Notiziario religioso 15-16 Marzo
2010
Lunedì 15.Il commento al Vangelo. “Va’,
tuo figlio vive”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 4,43-54) commentato da P. Lino Pedron
43 Trascorsi due giorni, partì di là per
andare in Galilea. 44 Ma Gesù stesso
aveva dichiarato che
un profeta non riceve onore nella sua patria. 45 Quando
però giunse in
Galilea, i Galilei lo accolsero con gioia, poiché avevano visto
tutto quello che
aveva fatto a Gerusalemme durante la festa; anch'essi infatti
erano andati alla
festa.
46 Andò dunque di nuovo a Cana
di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in
vino. Vi era un
funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao.
47
Costui, udito che Gesù era venuto dalla
Giudea in Galilea, si recò da lui e lo
pregò di scendere a
guarire suo figlio poiché stava per morire. 48 Gesù gli
disse: «Se non
vedete segni e prodigi, voi non credete». 49 Ma il funzionario
del re insistette:
«Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». 50 Gesù
gli risponde: «Va’,
tuo figlio vive». Quell'uomo credette alla parola che
gli
aveva detto Gesù e
si mise in cammino. 51 Proprio mentre scendeva, gli
vennero
incontro i servi a
dirgli: «Tuo figlio vive!». 52 S'informò poi a che ora
avesse cominciato a
star meglio. Gli dissero: «Ieri, un'ora dopo mezzogiorno
la febbre lo ha
lasciato». 53 Il padre riconobbe che proprio in quell'ora Gesù
gli aveva detto:
«Tuo figlio vive» e credette lui con tutta la sua
famiglia.
54 Questo fu il
secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giudea in
Galilea.
Nel racconto del
secondo segno di Cana il protagonista è un pagano. I
giudei, i
samaritani e i pagani erano le tre categorie che formavano
l’umanità. Questi tre
gruppi sono valutati in base alla loro fede in Gesù. I giudei
non credono nel
loro messia: Nicodemo con il suo scetticismo ne è il tipico
rappresentante (Gv
3,1-12). Gli eretici samaritani invece accettano la testimonianza
di una donna e
soprattutto quella di Gesù, pur non avendo visto alcun prodigio (Gv 4,1-41). Il
pagano crede alla parola di Gesù, ancor prima di vedere il
segno (Gv 4,46-50).
La seconda visita
di Gesù a Cana si riallaccia alla prima, in occasione
delle
nozze (Gv 2,1ss). I due miracoli di Cana costituiscono una grande inclusione di
questa prima parte del vangelo di Giovanni. In essa Giovanni
descrive la prima
rivelazione di Gesù nelle tre principali regioni della Palestina: la
Galilea, la
Giudea e la Samaria, e alle tre categorie di persone che le abitavano: gli
israeliti ortodossi, gli eretici samaritani e i pagani.
Dalla Samaria Gesù ritorna in Galilea perché non era stato
accolto a
Gerusalemme,
nonostante avesse operato numerosi prodigi. Il funzionario regio di
Cafarnao era al servizio di Erode Antipa,
il tetrarca della Galilea. Il viaggio
da Cafarnao a Cana è abbastanza disagiato: 26 chilometri in salita.
Gesù richiama
subito il centurione alla fede vera, fondata sulla sua parola e
non sui segni. Come i samaritani, anche questo pagano crede
prontamente alla
parola di Gesù e diventa, in tal modo, modello di fede per i
discepoli.
Egli è tanto in
ansia per la salute del figlio che non si preoccupa
dell’ammonimento di Gesù, ma gli ripete con insistenza di
scendere a Cafarnao
prima che suo
figlio muoia.
In antitesi con i
giudei che non credono alle parole di Gesù, questo pagano
crede immediatamente. Nell’apprendere che il figlio era
guarito nell’ora nella
quale Gesù gli aveva parlato, il funzionario credette, e con lui tutta la sua
famiglia.
Nelle scelte,
anche importanti, della nostra vita non dobbiamo cercare dei segni
per credere. La parola di Gesù può bastarci per le decisioni
grandi e anche per
le scelte quotidiane. Dio ci ha già detto tutto in Gesù.
In caso di
malattia cerchiamo ansiosamente medici, medicine, ospedali,
interventi
chirurgici. Gesù, Signore della vita e della morte, ha qualche
significato e qualche peso nella nostra lotta contro il male e la
morte? De.it.press
Martedì 16. Il commento al Vangelo. «Vuoi guarire?»
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 5,1-16) commentato da P. Lino Pedron
1 Vi fu poi una festa dei Giudei e Gesù salì
a Gerusalemme. 2 V'è a
Gerusalemme, presso la porta delle Pecore,
una piscina, chiamata in ebraico
Betzaetà, con
cinque portici, 3 sotto i quali giaceva un gran numero
di
infermi, ciechi,
zoppi e paralitici. 4 Un angelo infatti in certi
momenti
discendeva nella
piscina e agitava l'acqua; il primo ad entrarvi dopo
l'agitazione
dell'acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto. 5 Si
trovava là un uomo
che da trentotto anni era malato. 6 Gesù vedendolo disteso
e, sapendo che da
molto tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?». 7 Gli
rispose il malato:
«Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina
quando l'acqua si
agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro
scende
prima di me». 8 Gesù
gli disse: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e
cammina». 9
E sull'istante quell'uomo guarì e, preso il
suo lettuccio, cominciò a
camminare.
Quel giorno però era un sabato. 10 Dissero dunque i Giudei all'uomo guarito:
«E' sabato e non ti è lecito prendere su il
tuo lettuccio». 11 Ma egli rispose
loro: «Colui che mi
ha guarito mi ha detto: Prendi il tuo lettuccio e
cammina». 12 Gli chiesero allora: «Chi è stato a dirti: Prendi il tuo
lettuccio e
cammina?». 13 Ma colui che era stato guarito non
sapeva chi fosse;
Gesù infatti si era
allontanato, essendoci folla in quel luogo. 14 Poco dopo
Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco
che sei guarito; non peccare più,
perché non ti abbia
ad accadere qualcosa di peggio». 15 Quell'uomo se ne
andò
e disse ai Giudei
che era stato Gesù a guarirlo. 16 Per questo i Giudei
cominciarono a
perseguitare Gesù, perché faceva tali cose di sabato.
Gesù per la
seconda volta sale a Gerusalemme in occasione di una festa ebraica
non precisata. L’ambiente dove si svolge il miracolo è
presso la porta delle
pecore, un luogo riservato agli agnelli destinati ai sacrifici
del tempio. Una
piscina con cinque portici, accoglieva costantemente sul suo
bordo "un gran
numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici" (v. 3).
La piscina di Betzaetà conserva resti di un culto pagano a divinità
guaritrici.
In questo luogo ci
sono chiari segni di culto al dio Asclepios-Serapis.
L’attesa
del moto dell’acqua ad opera di un angelo è forse il
residuo di una leggenda
popolare. Il movimento dell’acqua poteva essere il travaso da una
vasca
all’altra, o l’acqua che usciva a intermittenza dalla
sorgente. L’angelo
indicherebbe un incaricato al culto del dio Asclepios.
Anche in questo
caso è Gesù che prende l’iniziativa. Egli è presentato come
padrone della salute e può guarire dalle malattie anche
più gravi. La sua parola
è tanto potente da produrre immediatamente la guarigione.
Cristo è il vero
guaritore di tutto l’uomo. In particolare il prodigio mette in
luce che Gesù è
il Salvatore dei più deboli, dei più abbandonati e trascurati
da tutti.
Gesù guarendo di
sabato imita la condotta del Padre, il quale opera
continuamente, anche di sabato (Gv 5,17). Secondo Gesù "il sabato è stato fatto
per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio
dell’uomo è signore
anche del sabato" (Mc 2,27-28). Egli contesta le
tradizioni umane che sono in
contrasto con la carità.
Alcuni esegeti
vedono nell’acqua della piscina di Betzaetà
un’allusione alla
legge mosaica che
non può guarire, in contrasto con le parole di Gesù che invece
guariscono. Scrive Loisy: "L’acqua
di Betzaetà, come il battesimo di Giovanni,
raffigura il regime della legge, e il caso del paralitico è
destinato a mostrare
che questo regime non porta alla salvezza. Vi è una paralisi
inveterata che Gesù
solo può guarire; egli solo infatti rigenera l’umanità con il
dono della vita
eterna".
Altri esegeti
scoprono nei cinque portici della piscina una raffigurazione dei
cinque libri della legge mosaica, mentre l’infermo che da
trentotto anni attende
la guarigione sarebbe tipo di quanti cercano invano la
salvezza nella legge.
Scrive Braun: "La cifra di trentotto anni verosimilmente è
simbolica. Vi è una
buona ragione di accostarla ai trentotto anni durante i quali,
secondo Dt 2,15,
gli israeliti avevano errato nel deserto, prima di giungere
alle frontiere della
terra
promessa".
La guarigione
dell’uomo infermo da trentotto anni, compiuta da Gesù, non è tanto
un’opera di misericordia, quanto il manifestare l’opera di
salvezza di Dio
stesso, del Padre suo, attraverso la grazia del perdono e della
salvezza. De.it.press
Pedofilia, nuova bufera sul Vaticano
Spunta il caso di
un prete a Monaco ai tempi in cui Ratzinger era vescovo.
Padre Lombardi:
assoluta estraneità
MONACO DI BAVIERA . Lo scandalo dei preti
pedofili, che sta travolgendo la Chiesa tedesca, è arrivato oggi a sfiorare lo
stesso Benedetto XVI, già arcivescovo di Monaco dal 1977 al 1982: proprio in
quel ruolo, l’allora cardinale Joseph Ratzinger accettò nel 1980 di accogliere
nella sua diocesi, al solo scopo di farlo curare, un sacerdote sospettato di
molestie sessuali su minori.
Secondo la
ricostruzione fatta dalla diocesi di Monaco, messa sul web oggi a partire dalle 18:00 ora italiana, e poi ritrasmessa in
serata anche dalla Sala Stampa vaticana, l’allora vicario generale della
capitale bavarese, mons. Gerhard Gruber, decise però di affidare al religioso,
definito nel sito come "l’abate H", un ruolo pastorale in una
parrocchia. Ciò, senza avvertire il suo superiore, ovvero
lo stesso Ratzinger. Il sacerdote si rese poi responsabile di nuovi crimini di
pedofilia tanto che nel 1986 il tribunale dell’Alta Baviera lo condannò a 18 mesi di carcere e a una multa di 4 marchi tedeschi. A
rivelare la vicenda, è stato il giornale tedesco Suddeutsche
Zeitung, che ha definito il caso un nuovo
«inquietante» sviluppo dello scandalo della pedofilia in Germania.
Nel giro di poche
ore, sia il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, sia l’arcivescovado di
Monaco, hanno sostenuto l’assoluta estraneità di
Benedetto XVI a quanto accaduto. Lo stesso ex vicario generale, mons. Gruber,
si è assunto ogni colpa, con una dichiarazione pubblicata dal sito diocesano.
«Il ripetuto impiego di H. nella pastorale
parrocchiale è stato un grave errore. Me ne assumo la piena responsabilità», ha spiegato. «Mi rammarico profondamente - ha aggiunto
Gruber - che attraverso questa decisione si sia potuto giungere ad atti
illeciti ai danni di giovani e mi scuso con tutti coloro cui fu causato un
danno». «Nel 1980 - ha spiegato da parte sua la nota diocesana - fu deciso di
assicurare ospitalità ad H in una casa parrocchiale affinchè seguisse una terapia. Questa decisione fu presa
dall’allora arcivescovo», cioè il futuro papa
Benedetto XVI. «Scostandosi da questa decisione - viene
aggiunto - H fu assegnato dall’allora vicario generale senza limitazioni a
contribuire alla pastorale in una parrocchia di Monaco».
Dichiarazioni,
queste, che scagionano Joseph Ratzinger, togliendoli qualsiasi diretta
responsabilità. Tuttavia il nuovo caso (dopo le notizie su abusi e violenze nel
coro di Ratisbona diretto per trent’anni dal fratello
del Papa, George Ratzinger) potrebbe portare nuove ombre e imbarazzo agli alti
livelli della Chiesa, mentre l’episcopato tedesco, insieme al Vaticano, sta cercando
faticosamente di avviare un’operazione trasparenza per punire tutti i colpevoli
del passato, tutelare le vittime ed evitare che nel futuro possano ripetersi
nuovi drammi. Di ciò hanno oggi parlato, in un’udienza durata circa 45 minuti, lo stesso Benedetto XVI con il presidente dei
vescovi della Germania, mons. Robert Zollitsch. Il
Papa - ha riferito il presule in una conferenza stampa - ha ascoltato »con grande sgomento, attento interesse e profonda
commozione« la relazione sui casi di »soprusi pedagogici e abusi sessuali«
avvenuti in Germania. La Chiesa tedesca, con il beneplacito di Benedetto XVI,
ha già deciso di adottare misure più severe contro la pedofilia. La
Congregazione per la Dottrina della Fede sta preparando un »decalogo«
per estendere anche a tutti gli altri Paesi coinvolti i provvedimenti più duri
contro i preti colpevoli di abusi sui minori. LS 12
Pedofilia. Il silenzio è il rimedio peggiore
Quello che sta
accadendo nella Chiesa cattolica tedesca, dopo l'inattesa esplosione e l'apparente
incontrollabilità dello scandalo della pedofilia e della violenza sui minori in
alcuni istituti religiosi, è molto serio.
Con risonanze
profonde e riflessi diretti in Vaticano, perché Papa Ratzinger reagirà tenendo
conto di come si svilupperà il caso in Germania. Ci si aspetta una risposta non
soltanto disciplinare ma anche e soprattutto di natura religiosa e teologica.
Mi spiego. Cardinali,
ecclesiastici e difensori d'ufficio rispondono o reagiscono alla vergogna
pubblica appellandosi a patologie psicologiche, a pedagogie sbagliate, ad esistenze umane infelici. Nessuna argomentazione
religiosa.
Apparentemente è
un sollievo per tutti poter dire che «la religione non c'entra», che il
problema non è religioso ma pedagogico. Certo. Ma non è proprio la Chiesa a
presentare se stessa come la vera ed unica educatrice
affidabile? Specificatamente nella gestione della «sana sessualità»?
Accompagnandola con le polemiche continue contro il modernismo laicista
licenzioso e permissivo - soprattutto in tema di omosessualità?
Chiariamo subito
un possibile equivoco: nessuno intende mettere sotto accusa o sotto sospetto le
istituzioni educative dirette da religiosi come tali. Assolutamente no. Abbiamo
troppo rispetto della Chiesa per non essere sinceramente dispiaciuti per quanto
sta accadendo. Ma proprio per questo ci aspettiamo una
reazione rigorosa e forte.
Invece in Germania
accanto ad impressionanti confessioni pubbliche spontanee di alcuni educatori
implicati, accanto a coraggiose autodenunce da parte di responsabili di istituti coinvolti, al massimo livello gerarchico si è
sentita la voce irritata dell'arcivesovo di Ratisbona contro la ministra della Giustizia, che aveva
lamentato la mancata collaborazione della Chiesa nel fare sistematicamente
piena luce sugli episodi.
In Germania sembra
profilarsi una certa tensione tra la Chiesa cattolica e lo Stato che si sente
in dovere di rispondere ad un'opinione pubblica
sconcertata, che ogni sera viene informata dai telegiornali (spesso come prima
notizia) dell'ultima rivelazione di abusi su minori. Giustamente il governo non
può rimanere indifferente quasi si trattasse di una questione che possa
risolversi privatamente tra psicologi, avvocati e magistrati. Si è davanti ad una emergenza pubblica che esige la piena e leale
collaborazione dell'istituzione ecclesiale. Si fanno così varie proposte di
«tavole rotonde pubbliche», sulle quali tornerò più avanti.
Riprendendo la
problematica generale, l'unico nesso evocato per ora - ad alto livello - per
spiegare i comportamenti patologici di alcuni uomini di Chiesa è la questione
del celibato. Nel mondo cattolico questo tema solleva notoriamente sempre molto
rumore. Ma esso diventa davvero significativo e
discriminante soltanto se si riconosce che le sue radici scendono in profondità
nella visione religiosa e teologica cattolica tradizionale. Ciò che manca è una
sorta di rivoluzione teologica in tema di sessualità, di cui non si vedono
ancora i segni. Lo stesso vale per la richiesta che le donne abbiano
finalmente un ruolo più significativo e riconosciuto nella Chiesa. Anche questo
è vero. Ma sin tanto che non si rompe il tabù del
sacerdozio femminile, la questione rimane irrisolta. Insomma gli scandali di
oggi non sollevano semplicemente un problema di disciplina ecclesiastica ma la
necessità di una revisione teologica radicale.
Ma qui urtiamo contro l'insuperata incapacità degli uomini
di Chiesa di coniugare il dato religioso-teologico tradizionale con la (post)
modernità. Avendo ossessivamente interpretato quest'ultima come quintessenza
della licenza, del libertinismo, del laicismo, non hanno capito l'originale
moralità che sta al fondo del moderno. E si ritrovano con le peggiori patologie
in casa propria, nelle proprie istituzioni pedagogiche.
Nel mondo pluriconfessionale tedesco ci sono fortunatamente anche
episodi di segno opposto. Alcune settimane fa la Presidentessa delle Chiese
evangeliche, il vescovo-donna Margot Kaessmann,
è incappata in un increscioso incidente. Con cattivo gusto da sagrestia la
nostra stampa (anche quella che si ritiene laica) si è limitata a scrivere che
la «papessa ubriaca» era stata beccata dalla polizia e costretta alle
dimissioni. Da noi tutto è finito lì. In Germania invece per alcuni giorni il
pubblico ha assistito sui giornali e nei grandi mezzi televisivi ad una straordinaria manifestazione di dignità, di senso di
responsabilità e di altissima religiosità della donna-vescovo che ha
considerato il suo errore incompatibile con il suo ruolo istituzionale. Molti
hanno avuto la conferma paradossale che la Chiesa evangelica tedesca - matura
anche per quanto riguarda la teologia della sessualità - meritava proprio
quella donna al suo vertice.
Tornando alla
questione degli scandali sui minori può darsi che nelle prossime settimane si
arrivi a due tavole rotonde pubbliche. Una, proposta
dalla ministra della Giustizia, dovrebbe essere riservata ai rappresentanti
delle istituzioni coinvolte e alle vittime. Bisognerà parlare anche di
risarcimenti. L'altra iniziativa promossa dalla ministra della Famiglia e da
quella dell'Istruzione (e caldeggiata dalla stessa cancelliera Merkel) dovrebbe
essere aperta anche alle associazioni dei genitori e avere come obiettivo la
prevenzione degli abusi e l'aiuto psico-pedagogico alle vittime.
La strada della
discussione pubblica aperta è la più giusta e coraggiosa. Ne aspettiamo gli
esiti. Mentre da noi in Italia si tace. GIAN ENRICO RUSCONI
LS 12
Pronte le misure anti-abusi, ma il celibato resta «sacro»
CITTA’ DEL
VATICANO - Giornate pesanti per Papa Ratzinger. Non fa in tempo ad individuare la soluzione di un problema che subito dopo
si trova un’altra voragine sotto i piedi. Ma l’operazione verità ormai è
partita e Benedetto XVI non intende affatto frenarla. Anzi.
Il mese scorso era alle prese con gli abusi in
Irlanda, dove la Chiesa sta toccando i minimi storici nel gradimento tra la
gente, adesso è il turno della Germania, sua terra natale. E persino lui non si
è sottratto alla bufera autorizzando la diocesi di Monaco a pubblicare un
comunicato per informare che nel 1980 - quando Ratzinger era arcivescovo -
accolse un prete sospettato di pedofilia per fargli seguire una terapia. Colpa
dell’allora vicario generale, monsignor Gruber che si è già assunto
la totale responsabilità «per la decisione sbagliata». Quello dei vescovi
tedeschi è un mea culpa collettivo: hanno ammesso di
aver «sottovalutato» la dimensione del problema benchè
nel 2002 avessero adottato le linee guida
anti-pedofilia messe a punto dal Vaticano dopo gli scandali negli Usa. Ieri
mattina il Papa si è fermato a parlare fitto fitto, per 45 lunghi minuti, col presidente della
Conferenza monsignor Zollitsch, arrivato apposta da
Berlino. Uno degli argomenti toccati la necessità di
accelerare la fuoriuscita delle mele marce. Il Papa ha assicurato che la
Congregazione per la Dottriina della Fede è stata
incaricata di studiare procedimenti più rapidi e meno farraginosi. Ma già qualcosa si muove. Per quanto riguarda la denuncia
alla magistratura civile l’episcopato tedesco
garantirà la massima collaborazione sebbene «il procedimento dello Stato non
sia subordinato a quello ecclesiastico». Inoltre i sacerdoti, i religiosi e i
collaboratori sono invitati a «costituirsi parte civile quando vi siano
indicazioni di reato o ne siano a conoscenza». L’impegno è di informare subito
le autorità giudiziarie, «astenendosi solo in casi eccezionali: quando la
vittima stessa non vuole o è a rischio». Già adottata dai vescovi irlandesi,
questa linea verrà applicata pure al caso tedesco dove
sono già emersi 350 episodi avvenuti nei decenni passati in vari istituti
religiosi, in quasi tutte le diocesi del Paese. Ma probabilimente è solo una parte del sommerso. Il
pontefice mentre porta avanti la linea dell’intrasigenza,
dall’altra, a scanso di equivoci, predica senza stancarsi «il valore del sacro
celibato», mettendo subito la sordina agli effetti collaterali di un intervento
del cardinale Schoenborn che annoverava tra le cause
della pedofilia proprio il celibato. «Anche ai nostri giorni è un valore», una
«altissima vocazione» che va custodita da «limiti e debolezze» umane. Quel che
è certo che la bufera andrà avanti per mesi, fino alla chiarezza più totale.
