Notiziario religioso  17-18  Marzo  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Mercoledì 17. Il commento al Vangelo. “Chiamava Dio suo Padre”  1

2.       Giovedì 18. Il commento al Vangelo. “Io sono venuto nel nome del Padre mio”  1

3.       La stessa parola. L'incontro del Papa con i Luterani 2

4.       Il Papa ai luterani: «Portiamo la colpa delle nostre divisioni»  3

5.       Sacerdoti. Presenza profetica. Limiti e debolezze non sminuiscono un dono e un mistero  3

6.       Scandalo abusi sessuali.  Il rigore di Benedetto XVI 4

7.       Bertone:"Cercano di minare la fiducia nella Chiesa"  5

8.       Intervista con il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede  5

9.       Germania, sospeso il prete pedofilo. Critiche al Papa: "Non deve tacere"  6

10.   La forza della gratuità.  La carica profetica di una scelta di prossimità  6

11.   Anno sacerdotale. Immagine indelebile. Card. Hummes: "Sappiamo che Cristo sceglie alcuni"  6

12.   Osare un pensiero forte. La teologia in un tempo di cultura debole  7

13.   Monito del cardinale Bertone alla politica: ''Basta furbi. Ci vuole più senso morale'' 7

 

 

1.       Vatikan/Italien: Benedikt in der lutherischen Gemeinde Rom   8

2.       Merkel begrüßt Vorgehen des Vatikan zu Missbrauchsfällen  9

3.       Angelus: Gott schenkt Versöhnung  9

4.       Deutschland: Missbrauchsfälle – auch Evangelische Kirche betroffen  9

5.       Misereor-Fastenaktion.  „Gottes Schöpfung bewahren – damit alle leben können“  9

6.       Missbrauchsfälle. Vatikan: Papst wird Schweigen brechen  10

7.       Vatikanzeitung: Missbrauchs-Kritik an Kirche ist „übertrieben“  10

8.       kirchliche-archive.de im Netz. Neues Internetportal zu kirchlichen Archiven  10

9.       Verurteilter Pfarrer in Bad Tölz Eklat im Gottesdienst 11

10.   Papst besucht Lutheraner 11

11.   Missbrauchsfälle ''Größte Kirchenkrise seit 1945'' 11

12.   Vatikan: Priesterliche Identität gestärkt 12

13.   Missbrauch: Ihre Glaubensfragen  12

 

 

 

 

Mercoledì 17. Il commento al Vangelo. “Chiamava Dio suo Padre”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 5,17-30) commentato da P. Lino Pedron 

 

17 Ma Gesù rispose loro: «Il Padre mio opera sempre e anch'io opero». 18

  Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non

  soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.

  19 Gesù riprese a parlare e disse: «In verità, in verità vi dico, il Figlio da

  non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa,

  anche il Figlio lo fa. 20 Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto

  quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne

  resterete meravigliati. 21 Come il Padre risuscita i morti e la vita, così

  anche il Figlio la vita a chi vuole; 22 il Padre infatti non giudica

  nessuno ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, 23 perché tutti onorino il

  Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che

  lo ha mandato. 24 In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e

  crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al

  giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. 25 In verità, in verità vi dico:

  è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di

  Dio, e quelli che l'avranno ascoltata, vivranno. 26 Come infatti il Padre ha

  la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se

  stesso; 27 e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell'uomo. 28

  Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l'ora in cui tutti coloro che sono

  nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: 29 quanti fecero il bene per

  una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di

  condanna. 30 Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che

  ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la

  volontà di colui che mi ha mandato.

Per la tradizione rabbinica, solo Dio era dispensato dal riposo del sabato.

Infatti, poiché l’uomo nasce e muore anche in giorno di sabato, Dio deve sempre

 

dare la vita e giudicare. Egli, in questo giorno, non può rimanere inattivo,

senza guidare la storia e il destino degli uomini, altrimenti il mondo avrebbe

fine e sfuggirebbe al suo controllo. Questo è il senso della difesa che Gesù

pronuncia davanti ai giudei: egli, come Figlio di Dio, ha gli stessi diritti

divini del Padre. Va notato che il verbo operare è usato al presente e in senso

assoluto sia per il Padre che per il Figlio, e indica uguaglianza e unica

coordinazione nell’operare.

Circa la controversia sul sabato, dunque, Giovanni chiarisce che la discussione

di Gesù non verte tanto sulla relatività della legge del riposo, ma sulla sua

personale autorità, che è superiore all’osservanza del precetto. Egli intende

far riscoprire il senso profondo e teologico del sabato, riproponendo il valore

di Dio e della salvezza. Se Gesù opera in giorno di sabato è perché egli, che è

Figlio di Dio, è in relazione col Padre e ne segue l’agire. Come il Padre è

superiore al sabato e può lavorare anche in questo giorno, anzi può operare

sempre, così Gesù, essendo uguale al Padre (v. 18), è padrone del sabato e può

affermare: "Il Padre mio opera continuamente e anch’io opero" (v. 17). Per Gesù,

dare la vita e la libertà interiore all’uomo, non è trasgredire il sabato, ma

realizzarlo in pienezza secondo la volontà del Padre.

Gesù è il Figlio del Padre, l’inviato per la salvezza dell’uomo, colui che

compie la stessa attività di Dio, incarnandone la volontà e il progetto. Essere

con Gesù è essere con Dio. Agire contro Gesù è agire contro Dio.

Ascoltare la parola di Gesù e credere nel Padre sono due atteggiamenti religiosi

che conducono l’uomo alla fede. Credere in Gesù e nel Padre vuol dire accettare

il messaggio di Dio, il suo piano di salvezza per l’uomo; è possedere la vita

eterna, perché per mezzo della parola del Figlio, l’uomo entra in comunione col

Padre e, quindi, nella vita divina. La strada da seguire per giungere alla vita

eterna è unica: dall’ascolto alla fede, e dalla fede alla vita.

Tutti gli uomini morti spiritualmente per il peccato sono in grado di udire la

voce del Figlio di Dio, ma solo quelli che ascoltano, aprendosi alla dinamica

della fede, possono entrare nella vita.

Oltre il potere di dare la vita, il Figlio dell’uomo ha nelle mani anche il

potere del giudizio. Tutti, alla fine dei tempi, udranno la voce del giudice

universale, e i morti, uscendo dalle loro tombe, riceveranno il premio o il

castigo secondo le opere di bene o di male compiute. Coloro che avranno scelto

il bene e l’amore, risorgeranno per la vita, coloro che avranno scelto il male e

le tenebre, risorgeranno per la condanna. In questo giudizio Gesù avrà un solo

criterio di valutazione: la volontà del Padre. De.it.press

 

 

 

 

 

Giovedì 18. Il commento al Vangelo. “Io sono venuto nel nome del Padre mio”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 5,31-47) commentato da P. Lino Pedron

 

  31 Se fossi io a rendere testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non

  sarebbe vera; 32 ma c'è un altro che mi rende testimonianza, e so che la

  testimonianza che egli mi rende è verace. 33 Voi avete inviato messaggeri da

  Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla verità. 34 Io non ricevo

  testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché possiate salvarvi. 35

  Egli era una lampada che arde e risplende, e voi avete voluto solo per un

  momento rallegrarvi alla sua luce.

  36 Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che

  il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo,

  testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. 37 E anche il Padre, che mi ha

  mandato, ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua voce,

  avete visto il suo volto, 38 e non avete la sua parola che dimora in voi,

  perché non credete a colui che egli ha mandato. 39 Voi scrutate le Scritture

  credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi

  rendono testimonianza. 40 Ma voi non volete venire a me per avere la vita.

  41 Io non ricevo gloria dagli uomini. 42 Ma io vi conosco e so che non avete

  in voi l'amore di Dio. 43 Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi

  ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. 44 E come

  potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la

  gloria che viene da Dio solo? 45 Non crediate che sia io ad accusarvi davanti

 

  al Padre; c'è già chi vi accusa, Mosè, nel quale avete riposto la vostra

  speranza. 46 Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me

  egli ha scritto. 47 Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere

  alle mie parole?».

 

A sostegno della sua missione divina Gesù presenta quattro testimoni: il

Battista, le proprie opere, il Padre, le Scritture.

Anzitutto Gesù si appella alla testimonianza di Dio, espressa prima in un

personaggio misterioso e senza nome (v. 32) e poi ripresa in seguito, in forma

esplicita, con l’appellativo di Padre (vv. 37-38).

Gesù fa appello alla testimonianza del Padre: essa è vera, forte, inoppugnabile,

incontestabile. L’uomo può ingannarsi nei suoi giudizi, Dio no.

Il Battista ha reso testimonianza a Cristo che è la verità (Gv 14,6). Gesù non

ha bisogno di una testimonianza umana; si è appellato alla testimonianza del

Battista solo per favorire la salvezza dei suoi interlocutori. La testimonianza

del Battista ha avuto lo scopo di favorire la fede di tutti, soprattutto dei

giudei (Gv 1,7). Il Battista ha preparato e favorito la rivelazione di Gesù a

Israele (Gv 1,31).

Le autorità religiose di Gerusalemme vollero essere illuminate dalla parola del

Battista, e per tale ragione gli mandarono un’ambasceria (Gv 1,19ss). Ma

purtroppo non accettarono la sua testimonianza; non vollero riconoscere Gesù

come Messia e Figlio di Dio, nonostante la proclamazione chiara ed esplicita del

Battista (Gv 1, 29 ss).

Dopo aver citato in suo favore la testimonianza del Battista, Gesù ne porta una

maggiore: le opere che compie. Tra esse occupa un posto di primo piano la

risurrezione dei morti.

I giudei non hanno mai sperimentato la presenza visibile di Dio e non sono in

comunione con lui, perché non credono nel suo inviato. L’esperienza di Dio si

concretizza nella dimora della sua parola nel cuore dell’uomo. Dio ha reso e

continua a rendere testimonianza al Figlio suo nel cuore di ogni uomo. Solo chi

accoglie la parola di Dio in sé, accoglie la testimonianza del Padre.

Dopo la testimonianza del Padre, Gesù si appella alla testimonianza delle

Scritture. L’Antico Testamento deve fornire la fede in Gesù, perché parla di

lui. "La legge era uno strumento di preparazione. Coloro che la capivano

veramente, coloro che per mezzo di essa entravano nel disegno di Dio e vi

corrispondevano meglio che potevano, erano guidati verso il termine voluto dal

Padre, Gesù Cristo, nel quale solo è offerta la vita eterna" (Giblet). I giudei

che studiavano le Scritture avrebbero dovuto essere le persone più preparate ad

accogliere Gesù. Ma purtroppo i giudei non vogliono credere in Gesù.

A differenza dei giudei che ricevono gloria gli uni dagli altri, e perciò non

possono credere, Gesù non riceve gloria dagli uomini, non cerca il loro plauso.

L’amore dei giudei per la gloria umana è l’amore dell’uomo per la falsa

grandezza. Gli avversari sono ostinati nella mancanza di fede perché amano più

la gloria degli uomini che quella di Dio (cfr Gv 12,43). Questi increduli

ostinati avranno come accusatore il loro stesso profeta, Mosè, perché essi non

credono neppure ai suoi scritti.

I giudei che non credono in Gesù, non credono neppure in Mosè, non sono veri

figli di Abramo, ma sono discendenti del diavolo (cfr Gv 8,39-44): la loro

mancanza di fede smentisce la venerazione che dicono di avere verso questi padri

del popolo eletto.

Mosè ha scritto di Gesù: egli è il centro delle Scritture; la Legge e i Profeti

parlano di lui (cfr Gv 1,45) e gli rendono testimonianza (Gv 5,39). I nemici di

Gesù non credono agli scritti di Mosè: a maggior ragione non possono credere

alle parole del Figlio di Dio. Rifiutando Cristo, i giudei dimostrano di non

credere neppure in Mosè.

Gesù accusa i giudei di non credere nella sua persona divina perché non cercano

la gloria di Dio, ma la propria (Gv 5,44). La condotta dei giudei è un

ammonimento anche per noi perché non ci serviamo della religione per il nostro

prestigio o tornaconto umano. Lo zelo religioso può essere talvolta un’occulta

sublimazione del nostro orgoglio: ci serviamo di Dio invece di servire Dio.

La Chiesa, come Cristo, non deve cercare la gloria umana: "Come Cristo ha

compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la

Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti

della salvezza… La Chiesa non è costituita per cercare la gloria della terra,

bensì a diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione"

(Costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, 8).

De.it.press

 

 

 

 

La stessa parola. L'incontro del Papa con i Luterani

 

L’ecumenismo non si è fermato, anche se ancora ci sono divisioni e diffidenze; anzi, proprio cattolici e protestanti portano la colpa delle loro divisioni. È dedicata all’ecumenismo, la quarta domenica di Quaresima. Papa Benedetto va alla Christuskirche, la Chiesa luterana di Roma già visitata, nel 1983, da Giovanni Paolo II; e ricorda che “l'unità non può essere fatta dagli uomini, dobbiamo affidarci al Signore, solo lui ci porterà all'unità”. Oggi dice Benedetto XVI “non possiamo bere dallo stesso unico calice, non possiamo stare insieme intorno all’altare. Questo ci deve rendere tristi perché è una situazione peccaminosa”. D’altra parte, “siamo noi che abbiamo distrutto la nostra unità, abbiamo diviso l'unico cammino in tanti cammini”. Ma se oggi un Papa è in questa chiesa “è perché ascoltiamo la stessa parola di Dio, l'unico Cristo, rendendo testimonianza dell'unico Cristo”.

È accolto dalle note del Jubilate Deo di Mozart e dagli applausi dei presenti, il Papa; momento importante di dialogo tra cattolici ed eredi di quel monaco di Eisleben, Martin Lutero, che nel 1517 diede vita alla più dolorosa scissione del cristianesimo, affiggendo al duomo di Wittenberg le sue 95 tesi. Nel 1999 sono state ufficialmente cancellate le reciproche scomuniche grazie alla Dichiarazione di Augusta, nella quale cattolici e luterani hanno trovato un consenso sulle verità fondamentali della dottrina della giustificazione, affermando che “non in base ai nostri meriti, ma soltanto per mezzo della grazia, e nella fede nell’opera salvifica di Cristo, noi siamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori, ci abilita e ci chiama a compiere buone opere”. Certo cattolici e luterani hanno ancora ostacoli sul cammino dell’unità, ma è bello “che oggi possiamo pregare insieme, insieme intonare gli stessi canti, insieme ascoltare la stessa la parola di Dio”.

Ad accogliere il Papa il pastore luterano Jens-Martin Kruse: le Chiese cristiane, pur nelle loro “divisioni e oppressioni”, devono cercare di essere vicine le une alle altre specie nei momenti di sofferenza e di dolore. Velato riferimento alle difficoltà che la chiesa sta vivendo in Germania a causa dello scandalo degli abusi sessuali compiuti su minori, abusi che vedono sotto accusa sacerdoti cattolici ma, secondo alcuni giornali tedeschi, anche ministri protestanti.

