Notiziario religioso 22-23 Marzo
2010
Lunedì 22. Il commento al Vangelo. “Io sono la luce del mondo”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 8,12-20) commentato da P. Lino Pedron
12 Di nuovo Gesù parlò
loro: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non
camminerà nelle
tenebre, ma avrà la luce della vita».
13 Gli dissero
allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua
testimonianza non è
vera». 14 Gesù rispose: «Anche se io rendo
testimonianza
di me stesso, la mia
testimonianza è vera, perché so da dove vengo e dove
vado. Voi invece non
sapete da dove vengo o dove vado. 15 Voi giudicate
secondo la carne; io
non giudico nessuno. 16 E anche se giudico, il mio
giudizio è vero,
perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. 17
Nella vostra Legge sta scritto che la
testimonianza di due persone è vera: 18
orbene, sono io che
do testimonianza di me stesso, ma anche il Padre, che mi
ha mandato, mi dà
testimonianza». 19 Gli dissero allora: «Dov'è tuo
padre?».
Rispose Gesù: «Voi non conoscete né me né il Padre; se conosceste me,
conoscereste anche
il Padre mio». 20 Queste parole Gesù le pronunziò nel
luogo del tesoro mentre insegnava nel tempio. E nessuno lo arrestò, perché non
era ancora giunta la sua ora.
Il dialogo tra
Gesù e i giudei si apre con la solenne proclamazione: "Io sono la
luce del mondo". Per fare questa
affermazione, Gesù prende lo spunto dalle
luminarie della Festa delle Capanne, nella quale si illuminava il
tempio di
Gerusalemme con
tanta profusione di luci. Superando l’orizzonte giudaico, Gesù
si proclama la luce non solo di Gerusalemme, ma di tutta
l’umanità. Egli, per la
prima volta, si proclama, in modo solenne ed esplicito, la
luce del mondo, cioè
la rivelazione divina che porta vita e salvezza.
Per non camminare nelle
tenebre, bisogna seguire Gesù, diventare suoi discepoli. Cammina nelle tenebre
chi rifiuta l’adesione personale al Figlio di Dio (cfr Gv
12,35.46) e chi odia il proprio fratello (cfr 1Gv
2,9.11).
I giudei accusano
Gesù di vanagloria perché rende testimonianza a se stesso e
perciò concludono che la sua testimonianza non è verace. In
5,32-37 Gesù aveva
già portato a suo favore la testimonianza del Battista,
delle opere compiute e
del Padre. Ora afferma che la sua testimonianza è
attendibile perché egli è una
persona divina.
In 5,31 Gesù aveva
detto: "Se fossi io a rendere testimonianza a me stesso, la
mia testimonianza non sarebbe vera". Ora qui sembra
dire il contrario: "Anche se io rendo testimonianza di me stesso, la mia
testimonianza è vera, perché so da
dove vengo e dove vado" (v. 14). Nel primo caso Gesù
parlava della sua
testimonianza umana, nel secondo si appella alla sua natura divina.
Gesù conosce per scienza divina il mistero della sua origine.
I farisei ignorano
completamente la vera identità di Gesù e la sua origine
divina perché giudicano secondo la carne, a differenza del
Figlio che vive in
sintonia e in comunione con il Padre che l’ha mandato. Gesù che è
pieno della
grazia della verità (cfr Gv 1,14. 17)
non solo è la rivelazione vivente del
Padre, ma con il
suo giudizio mostra lo stato reale degli uomini. La ragione
della veracità del giudizio di Cristo sta nella sua intima
unione con il Padre.
In tal modo è
rispettata anche l’esigenza della legge mosaica, che esige la
testimonianza di due persone, perché Gesù non è solo, perché il Padre
è sempre
con lui (cfr Gv 8,29; 16,32).
"Gli dissero
allora: ‘Dov’è tuo padre?’.
Rispose Gesù: ‘Voi non conoscete né me
né il Padre; se conosceste me, conoscereste anche il Padre
mio’ ". Questa
risposta di Gesù insinua implicitamente la sua divinità. Egli
dichiara che uno
solo è suo Padre, Dio, e che per conoscere il Padre bisogna
conoscere lui che è
suo Figlio.
I giudei ignorano
la vera identità di Gesù, non sanno che egli è il Figlio di
Dio e tanto meno
immaginano che per giungere alla vera conoscenza del Padre
occorra passare per la persona del Cristo. Gesù dichiara che
nessuno può andare
al Padre se non per mezzo di lui che è via, verità e vita;
che per conoscere il
Padre bisogna conoscere
il Figlio; che vedendo Gesù si vede il Padre, perché
l’uno vive nell’altro (cfr Gv
14,6-11).
Gesù attacca il
giudaismo e gli nega ciò di cui è più fiero: la conoscenza di
Dio. Gli ebrei in
realtà non conoscono Dio, perché rifiutano il Figlio di Dio.
Questa sublime
rivelazione della vita trinitaria fu proclamata presso la camera
del tesoro nel tempio. Tale precisazione forse vuol dare
alla testimonianza un
carattere più ufficiale e più solenne.
La frase finale
"E nessuno lo arrestò, perché non era ancora giunta la sua ora"
è un ritornello che ricorre varie volte nel vangelo. Esso
vuol mettere in
evidenza l’impossibilità, per i nemici, di impedire a Gesù di
compiere la sua
missione secondo il disegno del Padre. De.it.press
23 febbraio 2010 Il commento al Vangelo. “Io non sono di questo mondo”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 8,21-30) commentato da P. Lino Pedron
21 Di nuovo Gesù disse
loro: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel
vostro peccato. Dove
vado io, voi non potete venire». 22 Dicevano
allora i
Giudei: «Forse si ucciderà, dal momento che dice: Dove vado io, voi non potete
venire?». 23 E
diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete
di questo mondo, io
non sono di questo mondo. 24 Vi ho detto che morirete
nei
vostri peccati; se
infatti non credete che io sono, morirete nei vostri
peccati». 25 Gli dissero allora: «Tu chi sei?». Gesù disse
loro: «Proprio ciò
che vi dico. 26 Avrei molte cose da dire e da giudicare sul vostro conto; ma
colui che mi ha
mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito
da lui». 27 Non capirono che egli parlava loro del Padre. 28 Disse allora
Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio
dell'uomo, allora saprete che Io Sono
e non faccio nulla
da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io
parlo. 29 Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo,
perché
io faccio sempre le
cose che gli sono gradite». 30 A queste sue parole, molti
credettero
in lui.
Gesù, per
stimolare i suoi avversari a cambiare atteggiamento nei suoi
confronti, diventa polemico e fa balenare la minaccia della morte
nel peccato.
Egli sta per
tornare da Dio: con la sua passione e risurrezione passa da questo
mondo al Padre (cfr Gv 13,1); i suoi
nemici non potranno raggiungerlo nella
gloria eterna; anzi, con la morte nel peccato di incredulità,
si separeranno
eternamente da lui.
La reazione dei
giudei è molto più sarcastica che in 7,35. Lì i suoi avversari
ipotizzavano il suo trasferimento in terra pagana, qui
parlano di suicidio.
L’idea che la
fonte della vita e della luce possa suicidarsi è possibile solo ai
figli del diavolo. In nessun altro passo del vangelo troviamo espressioni più
sarcastiche e blasfeme contro il Figlio di Dio.
La risposta di
Gesù all’insulto satanico dei giudei è tagliente e aspra: voi
siete dal basso, dal mondo tenebroso del maligno, io sono
dall’alto, di origine
divina. In Gv 8, 44
Gesù espliciterà maggiormente l’origine satanica dei suoi
avversari: il loro padre è il diavolo, l’omicida fin dal
principio. Scrive
Loisy: "I giudei pensano di deridere il Cristo; ma sono
loro tragicamente
ridicoli".
Se i giudei si
ostinano a non aprirsi alla luce, che è Cristo, la loro sorte è
segnata: essi moriranno nei loro peccati. L’ostinazione nel
rifiuto della luce
(cfr Gv 9,41), cioè l’opposizione
fondamentale contro il Figlio di Dio, conduce
alla morte eterna (cfr 1Gv 5,16-17). Questo è il peccato
specifico del mondo
tenebroso (cfr Gv 16,8-9).
La risurrezione e
la vita si trovano in Gesù; per non morire bisogna credere
alla sua divinità (cfr Gv
11,25-26). Le parole "Io sono" indicano con chiarezza
la divinità di Cristo. "Io sono" è la traduzione
del nome ebraico di Jahvè,
quindi esprime la divinità della persona di Gesù.
Gli interlocutori
di Gesù non hanno ancora afferrato la sua dichiarazione,
davvero inaudita, di essere Dio. La comprensione piena
dell’"Io sono" è
riservata alla scena finale (vv. 58-59). Per questo i giudei chiedono a Gesù:
"Tu chi
sei?". L’interrogativo: "Chi è Gesù" è fondamentale nel vangelo di
Giovanni. La risposta di Gesù appare molto enigmatica. Fin dal
principio il
Logos è ciò che
dice, ossia la parola di Dio (Gv 1,1), la
manifestazione della
vita e dell’amore del Padre.
Il Logos incarnato
non manifesta solo il mistero di Dio, ma conosce bene anche
l’uomo; quindi può parlare dei suoi interlocutori senza
sbagliarsi. Gesù rivela
al mondo ciò che ha udito dal Padre che lo ha mandato.
L’evangelista annota: i
giudei non capirono che parlava loro del Padre.
La divinità di
Gesù sarà riconosciuta quando sarà innalzato sulla croce. Anche i
giudei per avere la vita dovranno credere nel Logos incarnato
esaltato sulla
croce. Con l’esaltazione dell’uomo Gesù sulla croce non
avverrà solo il
riconoscimento della sua divinità, ma anche quello della sua funzione
di
rivelatore definitivo, in piena e perfetta dipendenza dal Padre.
Il Padre e il
Figlio vivono sempre intimamente uniti e formano una cosa sola per
cui il Logos incarnato non può mai essere abbandonato da
Dio. Questa unità
perfetta tra Gesù e il Padre ha come conseguenza il perfetto
compimento della
volontà del Padre. Nella Trinità esiste una sola volontà divina.
La pausa
descrittiva sulla fede di molte persone in ascolto serve come passaggio
a un’altra scena nella quale è svolta una nuova tematica
teologica, quella della
vera libertà dei figli di Abramo. Anche qui sembra trattarsi
di una fede
superficiale, come quella di Nicodemo e degli altri abitanti di
Gerusalemme.
De.it.press
Lettera del Papa sugli abusi sessuali. "Dovete rispondere di ciò
davanti a Dio"
"... e
davanti ai tribunali". La lettera pastorale del papa ai cattolici
dell'Irlanda, sullo scandalo degli abusi sessuali su minori da parte di
sacerdoti di
Benedetto XVI
1. CARI FRATELLI E
SORELLE DELLA CHIESA IN IRLANDA, è con grande preoccupazione che vi scrivo come
Pastore della Chiesa universale. Come voi, sono stato profondamente turbato
dalle notizie apparse circa l’abuso di ragazzi e giovani vulnerabili da parte
di membri della Chiesa in Irlanda, in particolare da sacerdoti e da religiosi.
Non posso che condividere lo sgomento e il senso di tradimento che molti di voi
hanno sperimentato al venire a conoscenza di questi atti peccaminosi e
criminali e del modo in cui le autorità della Chiesa in Irlanda li hanno
affrontati.
Come sapete, ho recentemente invitato i vescovi irlandesi ad un
incontro qui a Roma per riferire su come hanno affrontato queste questioni nel
passato e indicare i passi che hanno preso per rispondere a questa grave
situazione. Insieme con alcuni alti Prelati della Curia Romana ho ascoltato
quanto avevano da dire, sia individualmente che come
gruppo, mentre proponevano un’analisi degli errori compiuti e delle lezioni
apprese, e una descrizione dei programmi e dei protocolli oggi in essere. Le
nostre riflessioni sono state franche e costruttive. Nutro la fiducia che, come
risultato, i vescovi si trovino ora in una posizione più forte per portare
avanti il compito di riparare alle ingiustizie del passato e per affrontare le tematiche più ampie legate all’abuso dei minori secondo
modalità conformi alle esigenze della giustizia e agli insegnamenti del
Vangelo.
2. Da parte mia,
considerando la gravità di queste colpe e la risposta spesso inadeguata ad esse riservata da parte delle autorità ecclesiastiche nel
vostro Paese, ho deciso di scrivere questa Lettera Pastorale per esprimere la
mia vicinanza a voi, e per proporvi un cammino di guarigione, di rinnovamento e
di riparazione.
In realtà, come
molti nel vostro Paese hanno rilevato, il problema dell’abuso dei minori non è
specifico né dell’Irlanda né della Chiesa. Tuttavia il compito che ora vi sta dinnanzi è quello di affrontare il problema degli abusi
verificatosi all’interno della comunità cattolica irlandese e di farlo con
coraggio e determinazione. Nessuno si immagini che
questa penosa situazione si risolverà in breve tempo. Positivi passi in avanti
sono stati fatti, ma molto di più resta da fare. C’è bisogno di perseveranza e
di preghiera, con grande fiducia nella forza risanatrice della grazia di Dio.
Al tempo stesso,
devo anche esprimere la mia convinzione che, per riprendersi da questa dolorosa
ferita, la Chiesa in Irlanda deve in primo luogo riconoscere davanti al Signore
e davanti agli altri, i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi. Una
tale consapevolezza, accompagnata da sincero dolore per il danno arrecato alle
vittime e alle loro famiglie, deve condurre ad uno
sforzo concertato per assicurare la protezione dei ragazzi nei confronti di
crimini simili in futuro.
Mentre affrontate
le sfide di questo momento, vi chiedo di ricordarvi della "roccia da cui
siete stati tagliati" (Is 51, 1).
Riflettete sui contributi generosi, spesso eroici, offerti alla Chiesa e
all’umanità come tale dalle passate generazioni di uomini e donne irlandesi, e
lasciate che ciò generi slancio per un onesto auto-esame e un convinto
programma di rinnovamento ecclesiale e individuale. La mia preghiera è che,
assistita dall’intercessione dei suoi molti santi e purificata dalla penitenza,
la Chiesa in Irlanda superi la presente crisi e ritorni ad
essere un testimone convincente della verità e della bontà di Dio onnipotente,
rese manifeste nel suo Figlio Gesù Cristo.
3. Storicamente i
cattolici d’Irlanda si sono dimostrati una enorme
forza di bene sia in patria che fuori. Monaci celtici come San Colombano diffusero il vangelo
nell’Europa Occidentale gettando le fondamenta della cultura monastica
medievale. Gli ideali di santità, di carità e di sapienza trascendente che
derivano dalla fede cristiana, hanno trovato espressione nella costruzione di
chiese e monasteri e nell’istituzione di scuole, biblioteche e ospedali che
consolidarono l’identità spirituale dell’Europa. Quei missionari irlandesi
trassero la loro forza e ispirazione dalla solida fede, dalla forte guida e dai
retti comportamenti morali della Chiesa nella loro terra natìa.
Dal ’500 in poi, i
cattolici in Irlanda subirono un lungo periodo di persecuzione, durante il
quale lottarono per mantenere viva la fiamma della
fede in circostanze pericolose e difficili. Sant’Oliver Plunkett,
l’Arcivescovo martire di Armagh, è l’esempio più
famoso di una schiera di coraggiosi figli e figlie dell’Irlanda disposti a dare la propria vita per la fedeltà al Vangelo. Dopo
l’Emancipazione Cattolica, la Chiesa fu libera di crescere di nuovo. Famiglie e
innumerevoli persone che avevano preservato la fede durante i tempi della prova
divennero la scintilla di una grande rinascita del cattolicesimo irlandese nell’800. La Chiesa fornì scolarizzazione, specialmente ai
poveri, e questo avrebbe apportato un grande contributo alla società irlandese.
Tra i frutti delle nuove scuole cattoliche vi fu un aumento di vocazioni:
generazioni di sacerdoti, suore e fratelli missionari lasciarono la patria per
servire in ogni continente, specie nel mondo di lingua inglese. Furono ammirevoli
non solo per la vastità del loro numero, ma anche per la robustezza della fede
e la solidità del loro impegno pastorale. Molte diocesi, specialmente in
Africa, America e Australia, hanno beneficiato della presenza di clero e
religiosi irlandesi che predicarono il Vangelo e fondarono parrocchie, scuole e
università, cliniche e ospedali, che servirono sia i cattolici, sia la società
in genere, con particolare attenzione alle necessità dei poveri.
In quasi tutte le
famiglie dell’Irlanda vi è stato qualcuno – un figlio o una figlia, una zia o
uno zio – che ha dato la propria vita alla Chiesa.
Giustamente le famiglie irlandesi hanno in grande stima ed
affetto i loro cari, che hanno offerto la propria vita a Cristo, condividendo
il dono della fede con altri e attualizzandola in un’amorevole servizio di Dio
e del prossimo.
4. Negli ultimi
decenni, tuttavia, la Chiesa nel vostro Paese ha dovuto confrontarsi con nuove
e gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e
secolarizzazione della società irlandese. Si è verificato un rapidissimo
cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale
adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici. Molto sovente le
pratiche sacramentali e devozionali che sostengono la fede e la rendono capace
di crescere, come ad esempio la frequente confessione, la preghiera quotidiana
e i ritiri annuali, sono state disattese. Fu anche determinante
in questo periodo la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di
adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente
riferimento al Vangelo. Il programma di rinnovamento proposto dal Concilio
Vaticano Secondo fu a volte frainteso e in verità, alla luce dei profondi
cambiamenti sociali che si stavano verificando, era tutt’altro che facile
valutare il modo migliore per portarlo avanti. In particolare, vi fu una
tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad
evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari. È in
questo contesto generale che dobbiamo cercare di
comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi, che ha
contribuito in misura tutt’altro che piccola all’indebolimento della fede e
alla perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti.
Solo esaminando
con attenzione i molti elementi che diedero origine alla presente crisi è
possibile intraprendere una chiara diagnosi delle sue cause e trovare rimedi
efficaci. Certamente, tra i fattori che vi contribuirono
possiamo enumerare: procedure inadeguate per determinare l’idoneità dei
candidati al sacerdozio e alla vita religiosa; insufficiente formazione umana,
morale, intellettuale e spirituale nei seminari e nei noviziati; una tendenza
nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una
preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli
scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene
canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona.
Bisogna agire con urgenza per affrontare questi fattori, che hanno avuto
conseguenze tanto tragiche per le vite delle vittime e delle loro famiglie e
hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure
secoli di persecuzione.
5. In diverse
occasioni sin dalla mia elezione alla Sede di Pietro, ho incontrato vittime di
abusi sessuali, così come sono disponibile a farlo in futuro. Mi sono
soffermato con loro, ho ascoltato le loro vicende, ho preso atto della loro
sofferenza, ho pregato con e per loro. Precedentemente
nel mio pontificato, nella preoccupazione di affrontare questo tema, chiesi ai
Vescovi d’Irlanda, in occasione della visita ad Limina
del 2006, di "stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato,
prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare
che i princìpi di giustizia vengano pienamente
rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti
da questi crimini abnormi" (Discorso ai Vescovi dell’Irlanda, 28 ottobre
2006).
Con questa Lettera,
intendo esortare tutti voi, come popolo di Dio in Irlanda, a riflettere sulle
ferite inferte al corpo di Cristo, sui rimedi, a volte dolorosi, necessari per
fasciarle e guarirle, e sul bisogno di unità, di carità e di vicendevole aiuto
nel lungo processo di ripresa e di rinnovamento ecclesiale. Mi rivolgo ora a
voi con parole che mi vengono dal cuore, e desidero parlare a ciascuno di voi
individualmente e a tutti voi come fratelli e sorelle nel Signore.
6. Alle vittime di
abuso e alle loro famiglie
Avete sofferto
tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So
che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la
vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata. Molti di voi avete
sperimentato che, quando eravate sufficientemente coraggiosi per parlare di
quanto vi era accaduto, nessuno vi ascoltava. Quelli di voi che avete subito
abusi nei convitti dovete aver percepito che non vi era modo di fuggire dalle
vostre sofferenze. È comprensibile che voi troviate difficile perdonare o
essere riconciliati con la Chiesa. A suo nome esprimo apertamente la vergogna e
il rimorso che tutti proviamo. Allo stesso tempo vi
chiedo di non perdere la speranza. È nella comunione della Chiesa che
incontriamo la persona di Gesù Cristo, egli stesso vittima
di ingiustizia e di peccato. Come voi, egli porta ancora le ferite del suo
ingiusto patire. Egli comprende la profondità della vostra pena e il persistere
del suo effetto nelle vostre vite e nei vostri rapporti con altri, compresi i
vostri rapporti con la Chiesa. So che alcuni di voi
trovano difficile anche entrare in una chiesa dopo quanto
è avvenuto. Tuttavia, le stesse ferite di Cristo, trasformate dalle sue
sofferenze redentrici, sono gli strumenti grazie ai quali il potere del male è
infranto e noi rinasciamo alla vita e alla speranza. Credo fermamente nel
potere risanatore del suo amore sacrificale – anche nelle situazioni più buie e
senza speranza – che porta la liberazione e la
promessa di un nuovo inizio.
Rivolgendomi a voi
come pastore, preoccupato per il bene di tutti i figli di Dio, vi chiedo con
umiltà di riflettere su quanto vi ho detto. Prego che, avvicinandovi a Cristo e
partecipando alla vita della sua Chiesa – una Chiesa purificata dalla penitenza
e rinnovata nella carità pastorale – possiate arrivare a riscoprire l’infinito
amore di Cristo per ciascuno di voi. Sono fiducioso che in questo modo sarete
capaci di trovare riconciliazione, profonda guarigione interiore e pace.
7. Ai sacerdoti e
ai religiosi che hanno abusato dei ragazzi
Avete tradito la
fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete
rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali
debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente dell’Irlanda e
rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che siete
sacerdoti avete violato la santità del sacramento dell’Ordine Sacro, in cui
Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso
causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla
pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa.
Vi esorto ad esaminare la vostra coscienza, ad assumervi la
responsabilità dei peccati che avete commesso e ad esprimere con umiltà il
vostro rincrescimento. Il pentimento sincero apre la porta al perdono di Dio e alla grazia del vero emendamento. Offrendo preghiere e
penitenze per coloro che avete offeso, dovete cercare
di fare personalmente ammenda per le vostre azioni. Il sacrificio redentore di
Cristo ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati e di trarre
il bene anche dal più terribile dei mali. Allo stesso tempo, la giustizia di
Dio esige che rendiamo conto delle nostre azioni senza nascondere nulla.
Riconoscete apertamente la vostra colpa, sottomettetevi alle esigenze della
giustizia, ma non disperate della misericordia di Dio.
8. Ai genitori
Siete stati
profondamente sconvolti nell’apprendere le cose terribili che ebbero luogo in
quello che avrebbe dovuto essere l’ambiente più sicuro di tutti. Nel mondo di
oggi non è facile costruire un focolare domestico ed
educare i figli. Essi meritano di crescere in un ambiente sicuro, amati e
desiderati, con un forte senso della loro identità e del loro valore. Hanno
diritto ad essere educati ai valori morali autentici,
radicati nella dignità della persona umana, ad essere ispirati dalla verità
della nostra fede cattolica e ad apprendere modi di comportamento e di azione
che li portino ad una sana stima di sé e alla felicità duratura. Questo compito
nobile ed esigente è affidato in primo luogo a voi, loro genitori. Vi esorto a
fare la vostra parte per assicurare la miglior cura possibile dei ragazzi, sia
in casa che nella società in genere, mentre la Chiesa,
da parte sua, continua a mettere in pratica le misure adottate negli ultimi
anni per tutelare i giovani negli ambienti parrocchiali ed educativi. Mentre
portate avanti le vostre importanti responsabilità, siate
certi che sono vicino a voi e che vi porgo il sostegno della mia preghiera.
9. Ai ragazzi e ai
giovani dell’Irlanda
Desidero offrirvi
una particolare parola di incoraggiamento. La vostra
esperienza di Chiesa è molto diversa da quella dei vostri genitori e dei vostri
nonni. Il mondo è molto cambiato da quando essi avevano la vostra età. Nonostante
ciò, tutti, in ogni generazione, sono chiamati a percorrere lo stesso cammino
della vita, qualunque possano essere le circostanze. Siamo tutti scandalizzati
per i peccati e i fallimenti di alcuni membri della Chiesa, particolarmente di coloro che furono scelti in modo speciale per guidare e
servire i giovani. Ma è nella Chiesa che voi troverete
Gesù Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre (cfr Eb
13, 8). Egli vi ama e per voi ha offerto se stesso sulla croce. Cercate un
rapporto personale con lui nella comunione della sua Chiesa, perché lui non
tradirà mai la vostra fiducia! Lui solo può soddisfare le vostre attese più
profonde e dare alle vostre vite il loro significato più pieno indirizzandole
al servizio degli altri. Tenete gli occhi fissi su Gesù e sulla sua bontà e
proteggete nel vostro cuore la fiamma della fede. Insieme con i vostri fratelli
cattolici in Irlanda guardo a voi perché siate fedeli discepoli del nostro Dio
e contribuiate con il vostro entusiasmo e il vostro idealismo tanto necessari alla ricostruzione e al rinnovamento della nostra
amata Chiesa.
10. Ai sacerdoti e
ai religiosi dell’Irlanda
Tutti noi stiamo
soffrendo come conseguenza dei peccati di nostri confratelli che hanno tradito
una consegna sacra o non hanno affrontato in modo giusto e responsabile le
accuse di abuso. Di fronte all’oltraggio e all’indignazione che ciò ha
provocato, non soltanto tra i laici ma anche tra voi e
le vostre comunità religiose, molti di voi si sentono personalmente scoraggiati
e anche abbandonati. Sono consapevole inoltre che agli occhi di alcuni apparite
colpevoli per associazione, e siete visti come se foste in qualche nodo
responsabili dei misfatti di altri. In questo tempo di sofferenza, voglio darvi
atto della dedizione della vostra vita di sacerdoti e religiosi e dei vostri
apostolati, e vi invito a riaffermare la vostra fede
in Cristo, il vostro amore verso la sua Chiesa e la vostra fiducia nella
promessa di redenzione, di perdono e di rinnovamento interiore del Vangelo. In
questo modo, dimostrerete a tutti che dove abbonda il peccato, sovrabbonda la
grazia (cfr Rm 5, 20).
So che molti di
voi sono delusi, sconcertati e adirati per il modo in cui queste questioni sono
state affrontate da alcuni vostri superiori. Ciononostante, è essenziale che
collaboriate da vicino con coloro che sono in autorità
e che di adoperiate a far sì che le misure adottate per rispondere alla crisi
siano veramente evangeliche, giuste ed efficaci. Soprattutto, vi esorto a
diventare sempre più chiaramente uomini e donne di preghiera, seguendo con
coraggio la via della conversione, della purificazione e della riconciliazione.
In questo modo, la Chiesa in Irlanda trarrà nuova vita e vitalità dalla vostra
testimonianza al potere redentore del Signore reso visibile nella vostra vita.
11. Ai miei
fratelli vescovi
Non si può negare
che alcuni di voi e dei vostri predecessori avete mancato, a volte gravemente,
nell’applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i
crimini di abusi di ragazzi. Seri errori furono commessi nel trattare le
accuse. Capisco quanto era difficile afferrare l’estensione e la complessità
del problema, ottenere informazioni affidabili e prendere decisioni giuste alla
luce di consigli divergenti di esperti. Ciononostante, si deve ammettere che
furono commessi gravi errori di giudizio e che si sono verificate mancanze di
governo. Tutto questo ha seriamente minato la vostra credibilità
ed efficacia. Apprezzo gli sforzi che avete fatto per porre rimedio agli errori
del passato e per assicurare che non si ripetano. Oltre a mettere pienamente in
atto le norme del diritto canonico nell’affrontare i casi di abuso dei ragazzi,
continuate a cooperare con le autorità civili nell’ambito di
loro competenza. Chiaramente, i superiori religiosi devono fare
altrettanto. Anch’essi hanno partecipato a recenti incontri qui a Roma intesi a
stabilire un approccio chiaro e coerente a queste questioni. È doveroso che le
norme della Chiesa in Irlanda per la tutela dei ragazzi siano costantemente riviste
ed aggiornate e che siano applicate in modo pieno ed
imparziale in conformità con il diritto canonico.
