Notiziario religioso 17-18 Marzo
2010
Mercoledì 17. Il commento al Vangelo. “Chiamava Dio suo Padre”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 5,17-30) commentato da P. Lino Pedron
17 Ma Gesù rispose loro: «Il Padre mio opera sempre e anch'io opero».
18
Proprio per questo i Giudei cercavano ancor
più di ucciderlo: perché non
soltanto violava il
sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.
19 Gesù riprese a parlare e disse: «In
verità, in verità vi dico, il Figlio da
sé non può fare
nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa,
anche il Figlio lo
fa. 20 Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta
tutto
quello che fa e gli
manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne
resterete
meravigliati. 21 Come il Padre risuscita i morti e dá
la vita, così
anche il Figlio dá la vita a chi vuole; 22 il Padre infatti non giudica
nessuno ma ha
rimesso ogni giudizio al Figlio, 23 perché tutti onorino il
Figlio come onorano il Padre. Chi non onora
il Figlio, non onora il Padre che
lo ha mandato. 24 In
verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e
crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va
incontro al
giudizio, ma è
passato dalla morte alla vita. 25 In verità, in verità vi dico:
è venuto il momento,
ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di
Dio, e quelli che l'avranno ascoltata, vivranno. 26 Come infatti il Padre
ha
la vita in se
stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se
stesso; 27 e gli ha
dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell'uomo. 28
Non vi meravigliate di questo, poiché verrà
l'ora in cui tutti coloro che sono
nei sepolcri udranno
la sua voce e ne usciranno: 29 quanti fecero il bene per
una risurrezione di
vita e quanti fecero il male per una risurrezione di
condanna. 30 Io non
posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che
ascolto e il mio
giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la
volontà di colui che
mi ha mandato.
Per la tradizione
rabbinica, solo Dio era dispensato dal riposo del sabato.
Infatti, poiché l’uomo
nasce e muore anche in giorno di sabato, Dio deve sempre
dare la vita e giudicare. Egli, in questo giorno, non può
rimanere inattivo,
senza guidare la storia e il destino degli uomini, altrimenti
il mondo avrebbe
fine e sfuggirebbe al suo controllo. Questo è il senso della
difesa che Gesù
pronuncia davanti ai giudei: egli, come Figlio di Dio, ha gli
stessi diritti
divini del Padre. Va notato che il verbo operare è usato al
presente e in senso
assoluto sia per il Padre che per il Figlio, e indica uguaglianza
e unica
coordinazione nell’operare.
Circa la
controversia sul sabato, dunque, Giovanni chiarisce che la discussione
di Gesù non verte tanto sulla relatività della legge del
riposo, ma sulla sua
personale autorità, che è superiore all’osservanza del precetto.
Egli intende
far riscoprire il senso profondo e teologico del sabato,
riproponendo il valore
di Dio e della salvezza. Se Gesù opera in giorno di sabato è perché egli, che è
Figlio di Dio, è in relazione col Padre e ne segue l’agire. Come il
Padre è
superiore al sabato e può lavorare anche in questo giorno, anzi
può operare
sempre, così Gesù, essendo uguale al Padre (v. 18), è padrone
del sabato e può
affermare: "Il Padre mio opera continuamente e anch’io
opero" (v. 17). Per Gesù,
dare la vita e la libertà interiore all’uomo, non è
trasgredire il sabato, ma
realizzarlo in pienezza secondo la volontà del Padre.
Gesù è il Figlio
del Padre, l’inviato per la salvezza dell’uomo, colui che
compie la stessa attività di Dio, incarnandone la volontà e il
progetto. Essere
con Gesù è essere con Dio. Agire contro Gesù è agire contro Dio.
Ascoltare la
parola di Gesù e credere nel Padre sono due atteggiamenti religiosi
che conducono l’uomo alla fede. Credere in Gesù e nel Padre
vuol dire accettare
il messaggio di Dio, il suo piano di salvezza per l’uomo; è
possedere la vita
eterna, perché per mezzo della parola del Figlio, l’uomo entra
in comunione col
Padre e, quindi,
nella vita divina. La strada da seguire per giungere alla vita
eterna è unica: dall’ascolto alla fede, e dalla fede alla vita.
Tutti gli uomini
morti spiritualmente per il peccato sono in grado di udire la
voce del Figlio di Dio, ma solo quelli che ascoltano,
aprendosi alla dinamica
della fede, possono entrare nella vita.
Oltre il potere di
dare la vita, il Figlio dell’uomo ha nelle mani anche
il
potere del giudizio. Tutti, alla fine dei tempi, udranno la
voce del giudice
universale, e i morti, uscendo dalle loro tombe, riceveranno il
premio o il
castigo secondo le opere di bene o di male compiute. Coloro che
avranno scelto
il bene e l’amore, risorgeranno per la vita, coloro che
avranno scelto il male e
le tenebre, risorgeranno per la condanna. In questo
giudizio Gesù avrà un solo
criterio di
valutazione: la volontà del Padre. De.it.press
Giovedì 18. Il commento al Vangelo. “Io sono venuto nel nome del Padre mio”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 5,31-47) commentato da P. Lino Pedron
31 Se fossi io a rendere testimonianza a me
stesso, la mia testimonianza non
sarebbe vera; 32 ma
c'è un altro che mi rende testimonianza, e so che la
testimonianza che
egli mi rende è verace. 33 Voi avete inviato messaggeri da
Giovanni ed egli ha
reso testimonianza alla verità. 34 Io non ricevo
testimonianza da un
uomo; ma vi dico queste cose perché possiate salvarvi. 35
Egli era una lampada che arde e risplende, e
voi avete voluto solo per un
momento rallegrarvi
alla sua luce.
36 Io però ho una
testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che
il Padre mi ha dato
da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo,
testimoniano di me
che il Padre mi ha mandato. 37 E anche il Padre, che mi ha
mandato, ha reso
testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua
voce,
né avete visto il
suo volto, 38 e non avete la sua parola che dimora in voi,
perché non credete a
colui che egli ha mandato. 39 Voi scrutate le Scritture
credendo di avere in
esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi
rendono
testimonianza. 40 Ma voi non volete venire a me per avere la vita.
41 Io non ricevo
gloria dagli uomini. 42 Ma io vi conosco e so che non avete
in voi l'amore di
Dio. 43 Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi
non mi
ricevete; se un
altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. 44 E come
potete credere, voi
che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la
gloria che viene da
Dio solo? 45 Non crediate che sia io ad accusarvi
davanti
al Padre; c'è già
chi vi accusa, Mosè, nel quale avete riposto la vostra
speranza. 46 Se
credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché
di me
egli ha scritto. 47
Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere
alle mie parole?».
A sostegno della
sua missione divina Gesù presenta quattro testimoni: il
Battista, le
proprie opere, il Padre, le Scritture.
Anzitutto Gesù si
appella alla testimonianza di Dio, espressa prima in un
personaggio misterioso e senza nome (v. 32) e poi ripresa in
seguito, in forma
esplicita, con l’appellativo di Padre (vv.
37-38).
Gesù fa appello
alla testimonianza del Padre: essa è vera, forte, inoppugnabile,
incontestabile. L’uomo può ingannarsi nei suoi giudizi, Dio no.
Il Battista ha
reso testimonianza a Cristo che è la verità (Gv
14,6). Gesù non
ha bisogno di una testimonianza umana; si è appellato alla
testimonianza del
Battista solo per
favorire la salvezza dei suoi interlocutori. La testimonianza
del Battista ha avuto lo scopo di favorire la fede di
tutti, soprattutto dei
giudei (Gv 1,7). Il Battista ha
preparato e favorito la rivelazione di Gesù a
Israele (Gv 1,31).
Le autorità
religiose di Gerusalemme vollero essere illuminate dalla parola del
Battista, e per
tale ragione gli mandarono un’ambasceria (Gv 1,19ss). Ma
purtroppo non accettarono la sua testimonianza; non vollero
riconoscere Gesù
come Messia e Figlio di Dio, nonostante la proclamazione
chiara ed esplicita del
Battista (Gv 1, 29 ss).
Dopo aver citato
in suo favore la testimonianza del Battista, Gesù ne porta una
maggiore: le opere che compie. Tra esse occupa un posto di primo
piano la
risurrezione dei
morti.
I giudei non hanno
mai sperimentato la presenza visibile di Dio e non sono in
comunione con lui, perché non credono nel suo inviato.
L’esperienza di Dio si
concretizza nella dimora della sua parola nel cuore dell’uomo. Dio
ha reso e
continua a rendere testimonianza al Figlio suo nel cuore di ogni
uomo. Solo chi
accoglie la parola di Dio in sé, accoglie la testimonianza del
Padre.
Dopo la
testimonianza del Padre, Gesù si appella alla testimonianza delle
Scritture.
L’Antico Testamento deve fornire la fede in Gesù, perché parla di
lui. "La legge era uno strumento di
preparazione. Coloro che la capivano
veramente, coloro che per mezzo di essa entravano nel disegno di
Dio e vi
corrispondevano meglio che potevano, erano guidati verso il termine
voluto dal
Padre, Gesù
Cristo, nel quale solo è offerta la vita eterna" (Giblet). I giudei
che studiavano le Scritture avrebbero dovuto essere le
persone più preparate ad
accogliere Gesù. Ma purtroppo i giudei non
vogliono credere in Gesù.
A differenza dei
giudei che ricevono gloria gli uni dagli altri, e perciò non
possono credere, Gesù non riceve gloria dagli uomini, non cerca
il loro plauso.
L’amore dei giudei
per la gloria umana è l’amore dell’uomo per la falsa
grandezza. Gli avversari sono ostinati nella mancanza di fede
perché amano più
la gloria degli uomini che quella di Dio (cfr Gv 12,43). Questi increduli
ostinati avranno come accusatore il loro stesso profeta, Mosè,
perché essi non
credono neppure ai suoi scritti.
I giudei che non
credono in Gesù, non credono neppure in Mosè, non sono veri
figli di Abramo, ma sono discendenti del diavolo (cfr Gv 8,39-44): la loro
mancanza di fede smentisce la venerazione che dicono di avere
verso questi padri
del popolo eletto.
Mosè ha scritto di
Gesù: egli è il centro delle Scritture; la Legge e i
Profeti
parlano di lui (cfr Gv 1,45) e gli
rendono testimonianza (Gv 5,39). I nemici di
Gesù non credono agli scritti di Mosè: a maggior ragione non possono
credere
alle parole del Figlio di Dio. Rifiutando Cristo, i giudei
dimostrano di non
credere neppure in Mosè.
Gesù accusa i
giudei di non credere nella sua persona divina perché non cercano
la gloria di Dio, ma la propria (Gv
5,44). La condotta dei giudei è un
ammonimento anche per noi perché non ci serviamo della religione per
il nostro
prestigio o tornaconto umano. Lo zelo religioso può essere
talvolta un’occulta
sublimazione del nostro orgoglio: ci serviamo di Dio invece di
servire Dio.
La Chiesa, come
Cristo, non deve cercare la gloria umana: "Come Cristo ha
compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni,
così pure la
Chiesa è chiamata
a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti
della salvezza… La Chiesa non è
costituita per cercare la gloria della terra,
bensì a diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione"
(Costituzione
dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, 8).
De.it.press
La stessa parola. L'incontro del Papa con i Luterani
L’ecumenismo non
si è fermato, anche se ancora ci sono divisioni e diffidenze; anzi, proprio
cattolici e protestanti portano la colpa delle loro divisioni. È dedicata
all’ecumenismo, la quarta domenica di Quaresima. Papa Benedetto va alla Christuskirche, la Chiesa luterana di Roma già visitata,
nel 1983, da Giovanni Paolo II; e ricorda che “l'unità non può essere fatta
dagli uomini, dobbiamo affidarci al Signore, solo lui ci porterà all'unità”. Oggi dice Benedetto XVI “non possiamo bere dallo stesso unico
calice, non possiamo stare insieme intorno all’altare. Questo ci deve rendere tristi perché è una situazione peccaminosa”.
D’altra parte, “siamo noi che abbiamo distrutto la nostra unità, abbiamo diviso
l'unico cammino in tanti cammini”. Ma
se oggi un Papa è in questa chiesa “è perché ascoltiamo la stessa parola di
Dio, l'unico Cristo, rendendo testimonianza dell'unico Cristo”.
È accolto dalle
note del Jubilate Deo di Mozart e dagli applausi dei presenti, il Papa;
momento importante di dialogo tra cattolici ed eredi di quel monaco di Eisleben, Martin Lutero, che nel 1517 diede vita alla più
dolorosa scissione del cristianesimo, affiggendo al duomo di Wittenberg le sue 95 tesi. Nel 1999 sono state
ufficialmente cancellate le reciproche scomuniche grazie alla Dichiarazione di
Augusta, nella quale cattolici e luterani hanno trovato un consenso sulle
verità fondamentali della dottrina della giustificazione, affermando che “non
in base ai nostri meriti, ma soltanto per mezzo della grazia, e nella fede
nell’opera salvifica di Cristo, noi siamo accettati da Dio e riceviamo lo
Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori, ci abilita e ci chiama a
compiere buone opere”. Certo cattolici e luterani
hanno ancora ostacoli sul cammino dell’unità, ma è bello “che oggi possiamo
pregare insieme, insieme intonare gli stessi canti, insieme ascoltare la stessa
la parola di Dio”.
Ad accogliere il Papa il pastore luterano Jens-Martin
Kruse: le Chiese cristiane, pur nelle loro “divisioni
e oppressioni”, devono cercare di essere vicine le une alle altre specie nei
momenti di sofferenza e di dolore. Velato riferimento alle difficoltà che la
chiesa sta vivendo in Germania a causa dello scandalo degli abusi sessuali
compiuti su minori, abusi che vedono sotto accusa
sacerdoti cattolici ma, secondo alcuni giornali tedeschi, anche ministri
protestanti.
“Noi cristiani –
ha detto ancora il pastore luterano – siamo esortati dall’apostolo Paolo a non
procedere gli uni accanto agli altri, ma insieme. A prestare
attenzione gli uni agli altri. Ad esserci, gli
uni per gli altri. Ad aiutare a portare pesi, quando le forze dell’altro
scemano. E nella tribolazione, a rafforzarci
vicendevolmente”.
Benedetto XVI nel
suo discorso, ha ricordato l'immagine evangelica del chicco di grano che muore
e dà frutti. “Una persona che ama la sua vita la perderà ma quello che prende
la croce e segue Gesù avrà la vita eterna”. Un discorso, ha spiegato il Papa
tralasciando il testo scritto, che non ci piace: “ci
domandiamo se dobbiamo odiare la nostra vita. In realtà possiamo e dobbiamo
essere pieni di gratitudine per quello che Dio ci dà: se il Signore ci dice che
dobbiamo odiare in qualche modo la nostra vita, vuole farci capire che la mia
vita non è solo per me, se la voglio solo per me non
la trovo ma la perdo. La vita non è ricevere ma darsi. Se non ci diamo all'altro non possiamo ricevere”.
