Papa e Bertone lo coprirono». Sit-in contro Ratzinger

 

La salute precaria di padre Murphy e la mancanza di nuove accuse nei suoi confronti sono stati elementi determinanti nella decisione di non punirlo. È quanto ha commentato al New York Times il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, riferendosi al caso di pedofilia, rivelato dallo stesso giornale, che ha coinvolto un prete del Wisconsin e almeno 200 bambini sordi. Un caso che, secondo documenti ottenuti dal New York Times, il cardinale Joseph Ratzinger, attuale Papa Benedetto XVI, e il cardinale Tarcisio Bertone, attuale segretario di Stato Vaticano, preferirono non rivelare. In Piazza San Pietro, un piccolo gruppo delle vittime Usa dei preti pedofili ha protestato in piazza San Pietro. L'Osservatore Romano: "Sul caso di padre Murphy non vi è stato alcun insabbiamento".

 

Secondo il quotidiano della Santa Sede, la ricostruzione fatta della vicenda è «funzionale all'evidente e ignobile intento di arrivare a colpire, a ogni costo, Benedetto XVI e i suoi più stretti collaboratori».«Come si può facilmente dedurre anche leggendo la ricostruzione fatta dal New York Times, sul caso di padre Murphy non vi è stato alcun insabbiamento», afferma l'Osservatore Romano. «E ciò viene confermato dalla documentazione che si accompagna all'articolo in questione, nella quale figura anche la lettera che padre Murphy scrisse nel 1998 all'allora cardinale Ratzinger chiedendo che il procedimento canonico venisse interrotto a causa del suo grave stato di salute». Bertone invitò comunque «l'ordinario di Milwaukee a esperire tutte le misure pastorali previste dal canone 1341 per ottenere la riparazione dello scandalo e il ristabilimento della giustizia». Finalità, queste ultime, secondo il giornale vaticano «che vengono indiscutibilmente ribadite dal Papa, come dimostra la recente Lettera pastorale ai cattolici d'Irlanda».

 

Padre Murphy, è detto in un comunicato di Padre Lombardi citato dal New York Times, ha certamente abusato di bambini «particolarmente vulnerabili» e violato la legge. Si tratta di «un caso tragico», ha aggiunto.

 

Lombardi ha però sottolineato che il Vaticano è stato messo a conoscenza del caso solo nel 1996, anni dopo la fine delle indagini. Sui motivi per i quali padre Murphy non sia mai stato punito riducendolo allo stato laicale, il portavoce ha risposto che «il diritto canonico non prevede punizioni automatiche». Ha quindi aggiunto che la precaria salute di padre Murphy e la mancanza di nuove accuse nei suoi confronti sono stati elementi determinanti nella decisione. Padre Murphy è morto nel 1998, due anni dopo che il Vaticano venne a conoscenza del caso.

 

Volantinaggio contro Ratzinger a San Pietro  Un piccolo gruppo di vittime dei preti pedofilia ha improvvisato stamane una conferenza stampa in piazza Pio XII, adiacente a piazza San Pietro, per denunciare la copertura dei vescovi e del Vaticano degli abusi sessuali dei decenni passati. I quattro rappresentanti dello Snap - Survivors Network of those Abused by Priests - e i loro assistenti sono stati fermati dalla polizia che hanno chiesto i loro documenti e li hanno portati al vicino commissariato di Borgo. L’U 25

 

 

 

Genesi di un delitto. La rivoluzione degli anni '60

 

Lo scandalo della pedofilia c'è sempre stato, ma a ingigantirlo è stata la svolta culturale di mezzo secolo fa. Lo scrive Benedetto XVI nella sua lettera ai cattolici dell'Irlanda. Due cardinali e un sociologo la commentano - di Sandro Magister

 

ROMA – La legge e la grazia. Dove la giustizia terrena non arriva, può la mano di Dio. Ai cattolici dell'Irlanda Benedetto XVI ha ordinato, con la sua lettera del 19 marzo, ciò che nessun papa dell'età moderna ha mai ordinato a un'intera Chiesa nazionale.

 

Ha intimato loro non solo di portare i colpevoli davanti ai tribunali canonici e civili, ma di mettersi collettivamente in stato di penitenza e di purificazione. E non nel segreto delle coscienze ma in forma pubblica, sotto gli occhi di tutti, anche degli avversari più implacabili e irridenti. Digiuno, preghiera, lettura della Bibbia e opere di carità tutti i venerdì da qui alla Pasqua dell'anno venturo. Confessione sacramentale frequente. Adorazione continua di Gesù – egli stesso "vittima di ingiustizia e peccato" – davanti alla sacra ostia esposta sugli altari delle chiese. E per tutti i vescovi, i sacerdoti, i religiosi senza eccezioni, un periodo speciale di "missione", un lungo e severo corso di esercizi spirituali per una radicale revisione di vita.

 

Un passo audace, questo compiuto da papa Benedetto. Perché nemmeno il profeta Giona credeva più che Dio avrebbe perdonato Ninive dei suoi peccati, nonostante la cenere penitenziale e la tela di sacco indossata da tutti, dal re fino all'ultimo dei giumenti.

 

E anche oggi molti concludono che la Chiesa resta irrimediabilmente sotto condanna, anche dopo la lettera nella quale lo stesso papa si carica di vergogna e rimorso per l'abominio commesso su dei fanciulli da alcuni sacerdoti, nella colpevole negligenza di qualche vescovo.

 

Eppure anche su Ninive discese il perdono di Dio, e lo scettico Giona dovette ricredersi, e Michelangelo dipinse proprio questo profeta sulla sommità della parete d'altare della Cappella Sistina, a mostrare che il perdono di Dio è la chiave di tutto, dalla creazione del mondo sino al giudizio finale.

 

Domenica 21 marzo, mentre nelle chiese d'Irlanda era data lettura della sua lettera, Benedetto XVI ha commentato ai fedeli, all'Angelus in piazza San Pietro, il perdono di Gesù all'adultera: "Egli sa che cosa c'è nel cuore di ogni uomo, vuole condannare il peccato, ma salvare il peccatore e smascherare l'ipocrisia". L'ipocrisia di quelli che volevano lapidare la donna pur essendo i primi a peccare.

 

Intransigenti con il peccato, "a partire dal nostro", e misericordiosi con le persone. È questa la lezione che Joseph Ratzinger vuole applicare al caso irlandese e, di riflesso, alla Chiesa intera.

 

Da un lato i rigori della legge. Il prezzo della giustizia dovrà essere pagato fino in fondo. Le diocesi, i seminari, le congregazioni religiose in cui si sono lasciate correre le malefatte sono avvertiti: dal Vaticano arriveranno dei visitatori apostolici a scoperchiare il loro operato, e anche dove non ci sarà materia per la giustizia civile la disciplina canonica punirà i negligenti.

 

Ma insieme il papa accende il lume della grazia. Apre la porta del perdono di Dio anche al colpevole del peggiore abominio, se sinceramente pentito.

 

Quanto agli accusatori di prima fila, i più armati di pietre contro la Chiesa, nessuno di loro è senza peccato. Per chi esalta la sessualità come puro istinto, libero da ogni vincolo, è difficile poi condannare ogni suo abuso.

 

La tragedia di alcuni sacerdoti e religiosi, ha scritto Benedetto XVI nella lettera, è stata anche di cedere a simili diffusi "modi di pensiero", fino a giustificare l'ingiustificabile.

 

Un cedimento che a Ratzinger vescovo e papa non può sicuramente essere imputato, nemmeno dai più accaniti dei suoi avversari, se sinceri. L’Espresso on line 25

 

 

 

 

 

Due cardinali e uno studioso di sociologia delle religioni sui fattori culturali analizzati dal papa

 

IL COMMENTO DEL CARDINALE BAGNASCO - Il primo dei due cardinali è Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della conferenza episcopale italiana.

 

Lunedì 22 marzo, nella prolusione con cui ha introdotto i lavori del consiglio permanente della CEI, Bagnasco ha così concluso il passaggio dedicato alla lettera del papa ai cattolici dell'Irlanda:

 

"Da varie parti, anche non cattoliche, si rileva come non da ora il fenomeno della pedofilia appaia tragicamente diffuso in diversi ambienti e in varie categorie di persone: ma questo, lungi dall’essere qui evocato per sminuire o relativizzare la specifica gravità dei fatti segnalati in ambito ecclesiastico, è piuttosto un monito a voler cogliere l’obiettivo spessore della tragedia. Nel momento stesso in cui sente su di sé l’umiliazione, la Chiesa impara dal Papa a non avere paura della verità, anche quando è dolorosa e odiosa, a non tacerla o coprirla. Questo, però, non significa subire – qualora ci fossero – strategie di discredito generalizzato.

 

"Dobbiamo in realtà tutti interrogarci, senza più alibi, a proposito di una cultura che ai nostri giorni impera incontrastata e vezzeggiata, e che tende progressivamente a sfrangiare il tessuto connettivo dell’intera società, irridendo magari chi resiste e tenta di opporsi: l’atteggiamento cioè di chi coltiva l’assoluta autonomia dai criteri del giudizio morale e veicola come buoni e seducenti i comportamenti ritagliati anche su voglie individuali e su istinti magari sfrenati. Ma l’esasperazione della sessualità sganciata dal suo significato antropologico, l’edonismo a tutto campo e il relativismo che non ammette né argini né sussulti fanno un gran male perché capziosi e talora insospettabilmente pervasivi.

 

"Conviene allora che torniamo tutti a chiamare le cose con il loro nome sempre e ovunque, a identificare il male nella sua progressiva gravità e nella molteplicità delle sue manifestazioni, per non trovarci col tempo dinanzi alla pretesa di una aberrazione rivendicata sul piano dei principi".

 

IL COMMENTO DEL CARDINALE RUINI - Il secondo cardinale è Camillo Ruini, presidente del comitato per il progetto culturale della Chiesa italiana, predecessore di Bagnasco alla presidenza della CEI e vicario del papa per la diocesi di Roma dal 1991 al 2008. In un'intervista al quotidiano "il Foglio" del 16 marzo, pochi giorni prima che il papa pubblicasse la sua lettera, Ruini ha detto tra l'altro:

 

"A mio avviso la campagna diffamatoria contro la Chiesa cattolica e il papa messa in campo dai media rientra in quella strategia che è in atto oramai da secoli e che già Friedrich Nietzsche teorizzava con il gusto dei dettagli. Secondo Nietzsche l’attacco decisivo al cristianesimo non può essere portato sul piano della verità ma su quello dell’etica cristiana, che sarebbe nemica della gioia di vivere. E allora vorrei domandare a chi scaglia gli scandali della pedofilia principalmente contro la Chiesa cattolica, tirando in ballo magari il celibato dei preti: non sarebbe forse più onesto e realistico riconoscere che certamente queste e altre deviazioni legate alla sessualità accompagnano tutta la storia del genere umano ma anche che nel nostro tempo queste deviazioni sono ulteriormente stimolate dalla tanto conclamata ‘liberazione sessuale’?"

