Notiziario religioso  24-25  Marzo  2010

Archivio

Inhaltsverzeichnis

1.       Mercoledí 24. Il commento al Vangelo. “Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo”  1

2.       Giovedì 25. Il commento al Vangelo. La visita dell’angelo a Maria  1

3.       Il Papa all’Angelus: “Intransigenti con il peccato, indulgenti con le persone”  2

4.       La Cei: «Aborto influenzi il voto cattolico. Vicini a vittime di abusi, no a discredito contro la Chiesa»  3

5.       Benedetto XVI a Birmingham il 19 settembre per la beatificazione di John Henry Newman  4

6.       No all'aborto, la precisazione dei vescovi. «Non è un valore superiore ad altri»  4

7.       Scandalo abusi. La svolta decisa. La Chiesa è uscita dal silenzio: e la società?  5

8.       Chiesa e pedofilia: "Basta col silenzio". Anche in Italia l'associazione delle vittime  5

9.       Un tempo di ripensamento. Benedetto XVI sulla responsabilità etica dell'imprenditore  5

10.   Pakistan: cristiano muore arso vivo perché non si voleva convertire all'Islam   6

11.   Pedofilia, accusati 6 religiosi di Ratisbona. Vittime: presto scandalo anche in Italia  6

12.   Si apre la fase diocesana del processo di canonizzazione di Mons. Tonino Bello  7

13.   San Marino. La condizione dell'uomo senza Dio nella lettera del vescovo Luigi 7

14.   Foggia. La fede, il rito, la vita. L'arcivescovo Francesco sul tema dei sacramenti 8

 

 

1.       Missbrauch in der Kirche. Zollitsch: Ja, es wurde vertuscht 8

2.       Interview mit Rita Süssmuth. "Zölibat infrage stellen"  9

3.       In schwerer Bedrängnis. Von Bischof Heinz Josef Algermissen  10

4.       Leitartikel. Worüber der Papst schweigt 10

5.       Auch evangelische Kirche mit Missbrauchsfällen konfrontiert 11

6.       Regensburg: Reaktion auf Nazi-Vergleich. Das Opfer: die Kirche  11

7.       Missbrauchsdebatte. Bischof zog schon früher Nazi-Vergleich  11

8.       Kritik an Bischof Müller. „Tragweite der Situation nicht erkannt“  12

9.       Zölibat und Missbrauch Das Ende des elften Gebots  12

10.   Papstbrief. Deutlich und enttäuschend  13

11.   Missbrauch in der Kirche Zucht und Orden  13

12.   Missbrauch. Bertone lobt Hirtenbrief. Merkel begrüßt Papstwort 14

 

 

 

Mercoledí 24. Il commento al Vangelo. “Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 8,31-42) commentato da P. Lino Pedron 

 

  31 Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete

  fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; 32 conoscerete la

  verità e la verità vi farà liberi». 33 Gli risposero: «Noi siamo discendenza

  di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire:

  Diventerete liberi?». 34 Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico: chiunque

  commette il peccato è schiavo del peccato. 35 Ora lo schiavo non resta per

  sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; 36 se dunque il Figlio vi

  farà liberi, sarete liberi davvero. 37 So che siete discendenza di Abramo. Ma

  intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi. 38

  Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che

  avete ascoltato dal padre vostro!». 39 Gli risposero: «Il nostro padre è

  Abramo». Rispose Gesù: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo! 40

  Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio;

  questo, Abramo non l'ha fatto. 41 Voi fate le opere del padre vostro». Gli

  risposero: «Noi non siamo nati da prostituzione, noi abbiamo un solo Padre,

  Dio!». 42 Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste,

  perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha

  mandato.

La fede autentica non si riduce a un’adesione momentanea al Cristo, ma esige

perseveranza e fedeltà con Gesù, Parola vivente del Padre. Il vero discepolo di

Cristo si riconosce da questa permanenza continua e intima in Gesù. Solo allora

si conosce la verità che libera da ogni schiavitù.

Si tratta di una conoscenza esistenziale e vitale, di una comunione intima con

il Figlio di Dio. La conoscenza della verità non è dunque qualcosa di

speculativo. La verità è Gesù in persona (cfr Gv 14,6). La verità, ossia Cristo

stesso, in quanto manifestazione della vita divina, opererà la liberazione

dell’uomo, come è chiarito in 8,36. Quindi la libertà piena si vive nella fede,

credendo esistenzialmente in Gesù.

Le parole di Gesù provocano la reazione dei suoi interlocutori, offesi per le

affermazioni sulla liberazione operata dalla verità. I giudei si proclamano

persone libere e figli di Abramo. Essi protestano di non essere mai stati

schiavi di nessuno. Per Gesù la libertà e la schiavitù sono di ordine morale,

mentre i suoi interlocutori intendono questi termini in chiave politica.

Gesù parla della schiavitù e della libertà morale in relazione al peccato. Egli

insegna che la vera schiavitù è quella di ordine religioso: è schiavo chi fa il

peccato. In questi testi di Giovanni il peccato indica l’opzione fondamentale

contro la luce, ossia l’incredulità. La frase "lo schiavo non rimane nella casa

per sempre" contiene una velata minaccia di espulsione dei giudei dalla casa di

Dio, dal regno e dall’amicizia con il Padre.

Nel v. 35 il termine "figlio" è preso in senso generico, per essere applicato a

tutti gli uomini; esso però è aperto al significato specifico divino, per

indicare il Figlio unigenito del Padre. In realtà nel v. 36 abbiamo questo

passaggio. Qui si parla del Figlio liberatore. Gesù è il Logos incarnato, la

verità personificata, che sola può liberare l’uomo dalla schiavitù del peccato.

Egli è il Figlio di Dio che rimane per sempre nella casa del Padre.

Dopo aver sviluppato la tematica della vera schiavitù e della vera libertà, Gesù

contesta l’affermazione dei giudei di essere discendenza di Abramo e dimostra

loro che sono figli di un altro padre.

E’ un linguaggio misterioso che sarà chiarito nella scena successiva (v. 44).

Per discendenza naturale gli ebrei sono figli di Abramo, ma per l’animo e i

comportamenti sono figli del diavolo. Tentando di uccidere Gesù fanno un’opera

diabolica perché il diavolo è omicida fin dal principio.

I giudei, con la loro incredulità, rinnegano la loro origine da Abramo, uomo di

grande fede. Il loro intento omicida si spiega con il rifiuto della rivelazione

divina del Cristo: "La mia parola non penetra in voi".

L’opposizione tra Gesù e i giudei sta nell’influsso dei rispettivi padri. Il

Logos incarnato rivela ciò che ha visto e continua a vedere nel Padre. I giudei

rivelano ciò che ispira loro il demonio.

I giudei, con gli atteggiamenti pratici, rinnegano la loro discendenza da

Abramo. Essi non solo non compiono le opere del patriarca, caratterizzate da una

fede profonda in Dio e dall’adesione incondizionata alla sua parola (cfr Gen

12,1ss; 15,1-7), ma addirittura si oppongono all’inviato del Padre e cercano di

ucciderlo. L’allusione finale di Gesù sulla vera paternità dei giudei suscita la

loro protesta.

La fornicazione indica l’infedeltà idolatrica. I giudei quindi protestano la

loro fedeltà all’alleanza mosaica e proclamano di non aver tradito il patto con

Dio adorando altre divinità: "Abbiamo un solo padre, Dio". Questa espressione

richiama l’inizio dello shemà: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il

Signore è uno solo" (Dt 6,4). Nell’Antico Testamento Jahvè è presentato spesso

come padre d’Israele.

Se i giudei avessero un solo padre, Dio, essi dovrebbero amare Gesù perché è

stato mandato dal Padre. Gesù vuole dimostrare che i giudei non sono figli di

Dio, perché non amano l’inviato di Dio che è uscito dal Padre. De.it.press

 

 

 

 

Giovedì 25. Il commento al Vangelo. La visita dell’angelo a Maria

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 1,26-38) commentato da P. Lino Pedron 

 

  26 Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della

  Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della

  casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando

  da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». 29 A

  queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale

  saluto. 30 L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia

  presso Dio. 31 Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai

  Gesù. 32 Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà

  il trono di Davide suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e

  il suo regno non avrà fine».

  34 Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». 35 Le

  rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua

  ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e

  chiamato Figlio di Dio. 36 Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua

  vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti

  dicevano sterile: 37 nulla è impossibile a Dio». 38 Allora Maria disse:

  «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E

  l'angelo partì da lei.

Nell’annunciazione di Giovanni Battista l’angelo Gabriele va al tempio di

Gerusalemme. Nell’annunciazione di Gesù l’angelo va a Nazaret, territorio che

era ritenuto pagano e trascurato da Dio, quella Galilea dalla quale "non era

sorto alcun profeta" (Gv 7,52). Natanaele si chiede: "Può venire qualcosa di

buono da Nazaret?" (Gv 1,46). Dio sceglie ciò che non ha appariscenza, ciò che è

umile e disprezzato dagli uomini. La legge dell’incarnazione è questa: "Gesù

annientò se stesso…umiliò se stesso" (Fil 2,7-8).

Ma a Gerusalemme, nel tempio, nel culto solenne, nel sacerdote che presiede la

celebrazione Dio non trova la fede, cioè non trova amore, ubbidienza e

accoglienza. A Nazaret invece, nella Galilea dei pagani, lontana dal tempio e

dal culto, trova una fanciulla sconosciuta, la Maria, piena di grazia, di fede e

di disponibilità.

Nell’Antico Testamento Dio abita nel tempio, nel Nuovo elegge la sua dimora tra

gli uomini (Gv 1,14). Maria è il nuovo tempio, la nuova città santa, il popolo

nuovo in mezzo al quale prende dimora Dio. Il nome di Gesù significa: Dio salva.

"Jahvé, il tuo Dio, è dentro di te, potente salvatore" (Sof 3,17).

Il nome nuovo che Maria riceve: "Piena-di-grazia" è l’investitura per una

particolare missione nel piano di Dio, destinata a modificare la sua vita e il

corso intero della storia. L’espressione "il Signore è con te" indica la

protezione e l’assistenza che Dio le accorda in vista del compito che è

destinata ad assolvere.

Il turbamento di cui parla il vangelo (v. 29) indica la presenza di Dio e

sottolinea l’origine divina della comunicazione che Maria riceve, ed è segno che

le parole dell’angelo sono piene di mistero.

Maria cerca di capirne il significato ponendosi delle domande, ma inutilmente.

Alla fine deve chiederne la spiegazione all’angelo. L’angelo dà la spiegazione

di ciò che ha affermato nel saluto iniziale. La grazia accordata a Maria è la

nascita miracolosa di un figlio. Dio attuerà il suo disegno intervenendo con la

potenza del suo Spirito.

Le perplessità di Maria alle parole dell’angelo riecheggiano quelle di Abramo

all’annuncio della nascita di suo figlio (Gen 18,14). La fede in Dio che può

operare meraviglie e cose impossibili all’uomo, ha salvato dall’incredulità

Abramo; la stessa fede salva Maria (v. 37).

"Servi di Dio" sono coloro che hanno ricevuto una missione particolarmente

importante e contemporaneamente danno prova di disponibilità, di remissività e

di fede. Sulla bocca di Maria l’espressione "serva del Signore" riassume la sua

missione e il coraggio con cui ha accettato l’invito divino che dà un

significato nuovo e inatteso alla sua vita.

"Serva del Signore" è il nome che ella stessa si attribuisce dopo quello datole

dai genitori: Maria, e quello annunciatole dall’angelo: Piena-di-grazia. Maria è

la serva del Signore perché accetta umilmente il disegno di Dio, anche se non

riesce a comprenderne tutta la portata e tutte le conseguenze.

L’espressione "avvenga a me", nel testo originale greco, è una forma verbale

chiamata ottativo e contiene in sé un desiderio ardente e un entusiasmo vivo di

vedere attuato quanto le è stato proposto. Maria ci insegna che la volontà di

Dio va accolta con fede ed eseguita con gioia. De.it.press

 

 

 

 

Il Papa all’Angelus: “Intransigenti con il peccato, indulgenti con le persone”

 

“Condannare il peccato, ma salvare il peccatore”: questo è l'atteggiamento suggerito ieri mattina da Benedetto XVI, prima di guidare la recita dell'Angelus da piazza San Pietro, nella V Domenica di Quaresima, nella quale la liturgia ha proposto l’episodio evangelico di Gesù che salva una donna adultera dalla condanna a morte. “Mentre sta insegnando nel Tempio – ha ricordato il Papa -, gli scribi e i farisei conducono a Gesù una donna sorpresa in adulterio, per la quale la legge mosaica prevedeva la lapidazione. Quegli uomini chiedono a Gesù di giudicare la peccatrice con lo scopo di 'metterlo alla prova' e di spingerlo a fare un passo falso”. La scena, perciò, “è carica di drammaticità: dalle parole di Gesù dipende la vita di quella persona, ma anche la sua stessa vita. Gli accusatori ipocriti, infatti, fingono di affidargli il giudizio, mentre in realtà è proprio Lui che vogliono accusare e giudicare”. Gesù, però, “sa che cosa c’è nel cuore di ogni uomo, vuole condannare il peccato, ma salvare il peccatore, e smascherare l’ipocrisia”. L’evangelista san Giovanni, rileva il Pontefice, “dà risalto ad un particolare: mentre gli accusatori lo interrogano con insistenza, Gesù si china e si mette a scrivere col dito per terra. Osserva sant’Agostino che quel gesto mostra Cristo come il legislatore divino: infatti, Dio scrisse la legge col suo dito sulle tavole di pietra”.

Gesù dunque, ha evidenziato il Santo Padre, è “il Legislatore, è la Giustizia in persona. E qual è la sua sentenza? 'Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei'. Queste parole sono piene della forza disarmante della verità, che abbatte il muro dell’ipocrisia e apre le coscienze ad una giustizia più grande, quella dell’amore, in cui consiste il pieno compimento di ogni precetto”. Quando gli accusatori se ne vanno, “Gesù, assolvendo la donna dal suo peccato, la introduce in una nuova vita, orientata al bene”. “Dio – chiarisce Benedetto XVI - desidera per noi soltanto il bene e la vita; Egli provvede alla salute della nostra anima per mezzo dei suoi ministri, liberandoci dal male col sacramento della riconciliazione, affinché nessuno vada perduto, ma tutti abbiano modo di convertirsi”. “In questo Anno sacerdotale – ha proseguito il Papa - desidero esortare i Pastori ad imitare il santo Curato d’Ars nel ministero del perdono sacramentale, affinché i fedeli ne riscoprano il significato e la bellezza, e siano risanati dall’amore misericordioso di Dio”. Di qui l'invito: “Impariamo dal Signore Gesù a non giudicare e a non condannare il prossimo. Impariamo ad essere intransigenti con il peccato – a partire dal nostro! – e indulgenti con le persone. Ci aiuti in questo la santa Madre di Dio”, “mediatrice di grazia per ogni peccatore pentito”.

“Domenica prossima, Domenica delle Palme, ricorre il 25° anniversario dell’inizio delle Giornate mondiali della gioventù, volute dal Venerabile e amato Giovanni Paolo II”. Lo ha ricordato Benedetto XVI, dopo la recita dell'Angelus a piazza San Pietro. “Per questo – ha proseguito il Papa -, giovedì prossimo, a partire dalle ore 19, aspetto numerosi qui in Piazza San Pietro i giovani di Roma e del Lazio, per uno speciale incontro di festa”. Nei saluti ai pellegrini provenienti da tutto il mondo, ai polacchi il Pontefice, rifacendosi al brano evangelico della domenica, ha osservato: “Così si esprime la misericordia di Dio: non condanna, ma chiama a riprendere di nuovo il cammino di conversione. Grati a Dio per la sua bontà, procediamo con perseveranza su questa strada”. Rivolgendosi ai pellegrini di lingua francese il Papa ha voluto salutare i religiosi e le religiose presenti con queste parole: “La Chiesa ha bisogno di voi per mostrare agli uomini e alle donne del nostro tempo il cammino della vera felicità. Custodite viva in voi e nelle vostre comunità l’ardore evangelico che ha animato i vostri fondatori e le vostre fondatrici. Che il vostro dinamismo missionario susciti attorno a voi la gioia della fede e faccia sbocciare vocazione tra i giovani”. sir

 

 

 

 

La Cei: «Aborto influenzi il voto cattolico. Vicini a vittime di abusi, no a discredito contro la Chiesa»

 

«Senza dubbio la pedofilia è sempre qualcosa di aberrante e, se commessa da una persona consacrata, acquista una gravità morale ancora maggiore. Per questo, insieme al profondo dolore e a un insopprimibile senso di vergogna, noi vescovi ci uniamo al Pastore universale nell'esprimere tutto il nostro rammarico e la nostra vicinanza a chi ha subìto il tradimento di un'infanzia violata». È quanto ha detto oggi pomeriggio il cardinale Angelo Bagnasco aprendo i lavori del Consiglio episcopale permamente a Roma. «La Lettera papale - ha aggiunto - è interamente pervasa da un accorato spirito di contrizione ed è testimonianza indubitabile di una Chiesa che non sta sulla difensiva quando deve assumere su di lo 'sgomento', 'il senso di tradimentò e 'il rimorso per ciò che è stato fatto da alcuni suoi ministri». «Anche nella bufera» ha detto ancora Bagnasco, Ratzinger «è Pietro ed indica la strada, propone a tutti, senza indulgenze, lo scatto in avanti necessario: nonostante l'indegnità, 'i peccati, i fallimenti di alcuni membri della Chiesa, particolarmente di coloro che furono scelti in modo speciale per guidare e servire i giovanì, ecco tutto questo è vero, 'ma è nella Chiesa che voi troverete Gesù Cristo, che è lo stesso ieri, oggi e sempre».