Il tema del
perdono attraverso il quale si ritrova la gioia della comunione, il
riconciliarsi con Dio e in Dio, il Papa l’ha sviluppato soprattutto la mattina
di domenica, nel discorso alla preghiera mariana dell’Angelus. Ha ricordato la
parabola del figlio prodigo, il figlio minore che
torna e per il quale il padre uccide il vitello grasso per il banchetto di
festa, mentre il figlio maggiore contesta la scelta paterna.
Siamo un po’ tutti
dei figli maggiori nei nostri comportamenti; non ci rendiamo conto che nella
festa del ritorno, il padre, Dio, ridà all’uomo mediante il suo perdono, la
dignità perduta, la dignità del figlio.
La volontà di
essere autonomo, indipendente, la ricerca di una libertà dal padre, anima la
scelta del figlio più giovane. Il suo ritorno è ritmato dalla paura di essere
rifiutato, giudicato. Ma il padre annulla la lunga
separazione nel perdono, nell’impazienza di chi ha atteso quel momento e ora
gioisce. Il figlio maggiore, invece, è vinto dalla rabbia, è incapace di
comprendere il gesto paterno, la gratuità del dono.
Dice il Papa:
questa parabola “costituisce un vertice della spiritualità e della letteratura
di tutti i tempi. Che cosa sarebbero la nostra cultura, l’arte, e più in generale la
nostra civiltà senza questa rivelazione di un Dio padre pieno di misericordia”.
Un testo, afferma ancora Benedetto XVI, che ha il potere “di parlarci di Dio,
di farci conoscere il suo volto, meglio ancora, il suo
cuore”. Nella parabola possiamo anche leggere momenti diversi
del rapporto dell’uomo con Dio; c’è la fase dell’infanzia, “una religione mossa
dal bisogno, dalla dipendenza. Via via
che l’uomo cresce e si emancipa, vuole affrancarsi da questa sottomissione e
diventare libero, adulto, capace di regolarsi da solo e di fare le proprie scelte
in modo autonomo, pensando anche di poter fare a meno di Dio”. Fase
delicata, afferma il Papa; può portare all’ateismo, “ma anche questo, non di
rado, nasconde l’esigenza di scoprire il vero volto di Dio”. Se noi ci
allontaniamo, ci perdiamo, Dio “continua a seguirci col suo amore, perdonando i
nostri errori e parlando interiormente alla nostra coscienza per richiamarci a
sé”. Dio non viene mai meno alla sua fedeltà verso l’uomo.
I due figli,
ricorda ancora Benedetto XVI, si comportano in maniera opposta: “il minore se ne va e cade sempre più in basso”, mentre il
maggiore che rimane a casa, “ha una relazione immatura con il padre” e quando
torna il fratello non è felice. Sono due modi immaturi di rapportarsi con Dio,
commenta il Papa: “la ribellione e una obbedienza
infantile. Entrambe queste forme si superano attraverso l’esperienza della
misericordia. Solo sperimentando il perdono, riconoscendosi
amati di un amore gratuito, più grande della nostra miseria, ma anche della
nostra giustizia, entriamo finalmente in un rapporto veramente filiale e libero
con Dio”. Fabio Zavattaro
Il Papa ai luterani: «Portiamo la colpa delle nostre divisioni»
ROMA - Cattolici e
protestanti portano «la colpa» delle loro divisioni: lo ha
detto Papa Benedetto XVI, parlando ieri sera nella Chiesa luterana a Roma. Il
pontefice ha lodato il cammino ecumenico: «E’ bello
che oggi possiamo pregare insieme, insieme intonare gli stessi canti, insieme
ascoltare la stessa la parola di Dio - ha detto Ratzinger - e rivolgere lo
sguardo in un Cristo. Tuttavia - ha ammesso - in «aspetti essenziali» cattolici
e protestanti divergono ancora. Non possiamo stare di fronte allo stesso
altare», ha osservato e di ciò «portiamo la colpa».
Professare la
propria fede nella città dei Papi, per i seguaci di chi, avviando la Riforma
protestante, sferrò un duro colpo al cattolicesimo, non è stato certo facile.
Tanto che fu una caffetteria, il caffè Greco, in via Condotti, e non un
edificio di culto, a fare da teatro alla nascita della comunità luterana di
Roma. Solo nel 1915 venne lanciata una raccolta di
fondi in Germania. Sette anni dopo la chiesa, in stile romanico con tre grandi
campane che riproducono il suono originario di quelle della cappella palatina di Wittemberg, fu consacrata.
«L’unità fra cristiani
deve essere un dono divino», ha detto ieri sera Ratzinger, nella sua omelia
pronunciata a braccio e in tedesco. Purtroppo invece «la rete si è rotta» e la
strada è divisa attualmente in più strade; così - ha
rimarcato il Papa - la testimonianza (dei cristiani) viene oscurata e lo stesso
amore non può trovare la sua piena realizzazione. Noi - ha esortato - non
dovremmo litigare ma cercare di essere più uniti».
Della divisione noi non possiamo essere contenti, ha aggiunto. «Oggi la gente
dice che l’ecumenismo si è fermato - ha osservato Ratzinger - ma non è così».
Nel parlare delle
differenze fra le due religioni (il non poter «bere allo stesso calice, stare
di fronte allo stesso altare») il pontefice ha ricordato che «tutto quello che
fanno gli uomini si può rompere». Nel concludere l’omelia rivolgendosi ai luterani di Roma, papa
Benedetto ha ringraziato: «Vi sono grato che possiamo pregare e cantare
insieme».
Le Chiese
cristiane, pur nelle loro «divisioni e oppressioni», sappiano essere vicine le
une alle altre specie nei momenti di sofferenza e di dolore. È quanto ha
auspicato il pastore luterano Jens-Martin Kruse. L’incontro cade in un momento particolarmente
delicato per la Chiesa cattolica in Germania, travolta in queste settimane
dalle notizie sugli abusi sui minori compiuti da suoi sacerdoti. Ma gli scandali adesso emergono anche in ambienti
protestanti. Uno scrittore tedesco, oggi 61/enne, ha raccontato al settimanale Der Spiegel le violenze subite
quando - da bambino - viveva in un convitto della Chiesa evangelica sulle rive
del lago di Costanza. Bodo Kirchhoff, questo è il nome dello scrittore. E intanto
episodi di abusi sessuali commessi su adolescenti in passato, hanno indotto un
prete tedesco a lasciare il sacerdozio. Lo ha
annunciato l’ufficio stampa episcopale di Muenster,
nel Nord Reno-Westfalia. IM !%
Sacerdoti. Presenza profetica. Limiti e debolezze non sminuiscono un dono e
un mistero
Nei decenni
passati era forte la discussione circa l'identità del sacerdote, o meglio,
circa l'identità che egli percepiva di sé. Forse, nell'intento di rinunciare ad un'immagine eccessivamente sacrale e distaccata, egli
cercava di condividere molte esperienze del mondo, con l'esito di non ritrovare
più il proprio specifico. Inoltre, il mutare dei tempi ha segnato un
cambiamento esterno nel considerare il sacerdote: il venire meno di una società religiosa e l'affermarsi del materialismo
hanno avuto come esito che il suo ruolo sembra non essere più importante o,
semplicemente, non lo si capisce più. In un contesto
di diffusa secolarizzazione, che esclude progressivamente Dio dalla sfera
pubblica e dalla coscienza sociale, il sacerdote appare estraneo al sentire
comune. Ma c'è di peggio: l'opera di diffamazione
messa in opera per delegittimare la vita e il ministero dei sacerdoti, quasi a
voler cancellare la loro presenza e il loro contributo. Il sacerdote è, semmai,
accettato quando la sua funzione è letta come quella di un operatore sociale,
orizzontalmente impegnato. Ancora, una visione errata della Chiesa ha condotto
a pensare che la valorizzazione dei laici comportasse un conferire loro compiti
del presbitero o, persino, che egli non fosse sempre necessario. In questa
prospettiva, taluni hanno visto nella diminuzione delle vocazioni il motivo per
responsabilizzare i laici, dimenticando che è, invece,
la loro condizione di battezzati a richiederne il giusto coinvolgimento.
Con queste visioni
bisogna fare i conti. Se, oggi, i candidati al sacerdozio maturano fortemente
nel precisare i contorni e i contenuti della propria identità, restano ancora
nella comunità ecclesiale e nella società taluni travisamenti. Vi ha fatto riferimento Benedetto XVI, venerdì scorso nel ricevere
gli oltre cinquecento - tra vescovi e sacerdoti - partecipanti al Convegno
internazionale "Fedeltà di Cristo. Fedeltà del
sacerdote", promosso dalla Congregazione per il Clero. Egli ha
definito il tema dell’identità sacerdotale determinante
per l’esercizio del sacerdozio ministeriale nel presente e nel futuro. Già anni
fa, il card. J. Ratzinger aveva detto che l'identità
del sacerdote del duemila non avrebbe potuto essere diversa da quella voluta da
Gesù Cristo. Da Papa ha ribadito che esiste una
continuità sacerdotale, la quale parte da Gesù di Nazaret,
Signore e Cristo, e "passando attraverso i duemila anni della storia di
grandezza e di santità, di cultura e di pietà, che il Sacerdozio ha scritto nel
mondo, giunge fino ai nostri giorni". La Chiesa nella sua storia di fede
non ha una frattura tale da giustificare un "prima"
che sia diverso o opposto, rispetto a un "dopo". La Chiesa è
"una" anche nel tempo.
Semmai, si tratta
di individuare quali aspetti risultino particolarmente
urgenti per l'oggi. E, nel tempo in cui viviamo, "c’è grande bisogno di
sacerdoti che parlino di Dio al mondo e che presentino a Dio il mondo; uomini
non soggetti a mode culturali passeggere, ma capaci di
vivere autenticamente quella libertà che solo la certezza dell’appartenenza a
Dio è in grado di donare". Sacerdoti, così, possono offrire l'autentico
carisma della profezia. La fedeltà a Cristo è sempre una novità: testimonia che
il sacerdote non appartiene a sé stesso, ma è
"proprietà" di Dio. Appartiene ad un
"Altro". Vive nel mondo del soprannaturale e ne respira continuamente
l'aria. Per il fatto che è radicato in Cristo, il
sacerdote è profeta e lo rivela concretamente "nel modo di pensare, di
parlare, di giudicare i fatti del mondo, di servire e amare, di relazionarsi
con le persone, anche nell’abito". Umilmente controcorrente, nella fedeltà
alla Chiesa, il sacerdote è libero dalla mentalità dominante. Talvolta, è anche
un pungolo nella carne per coloro che vivono solo
nell'orizzonte terreno. La scelta del celibato, ad esempio, oggi, più che in
passato, è limpida testimonianza dei beni eterni. Solo perché c'è una vita dopo la morte ha senso rinunciare a beni
importanti, quali il matrimonio e la famiglia. Solo il desiderio di appartenere
più strettamente a Cristo, può condurre a scegliere la sua stessa radicalità.
E, nonostante, le voci che, al di fuori della Chiesa, vorrebbero abbassare gli
impegni, Benedetto XVI ha riaffermato come, anche ai nostri giorni, il sacro
celibato mantiene intatto il suo valore: "è un
carisma richiesto per l’Ordine sacro ed è tenuto in grandissima considerazione
nelle Chiese Orientali. Esso è autentica profezia del Regno,
segno della consacrazione con cuore indiviso al Signore e alle cose del Signore
(1Cor 7,32), espressione del dono di sé a Dio e agli altri".
L'appartenenza del
sacerdote a Cristo è inscritta profondamente nella sua persona come dono e come
responsabilità, ma anche come fonte certa, a cui
attingere le energie necessarie per iniziare ogni giorno. Nonostante limiti e
debolezze.
Marco Doldi
Scandalo abusi sessuali. Il rigore
di Benedetto XVI
Sul sito
dell'arcidiocesi di München und Freising
è disponibile un comunicato, di cui L’Osservatore Romano del 14 marzo pubblica
una sua traduzione.
Seguono, riprese sempre dal quotidiano della Santa Sede, una nota
di mons. Giuseppe Versaldi e un'intervista con il
promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede apparsa
su “Avvenire” del 13 marzo.
Comunicato
dell'arcidiocesi di München und Freising
Nell'esaminare
presunti casi di abusi nei decenni passati, l'ordinariato arcidiocesano ha
riscontrato gravi errori, negli anni Ottanta, nel trattamento delle informazioni relative a un sacerdote. Secondo quanto
riportato dalla «Süddeutsche Zeitung»
giovedì 11 marzo, il gruppo di lavoro istituito dal vicario generale, monsignor
Peter Beer, per esaminare i casi del passato, ha
scoperto che un sacerdote proveniente dalla diocesi di Essen, malgrado le accuse di abusi sessuali e nonostante una
condanna, è stato ripetutamente impiegato nella cura pastorale dal vicario
generale di allora, Gerhard Gruber. Gruber si assume la piena responsabilità
per queste decisioni sbagliate.
Secondo le
ricerche svolte dal gruppo di lavoro dell'ordinariato, la questione per il
momento si presenta nel modo seguente.
In qualità di cappellano, il sacerdote H., su richiesta della diocesi
di Essen, nel gennaio 1980 venne accolto nell'arcidiocesi di München und Freising. A München doveva seguire una terapia. In base agli atti, il
gruppo di lavoro parte dal presupposto che all'epoca fosse noto che
presumibilmente egli doveva seguire questa terapia a causa di relazioni
sessuali con dei ragazzi. Nel 1980 venne deciso di
alloggiare H. in una casa parrocchiale perché potesse seguire la terapia.
Questa decisione fu presa insieme all'arcivescovo di allora. Nonostante questa
decisione, però, H. fu destinato, senza restrizioni,
dal vicario generale dell'epoca alla collaborazione nella cura pastorale in una
parrocchia di Monaco.
In tale periodo -
dal 1° febbraio 1980 al 31 agosto 1982 - non risultano
denunce o accuse nei confronti di H.
Dal settembre 1982
all'inizio del 1985 H. collaborò nella cura pastorale
a Grafing. Dopo che emersero accuse di abusi sessuali
e la polizia avviò delle indagini, con lettera del 29 gennaio 1985 venne esonerato dal servizio. Nel giugno 1986, il cappellano
H. fu condannato dal tribunale di prima istanza di Ebersberg a 18 mesi di detenzione con la condizionale e a
una pena pecuniaria di 4.000 marchi per abusi sessuali su minori. Il periodo di
sospensione condizionale fu fissato a cinque anni. Al condannato venne ordinato di sottoporsi a psicoterapia.
Dal novembre 1986
all'ottobre 1987 H. venne impiegato come cappellano in
un istituto per anziani. Infine, fino al settembre 2008 ha lavorato in una
parrocchia a Garching/Alz,
inizialmente come curato, poi come amministratore parrocchiale. Nella decisione
di affidargli il nuovo incarico nella cura pastorale parrocchiale evidentemente
sono stati determinanti la pena relativamente lieve
comminata dal tribunale di Ebersberg e i referti
dello psicologo che lo aveva in cura.
