Notiziario religioso  15-16  Marzo  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 15.Il commento al Vangelo. “Va’, tuo figlio vive”  1

2.       Martedì 16. Il commento al Vangelo. «Vuoi guarire?»  1

3.       Pedofilia, nuova bufera sul Vaticano  2

4.       Pedofilia. Il silenzio è il rimedio peggiore  2

5.       Pronte le misure anti-abusi, ma il celibato resta «sacro»  3

6.       Il Papa: "Il celibato dei sacerdoti è sacro". Pedofilia, il Vaticano verifica le sue norme  3

7.       "Gli sia messa al collo una macina da mulino..."  4

8.       Il confessore deve evitare il “complesso di colpa” nel penitente - 6

9.       Vaticano il male nascosto  6

10.   Il Papa nella chiesa luterana, insieme 500 anni dopo  7

11.   Denunce e richieste di risarcimento, ora la Santa Sede teme il fronte italiano  8

12.   Quando il relativismo è un alibicondividi 8

 

 

1.       Katholische Kirche. Die Krise erreicht den Papst 8

2.       Missbrauchsskandal. Vatikan glaubt an Verschwörung gegen den Papst 9

3.       Analyse: Krisengipfel im Vatikan  9

4.       Entschuldigung gefordert. Kirchen-Reformer setzen den Papst unter Druck  10

5.       Missbrauchsskandal. Rückendeckung aus Rom   10

6.       Papst: „Moralische Führung fördert Frieden“  11

7.       Umgang mit Missbrauchsfällen. Der Vatikan ist schwer erschüttert 11

8.       Islamkonferenz. Die Moschee im Dorf lassen  12

9.       Katholiken-Präsident. Glück plädiert für Zölibat-Aufhebung  12

10.   Missbrauchsfälle. Benedikt XVI. vertraut deutschen Bischöfen: „Die volle Wahrheit“ aufdecken“  12

11.   Benedikt XVI. empfängt Erzbischof Zollitsch holt sich Rückhalt vom Papst 13

12.   Heutiger Papst wusste 1980 von Pädophilem   13

13.   Missbrauchs-Skandale. Der Vatikan ist nervös  14

14.   Schlechte Verbindung  14

15.   Erzdiözese München und Freising. Missbrauch in Ratzingers Bischofszeit bestätigt 14

16.   Zollitsch: „Papst stärkt uns den Rücken“  15

17.   Kirche: Aus ihrem Kreis heraus  15

18.   Österreich: Schönborn fordert „Prozess der Läuterung“  16

19.   Missbrauch - mehr Mut zur Aufarbeitung  16

20.   Priesterseminar. Türken wollen EU-Forderung folgen  17

21.   Kirchenmillionen veruntreut. Sechs Jahre Haft für Ex-Rentamtsleiter 17

22.   Papst: Zölibat wichtig für erfülltes Priestersein  17

23.   Erzbistum München Gescheiterte Rehabilitation  18

 

 

 

 

Lunedì 15.Il commento al Vangelo. “Va’, tuo figlio vive”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 4,43-54) commentato da P. Lino Pedron 

 

  43 Trascorsi due giorni, partì di là per andare in Galilea. 44 Ma Gesù stesso

  aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella sua patria. 45 Quando

  però giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero con gioia, poiché avevano visto

  tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme durante la festa; anch'essi infatti

  erano andati alla festa.

  46 Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in

  vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao. 47

  Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo

  pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire. 48 Gesù gli

  disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». 49 Ma il funzionario

  del re insistette: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». 50 Gesù

  gli risponde: «Va’, tuo figlio vive». Quell'uomo credette alla parola che gli

  aveva detto Gesù e si mise in cammino. 51 Proprio mentre scendeva, gli vennero

  incontro i servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». 52 S'informò poi a che ora

  avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un'ora dopo mezzogiorno

  la febbre lo ha lasciato». 53 Il padre riconobbe che proprio in quell'ora Gesù

  gli aveva detto: «Tuo figlio vive» e credette lui con tutta la sua famiglia.

  54 Questo fu il secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giudea in

  Galilea.

Nel racconto del secondo segno di Cana il protagonista è un pagano. I giudei, i

samaritani e i pagani erano le tre categorie che formavano l’umanità. Questi tre

gruppi sono valutati in base alla loro fede in Gesù. I giudei non credono nel

loro messia: Nicodemo con il suo scetticismo ne è il tipico rappresentante (Gv

3,1-12). Gli eretici samaritani invece accettano la testimonianza di una donna e

soprattutto quella di Gesù, pur non avendo visto alcun prodigio (Gv 4,1-41). Il

pagano crede alla parola di Gesù, ancor prima di vedere il segno (Gv 4,46-50).

La seconda visita di Gesù a Cana si riallaccia alla prima, in occasione delle

nozze (Gv 2,1ss). I due miracoli di Cana costituiscono una grande inclusione di

questa prima parte del vangelo di Giovanni. In essa Giovanni descrive la prima

rivelazione di Gesù nelle tre principali regioni della Palestina: la Galilea, la

Giudea e la Samaria, e alle tre categorie di persone che le abitavano: gli

israeliti ortodossi, gli eretici samaritani e i pagani.

Dalla Samaria Gesù ritorna in Galilea perché non era stato accolto a

Gerusalemme, nonostante avesse operato numerosi prodigi. Il funzionario regio di

Cafarnao era al servizio di Erode Antipa, il tetrarca della Galilea. Il viaggio

da Cafarnao a Cana è abbastanza disagiato: 26 chilometri in salita.

Gesù richiama subito il centurione alla fede vera, fondata sulla sua parola e

non sui segni. Come i samaritani, anche questo pagano crede prontamente alla

parola di Gesù e diventa, in tal modo, modello di fede per i discepoli.

Egli è tanto in ansia per la salute del figlio che non si preoccupa

dell’ammonimento di Gesù, ma gli ripete con insistenza di scendere a Cafarnao

prima che suo figlio muoia.

In antitesi con i giudei che non credono alle parole di Gesù, questo pagano

crede immediatamente. Nell’apprendere che il figlio era guarito nell’ora nella

quale Gesù gli aveva parlato, il funzionario credette, e con lui tutta la sua

famiglia.

Nelle scelte, anche importanti, della nostra vita non dobbiamo cercare dei segni

per credere. La parola di Gesù può bastarci per le decisioni grandi e anche per

le scelte quotidiane. Dio ci ha già detto tutto in Gesù.

In caso di malattia cerchiamo ansiosamente medici, medicine, ospedali,

interventi chirurgici. Gesù, Signore della vita e della morte, ha qualche

significato e qualche peso nella nostra lotta contro il male e la morte? De.it.press

 

 

 

 

 

Martedì 16. Il commento al Vangelo. «Vuoi guarire?»

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 5,1-16) commentato da P. Lino Pedron 

 

  1 Vi fu poi una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 2 V'è a

  Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico

  Betzaetà, con cinque portici, 3 sotto i quali giaceva un gran numero di

  infermi, ciechi, zoppi e paralitici. 4 Un angelo infatti in certi momenti

  discendeva nella piscina e agitava l'acqua; il primo ad entrarvi dopo

  l'agitazione dell'acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto. 5 Si

  trovava là un uomo che da trentotto anni era malato. 6 Gesù vedendolo disteso

  e, sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?». 7 Gli

  rispose il malato: «Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina

  quando l'acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende

  prima di me». 8 Gesù gli disse: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». 9

  E sull'istante quell'uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a

  camminare.

  Quel giorno però era un sabato. 10 Dissero dunque i Giudei all'uomo guarito:

  «E' sabato e non ti è lecito prendere su il tuo lettuccio». 11 Ma egli rispose

  loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: Prendi il tuo lettuccio e

  cammina». 12 Gli chiesero allora: «Chi è stato a dirti: Prendi il tuo

  lettuccio e cammina?». 13 Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse;

  Gesù infatti si era allontanato, essendoci folla in quel luogo. 14 Poco dopo

  Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco che sei guarito; non peccare più,

  perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio». 15 Quell'uomo se ne andò

  e disse ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. 16 Per questo i Giudei

  cominciarono a perseguitare Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

Gesù per la seconda volta sale a Gerusalemme in occasione di una festa ebraica

non precisata. L’ambiente dove si svolge il miracolo è presso la porta delle

pecore, un luogo riservato agli agnelli destinati ai sacrifici del tempio. Una

piscina con cinque portici, accoglieva costantemente sul suo bordo "un gran

numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici" (v. 3).

La piscina di Betzaetà conserva resti di un culto pagano a divinità guaritrici.

In questo luogo ci sono chiari segni di culto al dio Asclepios-Serapis. L’attesa

del moto dell’acqua ad opera di un angelo è forse il residuo di una leggenda

popolare. Il movimento dell’acqua poteva essere il travaso da una vasca

all’altra, o l’acqua che usciva a intermittenza dalla sorgente. L’angelo

indicherebbe un incaricato al culto del dio Asclepios.

Anche in questo caso è Gesù che prende l’iniziativa. Egli è presentato come

padrone della salute e può guarire dalle malattie anche più gravi. La sua parola

è tanto potente da produrre immediatamente la guarigione. Cristo è il vero

guaritore di tutto l’uomo. In particolare il prodigio mette in luce che Gesù è

il Salvatore dei più deboli, dei più abbandonati e trascurati da tutti.

