Notiziario religioso 24-25 Marzo
2010
Mercoledí
24. Il commento al Vangelo. “Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 8,31-42) commentato da P. Lino Pedron
31 Gesù allora disse
a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete
fedeli alla mia
parola, sarete davvero miei discepoli; 32 conoscerete la
verità e la verità
vi farà liberi». 33 Gli risposero: «Noi siamo
discendenza
di Abramo e non
siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire:
Diventerete liberi?».
34 Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico:
chiunque
commette il peccato
è schiavo del peccato. 35 Ora lo schiavo non resta per
sempre nella casa,
ma il figlio vi resta sempre; 36 se dunque il Figlio vi
farà liberi, sarete
liberi davvero. 37 So che siete discendenza di Abramo.
Ma
intanto cercate di
uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi. 38
Io dico quello che ho visto presso il Padre;
anche voi dunque fate quello che
avete ascoltato dal
padre vostro!». 39 Gli risposero: «Il nostro padre è
Abramo». Rispose
Gesù: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di
Abramo! 40
Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio;
questo, Abramo non
l'ha fatto. 41 Voi fate le opere del padre vostro».
Gli
risposero: «Noi non
siamo nati da prostituzione, noi abbiamo un solo Padre,
Dio!». 42 Disse loro
Gesù: «Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste,
perché da Dio sono
uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha
mandato.
La fede autentica
non si riduce a un’adesione momentanea al Cristo, ma esige
perseveranza e fedeltà con Gesù, Parola vivente del Padre. Il vero
discepolo di
Cristo si
riconosce da questa permanenza continua e intima in Gesù. Solo allora
si conosce la verità che libera da ogni schiavitù.
Si tratta di una
conoscenza esistenziale e vitale, di una comunione intima con
il Figlio di Dio. La conoscenza della verità non è dunque
qualcosa di
speculativo. La verità è Gesù in persona (cfr Gv
14,6). La verità, ossia Cristo
stesso, in quanto manifestazione della vita divina,
opererà la liberazione
dell’uomo, come è chiarito in 8,36. Quindi la libertà piena si
vive nella fede,
credendo esistenzialmente in Gesù.
Le parole di Gesù
provocano la reazione dei suoi interlocutori, offesi per le
affermazioni sulla liberazione operata dalla verità. I giudei si
proclamano
persone libere e figli di Abramo. Essi protestano di non essere
mai stati
schiavi di nessuno. Per Gesù la libertà e la schiavitù sono di
ordine morale,
mentre i suoi interlocutori intendono questi termini in chiave
politica.
Gesù parla della
schiavitù e della libertà morale in relazione al
peccato. Egli
insegna che la vera schiavitù è quella di ordine religioso: è
schiavo chi fa il
peccato. In questi testi di Giovanni il peccato indica l’opzione fondamentale
contro la luce, ossia l’incredulità. La frase "lo schiavo
non rimane nella casa
per sempre"
contiene una velata minaccia di espulsione dei giudei dalla casa di
Dio, dal regno e
dall’amicizia con il Padre.
Nel v. 35 il termine "figlio" è preso in senso generico,
per essere applicato a
tutti gli uomini; esso però è aperto al significato specifico
divino, per
indicare il Figlio unigenito del Padre. In realtà nel v. 36 abbiamo questo
passaggio. Qui si parla del Figlio liberatore. Gesù è il Logos
incarnato, la
verità personificata, che sola può liberare l’uomo dalla
schiavitù del peccato.
Egli è il Figlio
di Dio che rimane per sempre nella casa del Padre.
Dopo aver
sviluppato la tematica della vera schiavitù e della
vera libertà, Gesù
contesta l’affermazione dei giudei di essere discendenza di
Abramo e dimostra
loro che sono figli di un altro padre.
E’ un linguaggio
misterioso che sarà chiarito nella scena successiva (v. 44).
Per discendenza
naturale gli ebrei sono figli di Abramo, ma per l’animo e i
comportamenti sono figli del diavolo. Tentando di uccidere Gesù fanno
un’opera
diabolica perché il diavolo è omicida fin dal principio.
I giudei, con la
loro incredulità, rinnegano la loro origine da Abramo, uomo di
grande fede. Il loro intento omicida si spiega con il rifiuto
della rivelazione
divina del Cristo: "La mia parola non penetra in
voi".
L’opposizione tra
Gesù e i giudei sta nell’influsso dei rispettivi padri. Il
Logos incarnato
rivela ciò che ha visto e continua a vedere nel Padre.
I giudei
rivelano ciò che ispira loro il demonio.
I giudei, con gli
atteggiamenti pratici, rinnegano la loro discendenza da
Abramo. Essi non
solo non compiono le opere del patriarca, caratterizzate da una
fede profonda in Dio e dall’adesione incondizionata alla sua
parola (cfr Gen
12,1ss; 15,1-7),
ma addirittura si oppongono all’inviato del Padre e cercano di
ucciderlo. L’allusione finale di Gesù sulla vera paternità dei
giudei suscita la
loro protesta.
La fornicazione
indica l’infedeltà idolatrica. I giudei quindi protestano la
loro fedeltà all’alleanza mosaica e proclamano di non aver
tradito il patto con
Dio adorando altre
divinità: "Abbiamo un solo padre, Dio". Questa espressione
richiama l’inizio dello shemà:
"Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il
Signore è uno solo" (Dt 6,4).
Nell’Antico Testamento Jahvè è presentato spesso
come padre d’Israele.
Se i giudei
avessero un solo padre, Dio, essi dovrebbero amare Gesù perché è
stato mandato dal Padre. Gesù vuole dimostrare che i giudei
non sono figli di
Dio, perché non
amano l’inviato di Dio che è uscito dal Padre. De.it.press
Giovedì
25. Il commento al Vangelo.
La visita dell’angelo a Maria
"Dacci oggi il
nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 1,26-38) commentato da P. Lino Pedron
26 Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu
mandato da Dio in una città della
Galilea, chiamata Nazaret,
27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della
casa di Davide,
chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando
da lei, disse: «Ti
saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». 29 A
queste parole ella
rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale
saluto. 30 L'angelo
le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato
grazia
presso Dio. 31 Ecco
concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai
Gesù. 32 Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo;
il Signore Dio gli darà
il trono di Davide
suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e
il suo regno non
avrà fine».
34 Allora Maria disse
all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». 35 Le
rispose l'angelo: «Lo
Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua
ombra la potenza
dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e
chiamato Figlio di
Dio. 36 Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua
vecchiaia, ha
concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti
dicevano sterile: 37
nulla è impossibile a Dio». 38 Allora Maria disse:
«Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga
di me quello che hai detto». E
l'angelo partì da
lei.
Nell’annunciazione
di Giovanni Battista l’angelo Gabriele va al tempio di
Gerusalemme.
Nell’annunciazione di Gesù l’angelo va a Nazaret,
territorio che
era ritenuto pagano e trascurato da Dio, quella Galilea
dalla quale "non era
sorto alcun profeta" (Gv 7,52).
Natanaele si chiede: "Può venire qualcosa di
buono da Nazaret?" (Gv 1,46). Dio sceglie ciò che non ha appariscenza, ciò che è
umile e disprezzato dagli uomini. La legge dell’incarnazione è
questa: "Gesù
annientò se stesso…umiliò se
stesso" (Fil 2,7-8).
Ma a Gerusalemme,
nel tempio, nel culto solenne, nel sacerdote che presiede la
celebrazione Dio non trova la fede, cioè non trova amore, ubbidienza
e
accoglienza. A Nazaret invece, nella
Galilea dei pagani, lontana dal tempio e
dal culto, trova una fanciulla sconosciuta, la Maria, piena
di grazia, di fede e
di disponibilità.
Nell’Antico
Testamento Dio abita nel tempio, nel Nuovo elegge la sua dimora tra
gli uomini (Gv 1,14). Maria è il
nuovo tempio, la nuova città santa, il popolo
nuovo in mezzo al quale prende dimora Dio. Il nome di Gesù
significa: Dio salva.
"Jahvé, il tuo Dio, è dentro di te, potente salvatore"
(Sof 3,17).
Il nome nuovo che
Maria riceve: "Piena-di-grazia" è
l’investitura per una
particolare missione nel piano di Dio, destinata a modificare la sua
vita e il
corso intero della storia. L’espressione "il Signore è
con te" indica la
protezione e l’assistenza che Dio le accorda in vista del compito
che è
destinata ad assolvere.
Il turbamento di
cui parla il vangelo (v. 29) indica la presenza di Dio e
sottolinea l’origine divina della comunicazione che Maria riceve,
ed è segno che
le parole dell’angelo sono piene di mistero.
Maria cerca di
capirne il significato ponendosi delle domande, ma inutilmente.
Alla fine deve
chiederne la spiegazione all’angelo. L’angelo dà la spiegazione
di ciò che ha affermato nel saluto iniziale. La grazia
accordata a Maria è la
nascita miracolosa di un figlio. Dio attuerà il suo disegno
intervenendo con la
potenza del suo Spirito.
Le perplessità di
Maria alle parole dell’angelo riecheggiano quelle di Abramo
all’annuncio della nascita di suo figlio (Gen
18,14). La fede in Dio che può
operare meraviglie e cose impossibili all’uomo, ha salvato
dall’incredulità
Abramo; la stessa
fede salva Maria (v. 37).
"Servi di
Dio" sono coloro che hanno ricevuto una missione
particolarmente
importante e contemporaneamente danno prova di disponibilità, di
remissività e
di fede. Sulla bocca di Maria l’espressione "serva del
Signore" riassume la sua
missione e il coraggio con cui ha accettato l’invito divino che
dà un
significato nuovo e inatteso alla sua vita.
"Serva del
Signore" è il nome che ella stessa si attribuisce
dopo quello datole
dai genitori: Maria, e quello annunciatole
dall’angelo: Piena-di-grazia. Maria è
la serva del Signore perché accetta umilmente il disegno di
Dio, anche se non
riesce a comprenderne tutta la portata e tutte le conseguenze.
L’espressione
"avvenga a me", nel testo originale greco, è una forma verbale
chiamata ottativo e contiene in sé un desiderio ardente e un entusiasmo
vivo di
vedere attuato quanto le è stato proposto. Maria ci insegna che
la volontà di
Dio va accolta con fede ed eseguita con gioia. De.it.press
Il
Papa all’Angelus: “Intransigenti con il peccato, indulgenti con le persone”
“Condannare il peccato,
ma salvare il peccatore”: questo è l'atteggiamento suggerito ieri mattina da
Benedetto XVI, prima di guidare la recita dell'Angelus da piazza San Pietro,
nella V Domenica di Quaresima, nella quale la liturgia ha proposto l’episodio
evangelico di Gesù che salva una donna adultera dalla condanna a morte. “Mentre
sta insegnando nel Tempio – ha ricordato il Papa -, gli scribi e i farisei
conducono a Gesù una donna sorpresa in adulterio, per la
quale la legge mosaica prevedeva la lapidazione. Quegli
uomini chiedono a Gesù di giudicare la peccatrice con lo scopo di 'metterlo
alla prova' e di spingerlo a fare un passo falso”. La
scena, perciò, “è carica di drammaticità: dalle parole di Gesù dipende la vita
di quella persona, ma anche la sua stessa vita. Gli accusatori ipocriti,
infatti, fingono di affidargli il giudizio, mentre in realtà è proprio Lui che vogliono accusare e giudicare”. Gesù, però, “sa che cosa c’è
nel cuore di ogni uomo, vuole condannare il peccato, ma salvare il peccatore, e
smascherare l’ipocrisia”. L’evangelista san Giovanni, rileva il Pontefice, “dà
risalto ad un particolare: mentre gli accusatori lo
interrogano con insistenza, Gesù si china e si mette a scrivere col dito per
terra. Osserva sant’Agostino che quel gesto mostra Cristo
come il legislatore divino: infatti, Dio scrisse la legge col suo dito sulle
tavole di pietra”.
Gesù dunque, ha
evidenziato il Santo Padre, è “il Legislatore, è la Giustizia in persona. E qual è la sua sentenza? 'Chi di voi è senza peccato,
getti per primo la pietra contro di lei'. Queste
parole sono piene della forza disarmante della verità, che abbatte il muro
dell’ipocrisia e apre le coscienze ad una giustizia
più grande, quella dell’amore, in cui consiste il pieno compimento di ogni
precetto”. Quando gli accusatori se ne vanno, “Gesù, assolvendo la donna dal
suo peccato, la introduce in una nuova vita, orientata al bene”. “Dio –
chiarisce Benedetto XVI - desidera per noi soltanto il bene e la vita; Egli
provvede alla salute della nostra anima per mezzo dei suoi ministri,
liberandoci dal male col sacramento della riconciliazione, affinché nessuno
vada perduto, ma tutti abbiano modo di convertirsi”. “In questo
Anno sacerdotale – ha proseguito il Papa - desidero esortare i Pastori ad
imitare il santo Curato d’Ars nel ministero del perdono sacramentale, affinché
i fedeli ne riscoprano il significato e la bellezza, e siano risanati
dall’amore misericordioso di Dio”. Di qui l'invito: “Impariamo dal Signore Gesù a non giudicare e a non condannare il prossimo.
Impariamo ad essere intransigenti con il peccato – a
partire dal nostro! – e indulgenti con le persone. Ci aiuti
in questo la santa Madre di Dio”, “mediatrice di grazia per ogni peccatore
pentito”.
“Domenica
prossima, Domenica delle Palme, ricorre il 25° anniversario dell’inizio delle
Giornate mondiali della gioventù, volute dal
Venerabile e amato Giovanni Paolo II”. Lo ha ricordato
Benedetto XVI, dopo la recita dell'Angelus a piazza San Pietro. “Per questo –
ha proseguito il Papa -, giovedì prossimo, a partire dalle
ore 19, aspetto numerosi qui in Piazza San Pietro i giovani di Roma e del
Lazio, per uno speciale incontro di festa”. Nei saluti ai
pellegrini provenienti da tutto il mondo, ai polacchi il Pontefice, rifacendosi
al brano evangelico della domenica, ha osservato: “Così si esprime la
misericordia di Dio: non condanna, ma chiama a riprendere di nuovo il cammino
di conversione. Grati a Dio per la sua bontà,
procediamo con perseveranza su questa strada”. Rivolgendosi
ai pellegrini di lingua francese il Papa ha voluto salutare i religiosi e le
religiose presenti con queste parole: “La Chiesa ha bisogno di voi per mostrare
agli uomini e alle donne del nostro tempo il cammino della vera felicità.
Custodite viva in voi e nelle vostre comunità l’ardore evangelico che ha
animato i vostri fondatori e le vostre fondatrici. Che il
vostro dinamismo missionario susciti attorno a voi la gioia della fede e faccia
sbocciare vocazione tra i giovani”. sir
La Cei: «Aborto influenzi
il voto cattolico. Vicini a vittime di abusi, no a discredito contro la Chiesa»
«Senza dubbio la pedofilia è sempre qualcosa di aberrante
e, se commessa da una persona consacrata, acquista una gravità morale ancora
maggiore. Per questo, insieme al profondo dolore e a un insopprimibile senso di
vergogna, noi vescovi ci uniamo al Pastore universale nell'esprimere tutto il
nostro rammarico e la nostra vicinanza a chi ha subìto il tradimento di
un'infanzia violata». È quanto ha detto oggi
pomeriggio il cardinale Angelo Bagnasco aprendo i lavori del Consiglio
episcopale permamente a Roma. «La Lettera papale - ha aggiunto - è interamente pervasa da un accorato
spirito di contrizione ed è testimonianza indubitabile di una Chiesa che non
sta sulla difensiva quando deve assumere su di sè lo
'sgomento', 'il senso di tradimentò e 'il rimorso per
ciò che è stato fatto da alcuni suoi ministri». «Anche nella bufera» ha detto
ancora Bagnasco, Ratzinger «è Pietro ed indica la
strada, propone a tutti, senza indulgenze, lo scatto in avanti necessario:
nonostante l'indegnità, 'i peccati, i fallimenti di alcuni membri della Chiesa,
particolarmente di coloro che furono scelti in modo speciale per guidare e
servire i giovanì, ecco tutto questo è vero, 'ma è
nella Chiesa che voi troverete Gesù Cristo, che è lo stesso ieri, oggi e
sempre».
I vescovi italiani
hanno agito «prontamente» nei confronti del problema della pedofilia nella
Chiesa, secondo il presidente della Cei Angelo Bagnasco. «Le direttive chiare e
incalzanti già da anni impartite dalla Santa Sede confermano tutta la
determinazione di fare verità fino ai necessari provvedimenti, una volta
accertati i fatti», afferma il porporato aprendo i lavori del consiglio
permanente Cei, il 'parlamentinò
dei vescovi italiani. «I Vescovi italiani prontamente
ne hanno preso atto e hanno intensificato lo sforzo educativo dei candidati al
sacerdozio, il rigore del discernimento, la vigilanza per prevenire situazioni
e fatti non compatibili con la scelta di Dio, una formazione permanente del
nostro clero adeguata alle sfide. Siamo - aggiunge Bagnasco - riconoscenti alla
Congregazione per la Dottrina della Fede per l'indirizzo e il sostegno
nell'inderogabile compito di fare giustizia nella verità, consapevoli che anche
un solo caso in questo ambito è sempre troppo, specie
- ripeto - se chi lo compie è un sacerdote».