«La pedofilia non è un problema specifico della Chiesa cattolica - conclude Zoellistch - Certo è
particolarmente terribile quando gli abusi vengono compiuti da educatori,
persone di riferimento e di responsabilità morale ma esiste anche in famiglia e
in altre categorie professionali». FRANCA GIANSOLDATI IM 13
Il Papa: "Il celibato dei sacerdoti è sacro". Pedofilia, il
Vaticano verifica le sue norme
Benedetto XVI ha ricevuto i partecipanti al Convegno teologico della
Congregazione
sacerdotale. Una risposta a chi ha trovato nessi fra castità imposta
e pedofilia
Il presidente dei
vescovi tedeschi dopo un colloquio con Ratzinger
"Abbiamo
pronte delle misure cui il Pontefice ha dato pieno sostegno"
CITTA' DEL
VATICANO - Il celibato dei sacerdoti di rito latino rimane un valore
"sacro": è quanto ha riaffermato Benedetto XVI ,
ricevendo in udienza in Vaticano i partecipanti al Convegno teologico
della Congregazione del Clero. Le parole di Ratzinger seguono le polemiche sui
casi di pedofilia nella chiesa cattolica e le dichiarazioni del cardinale
austriaco Christoph Schoenborn,
secondo il quale le cause degli abusi vanno ricercate anche nel celibato. Il
Papa ha poi ricevuto il presidente dei vescovi tedeschi monsignor Robert Zollitsch, con il quale ha discusso lo scandalo dei preti
pedofili in Germania. La congregazione per la Dottrina della fede "sta
verificando le proprie norme" in materia di abusi sessuali sui minori, ha
detto Zollitsch al termine degli incontri avuti in
Vaticano.
Il discorso del
Papa. "Nel modo di pensare, di parlare, di giudicare i fatti del mondo, di
servire e amare, di relazionarsi con le persone, anche
nell'abito, il sacerdote deve trarre forza profetica dalla sua appartenenza
sacramentale, dal suo essere profondo. Di conseguenza - ha
affermato il Pontefice - il sacerdote deve porre ogni cura nel sottrarsi alla
mentalità dominante, che tende ad associare il valore del ministro non al suo
essere, ma alla sua funzione, misconoscendo, così, l'opera di Dio, che incide
nell'identità profonda della persona del sacerdote, configurandolo a Sé in modo
definitivo".
Il celibato
sacerdotale - ha detto Benedetto XVI - "è autentica profezia del Regno,
segno della consacrazione con cuore indiviso al Signore, espressione del dono
di sé a Dio e agli altri. L'orizzonte dell'appartenenza ontologica a Dio costituisce la
giusta cornice per comprendere e riaffermare, anche ai nostri giorni, il valore
del sacro celibato, che nella Chiesa latina è un carisma richiesto per l'Ordine
sacro ed è tenuto in grandissima considerazione nelle Chiese Orientali".
"Quella del sacerdote - ha ricordato il Pontefice - è un'altissima
vocazione, che rimane un grande mistero, anche per quanti l'abbiamo ricevuta in
dono. I nostri limiti e le nostre debolezze devono indurci a vivere e a
custodire con profonda fede tale dono prezioso, con il quale Cristo ci ha configurati a sé, rendendoci partecipi della Sua Missione
salvifica".
Secondo Bendetto XVI, "la comprensione del sacerdozio
ministeriale è legata alla fede e domanda, in modo sempre più forte, una
radicale continuità tra la formazione seminaristica e quella permanente. La vita profetica, senza compromessi, con la quale serviremo Dio e il mondo, annunciando il Vangelo e
celebrando i Sacramenti, favorirà l'avvento del Regno già presente e la
crescita del Popolo di Dio nella fede". "Carissimi sacerdoti - ha concluso il Papa teologo - gli uomini e le donne del nostro
tempo ci chiedono soltanto di essere fino in fondo sacerdoti e nient'altro. I
fedeli laici troveranno in tante altre persone ciò di cui umanamente hanno
bisogno, ma solo nel sacerdote potranno trovare quella Parola di Dio che deve
essere sempre sulle sue labbra; la Misericordia del Padre, abbondantemente e
gratuitamente elargita nel Sacramento della Riconciliazione; il Pane di Vita
nuova, 'vero cibo dato agli uomini'".
Lo scandalo in
Germania. Con il capo della conferenza episcopale tedesca il Pontefice ha
discusso anche delle accuse per gli abusi sessuali (ormai 350 casi) su bambini
che sarebbero stati compiuti nei decenni passati in vari istituti religiosi e
in quasi tutte le diocesi tedesche. Dopo i colloqui avuti in Vaticano, Zollitsch ha annunciato che la congregazione per la
Dottrina della fede "sta accogliendo le esperienze nei vari paesi per poi
fare una valutazione complessiva ed eventualmente adeguare le proprie
norme". Per quanto riguarda la denuncia della chiesa alla magistratura
civile, ha specificato che l'episcopato tedesco intende garantire massima
collaborazione e - ha detto rispondendo a una domanda dei giornalisti -
"il Papa ha esplicitamente confermato il nostro modo di procedere".
"Vogliamo
portare alla luce la verità - ha detto il vescovo - senza falso rispetto per
nessuno o chicchessia, anche cose accadute molto tempo fa, perché le vittime ne
hanno il diritto". Per questo è stata avviata una ricognizione delle norme
procedurali da seguire in territorio tedesco, una sorta di
"catalogo". "Nessun altro Paese, ad eccezione dell'Austria - ha
precisato Zollitsch - ha mai adottato norme
simili". La Chiesa tedesca, inoltre, sta provvedendo a
fornire alle vittime accertate e ai loro familiari "assistenza umana,
psicologica e pastorale adeguata alle loro esigenze".
Papa Benedetto XVI
ha ascoltato ''con grande sgomento, attento interesse e profonda commozione''
le notizie sui casi di ''soprusi pedagogici e abusi sessuali'' avvenuti in
Germania, ha aggiunto il presule tedesco nella sua
conferenza stampa, e ''ha dato il suo pieno ed esplicito appoggio alle misure
da noi adottate'', anche se non è ancora possibile sapere se ''saranno estese
ad altri Paesi''. LR 12
"Gli sia messa al collo una macina da mulino..."
"... e sia
gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli" (Luca
17, 2). Imputati, processi e
condanne in dieci anni di pedofilia tra il clero. Intervista con Charles
J. Scicluna, promotore di
giustizia della congregazione per la dottrina della fede - di Gianni Cardinale
ROMA – Monsignor
Charles J. Scicluna è il
"promotore di giustizia" della congregazione per la dottrina della
fede. In pratica si tratta del pubblico ministero del tribunale dell’ex Sant’Uffizio, che ha il compito di indagare sui
cosiddetti "delicta graviora",
i delitti che la Chiesa cattolica considera i più gravi in assoluto: e cioè
quelli contro l’eucaristia, quelli contro la santità del sacramento della
penitenza, e il delitto contro il sesto comandamento ("non commettere atti
impuri") di un chierico con un minore di diciotto anni. Delitti che un motu proprio del 2001, "Sacramentorum
sanctitatis tutela", ha riservato, come
competenza, alla congregazione per la dottrina della fede. Di fatto è il
"promotore di giustizia" ad avere a che fare, tra l’altro, con la
terribile questione dei sacerdoti accusati di pedofilia periodicamente alla
ribalta sui mass media. E monsignor Scicluna, un
maltese affabile e gentile nei modi, ha la fama di adempiere il compito
affidatogli con il massimo scrupolo, senza guardare in faccia a nessuno.
D. – Monsignore,
lei ha la fama di essere un "duro", eppure la Chiesa cattolica viene sistematicamente accusata di essere accomodante nei
confronti dei cosiddetti "preti pedofili".
R. – Può essere
che in passato, forse anche per un malinteso senso di difesa del buon nome
dell’istituzione, alcuni vescovi, nella prassi, siano stati troppo indulgenti verso questi tristissimi fenomeni. Nella prassi
dico, perché sul piano dei principi la condanna per questa tipologia di delitti
è stata sempre ferma e inequivocabile. Per rimanere al secolo scorso basta
ricordare l’ormai celebre istruzione "Crimen sollicitationis" del 1922.
D. – Ma non era
del 1962?
R. – No, la prima
edizione risale al pontificato di Pio XI. Poi con il beato Giovanni XXIII il
Sant’Uffizio ne curò una nuova edizione per i padri conciliari, ma ne vennero fatte solo duemila copie e non bastarono per la
distribuzione che fu rinviata sine die. Si trattava comunque di norme procedurali da seguire
nei casi di sollecitazione in confessione e di altri delitti più gravi a sfondo
sessuale come l’abuso sessuale di minori.
D. – Norme che
raccomandavano però il segreto…
R. – Una cattiva
traduzione in inglese di questo testo ha fatto pensare che la Santa Sede
imponesse il segreto per occultare i fatti. Ma non era
così. Il segreto istruttorio serviva per proteggere la buona fama di tutte le
persone coinvolte, prima di tutto le stesse vittime, e poi i chierici accusati,
che hanno diritto – come chiunque – alla presunzione di innocenza
fino a prova contraria. Alla Chiesa non piace la giustizia spettacolo. La
normativa sugli abusi sessuali non è stata mai intesa come divieto di denuncia
alle autorità civili.
D. – Quel
documento però viene periodicamente rievocato per
accusare l’attuale pontefice di essere stato – in qualità di prefetto dell’ex
Sant’Uffizio – il responsabile oggettivo di una politica di occultamento dei
fatti da parte della Santa Sede.
R. – Si tratta di
un’accusa falsa e calunniosa. A questo proposito mi permetto di segnalare
alcuni fatti. Tra il 1975 e il 1985 mi risulta che nessuna segnalazione di casi
di pedofilia da parte di chierici sia arrivata
all’attenzione della nostra congregazione. Comunque dopo la promulgazione del
codice di diritto canonico del 1983 c’è stato un periodo di incertezza
sull’elenco dei "delicta graviora"
riservati alla competenza di questo dicastero. Solo col motu
proprio del 2001 il delitto di pedofilia è ritornato alla nostra competenza
esclusiva. E da quel momento il cardinale Ratzinger ha mostrato saggezza e
fermezza nel gestire questi casi. Di più. Ha mostrato
anche grande coraggio nell’affrontare alcuni casi molto difficili e spinosi,
"sine acceptione personarum", cioé senza
riguardi per nessuno. Quindi accusare l’attuale pontefice di occultamento
è, ripeto, falso e calunnioso.
D. – Nel caso che
un sacerdote sia accusato di un "delictum gravius", cosa succede?
R. – Se l’accusa è
verosimile il vescovo ha l’obbligo di investigare sia
l’attendibilità della denuncia che l’oggetto stesso della medesima. E se
l’esito di questa indagine previa è attendibile non ha
più potere di disporre della materia e deve riferire il caso alla nostra congregazione,
dove viene trattato dall’ufficio disciplinare.
D. – Da chi è
composto questo ufficio?
R. – Oltre a me,
che essendo uno dei superiori del dicastero, mi occupo anche di altre
questioni, ci sono un capo ufficio, padre Pedro Miguel Funes
Diaz, sette ecclesiastici e un penalista laico che seguono
queste pratiche. Altri officiali della congregazione prestano il loro prezioso
contributo secondo le esigenze di lingua e di competenza.
D. – Questo ufficio è stato accusato di lavorare poco e con lentezza.
R. – Si tratta di
rilievi ingiusti. Nel 2003 e 2004 c’è stata una valanga di casi che ha
investito le nostre scrivanie. Molti dei quali venivano dagli Stati Uniti e
riguardavano il passato. Negli ultimi anni, grazie a Dio, il fenomeno si è di gran lunga ridotto. E quindi adesso cerchiamo di trattare
i casi nuovi in tempo reale.
D. – Quanti casi
avete trattato finora?
R. –
Complessivamente in questi ultimi nove anni, dal 2001 al 2010, abbiamo valutato le accuse riguardanti circa tremila casi di
sacerdoti diocesani e religiosi che si riferiscono a delitti commessi negli
ultimi cinquanta anni.
D. – Quindi di
tremila casi di preti pedofili?
R. – Non è
corretto dire così. Possiamo dire che grosso modo nel
60 per cento di questi casi si tratta più che altro di atti di efebofilia, cioè dovuti ad attrazione sessuale per
adolescenti dello stesso sesso, in un altro 30 per cento di rapporti
eterosessuali e nel 10 per cento di atti di vera e propria pedofilia, cioè
determinati da una attrazione sessuale per bambini impuberi. I casi di preti
accusati di pedofilia vera e propria sono quindi circa trecento in nove anni.
Si tratta sempre di troppi casi – per carità! – ma
bisogna riconoscere che il fenomeno non è così esteso come si vorrebbe far
credere.
D. – Tremila
quindi gli accusati. Quanti i processati e condannati?
R. – Intanto si
può dire che un processo vero e proprio, penale o amministrativo, si è svolto
nel 20 per cento dei casi e normalmente è stato celebrato nelle diocesi di
provenienza – sempre sotto la nostra supervisione – e solo rarissimamente qui a
Roma. Facciamo così anche per una maggiore speditezza dell’iter. Nel 60 per
cento dei casi poi, soprattutto a motivo dell’età
avanzata degli accusati, non c’è stato processo, ma, nei loro confronti, sono stati
emanati dei provvedimenti amministrativi e disciplinari, come l’obbligo a non
celebrare messa coi fedeli, a non confessare, a condurre una vita ritirata e di
preghiera. È bene ribadire che in questi casi, tra i
quali ce ne sono alcuni particolarmente eclatanti di cui si sono occupati i
media, non si tratta di assoluzioni. Certo non c’è stata una condanna formale,
ma se si è obbligati al silenzio e alla preghiera
qualche motivo ci sarà...
D. – All’appello
manca ancora il 20 per cento dei casi.
R. – Diciamo che
in un 10 per cento di casi, quelli particolarmente gravi e con prove
schiaccianti, il Santo Padre si è assunto la dolorosa responsabilità di
autorizzare un decreto di dimissione dallo stato clericale. Un provvedimento
gravissimo, preso per via amministrativa, ma
inevitabile. Nell’altro 10 per cento dei casi poi, sono stati gli stessi
chierici accusati a chiedere la dispensa dagli obblighi derivati dal
sacerdozio. Che è stata prontamente accettata. Coinvolti in questi ultimi casi ci sono stati sacerdoti trovati in possesso di
materiale pedopornografico e che per questo sono stati condannati dall’autorità
civile.
D. – Da dove
vengono questi tremila casi?
R. – Soprattutto
dagli Stati Uniti che per gli anni 2003-2004 rappresentavano circa l’80 per cento del totale di casi. Per il 2009 la
percentuale statunitense è scesa a circa il 25 per cento dei 223 nuovi casi
segnalati da tutto il mondo. Negli ultimi due anni, dal 2007 al 2009, infatti,
la media annuale dei casi segnalati alla congregazione dal mondo è stata proprio di 250 casi. Molti paesi segnalano solo uno o due
casi. Crescono quindi la diversità e il numero dei paesi di provenienza dei casi ma il fenomeno è assai ridotto. Bisogna ricordare infatti che il numero complessivo di sacerdoti diocesani e
religiosi nel mondo è di 400 mila. Questo dato statistico non corrisponde alla
percezione che si crea quando questi casi così tristi occupano le prime pagine
dei giornali.
D. – E
dall’Italia?
R. – Finora il
fenomeno non sembra abbia dimensioni drammatiche, anche se ciò che mi preoccupa
è una certa cultura del silenzio che vedo ancora troppo diffusa. La conferenza
episcopale italiana offre un ottimo servizio di consulenza tecnico-giuridica
per i vescovi che devono trattare questi casi. Noto con grande soddisfazione un
impegno sempre maggiore da parte dei vescovi italiani di fare chiarezza sui
casi a loro segnalati.
D. – Lei diceva
che i processi veri e propri riguardano circa il 20 per cento dei circa tremila
casi che avete esaminato negli ultimi nove anni. Sono finiti tutti con la
condanna degli accusati?
R. – Molti dei
processi ormai celebrati sono finiti con una condanna dell’accusato. Ma non sono mancati quelli in cui il sacerdote è stato
dichiarato innocente o dove le accuse non sono state ritenute sufficientemente
provate. In tutti i casi comunque si fa non solo lo studio sulla
colpevolezza o meno del chierico accusato, ma anche il discernimento
sull’idoneità dello stesso al ministero pubblico.
D. – Un’accusa
ricorrente fatta alle gerarchie ecclesiastiche è quella di non denunciare anche
alle autorità civili i reati di pedofilia di cui vengono a
conoscenza.
R. – In alcuni
paesi di cultura giuridica anglosassone, ma anche in Francia, i vescovi, se vengono a conoscenza di reati commessi dai propri sacerdoti
al di fuori del sigillo sacramentale della confessione, sono obbligati a
denunciarli all’autorità giudiziaria. Si tratta di un dovere gravoso
perché questi vescovi sono costretti a compiere un gesto paragonabile a quello
compiuto da un genitore che denuncia un proprio figlio.
Ciononostante, la nostra indicazione in questi casi è di rispettare la legge.
D. – E nei casi in
cui i vescovi non hanno questo obbligo per legge?
R. – In questi
casi noi non imponiamo ai vescovi di denunciare i propri sacerdoti, ma li
incoraggiamo a rivolgersi alle vittime per invitarle a denunciare quei
sacerdoti di cui sono state vittime. Inoltre li invitiamo a dare tutta
l’assistenza spirituale, ma non solo spirituale, a
queste vittime. In un recente caso riguardante un sacerdote condannato da un
tribunale civile italiano, è stata proprio questa congregazione a suggerire ai
denunciatori, che si erano rivolti a noi per un processo canonico, di adire
anche alle autorità civili nell’interesse delle vittime e per evitare altri
reati.
D. – Un’ultima
domanda: è prevista la prescrizione per i "delicta
graviora"?
R. – Lei tocca un
punto – a mio avviso – dolente. In passato, cioè prima del 1898, quello della
prescrizione dell’azione penale era un istituto estraneo al diritto canonico. E
per i delitti più gravi solo con il motu proprio del
2001 è stata introdotta una prescrizione di dieci anni. In
base a queste norme nei casi di abuso sessuale il decennio incomincia a
decorrere dal giorno in cui il minore compie i diciotto anni.
D. – È
sufficiente?
R. – La prassi
indica che il termine di dieci anni non è adeguato a questo tipo di casi e
sarebbe auspicabile un ritorno al sistema precedente dell’imprescrittibilità
dei "delicta graviora".
Il 7 novembre 2002, comunque, il servo di Dio venerabile Giovanni Paolo II ha
concesso a questo dicastero la facoltà di derogare dalla
prescrizione caso per caso, su motivata domanda dei singoli vescovi. E la
deroga viene normalmente concessa. Avvenire 13
Il confessore deve evitare il “complesso di colpa” nel penitente -
Il confessore deve
evitare il pericolo di creare l’“angoscia del peccato” o il “complesso di
colpa” nel penitente e rendere visibile l’amore misericordioso di Dio. E'
quanto ha detto mons. Gianfranco Girotti, Reggente della
Penitenzieria Apostolica, intervenendo l'8 marzo al “Corso sul Foro interno”
tenutosi presso il Papalazzo della Cancelleria a
Roma.
Nel prendere la
parola durante le recenti giornate di Studio sul
Sacramento della Penitenza, promosse ormai da 21 anni dalla Penitenzieria
Apostolica, mons. Girotti ha posto da subito
l'accento sulla necessità che i sacerdoti siano consapevoli di essere
“depositari di un ministero prezioso e insostituibile”.
Inoltre, ha
aggiunto, “è assolutamente necessario che, per svolgere bene e fedelmente il
suo ministero, ogni confessore, con uno studio assiduo, sotto la guida del
magistero della Chiesa, e soprattutto con la preghiera, deve procurarsi la
scienza e la prudenza necessaria a questo scopo”.
“Nei seminari, è
vero, l’approccio alla confessione è solo quello della teologia o della
morale”, ha ammesso. Tuttavia, per fare ben il confessore “occorrono anche
conoscenze precise su quanto stabilisce la Chiesa
riguardo a determinate situazioni che possono presentarsi in confessionale”.