Soltanto un’azione
decisa portata avanti con piena onestà e trasparenza potranno
ripristinare il rispetto e il benvolere degli Irlandesi verso la Chiesa alla
quale abbiamo consacrato la nostra vita. Ciò deve scaturire, prima di tutto,
dal vostro esame di voi stessi, dalla purificazione interiore e dal
rinnovamento spirituale. La gente dell’Irlanda giustamente si attende che siate
uomini di Dio, che siate santi, che viviate con semplicità, che ricerchiate
ogni giorno la conversione personale. Per loro, secondo l’espressione di
Sant’Agostino, siete vescovi; eppure con loro siete chiamati ad
essere seguaci di Cristo (cfr Discorso 340, 1). Vi esorto dunque a rinnovare il
vostro senso di responsabilità davanti a Dio, a crescere in solidarietà con la
vostra gente e ad approfondire la vostra sollecitudine pastorale per tutti i
membri del vostro gregge. In particolare, siate sensibili alla vita spirituale
e morale di ciascuno dei vostri sacerdoti. Siate un esempio con le vostre
stesse vite, siate loro vicini, prestate ascolto alle loro preoccupazioni,
offrite loro incoraggiamento in questo tempo di difficoltà e alimentate la
fiamma del loro amore per Cristo e il loro impegno nel servizio dei loro
fratelli e sorelle.
Anche i laici
devono essere incoraggiati a fare la loro parte nella vita della Chiesa. Fate
in modo che siano formati in modo tale che possano dare ragione in modo
articolato e convincente del Vangelo nella società moderna (cfr 1 Pt 3, 15), e cooperino più
pienamente alla vita e alla missione della Chiesa. Questo, a sua volta, vi
aiuterà a ritornare ad essere guide e testimoni
credibili della verità redentrice di Cristo.
12. A tutti i
fedeli dell’Irlanda
L’esperienza che
un giovane fa della Chiesa dovrebbe sempre portare frutto in un incontro
personale e vivificante con Gesù Cristo in una comunità che ama e che offre
nutrimento. In questo ambiente, i giovani devono
essere incoraggiati a crescere fino alla loro piena statura umana e spirituale,
ad aspirare ad alti ideali di santità, di carità e di verità e a trarre
ispirazione dalle ricchezze di una grande tradizione religiosa e culturale.
Nella nostra società sempre più secolarizzata, in cui anche noi cristiani
sovente troviamo difficile parlare della dimensione trascendente della nostra
esistenza, abbiamo bisogno di trovare nuove vie per trasmettere ai giovani la
bellezza e la ricchezza dell’amicizia con Gesù Cristo nella comunione della sua
Chiesa. Nell’affrontare la presente crisi, le misure per
occuparsi in modo giusto dei singoli crimini sono essenziali, tuttavia da sole
non sono sufficienti: vi è bisogno di una nuova visione per ispirare la
generazione presente e quelle future a far tesoro del dono della nostra comune
fede. Camminando sulla via indicata dal Vangelo, osservando i comandamenti e
conformando la vostra vita in modo sempre più vicino alla persona di Gesù
Cristo, farete esperienza del profondo rinnovamento di cui oggi vi è così
urgente bisogno. Vi invito tutti a perseverare lungo
questo cammino.
13. Cari fratelli
e sorelle in Cristo, è con profonda preoccupazione verso voi tutti in questo
tempo di dolore, nel quale la fragilità della condizione umana è stata così
chiaramente rivelata, che ho desiderato offrirvi queste parole di incoraggiamento e di sostegno. Spero che le accoglierete
come un segno della mia spirituale vicinanza e della mia fiducia nella vostra
capacità di rispondere alle sfide dell’ora presente traendo rinnovata ispirazione
e forza dalle nobili tradizioni dell’Irlanda di fedeltà al Vangelo, di
perseveranza nella fede e di risolutezza nel conseguimento della santità.
Insieme con tutti voi, prego con insistenza che, con la grazia di Dio, le
ferite che hanno colpito molte persone e famiglie possano essere guarite e che
la Chiesa in Irlanda possa sperimentare una stagione di rinascita e di
rinnovamento spirituale.
14. Desidero proporvi alcune iniziative concrete per affrontare
la situazione.
Al termine del mio
incontro con i vescovi dell’Irlanda, ho chiesto che la quaresima
di quest’anno sia considerata tempo di preghiera per una effusione della
misericordia di Dio e dei doni di santità e di forza dello Spirito Santo sulla
Chiesa nel vostro Paese. Invito ora voi tutti a dedicare le vostre penitenze
del venerdì, per un intero anno, da ora fino alla Pasqua del 2011, per questa
finalità. Vi chiedo di offrire il vostro digiuno, la vostra preghiera, la
vostra lettura della Sacra Scrittura e le vostre opere di misericordia per ottenere
la grazia della guarigione e del rinnovamento per la Chiesa in Irlanda. Vi incoraggio a riscoprire il sacramento della
Riconciliazione e ad avvalervi con maggiore frequenza della forza
trasformatrice della sua grazia.
Particolare
attenzione dovrà anche essere riservata all’adorazione eucaristica, e in ogni
diocesi vi dovranno essere chiese o cappelle specificamente riservate a questo
fine. Chiedo che le parrocchie, i seminari, le case religiose e i monasteri
organizzino tempi per l’adorazione eucaristica, in modo che tutti abbiano la possibilità di prendervi parte. Con la preghiera
fervorosa di fronte alla reale presenza del Signore, potete compiere la
riparazione per i peccati di abuso che hanno recato tanto danno, e al tempo
stesso implorare la grazia di una rinnovata forza e di un più profondo senso
della missione da parte di tutti i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i
fedeli.
Sono fiducioso che
questo programma porterà ad una rinascita della Chiesa
in Irlanda nella pienezza della verità stessa di Dio, poiché è la verità che ci
rende liberi (cfr Gv 8, 32).
Inoltre, dopo
essermi consultato e aver pregato sulla questione, intendo indire una Visita
Apostolica in alcune diocesi dell’Irlanda, come pure in seminari e
congregazioni religiose. La Visita si propone di aiutare la Chiesa locale nel
suo cammino di rinnovamento e sarà stabilita in cooperazione con i competenti
uffici della Curia Romana e la Conferenza Episcopale Irlandese. I particolari
saranno resi noti a suo tempo.
Propongo inoltre
che si tenga una Missione a livello nazionale per tutti i vescovi, i sacerdoti
e i religiosi. Nutro la speranza che, attingendo dalla competenza di esperti
predicatori e organizzatori di ritiri sia dall’Irlanda che
da altrove, e riesaminando i documenti conciliari, i riti liturgici
dell’ordinazione e della professione e i recenti insegnamenti pontifici,
giungiate ad un più profondo apprezzamento delle vostre rispettive vocazioni,
in modo da riscoprire le radici della vostra fede in Gesù Cristo e da bere
abbondantemente dalle sorgenti dell’acqua viva che egli vi offre attraverso la
sua Chiesa.
In questo Anno dedicato ai Sacerdoti, vi do in consegna in modo
del tutto particolare la figura di San Giovanni Maria Vianney,
che ebbe una così ricca comprensione del mistero del sacerdozio. "Il
sacerdote, scrisse, ha la chiave dei tesori del cielo: è lui che apre la porta,
è lui il dispensiere del buon Dio, l’amministratore dei suoi beni". Il
Curato d’Ars ben comprese quanto grandemente benedetta è una comunità quando è
servita da un sacerdote buono e santo: "Un buon pastore, un pastore
secondo il cuore di Dio, è il tesoro più grande che il buon Dio può dare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della divina
misericordia". Per intercessione di San Giovanni Maria Vianney
possa il sacerdozio in Irlanda riprendere vita e possa l’intera Chiesa in
Irlanda crescere nella stima del grande dono del ministero sacerdotale.
Colgo questa opportunità per ringraziare fin d’ora tutti coloro
che saranno coinvolti nell’impegno di organizzare la Visita Apostolica e la
Missione, come pure i molti uomini e donne che in tutta l’Irlanda stanno già
adoperandosi per la tutela dei ragazzi negli ambienti ecclesiali. Fin da quando
la gravità e l’estensione del problema degli abusi sessuali dei ragazzi in
istituzioni cattoliche incominciò ad essere pienamente
compreso, la Chiesa ha compiuto una grande mole di lavoro in molte parti del
mondo, al fine di affrontarlo e di porvi rimedio. Mentre non si deve
risparmiare alcuno sforzo per migliorare ed aggiornare
procedure già esistenti, mi incoraggia il fatto che le prassi vigenti di
tutela, fatte proprie dalle Chiese locali, sono considerate, in alcune parti
del mondo, un modello da seguire per altre istituzioni.
Desidero concludere questa Lettera con una speciale Preghiera per la
Chiesa in Irlanda, che vi invio con la cura che un padre ha per i suoi figli e
con l’affetto di un cristiano come voi, scandalizzato e ferito per quanto è
accaduto nella nostra amata Chiesa. Mentre utilizzerete questa preghiera nelle
vostre famiglie, parrocchie e comunità, possa la Beata Vergine Maria
proteggervi e guidarvi lungo la via che conduce ad una
più stretta unione con il suo Figlio, crocifisso e risorto. Con grande affetto
e ferma fiducia nelle promesse di Dio, di cuore imparto a tutti voi la mia
Benedizione Apostolica come pegno di forza e pace nel Signore.
Dal Vaticano, 19
marzo 2010, Solennità di San Giuseppe
BENEDICTUS PP. XVI
Il Papa ai preti pedofili: «Ne risponderete davanti a Dio e ai tribunali»
Lettera ai
cattolici irlandesi: esprimo la nostra vergogna - Associazione
vittime: siamo profondamente delusi
CITTÀ DEL VATICANO
- Di fronte alla «gravita» delle colpe relative agli
abusi sessuali sui minori c'è stata in Irlanda una «risposta spesso inadeguata»
«da parte delle autorità ecclesiastiche». Lo afferma Benedetto XVI nella sua
Lettera pastorale ai cattolici irlandesi. «Si deve ammettere che furono
commessi gravi errori di giudizio - scrive il Papa nella sezione dedicata ai
fratelli vescovi - e che si sono verificate mancanze di governo». «Non si può
negare che alcuni di voi e dei vostri predecessori avete mancato, a volte
gravemente, nell'applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo
tempo circa i crimini di abusi di ragazzi». «Seri errori - aggiunge Ratzinger -
furono commessi nel trattare le accuse». Tutto questo, secondo Benedetto XVI
«ha seriamente minato la vostra credibilità ed
efficacia».
L'unica attenuante
concessa dal Pontefice riguarda la difficoltà di «afferrare l'estensione e la
complessità del problema» e di «ottenere informazioni affidabili e prendere
decisioni giuste alla luce di consigli divergenti di esperti».
I preti pedofili
dovranno rispondere dei loro abusi «davanti a Dio onnipotente, come pure
davanti a tribunali debitamente costituiti». Il Papa ha poi ribadito
di condividere lo «sgomento» di tanti fedeli per il «tradimento» degli abusi,
auspicando una «rinascita» della Chiesa d'Irlanda. Benedetto XVI
ha accusato i sacerdoti e i religiosi che hanno compiuto abusi di aver causato
alle vittime «un danno immenso» e di aver perpetrato «un grande danno» alla
Chiesa e «alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa».
Pentimento
sincero. Ciò detto, il Papa ha raccomandato ai colpevoli un esame di coscienza,
un «pentimento sincero», «preghiere e penitenze per coloro
che avete offeso» e di fare «personalmente ammenda per le vostre
azioni». Una purificazione interiore che deve precedere ma non escludere - ha
spiegato il pontefice - la giustizia terrena. «La giustizia di Dio - ha detto -
esige che rendiamo conto delle nostre azioni senza nascondere nulla». Perciò
«riconoscete apertamente la vostra colpa - ha esortato - sottomettetevi alle
esigenze della giustizia». Ma «non disperate - ha concluso
- della misericordia di Dio», pronto a perdonare di fronte a un pentimento
sincero «persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più
terribile dei mali».
Visita apostolica
in Irlanda. Nella sua Lettera Benedetto XVI annuncia che indirà «una Visita
Apostolica in alcune diocesi dell'Irlanda, come pure ins
eminari e congregazioni religiose». La visita, che
dovrebbe essere compiuta da un suo incaricato, «si propone di aiutare la Chiesa
locale nel suo cammino di rinnovamento e sarà stabilita in cooperazione con i
competenti uffici della Curia Romana e la Conferenza Episcopale Irlandese».
Vi esprimo la nostra vergogna. «Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può
cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e
la vostra dignità è stata violata». C'è stato poi il
problema, aggiunge il Pontefice, delle denunce che no
hanno trovato ascolto, quindi molti di coloro che sono state vittime hanno
percepito «che non vi era modo di fuggire alle sofferenze». «È
comprensibile - spiega il Pontefice - che voi troviate difficile perdonare o
essere riconciliati con la Chiesa. A suo nome esprimo apertamente la vergogna e
il rimorso che tutti proviamo Allo stesso tempo vi
chiedo di non perdere la speranza».
Disposto a
incontro con le vittime. «In diverse occasioni sin
dalla mia elezione alla Sede di Pietro, ho incontrato vittime di abusi
sessuali, così come sono disponibile a farlo in futuro. Mi sono soffermato con
loro, ho ascoltato le loro vicende, ho preso atto della loro sofferenza, ho
pregato con e per loro», ricorda il Papa ripensando
implicitamente agli incontri con gruppi di vittime di abusi avuti durante le
sue visite negli Stati Uniti e in Australia, e anche in Vaticano ricevendo una
delegazione di nativi canadesi educati nelle scuole cattoliche del Paese.
Troppa
preoccupazione pre buon nome chiesa. Tra le cause che
hanno dato origine alla «crisi» della chiesa di Irlanda, degli abusi sui minori
che vi si sono perpetrati, Benedetto XVI ha indicato «una preoccupazione fuori
luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali», oltre
all'inadeguatezza delle procedure attuate «per determinare l'idoneità dei
candidati al sacerdozio ed alla vita religiosa». Tra
gli altri fattori elencati , come una «insufficiente
formazione umana, morale, intellettuale e spirituale nei seminari e nei
noviziati», una «tendenza nella società a favorire il clero ed altre figure in
autorità». Tutti questi fattori, secondo papa Ratzinger, «hanno portato come
risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore ed alla mancata tutela della dignità di ogni persona». Tutti
fattori sui quali - ha concluso il papa - «bisogna
agire con urgenza».
Cardinal Brady: evidente sgomento Papa. «Ringrazio
il Santo Padre per la sua profonda gentilezza e la sua preoccupazione. È
evidente in questa lettera pastorale che Papa Benedetto prova un profondo
sgomento per ciò che definisce atti peccaminosi e criminali e per il modo in
cui le autorità della Chiesa in Irlanda gli hanno affrontatì». Lo ha dichiarato il cardinale
irlandese Sean Brady al termine della messa mattutina
nella cattedrale di Saint Patrick ad Armagh, Irlanda
del Nord.
Vittime:
profondamente delusi. L'associazione irlandese in difesa delle vittime degli
abusi sessuali da parte di religiosi One in Four si è detta
«profondamente delusa» dalla lettera di Papa Benedetto XVI. Meave
Lewis, direttrice dell'organizzazione, ha criticato la missiva in quanto «il Papa sembra concentrarsi eccessivamente sul
fatto che la legge canonica non sia stata applicata in maniera corretta, senza
riconoscere che la responsabilità dell'insabbiamento della verità è di un
meccanismo che arriva fino ai vertici del Vaticano». «Abbiamo avuto
l'impressione che il Papa considerasse il problema in Irlanda come il frutto di
un processo di secolarizzazione, ma non è così». L'organizzazione accoglie con
favore le scuse del Papa alle vittime anche se, fa
notare, il Pontefice non si è scusato per il trattamento ricevuto da chi aveva
denunciato gli abusi ed è stato screditato. Riguardo all'esortazione fatta dal
Santo Padre a denunciare gli abusi, One in Four ha dichiarato di sperare che questo si traduca nell'obbligo
per tutti gli ecclesiastici di sporgere denuncia alle autorità civili.
Arcivescovo
Dublino: è un passo avanti. L'arcivescovo di Dublino Diarmuid
Martin ha accolto con favore la lettera di Papa Benedetto XVI non come il
documento finale ma come «un ulteriore passo avanti
nel processo di rinnovamento e di guarigione della chiesa cattolica in Irlanda»
in seguito allo scandalo dell'abuso dei minori da parte degli ecclesiastici. «Accolgo l'espressione di scuse del Papa e il suo
riconoscimento della sofferenza e del senso di tradimento provati dai
sopravvissuti alle violenze. Il Papa riconosce i fallimenti delle autorità
della Chiesa nel modo in cui hanno affrontato questi atti peccaminosi e
criminali», ha aggiunto l'arcivescovo. IM 20
Preti pedofili, il Papa ai cattolici irlandesi: "Scandalizzati per i
fallimenti nella Chiesa"
Nella sua Lettera
pastorale Benedetto XVI si rivolge ai colpevoli e alle vittime
Ai primi
raccomanda "pentimento sincero", agli altri esprime "vergogna e
rimorso"
Il Pontefice e
annuncia un'indagine approfondita e una visita apostolica nell'isola
Il cardinale Brady parla di "giorno storico", profondamente
deluso chi ha subito gli abusi
CITTA' DEL
VATICANO - I preti pedofili dovranno rispondere dei loro abusi "davanti a
Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti". Lo
afferma Benedetto XVI nella sua Lettera pastorale ai cattolici d'Irlanda,
diffusa alla stampa questa mattina, rivolgendosi direttamente "ai
sacerdoti e ai religiosi che hanno abusato dei ragazzi". Il Papa ribadisce di condividere lo "sgomento" di tanti
fedeli per il "tradimento" degli abusi, auspicando una
"rinascita" della Chiesa d'Irlanda. "Siamo tutti
scandalizzati per i peccati e i fallimenti di alcuni membri della Chiesa,
particolarmente di coloro che furono scelti in modo
speciale per guidare e servire i giovani", sottolinea.
Ai responsabili
degli abusi. Il Papa accusa i sacerdoti e i religiosi che hanno compiuto abusi
di aver causato alle vittime "un danno immenso" e di aver arrecato
"un grande danno" alla Chiesa e "alla pubblica percezione del
sacerdozio e della vita religiosa". Quindi raccomanda ai colpevoli un
esame di coscienza, un "pentimento sincero", "preghiere e
penitenze per coloro che avete offeso" e di fare
"personalmente ammenda per le vostre azioni". Una purificazione
interiore che deve precedere ma non escludere la giustizia terrena. "La
giustizia di Dio - dice Ratzinger - esige che rendiamo conto delle nostre
azioni senza nascondere nulla". Perciò "riconoscete apertamente la
vostra colpa - prosegue il Pontefice sempre all'indirizzo dei responsabili
degli abusi - sottomettetevi alle esigenze della giustizia", ma "non
disperate della misericordia di Dio",
pronto a perdonare di fronte a un pentimento sincero "persino il più grave
dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali".
"Non si può
negare che alcuni di voi e dei vostri predecessori - dice il Papa ai vescovi
irlandesi - avete mancato, a volte gravemente, nell'applicare le norme del
diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi.
Seri errori furono commessi nel trattare le accuse". Tutto questo, secondo
Benedetto XVI "ha seriamente minato la vostra credibilità
ed efficacia". L'unica attenuante concessa dal Pontefice riguarda la
difficoltà di "afferrare l'estensione e la complessità del problema"
e di "ottenere informazioni affidabili e prendere decisioni giuste alla
luce di consigli divergenti di esperti". Quindi l'invito, "oltre a
mettere pienamente in atto le norme del diritto canonico nell'affrontare i casi
di abuso dei ragazzi" a continuare "a cooperare con le autorità
civili nell'ambito di loro competenza" e ad
"agire con urgenza per affrontare" le cause "che hanno avuto
conseguenze tanto tragiche per le vite delle vittime e delle loro
famiglie".
Il Papa sottolinea comunque che "il problema dell'abuso dei
minori non è specifico né dell'Irlanda né della Chiesa", ma va in ogni
caso affrontato con "coraggio e determinazione". Poi un monito:
"Nessuno si immagini che questa penosa situazione
si risolverà in breve tempo".
"Considerando
la gravità di queste colpe e la risposta spesso inadeguata ad
esse riservata da parte delle autorità ecclesiastiche nel vostro Paese - si
legge nel documento - ho deciso di scrivere questa Lettera pastorale per
esprimere la mia vicinanza a voi, e per proporvi un cammino di guarigione, di
rinnovamento e di riparazione. Positivi passi avanti sono
stati fatti, ma molto di più resta da fare".
Alle vittime e ai
loro familiari. "Avete sofferto tremendamente e
io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare
il male che avete sopportato", afferma ancora il Pontefice rivolgendosi
alle vittime degli abusi e alle loro famiglie. E a
nome della Chiesa esprime "apertamente la vergogna e il rimorso che tutti
proviamo".
"In diverse
occasioni sin dalla mia elezione alla sede di Pietro, ho incontrato vittime di
abusi sessuali, così come sono disponibile a farlo in futuro - aggiunge - Mi
sono soffermato con loro, ho ascoltato le loro vicende, ho preso atto della
loro sofferenza, ho pregato con e per loro".
Tra gli elementi
costitutivi del contesto in cui si sono verificati gli
abusi, il Papa cita la tendenza al secolarismo e un "frainteso"
approccio al Concilio Vaticano II. E tra le cause enumera anche le
"procedure inadeguate per determinare l'idoneità dei candidati al
sacerdozio, una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in
autorità" e "una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della
chiesa e per evitare gli scandali".
Benedetto XVI annuncia un'indagine accurata per verificare tutte le
responsabilità ed intende contribuire con decisioni severe e coraggiose alla
"rinascita della Chiesa in Irlanda". Essa deve avvenire, scrive nella
sua Lettera Pastorale, "nella pienezza della verità stessa di Dio, poichè è la verità che ci rende liberi". Per questo,
afferma il Papa, "dopo essermi consultato e aver pregato sulla questione,
intendo indire una Visita Apostolica in alcune diocesi dell'Irlanda, come pure
in seminari e congregazioni religiose".
Le reazioni. Se il
primate d'Irlanda, cardinale Sean Brady, ringrazia il
Pontefice per la lettera e parla di "giorno storico" per i fedeli
dell'isola, le vittime degli abusi si dicono profondamente deluse. "La
missiva non menziona le preoccupazioni delle vittime", sostiene Maeve Lewis, direttore del gruppo 'One
in Four', che rappresenta alcune dei minori abusati.
Secondo Lewis, la lettera si concentra troppo sulle colpe dei singoli preti
senza riconoscere le responsabilità del Vaticano tanto che non chiede le
dimissioni di Brady.
Il primate è
oggetto di polemiche, in questi giorni, per aver assistito, all'epoca in cui
era semplice professore di diritto canonico, all'intervista di due vittime di
un prete pedofilo alle quali, per volontà del vescovo dell'epoca, fu chiesto di
mantenere il silenzio. Lo stesso porporato ha fatto
implicito riferimento all'ipotesi di dimissioni, chieste da più parti, quando,
nei giorni scorsi, ha affermato: "Rifletterò". LR 20
Pedofilia, capo chiesa tedesca: «Abusi tenuti nascosti per anni»
Der Spiegel: probabilmente Ratzinger
sapeva - Monsignor Fisichella: mai più spazio a scusanti e reticenze
ROMA - Il
presidente della Conferenza episcopale tedesca, l'arcivescovo di Friburgo
Robert Zollitsch, ha ammesso per la prima volta che
la Chiesa cattolica tedesca ha nascosto «per anni» i casi di abusi sessuali
commessi da religiosi nei confronti di minori. Zollitsch
lo ha detto in un'intervista al settimanale Focus.
«Anche la società
ha taciuto». «Sì, questo è successo - ha ammesso mons.
Zollitsch riferendosi agli episodi di abusi poi
nascosti -. Da anni, tuttavia, seguiamo un corso opposto».
La Chiesa, ha comunque aggiunto, non è stata la sola a comportarsi in questo
modo. Secondo l'arcivescovo, infatti, gli abusi sessuali su minori «sono stati
tenuti segreti nell'intera società per decenni».
Der Siegel: probabilmente
Ratzinger sapeva. Il settimanale tedesco Der Spiegel cita l'esistenza di documenti e fornisce dettagli
sul caso del prete pedofilo che papa Joseph Ratzinger - quando era arcivescovo
- aveva accettato di far curare nella propria diocesi di Monaco di Baviera nel
1980 ma che poi era stato impiegato pericolosamente in attività pastorali di
nuovo a contatto con minori per dichiarata colpa del suo vicario Gerhard
Gruber. In un sottotitolo della sua edizione cartacea oggi in edicola, il
settimanale sostiene che «proprio il papa, da arcivescovo di Monaco, non prese
sul serio il problema di un violentatore di bambini».
Nell'articolo si
forniscono dettagli che integrano un'esposizione della vicenda fatta quasi
dieci giorni fa da due comunicati dell'Arcivescovado di Monaco e Frisinga in cui si annunciava
l'ammissione dell'errore e la sospensione del sacerdote (lo 'Spiegel' lo chiama ancora solo «Peter H.», lettera che la
stampa americana ha esplicitato in «Hullermann»). Il
settimanale fra l'altro scrive che «nemmeno due settimane dopo» l'accoglienza a
Monaco concessa su preghiera del vescovado di Essen, Peter H. «era già attivo
come curatore d'anime», nonostante avesse alle spalle «almeno» quattro sospetti
casi di abusi pedofili, circostanza «chiaramente riscontrabile» nella lettera
di raccomandazione (l'arcivescovado aveva sostenuto solo che «si deve
presumere» che all'epoca fosse noto). «Ratzinger non ne avrebbe saputo nulla»,
scrive lo Spiegel sintetizzando la posizione espressa
dall'arcivescovado il 12 marzo scorso: «al suo
segretariato però giunse una nota del suo vicario generale Gerhard Gruber
sull'impiego del cappellano nella comunità di San Giovanni evangelista.
Ratzinger non ha visto la nota?». Nel constatare che nè «Ratzinger,
figlio di un poliziotto», «nè il suo arcivescovado
informarono le autorità statali» del caso, lo Spiegel
fra l'altro sostiene che i tre successivi trasferimenti del sacerdote - tra cui
quello a Grafing, nei pressi di Monaco, dove poi il
religioso nel 1986 fu condannato per abusi su «diversi scolari» - avvennero
senza che la pericolosità del pedofilo venisse segnalata.
La lettera del
Papa agli irlandesi è stata definita da monsignor Rino Fisichella su Avvenire
«un grido di dolore di tutta la Chiesa» ma anche «un modo estremamente
deciso di voltare pagina», ha detto il rettore della Pontificia Università
Lateranense, sottolineando che adesso «non sarà più possibile nessun elemento nè di scusante nè di reticenza»
sugli abusi commessi da uomini di chiesa.
Parole «di grande
coraggio» quelle di Benedetto XVI che, spiega, «fa una analisi
dei fatti lucida, si assume le responsabilità ed esprime il grande rinnovamento
che tocca alla Chiesa intera», a partire dal «discernimento vocazionale: il
sacerdozio - dice Fisichella - non è un diritto per nessuno ma una vocazione
che va sottoposta a discernimento per capire le reali intenzioni del candidato.
Nemmeno la mancanza delle vocazioni può essere una scusante per accogliere
chiunque bussi». Il teologo esprime poi la sua
«profonda vicinanza al Santo Padre perchè ancora una
volta si è dovuto fare carico di un peso che gli è estraneo».
E su Repubblica il
cardinale Georges Cottier, teologo emerito della Casa
Pontificia, si dice colpito «dal livello spirituale e dal tasso di
misericordia» di Ratzinger che si rivolge «come un padre a tutti i cristiani,
alle vittime, ai genitori, ma anche ai responsabili di atti così osceni
invitandoli a chiedere perdono». «Purtroppo - aggiunge
- negli anni passati questi crimini sono stati coperti da atteggiamenti di
omertà da quei vescovi che avrebbero dovuto vegliare ma che per paura dello
scandalo hanno taciuto. C'è stata troppa leggerezza».
IM 21
Ma
è solo un passo, ora le riforme
Non so quanta
parte del messaggio indirizzato dal Papa «ai cattolici d’Irlanda» con la sua
lunga e tormentata lettera pastorale giungerà al grande pubblico, in Irlanda o
nel mondo.