 

E ancora: "Quando l’esaltazione della sessualità pervade ogni spazio della vita e quando si rivendica l’autonomia dell’istinto sessuale da ogni criterio morale diventa difficile far comprendere che determinati abusi sono assolutamente da condannare. In realtà la sessualità umana fin dal suo inizio non è semplicemente istintiva, non è identica a quella degli altri animali. È, come tutto l’uomo, una sessualità ‘impastata’ con la ragione e con la morale, che può essere vissuta umanamente, e rendere davvero felici, soltanto se viene vissuta in questo modo".

 

IL COMMENTO DEL PROFESSOR INTROVIGNE - Il sociologo è il professore Massimo Introvigne, presidente del CESNUR, Center for Studies on New Religion.

In un commento apparso il 22 marzo sull'edizione italiana dell'agenzia internazionale "Zenit", Introvigne ha scritto tra l'altro: "Quelli che gli inglesi e gli americani chiamano 'the Sixties', gli anni Sessanta, e gli italiani, concentrandosi sull’anno emblematico, 'il Sessantotto' appare sempre di più come il tempo di un profondo sconvolgimento dei costumi, con effetti cruciali e duraturi sulla religione.

 

"C’è stato del resto un Sessantotto nella società e anche un Sessantotto nella Chiesa: proprio il 1968 è l’anno del dissenso pubblico contro l’enciclica 'Humanae Vitae' di Paolo VI, una contestazione che secondo un pregevole e influente studio del filosofo americano recentemente scomparso Ralph McInerny, 'Vaticano II. Che cosa è andato storto?', rappresenta un punto di non ritorno nella crisi del principio di autorità nella Chiesa Cattolica. [...]

 

"Ma perché gli anni Sessanta? Sul tema, per rimanere nelle Isole Britanniche, Hugh McLeod ha pubblicato nel 2007 presso Oxford University Press un importante volume, 'The Religious Crisis of the 1960s', che fa il punto sulle discussioni in corso.

 

"Due tesi si sono contrapposte: quella di Alan Gilbert secondo cui a determinare la rivoluzione degli anni 1960 è stato il boom economico, che ha diffuso il consumismo e ha allontanato le popolazioni dalle chiese, e quella di Callum Brown secondo cui il fattore decisivo è stata l’emancipazione delle donne dopo la diffusione dell’ideologia femminista, del divorzio, della pillola anticoncezionale e dell’aborto.

 

"McLeod pensa, a mio avviso giustamente, che un solo fattore non può spiegare una rivoluzione di questa portata. C’entrano il boom economico e il femminismo, ma anche aspetti più strettamente culturali sia all’esterno delle Chiese e comunità cristiane (l’incontro fra psicanalisi e marxismo) sia all’interno (le 'nuove teologie').

 

"Senza entrare negli elementi più tecnici di questa discussione, Benedetto XVI nella sua lettera si mostra consapevole del fatto che ci fu negli anni Sessanta un’autentica rivoluzione – non meno importante della Riforma protestante o della Rivoluzione francese – che fu 'rapidissima' e che assestò un colpo durissimo alla 'tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici'. [...]

 

"Nella Chiesa cattolica non ci fu subito sufficiente consapevolezza della portata di questa rivoluzione. Anzi, essa contagiò – ritiene oggi Benedetto XVI – 'anche sacerdoti e religiosi', determinò fraintendimenti nell’interpretazione del Concilio, causò 'insufficiente formazione, umana, morale e spirituale nei seminari e nei noviziati'.

 

"In questo clima certamente non tutti i sacerdoti insufficientemente formati o contagiati dal clima successivo agli anni Sessanta, e nemmeno una loro percentuale significativa, divennero pedofili: sappiamo dalle statistiche che il numero reale dei preti pedofili è molto inferiore a quello proposto da certi media. E tuttavia questo numero non è uguale a zero – come tutti vorremmo – e giustifica le severissime parole del papa. Ma lo studio della rivoluzione degli anni Sessanta, e del 1968, è cruciale per capire quanto è successo dopo, pedofilia compresa. E per trovare rimedi reali.

 

"Se questa rivoluzione, a differenza delle precedenti, è morale e spirituale e tocca l’interiorità dell’uomo, solo dalla restaurazione della moralità, della vita spirituale e di una verità integrale sulla persona umana potranno ultimamente venire i rimedi. Ma per questo i sociologi, come sempre, non bastano: occorrono i padri e i maestri, gli educatori e i santi. E abbiamo tutti molto bisogno del papa: di questo

papa, che ancora una volta – per riprendere il titolo della sua ultima enciclica – dice la verità nella carità e pratica la carità nella verità". L’espresso on line 25

 

 

 

 

 

I giornali delle MCI in Europa al Convegnmo della Fisc     

 

PIACENZA– Per la prima volta, nella storia della FISC – la Federazione Italiana dei Settimanali Cattolici – durante un convegno nazionale si è parlato anche dei giornali delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa. L’occasione è stato il convegno sul tema “Fare l’Europa. Le radici e il futuro” che si è svolto lo scorso fine settimana a Piacenza.

A nome dei giornali delle MCI è intervenuto padre Antonio Simeoni, delegato della FISC Europa alla quale aderiscono sei testate.

“La stampa italiana, anche quella di matrice cattolica, - ha detto il religioso - spesso ignora o sottovaluta la capacità educativa che offre una comunità d’emigrazione con una storia più che centenaria”. Nel suo intervento padre Simeoni ha presentato un secolo di storia della stampa delle MCI, rilevando che “lo scambio di notizie nelle due direzioni serve a far conoscere alle testate pubblicate in Italia la valenza di una storia dal basso, fatta di sperimentazione nell’accettazione reciproca, e aiuta gli italiani rimasti in patria a intravedere risposte umane e cristiane alle sfide poste dai nuovi arrivati”. Inoltre, ha aggiunto, “le esperienze di solidarietà e d’impegno presenti nella Chiesa italiana, che spesso vengono messe in rilievo dalla stampa cattolica edita in Italia, possono costituire un mezzo prezioso per immettere idealità nuove nelle seconde e terze generazioni, afflitte dalla mancanza di esperienze forti di vita cristiana, sebbene siano alla ricerca di un senso da dare alla propria esistenza”.

“Le nostre testate - ha proseguito p. Simeoni -, qualificandosi ancora di più, vogliono porsi come portavoce delle istanze delle Missioni nei confronti della Chiesa locale, dando risalto alla loro ricerca teologica e pastorale e diffondendone le intuizioni e i metodi”. A tal proposito, ha ricordato, “i centri di pastorale migratoria, impegnati nella promozione umana e cristiana del migrante e nel sostegno a un suo inserimento nella Chiesa e nella società locali”, hanno ritenuto la stampa cattolica d’immigrazione “un sussidio pastorale assai pertinente, facendone ampio uso, investendovi molte risorse umane e finanziarie”.

Negli ultimi anni, ha sottolineato il rappresentante delle MCI, “si riscontra un desiderio diffuso di qualificare le testate. Parecchie missioni hanno scelto la strada della sinergia o una fusione di testate, per una migliore e qualificata collaborazione e nella condivisione di ideali e di mezzi, scaturita dalla pastorale di comunione perseguita in quegli anni”. Inoltre, si registra “un crescente desiderio di riflessione e d’interpretazione religiosa dell’esperienza migratoria per cui le testate delle Missioni, accanto all’informazione per la comunità locale, tendono a specializzarsi sempre di più nella proposta di una formazione religiosa, ponendosi come strumenti di dibattito e di lettura in chiave sapienziale della vicenda migratoria”. Nel mondo sono oltre 400 le Missioni cattoliche che lavorano per i nostri italiani emigrati all’estero; in esse operano oltre 500 sacerdoti-missionari, circa 200 suore e un centinaio di laici impegnati.

Attualmente i cittadini con passaporto italiano all’estero sono circa quattro milioni. Il loro numero non è stabile e cresce sia per la partenza di nuove persone dall’Italia (in misura ridotta) sia, in misura più consistente, per crescita interna delle collettività (figli di italiani o persone che acquistano la cittadinanza per discendenza italiana). L’emigrazione italiana è in prevalenza euro-americana: più della metà in Europa (55,8) e più di un terzo in America (38,8%). Il Paese con più italiani è la Germania con oltre 600 mila italiani seguita da Argentina (circa 600mila) e Svizzera con oltre mezzo milione di italiani.

In Europa le Missioni Cattoliche sono oltre 250 con oltre 300 missionari, anche se molti in età avanzata. Alcune Delegazioni nazionali e Missioni hanno ultimamente investito nella comunicazione ecclesiale, arrivando alla scelta di aderire - su sollecitazione della Fondazione Migrantes - alla FISC (Federazione Italiana Settimanali Cattolici) costituendo una propria delegazione che si riunisce periodicamente per raccogliere e mettere in comune riflessioni sui temi di interesse per gli italiani all’estero e pubblicano i servizi prodotti dall’agenzia SIR.

Di essa fanno parte l’agenzia settimanale della Fondazione Migrantes, “Migranti-press”, il settimanale delle MCI in Svizzera “Il Corriere degli Italiani”, il mensile delle MCI in Germania e Scandinavia “Corriere d’Italia”, il bimestrale “Nuovi-Orizzonti”, “La Voce degli Italiani” in Inghilterra e il giornale online “Web giornale”. Tra le ultime iniziative promosse una mappatura delle diverse pubblicazioni all’estero di ispirazione cattolica. Un’altra pubblicazione molto importante è il “Rapporto Italiani nel mondo” promosso dalla Migrantes, con periodicità annuale e giunto alla V edizione e che oggi è l’unico manuale socio-statistico e storico-culturale da consultare, ma anche un sussidio pastorale per la sensibilizzazione, al fine di favorire una migliore conoscenza dell’emigrazione italiana e fornire i dati statistici più aggiornati. (R.Iaria, Migranti-press)

 

 

 

In tanta sofferenza. I cristiani iracheni verso la Pasqua

Domenica 28 Marzo, domenica delle Palme, prenderà il via la Settimana Santa. La passione, la morte e la resurrezione di Cristo, celebrate attraverso riti suggestivi e antichi, saranno vissute con animo particolare dai cristiani iracheni, sia dentro che fuori i confini nazionali. Le violenze cui sono sottoposti ormai da anni, con furia crescente, hanno fatto della Chiesa irachena una comunità di martiri, che vive giornalmente sulla sua pelle, la passione di Cristo, in una sorta di calvario del quale sembra non si veda la fine, ovvero la risurrezione. Un calvario che porta le croci di sacerdoti e vescovi, di tanti uomini e donne costretti alla fuga, umiliati, rapiti, uccisi. Le cifre raccolte dall'Agenzia Fides, della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, tramite fonti delle Chiese locali in Iraq, offrono un quadro esauriente di questa sofferenza: dal 2003 a oggi, circa 2.000 cristiani iracheni sono stati uccisi in diverse ondate di violenza; fra il 27 febbraio e il 1 marzo 2010, 870 famiglie, per oltre 4.400 fedeli, hanno lasciato Mosul a causa della violenza anticristiana; nell'ottobre 2008, oltre 12.000 cristiani sono fuggiti da Mosul per un'ondata di violenza; il 40% dei rifugiati iracheni all'estero (circa 1,6 milioni in totale) sono cristiani (fonte Unhcr); il 44% degli iracheni che hanno fatto domanda di asilo in Siria sono cristiani. Per l'Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), nel 2009 l'Iraq è risultato il secondo Paese al mondo per richieste di asilo, circa 24 mila domande, preceduto solo dall'Afghanistan con 26.800; il numero complessivo dei cristiani in Iraq, nel 1987, era di 1,4 milioni, nel 2003 era passato a 1,2 milioni, nel 2009 si è dimezzato scendendo a 600 mila, molti dei quali sono sfollati interni.