Da qui la
necessità per i sacerdoti “di prepararsi sotto il profilo culturale,
psicologico e soprattutto ascetico, pensando che sono chiamati ad interessarsi di cose che non esaltano ma rivelano tutta
la debolezza e talvolta la bassezza della condizione umana”.
Senza dimenticare,
inoltre, che “la realtà umana è storica e dinamica, cosicché mentre il giudizio
astratto può restare immutato, la valutazione degli atti concreti esige una
sensibilità teologica e morale molto alta, per non accrescere l’evidente
scollamento tra i fedeli e il Sacramento della
Penitenza”.
In confessionale,
ha continuato, si possono presentare anche i casi più impensati, che possono
cogliere impreparato il sacerdote, come quando si affrontano i temi relativi alla bioetica.
Per questo ha
invitato a non dimenticare “che il presbitero ha sempre una parola autorevole da dire nelle delicate questioni odierne
riguardanti aspetti della pratica medica”.
“Può chiedere
allora un po’ di tempo, di pronunziarsi sull’accusa, e consultare la Penitenzieria
Apostolica, che entra in causa nelle situazioni in cui il sacerdote non ha la
facoltà di assolvere, e nei casi in cui si può trovare impreparato o a
disagio”, ha suggerito.
Tra i consigli
offerti ai sacerdoti il Reggente della Penitenzieria
Apostolica ha evidenziato il fatto che il penitente “ha bisogno di essere
incoraggiato a riporre tutta la sua fiducia nell’infinita misericordia di Dio”,
per cui ogni confessione dei peccati “deve prorompere in un canto gioioso di
lode e di ringraziamento al Padre che 'per primo ci ha amati'”.
Inoltre, ha
ricordato, “nell’imporre la penitenza bisogna badare alla sua concreta
fattibilità da parte del penitente, privilegiando
quelle forme che aiutano a crescere spiritualmente, come l’assistere a una S.
Messa, il fare la comunione, o anche aiutare il prossimo in difficoltà o
contribuire a sostenere le opere parrocchiali, coniugando vita interiore e
impegno sociale, come via maestra del cristiano impegnato”.
“Ad un penitente che torna a confessarsi dopo lunghi anni che
è stato lontano dalla Chiesa è imprudente dare penitenze complesse e
defaticanti, mentre ad una buona monaca di clausura ordinariamente si può
assegnare una diuturna preghiera”, ha aggiunto.
Nel penitente
occorre però anche “curare la consapevolezza del peccato e delle sue
conseguenze e far nascere la ferma decisione di aprire un nuovo capitolo nei
rapporti con Dio e con il prossimo nel cuore della Chiesa”.
“E’ bene poi
ricordare che il fedele che ha raggiunto l’età della discrezione è tenuto a
confessare i peccati gravi almeno una volta l’anno”, e che il penitente “ha la
possibilità di confessare i peccati al confessore che preferisce,
legittimamente approvato, anche di altro rito”.
In più, il
penitente “ha la possibilità di servirsi di un interprete”, “evitati ovviamente
gli abusi e gli scandali e fermo restando l’obbligo del segreto”.
Mons. Girotti ha quindi passato in rassegna gli obblighi legati
al sigillo sacramentale e al segreto dei penitenti, un tema che la Chiesa ha
avuto sempre a cuore e per la cui violazione stabilisce pene severissime che
risalgono al IV Concilio Lateranense del 1125, che promulgò la prima legge
universale in materia.
A questo
proposito, ha sottolineato che il Codice di Diritto
Canonico (Can. 1550, §2, 2°) esclude, infatti, “come incapaci dal rendere
testimonianza in giudizio i sacerdoti, relativamente a tutto ciò che hanno
appreso nella confessione sacramentale, anche nel caso in cui sia stato il
penitente a chiedere la deposizione”.
Diversamente, ha
osservato, il confessore “peccherebbe d’ingiustizia verso il penitente e di
sacrilegio nei confronti del sacramento stesso”, tradendo “la fiducia che il
fedele ripone in lui, in quanto ministro di Dio” e
rendendo “odioso il Sacramento della Penitenza agli occhi dei fedeli”.
Mons. Girotti ha poi ricordato che il Nuovo Codice di Procedura
Penale entrato in vigore in Italia nel 1989 “riconosce il sigillo sacramentale,
come parte del segreto professionale accordandovi una particolare tutela” e
vincola al sigillo sacramentale esclusivamente il confessore, mentre “tutte le
altre persone che per qualsiasi ragione venissero a
conoscenza del contenuto di una confessione, come per es. l’interprete o
altri che eventualmente ascoltassero, sono vincolati, invece dal segreto”.
“Tale distinzione
di responsabilità determina, infatti, in caso di violazione, una diversità di
pena”, ha spiegato.
Inoltre, ha
proseguito mons. Girotti, “il sacerdote è tenuto al
sigillo sacramentale verso chiunque, compreso il penitente. Se, infatti, il confessore desidera parlare con il
penitente dei peccati confessati occorrerà il suo
permesso, a meno che ciò non avvenga immediatamente dopo la confessione - in
tale ipotesi questo sarebbe da considerarsi come la continuazione morale della
confessione - oppure il penitente stesso, in successivi incontri, ritorni su
qualche considerazione relativa alla precedente confessione”.
Inoltre, ha
precisato, “neppure la morte del penitente potrà sciogliere il confessore da
questo vincolo.
Infine, mons. Girotti ha ricordato che la Chiesa, a
partire da un decreto emanato nel 1988 dalla Congregazione per la
Dottrina della Fede, punisce con particolare severità anche “chi viola il
segreto relativo alla confessione, registrando per mezzo di strumenti tecnici
oppure divulgando per mezzo di strumenti di comunicazione sociale, ciò che
viene detto dal confessore e dal penitente”.
“In questo caso –
ha concluso –, l’interessato incorre nella pena
specifica della scomunica latae sententiae”.
Mirko Testa, Zenit 14
Nel raccontare lo
strano caso del Dr. Jekyll e
Mr. Hyde, Stevenson descrive la doppia presenza,
nell’essere umano, del bene e del male. Le due forze si affrontano, e se alla
fine è la parte malvagia a vincere non è perché l’eccelsa viene
travolta. Il duello non è fra eccelso e abietto, ma fra l’impeto ardente del
male e l’inerzia, la scarsa ambizione, l’energia spenta della parte ritenuta
buona. Il male trabocca in Jekyll perché Jekyll è un uomo onorato ma mediocre. Perché non ha combattuto
il male ma lo ha semplicemente nascosto (di qui il
nome Hyde). Così i crimini di pedofilia di tanti
uomini di Chiesa: per decenni sono stati nascosti, più
che combattuti. A volte sono stati anche protetti: il prete pedofilo che fu
spostato nel 1980 da Essen a Monaco, quando Ratzinger era arcivescovo di Monaco
e Freising, fu di fatto
immunizzato. Non venne allontanato dalle mansioni
ecclesiastiche neppure quando, nell’86, un tribunale lo condannò per abuso di
minorenni.
Ancor oggi cura le
anime in una comunità bavarese, nonostante l’offensiva contro la pedofilia
iniziata nel frattempo da Ratzinger divenuto Papa. Il prete bavarese non è un
caso unico, dicono le cronache da mesi e anni. Se il male s’estende
dall’Irlanda alla Germania, all’Austria, all’Olanda, è perché i sosia malvagi
di tanti sacerdoti erano più forti e vitali di una Chiesa inerte. Così vasto è
l’evento, che nessun commento pare all’altezza. Non mancano parole di
contrizione, dolore. Spesso il male è deplorato, ma non la sua radice. Non la
mediocrità, che ha consentito all’infamia di sopraffare e le ha risposto con
l’occultamento anziché con la verità. In Germania si promettono tavole rotonde:
questo sotterfugio dell’astuzia politica che trasforma fatti e misfatti in
dibattiti di idee. Il più mediocre dei sotterfugi, e
il più lontano dalla conversione. Sono simili stratagemmi a colpire, più ancora
di crimini che non sono nuovi, in comunità che cercano
il male fuori e non dentro di sé. Quel che veramente disorienta, nella reazione
di tanti prelati, è il tono con cui il male viene
discusso: allarmato, sì, ma non sconvolto.
A volte domina la
sociologia, altre la psicologia, sempre il metro
politico dell’autorità. Mai la domanda su un bene a tal punto
privo di sale da farsi sommergere; sul divario tra il dire e l’agire; su una
difesa di valori etici così rigida da secernere non-valori; sulla parola
del Vangelo infine, ridotta a muta ombra. In Luca, Gesù descrive ai discepoli i
re delle nazioni, detti benefattori, e prescrive: «Voi,
però, non così. Ma chi tra voi è il più grande diventi il più piccolo, e chi governa diventi come colui che serve». «Voi, invece, così
come qualsiasi politico»: tale la via che per il momento sembra prescelta. La
via di padre Federico Lombardi ad esempio, portavoce vaticano, che il 9 marzo
dichiara: «Certamente quanto compiuto in certi ambienti religiosi
è particolarmente riprovevole, data la responsabilità educativa e morale degli
uomini di Chiesa. Ma chi è obiettivo e informato sa
che la questione è molto più ampia, e il concentrare le accuse solo sulla
Chiesa falsa la prospettiva». La reazione è da politico, non da Figlio della
Luce. Sono i politici a diluire i misfatti nella forza dei numeri, delle
percentuali, dell’Altro più colpevole.
Citando
un’inchiesta del governo austriaco padre Lombardi ricorda: «17
casi di molestie o violenze ascrivibili a religiosi cattolici, 510 in altri
ambienti. Non sarebbe giusto, innanzitutto per le vittime, che ci si occupasse
almeno un poco anche di loro?». È il numero che conta,
quasi più del male. Anche se il disastro fa soffrire specialmente chi lo
patisce, incolpevole, dentro la Chiesa. Non meno mediocre è il dibattito di idee sulla stampa vaticana e ai vertici della Chiesa. Ha
cominciato l’arcivescovo di Vienna Schönborn, a
evocare la questione del celibato (poi s’è corretto: l’ignominia non nasce
qui). Non ci sarebbero violenze a bambini, forse, se il sacerdote non fosse
condannato a deserti sentimentali. Evocata in questo contesto,
la questione molto seria del celibato è usata per psicologizzare, dunque
minimizzare. Si ricorderà la proposta di Cesa,
segretario Udc, quando nel 2007 si scoprì che il deputato Cosimo Mele
frequentava prostitute e droga in un hotel romano. Cesa
suggerì stipendi più alti ai deputati, per aiutarli a fuggire le tentazioni
trasferendo le mogli a Roma.
Forse ancora più
improprio l’accenno alle donne, presentate come
panacea in prima pagina dell’Osservatore Romano, in un commento di Lucetta Scaraffia dell’11 marzo.
Ecco l’ora di «recepire la rivoluzione femminile», e
«ampliare il ruolo delle donne» nel governo ecclesiale. Anche qui l’esigenza è
seria: nella cristianità, le donne hanno testimoniato spiritualità altissima.
Non è tuttavia la spiritualità quel che interessa l’autore, né l’amore o l’ascesi
(parole assenti nel commento). È la capacità femminile di controllare la
sessualità e l’istinto omertoso del prete maschio: «Nelle dolorose e vergognose
situazioni in cui vengono alla luce molestie e abusi
sessuali da parte di ecclesiastici su giovani a loro affidati, possiamo
ipotizzare che una maggiore presenza femminile non subordinata avrebbe potuto
squarciare il velo di omertà maschile che spesso in passato ha coperto con il
silenzio la denuncia dei misfatti. Le donne infatti
(...) sarebbero per natura più portate alla difesa dei giovani in caso di abusi
sessuali, evitando alla Chiesa il grave danno che questi colpevoli
atteggiamenti le hanno procurato».
Leggendo queste
parole, viene in mente il film di John Patrick Shanley
«Il Dubbio». Suora Aloysius,
che dirige nel Bronx una scuola cattolica, è divorata da un sospetto, sul
comportamento del carismatico padre Flynn: i suoi
comportamenti verso un allievo sarebbero impuri. Non si saprà se il padre abbia
davvero peccato, e se la suora-inquisitrice dubiti alla fine del proprio
dubbio. Certo è che la donna occhiuta agisce proprio come consigliato
sull’Osservatore Romano: con la mera sua presenza, la
sorella «squarcia il velo di omertà maschile», convinta di esser «per natura
più portata alla difesa dei giovani» abusati sessualmente. Non ha verticalità
spirituale, non soffre per i Piccoli: vive l’orizzontalità di un rapporto di
potere che la tramuta in poliziotto feroce. Le donne-Torquemada
sono frequenti, nelle storie totalitarie. Nelle tavole rotonde, la parola di
Gesù si spegne. La stessa suora Aloysius
l’ammette: «Nel combattere il male, ci si deve allontanare da Dio».
Di tutto si discute dei rapporti
di forza tra uomo e donna, di sociologia, di psicologia ma non della persona di Cristo. Tanto più prezioso un libro appena pubblicato da Carocci, a cura di Alberto Melloni
e Giuseppe Ruggieri. Il Vangelo basta dice
precisamente questo: in fondo non c’è bisogno d’altro che della Scrittura.
Secondo Paolo Giannoni, teologo e
eremita camaldolese, il Vangelo non ignora la serietà del male e del peccato.
Decide anzi di «toccarlo», di non averne paura, per meglio rivelarlo. Gesù
stesso diventa maledizione, toccando l’impuro: «Si
contamina e diventa carne offesa dal peccato, dalla malattia e dalla morte.
Diventa il maledetto».
Tornare al Vangelo
non è, secondo gli autori, darsi una morale, e leggi nascostamente trasgredite.
«La Chiesa non è un’agenzia di etica». Gli autori consigliano la pazienza di
Cristo: la fatica di sciogliere i nodi, la non precipitosa ma lenta, meditata
separazione del grano buono dalla zizzania, come nella parabola di Matteo. («L’insegnamento della parabola originaria è totalmente
evaporato: ciò che rimane sul terreno è il cadavere della parabola di Gesù,
ormai irrimediabilmente corrotto», scrive don Giuseppe Ruggieri).
È il moltiplicarsi sfrenato di leggi autoritarie che fa dimenticare Gesù: i
nuovi farisei commettono reati o li coprono. Da fraternità, la Chiesa
immaginata da numerosi suoi reggenti scade in
confraternita che esclude, in setta recintata. Tutte queste cose, il Concilio
Vaticano II le aveva cominciate a dire: il suo dire sapeva di sale. Averlo
abbandonato lascia la Chiesa davanti a parabole corrotte e a una miriade di Mr.
Hyde. Incapace di tenerli a bada,
perché troppo abituata a nasconderli. Incapace di vincerne l’energia,
perché portata a disperare nella trasformazione e nel miglioramento
dell’«incongruo miscuglio» che il vecchio Jekyll è
diventato. BARBARA SPINELLI LS 14
Il Papa nella chiesa luterana, insieme 500 anni dopo
IL TRAGITTO che il
Papa compirà questa sera dalla Città del Vaticano alla Chiesa evangelica
luterana di Roma, in via Sicilia, sarà un percorso breve, ma che attraversa, in
realtà, quasi 500 anni di storia. La frattura che nel 1517 segnò profondamente
l’Europa ed il mondo potrebbe cominciare ad essere
ridotta, in un mondo sempre più piccolo, in cui il cristianesimo ha ancora
molto da dire.
Già nel 1983, in
occasione del cinquecentesimo anniversario della nascita di
Martin Lutero, Giovanni Paolo II visitò la comunità luterana della Capitale.
Oggi, a 25 anni da quella storica visita, il suo
successore rinnova l’evento. Stavolta, però, c’è qualcosa di diverso; perlomeno
sotto tre aspetti. Il primo è, banalmente, quello attinente alla storia
personale del Pontefice.
Non possiamo non
notare, infatti, che tutta la sua vita, di uomo e di ecclesiastico, si è
svolta, per così dire, in tensione con la Chiesa luterana. La sua nascita
tedesca, tanto per cominciare, lo ha posto
naturalmente nella condizione di crescere e di formarsi in una terra che è
stata la culla della Riforma e che dunque, da cinque secoli, conosce e
sperimenta lo scandalo ed il fermento di una Chiesa tanto divisa quanto alla
ricerca di una nuova unità. In questa terra (ed in
questa condizione) Ratzinger non solo ha studiato, ma ha anche insegnato,
mantenendo un dialogo profondo con i teologi luterani, allorché occupava le
cattedre di teologia dei più prestigiosi atenei tedeschi. Infine, bisogna
ricordare il suo ruolo di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede già nel 1999, anno in cui, cioè, cattolici e
luterani hanno firmato la storica Dichiarazione congiunta sulla dottrina della
giustificazione. Un testo tanto importante, quanto, purtroppo, sconosciuto, che
il Papa stesso, nel suo messaggio alla Federazione luterana mondiale del 2005
ha definito «una pietra miliare nel comune cammino verso la piena unità
visibile».
Il secondo aspetto
che merita sottolineare ha un carattere, per così
dire, teologico-liturgico. Quella di Benedetto XVI
non sarà una “semplice” visita a coloro che egli stesso ama chiamare i «cari
amici luterani», bensì una vera e propria partecipazione del Romano Pontefice ad un Culto cristiano luterano. Diversamente dalle altre
occasioni in cui un Papa si è recato nei luoghi santi delle altre fedi o
confessioni, stavolta egli parteciperà al Culto domenicale della comunità
luterana del Lazio, ascolterà la predicazione del Pastore Kruse
su un capitolo di un’epistola paolina ed egli stesso pronuncerà un’omelia su un
passo del Vangelo di Giovanni. Testi indicati dalla liturgia del giorno,
specificano gli organizzatori, quasi a voler ribadire
la naturalezza liturgica di questa celebrazione. Ed è qui che sta il grande
passo: per la prima volta dalla Riforma ad oggi, un
Papa ascolterà la predicazione contenuta in un Culto protestante ed egli stesso
parteciperà con una propria predicazione. Cattolici e luterani, insomma, come
quei due discepoli che, percorrendo insieme la via di Emmaus
dopo la Pasqua, si interrogavano sul senso delle
Scritture e si posero in ascolto dell’unica Parola.
In ultimo, il
terzo punto che può essere sottolineato è quello che
riguarda la collocazione spazio-temporale di questo incontro. Le dichiarazioni
stampa con cui l’evento è stato annunciato tendono a
specificare la qualifica di Vescovo di Roma con cui il Papa è stato invitato e
con cui sarà accolto dalla comunità luterana romana. Ad
una prima lettura questa specificazione potrebbe sembrare destinata a
circoscrivere (o a sminuire) la portata dell’evento. In realtà vi si può
leggere una dimensione profetica, o, se vogliamo, di realismo politico.
Nell’ordinamento canonico il Papa è capo della Chiesa cattolica in quanto Vescovo di Roma; non viceversa. La successione
sulla cattedra di Pietro è, dunque, il cuore e la radice del suo ministero di
servizio per l’intera Chiesa. Benedetto XVI ha più
volte ribadito, con le parole e con i gesti, il suo attaccamento ed il
radicamento del (suo) pontificato nella dignità episcopale. Significativo,
ad esempio, il fatto che abbia tolto dal suo stemma il simbolo del Triregno (la
corona dei Papi) per sostituirlo con la semplice Mitra (il copricapo dei
Vescovi). Il Papa, insomma, è Vescovo e pastore della sua città e, come tale,
partecipa con la sua Chiesa alla ricerca di una unità
più profonda con tutti i cristiani. Benedetto XVI ha
scelto questo profilo apparentemente più dimesso, ma in realtà più concreto e
funzionale, già nel dialogo con le Chiese bizantine ed ora lo rinnova con la
Chiesa luterana. E così facendo incarna, in modo autentico, quella funzione di primus inter pares
che gli è propria: pari in dignità, primo nel servizio all’intero
ecumene cristiano. Ed è in questa prospettiva, in bilico tra una unità mistica che i cristiani spiritualmente celebrano
ed una concreta riunificazione che attivamente ricercano, che si colloca, anche
temporalmente, questo evento di cronaca.
L’11 Dicembre
dell’83, quando Giovanni Paolo II visitò la Cristuskirche di via Sicilia, era la terza domenica di
Avvento, Benedetto XVI lo farà stasera, quarta domenica di Quaresima. Queste
due domeniche, nel calendario liturgico latino, sono due giorni unici. Entrambe
si collocano nei due tempi forti della vita della
Chiesa, tempi contraddistinti da una particolare austerità. Entrambe, però,
esprimono un profondo senso di gioia, tanto che la tradizione le indica con due
termini, presi dalla liturgia della Parola, che significano la letizia a cui il cristiano è chiamato (la terza domenica di Avvento
è la cosiddetta domenica “Gaudete!”, la quarta di
Quaresima è la domenica “Laetare!”). Come la liturgia
celebra questi due giorni nei tempi penitenziali per rammentare ai fedeli che
l’attesa, la tensione e la precarietà che il cristiano vive non sono mai
momenti di afflizione né di disperazione, perché tutto è rischiarato dal sole
della Pasqua, la collocazione in questa domenica
dell’incontro tra il Papa e la comunità luterana assume un significato assai
eloquente. Sembra quasi volerci rendere memori delle sofferenze che la divisione
della Chiesa comporta, coscienti delle reali difficoltà che il cammino
ecumenico incontra, ma forti nella speranza che un giorno la Chiesa tornerà ad essere, anche visibilmente, una, santa, apostolica ed
universale. Una meta ancora lontana, ma certo assai più vicina da stasera.