Il tema è quello
degli «atti peccaminosi e criminali e del modo in cui le autorità della Chiesa
in Irlanda li hanno affrontati».
Ma in troppi altri Paesi sono esplosi analoghi scandali. Il
Papa si duole che si sia voluto nasconderli, che vi
sia stata «una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per
evitare gli scandali». E anche se è vero che «il problema dell’abuso dei minori
non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa», Papa Benedetto non vuol certo
minimizzare la gravità particolare di atti criminali compiuti da sacerdoti
irlandesi: «Vi chiedo di ricordarvi - dice il Pontefice, citando il suo amato
Isaia - della roccia da cui siete stati tagliati».
A questo Papa non
manca certo il coraggio. Lo sappiamo dal giorno in cui, nel 2005, Giovanni
Paolo II, vecchio e malato, affidò a lui la redazione del testo per la Via
Crucis del Venerdì Santo, e il mondo intero ascoltò, non senza stupore, il
passaggio che diceva: «Quanta sporcizia c’è nella
Chiesa, e proprio anche tra coloro che nel sacerdozio dovrebbero appartenere
completamente a Lui! Quanto imperdonabile il tradimento dei discepoli».
Il testo contiene quella ammissione di colpa della Chiesa, anche ai più alti
livelli, che gli era stata chiesta, e questo risponderà alle attese di molti,
anche se non soddisferà il suo antico amico e aspro critico, Hans Küng, che aveva chiesto un «mea
culpa personale»: non in relazione ai fatti d’Irlanda ma a simili eventi
scandalosi emersi in molti Paesi, e che hanno sfiorato anche il suo sacerdozio
in Germania. Viene condannata «la tendenza, dettata da
retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di
situazioni canoniche irregolari». È netto e chiaro l’invito ai colpevoli di
sottoporsi «alle esigenze della giustizia».
Più aperta a
discussione, anche all’interno della stessa Chiesa, appare l’analisi delle
cause dell’emergere dello «sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi». Il Papa indica, come cause
principali, «la rapida trasformazione e secolarizzazione della società
irlandese», l’abbandono delle pratiche religiose, «l’indebolimento della fede,
la perdita di rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti». Dice Papa
Benedetto ai «fratelli vescovi» colpevoli di aver mancato nel condannare i
crimini di abusi dei ragazzi: «La gente d’Irlanda giustamente si attende che
siate uomini di Dio, che siate santi, che viviate con semplicità», e che siate
«sensibili alla vita spirituale e morale di ciascuno dei vostri sacerdoti».
Basterà, questo «programma», per portare a una «rinascita della Chiesa in
Irlanda»? Il Papa si dice «fiducioso» che così sarà. Le sue parole solenni, e
quelle che avrà modo di pronunciare nella Visita
Apostolica in alcune diocesi irlandesi che ha contemporaneamente annunciato,
avranno l’effetto auspicato di far superare, alla Chiesa non soltanto
irlandese, la crisi che sta vivendo?
«Oportet ut scandala
eveniant», è un antico
detto. La denuncia dello scandalo era opportuna, anzi indispensabile. Ma non si
può negare l’impressione che la lettera apostolica, ancorché meritevole, sia
più che la conclusione solo un passaggio della fase
critica che questo Pontificato sta vivendo. Di questa fase il Papa non è certo
personalmente responsabile. Ma è a lui che la Chiesa chiederà di essere guidata
in un difficile processo di autocritica, e forse di riforma, a
cui questo testo ha dato soltanto l’avvio. Ed
anzi è facilmente prevedibile che non mancherà chi deplorerà l’assenza di
qualsiasi accenno alle ipotesi di riforma che pure si sono già levate
all’interno della Chiesa stessa: a partire da quella rinuncia al celibato
obbligatorio dei sacerdoti, che il Papa ha già difeso, ma che è soltanto una
norma ecclesiastica dell’XI secolo. Papa Ratzinger
non è che uno dei protagonisti di quel processo di «aggiornamento» della Chiesa
a cui il Concilio Vaticano II ha dato inizio. In
questa lettera pastorale egli dice, del «programma di rinnovamento» proposto
dal Concilio giovanneo, che esso fu «a volte frainteso», e che «era tutt’altro
che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti». Lo era, e lo è
ancora. Forse il Papa teologo potrebbe approfondire, con la sua grande fede e
intelligenza, e con minor riluttanza di quanta ne
abbia finora dimostrato, la ricerca del «modo migliore per portarlo avanti».
Guardando, appunto, in avanti, e non volgendo lo sguardo, con una certa
nostalgia, a un passato che non c’è più, e che non può ritornare.
Il problema - sia
chiaro - non è soltanto della Chiesa cattolica, ma di tutte le correnti di
pensiero, laico o religioso, di questa epoca di mutamenti profondi e
incessanti. Per la Chiesa è tempo di riflettere sulle implicazioni e
potenzialità di quel «relativismo cristiano» su cui grandi credenti come il Cardinale Martini hanno richiamato l’attenzione, e che è
la fonte da cui la Chiesa nel nostro tempo ha tratto tanta vitalità. E
ovviamente anche non pochi problemi. ARRIGO LEVI LS 21
Vivere la Pasqua per diventare egregi
E’ meglio essere
cristiani senza dirlo che dire di essere cristiani
senza esserlo. Necessario capire il significato della Risurrezione
La Pasqua è alle
porte. E probabilmente, come sempre, siamo già immersi nei preparativi, negli
acquisti, magari con la testa in un viaggio. Per molti, in fondo, è solo una
festività, come quella natalizia, che si ritiene vada goduta al meglio nei
giorni di vacanza che regala. Così rischiano però di dimenticare il valore
salvifico della Resurrezione di Cristo. Vivere, invece, il significato della
Pasqua aiuta a superare le difficoltà quotidiane; a mitigare la solitudine di
parenti, amici o vicini di casa; a svolgere doverosamente il nostro lavoro; ad indignarci per le ingiustizie, le violenze, le ipocrisie
del mondo e a cercare di limitarle con un gesto di carità o con il
volontariato; a saper perdonare, così come il Signore perdona noi.
Noi, come italiani, ma credo anche come europei, “non possiamo non
dirci cristiani”. Lo diceva il nostro grande intellettuale Benedetto Croce.
Tutto di noi - usi e costumi, cultura generale, linguaggio, storia, filosofia -
è impregnato di cristianesimo. E ciò vale anche, certo con loro grande
dispetto, per gli stessi agnostici e gli anticlericali. Di questo fatto
incontestabile non si potrà non tenere conto
nell’impostare, ad esempio, la riforma scolastica, quella della giustizia e in
particolare la politica dell’integrazione degli immigrati. Pena il rischio di
sfasciare tutto.
Ma, per amore di verità, io mi permetto di rivoltare la
frase di Benedetto Croce e chiedere a tutti: “Chi di noi può dirsi davvero
cristiano?”. E’ evidente che per esserlo autenticamente non basta portare una
croce al collo, nemmeno battersi contro gli avversari del crocifisso
nelle scuole e negli uffici pubblici. Non è segno di cristianesimo genuino
neanche battersi contro le moschee e i minareti. Potrebbe trattarsi di semplice
xenofobia. Non basta neppure dire tutti i giorni “Signore, Signore”, credendosi
così dei “cattolici doc”. O portare in tasca l’immaginetta di
Padre Pio, oppure essere devoti di questo o quel santo. Troppo comodo,
non costa molto. S. Ignazio di Antiochia, a chi la
pensava così, ricordava secco che “è meglio essere cristiani senza dirlo, che dire di essere cristiani senza esserlo”.
Ma allora, per essere cristiani veri, che cosa dobbiamo
fare? Questa è la domanda che quelli di Gerusalemme rivolsero a San Pietro
duemila anni fa, dopo che egli aveva affermato che Gesù Cristo è il solo Signore
e Salvatore dell’uomo. E, come sappiamo, l’Apostolo rispose con fermezza:
“Salvatevi da questa generazione perversa”. Nientemeno: perversa! Il linguaggio
è duro, senza sfumature. Come è indispensabile nelle
situazioni decisive, per non perdersi nelle fumosità. “Perverso” significa
deviato, sbandato, quindi fuori da ogni ordine logico e morale.
Il cristiano è
chiamato a salvarsi (dico a salvarsi!) da un’umanità
che si è pervertita andando dietro agli idoli comodi e allettanti. Il cristiano
è chiamato a costruirsi, o a ricostruirsi, sintonizzandosi sui “sentimenti di
Cristo”.
Le nostre idee sul
matrimonio, sulle relazioni sociali, sulla giustizia, sul potere, sui soldi, su
Dio stesso, sono come quelle di Gesù Cristo e del Vangelo? O non ci siamo
piuttosto adeguati completamente alla mentalità e alle abitudini correnti?
“Non conformatevi
alla mentalità di questo mondo” raccomandava duemila anni fa San Paolo ai
cristiani di Roma. Che cosa avrà voluto dire? E che cosa direbbe a noi,
cristiani di oggi, portati così facilmente a pensare e ad agire come tutti
quelli che non hanno nessuna fede e nessuna speranza?
Ma la cosa più bruttta è che, quando qualcuno ci ripete le raccomandazioni
di San Paolo, siamo tentati di dargli addosso come ad
un oscurantista e ad un nemico dell’umanità.
“Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute
e conoscenza” ammoniva già Dante Alighieri per bocca di Ulisse (Inferno, Canto
XXVI). E questo fa il pari con “Uomini siate e non pecore matte” (Paradiso,
Canto V).
E’ Pasqua: non
potrebbe essere la volta buona per…uscire dal gregge
per diventare cristiani “egregi”?
La Pasqua è
promessa di salvezza. A patto di far propri gli insegnamenti del Signore; di
persuaderci che dipende da ogni singolo uomo il riuscire a ridurre, se non ad eliminare, i macigni delle ingiustizie, della violenza,
di quelle diaboliche bramosie che contrastano con la nostra fede.
Pasqua è “passare”
- secondo il significato etimologico del termine - dalle tenebre della morte
alla luce della grazia; è – come dice Sant’Ambrogio - il “passaggio dal peccato
alla vita, dalla colpa alla grazia, dalla macchia alla santità”. Capirlo, vuol
dire praticare le virtù e, secondo l’invito del Papa, “allontanare tutto ciò
che distrae lo spirito, per intensificare ciò che nutre l’anima aprendola
all’amore di Dio e del prossimo”. Significa ancora contrastare la
scristianizzazione dell'Italia e dell'Europa intera; seguire i precetti di
Cristo che non incita ad uccidere “l'infedele”, ma
insegna ad evangelizzare con l'esempio e con la parola; che non spinge alla
vendetta ma al perdono; che ci riconosce il libero arbitrio; che accoglie il
peccatore pentito.
Per celebrare
degnamente la Resurrezione di Cristo occorre amare il prossimo; scoprire il
valore della tolleranza, della solidarietà, del rispetto degli altri; vincere
le lusinghe suggerite dalla mentalità e dai costumi correnti; abbandonare i
viottoli dell'egoismo e del piacere, del materialismo e del potere.
Spero che
l’augurio di “Buona Pasqua” sia interpretato in tal senso dai miei lettori.
Egidio Todeschini, de.it.press
L’Aquila. La rabbia del vescovo: "Ci hanno lasciati soli"
Intervista a don
Giovanni D'Ercole, inviato dal Vaticano per affiancare l'arcivescovo Molinari -
Oggi all'Aquila torna la protesta delle carriole: "La città sta morendo"
ROMA -
"L'Aquila muore se continua ad essere lasciata
sola. Dopo il terremoto del 6 aprile scorso, le macerie sono ancora a terra,
salvo qualche rara eccezione. La gente, ancora costrettaa
vivere lontana dalle loro case,è giustamente
esasperata. Ormai non si può far più finta di niente".
Grido di allarme di un vescovo, Giovanni D'Ercole, in difesa
del capoluogo abbruzzese a quasi un anno dal sisma.
Ausiliare e vicario generale della diocesi aquilana retta dall'arcivescovo
Giuseppe Molinari, D'Ercole è l' "uomo" che
il Vaticano ha inviato all'Aquila per affiancare il vescovo locale nella
ricostruzione delle chiese distrutte dal terremoto.
Missionario orionino con anni di esperienza maturata in Africa,
giornalista - in Vaticano è stato vice direttore della
Sala Stampa e capo ufficio in Segreteria di Stato - D'Ercole non disdegna il
contatto diretto con fedeli, gente comune, credenti e non credenti. Come ha già
dimostrato all'Aquila, dove anche oggi sarà nuovamente accanto al "popolo
delle carriole" che tornerà a protestare per le macerie che ancora
ostacolano il centro storico. "Sarò ancora accanto ai miei concittadini -
confida il vescovo - per dare una mano, ma anche per cercare di non far calare
il silenzio sui tanti problemi che ancora gravano sulla città".
Monsignor Giovanni
D'Ercole, anche oggi, quindi, lei torna ad unirsi a
chi protesta all'Aquila?
"Più che
protestare, con questa iniziativa del popolo delle carriole la gente esprime la
sua voglia di partecipazione, per cercare di attirare l'attenzione sulle grandi
attese della città ancora costretta in ginocchio dalle ferite del terremoto. Qui la popolazione ha voglia di ricostruzione e sgomberare il
centro storico dalle macerie è il primo importante passo".
Eppure, domenica
scorsa lei è stato oggetto di fischi e di proteste.
Come mai? "Quella contestazione è stata un grido di
allarme e di amore, rivolto non tanto alla mia persona, ma alle istituzioni.
Qualcuno si è fatto sentire forse spinto anche dal timore che anche la Chiesa
potesse dimenticare le sofferenze degli aquilani. Ebbene, io come vescovo ho
fatto mio quel grido di dolore e starò sempre vicino alla mia gente. Anche quando si lamenta ad alta voce".
Ma, in concreto, cosa chiede il popolo delle carriole?
"Vuole la sua
città così come era prima, ma sembra un sogno che sta
morendo giorno dopo giorno. Non voglio dire che non sia stato fatto niente dopo
il 6 aprile 2009. In verità, per l'emergenza è stato fatto tanto. Ma per la ricostruzione quasi niente. Anzi, sembra che tutto
si sia fermato. La gente è stata messa in 21 newtown prefabbricate, ma delle case da ricostruire nessuno
parla. Certo, le tende non ci sono più. Ma non ci sono
nemmeno le case e la popolazione vive sradicata, in aree periferiche, prive di
servizi, con nuclei familiari divisi, lontani dagli affetti e dagli originari
agglomerati abitativi. Mentre ancora 20 mila persone
vivono negli alberghi. In giro c'è tanta sofferenza e
tanto timore che, dopo l'emergenza, tutto venga gettato nel dimenticatoio. Ecco
perché la popolazione vuole tornare a riappropriarsi della ricostruzione e del
rilancio dell'intera città. Come vescovo non posso non
essere preoccupato anche per la vita della Chiesa aquilana, per la mancanza di
oratori e di luoghi di aggregazione. Anche se qualche segnale positivo non è
mancato, come il restauro della chiesa di S.Biagio
in Amiterno riaperta il 15 marzo scorso. Ma l'Aquila deve risorgere. Completamente".
LR 21
Convegno Fisc
a Piacenza. “Fare l'Europa. Le
radici e il futuro”.
Tenuto dal 8 al 20 marzo un convegno dei settimanali cattolici
sull’Europa
Piacenza – “Fare
l'Europa. Le radici e il futuro”. È il tema del convegno nazionale che
la Fisc (Federazione che raggruppa 186 testate
cattoliche locali per un milione di copie settimanali) ha organizzato a
Piacenza dal 18 al 20 marzo. L’appuntamento si è tenuto nella città emiliana
per celebrare i 100 anni del settimanale della diocesi di
Piacenza-Bobbio, “Il Nuovo Giornale”.
Tra i relatori
anche padre Antonio Simeoni in rappresentanza dei
giornali delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa che recentemente hanno
aderito alla Fisc. Nel mondo sono oltre 400 le
Missioni Cattoliche che lavorano per i nostri italiani emigrati all’estero; in
esse operano oltre 500 sacerdoti-missionari, circa 200 suore e un centinaio di
laici impegnati.
Attualmente i cittadini con passaporto italiano all’estero sono
circa quattro milioni. In Europa le Missioni Cattoliche sono oltre 250 con
oltre 300 missionari, anche se molti in età avanzata. Alcune Delegazioni
nazionali e Missioni hanno ultimamente investito nella comunicazione
ecclesiale, arrivando alla scelta di aderire alla Fisc
(Federazione Italiana Settimanali Cattolici) costituendo una propria
delegazione. Ne fanno parte l’agenzia settimanale della Fondazione Migrantes, “Migranti-press”, il
settimanale delle MCI in Svizzera “Il Corriere degli Italiani”, il mensile
delle MCI in Germania e Scandinavia “Corriere d’Italia”, il bimestrale
“Nuovi-Orizzonti”, “La Voce degli Italiani” in Inghilterra e il giornale online
“Webgiornale”. Pubblichiamo una intervista a p. Simeoni realizzata dall’agenzia SIR.
Come è avvertita l'Europa dai nostri emigrati, quali
preoccupazioni, quali attese?
I nostri
connazionali, emigrati in Europa ormai da decenni, hanno vissuto sulla loro
pelle il lento e non facile cammino di un graduale inserimento nel tessuto sociale, economico e talvolta culturale e politico
del paese nel quale attualmente vivono. Penso, in modo particolare, a tutti coloro che hanno lasciato il Paese nell’immediato dopo
guerra. Hanno dovuto affrontare, spesso, gravi problemi e drammatiche
difficoltà. I connazionali che da decenni vivono all’estero hanno, ormai,
integrato nella loro vita una forte dimensione europea. L’Europa unita offre
loro orizzonti nuovi, esperienze diverse con la possibilità di confrontare
sistemi di vita sociale e politica differenti. Le loro
preoccupazioni: la sicurezza di un posto di lavoro, l’incertezza dell’avvenire
per i propri figli, la perplessità di una situazione sociale, economica e
politica che non ispira molta fiducia…
Possiamo dire che
i nostri emigrati sono una particolare espressione delle "radici
cristiane" dell'Europa ?
Dalla mia
personale esperienza posso affermare che i nostri emigrati vivono una
dimensione culturale e religiosa, spesso profonda, anche se non sempre ne sono coscienti. I valori trasmessi, della maggioranza delle
persone che desiderano trasmetterli ai propri figli e nipoti sono:
l’unità della famiglia, il rispetto verso il prossimo, una sana e seria
educazione umana, vita cristiana fatta non solo di preghiere, ma anche di una
pratica religiosa, che si esprime nell’invitare i bambini o i giovani a
ricevere i sacramenti del battesimo, della comunione e cresima, la devozione
della Madonna e dei santi patroni delle rispettive località o parrocchie. Non è
solamente una pratica religiosa tradizionale, ma un sentimento profondo che portano in se stessi.
Qual è stato e
qual è il ruolo dei giornali dell'emigrazione in Europa?
Il ruolo storico
dei giornali dell’emigrazione è stato molto importante, anzi fondamentale. La testimonianza di don Ferrando in occasione del 25.mo
anniversario del Corriere degli Italiani (Svizzera), vale per tutte le testate
in emigrazione: “È il giornale delle Missioni a rispecchiare ogni situazione, a
essere voce di chi non aveva voce, animato da battagliero vigore in difesa
degli umili con parole di speranza. Ha alzato la voce, il giornale, per
lo stagionale, senza famiglia, ritenuto meno uomo di chi aveva un permesso
annuale in tasca - per lo scolaro parcheggiato nelle scuole speciali. È stato
amico che ha chiesto per l’immigrato amore, accoglienza, fraternità e
comprensione e ha detto a lui di donare amore, di aprirsi agli altri, di
fraternizzare, di comprendere, di non chiudersi in ghetti. Ha ricordato agli
immigrati il loro patrimonio di fede, di quei principi che non pagano dogana e danno sapore alla vita, soprattutto quando,
all’offertorio, unitamente al pane e al vino, puoi aggiungere fatica e
sofferenza. Il giornale è un fraterno amico, che ti è rimasto al fianco,
fedele, da sempre” .
Perche i giornali
di emigrazione (Missioni Cattoliche Italiane) hanno avvertito l'esigenza di
aderire alla Fisc?
L’esperienza della
Fisc è per noi, giornali di emigrazione, una vera
opportunità per vivere assieme una effettiva
collaborazione non solo a livello editoriale, ma in modo particolare sulle
tematiche di fondo che, ormai, sono comuni a tutti, anche se vissute in
contesti di vita sociale e culturale ben diverse. Non esiste una parrocchia o
diocesi italiana che non abbia dei parrocchiani o diocesani sparsi nel mondo o
che, attualmente, non accolga nel suo territorio degli
immigrati. La realtà migratoria come viene percepita,
sentita ed approfondita dalle testate della Fisc ?
Come viene trasmessa ? La lunga esperienza editoriale
dei nostri giornali potrebbe facilitare con le testate della Fisc uno scambio serio ed un
confronto importante su tematiche di fondo che, oggi, ci coinvolgono tutti.
Qual è l'obiettivo
del progetto di collaborazione tra vari giornali di
emigrazione che state definendo con l'appoggio della Fisc
e di SirEuropa?
Desideriamo che venga sostenuto il rilancio del nostro progetto editoriale,
rinnovato il materiale con strumenti moderni informatici adeguati, facilitata
la creazione di una banca-dati per permettere lo scambio e/o la realizzazione
di pagine comuni. Contiamo molto sulla professionalità di SirEuropa,
apprezziamo la sua competenza e la sua sensibilità nell’informare sulla vita
sociale, istituzionale ed ecclesiale in Europa. (Migranti-press, Sir)
Convegno Fisc.
La direzione giusta. Le notizie dall'Europa non sono notizie dall'estero
"L'Europa è
la nostra casa comune", "una casa da
costruire insieme". Mons. Gianni Ambrosio, vescovo della
diocesi di Piacenza-Bobbio, ha aperto il convegno
nazionale della Fisc, Federazione italiana
settimanali cattolici, intitolato "Fare l'Europa. Le radici e il futuro" (18-20 marzo). L'appuntamento è
ospitato nella città emiliana per celebrare i 100 anni del settimanale della diocesi
di Piacenza-Bobbio, "Il
Nuovo Giornale".
Progetto, cultura
e spirito. "Per una buona costruzione dell'Europa - ha spiegato il vescovo
Ambrosio - occorre non solo un progetto, ma anche un rinnovamento culturale e
spirituale dell'Europa, un rinnovamento capace di dare un'anima all'idea di
Europa, alle istituzioni europee, alla cultura europea".
L'impegno per "costruire una migliore casa europea deve coinvolgere tutti,
al di là di ogni scetticismo e di ogni idealizzazione.
E deve coinvolgere in particolare le comunità ecclesiali e i
cattolici e dunque anche i settimanali cattolici". Mons. Ambrosio ha quindi ricordato la figura di san Colombano, il missionario irlandese definito da Benedetto
XVI "santo europeo", morto a Bobbio nel 615: "In san Colombano possiamo trovare le radici dell'unità culturale e
spirituale dell'Europa. In lui possiamo inoltre
scorgere la direzione di marcia del nostro futuro europeo".
"Un corpo
solo, unito da radici cristiane". Sulla figura del santo
ricordato come uno degli ispiratori del cammino culturale e spirituale verso
l'Europa unita, don Giorgio Zucchelli, presidente
della Fisc, ha affermato: "San Colombano ebbe a scrivere che gli europei devono essere un
unico popolo, un corpo solo, unito da radici cristiane in cui le barriere
etniche e culturali vanno superate. Frase ancora oggi
di grande attualità". Per ricordare san Colombano
il convegno ha previsto un'intera mattinata (20 marzo) a Bobbio. "Il
contributo delle nostre testate può essere a vari livelli", ha aggiunto il
presidente della Fisc a proposito del "fare
l'Europa" e del ruolo che possono svolgere le testate diocesane. Innanzitutto, "aprendo le pagine dei giornali all'informazione
europea". Il presidente della Fisc ha
affermato, infine, che "non è possibile mettere l'Europa nelle pagine
degli esteri, come molti media fanno, perché l'Europa non è estero
ma è la nostra patria".
L'Europa e i
territori. Il direttore dell'agenzia SIR, Paolo Bustaffa,
ha presentato nell'ambito del convegno di Piacenza l'esperienza di SIR Europa, "un cantiere in cui operano giornalisti
cattolici di diversi Paesi europei". "SIR Europa vuole essere
informazione europea per la realtà italiana, ma - e questo è il nostro sogno -
informazione europea per l'Europa, perché questa è la casa comune, il luogo in
cui le diverse identità si valorizzano
nell'incontro". La storia di SIR Europa, ha proseguito Bustaffa,
"s'inserisce in quella della Fisc, della sua
cultura del territorio". In questo solco, ha precisato, il servizio
giornalistico europeo "da 9 anni attraversa
paesaggi ecclesiali, sociali, culturali e istituzionali nell'intento di essere
un'informazione 'pensata', ritmata dai pensieri dei padri della casa comune,
dal magistero della Chiesa, dall'elaborazione culturale che sta tra l'altro
segnando un costruttivo confronto tra Est e Ovest d'Europa". "La
consapevolezza del rischio di un'Europa senza speranza - ha detto Bustaffa - rende ancor più consapevoli della responsabilità
che abbiamo, come giornalisti cattolici, nei confronti dell'opinione pubblica,
quindi anche di quella del territorio, spesso condizionata da letture
fuorvianti e parziali". Il direttore ha peraltro sottolineato
che "le radici cristiane sono un riferimento prezioso e insostituibile per
un'informazione europea rispettosa delle regole professionali, regole che
considerano irrinunciabile anche il dato della memoria".
Uno strumento per
leggere la storia. A Fausto Fiorentini era invece affidato il compito di
ricostruire i 100 anni de "Il Nuovo Giornale", settimanale della
diocesi emiliana. Una testata che, ha affermato lo storico, "ha vissuto quasi sempre in prima linea i vari momenti del secolo
scorso, con direttori capaci di affrontare i problemi del tempo". Fondata
il 6 gennaio 1910, ha segnalato Fiorentini, la testata diocesana - oggi diretta
da don Davide Maloberti - è preceduta da altre
esperienze editoriali che si sviluppano sin dal 1873. "Il Nuovo
Giornale", ha proseguito lo storico, "nasce e resta quotidiano fino
al 1926, diventa poi bisettimanale fino al 1932 e poi definitivamente
settimanale". Per lo storico, "l'esperienza del giornale cattolico di
Piacenza è significativa in quanto, proprio perché si
è protratta nel tempo, diventa uno strumento utile anche per leggere la storia
della comunicazione cattolica così come si è sviluppata lungo l'intero secolo
quale espressione di una diocesi che ci pare, per dimensione, significativa per
leggere una realtà molto più ampia", territoriale e nazionale.
L'eccezionalità
del momento storico. I 100 anni del settimanale sono stati ricordati anche dal
card. Ersilio Tonini, che ha raccontato, con un
videomessaggio, la propria esperienza di direttore della testata dal 1946 al
1953. "Fare il giornale - ha detto - era un modo per aiutare la gente
comune a capire la realtà, il presente, e a interrogarsi sul futuro". Il
card. Tonini ha spiegato che la redazione era una fucina di cultura, "e
andavamo nei teatri e nelle piazze per parlare di ciò che accadeva in quegli
anni a Piacenza e in Italia". "Tra i miei interlocutori consueti
c'erano i politici e in particolare l'allora segretario del Partito
comunista". "Ma il nostro compito - ha
aggiunto il cardinale - non era sconfiggere l'avversario, ma far comprendere al
mondo contadino che aveva in sé delle riserve straordinarie, grandi
valori". Se lei fosse oggi direttore de "Il Nuovo Giornale", ha
chiesto l'intervistatrice, cosa farebbe? "Mi piacerebbe far sentire
l'eccezionalità del momento storico che stiamo attraversando", ha risposto
il card. Tonini. "E vorrei avere un gruppo di giovani che seguono e
raccolgono le notizie, che si impegnano per portare
fermento nella comunità" cristiana e nella realtà civile. Sir
“Chiesa e migranti. Il valore
dell’appartenenza religiosa”
BERTINORO/FO -
“Chiesa e migranti. Il valore dell’appartenenza religiosa”: è questo il titolo di una
pubblicazione, a cura di Maria Golinelli, sociologa e
ricercatrice, presentata sabato scorso al Museo Interreligioso di Bertinoro.
