Notiziario religioso  19-21  Marzo  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Venerdì 19. Il commento al Vangelo. “Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”  1

2.       Sabato 20. Il commento al Vangelo. “Nacque dissenso tra la gente riguardo a lui”  1

3.       Domenica 21. Il commento al Vangelo. “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”  2

4.       Domenica 21. V di Quaresima. Dio non condanna, salva  3

5.       I figli degli immigrati. Quale pastorale nelle grandi città europee?  5

6.       Sabato la lettera del Papa agli irlandesi 5

7.       "Il Papa ci chieda scusa". Nella Baviera dove Ratzinger è cresciuto: «Ma noi gli crediamo»  5

8.       Scandalo pedofili, il Papa invierà una lettera alla Chiesa irlandese  6

9.       Pedofilia, scuse primate Irlanda: sapevo e ho taciuto. Merkel: chiede chiarezza  6

10.   Pedofilia, il vescovo di Treviri "La Chiesa ha insabbiato"  7

11.   Il cardinale Brady: "Vergogna sociale". E Ratzinger scrive ai fedeli irlandesi 7

12.   Scontri interreligiosi in Nigeria . La radio: "Morti undici cristiani"  8

13.   Come pilotare la Chiesa nella tempesta. Una lezione  8

14.   "Non c’è un altro Vangelo più alto, non c’è un'altra Chiesa da aspettare..."  9

15.   Ora di religione. Nessun proselitismo  10

16.   I nuovi schiavi delle sette. "Noi, plagiati dai guru"  11

17.   XXV GMG. Non fuori dal mondo  12

 

 

1.       Passion aktuell, von Bischof Heinz Josef Algermissen  12

2.       Papst: Wirtschaftskrise erfordert Umdenken auf Finanzmärkten  12

3.       Missbrauch. Katholische Kirche gibt Vertuschung zu  13

4.       Erzbischof: Vorwurf des Schweigens gegen den Papst ist falsch  13

5.       Deutschland: Merkel will Wahrheit und Klarheit zu Missbrauch  13

6.       Papstbrief zu Missbrauch wird Freitag unterschrieben  13

7.       Missbrauchsfälle. Marx greift durch - weitere Bistümer in Erklärungsnot 14

8.       Missbrauch? „Abtreibung ist schlimmer“  14

9.       Vatikan/Großbritannien: Besuch des Papstes nimmt Form an  15

10.   Küng fordert Schuldeingeständnis des Papstes  15

11.   Generalaudienz: Theologie aus der Perspektive der Liebe  15

12.   Türkische Imame sollen per Gesetz straffrei bleiben  16

 

 

 

 

 

Venerdì 19. Il commento al Vangelo. “Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 2,41-52) commentato da P. Lino Pedron 

 

  41 I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di

  Pasqua. 42 Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo

  l'usanza; 43 ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del

  ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne

  accorgessero. 44 Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e

  poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45 non avendolo

  trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 46 Dopo tre giorni lo

  trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li

  interrogava. 47 E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua

  intelligenza e le sue risposte. 48 Al vederlo restarono stupiti e sua madre

  gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io,

  angosciati, ti cercavamo». 49 Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non

  sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». 50 Ma essi non

  compresero le sue parole.

  51 Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso.

Tre volte all’anno c’erano celebrazioni che richiamavano a Gerusalemme i

pellegrini, secondo il comando del Signore: "Tre volte all’anno farai festa in

mio onore: Osserverai la festa degli azzimi…Osserverai la festa della

mietitura…la festa del raccolto, al termine dell’anno, quando raccoglierai il

frutto dei tuoi lavori nei campi. Tre volte all’anno ogni tuo maschio comparirà

alla presenza del Signore Dio" (Es 23,14-17).

Il figlio Gesù perduto è ritrovato dopo tre giorni nel tempio cioè nella casa

del Padre, seduto. Questo fatto è preannuncio della pasqua di Gesù risorto e

seduto alla destra del Padre.

Luca narra l’infanzia del Salvatore alla luce degli avvenimenti della sua pasqua

di risurrezione. Il racconto che ha sfiorato, con le parole di Simeone, il

dramma della passione (la spada), si chiude con l’annuncio della risurrezione.

Il quadro dello smarrimento e del ritrovamento presenta anticipatamente il

mistero della morte e della risurrezione di Gesù. Maria e Giuseppe rappresentano

la comunità cristiana, che ha perso improvvisamente il suo maestro, ma dopo "tre

giorni" di attesa e di ricerca riesce a ritrovarlo risuscitato nella gloria del

Padre.

Qui Gesù nomina per la prima volta il Padre. Le prime e le ultime parole di Gesù

riguardano il Padre (Lc 2,49 e 23,46). La paternità di Dio fa da inclusione a

tutto il vangelo di Gesù secondo Luca. Gesù "deve" occuparsi delle cose del

Padre, essere presso il Padre, ascoltare il Padre e rispondere a ciò che il

Padre ha detto.

Non deve meravigliare che Maria e Giuseppe "non compresero le sue parole" ( v.

50). Il cammino della rivelazione è ancora lungo. Siamo solo agli inizi.

Maria non comprende subito il grande mistero dei tre giorni di Gesù col Padre,

ma custodisce nel suo cuore i detti e i fatti. In questo ricordo costante della

Parola accolta, il cuore progressivamente si illumina nella conoscenza del

Signore.

Il racconto dell’infanzia si conclude con il ritorno a Nazaret. Per tutto il

resto dell’adolescenza e della giovinezza di Gesù Luca non ha nulla di

straordinario da segnalarci all’infuori della sua umile sottomissione ai

genitori. Nella famiglia egli ha preso il suo posto di figlio rispettoso e

obbediente verso quelli che, per volontà del Padre, hanno la responsabilità su

di lui. De.it.press

 

 

 

 

Sabato 20. Il commento al Vangelo. “Nacque dissenso tra la gente riguardo a lui

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 7,40-53) commentato da P. Lino Pedron 

 

  40 All'udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: «Questi è davvero il

  profeta!». 41 Altri dicevano: «Questi è il Cristo!». Altri invece dicevano:

 

  «Il Cristo viene forse dalla Galilea? 42 Non dice forse la Scrittura che il

  Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide?».

  43 E nacque dissenso tra la gente riguardo a lui.

  44 Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso. 45

  Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei e questi dissero

  loro: «Perché non lo avete condotto?». 46 Risposero le guardie: «Mai un uomo

  ha parlato come parla quest'uomo!». 47 Ma i farisei replicarono loro: «Forse

  vi siete lasciati ingannare anche voi? 48 Forse gli ha creduto qualcuno fra i

  capi, o fra i farisei? 49 Ma questa gente, che non conosce la Legge, è

  maledetta!». 50 Disse allora Nicodèmo, uno di loro, che era venuto

  precedentemente da Gesù: 51 «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di

  averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». 52 Gli risposero: «Sei forse anche

  tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea».

La parola "Cristo" indica il "consacrato" di Dio, che avrebbe realizzato le

attese definitive del popolo di Dio, portando la pace e la pienezza dei beni

della salvezza.

Non tutti gli ascoltatori di Gesù vedono in lui il Cristo: alcuni ritengono

 

impossibile tale riconoscimento per la sua provenienza dalla Galilea: la

Scrittura infatti è molto esplicita a questo riguardo (cfr Gv 7,41-42).

Nella scena finale di questo capitolo, i sommi sacerdoti e i farisei argomentano

allo stesso modo. La sentenza dei capi: "Dalla Galilea non sorge profeta" (v.

52) chiude l’ultimo atto di questo dramma sull’origine del Messia.

In Gv 7,30 vi era già stato un tentativo per arrestare Gesù; esso però era

andato a vuoto perché non era ancora giunta l’ora della sua passione e

risurrezione. Anche in 7,44 il tentativo dei giudei non riesce.

La risposta delle guardie mette in risalto il fascino che emanava da Gesù. Nella

loro semplicità questi uomini sono presi da stupore e da ammirazione per le

parole di Gesù. I farisei invece reagiscono con stizza e manifestano apertamente

la loro animosità e il loro accecamento. Per essi Gesù è un seduttore che

abbindola la gente ignorante (cfr Gv 7,12; Mt 27,63).

L’arroganza dei farisei raggiunge il colmo quando considera maledetto il popolo

che non conosce la Legge: si trattava di contadini, di analfabeti, di servi.

Questo disprezzo dei dotti per gli ignoranti e gli umili è bene documentato

negli scritti giudaici.

Non tutti i capi però condividevano questo atteggiamento ostile dei sommi

sacerdoti e dei farisei. Nicodemo dissentì dal giudizio dei suoi colleghi ed

ebbe il coraggio di prendere le difese di Gesù appellandosi alla legge mosaica.

Nella Legge è prescritto di ascoltare le cause di tutti i fratelli senza avere

riguardi personali (Lv 19,15; Dt 1,16-17) e di indagare con diligenza per

evitare false testimonianze (Dt 19,15-20). I capi del popolo reagiscono alla

contestazione di Nicodemo circa la legalità del loro atteggiamento e lasciano

trasparire sdegno e irritazione.

In merito all’origine del Messia la Scrittura è chiara: il Cristo è un

discendente di Davide (2Sam 7,12-16; Is 11,1-2; Ger 23,5-6; 33,15; Sal 89,5.37)

e deve sorgere da Betlemme di Giudea (Mi 5,1). Quindi il profeta di Nazaret non

poteva essere assolutamente il Messia.

Giovanni ora può chiudere questa parte dello scontro tra Gesù e le autorità

giudaiche, facendoci capire che la vita di Gesù è ormai volta verso l’epilogo

della croce. De.it.press

 

 

 

 

Domenica 21. Il commento al Vangelo. “Chi è senza peccato scagli la prima pietra

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 8,1-11) commentato da P. Lino Pedron 

 

  1 Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. 2 Ma all'alba si recò di

  nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li

  ammaestrava. 3 Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa

  in adulterio e, postala nel mezzo, 4 gli dicono: «Maestro, questa donna è

  stata sorpresa in flagrante adulterio. 5 Ora Mosè, nella Legge, ci ha

  comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». 6 Questo dicevano

  per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si

  mise a scrivere col dito per terra. 7 E siccome insistevano nell'interrogarlo,

  alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la

  pietra contro di lei». 8 E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9 Ma

  quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani

  fino agli ultimi.

  Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. 10 Alzatosi allora Gesù le disse:

  «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». 11 Ed essa rispose: «Nessuno,

  Signore». E Gesù le disse: «Neanch'io ti condanno; va’ e d'ora in poi non

  peccare più».

L’inserzione di questo brano interrompe l’unità dei due atti drammatici,

incentrati l’uno sulla messianicità di Gesù (Gv 7) e l’altro sulla sua divinità

(Gv 8,12-57).

Il Cristo di Gv 8,1-11 appare molto più simile a quello dei sinottici, e in modo

particolare al Gesù di Luca, che a quello del vangelo di Giovanni.

Gli scribi e i farisei nel loro cuore hanno già condannato la povera donna colta

in fallo. La conducono da Gesù solo per tendergli un tranello. La legge giudaica

è molto esplicita su questa materia: l’adultera deve morire. Ora, se Gesù

assolve la peccatrice si mette contro la Legge e quindi si condanna da solo; se

si mostra giudice severo si scredita davanti a tutti, rinnegando la sua dottrina

su Dio clemente e misericordioso. La domanda degli scribi e dei farisei si

rivela molto abile e astuta.

Gesù però non abbocca, ma, chinatosi, scriveva sulla terra col dito. Secondo

alcuni esegeti, Gesù voleva ricordare simbolicamente Geremia 17,13: "Quanti si

allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato la

fonte di acqua viva, il Signore".

Forse Gesù, con il gesto di scrivere, ha voluto manifestare il suo desiderio di

non intervenire o di non mostrare la sua indignazione per la loro ipocrisia.

"Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". Questa

risposta degna del Figlio di Dio per la saggezza, la semplicità e la profondità

toglie agli avversari ogni argomento per condannare sia l’adultera, sia Gesù.

Come può un peccatore infierire contro un altro peccatore?

L’espressione "scagli la prima pietra" ricorda Dt 13,10 dove si ordina che i

testimoni oculari devono dare inizio all’esecuzione della condanna a morte.

Dopo una risposta tanto saggia, Gesù si china di nuovo per scrivere sulla terra.

Questo gesto vuol porre i giudici dinanzi alle loro responsabilità e invitarli a

una decisione sincera e libera. I presenti riconoscono di essere peccatori e se

ne vanno. L’accenno ai più anziani vuole insinuare che costoro erano più

assennati e capirono per primi la lezione. Forse c’è una constatazione salace:

col crescere degli anni si accumulano anche i peccati.

In questo racconto c’è un’eco della storia di Susanna (Dn 13), nella quale gli

anziani che tentarono di sedurre la donna sono presentati come uomini perversi,

invecchiati nel male, pieni di peccati e di iniquità.

Eclissatisi gli accusatori, sulla scena rimangono solo Gesù e la donna. Ma il

Figlio dell’uomo non è venuto per condannare, ma per salvare (cfr Gv 3,17). Dio

non vuole la morte del peccatore, ma la sua conversione, perché viva felice (Ez

18,23; 33,11; Sap 11,23.26).

L’esortazione a non peccare più era già stata rivolta anche all’infermo guarito

presso la piscina di Betzaetà (cfr Gv 5,14): la misericordia e il perdono non

minimizzano la gravità del peccato.

Questo brano contiene un dramma di squisita bellezza, nel quale sono posti a

confronto una fragile creatura e l’unico uomo senza peccato. La povera

peccatrice appare in tutta la miseria della sua colpa: non solo ha perso

pubblicamente l’onore, ma sta per perdere anche la vita.

La drammaticità della scena è data soprattutto dal confronto tra la miseria

della creatura e la santità del Cristo, che si manifesta misericordia infinita.

In antitesi con gli scribi e i farisei, spietati nell’applicare la legge di Mosè

contro l’adultera, Gesù si manifesta come la misericordia incarnata e pronuncia

un giudizio di assoluzione piena: "Neppure io ti condanno".

Sant’Agostino ha commentato la scena con una frase lapidaria: "Relicti sunt duo,

misera et misericordia", "rimasero in due, la misera (donna) e la misericordia

(Cristo).

Gesù non giudica nessuno (cfr Gv 8,15) perché è venuto a salvare l’umanità

peccatrice (cfr Gv 3,17; 12,47). Egli è l’Agnello di Dio che toglie il peccato

del mondo (cfr Gv 1,29; 4,42; 1Gv 4,14). De.it.press

 

 

 

 

Domenica 21. V di Quaresima. Dio non condanna, salva

 

E’ sostanzialmente identica nelle diverse religioni l’idea del giudizio di Dio, identica perché in armonia con il concetto di giustizia comune a noi uomini.

Riprodotta su tutti i sarcofagi dell’antico Egitto compare la celebre scena della bilancia con i due piatti in perfetto equilibrio; su uno c’è la piuma, simbolo di Maat, la dea della saggezza, sull’altro il cuore del defunto che viene condotto per mano dal dio Anubis. Dalla pesatura dipende la felicità o la rovina futura di colui che viene giudicato.

Il Corano attribuisce a Dio lo splendido titolo di “migliore di quelli che perdonano”, tuttavia anche nell’Islam il giorno del giudizio è il momento della separazione fra giusti e malvagi, gli uni introdotti in paradiso, gli altri cacciati all’inferno.

“Dio premia i buoni e castiga i cattivi, perché è giustizia infinita”, garantiva anche il Catechismo della dottrina cristiana.

Ardua impresa quella di mettere d’accordo questa giustizia di Dio con la sua misericordia! I rabbini del tempo di Gesù sostenevano che la misericordia interveniva solo quando, al momento della resa dei conti, le opere buone e quelle cattive erano in parità.

L’enigma può essere risolto solo alla luce della parola di Dio che oggi ci chiede anzitutto di prendere le distanze dalle antiche convinzioni, anche se profondamente radicate in noi. Nella prima lettura il profeta raccomanda: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco io faccio una cosa nuova”.

Nel comportamento di Gesù, presentatoci nel Vangelo, viene poi introdotta la nuova, sorprendente, “scandalosa” giustizia di Dio: egli non condanna nessuno, salva e basta.

 

Prima Lettura (Is 43,16-21)

 

16 Così dice il Signore che offrì una strada nel mare

 e un sentiero in mezzo ad acque possenti

 17 che fece uscire carri e cavalli,

 esercito ed eroi insieme;

 essi giacciono morti: mai più si rialzeranno;

 si spensero come un lucignolo, sono estinti:

 18 “Non ricordate più le cose passate,

 non pensate più alle cose antiche!

 19 Ecco, faccio una cosa nuova:

 proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?

 Aprirò anche nel deserto una strada,

 immetterò fiumi nella steppa.

 20 Mi glorificheranno le bestie selvatiche,

 sciacalli e struzzi,

 perché avrò fornito acqua al deserto,

 fiumi alla steppa,

 per dissetare il mio popolo, il mio eletto.

 21 Il popolo che io ho plasmato per me

 celebrerà le mie lodi”.