 

I vescovi italiani hanno agito «prontamente» nei confronti del problema della pedofilia nella Chiesa, secondo il presidente della Cei Angelo Bagnasco. «Le direttive chiare e incalzanti già da anni impartite dalla Santa Sede confermano tutta la determinazione di fare verità fino ai necessari provvedimenti, una volta accertati i fatti», afferma il porporato aprendo i lavori del consiglio permanente Cei, il 'parlamentinò dei vescovi italiani. «I Vescovi italiani prontamente ne hanno preso atto e hanno intensificato lo sforzo educativo dei candidati al sacerdozio, il rigore del discernimento, la vigilanza per prevenire situazioni e fatti non compatibili con la scelta di Dio, una formazione permanente del nostro clero adeguata alle sfide. Siamo - aggiunge Bagnasco - riconoscenti alla Congregazione per la Dottrina della Fede per l'indirizzo e il sostegno nell'inderogabile compito di fare giustizia nella verità, consapevoli che anche un solo caso in questo ambito è sempre troppo, specie - ripeto - se chi lo compie è un sacerdote».

 

«Nessun caso tragico» può oscurare «la bellezza» del ministero sacerdotale, ha detto il porporato. « mettere in discussione il sacro celibato che ci scalda il cuore e ispira la vita», ha aggiunto. «Non sentitevi mai guardati con diffidenza o abbandonati, e - ha detto Bagnasco rivolgendosi agli uomini di Chiesa - non scoraggiatevi; siate sereni sapendo che le nostre comunità hanno fiducia in voi e vi affiancano con lo sguardo della fede e le esigenze dell'amore evangelico». Il sacerdote - ha scandito - non è «un disagiato, uno scompensato, benchè il clima culturale odierno non faciliti certo la crescita armonica di alcuno. Il sacerdote è un uomo che, non solo nel tempo del seminario, coltiva la propria umanità nel fuoco dell'amore di Gesù»

 

  Anche se non si avventura ad indicarli come una reale causa degli abusi sui minori, il presidente della Cei ricorda comunque nella sua prolusione che «l'esasperazione della sessualità sganciata dal suo significato antropologico, l'edonismo a tutto campo e il relativismo che non ammette argini sussulti fanno un gran male perchè capziosi e talora insospettabilmente pervasivi». «Conviene allora - suggerisce - che torniamo tutti a chiamare le cose con il loro nome sempre e ovunque, a identificare il male nella sua progressiva gravità e nella molteplicità delle sue manifestazioni, per non trovarci col tempo dinanzi alla pretesa di una aberrazione rivendicata sul piano dei principi». «Dobbiamo in realtà tutti - conclude il presidente della Cei - interrogarci, senza più alibi, a proposito di una cultura che ai nostri giorni impera incontrastata e vezzeggiata, e che tende progressivamente a sfrangiare il tessuto connettivo dell'intera società, irridendo magari chi resiste e tenta di opporsi: l'atteggiamento cioè di chi coltiva l'assoluta autonomia dai criteri del giudizio morale e veicola come buoni e seducenti i comportamenti ritagliati anche su voglie individuali e su istinti magari sfrenati». 

 

Di fronte agli scandali di pedofilia, la Chiesa ha imparato da Benedetto XVI a non tacere o coprire la verità, «anche quando è dolorosa e odiosa»; «questo però non significa subire, qualora ci fossero, strategie di discredito generalizzate», ha aggiunto il presidente della Cei. Il porporato ha anche espresso al Papa la «vicinanza» dell'episcopato italiano: «quanto più, da qualche parte, si tenta di sfiorare la sua limpida e amabile persona, tanto più il popolo di Dio a lui guarda commosso e fiero».

 

«Quale solidarietà sociale è possibile se si rifiuta o si sopprime la vita, specialmente la più debole?». Se lo chiede il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, che invita gli elettori cattolici a tener conto nel voto alle regionali dei temi etici non negoziabili. Questo, spiega, è suggerito anche dall'impiego della RU486 e dalla diffusione di metodiche contraccettive cosidette di emergenza, che preoccupano i vescovi italiani, per i quali in questo modo «l'aborto sarà prolungato e banalizzato», con il risultato di una «invisibilità etica che è disconoscimento che ogni essere è per se stesso, fin dall'inizio della sua avventura umana». «In questo contesto, inevitabilmente denso di significati, sarà bene - scandisce il card. Bagnasco - che la cittadinanza inquadri con molta attenzione ogni singola verifica elettorale, sia nazionale sia locale e quindi regionale». Parole molto chiare, che escludono qualunque sostegno alle candidate del Pd per il Lazio e il Piemonte, che hanno preso posizione pubblicamente a favore dell'impiego della RU486 nelle strutture sanitarie che dipendono - come è noto - proprio dalle Regioni.

 

In qualche modo il presidente della Cei bilancia però questa indicazione con un richiamo fermo alla moralità della politica e una sorta di apertura di credito verso le inchieste giudiziarie che da mesi occupano le prime pagine dei giornali, sulle quali invece alcuni vescovi hanno espresso riserve (ade sempio gli arcivescovi di Trani e dell'Aquila). «Non è vero che tutti rubano, ma se per assurdo ciò accadesse, cosa che non è, non si attenuerebbe in nulla l'imperativo dell'onestà», sottolinea il card. Bagnasco che affronta il tema della corruzione nella sua prolusione al Consiglio Episcopale Permanente. «Non cerchiamo alibi preventivi coperture impossibili: sottrarre qualcosa a ciò che fa parte della cosa pubblica - ricorda il cardinale in merito ai recenti scandali che hanno coinvolto politici di entrambi gli schieramenti - non è rubare di meno; semmai, se fosse possibile, sarebbe un rubare di più. A qualunque livello si operi e in qualunque ambiente». «Dinanzi a quel che va emergendo anche dalle diverse inchieste in corso ad opera della Magistratura, e senza per questo anticiparne gli esiti finali, noi vescovi - scandisce - ci sentiamo di dover chiedere a tutti, con umiltà, di uscire dagli incatenamenti prodotti dall'egoismo e dalla ricerca esasperata del tornaconto e innalzarsi sul piano della politica vera». «Questa - spiega il porporato - è liberazione dalle ristrettezze mentali, dai comportamenti iniqui, dalle contiguità affaristiche per riconoscere al prossimo tutto ciò di cui egli ha diritto, e innanzitutto la sua dignità di cittadino».

 

«La crisi economica sprigiona ora sul territorio i suoi frutti più amari». Lo afferma il presidente della cei, card. Angelo Bagnasco che nella sua prolusione al Consiglio Episcopale Permanente parla di «motivi di contingente quanto seria preoccupazione, dovuti in gran parte alla crisi economica internazionale». «Mi riferisco - spiega - in particolare alla realtà del lavoro: per un popolo abituato a far leva sostanzialmente sulla propria intraprendenza e sulla propria fatica, trovarsi spiazzato sul fronte dell'occupazione è una sofferenza acuta. In non poche aree assistiamo ad industrie che fermano la produzione». «Dove la competizione internazionale già aveva ridotto i margini di guadagno, la gelata sugli ordinativi sembra far giungere al pettine - rileva - tutti i nodi in un colpo solo», mentre «alcune antiche debolezze si rivelano fatali. E quando poi le imprese industriali più consistenti ricorrono massicciamente alla cassa integrazione, ipotizzano ristrutturazioni o addirittura avviano chiusure, subito una corona di piccole aziende a cascata ne risentono». «Rallentando i volani dislocati sul territorio, s'inceppano le imprese artigianali, ansimano i piccoli esercizi commerciali. I giovani che già costituivano la fascia di popolazione più in sofferenza perchè meno garantiti e poco sussidiati nel loro tuffo verso la vita, oggi rischiano di demoralizzarsi definitivamente. Se sono meridionali tendono a trasferirsi al Settentrione, ma già è iniziato il fenomeno inverso, quello della gente del Sud che, perdendo il lavoro al Nord, torna a casa». Mentre «un numero crescente di giovani - osserva sconsolato l'arcivescovo di Genova - guarda oltre il confine nazionale: un dinamismo interessante nella misura in cui non è unidirezionale e obbligato. Sappiamo che resiste da noi una cultura forte del lavoro ma anche dell'impresa: ci si riconosce nella fabbrica e se ne trae vincoli non semplicemente strumentali».

 

Allarmano i vescovi italiani anche «i casi di suicidi verificatisi negli ultimi mesi tra i lavoratori minacciati dalla crisi, ma anche tra i piccoli imprenditori, in particolare del Nordest, che nell'impossibilità a far fronte agli impegni nei confronti dei propri dipendenti disperatamente non scorgono alternative diverse dal tragico gesto, che cosa dicono infatti, se non che si è dinanzi ad una coscienziosità tirata allo spasimo, fino ad essere inaccettabilmente indirizzata contro se stessi».

 

«Rimestare sistematicamente nel fango, fino a far apparire l'insieme opaco, se non addirittura sporco, a cosa serve?». Se lo chiede il presidente della Cei. «Da più parti - rileva Bagnasco - si parla di un declino che sarebbe incombente sul nostro amato Paese. Perchè nei paragoni, che talora si avanzano, dove l'Italia è messa per l'uno o l'altro dei suoi parametri a confronto con altri contesti nazionali, si finisce puntualmente per concludere, magari con un sottile compiacimento intellettuale, che siamo in svantaggio? Si tratta di irriducibile pessimismo o di cronico snobismo? E a sospingere verso analisi fin troppo crudeli, è l'amore per la verità o qualcos'altro di meno confessabile? O è più attendibile invece il fatto che stiamo progressivamente perdendo la fiducia in noi stessi, assumendo con ciò stati d'animo che finiscono col destrutturare la società intera?». «Quella energia morale che avevamo dentro ed ha consentito ad una nazione, uscita dalla guerra in condizioni del tutto penose, di ritrovarsi in qualche decennio tra le prime al mondo, quella forza vitale - domanda il presidente della Cei - che fine ha fatto? Perchè il vincolo che ci aveva legato nella stagione della ricostruzione post-bellica e del lancio del Paese stesso sulla scena internazionale, ed aveva retto nonostante profondi dislivelli sociali e serie fratture ideologiche, è sembrato da un certo punto in avanti non unirci più?». L’U 22

 

 

 

 

Benedetto XVI a Birmingham il 19 settembre per la beatificazione di John Henry Newman

 

John Henry Newman (1801-1890) sarà proclamato Beato il 19 settembre prossimo, nel corso della celebrazione solenne che Benedetto XVI presiederà nell'Arcidiocesi di Birmingham. L'annuncio ufficiale è stato dato martedì 16 dal Palazzo apostolico, in contemporanea con Buckingham Palace, l'arcivescovo di Westminster e l'Ufficio del Primo ministro del Regno Unito. Sul sito della Procura generale della Congregazione degli Oratori di San Filippo Neri (Newman fondò un oratorio a Birmingham nel 1848) si legge: "L'oratoriano John Henry Newman, che ci parla attraverso il suo cammino di conversione, continuato lungo l'intero corso della sua esistenza, come attraverso la vastità e la ricchezza dei suoi scritti, è compiutamente fotografato dal motto che egli scelse per il suo stemma cardinalizio, attingendolo da san Francesco di Sales: 'Cor ad cor loquitur'. Queste parole esprimono perfettamente lo spirito di Newman, per il quale la parola non si comunica per pura ed esclusiva via astratta ma per i rapporti concretamente creati da una interiore affinità; d'altra parte, si conosce non solo con la mente, ma con tutta la persona, e quindi con l'affectus, secondo l'affermazione di Gregorio Magno: 'Amor ipse notitia', l'amore è in se stesso fonte e principio di conoscenza, ossia 'amare è conoscere'".

 

Cenni biografici. John Henry Newman fu teologo e filosofo. Primo di sei figli, di padre banchiere, John, e madre, Jemina Foundrinier, di famiglia ugonotta emigrata in Inghilterra dalla Francia, dopo l'Editto di Nantes, si formò nell'adolescenza con la guida di un pastore calvinista, Walter Maser. Studiò quindi a Oxford, dove, insieme agli amici John Keble, Richard H. Froude e Edward B. Pusey, fondò il Movimento di Oxford, "coscienza critica" e riformatrice dell'anglicanesimo di epoca vittoriana, elaborando la teoria dell'anglicanesimo come "via media" tra protestantesimo e cattolicesimo romano. Fu  ordinato sacerdote nella Chiesa anglicana nel 1825. Passò alla Chiesa cattolica il 9 ottobre 1845, dopo un'approfondita riflessione sulla natura e la missione della Chiesa cristiana, che lo portò ad affermare, nel 1841, nei Saggi per il tempo moderno, che "gli articoli della fede anglicana sono incompatibili con l'essenza del cristianesimo". Fu accolto nell'"unico ovile di Cristo" - si legge nel suo Diario - dal padre passionista Domenico Barberi, dichiarato beato nel 1963. Nello stesso anno, pubblicò una delle opere principali: il Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana, in cui dichiara che "la Chiesa cattolica è formalmente dalla parte della ragione". Della sua conversione al cattolicesimo, scriverà nell'Apologia pro vita sua: "Ebbi l'impressione di entrare in un porto sereno dopo una traversata agitata; da allora, la mia felicità è rimasta immutata".

 

La gioia pensosa. All'amico Pusey, scrisse che fu lo studio delle origini del Cristianesimo e dei Padri della Chiesa - in particolare degli "amici del IV secolo", Ambrogio, Atanasio, Basilio, Crisostomo e Gregorio il Nazianzeno - a convincerlo ad abbracciare la "vera fede" cattolica. Di San Filippo Neri lo attirò soprattutto quella che lo scrittore tedesco Goethe definì la "gioia pensosa". Nel 1879, Papa Leone XIII lo nominò cardinale, riconoscendogli "genio e dottrina". Celebrò la sua ultima Messa pubblica il giorno di Natale del 1889. Per sua volontà, sulla tomba fu incisa la frase: Ex umbris et imaginibus in veritatem (Dalle ombre e dalle immagini alla verità).

 

Dottore della Chiesa. Newman "nacque in un'epoca travagliata", in cui "le vecchie certezze vacillavano e i credenti si trovavano di fronte alla doppia minaccia, del razionalismo da una parte e del fideismo dall'altra", ebbe a dire Giovanni Paolo II. "La contemplazione appassionata della verità" indusse Newman ad "una accettazione liberatoria dell'autorità le cui radici sono in Cristo e a un senso del soprannaturale che apre la mente e il cuore umani a una vasta gamma di possibilità rivelate in Cristo". Il "genio di Newman" - dichiarò sempre Papa Wojtyla, in occasione del bicentenario della nascita del cardinale che egli stesso proclamò Venerabile il 22 gennaio 1991 - era caratterizzato da "una profonda onestà intellettuale, fedeltà alla coscienza e alla grazia, pietà e zelo sacerdotale, devozione alla Chiesa di Cristo e amore per la sua dottrina, incondizionata fiducia nella Provvidenza e assoluta obbedienza al volere di Dio". Perciò, John Henry Newman è considerato un dottore della Chiesa moderna e uno dei "padri assenti" del Concilio Vaticano II.  Sir

 

 

 

 

No all'aborto, la precisazione dei vescovi. «Non è un valore superiore ad altri»

 

«La Chiesa non considera i valori della bioetica più importanti di quelli sociali»

 

CITTÀ DEL VATICANO - La Chiesa è contro l'aborto, ma non considera i valori della bioetica più importanti di quelli sociali. È questo il cuore di un documento redatto dagli otto vescovi della Liguria in vista delle regionali, che ha come primo firmatario Angelo Bagnasco, e che è stato diffuso dalla Conferenza episcopale italiana. Le osservazioni sul «no all'aborto» contenute nel documento suonano come una precisazione rispetto a quanto affermato lunedì da Bagnasco. Il porporato aveva indicato infatti la difesa della vita, anche dal «delitto incommensurabile» dell'aborto, come un valore «non negoziabile» su cui basare le proprie scelte elettorali. Il documento dei presuli liguri parte invece da un appello alla riconciliazione degli animi, in vista dell'appuntamento delle regionali, arrivando a sostenere che il rispetto della vita umana e del matrimonio tra uomo e donna, ma anche il diritto al lavoro e alla casa, l'integrazione degli immigrati sono tutti «valori che non possono essere selezionati secondo la sensibilità personale, ma vanno assunti nella loro integralità». «A questo riguardo - si legge nel documento dei vescovi della Liguria - il criterio guida per un sapiente discernimento tra le diverse rappresentanze è l'impegno programmatico, chiaramente assunto, di assicurare il pieno rispetto di quei valori che esprimono le esigenze fondamentali della persona umana e della sua dignità, valori che sono la condizione e il fondamento di una società veramente solidale».