Dopo la condanna
del 1986, l'ordinariato non è venuto a conoscenza di
altre accuse.
Il 6 maggio 2008 H. è stato esonerato dai suoi compiti di amministratore
parrocchiale a Garching e a partire dall'ottobre 2008
è stato impiegato come cappellano per i centri di cura e per il turismo. Gli è
stata posta come condizione di non lavorare più con bambini, giovani e
ministranti. Una nuova perizia medico-legale, eseguita su richiesta del nuovo
arcivescovo Reinhard Marx,
secondo l'ordinariato non consentiva la permanenza di H.
nella cura pastorale.
L'ex vicario
generale Gerhard Gruber spiega a tale proposito: «Il ripetuto impiego di H. nella cura pastorale è stato un grave errore. Me ne
assumo la piena responsabilità. Deploro profondamente che, a causa di questa
decisione, si sia giunti a reati contro i giovani e
chiedo scusa a tutti coloro che hanno subito un danno».
Nota di mons.
Giuseppe Versaldi, vescovo di Alessandria, ordinario
emerito di diritto canonico e psicologia alla Pontificia Università Gregoriana
Qualche
precisazione è opportuna a proposito degli abusi sessuali sui minori che in
passato sono stati compiuti da appartenenti al clero cattolico e che ora,
specialmente in alcuni Paesi, stanno venendo alla luce
con grande evidenza su molti media. Innanzitutto, va ribadita
la condanna senza riserve di questi gravissimi delitti che ripugnano alla
coscienza di chiunque. Se poi questi crimini vengono
compiuti da persone che rivestono un ruolo nella Chiesa - persone nelle quali
viene riposta una speciale fiducia da parte dei fedeli e particolarmente dei
bambini - allora lo scandalo diventa ancora più grave ed esecrabile.
Giustamente la Chiesa non intende tollerare alcuna incertezza circa la condanna
del delitto e l'allontanamento dal ministero di chi risulta
essersi macchiato di tanta infamia, insieme alla giusta riparazione verso le
vittime.
Ribadita questa posizione, va però sottolineato un accanimento
nei confronti della Chiesa cattolica, quasi fosse l'istituzione dove con più
frequenza si compiono tali abusi. Per amore della verità bisogna dire che il
numero dei preti colpevoli di questi abusi è in America del nord, dove si è
registrato il maggior numero di casi, molto ridotto ed è ancora minore in
Europa. Se questo ridimensiona quantitativamente il fenomeno, non attenua in
alcun modo la sua condanna né la lotta per estirparlo, in
quanto il sacerdozio esige che vi accedano soltanto persone umanamente e
spiritualmente mature. Anche un solo caso di abuso da parte di un prete sarebbe
inaccettabile.
Tuttavia, non si
può non rilevare che l'immagine negativa attribuita alla Chiesa cattolica a
causa di questi delitti appare esagerata. C'è poi chi imputa al celibato dei
sacerdoti cattolici la causa dei comportamenti devianti, mentre è accertato che
non esiste alcun nesso di causalità: innanzitutto, perché è noto che gli abusi
sessuali su minori sono più diffusi tra i laici e gli sposati che non tra il
clero celibatario; in secondo luogo, i dati delle
ricerche evidenziano che i preti colpevoli di abusi già non osservavano il
celibato.
Ma è ancora più
rilevante sottolineare che la Chiesa cattolica - a
dispetto dell'immagine deformata con cui la si vuole rappresentare - è
l'istituzione che ha deciso di condurre la battaglia più chiara contro gli
abusi sessuali a danno dei minori partendo dal suo interno. E qui bisogna dare
atto a Benedetto XVI di avere impresso un impulso decisivo a questa lotta,
grazie anche alla sua ultraventennale esperienza come
prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Non va infatti dimenticato che proprio da quell'osservatorio il
cardinale Ratzinger ha avuto la possibilità di seguire i casi di abusi sessuali
che venivano denunciati e ha favorito una riforma anche legislativa più
rigorosa in materia.
Ora, come supremo
pastore della Chiesa, il Papa mantiene anche in questo campo - ma non solo -
uno stile di governo che mira alla purificazione della Chiesa, eliminando la
«sporcizia» che vi si annida. Benedetto XVI si
dimostra, dunque, un pastore vigilante sul suo gregge, a dispetto dell'immagine
falsata di uno studioso dedito soltanto a scrivere libri il quale delegherebbe
ad altri il governo della Chiesa, secondo uno stereotipo che qualcuno,
purtroppo anche all'interno della gerarchia cattolica, vorrebbe accreditare. È
grazie al maggiore rigore del Papa che diverse conferenze episcopali stanno
facendo luce sui casi di abusi sessuali, collaborando anche con le autorità
civili per rendere giustizia alle vittime.
Appare dunque
paradossale rappresentare la Chiesa quasi fosse la responsabile degli abusi sui
minori ed è ingeneroso non riconoscere a essa, e specialmente a Benedetto XVI,
il merito di una battaglia aperta e decisa ai delitti commessi da suoi preti.
Con l'aggiunta di un altro paradosso: quando la Chiesa saggiamente stabilisce
norme più severe per prevenire l'accesso al sacerdozio di persone immature in
campo sessuale, in genere viene attaccata e criticata da
quella stessa parte che la vorrebbe principale responsabile degli abusi sui
minori. La linea rigorosa e chiara assunta dalla Santa Sede deve
invece essere recepita nella Chiesa - e non solo - per garantire la verità, la
giustizia e la carità verso tutti. Osservatore Romano 14
Bertone:"Cercano di
minare la fiducia nella Chiesa"
Il segretario di
Stato vaticano durante un incontro in Confindustria: "Abbiamo un aiuto
dall'alto" - Sospeso a Monaco il prete Peter H: per i suoi abusi fu
trasferito quando Ratzinger era arcivescovo
ROMA - "La
Chiesa ha ancora una grande fiducia da parte dei fedeli, solo che qualcuno
cerca di minare questa fiducia ma la Chiesa ha con sé
un aiuto speciale dall'alto". Lo ha detto il
segretario di Stato Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone,
a margine di un incontro alla Confindustria durante il quale, nel dibattito con
gli imprenditori ed il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, aveva
rilevato un'evidente calo di fiducia nelle istituzioni che riguarda anche la
Chiesa. La dichiarazione del cardinale arriva sullo sfondo della recente bufera
che ha investito la Chiesa in alcuni paesi d'Europa sul tema della pedofilia.
E intanto lo
scandalo si allarga. Oggi l'arcivescovado di Monaco di Baviera e Freising ha sospeso Peter H., il
prete con precedenti di abusi sessuali su minori di cui si è parlato molto,
negli ultimi tempi, all'interno del dibattito su Chiesa e pedofilia scoppiato
in Germania. Ma questo è un caso particolarmente scottante, visto
che coinvolge, indirettamente, anche Benedetto XVI, quando era
arcivescovo della città.
Il provvedimento è
stato annunciato con un comunicato ufficiale. Il religioso è stato sospeso per
avere violato il divieto di occuparsi di bambini e adolescenti e il suo diretto
superiore, Josef Obermaier, ha rassegnato
le dimissioni.
Il prete, 62 anni, era stato trasferito nel 1980 dalla diocesi di
Essen (Nord Reno-Westfalia), dove aveva commesso
violenze su minori, a quella di Monaco di Baviera, quando il Papa era
arcivescovo del capoluogo bavarese e di Freising. Il
sacerdote era stato accolto, "al solo scopo di farlo curare", aveva
precisato nei giorni scorsi una nota della diocesi, ma l'allora vicario
generale della capitale bavarese, monsignor Gerhard Gruber, aveva deciso invece
di affidare al religioso un ruolo pastorale in una parrocchia, senza avvertire
il suo superiore. Così le violenze si erano ripetute. Fino alla condanna a 18 mesi di prigione che gli era stata inferta nel 1986.
Ieri contro la
presenza in servizio del religioso c'erano state proteste dei cittadini,
perfino durante la Messa, con richieste di chiarimenti sulla vicenda rivolte
anche al Papa. LR 16
Intervista con
il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede
Alla Chiesa non
piace la giustizia spettacolo, ma ciò non significa che essa non sia rigorosa
nell'accertare abusi sessuali compiuti da sacerdoti diocesani o religiosi, sine acceptione personarum, o che ne ostacoli la denuncia alle autorità
civili. Non lascia spazio a dubbi né a equivoci monsignor Charles J. Scicluna - promotore di
giustizia della Congregazione per la Dottrina della Fede - nel riaffermare la
posizione della Chiesa a proposito della pedofilia.
In una intervista al quotidiano «Avvenire», pubblicata nella
edizione di sabato 13 marzo, il prelato ribadisce che «sul piano dei principi
la condanna per questa tipologia di delitti è stata sempre ferma e
inequivocabile». E ricorda che già la prima edizione dell'istruzione Crimen sollicitationis stabiliva
nel 1922 norme procedurali da seguire «nei casi di sollecitazione in
confessionale e di altri delitti più gravi a sfondo sessuale come l'abuso sessuale di minori». Norme che - spiega - solo a causa di
una cattiva traduzione in inglese sono state interpretate come se la Santa Sede
«imponesse il segreto per occultare i fatti. Ma non era così. Il segreto istruttorio serviva per
proteggere la buona fama di tutte le persone coinvolte, prima di tutto le
stesse vittime, e poi i chierici accusati, che hanno diritto - come chiunque -
alla presunzione di innocenza fino a prova contraria».
Va poi ricordato che il motu proprio di Giovanni
Paolo II Sacramentorum sanctitatis
tutela, del 30 aprile 2001, stabilisce l'esclusiva competenza della
Congregazione per la Dottrina della Fede nel giudicare i delicta
graviora, quelli cioè commessi contro la morale e
nella celebrazione dei sacramenti. In una lettera riservata - firmata dal
cardinale prefetto Joseph Ratzinger e dal segretario, arcivescovo Tarcisio Bertone - inviata a tutti i vescovi della Chiesa il 18 maggio
di quello stesso anno, la Congregazione annunciava tutte le norme, sostanziali
e processuali, su questi «delitti più gravi». A questo proposito Scicluna rivela che la Congregazione in questi ultimi nove
anni - cioè dal 2001 al 2009 - è stata chiamata a esaminare «accuse
riguardanti circa tremila casi di sacerdoti diocesani e religiosi che si
riferiscono a delitti commessi negli ultimi cinquanta anni». Naturalmente i
tremila casi di cui parla monsignor Scicluna non si
riferiscono soltanto a casi di pedofilia. «Possiamo dire - precisa infatti rispondendo a una delle domande postegli - che
grosso modo nel 60 per cento di questi casi si tratta più che altro di atti di efebofilia, cioè dovuti ad attrazione sessuale per
adolescenti dello stesso sesso; in un altro 30 per cento di rapporti
eterosessuali e nel 10 per cento dei casi di atti di vera e propria pedofilia,
cioè determinati da un'attrazione sessuale per bambini impuberi». I casi di
preti «accusati di pedofilia vera e propria - precisa
- sono quindi circa trecento in nove anni. Si tratta sempre di troppi casi, per
carità! Ma bisogna riconoscere che il fenomeno non è
così esteso come si vorrebbe far credere». Negli ultimi anni - dal 2007 al 2009
- rivela che «la media annuale segnalata alla Congregazione da tutto il mondo
riguarda 250 casi» di delicta graviora
su un totale di 400 mila sacerdoti diocesani e religiosi nel mondo.
A processo penale
o amministrativo arrivano il 20 per cento dei casi, e
normalmente «è stato celebrato - dice il promotore di giustizia - nelle diocesi
di provenienza, sempre sotto la nostra supervisione, e solo rarissimamente qui
a Roma. Facciamo così anche per una maggiore speditezza dell'iter. Nel 60 per
cento dei casi poi, soprattutto a motivo dell'età
avanzata degli accusati, non c'è stato processo, ma nei loro confronti sono
stati emanati dei provvedimenti amministrativi e disciplinari, come l'obbligo a
non celebrare la messa con i fedeli, a condurre una vita ritirata e di
preghiera. È bene ribadire che in questi casi, tra i
quali ce ne sono alcuni eclatanti di cui si sono occupati i media, non si
tratta di assoluzioni. Certo non c'è stata una condanna formale, ma se si è obbligati al silenzio e alla preghiera qualche motivo ci
sarà».
I casi
«particolarmente gravi e con prove schiaccianti» dice Scicluna,
sono il 10 per cento e «il Santo Padre si è assunto la
dolorosa responsabilità di autorizzare un decreto di dimissioni dallo stato
clericale. Un provvedimento gravissimo, preso per via amministrativa ma
inevitabile. Nell'altro 10 per cento dei casi, poi, sono stati gli stessi
chierici accusati a chiedere la dispensa dagli obblighi derivati dal
sacerdozio. Che è stata prontamente accettata. Coinvolti in questi ultimi casi ci sono stati sacerdoti trovati in possesso di
materiale pedopornografico e che per questo sono stati condannati dall'autorità
civile». A proposito dei rapporti con l'autorità civile il promotore di
giustizia, rispondendo ad una precisa domanda in
questo senso, ricorda che in alcuni paesi come la Francia «i vescovi, se
vengono a conoscenza di reati commessi dai proprio sacerdoti al di fuori del
sigillo sacramentale della confessione, sono obbligati a denunciarli
all'autorità giudiziaria» e laddove non sussiste questo obbligo «non imponiamo
ai vescovi di denunciare i propri sacerdoti, ma li incoraggiamo a rivolgersi
alle vittime per invitarle a denunciare questi sacerdoti di cui sono vittime.
Inoltre li invitiamo a dare tutta l'assistenza spirituale, ma non solo spirituale, a queste vittime. In un recente caso riguardante
un sacerdote condannato da un tribunale civile italiano, è stata proprio questa
Congregazione a suggerire ai denunciatori, che si erano rivolti a noi per un
processo canonico, di adire anche alle autorità civili nell'interesse delle
vittime e per evitare altri reati».
A questo proposito
monsignor Scicluna ha definito «un'accusa falsa e
calunniosa» quella secondo la quale l'allora cardinale Ratzinger, proprio in qualità di prefetto della Congregazione della Dottrina
della Fede, avrebbe favorito una politica di occultamento in questi casi: «Mi
permetto di segnalare alcuni fatti. Tra il 1975 ed il
1985 mi risulta che nessuna segnalazione di casi di pedofilia da parte di
chierici sia arrivata all'attenzione della nostra Congregazione. Comunque dopo
la promulgazione del Codice di diritto canonico del
1983 c'è stato un periodo d'incertezza sull'elenco dei delicta
graviora riservati alla competenza di questo
dicastero. Solo col motu proprio del 2001 il delitto
di pedofilia è tornato alla nostra competenza esclusiva. E da quel momento il
cardinale Ratzinger ha mostrato saggezza e fermezza nel gestire questi casi. Di
più. Ha mostrato anche grande coraggio nell'affrontare
alcuni casi molto difficili e spinosi, sine acceptione personarum [“senza
distinzione di persone”]. Quindi accusare l'attuale Pontefice di occultamento è, ripeto, falso e calunnioso».
