Notiziario religioso  22-23  Marzo  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 22. Il commento al Vangelo. “Io sono la luce del mondo”  1

2.       23 febbraio 2010 Il commento al Vangelo. “Io non sono di questo mondo”  1

3.       Lettera del Papa sugli abusi sessuali. "Dovete rispondere di ciò davanti a Dio"  2

4.       Il Papa ai preti pedofili: «Ne risponderete davanti a Dio e ai tribunali»  5

5.       Preti pedofili, il Papa ai cattolici irlandesi: "Scandalizzati per i fallimenti nella Chiesa"  6

6.       Pedofilia, capo chiesa tedesca: «Abusi tenuti nascosti per anni»  6

7.       Ma è solo un passo, ora le riforme  7

8.       Vivere la Pasqua per diventare egregi 8

9.       L’Aquila. La rabbia del vescovo: "Ci hanno lasciati soli"  8

10.   Convegno Fisc a Piacenza. “Fare l'Europa. Le radici e il futuro”. 9

11.   Convegno Fisc. La direzione giusta. Le notizie dall'Europa non sono notizie dall'estero  9

12.   “Chiesa e migranti. Il valore dell’appartenenza religiosa”  10

13.   Convegno Fisc. Quale cultura per il futuro? L'irrinunciabile apertura alla realtà trascendente  10

14.   Iraq. Per il bene comune. Dopo il voto: intervista con mons. Sako  11

15.   Bad Honnef. La pastorale tedesca per i disabili 11

16.   L'appello di Bagnasco alla politica "Legalità e senso dello Stato in primo piano"  11

 

 

1.       Hirtenbrief Des Heiligen Vaters Papst Benedikt XVI. An die Katholiken in Irland  12

2.       „Hirtenbrief zeigt die Anteilnahme des Papstes“  14

3.       Papstbrief zum sexuellen Missbrauch in Irland. Deutsche Bischöfe fühlen sich angesprochen  15

4.       Sexueller Missbrauch. Zollitsch räumt Verschleierung ein  16

5.       Reaktionen auf den Hirtenbrief. „Eine Mahnung an uns“  16

6.       Missbrauch. Papst könnte sich noch zu deutschen Fällen äußern  17

7.       Papst zu Missbrauchsfällen. Schande und Reue  18

8.       Sexueller Missbrauch. Der Papst schweigt zu deutschen Fällen  19

9.       Papst zum Missbrauch. Klar und doch nicht klar genug  20

10.   Kirchengericht. Vatikan mauschelt Priester frei 20

11.   Der Pädophilie-Skandal – Fluch oder Segen für die Katholische Kirche?  21

12.   Priesterkollegsleiter findet Debatte hysterisch - „Zölibat schenkt Freiheit!“  22

13.   Der Unsinn von der Selbst-Entschuldigung  22

14.   Missbrauch in der katholischen Kirche. Psychiater warnte vor Phädophilem - vergebens  22

15.   Deutschland: „Im Haus meines Vaters sind viele Wohnungen“  23

16.   Gemeinde in Bruchköbel. Missbrauchsfall wurde vertuscht 23

17.   Island: Missbrauchsfälle sind kein Thema  23

18.   Ägypten: „Gewalt gegen Kopten schadet auch Islam“  23

 

 

 

 

Lunedì 22. Il commento al Vangelo. “Io sono la luce del mondo”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 8,12-20) commentato da P. Lino Pedron 

 

  12 Di nuovo Gesù parlò loro: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non

  camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».

  13 Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua

  testimonianza non è vera». 14 Gesù rispose: «Anche se io rendo testimonianza

  di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove vengo e dove

  vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado. 15 Voi giudicate

  secondo la carne; io non giudico nessuno. 16 E anche se giudico, il mio

  giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. 17

  Nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera: 18

  orbene, sono io che do testimonianza di me stesso, ma anche il Padre, che mi

  ha mandato, mi dà testimonianza». 19 Gli dissero allora: «Dov'è tuo padre?».

  Rispose Gesù: «Voi non conoscete né me né il Padre; se conosceste me,

  conoscereste anche il Padre mio». 20 Queste parole Gesù le pronunziò nel luogo del tesoro mentre insegnava nel tempio. E nessuno lo arrestò, perché non era ancora giunta la sua ora.

Il dialogo tra Gesù e i giudei si apre con la solenne proclamazione: "Io sono la

luce del mondo". Per fare questa affermazione, Gesù prende lo spunto dalle

luminarie della Festa delle Capanne, nella quale si illuminava il tempio di

Gerusalemme con tanta profusione di luci. Superando l’orizzonte giudaico, Gesù

si proclama la luce non solo di Gerusalemme, ma di tutta l’umanità. Egli, per la

prima volta, si proclama, in modo solenne ed esplicito, la luce del mondo, cioè

la rivelazione divina che porta vita e salvezza.

Per non camminare nelle tenebre, bisogna seguire Gesù, diventare suoi discepoli. Cammina nelle tenebre chi rifiuta l’adesione personale al Figlio di Dio (cfr Gv 12,35.46) e chi odia il proprio fratello (cfr 1Gv 2,9.11).

I giudei accusano Gesù di vanagloria perché rende testimonianza a se stesso e

perciò concludono che la sua testimonianza non è verace. In 5,32-37 Gesù aveva

già portato a suo favore la testimonianza del Battista, delle opere compiute e

del Padre. Ora afferma che la sua testimonianza è attendibile perché egli è una

persona divina.

In 5,31 Gesù aveva detto: "Se fossi io a rendere testimonianza a me stesso, la

mia testimonianza non sarebbe vera". Ora qui sembra dire il contrario: "Anche se io rendo testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da

dove vengo e dove vado" (v. 14). Nel primo caso Gesù parlava della sua

testimonianza umana, nel secondo si appella alla sua natura divina. Gesù conosce per scienza divina il mistero della sua origine.

I farisei ignorano completamente la vera identità di Gesù e la sua origine

divina perché giudicano secondo la carne, a differenza del Figlio che vive in

sintonia e in comunione con il Padre che l’ha mandato. Gesù che è pieno della

grazia della verità (cfr Gv 1,14. 17) non solo è la rivelazione vivente del

Padre, ma con il suo giudizio mostra lo stato reale degli uomini. La ragione

della veracità del giudizio di Cristo sta nella sua intima unione con il Padre.

In tal modo è rispettata anche l’esigenza della legge mosaica, che esige la

testimonianza di due persone, perché Gesù non è solo, perché il Padre è sempre

con lui (cfr Gv 8,29; 16,32).

"Gli dissero allora:Dov’è tuo padre?’. Rispose Gesù:Voi non conoscete né me

il Padre; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio’ ". Questa

risposta di Gesù insinua implicitamente la sua divinità. Egli dichiara che uno

solo è suo Padre, Dio, e che per conoscere il Padre bisogna conoscere lui che è

suo Figlio.

I giudei ignorano la vera identità di Gesù, non sanno che egli è il Figlio di

Dio e tanto meno immaginano che per giungere alla vera conoscenza del Padre

occorra passare per la persona del Cristo. Gesù dichiara che nessuno può andare

al Padre se non per mezzo di lui che è via, verità e vita; che per conoscere il

Padre bisogna conoscere il Figlio; che vedendo Gesù si vede il Padre, perché

l’uno vive nell’altro (cfr Gv 14,6-11).

Gesù attacca il giudaismo e gli nega ciò di cui è più fiero: la conoscenza di

Dio. Gli ebrei in realtà non conoscono Dio, perché rifiutano il Figlio di Dio.

Questa sublime rivelazione della vita trinitaria fu proclamata presso la camera

del tesoro nel tempio. Tale precisazione forse vuol dare alla testimonianza un

carattere più ufficiale e più solenne.

La frase finale "E nessuno lo arrestò, perché non era ancora giunta la sua ora"

è un ritornello che ricorre varie volte nel vangelo. Esso vuol mettere in

evidenza l’impossibilità, per i nemici, di impedire a Gesù di compiere la sua

missione secondo il disegno del Padre. De.it.press

 

 

 

 

 

23 febbraio 2010 Il commento al Vangelo. “Io non sono di questo mondo”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 8,21-30) commentato da P. Lino Pedron 

 

  21 Di nuovo Gesù disse loro: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel

  vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». 22 Dicevano allora i

  Giudei: «Forse si ucciderà, dal momento che dice: Dove vado io, voi non potete

  venire?». 23 E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete

  di questo mondo, io non sono di questo mondo. 24 Vi ho detto che morirete nei

  vostri peccati; se infatti non credete che io sono, morirete nei vostri

  peccati». 25 Gli dissero allora: «Tu chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò

  che vi dico. 26 Avrei molte cose da dire e da giudicare sul vostro conto; ma

  colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito

  da lui». 27 Non capirono che egli parlava loro del Padre. 28 Disse allora

  Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono

  e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io

  parlo. 29 Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché

  io faccio sempre le cose che gli sono gradite». 30 A queste sue parole, molti

  credettero in lui.

Gesù, per stimolare i suoi avversari a cambiare atteggiamento nei suoi

confronti, diventa polemico e fa balenare la minaccia della morte nel peccato.

Egli sta per tornare da Dio: con la sua passione e risurrezione passa da questo

mondo al Padre (cfr Gv 13,1); i suoi nemici non potranno raggiungerlo nella

gloria eterna; anzi, con la morte nel peccato di incredulità, si separeranno

eternamente da lui.

La reazione dei giudei è molto più sarcastica che in 7,35. Lì i suoi avversari

ipotizzavano il suo trasferimento in terra pagana, qui parlano di suicidio.

L’idea che la fonte della vita e della luce possa suicidarsi è possibile solo ai

figli del diavolo. In nessun altro passo del vangelo troviamo espressioni più

sarcastiche e blasfeme contro il Figlio di Dio.

La risposta di Gesù all’insulto satanico dei giudei è tagliente e aspra: voi

siete dal basso, dal mondo tenebroso del maligno, io sono dall’alto, di origine

divina. In Gv 8, 44 Gesù espliciterà maggiormente l’origine satanica dei suoi

avversari: il loro padre è il diavolo, l’omicida fin dal principio. Scrive

Loisy: "I giudei pensano di deridere il Cristo; ma sono loro tragicamente

ridicoli".

Se i giudei si ostinano a non aprirsi alla luce, che è Cristo, la loro sorte è

segnata: essi moriranno nei loro peccati. L’ostinazione nel rifiuto della luce

(cfr Gv 9,41), cioè l’opposizione fondamentale contro il Figlio di Dio, conduce

alla morte eterna (cfr 1Gv 5,16-17). Questo è il peccato specifico del mondo

tenebroso (cfr Gv 16,8-9).

La risurrezione e la vita si trovano in Gesù; per non morire bisogna credere

alla sua divinità (cfr Gv 11,25-26). Le parole "Io sono" indicano con chiarezza

la divinità di Cristo. "Io sono" è la traduzione del nome ebraico di Jahvè,

quindi esprime la divinità della persona di Gesù.

Gli interlocutori di Gesù non hanno ancora afferrato la sua dichiarazione,

davvero inaudita, di essere Dio. La comprensione piena dell’"Io sono" è

riservata alla scena finale (vv. 58-59). Per questo i giudei chiedono a Gesù:

"Tu chi sei?". L’interrogativo: "Chi è Gesù" è fondamentale nel vangelo di

Giovanni. La risposta di Gesù appare molto enigmatica. Fin dal principio il

Logos è ciò che dice, ossia la parola di Dio (Gv 1,1), la manifestazione della

vita e dell’amore del Padre.

Il Logos incarnato non manifesta solo il mistero di Dio, ma conosce bene anche

l’uomo; quindi può parlare dei suoi interlocutori senza sbagliarsi. Gesù rivela

al mondo ciò che ha udito dal Padre che lo ha mandato. L’evangelista annota: i

giudei non capirono che parlava loro del Padre.

La divinità di Gesù sarà riconosciuta quando sarà innalzato sulla croce. Anche i

giudei per avere la vita dovranno credere nel Logos incarnato esaltato sulla

croce. Con l’esaltazione dell’uomo Gesù sulla croce non avverrà solo il

riconoscimento della sua divinità, ma anche quello della sua funzione di

rivelatore definitivo, in piena e perfetta dipendenza dal Padre.

Il Padre e il Figlio vivono sempre intimamente uniti e formano una cosa sola per

cui il Logos incarnato non può mai essere abbandonato da Dio. Questa unità

perfetta tra Gesù e il Padre ha come conseguenza il perfetto compimento della

volontà del Padre. Nella Trinità esiste una sola volontà divina.

La pausa descrittiva sulla fede di molte persone in ascolto serve come passaggio

a un’altra scena nella quale è svolta una nuova tematica teologica, quella della

vera libertà dei figli di Abramo. Anche qui sembra trattarsi di una fede

superficiale, come quella di Nicodemo e degli altri abitanti di Gerusalemme.

De.it.press

 

 

 

 

Lettera del Papa sugli abusi sessuali. "Dovete rispondere di ciò davanti a Dio"

 

"... e davanti ai tribunali". La lettera pastorale del papa ai cattolici dell'Irlanda, sullo scandalo degli abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti  di Benedetto XVI

 

1. CARI FRATELLI E SORELLE DELLA CHIESA IN IRLANDA, è con grande preoccupazione che vi scrivo come Pastore della Chiesa universale. Come voi, sono stato profondamente turbato dalle notizie apparse circa l’abuso di ragazzi e giovani vulnerabili da parte di membri della Chiesa in Irlanda, in particolare da sacerdoti e da religiosi. Non posso che condividere lo sgomento e il senso di tradimento che molti di voi hanno sperimentato al venire a conoscenza di questi atti peccaminosi e criminali e del modo in cui le autorità della Chiesa in Irlanda li hanno affrontati.

 

Come sapete, ho recentemente invitato i vescovi irlandesi ad un incontro qui a Roma per riferire su come hanno affrontato queste questioni nel passato e indicare i passi che hanno preso per rispondere a questa grave situazione. Insieme con alcuni alti Prelati della Curia Romana ho ascoltato quanto avevano da dire, sia individualmente che come gruppo, mentre proponevano un’analisi degli errori compiuti e delle lezioni apprese, e una descrizione dei programmi e dei protocolli oggi in essere. Le nostre riflessioni sono state franche e costruttive. Nutro la fiducia che, come risultato, i vescovi si trovino ora in una posizione più forte per portare avanti il compito di riparare alle ingiustizie del passato e per affrontare le tematiche più ampie legate all’abuso dei minori secondo modalità conformi alle esigenze della giustizia e agli insegnamenti del Vangelo.

 

2. Da parte mia, considerando la gravità di queste colpe e la risposta spesso inadeguata ad esse riservata da parte delle autorità ecclesiastiche nel vostro Paese, ho deciso di scrivere questa Lettera Pastorale per esprimere la mia vicinanza a voi, e per proporvi un cammino di guarigione, di rinnovamento e di riparazione.

 

In realtà, come molti nel vostro Paese hanno rilevato, il problema dell’abuso dei minori non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa. Tuttavia il compito che ora vi sta dinnanzi è quello di affrontare il problema degli abusi verificatosi all’interno della comunità cattolica irlandese e di farlo con coraggio e determinazione. Nessuno si immagini che questa penosa situazione si risolverà in breve tempo. Positivi passi in avanti sono stati fatti, ma molto di più resta da fare. C’è bisogno di perseveranza e di preghiera, con grande fiducia nella forza risanatrice della grazia di Dio.

 

Al tempo stesso, devo anche esprimere la mia convinzione che, per riprendersi da questa dolorosa ferita, la Chiesa in Irlanda deve in primo luogo riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi. Una tale consapevolezza, accompagnata da sincero dolore per il danno arrecato alle vittime e alle loro famiglie, deve condurre ad uno sforzo concertato per assicurare la protezione dei ragazzi nei confronti di crimini simili in futuro.

 

Mentre affrontate le sfide di questo momento, vi chiedo di ricordarvi della "roccia da cui siete stati tagliati" (Is 51, 1). Riflettete sui contributi generosi, spesso eroici, offerti alla Chiesa e all’umanità come tale dalle passate generazioni di uomini e donne irlandesi, e lasciate che ciò generi slancio per un onesto auto-esame e un convinto programma di rinnovamento ecclesiale e individuale. La mia preghiera è che, assistita dall’intercessione dei suoi molti santi e purificata dalla penitenza, la Chiesa in Irlanda superi la presente crisi e ritorni ad essere un testimone convincente della verità e della bontà di Dio onnipotente, rese manifeste nel suo Figlio Gesù Cristo.

 

3. Storicamente i cattolici d’Irlanda si sono dimostrati una enorme forza di bene sia in patria che fuori. Monaci celtici come San Colombano diffusero il vangelo nell’Europa Occidentale gettando le fondamenta della cultura monastica medievale. Gli ideali di santità, di carità e di sapienza trascendente che derivano dalla fede cristiana, hanno trovato espressione nella costruzione di chiese e monasteri e nell’istituzione di scuole, biblioteche e ospedali che consolidarono l’identità spirituale dell’Europa. Quei missionari irlandesi trassero la loro forza e ispirazione dalla solida fede, dalla forte guida e dai retti comportamenti morali della Chiesa nella loro terra natìa.

 

Dal ’500 in poi, i cattolici in Irlanda subirono un lungo periodo di persecuzione, durante il quale lottarono per mantenere viva la fiamma della fede in circostanze pericolose e difficili. Sant’Oliver Plunkett, l’Arcivescovo martire di Armagh, è l’esempio più famoso di una schiera di coraggiosi figli e figlie dell’Irlanda disposti a dare la propria vita per la fedeltà al Vangelo. Dopo l’Emancipazione Cattolica, la Chiesa fu libera di crescere di nuovo. Famiglie e innumerevoli persone che avevano preservato la fede durante i tempi della prova divennero la scintilla di una grande rinascita del cattolicesimo irlandese nell’800. La Chiesa fornì scolarizzazione, specialmente ai poveri, e questo avrebbe apportato un grande contributo alla società irlandese. Tra i frutti delle nuove scuole cattoliche vi fu un aumento di vocazioni: generazioni di sacerdoti, suore e fratelli missionari lasciarono la patria per servire in ogni continente, specie nel mondo di lingua inglese. Furono ammirevoli non solo per la vastità del loro numero, ma anche per la robustezza della fede e la solidità del loro impegno pastorale. Molte diocesi, specialmente in Africa, America e Australia, hanno beneficiato della presenza di clero e religiosi irlandesi che predicarono il Vangelo e fondarono parrocchie, scuole e università, cliniche e ospedali, che servirono sia i cattolici, sia la società in genere, con particolare attenzione alle necessità dei poveri.

 

In quasi tutte le famiglie dell’Irlanda vi è stato qualcuno – un figlio o una figlia, una zia o uno zio – che ha dato la propria vita alla Chiesa. Giustamente le famiglie irlandesi hanno in grande stima ed affetto i loro cari, che hanno offerto la propria vita a Cristo, condividendo il dono della fede con altri e attualizzandola in un’amorevole servizio di Dio e del prossimo.

 

4. Negli ultimi decenni, tuttavia, la Chiesa nel vostro Paese ha dovuto confrontarsi con nuove e gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e secolarizzazione della società irlandese. Si è verificato un rapidissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici. Molto sovente le pratiche sacramentali e devozionali che sostengono la fede e la rendono capace di crescere, come ad esempio la frequente confessione, la preghiera quotidiana e i ritiri annuali, sono state disattese. Fu anche determinante in questo periodo la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo. Il programma di rinnovamento proposto dal Concilio Vaticano Secondo fu a volte frainteso e in verità, alla luce dei profondi cambiamenti sociali che si stavano verificando, era tutt’altro che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti. In particolare, vi fu una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari. È in questo contesto generale che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi, che ha contribuito in misura tutt’altro che piccola all’indebolimento della fede e alla perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti.

 

Solo esaminando con attenzione i molti elementi che diedero origine alla presente crisi è possibile intraprendere una chiara diagnosi delle sue cause e trovare rimedi efficaci. Certamente, tra i fattori che vi contribuirono possiamo enumerare: procedure inadeguate per determinare l’idoneità dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa; insufficiente formazione umana, morale, intellettuale e spirituale nei seminari e nei noviziati; una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona. Bisogna agire con urgenza per affrontare questi fattori, che hanno avuto conseguenze tanto tragiche per le vite delle vittime e delle loro famiglie e hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione.

 

5. In diverse occasioni sin dalla mia elezione alla Sede di Pietro, ho incontrato vittime di abusi sessuali, così come sono disponibile a farlo in futuro. Mi sono soffermato con loro, ho ascoltato le loro vicende, ho preso atto della loro sofferenza, ho pregato con e per loro. Precedentemente nel mio pontificato, nella preoccupazione di affrontare questo tema, chiesi ai Vescovi d’Irlanda, in occasione della visita ad Limina del 2006, di "stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i princìpi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi" (Discorso ai Vescovi dell’Irlanda, 28 ottobre 2006).

 

Con questa Lettera, intendo esortare tutti voi, come popolo di Dio in Irlanda, a riflettere sulle ferite inferte al corpo di Cristo, sui rimedi, a volte dolorosi, necessari per fasciarle e guarirle, e sul bisogno di unità, di carità e di vicendevole aiuto nel lungo processo di ripresa e di rinnovamento ecclesiale. Mi rivolgo ora a voi con parole che mi vengono dal cuore, e desidero parlare a ciascuno di voi individualmente e a tutti voi come fratelli e sorelle nel Signore.

 

6. Alle vittime di abuso e alle loro famiglie

 

Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata. Molti di voi avete sperimentato che, quando eravate sufficientemente coraggiosi per parlare di quanto vi era accaduto, nessuno vi ascoltava. Quelli di voi che avete subito abusi nei convitti dovete aver percepito che non vi era modo di fuggire dalle vostre sofferenze. È comprensibile che voi troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa. A suo nome esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo. Allo stesso tempo vi chiedo di non perdere la speranza. È nella comunione della Chiesa che incontriamo la persona di Gesù Cristo, egli stesso vittima di ingiustizia e di peccato. Come voi, egli porta ancora le ferite del suo ingiusto patire. Egli comprende la profondità della vostra pena e il persistere del suo effetto nelle vostre vite e nei vostri rapporti con altri, compresi i vostri rapporti con la Chiesa. So che alcuni di voi trovano difficile anche entrare in una chiesa dopo quanto è avvenuto. Tuttavia, le stesse ferite di Cristo, trasformate dalle sue sofferenze redentrici, sono gli strumenti grazie ai quali il potere del male è infranto e noi rinasciamo alla vita e alla speranza. Credo fermamente nel potere risanatore del suo amore sacrificale – anche nelle situazioni più buie e senza speranza – che porta la liberazione e la promessa di un nuovo inizio.

 

Rivolgendomi a voi come pastore, preoccupato per il bene di tutti i figli di Dio, vi chiedo con umiltà di riflettere su quanto vi ho detto. Prego che, avvicinandovi a Cristo e partecipando alla vita della sua Chiesa – una Chiesa purificata dalla penitenza e rinnovata nella carità pastorale – possiate arrivare a riscoprire l’infinito amore di Cristo per ciascuno di voi. Sono fiducioso che in questo modo sarete capaci di trovare riconciliazione, profonda guarigione interiore e pace.

 

7. Ai sacerdoti e ai religiosi che hanno abusato dei ragazzi

 

Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente dell’Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che siete sacerdoti avete violato la santità del sacramento dell’Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa.

 

Vi esorto ad esaminare la vostra coscienza, ad assumervi la responsabilità dei peccati che avete commesso e ad esprimere con umiltà il vostro rincrescimento. Il pentimento sincero apre la porta al perdono di Dio e alla grazia del vero emendamento. Offrendo preghiere e penitenze per coloro che avete offeso, dovete cercare di fare personalmente ammenda per le vostre azioni. Il sacrificio redentore di Cristo ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali. Allo stesso tempo, la giustizia di Dio esige che rendiamo conto delle nostre azioni senza nascondere nulla. Riconoscete apertamente la vostra colpa, sottomettetevi alle esigenze della giustizia, ma non disperate della misericordia di Dio.

 

8. Ai genitori

 

Siete stati profondamente sconvolti nell’apprendere le cose terribili che ebbero luogo in quello che avrebbe dovuto essere l’ambiente più sicuro di tutti. Nel mondo di oggi non è facile costruire un focolare domestico ed educare i figli. Essi meritano di crescere in un ambiente sicuro, amati e desiderati, con un forte senso della loro identità e del loro valore. Hanno diritto ad essere educati ai valori morali autentici, radicati nella dignità della persona umana, ad essere ispirati dalla verità della nostra fede cattolica e ad apprendere modi di comportamento e di azione che li portino ad una sana stima di sé e alla felicità duratura. Questo compito nobile ed esigente è affidato in primo luogo a voi, loro genitori. Vi esorto a fare la vostra parte per assicurare la miglior cura possibile dei ragazzi, sia in casa che nella società in genere, mentre la Chiesa, da parte sua, continua a mettere in pratica le misure adottate negli ultimi anni per tutelare i giovani negli ambienti parrocchiali ed educativi. Mentre portate avanti le vostre importanti responsabilità, siate certi che sono vicino a voi e che vi porgo il sostegno della mia preghiera.

 

9. Ai ragazzi e ai giovani dell’Irlanda

 

Desidero offrirvi una particolare parola di incoraggiamento. La vostra esperienza di Chiesa è molto diversa da quella dei vostri genitori e dei vostri nonni. Il mondo è molto cambiato da quando essi avevano la vostra età. Nonostante ciò, tutti, in ogni generazione, sono chiamati a percorrere lo stesso cammino della vita, qualunque possano essere le circostanze. Siamo tutti scandalizzati per i peccati e i fallimenti di alcuni membri della Chiesa, particolarmente di coloro che furono scelti in modo speciale per guidare e servire i giovani. Ma è nella Chiesa che voi troverete Gesù Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre (cfr Eb 13, 8). Egli vi ama e per voi ha offerto se stesso sulla croce. Cercate un rapporto personale con lui nella comunione della sua Chiesa, perché lui non tradirà mai la vostra fiducia! Lui solo può soddisfare le vostre attese più profonde e dare alle vostre vite il loro significato più pieno indirizzandole al servizio degli altri. Tenete gli occhi fissi su Gesù e sulla sua bontà e proteggete nel vostro cuore la fiamma della fede. Insieme con i vostri fratelli cattolici in Irlanda guardo a voi perché siate fedeli discepoli del nostro Dio e contribuiate con il vostro entusiasmo e il vostro idealismo tanto necessari alla ricostruzione e al rinnovamento della nostra amata Chiesa.

 

10. Ai sacerdoti e ai religiosi dell’Irlanda

 

Tutti noi stiamo soffrendo come conseguenza dei peccati di nostri confratelli che hanno tradito una consegna sacra o non hanno affrontato in modo giusto e responsabile le accuse di abuso. Di fronte all’oltraggio e all’indignazione che ciò ha provocato, non soltanto tra i laici ma anche tra voi e le vostre comunità religiose, molti di voi si sentono personalmente scoraggiati e anche abbandonati. Sono consapevole inoltre che agli occhi di alcuni apparite colpevoli per associazione, e siete visti come se foste in qualche nodo responsabili dei misfatti di altri. In questo tempo di sofferenza, voglio darvi atto della dedizione della vostra vita di sacerdoti e religiosi e dei vostri apostolati, e vi invito a riaffermare la vostra fede in Cristo, il vostro amore verso la sua Chiesa e la vostra fiducia nella promessa di redenzione, di perdono e di rinnovamento interiore del Vangelo. In questo modo, dimostrerete a tutti che dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia (cfr Rm 5, 20).