Nella ricerca sono
state analizzate tutte le realtà religiose del comprensorio forlivese, di qualsiasi
dimensione e di qualsiasi denominazione.
Nella diocesi di Forlì-Bertinoro ci sono 17
comunità e Chiese cristiane, 1 centro islamico, 1 associazione buddista e 6
gruppi di altre fedi. Alla presentazione - promossa dalla diocesi di Forli-Bertinoro, dalla Migrantes
diocesana e dell’associazione Incontri - sono
intervenuti, fra gli altri, mons. Lino Pizzi, Vescovo della diocesi, Roberto
Ravioli, Presidente dell’Associazione Incontri, Sergio Belardinelli
e Giuseppe Lucà Trombetta, dell’Università di Bologna
e la curatrice Maria Golinelli.
I lavori sono
stati conclusi da mons. Giancarlo Perego, Direttore
generale della Fondazione Migrantes che ha trattato
il tema “La sfida educativa del dialogo religioso”.
“Questo lavoro -
spiega nella presentazione del volume mons. Lino Pizzi - ha messo al centro dell’attenzione il valore dell’appartenenza
religiosa per il migrante, restituendoci l’immagine del migrante spesso
ignorata”.
Dal lavoro fatto,
emerge che la migrazione è un processo che mette spesso a dura prova il sistema
delle appartenenze del migrante ed il suo
riconoscimento identitario. La pratica religiosa
costituisce un elemento di continuità e un sostegno che dà coerenza alla
propria vita.
Poter frequentare
una Chiesa o un gruppo in cui si prega come nel proprio Paese di origine è
anche uno strumento di supporto ai genitori per far conoscere e sperimentare ai
propri figli le origini della famiglia. La convivenza multietnica all’interno
delle Chiese non è facile. Probabilmente questo territorio “se confrontato con
Paesi di più antica migrazione, sconta ancora il fatto di essere relativamente
nuovo alla presenza di fedeli migranti”. Nelle Chiese già esistenti spesso i
migranti vivono “in disparte”. Qualcuno singolarmente partecipa attivamente
alla vita della Chiesa, ma la maggior parte non entra in relazione con la
comunità già costituita.
Nelle parrocchie
si avverte la difficoltà ad entrare in contatto con
“loro” che spesso fanno gruppo tra “loro”, ma anche il desiderio di fare
qualcosa per facilitare l’accoglienza all’interno della comunità parrocchiale.
Le Chiese ed i gruppi incontrati in maggioranza hanno dato
“testimonianza del fatto che essere membro di una comunità/Chiesa può risultare
potenzialmente utile per facilitare l’accoglienza e l’integrazione dei fedeli
stranieri. É il caso delle parrocchie cattoliche che sono particolarmente
attente ai nuovi parrocchiani, come il caso delle Chiese multietniche fondate sul dialogo tra “stranieri” o delle Chiese che si
adoperano per essere testimoni del dialogo tra la propria cultura e la società
italiana (come nel caso della Chiesa Ortodossa Romena o nella Chiesa Cattolica
Romena unita con Roma).
Allo stesso modo,
ma sono situazioni minoritarie, essere membro di una Chiesa mono-etnica
che vive la fede e la propria storia in modo privato può accentuare o
rafforzare la separatezza”. (R.I. Migranti-press)
Convegno Fisc. Quale cultura per il
futuro? L'irrinunciabile apertura alla realtà trascendente
"Sono ben lontano
dall'aspettarmi che il futuro sviluppo della cultura europea possa continuare
la tradizione dei santi, dei martiri o dei costruttori delle cattedrali. I mutamenti culturali nella nostra
epoca sono più profondi di allora"; tuttavia l'attuale "dialogo
interconfessionale fa sperare che i valori religiosi universali possano
svolgere un ruolo importante nella trasformazione creativa" di questa
cultura. Lo ha detto mons. Jozef
Zycinski, arcivescovo di Lublino (Polonia) e membro
del Pontificio Consiglio della cultura, intervenendo il 18 marzo al convegno
nazionale "Fare l'Europa. Le radici e il futuro"
che la Fisc (Federazione che raggruppa 186 testate
cattoliche locali per un milione di copie settimanali) promuove fino al 20
marzo a Piacenza.
Ritrovare il senso.
Interrogandosi sull'avvenire della cultura europea, segnata da un crescente
"processo di laicizzazione", mons. Zycinski
si è chiesto se i valori religiosi condizionino "l'unico scenario
ammissibile del futuro sviluppo" del continente. Pur ammettendo che
"alcune versioni areligiose di sviluppo culturale, capaci di soddisfare hic et nunc
taluni rappresentanti della civiltà europea, per un certo periodo potrebbero
funzionare", l'arcivescovo si è domandato se siano "abbastanza
solide" per "assicurare a lungo lo sviluppo culturale reso possibile
dal cristianesimo". "Cercando la risposta", ha avvertito,
"bisogna ricordarsi che la sensibilità dell'uomo contemporaneo, la sua
lotta contro la sofferenza, la dignità, la sua ricerca del senso della vita, differiscono dalle caratteristiche analogiche delle
generazioni precedenti". Per l'arcivescovo di Lublino,
"possiamo giustificare le nostre rinunce, fare sforzi sovrumani, diventare
anticonformisti, solo se vediamo" il senso "di tali comportamenti.
Il ritrovamento del senso esige però l'apertura alla realtà
trascendente, che nella religione appare come l'esperienza di Dio".
Quali norme e
valori? Nel cercare "un'alternativa pragmatica
alla tradizione cristiana", che cioè eviti "il radicalismo
ideologico", è necessaria, ha avvertito ancora mons. Zycinski,
"la domanda sulla gerarchia dei valori e delle norme etiche che potrebbero
svolgere un ruolo importante nella vita sociale". Ma qui sorge una prima
difficoltà: "Nella concezione giudeo-cristiana dei valori viene accentuata la libertà e la dignità della persona umana
creata a immagine di Dio. Nella prospettiva del
neopragmatismo", invece, "non si parla né di umanità né di
dignità". Ulteriore problema, "quello dei
criteri sui quali dovrebbe essere costruito il sistema morale del pragmatismo,
e quello dei principali valori al suo interno". Al riguardo, ha osservato
l'arcivescovo di Lublino, "viene spesso proposto
il criterio del consenso e della maggioranza", e proprio in questo
"il pragmatismo è diverso dal modo cristiano di affrontare la
questione", che invece riconosce "il carattere obiettivo e universale
dei valori e delle regole morali". Tracciando un parallelismo fra "le
costanti di cui si interessano i fisici", ossia
"le leggi della natura", e "le costanti che intrigano i
filosofi", ossia "il mondo dei valori assoluti e delle regole
universali", l'arcivescovo ha sottolineato che "la costante teologica
è Dio".
Identità
spirituale dell'uomo e apertura a Dio. "La convinzione del Suo ruolo
ispiratore nella cultura del XX secolo - ha proseguito mons. Zycinski - costituisce la base per la difesa della
posizione secondo cui il futuro sviluppo della cultura potrà salvare i valori
umanistici fondamentali per la tradizione europea". Quei valori, ha
precisato, "hanno un ruolo importante anche nell'attuale epoca di
mutamenti profondi che accompagnano la rivoluzione tecnico-scientifica; essi
costituiscono delle costanti antropologiche che attestano l'esistenza di
un'identità spirituale dell'uomo". Di qui la domanda: "Si può immaginare
una fase successiva dello sviluppo culturale in cui la caccia al consumismo e
al piacere sostituisca gli scrupoli di coscienza, l'imperativo etico, il senso
di fedeltà verso il prossimo e verso se stessi?". "Il futuro della
nostra cultura non dipende da cause determinanti
esplicite, ma dall'impegno dell'uomo e dall'apertura ai valori che determinano
l'orizzonte specifico" della sua esistenza. "A noi è stato affidato
l'ambiente naturale" e "l'insieme dei valori essenziali, definiti da
Giovanni Paolo II 'ecologia umana'". "Il futuro sviluppo dell'umanità
- è la convinzione di mons. Zycinski - dipende
soprattutto dalla nostra responsabilità per la cultura, il nostro valore
comune", mentre "l'apertura alla realtà trascendente di Dio" può
costituire "un fondamento al senso, alla bellezza e alla sensibilità delle
coscienze, senza le quali non è possibile lo sviluppo" di questa cultura.
In tale prospettiva, "il Vangelo della vita diventa un'ispirazione alla
cultura della vita, capace di essere più forte delle crisi temporanee".
"Ciò tuttavia esige - ha concluso l'arcivescovo -
una cura costante per 'l'ecologia umana'", creata "dai valori che
hanno fondato la cultura dell'Europa". Sir
Iraq. Per il bene comune. Dopo il voto: intervista con mons. Sako
"Era un gran
brava persona. Lo avevo
conosciuto quando ero parroco a Mosul, prima di
venire qui a Kirkuk".
Inizia con il ricordo dell'ultima vittima della mattanza di
cristiani in corso a Mosul, Sabah
Yacoub Adam, sposato e
padre di un bambino, freddato a colpi di pistola il 17 marzo davanti alla sua
vetreria nella zona araba della città, l'intervista con mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk.
"Siamo ripiombati nella paura - afferma - la morte di Yacoub
ripropone in maniera sempre più drammatica la domanda
della sorte dei cristiani iracheni. Dopo il voto la
gente, le famiglie stavano facendo ritorno nelle proprie case, a Mosul, adesso non sanno più cosa fare, non sappiamo cosa
sia successo. È tornata la paura". Nel frattempo
lo spoglio dei circa 12 milioni di voti espressi nelle
elezioni del 7 marzo è arrivato all'80% del totale e si profila un testa a
testa tra il premier uscente Al-Maliki e Iyad Allawi
alla corsa per la guida dell'Iraq. Al-Maliki appare
in testa in sette delle 18 province del Paese, tra cui
quelle che assegneranno il maggior numero dei 325 seggi del futuro Parlamento.
Allawi guida lo spoglio in cinque province, seguito con tre ciascuna
dall'Alleanza nazionale irachena e dall'Alleanza Curda. Per i risultati finali
bisognerà attendere ancora, anche perché la Commissione elettorale dovrà
esaminare prima i ricorsi, circa 2 mila, presentati
sino ad oggi.
Ci sono concrete
speranze che da queste elezioni possa cambiare qualcosa per l'Iraq?
"Fra pochi
giorni il risultato sarà chiaro ma questa volta, credo, sarà necessario un
governo di unità nazionale, non settario, la cui priorità dovrà essere,
innanzitutto, la sicurezza".
Crede che un
governo di coalizione sia la risposta migliore alle
esigenze dell'Iraq di oggi che vuole sicurezza, ma anche stabilità e speranza
nel futuro?
"Penso di sì.
I due blocchi maggiori saranno chiamati a collaborare per governare, così come
gli altri partiti. Rispetto alle scorse elezioni credo che
qualcosa sia cambiato…".
Cosa, in
particolare?
"Nel 2005 le
liste erano chiuse e settarie mentre questa volta sono state molte di più e non
settarie, aperte a curdi, arabi, turkmeni, cristiani, sciiti, sunniti e tutto
ciò è positivo. L'elemento religioso in politica mi è
sembrato meno preponderante rispetto al passato. La popolazione, credo, abbia
scelto candidati laici e liste non collegate al clero religioso, sia sciita sia
sunnita. La popolazione ha potuto scegliere".
Ha notizie circa i
cristiani eletti?
"Questa volta
i cristiani godranno di una maggiore
rappresentatività. Dovremmo avere cinque parlamentari, previsti dalla quota di
legge, più altri due o tre votati in altre liste. Tutti
insieme potranno lavorare per il bene comune e per mostrare come anche i
cristiani iracheni abbiano a cuore le sorti del Paese".
Stante una
situazione di instabilità interna, il prossimo governo
rischia, però, di subire l'influenza di Paesi vicini, come l'Iran…
"Quello che
uscirà dalle urne del 7 marzo dovrà essere un governo forte, libero e non
condizionato da influenze esterne. L'Iraq ha tutto per imporsi come una forza
regionale importante, di stampo laico, e fronteggiare derive integraliste.
L'importante è che sia lasciato libero di crescere. La democratizzazione
avviata qui nel Paese, la possibilità di fare liberamente campagna politica,
presentare un programma sono cose nuove in queste zone. Il
nepotismo è finito".
Quale aiuto potrà
venire al nuovo governo dalla comunità internazionale, Usa e Ue in testa?
"Gli Usa e
l'Unione europea devono appoggiare il futuro governo per promuovere l'unità e
la riconciliazione interna. Lo stesso ritiro americano, credo, non sarà definitivo; una
presenza sarà mantenuta". Sir
Bad Honnef. La pastorale tedesca per i disabili
Si è concluso giovedì a Bad Honnef un
convegno della pastorale cattolica per i disabili, dedicata all’applicazione
della Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità e alla loro
partecipazione alla società. Huber Hüpper, nuovo incaricato del governo federale tedesco per i
disabili, ha sottolineato che "la partecipazione
è un diritto umano. E comincia già dai più piccoli. Se i bambini disabili
possono andare all’asilo e a scuola e partecipare alle celebrazioni per i
bambini insieme con i coetanei non disabili, le paure reciproche di contatto con
realtà diverse non vengono originate” e “una vita
nella molteplicità diventa una cosa naturale”. Il nuovo incaricato della
Conferenza episcopale tedesca per la pastorale dei disabili, mons. Otto Georgens, ha parlato del ruolo della Chiesa: "questa è la mia visione della Chiesa, formata sull'immagine
della Bibbia: una Chiesa che riporta al centro le persone emarginate. Una
Chiesa che non esclude nessuno ma favorisce la
partecipazione e difende le persone ai margini". Il rettore
dell’Università cattolica di Eichstätt-Ingolstadt, Andreas Lob-Hüdepohl,
ricollegandosi ai contenuti della Convenzione Onu, ha evidenziato che “in una
pastorale orientata ai diritti umani, la persona ha la priorità”.
L'appello
di Bagnasco alla politica "Legalità e senso dello Stato in primo
piano"
Il presidente
della Conferenza episcopale italiana: "La democrazia sta perdendo il suo
significato tra i giovani" - "In Italia c'è un deficit di buona
educazione che va affrontato come un compito quotidiano" - "I casi di
pedofila non oscurano la storia educativa della
Chiesa"
ROMA - Alla
politica serve un profondo rinnovamento della politica,
che riporti in primo piano i valori del rispetto della legalità e del senso
dello Stato e dalla cittadinanza. E' questo l'auspicio del presidente della
Conferenza episcopale italiana, cardinal Angelo Bagnasco. A Milano, al PalaSharp di Milano ad un convegno
sulla "Sfida educativa", organizzato da Comunione e Liberazione,
Bagnasco ha sottolineato l'importanza di "porre attenzione alla res publica e quindi alla
cittadinanza nella polis che trova nell'impegno politico la sua più alta forma
di espressione".
"Il sogno di
allargare le generazioni dei politici cristianamente ispirati, che siano in
grado di rinnovare profondamente questo fondamentale ambito dell'esistenza,
passa - continua l'arcivescovo di Genova - attraverso la capacità di educare e
formare al senso della cittadinanza e dello Stato, della legalità e
dell'impegno nella società civile".
Poi il cardinale
pronuncia parole che chiamano in causa i casi di
pedofilia che hanno coinvolti alcuni preti. E lo fa circoscrivendoli. La Chiesa cattolica "ha una storia di duemila
anni, ricca di pedagogia e di grande sacrificio e dedizione per l'educazione
delle nuove generazioni. Una storia luminosa, un patrimonio
oggettivo di valori e di metodo, che nessuna ombra, per quanto grave e
criminosa e odiosa si può scoprire, potrà cancellare".
Bagnasco, inoltre,
lancia l'allarme per lo stato della democrazia e osserva come stia perdendo il
suo significato tra le giovani generazioni. "L'appello alla partecipazione
e alla passione, merce troppo rara nel nostro attuale contesto,
se non vuol essere solo retorico, chiede energie e risorse da destinare
all'educazione delle giovani generazioni che, se hanno ricevuto, dandola per
scontata, la democrazia, troppo spesso - avverte Bagnasco - non sembrano in
grado di abitarla e viverla in riferimento ai valori fondamentali della
giustizia, della libertà e della pace".
Infine, citando il
filosofo cattolico Antonio Rosmini, il cardinale
denuncia la mancanza di "buona educazione" che affligge l'Italia.
"A questo problema - conclude Bagnasco - una
risposta efficace non può venire da una comunità che si limita ad affrontare
questo deficit come se si trattasse di una 'emergenza' piuttosto che di un
'compito' quotidiano". LR
18
Hirtenbrief Des Heiligen Vaters Papst Benedikt XVI. An die Katholiken in Irland
1. Liebe Schwestern und
Brüder, mit großer Sorge schreibe ich euch als Hirt der weltweiten Kirche. Wie
Euch haben auch mich die Informationen über den Missbrauch an Kindern und
Schutzbefohlenen durch Mitglieder der Kirche Irlands, besonders durch Priester
und Ordensleute, sehr beunruhigt. Ich kann die Bestürzung und das Gefühl des
Vertrauensbruchs nur teilen, das so viele von euch beim Erfahren dieser
sündhaften und kriminellen Taten und der Art der Autoritäten der Kirche, damit
umzugehen, erfahren haben.
Wie ihr wisst habe ich erst kürzlich
die irischen Bischöfe zu einem Treffen hier in Rom eingeladen, dass sie über
ihren Umgang mit diesen Angelegenheiten in der Vergangenheit berichten und um
die Schritte aufzuzeigen, die sie unternommen haben, um auf diese
schwerwiegende Situation zu reagieren. Gemeinsam mit höheren Verantwortlichen
der römischen Kurie habe ich gehört, was sie, sowohl einzeln als auch als
Gruppe, zu der Analyse der begangenen Fehler und der gelernten Lektionen, als
auch in der Darstellung der Programme und jetzt geltenden Richtlinien zu sagen
hatten. Unsere Diskussionen waren offen und konstruktiv. Ich bin
zuversichtlich, dass resultierend aus diesen Gesprächen die Bischöfe nun besser
in der Lage sind, die Aufgabe zu übernehmen, die vergangenen Ungerechtigkeiten
wieder gut zu machen und das weitergehende Thema des Missbrauchs an Minderjährigen
in einer Weise anzugehen, die den Anforderungen der Justiz und der Lehre des
Evangeliums entspricht.
2. Die Schwere der Vergehen
und die oftmals unangemessenen Reaktion der kirchlichen Autoritäten in eurem
Land erwägend habe ich entschieden, diesen Hirtenbrief zu schreiben, um meine
Nähe zu euch auszudrücken und einen Weg der Heilung, der Erneuerung und der
Wiedergutmachung vorzuschlagen.
Wie viele in Eurem Land betont haben:
es ist wahr, dass das Problem des Missbrauchs von Kindern weder ein rein irisches
noch ein rein kirchliches ist. Trotzdem ist Eure Aufgabe nun, das Problem des
Missbrauchs aufzuarbeiten, das in der irischen katholischen Gemeinschaft
entstanden ist, und dies mit Mut und Bestimmtheit zu tun. Niemand erwartet,
dass diese schmerzhafte Situation sich schnell lösen lässt. Wirklicher
Fortschritt ist gemacht worden, aber es bleibt noch viel zu tun.
Durchhaltevermögen und Gebet sind nötig, mit großem Vertrauen in die heilende
Kraft der Gnade Gottes.
Gleichzeitig muss ich aber auch meine
Überzeugung mitteilen, dass die Kirche in Irland, um von dieser tiefen Wunde zu
genesen, die schwere Sünde gegen schutzlose Kinder vor Gott und vor anderen
offen zugeben muss. Solch eine Anerkennung, begleitet durch ernste Reue für die
Verletzung dieser Opfer und ihrer Familien, muss zu einer gemeinsamen
Anstrengung führen, um den Schutz von Kindern vor ähnlichen Verbrechen in der
Zukunft sicher zu stellen.
Da Ihr nun die Herausforderungen des
Augenblicks auf euch nehmt bitte ich euch, „blickt auf den Felsen, aus
dem ihr herausgehauen seid“ (Jesaja 51:1). Bedenkt
den großherzigen und oft heroischen Beitrag, den vergangene Generationen
irischer Männer und Frauen für die Kirche und die ganze Menschheit geleistet
haben. Lasst Euch das Ansporn sein für eine ehrliche
Selbstbetrachtung und ein engagiertes Programm kirchlicher und persönlicher
Erneuerung. Ich bete dafür, dass die Kirche in Irland, durch den Beistand der
vielen Heiligen und gereinigt durch Reue, die augenblickliche Krise überwindet
und erneut ein Zeuge für die Wahrheit und die Güte des allmächtigen Gottes
wird, die sich zeigt in seinem Sohn Jesus Christus.
3. In der Geschichte waren
die Katholiken Irlands immer eine starke Kraft für das Gute, in der Heimat und
außerhalb. Keltische Mönche wie der heilige Kolumban
haben das Evangelium in Westeuropa verbreitet und das Fundament für die
mittelalterliche Klosterkultur gelegt. Die Ideale von Heiligkeit, Nächstenliebe
und transzendenter Weisheit, geboren aus dem christlichen Glauben, fanden ihren
Ausdruck in den Kirchen und Klöstern, in den Schulen, Bibliotheken und
Hospitälern, die alle daran mitwirkten, die geistige Identität Europas zu
festigen. Diese irischen Missionare haben ihre Stärke aus dem festen Glauben,
der starken Leitung und der aufrechtem Verhalten der Kirche in ihrem Mutterland
gewonnen.
Beginnend mit dem 16. Jahrhundert haben
die Katholiken in Irland eine lange Zeit der Verfolgung erdulden müssen,
während derer sie sich mühten, die Flamme des Glaubens unter gefährlichen und
schwierigen Umständen lebendig zu halten. Der Heilige Oliver Plunkett, der Märtyrerbischof von Armagh,
ist das berühmteste Beispiel einer ganzen Schar von mutigen Söhnen und Töchtern
Irlands, die bereit waren, ihr Leben aus Treue zum Evangelium hinzugeben. Nach
der katholischen Emanzipation war die Kirche frei, neu zu wachsen. Familien und
zahllose Einzelne, die den Glauben in Zeiten der Prüfung erhalten haben, wurden
zum Auslöser für das große Wiederaufleben des irischen Katholizismus im 19.
Jahrhundert. Die Kirche bot Bildung, besonders für die Armen, und leistete
dadurch ihren Beitrag zur Gesellschaft Irlands. Zu den Früchten des Wachsens
der neuen katholischen Schulen gehörte eine Zunahme in Berufungen: Generationen
von Missionaren, Schwestern und Brüdern, haben ihr Heimatland verlassen um auf
allen Kontinenten zu dienen, besonders in der englischsprachigen Welt.
Bemerkenswert waren nicht nur ihre große Zahl, sondern auch die Stärke ihres
Glaubens und die Standhaftigkeit ihres pastoralen Engagements. Viele Bistümer,
besonders in Afrika, Amerika und Australien, haben von der Präsenz irischer
Geistlicher und Ordensleute profitiert, die das Evangelium verkündeten und
Pfarreien, Schulen, Universitäten und Krankenhäuser gründeten, die sowohl den
Katholiken als auch der gesamten Gesellschaft dienten, mit besonderem Augenmerk
auf die Bedürfnisse der Armen.
In fast jeder Familie in Irland gibt es
jemanden – einen Sohn oder eine Tochter, einen Onkel oder eine Tante – der sein
Leben der Kirche gegeben hat. Irische Familien würdigen und schätzen zu Recht
die Ihren, die ihr Leben Christus geweiht haben, die das Geschenk des Glaubens
mit anderen Teilen und aus diesem Glauben Taten folgen lassen, in liebendem
Dienst an Gott und dem Nächsten.
4. In den
vergangenen Dekaden hatte die Kirche in Eurem Land jedoch neue und schwere
Herausforderungen für den Glauben durch die rasche Transformation und
Säkularisierung der irischen Gesellschaft zu bestehen. Der schnelllebige
soziale Wandel hat oft genug das traditionelle Festhalten der Menschen an den
katholischen Lehren und Werten beeinträchtigt. Viel zu oft wurden die
sakramentalen und andächtigen Gebräuche vernachlässigt, die den Glauben
erhalten und ihm erlauben, zu wachsen, wie etwa die regelmäßige Beichte, das
tägliche Gebet und jährliche Einkehrtage. Bedeutsam war während dieser Zeit
ebenfalls die Tendenz vieler Priester und Ordensleute, Weisen des Denkens und
der Einschätzung säkularer Realitäten ohne ausreichenden Bezug zum Evangelium
zu übernehmen. Das Programm der Erneuerung, dass das Zweite Vatikanische Konzil
vorgelegt hat, wurde häufig falsch gelesen; im Licht des tiefen sozialen
Wandels war es schwer, die richtigen Weisen der Umsetzung zu finden. Es gab im
Besonderen die wohlmeinende aber fehlgeleitete Tendenz, Strafen für kanonisch
irreguläre Umstände zu vermeiden. In diesem Gesamtkontext müssen wir das
verstörende Problem des sexuellen Missbrauchs von Kindern zu verstehen
versuchen, das nicht wenig zur Schwächung des Glaubens und dem Verlust des
Respekts vor der Kirche und ihre Lehren beigetragen hat.
Nur durch sorgfältige Prüfung der
vielen Faktoren die zum Entstehen der augenblicklichen Krise geführt haben kann
eine klare Diagnose ihrer Gründe unternommen und können wirkungsvolle Abhilfemaßnahmen gefunden werden. Sicherlich können wir zu
den entscheidenden Faktoren hinzuzählen: unangemessene Verfahren zur
Feststellung der Eignung von Kandidaten für das Priesteramt und das
Ordensleben; nicht ausreichende menschliche, moralische, intellektuelle und
geistliche Ausbildung in Seminarien und Noviziaten;
eine Tendenz in der Gesellschaft, den Klerus und andere Autoritäten zu
favorisieren; und eine fehlgeleitete Sorge für den Ruf der Kirche und die
Vermeidung von Skandalen, die zum Versagen in der Anwendung bestehender
kanonischer Strafen und im Schutz der Würde jeder Person geführt hat. Es muss
dringend gehandelt werden um diese Faktoren anzugehen, die so tragische
Konsequenzen in den Leben von Opfern und ihrer Familien hatten und die das
Licht des Evangeliums in einer solchen Weise verdunkelt haben, wie es noch
nicht einmal Jahrhunderten der Verfolgung gelungen ist.
5. Bereits mehrfach seit
meiner Wahl auf den Stuhl Petri habe ich Opfer sexuellen Missbrauchs getroffen
und ich bin bereit, das auch in Zukunft zu tun. Ich habe mit ihnen zusammen
gesessen, habe ihre Geschichten gehört, ihr Leiden wahrgenommen und ich habe
mit ihnen und für sie gebetet. Schon früher in meinem Pontifikat habe ich in
meiner Sorge diese Frage anzusprechen, die Bischöfe Irlands aufgefordert, „die
Wahrheit dessen, was in der Vergangenheit geschehen ist, festzustellen, jede
notwendige Maßnahme zu ergreifen, damit das nie wieder geschehen kann,
sicherzustellen, dass die Vorgaben der Justiz voll eingehalten werden und, am
wichtigsten, den Opfern und allen von diesen ungeheuerlichen Verbrechen
Betroffenen Heilung zu bringen“ (Ansprache an die Bischöfe von Irland während
des Ad Limina Besuchs, 28. Oktober 2006).
Mit diesem Brief möchte ich euch alle,
das Volk Gottes in Irland, ermahnen, die Wunden am Körper Christi zu betrachten.
Betrachtet aber auch die manchmal schmerzhaften Heilmittel, die wir brauchen,
um diese Wunden zu binden und zu heilen, und ebenfalls die Notwendigkeit der
Einheit, der Nächstenliebe und der gegenseitigen Unterstützung in einem
langwierigen Prozess der Wiederherstellung und kirchlicher Erneuerung. Ich
wende mich nun an euch mit Worten, die von Herzen kommen und ich möchte zu euch
einzeln und zu euch allen gemeinsam als Brüder und Schwestern im Herrn
sprechen.