Gesù guarendo di sabato imita la condotta del Padre, il quale opera

continuamente, anche di sabato (Gv 5,17). Secondo Gesù "il sabato è stato fatto

per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore

anche del sabato" (Mc 2,27-28). Egli contesta le tradizioni umane che sono in

contrasto con la carità.

Alcuni esegeti vedono nell’acqua della piscina di Betzaetà un’allusione alla

legge mosaica che non può guarire, in contrasto con le parole di Gesù che invece

guariscono. Scrive Loisy: "L’acqua di Betzaetà, come il battesimo di Giovanni,

raffigura il regime della legge, e il caso del paralitico è destinato a mostrare

che questo regime non porta alla salvezza. Vi è una paralisi inveterata che Gesù

solo può guarire; egli solo infatti rigenera l’umanità con il dono della vita

eterna".

Altri esegeti scoprono nei cinque portici della piscina una raffigurazione dei

cinque libri della legge mosaica, mentre l’infermo che da trentotto anni attende

la guarigione sarebbe tipo di quanti cercano invano la salvezza nella legge.

Scrive Braun: "La cifra di trentotto anni verosimilmente è simbolica. Vi è una

buona ragione di accostarla ai trentotto anni durante i quali, secondo Dt 2,15,

gli israeliti avevano errato nel deserto, prima di giungere alle frontiere della

terra promessa".

La guarigione dell’uomo infermo da trentotto anni, compiuta da Gesù, non è tanto

un’opera di misericordia, quanto il manifestare l’opera di salvezza di Dio

stesso, del Padre suo, attraverso la grazia del perdono e della salvezza. De.it.press

 

 

 

Pedofilia, nuova bufera sul Vaticano

 

Spunta il caso di un prete a Monaco ai tempi in cui Ratzinger era vescovo.

Padre Lombardi: assoluta estraneità

 

MONACO DI BAVIERA . Lo scandalo dei preti pedofili, che sta travolgendo la Chiesa tedesca, è arrivato oggi a sfiorare lo stesso Benedetto XVI, già arcivescovo di Monaco dal 1977 al 1982: proprio in quel ruolo, l’allora cardinale Joseph Ratzinger accettò nel 1980 di accogliere nella sua diocesi, al solo scopo di farlo curare, un sacerdote sospettato di molestie sessuali su minori.

 

Secondo la ricostruzione fatta dalla diocesi di Monaco, messa sul web oggi a partire dalle 18:00 ora italiana, e poi ritrasmessa in serata anche dalla Sala Stampa vaticana, l’allora vicario generale della capitale bavarese, mons. Gerhard Gruber, decise però di affidare al religioso, definito nel sito come "l’abate H", un ruolo pastorale in una parrocchia. Ciò, senza avvertire il suo superiore, ovvero lo stesso Ratzinger. Il sacerdote si rese poi responsabile di nuovi crimini di pedofilia tanto che nel 1986 il tribunale dell’Alta Baviera lo condannò a 18 mesi di carcere e a una multa di 4 marchi tedeschi. A rivelare la vicenda, è stato il giornale tedesco Suddeutsche Zeitung, che ha definito il caso un nuovo «inquietante» sviluppo dello scandalo della pedofilia in Germania.

 

Nel giro di poche ore, sia il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, sia l’arcivescovado di Monaco, hanno sostenuto l’assoluta estraneità di Benedetto XVI a quanto accaduto. Lo stesso ex vicario generale, mons. Gruber, si è assunto ogni colpa, con una dichiarazione pubblicata dal sito diocesano. «Il ripetuto impiego di H. nella pastorale parrocchiale è stato un grave errore. Me ne assumo la piena responsabilità», ha spiegato. «Mi rammarico profondamente - ha aggiunto Gruber - che attraverso questa decisione si sia potuto giungere ad atti illeciti ai danni di giovani e mi scuso con tutti coloro cui fu causato un danno». «Nel 1980 - ha spiegato da parte sua la nota diocesana - fu deciso di assicurare ospitalità ad H in una casa parrocchiale affinchè seguisse una terapia. Questa decisione fu presa dall’allora arcivescovo», cioè il futuro papa Benedetto XVI. «Scostandosi da questa decisione - viene aggiunto - H fu assegnato dall’allora vicario generale senza limitazioni a contribuire alla pastorale in una parrocchia di Monaco».

 

Dichiarazioni, queste, che scagionano Joseph Ratzinger, togliendoli qualsiasi diretta responsabilità. Tuttavia il nuovo caso (dopo le notizie su abusi e violenze nel coro di Ratisbona diretto per trent’anni dal fratello del Papa, George Ratzinger) potrebbe portare nuove ombre e imbarazzo agli alti livelli della Chiesa, mentre l’episcopato tedesco, insieme al Vaticano, sta cercando faticosamente di avviare un’operazione trasparenza per punire tutti i colpevoli del passato, tutelare le vittime ed evitare che nel futuro possano ripetersi nuovi drammi. Di ciò hanno oggi parlato, in un’udienza durata circa 45 minuti, lo stesso Benedetto XVI con il presidente dei vescovi della Germania, mons. Robert Zollitsch. Il Papa - ha riferito il presule in una conferenza stampa - ha ascoltato »con grande sgomento, attento interesse e profonda commozione« la relazione sui casi di »soprusi pedagogici e abusi sessuali« avvenuti in Germania. La Chiesa tedesca, con il beneplacito di Benedetto XVI, ha già deciso di adottare misure più severe contro la pedofilia. La Congregazione per la Dottrina della Fede sta preparando un »decalogo« per estendere anche a tutti gli altri Paesi coinvolti i provvedimenti più duri contro i preti colpevoli di abusi sui minori. LS 12

 

 

 

 

Pedofilia. Il silenzio è il rimedio peggiore

 

Quello che sta accadendo nella Chiesa cattolica tedesca, dopo l'inattesa esplosione e l'apparente incontrollabilità dello scandalo della pedofilia e della violenza sui minori in alcuni istituti religiosi, è molto serio.

 

Con risonanze profonde e riflessi diretti in Vaticano, perché Papa Ratzinger reagirà tenendo conto di come si svilupperà il caso in Germania. Ci si aspetta una risposta non soltanto disciplinare ma anche e soprattutto di natura religiosa e teologica.

 

Mi spiego. Cardinali, ecclesiastici e difensori d'ufficio rispondono o reagiscono alla vergogna pubblica appellandosi a patologie psicologiche, a pedagogie sbagliate, ad esistenze umane infelici. Nessuna argomentazione religiosa.

 

Apparentemente è un sollievo per tutti poter dire che «la religione non c'entra», che il problema non è religioso ma pedagogico. Certo. Ma non è proprio la Chiesa a presentare se stessa come la vera ed unica educatrice affidabile? Specificatamente nella gestione della «sana sessualità»? Accompagnandola con le polemiche continue contro il modernismo laicista licenzioso e permissivo - soprattutto in tema di omosessualità?

 

Chiariamo subito un possibile equivoco: nessuno intende mettere sotto accusa o sotto sospetto le istituzioni educative dirette da religiosi come tali. Assolutamente no. Abbiamo troppo rispetto della Chiesa per non essere sinceramente dispiaciuti per quanto sta accadendo. Ma proprio per questo ci aspettiamo una reazione rigorosa e forte.

 

Invece in Germania accanto ad impressionanti confessioni pubbliche spontanee di alcuni educatori implicati, accanto a coraggiose autodenunce da parte di responsabili di istituti coinvolti, al massimo livello gerarchico si è sentita la voce irritata dell'arcivesovo di Ratisbona contro la ministra della Giustizia, che aveva lamentato la mancata collaborazione della Chiesa nel fare sistematicamente piena luce sugli episodi.

 

In Germania sembra profilarsi una certa tensione tra la Chiesa cattolica e lo Stato che si sente in dovere di rispondere ad un'opinione pubblica sconcertata, che ogni sera viene informata dai telegiornali (spesso come prima notizia) dell'ultima rivelazione di abusi su minori. Giustamente il governo non può rimanere indifferente quasi si trattasse di una questione che possa risolversi privatamente tra psicologi, avvocati e magistrati. Si è davanti ad una emergenza pubblica che esige la piena e leale collaborazione dell'istituzione ecclesiale. Si fanno così varie proposte di «tavole rotonde pubbliche», sulle quali tornerò più avanti.

 

Riprendendo la problematica generale, l'unico nesso evocato per ora - ad alto livello - per spiegare i comportamenti patologici di alcuni uomini di Chiesa è la questione del celibato. Nel mondo cattolico questo tema solleva notoriamente sempre molto rumore. Ma esso diventa davvero significativo e discriminante soltanto se si riconosce che le sue radici scendono in profondità nella visione religiosa e teologica cattolica tradizionale. Ciò che manca è una sorta di rivoluzione teologica in tema di sessualità, di cui non si vedono ancora i segni. Lo stesso vale per la richiesta che le donne abbiano finalmente un ruolo più significativo e riconosciuto nella Chiesa. Anche questo è vero. Ma sin tanto che non si rompe il tabù del sacerdozio femminile, la questione rimane irrisolta. Insomma gli scandali di oggi non sollevano semplicemente un problema di disciplina ecclesiastica ma la necessità di una revisione teologica radicale.