“Noi cristiani – ha detto ancora il pastore luterano – siamo esortati dall’apostolo Paolo a non procedere gli uni accanto agli altri, ma insieme. A prestare attenzione gli uni agli altri. Ad esserci, gli uni per gli altri. Ad aiutare a portare pesi, quando le forze dell’altro scemano. E nella tribolazione, a rafforzarci vicendevolmente”.

Benedetto XVI nel suo discorso, ha ricordato l'immagine evangelica del chicco di grano che muore e dà frutti. “Una persona che ama la sua vita la perderà ma quello che prende la croce e segue Gesù avrà la vita eterna”. Un discorso, ha spiegato il Papa tralasciando il testo scritto, che non ci piace: “ci domandiamo se dobbiamo odiare la nostra vita. In realtà possiamo e dobbiamo essere pieni di gratitudine per quello che Dio ci dà: se il Signore ci dice che dobbiamo odiare in qualche modo la nostra vita, vuole farci capire che la mia vita non è solo per me, se la voglio solo per me non la trovo ma la perdo. La vita non è ricevere ma darsi. Se non ci diamo all'altro non possiamo ricevere”.

Il tema del perdono attraverso il quale si ritrova la gioia della comunione, il riconciliarsi con Dio e in Dio, il Papa l’ha sviluppato soprattutto la mattina di domenica, nel discorso alla preghiera mariana dell’Angelus. Ha ricordato la parabola del figlio prodigo, il figlio minore che torna e per il quale il padre uccide il vitello grasso per il banchetto di festa, mentre il figlio maggiore contesta la scelta paterna.

Siamo un po’ tutti dei figli maggiori nei nostri comportamenti; non ci rendiamo conto che nella festa del ritorno, il padre, Dio, ridà all’uomo mediante il suo perdono, la dignità perduta, la dignità del figlio.

La volontà di essere autonomo, indipendente, la ricerca di una libertà dal padre, anima la scelta del figlio più giovane. Il suo ritorno è ritmato dalla paura di essere rifiutato, giudicato. Ma il padre annulla la lunga separazione nel perdono, nell’impazienza di chi ha atteso quel momento e ora gioisce. Il figlio maggiore, invece, è vinto dalla rabbia, è incapace di comprendere il gesto paterno, la gratuità del dono.

Dice il Papa: questa parabola “costituisce un vertice della spiritualità e della letteratura di tutti i tempi. Che cosa sarebbero la nostra cultura, l’arte, e più in generale la nostra civiltà senza questa rivelazione di un Dio padre pieno di misericordia”. Un testo, afferma ancora Benedetto XVI, che ha il potere “di parlarci di Dio, di farci conoscere il suo volto, meglio ancora, il suo cuore”. Nella parabola possiamo anche leggere momenti diversi del rapporto dell’uomo con Dio; c’è la fase dell’infanzia, “una religione mossa dal bisogno, dalla dipendenza. Via via che l’uomo cresce e si emancipa, vuole affrancarsi da questa sottomissione e diventare libero, adulto, capace di regolarsi da solo e di fare le proprie scelte in modo autonomo, pensando anche di poter fare a meno di Dio”. Fase delicata, afferma il Papa; può portare all’ateismo, “ma anche questo, non di rado, nasconde l’esigenza di scoprire il vero volto di Dio”. Se noi ci allontaniamo, ci perdiamo, Dio “continua a seguirci col suo amore, perdonando i nostri errori e parlando interiormente alla nostra coscienza per richiamarci a sé”. Dio non viene mai meno alla sua fedeltà verso l’uomo.

I due figli, ricorda ancora Benedetto XVI, si comportano in maniera opposta: “il minore se ne va e cade sempre più in basso”, mentre il maggiore che rimane a casa, “ha una relazione immatura con il padre” e quando torna il fratello non è felice. Sono due modi immaturi di rapportarsi con Dio, commenta il Papa: “la ribellione e una obbedienza infantile. Entrambe queste forme si superano attraverso l’esperienza della misericordia. Solo sperimentando il perdono, riconoscendosi amati di un amore gratuito, più grande della nostra miseria, ma anche della nostra giustizia, entriamo finalmente in un rapporto veramente filiale e libero con Dio”. Fabio Zavattaro

 

 

 

 

Il Papa ai luterani: «Portiamo la colpa delle nostre divisioni»

 

ROMA - Cattolici e protestanti portano «la colpa» delle loro divisioni: lo ha detto Papa Benedetto XVI, parlando ieri sera nella Chiesa luterana a Roma. Il pontefice ha lodato il cammino ecumenico: «E’ bello che oggi possiamo pregare insieme, insieme intonare gli stessi canti, insieme ascoltare la stessa la parola di Dio - ha detto Ratzinger - e rivolgere lo sguardo in un Cristo. Tuttavia - ha ammesso - in «aspetti essenziali» cattolici e protestanti divergono ancora. Non possiamo stare di fronte allo stesso altare», ha osservato e di ciò «portiamo la colpa».

Professare la propria fede nella città dei Papi, per i seguaci di chi, avviando la Riforma protestante, sferrò un duro colpo al cattolicesimo, non è stato certo facile. Tanto che fu una caffetteria, il caffè Greco, in via Condotti, e non un edificio di culto, a fare da teatro alla nascita della comunità luterana di Roma. Solo nel 1915 venne lanciata una raccolta di fondi in Germania. Sette anni dopo la chiesa, in stile romanico con tre grandi campane che riproducono il suono originario di quelle della cappella palatina di Wittemberg, fu consacrata.

«L’unità fra cristiani deve essere un dono divino», ha detto ieri sera Ratzinger, nella sua omelia pronunciata a braccio e in tedesco. Purtroppo invece «la rete si è rotta» e la strada è divisa attualmente in più strade; così - ha rimarcato il Papa - la testimonianza (dei cristiani) viene oscurata e lo stesso amore non può trovare la sua piena realizzazione. Noi - ha esortato - non dovremmo litigare ma cercare di essere più uniti». Della divisione noi non possiamo essere contenti, ha aggiunto. «Oggi la gente dice che l’ecumenismo si è fermato - ha osservato Ratzinger - ma non è così».

Nel parlare delle differenze fra le due religioni (il non poter «bere allo stesso calice, stare di fronte allo stesso altare») il pontefice ha ricordato che «tutto quello che fanno gli uomini si può rompere». Nel concludere l’omelia rivolgendosi ai luterani di Roma, papa Benedetto ha ringraziato: «Vi sono grato che possiamo pregare e cantare insieme».

Le Chiese cristiane, pur nelle loro «divisioni e oppressioni», sappiano essere vicine le une alle altre specie nei momenti di sofferenza e di dolore. È quanto ha auspicato il pastore luterano Jens-Martin Kruse. L’incontro cade in un momento particolarmente delicato per la Chiesa cattolica in Germania, travolta in queste settimane dalle notizie sugli abusi sui minori compiuti da suoi sacerdoti. Ma gli scandali adesso emergono anche in ambienti protestanti. Uno scrittore tedesco, oggi 61/enne, ha raccontato al settimanale Der Spiegel le violenze subite quando - da bambino - viveva in un convitto della Chiesa evangelica sulle rive del lago di Costanza. Bodo Kirchhoff, questo è il nome dello scrittore. E intanto episodi di abusi sessuali commessi su adolescenti in passato, hanno indotto un prete tedesco a lasciare il sacerdozio. Lo ha annunciato l’ufficio stampa episcopale di Muenster, nel Nord Reno-Westfalia. IM !%

 

 

 

 

Sacerdoti. Presenza profetica. Limiti e debolezze non sminuiscono un dono e un mistero

 

Nei decenni passati era forte la discussione circa l'identità del sacerdote, o meglio, circa l'identità che egli percepiva di sé. Forse, nell'intento di rinunciare ad un'immagine eccessivamente sacrale e distaccata, egli cercava di condividere molte esperienze del mondo, con l'esito di non ritrovare più il proprio specifico. Inoltre, il mutare dei tempi ha segnato un cambiamento esterno nel considerare il sacerdote: il venire meno di una società religiosa e l'affermarsi del materialismo hanno avuto come esito che il suo ruolo sembra non essere più importante o, semplicemente, non lo si capisce più. In un contesto di diffusa secolarizzazione, che esclude progressivamente Dio dalla sfera pubblica e dalla coscienza sociale, il sacerdote appare estraneo al sentire comune. Ma c'è di peggio: l'opera di diffamazione messa in opera per delegittimare la vita e il ministero dei sacerdoti, quasi a voler cancellare la loro presenza e il loro contributo. Il sacerdote è, semmai, accettato quando la sua funzione è letta come quella di un operatore sociale, orizzontalmente impegnato. Ancora, una visione errata della Chiesa ha condotto a pensare che la valorizzazione dei laici comportasse un conferire loro compiti del presbitero o, persino, che egli non fosse sempre necessario. In questa prospettiva, taluni hanno visto nella diminuzione delle vocazioni il motivo per responsabilizzare i laici, dimenticando che è, invece, la loro condizione di battezzati a richiederne il giusto coinvolgimento.

Con queste visioni bisogna fare i conti. Se, oggi, i candidati al sacerdozio maturano fortemente nel precisare i contorni e i contenuti della propria identità, restano ancora nella comunità ecclesiale e nella società taluni travisamenti. Vi ha fatto riferimento Benedetto XVI, venerdì scorso nel ricevere gli oltre cinquecento - tra vescovi e sacerdoti - partecipanti al Convegno internazionale "Fedeltà di Cristo. Fedeltà del sacerdote", promosso dalla Congregazione per il Clero. Egli ha definito il tema dell’identità sacerdotale determinante per l’esercizio del sacerdozio ministeriale nel presente e nel futuro. Già anni fa, il card. J. Ratzinger aveva detto che l'identità del sacerdote del duemila non avrebbe potuto essere diversa da quella voluta da Gesù Cristo. Da Papa ha ribadito che esiste una continuità sacerdotale, la quale parte da Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, e "passando attraverso i duemila anni della storia di grandezza e di santità, di cultura e di pietà, che il Sacerdozio ha scritto nel mondo, giunge fino ai nostri giorni". La Chiesa nella sua storia di fede non ha una frattura tale da giustificare un "prima" che sia diverso o opposto, rispetto a un "dopo". La Chiesa è "una" anche nel tempo.

Semmai, si tratta di individuare quali aspetti risultino particolarmente urgenti per l'oggi. E, nel tempo in cui viviamo, "c’è grande bisogno di sacerdoti che parlino di Dio al mondo e che presentino a Dio il mondo; uomini non soggetti a mode culturali passeggere, ma capaci di vivere autenticamente quella libertà che solo la certezza dell’appartenenza a Dio è in grado di donare". Sacerdoti, così, possono offrire l'autentico carisma della profezia. La fedeltà a Cristo è sempre una novità: testimonia che il sacerdote non appartiene a stesso, ma è "proprietà" di Dio. Appartiene ad un "Altro". Vive nel mondo del soprannaturale e ne respira continuamente l'aria. Per il fatto che è radicato in Cristo, il sacerdote è profeta e lo rivela concretamente "nel modo di pensare, di parlare, di giudicare i fatti del mondo, di servire e amare, di relazionarsi con le persone, anche nell’abito". Umilmente controcorrente, nella fedeltà alla Chiesa, il sacerdote è libero dalla mentalità dominante. Talvolta, è anche un pungolo nella carne per coloro che vivono solo nell'orizzonte terreno. La scelta del celibato, ad esempio, oggi, più che in passato, è limpida testimonianza dei beni eterni. Solo perché c'è una vita dopo la morte ha senso rinunciare a beni importanti, quali il matrimonio e la famiglia. Solo il desiderio di appartenere più strettamente a Cristo, può condurre a scegliere la sua stessa radicalità. E, nonostante, le voci che, al di fuori della Chiesa, vorrebbero abbassare gli impegni, Benedetto XVI ha riaffermato come, anche ai nostri giorni, il sacro celibato mantiene intatto il suo valore: "è un carisma richiesto per l’Ordine sacro ed è tenuto in grandissima considerazione nelle Chiese Orientali. Esso è autentica profezia del Regno, segno della consacrazione con cuore indiviso al Signore e alle cose del Signore (1Cor 7,32), espressione del dono di sé a Dio e agli altri".

L'appartenenza del sacerdote a Cristo è inscritta profondamente nella sua persona come dono e come responsabilità, ma anche come fonte certa, a cui attingere le energie necessarie per iniziare ogni giorno. Nonostante limiti e debolezze.

Marco Doldi

 

 

 

 

 

 

Scandalo abusi sessuali.  Il rigore di Benedetto XVI

 

Sul sito dell'arcidiocesi di München und Freising è disponibile un comunicato, di cui L’Osservatore Romano del 14 marzo pubblica una sua traduzione.

 

Seguono, riprese sempre dal quotidiano della Santa Sede, una nota di mons. Giuseppe Versaldi e un'intervista con il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede apparsa su “Avvenire” del 13 marzo.

 

Comunicato dell'arcidiocesi di München und Freising

Nell'esaminare presunti casi di abusi nei decenni passati, l'ordinariato arcidiocesano ha riscontrato gravi errori, negli anni Ottanta, nel trattamento delle informazioni relative a un sacerdote. Secondo quanto riportato dalla «Süddeutsche Zeitung» giovedì 11 marzo, il gruppo di lavoro istituito dal vicario generale, monsignor Peter Beer, per esaminare i casi del passato, ha scoperto che un sacerdote proveniente dalla diocesi di Essen, malgrado le accuse di abusi sessuali e nonostante una condanna, è stato ripetutamente impiegato nella cura pastorale dal vicario generale di allora, Gerhard Gruber. Gruber si assume la piena responsabilità per queste decisioni sbagliate.

Secondo le ricerche svolte dal gruppo di lavoro dell'ordinariato, la questione per il momento si presenta nel modo seguente.

In qualità di cappellano, il sacerdote H., su richiesta della diocesi di Essen, nel gennaio 1980 venne accolto nell'arcidiocesi di München und Freising. A München doveva seguire una terapia. In base agli atti, il gruppo di lavoro parte dal presupposto che all'epoca fosse noto che presumibilmente egli doveva seguire questa terapia a causa di relazioni sessuali con dei ragazzi. Nel 1980 venne deciso di alloggiare H. in una casa parrocchiale perché potesse seguire la terapia. Questa decisione fu presa insieme all'arcivescovo di allora. Nonostante questa decisione, però, H. fu destinato, senza restrizioni, dal vicario generale dell'epoca alla collaborazione nella cura pastorale in una parrocchia di Monaco.