 

Israele ha sempre costruito il suo futuro guardando al passato e nella sua storia ha sempre trovato nuovi spunti e nuovo slancio per andare avanti. Qualcuno ha paragonato questo popolo ai rematori che avanzano volgendo le spalle alla meta, si orientano puntando gli occhi sul punto di partenza e sul percorso già fatto. Israele ha superato momenti drammatici, è rimasto sempre popolo anche quando era deportato e disperso fra le genti. Ha mantenuto la sua identità grazie alla sua capacità di ricordare, di fare riferimento al suo passato. Meditare e tramandare ai figli ciò che è accaduto è il primo impegno dei genitori: “Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai nostri figli. Narreremo alla generazione futura le meraviglie che il Signore ha compiuto” (Sal 78,3-4).

Nella prima parte della lettura (vv.16-17) viene ripreso l’avvenimento più importante del passato, quello che nessuno può dimenticare: l’esodo. E’ descritto con immagini grandiose: Dio è intervenuto con la sua forza, ha dominato le acque impetuose e, in mezzo al mare, ha aperto per il suo popolo una via. Poi ha sfidato le truppe scelte del faraone, ha fatto uscire dall’Egitto carri e cavalli, esercito ed eroi e li ha battuti, ha spento il loro ardore con la facilità con cui si spegne un lucignolo.

 

Se il ricordo si riduce a fredda reminiscenza di fatti accaduti in tempi lontani, allora può provocare al massimo una struggente, ma vana nostalgia. La raccomandazione: “Ricorda i giorni del tempo antico, medita gli anni lontani. Interroga tuo padre e te lo farà sapere, i tuoi vecchi e te lo diranno” (Dt 32,7) ha un altro obiettivo, vuole che il ricordo aiuti a capire il presente e stimoli a guardare con lucidità al futuro.

C’è un altro pericolo: di fronte alle mirabili gesta compiute da Dio in passato può sorgere il pensiero che egli abbia ormai dato il meglio di sé e che non sia in grado di superarsi.

Nella seconda parte della lettura (vv.18-21) è Dio stesso che risponde a questo interrogativo. Smettete – dice agli israeliti – di ricordare le cose passate; non pensate più alle cose antiche, quasi che io non sia capace di rifarle! Aprite gli occhi! Non vedete? Io sto per compiere un’opera ancora più straordinaria di quelle del passato.

Che farà il Signore? Libererà il suo popolo dalla schiavitù di Babilonia, lo riporterà nella sua terra. Per rendere confortevole il suo viaggio, preparerà una strada nel deserto, per dissetarlo farà sgorgare sorgenti d’acqua. Gli israeliti berranno alla stessa fonte con le bestie selvatiche, gli sciacalli, gli struzzi, come accadeva nel paradiso terrestre.

Si tratta di immagini poetiche, di splendide immagini che indicano come Dio non si dimentica mai dell’uomo. Egli non ha agito solo in passato, continua a manifestare il suo amore compiendo gesta sempre più sorprendenti. Per vederle basta contemplare gli avvenimenti con gli occhi della fede.

 

Seconda Lettura (Fil 3,8-14)

 

Fratelli, 8 tutto reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo 9 e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. 10 E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, 11 con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti.

 12 Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. 13 Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, 14 corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.

 

Paolo era un fariseo, osservava fedelmente e difendeva con accanimento la legge, era convinto di ottenere la salvezza mediante l’adempimento di tutte le tradizioni degli antichi, ma quando incontrò Cristo ruppe con il suo passato e accolse la novità del Vangelo. Da quel giorno tutto ciò in cui aveva riposto fiducia perse valore, lo considerò “spazzatura” (v.8).

E’ difficile dare un taglio deciso al passato. Pensiamo a quanto costa rinunciare alle convinzioni che abbiamo assimilato da piccoli e che ci fanno considerare logico e giusto ciò che tutti ritengono “normale” anche se è incompatibile con la novità di vita che Gesù chiede ai suoi discepoli.

L’obiettivo da raggiungere è “la conoscenza” di Cristo. Il verbo conoscere nella Bibbia non ha, come per noi, solo un significato concettuale, razionale. Implica il coinvolgimento attivo di tutta la persona. Paolo aspira ad un’adesione piena a Cristo: vuole assimilare i suoi pensieri, i suoi giudizi, le sue parole, il suo modo di comportarsi.

Nella seconda parte della lettura (vv.12-14), Paolo non può che ammettere di essere ancora molto lontano dalla meta. Sviluppando l’immagine dell’atleta che compete nello stadio, afferma che egli continua proteso verso il traguardo, vuole conquistare il premio ed è sicuro che un giorno lo otterrà, non per i propri sforzi e i propri meriti, ma perché Dio lo accompagna.

 

Vangelo (Gv 8,1-11)

 

1 Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. 2 Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava

3 Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, 4 gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5 Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. 6 Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo.

Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. 7 E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. 8 E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9 Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.

 Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. 10 Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. 11 Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”.

 

Se leggendo un libro ci capitasse di trovare che una pagina è stata strappata, penseremmo probabilmente che il racconto doveva contenere dettagli sconvenienti e che una mano pia, per prevenire i turbamenti di qualche lettore meno maturo, ha asportato il testo incriminato.

Bene, nei primi secoli della Chiesa, quando vennero trascritti i libri del Nuovo Testamento, da quasi tutte le copie della Bibbia fu tolta la pagina del Vangelo di oggi.

Deve averla composta Luca (il tema, lo stile, il linguaggio sono i suoi) e il suo posto naturale è alla fine del capitolo 21. E’ lì, infatti, che viene collocata da un gruppo importante di manoscritti antichi. Certamente non è di Giovanni e non si sa bene come abbia fatto a entrare nel capitolo ottavo del quarto Vangelo. Forse perché, dopo qualche versetto, si trova la frase di Gesù: Io non giudico nessuno (Gv 8,15). In ogni modo è chiaro che questo testo ha avuto una storia piuttosto travagliata.

La ragione? Sant’Agostino dava la sua, un po’ sbrigativa e scontata: “Alcuni fedeli di poca fede, o meglio, nemici della vera fede, temevano probabilmente che l’accoglienza del Signore per la peccatrice desse la patente di immunità alle loro donne”. Detto in parole povere: i mariti, i genitori, i responsabili delle comunità devono aver pensato che la frase di Gesù io non ti condanno poteva essere fraintesa e allora… meglio ignorare il racconto.

Il motivo vero del sospetto per questo episodio però è forse un altro: la prassi penitenziale che si era instaurata nei primi secoli della Chiesa.

Con l’aumento del numero dei cristiani, nei primi secoli era decaduta la qualità e si era introdotto un certo lassismo che portava a giustificare ogni comportamento e faceva ritenere tutto lecito. Come reazione si era diffusa la convinzione che, nei confronti di chi peccava gravemente, la chiesa poteva intervenire concedendo il perdono, sì, ma una sola volta in vita. Ai recidivi non rimaneva che attendere il severo giudizio di Dio. Chiaro che i rigoristi preferivano mettere da parte, non dare rilievo all’episodio dell’adultera.

Chi invece propugnava un atteggiamento più mite e comprensivo si richiamava volentieri a questo racconto. Nelle Costituzioni apostoliche – un importante libro del IV secolo – si raccomanda al vescovo di imitare, nei confronti dei peccatori, ciò che ha fatto Gesù “con quella donna che aveva peccato e che gli anziani gli avevano posto innanzi”.

Guardato con un certo sospetto o con simpatia, il brano è comunque rimasto ed allora si è reso necessario escogitare una spiegazione per la frase incriminata che qualcuno avrebbe preferito che Gesù non si fosse lasciato sfuggire: Io non ti condanno.

Si è cominciato col dire: vedete come è buono il Signore? La donna doveva essere lapidata, ma, siccome era più che pentita, egli prima l’ha difesa e poi l’ha perdonata.

Ma se così fosse, perché il fatto avrebbe suscitato tante obiezioni al punto da tentare addirittura di cancellarlo dal Vangelo? Che ci sarebbe di strano se Gesù avesse perdonato a una peccatrice pentita?

E’ proprio qui che sta il nodo del problema: non c’è assolutamente nulla che faccia supporre che la donna fosse pentita.

Non confondiamola con la peccatrice di cui ci parla Luca in un'altra parte del suo Vangelo. Quella sì che era pentita: pianse, unse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli (Lc 7,36-50). Ma l’adultera del Vangelo di oggi non ha fatto nulla di tutto questo. E’ stata colta in flagrante, è stata afferrata, minacciata, forse picchiata, poi è stata scaraventata davanti a Gesù. Nient’altro. Certo, doveva essere sconvolta, spaventata, piena di vergogna; ma supporre che, in quelle condizioni, abbia pensato ad un “atto di dolore perfetto” è pura fantasia!

Perché preoccuparsi di scusare Gesù? Egli non ha bisogno delle nostre giustificazioni. Ci sorprende? Ci sconvolge? Bene. Si può anche non essere d’accordo con il suo comportamento, ma non si può negare, modificare, minimizzare la portata del fatto. Vediamo di capirlo.

 

Una donna viene sorpresa... mentre non sta recitando il rosario! E’ strano che non sia stato agguantato anche il socio. E’ la solita storia: l’aggressività, la violenza, le passioni si sfogano sempre sui più deboli; i forti riescono sempre in qualche modo a sfuggire e a farla franca.

La legge puniva l’adulterio con la morte (Lv 20,10). In pratica però i giudici non erano severi, chiudevano sempre un occhio e non condannavano mai alla pena capitale. Del resto, quando nella Bibbia viene comminata questa pena, non se ne intende la reale esecuzione, si sottolinea solo la gravità del crimine. Basti pensare che è prevista anche per chi percuote il proprio padre (Es 21,15).

Non sappiamo chi fossero i componenti della buon costume di Gerusalemme, ma una cosa è certa: allora, come oggi, c’erano persone ossessionate dal fatto che altri commettessero peccati sessuali. Come si spiega questo fanatismo nella difesa della pubblica decenza? Sono davvero innocenti e puri questi moralizzatori? Perché godono nel mettere in pubblico i peccati altrui? Forse si tratta di gente che vorrebbe fare le stesse cose, ma, non potendolo, si accanisce contro chi le fa.

Qualcuno di questo gruppo di vigilanza morale deve aver fatto la proposta: e se conducessimo questa p... (peccatrice!) dal maestro galileo? Sì, da quel tale che sta sempre dalla parte di questi corrotti? Non avrà certo il coraggio di difenderla! Vedrete come sarà imbarazzato quando sarà costretto a pronunciarsi contro “i suoi amici” (Mt 11,19)!

Lo trovano seduto nel piazzale del tempio, circondato da molta gente che lo ascolta con attenzione. Trascinano la donna nel mezzo, “in piedi, di fronte a tutti” e, con un sorriso pieno di sottintesi, gli chiedono: “Maestro, la legge ordina di lapidare le donne come questa. Tu che ne dici?”.

Gesù non risponde. Si china e comincia a scrivere per terra. Cosa scrive?

L’opinione – che si è diffusa a partire da san Gerolamo – che egli abbia scritto i peccati degli accusatori non ha senso e nessuno più la sostiene. E’ molto documentata invece l’usanza fra i popoli semiti di scarabocchiare per terra mentre si sta pensando oppure si vuole scaricare la tensione o controllare l’irritazione di fronte a chi pone domande assurde o provocatorie.

 

Gesù potrebbe togliersi d’impiccio in modo molto semplice: invitando gli accusatori a rivolgersi ai giudici legittimi. Il tribunale del sinedrio dista non più di un centinaio di metri. Ma questo significherebbe abbandonare quella donna che i “difensori della pubblica moralità” considerano ormai un trofeo, una preda. Per questo alza il capo e dice: “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei”. Poi si china di nuovo e continua a tracciare linee per terra.

A quel punto i presenti cominciano a non sentirsi più a loro agio: sono stati smascherati, è stata messa a nudo la loro ipocrisia. Abbassano gli occhi e, cercando di assumere un atteggiamento disinvolto, per nascondere l’imbarazzo e la vergogna, si allontanano, cominciando dai più vecchi, dai “presbiteri” – dice il testo greco. Non rimangono che Gesù e la donna, da soli.

Consideriamo bene la posizione dei due.

La donna era stata collocata in piedi, come avveniva con gli accusati durante i processi (v.3) e Gesù era seduto (v.2). Durante tutto il dialogo la posizione non cambia: Gesù si china (v.6), alza il capo (v.7) e si china di nuovo (v.8), ma rimane sempre seduto e la donna in piedi, “là in mezzo” (v.9).

Al versetto 10 il nostro testo dice: “Alzatosi allora Gesù”, dando l’idea che, per pronunciare la sentenza, egli si è levato in piedi. Non è così. Il verbo usato è lo stesso che al v.7 è stato tradotto con “alzò il capo”. Gesù è rimasto dov’era, in basso, nella posizione del servo, non del giudice che guarda dall’alto chi ha sbagliato. Ha solo alzato il capo per comunicare alla donna, con la dolcezza del suo sguardo, la tenerezza di Dio che non condanna mai nessuno.

Se ne sono andati tutti – dice il testo – dunque, assieme agli accusatori, se n’è andata anche la folla e anche i discepoli. Solo Gesù è rimasto per pronunciare la sua sorprendente sentenza: nessuna condanna.

Il Vangelo sottolinea che i primi ad allontanarsi sono stati i più vecchi. Forse sono proprio le persone più mature della comunità che sono invitate a fare un esame di coscienza. Spesso sono proprio loro che si dilettano a “scagliare le pietre” con pettegolezzi e diffamazioni.

 

Se Gesù non giudica e non condanna, allora significa che il peccato è una cosa da poco? Comportarsi bene o male fa lo stesso?

No! Il peccato è un male molto grave perché distrugge la vita di chi lo commette. Gesù non dice alla donna: “Va’ in pace, hai fatto benissimo a tradire tuo marito, continua così!”; le dice: “Smetti di farti del male, non ripetere l’errore di rovinarti l’esistenza per un momento di piacere”.

Nessuno odia il peccato quanto Gesù, perché nessuno ama l’uomo più di lui. Tuttavia non condanna chi sbaglia (e a nessuno permette di lanciare pietre) per non aggiungere altro male a quello che il peccatore si è già fatto.

Forse egli non condanna ora, ma un giorno giudicherà e punirà i suoi figli che hanno commesso il male? Prestiamo attenzione. Gesù non dice alla peccatrice: “Per questa volta non ti condanno”. Questo sarebbe andato bene anche ai rigoristi dei primi secoli. Dice: “Non ti condanno”, né oggi, né domani, né mai.

Questa pagina del Vangelo oggi non disturba meno di ieri. Non lascia tranquilli coloro che continuano ad arrogarsi il diritto, dal fortino inattaccabile del loro perbenismo, di scagliare pietre non più con le mani, ma diffamando, isolando, pronunciando giudizi severi, alimentando diffidenze, diffondendo pettegolezzi. Gesù non tollera che qualcuno scagli queste pietre dolorose e crudeli contro chi si regge a stento, piegato sotto il peso dei propri errori. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

I figli degli immigrati. Quale pastorale nelle grandi città europee?

 

Dal 7 al 10 marzo 2010 si è tenuto a Barcellona il 21° incontro annuale "Pastorale dei migranti nelle grandi città d'Europa" che ha riunito responsabili e operatori pastorali provenienti da Vienna, Bruxelles, Lione, Francoforte, Colonia, Milano, Torino, Roma, Lussemburgo, Basilea, Barcellona, nonché esponenti delle Commissioni nazionali della pastorale dei migranti di Francia, Spagna e Svizzera. Il tema affrontato è stato: "I figli degli immigrati. Quale pastorale?". Si tratta di una questione di fondamentale importanza per il futuro della chiesa in Europa: come annunciare e far crescere la fede nelle nuove generazioni di origine immigrata, che stanno emergendo nelle nostre diocesi e che anno dopo anno costituiscono una porzione sempre più ampia della gioventù europea? Il convegno svoltosi a Barcellona certamente non aveva la pretesa di rispondere in modo completo a questa domanda, ma è stato un'occasione per prendere coscienza di una serie di questioni.

 

In primo luogo, dalla presentazione dei contesti delle singole città europee emerge una certa varietà di situazioni. Da una parte abbiamo nazioni con una più lunga storia di immigrazione: Svizzera, Germania, Francia, Belgio, Lussemburgo, in cui sono numerosi i figli (seconda generazione) o i nipoti (terza generazione) dei migranti, nati e cresciuti nel paese di accoglienza.

In Spagna e in Italia, mentre aumentano sensibilmente i figli nati da genitori stranieri, sono avvenuti negli ultimi anni massicci ricongiungimenti familiari, con l'arrivo di bambini o adolescenti, che spesso hanno vissuto per alcuni anni separati dai genitori e hanno frequentato la scuola in patria.

In tutti i paesi, tuttavia, emergono questioni cruciali come l'inserimento scolastico e professionale, che risulta fondamentale per l'integrazione nella società e la possibilità di sviluppare in modo sereno ed equilibrato la propria duplice appartenenza culturale e linguistica. Il bilinguismo, il sentirsi a casa in due culture sono, infatti, potenzialità presenti nei figli degli immigrati e una ricchezza per i paesi europei che necessitano di essere opportunamente valorizzate. Eppure, persino nelle aree di più antica immigrazione, i risultati raggiunti in questo campo non sono ancora soddisfacenti. L’impegno della chiesa ha, quindi, anche un carattere sociale, educativo e politico, allo scopo di garantire pari opportunità a tutti i giovani e di contrastare il diffondersi della xenofobia.