 

Ma qui urtiamo contro l'insuperata incapacità degli uomini di Chiesa di coniugare il dato religioso-teologico tradizionale con la (post) modernità. Avendo ossessivamente interpretato quest'ultima come quintessenza della licenza, del libertinismo, del laicismo, non hanno capito l'originale moralità che sta al fondo del moderno. E si ritrovano con le peggiori patologie in casa propria, nelle proprie istituzioni pedagogiche.

 

Nel mondo pluriconfessionale tedesco ci sono fortunatamente anche episodi di segno opposto. Alcune settimane fa la Presidentessa delle Chiese evangeliche, il vescovo-donna Margot Kaessmann, è incappata in un increscioso incidente. Con cattivo gusto da sagrestia la nostra stampa (anche quella che si ritiene laica) si è limitata a scrivere che la «papessa ubriaca» era stata beccata dalla polizia e costretta alle dimissioni. Da noi tutto è finito lì. In Germania invece per alcuni giorni il pubblico ha assistito sui giornali e nei grandi mezzi televisivi ad una straordinaria manifestazione di dignità, di senso di responsabilità e di altissima religiosità della donna-vescovo che ha considerato il suo errore incompatibile con il suo ruolo istituzionale. Molti hanno avuto la conferma paradossale che la Chiesa evangelica tedesca - matura anche per quanto riguarda la teologia della sessualità - meritava proprio quella donna al suo vertice.

 

Tornando alla questione degli scandali sui minori può darsi che nelle prossime settimane si arrivi a due tavole rotonde pubbliche. Una, proposta dalla ministra della Giustizia, dovrebbe essere riservata ai rappresentanti delle istituzioni coinvolte e alle vittime. Bisognerà parlare anche di risarcimenti. L'altra iniziativa promossa dalla ministra della Famiglia e da quella dell'Istruzione (e caldeggiata dalla stessa cancelliera Merkel) dovrebbe essere aperta anche alle associazioni dei genitori e avere come obiettivo la prevenzione degli abusi e l'aiuto psico-pedagogico alle vittime.

La strada della discussione pubblica aperta è la più giusta e coraggiosa. Ne aspettiamo gli esiti. Mentre da noi in Italia si tace. GIAN ENRICO RUSCONI

LS 12

 

 

 

Pronte le misure anti-abusi, ma il celibato resta «sacro»

 

CITTA’ DEL VATICANO - Giornate pesanti per Papa Ratzinger. Non fa in tempo ad individuare la soluzione di un problema che subito dopo si trova un’altra voragine sotto i piedi. Ma l’operazione verità ormai è partita e Benedetto XVI non intende affatto frenarla. Anzi. Il mese scorso era alle prese con gli abusi in Irlanda, dove la Chiesa sta toccando i minimi storici nel gradimento tra la gente, adesso è il turno della Germania, sua terra natale. E persino lui non si è sottratto alla bufera autorizzando la diocesi di Monaco a pubblicare un comunicato per informare che nel 1980 - quando Ratzinger era arcivescovo - accolse un prete sospettato di pedofilia per fargli seguire una terapia. Colpa dell’allora vicario generale, monsignor Gruber che si è già assunto la totale responsabilità «per la decisione sbagliata». Quello dei vescovi tedeschi è un mea culpa collettivo: hanno ammesso di aver «sottovalutato» la dimensione del problema benchè nel 2002 avessero adottato le linee guida anti-pedofilia messe a punto dal Vaticano dopo gli scandali negli Usa. Ieri mattina il Papa si è fermato a parlare fitto fitto, per 45 lunghi minuti, col presidente della Conferenza monsignor Zollitsch, arrivato apposta da Berlino. Uno degli argomenti toccati la necessità di accelerare la fuoriuscita delle mele marce. Il Papa ha assicurato che la Congregazione per la Dottriina della Fede è stata incaricata di studiare procedimenti più rapidi e meno farraginosi. Ma già qualcosa si muove. Per quanto riguarda la denuncia alla magistratura civile l’episcopato tedesco garantirà la massima collaborazione sebbene «il procedimento dello Stato non sia subordinato a quello ecclesiastico». Inoltre i sacerdoti, i religiosi e i collaboratori sono invitati a «costituirsi parte civile quando vi siano indicazioni di reato o ne siano a conoscenza». L’impegno è di informare subito le autorità giudiziarie, «astenendosi solo in casi eccezionali: quando la vittima stessa non vuole o è a rischio». Già adottata dai vescovi irlandesi, questa linea verrà applicata pure al caso tedesco dove sono già emersi 350 episodi avvenuti nei decenni passati in vari istituti religiosi, in quasi tutte le diocesi del Paese. Ma probabilimente è solo una parte del sommerso. Il pontefice mentre porta avanti la linea dell’intrasigenza, dall’altra, a scanso di equivoci, predica senza stancarsi «il valore del sacro celibato», mettendo subito la sordina agli effetti collaterali di un intervento del cardinale Schoenborn che annoverava tra le cause della pedofilia proprio il celibato. «Anche ai nostri giorni è un valore», una «altissima vocazione» che va custodita da «limiti e debolezze» umane. Quel che è certo che la bufera andrà avanti per mesi, fino alla chiarezza più totale. «La pedofilia non è un problema specifico della Chiesa cattolica - conclude Zoellistch - Certo è particolarmente terribile quando gli abusi vengono compiuti da educatori, persone di riferimento e di responsabilità morale ma esiste anche in famiglia e in altre categorie professionali». FRANCA GIANSOLDATI  IM 13

 

 

 

 

Il Papa: "Il celibato dei sacerdoti è sacro". Pedofilia, il Vaticano verifica le sue norme

 

Benedetto XVI ha ricevuto i partecipanti al Convegno teologico della Congregazione

sacerdotale. Una risposta a chi ha trovato nessi fra castità imposta e pedofilia

Il presidente dei vescovi tedeschi dopo un colloquio con Ratzinger

"Abbiamo pronte delle misure cui il Pontefice ha dato pieno sostegno"

 

CITTA' DEL VATICANO - Il celibato dei sacerdoti di rito latino rimane un valore "sacro": è quanto ha riaffermato Benedetto XVI , ricevendo in udienza in Vaticano i partecipanti  al Convegno teologico della Congregazione del Clero. Le parole di Ratzinger seguono le polemiche sui casi di pedofilia nella chiesa cattolica e le dichiarazioni del cardinale austriaco Christoph Schoenborn, secondo il quale le cause degli abusi vanno ricercate anche nel celibato. Il Papa ha poi ricevuto il presidente dei vescovi tedeschi monsignor Robert Zollitsch, con il quale ha discusso lo scandalo dei preti pedofili in Germania. La congregazione per la Dottrina della fede "sta verificando le proprie norme" in materia di abusi sessuali sui minori, ha detto Zollitsch al termine degli incontri avuti in Vaticano.

 

Il discorso del Papa. "Nel modo di pensare, di parlare, di giudicare i fatti del mondo, di servire e amare, di relazionarsi con le persone, anche nell'abito, il sacerdote deve trarre forza profetica dalla sua appartenenza sacramentale, dal suo essere profondo. Di conseguenza - ha affermato il Pontefice - il sacerdote deve porre ogni cura nel sottrarsi alla mentalità dominante, che tende ad associare il valore del ministro non al suo essere, ma alla sua funzione, misconoscendo, così, l'opera di Dio, che incide nell'identità profonda della persona del sacerdote, configurandolo a Sé in modo definitivo".

 

Il celibato sacerdotale - ha detto Benedetto XVI - "è autentica profezia del Regno, segno della consacrazione con cuore indiviso al Signore, espressione del dono di sé a Dio e agli altri. L'orizzonte dell'appartenenza ontologica a Dio costituisce la giusta cornice per comprendere e riaffermare, anche ai nostri giorni, il valore del sacro celibato, che nella Chiesa latina è un carisma richiesto per l'Ordine sacro ed è tenuto in grandissima considerazione nelle Chiese Orientali". "Quella del sacerdote - ha ricordato il Pontefice - è un'altissima vocazione, che rimane un grande mistero, anche per quanti l'abbiamo ricevuta in dono. I nostri limiti e le nostre debolezze devono indurci a vivere e a custodire con profonda fede tale dono prezioso, con il quale Cristo ci ha configurati a sé, rendendoci partecipi della Sua Missione salvifica".

 

Secondo Bendetto XVI, "la comprensione del sacerdozio ministeriale è legata alla fede e domanda, in modo sempre più forte, una radicale continuità tra la formazione seminaristica e quella permanente. La vita profetica, senza compromessi, con la quale serviremo Dio e il mondo, annunciando il Vangelo e celebrando i Sacramenti, favorirà l'avvento del Regno già presente e la crescita del Popolo di Dio nella fede". "Carissimi sacerdoti - ha concluso il Papa teologo - gli uomini e le donne del nostro tempo ci chiedono soltanto di essere fino in fondo sacerdoti e nient'altro. I fedeli laici troveranno in tante altre persone ciò di cui umanamente hanno bisogno, ma solo nel sacerdote potranno trovare quella Parola di Dio che deve essere sempre sulle sue labbra; la Misericordia del Padre, abbondantemente e gratuitamente elargita nel Sacramento della Riconciliazione; il Pane di Vita nuova, 'vero cibo dato agli uomini'".