 

So che molti di voi sono delusi, sconcertati e adirati per il modo in cui queste questioni sono state affrontate da alcuni vostri superiori. Ciononostante, è essenziale che collaboriate da vicino con coloro che sono in autorità e che di adoperiate a far sì che le misure adottate per rispondere alla crisi siano veramente evangeliche, giuste ed efficaci. Soprattutto, vi esorto a diventare sempre più chiaramente uomini e donne di preghiera, seguendo con coraggio la via della conversione, della purificazione e della riconciliazione. In questo modo, la Chiesa in Irlanda trarrà nuova vita e vitalità dalla vostra testimonianza al potere redentore del Signore reso visibile nella vostra vita.

 

11. Ai miei fratelli vescovi

 

Non si può negare che alcuni di voi e dei vostri predecessori avete mancato, a volte gravemente, nell’applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi. Seri errori furono commessi nel trattare le accuse. Capisco quanto era difficile afferrare l’estensione e la complessità del problema, ottenere informazioni affidabili e prendere decisioni giuste alla luce di consigli divergenti di esperti. Ciononostante, si deve ammettere che furono commessi gravi errori di giudizio e che si sono verificate mancanze di governo. Tutto questo ha seriamente minato la vostra credibilità ed efficacia. Apprezzo gli sforzi che avete fatto per porre rimedio agli errori del passato e per assicurare che non si ripetano. Oltre a mettere pienamente in atto le norme del diritto canonico nell’affrontare i casi di abuso dei ragazzi, continuate a cooperare con le autorità civili nell’ambito di loro competenza. Chiaramente, i superiori religiosi devono fare altrettanto. Anch’essi hanno partecipato a recenti incontri qui a Roma intesi a stabilire un approccio chiaro e coerente a queste questioni. È doveroso che le norme della Chiesa in Irlanda per la tutela dei ragazzi siano costantemente riviste ed aggiornate e che siano applicate in modo pieno ed imparziale in conformità con il diritto canonico.

 

Soltanto un’azione decisa portata avanti con piena onestà e trasparenza potranno ripristinare il rispetto e il benvolere degli Irlandesi verso la Chiesa alla quale abbiamo consacrato la nostra vita. Ciò deve scaturire, prima di tutto, dal vostro esame di voi stessi, dalla purificazione interiore e dal rinnovamento spirituale. La gente dell’Irlanda giustamente si attende che siate uomini di Dio, che siate santi, che viviate con semplicità, che ricerchiate ogni giorno la conversione personale. Per loro, secondo l’espressione di Sant’Agostino, siete vescovi; eppure con loro siete chiamati ad essere seguaci di Cristo (cfr Discorso 340, 1). Vi esorto dunque a rinnovare il vostro senso di responsabilità davanti a Dio, a crescere in solidarietà con la vostra gente e ad approfondire la vostra sollecitudine pastorale per tutti i membri del vostro gregge. In particolare, siate sensibili alla vita spirituale e morale di ciascuno dei vostri sacerdoti. Siate un esempio con le vostre stesse vite, siate loro vicini, prestate ascolto alle loro preoccupazioni, offrite loro incoraggiamento in questo tempo di difficoltà e alimentate la fiamma del loro amore per Cristo e il loro impegno nel servizio dei loro fratelli e sorelle.

 

Anche i laici devono essere incoraggiati a fare la loro parte nella vita della Chiesa. Fate in modo che siano formati in modo tale che possano dare ragione in modo articolato e convincente del Vangelo nella società moderna (cfr 1 Pt 3, 15), e cooperino più pienamente alla vita e alla missione della Chiesa. Questo, a sua volta, vi aiuterà a ritornare ad essere guide e testimoni credibili della verità redentrice di Cristo.

 

12. A tutti i fedeli dell’Irlanda

 

L’esperienza che un giovane fa della Chiesa dovrebbe sempre portare frutto in un incontro personale e vivificante con Gesù Cristo in una comunità che ama e che offre nutrimento. In questo ambiente, i giovani devono essere incoraggiati a crescere fino alla loro piena statura umana e spirituale, ad aspirare ad alti ideali di santità, di carità e di verità e a trarre ispirazione dalle ricchezze di una grande tradizione religiosa e culturale. Nella nostra società sempre più secolarizzata, in cui anche noi cristiani sovente troviamo difficile parlare della dimensione trascendente della nostra esistenza, abbiamo bisogno di trovare nuove vie per trasmettere ai giovani la bellezza e la ricchezza dell’amicizia con Gesù Cristo nella comunione della sua Chiesa. Nell’affrontare la presente crisi, le misure per occuparsi in modo giusto dei singoli crimini sono essenziali, tuttavia da sole non sono sufficienti: vi è bisogno di una nuova visione per ispirare la generazione presente e quelle future a far tesoro del dono della nostra comune fede. Camminando sulla via indicata dal Vangelo, osservando i comandamenti e conformando la vostra vita in modo sempre più vicino alla persona di Gesù Cristo, farete esperienza del profondo rinnovamento di cui oggi vi è così urgente bisogno. Vi invito tutti a perseverare lungo questo cammino.

 

13. Cari fratelli e sorelle in Cristo, è con profonda preoccupazione verso voi tutti in questo tempo di dolore, nel quale la fragilità della condizione umana è stata così chiaramente rivelata, che ho desiderato offrirvi queste parole di incoraggiamento e di sostegno. Spero che le accoglierete come un segno della mia spirituale vicinanza e della mia fiducia nella vostra capacità di rispondere alle sfide dell’ora presente traendo rinnovata ispirazione e forza dalle nobili tradizioni dell’Irlanda di fedeltà al Vangelo, di perseveranza nella fede e di risolutezza nel conseguimento della santità. Insieme con tutti voi, prego con insistenza che, con la grazia di Dio, le ferite che hanno colpito molte persone e famiglie possano essere guarite e che la Chiesa in Irlanda possa sperimentare una stagione di rinascita e di rinnovamento spirituale.

 

14. Desidero proporvi alcune iniziative concrete per affrontare la situazione.

 

Al termine del mio incontro con i vescovi dell’Irlanda, ho chiesto che la quaresima di quest’anno sia considerata tempo di preghiera per una effusione della misericordia di Dio e dei doni di santità e di forza dello Spirito Santo sulla Chiesa nel vostro Paese. Invito ora voi tutti a dedicare le vostre penitenze del venerdì, per un intero anno, da ora fino alla Pasqua del 2011, per questa finalità. Vi chiedo di offrire il vostro digiuno, la vostra preghiera, la vostra lettura della Sacra Scrittura e le vostre opere di misericordia per ottenere la grazia della guarigione e del rinnovamento per la Chiesa in Irlanda. Vi incoraggio a riscoprire il sacramento della Riconciliazione e ad avvalervi con maggiore frequenza della forza trasformatrice della sua grazia.

 

Particolare attenzione dovrà anche essere riservata all’adorazione eucaristica, e in ogni diocesi vi dovranno essere chiese o cappelle specificamente riservate a questo fine. Chiedo che le parrocchie, i seminari, le case religiose e i monasteri organizzino tempi per l’adorazione eucaristica, in modo che tutti abbiano la possibilità di prendervi parte. Con la preghiera fervorosa di fronte alla reale presenza del Signore, potete compiere la riparazione per i peccati di abuso che hanno recato tanto danno, e al tempo stesso implorare la grazia di una rinnovata forza e di un più profondo senso della missione da parte di tutti i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i fedeli.

 

Sono fiducioso che questo programma porterà ad una rinascita della Chiesa in Irlanda nella pienezza della verità stessa di Dio, poiché è la verità che ci rende liberi (cfr Gv 8, 32).

 

Inoltre, dopo essermi consultato e aver pregato sulla questione, intendo indire una Visita Apostolica in alcune diocesi dell’Irlanda, come pure in seminari e congregazioni religiose. La Visita si propone di aiutare la Chiesa locale nel suo cammino di rinnovamento e sarà stabilita in cooperazione con i competenti uffici della Curia Romana e la Conferenza Episcopale Irlandese. I particolari saranno resi noti a suo tempo.

 

Propongo inoltre che si tenga una Missione a livello nazionale per tutti i vescovi, i sacerdoti e i religiosi. Nutro la speranza che, attingendo dalla competenza di esperti predicatori e organizzatori di ritiri sia dall’Irlanda che da altrove, e riesaminando i documenti conciliari, i riti liturgici dell’ordinazione e della professione e i recenti insegnamenti pontifici, giungiate ad un più profondo apprezzamento delle vostre rispettive vocazioni, in modo da riscoprire le radici della vostra fede in Gesù Cristo e da bere abbondantemente dalle sorgenti dell’acqua viva che egli vi offre attraverso la sua Chiesa.

 

In questo Anno dedicato ai Sacerdoti, vi do in consegna in modo del tutto particolare la figura di San Giovanni Maria Vianney, che ebbe una così ricca comprensione del mistero del sacerdozio. "Il sacerdote, scrisse, ha la chiave dei tesori del cielo: è lui che apre la porta, è lui il dispensiere del buon Dio, l’amministratore dei suoi beni". Il Curato d’Ars ben comprese quanto grandemente benedetta è una comunità quando è servita da un sacerdote buono e santo: "Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il tesoro più grande che il buon Dio può dare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della divina misericordia". Per intercessione di San Giovanni Maria Vianney possa il sacerdozio in Irlanda riprendere vita e possa l’intera Chiesa in Irlanda crescere nella stima del grande dono del ministero sacerdotale.

 

Colgo questa opportunità per ringraziare fin d’ora tutti coloro che saranno coinvolti nell’impegno di organizzare la Visita Apostolica e la Missione, come pure i molti uomini e donne che in tutta l’Irlanda stanno già adoperandosi per la tutela dei ragazzi negli ambienti ecclesiali. Fin da quando la gravità e l’estensione del problema degli abusi sessuali dei ragazzi in istituzioni cattoliche incominciò ad essere pienamente compreso, la Chiesa ha compiuto una grande mole di lavoro in molte parti del mondo, al fine di affrontarlo e di porvi rimedio. Mentre non si deve risparmiare alcuno sforzo per migliorare ed aggiornare procedure già esistenti, mi incoraggia il fatto che le prassi vigenti di tutela, fatte proprie dalle Chiese locali, sono considerate, in alcune parti del mondo, un modello da seguire per altre istituzioni.

 

Desidero concludere questa Lettera con una speciale Preghiera per la Chiesa in Irlanda, che vi invio con la cura che un padre ha per i suoi figli e con l’affetto di un cristiano come voi, scandalizzato e ferito per quanto è accaduto nella nostra amata Chiesa. Mentre utilizzerete questa preghiera nelle vostre famiglie, parrocchie e comunità, possa la Beata Vergine Maria proteggervi e guidarvi lungo la via che conduce ad una più stretta unione con il suo Figlio, crocifisso e risorto. Con grande affetto e ferma fiducia nelle promesse di Dio, di cuore imparto a tutti voi la mia Benedizione Apostolica come pegno di forza e pace nel Signore.

Dal Vaticano, 19 marzo 2010, Solennità di San Giuseppe

BENEDICTUS PP. XVI

 

 

 

 

 

Il Papa ai preti pedofili: «Ne risponderete davanti a Dio e ai tribunali»

 

Lettera ai cattolici irlandesi: esprimo la nostra vergogna - Associazione vittime: siamo profondamente delusi

 

CITTÀ DEL VATICANO - Di fronte alla «gravita» delle colpe relative agli abusi sessuali sui minori c'è stata in Irlanda una «risposta spesso inadeguata» «da parte delle autorità ecclesiastiche». Lo afferma Benedetto XVI nella sua Lettera pastorale ai cattolici irlandesi. «Si deve ammettere che furono commessi gravi errori di giudizio - scrive il Papa nella sezione dedicata ai fratelli vescovi - e che si sono verificate mancanze di governo». «Non si può negare che alcuni di voi e dei vostri predecessori avete mancato, a volte gravemente, nell'applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi». «Seri errori - aggiunge Ratzinger - furono commessi nel trattare le accuse». Tutto questo, secondo Benedetto XVI «ha seriamente minato la vostra credibilità ed efficacia».

 

L'unica attenuante concessa dal Pontefice riguarda la difficoltà di «afferrare l'estensione e la complessità del problema» e di «ottenere informazioni affidabili e prendere decisioni giuste alla luce di consigli divergenti di esperti».

 

I preti pedofili dovranno rispondere dei loro abusi «davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti». Il Papa ha poi ribadito di condividere lo «sgomento» di tanti fedeli per il «tradimento» degli abusi, auspicando una «rinascita» della Chiesa d'Irlanda. Benedetto XVI ha accusato i sacerdoti e i religiosi che hanno compiuto abusi di aver causato alle vittime «un danno immenso» e di aver perpetrato «un grande danno» alla Chiesa e «alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa».

 

Pentimento sincero. Ciò detto, il Papa ha raccomandato ai colpevoli un esame di coscienza, un «pentimento sincero», «preghiere e penitenze per coloro che avete offeso» e di fare «personalmente ammenda per le vostre azioni». Una purificazione interiore che deve precedere ma non escludere - ha spiegato il pontefice - la giustizia terrena. «La giustizia di Dio - ha detto - esige che rendiamo conto delle nostre azioni senza nascondere nulla». Perciò «riconoscete apertamente la vostra colpa - ha esortato - sottomettetevi alle esigenze della giustizia». Ma «non disperate - ha concluso - della misericordia di Dio», pronto a perdonare di fronte a un pentimento sincero «persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali».

 

Visita apostolica in Irlanda. Nella sua Lettera Benedetto XVI annuncia che indirà «una Visita Apostolica in alcune diocesi dell'Irlanda, come pure ins eminari e congregazioni religiose». La visita, che dovrebbe essere compiuta da un suo incaricato, «si propone di aiutare la Chiesa locale nel suo cammino di rinnovamento e sarà stabilita in cooperazione con i competenti uffici della Curia Romana e la Conferenza Episcopale Irlandese».

 

Vi esprimo la nostra vergogna. «Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata». C'è stato poi il problema, aggiunge il Pontefice, delle denunce che no hanno trovato ascolto, quindi molti di coloro che sono state vittime hanno percepito «che non vi era modo di fuggire alle sofferenze». «È comprensibile - spiega il Pontefice - che voi troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa. A suo nome esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo Allo stesso tempo vi chiedo di non perdere la speranza».

 

Disposto a incontro con le vittime. «In diverse occasioni sin dalla mia elezione alla Sede di Pietro, ho incontrato vittime di abusi sessuali, così come sono disponibile a farlo in futuro. Mi sono soffermato con loro, ho ascoltato le loro vicende, ho preso atto della loro sofferenza, ho pregato con e per loro», ricorda il Papa ripensando implicitamente agli incontri con gruppi di vittime di abusi avuti durante le sue visite negli Stati Uniti e in Australia, e anche in Vaticano ricevendo una delegazione di nativi canadesi educati nelle scuole cattoliche del Paese.

 

Troppa preoccupazione pre buon nome chiesa. Tra le cause che hanno dato origine alla «crisi» della chiesa di Irlanda, degli abusi sui minori che vi si sono perpetrati, Benedetto XVI ha indicato «una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali», oltre all'inadeguatezza delle procedure attuate «per determinare l'idoneità dei candidati al sacerdozio ed alla vita religiosa». Tra gli altri fattori elencati , come una «insufficiente formazione umana, morale, intellettuale e spirituale nei seminari e nei noviziati», una «tendenza nella società a favorire il clero ed altre figure in autorità». Tutti questi fattori, secondo papa Ratzinger, «hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore ed alla mancata tutela della dignità di ogni persona». Tutti fattori sui quali - ha concluso il papa - «bisogna agire con urgenza».

 

Cardinal Brady: evidente sgomento Papa. «Ringrazio il Santo Padre per la sua profonda gentilezza e la sua preoccupazione. È evidente in questa lettera pastorale che Papa Benedetto prova un profondo sgomento per ciò che definisce atti peccaminosi e criminali e per il modo in cui le autorità della Chiesa in Irlanda gli hanno affrontatì». Lo ha dichiarato il cardinale irlandese Sean Brady al termine della messa mattutina nella cattedrale di Saint Patrick ad Armagh, Irlanda del Nord.

 

Vittime: profondamente delusi. L'associazione irlandese in difesa delle vittime degli abusi sessuali da parte di religiosi One in Four si è detta «profondamente delusa» dalla lettera di Papa Benedetto XVI. Meave Lewis, direttrice dell'organizzazione, ha criticato la missiva in quanto «il Papa sembra concentrarsi eccessivamente sul fatto che la legge canonica non sia stata applicata in maniera corretta, senza riconoscere che la responsabilità dell'insabbiamento della verità è di un meccanismo che arriva fino ai vertici del Vaticano». «Abbiamo avuto l'impressione che il Papa considerasse il problema in Irlanda come il frutto di un processo di secolarizzazione, ma non è così». L'organizzazione accoglie con favore le scuse del Papa alle vittime anche se, fa notare, il Pontefice non si è scusato per il trattamento ricevuto da chi aveva denunciato gli abusi ed è stato screditato. Riguardo all'esortazione fatta dal Santo Padre a denunciare gli abusi, One in Four ha dichiarato di sperare che questo si traduca nell'obbligo per tutti gli ecclesiastici di sporgere denuncia alle autorità civili.

 

Arcivescovo Dublino: è un passo avanti. L'arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin ha accolto con favore la lettera di Papa Benedetto XVI non come il documento finale ma come «un ulteriore passo avanti nel processo di rinnovamento e di guarigione della chiesa cattolica in Irlanda» in seguito allo scandalo dell'abuso dei minori da parte degli ecclesiastici. «Accolgo l'espressione di scuse del Papa e il suo riconoscimento della sofferenza e del senso di tradimento provati dai sopravvissuti alle violenze. Il Papa riconosce i fallimenti delle autorità della Chiesa nel modo in cui hanno affrontato questi atti peccaminosi e criminali», ha aggiunto l'arcivescovo. IM 20

 

 

 

 

 

Preti pedofili, il Papa ai cattolici irlandesi: "Scandalizzati per i fallimenti nella Chiesa"

 

Nella sua Lettera pastorale Benedetto XVI si rivolge ai colpevoli e alle vittime

Ai primi raccomanda "pentimento sincero", agli altri esprime "vergogna e rimorso"

Il Pontefice e annuncia un'indagine approfondita e una visita apostolica nell'isola

Il cardinale Brady parla di "giorno storico", profondamente deluso chi ha subito gli abusi

 

CITTA' DEL VATICANO - I preti pedofili dovranno rispondere dei loro abusi "davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti". Lo afferma Benedetto XVI nella sua Lettera pastorale ai cattolici d'Irlanda, diffusa alla stampa questa mattina, rivolgendosi direttamente "ai sacerdoti e ai religiosi che hanno abusato dei ragazzi". Il Papa ribadisce di condividere lo "sgomento" di tanti fedeli per il "tradimento" degli abusi, auspicando una "rinascita" della Chiesa d'Irlanda.  "Siamo tutti scandalizzati per i peccati e i fallimenti di alcuni membri della Chiesa, particolarmente di coloro che furono scelti in modo speciale per guidare e servire i giovani", sottolinea.

 

Ai responsabili degli abusi. Il Papa accusa i sacerdoti e i religiosi che hanno compiuto abusi di aver causato alle vittime "un danno immenso" e di aver arrecato "un grande danno" alla Chiesa e "alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa". Quindi raccomanda ai colpevoli un esame di coscienza, un "pentimento sincero", "preghiere e penitenze per coloro che avete offeso" e di fare "personalmente ammenda per le vostre azioni". Una purificazione interiore che deve precedere ma non escludere la giustizia terrena. "La giustizia di Dio - dice Ratzinger - esige che rendiamo conto delle nostre azioni senza nascondere nulla". Perciò "riconoscete apertamente la vostra colpa - prosegue il Pontefice sempre all'indirizzo dei responsabili degli abusi - sottomettetevi alle esigenze della giustizia", ma "non disperate  della misericordia di Dio", pronto a perdonare di fronte a un pentimento sincero "persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali".

 

"Non si può negare che alcuni di voi e dei vostri predecessori - dice il Papa ai vescovi irlandesi - avete mancato, a volte gravemente, nell'applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi. Seri errori furono commessi nel trattare le accuse". Tutto questo, secondo Benedetto XVI "ha seriamente minato la vostra credibilità ed efficacia". L'unica attenuante concessa dal Pontefice riguarda la difficoltà di "afferrare l'estensione e la complessità del problema" e di "ottenere informazioni affidabili e prendere decisioni giuste alla luce di consigli divergenti di esperti". Quindi l'invito, "oltre a mettere pienamente in atto le norme del diritto canonico nell'affrontare i casi di abuso dei ragazzi" a continuare "a cooperare con le autorità civili nell'ambito di loro competenza" e ad "agire con urgenza per affrontare" le cause "che hanno avuto conseguenze tanto tragiche per le vite delle vittime e delle loro famiglie".

 

Il Papa sottolinea comunque che "il problema dell'abuso dei minori non è specifico né dell'Irlanda né della Chiesa", ma va in ogni caso affrontato con "coraggio e determinazione". Poi un monito: "Nessuno si immagini che questa penosa situazione si risolverà in breve tempo".

 

"Considerando la gravità di queste colpe e la risposta spesso inadeguata ad esse riservata da parte delle autorità ecclesiastiche nel vostro Paese - si legge nel documento - ho deciso di scrivere questa Lettera pastorale per esprimere la mia vicinanza a voi, e per proporvi un cammino di guarigione, di rinnovamento e di riparazione. Positivi passi avanti sono stati fatti, ma molto di più resta da fare"

 

Alle vittime e ai loro familiari. "Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato", afferma ancora il Pontefice rivolgendosi alle vittime degli abusi e alle loro famiglie. E a nome della Chiesa esprime "apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo".

 

"In diverse occasioni sin dalla mia elezione alla sede di Pietro, ho incontrato vittime di abusi sessuali, così come sono disponibile a farlo in futuro - aggiunge - Mi sono soffermato con loro, ho ascoltato le loro vicende, ho preso atto della loro sofferenza, ho pregato con e per loro".

 

Tra gli elementi costitutivi del contesto in cui si sono verificati gli abusi, il Papa cita la tendenza al secolarismo e un "frainteso" approccio al Concilio Vaticano II. E tra le cause enumera anche le "procedure inadeguate per determinare l'idoneità dei candidati al sacerdozio, una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità" e "una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della chiesa e per evitare gli scandali".

 

Benedetto XVI annuncia un'indagine accurata per verificare tutte le responsabilità ed intende contribuire con decisioni severe e coraggiose alla "rinascita della Chiesa in Irlanda". Essa deve avvenire, scrive nella sua Lettera Pastorale, "nella pienezza della verità stessa di Dio, poichè è la verità che ci rende liberi". Per questo, afferma il Papa, "dopo essermi consultato e aver pregato sulla questione, intendo indire una Visita Apostolica in alcune diocesi dell'Irlanda, come pure in seminari e congregazioni religiose".

 

Le reazioni. Se il primate d'Irlanda, cardinale Sean Brady, ringrazia il Pontefice per la lettera e parla di "giorno storico" per i fedeli dell'isola, le vittime degli abusi si dicono profondamente deluse. "La missiva non menziona le preoccupazioni delle vittime", sostiene Maeve Lewis, direttore del gruppo 'One in Four', che rappresenta alcune dei minori abusati. Secondo Lewis, la lettera si concentra troppo sulle colpe dei singoli preti senza riconoscere le responsabilità del Vaticano tanto che non chiede le dimissioni di Brady.

 

Il primate è oggetto di polemiche, in questi giorni, per aver assistito, all'epoca in cui era semplice professore di diritto canonico, all'intervista di due vittime di un prete pedofilo alle quali, per volontà del vescovo dell'epoca, fu chiesto di mantenere il silenzio. Lo stesso porporato ha fatto implicito riferimento all'ipotesi di dimissioni, chieste da più parti, quando, nei giorni scorsi, ha affermato: "Rifletterò". LR 20

 

 

 

 

Pedofilia, capo chiesa tedesca: «Abusi tenuti nascosti per anni»

 

Der Spiegel: probabilmente Ratzinger sapeva - Monsignor Fisichella: mai più spazio a scusanti e reticenze

                  

ROMA - Il presidente della Conferenza episcopale tedesca, l'arcivescovo di Friburgo Robert Zollitsch, ha ammesso per la prima volta che la Chiesa cattolica tedesca ha nascosto «per anni» i casi di abusi sessuali commessi da religiosi nei confronti di minori. Zollitsch lo ha detto in un'intervista al settimanale Focus.

 

«Anche la società ha taciuto». «Sì, questo è successo - ha ammesso mons. Zollitsch riferendosi agli episodi di abusi poi nascosti -. Da anni, tuttavia, seguiamo un corso opposto». La Chiesa, ha comunque aggiunto, non è stata la sola a comportarsi in questo modo. Secondo l'arcivescovo, infatti, gli abusi sessuali su minori «sono stati tenuti segreti nell'intera società per decenni».

 

Der Siegel: probabilmente Ratzinger sapeva. Il settimanale tedesco Der Spiegel cita l'esistenza di documenti e fornisce dettagli sul caso del prete pedofilo che papa Joseph Ratzinger - quando era arcivescovo - aveva accettato di far curare nella propria diocesi di Monaco di Baviera nel 1980 ma che poi era stato impiegato pericolosamente in attività pastorali di nuovo a contatto con minori per dichiarata colpa del suo vicario Gerhard Gruber. In un sottotitolo della sua edizione cartacea oggi in edicola, il settimanale sostiene che «proprio il papa, da arcivescovo di Monaco, non prese sul serio il problema di un violentatore di bambini».

 

Nell'articolo si forniscono dettagli che integrano un'esposizione della vicenda fatta quasi dieci giorni fa da due comunicati dell'Arcivescovado di Monaco e Frisinga in cui si annunciava l'ammissione dell'errore e la sospensione del sacerdote (lo 'Spiegel' lo chiama ancora solo «Peter H.», lettera che la stampa americana ha esplicitato in «Hullermann»). Il settimanale fra l'altro scrive che «nemmeno due settimane dopo» l'accoglienza a Monaco concessa su preghiera del vescovado di Essen, Peter H. «era già attivo come curatore d'anime», nonostante avesse alle spalle «almeno» quattro sospetti casi di abusi pedofili, circostanza «chiaramente riscontrabile» nella lettera di raccomandazione (l'arcivescovado aveva sostenuto solo che «si deve presumere» che all'epoca fosse noto). «Ratzinger non ne avrebbe saputo nulla», scrive lo Spiegel sintetizzando la posizione espressa dall'arcivescovado il 12 marzo scorso: «al suo segretariato però giunse una nota del suo vicario generale Gerhard Gruber sull'impiego del cappellano nella comunità di San Giovanni evangelista. Ratzinger non ha visto la nota?». Nel constatare che «Ratzinger, figlio di un poliziotto», « il suo arcivescovado informarono le autorità statali» del caso, lo Spiegel fra l'altro sostiene che i tre successivi trasferimenti del sacerdote - tra cui quello a Grafing, nei pressi di Monaco, dove poi il religioso nel 1986 fu condannato per abusi su «diversi scolari» - avvennero senza che la pericolosità del pedofilo venisse segnalata.

 

La lettera del Papa agli irlandesi è stata definita da monsignor Rino Fisichella su Avvenire «un grido di dolore di tutta la Chiesa» ma anche «un modo estremamente deciso di voltare pagina», ha detto il rettore della Pontificia Università Lateranense, sottolineando che adesso «non sarà più possibile nessun elemento di scusante di reticenza» sugli abusi commessi da uomini di chiesa.

 

Parole «di grande coraggio» quelle di Benedetto XVI che, spiega, «fa una analisi dei fatti lucida, si assume le responsabilità ed esprime il grande rinnovamento che tocca alla Chiesa intera», a partire dal «discernimento vocazionale: il sacerdozio - dice Fisichella - non è un diritto per nessuno ma una vocazione che va sottoposta a discernimento per capire le reali intenzioni del candidato. Nemmeno la mancanza delle vocazioni può essere una scusante per accogliere chiunque bussi». Il teologo esprime poi la sua «profonda vicinanza al Santo Padre perchè ancora una volta si è dovuto fare carico di un peso che gli è estraneo».