 

Un gregge impaurito. In questa situazione ha ancora senso parlare di Pasqua, di speranza nella risurrezione? "Certamente - risponde l'arcivescovo caldeo di Mosul, mons. Emil Shimoun Nona - sebbene quest'anno non la celebreremo in tutte le chiese, per motivi di sicurezza. I nostri fedeli, infatti, non possono recarsi nelle parrocchie della zona antica della città, a causa di blocchi e check point della polizia e dell'esercito. La situazione - dice al SIR - è critica e molto difficile, tuttavia la scelta di celebrare solo nei luoghi più protetti dovrebbe favorire la partecipazione alle liturgie. Non prevediamo riti all'esterno e anche le liturgie dentro le chiese si svolgeranno senza troppa visibilità. Il pericolo di attentati è reale nonostante i dispositivi di sicurezza messi a punto per l'occasione dalle istituzioni". Ma con quale disposizione d'animo i cristiani vivranno la prossima Pasqua? "Il mio è un gregge impaurito che rischia di perdere la speranza, tuttavia, la Pasqua serve a concentrarci sul dolore che stiamo vivendo per rileggerlo alla luce della risurrezione, della speranza nella vita eterna", spiega mons. Nona, per il quale "la cosa più difficile è dare un senso a tutta questa sofferenza, viverla cristianamente, come offerta per la salvezza nostra e del mondo. Mai come in questo momento abbiamo bisogno di sperare". La forza interiore dei cristiani iracheni è enorme: "Ci sono fedeli che camminano per ore per raggiungere una chiesa in cui poter pregare in tutta sicurezza. La loro è una grande testimonianza di fede, che deve far riflettere anche i cristiani dell'Occidente". "In questa sofferenza non siamo soli, sentiamo la vicinanza di altre comunità cristiane che in tante parti del mondo, non solo qui in Medio Oriente, stanno soffrendo allo stesso modo per la violenza, per la mancanza di libertà. Il mondo oggi ha tanti calvari e tante croci. Condividerle ci fa sentire più uniti alla Chiesa". Su un punto, però, mons. Nona, chiede tempo: il perdono. "Giusto parlare di perdono ma adesso è difficile perché non c'è giustizia".

 

Sofferenza immeritata. Usa l'immagine biblica del "Servo sofferente" di Isaia, l'arcivescovo di Baghdad dei latini, mons. Jean Benjamin Sleiman, per descrivere il dolore dei cristiani iracheni. Il servo è costretto ad una ingiusta sofferenza, simile per violenza e modalità d'esecuzione a quella descritta nei Vangeli riguardo alla passione di Gesù. Una sofferenza che sembra immotivata, immeritata e senza prospettive di riscatto. "Mi è capitato di paragonare il popolo iracheno e i cristiani, in particolare, al Servo sofferente di Isaia, che prende su di sé il male che gli altri fanno - afferma al SIR l'arcivescovo latino - se c'è una Pasqua qui è quella di pregare affinché non si estingua la speranza. Non possiamo perdere la speranza nella risurrezione, la fine del tunnel dovrà pur esserci, è la speranza che ci salva: questo è il significato della Pasqua soprattutto in Iraq. Vedo tanti cristiani che stanno perdendo la speranza. Questa perdita genera paura, spinge a fuggire altrove, a lasciare tutto per cercare di salvare la propria vita, per trovare un futuro migliore". "La perdita di speranza è un cruccio - prosegue mons. Sleiman - ma la Chiesa universale può aiutarci esortando i suoi fedeli sparsi nel mondo a vivere da cristiani. Questa testimonianza di fedeltà sarebbe una grande forza per noi tutti. Noi vi guardiamo. Se la Chiesa universale è fedele a se stessa e alla speranza, ci aiuterà a vivere con coraggio e in comunione. Il calvario di questi giorni appare assurdo, inspiegabile senza la speranza. Soffriamo - conclude - ma lo dobbiamo fare con lo sguardo di Cristo che ha preso su di sé la nostra debolezza e, malgrado tutto, ha mantenuto il suo sguardo di amore e di perdono".  sir

 

 

 

La Migrantes per l’integrazione socio-ecclesiale degli immigrati

 

  ROMA - Il tema dell’integrazione socio-ecclesiale degli immigrati in Italia è stato al centro di un confronto, nella sede della Fondazione Migrantes con un gruppo di studio di 60 esperti competenti sull’argomento sia dal punto di vista sociale che ecclesiale.

  “É importante - ha detto salutando i partecipanti mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes - che il valore dell’unità e della differenza che attraversa la storia della teologia e dell’antropologia cristiana, coniugato con i luoghi della vita ma anche con i principi dell’universalismo e dell’egualitarismo alla base del personalismo cristiano del Concilio Vaticano II e del Magistero sociale, ma anche della visione personalista costituzionale, rimanga al centro dell’elaborazione culturale e politica, della vita sociale ed ecclesiale”. Mons. Perego ha ricordato l’importanza di discutere su questo tema che, come ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, è “inevitabile, necessario e irrinunciabile”. E’ un tema che - ha spiegato mons. Perego - “divide non solo la società, ma anche le nostre stesse comunità cristiane, non solo nelle soluzioni, ma anche negli approcci culturali”. Tra gli approcci più distanti a una lettura dell’integrazione è il “rischio di contrapporre identità e mobilità. Oppure il rischio di leggere la differenza come minorità, aprendo lo spazio alla conflittualità”.

  “La nostra - ha detto poi introducendo i lavori dei gruppi p. Gianromano Gnesotto, direttore dell’ufficio per la pastorale degli Immigrati - è un’azione che può avere forti implicanze sociali e si innesta nell’esperienza di una Chiesa che su questo fronte ha operato nel passato e opera nel presente, al seguito di valori, intuizioni e modelli che vanno valorizzati, ulteriormente riflettuti e applicati ai nuovi contesti”. Per p. Gnesotto “siamo chiamati a dare le nostre risposte migliori in tempi difficili e confusi, in cui la questione centrale riguarda il migrante come persona e come cittadino”.

  Il gruppo di studio si è già riunito lo scorso mese di ottobre e cadenzerà i propri incontri di approfondimento e di confronto per delineare entro fine anno le “Linee per l’integrazione socio-ecclesiale degli immigrati in Italia”. Successivamente è previsto anche un seminario-convegno da svolgersi a Roma. (Migranti press)

 

 

 

Pistoia. Ai giovani un manuale per imparare a confessarsi

 

"Mi lascio prendere dall'ira o sono calmo?", "Mi compiaccio nel guardare spettacoli immorali o pornografici?". Sono due delle trenta domande contenute nel manuale per aiutare i giovani a confessarsi, messo a punto dall'equipe della Pastorale Giovanile della diocesi di Pistoia. Il vademecum è un cartoncino piegato in cinque parti, piccolo come una carta di credito, ed "è stato preparato - spiega don Simone Amidei, responsabile della Pastorale Giovanile - per vivere meglio il sacramento della Riconciliazione"

 

"Mi lascio prendere dall'ira o sono calmo?", "Mi compiaccio nel guardare spettacoli immorali o pornografici?". Sono due delle trenta domande contenute nel manuale per aiutare i giovani a confessarsi, messo a punto dall'equipe della Pastorale Giovanile della diocesi di Pistoia.

 

Il 'confessario' sarà distribuito venerdì prossimo in cattedrale ma è anche scaricabile dal sito della diocesi pistoiese. E' un cartoncino piegato in cinque parti, piccolo come una carta di credito, ed "è stato preparato - spiega don Simone Amidei, responsabile della Pastorale Giovanile - per vivere meglio il sacramento della Riconciliazione".

 

Tre le sezioni del 'confessario': si comincia con il "come ci si confessa" suggerendo che prima di andare dal sacerdote ci si confronta con la parola di Dio. In secondo luogo, il manuale indica "cosa si deve dire".

 

"E qui - spiega la diocesi di Pistoia - il manuale suggerisce diversi spunti per capire meglio, alla luce della dottrina cristiana, quali possano essere i peccati commessi, in rapporto con gli altri, con se stessi e con Dio, e come si possa vivere al meglio il sentimento della Riconciliazione". La terza sezione è intitolata "E poi che succede?" in cui si indica l'impegno di conversione. Il Tirreno 24

 

 

 

 

 

Papst: „Die Natur als Buch, geschrieben von Gott...“

 

Papst Benedikt XVI. hat die Vereinbarkeit von Glaube und Wissenschaft bekräftigt. Auch wenn das Verhältnis zwischen beiden in der Vergangenheit zeitweilig von gegenseitigem Unverständnis geprägt gewesen sei, bestehe eine Freundschaft und kein Gegensatz, sagte der Papst am Mittwoch bei seiner Generalaudienz auf dem Petersplatz.

 

Albert der Große - Von ihm sagt man, er habe alles gewusst, was es in der mittelalterlichen Welt zu wissen gab: Der heilige Albert, genannt ‚der Große’, Albertus Magnus, doctor universalis. Ihm bescheinigte Papst Benedikt bei der Generalaudienz an diesem Mittwoch Weite und Tiefe seines Wissens, verbunden mit innerer Friedfertigkeit und einem überaus tugendhaften Leben. Er war Lehrer des Thomas von Aquin, hat aber auch durch seine eigene Theologie Maßstäbe gesetzt:

 

„Albert widmete sich unter anderem der Zusammenschau von Wissen und Glauben, von Naturerkenntnis und Theologie. Er war ein Mensch von unersättlicher Neugierde, der alles erkennen wollte: die Dinge der Natur, die er beobachten wollte und die er katalogisiert hat, und die Dinge Gottes und der Menschen, über die er in Philosophie und Theologie gearbeitet hat. Für ihn verbinden sich in der Theologie Verstand und Wille. Sie ist „affektive Wissenschaft“: Sie leitet das Streben des Menschen dahin, zu Gott zu kommen, dem Ursprung der Welt und dem Ziel alles rechten Tuns.“

 

Heute würden wir ihn einen Wissenschaftsmanager nennen. Er gründete das Studium Generale der Dominikaner in Köln, heute die dortige Universität. Er war am Zweiten Konzil von Lyon beteiligt und war Bischof von Regensburg - ein Amt, das er aber nach einigen Jahren niederlegte, um sich wieder der Wissenschaft widmen zu können. Heute wird er als Patron der Naturwissenschaften verehrt. Für Albert war die Natur ein Buch, geschrieben von Gott.