 

Lo scandalo in Germania. Con il capo della conferenza episcopale tedesca il Pontefice ha discusso anche delle accuse per gli abusi sessuali (ormai 350 casi) su bambini che sarebbero stati compiuti nei decenni passati in vari istituti religiosi e in quasi tutte le diocesi tedesche. Dopo i colloqui avuti in Vaticano, Zollitsch ha annunciato che la congregazione per la Dottrina della fede "sta accogliendo le esperienze nei vari paesi per poi fare una valutazione complessiva ed eventualmente adeguare le proprie norme". Per quanto riguarda la denuncia della chiesa alla magistratura civile, ha specificato che l'episcopato tedesco intende garantire massima collaborazione e - ha detto rispondendo a una domanda dei giornalisti - "il Papa ha esplicitamente confermato il nostro modo di procedere".

 

"Vogliamo portare alla luce la verità - ha detto il vescovo - senza falso rispetto per nessuno o chicchessia, anche cose accadute molto tempo fa, perché le vittime ne hanno il diritto". Per questo è stata avviata una ricognizione delle norme procedurali da seguire in territorio tedesco, una sorta di "catalogo". "Nessun altro Paese, ad eccezione dell'Austria - ha precisato Zollitsch - ha mai adottato norme simili". La Chiesa tedesca, inoltre, sta provvedendo a fornire alle vittime accertate e ai loro familiari "assistenza umana, psicologica e pastorale adeguata alle loro esigenze".

 

Papa Benedetto XVI ha ascoltato ''con grande sgomento, attento interesse e profonda commozione'' le notizie sui casi di ''soprusi pedagogici e abusi sessuali'' avvenuti in Germania, ha aggiunto il presule tedesco nella sua conferenza stampa, e ''ha dato il suo pieno ed esplicito appoggio alle misure da noi adottate'', anche se non è ancora possibile sapere se ''saranno estese ad altri Paesi''.  LR 12

 

 

 

 

"Gli sia messa al collo una macina da mulino..."

 

"... e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli" (Luca 17, 2). Imputati, processi e condanne in dieci anni di pedofilia tra il clero. Intervista con Charles J. Scicluna, promotore di giustizia della congregazione per la dottrina della fede - di Gianni Cardinale

 

ROMA – Monsignor Charles J. Scicluna è il "promotore di giustizia" della congregazione per la dottrina della fede. In pratica si tratta del pubblico ministero del tribunale dell’ex Sant’Uffizio, che ha il compito di indagare sui cosiddetti "delicta graviora", i delitti che la Chiesa cattolica considera i più gravi in assoluto: e cioè quelli contro l’eucaristia, quelli contro la santità del sacramento della penitenza, e il delitto contro il sesto comandamento ("non commettere atti impuri") di un chierico con un minore di diciotto anni. Delitti che un motu proprio del 2001, "Sacramentorum sanctitatis tutela", ha riservato, come competenza, alla congregazione per la dottrina della fede. Di fatto è il "promotore di giustizia" ad avere a che fare, tra l’altro, con la terribile questione dei sacerdoti accusati di pedofilia periodicamente alla ribalta sui mass media. E monsignor Scicluna, un maltese affabile e gentile nei modi, ha la fama di adempiere il compito affidatogli con il massimo scrupolo, senza guardare in faccia a nessuno.

 

D. – Monsignore, lei ha la fama di essere un "duro", eppure la Chiesa cattolica viene sistematicamente accusata di essere accomodante nei confronti dei cosiddetti "preti pedofili".

 

R. – Può essere che in passato, forse anche per un malinteso senso di difesa del buon nome dell’istituzione, alcuni vescovi, nella prassi, siano stati troppo indulgenti verso questi tristissimi fenomeni. Nella prassi dico, perché sul piano dei principi la condanna per questa tipologia di delitti è stata sempre ferma e inequivocabile. Per rimanere al secolo scorso basta ricordare l’ormai celebre istruzione "Crimen sollicitationis" del 1922.

 

D. – Ma non era del 1962?

 

R. – No, la prima edizione risale al pontificato di Pio XI. Poi con il beato Giovanni XXIII il Sant’Uffizio ne curò una nuova edizione per i padri conciliari, ma ne vennero fatte solo duemila copie e non bastarono per la distribuzione che fu rinviata sine die. Si trattava comunque di norme procedurali da seguire nei casi di sollecitazione in confessione e di altri delitti più gravi a sfondo sessuale come l’abuso sessuale di minori.

 

D. – Norme che raccomandavano però il segreto…

 

R. – Una cattiva traduzione in inglese di questo testo ha fatto pensare che la Santa Sede imponesse il segreto per occultare i fatti. Ma non era così. Il segreto istruttorio serviva per proteggere la buona fama di tutte le persone coinvolte, prima di tutto le stesse vittime, e poi i chierici accusati, che hanno diritto – come chiunque – alla presunzione di innocenza fino a prova contraria. Alla Chiesa non piace la giustizia spettacolo. La normativa sugli abusi sessuali non è stata mai intesa come divieto di denuncia alle autorità civili.

 

D. – Quel documento però viene periodicamente rievocato per accusare l’attuale pontefice di essere stato – in qualità di prefetto dell’ex Sant’Uffizio – il responsabile oggettivo di una politica di occultamento dei fatti da parte della Santa Sede.

 

R. – Si tratta di un’accusa falsa e calunniosa. A questo proposito mi permetto di segnalare alcuni fatti. Tra il 1975 e il 1985 mi risulta che nessuna segnalazione di casi di pedofilia da parte di chierici sia arrivata all’attenzione della nostra congregazione. Comunque dopo la promulgazione del codice di diritto canonico del 1983 c’è stato un periodo di incertezza sull’elenco dei "delicta graviora" riservati alla competenza di questo dicastero. Solo col motu proprio del 2001 il delitto di pedofilia è ritornato alla nostra competenza esclusiva. E da quel momento il cardinale Ratzinger ha mostrato saggezza e fermezza nel gestire questi casi. Di più. Ha mostrato anche grande coraggio nell’affrontare alcuni casi molto difficili e spinosi, "sine acceptione personarum", cioé senza riguardi per nessuno. Quindi accusare l’attuale pontefice di occultamento è, ripeto, falso e calunnioso.

 

D. – Nel caso che un sacerdote sia accusato di un "delictum gravius", cosa succede?

 

R. – Se l’accusa è verosimile il vescovo ha l’obbligo di investigare sia l’attendibilità della denuncia che l’oggetto stesso della medesima. E se l’esito di questa indagine previa è attendibile non ha più potere di disporre della materia e deve riferire il caso alla nostra congregazione, dove viene trattato dall’ufficio disciplinare.

 

D. – Da chi è composto questo ufficio?

 

R. – Oltre a me, che essendo uno dei superiori del dicastero, mi occupo anche di altre questioni, ci sono un capo ufficio, padre Pedro Miguel Funes Diaz, sette ecclesiastici e un penalista laico che seguono queste pratiche. Altri officiali della congregazione prestano il loro prezioso contributo secondo le esigenze di lingua e di competenza.

 

D. – Questo ufficio è stato accusato di lavorare poco e con lentezza.

 

R. – Si tratta di rilievi ingiusti. Nel 2003 e 2004 c’è stata una valanga di casi che ha investito le nostre scrivanie. Molti dei quali venivano dagli Stati Uniti e riguardavano il passato. Negli ultimi anni, grazie a Dio, il fenomeno si è di gran lunga ridotto. E quindi adesso cerchiamo di trattare i casi nuovi in tempo reale.

 

D. – Quanti casi avete trattato finora?

 

R. – Complessivamente in questi ultimi nove anni, dal 2001 al 2010, abbiamo valutato le accuse riguardanti circa tremila casi di sacerdoti diocesani e religiosi che si riferiscono a delitti commessi negli ultimi cinquanta anni.

 

D. – Quindi di tremila casi di preti pedofili?

 

R. – Non è corretto dire così. Possiamo dire che grosso modo nel 60 per cento di questi casi si tratta più che altro di atti di efebofilia, cioè dovuti ad attrazione sessuale per adolescenti dello stesso sesso, in un altro 30 per cento di rapporti eterosessuali e nel 10 per cento di atti di vera e propria pedofilia, cioè determinati da una attrazione sessuale per bambini impuberi. I casi di preti accusati di pedofilia vera e propria sono quindi circa trecento in nove anni. Si tratta sempre di troppi casi – per carità! – ma bisogna riconoscere che il fenomeno non è così esteso come si vorrebbe far credere.

 

D. – Tremila quindi gli accusati. Quanti i processati e condannati?

 

R. – Intanto si può dire che un processo vero e proprio, penale o amministrativo, si è svolto nel 20 per cento dei casi e normalmente è stato celebrato nelle diocesi di provenienza – sempre sotto la nostra supervisione – e solo rarissimamente qui a Roma. Facciamo così anche per una maggiore speditezza dell’iter. Nel 60 per cento dei casi poi, soprattutto a motivo dell’età avanzata degli accusati, non c’è stato processo, ma, nei loro confronti, sono stati emanati dei provvedimenti amministrativi e disciplinari, come l’obbligo a non celebrare messa coi fedeli, a non confessare, a condurre una vita ritirata e di preghiera. È bene ribadire che in questi casi, tra i quali ce ne sono alcuni particolarmente eclatanti di cui si sono occupati i media, non si tratta di assoluzioni. Certo non c’è stata una condanna formale, ma se si è obbligati al silenzio e alla preghiera qualche motivo ci sarà...