 

E su Repubblica il cardinale Georges Cottier, teologo emerito della Casa Pontificia, si dice colpito «dal livello spirituale e dal tasso di misericordia» di Ratzinger che si rivolge «come un padre a tutti i cristiani, alle vittime, ai genitori, ma anche ai responsabili di atti così osceni invitandoli a chiedere perdono». «Purtroppo - aggiunge - negli anni passati questi crimini sono stati coperti da atteggiamenti di omertà da quei vescovi che avrebbero dovuto vegliare ma che per paura dello scandalo hanno taciuto. C'è stata troppa leggerezza». IM 21

 

 

 

 

 

Ma è solo un passo, ora le riforme

Non so quanta parte del messaggio indirizzato dal Papa «ai cattolici d’Irlanda» con la sua lunga e tormentata lettera pastorale giungerà al grande pubblico, in Irlanda o nel mondo.

Il tema è quello degli «atti peccaminosi e criminali e del modo in cui le autorità della Chiesa in Irlanda li hanno affrontati».

 

Ma in troppi altri Paesi sono esplosi analoghi scandali. Il Papa si duole che si sia voluto nasconderli, che vi sia stata «una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali». E anche se è vero che «il problema dell’abuso dei minori non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa», Papa Benedetto non vuol certo minimizzare la gravità particolare di atti criminali compiuti da sacerdoti irlandesi: «Vi chiedo di ricordarvi - dice il Pontefice, citando il suo amato Isaia - della roccia da cui siete stati tagliati».

 

A questo Papa non manca certo il coraggio. Lo sappiamo dal giorno in cui, nel 2005, Giovanni Paolo II, vecchio e malato, affidò a lui la redazione del testo per la Via Crucis del Venerdì Santo, e il mondo intero ascoltò, non senza stupore, il passaggio che diceva: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che nel sacerdozio dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanto imperdonabile il tradimento dei discepoli».

 

Il testo contiene quella ammissione di colpa della Chiesa, anche ai più alti livelli, che gli era stata chiesta, e questo risponderà alle attese di molti, anche se non soddisferà il suo antico amico e aspro critico, Hans Küng, che aveva chiesto un «mea culpa personale»: non in relazione ai fatti d’Irlanda ma a simili eventi scandalosi emersi in molti Paesi, e che hanno sfiorato anche il suo sacerdozio in Germania. Viene condannata «la tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari». È netto e chiaro l’invito ai colpevoli di sottoporsi «alle esigenze della giustizia».

 

Più aperta a discussione, anche all’interno della stessa Chiesa, appare l’analisi delle cause dell’emergere dello «sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi». Il Papa indica, come cause principali, «la rapida trasformazione e secolarizzazione della società irlandese», l’abbandono delle pratiche religiose, «l’indebolimento della fede, la perdita di rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti». Dice Papa Benedetto ai «fratelli vescovi» colpevoli di aver mancato nel condannare i crimini di abusi dei ragazzi: «La gente d’Irlanda giustamente si attende che siate uomini di Dio, che siate santi, che viviate con semplicità», e che siate «sensibili alla vita spirituale e morale di ciascuno dei vostri sacerdoti». Basterà, questo «programma», per portare a una «rinascita della Chiesa in Irlanda»? Il Papa si dice «fiducioso» che così sarà. Le sue parole solenni, e quelle che avrà modo di pronunciare nella Visita Apostolica in alcune diocesi irlandesi che ha contemporaneamente annunciato, avranno l’effetto auspicato di far superare, alla Chiesa non soltanto irlandese, la crisi che sta vivendo?

 

«Oportet ut scandala eveniant», è un antico detto. La denuncia dello scandalo era opportuna, anzi indispensabile. Ma non si può negare l’impressione che la lettera apostolica, ancorché meritevole, sia più che la conclusione solo un passaggio della fase critica che questo Pontificato sta vivendo. Di questa fase il Papa non è certo personalmente responsabile. Ma è a lui che la Chiesa chiederà di essere guidata in un difficile processo di autocritica, e forse di riforma, a cui questo testo ha dato soltanto l’avvio. Ed anzi è facilmente prevedibile che non mancherà chi deplorerà l’assenza di qualsiasi accenno alle ipotesi di riforma che pure si sono già levate all’interno della Chiesa stessa: a partire da quella rinuncia al celibato obbligatorio dei sacerdoti, che il Papa ha già difeso, ma che è soltanto una norma ecclesiastica dell’XI secolo. Papa Ratzinger non è che uno dei protagonisti di quel processo di «aggiornamento» della Chiesa a cui il Concilio Vaticano II ha dato inizio. In questa lettera pastorale egli dice, del «programma di rinnovamento» proposto dal Concilio giovanneo, che esso fu «a volte frainteso», e che «era tutt’altro che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti». Lo era, e lo è ancora. Forse il Papa teologo potrebbe approfondire, con la sua grande fede e intelligenza, e con minor riluttanza di quanta ne abbia finora dimostrato, la ricerca del «modo migliore per portarlo avanti». Guardando, appunto, in avanti, e non volgendo lo sguardo, con una certa nostalgia, a un passato che non c’è più, e che non può ritornare.

 

Il problema - sia chiaro - non è soltanto della Chiesa cattolica, ma di tutte le correnti di pensiero, laico o religioso, di questa epoca di mutamenti profondi e incessanti. Per la Chiesa è tempo di riflettere sulle implicazioni e potenzialità di quel «relativismo cristiano» su cui grandi credenti come il Cardinale Martini hanno richiamato l’attenzione, e che è la fonte da cui la Chiesa nel nostro tempo ha tratto tanta vitalità. E ovviamente anche non pochi problemi. ARRIGO LEVI LS 21

 

 

 

 

Vivere la Pasqua per diventare egregi

 

E’ meglio essere cristiani senza dirlo che dire di essere cristiani senza esserlo. Necessario capire il significato della Risurrezione

 

La Pasqua è alle porte. E probabilmente, come sempre, siamo già immersi nei preparativi, negli acquisti, magari con la testa in un viaggio. Per molti, in fondo, è solo una festività, come quella natalizia, che si ritiene vada goduta al meglio nei giorni di vacanza che regala. Così rischiano però di dimenticare il valore salvifico della Resurrezione di Cristo. Vivere, invece, il significato della Pasqua aiuta a superare le difficoltà quotidiane; a mitigare la solitudine di parenti, amici o vicini di casa; a svolgere doverosamente il nostro lavoro; ad indignarci per le ingiustizie, le violenze, le ipocrisie del mondo e a cercare di limitarle con un gesto di carità o con il volontariato; a saper perdonare, così come il Signore perdona noi.

Noi, come italiani, ma credo anche come europei, “non possiamo non dirci cristiani”. Lo diceva il nostro grande intellettuale Benedetto Croce. Tutto di noi - usi e costumi, cultura generale, linguaggio, storia, filosofia - è impregnato di cristianesimo. E ciò vale anche, certo con loro grande dispetto, per gli stessi agnostici e gli anticlericali. Di questo fatto incontestabile non si potrà non tenere conto nell’impostare, ad esempio, la riforma scolastica, quella della giustizia e in particolare la politica dell’integrazione degli immigrati. Pena il rischio di sfasciare tutto.

Ma, per amore di verità, io mi permetto di rivoltare la frase di Benedetto Croce e chiedere a tutti: “Chi di noi può dirsi davvero cristiano?”. E’ evidente che per esserlo autenticamente non basta portare una croce al collo, nemmeno battersi contro gli avversari del crocifisso nelle scuole e negli uffici pubblici. Non è segno di cristianesimo genuino neanche battersi contro le moschee e i minareti. Potrebbe trattarsi di semplice xenofobia. Non basta neppure dire tutti i giorni “Signore, Signore”, credendosi così dei “cattolici doc”. O portare in tasca l’immaginetta di Padre Pio, oppure essere devoti di questo o quel santo. Troppo comodo, non costa molto. S. Ignazio di Antiochia, a chi la pensava così, ricordava secco che “è meglio essere cristiani senza dirlo, che dire di essere cristiani senza esserlo”.

Ma allora, per essere cristiani veri, che cosa dobbiamo fare? Questa è la domanda che quelli di Gerusalemme rivolsero a San Pietro duemila anni fa, dopo che egli aveva affermato che Gesù Cristo è il solo Signore e Salvatore dell’uomo. E, come sappiamo, l’Apostolo rispose con fermezza: “Salvatevi da questa generazione perversa”. Nientemeno: perversa! Il linguaggio è duro, senza sfumature. Come è indispensabile nelle situazioni decisive, per non perdersi nelle fumosità. “Perverso” significa deviato, sbandato, quindi fuori da ogni ordine logico e morale.

Il cristiano è chiamato a salvarsi (dico a salvarsi!) da un’umanità che si è pervertita andando dietro agli idoli comodi e allettanti. Il cristiano è chiamato a costruirsi, o a ricostruirsi, sintonizzandosi sui “sentimenti di Cristo”.

Le nostre idee sul matrimonio, sulle relazioni sociali, sulla giustizia, sul potere, sui soldi, su Dio stesso, sono come quelle di Gesù Cristo e del Vangelo? O non ci siamo piuttosto adeguati completamente alla mentalità  e alle abitudini correnti?

“Non conformatevi alla mentalità di questo mondo” raccomandava duemila anni fa San Paolo ai cristiani di Roma. Che cosa avrà voluto dire? E che cosa direbbe a noi, cristiani di oggi, portati così facilmente a pensare e ad agire come tutti quelli che non hanno nessuna fede e nessuna speranza?

Ma la cosa più bruttta è che, quando qualcuno ci ripete le raccomandazioni di San Paolo, siamo tentati di dargli addosso come ad un oscurantista e ad un nemico dell’umanità.

“Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza” ammoniva già Dante Alighieri per bocca di Ulisse (Inferno, Canto XXVI). E questo fa il pari con “Uomini siate e non pecore matte” (Paradiso, Canto V).

E’ Pasqua: non potrebbe essere la volta buona per…uscire dal gregge per diventare cristiani “egregi”?

La Pasqua è promessa di salvezza. A patto di far propri gli insegnamenti del Signore; di persuaderci che dipende da ogni singolo uomo il riuscire a ridurre, se non ad eliminare, i macigni delle ingiustizie, della violenza, di quelle diaboliche bramosie che contrastano con la nostra fede.

Pasqua è “passare” - secondo il significato etimologico del termine - dalle tenebre della morte alla luce della grazia; è – come dice Sant’Ambrogio - il “passaggio dal peccato alla vita, dalla colpa alla grazia, dalla macchia alla santità”. Capirlo, vuol dire praticare le virtù e, secondo l’invito del Papa, “allontanare tutto ciò che distrae lo spirito, per intensificare ciò che nutre l’anima aprendola all’amore di Dio e del prossimo”. Significa ancora contrastare la scristianizzazione dell'Italia e dell'Europa intera; seguire i precetti di Cristo che non incita ad uccidere “l'infedele”, ma insegna ad evangelizzare con l'esempio e con la parola; che non spinge alla vendetta ma al perdono; che ci riconosce il libero arbitrio; che accoglie il peccatore pentito.

Per celebrare degnamente la Resurrezione di Cristo occorre amare il prossimo; scoprire il valore della tolleranza, della solidarietà, del rispetto degli altri; vincere le lusinghe suggerite dalla mentalità e dai costumi correnti; abbandonare i viottoli dell'egoismo e del piacere, del materialismo e del potere.

Spero che l’augurio di “Buona Pasqua” sia interpretato in tal senso dai miei lettori.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

L’Aquila. La rabbia del vescovo: "Ci hanno lasciati soli"

 

Intervista a don Giovanni D'Ercole, inviato dal Vaticano per affiancare l'arcivescovo Molinari - Oggi all'Aquila torna la protesta delle carriole: "La città sta morendo"

 

ROMA - "L'Aquila muore se continua ad essere lasciata sola. Dopo il terremoto del 6 aprile scorso, le macerie sono ancora a terra, salvo qualche rara eccezione. La gente, ancora costrettaa vivere lontana dalle loro case,è giustamente esasperata. Ormai non si può far più finta di niente". Grido di allarme di un vescovo, Giovanni D'Ercole, in difesa del capoluogo abbruzzese a quasi un anno dal sisma. Ausiliare e vicario generale della diocesi aquilana retta dall'arcivescovo Giuseppe Molinari, D'Ercole è l' "uomo" che il Vaticano ha inviato all'Aquila per affiancare il vescovo locale nella ricostruzione delle chiese distrutte dal terremoto.

 

Missionario orionino con anni di esperienza maturata in Africa, giornalista - in Vaticano è stato vice direttore della Sala Stampa e capo ufficio in Segreteria di Stato - D'Ercole non disdegna il contatto diretto con fedeli, gente comune, credenti e non credenti. Come ha già dimostrato all'Aquila, dove anche oggi sarà nuovamente accanto al "popolo delle carriole" che tornerà a protestare per le macerie che ancora ostacolano il centro storico. "Sarò ancora accanto ai miei concittadini - confida il vescovo - per dare una mano, ma anche per cercare di non far calare il silenzio sui tanti problemi che ancora gravano sulla città".

 

Monsignor Giovanni D'Ercole, anche oggi, quindi, lei torna ad unirsi a chi protesta all'Aquila?

"Più che protestare, con questa iniziativa del popolo delle carriole la gente esprime la sua voglia di partecipazione, per cercare di attirare l'attenzione sulle grandi attese della città ancora costretta in ginocchio dalle ferite del terremoto. Qui la popolazione ha voglia di ricostruzione e sgomberare il centro storico dalle macerie è il primo importante passo".

 

Eppure, domenica scorsa lei è stato oggetto di fischi e di proteste. Come mai? "Quella contestazione è stata un grido di allarme e di amore, rivolto non tanto alla mia persona, ma alle istituzioni. Qualcuno si è fatto sentire forse spinto anche dal timore che anche la Chiesa potesse dimenticare le sofferenze degli aquilani. Ebbene, io come vescovo ho fatto mio quel grido di dolore e starò sempre vicino alla mia gente. Anche quando si lamenta ad alta voce".

 

Ma, in concreto, cosa chiede il popolo delle carriole?

"Vuole la sua città così come era prima, ma sembra un sogno che sta morendo giorno dopo giorno. Non voglio dire che non sia stato fatto niente dopo il 6 aprile 2009. In verità, per l'emergenza è stato fatto tanto. Ma per la ricostruzione quasi niente. Anzi, sembra che tutto si sia fermato. La gente è stata messa in 21 newtown prefabbricate, ma delle case da ricostruire nessuno parla. Certo, le tende non ci sono più. Ma non ci sono nemmeno le case e la popolazione vive sradicata, in aree periferiche, prive di servizi, con nuclei familiari divisi, lontani dagli affetti e dagli originari agglomerati abitativi. Mentre ancora 20 mila persone vivono negli alberghi. In giro c'è tanta sofferenza e tanto timore che, dopo l'emergenza, tutto venga gettato nel dimenticatoio. Ecco perché la popolazione vuole tornare a riappropriarsi della ricostruzione e del rilancio dell'intera città. Come vescovo non posso non essere preoccupato anche per la vita della Chiesa aquilana, per la mancanza di oratori e di luoghi di aggregazione. Anche se qualche segnale positivo non è mancato, come il restauro della chiesa di S.Biagio in Amiterno riaperta il 15 marzo scorso. Ma l'Aquila deve risorgere. Completamente". LR 21

 

 

 

 

Convegno Fisc a Piacenza. “Fare l'Europa. Le radici e il futuro”.

 

Tenuto dal 8 al 20 marzo un convegno dei settimanali cattolici sull’Europa

 

Piacenza – “Fare l'Europa. Le radici e il futuro”. È il tema del convegno nazionale che la Fisc (Federazione che raggruppa 186 testate cattoliche locali per un milione di copie settimanali) ha organizzato a Piacenza dal 18 al 20 marzo. L’appuntamento si è tenuto nella città emiliana per celebrare i 100 anni del settimanale della diocesi di Piacenza-Bobbio, “Il Nuovo Giornale”.

Tra i relatori anche padre Antonio Simeoni in rappresentanza dei giornali delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa che recentemente hanno aderito alla Fisc. Nel mondo sono oltre 400 le Missioni Cattoliche che lavorano per i nostri italiani emigrati all’estero; in esse operano oltre 500 sacerdoti-missionari, circa 200 suore e un centinaio di laici impegnati.

Attualmente i cittadini con passaporto italiano all’estero sono circa quattro milioni. In Europa le Missioni Cattoliche sono oltre 250 con oltre 300 missionari, anche se molti in età avanzata. Alcune Delegazioni nazionali e Missioni hanno ultimamente investito nella comunicazione ecclesiale, arrivando alla scelta di aderire alla Fisc (Federazione Italiana Settimanali Cattolici) costituendo una propria delegazione. Ne fanno parte l’agenzia settimanale della Fondazione Migrantes, “Migranti-press”, il settimanale delle MCI in Svizzera “Il Corriere degli Italiani”, il mensile delle MCI in Germania e Scandinavia “Corriere d’Italia”, il bimestrale “Nuovi-Orizzonti”, “La Voce degli Italiani” in Inghilterra e il giornale online “Webgiornale”. Pubblichiamo una intervista a p. Simeoni realizzata dall’agenzia SIR.

 

Come è avvertita l'Europa dai nostri emigrati, quali preoccupazioni, quali attese?

I nostri connazionali, emigrati in Europa ormai da decenni, hanno vissuto sulla loro pelle il lento e non facile cammino di un graduale inserimento nel tessuto sociale, economico e talvolta culturale e politico del paese nel quale attualmente vivono. Penso, in modo particolare, a tutti coloro che hanno lasciato il Paese nell’immediato dopo guerra. Hanno dovuto affrontare, spesso, gravi problemi e drammatiche difficoltà. I connazionali che da decenni vivono all’estero hanno, ormai, integrato nella loro vita una forte dimensione europea. L’Europa unita offre loro orizzonti nuovi, esperienze diverse con la possibilità di confrontare sistemi di vita sociale e politica differenti. Le loro preoccupazioni: la sicurezza di un posto di lavoro, l’incertezza dell’avvenire per i propri figli, la perplessità di una situazione sociale, economica e politica che non ispira molta fiducia…

 

Possiamo dire che i nostri emigrati sono una particolare espressione delle "radici cristiane" dell'Europa ?

Dalla mia personale esperienza posso affermare che i nostri emigrati vivono una dimensione culturale e religiosa, spesso profonda, anche se non sempre ne sono coscienti. I valori trasmessi, della maggioranza delle persone che desiderano trasmetterli ai propri figli e nipoti sono: l’unità della famiglia, il rispetto verso il prossimo, una sana e seria educazione umana, vita cristiana fatta non solo di preghiere, ma anche di una pratica religiosa, che si esprime nell’invitare i bambini o i giovani a ricevere i sacramenti del battesimo, della comunione e cresima, la devozione della Madonna e dei santi patroni delle rispettive località o parrocchie. Non è solamente una pratica religiosa tradizionale, ma un sentimento profondo che portano in se stessi.

 

Qual è stato e qual è il ruolo dei giornali dell'emigrazione in Europa?

Il ruolo storico dei giornali dell’emigrazione è stato molto importante, anzi fondamentale. La testimonianza di don Ferrando in occasione del 25.mo anniversario del Corriere degli Italiani (Svizzera), vale per tutte le testate in emigrazione: “È il giornale delle Missioni a rispecchiare ogni situazione, a essere voce di chi non aveva voce, animato da battagliero vigore in difesa degli umili con parole di speranza. Ha alzato la voce, il giornale, per lo stagionale, senza famiglia, ritenuto meno uomo di chi aveva un permesso annuale in tasca - per lo scolaro parcheggiato nelle scuole speciali. È stato amico che ha chiesto per l’immigrato amore, accoglienza, fraternità e comprensione e ha detto a lui di donare amore, di aprirsi agli altri, di fraternizzare, di comprendere, di non chiudersi in ghetti. Ha ricordato agli immigrati il loro patrimonio di fede, di quei principi che non pagano dogana e danno sapore alla vita, soprattutto quando, all’offertorio, unitamente al pane e al vino, puoi aggiungere fatica e sofferenza. Il giornale è un fraterno amico, che ti è rimasto al fianco, fedele, da sempre” .

 

Perche i giornali di emigrazione (Missioni Cattoliche Italiane) hanno avvertito l'esigenza di aderire alla Fisc?

L’esperienza della Fisc è per noi, giornali di emigrazione, una vera opportunità per vivere assieme una effettiva collaborazione non solo a livello editoriale, ma in modo particolare sulle tematiche di fondo che, ormai, sono comuni a tutti, anche se vissute in contesti di vita sociale e culturale ben diverse. Non esiste una parrocchia o diocesi italiana che non abbia dei parrocchiani o diocesani sparsi nel mondo o che, attualmente, non accolga nel suo territorio degli immigrati. La realtà migratoria come viene percepita, sentita ed approfondita dalle testate della Fisc ? Come viene trasmessa ? La lunga esperienza editoriale dei nostri giornali potrebbe facilitare con le testate della Fisc uno scambio serio ed un confronto importante su tematiche di fondo che, oggi, ci coinvolgono tutti.

 

Qual è l'obiettivo del progetto di collaborazione tra vari giornali di emigrazione che state definendo con l'appoggio della Fisc e di SirEuropa?

Desideriamo che venga sostenuto il rilancio del nostro progetto editoriale, rinnovato il materiale con strumenti moderni informatici adeguati, facilitata la creazione di una banca-dati per permettere lo scambio e/o la realizzazione di pagine comuni. Contiamo molto sulla professionalità di SirEuropa, apprezziamo la sua competenza e la sua sensibilità nell’informare sulla vita sociale, istituzionale ed ecclesiale in Europa. (Migranti-press, Sir)

 

 

 

 

Convegno Fisc. La direzione giusta. Le notizie dall'Europa non sono notizie dall'estero

 

"L'Europa è la nostra casa comune", "una casa da costruire insieme". Mons. Gianni Ambrosio, vescovo della diocesi di Piacenza-Bobbio, ha aperto il convegno nazionale della Fisc, Federazione italiana settimanali cattolici, intitolato "Fare l'Europa. Le radici e il futuro" (18-20 marzo). L'appuntamento è ospitato nella città emiliana per celebrare i 100 anni del settimanale della diocesi di Piacenza-Bobbio, "Il Nuovo Giornale".

 

Progetto, cultura e spirito. "Per una buona costruzione dell'Europa - ha spiegato il vescovo Ambrosio - occorre non solo un progetto, ma anche un rinnovamento culturale e spirituale dell'Europa, un rinnovamento capace di dare un'anima all'idea di Europa, alle istituzioni europee, alla cultura europea". L'impegno per "costruire una migliore casa europea deve coinvolgere tutti, al di là di ogni scetticismo e di ogni idealizzazione. E deve coinvolgere in particolare le comunità ecclesiali e i cattolici e dunque anche i settimanali cattolici". Mons. Ambrosio ha quindi ricordato la figura di san Colombano, il missionario irlandese definito da Benedetto XVI "santo europeo", morto a Bobbio nel 615: "In san Colombano possiamo trovare le radici dell'unità culturale e spirituale dell'Europa. In lui possiamo inoltre scorgere la direzione di marcia del nostro futuro europeo".

 

"Un corpo solo, unito da radici cristiane". Sulla figura del santo ricordato come uno degli ispiratori del cammino culturale e spirituale verso l'Europa unita, don Giorgio Zucchelli, presidente della Fisc, ha affermato: "San Colombano ebbe a scrivere che gli europei devono essere un unico popolo, un corpo solo, unito da radici cristiane in cui le barriere etniche e culturali vanno superate. Frase ancora oggi di grande attualità". Per ricordare san Colombano il convegno ha previsto un'intera mattinata (20 marzo) a Bobbio. "Il contributo delle nostre testate può essere a vari livelli", ha aggiunto il presidente della Fisc a proposito del "fare l'Europa" e del ruolo che possono svolgere le testate diocesane. Innanzitutto, "aprendo le pagine dei giornali all'informazione europea". Il presidente della Fisc ha affermato, infine, che "non è possibile mettere l'Europa nelle pagine degli esteri, come molti media fanno, perché l'Europa non è estero ma è la nostra patria".

 

L'Europa e i territori. Il direttore dell'agenzia SIR, Paolo Bustaffa, ha presentato nell'ambito del convegno di Piacenza l'esperienza di SIR Europa, "un cantiere in cui operano giornalisti cattolici di diversi Paesi europei". "SIR Europa vuole essere informazione europea per la realtà italiana, ma - e questo è il nostro sogno - informazione europea per l'Europa, perché questa è la casa comune, il luogo in cui le diverse identità si valorizzano nell'incontro". La storia di SIR Europa, ha proseguito Bustaffa, "s'inserisce in quella della Fisc, della sua cultura del territorio". In questo solco, ha precisato, il servizio giornalistico europeo "da 9 anni attraversa paesaggi ecclesiali, sociali, culturali e istituzionali nell'intento di essere un'informazione 'pensata', ritmata dai pensieri dei padri della casa comune, dal magistero della Chiesa, dall'elaborazione culturale che sta tra l'altro segnando un costruttivo confronto tra Est e Ovest d'Europa". "La consapevolezza del rischio di un'Europa senza speranza - ha detto Bustaffa - rende ancor più consapevoli della responsabilità che abbiamo, come giornalisti cattolici, nei confronti dell'opinione pubblica, quindi anche di quella del territorio, spesso condizionata da letture fuorvianti e parziali". Il direttore ha peraltro sottolineato che "le radici cristiane sono un riferimento prezioso e insostituibile per un'informazione europea rispettosa delle regole professionali, regole che considerano irrinunciabile anche il dato della memoria".

 

Uno strumento per leggere la storia. A Fausto Fiorentini era invece affidato il compito di ricostruire i 100 anni de "Il Nuovo Giornale", settimanale della diocesi emiliana. Una testata che, ha affermato lo storico, "ha vissuto quasi sempre in prima linea i vari momenti del secolo scorso, con direttori capaci di affrontare i problemi del tempo". Fondata il 6 gennaio 1910, ha segnalato Fiorentini, la testata diocesana - oggi diretta da don Davide Maloberti - è preceduta da altre esperienze editoriali che si sviluppano sin dal 1873. "Il Nuovo Giornale", ha proseguito lo storico, "nasce e resta quotidiano fino al 1926, diventa poi bisettimanale fino al 1932 e poi definitivamente settimanale". Per lo storico, "l'esperienza del giornale cattolico di Piacenza è significativa in quanto, proprio perché si è protratta nel tempo, diventa uno strumento utile anche per leggere la storia della comunicazione cattolica così come si è sviluppata lungo l'intero secolo quale espressione di una diocesi che ci pare, per dimensione, significativa per leggere una realtà molto più ampia", territoriale e nazionale.

 

L'eccezionalità del momento storico. I 100 anni del settimanale sono stati ricordati anche dal card. Ersilio Tonini, che ha raccontato, con un videomessaggio, la propria esperienza di direttore della testata dal 1946 al 1953. "Fare il giornale - ha detto - era un modo per aiutare la gente comune a capire la realtà, il presente, e a interrogarsi sul futuro". Il card. Tonini ha spiegato che la redazione era una fucina di cultura, "e andavamo nei teatri e nelle piazze per parlare di ciò che accadeva in quegli anni a Piacenza e in Italia". "Tra i miei interlocutori consueti c'erano i politici e in particolare l'allora segretario del Partito comunista". "Ma il nostro compito - ha aggiunto il cardinale - non era sconfiggere l'avversario, ma far comprendere al mondo contadino che aveva in sé delle riserve straordinarie, grandi valori". Se lei fosse oggi direttore de "Il Nuovo Giornale", ha chiesto l'intervistatrice, cosa farebbe? "Mi piacerebbe far sentire l'eccezionalità del momento storico che stiamo attraversando", ha risposto il card. Tonini. "E vorrei avere un gruppo di giovani che seguono e raccolgono le notizie, che si impegnano per portare fermento nella comunità" cristiana e nella realtà civile. Sir

 

 

 

 

 

“Chiesa e migranti. Il valore dell’appartenenza religiosa”

 

BERTINORO/FO - “Chiesa e migranti. Il valore dell’appartenenza religiosa”: è questo il titolo di una pubblicazione, a cura di Maria Golinelli, sociologa e ricercatrice, presentata sabato scorso al Museo Interreligioso di Bertinoro.