Il prelato infine
giudica, in base alla prassi consueta, ormai inadeguato il termine dei dieci
anni previsto per la prescrizione dei delicta graviora. «Sarebbe auspicabile - afferma - un ritorno al
sistema precedente dell'imprescrittibilità dei delicta
graviora». Il termine venne infatti
introdotto con il motu proprio del 2001. «Comunque - conclude il promotore di giustizia - il 17 novembre del 2002
il servo di Dio Giovanni Paolo II ha concesso a questo dicastero la facoltà di
derogare dalla prescrizione caso per caso, su motivata domanda dei singoli
vescovi. E la deroga viene normalmente concessa». Sir 13
Germania, sospeso il prete pedofilo. Critiche al Papa: "Non deve
tacere"
Il vicepresidente
del Bundestag: "A rischio credibilità
della Chiesa"
L’arcivescovado di
Monaco di Baviera e Freising ha sospeso Peter H., il prete con precedenti di abusi sessuali su minori al
centro di un caso che - per la prima volta - ha sfiorato anche Papa Benedetto
XVI. Lo ha annunciato lo stesso arcivescovado in un
comunicato.
Il religioso è
stato sospeso per avere violato il divieto di occuparsi di bambini e
adolescenti e il suo diretto superiore, Josef Obermaier,
ha rassegnato le dimissioni. Il prete, 62 anni, era stato trasferito nel 1980 dalla diocesi di
Essen (Nord Reno-Westfalia), dove aveva commesso
violenze su minori, a quella di Monaco di Baviera, quando il Papa era
arcivescovo del capoluogo bavarese e di Freising. Il
sacerdote era stato accolto, «al solo scopo di farlo curare», aveva precisato
nei giorni scorsi una nota della diocesi, ma l’allora vicario generale della
capitale bavarese, mons. Gerhard Gruber, aveva deciso autonomamente di affidare
al religioso un ruolo pastorale in una parrocchia, senza avvertire il suo
superiore. Così, le violenze si erano ripetute e, per questo, nel 1986 era
stato condannato a 18 mesi di prigione.
Intanto in
Germania aumenta lo sconcerto per lo scandalo degli abusi sessuali negli
ambienti cattolici. Crescono anche le critiche nei confronti di un papa che
«tace», nonostante col passare dei giorni emergano
sempre più numerosi i casi di violenze su minori commessi da religiosi: una
situazione, questa, che secondo il vicepresidente del Bundestag
denota una crisi di credibilità della Chiesa. In attesa della lettera che
Benedetto XVI, secondo quanto ha annunciato monsignor Rino Fisichella, sta per
inviare ai vescovi irlandesi, la stampa tedesca fa notare il «silenzio»
osservato del Papa su questo tema durante l’Angelus di ieri e alcune
associazioni cattoliche aumentano la pressione sul Santo padre. «Il papa tace
di fronte a nuovi casi di abusi», scrive lo Spiegel
online. Dal Papa arriva un «deciso silenzio», gli fa eco il quotidiano Sueddeutsche Zeitung. E continua anche il pressing delle associazioni cattoliche.
Ma l’attacco più
duro è arrivato da una delle più alte cariche dello Stato, il vice presidente
del Bundestag, Wolfgang Thierse
(Spd): «La credibilità della
Chiesa sta traballando in modo molto grave» per i casi di pedofilia emersi in
Germania, ha detto, chiedendo al Papa una «maggiore onestà». E poi: «La
costernazione dei credenti è enorme», ha affermato Thierse.
Ancora una volta, la cancelliera Angela Merkel (Cdu), come aveva fatto anche la settimana scorsa,
ha gettato acqua sul fuoco. La leader conservatrice, ha detto un portavoce del
governo, ha accolto positivamente l’incontro di venerdì tra il papa e il
presidente della Conferenza episcopale tedesca, Robert Zollitsch,
sottolineando che questo è un buon segno poichè dimostra che il Vaticano e la Chiesa cattolica
tedesca stanno cercando di risolvere il problema. LS 16
La forza della gratuità. La carica
profetica di una scelta di prossimità
L'incontro degli
oltre 7.000 volontari, attivi nella Protezione Civile, con il Papa, avvenuto a
Roma lo scorso 6 marzo, è stata l'occasione per mettere a tema il ruolo e il
significato del volontariato.
Volontariato che
trova la sua icona nella figura del Buon Samaritano tratteggiata
dall'evangelista Luca. E che non si ferma all'aiuto immediato, ma - ha
ricordato il Papa - "insegna ad andare oltre l'emergenza e a predisporre
il rientro nella normalità". Il malcapitato, infatti, non solo viene assistito e fasciato nelle sue ferite, ma viene
portato alla locanda e affidato alle cure dell'albergatore, ad indicare anche
un coinvolgimento di soggetti diversi.
Volontariato che
dice un "di più" necessario e non codificabile in leggi o
regolamenti, vocazione propria di ogni persona: "L'amore del prossimo - ha
proseguito Benedetto XVI - non può essere delegato. Lo Stato e la politica, pur con le
necessarie premure per il welfare, non possono sostituirlo".
Un "di
più" di amore, di gratuità, che spinge ad andare oltre il proprio dovere,
superando la logica del "tocca proprio a
me?", per entrare nella logica del "mi riguarda". Condizione,
questa, fondamentale per costruire il bene comune e strada non opzionale, ma necessaria per restituire umanità:
"Proprio per questo, i volontari non sono dei 'tappabuchi' nella rete
sociale, ma persone che veramente contribuiscono a delineare il volto umano e
cristiano della società".
Volontariato
inteso come "disposizione dell'essere per la donazione" (secondo la
definizione di Carlo Maria Mozzaniga, nel libro
"Cento parole di prossimità"), che custodisce la forza della
gratuità, "come dimensione fondativa del vivere
anche civile, non riducendo l'orizzonte della convivenza alla
scambio equivalente (del mercato) e alla logica ridistribuiva
(dell'uguaglianza)". Recuperando così il trinomio, non scindibile, a
costo, purtroppo, di conseguenze nefaste, come stiamo sperimentando:
"Libertà, uguaglianza, fraternità".
Volontariato che,
per diventare interlocutore significativo nella
società, non accetta compromessi, non asseconda logiche concorrenziali o
competitive, non accetta di ridurre l'interiorità e l'ulteriorità
della persona, non si limita a "fare per", non va in cerca di
medaglie o di riconoscimenti, non soffoca la sua carica profetica.
Impegno non facile
che richiede un continuo allenamento all'ascolto e alla verifica, un ritorno
alle origini che diventa indicazione e possibilità di futuro. In una capacità di farsi carico dell'ideale di una città,
diventandone un soggetto politico e culturale.
MARIA CECILIA
SCAFFARDI direttore "Vita
Nuova" (Parma)
Anno sacerdotale. Immagine indelebile. Card. Hummes:
"Sappiamo che Cristo sceglie alcuni"
"Il futuro
della Chiesa dipende in grandissima parte dall'operato
dei sacerdoti. Non è una questione di numero, ma di qualità della vita
sacerdotale e dello zelo pastorale che sanno mostrare": lo
ha detto il card. Zenon Grocholewski,
prefetto della Congregazione per l'educazione cattolica, aprendo presso la
Pontificia Università Lateranense, a Roma, i lavori del convegno teologico
"Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote", promosso l'11 e il 12
marzo dalla Congregazione per il clero in occasione dell'"Anno
Sacerdotale". "La formazione dei sacerdoti rappresenta l'impegno educativo
più importante in questo momento per la Chiesa", ha sottolineato
il card. Grocholewski, citando il libro "Dono e
mistero" scritto da Giovanni Paolo II in occasione del 50° della sua
ordinazione sacerdotale, nel quale si richiama come "la lunga storia della
Chiesa sia stata illuminata nel corso dei secoli da splendidi modelli di santi
sacerdoti, quali il Curato d'Ars". "Inviato a un paesino di 300 anime
e disastroso dal punto di vista religioso - ha aggiunto - egli non fece nulla
di particolare, semplicemente era e operava da vero sacerdote di Cristo. E così
riuscì a convertire molti".
Celibato, dono da
capire. "Il celibato sacerdotale è un dono dello Spirito Santo che chiede
di essere compreso e vissuto con pienezza di senso e di gioia, nel rapporto
totalizzante con il Signore": lo ha detto il
prefetto della Congregazione per il clero, card. Claudio Hummes,
nel suo intervento di apertura dei lavori. "Questo rapporto unico e
privilegiato con Dio fa del sacerdote il testimone
autentico di una singolare paternità spirituale e lo rende autenticamente
fecondo", ha aggiunto il porporato. "La Chiesa in
quanto corpo mistico di Cristo vede tutti i fedeli accomunati dal dono
di essere un popolo sacerdotale - ha poi aggiunto -. Ma, allo
stesso tempo, sappiamo che Cristo sceglie alcuni" e "questi sono i
sacerdoti che ne continuano la missione". Nella sua relazione su
"Cristologia e identità sacerdotale", padre Real
Tremblay, docente alla Pontificia Accademia Alfonsiana, ha definito il prete "l'uomo della
solidarietà, dell'oblazione filiale e della comunicazione dell'intimità
paterna". Ha quindi aggiunto che "non è un 'mercenario'
che sfrutta il gregge a suo vantaggio, ma un pastore che serve il suo gregge
'al seguito' di Gesù".
Trascendenza,
fonte di cultura. "La teologia e la Chiesa non devono
dissolversi nella cultura. Devono rendere possibile all'uomo la
trascendenza": lo ha detto mons. Gerhard L.Muller, vescovo di Ratisbona,
nella relazione su "Sacerdoti e cultura contemporanea". "Se si
riduce la teologia a un oggetto di ricerca culturale, essa diviene un pezzo da
museo e soprattutto la si priva del diritto di
partecipare attivamente alla vita culturale e, quindi, anche sociale e
politica". Secondo mons. Muller, invece,
"la teologia deve tornare a essere il motore dinamico della società, eventualmente
anche di quella politica, e del mondo spirituale fra gli uomini". Il
relatore ha sottolineato che "i sacerdoti devono
interessarsi alla vita culturale di una società, per poter esporre con
incisività le proprie idee di una buona società di valori, formazione e
cultura. Il riferimento alla trascendenza quale fonte di tutta la cultura eleva
l'opera compiuta al di sopra dei confini posti dalla
limitatezza umana".
Prendersi cura dei
fedeli. "Perché una Congregazione cattolica sia viva,
abbia un buon rapporto con i suoi sacerdoti e generi anche vocazioni
sacerdotali e religiose, non basta una sociologia dell'efficienza.
Occorre che ciascuno si senta partecipe e non solo spettatore, e prima di dare
il suo contributo si senta 'preso in cura' personalmente dal sacerdote": lo ha detto il sociologo della religione Massimo Introvigne, direttore del Cesnur
(Centro studi nuove religioni), che ha svolto una relazione su "Recenti
mutazioni antropologiche". Secondo Introvigne,
"per diminuire il numero dei credenti di passaggio, che frequentano
saltuariamente e non si riconoscono fino in fondo nelle parrocchie e
associazioni cattoliche, occorre assicurare un contatto personale e autorevole
con il sacerdote, particolarmente il parroco".
Riconoscere i
bisogni spirituali. "Il presbitero del terzo millennio sarà il
continuatore dei presbiteri che, nei precedenti millenni, hanno animato la vita
della Chiesa": lo ha detto il card. Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, intervenendo con una
relazione su "Sacerdozio ed ermeneutica della continuità". Ad avviso
del cardinale, "il presbitero oggi è chiamato ad aprirsi per quanto
possibile alla superiore illuminazione dello Spirito Santo, per scoprire gli
orientamenti della società contemporanea e riconoscere i bisogni spirituali più
profondi". Pur di fronte a una diffusa indifferenza
religiosa, "non dobbiamo dimenticare - ha detto - che l'immagine di Dio è
impressa nell'uomo e non può essere cancellata. La
capacità della verità resta indistruttibile nell'uomo".
"L'uomo che vive oggi la gaia farsa dell'assenza di Dio ha bisogno di
essere risvegliato alla coscienza della sua dignità di persona - ha poi concluso il card. Caffarra - e ciò
lo può fare solo la testimonianza della carità".
LUIGI CRIMELLA
Osare un pensiero forte. La teologia in un tempo di cultura debole
"In un tempo di irrimediabile debolezza, non bisognerebbe avere timore di
osare un pensiero teologico forte". Lo ha detto
mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, intervenendo al convegno
degli Istituti superiori di scienze religiose, che si è concluso il 10 marzo a
Roma (cfr SIR 18/2010), e al quale hanno partecipato 150 persone, in
rappresentanza di una realtà che coinvolge circa 2.500 docenti (con vari
profili) e oltre 10 mila studenti (ai quali vanno aggiunti i quasi 4 mila delle
Facoltà teologiche). Tra le "sfide" da raccogliere oggi, mons.
Crociata ha menzionato non soltanto le "questioni nuove che gli sviluppi
del pensiero, della scienza, della tecnica presentano", ma anche la
"necessità di confrontarsi con altri saperi, con il pluralismo
dell'esperienza etica e religiosa". "Crescere in
profondità": questo il compito assegnato dal segretario generale della Cei
agli Issr, esortati a "radicarsi sempre più
nelle proprie origini" ma, nello stesso tempo, a "non temere
di raggiungere le punte più avanzate verso il futuro".
I laici e il
territorio. Per mons. Crociata, il "servizio motivato"che i laici
formati negli Istituti superiori di scienze religiose possono offrire ha
"ricadute" sia all'interno della comunità ecclesiale, sia "negli
ambiti più diversi dell'esperienza umana", e quindi contribuisce non solo
a "una vera corresponsabilità all'interno della vita della Chiesa",
ma anche all'"abilitazione" dei laici "a una testimonianza
credibile e competente nella società". Dal "pensare la fede" e
dal "dialogo tra fede e cultura nel territorio
dipende in larga parte l'evangelizzazione": di qui "il necessario
radicamento degli Istituti nella vita delle Chiese particolari" e
l'"impegno comune di lettura delle esigenze che si manifestano nel vivo
delle problematiche culturali diffuse nel tessuto locale". Per mons.
Crociata, il compito degli Issr consiste nel
"mostrare come la libertà del credente può e sa contribuire alla
fisionomia culturale del proprio tempo, all'elaborazione di un pieno umanesimo
offerto a tutti".
Educazione e
teologia. "Non è possibile affrontare la sfida educativa senza rianimare
la riflessione di fondo sulla condizione umana e sulla
sua grandezza, sulla sua contingenza e sulla sua destinazione infinita".
