Notiziario religioso 19-21 Marzo
2010
Venerdì 19. Il commento al Vangelo. “Tuo padre e io, angosciati, ti
cercavamo”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 2,41-52) commentato da P. Lino Pedron
41 I suoi genitori si recavano tutti gli anni
a Gerusalemme per la festa di
Pasqua. 42 Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo
l'usanza; 43 ma
trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del
ritorno, il
fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne
accorgessero. 44
Credendolo nella carovana, fecero una giornata di
viaggio, e
poi si misero a
cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45 non avendolo
trovato, tornarono
in cerca di lui a Gerusalemme. 46 Dopo tre giorni lo
trovarono nel
tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li
interrogava. 47 E
tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per
la sua
intelligenza e le
sue risposte. 48 Al vederlo restarono stupiti e sua
madre
gli disse: «Figlio,
perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io,
angosciati, ti
cercavamo». 49 Ed egli rispose: «Perché mi cercavate?
Non
sapevate che io devo
occuparmi delle cose del Padre mio?». 50 Ma essi non
compresero le sue
parole.
51 Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e
stava loro sottomesso.
Tre volte all’anno c’erano celebrazioni che richiamavano a Gerusalemme
i
pellegrini, secondo il comando del Signore: "Tre volte
all’anno farai festa in
mio onore: Osserverai la festa degli azzimi…Osserverai la
festa della
mietitura…la festa del raccolto, al termine dell’anno, quando
raccoglierai il
frutto dei tuoi lavori nei campi. Tre volte all’anno ogni tuo
maschio comparirà
alla presenza del Signore Dio" (Es 23,14-17).
Il figlio Gesù
perduto è ritrovato dopo tre giorni nel tempio cioè nella casa
del Padre, seduto. Questo fatto è preannuncio della pasqua
di Gesù risorto e
seduto alla destra del Padre.
Luca narra
l’infanzia del Salvatore alla luce degli avvenimenti della sua pasqua
di risurrezione. Il racconto che ha sfiorato, con le parole
di Simeone, il
dramma della passione (la spada), si chiude con l’annuncio
della risurrezione.
Il quadro dello
smarrimento e del ritrovamento presenta anticipatamente il
mistero della morte e della risurrezione di Gesù. Maria e
Giuseppe rappresentano
la comunità cristiana, che ha perso improvvisamente il suo
maestro, ma dopo "tre
giorni" di attesa e di ricerca riesce a ritrovarlo
risuscitato nella gloria del
Padre.
Qui Gesù nomina
per la prima volta il Padre. Le prime e le ultime parole di
Gesù
riguardano il Padre (Lc 2,49 e 23,46). La paternità di Dio fa da
inclusione a
tutto il vangelo di Gesù secondo Luca. Gesù "deve"
occuparsi delle cose del
Padre, essere
presso il Padre, ascoltare il Padre e rispondere a ciò che il
Padre ha detto.
Non deve
meravigliare che Maria e Giuseppe "non compresero le sue parole" ( v.
50). Il cammino della rivelazione è ancora lungo. Siamo solo
agli inizi.
Maria non
comprende subito il grande mistero dei tre giorni di Gesù col Padre,
ma custodisce nel suo cuore i detti e i fatti. In questo
ricordo costante della
Parola accolta, il
cuore progressivamente si illumina nella conoscenza
del
Signore.
Il racconto
dell’infanzia si conclude con il ritorno a Nazaret.
Per tutto il
resto dell’adolescenza e della giovinezza di Gesù Luca non ha
nulla di
straordinario da segnalarci all’infuori della sua umile sottomissione
ai
genitori. Nella famiglia egli ha preso
il suo posto di figlio rispettoso e
obbediente verso quelli che, per volontà del Padre, hanno la
responsabilità su
di lui. De.it.press
Sabato 20. Il commento al Vangelo. “Nacque dissenso tra la gente riguardo a
lui”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 7,40-53) commentato da P. Lino Pedron
40 All'udire queste parole, alcuni fra la
gente dicevano: «Questi è davvero il
profeta!». 41 Altri
dicevano: «Questi è il Cristo!». Altri invece dicevano:
«Il Cristo viene
forse dalla Galilea? 42 Non dice forse la Scrittura che il
Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da
Betlemme, il villaggio di Davide?».
43 E nacque dissenso tra la gente riguardo a
lui.
44 Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma
nessuno gli mise le mani addosso. 45
Le guardie tornarono quindi dai sommi
sacerdoti e dai farisei e questi dissero
loro: «Perché non lo
avete condotto?». 46 Risposero le guardie: «Mai un
uomo
ha parlato come
parla quest'uomo!». 47 Ma i farisei replicarono loro: «Forse
vi siete lasciati
ingannare anche voi? 48 Forse gli ha creduto qualcuno fra i
capi, o fra i
farisei? 49 Ma questa gente, che non conosce la Legge, è
maledetta!». 50
Disse allora Nicodèmo, uno di loro, che era venuto
precedentemente da
Gesù: 51 «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di
averlo ascoltato e
di sapere ciò che fa?». 52 Gli risposero: «Sei forse
anche
tu della Galilea?
Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea».
La parola
"Cristo" indica il "consacrato" di Dio, che avrebbe
realizzato le
attese definitive del popolo di Dio, portando la pace e la
pienezza dei beni
della salvezza.
Non tutti gli
ascoltatori di Gesù vedono in lui il Cristo: alcuni ritengono
impossibile tale riconoscimento per la sua provenienza dalla
Galilea: la
Scrittura infatti è molto esplicita a questo riguardo (cfr Gv
7,41-42).
Nella scena finale
di questo capitolo, i sommi sacerdoti e i farisei argomentano
allo stesso modo.
La sentenza dei capi: "Dalla Galilea non sorge profeta" (v.
52) chiude
l’ultimo atto di questo dramma sull’origine del Messia.
In Gv 7,30 vi era
già stato un tentativo per arrestare Gesù; esso però era
andato a vuoto perché non era ancora giunta l’ora della sua
passione e
risurrezione. Anche in 7,44 il tentativo dei giudei non riesce.
La risposta delle
guardie mette in risalto il fascino che emanava da Gesù. Nella
loro semplicità questi uomini sono presi da stupore e da
ammirazione per le
parole di Gesù. I farisei invece reagiscono con stizza e
manifestano apertamente
la loro animosità e il loro accecamento. Per essi Gesù è un
seduttore che
abbindola la gente ignorante (cfr Gv 7,12; Mt 27,63).
L’arroganza dei
farisei raggiunge il colmo quando considera maledetto il popolo
che non conosce la Legge: si trattava di contadini, di
analfabeti, di servi.
Questo disprezzo
dei dotti per gli ignoranti e gli umili è bene
documentato
negli scritti giudaici.
Non tutti i capi
però condividevano questo atteggiamento ostile dei
sommi
sacerdoti e dei farisei. Nicodemo dissentì dal giudizio dei suoi
colleghi ed
ebbe il coraggio di prendere le difese di Gesù appellandosi
alla legge mosaica.
Nella Legge è
prescritto di ascoltare le cause di tutti i fratelli senza avere
riguardi personali (Lv 19,15; Dt 1,16-17) e di indagare con
diligenza per
evitare false testimonianze (Dt 19,15-20). I capi del popolo
reagiscono alla
contestazione di Nicodemo circa la legalità del loro atteggiamento e
lasciano
trasparire sdegno e irritazione.
In merito
all’origine del Messia la Scrittura è chiara: il Cristo è un
discendente di Davide (2Sam 7,12-16; Is 11,1-2; Ger 23,5-6; 33,15;
Sal 89,5.37)
e deve sorgere da Betlemme di Giudea (Mi 5,1). Quindi il profeta di Nazaret non
poteva essere assolutamente il Messia.
Giovanni ora può
chiudere questa parte dello scontro tra Gesù e le autorità
giudaiche, facendoci capire che la vita di Gesù è ormai volta
verso l’epilogo
della croce. De.it.press
Domenica 21. Il commento al Vangelo. “Chi è senza peccato scagli la prima
pietra”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 8,1-11) commentato da P. Lino Pedron
1 Gesù si avviò allora verso il monte degli
Ulivi. 2 Ma all'alba si recò di
nuovo nel tempio e
tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li
ammaestrava. 3
Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa
in adulterio e,
postala nel mezzo, 4 gli dicono: «Maestro, questa donna è
stata sorpresa in
flagrante adulterio. 5 Ora Mosè, nella Legge, ci ha
comandato di
lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». 6 Questo
dicevano
per metterlo alla
prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù,
chinatosi, si
mise a scrivere col
dito per terra. 7 E siccome insistevano nell'interrogarlo,
alzò il capo e disse
loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la
pietra contro di
lei». 8 E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9 Ma
quelli, udito ciò,
se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani
fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. 10
Alzatosi allora Gesù le disse:
«Donna, dove sono?
Nessuno ti ha condannata?». 11 Ed essa rispose: «Nessuno,
Signore». E Gesù le
disse: «Neanch'io ti condanno; va’ e d'ora in poi non
peccare più».
L’inserzione di
questo brano interrompe l’unità dei due atti drammatici,
incentrati l’uno sulla messianicità di Gesù (Gv 7) e l’altro sulla
sua divinità
(Gv 8,12-57).
Il Cristo di Gv
8,1-11 appare molto più simile a quello dei sinottici, e in modo
particolare al Gesù di Luca, che a quello del vangelo di Giovanni.
Gli scribi e i
farisei nel loro cuore hanno già condannato la povera donna colta
in fallo. La
conducono da Gesù solo per tendergli un tranello. La legge giudaica
è molto esplicita su questa materia: l’adultera deve
morire. Ora, se Gesù
assolve la peccatrice si mette contro la Legge e quindi si
condanna da solo; se
si mostra giudice severo si scredita davanti a tutti,
rinnegando la sua dottrina
su Dio clemente e misericordioso. La domanda degli scribi e
dei farisei si
rivela molto abile e astuta.
Gesù però non
abbocca, ma, chinatosi, scriveva sulla terra col dito. Secondo
alcuni esegeti, Gesù voleva ricordare simbolicamente
Geremia 17,13: "Quanti si
allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno
abbandonato la
fonte di acqua viva, il Signore".
Forse Gesù, con il
gesto di scrivere, ha voluto manifestare il suo desiderio di
non intervenire o di non mostrare la sua indignazione per la
loro ipocrisia.
"Chi di voi è
senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". Questa
risposta degna del Figlio di Dio per la saggezza, la
semplicità e la profondità
toglie agli avversari ogni argomento per condannare sia
l’adultera, sia Gesù.
Come può un
peccatore infierire contro un altro peccatore?
L’espressione
"scagli la prima pietra" ricorda Dt 13,10
dove si ordina che i
testimoni oculari
devono dare inizio all’esecuzione della condanna a morte.
Dopo una risposta
tanto saggia, Gesù si china di nuovo per scrivere sulla terra.
Questo gesto vuol
porre i giudici dinanzi alle loro responsabilità e invitarli a
una decisione sincera e libera. I presenti riconoscono di
essere peccatori e se
ne vanno. L’accenno ai più anziani vuole insinuare che
costoro erano più
assennati e capirono per primi la lezione. Forse c’è una
constatazione salace:
col crescere degli anni si accumulano anche i peccati.
In questo racconto
c’è un’eco della storia di Susanna (Dn 13), nella quale gli
anziani che tentarono di sedurre la donna sono presentati come
uomini perversi,
invecchiati nel male, pieni di peccati e di iniquità.
Eclissatisi gli
accusatori, sulla scena rimangono solo Gesù e la donna. Ma
il
Figlio dell’uomo
non è venuto per condannare, ma per salvare (cfr Gv 3,17). Dio
non vuole la morte del peccatore, ma la sua conversione,
perché viva felice (Ez
18,23; 33,11; Sap
11,23.26).
L’esortazione a
non peccare più era già stata rivolta anche all’infermo guarito
presso la piscina di Betzaetà (cfr Gv 5,14): la misericordia e
il perdono non
minimizzano la gravità del peccato.
Questo brano
contiene un dramma di squisita bellezza, nel quale sono posti a
confronto una fragile creatura e l’unico uomo senza peccato. La
povera
peccatrice appare in tutta la miseria della sua colpa: non solo ha
perso
pubblicamente l’onore, ma sta per perdere anche la vita.
La drammaticità
della scena è data soprattutto dal confronto tra la miseria
della creatura e la santità del Cristo, che si manifesta
misericordia infinita.
In antitesi con
gli scribi e i farisei, spietati nell’applicare la legge di Mosè
contro l’adultera, Gesù si manifesta come la misericordia
incarnata e pronuncia
un giudizio di assoluzione piena: "Neppure io ti
condanno".
Sant’Agostino ha
commentato la scena con una frase lapidaria: "Relicti sunt duo,
misera et misericordia", "rimasero in due, la misera
(donna) e la misericordia
(Cristo).
Gesù non giudica
nessuno (cfr Gv 8,15) perché è venuto a salvare l’umanità
peccatrice (cfr Gv 3,17; 12,47). Egli è l’Agnello di Dio che toglie
il peccato
del mondo (cfr Gv 1,29; 4,42; 1Gv 4,14). De.it.press
Domenica 21. V di Quaresima. Dio non condanna, salva
E’ sostanzialmente
identica nelle diverse religioni l’idea del giudizio di Dio, identica perché in
armonia con il concetto di giustizia comune a noi uomini.
Riprodotta su
tutti i sarcofagi dell’antico Egitto compare la
celebre scena della bilancia con i due piatti in perfetto equilibrio; su uno
c’è la piuma, simbolo di Maat, la dea della saggezza, sull’altro il cuore del
defunto che viene condotto per mano dal dio Anubis. Dalla pesatura dipende la
felicità o la rovina futura di colui che viene
giudicato.
Il Corano
attribuisce a Dio lo splendido titolo di “migliore di quelli che perdonano”,
tuttavia anche nell’Islam il giorno del giudizio è il momento della separazione
fra giusti e malvagi, gli uni introdotti in paradiso, gli altri cacciati
all’inferno.
“Dio premia i
buoni e castiga i cattivi, perché è giustizia infinita”, garantiva anche il
Catechismo della dottrina cristiana.
Ardua impresa
quella di mettere d’accordo questa giustizia di Dio con la sua misericordia! I
rabbini del tempo di Gesù sostenevano che la misericordia interveniva solo
quando, al momento della resa dei conti, le opere buone e quelle cattive erano
in parità.
L’enigma può
essere risolto solo alla luce della parola di Dio che oggi ci chiede anzitutto
di prendere le distanze dalle antiche convinzioni, anche se profondamente
radicate in noi. Nella prima lettura il profeta raccomanda: “Non
ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco io faccio una cosa nuova”.
Nel comportamento
di Gesù, presentatoci nel Vangelo, viene poi
introdotta la nuova, sorprendente, “scandalosa” giustizia di Dio: egli non
condanna nessuno, salva e basta.
Prima Lettura (Is
43,16-21)
16 Così dice il
Signore che offrì una strada nel mare
e un sentiero in
mezzo ad acque possenti
17 che fece uscire carri e cavalli,
esercito ed eroi
insieme;
essi giacciono morti:
mai più si rialzeranno;
si spensero come un
lucignolo, sono estinti:
18 “Non ricordate più le
cose passate,
non pensate più alle
cose antiche!
19 Ecco, faccio una cosa nuova:
proprio ora
germoglia, non ve ne accorgete?
Aprirò anche nel deserto una strada,
immetterò fiumi nella
steppa.
20 Mi glorificheranno
le bestie selvatiche,
sciacalli e struzzi,
perché avrò fornito
acqua al deserto,
fiumi alla steppa,
per dissetare il mio
popolo, il mio eletto.
21 Il popolo che io ho plasmato per me
celebrerà le mie
lodi”.
Israele ha sempre
costruito il suo futuro guardando al passato e nella sua storia ha sempre
trovato nuovi spunti e nuovo slancio per andare
avanti. Qualcuno ha paragonato questo popolo ai rematori che avanzano volgendo
le spalle alla meta, si orientano puntando gli occhi sul punto di partenza e
sul percorso già fatto. Israele ha superato momenti drammatici, è rimasto
sempre popolo anche quando era deportato e disperso fra le genti. Ha mantenuto
la sua identità grazie alla sua capacità di ricordare, di fare riferimento al
suo passato. Meditare e tramandare ai figli ciò che è
accaduto è il primo impegno dei genitori: “Ciò che abbiamo udito e conosciuto e
i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai nostri figli.
Narreremo alla generazione futura le meraviglie che il
Signore ha compiuto” (Sal 78,3-4).
Nella prima parte
della lettura (vv.16-17) viene ripreso l’avvenimento
più importante del passato, quello che nessuno può dimenticare: l’esodo. E’
descritto con immagini grandiose: Dio è intervenuto con la sua forza, ha
dominato le acque impetuose e, in mezzo al mare, ha aperto per il suo popolo
una via. Poi ha sfidato le truppe scelte del faraone, ha fatto uscire
dall’Egitto carri e cavalli, esercito ed eroi e li ha battuti, ha spento il loro ardore con la facilità con cui si spegne
un lucignolo.
Se il ricordo si
riduce a fredda reminiscenza di fatti accaduti in tempi lontani, allora può
provocare al massimo una struggente, ma vana
nostalgia. La raccomandazione: “Ricorda i giorni del tempo
antico, medita gli anni lontani. Interroga tuo padre e
te lo farà sapere, i tuoi vecchi e te lo diranno” (Dt 32,7) ha un altro
obiettivo, vuole che il ricordo aiuti a capire il presente e stimoli a guardare
con lucidità al futuro.