Nella ricerca sono state analizzate tutte le realtà religiose del comprensorio forlivese, di qualsiasi dimensione e di qualsiasi denominazione.

Nella diocesi di Forlì-Bertinoro ci sono 17 comunità e Chiese cristiane, 1 centro islamico, 1 associazione buddista e 6 gruppi di altre fedi. Alla presentazione - promossa dalla diocesi di Forli-Bertinoro, dalla Migrantes diocesana e dell’associazione Incontri - sono intervenuti, fra gli altri, mons. Lino Pizzi, Vescovo della diocesi, Roberto Ravioli, Presidente dell’Associazione Incontri, Sergio Belardinelli e Giuseppe Lucà Trombetta, dell’Università di Bologna e la curatrice Maria Golinelli.

I lavori sono stati conclusi da mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes che ha trattato il tema “La sfida educativa del dialogo religioso”.

“Questo lavoro - spiega nella presentazione del volume mons. Lino Pizzi - ha messo al centro dell’attenzione il valore dell’appartenenza religiosa per il migrante, restituendoci l’immagine del migrante spesso ignorata”.

 

Dal lavoro fatto, emerge che la migrazione è un processo che mette spesso a dura prova il sistema delle appartenenze del migrante ed il suo riconoscimento identitario. La pratica religiosa costituisce un elemento di continuità e un sostegno che dà coerenza alla propria vita.

Poter frequentare una Chiesa o un gruppo in cui si prega come nel proprio Paese di origine è anche uno strumento di supporto ai genitori per far conoscere e sperimentare ai propri figli le origini della famiglia. La convivenza multietnica all’interno delle Chiese non è facile. Probabilmente questo territorio “se confrontato con Paesi di più antica migrazione, sconta ancora il fatto di essere relativamente nuovo alla presenza di fedeli migranti”. Nelle Chiese già esistenti spesso i migranti vivono “in disparte”. Qualcuno singolarmente partecipa attivamente alla vita della Chiesa, ma la maggior parte non entra in relazione con la comunità già costituita.

Nelle parrocchie si avverte la difficoltà ad entrare in contatto con “loro” che spesso fanno gruppo tra “loro”, ma anche il desiderio di fare qualcosa per facilitare l’accoglienza all’interno della comunità parrocchiale.

Le Chiese ed i gruppi incontrati in maggioranza hanno dato “testimonianza del fatto che essere membro di una comunità/Chiesa può risultare potenzialmente utile per facilitare l’accoglienza e l’integrazione dei fedeli stranieri. É il caso delle parrocchie cattoliche che sono particolarmente attente ai nuovi parrocchiani, come il caso delle Chiese multietniche fondate sul dialogo tra “stranieri” o delle Chiese che si adoperano per essere testimoni del dialogo tra la propria cultura e la società italiana (come nel caso della Chiesa Ortodossa Romena o nella Chiesa Cattolica Romena unita con Roma).

Allo stesso modo, ma sono situazioni minoritarie, essere membro di una Chiesa mono-etnica che vive la fede e la propria storia in modo privato può accentuare o rafforzare la separatezza”. (R.I. Migranti-press)

 

 

 

 

Convegno Fisc. Quale cultura per il futuro? L'irrinunciabile apertura alla realtà trascendente

 

"Sono ben lontano dall'aspettarmi che il futuro sviluppo della cultura europea possa continuare la tradizione dei santi, dei martiri o dei costruttori delle cattedrali. I mutamenti culturali nella nostra epoca sono più profondi di allora"; tuttavia l'attuale "dialogo interconfessionale fa sperare che i valori religiosi universali possano svolgere un ruolo importante nella trasformazione creativa" di questa cultura. Lo ha detto mons. Jozef Zycinski, arcivescovo di Lublino (Polonia) e membro del Pontificio Consiglio della cultura, intervenendo il 18 marzo al convegno nazionale "Fare l'Europa. Le radici e il futuro" che la Fisc (Federazione che raggruppa 186 testate cattoliche locali per un milione di copie settimanali) promuove fino al 20 marzo a Piacenza.

 

Ritrovare il senso. Interrogandosi sull'avvenire della cultura europea, segnata da un crescente "processo di laicizzazione", mons. Zycinski si è chiesto se i valori religiosi condizionino "l'unico scenario ammissibile del futuro sviluppo" del continente. Pur ammettendo che "alcune versioni areligiose di sviluppo culturale, capaci di soddisfare hic et nunc taluni rappresentanti della civiltà europea, per un certo periodo potrebbero funzionare", l'arcivescovo si è domandato se siano "abbastanza solide" per "assicurare a lungo lo sviluppo culturale reso possibile dal cristianesimo". "Cercando la risposta", ha avvertito, "bisogna ricordarsi che la sensibilità dell'uomo contemporaneo, la sua lotta contro la sofferenza, la dignità, la sua ricerca del senso della vita, differiscono dalle caratteristiche analogiche delle generazioni precedenti". Per l'arcivescovo di Lublino, "possiamo giustificare le nostre rinunce, fare sforzi sovrumani, diventare anticonformisti, solo se vediamo" il senso "di tali comportamenti. Il ritrovamento del senso esige però l'apertura alla realtà trascendente, che nella religione appare come l'esperienza di Dio".

 

Quali norme e valori? Nel cercare "un'alternativa pragmatica alla tradizione cristiana", che cioè eviti "il radicalismo ideologico", è necessaria, ha avvertito ancora mons. Zycinski, "la domanda sulla gerarchia dei valori e delle norme etiche che potrebbero svolgere un ruolo importante nella vita sociale". Ma qui sorge una prima difficoltà: "Nella concezione giudeo-cristiana dei valori viene accentuata la libertà e la dignità della persona umana creata a immagine di Dio. Nella prospettiva del neopragmatismo", invece, "non si parla né di umanità né di dignità". Ulteriore problema, "quello dei criteri sui quali dovrebbe essere costruito il sistema morale del pragmatismo, e quello dei principali valori al suo interno". Al riguardo, ha osservato l'arcivescovo di Lublino, "viene spesso proposto il criterio del consenso e della maggioranza", e proprio in questo "il pragmatismo è diverso dal modo cristiano di affrontare la questione", che invece riconosce "il carattere obiettivo e universale dei valori e delle regole morali". Tracciando un parallelismo fra "le costanti di cui si interessano i fisici", ossia "le leggi della natura", e "le costanti che intrigano i filosofi", ossia "il mondo dei valori assoluti e delle regole universali", l'arcivescovo ha sottolineato che "la costante teologica è Dio".

 

Identità spirituale dell'uomo e apertura a Dio. "La convinzione del Suo ruolo ispiratore nella cultura del XX secolo - ha proseguito mons. Zycinski - costituisce la base per la difesa della posizione secondo cui il futuro sviluppo della cultura potrà salvare i valori umanistici fondamentali per la tradizione europea". Quei valori, ha precisato, "hanno un ruolo importante anche nell'attuale epoca di mutamenti profondi che accompagnano la rivoluzione tecnico-scientifica; essi costituiscono delle costanti antropologiche che attestano l'esistenza di un'identità spirituale dell'uomo". Di qui la domanda: "Si può immaginare una fase successiva dello sviluppo culturale in cui la caccia al consumismo e al piacere sostituisca gli scrupoli di coscienza, l'imperativo etico, il senso di fedeltà verso il prossimo e verso se stessi?". "Il futuro della nostra cultura non dipende da cause determinanti esplicite, ma dall'impegno dell'uomo e dall'apertura ai valori che determinano l'orizzonte specifico" della sua esistenza. "A noi è stato affidato l'ambiente naturale" e "l'insieme dei valori essenziali, definiti da Giovanni Paolo II 'ecologia umana'". "Il futuro sviluppo dell'umanità - è la convinzione di mons. Zycinski - dipende soprattutto dalla nostra responsabilità per la cultura, il nostro valore comune", mentre "l'apertura alla realtà trascendente di Dio" può costituire "un fondamento al senso, alla bellezza e alla sensibilità delle coscienze, senza le quali non è possibile lo sviluppo" di questa cultura. In tale prospettiva, "il Vangelo della vita diventa un'ispirazione alla cultura della vita, capace di essere più forte delle crisi temporanee". "Ciò tuttavia esige - ha concluso l'arcivescovo - una cura costante per 'l'ecologia umana'", creata "dai valori che hanno fondato la cultura dell'Europa". Sir

 

 

 

 

 

Iraq. Per il bene comune. Dopo il voto: intervista con mons. Sako

 

"Era un gran brava persona. Lo avevo conosciuto quando ero parroco a Mosul, prima di venire qui a Kirkuk". Inizia con il ricordo dell'ultima vittima della mattanza di cristiani in corso a Mosul, Sabah Yacoub Adam, sposato e padre di un bambino, freddato a colpi di pistola il 17 marzo davanti alla sua vetreria nella zona araba della città, l'intervista con mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk. "Siamo ripiombati nella paura - afferma - la morte di Yacoub ripropone in maniera sempre più drammatica la domanda della sorte dei cristiani iracheni. Dopo il voto la gente, le famiglie stavano facendo ritorno nelle proprie case, a Mosul, adesso non sanno più cosa fare, non sappiamo cosa sia successo. È tornata la paura". Nel frattempo lo spoglio dei circa 12 milioni di voti espressi nelle elezioni del 7 marzo è arrivato all'80% del totale e si profila un testa a testa tra il premier uscente Al-Maliki e Iyad Allawi alla corsa per la guida dell'Iraq. Al-Maliki appare in testa in sette delle 18 province del Paese, tra cui quelle che assegneranno il maggior numero dei 325 seggi del futuro Parlamento. Allawi guida lo spoglio in cinque province, seguito con tre ciascuna dall'Alleanza nazionale irachena e dall'Alleanza Curda. Per i risultati finali bisognerà attendere ancora, anche perché la Commissione elettorale dovrà esaminare prima i ricorsi, circa 2 mila, presentati sino ad oggi.

 

Ci sono concrete speranze che da queste elezioni possa cambiare qualcosa per l'Iraq?

"Fra pochi giorni il risultato sarà chiaro ma questa volta, credo, sarà necessario un governo di unità nazionale, non settario, la cui priorità dovrà essere, innanzitutto, la sicurezza".

 

Crede che un governo di coalizione sia la risposta migliore alle esigenze dell'Iraq di oggi che vuole sicurezza, ma anche stabilità e speranza nel futuro?

"Penso di sì. I due blocchi maggiori saranno chiamati a collaborare per governare, così come gli altri partiti. Rispetto alle scorse elezioni credo che qualcosa sia cambiato…".

 

Cosa, in particolare?

"Nel 2005 le liste erano chiuse e settarie mentre questa volta sono state molte di più e non settarie, aperte a curdi, arabi, turkmeni, cristiani, sciiti, sunniti e tutto ciò è positivo. L'elemento religioso in politica mi è sembrato meno preponderante rispetto al passato. La popolazione, credo, abbia scelto candidati laici e liste non collegate al clero religioso, sia sciita sia sunnita. La popolazione ha potuto scegliere".

 

Ha notizie circa i cristiani eletti?

 

"Questa volta i cristiani godranno di una maggiore rappresentatività. Dovremmo avere cinque parlamentari, previsti dalla quota di legge, più altri due o tre votati in altre liste. Tutti insieme potranno lavorare per il bene comune e per mostrare come anche i cristiani iracheni abbiano a cuore le sorti del Paese".

 

Stante una situazione di instabilità interna, il prossimo governo rischia, però, di subire l'influenza di Paesi vicini, come l'Iran…

"Quello che uscirà dalle urne del 7 marzo dovrà essere un governo forte, libero e non condizionato da influenze esterne. L'Iraq ha tutto per imporsi come una forza regionale importante, di stampo laico, e fronteggiare derive integraliste. L'importante è che sia lasciato libero di crescere. La democratizzazione avviata qui nel Paese, la possibilità di fare liberamente campagna politica, presentare un programma sono cose nuove in queste zone. Il nepotismo è finito".

 

Quale aiuto potrà venire al nuovo governo dalla comunità internazionale, Usa e Ue in testa?

"Gli Usa e l'Unione europea devono appoggiare il futuro governo per promuovere l'unità e la riconciliazione interna. Lo stesso ritiro americano, credo, non sarà definitivo; una presenza sarà mantenuta". Sir

 

 

 

 

 

 Bad Honnef. La pastorale tedesca per i disabili

 

Si è concluso giovedì a Bad Honnef un convegno della pastorale cattolica per i disabili, dedicata all’applicazione della Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità e alla loro partecipazione alla società. Huber Hüpper, nuovo incaricato del governo federale tedesco per i disabili, ha sottolineato che "la partecipazione è un diritto umano. E comincia già dai più piccoli. Se i bambini disabili possono andare all’asilo e a scuola e partecipare alle celebrazioni per i bambini insieme con i coetanei non disabili, le paure reciproche di contatto con realtà diverse non vengono originate” e “una vita nella molteplicità diventa una cosa naturale”. Il nuovo incaricato della Conferenza episcopale tedesca per la pastorale dei disabili, mons. Otto Georgens, ha parlato del ruolo della Chiesa: "questa è la mia visione della Chiesa, formata sull'immagine della Bibbia: una Chiesa che riporta al centro le persone emarginate. Una Chiesa che non esclude nessuno ma favorisce la partecipazione e difende le persone ai margini". Il rettore dell’Università cattolica di Eichstätt-Ingolstadt, Andreas Lob-Hüdepohl, ricollegandosi ai contenuti della Convenzione Onu, ha evidenziato che “in una pastorale orientata ai diritti umani, la persona ha la priorità”.

 

 

 

 

 

 

L'appello di Bagnasco alla politica "Legalità e senso dello Stato in primo piano"

 

Il presidente della Conferenza episcopale italiana: "La democrazia sta perdendo il suo significato tra i giovani" - "In Italia c'è un deficit di buona educazione che va affrontato come un compito quotidiano" - "I casi di pedofila non oscurano la storia educativa della Chiesa"

 

ROMA - Alla politica serve un profondo rinnovamento della politica, che riporti in primo piano i valori del rispetto della legalità e del senso dello Stato e dalla cittadinanza. E' questo l'auspicio del presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinal Angelo Bagnasco. A Milano, al PalaSharp di Milano ad un convegno sulla "Sfida educativa", organizzato da Comunione e Liberazione, Bagnasco ha sottolineato l'importanza di "porre attenzione alla res publica e quindi alla cittadinanza nella polis che trova nell'impegno politico la sua più alta forma di espressione".

 

"Il sogno di allargare le generazioni dei politici cristianamente ispirati, che siano in grado di rinnovare profondamente questo fondamentale ambito dell'esistenza, passa - continua l'arcivescovo di Genova - attraverso la capacità di educare e formare al senso della cittadinanza e dello Stato, della legalità e dell'impegno nella società civile".

 

Poi il cardinale pronuncia parole che chiamano in causa i casi di pedofilia che hanno coinvolti alcuni preti. E lo fa circoscrivendoli.  La Chiesa cattolica "ha una storia di duemila anni, ricca di pedagogia e di grande sacrificio e dedizione per l'educazione delle nuove generazioni. Una storia luminosa, un patrimonio oggettivo di valori e di metodo, che nessuna ombra, per quanto grave e criminosa e odiosa si può scoprire, potrà cancellare".

 

Bagnasco, inoltre, lancia l'allarme per lo stato della democrazia e osserva come stia perdendo il suo significato tra le giovani generazioni. "L'appello alla partecipazione e alla passione, merce troppo rara nel nostro attuale contesto, se non vuol essere solo retorico, chiede energie e risorse da destinare  all'educazione delle giovani generazioni che, se hanno ricevuto, dandola per scontata, la democrazia, troppo spesso - avverte Bagnasco - non sembrano in grado di abitarla e viverla in riferimento ai valori fondamentali della giustizia, della libertà e della pace".

 

Infine, citando il filosofo cattolico Antonio Rosmini, il cardinale denuncia la mancanza di "buona educazione" che affligge l'Italia. "A questo problema - conclude Bagnasco - una risposta efficace non può venire da una comunità che si limita ad affrontare questo deficit come se si trattasse di una 'emergenza' piuttosto che di un 'compito' quotidiano".  LR 18

 

 

 

 

 

Hirtenbrief Des Heiligen Vaters Papst Benedikt XVI. An die Katholiken in Irland

 

1.  Liebe Schwestern und Brüder, mit großer Sorge schreibe ich euch als Hirt der weltweiten Kirche. Wie Euch haben auch mich die Informationen über den Missbrauch an Kindern und Schutzbefohlenen durch Mitglieder der Kirche Irlands, besonders durch Priester und Ordensleute, sehr beunruhigt. Ich kann die Bestürzung und das Gefühl des Vertrauensbruchs nur teilen, das so viele von euch beim Erfahren dieser sündhaften und kriminellen Taten und der Art der Autoritäten der Kirche, damit umzugehen, erfahren haben.

Wie ihr wisst habe ich erst kürzlich die irischen Bischöfe zu einem Treffen hier in Rom eingeladen, dass sie über ihren Umgang mit diesen Angelegenheiten in der Vergangenheit berichten und um die Schritte aufzuzeigen, die sie unternommen haben, um auf diese schwerwiegende Situation zu reagieren. Gemeinsam mit höheren Verantwortlichen der römischen Kurie habe ich gehört, was sie, sowohl einzeln als auch als Gruppe, zu der Analyse der begangenen Fehler und der gelernten Lektionen, als auch in der Darstellung der Programme und jetzt geltenden Richtlinien zu sagen hatten. Unsere Diskussionen waren offen und konstruktiv. Ich bin zuversichtlich, dass resultierend aus diesen Gesprächen die Bischöfe nun besser in der Lage sind, die Aufgabe zu übernehmen, die vergangenen Ungerechtigkeiten wieder gut zu machen und das weitergehende Thema des Missbrauchs an Minderjährigen in einer Weise anzugehen, die den Anforderungen der Justiz und der Lehre des Evangeliums entspricht.

 

2.  Die Schwere der Vergehen und die oftmals unangemessenen Reaktion der kirchlichen Autoritäten in eurem Land erwägend habe ich entschieden, diesen Hirtenbrief zu schreiben, um meine Nähe zu euch auszudrücken und einen Weg der Heilung, der Erneuerung und der Wiedergutmachung vorzuschlagen.

Wie viele in Eurem Land betont haben: es ist wahr, dass das Problem des Missbrauchs von Kindern weder ein rein irisches noch ein rein kirchliches ist. Trotzdem ist Eure Aufgabe nun, das Problem des Missbrauchs aufzuarbeiten, das in der irischen katholischen Gemeinschaft entstanden ist, und dies mit Mut und Bestimmtheit zu tun. Niemand erwartet, dass diese schmerzhafte Situation sich schnell lösen lässt. Wirklicher Fortschritt ist gemacht worden, aber es bleibt noch viel zu tun. Durchhaltevermögen und Gebet sind nötig, mit großem Vertrauen in die heilende Kraft der Gnade Gottes.

Gleichzeitig muss ich aber auch meine Überzeugung mitteilen, dass die Kirche in Irland, um von dieser tiefen Wunde zu genesen, die schwere Sünde gegen schutzlose Kinder vor Gott und vor anderen offen zugeben muss. Solch eine Anerkennung, begleitet durch ernste Reue für die Verletzung dieser Opfer und ihrer Familien, muss zu einer gemeinsamen Anstrengung führen, um den Schutz von Kindern vor ähnlichen Verbrechen in der Zukunft sicher zu stellen.

Da Ihr nun die Herausforderungen des Augenblicks auf euch nehmt bitte ich euch, „blickt auf den  Felsen, aus dem ihr herausgehauen seid“ (Jesaja 51:1). Bedenkt den großherzigen und oft heroischen Beitrag, den vergangene Generationen irischer Männer und Frauen für die Kirche und die ganze Menschheit geleistet haben. Lasst Euch das Ansporn sein für eine ehrliche Selbstbetrachtung und ein engagiertes Programm kirchlicher und persönlicher Erneuerung. Ich bete dafür, dass die Kirche in Irland, durch den Beistand der vielen Heiligen und gereinigt durch Reue, die augenblickliche Krise überwindet und erneut ein Zeuge für die Wahrheit und die Güte des allmächtigen Gottes wird, die sich zeigt in seinem Sohn Jesus Christus.

 

3.  In der Geschichte waren die Katholiken Irlands immer eine starke Kraft für das Gute, in der Heimat und außerhalb. Keltische Mönche wie der heilige Kolumban haben das Evangelium in Westeuropa verbreitet und das Fundament für die mittelalterliche Klosterkultur gelegt. Die Ideale von Heiligkeit, Nächstenliebe und transzendenter Weisheit, geboren aus dem christlichen Glauben, fanden ihren Ausdruck in den Kirchen und Klöstern, in den Schulen, Bibliotheken und Hospitälern, die alle daran mitwirkten, die geistige Identität Europas zu festigen. Diese irischen Missionare haben ihre Stärke aus dem festen Glauben, der starken Leitung und der aufrechtem Verhalten der Kirche in ihrem Mutterland gewonnen.

Beginnend mit dem 16. Jahrhundert haben die Katholiken in Irland eine lange Zeit der Verfolgung erdulden müssen, während derer sie sich mühten, die Flamme des Glaubens unter gefährlichen und schwierigen Umständen lebendig zu halten. Der Heilige Oliver Plunkett, der Märtyrerbischof von Armagh, ist das berühmteste Beispiel einer ganzen Schar von mutigen Söhnen und Töchtern Irlands, die bereit waren, ihr Leben aus Treue zum Evangelium hinzugeben. Nach der katholischen Emanzipation war die Kirche frei, neu zu wachsen. Familien und zahllose Einzelne, die den Glauben in Zeiten der Prüfung erhalten haben, wurden zum Auslöser für das große Wiederaufleben des irischen Katholizismus im 19. Jahrhundert. Die Kirche bot Bildung, besonders für die Armen, und leistete dadurch ihren Beitrag zur Gesellschaft Irlands. Zu den Früchten des Wachsens der neuen katholischen Schulen gehörte eine Zunahme in Berufungen: Generationen von Missionaren, Schwestern und Brüdern, haben ihr Heimatland verlassen um auf allen Kontinenten zu dienen, besonders in der englischsprachigen Welt. Bemerkenswert waren nicht nur ihre große Zahl, sondern auch die Stärke ihres Glaubens und die Standhaftigkeit ihres pastoralen Engagements. Viele Bistümer, besonders in Afrika, Amerika und Australien, haben von der Präsenz irischer Geistlicher und Ordensleute profitiert, die das Evangelium verkündeten und Pfarreien, Schulen, Universitäten und Krankenhäuser gründeten, die sowohl den Katholiken als auch der gesamten Gesellschaft dienten, mit besonderem Augenmerk auf die Bedürfnisse der Armen.

In fast jeder Familie in Irland gibt es jemanden – einen Sohn oder eine Tochter, einen Onkel oder eine Tante – der sein Leben der Kirche gegeben hat. Irische Familien würdigen und schätzen zu Recht die Ihren, die ihr Leben Christus geweiht haben, die das Geschenk des Glaubens mit anderen Teilen und aus diesem Glauben Taten folgen lassen, in liebendem Dienst an Gott und dem Nächsten.

 

4.    In den vergangenen Dekaden hatte die Kirche in Eurem Land jedoch neue und schwere Herausforderungen für den Glauben durch die rasche Transformation und Säkularisierung der irischen Gesellschaft zu bestehen. Der schnelllebige soziale Wandel hat oft genug das traditionelle Festhalten der Menschen an den katholischen Lehren und Werten beeinträchtigt. Viel zu oft wurden die sakramentalen und andächtigen Gebräuche vernachlässigt, die den Glauben erhalten und ihm erlauben, zu wachsen, wie etwa die regelmäßige Beichte, das tägliche Gebet und jährliche Einkehrtage. Bedeutsam war während dieser Zeit ebenfalls die Tendenz vieler Priester und Ordensleute, Weisen des Denkens und der Einschätzung säkularer Realitäten ohne ausreichenden Bezug zum Evangelium zu übernehmen. Das Programm der Erneuerung, dass das Zweite Vatikanische Konzil vorgelegt hat, wurde häufig falsch gelesen; im Licht des tiefen sozialen Wandels war es schwer, die richtigen Weisen der Umsetzung zu finden. Es gab im Besonderen die wohlmeinende aber fehlgeleitete Tendenz, Strafen für kanonisch irreguläre Umstände zu vermeiden. In diesem Gesamtkontext müssen wir das verstörende Problem des sexuellen Missbrauchs von Kindern zu verstehen versuchen, das nicht wenig zur Schwächung des Glaubens und dem Verlust des Respekts vor der Kirche und ihre Lehren beigetragen hat.

Nur durch sorgfältige Prüfung der vielen Faktoren die zum Entstehen der augenblicklichen Krise geführt haben kann eine klare Diagnose ihrer Gründe unternommen und können wirkungsvolle Abhilfemaßnahmen gefunden werden. Sicherlich können wir zu den entscheidenden Faktoren hinzuzählen: unangemessene Verfahren zur Feststellung der Eignung von Kandidaten für das Priesteramt und das Ordensleben; nicht ausreichende menschliche, moralische, intellektuelle und geistliche Ausbildung in Seminarien und Noviziaten; eine Tendenz in der Gesellschaft, den Klerus und andere Autoritäten zu favorisieren; und eine fehlgeleitete Sorge für den Ruf der Kirche und die Vermeidung von Skandalen, die zum Versagen in der Anwendung bestehender kanonischer Strafen und im Schutz der Würde jeder Person geführt hat. Es muss dringend gehandelt werden um diese Faktoren anzugehen, die so tragische Konsequenzen in den Leben von Opfern und ihrer Familien hatten und die das Licht des Evangeliums in einer solchen Weise verdunkelt haben, wie es noch nicht einmal Jahrhunderten der Verfolgung gelungen ist.

 

5.  Bereits mehrfach seit meiner Wahl auf den Stuhl Petri habe ich Opfer sexuellen Missbrauchs getroffen und ich bin bereit, das auch in Zukunft zu tun. Ich habe mit ihnen zusammen gesessen, habe ihre Geschichten gehört, ihr Leiden wahrgenommen und ich habe mit ihnen und für sie gebetet. Schon früher in meinem Pontifikat habe ich in meiner Sorge diese Frage anzusprechen, die Bischöfe Irlands aufgefordert, „die Wahrheit dessen, was in der Vergangenheit geschehen ist, festzustellen, jede notwendige Maßnahme zu ergreifen, damit das nie wieder geschehen kann, sicherzustellen, dass die Vorgaben der Justiz voll eingehalten werden und, am wichtigsten, den Opfern und allen von diesen ungeheuerlichen Verbrechen Betroffenen Heilung zu bringen“ (Ansprache an die Bischöfe von Irland während des Ad Limina Besuchs, 28. Oktober 2006).

Mit diesem Brief möchte ich euch alle, das Volk Gottes in Irland, ermahnen, die Wunden am Körper Christi zu betrachten. Betrachtet aber auch die manchmal schmerzhaften Heilmittel, die wir brauchen, um diese Wunden zu binden und zu heilen, und ebenfalls die Notwendigkeit der Einheit, der Nächstenliebe und der gegenseitigen Unterstützung in einem langwierigen Prozess der Wiederherstellung und kirchlicher Erneuerung. Ich wende mich nun an euch mit Worten, die von Herzen kommen und ich möchte zu euch einzeln und zu euch allen gemeinsam als Brüder und Schwestern im Herrn sprechen.