«Nessun caso
tragico» può oscurare «la bellezza» del ministero sacerdotale, ha detto il
porporato. «Nè mettere in discussione il sacro
celibato che ci scalda il cuore e ispira la vita», ha aggiunto. «Non sentitevi
mai guardati con diffidenza o abbandonati, e - ha detto Bagnasco rivolgendosi
agli uomini di Chiesa - non scoraggiatevi; siate sereni sapendo che le nostre
comunità hanno fiducia in voi e vi affiancano con lo sguardo della fede e le
esigenze dell'amore evangelico». Il sacerdote - ha scandito - non è «un
disagiato, nè uno scompensato, benchè il clima culturale
odierno non faciliti certo la crescita armonica di alcuno. Il sacerdote è un
uomo che, non solo nel tempo del seminario, coltiva la propria umanità nel fuoco
dell'amore di Gesù».
Anche se
non si avventura ad indicarli come una reale causa
degli abusi sui minori, il presidente della Cei ricorda comunque nella sua
prolusione che «l'esasperazione della sessualità sganciata dal suo significato
antropologico, l'edonismo a tutto campo e il relativismo che non ammette nè argini nè sussulti fanno un
gran male perchè capziosi e talora insospettabilmente pervasivi». «Conviene allora -
suggerisce - che torniamo tutti a chiamare le cose con il loro nome sempre e
ovunque, a identificare il male nella sua progressiva gravità e nella
molteplicità delle sue manifestazioni, per non trovarci col tempo dinanzi alla
pretesa di una aberrazione rivendicata sul piano dei
principi». «Dobbiamo in realtà tutti - conclude il
presidente della Cei - interrogarci, senza più alibi, a proposito di una
cultura che ai nostri giorni impera incontrastata e vezzeggiata, e che tende
progressivamente a sfrangiare il tessuto connettivo dell'intera società,
irridendo magari chi resiste e tenta di opporsi: l'atteggiamento cioè di chi
coltiva l'assoluta autonomia dai criteri del giudizio morale e veicola come
buoni e seducenti i comportamenti ritagliati anche su voglie individuali e su
istinti magari sfrenati».
Di fronte agli
scandali di pedofilia, la Chiesa ha imparato da Benedetto XVI a non tacere o
coprire la verità, «anche quando è dolorosa e odiosa»; «questo però non
significa subire, qualora ci fossero, strategie di discredito generalizzate»,
ha aggiunto il presidente della Cei. Il porporato ha anche espresso al Papa la
«vicinanza» dell'episcopato italiano: «quanto più, da qualche parte, si tenta
di sfiorare la sua limpida e amabile persona, tanto più il popolo di Dio a lui
guarda commosso e fiero».
«Quale solidarietà
sociale è possibile se si rifiuta o si sopprime la vita, specialmente la più
debole?». Se lo chiede il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, che
invita gli elettori cattolici a tener conto nel voto alle regionali dei temi
etici non negoziabili. Questo, spiega, è suggerito anche dall'impiego della
RU486 e dalla diffusione di metodiche contraccettive cosidette
di emergenza, che preoccupano i vescovi italiani, per i quali
in questo modo «l'aborto sarà prolungato e banalizzato», con il risultato di
una «invisibilità etica che è disconoscimento che ogni essere è per se stesso,
fin dall'inizio della sua avventura umana». «In questo contesto,
inevitabilmente denso di significati, sarà bene - scandisce il card. Bagnasco -
che la cittadinanza inquadri con molta attenzione ogni singola verifica
elettorale, sia nazionale sia locale e quindi regionale». Parole molto chiare,
che escludono qualunque sostegno alle candidate del Pd per il Lazio e il
Piemonte, che hanno preso posizione pubblicamente a
favore dell'impiego della RU486 nelle strutture sanitarie che dipendono - come
è noto - proprio dalle Regioni.
In qualche modo il
presidente della Cei bilancia però questa indicazione con un richiamo fermo
alla moralità della politica e una sorta di apertura di credito verso le
inchieste giudiziarie che da mesi occupano le prime pagine dei giornali, sulle
quali invece alcuni vescovi hanno espresso riserve (ade
sempio gli arcivescovi di Trani e dell'Aquila). «Non
è vero che tutti rubano, ma se per assurdo ciò accadesse, cosa che non è, non
si attenuerebbe in nulla l'imperativo dell'onestà», sottolinea
il card. Bagnasco che affronta il tema della corruzione nella sua prolusione al
Consiglio Episcopale Permanente. «Non cerchiamo alibi
preventivi nè coperture impossibili: sottrarre
qualcosa a ciò che fa parte della cosa pubblica - ricorda il cardinale in
merito ai recenti scandali che hanno coinvolto politici di entrambi gli
schieramenti - non è rubare di meno; semmai, se fosse possibile, sarebbe un
rubare di più. A qualunque livello si operi e in qualunque ambiente». «Dinanzi a quel che va emergendo anche dalle diverse
inchieste in corso ad opera della Magistratura, e
senza per questo anticiparne gli esiti finali, noi vescovi - scandisce - ci
sentiamo di dover chiedere a tutti, con umiltà, di uscire dagli incatenamenti
prodotti dall'egoismo e dalla ricerca esasperata del tornaconto e innalzarsi
sul piano della politica vera». «Questa - spiega il porporato - è liberazione
dalle ristrettezze mentali, dai comportamenti iniqui, dalle contiguità
affaristiche per riconoscere al prossimo tutto ciò di cui egli ha diritto, e
innanzitutto la sua dignità di cittadino».
«La crisi
economica sprigiona ora sul territorio i suoi frutti più amari». Lo afferma il presidente della cei,
card. Angelo Bagnasco che nella sua prolusione al Consiglio Episcopale
Permanente parla di «motivi di contingente quanto seria preoccupazione, dovuti
in gran parte alla crisi economica internazionale». «Mi riferisco - spiega - in
particolare alla realtà del lavoro: per un popolo abituato a far leva
sostanzialmente sulla propria intraprendenza e sulla propria fatica, trovarsi
spiazzato sul fronte dell'occupazione è una sofferenza
acuta. In non poche aree assistiamo ad industrie che
fermano la produzione». «Dove la competizione internazionale già aveva ridotto
i margini di guadagno, la gelata sugli ordinativi sembra far giungere al
pettine - rileva - tutti i nodi in un colpo solo», mentre «alcune
antiche debolezze si rivelano fatali. E quando poi le imprese industriali più
consistenti ricorrono massicciamente alla cassa integrazione, ipotizzano
ristrutturazioni o addirittura avviano chiusure, subito una corona di piccole
aziende a cascata ne risentono». «Rallentando
i volani dislocati sul territorio, s'inceppano le imprese artigianali, ansimano
i piccoli esercizi commerciali. I giovani che già costituivano la fascia di
popolazione più in sofferenza perchè meno garantiti e
poco sussidiati nel loro tuffo verso la vita, oggi rischiano di demoralizzarsi
definitivamente. Se sono meridionali tendono a
trasferirsi al Settentrione, ma già è iniziato il fenomeno inverso, quello
della gente del Sud che, perdendo il lavoro al Nord, torna a casa». Mentre «un numero crescente di giovani - osserva sconsolato
l'arcivescovo di Genova - guarda oltre il confine nazionale: un dinamismo
interessante nella misura in cui non è unidirezionale e obbligato. Sappiamo che
resiste da noi una cultura forte del lavoro ma anche dell'impresa: ci si
riconosce nella fabbrica e se ne trae vincoli non semplicemente strumentali».
Allarmano i vescovi italiani anche «i casi di suicidi verificatisi
negli ultimi mesi tra i lavoratori minacciati dalla crisi, ma anche tra i
piccoli imprenditori, in particolare del Nordest, che nell'impossibilità a far fronte
agli impegni nei confronti dei propri dipendenti disperatamente non scorgono
alternative diverse dal tragico gesto, che cosa dicono infatti, se non che si è
dinanzi ad una coscienziosità tirata allo spasimo, fino ad essere inaccettabilmente indirizzata contro se stessi».
«Rimestare
sistematicamente nel fango, fino a far apparire l'insieme opaco, se non
addirittura sporco, a cosa serve?». Se lo chiede il presidente della Cei. «Da più parti - rileva Bagnasco - si parla di un declino che
sarebbe incombente sul nostro amato Paese. Perchè nei
paragoni, che talora si avanzano, dove l'Italia è messa per l'uno o l'altro dei
suoi parametri a confronto con altri contesti
nazionali, si finisce puntualmente per concludere, magari con un sottile
compiacimento intellettuale, che siamo in svantaggio? Si tratta di irriducibile pessimismo o di cronico snobismo? E a
sospingere verso analisi fin troppo crudeli, è l'amore per la verità o
qualcos'altro di meno confessabile? O è più attendibile invece il fatto che
stiamo progressivamente perdendo la fiducia in noi stessi, assumendo con ciò
stati d'animo che finiscono col destrutturare la società intera?». «Quella energia morale che
avevamo dentro ed ha consentito ad una nazione, uscita dalla guerra in
condizioni del tutto penose, di ritrovarsi in qualche decennio tra le prime al
mondo, quella forza vitale - domanda il presidente della Cei - che fine ha
fatto? Perchè il vincolo che ci aveva legato nella
stagione della ricostruzione post-bellica e del lancio del Paese stesso sulla
scena internazionale, ed aveva retto nonostante
profondi dislivelli sociali e serie fratture ideologiche, è sembrato da un
certo punto in avanti non unirci più?». L’U 22
Benedetto XVI a Birmingham il 19 settembre per la beatificazione di John Henry
Newman
John Henry Newman
(1801-1890) sarà proclamato Beato il 19 settembre prossimo, nel corso della
celebrazione solenne che Benedetto XVI presiederà nell'Arcidiocesi di
Birmingham. L'annuncio ufficiale è stato dato martedì 16 dal Palazzo apostolico,
in contemporanea con Buckingham Palace, l'arcivescovo di Westminster e
l'Ufficio del Primo ministro del Regno Unito. Sul sito della Procura generale
della Congregazione degli Oratori di San Filippo Neri (Newman fondò un oratorio
a Birmingham nel 1848) si legge: "L'oratoriano John Henry Newman, che ci
parla attraverso il suo cammino di conversione, continuato lungo l'intero corso
della sua esistenza, come attraverso la vastità e la ricchezza dei suoi
scritti, è compiutamente fotografato dal motto che egli scelse per il suo
stemma cardinalizio, attingendolo da san Francesco di Sales: 'Cor ad cor
loquitur'. Queste parole esprimono perfettamente lo
spirito di Newman, per il quale la parola non si comunica per pura ed esclusiva
via astratta ma per i rapporti concretamente creati da una interiore
affinità; d'altra parte, si conosce non solo con la mente, ma con tutta la
persona, e quindi con l'affectus, secondo
l'affermazione di Gregorio Magno: 'Amor ipse notitia', l'amore è in se stesso fonte e principio di conoscenza,
ossia 'amare è conoscere'".
Cenni biografici.
John Henry Newman fu teologo e filosofo. Primo di sei figli, di padre
banchiere, John, e madre, Jemina Foundrinier,
di famiglia ugonotta emigrata in Inghilterra dalla Francia, dopo l'Editto di
Nantes, si formò nell'adolescenza con la guida di un pastore calvinista, Walter
Maser. Studiò quindi a Oxford, dove, insieme agli amici John Keble, Richard H. Froude e
Edward B. Pusey, fondò il Movimento di Oxford,
"coscienza critica" e riformatrice dell'anglicanesimo di epoca
vittoriana, elaborando la teoria dell'anglicanesimo come "via media"
tra protestantesimo e cattolicesimo romano. Fu ordinato sacerdote nella Chiesa
anglicana nel 1825. Passò alla Chiesa cattolica il 9 ottobre 1845, dopo
un'approfondita riflessione sulla natura e la missione della Chiesa cristiana,
che lo portò ad affermare, nel 1841, nei Saggi per il tempo moderno, che
"gli articoli della fede anglicana sono incompatibili con l'essenza del
cristianesimo". Fu accolto nell'"unico ovile di Cristo" - si
legge nel suo Diario - dal padre passionista Domenico Barberi, dichiarato beato
nel 1963. Nello stesso anno, pubblicò una delle opere principali: il Saggio
sullo sviluppo della dottrina cristiana, in cui dichiara che "la Chiesa
cattolica è formalmente dalla parte della ragione". Della sua conversione
al cattolicesimo, scriverà nell'Apologia pro vita sua: "Ebbi l'impressione
di entrare in un porto sereno dopo una traversata agitata; da allora, la mia
felicità è rimasta immutata".
La gioia pensosa.
All'amico Pusey, scrisse che fu lo studio delle
origini del Cristianesimo e dei Padri della Chiesa - in particolare degli
"amici del IV secolo", Ambrogio, Atanasio,
Basilio, Crisostomo e Gregorio il Nazianzeno
- a convincerlo ad abbracciare la "vera fede" cattolica. Di San
Filippo Neri lo attirò soprattutto quella che lo scrittore tedesco Goethe
definì la "gioia pensosa". Nel 1879, Papa Leone XIII lo nominò
cardinale, riconoscendogli "genio e dottrina". Celebrò la sua ultima
Messa pubblica il giorno di Natale del 1889. Per sua volontà, sulla tomba fu
incisa la frase: Ex umbris et
imaginibus in veritatem
(Dalle ombre e dalle immagini alla verità).
Dottore della
Chiesa. Newman "nacque in un'epoca travagliata", in cui "le
vecchie certezze vacillavano e i credenti si trovavano di fronte alla doppia
minaccia, del razionalismo da una parte e del fideismo dall'altra", ebbe a
dire Giovanni Paolo II. "La contemplazione appassionata della verità"
indusse Newman ad "una accettazione liberatoria
dell'autorità le cui radici sono in Cristo e a un senso del soprannaturale che
apre la mente e il cuore umani a una vasta gamma di possibilità rivelate in
Cristo". Il "genio di Newman" - dichiarò sempre Papa Wojtyla, in
occasione del bicentenario della nascita del cardinale
che egli stesso proclamò Venerabile il 22 gennaio 1991 - era caratterizzato da
"una profonda onestà intellettuale, fedeltà alla coscienza e alla grazia,
pietà e zelo sacerdotale, devozione alla Chiesa di Cristo e amore per la sua
dottrina, incondizionata fiducia nella Provvidenza e assoluta obbedienza al
volere di Dio". Perciò, John Henry Newman è considerato un dottore della
Chiesa moderna e uno dei "padri assenti" del Concilio Vaticano
II. Sir
No all'aborto, la precisazione dei vescovi. «Non è un valore superiore ad
altri»
«La Chiesa non
considera i valori della bioetica più importanti di quelli sociali»
CITTÀ DEL VATICANO
- La Chiesa è contro l'aborto, ma non considera i valori della bioetica più
importanti di quelli sociali. È questo il cuore di un documento redatto dagli
otto vescovi della Liguria in vista delle regionali, che ha come primo
firmatario Angelo Bagnasco, e che è stato diffuso dalla Conferenza episcopale
italiana. Le osservazioni sul «no all'aborto» contenute nel documento suonano
come una precisazione rispetto a quanto affermato lunedì da Bagnasco. Il
porporato aveva indicato infatti la difesa della vita,
anche dal «delitto incommensurabile» dell'aborto, come un valore «non
negoziabile» su cui basare le proprie scelte elettorali. Il documento dei
presuli liguri parte invece da un appello alla riconciliazione degli animi, in
vista dell'appuntamento delle regionali, arrivando a sostenere che il rispetto
della vita umana e del matrimonio tra uomo e donna, ma anche il diritto al
lavoro e alla casa, l'integrazione degli immigrati sono tutti «valori che non
possono essere selezionati secondo la sensibilità personale, ma vanno assunti
nella loro integralità». «A questo riguardo - si legge nel documento dei
vescovi della Liguria - il criterio guida per un sapiente discernimento tra le
diverse rappresentanze è l'impegno programmatico, chiaramente assunto, di
assicurare il pieno rispetto di quei valori che esprimono le esigenze
fondamentali della persona umana e della sua dignità, valori che sono la
condizione e il fondamento di una società veramente solidale».
BERSANI E BONINO -
Ad intervenire nel dibattito suscitato già lunedì dal
discorso del cardinale Bagnasco sull'aborto è stato il segretario del Pd Pier
Luigi Bersani. «Rispettiamo il messaggio della Chiesa, mentre non mi sembra che
il centrodestra faccia altrettanto: vedo dichiarazioni della maggioranza non
rispettose dell'autonomia della Chiesa», ha detto il segretario dei democratici
sottolineando che proprio le Regioni guidate dal
centrosinistra sono quelle che hanno messo più risorse finanziare per
"prevenire" l'aborto. «I cattolici non sono un pacco voti che si
spostano a pacchi e a tonnellate» ha aggiunto la candidata del centrosinistra
alla presidenza della Regione Lazio Emma Bonino» rispondendo ad
una domanda del Gr di Tele Radio Stereo sul «perché
un cattolico di centro-sinistra dovesse fidarsi di lei». «Un cattolico, come
tutti gli altri, ha molto a cuore la libertà di scelta- ha detto la Bonino - il libero arbitrio è l'essenza di ogni religione
perlomeno questo mi spiegava mia madre che era una cattolica praticante: credo
che nessun cattolico voglia imporre ad altri quelle che sono le sue scelte;
questo è il senso della laicità inclusiva- ha aggiunto la Bonino - il ruolo
delle istituzioni deve essere quello di stabilire delle norme in cui possano
convivere credenti, non credenti e diversamente credenti, perché le scelte
individuali attengono alle persone e non alle istituzioni, che non debbono dare
dei valori».