C’è un altro
pericolo: di fronte alle mirabili gesta compiute da Dio in passato
può sorgere il pensiero che egli abbia ormai dato il meglio di sé e che non sia
in grado di superarsi.
Nella seconda
parte della lettura (vv.18-21) è Dio stesso che risponde a questo
interrogativo. Smettete – dice agli israeliti – di ricordare le cose passate;
non pensate più alle cose antiche, quasi che io non
sia capace di rifarle! Aprite gli occhi! Non vedete? Io sto per compiere
un’opera ancora più straordinaria di quelle del passato.
Che farà il
Signore? Libererà il suo popolo dalla schiavitù di Babilonia, lo riporterà
nella sua terra. Per rendere confortevole il suo viaggio, preparerà una strada
nel deserto, per dissetarlo farà sgorgare sorgenti d’acqua. Gli israeliti
berranno alla stessa fonte con le bestie selvatiche, gli sciacalli, gli
struzzi, come accadeva nel paradiso terrestre.
Si tratta di immagini poetiche, di splendide immagini che indicano
come Dio non si dimentica mai dell’uomo. Egli non ha agito solo in passato,
continua a manifestare il suo amore compiendo gesta sempre più sorprendenti.
Per vederle basta contemplare gli avvenimenti con gli occhi della fede.
Seconda Lettura
(Fil 3,8-14)
Fratelli, 8 tutto reputo una perdita di fronte alla sublimità della
conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte
queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo 9 e di
essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con
quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da
Dio, basata sulla fede. 10 E questo perché io possa conoscere lui, la potenza
della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli
conforme nella morte, 11 con la speranza di giungere
alla risurrezione dai morti.
12 Non però che io abbia già conquistato il
premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per
conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da
Gesù Cristo. 13 Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto
so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, 14
corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù,
in Cristo Gesù.
Paolo era un
fariseo, osservava fedelmente e difendeva con accanimento la legge, era
convinto di ottenere la salvezza mediante l’adempimento di tutte le tradizioni
degli antichi, ma quando incontrò Cristo ruppe con il
suo passato e accolse la novità del Vangelo. Da quel giorno tutto ciò in cui
aveva riposto fiducia perse valore, lo considerò “spazzatura” (v.8).
E’ difficile dare
un taglio deciso al passato. Pensiamo a quanto costa rinunciare alle
convinzioni che abbiamo assimilato da piccoli e che ci fanno considerare logico
e giusto ciò che tutti ritengono “normale” anche se è incompatibile con la novità
di vita che Gesù chiede ai suoi discepoli.
L’obiettivo da
raggiungere è “la conoscenza” di Cristo. Il verbo conoscere nella Bibbia non
ha, come per noi, solo un significato concettuale, razionale. Implica il
coinvolgimento attivo di tutta la persona. Paolo aspira ad
un’adesione piena a Cristo: vuole assimilare i suoi pensieri, i suoi giudizi,
le sue parole, il suo modo di comportarsi.
Nella seconda
parte della lettura (vv.12-14), Paolo non può che ammettere di essere ancora
molto lontano dalla meta. Sviluppando l’immagine dell’atleta che compete nello
stadio, afferma che egli continua proteso verso il traguardo, vuole conquistare
il premio ed è sicuro che un giorno lo otterrà, non per i propri sforzi e i
propri meriti, ma perché Dio lo accompagna.
Vangelo (Gv
8,1-11)
1 Gesù si avviò
allora verso il monte degli Ulivi. 2 Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e
tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava
3 Allora gli
scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel
mezzo, 4 gli dicono: “Maestro, questa donna è stata
sorpresa in flagrante adulterio. 5 Ora Mosè, nella
Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che
ne dici?”. 6 Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che
accusarlo.
Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra.
7 E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il
capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra
contro di lei”. 8 E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9 Ma quelli, udito
ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. 10 Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno
ti ha condannata?”. 11 Ed essa rispose:
“Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’
e d’ora in poi non peccare più”.
Se leggendo un
libro ci capitasse di trovare che una pagina è stata
strappata, penseremmo probabilmente che il racconto doveva contenere dettagli
sconvenienti e che una mano pia, per prevenire i turbamenti di qualche lettore
meno maturo, ha asportato il testo incriminato.
Bene, nei primi
secoli della Chiesa, quando vennero trascritti i libri
del Nuovo Testamento, da quasi tutte le copie della Bibbia fu tolta la pagina
del Vangelo di oggi.
Deve averla
composta Luca (il tema, lo stile, il linguaggio sono i suoi) e il suo posto
naturale è alla fine del capitolo 21. E’ lì, infatti,
che viene collocata da un gruppo importante di
manoscritti antichi. Certamente non è di Giovanni e non si sa bene come abbia
fatto a entrare nel capitolo ottavo del quarto Vangelo. Forse perché, dopo
qualche versetto, si trova la frase di Gesù: Io non giudico nessuno (Gv 8,15).
In ogni modo è chiaro che questo testo ha avuto una storia piuttosto
travagliata.
La ragione?
Sant’Agostino dava la sua, un po’ sbrigativa e scontata: “Alcuni fedeli di poca
fede, o meglio, nemici della vera fede, temevano probabilmente che
l’accoglienza del Signore per la peccatrice desse la patente di
immunità alle loro donne”. Detto in parole povere: i mariti, i genitori,
i responsabili delle comunità devono aver pensato che la frase di Gesù io non
ti condanno poteva essere fraintesa e allora… meglio ignorare il racconto.
Il motivo vero del
sospetto per questo episodio però è forse un altro: la prassi penitenziale che
si era instaurata nei primi secoli della Chiesa.
Con l’aumento del
numero dei cristiani, nei primi secoli era decaduta la qualità e si era
introdotto un certo lassismo che portava a giustificare ogni comportamento e
faceva ritenere tutto lecito. Come reazione si era diffusa la convinzione che,
nei confronti di chi peccava gravemente, la chiesa poteva intervenire
concedendo il perdono, sì, ma una sola volta in vita. Ai recidivi non rimaneva
che attendere il severo giudizio di Dio. Chiaro che i rigoristi preferivano
mettere da parte, non dare rilievo all’episodio dell’adultera.
Chi invece
propugnava un atteggiamento più mite e comprensivo si richiamava volentieri a
questo racconto. Nelle Costituzioni apostoliche – un importante libro del IV
secolo – si raccomanda al vescovo di imitare, nei confronti dei peccatori, ciò
che ha fatto Gesù “con quella donna che aveva peccato e che gli anziani gli
avevano posto innanzi”.
Guardato con un
certo sospetto o con simpatia, il brano è comunque rimasto ed
allora si è reso necessario escogitare una spiegazione per la frase incriminata
che qualcuno avrebbe preferito che Gesù non si fosse lasciato sfuggire: Io non
ti condanno.
Si è cominciato
col dire: vedete come è buono il Signore? La donna
doveva essere lapidata, ma, siccome era più che
pentita, egli prima l’ha difesa e poi l’ha perdonata.
Ma se così fosse, perché il fatto avrebbe suscitato tante
obiezioni al punto da tentare addirittura di cancellarlo dal Vangelo? Che ci
sarebbe di strano se Gesù avesse perdonato a una peccatrice pentita?
E’ proprio qui che
sta il nodo del problema: non c’è assolutamente nulla che faccia supporre che
la donna fosse pentita.
Non confondiamola
con la peccatrice di cui ci parla Luca in un'altra parte del suo Vangelo.
Quella sì che era pentita: pianse, unse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi
capelli (Lc 7,36-50). Ma l’adultera del Vangelo di
oggi non ha fatto nulla di tutto questo. E’ stata colta in flagrante, è stata
afferrata, minacciata, forse picchiata, poi è stata scaraventata davanti a
Gesù. Nient’altro. Certo, doveva essere sconvolta, spaventata, piena di
vergogna; ma supporre che, in quelle condizioni, abbia pensato ad un “atto di dolore perfetto” è pura fantasia!
Perché preoccuparsi
di scusare Gesù? Egli non ha bisogno delle nostre giustificazioni. Ci
sorprende? Ci sconvolge? Bene. Si può anche non essere d’accordo con il suo
comportamento, ma non si può negare, modificare, minimizzare la portata del
fatto. Vediamo di capirlo.
Una donna viene sorpresa... mentre non sta recitando il rosario! E’
strano che non sia stato agguantato anche il socio. E’ la solita storia:
l’aggressività, la violenza, le passioni si sfogano sempre sui più deboli; i
forti riescono sempre in qualche modo a sfuggire e a farla franca.
La legge puniva
l’adulterio con la morte (Lv 20,10). In pratica però i giudici non erano
severi, chiudevano sempre un occhio e non condannavano mai alla pena capitale.
Del resto, quando nella Bibbia viene comminata questa
pena, non se ne intende la reale esecuzione, si sottolinea solo la gravità del
crimine. Basti pensare che è prevista anche per chi
percuote il proprio padre (Es 21,15).
Non sappiamo chi
fossero i componenti della buon costume di
Gerusalemme, ma una cosa è certa: allora, come oggi, c’erano persone
ossessionate dal fatto che altri commettessero peccati sessuali. Come si spiega
questo fanatismo nella difesa della pubblica decenza? Sono davvero innocenti e
puri questi moralizzatori? Perché godono nel mettere in pubblico i peccati
altrui? Forse si tratta di gente che vorrebbe fare le stesse cose, ma, non
potendolo, si accanisce contro chi le fa.
Qualcuno di questo
gruppo di vigilanza morale deve aver fatto la proposta: e se conducessimo
questa p... (peccatrice!) dal maestro galileo? Sì, da quel tale che sta sempre
dalla parte di questi corrotti? Non avrà certo il coraggio di difenderla!
Vedrete come sarà imbarazzato quando sarà costretto a pronunciarsi contro “i
suoi amici” (Mt 11,19)!
Lo trovano seduto
nel piazzale del tempio, circondato da molta gente che lo ascolta con
attenzione. Trascinano la donna nel mezzo, “in piedi, di
fronte a tutti” e, con un sorriso pieno di sottintesi, gli chiedono: “Maestro,
la legge ordina di lapidare le donne come questa. Tu
che ne dici?”.
Gesù non risponde.
Si china e comincia a scrivere per terra. Cosa scrive?
L’opinione – che
si è diffusa a partire da san Gerolamo – che egli
abbia scritto i peccati degli accusatori non ha senso e nessuno più la
sostiene. E’ molto documentata invece l’usanza fra i popoli semiti di
scarabocchiare per terra mentre si sta pensando oppure
si vuole scaricare la tensione o controllare l’irritazione di fronte a chi pone
domande assurde o provocatorie.
Gesù potrebbe
togliersi d’impiccio in modo molto semplice: invitando gli accusatori a
rivolgersi ai giudici legittimi. Il tribunale del sinedrio dista non più di un
centinaio di metri. Ma questo significherebbe
abbandonare quella donna che i “difensori della pubblica moralità” considerano
ormai un trofeo, una preda. Per questo alza il capo e dice: “Chi di voi è senza
peccato scagli per primo la pietra contro di lei”. Poi si china di nuovo e
continua a tracciare linee per terra.
A quel punto i
presenti cominciano a non sentirsi più a loro agio: sono stati smascherati, è
stata messa a nudo la loro ipocrisia. Abbassano gli
occhi e, cercando di assumere un atteggiamento disinvolto, per nascondere
l’imbarazzo e la vergogna, si allontanano, cominciando dai più vecchi, dai
“presbiteri” – dice il testo greco. Non rimangono che Gesù e la donna, da soli.
Consideriamo bene
la posizione dei due.
La donna era stata
collocata in piedi, come avveniva con gli accusati durante i processi (v.3) e
Gesù era seduto (v.2). Durante tutto il dialogo la
posizione non cambia: Gesù si china (v.6), alza il capo (v.7) e si china di
nuovo (v.8), ma rimane sempre seduto e la donna in piedi, “là in mezzo” (v.9).
Al versetto 10 il nostro testo dice: “Alzatosi allora Gesù”, dando
l’idea che, per pronunciare la sentenza, egli si è levato in piedi. Non è così.
Il verbo usato è lo stesso che al v.7 è stato tradotto
con “alzò il capo”. Gesù è rimasto dov’era, in basso, nella posizione del
servo, non del giudice che guarda dall’alto chi ha sbagliato. Ha solo alzato il
capo per comunicare alla donna, con la dolcezza del suo sguardo, la tenerezza
di Dio che non condanna mai nessuno.
Se ne sono andati
tutti – dice il testo – dunque, assieme agli accusatori, se n’è andata anche la folla e anche i discepoli. Solo Gesù è
rimasto per pronunciare la sua sorprendente sentenza: nessuna condanna.
Il Vangelo sottolinea che i primi ad allontanarsi sono stati i più
vecchi. Forse sono proprio le persone più mature della comunità che sono
invitate a fare un esame di coscienza. Spesso sono
proprio loro che si dilettano a “scagliare le pietre” con pettegolezzi e
diffamazioni.
Se Gesù non
giudica e non condanna, allora significa che il peccato è una cosa da poco?
Comportarsi bene o male fa lo stesso?
No! Il peccato è
un male molto grave perché distrugge la vita di chi lo commette. Gesù non dice
alla donna: “Va’ in pace, hai fatto benissimo a
tradire tuo marito, continua così!”; le dice: “Smetti di farti del male, non
ripetere l’errore di rovinarti l’esistenza per un momento di piacere”.
Nessuno odia il
peccato quanto Gesù, perché nessuno ama l’uomo più di lui. Tuttavia non
condanna chi sbaglia (e a nessuno permette di lanciare pietre) per non
aggiungere altro male a quello che il peccatore si è già fatto.
Forse egli non
condanna ora, ma un giorno giudicherà e punirà i suoi figli che hanno commesso
il male? Prestiamo attenzione. Gesù non dice alla peccatrice: “Per questa volta
non ti condanno”. Questo sarebbe andato bene anche ai rigoristi dei primi
secoli. Dice: “Non ti condanno”, né oggi, né domani, né mai.
Questa pagina del
Vangelo oggi non disturba meno di ieri. Non lascia tranquilli coloro che continuano ad arrogarsi il diritto, dal fortino
inattaccabile del loro perbenismo, di scagliare pietre non più con le mani, ma
diffamando, isolando, pronunciando giudizi severi, alimentando diffidenze,
diffondendo pettegolezzi. Gesù non tollera che qualcuno scagli queste pietre
dolorose e crudeli contro chi si regge a stento, piegato sotto il peso dei
propri errori. P. Fernando Armellini, de.it.press
I figli degli immigrati. Quale pastorale nelle grandi città europee?
Dal 7 al 10 marzo
2010 si è tenuto a Barcellona il 21° incontro annuale "Pastorale dei
migranti nelle grandi città d'Europa" che ha riunito responsabili e
operatori pastorali provenienti da Vienna, Bruxelles, Lione, Francoforte,
Colonia, Milano, Torino, Roma, Lussemburgo, Basilea, Barcellona, nonché esponenti delle Commissioni nazionali della pastorale
dei migranti di Francia, Spagna e Svizzera. Il tema
affrontato è stato: "I figli degli immigrati. Quale
pastorale?". Si tratta di una questione di fondamentale importanza
per il futuro della chiesa in Europa: come annunciare e far crescere la fede
nelle nuove generazioni di origine immigrata, che stanno emergendo nelle nostre
diocesi e che anno dopo anno costituiscono una
porzione sempre più ampia della gioventù europea? Il convegno svoltosi a
Barcellona certamente non aveva la pretesa di rispondere in modo completo a
questa domanda, ma è stato un'occasione per prendere coscienza di una serie di
questioni.
In primo luogo,
dalla presentazione dei contesti delle singole città
europee emerge una certa varietà di situazioni. Da una parte abbiamo nazioni
con una più lunga storia di immigrazione: Svizzera,
Germania, Francia, Belgio, Lussemburgo, in cui sono numerosi i figli (seconda
generazione) o i nipoti (terza generazione) dei migranti, nati e cresciuti nel
paese di accoglienza.
In Spagna e in
Italia, mentre aumentano sensibilmente i figli nati da genitori stranieri, sono
avvenuti negli ultimi anni massicci ricongiungimenti familiari, con l'arrivo di
bambini o adolescenti, che spesso hanno vissuto per alcuni anni separati dai
genitori e hanno frequentato la scuola in patria.
In tutti i paesi,
tuttavia, emergono questioni cruciali come l'inserimento scolastico e
professionale, che risulta fondamentale per
l'integrazione nella società e la possibilità di sviluppare in modo sereno ed
equilibrato la propria duplice appartenenza culturale e linguistica. Il
bilinguismo, il sentirsi a casa in due culture sono, infatti, potenzialità
presenti nei figli degli immigrati e una ricchezza per i paesi europei che necessitano di essere opportunamente valorizzate. Eppure,
persino nelle aree di più antica immigrazione, i risultati raggiunti in questo
campo non sono ancora soddisfacenti. L’impegno della chiesa ha, quindi, anche
un carattere sociale, educativo e politico, allo scopo di garantire pari
opportunità a tutti i giovani e di contrastare il diffondersi della xenofobia.