 

6. An die Opfer des Missbrauchs und ihre Familien

Ihr habt viel gelitten und ich bedaure das aufrecht. Ich weiß, dass nichts das Erlittene ungeschehen machen kann. Euer Vertrauen wurde verraten und eure Würde wurde verletzt. Viele von Euch mussten erfahren, dass, als Ihr den Mut gefunden habt, über das zu spreche, was euch zugestoßen ist, Euch niemand zugehört hat. Diejenigen von euch, denen das in Wohnheimen und Internaten geschehen ist, müssen gefühlt haben, dass es kein Entkommen gibt aus Eurem Leid. Es ist verständlich, dass es schwer für Euch ist, der Kirche zu vergeben oder sich mit ihr zu versöhnen. Im Namen der Kirche drücke ich offen die Schande und die Reue aus, die wir alle fühlen. Gleichzeitig bitte ich Euch, die Hoffnung nicht aufzugeben. In der Gemeinschaft der Kirche begegnen wir Christus, der selbst ein Opfer von Ungerechtigkeit und Sünde war. Wie ihr trägt er immer noch die Wunden seines eigenen ungerechten Leidens. Er versteht die Tiefe eures Leides und die fortdauernden Auswirkungen auf Euer Leben und Eure eigenen Beziehungen, eingeschlossen Eure Beziehung zur Kirche. Ich weiß, dass es einigen von euch schwer fällt durch die Türen der Kirche zu gehen nach allem, was passiert ist. Aber Christi eigene Wunden, verwandelt durch sein erlösendes Leiden, sind der Weg, durch den die Macht des Bösen gebrochen wird und wir zu Leben und Hoffnung wiedergeboren sind. Ich glaube zutiefst, dass diese heilende Kraft der aufopfernden Liebe Befreiung und die Verheißung eines Neuanfangs bringt – sogar in den dunkelsten und hoffnungslosesten Situationen.

Ich spreche zu Euch als Hirte, der sich um das Wohl aller Kinder Gottes sorgt und bitte Euch, zu bedenken, was ich gesagt habe. Ich bete, dass durch die Annäherung an Christus und durch die Teilnahme am Leben seiner Kirche – einer Kirche gereinigt durch Buße und erneuert in Nächstenliebe – Ihr die unermessliche Liebe Christi für jeden von Euch wiederentdecken könnt. Ich bin zuversichtlich, dass Ihr auf diese Weise Versöhnung, tiefe innere Heilung und Frieden finden könnt.

 

7. An die Priester und Ordensleute, die Kinder missbraucht haben

Ihr habt das Vertrauen, das von unschuldigen jungen Menschen und ihren Familien in Euch gesetzt wurde, verraten und Ihr müsst Euch vor dem allmächtigen Gott und vor den zuständigen Gerichten dafür verantworten. Ihr habt die Achtung der Menschen Irlands verspielt und Schande und Unehre auf Eure Mitbrüder gebracht. Die Priester unter Euch haben die Heiligkeit des Weihesakraments verletzt, in dem Christus sich selbst in uns und unseren Handlungen gegenwärtig macht. Gemeinsam mit dem immensen Leid, das Ihr den Opfern angetan habt, wurde die Kirche und die öffentlichen Wahrnehmung des Priestertums und des Ordensleben beschädigt.

Ich mahne Euch, Euer Gewissen zu erforschen, Verantwortung für die begangenen Sünden zu übernehmen und demütig Euer Bedauern auszudrücken. Ehrliche Reue öffnet die Tür zu Gottes Vergebung und die Gnade ehrlicher Besserung. Durch Gebet und Buße für die, denen Ihr Unrecht getan habt, sollt ihr persönlich für Euer Handeln Sühne leisten. Christi erlösendes Opfer hat die Kraft, sogar die größte Sünde zu vergeben und Gutes sogar aus dem schlimmsten Übel wachsen zu lassen. Gleichzeitig ruft uns Gottes Gerechtigkeit dazu auf, Rechenschaft über unsere Taten abzulegen und nichts zu verheimlichen. Erkennt Eure Schuld öffentlich an, unterwerft Euch der Rechtsprechung, aber verzweifelt nicht an der Gnade Gottes.

 

8.  An die Eltern

Ihr seid zutiefst entsetzt über die furchtbaren Dinge, die an den Orten stattgefunden haben, die eigentlich die sichersten und sorgenfreiesten Orte hätte sein sollen. Es ist heute nicht einfach, ein Zuhause zu bilden und Kinder zu erziehen. Sie verdienen es, sicher aufzuwachsen, geliebt und geschätzt mit einem starken Gefühl ihrer Identität und ihres Wertes. Sie haben das Recht, mit authentischen moralischen Werten erzogen zu werden, zutiefst in der Menschenwürde verankert. Sie haben das Recht, inspiriert zu werden durch die Wahrheit unseres katholischen Glaubens und Weisen des Verhaltens und Handelns zu erlernen, die zu einem gesunden Selbstwert und zu dauerhaftem Glück führen. Diese noble aber auch anspruchsvolle Aufgabe ist zuallererst Euch anvertraut, den Eltern. Ich bitte Euch dringend, Eure Rolle bei der Gewährleistung der besten möglichen Fürsorge für die Kinder sowohl zu Hause als auch in der Gesellschaft zu spielen, während die Kirche ihre Rolle wahrnimmt und weiter die Maßnahmen der letzten Jahre umsetzt um junge Menschen in Pfarreien und Schulen zu schützen. Während Ihr Eure lebenswichtige Verantwortung wahrnehmt möchte ich Euch versichern, dass ich Euch nahe bin und die Unterstützung meiner Gebete anbiete. 

 

9.  An die Kinder und die Jugend Irlands

Euch möchte ich ganz besonders ermutigen. Eure Erfahrung der Kirche ist sehr unterschiedlich von der Eurer Eltern und Großeltern. Die Welt hat sich sehr geändert seit sie in Eurem Alter waren. Trotzdem sind alle Menschen aller Generationen dazu berufen, denselben Weg durchs Leben zu gehen, gleich unter welchen Umständen. Wir sind alle skandalisiert von den Sünden und dem Versagen von einigen Mitgliedern der Kirche, besonders durch die derer, die eigens dazu ausgesucht waren, jungen Menschen zu dienen und sie anzuleiten. Aber es ist die Kirche, in der Ihr Christus findet, der derselbe ist, gestern, heute und morgen (Hebräerbrief 13:8). Er liebt Euch und er hat sich am Kreuz für Euch hingegeben. Sucht eine persönliche Beziehung zu ihm in der Gemeinschaft der Kirche, denn er wird nie Euer Vertrauen missbrauchen! Er allein kann Eure tiefsten Sehnsüchte erfüllen und Eurem Leben den vollen Sinn geben dadurch, dass er es zum Dienst am Nächsten lenkt. Haltet Eure Augen auf Jesus und seine Güte gerichtet und schützt die Flamme des Glaubens in Eurem Herzen. Gemeinsam mit den übrigen Gläubigen in Irland sehe ich in Euch treue Jünger unseres Herrn; bringt den nötigen Enthusiasmus und Idealismus zum Neuaufbau und der Erneuerung Eurer geliebten Kirche.

 

10. An die Priester und Ordensleute in Irland

Wir alle leiden als Folge der Sünden unserer Mitbrüder, die das heilige Vertrauen missbraucht haben oder versagt haben, gerecht und verantwortungsvoll mit den Missbrauchsvorwürfen umzugehen. In der Wut und der Empörung die das alles nicht nur unter den Gläubigen sondern auch unter Euch und in den Ordensgemeinschaften hervorgerufen hat, fühlen sich viele von Euch mutlos oder sogar verlassen. Mir ist ebenfalls bewusst, dass in den Augen vieler Ihr durch die Nähe zu den Tätern einen Makel tragt und als irgendwie verantwortlich für die Verbrechen anderer gesehen werdet. In dieser schmerzlichen Zeit möchte ich Eure Hingabe an das Priestertum und das Apostolat würdigen und Euch einladen, Euren Glauben in Christus zu festigen, Eure Liebe zu seiner Kirche und Euer Vertrauen in die Verheißung des Evangeliums auf Erlösung, Vergebung und innere Erneuerung. Auf diese Weise werdet ihr aufzeigen, dass da, wo die Sünde mächtig wurde, die Gnade übergroß wurde (Römerbrief 5:20).

Ich weiß, dass viele von Euch von der Art und Weise, wie diese Dinge von Euren Oberen behandelt wurden, enttäuscht, verwirrt und verärgert sind. Trotzdem ist es wesentlich, dass Ihr eng mit den Autoritäten kooperiert und helft, dass die Maßnahmen zur Bewältigung der Krise wirklich dem Evangelium gemäß, gerecht und effektiv sind. Vor allem aber bitte ich Euch, immer mehr Männer und Frauen des Gebets zu werden, die mutig dem Weg der Bekehrung, Reinigung und Versöhnung gehen. Auf diese Weise wird die Kirche in Irland neues Leben und neue Dynamik aus Eurem Zeugnis für Gottes erlösende Kraft, die in Eurem Leben sichtbar wird, schöpfen.

 

11.  An meine Mitbrüder im Bischofsamt

Es kann nicht geleugnet werden, dass einige von Euch und von Euren Vorgängern bei der Anwendung der seit langem bestehenden Vorschriften des Kirchenrechts zu sexuellem Missbrauch von Kindern versagt haben. Schwere Fehler sind bei der Behandlung von Vorwürfen gemacht worden. Ich erkenne an, dass es schwer war, die Komplexität und das Ausmaß des Problems zu erkennen, gesicherte Informationen zu erlangen und die richtigen Entscheidungen bei widersprüchlichen Expertenmeinungen zu treffen. Trotzdem muss zugegeben werden, dass schwerwiegende Fehlurteile getroffen wurden und Fehler in der Leitung vorkamen. Dies alles hat Eure Glaubwürdigkeit und Effektivität untergraben. Ich erkenne Eure Bemühungen an, vergangene Fehler wieder gut zu machen und zu garantieren, dass sie nicht wieder passieren. Abgesehen von der vollständigen Umsetzung der Normen des Kirchenrechts im Umgang mit Fällen von Kindesmissbrauch: kooperiert weiter mit den staatlichen Behörden in ihrem Bereich. Für die Ordensoberen gilt dasselbe. Sie haben ebenfalls an Diskussionen hier in Rom teilgenommen, um einen eindeutigen und klaren Weg zum Umgang in dieser Angelegenheit zu entwickeln. Es ist zwingend erforderlich, dass die Normen der Kirche in Irland zum Schutz von Kindern kontinuierlich überprüft und aktualisiert werden und dass sie vollständig und unabhängig in Übereinstimmung mit dem Kirchenrecht angewandt werden.

Ausschließlich entschiedene Handlungsweisen, umgesetzt in voller Aufrichtigkeit und Transparenz, wird den Respekt und den guten Willen des irischen Volks der Kirche gegenüber, der wir unser Leben geweiht habt, wiedergewinnen. Das muss zuallererst aus Eurer Selbsterforschung, aus innerer Reinigung und geistlicher Erneuerung kommen. Die Menschen Irlands erwarten zu Recht, dass Ihr Menschen Gottes seid, dass Ihr gottgefällig und einfach lebt und täglich die persönliche Bekehrung erstrebt. Für sie – in den Worten des heiligen Augustinus – seid Ihr Bischof; aber gemeinsam mit ihnen seid Ihr berufen, Christus nachzufolgen (Sermon 340, 1). Ich ermahne Euch deswegen, Euren Sinn für die Rechenschaftspflicht vor Gott zu erneuern, in der Solidarität mit Eurem Volk zu wachsen und die pastorale Sorge für alle Mitglieder Eurer Herde zu vertiefen. Besonders fordere ich Euch auf, achtsam zu sein für die geistlichen und moralischen Bedürfnisse jedes einzelnen Eurer Priester. Gebt ihnen durch Euer eigenes Leben ein Beispiel, seit ihnen nahe, hört auf ihre Anliegen, bietet Ermutigung in dieser schwierigen Zeit und nährt die Flamme ihrer Liebe zu Christus und ihr Engagement für den Dienst an ihren Brüdern und Schwestern.

Die Gläubigen sollen ebenfalls ermutigt werden, ihre eigene Rolle im Leben der Kirche zu spielen. Sorgt dafür, dass sie so ausgebildet sind, dass sie eine verständliche und überzeugende Darstellung des Evangeliums in mitten der modernen Gesellschaft geben können (1. Petrusbrief 3:15) und vollständiger mit dem Leben und dem Auftrag der Kirche kooperieren. Dies wird umgekehrt Euch helfen, wieder glaubwürdige Obere und Zeugen der erlösenden Wahrheit Christi zu werden.

 

12.  An alle Gläubigen Irlands

Die Erfahrung der Kirche eines jungen Menschen sollte immer aus einer persönlichen und Leben spendenden Begegnung mit Jesus Christus in einer liebenden, nährenden Gemeinschaft Frucht bringen. In dieser Umgebung sollten junge Menschen ermutigt werden, ihre menschliche und geistliche Gestalt voll zu entwickeln, das hohe Ideal der Heiligkeit, der Nächstenliebe und der Wahrheit anzustreben, und von den Reichtümern der kulturellen und religiösen Tradition inspiriert zu sein. In unserer zunehmend säkularisierten Gesellschaft, in der selbst wir Christen es oft schwer finden, über die transzendente Dimension unserer Existenz zu sprechen, müssen wir neue Wege finden, jungen Menschen die Schönheit und den Reichtum der Freundschaft mit Christus in der Gemeinschaft der Kirche nahe zu bringen. Für die Bewältigung der gegenwärtigen Krise sind Maßnahmen, die gerecht mit individuellem Unrecht umgehen, unerlässlich, aber allein für sich sind sie nicht ausreichend: wir brauchen eine neue Vision, um zukünftige Generationen zu inspirieren, das Geschenk unseres gemeinsamen Glaubens zu schätzen. Indem Ihr den Weg des Evangeliums geht, durch das Halten der Gebote und dadurch, dass Ihr Euer Leben immer mehr in Übereinstimmung mit dem Leben Jesu Christi bringen, werdet Ihr sicher die tiefe Erneuerung erfahren, die wir in dieser Zeit so dringend brauchen. Ich lade Euch ein, auf diesem Weg beständig zu sein.

 

13. Liebe Brüder und Schwestern in Christus, ich wollte Euch diese Worte der Ermutigung und Unterstützung aus meiner Fürsorge für Euch alle in dieser schmerzvollen Zeit, in der die Zerbrechlichkeit des menschlichen Wesens so deutlich offenbar geworden ist, schreiben. Ich hoffe, dass Ihr sie als Zeichen meiner geistlichen Nähe und meiner Zuversicht in Eure Fähigkeit empfangt, den Herausforderungen der Stunde dadurch zu begegnen, dass Ihr erneuerte Inspiration und Stärke aus Irlands nobler Tradition der Treue zum Evangelium empfangt, Ausdauer im Glauben und Beharrlichkeit im Erstreben von Heiligkeit. In Solidarität mit Euch allen bete ich, dass mit Gottes Gnade die Wunden, die so viele Einzelne und Familien verletzt haben, heilen und dass die Kirche in Irland eine Zeit der Wiedergeburt und der geistlichen Erneuerung erfahre.

 

14. Ich möchte Euch nun auch einige konkrete Initiativen zum Umgang mit der Situation vorschlagen.

Am Ende meines Treffens mit den irischen Bischöfen habe ich darum gebeten, dass diese Fastenzeit reserviert wird für das Gebet um das Ausgießen der Barmherzigkeit Gottes und der Geistesgaben der Heiligkeit und Stärke über der Kirche in Eurem Land. Ich lade Euch alle ein, die Freitagsbuße für die Dauer eines Jahres bis Ostern 2011 dieser Intention zu widmen. Ich bitte Euch, Euer Fasten, Euer Gebet, Eure Schriftlesung und Eure Werke der Nächstenliebe dem zu widmen, damit Ihr so die Gnade der Heilung und der Erneuerung für die Kirche in Irland erlangt. Ich ermutige Euch, aufs Neue das Sakrament der Versöhnung für Euch zu entdecken und häufiger die verwandelnde Kraft seiner Gnade zu nutzen.

Besondere Aufmerksamkeit sollte ebenfalls der eucharistischen Anbetung zuteil werden; in jedem Bistum soll es Kirchen oder Kapellen geben, die speziell diesem Zweck gewidmet sind. Ich fordere Pfarreien, Seminarien, Ordenshäuser und Klöster dazu auf, Zeiten eucharistischer Anbetung zu organisieren, so dass sich alle beteiligen können. Durch intensives Gebet vor dem anwesenden Herrn könnt Ihr Wiedergutmachung leisten für die Sünde des Missbrauchs, die so viel Schaden angerichtet hat. Gleichzeitig könnt Ihr so die Gnade neuer Stärke erflehen und einen tieferen Sinn des Auftrags aller Bischöfe, Priester, Ordensleute und Gläubigen.

Ich bin zuversichtlich, dass dieses Unterfangen zu einer Neugeburt der Kirche in Irland führen in der Fülle von Gottes Wahrheit führen wird, denn es ist die Wahrheit, die uns frei macht (Johannesevangelium 8:32).

Darüber hinaus, nachdem ich darüber beraten und gebetet habe, habe ich vor, eine Apostolische Visitation einiger Bistümer Irlands abzuhalten, ebenso von Seminarien und Ordensgemeinschaften. Absprachen für diese Visitation, die der Ortskirche auf ihrem Weg der Erneuerung helfen soll, werden in Absprache mit den zuständigen Büros der römischen Kurie und der irischen Bischofskonferenz getroffen. Die Einzelheiten werden  zu gegebener Zeit bekannt gegeben.

Ich schlage ebenfalls eine gemeinsame Mission in ganz Irland für alle Bischöfe, Priester und Ordensleute vor. Es ist meine Hoffnung, dass durch das Nutzen der Expertise erfahrener Prediger und Exerzitienbegleiter von Irland und andernorts und durch das erneute Studium der Dokumente des Konzils, der liturgischen Riten von Weihe und Profess und der neueren päpstlichen Lehren, Ihr zu einem tieferen Verständnis für Eure jeweilige Berufung kommt, um so die Wurzeln Eures Glaubens in Jesus Christus wieder zu entdecken und aus dem Quell des lebendigen Wassers zu trinken, den er Euch durch seine Kirche bietet.

In diesem Jahr des Priesters empfehle ich Euch ganz besonders den heiligen Jean-Marie Vianney, der ein reiches Verständnis des Mysteriums des Priestertums hatte. Er schrieb: „der Priester hält den Schlüssel zu den Schätzen des Himmels: er ist es, der die Tür öffnet: er ist der Statthalter des guten Herrn; der Verwalter seiner Güter.“ Der Pfarrer von Ars verstand sehr gut, wie gesegnet eine Gemeinschaft ist, wenn ihr von einem guten und heiligen Priester gedient wird: „ein guter Hirte, ein Hüter nach Gottes Herzen, ist der größte Schatz, den Gott einer Gemeinde schenken kann und eines der wertvollsten Geschenke göttlicher Gnade.“ Durch die Fürsprache des heiligen Jean-Marie Vianney möge das Priestertum in Irland neu belebt werden und möge die ganze Kirche in Irland wachsen in Wertschätzung für das große Geschenk des priesterlichen Dienstes.

An dieser Stelle möchte ich denen im voraus danken, die an der Aufgabe der Organisation der Apostolischen Visitation und der Mission beteiligt sind, und genauso den vielen Männern und Frauen in ganz Irland, die schon heute für den Schutz von Kindern im kirchlichen Umfeld arbeiten. Seit der Zeit, als wir begonnen haben, die Schwere und das Ausmaß des Problems zu verstehen, hat die Kirche eine ungemein große Anstrengung in vielen Teilen der Welt geleistet, um sich dem zu stellen und um Abhilfe zu schaffen. Auch wenn keine Anstrengung aufgespart werden sollte, die Verfahren zu verbessern und zu aktualisieren, bin ich doch ermutigt durch die Tatsache, dass die augenblicklichen Verfahren zur Absicherung, die die Kirche eingeführt hat, in einigen Teilen der Welt als vorbildlich für andere Institutionen angesehen werden.

Ich möchte diesen Brief mit einem besonderen Gebet für die Kirche in Irland beenden, das ich Euch mit der besonderen Sorge des Vaters für seine Kinder und der Zuneigung eines Mitchristen sende, der skandalisiert und verletzt ist durch das, was in unserer geliebten Kirche geschehen ist. Wenn Ihr es in Euren Familien, Pfarreien und Gemeinschaften betet, möge die selige Jungfrau Maria jeden von Euch schützen und leiten zu einer engeren Verbindung mit ihrem Sohn, dem Gekreuzigten und Auferstandenen. Mit großer Zuneigung und unentwegter Zuversicht in Gottes Zusage sende ich Euch herzlich meinen apostolischen Segen als eine Zusage von Stärke und Frieden im Herrn.

Aus dem Vatikan, 19. März 2010, am Hochfest des heiligen Josef

BENEDICTUS PP. XVI  (Dies ist eine nicht-offizielle Übersetzung)

 

 

 

 

„Hirtenbrief zeigt die Anteilnahme des Papstes“

 

Der Pressesprecher des Heiligen Stuhls, Pater Federico Lombardi, führt in den Hirtenbriefes des Papstes ein:  „Der Brief des Papstes an die Katholiken Irlands über die Krise, in die die Kirche des Landes über den sexuellen Missbrauch gestürzt ist, ist ein eindrucksvolles Dokument. Es zeigt seinen Schmerz und seine persönliche Anteilnahme am Bemühen um Wiedergutmachung, Heilung und Erneuerung.

Seine Worte wenden sich zunächst an die Opfer und zeigen eine tiefe Anteilnahme an ihrem Leiden. Er versteht ihre Enttäuschung, weil das Vertrauen, das sie in die Vertreter der Kirche gesetzt hatten, verraten wurde. Der Papst, der bereits in der Vergangenheit Missbrauchsopfer getroffen hat, in den USA, in Australien und auch hier in Rom, ist bereit, das in der Zukunft wieder zu tun.“

 

Zollitsch: „Klare Weisungen für die gesamte Kirche“ - Ohne Wenn und Aber verurteilt der Papst die schrecklichen Verbrechen, die an jungen Menschen begangen wurden. Das schreibt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, an diesem Samstag zur Veröffentlichung des Hirtenbriefs an die katholische Kirche in Irland. Der Text habe Geltung für die ganze Kirche und sei eindeutig eine Botschaft auch an die Gläubigen in Deutschland, so Zollitsch.

 

Ackermann: „Einfühlsam, klar und spirituell“ - Benedikts Hirtenbrief an die irische Kirche ist in seinem Stil „einfühlsam, klar und spirituell“. So beschreibt ihn der Beauftragte der Deutschen Bischofskonferenz für Fragen des sexuellen Missbrauchs, Bischof Stephan Ackermann. Weiter fügt der Trierer Bischof an:

„Die Missbrauchsfälle in der Kirche in Deutschland werden nicht eigens genannt, was aber nicht verwunderlich ist bei einem Brief, der ausdrücklich an die irischen Katholiken gerichtet ist und die kirchliche Situation dort, gerade auch mit ihrer spezifischen Geschichte in den Blick nimmt.“

Dennoch gelten die grundsätzlichen Aussagen des Briefes auch für die Kirche in Deutschland, so Ackermann weiter.

„Dazu gehören die eindeutige Verurteilung sexuellen Missbrauchs als Verbrechen. Hier war die Lehre der Kirche immer eindeutig. Es geht auch um die Aufforderung, Vergehen und Fehler offen einzugestehen und der primäre Blick auf die Opfer in Aufarbeitung und Prävention.“

Die gesamte Missbrauchsthematik sei auch in den Horizont des Glaubens eingebettet.

„Der Brief des Papstes macht aber zweifelsfrei klar, dass die Perspektive des Glaubens die juristische, menschliche, individual- und sozialpsychologische Aufarbeitung sexuellen Missbrauchs in keiner Weise ersetzen oder verbrämen soll. Vielmehr geht es um eine Perspektive, die die genannten Instrumente und Methoden übersteigt und auch da noch auf Versöhnung, auf Heilung und Neuanfang hofft, wo unsere menschlichen Mittel an ihr Ende kommen. Um diese gläubigen Perspektiven kann der Papst freilich letztlich nur werben.“

 

Schönborn: Papstbrief ist klare Maßgabe auch für Österreich - Der Hirtenbrief des Papstes zum Thema Missbrauch richtet sich an alle Katholiken weltweit und insbesondere auch an die katholische Kirche in Österreich. Das hat Kardinal Christoph Schönborn in einer ersten Reaktion zu dem am Samstag veröffentlichten Papstschreiben betont.

„Man spürt in diesem Brief, dass der Papst die Enttäuschung und auch den Zorn sehr wohl wahrgenommen hat - und es ist ihm klar, dass der nicht nur auf Irland beschränkt ist. Dieser Brief ist auch an uns in Österreich geschrieben.“

Der Hirtenbrief habe die „erhoffte und wünschenswerte Klarheit“, verweist Schönborn auf die Worte Benedikts XVI. an die Opfer und besonders auch an die Täter, in denen der Papst klarstellt, dass sich letztere auch vor Gerichten verantworten müssen.

„Die Klarheit mit der der Papst von der Verantwortung spricht, tut uns allen gut. Sie ist unbedingt notwendig und eine klare Maßgabe, an die wir uns unbedingt halten müssen.“

Der Kardinal erklärte, dass die einzelnen Punkte, die Benedikt XVI. anspricht, „eins zu eins“ auf die österreichische Situation passten.

„Der Brief wendet sich an ein Land, in dem die katholische Kirche eine große Geschichte hat, in der schwerer Missbrauch geschehen ist und wo viel Vertrauen in die Kirche zerstört worden ist. Der Papst spricht dies in einer Direktheit und Offenheit an, die nichts diplomatisch verschleiert. Ich denke, das ist für uns eine klare Maßgabe.“

 

Österreich: „Danke!“ - Der Hauptverband katholischer Elternverbände Österreichs dankt Papst Benedikt für die Klarheit seiner Worte. Wie die stellvertretende Vorsitzende Cornelia Franckenstein Radio Vatikan mitteilte, habe sie sich angesprochen gefühlt und ernst genommen. Sie sehe sich durch den Pastoralbrief ermutigt, den begangenen Weg des offenen Gesprächs fortzuführen.

 

Irland: Geheimhaltungsabkommen zugestimmt - Ein irischer Bischof hat die Beteiligung der Kirche an einem Stillschweigeabkommen mit einem Opfer sexuellen Missbrauchs eingeräumt. Die Vereinbarung sei jedoch nicht von seinem Bistum vorgeschlagen worden, erläutert Seamus Hegarty von Derry in einer am Donnerstagabend veröffentlichten Erklärung. Die Diözese habe dem Vorschlag lediglich zugestimmt, um eine Einigung zu erleichtern. Die Erklärung lässt offen, ob die Initiative von dem Opfer oder von dem beschuldigten Priester kam.

 

Deutschland: Mehr als 250 Verdachtsfälle - Bei der katholischen Kirche in Deutschland melden sich immer mehr Opfer sexuellen Missbrauchs. Seit Enthüllung der Übergriffe von Geistlichen auf Schüler am Canisius-Kolleg in Berlin Ende Januar sind deutschlandweit mehr als 250 Verdachtsfälle bekanntgeworden. Dies ergab eine Umfrage der Deutschen Presse-Agentur dpa bei den 27 Bistümern Deutschlands. Meist geht es um strafrechtlich verjährte Taten aus den 1950er bis 1980er Jahren.