BERSANI E BONINO - Ad intervenire nel dibattito suscitato già lunedì dal discorso del cardinale Bagnasco sull'aborto è stato il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. «Rispettiamo il messaggio della Chiesa, mentre non mi sembra che il centrodestra faccia altrettanto: vedo dichiarazioni della maggioranza non rispettose dell'autonomia della Chiesa», ha detto il segretario dei democratici sottolineando che proprio le Regioni guidate dal centrosinistra sono quelle che hanno messo più risorse finanziare per "prevenire" l'aborto. «I cattolici non sono un pacco voti che si spostano a pacchi e a tonnellate» ha aggiunto la candidata del centrosinistra alla presidenza della Regione Lazio Emma Bonino» rispondendo ad una domanda del Gr di Tele Radio Stereo sul «perché un cattolico di centro-sinistra dovesse fidarsi di lei». «Un cattolico, come tutti gli altri, ha molto a cuore la libertà di scelta- ha detto la Bonino - il libero arbitrio è l'essenza di ogni religione perlomeno questo mi spiegava mia madre che era una cattolica praticante: credo che nessun cattolico voglia imporre ad altri quelle che sono le sue scelte; questo è il senso della laicità inclusiva- ha aggiunto la Bonino - il ruolo delle istituzioni deve essere quello di stabilire delle norme in cui possano convivere credenti, non credenti e diversamente credenti, perché le scelte individuali attengono alle persone e non alle istituzioni, che non debbono dare dei valori».

FAREFUTURO - Nel dibattito su aborto e politica interviene anche Ffwebmagazine. «Il Pdl - scrive il periodico online della Fondazione Farefuturo - non può appiattirsi sulla Cei». «Sarebbe il sintomo - aggiunge - di un Pdl più realista del re, insomma, viste anche le dichiarazioni di oggi dei vescovi liguri ('aborto e valori sociali non vanno divisi'). Non sarebbe giusto - continua Ffwebmagazine - non sarebbe lungimirante, non sarebbe rispettoso della complessità dell'Italia reale. Che invece ha bisogno di un grande partito fatto di credenti e di non credenti, di laici e di fedeli, di atei e di cattolici. Che senso ha trascinare queste ultime fasi di una campagna elettorale 'locale' sul terreno scivoloso delle questioni 'eticamente sensibili'? Perché tagliare fuori dal proprio orizzonte tutto un pezzo d'Italia, nell'illusione di inseguire qualche voto in più, sarebbe quantomeno un atto di miopia. E sarebbe il segnale di un partito, un grande partito, che anziché accogliere tutte le anime di un paese, le seleziona all'ingresso». «Nulla di scandaloso - scrive ancora Federico Brusadelli proposito dell'intervento di Bagnasco - perché si tratta di posizioni coerenti con la dottrina della Chiesa e con le posizioni da sempre espresse dalla Conferenza episcopale italiana e dal Vaticano. Così come assolutamente non 'scandalosà (ma legittima, anzi auspicabile per chi crede nella libertà di espressione) è l'intenzione dei vescovi di far ascoltare la loro voce a chi fra pochi giorni si recherà alle urne. Il punto è un altro. E, come sempre quando si affrontano questi temi, non è religioso dottrinario, ma esclusivamente politico».  CdS 23

 

 

 

 

Scandalo abusi. La svolta decisa. La Chiesa è uscita dal silenzio: e la società?

 

In questi giorni un'onda mediatica sembra voler colpire tutto e tutti, mettendo ad esempio insieme le drammatiche perversioni di alcuni sacerdoti con le diffuse punizioni corporali, come bacchettate e schiaffi, che erano tipiche di una mentalità educativa di un tempo.

In qualche caso si ha l'impressione di un attacco frontale all'intera Chiesa. Per altri è l'occasione per riproporre il matrimonio dei sacerdoti visto come rimedio alla pedofilia, come se non si sapesse che il maggior numero di episodi di violenza sui minori avviene proprio in famiglia e per opera di genitori sposati. E non a caso Benedetto XVI ha ribadito "il valore del sacro celibato, segno della consacrazione con cuore indiviso al Signore e alle 'cose del Signore', espressione del dono di sé a Dio e agli uomini".

Non si può comunque nascondere che, di fronte alla gravità di episodi che in questi ultimi cinquant'anni hanno turbato varie nazioni, vi è stata una debolezza di non poche diocesi che di fronte a questi drammi a sfondo sessuale hanno scelto di lavare i panni sporchi in casa, un metodo anche questo molto diffuso nella società civile, ma che ha minato la fiducia di chi a quelle Chiese si affidava.

La svolta decisa della Chiesa è partita proprio da Benedetto XVI quando era collaboratore di Giovanni Paolo II e ancor più ora come Papa. Non solo ha squarciato questo velo di omertà, ma indicendo l'Anno Sacerdotale ha inteso proprio "promuovere l'impegno d'interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi". Pochi giorni fa il Papa è tornato sulla figura del sacerdote: "Pericolosi riduzionismi hanno presentato il sacerdote quasi come un 'operatore sociale'… I fedeli laici troveranno in tante altre persone ciò di cui hanno bisogno, ma solo nel sacerdote potranno trovare quella Parola di Dio che deve essere sempre sulle sue labbra".

EVARISTO CAMPOMORI, direttore "Il Nuovo Diario Messaggero" (Imola)

 

 

 

 

Chiesa e pedofilia: "Basta col silenzio". Anche in Italia l'associazione delle vittime

 

Appello a tutti coloro che hanno subito violenze da parte di preti e religiosi

Appuntamento a settembre. Caso agghiacciante a Verona: violenze sui piccoli sordomuti - di MARCO ANSALDO

 

CITTA' DEL VATICANO - Il senso del programma è già nel titolo: "Anch'io ho subito violenza dal prete". E il manifesto scelto, solo in apparenza un paradosso: un bambino che porta la sua croce, trascinandola sulla tonaca nera di un sacerdote impassibile. La rabbia delle vittime è tanta, covata a volte per decenni, e le parole forti usate dal Papa nella sua Lettera pastorale contro i preti pedofili sono appena un balsamo sulle ferite ancora aperte.

 

Adesso però basta con il silenzio. Anche in Italia, i genitori di bambini abusati dai sacerdoti hanno deciso di reagire. Gruppi di famiglie si sono mobilitati organizzando, per il 25 settembre, a Verona, il loro primo incontro. E hanno chiamato a raccolta tutti coloro che sono stati abusati, molestati, violentati dai sacerdoti in seminari e parrocchie. Un raduno che avrà come titolo "Noi vittime dei preti pedofili".

 

Nel Nord Italia, fra Brescia, Mantova e Verona, sono tante le persone che stanno iscrivendosi all'incontro, attraverso l'indirizzo mail lacolpalibero. it. Un'iniziativa sorta anche con il contributo dell'Associazione "Antonio Provolo" di Verona, da decenni impegnata nel sostegno a bambini sordi, che lo scorso anno ha denunciato decine di casi di bambini abusati dai sacerdoti. Spiega il loro portavoce udente, Marco Lodi Rizzini: "Molta gente si vergogna di avere subito violenza, anche se la colpa non è loro. Scopo di questa iniziativa è di dare il coraggio di uscire allo scoperto. Noi indichiamo una strada. Poi la giustizia farà il suo corso".

 

Agghiacciante è il caso di quest'istituto di Chievo, dove per trent'anni, fino al 1984, molti piccoli sordi e muti furono abusati dai sacerdoti. "Bambini - ricorda Lodi Rizzini - messi in istituto dalle famiglie, e che ovviamente non potevano esprimersi e spiegare quel che accadeva". Sevizie patite nei luoghi più sacri, dentro i confessionali o dietro gli altari. Lo scorso anno 15 di loro, ormai fra i 40 e i 70 anni, hanno infine pubblicato le violenze subite, con tanto di firme e testimonianze video. Per tre anni l'istituto aveva chiesto inutilmente l'intervento della Curia di Verona. Ora il vescovo Giuseppe Zenti, denunciato dall'Associazione, dovrà presentarsi in tribunale per un'udienza fissata dai magistrati il 9 giugno prossimo.

 

"La triste storia in cui ci troviamo - dice a Repubblica una delle famiglie del Nord Italia coinvolte negli abusi - ci ha insegnato che per le vittime e per i parenti delle vittime è di aiuto il confronto con altre persone che hanno attraversato il medesimo dramma. Nel caso poi di violenze perpetrate da religiosi si aggiunge la sofferenza del rapporto con l'istituzione ecclesiastica. Così abbiamo pensato di tentare un collegamento fra noi".

 

All'incontro di Verona saranno presenti dei professionisti per un confronto sulle questioni psicologiche, sociali e legali. Una mobilitazione concreta anche sul piano operativo. Le famiglie hanno compilato un data-base, con i casi già noti in Italia e pubblicati sui giornali negli ultimi anni, e una bibliografia ragionata su libri e testi che hanno approfondito la pedofilia ecclesiale.

 

Ma il fenomeno è trasversale in Italia. E molto spesso è lo stesso fronte cattolico a tenere utilmente conto di numeri, dati e statistiche. La rivista Il Regno, quindicinale di attualità e documenti edita a Bologna dai sacerdoti dehoniani, enumera decine di casi nel periodo 2005-08. L'Associazione "Meter" di don Fortunato Di Noto, da anni attiva a Palermo contro la pedofilia, ha seguito solo lo scorso anno 824 casi di abusi con il supporto psicologico dei propri volontari. E adesso un'altra organizzazione, "La caramella buona", di Reggio Emilia, attraverso il suo presidente Roberto Mirabile vuole di più: "Che il Papa vada oltre la giusta presa di posizione sui preti pedofili nel mondo, e chieda ora ai vescovi italiani di fare chiarezza su troppi episodi oscuri a casa nostra".  LR 22 

 

 

 

 

 

Un tempo di ripensamento. Benedetto XVI sulla responsabilità etica dell'imprenditore

 

La crisi economica e finanziaria "va vissuta con fiducia, perché può essere considerata un'opportunità dal punto di vista della revisione dei modelli di sviluppo e di una nuova organizzazione del mondo della finanza". Lo ha detto Benedetto XVI, ricevendo il 18 marzo in udienza gli imprenditori romani, alla vigilia della festa di san Giuseppe, definito "un esempio per tutti coloro che operano nel mondo del lavoro". "La realtà imprenditoriale romana, formata in gran parte da piccole e medie imprese - ha esordito il Papa - è una delle più importanti associazioni territoriali appartenenti alla Confindustria, che oggi opera anch'essa in un contesto caratterizzato dalla globalizzazione, dagli effetti negativi della recente crisi finanziaria, dalla cosiddetta 'finanziarizzazione' dell'economia e delle stesse imprese". "Una situazione complessa - ha ammesso il Papa - perché la crisi attuale ha sottoposto a dura prova i sistemi economici e produttivi". Affinché la crisi possa essere invece "un tempo nuovo di profondo ripensamento", la strada da seguire è quella tracciata dalla "Caritas in veritate", che "da una fase di sviluppo in cui si è privilegiato ciò che è materiale e tecnico, rispetto a ciò che è etico e spirituale" - ha ricordato Benedetto XVI - esorta "a porre al centro dell'economia e della finanza la persona" e propone che "la politica non sia subordinata ai meccanismi finanziari". "Fare impresa possibile anche quando si perseguono fini di utilità sociale", ha detto Aurelio Regina, presidente dell'Unione degli industriali e delle imprese di Roma, salutando il Papa: "Proprio nella competizione economica e non soltanto fuori di essa - ha assicurato - vogliamo impegnarci a vivere rapporti autenticamente umani di solidarietà e di reciprocità".

 

Appello per "lavoro dignitoso". "L'aumento della disoccupazione, specie giovanile, l'impoverimento economico di molti lavoratori e l'emersione di nuove forme di schiavitù, esigono come obiettivo prioritario l'accesso ad un lavoro dignitoso per tutti". Rinnovando l'appello contenuto nella "Caritas in veritate", il Papa ha ricordato che "il lavoro è un bene per l'uomo, per la famiglia e per la società, ed è fonte di libertà e di responsabilità", e ha rivolto un appello a riguardo non solo agli imprenditori, ma anche a tutti gli "altri soggetti sociali" coinvolti. "Nessuno ignora quanti sacrifici occorre affrontare per aprire o tenere nel mercato la propria impresa", ha riconosciuto il Pontefice, secondo il quale "in particolare le piccole e medie imprese risultano sempre più bisognose di finanziamento, mentre il credito appare meno accessibile ed è molto forte la concorrenza nei mercati globalizzati, specie da parte di quei Paesi dove non vi sono - o sono minimi - i sistemi di protezione sociale per i lavoratori". Ne deriva che "l'elevato costo del lavoro rende i propri prodotti e servizi meno competitivi e sono richiesti sacrifici non piccoli per non licenziare i propri lavoratori dipendenti e consentire ad essi l'aggiornamento professionale". Di qui la necessità di "saper vincere quella mentalità individualistica e materialistica che suggerisce di distogliere gli investimenti dall'economia reale per privilegiare l'impiego dei propri capitali nei mercati finanziari, in vista di rendimenti più facili e più rapidi", partendo dalla consapevolezza che "le vie più sicure per contrastare il declino del sistema imprenditoriale del proprio territorio consistono nel mettersi in rete con altre realtà sociali, investire in ricerca ed innovazione, non praticare un'ingiusta concorrenza tra imprese, non dimenticare i propri doveri sociali ed incentivare una produttività di qualità per rispondere ai reali bisogni della gente".

 

Il "successo" dell'impresa. "L'impresa può essere vitale e produrre 'ricchezza sociale' se a guidare gli imprenditori e i manager è uno sguardo lungimirante, che preferisce l'investimento a lungo termine al profitto speculativo e che promuove l'innovazione anziché pensare ad accumulare ricchezza solo per sé". è il forte monito lanciato dal Papa agli imprenditori romani. Secondo Benedetto XVI, "la vita di un'impresa dipende dalla sua attenzione a tutti i soggetti con cui intesse relazioni, dall'eticità del suo progetto e della sua attività". "La stessa crisi finanziaria - la tesi del Pontefice - ha mostrato che entro un mercato sconvolto da fallimenti a catena, hanno resistito quei soggetti economici capaci di attenersi a comportamenti morali e attenti ai bisogni del proprio territorio". Del resto, "il successo dell'imprenditoria italiana, specie in alcune Regioni, è sempre stato caratterizzato dall'importanza assegnata alla rete di relazioni che essa ha saputo tessere con i lavoratori e con le altre realtà imprenditoriali, mediante rapporti di collaborazione e di fiducia reciproca".

 

Coerenza tra fini e mezzi. La Quaresima è un "tempo propizio per la revisione dei propri atteggiamenti profondi e per interrogarsi sulla coerenza tra i fini a cui tendiamo e i mezzi che utilizziamo". Il Papa ha concluso il suo discorso chiedendo agli imprenditori un esame di coscienza. "L'imprenditore attento al bene comune - ha ammonito Benedetto XVI - è chiamato a vedere la propria attività sempre nel quadro di un tutto plurale". Una "impostazione", questa, che "genera, mediante la dedizione personale e la fraternità vissuta concretamente nelle scelte economiche e finanziarie, un mercato più competitivo ed insieme più civile, animato dallo spirito di servizio". Alle imprese, dunque, serve un nuovo "umanesimo", "aperto a Dio e proprio per questo aperto all'uomo e ad una vita intesa come compito solidale e gioioso". sir

 

 

 

 

Pakistan: cristiano muore arso vivo perché non si voleva convertire all'Islam

 

La moglie denuncia la violenza ai poliziotti che la stuprano davanti ai due figli di 7 e 12 anni - Arshad Masih, aveva 38 anni. il suo datore di lavoro premeva per la conversione

 

MILANO - Un nuovo terribile caso di odio religioso. È morto l'autista cristiano di una ricca famiglia della città pakistana di Rawalpindi che venerdì era stato bruciato vivo da un gruppo di estremisti musulmani per essersi rifiutato di convertirsi all'Islam. Lo riferisce il Pakistan Christian Post, giornale online affiliato a un partito cristiano locale.