A Barcellona, pur
concentrandosi sul contesto catalano e spagnolo, i
partecipanti al convegno hanno messo in comune la loro ricerca riguardante la
pastorale specifica per i figli degli immigrati cattolici. Ci si chiede come
questi giovani, insieme ai loro coetanei autoctoni, possano diventare cristiani
adulti e testimoniare la fede in una società sempre più contraddistinta dagli
estremi di una secolarizzazione avanzata e di una varietà religiosa senza
precedenti.
Anche in questo
caso, va tenuto conto delle diverse fasi dell'immigrazione. I ragazzi che
arrivano per ricongiungimento familiare richiedono accoglienza e un
accompagnamento pastorale che utilizzi soprattutto la lingua materna. Per
coloro, invece, che nascono nel paese d'immigrazione si pone la questione della
partecipazione attiva all'interno della chiesa locale, una partecipazione che
non implichi la negazione delle loro radici religiose legate alla famiglia e,
quindi, alla cultura di origine. Importante è ricordare che prima di essere
"migranti" essi sono "giovani", cioè pienamente partecipi
degli stili di vita e dei linguaggi giovanili diffusi oggi a livello globale.
Nell'età dell'adolescenza, questo può anche significare per molti l'abbandono
della pratica religiosa e un adeguamento al contesto
secolarizzato in cui vivono. Tra le proposte emerse vi è quella di una maggiore
convergenza tra pastorale familiare, giovanile e migratoria: dare sostegno alla
famiglia immigrata per favorire la trasmissione della fede ai giovani anche nel
nuovo ambiente culturale in cui vivono. Inoltre, si fanno
strada alcuni esempi di pastorale giovanile in cui giovani cattolici di origine
straniera e autoctoni si incontrano per condividere il cammino di fede alla
scoperta di una identità cristiana aperta e universale. Infine, la stessa
chiesa locale è sollecitata, grazie anche alla presenza di questi giovani, a
testimoniare la sua cattolicità in un cammino di conversione verso
l'accoglienza e la comunione tra le diversità. Luisa Deponti, de.it.press
Sabato la lettera del Papa agli irlandesi
Sui casi di pedofilia
nel clero: «Chiesa severamente scossa in conseguenza della crisi degli abusi
sui minori» La firma del Pontefice sarà apposta venerdì
CITTÀ DEL VATICANO
- Sarà pubblicata sabato 20 marzo la lettera pastorale
di papa Benedetto XVI ai cattolici irlandesi sui casi di pedofilia nel clero.
La firma del Pontefice sarà apposta venerdì.
CENTINAIA DI ABUSI
- Il documento, che sarà scritto in inglese e in italiano, era stato annunciato
l'11 dicembre, durante un incontro con i massimi vertici della chiesa irlandese
convocato in Vaticano alla luce dell'ultimo, scioccante rapporto del giudice
Murphy che, facendo seguito al precedente "rapporto Ryan", ha messo a
fuoco centinaia di abusi avvenuti fino alla metà degli anni '90
nell'arcidiocesi di Dublino, una delle più grandi d'Europa. Attesa inizialmente
per l'inizio della Quaresima, la lettera giunge a due settimane dalla Pasqua,
mentre lo scandalo si è allargato a macchia d'olio, toccando Svizzera, Olanda,
e soprattutto la Germania patria del Papa. Quanto sarà detto ai fedeli irlandesi varrà perciò per tutte le chiese che si trovano a
dover fronteggiare il problema, almeno per quelle europee. Secondo quanto
preannunciato a suo tempo dalla sala stampa vaticana, dovrebbe contenere non
solo indirizzi e considerazioni religiose, ma precise
«indicazioni pratiche» su come individuare e sanare questa piaga, cancellandola
dal futuro della Chiesa cattolica.
«CHIESA SCOSSA» -
«Come sapete - ha detto mercoledì il Papa salutando i pellegrini irlandesi
nella festa di San Patrizio -, negli ultimi mesi la Chiesa in Irlanda è stata
severamente scossa in conseguenza della crisi degli abusi sui minori». «Come segno della mia profonda preoccupazione - ha aggiunto
- ho scritto una lettera pastorale che tratta di questa dolorosa situazione. La
firmerò nella solennità di San Giuseppe, il guardiano della Sacra Famiglia e
patrono della Chiesa universale, e la manderò presto».
«Vi chiedo - ha concluso il Pontefice - di leggerla
voi stessi, con cuore aperto e spirito di fede. La mia speranza è che aiuti nel
processo di pentimento, guarigione e rinnovamento».
Redazione online CdS 18
"Il Papa ci chieda scusa". Nella Baviera dove Ratzinger è
cresciuto: «Ma noi gli crediamo»
TRAUNSTEIN-MARKTL
AM INN (Baviera) È
tutto molto triste: anch'io ho un figlio che fa il chierichetto e sono turbato
da quello che sta emergendo». Ralf Berger esce a passi lenti dalla Chiesa di
St. Oswald a Traunstein. È qui che, l'8 luglio 1951, Joseph Ratzinger celebrò
la sua prima messa. Ed è qui che i «suoi» fedeli provano a prendere le difese
di quel loro prete diventato Papa che oggi viene
accusato da più parti di aver taciuto troppo a lungo sullo scandalo dei preti
pedofili in Germania. «Deluso dal Santo Padre? No,
sono arrabbiato con la Chiesa che ha sempre cercato di nascondere questi
crimini, ma non col Papa: se finora non si è pronunciato
è perché è rimasto lui stesso scioccato da questo scandalo», spiega Berger.
Traunstein,
l’orgoglio perduto
Vista da qui, da
quella Traustein che Benedetto XVI ha sempre definito la sua «vera» città
natale, la Germania sembra divisa a metà. Non più il Paese che nel 2005, quando
Joseph Ratzinger fu eletto successore di Giovanni Paolo II, gridò compatta e
orgogliosa dalle colonne della Bild «Wir sind Papst», «Noi siamo Papa». Ma un Paese confuso, disorientato dall'ondata ormai
quotidiana delle denunce di abusi in scuole o convitti cattolici, un Paese che
guarda al suo Papa e si divide. C'è la Germania delle associazioni cattoliche
di base e dei politici Csu che chiedono un intervento rapido del pontefice. E
c'è una Germania che condanna sì gli abusi, che mette
sì in discussione il celibato, ma che prova come può a prendere le difese del
Papa. È una Germania che trovi a Marktl (la città in cui è nato), a Traunstein
(quella in cui è cresciuto), ma anche a Monaco (dove è stato arcivescovo), tre
città profondamente legate a Joseph Ratzinger.
Traunstein ieri
mattina era avvolta in una morsa di gelo. Davanti alla Chiesa di St. Oswald
cumuli di neve circondano il busto di Benedetto XVI. «Non
sono deluso da lui: indipendentemente da quello che avrebbe detto, le sue
parole sarebbero state rigirate a suo svantaggio - spiega Christian Abler,
giovane impiegato di banca -. Mi aspetto però una richiesta ufficiale di scuse
proveniente dai livelli più alti, dal Papa o da altri».
«Non mi ha deluso, però l'importante è che, quando interverrà, non si limiti a
parlare, ma faccia anche qualcosa di concreto» concorda Valentina Clement.
Molti preferiscono allargare il discorso: «Questo problema non ci sarebbe se i
preti avessero la possibilità di sposarsi», lamenta Ute Wiblishauser.
St Michael, il
seminario
Per capire quanto
lo scandalo stia rendendo incerto il mondo cattolico,
anche bavarese, bisogna però lasciare il centro città e inerpicarsi sulla
salita coperta di neve che porta al seminario di St. Michael, un enorme
complesso in cui Joseph Ratzinger studiò dal 1939 al 1946. Il direttore precisa
subito di non poter parlare senza l'autorizzazione dell'arcidiocesi di Monaco.
Poi però, per un riflesso quasi naturale in questi giorni, precisa: «Qui da noi
non c'è stata nessuna denuncia».
Maktl, il punto di
partenza
Marktl ieri era un
paesino semideserto. Sulla Marktplatz, la piazza su cui sorge la casa natale di Benedetto XVI, una panetteria ha affisso sula
vetrina d'ingresso il manifesto del concerto a Marktl, il 18 aprile, dei
Regenbsburger Domspatzen (il coro che è stato diretto per trent'anni dal
fratello del papa, Georg, e che ora è investito da accuse di maltrattamenti e
abusi). Proprio accanto, un adesivo bianco: «Attivi contro gli abusi sui
bambini». Dice il pensionato Max Gander: «Il problema è che la Germania è troppo critica: il Papa si è già espresso su quanto successo
in America o in Irlanda». In molti, qui, credono che il Pontefice non debba
chiedere personalmente scusa per lo scandalo pedofilia. Le
voci critiche, però, non mancano: «Il rapporto di fiducia verso la Chiesa s'è
ormai rotto: dovrebbe pronunciare delle parole molto precise», sostiene
Alexandra Engl.
Monaco, la
roccaforte
«Il Papa sta
facendo bene a prendere tempo, prima vuole studiare il tutto in modo
approfondito; e poi perché mai dovrebbe scusarsi?». Inge Stadler ha fretta: la
messa delle 17.30 nella Frauenkirche, la cattedrale di Monaco, è già iniziata
da alcuni minuti e lei, un’anziana signora avvolta in un pesante cappotto
grigio, è arrivata in ritardo. «Tutta questa vicenda degli abusi è una
porcheria dei media: io stessa sono stata in convitto, ho un fratello che è
stato nel coro dei Regensburger Domspatzen, un conoscente era a Ettal e non
possiamo che parlarne bene». Qui sono in molti a pensarla come lei. «Certo che il Pontefice parlerà, ma non adesso, prima vuol
ponderare bene le parole - dice convinta un’altra signora -. Sa, è un brav'uomo:
io continuo ad andare a messa, l'importante ora è restare uniti».
I fedeli tra
fedeltà e sgomento
C'è, infine,
un'altra Germania. È quella che, silenziosamente, ha iniziato a voltare le
spalle alla Chiesa cattolica. «Ho già pensato se non
sia il caso di lasciare la Chiesa - confida una signora per le strade di
Traunstein -. Per ora, però, resto: sono credente».
ALESSANDRO ALVIANI LS 17
Scandalo
pedofili, il Papa invierà una lettera alla Chiesa
irlandese
Il pontefice: «La
mia speranza è che possa aiutare nel processo di pentimento, di guarigione e
rinnovamento»
BERLINO - Il capo
della Chiesa cattolica irlandese, cardinale Sean Brady, ha fatto le sue scuse
dopo che è emerso che egli non avvertì la polizia dei comportamenti di un
sacerdote pedofilo a metà anni Settanta. Brady, rivolgendosi ai fedeli nel
giorno di San Patrizio, ha anche detto che «rifletterà» sul suo futuro ruolo.
LETTERA DEL PAPA -
Sulla vicenda è intervenuto anche il Papa, durante l'udienza generale, con un
saluto ai pellegrini irlandesi nell'odierna festa di San Patrizio. «Come sapete - ha detto - negli ultimi mesi, la Chiesa in
Irlanda è stata messa a dura prova dalla crisi degli abusi sui minori. Come
segno della mia profonda preoccupazione ho scritto una
Lettera pastorale per affrontare questa situazione dolorosa. La firmerò nella
Solennità di San Giuseppe, Custode della Sacra Famiglia e Patrono della Chiesa
universale, e la invierò subito dopo». «Chiedo -ha aggiunto- che la leggiate voi stessi, con cuore
aperto e in uno spirito di fede. La mia speranza è che possa aiutare nel
processo di pentimento, di guarigione e rinnovamento».
LA MERKEL IN
PARLAMENTO: «ORA SERVE LA VERITA'» - «Nel pieno delle
polemiche per lo scandalo degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti tedeschi,
è scesa in campo per la prima volta anche Angela Merkel, per richiamare alla
responsabilità non solo la Chiesa Cattolica, ma l'intera società. In un
discorso dinanzi al Parlamento, il cancelliere tedesco ha detto che il dramma
degli abusi sessuali sui bambini è un problema «abominevole» che riguarda non solo il Vaticano. «Non
ha senso, anche se i primi casi (di abusi) sono nella Chiesa Cattolica,
concentrarsi su un gruppo. Questo è qualcosa che è accaduto in molte area della società». «Penso che siamo tutti d'accordo:
gli abusi sessuali su bambini sono un crimine abominevole», ha aggiunto la
Merkel, spiegando che queste esperienze cambiano la vita di una persona e
tormentano la vittima per tutta la vita. Il cancelliere tedesco ha quindi
parlato della necessità di diffondere «la verità assoluta» sui casi in
questione: «La nostra società ha un solo modo per superarlo ed è quello di
conoscere tutta la verità su ciò che è accaduto». CdS 17
Pedofilia, scuse primate Irlanda: sapevo e ho taciuto. Merkel: chiede
chiarezza
Il cardinale
Brady: rifletterò su mio ruolo. Venerdì il Papa firmerà la lettera agli irlandesi
BERLINO - La cancelliera
tedesca, Angela Merkel, durante un intervento al Bundestag, ha chiesto oggi che
l'intera società faccia chiarezza sulla questione degli abusi sessuali, che non
è solo un problema della Chiesa, ha detto.
Il capo della
Chiesa cattolica irlandese, cardinale Sean Brady, ha fatto oggi le sue scuse
dopo che è emerso che egli non avvertì la polizia dei comportamenti di un sacerdote
pedofilo a metà anni Settanta. Brady, rivolgendosi ai fedeli nel giorno di San
Patrizio, ha anche detto che «rifletterà» sul suo futuro ruolo. Brady aveva in
precedenza difeso il suo ruolo nell'organizzazione di un incontro nel 1975
durante il quale a due bambini abusati da padre Brendan Smyth fu chiesto di
fare voto di silenzio, come parte di un'indagine interna della Chiesa. I
vertici ecclesiastici rimossero Smyth da alcuni compiti sacerdotali e
raccomandarono trattamenti psichiatrici. Ma secondo molti, la mancata denuncia
alla polizia fu il fattore principale che consentì a Smyth di abusare minori
per altri 18 anni. Ma parlando ai fedeli alla
cattedrale di San Patrizio a Armagh, Brady si è
scusato con coloro che si sono sentiti delusi o abbandonati: «Questa settimana
un doloroso episodio del mio passato è tornato alla mia attenzione - ha detto
il Cardinale - Ho ascoltato le reazioni delle persone sul mio ruolo negli
eventi di 35 anni fa. Voglio dire a chiunque si sia sentito ferito dalle mie
mancanze, che mi scuso con tutto il cuore. Voglio anche scusarmi con coloro che
si sono sentiti delusi da me. Guardando indietro, mi vergogno di non aver
sempre rispettato i valori che professo e nei quali credo».
Brady: rifletterò
su mio ruolo. Brady, che finora non si è dimesso nonostante forti pressioni in
questo senso dopo il terremoto-pedofilia che ha investito la Chiesa cattolica
in Irlanda, ha aggiunto: «Siate certi che rifletterò
con attenzione nel momento in cui entriamo in Settimana santa, Pasqua e Pentecoste.
Userò questo tempo per pregare, riflettere sulla parola di Dio e capire la
volontà dello Spirito santo. Rifletterò su ciò che ho sentito da coloro che sono stati feriti dal mio abuso».
Lettera agli
irlandesi. Benedetto XVI firmerà questo venerdì, festa
di San Giuseppe, la lettera ai fedeli irlandesi sui casi degli abusi sui
minori. Lo ha annunciato lo stesso Benedetto XVI,
rivolgendosi in inglese ai pellegrini di quella lingua durante l'udienza
generale. «Come sapete - ha detto il Papa salutando i pellegrini irlandesi
nella festa di San Patrizio -, negli ultimi mesi la Chiesa in Irlanda è stata
severamente scossa in conseguenza della crisi degli abusi sui minori». «Come segno della mia profonda preoccupazione - ha aggiunto
- ho scritto una Lettera pastorale che tratta di questa dolorosa situazione. La
firmerò nella solennità di San Giuseppe, il Guardiano della Sacra Famiglia e
patrono della Chiesa universale, e la manderò presto».
«Vi chiedo - ha concluso il Pontefice - di leggerla
voi stessi, con cuore aperto e spirito di fede. La mia speranza è che aiuti nel
processo di pentimento, guarigione e rinnovamento».
Il vescovo di
Osnabrueck chiede scusa. Il vescovo di una città della Bassa Sassonia,
nell'Ovest della Germania, Franz-Josef Bode, ha scritto una lettera ai fedeli
della sua diocesi chiedendo scusa per gli abusi sessuali su minori commessi
negli anni passati. Lo scrive oggi il quotidiano locale Neue Osnabruecker
Zeitung nella sua edizione online. Alla luce di questi episodi, ha scritto Bode
nella missiva, secondo quanto riporta il giornale, sono «sconvolto, senza
parole, pieno di vergogna e dolore». Il vescovo ha chiesto poi perdono alle
vittime degli abusi. La lettera giunge all'indomani della conferma, da parte
del padre superiore dei francescani ad Hannover (Bassa
Sassonia), di abusi sessuali commessi nel 1970 nell'accademia cattolica
Ludwig-Windthorst-Haus della diocesi di Osnabrueck, a Lingen.
Zollitsch: chiesa
garantirà trasparenza. Il presidente della Conferenza episcopale tedesca, Robert
Zollitsch, ha assicurato oggi ai capigruppo dei partiti rappresentati al
Bundestag che la Chiesa cattolica si impegna a
garantire «chiarezza» e «trasparenza» sul tema degli abusi sessuali su minori.