 

A Barcellona, pur concentrandosi sul contesto catalano e spagnolo, i partecipanti al convegno hanno messo in comune la loro ricerca riguardante la pastorale specifica per i figli degli immigrati cattolici. Ci si chiede come questi giovani, insieme ai loro coetanei autoctoni, possano diventare cristiani adulti e testimoniare la fede in una società sempre più contraddistinta dagli estremi di una secolarizzazione avanzata e di una varietà religiosa senza precedenti.

Anche in questo caso, va tenuto conto delle diverse fasi dell'immigrazione. I ragazzi che arrivano per ricongiungimento familiare richiedono accoglienza e un accompagnamento pastorale che utilizzi soprattutto la lingua materna. Per coloro, invece, che nascono nel paese d'immigrazione si pone la questione della partecipazione attiva all'interno della chiesa locale, una partecipazione che non implichi la negazione delle loro radici religiose legate alla famiglia e, quindi, alla cultura di origine. Importante è ricordare che prima di essere "migranti" essi sono "giovani", cioè pienamente partecipi degli stili di vita e dei linguaggi giovanili diffusi oggi a livello globale. Nell'età dell'adolescenza, questo può anche significare per molti l'abbandono della pratica religiosa e un adeguamento al contesto secolarizzato in cui vivono. Tra le proposte emerse vi è quella di una maggiore convergenza tra pastorale familiare, giovanile e migratoria: dare sostegno alla famiglia immigrata per favorire la trasmissione della fede ai giovani anche nel nuovo ambiente culturale in cui vivono. Inoltre, si fanno strada alcuni esempi di pastorale giovanile in cui giovani cattolici di origine straniera e autoctoni si incontrano per condividere il cammino di fede alla scoperta di una identità cristiana aperta e universale. Infine, la stessa chiesa locale è sollecitata, grazie anche alla presenza di questi giovani, a testimoniare la sua cattolicità in un cammino di conversione verso l'accoglienza e la comunione tra le diversità. Luisa Deponti, de.it.press

 

 

 

 

Sabato la lettera del Papa agli irlandesi

 

Sui casi di pedofilia nel clero: «Chiesa severamente scossa in conseguenza della crisi degli abusi sui minori» La firma del Pontefice sarà apposta venerdì

 

CITTÀ DEL VATICANO - Sarà pubblicata sabato 20 marzo la lettera pastorale di papa Benedetto XVI ai cattolici irlandesi sui casi di pedofilia nel clero. La firma del Pontefice sarà apposta venerdì.

CENTINAIA DI ABUSI - Il documento, che sarà scritto in inglese e in italiano, era stato annunciato l'11 dicembre, durante un incontro con i massimi vertici della chiesa irlandese convocato in Vaticano alla luce dell'ultimo, scioccante rapporto del giudice Murphy che, facendo seguito al precedente "rapporto Ryan", ha messo a fuoco centinaia di abusi avvenuti fino alla metà degli anni '90 nell'arcidiocesi di Dublino, una delle più grandi d'Europa. Attesa inizialmente per l'inizio della Quaresima, la lettera giunge a due settimane dalla Pasqua, mentre lo scandalo si è allargato a macchia d'olio, toccando Svizzera, Olanda, e soprattutto la Germania patria del Papa. Quanto sarà detto ai fedeli irlandesi varrà perciò per tutte le chiese che si trovano a dover fronteggiare il problema, almeno per quelle europee. Secondo quanto preannunciato a suo tempo dalla sala stampa vaticana, dovrebbe contenere non solo indirizzi e considerazioni religiose, ma precise «indicazioni pratiche» su come individuare e sanare questa piaga, cancellandola dal futuro della Chiesa cattolica.

«CHIESA SCOSSA» - «Come sapete - ha detto mercoledì il Papa salutando i pellegrini irlandesi nella festa di San Patrizio -, negli ultimi mesi la Chiesa in Irlanda è stata severamente scossa in conseguenza della crisi degli abusi sui minori». «Come segno della mia profonda preoccupazione - ha aggiunto - ho scritto una lettera pastorale che tratta di questa dolorosa situazione. La firmerò nella solennità di San Giuseppe, il guardiano della Sacra Famiglia e patrono della Chiesa universale, e la manderò presto». «Vi chiedo - ha concluso il Pontefice - di leggerla voi stessi, con cuore aperto e spirito di fede. La mia speranza è che aiuti nel processo di pentimento, guarigione e rinnovamento». Redazione online CdS 18

 

 

 

"Il Papa ci chieda scusa". Nella Baviera dove Ratzinger è cresciuto: «Ma noi gli crediamo»

 

TRAUNSTEIN-MARKTL AM INN (Baviera)  È tutto molto triste: anch'io ho un figlio che fa il chierichetto e sono turbato da quello che sta emergendo». Ralf Berger esce a passi lenti dalla Chiesa di St. Oswald a Traunstein. È qui che, l'8 luglio 1951, Joseph Ratzinger celebrò la sua prima messa. Ed è qui che i «suoi» fedeli provano a prendere le difese di quel loro prete diventato Papa che oggi viene accusato da più parti di aver taciuto troppo a lungo sullo scandalo dei preti pedofili in Germania. «Deluso dal Santo Padre? No, sono arrabbiato con la Chiesa che ha sempre cercato di nascondere questi crimini, ma non col Papa: se finora non si è pronunciato è perché è rimasto lui stesso scioccato da questo scandalo», spiega Berger.

 

Traunstein, l’orgoglio perduto

Vista da qui, da quella Traustein che Benedetto XVI ha sempre definito la sua «vera» città natale, la Germania sembra divisa a metà. Non più il Paese che nel 2005, quando Joseph Ratzinger fu eletto successore di Giovanni Paolo II, gridò compatta e orgogliosa dalle colonne della Bild «Wir sind Papst», «Noi siamo Papa». Ma un Paese confuso, disorientato dall'ondata ormai quotidiana delle denunce di abusi in scuole o convitti cattolici, un Paese che guarda al suo Papa e si divide. C'è la Germania delle associazioni cattoliche di base e dei politici Csu che chiedono un intervento rapido del pontefice. E c'è una Germania che condanna sì gli abusi, che mette sì in discussione il celibato, ma che prova come può a prendere le difese del Papa. È una Germania che trovi a Marktl (la città in cui è nato), a Traunstein (quella in cui è cresciuto), ma anche a Monaco (dove è stato arcivescovo), tre città profondamente legate a Joseph Ratzinger.

 

Traunstein ieri mattina era avvolta in una morsa di gelo. Davanti alla Chiesa di St. Oswald cumuli di neve circondano il busto di Benedetto XVI. «Non sono deluso da lui: indipendentemente da quello che avrebbe detto, le sue parole sarebbero state rigirate a suo svantaggio - spiega Christian Abler, giovane impiegato di banca -. Mi aspetto però una richiesta ufficiale di scuse proveniente dai livelli più alti, dal Papa o da altri». «Non mi ha deluso, però l'importante è che, quando interverrà, non si limiti a parlare, ma faccia anche qualcosa di concreto» concorda Valentina Clement. Molti preferiscono allargare il discorso: «Questo problema non ci sarebbe se i preti avessero la possibilità di sposarsi», lamenta Ute Wiblishauser.

 

St Michael, il seminario

Per capire quanto lo scandalo stia rendendo incerto il mondo cattolico, anche bavarese, bisogna però lasciare il centro città e inerpicarsi sulla salita coperta di neve che porta al seminario di St. Michael, un enorme complesso in cui Joseph Ratzinger studiò dal 1939 al 1946. Il direttore precisa subito di non poter parlare senza l'autorizzazione dell'arcidiocesi di Monaco. Poi però, per un riflesso quasi naturale in questi giorni, precisa: «Qui da noi non c'è stata nessuna denuncia».

 

Maktl, il punto di partenza

Marktl ieri era un paesino semideserto. Sulla Marktplatz, la piazza su cui sorge la casa natale di Benedetto XVI, una panetteria ha affisso sula vetrina d'ingresso il manifesto del concerto a Marktl, il 18 aprile, dei Regenbsburger Domspatzen (il coro che è stato diretto per trent'anni dal fratello del papa, Georg, e che ora è investito da accuse di maltrattamenti e abusi). Proprio accanto, un adesivo bianco: «Attivi contro gli abusi sui bambini». Dice il pensionato Max Gander: «Il problema è che la Germania è troppo critica: il Papa si è già espresso su quanto successo in America o in Irlanda». In molti, qui, credono che il Pontefice non debba chiedere personalmente scusa per lo scandalo pedofilia. Le voci critiche, però, non mancano: «Il rapporto di fiducia verso la Chiesa s'è ormai rotto: dovrebbe pronunciare delle parole molto precise», sostiene Alexandra Engl.

 

Monaco, la roccaforte

«Il Papa sta facendo bene a prendere tempo, prima vuole studiare il tutto in modo approfondito; e poi perché mai dovrebbe scusarsi?». Inge Stadler ha fretta: la messa delle 17.30 nella Frauenkirche, la cattedrale di Monaco, è già iniziata da alcuni minuti e lei, un’anziana signora avvolta in un pesante cappotto grigio, è arrivata in ritardo. «Tutta questa vicenda degli abusi è una porcheria dei media: io stessa sono stata in convitto, ho un fratello che è stato nel coro dei Regensburger Domspatzen, un conoscente era a Ettal e non possiamo che parlarne bene». Qui sono in molti a pensarla come lei. «Certo che il Pontefice parlerà, ma non adesso, prima vuol ponderare bene le parole - dice convinta un’altra signora -. Sa, è un brav'uomo: io continuo ad andare a messa, l'importante ora è restare uniti».

 

I fedeli tra fedeltà e sgomento

C'è, infine, un'altra Germania. È quella che, silenziosamente, ha iniziato a voltare le spalle alla Chiesa cattolica. «Ho già pensato se non sia il caso di lasciare la Chiesa - confida una signora per le strade di Traunstein -. Per ora, però, resto: sono credente». ALESSANDRO ALVIANI  LS 17

 

 

 

 

 

Scandalo pedofili, il Papa invierà una lettera alla Chiesa irlandese

 

Il pontefice: «La mia speranza è che possa aiutare nel processo di pentimento, di guarigione e rinnovamento»

 

BERLINO - Il capo della Chiesa cattolica irlandese, cardinale Sean Brady, ha fatto le sue scuse dopo che è emerso che egli non avvertì la polizia dei comportamenti di un sacerdote pedofilo a metà anni Settanta. Brady, rivolgendosi ai fedeli nel giorno di San Patrizio, ha anche detto che «rifletterà» sul suo futuro ruolo.

LETTERA DEL PAPA - Sulla vicenda è intervenuto anche il Papa, durante l'udienza generale, con un saluto ai pellegrini irlandesi nell'odierna festa di San Patrizio. «Come sapete - ha detto - negli ultimi mesi, la Chiesa in Irlanda è stata messa a dura prova dalla crisi degli abusi sui minori. Come segno della mia profonda preoccupazione ho scritto una Lettera pastorale per affrontare questa situazione dolorosa. La firmerò nella Solennità di San Giuseppe, Custode della Sacra Famiglia e Patrono della Chiesa universale, e la invierò subito dopo». «Chiedo -ha aggiunto- che la leggiate voi stessi, con cuore aperto e in uno spirito di fede. La mia speranza è che possa aiutare nel processo di pentimento, di guarigione e rinnovamento».

LA MERKEL IN PARLAMENTO: «ORA SERVE LA VERITA'» - «Nel pieno delle polemiche per lo scandalo degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti tedeschi, è scesa in campo per la prima volta anche Angela Merkel, per richiamare alla responsabilità non solo la Chiesa Cattolica, ma l'intera società. In un discorso dinanzi al Parlamento, il cancelliere tedesco ha detto che il dramma degli abusi sessuali sui bambini è un problema «abominevole» che riguarda non solo il Vaticano. «Non ha senso, anche se i primi casi (di abusi) sono nella Chiesa Cattolica, concentrarsi su un gruppo. Questo è qualcosa che è accaduto in molte area della società». «Penso che siamo tutti d'accordo: gli abusi sessuali su bambini sono un crimine abominevole», ha aggiunto la Merkel, spiegando che queste esperienze cambiano la vita di una persona e tormentano la vittima per tutta la vita. Il cancelliere tedesco ha quindi parlato della necessità di diffondere «la verità assoluta» sui casi in questione: «La nostra società ha un solo modo per superarlo ed è quello di conoscere tutta la verità su ciò che è accaduto».  CdS 17

 

 

 

 

Pedofilia, scuse primate Irlanda: sapevo e ho taciuto. Merkel: chiede chiarezza

 

Il cardinale Brady: rifletterò su mio ruolo. Venerdì il Papa firmerà la lettera agli irlandesi

 

BERLINO  - La cancelliera tedesca, Angela Merkel, durante un intervento al Bundestag, ha chiesto oggi che l'intera società faccia chiarezza sulla questione degli abusi sessuali, che non è solo un problema della Chiesa, ha detto.

 

Il capo della Chiesa cattolica irlandese, cardinale Sean Brady, ha fatto oggi le sue scuse dopo che è emerso che egli non avvertì la polizia dei comportamenti di un sacerdote pedofilo a metà anni Settanta. Brady, rivolgendosi ai fedeli nel giorno di San Patrizio, ha anche detto che «rifletterà» sul suo futuro ruolo. Brady aveva in precedenza difeso il suo ruolo nell'organizzazione di un incontro nel 1975 durante il quale a due bambini abusati da padre Brendan Smyth fu chiesto di fare voto di silenzio, come parte di un'indagine interna della Chiesa. I vertici ecclesiastici rimossero Smyth da alcuni compiti sacerdotali e raccomandarono trattamenti psichiatrici. Ma secondo molti, la mancata denuncia alla polizia fu il fattore principale che consentì a Smyth di abusare minori per altri 18 anni. Ma parlando ai fedeli alla cattedrale di San Patrizio a Armagh, Brady si è scusato con coloro che si sono sentiti delusi o abbandonati: «Questa settimana un doloroso episodio del mio passato è tornato alla mia attenzione - ha detto il Cardinale - Ho ascoltato le reazioni delle persone sul mio ruolo negli eventi di 35 anni fa. Voglio dire a chiunque si sia sentito ferito dalle mie mancanze, che mi scuso con tutto il cuore. Voglio anche scusarmi con coloro che si sono sentiti delusi da me. Guardando indietro, mi vergogno di non aver sempre rispettato i valori che professo e nei quali credo».

 

Brady: rifletterò su mio ruolo. Brady, che finora non si è dimesso nonostante forti pressioni in questo senso dopo il terremoto-pedofilia che ha investito la Chiesa cattolica in Irlanda, ha aggiunto: «Siate certi che rifletterò con attenzione nel momento in cui entriamo in Settimana santa, Pasqua e Pentecoste. Userò questo tempo per pregare, riflettere sulla parola di Dio e capire la volontà dello Spirito santo. Rifletterò su ciò che ho sentito da coloro che sono stati feriti dal mio abuso».

 

Lettera agli irlandesi. Benedetto XVI firmerà questo venerdì, festa di San Giuseppe, la lettera ai fedeli irlandesi sui casi degli abusi sui minori. Lo ha annunciato lo stesso Benedetto XVI, rivolgendosi in inglese ai pellegrini di quella lingua durante l'udienza generale. «Come sapete - ha detto il Papa salutando i pellegrini irlandesi nella festa di San Patrizio -, negli ultimi mesi la Chiesa in Irlanda è stata severamente scossa in conseguenza della crisi degli abusi sui minori». «Come segno della mia profonda preoccupazione - ha aggiunto - ho scritto una Lettera pastorale che tratta di questa dolorosa situazione. La firmerò nella solennità di San Giuseppe, il Guardiano della Sacra Famiglia e patrono della Chiesa universale, e la manderò presto». «Vi chiedo - ha concluso il Pontefice - di leggerla voi stessi, con cuore aperto e spirito di fede. La mia speranza è che aiuti nel processo di pentimento, guarigione e rinnovamento».

 

Il vescovo di Osnabrueck chiede scusa. Il vescovo di una città della Bassa Sassonia, nell'Ovest della Germania, Franz-Josef Bode, ha scritto una lettera ai fedeli della sua diocesi chiedendo scusa per gli abusi sessuali su minori commessi negli anni passati. Lo scrive oggi il quotidiano locale Neue Osnabruecker Zeitung nella sua edizione online. Alla luce di questi episodi, ha scritto Bode nella missiva, secondo quanto riporta il giornale, sono «sconvolto, senza parole, pieno di vergogna e dolore». Il vescovo ha chiesto poi perdono alle vittime degli abusi. La lettera giunge all'indomani della conferma, da parte del padre superiore dei francescani ad Hannover (Bassa Sassonia), di abusi sessuali commessi nel 1970 nell'accademia cattolica Ludwig-Windthorst-Haus della diocesi di Osnabrueck, a Lingen.