Le difficoltà
continueranno a non mancare e certo non sono mancate; neanche agli
organizzatori di questo incontro che, ne siamo certi, avranno trovato ostacoli
e detrattori da entrambe le parti, ma sarebbe bello se, a quasi 500 anni dalla
Riforma, fossero proprio il Vescovo di Roma nato in Germania e la Chiesa
luterana che vive a Roma ad inaugurare una nuova tappa
del cammino ecumenico. Dopo l’ecumenismo della conversione, figlio della
controriforma e quello del dialogo che si espresse nel Vaticano II, nell’epoca
dell’Europa unita politicamente ed economicamente ed
in un mondo sempre più globalizzato, potrebbe essere giunto il momento perché i
cristiani sperimentino, nella vita di tutti giorni e nelle loro città,
l’ecumenismo dell’incontro. FRANCESCO SPANO IM 14
Denunce e richieste di risarcimento, ora la Santa Sede teme il fronte italiano
Sono gli stessi
sacerdoti a raccontare vecchie storie di abusi, chiedendo che riaffiori la
verità - Papa Ratzinger ha esortato la Chiesa alla trasparenza, ma il Vaticano
è preoccupato - Un libro scritto da un sacerdote anonimo raccoglie gli ultimi
esposti alle procure - di MARCO ANSALDO
CITTÀ DEL VATICANO
- Forse era inevitabile. Di certo se l'aspettavano
tutti, anche in Vaticano. Ma che lo scandalo dei preti pedofili arrivasse prima o poi anche in Italia sembrava più che un'ipotesi. Era
una preoccupazione latente. Ora, una certezza, visto che
le prime denunce sono già partite. Dopo i casi scoppiati negli Stati Uniti nel
2002, quelli in Brasile del 2005, le condanne in Australia nel 2008, il
rapporto Murphy sugli abusi in Irlanda nel 2009, e le recentissime inchieste
avviate nel 2010 in Germania, Austria e Olanda, la Santa Sede dovrà prepararsi
per un nuovo fronte.
Non è stato infatti un caso se, solo pochi giorni fa, la diocesi di
Bolzano e Bressanone, colpita dall'eco dello sconcerto provocato nella vicina
area di lingua tedesca, ha indicato sul proprio sito un indirizzo e-mail al
quale le vittime possono fare segnalazioni. Un'azione preventiva, avviata dal
vescovo Karl Golser, nel segno della trasparenza
totale raccomandata da Papa Ratzinger. Già l'altro ieri un altoatesino si è
fatto avanti, raccontando al giornale Tageszeitung
gli abusi subiti da ragazzo, negli Anni sessanta, da cinque frati durante un
soggiorno estivo in un convento di Bolzano. Violenze avvenute
"nei vigneti, in cantina e in stanza". Subito dopo è stata la
volta di un ex studente di un collegio di Novacella,
nei pressi di Bressanone, che ha denunciato anche frustate.
A Firenze è poi
tornata alla ribalta ieri la vicenda di don Lelio
Cantini, il prete colpevole di abusi sessuali contro minori compiuti fra il
1973 e l'87, da parroco della Chiesa "Regina
della pace". Dopo lunghe vicende processuali, nel 2008 Cantini fu ridotto
da Benedetto XVI allo stato laicale. Ora le sue vittime imputano alle autorità
ecclesiastiche la "mancata consapevolezza delle loro responsabilità".
Dice Francesco Aspettati, a nome di tutti:
"Troppo facile offrire la testa del pedofilo di turno senza affrontare il
vero problema: perché, quando abbiamo chiesto di essere ascoltati, la Chiesa ci
ha prima intimato il silenzio, accusato di accanimento, e poi minacciato e
invitato a dimenticare?".
Altre storie
riemergono, descritte in dettaglio nel libro "Il peccato nascosto"
(editore Nutrimenti, curato da Luigi Irdi) in uscita
mercoledì. L'autore, che si firma come Anonimo - sigla che comprende il
contributo di più mani fra cui quella di un sacerdote che ha preferito non
comparire in prima persona - raccoglie le tante denunce arrivate di recente in
varie Procure d'Italia. C'è la vicenda di un gruppo di bambine di un paese vicino a Cento, diocesi di Ferrara, abusate da
don Andrea Agostini, condannato nel 2008 a 6 anni e 10 mesi di reclusione, e al
risarcimento di 28mila euro. Il loro avvocato, Claudia Colombo, aveva anche
scritto al cardinale di Bologna, Carlo Caffarra,
chiedendo una presa di responsabilità della curia locale. Nel dispositivo della
sentenza i giudici di primo grado hanno denunciato "il silenzio dei
vertici ecclesiastici e la loro ritrosia a mettere sul tappeto le notizie sulle
accuse che già da tempo circolavano".
Un altro caso
descritto è quello di una parrocchia alla periferia nord di Roma, dove don
Ruggero Conti, parroco della Natività di Maria Santissima, è stato processato
nel febbraio 2008 al palazzo di giustizia di Roma per abusi sessuali nei
confronti di sette ragazzi che hanno testimoniato le violenze al pubblico
ministero Francesco Scavo.
Ma, fra i tanti,
il caso forse più atroce è quello di Alice, una bambina di 8
anni di Bolzano, per un lungo periodo violentata, filmata, abusata con il
messale in mano dall'educatore al quale i genitori l'avevano affidata per
insegnarle il catechismo. L'accusato, don Giorgio Carli,
affrontati tutti i gradi di giudizio per accuse che risalgono agli anni Ottanta
- e sempre condannato - il 19 marzo 2009 viene "assolto" dalla terza
sessione penale della Cassazione che dichiara quei reati prescritti per effetto
della legge ex Cirielli. La sentenza, pur confermando
l'autenticità dei fatti, può contemplare solo la condanna al risarcimento.
Peraltro mai giunto.
Il Vaticano, che
conosce molti dei casi, appare preoccupato. Non solo per una questione di immagine. Ma anche perché
l'apertura del fronte italiano significherebbe l'avvio di cause di risarcimento
di cui difficilmente le sole diocesi potrebbero farsi carico. La Curia teme
questo rischio. In alcuni casi sono addirittura i sacerdoti a denunciare storie
ormai sepolte, con documentazioni e dossier. Chiedono loro stessi
trasparenza, perché la verità, dopo tanti anni, finalmente riaffiori. LR
14
Quando il relativismo è un alibicondividi
Continua
imperterrita la civiltà degli alibi, delle scuse, delle circostanze attenuanti.
Il crimine non è individuale. L’accusa diventa generica o generalizzabile e il
diritto alla difesa non è più un fatto destinato a un imputato singolo. Il popolone può permettersi, nella sua voglia naturale di
linciaggio, di menare bastonate a casaccio e si soddisfa di avere, comunque,
impartito giustizia. I giudici, i condannati e, seppur con minore probabilità,
anche le vittime tornano ai propri posti e nei loro
ruoli con la netta sensazione dell’impotenza e del rammarico. Nella nebbia
dell’imprecisione si sta sfogando, oggi, l’attenzione sulla pedofilia negli
ambienti religiosi di qualche diocesi europea. Dove sta la novità? Di che cosa
ci dovremmo preoccupare?
È soltanto un
ribrezzo che continua, una nausea disperata senza vomito liberatorio. La storia
e la geografia dell’intero globo terracqueo sono avvilite dalla costanza del
fenomeno della pedofilia e della sua insopportabile frequenza negli ambiti
religiosi. Da Pasquino a Belli, da Boston alla California, dal Brasile
all’Australia, dal documentario «Sex crimes and the Vatican» al «John Jay Report», da prelati a suore, il
dossier è gonfio di obbrobrio indiscutibile. Le edulcorazioni possibili
riferite a condanne limitate, coperture magiche, nascondigli assolutori,
rendono fumoso l’argomento. Ed ecco il colpo di genio, quello
del «mal comune mezzo gaudio», della giustificazione lamentosa, delle recondite
ragioni. Le mie più sentite congratulazioni. Navarro Valls
avrà avuto un brivido. Nelle sue mani la cosa sarebbe stata trattata con
maggiore saggezza e minor coda di paglia. Altrettanto per la questione del
celibato citato quale causa prima che originerebbe il
problema. Non credo che avrebbe fatto il benché minimo riferimento a questo
vincolo.
È che i singoli
dovrebbero capire quando stare zitti se c’è in ballo il pensiero, discutibile o
no, condivisibile o no, di un capo unico e infallibile. Nei Comandamenti, tanto
per rimanere da queste parti, non si fa cenno al fatto che un ladro lo sia più o meno in confronto a un altro ladro, o che un assassino
sia meno assassino in base al tipo di vittima. Il pedofilo fa schifo o pena sicuri, senza alcuna relazione con i vestiti o le
maschere che indossa, il suo stato anagrafico o altre bazzecole psichiatroidi. Ma il relativismo
non era stato messo all’indice? MINA
LS 14
Katholische Kirche. Die Krise erreicht den Papst
Der Missbrauchsskandal erschüttert die
katholische Kirche existentiell. Sie ist in der Krise, weil sie sich immer noch
stärker selbst bemitleidet, statt den Opfern zu helfen. Jetzt geht es um das
Vertrauen, das mehr als eine Milliarde Katholiken in den Pontifex setzen
können. Ein Kommentar von Matthias Drobinski
Nun also betrifft der
Missbrauchsskandal in der katholischen Kirche den Papst selber. Während
Benedikt XVI. in Rom mit dem deutschen Bischofskonferenzvorsitzenden und
Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch redet und
beide sich anschließend ehrlich betroffen angesichts der Übergriffe von
Priestern und Ordensleuten zeigen, verdichten sich die Hinweise: Als Josef
Ratzinger Erzbischof von München und Freising war, kam ein Pfarrer von Essen
nach München, um dort eine Therapie zu beginnen.
Der Pfarrer hatte in Essen Jugendliche
sexuell missbraucht. Er wurde in München wieder in der Seelsorge eingesetzt, er
hat 1986 wieder Jugendlichen sexuelle Gewalt angetan, wofür er verurteilt
wurde.
Hat der heutige Papst damals einen
folgenschweren Fehler gemacht? Das ist noch völlig unklar. Joseph Ratzinger hat
nach jetziger Erkenntnis gewusst, warum der Priester von Essen nach München
versetzt wurde. Die Entscheidung, den Mann parallel in der Seelsorge
einzusetzen, hat er nicht getroffen. Dem damaligen Generalvikar Gerhard Gruber
kann man zugute halten, dass er der
Therapiegläubigkeit der 80er Jahre erlag und den Pfarrer für in der Seelsorge
einsetzbar hielt. Aber es bleiben Fragen, drängend sind sie, und beantworten
kann sie letztlich nur Papst Benedikt XVI. in Rom. Er sollte sie beantworten,
um der Klarheit und der Wahrheit willen, nicht, weil er an den Pranger gehört.
Existentielle Krise - Doch egal, wie der Münchner Fall sich
entwickelt - er zeigt, wie tief, geradezu existentiell die Kirche in die Krise
geraten ist. Benedikt XVI. hat sexuellen Missbrauch auf das schärfste
verurteilt, man kann ihn insofern nicht als Vertuscher
oder Leugner hinstellen. Und trotzdem hat das Thema ihn erreicht; jetzt geht es
um das Vertrauen, das mehr als eine Milliarde Katholiken in der Welt in den
Pontifex setzen können - oder nicht.
Es hat sich also zur grundlegenden
Vertrauenskrise entwickelt, was mit einzelnen Fällen im Berliner Canisiuskolleg begann. Die Vertrauenskrise wird sich in den
Kirchenaustrittszahlen widerspiegeln, sie spiegelt sich jetzt schon in dem
wider, was Menschen erfahren, die sagen, dass sie der katholischen Kirche
angehören. Eltern müssen erklären, warum sie noch ihre Kinder in der Ministrantengruppe lassen, Priester müssen darlegen, dass
sie nicht mit permanentem Triebstau durchs Leben gehen. Und die Bischöfe müssen
sich gegen Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenbergers
Verdikt verteidigen, die Kirche wolle ihr eigenes Recht bei der Aufklärung
schaffen.
Starkes Selbstmitleid - Aber die
katholische Kirche hat sich selber in diese Lage gebracht. Erzbischof Zollitsch hat geschwiegen, wo er sofort hätte reden sollen.
Der Jesuitenpater Klaus Mertes, der in Berlin die ersten Fälle öffentlich
machte, wird intern als Getriebener hingestellt. Es fehlt nicht an Hinweisen
aus Bischofskreisen, dass es doch anderswo auch schlimm sei und die
Journalisten nun ein Kesseltreiben veranstalteten wie einst die Nazis mit ihren
Sittlichkeitsverbrechern. Ja, es gibt anderswo Missbrauch, ja, die Kirche hat
sich 2002 Leitlinien gegeben - übrigens auch damals erst auf öffentlichen Druck
hin. Doch wer als Betroffener so redet, erweckt den Eindruck, er wolle vor
allem die eigene Institution schützen, ausgerechnet dort, wo sie ihren Auftrag
am schmählichsten verrät.
Die Kirche ist nicht in die
Vertrauenskrise geraten, weil sie ein Verein von Missbrauchern
ist. Sie ist in der Krise, weil sie sich immer noch stärker selbst bemitleidet,
statt den Opfern zu helfen, zum Beispiel mit einem Entschädigungsfonds. Sie ist
in der Krise, weil sie nicht zugeben will, dass der Priester- und Ordensberuf
Männer mit sexuellem Identitätsproblem anzieht. Es ist eine Krise, die das
gesamte Land angeht, weil in der Kirche bislang eine Nähe und Wärme möglich
war, die anderswo in der Gesellschaft knapp geworden ist. Dieses knappe Gut
könnte sie nun verspielen. Auch da ist nun der Papst gefragt. SZ 13
Missbrauchsskandal. Vatikan glaubt an Verschwörung gegen den Papst
Der Vatikan sieht Kräfte am Werk, die
dem Papst im Skandal um sexuelle Missbrauchsfälle direkt schaden wollen. Für
jeden objektiven Beobachter sei aber klar, "dass diese Versuche
gescheitert sind", meinte ein Vatikan-Sprecher. In der Zeit Benedikts als
Erzbischof wurde ein Priester in der Gemeindearbeit eingesetzt, der wegen
Missbrauchs vorbelastet war.
Im Skandal um sexuelle Missbrauchsfälle
in der katholischen Kirche in Deutschland sieht der Vatikan einen direkten
Angriff auf Papst Benedikt XVI.
„In den letzten Tagen gab es einige,
die mit einer gewissen Verbissenheit in Regensburg und in München nach
Elementen gesucht haben, um den Heiligen Vater persönlich in die
Missbrauchs-Fragen mit hineinzuziehen“, kritisierte Vatikan-Sprecher Federico
Lombardi in Rom. Für jeden objektiven Beobachter sei aber klar, „dass diese
Versuche gescheitert sind“,
In Regensburg geht es um
Missbrauchsfälle bei den Domspatzen, die Benedikts Bruder Georg Ratzinger lange
Zeit geleitet hatte.
In dem jüngsten Münchner Fall sei
deutlich, dass der damalige Münchner Erzbischof Joseph Ratzinger nichts zu tun
gehabt habe mit Entscheidungen, „nach denen es später dann zu den Missbräuchen
kommen konnte“, betonte der Papst-Sprecher.
Ratzinger hatte als Erzbischof im
zuständigen Kirchengremium der Versetzung eines wegen Kindesmissbrauchs
vorbelasteten Priesters von Essen nach München zugestimmt. Der Mann wurde in
München wieder in einer Gemeinde eingesetzt, fiel nach einiger Zeit erneut mit
pädophilen Handlungen auf und wurde deshalb auch verurteilt.
Lombardi hielt fest, das Erzbistum
München habe mit einem ausführlichen und detaillierten Statement auf die Fragen
zu dem Priester geantwortet, der sich des Missbrauchs schuldig gemacht hatte.
„Trotz des Sturms hat die Kirche
deutlich den Weg, den sie gehen soll, vor Augen – unter der sicheren und
strengen Führung des Heiligen Vaters.“ Lombardi spricht von „klarem Kurs auch
bei hohem Wellengang“.
Zu hoffen sei jetzt, „dass diese Turbulenz
letztendlich eine Hilfe für die Gesellschaft insgesamt sein kann, um im Schutz
und der Ausbildung von Kindern und Jugendlichen immer besser zu werden“,
schloss der Jesuitenpater seine Stellungnahme. Dpa 13
Analyse: Krisengipfel im Vatikan
Rom. Eigentlich sollte es reine Routine
sein. Robert Zollitsch wollte dem Papst in einer
Audienz berichten, was auf der jüngsten Versammlung der deutsche
Bischöfe so alles besprochen worden ist.
Doch die sich in der Heimat türmenden
Berichte und Zeugnisse über sexuellen Missbrauch und Übergriffe ließen Benedikt
XVI. keine Wahl: Er musste sich im Apostolischen Palast von dem Vorsitzenden
der Bischofskonferenz schmerzlich vor Augen führen lassen, in welche Krise
seine Kirche zu stürzen droht - und im Strudel auch Bruder Georg Ratzinger als
ehemaliger Leiter der Regensburger Domspatzen.
Benedikts Rezept nun: Er stärkt den
Bischöfen nachdrücklich den Rücken, "unbeirrt und mutig" diesen
Skandal aufzuarbeiten und jene Instrumente noch zu schärfen, die künftige Fälle
verhindern könnten. Die Bischöfe geben sich sicher, das aus eigener Kraft tun
zu können.
Vor wenigen Wochen erst musste Benedikt
die irischen Bischöfe nach Rom zitieren, um ihnen nach dem Skandal dort zu
sagen, was für ein "abscheuliches Verbrechen" der Missbrauch von
Minderjährigen hinter Kirchenmauern ist. Jetzt galt es, mit Zollitsch
nach Wegen zu suchen, um das stark beschädigte Image der Moral-Instanz Kirche
so rasch wie möglich wieder aufzupolieren. "Er ermutigt uns, den
eingeschlagenen Weg der lückenlosen und zügigen Aufklärung konsequent
fortzusetzen", resümierte Zollitsch - und ging
"gestärkt" aus dem Gespräch in Rom.
Der Kalender wollte es, dass der
Krisengipfel im Vatikan auf den Tag genau zehn Jahre nach der historischen
"Beichte der katholischen Kirche" im Apostolischen Palast einberufen
wurde: Am 12. März 2000 hatte Benedikts Vorgänger Johannes Paul II. im
Petersdom, vor einem Kreuz kniend, die Sünden der "Söhne der Kirche"
in zwei Jahrtausenden bereut und bedauert. Am Freitag war es der Chef der
deutschen Bischöfe, der sich (erneut) entschuldigte - bei all denen, die teils
vor langer Zeit in Einrichtungen der Kirche leiden mussten.
Mit seinem Ruf nach Null Toleranz,
Transparenz und vorbeugenden Strategien gegen Missbrauch in seiner Kirche hatte
Benedikt eine Notbremse gezogen. Wenn, angestoßen wie Domino-Steine, in einem
Land nach dem anderen nun dunkle Vergangenheit aufgearbeitet wird, dann grenzt
die Aufgabe dieses Pontifex an eine Sisyphus-Arbeit.
Vor zwei Jahren hat er seine Haltung
unmissverständlich demonstriert: Benedikt traf sich in den USA als erster Papst
mit Opfern pädophiler Priester und rief die beschmutzte Kirche dort beschämt zu
"Reinigung und Erneuerung" auf. Und als er vor einem Monat die 24
Bischöfe aus Irland in den Vatikan zitierte, um die tausendfachen
Missbrauchsfälle dort zu erörtern, ging es bereits darum, Opfern zu helfen,
künftige Fälle durch eine kontrolliertere
Priesterausbildung zu begrenzen und die Kirche wieder glaubwürdiger zu machen.
Zumal diese in Ländern jetzt am Pranger steht, in denen ihr sowieso schon der
Wind der Säkularisierung ins Gesicht bläst. Die Kirche von einer Glaubenskrise
erfasst - und jetzt auch das noch.
Das Zölibat abschaffen, weg von einer
zu strengen Sexualmoral? Der konservative Pontifex sieht, dass Kirchenreformer
die Ehelosigkeit der Priester gerne auf den Müllhaufen der Kirchengeschichte
werfen möchten. Und er liest, dass der Wiener Kardinal Christoph Schönborn die
Schlagzeile dementieren muss, er habe das umstrittene Zölibat infrage gestellt.
Die Debatte ist in Gang gesetzt, angetrieben von der Suche nach den Ursachen
der Missbrauchswelle.