In tale periodo - dal 1° febbraio 1980 al 31 agosto 1982 - non risultano denunce o accuse nei confronti di H.

Dal settembre 1982 all'inizio del 1985 H. collaborò nella cura pastorale a Grafing. Dopo che emersero accuse di abusi sessuali e la polizia avviò delle indagini, con lettera del 29 gennaio 1985 venne esonerato dal servizio. Nel giugno 1986, il cappellano H. fu condannato dal tribunale di prima istanza di Ebersberg a 18 mesi di detenzione con la condizionale e a una pena pecuniaria di 4.000 marchi per abusi sessuali su minori. Il periodo di sospensione condizionale fu fissato a cinque anni. Al condannato venne ordinato di sottoporsi a psicoterapia.

Dal novembre 1986 all'ottobre 1987 H. venne impiegato come cappellano in un istituto per anziani. Infine, fino al settembre 2008 ha lavorato in una parrocchia a Garching/Alz, inizialmente come curato, poi come amministratore parrocchiale. Nella decisione di affidargli il nuovo incarico nella cura pastorale parrocchiale evidentemente sono stati determinanti la pena relativamente lieve comminata dal tribunale di Ebersberg e i referti dello psicologo che lo aveva in cura.

Dopo la condanna del 1986, l'ordinariato non è venuto a conoscenza di altre accuse.

Il 6 maggio 2008 H. è stato esonerato dai suoi compiti di amministratore parrocchiale a Garching e a partire dall'ottobre 2008 è stato impiegato come cappellano per i centri di cura e per il turismo. Gli è stata posta come condizione di non lavorare più con bambini, giovani e ministranti. Una nuova perizia medico-legale, eseguita su richiesta del nuovo arcivescovo Reinhard Marx, secondo l'ordinariato non consentiva la permanenza di H. nella cura pastorale.

L'ex vicario generale Gerhard Gruber spiega a tale proposito: «Il ripetuto impiego di H. nella cura pastorale è stato un grave errore. Me ne assumo la piena responsabilità. Deploro profondamente che, a causa di questa decisione, si sia giunti a reati contro i giovani e chiedo scusa a tutti coloro che hanno subito un danno».

 

Nota di mons. Giuseppe Versaldi, vescovo di Alessandria, ordinario emerito di diritto canonico e psicologia alla Pontificia Università Gregoriana

Qualche precisazione è opportuna a proposito degli abusi sessuali sui minori che in passato sono stati compiuti da appartenenti al clero cattolico e che ora, specialmente in alcuni Paesi, stanno venendo alla luce con grande evidenza su molti media. Innanzitutto, va ribadita la condanna senza riserve di questi gravissimi delitti che ripugnano alla coscienza di chiunque. Se poi questi crimini vengono compiuti da persone che rivestono un ruolo nella Chiesa - persone nelle quali viene riposta una speciale fiducia da parte dei fedeli e particolarmente dei bambini - allora lo scandalo diventa ancora più grave ed esecrabile. Giustamente la Chiesa non intende tollerare alcuna incertezza circa la condanna del delitto e l'allontanamento dal ministero di chi risulta essersi macchiato di tanta infamia, insieme alla giusta riparazione verso le vittime.

Ribadita questa posizione, va però sottolineato un accanimento nei confronti della Chiesa cattolica, quasi fosse l'istituzione dove con più frequenza si compiono tali abusi. Per amore della verità bisogna dire che il numero dei preti colpevoli di questi abusi è in America del nord, dove si è registrato il maggior numero di casi, molto ridotto ed è ancora minore in Europa. Se questo ridimensiona quantitativamente il fenomeno, non attenua in alcun modo la sua condanna né la lotta per estirparlo, in quanto il sacerdozio esige che vi accedano soltanto persone umanamente e spiritualmente mature. Anche un solo caso di abuso da parte di un prete sarebbe inaccettabile.

Tuttavia, non si può non rilevare che l'immagine negativa attribuita alla Chiesa cattolica a causa di questi delitti appare esagerata. C'è poi chi imputa al celibato dei sacerdoti cattolici la causa dei comportamenti devianti, mentre è accertato che non esiste alcun nesso di causalità: innanzitutto, perché è noto che gli abusi sessuali su minori sono più diffusi tra i laici e gli sposati che non tra il clero celibatario; in secondo luogo, i dati delle ricerche evidenziano che i preti colpevoli di abusi già non osservavano il celibato.

Ma è ancora più rilevante sottolineare che la Chiesa cattolica - a dispetto dell'immagine deformata con cui la si vuole rappresentare - è l'istituzione che ha deciso di condurre la battaglia più chiara contro gli abusi sessuali a danno dei minori partendo dal suo interno. E qui bisogna dare atto a Benedetto XVI di avere impresso un impulso decisivo a questa lotta, grazie anche alla sua ultraventennale esperienza come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Non va infatti dimenticato che proprio da quell'osservatorio il cardinale Ratzinger ha avuto la possibilità di seguire i casi di abusi sessuali che venivano denunciati e ha favorito una riforma anche legislativa più rigorosa in materia.

Ora, come supremo pastore della Chiesa, il Papa mantiene anche in questo campo - ma non solo - uno stile di governo che mira alla purificazione della Chiesa, eliminando la «sporcizia» che vi si annida. Benedetto XVI si dimostra, dunque, un pastore vigilante sul suo gregge, a dispetto dell'immagine falsata di uno studioso dedito soltanto a scrivere libri il quale delegherebbe ad altri il governo della Chiesa, secondo uno stereotipo che qualcuno, purtroppo anche all'interno della gerarchia cattolica, vorrebbe accreditare. È grazie al maggiore rigore del Papa che diverse conferenze episcopali stanno facendo luce sui casi di abusi sessuali, collaborando anche con le autorità civili per rendere giustizia alle vittime.

Appare dunque paradossale rappresentare la Chiesa quasi fosse la responsabile degli abusi sui minori ed è ingeneroso non riconoscere a essa, e specialmente a Benedetto XVI, il merito di una battaglia aperta e decisa ai delitti commessi da suoi preti. Con l'aggiunta di un altro paradosso: quando la Chiesa saggiamente stabilisce norme più severe per prevenire l'accesso al sacerdozio di persone immature in campo sessuale, in genere viene attaccata e criticata da quella stessa parte che la vorrebbe principale responsabile degli abusi sui minori. La linea rigorosa e chiara assunta dalla Santa Sede deve invece essere recepita nella Chiesa - e non solo - per garantire la verità, la giustizia e la carità verso tutti. Osservatore Romano 14

 

 

 

 

Bertone:"Cercano di minare la fiducia nella Chiesa"

 

Il segretario di Stato vaticano durante un incontro in Confindustria: "Abbiamo un aiuto dall'alto" - Sospeso a Monaco il prete Peter H: per i suoi abusi fu trasferito quando Ratzinger era arcivescovo

 

ROMA - "La Chiesa ha ancora una grande fiducia da parte dei fedeli, solo che qualcuno cerca di minare questa fiducia ma la Chiesa ha con sé un aiuto speciale dall'alto". Lo ha detto il segretario di Stato Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, a margine di un incontro alla Confindustria durante il quale, nel dibattito con gli imprenditori ed il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, aveva rilevato un'evidente calo di fiducia nelle istituzioni che riguarda anche la Chiesa. La dichiarazione del cardinale arriva sullo sfondo della recente bufera che ha investito la Chiesa in alcuni paesi d'Europa sul tema della pedofilia.

 

E intanto lo scandalo si allarga. Oggi l'arcivescovado di Monaco di Baviera e Freising ha sospeso Peter H., il prete con precedenti di abusi sessuali su minori di cui si è parlato molto, negli ultimi tempi, all'interno del dibattito su Chiesa e pedofilia scoppiato in Germania. Ma questo è un caso particolarmente scottante, visto che coinvolge, indirettamente, anche Benedetto XVI, quando era arcivescovo della città.

 

Il provvedimento è stato annunciato con un comunicato ufficiale. Il religioso è stato sospeso per avere violato il divieto di occuparsi di bambini e adolescenti e il suo diretto superiore, Josef Obermaier, ha rassegnato le dimissioni.

 

Il prete, 62 anni, era stato trasferito nel 1980 dalla diocesi di Essen (Nord Reno-Westfalia), dove aveva commesso violenze su minori, a quella di Monaco di Baviera, quando il Papa era arcivescovo del capoluogo bavarese e di Freising. Il sacerdote era stato accolto, "al solo scopo di farlo curare", aveva precisato nei giorni scorsi una nota della diocesi, ma l'allora vicario generale della capitale bavarese, monsignor Gerhard Gruber, aveva deciso invece di affidare al religioso un ruolo pastorale in una parrocchia, senza avvertire il suo superiore. Così le violenze si erano ripetute. Fino alla condanna a 18 mesi di prigione che gli era stata inferta nel 1986.

 

Ieri contro la presenza in servizio del religioso c'erano state proteste dei cittadini, perfino durante la Messa, con richieste di chiarimenti sulla vicenda rivolte anche al Papa. LR 16

 

 

 

Intervista con il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede

 

Alla Chiesa non piace la giustizia spettacolo, ma ciò non significa che essa non sia rigorosa nell'accertare abusi sessuali compiuti da sacerdoti diocesani o religiosi, sine acceptione personarum, o che ne ostacoli la denuncia alle autorità civili. Non lascia spazio a dubbi né a equivoci monsignor Charles J. Scicluna - promotore di giustizia della Congregazione per la Dottrina della Fede - nel riaffermare la posizione della Chiesa a proposito della pedofilia.

In una intervista al quotidiano «Avvenire», pubblicata nella edizione di sabato 13 marzo, il prelato ribadisce che «sul piano dei principi la condanna per questa tipologia di delitti è stata sempre ferma e inequivocabile». E ricorda che già la prima edizione dell'istruzione Crimen sollicitationis stabiliva nel 1922 norme procedurali da seguire «nei casi di sollecitazione in confessionale e di altri delitti più gravi a sfondo sessuale come l'abuso sessuale di minori». Norme che - spiega - solo a causa di una cattiva traduzione in inglese sono state interpretate come se la Santa Sede «imponesse il segreto per occultare i fatti. Ma non era così. Il segreto istruttorio serviva per proteggere la buona fama di tutte le persone coinvolte, prima di tutto le stesse vittime, e poi i chierici accusati, che hanno diritto - come chiunque - alla presunzione di innocenza fino a prova contraria». Va poi ricordato che il motu proprio di Giovanni Paolo II Sacramentorum sanctitatis tutela, del 30 aprile 2001, stabilisce l'esclusiva competenza della Congregazione per la Dottrina della Fede nel giudicare i delicta graviora, quelli cioè commessi contro la morale e nella celebrazione dei sacramenti. In una lettera riservata - firmata dal cardinale prefetto Joseph Ratzinger e dal segretario, arcivescovo Tarcisio Bertone - inviata a tutti i vescovi della Chiesa il 18 maggio di quello stesso anno, la Congregazione annunciava tutte le norme, sostanziali e processuali, su questi «delitti più gravi». A questo proposito Scicluna rivela che la Congregazione in questi ultimi nove anni - cioè dal 2001 al 2009 - è stata chiamata a esaminare «accuse riguardanti circa tremila casi di sacerdoti diocesani e religiosi che si riferiscono a delitti commessi negli ultimi cinquanta anni». Naturalmente i tremila casi di cui parla monsignor Scicluna non si riferiscono soltanto a casi di pedofilia. «Possiamo dire - precisa infatti rispondendo a una delle domande postegli - che grosso modo nel 60 per cento di questi casi si tratta più che altro di atti di efebofilia, cioè dovuti ad attrazione sessuale per adolescenti dello stesso sesso; in un altro 30 per cento di rapporti eterosessuali e nel 10 per cento dei casi di atti di vera e propria pedofilia, cioè determinati da un'attrazione sessuale per bambini impuberi». I casi di preti «accusati di pedofilia vera e propria - precisa - sono quindi circa trecento in nove anni. Si tratta sempre di troppi casi, per carità! Ma bisogna riconoscere che il fenomeno non è così esteso come si vorrebbe far credere». Negli ultimi anni - dal 2007 al 2009 - rivela che «la media annuale segnalata alla Congregazione da tutto il mondo riguarda 250 casi» di delicta graviora su un totale di 400 mila sacerdoti diocesani e religiosi nel mondo.

 

A processo penale o amministrativo arrivano il 20 per cento dei casi, e normalmente «è stato celebrato - dice il promotore di giustizia - nelle diocesi di provenienza, sempre sotto la nostra supervisione, e solo rarissimamente qui a Roma. Facciamo così anche per una maggiore speditezza dell'iter. Nel 60 per cento dei casi poi, soprattutto a motivo dell'età avanzata degli accusati, non c'è stato processo, ma nei loro confronti sono stati emanati dei provvedimenti amministrativi e disciplinari, come l'obbligo a non celebrare la messa con i fedeli, a condurre una vita ritirata e di preghiera. È bene ribadire che in questi casi, tra i quali ce ne sono alcuni eclatanti di cui si sono occupati i media, non si tratta di assoluzioni. Certo non c'è stata una condanna formale, ma se si è obbligati al silenzio e alla preghiera qualche motivo ci sarà».

I casi «particolarmente gravi e con prove schiaccianti» dice Scicluna, sono il 10 per cento e «il Santo Padre si è assunto la dolorosa responsabilità di autorizzare un decreto di dimissioni dallo stato clericale. Un provvedimento gravissimo, preso per via amministrativa ma inevitabile. Nell'altro 10 per cento dei casi, poi, sono stati gli stessi chierici accusati a chiedere la dispensa dagli obblighi derivati dal sacerdozio. Che è stata prontamente accettata. Coinvolti in questi ultimi casi ci sono stati sacerdoti trovati in possesso di materiale pedopornografico e che per questo sono stati condannati dall'autorità civile». A proposito dei rapporti con l'autorità civile il promotore di giustizia, rispondendo ad una precisa domanda in questo senso, ricorda che in alcuni paesi come la Francia «i vescovi, se vengono a conoscenza di reati commessi dai proprio sacerdoti al di fuori del sigillo sacramentale della confessione, sono obbligati a denunciarli all'autorità giudiziaria» e laddove non sussiste questo obbligo «non imponiamo ai vescovi di denunciare i propri sacerdoti, ma li incoraggiamo a rivolgersi alle vittime per invitarle a denunciare questi sacerdoti di cui sono vittime. Inoltre li invitiamo a dare tutta l'assistenza spirituale, ma non solo spirituale, a queste vittime. In un recente caso riguardante un sacerdote condannato da un tribunale civile italiano, è stata proprio questa Congregazione a suggerire ai denunciatori, che si erano rivolti a noi per un processo canonico, di adire anche alle autorità civili nell'interesse delle vittime e per evitare altri reati».