 

Zollitsch: chiesa garantirà trasparenza. Il presidente della Conferenza episcopale tedesca, Robert Zollitsch, ha assicurato oggi ai capigruppo dei partiti rappresentati al Bundestag che la Chiesa cattolica si impegna a garantire «chiarezza» e «trasparenza» sul tema degli abusi sessuali su minori. Secondo un comunicato diffuso dalla Conferenza episcopale, Zollitsch ha incontrato questa mattina i capigruppo dei liberal democratici, Stefan Ruppert (Fdp), dei Verdi, Josef Winkler, dei social democratici, Siegmund Ehrmann (Spd), e dei conservatori, Maria Flachsbarth (Cdu-Csu). I leader parlamentari, sottolinea la nota, hanno concordato che il problema degli abusi sessuali non riguarda solo la Chiesa, ma tutta la società. IM 17

 

 

 

 

 

Pedofilia, il vescovo di Treviri "La Chiesa ha insabbiato"

 

L'ammissione del responsabile della conferenza episcopale tedesca

per i casi di abusi nelle istituzioni cattoliche. E scoppiano nuovi scandali

 

BERLINO - L'inquisitore incaricato di far luce nello scandalo dei preti pedofili in Germania, il vescovo di Treviri, Stephan Ackermann, ha ammesso che "la Chiesa cattolica" ha "insabbiato" i per decenni i casi di abusi sessuali su minori limitandosi a trasferire da una diocesi all'altra i sacerdoti rei di questi crimini. L'ammissione, fatta da Ackermann in un'intervista ad un giornale tedesco, si riferisce implicitamente anche al caso di Peter H., il prete con precedenti di abusi sessuali su minori al centro di un caso che per la prima volta ha sfiorato anche papa Benedetto XVI. Domenica il passato di prete pedofilo aveva raggiunto "H." nella sua chiesa, dove i fedeli lo avevano duramente contestato, oggi il religioso è stato sospeso con effetto immediato dall'arcivescovado di Monaco di Baviera e Frisinga.

 

E, come se non bastasse, al danno si è aggiunta anche la pubblica umiliazione, poichè una delle sue vittime - un uomo che oggi ha 41 anni - ha raccontato per filo e per segno al tabloid Bild e ai suoi sette milioni di lettori, come il prete abbia abusato sessualmente di lui quando era solo un bambino. In un'intervista ad un altro giornale, la Rhein Zeitung, l'incaricato speciale della Conferenza episcopale tedesca per tutte le questioni inerenti agli abusi sessuali, ha ammesso: "In base alle conoscenze che abbiamo attualmente c'é stato un insabbiamento": "ne dobbiamo prendere atto con dolore - ha aggiunto Ackermann - Dove non c'é stata reale volontà di far luce e i rei sono stati semplicemente trasferiti, dobbiamo ammettere che in tutta una serie di casi c'é stato occultamento".

 

Per la Chiesa cattolica tedesca, è stata un'altra giornata nera. All'indomani del monito lanciato dal vice presidente del Bundestag, il socialdemocratico Wolfgang Thierse, infatti, sono emersi nel Paese nuovi casi di violenze sessuali e maltrattamenti ai danni di minori commessi negli anni passati. Secondo Thierse, la credibilità della Chiesa è a rischio e le nuove denunce emerse oggi sembrano confermare la sua analisi. L'arcivescovado ha reso noto in un comunicato di avere sospeso padre H. - che era stato nominato nel 2008 parroco di Bad Toelz, un comune di circa 17.600 abitanti a pochi chilometri da Monaco - per aver violato il divieto di occuparsi di bimbi e per aver violato il divieto di occuparsi di bimbi e adolescenti. Nello stesso tempo, il suo diretto superiore, Josef Obermaier, ha rassegnato le dimissioni.

 

Il prete, 62 anni, condannato a 18 mesi di prigione nel 1986 per abusi su minori, era stato trasferito nell'80 dalla diocesi di Essen (Nord Reno-Westfalia) a quella di Monaco quando il Papa era arcivescovo del capoluogo bavarese e di Freising. Il sacerdote era stato accolto, "al solo scopo di farlo curare", aveva precisato nei giorni scorsi una nota della diocesi, ma l'allora vicario generale del capoluogo bavarese, mons. Gerhard Gruber, aveva deciso autonomamente di affidare al religioso un ruolo pastorale in una parrocchia, senza avvertire il suo superiore. Così, le violenze si erano ripetute e, per questo, il religioso era stato condannato. Oggi, a parlare di quegli abusi, è stata una delle sue vittime, Wilfried Fesselmann, di Gelsenkirchen (Ovest). "Avevo undici anni", ha raccontato alla Bild: "Dopo un campo estivo, il cappellano invitò i 'bambini carini' a dormire con lui nella casa parrocchiale", ha proseguito. Quella sera, ha ricordato, H. "mi diede un Bacardi con la Coca Cola, si tolse i pantaloni e mi costrinse a fare sesso orale". Il giovane trascorse la notte nella casa parrocchiale e "la mattina seguente - ha spiegato -, trovai un foglietto in cui c'era scritto: 'Per favore vai a casa e dimenticati di questo pesto...'".

 

Nuovi casi di violenze su minori sono emersi oggi anche nel Baden-Wuerttemberg (Sud) e nella stessa Baviera, dove il convento benedettino di Sankt Ottilien ha reso noto che numerosi monaci - nel frattempo deceduti - hanno abusato sessualmente di ragazzi negli anni '60 ed ha chiesto alle vittime di farsi avanti. Nel Baden-Wuerttemberg, i sospetti si concentrano su due preti, uno dei quali - che nel frattempo è deceduto - per molti anni è stato cittadino onorario di Rottenburg, una cittadina del Land. L'altro, che oggi ha 80 anni, avrebbe abusato di almeno un bambino, tra gli anni '60 e '70. La vittima ha sporto denuncia di recente presso la Procura di Berlino. LR 16

 

 

 

Il cardinale Brady: "Vergogna sociale". E Ratzinger scrive ai fedeli irlandesi

 

BERLINO Benedetto XVI esprime pubblicamente la sua «profonda preoccupazione», il suo «dolore», per lo scandalo-pedofilia che «scuote» la Chiesa. E avverte che ora la via da seguire è quella del «pentimento» e del «rinnovamento». Questi gli obiettivi indicati dal Pontefice annunciando oggi, durante l’udienza generale in Piazza San Pietro, che venerdì - giorno di San Giuseppe - firmerà la sua Lettera pastorale ai fedeli d’Irlanda, uno dei paesi più colpiti dalla piaga degli abusi su minori commessi da sacerdoti. Papa Ratzinger ha scelto il giorno del suo onomastico, solennità del santo patrono della Chiesa universale, per licenziare uno dei documenti più delicati del suo Pontificato, che sarà poi divulgato nei giorni successivi. «Come sapete - ha detto il Pontefice in inglese salutando i pellegrini giunti dall’Irlanda nell’odierna festa di San Patrizio -, negli ultimi mesi la Chiesa in Irlanda è stata pesantemente scossa in conseguenza della crisi degli abusi sui minori».

 

«Come segno della mia profonda preoccupazione - ha aggiunto - ho scritto una Lettera pastorale che tratta di questa dolorosa situazione. La firmerò nella solennità di San Giuseppe, il Custode della Sacra Famiglia e patrono della Chiesa universale, e la invierò subito dopo». «Chiedo a tutti voi - ha concluso Benedetto XVI - che la leggiate voi stessi, con cuore aperto e in spirito di fede. La mia speranza è che essa aiuti nel processo di pentimento, guarigione e rinnovamento». Fino a quel momento, l’udienza dinanzi agli undicimila fedeli riuniti sotto il sole di San Pietro, dedicata a una catechesi su San Bonaventura, era stata scossa solo dalle grida di un uomo che si trovava in prima fila, sotto il palco del Papa, e che ha cominciato a urlare in inglese improperi e ingiurie contro politici Usa pro-aborto: l’uomo, di un gruppo anti-abortista americano, è stato fermato dalla Vigilanza ma poi rilasciato. La lettera ai fedeli d’Irlanda era stata annunciata in dicembre dopo un incontro in Vaticano tra il Papa e il primate della Chiesa irlandese, card. Sean Brady, in seguito alla pubblicazione di un rapporto-shock del governo di Dublino che accusava le gerarchie ecclesiastiche di quel paese di aver coperto gli abusi sessuali commessi per decenni da sacerdoti nell’arcidiocesi di Dublino su centinaia di minori. Il 15 e 16 febbraio scorsi Benedetto XVI aveva poi incontrato in Vaticano i 24 vescovi diocesani d’Irlanda, discutendo con loro proprio i temi della lettera, che ora assume una connotazione particolare anche alla luce dell’ulteriore allargarsi degli scandali alle Chiese di altri paesi, come la Germania, l’Austria, l’Olanda.

 

Proprio oggi il card. Brady, rivolgendosi ai fedeli nel giorno di San Patrizio, patrono d’Irlanda, ha fatto le sue scuse e ha espresso la sua «vergogna» essendo emerso che non avvertì la polizia dei comportamenti di un sacerdote pedofilo recidivo a metà anni Settanta. Brady, parlando nella cattedrale di Armagh, ha anche detto che «rifletterà» sul suo futuro. Il primate in precedenza aveva difeso il suo ruolo nel

 

l’organizzazione di un incontro nel 1975 durante il quale a due bambini di 10 e 14 anni abusati da padre Brendan Smyth fu chiesto - fu proprio lui, all’epoca segretario del vescovo di Kilmore, a farlo - di fare voto di silenzio, ufficialmente per non compromettere un’indagine interna della Chiesa. I vertici ecclesiastici rimossero Smyth da alcuni compiti sacerdotali e raccomandarono trattamenti psichiatrici. Tuttavia, la mancata denuncia alla polizia fece sì che Smyth potesse continuare ad abusare minori per altri 18 anni. Sarebbe stato condannato vent’anni dopo per decine di reati di pedofilia.

 

«Voglio dire - ha detto oggi Brady - a chiunque si sia sentito ferito dalle mie mancanze, che mi scuso con tutto il cuore. Voglio anche scusarmi con coloro che si sono sentiti delusi da me. Guardando indietro, mi vergogno di non aver sempre rispettato i valori che professo e nei quali credo». Ha poi aggiunto: «Rifletterò su ciò che ho sentito da coloro che sono stati feriti dal mio abuso». Brady ha infine spiegato che la Chiesa «deve continuare ad occuparsi con umiltà dell’enorme dolore causato dagli abusi di alcuni religiosi e la risposta totalmente inadeguata che fu data a quegli abusi in passato». LS 17

 

 

 

 

Scontri interreligiosi in Nigeria . La radio: "Morti undici cristiani"

 

Incursione notturna in un villaggio nello stato dell'Altopiano. Tra le vittime soprattutto donne e bambini - E' l'ennesima strage di matrice confessionale: nei mesi scorsi sono state uccise centinaia di persone - Secondo la polizia, l'eccidio è stato compiuto da membri dell'etnia degli allevatori fulani

 

JOS - Cristiani di nuovo vittime di violenze interreligiose in Nigeria. Undici persone sono rimaste uccise in un'incursione notturna in un villaggio cristiano nello stato centrale dell'Altopiano, la regione del "Middle Blet", al confine tra le comunità a maggioranza islamica degli stati settentrionali e quelle cristiane del sud del Paese. Tra i morti ci sono soprattutto donne e bambini. "Presumibilmente gli autori della strage, vestiti con divise militari mimetiche, appartengono all'etnia degli allevatori fulani", hanno dichiarato fonti della polizia locale.

 

Secondo la Radio stato Plateau, l'incursione nell'area di Riyom è avvenuta intorno all'1.20 ora locale (quando in Italia era mezzanotte e mezza). Lo stato dell'Altipiano (stato Plateau), capitale la città di Jos, è stato teatro quest'anno di altri eccidi: a gennaio, in quattro giorni di violenze, morirono più di 400 persone tra musulmani e cristiani.

 

Stando alla ricostruzione della polizia, il 7 marzo gli allevatori fulani hanno messo a segno un sanguinoso attacco contro tre villaggi a maggioranza cristiana vicino a Jos, uccidendo almeno 109 persone, prevalentemente donne e bambini. Secondo altre fonti si è trattato di un eccidio di proporzioni ben maggiori, con almeno 500 morti e 8.000 persone che si sarebbero date alla fuga. Le violenze in questa zona centrale della Nigeria, a cavallo fra il nord musulmano e il sud cristiano e animista, hanno già provocato migliaia di morti dal 2001. LR 17

 

 

 

 

 

Come pilotare la Chiesa nella tempesta. Una lezione

 

L'ha impartita Benedetto XVI in un'udienza generale ai fedeli, contro chi invoca un nuovo inizio del cristianesimo, senza gerarchia né dogmi. Il segreto del buon governo, ha detto, "è soprattutto pensare e pregare"  - di Sandro Magister

 

ROMA – Pochi l'hanno notato, ma in un momento della bufera che ha investito la Chiesa cattolica sull'onda dello scandalo dato ai "piccoli" da alcuni suoi sacerdoti, Joseph Ratzinger ha fronteggiato la sfida in un modo tutto suo. Con una audace lezione di teologia della storia, non priva di rimandi alla propria biografia di teologo e di papa.

 

La lezione l'ha rivolta ai pellegrini che gremivano l'aula delle udienze generali, la mattina di mercoledì 10 marzo.

 

Più volte il papa ha alzato gli occhi dal testo scritto e ha improvvisato. La trascrizione integrale è riprodotta più sotto e va riletta da cima a fondo. Ma alcuni suoi tratti vanno rimarcati da subito.

 

Al centro della lezione si staglia san Bonaventura da Bagnoregio, dottore della Chiesa, uno dei primi successori di san Francesco alla testa dell'ordine da lui fondato.

 

E questo è il primo dei tratti autobiografici. Perché è proprio sulla teologia della storia di san Bonaventura che il giovane Joseph Ratzinger pubblicò nel 1959 la sua tesi per la libera docenza in teologia, di recente ristampata.

 

La novità di quella sua tesi giovanile fu d'aver messo a confronto per la prima volta la teologia della storia di san Bonaventura con quella influentissima di Gioacchino da Fiore.

 

L'influsso di Gioacchino da Fiore sul pensiero di quel secolo e dei secoli seguenti, sia cristiano che ateo, è stato grandioso, fino ai giorni nostri. Ad esso il teologo Henri De Lubac ha dedicato trent'anni fa un memorabile saggio in due tomi dal titolo: "La posterità spirituale di Gioacchino da Fiore".

 

Quando oggi, come reazione allo scandalo di taluni preti, ancora una volta si invoca una purificazione epocale e radicale della Chiesa, un nuovo Concilio che sia "nuovo inizio e rottura", un cristianesimo spirituale fatto di nudo Vangelo senza più gerarchie né precetti né dogmi, che cos'altro si invoca se non l'età dello Spirito annunciata da Gioacchino da Fiore?

 

Nella sua lezione del 10 marzo scorso, Benedetto XVI ha descritto e attualizzato con rara chiarezza la contrapposizione tra Gioacchino e Bonaventura. Ha mostrato come l'utopia di Gioacchino ha trovato nel Concilio Vaticano II un terreno fertile per riprodursi di nuovo, vittoriosamente contrastata, però, dai "timonieri saggi della barca di Pietro", dai papi che seppero difendere la novità del Concilio e nello stesso tempo la continuità della Chiesa.

 

Dallo spiritualismo all'anarchia il passo è breve, ha ammonito Benedetto XVI. Era così nel secolo di san Bonaventura ed è così oggi. Per essere governata la Chiesa necessita di strutture gerarchiche, ma a queste deve essere dato un fondamento teologico evidente. È ciò che fece san Bonaventura nel governare l'ordine francescano. Per lui "governare non era semplicemente un fare, ma era soprattutto pensare e pregare. Alla base del suo governo troviamo sempre la preghiera e il pensiero; tutte le sue decisioni risultano dalla riflessione, dal pensiero illuminato dalla preghiera".

 

Lo stesso – ha detto il papa – deve avvenire oggi nel governo della Chiesa universale: "governare, cioè, non solo mediante comandi e strutture, ma guidando e illuminando le anime, orientando a Cristo".

 

È questo il secondo, decisivo, tratto autobiografico della lezione del 10 marzo. In essa Benedetto XVI ha detto come lui intende governare la Chiesa. L'ha detto con la mite umiltà che gli è propria, ponendosi all'ombra di un santo.

 

Come per san Bonaventura gli scritti teologici e mistici erano "l'anima del governo", così è per l'attuale papa. L'anima del suo governare sono le omelie liturgiche, l'insegnamento ai fedeli e al mondo, il libro su Gesù, insomma, il "pensiero illuminato dalla preghiera". È lì che la struttura gerarchica della Chiesa romana e i suoi atti di governo trovano fondamento e nutrimento. È lì che la Chiesa di papa Benedetto attinge la guarigione dei peccati dei suoi figli e la risposta agli attacchi – non innocenti – che le arrivano da fuori e da dentro.