Ne è convinto mons. Crociata, secondo il quale "educazione e riflessione
teologica sono in certo modo inseparabili". Di fronte ad una "prassi
educativa molto spesso tecnicizzata e frammentata" e ad
un educare "ridotto a un'opera di socializzazione e di autosviluppo",
per il segretario generale della Cei "l'approfondimento teologico - in
fecondo dialogo con tutte le scienze - propone le esigenze dei significati
fondamentali del vivere". Di qui la necessità di "un permanente e
organico percorso di formazione della coscienza nell'orizzonte del vero, del bene e del bello", in cui agli Issr "spetta un compito rilevante".
No al "fast food". "La tentazione del fast food non riguarda solo la gastronomia, ma è spesso
incombente anche sulla formazione della cultura". È quanto ha sottolineato mons. Giuseppe Lorizio,
ordinario di teologia fondamentale alla Pontificia Università Lateranense e
preside dell'Issr "Ecclesia Mater" (Roma).
"Vincerla è nostro urgente compito", ha proseguito il docente,
secondo il quale "ne va della nostra stessa sopravvivenza". Di qui
l'appello alla "creatività" nell'azione educativa degli Issr in rapporto alla formazione dei laici, partendo da una
precisa consapevolezza: "L'attenzione alla formazione teologica dei laici
difficilmente potrà contare su una partecipazione numerica oceanica,
soprattutto allorché si propongono degli itinerari
lunghi e strutturati, rigorosi e profondi, quali intendono essere anche quelli
delle scuole di teologia presenti sul territorio". Quanto alla formazione
permanente, secondo il teologo, deve tener conto della "duplice istanza" dell'approfondimento, che "chiama in
causa la ricerca e l'attenzione verso i docenti e i loro percorsi", e
l'aggiornamento, che richiede "figure professionali in ambito civile ed
ecclesiale che si avvalgano dei nostri titoli accademici".
Bioetica e
religioni. Introdurre, nei nuovi Issr caratterizzati dal "tre più due", un biennio di specializzazione
in bioetica. È una delle proposte lanciate nel corso del convegno. "Il
dibattito pubblico in bioetica - ha detto don Maurizio Chiodi - ha restituito
visibilità alle questioni etiche, sdoganandole dal'ambito
puramente privato, anche se questa pubblicizzazione si accompagna al rischio di
sovrapporre indebitamente etica e diritto, ordine morale e ordine giuridico,
bioetica e biopolitica". Il teologo, secondo son
Chiodi, "può introdursi a pieno titolo nel dibattito bioetico,
naturalmente esibendo le ragioni universalmente riconoscibili della sua
argomentazione e delle sue convinzioni". A proporre un corso su
"cristianesimo e religioni" nel biennio pedagogico-didattico
degli Issr è stato Alberto Cozzi, secondo il quale
tre sono i "nodi chiave" dell'attuale dibattito in materia: "il giudizio sulle altre religioni in un contesto pluralista;
il confronto tra lo specifico approccio teologico e le altre scienze delle
religioni; il dialogo interreligioso come nuova modalità di rapporto tra
diverse forme di religiosità". M.MICHELA NICOLAIS
Monito del cardinale Bertone
alla politica: ''Basta furbi. Ci vuole più senso
morale''
Il segretario di
Stato Vaticano davanti alla Giunta di Confindustria: ''La
crisi non è soltanto economica, ma è stata originata da ''comportamenti pratici
contrari alla legge di Dio''
Roma - "La
fiducia nelle istituzioni è molto calata. Occorre recuperarla con un senso alto
di moralità e responsabilità di ciascuno". Lo ha
detto il segretario di Stato del Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, invitato da Confindustria alla riunione della
Giunta.
E la crisi di
questi mesi (determinata da ''uno sviluppo artificiale e insostenibile, il cui
crollo ha prodotto distruzione di ricchezza e vulnerabilità delle imprese,
delle famiglie, delle persone e degli stessi Stati'') ''non
è soltanto economica, ma è stata originata da deficit di valori morali e da
comportamenti pratici contrari alla legge di Dio e conseguentemente contrari
all'uomo; dannosi per la giustizia e negativi per la crescita materiale e
spirituale della società''.
Bertone ha proposto una riflessione sull'Enciclica 'Caritas in veritate' elencando tre elementi definiti ''una 'trilogia' di piste da percorrere per arginare questo
deficit di valori''. Il primo è ''l'emergenza educativa'', più volte richiamata
dal Papa; il secondo è ''l'imprescindibile necessità di una nuova generazione
di laici cristiani impegnati nel mondo del lavoro, dell'economia, della
politica''; il terzo è ''l'approfondimento critico e valoriale della categoria
della relazione''.
''Purtroppo - ha
proseguito nella sua analisi il cardinale - e i media lo raccontano ampiamente,
oggi è diffusa la cultura che considera normale, perciò accettabile se non
addirittura da invidiare ed emulare, il prevalere della furbizia, del più
organizzato, del più informato e del più ricco e potente''.
''I valori di riferimento per chi fa impresa'' devono consistere - ha
detto Bertone - nel ''volere uno sviluppo economico
non egoistico, non scoraggiante la vita umana, non falsato e non illusorio''.
Quindi, ''esigenze quali il 'ritorno
sull'investimento', la 'creazione di valore per l'azionista' e la 'valutazione
del rischio', non possono prescindere dal valore umano''.
D'altro canto, ha
aggiunto, "le imprese responsabili vanno assistite dalle istituzioni anche
con la riforma degli ammortizzatori sociali, sussidi indiretti, sgravi fiscali,
creazione di posti di lavoro alternativi seguiti alle ristrutturazioni e alle
conversioni di aziende".
In questo contesto, ha proseguito rivolto a industriali, Governo e
sindacati, ''auspico che si sviluppi una strategia di 'concertazione' con le
parti sociali e il Governo per coordinare le scelte nella necessaria
ristrutturazione a breve''. A parere del Segretario di Stato, occorre quindi
''elaborare un modello di impresa con un forte senso
di responsabilità sociale'' e a tal riguardo ha citato ''l'esperienza
dell'azienda Olivetti, che mi piace ricordare dato che quest'anno ricorre il
50° anniversario della morte dell'Ing. Adriano Olivetti (1960)''.
Durante il suo
intervento in Confindustria, Bertone ha poi voluto sottolineare che il bene dell'uomo ''non consiste
esclusivamente nel 'riprogrammarsi' per non soffrire, o vivere il più a lungo
possibile perché senza Dio l'uomo non sa dove andare e l'umanesimo che esclude
Dio è un umanesimo disumano''. E in tema di immigrazione, ha precisato che "la Chiesa non chiede
di fare entrare a tutti i costi gli immigrati ma raccomanda di rispettare la
dignità dovuta ad ogni persona. A volte si sfruttano i flussi
migratori secondo logiche disumane e non rispettose delle persone".
Adnkronos
16
Vatikan/Italien: Benedikt in der lutherischen Gemeinde Rom
Mehr Einsatz für die Ökumene, aber auch
sichtbare Dankbarkeit für bereits Erreichtes – das ist Papst Benedikts
Botschaft anlässlich seines Besuches in der lutherischen Gemeinde Roms. Auf den
Spuren seines Vorgängers Johannes Paul II. stattete
Benedikt XVI. Roms Protestanten am Sonntagabend einen Besuch ab – als Papst war
es Benedikts erster Besuch in einem lutherischen Gotteshaus. Feierlich – mit
Bibellesungen, Gebeten und Gemeindegesang nach lutherischem Brauch – feierten
katholische und evangelische Gläubige einen Wortgottesdienst in der
spätwilhelminischen Christuskirche. Das Gotteshaus nahe dem Park Villa Borghese ist geistliches Zentrum für rund 350 deutschsprachige
Protestanten in der italienischen Hauptstadt. In seiner Predigt erinnerte
Benedikt eindringlich an die Notwendigkeit eines größeren Einsatzes für die
Ökumene.
„Nachfolge geschieht im Wir: Zum
Christsein gehört das Wir-Sein in der Gemeinschaft seiner Jünger. Und da steht
die Frage der Ökumene mit uns auf: die Trauer darüber, dass wir dieses Wir
zerrissen haben, dass wir doch den einen Weg in mehrere Wege zerteilen und so
das Zeugnis verdunkelt wird, das wir damit geben sollten – dass die Liebe selbst
nicht ihre volle Gestalt finden kann. Was sollen wir dazu sagen?“
Papst Benedikt XVI. sprach mit erkältungsrauer,
doch fester Stimme von der lutherischen Kanzel herab. Deutlich wies das
katholische Kirchenoberhaupt darauf hin, dass christliche Wiedervereinigung
nicht von oben herab beschlossen werden kann.
„Eine Einheit, die wir selbst
aushandeln würden, wäre menschengemacht, und so brüchig wie alles, was Menschen
machen. Das Ende der Trennung kann nur von Gott kommen, und statt über einen
Stillstand der Ökumene zu klagen, sollen wir dankbar sein, dass es so viel
Einheit gibt.“
Letztlich könne nur Gott selbst die
Einheit schenken, betonte der Papst.
„Wir überlassen Ihm, dass er uns
wirklich ganz zur Einheit führt, die wir in dieser Stunde mit aller
Dringlichkeit zu Ihm beten.“
Es handelte sich um den ersten Besuch
Benedikts in einem lutherischen Gotteshaus.
Gemeindepräsidentin Esch:
„Gemeinsames Tun“ - Gemeindepräsidentin Doris Esch
hieß den Papst in der lutherischen Gemeinde Rom als „Bischof von Rom“
willkommen. In ihrem herzlichen Grußwort erinnerte sie an den historischen
Besuch Johannes Pauls II. und an ein Podiumsgespräch des damaligen
Glaubenspräfekten Joseph Ratzinger mit dem Berliner Bischof Wolfgang Huber 1998
in der Christuskirche. Das Gespräch hatte in der letzten Vorbereitungsphase der
„Gemeinsamen Erklärung zur Rechtfertigungslehre“ stattgefunden, die dann am 31.
Oktober 1999 feierlich in Augsburg unterzeichnet wurde. Esch:
„Heiliger Vater, mit Ihrem Kommen
nehmen Sie den Besuch Ihres verehrten Vorgängers wieder auf und erinnern
zugleich an die zehn Jahre seit der Unterzeichnung der Gemeinsamen Erklärung
zur Rechtfertigungslehre. Beide Jubiläen sind in unserer Gemeinde lebendig und
wichtig und ermutigen uns, auf dem Weg der Ökumene weiterzugehen.“
Hinsichtlich des Dialoges der
Glaubensgemeinschaften gab sich die Gemeindepräsidentin praktisch. Der Weg der
Ökumene liege…
„…nicht so sehr im Reflektieren unserer
unterschiedlichen Voraussetzunge, sondern in
gemeinsamem Tun: in der Aufmerksamkeit auf das Wort und im Anrufen unseres
gemeinsamen Herrn Jesus Christus gestern und heute, um gemeinsam immer mehr
glaubwürdig zu sein und zu zeigen, dass wir eine Hoffnung haben.“
Esch
verwies auf die Inschrift des Taufbeckens, die ein frühchristliches Zitat aus
der Taufkirche beim Lateran aufgreift: „Eine Quelle, ein Geist, ein Glaube“ -
Worte, so Esch, die eine „ökumenische Brücke“
bildeten.
Pastor Kruse: „Wir müssen nicht alles
alleine meistern" - Bei der von Lesungen, Gemeindegesang und Gebeten
geprägten lutherischen Feier predigte Gemeindepfarrer Jens-Martin Kruse über
einen Abschnitt aus dem zweiten Korintherbrief. Anschließend legte Benedikt
XVI. einige Verse aus dem Johannesevangelium aus.
Kruse rief unter Verweis auf das
liturgische Motto des Sonntags - „Laetare“ (Freuet
euch) – dazu auf, trotz der Erfahrung von Leid und Versagen an der
Osterhoffnung festzuhalten. Durch die Auferstehung werde „unsere Gegenwart in
ein anderes Licht“ gerückt.
„Wir müssen nicht alles alleine
meistern. Wir dürfen auf Gottes Fürsorge und Beistand vertrauen. Das
Entscheidende liegt bei ihm.“
Auf besondere ökumenische Themen ging
der evangelische Geistliche nicht ein. Er verwies jedoch allgemein auf
schmerzende „Trennungen und Differenzen“. Zugleich erinnerte er an die Mahnung
des Apostels Paulus, Gläubige sollten sich gegenseitig stützen.
„Auf dem Weg mit Jesus Christus,
gemeinsam unterwegs in seiner Nachfolge sind wir Christen vom Apostel Paulus
angehalten, nicht nebeneinander herzugehen, sondern miteinander.“
Den Schlusssegen im Gottesdienst
spendete Benedikt XVI. Auch der evangelische Pfarrer bekreuzigte sich. Dann bat
er seinen Gast noch auf eine private Begegnung ins Pfarrhaus, der Hirte über
350 Seelen den geistlichen Führer einer Milliarde. Als solle es den familiären
Charakter unterstreichen, durfte Benedikt XVI. noch eine Torte in den Apostolischen
Palast mitnehmen. Hausgemacht und haltbar produziert, versicherte Kruse, für
den Fall, dass der Papst bis Ostern auf Süßes
verzichtet.
Pastor Kruse: „Benedikt kennt unsere
Kirche gut“ - Papst Johannes Paul II. hatte die Christuskirche im Jahr 1983
besucht: Es war der erste Besuch eines Papstes in einer lutherischen Kirche
überhaupt. Die lutherische Gemeinde in Rom zählt heute etwa 350 Mitglieder. Wie
wurde der Besuch von Johannes Pauls Nachfolger, Papst Benedikt XVI., von der
kleinen Gemeinde aufgenommen? Wir haben Pastor Jens-Martin Kruse dazu befragt:
„Für uns ist der Papstbesuch wirklich
ein Freudentag und ein schönes Zeichen der Ökumene in Rom. Das Wichtigste ist
doch, dass wir gemeinsam Messe feiern können! Wir hören gemeinsam Gottes Wort
und beten.“
Kardinal Kasper: „Papstbesuch war
eindrucksvolles Zeichen“ - Ein „sehr eindrucksvoller geistlicher Gottesdienst“:
So kommentiert der vatikanische Ökumene-Verantwortliche, Kardinal Walter
Kasper, den Besuch Benedikts in der evangelisch-lutherischen Gemeinde in Rom.
Nichts Neues, aber für kirchenpolitische Erklärungen sei die Feier ohnehin
nicht der rechte Ort, zitiert ihn die Katholische Nachrichten-Agentur.
Der Besuch von Papst Benedikt XVI.
stellte die gewachsene Einheit in der Ökumene heraus. Das gemeinsame Beten sei
„nicht wenig“, betonte der Präsident des Rats für die Einheit der Christen am
Sonntagabend. Er habe die Feier in der römischen Christuskirche als
„eindrucksvollen geistlichen Gottesdienst“ erlebt. Als eine zentrale Aussage
bewertete Kasper, dass der Papst das Leiden an der „Wunde der Trennung“
herausgestellt habe. Die liturgische Begegnung habe die schon bestehende
Freundschaft zwischen der lutherischen Gemeinde in Rom und den Katholiken
bestärkt.