A questo proposito monsignor Scicluna ha definito «un'accusa falsa e calunniosa» quella secondo la quale l'allora cardinale Ratzinger, proprio in qualità di prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, avrebbe favorito una politica di occultamento in questi casi: «Mi permetto di segnalare alcuni fatti. Tra il 1975 ed il 1985 mi risulta che nessuna segnalazione di casi di pedofilia da parte di chierici sia arrivata all'attenzione della nostra Congregazione. Comunque dopo la promulgazione del Codice di diritto canonico del 1983 c'è stato un periodo d'incertezza sull'elenco dei delicta graviora riservati alla competenza di questo dicastero. Solo col motu proprio del 2001 il delitto di pedofilia è tornato alla nostra competenza esclusiva. E da quel momento il cardinale Ratzinger ha mostrato saggezza e fermezza nel gestire questi casi. Di più. Ha mostrato anche grande coraggio nell'affrontare alcuni casi molto difficili e spinosi, sine acceptione personarum [“senza distinzione di persone”]. Quindi accusare l'attuale Pontefice di occultamento è, ripeto, falso e calunnioso».

Il prelato infine giudica, in base alla prassi consueta, ormai inadeguato il termine dei dieci anni previsto per la prescrizione dei delicta graviora. «Sarebbe auspicabile - afferma - un ritorno al sistema precedente dell'imprescrittibilità dei delicta graviora». Il termine venne infatti introdotto con il motu proprio del 2001. «Comunque - conclude il promotore di giustizia - il 17 novembre del 2002 il servo di Dio Giovanni Paolo II ha concesso a questo dicastero la facoltà di derogare dalla prescrizione caso per caso, su motivata domanda dei singoli vescovi. E la deroga viene normalmente concessa». Sir 13

 

 

 

Germania, sospeso il prete pedofilo. Critiche al Papa: "Non deve tacere"

 

Il vicepresidente del Bundestag: "A rischio credibilità della Chiesa"

 

L’arcivescovado di Monaco di Baviera e Freising ha sospeso Peter H., il prete con precedenti di abusi sessuali su minori al centro di un caso che - per la prima volta - ha sfiorato anche Papa Benedetto XVI. Lo ha annunciato lo stesso arcivescovado in un comunicato.

 

Il religioso è stato sospeso per avere violato il divieto di occuparsi di bambini e adolescenti e il suo diretto superiore, Josef Obermaier, ha rassegnato le dimissioni. Il prete, 62 anni, era stato trasferito nel 1980 dalla diocesi di Essen (Nord Reno-Westfalia), dove aveva commesso violenze su minori, a quella di Monaco di Baviera, quando il Papa era arcivescovo del capoluogo bavarese e di Freising. Il sacerdote era stato accolto, «al solo scopo di farlo curare», aveva precisato nei giorni scorsi una nota della diocesi, ma l’allora vicario generale della capitale bavarese, mons. Gerhard Gruber, aveva deciso autonomamente di affidare al religioso un ruolo pastorale in una parrocchia, senza avvertire il suo superiore. Così, le violenze si erano ripetute e, per questo, nel 1986 era stato condannato a 18 mesi di prigione.

 

Intanto in Germania aumenta lo sconcerto per lo scandalo degli abusi sessuali negli ambienti cattolici. Crescono anche le critiche nei confronti di un papa che «tace», nonostante col passare dei giorni emergano sempre più numerosi i casi di violenze su minori commessi da religiosi: una situazione, questa, che secondo il vicepresidente del Bundestag denota una crisi di credibilità della Chiesa. In attesa della lettera che Benedetto XVI, secondo quanto ha annunciato monsignor Rino Fisichella, sta per inviare ai vescovi irlandesi, la stampa tedesca fa notare il «silenzio» osservato del Papa su questo tema durante l’Angelus di ieri e alcune associazioni cattoliche aumentano la pressione sul Santo padre. «Il papa tace di fronte a nuovi casi di abusi», scrive lo Spiegel online. Dal Papa arriva un «deciso silenzio», gli fa eco il quotidiano Sueddeutsche Zeitung. E continua anche il pressing delle associazioni cattoliche.

 

Ma l’attacco più duro è arrivato da una delle più alte cariche dello Stato, il vice presidente del Bundestag, Wolfgang Thierse (Spd): «La credibilità della Chiesa sta traballando in modo molto grave» per i casi di pedofilia emersi in Germania, ha detto, chiedendo al Papa una «maggiore onestà». E poi: «La costernazione dei credenti è enorme», ha affermato Thierse. Ancora una volta, la cancelliera Angela Merkel (Cdu), come aveva fatto anche la settimana scorsa, ha gettato acqua sul fuoco. La leader conservatrice, ha detto un portavoce del governo, ha accolto positivamente l’incontro di venerdì tra il papa e il presidente della Conferenza episcopale tedesca, Robert Zollitsch, sottolineando che questo è un buon segno poichè dimostra che il Vaticano e la Chiesa cattolica tedesca stanno cercando di risolvere il problema.  LS 16

 

 

 

La forza della gratuità.  La carica profetica di una scelta di prossimità

 

L'incontro degli oltre 7.000 volontari, attivi nella Protezione Civile, con il Papa, avvenuto a Roma lo scorso 6 marzo, è stata l'occasione per mettere a tema il ruolo e il significato del volontariato.

Volontariato che trova la sua icona nella figura del Buon Samaritano tratteggiata dall'evangelista Luca. E che non si ferma all'aiuto immediato, ma - ha ricordato il Papa - "insegna ad andare oltre l'emergenza e a predisporre il rientro nella normalità". Il malcapitato, infatti, non solo viene assistito e fasciato nelle sue ferite, ma viene portato alla locanda e affidato alle cure dell'albergatore, ad indicare anche un coinvolgimento di soggetti diversi.

Volontariato che dice un "di più" necessario e non codificabile in leggi o regolamenti, vocazione propria di ogni persona: "L'amore del prossimo - ha proseguito Benedetto XVI - non può essere delegato. Lo Stato e la politica, pur con le necessarie premure per il welfare, non possono sostituirlo".

Un "di più" di amore, di gratuità, che spinge ad andare oltre il proprio dovere, superando la logica del "tocca proprio a me?", per entrare nella logica del "mi riguarda". Condizione, questa, fondamentale per costruire il bene comune e strada non opzionale, ma necessaria per restituire umanità: "Proprio per questo, i volontari non sono dei 'tappabuchi' nella rete sociale, ma persone che veramente contribuiscono a delineare il volto umano e cristiano della società".

Volontariato inteso come "disposizione dell'essere per la donazione" (secondo la definizione di Carlo Maria Mozzaniga, nel libro "Cento parole di prossimità"), che custodisce la forza della gratuità, "come dimensione fondativa del vivere anche civile, non riducendo l'orizzonte della convivenza alla scambio equivalente (del mercato) e alla logica ridistribuiva (dell'uguaglianza)". Recuperando così il trinomio, non scindibile, a costo, purtroppo, di conseguenze nefaste, come stiamo sperimentando: "Libertà, uguaglianza, fraternità".

Volontariato che, per diventare interlocutore significativo nella società, non accetta compromessi, non asseconda logiche concorrenziali o competitive, non accetta di ridurre l'interiorità e l'ulteriorità della persona, non si limita a "fare per", non va in cerca di medaglie o di riconoscimenti, non soffoca la sua carica profetica.

Impegno non facile che richiede un continuo allenamento all'ascolto e alla verifica, un ritorno alle origini che diventa indicazione e possibilità di futuro. In una capacità di farsi carico dell'ideale di una città, diventandone un soggetto politico e culturale.

MARIA CECILIA SCAFFARDI direttore "Vita Nuova" (Parma)

 

 

 

 

Anno sacerdotale. Immagine indelebile. Card. Hummes: "Sappiamo che Cristo sceglie alcuni"

 

"Il futuro della Chiesa dipende in grandissima parte dall'operato dei sacerdoti. Non è una questione di numero, ma di qualità della vita sacerdotale e dello zelo pastorale che sanno mostrare": lo ha detto il card. Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l'educazione cattolica, aprendo presso la Pontificia Università Lateranense, a Roma, i lavori del convegno teologico "Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote", promosso l'11 e il 12 marzo dalla Congregazione per il clero in occasione dell'"Anno Sacerdotale". "La formazione dei sacerdoti rappresenta l'impegno educativo più importante in questo momento per la Chiesa", ha sottolineato il card. Grocholewski, citando il libro "Dono e mistero" scritto da Giovanni Paolo II in occasione del 50° della sua ordinazione sacerdotale, nel quale si richiama come "la lunga storia della Chiesa sia stata illuminata nel corso dei secoli da splendidi modelli di santi sacerdoti, quali il Curato d'Ars". "Inviato a un paesino di 300 anime e disastroso dal punto di vista religioso - ha aggiunto - egli non fece nulla di particolare, semplicemente era e operava da vero sacerdote di Cristo. E così riuscì a convertire molti".

 

Celibato, dono da capire. "Il celibato sacerdotale è un dono dello Spirito Santo che chiede di essere compreso e vissuto con pienezza di senso e di gioia, nel rapporto totalizzante con il Signore": lo ha detto il prefetto della Congregazione per il clero, card. Claudio Hummes, nel suo intervento di apertura dei lavori. "Questo rapporto unico e privilegiato con Dio fa del sacerdote il testimone autentico di una singolare paternità spirituale e lo rende autenticamente fecondo", ha aggiunto il porporato. "La Chiesa in quanto corpo mistico di Cristo vede tutti i fedeli accomunati dal dono di essere un popolo sacerdotale - ha poi aggiunto -. Ma, allo stesso tempo, sappiamo che Cristo sceglie alcuni" e "questi sono i sacerdoti che ne continuano la missione". Nella sua relazione su "Cristologia e identità sacerdotale", padre Real Tremblay, docente alla Pontificia Accademia Alfonsiana, ha definito il prete "l'uomo della solidarietà, dell'oblazione filiale e della comunicazione dell'intimità paterna". Ha quindi aggiunto che "non è un 'mercenario' che sfrutta il gregge a suo vantaggio, ma un pastore che serve il suo gregge 'al seguito' di Gesù".

 

Trascendenza, fonte di cultura. "La teologia e la Chiesa non devono dissolversi nella cultura. Devono rendere possibile all'uomo la trascendenza": lo ha detto mons. Gerhard L.Muller, vescovo di Ratisbona, nella relazione su "Sacerdoti e cultura contemporanea". "Se si riduce la teologia a un oggetto di ricerca culturale, essa diviene un pezzo da museo e soprattutto la si priva del diritto di partecipare attivamente alla vita culturale e, quindi, anche sociale e politica". Secondo mons. Muller, invece, "la teologia deve tornare a essere il motore dinamico della società, eventualmente anche di quella politica, e del mondo spirituale fra gli uomini". Il relatore ha sottolineato che "i sacerdoti devono interessarsi alla vita culturale di una società, per poter esporre con incisività le proprie idee di una buona società di valori, formazione e cultura. Il riferimento alla trascendenza quale fonte di tutta la cultura eleva l'opera compiuta al di sopra dei confini posti dalla limitatezza umana".

 

Prendersi cura dei fedeli. "Perché una Congregazione cattolica sia viva, abbia un buon rapporto con i suoi sacerdoti e generi anche vocazioni sacerdotali e religiose, non basta una sociologia dell'efficienza. Occorre che ciascuno si senta partecipe e non solo spettatore, e prima di dare il suo contributo si senta 'preso in cura' personalmente dal sacerdote": lo ha detto il sociologo della religione Massimo Introvigne, direttore del Cesnur (Centro studi nuove religioni), che ha svolto una relazione su "Recenti mutazioni antropologiche". Secondo Introvigne, "per diminuire il numero dei credenti di passaggio, che frequentano saltuariamente e non si riconoscono fino in fondo nelle parrocchie e associazioni cattoliche, occorre assicurare un contatto personale e autorevole con il sacerdote, particolarmente il parroco".

 

Riconoscere i bisogni spirituali. "Il presbitero del terzo millennio sarà il continuatore dei presbiteri che, nei precedenti millenni, hanno animato la vita della Chiesa": lo ha detto il card. Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, intervenendo con una relazione su "Sacerdozio ed ermeneutica della continuità". Ad avviso del cardinale, "il presbitero oggi è chiamato ad aprirsi per quanto possibile alla superiore illuminazione dello Spirito Santo, per scoprire gli orientamenti della società contemporanea e riconoscere i bisogni spirituali più profondi". Pur di fronte a una diffusa indifferenza religiosa, "non dobbiamo dimenticare - ha detto - che l'immagine di Dio è impressa nell'uomo e non può essere cancellata. La capacità della verità resta indistruttibile nell'uomo". "L'uomo che vive oggi la gaia farsa dell'assenza di Dio ha bisogno di essere risvegliato alla coscienza della sua dignità di persona - ha poi concluso il card. Caffarra - e ciò lo può fare solo la testimonianza della carità".

LUIGI CRIMELLA

 

 

 

 

Osare un pensiero forte. La teologia in un tempo di cultura debole

 

"In un tempo di irrimediabile debolezza, non bisognerebbe avere timore di osare un pensiero teologico forte". Lo ha detto mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, intervenendo al convegno degli Istituti superiori di scienze religiose, che si è concluso il 10 marzo a Roma (cfr SIR 18/2010), e al quale hanno partecipato 150 persone, in rappresentanza di una realtà che coinvolge circa 2.500 docenti (con vari profili) e oltre 10 mila studenti (ai quali vanno aggiunti i quasi 4 mila delle Facoltà teologiche). Tra le "sfide" da raccogliere oggi, mons. Crociata ha menzionato non soltanto le "questioni nuove che gli sviluppi del pensiero, della scienza, della tecnica presentano", ma anche la "necessità di confrontarsi con altri saperi, con il pluralismo dell'esperienza etica e religiosa". "Crescere in profondità": questo il compito assegnato dal segretario generale della Cei agli Issr, esortati a "radicarsi sempre più nelle proprie origini" ma, nello stesso tempo, a "non temere di raggiungere le punte più avanzate verso il futuro".

 

I laici e il territorio. Per mons. Crociata, il "servizio motivato"che i laici formati negli Istituti superiori di scienze religiose possono offrire ha "ricadute" sia all'interno della comunità ecclesiale, sia "negli ambiti più diversi dell'esperienza umana", e quindi contribuisce non solo a "una vera corresponsabilità all'interno della vita della Chiesa", ma anche all'"abilitazione" dei laici "a una testimonianza credibile e competente nella società". Dal "pensare la fede" e dal "dialogo tra fede e cultura nel territorio dipende in larga parte l'evangelizzazione": di qui "il necessario radicamento degli Istituti nella vita delle Chiese particolari" e l'"impegno comune di lettura delle esigenze che si manifestano nel vivo delle problematiche culturali diffuse nel tessuto locale". Per mons. Crociata, il compito degli Issr consiste nel "mostrare come la libertà del credente può e sa contribuire alla fisionomia culturale del proprio tempo, all'elaborazione di un pieno umanesimo offerto a tutti".