 

Ma lasciamo a lui la parola. Ecco qui di seguito la sua catechesi all'udienza generale di mercoledì 10 marzo 2010. L’Espresso on line 18

 

 

 

 

"Non c’è un altro Vangelo più alto, non c’è un'altra Chiesa da aspettare..."

 

Cari fratelli e sorelle, [...] san Bonaventura, tra i vari meriti, ha avuto quello di interpretare autenticamente e fedelmente la figura di san Francesco d’Assisi, da lui venerato e studiato con grande amore.

 

In particolar modo, ai tempi di san Bonaventura una corrente di frati minori, detti “spirituali”, sosteneva che con san Francesco era stata inaugurata una fase totalmente nuova della storia, sarebbe apparso il “Vangelo eterno”, del quale parla l’Apocalisse, che sostituiva il Nuovo Testamento.

 

Questo gruppo affermava che la Chiesa aveva ormai esaurito il proprio ruolo storico, e al suo posto subentrava una comunità carismatica di uomini liberi guidati interiormente dallo Spirito, cioè i “francescani spirituali”.

 

Alla base delle idee di tale gruppo vi erano gli scritti di un abate cistercense, Gioacchino da Fiore, morto nel 1202. Nelle sue opere, egli affermava un ritmo trinitario della storia. Considerava l’Antico Testamento come età del Padre, seguita dal tempo del Figlio, il tempo della Chiesa. Vi sarebbe stata ancora da aspettare la terza età, quella dello Spirito Santo.

 

Tutta la storia andava così interpretata come una storia di progresso: dalla severità dell’Antico Testamento alla relativa libertà del tempo del Figlio, nella Chiesa, fino alla piena libertà dei Figli di Dio, nel periodo dello Spirito Santo, che sarebbe stato anche, finalmente, il periodo della pace tra gli uomini, della riconciliazione dei popoli e delle religioni.

 

Gioacchino da Fiore aveva suscitato la speranza che l’inizio del nuovo tempo sarebbe venuto da un nuovo monachesimo. Così è comprensibile che un gruppo di francescani pensasse di riconoscere in san Francesco d’Assisi l’iniziatore del tempo nuovo e nel suo Ordine la comunità del periodo nuovo: la comunità del tempo dello Spirito Santo, che lasciava dietro di sé la Chiesa gerarchica, per iniziare la nuova Chiesa dello Spirito, non più legata alle vecchie strutture.

 

Vi era dunque il rischio di un gravissimo fraintendimento del messaggio di san Francesco, della sua umile fedeltà al Vangelo e alla Chiesa, e tale equivoco comportava una visione erronea del cristianesimo nel suo insieme.

 

San Bonaventura, che nel 1257 divenne ministro generale dell’ordine francescano, si trovò di fronte ad una grave tensione all’interno del suo stesso ordine a causa appunto di chi sosteneva la menzionata corrente dei “francescani spirituali”, che si rifaceva a Gioacchino da Fiore. Proprio per rispondere a questo gruppo e ridare unità all’ordine, san Bonaventura studiò con cura gli scritti autentici di Gioacchino da Fiore e quelli a lui attribuiti e, tenendo conto della necessità di presentare correttamente la figura e il messaggio del suo amato san Francesco, volle esporre una giusta visione della teologia della storia.

 

San Bonaventura affrontò il problema proprio nell’ultima sua opera, una raccolta di conferenze ai monaci dello studio parigino, rimasta incompiuta e giuntaci attraverso le trascrizioni degli uditori, intitolata "Hexaemeron", cioè una spiegazione allegorica dei sei giorni della creazione.

 

I Padri della Chiesa consideravano i sei o sette giorni del racconto sulla creazione come profezia della storia del mondo, dell’umanità. I setti giorni rappresentavano per loro sette periodi della storia, più tardi interpretati anche come sette millenni. Con Cristo saremmo entrati nell’ultimo, cioè il sesto periodo della storia, al quale seguirebbe poi il grande sabato di Dio. San Bonaventura suppone questa interpretazione storica del rapporto dei giorni della creazione, ma in un modo molto libero ed innovativo.

 

Per lui, due fenomeni del suo tempo rendono necessaria una nuova interpretazione del corso della storia.

 

Il primo: la figura di san Francesco, l’uomo totalmente unito a Cristo fino alla comunione delle stimmate, quasi un "alter Christus", e con san Francesco la nuova comunità da lui creata, diversa dal monachesimo finora conosciuto. Questo fenomeno esigeva una nuova interpretazione, come novità di Dio apparsa in quel momento.

 

Il secondo: la posizione di Gioacchino da Fiore, che annunziava un nuovo monachesimo ed un periodo totalmente nuovo della storia, andando oltre la rivelazione del Nuovo Testamento, esigeva una risposta.

 

Da ministro generale dell’ordine dei francescani, san Bonaventura aveva visto subito che con la concezione spiritualistica, ispirata da Gioacchino da Fiore, l’ordine non era governabile, ma andava logicamente verso l’anarchia.

 

Due erano per lui le conseguenze.

 

La prima: la necessità pratica di strutture e di inserimento nella realtà della Chiesa gerarchica, della Chiesa reale, aveva bisogno di un fondamento teologico, anche perché gli altri, quelli che seguivano la concezione spiritualista, mostravano un apparente fondamento teologico.

 

La seconda: pur tenendo conto del realismo necessario, non bisognava perdere la novità della figura di san Francesco.

 

Come ha risposto san Bonaventura all’esigenza pratica e teorica? Della sua risposta posso dare qui solo un riassunto molto schematico ed incompleto in alcuni punti.

 

San Bonaventura respinge l’idea del ritmo trinitario della storia. Dio è uno per tutta la storia e non si divide in tre divinità. Di conseguenza, la storia è una, anche se è un cammino e – secondo san Bonaventura – un cammino di progresso.

 

Gesù Cristo è l’ultima parola di Dio, in Lui Dio ha detto tutto, donando e dicendo se stesso. Più che se stesso, Dio non può dire, né dare. Lo Spirito Santo è Spirito del Padre e del Figlio. Cristo stesso dice dello Spirito Santo: “Vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Giovanni 14, 26), “prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà” (Giovanni 16, 15).

 

Quindi non c’è un altro Vangelo più alto, non c’è un'altra Chiesa da aspettare. Perciò anche l’ordine di san Francesco deve inserirsi in questa Chiesa, nella sua fede, nel suo ordinamento gerarchico.

 

Questo non significa che la Chiesa sia immobile, fissa nel passato e non possa esserci novità in essa. “Opera Christi non deficiunt, sed proficiunt”, le opere di Cristo non vanno indietro, non vengono meno, ma progrediscono, dice il santo nella lettera "De tribus quaestionibus".

 

Così san Bonaventura formula esplicitamente l’idea del progresso, e questa è una novità in confronto ai Padri della Chiesa e a gran parte dei suoi contemporanei. Per san Bonaventura Cristo non è più, come era per i Padri della Chiesa, la fine, ma il centro della storia; con Cristo la storia non finisce, ma comincia un nuovo periodo.

 

Un'altra conseguenza è la seguente: fino a quel momento dominava l’idea che i Padri della Chiesa fossero stati il vertice assoluto della teologia, tutte le generazioni seguenti potevano solo essere loro discepole. Anche san Bonaventura riconosce i Padri come maestri per sempre, ma il fenomeno di san Francesco gli dà la certezza che la ricchezza della parola di Cristo è inesauribile e che anche nelle nuove generazioni possono apparire nuove luci. L’unicità di Cristo garantisce anche novità e rinnovamento in tutti i periodi della storia.

 

Certo, l’ordine francescano – così sottolinea – appartiene alla Chiesa di Gesù Cristo, alla Chiesa apostolica e non può costruirsi in uno spiritualismo utopico. Ma, allo stesso tempo, è valida la novità di tale ordine nei confronti del monachesimo classico, e san Bonaventura [...] ha difeso questa novità contro gli attacchi del clero secolare di Parigi: i francescani non hanno un monastero fisso, possono essere presenti dappertutto per annunziare il Vangelo. Proprio la rottura con la stabilità, caratteristica del monachesimo, a favore di una nuova flessibilità, restituì alla Chiesa il dinamismo missionario.

 

A questo punto forse è utile dire che anche oggi esistono visioni secondo le quali tutta la storia della Chiesa nel secondo millennio sarebbe stata un declino permanente; alcuni vedono il declino già subito dopo il Nuovo Testamento.

 

In realtà, “opera Christi non deficiunt, sed proficiunt”, le opere di Cristo non vanno indietro, ma progrediscono. Che cosa sarebbe la Chiesa senza la nuova spiritualità dei cistercensi, dei francescani e domenicani, della spiritualità di santa Teresa d’Avila e di san Giovanni della Croce, e così via?

 

Anche oggi vale questa affermazione: “Opera Christi non deficiunt, sed proficiunt”, vanno avanti. San Bonaventura ci insegna l’insieme del necessario discernimento, anche severo, del realismo sobrio e dell’apertura a nuovi carismi donati da Cristo, nello Spirito Santo, alla sua Chiesa.

 

E mentre si ripete questa idea del declino, c’è anche l’altra idea, questo “utopismo spiritualistico”, che si ripete. Sappiamo, infatti, come dopo il Concilio Vaticano II alcuni erano convinti che tutto fosse nuovo, che ci fosse un’altra Chiesa, che la Chiesa preconciliare fosse finita e ne avremmo avuta un’altra, totalmente “altra”. Un utopismo anarchico! E grazie a Dio i timonieri saggi della barca di Pietro, papa Paolo VI e papa Giovanni Paolo II, da una parte hanno difeso la novità del Concilio e dall’altra, nello stesso tempo, hanno difeso l’unicità e la continuità della Chiesa, che è sempre Chiesa di peccatori e sempre luogo di grazia.

 

In questo senso, san Bonaventura, come ministro generale dei francescani, prese una linea di governo nella quale era ben chiaro che il nuovo ordine non poteva, come comunità, vivere alla stessa “altezza escatologica” di san Francesco, nel quale egli vede anticipato il mondo futuro, ma – guidato, allo stesso tempo, da sano realismo e dal coraggio spirituale – doveva avvicinarsi il più possibile alla realizzazione massima del sermone della montagna, che per san Francesco fu la regola, pur tenendo conto dei limiti dell’uomo, segnato dal peccato originale.

 

Vediamo così che per san Bonaventura governare non era semplicemente un fare, ma era soprattutto pensare e pregare. Alla base del suo governo troviamo sempre la preghiera e il pensiero; tutte le sue decisioni risultano dalla riflessione, dal pensiero illuminato dalla preghiera. Il suo contatto intimo con Cristo ha accompagnato sempre il suo lavoro di ministro generale e perciò ha composto una serie di scritti teologico-mistici, che esprimono l’animo del suo governo e manifestano l’intenzione di guidare interiormente l’ordine, di governare, cioè, non solo mediante comandi e strutture, ma guidando e illuminando le anime, orientando a Cristo.

 

Di questi suoi scritti, che sono l’anima del suo governo e che mostrano la strada da percorrere sia al singolo che alla comunità, vorrei menzionarne solo uno, il suo capolavoro, l’"Itinerarium mentis in Deum", che è un “manuale” di contemplazione mistica.

 

Questo libro fu concepito in un luogo di profonda spiritualità: il monte della Verna, dove san Francesco aveva ricevuto le stigmate. Nell’introduzione l’autore illustra le circostanze che diedero origine a questo suo scritto: “Mentre meditavo sulle possibilità dell’anima di ascendere a Dio, mi si presentò, tra l’altro, quell’evento mirabile occorso in quel luogo al beato Francesco, cioè la visione del Serafino alato in forma di Crocifisso. E su ciò meditando, subito mi avvidi che tale visione mi offriva l’estasi contemplativa del medesimo padre Francesco e insieme la via che ad esso conduce” ("Itinerario della mente in Dio", Prologo, 2, in "Opere di San Bonaventura. Opuscoli Teologici", 1, Roma 1993, p. 499).

 

Le sei ali del Serafino diventano così il simbolo di sei tappe che conducono progressivamente l’uomo dalla conoscenza di Dio attraverso l’osservazione del mondo e delle creature e attraverso l’esplorazione dell’anima stessa con le sue facoltà, fino all’unione appagante con la Trinità per mezzo di Cristo, a imitazione di san Francesco d’Assisi.

 

Le ultime parole dell’"Itinerarium" di san Bonaventura, che rispondono alla domanda su come si possa raggiungere questa comunione mistica con Dio, andrebbero fatte scendere nel profondo del cuore: “Se ora brami sapere come ciò (la comunione mistica con Dio) avvenga, interroga la grazia, non la dottrina; il desiderio, non l’intelletto; il gemito della preghiera, non lo studio della lettera; lo sposo, non il maestro; Dio, non l’uomo; la caligine, non la chiarezza; non la luce, ma il fuoco che tutto infiamma e trasporta in Dio con le forti unzioni e gli ardentissimi affetti... Entriamo dunque nella caligine, tacitiamo gli affanni, le passioni e i fantasmi; passiamo con Cristo Crocifisso da questo mondo al Padre, affinché, dopo averlo visto, diciamo con Filippo: ciò mi basta” (ivi, VII, 6).

 

Cari amici, accogliamo l’invito rivoltoci da san Bonaventura, il Dottore Serafico, e mettiamoci alla scuola del Maestro divino: ascoltiamo la sua Parola di vita e di verità, che risuona nell’intimo della nostra anima. Purifichiamo i nostri pensieri e le nostre azioni, affinché Egli possa abitare in noi, e noi possiamo intendere la sua voce divina, che ci attrae verso la vera felicità. Benedetto XVI

 

 

 

 

Ora di religione. Nessun proselitismo

 

Il futuro è il dialogo nella ricerca della verità

“L’Irc è oggi l’occasione scolastica per impostare un dialogo efficace e fecondo con le nuove generazioni di immigrati che frequentano le scuole italiane e che cercano di integrarsi a partire dall’esperienza scolastica”. Ne è convinto don Vincenzo Annichiarico, responsabile del Servizio nazionale della Cei per l’Irc, aprendo il 17 marzo il seminario su “La dimensione religiosa del dialogo interculturale”, organizzato dal citato Servizio Cei in collaborazione con il Servizio nazionale per gli studi superiori di teologia e di scienze religiose. “Lungi dall’essere strumento di proselitismo”; ha precisato il relatore, l’ora di religione ”si pone anche al servizio degli studenti non cattolici, non cristiani o non credenti, giacché presenta con onestà e correttezza la tradizione religiosa che ha segnato indelebilmente la storia del nostro Paese”. “L’esperienza concreta di tanti insegnanti di religione – ha riferito don Annichiarico – testimonia che questo è possibile ed è comunemente apprezzato tanto dagli studenti italiani quanto dai figli di immigrati”.

 

La scelta dell’interculturalità. “La scelta dell’interculturalità si presenta come un’idea-guida in risposta a diverse interpretazioni del pluralismo avanzate e realizzate in campo sociale, politico ed educativo”. E’ quanto risulta dal Libro Bianco sul dialogo interculturale, pubblicato dal Consiglio d’Europa nel 2007. A parlarne è stato mons. Vincenzo Zani, sottosegretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica, intervenuto oggi al seminario Cei sull’Irc. Secondo il relatore, l’approccio relativista e l’approccio assimilazionista - i due principali approcci al pluralismo – sono entrambi “incompleti”. La “neutralità” relativista, infatti, “si milita ad accettare l’altro senza implicare uno scambio e un riconoscimento ad una reciproca trasformazione”, e sotto forma di “multiculturalismo” si manifesta come “un eclettismo culturale dove le culture vengono considerate sostanzialmente equivalenti e tra loro interscambiabili”. C’è poi l’approccio assimilazionista, che si verifica quando, “in un Paese a forte immigrazione, si accetta la presenza dello straniero solo a condizione che rinunci alla propria identità, alle proprie radici culturali per abbracciare quella del Paese ospitante”. L’approccio interculturale, invece, è un “processo a doppio senso”, finalizzato “a vivere insieme” e a far sì’ che gli immigrati possano partecipare pienamente alla vita del Paese d’accoglienza”. Oggi, secondo l’esponente vaticano, c’è “un forte consenso sulla responsabilità delle comunità religiose, circa il compito di contribuire, attraverso il dialogo interreligioso, al rafforzamento della comprensione tra culture diverse”. Di qui la necessità di “maggiori sforzi di collaborazione tra queste e le autorità pubbliche”.

 

Il modello confessionale. “L’insegnamento della religione a contenuto confessionale rappresenta il modello largamente prevalente a livello europeo”. E’ quanto risulta da una ricerca Ccee-Cei sull’Insegnamento della religione in Europa, curata da Alberto Campoleoni e da lui presentata nel corso del seminario Cei sull’Irc. Dal punto di vista istituzionale, ha spiegato il relatore citando il documento conclusivo della ricerca, il “modello” di Irc “confessionale” si caratterizza per il fatto che lo Stato si dichiara “non competente” in materia religiosa, ma ritiene che essa “faccia parte del patrimonio storico e culturale di cui è necessario offrire le ‘chiavi’ di accesso ai cittadini, nel rispetto delle scelte personali di ciascuno e delle famiglie”. In questo modello, ha puntualizzato il relatore, lo Stato “nel chiedere alle chiese e alle diverse denominazioni religiose di curare tale offerta formativa, non dichiara solo la propria non competenza, ma anche il valore aggiunto rappresentato dal fatto che tale offerta viene da comunità vive e vitali, portatrici certamente di una cultura e di una tradizione che affonda le radici nel passato, ma anche di una testimonianza resa nel presente e proiettata verso il futuro”.