LA VICENDA - Arshad Masih, 38 anni aveva subito ustioni sull'80% del corpo e, secondo i medici dell'ospedale Sacra Famiglia dove era ricoverato, aveva poche probabilità di sopravvivere. Sua moglie, Martha Bibi, aveva inoltre detto di essere stata stuprata da alcuni poliziotti della caserma dove era andata per denunciare il caso. La violenza è avvenuta davanti ai tre figli della coppia che hanno un'età fra 7 e 12 anni. La donna lavorava come domestica insieme al marito dal 2005 presso una benestante famiglia musulmana. Negli ultimi tempi erano però emersi dissapori a causa della loro fede cristiana e di un sospetto furto avvenuto nella casa. Masih aveva ricevuto pressioni da parte del suo datore di lavoro per abbracciare la religione musulmana, ma lui si sarebbe rifiutato, secondo quanto riportato da AsiaNews, il sito internet del Pime (Pontificio Istituto Missioni Esteri) che per primo ha dato notizia della brutale aggressione. Negli ultimi tempi si sono ripetuti gli atti di violenza contro la minoranza cristiana pakistana che rappresenta l'1,6% della popolazione. Le organizzazioni cristiane locali si sono mobilitate lunedì chiedendo al governo della provincia del Punjab di punire i responsabili dell'omicidio e avviare un'inchiesta sulla violenza sessuale ad opera dei poliziotti. CdS 23

 

 

 

Pedofilia, accusati 6 religiosi di Ratisbona. Vittime: presto scandalo anche in Italia

 

Associazione: Ratzinger intervenga su vescovi italiani. - Bagnasco: non copriremo verità, ma no a strategie discredito

 

RATISBONA  - Non si ferma lo scandalo che ha coinvolto la diocesi di Ratisbona, quella a cui fa capo il coro di voci bianche diretto per trenta anni dal fratello maggiore del Papa, George Ratzinger: altre «sette persone» hanno mosso «accuse per abusi sessuali contro sei» religiosi ancora in vita. Lo ha reso noto il portavoce del vescovato di Ratisbona, Clemens Neck, precisando che sono due le denunce relative al coro stesso. «Cinque dei sei fatti contestati risalgono alla metà degli anni Settanta», ha precisato il portavoce in una conferenza stampa a Ratisbona, mentre il settimo è del 1984. Fra i sei sospettati vi sono due suore che però hanno dei problemi di “labilità psichica”. Le accuse riferite al coro del Duomo sono mosse nei confronti del religioso «Sturmius W.» (di cui si è già parlato nei giorni scorsi).

 

Ministro tedesco: Papa si pronunci anche su casi tedeschi. Il ministro della Giustizia tedesco, la liberal democratica Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (Fdp), ha auspicato che Papa Benedetto XVI si pronunci anche sui casi di abusi sessuali su minori commessi in passato negli ambienti della Chiesa cattolica tedesca. «Il Vaticano aveva annunciato che si sarebbe pronunciato in questa lettera soltanto sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica in Irlanda», ha detto la ministra al quotidiano Frankfurter Rundschau riferendosi alla lettera pastorale inviata dal Papa ai fedeli irlandesi sullo scandalo pedofilia. E ha auspicato che «possibilmente», Papa Benedetto si possa pronunciare «fra poco anche sui casi tedeschi».

 

Associazione italiana: il Papa chieda ai vescovi di fare luce. «La Chiesa ha il terrore che lo scandalo dei preti pedofili scoppi anche in Italia, ma è solo questione di settimane»: è questa la convinzione di Roberto Mirabile, presidente dell'Associazione antipedofilia "La Caramella buona" di Reggio Emilia, istituitasi parte civile in alcuni processi, come quello a carico di don Ruggero Conti, l'ex parroco romano accusato di abusi sessuali su minorenni.

«Il Papa fa bene a prendere posizione contro i preti pedofili nel mondo, ma ora dovrebbe andare oltre e chiedere ai vescovi italiani di fare chiarezza su troppi episodi oscuri a casa nostra» ha detto Mirabile in un appello a Benedetto XVI perché «renda conto dell'operato di due suoi alti prelati, come mons. Carlo Galli, decano di Legnano, e Gino Reali, vescovo di Porto-Santa Rufina». Secondo l'associazione, i due prelati erano stati informati del comportamento di don Ruggero Conti da alcune delle sue presunte vittime (il primo in un oratorio di Legnano negli anni '80, il secondo nella parrocchia di Selva Candida, alle porte di Roma), ma senza poi dare seguito alle denunce dei ragazzi. «Il vero problema sono i vescovi che stanno zitti, spostando i responsabili da una parrocchia all'altra - ha aggiunto Mirabile - Il Papa non aspetti una causa miliardaria, ma prenda i singoli vescovi e gli faccia una bella lavata di testa».

 

Bagnasco: non copriamo la verità, ma no a discredito generalizzato. Di fronte agli scandali di pedofilia, la Chiesa ha imparato da Benedetto XVI a non tacere o coprire la verità, «anche quando è dolorosa e odiosa; questo però non significa subire, qualora ci fossero, strategie di discredito generalizzate»: è quanto ha affermato il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, nella relazione di apertura del Consiglio episcopale permanente, il "parlamentino" dei vescovi italiani. Il porporato ha anche espresso al Papa la «vicinanza» dell'episcopato italiano: «Quanto più, da qualche parte, si tenta di sfiorare la sua limpida e amabile persona, tanto più il popolo di Dio a lui guarda commosso e fiero».

 

Vittime Usa presto a Roma: creano associazione tedesca. Rappresentanti di "Snap", l'associazione di vittime di preti pedofili basata negli Usa, saranno a Roma questa settimana a margine della creazione di un gruppo di sostegno per persone che hanno subito abusi sessuali da parte di religiosi nell'area di lingua tedesca: Germania, Austria e Svizzera, con un gruppo di autotutela per persone abusate da religiosi. La stessa associazione con sede a Chicago, avanzerà anche la «richiesta di un'inchiesta statale sulle diocesi tedesche» (come «ha fatto il governo irlandese»). IM 22

 

 

 

 

 

 

Si apre la fase diocesana del processo di canonizzazione di Mons. Tonino Bello

 

"È stata indetta per venerdì 30 aprile la prima sessione pubblica del processo di canonizzazione del Servo di Dio Antonio Bello". A renderlo noto la postulazione della causa di canonizzazione del vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, scomparso a 58 anni, nel 1993, dopo una lunga malattia. In quella data sarà presente il prefetto della Congregazione per le cause dei santi, mons. Angelo Amato, che presiederà la messa nella cattedrale di Molfetta (alle 18.30), al termine della quale "i membri del Tribunale ecclesiastico e tutti gli officiali della postulazione presteranno il loro giuramento nelle mani del vescovo. Si darà così inizio alla fase di ascolto dei testimoni circa le virtù eroiche del Servo di Dio".

 

Due anni per l'archivio della postulazione. Il processo ha avuto inizio il 20 aprile 2008, a 15 anni esatti dalla morte, con l'editto firmato da mons. Luigi Martella, vescovo della diocesi pugliese che fu retta dal Servo di Dio. Postulatore della causa venne nominato mons. Agostino Superbo, arcivescovo di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo e vicepresidente della Cei, che negli anni dell'episcopato di don Tonino fu rettore del Pontificio Seminario regionale di Molfetta. A spingere il vescovo a dare il via alla causa di canonizzazione, spiega mons. Domenico Amato, teologo, direttore del settimanale diocesano "Luce e Vita" e dell'Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali, le moltissime "istanze, petizioni e richieste giunte perché si riconoscesse la santità di don Tonino. Lettere che si sono intensificate a mano a mano che si andava avanti nel tempo. Fra le tante petizioni spiccano quelle di tanti vescovi. E così mons. Martella decideva di costituirsi attore della causa, compiendo gli adempimenti necessari e chiedendo il nulla osta alla Congregazione per le cause dei santi". In questi due anni la Commissione storica ha raccolto tutto il materiale inedito e privato del Servo di Dio, costituendo l'archivio della postulazione. La raccolta proseguirà, ma frattanto, a partire da aprile, il Tribunale ecclesiastico ascolterà i testimoni, che "dovranno raccontare - sottolineano dalla postulazione - come mons. Bello ha vissuto e testimoniato le virtù cristiane della fede, speranza, carità, giustizia, fortezza, temperanza… in maniera eroica".

 

Fama di santità. "La fama della sua santità si è diffusa e continua a diffondersi", scrisse mons. Luigi Martella nel dicembre 2007, una volta ottenuto il "nulla osta" della Congregazione per le cause dei santi. "Il suo ministero episcopale - proseguiva il vescovo - ha inciso profondamente con il dono della parola illuminante e affascinante, con la profezia dei gesti, con l'impegno per la pace, con l'attenzione privilegiata verso i poveri e gli emarginati. Il suo stile di vita semplice e coinvolgente, rispettoso e amabile continua ad esercitare un benefico influsso su molti: giovani, adulti, persone consacrate, sacerdoti e perfino su persone che non condividono la stessa fede cristiana. Siamo convinti che il suo esempio contribuisce a mantenere vivo lo spirito di servizio e aiuta numerosi fedeli a dare forma autenticamente evangelica alla propria vita".

 

La biografia del Servo di Dio. Antonio Bello nasce ad Alessano (Lecce) il 18 marzo 1935. Entrato nel Seminario di Ugento, completa i suoi studi nel Pontificio Seminario regionale di Molfetta e nel seminario Onarmo di Bologna. Ordinato sacerdote, l'8 dicembre 1957 è nominato vicerettore nel Seminario minore di Ugento. Qui svolge il suo ministero per 22 anni dando prova di grande rigore su se stesso e dedizione totale nei confronti dei ragazzi. Nel 1969 diviene assistente dell'Azione Cattolica; nel 1978 è inviato dal vescovo nella parrocchia del Sacro Cuore di Ugento come amministratore parrocchiale, e dopo meno di un anno viene nominato parroco nella Chiesa Madre di Tricase. Eletto vescovo il 10 agosto 1982 delle diocesi di Molfetta, Giovinazzo, Terlizzi e il 30 settembre dello stesso anno di Ruvo di Puglia, è ordinato il 30 ottobre 1982 e successivamente, il 21 novembre 1982, fa l'ingresso a Molfetta. Subito si mette all'opera incontrando le varie realtà pastorali della diocesi: egli attua la sua carità pastorale visitando continuamente tutte le parrocchie e interessandosi della vita delle associazioni e dei gruppi. Avvia anche un deciso rinnovamento della vita pastorale secondo le indicazioni provenienti dal Concilio, dal magistero del Papa e dalla Chiesa italiana. Tutti trovano accoglienza nel suo cuore e tutti trovano accesso alla sua persona per ricevere un colloquio, un consiglio o un aiuto. Nel 1985 è nominato presidente nazionale di "Pax Christi", facendosi profeta di giustizia sulle vie della pace fino all'ultimo suo respiro. La malattia lo coglie in maniera improvvisa: egli non si scoraggia ma vive con estrema fiducia anche i momenti più dolorosi, rendendo il suo letto di dolore un "altare scomodo" da cui continua a esortare, a incoraggiare, a stare a fianco del suo popolo. Muore a Molfetta il 20 aprile 1993. I funerali, celebrati sulla piazza antistante l'antico Duomo, sono seguiti da una folla innumerevole di persone giunte da tutta l'Italia. sir

 

 

 

 

 

San Marino. La condizione dell'uomo senza Dio nella lettera del vescovo Luigi

 

"Noi rischiamo di consumare i contenuti fondamentali della nostra fede, rischiamo di ridurla a fatti sentimentali capaci di provocare reazioni più o meno lunghe, più o meno soddisfacenti, comunque consolanti, non in grado di immergerci, nuovi, nel flusso della storia della nostra vita e della vita della società". È il richiamo di mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, nel messaggio per la Pasqua pubblicato nell'editoriale del numero di marzo del periodico diocesano "Montefeltro". Il vescovo avverte che "consumiamo anche la fede quando noi enunciamo una serie di contenuti ideologici, sociali, pastorali, sui quali discettiamo, con maggiore o minor pertinenza, o su cui lasciamo discettare le persone che magari sono lontanissime dal punto di vista della loro esperienza personale ma che pure parlano delle nostre cose più sacre come se fossero oggetti della loro conoscenza". In questo senso, sottolinea mons. Negri, "la morte e la resurrezione del Signore sono un fatto presente, che investe la nostra umanità e pone di fronte alla nostra umanità una inedita e, per certi aspetti, incomprensibile possibilità, quella della piena realizzazione della nostra umanità secondo le dimensioni con cui il mistero stesso di Dio ci aveva pensato e che ci aveva comunicato all'origine della nostra vita". Per superare queste difficoltà, "la fede di questa Pasqua deve essere un'altra cosa" e richiamarsi "alla fede semplice, robusta e granitica della Chiesa da 2000 anni".

 

Cammino inesorabile. La fede in questa Pasqua 2010, prosegue mons. Negri, è "la fede di chi riconosce che il crocifisso risorto è per noi, è davanti a noi e ci invita ad un coinvolgimento totale ed esistenziale con lui perché anche la nostra vita, con la sua e dietro la sua, sia un cammino lento, graduale, ma inesorabile verso l'esperienza piena della sua resurrezione in noi". Un richiamo alla fede "più radicale e più semplice" che, oggi, è "come se ricevesse nel mondo in cui viviamo una singolare e quasi non voluta conferma". La presenza di Cristo nella Chiesa la si incontra "nel mistero del suo essere nella Chiesa, per la Chiesa, con la Chiesa, guida delle nostre intelligenze e dei nostri cuori attraverso la evangelizzazione; guida e sostegno della nostra vita personale attraverso i sacramenti al cui vertice sta il sacramento dell'Eucaristia, soprattutto 'forma' di quella comunità ecclesiale che, animata dalla carità, sa sperimentare, giorno dopo giorno, nella concretezza dell'esistenza, che la resurrezione che il Signore ha vissuto per sé non è stata tenuta per sé, ma interviene, agisce, cambia e fermenta la nostra vita personale". Per il vescovo, l'uomo senza Dio si trova di fronte ad una situazione insostenibile: "La povertà della vita della nostra società, il dilagare in essa della violenza come espressione di vita individuale tesa esclusivamente al raggiungimento del proprio particolare benessere. Un edonismo che ha raggiunto livelli di sacrificio anche di persone umane incredibile, e che rivela responsabilità di migliaia e migliaia di persone e di strutture nazionali e internazionali, che sembrano gestite da persone assolutamente irreprensibili. Gli scoppi di lotte religiose e tribali che insanguinano da decenni l'Africa e la cui estrema, terribile espressione è stata questo omicidio in massa di 500 nostri fratelli cristiani". Inoltre, aggiunge mons. Negri, segnali di questo decadimento sono anche "il disintegrarsi della famiglia, ormai sottoposta ai ritmi dell'edonismo e quindi ridotta ad essere semplicemente una coabitazione temporanea, e la crisi vasta di giovani che sono già precocemente oggetto di vizi e di malattie dell'età adulta, per non dire della vecchiaia: etilismo, droga e la cui vita è caratterizzata da un sostanziale disinteresse verso tutto e verso tutti che non sia l'incremento del proprio particolare ed egoistico benessere".

 

Pienezza reale. L'uomo senza Dio, ribadisce il vescovo, "finisce per ridursi a un'apostasia dell'uomo da se stesso" e, come "schiaffeggiati da questa miseria" che colpisce l'umanità, "ci sentiamo di patire nel profondo del nostro cuore tutta questa immensa incertezza, tutta questa incapacità ad essere noi stessi, tutta questa miseria umana, materiale, spirituale e culturale" tanto che "siamo costretti a guardare ad altro, oltre noi stessi, siamo costretti a scorgere i lineamenti di quel volto crocifisso e risorto al quale dobbiamo la via, la verità, la vita della nostra esistenza". L'augurio pasquale di mons. Negri è, dunque, quello "di poter ritrovare la radicale semplicità dei primi che lo hanno riconosciuto continuamente presente fra di loro, si sono affidati a lui nonostante i limiti, gli errori, le contraddizioni, i tradimenti come Pietro ma che riprendendo continuamente a riconoscerlo, hanno camminato verso una pienezza incredibile, eppure reale". sir

 

 

 

 

Foggia. La fede, il rito, la vita. L'arcivescovo Francesco sul tema dei sacramenti

 

"I sacramenti, in particolare quelli della iniziazione cristiana, inaugurano un mondo nuovo, una nuova creazione, nel Cristo risorto. La morte e la risurrezione di Cristo, infatti, hanno dato un senso nuovo e un valore nuovo alla vita dell'uomo, alla sua storia, al suo mondo. E con il Battesimo, la Confermazione e l'Eucaristia, tutta la vita del cristiano in questo mondo viene posta sotto il segno del Mistero pasquale". Con queste parole mons. Francesco Pio Tamburrino, arcivescovo metropolita di Foggia-Bovino, si rivolge alla comunità diocesana durante il periodo quaresimale con la lettera pastorale "Dal fianco trafitto di Cristo sgorgano i sacramenti della Chiesa". Dopo il biennio dedicato all'approfondimento della Parola di Dio, la diocesi di Foggia-Bovino si è interrogata sulla vita liturgica a partire dal convegno diocesano "Celebriamo la Pasqua del Signore" (18-19 aprile 2008), cui ha fatto seguito la lettera pastorale "Liturgia evento di Salvezza". Quest'anno, nel fare memoria di quanto emerso durante il secondo convegno diocesano "Per mezzo dei Sacramenti ci rendi partecipi del Mistero di Gloria" (20-21 aprile 2009), mons. Tamburrino ha voluto concludere la riflessione sulla dimensione liturgico-sacramentale della Chiesa locale con questa nuova lettera pastorale. Per l'immagine della copertina è stata scelta una croce di minuscole dimensioni del XIX secolo, destinata alla protezione dei bambini battezzati.