FAREFUTURO - Nel
dibattito su aborto e politica interviene anche Ffwebmagazine.
«Il Pdl - scrive il periodico online della Fondazione
Farefuturo - non può appiattirsi sulla Cei». «Sarebbe il sintomo - aggiunge - di un Pdl
più realista del re, insomma, viste anche le dichiarazioni di oggi dei vescovi
liguri ('aborto e valori sociali non vanno divisi'). Non sarebbe giusto -
continua Ffwebmagazine - non sarebbe lungimirante,
non sarebbe rispettoso della complessità dell'Italia reale. Che invece ha
bisogno di un grande partito fatto di credenti e di non credenti,
di laici e di fedeli, di atei e di cattolici. Che senso ha trascinare queste
ultime fasi di una campagna elettorale 'locale' sul terreno scivoloso delle
questioni 'eticamente sensibili'? Perché tagliare fuori dal proprio orizzonte
tutto un pezzo d'Italia, nell'illusione di inseguire qualche voto in più,
sarebbe quantomeno un atto di miopia. E sarebbe il segnale di un partito, un
grande partito, che anziché accogliere tutte le anime
di un paese, le seleziona all'ingresso». «Nulla di
scandaloso - scrive ancora Federico Brusadelli
proposito dell'intervento di Bagnasco - perché si tratta di posizioni coerenti
con la dottrina della Chiesa e con le posizioni da sempre espresse dalla
Conferenza episcopale italiana e dal Vaticano. Così come assolutamente non 'scandalosà (ma legittima, anzi
auspicabile per chi crede nella libertà di espressione) è l'intenzione dei
vescovi di far ascoltare la loro voce a chi fra pochi giorni si recherà alle
urne. Il punto è un altro. E, come sempre quando si affrontano questi temi, non
è religioso nè dottrinario, ma esclusivamente
politico». CdS 23
Scandalo abusi. La svolta decisa. La Chiesa è uscita dal silenzio: e la
società?
In questi giorni
un'onda mediatica sembra voler colpire tutto e tutti, mettendo ad esempio
insieme le drammatiche perversioni di alcuni sacerdoti con le diffuse punizioni
corporali, come bacchettate e schiaffi, che erano tipiche di una mentalità
educativa di un tempo.
In qualche caso si
ha l'impressione di un attacco frontale all'intera Chiesa. Per altri è
l'occasione per riproporre il matrimonio dei sacerdoti
visto come rimedio alla pedofilia, come se non si sapesse che il maggior numero
di episodi di violenza sui minori avviene proprio in famiglia e per opera di
genitori sposati. E non a caso Benedetto XVI ha ribadito
"il valore del sacro celibato, segno della consacrazione con cuore
indiviso al Signore e alle 'cose del Signore', espressione del dono di sé a Dio
e agli uomini".
Non si può
comunque nascondere che, di fronte alla gravità di episodi che in questi ultimi
cinquant'anni hanno turbato varie nazioni, vi è stata una debolezza di non
poche diocesi che di fronte a questi drammi a sfondo sessuale hanno scelto di
lavare i panni sporchi in casa, un metodo anche questo molto diffuso nella
società civile, ma che ha minato la fiducia di chi a quelle Chiese si affidava.
La svolta decisa
della Chiesa è partita proprio da Benedetto XVI quando era collaboratore di
Giovanni Paolo II e ancor più ora come Papa. Non solo ha squarciato questo velo
di omertà, ma indicendo l'Anno Sacerdotale ha inteso proprio "promuovere
l'impegno d'interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di
oggi". Pochi giorni fa il Papa è tornato sulla figura del sacerdote:
"Pericolosi riduzionismi hanno presentato il sacerdote quasi come un 'operatore sociale'… I fedeli laici troveranno in tante
altre persone ciò di cui hanno bisogno, ma solo nel sacerdote potranno trovare
quella Parola di Dio che deve essere sempre sulle sue labbra".
EVARISTO
CAMPOMORI, direttore "Il Nuovo Diario Messaggero" (Imola)
Chiesa e pedofilia: "Basta col silenzio". Anche in Italia
l'associazione delle vittime
Appello a tutti coloro che hanno subito violenze da parte di preti e
religiosi
Appuntamento a
settembre. Caso agghiacciante a Verona: violenze sui piccoli
sordomuti - di MARCO ANSALDO
CITTA' DEL
VATICANO - Il senso del programma è già nel titolo: "Anch'io ho subito
violenza dal prete". E il manifesto scelto, solo in apparenza un
paradosso: un bambino che porta la sua croce, trascinandola sulla tonaca nera
di un sacerdote impassibile. La rabbia delle vittime è tanta, covata a volte
per decenni, e le parole forti usate dal Papa nella sua Lettera pastorale
contro i preti pedofili sono appena un balsamo sulle ferite ancora aperte.
Adesso però basta
con il silenzio. Anche in Italia, i genitori di bambini abusati dai sacerdoti
hanno deciso di reagire. Gruppi di famiglie si sono mobilitati organizzando,
per il 25 settembre, a Verona, il loro primo incontro. E hanno chiamato a
raccolta tutti coloro che sono stati abusati,
molestati, violentati dai sacerdoti in seminari e parrocchie. Un raduno che
avrà come titolo "Noi vittime dei preti pedofili".
Nel Nord Italia, fra Brescia, Mantova e Verona, sono tante le
persone che stanno iscrivendosi all'incontro, attraverso l'indirizzo mail lacolpalibero. it.
Un'iniziativa sorta anche con il contributo dell'Associazione "Antonio Provolo" di Verona, da decenni impegnata nel sostegno
a bambini sordi, che lo scorso anno ha denunciato decine di casi di bambini
abusati dai sacerdoti. Spiega il loro portavoce udente, Marco
Lodi Rizzini: "Molta gente si vergogna di avere
subito violenza, anche se la colpa non è loro. Scopo di questa
iniziativa è di dare il coraggio di uscire allo scoperto. Noi indichiamo una
strada. Poi la giustizia farà il suo corso".
Agghiacciante è il
caso di quest'istituto di Chievo, dove per trent'anni, fino al 1984, molti
piccoli sordi e muti furono abusati dai sacerdoti. "Bambini - ricorda Lodi
Rizzini - messi in istituto dalle famiglie, e che
ovviamente non potevano esprimersi e spiegare quel che accadeva". Sevizie patite nei luoghi più sacri, dentro i confessionali o
dietro gli altari. Lo scorso anno 15 di loro,
ormai fra i 40 e i 70 anni, hanno infine pubblicato le violenze subite, con
tanto di firme e testimonianze video. Per tre anni l'istituto aveva chiesto
inutilmente l'intervento della Curia di Verona. Ora il vescovo Giuseppe Zenti, denunciato dall'Associazione, dovrà presentarsi in
tribunale per un'udienza fissata dai magistrati il 9 giugno prossimo.
"La triste
storia in cui ci troviamo - dice a Repubblica una delle famiglie del Nord Italia coinvolte negli abusi - ci ha insegnato che per
le vittime e per i parenti delle vittime è di aiuto il confronto con altre
persone che hanno attraversato il medesimo dramma. Nel caso poi di violenze
perpetrate da religiosi si aggiunge la sofferenza del
rapporto con l'istituzione ecclesiastica. Così abbiamo
pensato di tentare un collegamento fra noi".
All'incontro di
Verona saranno presenti dei professionisti per un confronto sulle questioni
psicologiche, sociali e legali. Una mobilitazione concreta
anche sul piano operativo. Le famiglie hanno compilato un data-base, con
i casi già noti in Italia e pubblicati sui giornali negli ultimi anni, e una
bibliografia ragionata su libri e testi che hanno approfondito la pedofilia
ecclesiale.
Ma il fenomeno è trasversale in Italia. E molto spesso è lo
stesso fronte cattolico a tenere utilmente conto di numeri, dati e statistiche.
La rivista Il Regno, quindicinale di attualità e documenti edita
a Bologna dai sacerdoti dehoniani, enumera decine di
casi nel periodo 2005-08. L'Associazione "Meter"
di don Fortunato Di Noto, da anni attiva a Palermo contro la pedofilia, ha seguito solo lo scorso anno 824 casi di abusi con il
supporto psicologico dei propri volontari. E adesso un'altra organizzazione,
"La caramella buona", di Reggio Emilia, attraverso il suo presidente
Roberto Mirabile vuole di più: "Che il Papa vada oltre la giusta presa di
posizione sui preti pedofili nel mondo, e chieda ora ai vescovi italiani di
fare chiarezza su troppi episodi oscuri a casa nostra".
LR 22
Un tempo di ripensamento. Benedetto XVI sulla responsabilità etica dell'imprenditore
La crisi economica
e finanziaria "va vissuta con fiducia, perché può essere considerata
un'opportunità dal punto di vista della revisione dei
modelli di sviluppo e di una nuova organizzazione del mondo della
finanza". Lo ha detto Benedetto XVI, ricevendo il
18 marzo in udienza gli imprenditori romani, alla vigilia della festa di san
Giuseppe, definito "un esempio per tutti coloro che operano nel mondo del
lavoro". "La realtà imprenditoriale romana, formata in gran parte da
piccole e medie imprese - ha esordito il Papa - è una delle più importanti
associazioni territoriali appartenenti alla Confindustria, che oggi opera
anch'essa in un contesto caratterizzato dalla
globalizzazione, dagli effetti negativi della recente crisi finanziaria, dalla
cosiddetta 'finanziarizzazione' dell'economia e delle
stesse imprese". "Una situazione complessa - ha ammesso il Papa -
perché la crisi attuale ha sottoposto a dura prova i sistemi economici e
produttivi". Affinché la crisi possa essere invece "un tempo nuovo di
profondo ripensamento", la strada da seguire è quella tracciata dalla
"Caritas in veritate", che "da una
fase di sviluppo in cui si è privilegiato ciò che è
materiale e tecnico, rispetto a ciò che è etico e spirituale" - ha
ricordato Benedetto XVI - esorta "a porre al centro dell'economia e della
finanza la persona" e propone che "la politica non sia subordinata ai
meccanismi finanziari". "Fare impresa possibile anche quando si perseguono
fini di utilità sociale", ha detto Aurelio Regina, presidente dell'Unione
degli industriali e delle imprese di Roma, salutando il Papa: "Proprio
nella competizione economica e non soltanto fuori di essa - ha assicurato -
vogliamo impegnarci a vivere rapporti autenticamente umani di solidarietà e di
reciprocità".
Appello per
"lavoro dignitoso". "L'aumento della disoccupazione, specie
giovanile, l'impoverimento economico di molti lavoratori e l'emersione di nuove
forme di schiavitù, esigono come obiettivo prioritario
l'accesso ad un lavoro dignitoso per tutti". Rinnovando l'appello
contenuto nella "Caritas in veritate", il
Papa ha ricordato che "il lavoro è un bene per l'uomo, per la famiglia e
per la società, ed è fonte di libertà e di responsabilità", e ha rivolto
un appello a riguardo non solo agli imprenditori, ma anche a tutti gli
"altri soggetti sociali" coinvolti. "Nessuno ignora quanti
sacrifici occorre affrontare per aprire o tenere nel mercato la propria
impresa", ha riconosciuto il Pontefice, secondo il quale
"in particolare le piccole e medie imprese risultano sempre più bisognose
di finanziamento, mentre il credito appare meno accessibile ed è molto forte la
concorrenza nei mercati globalizzati, specie da parte di quei Paesi dove non vi
sono - o sono minimi - i sistemi di protezione sociale per i lavoratori".
Ne deriva che "l'elevato costo del lavoro rende i propri prodotti e
servizi meno competitivi e sono richiesti sacrifici non piccoli per non
licenziare i propri lavoratori dipendenti e consentire ad
essi l'aggiornamento professionale". Di qui la necessità di "saper
vincere quella mentalità individualistica e materialistica che suggerisce di
distogliere gli investimenti dall'economia reale per privilegiare
l'impiego dei propri capitali nei mercati finanziari, in vista di rendimenti
più facili e più rapidi", partendo dalla consapevolezza che "le vie
più sicure per contrastare il declino del sistema imprenditoriale del proprio
territorio consistono nel mettersi in rete con altre realtà sociali, investire
in ricerca ed innovazione, non praticare un'ingiusta concorrenza tra imprese,
non dimenticare i propri doveri sociali ed incentivare una produttività di
qualità per rispondere ai reali bisogni della gente".
Il
"successo" dell'impresa. "L'impresa può essere vitale e produrre
'ricchezza sociale' se a guidare gli imprenditori e i manager è uno sguardo
lungimirante, che preferisce l'investimento a lungo termine al profitto
speculativo e che promuove l'innovazione anziché pensare ad accumulare
ricchezza solo per sé". è il forte monito
lanciato dal Papa agli imprenditori romani. Secondo Benedetto XVI, "la
vita di un'impresa dipende dalla sua attenzione a tutti i soggetti con cui
intesse relazioni, dall'eticità del suo progetto e della sua attività".
"La stessa crisi finanziaria - la tesi del
Pontefice - ha mostrato che entro un mercato sconvolto da fallimenti a catena,
hanno resistito quei soggetti economici capaci di attenersi a comportamenti
morali e attenti ai bisogni del proprio territorio". Del resto, "il
successo dell'imprenditoria italiana, specie in alcune Regioni, è sempre stato
caratterizzato dall'importanza assegnata alla rete di relazioni che essa ha
saputo tessere con i lavoratori e con le altre realtà imprenditoriali, mediante
rapporti di collaborazione e di fiducia reciproca".
Coerenza tra fini
e mezzi. La Quaresima è un "tempo propizio per la revisione
dei propri atteggiamenti profondi e per interrogarsi sulla coerenza tra i fini
a cui tendiamo e i mezzi che utilizziamo". Il Papa ha concluso
il suo discorso chiedendo agli imprenditori un esame di coscienza.
"L'imprenditore attento al bene comune - ha ammonito Benedetto XVI - è
chiamato a vedere la propria attività sempre nel quadro di
un tutto plurale". Una "impostazione", questa, che "genera,
mediante la dedizione personale e la fraternità vissuta concretamente nelle
scelte economiche e finanziarie, un mercato più competitivo ed
insieme più civile, animato dallo spirito di servizio". Alle imprese,
dunque, serve un nuovo "umanesimo", "aperto a Dio e proprio per
questo aperto all'uomo e ad una vita intesa come
compito solidale e gioioso". sir
Pakistan: cristiano muore arso vivo perché non si voleva convertire all'Islam
La moglie denuncia
la violenza ai poliziotti che la stuprano davanti ai due figli di 7 e 12 anni - Arshad Masih, aveva 38 anni. il suo
datore di lavoro premeva per la conversione
MILANO - Un nuovo
terribile caso di odio religioso. È morto l'autista cristiano di una ricca
famiglia della città pakistana di Rawalpindi che
venerdì era stato bruciato vivo da un gruppo di estremisti musulmani per
essersi rifiutato di convertirsi all'Islam. Lo riferisce il Pakistan Christian
Post, giornale online affiliato a un partito cristiano locale.
LA VICENDA - Arshad Masih, 38
anni aveva subito ustioni sull'80% del corpo e, secondo i medici dell'ospedale
Sacra Famiglia dove era ricoverato, aveva poche probabilità di sopravvivere.
Sua moglie, Martha Bibi, aveva inoltre detto di
essere stata stuprata da alcuni poliziotti della caserma dove era andata per
denunciare il caso. La violenza è avvenuta davanti ai tre figli della coppia
che hanno un'età fra 7 e 12 anni. La donna lavorava
come domestica insieme al marito dal 2005 presso una benestante famiglia
musulmana. Negli ultimi tempi erano però emersi dissapori a causa della loro
fede cristiana e di un sospetto furto avvenuto nella casa. Masih
aveva ricevuto pressioni da parte del suo datore di lavoro per abbracciare la
religione musulmana, ma lui si sarebbe rifiutato, secondo quanto riportato da AsiaNews, il sito internet del Pime
(Pontificio Istituto Missioni Esteri) che per primo ha dato
notizia della brutale aggressione. Negli ultimi tempi si sono ripetuti gli atti
di violenza contro la minoranza cristiana pakistana che rappresenta l'1,6% della popolazione. Le organizzazioni cristiane locali
si sono mobilitate lunedì chiedendo al governo della provincia del Punjab di punire i responsabili dell'omicidio e avviare
un'inchiesta sulla violenza sessuale ad opera dei
poliziotti. CdS 23
Pedofilia, accusati 6
religiosi di Ratisbona. Vittime: presto scandalo
anche in Italia
Associazione:
Ratzinger intervenga su vescovi italiani. - Bagnasco: non copriremo verità, ma
no a strategie discredito
RATISBONA - Non si ferma lo
scandalo che ha coinvolto la diocesi di Ratisbona,
quella a cui fa capo il coro di voci bianche diretto per trenta anni dal
fratello maggiore del Papa, George Ratzinger: altre «sette persone» hanno mosso
«accuse per abusi sessuali contro sei» religiosi ancora in vita. Lo ha reso noto il portavoce del vescovato di Ratisbona, Clemens Neck, precisando che sono due le denunce relative al coro
stesso. «Cinque dei sei fatti contestati risalgono alla metà degli anni
Settanta», ha precisato il portavoce in una conferenza stampa a Ratisbona, mentre il settimo è del 1984. Fra i sei
sospettati vi sono due suore che però hanno dei problemi di “labilità
psichica”. Le accuse riferite al coro del Duomo sono mosse nei confronti del
religioso «Sturmius W.» (di cui si è già parlato nei
giorni scorsi).