 

D. – All’appello manca ancora il 20 per cento dei casi.

 

R. – Diciamo che in un 10 per cento di casi, quelli particolarmente gravi e con prove schiaccianti, il Santo Padre si è assunto la dolorosa responsabilità di autorizzare un decreto di dimissione dallo stato clericale. Un provvedimento gravissimo, preso per via amministrativa, ma inevitabile. Nell’altro 10 per cento dei casi poi, sono stati gli stessi chierici accusati a chiedere la dispensa dagli obblighi derivati dal sacerdozio. Che è stata prontamente accettata. Coinvolti in questi ultimi casi ci sono stati sacerdoti trovati in possesso di materiale pedopornografico e che per questo sono stati condannati dall’autorità civile.

 

D. – Da dove vengono questi tremila casi?

 

R. – Soprattutto dagli Stati Uniti che per gli anni 2003-2004 rappresentavano circa l’80 per cento del totale di casi. Per il 2009 la percentuale statunitense è scesa a circa il 25 per cento dei 223 nuovi casi segnalati da tutto il mondo. Negli ultimi due anni, dal 2007 al 2009, infatti, la media annuale dei casi segnalati alla congregazione dal mondo è stata proprio di 250 casi. Molti paesi segnalano solo uno o due casi. Crescono quindi la diversità e il numero dei paesi di provenienza dei casi ma il fenomeno è assai ridotto. Bisogna ricordare infatti che il numero complessivo di sacerdoti diocesani e religiosi nel mondo è di 400 mila. Questo dato statistico non corrisponde alla percezione che si crea quando questi casi così tristi occupano le prime pagine dei giornali.

 

D. – E dall’Italia?

 

R. – Finora il fenomeno non sembra abbia dimensioni drammatiche, anche se ciò che mi preoccupa è una certa cultura del silenzio che vedo ancora troppo diffusa. La conferenza episcopale italiana offre un ottimo servizio di consulenza tecnico-giuridica per i vescovi che devono trattare questi casi. Noto con grande soddisfazione un impegno sempre maggiore da parte dei vescovi italiani di fare chiarezza sui casi a loro segnalati.

 

D. – Lei diceva che i processi veri e propri riguardano circa il 20 per cento dei circa tremila casi che avete esaminato negli ultimi nove anni. Sono finiti tutti con la condanna degli accusati?

 

R. – Molti dei processi ormai celebrati sono finiti con una condanna dell’accusato. Ma non sono mancati quelli in cui il sacerdote è stato dichiarato innocente o dove le accuse non sono state ritenute sufficientemente provate. In tutti i casi comunque si fa non solo lo studio sulla colpevolezza o meno del chierico accusato, ma anche il discernimento sull’idoneità dello stesso al ministero pubblico.

 

D. – Un’accusa ricorrente fatta alle gerarchie ecclesiastiche è quella di non denunciare anche alle autorità civili i reati di pedofilia di cui vengono a conoscenza.

 

R. – In alcuni paesi di cultura giuridica anglosassone, ma anche in Francia, i vescovi, se vengono a conoscenza di reati commessi dai propri sacerdoti al di fuori del sigillo sacramentale della confessione, sono obbligati a denunciarli all’autorità giudiziaria.  Si tratta di un dovere gravoso perché questi vescovi sono costretti a compiere un gesto paragonabile a quello compiuto da un genitore che denuncia un proprio figlio. Ciononostante, la nostra indicazione in questi casi è di rispettare la legge.

 

D. – E nei casi in cui i vescovi non hanno questo obbligo per legge?

 

R. – In questi casi noi non imponiamo ai vescovi di denunciare i propri sacerdoti, ma li incoraggiamo a rivolgersi alle vittime per invitarle a denunciare quei sacerdoti di cui sono state vittime. Inoltre li invitiamo a dare tutta l’assistenza spirituale, ma non solo spirituale, a queste vittime. In un recente caso riguardante un sacerdote condannato da un tribunale civile italiano, è stata proprio questa congregazione a suggerire ai denunciatori, che si erano rivolti a noi per un processo canonico, di adire anche alle autorità civili nell’interesse delle vittime e per evitare altri reati.

 

D. – Un’ultima domanda: è prevista la prescrizione per i "delicta graviora"?

 

R. – Lei tocca un punto – a mio avviso – dolente. In passato, cioè prima del 1898, quello della prescrizione dell’azione penale era un istituto estraneo al diritto canonico. E per i delitti più gravi solo con il motu proprio del 2001 è stata introdotta una prescrizione di dieci anni. In base a queste norme nei casi di abuso sessuale il decennio incomincia a decorrere dal giorno in cui il minore compie i diciotto anni.

 

D. – È sufficiente?

 

R. – La prassi indica che il termine di dieci anni non è adeguato a questo tipo di casi e sarebbe auspicabile un ritorno al sistema precedente dell’imprescrittibilità dei "delicta graviora". Il 7 novembre 2002, comunque, il servo di Dio venerabile Giovanni Paolo II ha concesso a questo dicastero la facoltà di derogare dalla prescrizione caso per caso, su motivata domanda dei singoli vescovi. E la deroga viene normalmente concessa. Avvenire 13

 

 

 

 

Il confessore deve evitare il “complesso di colpa” nel penitente -

 

Il confessore deve evitare il pericolo di creare l’“angoscia del peccato” o il “complesso di colpa” nel penitente e rendere visibile l’amore misericordioso di Dio. E' quanto ha detto mons. Gianfranco Girotti, Reggente della Penitenzieria Apostolica, intervenendo l'8 marzo al “Corso sul Foro interno” tenutosi presso il Papalazzo della Cancelleria a Roma.

Nel prendere la parola durante le recenti giornate di Studio sul Sacramento della Penitenza, promosse ormai da 21 anni dalla Penitenzieria Apostolica, mons. Girotti ha posto da subito l'accento sulla necessità che i sacerdoti siano consapevoli di essere “depositari di un ministero prezioso e insostituibile”.

Inoltre, ha aggiunto, “è assolutamente necessario che, per svolgere bene e fedelmente il suo ministero, ogni confessore, con uno studio assiduo, sotto la guida del magistero della Chiesa, e soprattutto con la preghiera, deve procurarsi la scienza e la prudenza necessaria a questo scopo”.

“Nei seminari, è vero, l’approccio alla confessione è solo quello della teologia o della morale”, ha ammesso. Tuttavia, per fare ben il confessore “occorrono anche conoscenze precise su quanto stabilisce la Chiesa riguardo a determinate situazioni che possono presentarsi in confessionale”.

Da qui la necessità per i sacerdoti “di prepararsi sotto il profilo culturale, psicologico e soprattutto ascetico, pensando che sono chiamati ad interessarsi di cose che non esaltano ma rivelano tutta la debolezza e talvolta la bassezza della condizione umana”.

Senza dimenticare, inoltre, che “la realtà umana è storica e dinamica, cosicché mentre il giudizio astratto può restare immutato, la valutazione degli atti concreti esige una sensibilità teologica e morale molto alta, per non accrescere l’evidente scollamento tra i fedeli e il Sacramento della Penitenza”.

In confessionale, ha continuato, si possono presentare anche i casi più impensati, che possono cogliere impreparato il sacerdote, come quando si affrontano i temi relativi alla bioetica.

Per questo ha invitato a non dimenticare “che il presbitero ha sempre una parola autorevole da dire nelle delicate questioni odierne riguardanti aspetti della pratica medica”.

“Può chiedere allora un po’ di tempo, di pronunziarsi sull’accusa, e consultare la Penitenzieria Apostolica, che entra in causa nelle situazioni in cui il sacerdote non ha la facoltà di assolvere, e nei casi in cui si può trovare impreparato o a disagio”, ha suggerito.

Tra i consigli offerti ai sacerdoti il Reggente della Penitenzieria Apostolica ha evidenziato il fatto che il penitente “ha bisogno di essere incoraggiato a riporre tutta la sua fiducia nell’infinita misericordia di Dio”, per cui ogni confessione dei peccati “deve prorompere in un canto gioioso di lode e di ringraziamento al Padre che 'per primo ci ha amati'”.

Inoltre, ha ricordato, “nell’imporre la penitenza bisogna badare alla sua concreta fattibilità da parte del penitente, privilegiando quelle forme che aiutano a crescere spiritualmente, come l’assistere a una S. Messa, il fare la comunione, o anche aiutare il prossimo in difficoltà o contribuire a sostenere le opere parrocchiali, coniugando vita interiore e impegno sociale, come via maestra del cristiano impegnato”.

Ad un penitente che torna a confessarsi dopo lunghi anni che è stato lontano dalla Chiesa è imprudente dare penitenze complesse e defaticanti, mentre ad una buona monaca di clausura ordinariamente si può assegnare una diuturna preghiera”, ha aggiunto.

Nel penitente occorre però anche “curare la consapevolezza del peccato e delle sue conseguenze e far nascere la ferma decisione di aprire un nuovo capitolo nei rapporti con Dio e con il prossimo nel cuore della Chiesa”.

“E’ bene poi ricordare che il fedele che ha raggiunto l’età della discrezione è tenuto a confessare i peccati gravi almeno una volta l’anno”, e che il penitente “ha la possibilità di confessare i peccati al confessore che preferisce, legittimamente approvato, anche di altro rito”.