 

Gestire la pluralità. “La gestione di una pluralità religiosa all’interno di un corso di religione sta per diventare uno dei principali punti di convergenza di tutti gli interrogativi e di tutti i dibattiti intorno alla missione educativa della scuola”. Ne né convinto Henri Derroite, dell’Università di Lovanio. Presentando il “caso” del Belgio francofono, l’esperto ha reso noto che le statistiche religiose, a proposito del suo Paese, mostrano che “il cambiamento delle appartenenze è un fenomeno costante”. Il “barometro” della sfera religiosa del 2008, in Belgio, forniva queste cifre: il 46,9% degli intervistati si dicono cristiani, il 16.6% atei, il 12% musulmani, lo 0.6% ebraici. Tra le persone che si sono dichiarate cristiane, il 91.6% sono cattolici, il 5.2% protestanti, l’1.3% ortodossi e lo 0.6% evangelici o pentecostali. Che cosa fare in una classe di religione cattolica per dare spazio alla pluralità religiosa? Tra i suggerimenti di Derroite, quello di una gestione “obbligatoria e sotto controllo” della pluralità: obbligatoria, nel senso che “gli insegnanti non potranno presentare solo le verità cristiane degli alunni, dovranno necessariamente fare ricorso ad apporti provenienti da altre tradizioni e filosofie”, sotto controllo perché “si fa ricorso a pareri divergenti, ma si presenta particolarmente la risposta cristiana”. Sir

 

 

 

 

I nuovi schiavi delle sette. "Noi, plagiati dai guru"

 

Un milione di persone che obbediscono a santoni e guide spirituali: ecco come molti diventano succubi e rischiano di perdere tutto

 - Abusi sessuali, volontà negate, ordini alimentari: è il catalogo degli orrori. E magari tutto ha inizio con un corso di reiki - di MICHELE SMARGIASSI

 

UN ODORE pungente nell'aria, incenso, forse qualcos'altro, "di certo mi stordiva". Buio, due candeline sull'altare davanti alla foto del guru e a un santino di Cristo. Colpo di gong: il segnale. "Ero in mezzo alla stanza, davanti l'ombra di una persona. Mani che mi frugavano, mi palpavano dappertutto. Urlai, scalciai. Anche il guru urlò: "Sei inadatta! Non ti libererai mai dal tuo trauma!", anche gli altri urlavano, mi schernivano. Per la prima volta capii che non potevo più, che non avrei mai trovato così la felicità". Alessandra si salvò aggrappandosi a quell'ultimo barlume di autocoscienza che la psico-setta non era ancora riuscito a bruciarle via. "Ora mi chiedo come ho potuto cascarci. Per sei anni! Sono una persona colta, ho un bel lavoro. Come ho potuto...".

 

La risposta è semplice: potremmo tutti. Ciascuno di noi, nessuno escluso. "Togliamoci dalla testa che ci caschino solo gli sprovveduti", scandisce Giuseppe Ferrari del Gris di Bologna, l'osservatorio anti-sette della Chiesa cattolica. Sfoglia l'archivio delle segnalazioni: avvocati, dirigenti, impiegati, professori, persino magistrati. Non sono solo gli anelli deboli della società, come molte delle vittime dello squallido guru del "Maya Re" arrestato martedì a Roma, a finire negli ingranaggi della finta spiritualità.

 

Non sarebbero, altrimenti, oltre un milione le persone che in Italia nutrono una galassia di oltre seicento sette religiose, molte innocue, molte no; non sarebbero più numerose le psico-sette dalla facciata appena un po' eccentrica (49%) di quelle sataniste (18%) o stregonesche (18%). Sono italiani medi gli "irretiti", i "plagiati", i "succubi" di oggi. Dal Cesap di Bari, tra i più attivi centri d'assistenza psicologica e legale per vittime di plagio, Lorita Tinelli conferma sconsolata: "Perfino un collega psicologo...". E ancora, don Aldo Buonaiuto della Comunità Papa Giovanni XXIII, l'unica associazione a offrire un numero verde anti-sette sempre disponibile: "Il 70 per cento dei nostri casi riguarda persone istruite, perfino laureati, spesso facoltosi".

Vanno sul sicuro i santoni d'accatto, i ciarlatani dell'anima. Le vittime, preferiscono pescarle fra i clienti dei fitness club, dei corsi di shiatsu e di qi-gong, nella classe media consumatrice di salutismo psicofisico. Elena di Milano, ad esempio, è una libera professionista, "mia sorella mi iscrisse a un ciclo di pranoterapia, sembrava tutto normale, poi spuntò la santona, affabile, ci parlava del "terzo occhio", della "luce sopra di noi", era piacevole ascoltarla, ci annunciò che poteva "canalizzare Gesù" dentro di noi, ammetterci a un circolo esclusivo di prescelti pieno di persone importanti, attori, soubrette, nomi famosi... Perché no? Chissà, magari funziona, sembrava un regalo. Cinquanta euro a incontro, non poi tanto, ed era così bello sentirsi circondati di apprezzamento, avvolti d'amore. Solo che, via via, la gentilezza spariva e subentravano prima le prove di perfezionamento, gli esercizi spossanti, poi le sgridate, l'autorità, le imposizioni: ci mettevano contro i nostri cari, ci impedivano di coltivare altre amicizie, io uscivo dalle sedute terrorizzata, piangente, ma non riuscivo a staccarmi, quella minacciava: "se te ne vai Cristo ti abbandona, perderai la vita", ero la reietta, l'apostata. Ci ho messo tre anni a uscirne. E altri tre a liberarmi dal senso di fallimento".

 

In vetrina il discount della felicità, nel retro l'abisso della spersonalizzazione, l'annichilimento della volontà. La parola "setta" è obsoleta, ricorda massonerie e riti fumosi, niente di tutto questo oggi, spiega Massimo Introvigne che da anni studia il fenomeno col suo Cesnur: "Ora vanno fortissimo le religioni neobuddiste giapponesi, il cui motto è genze rijaku, "beneficio immediato". Ecco la lusinga: un benessere spirituale pronta cassa, da bere d'un fiato come una bevanda dietetica".

 

Chi ha detto che siamo una società secolarizzata? Siamo invece una società di "credenti senza appartenenza", di fedeli a caccia di parrocchie easy-fit, assetati di esperienze più che di credenze, più clienti che adepti. È un bisogno crescente di spiritualità, ma semplice, aerobica ed efficiente, non rimandata all'aldilà ma già disponibile nell'aldiqua, di un wellness interiore che le chiese ufficiali non riescono a intercettare, che ti fa finire dritto in braccio a quelli che la criminologia non definisce più sette religiose ma "gruppi distruttivi". L'offerta è smisurata, ossessiva, arriva in tutte le case. Le difese, bassissime. Il fax del Gris sputa la lettera di una rara sospettosa: "Potete dirmi cos'è il "lavaggio energetico emozionale"? Sono una buona cattolica e non vorrei cacciarmi in un pasticcio". Ma chi va a sospettare del crocefisso? Giacomo voleva solo celebrare il suo ritorno alla fede, a ventisei anni voleva cresimarsi, e quel gruppo era un po' strano ma aveva sede in una parrocchia, "però dopo la bella accoglienza iniziarono certi discorsi sui "nemici della fede", sulle tentazioni carnali, me ne andai, cominciarono le persecuzioni: irrompevano in negozio, mi telefonavano a casa di notte, "sei un prescelto, sei un eletto, se abiuri farai una brutta fine". No, non era un corso per cresimandi... ".

 

L'inferno comincia di solito con un gesto consumista, leggero leggero: si sceglie un percorso spirituale come un paio di scarpe sportive, carine, le compro. Il tuffo nel tunnel di Alessandra ad esempio iniziò con un volantino sul bancone di una libreria, un innocente corso di Reiki, "prima lezione gratuita", che male c'è? Accoglienza allegra, luminosa, "ci dipinsero l'esperienza come un paradiso". E via, aprire i cuori e i portafogli, una serata 260 euro, un corso "residenziale intensivo" 1200, e le attività che diventavano sempre più strane, più scabrose, "si parlava quasi solo di sesso", i "lavori" sfiancanti, le notti quasi insonni, così quando arriva il momento dell'esperienza "no-limits", quella del gong, "sei in una condizione di offuscamento mentale". Anna, di Bari, finì nel tunnel per seguire il fidanzato, "se non andavo mi avrebbe lasciato, il guru voleva così, e io per amore avrei fatto ogni cosa, a ventidue anni". In quel gruppo era il guru a fare e disfare la vita di ciascuno. Ubbidire o essere puniti, e la punizione era la "trasgressione creativa". "Cioè: il guru stabiliva con chi il tuo ragazzo doveva tradirti. Un giorno mi disse che dovevo prestarmi per una "trasgressione creativa". Gli dissi: siete matti, e trovai la forza per mollare tutto".

 

Per un atto di coraggio, quanti abbassano la testa ormai incapaci di reagire? All'email di don Buonaiuto arrivano storie come quella di una signora, madre di tre figli, marito medico che sparisce dopo un misterioso seminario a Milano lasciando solo un talismano con un serpente, "la polizia ci ha detto che non si può fare nulla perché è diritto di un maggiorenne... ". Simil-cristiani o para-buddisti, pseudo-scientifici o misteriosofici, il meccanismo è lo stesso, una letale miscela tra tecniche di marketing e arsenale da torturatori di Abu Ghraib. Franca, madre con due figlie, raccontò a Famiglia Cristiana della dieta rivoltante imposta da un sedicente "angelo reincarnato": "Pasta, solo pasta, aggiungendone se non finivo il piatto, mi faceva mangiare anche quella che vomitavo".

 

L'incapacità di ribellarsi sembra inverosimile solo a chi non ha toccato con mano l'infernale inesorabile meccanismo della sudditanza psicologica, come Franco a cui hanno rubato un fratello: "Incontrò questo santone, all'inizio me ne parlava entusiasta, tutto bello, puro, etereo... Avevamo appena avuto un lutto in famiglia, può capitare a tutti, ma se qualcuno si infila nella tua crepa, l'abisso è lì, caderci è un attimo, e non risali più. Quello diceva di essere Dio, niente di meno, e come si fa a tradire Dio? "Se te ne vai il tuo karma soffrirà, evolverai per saturazione!", cosa volesse dire non so, ma mio fratello ne era paralizzato. Non c'è più il reato di plagio in Italia, è vero, ma questa è riduzione in schiavitù, si potrà fare qualcosa".

 

Cosa? Attilio di Verona ha mobilitato anche l'Interpol, ma di suo figlio ventiseienne non sa più nulla. "Due anni fa perse il lavoro. Si mise a cercare su Internet. Trovò questa comunità, sorrisi, crocefissi al collo, cieli azzurri. Non ebbi il cuore di trattenerlo. Mesi di silenzio. Mesi fa, una telefonata: lui, piangente, "papà, dimmi le cose più brutte, ma vienimi a prendere, salvami". Mille chilometri di distanza, li avrei fatti anche di corsa, gli dissi di prendere i documenti e scappare, lo fece: lo ripresero, mi richiamò con una voce falsa: "papà mi ero sbagliato, sto bene", ma ora al cellulare rispondono altre persone e buttano giù". Gli trema la voce. Il far west delle anime ha avuto un altro scalpo. LR 18

 

 

 

 

XXV GMG. Non fuori dal mondo

 

Messaggio del Papa: p. Jaquinet (Pontificio Consiglio) e don Anselmi (Cei)

 

La parabola del giovane ricco (Marco, 10,21) – che esprime in maniera efficace la grande attenzione di Gesù verso i giovani – per ribadire come solo in Dio è possibile progettare in modo pieno e definitivo la propria vita e come non basti limitarsi alla sola e semplice soddisfazione delle proprie aspirazioni e progetti personali per giungere alla felicità. Il messaggio di Benedetto XVI, diffuso il 15 marzo, in vista della XXV Giornata mondiale della gioventù che sarà celebrata, a livello diocesano, il 28 marzo 2010, domenica delle Palme, esorta e incoraggia i giovani a non aver paura di confidare in Dio, nell’affidarsi a Lui per progettare la propria vita, ma è anche una provocazione al mondo degli adulti a guardare alle nuove generazioni con fiducia. “Il cristianesimo – scrive il Papa – non è primariamente una morale, ma esperienza di Gesù Cristo, che ci ama personalmente, giovani o vecchi, poveri o ricchi; ci ama anche quando gli voltiamo le spalle”.

 

Confidare in Dio. Secondo padre Eric Jaquinet, responsabile della sezione giovani del Pontificio Consiglio per i laici (Pcl), i principali significati che emergono dal messaggio di Benedetto XVI ai giovani e alle giovani del mondo sono “una grande esortazione a non aver paura nel confidare in Dio nel progettare la propria vita ed aspirare così alla perfezione, e una grande fiducia nelle giovani generazioni”. Nel testo “il Papa mostra tutta la sua pedagogia centrata sull’invito rivolto ai giovani a dialogare con Cristo, al di fuori del quale nulla è possibile. La scoperta del proprio progetto di vita è possibile all’interno dell’amicizia con Dio che permette di dare risposte vere alle domande sulla propria vita, sul proprio futuro”. Benedetto XVI non si nasconde le difficoltà dei tempi presenti e i problemi che i giovani devono affrontare, come “la disoccupazione e la mancanza di riferimenti ideali certi e di prospettive concrete per il futuro”. Nonostante ciò “arriva a dire ai giovani ‘abbiamo bisogno di voi’, e questo è un grande segno della fiducia che il Pontefice nutre verso di loro. Sono in tanti pronti a rispondere e impegnati a progredire nella fede e nell’amore”. Il messaggio è anche un “forte invito” ai giovani “a pensare, a prendersi il tempo utile per capire e discernere il proprio progetto e poi chiedere a Gesù cosa ne pensa, a fare tutto alla sua luce perché la nostra vita abbia orizzonti sempre più ampi, proiettata verso la felicità e la vita eterna”. Per padre Jaquinet, “l’esortazione a non aver paura della chiamata al sacerdozio e alla vita consacrata, presente nel testo, rientra in questa prospettiva, che trova una sua naturale consonanza nell’Anno Sacerdotale”. La perfezione cristiana, auspicata da Benedetto XVI, “passa anche attraverso i dieci comandamenti, vere e proprie chiavi per verificare se siamo all’interno di un progetto di amore autentico e non di schiavitù”.

 

Una provocazione anche per gli adulti. “Un testo concreto in cui emerge un invito quasi mistico a cercare il volto di Cristo per poterlo poi riproporre nella vita di tutti i giorni”. Così don Nicolò Anselmi, direttore del Servizio nazionale della Cei per la pastorale giovanile (Snpg), commenta il messaggio di Benedetto XVI. “La mistica – afferma don Anselmi – non è staccata dalla concretezza. Il Papa ci insegna che vivere in Cristo orienta la nostra vita quotidiana. Una persona che prega, che opera alla luce di Dio non è fuori dal mondo, tutt’altro”. A colpire il responsabile del Servizio nazionale è anche il riferimento ai dieci Comandamenti: “Non sono prescrizioni ossessive ma strumenti per ordinare ed orientare la propria vita verso la libertà, la felicità, l’eternità. Colpisce molto l’esortazione ai giovani a tenere presente la propria vita nel più ampio progetto della vita eterna”. Benedetto XVI, aggiunge don Anselmi, “mostra di ben conoscere le difficoltà in cui versano le nuove generazioni in questi tempi, come la disoccupazione, la mancanza di riferimenti ideali certi e di prospettive concrete per il futuro. Ma nonostante ciò ha fiducia in loro”. Il messaggio rappresenta anche uno stimolo per il mondo adulto e degli educatori: “Come pastorale giovanile – ammette il sacerdote – dobbiamo interrogarci e farci interpellare dalle situazioni concrete in cui versano i nostri giovani, che vanno dallo studio, al lavoro, alla vita familiare, affettiva ed aiutarli a guardare il mondo con occhi di Dio. L’esempio dei santi proposto da Benedetto XVI, in questo senso, è un grande aiuto. Essi affascinano i giovani, le loro storie sono vere, rappresentano luoghi in cui i ragazzi possono vedere come il Vangelo vissuto possa cambiare le persone e il mondo”. Un’ultima battuta don Anselmi la riserva alla Gmg di Madrid del 2011, dove il Pontefice spera che siano in tanti “a vivere questo evento di grazia”: “Nella capitale spagnola, dove mi sono recato recentemente per organizzare la trasferta del contingente italiano, si respira un grandissimo entusiasmo e il Paese iberico è consapevole dell’importanza che questo evento ricoprirà per molti giovani spagnoli e del mondo intero”. Si stima che i giovani italiani a Madrid potranno essere oltre 100 mila.

 sir

 

 

 

 

Passion aktuell, von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

Die Passionszeit beginnt. Was im April des Jahres 30 unserer Zeitrechnung in Jerusalem und vor den Toren der Stadt geschah, wird aktualisiert. Jesus wird aufs Neue ausgeliefert, leiden und gekreuzigt.