Ministro tedesco:
Papa si pronunci anche su casi tedeschi. Il ministro della Giustizia tedesco,
la liberal democratica Sabine Leutheusser-Schnarrenberger
(Fdp), ha auspicato che Papa Benedetto XVI si
pronunci anche sui casi di abusi sessuali su minori commessi in passato negli
ambienti della Chiesa cattolica tedesca. «Il Vaticano aveva annunciato che si
sarebbe pronunciato in questa lettera soltanto sugli abusi sessuali nella
Chiesa cattolica in Irlanda», ha detto la ministra al quotidiano Frankfurter Rundschau riferendosi
alla lettera pastorale inviata dal Papa ai fedeli irlandesi sullo scandalo
pedofilia. E ha auspicato che «possibilmente», Papa Benedetto si possa
pronunciare «fra poco anche sui casi tedeschi».
Associazione
italiana: il Papa chieda ai vescovi di fare luce. «La Chiesa ha il terrore che
lo scandalo dei preti pedofili scoppi anche in Italia, ma è
solo questione di settimane»: è questa la convinzione di Roberto Mirabile,
presidente dell'Associazione antipedofilia "La Caramella buona" di
Reggio Emilia, istituitasi parte civile in alcuni processi, come quello a
carico di don Ruggero Conti, l'ex parroco romano accusato di abusi sessuali su
minorenni.
«Il Papa fa bene a
prendere posizione contro i preti pedofili nel mondo,
ma ora dovrebbe andare oltre e chiedere ai vescovi italiani di fare chiarezza
su troppi episodi oscuri a casa nostra» ha detto Mirabile in un appello a
Benedetto XVI perché «renda conto dell'operato di due suoi alti prelati, come
mons. Carlo Galli, decano di Legnano, e Gino Reali, vescovo di Porto-Santa Rufina». Secondo l'associazione, i due prelati erano stati
informati del comportamento di don Ruggero Conti da alcune delle sue presunte
vittime (il primo in un oratorio di Legnano negli anni '80, il secondo nella
parrocchia di Selva Candida, alle porte di Roma), ma senza poi dare seguito
alle denunce dei ragazzi. «Il vero problema sono i vescovi che stanno zitti,
spostando i responsabili da una parrocchia all'altra - ha aggiunto Mirabile -
Il Papa non aspetti una causa miliardaria, ma prenda i singoli vescovi e gli
faccia una bella lavata di testa».
Bagnasco: non
copriamo la verità, ma no a discredito generalizzato. Di fronte agli scandali
di pedofilia, la Chiesa ha imparato da Benedetto XVI a non tacere o coprire la
verità, «anche quando è dolorosa e odiosa; questo però non significa subire,
qualora ci fossero, strategie di discredito generalizzate»: è quanto ha
affermato il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, nella
relazione di apertura del Consiglio episcopale permanente, il "parlamentino"
dei vescovi italiani. Il porporato ha anche espresso al Papa la «vicinanza»
dell'episcopato italiano: «Quanto più, da qualche parte, si tenta di sfiorare
la sua limpida e amabile persona, tanto più il popolo di Dio a lui guarda
commosso e fiero».
Vittime Usa presto
a Roma: creano associazione tedesca. Rappresentanti di "Snap", l'associazione di vittime di preti pedofili
basata negli Usa, saranno a Roma questa settimana a margine della creazione di
un gruppo di sostegno per persone che hanno subito
abusi sessuali da parte di religiosi nell'area di lingua tedesca: Germania,
Austria e Svizzera, con un gruppo di autotutela per persone abusate da
religiosi. La stessa associazione con sede a Chicago, avanzerà anche la
«richiesta di un'inchiesta statale sulle diocesi tedesche» (come «ha fatto il
governo irlandese»). IM 22
Si apre la fase diocesana del processo di canonizzazione di Mons. Tonino Bello
"È stata
indetta per venerdì 30 aprile la prima sessione pubblica del processo di
canonizzazione del Servo di Dio Antonio Bello". A
renderlo noto la postulazione
della causa di canonizzazione del vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi,
scomparso a 58 anni, nel 1993, dopo una lunga malattia. In quella data sarà
presente il prefetto della Congregazione per le cause dei santi, mons. Angelo
Amato, che presiederà la messa nella cattedrale di Molfetta (alle 18.30), al
termine della quale "i membri del Tribunale ecclesiastico e tutti gli
officiali della postulazione
presteranno il loro giuramento nelle mani del vescovo. Si
darà così inizio alla fase di ascolto dei testimoni circa le virtù eroiche del
Servo di Dio".
Due anni per
l'archivio della postulazione. Il processo ha avuto
inizio il 20 aprile 2008, a 15 anni esatti dalla
morte, con l'editto firmato da mons. Luigi Martella, vescovo della diocesi
pugliese che fu retta dal Servo di Dio. Postulatore della causa venne nominato mons. Agostino Superbo, arcivescovo di
Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo e vicepresidente
della Cei, che negli anni dell'episcopato di don Tonino fu rettore del
Pontificio Seminario regionale di Molfetta. A spingere il vescovo a dare il via
alla causa di canonizzazione, spiega mons. Domenico Amato, teologo, direttore
del settimanale diocesano "Luce e Vita" e dell'Ufficio diocesano per
le comunicazioni sociali, le moltissime "istanze,
petizioni e richieste giunte perché si riconoscesse la santità di don Tonino.
Lettere che si sono intensificate a mano a mano che si andava avanti nel tempo.
Fra le tante petizioni spiccano quelle di tanti vescovi. E
così mons. Martella decideva di costituirsi attore della causa, compiendo gli
adempimenti necessari e chiedendo il nulla osta alla Congregazione per le cause
dei santi". In questi due anni la Commissione storica ha raccolto
tutto il materiale inedito e privato del Servo di Dio, costituendo l'archivio
della postulazione. La raccolta proseguirà, ma
frattanto, a partire da aprile, il Tribunale
ecclesiastico ascolterà i testimoni, che "dovranno raccontare -
sottolineano dalla postulazione - come mons. Bello ha
vissuto e testimoniato le virtù cristiane della fede, speranza, carità,
giustizia, fortezza, temperanza… in maniera
eroica".
Fama di santità.
"La fama della sua santità si è diffusa e continua a diffondersi",
scrisse mons. Luigi Martella nel dicembre 2007, una volta ottenuto il
"nulla osta" della Congregazione per le cause dei santi. "Il suo
ministero episcopale - proseguiva il vescovo - ha inciso profondamente con il
dono della parola illuminante e affascinante, con la
profezia dei gesti, con l'impegno per la pace, con l'attenzione privilegiata
verso i poveri e gli emarginati. Il suo stile di vita semplice e coinvolgente,
rispettoso e amabile continua ad esercitare un benefico
influsso su molti: giovani, adulti, persone consacrate, sacerdoti e perfino su
persone che non condividono la stessa fede cristiana. Siamo convinti che il suo
esempio contribuisce a mantenere vivo lo spirito di
servizio e aiuta numerosi fedeli a dare forma autenticamente evangelica alla
propria vita".
La biografia del
Servo di Dio. Antonio Bello nasce ad Alessano (Lecce)
il 18 marzo 1935. Entrato nel Seminario di Ugento,
completa i suoi studi nel Pontificio Seminario regionale di Molfetta e nel
seminario Onarmo di Bologna. Ordinato sacerdote, l'8
dicembre 1957 è nominato vicerettore nel Seminario minore di Ugento. Qui svolge il suo ministero per 22
anni dando prova di grande rigore su se stesso e dedizione totale nei confronti
dei ragazzi. Nel 1969 diviene assistente dell'Azione Cattolica; nel 1978 è
inviato dal vescovo nella parrocchia del Sacro Cuore di Ugento
come amministratore parrocchiale, e dopo meno di un anno viene
nominato parroco nella Chiesa Madre di Tricase.
Eletto vescovo il 10 agosto 1982 delle diocesi di Molfetta, Giovinazzo,
Terlizzi e il 30 settembre dello stesso anno di Ruvo di Puglia, è ordinato il 30 ottobre 1982 e successivamente, il 21 novembre 1982, fa l'ingresso a
Molfetta. Subito si mette all'opera incontrando le varie realtà pastorali della
diocesi: egli attua la sua carità pastorale visitando continuamente tutte le
parrocchie e interessandosi della vita delle associazioni e dei gruppi. Avvia
anche un deciso rinnovamento della vita pastorale secondo le indicazioni
provenienti dal Concilio, dal magistero del Papa e dalla Chiesa italiana. Tutti
trovano accoglienza nel suo cuore e tutti trovano accesso alla sua persona per
ricevere un colloquio, un consiglio o un aiuto. Nel 1985 è nominato presidente
nazionale di "Pax Christi", facendosi
profeta di giustizia sulle vie della pace fino all'ultimo suo respiro. La
malattia lo coglie in maniera improvvisa: egli non si scoraggia ma vive con
estrema fiducia anche i momenti più dolorosi, rendendo il suo letto di dolore
un "altare scomodo" da cui continua a esortare, a incoraggiare, a
stare a fianco del suo popolo. Muore a Molfetta il 20
aprile 1993. I funerali, celebrati sulla piazza antistante l'antico
Duomo, sono seguiti da una folla innumerevole di persone giunte da tutta
l'Italia. sir
San Marino. La condizione dell'uomo senza Dio nella lettera del vescovo
Luigi
"Noi
rischiamo di consumare i contenuti fondamentali della nostra fede, rischiamo di
ridurla a fatti sentimentali capaci di provocare reazioni più
o meno lunghe, più o meno soddisfacenti, comunque consolanti, non in
grado di immergerci, nuovi, nel flusso della storia della nostra vita e della
vita della società". È il richiamo di mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, nel messaggio per la Pasqua pubblicato
nell'editoriale del numero di marzo del periodico
diocesano "Montefeltro". Il vescovo avverte che "consumiamo
anche la fede quando noi enunciamo una serie di contenuti ideologici, sociali,
pastorali, sui quali discettiamo, con maggiore o minor pertinenza, o su cui
lasciamo discettare le persone che magari sono lontanissime dal punto di vista
della loro esperienza personale ma che pure parlano delle nostre cose più sacre
come se fossero oggetti della loro conoscenza". In questo senso, sottolinea mons. Negri, "la morte e la resurrezione del
Signore sono un fatto presente, che investe la nostra umanità e pone di fronte
alla nostra umanità una inedita e, per certi aspetti, incomprensibile
possibilità, quella della piena realizzazione della nostra umanità secondo le dimensioni
con cui il mistero stesso di Dio ci aveva pensato e che ci aveva comunicato
all'origine della nostra vita". Per superare queste difficoltà, "la
fede di questa Pasqua deve essere un'altra cosa" e richiamarsi "alla
fede semplice, robusta e granitica della Chiesa da 2000 anni".
Cammino
inesorabile. La fede in questa Pasqua 2010, prosegue mons. Negri, è "la
fede di chi riconosce che il crocifisso risorto è per
noi, è davanti a noi e ci invita ad un coinvolgimento totale ed esistenziale
con lui perché anche la nostra vita, con la sua e dietro la sua, sia un cammino
lento, graduale, ma inesorabile verso l'esperienza piena della sua resurrezione
in noi". Un richiamo alla fede "più radicale e più semplice"
che, oggi, è "come se ricevesse nel mondo in cui viviamo una singolare e
quasi non voluta conferma". La presenza di Cristo nella Chiesa la si incontra "nel mistero del suo essere nella
Chiesa, per la Chiesa, con la Chiesa, guida delle nostre intelligenze e dei
nostri cuori attraverso la evangelizzazione; guida e sostegno della nostra vita
personale attraverso i sacramenti al cui vertice sta il sacramento
dell'Eucaristia, soprattutto 'forma' di quella comunità ecclesiale che, animata
dalla carità, sa sperimentare, giorno dopo giorno, nella concretezza dell'esistenza,
che la resurrezione che il Signore ha vissuto per sé non è stata tenuta per sé,
ma interviene, agisce, cambia e fermenta la nostra vita personale". Per il vescovo, l'uomo senza Dio si trova di fronte ad una
situazione insostenibile: "La povertà della vita della nostra società, il
dilagare in essa della violenza come espressione di vita individuale tesa
esclusivamente al raggiungimento del proprio particolare benessere. Un
edonismo che ha raggiunto livelli di sacrificio anche di persone
umane incredibile, e che rivela responsabilità di migliaia e migliaia di
persone e di strutture nazionali e internazionali, che sembrano gestite da
persone assolutamente irreprensibili. Gli scoppi di lotte religiose e tribali
che insanguinano da decenni l'Africa e la cui estrema, terribile espressione è
stata questo omicidio in massa di 500 nostri fratelli
cristiani". Inoltre, aggiunge mons. Negri, segnali di questo decadimento
sono anche "il disintegrarsi della famiglia, ormai sottoposta ai ritmi
dell'edonismo e quindi ridotta ad essere semplicemente
una coabitazione temporanea, e la crisi vasta di giovani che sono già
precocemente oggetto di vizi e di malattie dell'età adulta, per non dire della
vecchiaia: etilismo, droga e la cui vita è caratterizzata da un sostanziale
disinteresse verso tutto e verso tutti che non sia l'incremento del proprio
particolare ed egoistico benessere".
Pienezza reale.
L'uomo senza Dio, ribadisce il vescovo, "finisce
per ridursi a un'apostasia dell'uomo da se stesso" e, come "schiaffeggiati
da questa miseria" che colpisce l'umanità, "ci sentiamo di patire nel
profondo del nostro cuore tutta questa immensa incertezza, tutta questa
incapacità ad essere noi stessi, tutta questa miseria umana, materiale,
spirituale e culturale" tanto che "siamo costretti a guardare ad
altro, oltre noi stessi, siamo costretti a scorgere i lineamenti di quel volto
crocifisso e risorto al quale dobbiamo la via, la verità, la vita della nostra
esistenza". L'augurio pasquale di mons. Negri è, dunque, quello "di poter
ritrovare la radicale semplicità dei primi che lo hanno
riconosciuto continuamente presente fra di loro, si sono affidati a lui
nonostante i limiti, gli errori, le contraddizioni, i tradimenti come Pietro ma
che riprendendo continuamente a riconoscerlo, hanno camminato verso una
pienezza incredibile, eppure reale". sir
Foggia. La fede, il rito, la vita. L'arcivescovo Francesco sul tema dei
sacramenti
"I
sacramenti, in particolare quelli della iniziazione
cristiana, inaugurano un mondo nuovo, una nuova creazione, nel Cristo risorto.
La morte e la risurrezione di Cristo, infatti, hanno dato un senso nuovo e un
valore nuovo alla vita dell'uomo, alla sua storia, al
suo mondo. E con il Battesimo, la Confermazione e l'Eucaristia, tutta la vita
del cristiano in questo mondo viene posta sotto il
segno del Mistero pasquale". Con queste parole mons. Francesco Pio Tamburrino, arcivescovo metropolita di Foggia-Bovino, si
rivolge alla comunità diocesana durante il periodo quaresimale
con la lettera pastorale "Dal fianco trafitto di Cristo sgorgano i
sacramenti della Chiesa". Dopo il biennio dedicato all'approfondimento
della Parola di Dio, la diocesi di Foggia-Bovino si è interrogata sulla vita
liturgica a partire dal convegno diocesano
"Celebriamo la Pasqua del Signore" (18-19 aprile 2008), cui ha fatto
seguito la lettera pastorale "Liturgia evento di Salvezza".
Quest'anno, nel fare memoria di quanto emerso durante il secondo convegno
diocesano "Per mezzo dei Sacramenti ci rendi partecipi del Mistero di
Gloria" (20-21 aprile 2009), mons. Tamburrino ha
voluto concludere la riflessione sulla dimensione liturgico-sacramentale della Chiesa locale con questa nuova
lettera pastorale. Per l'immagine della copertina è stata scelta una croce di
minuscole dimensioni del XIX secolo, destinata alla protezione dei bambini
battezzati.
Il legame vitale.
Nella lettera, mons. Tamburrino ricorda che "il
punto di riferimento irrinunciabile, verso cui si orienta la vita dei credenti
e dal quale attinge energia e vita, è la celebrazione dei misteri di
Cristo" perché "nella vita della Chiesa, la liturgia ha una collocazione idealmente mediana: essa è 'culmine e fonte',
punto di arrivo dell'annuncio evangelico e punto di partenza del servizio alla
comunità e al mondo". Il documento è articolato in due parti: "Il
Mistero pasquale nei sacramenti della Chiesa" e "Cristo medico e i
suoi farmaci". Dal testo emerge che "la dimensione sacramentale della
vita cristiana non riguarda soltanto il legame vitale che essa stabilisce tra
l'uomo e Cristo mediante l'iniziazione cristiana; essa struttura
anche la vita sociale ed ecclesiale del credente". In questo senso,
"è doveroso riconoscere l'enorme lavoro pastorale che viene
compiuto dalle nostre comunità parrocchiali e incoraggiarle a rispondere con fedeltà
alle esigenze di tutte le età dei cristiani". Per l'arcivescovo, "i
risultati positivi raggiunti e il bene che già esiste vanno continuamente
consolidati e ampliati, mentre si succedono le generazioni e
altri, più giovani, si inseriscono nei servizi pastorali e liturgici".