6. An die Opfer des Missbrauchs
und ihre Familien
Ihr habt viel gelitten und ich bedaure
das aufrecht. Ich weiß, dass nichts das Erlittene ungeschehen machen kann. Euer
Vertrauen wurde verraten und eure Würde wurde verletzt. Viele von Euch mussten
erfahren, dass, als Ihr den Mut gefunden habt, über das zu spreche, was euch
zugestoßen ist, Euch niemand zugehört hat. Diejenigen von euch, denen das in
Wohnheimen und Internaten geschehen ist, müssen gefühlt haben, dass es kein
Entkommen gibt aus Eurem Leid. Es ist verständlich, dass es schwer für Euch
ist, der Kirche zu vergeben oder sich mit ihr zu versöhnen. Im Namen der Kirche
drücke ich offen die Schande und die Reue aus, die wir alle fühlen.
Gleichzeitig bitte ich Euch, die Hoffnung nicht aufzugeben. In der Gemeinschaft
der Kirche begegnen wir Christus, der selbst ein Opfer von Ungerechtigkeit und
Sünde war. Wie ihr trägt er immer noch die Wunden seines eigenen ungerechten
Leidens. Er versteht die Tiefe eures Leides und die fortdauernden Auswirkungen
auf Euer Leben und Eure eigenen Beziehungen, eingeschlossen Eure Beziehung zur
Kirche. Ich weiß, dass es einigen von euch schwer fällt durch die Türen der
Kirche zu gehen nach allem, was passiert ist. Aber Christi eigene Wunden,
verwandelt durch sein erlösendes Leiden, sind der Weg, durch den die Macht des
Bösen gebrochen wird und wir zu Leben und Hoffnung wiedergeboren sind. Ich
glaube zutiefst, dass diese heilende Kraft der aufopfernden Liebe Befreiung und
die Verheißung eines Neuanfangs bringt – sogar in den dunkelsten und
hoffnungslosesten Situationen.
Ich spreche zu Euch als Hirte, der sich
um das Wohl aller Kinder Gottes sorgt und bitte Euch, zu bedenken, was ich
gesagt habe. Ich bete, dass durch die Annäherung an Christus und durch die
Teilnahme am Leben seiner Kirche – einer Kirche gereinigt durch Buße und
erneuert in Nächstenliebe – Ihr die unermessliche Liebe Christi für jeden von
Euch wiederentdecken könnt. Ich bin zuversichtlich, dass Ihr auf diese Weise
Versöhnung, tiefe innere Heilung und Frieden finden könnt.
7. An die Priester und Ordensleute,
die Kinder missbraucht haben
Ihr habt das Vertrauen, das von
unschuldigen jungen Menschen und ihren Familien in Euch gesetzt wurde, verraten
und Ihr müsst Euch vor dem allmächtigen Gott und vor den zuständigen Gerichten
dafür verantworten. Ihr habt die Achtung der Menschen Irlands verspielt und
Schande und Unehre auf Eure Mitbrüder gebracht. Die Priester unter Euch haben
die Heiligkeit des Weihesakraments verletzt, in dem Christus sich selbst in uns
und unseren Handlungen gegenwärtig macht. Gemeinsam mit dem immensen Leid, das
Ihr den Opfern angetan habt, wurde die Kirche und die öffentlichen
Wahrnehmung des Priestertums und des Ordensleben beschädigt.
Ich mahne Euch, Euer Gewissen zu
erforschen, Verantwortung für die begangenen Sünden zu übernehmen und demütig
Euer Bedauern auszudrücken. Ehrliche Reue öffnet die Tür zu Gottes Vergebung
und die Gnade ehrlicher Besserung. Durch Gebet und Buße für die, denen Ihr
Unrecht getan habt, sollt ihr persönlich für Euer
Handeln Sühne leisten. Christi erlösendes Opfer hat die Kraft, sogar die größte
Sünde zu vergeben und Gutes sogar aus dem schlimmsten Übel wachsen zu lassen.
Gleichzeitig ruft uns Gottes Gerechtigkeit dazu auf, Rechenschaft über unsere
Taten abzulegen und nichts zu verheimlichen. Erkennt Eure Schuld öffentlich an,
unterwerft Euch der Rechtsprechung, aber verzweifelt nicht an der Gnade Gottes.
8. An die Eltern
Ihr seid zutiefst entsetzt über die
furchtbaren Dinge, die an den Orten stattgefunden haben, die eigentlich die
sichersten und sorgenfreiesten Orte hätte sein sollen. Es ist heute nicht
einfach, ein Zuhause zu bilden und Kinder zu erziehen. Sie verdienen es, sicher
aufzuwachsen, geliebt und geschätzt mit einem starken Gefühl ihrer Identität
und ihres Wertes. Sie haben das Recht, mit authentischen moralischen Werten
erzogen zu werden, zutiefst in der Menschenwürde verankert. Sie haben das
Recht, inspiriert zu werden durch die Wahrheit unseres katholischen Glaubens
und Weisen des Verhaltens und Handelns zu erlernen, die zu einem gesunden Selbstwert
und zu dauerhaftem Glück führen. Diese noble aber auch anspruchsvolle Aufgabe
ist zuallererst Euch anvertraut, den Eltern. Ich bitte Euch dringend, Eure
Rolle bei der Gewährleistung der besten möglichen Fürsorge für die Kinder
sowohl zu Hause als auch in der Gesellschaft zu spielen, während die Kirche
ihre Rolle wahrnimmt und weiter die Maßnahmen der letzten Jahre umsetzt um
junge Menschen in Pfarreien und Schulen zu schützen. Während Ihr Eure
lebenswichtige Verantwortung wahrnehmt möchte ich Euch versichern, dass ich
Euch nahe bin und die Unterstützung meiner Gebete anbiete.
9. An die Kinder und die
Jugend Irlands
Euch möchte ich ganz besonders
ermutigen. Eure Erfahrung der Kirche ist sehr unterschiedlich von der Eurer
Eltern und Großeltern. Die Welt hat sich sehr geändert seit sie in Eurem Alter
waren. Trotzdem sind alle Menschen aller Generationen dazu berufen, denselben
Weg durchs Leben zu gehen, gleich unter welchen Umständen. Wir sind alle
skandalisiert von den Sünden und dem Versagen von einigen Mitgliedern der
Kirche, besonders durch die derer, die eigens dazu ausgesucht waren, jungen
Menschen zu dienen und sie anzuleiten. Aber es ist die Kirche, in der Ihr
Christus findet, der derselbe ist, gestern, heute und morgen (Hebräerbrief
13:8). Er liebt Euch und er hat sich am Kreuz für Euch hingegeben. Sucht eine
persönliche Beziehung zu ihm in der Gemeinschaft der Kirche, denn er wird nie
Euer Vertrauen missbrauchen! Er allein kann Eure tiefsten Sehnsüchte erfüllen
und Eurem Leben den vollen Sinn geben dadurch, dass er es zum Dienst am
Nächsten lenkt. Haltet Eure Augen auf Jesus und seine Güte gerichtet und
schützt die Flamme des Glaubens in Eurem Herzen. Gemeinsam mit den übrigen
Gläubigen in Irland sehe ich in Euch treue Jünger unseres Herrn; bringt den
nötigen Enthusiasmus und Idealismus zum Neuaufbau und der Erneuerung Eurer
geliebten Kirche.
10. An die Priester und
Ordensleute in Irland
Wir alle leiden als Folge der Sünden
unserer Mitbrüder, die das heilige Vertrauen missbraucht haben oder versagt
haben, gerecht und verantwortungsvoll mit den Missbrauchsvorwürfen umzugehen.
In der Wut und der Empörung die das alles nicht nur unter den Gläubigen sondern
auch unter Euch und in den Ordensgemeinschaften hervorgerufen hat, fühlen sich
viele von Euch mutlos oder sogar verlassen. Mir ist ebenfalls bewusst, dass in
den Augen vieler Ihr durch die Nähe zu den Tätern einen Makel tragt und als
irgendwie verantwortlich für die Verbrechen anderer gesehen werdet. In dieser
schmerzlichen Zeit möchte ich Eure Hingabe an das Priestertum und das Apostolat
würdigen und Euch einladen, Euren Glauben in Christus zu festigen, Eure Liebe
zu seiner Kirche und Euer Vertrauen in die Verheißung des Evangeliums auf
Erlösung, Vergebung und innere Erneuerung. Auf diese Weise werdet ihr
aufzeigen, dass da, wo die Sünde mächtig wurde, die Gnade übergroß wurde
(Römerbrief 5:20).
Ich weiß, dass viele von Euch von der
Art und Weise, wie diese Dinge von Euren Oberen behandelt wurden, enttäuscht,
verwirrt und verärgert sind. Trotzdem ist es wesentlich, dass Ihr eng mit den
Autoritäten kooperiert und helft, dass die Maßnahmen zur Bewältigung der Krise
wirklich dem Evangelium gemäß, gerecht und effektiv sind. Vor allem aber bitte
ich Euch, immer mehr Männer und Frauen des Gebets zu werden, die mutig dem Weg
der Bekehrung, Reinigung und Versöhnung gehen. Auf diese Weise wird die Kirche
in Irland neues Leben und neue Dynamik aus Eurem Zeugnis für Gottes erlösende
Kraft, die in Eurem Leben sichtbar wird, schöpfen.
11. An meine Mitbrüder im
Bischofsamt
Es kann nicht geleugnet werden, dass
einige von Euch und von Euren Vorgängern bei der Anwendung der seit langem
bestehenden Vorschriften des Kirchenrechts zu sexuellem Missbrauch von Kindern
versagt haben. Schwere Fehler sind bei der Behandlung von Vorwürfen gemacht
worden. Ich erkenne an, dass es schwer war, die Komplexität und das Ausmaß des
Problems zu erkennen, gesicherte Informationen zu erlangen und die richtigen
Entscheidungen bei widersprüchlichen Expertenmeinungen zu treffen. Trotzdem
muss zugegeben werden, dass schwerwiegende Fehlurteile getroffen wurden und
Fehler in der Leitung vorkamen. Dies alles hat Eure Glaubwürdigkeit und
Effektivität untergraben. Ich erkenne Eure Bemühungen an, vergangene Fehler
wieder gut zu machen und zu garantieren, dass sie nicht wieder passieren.
Abgesehen von der vollständigen Umsetzung der Normen des Kirchenrechts im
Umgang mit Fällen von Kindesmissbrauch: kooperiert weiter mit den staatlichen
Behörden in ihrem Bereich. Für die Ordensoberen gilt dasselbe. Sie haben
ebenfalls an Diskussionen hier in Rom teilgenommen, um einen eindeutigen und
klaren Weg zum Umgang in dieser Angelegenheit zu entwickeln. Es ist zwingend
erforderlich, dass die Normen der Kirche in Irland zum Schutz von Kindern
kontinuierlich überprüft und aktualisiert werden und dass sie vollständig und
unabhängig in Übereinstimmung mit dem Kirchenrecht angewandt werden.
Ausschließlich entschiedene
Handlungsweisen, umgesetzt in voller Aufrichtigkeit und Transparenz, wird den
Respekt und den guten Willen des irischen Volks der Kirche gegenüber, der wir
unser Leben geweiht habt, wiedergewinnen. Das muss zuallererst aus Eurer
Selbsterforschung, aus innerer Reinigung und geistlicher Erneuerung kommen. Die
Menschen Irlands erwarten zu Recht, dass Ihr Menschen Gottes seid, dass Ihr
gottgefällig und einfach lebt und täglich die persönliche Bekehrung erstrebt.
Für sie – in den Worten des heiligen Augustinus – seid Ihr Bischof; aber
gemeinsam mit ihnen seid Ihr berufen, Christus nachzufolgen (Sermon 340, 1).
Ich ermahne Euch deswegen, Euren Sinn für die Rechenschaftspflicht vor Gott zu
erneuern, in der Solidarität mit Eurem Volk zu wachsen und die pastorale Sorge
für alle Mitglieder Eurer Herde zu vertiefen. Besonders fordere ich Euch auf,
achtsam zu sein für die geistlichen und moralischen Bedürfnisse jedes einzelnen
Eurer Priester. Gebt ihnen durch Euer eigenes Leben ein Beispiel, seit ihnen
nahe, hört auf ihre Anliegen, bietet Ermutigung in dieser schwierigen Zeit und
nährt die Flamme ihrer Liebe zu Christus und ihr Engagement für den Dienst an
ihren Brüdern und Schwestern.
Die Gläubigen sollen ebenfalls ermutigt
werden, ihre eigene Rolle im Leben der Kirche zu spielen. Sorgt dafür, dass sie
so ausgebildet sind, dass sie eine verständliche und überzeugende Darstellung
des Evangeliums in mitten der modernen Gesellschaft geben können (1.
Petrusbrief 3:15) und vollständiger mit dem Leben und dem Auftrag der Kirche
kooperieren. Dies wird umgekehrt Euch helfen, wieder glaubwürdige Obere und
Zeugen der erlösenden Wahrheit Christi zu werden.
12. An alle Gläubigen
Irlands
Die Erfahrung der Kirche eines jungen
Menschen sollte immer aus einer persönlichen und Leben spendenden Begegnung mit
Jesus Christus in einer liebenden, nährenden Gemeinschaft Frucht bringen. In
dieser Umgebung sollten junge Menschen ermutigt werden, ihre menschliche und
geistliche Gestalt voll zu entwickeln, das hohe Ideal der Heiligkeit, der
Nächstenliebe und der Wahrheit anzustreben, und von den Reichtümern der
kulturellen und religiösen Tradition inspiriert zu sein. In unserer zunehmend
säkularisierten Gesellschaft, in der selbst wir Christen es oft schwer finden,
über die transzendente Dimension unserer Existenz zu sprechen, müssen wir neue
Wege finden, jungen Menschen die Schönheit und den Reichtum der Freundschaft
mit Christus in der Gemeinschaft der Kirche nahe zu bringen. Für die
Bewältigung der gegenwärtigen Krise sind Maßnahmen, die gerecht mit
individuellem Unrecht umgehen, unerlässlich, aber allein für sich sind sie
nicht ausreichend: wir brauchen eine neue Vision, um zukünftige Generationen zu
inspirieren, das Geschenk unseres gemeinsamen Glaubens zu schätzen. Indem Ihr
den Weg des Evangeliums geht, durch das Halten der Gebote und dadurch, dass Ihr
Euer Leben immer mehr in Übereinstimmung mit dem Leben Jesu Christi bringen,
werdet Ihr sicher die tiefe Erneuerung erfahren, die wir in dieser Zeit so
dringend brauchen. Ich lade Euch ein, auf diesem Weg beständig zu sein.
13. Liebe Brüder und Schwestern in
Christus, ich wollte Euch diese Worte der Ermutigung und Unterstützung aus
meiner Fürsorge für Euch alle in dieser schmerzvollen Zeit, in der die
Zerbrechlichkeit des menschlichen Wesens so deutlich offenbar geworden ist,
schreiben. Ich hoffe, dass Ihr sie als Zeichen meiner geistlichen Nähe und
meiner Zuversicht in Eure Fähigkeit empfangt, den Herausforderungen der Stunde
dadurch zu begegnen, dass Ihr erneuerte Inspiration und Stärke aus Irlands
nobler Tradition der Treue zum Evangelium empfangt, Ausdauer im Glauben und
Beharrlichkeit im Erstreben von Heiligkeit. In Solidarität mit Euch allen bete
ich, dass mit Gottes Gnade die Wunden, die so viele Einzelne und Familien
verletzt haben, heilen und dass die Kirche in Irland eine Zeit der Wiedergeburt
und der geistlichen Erneuerung erfahre.
14. Ich möchte Euch nun auch
einige konkrete Initiativen zum Umgang mit der Situation vorschlagen.
Am Ende meines Treffens mit den
irischen Bischöfen habe ich darum gebeten, dass diese Fastenzeit reserviert
wird für das Gebet um das Ausgießen der Barmherzigkeit Gottes und der
Geistesgaben der Heiligkeit und Stärke über der Kirche in Eurem Land. Ich lade
Euch alle ein, die Freitagsbuße für die Dauer eines Jahres bis Ostern 2011
dieser Intention zu widmen. Ich bitte Euch, Euer Fasten, Euer Gebet, Eure Schriftlesung
und Eure Werke der Nächstenliebe dem zu widmen, damit Ihr so die Gnade der
Heilung und der Erneuerung für die Kirche in Irland erlangt. Ich ermutige Euch,
aufs Neue das Sakrament der Versöhnung für Euch zu entdecken und häufiger die
verwandelnde Kraft seiner Gnade zu nutzen.
Besondere Aufmerksamkeit sollte
ebenfalls der eucharistischen Anbetung zuteil werden;
in jedem Bistum soll es Kirchen oder Kapellen geben, die speziell diesem Zweck
gewidmet sind. Ich fordere Pfarreien, Seminarien,
Ordenshäuser und Klöster dazu auf, Zeiten eucharistischer Anbetung zu
organisieren, so dass sich alle beteiligen können. Durch intensives Gebet vor
dem anwesenden Herrn könnt Ihr Wiedergutmachung leisten für die Sünde des
Missbrauchs, die so viel Schaden angerichtet hat. Gleichzeitig könnt Ihr so die
Gnade neuer Stärke erflehen und einen tieferen Sinn des Auftrags aller
Bischöfe, Priester, Ordensleute und Gläubigen.
Ich bin zuversichtlich, dass dieses
Unterfangen zu einer Neugeburt der Kirche in Irland führen in der Fülle von
Gottes Wahrheit führen wird, denn es ist die Wahrheit, die uns frei macht
(Johannesevangelium 8:32).
Darüber hinaus, nachdem ich darüber
beraten und gebetet habe, habe ich vor, eine Apostolische Visitation einiger
Bistümer Irlands abzuhalten, ebenso von Seminarien
und Ordensgemeinschaften. Absprachen für diese Visitation, die der Ortskirche
auf ihrem Weg der Erneuerung helfen soll, werden in Absprache mit den
zuständigen Büros der römischen Kurie und der irischen Bischofskonferenz
getroffen. Die Einzelheiten werden zu gegebener Zeit bekannt gegeben.
Ich schlage ebenfalls eine gemeinsame
Mission in ganz Irland für alle Bischöfe, Priester und Ordensleute vor. Es ist
meine Hoffnung, dass durch das Nutzen der Expertise erfahrener Prediger und Exerzitienbegleiter von Irland und andernorts und durch das
erneute Studium der Dokumente des Konzils, der liturgischen Riten von Weihe und
Profess und der neueren päpstlichen Lehren, Ihr zu einem tieferen Verständnis
für Eure jeweilige Berufung kommt, um so die Wurzeln Eures Glaubens in Jesus
Christus wieder zu entdecken und aus dem Quell des lebendigen Wassers zu
trinken, den er Euch durch seine Kirche bietet.
In diesem Jahr des Priesters empfehle
ich Euch ganz besonders den heiligen Jean-Marie Vianney,
der ein reiches Verständnis des Mysteriums des Priestertums hatte. Er schrieb:
„der Priester hält den Schlüssel zu den Schätzen des Himmels: er ist es, der
die Tür öffnet: er ist der Statthalter des guten Herrn; der Verwalter seiner
Güter.“ Der Pfarrer von Ars verstand sehr gut, wie gesegnet eine Gemeinschaft
ist, wenn ihr von einem guten und heiligen Priester gedient wird: „ein guter
Hirte, ein Hüter nach Gottes Herzen, ist der größte Schatz, den Gott einer
Gemeinde schenken kann und eines der wertvollsten Geschenke göttlicher Gnade.“
Durch die Fürsprache des heiligen Jean-Marie Vianney
möge das Priestertum in Irland neu belebt werden und möge die ganze Kirche in
Irland wachsen in Wertschätzung für das große Geschenk des priesterlichen
Dienstes.
An dieser Stelle möchte ich denen im voraus danken, die an der Aufgabe der Organisation der
Apostolischen Visitation und der Mission beteiligt sind, und genauso den vielen
Männern und Frauen in ganz Irland, die schon heute für den Schutz von Kindern
im kirchlichen Umfeld arbeiten. Seit der Zeit, als wir begonnen haben, die
Schwere und das Ausmaß des Problems zu verstehen, hat die Kirche eine ungemein
große Anstrengung in vielen Teilen der Welt geleistet, um sich dem zu stellen
und um Abhilfe zu schaffen. Auch wenn keine Anstrengung aufgespart werden
sollte, die Verfahren zu verbessern und zu aktualisieren, bin ich doch ermutigt
durch die Tatsache, dass die augenblicklichen Verfahren zur Absicherung, die
die Kirche eingeführt hat, in einigen Teilen der Welt als vorbildlich für
andere Institutionen angesehen werden.
Ich möchte diesen Brief mit einem
besonderen Gebet für die Kirche in Irland beenden, das ich Euch mit der
besonderen Sorge des Vaters für seine Kinder und der Zuneigung eines
Mitchristen sende, der skandalisiert und verletzt ist durch das, was in unserer
geliebten Kirche geschehen ist. Wenn Ihr es in Euren Familien, Pfarreien und
Gemeinschaften betet, möge die selige Jungfrau Maria jeden von Euch schützen
und leiten zu einer engeren Verbindung mit ihrem Sohn, dem Gekreuzigten und
Auferstandenen. Mit großer Zuneigung und unentwegter Zuversicht in Gottes
Zusage sende ich Euch herzlich meinen apostolischen Segen als eine Zusage von
Stärke und Frieden im Herrn.
Aus dem Vatikan, 19. März 2010, am Hochfest des heiligen Josef
BENEDICTUS PP. XVI (Dies ist eine
nicht-offizielle Übersetzung)
„Hirtenbrief zeigt die Anteilnahme des Papstes“
Der Pressesprecher des Heiligen Stuhls,
Pater Federico Lombardi, führt in den Hirtenbriefes des Papstes ein: „Der Brief des Papstes an die Katholiken
Irlands über die Krise, in die die Kirche des Landes über den sexuellen
Missbrauch gestürzt ist, ist ein eindrucksvolles Dokument. Es zeigt seinen
Schmerz und seine persönliche Anteilnahme am Bemühen um Wiedergutmachung,
Heilung und Erneuerung.
Seine Worte wenden sich zunächst an die
Opfer und zeigen eine tiefe Anteilnahme an ihrem Leiden. Er versteht ihre
Enttäuschung, weil das Vertrauen, das sie in die Vertreter der Kirche gesetzt
hatten, verraten wurde. Der Papst, der bereits in der Vergangenheit
Missbrauchsopfer getroffen hat, in den USA, in Australien und auch hier in Rom,
ist bereit, das in der Zukunft wieder zu tun.“
Zollitsch:
„Klare Weisungen für die gesamte Kirche“ - Ohne Wenn und Aber verurteilt der
Papst die schrecklichen Verbrechen, die an jungen Menschen begangen wurden. Das
schreibt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, an diesem Samstag zur Veröffentlichung des
Hirtenbriefs an die katholische Kirche in Irland. Der Text habe Geltung für die
ganze Kirche und sei eindeutig eine Botschaft auch an die Gläubigen in
Deutschland, so Zollitsch.
Ackermann: „Einfühlsam, klar und
spirituell“ - Benedikts Hirtenbrief an die irische Kirche ist in seinem Stil
„einfühlsam, klar und spirituell“. So beschreibt ihn der Beauftragte der
Deutschen Bischofskonferenz für Fragen des sexuellen Missbrauchs, Bischof
Stephan Ackermann. Weiter fügt der Trierer Bischof an:
„Die Missbrauchsfälle in der Kirche in
Deutschland werden nicht eigens genannt, was aber nicht verwunderlich ist bei
einem Brief, der ausdrücklich an die irischen Katholiken gerichtet ist und die
kirchliche Situation dort, gerade auch mit ihrer spezifischen Geschichte in den
Blick nimmt.“
Dennoch gelten die grundsätzlichen
Aussagen des Briefes auch für die Kirche in Deutschland, so Ackermann weiter.
„Dazu gehören die eindeutige
Verurteilung sexuellen Missbrauchs als Verbrechen. Hier war die Lehre der
Kirche immer eindeutig. Es geht auch um die Aufforderung, Vergehen und Fehler
offen einzugestehen und der primäre Blick auf die Opfer in Aufarbeitung und
Prävention.“
Die gesamte Missbrauchsthematik sei
auch in den Horizont des Glaubens eingebettet.
„Der Brief des Papstes macht aber
zweifelsfrei klar, dass die Perspektive des Glaubens die juristische,
menschliche, individual- und sozialpsychologische Aufarbeitung sexuellen
Missbrauchs in keiner Weise ersetzen oder verbrämen soll. Vielmehr geht es um
eine Perspektive, die die genannten Instrumente und Methoden übersteigt und
auch da noch auf Versöhnung, auf Heilung und Neuanfang hofft, wo unsere
menschlichen Mittel an ihr Ende kommen. Um diese gläubigen Perspektiven kann
der Papst freilich letztlich nur werben.“
Schönborn: Papstbrief ist klare Maßgabe
auch für Österreich - Der Hirtenbrief des Papstes zum Thema Missbrauch richtet
sich an alle Katholiken weltweit und insbesondere auch an die katholische
Kirche in Österreich. Das hat Kardinal Christoph Schönborn in einer ersten
Reaktion zu dem am Samstag veröffentlichten Papstschreiben betont.
„Man spürt in diesem Brief, dass der
Papst die Enttäuschung und auch den Zorn sehr wohl wahrgenommen hat - und es
ist ihm klar, dass der nicht nur auf Irland beschränkt ist. Dieser Brief ist
auch an uns in Österreich geschrieben.“
Der Hirtenbrief habe die „erhoffte und
wünschenswerte Klarheit“, verweist Schönborn auf die Worte Benedikts XVI. an
die Opfer und besonders auch an die Täter, in denen der Papst klarstellt, dass
sich letztere auch vor Gerichten verantworten müssen.
„Die Klarheit mit der der Papst von der
Verantwortung spricht, tut uns allen gut. Sie ist unbedingt notwendig und eine
klare Maßgabe, an die wir uns unbedingt halten müssen.“
Der Kardinal erklärte, dass die
einzelnen Punkte, die Benedikt XVI. anspricht, „eins zu eins“ auf die österreichische
Situation passten.
„Der Brief wendet sich an ein Land, in
dem die katholische Kirche eine große Geschichte hat, in der schwerer
Missbrauch geschehen ist und wo viel Vertrauen in die Kirche zerstört worden
ist. Der Papst spricht dies in einer Direktheit und Offenheit an, die nichts
diplomatisch verschleiert. Ich denke, das ist für uns eine klare Maßgabe.“
Österreich: „Danke!“ - Der Hauptverband
katholischer Elternverbände Österreichs dankt Papst Benedikt für die Klarheit
seiner Worte. Wie die stellvertretende Vorsitzende Cornelia Franckenstein Radio
Vatikan mitteilte, habe sie sich angesprochen gefühlt und ernst genommen. Sie
sehe sich durch den Pastoralbrief ermutigt, den begangenen Weg des offenen
Gesprächs fortzuführen.
Irland: Geheimhaltungsabkommen
zugestimmt - Ein irischer Bischof hat die Beteiligung der Kirche an einem
Stillschweigeabkommen mit einem Opfer sexuellen Missbrauchs eingeräumt. Die
Vereinbarung sei jedoch nicht von seinem Bistum vorgeschlagen worden, erläutert
Seamus Hegarty von Derry in einer am Donnerstagabend
veröffentlichten Erklärung. Die Diözese habe dem Vorschlag lediglich
zugestimmt, um eine Einigung zu erleichtern. Die Erklärung lässt offen, ob die
Initiative von dem Opfer oder von dem beschuldigten
Priester kam.
Deutschland: Mehr als 250
Verdachtsfälle - Bei der katholischen Kirche in Deutschland melden sich immer
mehr Opfer sexuellen Missbrauchs. Seit Enthüllung der Übergriffe von
Geistlichen auf Schüler am Canisius-Kolleg in Berlin
Ende Januar sind deutschlandweit mehr als 250 Verdachtsfälle bekanntgeworden.
Dies ergab eine Umfrage der Deutschen Presse-Agentur dpa bei den 27 Bistümern
Deutschlands. Meist geht es um strafrechtlich verjährte Taten aus den 1950er
bis 1980er Jahren.
Was ist ein Hirtenbrief? - Bei einem
Hirtenbrief handelt es sich um Rundschreiben von Bischöfen an die Gläubigen.