 

Il legame vitale. Nella lettera, mons. Tamburrino ricorda che "il punto di riferimento irrinunciabile, verso cui si orienta la vita dei credenti e dal quale attinge energia e vita, è la celebrazione dei misteri di Cristo" perché "nella vita della Chiesa, la liturgia ha una collocazione idealmente mediana: essa è 'culmine e fonte', punto di arrivo dell'annuncio evangelico e punto di partenza del servizio alla comunità e al mondo". Il documento è articolato in due parti: "Il Mistero pasquale nei sacramenti della Chiesa" e "Cristo medico e i suoi farmaci". Dal testo emerge che "la dimensione sacramentale della vita cristiana non riguarda soltanto il legame vitale che essa stabilisce tra l'uomo e Cristo mediante l'iniziazione cristiana; essa struttura anche la vita sociale ed ecclesiale del credente". In questo senso, "è doveroso riconoscere l'enorme lavoro pastorale che viene compiuto dalle nostre comunità parrocchiali e incoraggiarle a rispondere con fedeltà alle esigenze di tutte le età dei cristiani". Per l'arcivescovo, "i risultati positivi raggiunti e il bene che già esiste vanno continuamente consolidati e ampliati, mentre si succedono le generazioni e altri, più giovani, si inseriscono nei servizi pastorali e liturgici". Infatti, "la forza e la profondità di vita spirituale delle nostre parrocchie" dipendono "in gran parte dal numero e dalla preparazione qualificata degli operatori pastorali" perché "la destinazione dei servizi è la comunità: dalla importanza somma che i sacramenti rivestono, deriva la necessità che i fedeli comprendano facilmente i segni dei sacramenti e li frequentino in modo il più assiduo possibile, perché tali segni raggiungano lo scopo di alimentare la vita cristiana, per cui sono stati istituiti". Parlare dei sacramenti oggi, sottolinea mons. Tamburrino, è "una sfida che interpella a vari livelli la comunità cristiana". Per questa ragione, "l'attenzione delle nostre comunità deve volgersi al contributo che la cultura contemporanea può offrire alla nostra riflessione sui sacramenti" ma "anche è necessario riscoprire ed evidenziare il fondamento biblico, curare la sacramentalità della Parola nell'annuncio liturgico e il raffronto con l'esperienza del sacramento, acquisita nella comunità".

 

Uso della parola e libri liturgici. All'interno della Chiesa, prosegue l'arcivescovo, "si costata una grande disparità tra le energie spese per la preparazione ai sacramenti e quelle impiegate per accompagnare i fedeli dopo la loro celebrazione, con l'inevitabile conseguenza di accrescere il distacco tra la fede e il rito e tra la fede e la vita". È necessario avvalersi, dunque, dell'"arte dell'uso della parola che può permettere ai fedeli di entrare nel mistero, e ne può favorire l'esperienza" coinvolgendo "le facoltà cognitive e la corporeità dell'uomo". Un altro punto di riferimento nella formazione e approfondimento dei riti sacramentali, aggiunge l'arcivescovo, sono "i libri liturgici" necessari "per comprendere i contenuti e il valore dei vari elementi della celebrazione". Conclude mons. Tamburrino: "Lo studio e la meditazione dei testi liturgici aiuterà ad acquisire uno stile di celebrazione semplice e decoroso, che non si esaurisce in una meccanica esecuzione del 'cerimoniale', ma penetra nell'anima profonda del rito e ne apre i tesori a tutto il popolo. La ricchezza dei nuovi libri liturgici, e in particolare dei Rituali dei sacramenti, messa a disposizione di tutti, aiuterà i singoli fedeli e le famiglie cristiane a trasformare in preghiera anche le situazioni quotidiane e ad evangelizzare il linguaggio e la vita". RICCARDO BENOTTI

 

 

 

 

 

 

Missbrauch in der Kirche. Zollitsch: Ja, es wurde vertuscht

 

Der Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz, der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch, hat eingeräumt, dass in der katholischen Kirche Fälle sexuellen Missbrauchs bewusst verschleiert wurden. „Ja, das hat es bei uns gegeben“, sagte Zollitsch in einem Interview mit dem Nachrichtenmagazin „Focus“. Seit Jahren jedoch steuere die Katholische Kirche „den entgegengesetzten Kurs“. Sexueller Missbrauch von Minderjährigen sei über Jahrzehnte in der gesamten Gesellschaft vertuscht worden. Auch wenn immer deutlicher werde, dass „die meisten Fälle außerhalb des kirchlichen Raumes“ geschähen, seien sie in der Kirche besonders schlimm, sagte Zollitsch. „Dass Übergriffe in solcher Zahl auch in unseren Einrichtungen stattgefunden haben, beschämt mich und bewirkt in mir ein großes Erschrecken. Jeder einzelne Fall verdunkelt das Gesicht der ganzen Kirche.“

Im Gegensatz zu den bayerischen Bischöfen sehe er eine Anzeigepflicht bei Verdachtsfällen kritisch. Er höre immer wieder von Fällen, bei denen Opfer über ihr Leid sprechen wollten, aber eine Anzeige ausdrücklich nicht wünschten, sagte Zollitsch dem „Focus“. „Das stürzt uns moralisch in Probleme, da wir ja dennoch daran interessiert sind, dass Täter überführt werden und der staatliche Prozess zu einem Urteil kommt.“ Seines Erachtens verlange der Weg zur Staatsanwaltschaft zudem Anhaltspunkte für eine mutmaßliche Tat. „Immerhin kann man Menschen durch falsche Beschuldigungen geistig umbringen. Darüber wird vielleicht in der momentanen erhitzten Situation zu wenig nachgedacht.“

 

Zu den Angriffen auf Papst Benedikt XVI., in dessen Münchner Zeit ein Missbrauchsfall verschleiert wurde, sagte Zollitsch, dies sei weder auf Weisung noch mit Kenntnis des damaligen Erzbischofs geschehen. Joseph Ratzinger habe „in seiner Zeit an der Spitze der Glaubenskongregation entscheidende Impulse für eine drastische Verfolgung solcher Straftaten gegeben und als Papst sich in den Vereinigten Staaten und jüngst durch seinen Brief an die irischen Gläubigen unzweideutig positioniert“.

Regensburger Bischof Müller: Kirchenfeindliche Haltung wie im 3. Reich

Der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller hat den Medien wegen ihre Berichterstattung über die Missbrauchsfälle durch Geistliche unterdessen eine „Kampagne gegen die Kirche“ vorgeworfen. Wie der Bayerische Rundfunk am Sonntag berichtete, sagte der Bischof am Samstag bei einer Predigt im Regensburger Dom, den Medien gehe es darum, „heute die Glaubwürdigkeit der Kirche zur erschüttern“. Müller habe die Berichterstattung in den Medien mit der kirchenfeindlichen Haltung des nationalsozialistischen Regimes verglichen. Der Bischof habe die Katholiken aufgerufen, der Kirche treu zu bleiben, „so wie auch damals die Katholiken und Katholikinnen treu gewesen sind, der Kirche Jesu Christi“.

Müller beklagte dem Bericht zufolge, die Menschen würden „manipuliert durch verkürzte Berichte, durch ständige Wiederholung von Vorgängen aus alter Zeit“. So werde der Eindruck erweckt, dass die Kirche eine Institution sei, „wo die Leute völlig verdorben sind“.

Sexueller Missbrauch von Kindern ist „Todsünde“

Das Bistum veröffentlichte ferner einen Hirtenbrief Müllers, in dem er den sexuellen Missbrauch von Kindern als „Todsünde“ verurteilt und zugleich die „medialen Angriffe“ scharf kritisiert. Er tadelte den Versuch, die ganze katholische Kirche und ihre Einrichtungen in Misskredit zu bringen. Geistliche müssten derzeit auf der Straße abschätzigen Blicken und Beleidigungen am Telefon ertragen. „Solche, die um jeden Preis die katholische Kirche um ihren guten Ruf bringen wollen, haben sich die 'Regensburger Domspatzen' als Opfer ausgesucht.“ Ein „Glanzstück“ des Bistums Regensburg solle in den Dreck gezogen werden.

Den Kindesmissbrauch durch Priester verurteilt der Bischof in dem Schreiben als einen „Vertrauensbruch im allerschlimmsten Sinn“. Alle deutschen Bischöfe seien sich einig, dass sie eine ehrliche Aufklärung wollten, „frei von falscher Rücksichtnahme, selbst wenn Vorfälle gemeldet werden, die schon lange zurückliegen“. Dazu gehöre auch die Unterstützung der Kirche bei der Verfolgung sexuellen Missbrauchs Minderjähriger durch die staatlichen Strafverfolgungsbehörden. „Die Opfer haben ein Recht darauf.“

CDU warnt vor Vertrauensverlust der Kirchen

CDU-Generalsekretär Hermann Gröhe hat die Kirchen in Deutschland zu umfassender Aufklärung der Kindesmissbrauchsfälle in ihren Reihen aufgefordert, damit sie verlorenes Vertrauen zurück gewönnen. Zugleich verteidigte Gröhe den Papst und warnte von „antikatholischen Tendenzen“ in der Missbrauchs-Debatte.

Die Kirchen liefen Gefahr, „in ihrer Glaubwürdigkeit, in ihrer moralischen Wächterfunktion erschüttert zu werden“, sagte Gröhe der „Frankfurter Allgemeinen Zeitung“ (Montagausgabe). „Für den moralischen Grundwasserspiegel in unserem Land ist es wichtig, dass verlorenes Vertrauen zurück gewonnen wird“, verlangte Gröhe und mahnte: „Der Wunsch, das Ansehen der Kirche zu schützen, darf einer Aufklärung nicht im Wege stehen.“

Es sei daher gut, dass inzwischen auch innerhalb der Führung der katholischen Kirche in Deutschland „von inakzeptabler Vertuschung in der Vergangenheit“ der Kindesmissbrauchsfälle gesprochen werde, sagte Gröhe. „Solcher Klartext tut gut und zeigt, dass der Wille zur umfassenden Aufklärung da ist.“

Die CDU, deren Mitglieder mehrheitlich Katholiken sind, wolle Papst Benedikt XVI keine Ratschläge geben zum Umgang mit dem Skandalthema in deutschen Kirchen. „Der Papst hat wiederholt unmissverständlich klar gemacht, dass er Kindesmissbrauch aufs Schärfste verurteilt. Er unterstützt die aktuellen Anstrengungen der deutschen Bischöfe“, sagte Gröhe und versicherte: „Antikatholische Tendenzen“, die es in der Diskussion auch gebe, werde die CDU „nicht verstärken“. Faz.net 22

 

 

 

 

Interview mit Rita Süssmuth. "Zölibat infrage stellen"

 

Die CDU-Politikerin und frühere Bundestagspräsidentin Rita Süssmuth fordert im FR-Interview eine eigene Stellungnahme des Papstes zu den Missbrauchsfällen in Deutschland sowie eine tiefere Analyse der Ursachen – und verteidigt die Reformpädagogik vor "falschen Schlüssen". Rita Süssmuth (CDU), 73, war Familienministerin unter Helmut Kohl (1985 bis 1988) und von 1988 bis 1998 Präsidentin des Deutschen Bundestages. Bis 1991 war sie zwölf Jahre lang Mitglied im Zentralkomitee der deutschen Katholiken, danach Vizepräsidentin des Familienbundes der Deutschen Katholiken (FDK). Sie war lange im CDU-Präsidium, gilt als führende Frauenrechtlerin der Union und trägt sechs Ehrendoktorwürden.

 

Frau Süssmuth, Papst Benedikt ist dafür kritisiert worden, dass er sich in seinem Hirtenbrief zum Thema Kindesmissbrauch in der Kirche nicht an die deutschen Opfer gewendet hat. Sollte er das nachholen?

 

Ja, das ist notwendig. Natürlich gilt: Opfer sind Opfer, ob sie nun deutsch, irisch, englisch oder lateinamerikanisch sind. Dennoch gibt es in jedem Land besondere Konstellationen auf die einzugehen sind. Daraus folgt, dass sich Papst Benedikt in einer eigenen Stellungnahme zu Deutschland äußern sollte.

 

Warum?

 

Es ist nötig, auf spezifische Erwartungen zu reagieren. Sein jetziger Hirtenbrief ist sehr spirituell ausgerichtet. Das Positive sehe ich in der klaren Aussage, dass es sich bei dem Missbrauch nicht nur um Vergehen, sondern um Verbrechen handelt. Aber die Antworten im Schlussteil sind sehr spirituell und innerkirchlich ausgerichtet. Es fehlen konktrete Maßnahmen zur Auseinandersetzung mit den Beteiligten und den Betroffenen.

 

Welche Art der Auseinandersetzung würden Sie erwarten?

 

An der Aufklärung der Fälle geht kein Weg vorbei. Der Hirtenbrief darf nicht dazu führen, die Aufklärung zu verhindern oder um den Ruf einer Person oder Institution zu schützen, sei es die Kirche, ein Priester oder ein Pädagoge. Eines Tages wird diese Tabuisierung doch durchbrochen. Viele der Opfer leben ein Leben lang mit diesem Trauma. Entscheidend ist auch eine tiefere Analyse: Es muss im Sinne der Betroffenen – Täter wie Opfer – gefragt werden, wo die Ursachen liegen. Sind die Missbrauchsfälle einfach nur einzelne Verstöße gegen Regeln oder liegen die Ursachen tiefer? Wie gehen wir mit den Opfern um? Vor allem sollten wir nicht nach Sündenböcken suchen und falsche Schlüsse ziehen.

 

Was meinen Sie damit konkret?

 

Angesichts mancher Aussagen über die Reformpädagogik, die gegenwärtig kursieren, sträuben sich mir die Nackenhaare. Die Reformpädagogik ist eine Bewegung, die Menschen stark machen will, die der Demokratisierung der Erziehung und der Schulen gedient und bis heute dient. Bei allem, was gegenwärtig, zum Beispiel an der Odenwaldschule und anderen Reformschulen zu Recht kritisiert wird, will ich doch auch betonen: Gott sei Dank haben wir diese Schulen – ob Salem, ob Odenwald, ob Waldorfschulen. Sie haben wesentliche Impulse gegeben, und wir sollten keine falschen Bezüge zwischen ihrem Konzept und den Missbrauchsfällen herstellen.

 

Es handelt sich für Sie also stets um Einzeltäter?

 

Nicht nur. Es gibt durchaus strukturelle Ursachen. Die liegen aber im generellen Umgang mit menschlicher Sexualität. Auf diese Frage wird zu wenig eingegangen, alles verengt sich auf den sexuellen Missbrauch. Wir müssen aber auch unser Verständnis von menschlicher Körperlichkeit und Sexualität diskutieren. Das betrifft die Frage des würdigen Umgangs miteinander, insbesondere mit den Frauen und zugleich auch unser Verhältnis zur eigenen Körperlichkeit und falschen Tabus. Wir brauchen einen natürlicheren Umgang mit unserer Sexualität. Diese Frage fehlt mir auch im Hirtenbrief des Papstes. Er betont, dass Priester wegen ihrer herausgehobenen Stellung besonders verantwortlich mit dem Thema umgehen müssen. Das trifft zu. Aber auch Priester sind Menschen mit menschlichen Stärken und Schwächen. Es fehlt mir im Hirtenbrief die offene Diskussion über die tieferen Ursachen.

 

Eine übergroße Mehrheit der Deutschen findet, die katholische Kirche sollte den Zölibat infrage stellen. Sie auch?

 

Ja, ich denke, wir brauchen eine Debatte über den Zölibat. Aber ich folge nicht der generellen These, dass es ohne Zölibat keinen sexuellen Missbrauch gäbe. Da besteht kein zwingender Zusammenhang. Auch in der evangelischen Kirche gibt es Missbrauch, aber keinen Zölibat. Es ist nicht zu verschweigen dass auch Priester ihre Probleme mit dem Zölibat haben. Das Problem wird nicht durch eine bessere Auswahl der Priesterkandidaten gelöst, sondern notwendig ist, das Für und Wider des Zölibats zu diskutieren und zu Fragen ob Priestertum und Ehe unvereinbar sind. In der Bibel findet sich diese Verpflichtung nicht.

 

Sowohl bei privaten, als auch bei kirchlichen Einrichtungen, in denen Missbrauch vorkam, war den Verantwortlichen der Ruf der Schule wichtiger als eine Aufklärung im Sinne der Opfer. Haben die internen Richtlinien eher Vertuschung begünstigt als Aufklärung?

 

Es scheint so. Es ist für mich sehr verwunderlich – mir ist das erst im Zuge der aktuellen Fälle voll bewusst geworden –, dass es da ein Kirchenrecht und ein weltliches Recht gibt. Diese Aufteilung macht mir extreme Schwierigkeiten. Es darf nicht zwei Welten geben. Zwar ist uns Christen der Gedanke von Wahrheit und Versöhnung, Neuanfang, sehr wichtig. Aber ich glaube, dass es gerade dafür unverzichtbar ist, dass solche Fälle angezeigt und rechtlich bearbeitet werden.

(Interview: Steven Geyer) FR 23

 

 

 

 

In schwerer Bedrängnis. Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

„Mit lauter Stimme schreie ich zum Herrn, laut flehe ich zum Herrn um Gnade. Ich schütte vor ihm meine Klagen aus, eröffne ihm meine Not.“ (Ps 142, Verse 2 + 3).