Infatti, "la forza e la profondità di vita spirituale delle nostre
parrocchie" dipendono "in gran parte dal numero e dalla preparazione
qualificata degli operatori pastorali" perché "la destinazione dei
servizi è la comunità: dalla importanza somma che i
sacramenti rivestono, deriva la necessità che i fedeli comprendano facilmente i
segni dei sacramenti e li frequentino in modo il più assiduo possibile, perché
tali segni raggiungano lo scopo di alimentare la vita cristiana, per cui sono
stati istituiti". Parlare dei sacramenti oggi, sottolinea
mons. Tamburrino, è "una sfida che interpella a
vari livelli la comunità cristiana". Per questa ragione,
"l'attenzione delle nostre comunità deve volgersi al contributo che la
cultura contemporanea può offrire alla nostra riflessione sui sacramenti"
ma "anche è necessario riscoprire ed evidenziare il fondamento biblico,
curare la sacramentalità della Parola nell'annuncio
liturgico e il raffronto con l'esperienza del sacramento, acquisita nella comunità".
Uso della parola e
libri liturgici. All'interno della Chiesa, prosegue l'arcivescovo, "si
costata una grande disparità tra le energie spese per la preparazione ai
sacramenti e quelle impiegate per accompagnare i fedeli dopo la loro
celebrazione, con l'inevitabile conseguenza di accrescere il distacco tra la
fede e il rito e tra la fede e la vita". È necessario avvalersi, dunque,
dell'"arte dell'uso della parola che può permettere ai fedeli di entrare
nel mistero, e ne può favorire l'esperienza" coinvolgendo "le facoltà
cognitive e la corporeità dell'uomo". Un altro punto di riferimento nella
formazione e approfondimento dei riti sacramentali, aggiunge l'arcivescovo,
sono "i libri liturgici" necessari "per comprendere i contenuti
e il valore dei vari elementi della celebrazione". Conclude
mons. Tamburrino: "Lo studio e la meditazione
dei testi liturgici aiuterà ad acquisire uno stile di celebrazione semplice e
decoroso, che non si esaurisce in una meccanica esecuzione del 'cerimoniale',
ma penetra nell'anima profonda del rito e ne apre i tesori a tutto il popolo.
La ricchezza dei nuovi libri liturgici, e in particolare dei Rituali dei
sacramenti, messa a disposizione di tutti, aiuterà i singoli fedeli e le
famiglie cristiane a trasformare in preghiera anche le situazioni quotidiane e ad evangelizzare il linguaggio e la vita". RICCARDO
BENOTTI
Missbrauch in der Kirche. Zollitsch: Ja, es wurde vertuscht
Der Vorsitzende der deutschen
Bischofskonferenz, der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch,
hat eingeräumt, dass in der katholischen Kirche Fälle sexuellen Missbrauchs
bewusst verschleiert wurden. „Ja, das hat es bei uns gegeben“, sagte Zollitsch in einem Interview mit dem Nachrichtenmagazin
„Focus“. Seit Jahren jedoch steuere die Katholische Kirche „den
entgegengesetzten Kurs“. Sexueller Missbrauch von Minderjährigen sei über
Jahrzehnte in der gesamten Gesellschaft vertuscht worden. Auch wenn immer
deutlicher werde, dass „die meisten Fälle außerhalb des kirchlichen Raumes“
geschähen, seien sie in der Kirche besonders schlimm, sagte Zollitsch.
„Dass Übergriffe in solcher Zahl auch in unseren Einrichtungen stattgefunden
haben, beschämt mich und bewirkt in mir ein großes Erschrecken. Jeder einzelne
Fall verdunkelt das Gesicht der ganzen Kirche.“
Im Gegensatz zu den bayerischen
Bischöfen sehe er eine Anzeigepflicht bei Verdachtsfällen kritisch. Er höre
immer wieder von Fällen, bei denen Opfer über ihr Leid sprechen wollten, aber
eine Anzeige ausdrücklich nicht wünschten, sagte Zollitsch
dem „Focus“. „Das stürzt uns moralisch in Probleme, da wir ja dennoch daran
interessiert sind, dass Täter überführt werden und der staatliche Prozess zu
einem Urteil kommt.“ Seines Erachtens verlange der Weg zur Staatsanwaltschaft
zudem Anhaltspunkte für eine mutmaßliche Tat. „Immerhin kann man Menschen durch
falsche Beschuldigungen geistig umbringen. Darüber wird vielleicht in der
momentanen erhitzten Situation zu wenig nachgedacht.“
Zu den Angriffen auf Papst Benedikt
XVI., in dessen Münchner Zeit ein Missbrauchsfall verschleiert wurde, sagte Zollitsch, dies sei weder auf Weisung noch mit Kenntnis des
damaligen Erzbischofs geschehen. Joseph Ratzinger habe „in seiner Zeit an der
Spitze der Glaubenskongregation entscheidende Impulse für eine drastische
Verfolgung solcher Straftaten gegeben und als Papst sich in den Vereinigten
Staaten und jüngst durch seinen Brief an die irischen Gläubigen unzweideutig
positioniert“.
Regensburger Bischof Müller:
Kirchenfeindliche Haltung wie im 3. Reich
Der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig
Müller hat den Medien wegen ihre Berichterstattung
über die Missbrauchsfälle durch Geistliche unterdessen eine „Kampagne gegen die
Kirche“ vorgeworfen. Wie der Bayerische Rundfunk am Sonntag berichtete, sagte
der Bischof am Samstag bei einer Predigt im Regensburger Dom, den Medien gehe
es darum, „heute die Glaubwürdigkeit der Kirche zur erschüttern“. Müller habe
die Berichterstattung in den Medien mit der kirchenfeindlichen Haltung des
nationalsozialistischen Regimes verglichen. Der Bischof habe die Katholiken
aufgerufen, der Kirche treu zu bleiben, „so wie auch damals die Katholiken und
Katholikinnen treu gewesen sind, der Kirche Jesu Christi“.
Müller beklagte dem Bericht zufolge,
die Menschen würden „manipuliert durch verkürzte Berichte, durch ständige
Wiederholung von Vorgängen aus alter Zeit“. So werde der Eindruck erweckt, dass
die Kirche eine Institution sei, „wo die Leute völlig verdorben sind“.
Sexueller Missbrauch von Kindern ist
„Todsünde“
Das Bistum veröffentlichte ferner einen
Hirtenbrief Müllers, in dem er den sexuellen Missbrauch von Kindern als
„Todsünde“ verurteilt und zugleich die „medialen Angriffe“ scharf kritisiert.
Er tadelte den Versuch, die ganze katholische Kirche und ihre Einrichtungen in
Misskredit zu bringen. Geistliche müssten derzeit auf der Straße abschätzigen
Blicken und Beleidigungen am Telefon ertragen. „Solche, die um jeden Preis die
katholische Kirche um ihren guten Ruf bringen wollen, haben sich die
'Regensburger Domspatzen' als Opfer ausgesucht.“ Ein „Glanzstück“ des Bistums
Regensburg solle in den Dreck gezogen werden.
Den Kindesmissbrauch durch Priester
verurteilt der Bischof in dem Schreiben als einen „Vertrauensbruch im
allerschlimmsten Sinn“. Alle deutschen Bischöfe seien sich einig, dass sie eine
ehrliche Aufklärung wollten, „frei von falscher Rücksichtnahme, selbst wenn
Vorfälle gemeldet werden, die schon lange zurückliegen“. Dazu gehöre auch die
Unterstützung der Kirche bei der Verfolgung sexuellen Missbrauchs
Minderjähriger durch die staatlichen Strafverfolgungsbehörden. „Die Opfer haben
ein Recht darauf.“
CDU warnt vor Vertrauensverlust der
Kirchen
CDU-Generalsekretär Hermann Gröhe hat die Kirchen in Deutschland zu umfassender
Aufklärung der Kindesmissbrauchsfälle in ihren Reihen aufgefordert, damit sie
verlorenes Vertrauen zurück gewönnen. Zugleich verteidigte Gröhe
den Papst und warnte von „antikatholischen Tendenzen“ in der
Missbrauchs-Debatte.
Die Kirchen liefen Gefahr, „in ihrer
Glaubwürdigkeit, in ihrer moralischen Wächterfunktion erschüttert zu werden“,
sagte Gröhe der „Frankfurter Allgemeinen Zeitung“
(Montagausgabe). „Für den moralischen Grundwasserspiegel in unserem Land ist es
wichtig, dass verlorenes Vertrauen zurück gewonnen wird“, verlangte Gröhe und mahnte: „Der Wunsch, das Ansehen der Kirche zu
schützen, darf einer Aufklärung nicht im Wege stehen.“
Es sei daher gut, dass inzwischen auch
innerhalb der Führung der katholischen Kirche in Deutschland „von inakzeptabler
Vertuschung in der Vergangenheit“ der Kindesmissbrauchsfälle gesprochen werde,
sagte Gröhe. „Solcher Klartext tut gut und zeigt,
dass der Wille zur umfassenden Aufklärung da ist.“
Die CDU, deren Mitglieder mehrheitlich
Katholiken sind, wolle Papst Benedikt XVI keine Ratschläge geben zum Umgang mit
dem Skandalthema in deutschen Kirchen. „Der Papst hat wiederholt
unmissverständlich klar gemacht, dass er Kindesmissbrauch aufs Schärfste
verurteilt. Er unterstützt die aktuellen Anstrengungen der deutschen Bischöfe“,
sagte Gröhe und versicherte: „Antikatholische Tendenzen“,
die es in der Diskussion auch gebe, werde die CDU „nicht verstärken“. Faz.net
22
Interview mit Rita Süssmuth. "Zölibat infrage stellen"
Die CDU-Politikerin und frühere
Bundestagspräsidentin Rita Süssmuth fordert im FR-Interview eine eigene
Stellungnahme des Papstes zu den Missbrauchsfällen in Deutschland sowie eine
tiefere Analyse der Ursachen – und verteidigt die Reformpädagogik vor
"falschen Schlüssen". Rita Süssmuth (CDU), 73, war Familienministerin
unter Helmut Kohl (1985 bis 1988) und von 1988 bis 1998 Präsidentin des
Deutschen Bundestages. Bis 1991 war sie zwölf Jahre lang Mitglied im
Zentralkomitee der deutschen Katholiken, danach Vizepräsidentin des
Familienbundes der Deutschen Katholiken (FDK). Sie war lange im CDU-Präsidium,
gilt als führende Frauenrechtlerin der Union und trägt sechs Ehrendoktorwürden.
Frau Süssmuth, Papst Benedikt ist dafür
kritisiert worden, dass er sich in seinem Hirtenbrief zum Thema
Kindesmissbrauch in der Kirche nicht an die deutschen Opfer gewendet hat.
Sollte er das nachholen?
Ja, das ist notwendig. Natürlich gilt:
Opfer sind Opfer, ob sie nun deutsch, irisch, englisch oder lateinamerikanisch
sind. Dennoch gibt es in jedem Land besondere Konstellationen auf die einzugehen
sind. Daraus folgt, dass sich Papst Benedikt in einer
eigenen Stellungnahme zu Deutschland äußern sollte.
Warum?
Es ist nötig, auf spezifische
Erwartungen zu reagieren. Sein jetziger Hirtenbrief ist sehr spirituell
ausgerichtet. Das Positive sehe ich in der klaren Aussage, dass es sich bei dem
Missbrauch nicht nur um Vergehen, sondern um Verbrechen handelt. Aber die
Antworten im Schlussteil sind sehr spirituell und innerkirchlich ausgerichtet.
Es fehlen konktrete Maßnahmen zur Auseinandersetzung
mit den Beteiligten und den Betroffenen.
Welche Art der Auseinandersetzung
würden Sie erwarten?
An der Aufklärung der Fälle geht kein
Weg vorbei. Der Hirtenbrief darf nicht dazu führen, die Aufklärung zu
verhindern oder um den Ruf einer Person oder Institution zu schützen, sei es
die Kirche, ein Priester oder ein Pädagoge. Eines Tages wird diese Tabuisierung
doch durchbrochen. Viele der Opfer leben ein Leben lang mit diesem Trauma.
Entscheidend ist auch eine tiefere Analyse: Es muss im Sinne der Betroffenen –
Täter wie Opfer – gefragt werden, wo die Ursachen liegen. Sind die
Missbrauchsfälle einfach nur einzelne Verstöße gegen Regeln oder liegen die
Ursachen tiefer? Wie gehen wir mit den Opfern um? Vor allem sollten wir nicht
nach Sündenböcken suchen und falsche Schlüsse ziehen.
Was meinen Sie damit konkret?
Angesichts mancher Aussagen über die
Reformpädagogik, die gegenwärtig kursieren, sträuben sich mir die Nackenhaare.
Die Reformpädagogik ist eine Bewegung, die Menschen stark machen will, die der
Demokratisierung der Erziehung und der Schulen gedient und bis heute dient. Bei
allem, was gegenwärtig, zum Beispiel an der Odenwaldschule und anderen
Reformschulen zu Recht kritisiert wird, will ich doch auch betonen: Gott sei
Dank haben wir diese Schulen – ob Salem, ob Odenwald, ob Waldorfschulen. Sie
haben wesentliche Impulse gegeben, und wir sollten keine falschen Bezüge
zwischen ihrem Konzept und den Missbrauchsfällen herstellen.
Es handelt sich für Sie also stets um
Einzeltäter?
Nicht nur. Es gibt durchaus
strukturelle Ursachen. Die liegen aber im generellen Umgang mit menschlicher
Sexualität. Auf diese Frage wird zu wenig eingegangen, alles verengt sich auf
den sexuellen Missbrauch. Wir müssen aber auch unser Verständnis von
menschlicher Körperlichkeit und Sexualität diskutieren. Das betrifft die Frage
des würdigen Umgangs miteinander, insbesondere mit den Frauen und zugleich auch
unser Verhältnis zur eigenen Körperlichkeit und falschen Tabus. Wir brauchen
einen natürlicheren Umgang mit unserer Sexualität. Diese Frage fehlt mir auch
im Hirtenbrief des Papstes. Er betont, dass Priester wegen ihrer
herausgehobenen Stellung besonders verantwortlich mit dem Thema umgehen müssen.
Das trifft zu. Aber auch Priester sind Menschen mit menschlichen Stärken und Schwächen.
Es fehlt mir im Hirtenbrief die offene Diskussion über die tieferen Ursachen.
Eine übergroße Mehrheit der Deutschen
findet, die katholische Kirche sollte den Zölibat infrage stellen. Sie auch?
Ja, ich denke, wir brauchen eine
Debatte über den Zölibat. Aber ich folge nicht der generellen These, dass es
ohne Zölibat keinen sexuellen Missbrauch gäbe. Da besteht kein zwingender
Zusammenhang. Auch in der evangelischen Kirche gibt es Missbrauch, aber keinen
Zölibat. Es ist nicht zu verschweigen dass auch Priester ihre Probleme mit dem
Zölibat haben. Das Problem wird nicht durch eine bessere Auswahl der
Priesterkandidaten gelöst, sondern notwendig ist, das Für und Wider des
Zölibats zu diskutieren und zu Fragen ob Priestertum und Ehe unvereinbar sind.
In der Bibel findet sich diese Verpflichtung nicht.
Sowohl bei privaten, als auch bei
kirchlichen Einrichtungen, in denen Missbrauch vorkam, war den Verantwortlichen
der Ruf der Schule wichtiger als eine Aufklärung im Sinne der Opfer. Haben die
internen Richtlinien eher Vertuschung begünstigt als Aufklärung?
Es scheint so. Es ist für mich sehr
verwunderlich – mir ist das erst im Zuge der aktuellen Fälle voll bewusst
geworden –, dass es da ein Kirchenrecht und ein weltliches Recht gibt. Diese
Aufteilung macht mir extreme Schwierigkeiten. Es darf nicht zwei Welten geben.
Zwar ist uns Christen der Gedanke von Wahrheit und Versöhnung, Neuanfang, sehr
wichtig. Aber ich glaube, dass es gerade dafür unverzichtbar ist, dass solche
Fälle angezeigt und rechtlich bearbeitet werden.
(Interview: Steven Geyer) FR 23
In schwerer Bedrängnis. Von Bischof Heinz Josef Algermissen
„Mit lauter Stimme schreie ich zum
Herrn, laut flehe ich zum Herrn um Gnade. Ich schütte vor ihm meine Klagen aus,
eröffne ihm meine Not.“ (Ps 142, Verse 2 + 3).
Noch nie habe ich diesen Hilferuf in
schwerer Bedrängnis so bewusst gebetet wie in den Wochen dieser österlichen
Bußzeit, hat er doch einen sehr realen Sitz im Leben. Die lawinenartigen
Enthüllungen über sexuellen Missbrauch auch in katholischen Schulen und
Einrichtungen erschüttern das Selbstverständnis der Kirche und das Vertrauen
auf sie. Was da an Gemeinheiten und Abgründen ans Licht kam, ist entsetzlich und
ruft in mir Ekel und Abscheu hervor. Die Kirche muss alles in ihrer Macht
Stehende tun, damit es in ihr zu einer inneren Reinigung kommt und zukünftig
Kinder und Jugendliche besser geschützt werden. Das Leiden der Opfer darf nicht
umsonst gewesen sein!