 

Educazione e teologia. "Non è possibile affrontare la sfida educativa senza rianimare la riflessione di fondo sulla condizione umana e sulla sua grandezza, sulla sua contingenza e sulla sua destinazione infinita". Ne è convinto mons. Crociata, secondo il quale "educazione e riflessione teologica sono in certo modo inseparabili". Di fronte ad una "prassi educativa molto spesso tecnicizzata e frammentata" e ad un educare "ridotto a un'opera di socializzazione e di autosviluppo", per il segretario generale della Cei "l'approfondimento teologico - in fecondo dialogo con tutte le scienze - propone le esigenze dei significati fondamentali del vivere". Di qui la necessità di "un permanente e organico percorso di formazione della coscienza nell'orizzonte del vero, del bene e del bello", in cui agli Issr "spetta un compito rilevante".

 

No al "fast food". "La tentazione del fast food non riguarda solo la gastronomia, ma è spesso incombente anche sulla formazione della cultura". È quanto ha sottolineato mons. Giuseppe Lorizio, ordinario di teologia fondamentale alla Pontificia Università Lateranense e preside dell'Issr "Ecclesia Mater" (Roma). "Vincerla è nostro urgente compito", ha proseguito il docente, secondo il quale "ne va della nostra stessa sopravvivenza". Di qui l'appello alla "creatività" nell'azione educativa degli Issr in rapporto alla formazione dei laici, partendo da una precisa consapevolezza: "L'attenzione alla formazione teologica dei laici difficilmente potrà contare su una partecipazione numerica oceanica, soprattutto allorché si propongono degli itinerari lunghi e strutturati, rigorosi e profondi, quali intendono essere anche quelli delle scuole di teologia presenti sul territorio". Quanto alla formazione permanente, secondo il teologo, deve tener conto della "duplice istanza" dell'approfondimento, che "chiama in causa la ricerca e l'attenzione verso i docenti e i loro percorsi", e l'aggiornamento, che richiede "figure professionali in ambito civile ed ecclesiale che si avvalgano dei nostri titoli accademici".

 

Bioetica e religioni. Introdurre, nei nuovi Issr caratterizzati dal "tre più due", un biennio di specializzazione in bioetica. È una delle proposte lanciate nel corso del convegno. "Il dibattito pubblico in bioetica - ha detto don Maurizio Chiodi - ha restituito visibilità alle questioni etiche, sdoganandole dal'ambito puramente privato, anche se questa pubblicizzazione si accompagna al rischio di sovrapporre indebitamente etica e diritto, ordine morale e ordine giuridico, bioetica e biopolitica". Il teologo, secondo son Chiodi, "può introdursi a pieno titolo nel dibattito bioetico, naturalmente esibendo le ragioni universalmente riconoscibili della sua argomentazione e delle sue convinzioni". A proporre un corso su "cristianesimo e religioni" nel biennio pedagogico-didattico degli Issr è stato Alberto Cozzi, secondo il quale tre sono i "nodi chiave" dell'attuale dibattito in materia: "il giudizio sulle altre religioni in un contesto pluralista; il confronto tra lo specifico approccio teologico e le altre scienze delle religioni; il dialogo interreligioso come nuova modalità di rapporto tra diverse forme di religiosità".  M.MICHELA NICOLAIS

 

 

 

Monito del cardinale Bertone alla politica: ''Basta furbi. Ci vuole più senso morale''

 

Il segretario di Stato Vaticano davanti alla Giunta di Confindustria: ''La crisi non è soltanto economica, ma è stata originata da ''comportamenti pratici contrari alla legge di Dio''

 

Roma - "La fiducia nelle istituzioni è molto calata. Occorre recuperarla con un senso alto di moralità e responsabilità di ciascuno". Lo ha detto il segretario di Stato del Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, invitato da Confindustria alla riunione della Giunta.

E la crisi di questi mesi (determinata da ''uno sviluppo artificiale e insostenibile, il cui crollo ha prodotto distruzione di ricchezza e vulnerabilità delle imprese, delle famiglie, delle persone e degli stessi Stati'') ''non è soltanto economica, ma è stata originata da deficit di valori morali e da comportamenti pratici contrari alla legge di Dio e conseguentemente contrari all'uomo; dannosi per la giustizia e negativi per la crescita materiale e spirituale della società''.

Bertone ha proposto una riflessione sull'Enciclica 'Caritas in veritate' elencando tre elementi definiti ''una 'trilogia' di piste da percorrere per arginare questo deficit di valori''. Il primo è ''l'emergenza educativa'', più volte richiamata dal Papa; il secondo è ''l'imprescindibile necessità di una nuova generazione di laici cristiani impegnati nel mondo del lavoro, dell'economia, della politica''; il terzo è ''l'approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione''.

''Purtroppo - ha proseguito nella sua analisi il cardinale - e i media lo raccontano ampiamente, oggi è diffusa la cultura che considera normale, perciò accettabile se non addirittura da invidiare ed emulare, il prevalere della furbizia, del più organizzato, del più informato e del più ricco e potente''. ''I valori di riferimento per chi fa impresa'' devono consistere - ha detto Bertone - nel ''volere uno sviluppo economico non egoistico, non scoraggiante la vita umana, non falsato e non illusorio''. Quindi, ''esigenze quali il 'ritorno sull'investimento', la 'creazione di valore per l'azionista' e la 'valutazione del rischio', non possono prescindere dal valore umano''.

D'altro canto, ha aggiunto, "le imprese responsabili vanno assistite dalle istituzioni anche con la riforma degli ammortizzatori sociali, sussidi indiretti, sgravi fiscali, creazione di posti di lavoro alternativi seguiti alle ristrutturazioni e alle conversioni di aziende".

In questo contesto, ha proseguito rivolto a industriali, Governo e sindacati, ''auspico che si sviluppi una strategia di 'concertazione' con le parti sociali e il Governo per coordinare le scelte nella necessaria ristrutturazione a breve''. A parere del Segretario di Stato, occorre quindi ''elaborare un modello di impresa con un forte senso di responsabilità sociale'' e a tal riguardo ha citato ''l'esperienza dell'azienda Olivetti, che mi piace ricordare dato che quest'anno ricorre il 50° anniversario della morte dell'Ing. Adriano Olivetti (1960)''.

Durante il suo intervento in Confindustria, Bertone ha poi voluto sottolineare che il bene dell'uomo ''non consiste esclusivamente nel 'riprogrammarsi' per non soffrire, o vivere il più a lungo possibile perché senza Dio l'uomo non sa dove andare e l'umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano''. E in tema di immigrazione, ha precisato che "la Chiesa non chiede di fare entrare a tutti i costi gli immigrati ma raccomanda di rispettare la dignità dovuta ad ogni persona. A volte si sfruttano i flussi migratori secondo logiche disumane e non rispettose delle persone".

Adnkronos 16

 

 

 

 

 

Vatikan/Italien: Benedikt in der lutherischen Gemeinde Rom

 

Mehr Einsatz für die Ökumene, aber auch sichtbare Dankbarkeit für bereits Erreichtes – das ist Papst Benedikts Botschaft anlässlich seines Besuches in der lutherischen Gemeinde Roms. Auf den Spuren seines Vorgängers Johannes Paul II. stattete Benedikt XVI. Roms Protestanten am Sonntagabend einen Besuch ab – als Papst war es Benedikts erster Besuch in einem lutherischen Gotteshaus. Feierlich – mit Bibellesungen, Gebeten und Gemeindegesang nach lutherischem Brauch – feierten katholische und evangelische Gläubige einen Wortgottesdienst in der spätwilhelminischen Christuskirche. Das Gotteshaus nahe dem Park Villa Borghese ist geistliches Zentrum für rund 350 deutschsprachige Protestanten in der italienischen Hauptstadt. In seiner Predigt erinnerte Benedikt eindringlich an die Notwendigkeit eines größeren Einsatzes für die Ökumene.

 

„Nachfolge geschieht im Wir: Zum Christsein gehört das Wir-Sein in der Gemeinschaft seiner Jünger. Und da steht die Frage der Ökumene mit uns auf: die Trauer darüber, dass wir dieses Wir zerrissen haben, dass wir doch den einen Weg in mehrere Wege zerteilen und so das Zeugnis verdunkelt wird, das wir damit geben sollten – dass die Liebe selbst nicht ihre volle Gestalt finden kann. Was sollen wir dazu sagen?“

 

Papst Benedikt XVI. sprach mit erkältungsrauer, doch fester Stimme von der lutherischen Kanzel herab. Deutlich wies das katholische Kirchenoberhaupt darauf hin, dass christliche Wiedervereinigung nicht von oben herab beschlossen werden kann.

 

„Eine Einheit, die wir selbst aushandeln würden, wäre menschengemacht, und so brüchig wie alles, was Menschen machen. Das Ende der Trennung kann nur von Gott kommen, und statt über einen Stillstand der Ökumene zu klagen, sollen wir dankbar sein, dass es so viel Einheit gibt.“

Letztlich könne nur Gott selbst die Einheit schenken, betonte der Papst.

„Wir überlassen Ihm, dass er uns wirklich ganz zur Einheit führt, die wir in dieser Stunde mit aller Dringlichkeit zu Ihm beten.“

 

Es handelte sich um den ersten Besuch Benedikts in einem lutherischen Gotteshaus.

 

Gemeindepräsidentin Esch: „Gemeinsames Tun“ - Gemeindepräsidentin Doris Esch hieß den Papst in der lutherischen Gemeinde Rom als „Bischof von Rom“ willkommen. In ihrem herzlichen Grußwort erinnerte sie an den historischen Besuch Johannes Pauls II. und an ein Podiumsgespräch des damaligen Glaubenspräfekten Joseph Ratzinger mit dem Berliner Bischof Wolfgang Huber 1998 in der Christuskirche. Das Gespräch hatte in der letzten Vorbereitungsphase der „Gemeinsamen Erklärung zur Rechtfertigungslehre“ stattgefunden, die dann am 31. Oktober 1999 feierlich in Augsburg unterzeichnet wurde. Esch:

 

„Heiliger Vater, mit Ihrem Kommen nehmen Sie den Besuch Ihres verehrten Vorgängers wieder auf und erinnern zugleich an die zehn Jahre seit der Unterzeichnung der Gemeinsamen Erklärung zur Rechtfertigungslehre. Beide Jubiläen sind in unserer Gemeinde lebendig und wichtig und ermutigen uns, auf dem Weg der Ökumene weiterzugehen.“

 

Hinsichtlich des Dialoges der Glaubensgemeinschaften gab sich die Gemeindepräsidentin praktisch. Der Weg der Ökumene liege…

 

„…nicht so sehr im Reflektieren unserer unterschiedlichen Voraussetzunge, sondern in gemeinsamem Tun: in der Aufmerksamkeit auf das Wort und im Anrufen unseres gemeinsamen Herrn Jesus Christus gestern und heute, um gemeinsam immer mehr glaubwürdig zu sein und zu zeigen, dass wir eine  Hoffnung haben.“

 

Esch verwies auf die Inschrift des Taufbeckens, die ein frühchristliches Zitat aus der Taufkirche beim Lateran aufgreift: „Eine Quelle, ein Geist, ein Glaube“ - Worte, so Esch, die eine „ökumenische Brücke“ bildeten.

 

Pastor Kruse: „Wir müssen nicht alles alleine meistern" - Bei der von Lesungen, Gemeindegesang und Gebeten geprägten lutherischen Feier predigte Gemeindepfarrer Jens-Martin Kruse über einen Abschnitt aus dem zweiten Korintherbrief. Anschließend legte Benedikt XVI. einige Verse aus dem Johannesevangelium aus.

Kruse rief unter Verweis auf das liturgische Motto des Sonntags - „Laetare“ (Freuet euch) – dazu auf, trotz der Erfahrung von Leid und Versagen an der Osterhoffnung festzuhalten. Durch die Auferstehung werde „unsere Gegenwart in ein anderes Licht“ gerückt.

 

„Wir müssen nicht alles alleine meistern. Wir dürfen auf Gottes Fürsorge und Beistand vertrauen. Das Entscheidende liegt bei ihm.“

 

Auf besondere ökumenische Themen ging der evangelische Geistliche nicht ein. Er verwies jedoch allgemein auf schmerzende „Trennungen und Differenzen“. Zugleich erinnerte er an die Mahnung des Apostels Paulus, Gläubige sollten sich gegenseitig stützen.

 

„Auf dem Weg mit Jesus Christus, gemeinsam unterwegs in seiner Nachfolge sind wir Christen vom Apostel Paulus angehalten, nicht nebeneinander herzugehen, sondern miteinander.“

 

Den Schlusssegen im Gottesdienst spendete Benedikt XVI. Auch der evangelische Pfarrer bekreuzigte sich. Dann bat er seinen Gast noch auf eine private Begegnung ins Pfarrhaus, der Hirte über 350 Seelen den geistlichen Führer einer Milliarde. Als solle es den familiären Charakter unterstreichen, durfte Benedikt XVI. noch eine Torte in den Apostolischen Palast mitnehmen. Hausgemacht und haltbar produziert, versicherte Kruse, für den Fall, dass der Papst bis Ostern auf Süßes verzichtet.

 

Pastor Kruse: „Benedikt kennt unsere Kirche gut“ - Papst Johannes Paul II. hatte die Christuskirche im Jahr 1983 besucht: Es war der erste Besuch eines Papstes in einer lutherischen Kirche überhaupt. Die lutherische Gemeinde in Rom zählt heute etwa 350 Mitglieder. Wie wurde der Besuch von Johannes Pauls Nachfolger, Papst Benedikt XVI., von der kleinen Gemeinde aufgenommen? Wir haben Pastor Jens-Martin Kruse dazu befragt:

 

„Für uns ist der Papstbesuch wirklich ein Freudentag und ein schönes Zeichen der Ökumene in Rom. Das Wichtigste ist doch, dass wir gemeinsam Messe feiern können! Wir hören gemeinsam Gottes Wort und beten.“

 

Kardinal Kasper: „Papstbesuch war eindrucksvolles Zeichen“ - Ein „sehr eindrucksvoller geistlicher Gottesdienst“: So kommentiert der vatikanische Ökumene-Verantwortliche, Kardinal Walter Kasper, den Besuch Benedikts in der evangelisch-lutherischen Gemeinde in Rom. Nichts Neues, aber für kirchenpolitische Erklärungen sei die Feier ohnehin nicht der rechte Ort, zitiert ihn die Katholische Nachrichten-Agentur.