Diesen Sturm will der für den Klerus
zuständige Kurienkardinal Claudio Hummes gern
überstehen: "Das Zölibat ist ein Geschenk des Heiligen Geistes, das mit
Überzeugung und Freude gelebt werden muss, in der allumfassenden Beziehung mit
dem Herrn." Soweit der Vatikan zu der kritischen Frage. Für Joseph
Ratzinger ist das Zölibat ein "heiliger" Wert der Kirche. (dpa 13)
Entschuldigung gefordert. Kirchen-Reformer setzen den Papst unter Druck
Benedikt XVI. gerät immer stärker unter
Zugzwang. Die katholische Bewegung "Wir sind Kirche" macht
ausdrücklich den Papst für den Missbrauchsfall in seiner Zeit als Münchner Erzbischof
verantwortlich. Damals wurde ein vorbelasteter Priester in der Gemeindearbeit
eingesetzt. Die Reformer halten eine Entschuldigung für überfällig.
Papst Benedikt XVI. schweigt zum
Missbrauchsskandal in der deutschen Kirche und rückt damit zunehmend ins
Zentrum der Kritik. „Wir sind enttäuscht, dass der Papst bisher kein
mitfühlendes Wort für eine Bitte um Vergebung und Versöhnung gefunden hat“,
sagte der Sprecher der Reformbewegung „Wir sind Kirche“, Christian Weisner. Es reiche nicht aus, dass der Vorsitzende der
Deutschen Bischofskonferenz nach einer Papst-Audienz – so wie am Freitag – nur
berichte, dass das Oberhaupt der Kirche erschüttert sei.
Unterdessen sieht sich Papst-Bruder
Georg Ratzinger mit neuen Details aus seiner Zeit bei den Regensburger
Domspatzen konfrontiert. Die Politik debattiert über Konsequenzen aus dem
Skandal, der nicht nur die katholische Kirche betrifft.
Der Vatikan wandte sich gegen direkte
Angriffe auf den Papst:„In den letzten Tagen gab es einige, die mit einer
gewissen Verbissenheit in Regensburg und in München nach Elementen gesucht
haben, um den Heiligen Vater persönlich in die Missbrauchsfragen mit
hineinzuziehen“, sagte Sprecher Federico Lombardi in Rom. Diese Versuche seien
jedoch gescheitert, meinte Lombardi.
„Wir
sind Kirche“ sieht dagegen Erklärungsbedarf zu Joseph Ratzingers Zeit als
Münchner Erzbischof 1977 bis 1982. Am Freitag hatte das Bistum Informationen
der „Süddeutschen Zeitung“ bestätigt, dass Ratzinger damals im zuständigen
Gremium zustimmte, einen vorbelasteten Priesters von
Essen nach München zu versetzen.
Später schickte das Bistum den Mann in
eine Gemeinde, in der er erneut Kinder missbrauchte und deshalb auch verurteilt
wurde. Weisner von „Wir sind Kirche“ widersprach der
Ansicht des Münchner Erzbistums, wonach der frühere Generalvikar Gerhard Gruber
die „volle Verantwortung“ in diesem Fall trage. Die letzte Verantwortung habe
bei Ratzinger gelegen – wegen des „hierarchischen Prinzips“ in der Kirche,
meint die Gläubigen-Organisation.
Das Nachrichtenmagazin „Der Spiegel“
berichtete, Missbrauch bei den weltbekannten Regensburger Domspatzen, die
Papst-Bruder Georg Ratzinger von 1964 bis 1994 leitete, habe es bis in die
90er-Jahre hinein gegeben. Bisher ging es dort um Vorwürfe aus den 50er- und 60er-Jahren.
Ein Ex-Schüler sagte, er sei in dem Internat bis 1992 von älteren Schülern
vergewaltigt worden. In der Wohnung eines Präfekten sei es zu Verkehr zwischen
Schülern gekommen.
Ratzinger habe er als „extrem
cholerisch und jähzornig“ erlebt. Vor ein paar Tagen hatte Ratzinger gesagt,
von sexuellem Missbrauch nichts mitbekommen zu haben. Er bereute, früher
geschlagen zu haben.
Der Präsident des Zentralkomitees der
deutschen Katholiken (ZdK), Alois Glück, brachte in
der „Süddeutschen Zeitung“ins Gespräch, das Eheverbot
für katholische Priester – das Zölibat – zu lockern. Die sei „ein Weg“. Die
Kirche müsse „Konsequenzen struktureller Art ziehen und dabei reflektieren, ob
es kirchenspezifische Bedingungen gibt, die den Missbrauch begünstigten.“ Der
Hamburger Weihbischof Hans-Jochen Jaschke stellte die Pflicht zur Ehelosigkeit
im „Hamburger Abendblatt“ ebenfalls infrage.
Bundesjustizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) forderte mehr Details zu den Skandalen, die
in den vergangenen Wochen ans Licht kamen. „Um das Ausmaß der Missbrauchsfälle
vollständig erfassen und bewerten zu können, wäre es hilfreich, wenn dazu
möglichst umfassendes und belastbares Zahlenmaterial von den betroffenen
Institutionen vorgelegt würde“, sagte sie der „Frankfurter Allgemeinen
Sonntagszeitung“. Zugleich regte die FDP-Politikerin eine unabhängige
Kommission an. Der Blick auf Länder wie Irland oder Amerika zeige, dass
unabhängige Experten einen wichtigen Beitrag zur Aufarbeitung leisten könnten.
Auch die Grünen-Vorsitzende Claudia Roth
forderte in der „Bild am Sonntag“ die Regierung auf, eine solche Kommission
einzusetzen. Die Grünen-Politikerin Antje Vollmer wertete den Runden Tisch der
Regierung zum Kindesmissbrauch ab 23. April in der „Welt am Sonntag“ als Ausdruck
von Hilflosigkeit ohne parlamentarische Legitimation. Der Runde Tisch war von
Familienministerin Kristina Schröder und Bildungsministerin Annette Schavan
(beide CDU) initiiert worden.
Kinderschutzbund-Präsident Heinz
Hilgers sagte der „Rheinpfalz am Sonntag“, mit Runden Tischen lasse sich das
Problem nicht lösen. Es werde zu viel über alte Vorfälle debattiert, dabei
passierten jährlich 80.000 bis 120.000 Missbrauchsfälle. Bayerns
Justizministerin Beate Merk (CSU) brachte in der „Passauer Neuen Presse“ vorbeugende
Therapien für Pädophile ins Gespräch. Pädophilie ist die sexuelle Neigung zu
Vorpubertären; bei der Präferenz für Pubertierende sprechen Experten von Ephebophilie.
Seit Ende Januar sind viele Dutzend
Missbrauchsfälle in fast allen 27 katholischen Bistümern Deutschlands bekannt
geworden. Der Skandal nahm am Berliner Jesuitengymnasium Canisius-Kolleg
seinen Ausgang. Die Generalsekretäre von SPD und CSU, Andrea Nahles und Alexander Dobrindt,
warnten in der „FAS“ davor, nur auf die Kirche zu sehen.
Die Schriftstellerin Amelie Fried (51),
Ex-Schülerin des wegen Missbrauchs ins Kreuzfeuer geratenen Reforminternats
Odenwaldschule, forderte in der „FAZ“ den früheren Schulleiter Gerold Becker
(73) auf, nicht mehr zu schweigen und sich bei Opfern zu entschuldigen. Sie
berichtete unter anderem vom Zwang zum Strip-Poker in dem Internat.
Beckers Lebensgefährte, der renommierte
Pädagoge Hartmut von Hentig (84), hatte der „SZ“ gesagt, er könne sich nicht
vorstellen, dass Becker je den Willen eines Kindes brach. Ein anderer
Ex-Schüler der Odenwaldschule in Heppenheim verlangt laut „Frankfurter
Rundschau“ etwa 80.000 Euro Schadenersatz. Dies entspreche drei Jahresbeiträgen
der Schule. Damit würde die Schule „ihre Verantwortung und ihre Schuld
eingestehen“. DW 13
Missbrauchsskandal. Rückendeckung aus Rom
Rom. 45 Minuten saßen sie zusammen und
sprachen unter vier Augen. Mit angeblich "wachem Interesse, großer
Betroffenheit und tiefer Erschütterung" hörte Papst Benedikt dem
Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz Robert Zollitsch
zu, wie dieser berichtete, wie Amtsträger der katholischen Kirche in
Deutschland Kinder missbraucht haben.
Das Gespräch, so Zollitsch
später, sei vertrauensvoll verlaufen, und der Papst habe ihm "volle
Unterstützung" auf dem eingeschlagenen Weg versichert. Auch in Rom
entschuldigte sich Zollitsch noch einmal bei den
Opfern. "Wir wollen die volle Wahrheit ans Licht bringen und eine ehrliche
Aufdeckung, frei von Rücksichtnahme", sagte er. "Die Opfer haben ein
Recht darauf." Das gelte auch für Fälle, die schon verjährt seien. Kein
einziger Fall sei zu entschuldigen. Er bekräftigte auch die Bereitschaft, mit
den Strafverfolgern zusammenzuarbeiten: "Wir raten allen Geistlichen, Kirchenmitarbeitern
und Ehrenamtlichen zur Selbstanzeige."
Der Bundestagsvizepräsident Wolfgang
Thierse (SPD) fordert eine solche Entschuldigung auch vom Papst selbst. Eine
solche Geste sei mehr wert als einige tausend Euro Entschädigungszahlungen,
sagte Thierse am Freitag dem RBB-Inforadio.
Persönlich eingreifen wie in Irland
wird der Papst in Deutschland aber nicht, obwohl man auch im Vatikan nervös ist
wegen der Welle von Skandalen, die mittlerweile auch die Niederlande und
Österreich erschüttern. Deutschland, so Zollitsch,
sei aber das erste Land gewesen, in dem die Kirche parallel zu den Richtlinien
der Glaubenskongregation in Rom im Jahr 2001 eigene Regeln für den Umgang mit
Missbrauch erlassen hat, die seit dem Jahr 2002 angewendet und jetzt präzisiert
werden sollen. Auch die Bischöfe, so versicherte Zollitsch,
würden sich ihrer Verantwortung stellen, und er verwies auf den neuen
Beauftragten für das Thema Missbrauch, den Trierer Bischof Stephan Ackermann.
Über die Frage von Entschädigungen werde derzeit noch beraten.
Hilfe von außen, erklärte er auf
Nachfragen, brauche man derzeit nicht. Noch etwas schärfer hatte das am
Donnerstag der Regensburger Bischof Ludwig Müller in Rom formuliert: Die
deutschen Bischöfe bräuchten keine Hilfe vom Papst. Zugleich hatte Müller die
Medien wegen übertriebener Darstellung des Themas angegriffen; ein Vorwurf, vor
dem sich Zollitsch hütete.
Allerdings unterstrich er, dass
Missbrauch von Minderjährigen kein alleiniges Problem der Kirche sei, auch wenn
Übergriffe von Priestern wegen ihrer besonderen Verantwortung auch besonders
verwerflich seien. Der Papst hat sie mehrfach als "abscheuliches
Verbrechen" bezeichnet - zuletzt gegenüber den irischen Bischöfen im
Februar in Rom. Sie hatten es mit den Richtlinien der Kirche nicht allzu genau
genommen und Übergriffe von Geistlichen an Tausenden von Minderjährigen
systematisch vertuscht.
Zölibat als Geschenk
Gemäß den Richtlinien, die noch unter
Papst Johannes Paul II. verabschiedet wurden, müssen "besonders schwere
Fälle" sofort nach Rom gemeldet werden, ansonsten obliegt die Aufklärung
zunächst den zuständigen Bistümern.
Präfekt der Glaubenskongregation war
damals Joseph Ratzinger, den das heikle Thema auch während seines Pontifikats
nicht mehr loslässt. Bei seiner Reise in die USA traf Benedikt XVI. 2008 als
erster Papst überhaupt Opfer von sexuellem Missbrauch.
Zwar werden derzeit auch die
Richtlinien des Vatikans überarbeitet, nicht zur Debatte steht für den Papst
aber das Zölibat. Für ein erfülltes Priesterdasein, so der Papst gestern, sei
es unerlässlich und ein "heiliges Geschenk". KORDULA DOERFLER FR 13
Papst: „Moralische Führung fördert Frieden“
Friede und Gerechtigkeit können nur
dort gedeihen, wo die Behörden moralisch richtig handeln. Das sagte der Papst
an diesem Samstag den Bischöfen aus dem Sudan. Die Oberhirten aus dem
afrikanischen Land waren im Vatikan anlässlich ihres Ad Limina
Besuchs. Den Besuchern aus dem Sudan sagte der Papst:
„Der Friede kann nur dann tiefe Wurzeln
schlagen, wenn alle negativen Faktoren wie Korruption, ethnische Konflikte und
Gleichgültigkeit beseitigt werden. Initiativen, die in dieser Richtung gehen,
können sicherlich sehr fruchtbar sein, wie beispielsweise Integration und der
Sinn für Brüderlichkeit gegenüber Minderheiten sowie die Förderung von
Gerechtigkeit, Verantwortung und Barmherzigkeit. Dazu braucht es Verhandlungen
und Abkommen, die den Friedensprozess stärken.“
Weiter lobte Benedikt XVI. den Einsatz
der Bischöfe des Sudans, die sich nicht nur um die katholische Bevölkerung
kümmerten.
„Es gibt auch Werte, die wir Christen
mit Muslimen teilen. Diese sind das Fundament eines Dialogs für das Leben. Das
ist ein wesentlicher Schritt für genuinen Respekt und Verständigung zwischen
den Religionsgemeinschaften.“ (rv 13)
Umgang mit Missbrauchsfällen. Der Vatikan ist schwer erschüttert
Der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz hat dem Papst über Missbrauchsfälle berichtet. Missbrauch sei
aber "nicht nur ein Problem der katholischen Kirche". VON MICHAEL
BRAUN
Der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, ist am Freitag
mit Papst Benedikt XVI. zusammengekommen, um über die bekannt gewordenen
Missbrauchsfälle zu berichten. Zollitsch sagte nach
dem Treffen, er habe den Heiligen Vater über die Fälle "pädagogisch
übergriffigen Handelns und sexuellen Missbrauchs an Minderjährigen in der
katholischen Kirche Deutschlands" informiert.
Tief bestürzt und betroffen habe sich
der Papst über die Fälle gezeigt, erklärte Zollitsch
vor Journalisten und sagte weiter, dass Benedikt XVI. das entschiedene Handeln
der Deutschen Bischofskonferenz unterstützte. "Wir stellen uns unserer
Verantwortung und können keinen der geschehenen Fälle entschuldigen",
erklärte Zollitsch. Die katholische Kirche wolle
"die Wahrheit aufdecken und eine ehrliche Aufklärung, frei von falscher
Rücksichtnahme". Die Opfer hätten ein Recht darauf.
"Papst Benedikt XVI. hat
ausdrücklich unseren Maßnahmenplan gewürdigt", sagte Zollitsch.
Zudem habe er die Glaubenskongregation über die von der Deutschen
Bischofskonferenz eingeleiteten Schritte informiert. Der Vatikan prüfe nun, ob
er selbst universelle Normen für den Umgang mit solchen Fällen aufstellen
solle, berichtete Zollitsch.
Zollitsch
erklärte allerdings auch, dass der Missbrauch "nicht nur ein Problem der
katholischen Kirche" sei. Kurienkardinal Walter Kasper formulierte schon
ein Stück offensiver und unterstrich am Freitag im ZDF, dass die katholische
Kirche sich "Regeln" für den Umgang mit dem Problem gegeben habe,
"andere" dagegen bisher nicht.
Der jahrzehntelang gewachsenen
kirchlichen Realität entspricht die Selbstdarstellung eines im Kampf gegen
Missbrauchsfälle überaus engagierten Klerus kaum. Justizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger hatte den höchst vorsichtigen Umgang der Kirche mit
Anzeigen - die Täter sollen bloß zur Selbstanzeige ermuntert werden - bereits
scharf kritisiert.
Eine schärfere Linie beim Thema
Missbrauch würde im Vatikan selbst eine radikale Wende darstellen. Wie bisher
der Umgang mit dem Thema Pädophilie war, zeigte die populäre italienische
Fernsehsendung "Le Iene" erst am Mittwoch.
Im vergangenen Jahr hatte einer der Mitarbeiter der Sendung in Rom an einer
Tagung der Apostolischen Bußpriester teilgenommen, die für die kircheninterne
Verfolgung auch von Sexualdelikten zuständig sind. Auf die Frage, ob ein
Priester nach pädophilen Übergriffen bei der Staatsanwaltschaft anzuzeigen sei,
antwortete Don Pedro Fernandez, Bußpriester an der Papstbasilika Santa Maria
Maggiore, mit einem entschiedenen "No, no, no, no,
no!". Schon Paulus habe in seinen Briefen
dargelegt, dass solche Probleme "kirchenintern" zu bereinigen seien,
keineswegs aber per Staatsanwaltschaft.
Doch in Deutschland verstärkt sich der
Druck auf Zollitsch und die Bischofskonferenz.
Bundestagsvizepräsident Wolfgang Thierse forderte Papst Benedikt auf, sich
gegenüber den Opfern zu entschuldigen. "Ich denke, es wäre angemessen,
wenn der Papst für die Übeltäter in katholischen Einrichtungen in Deutschland
ein öffentliches Wort des Bedauerns und der Bitte um Entschuldigung
ausspricht", erklärte Thierse am Freitag.
Und der Bund der Deutschen Katholischen
Jugend (BDKJ) sprach von "schwerer moralischer Schuld" nicht nur der
Täter, sondern auch derer in der Kirche, "die über lange Zeit weggeschaut
haben und Praktiken in ihrem Umfeld geduldet oder systematisch verschleiert
haben". Und in der Kirche selbst beginnt, wenn auch mehr als vorsichtig,
das Nachdenken über die Ursachen. Hamburgs Weihbischof Hans-Jochen Jaschke
sagte am Freitag im Deutschlandfunk, die zölibatäre Lebensform könne
"Menschen anziehen, die eine krankhafte Sexualität haben".
Am gleichen Tag wurde bekannt, dass
sich bei den Wiener Sängerknaben, die allerdings nicht der katholischen Kirche
untergeordnet sind, sondern als Verein organisiert sind, Fälle von sexuellem
Missbrauch ereignet haben. Zwei ehemalige Mitglieder erklärten, sie seien in
den 60er- und den 80er-Jahren Opfer sexueller Übergriffe geworden und hätten auch
Misshandlungen von Mitschülern beobachtet. Taz 13
Islamkonferenz. Die Moschee im Dorf lassen
Die Islamkonferenz hatte es in den
vergangenen Jahren geschafft, den deutschen Islam aus seiner Hinterhofexistenz zu holen, neue Köpfe und Ansichten ins
Rampenlicht zu rücken. Es träfe nicht nur die Muslime in Deutschland, wenn die
Islamkonferenz II - mehr als ohnehin unvermeidlich - zur Stichwortgeberin für Islamophobie würde. Von Andrea Dernbach
Den ganz großen Knall haben die muslimischen
Verbände erst einmal vermieden, man hat sich vertagt. Und es ist wenig
wahrscheinlich, dass sie die Islamkonferenz II, die Innenminister Thomas de
Maizière einberuft, boykottieren werden. Das erspart nicht nur de Maizière eine
Blamage gleich zum Auftakt; eine Islamkonferenz ohne islamische Verbände wäre
kaum vorstellbar gewesen. Aber auch eine realistische Einschätzung ihrer
Möglichkeiten wird für die vier Verbände eine Rolle spielen. Zwar hat de
Maizière mit seiner Weigerung, den Islamrat weiterhin
als Vollmitglied der Konferenz einzuladen, die anderen Verbände in eine
schwierige Lage gebracht, sind sie doch alle in einem Dachverband
zusammengeschlossen. Doch ob die Muslime es bei einem Boykott vermeiden
könnten, selbst als Schuldige dazustehen, ist mehr
als fraglich.
Zu hoffen bleibt, dass die aktuelle
Krise wenigstens hilft, die Agenda der Islamkonferenz zu verändern. Dort soll
nach den Buchstaben der Tagesordnung zwar über radikalen Islamismus und die
Gleichberechtigung von Mann und Frau diskutiert werden, nicht aber über Islamophobie und Diskriminierung von Muslimen. Nun ist es
zwar, wie ein kluger Mensch bemerkte, ein gusseisernes Prinzip der
Organisationssoziologie, dass an Neuankömmlinge stets Anforderungen gestellt
werden, die von den Alteingesessenen zu fordern niemand auch nur im Traum
einfiele: Wer käme etwa auf die Idee, das fragwürdige Verhältnis der
katholischen Kirche zur Gleichberechtigung von Mann und Frau staatlicherseits
zu thematisieren, so wie es de Maizières Islamkonferenz nun erneut mit den
Muslimen tun will? Wer wollte die Reformpädagogik unter Generalverdacht
stellen, weil jetzt auch in der berühmten Odenwaldschule jahrzehntelanger
Missbrauch bekannt geworden ist?