Ganz sicher ist es jedoch für den Akt
der Reinigung wichtig, zu differenzieren sowie der Wahrheit, die frei macht
(vgl. Joh 8, 32), eine Chance zu geben. Vielleicht
helfen folgende Fakten ein wenig weiter:
Fast alle jetzt bekanntgewordenen Fälle
liegen Jahrzehnte zurück. Damals hat die Gesellschaft allgemein die seelisch
zerstörerischen Folgen für die Opfer unterschätzt. Kirche und weltliche
Institutionen handelten gleich: schweigen, für einige Zeit aus dem Verkehr
ziehen, dann versetzen. Das war selbstverständlich nie eine Lösung.
Wir wissen von 14.000 bis 15.000
Missbrauchsfällen pro Jahr, die durch einen Strafbefehl geahndet werden, weit
über 200.000 seit 1995, von der Dunkelziffer ganz zu schweigen. Vieles spielt
sich in der Verwandtschaft ab, anderes in pädagogischen Einrichtungen,
Sportvereinen. Fachleute sagen, sexueller Missbrauch komme in der katholischen
Kirche wegen der strengen Sexualmoral deutlich seltener vor als sonstwo. Der Kriminologe Christian Pfeiffer stellt fest,
dem Zölibat die Schuld an sexuellem Missbrauch zu geben, sei ebenso
grundfalsch, wie Priester generell unter Verdacht zu stellen. Sportlehrer,
Trainer, Nachbarn oder „der liebe Onkel“ könnten genauso eine Gefahr
darstellen.
Das bittere Thema muss nun seit Wochen
dazu herhalten, Abneigung gegen die Kirche zu schüren. Sogar die
Bundesjustizministerin stellte wider besseres Wissen die Behauptung auf, die
Kirche wolle nicht hinreichend aufklären. Und da ist auch noch die
Scheinheiligkeit bestimmter Medien, die die Kirche als „Sündenbock“ (vgl.
Levitikus 16, 8-10) brauchen, um eine grundsätzliche gesellschaftliche Debatte
über Gründe und Hintergründe zu umgehen. Mich ärgert die Verlogenheit mancher
Fernsehsender, die breit und mitunter genüsslich über Missbrauchsfälle in der
Kirche berichten und gleich danach in Filmen sexuelle Perversionen aller Art
zur Unterhaltung anbieten.
Bei all den mitunter diffusen Meldungen
und Stimmen der letzten Wochen will ich das Wesentliche nicht aus den Augen
verlieren: Das Leid der Opfer verdient eine konsequente und völlig transparente
Aufklärung. Die Kirche braucht Läuterung und Buße, gründliche Reinigung, auf
dass neues Vertrauen möglich wird.
Bei alledem muss das Jesus-Wort im
Markus-Evangelium wie ein Spiegel sein: „Wer einen von diesen Kleinen… zum
Bösen verführt, für den wäre es besser, wenn er mit einem Mühlstein um den Hals
ins Meer geworfen würde.“ (Mk 9, 42). „Bonifatiusbote“ 28
Leitartikel. Worüber der Papst schweigt
Wenn ein Papst einen Hirtenbrief
schreibt, folgt immer das Gleiche: Die Vatikan-Astrologen innerhalb und
außerhalb der Kirche beugen sich über jedes Wort, um zu erahnen, wem die
höchste Autorität eigentlich was sagen wollte.
Für alle, denen die Zukunft der
katholischen Kirche speziell am Herzen liegt, mag das äußerst spannend sein.
Und auch für die Ungläubigen, die sich wirksame Vorkehrungen zum Schutz unserer
Kinder vor Missbrauch wünschen, ist die Deutung des neuen Schreibens von
Benedikt XVI. nicht ohne Belang. Dennoch sind hier nicht die Vatikan-Astrologen
und Papst-Auguren die besten Experten, sondern jene, die aus grausamer
Erfahrung wissen, wovon Benedikt redet: die Opfer. Sie hat der Papst ganz
offensichtlich enttäuscht. Einen Betroffenen in Irland zitieren die Agenturen
mit dem kurzen wie vernichtenden Urteil, er habe "keine Bestätigung
gebraucht, dass Missbrauch eine Straftat und Sünde ist".
Besser kann man das Versagen des
Pontifex kaum beschreiben. Für Abscheu und Empörung, für "Schande und Reue",
für das Ausmaß der Verbrechen hat das Oberhaupt der katholischen Kirche
durchaus deutliche Worte gefunden. Aber das Schreiben an die irischen
Katholiken wirkt, als sei ihm dabei schon die Puste ausgegangen. Als falle ihm
schon das Selbstverständliche schwer: die Verbrechen in den eigenen Reihen
offiziell und öffentlich beim Namen zu nennen.
Manche Kirchenkenner werden darauf
verweisen, dass genau darin tatsächlich eine große Leistung des Oberhirten
liege, gemessen an früheren Praktiken des Verschweigens und Beschönigens. Mag
sein, aber: Wenn schon die Benennung der Verbrechen Überwindung kostet, dann
spricht das gegen die Vergangenheit des organisierten Katholizismus, nicht für
sein Ankommen in der Gegenwart - trotz seiner erfreulichen, wenn auch wenig konkreten
Appelle zur konsequenten Aufarbeitung.
Die Pflicht eines Kirchenführers im 21.
Jahrhundert wäre es gewesen, sich selbst in die Verantwortung auch für seine
verbrecherischen Schäfchen zu nehmen. Bei allen Formulierungen des Bedauerns
ist ein entscheidender Satz aber nicht zu finden: "Ich bitte um
Entschuldigung." Das ist sicher kein Versehen. Der ganze Brief kommt so
daher, als habe die Kirche als Institution, für die das "Ich" des
Papstes steht, mit dem Ganzen nichts zu tun. Der Mann, der sie personifiziert,
schließt sich aus der Verantwortung faktisch aus.
Die Missbrauchs-Opfer werden dieses
Versäumnis als eine neue, weitere Verletzung empfinden, das ist das Schlimmste.
Es betrifft aber auch die Kirche selbst: Ein Papst, der sich in die Verantwortung
nähme, müsste über Strukturen und Regeln der Institution sprechen, die er
vertritt. Er müsste fragen, wo sie den Missbrauch begünstigt haben und noch
begünstigen. Da geht es unter anderem, aber keineswegs nur um den Zölibat. Da
geht es (bei der Kirche wie anderswo) um geschlossene Lebensformen, etwa in
Internaten. Um klösterliche oder andere "Bruderschaften", die sich
gedanklich und/oder real mit Mauern umgeben. Die so "welt-fremd"
leben, dass jeder Einbruch der realen Welt zum Kontrollverlust zu führen droht.
Statt sich zu fragen, welche Gefahren
diese Strukturen bergen, hat es der Papst - hier nicht klüger als sein
Augsburger Bischof Mixa - beim Beklagen des sozialen
Wandels belassen, der das "traditionelle Festhalten der Menschen an den
katholischen Lehren und Werten beeinträchtigt" habe. So zeigt der Brief,
dass Benedikt selbst noch gedanklich hinter Mauern lebt. Und das hat Folgen
über den Anlass hinaus.
Eine Institution wie die katholische
Kirche steht heute vor der Entscheidung: Entweder sie öffnet sich konsequent
einer Welt voller Versuchungen. Dann müsste sie ihre Verfasstheit radikal
überprüfen und sich jeden Anspruchs auf geschützte Räume eigener Rechtsprechung
enthalten - auf die Gefahr hin, eine Organisation zu werden wie viele andere
auch, zum Beispiel Wohlfahrtsverbände. Oder aber sie beschränkt sich darauf,
die spirituellen Bedürfnisse erwachsener Menschen zu bedienen, die ihr
freiwillig folgen. Kinder zu unterrichten, gehörte dann nicht mehr zu ihren
Aufgaben, und Ansprüche auf Steuergeld wären passé. Beides zugleich geht nicht:
sich eine eigene Welt zu schaffen und zugleich mitzumischen im wirklichen, dem
gesellschaftlichen Leben. Zu diesem Thema, an dem die Zukunft seiner Kirche
hängt, hat Benedikt XVI. nicht etwa wenig beigetragen, sondern: nichts.
Stephan Hebel FR 22
Auch evangelische Kirche mit Missbrauchsfällen konfrontiert
Nach der katholischen Kirche geraten
nun auch die Protestanten in den Sog des kirchlichen Missbrauchsskandals. Die
Evangelische Kirche im Rheinland ermittelt derzeit in drei Verdachtsfällen.
WEIDEN - Die möglichen
disziplinar- und strafrechtlichen Verfahren beträfen Pfarrer und Kirchenbeamte,
teilte die zweitgrößte deutsche Landeskirche am Montag in Düsseldorf mit. Seit
Einführung eines verbindlichen Verfahrens zum Umgang mit möglicher sexueller
Gewalt im Jahr 2003 seien zunächst 18 Fälle angezeigt und verfolgt worden, die
bisher in 13 Fällen zu juristischen und disziplinarischen Schritten geführt
hätten. In 20 weiteren Fällen hätten die Betroffenen ausdrücklich keine
Bestrafungen gewollt.
Durch die aktuelle
Medienberichterstattung hätten sich in den vergangenen Tagen nochmals fünf
Männer und Frauen aus Nordrhein- Westfalen und drei aus Rheinland-Pfalz
gemeldet, deren Erlebnisse aber teils bis zu 50 Jahre zurückliegen, erklärte
die Vizepräses der rheinischen Kirche, Petra
Bosse-Huber. "Wir sind beschämt und entsetzt. Wir bitten die Opfer um
Verzeihung", sagte die Theologin. Es sei bei der Aufklärung "völlig
unerheblich", dass viele der Vorfälle bereits vor Jahrzehnten geschehen sei.
Als bisher einzige Selbstanzeige aus
dem kirchlichen Raum habe sich eine zur Diakonie gehörige
Behinderten-Einrichtung aus Düsseldorf gemeldet, wo möglicherweise 17 Kinder
mit einer umstrittenen Therapie misshandelt worden seien.
In den Berichten Betroffener gebe es
Hinweise darauf, dass die Kirche "nicht zu allen Zeiten" angemessen
auf Verdachtsmomente reagiert habe, sagte die Vizepräses.
Jedem Verdacht der Vertuschung soll aber ebenso nachgegangen werden wie den
Vorwürfen von Missbrauch und Misshandlung selbst. "Hoch
unverantwortlich" sei es, verdächtigte Kirchenmitarbeiter in andere
Bereiche zu versetzen; dies sei aber auch innerhalb der rheinischen Kirche
nicht geschehen, betonte Bosse- Huber.
Gemeinsamkeiten mit der katholischen
Kirche sehe sie bei der Aufklärung der Fälle von Missbrauch und Gewalt nicht,
unterstrich die Theologin. "Wir sind unterschiedliche Wege gegangen und
haben unterschiedliche Milieus." Die rheinische Kirche, die mit fast drei
Millionen Protestanten von Emmerich bis Saarbrücken reicht, hat 2003 als erste
deutsche Landeskirche nach niederländischem Vorbild ein Verfahren zum Umgang
mit entsprechenden Straftaten eingeführt.
(dpa 22)
Regensburg: Reaktion auf Nazi-Vergleich. Das Opfer: die Kirche
Mit seinem Nazi-Vergleich hat
Regensburgs Bischof Müller nicht nur bei Journalisten bundesweit Empörung
ausgelöst. Nun versucht das Bistum zu retten, was zu retten ist - und flüchtet
sich erneut in die Opferrolle.
Erst der Zentralrat der Juden, dann Journalisten
- und schließlich auch Kirchen-Vertreter: Mit seinem gewagten Nazi-Vergleich
löste der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller bundesweit Empörung aus.
Müller hatte am Wochenende in einer
Predigt den Medien wegen der Art ihrer Berichterstattung über Missbrauchsfälle
eine "Kampagne gegen die Kirche" vorgeworfen und die
Berichterstattung in die Nähe der kirchenfeindlichen Haltung der
Nationalsozialisten gerückt.
Es werde "gefaucht und gezischt
gegen die Kirche", monierte Müller. "Die Leute, die vorm Fernsehen sitzen, die Zeitung aufschlagen", würden
"manipuliert durch zurechtgestutzte und verkürzte Berichte, durch ständige
Wiederholungen von Vorgängen aus alter Zeit".
Er forderte die Menschen auf,
"Reife des Glaubens zu haben, nicht auf all diese Schalmeien
wie 1941 hereinzufallen".
Die Präsidentin des Zentralrats der
Juden in Deutschland, Charlotte Knobloch, zeigte sich entsetzt und sprach von
"Geschichtsfälschung". Der Deutsche Journalisten-Verband (DJV) war
nicht weniger aufgebracht und kritisierte die Medienschelte "als
skandalöse Polemik" und fordert eine Entschuldigung. Es sei die Aufgabe
von Journalisten, kritisch über die Missbrauchsfälle durch Geistliche zu
berichten, sagte die stellvertretende DJV-Vorsitzende Ulrike Kaiser.
"Bischof Müller polemisiert gegen die Überbringer der schlechten
Nachrichten und versucht so offenbar, von den Fakten abzulenken."
Der Vorsitzende des Zentralkomitees der
Deutschen Katholiken, Alois Glück, sagte im Bayerischen Rundfunk (BR), Müllers
Verhalten helfe nicht weiter, "sondern führt dazu, dass der eine oder
andere den Eindruck hat, dass es in der Kirche Kräfte gibt, die letztlich keine
Aufklärung wollen".
Auch Kurienkardinal Walter Kasper
distanzierte sich von der Predigt Müllers. Die Kirche solle jetzt "nicht
mit dem Finger auf andere zeigen, sondern wir sollen unser eigenes Haus in
Ordnung bringen, und dann können es andere auch tun", sagte Kasper, wie
der BR berichtete.
Das Bistum versucht nun zu retten was
zu retten ist - und stellt die Kirche erneut als Opfer der Medien dar. Müller
habe nie die Medienberichterstattung zu den Missbrauchsfällen mit der
kirchenfeindlichen Haltung des NS-Regimes verglichen. Dies sei "eine
fälschende Verzerrung der Aussagen" des Bischofs.
Bischof Müller habe sich in der Vergangenheit
wiederholt und mit großer Deutlichkeit gegen die Gräueltaten des
Nationalsozialismus und deren Verharmlosung ausgesprochen, hieß es. So habe er
mehrmals öffentlich ein Verbot der NPD gefordert und dem Traditionalistenbischof
Richard Williamson nach dessen Holocaust-Leugnung Hausverbot für die ganze
Diözese erteilt.
(sueddeutsche.de 22)
Missbrauchsdebatte. Bischof zog schon früher Nazi-Vergleich
Der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig
Müller hat schon früher Parallelen zwischen der Berichterstattung über die
Missbrauchsfälle und der Nazi-Propaganda gezogen - auch wenn er den
NS-Vergleich vom Wochenende bestreitet. In einem Text vom 3. März 2010,
nachzulesen auf der Internetseite des Bistums Regensburg, schrieb Müller unter
dem Titel "Sexueller Missbrauch und seine antikatholische
Instrumentalisierung" von "periodisch auftretenden Medienkampagnen
gegen den Zölibat und die katholische Sexualmoral".
Er erinnerte in dem Beitrag an die Rede
von NS-Propagandaminister Joseph Goebbels 1937. Dieser habe "systematisch
Tausende von katholischen Priestern und Ordensleuten entwürdigt und als zölibatsgeschädigte, sexuell perverse Subjekte
kriminalisiert". "Missbrauchte Pressefreiheit", so Müller, lasse
sich nicht mehr unterscheiden "von einer Diffamierungs-Lizenz, mit der man
scheinbar legal all diejenigen Personen und Glaubensgemeinschaften ihrer Ehre
und Würde beraubt, die sich dem totalitären Herrschaftsanspruch des
Neo-Atheismus und der Diktatur des Relativismus nicht fügen".
Müller verwahrte sich hingegen am
Montag gegen Vorwürfe, er habe in einer Predigt am Wochenende die derzeitige
Berichterstattung mit der NS-Propaganda verglichen. Dies sei eine
"fälschende Verzerrung". In der Predigt hatte er eine "Kampagne
gegen die Kirche" beklagt. Schon in einem Hirtenwort hatte Müller den
"Versuch" verurteilt, "die ganze katholische Kirche und ihre
Einrichtungen in Misskredit zu bringen". Zu Berichten über den Missbrauch
bei den Regensburger Domspatzen hatte er geäußert: "Ein Glanzstück des
Bistums Regensburg soll in den Dreck gezogen werden." Berichterstattern
bescheinigte der Bischof "kriminelle Energie".
Die Medienschelte des Bischofs stieß am
Montag auf Kritik - sogar im Vatikan. Kurienkardinal Walter Kasper sagte laut
Bayerischem Rundfunk, die Kirche solle jetzt "nicht mit dem Finger auf
andere" zeigen, sondern das eigene Haus in Ordnung bringen. Der Präsident
des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK),
Alois Glück, erklärte, Hauptproblem sei nicht die Berichterstattung, sondern
"was an Fakten aus der Kirche selbst heraus offenbar geworden ist".
Glücks Stellvertreterin Karin Kortmann sagte der FR, es gehe nicht um einen
Generalverdacht gegen Priester und Kirchenmitarbeiter. Es sei aber
unbestreitbar, dass eine große Zahl von Tätern aus diesem Kreis stamme.