Der Besuch von Papst Benedikt XVI. stellte die gewachsene Einheit in der Ökumene heraus. Das gemeinsame Beten sei „nicht wenig“, betonte der Präsident des Rats für die Einheit der Christen am Sonntagabend. Er habe die Feier in der römischen Christuskirche als „eindrucksvollen geistlichen Gottesdienst“ erlebt. Als eine zentrale Aussage bewertete Kasper, dass der Papst das Leiden an der „Wunde der Trennung“ herausgestellt habe. Die liturgische Begegnung habe die schon bestehende Freundschaft zwischen der lutherischen Gemeinde in Rom und den Katholiken bestärkt.

Im Blick auf den Ökumenischen Kirchentag in München äußerte Kasper den Wunsch, dass Christentreffen solle einen „Geist der Hoffnung“ vermitteln. Christen müssten zeigen, dass sie über Konfessionsgrenzen hinweg zusammenstehen, in einer zunehmend säkularisierten und pluralisierten Gesellschaft ihren Glauben bezeugen und Freude ausstrahlen könnten.

 

Lutherische Gemeinde: Papst Johannes Pauls Besuch im Jahr 1983 - Auch er erinnerte an die Einheit – am 11. Dezember 1983 besuchte Papst Johannes Paul II. Roms Lutheraner. Es war ein historischer Besuch, der erste eines Papstes in einer lutherischen Gemeinde seit der Reform von 1517. Im 500. Geburtsjahr des Reformators Martin Luther erinnerte Johannes Paul bei dieser Gelegenheit an die gemeinsamen Wurzeln der beiden christlichen Konfessionen:

 

„In Dankbarkeit erinnern wir uns unserer gemeinsamen Herkunft, des Geschenkes unserer Erlösung und der gemeinsamen Ausrichtung unseres Pilgerweges. Wir alle stehen unter der Gnade unseres Herren Jesus Christus.“ (rv 15)

 

 

 

 

 

 

Merkel begrüßt Vorgehen des Vatikan zu Missbrauchsfällen

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel hat das Vorgehen des Vatikans angesichts der Missbrauchsfälle in Deutschland begrüßt. Politik und Kirchenvertreter debattierten am Montag darüber, wie Papst Benedikt XVI. mit dem Skandal in seinem Heimatland umgeht. Der stellvertretende Regierungssprecher Christoph Steegmans erklärte in Berlin, es sei für die Bundesregierung ein gutes Zeichen, dass Erzbischof Robert Zollitsch für das Vorgehen der deutschen Bischöfe „ausdrücklich die Rückendeckung des Vatikans“ habe.

 

Institutionalisierte Aufarbeitung - Derweil bekräftigte Bundesjustizministerin Sabine-Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) ihre Forderung nach einer „institutionalisierten Form der Aufarbeitung“. Ihr Sprecher Ulrich Staudigl sagte, die von der Ministerin ins Gespräch gebrachte Errichtung einer Unabhängigen Untersuchungskommission widerspreche nicht der Forderung nach einem Runden Tisch. In seinem Haus gebe es „erste Überlegungen“ zur Zusammensetzung eines solchen Gremiums.

 

Treffen am 15. April - Nach Angaben des Sprechers steht mittlerweile ein Gesprächstermin der Ministerin mit dem Vorsitzenden der Bischofskonferenz, Erzbischof Zollitsch, fest. Bei dem Gespräch solle es auch darum gehen, welche institutionalisierte Form der Aufarbeitung ein „denkbarer guter Weg“ für die Kirche sei, sagte er. Nach Angaben der Kirche wollen sich Zollitsch und die Ministerin am 15. April im Berliner Justizministerium treffen.

 

Rückendeckung von CDU - Auch die kirchenpolitische Sprecherin der Unions-Fraktion, Maria Flachsbarth (CDU), verteidigte die Haltung des Papstes. Er habe „ganz unmissverständlich klar gemacht, dass für ihn Null Toleranz gilt“, sagte die CDU-Politikerin im NDR. Er nehme den Skandal nicht auf die leichte Schulter. Der Kriminologe Christian Pfeiffer empfahl der Kirche unterdessen, eine Hotline auch für pädophile Priester einzurichten. „Potenzielle Täter brauchen Hilfe“, schrieb der Direktor des Kriminologischen Forschungsinstituts Niedersachsen in der „Süddeutschen Zeitung“. Die Kirche könnte dabei mit der Charite in Berlin zusammenarbeiten, wo es seit 2005 ein solches Angebot für pädophile Männer gebe. kna 16

 

 

 

 

 

Angelus: Gott schenkt Versöhnung

 

Die Fastenzeit lade dazu ein, in der Reue über die Sünden zu wachsen und Gottes Barmherzigkeit neu zu erfahren. Die Vergebung Gottes sei „größer als unser Elend, aber auch größer als unsere Gerechtigkeit“. Der Papst äußerte sich nicht zur aktuellen Missbrauchsdebatte, worüber zuvor in zahlreichen Medienberichten spekuliert worden war. Das biblische Gleichnis vom verlorenen Sohn habe die Kraft, von Gott zu sprechen und uns sein Antlitz zu zeigen, ja sogar sein Herz.

 

„Gott ist treu und liebt den Menschen, selbst wenn dieser sich von ihm entfernt und sich dadurch selber fremd wird. In Jesus Christus schenkt Gott der Welt die Versöhnung, damit eine neue Schöpfung werde. Wir alle brauchen diese Versöhnung. Und wenn wir dieses große Geschenk annehmen, können auch wir die Botschaft der Treue und Liebe Gottes, der uns allen wie ein barmherziger Vater entgegenkommt, weiter tragen. Von Herzen wünsche ich euch einen gesegneten vierten Fastensonntag.“

 

Das Gleichnis vom verlorenen Sohn sei ein Bild für das geistliche Wachsen des Menschen: Seitdem Jesus uns vom barmherzigen Vater Kunde gebracht hat, sei nichts mehr wie vorher. Jetzt kennen wir Gott: Er ist unser Vater, der uns aus Liebe zur Freiheit erschaffen hat und uns ausgestattet hat mit einem Gewissen; der leidet, wenn wir verloren gehen und der sich freut, wenn wir wiederkehren. In der Beziehung des Sohnes mit dem Vater könne man auch die Entwicklungsstufen der Beziehung des Menschen zu Gott erkennen. Es gebe die Phase der Kindheit: die Religiosität sei vor allem von Bedürfnis und Abhängigkeit geprägt. Dann will der Mensch sich von dieser Unterwerfung befreien und erwachsen werden im Glauben, auf Gott verzichten zu können. Dies sei eine Phase, die zum Atheismus führen könne. Aber das verdecke nicht selten die Notwendigkeit, das wahre Ansicht Gottes zu suchen. Zu unserem Glück lasse es Gott nie an seiner Treue zu uns fehlen; und selbst wenn wir uns von ihm entfernen, geht er uns nach in Liebe, vergibt uns unsere Fehler und ruft uns zurück zu sich, so der Papst „Nur wenn man sich von einer bedingungslosen Liebe geliebt weiß und Vergebung erfährt, treten wir endlich ein in ein Verhältnis mit Gott, das geprägt ist von wahrer Sohnschaft und Freiheit.“ (rv 14)

 

 

 

Deutschland: Missbrauchsfälle – auch Evangelische Kirche betroffen

 

Bei Kindesmissbrauch darf es nach Ansicht des amtierenden Ratsvorsitzenden der Evangelischen Kirchen in Deutschland (EKD), Präses Nikolaus Schneider, keine „billige Gnade“ geben. Er plädiert für einen umfassenden Täter-Opfer-Ausgleich, bei dem es nicht nur um Geld gehen dürfe. Dazu könnten auch „Runde Tische“ dienen. Die erste Sorge der Kirche gelte den „geschundenen Opfern“, sagte er am Wochenende vor Journalisten in Köln. Man wolle bei der Aufklärung Transparenz walten lassen und der staatlichen Gerichtsbarkeit Vorrang einräumen. Aber es müsse auch Konsequenzen im innerkirchlichen Betrieb geben. Die Kirche werde freilich auch Tätern „menschliche Solidarität“ nicht versagen. Wie Schneider sagte, sei von Kindesmissbrauch nicht nur die katholische Kirche betroffen. Die meisten Missbrauchsfälle ereigneten sich in der Familie. Aber auch in der evangelischen Kirche tauchen immer wieder Fälle auf. Ein Hauptverdächtiger, der Reformpädagoge und ehemalige Leiter der Odenwaldschule, Gerold Becker, gehörte der EKD-Kammer für Bildung und Erziehung an und war 1997 beteiligt an der Herausgabe einer Orientierungshilfe für den Konfirmandenunterricht. Außerdem vertrat er der Frankfurter Rundschau zufolge als Theologe die evangelische Kirche bei schulischen Fachgesprächen mit dem Land Hessen. Aktuell ermittelt die Staatsanwaltschaft Düsseldorf gegen 17 ehemalige Mitarbeiter der Educon GmbH, einer Tochtereinrichtung der diakonischen Graf-Recke-Stiftung. Wie viele Heranwachsende betroffen waren, ist noch unklar. (idea 16)

 

 

 

Misereor-Fastenaktion.  „Gottes Schöpfung bewahren – damit alle leben können“

 

Fulda. Die 52. Misereor-Fastenaktion steht unter dem Motto „Gottes Schöpfung bewahren – damit alle leben können“ und endet am kommenden 5. Fastensonntag, 21. März, mit der Misereor-Fastenkollekte. In einem Aufruf, der im Bistum Fulda am Sonntag, 14. März, in den Kirchen verlesen wurde, bittet Bischof Heinz Josef Algermissen alle Gläubigen um eine großzügige Spende als Zeichen der Solidarität. „Ihre Spende am fünften Fastensonntag schenkt Hoffnugn: sie eröffnet Menschen in Hunger und Krankheit neue Lebensperspektiven“, unterstrich der Oberhirte. Die Folgen des Klimawandels bedrohten gerade die Menschen in den armen Ländern. „Indem wir in Nord und Süd Gottes Schöpfung bewahren, handeln wir verantwortlich gegenüber unseren Kindern und den künftigen Generationen“, so der Bischof.

 

Stichwort: Misereor. Das Bischöfliche Hilfswerk Misereor gilt als das weltweit größte kirchliche Entwicklungshilfswerk. Es wurde 1958 von den deutschen Bischöfen auf einen Vorschlag des damaligen Kölner Kardinals Joseph Frings hin als eine Aktion gegen Hunger und Krankheit in der Welt gegründet. Der Name Misereor bezieht sich auf das im Markus-Evangelium überlieferte Jesus-Wort „Misereor super turbam“ (lat.), zu deutsch: „Mich erbarmt des Volkes“. Sitz von Misereor ist Aachen. In „partnerschaftlicher Entwicklungszusammenarbeit“ mit den Ländern Afrikas, Asiens und Lateinamerikas will Misereor vor allem Hilfe zur Selbsthilfe leisten. Das Hilfswerk prangert Ursachen von Armut und Unterentwicklung an und bemüht sich in Deutschland darum, das Bewußtsein für Not und Ungerechtigkeit in den Ländern der sogenannten Dritten Welt zu schärfen. bpf

 

 

 

Missbrauchsfälle. Vatikan: Papst wird Schweigen brechen

 

Der Vatikan hat eine Erklärung des Papstes zum sexuellen Missbrauch in kirchlichen Einrichtungen angekündigt. Benedikt XVI. werde sein Schweigen brechen und schon bald in einem Hirtenbrief an die irischen Bischöfe klare Maßnahmen bekanntgeben, sagte der Präsident der päpstlichen Akademie für das Leben, Erzbischof Rino Fisichella, der Mailänder Zeitung „Corriere della Sera“. Ob der Hirtenbrief auch auf die Fälle in Deutschland eingehen wird, ließ er offen.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) bewertet das Verhalten des Papstes als Unterstützung für die deutschen Bischöfe. „Die Bundeskanzlerin begrüßt, dass der Heilige Vater die Notwendigkeit einer vollständigen Aufklärung dieser abscheulichen Taten ausdrücklich unterstrichen hat“, sagte der stellvertretende Regierungssprecher Christoph Steegmans am Montag in Berlin. Für die Bundesregierung sei es ein gutes Zeichen, dass die Bemühungen der katholischen Kirche und des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, „ausdrücklich die Rückendeckung des Vatikans haben“. Die Regierung sei zufrieden mit dem, was Zollitsch an Botschaften aus dem Vatikan mitgebracht habe.

Schweigen auf „Gründlichkeit und Gewissenhaftigkeit“ zurückzuführen

Zollitsch hatte am Freitag bei einer Audienz mit dem Papst über die Missbrauchsfälle in Deutschland gesprochen. Danach drang lediglich an die Öffentlichkeit, dass der deutsche Papst sehr erschüttert sei (siehe auch: Interview mit Erzbischof Zollitsch: „Der Heilige Vater war sehr betroffen von meinem Bericht“). Beim traditionellen Angelus-Gebet am Sonntag in Rom sprach das Kirchenoberhaupt den Skandal nicht an. Auch beim Abendgottesdienst in der deutschen Christuskirche in Rom äußerte er sich nicht dazu. Das Schweigen des Papstes sei auf die „Gründlichkeit und Gewissenhaftigkeit“ des Pontifex zurückzuführen, mit der dieser sich ein Bild der Lage mache, betonte Fisichella. Ob der Hirtenbrief an die irischen Bischöfe auch ausdrücklich auf die Fälle in Deutschland eingehen wird, ließ er offen.

In Irland ist Kindesmissbrauch in der katholischen Kirche seit langem ein Thema. Zwei Untersuchungsberichte hatten im vergangenen Jahr tausendfachen Missbrauch von Kindern unter dem Dach der Kirche dokumentiert. Der Papst hatte irische Bischöfe deshalb vor kurzem nach Rom zitiert. Der Vorsitzende der irischen Bischofskonferenz, Kardinal Sean Brady, gerät zunehmend unter Druck, lehnt aber einen Rücktritt ab. Nur der Papst könne ihn zu solch einem Schritt bewegen, sagte Brady am Montag.

 „Den Papst und die gesamte Kirche in die Missbrauchskandale hineinziehen zu wollen, ist ein Zeichen von Gewalt und Barbarei“, sagte Fisichella. Am vergangenen Freitag war bekanntgeworden, dass in Joseph Ratzingers Amtszeit als Münchner Erzbischof (1977 bis 1982) ein Priester nach Missbrauchsvorwürfen von Essen nach München versetzt worden war. In Bayern verging sich der Priester erneut an minderjährigen Jungen.