Secondo un comunicato diffuso dalla Conferenza episcopale, Zollitsch ha
incontrato questa mattina i capigruppo dei liberal democratici, Stefan Ruppert
(Fdp), dei Verdi, Josef Winkler, dei social democratici, Siegmund Ehrmann
(Spd), e dei conservatori, Maria Flachsbarth (Cdu-Csu). I leader parlamentari, sottolinea la nota, hanno concordato che il problema degli
abusi sessuali non riguarda solo la Chiesa, ma tutta la società. IM 17
Pedofilia, il vescovo di Treviri "La Chiesa ha insabbiato"
L'ammissione del
responsabile della conferenza episcopale tedesca
per i casi di abusi nelle istituzioni cattoliche. E
scoppiano nuovi scandali
BERLINO -
L'inquisitore incaricato di far luce nello scandalo
dei preti pedofili in Germania, il vescovo di Treviri, Stephan Ackermann, ha
ammesso che "la Chiesa cattolica" ha "insabbiato" i per
decenni i casi di abusi sessuali su minori limitandosi a trasferire da una
diocesi all'altra i sacerdoti rei di questi crimini. L'ammissione, fatta da
Ackermann in un'intervista ad un giornale tedesco, si
riferisce implicitamente anche al caso di Peter H., il prete con precedenti di
abusi sessuali su minori al centro di un caso che per la prima volta ha
sfiorato anche papa Benedetto XVI. Domenica il passato di prete pedofilo aveva
raggiunto "H." nella sua chiesa, dove i fedeli lo avevano duramente
contestato, oggi il religioso è stato sospeso con effetto immediato
dall'arcivescovado di Monaco di Baviera e Frisinga.
E, come se non
bastasse, al danno si è aggiunta anche la pubblica
umiliazione, poichè una delle sue vittime - un uomo che oggi ha 41 anni - ha
raccontato per filo e per segno al tabloid Bild e ai suoi sette milioni di
lettori, come il prete abbia abusato sessualmente di lui quando era solo un
bambino. In un'intervista ad un altro giornale, la
Rhein Zeitung, l'incaricato speciale della Conferenza episcopale tedesca per
tutte le questioni inerenti agli abusi sessuali, ha ammesso: "In base alle
conoscenze che abbiamo attualmente c'é stato un insabbiamento": "ne
dobbiamo prendere atto con dolore - ha aggiunto Ackermann - Dove non c'é stata
reale volontà di far luce e i rei sono stati semplicemente trasferiti, dobbiamo
ammettere che in tutta una serie di casi c'é stato occultamento".
Per la Chiesa
cattolica tedesca, è stata un'altra giornata nera. All'indomani del monito
lanciato dal vice presidente del Bundestag, il socialdemocratico Wolfgang
Thierse, infatti, sono emersi nel Paese nuovi casi di violenze sessuali e
maltrattamenti ai danni di minori commessi negli anni passati. Secondo Thierse,
la credibilità della Chiesa è a rischio e le nuove
denunce emerse oggi sembrano confermare la sua analisi. L'arcivescovado ha reso noto in un comunicato di avere sospeso padre H. - che
era stato nominato nel 2008 parroco di Bad Toelz, un comune di circa 17.600
abitanti a pochi chilometri da Monaco - per aver violato il divieto di
occuparsi di bimbi e per aver violato il divieto di occuparsi di bimbi e
adolescenti. Nello stesso tempo, il suo diretto superiore, Josef Obermaier, ha rassegnato le dimissioni.
Il prete, 62 anni, condannato a 18 mesi di prigione nel 1986 per abusi
su minori, era stato trasferito nell'80 dalla diocesi di Essen (Nord
Reno-Westfalia) a quella di Monaco quando il Papa era arcivescovo del capoluogo
bavarese e di Freising. Il sacerdote era stato accolto, "al solo scopo di
farlo curare", aveva precisato nei giorni scorsi una nota della diocesi,
ma l'allora vicario generale del capoluogo bavarese, mons. Gerhard Gruber,
aveva deciso autonomamente di affidare al religioso un ruolo pastorale in una
parrocchia, senza avvertire il suo superiore. Così, le violenze si erano
ripetute e, per questo, il religioso era stato condannato. Oggi, a parlare di
quegli abusi, è stata una delle sue vittime, Wilfried Fesselmann, di
Gelsenkirchen (Ovest). "Avevo undici anni", ha raccontato alla Bild:
"Dopo un campo estivo, il cappellano invitò i 'bambini carini' a dormire
con lui nella casa parrocchiale", ha proseguito. Quella sera, ha ricordato, H. "mi diede un Bacardi con la Coca Cola, si
tolse i pantaloni e mi costrinse a fare sesso
orale". Il giovane trascorse la notte nella casa parrocchiale e "la
mattina seguente - ha spiegato -, trovai un foglietto in cui c'era scritto: 'Per favore vai a casa e dimenticati di questo
pesto...'".
Nuovi casi di
violenze su minori sono emersi oggi anche nel Baden-Wuerttemberg (Sud) e nella
stessa Baviera, dove il convento benedettino di Sankt Ottilien ha reso noto che numerosi monaci - nel frattempo deceduti -
hanno abusato sessualmente di ragazzi negli anni '60 ed ha chiesto alle vittime
di farsi avanti. Nel Baden-Wuerttemberg, i sospetti si concentrano su due
preti, uno dei quali - che nel frattempo è deceduto -
per molti anni è stato cittadino onorario di Rottenburg, una cittadina del
Land. L'altro, che oggi ha 80 anni, avrebbe abusato di
almeno un bambino, tra gli anni '60 e '70. La vittima ha sporto denuncia di
recente presso la Procura di Berlino. LR 16
Il cardinale Brady: "Vergogna sociale". E Ratzinger scrive ai
fedeli irlandesi
BERLINO Benedetto
XVI esprime pubblicamente la sua «profonda preoccupazione», il suo «dolore»,
per lo scandalo-pedofilia che «scuote» la Chiesa. E avverte che ora la via da
seguire è quella del «pentimento» e del «rinnovamento». Questi gli obiettivi
indicati dal Pontefice annunciando oggi, durante l’udienza generale in Piazza
San Pietro, che venerdì - giorno di San Giuseppe - firmerà
la sua Lettera pastorale ai fedeli d’Irlanda, uno dei paesi più colpiti dalla
piaga degli abusi su minori commessi da sacerdoti. Papa Ratzinger ha scelto il
giorno del suo onomastico, solennità del santo patrono
della Chiesa universale, per licenziare uno dei documenti più delicati del suo
Pontificato, che sarà poi divulgato nei giorni successivi. «Come sapete - ha
detto il Pontefice in inglese salutando i pellegrini giunti dall’Irlanda
nell’odierna festa di San Patrizio -, negli ultimi mesi la Chiesa in Irlanda è
stata pesantemente scossa in conseguenza della crisi degli abusi sui minori».
«Come segno della mia profonda preoccupazione - ha
aggiunto - ho scritto una Lettera pastorale che tratta di questa dolorosa
situazione. La firmerò nella solennità di San Giuseppe, il Custode della Sacra
Famiglia e patrono della Chiesa universale, e la invierò subito dopo». «Chiedo a tutti voi - ha concluso
Benedetto XVI - che la leggiate voi stessi, con cuore aperto e in spirito di
fede. La mia speranza è che essa aiuti nel processo di pentimento, guarigione e
rinnovamento». Fino a quel momento, l’udienza dinanzi
agli undicimila fedeli riuniti sotto il sole di San Pietro, dedicata a una
catechesi su San Bonaventura, era stata scossa solo dalle grida di un uomo che
si trovava in prima fila, sotto il palco del Papa, e che ha cominciato a urlare
in inglese improperi e ingiurie contro politici Usa
pro-aborto: l’uomo, di un gruppo anti-abortista americano, è stato fermato
dalla Vigilanza ma poi rilasciato. La lettera ai fedeli d’Irlanda era stata
annunciata in dicembre dopo un incontro in Vaticano tra il Papa e il primate
della Chiesa irlandese, card. Sean Brady, in seguito alla pubblicazione di un
rapporto-shock del governo di Dublino che accusava le
gerarchie ecclesiastiche di quel paese di aver coperto gli abusi sessuali
commessi per decenni da sacerdoti nell’arcidiocesi di Dublino su centinaia di
minori. Il 15 e 16 febbraio scorsi Benedetto XVI aveva poi incontrato in Vaticano
i 24 vescovi diocesani d’Irlanda, discutendo con loro
proprio i temi della lettera, che ora assume una connotazione particolare anche
alla luce dell’ulteriore allargarsi degli scandali alle Chiese di altri paesi,
come la Germania, l’Austria, l’Olanda.
Proprio oggi il
card. Brady, rivolgendosi ai fedeli nel giorno di San Patrizio, patrono
d’Irlanda, ha fatto le sue scuse e ha espresso la sua «vergogna» essendo emerso
che non avvertì la polizia dei comportamenti di un sacerdote pedofilo recidivo
a metà anni Settanta. Brady, parlando nella cattedrale di Armagh, ha anche
detto che «rifletterà» sul suo futuro. Il primate in precedenza aveva difeso il
suo ruolo nel
l’organizzazione di un incontro nel 1975 durante il quale a
due bambini di 10 e 14 anni abusati da padre Brendan Smyth fu chiesto - fu
proprio lui, all’epoca segretario del vescovo di Kilmore, a farlo - di fare
voto di silenzio, ufficialmente per non compromettere un’indagine interna della
Chiesa. I vertici ecclesiastici rimossero Smyth da alcuni compiti sacerdotali e
raccomandarono trattamenti psichiatrici. Tuttavia, la mancata denuncia alla
polizia fece sì che Smyth potesse continuare ad abusare minori per altri 18 anni. Sarebbe stato condannato vent’anni dopo per decine
di reati di pedofilia.
«Voglio dire - ha detto oggi Brady - a chiunque si sia
sentito ferito dalle mie mancanze, che mi scuso con tutto il cuore. Voglio
anche scusarmi con coloro che si sono sentiti delusi da me. Guardando indietro,
mi vergogno di non aver sempre rispettato i valori che professo e nei quali
credo». Ha poi aggiunto: «Rifletterò su ciò che ho
sentito da coloro che sono stati feriti dal mio
abuso». Brady ha infine spiegato che la Chiesa «deve continuare ad occuparsi con umiltà dell’enorme dolore causato dagli
abusi di alcuni religiosi e la risposta totalmente inadeguata che fu data a
quegli abusi in passato». LS 17
Scontri interreligiosi in Nigeria
. La radio: "Morti undici
cristiani"
Incursione
notturna in un villaggio nello stato dell'Altopiano. Tra le vittime soprattutto
donne e bambini - E' l'ennesima strage di matrice confessionale: nei mesi
scorsi sono state uccise centinaia di persone - Secondo la polizia, l'eccidio è
stato compiuto da membri dell'etnia degli allevatori fulani
JOS - Cristiani di
nuovo vittime di violenze interreligiose in Nigeria. Undici persone sono
rimaste uccise in un'incursione notturna in un villaggio cristiano nello stato
centrale dell'Altopiano, la regione del "Middle Blet", al confine tra
le comunità a maggioranza islamica degli stati settentrionali e quelle
cristiane del sud del Paese. Tra i morti ci sono soprattutto donne e bambini.
"Presumibilmente gli autori della strage, vestiti con divise militari
mimetiche, appartengono all'etnia degli allevatori fulani", hanno
dichiarato fonti della polizia locale.
Secondo la Radio
stato Plateau, l'incursione nell'area di Riyom è avvenuta intorno all'1.20 ora
locale (quando in Italia era mezzanotte e mezza). Lo
stato dell'Altipiano (stato Plateau), capitale la città di Jos, è stato teatro
quest'anno di altri eccidi: a gennaio, in quattro giorni di violenze, morirono più di 400 persone tra musulmani e cristiani.
Stando alla
ricostruzione della polizia, il 7 marzo gli allevatori fulani hanno messo a
segno un sanguinoso attacco contro tre villaggi a maggioranza cristiana vicino
a Jos, uccidendo almeno 109 persone, prevalentemente donne e bambini. Secondo
altre fonti si è trattato di un eccidio di proporzioni ben maggiori, con almeno
500 morti e 8.000 persone che si sarebbero date alla fuga. Le violenze in
questa zona centrale della Nigeria, a cavallo fra il nord musulmano e il sud
cristiano e animista, hanno già provocato migliaia di morti dal 2001. LR 17
Come pilotare la Chiesa nella tempesta. Una lezione
L'ha impartita
Benedetto XVI in un'udienza generale ai fedeli, contro chi invoca un nuovo inizio del cristianesimo, senza gerarchia né dogmi. Il
segreto del buon governo, ha detto, "è soprattutto pensare e pregare" - di Sandro Magister
ROMA – Pochi l'hanno notato, ma in un momento della bufera che ha investito
la Chiesa cattolica sull'onda dello scandalo dato ai "piccoli" da
alcuni suoi sacerdoti, Joseph Ratzinger ha fronteggiato la sfida in un modo
tutto suo. Con una audace lezione di teologia della
storia, non priva di rimandi alla propria biografia di teologo e di papa.
La lezione l'ha
rivolta ai pellegrini che gremivano l'aula delle udienze generali, la mattina
di mercoledì 10 marzo.
Più volte il papa
ha alzato gli occhi dal testo scritto e ha improvvisato. La trascrizione
integrale è riprodotta più sotto e va riletta da cima a fondo. Ma alcuni suoi tratti vanno rimarcati da subito.
Al centro della
lezione si staglia san Bonaventura da Bagnoregio,
dottore della Chiesa, uno dei primi successori di san Francesco alla testa
dell'ordine da lui fondato.
E questo è il
primo dei tratti autobiografici. Perché è proprio sulla teologia della storia
di san Bonaventura che il giovane Joseph Ratzinger pubblicò nel 1959 la sua
tesi per la libera docenza in teologia, di recente ristampata.
La novità di
quella sua tesi giovanile fu d'aver messo a confronto per la prima volta la
teologia della storia di san Bonaventura con quella influentissima
di Gioacchino da Fiore.
L'influsso di
Gioacchino da Fiore sul pensiero di quel secolo e dei secoli seguenti, sia
cristiano che ateo, è stato grandioso, fino ai giorni
nostri. Ad esso il teologo Henri De Lubac ha dedicato
trent'anni fa un memorabile saggio in due tomi dal titolo: "La posterità
spirituale di Gioacchino da Fiore".
Quando oggi, come
reazione allo scandalo di taluni preti, ancora una volta si invoca
una purificazione epocale e radicale della Chiesa, un nuovo Concilio che sia
"nuovo inizio e rottura", un cristianesimo spirituale fatto di nudo
Vangelo senza più gerarchie né precetti né dogmi, che cos'altro si invoca se
non l'età dello Spirito annunciata da Gioacchino da Fiore?
Nella sua lezione
del 10 marzo scorso, Benedetto XVI ha descritto e attualizzato con rara
chiarezza la contrapposizione tra Gioacchino e Bonaventura. Ha mostrato come
l'utopia di Gioacchino ha trovato nel Concilio Vaticano II un terreno fertile
per riprodursi di nuovo, vittoriosamente contrastata, però, dai "timonieri
saggi della barca di Pietro", dai papi che seppero difendere la novità del
Concilio e nello stesso tempo la continuità della Chiesa.
Dallo
spiritualismo all'anarchia il passo è breve, ha ammonito Benedetto XVI. Era
così nel secolo di san Bonaventura ed è così oggi. Per essere governata la
Chiesa necessita di strutture gerarchiche, ma a queste
deve essere dato un fondamento teologico evidente. È ciò che fece san
Bonaventura nel governare l'ordine francescano. Per lui
"governare non era semplicemente un fare, ma era soprattutto pensare e
pregare. Alla base del suo governo troviamo sempre la preghiera e il
pensiero; tutte le sue decisioni risultano dalla
riflessione, dal pensiero illuminato dalla preghiera".
Lo stesso – ha
detto il papa – deve avvenire oggi nel governo della Chiesa universale: "governare, cioè, non solo mediante comandi e strutture, ma
guidando e illuminando le anime, orientando a Cristo".
È questo il
secondo, decisivo, tratto autobiografico della lezione del 10 marzo. In essa
Benedetto XVI ha detto come lui intende governare la Chiesa. L'ha detto con la
mite umiltà che gli è propria, ponendosi all'ombra di un santo.
Come per san
Bonaventura gli scritti teologici e mistici erano "l'anima del
governo", così è per l'attuale papa. L'anima del suo governare sono le omelie liturgiche, l'insegnamento ai fedeli e al
mondo, il libro su Gesù, insomma, il "pensiero illuminato dalla
preghiera". È lì che la struttura gerarchica della Chiesa romana e i suoi
atti di governo trovano fondamento e nutrimento. È lì che la Chiesa di papa
Benedetto attinge la guarigione dei peccati dei suoi figli e la risposta agli
attacchi – non innocenti – che le arrivano da fuori e da dentro.
Ma lasciamo a lui la parola. Ecco qui di
seguito la sua catechesi all'udienza generale di mercoledì 10 marzo 2010.
L’Espresso on line 18
"Non c’è un altro Vangelo più alto, non c’è un'altra Chiesa da
aspettare..."