Vielleicht muss man mit solchen
doppelten Standards leben. Man sollte aber mindestens ihre Kosten kennen und
sie gegebenenfalls begrenzen. Das stete Betonen der vorgeblichen Defizite der
Muslime, ihrer angeblich völligen Andersartigkeit – und damit ihrer Nichtintegrierbarkeit – zementiert in der sogenannten
Mehrheitsgesellschaft Vorurteile oder lässt sie erst entstehen. Dies umso mehr,
als der alte Rassismus sich modisch als Islamophobie
verkleidet und so begeisterten Zulauf selbst von Feministinnen und
laizistischen Linken bekommt. Zugleich ist dieser andauernde Negativdiskurs um
den Islam ein vermutlich erfolgreiches Mittel, Muslime in Isolation und
Opfermentalität zu treiben.
Gefährlich ist beides für den
Zusammenhalt der Gesellschaft. Am gefährlichsten wäre es, wenn es von ganz oben
befeuert würde, von der wichtigsten, sichtbarsten Plattform des Dialogs
zwischen Staat und Islam, der Islamkonferenz. Es träfe nicht nur die Muslime in
Deutschland, wenn diese Konferenz – mehr als ohnehin unvermeidlich – zur
Stichwortgeberin für Islamophobie würde. Die
Konferenz hatte es in den vergangenen Jahren geschafft, den deutschen Islam aus
seiner Hinterhofexistenz zu holen, neue Köpfe und
Ansichten ins Rampenlicht zu rücken. Sie hat geholfen, Deutschlands Einwanderer
insgesamt vom Katzentisch an die große Tafel zu befördern. Es hat sich im
deutschen Islam viel getan. Nicht zuletzt seine größere Sichtbarkeit ist dafür
verantwortlich. So entstand etwa der „Koordinationsrat der Muslime“, weil der
Staat immer dringlicher eine gemeinsame Telefonnummer verlangte.
Von Normalität ist die immer noch neue
Religion in Deutschland, ja in Europa trotzdem weit entfernt. Daran erinnert
gerade der Menschenrechtsreport des US-Außenministeriums, der das
Kopftuchverbot in Deutschland, den Minarettstopp in
der Schweiz und die Burkadebatte in Frankreich
anprangert. Der amtierende US-Präsident hat, in seiner Kairoer Botschaft an die
Muslime, erklärt, dass die Chancen eines Menschen nicht von seinen
weltanschaulichen Überzeugungen oder seiner Kopfbedeckung abhängen dürfen.
Vielleicht haben sie im Mutterland der Unabhängigkeitserklärung einfach
schneller verstanden als wir im alten schwerfälligen Europa, was dieser eine
großartige Satz darin bedeutet: „Alle Menschen wurden gleich erschaffen.“ Tsp 13
Katholiken-Präsident. Glück plädiert für Zölibat-Aufhebung
Berlin. Angesichts der sich häufenden
Meldungen über Kindesmissbrauch in der katholischen Kirche plädiert ZdK-Präsident Alois Glück für eine Aufhebung des Zölibats
für Priester. Die Kirche müsse Konsequenzen struktureller Art ziehen und dabei
auch überlegen, ob es kirchenspezifische Bedingungen für den Missbrauch gebe,
sagte der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK) der "Süddeutschen Zeitung".
"Dazu gehört zweifellos eine
Auseinandersetzung mit dem ganzen Thema Sexualität, angefangen vom Umgang damit
bis hin zur Auswahl des kirchlichen Personals." Die Lockerung des
Pflichtzölibats sei ein Weg, sagte der CSU-Politiker. Allerdings sei das
Problem damit allein nicht gelöst.
Papst Benedikt XVI., der sich am
Freitag vom Vorsitzenden der Bischofskonferenz Robert Zollitsch
über das Ausmaß der Affäre unterrichten ließ, hält dagegen am Zölibat fest. Die
Ehelosigkeit der Priester sei ein Geschenk Gottes, das nicht dem Zeitgeist
geopfert werden solle, sagte der Papst auf einer Konferenz zum Priesteramt im
Vatikan. Für katholische Geistliche gilt der Zölibat seit dem zwölften
Jahrhundert. Der Zölibat wird in der Debatte über dem Missbrauch als eine der
Ursachen genannt. (rtr 13)
Missbrauchsfälle. Benedikt XVI. vertraut deutschen Bischöfen: „Die volle Wahrheit“ aufdecken“
Papst Benedikt XVI. vertraut auf die
deutschen Bischöfe in ihrem Kampf gegen „pädagogische Übergriffe und sexuellen
Missbrauch“. Nach einem knapp einstündigen Gespräch unter vier Augen mit dem
Papst am Freitagmittag im Vatikan sagte der Vorsitzende der Bischofskonferenz
Erzbischof Robert Zollitsch, ihm sei bei dem
„brüderlichen und freundschaftlichen Gespräch uneingeschränkte Unterstützung“
zuteil geworden. Der Papst habe ihn ermutigt, den eingeschlagenen Weg weiter zu
gehen. Alljährlich berichtet der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz
nach ihrer Frühjahrsvollversammlung dem Papst über das Treffen. Diesmal stand
der Missbrauchskandal im Mittelpunkt.
Der Papst habe die Bischöfe
aufgefordert, „unbeirrt und mutig“ die „volle Wahrheit“ aufzudecken und weitere
Fälle an den Tag zu bringen, selbst wenn sie längst verjährt seien. Die 2002
beschlossenen Leitlinien der Bischöfe zur Aufarbeitung habe der Papst als gute Maßgabe
gewürdigt, sagte Zollitsch weiter. Die deutschen
Bischöfe hatten den Bischof von Trier, Stefan Ackermann als Beauftragten für
Missbrauchsfälle bestimmt. In jeder Diözese seien Vorkehrungen dafür getroffen,
eine „Kultur des aufmerksames Hinsehens“ zu fördern. Nur noch in Österreich
werde so viel dafür getan, um den Opfern und ihren Familien menschlich,
therapeutisch und pastoral zu helfen.
„Wir stellen uns der Verantwortung“
Zollitsch
begrüßte die Einladung zu einem Runden Tisch „aller“ betroffenen Gruppen in
Berlin, so wie er es selbst schon vor zwei Wochen angeregt habe und bedankte
sich bei Bundeskanzlerin Merkel sowie den Ministerinnen für Bildung und Familie
für ihr Verständnis gegenüber den Bemühungen der Kirche. „Wir stellen uns der
Verantwortung und können keinen der Fälle entschuldigen“. Es müsse freilich
auch gesehen werden, dass die Übergriffe weit über die Kirche hinausreichten;
aber auf Grund der moralischen Verantwortung der Kirche seien die Vorfälle im
Rahmen kirchlicher Institutionen „besonders abscheulich“.
Zu der allgemein wieder beginnenden
Debatte über das Zölibat und über eine Stärkung der Rolle der Frauen bei der
Erziehungsarbeit, sagte Zollitsch, nach Auskunft der
Experten hätten sexuelle Übergriffe und das Zölibat „nichts miteinander zu
tun“. Papst Benedikt bekräftigte am Freitag sogar die Ehelosigkeit als
„Gnadengabe“ und „prophetischen Hinweis auf das Reich Gottes“. Der Priester
dürfe nicht auf den Sozialarbeiter reduziert werden. Zollitsch
meinte zudem, über eine größere Rolle der Frau habe er mit dem Papst nicht
gesprochen; auch nicht über Vorfälle im Umkreis der Regensburger Domspatzen, wo
der Bruder des Papstes Jahrzehnte lang wirkte.
Noch kein Termin für Gespräch
Leutheusser-Schnarrenberger und Zollitsch
Für das geplante Gespräch zwischen
Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) und dem
Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, gibt es nach wie vor noch keinen Termin. Ein
Ministeriumssprecher sagte am Freitag in Berlin, sein Haus sei „schon länger im
Gespräch“ mit der Bischofskonferenz über das Thema des sexuellen Missbrauchs
und zur Terminabsprache. Dabei gehe es auch um die konkrete Ausgestaltung des
von der Ministerin vorgeschlagenen „Runden Tisches“ zur Aufarbeitung von
Missbrauchsfällen in der Vergangenheit, so der Sprecher. Bundeskanzlerin Angela
Merkel (CDU) ist nach Angaben der stellvertretenden Regierungssprecherin Sabine
Heimbach überzeugt, dass das Gespräch von
Leutheusser-Schnarrenberger und Zollitsch einen „wesentlichen
Beitrag“ zur Diskussion über die Aufarbeitung leisten werde.
Weihbischof Jaschke: Zölibat nicht
ursächlich
Der Hamburger Weihbischof Jaschke
wandte sich unterdessen gegen die Vorstellung, die ehelose Lebensform der
Priester stehe in ursächlichem Zusammenhang mit sexuellen Übergriffen
Geistlicher auf Minderjährige. Allerdings könne die zölibatäre Lebensform
Menschen anziehen, „die eine krankhafte Sexualität haben, die ihre Sexualität
nicht integrieren können oder konnten“, sagte er dem Deutschlandfunk. Dann
könne eine Gefahrensituation gegeben sein.
Jaschke befürwortete die schon während
der Gemeinsamen Synode der Bistümer in der Bundesrepublik Deutschland Mitte der
siebziger Jahre erhobene Forderung, verheiratete Männer unter bestimmten
Bedingungen zur Priesterweihe zuzulassen. Die Kirche müsse mit mehr Phantasie
und mehr Großmut über Formen priesterlichen Lebens und der Leitung der
Gemeinden nachdenken, äußerte der Weihbischof. Neben der „Grundform zölibatären
Priestertums“ solle auch den Dienst eines verheirateten Menschen als Priester
möglich gemacht werden.
Der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, hat
nach seinem Treffen mit Papst Benedikt XVI. am Freitag im Vatikan eine
Erklärung veröffentlicht. FAZ.NET dokumentiert Auszüge:
„Dabei habe ich den Heiligen Vater über
die in den vergangenen Wochen bekanntgewordenen Fälle pädagogisch übergriffigen
Handelns und sexuellen Missbrauchs an Minderjährigen in der katholischen Kirche
Deutschlands informiert. Mit großer Betroffenheit und tiefer Erschütterung hat
der Heilige Vater meinen Bericht zur Kenntnis genommen...
Wir fordern die Gemeinden und besonders
die Verantwortlichen in unseren Schulen und der Jugendarbeit auf, eine Kultur
des aufmerksamen Hinschauens zu pflegen...
Wir fordern Geistliche und Angestellte
unserer Kirche sowie Ehrenamtliche zu einer Selbstanzeige auf, wenn
Anhaltspunkte für eine Tat vorliegen. Wir informieren von uns aus die
Strafverfolgungsbehörden. Darauf wird nur unter außerordentlichen Umständen verzichtet,
etwa wenn es dem ausdrücklichen Wunsch des Opfers entspricht. Da die Zuordnung
von staatlichem und kirchlichem Strafverfahren immer wieder falsch dargestellt
wird, stelle ich nochmals klar: Im Fall des Verdachts sexuellen Missbrauchs
gibt es ein staatliches und ein kirchliches Strafverfahren. Sie betreffen
verschiedene Rechtskreise und sind voneinander völlig getrennt und unabhängig.
Das kirchliche Verfahren ist selbstverständlich dem staatlichen Verfahren nicht
vorgeordnet. Der Ausgang des kirchlichen Verfahrens hat weder Einfluss auf das
staatliche Verfahren noch auf die kirchliche Unterstützung der staatlichen
Strafverfolgungsbehörden.
Ich bin Papst Benedikt XVI. dankbar,
dass er das entschiedene Handeln der Deutschen Bischofskonferenz nachdrücklich
positiv unterstützt. Er ermutigt uns, den eingeschlagenen Weg der lückenlosen
und zügigen Aufklärung konsequent fortzusetzen. Insbesondere bittet er darum,
dass wir die Leitlinien kontinuierlich anwenden und da - wo notwendig -
verbessern. Papst Benedikt XVI. hat ausdrücklich unseren Maßnahmenplan
gewürdigt. Aus dem heutigen Gespräch gehe ich gestärkt hervor und bin
zuversichtlich, dass wir auf dem Weg vorankommen, die Wunden der Vergangenheit
zu heilen.“ Faz.net 12
Benedikt XVI. empfängt Erzbischof Zollitsch holt sich Rückhalt vom Papst
Der Papst zeigt sich tief betroffen
über den Missbrauchsskandal in der katholischen Kirche - und sichert den
deutschen Bischöfen seine Unterstützung zu.
Papst Benedikt XVI. hat den deutschen
Bischöfen bei der Aufarbeitung der Missbrauchsfälle in katholischen
Einrichtungen Rückendeckung gegeben. Der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, sagte
nach einem Treffen mit dem Papst am Freitag in Rom, Benedikt XVI. habe seine
Zustimmung für die von der Bischofskonferenz eingeleiteten Maßnahmen erklärt.
Der Papst habe ihn ermutigt die Fälle rückhaltlos aufzuklären und den
eingeschlagenen Weg weiterzugehen.
Dazu gehöre auch die Ernennung des
Trierer Bischofs Stephan Ackermann zum Sonderbeauftragten für Fälle sexuellen
Missbrauchs. Auf seinen Bericht zu den Missbrauchsfällen in Deutschland habe
der Papst "sehr bewegt" reagiert, sagte Zollitsch.
Er sei tief betroffen und bestürzt gewesen. Kindesmissbrauch sei allerdings
nicht nur ein Problem der katholischen Kirche, so Zollitsch.
"Ich habe den Papst über die
Maßnahmen informiert, die wir zur Aufklärung der Missbrauchsfälle ergriffen
haben", sagte Zollitsch. Der Papst habe
"bewegt und mit wachem Interesse" zugehört. Zollitsch
entschuldigte sich erneut bei den Missbrauchsopfern.
Bereits bei der
Frühjahrsvollversammlung der deutschen Bischöfe Ende Februar in Freiburg hatte Zollitsch sexuellen Missbrauch an Minderjährigen als
"abscheuliches Verbrechen" bezeichnet und die Opfer von katholischen
Geistlichen um Entschuldigung gebeten.
Das Treffen mit Papst Benedikt war
eigentlich ein Routinebesuch, bei dem Zollitsch über
die Bischofsversammlung Bericht erstatten sollte. Durch den aktuellen
Missbrauchsskandal erhielt das Gespräch allerdings eine neue Tragweite. Der
Vatikan hatte der deutschen katholischen Kirche zuletzt bescheinigt,
"schnell und entschlossen" auf die Missbrauchsvorwürfe reagiert zu
haben.
Seit Ende Januar sind weit mehr als
hundert Fälle in den meisten der 27 deutschen Bistümer ans Licht gekommen. Den
Ausgang nahm der Skandal am Canisius-Kolleg, einem
Berliner Jesuitengymnasium, das sexuelle Übergriffe zweier Patres
in den 70er und 80er Jahren öffentlich gemacht hatte. (AFP/dpa 12)
Heutiger Papst wusste 1980 von Pädophilem
Der Missbrauchsskandal in der
katholischen Kirche hat endgültig den deutschen Papst Benedikt XVI. erreicht.
Erst hörte Joseph Ratzinger am Freitag im Vatikan „tief erschüttert“ den
Bericht der deutschen Bischöfe über sexuelle Übergriffe.
Rom - Dann wurde ein gravierender Fall
aus seiner Amtszeit als Erzbischof von München und Freising bekannt. Damals
durfte ein vorbelasteter Priester wieder Gemeindearbeit machen, verging sich
erneut an Jugendlichen und wurde dafür gerichtlich verurteilt. Am Freitagabend bestätigte
die Erzdiözese diese Information der „Süddeutschen Zeitung“.
„Mit großer Betroffenheit und tiefer
Erschütterung hat der Heilige Vater meinen Bericht zur Kenntnis genommen“,
sagte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch. Der Freiburger Erzbischof hatte das Oberhaupt
der Katholiken zuvor im Vatikan über die Fülle früherer Missbrauchsfälle
informiert. Der Papst unterstütze die deutschen Bischöfen
in ihrem Vorgehen gegen sexuellen Missbrauch, den er einmal „ein abscheuliches
Verbrechen“ nannte.
Das Bistum München und Freising räumte
schwere Fehler beim Einsatz des vorbelasteten Priesters ein. 1980 sei der
Priester aus dem Bistum Essen nach Oberbayern versetzt worden. Dann wurde er
zur „Seelsorge-Mithilfe“ in eine Münchner Pfarrei geschickt. Der frühere
Generalvikar Gerhard Gruber übernehme dafür die Verantwortung. So stellte es
auch Vatikansprecher Padre Federico Lombardi dar. Der
heute 81 Jahre alte Gruber habe die „volle Verantwortung“ übernommen, zitierte
Lombardi aus einer Mitteilung der deutschen Diözese. Der Papst selbst „habe mit
der Sache nichts zu tun“.
Wie die „Süddeutsche“
schreibt, saß Benedikt XVI. beim Umzug des Priesters als Erzbischof von München
und Freising im Ordinariatsrat des Bistums, der dem
Umzug zustimmte. Ratzinger habe indes nicht gewusst, dass der Mann wieder in
eine Gemeinde geschickt wurde. Dpa 13
Missbrauchs-Skandale. Der Vatikan ist nervös
Rom. Es sollte ursprünglich ein
Routinebesuch werden. Doch wenn Papst Benedikt XVI. heute den Vorsitzenden der
Deutschen Bischofskonferenz, den Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch, empfängt, wird vor allem ein Thema im
Mittelpunkt stehen: Die vielen Fälle von sexuellem Missbrauch in katholischen
Einrichtungen in Deutschland, zu denen Zollitsch selbst
lange geschwiegen hat. Dass dadurch der Eindruck entstand, er wolle die Sache
einfach aussitzen, sehen auch manche im Vatikan mit Unbehagen: Wie die Kirche
die Skandale in den USA und Irland und jetzt auch in Deutschland, den
Niederlanden und Österreich handhabt, ist ein zentrales Thema des Pontifikats
von Benedikt geworden.
Gegen die Vorwürfe von Justizministerin
Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP), der Vatikan habe die Aufklärung der
Übergriffe behindert, wehrt man sich in Rom entschieden. Die Kirche habe prompt
und transparent reagiert, sagt der Sprecher des Papstes, der Jesuitenpater
Federico Lombardi.
Gleichzeitig dringt der Vatikan darauf,
dass alle Vorwürfe in Deutschland rasch aufgeklärt werden. Denn in Rom ist man
nervös. Seitdem auch bei den Regensburger Domspatzen und im Kloster Ettal Missbrauchsfälle bekannt wurden, ist der Skandal im
fernen Deutschland dem Apostolischen Palast gefährlich nahe gerückt. Der
Papst-Bruder Georg Ratzinger war in Regensburg Domkapellmeister.
Die Landesmedien hatten damit ihre
Schlagzeilen - während sich vatikanische Zeitungen wieder einmal schwertaten,
rasch zu reagieren. Am Donnerstag aber veröffentlichte der Osservatore
Romano einen Leitartikel, der es in sich hat. Ein Grund für die
Missbrauchsskandale sei auch, dass Frauen von kirchlichen Führungspositionen
ausgeschlossen seien, schreibt dort die bekannte Römer Historikerin Lucetta Scaraffia. Sie hätten
womöglich den "Vorhang männlicher Verschwiegenheit" zerrissen.
Schon am vergangenen Wochenende hatte
einer, dessen Wort gewichtig ist, über die linksliberale Tageszeitung La Repubblica in die Debatte eingegriffen. "Es reicht. In
unserer Kirche muss aufgeräumt werden", sagte Kurienkardinal Walter
Kasper. Voraussichtlich noch in diesem Monat wird er auch einen Hirtenbrief zu
dem heiklen Thema schreiben, nachdem er schon im Februar die irischen Bischöfe
nach Rom zitiert hatte.
Weil die Kirche in Irland nicht nur im
Verdacht steht, geschwiegen, sondern Übergriffe von Geistlichen an Tausenden
von Kindern vertuscht zu haben, sah sich der Papst gezwungen, vom üblichen
Vorgehen abzuweichen. Es sieht vor, dass zunächst kirchenintern die zuständigen
Bistümer alle Vorwürfe aufklären und dann nach Rom berichten. Nur in gravierenden
Fällen greift Rom ein. Diese Regelung war 2001 unter Papst Johannes Paul II.
erlassen worden - der damalige Präfekt der Glaubenskongregation war Joseph
Ratzinger.
In Irland fordern Betroffene ein
Treffen mit dem neuen Papst. Doch bei seiner Reise nach Großbritannien im
Herbst steht ein solches Treffen nicht an. Ein Besuch in Dublin ist nicht
vorgesehen. KORDULA DOERFLER FR 12
Missbrauchsskandal: Justizministerium
lädt Erzbischof ohne Absprache via Medien zu Treffen ein - Von Claudia von
Salzen
Berlin - Erzbischof Robert Zollitsch erfuhr in Rom aus den deutschen Medien, dass die
Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) ihn zu einem
Gespräch eingeladen hat. Ziel des Treffens sollte es sein, den Streit zwischen
dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz und der Ministerin über die
Aufarbeitung von Missbrauchsfällen in der katholischen Kirche beizulegen. Das
Gespräch sei für den 25. März geplant, berichtete der Parlamentarische
Staatssekretär im Ministerium, Max Stadler, am Donnerstag im ZDF-Morgenmagazin.