Im Blick auf den Ökumenischen
Kirchentag in München äußerte Kasper den Wunsch, dass Christentreffen solle
einen „Geist der Hoffnung“ vermitteln. Christen müssten zeigen, dass sie über
Konfessionsgrenzen hinweg zusammenstehen, in einer zunehmend säkularisierten
und pluralisierten Gesellschaft ihren Glauben bezeugen und Freude ausstrahlen
könnten.
Lutherische Gemeinde: Papst Johannes
Pauls Besuch im Jahr 1983 - Auch er erinnerte an die Einheit – am 11. Dezember
1983 besuchte Papst Johannes Paul II. Roms Lutheraner. Es war ein historischer
Besuch, der erste eines Papstes in einer lutherischen Gemeinde seit der Reform
von 1517. Im 500. Geburtsjahr des Reformators Martin Luther erinnerte Johannes
Paul bei dieser Gelegenheit an die gemeinsamen Wurzeln der beiden christlichen
Konfessionen:
„In Dankbarkeit erinnern wir uns
unserer gemeinsamen Herkunft, des Geschenkes unserer Erlösung und der
gemeinsamen Ausrichtung unseres Pilgerweges. Wir alle stehen unter der Gnade
unseres Herren Jesus Christus.“ (rv 15)
Merkel begrüßt Vorgehen des Vatikan zu Missbrauchsfällen
Bundeskanzlerin Angela Merkel hat das
Vorgehen des Vatikans angesichts der Missbrauchsfälle in Deutschland begrüßt.
Politik und Kirchenvertreter debattierten am Montag darüber, wie Papst Benedikt
XVI. mit dem Skandal in seinem Heimatland umgeht. Der stellvertretende
Regierungssprecher Christoph Steegmans erklärte in
Berlin, es sei für die Bundesregierung ein gutes Zeichen, dass Erzbischof
Robert Zollitsch für das Vorgehen der deutschen
Bischöfe „ausdrücklich die Rückendeckung des Vatikans“ habe.
Institutionalisierte Aufarbeitung -
Derweil bekräftigte Bundesjustizministerin Sabine-Leutheusser-Schnarrenberger
(FDP) ihre Forderung nach einer „institutionalisierten Form der Aufarbeitung“.
Ihr Sprecher Ulrich Staudigl sagte, die von der
Ministerin ins Gespräch gebrachte Errichtung einer Unabhängigen
Untersuchungskommission widerspreche nicht der Forderung nach einem Runden
Tisch. In seinem Haus gebe es „erste Überlegungen“ zur Zusammensetzung eines
solchen Gremiums.
Treffen am 15. April - Nach Angaben des
Sprechers steht mittlerweile ein Gesprächstermin der Ministerin mit dem
Vorsitzenden der Bischofskonferenz, Erzbischof Zollitsch,
fest. Bei dem Gespräch solle es auch darum gehen, welche institutionalisierte
Form der Aufarbeitung ein „denkbarer guter Weg“ für die Kirche sei, sagte er.
Nach Angaben der Kirche wollen sich Zollitsch und die
Ministerin am 15. April im Berliner Justizministerium treffen.
Rückendeckung von CDU - Auch die
kirchenpolitische Sprecherin der Unions-Fraktion, Maria Flachsbarth (CDU),
verteidigte die Haltung des Papstes. Er habe „ganz unmissverständlich klar
gemacht, dass für ihn Null Toleranz gilt“, sagte die CDU-Politikerin im NDR. Er
nehme den Skandal nicht auf die leichte Schulter. Der Kriminologe Christian
Pfeiffer empfahl der Kirche unterdessen, eine Hotline auch für pädophile
Priester einzurichten. „Potenzielle Täter brauchen Hilfe“, schrieb der Direktor
des Kriminologischen Forschungsinstituts Niedersachsen in der „Süddeutschen
Zeitung“. Die Kirche könnte dabei mit der Charite in
Berlin zusammenarbeiten, wo es seit 2005 ein solches Angebot für pädophile
Männer gebe. kna 16
Angelus: Gott schenkt Versöhnung
Die Fastenzeit lade dazu ein, in der
Reue über die Sünden zu wachsen und Gottes Barmherzigkeit neu zu erfahren. Die
Vergebung Gottes sei „größer als unser Elend, aber auch größer als unsere
Gerechtigkeit“. Der Papst äußerte sich nicht zur aktuellen Missbrauchsdebatte,
worüber zuvor in zahlreichen Medienberichten spekuliert worden war. Das
biblische Gleichnis vom verlorenen Sohn habe die Kraft, von Gott zu sprechen
und uns sein Antlitz zu zeigen, ja sogar sein Herz.
„Gott ist treu und liebt den Menschen, selbst
wenn dieser sich von ihm entfernt und sich dadurch selber fremd wird. In Jesus
Christus schenkt Gott der Welt die Versöhnung, damit eine neue Schöpfung werde.
Wir alle brauchen diese Versöhnung. Und wenn wir dieses große Geschenk
annehmen, können auch wir die Botschaft der Treue und Liebe Gottes, der uns
allen wie ein barmherziger Vater entgegenkommt, weiter tragen. Von Herzen
wünsche ich euch einen gesegneten vierten Fastensonntag.“
Das Gleichnis vom verlorenen Sohn sei
ein Bild für das geistliche Wachsen des Menschen: Seitdem Jesus uns vom
barmherzigen Vater Kunde gebracht hat, sei nichts mehr wie vorher. Jetzt kennen
wir Gott: Er ist unser Vater, der uns aus Liebe zur Freiheit erschaffen hat und
uns ausgestattet hat mit einem Gewissen; der leidet, wenn wir verloren gehen
und der sich freut, wenn wir wiederkehren. In der Beziehung des Sohnes mit dem
Vater könne man auch die Entwicklungsstufen der Beziehung des Menschen zu Gott
erkennen. Es gebe die Phase der Kindheit: die Religiosität sei vor allem von
Bedürfnis und Abhängigkeit geprägt. Dann will der Mensch sich von dieser
Unterwerfung befreien und erwachsen werden im Glauben, auf Gott verzichten zu
können. Dies sei eine Phase, die zum Atheismus führen könne. Aber das verdecke
nicht selten die Notwendigkeit, das wahre Ansicht
Gottes zu suchen. Zu unserem Glück lasse es Gott nie an seiner Treue zu uns
fehlen; und selbst wenn wir uns von ihm entfernen, geht er uns nach in Liebe,
vergibt uns unsere Fehler und ruft uns zurück zu sich, so der Papst „Nur wenn
man sich von einer bedingungslosen Liebe geliebt weiß und Vergebung erfährt,
treten wir endlich ein in ein Verhältnis mit Gott, das geprägt ist von wahrer
Sohnschaft und Freiheit.“ (rv 14)
Deutschland: Missbrauchsfälle – auch Evangelische Kirche betroffen
Bei Kindesmissbrauch darf es nach
Ansicht des amtierenden Ratsvorsitzenden der Evangelischen Kirchen in
Deutschland (EKD), Präses Nikolaus Schneider, keine
„billige Gnade“ geben. Er plädiert für einen umfassenden Täter-Opfer-Ausgleich,
bei dem es nicht nur um Geld gehen dürfe. Dazu könnten auch „Runde Tische“
dienen. Die erste Sorge der Kirche gelte den „geschundenen Opfern“, sagte er am
Wochenende vor Journalisten in Köln. Man wolle bei der Aufklärung Transparenz
walten lassen und der staatlichen Gerichtsbarkeit Vorrang einräumen. Aber es
müsse auch Konsequenzen im innerkirchlichen Betrieb geben. Die Kirche werde
freilich auch Tätern „menschliche Solidarität“ nicht versagen. Wie Schneider
sagte, sei von Kindesmissbrauch nicht nur die katholische Kirche betroffen. Die
meisten Missbrauchsfälle ereigneten sich in der Familie. Aber auch in der
evangelischen Kirche tauchen immer wieder Fälle auf. Ein Hauptverdächtiger, der
Reformpädagoge und ehemalige Leiter der Odenwaldschule, Gerold Becker, gehörte der
EKD-Kammer für Bildung und Erziehung an und war 1997 beteiligt an der
Herausgabe einer Orientierungshilfe für den Konfirmandenunterricht. Außerdem
vertrat er der Frankfurter Rundschau zufolge als Theologe die evangelische
Kirche bei schulischen Fachgesprächen mit dem Land Hessen. Aktuell ermittelt
die Staatsanwaltschaft Düsseldorf gegen 17 ehemalige Mitarbeiter der Educon GmbH, einer Tochtereinrichtung der diakonischen
Graf-Recke-Stiftung. Wie viele Heranwachsende betroffen waren, ist noch unklar.
(idea 16)
Misereor-Fastenaktion. „Gottes Schöpfung bewahren – damit alle leben können“
Fulda. Die 52. Misereor-Fastenaktion
steht unter dem Motto „Gottes Schöpfung bewahren – damit alle leben können“ und
endet am kommenden 5. Fastensonntag, 21. März, mit der Misereor-Fastenkollekte.
In einem Aufruf, der im Bistum Fulda am Sonntag, 14. März, in den Kirchen
verlesen wurde, bittet Bischof Heinz Josef Algermissen
alle Gläubigen um eine großzügige Spende als Zeichen der Solidarität. „Ihre
Spende am fünften Fastensonntag schenkt Hoffnugn: sie
eröffnet Menschen in Hunger und Krankheit neue Lebensperspektiven“, unterstrich
der Oberhirte. Die Folgen des Klimawandels bedrohten gerade die Menschen in den
armen Ländern. „Indem wir in Nord und Süd Gottes Schöpfung bewahren, handeln
wir verantwortlich gegenüber unseren Kindern und den künftigen Generationen“,
so der Bischof.
Stichwort: Misereor. Das Bischöfliche
Hilfswerk Misereor gilt als das weltweit größte kirchliche
Entwicklungshilfswerk. Es wurde 1958 von den deutschen Bischöfen auf einen
Vorschlag des damaligen Kölner Kardinals Joseph Frings hin als eine Aktion
gegen Hunger und Krankheit in der Welt gegründet. Der Name Misereor bezieht
sich auf das im Markus-Evangelium überlieferte Jesus-Wort „Misereor super turbam“ (lat.), zu deutsch:
„Mich erbarmt des Volkes“. Sitz von Misereor ist Aachen. In
„partnerschaftlicher Entwicklungszusammenarbeit“ mit den Ländern Afrikas,
Asiens und Lateinamerikas will Misereor vor allem Hilfe zur Selbsthilfe
leisten. Das Hilfswerk prangert Ursachen von Armut und Unterentwicklung an und
bemüht sich in Deutschland darum, das Bewußtsein für
Not und Ungerechtigkeit in den Ländern der sogenannten Dritten Welt zu
schärfen. bpf
Missbrauchsfälle. Vatikan: Papst wird Schweigen brechen
Der Vatikan hat eine Erklärung des
Papstes zum sexuellen Missbrauch in kirchlichen Einrichtungen angekündigt.
Benedikt XVI. werde sein Schweigen brechen und schon bald in einem Hirtenbrief
an die irischen Bischöfe klare Maßnahmen bekanntgeben, sagte der Präsident der
päpstlichen Akademie für das Leben, Erzbischof Rino Fisichella,
der Mailänder Zeitung „Corriere della Sera“. Ob der
Hirtenbrief auch auf die Fälle in Deutschland eingehen wird, ließ er offen.
Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU)
bewertet das Verhalten des Papstes als Unterstützung für die deutschen
Bischöfe. „Die Bundeskanzlerin begrüßt, dass der Heilige Vater die
Notwendigkeit einer vollständigen Aufklärung dieser abscheulichen Taten
ausdrücklich unterstrichen hat“, sagte der stellvertretende Regierungssprecher
Christoph Steegmans am Montag in Berlin. Für die
Bundesregierung sei es ein gutes Zeichen, dass die Bemühungen der katholischen
Kirche und des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, „ausdrücklich die Rückendeckung des Vatikans
haben“. Die Regierung sei zufrieden mit dem, was Zollitsch
an Botschaften aus dem Vatikan mitgebracht habe.
Schweigen auf „Gründlichkeit und
Gewissenhaftigkeit“ zurückzuführen
Zollitsch
hatte am Freitag bei einer Audienz mit dem Papst über die Missbrauchsfälle in
Deutschland gesprochen. Danach drang lediglich an die Öffentlichkeit, dass der
deutsche Papst sehr erschüttert sei (siehe auch: Interview mit Erzbischof Zollitsch: „Der Heilige Vater war sehr betroffen von meinem
Bericht“). Beim traditionellen Angelus-Gebet am Sonntag in Rom sprach das
Kirchenoberhaupt den Skandal nicht an. Auch beim Abendgottesdienst in der
deutschen Christuskirche in Rom äußerte er sich nicht dazu. Das Schweigen des
Papstes sei auf die „Gründlichkeit und Gewissenhaftigkeit“ des Pontifex
zurückzuführen, mit der dieser sich ein Bild der Lage mache, betonte Fisichella. Ob der Hirtenbrief an die irischen Bischöfe
auch ausdrücklich auf die Fälle in Deutschland eingehen wird, ließ er offen.
In Irland ist Kindesmissbrauch in der
katholischen Kirche seit langem ein Thema. Zwei Untersuchungsberichte hatten im
vergangenen Jahr tausendfachen Missbrauch von Kindern unter dem Dach der Kirche
dokumentiert. Der Papst hatte irische Bischöfe deshalb vor kurzem nach Rom
zitiert. Der Vorsitzende der irischen Bischofskonferenz, Kardinal Sean Brady,
gerät zunehmend unter Druck, lehnt aber einen Rücktritt ab. Nur der Papst könne
ihn zu solch einem Schritt bewegen, sagte Brady am Montag.
„Den Papst und die gesamte Kirche in die Missbrauchskandale hineinziehen zu wollen, ist ein Zeichen
von Gewalt und Barbarei“, sagte Fisichella. Am
vergangenen Freitag war bekanntgeworden, dass in Joseph Ratzingers Amtszeit als
Münchner Erzbischof (1977 bis 1982) ein Priester nach Missbrauchsvorwürfen von
Essen nach München versetzt worden war. In Bayern verging sich der Priester
erneut an minderjährigen Jungen.
Bundestagsvizepräsident Wolfgang
Thierse (SPD), der auch Mitglied im Zentralkomitee der Katholiken ist,
bescheinigte der Kirche eine schwere Glaubwürdigkeitskrise. Im
ARD-Morgenmagazin sagte er: „Die Kirche muss mit sich ehrlicher und strenger
sein; und das gilt natürlich auch für den Papst.“ Das Vertrauen in die Kirche
sei schwer erschüttert: „Gerade für eine Institution, die moralische Autorität
beansprucht, sind strengere Maßstäbe anzulegen - selbst wenn man weiß, dass es
Kindesmissbrauch nicht nur unter dem Dach der Kirche gegeben hat.“ Auch
CDU-Vorsitzende und Kanzlerin Merkel mahnte eine gesamtgesellschaftliche
Debatte an, da es nicht nur um sexuellen Missbrauch in der katholische Kirche
gehe.