Die Verfassung eines Hirtenbriefes ist also kein Vorrecht des Papstes. Mit dem
neuen Hirtenbrief nimmt Papst Benedikt XVI. zu den Missbrauchsfällen in Irland
Stellung. Das Schreiben geht somit in erster Linie an die irischen Bischöfe,
die es in ihren Gemeinden verlesen. Hirtenbriefe befassen sich in der Regel mit
Glaubensfragen, aber auch mit gesellschaftlichen Fragen der Zeit. Regelmäßig
werden sie zur Fastenzeit veröffentlicht.
Vatikan: Neue Onlinedienste starten -
Zeitgleich mit der Veröffentlichung des Papstbriefes an die irischen Katholiken
zum Thema Missbrauch stellt der Vatikan an diesem Samstag zwei neue
Internetdienste online. Die neue Internetseite www.resources.va wird
vatikanische und weltkirchliche Themen mit Informationsmaterial und einem
multimedialen Angebot begleiten. Zudem twittern sechs
mehrsprachige Kanäle künftig Veranstaltungen, Ereignisse und Meinungen aus dem
kirchlichen Raum. Die neuen Dienste sind Gemeinschaftsproduktionen von Radio
Vatikan und anderen vatikanischen Medieneinrichtungen. An diesem Samstag sind
Texte, Videos und Audios zum Papstbrief an die irische Kirche über die Homepage
von Radio Vatikan, www.radiovaticana.org, die oben genannten neu eingerichteten
Tools und die Präsenz des Vatikans namens TheVatican
auf youtube abrufbar.
Den Hirtenbrief von Papst Benedikt XVI.
an die Katholiken in Irland lesen Sie auf www.resources.va unter Tedesco in deutscher Sprache.
„Wir sind Kirche“: „Irische Situation
ist dramatischer“ - Für die Reformbewegung „Wir sind Kirche“ kann der
Hirtenbrief von Papst Benedikt XVI. zum sexuellen Missbrauch katholischer
Priester in Irland nur ein Anfang sein. Eine sorgfältige Prüfung der
innerkirchlichen Strukturfragen stehe noch aus, sagte Christian Weisner, Sprecher der Initiative, am Samstag der Deutschen
Presse-Agentur dpa. Dabei gehe es vor allem um die Zölibats-Frage und die
kirchliche Sexuallehre. Dass der Papst sich nur zu den Missbrauchsfällen in
Irland und nicht zu denen in Deutschland äußerte, sei „akzeptabel“, sagte Weisner. „Die irische Situation ist viel dramatischer als
die deutsche.“ (rv und Agenturen 20)
Papstbrief zum sexuellen Missbrauch in Irland. Deutsche Bischöfe fühlen sich angesprochen
Bonn. Über die Missbrauchsfälle in
seiner Heimat hat sich Papst Benedikt XVI. in seinem Hirtenbrief nicht
geäußert. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, versteht das Papier dennoch als klare Weisung
auch für Deutschland.
Was der Papst den Katholiken in Irland
sage, "hat Geltung für die ganze Kirche und ist eindeutig eine Botschaft
auch an uns in Deutschland", sagte Zollitsch
laut einer in Bonn veröffentlichten Mitteilung.
Der Papst verurteile die schrecklichen
Verbrechen, die an jungen Menschen begangen wurden. Vorrang habe dabei die
Perspektive der Opfer. "Deshalb kritisiert er den zum Teil übermäßigen
Täterschutz, den die Kirche häufig praktiziert habe." Zollitsch
bezeichnete den Brief als schonungslose Analyse. Das zeige, dass sich der
Heilige Vater dem Problem sexuellen Missbrauchs mit Ernst und mit großer Sorge
stelle.
Zollitsch
steht selbst in der Kritik. Gegen ihn werden Vertuschungsvorwürfe erhoben.
Während seiner Tätigkeit als Personalreferent in der Erzdiözese Freiburg soll
er nach Recherchen der TV-Sendung "Report Mainz" und der Badischen
Zeitung 1991 einen des Missbrauchs bezichtigten Pfarrer lediglich in den
vorzeitigen Ruhestand versetzt haben. Die Staatsanwaltschaft sei damals nicht
eingeschaltet worden.
Ein Sprecher des Bistums Freiburg
erklärte, der gegen den Freiburger Erzbischof erhobene Vorwurf der Vertuschung
sei "unhaltbar". Der Ortspfarrer sei 1991 in den Ruhestand versetzt
worden, obwohl es lediglich Gerüchte über "unsittlichen Kontakt zu
Kindern" gegeben habe und dieser Verdacht zunächst nicht konkretisiert
werden konnte.
Der Sonderbeauftragte der deutschen
katholischen Kirche zur Aufklärung der sexuellen Missbrauchsfälle, Bischof
Stephan Ackermann, begrüßte das Papst-Schreiben. "Ich empfinde diesen Brief
als Verstärkung für unseren Weg", sagte der Bischof in Trier. "Die
Entschiedenheit, mit der der Papst die Vorgänge und die Untaten beim Namen
nennt und auch Aufklärung erwartet - das ist doch sehr deutlich und das werden
wir uns auch entsprechend zu Herzen nehmen." Es seien "genug
Hinweise" auch für die deutsche katholische Kirche enthalten. Er glaube
nicht, dass sich der Papst noch einmal gesondert an die deutschen Katholiken
wenden werde.
"Wir wissen, dass der Papst den
Weg, den wir eingeschlagen haben, voll unterstützt, dass er auch genauso
erschreckt und erschüttert ist über die Vorkommnisse hier in Deutschland",
sagte Ackermann. "Sehr bemerkenswert" sei, dass der Papst fünfmal
darauf hingewiesen habe, dass die Kirche mit den staatlichen Behörden kooperieren
müsse und die Vorgaben der Justiz voll einzuhalten habe.
Zollitsch
bewegten besonders die deutlichen Worte an die Priester und Ordensleute, die
sich versündigt hätten. "Sie haben das Vertrauen junger Menschen aufs
Schlimmste verletzt und müssen sich vor Gott und den Gerichten
verantworten". Auch die Kritik des Papstes an den kirchlichen Autoritäten
lasse keine Fragen offen.
"Wir wissen, dass auch bei uns in
Deutschland Fehler gemacht wurden. (...) Wir dürfen Fehler nicht wiederholen
und brauchen auch in Deutschland eine lückenlose Aufklärung und
uneingeschränkte Transparenz. Daran arbeiten wir in allen Bistümern." Der
Skandal sexuellen Missbrauchs sei kein bloß irisches Problem, "er ist ein
Skandal der Kirche an vielen Orten und er ist der Skandal der Kirche in
Deutschland".
Die "Initiative Kirche von
unten" (IKvu) warf dem Papst vor, in seinem
Hirtenbrief an die irischen Katholiken bei "verbaler Betroffenheit
stehen" zu bleiben. "Statt effektiver Krisenbewältigung bietet der
Vatikan das Schauspiel einer sich autistisch abkapselnden Institution: Gefehlt
haben in dieser Selbstwahrnehmung nur wenige, vom Zeitgeist verführte
Einzeltäter", teilte die IKvu in Bonn mit.
Der Papst verweigere den Blick auf die
strukturellen Ursachen und ruhe sich auf der Einzeltäterthese aus. Das sei ein
Skandal, hieß es weiter. Die Organisation forderte die Einsetzung einer
unabhängigen Untersuchungskommission nach irischem Vorbild.
Die Initiative ist nach eigenen Angaben
ein ökumenisches Netzwerk von 38 Basisgemeinden, kirchen-
und gesellschaftskritischen Gruppen. Sie sieht sich in der Tradition des
politischen Linkskatholizismus und -protestantimus
und der Befreiungstheologie.
Reaktionen aus Irland
Auch Irlands Kirchenoberhäupter sehen
im Hirtenbrief des Papstes zum Missbrauchsskandal einen Neuanfang - vielen
Opfern allerdings geht er nicht weit genug. Statt nur die Vergangenheit zu
verurteilen, hätte Papst Benedikt XVI. mehr auf Konsequenzen und die Zukunft
eingehen müssen, war von irischen Opferverbänden zu hören.
Vor allem aber hätte er die Art und
Weise verurteilen sollen, wie die Kirche den Missbrauch systematisch und über
Jahre verdeckt gehalten habe, sagte die Leiterin der Opfergruppe "One in Four", Maeve Lewis.
"Papst Benedikt hat eine
glorreiche Möglichkeit verstreichen lassen, den Kernpunkt des kirchlichen
Missbrauchsskandals anzusprechen: Die absichtliche Politik der katholischen
Kirche bis in die höchsten Ebenen, Missbrauchs-Täter zu beschützen und damit
Kinder zu gefährden", sagte Lewis.
Opfer Andrew Madden
erklärte, er habe keine Bestätigung gebraucht, dass Missbrauch eine Straftat
und Sünde ist. "Die Entschuldigung von heute gilt nicht für die
Verschleierung", sagte er. Das aber sei ebenfalls eine Sünde gewesen, da
deshalb viele Kinder weiterem Missbrauch ausgesetzt worden seien.
Der Papst hätte konkreter sagen sollen,
wie es nun weitergeht, forderte die ehemalige Lehrerin Michelle Marken laut dem
Sender BBC. Statt den Besuch von hohen Vatikan-Vertretern anzukündigen, müsse
er selber nach Irland kommen und die Aufdeckung der Straftaten vorantreiben.
Missbrauch von Kindern in der
katholischen Kirche ist in Irland seit langem ein großes Thema. In den
vergangenen Jahren waren immer wieder erschreckende Details ans Tageslicht
gekommen, wie Pfarrer und andere Kirchenleute ihre Schützlinge missbraucht und
die Kirche die Taten systematisch verdeckt hatte. Vor wenigen Wochen waren die
irischen Bischöfe nach Rom gereist, um mit dem Papst das Thema aufzuarbeiten.
Den Hirtenbrief hatte der Papst im
vergangenen Dezember angekündigt, nachdem der Skandal in Irland weltweit
Aufsehen erregt hatte. Auch in den vergangenen Tagen hatten sich immer wieder
Opfer gemeldet und zum ersten Mal über ihr Leid gesprochen. (dpa 20)
Sexueller Missbrauch. Zollitsch räumt Verschleierung ein
Der Papst ist in seinem Hirtenbrief zum
Missbrauch nur auf Irland eingegangen. Die Diskussion in Deutschland geht
dennoch weiter. Erzbischof Zollitsch gibt im FOCUS
zu: Jahrelang wurde Missbrauch vertuscht.
In seinem ersten Interview nach dem
Krisengespräch mit Papst Benedikt sagte der Vorsitzende der deutschen
Bischofskonferenz, der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch,
dem FOCUS auf die Frage nach der Verschleierung von sexuellem Missbrauch: „Ja,
das hat es bei uns gegeben. Seit Jahren jedoch steuern wir den
entgegengesetzten Kurs.“ Sexueller Missbrauch von Minderjährigen sei „über
Jahrzehnte in der gesamten Gesellschaft vertuscht worden. Man lässt das Problem
nicht in seiner gesamten gesellschaftlichen Bedeutung an sich heran.“ Auch wenn
immer deutlicher werde, dass „die meisten Fälle außerhalb des kirchlichen
Raumes“ geschähen, seien sie in der Kirche besonders schlimm. „Dass Übergriffe
in solcher Zahl auch in unseren Einrichtungen stattgefunden haben, beschämt
mich und bewirkt in mir ein großes Erschrecken. Jeder einzelne Fall verdunkelt
das Gesicht der ganzen Kirche.“
Gefragt von Papst - Im Gegensatz zu den bayerischen Bischöfen
sieht der Vorsitzende der Bischofskonferenz eine Anzeigepflicht bei
Verdachtsfällen kritisch. Er höre immer wieder von Fällen, bei denen Opfer über
ihr Leid sprechen wollten, aber eine Anzeige ausdrücklich nicht wünschten,
sagte Zollitsch. „Das stürzt uns moralisch in
Probleme, da wir ja dennoch daran interessiert sind, dass Täter überführt
werden und der staatliche Prozess zu einem Urteil kommt.“ Seines Erachtens
verlange der Weg zur Staatsanwaltschaft zudem Anhaltspunkte für eine
mutmaßliche Tat. „Immerhin kann man Menschen durch falsche Beschuldigungen
geistig umbringen. Darüber wird vielleicht in der momentanen erhitzten
Situation zu wenig nachgedacht.“
Zollitsch
verteidigt Ratzinger - Zollitsch trat dem Vorwurf
entgegen, der Zölibat sei mit Ursache für sexuelle Übergriffe. Es gebe
„jedenfalls keine direkte Verbindung“. Wohl in kaum einem anderen Beruf als dem
des Priesters werde während der Ausbildung so viel in Bezug auf die emotionale
Reife zur Klärung beigetragen. „Wenn in der Ehevorbereitung nur ein Zehntel
dieser Sorgfalt auf die Persönlichkeitsbildung verwendet würde, wäre es um den
Bund von Mann und Frau vielleicht um vieles besser bestellt.“
Zu den Angriffen auf den Papst, in
dessen Münchner Zeit ein Missbrauchsfall verschleiert wurde, sagte Zollitsch, dies sei weder auf Weisung noch mit Kenntnis des
damaligen Erzbischofs geschehen. Joseph Ratzinger habe „in seiner Zeit an der
Spitze der Glaubenskongregation entscheidende Impulse für eine drastische
Verfolgung solcher Straftaten gegeben und als Papst sich in den USA und jüngst
durch seinen Brief an die irischen Gläubigen unzweideutig positioniert“.
Nb Focus on line 21
Reaktionen auf den Hirtenbrief. „Eine Mahnung an uns“
Die katholischen deutschen Bischöfe
sehen in dem Papstbrief zum jahrzehntelangen Missbrauch in kirchlichen
Einrichtungen Irlands eine klare Botschaft auch an Deutschland. In seiner
„schonungslosen Analyse“ beklage Benedikt XVI., dass häufig auf die
„ausreichende menschliche, moralische, intellektuelle und geistliche Ausbildung
in Seminarien“ viel zu wenig Wert gelegt worden sei,
erklärte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, am Samstag. Vorrang habe für den Papst die
Perspektive der Opfer. Deshalb kritisiere er den zum Teil übermäßigen
Täterschutz, den die Kirche häufig praktiziert habe. Wieder und wieder dringe
er darauf, dass die Vorgaben der Justiz und des staatlichen Rechts einzuhalten
seien. Vor allem aber müsse es, soweit möglich, Heilung für die Opfer geben.
Zollitsch
zeigte sich „besonders bewegt“ von den deutlichen Worten des Papstes an die
Priester und Ordensleute, die sich versündigt hätten. Auch die Kritik des
Papstes an den kirchlichen Autoritäten lasse keine Fragen offen. „Wenn die
bittere Wahrheit offen ausgesprochen wird, wirkt dies schmerzlich, aber auch
befreiend. Ich bin für diese Worte dankbar. Wir wissen, dass auch bei uns in
Deutschland Fehler gemacht wurden“, betonte Zollitsch
und fügte hinzu: „Wir deutschen Bischöfe haben solche Fehler bei unserer
Frühjahrsvollversammlung in Freiburg deutlich erkannt und eingestanden. Wir
dürfen Fehler nicht wiederholen und brauchen auch in Deutschland eine
lückenlose Aufklärung und uneingeschränkte Transparenz. Daran arbeiten wir in
allen Bistümern.“
„Skandal der Kirche in Deutschland“ - Deshalb
verstehe er die Mahnung des Papstes an die Bischöfe in Irland zugleich auch als
„Mahnung an uns. Der Skandal sexuellen Missbrauchs ist kein bloß irisches
Problem, er ist ein Skandal der Kirche an vielen Orten und er ist der Skandal
der Kirche in Deutschland“, erklärte der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz. Der Brief des Papstes sei daneben auch ein geistliches
Dokument, das geistige und moralische Entwicklungen begreifen und aus dem
Glauben deuten wolle. Der Papst sei geprägt von der Hoffnung, dass Gottes Liebe
im Leben von Opfern und Tätern neue Anfänge möglich mache.
Mit herzlichen Worten wende sich der
Papst an die junge Generation Irlands und bitte sie eindringlich, trotz aller
tragischen Erfahrungen nicht an der Kirche zu verzweifeln, sondern an ihrer
Erneuerung mitzuwirken, sagte Zollitsch weiter. Dazu
trage auch eine große Geste des Papstes bei: „Er fügt seinem Brief ein Gebet
der Hoffnung auf einen neuen Anfang bei, das er der Kirche in Irland widmet.
Ich bitte die Gläubigen in Deutschland, sich dieses Gebet als Gebet auch für
unser Land anzueignen“, erklärte Zollitsch. „Wir
gehen den Weg der Aufklärung und Aufarbeitung, den Weg des aufmerksamen
Hinschauens und der Prävention. Es ist ein langer Weg, der Zeit braucht und
Mühe kostet, den wir in Manchem noch lernen müssen, aber wir werden keine Zeit
verstreichen lassen. Der Heilige Vater ruft auch uns zu, dass wir diesen Weg
der Heilung, Erneuerung und Wiedergutmachung ohne Angst und gläubigen Mutes
gehen sollen“, meinte der Erzbischof.
Ackermann lobt „Entschiedenheit“ des
Papstes
Auch der Sonderbeauftragte der katholische Kirche zur Aufklärung der sexuellen
Missbrauchsfälle, Bischof Stephan Ackermann, begrüßte den Hirtenbrief. „Ich
empfinde diesen Brief als Verstärkung für unseren Weg“, sagte der Bischof am
Samstag in Trier. „Die Entschiedenheit, mit der der Papst die Vorgänge und die
Untaten beim Namen nennt und auch Aufklärung erwartet - das ist doch sehr
deutlich und das werden wir uns auch entsprechend zu Herzen nehmen.“ Er sei
nicht enttäuscht darüber, dass der Brief sich nicht eigens an Deutschland
wende. Es seien „genug Hinweise“ auch für die deutsche katholische Kirche
enthalten.
Der Vorsitzende des Zentralkomitees
deutscher Katholiken (ZdK), Alois Glück, hat den
Hirtenbrief des Papstes als „hilfreiche Orientierung“ für die gesamte
Weltkirche gewürdigt. Der Brief sein ein
„eindrucksvolles Dokument, das auch der katholischen Kirche in Deutschland
helfen kann, die richtigen Konsequenzen zu ziehen“, sagte er. „Mit einer
geradezu schonungslos offenen Sprache“ befasse sich der Papst in seiner
Botschaft mit der Situation in Irland, „mit Schuld und Versagen“ und den
notwendigen Konsequenzen. Glück sagte: „Mit diesem Brief setzt sich Papst Benedikt
erneut beispielhaft und klar für die kompromisslose Aufklärung von sexuellem
Missbrauch und ebenso unmissverständlich für die Opfer ein.“
Für die Reformbewegung „Wir sind
Kirche“ kann der Hirtenbrief von Papst Benedikt XVI. zum sexuellen Missbrauch
katholischer Priester in Irland nur ein Anfang sein. Eine sorgfältige Prüfung
der innerkirchlichen Strukturfragen stehe noch aus, sagte Christian Weisner, Sprecher der Initiative, am Samstag der Deutschen
Presse-Agentur dpa. Dabei gehe es vor allem um die Zölibats-Frage und die
kirchliche Sexuallehre. Dass der Papst sich nur zu den Missbrauchsfällen in
Irland und nicht zu denen in Deutschland äußerte, sei „akzeptabel“, sagte Weisner. „Die irische Situation ist viel dramatischer als
die deutsche.“
Als „problematisch“ wertete Weisner das in dem Brief beschriebene Priester-Bild. „Der
Priester hält den Schlüssel zu den Schätzen des Himmels: er ist es, der die Tür
öffnet: er ist der Statthalter des guten Herrn; der Verwalter seiner Güter“,
zitiert Benedikt XVI. in dem Brief einen heiliggesprochenen katholischen
Priester aus dem 19. Jahrhundert. „Mit so einem Priester-Bild kommen wir nicht
weiter“, sagte Weisner.
Iren enttäuscht - Irische
Opfervertreter zeigten sich hingegen tief enttäuscht über den Hirtenbrief. Er
sei weit davon entfernt, die Sorgen der Opfer sexueller Gewalt anzusprechen,
erklärte das Bündnis One in Four.
Das Schreiben konzentriere sich zu stark auf die Rolle rangniederer irischer
Priester ohne die Verantwortung des Vatikans aufzuzeigen. Zudem gehe der Papst
nicht auf die Forderung der Opfer ein, das das
Oberhaupt der katholischen Kirche in Irland, Kardinal Sean Brady, zurücktreten
sollte.
Kirchenleute hingegen begrüßten die
Worte des Papstes - auch, wenn diese sich teilweise gegen ihr eigenes Verhalten
richteten. Der Brief sei ein zentraler Schritt auf dem Weg zu einer Erneuerung
der Kirche, sagte das Oberhaupt der irischen katholischen Kirche, Kardinal Sean
Brady, am Samstag in einer Messe im nordirischen Armagh.
„Lasst uns beten, dass dies jetzt der Beginn einer großen Zeit der Wiedergeburt
der irischen Kirche wird“, sagte Brady. „Niemand geht davon aus, dass die
derzeitige, schmerzhafte Situation schnell gelöst werden kann. Doch mit
Beharrlichkeit, Gebeten und gemeinsamer Arbeit können wir nach Ansicht des
Heiligen Vaters zuversichtlich sein, dass die katholische Kirche in Irland eine
Zeit der Wiedergeburt und spirituellen Erneuerung erleben kann.“
Der zweitwichtigste Mann der irischen
Kirche, der Dubliner Erzbischof Diarmuid Martin,
betonte hingegen die Rolle der Kirche bei den Straftaten: „Der Papst erkennt
das Versagen der kirchlichen Autoritäten in der Art und Weise, wie sie mit den
schändlichen und kriminellen Taten umgegangen sind, an.“
Künast plädiert für einen zentralen
Entschädigungsfonds
Unterdessen hat sich
Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) für eine
finanzielle Entschädigung von Opfern sexuellen Missbrauchs ausgesprochen. Neben
der Aufarbeitung der bisher bekannten Fälle und Präventionsmaßnahmen werde dies
ein Thema des Runden Tisches der Bundesregierung sein, sagte die FDP-
Politikerin der Zeitung „Hamburger Abendblatt“. „Die Entschädigung der Opfer
ganz gleich, ob sie in kirchlichen oder anderen Einrichtungen missbraucht
wurden, wird eine zentrale Frage sein.“ Der Runde Tisch der Regierung soll die
Arbeit am 23. April beginnen.
Die Grünen-Fraktionsvorsitzende Renate
Künast plädierte für einen zentralen Entschädigungsfonds zugunsten von
Missbrauchs- Opfern. Einzahlen sollten darin „alle betroffenen Einrichtungen wie
Schulen und Kirchen, in denen solche Fälle stattgefunden haben“, sagte Künast
der Berliner Zeitung „B.Z. am Sonntag“.
Nach den Missbrauchsfällen in
kirchlichen Einrichtungen wurden in jüngster Zeit auch immer mehr Vorfälle in
nicht-kirchlichen Schulen und Internaten bekannt. Die Deutsche
Bischofskonferenz (DBK) plant nach eigenen Angaben derzeit keinen eigenen Fonds
zur Entschädigung von Opfern. FAZ.NET 20
Missbrauch. Papst könnte sich noch zu deutschen Fällen äußern
Dass der Papst in seinem Hirtenbrief
nicht explizit auf die Missbrauchsfälle in der Deutschen Kirche eingangen ist, hat viele Christen enttäuscht. Für die
Amtskirche steht hingegen fest: Die Worte des Heiligen Vaters gelten weltweit.
Zugleich mehren sich die Anzeichen, dass Benedikt XVI. doch noch zu Deutschland
Stellung nimmt
Nach dem Hirtenbrief des Papstes an die
irischen Katholiken gewinnen Vermutungen an Substanz, das Kirchenoberhaupt
werde doch noch ein offizielles Wort zu den Missbrauchsfällen in Deutschland
sagen. Hoffnungen weckte Vatikansprecher Federico Lombardi mit der Bemerkung,
Benedikt XVI. werde einen „angemessenen Weg finden, um auch auf die deutsche
Situation Bezug zu nehmen“.
In seinem im Dezember 2009
angekündigten und am Samstag veröffentlichten Schreiben an die von
Sex-Skandalen erschütterte irischen Kirche hatte der Papst zwar „Scham und
Reue“, bekundet, war aber zur Enttäuschung vieler mit keiner Silbe auf
vergleichbare Fälle in seiner Heimat eingegangen (den Hirtenbrief im Wortlaut finden
Sie hier ). Lombardi beließ es zunächst bei dem Hinweis, dass das
Kirchenoberhaupt die deutschen Bischöfe in ihrem Krisenmanagement unterstütze;
mit dieser Botschaft war der Vorsitzende des deutschen Episkopats, Erzbischof
Robert Zollitsch, von einer Audienz bei Benedikt
zurückgekehrt.
Offenbar wartet Benedikt XVI. das
Ergebnis der Ermittlungen ab, die gegenwärtig in allen 27 deutschen Diözesen
geführt werden. Geprüft werden 250 Verdachtsfälle, darunter einer aus der
Amtszeit von Joseph Ratzinger als Erzbischof von München und Freising.
Zeitgleich mit der Veröffentlichung des
Hirtenbriefs in Rom interpretierte Zollitsch die
„klare Weisung“ des Papstes, der Perspektive der Opfer sexueller Verfehlungen
von Priestern und Ordensleuten Vorrang vor allen anderen Überlegungen zu geben
und für eine lückenlose Aufklärung zu sorgen, auch als Mahnung „an uns“. Der
Skandal sexuellen Missbrauchs sei kein bloßes irisches Problem, er sei ein
Skandal der Kirche an vielen Orten „und er ist der Skandal der Kirche in Deutschland“.
Im „Focus“ gibt Zollitsch zu, dass es auch
hierzulande zu „bewusster Vertuschung“ gekommen sei. Seit Jahren jedoch steuere
die Kirche „den entgegen gesetzten Kurs“.
Gewürdigt wurde das päpstliche Dokument
auch vom Präsidenten des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Alois Glück. Als wichtige Kriterien für weitere
Beratungen nannte Glück eine bessere Auswahl der Priesteramtskandidaten, mehr
Transparenz und Offenheit. Damit ist aber die Diskussion über das Verhalten des
Papstes und das ausgebliebene Wort zu Deutschland nicht gestoppt.
Enttäuscht über den Inhalt des Briefes
zeigte sich der Sprecher der amtskirchenkritischen Bewegung „Wir sind Kirche“,
Christian Weisner. Der Text erwecke den Eindruck, es
gehe seinem Verfasser hauptsächlich um das Ansehen der Kirche. Das werde die
Autorität des Papstes nicht erhöhen. Weisner vermisst
eine Auseinandersetzung mit der Zölibatsfrage und der
kirchlichen Sexuallehre. Dass der Papst sich auf das irische Problem
konzentrierte, ist jedoch für Weisner alles in allem
akzeptabel“, denn die irische Situation sei „viel dramatischer“ als die
deutsche; für Irland sind vatikanische Ermittlungskommissionen angekündigt, für
Deutschland ist das nicht der Fall.
Entschieden verteidigt wurde Benedikt
XVI. vom Trierer Bischof Stephan Ackermann. Da der Brief an die irische Kirche
gerichtet sei, wundere er sich nicht darüber, dass die Missbrauchsfälle in
Deutschland nicht erwähnt würden, erklärte Ackermann, den seine Amtsbrüder als
Sonderbeauftragten für die Aufklärung der Skandale eingesetzt haben.
Die Zölibatsdiskussion
bleibt dem deutschen Episkopat freilich nicht erspart. Sie wird - ebenfalls
eine Folge der Sex-Skandale - von Theologen wie Hans Küng und von katholischen
Laien- und Jugendorganisationen vorangetrieben. Selbst aus den Reihen der
Bischöfe kommen Rufe nach mehr „Phantasie und mehr Großmut“ in dieser Frage,
zum Beispiel vom Hamburger Weihbischof Hans-Jochen Jaschke. Sein Vorgesetzter,
Erzbischof Werner Thissen, grenzte sich allerdings
von ihm ab.
Thissen
nannte den Zölibat eine „wertvolle Provokation“. Der Priester verzichte
freiwillig auf etwas, „was zum Schönsten und Erfüllendsten
des Menschen gehört, um ein „sichtbares Zeichen für Gott und seine Verheißung“
zu setzen. Im NDR sagte Jaschke, „mit Sicherheit“ müsse man sich mit den Iren
vom Papst fragen lassen, „ob wir genügend auf einen gesunden Klerus achten“.