Noch nie habe ich diesen Hilferuf in schwerer Bedrängnis so bewusst gebetet wie in den Wochen dieser österlichen Bußzeit, hat er doch einen sehr realen Sitz im Leben. Die lawinenartigen Enthüllungen über sexuellen Missbrauch auch in katholischen Schulen und Einrichtungen erschüttern das Selbstverständnis der Kirche und das Vertrauen auf sie. Was da an Gemeinheiten und Abgründen ans Licht kam, ist entsetzlich und ruft in mir Ekel und Abscheu hervor. Die Kirche muss alles in ihrer Macht Stehende tun, damit es in ihr zu einer inneren Reinigung kommt und zukünftig Kinder und Jugendliche besser geschützt werden. Das Leiden der Opfer darf nicht umsonst gewesen sein!

 

Ganz sicher ist es jedoch für den Akt der Reinigung wichtig, zu differenzieren sowie der Wahrheit, die frei macht (vgl. Joh 8, 32), eine Chance zu geben. Vielleicht helfen folgende Fakten ein wenig weiter:

Fast alle jetzt bekanntgewordenen Fälle liegen Jahrzehnte zurück. Damals hat die Gesellschaft allgemein die seelisch zerstörerischen Folgen für die Opfer unterschätzt. Kirche und weltliche Institutionen handelten gleich: schweigen, für einige Zeit aus dem Verkehr ziehen, dann versetzen. Das war selbstverständlich nie eine Lösung.

 

Wir wissen von 14.000 bis 15.000 Missbrauchsfällen pro Jahr, die durch einen Strafbefehl geahndet werden, weit über 200.000 seit 1995, von der Dunkelziffer ganz zu schweigen. Vieles spielt sich in der Verwandtschaft ab, anderes in pädagogischen Einrichtungen, Sportvereinen. Fachleute sagen, sexueller Missbrauch komme in der katholischen Kirche wegen der strengen Sexualmoral deutlich seltener vor als sonstwo. Der Kriminologe Christian Pfeiffer stellt fest, dem Zölibat die Schuld an sexuellem Missbrauch zu geben, sei ebenso grundfalsch, wie Priester generell unter Verdacht zu stellen. Sportlehrer, Trainer, Nachbarn oder „der liebe Onkel“ könnten genauso eine Gefahr darstellen.

 

Das bittere Thema muss nun seit Wochen dazu herhalten, Abneigung gegen die Kirche zu schüren. Sogar die Bundesjustizministerin stellte wider besseres Wissen die Behauptung auf, die Kirche wolle nicht hinreichend aufklären. Und da ist auch noch die Scheinheiligkeit bestimmter Medien, die die Kirche als „Sündenbock“ (vgl. Levitikus 16, 8-10) brauchen, um eine grundsätzliche gesellschaftliche Debatte über Gründe und Hintergründe zu umgehen. Mich ärgert die Verlogenheit mancher Fernsehsender, die breit und mitunter genüsslich über Missbrauchsfälle in der Kirche berichten und gleich danach in Filmen sexuelle Perversionen aller Art zur Unterhaltung anbieten.

 

Bei all den mitunter diffusen Meldungen und Stimmen der letzten Wochen will ich das Wesentliche nicht aus den Augen verlieren: Das Leid der Opfer verdient eine konsequente und völlig transparente Aufklärung. Die Kirche braucht Läuterung und Buße, gründliche Reinigung, auf dass neues Vertrauen möglich wird.

 

Bei alledem muss das Jesus-Wort im Markus-Evangelium wie ein Spiegel sein: „Wer einen von diesen Kleinen… zum Bösen verführt, für den wäre es besser, wenn er mit einem Mühlstein um den Hals ins Meer geworfen würde.“ (Mk 9, 42). „Bonifatiusbote“ 28

 

 

 

 

 

Leitartikel. Worüber der Papst schweigt

 

Wenn ein Papst einen Hirtenbrief schreibt, folgt immer das Gleiche: Die Vatikan-Astrologen innerhalb und außerhalb der Kirche beugen sich über jedes Wort, um zu erahnen, wem die höchste Autorität eigentlich was sagen wollte.

 

Für alle, denen die Zukunft der katholischen Kirche speziell am Herzen liegt, mag das äußerst spannend sein. Und auch für die Ungläubigen, die sich wirksame Vorkehrungen zum Schutz unserer Kinder vor Missbrauch wünschen, ist die Deutung des neuen Schreibens von Benedikt XVI. nicht ohne Belang. Dennoch sind hier nicht die Vatikan-Astrologen und Papst-Auguren die besten Experten, sondern jene, die aus grausamer Erfahrung wissen, wovon Benedikt redet: die Opfer. Sie hat der Papst ganz offensichtlich enttäuscht. Einen Betroffenen in Irland zitieren die Agenturen mit dem kurzen wie vernichtenden Urteil, er habe "keine Bestätigung gebraucht, dass Missbrauch eine Straftat und Sünde ist".

 

Besser kann man das Versagen des Pontifex kaum beschreiben. Für Abscheu und Empörung, für "Schande und Reue", für das Ausmaß der Verbrechen hat das Oberhaupt der katholischen Kirche durchaus deutliche Worte gefunden. Aber das Schreiben an die irischen Katholiken wirkt, als sei ihm dabei schon die Puste ausgegangen. Als falle ihm schon das Selbstverständliche schwer: die Verbrechen in den eigenen Reihen offiziell und öffentlich beim Namen zu nennen.

 

Manche Kirchenkenner werden darauf verweisen, dass genau darin tatsächlich eine große Leistung des Oberhirten liege, gemessen an früheren Praktiken des Verschweigens und Beschönigens. Mag sein, aber: Wenn schon die Benennung der Verbrechen Überwindung kostet, dann spricht das gegen die Vergangenheit des organisierten Katholizismus, nicht für sein Ankommen in der Gegenwart - trotz seiner erfreulichen, wenn auch wenig konkreten Appelle zur konsequenten Aufarbeitung.

 

Die Pflicht eines Kirchenführers im 21. Jahrhundert wäre es gewesen, sich selbst in die Verantwortung auch für seine verbrecherischen Schäfchen zu nehmen. Bei allen Formulierungen des Bedauerns ist ein entscheidender Satz aber nicht zu finden: "Ich bitte um Entschuldigung." Das ist sicher kein Versehen. Der ganze Brief kommt so daher, als habe die Kirche als Institution, für die das "Ich" des Papstes steht, mit dem Ganzen nichts zu tun. Der Mann, der sie personifiziert, schließt sich aus der Verantwortung faktisch aus.

 

Die Missbrauchs-Opfer werden dieses Versäumnis als eine neue, weitere Verletzung empfinden, das ist das Schlimmste. Es betrifft aber auch die Kirche selbst: Ein Papst, der sich in die Verantwortung nähme, müsste über Strukturen und Regeln der Institution sprechen, die er vertritt. Er müsste fragen, wo sie den Missbrauch begünstigt haben und noch begünstigen. Da geht es unter anderem, aber keineswegs nur um den Zölibat. Da geht es (bei der Kirche wie anderswo) um geschlossene Lebensformen, etwa in Internaten. Um klösterliche oder andere "Bruderschaften", die sich gedanklich und/oder real mit Mauern umgeben. Die so "welt-fremd" leben, dass jeder Einbruch der realen Welt zum Kontrollverlust zu führen droht.

 

Statt sich zu fragen, welche Gefahren diese Strukturen bergen, hat es der Papst - hier nicht klüger als sein Augsburger Bischof Mixa - beim Beklagen des sozialen Wandels belassen, der das "traditionelle Festhalten der Menschen an den katholischen Lehren und Werten beeinträchtigt" habe. So zeigt der Brief, dass Benedikt selbst noch gedanklich hinter Mauern lebt. Und das hat Folgen über den Anlass hinaus.

 

Eine Institution wie die katholische Kirche steht heute vor der Entscheidung: Entweder sie öffnet sich konsequent einer Welt voller Versuchungen. Dann müsste sie ihre Verfasstheit radikal überprüfen und sich jeden Anspruchs auf geschützte Räume eigener Rechtsprechung enthalten - auf die Gefahr hin, eine Organisation zu werden wie viele andere auch, zum Beispiel Wohlfahrtsverbände. Oder aber sie beschränkt sich darauf, die spirituellen Bedürfnisse erwachsener Menschen zu bedienen, die ihr freiwillig folgen. Kinder zu unterrichten, gehörte dann nicht mehr zu ihren Aufgaben, und Ansprüche auf Steuergeld wären passé. Beides zugleich geht nicht: sich eine eigene Welt zu schaffen und zugleich mitzumischen im wirklichen, dem gesellschaftlichen Leben. Zu diesem Thema, an dem die Zukunft seiner Kirche hängt, hat Benedikt XVI. nicht etwa wenig beigetragen, sondern: nichts.

Stephan Hebel FR 22

 

 

 

 

Auch evangelische Kirche mit Missbrauchsfällen konfrontiert

 

Nach der katholischen Kirche geraten nun auch die Protestanten in den Sog des kirchlichen Missbrauchsskandals. Die Evangelische Kirche im Rheinland ermittelt derzeit in drei Verdachtsfällen.

 

WEIDEN -  Die möglichen disziplinar- und strafrechtlichen Verfahren beträfen Pfarrer und Kirchenbeamte, teilte die zweitgrößte deutsche Landeskirche am Montag in Düsseldorf mit. Seit Einführung eines verbindlichen Verfahrens zum Umgang mit möglicher sexueller Gewalt im Jahr 2003 seien zunächst 18 Fälle angezeigt und verfolgt worden, die bisher in 13 Fällen zu juristischen und disziplinarischen Schritten geführt hätten. In 20 weiteren Fällen hätten die Betroffenen ausdrücklich keine Bestrafungen gewollt.

 

Durch die aktuelle Medienberichterstattung hätten sich in den vergangenen Tagen nochmals fünf Männer und Frauen aus Nordrhein- Westfalen und drei aus Rheinland-Pfalz gemeldet, deren Erlebnisse aber teils bis zu 50 Jahre zurückliegen, erklärte die Vizepräses der rheinischen Kirche, Petra Bosse-Huber. "Wir sind beschämt und entsetzt. Wir bitten die Opfer um Verzeihung", sagte die Theologin. Es sei bei der Aufklärung "völlig unerheblich", dass viele der Vorfälle bereits vor Jahrzehnten geschehen sei.

 

Als bisher einzige Selbstanzeige aus dem kirchlichen Raum habe sich eine zur Diakonie gehörige Behinderten-Einrichtung aus Düsseldorf gemeldet, wo möglicherweise 17 Kinder mit einer umstrittenen Therapie misshandelt worden seien.

 

In den Berichten Betroffener gebe es Hinweise darauf, dass die Kirche "nicht zu allen Zeiten" angemessen auf Verdachtsmomente reagiert habe, sagte die Vizepräses. Jedem Verdacht der Vertuschung soll aber ebenso nachgegangen werden wie den Vorwürfen von Missbrauch und Misshandlung selbst. "Hoch unverantwortlich" sei es, verdächtigte Kirchenmitarbeiter in andere Bereiche zu versetzen; dies sei aber auch innerhalb der rheinischen Kirche nicht geschehen, betonte Bosse- Huber.

 

Gemeinsamkeiten mit der katholischen Kirche sehe sie bei der Aufklärung der Fälle von Missbrauch und Gewalt nicht, unterstrich die Theologin. "Wir sind unterschiedliche Wege gegangen und haben unterschiedliche Milieus." Die rheinische Kirche, die mit fast drei Millionen Protestanten von Emmerich bis Saarbrücken reicht, hat 2003 als erste deutsche Landeskirche nach niederländischem Vorbild ein Verfahren zum Umgang mit entsprechenden Straftaten eingeführt.

(dpa 22)

 

 

 

 

Regensburg: Reaktion auf Nazi-Vergleich. Das Opfer: die Kirche

 

Mit seinem Nazi-Vergleich hat Regensburgs Bischof Müller nicht nur bei Journalisten bundesweit Empörung ausgelöst. Nun versucht das Bistum zu retten, was zu retten ist - und flüchtet sich erneut in die Opferrolle.

 

Erst der Zentralrat der Juden, dann Journalisten - und schließlich auch Kirchen-Vertreter: Mit seinem gewagten Nazi-Vergleich löste der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller bundesweit Empörung aus.

Müller hatte am Wochenende in einer Predigt den Medien wegen der Art ihrer Berichterstattung über Missbrauchsfälle eine "Kampagne gegen die Kirche" vorgeworfen und die Berichterstattung in die Nähe der kirchenfeindlichen Haltung der Nationalsozialisten gerückt.

 

Es werde "gefaucht und gezischt gegen die Kirche", monierte Müller. "Die Leute, die vorm Fernsehen sitzen, die Zeitung aufschlagen", würden "manipuliert durch zurechtgestutzte und verkürzte Berichte, durch ständige Wiederholungen von Vorgängen aus alter Zeit".

Er forderte die Menschen auf, "Reife des Glaubens zu haben, nicht auf all diese Schalmeien wie 1941 hereinzufallen".

 

Die Präsidentin des Zentralrats der Juden in Deutschland, Charlotte Knobloch, zeigte sich entsetzt und sprach von "Geschichtsfälschung". Der Deutsche Journalisten-Verband (DJV) war nicht weniger aufgebracht und kritisierte die Medienschelte "als skandalöse Polemik" und fordert eine Entschuldigung. Es sei die Aufgabe von Journalisten, kritisch über die Missbrauchsfälle durch Geistliche zu berichten, sagte die stellvertretende DJV-Vorsitzende Ulrike Kaiser. "Bischof Müller polemisiert gegen die Überbringer der schlechten Nachrichten und versucht so offenbar, von den Fakten abzulenken."

Der Vorsitzende des Zentralkomitees der Deutschen Katholiken, Alois Glück, sagte im Bayerischen Rundfunk (BR), Müllers Verhalten helfe nicht weiter, "sondern führt dazu, dass der eine oder andere den Eindruck hat, dass es in der Kirche Kräfte gibt, die letztlich keine Aufklärung wollen".

Auch Kurienkardinal Walter Kasper distanzierte sich von der Predigt Müllers. Die Kirche solle jetzt "nicht mit dem Finger auf andere zeigen, sondern wir sollen unser eigenes Haus in Ordnung bringen, und dann können es andere auch tun", sagte Kasper, wie der BR berichtete.

Das Bistum versucht nun zu retten was zu retten ist - und stellt die Kirche erneut als Opfer der Medien dar. Müller habe nie die Medienberichterstattung zu den Missbrauchsfällen mit der kirchenfeindlichen Haltung des NS-Regimes verglichen. Dies sei "eine fälschende Verzerrung der Aussagen" des Bischofs.

Bischof Müller habe sich in der Vergangenheit wiederholt und mit großer Deutlichkeit gegen die Gräueltaten des Nationalsozialismus und deren Verharmlosung ausgesprochen, hieß es. So habe er mehrmals öffentlich ein Verbot der NPD gefordert und dem Traditionalistenbischof Richard Williamson nach dessen Holocaust-Leugnung Hausverbot für die ganze Diözese erteilt.

(sueddeutsche.de 22)

 

 

 

 

Missbrauchsdebatte. Bischof zog schon früher Nazi-Vergleich

 

Der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller hat schon früher Parallelen zwischen der Berichterstattung über die Missbrauchsfälle und der Nazi-Propaganda gezogen - auch wenn er den NS-Vergleich vom Wochenende bestreitet. In einem Text vom 3. März 2010, nachzulesen auf der Internetseite des Bistums Regensburg, schrieb Müller unter dem Titel "Sexueller Missbrauch und seine antikatholische Instrumentalisierung" von "periodisch auftretenden Medienkampagnen gegen den Zölibat und die katholische Sexualmoral".

 

Er erinnerte in dem Beitrag an die Rede von NS-Propagandaminister Joseph Goebbels 1937. Dieser habe "systematisch Tausende von katholischen Priestern und Ordensleuten entwürdigt und als zölibatsgeschädigte, sexuell perverse Subjekte kriminalisiert". "Missbrauchte Pressefreiheit", so Müller, lasse sich nicht mehr unterscheiden "von einer Diffamierungs-Lizenz, mit der man scheinbar legal all diejenigen Personen und Glaubensgemeinschaften ihrer Ehre und Würde beraubt, die sich dem totalitären Herrschaftsanspruch des Neo-Atheismus und der Diktatur des Relativismus nicht fügen".

 

Müller verwahrte sich hingegen am Montag gegen Vorwürfe, er habe in einer Predigt am Wochenende die derzeitige Berichterstattung mit der NS-Propaganda verglichen. Dies sei eine "fälschende Verzerrung". In der Predigt hatte er eine "Kampagne gegen die Kirche" beklagt. Schon in einem Hirtenwort hatte Müller den "Versuch" verurteilt, "die ganze katholische Kirche und ihre Einrichtungen in Misskredit zu bringen". Zu Berichten über den Missbrauch bei den Regensburger Domspatzen hatte er geäußert: "Ein Glanzstück des Bistums Regensburg soll in den Dreck gezogen werden." Berichterstattern bescheinigte der Bischof "kriminelle Energie".

 

Die Medienschelte des Bischofs stieß am Montag auf Kritik - sogar im Vatikan. Kurienkardinal Walter Kasper sagte laut Bayerischem Rundfunk, die Kirche solle jetzt "nicht mit dem Finger auf andere" zeigen, sondern das eigene Haus in Ordnung bringen. Der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Alois Glück, erklärte, Hauptproblem sei nicht die Berichterstattung, sondern "was an Fakten aus der Kirche selbst heraus offenbar geworden ist". Glücks Stellvertreterin Karin Kortmann sagte der FR, es gehe nicht um einen Generalverdacht gegen Priester und Kirchenmitarbeiter. Es sei aber unbestreitbar, dass eine große Zahl von Tätern aus diesem Kreis stamme.