Der Kriminologe Christian Pfeiffer
sieht in der katholischen Kirche einen „respektablen Kurswechsel“ im Umgang mit
Tätern und Opfern. Neben einer offensiven Aufklärung sei aber auch eine
wirksame Prävention nötig, machte der Direktor des Kriminologischen
Forschungsinstituts Niedersachsen in einem Beitrag für die „Süddeutsche
Zeitung“ (Montag) deutlich. Potenzielle Täter fürchteten am meisten das Risiko,
dass eine Tat entdeckt werden könnte. „Daher ist alles gut, was die
Anzeigebereitschaft der Opfer fördert“, betonte Pfeiffer. Denkbar wäre nach
seiner Ansicht ein Angebot an alle Schülerinnen und Schüler auch an
katholischen Schulen, unter ihren Lehrern eine Vertrauensperson als
Ansprechpartner für sexuellen Missbrauch zu wählen. Dpa 15
Vatikanzeitung: Missbrauchs-Kritik an Kirche ist „übertrieben“
Die Vatikanzeitung „Osservatore
Romano“ setzt sich gegen Angriffe auf die katholische Kirche und ihre Leitung
zur Wehr. Es werde mit „Verbissenheit“ versucht, Missbrauchsfälle als besonders
häufig in der Kirche darzustellen. Dabei sei sie diejenige Institution, die am
klarsten gegen sexuellen Missbrauch von Minderjährigen vorgehe, heisst es in einem Gastkommentar auf der Titelseite der
Sonntagsausgabe (14. März). Das negative Image im Zusammenhang mit sexuellen
Übergriffen sei „übertrieben“, schrieb der Autor Giuseppe Versaldi,
Mitglied des vatikanischen Obersten Gerichtshofs der Signatur und Bischof im
italienischen Alexandria. Es sei „paradox, die Kirche so darstellen zu wollen,
als sei sie verantwortlich für den Missbrauch Minderjähriger“. Papst Benedikt
XVI. führe einen „offenen und entschlossenen Kampf“ gegen die Vergehen durch
Geistliche. Versaldi verwarf die These, der Zölibat
sei eine Ursache für Pädophilie: „Es ist erwiesen, dass keinerlei
Kausalzusammenhang besteht.“ Sexueller Missbrauch sei bei Nichtklerikern und
Verheirateten verbreiteter als bei ehelos lebenden Geistlichen. (kipa 14)
kirchliche-archive.de im Netz. Neues Internetportal zu kirchlichen Archiven
Köln/Fulda. Informationen zu den
Archiven der katholischen Kirche in Deutschland bietet das neue Internetportal
zu den kirchlichen Archiven. Über das Internetportal ist auch das Bistumsarchiv
Fulda erreichbar. Neben den grundlegenden Informationen zum Archiv und seinen
Aufgaben findet man einen Überblick über die Bestände und die
Veröffentlichungen des Archivs. Die Archive der Bistümer, der Orden sowie der
Vereine, Verbände und überdiözesanen Einrichtungen stehen seit langem den
Benutzern offen. Erstinformationen zu etlichen von ihnen fand man auch bislang
schon im Internet, doch fehlte es bisher an einer deutschlandweiten Bündelung
aller Informationen. In gemeinsamer Aktion der Deutschen Bischofskonferenz, der
Bundeskonferenz der kirchlichen Archive in Deutschland und des Erzbistums Köln
ist nun das das Archivportal www.kirchliche-archive.de entstanden. Damit sind
ab jetzt rund 100 Kirchenarchive leicht über die neue gemeinsame Homepage
erreichbar, darunter derzeit 54 Ordensarchive und in Kürze auch fast 20 Archive
von überdiözesanen Einrichtungen, kirchlichen bzw. katholischen Vereinen und
Verbänden.
Jedes Archiv ist gezielt ansteuerbar, Öffnungszeiten, Kontaktadressen,
Benutzungsservice und vor allem Informationen über das Archivgut sind in
aktueller Form abrufbar. Insgesamt sind ca. 140 Kilometer an historischen
Dokumenten vom Mittelalter bis in die Gegenwart vertreten. Texte zum
kirchlichen Archivwesen, inkl. Fortbildungskursen, und zur Arbeit der
Fachgremien ergänzen das Informationsangebot. Die redaktionelle Betreuung des
Portals liegt beim Historischen Archiv des Erzbistums Köln (Stefan Plettendorff M. A.), die technische Verwaltung bei der
Kölner Firma APG (Köln).
Die Kirche blickt in Deutschland auf
eine fast 2000jährige Geschichte zurück. In ihrem Selbstverständnis gehören
Vergangenheit, Gegenwart und Zukunft untrennbar zusammen. Die Archive der
katholischen Kirche sind als Hüter der authentischen Geschichtsdokumente der
Kirche zugleich Teil des kulturellen Erbes der Gesellschaft. Katholisch-kirchliche
Archive sichern authentische Quellen zu mehr als 1000 Jahren Geschichte der
Kirche und (nicht nur) des katholischen Teils der Bevölkerung, zur Orts-,
Regional-, Sozial-, Kunst- und Frömmigkeitsgeschichte sowie für viele weitere
Disziplinen der wissenschaftlichen, lokalen oder privaten Forschung. bpf
Verurteilter Pfarrer in Bad Tölz Eklat im Gottesdienst
Die Wut entlädt sich während der Messe:
Die Gemeinde in Bad Tölz wusste nichts davon, dass einer ihrer Seelsorger
Kinder missbraucht hat - und trotzdem wieder in die Jugendarbeit kam. Von B.
Lohr
Einen bis in diese Tage in der Tölzer
Kurseelsorge tätigen Pfarrer hat seine Vergangenheit eingeholt. Die ihm
vorgeworfenen sexuellen Übergriffe liegen weit zurück in den siebziger und
achtziger Jahren. Sie waren bekannt, es wurden Therapien angeordnet, und der
Pfarrer wurde 1986 auch wegen eines Falls verurteilt.
Dennoch gab es Versäumnisse. Das
Erzbistum München und Freising räumte ein, dass der Pfarrer als Seelsorger in
Grafing und später in Garching/Alz tätig war. Es kam
in dieser Zeit wieder zu einem Vergehen.
Die Süddeutsche Zeitung hatte
aufgedeckt, dass der vorbelastete Priester während der Amtszeit Joseph
Ratzingers als Erzbischof von München und Freising in der Gemeindearbeit
eingesetzt worden war.
Im Oktober 2008 wurde er nach Tölz
geschickt, mit der Auflage, dass er dort "keine Kinder-, Jugend- und Ministrantenarbeit mehr" machen dürfe.
In 21 Jahren in Garching hatte er
intensiv mit jungen Leuten gearbeitet und bei diesen
auch großen Anklang gefunden. In Tölz hielt er zumindest zwei Mal einen
Jugendgottesdienst. Mehr soll nicht gewesen sein. Der Pfarrverbandsvorsitzende,
Pfarrer Rupert Frania, sagte auf SZ-Anfrage, ihm habe
der Pfarrer dieser Tage im Vieraugengespräch glaubhaft versichert, dass in Tölz
"nichts, absolut nichts passiert" sei. Es gebe dazu eine
eidesstattliche Erklärung des Pfarrers.
Viele in der Pfarrei reagieren
erschüttert auf den Fall. Frania sagte, ihm sei die
Vorgeschichte des im Oktober 2008 nach Tölz versetzten Pfarrers bis zum
Wochenende nicht bekannt gewesen. "Ich hätte das gerne früher
gewusst." Die Nachricht sei ein "entsetzlicher Schock". Sie
hinterlasse ein "miserables Gefühl". Kaplan Quirin Strobl sagte der
SZ, er sei "schockiert". Er habe den besagten Pfarrer als
"hilfsbereiten Kollegen" erlebt.
Die gesamte Pfarrgemeinde ist durch die
Angelegenheit aufgewühlt. Als Frania im
11:30-Uhr-Gottesdienst am Sonntag den Fall vorsichtig ansprach und das
Gleichnis vom "verlorenen Sohn" heranzog, protestierten
Gottesdienstbesucher gegen eine Verharmlosung. Ein junges Paar, das in Kürze
von dem jetzt belasteten Pfarrer getraut werden sollte, machte seiner
Entrüstung Luft. "Ich kann das nicht hören", rief der Mann. "Sie
können doch jetzt nicht mehr ablenken." Einige klatschen, andere rufen:
"Halt den Mund."
"Man muss vergeben können"
Es folgte eine minutenlange Diskussion.
Viele beklagten, auch später in Gesprächen vor der Kirche, dass jemand wegen so weit zurückliegender Taten erneut verurteilt werde.
Kritik erntete das Erzbistum, das mit dem Fall zu offensiv an die
Öffentlichkeit gegangen sei.
Jetzt sei Solidarität mit der Pfarrei
gefragt. Viele weigern sich, sich von dem offenbar sehr beliebten Pfarrer
abzuwenden. Strobl sagte, "man kann einen Menschen nicht immer nur
verurteilen". Sabine Behrendt, Leiterin von Jugendgruppen in der Pfarrei,
sagte der SZ, der Pfarrer sei nicht nur bei jungen Menschen angekommen, er
"kam überall gut an". Die ihm vorgeworfenen Taten lägen weit zurück.
"Man muss vergeben können."
Auch ihres Wissens sei der Seelsorger
in Tölz nicht regulär in der Jugendarbeit tätig gewesen. Die zwei bekannten
Fälle, in denen er Jugendgottesdienste hielt, widersprächen dem nicht. Im
Jugendzeltlager im Sommer 2009 habe er nur kurz den Gottesdienst gehalten und
sei nach einer Dreiviertelstunde wieder weg gewesen. Ähnlich sei es nach ihren
Informationen bei einem Jugendaustausch der Pfarrei mit einer Mädchenrealschule
in Freilassing gewesen. Frania sagte, der besagte
Pfarrer habe die Gottesdienste in Vertretung für einen Kollegen gehalten. SZ 15
Am Sonntagnachmittag besucht Papst
Benedikt XVI. die lutherische Gemeinde in Rom. Die Begegnung knüpft an den
Besuch seines Vorgängers Johannes Pauls II. im Jahr 1983 an, dem ersten Besuch
eines Papstes in einer lutherischen Kirche überhaupt. Aber es geht nicht nur um
eine historische Reminiszenz, meint Mons. Matthias Türk, der im Päpstlichen
Einheitsrat für die Protestanten zuständig ist
„Der Besuch ist motiviert aus unserem
gemeinsamen ökumenischen Weg heraus, der den Papst dazu führt, Kontakt zu
suchen in Gemeinschaft und Gebet mit der evangelisch-lutherischen Gemeinde hier
in Rom. Die Gemeinde hier steht ja in einem weiteren Kontext, sie ist Mitglied
der italienisch-lutherischen Kirche, die in enger Verbindung mit der
evangelischen Kirche in Deutschland steht und außerdem Mitglied im Lutherischen
Weltbund ist. Von daher hat ein Papstbesuch immer eine überregionale Bedeutung,
weil der Papst für die Einheit der katholischen Weltkirche steht. Es geht also
darum, die Schritte, die wir bisher gemeinsam unternehmen konnten zu
verstärken, zu intensivieren auf der Ebene des Gebetes, der persönlichen
Begegnung und auch des theologischen Dialogs.“
Bei vielen unvergessen ist die
Diskussion zwischen Kardinal Ratzinger und Bischof Wolfgang Huber, dem
damaligen Ratsvorsitzenden der EKD in der lutherischen Gemeinde in Rom im Jahre
1998, also genau ein Jahr vor der Unterzeichnung der Gemeinsamen Erklärung zur
Rechtfertigungslehre.
„Es gab Widerstände gegen die
Unterzeichnung der gemeinsamen Erklärung, und beide wollten engagiert mit
diesem Gespräch in der Öffentlichkeit zu deren Lösung beitragen. Es geht ja um
die Frage, wie Gott den Menschen erlöst, oder „rechtfertigt“, wie Paulus sagt.
Hier haben Katholiken und Lutheraner wesentlich mehr gemeinsam, als bisher im
theologischen Gespräch aufschien. Das zu verdeutlichen war das Anliegen des
damaligen Podiumsgespräches. Bei vielen ist es in guter Erinnerung geblieben,
und es hat meines Erachtens einen wichtigen Beitrag geliefert, dass ein Jahr
später tatsächlich die Gemeinsame Erklärung feierlich in Augsburg unterzeichnet
werden konnte.“ (rv 14)
Missbrauchsfälle ''Größte Kirchenkrise seit 1945''
Immer mehr Gläubige rufen nach klaren
Worten des Papstes zu den Missbrauchsfällen. Dieser will sich bald erklären -
zu Vorfällen in Irland.
Der Vatikan hat eine Erklärung des
Papstes zum sexuellen Missbrauch in kirchlichen Einrichtungen angekündigt.
Benedikt XVI. werde sein Schweigen
brechen und schon bald in einem Hirtenbrief an die irischen Bischöfe klare
Maßnahmen bekanntgeben, sagte der Chef der päpstlichen Akademie für das Leben,
Erzbischof Rino Fisichella, dem Mailänder Corriere della Sera. Ob der Hirtenbrief auch auf die Fälle
in Deutschland eingehen wird, ist unklar.
Der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, hatte
am Freitag bei einer Audienz mit dem Papst über die Missbrauchsfälle in Deutschland
gesprochen. Danach drang lediglich an die Öffentlichkeit, dass der deutsche
Papst sehr erschüttert sei.
Beim traditionellen Angelus-Gebet am
Sonntag in Rom sprach das Kirchenoberhaupt den Skandal nicht an. Auch beim
Abendgottesdienst in der deutschen Christuskirche in Rom äußerte er sich nicht
dazu. Benedikt XVI. besuchte dabei erstmals in seiner Amtszeit als Pontifex ein
evangelisches Gotteshaus.
"Gründlichkeit und
Gewissenhaftigkeit"
Das Schweigen sei auf die
"Gründlichkeit und Gewissenhaftigkeit" des Pontifex zurückzuführen,
mit der dieser sich ein Bild der Lage mache, betonte Erzbischof Fisichella. Ob der Hirtenbrief an die irischen Bischöfe
auch ausdrücklich auf die Fälle in Deutschland eingehen wird, ließ er offen.
In Irland ist Kindesmissbrauch in der
katholischen Kirche seit langem ein Thema.
Zwei Untersuchungsberichte hatten im
vergangenen Jahr tausendfachen Missbrauch von Kindern unter dem Dach der Kirche
dokumentiert.