 

Das Evangelium ist keine Geschichte der Vergangenheit, vielmehr lebendige, gegenwärtige Offenbarung, die uns den Sinn dessen enthüllt, was sich vor unseren Augen ereignet. Jesus wird sozusagen unser Zeitgenosse, und das Evangelium macht uns darauf aufmerksam, was sich heute zwischen ihm und uns ereignet. Die Passion beginnt also: Sie setzt im Jahr 2010 die gleichen Rollen und die gleichen Mitspieler ein wie damals.

 

Da sind zunächst die Millionen und Abermillionen von Gleichgültigen und Feigen, die sich nicht rühren, solange nur die anderen geschlagen werden, die es gehen lassen, ohne die aber all das nicht möglich wäre, wenn sich die Bosheit einiger weniger eben nicht auf die Feigheit vieler verlassen könnte.

 

Dann sind da die Ausreißer und Untertaucher, die in den schwierigen Momenten, wie der Apostel Petrus, „diesen Menschen nicht mehr kennen“. Sie waren begeistert von Jesu Wundern, fanden das alles „außergewöhnlich“, erfreuten sich an festlichen Prozessionen wie dem Triumphzug des Palmsonntags. Jetzt aber, da es schief geht und gefährlich wird, haben sie nichts mehr mit ihm zu tun, verhalten sich so, als ob sie ihn nie gekannt hätten.

 

An Henkern fehlt es wohl auch nicht. Es sind immer die gleichen Typen: der armselige Rohling mit seiner Geißel, seinen Elektroschocks, seiner Gehirnwäsche, der Funktionär mit seinem Parteiprogramm, der Gaffer mit seiner Neugier.

 

Sie alle sind da: wichtigtuerisch und kläglich, Rechner und Nörgler, Angeber und Feiglinge, unwissend und herrisch. Und einige sicher auch mit dem Blick der Liebe, der Barmherzigkeit, des Mitleids. Die Rollen werden verteilt. Jeder wird seine Rolle haben. Also: Wer wird Veronika, wer Simon von Cyrene, wer wird Petrus und wer Judas sein?

 

Das Evangelium mutet uns diese Tragödie zu und hat die Namen der Mitwirkenden genannt. Es gilt nun, Anteil zu nehmen und zu wählen. Irgendwo auf dem Weg zwischen Palmsonntag, Karfreitag und Ostern befindet sich jeder von uns. Wichtig ist, die Haltungen der Menschen am Kreuzweg und sich selbst mitten unter ihnen zu entdecken. Gelingt das, kommen wir durch Erkenntnis zur persönlichen Läuterung und Buße, wird uns im Dunkel des Karfreitags die „Erwartung“ des österlichen Lichtes (vgl. Karfreitag, Segensgebet über das Volk) geschenkt. Bonifatiusbote 21.

 

 

 

 

Papst: Wirtschaftskrise erfordert Umdenken auf Finanzmärkten

 

Rom. Papst Benedikt XVI. hat Unternehmer weltweit aufgerufen, ihr Kapital weniger in riskante Finanzmarktprodukte zu investieren. Wichtiger seien Forschung und Innovation. Bei einer Audienz für den römischen Industriellenverband bezeichnete er am Donnerstag im Vatikan die Wirtschaftskrise als Chance für ein radikales Umdenken. "Wachsende Arbeitslosigkeit vor allem unter jungen Menschen, die Verarmung vieler Arbeitnehmer und neue Formen von Sklaverei erfordern Zugang zu würdiger Arbeit für alle."

Benedikt wies auf anhaltende Schwierigkeiten kleiner und mittlerer Unternehmen bei der Kreditvergabe hin. Zudem würden diese von wachsender Konkurrenz aus Ländern bedroht, in denen die Rechte der Arbeitnehmer nicht geschützt seien. Vor diesem Hintergrund warnte er, Profite auf dem Finanzmarkt auszugeben anstatt sie in das eigene Unternehmen zu investieren. Unternehmer müssten nach Auffassung des Kirchenoberhaupts vor allem in die hohe Qualität ihrer Produktion investieren.

Der Papst hatte bereits im vergangenen Jahr in seiner Sozialenzyklika "Caritas in veritate" eine gerechtere Wirtschaftsordnung gefordert. Diese müsse den Menschen in den Mittelpunkt stellen und neben dem erforderlichen Profit auch auf die Einhaltung ethischer Prinzipien achten. Epd 18

 

 

 

Missbrauch. Katholische Kirche gibt Vertuschung zu

 

Bischof Ackermann zeigt sich schockiert über das Ausmaß des Missbrauchs. Auch die Kanzlerin hat sich eingeschaltet. Es soll nun doch einen gemeinsamen Runden Tisch geben. Von Stephan Haselberger

 

BERLIN -  Berlin - Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) hat sich in die Debatte um den Missbrauch von Kindern in kirchlichen Einrichtungen eingeschaltet. Die Regierung habe sich nun doch auf einen gemeinsamen Runden Tisch zur Aufarbeitung des Skandals geeinigt, erklärte sie am Mittwoch im Bundestag. Die Aufklärung der Missbrauchsfälle sei eine Herausforderung für die ganze Gesellschaft und nicht nur eine Sache der Kirche. „Es gibt nur eine Möglichkeit, dass unsere Gesellschaft mit diesen Fällen klarkommt, und das heißt: Wahrheit und Klarheit über alles, was passiert ist.“

 

Nach den Worten von Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) soll der Runde Tisch seine Arbeit bereits im April aufnehmen. „Wir sind derzeit innerhalb der Bundesregierung im Gespräch, um möglichst schnell, vielleicht bereits am 23. April, mit einem breit aufgestellten Gremium starten zu können.“ Darin könnten Prävention, Aufklärung, Opferentschädigung und rechtspolitische Konsequenzen beraten werden. Bisher war geplant, dass Bundesfamilienministerin Kristina Schröder (CDU) am 23. April einen Runden Tisch zu Prävention veranstaltet, während dieJustizministerin ein Gremium zu Entschädigungsfragen und rechtlichen Schlussfolgerungen einrichten wollte.

 

Der Sonderbeauftragte der Deutschen Bischofskonferenz, der Trierer Bischof Stephan Ackermann, gab am Mittwoch die Vertuschung vom Missbrauchsfällen durch die katholische Kirche zu. „Da, wo wirklich kein Aufklärungswille war und Täter einfach nur versetzt wurden, müssen wir in einer ganzen Reihe von Fällen gestehen, dass vertuscht worden ist.“ Ackermann sagte den Opfern eine zügige Aufarbeitung zu. „Wir werden in diesem Jahr unsere Leitlinien und die Entschädigung geklärt haben.“ Dabei sei die finanzielle Unterstützung nur ein Teil der Entschädigung: „Die Anerkennung des Unrechts muss diesen Menschen auch gerecht werden. Wir wollen uns nicht durch bestimmte Summen freikaufen“. In einem Brief an die Gläubigen seines Bistums zeigte sich Ackermann entsetzt über die Dimension des Skandals. Die katholische Kirche werde „mit menschlichen Abgründen in bisher nicht geahntem Ausmaß konfrontiert“. Ihn erreichten „zahlreiche Hinweise und Schilderungen von Opfern“ weit über das Bistum Trier hinaus. „Die „verbrecherischen Handlungen einiger“ verdunkelten das Gesicht der Kirche.

 

Der Papst wird seinen Hirtenbrief zum Missbrauch in der irischen Kirche am Freitag unterzeichnen. Das Schreiben sei Ausdruck seiner „tiefen Besorgnis“ über den Kindesmissbrauch, der die irische Kirche schwer erschüttert habe, sagte der Papst. Der Brief wird auch in Deutschland mit Spannung erwartet, da er eine grundsätzliche Stellungnahme des Papstes zu Missbrauch enthalten könnte. Der Termin der Veröffentlichung ist unbekannt.

 

Der Professor für Erziehungswissenschaften an der Universität Frankfurt am Main, Peter Dudek, forderte eine Aufarbeitung der Geschichte der reformpädagogisch orientierten deutschen Landschulheime. Dies sei eine notwendige Konsequenz aus den Missbrauchsfällen an der hessischen Odenwaldschule, schreibt der Reformpädagogikexperte in einem Beitrag für den Tagesspiegel. Tsp 18

 

 

 

Erzbischof: Vorwurf des Schweigens gegen den Papst ist falsch

 

Berlin - Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz hat den Vorwurf zurückgewiesen, der Papst schweige zu den Fällen sexuellen Missbrauchs in der hiesigen katholischen Kirche.

Solche Anschuldigungen bewiesen, "wie sehr das Urteilsvermögen aus dem Lot geraten ist", schrieb Erzbischof Robert Zollitsch in einem vorab veröffentlichten Gastbeitrag für die Zeitung "Die Welt". Vom Oberhaupt der weltweiten Kirche eine spezielle Äußerung zu dem deutschen Problem zu fordern, sei "ebenso kurzsichtig wie oberflächlich".

"Das Oberhaupt der katholischen Kirche muss Worte für den schrecklichen Missbrauch an Minderjährigen finden, die in aller Welt gehört werden und die allen gelten, auch wenn sie in einem bestimmten Land gesprochen werden", betonte Zollitsch. "Er hat sie gefunden. Das Gewicht eines Wortes wächst nicht durch die Anzahl seiner Wiederholungen."

Der Papst habe bereits unmissverständlich seine Erschütterung über den Kindesmissbrauch durch Priester gerade in Deutschland deutlich gemacht, ergänzte der Erzbischof. Auch habe er bei seinem US-Besuch gefordert, alles für Heilung und Versöhnung zu tun und denen beizustehen, die verletzt worden seien. "Was soll der Papst noch Neues sagen?", schrieb Zollitsch. "So schlimm die Lage in Deutschland ist: Es muss nicht ständig wiederholt werden, was schon gesagt ist. Das schon Gesagte bewahrt sein Gewicht, wenn es nicht ständig wiederholt wird." (Reuters 18)

 

 

 

Deutschland: Merkel will Wahrheit und Klarheit zu Missbrauch

 

Die Bundesregierung hat sich offenbar darauf geeinigt, nur einen einzelnen Runden Tisch zu den Missbrauchsfällen ins Leben zu rufen - und nicht mehrere aus verschiedenen Ministerien. Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger betonte gegenüber der „Neuen Osnabrücker Zeitung“, dass sie es für gut halte, nur eine Institution zu haben, die aufkläre. Bundeskanzlerin Angela Merkel erklärte in ihrer Regierungserklärung am Mittwoch im Bundestag, dass sich die mit der Aufarbeitung betrauten Ministerinnen – neben der Justizministerin die Familienministerin Kristina Köhler und die Bildungsministerin Annette Schavan – auf diesen einen Runden Tisch verständigt hätten. Merkel zeigte sich offen, über neue Verjährungsfristen und auch über Entschädigungen zu sprechen und wandte sich dagegen, die Diskussion zu verengen:

 

„Völlige Wiedergutmachung wird und kann es nicht geben. Und ich sage auch, dass es jetzt keinen Sinn hat, auch wenn die ersten Fälle uns aus dem katholischen Bereich zu Ohren gekommen sind, es auf eine Gruppe zu beschränken. Es ist etwas, was in vielen Bereichen der Gesellschaft sich ereignet hat und es ist vor allem auch etwas, was sich heute, teilweise in anderer Form, aber mit gleichen Folgen, weiter ereignet.“ (radiodienst 17)

 

 

 

Papstbrief zu Missbrauch wird Freitag unterschrieben

 

Die Kirche feiert heute den heiligen Patrick, den Schutzpatron Irlands. Ein Grund für den Papst, in seiner Generalaudienz noch einmal auf die schwere Krise einzugehen, in die die Kirche des Landes durch die Missbrauchsfälle gestürzt ist. Er nutzte die Gelegenheit, um den englischsprachigen Pilgern seinen Brief an die Kirche Irlands offiziell anzukündigen:

 

„Als ein Zeichen meiner tiefen Besorgnis habe ich einen Pastoralbrief geschrieben, der sich mit dieser schmerzvollen Situation befasst. Ich werde ihn am Hochfest des heiligen Joseph, dem Beschützer der Familien und Patron der ganzen Kirche, unterschreiben und bald danach abschicken. Ich bitte Euch alle, ihn selbst und mit offenem Herzen und im Geist des Glaubens zu lesen. Meine Hoffnung ist, dass er helfen wird im Prozess der Reue, der Heilung und der Erneuerung.“

 

Das Fest des heiligen Josef ist an diesem Freitag. Die Kirche Irlands und die Kirchen anderer Länder, die von der Krise betroffen sind, werden den Brief wohl Anfang der nächsten Woche erwarten. (rv 17)

 

 

 

 

Missbrauchsfälle. Marx greift durch - weitere Bistümer in Erklärungsnot

 

Auch in der Benediktinerabtei Königsmünster im sauerländischen Meschede ist es zu jahrelangem sexuellen Missbrauch eines zeitweise Minderjährigen gekommen. Wie die Frankfurter Allgemeine Zeitung erfuhr, wurde das Opfer, ein früherer Schüler eines Gymnasiums, das in der Trägerschaft des Klosters ist, von Anfang bis Ende der neunziger Jahre regelmäßig durch einen Benediktinerbruder sexuell missbraucht.

In einer Pressemitteilung des Klosters, die am Dienstag, einige Stunden nach einem Gespräch dieser Zeitung mit dem Abt, veröffentlicht wurde, ist von „sexuellem Missbrauch bis Ende der 90er Jahre“ die Rede. Zunächst hatte es der Abt des Klosters, Dominicus Meier, gegenüber der Familie des Opfers abgelehnt, sich in der Angelegenheit an die Presse zu wenden. Die bisherige Zurückhaltung begründete der Klostervorsteher, der selbst Kirchenrechtler ist und dem Beraterstab der Erzabtei St. Ottilien in Missbrauchsfällen angehört, mit einer Selbstanzeige des Mitbruders, die dieser vor einem Monat bei der Staatsanwaltschaft Arnsberg erstattet habe.

Der Fall ist dem Kloster seit dem Jahr 2000 bekannt. Erst auf Drängen der Familie des Opfers wurde der Bruder damals in eine Abtei im deutschsprachigen Ausland versetzt. In dieser Zeit, die bis 2005 dauerte, habe sich der Bruder einer „mehrjährigen Therapie“ unterzogen. Inwischen lebt er wieder in seinem Professkloster in Meschede. Von weiteren Missbrauchsfällen habe er keine Kenntnis, sagte der Abt am Montagabend der F.A.Z.

Münchner Erzbistum: Bischof Marx zieht personelle Konsequenzen

Am Montag nahm der Erzbischof des Bistums München-Freising, Reinhard Marx, den Rücktritt von Seelsorgereferent Josef Obermaier entgegen. Nach einer Mitteilung des Ordinariats übernahm der 65 Jahre alte Leiter des Seelsorgereferats I im Ordinariat damit die Verantwortung für „gravierende Fehler in der Wahrnehmung seiner Dienstaufsicht“. Zudem wurde ein wegen sexuellen Missbrauchs seit 1986 vorbestrafter Tourismusseelsorger aus dem Bistum Essen mit sofortiger Wirkung suspendiert. Seine Heimatdiözese teilte überdies mit, dass der Priester zuvor bereits in den Ruhestand versetzt worden sei.

Der Obermaier unterstellte Geistliche habe sich nachweislich nicht an Auflagen gehalten, hieß es. Auch als Kur- und Tourismusseelsorger sei er verbotenerweise in der Kinder- und Jugendarbeit tätig gewesen. Hinweise auf einen neuerlichen sexuellen Missbrauch lägen dem Ordinariat dagegen weiterhin nicht vor. Obermaier war seit zehn Jahren Leiter des Referats für Allgemeine Seelsorge im Münchner Ordinariat.

„Schwere Fehler“ im Umgang mit dem Geistlichen

Publik geworden war der Missbrauchsfall am Freitag durch Recherchen der „Süddeutschen Zeitung“. Unmittelbar danach hatte das Ordinariat „schwere Fehler“ im Umgang mit dem Geistlichen eingestanden, für die der damalige Generalvikar Gerhard Gruber (81) die persönliche Verantwortung übernahm. Die Erzdiözese hatte 1980 einen Kaplan aus dem Bistum Essen aufgenommen, der sich in München einer Therapie unterziehen sollte.

Nach Angaben des Ruhrbistums vom Montag war der Priester von drei Familien seiner Pfarrgemeinde beschuldigt worden, sexuelle Beziehungen zu ihren Kindern gehabt zu haben. Die Eltern hätten aus Rücksicht auf ihre Kinder auf eine Anzeige verzichtet. Dieser Position habe sich das Bistum angeschlossen und zugleich den Geistlichen aus der Pfarrseelsorge entfernt.