 

„Suchen wir wie der heilige Albert der Große Gott in seinem Wort, in der Schönheit der Natur und im Dienst am Frieden zu begegnen. Der Herr segne euch auf allen Wegen!“ (rv 24)

 

 

 

 

Missbrauch. New York Times erhebt Vorwürfe gegen Ratzinger

 

Der Vatikan hat nach Angaben der Zeitung „New York Times“ nichts gegen einen amerikanischen Priester unternommen, der bis zu 200 gehörlose Jungen sexuell missbraucht haben soll. Auch der damalige Kardinal Joseph Ratzinger und heutige Papst Benedikt XVI. sei untätig geblieben, obwohl gleich mehrere amerikanische Bischöfe gewarnt hätten, dass die Angelegenheit die Kirche in eine schwierige Lage bringen könne, berichtetet die Zeitung am Mittwochabend (Ortszeit) im Internet.

Die „New York Times“ berief sich dabei auf Dokumente, die sie nach eigenen Angaben von Anwälten erhalten hat, die Kläger gegen das Erzbistum von Milwaukee im Bundesstaat Wisconsin vertreten. Daraus gehe hervor, dass sich Kirchenvertreter zwar über die Frage auseinandergesetzt hätten, ob der Priester aus seinem Amt entfernt werden solle. Aber der Schutz der Kirche vor einem Skandal habe Priorität gehabt.

 

Vatikan: Ein „tragischer Fall“ - Im Mittelpunkt stand nach Angaben der 1998 verstorbene Priester Lawrence Murphy, der von 1950 bis 1974 in einer bekannten Schule für gehörlose Kinder gearbeitet habe. 1996 habe der damalige Kardinal Ratzinger zwei Briefe des damaligen Erzbischofs von Milwaukee, Rembert G. Weakland, zu dem Fall nicht beantwortet, schreibt die „New York Times“.

Acht Monate später habe Kardinal Tarcisio Bertone aus der vatikanischen Glaubenskongregation die Bischöfe in Wisconsin angewiesen, ein geheimes kircheninternes Verfahren einzuleiten, das zur Entfernung Murphys aus dem Amt führen könne. Bertone stoppte die Prozedur nach Angaben der Zeitung dann aber wieder, nachdem Murphy beim deutschen Kardinal Ratzinger schriftlich dagegen protestiert habe. Murphy argumentierte demnach, er habe bereut, sei krank und der Fall außerdem gemäß der Kirchenregeln bereits verjährt. In den ihr vorliegenden Unterlagen finde sich keine Antwort Ratzingers, heißt es in der „New York Times“.

Insgesamt wurden nach dem Bericht der Zeitung drei hintereinander amtierende Erzbischöfe in Wisconsin über den mutmaßlichen sexuellen Missbrauch in Kenntnis gesetzt, jedoch informierter keiner von ihnen die Behörden. So sei Murphy auch nie von einem staatlichen Gericht zur Rechenschaft gezogen worden. Erzbischof Weakland habe die Vorwürfe gegen Murphy 1993 von einem besonders geschulten Sozialarbeiter untersuchen lassen. Murphy habe ausgesagt, dass er etwa 200 Jungen belästigt habe. Er habe aber keine Reue gezeigt.

Der Priester sei 1974 in aller Stille in eine Diözese im nördlichen Wisconsin versetzt worden. Dort habe er bis zu seinem Tod weiter in Gemeinden, Schulen und - laut einer Klageschrift - im Jugendstrafvollzug Umgang mit Kindern und Jugendlichen gehabt.

Vatikansprecher Federico Lombardi sprach gegenüber der Zeitung von einem „tragischen Fall“. Der Vatikan habe aber erst 1996 von den Vorfällen Kenntnis erhalten. Der Priester sei unter anderem deswegen nicht aus dem Amt entfernt worden, da die Vorfälle schon zu weit in der Vergangenheit gelegen hätten und sein Gesundheitszustand schlecht gewesen sei. Die amerikanischen Behörden hätten den Fall untersucht und nicht weiterverfolgt. FAZ.NET mit dpa 25

 

 

 

Medienexperte: „Anti-Kirchen-Kampagne“ ist Quatsch

 

Verfolgen die Medien das Ziel, „die Glaubwürdigkeit der Kirche zu erschüttern“? Sie tun es, wenn man dem Urteil des Regensburger Bischofs Gerhard Ludwig Müller glaubt. Als „Kampagnen-Journalismus“ bezeichnete er in seiner Sonntagspredigt die Berichterstattung in Deutschland seit dem ersten Bekanntwerden von Missbrauchsfällen in der Kirche. Diese Einschätzung teilt der Leiter des Adolf Grimme Instituts, Uwe Kammann, nicht. Im Gespräch mit dem Kölner Domradio widerspricht er dem Oberhirten - aus ganz grundsätzlichen Überlegungen heraus:

 

„Tatsächlich kann es das gar nicht geben. Es gäbe heute niemanden mehr, keine noch so mächtige Einrichtung, die beschließen könnte: Wir betrachten eine bestimmte Sache oder Person unter einem gleichen Blickwinkel und sorgen dafür, dass alle ähnlich darüber schreiben. Das ist ausgeschlossen, weil eine Kampagne Absprachen bedeuten würde. Und solche Absprachen sind in der heutigen Medienwirtschaft schon unter dem Gesichtspunkt der Konkurrenz zwischen den einzelnen Medien undenkbar.“

 

Wer in diesem Punkt anders denke, habe keine Ahnung von der Medienlandschaft, betont der ehemalige Journalist. Zwar könne sich über tonangebende Medien so etwas wie „eine Konjunktur, ein Nachläufertum“ in der Berichterstattung bilden, allerdings ohne jeden strukturellen Charakter. Was derzeit von Teilen der katholischen Kirche als Kampagne empfunden werde, betont Kammann, sei lediglich eine gewisse thematische Häufung. (domradio 24)

 

 

 

Missbrauchsskandal in Irland. Mehrfacher Autoritätsverlust

 

Die Kindesmissbrauchskrise der katholischen Kirche liest sich in Irland wie eine politische Affäre: Die Schlagzeilen der Sender und Zeitungen melden Tag für Tag neue Indizien, neue Fragen, neue Rücktrittsforderungen an verantwortliche Bischöfe. Im Schwindel, den das Nachrichtenkarussell erzeugt, bleibt es den Iren vorerst noch erspart, sich nüchtern über die Konsequenzen des öffentlich-moralischen Zusammenbruchs ihrer einst wichtigsten und mächtigsten gesellschaftlichen Institution klarzuwerden.

In seinem Schreiben an die irischen Gläubigen hat der Papst den Begriff „Säkularisierung“ verwendet, um eine Spur zu den Umständen zu legen, die nach Auffassung des Vatikans zu dem verbreiteten Missbrauch von Kindern und zu der üblichen Vertuschung dieser Zustände innerhalb der irischen katholischen Kirche führten. Der Verlust der Festigkeit im Glauben, falsch verstandene Freiheiten aus der Zeit des Zweiten Vatikanischen Konzils - all das illustriere den „Kontext“, in dem die schrecklichen Taten geschahen und verheimlicht wurden.

Vorsäkulare Verhältnisse

Doch viele Iren, die sich jetzt an die Zustände auf ihrer Insel in der Zeit vor Beginn dieser Säkularisierung erinnern, kommen zu anderen, geradezu gegenteiligen Schlüssen. Vor der beginnenden „Verweltlichung“, zu der in Irland in den siebziger Jahren kulturelle Wandlungen, wie die Pop-Kultur, und politische Entscheidungen, wie der Beitritt zur EG, gleichermaßen beitrugen, war die katholische Kirche in Irland unanfechtbar, und nahezu unentrinnbar die wichtigste Autorität.

Das Irland der siebziger Jahre war ein Gemeinwesen, in dem Ehescheidungen nicht möglich und Verhütungsmittel nicht erlaubt waren. Es war ein Land, in dem der staatliche Zensor Filme der britischen Komikertruppe Monty Python als blasphemisch auf den Index setzte. Und die katholische Kirche zog es damals vor, einen Priester in Londonderry, der mutmaßlich ein IRA-Bombenkommando anführte, das in einer Serie von Explosionen neun Zivilisten tötete, lieber auf eine entfernte Halbinsel zu versetzen, statt ihn zur Zusammenarbeit mit (britischen) Strafverfolgern zu zwingen.

Diese vorsäkularen Verhältnisse erzeugten Machtgewohnheiten, die den vielfältigen Missbrauch erst möglich und üblich machten - und der war und ist im Übrigen nicht auf den direkten Zugriffskreis der Kirche beschränkt. Eine erste Untersuchung hat gründlich dargelegt, dass irische Kinder auch in staatlichen Anstalten, die nicht der katholischen Kirche unterstanden, vielfältige Misshandlungen erlitten.

In der Empörung, die katholischen Kirchenführern jetzt aus der irischen Gesellschaft entgegenschlägt, äußert sich daher auch versteckte eigene Scham und verspäteter Ärger über die Hinnahme der damaligen Gegebenheiten. Kaum ergründet ist bisher die Frage, inwieweit jahrzehntelang neben Armut und Hunger auch andere Motive zur Auswanderung und zum Entstehen einer irischen Diaspora in Amerika und in der übrigen englischsprachigen Welt beigetragen haben.

Das Vertrauen in den Staat sinkt

Auch wenn der Erklärungsversuch des Vatikans, die Säkularisierung sei eine Ursache des Übels, wohl zu kurz greift, so ist sie doch auf jeden Fall der entscheidende Grund dafür, dass lange verschwiegene Misshandlungstaten nun öffentlich erforscht und behandelt werden. Für diesen Wandel ließe sich auch der Begriff „Emanzipation“ einsetzen. Und die irische Gesellschaft beurteilt bei dieser Überprüfung bisher akzeptierten Verhaltens nicht nur die Kirche, sondern auch das Handeln des Staates und der Volksvertreter neu. Anders als früher werden Vetternwirtschaft, Korruption und Hinterzimmerabsprachen nicht mehr geduldet.

Falls die Regierung der - in Irland fast ununterbrochen regierenden - Quasi-Staatspartei Fianna Fail bei der nächsten Wahl in die Opposition gehen muss, wie die Meinungsforscher es vorhersagen, dann sind die Ursachen dafür nicht allein in der massiven und anhaltenden Wirtschaftskrise, sondern mindestens ebenso in den unlängst aufgedeckten Fällen von Nepotismus und Spesenrittertum einiger Regierungsmitglieder zu suchen.

Es ist also ein mehrfacher Autoritätsverlust, den die Iren gegenwärtig erleben. Der Einfluss der katholischen Kirche schwindet - durch die Diskreditierung ihrer Führung, durch immer größer werdenden Priestermangel und auch durch ein Schrumpfen ihres materiellen Besitzes. Katholische Orden veräußern Immobilien, um den Fonds speisen zu können, aus dem die Entschädigungen an Missbrauchsopfer gezahlt werden. Gleichzeitig sinkt das Vertrauen in den Staat. Ähnliche unabhängige Untersuchungsgremien, meistens von hohen Richtern geleitet, wie sie zur Aufklärung des Missbrauchs eingesetzt wurden, arbeiteten auch schon an der Aufdeckung einer Bestechungsaffäre um den ehemaligen Premierminister Bertie Ahern.