 

Was ist ein Hirtenbrief? - Bei einem Hirtenbrief handelt es sich um Rundschreiben von Bischöfen an die Gläubigen. Die Verfassung eines Hirtenbriefes ist also kein Vorrecht des Papstes. Mit dem neuen Hirtenbrief nimmt Papst Benedikt XVI. zu den Missbrauchsfällen in Irland Stellung. Das Schreiben geht somit in erster Linie an die irischen Bischöfe, die es in ihren Gemeinden verlesen. Hirtenbriefe befassen sich in der Regel mit Glaubensfragen, aber auch mit gesellschaftlichen Fragen der Zeit. Regelmäßig werden sie zur Fastenzeit veröffentlicht.

 

Vatikan: Neue Onlinedienste starten - Zeitgleich mit der Veröffentlichung des Papstbriefes an die irischen Katholiken zum Thema Missbrauch stellt der Vatikan an diesem Samstag zwei neue Internetdienste online. Die neue Internetseite www.resources.va wird vatikanische und weltkirchliche Themen mit Informationsmaterial und einem multimedialen Angebot begleiten. Zudem twittern sechs mehrsprachige Kanäle künftig Veranstaltungen, Ereignisse und Meinungen aus dem kirchlichen Raum. Die neuen Dienste sind Gemeinschaftsproduktionen von Radio Vatikan und anderen vatikanischen Medieneinrichtungen. An diesem Samstag sind Texte, Videos und Audios zum Papstbrief an die irische Kirche über die Homepage von Radio Vatikan, www.radiovaticana.org, die oben genannten neu eingerichteten Tools und die Präsenz des Vatikans namens TheVatican auf youtube abrufbar.

Den Hirtenbrief von Papst Benedikt XVI. an die Katholiken in Irland lesen Sie auf www.resources.va unter Tedesco in deutscher Sprache.

 

„Wir sind Kirche“: „Irische Situation ist dramatischer“ - Für die Reformbewegung „Wir sind Kirche“ kann der Hirtenbrief von Papst Benedikt XVI. zum sexuellen Missbrauch katholischer Priester in Irland nur ein Anfang sein. Eine sorgfältige Prüfung der innerkirchlichen Strukturfragen stehe noch aus, sagte Christian Weisner, Sprecher der Initiative, am Samstag der Deutschen Presse-Agentur dpa. Dabei gehe es vor allem um die Zölibats-Frage und die kirchliche Sexuallehre. Dass der Papst sich nur zu den Missbrauchsfällen in Irland und nicht zu denen in Deutschland äußerte, sei „akzeptabel“, sagte Weisner. „Die irische Situation ist viel dramatischer als die deutsche.“ (rv und Agenturen 20)

 

 

 

Papstbrief zum sexuellen Missbrauch in Irland. Deutsche Bischöfe fühlen sich angesprochen

 

Bonn. Über die Missbrauchsfälle in seiner Heimat hat sich Papst Benedikt XVI. in seinem Hirtenbrief nicht geäußert. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, versteht das Papier dennoch als klare Weisung auch für Deutschland.

 

Was der Papst den Katholiken in Irland sage, "hat Geltung für die ganze Kirche und ist eindeutig eine Botschaft auch an uns in Deutschland", sagte Zollitsch laut einer in Bonn veröffentlichten Mitteilung.

 

Der Papst verurteile die schrecklichen Verbrechen, die an jungen Menschen begangen wurden. Vorrang habe dabei die Perspektive der Opfer. "Deshalb kritisiert er den zum Teil übermäßigen Täterschutz, den die Kirche häufig praktiziert habe." Zollitsch bezeichnete den Brief als schonungslose Analyse. Das zeige, dass sich der Heilige Vater dem Problem sexuellen Missbrauchs mit Ernst und mit großer Sorge stelle.

 

Zollitsch steht selbst in der Kritik. Gegen ihn werden Vertuschungsvorwürfe erhoben. Während seiner Tätigkeit als Personalreferent in der Erzdiözese Freiburg soll er nach Recherchen der TV-Sendung "Report Mainz" und der Badischen Zeitung 1991 einen des Missbrauchs bezichtigten Pfarrer lediglich in den vorzeitigen Ruhestand versetzt haben. Die Staatsanwaltschaft sei damals nicht eingeschaltet worden.

 

Ein Sprecher des Bistums Freiburg erklärte, der gegen den Freiburger Erzbischof erhobene Vorwurf der Vertuschung sei "unhaltbar". Der Ortspfarrer sei 1991 in den Ruhestand versetzt worden, obwohl es lediglich Gerüchte über "unsittlichen Kontakt zu Kindern" gegeben habe und dieser Verdacht zunächst nicht konkretisiert werden konnte.

 

Der Sonderbeauftragte der deutschen katholischen Kirche zur Aufklärung der sexuellen Missbrauchsfälle, Bischof Stephan Ackermann, begrüßte das Papst-Schreiben. "Ich empfinde diesen Brief als Verstärkung für unseren Weg", sagte der Bischof in Trier. "Die Entschiedenheit, mit der der Papst die Vorgänge und die Untaten beim Namen nennt und auch Aufklärung erwartet - das ist doch sehr deutlich und das werden wir uns auch entsprechend zu Herzen nehmen." Es seien "genug Hinweise" auch für die deutsche katholische Kirche enthalten. Er glaube nicht, dass sich der Papst noch einmal gesondert an die deutschen Katholiken wenden werde.

 

"Wir wissen, dass der Papst den Weg, den wir eingeschlagen haben, voll unterstützt, dass er auch genauso erschreckt und erschüttert ist über die Vorkommnisse hier in Deutschland", sagte Ackermann. "Sehr bemerkenswert" sei, dass der Papst fünfmal darauf hingewiesen habe, dass die Kirche mit den staatlichen Behörden kooperieren müsse und die Vorgaben der Justiz voll einzuhalten habe.

 

Zollitsch bewegten besonders die deutlichen Worte an die Priester und Ordensleute, die sich versündigt hätten. "Sie haben das Vertrauen junger Menschen aufs Schlimmste verletzt und müssen sich vor Gott und den Gerichten verantworten". Auch die Kritik des Papstes an den kirchlichen Autoritäten lasse keine Fragen offen.

 

"Wir wissen, dass auch bei uns in Deutschland Fehler gemacht wurden. (...) Wir dürfen Fehler nicht wiederholen und brauchen auch in Deutschland eine lückenlose Aufklärung und uneingeschränkte Transparenz. Daran arbeiten wir in allen Bistümern." Der Skandal sexuellen Missbrauchs sei kein bloß irisches Problem, "er ist ein Skandal der Kirche an vielen Orten und er ist der Skandal der Kirche in Deutschland".

 

Die "Initiative Kirche von unten" (IKvu) warf dem Papst vor, in seinem Hirtenbrief an die irischen Katholiken bei "verbaler Betroffenheit stehen" zu bleiben. "Statt effektiver Krisenbewältigung bietet der Vatikan das Schauspiel einer sich autistisch abkapselnden Institution: Gefehlt haben in dieser Selbstwahrnehmung nur wenige, vom Zeitgeist verführte Einzeltäter", teilte die IKvu in Bonn mit.

 

Der Papst verweigere den Blick auf die strukturellen Ursachen und ruhe sich auf der Einzeltäterthese aus. Das sei ein Skandal, hieß es weiter. Die Organisation forderte die Einsetzung einer unabhängigen Untersuchungskommission nach irischem Vorbild.

 

Die Initiative ist nach eigenen Angaben ein ökumenisches Netzwerk von 38 Basisgemeinden, kirchen- und gesellschaftskritischen Gruppen. Sie sieht sich in der Tradition des politischen Linkskatholizismus und -protestantimus und der Befreiungstheologie.

Reaktionen aus Irland

 

Auch Irlands Kirchenoberhäupter sehen im Hirtenbrief des Papstes zum Missbrauchsskandal einen Neuanfang - vielen Opfern allerdings geht er nicht weit genug. Statt nur die Vergangenheit zu verurteilen, hätte Papst Benedikt XVI. mehr auf Konsequenzen und die Zukunft eingehen müssen, war von irischen Opferverbänden zu hören.

 

Vor allem aber hätte er die Art und Weise verurteilen sollen, wie die Kirche den Missbrauch systematisch und über Jahre verdeckt gehalten habe, sagte die Leiterin der Opfergruppe "One in Four", Maeve Lewis.

 

"Papst Benedikt hat eine glorreiche Möglichkeit verstreichen lassen, den Kernpunkt des kirchlichen Missbrauchsskandals anzusprechen: Die absichtliche Politik der katholischen Kirche bis in die höchsten Ebenen, Missbrauchs-Täter zu beschützen und damit Kinder zu gefährden", sagte Lewis.

 

Opfer Andrew Madden erklärte, er habe keine Bestätigung gebraucht, dass Missbrauch eine Straftat und Sünde ist. "Die Entschuldigung von heute gilt nicht für die Verschleierung", sagte er. Das aber sei ebenfalls eine Sünde gewesen, da deshalb viele Kinder weiterem Missbrauch ausgesetzt worden seien.

 

Der Papst hätte konkreter sagen sollen, wie es nun weitergeht, forderte die ehemalige Lehrerin Michelle Marken laut dem Sender BBC. Statt den Besuch von hohen Vatikan-Vertretern anzukündigen, müsse er selber nach Irland kommen und die Aufdeckung der Straftaten vorantreiben.

 

Missbrauch von Kindern in der katholischen Kirche ist in Irland seit langem ein großes Thema. In den vergangenen Jahren waren immer wieder erschreckende Details ans Tageslicht gekommen, wie Pfarrer und andere Kirchenleute ihre Schützlinge missbraucht und die Kirche die Taten systematisch verdeckt hatte. Vor wenigen Wochen waren die irischen Bischöfe nach Rom gereist, um mit dem Papst das Thema aufzuarbeiten.

 

Den Hirtenbrief hatte der Papst im vergangenen Dezember angekündigt, nachdem der Skandal in Irland weltweit Aufsehen erregt hatte. Auch in den vergangenen Tagen hatten sich immer wieder Opfer gemeldet und zum ersten Mal über ihr Leid gesprochen. (dpa 20)

 

 

 

 

Sexueller Missbrauch. Zollitsch räumt Verschleierung ein

 

Der Papst ist in seinem Hirtenbrief zum Missbrauch nur auf Irland eingegangen. Die Diskussion in Deutschland geht dennoch weiter. Erzbischof Zollitsch gibt im FOCUS zu: Jahrelang wurde Missbrauch vertuscht.

In seinem ersten Interview nach dem Krisengespräch mit Papst Benedikt sagte der Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz, der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch, dem FOCUS auf die Frage nach der Verschleierung von sexuellem Missbrauch: „Ja, das hat es bei uns gegeben. Seit Jahren jedoch steuern wir den entgegengesetzten Kurs.“ Sexueller Missbrauch von Minderjährigen sei „über Jahrzehnte in der gesamten Gesellschaft vertuscht worden. Man lässt das Problem nicht in seiner gesamten gesellschaftlichen Bedeutung an sich heran.“ Auch wenn immer deutlicher werde, dass „die meisten Fälle außerhalb des kirchlichen Raumes“ geschähen, seien sie in der Kirche besonders schlimm. „Dass Übergriffe in solcher Zahl auch in unseren Einrichtungen stattgefunden haben, beschämt mich und bewirkt in mir ein großes Erschrecken. Jeder einzelne Fall verdunkelt das Gesicht der ganzen Kirche.“

 

Gefragt von Papst  - Im Gegensatz zu den bayerischen Bischöfen sieht der Vorsitzende der Bischofskonferenz eine Anzeigepflicht bei Verdachtsfällen kritisch. Er höre immer wieder von Fällen, bei denen Opfer über ihr Leid sprechen wollten, aber eine Anzeige ausdrücklich nicht wünschten, sagte Zollitsch. „Das stürzt uns moralisch in Probleme, da wir ja dennoch daran interessiert sind, dass Täter überführt werden und der staatliche Prozess zu einem Urteil kommt.“ Seines Erachtens verlange der Weg zur Staatsanwaltschaft zudem Anhaltspunkte für eine mutmaßliche Tat. „Immerhin kann man Menschen durch falsche Beschuldigungen geistig umbringen. Darüber wird vielleicht in der momentanen erhitzten Situation zu wenig nachgedacht.“

 

Zollitsch verteidigt Ratzinger - Zollitsch trat dem Vorwurf entgegen, der Zölibat sei mit Ursache für sexuelle Übergriffe. Es gebe „jedenfalls keine direkte Verbindung“. Wohl in kaum einem anderen Beruf als dem des Priesters werde während der Ausbildung so viel in Bezug auf die emotionale Reife zur Klärung beigetragen. „Wenn in der Ehevorbereitung nur ein Zehntel dieser Sorgfalt auf die Persönlichkeitsbildung verwendet würde, wäre es um den Bund von Mann und Frau vielleicht um vieles besser bestellt.“

 

Zu den Angriffen auf den Papst, in dessen Münchner Zeit ein Missbrauchsfall verschleiert wurde, sagte Zollitsch, dies sei weder auf Weisung noch mit Kenntnis des damaligen Erzbischofs geschehen. Joseph Ratzinger habe „in seiner Zeit an der Spitze der Glaubenskongregation entscheidende Impulse für eine drastische Verfolgung solcher Straftaten gegeben und als Papst sich in den USA und jüngst durch seinen Brief an die irischen Gläubigen unzweideutig positioniert“.

Nb Focus on line 21

 

 

 

Reaktionen auf den Hirtenbrief. „Eine Mahnung an uns“

 

Die katholischen deutschen Bischöfe sehen in dem Papstbrief zum jahrzehntelangen Missbrauch in kirchlichen Einrichtungen Irlands eine klare Botschaft auch an Deutschland. In seiner „schonungslosen Analyse“ beklage Benedikt XVI., dass häufig auf die „ausreichende menschliche, moralische, intellektuelle und geistliche Ausbildung in Seminarien“ viel zu wenig Wert gelegt worden sei, erklärte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, am Samstag. Vorrang habe für den Papst die Perspektive der Opfer. Deshalb kritisiere er den zum Teil übermäßigen Täterschutz, den die Kirche häufig praktiziert habe. Wieder und wieder dringe er darauf, dass die Vorgaben der Justiz und des staatlichen Rechts einzuhalten seien. Vor allem aber müsse es, soweit möglich, Heilung für die Opfer geben.

Zollitsch zeigte sich „besonders bewegt“ von den deutlichen Worten des Papstes an die Priester und Ordensleute, die sich versündigt hätten. Auch die Kritik des Papstes an den kirchlichen Autoritäten lasse keine Fragen offen. „Wenn die bittere Wahrheit offen ausgesprochen wird, wirkt dies schmerzlich, aber auch befreiend. Ich bin für diese Worte dankbar. Wir wissen, dass auch bei uns in Deutschland Fehler gemacht wurden“, betonte Zollitsch und fügte hinzu: „Wir deutschen Bischöfe haben solche Fehler bei unserer Frühjahrsvollversammlung in Freiburg deutlich erkannt und eingestanden. Wir dürfen Fehler nicht wiederholen und brauchen auch in Deutschland eine lückenlose Aufklärung und uneingeschränkte Transparenz. Daran arbeiten wir in allen Bistümern.“

 

 „Skandal der Kirche in Deutschland“ - Deshalb verstehe er die Mahnung des Papstes an die Bischöfe in Irland zugleich auch als „Mahnung an uns. Der Skandal sexuellen Missbrauchs ist kein bloß irisches Problem, er ist ein Skandal der Kirche an vielen Orten und er ist der Skandal der Kirche in Deutschland“, erklärte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz. Der Brief des Papstes sei daneben auch ein geistliches Dokument, das geistige und moralische Entwicklungen begreifen und aus dem Glauben deuten wolle. Der Papst sei geprägt von der Hoffnung, dass Gottes Liebe im Leben von Opfern und Tätern neue Anfänge möglich mache.

Mit herzlichen Worten wende sich der Papst an die junge Generation Irlands und bitte sie eindringlich, trotz aller tragischen Erfahrungen nicht an der Kirche zu verzweifeln, sondern an ihrer Erneuerung mitzuwirken, sagte Zollitsch weiter. Dazu trage auch eine große Geste des Papstes bei: „Er fügt seinem Brief ein Gebet der Hoffnung auf einen neuen Anfang bei, das er der Kirche in Irland widmet. Ich bitte die Gläubigen in Deutschland, sich dieses Gebet als Gebet auch für unser Land anzueignen“, erklärte Zollitsch. „Wir gehen den Weg der Aufklärung und Aufarbeitung, den Weg des aufmerksamen Hinschauens und der Prävention. Es ist ein langer Weg, der Zeit braucht und Mühe kostet, den wir in Manchem noch lernen müssen, aber wir werden keine Zeit verstreichen lassen. Der Heilige Vater ruft auch uns zu, dass wir diesen Weg der Heilung, Erneuerung und Wiedergutmachung ohne Angst und gläubigen Mutes gehen sollen“, meinte der Erzbischof.

Ackermann lobt „Entschiedenheit“ des Papstes

Auch der Sonderbeauftragte der katholische Kirche zur Aufklärung der sexuellen Missbrauchsfälle, Bischof Stephan Ackermann, begrüßte den Hirtenbrief. „Ich empfinde diesen Brief als Verstärkung für unseren Weg“, sagte der Bischof am Samstag in Trier. „Die Entschiedenheit, mit der der Papst die Vorgänge und die Untaten beim Namen nennt und auch Aufklärung erwartet - das ist doch sehr deutlich und das werden wir uns auch entsprechend zu Herzen nehmen.“ Er sei nicht enttäuscht darüber, dass der Brief sich nicht eigens an Deutschland wende. Es seien „genug Hinweise“ auch für die deutsche katholische Kirche enthalten.

Der Vorsitzende des Zentralkomitees deutscher Katholiken (ZdK), Alois Glück, hat den Hirtenbrief des Papstes als „hilfreiche Orientierung“ für die gesamte Weltkirche gewürdigt. Der Brief sein ein „eindrucksvolles Dokument, das auch der katholischen Kirche in Deutschland helfen kann, die richtigen Konsequenzen zu ziehen“, sagte er. „Mit einer geradezu schonungslos offenen Sprache“ befasse sich der Papst in seiner Botschaft mit der Situation in Irland, „mit Schuld und Versagen“ und den notwendigen Konsequenzen. Glück sagte: „Mit diesem Brief setzt sich Papst Benedikt erneut beispielhaft und klar für die kompromisslose Aufklärung von sexuellem Missbrauch und ebenso unmissverständlich für die Opfer ein.“

Für die Reformbewegung „Wir sind Kirche“ kann der Hirtenbrief von Papst Benedikt XVI. zum sexuellen Missbrauch katholischer Priester in Irland nur ein Anfang sein. Eine sorgfältige Prüfung der innerkirchlichen Strukturfragen stehe noch aus, sagte Christian Weisner, Sprecher der Initiative, am Samstag der Deutschen Presse-Agentur dpa. Dabei gehe es vor allem um die Zölibats-Frage und die kirchliche Sexuallehre. Dass der Papst sich nur zu den Missbrauchsfällen in Irland und nicht zu denen in Deutschland äußerte, sei „akzeptabel“, sagte Weisner. „Die irische Situation ist viel dramatischer als die deutsche.“

Als „problematisch“ wertete Weisner das in dem Brief beschriebene Priester-Bild. „Der Priester hält den Schlüssel zu den Schätzen des Himmels: er ist es, der die Tür öffnet: er ist der Statthalter des guten Herrn; der Verwalter seiner Güter“, zitiert Benedikt XVI. in dem Brief einen heiliggesprochenen katholischen Priester aus dem 19. Jahrhundert. „Mit so einem Priester-Bild kommen wir nicht weiter“, sagte Weisner.

 

Iren enttäuscht - Irische Opfervertreter zeigten sich hingegen tief enttäuscht über den Hirtenbrief. Er sei weit davon entfernt, die Sorgen der Opfer sexueller Gewalt anzusprechen, erklärte das Bündnis One in Four. Das Schreiben konzentriere sich zu stark auf die Rolle rangniederer irischer Priester ohne die Verantwortung des Vatikans aufzuzeigen. Zudem gehe der Papst nicht auf die Forderung der Opfer ein, das das Oberhaupt der katholischen Kirche in Irland, Kardinal Sean Brady, zurücktreten sollte.

Kirchenleute hingegen begrüßten die Worte des Papstes - auch, wenn diese sich teilweise gegen ihr eigenes Verhalten richteten. Der Brief sei ein zentraler Schritt auf dem Weg zu einer Erneuerung der Kirche, sagte das Oberhaupt der irischen katholischen Kirche, Kardinal Sean Brady, am Samstag in einer Messe im nordirischen Armagh. „Lasst uns beten, dass dies jetzt der Beginn einer großen Zeit der Wiedergeburt der irischen Kirche wird“, sagte Brady. „Niemand geht davon aus, dass die derzeitige, schmerzhafte Situation schnell gelöst werden kann. Doch mit Beharrlichkeit, Gebeten und gemeinsamer Arbeit können wir nach Ansicht des Heiligen Vaters zuversichtlich sein, dass die katholische Kirche in Irland eine Zeit der Wiedergeburt und spirituellen Erneuerung erleben kann.“

Der zweitwichtigste Mann der irischen Kirche, der Dubliner Erzbischof Diarmuid Martin, betonte hingegen die Rolle der Kirche bei den Straftaten: „Der Papst erkennt das Versagen der kirchlichen Autoritäten in der Art und Weise, wie sie mit den schändlichen und kriminellen Taten umgegangen sind, an.“

Künast plädiert für einen zentralen Entschädigungsfonds

Unterdessen hat sich Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) für eine finanzielle Entschädigung von Opfern sexuellen Missbrauchs ausgesprochen. Neben der Aufarbeitung der bisher bekannten Fälle und Präventionsmaßnahmen werde dies ein Thema des Runden Tisches der Bundesregierung sein, sagte die FDP- Politikerin der Zeitung „Hamburger Abendblatt“. „Die Entschädigung der Opfer ganz gleich, ob sie in kirchlichen oder anderen Einrichtungen missbraucht wurden, wird eine zentrale Frage sein.“ Der Runde Tisch der Regierung soll die Arbeit am 23. April beginnen.

Die Grünen-Fraktionsvorsitzende Renate Künast plädierte für einen zentralen Entschädigungsfonds zugunsten von Missbrauchs- Opfern. Einzahlen sollten darin „alle betroffenen Einrichtungen wie Schulen und Kirchen, in denen solche Fälle stattgefunden haben“, sagte Künast der Berliner Zeitung „B.Z. am Sonntag“.

Nach den Missbrauchsfällen in kirchlichen Einrichtungen wurden in jüngster Zeit auch immer mehr Vorfälle in nicht-kirchlichen Schulen und Internaten bekannt. Die Deutsche Bischofskonferenz (DBK) plant nach eigenen Angaben derzeit keinen eigenen Fonds zur Entschädigung von Opfern. FAZ.NET 20

 

 

 

 

Missbrauch. Papst könnte sich noch zu deutschen Fällen äußern

 

Dass der Papst in seinem Hirtenbrief nicht explizit auf die Missbrauchsfälle in der Deutschen Kirche eingangen ist, hat viele Christen enttäuscht. Für die Amtskirche steht hingegen fest: Die Worte des Heiligen Vaters gelten weltweit. Zugleich mehren sich die Anzeichen, dass Benedikt XVI. doch noch zu Deutschland Stellung nimmt

 Nach dem Hirtenbrief des Papstes an die irischen Katholiken gewinnen Vermutungen an Substanz, das Kirchenoberhaupt werde doch noch ein offizielles Wort zu den Missbrauchsfällen in Deutschland sagen. Hoffnungen weckte Vatikansprecher Federico Lombardi mit der Bemerkung, Benedikt XVI. werde einen „angemessenen Weg finden, um auch auf die deutsche Situation Bezug zu nehmen“.

In seinem im Dezember 2009 angekündigten und am Samstag veröffentlichten Schreiben an die von Sex-Skandalen erschütterte irischen Kirche hatte der Papst zwar „Scham und Reue“, bekundet, war aber zur Enttäuschung vieler mit keiner Silbe auf vergleichbare Fälle in seiner Heimat eingegangen (den Hirtenbrief im Wortlaut finden Sie hier ). Lombardi beließ es zunächst bei dem Hinweis, dass das Kirchenoberhaupt die deutschen Bischöfe in ihrem Krisenmanagement unterstütze; mit dieser Botschaft war der Vorsitzende des deutschen Episkopats, Erzbischof Robert Zollitsch, von einer Audienz bei Benedikt zurückgekehrt.

Offenbar wartet Benedikt XVI. das Ergebnis der Ermittlungen ab, die gegenwärtig in allen 27 deutschen Diözesen geführt werden. Geprüft werden 250 Verdachtsfälle, darunter einer aus der Amtszeit von Joseph Ratzinger als Erzbischof von München und Freising.

 

Zeitgleich mit der Veröffentlichung des Hirtenbriefs in Rom interpretierte Zollitsch die „klare Weisung“ des Papstes, der Perspektive der Opfer sexueller Verfehlungen von Priestern und Ordensleuten Vorrang vor allen anderen Überlegungen zu geben und für eine lückenlose Aufklärung zu sorgen, auch als Mahnung „an uns“. Der Skandal sexuellen Missbrauchs sei kein bloßes irisches Problem, er sei ein Skandal der Kirche an vielen Orten „und er ist der Skandal der Kirche in Deutschland“. Im „Focus“ gibt Zollitsch zu, dass es auch hierzulande zu „bewusster Vertuschung“ gekommen sei. Seit Jahren jedoch steuere die Kirche „den entgegen gesetzten Kurs“.

Gewürdigt wurde das päpstliche Dokument auch vom Präsidenten des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Alois Glück. Als wichtige Kriterien für weitere Beratungen nannte Glück eine bessere Auswahl der Priesteramtskandidaten, mehr Transparenz und Offenheit. Damit ist aber die Diskussion über das Verhalten des Papstes und das ausgebliebene Wort zu Deutschland nicht gestoppt.

Enttäuscht über den Inhalt des Briefes zeigte sich der Sprecher der amtskirchenkritischen Bewegung „Wir sind Kirche“, Christian Weisner. Der Text erwecke den Eindruck, es gehe seinem Verfasser hauptsächlich um das Ansehen der Kirche. Das werde die Autorität des Papstes nicht erhöhen. Weisner vermisst eine Auseinandersetzung mit der Zölibatsfrage und der kirchlichen Sexuallehre. Dass der Papst sich auf das irische Problem konzentrierte, ist jedoch für Weisner alles in allem akzeptabel“, denn die irische Situation sei „viel dramatischer“ als die deutsche; für Irland sind vatikanische Ermittlungskommissionen angekündigt, für Deutschland ist das nicht der Fall.

 

Entschieden verteidigt wurde Benedikt XVI. vom Trierer Bischof Stephan Ackermann. Da der Brief an die irische Kirche gerichtet sei, wundere er sich nicht darüber, dass die Missbrauchsfälle in Deutschland nicht erwähnt würden, erklärte Ackermann, den seine Amtsbrüder als Sonderbeauftragten für die Aufklärung der Skandale eingesetzt haben.

Die Zölibatsdiskussion bleibt dem deutschen Episkopat freilich nicht erspart. Sie wird - ebenfalls eine Folge der Sex-Skandale - von Theologen wie Hans Küng und von katholischen Laien- und Jugendorganisationen vorangetrieben. Selbst aus den Reihen der Bischöfe kommen Rufe nach mehr „Phantasie und mehr Großmut“ in dieser Frage, zum Beispiel vom Hamburger Weihbischof Hans-Jochen Jaschke. Sein Vorgesetzter, Erzbischof Werner Thissen, grenzte sich allerdings von ihm ab.

Thissen nannte den Zölibat eine „wertvolle Provokation“. Der Priester verzichte freiwillig auf etwas, „was zum Schönsten und Erfüllendsten des Menschen gehört, um ein „sichtbares Zeichen für Gott und seine Verheißung“ zu setzen. Im NDR sagte Jaschke, „mit Sicherheit“ müsse man sich mit den Iren vom Papst fragen lassen, „ob wir genügend auf einen gesunden Klerus achten“.