In più, il penitente “ha la possibilità di servirsi di un interprete”, “evitati ovviamente gli abusi e gli scandali e fermo restando l’obbligo del segreto”.

Mons. Girotti ha quindi passato in rassegna gli obblighi legati al sigillo sacramentale e al segreto dei penitenti, un tema che la Chiesa ha avuto sempre a cuore e per la cui violazione stabilisce pene severissime che risalgono al IV Concilio Lateranense del 1125, che promulgò la prima legge universale in materia.

A questo proposito, ha sottolineato che il Codice di Diritto Canonico (Can. 1550, §2, 2°) esclude, infatti, “come incapaci dal rendere testimonianza in giudizio i sacerdoti, relativamente a tutto ciò che hanno appreso nella confessione sacramentale, anche nel caso in cui sia stato il penitente a chiedere la deposizione”.

Diversamente, ha osservato, il confessore “peccherebbe d’ingiustizia verso il penitente e di sacrilegio nei confronti del sacramento stesso”, tradendo “la fiducia che il fedele ripone in lui, in quanto ministro di Dio” e rendendo “odioso il Sacramento della Penitenza agli occhi dei fedeli”.

Mons. Girotti ha poi ricordato che il Nuovo Codice di Procedura Penale entrato in vigore in Italia nel 1989 “riconosce il sigillo sacramentale, come parte del segreto professionale accordandovi una particolare tutela” e vincola al sigillo sacramentale esclusivamente il confessore, mentre “tutte le altre persone che per qualsiasi ragione venissero a conoscenza del contenuto di una confessione, come per es. l’interprete o altri che eventualmente ascoltassero, sono vincolati, invece dal segreto”.

“Tale distinzione di responsabilità determina, infatti, in caso di violazione, una diversità di pena”, ha spiegato.

Inoltre, ha proseguito mons. Girotti, “il sacerdote è tenuto al sigillo sacramentale verso chiunque, compreso il penitente. Se, infatti, il confessore desidera parlare con il penitente dei peccati confessati occorrerà il suo permesso, a meno che ciò non avvenga immediatamente dopo la confessione - in tale ipotesi questo sarebbe da considerarsi come la continuazione morale della confessione - oppure il penitente stesso, in successivi incontri, ritorni su qualche considerazione relativa alla precedente confessione”.

Inoltre, ha precisato, “neppure la morte del penitente potrà sciogliere il confessore da questo vincolo.

Infine, mons. Girotti ha ricordato che la Chiesa, a partire da un decreto emanato nel 1988 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, punisce con particolare severità anche “chi viola il segreto relativo alla confessione, registrando per mezzo di strumenti tecnici oppure divulgando per mezzo di strumenti di comunicazione sociale, ciò che viene detto dal confessore e dal penitente”.

“In questo caso – ha concluso –, l’interessato incorre nella pena specifica della scomunica latae sententiae”. Mirko Testa, Zenit 14

 

 

 

 

Vaticano il male nascosto

 

Nel raccontare lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde, Stevenson descrive la doppia presenza, nell’essere umano, del bene e del male. Le due forze si affrontano, e se alla fine è la parte malvagia a vincere non è perché l’eccelsa viene travolta. Il duello non è fra eccelso e abietto, ma fra l’impeto ardente del male e l’inerzia, la scarsa ambizione, l’energia spenta della parte ritenuta buona. Il male trabocca in Jekyll perché Jekyll è un uomo onorato ma mediocre. Perché non ha combattuto il male ma lo ha semplicemente nascosto (di qui il nome Hyde). Così i crimini di pedofilia di tanti uomini di Chiesa: per decenni sono stati nascosti, più che combattuti. A volte sono stati anche protetti: il prete pedofilo che fu spostato nel 1980 da Essen a Monaco, quando Ratzinger era arcivescovo di Monaco e Freising, fu di fatto immunizzato. Non venne allontanato dalle mansioni ecclesiastiche neppure quando, nell’86, un tribunale lo condannò per abuso di minorenni.

 

Ancor oggi cura le anime in una comunità bavarese, nonostante l’offensiva contro la pedofilia iniziata nel frattempo da Ratzinger divenuto Papa. Il prete bavarese non è un caso unico, dicono le cronache da mesi e anni. Se il male s’estende dall’Irlanda alla Germania, all’Austria, all’Olanda, è perché i sosia malvagi di tanti sacerdoti erano più forti e vitali di una Chiesa inerte. Così vasto è l’evento, che nessun commento pare all’altezza. Non mancano parole di contrizione, dolore. Spesso il male è deplorato, ma non la sua radice. Non la mediocrità, che ha consentito all’infamia di sopraffare e le ha risposto con l’occultamento anziché con la verità. In Germania si promettono tavole rotonde: questo sotterfugio dell’astuzia politica che trasforma fatti e misfatti in dibattiti di idee. Il più mediocre dei sotterfugi, e il più lontano dalla conversione. Sono simili stratagemmi a colpire, più ancora di crimini che non sono nuovi, in comunità che cercano il male fuori e non dentro di sé. Quel che veramente disorienta, nella reazione di tanti prelati, è il tono con cui il male viene discusso: allarmato, sì, ma non sconvolto.

 

A volte domina la sociologia, altre la psicologia, sempre il metro politico dell’autorità. Mai la domanda su un bene a tal punto privo di sale da farsi sommergere; sul divario tra il dire e l’agire; su una difesa di valori etici così rigida da secernere non-valori; sulla parola del Vangelo infine, ridotta a muta ombra. In Luca, Gesù descrive ai discepoli i re delle nazioni, detti benefattori, e prescrive: «Voi, però, non così. Ma chi tra voi è il più grande diventi il più piccolo, e chi governa diventi come colui che serve». «Voi, invece, così come qualsiasi politico»: tale la via che per il momento sembra prescelta. La via di padre Federico Lombardi ad esempio, portavoce vaticano, che il 9 marzo dichiara: «Certamente quanto compiuto in certi ambienti religiosi è particolarmente riprovevole, data la responsabilità educativa e morale degli uomini di Chiesa. Ma chi è obiettivo e informato sa che la questione è molto più ampia, e il concentrare le accuse solo sulla Chiesa falsa la prospettiva». La reazione è da politico, non da Figlio della Luce. Sono i politici a diluire i misfatti nella forza dei numeri, delle percentuali, dell’Altro più colpevole.

 

Citando un’inchiesta del governo austriaco padre Lombardi ricorda: «17 casi di molestie o violenze ascrivibili a religiosi cattolici, 510 in altri ambienti. Non sarebbe giusto, innanzitutto per le vittime, che ci si occupasse almeno un poco anche di loro?». È il numero che conta, quasi più del male. Anche se il disastro fa soffrire specialmente chi lo patisce, incolpevole, dentro la Chiesa. Non meno mediocre è il dibattito di idee sulla stampa vaticana e ai vertici della Chiesa. Ha cominciato l’arcivescovo di Vienna Schönborn, a evocare la questione del celibato (poi s’è corretto: l’ignominia non nasce qui). Non ci sarebbero violenze a bambini, forse, se il sacerdote non fosse condannato a deserti sentimentali. Evocata in questo contesto, la questione molto seria del celibato è usata per psicologizzare, dunque minimizzare. Si ricorderà la proposta di Cesa, segretario Udc, quando nel 2007 si scoprì che il deputato Cosimo Mele frequentava prostitute e droga in un hotel romano. Cesa suggerì stipendi più alti ai deputati, per aiutarli a fuggire le tentazioni trasferendo le mogli a Roma.

 

Forse ancora più improprio l’accenno alle donne, presentate come panacea in prima pagina dell’Osservatore Romano, in un commento di Lucetta Scaraffia dell’11 marzo. Ecco l’ora di «recepire la rivoluzione femminile», e «ampliare il ruolo delle donne» nel governo ecclesiale. Anche qui l’esigenza è seria: nella cristianità, le donne hanno testimoniato spiritualità altissima. Non è tuttavia la spiritualità quel che interessa l’autore, né l’amore o l’ascesi (parole assenti nel commento). È la capacità femminile di controllare la sessualità e l’istinto omertoso del prete maschio: «Nelle dolorose e vergognose situazioni in cui vengono alla luce molestie e abusi sessuali da parte di ecclesiastici su giovani a loro affidati, possiamo ipotizzare che una maggiore presenza femminile non subordinata avrebbe potuto squarciare il velo di omertà maschile che spesso in passato ha coperto con il silenzio la denuncia dei misfatti. Le donne infatti (...) sarebbero per natura più portate alla difesa dei giovani in caso di abusi sessuali, evitando alla Chiesa il grave danno che questi colpevoli atteggiamenti le hanno procurato».

 

Leggendo queste parole, viene in mente il film di John Patrick Shanley «Il Dubbio». Suora Aloysius, che dirige nel Bronx una scuola cattolica, è divorata da un sospetto, sul comportamento del carismatico padre Flynn: i suoi comportamenti verso un allievo sarebbero impuri. Non si saprà se il padre abbia davvero peccato, e se la suora-inquisitrice dubiti alla fine del proprio dubbio. Certo è che la donna occhiuta agisce proprio come consigliato sull’Osservatore Romano: con la mera sua presenza, la sorella «squarcia il velo di omertà maschile», convinta di esser «per natura più portata alla difesa dei giovani» abusati sessualmente. Non ha verticalità spirituale, non soffre per i Piccoli: vive l’orizzontalità di un rapporto di potere che la tramuta in poliziotto feroce. Le donne-Torquemada sono frequenti, nelle storie totalitarie. Nelle tavole rotonde, la parola di Gesù si spegne. La stessa suora Aloysius l’ammette: «Nel combattere il male, ci si deve allontanare da Dio».