Das Bistum Essen erhoffte sich nach eigener Darstellung, dass „die gravierenden Störungen“ des Priesters durch eine Therapie in München beseitigt würden. Abweichend von einem Ordinariatsbeschluss unter Vorsitz des damaligen Münchner Erzbischofs Joseph Ratzinger, heute Papst Benedikt XVI., setzte Generalvikar Gruber den Kaplan in der Gemeindeseelsorge in einer Münchner Pfarrei ein, ab 1982 in Grafing, wo er abermals Minderjährige missbrauchte. Nach der Verhängung einer Bewährungsstrafe und der Auflage einer weiteren Therapie wurde der Täter von 1987 bis 2008 in der Pfarrseelsorge in Garching/Alz eingesetzt.

Sowohl das Erzbistum München-Freising und das Bistum Essen betonten, dass es seit dem Gerichtsurteil bis heute keine Hinweise auf weitere Straftaten gebe, die der Geistliche begangen haben könnte. Nach einem vom neuen Münchner Erzbischof Reinhard Marx in Auftrag gegebenen forensischen Gutachten wurde der Priester jedoch 2008 aus der Gemeinde abgezogen und unter Auflagen mit der Seelsorge an Touristen und Kurgästen in Bad Tölz betraut. In der Kurstadt sorgte das Bekanntwerden des Falls am Sonntag im Gottesdienst laut Zeitungsberichten für einen Eklat.

Unterdessen sind Missbrauchsfälle im Bistum Mainz bekannt geworden. Das Bistum hatte in der vergangenen Woche erklärt, dass Jugendliche in dem 1981 geschlossenen Internat in den 70er Jahren aus teils nichtigem Anlass massiv verprügelt worden seien. Nach Aussagen eines Opfers und eines ehemaligen Mitarbeiters sollen Schüler von dem damaligen Leiter der Einrichtung, einem Sozialarbeiter, und einem seiner Vorgänger, einem Priester, misshandelt und sexuell missbraucht worden sein. Das Bistum Mainz sei „erschüttert über die bekanntgewordenen Vorgänge“, entschuldige sich bei den Opfern und biete ihnen „angemessene Hilfe und Begleitung“ an.

„Die Spitze eines gesellschaftlichen Eisbergs“

Der frühere bayerische Ministerpräsident Edmund Stoiber warnt derweil davor, wegen der Fälle von Kindesmissbrauch „die Kirche als Ganzes an den Pranger zu stellen und auf die Anklagebank zu setzen.“ In einem Beitrag für die Rubrik „Fremde Federn“ der Frankfurter Allgemeinen Zeitung (Mittwochsausgabe) mahnt der CSU-Ehrenvorsitzende: „Regel und Ausnahme im Verhalten kirchlicher Mitarbeiter dürfen hier nicht durcheinander gebracht werden“. Stoiber weist darauf hin, dass die Fälle in kirchlichen Einrichtungen „die Spitze eines gesellschaftlichen Eisbergs sind“. Papst Benedikt XVI. habe „null Toleranz unmissverständlich zu seiner Richtschnur gemacht, nicht erst jetzt, sondern bereits angesichts ähnlicher Verbrechen in den Vereinigten Staaten und Irland“, schreibt Stoiber in der F.A.Z.

Zu den Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz bemerkt Stoiber: „Es gibt keine andere Möglichkeit, als jeden Verdacht der Staatsanwaltschaft zu melden.“ Er fordert, jede Form des Missbrauchs von Kindern oder Jugendlichen zu ächten. Die Taten dürften allerdings nicht nur beklagt werden, „sondern müssen auch im Strafgesetzbuch als Verbrechen eingestuft werden“, verlangt der langjährige bayerische Ministerpräsident. Kna 16

 

 

 

 

Missbrauch? „Abtreibung ist schlimmer“

 

Kindessissbrauch: Die deutsche Kirche ist kein Einzelfall – und Verharmlosung üblich. Ein Überblick über einige europäische Länder. Von unsere Korrespondenten

 

Auf der Karte sexueller Übergriffe von Priestern an Kindern stellt Frankreich keinen weißen Fleck dar. Etwa zehn Missbrauchsfälle, in denen gegen Angehörige der katholischen Kirche ermittelt wird, sind derzeit laut Auskunft der französischen Bischofskonferenz bei der Justiz anhängig. In 30 früheren Fällen wurden von den Gerichten zum Teil harte Strafen verhängt, die jedoch zu ihrer Zeit kein besonderes Aufsehen erregten.

 

Zu einer Wende in der Behandlung solcher Skandale kam es jedoch vor zehn Jahren im Fall des Bischofs von Bayeux, Pierre Pican. Ein Priester seiner Diözese hatte sich schwerer sexueller Übergriffe auf Minderjährigen zuschulden kommen lassen und wurde von einem Schwurgericht zu 18 Jahren Haft verurteilt. Durch eine Anzeige von Eltern hatte der Bischof Kenntnis von den Taten des Priesters erhalten, sein Wissen aber nicht an die Justiz weitergegeben. Wegen der Nichtanzeige von Straftaten verhängte das Gericht gegen ihn eine Bewährungsstrafe von drei Monaten. Es war das erste Mal seit der Revolution von 1789, dass ein hoher französischer Kirchendiener von der weltlichen Justiz verurteilt wurde. Und das zeitigte Folgen. Auf ihrer jährlichen Konferenz in Lourdes beschlossen Frankreichs Bischöfe darauf, in Fällen sexuellen Missbrauchs von Minderjährigen ohne Einschränkung mit der Justiz zusammenzuarbeiten. Seit 2002 wird allen angehenden und aktiven Priestern sowie Erziehern in katholischen Einrichtungen eine Broschüre mit dem Titel „Kampf gegen die Pädophilie“ ausgehändigt. 2005 musste sich der Bischof von Evreux vor Gericht verantworten. Er hatte einen in Kanada vorbestraften Priester zum Pfarrdienst in seine Diözese aufgenommen, der sich dort erneut an Kindern verging und zu zwölf Jahren Gefängnis verurteilt wurde. Der Bischof wurde freigesprochen, da das Gericht ihm nicht nachweisen konnte, dass er von der Vorstrafe wusste. Ungeklärt blieb auch der Fall eines Sprechers der Bischofskonferenz. Als junger Priester soll er sich an Kindern vergangen haben. Das Verfahren wurde aber eingestellt; die Taten waren zur Zeit der Anzeige verjährt. Hans-Hagen Bremer

 

In Polen werden die Missbrauchsfälle in Deutschland eher am Rande zur Kenntnis genommen. Eine breite Diskussion in der Gesellschaft gibt es darüber nicht. Selbst die konservative Zeitung „Rzeczpospolita“, die die Vorgänge beim Nachbarn sehr genau und in der Regel überaus kritisch verfolgt, berichtet wenig und sehr sachlich über die Vorfälle. Mehr Raum gibt die liberale Tageszeitung „Gazeta Wyborcza“ dem Thema. Dort wird unter Überschriften wie „Schwarze Wolken über der deutschen Kirche“ von „lawinenartig steigenden Zahl der Opfer von Kindesmissbrauch“ geschrieben. In der Berichterstattung von „Gazeta Wyborcza“ klingt allerdings auch die Frage an, ob ein solcher Skandal in Polen ebenso möglich wäre. Bereits vor zehn Jahren hatte ein Fall von sexueller Belästigung auch die polnische Kirche erschüttert. Die Vorwürfe richteten sich gegen einen Erzbischof, der nach anfänglicher Weigerung dann im Jahr 2002 von seinem Amt zurücktrat. Papst Johannes Paul II. nahm das Gesuch damals kommentarlos entgegen. Knut Krohn

 

Versteckte Kameras in den Knabenduschen, unsittliche Berührungen, Zwang zu sexuellen Handlungen. Dies ist nur ein kleiner Auszug aus dem Instrumentarium, dessen sich in Spanien Ordensbruder José A. (53) bedient haben soll. Das Mitglied der katholischen Religionsgemeinschaft des„Heiligen Viator“, soll jahrelang in wenigstens drei religiös orientierten Schulen Schüler belästigt und missbraucht haben. Kein Einzelfall in der katholischen Bastion Spanien, wo in den letzten Jahren etliche Missbrauchsfälle innerhalb der Kirche bekannt wurden. Der Ordensmann wurde in Chile festgenommen. Die Leitung der Ordensgemeinschaft versichert zwar, von nichts gewusst zu haben. Ehemalige Schüler berichten aber, es sei bekannt gewesen, was A. tat. Doch um die Aufarbeitung von sexuellem Missbrauch in den eigenen Reihen war Spaniens katholische Kirche in der Vergangenheit ohnehin nicht sehr bemüht. Empörung löste vor einem Jahr die Einschätzung des spanischen Kardinals Antonio Canizares aus, sexueller Missbrauch durch Geistliche sei nicht so schwerwiegend wie etwa Abtreibung. Bernardo Alvarez, Oberhirte auf den Kanarischen Inseln, warf den Opfern vor, zuweilen mitschuldig am Missbrauch zu sein. „Wenn du nicht aufpasst, provozieren sie dich.“ Doch in den letzten Jahren sind trotz der kirchlichen Mauer des Schweigens zahlreiche Skandale in religiösen Einrichtungen in Spanien ans Tageslicht gekommen. Dazu gehören etwa Missbrauchsfälle in einem Priesterseminar im nordspanischen Kantabrien und in Kirchengemeinden in Madrid oder Cordoba. Ralph Schulze  tsp 18

 

 

 

 

Vatikan/Großbritannien: Besuch des Papstes nimmt Form an

 

Königin Elisabeth II. wird Papst Benedikt XVI. am 16. September dieses Jahres im königlichen Palast in Edinburgh empfangen. Dies wird der Auftakt des Staatsbesuches sein, den der Papst in diesem Spätsommer in England und Schottland machen wird. Es wird der erste Staatsbesuch sein, den ein Papst in Großbritannien machen wird. Papst Johannes Paul II. hatte das Land zwar 1982 besucht, dies war aber ein pastoraler Besuch, der die Etablierung voller diplomatischer Beziehungen zwischen dem Heiligen Stuhl und Großbritannien feiern sollte. Der Besuch von Benedikt XVI. erfolgt auf Einladung der britischen Regierung und der katholischen Kirche. Damit wird es ein Ereignis, dass nicht nur katholisch ist. Der Erzbischof von Westminster und Vorsitzende der Bischofskonferenz von England und Wales, Vincent Nichols, betont:

 

„Die Einladung, bei diesem Besuch dabei zu sein, gilt für jeden ohne Ausnahme. Es ist eine Einladung an alle Menschen in diesem Land, Papst Benedikt zu treffen und ihm zuzuhören, denn er ist ein zutiefst feinfühliger und intelligenter Verkündiger der Botschaft Christi.“

 

Der anglikanische Erzbischof von Canterbury, Rowan Williams, freut sich auf den Papstbesuch im September. Benedikt will in London auch Williams aufsuchen. „Die Visite wird die guten Beziehungen zwischen Großbritannien und der katholischen Kirche, aber auch die Beziehungen zwischen den Kirchen bestärken. Ich freue mich besonders auf den Besuch hier im Lambeth Palace“, so das Oberhaupt der Anglikaner in einer Mitteilung. Der Heilige Stuhl hatte am Mittwoch bekannt gegeben, dass Benedikt XVI. bei seinem Staatsbesuch auch den Sitz des anglikanischen Erzbischofs in London besuchen wird, um damit Williams Besuch im Vatikan zu erwidern. (pm/kipa 17)

 

 

 

 

Küng fordert Schuldeingeständnis des Papstes

 

Der Theologe Hans Küng fordert von Papst Benedikt XVI. ein persönliches Schuldeingeständnis für den Kindesmissbrauch in der katholischen Kirche. Als Präfekt der Glaubenskongregation habe Joseph Ratzinger 2001 dafür gesorgt, dass alle Missbrauchsfälle unter päpstliche Geheimhaltung gestellt wurden.

 

TÜBINGEN -  "Die Wahrhaftigkeit würde es verlangen, dass der Mann, der seit Jahrzehnten die Hauptverantwortung für die weltweite Vertuschung hatte, eben Joseph Ratzinger, sein eigenes "mea culpa" (meine Schuld) spricht", schrieb der katholische Tübinger Theologe in einem Gastbeitrag für die "Süddeutsche Zeitung". "Bei keinem Menschen in der Kirche gingen so viele Missbrauchsfälle über den Schreibtisch wie gerade bei ihm."

 

Von den Missbrauchsfällen bei den Regensburger Domspatzen habe Ratzinger ohne Zweifel gewusst, heißt es in dem Beitrag. Schließlich sei er acht Jahre lang Professor in Regensburg gewesen und habe eine sehr enge Verbindung zu seinem Bruder Georg gehabt, der damals Domkapellmeister war. Als Erzbischof von München und Freising habe er die Verantwortung dafür getragen, dass ein wegen sexuellen Missbrauchs versetzter Priester in der Gemeindearbeit in Oberbayern eingesetzt wurde, wo er sich erneut an Jugendlichen verging. Als Präfekt der Glaubenskongregation habe Ratzinger 2001 dafür gesorgt, dass alle Missbrauchsfälle unter päpstliche Geheimhaltung gestellt wurden - zum Schutz ihrer Priester und zum Leidwesen der betroffenen Kinder.

 

Küng rief die Bischöfe auf, stärker nach den Ursachen des Missbrauchsskandals in der katholische Kirche zu fragen: "Es besteht ein Unterschied zwischen den individuellen Missbrauchsfällen in Schulen außerhalb der katholischen Kirche und den systematischen und deshalb oft gehäuften Fällen in einer Institution, in der noch immer eine rigoristisch-verklemmte Sexualmoral herrscht, die im Zölibatsgesetz gipfelt."

 

Der gebürtige Schweizer Küng (81) fordert seit längerem, das Gebot der Ehelosigkeit für katholische Priester aufzuheben. Weil er das Dogma von der Unfehlbarkeit des Papstes in Glaubens- und Sittenfragen bezweifelte, wurde ihm 1979 die kirchliche Lehrerlaubnis entzogen. (dpa 17)

 

 

 

 

Generalaudienz: Theologie aus der Perspektive der Liebe

 

1955 hatte der junge Theologe Joseph Ratzinger seine Habilitationsschrift zum mittelalterlichen Theologen Bonaventura eingereicht, seitdem ist der heutige Papst dem Denken dieses Franziskaners zutiefst verbunden. Das zeigt sich in diesen Wochen auch in der Generalaudienz auf dem Petersplatz; während Benedikt jeweils eine Katechese über andere Theologen hielt, spricht er ausführlicher über Bonaventura. Heute ging der Papst auf die Perspektive ein, unter der der Heilige Theologie betrieb:

 

„Bonaventura nähert sich Gott eher aus der Perspektive der Liebe, die für ihn jede wahre Theologie prägen muss. Wer dagegen mit Stolz an die Frage nach Gott herangeht und sein eigenes Nachdenken und seine Methoden über die Heilige Schrift stellt, tut dem Wort Gottes Gewalt an. Bonaventura richtet sich nicht gegen die geordnete rationale Reflexion, die er selbst mustergültig betrieben hat, aber in treuer Nachahmung seines Ordensgründers Franziskus war er von tiefer Liebe zu Christus erfüllt, den er darum immer besser kennen lernen wollte. Seine Motivation der Theologie ist, 'Wer liebt, will den Geliebten besser kennen lernen'.“ (rv 17)

 

 

 

 

Türkische Imame sollen per Gesetz straffrei bleiben

 

Imame sollen in der Türkei vor Strafverfolgung geschützt werden – auch wenn sie sich politisch äußern. Die Regierung Erdogans will per Gesetz eine beschränkte Immunität für die Vorbeter erreichen. Die Opposition befürchtet darin einen weiteren Schritt in der schleichenden Islamisierung des Landes.

Die türkische Regierung will den von der Religionsbehörde angestellten Imamen künftig eine beschränkte Immunität vor Strafverfolgung garantieren. Ein in das Parlament eingebrachter Gesetzentwurf sehe vor, dass die Prediger nur mit Zustimmung ihres Dienstherren angeklagt werden können, berichtete die türkische Tageszeitung „Sabah“.

Damit werde auch die Möglichkeit eingeschränkt, die Vorbeter für politische Äußerungen juristisch zu verfolgen.

Der Gesetzentwurf über die Aufgaben der Religionsbehörde Diyanet sehe vor, dass deren Chef dem Ministerpräsidenten unterstehe und diesem berichte. Er werden zunächst fünf Jahre bestimmt mit der Möglichkeit einer weiteren Amtszeit. Mit dem neuen Gesetz sollen auch strenge Spielregeln für die Annahme von Geschenken eingeführt werden.

Die Diyanet-Behörde führt in der Türkei den sunnitischen Islam. Die Türkei bekennt sich zum laizistischen Prinzip der Trennung von Staat und Kirche, die von Republikgründer Mustafa Kemal Atatürk verfügt wurde. In der türkischen Praxis bedeutet dies die Kontrolle der Religion durch den Staat.

Die laizistische Opposition wirft der islamisch-konservativen Regierung von Ministerpräsident Recep Tayyip Erdogan vor, eine schleichende Islamisierung der Türkei zu betreiben. Dpa 18