Und er fügte hinzu, es bestehe die Erwartung, dass der Erzbischof die Einladung
annimmt.
Doch von dieser Einladung wusste man am
Donnerstag bei der Bischofskonferenz noch nichts. „Bisher war nur vereinbart,
dass die beiden sich treffen. Ein Termin stand noch nicht fest“, sagte eine
Sprecherin der Bischofskonferenz. Am 25. März kann das Gespräch auch gar nicht
stattfinden, weil Zollitsch an diesem Tag andere
Verpflichtungen hat. Später korrigierte Stadler sich und sprach nur noch davon,
dass das Gespräch „angedacht“ sei. „Wir sind in der Terminabsprache, es wird
telefoniert“, sagte der Sprecher der Ministerin, Anders Mertzlufft.
Zwischen Zollitsch
und der Justizministerin war es zum Streit gekommen, nachdem
Leutheusser-Schnarrenberger der Kirche vorgeworfen hatte, bei der Aufklärung
der Missbrauchsfälle nicht ausreichend mit den Strafverfolgungsbehörden
zusammenzuarbeiten. Auf Kritik der Bischöfe stößt außerdem das Vorhaben der
Ministerin, einen eigenen Runden Tisch zum Thema Kindesmissbrauch einzuberufen.
Bundesfamilienministerin Kristina Schröder (CDU) und Bildungsministerin Annette
Schavan (CDU) planen ebenfalls einen Runden Tisch. Stadler sagte nun, dass es
bei diesem Runden Tisch eher um Prävention gehe, während sich der Runde Tisch
des Justizministeriums um juristische Fragen kümmern soll. Auch um diese Pläne
soll es bei dem Gespräch zwischen Zollitsch und
Leutheusser-Schnarrenberger gehen. Die katholische Kirche lehnt es ab, sich an
dem von der Justizministerin angeregten Runden Tisch zu beteiligen. Dort solle
es nur um Missbrauch in der katholischen Kirche gehen, sagte die Sprecherin der
Bischofskonferenz. „Das ist uns zu eng gefasst.“
Zollitsch
trifft sich an diesem Freitag in Rom mit dem Papst, um mit ihm über die
Missbrauchsfälle in Deutschland zu sprechen. Die Kultusminister der
Bundesländer wollen indes gemeinsam beraten, wie sich sexueller Missbrauch
verhindern lässt. Eine Arbeitsgruppe soll ab kommender Woche Empfehlungen
erarbeiten.
In der Debatte um die Aufarbeitung der
Missbrauchsfälle warnte die Kinderbeauftragte der SPD-Bundestagsfraktion,
Marlene Rupprecht, vor Aktionismus. „Man darf nicht einfach etwas machen, nur
um zu zeigen, dass man etwas macht“, sagte sie mit Blick auf die geplanten
Runden Tische. „Wir sollten die Erfahrung und die Kompetenzen nutzen, die schon
da sind“, betonte sie. Sowohl im Bereich Prävention als auch in juristischen
Fragen sei bereits viel getan worden, sagte die SPD-Politikerin, die auch beim
Runden Tisch der Heimkinder mitwirkt. So gebe es im Bundesfamilienministerium
bereits seit 2003 eine Koordinierungsrunde zum Schutz von Kindern vor sexuellem
Missbrauch. Auf deren Initiative hin sei etwa die Verjährungsfrist geändert
worden, sagte Rupprecht.
Die Politik müsse nun genau
analysieren, was bereits auf den Weg gebracht sei, was in den bekannt
gewordenen Fällen den Missbrauch begünstigt habe und welche Strukturen von
damals inzwischen geändert worden seien. Außerdem sprach sich Rupprecht dafür
aus, dass auf kommunaler Ebene ausreichend Anlaufstellen für Kinder in Not
geschaffen werden. Tsp
12
Erzdiözese München und Freising. Missbrauch in Ratzingers Bischofszeit bestätigt
Als der heutige Papst Benedikt XVI.
noch Erzbischof von München und Freising war, hat es einen gravierenden Fall
sexuellen Missbrauchs in dem Bistum gegeben. Ein wegen Kindesmissbrauchs
vorbelasteter Priester wurde damals in der Gemeindearbeit in Oberbayern
eingesetzt. Dort verging er sich erneut an Jugendlichen und wurde dafür
gerichtlich verurteilt. Das bestätigte das Erzbischöfliche Ordinariat in
München.
Die Erzdiözese räumte zugleich schwere
Fehler im Umgang mit dieser Personalie in den 80er Jahren ein. Der frühere
Generalvikar Gerhard Gruber (81) übernehme die „volle Verantwortung“ dafür,
dass der Priester „trotz Vorwürfen des sexuellen Missbrauchs und trotz einer
Verurteilung“ wiederholt in der Pfarrseelsorge eingesetzt wurde. Wie es in
einer Erklärung des Ordinariats vom Freitagabend weiter hieß, sei der Priester
auf Bitten des Bistums Essen im Januar 1980 als Kaplan in der Erzdiözese
aufgenommen worden und sollte in München eine Therapie machen.
Über zwei Jahre Seelsorger in Grafing
Aufgrund der Aktenlage müsse das
Ordinariat davon ausgehen, dass damals bekannt war, „dass er diese Therapie
vermutlich wegen sexueller Beziehungen zu Jungen machen sollte“, hieß es. 1980
sei dem Mann Unterkunft in einem Pfarrhaus gewährt worden, damit er in
Behandlung gehe. „Diesen Beschluss hat der damalige Erzbischof mit gefasst.“
Abweichend davon sei der Geistliche dann jedoch von den
Generalvikar „uneingeschränkt zur Seelsorge-Mithilfe in einer Münchner Pfarrei
angewiesen“ worden, hieß es weiter.
Wie die „Süddeutsche Zeitung“ schreibt,
saß Benedikt XVI. beim Umzug des Priesters von Essen als Erzbischof von München
und Freising im Ordinariatsrat des Bistums. Dieser
Rat habe dem Umzug zugestimmt. Ratzinger habe allerdings nichts davon gewusst,
dass der Mann sofort wieder in einer Gemeinde eingesetzt wurde. 1982 war
Ratzinger als Präfekt der Glaubenskongregation nach Rom gegangen. Der versetzte
Priester sei von September 1982 bis Anfang 1985 seelsorgerisch im
oberbayerischen Grafing tätig gewesen. „Nach Bekanntwerden von Vorwürfen
sexuellen Missbrauchs und der Aufnahme polizeilicher Ermittlungen wurde er mit
Schreiben vom 29. Januar 1985 vom Dienst entpflichtet.“
Erst seit Mai 2008 nicht mehr
Pfarr-Administrator
Im Juni 1986 wurde der Kaplan vom
Amtsgericht Ebersberg wegen sexuellen Missbrauchs Minderjähriger zu 18 Monaten
Freiheitsstrafe auf Bewährung und einer Geldstrafe in Höhe von 4000 Mark
verurteilt, berichtete das Ordinariat weiter. „Die Bewährungszeit wurde auf
fünf Jahre festgesetzt. Der Verurteilte wurde angewiesen, sich in eine
Psychotherapie zu begeben.“ Ab November 1986 bis Oktober 1987 wurde der
Verurteilte laut Ordinariat als Kurat in einem Altenheim eingesetzt und danach
bis September 2008 in Garching/Alz in einer Gemeinde.
„Für den erneuten Einsatz in der Pfarrseelsorge waren offenbar die relativ
milde Strafe des Amtsgerichts Ebersberg und die Ausführungen des behandelnden
Psychologen ausschlaggebend“, so die Erklärung des Ordinariats.
Erst vor knapp zwei Jahren, im Mai
2008, wurde der Priester von seiner Aufgabe als Pfarr-Administrator in Garching
entbunden und ab Oktober 2008 als Kur- und Tourismusseelsorger eingesetzt. Er
bekam laut Erzbistum die Auflage, keine Kinder-, Jugend- und Ministrantenarbeit mehr zu machen: „Ein auf Wunsch des
neuen Erzbischofs Reinhard Marx erstelltes forensisches Gutachten rechtfertigte
aus Sicht des Ordinariats nicht den Verbleib in der Pfarrseelsorge.“ Faz.net 12
Zollitsch: „Papst stärkt uns den Rücken“
Papst Benedikt XVI. ermutigt die
deutschen Bischöfe zu unbeirrter und mutiger Aufklärung der Missbrauchsfälle in
der katholischen Kirche. Das sagte der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, am
Freitag im Vatikan. Zollitsch traf das katholische
Kirchenoberhaupt zu einer 45-minütigen Unterredung. Dabei informierte der
Freiburger Erzbischof den Papst über den Stand der Dinge.
Papst Benedikt XVI. hat den Bericht zur
Lage der katholischen Kirche in Deutschland „mit wachem Interesse, großer
Betroffenheit und tiefer Erschütterung“ zur Kenntnis genommen, sagte Zollitsch nach dem Treffen vor Journalisten. „Mir war es
wichtig, deutlich zu machen, dass die Deutschen
Bischöfe zutiefst bestürzt sind über das, was im kirchlichen Raum an
Übergriffen möglich war. Bereits vor einigen Wochen habe ich die Opfer um
Entschuldigung gebeten. Das wiederhole ich nochmals hier in Rom.“
Ausdrücklich bekräftigte Zollitsch den Willen der Bischöfe zur Zusammenarbeit mit
staatlichen Ermittlern. Allen Geistlichen, Kirchenmitarbeitern und
Ehrenamtlichen, die sich sexueller Übergriffe schuldig gemacht hätten, werde
zur Selbstanzeige geraten. „Den Heiligen Vater habe ich über die Maßnahmen
informiert. Ich bin dankbar, dass er mich ermutigt hat, die Umsetzung dieses
Maßnahmenkatalogs unbeirrt und mutig fortzusetzen. Wir wollen die Wahrheit
aufdecken und eine ehrliche Aufklärung, frei von falscher Rücksichtsnahme,
auch wenn es um Fälle handelt, die schon lange passiert sind. Die Opfer haben
ein Recht darauf. Wir fordern die Gemeinden und besonders die Verantwortlichen
in unseren Schulen und in der Jugendarbeit auf, eine Kultur des aufmerksamen
Hinschauens zu pflegen.“
Bei Missbrauchsfällen informiere die
Kirchenleitung von sich aus die Strafverfolgungsbehörden, außer wenn dies von
den Opfern erklärtermaßen aus Gründen des Persönlichkeitsschutzes nicht
gewünscht werde. Ein eigenes kirchliches Untersuchungsverfahren habe weder
Einfluss auf die staatliche Untersuchung noch auf die Unterstützung der
staatlichen Strafverfolgung. Das Problem des Missbrauchs reiche über die Kirche
hinaus, betonte Zollitsch. „Ich bin dankbar, dass die
Bundesfamilienministerin und die Bundesbildungsministerin zu einem großen
Runden Tisch aller gesellschaftlich relevanten Gruppen für den 23. April 2010
nach Berlin eingeladen haben, um das Problem sexuellen Missbrauchs und, nicht
zuletzt auch im Blick auf die möglichen Präventivmaßnahmen, diese Fragen
anzugehen. Selbstverständlich sind die Vertreter der Deutschen
Bischofskonferenz dabei. Diesen großen Runden Tisch hatte ich in einem
Zeitungsinterview bereits vor zwei Wochen angeregt. Ich bin Papst Benedikt XVI.
dankbar, dass er das entschiedene Handeln der Deutschen Bischofskonferenz
nachdrücklich unterstützt“ kna 12
Kirche: Aus ihrem Kreis heraus
Bischof Zollitsch
hat mit dem Papst über die Missbrauchsfälle gesprochen. Was kam dabei heraus?
Von Claudia Keller und Paul Kreiner, Rom
Die Katholische Kirche hat ein Problem:
Missbrauchsfälle in vielen ihrer Einrichtungen. Papst Benedikt XVI. selbst
steht nun sogar im Blickpunkt. Er habe 1980 als Erzbischof Josef Ratzinger der
Versetzung eines offenbar pädophilen Priesters nach München zugestimmt, teilte
die Erzdiözese München und Freising am Freitag mit. Ob er darüber mit dem
Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch,
in Rom gesprochen hat, blieb allerdings unklar.
Wie war das Gespräch mit dem Papst?
Die von manchen erwartete Rüge des
Papstes angesichts der täglich zunehmenden Missbrauchsberichte aus Deutschland
ist nach Zollitschs Darstellung ausgeblieben. Das
Vier-Augen-Gespräch – das mit 45 Minuten Dauer für vatikanische Verhältnisse
sehr lang war –, verlief nach Aussagen des Freiburger Erzbischofs „brüderlich
und freundschaftlich“.
Benedikt XVI. habe die
Missbrauchsberichte „mit großer Betroffenheit und tiefer Erschütterung“
wahrgenommen und die Bischöfe aufgefordert, „unbeirrt ihren bereits
eingeschlagenen Weg der lückenlosen Aufdeckung fortzusetzen“ – auch bei Fällen,
die Jahrzehnte zurücklägen und juristisch verjährt seien. Eingriffe des
Vatikans dabei standen offenbar nicht zur Debatte. Sowohl die
Glaubenskongregation als auch der Papst hätten anerkannt, dass die deutschen
Bischöfe „sehr vieles aus eigener Kraft“ unternähmen, bekräftigte Zollitsch: „Ich gehe gestärkt aus diesem Gespräch hervor.“
Vor zwei Wochen etwa hatte die oberbayerische Benediktinerabtei Ettal, aus deren Schule eine Reihe von Missbrauchsfällen
gemeldet worden sind, für das eigene Kloster beim Vatikan eine offizielle
Untersuchungskommission beantragt. Weitergehende Prüfungen römischerseits
sind anscheinend nicht gewünscht oder geplant.
Über die Meldungen, die den Papst
menschlich besonders berührt haben müssen – also über die „pädagogischen
Übergriffe und den sexuellen Missbrauch“ bei den Regensburger Domspatzen, wo
sein Bruder Georg Ratzinger dreißig Jahre lang Domkapellmeister war –, hat Zollitsch mit Benedikt XVI. nach eigenen Auskünften nicht
gesprochen. „Diese Fälle werden in Regensburg aufgearbeitet“, sagte Zollitsch kurz.
Was sagen die Worte von
Erzbischof Robert Zollitsch aus?
Vergangenes Wochenende hatte der
vatikanische Kurienkardinal Walter Kasper mit ungewöhnlich harschen Worten
Konsequenzen aus den Missbrauchsfällen gefordert. „Es reicht. In unserer Kirche
muss aufgeräumt werden“, hatte Kasper, der deutsche Ökumene-Beauftragte und dienstälteste Kardinal in Rom, in der italienischen Zeitung
„La Repubblica“ geschrieben. Er betonte auch, dass
der Papst „nicht einfach zusehen“ werde. Einige Kommentatoren lasen aus diesen
Äußerungen eine Schelte für die deutschen Bischöfe heraus, eben noch nicht
genug aufzuräumen. Erzbischof Zollitsch lag deshalb
am Freitag viel daran, Einigkeit mit dem Vatikan zu demonstrieren. Seine
Aussage, wonach der Papst die deutschen Bischöfe ermutigt habe, ihre
Aufklärungsarbeit „fortzusetzen“, sollte vor allem aussagen: Zwischen den Papst
und die deutschen Bischöfe passt kein Blatt.
Inhaltlich sind die Worte des Papstes
gleichwohl nichts Neues. In den vergangenen fünf Jahren hat Benedikt XVI. immer
wieder deutlich gemacht, dass es keine Toleranz geben darf, wenn Jugendliche
und Kinder durch Geistliche missbraucht werden. Bei Besuchen in den USA und in
Australien hat er sich mit Opfern getroffen. Auch Zollitsch
wiederholte im Prinzip lediglich das, was er bereits vor zwei Wochen am Ende
der Frühjahrsvollversammlung der Bischofskonferenz in Freiburg gesagt hatte:
„Wir wollen die Wahrheit aufdecken“, die Kirche wolle „ohne falsche
Rücksichtnahme“ Licht in die Vorgänge bringen, auch wenn die Fälle Jahrzehnte
zurücklägen. Zollitsch wies auch noch einmal darauf
hin, dass die Bistümer bei Missbrauchsfällen von sich aus die Strafverfolgungsbehörden
einschalten wollen, wenn die Opfer damit einverstanden sind. Dies ist eine
deutliche Klarstellung gegenüber den „Leitlinien“, die sich die
Bischofskonferenz 2002 gegeben hat. Diese dringend notwendige Klarstellung soll
nun in die Leitlinien eingearbeitet werden. Darauf hatten sich die Bischöfe in
Freiburg geeinigt. Aber auch sieben Wochen nach Beginn des Skandals gehen die
deutschen Bischöfe sehr unterschiedlich mit dem Thema um. Während das Erzbistum
München am Freitag ankündigte, eine „Task Force Prävention“ einzusetzen, weil
man sich „zu hundert Prozent anstrengen wolle, um neue Taten zu verhindern“,
stellte der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller am Donnerstag einen
mehrseitigen Artikel auf die Internetseite seines Bistums, in dem er sich in
mehreren Sprachen über die „antikatholische Kampagne“ der Medien ereifert.
Wie verläuft der Streit zwischen der
katholischen Kirche und der Justizministerin?
Bundesjustizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) und die katholischen Bischöfe haben sich noch
nicht auf einen Termin für ein Gespräch über die Missbrauchsfälle geeinigt. Es
werde weiter ein Termin gesucht, sagte ein Ministeriumssprecher in Berlin. Die
Verstimmungen zwischen der Bischofskonferenz und der Justizministerin waren im
Februar durch den Vorwurf Leutheusser-Schnarrenbergers
ausgelöst worden, die Kirche arbeite mit den Strafverfolgungsbehörden nicht
konstruktiv zusammen.
Der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig
Müller sagte in einem Interview der italienischen Tageszeitung „La Stampa“ (Freitagsausgabe), die Justizministerin habe
„gelogen, weil weder der Heilige Stuhl noch die deutsche Kirche je Anweisung
gegeben haben, den Klerus der staatlichen Justiz zu entziehen“. In Deutschland
seien Priester, die sexuellen Missbrauch begangen hätten, „nie in irgendeiner
Form gedeckt worden“, sagte Müller am Rand einer Tagung der vatikanischen Kleruskongregation in Rom.
Ausdrücklich dankte Zollitsch
der Bundesfamilienministerin Kristina Schröder und Bundesbildungsministerin
Annette Schavan (beide CDU) dafür, dass sie zu einem Runden Tisch „aller
gesellschaftlich relevanten Gruppen“ eingeladen hätten. Die Bischofskonferenz
sei „selbstverständlich dabei“. Mit keinem Wort erwähnte er dagegen den von
Leutheusser-Schnarrenberger geplanten Runden Tisch zum Thema. Die
Justizministerin will sich explizit mit den möglichen Missbrauchsfällen in
katholischen Einrichtungen und möglichen Entschädigungen beschäftigen. Der von
Schröder und Schavan einberufene Runde Tisch werde sich ausdrücklich nicht damit
befassen, was für „die Opfer von Missbrauch aus der Vergangenheit“ getan werden
könne, sagte Leutheusser-Schnarrenberger am Donnerstagabend im ZDF. Die
katholische Kirche will am Runden Tisch der Justizministerin nicht teilnehmen.
Tsp
13
Österreich: Schönborn fordert „Prozess der Läuterung“
Nach den in Österreich bekannt
gewordenen Missbrauchsfällen hat Kardinal Christoph Schönborn „echte Umkehr“
von der Kirche gefordert. Neue Glaubwürdigkeit werde die Glaubensgemeinschaft
erst erlangen, wenn sie durch einen „Prozess der Läuterung“ gehe, sagte der
Kardinal am Donnerstagnachmittag anlässlich der Zweiten Wiener
Diözesanversammlung im Stephansdom. Spürbar betroffen erinnerte er dabei vor
rund 1.500 Delegierten an die Missbrauchsopfer: „Was ist mit euch getan worden?
Was ist euch angetan worden? Diese Trauer muss uns bewegen, nicht die Frage:
Wie geht es schon wieder uns, der Kirche? – Der geht es schlecht. Nein, das
schmerzliche Gedenken an das Leiden der Opfer, diese echte Trauer wird allein
die Kirche läutern und reinigen.“
In Österreich waren nach
Missbrauchsvorwürfen zuletzt drei Patres des Stiftes Kremsmünster ihrer Ämter enthoben worden. Ein 75 Jahre
alter Mönch habe mittlerweile gestanden, erklärte Abt Ambros
Ebhart in einer eilig einberufenen Pressekonferenz.