 

Di tutto si discute  dei rapporti di forza tra uomo e donna, di sociologia, di psicologia  ma non della persona di Cristo. Tanto più prezioso un libro appena pubblicato da Carocci, a cura di Alberto Melloni e Giuseppe Ruggieri. Il Vangelo basta dice precisamente questo: in fondo non c’è bisogno d’altro che della Scrittura. Secondo Paolo Giannoni, teologo e eremita camaldolese, il Vangelo non ignora la serietà del male e del peccato. Decide anzi di «toccarlo», di non averne paura, per meglio rivelarlo. Gesù stesso diventa maledizione, toccando l’impuro: «Si contamina e diventa carne offesa dal peccato, dalla malattia e dalla morte. Diventa il maledetto».

 

Tornare al Vangelo non è, secondo gli autori, darsi una morale, e leggi nascostamente trasgredite. «La Chiesa non è un’agenzia di etica». Gli autori consigliano la pazienza di Cristo: la fatica di sciogliere i nodi, la non precipitosa ma lenta, meditata separazione del grano buono dalla zizzania, come nella parabola di Matteo. L’insegnamento della parabola originaria è totalmente evaporato: ciò che rimane sul terreno è il cadavere della parabola di Gesù, ormai irrimediabilmente corrotto», scrive don Giuseppe Ruggieri). È il moltiplicarsi sfrenato di leggi autoritarie che fa dimenticare Gesù: i nuovi farisei commettono reati o li coprono. Da fraternità, la Chiesa immaginata da numerosi suoi reggenti scade in confraternita che esclude, in setta recintata. Tutte queste cose, il Concilio Vaticano II le aveva cominciate a dire: il suo dire sapeva di sale. Averlo abbandonato lascia la Chiesa davanti a parabole corrotte e a una miriade di Mr. Hyde. Incapace di tenerli a bada, perché troppo abituata a nasconderli. Incapace di vincerne l’energia, perché portata a disperare nella trasformazione e nel miglioramento dell’«incongruo miscuglio» che il vecchio Jekyll è diventato. BARBARA SPINELLI LS 14

 

 

 

Il Papa nella chiesa luterana, insieme 500 anni dopo

 

IL TRAGITTO che il Papa compirà questa sera dalla Città del Vaticano alla Chiesa evangelica luterana di Roma, in via Sicilia, sarà un percorso breve, ma che attraversa, in realtà, quasi 500 anni di storia. La frattura che nel 1517 segnò profondamente l’Europa ed il mondo potrebbe cominciare ad essere ridotta, in un mondo sempre più piccolo, in cui il cristianesimo ha ancora molto da dire.

Già nel 1983, in occasione del cinquecentesimo anniversario della nascita di Martin Lutero, Giovanni Paolo II visitò la comunità luterana della Capitale. Oggi, a 25 anni da quella storica visita, il suo successore rinnova l’evento. Stavolta, però, c’è qualcosa di diverso; perlomeno sotto tre aspetti. Il primo è, banalmente, quello attinente alla storia personale del Pontefice.

Non possiamo non notare, infatti, che tutta la sua vita, di uomo e di ecclesiastico, si è svolta, per così dire, in tensione con la Chiesa luterana. La sua nascita tedesca, tanto per cominciare, lo ha posto naturalmente nella condizione di crescere e di formarsi in una terra che è stata la culla della Riforma e che dunque, da cinque secoli, conosce e sperimenta lo scandalo ed il fermento di una Chiesa tanto divisa quanto alla ricerca di una nuova unità. In questa terra (ed in questa condizione) Ratzinger non solo ha studiato, ma ha anche insegnato, mantenendo un dialogo profondo con i teologi luterani, allorché occupava le cattedre di teologia dei più prestigiosi atenei tedeschi. Infine, bisogna ricordare il suo ruolo di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede già nel 1999, anno in cui, cioè, cattolici e luterani hanno firmato la storica Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione. Un testo tanto importante, quanto, purtroppo, sconosciuto, che il Papa stesso, nel suo messaggio alla Federazione luterana mondiale del 2005 ha definito «una pietra miliare nel comune cammino verso la piena unità visibile».

Il secondo aspetto che merita sottolineare ha un carattere, per così dire, teologico-liturgico. Quella di Benedetto XVI non sarà una “semplice” visita a coloro che egli stesso ama chiamare i «cari amici luterani», bensì una vera e propria partecipazione del Romano Pontefice ad un Culto cristiano luterano. Diversamente dalle altre occasioni in cui un Papa si è recato nei luoghi santi delle altre fedi o confessioni, stavolta egli parteciperà al Culto domenicale della comunità luterana del Lazio, ascolterà la predicazione del Pastore Kruse su un capitolo di un’epistola paolina ed egli stesso pronuncerà un’omelia su un passo del Vangelo di Giovanni. Testi indicati dalla liturgia del giorno, specificano gli organizzatori, quasi a voler ribadire la naturalezza liturgica di questa celebrazione. Ed è qui che sta il grande passo: per la prima volta dalla Riforma ad oggi, un Papa ascolterà la predicazione contenuta in un Culto protestante ed egli stesso parteciperà con una propria predicazione. Cattolici e luterani, insomma, come quei due discepoli che, percorrendo insieme la via di Emmaus dopo la Pasqua, si interrogavano sul senso delle Scritture e si posero in ascolto dell’unica Parola.

In ultimo, il terzo punto che può essere sottolineato è quello che riguarda la collocazione spazio-temporale di questo incontro. Le dichiarazioni stampa con cui l’evento è stato annunciato tendono a specificare la qualifica di Vescovo di Roma con cui il Papa è stato invitato e con cui sarà accolto dalla comunità luterana romana. Ad una prima lettura questa specificazione potrebbe sembrare destinata a circoscrivere (o a sminuire) la portata dell’evento. In realtà vi si può leggere una dimensione profetica, o, se vogliamo, di realismo politico. Nell’ordinamento canonico il Papa è capo della Chiesa cattolica in quanto Vescovo di Roma; non viceversa. La successione sulla cattedra di Pietro è, dunque, il cuore e la radice del suo ministero di servizio per l’intera Chiesa. Benedetto XVI ha più volte ribadito, con le parole e con i gesti, il suo attaccamento ed il radicamento del (suo) pontificato nella dignità episcopale. Significativo, ad esempio, il fatto che abbia tolto dal suo stemma il simbolo del Triregno (la corona dei Papi) per sostituirlo con la semplice Mitra (il copricapo dei Vescovi). Il Papa, insomma, è Vescovo e pastore della sua città e, come tale, partecipa con la sua Chiesa alla ricerca di una unità più profonda con tutti i cristiani. Benedetto XVI ha scelto questo profilo apparentemente più dimesso, ma in realtà più concreto e funzionale, già nel dialogo con le Chiese bizantine ed ora lo rinnova con la Chiesa luterana. E così facendo incarna, in modo autentico, quella funzione di primus inter pares che gli è propria: pari in dignità, primo nel servizio all’intero ecumene cristiano. Ed è in questa prospettiva, in bilico tra una unità mistica che i cristiani spiritualmente celebrano ed una concreta riunificazione che attivamente ricercano, che si colloca, anche temporalmente, questo evento di cronaca.

L’11 Dicembre dell’83, quando Giovanni Paolo II visitò la Cristuskirche di via Sicilia, era la terza domenica di Avvento, Benedetto XVI lo farà stasera, quarta domenica di Quaresima. Queste due domeniche, nel calendario liturgico latino, sono due giorni unici. Entrambe si collocano nei due tempi forti della vita della Chiesa, tempi contraddistinti da una particolare austerità. Entrambe, però, esprimono un profondo senso di gioia, tanto che la tradizione le indica con due termini, presi dalla liturgia della Parola, che significano la letizia a cui il cristiano è chiamato (la terza domenica di Avvento è la cosiddetta domenica “Gaudete!”, la quarta di Quaresima è la domenica “Laetare!”). Come la liturgia celebra questi due giorni nei tempi penitenziali per rammentare ai fedeli che l’attesa, la tensione e la precarietà che il cristiano vive non sono mai momenti di afflizione né di disperazione, perché tutto è rischiarato dal sole della Pasqua, la collocazione in questa domenica dell’incontro tra il Papa e la comunità luterana assume un significato assai eloquente. Sembra quasi volerci rendere memori delle sofferenze che la divisione della Chiesa comporta, coscienti delle reali difficoltà che il cammino ecumenico incontra, ma forti nella speranza che un giorno la Chiesa tornerà ad essere, anche visibilmente, una, santa, apostolica ed universale. Una meta ancora lontana, ma certo assai più vicina da stasera.