 

Der Deutsche Journalisten-Verband (DJV) sprach von einer "skandalösen Polemik" Müllers und forderte den Bischof auf, sich zu entschuldigen. Die stellvertretende DJV-Vorsitzende Ulrike Kaiser erklärte, Bischof Müller versuche "offenbar, von den Fakten abzulenken". Es sei unvertretbar, die Berichterstattung der Medien in die Nähe zum Unrechtsregime des Nationalsozialismus zu rücken.

WOLFGANG WAGNER FR 22

 

 

 

 

 

Kritik an Bischof Müller. „Tragweite der Situation nicht erkannt“

 

Der Bischof von Regensburg, Gerhard Ludwig Müller, sieht die katholische Kirche in Deutschland in einer Situation, die der des Jahres 1941 vergleichbar ist. „Auch jetzt erleben wir eine Kampagne gegen die Kirche“, sagte Müller nach einer am Montag veröffentlichten Mitschrift einer Predigt, die er am Samstagabend im Regensburger Dom gehalten hatte.

„So viele Medien“ seien bestrebt, „durch zurechtgestutzte und verkürzte Berichte, durch ständige Wiederholungen von Vorgängen aus alter Zeit“ die Öffentlichkeit zu manipulieren. Einen äußeren Anlass der „Kampagne“, etwa sexuelle Übergriffe von Geistlichen auf Kinder und Jugendliche, nannte Müller nicht.

 „Nicht auf all diese Schalmeien wie 1941 hereinfallen“

An die Gläubigen wandte sich der Bischof mit den Worten, es komme „darauf an, Reife des Glaubens zu haben, nicht auf all diese Schalmeien wie 1941 hereinzufallen, so auch heute nicht“. Damals habe der Katholische Deutsche Frauenbund im Bistum Regensburg öffentlich gegen „die damals triumphierende, nationalsozialistische Bewegung, diese neuheidnische Ideologie, christentumsfeindliche, menschenfeindliche Ideologie“ demonstriert, sagte der Bischof.

Müllers Äußerungen stießen auf Kritik. Bayerns Justizministerin Merk (CSU) sagte, sie habe den Verdacht, der Bischof habe „die Tragweite der Situation nicht erkannt“. Der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken, Glück (CSU), sagte dem Bayerischen Rundfunk, Müllers Äußerungen könnten den Eindruck erwecken, „dass es in der Kirche Kräfte gibt, die letztlich keine Aufklärung wollen“.

Bischof Marx: „Nicht die Stunde, andere zu beschuldigen“

Das Hauptproblem sei nicht die Medienberichterstattung, sondern „was an Fakten aus der Kirche selbst heraus offenbar geworden ist“. Der Erzbischof von München und Freising, Marx, ließ am Sonntag einen länger vorbereiteten Brief in seiner Diözese verlesen, in dem er andere Akzente setzte als Müller: „Natürlich gibt es auch viele, die angesichts dieser Nachrichten die Kirche und ihre Priester unter Generalverdacht stellen.“

Dennoch sei nun „nicht die Stunde, andere zu beschuldigen und Kampagnen der Medien zu beklagen, sondern mutig und offen im eigenen Bereich aufzuklären“.

Bundeskanzlerin begrüßt Hirtenbrief von Papst Benedikt XVI.

Das Bundeskabinett wird am Mittwoch einen Runden Tisch zur Aufarbeitung der Missbrauchsfälle in katholischen und anderen Einrichtungen beschließen. Dies kündigte Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) an.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) lobte unterdessen den Hirtenbrief von Papst Benedikt XVI. Ihr Sprecher Ulrich Wilhelm sagte am Montag in Berlin: „Die Bundeskanzlerin begrüßt, dass der Papst sowohl die Wiedergutmachung geschehenen Unrechts als auch die Notwendigkeit besserer Prävention für die Zukunft offen anspricht.“ (Siehe auch: Dokumentation: Der Hirtenbrief von Papst Benedikt XVI.)

Für die Kanzlerin gelte unverändert das, was sie in der vergangenen Woche im Bundestag gesagt habe. „Klarheit und Wahrheit sind das, was die Opfer, aber auch die Gesellschaft als Ganzes brauchen“, sagte Wilhelm. In dem am Samstag veröffentlichen Schreiben an die Katholiken in Irland hatte der Papst den sexuellen Missbrauch in der katholischen Kirche „aufrichtig bedauert“.

Am 23. April wollen Frau Leutheusser-Schnarrenberger und die Ministerinnen für Familie und für Bildung, Kristina Schröder und Annette Schavan (beide CDU), einen Runden Tisch der Regierung zur Aufarbeitung der Missbrauchsfälle starten. Kanzlerin Merkel hatte sich für ein einheitliches Vorgehen eingesetzt, nachdem es längere Debatten zwischen den drei Ministerien über den richtigen Ansatz gegeben hatte. Der gemeinsame Runde Tisch soll sich sowohl mit dem Thema Prävention als auch mit den justizpolitischen Folgerungen wie zum Beispiel Verjährungsfristen befassen.

Nach Angaben von Wilhelm begrüßt die Kanzlerin die Erklärung der bayerischen katholischen Bischöfe aus der vergangenen Woche zum Umgang mit Missbrauchsfällen. Sie habe „unmissverständlich deutlich gemacht, dass die innerkirchliche Behandlung von bekanntwerdenden Missbrauchsfällen“, verändert werden müsse. Die Erklärung sei „sehr wichtig“ - auch mit Blick auf die Überarbeitung der entsprechenden Leitlinien innerhalb der deutschen Bischofskonferenz, sagte Wilhelm.

Leutheusser-Schnarrenberger hält das Vorgehen der bayerischen Bischöfe zur Aufklärung von Missbrauchsfällen für beispielhaft. „Der Beschluss der bayerischen Bischofskonferenz eröffnet allen deutschen Diözesen einen neuen Weg“, sagte sie der „Berliner Zeitung“.

Die katholischen Bischöfe in Bayern fordern eine juristische Meldepflicht bei jedem Verdacht auf sexuellen Missbrauch in der Kirche. Die Leitlinien der deutschen Bischofskonferenz verpflichten die Kirche bisher nur bei einem erhärteten Verdacht und bei nicht verjährten Fällen, die Staatsanwaltschaft einzuschalten.

Leutheusser-Schnarrenberger sagte in der „Frankfurter Rundschau“, für sie sei entscheidend, dass die katholische Kirche bereit sei, künftig bei Verdacht auf sexuellen Missbrauch ganz eng mit der Staatsanwaltschaft zusammenzuarbeiten. „Diese Erwartung habe ich im Übrigen nicht allein der katholischen Kirche, sondern allen Institutionen gegenüber“, sagte sie. Das Thema solle auch bei ihrem Treffen mit dem Vorsitzenden der deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, am 15. April angesprochen werden.

Die Bundesvorsitzende von Bündnis 90 / Die Grünen, Claudia Roth, zeigte sich enttäuscht, dass der Papst in seinem Hirtenbrief nicht ausdrücklich die Straftaten katholischer Geistlicher in Deutschland erwähnt habe: „Das ist ein schwerer Fehler, den das Oberhaupt der katholischen Kirche begeht.“

FAZ.NET mit D.D. sowie dpa,  23

 

 

 

 

Zölibat und Missbrauch Das Ende des elften Gebots

 

Das Ende des Zölibats? Einst wurde man für diesen Vorschlag fast gelyncht. Aber in vielen Heiligengeschichten war eine Katastrophe bereits der Anlass zur Umkehr - warum nicht auch heute? Ein Kommentar von Heribert Prantl

Als vor bald tausend Jahren den Priestern die Ehelosigkeit verordnet wurde, wagten es in Deutschland nur drei Bischöfe, diese römischen Dekrete zu verkünden. Der Bischof von Passau wurde von seinem Klerus ums Haar gelyncht, als er das tat.

Das hat sich im Lauf der Zeit sehr geändert. In den nachfolgenden Jahrhunderten wurden diejenigen fast gelyncht, die den Zölibat aufheben wollten. Der Vatikan tat so, als sei die Pflicht zur Ehelosigkeit der Priester das elfte Gebot. Es wurde so getan, als sei der Zölibat heilige Pflicht. Nur Abtrünnige stellten das in Frage, Leute wie Martin Luther.

 

Das ist vorbei. Heute sind es die Treuesten der Treuen, die den Zwang zur Ehelosigkeit in Frage stellen. Erzbischof Robert Zollitsch, der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, hat das unlängst getan, als er sagte, die Verbindung von Priestertum und Ehelosigkeit sei theologisch nicht notwendig.

Pflichtzölibat für Priester aufheben?

Alois Glück, der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken, hat sich dafür ausgesprochen, den Pflichtzölibat für die Priester aufzuheben. Und soeben hat auch Odilo Lechner, der frühere Abt der Benediktinerklöster St. Bonifaz und Andechs, dafür geworben; die Abschaffung des Zölibats sei etwas, so sagte er, "was der Kirche nottut und was die Gemeinden brauchen".

Das ist ein Satz, den die meisten Katholiken unterschreiben. Der verheiratete Priester gilt ihnen nicht mehr als lutherische Verirrung, sondern als kluge Option. Ginge es nach dem Kirchenvolk - es würde den Artikel 23 der Confessio Augustana von 1530 auch in das katholische Kirchenrecht schreiben: "Der Priester darf heiraten, weil Gottes Schöpfungsordnung die Ehe vorsieht."

Aber in der katholischen Kirche geht es nicht nach dem Kirchenvolk, sondern nach den Päpsten, und die haben sich bisher nicht beirren lassen: nicht davon, dass Jesus die Ehelosigkeit von seinen Jüngern nicht gefordert hat; nicht davon, dass Petrus, der "erste Papst" verheiratet war; und auch nicht davon, dass am Beginn der priesterlichen Ehelosigkeit vor tausend Jahren höchst irdische Beweggründe standen: Die Pfründe der Kirche sollte nicht durch Vererbung an Kinder beeinträchtigt werden. Von solchen Begründungen hat sich der Zölibat zwar gelöst - aber gelockert hat er sich nicht.

Die Mißbrauchs-Skandale sind ein GAU für die Kirche, eine globale Katastrophe. Diese Katastrophe funktioniert aber womöglich wie eine Zeitmaschine: Sie schüttelt und rüttelt die Kirche so, dass am Ende eine Erkenntnis steht, die es ohne Katastrophe nicht gegeben hätte. Wenn es theologisch nicht notwendig ist, ein Zölibats-Gesetz zu machen, dann ist es notwendig, kein Zölibats-Gesetz zu machen.

Die Lockerung des Pflichtzölibats wird zwar das Missbrauchs-Problem nicht lösen, aber es kann ein Beitrag sein zu seiner Linderung. In vielen Heiligengeschichten war eine Katastrophe der Anlass zur Umkehr. Warum soll es in der Geschichte der katholischen Kirche nicht auch so sein? SZ 20

 

 

 

Papstbrief. Deutlich und enttäuschend

 

Bonn. Selten wohl ist ein katholischer Hirtenbrief mit soviel Spannung erwartet worden wie der, in dem sich Papst Benedikt XVI. zum sexuellen Missbrauch von Kindern und Jugendlichen durch katholische Geistliche äußert. Unmissverständliche Worte findet das Oberhaupt der Katholiken darin zum dem Skandal, der Irland seit Monaten erschüttert. Zu anderen Ländern aber schweigt der Papst weitgehend.

 

Der Brief richtet sich "an die Katholiken Irlands", an Geistliche und Bischöfe, an die Eltern - und vor allem an die Opfer. Doch nur an einer Stelle scheint auf, dass es sich nicht nur um ein irisches Problem handelt: Der Missbrauch von Minderjährigen sei "weder spezifisch für Irland noch für die Kirche", schreibt der Papst und enttäuscht damit die Hoffnungen all jener in Deutschland, Österreich und den Niederlanden, die erwartet hatten, dass er den Blick auch auf andere Länder richtet.

 

Benedikt, der sexuelle Übergriffe gegen Minderjährigen schon mehrmals als "abscheuliche Verbrechen" gegeißelt hatte, macht auch in seinem Hirtenbrief aus seiner "Bestürzung" und seiner Verurteilung solcher Taten keinen Hehl. Er spricht von "sündhaften und kriminellen Taten", mit denen Geistliche das in sie gesetzte Vertrauen verraten hätten. "Ihr habt die Achtung des Volkes verspielt" und "Schande und Unehre auf Eure Mitbrüder gebracht". Dafür müssten sich die Täter verantworten, "vor dem allmächtigen Gott und weltlichen Gerichten", und auch "persönlichen Schadensersatz" leisten.

 

Nicht weniger hart geht der Papst mit den Bischöfen ins Gericht, die die Fälle teilweise jahrzehnteland vertuscht haben. "Es kann nicht geleugnet werden, dass einige von Euch und von Euren Vorgängern bei der Anwendung der seit langem bestehenden Vorschriften des Kirchenrechts zu sexuellem Missbrauch von Kindern versagt haben." Einzelne hätten "schwere Fehlurteile" getroffen und damit ihre Glaubwürdigkeit untergraben.

 

Kooperation verlangt - Den Opfern gegenüber drückt der Papst "die Schande und die Reue aus, die wir alle fühlen. Ihr habt viel gelitten, und ich bedaure das zutiefst". Ihre Würde und ihr Vertrauen sei verletzt worden, und nichts könne das Erlittene ungeschehen machen.

 

Dennoch zeigt sich Benedikt optimistisch, dass die irische Kirche die schwere Krise überwinden und geheilt werden könne. Alle Geistlichen fordert er auf, mit den weltlichen Instanzen zusammenzuarbeiten und kündigt auch Besuche von päpstlichen Kommissionen in einzelnen Diözesen an.

 

Schon im Februar hatte er die irischen Bischöfe nach Rom zitiert und sie aufgefordert, die Regeln zu befolgen, die die Glaubenskongregation im Jahr 2002 für Missbrauchsfälle erlassen hatte. Ihnen zufolge sind zunächst die einzelnen Diözesen für die Aufklärung solcher Fälle zuständig, in schweren Fällen aber muss nach Rom berichtet werden. Allerdings stehen die obersten Glaubenswächter in Rom, an deren Spitze Kardinal Joseph Ratzinger ein Vierteljahrhundert stand, auch selbst unter Verdacht, wenig Interesse daran gehabt zu haben, dass die Übergriffe nach außen dringen.

 

Ob diese Regeln ausreichend sind, dazu äußert sich der Papst in dem Brief ebenso wenig wie zum Zölibat. Allerdings räumt er ein, dass die Verfahren zur Priesterauswahl nicht ausreichend seien und kritisiert auch die nicht ausreichende Ausbildung. Den tieferen Grund für die Verfehlungen aber ortet der konservative Theologe Joseph Ratzinger in einer säkularisierten Gesellschaft und ihrem schnelllebigen sozialen Wandel, die zu einer Schwächung des Glaubens geführt hätten - auch bei den Priestern selbst. KORDULA DOERFLER  FR 22

 

 

 

 

 

Missbrauch in der Kirche Zucht und Orden

 

Früher wurden hinter Klostermauern junge Männer zur Keuschheit gefoltert. Das System wirkt nach - heute fliehen sexuell unfähige Männer dorthin. Ein Gastbeitrag von Martin Kutz. Martin Kutz, Jahrgang 1939, war bis 2004 Wissenschaftlicher Direktor an der Führungsakademie der Bundeswehr in Hamburg. Er lehrte Wirtschafts- und Sozialgeschichte.

 

Die Diskussion zum Kindesmissbrauch tut so, als seien einzelne pädophile Priester und Erzieher das Problem. Möglich wurden die Taten jedoch auf der Basis eines Erziehungssystems, das religiös begründet und historisch gewachsen ist. Das, was heute den Abscheu einer aufgeklärten demokratischen Gesellschaft hervorruft, wurde im 17. und 18. Jahrhundert aus religiösen Gründen erfunden.

Ausbildung zur Gottwohlgefälligkeit

Dieses Erziehungssystem war eine Konsequenz aus Reformation und Gegenreformation. Als die theologischen Argumente unter den streitenden Konfessionen verfestigt waren, wurde das sogenannte gottwohlgefällige Leben zu einem genauso wichtigen Ausweis der Rechtgläubigkeit wie die Dogmentreue. In dieser Situation entwickelten die gegenreformatorischen neuen Orden der katholischen Kirche - allen voran die Jesuiten - ein Konzept zur gottwohlgefälligen Knabenerziehung für das aufstrebende französische Bürgertum. Der Historiker Philippe Ariès hat in seiner Geschichte der Kindheit schon vor Jahrzehnten diese Entwicklung geschildert.

Gottwohlgefällig, das hieß: ein katholisch dogmenfester Glaube, die Unterwerfung unter den Führungsanspruch der Kirche und - ein sexualfeindliches Leben. In einer Zeit, die ähnlich sexualisierte Alltagserfahrungen wie heute als normal empfand, bedeutete genau diese Welt die größte Anfechtung für den rechtgläubigen Menschen. Deshalb musste der junge Mensch aus dieser Welt herausgerissen und hinter hohen Internatsmauern vor ihrem Einfluss geschützt werden.