Die deutschen Bischöfe versuchen im Moment alles, die Debatte um den Zölibat nicht ausufern zu lassen. Die wachsenden Zweifel im Kirchenvolk an der Verpflichtung der Weltpriester zur ehelosen Lebensform zum Papst zu tragen, wie es etwa die Schweizer Oberhirten vorhaben, ist für sie unvorstellbar. Vorrangig ist für sie, dem päpstlichen Aufruf zu folgen und bei Fällen von sexuellem Missbrauch eng mit der staatlichen Justiz zusammenzuarbeiten sowie die kirchenrechtlichen Normen kontinuierlich zu überarbeiten.

Mit der Forderung nach Aufnahme einer Meldepflicht bei Verdacht auf Missbrauch in die Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz (DBK) haben die bayerischen Oberhirten schon einen Anfang gemacht und den Episkopat in Zugzwang gesetzt. Ihr Vorsitzender, Erzbischof Reinhard Marx, wurde dafür von Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) gelobt. Der DBK-Vorsitzende Zollitsch hingegen sieht eine Meldepflicht kritisch.

Für die Kirche, darauf wurde vom Kölner Erzbistum hingewiesen, gilt noch ein weiteres, nämlich innerkirchliches Recht, es relativiere das staatliche in keiner Weise und sei ihm auch nicht vorgeordnet. Es lege aber strengere Maßstäbe an als das weltliche Recht. Wegen der Unabhängigkeit von staatlichen Strafverfahren ermögliche es das Kirchenrecht sogar, Taten disziplinarisch zu verfolgen, auch wenn die Staatsanwaltschaft kein Verfahren eröffne oder es einstelle. Dazu komme eine weitere Abweichung vom staatlichen Recht: In Einzelfällen könne sogar die Verjährung ganz ausgesetzt werden, eine kirchliche Strafverfolgung bleibe somit auch noch nach zehn Jahren möglich. Ob die kirchlichen Autoritäten dieses Recht immer ausgeschöpft haben, diese Frage ist auch nach der Diskussion um den Papst-Brief nicht zufriedenstellend beantwortet.  Gernot Facius  Dw 21

 

 

 

 

Papst zu Missbrauchsfällen. Schande und Reue

 

Der Papst hat den Missbrauch von Minderjährigen in Irland "aufrichtig bedauert". Zu den Fällen in Deutschland schwieg er, die deutschen Bischöfe sprechen dennoch von einer "klaren Weisung". Unterdessen wurde bekannt, dass Benedikt XVI. über einen pädophilen Kaplan wohl besser informiert war als bislang bekannt.

Papst Benedikt XVI. hat den Missbrauch von Minderjährigen "aufrichtig bedauert". In seinem am Samstag in Rom veröffentlichten Hirtenbrief an die irische Kirche drückte der Papst "im Namen der Kirche offen die Schande und die Reue aus, die wir alle fühlen".

Es werde manchmal schmerzhafte Hilfsmittel brauchen, um die Wunden zu heilen und die Kirche in Irland in einem langwierigen Prozess zu erneuern. In Irland hatte es zahlreiche Missbrauchsfälle in katholischen Einrichtungen gegeben. Benedikt kündigte konkrete Initiativen zum Umgang mit dem Skandal an. So werde er eine apostolische Visitation in einigen Bistümern abhalten.

Auch in Deutschland waren die Erwartungen an das Schreiben hoch gewesen, nachdem viele Fälle sexuellen Missbrauchs Minderjähriger durch Geistliche bekanntgeworden sind. Benedikt äußerte sich dazu jedoch nicht.

"Eine Botschaft auch an uns in Deutschland"

 

Für den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, enthält der Hirtenbrief dennoch ein "klare Weisungen für die

gesamte Kirche". "Was er ihnen sagt, hat Geltung für die ganze Kirche

und ist eindeutig eine Botschaft auch an uns in Deutschland", sagte

Zollitsch. Der Papst verurteile die schrecklichen Verbrechen, die an jungen

Menschen begangen wurden. Vorrang habe für den Papst die Perspektive

der Opfer. "Deshalb kritisiert er den zum Teil übermäßigen Täterschutz, den die Kirche häufig praktiziert habe."

Der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken, Alois Glück, nannte das Schreiben ein "eindrucksvolles Dokument, das auch der katholischen Kirche in Deutschland helfen kann, die richtigen Konsequenzen zu ziehen". Der Papst befasse sich mit einer "geradezu schonungslos offenen Sprache" konkret mit der Situation in Irland.

Auch der Sonderbeauftragte der deutschen katholische Kirche zur Aufklärung der sexuellen Missbrauchsfälle, Bischof Stephan Ackermann, begrüßte das Papst-Schreiben. "Ich empfinde diesen Brief als Verstärkung für unseren Weg", sagte der Bischof in Trier. "Die Entschiedenheit, mit der der Papst die Vorgänge und die Untaten beim Namen nennt und auch Aufklärung erwartet - das ist doch sehr deutlich und das werden wir uns auch entsprechend zu Herzen nehmen.“

In dem Hirtenbrief werden die irischen Bischöfe wegen "schwerer Fehleinschätzungen" im Umgang mit den dortigen jahrzehntelangen Übergriffen getadelt. Der Papst äußerte sein tiefstes persönliches Bedauern für den Generationen von irischen Katholiken von Priestern zugefügten "sündhaften und verbrecherischen" Missbrauch. Eine fehlgeleitete Sorge um die Reputation der Kirche und der Versuch der Vermeidung von Skandalen hätten hier eine Rolle gespielt.

 

Opfer tief enttäuscht - Radio Vatikan analysierte, es handle sich um einen geistlichen Text, "keine politische Absichtserklärung, keine Dienstanweisung für strukturelle Änderungen oder Ähnliches". Tief enttäuscht reagierten irische Opfer sexueller Gewalt. Das Bündnis One in Four erklärte, das Schreiben konzentriere sich zu stark auf die rangniederen irischen Priester ohne die Verantwortung des Vatikans zu unterstreichen. Der Papst hätte die Art und Weise verurteilen sollen, wie die Kirche den Missbrauch systematisch und über Jahre verdeckt gehalten habe, sagte Maeve Lewis, die Leiterin der Opfergruppe.

Kritik kam auch von der deutschen Initiative Kirche von unten (IKvu). Sie wirft dem Papst vor, in seinem Hirtenbrief bei "verbaler Betroffenheit stehen" zu bleiben. "Statt effektiver Krisenbewältigung bietet der Vatikan das Schauspiel einer sich autistisch abkapselnden Institution: Gefehlt haben in dieser Selbstwahrnehmung nur wenige, vom Zeitgeist verführte Einzeltäter", teilte die IKvu mit.

Auch die Reformbewegung Wir sind Kirche zeigt sich enttäuscht. Es sei sehr schade, dass sich der Papst nicht zu den Missbrauchsfällen in Deutschland geäußert habe, sagte Christian Weisner, Sprecher der Initiative. "Das Schweigen des Papstes kommt nicht gut. Es wird sicher nicht seine Autorität und sein Ansehen in der Kirche erhöhen. Dabei hätte ihm schon ein Wort des Mitgefühls an die Opfer Sympathien eingebracht." Der Brief vermittle aber den Eindruck, es gehe dem Papst hauptsächlich um das Ansehen der Kirche.

Derweil berichtet der Spiegel, dass auch der Papst in seiner Zeit als Münchner Erzbischof offenbar besser über einen Pädophilen informiert war als bislang bekannt.

In einem Brief des Bistums Essen an die von Joseph Ratzinger damals geleitete Erzdiözese habe klar erkennbar gestanden, dass Kaplan Peter H. sich sexuell an Kindern seiner Gemeinde vergriffen habe. Das Erzbistum München und Freising sei nicht im Unklaren gelassen worden, was für ein Problemfall da komme.

 

Unter Ratzingers Vorsitz befasste sich der erzbischöfliche Ordinariatsrat am 15. Januar 1980 mit dem Fall. Laut Sitzungsprotokoll habe der Kaplan "für einige Zeit um Wohnung und Unterkunft" in einer Münchner Pfarrgemeinde gebeten: "Kaplan H. wird sich einer psychisch-therapeutischen Behandlung unterziehen."

Trotzdem meldeten Ratzinger und sein Erzbistum den Kinderschänder nicht der Polizei. Im Sitzungsprotokoll heißt es stattdessen lediglich über die Wohnungssuche des Geistlichen: "Dem Gesuch wird stattgegeben."

Auch gegen gegen Zollitsch wurden am Samstag Vertuschungsvorwürfe laut. In seiner Zeit in der Erzdiözese Freiburg soll er 1991 einen des Missbrauchs bezichtigten Pfarrer nur in den vorzeitigen Ruhestand versetzt haben.

Das berichten die TV-Sendung Report Mainz und die Badische Zeitung. Die Staatsanwaltschaft sei nicht eingeschaltet worden. Das Bistum Freiburg nannte die Vorwürfe "unhaltbar" Es habe damals nur Gerüchte gegeben.

Gegen mindestens 14 Priester in Deutschland wird nach Spiegel-Angaben wegen des Verdachts auf sexuellen Missbrauch ermittelt. Das ergab eine Umfrage unter den 24 Generalstaatsanwaltschaften, an der sich 15 Anklagebehörden beteiligten. Eine dpa-Umfrage hatte ergeben, dass in der katholischen Kirche seit Ende Januar mehr als 250 Verdachtsfälle bekanntgeworden sind.

Derweil hat der Vorsitzende des Zentralkomitees deutscher Katholiken (ZdK), Alois Glück, die Kirche zum Umdenken aufgefordert. "Jetzt müssen sich alle Katholiken mit den Fehlentwicklungen auseinandersetzen", sagte er. Man müsse sich die Frage stellen, ob es "neben den für die ganze Gesellschaft geltenden Gründen für Missbrauch auch spezifische in der Institution Kirche selbst" gebe. "Zum Beispiel waren bislang zu viele Leute in der Kirche der Überzeugung, dass der Grundsatz gilt: Der Schutz der Kirche hat oberste Priorität. Damit war der Weg frei für Verdrängung und Vertuschung", so Glück.

Leutheusser-Schnarrenberger pocht auf Wiedergutmachung

Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger forderte, alle Opfer sexuellen Missbrauchs finanziell zu entschädigen. "Die Entschädigung der Opfer ganz gleich, ob sie in kirchlichen oder anderen Einrichtungen missbraucht wurden, wird eine zentrale Frage sein", sagte die FDP-Politikerin dem Hamburger Abendblatt. Der geplante Runde Tisch der Bundesregierung werde sich nicht nur mit Prävention, sondern auch mit Aufarbeitung befassen.

Leutheusser-Schnarrenberger bekräftigte: "In den Fällen, die verjährt sind, müssen wir praktische Antworten finden. Unbeschadet der Tatsache, dass das erlittene Leid nicht aufgewogen werden kann, braucht es ein klares, schnelles Zeichen zur immateriellen und materiellen Wiedergutmachung."

In Österreich planen Missbrauchsopfer bereits gemeinsame rechtliche Schritte gegen die Kirche. Wie der Wiener Rechtsanwalt Werner Schostal der österreichischen Zeitung Der Standard sagte, haben bislang zehn Betroffene den Verein "Opfer kirchlicher Gewalt" gegründet. Schostal fordert von der Kirche von bis zu 80.000 Euro Entschädigung pro Opfer.  sueddeutsche.de/dpa/Reuters 20

 

 

 

 

Sexueller Missbrauch. Der Papst schweigt zu deutschen Fällen

 

Papst Benedikt XVI. bedauert den Missbrauch von Minderjährigen in Irland und fordert eine Bestrafung der Verantwortlichen. In Deutschland wird dem Vorsitzenden der Bischofskonferenz Zollitsch Vertuschung vorgeworfen. Das Zentralkomitee der Katholiken fordert ein Umdenken.

 

Rom. Der Papst hat sich in seinem mit Spannung erwarteten Hirtenbrief an die Katholiken in Irland bei den Opfern sexueller Gewalt entschuldigt. Er fühle Scham und Reue, heißt es in dem Schreiben.

 

Zugleich kündigte er formelle Untersuchungen des Vatikans zu dem Missbrauchsfällen in den irischen Diözesen an. Die Täter müssten sich für ihre Vergehen nicht nur "vor Gott", sondern auch vor ordentlichen Gerichten verantworten.

 

Den irischen Bischöfen warf Papst Benedikt XVI. schwere Verfehlungen vor. Sie hätten versagt in ihrer Führungsaufgabe, den Kindesmissbrauch zu thematisieren. Die irische Kirche müsse entschlossen mit Ehrlichkeit und Offenheit ihren guten Ruf zurückgewinnen.

 

An die Opfer gewandt erklärte das Oberhaupt der römisch-katholischen Kirche: "Sie haben schwer gelitten und das tut mir aufrichtig leid." Er sei bereit, die Opfer zu treffen, um ihnen zu zeigen, dass er sich persönlich ihrer Leiden annehme.

 

Der Papst kündigte in dem Hirtenbrief einen Besuch in den betroffenen Diözesen an, um den Gemeinde auf ihrem "Weg der Erneuerung" zu helfen.

 

In Irland hatten katholische Würdenträger laut einem im Auftrag der Regierung erstellten Untersuchungsbericht jahrzehntelang Vergewaltigungen und Misshandlungen von Minderjährigen durch Geistliche vertuschten. Insgesamt ist von 14. 500 Opfern die Rede.

 

Zu den Missbrauchsskandalen in anderen Ländern, darunter auch in Deutschland, äußerte sich der Papst in dem Hirtenbrief nicht explizit. Bei der katholischen Kirche in Deutschland melden sich immer mehr Opfer sexuellen Missbrauchs. Seit Enthüllung der Übergriffe von Geistlichen auf Schüler am Canisius-Kolleg in Berlin Ende Januar sind bundesweit mehr als 250 Verdachtsfälle bekanntgeworden. Das ergab eine Umfrage der Deutschen Presse-Agentur bei den 27 Bistümern. Meist geht es um strafrechtlich längst verjährte Taten aus den 50er bis 80er Jahren.

 

Die vom Jesuitenorden beauftragte Anwältin Ursula Raue kennt mittlerweile schon rund 160 Verdachtsfälle allein in Einrichtungen des Ordens. Vielerorts werden jetzt auch alte Akten neu durchgearbeitet. In vielen Fällen haben sich Opfer unter dem Siegel der Verschwiegenheit an die Kirchenleitung gewandt.

 

Probleme bereiten anonyme Beschuldigungen und Spekulationen - diese ließen sich kaum aufklären und schafften ein Klima des Misstrauens, hieß es. Auch außerhalb der katholischen Kirche wurden Missbrauchsfälle an Schulen bekannt.

 

Der Brief, den der Papst am Freitag unterschrieben hat, wendet sich vor allem an die irische Kirche wegen der dortigen Missbrauchsfälle. Vor dem Hintergrund immer neuer ans Licht kommender Missbrauchsfälle und Vorwürfe gegen kirchliche Würdenträger in Deutschland waren die Erwartungen an das Schreiben auch im Heimatland des Papstes hoch.

 

In Rom hatte es vor der Veröffentlichung gehießen, der Papst wolle klare Wege aufzeigen, wie Pädophilie in der Kirche verhindert werden soll. Bereits im Februar hatte Benedikt bei einem Krisengipfel mit der irischen Bischofskonferenz "null Toleranz", Aufarbeitung und Vorbeugung von Missbrauch gefordert.

 

Der im Dezember angekündigte Brief auf Italienisch und Englisch verzögerte sich offenbar wegen der jüngsten Skandalwelle auch in anderen europäischen Ländern. Der Vatikan will auch kurze Zusammenfassungen in anderen Sprachen veröffentlichen.

 

Am Freitag waren auch gegen den Vorsitzenden der deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, Vertuschungsvorwürfe erhoben worden. Während seiner Tätigkeit als Personalreferent in der Erzdiözese Freiburg soll er nach Recherchen der TV-Sendung "Report Mainz" und der "Badischen Zeitung" 1991 einen des Missbrauchs bezichtigten Pfarrer lediglich in den vorzeitigen Ruhestand versetzt haben. Die Staatsanwaltschaft sei damals nicht eingeschaltet worden.

 

Ein Sprecher des Bistums Freiburg erklärte, der gegen den Freiburger Erzbischof erhobene Vorwurf der Vertuschung sei "unhaltbar". Der Ortspfarrer sei 1991 in den Ruhestand versetzt worden, obwohl es lediglich Gerüchte über "unsittlichen Kontakt zu Kindern" gegeben habe und dieser Verdacht zunächst nicht konkretisiert werden konnte.

 

ZDK-Präsident fordert Umdenken - Der Vorsitzende des Zentralkomitees deutscher Katholiken (ZdK), Alois Glück, forderte ein Umdenken der Kirche. Man müsse sich die Frage stellen, ob es neben den für die ganze Gesellschaft geltenden Gründen für sexuellen Missbrauch auch spezifische in der Institution Kirche selbst gebe, sagte er in einem Interview der Zeitschrift Super Illu.

 

"Zum Beispiel waren bislang zu viele Leute in der Kirche der Überzeugung, dass der Grundsatz gilt: Der Schutz der Kirche hat oberste Priorität." Damit sei der Weg frei für Verdrängung und Vertuschung gewesen, erklärt Glück.

 

Die von den bayerischen Bischöfen am Donnerstag beschlossene Meldepflicht gilt voraussichtlich künftig in allen deutschen Bistümern. Dann muss jeder Verdacht auf sexuellen Missbrauch Minderjähriger der Staatsanwaltschaft angezeigt werden. Die bisher geltenden Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz (DBK) verpflichten die Kirche nur bei einem erhärteten Verdacht und bei nicht-verjährten Fällen, die Staatsanwaltschaft einzuschalten.

 

Außerdem kann die Kirche bisher auf eine Anzeige verzichten, wenn die Opfer das nicht wollen. DBK-Sprecher Matthias Kopp sagte dazu in Bonn: "Die Ergebnisse der Freisinger Bischofskonferenz werden in die Überarbeitung der Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz einfließen."

 

Psychotherapeut erhebt schwere Vorwürfe gegen Kirche

Im Skandal um sexuellen Missbrauch im Münchner Erzbistum hat der Psychotherapeut Werner Huth schwere Vorwürfe gegen die katholische Kirche erhoben. Mehrmals habe er die Bistumsleitung davor gewarnt, einen aus Essen nach München versetzten pädophilen Pater in der Jugendarbeit einzusetzen, sagte Huth dem Tagesspiegel.

 

Auch in der Amtszeit von Joseph Ratzinger - dem heutigen Papst Benedikt XVI. - als Münchner Erzbischof von 1977 bis 1981 habe er seine Bedenken leitenden Geistlichen vorgetragen, darunter auch einem Weihbischof, sagte der Psychotherapeut. Die Warnungen seien ignoriert worden.

 

Der heute 80-jährige Huth hat als Psychiater und Psychotherapeut unter anderem sexuelle Störungen behandelt und war lange Berater für die katholische und die evangelische Kirche.

 

Beim katholischen Orden der Salesianer Don Boscos haben sich bislang 18 Menschen wegen sexueller Übergriffe von Ordensangehörigen oder Mitarbeitern gemeldet. Einen entsprechenden Bericht der Rhein- Zeitung bestätigte der Orden am Freitagabend. In 20 anderen Fällen hätten Betroffene körperliche Misshandlung in Einrichtungen des Ordens beklagt. Die Vorwürfe beziehen sich auf die Zeit zwischen 1950 und 1990. (rtr/afp/dpa 20)

 

 

 

 

Papst zum Missbrauch. Klar und doch nicht klar genug

 

In seinem Hirtenbrief geht Benedikt XVI. das derzeit brennendste Kirchenthema provinziell an: Er richtet sein Schreiben ausschließlich "an die Katholiken Irlands" und blendet die Situation in anderen Ländern derart aus, als wäre dort nie etwas gewesen. Trotzdem hätten seine Worte nicht härter sein können. Von Paul Kreiner

 

Erst vor vier Tagen, als in Deutschland die Kritik am „schweigenden Papst“ immer stärker wurde, war Robert Zollitsch für Benedikt XVI. in die Bresche gesprungen. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz rief – zu Recht – in Erinnerung, dass es „nicht den Papst für Deutschland und nicht den Papst für Spanien“ gebe: „Es gibt nur den einen Papst für die weltweite Kirche.“

 

Nun hat Benedikt XVI. seinen „Hirtenbrief“ veröffentlicht, und es zeigt sich, dass der Papst das derzeit brennendste Kirchenthema provinzieller angeht, als Zollitsch das vermutet hat. Missbrauchs- und Vertuschungsvorwürfe gegen Kirchenleute werden derzeit in etlichen Ländern lauter als je zuvor, aber Benedikt richtet sein Schreiben immer noch ausschließlich „an die Katholiken Irlands“. Und nicht nur das: Er blendet die Situation in anderen Ländern derart aus, als wäre dort nie etwas gewesen. Dabei hätte Benedikt lediglich einen Halbsatz einfügen müssen, etwa, er wünsche, dass seine Mahnungen auch in den anderen betroffenen Ländern gehört würden. Damit hätte er zu erkennen gegeben, dass die größere, die „globale“ Schwere des Problems zu ihm vorgedrungen ist. So aber ist er ein Papst für Irland geworden.

 

Trotzdem: An Benedikts Worten wird sich auch in Deutschland, Österreich oder den Niederlanden kein Kirchenmann mehr vorbeimogeln können. Sie hätten nicht härter sein können. Den schuldigen Priestern und Ordensleuten gönnt der Papst keinerlei mildernde Klausel: „Ihr habt das Vertrauen verraten, das unschuldige Jugendliche und ihre Eltern in euch gesetzt haben; Ihr habt die Achtung des Volks verloren, Ihr habt Schande auf Eure Mitbrüder ergossen. Ihr müsst Euch dafür verantworten vor dem allmächtigen Gott und den weltlichen Gerichten.“

 

Die Bischöfe müssen sich vorhalten lassen, sie hätten mit jahrzehntelanger Vertuschung „schwere Führungsirrtümer“ begangen. Den Opfern, denen „niemand zugehört“ habe, als sie von ihren Leiden erzählten, drückt Benedikt XVI. „im Namen der Kirche offen die Scham und die Reue aus, die wir alle empfinden“. Das Wort „Entschuldigung“ taucht nicht auf; für derartige Verbrechen, weiß Benedikt als Theologe, kann sich im menschlichen, gesellschaftlichen Sinne keiner von sich aus ent-schuldigen – „nichts kann das Böse auslöschen, das Ihr ertragen habt“, schreibt der Papst an die Opfer.

 

Nach Benedikts Empfinden sind wohl so manche der Entschuldigungsbitten, wie sie heute in fast inflationärer Weise von allen Möglichen für alle möglichen Vergehen verlangt und vorgetragen werden, oberflächliche, leere Rituale, die letztlich alles beim Alten lassen. Wenn, so denkt der Papst, dann kann einem Schuldigen höchstens verziehen werden, von anderen, von Gott, vom Volk, dann aber nur auf einem „langen Weg der Heilung, der Erneuerung, der Wiedergutmachung, auf dem noch viel zu tun ist“.

 

Und was schlägt Benedikt konkret vor? Päpstliche Kontrollkommissionen für einzelne Diözesen, eine Neu-Missionierung erstmals nicht des Kirchenvolks, sondern der Priester, Ordensleute und Bischöfe. Die Krise erblickt der Papst also – ganz anders als der Kölner Kardinal Joachim Meisner – nicht in der öffentlichen Erregung über die Kirche oder in der erwarteten Austrittswelle, sondern in einem verminderten Glauben der Amtsträger selbst. Das ist eine für den Vatikan gänzlich neue Perspektive.

 

Den Gläubigen rät der Papst zur „Verstärkung der Ewigen Anbetung“, oder zur „besonderen Widmung des Freitagsopfers für ein Jahr“. Auch hier bleibt Benedikt sehr irisch: Solche Frömmigkeitsformen spielen in säkularisierten Gesellschaften wie der deutschen fast keine Rolle mehr. Wer, außerhalb traditioneller Katholikenkreise, weiß noch, was das „Freitagsopfer“ ist? Das heißt: Benedikts Vorschläge an die Gläubigen, so sehr sie auf die Mitte des Glaubens und auf eine radikal selbstkritische Erneuerung des Denkens zielen, können außerhalb Irlands als blass erscheinen; als „stark“ vermittelbar sind sie einer deutschen Gesellschaft jedenfalls nicht.  Tsp 20

 

 

 

 

 

Kirchengericht. Vatikan mauschelt Priester frei

 

Die Rolle des Vatikan beim Vertuschen von Missbrauchsfällen wird gerade heftig debattiert - nun führt der Fall eines österreichischen Priesters, der zahlreiche Jungen missbraucht haben soll, direkt nach Rom: Obwohl ein Kirchengericht den Pfarrer aus der Steiermark für schuldig befand, würgte der Vatikan den Prozess einfach ab.

 

Laut einer staatlichen Strafanzeige aus dem Jahr 2002 war der Pfarrer verdächtig, in den 80er Jahren mindestens 13 Jungen "zwischen fünf und 18 Jahren () wiederholt sexuell und schwer sexuell missbraucht zu haben". Das Verfahren wurde eingestellt, "rein aus Gründen der Verjährung", so der Staatsanwalt.

 

Die Kirche selbst hatte den Geistlichen nach den ersten Vorwürfen erst beurlaubt und ihm dann wieder neue Pfarren überantwortet. 2001 übernahm ein neuer Bischof, Egon Kapellari, die Diözese Graz-Seckau. Er stellte den Priester vom Dienst frei und schickte ihn in ein Kloster. Mehr noch: Dieser musste sich ab 2003 einem Prozess vor dem Erzbischöflichen Metropolitan- und Diözesangericht Salzburg stellen.

 

Pfarrer verschickte Rundbrief  - Das Verfahren verlief jedoch alles andere als transparent. Die Opfer "glauben", der Pfarrer sei schuldig gesprochen worden, was auch die Ombudsstelle der Diözese bestätigt. Die Folgen einer Verurteilung können bis zur Entlassung gehen, so der Innsbrucker Kirchenrechtler Wilhelm Rees.

 

"Direkt mitgeteilt hat uns das Urteil aber nie jemand", sagen die Opfer. Stattdessen lasen sie 2006 in einem Rundbrief des Pfarrers: "Nach Eintreffen der Berufung meines Pflichtverteidigers bei der höchsten Instanz in Rom wurde das vom Diözesangericht in Salzburg durch Rechtsbeugung und Unterschlagung wichtiger Dokumente angepeilte Urteil sofort aufgehoben."

 

Kurz darauf trudelten bei Opfern Briefe der Diözese ein, wonach nun der Vatikan selbst im Spiel sei, genauer die Glaubenskongregation -also jene Behörde, der Joseph Ratzinger fast ein Vierteljahrhundert lang vorstand, ehe er zum Papst aufstieg. "Die Glaubenskongregation hat mitgeteilt, dass die angeklagten Tatbestände verjährt sind", hieß es lapidar.

 

"Ungereimtheiten" sieht Kirchenrechtler Rees bei dem Fall, über den zuerst die österreichische Wochenzeitung Falter berichtete. Normalerweise laufe es so ab: Hat ein Bischof konkrete Anhaltspunkte für Missbrauch, muss er das der Glaubenskongregation melden. Diese entscheidet, ob es einen Prozess geben soll. Ist die Sache verjährt, beauftragt sie erst gar keinen. "Die Kirche arbeitet ja nicht ins Blaue hinein."