Der Papst hatte irische Bischöfe
deshalb vor kurzem nach Rom zitiert. Der Vorsitzende der irischen
Bischofskonferenz, Kardinal Sean Brady, gerät zunehmend unter Druck, lehnt aber
einen Rücktritt ab. Nur der Papst könne ihn zu solch einem Schritt bewegen,
sagte Brady an diesem Montag.
"Zeichen von Gewalt und
Barbarei"
Auf Kritik aus Deutschland reagierte
das Umfeld von Benedikt XVI. gereizt: "Den Papst und die gesamte Kirche in
die Missbrauchskandale hineinziehen zu wollen ist ein
Zeichen von Gewalt und Barbarei", sagte Erzbischof Fisichella.
Am vergangenen Freitag war bekanntgeworden,
dass in Joseph Ratzingers Amtszeit als Münchner Erzbischof (1977 bis 1982) ein
Priester nach Missbrauchsvorwürfen von Essen nach München versetzt worden war.
In Bayern verging sich der Priester erneut an minderjährigen Jungen.
Bundestagsvizepräsident Wolfgang
Thierse (SPD), der auch Mitglied
im Zentralkomitee der Katholiken ist,
bescheinigte der Kirche eine
schwere Glaubwürdigkeitskrise. Im
ARD-Morgenmagazin sagte er: "Die Kirche muss mit sich ehrlicher und
strenger sein; und das gilt natürlich auch für den Papst." Das Vertrauen
in die Kirche sei schwer erschüttert: Auch CDU-Chefin und Kanzlerin Angela
Merkel mahnte eine gesamtgesellschaftliche Debatte an, da es nicht nur um
sexuellen Missbrauch in der katholische Kirche gehe.
Unverständnis bei der Jugend
Die immer neu aufgedeckten
Missbrauchsfälle innerhalb der katholischen Kirche haben nach Einschätzung des
Bundes der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) "zur größten Kirchenkrise
seit 1945" geführt. Deshalb erwarteten die jungen Katholiken in Deutschland
dazu ein klares Wort des Papstes, sagte der BDKJ-Bundesvorsitzende Dirk Tänzler.
"Außerhalb der Kirche versteht
keiner, dass er sich nicht klar äußert - und ich verstehe es auch nicht",
betonte Tänzler. Dabei gehe es nicht um eine
Entschuldigung von Benedikt XVI, sondern er sollte seine Betroffenheit, Sorgen
und Fragen zum Ausdruck bringen und damit authentisch vermitteln, dass er
unsere Sorgen und Ängste teilt", meinte der Leiter der katholischen
Dachorganisation, in deren 15 Verbänden etwa 650.000 junge Katholiken
organisiert sind. dpa/ddp/Reuters 15
Vatikan: Priesterliche Identität gestärkt
Eine positive Bilanz zieht der Vatikan
nach dem Kongress über das Priestertum, der am vergangenen Freitag endete.
Organisiert wurde die Tagung an der Päpstlichen Lateranuniversität,
an der zahlreiche Kardinäle, Bischöfe, Seminaristen und Laien teilnahmen, von
der Kleruskongregation. Wir haben mit ihrem Sekretär
gesprochen, Erzbischof Mauro Piacenza:
„Der Fokus lag auf der Identität des
Priesters und auf den Fragen, die damit zusammenhängen: Besonders darauf, dass
kein Widerspruch entstehen darf in einer immer chaotischeren Welt mit immer
weniger Priestern und immer höheren Ansprüche. Es besteht immer die Gefahr
eines gewissen Aktionismus, sodass man das Wesentliche aus den Augen verliert.
Deswegen ist vor allem die priesterliche Ontologie betont worden und die
Notwendigkeit, Spiritualität und missionarische Aktion miteinander zu
verbinden. Der priesterliche Dienst ist eine Folge jener Identität, die
christologisch begründet ist.“
Der Zölibat, der in diesen Tagen ganz
besonders in die Schusslinie geraten ist, sei ein Geschenk Gottes, so Piacenza:
„Für mich ist der Zölibat in die Logik
der priesterlichen Ontologie eingebunden. Deswegen ist er nicht so sehr eine
Kirchendisziplin, das zwar auch, sondern vielmehr die Folge einer inneren
Wirklichkeit. Alle, die den Sinn des Zölibats verstehen wollen, lade ich ein,
ihn vom Glauben her zu lesen, vom Glauben an Jesus Christus und der Leidenschaft
für die Mission her, dann versteht man ihn.“
Es könne kein Priestertum „light“ geben.
„Ich glaube wir brauchen ein totales
Eintauchen in die Radikalität des Evangeliums, und ich muss sagen, das fällt
den jungen Generationen nicht schwer. Die jungen Menschen, die in unsere Seminarien und Orden eintreten, sind großherzig, weil sie
vom Blick des Herrn berührt worden sind. Wir dürfen sie in ihrem Großmut dann
in der Ausbildung nicht enttäuschen, indem wir das Niveau banalisieren aus
falscher Rücksicht auf die moderne Welt. Das wird der modernen Welt nicht
gerecht, und wir würden die jungen Menschen nur enttäuschen. Wir müssen ihnen
die Substanz bieten, die sie suchen.“ (rv 14)
Missbrauch: Ihre Glaubensfragen
Er hat sie getauft, getraut, ihre Toten
beerdigt, ihre Beichten gehört. 21 Jahre lang war Peter H. Pfarrer in ihrem
Ort, in Garching, Bayern. Und nun diese Vorwürfe. H. soll Kinder missbraucht
haben. Eine Gemeinde sucht Antworten. Von Claudia Keller, Garching
Die nüchterne Hallenkirche aus den 50er
Jahren ist voll. Nicht nur die Kirchenbänke sind besetzt, auch die Stühle am
Rande und die Empore. Mehr als 300 Menschen sind gekommen. Hier in Oberbayern,
in Garching an der Alz, in der Nähe von Altötting, hier, wo Papst Benedikt XVI. groß geworden ist,
„Traumland meiner Kindheit“, nennt er die Gegend. Katholische Feste und der
sonntägliche Kirchgang gehören hier zum Leben wie Schweinebraten und Starkbier.
Doch nun verändert sich etwas. Seit
sieben Wochen werden fast täglich neue Fälle von Missbrauch in der katholischen
Kirche bekannt, es gab sie im bayerischen Internat Ettal
und bei den Regensburger Domspatzen und nun auch in Garching, es geht um
Pfarrer H., und das tangiert auch die Münchner Bischofszeit von Joseph
Ratzinger. Und spätestens jetzt ist klar: Die größte Krise der katholischen
Kirche ist angekommen im Kernland des Katholischen.
Der Mann, der heute Papst ist, hat 1980
mitentschieden, dass ein gewisser Kaplan H. aus Essen nach München kommen darf,
um eine Psychotherapie zu absolvieren, nachdem er sich im Ruhrgebiet an Kindern
vergangen hatte.
„Über unsere Kirche ist eine große
Dunkelheit gekommen und große Schuld“, predigt der junge Pfarrer Georg Eckl
vorne am Altar in der Herz Jesu Kirche in Garching an der Alz.
Es ist Sonntag, kurz nach zehn Uhr. Ein paar Tage zuvor hatte ihn das
Ordinariat in München vorgewarnt, dass wohl die Medien
in Kürze über die Geschichte seines Vorgängers schreiben würden.
Welche Geschichte?
Schon kurz nachdem Pfarrer H. seine
Therapie in München angefangen hatte, wurde er auch wieder in einer Gemeinde
als Seelsorger eingesetzt. Der damalige Münchner Generalvikar hatte dies so
verfügt und dafür jetzt die „volle Verantwortung“ übernommen. H. verging sich
erneut an Kindern und wurde 1986 zu einer Bewährungsstrafe von 18 Monaten
verurteilt. Ein Jahr später versetzte ihn das Bistum nach Garching, wo er 21
Jahre lang blieb. Er taufte die Menschen in der Gemeinde, er traute sie, er
beerdigte ihre Toten und hörte ihre Beichten. Er war beliebt. Dann ließ 2008 der
heutige Münchner Bischof Reinhard Marx erneut ein forensisches Gutachten über
H. erstellen, Inhalt geheim natürlich, aber als es vorlag, wurde H. versetzt –
nach Bad Tölz in die Tourismusseelsorge.
Auch hier kam er gut an. Seine
Gottesdienste seien so gut besucht gewesen wie kaum andere, sagen sie in Bad
Tölz. Und dass nun wegen der Berichte viele nachfragen. Einheimische vor allem.
„Sie bringen die Berichte nicht mit der Person zusammen, die sie kennengelernt
haben“, sagt ein Mitarbeiter.
Wieder dieses Wie-kann-das-sein. Diese
Risse, dieses Wanken. Gewissheiten, auch dafür stehen Glaube und Kirche. Doch
die Zeit der Gewissheiten scheint vorbei. Überall nur noch Fragen.
Morgen findet in Bad Tölz eine
Konferenz der Seelsorger statt, zu der auch jemand aus München kommt. Es soll
beschlossen werden, wie mit dem Fall Peter H. umgegangen wird.
Wie umgehen mit dem Unglaublichen, das
fragte sich in Garching auch Pfarrer Georg Eckl, 37, der Nachfolger von H. „Was
soll ich tun? Wie mit den Gemeindemitgliedern sprechen?“ Trösten? Warnen?
Verurteilen?
Im Abendgottesdienst am Samstag dann
hat er die Pressemitteilung verlesen, die seit Freitag auf der Internetseite
des Bistums steht und alle bislang bekannten Details zum Fall auflistet und die
Entscheidung, den Pfarrer wieder in der Seelsorge einzusetzen, als „schweren
Fehler“ verurteilt. Alle hörten stumm und entsetzt zu. „Wie eine Kreuzigung“
sei das gewesen, sagt Eckl. Ihm war unwohl danach. Am Sonntag entscheidet er
sich für einen anderen Weg. „Richtet nicht, auf dass ihr nicht gerichtet
werdet“, predigt er nun und erzählt die Geschichte vom verlorenen Sohn. Es ist
der für den Sonntag vorgegebene Predigttext. Er passt. Pfarrer Eckl
entschuldigt sich „bei allen Opfern von Missbrauch und Gewalt“. Stille. Die
große Glocke läutet.
Eckl ist verunsichert: „Darf ich einem
Kind überhaupt noch über den Kopf streichen? Was ist, wenn sich ein Kind im
Kindergarten auf meinen Schoß setzt?“
Der ganze Pfarrersstand steht nun unter
Verdacht. Und sind nicht an diesem Sonntag schon viel weniger Gläubige in die
Kirche gekommen als sonst?
Nach dem Gottesdienst gibt es im
Gemeindesaal „Fastensuppe“. Vielleicht hundert Menschen löffeln selbstgekochte
Suppe und reden über Pfarrer H. Als er vor eineinhalb Jahren gehen musste,
hatten sie ans Bistum geschrieben und gebeten, dass er bleiben dürfe. Nach
seinem Abschiedsgottesdienst gab es Tränen. H. war ein „Pfarrer zum Anfassen“,
einer mit Ausstrahlung, der gut mit Jugendlichen konnte. Im Flur im
Gemeindehaus hängen zwei Fotos, die den rundlichen Pfarrer inmitten von
dutzenden Ministranten zeigen.
„Unser Herr Pfarrer ein
Kinderschänder?“ Eine Frau in den Fünfzigern, seit vielen Jahren im
Pfarrgemeinderat, will es nicht glauben. Ihre beiden Söhne seien zehn Jahre
Messdiener bei ihm gewesen. „Soll ich die jetzt fragen, ob da was war?“, sagt
sie. Andererseits: Will sie mit der Ungewissheit leben? Es müsse nun alles
aufgeklärt werden, klar. Aber was bedeutet das für die eigene Geschichte? Wie
umgehen mit der neuen Unsicherheit?
„Hätte man den H. nicht einfach noch
drei Jahre in Ruhe lassen können?“, fragt dagegen ein älterer Mann. Dann wäre
H. in den Ruhestand gegangen. Diese ganze Geschichte macht ihn wütend. Sein
Gesicht ist gerötet. „Seine Verfehlungen liegen über 20 Jahre zurück, er ist
verurteilt worden, damit ist es doch gut.“ Der Pfarrverband Garching stehe
heute super da, 5000 Mitglieder. Das hätten sie nicht geschafft ohne den
Pfarrer H. Die Presse bausche auf, schreibe nur Negatives, wolle die Kirche
kaputt machen. „Das Vertrauen, das jetzt kaputtgeht“, sagt er noch, „das lässt
sich nicht mehr so schnell wiederherstellen, das wird auch die säkulare
Gesellschaft noch bereuen.“
Eine andere Frau sagt, dass es ja nicht
so gewesen sei, dass keiner was gewusst habe. Dass Pfarrer H. 1986 zu ihnen
strafversetzt wurde, sei bekannt gewesen. Auch gab es immer Gerüchte, dass das
mit Missbrauch zu tun hatte. An der Kirche habe es Schmierereien gegeben, die
darauf angespielt hätten. Eine Frau habe den Pfarrer H. ganz konkret gefragt,
ob er was mit Kindern gehabt habe, ob er verurteilt worden sei. Das habe H.
abgestritten. Sie lebe schon lange mit der Ambivalenz, dass sie gerne in die
Gottesdienste gehe, der Glaube ihr viel bedeutet und dass es trotzdem Pfarrer
gibt, die sich an die Dinge nicht halten, die sie predigen.
Während in Garching Suppe gegessen
wurde, kam es 150 Kilometer weiter in Bad Tölz zu Tumulten im Gottesdienst. Als
dort ein Pfarrer H.s Verfehlungen ansprach sprang ein Mann auf, sagte, dass er
das nicht hören könne, andere riefen „Halt den Mund“, einige gingen.
Am Montag ist von den katholischen
Pfarrern in Bad Tölz keiner zu erreichen. Selbst die Notrufnummer für
Sterbefälle ist abgeschaltet. Das Bistum erklärt, dass Pfarrer H. vom Dienst
suspendiert wurde, weil er sich in Bad Tölz nicht an die Auflage gehalten hat,
keine Kinder- und Jugendarbeit mehr zu machen. Hinweise auf Missbrauch nach
1986 würden weiterhin nicht vorliegen.
In München tritt am Montagnachmittag
der Personalchef des Bistums zurück. Prälat Josef Obermaier gesteht
„gravierende Fehler in der Wahrnehmung seiner Dienstaufsicht“ ein.
Der Papst kündigt an, er werde sich
„bald“ äußern zu den Missbrauchsfällen und „klare Maßnahmen zur Aufarbeitung
vorgeben. In einem Brief an die irischen Bischöfe, die Anfang des Jahres
tausendfachen Missbrauch in ihren Diözesen eingestehen mussten. Die Nachrichten
aus Deutschland sollen in das Schreiben „einfließen“, heißt es im Vatikan. Die
Zeit der Unsicherheit wird so schnell nicht vorübergehen. Mitarbeit Katja
Reimann Tsp 16