Die Konsequenzen, die sich aus diesem Umbruch ergeben werden, sind erst in Umrissen abzusehen. Vor wenigen Tagen wurde erstmals öffentlich die Frage aufgeworfen, was denn aus den 3500 Grund- und Sekundarschulen werden soll, die in Irland von der katholischen Kirche betrieben werden. Soll der Staat sie etwa in seine Obhut nehmen? Johannes Leithäuser Faz 25

 

 

 

 

USA: Missbrauch in katholischer Kirche. Und wieder schwieg Ratzinger

 

Schwerer Vorwurf in der New York Times: Trotz vieler Warnungen habe der Vatikan nichts gegen einen US-Priester unternommen, der hundertfach Jungen sexuell missbraucht haben soll.

Mehrfach hatten amerikanische Bischöfe den Vatikan gewarnt, doch die Kardinäle in Rom haben nichts gegen einen US-Priester unternommen, der bis zu 200 gehörlose Jungen sexuell missbraucht haben soll. Das ist die jüngste Geschichte, die in den USA für Aufregung sorgt.

Nach einem Bericht der New York Times klagten US-Bischöfe, die Angelegenheit könne die Kirche in eine peinliche Lage bringen. Die Kardinäle im Vatikan zeigten sich davon offenbar wenig beeindruckt. Auch Kardinal Joseph Ratzinger - inzwischen Papst Benedikt XVI. - sei untätig geblieben.

Die New York Times beruft sich auf Dokumente, die sie nach eigenen Angaben von Anwälten erhalten hat, die Kläger gegen das Erzbistum von Milwaukee (US-Staat Wisconsin) vertreten. Daraus gehe hervor, dass sich Kirchenvertreter zwar über die Frage auseinandergesetzt hätten, ob der Priester aus seinem Amt entfernt werden solle. Aber die Kirche vor einem Skandal zu schützen, habe die allerhöchste Priorität gehabt.

Im Mittelpunkt stand demnach der 1998 gestorbene Priester Lawrence Murphy, der von 1950 bis 1974 in einer bekannten Schule für gehörlose Kinder arbeitete. 1996 habe der damalige Kardinal Ratzinger auf zwei Briefe des damaligen Erzbischofs von Milwaukee, Rembert G. Weakland, zu dem Fall nicht geantwortet, so die New York Times.

Acht Monate später habe Kardinal Tarcisio Bertone aus der vatikanischen Glaubenskongregation die Bischöfe in Wisconsin angewiesen, ein geheimes kircheninternes Verfahren einzuleiten, das zur Entfernung Murphys aus dem Amt führen könne.

Bertone stoppte die Prozedur nach Angaben der Zeitung dann aber wieder, nachdem Murphy beim deutschen Kardinal Ratzinger schriftlich dagegen protestiert habe. Murphy argumentierte demnach, er habe bereut, sei krank und der Fall außerdem gemäß der Kirchenregeln bereits verjährt. In den ihr vorliegenden Unterlagen finde sich keine Antwort Ratzingers, heißt es in der New York Times.

Insgesamt wurden nach dem Bericht der Zeitung drei hintereinander amtierende Erzbischöfe in Wisconsin über den mutmaßlichen sexuellen Missbrauch in Kenntnis gesetzt, jedoch informierte keiner von ihnen die Behörden. So sei Murphy auch nie von einem staatlichen Gericht zur Rechenschaft gezogen worden.

Erzbischof Weakland habe die Vorwürfe gegen Murphy 1993 von einem besonders geschulten Sozialarbeiter untersuchen lassen. Murphy habe ausgesagt, dass er etwa 200 Jungen belästigt habe. Er habe aber keine Reue gezeigt.

Der Priester sei 1974 in aller Stille in eine Diözese im nördlichen Wisconsin versetzt worden. Dort habe er bis zu seinem Tod weiter in Gemeinden, Schulen und - laut einer Klageschrift - im Jugendstrafvollzug Umgang mit Kindern und Jugendlichen gehabt.

Vatikansprecher Federico Lombardi nannte es in der Zeitung einen "tragischen Fall". Der Vatikan habe erst 1996 von den Vorfällen Kenntnis erhalten. Die US-Behörden hätten den Fall untersucht und nicht weiterverfolgt.   (sueddeutsche.de 25)

 

 

 

Deutschland: Kirche büßt Vertrauen ein

 

Das Vertrauen der Deutschen in die katholische Kirche ist im Zuge der aktuellen Missbrauchsfälle stark gesunken. Nach einer am Mittwoch vom Stern-Magazin veröffentlichten Forsa-Umfrage haben aktuell rund 17 Prozent aller Deutschen Vertrauen zur katholischen Kirche. 24 Prozent vertrauen auf Papst Benedikt XVI. Sechs Wochen zuvor beliefen sich die Werte noch auf 29 beziehungsweise 38 Prozent. - Unter den Katholiken sank das Vertrauen in den Papst von Januar bis Mitte März dieses Jahres von 62 auf 39 Prozent, das in die katholische Kirche von 56 auf 34 Prozent. Die evangelische Kirche hat dagegen laut der Umfrage den Rücktritt ihrer Ratsvorsitzenden Margot Käßmann nahezu unbeschädigt überstanden. 42 Prozent aller Deutschen haben Vertrauen in die evangelische Kirche, nur zwei Prozent weniger als im Januar. Unter den Protestanten blieb das entgegengebrachte Vertrauen mit 65 gegenüber 64 Prozent stabil. kna 24

 

 

 

Kardinal Bagnasco: „Gerechtigkeit durch Wahrheit“

 

Gerechtigkeit durch Wahrheit – unter diesem Motto hat sich die italienische Bischofskonferenz hinter Papst Benedikts jüngste Stellungnahme zum Thema Missbrauch in der katholischen Kirche gestellt. Der Vorsitzende der Bischofskonferenz, Kardinal Angelo Bagnasco, lobte in seinem Eröffnungsstatement zur Sitzung des Ständigen Rats an diesem Montag den Hirtenbrief des Papstes an die irischen Katholiken als „entschiedene Stellungnahme, die jeder Verharmlosung entgegentrete“. Die italienische Kirche habe die Vorgaben der römischen Glaubenskongregation von 2001 für solche Fälle umgehend verwirklicht und präventive Maßnahmen angewandt, betonte der Kardinal weiter. Nun müsse es um Transparenz und Aufklärung gehen, ohne sich als Kirche jedoch ins Abseits drängen zu lassen:

 

„Im Moment der Demütigung lernt die Kirche vom Heiligen Vater, keine Angst vor der Wahrheit zu haben, auch wenn sie schmerzhaft und verhasst ist. Sie lernt von ihm, nicht über sie zu schweigen oder sie zu verdecken. Das heißt aber nicht, die strategische Diskreditierung zu dulden.“ (rv 23)

 

 

 

Benediktinermönch Anselm Grün. Der Mann fürs Einfache

 

Deutschlands bekanntester Seelentröster, Fachmann fürs Weg-, Los- und Zulassen, ist der erfolgreichste christliche Autor weltweit: Eine Begegnung mit Anselm Grün. Von Sebastian Beck

 

Es gibt ihn also wirklich: Im Kloster Münsterschwarzach schreitet Pater Anselm Grün den Flur entlang, einfach so, als ganz gewöhnlicher Mensch, was im ersten Moment geradezu erstaunlich wirkt. Seinem Publikum lächelt er sonst von CD-Covern und Buchdeckeln zu. Weise, glückumstrahlt und weltentrückt, als mystische Heiligengestalt mit Rauschebart und Mönchskutte.

Der irdische Teil von Anselm Grün hat gerade den 65. Geburtstag gefeiert. Es ist ein freundlicher, distanzierter, fast schüchterner Mann, der im Besucherraum des Klosters mit dem bräunlichen Filzboden sitzt und überlegt: Wie heißt sein neuestes Buch doch gleich wieder? Nein, es sind nicht die "Stationen meines Lebens". Es ist das "Große Buch vom wahren Glück", das Anfang des Jahres beim Herder-Verlag in Freiburg erschienen ist.

 

Man kann schon mal den Überblick verlieren nach 30 Jahren und 250 oder 300 Titeln. So genau vermag auch Anselm Grün nicht mehr zu sagen, wie viele Bücher er geschrieben hat. Die Gesamtauflage beträgt mittlerweile mehr als 16 Millionen Stück in 32 Sprachen. Er ist damit nicht nur Deutschlands bekanntester Seelentröster, Fachmann fürs einfache Leben, fürs Weg-, Los- und Zulassen, sondern auch noch der erfolgreichste christliche Autor weltweit.

Ein wahrer Glücksbringer für den Herderverlag, bei dem allein neun Millionen Exemplare erschienen sind. "Ein Wahnsinnsmensch", schwärmt eine Mitarbeiterin des Verlags über ihn. "Er sichert unsere Existenz."

Das gilt auch für das unterfränkische Benediktinerkloster Münsterschwarzach, an das er die Tantiemen abführt. Konkurrenz in der spirituellen Abteilung der Buchhandlungen machen ihm allenfalls noch der vietnamesische Zen-Mönch Thich Nath Hanh und der Esoteriker Eckhart Tolle, ein gebürtiger Dortmunder, der in Kanada lebt und sich für zutiefst erleuchtet hält.

Weil Grün als Mönch ein geregeltes Leben führt, schreibt er zweimal in der Woche an seinen Bestsellern, und zwar dienstags und donnerstags, jeweils von sechs bis acht Uhr morgens. Das sei eine Art von Meditation für ihn, sagt er. Mehr Zeit hat er nicht, schließlich ist er im Hauptberuf Verwalter des Klosters mit 163 Mönchen und 20 Wirtschaftsbetrieben. Die Mußestunden reichen auch nicht einmal ansatzweise aus, um die Nachfrage nach der Marke Grün zu decken.

Zweimal schon hat er ein Buch über Stille verfasst. Für ein drittes Buch fällt selbst ihm nichts mehr ein, obwohl Herder gerne Nachschub hätte. Er müsse schon aufpassen, dass er nicht zum Sklaven des Verlags werde, seufzt er.

Vom wahren Glück

Zur Zeit arbeitet er an einem Buch über die Weisheit der Natur und die Feste des Kirchenjahres. Bis Pater Anselm wieder liefern kann, bedient sich Herder gewissermaßen aus dem Stehsatz: "Das Große Buch vom wahren Glück" zum Beispiel ist ein Zusammenschnitt aus vier älteren Werken mit kurzen Texten über Dankbarkeit, Stille, Freude oder die Kraft des Augenblicks.

Auf diese Weise schafft es der Verlag, ganze Schaufensterfronten mit den Verheißungen Anselm Grüns zu tapezieren: "Aufbruch zu neuen Ufern", "Der Himmel beginnt in dir" oder "Buch der Antworten" heißen seine Titel typischerweise.