Da gleichzeitig das französische Bildungswesen völlig darniederlag, wurde dem Zögling eine für damalige Verhältnisse hochmoderne und solide Ausbildung geboten, die im Wesentlichen auf die Berufe des Priesters, Staatsbeamten und Richters vorbereitete. Die Ausbildung in diesen Kollegs braucht uns heute nicht zu interessieren, wohl aber die Erziehungsmechanismen.

Zum Teil tödliche Strafen

Der Tagesablauf von fünf Uhr früh bis abends um neun war streng reglementiert: ein Wechsel von Gottesdienst, Unterricht und Arbeitsaufträgen. Kleidung und Schlafräume mussten aufs peinlichste gesäubert werden. Diese Reinlichkeitserziehung hatte nichts mit Hygiene zu tun, sie war rein religiös motiviert, sollte die von sexueller Beschmutzung reine Seele symbolisieren. Wer zur Toilette musste, durfte es nur unter Aufsicht. Es hätte ja sein können, dass der Schüler die Zeit zur Onanie benutzen oder sich heimlich mit einem anderen Schüler treffen würde.

Auch harmlose enge Bindungen an andere Schüler wurden im Keim zu ersticken versucht. Die Schüler schliefen zu Dutzenden in beleuchteten Schlafsälen. Eine Aufsichtsperson war immer im Raum. Sie hatte zu kontrollieren, dass die Schüler auch bei bitterer Kälte im Schlaf die Hände auf der Bettdecke hielten, um so zu verhindern, dass sie mit ihren Genitalien spielten. Musste nachts ein Schüler zur Toilette, hatte auch dann die Aufsichtsperson ihn zu begleiten.

Prügelstrafen endeten oft tödlich

Entscheidend ist, dass in diesem System die kleinste Verfehlung brutal bestraft wurde. Typisch für diese Zeit ist die Prügelstrafe, in einem Ausmaß, das heute unvorstellbar ist. Sie konnte durchaus zum Tode führen, was kaum auffiel, weil der Tod auch von jungen Menschen alltäglich war. Dazu kamen Dunkelhaft und das sogenannte Krummschließen von Händen und Füßen auf dem Rücken.

Die Knaben, die im Alter zwischen zehn und achtzehn Jahren diesem System ausgesetzt waren, lebten in permanenter Angst, wegen Kleinigkeiten rabiat bestraft zu werden. Ihnen war jeglicher Kontakt mit der Außenwelt verboten. Sie sahen über Jahre hinweg kein weibliches Wesen, und schon gar nicht ihre Eltern und Geschwister. Die Isolation war nahezu perfekt.

Und das alles passierte pubertierenden Knaben, die unter solchen Bedingungen größere Schwierigkeiten haben mussten, mit ihrer erwachenden Sexualität umzugehen. Emotionale Bindungen konnten nur heimlich aufrechterhalten werden, Sexualität musste sich in Onanie oder homoerotischen Beziehungen ausleben. Beides war unter bestialische Strafen gestellt, war trotzdem allgegenwärtig und zusätzlich mit existentieller Angst besetzt, die mit religiösen Argumenten künstlich gesteigert wurde.

 

Aus Angst loyal und fromm - Einziger Ausweg war die Verdrängung von Sexualität, der Hoffnung auf Freiheit und Eigenständigkeit. Nun weiß man seit Freud: Einstellungen und Verhaltensmuster, die an einen der stärksten Triebe des Menschen, den Sexualtrieb, gekoppelt sind, werden bei Verdrängung der konstitutiven Erfahrungen unrevidierbar zur Charakterausstattung dieses so konditionierten Menschen.

Das Ergebnis dieses brutalen Erziehungsprozesses waren Männer, die gehorsam und diszipliniert bis zur Selbstaufgabe waren, den Dogmen der katholischen Kirche unhinterfragt zustimmten, von einem Reinlichkeitszwang beseelt waren und einen extremen Hang zur Mystifizierung hatten.

Letzteres hatte gerade für die katholischen Vorstellungen von Priesterweihe, Abendmahlmystik, kirchlichen Ritualen und Heiligenverehrung eine zentrale Bedeutung, weil hier die Gefahr rationaler Sinnnachfrage am größten und durch Reformation und später die Aufklärung problematisiert worden war.

 

Auch "positive" politische Nebenfolgen dieser Erziehung gab es. Die so geprägten Männer wurden loyale Beamte des absolutistischen Königtums, und das Militär kopierte schon bald das Erziehungsmodell in den Kadettenanstalten in ganz Europa, nicht zu vergessen die protestantischen geschlossenen Anstalten.

Flucht in geschlossene Systeme

Außerdem bekam die Kirche sowohl pädagogischen Nachwuchs aus eigener Zucht als auch Zulauf zum Priesteramt und zu den neuen Orden. Auch der politische Aufstieg des Jesuitenordens ist mit diesem System aufs engste verknüpft.

Heute gibt es natürlich nicht mehr diese exzessive erzieherische Gewalt. Geblieben ist aber bis tief ins 20. Jahrhundert die Isolation von der Außenwelt, die Auslieferung an den Erzieher, der - sollte der ein Priester im katholischen Internat sein - mit besonderer Autorität versehen ist. Geblieben ist auch die Erziehung zu Dogmentreue, Gehorsam und Disziplin als Formen der Unterwerfung und letztlich die Erziehung zur katholischen Sexualmoral.

Wenn Amtsträger der Kirche die Übergriffe als Folge lascher Sexualmoral in der Gesellschaft beschreiben, verkehren sie Ursache und Wirkung. Der zum freien Umgang mit seiner Sexualität Unfähige flüchtet sich gerne in solche geschlossenen Systeme, übrigens nicht nur Katholiken. SZ 23

 

 

 

 

Missbrauch. Bertone lobt Hirtenbrief. Merkel begrüßt Papstwort

 

Fisichella: „Keine Rechtsansprüche auf Priesteramt“ - Der Hirtenbrief an die irische Kirche schlägt weiter hohe Wellen: Der vatikanische Kurienerzbischof Rino Fisichella kündigt Konsequenzen für die Priesterausbildung an. Niemand habe ein Recht auf das Priesteramt, sagte Fisichella in einem Interview mit der katholischen Tageszeitung „Avvenire“ von diesem Sonntag.

 

Strengere Auswahl - Nach dem Papstbrief zum Thema Missbrauch hat Kurienerzbischof Rino Fisichella eine strengere Auswahl von Priesteramtskandidaten angekündigt. Es gebe keine Entschuldigung mehr, so Fisichella. Nicht einmal der Mangel an Berufungen könne ein Grund dafür sein, jeden aufzunehmen, „der beim Priesterseminar anklopft“, so der Ethik-Verantwortliche des Vatikans gegenüber „Avvenire“. Der Brief des Papstes schlage „entschlossen ein neues Kapitel auf“, fügte der Präsident der Päpstlichen Akademie für das Leben hinzu. Künftig werde es keinerlei Verschweigen und keine Entschuldigung geben. Fisichella bewertet den Hirtenbrief als „Wort von großem Mut“, für das es in den vergangenen Jahrhunderten der Kirchengeschichte keinen Vergleich gebe.

 

Italien: Bertone lobt Hirtenbrief - Kardialstaatssekretär Tarcisio Bertone hat im Rahmen der Feier des Heiligen Benedikt in Montecassino das Schreiben des Papstes an die irische Kirche gelobt. Er hoffe, dass der Hirtenbrief von allen Journalisten und Betroffenen verstanden werde, betonte der Sekretär des Vatikanstaates. Weiterhin befürchte er, dass sich durch die aktuelle Lage radikal antichristliche Tendenzen in Europa schleichend ausbreiten könnten.

 

 

Merkel begrüßt Papstwort – Die Botschaft gilt universell - Das Papstschreiben an die irischen Katholiken zum Thema sexueller Missbrauch hat nach Überzeugung von Bundeskanzlerin Angela Merkel auch Geltung für Deutschland. Papst Benedikt XVI. habe den Hirtenbrief „als Hirte der Weltkirche geschrieben“, sagte Regierungssprecher Ulrich Wilhelm am Montag in Berlin. Damit gelte das Schreiben „ja universell“. Das Kirchenoberhaupt verurteile den Missbrauch und den Umgang kirchlicher Autoritäten mit solchen Taten. Nach den Worten Wilhelms begrüßt Merkel, dass der Papst die Wiedergutmachung geschehenen Unrechts und die Frage besserer Prävention offen anspreche. Zugleich befürwortet die Regierungschefin auch das Vorgehen der bayerischen katholischen Bischöfe zur Aufklärung von Missbrauchsfällen. Deren Erklärung sei auch mit Blick auf die Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz sehr wichtig. Die bayerischen Bischöfe hatten am Donnerstag nach ihrem Frühjahrstreffen angekündigt, in diesen Leitlinien eine Meldepflicht verankern zu wollen. Wilhelm äußerte sich auch zu der Erwartung, dass sich der Papst zur Situation in Deutschland äußere. Er verwies auf die Ausführungen von Vatikansprecher Federico Lombardi, wonach sich Benedikt XVI. gegebenenfalls in angemessenem Rahmen eigens zu den Missbrauchsfällen in Deutschland äußern wolle. Das Vorgehen der bayerischen Bischöfe stieß bei Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger ebenfalls auf Zustimmung. Der Beschluss der Freisinger Bischofskonferenz eröffne „allen deutschen Diözesen einen neuen Weg“, sagte sie der „Berliner Zeitung“ (Montag). Sie nannte es bemerkenswert, dass in Bayern nun jeder kirchliche Verdachtsfall von den staatlichen Ermittlungsbehörden geprüft werde. Unterdessen forderte Grünen-Parteichefin Claudia Roth die Einrichtung einer unabhängigen Untersuchungskommission, „die Missbrauchsfälle flächendeckend in allen katholischen, staatlichen und privaten Institutionen lückenlos aufklärt“. Den Papstbrief wertete die Politikerin in der „Rheinischen Post“ (Montag) als enttäuschend. Mit keinem Wort sei er auf die Missbrauchsfälle in deutschen katholischen Einrichtungen eingegangen.

 

Schweiz: Bischof Brunner bevorzugt Informationsaustausch bei Missbrauch

Der Präsident der Schweizer Bischöfe, Norbert Brunner, ist für einen verstärkten Informationsaustausch unter den Diözesen in Sachen Missbrauchsfälle. Das sagte der Bischof von Sitten im Gespräch mit dem Schweizer Fernsehen. Der Benediktinerabt von Einsiedeln und Mitglied der Bischofskonferenz, Martin Werlen, hatte am Sonntag gefordert, eine „Schwarze Liste“ im Vatikan zu schaffen. Dazu Bischof Brunner:

 

„Die Hauptsache ist, dass wir alle Täter erfassen können, damit es nicht zu Wiederholungstaten kommt. Wie nun die Form dieser Information geschieht, ist für mich zweitrangig. Das kann beispielsweise durch ein Zentralregister erfasst werden. Ich persönlich ziehe es vor, wenn die Informationen unter den einzelnen Bistümern ausgetauscht werden. Vor allem dann, wenn ein Priester oder Laie im kirchlichen Dienst von einem Bistum in eine andere Diözese eingestellt wird. Das machen wir in unserem Bistum in Sitten bereits und ich denke, dass auch andere bereits dasselbe machen.“

 

Dennoch muss auch Bischof Brunner zugeben, dass in der Vergangenheit nicht immer alles richtig gemacht wurde. Einiges sei falsch gelaufen:

 

„Es ist so: Wir haben seit 2002 Richtlinien zu diesem Thema. Die Fälle – die meisten davon wenigstens – liegen aber bis zu einem früheren Zeitpunkt zurück. Ich glaube, dass die Richtlinien bei einer richtigen Anwendung genügen. Wir werden dennoch nie – sei es auch mit den besten Richtlinien oder Fachgremien – alle Fälle ausschalten können.“

 

Die deutschen und österreichischen Amtsbrüder haben in den vergangenen Wochen auf den Bischofsversammlungen über die Missbrauchsfälle gesprochen. Und wie sieht es bei der Schweizer Bischofskonferenz aus?

 

„Das kann ich im Moment nicht beantworten. Die Angelegenheit wird sicher als dringlich angesehen. Die Fachgremien in den einzelnen Diözesen arbeiten bereits seit einiger Zeit und nach den Informationen, die ich habe, funktionieren sie gut. Ich denke beispielsweise an den jüngsten Fall im Bistum Chur. Ob es zusätzlich noch eine Außerordentliche Versammlung der Bischofskonferenz braucht, müssen wir jetzt noch besprechen. Die nächste ordentliche Versammlung ist im Juni geplant. Wenn es aber als notwendig erachtet wird, werden wir problemlos eine außerordentliche Versammlung halten.“

 

Schweiz: Bischof Koch dispensiert Priester - Der Basler Bischof Kurt Koch hat einen Priester von Aadorf im Kanton Thurgau von allen Verpflichtungen und Verantwortungen dispensiert. Das teilt das Bistum Basel, zu welchem der Thurgau gehört, am Montag mit. Der 40-jährige Schweizer Geistliche wurde wegen eines möglichen Fehlverhaltens bei Minderjährigen in Untersuchungshaft genommen, teilte die Kantonspolizei Thurgau gleichentags mit. Das Bistum dankt dem transparenten Kommunikationsvorgehen der Thurgauer Strafverfolgungsbehörden. Die Informationspolitik zum laufenden Verfahren werde sich an den Fakten und dem jeweils offiziellen Informationsstand der untersuchenden Behörden orientieren. Bis zum Verfahrensabschluss werden durch das Bistum Basel keine weiteren Informationen zum Fall veröffentlicht, um keine unnötigen Spekulationen oder Vorverurteilungen zu unterstützen. Den Verantwortlichen des Bistums Basel sei die weitere Aufklärung von sexuellen Übergriffen durch Seelsorgende ein großes Anliegen. Sie rufen Opfer auf, sich bei den Ansprechpersonen oder den Zuständigen des Bischöflichen Personalamtes zu melden.

 

Hirtenbrief: Die Katholische Aktion Österreich sieht Pro und Contra

Der Hirtenbrief des Papstes zum Thema Missbrauch hat die Erwartungen teilweise erfüllt. Das sagte die Präsidentin der Katholischen Aktion Österreich (KAÖ), Luitgard Derschmidt, in einem kathpress-Interview. Es sei gut, dass der Papst das Schweigen der Vergangenheit und den falschen Umgang mit diesen Vorfällen angeprangert und betont habe, dass es Konsequenzen geben müsse, so Derschmidt. Sie hätte sich aber gewünscht, dass auch die Frage des Pflichtzölibats angesprochen worden wäre:

 

„Der Zölibat ist aus meiner Sicht nicht die Ursache schlechthin für Kindesmissbrauch. Es ist aber die Frage, welche Rahmenbedingungen er setzt, die Entscheidungen von Tätern begünstigen. Die Gesellschaft muss die Sprachlosigkeit beim Thema Sexualität überwinden. Innerkirchlich geht es vor allem darum, sich einmal mit der Haltung der Kirche zur Sexualität auseinanderzusetzen - und zwar zur Sexualität als gutes Geschenk Gottes an die Menschen.“

 

Gleichzeitig sollten bereits im Beruf stehende Priester besser begleitet werden, so Derschmidt. Sie setzt sich für eine verpflichtende supervisorische Begleitung ein, wie sie auch in anderen Berufen üblich sei. Die KAÖ-Präsidentin äußerte Verständnis für alle, die jetzt an einen Kirchenaustritt denken. Zugleich betonte sie, dass ein Kirchenaustritt ist nicht die Lösung sei:

 

„Ich glaube eher, dass es sinnvoll ist - und das ist auch Gott sei Dank die Entscheidung von vielen Menschen - sich innerhalb der Kirche voll und ganz dafür einzusetzen, dass solche Dinge ordentlich behandelt werden und auch präventiv darüber nachgedacht wird, wie man Missbrauch verhindern kann.“

 

Die Katholische Aktion Österreich bezeichnet die katholischen Laienorganisationen auf Vereinsbasis, die in einem direkten und nahen Verhältnis zur Kirche stehen. Zumeist haben sie einen Priester als Seelsorger zur Seite gestellt, derzeit ist es Bischof Alois Schwarz aus Klagenfurt. Präsidentin Luitgard Derschmidt ist aus Salzburg.

 

Österreich: Projektgruppe gegen Missbrauch  - In Wien ist nun eine Projektgruppe gestartet, die sich mit dem Umgang von sexuellem Missbrauch im kirchlichen Umfeld beschäftigt. Unter dem Vorsitz von Generalvikar Franz Schuster wird es in dem Arbeitskreis darum gehen, Regelungen zu erarbeiten, welche die Förderung von Bewusstseinsbildung und Prävention zur Verhinderung von sexuellem Missbrauch in den Fokus zu stellen. In die Arbeit der Projektgruppen werden auch die Anregungen einfließen, die Papst Benedikt XVI. in seinem Brief an die Katholiken in Irland formuliert hat. (rv u. Agenturen 22)