Die deutschen Bischöfe versuchen im
Moment alles, die Debatte um den Zölibat nicht ausufern zu lassen. Die
wachsenden Zweifel im Kirchenvolk an der Verpflichtung der Weltpriester zur
ehelosen Lebensform zum Papst zu tragen, wie es etwa die Schweizer Oberhirten
vorhaben, ist für sie unvorstellbar. Vorrangig ist für sie, dem päpstlichen
Aufruf zu folgen und bei Fällen von sexuellem Missbrauch eng mit der
staatlichen Justiz zusammenzuarbeiten sowie die kirchenrechtlichen Normen
kontinuierlich zu überarbeiten.
Mit der Forderung nach Aufnahme einer
Meldepflicht bei Verdacht auf Missbrauch in die Leitlinien der Deutschen
Bischofskonferenz (DBK) haben die bayerischen Oberhirten schon einen Anfang
gemacht und den Episkopat in Zugzwang gesetzt. Ihr Vorsitzender, Erzbischof
Reinhard Marx, wurde dafür von Bundesjustizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) gelobt. Der DBK-Vorsitzende Zollitsch hingegen sieht eine Meldepflicht kritisch.
Für die Kirche, darauf wurde vom Kölner
Erzbistum hingewiesen, gilt noch ein weiteres, nämlich innerkirchliches Recht,
es relativiere das staatliche in keiner Weise und sei ihm auch nicht
vorgeordnet. Es lege aber strengere Maßstäbe an als das weltliche Recht. Wegen
der Unabhängigkeit von staatlichen Strafverfahren ermögliche es das
Kirchenrecht sogar, Taten disziplinarisch zu verfolgen, auch wenn die
Staatsanwaltschaft kein Verfahren eröffne oder es einstelle. Dazu komme eine
weitere Abweichung vom staatlichen Recht: In Einzelfällen könne sogar die
Verjährung ganz ausgesetzt werden, eine kirchliche Strafverfolgung bleibe somit
auch noch nach zehn Jahren möglich. Ob die kirchlichen Autoritäten dieses Recht
immer ausgeschöpft haben, diese Frage ist auch nach der Diskussion um den
Papst-Brief nicht zufriedenstellend beantwortet. Gernot Facius Dw 21
Papst zu Missbrauchsfällen. Schande und Reue
Der Papst hat den Missbrauch von
Minderjährigen in Irland "aufrichtig bedauert". Zu den Fällen in
Deutschland schwieg er, die deutschen Bischöfe sprechen dennoch von einer
"klaren Weisung". Unterdessen wurde bekannt, dass Benedikt XVI. über
einen pädophilen Kaplan wohl besser informiert war als bislang bekannt.
Papst Benedikt XVI. hat den Missbrauch
von Minderjährigen "aufrichtig bedauert". In seinem am Samstag in Rom
veröffentlichten Hirtenbrief an die irische Kirche drückte der Papst "im
Namen der Kirche offen die Schande und die Reue aus, die wir alle fühlen".
Es werde manchmal schmerzhafte
Hilfsmittel brauchen, um die Wunden zu heilen und die Kirche in Irland in einem
langwierigen Prozess zu erneuern. In Irland hatte es zahlreiche
Missbrauchsfälle in katholischen Einrichtungen gegeben. Benedikt kündigte
konkrete Initiativen zum Umgang mit dem Skandal an. So werde er eine
apostolische Visitation in einigen Bistümern abhalten.
Auch in Deutschland waren die
Erwartungen an das Schreiben hoch gewesen, nachdem viele Fälle sexuellen
Missbrauchs Minderjähriger durch Geistliche bekanntgeworden sind. Benedikt
äußerte sich dazu jedoch nicht.
"Eine Botschaft auch an uns in
Deutschland"
Für den Vorsitzenden der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch,
enthält der Hirtenbrief dennoch ein "klare Weisungen für die
gesamte Kirche". "Was er
ihnen sagt, hat Geltung für die ganze Kirche
und ist eindeutig eine Botschaft auch
an uns in Deutschland", sagte
Zollitsch.
Der Papst verurteile die schrecklichen Verbrechen, die an jungen
Menschen begangen wurden. Vorrang habe
für den Papst die Perspektive
der Opfer. "Deshalb kritisiert er
den zum Teil übermäßigen Täterschutz, den die Kirche häufig praktiziert
habe."
Der Präsident des Zentralkomitees der
deutschen Katholiken, Alois Glück, nannte das Schreiben ein
"eindrucksvolles Dokument, das auch der katholischen Kirche in Deutschland
helfen kann, die richtigen Konsequenzen zu ziehen". Der Papst befasse sich
mit einer "geradezu schonungslos offenen Sprache" konkret mit der
Situation in Irland.
Auch der Sonderbeauftragte der deutschen
katholische Kirche zur Aufklärung der sexuellen
Missbrauchsfälle, Bischof Stephan Ackermann, begrüßte das Papst-Schreiben.
"Ich empfinde diesen Brief als Verstärkung für unseren Weg", sagte
der Bischof in Trier. "Die Entschiedenheit, mit der der Papst die Vorgänge
und die Untaten beim Namen nennt und auch Aufklärung erwartet - das ist doch
sehr deutlich und das werden wir uns auch entsprechend zu Herzen nehmen.“
In dem Hirtenbrief werden die irischen
Bischöfe wegen "schwerer Fehleinschätzungen" im Umgang mit den
dortigen jahrzehntelangen Übergriffen getadelt. Der Papst äußerte sein tiefstes
persönliches Bedauern für den Generationen von irischen Katholiken von
Priestern zugefügten "sündhaften und verbrecherischen" Missbrauch.
Eine fehlgeleitete Sorge um die Reputation der Kirche und der Versuch der
Vermeidung von Skandalen hätten hier eine Rolle gespielt.
Opfer tief
enttäuscht - Radio Vatikan analysierte, es handle sich um einen geistlichen
Text, "keine politische Absichtserklärung, keine Dienstanweisung für
strukturelle Änderungen oder Ähnliches". Tief enttäuscht reagierten
irische Opfer sexueller Gewalt. Das Bündnis One in Four erklärte, das Schreiben konzentriere sich zu stark auf
die rangniederen irischen Priester ohne die Verantwortung des Vatikans zu
unterstreichen. Der Papst hätte die Art und Weise verurteilen sollen, wie die
Kirche den Missbrauch systematisch und über Jahre verdeckt gehalten habe, sagte
Maeve Lewis, die Leiterin der Opfergruppe.
Kritik kam auch von der deutschen
Initiative Kirche von unten (IKvu). Sie wirft dem
Papst vor, in seinem Hirtenbrief bei "verbaler Betroffenheit stehen"
zu bleiben. "Statt effektiver Krisenbewältigung bietet der Vatikan das
Schauspiel einer sich autistisch abkapselnden Institution: Gefehlt haben in
dieser Selbstwahrnehmung nur wenige, vom Zeitgeist verführte Einzeltäter",
teilte die IKvu mit.
Auch die Reformbewegung Wir sind Kirche
zeigt sich enttäuscht. Es sei sehr schade, dass sich der Papst nicht zu den
Missbrauchsfällen in Deutschland geäußert habe, sagte Christian Weisner, Sprecher der Initiative. "Das Schweigen des
Papstes kommt nicht gut. Es wird sicher nicht seine Autorität und sein Ansehen
in der Kirche erhöhen. Dabei hätte ihm schon ein Wort des Mitgefühls an die
Opfer Sympathien eingebracht." Der Brief vermittle aber den Eindruck, es
gehe dem Papst hauptsächlich um das Ansehen der Kirche.
Derweil berichtet der Spiegel, dass
auch der Papst in seiner Zeit als Münchner Erzbischof offenbar besser über
einen Pädophilen informiert war als bislang bekannt.
In einem Brief des Bistums Essen an die
von Joseph Ratzinger damals geleitete Erzdiözese habe klar erkennbar gestanden,
dass Kaplan Peter H. sich sexuell an Kindern seiner Gemeinde vergriffen habe.
Das Erzbistum München und Freising sei nicht im Unklaren gelassen worden, was
für ein Problemfall da komme.
Unter Ratzingers Vorsitz befasste sich
der erzbischöfliche Ordinariatsrat am 15. Januar 1980
mit dem Fall. Laut Sitzungsprotokoll habe der Kaplan "für einige Zeit um
Wohnung und Unterkunft" in einer Münchner Pfarrgemeinde gebeten:
"Kaplan H. wird sich einer psychisch-therapeutischen Behandlung
unterziehen."
Trotzdem meldeten Ratzinger und sein
Erzbistum den Kinderschänder nicht der Polizei. Im Sitzungsprotokoll heißt es
stattdessen lediglich über die Wohnungssuche des Geistlichen: "Dem Gesuch
wird stattgegeben."
Auch gegen gegen
Zollitsch wurden am Samstag Vertuschungsvorwürfe
laut. In seiner Zeit in der Erzdiözese Freiburg soll er 1991 einen des
Missbrauchs bezichtigten Pfarrer nur in den vorzeitigen Ruhestand versetzt
haben.
Das berichten die TV-Sendung Report
Mainz und die Badische Zeitung. Die Staatsanwaltschaft sei nicht eingeschaltet
worden. Das Bistum Freiburg nannte die Vorwürfe "unhaltbar" Es habe
damals nur Gerüchte gegeben.
Gegen mindestens 14 Priester in
Deutschland wird nach Spiegel-Angaben wegen des Verdachts auf sexuellen
Missbrauch ermittelt. Das ergab eine Umfrage unter den 24
Generalstaatsanwaltschaften, an der sich 15 Anklagebehörden beteiligten. Eine
dpa-Umfrage hatte ergeben, dass in der katholischen Kirche seit Ende Januar
mehr als 250 Verdachtsfälle bekanntgeworden sind.
Derweil hat der Vorsitzende des
Zentralkomitees deutscher Katholiken (ZdK), Alois
Glück, die Kirche zum Umdenken aufgefordert. "Jetzt müssen sich alle
Katholiken mit den Fehlentwicklungen auseinandersetzen", sagte er. Man
müsse sich die Frage stellen, ob es "neben den für die ganze Gesellschaft
geltenden Gründen für Missbrauch auch spezifische in der Institution Kirche
selbst" gebe. "Zum Beispiel waren bislang zu viele Leute in der
Kirche der Überzeugung, dass der Grundsatz gilt: Der Schutz der Kirche hat
oberste Priorität. Damit war der Weg frei für Verdrängung und
Vertuschung", so Glück.
Leutheusser-Schnarrenberger pocht auf
Wiedergutmachung
Bundesjustizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger forderte, alle Opfer sexuellen Missbrauchs
finanziell zu entschädigen. "Die Entschädigung der Opfer ganz gleich, ob
sie in kirchlichen oder anderen Einrichtungen missbraucht wurden, wird eine
zentrale Frage sein", sagte die FDP-Politikerin dem Hamburger Abendblatt.
Der geplante Runde Tisch der Bundesregierung werde sich nicht nur mit
Prävention, sondern auch mit Aufarbeitung befassen.
Leutheusser-Schnarrenberger
bekräftigte: "In den Fällen, die verjährt sind, müssen wir praktische
Antworten finden. Unbeschadet der Tatsache, dass das erlittene Leid nicht
aufgewogen werden kann, braucht es ein klares, schnelles Zeichen zur
immateriellen und materiellen Wiedergutmachung."
In Österreich planen Missbrauchsopfer
bereits gemeinsame rechtliche Schritte gegen die Kirche. Wie der Wiener
Rechtsanwalt Werner Schostal der österreichischen
Zeitung Der Standard sagte, haben bislang zehn Betroffene den Verein
"Opfer kirchlicher Gewalt" gegründet. Schostal
fordert von der Kirche von bis zu 80.000 Euro Entschädigung pro Opfer. sueddeutsche.de/dpa/Reuters 20
Sexueller Missbrauch. Der Papst schweigt zu deutschen Fällen
Papst Benedikt XVI. bedauert den
Missbrauch von Minderjährigen in Irland und fordert eine Bestrafung der
Verantwortlichen. In Deutschland wird dem Vorsitzenden der Bischofskonferenz Zollitsch Vertuschung vorgeworfen. Das Zentralkomitee der
Katholiken fordert ein Umdenken.
Rom. Der Papst hat sich in seinem mit Spannung
erwarteten Hirtenbrief an die Katholiken in Irland bei den Opfern sexueller
Gewalt entschuldigt. Er fühle Scham und Reue, heißt es in dem Schreiben.
Zugleich kündigte er formelle
Untersuchungen des Vatikans zu dem Missbrauchsfällen in den irischen Diözesen
an. Die Täter müssten sich für ihre Vergehen nicht nur "vor Gott",
sondern auch vor ordentlichen Gerichten verantworten.
Den irischen Bischöfen warf Papst
Benedikt XVI. schwere Verfehlungen vor. Sie hätten versagt in ihrer
Führungsaufgabe, den Kindesmissbrauch zu thematisieren. Die irische Kirche
müsse entschlossen mit Ehrlichkeit und Offenheit ihren guten Ruf
zurückgewinnen.
An die Opfer gewandt erklärte das
Oberhaupt der römisch-katholischen Kirche: "Sie haben schwer gelitten und
das tut mir aufrichtig leid." Er sei bereit, die Opfer zu treffen, um
ihnen zu zeigen, dass er sich persönlich ihrer Leiden annehme.
Der Papst kündigte in dem Hirtenbrief
einen Besuch in den betroffenen Diözesen an, um den Gemeinde auf ihrem
"Weg der Erneuerung" zu helfen.
In Irland hatten katholische
Würdenträger laut einem im Auftrag der Regierung erstellten
Untersuchungsbericht jahrzehntelang Vergewaltigungen und Misshandlungen von
Minderjährigen durch Geistliche vertuschten. Insgesamt ist von
14. 500 Opfern die Rede.
Zu den Missbrauchsskandalen in anderen
Ländern, darunter auch in Deutschland, äußerte sich der Papst in dem
Hirtenbrief nicht explizit. Bei der katholischen Kirche in Deutschland melden
sich immer mehr Opfer sexuellen Missbrauchs. Seit Enthüllung der Übergriffe von
Geistlichen auf Schüler am Canisius-Kolleg in Berlin
Ende Januar sind bundesweit mehr als 250 Verdachtsfälle bekanntgeworden. Das
ergab eine Umfrage der Deutschen Presse-Agentur bei den 27 Bistümern. Meist
geht es um strafrechtlich längst verjährte Taten aus den 50er bis 80er Jahren.
Die vom Jesuitenorden beauftragte
Anwältin Ursula Raue kennt mittlerweile schon rund 160 Verdachtsfälle allein in
Einrichtungen des Ordens. Vielerorts werden jetzt auch alte Akten neu
durchgearbeitet. In vielen Fällen haben sich Opfer unter dem Siegel der
Verschwiegenheit an die Kirchenleitung gewandt.
Probleme bereiten anonyme
Beschuldigungen und Spekulationen - diese ließen sich kaum aufklären und
schafften ein Klima des Misstrauens, hieß es. Auch außerhalb der katholischen
Kirche wurden Missbrauchsfälle an Schulen bekannt.
Der Brief, den der Papst am Freitag
unterschrieben hat, wendet sich vor allem an die irische Kirche wegen der
dortigen Missbrauchsfälle. Vor dem Hintergrund immer neuer ans Licht kommender
Missbrauchsfälle und Vorwürfe gegen kirchliche Würdenträger in Deutschland
waren die Erwartungen an das Schreiben auch im Heimatland des Papstes hoch.
In Rom hatte es vor der
Veröffentlichung gehießen, der Papst wolle klare Wege
aufzeigen, wie Pädophilie in der Kirche verhindert werden soll. Bereits im
Februar hatte Benedikt bei einem Krisengipfel mit der irischen
Bischofskonferenz "null Toleranz", Aufarbeitung und Vorbeugung von
Missbrauch gefordert.
Der im Dezember angekündigte Brief auf
Italienisch und Englisch verzögerte sich offenbar wegen der jüngsten
Skandalwelle auch in anderen europäischen Ländern. Der Vatikan will auch kurze
Zusammenfassungen in anderen Sprachen veröffentlichen.
Am Freitag waren auch gegen den
Vorsitzenden der deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch,
Vertuschungsvorwürfe erhoben worden. Während seiner Tätigkeit als
Personalreferent in der Erzdiözese Freiburg soll er nach Recherchen der
TV-Sendung "Report Mainz" und der "Badischen Zeitung" 1991
einen des Missbrauchs bezichtigten Pfarrer lediglich in den vorzeitigen
Ruhestand versetzt haben. Die Staatsanwaltschaft sei damals nicht eingeschaltet
worden.
Ein Sprecher des Bistums Freiburg erklärte,
der gegen den Freiburger Erzbischof erhobene Vorwurf der Vertuschung sei
"unhaltbar". Der Ortspfarrer sei 1991 in den Ruhestand versetzt
worden, obwohl es lediglich Gerüchte über "unsittlichen Kontakt zu
Kindern" gegeben habe und dieser Verdacht zunächst nicht konkretisiert
werden konnte.
ZDK-Präsident fordert Umdenken - Der
Vorsitzende des Zentralkomitees deutscher Katholiken (ZdK),
Alois Glück, forderte ein Umdenken der Kirche. Man müsse sich die Frage
stellen, ob es neben den für die ganze Gesellschaft geltenden Gründen für
sexuellen Missbrauch auch spezifische in der Institution Kirche selbst gebe,
sagte er in einem Interview der Zeitschrift Super Illu.
"Zum Beispiel waren bislang zu
viele Leute in der Kirche der Überzeugung, dass der Grundsatz gilt: Der Schutz
der Kirche hat oberste Priorität." Damit sei der Weg frei für Verdrängung
und Vertuschung gewesen, erklärt Glück.
Die von den bayerischen Bischöfen am
Donnerstag beschlossene Meldepflicht gilt voraussichtlich künftig in allen
deutschen Bistümern. Dann muss jeder Verdacht auf sexuellen Missbrauch
Minderjähriger der Staatsanwaltschaft angezeigt werden. Die bisher geltenden
Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz (DBK) verpflichten die Kirche nur
bei einem erhärteten Verdacht und bei nicht-verjährten Fällen, die
Staatsanwaltschaft einzuschalten.
Außerdem kann die Kirche bisher auf
eine Anzeige verzichten, wenn die Opfer das nicht wollen. DBK-Sprecher Matthias
Kopp sagte dazu in Bonn: "Die Ergebnisse der Freisinger Bischofskonferenz
werden in die Überarbeitung der Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz
einfließen."
Psychotherapeut erhebt schwere Vorwürfe
gegen Kirche
Im Skandal um sexuellen Missbrauch im
Münchner Erzbistum hat der Psychotherapeut Werner Huth schwere Vorwürfe gegen
die katholische Kirche erhoben. Mehrmals habe er die Bistumsleitung davor
gewarnt, einen aus Essen nach München versetzten pädophilen Pater in der
Jugendarbeit einzusetzen, sagte Huth dem Tagesspiegel.
Auch in der Amtszeit von Joseph
Ratzinger - dem heutigen Papst Benedikt XVI. - als Münchner Erzbischof von 1977
bis 1981 habe er seine Bedenken leitenden Geistlichen vorgetragen, darunter
auch einem Weihbischof, sagte der Psychotherapeut. Die Warnungen seien
ignoriert worden.
Der heute 80-jährige Huth hat als
Psychiater und Psychotherapeut unter anderem sexuelle Störungen behandelt und
war lange Berater für die katholische und die evangelische Kirche.
Beim katholischen Orden der Salesianer
Don Boscos haben sich bislang 18 Menschen wegen
sexueller Übergriffe von Ordensangehörigen oder Mitarbeitern gemeldet. Einen
entsprechenden Bericht der Rhein- Zeitung bestätigte der Orden am Freitagabend.
In 20 anderen Fällen hätten Betroffene körperliche Misshandlung in
Einrichtungen des Ordens beklagt. Die Vorwürfe beziehen sich auf die Zeit
zwischen 1950 und 1990. (rtr/afp/dpa
20)
Papst zum Missbrauch. Klar und doch nicht klar genug
In seinem Hirtenbrief geht Benedikt
XVI. das derzeit brennendste Kirchenthema provinziell an: Er richtet sein
Schreiben ausschließlich "an die Katholiken Irlands" und blendet die
Situation in anderen Ländern derart aus, als wäre dort nie etwas gewesen.
Trotzdem hätten seine Worte nicht härter sein können. Von Paul Kreiner
Erst vor vier Tagen, als in Deutschland
die Kritik am „schweigenden Papst“ immer stärker wurde, war Robert Zollitsch für Benedikt XVI. in die Bresche gesprungen. Der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz rief – zu Recht – in Erinnerung,
dass es „nicht den Papst für Deutschland und nicht den Papst für Spanien“ gebe:
„Es gibt nur den einen Papst für die weltweite Kirche.“
Nun hat Benedikt XVI. seinen
„Hirtenbrief“ veröffentlicht, und es zeigt sich, dass der Papst das derzeit
brennendste Kirchenthema provinzieller angeht, als Zollitsch
das vermutet hat. Missbrauchs- und Vertuschungsvorwürfe gegen Kirchenleute
werden derzeit in etlichen Ländern lauter als je zuvor, aber Benedikt richtet
sein Schreiben immer noch ausschließlich „an die Katholiken Irlands“. Und nicht
nur das: Er blendet die Situation in anderen Ländern derart aus, als wäre dort
nie etwas gewesen. Dabei hätte Benedikt lediglich einen Halbsatz einfügen müssen,
etwa, er wünsche, dass seine Mahnungen auch in den anderen betroffenen Ländern
gehört würden. Damit hätte er zu erkennen gegeben, dass die größere, die
„globale“ Schwere des Problems zu ihm vorgedrungen ist. So aber ist er ein
Papst für Irland geworden.
Trotzdem: An Benedikts Worten wird sich
auch in Deutschland, Österreich oder den Niederlanden kein Kirchenmann mehr
vorbeimogeln können. Sie hätten nicht härter sein können. Den schuldigen
Priestern und Ordensleuten gönnt der Papst keinerlei mildernde Klausel: „Ihr
habt das Vertrauen verraten, das unschuldige Jugendliche und ihre Eltern in
euch gesetzt haben; Ihr habt die Achtung des Volks verloren, Ihr habt Schande
auf Eure Mitbrüder ergossen. Ihr müsst Euch dafür verantworten vor dem
allmächtigen Gott und den weltlichen Gerichten.“
Die Bischöfe müssen sich vorhalten
lassen, sie hätten mit jahrzehntelanger Vertuschung „schwere Führungsirrtümer“
begangen. Den Opfern, denen „niemand zugehört“ habe, als sie von ihren Leiden
erzählten, drückt Benedikt XVI. „im Namen der Kirche offen die Scham und die
Reue aus, die wir alle empfinden“. Das Wort „Entschuldigung“ taucht nicht auf;
für derartige Verbrechen, weiß Benedikt als Theologe, kann sich im
menschlichen, gesellschaftlichen Sinne keiner von sich aus ent-schuldigen
– „nichts kann das Böse auslöschen, das Ihr ertragen habt“, schreibt der Papst
an die Opfer.
Nach Benedikts Empfinden sind wohl so
manche der Entschuldigungsbitten, wie sie heute in fast inflationärer Weise von
allen Möglichen für alle möglichen Vergehen verlangt
und vorgetragen werden, oberflächliche, leere Rituale, die letztlich alles beim
Alten lassen. Wenn, so denkt der Papst, dann kann einem Schuldigen höchstens
verziehen werden, von anderen, von Gott, vom Volk, dann aber nur auf einem
„langen Weg der Heilung, der Erneuerung, der Wiedergutmachung, auf dem noch
viel zu tun ist“.
Und was schlägt Benedikt konkret vor?
Päpstliche Kontrollkommissionen für einzelne Diözesen, eine Neu-Missionierung
erstmals nicht des Kirchenvolks, sondern der Priester, Ordensleute und
Bischöfe. Die Krise erblickt der Papst also – ganz anders als der Kölner
Kardinal Joachim Meisner – nicht in der öffentlichen Erregung über die Kirche
oder in der erwarteten Austrittswelle, sondern in einem verminderten Glauben
der Amtsträger selbst. Das ist eine für den Vatikan gänzlich neue Perspektive.
Den Gläubigen rät der Papst zur
„Verstärkung der Ewigen Anbetung“, oder zur „besonderen Widmung des
Freitagsopfers für ein Jahr“. Auch hier bleibt Benedikt sehr irisch: Solche
Frömmigkeitsformen spielen in säkularisierten Gesellschaften wie der deutschen
fast keine Rolle mehr. Wer, außerhalb traditioneller Katholikenkreise, weiß
noch, was das „Freitagsopfer“ ist? Das heißt: Benedikts Vorschläge an die
Gläubigen, so sehr sie auf die Mitte des Glaubens und auf eine radikal
selbstkritische Erneuerung des Denkens zielen, können außerhalb Irlands als
blass erscheinen; als „stark“ vermittelbar sind sie einer deutschen
Gesellschaft jedenfalls nicht. Tsp 20
Kirchengericht. Vatikan mauschelt Priester frei
Die Rolle des Vatikan beim Vertuschen
von Missbrauchsfällen wird gerade heftig debattiert - nun führt der Fall eines
österreichischen Priesters, der zahlreiche Jungen missbraucht haben soll,
direkt nach Rom: Obwohl ein Kirchengericht den Pfarrer aus der Steiermark für
schuldig befand, würgte der Vatikan den Prozess einfach ab.
Laut einer staatlichen Strafanzeige aus
dem Jahr 2002 war der Pfarrer verdächtig, in den 80er Jahren mindestens 13
Jungen "zwischen fünf und 18 Jahren () wiederholt sexuell und schwer
sexuell missbraucht zu haben". Das Verfahren wurde eingestellt, "rein
aus Gründen der Verjährung", so der Staatsanwalt.
Die Kirche selbst hatte den Geistlichen
nach den ersten Vorwürfen erst beurlaubt und ihm dann wieder neue Pfarren überantwortet.
2001 übernahm ein neuer Bischof, Egon Kapellari, die Diözese Graz-Seckau. Er stellte den Priester vom Dienst frei und
schickte ihn in ein Kloster. Mehr noch: Dieser musste sich ab 2003 einem
Prozess vor dem Erzbischöflichen Metropolitan- und Diözesangericht
Salzburg stellen.
Pfarrer verschickte Rundbrief - Das Verfahren verlief jedoch alles andere
als transparent. Die Opfer "glauben", der Pfarrer sei schuldig
gesprochen worden, was auch die Ombudsstelle der
Diözese bestätigt. Die Folgen einer Verurteilung können bis zur Entlassung
gehen, so der Innsbrucker Kirchenrechtler Wilhelm
Rees.
"Direkt mitgeteilt hat uns das
Urteil aber nie jemand", sagen die Opfer. Stattdessen lasen sie 2006 in
einem Rundbrief des Pfarrers: "Nach Eintreffen der Berufung meines
Pflichtverteidigers bei der höchsten Instanz in Rom wurde das vom
Diözesangericht in Salzburg durch Rechtsbeugung und Unterschlagung wichtiger
Dokumente angepeilte Urteil sofort aufgehoben."
Kurz darauf trudelten bei Opfern Briefe
der Diözese ein, wonach nun der Vatikan selbst im Spiel sei, genauer die
Glaubenskongregation -also jene Behörde, der Joseph Ratzinger fast ein
Vierteljahrhundert lang vorstand, ehe er zum Papst aufstieg. "Die
Glaubenskongregation hat mitgeteilt, dass die angeklagten Tatbestände verjährt
sind", hieß es lapidar.
"Ungereimtheiten" sieht Kirchenrechtler Rees bei dem Fall, über den zuerst die
österreichische Wochenzeitung Falter berichtete. Normalerweise laufe es so ab:
Hat ein Bischof konkrete Anhaltspunkte für Missbrauch, muss er das der
Glaubenskongregation melden. Diese entscheidet, ob es einen Prozess geben soll.
Ist die Sache verjährt, beauftragt sie erst gar keinen. "Die Kirche
arbeitet ja nicht ins Blaue hinein."