Es gibt kein Thema, das vor ihm sicher ist - sogar an einem Buch über Frauen hat er jetzt mitgeschrieben, obwohl sein Wissen übers andere Geschlecht, wenn man seinen Worten glauben darf, weitgehend theoretischer Natur ist. Mal abgesehen von der Liebe zu einer Klosterschwester in jungen Jahren wandelte Pater Anselm bisher einsam durchs Mönchsleben.

Wer aber wissen will, warum Anselm Grün so erfolgreich ist, der sollte ihn erst als Redner hören, bevor er eines seiner Bücher liest, die man allzu leicht als trivial abtun könnte. Der rastlose Benediktiner hält nebenbei auch noch 150 Vorträge im Jahr über Management, Rituale oder auch den "Achtfachen Pfad zum gelingenden Leben". An einem Freitag spricht er vor knapp 1000 Landfrauen im bayerischen Friedberg. Anselm Grün steigt ohne Manuskript auf die Bühne und kommt sofort zur Sache: "Wie gehen wir mit zerbrochenen Lebensträumen um? Was wollten wir als Kind einmal werden?" Es wird augenblicklich still im Saal, und eine Stunde lang sind weder ein Hüsteln noch ein Flüstern zu hören.

Seine Zuhörer, meist Bäuerinnen im mittleren Alter, starren auf ihre Kaffeetassen, als Anselm Grün seine Anekdoten vom alltäglichen Unglück erzählt: von Pfarrern, Autohändlern, Hausfrauen und Managern, die sich irgendwie in ihrem Leben verlaufen haben und den richtigen Weg suchen. Von Menschen, die an der Durchschnittlichkeit ihrer Existenz verzweifeln. All das erzählt er ohne rhetorische Kunstgriffe, dafür aber umso eindringlicher.

Schwer verdaulich

Das Wort Gott fällt zum ersten Mal nach genau einer halben Stunde - in einem eher ungewöhnlichen Zusammenhang: Der Mensch müsse seine Vorstellungen vom Leben und von Gott zerbrechen lassen, damit er nicht selbst zerbrochen werde, sagt Grün. Das ist eine ziemlich schwer verdauliche Botschaft für einen Vormittag in der Dreifachturnhalle.

Aber gerade damit zieht er das Publikum in seinen Bann: Denn er spricht nicht als Vertreter der katholischen Kirche, der sich anmaßt, über Gut und Böse zu befinden. Er predigt nicht, er will auch nicht missionieren. Vielmehr wirkt er wie eine Art spiritueller Psychotherapeut. "Trauen Sie der Essenz Ihres Lebenstraumes, dann werden Sie zum Segen für andere", schließt Grün. Danach verschwindet er in seinem weißen VW Golf so schnell, wie er gekommen war - am Abend referiert er in Hamburg über "Lebenskunst für hier und jetzt".

Genau damit hat auch er selbst immer wieder Schwierigkeiten gehabt, das gibt er offen zu. Bei allem, was er verkündet, wirkt er stets auch eine Spur zweiflerisch und unsicher.

Erst das Elternhaus in Bayern, dann das Internat und seit 1964 das Benediktinerkloster, das sind die Welten des Anselm Grün. Das Leben sei stets ein Versuch, der mal mehr oder weniger gut gelinge, hat er über sich geschrieben. In seinen jungen Jahren machte er schwere Krisen durch. Geradezu quälend fällt in seiner Autobiographie das Kapitel über Ehelosigkeit aus, in dem er sich über den Unterschied zwischen spiritueller und genitaler Sexualität ergeht und über die Zweifel an seinem Leben als Mönch. Trotzdem hat er sich immer wieder für den Zölibat und das Kloster entschieden, auch aus der Angst heraus, "zu verbürgerlichen", wie er es formuliert.

Verstehen, nicht beurteilen

In den siebziger Jahren begann für ihn die Auseinandersetzung mit Zen-Buddhismus und Psychologie. Seitdem hat sich Anselm Grün immer weiter vom katholischen Dogmatismus entfernt: Die Menschen wollten verstanden, aber nicht beurteilt werden, sagt er. Womöglich ist das der eigentliche Grund, warum die Säle immer voll sind, egal wo er auftritt: Während der Vatikan mit den reaktionären Piusbrüdern darüber streitet, ob man nur dann in den Himmel kommt, wenn man auf Lateinisch betet, schreibt und spricht Grün über Lebensträume und Ehekrisen. Der Skandal um den Missbrauch in kirchlichen Einrichtungen hat ihn bisher kaum berührt. Bei seinen Vorträgen werde er nur selten danach gefragt, sagt Grün.

Er sei ohnehin gegen den Pflichtzölibat und verstehe die Enttäuschung der Menschen, zumal die Kirche Sexualität immer moralisiert habe. Andererseits finde Missbrauch zu 90 Prozent in den Familien statt, weshalb es nichts bringen werde, die Kirche als Sündenbock zu schlachten. Mehr will er dazu nicht sagen, und mehr will sein Publikum anscheinend auch nicht wissen.

Es sind andere Themen, auf die er immer wieder angesprochen wird: Die Menschen leiden unter Ängsten und Depressionen - egal, ob sie nun im areligiösen Ostdeutschland leben oder sich als Pfarrer zur Therapie ins Kloster Münsterschwarzach geflüchtet haben. Ihnen versucht Grün zu vermitteln, dass der Weg zum Glück damit beginnt, die eigene Unvollkommenheit zu akzeptieren. Denn die Ansprüche der Menschen an sich selbst und das Leben seien maßlos geworden, glaubt er.

Eitelkeit und Versagensängste

Die Kirche könnte mehr Männer und Frauen wie ihn gebrauchen, das weiß auch Anselm Grün, obwohl er es nie offen zugeben würde. Hinter seiner demonstrativen Bescheidenheit verbergen sich durchaus Eitelkeit und Versagensängste. Weil er älter wird, hat er eben mal ein Buch übers Älterwerden geschrieben: So genau weiß auch er nicht, wie er mit dem näherrückenden Tod und dem unvermeidlichen Loslassen des Lebens umgehen soll.

"Ich stelle mir vor, wie es ist, wenn in zehn Jahren keiner mehr zu meinen Vorträgen kommt", beschreibt er eine seiner Urängste. Wenn es ihm womöglich gehen könnte wie dem Theologen Eugen Drewermann, der in den achtziger Jahren auf dem Höhepunkt des Erfolgs war, aber längst von den Sälen in die Nebenzimmer umgezogen ist.

Anselm Grün ist eben auch nur ein ganz normaler Mensch. Er weiß nicht, was das Alter bringen wird; er fürchtet nur, es könnte schmerzhaft sein. Vorerst aber schreibt und spricht er weiter übers gelingende Leben.

Im Grunde genommen, sagt er, versuche er doch nur seine eigenen Fragen zu beantworten. Lyon, Gerhardshofen, Mexiko, Rosenheim, Peru, dazwischen ein paar Bücher mehr übers einfache Leben - so geht das ohne Pause weiter bis zum 8. Dezember, wenn in Münsterschwarzach dann sein letztes Seminar für dieses Jahr beginnt. Es trägt den Titel: Wege ins Schweigen. SZ 24

 

 

 

 

 

Vatikan: Besuch aus dem hohe Norden

 

Der Wandel der Kirche in Skandinavien steht im Mittelpunkt des Ad-Limina-Besuches der skandinavischen Bischöfe im Vatikan. Einige der Oberhirten aus Schweden, Norwegen, Finnland, Dänemark und Island sind am Dienstag bereits mit Papst Benedikt zusammengetroffen. Im Besonderen geht es bei der Visite um den katholischen Familienkongress, der in Schweden vom 14. bis 16. Mai stattfinden soll, die Priesterausbildung und den zunehmenden Einsatz ausländischer Geistlicher. Wegen der starken Einwanderung speist sich die katholische Glaubensgemeinschaft in den skandinavischen Ländern - sie macht jeweils nur etwa drei Prozent der Bevölkerung aus - nämlich vor allem aus Migranten. Dazu sagte uns der Vorsitzende der skandinavischen Bischofskonferenz, Bischof Anders Arborelius:

 

„Die Zahl der Katholiken steigt dank der Einwanderer von Jahr zu Jahr. Da kommen Katholiken aus Polen, Litauen, Lateinamerika, Afrika, dem Mittleren Osten oder auch viele Iraker. In einer kleinen Kirchengemeinde finden sich manchmal Gläubige aus mehr als 50 Ländern! Die Herausforderung für uns ist, alle diese Gläubigen aus verschiedenen Ländern zu vereinen und eine einzige Kirche zu bilden.“ (rv 23)

 

 

 

 

Europaparlament für Steuer auf Finanztransaktionen

 

Brüssel. Das Europaparlament will die Banken stärker an den weltweiten Kosten der Wirtschaftskrise beteiligen. Das Plenum in Brüssel sprach sich für eine internationale Steuer auf Finanztransaktionen aus. Sie soll unter anderem den Entwicklungsländern zugute kommen soll. Bankensteuern seien ein "fairer Beitrag zur globalen sozialen Gerechtigkeit", heißt es in der Resolution vom Donnerstag . Die Abgeordneten fordern die Regierungen der Industriestaaten außerdem auf, angesichts der Krise Schuldenerlässe für die ärmsten Länder oder entsprechende Moratorien zu prüfen.

Die Entwicklungsländer hätten aufgrund der Krise in diesem Jahr voraussichtlich mit Ausfällen von 315 Milliarden US-Dollar zu kämpfen, unterstreichen die Abgeordneten. Damit seien Risiken für Bildungs-, Gesundheits- und Sozialsysteme verbunden. Das Parlament fordert auch, dass mindestens ein Viertel der Einnahmen aus der Versteigerung von CO2-Verschmutzungsrechten für den Klimaschutz in Entwicklungsländern verwendet werden solle.

Die Parlamentarier appellieren zudem an die reichen Staaten, ihre Entwicklungshilfe wie versprochen zu erhöhen. Die Entschließung wurde mit einer dünnen Mehrheit von 283 gegen 278 Stimmen angenommen. Eine Steuer auf Finanztransaktionen ist in Brüssel bereits seit geraumer Zeit im Gespräch. Die EU-Kommission hat angekündigt, in Kürze einen Prüfbericht über eine weltweite Transaktionsabgabe und andere innovative Finanzierungsquellen vorzulegen. Epd 25

 

 

 

 

Kindesmissbrauch und Kirche. Nicht von dieser Welt

 

Sexueller Missbrauch und andere Sodomien: Warum sich das Kirchenrecht nicht mit dem weltlichen verträgt. Von Andreas Zielcke

 

Sexueller Missbrauch war natürlich nie auf die katholische Kirche beschränkt. Mag ihre Quote der Pädophilie besonders hoch sein, in säkularen Schulen oder in anderen Kirchen sind Heranwachsende nach allem, was jetzt ans Tageslicht tritt, auch nicht geschützt. Alle Anstalten, in denen sie in geschlossener Gesellschaft betreut werden, setzen sie einer ähnlichen Missbrauchsgefahr aus.