 

Rolle Ratzingers unklar - Gerhard Holotik, der als Chef des Salzburger Diözesangerichts das Verfahren leitete, gibt sich zurückhaltend: "Wir stehen unter päpstlicher Verschwiegenheit." Ob er zu einem Schuldspruch gelangt sei? Aus allem, was man gehört habe, könne man sich ja einen Reim machen, sagt er. Details über das Urteil darf er nicht nennen, bestätigt aber: "Das Urteil habe ich nach Rom geschickt, die Glaubenskongregation hat es wieder aufgehoben. Es gab ein Hin und Her." Dann erklärte Rom die Sache für verjährt. Dabei, betont Holotik, habe er sich vorher "abgesichert. Wir haben die Sache ja von Rom zugewiesen bekommen. Sie können sich denken, wie wir empfinden, wenn unser Urteil plötzlich aufgehoben wird".

 

Offenbar wollte Rom einen Schuldspruch schlicht nicht, denn: Bei schwerwiegenden Vergehen wie Missbrauch ist nach dem Kirchenrecht eine Aufhebung der Verjährung möglich. In einem früheren Rechtssystem hatte die Kirche für diese Fälle sogar überhaupt keine Verjährungsfristen vorgesehen.

 

Inwieweit der heutige Papst in die Aufhebung des Urteils involviert war, ist so geheimnisvoll wie der gesamte Prozess. Als die Glaubenskongregation das Verfahren bestellte, war er noch deren Chef. Als Rom es abwürgte, war er Papst. Fakt ist, dass Benedikt XVI., noch als Präfekt der Glaubenskongregation, das Papier "De delictis gravioribus" unterzeichnete, das befiehlt, sexuelle Übergriffe strengstens geheim zu halten. GERLINDE PÖLSLER FR 19

 

 

 

Der Pädophilie-Skandal – Fluch oder Segen für die Katholische Kirche?

 

Der Rektor des Berliner Canisius-Kollegs, Klaus Mertes, hat sich im Januar in einem Brief an die ehemaligen Schüler gewandt mit der Einladung, sich zu pädophilen Vergehen, die in der Vergangenheit an der Schule vorgefallen sind, zu äußern. Mit diesem Brief ist in der katholischen Kirche ein Prozess und in der Öffentlichkeit eine Diskussion in Gang gekommen, in deren Verlauf das Ansehen der katholischen Kirche schwer erschüttert wurde.  

 

Das Eigentümliche dieses Skandals besteht darin, dass er nicht durch aktuelle Vergehen ausgelöst worden ist. Es ist vielmehr das ans Licht der Öffentlichkeit gekommen, was sich über Jahrzehnte angesammelt hat. Es handelt sich um einen Offenbarungsskandal.

 

Eine Wende in der bisherigen Debatte  - In der öffentlichen Debatte zeichnete sich in der vergangene Woche eine Zäsur ab. Sie ist zum einen daran festzustellen, dass ein renommiertes Online-Magazin vom kirchenfixierten Sensation-Journalismus wieder zum solideren journalistischen Arbeiten überging. Es wurden nicht mehr, wie über Wochen hin, alte Enthüllungen bis zum Abwinken aufgewärmt, bis neue wieder auftauchten, unter sorgfältiger Beachtung begrifflicher Unschärfen, sondern die zum Verständnis der Debatte notwendigen Hintergründe kamen in den Blick. Es wurde klar gesagt, dass es bislang keine gesetzliche Meldepflicht für Pädophilie gibt, dass nicht nur die katholische Kirche betroffen ist und auch, dass die Leitlinien der Bischöfe für den Umgang mit Pädophilie-Fällen klar festlegen, dass betroffene Täter keine Tätigkeiten mehr übernehmen dürfen, die sie in Kontakt mit Kindern und Jugendlichen bringen.

 

Zum anderen wurden kirchlicherseits  kritische und starke Stimmen laut, die erste überstürzte Maßnahmen in Frage stellten, wie beispielsweise den Rücktritt des Abtes und des Schulleiters von Kloster Ettal. Auch haben die bayerischen Bischöfe durch ihre Erklärung, die Staatsanwaltschaft, wie bei allen anderen strafrechtlich relevanten Vergehen auch, unverzüglich einzuschalten, zu einer Versachlichung der Debatte beigetragen.

 

Die Ursachen der Krise  - Die Krise wurde nicht durch ein aktuelles Vergehen ausgelöst, sondern durch einen Enthüllungsprozess. Damit rückt die wirkliche Ursache der Krise ins Nebulöse. Die Tatsache, dass Straftaten, die Jahre und Jahrzehnte zurückliegen, erst jetzt eine derartige Empörung auslösen, wirft Fragen auf. Die vielen, mehr oder weniger glaubwürdig vorgebrachten Formeln der Entschuldigung und des Bedauerns von Bischöfen, Ordensoberen und Schulleitern tragen das ihre dazu bei, denn alle betonen, dass sie sich für Fälle entschuldigen, für die sie keine unmittelbare Verantwortung tragen. Entschuldigen kann man aber niemals sich selbst. Eine Entschuldigung kann nur als Bitte vorgetragen und mit der Hoffnung verbunden werden, dass der Geschädigte die Bitte annimmt. Um Entschuldigung können eigentlich nur solche bitten, die sich ihrer konkreten Schuld bewusst sind. Entschuldigungen dieser Art, wie sie gegenwärtig ausgesprochen und beispielsweise auch vom Papst gefordert werden, tragen eher dazu bei, der Entschuldigungsformel ihre Kraft zu rauben als zur Schuldbeseitigung zu kommen. Es sind zweit- und drittklassige Entschuldigungen.

 

Jetzt ist vielmehr Nüchternheit gefragt. Jedermann dürfte inzwischen wissen, oder wird es früher oder später zugeben müssen, dass sich Kleriker nicht häufiger und mehr an Kindern vergehen als es Nicht-Kleriker tun. Aber warum wiegt es bei der Kirche viel schwerer?

 

Man versuchte bisher in der Kirche, diese Fälle möglichst an der staatlichen Strafverfolgung vorbei, selbst und unter der Hand zu regeln. Darum stürzen sich die Medien auf Fälle in der Kirche und fordern gar den Papst zu Erklärungen über Vorkommnisse auf, so geschehen bei der Odenwaldschulde, die mit den kirchlichen rein gar nichts zu tun haben. Woher diese jeder Vernunft entbehrende Raserei?

 

Warum, so muss man sich auch fragen, ist die Tatsache der nachhaltigen Vertuschung bei der Pädophilie nicht nur bei der Kirche gegeben, sondern auch bei staatlichen und privaten schulischen Einrichtungen? Wie konnte es dazu kommen, dass sich so viel Demütigung und Erniedrigung, Wut, Enttäuschung, Ärger und Betroffenheit so lange anstauen mussten? Warum wurde nicht viel eher aufgeräumt? Warum werden diese Untaten vertuscht, mehr als andere?

 

Systemrelevantes Versagen

Bildungseinrichtungen haben auch die Aufgabe, bei den ihnen Anvertrauten ein ethisches Bewusstsein zu entwickeln. Dazu gehört vor allem, bei den Zöglingen das Selbstwertgefühl und das Bewusstsein um die eigene Würde und die Verantwortung für das eigene Handeln zu fördern. Wenn nun Verantwortliche in den Bildungseinrichtungen fundamentale ethische Inkompetenz zeigen, wie dies bei Pädophilen der Fall ist, so betrifft dies die Kernkompetenz der Einrichtung. Solche Vergehen sind, um ein aktuelles Wort zu bemühen, systemrelevant, sie bedrohen im Falle ihres Vorhandenseins die Existenz der Einrichtung. Falls sie auftauchen, will man sie nicht wahr haben. Dazu ein Vergleich:

Wenn ein Handwerksbetrieb wegen risikoreicher Geschäfte in Konkurs geht, so ist das im Bereich des allezeit Möglichen. Wenn eine Bank, deren Kernkompetenz es ist, die Spareinlagen ihrer Kunden sorgfältig vor Diebstahl und Wertverlust zu bewahren, wegen risikoreicher Geschäfte in Konkurs geht, so ist dies eine Tragödie – Anlass zu Wut und Enttäuschung. Eine Bank, eine Schule, eine Kirche, die ihr Kerngeschäft nicht beherrschen, braucht man nicht.

 

Bei der Kirche kommt ein weiteres erschwerend hinzu. Sie ist sowohl im Bildungssektor wie auch in der Seelsorge tätig ist. Seelsorge hat viel damit zu tun, Schuld zu erkennen und aufzuarbeiten, Prozesse wirksamer Schuldbewältigung und Schuldbeseitigung zu durchleben. Die Kirche sieht es als ihr Kerngeschäft an, Versöhnung und Frieden zu schaffen, deshalb wagt sie sich in Bereiche hinein, vor denen sich viele lieber drücken.

 

Das Herstellen von Einheit, und damit ist der Dienst der Versöhnung, das Beseitigen von Schuld gemeint, gehört nach den Texten des Zweiten Vatikanischen Konzils zur ureigentlichsten Aufgabe der Kirche.

 

Warum aber muss vertuschen, wer doch für Versöhnung und die Bewältigung von Schuld eigentlich zuständig sein will? Ist Vertuschen nicht nahezu der primitivste und dilettantischste Umgang mit Schuld überhaupt? Da scheint der Arzt mächtig krank zu sein – und wer kann ihm helfen? Und hilft es dem Pädophilen wirklich, wenn man ihn deckt?

 

Fluch oder Segen?

Pater Klaus Mertes mag sich schon mal gefragt haben, ob er den Brief an die Ehemaligen nochmals schreiben würde, um so die Angelegenheit nochmals an die Öffentlichkeit zu tragen. Aber es war die Entscheidung zugunsten eines Ende mit Schrecken und gegen ein Schrecken ohne Ende. Damit war die Entscheidung richtig – und die meisten Bischöfe haben ihm, wohl mehr von den Umständen gezwungen als gewollt, ihre Solidarität bekundet.

 

Die Kirche hat schon viele Krisen bewältigt und ist gestärkt daraus hervor gegangen. Es wird aber davon abhängen, dass die nunmehr bemühte „Kultur des Hinschauens“ auch wirklich entwickelt wird. Wenn die Lösung darin gesehen wird, dass die Diskussion nun möglichst schnell befriedet, die Opfer irgendwie entschädigt und die Leitlinien überarbeitet werden, dann mag das System Kirche gerettet sein, aber dann wird die Kirche aus diesem Skandal nur Schaden davon tragen. Über jedem Kleriker wird lange Zeit die Frage wie ein Damoklesschwert schweben: Hat er sich auch etwas zu Schulden kommen lassen? Das Vertrauen in kirchliche Jugendarbeit und kirchliche Schulen ist angekratzt und es wird lange dauern, bis diese Wunden heilen.

 

Wenn die Kirche aber – und vor allem, aber nicht nur, die Verantwortlichen  -  die Demut und den Mut aufbringen, deutliche Zeichen der Einsicht und Umkehr zu setzen und einen Reflexionsprozess darüber in Gang zu bringen, wie der Dienst der Versöhnung und das Bewältigen und Beseitigen von Schuld, nicht nur im Fall von Kindesmissbrauch, sondern grundsätzlich, in der veränderten, weil mediatisierten und globalisierten Welt wieder wirksamer werden kann, dann wird die Herausforderung aufgegriffen. Vertuschen geht auf jeden Fall gar nicht mehr. Die Wahrheit wird frei machen. Dazu wird auch ein gründliches Nachdenken darüber gehören, wie mit Menschen umzugehen ist, die den hohen moralischen Idealen der Kirche nicht entsprochen haben. Es darf nicht der Eindruck entstehen, dass sie, trotz guten Willens, sich für immer disqualifizieren. Ausschluss und Vertuschung sind beide keine guten Zeugen gelungener Versöhnung. Stattdessen sollte die Kirche um eine Kultur bemüht sein, die zur Umkehr einlädt. Der Bedarf daran ist groß.

Die Frage, ob die gegenwärtige Krise ein Fluch oder Segen für die Kirche wird, ist noch nicht entschieden. Beides ist möglich.

 Theo Hipp, kath.de-Redaktion

 

 

 

 

Priesterkollegsleiter findet Debatte hysterisch - „Zölibat schenkt Freiheit!“

 

Ein Platz, um sich selbst zu finden. Als solchen beschreiben viele der Freisemester, die während ihres Studienjahres in Rom im Priesterkolleg im Campo Santo Teutonico leben, diesen Ort. Seit diesem Sonntag ist das Kolleg als Päpstliches Institut anerkannt und steht somit unter dem besonderen Schutz des Vatikans. Der Leiter des Priesterkollegs, Erwin Gatz, feierte zeitgleich am Sonntag sein 35-jähriges Jubiläum als Rektor der Einrichtung. Im Gespräch mit der ARD erläutert Gatz, wie er die aktuelle Diskussion, die in Deutschland um den Zölibat entbrannt ist, sieht:

 

„Natürlich verfolgen wir die Diskussion in Deutschland. Zum Teil ist sie ja ein bisschen hysterisch. Das Beunruhigendste an der ganzen Sache ist nicht, dass hie und da mal ein Priester einen Fehltritt macht, was gemessen an anderen Bevölkerungsgruppen ja relativ selten vorkommt. Sondern dass die Masse der katholischen Bevölkerung nicht mehr für den Pflichtzölibat ist. Sie ist zwar für den Zölibat, aber als Wahlmöglichkeit. Und das beunruhigt uns am meisten. Denn die Atmosphäre, aus der die künftigen Priester heraus kommen, ist nicht mehr so gegeben wie früher. Als ich mich vor über 60 Jahren langsam dem Gedanken annäherte, Priester zu werden, hat die große Mehrheit dem Pflichtzölibat noch zugestimmt. Und das ist heute nicht mehr der Fall.“ (ard 18)

 

 

 

 

Der Unsinn von der Selbst-Entschuldigung

 

In der Debatte um den Missbrauch von Kindern und Jugendlichen taucht immer wieder eine störende Formulierung auf: „Ich entschuldige mich“. Um es ganz klar zu sagen: Das geht nicht, ich kann mich nicht entschuldigen, ich kann höchstens um Entschuldigung bitten. „Ich entschuldige mich“, das heißt: Nach meiner Entschuldigung bin ich die Schuld los. Andere sind an diesem Schuld-Loswerden gar nicht beteiligt. Theologisch ist das Unsinn. Denn: Um Entschuldigung bitten lässt die Handlung bei dem, der Opfer der Schuld war. Wenn ich mich selbst entschuldige, dann nehme ich dem Opfer - in diesem Fall dem Opfer von Missbrauch - die Möglichkeit, Teil des Prozesses zu werden, zu vergeben, oder eben auch nicht. Und noch etwas: Die Selbst-Entschuldigung zeigt, dass sie Teil eines Medienrituals geworden ist.

Achten wir also doch bitte mehr auf unsere Sprache. Das alles mag klein kariert klingen. Aber – so drückte es mein erster Theologieprofessor aus: „Der Teufel liegt im Detail. Gott auch“. (P. Bernd Hagenkord rv 18)

 

 

 

 

Missbrauch in der katholischen Kirche. Psychiater warnte vor Phädophilem - vergebens

 

Ein pädophiler Priester wechselte in die Diözese München - und sein Psychiater beschwor, dem Pfarrer den Umgang mit Kindern zu verbieten. Ohne Erfolg, wie sich jetzt zeigt.

Er warnte sie eindringlich - doch seine Einschätzungen wurden in der katholischen Kirche in München und Freising nicht gehört und nicht gelesen.

Es war Psychiater Werner Huth, der sich eingemischt hatte. Laut New York Times beschwor er die katholische Kirche Anfang der 80er JAhre geradezu: Der wegen Kindesmissbrauchs vorbelastete Pfarrer aus dem Bistum Essen, der bei ihm in Behandlung war, dürfe auf gar keinen Fall wieder mit Kindern arbeiten. Doch die Erzdiözese München und Freising habe ihn ignoriert. Die Süddeutsche Zeitung hatte den Fall vergangene Woche publik gemacht.

"Um Gottes willen, er muss dringend von der Arbeit mit Kindern ferngehalten werden", sagt Huth der New York Times. Die aktuelle Geschichte habe ihn sehr unglücklich gemacht.

 

Nach seiner Versetzung aus Essen sollte sich der Pfarrer im Erzbistum München und Freising einer Therapie unterziehen. Das wurde vom damaligen Erzbischof Joseph Ratzinger befürwortet: Der heutige Papst Benedikt XVI. saß damals im Ordinariatsrat des Bistums. Dieses Gremium stimmte schließlich dem Umzug zu.

Psychiater Huth stellte drei Bedingungen auf: Kein Alkohol, kein Kontakt zu Kindern - und ein weiterer Priester zur ständigen Aufsicht.

Doch der gefährdete und gefährdende Pfarrer durfte kurz nach Beginn der Therapie parallel wieder Gemeindearbeit leisten - und er hatte erneut Kontakt zu Kindern.

Davon allerdings soll Kardinal Ratzinger, der seit 2005 als Heiliger Vater den Katholiken vorsteht, aber nichts gewusst haben. Fünf Jahre später wurde der pädophile Priester erneut wegen sexuellen Missbrauchs von Kindern verurteilt.

Vergeblich Einzeltherapie empfohlen

Die Aussagen von Psychiater Huth werfen ein Licht auf die Arbeit mit dem pädophilen Priester. Huth empfahl eine Einzeltherapie, doch der Pfarrer lehnte ab. Er wollte lieber an den Gruppentherapien mit acht Leuten teilnehmen. Gegen sein Alkoholproblem verschrieb ihm Huth Medikamente. Doch der pädophile Geistliche kam ihm in den Therapiestunden nicht sonderlich motiviert vor.

"Er machte die Therapie aus Angst, seinen Posten zu verlieren - und aus Angst vor Strafe", sagt Huth der New York Times.

Der 1929 geborene Huth hat die Kirche nach eigenen Angaben regelmäßig über den Verlauf der Therapie unterrichtet. Doch die Gebote, die er aufgestellt hatte - kein Kontakt zu Kindern, kein Alkohol und jederzeit ein weiterer Priester zur Aufsicht - wurden nur sporadisch beachtet.

Für den Prozess 1986 holte das Gericht das Gutachten eines weiteren Therapeuten ein. Auch Therapeut Johannes Kemper schrieb bei dem Delinquenten dem Alkohol eine "große Rolle" zu: "Vor dem sexuellen Missbrauch trank er, und unter dem Einfluss des Alkohols sah er sich zusammen mit Jugendlichen Pornovideos an."

Internationales Medienecho

Der Fall hat international großes Aufsehen erregt. Papst Benedikt XVI. äußerte sich am vergangenen Wochenende nicht zu den Fehlern, die auch unter seiner Führung in München geschehen sind. Der Vatikan kündigte für den morgigen Samstag einen Hirtenbrief des Papstes an die irischen Bischöfe an - aufgrund der dortigen Missbrauchsfälle.

Wann spielt Deutschland eine Rolle? (sueddeutsche.de 19)

 

 

 

 

Deutschland: „Im Haus meines Vaters sind viele Wohnungen“

 

An diesem Freitagabend startet das „1. kirchliche Filmfestival Recklinghausen“ mit einem ungewöhnlichen neuen Dokumentarfilm: „Im Haus meines Vaters sind viele Wohnungen“ zeigt das einzigartige – und manchmal schwierige – ökumenische Miteinander in der Jerusalemer Grabeskirche. Eigentlicher Kinostart für den Film ist kurz vor der Karwoche. Von der deutschen Filmbewertung wurde der Neunzigminüter mit dem Prädikat „besonders wertvoll“ ausgezeichnet. In Stil und Form soll er an den Kassenschlager „Die Große Stille“ über das Leben der Karthäusermönche anknüpfen, so die Hoffnung der Verleihfirma. Unsere Korrespondentin Gabi Fröhlich hat sich den Film angeschaut – und mit Regisseur Hajo Schomerus über seine Botschaft gesprochen.

Schomerus ist selbst kein Insider: Der Kameramann und Regisseur hat die Grabeskirche bei einem touristischen Zufallsbesuch vor vielen Jahren kennen – und lieben gelernt: „Ich bin sofort von diesem merkwürdigen, irgendwie verwirrenden, konfusen, aber auch faszinierenden Ort gepackt worden. Bei mir ist der Eindruck eines kleinen Mikrokosmoses entstanden, in dem sich viel von der großen weiten Welt widerspiegelt. Und da bin ich neugierig geworden.“ (rv 19)

 

 

 

Gemeinde in Bruchköbel. Missbrauchsfall wurde vertuscht

 

Ein Kaplan der Bruchköbeler Gemeinde Erlöser der Welt soll sich an einem Jugendlichen vergangen haben - und wurde dafür nach FR-Informationen lediglich versetzt. VON ALEXANDER POLASCHEK

 

In Bruchköbel hat es Mitte der 90er Jahre offenbar mindestens einen Fall von sexuellem Missbrauch durch einen katholischen Geistlichen gegeben, der vertuscht wurde. Der Tatverdächtige, ein Kaplan der katholischen Gemeinde Erlöser der Welt, soll sich nach Informationen der Frankfurter Rundschau an einem Jugendlichen vergangen haben. Er wurde auf den Vorfall hin lediglich in eine benachbarte Hanauer Gemeinde versetzt.

 

Während das Bistum Fulda sich bislang zu dem Fall nicht äußerte, zeigte sich der Pfarrer der zweiten katholischen Gemeinde in Bruchköbel, Sankt Familia, auf Anfrage der Frankfurter Rundschau betroffen. Er habe von dem Vorkommnis gewusst, es aber nur kirchenintern zur Anzeige gebracht, räumte Pfarrer Walter Götz am Donnerstag mit Bedauern ein.

 

Das sei "aus Rücksicht auf die betroffene Familie geschehen", obwohl "ich ein absoluter Gegner pädophiler Neigungen bin und damals schon der Ansicht war, solche Dinge gehören dem Staatsanwalt übergeben". Doch die Eltern hätten aus Angst vor öffentlichem Aufsehen und um den Jungen nicht noch weiter zu belasten, darum gebeten, die Sache auf sich beruhen zu lassen.

 

Nach Götz Kenntnis soll es seinerzeit innerhalb der Pfadfinderschaft mit Beteiligung des Kaplans zu Exzessen mit Alkoholkonsum gekommen sein. In diesem Umfeld habe sich wohl auch der Missbrauch des Minderjährigen ereignet. Weitere Details habe er, dienstrechtlich für den Diakon der Nachbargemeinde nicht zuständig, nicht ermittelt. Allerdings telefonierte Götz wegen der Vorgänge mit dem damaligen Personalverantwortlichen des Bistums Fulda, Weihbischof Johannes Kapp, wie er sich erinnert.

 

Bischof wollte kein Aufsehen  - Im Rückblick empört den Pfarrer Kapps abwehrende Antwort noch mehr als damals: "Der Weihbischof sagte nur: Dann zeige Du ihn doch an." Er werde es jedenfalls nicht tun. Daraufhin sei die Geschichte im Sande verlaufen.

 

Es gibt Hinweise, dass die Ignoranz des Bistums dazu führte, dass weitere Minderjährige zu Missbrauchsopfern wurden. Nach Informationen der Frankfurter Rundschau wurde der katholische Geistliche 1995 nur wenige Kilometer weit nach Hanau in die Gemeinde St. Elisabeth versetzt. Es soll dorthin bereits Verbindungen über die Pfadfinder gegeben haben. Von einem "Folgefall" ist die Rede.

 

Eine weitere Versetzung folgte, sonstige Konsequenzen sind nicht bekannt. Der Betreffende wurde Pfarrer in Fulda. Vom Bistum war dazu bislang keine Stellungnahme zu erhalten.

 

Die Haltung der Kirchenführung belaste ihn heute wie damals, sagt Pfarrer Götz: "Es wird einfach nur geschwiegen, totgeschwiegen. Man fühlt sich alleine gelassen." 

FR 19

 

 

 

 

Island: Missbrauchsfälle sind kein Thema

 

Auf der nordeuropäischen Insel Island sind die Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche kein Thema. Das sagt uns der Bischof von Reykjavik, Pierre Bürcher. Er besucht derzeit zusammen mit anderen skandinavischen Bischöfe den Papst und den Vatikan anlässlich des Ad Limina Besuchs. Katholiken sind in Island eine religiöse Minderheit: Sie stellen etwa drei Prozent der rund 319.000 Einwohner.

 

„Natürlich sprechen die isländischen Medien über die Missbrauchsfälle. Doch die Problematik betrifft die katholische Kirche in Island überhaupt nicht... Das heißt, sie betrifft natürlich alle Katholiken, denn das ist für die Weltkirche ein schwerwiegendes Problem. Wir müssen versuchen, aus dieser Situation ganz besonders durch das Gebet und das christliche Zeugnis vorzuzeigen, dass wir voller Hoffnung sind und dass trotzdem die Kirche in der ganzen Welt präsent sein sollte nach dem Willen Gottes.". (rv 19)

 

 

 

Ägypten: „Gewalt gegen Kopten schadet auch Islam“

 

Die gehäufte Gewalt gegen die koptische Minderheit in Ägypten „schadet auch dem Islam“: Das hat der koptisch-orthodoxe Bischofs Anba Damian auf einer Pressekonferenz an diesem Freitag in Wien gesagt. Der in Kairo geborene Bischof lebt in Deutschland und ist dort der höchste Repräsentant der koptisch-orthodoxen Kirche. Er war anlässlich des alljährlichen großen Schweigemarsches der österreichischen Vereinigung von „Christian Solidarity International“ (CSI) für verfolgte Christen nach Wien gereist. Bischof Anba Damian:

 

„Seit 1971 bis heute gab es 42 Überfälle auf Kopten, Vergewaltigung, Tötung Unschuldiger… Dass das passiert, kann menschlich sein, aber was nicht menschlich ist: dass man die Täter nicht bestraft! Wer hat Interesse, Kriminelle in Schutz zu nehmen, wer profitiert davon? Das ist schädlich für das ganze Land Ägypten, das ist schädlich für den Ruf, den Tourismus, die Wirtschaft und auch schädlich für den Islam.“ 

 

Scharfe Kritik übte der Damian an häufigen Übergriffen auf minderjährige Christinnen: Koptische Mädchen würden nach der Schule entführt, vergewaltigt, zur Prostitution gezwungen oder als Organspenderinnen missbraucht. Während solche Straftaten bei Muslimen teilweise ungestraft blieben, reagiere die in Ägypten auf der Scharia ruhende Justiz bei Christen rasch mit strengen Sanktionen, so der Bischof. Kurze Zeit vor dem weltweit beachteten Anschlag auf Weihnachtsgottesdienstbesucher im mittelägyptischen Nag Hammadi sei er in einem Vorort von Kairo selbst Zeuge geworden, wie ein Imam Stimmung unter den muslimischen Besuchern eines Freitagsgebetes gemacht habe.

 

„Das war keine Predigt, das war eine Kriegserklärung.“

 

Damian habe mehrmals bei Ahmad Muhammad at-Tayyib, dem Rektor angesehenen Kairoer Al-Azhar-Universität interveniert, die Predigen in den Moscheen zu kontrollieren. Bei „vernünftigen“ Muslimen wie dem jüngst verstorbenen geistlichen Oberhaupt der Universität, Scheich Muhammad Sayyid Tantawi, finde er auch Gehör für seine Bemühungen um Minderheitenschutz. Insgesamt habe sich die Lage in den vergangene Jahren jedoch verschärft, so Damian auf der Pressekonferenz.

Der Wiener Weihbischof Franz Scharl – er ist Vorstandsmitglied der ökumenisch ausgerichteten Menschenrechtsorganisation CSI Österreich – erinnerte an den Protest des Europäischen Parlaments nach dem Terrorakt von Nag Hammadi: Die ägyptische Regierung wurde aufgefordert, für die Einhaltung der Religionsfreiheit und für die Sicherheit der koptischen Bevölkerung zu sorgen und die Täter zur Verantwortung zu ziehen. Den internationalen Druck gelte es mit Solidaritätsbekundungen wie dem Schweigemarsch zu verstärken, so der Weihbischof:

 

„Rund ein Drittel der Menschheit ist christlichen Glaubens, die Christen stellen aber zugleich 80 Prozent aller aus religiösen Gründen Verfolgten!“ (kap 19)