Auch in anderen Teilen Österreichs haben sich inzwischen mutmaßliche Opfer von
Gewalt und sexuellen Übergriffen aus den 60er und 80er Jahren gemeldet, unter
anderem auch zwei Ex-Mitglieder der „Wiener Sängerknaben“. In persönlichem Ton
rief Kardinal Schönborn in seiner Impulsrede zu Aufklärung der Missbrauchsfälle
auf. Dabei berief er sich auf das Wort Jesu „Die Wahrheit wird euch
freimachen“. „Fürchtet euch nicht vor der Wahrheit, denn sie sieht vor allem
das Leiden der Opfer. Die Kirche wird an Glaubwürdigkeit gewinnen, wenn sie
durch diesen Prozess der Läuterung geht. Und sie wird deutlicher sichtbar
machen, wo von Jesus her ihr Platz ist: Dort, wo vom Menschen das Ebenbild
Gottes verletzt, geschändet, missbraucht wird.“
Mit Blick auf die beginnende
Diözesanversammlung wies Schönborn auf rasante Veränderungen in Gesellschaft
und Kirche hin. Es gelte, diesen Übergang nicht nur einfach zu erleiden,
sondern ihn mit zu gestalten. Dabei rief der Wiener Erzbischof zu einer
Kirchenöffnung auf - über die Grenzen der eigenen Gemeinden hinweg.
„Eines ist sicher: Wir müssen von
manchem Abschied nehmen. Es verändert sich rasant unsere Gesellschaft und mit
ihr auch unsere Kirche. Werden wir uns öffnen? Über die Grenzen unserer
Gemeinden heraus? Manche orten einen Reformstau. Ich orte mit Sorgen, dass wir
uns zu sehr mit uns selber beschäftigen, dass wir unsere Energien zu sehr an
die binnenkirchlichen Themen binden. Wie wird eine Kirche aussehen, die wohl
deutlich kleiner und deutliche multikultureller geworden ist? Werden wir diesen
Übergang nur erleiden, oder ihn auch mit gestalten? Das ist die
Herausforderung.“ (kap/apa
12)
Missbrauch - mehr Mut zur Aufarbeitung
Die Chance des runden Tisches
Die Negativmeldungen reißen nicht ab:
Nahezu täglich berichten die Medien über neue Missbrauchsfälle in kirchlichen
Einrichtungen. Krisen gab es schon viele in der katholischen Kirche. Vor einem
Jahr war es die päpstliche Aufwertung der konservativen Pius-Bruderschaft, die
in Deutschland zu schweren Turbulenzen führte. Doch der Skandal um sexuellen
Missbrauch hat ohne Frage eine andere Dimension. Auch deshalb, weil diesmal die
Krise nicht von Rom ausgeht, sondern mitunter die eigene Diözese,
Kirchengemeinde oder Schule betrifft. Wo Missbrauchsfälle bekannt werden,
erleben die Verantwortlichen, dass das Kehren vor der eigenen Haustür sehr
schwer sein kann - besonders bei einem Orkan der Wut, Enttäuschung und
Verbitterung, wie wir ihn seit einigen Wochen erleben.
Sexuelle Verbrechen an Schutzbefohlenen
sind kein alleiniges Problem der katholischen Kirche. Kindesmissbrauch ist
vielmehr ein gesamtgesellschaftlicher Skandal. Die Verantwortlichen in der
Kirche müssen jedoch häufig zugeben, von solchen Vorgängen gewusst, die Sache
aber nicht ernstgenommen oder die Täter versetzt und gedeckt zu haben. Und Fakt
ist auch: Je mehr Missbrauchsfälle in katholischen Einrichtungen bekannt
werden, umso schwerer tut sich die Kirche in Deutschland mit den Vorwürfen und
umso größer sind die Ratlosigkeit und der Glaubwürdigkeitsverlust.
In dieser Woche konnte man den Eindruck
gewinnen, dass sich der Staat stärker um Schadensbegrenzung bemüht als die
Kirche. So hat Familienministerin Kristina Schröder für den 23. April einen
Runden Tisch zum Thema Missbrauch angekündigt. Es ist ein fast verzweifelter
Aufruf an eine Glaubensgemeinschaft, die nur noch mit sich selbst beschäftigt
zu sein scheint und die in diesen Tagen hilflos nach Rom blickend eine
Stellungnahme des Papstes erwartet.
So wichtig die katholische Kirche als
sinnstiftende Institutionen ist, so fatal ist ihr derzeitiger Verlust an
Vertrauens- und Glaubwürdigkeit. Gerade in Zeiten von Globalisierung,
Wirtschaftskrise, einer Überbetonung des Individuellen und der Ökonomisierung aller Lebensbereiche sind wertestiftende
Organisationen wichtig und nötig. Der Gesellschaft würde ohne die Kirche ein
wichtiger Kompass fehlen. Doch um sich mit ihren Positionen Gehör zu
verschaffen, benötigt die Kirche Autorität. Sie muss Teil der Gesellschaft
sein, die sie kritisiert. Aber es entsteht der Eindruck, die Kirche verschanze
sich zunehmend. So jedoch gewinnt sie nicht Autorität und Glaubwürdigkeit - sie
verliert sie.
Wenigstens wurde das Angebot des Runden
Tisches seitens der katholischen Kirche angenommen. Auch wenn der Runde Tisch
nicht alle Probleme lösen und nicht alle Erwartungen erfüllen kann: Zusammen
mit weiteren Vertretern von Familienverbänden, Schulträgern, der freien
Wohlfahrtspflege, der Ärzteschaft und der Politik soll das Gremium
Selbstverpflichtungen und Verhaltensregeln erarbeiten. Es wäre gut, wenn die
Kirche an diesem Runden Tisch eine Vorreiterrolle in Sachen Prävention
übernehmen könnte. Wie aber kann sie diese Funktion übernehmen, wenn sich
derzeit in der Kirche eher Hilflosigkeit und Resignation breit machen?
Gefragt ist zunächst der Mut zur
Offenheit, die Dinge so zu sehen wie sie sind und nicht wie man sie gerne
hätte, denn „die Wahrheit wird euch befreien“ (Joh
8,32). Die Kirche muss ihre Binnenkultur hinterfragen, ihre Abgrenzung zur
Welt. Und sie muss sich dem Widerspruch zwischen strenger Sexualmoral und
innerkirchlicher Wirklichkeit stellen. Sie muss dazu stehen, Schuld auf sich
geladen zu haben. Sie muss die Täter in aller Konsequenz bestrafen. Und sie muss
alles unternehmen, um die Wahrscheinlichkeit des Kindesmissbrauchs auf ein
absolutes Minimum beschränken. Nur so kann verlorenes Vertrauen in mühsamen und
kleinen Schritten wiedergewonnen werden. Es gibt Kirchenvertreter, die
wenigstens damit beginnen. Der Berliner Jesuitenpater Klaus Mertes gehört dazu.
Es gibt aber auch den Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller, der der
Berichterstattung immer noch „machtpolitisch-ideologische Zwecke"
unterstellt und von Verfehlungen Einzelner spricht.
Die katholische Kirche erlebt in diesem
Jahr eine besondere österliche Bußzeit. Die eigentlichen Themen dieser
Vorbereitungszeit auf Ostern sind kaum präsent, obwohl sie aktueller denn je
sind. Manchem fällt in dieser Zeit schwer, seiner Kirche noch treu zu sein. Vergessen
werden darf dabei nicht: Ob Christen und ihre Kirche als glaub- und
vertrauenswürdig gelten, entscheidet sich oft in den Gemeinden, Sozialstationen
und Beratungsstellen vor Ort. Bisher haben manche Mitglieder ihrer Kirche
deshalb nicht den Rücken gekehrt, weil sie in ihrer Gemeinde Positives erleben.
Das soll nicht heißen, Kirche vor Ort müsse allein wiedergutmachen, was
andernorts zerschlagen wird. Viele Gemeinden sind derzeit von Strukturreformen
und Fusionen in Beschlag genommen. Aber wo Glaubwürdigkeit erlebt wird, da
klärt sich manche Strukturfrage nebenbei, da erscheint Kirche weiterhin als
sinnstiftende Gemeinschaft.
Der Mut zu nächsten Schritten ist
gefragt - nach außen, aber auch nach innen. In den Gemeinden vor Ort, aber auch
in der Kirche als Ganze. Nur so können Glaubwürdigkeit und Vertrauen
wiedergewonnen werden. Und nur so kann es Ostern werden - auch für die
katholische Kirche. Kath.de
Priesterseminar. Türken wollen EU-Forderung folgen
Seit 1971 ist das griechisch-orthodoxe
Seminar geschlossen. Folgen der Ankündigung von Vizeregierungschef Arinc Taten, erfüllen die Türken eine Forderung der EU.
Ein seit fast 40 Jahren geschlossenes
Priesterseminar der griechisch-orthodoxen Kirche in der Türkei soll wieder
geöffnet werden.
Er hoffe, dass dies ohne größere
Verzögerungen geschehen werde, sagte Vize-Regierungschef Bülent Arinc nach Berichten mehrerer türkischer Nachrichtensender.
Die Christen hätten ein Recht auf die Ausbildung eigener Geistlicher.
Die EU und Griechenland verlangen seit
Jahren eine Wiedereröffnung der seit 1971 geschlossenen Schule auf der Insel Heybeliada - griechisch Halki -,
einer der Prinzeninseln im Marmarameer bei Istanbul.
Arinc
betonte, in der Türkei solle sich niemand als Bürger zweiter Klasse fühlen.
"Sowohl ich persönlich als auch die Regierung sind entschlossen, dass die
Ausbildung am Priesterseminar wieder aufgenommen werden soll", sagte Arinc nach einem Treffen mit christlichen und jüdischen
Religionsführern im Istanbuler Amtssitz des Ministerpräsidenten.
Die türkische Regierung arbeitet nach
eigenen Angaben seit längerem an einem rechtlichen Modell, das die
Wiedereröffnung der Schule ermöglichen soll. Die Gespräche mit dem
griechisch-orthodoxen Patriarchat in Istanbul über dieses Thema sollen laut Arinc fortgesetzt werden.
Zwar habe das Verfassungsgericht den
gesetzlichen Rahmen für die Öffnung eng gefasst, sagte Arinc.
Er hoffe dennoch, dass die Wiedereröffnung des Seminars im Rahmen der
bestehenden Gesetze "ohne große Verzögerungen" verwirklicht werden
könne. (sueddeutsche.de 12)
Kirchenmillionen veruntreut. Sechs Jahre Haft für Ex-Rentamtsleiter
Limburg. Die Veruntreuung von
Kirchengeldern in Millionenhöhe hat einem früheren Angestellten des katholischen
Bistums Limburg sechs Jahre und drei Monate Haft eingetragen. Das Landgericht
Limburg befand den 55 Jahre alten Angeklagten für schuldig, die Kirche von 2004
bis 2009 um insgesamt 2,7 Millionen Euro betrogen zu haben. Der Prozess gegen
den bislang hochangesehenen Leiter eines kirchlichen Rentamtes hatte in der
Bischofsstadt großes Aufsehen erregt. Bischof Franz-Peter Tebartz-van
Elst kündigte eine verbesserte Aufsicht über das Finanzwesens seines Bistums an.
"Der Angeklagte hat den Hals nicht
voll bekommen können", sagte der Vorsitzende Richter Josef Bill in seiner
40 Minuten dauernden Urteilsbegründung. Der Kirchenbedienstete habe mit den
Veruntreuungen bereits 1983 begonnen. Diese Taten sind verjährt, doch das
Bistum schätzt den Gesamtschaden auf 4,8 Millionen Euro.
Strafverschärfend wertete Richter Bill
die lange Dauer der Taten und die "erhebliche kriminelle Energie" des
Angeklagten. "Man muss nur dreist genug sein, dann geht das auch",
sagte er. Der Rentamtsleiter hatte über Jahre
mehrmals in der Woche 7500 Euro bar vom Konto einer katholischen
Kindertagestätte abgehoben. Dabei gab er vor, es gehe um Rückzahlungen an die
Stadt Limburg. Mit dem Geld leisteten sich der Angeklagte und seine Familie
Häuser, teure Autos und Urlaube, die Zehntausende Euro kosteten. "Der
Angeklagte hat in Saus und Braus gelebt", sagte Bill.
Rentämter unterstützen
Kircheneinrichtungen bei Finanzen und Verwaltung. Das übliche
Vier-Augen-Prinzip in der Buchhaltung sei durch die "fatale Beziehung zu
der sogenannten Chefbuchhalterin" ausgehebelt gewesen, befand der Richter.
Der Rentamtsleiter, der sich vor Gericht als treu
sorgenden Familienvater darstellte, hatte mit zwei seiner Angestellten ein
Verhältnis gehabt. Ermittlungen wegen Beihilfe seien aber ergebnislos
eingestellt worden, sagte der Staatsanwalt.
Zu seiner Verteidigung hatte der
Angeklagte auch die angeblich laxe Aufsicht durch das Bischöfliche Ordinariat
angeführt. Das ließ Richter Bill nicht gelten: Der Rentamtsleiter
sei ein Insider, der die Schwächen des Systems gekannt habe. Er habe seine
Vertrauensstellung missbraucht. Aufgeflogen war der Betrug, als das Rentamt
2006 auf kaufmännische Buchführung umstellte und der Mittelabfluss deutlich
wurde. Danach verliefen mehrere Prüfungen im Sande, bis das Bistum im Oktober
2009 Anzeige erstattete.
Der Staatsanwalt, der siebeneinhalb
Jahre Haft gefordert hatte, zeigte sich zufrieden mit dem Urteil. Die
Verteidigung hatte auf vier Jahre plädiert. Sein Mandant und er prüften die
Frage von Rechtsmitteln, sagte der Anwalt.
Der Angeklagte habe der Kirche nicht
nur finanziell geschadet, seine verbrecherische Tätigkeit habe "zu einem
erheblichen Vertrauensverlust des Bistums" geführt, sagte Bischof Tebartz-van Elst. Der Oberhirte
schloss auch eine Kirchenstrafe gegen den früheren Mitarbeiter nicht aus.
Sowohl die innere wie die äußere Aufsicht über die Finanzen im Bistum sollten
neu geordnet werden. (dpa 12)
Papst: Zölibat wichtig für erfülltes Priestersein
Der Zölibat ist für ein erfülltes
Priestersein unerlässlich. Das hat Papst Benedikt an diesem Freitag anlässlich
einer internationalen Theologentagung in Rom unterstrichen. Der zweitägige
Kongress findet an diesem Freitag und Samstag an der päpstlichen
Lateran-Universität statt und steht unter dem Motto „Treue Christi, Treue des
Priesters“. Nachdem Benedikt zuvor Erzbischof Zollitsch
getroffen hatte, sprach er zu den mehr als 50 Bischöfen und über 500 Priestern
der Tagung - nicht über den Missbrauchsskandal, sondern über die Bedingungen des Priestersein. „Der Kontext der ontologischen
Zugehörigkeit zu Gott ist der richtige Rahmen, um – auch in unseren Tagen – den
Wert des Zölibats zu verstehen und erneut zu bestätigen. Er ist in der
römischen Kirche ein notwendiges Charisma des heiligen Ordens und wird auch in
den Ostkirchen äußerst geschätzt. Die Berufung zum Priester bleibt auch für die
ein Geheimnis, die sie erhalten haben. Unsere Grenzen und Schwächen müssen uns
dazu führen, dieses Geschenk in tiefem Glauben zu leben und es zu schützen.“
Die Kirche dürfe das Priesteramt nicht
auf gängige kulturelle Kategorien reduzieren, sagte der Papst weiter. Die
säkularisierte Gesellschaft nehme das Priesteramt „gerade wegen der
grundlegendsten Aspekte seines Dienstes“ als etwas Fremdes wahr. Umso mehr
brauche man eine stärkere Kontinuität zwischen der Ausbildung im Seminar und
der beruflichen Weiterbildung. In den vergangenen Jahrzehnten sei der Priester
vielfach auf eine Art Sozialarbeiter reduziert worden, kritisierte der Papst.
Dagegen gebe es ein grosses Bedürfnis nach Männern,
die nicht „flüchtigen kulturellen Moden“ unterworfen seien. Die Gläubigen
erwarteten von den Geistlichen, dass sie „Priester und nichts anderes“ seien. (kipa 12)
Erzbistum München Gescheiterte Rehabilitation
Trotz mehrerer Missbrauchsfälle
ermöglichte das Erzbistum München einem vorbestraften Pfarrer, immer wieder mit
Kindern in Kontakt zu treten. Von Karin Prummer,
Dominik Stawski
Es flossen Tränen, als sich der
Pfarradministrator im Jahr 2008 von seiner oberbayerischen Gemeinde verabschiedete.
Er hielt seine Predigt in Reimform, eine Ministrantenabordnung überreichte ihm Geschenke - allein,
warum er die Gemeinde verlassen musste, das wusste damals niemand.
Das Erzbischöfliche Ordinariat
bestätigte Informationen der Süddeutschen Zeitung, wonach der Pfarrer, der bis
heute in Oberbayern als Kur- und Tourismusseelsorger tätig ist, 1986 wegen
sexuellen Missbrauchs Minderjähriger zu einer Haftstrafe auf Bewährung
verurteilt worden ist. Und auch vorher gab es schon Vorwürfe gegen ihn: Als
junger Kaplan kam er wegen des Verdachts auf sexuellen Missbrauch von
Jugendlichen 1980 aus seiner damaligen Pfarrgemeinde im Bistum Essen nach
München, mit Zustimmung des Ordinariatsrats der
Diözese. Erzbischof war damals Joseph Ratzinger, der heutige Papst Benedikt
XVI.
Zur Therapie in den Süden - Der Rat
beschloss, dass der Pfarrer zur Therapie nach München kommen und in dieser Zeit
in einem Pfarrhaus wohnen könne. Jedoch setzte ihn der damalige Generalvikar
Gerhard Gruber - laut Ordinariat eigenmächtig - 1980 direkt wieder in einer
Münchner Pfarrei zur Seelsorge ein. Zur Begründung sagt Gruber heute: "Wir
wollten nicht, dass er den ganzen Tag nichts zu tun hat, außer einer Stunde
Therapie."
Er bedauere diese Entscheidung, sagt
der heute 81 Jahre alte Gruber. Doch der Pfarrer wurde rückfällig und 1986
wegen sexuellen Missbrauchs zu 18 Monaten Freiheitsstrafe auf Bewährung
verurteilt. Nach dem Urteil arbeitete der Pfarrer zunächst in einem Altenheim
und wurde 1987 erst Kurat und dann Pfarradministrator in einer Gemeinde in
Oberbayern. Dort blieb er 21 Jahre. Von Vorfällen ist nichts bekannt. Der
damalige Generalvikar Gruber sagt, das Urteil von 1986 habe kein Berufsverbot
enthalten. "Ich war dafür, dass er wieder eingesetzt wird." Gruber
sagt, er habe an die Rehabilitation des Pfarrers geglaubt, und sei bis heute
davon überzeugt.
Der Pfarrer, heute 62 Jahre alt, wäre
wohl weiter Pfarradministrator geblieben, hätte sich nicht das Missbrauchsopfer
Wilfried F. aus dem Ruhrgebiet entschlossen, etwas dagegen zu unternehmen. Der
Pfarrer soll Wilfried F. im Jahr 1979 nach einer Ferienfreizeit in der Eifel
sexuell missbraucht haben. Damals war F. elf Jahre alt. Unter anderem habe ihn
der Pfarrer zum Oralverkehr gezwungen. Erst Ende 2006, schreibt Wilfried F.,
habe er aufgehört, das Geschehene zu verdrängen. Er habe herausgefunden, dass
der Mann weiter als Pfarrer auch mit Jugendlichen arbeite.
"Zum Schweigen bringen"
Wilfried F. schrieb ihm daraufhin
E-Mails, fragte ihn, ob er ein schlechtes Gewissen habe und forderte eine Entschädigung.
Die E-Mail habe der Beauftragte für Missbrauchsvorwürfe des Münchner
Erzbistums, Siegfried Kneißl, beantwortet. Eine der E-Mails aus dem Jahr 2008
liegt der SZ vor. Darin bittet Kneißl den Absender, seine Anonymität
aufzugeben, damit er den Vorwürfen nachgehen könne. F. tat dies nicht. Wenige
Tage später, so sagt Wilfried F., stand bei ihm die Polizei vor der Tür. Der
Vorwurf: Er soll den Pfarrer erpresst haben. "Das Ordinariat wollte mich
zum Schweigen bringen", sagte F. Das Verfahren gegen ihn wurde im Mai 2008
eingestellt, eine Erpressung war nicht nachzuweisen. Es dauerte noch etwa drei
Monate, dann wurde der pädophile Geistliche versetzt.
Er wechselte in eine andere
oberbayerische Gemeinde, wo er bis heute als Kur- und Tourismusseelsorger
arbeitet. Ihm wurde laut Ordinariat auferlegt, keine Kinder-, Jugend- und Ministrantenarbeit mehr zu machen. Denn: "Ein auf
Wunsch des neuen Erzbischofs Reinhard Marx erstelltes forensisches Gutachten
rechtfertigte aus Sicht des Ordinariats nicht den Verbleib des Mannes in der
Pfarrseelsorge."
Doch der Pfarrer feiert Gottesdienste
für Jugendliche. Der Pfarrbrief berichtet von einem "schönen
Gottesdienst" auf einem Jugendzeltlager im August des vergangenen Jahres.
SZ 13