 

Und die emotional geschlossenste Gesellschaft ist noch stets die Familie. Auch wenn es zur Zeit ausgeblendet wird, ist es dieser Ort, in dem Kinder am stärksten gefährdet sind. Hier herrscht das größte Abhängigkeitsgefälle. Kein Wunder, dass Lehrer in reformpädagogischen Instituten die Schüler vor allem dort sexuell vereinnahmten, wo sie mit ihnen als "Familie" zusammenlebten.

Eines aber unterscheidet die katholische Kirche von allen übrigen gefährlichen Gesellschaften: Sie unterhält eine eigene Strafjustiz, die solche Vergehen ahndet. Zwar gibt es auch ein evangelisches Kirchenrecht, doch das stellt kaum mehr als eine gewöhnliche Disziplinarordnung dar, die Pfarrer zur Einhaltung ihrer Dienstpflicht anhält. Ein voll ausgeformtes Strafrecht, das neben das staatliche tritt, ist nur der katholischen Kirche eigen. Und das heißt auch, dass es einheitlich gilt für die gesamte katholische Welt mit ihren mehr als eine Milliarde Gläubigen und ihrer halben Million Klerikern.

Das prekäre Verhältnis der Kirche zur säkularen Strafgewalt hat hier seinen Grund. Selbst der Vorwurf der Vertuschung, den man seit den Enthüllungen in den USA und Irland und eben in Deutschland gegen die Kirche erhebt, hängt ohne die Kenntnis dieses separaten Rechts in der Luft.

Reinheit des Amtes

Eines lässt sich vorweg sagen: Die katholische Kirche hat noch erhebliche Lernschritte vor sich. Dass nicht das eigene Sanktionsrecht, sondern das weltliche Strafsystem das einzig angemessene Instrumentarium im Umgang auch mit priesterlicher Päderastie ist, muss erst noch in die Köpfe vieler Kleriker. Offenbar ist dies ein Prozess, bei dem man in historischen Dimensionen denken muss.

Was also hat es mit dem kanonischen Recht auf sich? Man denunziert es nicht, wenn man ihm bescheinigt, dass es sich mit weltlichen Maßstäben nicht verträgt. Es gehorcht völlig anderen Strafzwecken als sein staatliches Pendant.

Sehr speziell ist schon die wenn nicht verschämte, so doch höchst indirekte Sprache. Begriffe wie sexueller Missbrauch oder sexuelle Handlung tauchen nicht auf. Einschlägig ist der Codex Iuris Canonici von 1983, ergänzt um prozessuale Regeln, die Johannes Paul II. 2001 zum "Schutz der Heiligkeit der Sakramente" erlassen hat und die insbesondere die Kongregation für die Glaubenslehre als allein zuständig für die Verfolgung solcher Vergehen festlegt. Alle Gesetze sprechen nur von der "Sünde gegen das sechste Gebot des Dekalogs".

Sodom und Gomorrha

Unvermeidlich wird allein damit das große Buch des zweitausendjährigen Kampfes der Kirche gegen Homosexualität aufgeschlagen, mehr noch, es reicht bis in die Anfänge des Alten Testaments zurück, zur Genesis (1. Moses 19, 1 ff.) und der Geschichte von Sodom und Gomorrha. Den Begriff der Sodomie freilich vermeiden kanonische Statuten seit langem. Stattdessen benennen sie mit dem Verstoß gegen das sechste Gebot unmittelbar nur den Ehebruch, um den es natürlich in den Fällen des priesterlichen Fehlverhaltens am wenigsten geht.

Diese euphemistische Begriffsverschiebung wäre eine Geschichte für sich. Da aber die Theologie stets an dem Dogma festhielt, jede sexuelle Aktivität jenseits ehelicher Zeugungsakte als schwere Sünde anzusehen (also auch heterosexuelle orale und anale Handlungen), fallen homosexuelle Aktionen erst recht darunter.

 

Bedeutsam dabei ist die Systematik, unter der die Strafbarkeit läuft. So wie der Erlass von Johannes Paul II. dem Schutz der "heiligen Sakramente" dient, so definiert der Codex von 1983 die Verstöße gegen jenes sechste Gebot als Vergehen der "Amtsanmaßung" oder der Verletzung besonderer "Verpflichtungen".

Keine Strafe ohne Gesetz

Geschützt wird also primär nicht, wie im weltlichen Strafrecht, die sexuelle Selbstbestimmung der Opfer. Geschützt wird vielmehr die Reinheit des "Bußsakramentes" der Beichte (der Priester darf diesen sakralen Akt nicht durch sexuelle Annäherung an den Beichtenden pervertieren) oder sonstiger weihevoller Amtspflichten. Selbst beim Missbrauch von Minderjährigen wird diesen kein autonomes Schutzrecht zugestanden.

Folgerichtig droht die schwerste Strafe nicht für Sexualverkehr mit Kindern, sondern Priestern, die einem "Mitschuldigen an einer Sünde gegen das sechste Gebot des Dekalogs die Absolution erteilen". Diese gelten, vor jeglichem Urteil, schon mit der Tat als exkommuniziert. Hier drückt sich der kanonische Perspektivenwechsel am drastischsten aus. Nicht etwa schlimmere Tatumstände beim Missbrauch des Opfers begründen hier die scharfe Strafe, sondern der Missbrauch des Absolutionsrechts.

Was sich beim Schutzzweck der Tatbestände andeutet, setzt sich bei den allgemeinen Regeln der kanonischen Bestrafung fort. Zwar erkennen sie im Prinzip an, dass nur Taten verfolgt werden dürfen, deren Strafbarkeit vorher gesetzlich feststand ("keine Strafe ohne Gesetz"). Ja, für diesen fundamentalen Grundsatz jeden Rechtsstaats hat das Kirchenrecht das Vorbild geliefert - ein gewaltiges Verdienst. Doch es hält sich selbst nicht daran. Bei Verletzung "göttlichen Rechts", um "Ärgernissen zuvorzukommen", dürfen auch ohne genuines Gesetz Strafen verhängt werden. Rechtsstaatlich gesehen eine Blankolizenz des Schreckens.

Obendrein dürfen sich Angeklagte nicht auf die Unschuldsvermutung verlassen. Entgegen vielen Bekundungen, die man jetzt von Kirchenvertretern hört, zuletzt vor wenigen Tagen vom zuständigen "Promotor Iustitiae" der Glaubenskongregation, Charles J. Scicluna ("Die angeklagten Kleriker haben das Recht - wie ein jeder - auf die Unschuldsvermutung bis zum Beweis des Gegenteils"), kehrt das Kirchenrecht die Vermutung gegen den Angeklagten, sobald der "äußere Tatbestand" feststeht: Dann muss er beweisen, dass er weder vorsätzlich noch fahrlässig gehandelt hat; andernfalls ist er dran.

Absurde Geheimhaltung

Und um die Differenz zum weltlichen System vollends zu markieren, wird der Beschuldigte einem Verfahren unterworfen, das eher an Kafka als an Recht erinnert. Der Beschuldigte erfährt den Namen des ihn anzeigenden Missbrauchsopfers nicht, eine öffentliche Verhandlung gibt es nicht, die Herrschaft des Verfahrens liegt bei der Glaubenskongregation in Rom, mag das Vergehen auch in Irland oder Südamerika stattgefunden haben.

Über allem liegt ein Schleier von Geheimnis, von intransparentem Walten fremder Kompetenzen, letztlich kontrolliert vom Heiligen Stuhl, Gesetzgeber und Richter in einem. Vor allem dieser Punkt veranschaulicht die Unverträglichkeit mit weltlichem Recht. Die Geheimhaltung wäre, liefe parallel das staatliche Strafverfahren, sogleich ad absurdum geführt.

Trotzdem stehen all diese Merkmale des Kirchenrechts weniger für ein mittelalterliches Denken, sondern für einen anderen rechtlichen Sinn.

Nicht zufällig endet der gesamte Kodex damit (Art. 1752), dass die "Wahrung der kanonischen Billigkeit und das Heil der Seelen in der Kirche immer das oberste Gesetz sein muss." Strafen in diesem Sinn dient nicht der Schuldvergeltung oder weltlicher Prävention, nicht also dem empirischen Schutz potentieller Opfer, sondern einem spirituellen Zweck, dem Heil der Seelen in einem Reich, das nicht von dieser Welt ist.

Gefallene Seelen

In der Tat, nur so lassen sich die Eigenarten des kanonischen Strafens verstehen - wenn es überhaupt mit dem Begriff der Strafe richtig erfasst ist. Laien muss die Lektüre des Kodex schon deshalb verwundern, weil er von einer unendlichen Fülle von Ausnahmen zur verwirkten "Strafe", von Mildebezeugungen, von nachträglichem Straferlass und überhaupt von allen möglichen Anstrengungen durchdrungen zu sein scheint, die gefallene Seele in den Schoß der Kirche und ins Heil zurückzuführen.

Entsprechend häufig ist die Nicht-Verurteilung, gerade bei Pädophilie. Nach Scicluna führten von den 3000 Beschuldigungen der letzten neun Jahren nur 20 Prozent zu Strafen, bei rund 60 Prozent wurde das Verfahren aus Rücksicht auf den Beschuldigten eingestellt.

Die Geheimhaltung im Verfahren, der fürchterliche Generaltatbestand der Verletzung göttlichen Rechts, die verkürzte Unschuldsvermutung ebenso wie die Verlagerung des Schutzzwecks von den Opfern zu den heiligen Akten und zur Lehre der Kirche laufen auf dasselbe hinaus: Der Priester begibt sich nicht nur mit Haut und Haaren, sondern mit seiner Seele bedingungslos-vertrauensvoll in die Hände der Kirche. Dort wird für das Heil aller, aber auch für sein persönliches Heil gesorgt, notfalls mit Sanktionen, immer aber mit dem Ziel, sich seines seelischen Wohls anzunehmen - von einer höheren Warte als er selbst.

Wer darum das Sträuben der Kirche, ihre Priester der Staatsgewalt auszuliefern, als kalte Wahrung ihres Rufs interpretiert, vereinfacht die Sache. Zumindest idealtypisch betreibt die Kirche pure Heilspädagogik.

Der Schluss aber, dass das kanonische gerade deshalb mit dem weltlichen Strafsystem vereinbar sein müsste, weil es einer ganz anderen Sphäre gilt, ist falsch. Sitzt der Priester seine weltliche Strafe im Gefängnis ab, ist er dem heilsamen Zugriff der Kirche entzogen.

Die Lösung kann nur sein, dass die Kirche lernt, weltliche Verletzungen, die ihre Leute anrichten, auch weltlicher Sanktionslogik zu überlassen. Freiheit und sexuelle Selbstbestimmung sind hier und jetzt zu garantieren. Die Versöhnung von Täter und Opfer im Himmel nützt den oft für ihr Leben geschädigten Opfern hier unten nichts. SZ 25

 

 

 

Trunkenheitsfahrt. Strafbefehl gegen Ex-Bischöfin Margot Käßmann

 

Noch einmal Buße für eine Trunkenheitsfahrt: Die frühere Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland, Margot Käßmann, muss für lange Zeit auf den Führerschein verzichten. Außerdem muss sie eine hohe Geldstrafe zahlen. Auch ihr Konto in Flensburg wird üppig gefüllt.