Bundestagsvizepräsident Wolfgang Thierse (SPD), der auch Mitglied im Zentralkomitee der Katholiken ist, bescheinigte der Kirche eine schwere Glaubwürdigkeitskrise. Im ARD-Morgenmagazin sagte er: „Die Kirche muss mit sich ehrlicher und strenger sein; und das gilt natürlich auch für den Papst.“ Das Vertrauen in die Kirche sei schwer erschüttert: „Gerade für eine Institution, die moralische Autorität beansprucht, sind strengere Maßstäbe anzulegen - selbst wenn man weiß, dass es Kindesmissbrauch nicht nur unter dem Dach der Kirche gegeben hat.“ Auch CDU-Vorsitzende und Kanzlerin Merkel mahnte eine gesamtgesellschaftliche Debatte an, da es nicht nur um sexuellen Missbrauch in der katholische Kirche gehe.

Der Kriminologe Christian Pfeiffer sieht in der katholischen Kirche einen „respektablen Kurswechsel“ im Umgang mit Tätern und Opfern. Neben einer offensiven Aufklärung sei aber auch eine wirksame Prävention nötig, machte der Direktor des Kriminologischen Forschungsinstituts Niedersachsen in einem Beitrag für die „Süddeutsche Zeitung“ (Montag) deutlich. Potenzielle Täter fürchteten am meisten das Risiko, dass eine Tat entdeckt werden könnte. „Daher ist alles gut, was die Anzeigebereitschaft der Opfer fördert“, betonte Pfeiffer. Denkbar wäre nach seiner Ansicht ein Angebot an alle Schülerinnen und Schüler auch an katholischen Schulen, unter ihren Lehrern eine Vertrauensperson als Ansprechpartner für sexuellen Missbrauch zu wählen. Dpa 15

 

 

 

Vatikanzeitung: Missbrauchs-Kritik an Kirche ist „übertrieben“

 

Die Vatikanzeitung „Osservatore Romano“ setzt sich gegen Angriffe auf die katholische Kirche und ihre Leitung zur Wehr. Es werde mit „Verbissenheit“ versucht, Missbrauchsfälle als besonders häufig in der Kirche darzustellen. Dabei sei sie diejenige Institution, die am klarsten gegen sexuellen Missbrauch von Minderjährigen vorgehe, heisst es in einem Gastkommentar auf der Titelseite der Sonntagsausgabe (14. März). Das negative Image im Zusammenhang mit sexuellen Übergriffen sei „übertrieben“, schrieb der Autor Giuseppe Versaldi, Mitglied des vatikanischen Obersten Gerichtshofs der Signatur und Bischof im italienischen Alexandria. Es sei „paradox, die Kirche so darstellen zu wollen, als sei sie verantwortlich für den Missbrauch Minderjähriger“. Papst Benedikt XVI. führe einen „offenen und entschlossenen Kampf“ gegen die Vergehen durch Geistliche. Versaldi verwarf die These, der Zölibat sei eine Ursache für Pädophilie: „Es ist erwiesen, dass keinerlei Kausalzusammenhang besteht.“ Sexueller Missbrauch sei bei Nichtklerikern und Verheirateten verbreiteter als bei ehelos lebenden Geistlichen. (kipa 14)

 

 

 

 

kirchliche-archive.de im Netz. Neues Internetportal zu kirchlichen Archiven

 

Köln/Fulda. Informationen zu den Archiven der katholischen Kirche in Deutschland bietet das neue Internetportal zu den kirchlichen Archiven. Über das Internetportal ist auch das Bistumsarchiv Fulda erreichbar. Neben den grundlegenden Informationen zum Archiv und seinen Aufgaben findet man einen Überblick über die Bestände und die Veröffentlichungen des Archivs. Die Archive der Bistümer, der Orden sowie der Vereine, Verbände und überdiözesanen Einrichtungen stehen seit langem den Benutzern offen. Erstinformationen zu etlichen von ihnen fand man auch bislang schon im Internet, doch fehlte es bisher an einer deutschlandweiten Bündelung aller Informationen. In gemeinsamer Aktion der Deutschen Bischofskonferenz, der Bundeskonferenz der kirchlichen Archive in Deutschland und des Erzbistums Köln ist nun das das Archivportal www.kirchliche-archive.de entstanden. Damit sind ab jetzt rund 100 Kirchenarchive leicht über die neue gemeinsame Homepage erreichbar, darunter derzeit 54 Ordensarchive und in Kürze auch fast 20 Archive von überdiözesanen Einrichtungen, kirchlichen bzw. katholischen Vereinen und Verbänden.

 

Jedes Archiv ist gezielt ansteuerbar, Öffnungszeiten, Kontaktadressen, Benutzungsservice und vor allem Informationen über das Archivgut sind in aktueller Form abrufbar. Insgesamt sind ca. 140 Kilometer an historischen Dokumenten vom Mittelalter bis in die Gegenwart vertreten. Texte zum kirchlichen Archivwesen, inkl. Fortbildungskursen, und zur Arbeit der Fachgremien ergänzen das Informationsangebot. Die redaktionelle Betreuung des Portals liegt beim Historischen Archiv des Erzbistums Köln (Stefan Plettendorff M. A.), die technische Verwaltung bei der Kölner Firma APG (Köln).

 

Die Kirche blickt in Deutschland auf eine fast 2000jährige Geschichte zurück. In ihrem Selbstverständnis gehören Vergangenheit, Gegenwart und Zukunft untrennbar zusammen. Die Archive der katholischen Kirche sind als Hüter der authentischen Geschichtsdokumente der Kirche zugleich Teil des kulturellen Erbes der Gesellschaft. Katholisch-kirchliche Archive sichern authentische Quellen zu mehr als 1000 Jahren Geschichte der Kirche und (nicht nur) des katholischen Teils der Bevölkerung, zur Orts-, Regional-, Sozial-, Kunst- und Frömmigkeitsgeschichte sowie für viele weitere Disziplinen der wissenschaftlichen, lokalen oder privaten Forschung. bpf

 

 

 

Verurteilter Pfarrer in Bad Tölz Eklat im Gottesdienst

 

Die Wut entlädt sich während der Messe: Die Gemeinde in Bad Tölz wusste nichts davon, dass einer ihrer Seelsorger Kinder missbraucht hat - und trotzdem wieder in die Jugendarbeit kam. Von B. Lohr

Einen bis in diese Tage in der Tölzer Kurseelsorge tätigen Pfarrer hat seine Vergangenheit eingeholt. Die ihm vorgeworfenen sexuellen Übergriffe liegen weit zurück in den siebziger und achtziger Jahren. Sie waren bekannt, es wurden Therapien angeordnet, und der Pfarrer wurde 1986 auch wegen eines Falls verurteilt.

Dennoch gab es Versäumnisse. Das Erzbistum München und Freising räumte ein, dass der Pfarrer als Seelsorger in Grafing und später in Garching/Alz tätig war. Es kam in dieser Zeit wieder zu einem Vergehen.

Die Süddeutsche Zeitung hatte aufgedeckt, dass der vorbelastete Priester während der Amtszeit Joseph Ratzingers als Erzbischof von München und Freising in der Gemeindearbeit eingesetzt worden war.

Im Oktober 2008 wurde er nach Tölz geschickt, mit der Auflage, dass er dort "keine Kinder-, Jugend- und Ministrantenarbeit mehr" machen dürfe.

 

In 21 Jahren in Garching hatte er intensiv mit jungen Leuten gearbeitet und bei diesen auch großen Anklang gefunden. In Tölz hielt er zumindest zwei Mal einen Jugendgottesdienst. Mehr soll nicht gewesen sein. Der Pfarrverbandsvorsitzende, Pfarrer Rupert Frania, sagte auf SZ-Anfrage, ihm habe der Pfarrer dieser Tage im Vieraugengespräch glaubhaft versichert, dass in Tölz "nichts, absolut nichts passiert" sei. Es gebe dazu eine eidesstattliche Erklärung des Pfarrers.

Viele in der Pfarrei reagieren erschüttert auf den Fall. Frania sagte, ihm sei die Vorgeschichte des im Oktober 2008 nach Tölz versetzten Pfarrers bis zum Wochenende nicht bekannt gewesen. "Ich hätte das gerne früher gewusst." Die Nachricht sei ein "entsetzlicher Schock". Sie hinterlasse ein "miserables Gefühl". Kaplan Quirin Strobl sagte der SZ, er sei "schockiert". Er habe den besagten Pfarrer als "hilfsbereiten Kollegen" erlebt.

Die gesamte Pfarrgemeinde ist durch die Angelegenheit aufgewühlt. Als Frania im 11:30-Uhr-Gottesdienst am Sonntag den Fall vorsichtig ansprach und das Gleichnis vom "verlorenen Sohn" heranzog, protestierten Gottesdienstbesucher gegen eine Verharmlosung. Ein junges Paar, das in Kürze von dem jetzt belasteten Pfarrer getraut werden sollte, machte seiner Entrüstung Luft. "Ich kann das nicht hören", rief der Mann. "Sie können doch jetzt nicht mehr ablenken." Einige klatschen, andere rufen: "Halt den Mund."

"Man muss vergeben können"

Es folgte eine minutenlange Diskussion. Viele beklagten, auch später in Gesprächen vor der Kirche, dass jemand wegen so weit zurückliegender Taten erneut verurteilt werde. Kritik erntete das Erzbistum, das mit dem Fall zu offensiv an die Öffentlichkeit gegangen sei.

Jetzt sei Solidarität mit der Pfarrei gefragt. Viele weigern sich, sich von dem offenbar sehr beliebten Pfarrer abzuwenden. Strobl sagte, "man kann einen Menschen nicht immer nur verurteilen". Sabine Behrendt, Leiterin von Jugendgruppen in der Pfarrei, sagte der SZ, der Pfarrer sei nicht nur bei jungen Menschen angekommen, er "kam überall gut an". Die ihm vorgeworfenen Taten lägen weit zurück. "Man muss vergeben können."

Auch ihres Wissens sei der Seelsorger in Tölz nicht regulär in der Jugendarbeit tätig gewesen. Die zwei bekannten Fälle, in denen er Jugendgottesdienste hielt, widersprächen dem nicht. Im Jugendzeltlager im Sommer 2009 habe er nur kurz den Gottesdienst gehalten und sei nach einer Dreiviertelstunde wieder weg gewesen. Ähnlich sei es nach ihren Informationen bei einem Jugendaustausch der Pfarrei mit einer Mädchenrealschule in Freilassing gewesen. Frania sagte, der besagte Pfarrer habe die Gottesdienste in Vertretung für einen Kollegen gehalten. SZ 15

 

 

 

Papst besucht Lutheraner

 

Am Sonntagnachmittag besucht Papst Benedikt XVI. die lutherische Gemeinde in Rom. Die Begegnung knüpft an den Besuch seines Vorgängers Johannes Pauls II. im Jahr 1983 an, dem ersten Besuch eines Papstes in einer lutherischen Kirche überhaupt. Aber es geht nicht nur um eine historische Reminiszenz, meint Mons. Matthias Türk, der im Päpstlichen Einheitsrat für die Protestanten zuständig ist

 

„Der Besuch ist motiviert aus unserem gemeinsamen ökumenischen Weg heraus, der den Papst dazu führt, Kontakt zu suchen in Gemeinschaft und Gebet mit der evangelisch-lutherischen Gemeinde hier in Rom. Die Gemeinde hier steht ja in einem weiteren Kontext, sie ist Mitglied der italienisch-lutherischen Kirche, die in enger Verbindung mit der evangelischen Kirche in Deutschland steht und außerdem Mitglied im Lutherischen Weltbund ist. Von daher hat ein Papstbesuch immer eine überregionale Bedeutung, weil der Papst für die Einheit der katholischen Weltkirche steht. Es geht also darum, die Schritte, die wir bisher gemeinsam unternehmen konnten zu verstärken, zu intensivieren auf der Ebene des Gebetes, der persönlichen Begegnung und auch des theologischen Dialogs.“

 

Bei vielen unvergessen ist die Diskussion zwischen Kardinal Ratzinger und Bischof Wolfgang Huber, dem damaligen Ratsvorsitzenden der EKD in der lutherischen Gemeinde in Rom im Jahre 1998, also genau ein Jahr vor der Unterzeichnung der Gemeinsamen Erklärung zur Rechtfertigungslehre.

 

„Es gab Widerstände gegen die Unterzeichnung der gemeinsamen Erklärung, und beide wollten engagiert mit diesem Gespräch in der Öffentlichkeit zu deren Lösung beitragen. Es geht ja um die Frage, wie Gott den Menschen erlöst, oder „rechtfertigt“, wie Paulus sagt. Hier haben Katholiken und Lutheraner wesentlich mehr gemeinsam, als bisher im theologischen Gespräch aufschien. Das zu verdeutlichen war das Anliegen des damaligen Podiumsgespräches. Bei vielen ist es in guter Erinnerung geblieben, und es hat meines Erachtens einen wichtigen Beitrag geliefert, dass ein Jahr später tatsächlich die Gemeinsame Erklärung feierlich in Augsburg unterzeichnet werden konnte.“ (rv 14)

 

 

 

Missbrauchsfälle ''Größte Kirchenkrise seit 1945''

 

Immer mehr Gläubige rufen nach klaren Worten des Papstes zu den Missbrauchsfällen. Dieser will sich bald erklären - zu Vorfällen in Irland.

Der Vatikan hat eine Erklärung des Papstes zum sexuellen Missbrauch in kirchlichen Einrichtungen angekündigt.

Benedikt XVI. werde sein Schweigen brechen und schon bald in einem Hirtenbrief an die irischen Bischöfe klare Maßnahmen bekanntgeben, sagte der Chef der päpstlichen Akademie für das Leben, Erzbischof Rino Fisichella, dem Mailänder Corriere della Sera. Ob der Hirtenbrief auch auf die Fälle in Deutschland eingehen wird, ist unklar.

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, hatte am Freitag bei einer Audienz mit dem Papst über die Missbrauchsfälle in Deutschland gesprochen. Danach drang lediglich an die Öffentlichkeit, dass der deutsche Papst sehr erschüttert sei.

Beim traditionellen Angelus-Gebet am Sonntag in Rom sprach das Kirchenoberhaupt den Skandal nicht an. Auch beim Abendgottesdienst in der deutschen Christuskirche in Rom äußerte er sich nicht dazu. Benedikt XVI. besuchte dabei erstmals in seiner Amtszeit als Pontifex ein evangelisches Gotteshaus.

"Gründlichkeit und Gewissenhaftigkeit"

Das Schweigen sei auf die "Gründlichkeit und Gewissenhaftigkeit" des Pontifex zurückzuführen, mit der dieser sich ein Bild der Lage mache, betonte Erzbischof Fisichella. Ob der Hirtenbrief an die irischen Bischöfe auch ausdrücklich auf die Fälle in Deutschland eingehen wird, ließ er offen.

 

In Irland ist Kindesmissbrauch in der katholischen Kirche seit langem ein Thema.

Zwei Untersuchungsberichte hatten im vergangenen Jahr tausendfachen Missbrauch von Kindern unter dem Dach der Kirche dokumentiert.