Cari fratelli e
sorelle, [...] san Bonaventura, tra i vari meriti, ha
avuto quello di interpretare autenticamente e fedelmente la figura di san Francesco
d’Assisi, da lui venerato e studiato con grande amore.
In particolar
modo, ai tempi di san Bonaventura una corrente di frati minori, detti
“spirituali”, sosteneva che con san Francesco era stata inaugurata una fase
totalmente nuova della storia, sarebbe apparso il “Vangelo eterno”, del quale
parla l’Apocalisse, che sostituiva il Nuovo Testamento.
Questo gruppo
affermava che la Chiesa aveva ormai esaurito il proprio ruolo storico, e al suo
posto subentrava una comunità carismatica di uomini liberi guidati
interiormente dallo Spirito, cioè i “francescani spirituali”.
Alla base delle
idee di tale gruppo vi erano gli scritti di un abate cistercense, Gioacchino da
Fiore, morto nel 1202. Nelle sue opere, egli affermava un ritmo trinitario
della storia. Considerava l’Antico Testamento come età del Padre, seguita dal
tempo del Figlio, il tempo della Chiesa. Vi sarebbe
stata ancora da aspettare la terza età, quella dello Spirito Santo.
Tutta la storia
andava così interpretata come una storia di progresso:
dalla severità dell’Antico Testamento alla relativa libertà del tempo del
Figlio, nella Chiesa, fino alla piena libertà dei Figli di Dio, nel periodo
dello Spirito Santo, che sarebbe stato anche, finalmente, il periodo della pace
tra gli uomini, della riconciliazione dei popoli e delle religioni.
Gioacchino da
Fiore aveva suscitato la speranza che l’inizio del nuovo tempo sarebbe venuto
da un nuovo monachesimo. Così è comprensibile che un
gruppo di francescani pensasse di riconoscere in san Francesco d’Assisi
l’iniziatore del tempo nuovo e nel suo Ordine la comunità del periodo nuovo: la
comunità del tempo dello Spirito Santo, che lasciava
dietro di sé la Chiesa gerarchica, per iniziare la nuova Chiesa dello Spirito,
non più legata alle vecchie strutture.
Vi era dunque il
rischio di un gravissimo fraintendimento del messaggio di san Francesco, della
sua umile fedeltà al Vangelo e alla Chiesa, e tale
equivoco comportava una visione erronea del cristianesimo nel suo insieme.
San Bonaventura,
che nel 1257 divenne ministro generale dell’ordine francescano, si trovò di
fronte ad una grave tensione all’interno del suo stesso ordine a causa appunto
di chi sosteneva la menzionata corrente dei “francescani spirituali”, che si
rifaceva a Gioacchino da Fiore. Proprio per rispondere a questo gruppo e ridare
unità all’ordine, san Bonaventura studiò con cura gli scritti autentici di
Gioacchino da Fiore e quelli a lui attribuiti e, tenendo conto della necessità
di presentare correttamente la figura e il messaggio del suo amato san
Francesco, volle esporre una giusta visione della
teologia della storia.
San Bonaventura
affrontò il problema proprio nell’ultima sua opera,
una raccolta di conferenze ai monaci dello studio parigino, rimasta incompiuta
e giuntaci attraverso le trascrizioni degli uditori, intitolata
"Hexaemeron", cioè una spiegazione allegorica dei sei giorni della
creazione.
I Padri della
Chiesa consideravano i sei o sette giorni del racconto sulla creazione come
profezia della storia del mondo, dell’umanità. I setti giorni rappresentavano
per loro sette periodi della storia, più tardi interpretati anche come sette
millenni. Con Cristo saremmo entrati nell’ultimo, cioè il sesto periodo della
storia, al quale seguirebbe poi il grande sabato di Dio. San Bonaventura
suppone questa interpretazione storica del rapporto dei giorni della creazione,
ma in un modo molto libero ed innovativo.
Per lui, due
fenomeni del suo tempo rendono necessaria una nuova interpretazione del corso
della storia.
Il primo: la
figura di san Francesco, l’uomo totalmente unito a Cristo fino alla comunione
delle stimmate, quasi un "alter Christus", e con san Francesco la nuova comunità da lui creata, diversa
dal monachesimo finora conosciuto. Questo fenomeno esigeva una nuova
interpretazione, come novità di Dio apparsa in quel momento.
Il secondo: la
posizione di Gioacchino da Fiore, che annunziava un nuovo monachesimo ed un periodo totalmente nuovo della storia, andando oltre
la rivelazione del Nuovo Testamento, esigeva una risposta.
Da ministro
generale dell’ordine dei francescani, san Bonaventura aveva visto subito che
con la concezione spiritualistica, ispirata da Gioacchino da Fiore, l’ordine
non era governabile, ma andava logicamente verso l’anarchia.
Due erano per lui
le conseguenze.
La prima: la
necessità pratica di strutture e di inserimento nella
realtà della Chiesa gerarchica, della Chiesa reale, aveva bisogno di un
fondamento teologico, anche perché gli altri, quelli che seguivano la
concezione spiritualista, mostravano un apparente fondamento teologico.
La seconda: pur
tenendo conto del realismo necessario, non bisognava perdere la novità della
figura di san Francesco.
Come ha risposto
san Bonaventura all’esigenza pratica e teorica? Della sua risposta posso dare
qui solo un riassunto molto schematico ed incompleto
in alcuni punti.
San Bonaventura
respinge l’idea del ritmo trinitario della storia. Dio è uno per tutta la
storia e non si divide in tre divinità. Di conseguenza, la storia è una, anche
se è un cammino e – secondo san Bonaventura – un cammino
di progresso.
Gesù Cristo è
l’ultima parola di Dio, in Lui Dio ha detto tutto, donando e dicendo
se stesso. Più che se stesso, Dio non può dire, né dare. Lo Spirito Santo è Spirito
del Padre e del Figlio. Cristo stesso dice dello Spirito Santo: “Vi ricorderà
tutto ciò che io vi ho detto” (Giovanni 14, 26),
“prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà” (Giovanni 16, 15).
Quindi non c’è un altro Vangelo più alto, non c’è un'altra
Chiesa da aspettare. Perciò anche l’ordine di san Francesco deve inserirsi in
questa Chiesa, nella sua fede, nel suo ordinamento gerarchico.
Questo non
significa che la Chiesa sia immobile, fissa nel passato e non possa esserci
novità in essa. “Opera Christi non deficiunt, sed proficiunt”, le opere di
Cristo non vanno indietro, non vengono meno, ma progrediscono, dice il santo
nella lettera "De tribus quaestionibus".
Così san
Bonaventura formula esplicitamente l’idea del progresso, e questa è una novità
in confronto ai Padri della Chiesa e a gran parte dei suoi contemporanei. Per
san Bonaventura Cristo non è più, come era per i Padri
della Chiesa, la fine, ma il centro della storia; con Cristo la storia non
finisce, ma comincia un nuovo periodo.
Un'altra
conseguenza è la seguente: fino a quel momento dominava l’idea che i Padri
della Chiesa fossero stati il vertice assoluto della teologia, tutte le
generazioni seguenti potevano solo essere loro discepole. Anche san Bonaventura
riconosce i Padri come maestri per sempre, ma il fenomeno di san Francesco gli
dà la certezza che la ricchezza della parola di Cristo è inesauribile e che
anche nelle nuove generazioni possono apparire nuove
luci. L’unicità di Cristo garantisce anche novità e rinnovamento in tutti i
periodi della storia.
Certo, l’ordine
francescano – così sottolinea – appartiene alla Chiesa
di Gesù Cristo, alla Chiesa apostolica e non può costruirsi in uno
spiritualismo utopico. Ma, allo stesso tempo, è valida
la novità di tale ordine nei confronti del monachesimo classico, e san
Bonaventura [...] ha difeso questa novità contro gli attacchi del clero
secolare di Parigi: i francescani non hanno un monastero fisso, possono essere
presenti dappertutto per annunziare il Vangelo. Proprio la rottura con la
stabilità, caratteristica del monachesimo, a favore di una nuova flessibilità,
restituì alla Chiesa il dinamismo missionario.
A questo punto
forse è utile dire che anche oggi esistono visioni secondo le quali tutta la
storia della Chiesa nel secondo millennio sarebbe stata un declino permanente;
alcuni vedono il declino già subito dopo il Nuovo
Testamento.
In realtà, “opera
Christi non deficiunt, sed proficiunt”, le opere di Cristo non vanno indietro,
ma progrediscono. Che cosa sarebbe la Chiesa senza la nuova spiritualità dei
cistercensi, dei francescani e domenicani, della spiritualità di santa Teresa
d’Avila e di san Giovanni della Croce, e così via?
Anche oggi vale questa affermazione: “Opera Christi non deficiunt, sed
proficiunt”, vanno avanti. San Bonaventura ci insegna l’insieme del necessario
discernimento, anche severo, del realismo sobrio e dell’apertura a nuovi
carismi donati da Cristo, nello Spirito Santo, alla sua Chiesa.
E mentre si ripete
questa idea del declino, c’è anche l’altra idea, questo “utopismo
spiritualistico”, che si ripete. Sappiamo, infatti, come dopo il Concilio
Vaticano II alcuni erano convinti che tutto fosse nuovo, che ci fosse un’altra
Chiesa, che la Chiesa preconciliare fosse finita e ne avremmo avuta un’altra,
totalmente “altra”. Un utopismo anarchico! E grazie a Dio i timonieri saggi
della barca di Pietro, papa Paolo VI e papa Giovanni
Paolo II, da una parte hanno difeso la novità del Concilio e dall’altra, nello
stesso tempo, hanno difeso l’unicità e la continuità della Chiesa, che è sempre
Chiesa di peccatori e sempre luogo di grazia.
In questo senso,
san Bonaventura, come ministro generale dei francescani, prese una linea di
governo nella quale era ben chiaro che il nuovo ordine non poteva, come
comunità, vivere alla stessa “altezza escatologica” di san Francesco, nel quale egli vede anticipato il mondo futuro, ma –
guidato, allo stesso tempo, da sano realismo e dal coraggio spirituale – doveva
avvicinarsi il più possibile alla realizzazione massima del sermone della
montagna, che per san Francesco fu la regola, pur tenendo conto dei limiti
dell’uomo, segnato dal peccato originale.
Vediamo così che
per san Bonaventura governare non era semplicemente un fare, ma era soprattutto
pensare e pregare. Alla base del suo governo troviamo sempre la preghiera e il
pensiero; tutte le sue decisioni risultano dalla
riflessione, dal pensiero illuminato dalla preghiera. Il suo contatto intimo
con Cristo ha accompagnato sempre il suo lavoro di ministro generale e perciò
ha composto una serie di scritti teologico-mistici, che esprimono l’animo del
suo governo e manifestano l’intenzione di guidare interiormente l’ordine, di
governare, cioè, non solo mediante comandi e strutture, ma guidando e
illuminando le anime, orientando a Cristo.
Di questi suoi
scritti, che sono l’anima del suo governo e che mostrano la strada da
percorrere sia al singolo che alla comunità, vorrei
menzionarne solo uno, il suo capolavoro, l’"Itinerarium mentis in
Deum", che è un “manuale” di contemplazione mistica.
Questo libro fu
concepito in un luogo di profonda spiritualità: il monte della Verna, dove san
Francesco aveva ricevuto le stigmate. Nell’introduzione l’autore illustra le
circostanze che diedero origine a questo suo scritto: “Mentre meditavo sulle
possibilità dell’anima di ascendere a Dio, mi si presentò, tra l’altro,
quell’evento mirabile occorso in quel luogo al beato Francesco, cioè la visione
del Serafino alato in forma di Crocifisso. E su ciò
meditando, subito mi avvidi che tale visione mi offriva l’estasi contemplativa
del medesimo padre Francesco e insieme la via che ad
esso conduce” ("Itinerario della mente in Dio", Prologo, 2, in
"Opere di San Bonaventura. Opuscoli Teologici", 1, Roma 1993, p. 499).
Le sei ali del
Serafino diventano così il simbolo di sei tappe che conducono progressivamente
l’uomo dalla conoscenza di Dio attraverso l’osservazione del mondo e delle
creature e attraverso l’esplorazione dell’anima stessa con le sue facoltà, fino
all’unione appagante con la Trinità per mezzo di Cristo, a imitazione di san
Francesco d’Assisi.
Le ultime parole
dell’"Itinerarium" di san Bonaventura, che rispondono alla domanda su
come si possa raggiungere questa comunione mistica con Dio, andrebbero fatte
scendere nel profondo del cuore: “Se ora brami sapere
come ciò (la comunione mistica con Dio) avvenga, interroga la grazia, non la
dottrina; il desiderio, non l’intelletto; il gemito della preghiera, non lo
studio della lettera; lo sposo, non il maestro; Dio, non l’uomo; la caligine,
non la chiarezza; non la luce, ma il fuoco che tutto infiamma e trasporta in
Dio con le forti unzioni e gli ardentissimi affetti... Entriamo dunque nella
caligine, tacitiamo gli affanni, le passioni e i fantasmi; passiamo con Cristo
Crocifisso da questo mondo al Padre, affinché, dopo averlo visto, diciamo con
Filippo: ciò mi basta” (ivi, VII, 6).
Cari amici,
accogliamo l’invito rivoltoci da san Bonaventura, il Dottore
Serafico, e mettiamoci alla scuola del Maestro divino: ascoltiamo la sua Parola
di vita e di verità, che risuona nell’intimo della nostra anima. Purifichiamo i
nostri pensieri e le nostre azioni, affinché Egli possa abitare in noi, e noi possiamo intendere la sua voce divina, che ci attrae verso
la vera felicità. Benedetto XVI
Ora di religione. Nessun proselitismo
Il futuro è il
dialogo nella ricerca della verità
“L’Irc è oggi
l’occasione scolastica per impostare un dialogo efficace e fecondo con le nuove
generazioni di immigrati che frequentano le scuole
italiane e che cercano di integrarsi a partire dall’esperienza scolastica”. Ne
è convinto don Vincenzo Annichiarico, responsabile del Servizio nazionale della
Cei per l’Irc, aprendo il 17 marzo il seminario su “La dimensione religiosa del
dialogo interculturale”, organizzato dal citato Servizio Cei in collaborazione
con il Servizio nazionale per gli studi superiori di teologia e di scienze
religiose. “Lungi dall’essere strumento di proselitismo”; ha precisato il
relatore, l’ora di religione ”si pone anche al servizio degli studenti non
cattolici, non cristiani o non credenti, giacché presenta con onestà e
correttezza la tradizione religiosa che ha segnato indelebilmente la storia del
nostro Paese”. “L’esperienza concreta di tanti insegnanti di religione – ha
riferito don Annichiarico – testimonia che questo è possibile ed è comunemente
apprezzato tanto dagli studenti italiani quanto dai
figli di immigrati”.
La scelta
dell’interculturalità. “La scelta dell’interculturalità si presenta come
un’idea-guida in risposta a diverse interpretazioni
del pluralismo avanzate e realizzate in campo sociale, politico ed educativo”.
E’ quanto risulta dal Libro Bianco sul dialogo
interculturale, pubblicato dal Consiglio d’Europa nel 2007. A parlarne è stato
mons. Vincenzo Zani, sottosegretario della Congregazione per l’Educazione
Cattolica, intervenuto oggi al seminario Cei sull’Irc. Secondo il relatore,
l’approccio relativista e l’approccio assimilazionista
- i due principali approcci al pluralismo – sono entrambi “incompleti”. La
“neutralità” relativista, infatti, “si milita ad accettare l’altro senza
implicare uno scambio e un riconoscimento ad una
reciproca trasformazione”, e sotto forma di “multiculturalismo” si manifesta
come “un eclettismo culturale dove le culture vengono considerate
sostanzialmente equivalenti e tra loro interscambiabili”. C’è poi l’approccio
assimilazionista, che si verifica quando, “in un Paese
a forte immigrazione, si accetta la presenza dello straniero solo a condizione
che rinunci alla propria identità, alle proprie radici culturali per
abbracciare quella del Paese ospitante”. L’approccio
interculturale, invece, è un “processo a doppio senso”, finalizzato “a vivere
insieme” e a far sì’ che gli immigrati possano partecipare pienamente alla vita
del Paese d’accoglienza”. Oggi, secondo l’esponente vaticano, c’è “un
forte consenso sulla responsabilità delle comunità religiose, circa il compito
di contribuire, attraverso il dialogo interreligioso, al rafforzamento della
comprensione tra culture diverse”. Di qui la necessità di
“maggiori sforzi di collaborazione tra queste e le autorità pubbliche”.
Il modello
confessionale. “L’insegnamento della religione a contenuto confessionale
rappresenta il modello largamente prevalente a livello europeo”. E’ quanto risulta da una ricerca Ccee-Cei sull’Insegnamento della
religione in Europa, curata da Alberto Campoleoni e da lui presentata nel corso
del seminario Cei sull’Irc. Dal punto di vista istituzionale, ha spiegato il
relatore citando il documento conclusivo della ricerca, il “modello” di Irc
“confessionale” si caratterizza per il fatto che lo
Stato si dichiara “non competente” in materia religiosa, ma ritiene che essa
“faccia parte del patrimonio storico e culturale di cui è necessario offrire le
‘chiavi’ di accesso ai cittadini, nel rispetto delle scelte personali di
ciascuno e delle famiglie”. In questo modello, ha puntualizzato il relatore, lo
Stato “nel chiedere alle chiese e alle diverse denominazioni religiose di
curare tale offerta formativa, non dichiara solo la propria non competenza, ma
anche il valore aggiunto rappresentato dal fatto che tale offerta viene da
comunità vive e vitali, portatrici certamente di una cultura e di una
tradizione che affonda le radici nel passato, ma anche di una testimonianza
resa nel presente e proiettata verso il futuro”.