Der Deutsche Journalisten-Verband (DJV)
sprach von einer "skandalösen Polemik" Müllers und forderte den
Bischof auf, sich zu entschuldigen. Die stellvertretende DJV-Vorsitzende Ulrike
Kaiser erklärte, Bischof Müller versuche "offenbar, von den Fakten
abzulenken". Es sei unvertretbar, die Berichterstattung der Medien in die
Nähe zum Unrechtsregime des Nationalsozialismus zu rücken.
WOLFGANG WAGNER FR 22
Kritik an Bischof Müller. „Tragweite der Situation nicht erkannt“
Der Bischof von Regensburg, Gerhard
Ludwig Müller, sieht die katholische Kirche in Deutschland in einer Situation,
die der des Jahres 1941 vergleichbar ist. „Auch jetzt erleben wir eine Kampagne
gegen die Kirche“, sagte Müller nach einer am Montag veröffentlichten Mitschrift einer Predigt, die er am Samstagabend im
Regensburger Dom gehalten hatte.
„So viele Medien“ seien bestrebt,
„durch zurechtgestutzte und verkürzte Berichte, durch ständige Wiederholungen
von Vorgängen aus alter Zeit“ die Öffentlichkeit zu manipulieren. Einen äußeren
Anlass der „Kampagne“, etwa sexuelle Übergriffe von Geistlichen auf Kinder und
Jugendliche, nannte Müller nicht.
„Nicht auf all diese Schalmeien
wie 1941 hereinfallen“
An die Gläubigen wandte sich der
Bischof mit den Worten, es komme „darauf an, Reife des Glaubens zu haben, nicht
auf all diese Schalmeien wie 1941 hereinzufallen, so
auch heute nicht“. Damals habe der Katholische Deutsche Frauenbund im Bistum
Regensburg öffentlich gegen „die damals triumphierende, nationalsozialistische
Bewegung, diese neuheidnische Ideologie, christentumsfeindliche,
menschenfeindliche Ideologie“ demonstriert, sagte der Bischof.
Müllers Äußerungen stießen auf Kritik.
Bayerns Justizministerin Merk (CSU) sagte, sie habe den Verdacht, der Bischof
habe „die Tragweite der Situation nicht erkannt“. Der Präsident des
Zentralkomitees der deutschen Katholiken, Glück (CSU), sagte dem Bayerischen
Rundfunk, Müllers Äußerungen könnten den Eindruck erwecken, „dass es in der
Kirche Kräfte gibt, die letztlich keine Aufklärung wollen“.
Bischof Marx: „Nicht die Stunde, andere
zu beschuldigen“
Das Hauptproblem sei nicht die
Medienberichterstattung, sondern „was an Fakten aus der Kirche selbst heraus
offenbar geworden ist“. Der Erzbischof von München und Freising, Marx, ließ am
Sonntag einen länger vorbereiteten Brief in seiner Diözese verlesen, in dem er
andere Akzente setzte als Müller: „Natürlich gibt es auch viele, die angesichts
dieser Nachrichten die Kirche und ihre Priester unter Generalverdacht stellen.“
Dennoch sei nun „nicht die Stunde,
andere zu beschuldigen und Kampagnen der Medien zu beklagen, sondern mutig und
offen im eigenen Bereich aufzuklären“.
Bundeskanzlerin begrüßt Hirtenbrief von
Papst Benedikt XVI.
Das Bundeskabinett wird am Mittwoch
einen Runden Tisch zur Aufarbeitung der Missbrauchsfälle in katholischen und
anderen Einrichtungen beschließen. Dies kündigte Justizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) an.
Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU)
lobte unterdessen den Hirtenbrief von Papst Benedikt XVI. Ihr Sprecher Ulrich
Wilhelm sagte am Montag in Berlin: „Die Bundeskanzlerin begrüßt, dass der Papst
sowohl die Wiedergutmachung geschehenen Unrechts als auch die Notwendigkeit
besserer Prävention für die Zukunft offen anspricht.“ (Siehe auch:
Dokumentation: Der Hirtenbrief von Papst Benedikt XVI.)
Für die Kanzlerin gelte unverändert
das, was sie in der vergangenen Woche im Bundestag gesagt habe. „Klarheit und
Wahrheit sind das, was die Opfer, aber auch die Gesellschaft als Ganzes
brauchen“, sagte Wilhelm. In dem am Samstag veröffentlichen Schreiben an die
Katholiken in Irland hatte der Papst den sexuellen Missbrauch in der
katholischen Kirche „aufrichtig bedauert“.
Am 23. April wollen Frau
Leutheusser-Schnarrenberger und die Ministerinnen für Familie und für Bildung,
Kristina Schröder und Annette Schavan (beide CDU), einen Runden Tisch der
Regierung zur Aufarbeitung der Missbrauchsfälle starten. Kanzlerin Merkel hatte
sich für ein einheitliches Vorgehen eingesetzt, nachdem es längere Debatten
zwischen den drei Ministerien über den richtigen Ansatz gegeben hatte. Der
gemeinsame Runde Tisch soll sich sowohl mit dem Thema Prävention als auch mit
den justizpolitischen Folgerungen wie zum Beispiel Verjährungsfristen befassen.
Nach Angaben von Wilhelm begrüßt die
Kanzlerin die Erklärung der bayerischen katholischen Bischöfe aus der
vergangenen Woche zum Umgang mit Missbrauchsfällen. Sie habe
„unmissverständlich deutlich gemacht, dass die innerkirchliche Behandlung von
bekanntwerdenden Missbrauchsfällen“, verändert werden müsse. Die Erklärung sei
„sehr wichtig“ - auch mit Blick auf die Überarbeitung der entsprechenden
Leitlinien innerhalb der deutschen Bischofskonferenz, sagte Wilhelm.
Leutheusser-Schnarrenberger hält das
Vorgehen der bayerischen Bischöfe zur Aufklärung von Missbrauchsfällen für
beispielhaft. „Der Beschluss der bayerischen Bischofskonferenz eröffnet allen
deutschen Diözesen einen neuen Weg“, sagte sie der „Berliner Zeitung“.
Die katholischen Bischöfe in Bayern
fordern eine juristische Meldepflicht bei jedem Verdacht auf sexuellen
Missbrauch in der Kirche. Die Leitlinien der deutschen Bischofskonferenz
verpflichten die Kirche bisher nur bei einem erhärteten Verdacht und bei nicht
verjährten Fällen, die Staatsanwaltschaft einzuschalten.
Leutheusser-Schnarrenberger sagte in
der „Frankfurter Rundschau“, für sie sei entscheidend, dass die katholische
Kirche bereit sei, künftig bei Verdacht auf sexuellen Missbrauch ganz eng mit
der Staatsanwaltschaft zusammenzuarbeiten. „Diese Erwartung habe ich im Übrigen
nicht allein der katholischen Kirche, sondern allen Institutionen gegenüber“,
sagte sie. Das Thema solle auch bei ihrem Treffen mit dem Vorsitzenden der
deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, am 15.
April angesprochen werden.
Die Bundesvorsitzende von Bündnis 90 /
Die Grünen, Claudia Roth, zeigte sich enttäuscht, dass der Papst in seinem
Hirtenbrief nicht ausdrücklich die Straftaten katholischer Geistlicher in Deutschland
erwähnt habe: „Das ist ein schwerer Fehler, den das Oberhaupt der katholischen
Kirche begeht.“
FAZ.NET mit D.D. sowie dpa, 23
Zölibat und Missbrauch Das Ende des elften Gebots
Das Ende des Zölibats? Einst wurde man
für diesen Vorschlag fast gelyncht. Aber in vielen Heiligengeschichten war eine
Katastrophe bereits der Anlass zur Umkehr - warum nicht auch heute? Ein
Kommentar von Heribert Prantl
Als vor bald tausend Jahren den
Priestern die Ehelosigkeit verordnet wurde, wagten es in Deutschland nur drei
Bischöfe, diese römischen Dekrete zu verkünden. Der Bischof von Passau wurde
von seinem Klerus ums Haar gelyncht, als er das tat.
Das hat sich im Lauf der Zeit sehr
geändert. In den nachfolgenden Jahrhunderten wurden diejenigen fast gelyncht,
die den Zölibat aufheben wollten. Der Vatikan tat so, als sei die Pflicht zur
Ehelosigkeit der Priester das elfte Gebot. Es wurde so getan, als sei der
Zölibat heilige Pflicht. Nur Abtrünnige stellten das in Frage, Leute wie Martin
Luther.
Das ist vorbei. Heute sind es die
Treuesten der Treuen, die den Zwang zur Ehelosigkeit in Frage stellen.
Erzbischof Robert Zollitsch, der Vorsitzende der
Deutschen Bischofskonferenz, hat das unlängst getan, als er sagte, die
Verbindung von Priestertum und Ehelosigkeit sei theologisch nicht notwendig.
Pflichtzölibat für Priester aufheben?
Alois Glück, der Präsident des
Zentralkomitees der deutschen Katholiken, hat sich dafür ausgesprochen, den
Pflichtzölibat für die Priester aufzuheben. Und soeben hat auch Odilo Lechner, der
frühere Abt der Benediktinerklöster St. Bonifaz und Andechs, dafür geworben; die Abschaffung des Zölibats sei
etwas, so sagte er, "was der Kirche nottut und was die Gemeinden
brauchen".
Das ist ein Satz, den die meisten
Katholiken unterschreiben. Der verheiratete Priester gilt ihnen nicht mehr als
lutherische Verirrung, sondern als kluge Option. Ginge es nach dem Kirchenvolk
- es würde den Artikel 23 der Confessio Augustana von 1530 auch in das katholische Kirchenrecht
schreiben: "Der Priester darf heiraten, weil Gottes Schöpfungsordnung die
Ehe vorsieht."
Aber in der katholischen Kirche geht es
nicht nach dem Kirchenvolk, sondern nach den Päpsten, und die haben sich bisher
nicht beirren lassen: nicht davon, dass Jesus die Ehelosigkeit von seinen
Jüngern nicht gefordert hat; nicht davon, dass Petrus, der "erste
Papst" verheiratet war; und auch nicht davon, dass am Beginn der
priesterlichen Ehelosigkeit vor tausend Jahren höchst irdische Beweggründe
standen: Die Pfründe der Kirche sollte nicht durch Vererbung an Kinder
beeinträchtigt werden. Von solchen Begründungen hat sich der Zölibat zwar
gelöst - aber gelockert hat er sich nicht.
Die Mißbrauchs-Skandale
sind ein GAU für die Kirche, eine globale Katastrophe. Diese Katastrophe
funktioniert aber womöglich wie eine Zeitmaschine: Sie schüttelt und rüttelt
die Kirche so, dass am Ende eine Erkenntnis steht, die es ohne Katastrophe
nicht gegeben hätte. Wenn es theologisch nicht notwendig ist, ein
Zölibats-Gesetz zu machen, dann ist es notwendig, kein Zölibats-Gesetz zu
machen.
Die Lockerung des Pflichtzölibats wird
zwar das Missbrauchs-Problem nicht lösen, aber es kann ein Beitrag sein zu
seiner Linderung. In vielen Heiligengeschichten war eine Katastrophe der Anlass
zur Umkehr. Warum soll es in der Geschichte der katholischen Kirche nicht auch
so sein? SZ 20
Papstbrief. Deutlich und enttäuschend
Bonn. Selten wohl ist ein katholischer
Hirtenbrief mit soviel Spannung erwartet worden wie
der, in dem sich Papst Benedikt XVI. zum sexuellen Missbrauch von Kindern und
Jugendlichen durch katholische Geistliche äußert. Unmissverständliche Worte
findet das Oberhaupt der Katholiken darin zum dem Skandal, der Irland seit
Monaten erschüttert. Zu anderen Ländern aber schweigt der Papst weitgehend.
Der Brief richtet sich "an die
Katholiken Irlands", an Geistliche und Bischöfe, an die Eltern - und vor
allem an die Opfer. Doch nur an einer Stelle scheint auf, dass es sich nicht
nur um ein irisches Problem handelt: Der Missbrauch von Minderjährigen sei
"weder spezifisch für Irland noch für die Kirche", schreibt der Papst
und enttäuscht damit die Hoffnungen all jener in Deutschland, Österreich und
den Niederlanden, die erwartet hatten, dass er den Blick auch auf andere Länder
richtet.
Benedikt, der sexuelle Übergriffe gegen
Minderjährigen schon mehrmals als "abscheuliche Verbrechen" gegeißelt
hatte, macht auch in seinem Hirtenbrief aus seiner "Bestürzung" und
seiner Verurteilung solcher Taten keinen Hehl. Er spricht von "sündhaften
und kriminellen Taten", mit denen Geistliche das in sie gesetzte Vertrauen
verraten hätten. "Ihr habt die Achtung des Volkes verspielt" und
"Schande und Unehre auf Eure Mitbrüder gebracht". Dafür müssten sich
die Täter verantworten, "vor dem allmächtigen Gott und weltlichen
Gerichten", und auch "persönlichen Schadensersatz" leisten.
Nicht weniger hart geht der Papst mit
den Bischöfen ins Gericht, die die Fälle teilweise jahrzehnteland vertuscht
haben. "Es kann nicht geleugnet werden, dass einige von Euch und von Euren
Vorgängern bei der Anwendung der seit langem bestehenden Vorschriften des
Kirchenrechts zu sexuellem Missbrauch von Kindern versagt haben." Einzelne
hätten "schwere Fehlurteile" getroffen und damit ihre Glaubwürdigkeit
untergraben.
Kooperation verlangt - Den Opfern
gegenüber drückt der Papst "die Schande und die Reue aus, die wir alle
fühlen. Ihr habt viel gelitten, und ich bedaure das zutiefst". Ihre Würde
und ihr Vertrauen sei verletzt worden, und nichts könne das Erlittene
ungeschehen machen.
Dennoch zeigt sich Benedikt
optimistisch, dass die irische Kirche die schwere Krise überwinden und geheilt
werden könne. Alle Geistlichen fordert er auf, mit den weltlichen Instanzen
zusammenzuarbeiten und kündigt auch Besuche von päpstlichen Kommissionen in
einzelnen Diözesen an.
Schon im Februar hatte er die irischen
Bischöfe nach Rom zitiert und sie aufgefordert, die Regeln zu befolgen, die die
Glaubenskongregation im Jahr 2002 für Missbrauchsfälle erlassen hatte. Ihnen
zufolge sind zunächst die einzelnen Diözesen für die Aufklärung solcher Fälle
zuständig, in schweren Fällen aber muss nach Rom berichtet werden. Allerdings
stehen die obersten Glaubenswächter in Rom, an deren Spitze Kardinal Joseph
Ratzinger ein Vierteljahrhundert stand, auch selbst unter Verdacht, wenig
Interesse daran gehabt zu haben, dass die Übergriffe nach außen dringen.
Ob diese Regeln ausreichend sind, dazu
äußert sich der Papst in dem Brief ebenso wenig wie zum Zölibat. Allerdings
räumt er ein, dass die Verfahren zur Priesterauswahl nicht ausreichend seien
und kritisiert auch die nicht ausreichende Ausbildung. Den tieferen Grund für
die Verfehlungen aber ortet der konservative Theologe Joseph Ratzinger in einer
säkularisierten Gesellschaft und ihrem schnelllebigen sozialen Wandel, die zu
einer Schwächung des Glaubens geführt hätten - auch bei den Priestern selbst.
KORDULA DOERFLER FR 22
Missbrauch in der Kirche Zucht und Orden
Früher wurden hinter Klostermauern
junge Männer zur Keuschheit gefoltert. Das System wirkt nach - heute fliehen
sexuell unfähige Männer dorthin. Ein Gastbeitrag von Martin Kutz.
Martin Kutz, Jahrgang 1939, war bis 2004
Wissenschaftlicher Direktor an der Führungsakademie der Bundeswehr in Hamburg.
Er lehrte Wirtschafts- und Sozialgeschichte.
Die Diskussion zum Kindesmissbrauch tut
so, als seien einzelne pädophile Priester und Erzieher das Problem. Möglich
wurden die Taten jedoch auf der Basis eines Erziehungssystems, das religiös
begründet und historisch gewachsen ist. Das, was heute den Abscheu einer
aufgeklärten demokratischen Gesellschaft hervorruft, wurde im 17. und 18.
Jahrhundert aus religiösen Gründen erfunden.
Ausbildung zur Gottwohlgefälligkeit
Dieses Erziehungssystem war eine
Konsequenz aus Reformation und Gegenreformation. Als die theologischen
Argumente unter den streitenden Konfessionen verfestigt waren, wurde das
sogenannte gottwohlgefällige Leben zu einem genauso wichtigen Ausweis der
Rechtgläubigkeit wie die Dogmentreue. In dieser Situation entwickelten die
gegenreformatorischen neuen Orden der katholischen Kirche - allen voran die
Jesuiten - ein Konzept zur gottwohlgefälligen Knabenerziehung für das
aufstrebende französische Bürgertum. Der Historiker Philippe Ariès hat in seiner Geschichte der Kindheit schon vor
Jahrzehnten diese Entwicklung geschildert.
Gottwohlgefällig, das hieß: ein
katholisch dogmenfester Glaube, die Unterwerfung unter den Führungsanspruch der
Kirche und - ein sexualfeindliches Leben. In einer Zeit, die ähnlich
sexualisierte Alltagserfahrungen wie heute als normal empfand, bedeutete genau
diese Welt die größte Anfechtung für den rechtgläubigen Menschen. Deshalb
musste der junge Mensch aus dieser Welt herausgerissen und hinter hohen
Internatsmauern vor ihrem Einfluss geschützt werden.