Rolle Ratzingers unklar - Gerhard Holotik, der als Chef des Salzburger Diözesangerichts das
Verfahren leitete, gibt sich zurückhaltend: "Wir stehen unter päpstlicher
Verschwiegenheit." Ob er zu einem Schuldspruch gelangt sei? Aus allem, was
man gehört habe, könne man sich ja einen Reim machen, sagt er. Details über das
Urteil darf er nicht nennen, bestätigt aber: "Das Urteil habe ich nach Rom
geschickt, die Glaubenskongregation hat es wieder aufgehoben. Es gab ein Hin
und Her." Dann erklärte Rom die Sache für verjährt. Dabei, betont Holotik, habe er sich vorher "abgesichert. Wir haben
die Sache ja von Rom zugewiesen bekommen. Sie können sich denken, wie wir
empfinden, wenn unser Urteil plötzlich aufgehoben wird".
Offenbar wollte Rom einen Schuldspruch
schlicht nicht, denn: Bei schwerwiegenden Vergehen wie Missbrauch ist nach dem
Kirchenrecht eine Aufhebung der Verjährung möglich. In einem früheren
Rechtssystem hatte die Kirche für diese Fälle sogar überhaupt keine
Verjährungsfristen vorgesehen.
Inwieweit der heutige Papst in die
Aufhebung des Urteils involviert war, ist so geheimnisvoll wie der gesamte
Prozess. Als die Glaubenskongregation das Verfahren bestellte, war er noch
deren Chef. Als Rom es abwürgte, war er Papst. Fakt ist, dass Benedikt XVI.,
noch als Präfekt der Glaubenskongregation, das Papier "De delictis gravioribus"
unterzeichnete, das befiehlt, sexuelle Übergriffe strengstens geheim zu halten.
GERLINDE PÖLSLER FR 19
Der Pädophilie-Skandal – Fluch oder Segen für die Katholische Kirche?
Der Rektor des Berliner Canisius-Kollegs, Klaus Mertes, hat sich im Januar in einem
Brief an die ehemaligen Schüler gewandt mit der Einladung, sich zu pädophilen
Vergehen, die in der Vergangenheit an der Schule vorgefallen sind, zu äußern.
Mit diesem Brief ist in der katholischen Kirche ein Prozess und in der
Öffentlichkeit eine Diskussion in Gang gekommen, in deren Verlauf das Ansehen
der katholischen Kirche schwer erschüttert wurde.
Das Eigentümliche dieses Skandals
besteht darin, dass er nicht durch aktuelle Vergehen ausgelöst worden ist. Es
ist vielmehr das ans Licht der Öffentlichkeit gekommen, was sich über
Jahrzehnte angesammelt hat. Es handelt sich um einen Offenbarungsskandal.
Eine Wende in der bisherigen
Debatte - In der öffentlichen Debatte
zeichnete sich in der vergangene Woche eine Zäsur ab. Sie ist zum einen daran
festzustellen, dass ein renommiertes Online-Magazin vom kirchenfixierten
Sensation-Journalismus wieder zum solideren journalistischen Arbeiten überging.
Es wurden nicht mehr, wie über Wochen hin, alte Enthüllungen bis zum Abwinken
aufgewärmt, bis neue wieder auftauchten, unter sorgfältiger Beachtung
begrifflicher Unschärfen, sondern die zum Verständnis
der Debatte notwendigen Hintergründe kamen in den Blick. Es wurde klar gesagt,
dass es bislang keine gesetzliche Meldepflicht für Pädophilie gibt, dass nicht
nur die katholische Kirche betroffen ist und auch, dass die Leitlinien der
Bischöfe für den Umgang mit Pädophilie-Fällen klar festlegen, dass betroffene
Täter keine Tätigkeiten mehr übernehmen dürfen, die sie in Kontakt mit Kindern
und Jugendlichen bringen.
Zum anderen wurden kirchlicherseits
kritische und starke Stimmen laut, die erste überstürzte Maßnahmen in
Frage stellten, wie beispielsweise den Rücktritt des Abtes und des Schulleiters
von Kloster Ettal. Auch haben die bayerischen
Bischöfe durch ihre Erklärung, die Staatsanwaltschaft, wie bei allen anderen
strafrechtlich relevanten Vergehen auch, unverzüglich einzuschalten, zu einer
Versachlichung der Debatte beigetragen.
Die Ursachen der Krise - Die Krise wurde nicht durch ein aktuelles
Vergehen ausgelöst, sondern durch einen Enthüllungsprozess. Damit rückt die
wirkliche Ursache der Krise ins Nebulöse. Die Tatsache, dass Straftaten, die
Jahre und Jahrzehnte zurückliegen, erst jetzt eine derartige Empörung auslösen,
wirft Fragen auf. Die vielen, mehr oder weniger glaubwürdig vorgebrachten
Formeln der Entschuldigung und des Bedauerns von Bischöfen, Ordensoberen und
Schulleitern tragen das ihre dazu bei, denn alle betonen, dass sie sich für
Fälle entschuldigen, für die sie keine unmittelbare Verantwortung tragen.
Entschuldigen kann man aber niemals sich selbst. Eine Entschuldigung kann nur
als Bitte vorgetragen und mit der Hoffnung verbunden werden, dass der
Geschädigte die Bitte annimmt. Um Entschuldigung können eigentlich nur solche
bitten, die sich ihrer konkreten Schuld bewusst sind. Entschuldigungen dieser
Art, wie sie gegenwärtig ausgesprochen und beispielsweise auch vom Papst
gefordert werden, tragen eher dazu bei, der Entschuldigungsformel ihre Kraft zu
rauben als zur Schuldbeseitigung zu kommen. Es sind zweit- und drittklassige
Entschuldigungen.
Jetzt ist vielmehr Nüchternheit
gefragt. Jedermann dürfte inzwischen wissen, oder wird es früher oder später
zugeben müssen, dass sich Kleriker nicht häufiger und mehr an Kindern vergehen
als es Nicht-Kleriker tun. Aber warum wiegt es bei der Kirche viel schwerer?
Man versuchte bisher in der Kirche,
diese Fälle möglichst an der staatlichen Strafverfolgung vorbei, selbst und
unter der Hand zu regeln. Darum stürzen sich die Medien auf Fälle in der Kirche
und fordern gar den Papst zu Erklärungen über Vorkommnisse auf, so geschehen
bei der Odenwaldschulde, die mit den kirchlichen rein gar nichts zu tun haben.
Woher diese jeder Vernunft entbehrende Raserei?
Warum, so muss man sich auch fragen,
ist die Tatsache der nachhaltigen Vertuschung bei der Pädophilie nicht nur bei
der Kirche gegeben, sondern auch bei staatlichen und privaten schulischen
Einrichtungen? Wie konnte es dazu kommen, dass sich so viel Demütigung und
Erniedrigung, Wut, Enttäuschung, Ärger und Betroffenheit so lange anstauen
mussten? Warum wurde nicht viel eher aufgeräumt? Warum werden diese Untaten
vertuscht, mehr als andere?
Systemrelevantes Versagen
Bildungseinrichtungen haben auch die
Aufgabe, bei den ihnen Anvertrauten ein ethisches Bewusstsein zu entwickeln.
Dazu gehört vor allem, bei den Zöglingen das Selbstwertgefühl und das
Bewusstsein um die eigene Würde und die Verantwortung für das eigene Handeln zu
fördern. Wenn nun Verantwortliche in den Bildungseinrichtungen fundamentale
ethische Inkompetenz zeigen, wie dies bei Pädophilen der Fall ist, so betrifft
dies die Kernkompetenz der Einrichtung. Solche Vergehen sind, um ein aktuelles
Wort zu bemühen, systemrelevant, sie bedrohen im Falle ihres Vorhandenseins die
Existenz der Einrichtung. Falls sie auftauchen, will man sie nicht wahr haben.
Dazu ein Vergleich:
Wenn ein Handwerksbetrieb wegen
risikoreicher Geschäfte in Konkurs geht, so ist das im Bereich des allezeit
Möglichen. Wenn eine Bank, deren Kernkompetenz es ist, die Spareinlagen ihrer
Kunden sorgfältig vor Diebstahl und Wertverlust zu bewahren, wegen
risikoreicher Geschäfte in Konkurs geht, so ist dies eine Tragödie – Anlass zu
Wut und Enttäuschung. Eine Bank, eine Schule, eine Kirche, die ihr Kerngeschäft
nicht beherrschen, braucht man nicht.
Bei der Kirche kommt ein weiteres
erschwerend hinzu. Sie ist sowohl im Bildungssektor wie auch in der Seelsorge
tätig ist. Seelsorge hat viel damit zu tun, Schuld zu erkennen und
aufzuarbeiten, Prozesse wirksamer Schuldbewältigung und Schuldbeseitigung zu
durchleben. Die Kirche sieht es als ihr Kerngeschäft an, Versöhnung und Frieden
zu schaffen, deshalb wagt sie sich in Bereiche hinein, vor denen sich viele
lieber drücken.
Das Herstellen von Einheit, und damit
ist der Dienst der Versöhnung, das Beseitigen von Schuld gemeint, gehört nach
den Texten des Zweiten Vatikanischen Konzils zur ureigentlichsten Aufgabe der
Kirche.
Warum aber muss vertuschen, wer doch
für Versöhnung und die Bewältigung von Schuld eigentlich zuständig sein will?
Ist Vertuschen nicht nahezu der primitivste und dilettantischste Umgang mit
Schuld überhaupt? Da scheint der Arzt mächtig krank zu sein – und wer kann ihm
helfen? Und hilft es dem Pädophilen wirklich, wenn man ihn deckt?
Fluch oder Segen?
Pater Klaus Mertes mag sich schon mal
gefragt haben, ob er den Brief an die Ehemaligen nochmals schreiben würde, um
so die Angelegenheit nochmals an die Öffentlichkeit zu tragen. Aber es war die
Entscheidung zugunsten eines Ende mit Schrecken und gegen ein Schrecken ohne
Ende. Damit war die Entscheidung richtig – und die meisten Bischöfe haben ihm,
wohl mehr von den Umständen gezwungen als gewollt, ihre Solidarität bekundet.
Die Kirche hat schon viele Krisen
bewältigt und ist gestärkt daraus hervor gegangen. Es wird aber davon abhängen,
dass die nunmehr bemühte „Kultur des Hinschauens“ auch wirklich entwickelt
wird. Wenn die Lösung darin gesehen wird, dass die Diskussion nun möglichst
schnell befriedet, die Opfer irgendwie entschädigt und die Leitlinien
überarbeitet werden, dann mag das System Kirche gerettet sein, aber dann wird
die Kirche aus diesem Skandal nur Schaden davon tragen. Über jedem Kleriker
wird lange Zeit die Frage wie ein Damoklesschwert schweben: Hat er sich auch
etwas zu Schulden kommen lassen? Das Vertrauen in kirchliche Jugendarbeit und
kirchliche Schulen ist angekratzt und es wird lange dauern, bis diese Wunden
heilen.
Wenn die Kirche aber – und vor allem, aber
nicht nur, die Verantwortlichen - die Demut und den Mut aufbringen,
deutliche Zeichen der Einsicht und Umkehr zu setzen und einen Reflexionsprozess
darüber in Gang zu bringen, wie der Dienst der Versöhnung und das Bewältigen
und Beseitigen von Schuld, nicht nur im Fall von Kindesmissbrauch, sondern
grundsätzlich, in der veränderten, weil mediatisierten und globalisierten Welt
wieder wirksamer werden kann, dann wird die Herausforderung aufgegriffen.
Vertuschen geht auf jeden Fall gar nicht mehr. Die Wahrheit wird frei machen.
Dazu wird auch ein gründliches Nachdenken darüber gehören, wie mit Menschen
umzugehen ist, die den hohen moralischen Idealen der Kirche nicht entsprochen
haben. Es darf nicht der Eindruck entstehen, dass sie, trotz guten Willens, sich
für immer disqualifizieren. Ausschluss und Vertuschung sind beide keine guten
Zeugen gelungener Versöhnung. Stattdessen sollte die Kirche um eine Kultur
bemüht sein, die zur Umkehr einlädt. Der Bedarf daran ist groß.
Die Frage, ob die gegenwärtige Krise
ein Fluch oder Segen für die Kirche wird, ist noch nicht entschieden. Beides
ist möglich.
Theo Hipp, kath.de-Redaktion
Priesterkollegsleiter findet Debatte hysterisch - „Zölibat schenkt Freiheit!“
Ein Platz, um sich selbst zu finden.
Als solchen beschreiben viele der Freisemester, die während ihres Studienjahres
in Rom im Priesterkolleg im Campo Santo Teutonico
leben, diesen Ort. Seit diesem Sonntag ist das Kolleg als Päpstliches Institut
anerkannt und steht somit unter dem besonderen Schutz des Vatikans. Der Leiter
des Priesterkollegs, Erwin Gatz, feierte zeitgleich
am Sonntag sein 35-jähriges Jubiläum als Rektor der Einrichtung. Im Gespräch
mit der ARD erläutert Gatz, wie er die aktuelle
Diskussion, die in Deutschland um den Zölibat entbrannt ist, sieht:
„Natürlich verfolgen wir die Diskussion
in Deutschland. Zum Teil ist sie ja ein bisschen hysterisch. Das Beunruhigendste an der ganzen Sache ist nicht, dass hie und
da mal ein Priester einen Fehltritt macht, was gemessen an anderen Bevölkerungsgruppen
ja relativ selten vorkommt. Sondern dass die Masse der katholischen Bevölkerung
nicht mehr für den Pflichtzölibat ist. Sie ist zwar für den Zölibat, aber als
Wahlmöglichkeit. Und das beunruhigt uns am meisten. Denn die Atmosphäre, aus
der die künftigen Priester heraus kommen, ist nicht mehr so gegeben wie früher.
Als ich mich vor über 60 Jahren langsam dem Gedanken annäherte, Priester zu
werden, hat die große Mehrheit dem Pflichtzölibat noch zugestimmt. Und das ist
heute nicht mehr der Fall.“ (ard 18)
Der Unsinn von der Selbst-Entschuldigung
In der Debatte um den Missbrauch von
Kindern und Jugendlichen taucht immer wieder eine störende Formulierung auf:
„Ich entschuldige mich“. Um es ganz klar zu sagen: Das geht nicht, ich kann
mich nicht entschuldigen, ich kann höchstens um Entschuldigung bitten. „Ich
entschuldige mich“, das heißt: Nach meiner Entschuldigung bin ich die Schuld
los. Andere sind an diesem Schuld-Loswerden gar nicht beteiligt. Theologisch
ist das Unsinn. Denn: Um Entschuldigung bitten lässt die Handlung bei dem, der
Opfer der Schuld war. Wenn ich mich selbst entschuldige, dann nehme ich dem
Opfer - in diesem Fall dem Opfer von Missbrauch - die Möglichkeit, Teil des
Prozesses zu werden, zu vergeben, oder eben auch nicht. Und noch etwas: Die
Selbst-Entschuldigung zeigt, dass sie Teil eines Medienrituals geworden ist.
Achten wir also doch bitte mehr auf
unsere Sprache. Das alles mag klein kariert klingen. Aber – so drückte es mein
erster Theologieprofessor aus: „Der Teufel liegt im Detail. Gott auch“. (P.
Bernd Hagenkord rv 18)
Missbrauch in der katholischen Kirche. Psychiater warnte vor Phädophilem - vergebens
Ein pädophiler Priester wechselte in
die Diözese München - und sein Psychiater beschwor, dem Pfarrer den Umgang mit
Kindern zu verbieten. Ohne Erfolg, wie sich jetzt zeigt.
Er warnte sie eindringlich - doch seine
Einschätzungen wurden in der katholischen Kirche in München und Freising nicht
gehört und nicht gelesen.
Es war Psychiater Werner Huth, der sich
eingemischt hatte. Laut New York Times beschwor er die katholische Kirche
Anfang der 80er JAhre geradezu: Der wegen
Kindesmissbrauchs vorbelastete Pfarrer aus dem Bistum Essen, der bei ihm in
Behandlung war, dürfe auf gar keinen Fall wieder mit Kindern arbeiten. Doch die
Erzdiözese München und Freising habe ihn ignoriert. Die Süddeutsche Zeitung
hatte den Fall vergangene Woche publik gemacht.
"Um Gottes willen, er muss
dringend von der Arbeit mit Kindern ferngehalten werden", sagt Huth der
New York Times. Die aktuelle Geschichte habe ihn sehr unglücklich gemacht.
Nach seiner Versetzung aus Essen sollte
sich der Pfarrer im Erzbistum München und Freising einer Therapie unterziehen.
Das wurde vom damaligen Erzbischof Joseph Ratzinger befürwortet: Der heutige
Papst Benedikt XVI. saß damals im Ordinariatsrat des
Bistums. Dieses Gremium stimmte schließlich dem Umzug zu.
Psychiater Huth stellte drei
Bedingungen auf: Kein Alkohol, kein Kontakt zu Kindern - und ein weiterer
Priester zur ständigen Aufsicht.
Doch der gefährdete und gefährdende
Pfarrer durfte kurz nach Beginn der Therapie parallel wieder Gemeindearbeit
leisten - und er hatte erneut Kontakt zu Kindern.
Davon allerdings soll Kardinal
Ratzinger, der seit 2005 als Heiliger Vater den Katholiken vorsteht, aber
nichts gewusst haben. Fünf Jahre später wurde der pädophile Priester erneut
wegen sexuellen Missbrauchs von Kindern verurteilt.
Vergeblich Einzeltherapie empfohlen
Die Aussagen von Psychiater Huth werfen
ein Licht auf die Arbeit mit dem pädophilen Priester. Huth empfahl eine
Einzeltherapie, doch der Pfarrer lehnte ab. Er wollte lieber an den
Gruppentherapien mit acht Leuten teilnehmen. Gegen sein Alkoholproblem
verschrieb ihm Huth Medikamente. Doch der pädophile Geistliche kam ihm in den
Therapiestunden nicht sonderlich motiviert vor.
"Er machte die Therapie aus Angst,
seinen Posten zu verlieren - und aus Angst vor Strafe", sagt Huth der New
York Times.
Der 1929 geborene Huth hat die Kirche
nach eigenen Angaben regelmäßig über den Verlauf der Therapie unterrichtet.
Doch die Gebote, die er aufgestellt hatte - kein Kontakt zu Kindern, kein
Alkohol und jederzeit ein weiterer Priester zur Aufsicht - wurden nur
sporadisch beachtet.
Für den Prozess 1986 holte das Gericht
das Gutachten eines weiteren Therapeuten ein. Auch Therapeut Johannes Kemper
schrieb bei dem Delinquenten dem Alkohol eine "große Rolle" zu:
"Vor dem sexuellen Missbrauch trank er, und unter dem Einfluss des
Alkohols sah er sich zusammen mit Jugendlichen Pornovideos an."
Internationales Medienecho
Der Fall hat international großes
Aufsehen erregt. Papst Benedikt XVI. äußerte sich am vergangenen Wochenende
nicht zu den Fehlern, die auch unter seiner Führung in München geschehen sind.
Der Vatikan kündigte für den morgigen Samstag einen Hirtenbrief des Papstes an
die irischen Bischöfe an - aufgrund der dortigen Missbrauchsfälle.
Wann spielt Deutschland eine Rolle?
(sueddeutsche.de 19)
Deutschland: „Im Haus meines Vaters sind viele Wohnungen“
An diesem Freitagabend startet das „1.
kirchliche Filmfestival Recklinghausen“ mit einem ungewöhnlichen neuen
Dokumentarfilm: „Im Haus meines Vaters sind viele Wohnungen“ zeigt das
einzigartige – und manchmal schwierige – ökumenische Miteinander in der Jerusalemer
Grabeskirche. Eigentlicher Kinostart für den Film ist kurz vor der Karwoche.
Von der deutschen Filmbewertung wurde der Neunzigminüter
mit dem Prädikat „besonders wertvoll“ ausgezeichnet. In Stil und Form soll er
an den Kassenschlager „Die Große Stille“ über das Leben der Karthäusermönche
anknüpfen, so die Hoffnung der Verleihfirma. Unsere
Korrespondentin Gabi Fröhlich hat sich den Film angeschaut – und mit Regisseur
Hajo Schomerus über seine Botschaft gesprochen.
Schomerus
ist selbst kein Insider: Der Kameramann und Regisseur hat die Grabeskirche bei
einem touristischen Zufallsbesuch vor vielen Jahren kennen – und lieben
gelernt: „Ich bin sofort von diesem merkwürdigen, irgendwie verwirrenden,
konfusen, aber auch faszinierenden Ort gepackt worden. Bei mir ist der Eindruck
eines kleinen Mikrokosmoses entstanden, in dem sich
viel von der großen weiten Welt widerspiegelt. Und da bin ich neugierig
geworden.“ (rv 19)
Gemeinde in Bruchköbel. Missbrauchsfall wurde vertuscht
Ein Kaplan der Bruchköbeler
Gemeinde Erlöser der Welt soll sich an einem Jugendlichen vergangen haben - und
wurde dafür nach FR-Informationen lediglich versetzt. VON ALEXANDER POLASCHEK
In Bruchköbel
hat es Mitte der 90er Jahre offenbar mindestens einen Fall von sexuellem
Missbrauch durch einen katholischen Geistlichen gegeben, der vertuscht wurde.
Der Tatverdächtige, ein Kaplan der katholischen Gemeinde Erlöser der Welt, soll
sich nach Informationen der Frankfurter Rundschau an einem Jugendlichen
vergangen haben. Er wurde auf den Vorfall hin lediglich in eine benachbarte
Hanauer Gemeinde versetzt.
Während das Bistum Fulda sich bislang
zu dem Fall nicht äußerte, zeigte sich der Pfarrer der zweiten katholischen
Gemeinde in Bruchköbel, Sankt Familia, auf Anfrage
der Frankfurter Rundschau betroffen. Er habe von dem Vorkommnis gewusst, es
aber nur kirchenintern zur Anzeige gebracht, räumte Pfarrer Walter Götz am
Donnerstag mit Bedauern ein.
Das sei "aus Rücksicht auf die
betroffene Familie geschehen", obwohl "ich ein absoluter Gegner pädophiler
Neigungen bin und damals schon der Ansicht war, solche Dinge gehören dem
Staatsanwalt übergeben". Doch die Eltern hätten aus Angst vor öffentlichem
Aufsehen und um den Jungen nicht noch weiter zu belasten, darum gebeten, die
Sache auf sich beruhen zu lassen.
Nach Götz Kenntnis soll es seinerzeit
innerhalb der Pfadfinderschaft mit Beteiligung des Kaplans zu Exzessen mit
Alkoholkonsum gekommen sein. In diesem Umfeld habe sich wohl auch der
Missbrauch des Minderjährigen ereignet. Weitere Details habe er,
dienstrechtlich für den Diakon der Nachbargemeinde nicht zuständig, nicht
ermittelt. Allerdings telefonierte Götz wegen der Vorgänge mit dem damaligen
Personalverantwortlichen des Bistums Fulda, Weihbischof Johannes Kapp, wie er
sich erinnert.
Bischof wollte kein Aufsehen - Im Rückblick empört den Pfarrer Kapps abwehrende Antwort noch mehr als damals: "Der
Weihbischof sagte nur: Dann zeige Du ihn doch an." Er werde es jedenfalls
nicht tun. Daraufhin sei die Geschichte im Sande verlaufen.
Es gibt Hinweise, dass die Ignoranz des
Bistums dazu führte, dass weitere Minderjährige zu Missbrauchsopfern wurden.
Nach Informationen der Frankfurter Rundschau wurde der katholische Geistliche
1995 nur wenige Kilometer weit nach Hanau in die Gemeinde St. Elisabeth versetzt.
Es soll dorthin bereits Verbindungen über die Pfadfinder gegeben haben. Von
einem "Folgefall" ist die Rede.
Eine weitere Versetzung folgte,
sonstige Konsequenzen sind nicht bekannt. Der Betreffende wurde Pfarrer in
Fulda. Vom Bistum war dazu bislang keine Stellungnahme zu erhalten.
Die Haltung der Kirchenführung belaste
ihn heute wie damals, sagt Pfarrer Götz: "Es wird einfach nur geschwiegen,
totgeschwiegen. Man fühlt sich alleine gelassen."
FR 19
Island: Missbrauchsfälle sind kein Thema
Auf der nordeuropäischen Insel Island
sind die Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche kein Thema. Das sagt uns
der Bischof von Reykjavik, Pierre Bürcher. Er besucht
derzeit zusammen mit anderen skandinavischen Bischöfe den Papst und den Vatikan
anlässlich des Ad Limina Besuchs. Katholiken sind in
Island eine religiöse Minderheit: Sie stellen etwa drei Prozent der rund
319.000 Einwohner.
„Natürlich sprechen die isländischen
Medien über die Missbrauchsfälle. Doch die Problematik betrifft die katholische
Kirche in Island überhaupt nicht... Das heißt, sie betrifft natürlich alle
Katholiken, denn das ist für die Weltkirche ein schwerwiegendes Problem. Wir
müssen versuchen, aus dieser Situation ganz besonders durch das Gebet und das
christliche Zeugnis vorzuzeigen, dass wir voller Hoffnung sind und dass
trotzdem die Kirche in der ganzen Welt präsent sein sollte nach dem Willen
Gottes.". (rv 19)
Ägypten: „Gewalt gegen Kopten schadet auch Islam“
Die gehäufte Gewalt gegen die koptische
Minderheit in Ägypten „schadet auch dem Islam“: Das hat der koptisch-orthodoxe
Bischofs Anba Damian auf einer Pressekonferenz an
diesem Freitag in Wien gesagt. Der in Kairo geborene Bischof lebt in
Deutschland und ist dort der höchste Repräsentant der koptisch-orthodoxen Kirche.
Er war anlässlich des alljährlichen großen Schweigemarsches der
österreichischen Vereinigung von „Christian Solidarity
International“ (CSI) für verfolgte Christen nach Wien gereist. Bischof Anba Damian:
„Seit 1971 bis heute gab es 42
Überfälle auf Kopten, Vergewaltigung, Tötung Unschuldiger…
Dass das passiert, kann menschlich sein, aber was nicht menschlich ist: dass
man die Täter nicht bestraft! Wer hat Interesse, Kriminelle in Schutz zu
nehmen, wer profitiert davon? Das ist schädlich für das ganze Land Ägypten, das
ist schädlich für den Ruf, den Tourismus, die Wirtschaft und auch schädlich für
den Islam.“
Scharfe Kritik übte der Damian an
häufigen Übergriffen auf minderjährige Christinnen: Koptische Mädchen würden
nach der Schule entführt, vergewaltigt, zur Prostitution gezwungen oder als
Organspenderinnen missbraucht. Während solche Straftaten bei Muslimen teilweise
ungestraft blieben, reagiere die in Ägypten auf der Scharia ruhende Justiz bei
Christen rasch mit strengen Sanktionen, so der Bischof. Kurze Zeit vor dem
weltweit beachteten Anschlag auf Weihnachtsgottesdienstbesucher im
mittelägyptischen Nag Hammadi sei er in einem Vorort von Kairo selbst Zeuge
geworden, wie ein Imam Stimmung unter den muslimischen Besuchern eines
Freitagsgebetes gemacht habe.
„Das war keine Predigt, das war eine
Kriegserklärung.“
Damian habe mehrmals bei Ahmad Muhammad
at-Tayyib, dem Rektor angesehenen Kairoer
Al-Azhar-Universität interveniert, die Predigen in den
Moscheen zu kontrollieren. Bei „vernünftigen“ Muslimen wie dem jüngst
verstorbenen geistlichen Oberhaupt der Universität, Scheich Muhammad Sayyid Tantawi, finde er auch
Gehör für seine Bemühungen um Minderheitenschutz. Insgesamt habe sich die Lage
in den vergangene Jahren jedoch verschärft, so Damian auf
der Pressekonferenz.
Der Wiener Weihbischof Franz Scharl –
er ist Vorstandsmitglied der ökumenisch ausgerichteten
Menschenrechtsorganisation CSI Österreich – erinnerte an den Protest des
Europäischen Parlaments nach dem Terrorakt von Nag Hammadi: Die ägyptische
Regierung wurde aufgefordert, für die Einhaltung der Religionsfreiheit und für
die Sicherheit der koptischen Bevölkerung zu sorgen und die Täter zur
Verantwortung zu ziehen. Den internationalen Druck gelte es mit
Solidaritätsbekundungen wie dem Schweigemarsch zu verstärken, so der
Weihbischof:
„Rund ein Drittel der Menschheit ist
christlichen Glaubens, die Christen stellen aber zugleich 80 Prozent aller aus
religiösen Gründen Verfolgten!“ (kap 19)