Gestire la
pluralità. “La gestione di una pluralità religiosa all’interno di un corso di
religione sta per diventare uno dei principali punti di convergenza di tutti gli interrogativi e di tutti i dibattiti intorno
alla missione educativa della scuola”. Ne né convinto
Henri Derroite, dell’Università di Lovanio. Presentando il “caso” del Belgio
francofono, l’esperto ha reso noto che le statistiche
religiose, a proposito del suo Paese, mostrano che “il cambiamento delle
appartenenze è un fenomeno costante”. Il “barometro” della sfera religiosa del
2008, in Belgio, forniva queste cifre: il 46,9% degli intervistati si dicono
cristiani, il 16.6% atei, il 12% musulmani, lo 0.6%
ebraici. Tra le persone che si sono dichiarate cristiane, il 91.6% sono
cattolici, il 5.2% protestanti, l’1.3% ortodossi e lo
0.6% evangelici o pentecostali. Che cosa fare in una classe di religione
cattolica per dare spazio alla pluralità religiosa? Tra i suggerimenti di
Derroite, quello di una gestione “obbligatoria e sotto controllo” della
pluralità: obbligatoria, nel senso che “gli insegnanti non potranno
presentare solo le verità cristiane degli alunni, dovranno necessariamente fare
ricorso ad apporti provenienti da altre tradizioni e filosofie”, sotto
controllo perché “si fa ricorso a pareri divergenti, ma si presenta
particolarmente la risposta cristiana”. Sir
I nuovi schiavi delle sette. "Noi, plagiati dai guru"
Un milione di
persone che obbediscono a santoni e guide spirituali: ecco come molti diventano
succubi e rischiano di perdere tutto
- Abusi sessuali, volontà negate, ordini
alimentari: è il catalogo degli orrori. E magari tutto ha inizio con un corso
di reiki - di MICHELE SMARGIASSI
UN ODORE pungente
nell'aria, incenso, forse qualcos'altro, "di certo mi stordiva". Buio, due candeline sull'altare davanti alla foto del guru e a un
santino di Cristo. Colpo di gong: il segnale. "Ero in mezzo alla
stanza, davanti l'ombra di una persona. Mani che mi
frugavano, mi palpavano dappertutto. Urlai, scalciai. Anche il guru urlò:
"Sei inadatta! Non ti libererai
mai dal tuo trauma!", anche gli altri urlavano, mi schernivano. Per la prima volta capii che non potevo più, che non avrei mai
trovato così la felicità". Alessandra si salvò aggrappandosi a
quell'ultimo barlume di autocoscienza che la psico-setta non era ancora riuscito a bruciarle via. "Ora mi chiedo come ho potuto cascarci. Per sei anni! Sono una persona colta, ho
un bel lavoro. Come ho potuto...".
La risposta è
semplice: potremmo tutti. Ciascuno di noi, nessuno escluso. "Togliamoci
dalla testa che ci caschino solo gli sprovveduti", scandisce Giuseppe
Ferrari del Gris di Bologna, l'osservatorio anti-sette
della Chiesa cattolica. Sfoglia l'archivio delle segnalazioni: avvocati,
dirigenti, impiegati, professori, persino magistrati. Non sono solo gli anelli
deboli della società, come molte delle vittime dello squallido
guru del "Maya Re" arrestato martedì a Roma, a finire negli
ingranaggi della finta spiritualità.
Non sarebbero,
altrimenti, oltre un milione le persone che in Italia
nutrono una galassia di oltre seicento sette religiose, molte innocue, molte
no; non sarebbero più numerose le psico-sette dalla facciata appena un po'
eccentrica (49%) di quelle sataniste (18%) o stregonesche (18%). Sono italiani
medi gli "irretiti", i "plagiati", i "succubi" di
oggi. Dal Cesap di Bari, tra i più attivi centri d'assistenza psicologica e legale
per vittime di plagio, Lorita Tinelli conferma sconsolata: "Perfino un
collega psicologo...". E ancora, don Aldo
Buonaiuto della Comunità Papa Giovanni XXIII, l'unica associazione a offrire un
numero verde anti-sette sempre disponibile: "Il
70 per cento dei nostri casi riguarda persone istruite, perfino laureati,
spesso facoltosi".
Vanno sul sicuro i
santoni d'accatto, i ciarlatani dell'anima. Le vittime, preferiscono pescarle
fra i clienti dei fitness club, dei corsi di shiatsu e di qi-gong, nella classe
media consumatrice di salutismo psicofisico. Elena di Milano, ad esempio, è una
libera professionista, "mia sorella mi iscrisse a
un ciclo di pranoterapia, sembrava tutto normale, poi spuntò la santona,
affabile, ci parlava del "terzo occhio", della "luce sopra di
noi", era piacevole ascoltarla, ci annunciò che poteva "canalizzare
Gesù" dentro di noi, ammetterci a un circolo esclusivo di prescelti pieno
di persone importanti, attori, soubrette, nomi famosi... Perché no? Chissà,
magari funziona, sembrava un regalo. Cinquanta euro a incontro, non poi tanto,
ed era così bello sentirsi circondati di apprezzamento, avvolti d'amore. Solo
che, via via, la gentilezza spariva e subentravano prima le prove di
perfezionamento, gli esercizi spossanti, poi le sgridate, l'autorità, le
imposizioni: ci mettevano contro i nostri cari, ci impedivano di coltivare
altre amicizie, io uscivo dalle sedute terrorizzata,
piangente, ma non riuscivo a staccarmi, quella minacciava: "se te ne vai
Cristo ti abbandona, perderai la vita", ero la reietta, l'apostata. Ci ho
messo tre anni a uscirne. E altri tre a liberarmi dal senso
di fallimento".
In vetrina il
discount della felicità, nel retro l'abisso della spersonalizzazione,
l'annichilimento della volontà. La parola "setta" è obsoleta, ricorda massonerie e riti fumosi,
niente di tutto questo oggi, spiega Massimo Introvigne che da anni studia il
fenomeno col suo Cesnur: "Ora vanno fortissimo le
religioni neobuddiste giapponesi, il cui motto è genze rijaku, "beneficio
immediato". Ecco la lusinga: un benessere spirituale
pronta cassa, da bere d'un fiato come una bevanda dietetica".
Chi ha detto che
siamo una società secolarizzata? Siamo invece una società di "credenti
senza appartenenza", di fedeli a caccia di parrocchie easy-fit, assetati
di esperienze più che di credenze, più clienti che adepti. È un bisogno
crescente di spiritualità, ma semplice, aerobica ed
efficiente, non rimandata all'aldilà ma già disponibile nell'aldiqua, di un
wellness interiore che le chiese ufficiali non riescono a intercettare, che ti
fa finire dritto in braccio a quelli che la criminologia non definisce più
sette religiose ma "gruppi distruttivi". L'offerta è smisurata,
ossessiva, arriva in tutte le case. Le difese, bassissime. Il fax del Gris sputa la lettera di una rara sospettosa: "Potete
dirmi cos'è il "lavaggio energetico emozionale"? Sono
una buona cattolica e non vorrei cacciarmi in un pasticcio". Ma chi va a sospettare del crocefisso? Giacomo voleva solo
celebrare il suo ritorno alla fede, a ventisei anni voleva cresimarsi, e quel gruppo
era un po' strano ma aveva sede in una parrocchia, "però dopo la bella
accoglienza iniziarono certi discorsi sui "nemici della fede", sulle
tentazioni carnali, me ne andai, cominciarono le persecuzioni: irrompevano in
negozio, mi telefonavano a casa di notte, "sei un prescelto, sei un
eletto, se abiuri farai una brutta fine". No, non era un corso per cresimandi... ".
L'inferno comincia
di solito con un gesto consumista, leggero leggero: si
sceglie un percorso spirituale come un paio di scarpe sportive, carine, le
compro. Il tuffo nel tunnel di Alessandra ad esempio iniziò con un volantino
sul bancone di una libreria, un innocente corso di Reiki, "prima lezione
gratuita", che male c'è? Accoglienza allegra, luminosa, "ci dipinsero
l'esperienza come un paradiso". E via, aprire i cuori e i portafogli, una
serata 260 euro, un corso "residenziale intensivo" 1200, e le
attività che diventavano sempre più strane, più scabrose, "si parlava
quasi solo di sesso", i "lavori" sfiancanti, le notti quasi
insonni, così quando arriva il momento dell'esperienza "no-limits",
quella del gong, "sei in una condizione di offuscamento mentale".
Anna, di Bari, finì nel tunnel per seguire il fidanzato, "se non andavo mi avrebbe lasciato, il guru voleva così, e io per
amore avrei fatto ogni cosa, a ventidue anni". In quel gruppo era il guru
a fare e disfare la vita di ciascuno. Ubbidire o
essere puniti, e la punizione era la "trasgressione creativa". "Cioè: il guru stabiliva con chi il tuo ragazzo doveva
tradirti. Un giorno mi disse che dovevo prestarmi per una
"trasgressione creativa". Gli dissi: siete matti, e
trovai la forza per mollare tutto".
Per un atto di
coraggio, quanti abbassano la testa ormai incapaci di reagire? All'email di don
Buonaiuto arrivano storie come quella di una signora, madre di tre figli,
marito medico che sparisce dopo un misterioso seminario a Milano
lasciando solo un talismano con un serpente, "la polizia ci ha
detto che non si può fare nulla perché è diritto di un maggiorenne... ".
Simil-cristiani o para-buddisti, pseudo-scientifici o misteriosofici, il
meccanismo è lo stesso, una letale miscela tra tecniche di marketing e arsenale
da torturatori di Abu Ghraib. Franca, madre con due figlie, raccontò a Famiglia
Cristiana della dieta rivoltante imposta da un sedicente "angelo
reincarnato": "Pasta, solo pasta,
aggiungendone se non finivo il piatto, mi faceva mangiare anche quella che
vomitavo".
L'incapacità di
ribellarsi sembra inverosimile solo a chi non ha toccato con mano l'infernale
inesorabile meccanismo della sudditanza psicologica, come Franco a cui hanno rubato un fratello: "Incontrò questo
santone, all'inizio me ne parlava entusiasta, tutto bello, puro, etereo...
Avevamo appena avuto un lutto in famiglia, può capitare a tutti, ma se qualcuno
si infila nella tua crepa, l'abisso è lì, caderci è un attimo, e non risali
più. Quello diceva di essere Dio, niente di meno, e come si fa a tradire Dio?
"Se te ne vai il tuo karma soffrirà, evolverai
per saturazione!", cosa volesse dire non so, ma mio fratello ne era
paralizzato. Non c'è più il reato di plagio in Italia, è
vero, ma questa è riduzione in schiavitù, si potrà fare qualcosa".
Cosa? Attilio di
Verona ha mobilitato anche l'Interpol, ma di suo figlio ventiseienne non sa più
nulla. "Due anni fa perse il lavoro. Si mise a
cercare su Internet. Trovò questa comunità, sorrisi, crocefissi al collo, cieli
azzurri. Non ebbi il cuore di trattenerlo. Mesi di silenzio. Mesi fa, una
telefonata: lui, piangente, "papà, dimmi le cose più brutte, ma vienimi a
prendere, salvami". Mille chilometri di distanza, li avrei fatti anche di
corsa, gli dissi di prendere i documenti e scappare, lo fece: lo ripresero, mi
richiamò con una voce falsa: "papà mi ero
sbagliato, sto bene", ma ora al cellulare rispondono altre persone e buttano
giù". Gli trema la voce. Il far west delle anime ha avuto un altro scalpo.
LR 18
Messaggio del
Papa: p. Jaquinet (Pontificio Consiglio) e don Anselmi (Cei)
La parabola del
giovane ricco (Marco, 10,21) – che esprime in maniera efficace la grande
attenzione di Gesù verso i giovani – per ribadire come
solo in Dio è possibile progettare in modo pieno e definitivo la propria vita e
come non basti limitarsi alla sola e semplice soddisfazione delle proprie aspirazioni
e progetti personali per giungere alla felicità. Il messaggio di Benedetto XVI,
diffuso il 15 marzo, in vista della XXV Giornata mondiale della gioventù che
sarà celebrata, a livello diocesano, il 28 marzo 2010, domenica delle Palme,
esorta e incoraggia i giovani a non aver paura di confidare in Dio,
nell’affidarsi a Lui per progettare la propria vita, ma è anche una
provocazione al mondo degli adulti a guardare alle nuove generazioni con
fiducia. “Il cristianesimo – scrive il Papa – non è primariamente una morale, ma esperienza di Gesù Cristo, che ci ama
personalmente, giovani o vecchi, poveri o ricchi; ci ama anche quando gli
voltiamo le spalle”.
Confidare in Dio.
Secondo padre Eric Jaquinet, responsabile della sezione
giovani del Pontificio Consiglio per i laici (Pcl), i principali
significati che emergono dal messaggio di Benedetto XVI ai giovani e alle
giovani del mondo sono “una grande esortazione a non aver paura nel confidare
in Dio nel progettare la propria vita ed aspirare così alla perfezione, e una
grande fiducia nelle giovani generazioni”. Nel testo “il Papa
mostra tutta la sua pedagogia centrata sull’invito rivolto ai giovani a
dialogare con Cristo, al di fuori del quale nulla è possibile. La scoperta del proprio progetto di vita è possibile all’interno
dell’amicizia con Dio che permette di dare risposte vere alle domande sulla
propria vita, sul proprio futuro”. Benedetto XVI
non si nasconde le difficoltà dei tempi presenti e i problemi che i giovani
devono affrontare, come “la disoccupazione e la mancanza di riferimenti ideali
certi e di prospettive concrete per il futuro”. Nonostante
ciò “arriva a dire ai giovani ‘abbiamo bisogno di voi’, e questo è un grande
segno della fiducia che il Pontefice nutre verso di loro. Sono in tanti pronti a rispondere e impegnati a progredire nella
fede e nell’amore”. Il messaggio è anche un “forte invito” ai giovani “a
pensare, a prendersi il tempo utile per capire e discernere il proprio progetto
e poi chiedere a Gesù cosa ne pensa, a fare tutto alla sua luce perché la
nostra vita abbia orizzonti sempre più ampi, proiettata verso
la felicità e la vita eterna”. Per padre Jaquinet, “l’esortazione a non aver
paura della chiamata al sacerdozio e alla vita consacrata, presente nel testo,
rientra in questa prospettiva, che trova una sua naturale consonanza nell’Anno
Sacerdotale”. La perfezione cristiana, auspicata da Benedetto XVI, “passa anche
attraverso i dieci comandamenti, vere e proprie chiavi per verificare se siamo
all’interno di un progetto di amore autentico e non di schiavitù”.
Una provocazione
anche per gli adulti. “Un testo concreto in cui emerge un invito quasi mistico
a cercare il volto di Cristo per poterlo poi riproporre
nella vita di tutti i giorni”. Così don Nicolò Anselmi, direttore del Servizio
nazionale della Cei per la pastorale giovanile (Snpg), commenta il messaggio di
Benedetto XVI. “La mistica – afferma don Anselmi – non è
staccata dalla concretezza. Il Papa ci insegna che vivere in Cristo
orienta la nostra vita quotidiana. Una persona che prega, che
opera alla luce di Dio non è fuori dal mondo, tutt’altro”. A colpire il
responsabile del Servizio nazionale è anche il riferimento ai dieci
Comandamenti: “Non sono prescrizioni ossessive ma strumenti per ordinare ed orientare la propria vita verso la libertà, la felicità,
l’eternità. Colpisce molto l’esortazione ai giovani a tenere
presente la propria vita nel più ampio progetto della vita eterna”. Benedetto XVI, aggiunge don Anselmi, “mostra di ben conoscere le
difficoltà in cui versano le nuove generazioni in questi tempi, come la
disoccupazione, la mancanza di riferimenti ideali certi e di prospettive
concrete per il futuro. Ma nonostante ciò ha fiducia
in loro”. Il messaggio rappresenta anche uno stimolo per il mondo adulto
e degli educatori: “Come pastorale giovanile – ammette il sacerdote – dobbiamo
interrogarci e farci interpellare dalle situazioni concrete in cui versano i
nostri giovani, che vanno dallo studio, al lavoro, alla vita familiare,
affettiva ed aiutarli a guardare il mondo con occhi di
Dio. L’esempio dei santi proposto da Benedetto XVI, in
questo senso, è un grande aiuto. Essi affascinano i giovani,
le loro storie sono vere, rappresentano luoghi in cui i ragazzi possono vedere
come il Vangelo vissuto possa cambiare le persone e il mondo”. Un’ultima
battuta don Anselmi la riserva alla Gmg di Madrid del
2011, dove il Pontefice spera che siano in tanti “a vivere questo evento di
grazia”: “Nella capitale spagnola, dove mi sono recato recentemente per
organizzare la trasferta del contingente italiano, si respira un grandissimo
entusiasmo e il Paese iberico è consapevole dell’importanza che questo evento
ricoprirà per molti giovani spagnoli e del mondo intero”. Si stima che i
giovani italiani a Madrid potranno essere oltre 100 mila.
sir
Passion aktuell, von Bischof Heinz Josef Algermissen
Die Passionszeit beginnt. Was im April
des Jahres 30 unserer Zeitrechnung in Jerusalem und vor den Toren der Stadt
geschah, wird aktualisiert. Jesus wird aufs Neue ausgeliefert, leiden und gekreuzigt.