Da gleichzeitig das französische
Bildungswesen völlig darniederlag, wurde dem Zögling eine für damalige
Verhältnisse hochmoderne und solide Ausbildung geboten, die im Wesentlichen auf
die Berufe des Priesters, Staatsbeamten und Richters vorbereitete. Die
Ausbildung in diesen Kollegs braucht uns heute nicht zu interessieren, wohl
aber die Erziehungsmechanismen.
Zum Teil tödliche Strafen
Der Tagesablauf von fünf Uhr früh bis
abends um neun war streng reglementiert: ein Wechsel von Gottesdienst,
Unterricht und Arbeitsaufträgen. Kleidung und Schlafräume mussten aufs
peinlichste gesäubert werden. Diese Reinlichkeitserziehung hatte nichts mit
Hygiene zu tun, sie war rein religiös motiviert, sollte die von sexueller
Beschmutzung reine Seele symbolisieren. Wer zur Toilette musste, durfte es nur
unter Aufsicht. Es hätte ja sein können, dass der Schüler die Zeit zur Onanie
benutzen oder sich heimlich mit einem anderen Schüler treffen würde.
Auch harmlose enge Bindungen an andere
Schüler wurden im Keim zu ersticken versucht. Die Schüler schliefen zu
Dutzenden in beleuchteten Schlafsälen. Eine Aufsichtsperson war immer im Raum.
Sie hatte zu kontrollieren, dass die Schüler auch bei bitterer Kälte im Schlaf
die Hände auf der Bettdecke hielten, um so zu verhindern, dass sie mit ihren
Genitalien spielten. Musste nachts ein Schüler zur Toilette, hatte auch dann
die Aufsichtsperson ihn zu begleiten.
Prügelstrafen endeten oft tödlich
Entscheidend ist, dass in diesem System
die kleinste Verfehlung brutal bestraft wurde. Typisch für diese Zeit ist die
Prügelstrafe, in einem Ausmaß, das heute unvorstellbar ist. Sie konnte durchaus
zum Tode führen, was kaum auffiel, weil der Tod auch von jungen Menschen
alltäglich war. Dazu kamen Dunkelhaft und das sogenannte Krummschließen von
Händen und Füßen auf dem Rücken.
Die Knaben, die im Alter zwischen zehn
und achtzehn Jahren diesem System ausgesetzt waren, lebten in permanenter Angst,
wegen Kleinigkeiten rabiat bestraft zu werden. Ihnen war jeglicher Kontakt mit
der Außenwelt verboten. Sie sahen über Jahre hinweg kein weibliches Wesen, und
schon gar nicht ihre Eltern und Geschwister. Die Isolation war nahezu perfekt.
Und das alles passierte pubertierenden
Knaben, die unter solchen Bedingungen größere Schwierigkeiten haben mussten,
mit ihrer erwachenden Sexualität umzugehen. Emotionale Bindungen konnten nur
heimlich aufrechterhalten werden, Sexualität musste sich in Onanie oder homoerotischen
Beziehungen ausleben. Beides war unter bestialische Strafen gestellt, war
trotzdem allgegenwärtig und zusätzlich mit existentieller Angst besetzt, die
mit religiösen Argumenten künstlich gesteigert wurde.
Aus Angst loyal und fromm - Einziger
Ausweg war die Verdrängung von Sexualität, der Hoffnung auf Freiheit und
Eigenständigkeit. Nun weiß man seit Freud: Einstellungen und Verhaltensmuster,
die an einen der stärksten Triebe des Menschen, den Sexualtrieb, gekoppelt
sind, werden bei Verdrängung der konstitutiven Erfahrungen unrevidierbar
zur Charakterausstattung dieses so konditionierten Menschen.
Das Ergebnis dieses brutalen
Erziehungsprozesses waren Männer, die gehorsam und diszipliniert bis zur
Selbstaufgabe waren, den Dogmen der katholischen Kirche unhinterfragt
zustimmten, von einem Reinlichkeitszwang beseelt waren und einen extremen Hang
zur Mystifizierung hatten.
Letzteres hatte gerade für die
katholischen Vorstellungen von Priesterweihe, Abendmahlmystik, kirchlichen
Ritualen und Heiligenverehrung eine zentrale Bedeutung, weil hier die Gefahr
rationaler Sinnnachfrage am größten und durch Reformation und später die
Aufklärung problematisiert worden war.
Auch "positive" politische
Nebenfolgen dieser Erziehung gab es. Die so geprägten Männer wurden loyale
Beamte des absolutistischen Königtums, und das Militär kopierte schon bald das
Erziehungsmodell in den Kadettenanstalten in ganz Europa, nicht zu vergessen
die protestantischen geschlossenen Anstalten.
Flucht in geschlossene Systeme
Außerdem bekam die Kirche sowohl
pädagogischen Nachwuchs aus eigener Zucht als auch Zulauf zum Priesteramt und
zu den neuen Orden. Auch der politische Aufstieg des Jesuitenordens ist mit
diesem System aufs engste verknüpft.
Heute gibt es natürlich nicht mehr
diese exzessive erzieherische Gewalt. Geblieben ist aber bis tief ins 20.
Jahrhundert die Isolation von der Außenwelt, die Auslieferung an den Erzieher,
der - sollte der ein Priester im katholischen Internat sein - mit besonderer
Autorität versehen ist. Geblieben ist auch die Erziehung zu Dogmentreue,
Gehorsam und Disziplin als Formen der Unterwerfung und letztlich die Erziehung
zur katholischen Sexualmoral.
Wenn Amtsträger der Kirche die
Übergriffe als Folge lascher Sexualmoral in der Gesellschaft beschreiben,
verkehren sie Ursache und Wirkung. Der zum freien Umgang mit seiner Sexualität
Unfähige flüchtet sich gerne in solche geschlossenen Systeme, übrigens nicht
nur Katholiken. SZ 23
Missbrauch. Bertone lobt Hirtenbrief. Merkel begrüßt Papstwort
Fisichella:
„Keine Rechtsansprüche auf Priesteramt“ - Der Hirtenbrief an die irische Kirche
schlägt weiter hohe Wellen: Der vatikanische Kurienerzbischof Rino Fisichella kündigt Konsequenzen für die Priesterausbildung
an. Niemand habe ein Recht auf das Priesteramt, sagte Fisichella
in einem Interview mit der katholischen Tageszeitung „Avvenire“
von diesem Sonntag.
Strengere Auswahl - Nach dem Papstbrief
zum Thema Missbrauch hat Kurienerzbischof Rino Fisichella
eine strengere Auswahl von Priesteramtskandidaten angekündigt. Es gebe keine
Entschuldigung mehr, so Fisichella. Nicht einmal der
Mangel an Berufungen könne ein Grund dafür sein, jeden aufzunehmen, „der beim
Priesterseminar anklopft“, so der Ethik-Verantwortliche des Vatikans gegenüber
„Avvenire“. Der Brief des Papstes schlage
„entschlossen ein neues Kapitel auf“, fügte der Präsident der Päpstlichen
Akademie für das Leben hinzu. Künftig werde es keinerlei Verschweigen und keine
Entschuldigung geben. Fisichella bewertet den
Hirtenbrief als „Wort von großem Mut“, für das es in den vergangenen
Jahrhunderten der Kirchengeschichte keinen Vergleich gebe.
Italien: Bertone
lobt Hirtenbrief - Kardialstaatssekretär Tarcisio Bertone hat im Rahmen der Feier des Heiligen Benedikt in Montecassino das Schreiben des Papstes an die irische
Kirche gelobt. Er hoffe, dass der Hirtenbrief von allen Journalisten und
Betroffenen verstanden werde, betonte der Sekretär des Vatikanstaates.
Weiterhin befürchte er, dass sich durch die aktuelle Lage radikal
antichristliche Tendenzen in Europa schleichend ausbreiten könnten.
Merkel begrüßt Papstwort – Die
Botschaft gilt universell - Das Papstschreiben an die irischen Katholiken zum
Thema sexueller Missbrauch hat nach Überzeugung von Bundeskanzlerin Angela
Merkel auch Geltung für Deutschland. Papst Benedikt XVI. habe den Hirtenbrief
„als Hirte der Weltkirche geschrieben“, sagte Regierungssprecher Ulrich Wilhelm
am Montag in Berlin. Damit gelte das Schreiben „ja universell“. Das
Kirchenoberhaupt verurteile den Missbrauch und den Umgang kirchlicher
Autoritäten mit solchen Taten. Nach den Worten Wilhelms begrüßt Merkel, dass
der Papst die Wiedergutmachung geschehenen Unrechts und die Frage besserer
Prävention offen anspreche. Zugleich befürwortet die Regierungschefin auch das
Vorgehen der bayerischen katholischen Bischöfe zur Aufklärung von
Missbrauchsfällen. Deren Erklärung sei auch mit Blick auf die Leitlinien der
Deutschen Bischofskonferenz sehr wichtig. Die bayerischen Bischöfe hatten am
Donnerstag nach ihrem Frühjahrstreffen angekündigt, in diesen Leitlinien eine
Meldepflicht verankern zu wollen. Wilhelm äußerte sich auch zu der Erwartung,
dass sich der Papst zur Situation in Deutschland äußere. Er verwies auf die
Ausführungen von Vatikansprecher Federico Lombardi, wonach sich Benedikt XVI.
gegebenenfalls in angemessenem Rahmen eigens zu den Missbrauchsfällen in
Deutschland äußern wolle. Das Vorgehen der bayerischen Bischöfe stieß bei
Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger ebenfalls auf
Zustimmung. Der Beschluss der Freisinger Bischofskonferenz eröffne „allen
deutschen Diözesen einen neuen Weg“, sagte sie der „Berliner Zeitung“ (Montag).
Sie nannte es bemerkenswert, dass in Bayern nun jeder kirchliche Verdachtsfall
von den staatlichen Ermittlungsbehörden geprüft werde. Unterdessen forderte
Grünen-Parteichefin Claudia Roth die Einrichtung einer unabhängigen
Untersuchungskommission, „die Missbrauchsfälle flächendeckend in allen
katholischen, staatlichen und privaten Institutionen lückenlos aufklärt“. Den
Papstbrief wertete die Politikerin in der „Rheinischen Post“ (Montag) als
enttäuschend. Mit keinem Wort sei er auf die Missbrauchsfälle in deutschen
katholischen Einrichtungen eingegangen.
Schweiz: Bischof Brunner bevorzugt
Informationsaustausch bei Missbrauch
Der Präsident der Schweizer Bischöfe,
Norbert Brunner, ist für einen verstärkten Informationsaustausch unter den
Diözesen in Sachen Missbrauchsfälle. Das sagte der Bischof von Sitten im Gespräch
mit dem Schweizer Fernsehen. Der Benediktinerabt von Einsiedeln und Mitglied
der Bischofskonferenz, Martin Werlen, hatte am
Sonntag gefordert, eine „Schwarze Liste“ im Vatikan zu schaffen. Dazu Bischof
Brunner:
„Die Hauptsache ist, dass wir alle Täter
erfassen können, damit es nicht zu Wiederholungstaten kommt. Wie nun die Form
dieser Information geschieht, ist für mich zweitrangig. Das kann beispielsweise
durch ein Zentralregister erfasst werden. Ich persönlich ziehe es vor, wenn die
Informationen unter den einzelnen Bistümern ausgetauscht werden. Vor allem
dann, wenn ein Priester oder Laie im kirchlichen Dienst von einem Bistum in
eine andere Diözese eingestellt wird. Das machen wir in unserem Bistum in
Sitten bereits und ich denke, dass auch andere bereits dasselbe machen.“
Dennoch muss auch Bischof Brunner
zugeben, dass in der Vergangenheit nicht immer alles richtig gemacht wurde.
Einiges sei falsch gelaufen:
„Es ist so: Wir haben seit 2002
Richtlinien zu diesem Thema. Die Fälle – die meisten davon wenigstens – liegen
aber bis zu einem früheren Zeitpunkt zurück. Ich glaube, dass die Richtlinien
bei einer richtigen Anwendung genügen. Wir werden dennoch nie – sei es auch mit
den besten Richtlinien oder Fachgremien – alle Fälle ausschalten können.“
Die deutschen und österreichischen
Amtsbrüder haben in den vergangenen Wochen auf den Bischofsversammlungen über
die Missbrauchsfälle gesprochen. Und wie sieht es bei der Schweizer
Bischofskonferenz aus?
„Das kann ich im Moment nicht
beantworten. Die Angelegenheit wird sicher als dringlich angesehen. Die
Fachgremien in den einzelnen Diözesen arbeiten bereits seit einiger Zeit und
nach den Informationen, die ich habe, funktionieren sie gut. Ich denke
beispielsweise an den jüngsten Fall im Bistum Chur. Ob es zusätzlich noch eine
Außerordentliche Versammlung der Bischofskonferenz braucht, müssen wir jetzt
noch besprechen. Die nächste ordentliche Versammlung ist im Juni geplant. Wenn
es aber als notwendig erachtet wird, werden wir problemlos eine außerordentliche
Versammlung halten.“
Schweiz: Bischof Koch dispensiert
Priester - Der Basler Bischof Kurt Koch hat einen Priester von Aadorf im Kanton
Thurgau von allen Verpflichtungen und Verantwortungen dispensiert. Das teilt
das Bistum Basel, zu welchem der Thurgau gehört, am Montag mit. Der 40-jährige
Schweizer Geistliche wurde wegen eines möglichen Fehlverhaltens bei
Minderjährigen in Untersuchungshaft genommen, teilte die Kantonspolizei Thurgau
gleichentags mit. Das Bistum dankt dem transparenten Kommunikationsvorgehen der
Thurgauer Strafverfolgungsbehörden. Die Informationspolitik zum laufenden
Verfahren werde sich an den Fakten und dem jeweils offiziellen
Informationsstand der untersuchenden Behörden orientieren. Bis zum
Verfahrensabschluss werden durch das Bistum Basel keine weiteren Informationen
zum Fall veröffentlicht, um keine unnötigen Spekulationen oder
Vorverurteilungen zu unterstützen. Den Verantwortlichen des Bistums Basel sei
die weitere Aufklärung von sexuellen Übergriffen durch Seelsorgende ein großes
Anliegen. Sie rufen Opfer auf, sich bei den Ansprechpersonen oder den
Zuständigen des Bischöflichen Personalamtes zu melden.
Hirtenbrief: Die Katholische Aktion
Österreich sieht Pro und Contra
Der Hirtenbrief des Papstes zum Thema
Missbrauch hat die Erwartungen teilweise erfüllt. Das sagte die Präsidentin der
Katholischen Aktion Österreich (KAÖ), Luitgard Derschmidt,
in einem kathpress-Interview. Es sei gut, dass der
Papst das Schweigen der Vergangenheit und den falschen Umgang mit diesen Vorfällen
angeprangert und betont habe, dass es Konsequenzen geben müsse, so Derschmidt. Sie hätte sich aber gewünscht, dass auch die
Frage des Pflichtzölibats angesprochen worden wäre:
„Der Zölibat ist aus meiner Sicht nicht
die Ursache schlechthin für Kindesmissbrauch. Es ist aber die Frage, welche
Rahmenbedingungen er setzt, die Entscheidungen von Tätern begünstigen. Die
Gesellschaft muss die Sprachlosigkeit beim Thema Sexualität überwinden.
Innerkirchlich geht es vor allem darum, sich einmal mit der Haltung der Kirche
zur Sexualität auseinanderzusetzen - und zwar zur Sexualität als gutes Geschenk
Gottes an die Menschen.“
Gleichzeitig sollten bereits im Beruf
stehende Priester besser begleitet werden, so Derschmidt.
Sie setzt sich für eine verpflichtende supervisorische
Begleitung ein, wie sie auch in anderen Berufen üblich sei. Die KAÖ-Präsidentin
äußerte Verständnis für alle, die jetzt an einen Kirchenaustritt denken.
Zugleich betonte sie, dass ein Kirchenaustritt ist nicht die Lösung sei:
„Ich glaube eher, dass es sinnvoll ist
- und das ist auch Gott sei Dank die Entscheidung von vielen Menschen - sich
innerhalb der Kirche voll und ganz dafür einzusetzen, dass solche Dinge
ordentlich behandelt werden und auch präventiv darüber nachgedacht wird, wie man
Missbrauch verhindern kann.“
Die Katholische Aktion Österreich
bezeichnet die katholischen Laienorganisationen auf Vereinsbasis, die in einem
direkten und nahen Verhältnis zur Kirche stehen. Zumeist haben sie einen
Priester als Seelsorger zur Seite gestellt, derzeit ist es Bischof Alois
Schwarz aus Klagenfurt. Präsidentin Luitgard Derschmidt
ist aus Salzburg.
Österreich: Projektgruppe gegen
Missbrauch - In Wien ist nun eine
Projektgruppe gestartet, die sich mit dem Umgang von sexuellem Missbrauch im
kirchlichen Umfeld beschäftigt. Unter dem Vorsitz von Generalvikar Franz
Schuster wird es in dem Arbeitskreis darum gehen, Regelungen zu erarbeiten,
welche die Förderung von Bewusstseinsbildung und Prävention zur Verhinderung
von sexuellem Missbrauch in den Fokus zu stellen. In die Arbeit der
Projektgruppen werden auch die Anregungen einfließen, die Papst Benedikt XVI.
in seinem Brief an die Katholiken in Irland formuliert hat. (rv u. Agenturen 22)