Der Papst hatte irische Bischöfe deshalb vor kurzem nach Rom zitiert. Der Vorsitzende der irischen Bischofskonferenz, Kardinal Sean Brady, gerät zunehmend unter Druck, lehnt aber einen Rücktritt ab. Nur der Papst könne ihn zu solch einem Schritt bewegen, sagte Brady an diesem Montag.

"Zeichen von Gewalt und Barbarei"

Auf Kritik aus Deutschland reagierte das Umfeld von Benedikt XVI. gereizt: "Den Papst und die gesamte Kirche in die Missbrauchskandale hineinziehen zu wollen ist ein Zeichen von Gewalt und Barbarei", sagte Erzbischof Fisichella.

Am vergangenen Freitag war bekanntgeworden, dass in Joseph Ratzingers Amtszeit als Münchner Erzbischof (1977 bis 1982) ein Priester nach Missbrauchsvorwürfen von Essen nach München versetzt worden war. In Bayern verging sich der Priester erneut an minderjährigen Jungen.

Bundestagsvizepräsident Wolfgang Thierse (SPD), der auch Mitglied

im Zentralkomitee der Katholiken ist, bescheinigte der Kirche eine

schwere Glaubwürdigkeitskrise. Im ARD-Morgenmagazin sagte er: "Die Kirche muss mit sich ehrlicher und strenger sein; und das gilt natürlich auch für den Papst." Das Vertrauen in die Kirche sei schwer erschüttert: Auch CDU-Chefin und Kanzlerin Angela Merkel mahnte eine gesamtgesellschaftliche Debatte an, da es nicht nur um sexuellen Missbrauch in der katholische Kirche gehe.

Unverständnis bei der Jugend

Die immer neu aufgedeckten Missbrauchsfälle innerhalb der katholischen Kirche haben nach Einschätzung des Bundes der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) "zur größten Kirchenkrise seit 1945" geführt. Deshalb erwarteten die jungen Katholiken in Deutschland dazu ein klares Wort des Papstes, sagte der BDKJ-Bundesvorsitzende Dirk Tänzler.

"Außerhalb der Kirche versteht keiner, dass er sich nicht klar äußert - und ich verstehe es auch nicht", betonte Tänzler. Dabei gehe es nicht um eine Entschuldigung von Benedikt XVI, sondern er sollte seine Betroffenheit, Sorgen und Fragen zum Ausdruck bringen und damit authentisch vermitteln, dass er unsere Sorgen und Ängste teilt", meinte der Leiter der katholischen Dachorganisation, in deren 15 Verbänden etwa 650.000 junge Katholiken organisiert sind.  dpa/ddp/Reuters 15

 

 

 

 

Vatikan: Priesterliche Identität gestärkt

 

Eine positive Bilanz zieht der Vatikan nach dem Kongress über das Priestertum, der am vergangenen Freitag endete. Organisiert wurde die Tagung an der Päpstlichen Lateranuniversität, an der zahlreiche Kardinäle, Bischöfe, Seminaristen und Laien teilnahmen, von der Kleruskongregation. Wir haben mit ihrem Sekretär gesprochen, Erzbischof Mauro Piacenza:

 

„Der Fokus lag auf der Identität des Priesters und auf den Fragen, die damit zusammenhängen: Besonders darauf, dass kein Widerspruch entstehen darf in einer immer chaotischeren Welt mit immer weniger Priestern und immer höheren Ansprüche. Es besteht immer die Gefahr eines gewissen Aktionismus, sodass man das Wesentliche aus den Augen verliert. Deswegen ist vor allem die priesterliche Ontologie betont worden und die Notwendigkeit, Spiritualität und missionarische Aktion miteinander zu verbinden. Der priesterliche Dienst ist eine Folge jener Identität, die christologisch begründet ist.“

 

Der Zölibat, der in diesen Tagen ganz besonders in die Schusslinie geraten ist, sei ein Geschenk Gottes, so Piacenza:

 

„Für mich ist der Zölibat in die Logik der priesterlichen Ontologie eingebunden. Deswegen ist er nicht so sehr eine Kirchendisziplin, das zwar auch, sondern vielmehr die Folge einer inneren Wirklichkeit. Alle, die den Sinn des Zölibats verstehen wollen, lade ich ein, ihn vom Glauben her zu lesen, vom Glauben an Jesus Christus und der Leidenschaft für die Mission her, dann versteht man ihn.“

 

Es könne kein Priestertum „light“ geben.

 

„Ich glaube wir brauchen ein totales Eintauchen in die Radikalität des Evangeliums, und ich muss sagen, das fällt den jungen Generationen nicht schwer. Die jungen Menschen, die in unsere Seminarien und Orden eintreten, sind großherzig, weil sie vom Blick des Herrn berührt worden sind. Wir dürfen sie in ihrem Großmut dann in der Ausbildung nicht enttäuschen, indem wir das Niveau banalisieren aus falscher Rücksicht auf die moderne Welt. Das wird der modernen Welt nicht gerecht, und wir würden die jungen Menschen nur enttäuschen. Wir müssen ihnen die Substanz bieten, die sie suchen.“ (rv 14)

 

 

 

 

Missbrauch: Ihre Glaubensfragen

 

Er hat sie getauft, getraut, ihre Toten beerdigt, ihre Beichten gehört. 21 Jahre lang war Peter H. Pfarrer in ihrem Ort, in Garching, Bayern. Und nun diese Vorwürfe. H. soll Kinder missbraucht haben. Eine Gemeinde sucht Antworten. Von Claudia Keller, Garching

 

Die nüchterne Hallenkirche aus den 50er Jahren ist voll. Nicht nur die Kirchenbänke sind besetzt, auch die Stühle am Rande und die Empore. Mehr als 300 Menschen sind gekommen. Hier in Oberbayern, in Garching an der Alz, in der Nähe von Altötting, hier, wo Papst Benedikt XVI. groß geworden ist, „Traumland meiner Kindheit“, nennt er die Gegend. Katholische Feste und der sonntägliche Kirchgang gehören hier zum Leben wie Schweinebraten und Starkbier.

 

Doch nun verändert sich etwas. Seit sieben Wochen werden fast täglich neue Fälle von Missbrauch in der katholischen Kirche bekannt, es gab sie im bayerischen Internat Ettal und bei den Regensburger Domspatzen und nun auch in Garching, es geht um Pfarrer H., und das tangiert auch die Münchner Bischofszeit von Joseph Ratzinger. Und spätestens jetzt ist klar: Die größte Krise der katholischen Kirche ist angekommen im Kernland des Katholischen.

 

Der Mann, der heute Papst ist, hat 1980 mitentschieden, dass ein gewisser Kaplan H. aus Essen nach München kommen darf, um eine Psychotherapie zu absolvieren, nachdem er sich im Ruhrgebiet an Kindern vergangen hatte.

 

„Über unsere Kirche ist eine große Dunkelheit gekommen und große Schuld“, predigt der junge Pfarrer Georg Eckl vorne am Altar in der Herz Jesu Kirche in Garching an der Alz. Es ist Sonntag, kurz nach zehn Uhr. Ein paar Tage zuvor hatte ihn das Ordinariat in München vorgewarnt, dass wohl die Medien in Kürze über die Geschichte seines Vorgängers schreiben würden.

 

Welche Geschichte?

Schon kurz nachdem Pfarrer H. seine Therapie in München angefangen hatte, wurde er auch wieder in einer Gemeinde als Seelsorger eingesetzt. Der damalige Münchner Generalvikar hatte dies so verfügt und dafür jetzt die „volle Verantwortung“ übernommen. H. verging sich erneut an Kindern und wurde 1986 zu einer Bewährungsstrafe von 18 Monaten verurteilt. Ein Jahr später versetzte ihn das Bistum nach Garching, wo er 21 Jahre lang blieb. Er taufte die Menschen in der Gemeinde, er traute sie, er beerdigte ihre Toten und hörte ihre Beichten. Er war beliebt. Dann ließ 2008 der heutige Münchner Bischof Reinhard Marx erneut ein forensisches Gutachten über H. erstellen, Inhalt geheim natürlich, aber als es vorlag, wurde H. versetzt – nach Bad Tölz in die Tourismusseelsorge.

 

Auch hier kam er gut an. Seine Gottesdienste seien so gut besucht gewesen wie kaum andere, sagen sie in Bad Tölz. Und dass nun wegen der Berichte viele nachfragen. Einheimische vor allem. „Sie bringen die Berichte nicht mit der Person zusammen, die sie kennengelernt haben“, sagt ein Mitarbeiter.

 

Wieder dieses Wie-kann-das-sein. Diese Risse, dieses Wanken. Gewissheiten, auch dafür stehen Glaube und Kirche. Doch die Zeit der Gewissheiten scheint vorbei. Überall nur noch Fragen.

 

Morgen findet in Bad Tölz eine Konferenz der Seelsorger statt, zu der auch jemand aus München kommt. Es soll beschlossen werden, wie mit dem Fall Peter H. umgegangen wird.

 

Wie umgehen mit dem Unglaublichen, das fragte sich in Garching auch Pfarrer Georg Eckl, 37, der Nachfolger von H. „Was soll ich tun? Wie mit den Gemeindemitgliedern sprechen?“ Trösten? Warnen? Verurteilen?

 

Im Abendgottesdienst am Samstag dann hat er die Pressemitteilung verlesen, die seit Freitag auf der Internetseite des Bistums steht und alle bislang bekannten Details zum Fall auflistet und die Entscheidung, den Pfarrer wieder in der Seelsorge einzusetzen, als „schweren Fehler“ verurteilt. Alle hörten stumm und entsetzt zu. „Wie eine Kreuzigung“ sei das gewesen, sagt Eckl. Ihm war unwohl danach. Am Sonntag entscheidet er sich für einen anderen Weg. „Richtet nicht, auf dass ihr nicht gerichtet werdet“, predigt er nun und erzählt die Geschichte vom verlorenen Sohn. Es ist der für den Sonntag vorgegebene Predigttext. Er passt. Pfarrer Eckl entschuldigt sich „bei allen Opfern von Missbrauch und Gewalt“. Stille. Die große Glocke läutet.

 

Eckl ist verunsichert: „Darf ich einem Kind überhaupt noch über den Kopf streichen? Was ist, wenn sich ein Kind im Kindergarten auf meinen Schoß setzt?“

 

Der ganze Pfarrersstand steht nun unter Verdacht. Und sind nicht an diesem Sonntag schon viel weniger Gläubige in die Kirche gekommen als sonst?

 

Nach dem Gottesdienst gibt es im Gemeindesaal „Fastensuppe“. Vielleicht hundert Menschen löffeln selbstgekochte Suppe und reden über Pfarrer H. Als er vor eineinhalb Jahren gehen musste, hatten sie ans Bistum geschrieben und gebeten, dass er bleiben dürfe. Nach seinem Abschiedsgottesdienst gab es Tränen. H. war ein „Pfarrer zum Anfassen“, einer mit Ausstrahlung, der gut mit Jugendlichen konnte. Im Flur im Gemeindehaus hängen zwei Fotos, die den rundlichen Pfarrer inmitten von dutzenden Ministranten zeigen.

 

„Unser Herr Pfarrer ein Kinderschänder?“ Eine Frau in den Fünfzigern, seit vielen Jahren im Pfarrgemeinderat, will es nicht glauben. Ihre beiden Söhne seien zehn Jahre Messdiener bei ihm gewesen. „Soll ich die jetzt fragen, ob da was war?“, sagt sie. Andererseits: Will sie mit der Ungewissheit leben? Es müsse nun alles aufgeklärt werden, klar. Aber was bedeutet das für die eigene Geschichte? Wie umgehen mit der neuen Unsicherheit?

 

„Hätte man den H. nicht einfach noch drei Jahre in Ruhe lassen können?“, fragt dagegen ein älterer Mann. Dann wäre H. in den Ruhestand gegangen. Diese ganze Geschichte macht ihn wütend. Sein Gesicht ist gerötet. „Seine Verfehlungen liegen über 20 Jahre zurück, er ist verurteilt worden, damit ist es doch gut.“ Der Pfarrverband Garching stehe heute super da, 5000 Mitglieder. Das hätten sie nicht geschafft ohne den Pfarrer H. Die Presse bausche auf, schreibe nur Negatives, wolle die Kirche kaputt machen. „Das Vertrauen, das jetzt kaputtgeht“, sagt er noch, „das lässt sich nicht mehr so schnell wiederherstellen, das wird auch die säkulare Gesellschaft noch bereuen.“

 

Eine andere Frau sagt, dass es ja nicht so gewesen sei, dass keiner was gewusst habe. Dass Pfarrer H. 1986 zu ihnen strafversetzt wurde, sei bekannt gewesen. Auch gab es immer Gerüchte, dass das mit Missbrauch zu tun hatte. An der Kirche habe es Schmierereien gegeben, die darauf angespielt hätten. Eine Frau habe den Pfarrer H. ganz konkret gefragt, ob er was mit Kindern gehabt habe, ob er verurteilt worden sei. Das habe H. abgestritten. Sie lebe schon lange mit der Ambivalenz, dass sie gerne in die Gottesdienste gehe, der Glaube ihr viel bedeutet und dass es trotzdem Pfarrer gibt, die sich an die Dinge nicht halten, die sie predigen.

 

Während in Garching Suppe gegessen wurde, kam es 150 Kilometer weiter in Bad Tölz zu Tumulten im Gottesdienst. Als dort ein Pfarrer H.s Verfehlungen ansprach sprang ein Mann auf, sagte, dass er das nicht hören könne, andere riefen „Halt den Mund“, einige gingen.

 

Am Montag ist von den katholischen Pfarrern in Bad Tölz keiner zu erreichen. Selbst die Notrufnummer für Sterbefälle ist abgeschaltet. Das Bistum erklärt, dass Pfarrer H. vom Dienst suspendiert wurde, weil er sich in Bad Tölz nicht an die Auflage gehalten hat, keine Kinder- und Jugendarbeit mehr zu machen. Hinweise auf Missbrauch nach 1986 würden weiterhin nicht vorliegen.

 

In München tritt am Montagnachmittag der Personalchef des Bistums zurück. Prälat Josef Obermaier gesteht „gravierende Fehler in der Wahrnehmung seiner Dienstaufsicht“ ein.

 

Der Papst kündigt an, er werde sich „bald“ äußern zu den Missbrauchsfällen und „klare Maßnahmen zur Aufarbeitung vorgeben. In einem Brief an die irischen Bischöfe, die Anfang des Jahres tausendfachen Missbrauch in ihren Diözesen eingestehen mussten. Die Nachrichten aus Deutschland sollen in das Schreiben „einfließen“, heißt es im Vatikan. Die Zeit der Unsicherheit wird so schnell nicht vorübergehen. Mitarbeit Katja Reimann Tsp 16