Das Evangelium ist keine Geschichte der
Vergangenheit, vielmehr lebendige, gegenwärtige Offenbarung, die uns den Sinn
dessen enthüllt, was sich vor unseren Augen ereignet. Jesus wird sozusagen
unser Zeitgenosse, und das Evangelium macht uns darauf aufmerksam, was sich
heute zwischen ihm und uns ereignet. Die Passion beginnt also: Sie setzt im
Jahr 2010 die gleichen Rollen und die gleichen Mitspieler ein wie damals.
Da sind zunächst die Millionen und
Abermillionen von Gleichgültigen und Feigen, die sich nicht rühren, solange nur
die anderen geschlagen werden, die es gehen lassen, ohne die aber all das nicht
möglich wäre, wenn sich die Bosheit einiger weniger eben nicht auf die Feigheit
vieler verlassen könnte.
Dann sind da die Ausreißer und Untertaucher,
die in den schwierigen Momenten, wie der Apostel Petrus, „diesen Menschen nicht
mehr kennen“. Sie waren begeistert von Jesu Wundern, fanden das alles
„außergewöhnlich“, erfreuten sich an festlichen Prozessionen wie dem Triumphzug
des Palmsonntags. Jetzt aber, da es schief geht und gefährlich wird, haben sie
nichts mehr mit ihm zu tun, verhalten sich so, als ob sie ihn nie gekannt
hätten.
An Henkern fehlt es wohl auch nicht. Es
sind immer die gleichen Typen: der armselige Rohling mit seiner Geißel, seinen
Elektroschocks, seiner Gehirnwäsche, der Funktionär mit seinem Parteiprogramm,
der Gaffer mit seiner Neugier.
Sie alle sind da: wichtigtuerisch und
kläglich, Rechner und Nörgler, Angeber und Feiglinge, unwissend und herrisch.
Und einige sicher auch mit dem Blick der Liebe, der Barmherzigkeit, des
Mitleids. Die Rollen werden verteilt. Jeder wird seine Rolle haben. Also: Wer
wird Veronika, wer Simon von Cyrene, wer wird Petrus und wer Judas sein?
Das Evangelium mutet uns diese Tragödie
zu und hat die Namen der Mitwirkenden genannt. Es gilt nun, Anteil zu nehmen
und zu wählen. Irgendwo auf dem Weg zwischen Palmsonntag, Karfreitag und Ostern
befindet sich jeder von uns. Wichtig ist, die Haltungen der Menschen am
Kreuzweg und sich selbst mitten unter ihnen zu entdecken. Gelingt das, kommen
wir durch Erkenntnis zur persönlichen Läuterung und Buße, wird uns im Dunkel
des Karfreitags die „Erwartung“ des österlichen Lichtes (vgl. Karfreitag,
Segensgebet über das Volk) geschenkt. Bonifatiusbote 21.
Papst: Wirtschaftskrise erfordert Umdenken auf Finanzmärkten
Rom. Papst Benedikt XVI. hat
Unternehmer weltweit aufgerufen, ihr Kapital weniger in riskante
Finanzmarktprodukte zu investieren. Wichtiger seien Forschung und Innovation.
Bei einer Audienz für den römischen Industriellenverband bezeichnete er am
Donnerstag im Vatikan die Wirtschaftskrise als Chance für ein radikales
Umdenken. "Wachsende Arbeitslosigkeit vor allem unter jungen Menschen, die
Verarmung vieler Arbeitnehmer und neue Formen von Sklaverei erfordern Zugang zu
würdiger Arbeit für alle."
Benedikt wies auf anhaltende
Schwierigkeiten kleiner und mittlerer Unternehmen bei der Kreditvergabe hin.
Zudem würden diese von wachsender Konkurrenz aus Ländern bedroht, in denen die
Rechte der Arbeitnehmer nicht geschützt seien. Vor diesem Hintergrund warnte
er, Profite auf dem Finanzmarkt auszugeben anstatt sie in das eigene
Unternehmen zu investieren. Unternehmer müssten nach Auffassung des
Kirchenoberhaupts vor allem in die hohe Qualität ihrer Produktion investieren.
Der Papst hatte bereits im vergangenen
Jahr in seiner Sozialenzyklika "Caritas in veritate" eine gerechtere
Wirtschaftsordnung gefordert. Diese müsse den Menschen in den Mittelpunkt
stellen und neben dem erforderlichen Profit auch auf die Einhaltung ethischer
Prinzipien achten. Epd 18
Missbrauch. Katholische Kirche gibt Vertuschung zu
Bischof Ackermann zeigt sich schockiert
über das Ausmaß des Missbrauchs. Auch die Kanzlerin hat sich eingeschaltet. Es
soll nun doch einen gemeinsamen Runden Tisch geben. Von Stephan Haselberger
BERLIN - Berlin -
Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) hat sich in die Debatte um den Missbrauch
von Kindern in kirchlichen Einrichtungen eingeschaltet. Die Regierung habe sich
nun doch auf einen gemeinsamen Runden Tisch zur Aufarbeitung des Skandals
geeinigt, erklärte sie am Mittwoch im Bundestag. Die Aufklärung der
Missbrauchsfälle sei eine Herausforderung für die ganze Gesellschaft und nicht
nur eine Sache der Kirche. „Es gibt nur eine Möglichkeit, dass unsere
Gesellschaft mit diesen Fällen klarkommt, und das heißt: Wahrheit und Klarheit
über alles, was passiert ist.“
Nach den Worten von Justizministerin
Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) soll der Runde Tisch seine Arbeit
bereits im April aufnehmen. „Wir sind derzeit innerhalb der Bundesregierung im
Gespräch, um möglichst schnell, vielleicht bereits am 23. April, mit einem
breit aufgestellten Gremium starten zu können.“ Darin könnten Prävention,
Aufklärung, Opferentschädigung und rechtspolitische Konsequenzen beraten
werden. Bisher war geplant, dass Bundesfamilienministerin Kristina Schröder
(CDU) am 23. April einen Runden Tisch zu Prävention veranstaltet, während
dieJustizministerin ein Gremium zu Entschädigungsfragen und rechtlichen
Schlussfolgerungen einrichten wollte.
Der Sonderbeauftragte der Deutschen
Bischofskonferenz, der Trierer Bischof Stephan Ackermann, gab am Mittwoch die
Vertuschung vom Missbrauchsfällen durch die katholische Kirche zu. „Da, wo
wirklich kein Aufklärungswille war und Täter einfach nur versetzt wurden,
müssen wir in einer ganzen Reihe von Fällen gestehen, dass vertuscht worden
ist.“ Ackermann sagte den Opfern eine zügige Aufarbeitung zu. „Wir werden in
diesem Jahr unsere Leitlinien und die Entschädigung geklärt haben.“ Dabei sei
die finanzielle Unterstützung nur ein Teil der Entschädigung: „Die Anerkennung
des Unrechts muss diesen Menschen auch gerecht werden. Wir wollen uns nicht
durch bestimmte Summen freikaufen“. In einem Brief an die Gläubigen seines
Bistums zeigte sich Ackermann entsetzt über die Dimension des Skandals. Die
katholische Kirche werde „mit menschlichen Abgründen in bisher nicht geahntem
Ausmaß konfrontiert“. Ihn erreichten „zahlreiche Hinweise und Schilderungen von
Opfern“ weit über das Bistum Trier hinaus. „Die „verbrecherischen Handlungen
einiger“ verdunkelten das Gesicht der Kirche.
Der Papst wird seinen Hirtenbrief zum
Missbrauch in der irischen Kirche am Freitag unterzeichnen. Das Schreiben sei
Ausdruck seiner „tiefen Besorgnis“ über den Kindesmissbrauch, der die irische
Kirche schwer erschüttert habe, sagte der Papst. Der Brief wird auch in
Deutschland mit Spannung erwartet, da er eine grundsätzliche Stellungnahme des
Papstes zu Missbrauch enthalten könnte. Der Termin der Veröffentlichung ist
unbekannt.
Der Professor für
Erziehungswissenschaften an der Universität Frankfurt am Main, Peter Dudek,
forderte eine Aufarbeitung der Geschichte der reformpädagogisch orientierten
deutschen Landschulheime. Dies sei eine notwendige Konsequenz aus den
Missbrauchsfällen an der hessischen Odenwaldschule, schreibt der
Reformpädagogikexperte in einem Beitrag für den Tagesspiegel. Tsp 18
Erzbischof: Vorwurf des Schweigens gegen den Papst ist falsch
Berlin - Der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz hat den Vorwurf zurückgewiesen, der Papst schweige zu den
Fällen sexuellen Missbrauchs in der hiesigen katholischen Kirche.
Solche Anschuldigungen bewiesen,
"wie sehr das Urteilsvermögen aus dem Lot geraten ist", schrieb
Erzbischof Robert Zollitsch in einem vorab veröffentlichten Gastbeitrag für die
Zeitung "Die Welt". Vom Oberhaupt der weltweiten Kirche eine
spezielle Äußerung zu dem deutschen Problem zu fordern, sei "ebenso
kurzsichtig wie oberflächlich".
"Das Oberhaupt der katholischen
Kirche muss Worte für den schrecklichen Missbrauch an Minderjährigen finden,
die in aller Welt gehört werden und die allen gelten, auch wenn sie in einem
bestimmten Land gesprochen werden", betonte Zollitsch. "Er hat sie
gefunden. Das Gewicht eines Wortes wächst nicht durch die Anzahl seiner
Wiederholungen."
Der Papst habe bereits
unmissverständlich seine Erschütterung über den Kindesmissbrauch durch Priester
gerade in Deutschland deutlich gemacht, ergänzte der Erzbischof. Auch habe er
bei seinem US-Besuch gefordert, alles für Heilung und Versöhnung zu tun und
denen beizustehen, die verletzt worden seien. "Was soll der Papst noch
Neues sagen?", schrieb Zollitsch. "So schlimm die Lage in Deutschland
ist: Es muss nicht ständig wiederholt werden, was schon gesagt ist. Das schon
Gesagte bewahrt sein Gewicht, wenn es nicht ständig wiederholt wird."
(Reuters 18)
Deutschland: Merkel will Wahrheit und Klarheit zu Missbrauch
Die Bundesregierung hat sich offenbar
darauf geeinigt, nur einen einzelnen Runden Tisch zu den Missbrauchsfällen ins
Leben zu rufen - und nicht mehrere aus verschiedenen Ministerien.
Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger betonte gegenüber der
„Neuen Osnabrücker Zeitung“, dass sie es für gut halte, nur eine Institution zu
haben, die aufkläre. Bundeskanzlerin Angela Merkel erklärte in ihrer
Regierungserklärung am Mittwoch im Bundestag, dass sich die mit der
Aufarbeitung betrauten Ministerinnen – neben der Justizministerin die
Familienministerin Kristina Köhler und die Bildungsministerin Annette Schavan –
auf diesen einen Runden Tisch verständigt hätten. Merkel zeigte sich offen,
über neue Verjährungsfristen und auch über Entschädigungen zu sprechen und
wandte sich dagegen, die Diskussion zu verengen:
„Völlige Wiedergutmachung wird und kann
es nicht geben. Und ich sage auch, dass es jetzt keinen Sinn hat, auch wenn die
ersten Fälle uns aus dem katholischen Bereich zu Ohren gekommen sind, es auf
eine Gruppe zu beschränken. Es ist etwas, was in vielen Bereichen der
Gesellschaft sich ereignet hat und es ist vor allem auch etwas, was sich heute,
teilweise in anderer Form, aber mit gleichen Folgen, weiter ereignet.“
(radiodienst 17)
Papstbrief zu Missbrauch wird Freitag unterschrieben
Die Kirche feiert heute den heiligen
Patrick, den Schutzpatron Irlands. Ein Grund für den Papst, in seiner
Generalaudienz noch einmal auf die schwere Krise einzugehen, in die die Kirche
des Landes durch die Missbrauchsfälle gestürzt ist. Er nutzte die Gelegenheit,
um den englischsprachigen Pilgern seinen Brief an die Kirche Irlands offiziell
anzukündigen:
„Als ein Zeichen meiner tiefen
Besorgnis habe ich einen Pastoralbrief geschrieben, der sich mit dieser
schmerzvollen Situation befasst. Ich werde ihn am Hochfest des heiligen Joseph,
dem Beschützer der Familien und Patron der ganzen Kirche, unterschreiben und
bald danach abschicken. Ich bitte Euch alle, ihn selbst und mit offenem Herzen
und im Geist des Glaubens zu lesen. Meine Hoffnung ist, dass er helfen wird im
Prozess der Reue, der Heilung und der Erneuerung.“
Das Fest des heiligen Josef ist an
diesem Freitag. Die Kirche Irlands und die Kirchen anderer Länder, die von der
Krise betroffen sind, werden den Brief wohl Anfang der nächsten Woche erwarten.
(rv 17)
Missbrauchsfälle. Marx greift durch - weitere Bistümer in Erklärungsnot
Auch in der Benediktinerabtei
Königsmünster im sauerländischen Meschede ist es zu jahrelangem sexuellen
Missbrauch eines zeitweise Minderjährigen gekommen. Wie die Frankfurter
Allgemeine Zeitung erfuhr, wurde das Opfer, ein früherer Schüler eines
Gymnasiums, das in der Trägerschaft des Klosters ist, von Anfang bis Ende der
neunziger Jahre regelmäßig durch einen Benediktinerbruder sexuell missbraucht.
In einer Pressemitteilung des Klosters,
die am Dienstag, einige Stunden nach einem Gespräch dieser Zeitung mit dem Abt,
veröffentlicht wurde, ist von „sexuellem Missbrauch bis Ende der 90er Jahre“
die Rede. Zunächst hatte es der Abt des Klosters, Dominicus Meier, gegenüber
der Familie des Opfers abgelehnt, sich in der Angelegenheit an die Presse zu
wenden. Die bisherige Zurückhaltung begründete der Klostervorsteher, der selbst
Kirchenrechtler ist und dem Beraterstab der Erzabtei St. Ottilien in
Missbrauchsfällen angehört, mit einer Selbstanzeige des Mitbruders, die dieser
vor einem Monat bei der Staatsanwaltschaft Arnsberg erstattet habe.
Der Fall ist dem Kloster seit dem Jahr
2000 bekannt. Erst auf Drängen der Familie des Opfers wurde der Bruder damals
in eine Abtei im deutschsprachigen Ausland versetzt. In dieser Zeit, die bis
2005 dauerte, habe sich der Bruder einer „mehrjährigen Therapie“ unterzogen.
Inwischen lebt er wieder in seinem Professkloster in Meschede. Von weiteren
Missbrauchsfällen habe er keine Kenntnis, sagte der Abt am Montagabend der
F.A.Z.
Münchner Erzbistum: Bischof Marx zieht
personelle Konsequenzen
Am Montag nahm der Erzbischof des
Bistums München-Freising, Reinhard Marx, den Rücktritt von Seelsorgereferent
Josef Obermaier entgegen. Nach einer Mitteilung des Ordinariats übernahm der 65
Jahre alte Leiter des Seelsorgereferats I im Ordinariat damit die Verantwortung
für „gravierende Fehler in der Wahrnehmung seiner Dienstaufsicht“. Zudem wurde
ein wegen sexuellen Missbrauchs seit 1986 vorbestrafter Tourismusseelsorger aus
dem Bistum Essen mit sofortiger Wirkung suspendiert. Seine Heimatdiözese teilte
überdies mit, dass der Priester zuvor bereits in den Ruhestand versetzt worden
sei.
Der Obermaier unterstellte Geistliche
habe sich nachweislich nicht an Auflagen gehalten, hieß es. Auch als Kur- und
Tourismusseelsorger sei er verbotenerweise in der Kinder- und Jugendarbeit
tätig gewesen. Hinweise auf einen neuerlichen sexuellen Missbrauch lägen dem
Ordinariat dagegen weiterhin nicht vor. Obermaier war seit zehn Jahren Leiter
des Referats für Allgemeine Seelsorge im Münchner Ordinariat.
„Schwere Fehler“ im Umgang mit dem
Geistlichen
Publik geworden war der Missbrauchsfall
am Freitag durch Recherchen der „Süddeutschen Zeitung“. Unmittelbar danach
hatte das Ordinariat „schwere Fehler“ im Umgang mit dem Geistlichen
eingestanden, für die der damalige Generalvikar Gerhard Gruber (81) die
persönliche Verantwortung übernahm. Die Erzdiözese hatte 1980 einen Kaplan aus
dem Bistum Essen aufgenommen, der sich in München einer Therapie unterziehen
sollte.
Nach Angaben des Ruhrbistums vom Montag
war der Priester von drei Familien seiner Pfarrgemeinde beschuldigt worden,
sexuelle Beziehungen zu ihren Kindern gehabt zu haben. Die Eltern hätten aus
Rücksicht auf ihre Kinder auf eine Anzeige verzichtet. Dieser Position habe
sich das Bistum angeschlossen und zugleich den Geistlichen aus der
Pfarrseelsorge entfernt.