Wegen ihrer Trunkenheitsfahrt muss Margot Käßmann ein Monatsgehalt (ca. 3000 Euro) Strafe zahlen und für mindestens 10 Monate, maximal 12 Monate den Führerschein abgeben. Außerdem bringt ihr die Verletzung der Straßenverkehrsordnung sieben Punkte in Flensburg ein.

Käßmann habe einen entsprechenden Strafbefehl des Amtsgerichts Hannover angenommen, teilte die Staatsanwaltschaft mit und bestätigte Informationen der "Bild-Zeitung“.

Käßmann bleibt ein Auftritt vor Gericht somit erspart. Sie war nach Bekanntwerden des Delikts als Bischöfin von Hannover und Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) zurückgetreten. Die Oberstaatsanwältin Irene Silinger: „Frau Käßmann hat den Strafbefehl akzeptiert, er ist somit rechtsgültig.“

Margot Käßmann war im Februar in Hannover von einer Polizeistreife angehalten worden. Zuvor war sie mit ihrem Dienstwagen bei Rot über eine Kreuzung gefahren. Ein Blutalkoholtest hatte 1,54 Promille ergeben.

Käßmann trat am 24. Februar als hannoversche Landesbischöfin und EKD-Ratsvorsitzende zurück. Inzwischen ermittelt die Staatsanwaltschaft in Lüneburg, wie die Informationen über die Trunkenheitsfahrt an die Medien gelangten. Dpa 25

 

 

 

 

Stiftung als Glaubensbekenntnis

 

Erster Stiftertag der Bonifatius-Stiftung: Vermögen auf 2,6 Millionen Euro gewachsen

 

Mainz. Das Stiftungskapital der Bonifatius-Stiftung des Bistums Mainz ist auf rund 2,6 Millionen Euro (Stand: 31.12.2009) gewachsen. Das wurde auf dem ersten Stiftertag der Bonifatius-Stiftung am Dienstag, 23. März, in der Bistumsakademie Erbacher Hof in Mainz bekannt.

Bei der Gründung der Stiftung im April 2005 betrug das Anfangsvermögen 30.000 Euro. Zudem stieg die Anzahl der Unterstiftungen im Jahr 2010 auf 26 an. Weitere sieben Stiftungen befinden sich in der Gründungsphase. Die Bonifatius-Stiftung ist eine Stiftung für die Pfarrgemeinden des Bistums Mainz. Ihr Ziel ist es, die pastoralen und baulichen Initiativen der Pfarrgemeinden und ihrer Verbände zu fördern und zu erhalten. Als Dachstiftung übernimmt sie Verwaltungsaufgaben und unterstützt die Treuhandstiftungen bei der Durchführung ihrer Vorhaben. Über die Verwendung der Stiftungserträge entscheiden die Gremien der Unterstiftungen.

Gut durch die Wirtschaftskrise gekommen

Zur Begrüßung bedankte sich Helga Hammer, Landtagsvizepräsidentin a.D. und Vorsitzende des Kuratoriums der Bonifatius-Stiftung, bei den Stiftungsmitgliedern dafür, dass sie sich für ein lebendiges Gemeindeleben einsetzten. Der Stiftertag solle über die aktuellen Entwicklungen der Stiftung informieren, aber auch den Erfahrungsaustausch zwischen den Stiftungsmitgliedern ermöglichen. Generalvikar Prälat Dietmar Giebelmann, Vorstandsvorsitzender der Stiftung, hob in einem geistlichen Impuls die Bedeutung der Bonifatius-Stiftung für die Pfarrgemeinden im Bistum Mainz hervor. Eine Stiftung sei immer ein Glaubensbekenntnis und ein Bekenntnis für die Zukunft der Kirche. Professor Dr. Michael Ling, stellvertretender Vorstandsvorsitzender und Stiftungsbeauftragter der Diözese, lobte die Anlagestrategie der Stiftung. Kirchliche Stiftungen seien besser durch die weltweite Wirtschaftskrise gekommen als weltliche, betonte er. Unter Berücksichtigung christlicher Werte habe die Bonifatius-Stiftung in einen Fonds der Pax-Bank investiert und sei ohne Substanzverlust durch die Krise gekommen.

Nach den Vorträgen zur aktuellen Entwicklung und zur Anlagestrategie der Stiftung konnten Vertreter der Unterstiftungen Fragen an die Vorsitzenden stellen. Außerdem folgten zwei Erfahrungsberichte von Mitgliedern der Stiftung St. Andreas in Klein-Winternheim und der Pfarrstiftung St. Laurentius in Mainz-Ebersheim. Musikalisch wurde der Abend von der Gruppe „JazzThing" gestaltet. Die Organisation des ersten Stiftertages hatte Bettina Kolbe, Leiterin der Geschäftsstelle Stiftungen im Bischöflichen Ordinariat, übernommen.

Hinweis: Geschäftsstelle der Bonifatius-Stiftung, Bettina Kolbe M.A., Postfach 1560, 55055 Mainz, Tel.: 06131/253-108, Fax: -113, E-Mail: bonifatius-stiftung@bistum-mainz.de, Internet: www.bonifatius-stiftung.de  lk (MBN) 

 

 

 

 

Kirchenkritiker Hans Küng. Papst hielt Missbrauchsfälle geheim

 

Genf. Der Schweizer Theologe Hans Küng hat Papst Benedikt XVI. vorgeworfen, wichtige Informationen über Missbrauchsfälle geheim gehalten zu haben. "Es gab in der ganzen katholischen Kirche keinen einzigen Mann, der so viel wusste über die Missbrauchsfälle, und zwar ex officio - von seinem Amt her", sagte Küng im Schweizer Fernsehen.

 

Nach Angaben seines Büros vom Mittwoch bezog sich der Kirchenkritiker auf einen Brief, den Joseph Ratzinger im Mai 2001 in seiner damaligen Funktion als Chef der Glaubenskongregation geschrieben hatte.

 

In dem 2005 bekannt gewordenem Schreiben, das auch auf der Website des Vatikans steht, seien die kirchlichen Würdenträger angewiesen worden, alle Voruntersuchungen und Anschuldigungen zu Missbrauchsfällen an Ratzinger weiterzuleiten. Die Untersuchungen sollten geheimbleiben. "Er kann doch nicht nur den Bischöfen den Zeigefinger machen - ihr habt das nicht genügend gemacht - er selber hat die Instruktionen gegeben - als Chef der Glaubenskongregation und auch als Papst wieder neu", sagte Küng in dem Interview vom Sonntag.

 

Am Mittwoch war der Theologe für eine Stellungnahme nicht zu erreichen. Küng war 1979 die kirchliche Lehrerlaubnis entzogen worden, weil er die Unfehlbarkeit des Papstes infrage gestellt hatte.

Die von Ratzinger geleitete Glaubenskongregation hatte im Mai 2001 allen Bischöfen den Brief "De Delictis Gravioribus" (Über schwere Straftaten) geschickt.

 

Darin geht es auch um eine "Straftat gegen die Sittlichkeit, nämlich: die von einem Kleriker begangene Straftat (...) mit einem noch nicht 18-jährigen minderjährigen Menschen". Er schreibt das Kirchenrecht fort, geht auch auf schwere Straftaten "gegen die Sittlichkeit" ein und hält zu den Verfahren nach dem Kirchenrecht fest: "Prozesse dieser Art unterliegen der päpstlichen Geheimhaltung." Die Verjährungsfrist für Klagen, die der Glaubenskongregation vorbehalten sind, betrage zehn Jahre.

 

An den bei den Bischöfen eingerichteten Gerichtshöfen dürfen nach diesem Erlass für diese Strafverfahren "nur Priester die Ämter des Richters, des Kirchenanwaltes, des Notars und des Strafverteidigers gültig wahrnehmen". Sobald der Fall vor Gericht wie auch immer beendet sei, seien die gesamten Akten des Verfahrens möglichst rasch von Amts wegen an die Glaubenskongregation zu übermitteln, heißt es weiter.

 

Dieses Schreiben ist aus Sicht des Vatikans wiederholt zu Unrecht als Beleg für eine "Kultur des Schweigens" in der Kirche zitiert worden. Es sei vollkommen deutlich, dass solche rein kirchenrechtlichen Normen kein Vertuschen beabsichtigt oder gefördert hätten. (dpa 24)

 

 

 

Laieninitiative Österreich: „Widerstand leisten ohne Kirchenaustritt“

 

„Wie kann man der Kirche wieder eine Zukunft geben? Sie ist ja verdüstert, diese Zukunft. Unsere Antwort: Wir müssen Widerstand leisten. Wir fordern heute deshalb alle unzufrieden und ungeduldig gewordenen Kirchenmitglieder auf, nicht wegzugehen, sondern Widerstand durch einen konsequenten Ungehorsam zu leisten.“ ... sagt Herbert Kohlmaier von der „Laieninitiative“. Angesichts des Imageverlustes der katholischen Kirche nach dem Missbrauchsskandal ruft die katholische Vereinigung mit Sitz in Österreich zu „loyalem Widerstand“ auf. Ihr Plädoyer: Statt auszutreten könne man die Kirche doch besser von innen heraus verbessern; Reformbedarf gebe es allemal, nicht nur in puncto Missbrauchsprävention. (kap/laieninitiative)

 

 

 

 

„Raus aus dem Schattendasein“

 

Die US-amerikanischen Bischöfe drängen Präsident Barack Obama zu einer Reform des Einwanderungsrechtes. Während der Senat am Sonntag noch über die Gesundheitsreform abstimmte, gingen in Washington zehntausende Menschen für eine Neuregelung der Einwanderung auf die Straße. Sie fordern eine rechtmäßige Anerkennung der Migranten in den USA. Dort leben und arbeiten etwa zwölf Millionen illegale Einwanderer, ohne als Bürger rechtmäßig anerkannt zu sein. Obama will das „kaputte Einwanderungssystem“ – so der Präsident in einer Videobotschaft am Sonntag wörtlich – noch in diesem Jahr mit einem entsprechenden Gesetz „reparieren“. Was „kaputt“ ist am alten System, erklärt im Interview mit Radio Vatikan der Bischof von Salt Lake City, John Wester. Auch er ist am Wochenende nach Washington gereist.

 

„Das alte System entspricht einfach nicht mehr der aktuellen Situation. Familien werden auseinander gerissen, warten jahrelang auf ein Visum, Eltern werden von ihren Kindern, Ehemänner von ihren Frauen getrennt usw. Es gibt so viele Menschen, die nicht registriert sind und ein regelrechtes Schattendasein führen. Obwohl sie arbeiten und Steuern zahlen, können sie viele Leistungen nicht in Anspruch nehmen. Wir haben eine permanente Unterschicht im Land – das ist wirklich untolerierbar und keine gute Art für Menschen zu leben. Wir brauchen eine Reform des Einwanderungsgesetzes, und zwar jetzt!”

 

Am Streitpunkt um die illegalen Einwanderer, von denen die meisten aus Lateinamerika kommen, war 2007 eine Reform der Einwanderungsgesetze im Senat gescheitert. (diverse 23)