Das Bistum Essen erhoffte sich nach
eigener Darstellung, dass „die gravierenden Störungen“ des Priesters durch eine
Therapie in München beseitigt würden. Abweichend von einem Ordinariatsbeschluss
unter Vorsitz des damaligen Münchner Erzbischofs Joseph Ratzinger, heute Papst
Benedikt XVI., setzte Generalvikar Gruber den Kaplan in der Gemeindeseelsorge
in einer Münchner Pfarrei ein, ab 1982 in Grafing, wo er abermals Minderjährige
missbrauchte. Nach der Verhängung einer Bewährungsstrafe und der Auflage einer
weiteren Therapie wurde der Täter von 1987 bis 2008 in der Pfarrseelsorge in
Garching/Alz eingesetzt.
Sowohl das Erzbistum München-Freising
und das Bistum Essen betonten, dass es seit dem Gerichtsurteil bis heute keine
Hinweise auf weitere Straftaten gebe, die der Geistliche begangen haben könnte.
Nach einem vom neuen Münchner Erzbischof Reinhard Marx in Auftrag gegebenen
forensischen Gutachten wurde der Priester jedoch 2008 aus der Gemeinde
abgezogen und unter Auflagen mit der Seelsorge an Touristen und Kurgästen in
Bad Tölz betraut. In der Kurstadt sorgte das Bekanntwerden des Falls am Sonntag
im Gottesdienst laut Zeitungsberichten für einen Eklat.
Unterdessen sind Missbrauchsfälle im
Bistum Mainz bekannt geworden. Das Bistum hatte in der vergangenen Woche
erklärt, dass Jugendliche in dem 1981 geschlossenen Internat in den 70er Jahren
aus teils nichtigem Anlass massiv verprügelt worden seien. Nach Aussagen eines
Opfers und eines ehemaligen Mitarbeiters sollen Schüler von dem damaligen
Leiter der Einrichtung, einem Sozialarbeiter, und einem seiner Vorgänger, einem
Priester, misshandelt und sexuell missbraucht worden sein. Das Bistum Mainz sei
„erschüttert über die bekanntgewordenen Vorgänge“, entschuldige sich bei den
Opfern und biete ihnen „angemessene Hilfe und Begleitung“ an.
„Die Spitze eines gesellschaftlichen
Eisbergs“
Der frühere bayerische
Ministerpräsident Edmund Stoiber warnt derweil davor, wegen der Fälle von
Kindesmissbrauch „die Kirche als Ganzes an den Pranger zu stellen und auf die
Anklagebank zu setzen.“ In einem Beitrag für die Rubrik „Fremde Federn“ der
Frankfurter Allgemeinen Zeitung (Mittwochsausgabe) mahnt der
CSU-Ehrenvorsitzende: „Regel und Ausnahme im Verhalten kirchlicher Mitarbeiter
dürfen hier nicht durcheinander gebracht werden“. Stoiber weist darauf hin,
dass die Fälle in kirchlichen Einrichtungen „die Spitze eines
gesellschaftlichen Eisbergs sind“. Papst Benedikt XVI. habe „null Toleranz
unmissverständlich zu seiner Richtschnur gemacht, nicht erst jetzt, sondern
bereits angesichts ähnlicher Verbrechen in den Vereinigten Staaten und Irland“,
schreibt Stoiber in der F.A.Z.
Zu den Leitlinien der Deutschen
Bischofskonferenz bemerkt Stoiber: „Es gibt keine andere Möglichkeit, als jeden
Verdacht der Staatsanwaltschaft zu melden.“ Er fordert, jede Form des
Missbrauchs von Kindern oder Jugendlichen zu ächten. Die Taten dürften
allerdings nicht nur beklagt werden, „sondern müssen auch im Strafgesetzbuch
als Verbrechen eingestuft werden“, verlangt der langjährige bayerische
Ministerpräsident. Kna 16
Missbrauch? „Abtreibung ist schlimmer“
Kindessissbrauch: Die deutsche Kirche
ist kein Einzelfall – und Verharmlosung üblich. Ein Überblick über einige
europäische Länder. Von unsere Korrespondenten
Auf der Karte sexueller Übergriffe von
Priestern an Kindern stellt Frankreich keinen weißen Fleck dar. Etwa zehn
Missbrauchsfälle, in denen gegen Angehörige der katholischen Kirche ermittelt
wird, sind derzeit laut Auskunft der französischen Bischofskonferenz bei der
Justiz anhängig. In 30 früheren Fällen wurden von den Gerichten zum Teil harte
Strafen verhängt, die jedoch zu ihrer Zeit kein besonderes Aufsehen erregten.
Zu einer Wende in der Behandlung
solcher Skandale kam es jedoch vor zehn Jahren im Fall des Bischofs von Bayeux,
Pierre Pican. Ein Priester seiner Diözese hatte sich schwerer sexueller
Übergriffe auf Minderjährigen zuschulden kommen lassen und wurde von einem
Schwurgericht zu 18 Jahren Haft verurteilt. Durch eine Anzeige von Eltern hatte
der Bischof Kenntnis von den Taten des Priesters erhalten, sein Wissen aber
nicht an die Justiz weitergegeben. Wegen der Nichtanzeige von Straftaten
verhängte das Gericht gegen ihn eine Bewährungsstrafe von drei Monaten. Es war
das erste Mal seit der Revolution von 1789, dass ein hoher französischer
Kirchendiener von der weltlichen Justiz verurteilt wurde. Und das zeitigte
Folgen. Auf ihrer jährlichen Konferenz in Lourdes beschlossen Frankreichs
Bischöfe darauf, in Fällen sexuellen Missbrauchs von Minderjährigen ohne
Einschränkung mit der Justiz zusammenzuarbeiten. Seit 2002 wird allen
angehenden und aktiven Priestern sowie Erziehern in katholischen Einrichtungen
eine Broschüre mit dem Titel „Kampf gegen die Pädophilie“ ausgehändigt. 2005
musste sich der Bischof von Evreux vor Gericht verantworten. Er hatte einen in
Kanada vorbestraften Priester zum Pfarrdienst in seine Diözese aufgenommen, der
sich dort erneut an Kindern verging und zu zwölf Jahren Gefängnis verurteilt
wurde. Der Bischof wurde freigesprochen, da das Gericht ihm nicht nachweisen
konnte, dass er von der Vorstrafe wusste. Ungeklärt blieb auch der Fall eines
Sprechers der Bischofskonferenz. Als junger Priester soll er sich an Kindern
vergangen haben. Das Verfahren wurde aber eingestellt; die Taten waren zur
Zeit der Anzeige verjährt. Hans-Hagen Bremer
In Polen werden die Missbrauchsfälle in
Deutschland eher am Rande zur Kenntnis genommen. Eine breite Diskussion in der
Gesellschaft gibt es darüber nicht. Selbst die konservative Zeitung
„Rzeczpospolita“, die die Vorgänge beim Nachbarn sehr genau und in der Regel
überaus kritisch verfolgt, berichtet wenig und sehr sachlich über die Vorfälle.
Mehr Raum gibt die liberale Tageszeitung „Gazeta Wyborcza“ dem Thema. Dort wird
unter Überschriften wie „Schwarze Wolken über der deutschen Kirche“ von
„lawinenartig steigenden Zahl der Opfer von Kindesmissbrauch“ geschrieben. In
der Berichterstattung von „Gazeta Wyborcza“ klingt allerdings auch die Frage
an, ob ein solcher Skandal in Polen ebenso möglich wäre. Bereits vor zehn
Jahren hatte ein Fall von sexueller Belästigung auch die polnische Kirche
erschüttert. Die Vorwürfe richteten sich gegen einen Erzbischof, der nach
anfänglicher Weigerung dann im Jahr 2002 von seinem Amt zurücktrat. Papst
Johannes Paul II. nahm das Gesuch damals kommentarlos entgegen. Knut Krohn
Versteckte Kameras in den
Knabenduschen, unsittliche Berührungen, Zwang zu sexuellen Handlungen. Dies ist
nur ein kleiner Auszug aus dem Instrumentarium, dessen sich in Spanien
Ordensbruder José A. (53) bedient haben soll. Das Mitglied der katholischen
Religionsgemeinschaft des„Heiligen Viator“, soll jahrelang in wenigstens drei
religiös orientierten Schulen Schüler belästigt und missbraucht haben. Kein
Einzelfall in der katholischen Bastion Spanien, wo in den letzten Jahren
etliche Missbrauchsfälle innerhalb der Kirche bekannt wurden. Der Ordensmann
wurde in Chile festgenommen. Die Leitung der Ordensgemeinschaft versichert
zwar, von nichts gewusst zu haben. Ehemalige Schüler berichten aber, es sei
bekannt gewesen, was A. tat. Doch um die Aufarbeitung von sexuellem Missbrauch
in den eigenen Reihen war Spaniens katholische Kirche in der Vergangenheit
ohnehin nicht sehr bemüht. Empörung löste vor einem Jahr die Einschätzung des
spanischen Kardinals Antonio Canizares aus, sexueller Missbrauch durch
Geistliche sei nicht so schwerwiegend wie etwa Abtreibung. Bernardo Alvarez,
Oberhirte auf den Kanarischen Inseln, warf den Opfern vor, zuweilen mitschuldig
am Missbrauch zu sein. „Wenn du nicht aufpasst, provozieren sie dich.“ Doch in
den letzten Jahren sind trotz der kirchlichen Mauer des Schweigens zahlreiche
Skandale in religiösen Einrichtungen in Spanien ans Tageslicht gekommen. Dazu
gehören etwa Missbrauchsfälle in einem Priesterseminar im nordspanischen
Kantabrien und in Kirchengemeinden in Madrid oder Cordoba. Ralph Schulze tsp 18
Vatikan/Großbritannien: Besuch des Papstes nimmt Form an
Königin Elisabeth II. wird Papst
Benedikt XVI. am 16. September dieses Jahres im königlichen Palast in Edinburgh
empfangen. Dies wird der Auftakt des Staatsbesuches sein, den der Papst in
diesem Spätsommer in England und Schottland machen wird. Es wird der erste
Staatsbesuch sein, den ein Papst in Großbritannien machen wird. Papst Johannes
Paul II. hatte das Land zwar 1982 besucht, dies war aber ein pastoraler Besuch,
der die Etablierung voller diplomatischer Beziehungen zwischen dem Heiligen
Stuhl und Großbritannien feiern sollte. Der Besuch von Benedikt XVI. erfolgt
auf Einladung der britischen Regierung und der katholischen Kirche. Damit wird
es ein Ereignis, dass nicht nur katholisch ist. Der Erzbischof von Westminster
und Vorsitzende der Bischofskonferenz von England und Wales, Vincent Nichols,
betont:
„Die Einladung, bei diesem Besuch dabei
zu sein, gilt für jeden ohne Ausnahme. Es ist eine Einladung an alle Menschen
in diesem Land, Papst Benedikt zu treffen und ihm zuzuhören, denn er ist ein
zutiefst feinfühliger und intelligenter Verkündiger der Botschaft Christi.“
Der anglikanische Erzbischof von
Canterbury, Rowan Williams, freut sich auf den Papstbesuch im September.
Benedikt will in London auch Williams aufsuchen. „Die Visite wird die guten
Beziehungen zwischen Großbritannien und der katholischen Kirche, aber auch die
Beziehungen zwischen den Kirchen bestärken. Ich freue mich besonders auf den
Besuch hier im Lambeth Palace“, so das Oberhaupt der Anglikaner in einer
Mitteilung. Der Heilige Stuhl hatte am Mittwoch bekannt gegeben, dass Benedikt
XVI. bei seinem Staatsbesuch auch den Sitz des anglikanischen Erzbischofs in
London besuchen wird, um damit Williams Besuch im Vatikan zu erwidern. (pm/kipa
17)
Küng fordert Schuldeingeständnis des Papstes
Der Theologe Hans Küng fordert von
Papst Benedikt XVI. ein persönliches Schuldeingeständnis für den
Kindesmissbrauch in der katholischen Kirche. Als Präfekt der
Glaubenskongregation habe Joseph Ratzinger 2001 dafür gesorgt, dass alle
Missbrauchsfälle unter päpstliche Geheimhaltung gestellt wurden.
TÜBINGEN - "Die
Wahrhaftigkeit würde es verlangen, dass der Mann, der seit Jahrzehnten die
Hauptverantwortung für die weltweite Vertuschung hatte, eben Joseph Ratzinger,
sein eigenes "mea culpa" (meine Schuld) spricht", schrieb der
katholische Tübinger Theologe in einem Gastbeitrag für die "Süddeutsche
Zeitung". "Bei keinem Menschen in der Kirche gingen so viele
Missbrauchsfälle über den Schreibtisch wie gerade bei ihm."
Von den Missbrauchsfällen bei den Regensburger
Domspatzen habe Ratzinger ohne Zweifel gewusst, heißt es in dem Beitrag.
Schließlich sei er acht Jahre lang Professor in Regensburg gewesen und habe
eine sehr enge Verbindung zu seinem Bruder Georg gehabt, der damals
Domkapellmeister war. Als Erzbischof von München und Freising habe er die
Verantwortung dafür getragen, dass ein wegen sexuellen Missbrauchs versetzter
Priester in der Gemeindearbeit in Oberbayern eingesetzt wurde, wo er sich
erneut an Jugendlichen verging. Als Präfekt der Glaubenskongregation habe
Ratzinger 2001 dafür gesorgt, dass alle Missbrauchsfälle unter päpstliche
Geheimhaltung gestellt wurden - zum Schutz ihrer Priester und zum Leidwesen der
betroffenen Kinder.
Küng rief die Bischöfe auf, stärker
nach den Ursachen des Missbrauchsskandals in der katholische Kirche zu fragen:
"Es besteht ein Unterschied zwischen den individuellen Missbrauchsfällen
in Schulen außerhalb der katholischen Kirche und den systematischen und deshalb
oft gehäuften Fällen in einer Institution, in der noch immer eine
rigoristisch-verklemmte Sexualmoral herrscht, die im Zölibatsgesetz
gipfelt."
Der gebürtige Schweizer Küng (81)
fordert seit längerem, das Gebot der Ehelosigkeit für katholische Priester
aufzuheben. Weil er das Dogma von der Unfehlbarkeit des Papstes in Glaubens-
und Sittenfragen bezweifelte, wurde ihm 1979 die kirchliche Lehrerlaubnis
entzogen. (dpa 17)
Generalaudienz: Theologie aus der Perspektive der Liebe
1955 hatte der junge Theologe Joseph
Ratzinger seine Habilitationsschrift zum mittelalterlichen Theologen
Bonaventura eingereicht, seitdem ist der heutige Papst dem Denken dieses
Franziskaners zutiefst verbunden. Das zeigt sich in diesen Wochen auch in der
Generalaudienz auf dem Petersplatz; während Benedikt jeweils eine Katechese
über andere Theologen hielt, spricht er ausführlicher über Bonaventura. Heute
ging der Papst auf die Perspektive ein, unter der der Heilige Theologie
betrieb:
„Bonaventura nähert sich Gott eher aus
der Perspektive der Liebe, die für ihn jede wahre Theologie prägen muss. Wer
dagegen mit Stolz an die Frage nach Gott herangeht und sein eigenes Nachdenken
und seine Methoden über die Heilige Schrift stellt, tut dem Wort Gottes Gewalt
an. Bonaventura richtet sich nicht gegen die geordnete rationale Reflexion, die
er selbst mustergültig betrieben hat, aber in treuer Nachahmung seines
Ordensgründers Franziskus war er von tiefer Liebe zu Christus erfüllt, den er
darum immer besser kennen lernen wollte. Seine Motivation der Theologie ist,
'Wer liebt, will den Geliebten besser kennen lernen'.“ (rv 17)
Türkische Imame sollen per Gesetz straffrei bleiben
Imame sollen in der Türkei vor
Strafverfolgung geschützt werden – auch wenn sie sich politisch äußern. Die
Regierung Erdogans will per Gesetz eine beschränkte Immunität für die Vorbeter
erreichen. Die Opposition befürchtet darin einen weiteren Schritt in der
schleichenden Islamisierung des Landes.
Die türkische Regierung will den von
der Religionsbehörde angestellten Imamen künftig eine beschränkte Immunität vor
Strafverfolgung garantieren. Ein in das Parlament eingebrachter Gesetzentwurf
sehe vor, dass die Prediger nur mit Zustimmung ihres Dienstherren angeklagt
werden können, berichtete die türkische Tageszeitung „Sabah“.
Damit werde auch die Möglichkeit
eingeschränkt, die Vorbeter für politische Äußerungen juristisch zu verfolgen.
Der Gesetzentwurf über die Aufgaben der
Religionsbehörde Diyanet sehe vor, dass deren Chef dem Ministerpräsidenten
unterstehe und diesem berichte. Er werden zunächst fünf Jahre bestimmt mit der
Möglichkeit einer weiteren Amtszeit. Mit dem neuen Gesetz sollen auch strenge
Spielregeln für die Annahme von Geschenken eingeführt werden.
Die Diyanet-Behörde führt in der Türkei
den sunnitischen Islam. Die Türkei bekennt sich zum laizistischen Prinzip der
Trennung von Staat und Kirche, die von Republikgründer Mustafa Kemal Atatürk
verfügt wurde. In der türkischen Praxis bedeutet dies die Kontrolle der
Religion durch den Staat.
Die laizistische Opposition wirft der
islamisch-konservativen Regierung von Ministerpräsident Recep Tayyip Erdogan
vor, eine schleichende Islamisierung der Türkei zu betreiben. Dpa 18