Le difficoltà continueranno a non mancare e certo non sono mancate; neanche agli organizzatori di questo incontro che, ne siamo certi, avranno trovato ostacoli e detrattori da entrambe le parti, ma sarebbe bello se, a quasi 500 anni dalla Riforma, fossero proprio il Vescovo di Roma nato in Germania e la Chiesa luterana che vive a Roma ad inaugurare una nuova tappa del cammino ecumenico. Dopo l’ecumenismo della conversione, figlio della controriforma e quello del dialogo che si espresse nel Vaticano II, nell’epoca dell’Europa unita politicamente ed economicamente ed in un mondo sempre più globalizzato, potrebbe essere giunto il momento perché i cristiani sperimentino, nella vita di tutti giorni e nelle loro città, l’ecumenismo dell’incontro. FRANCESCO SPANO IM 14

 

 

 

 

Denunce e richieste di risarcimento, ora la Santa Sede teme il fronte italiano

 

Sono gli stessi sacerdoti a raccontare vecchie storie di abusi, chiedendo che riaffiori la verità - Papa Ratzinger ha esortato la Chiesa alla trasparenza, ma il Vaticano è preoccupato - Un libro scritto da un sacerdote anonimo raccoglie gli ultimi esposti alle procure - di MARCO ANSALDO

 

CITTÀ DEL VATICANO - Forse era inevitabile. Di certo se l'aspettavano tutti, anche in Vaticano. Ma che lo scandalo dei preti pedofili arrivasse prima o poi anche in Italia sembrava più che un'ipotesi. Era una preoccupazione latente. Ora, una certezza, visto che le prime denunce sono già partite. Dopo i casi scoppiati negli Stati Uniti nel 2002, quelli in Brasile del 2005, le condanne in Australia nel 2008, il rapporto Murphy sugli abusi in Irlanda nel 2009, e le recentissime inchieste avviate nel 2010 in Germania, Austria e Olanda, la Santa Sede dovrà prepararsi per un nuovo fronte.

 

Non è stato infatti un caso se, solo pochi giorni fa, la diocesi di Bolzano e Bressanone, colpita dall'eco dello sconcerto provocato nella vicina area di lingua tedesca, ha indicato sul proprio sito un indirizzo e-mail al quale le vittime possono fare segnalazioni. Un'azione preventiva, avviata dal vescovo Karl Golser, nel segno della trasparenza totale raccomandata da Papa Ratzinger. Già l'altro ieri un altoatesino si è fatto avanti, raccontando al giornale Tageszeitung gli abusi subiti da ragazzo, negli Anni sessanta, da cinque frati durante un soggiorno estivo in un convento di Bolzano. Violenze avvenute "nei vigneti, in cantina e in stanza". Subito dopo è stata la volta di un ex studente di un collegio di Novacella, nei pressi di Bressanone, che ha denunciato anche frustate.

A Firenze è poi tornata alla ribalta ieri la vicenda di don Lelio Cantini, il prete colpevole di abusi sessuali contro minori compiuti fra il 1973 e l'87, da parroco della Chiesa "Regina della pace". Dopo lunghe vicende processuali, nel 2008 Cantini fu ridotto da Benedetto XVI allo stato laicale. Ora le sue vittime imputano alle autorità ecclesiastiche la "mancata consapevolezza delle loro responsabilità". Dice Francesco Aspettati, a nome di tutti: "Troppo facile offrire la testa del pedofilo di turno senza affrontare il vero problema: perché, quando abbiamo chiesto di essere ascoltati, la Chiesa ci ha prima intimato il silenzio, accusato di accanimento, e poi minacciato e invitato a dimenticare?".

 

Altre storie riemergono, descritte in dettaglio nel libro "Il peccato nascosto" (editore Nutrimenti, curato da Luigi Irdi) in uscita mercoledì. L'autore, che si firma come Anonimo - sigla che comprende il contributo di più mani fra cui quella di un sacerdote che ha preferito non comparire in prima persona - raccoglie le tante denunce arrivate di recente in varie Procure d'Italia. C'è la vicenda di un gruppo di bambine di un paese vicino a Cento, diocesi di Ferrara, abusate da don Andrea Agostini, condannato nel 2008 a 6 anni e 10 mesi di reclusione, e al risarcimento di 28mila euro. Il loro avvocato, Claudia Colombo, aveva anche scritto al cardinale di Bologna, Carlo Caffarra, chiedendo una presa di responsabilità della curia locale. Nel dispositivo della sentenza i giudici di primo grado hanno denunciato "il silenzio dei vertici ecclesiastici e la loro ritrosia a mettere sul tappeto le notizie sulle accuse che già da tempo circolavano".

 

Un altro caso descritto è quello di una parrocchia alla periferia nord di Roma, dove don Ruggero Conti, parroco della Natività di Maria Santissima, è stato processato nel febbraio 2008 al palazzo di giustizia di Roma per abusi sessuali nei confronti di sette ragazzi che hanno testimoniato le violenze al pubblico ministero Francesco Scavo.

Ma, fra i tanti, il caso forse più atroce è quello di Alice, una bambina di 8 anni di Bolzano, per un lungo periodo violentata, filmata, abusata con il messale in mano dall'educatore al quale i genitori l'avevano affidata per insegnarle il catechismo. L'accusato, don Giorgio Carli, affrontati tutti i gradi di giudizio per accuse che risalgono agli anni Ottanta - e sempre condannato - il 19 marzo 2009 viene "assolto" dalla terza sessione penale della Cassazione che dichiara quei reati prescritti per effetto della legge ex Cirielli. La sentenza, pur confermando l'autenticità dei fatti, può contemplare solo la condanna al risarcimento. Peraltro mai giunto.

 

Il Vaticano, che conosce molti dei casi, appare preoccupato. Non solo per una questione di immagine. Ma anche perché l'apertura del fronte italiano significherebbe l'avvio di cause di risarcimento di cui difficilmente le sole diocesi potrebbero farsi carico. La Curia teme questo rischio. In alcuni casi sono addirittura i sacerdoti a denunciare storie ormai sepolte, con documentazioni e dossier. Chiedono loro stessi trasparenza, perché la verità, dopo tanti anni, finalmente riaffiori. LR 14

 

 

 

 

Quando il relativismo è un alibicondividi 

 

Continua imperterrita la civiltà degli alibi, delle scuse, delle circostanze attenuanti. Il crimine non è individuale. L’accusa diventa generica o generalizzabile e il diritto alla difesa non è più un fatto destinato a un imputato singolo. Il popolone può permettersi, nella sua voglia naturale di linciaggio, di menare bastonate a casaccio e si soddisfa di avere, comunque, impartito giustizia. I giudici, i condannati e, seppur con minore probabilità, anche le vittime tornano ai propri posti e nei loro ruoli con la netta sensazione dell’impotenza e del rammarico. Nella nebbia dell’imprecisione si sta sfogando, oggi, l’attenzione sulla pedofilia negli ambienti religiosi di qualche diocesi europea. Dove sta la novità? Di che cosa ci dovremmo preoccupare?

 

È soltanto un ribrezzo che continua, una nausea disperata senza vomito liberatorio. La storia e la geografia dell’intero globo terracqueo sono avvilite dalla costanza del fenomeno della pedofilia e della sua insopportabile frequenza negli ambiti religiosi. Da Pasquino a Belli, da Boston alla California, dal Brasile all’Australia, dal documentario «Sex crimes and the Vatican» al «John Jay Report», da prelati a suore, il dossier è gonfio di obbrobrio indiscutibile. Le edulcorazioni possibili riferite a condanne limitate, coperture magiche, nascondigli assolutori, rendono fumoso l’argomento. Ed ecco il colpo di genio, quello del «mal comune mezzo gaudio», della giustificazione lamentosa, delle recondite ragioni. Le mie più sentite congratulazioni. Navarro Valls avrà avuto un brivido. Nelle sue mani la cosa sarebbe stata trattata con maggiore saggezza e minor coda di paglia. Altrettanto per la questione del celibato citato quale causa prima che originerebbe il problema. Non credo che avrebbe fatto il benché minimo riferimento a questo vincolo.

 

È che i singoli dovrebbero capire quando stare zitti se c’è in ballo il pensiero, discutibile o no, condivisibile o no, di un capo unico e infallibile. Nei Comandamenti, tanto per rimanere da queste parti, non si fa cenno al fatto che un ladro lo sia più o meno in confronto a un altro ladro, o che un assassino sia meno assassino in base al tipo di vittima. Il pedofilo fa schifo o pena sicuri, senza alcuna relazione con i vestiti o le maschere che indossa, il suo stato anagrafico o altre bazzecole psichiatroidi. Ma il relativismo non era stato messo all’indice? MINA

LS 14

 

 

 

 

Katholische Kirche. Die Krise erreicht den Papst

 

Der Missbrauchsskandal erschüttert die katholische Kirche existentiell. Sie ist in der Krise, weil sie sich immer noch stärker selbst bemitleidet, statt den Opfern zu helfen. Jetzt geht es um das Vertrauen, das mehr als eine Milliarde Katholiken in den Pontifex setzen können. Ein Kommentar von Matthias Drobinski

 

Nun also betrifft der Missbrauchsskandal in der katholischen Kirche den Papst selber. Während Benedikt XVI. in Rom mit dem deutschen Bischofskonferenzvorsitzenden und Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch redet und beide sich anschließend ehrlich betroffen angesichts der Übergriffe von Priestern und Ordensleuten zeigen, verdichten sich die Hinweise: Als Josef Ratzinger Erzbischof von München und Freising war, kam ein Pfarrer von Essen nach München, um dort eine Therapie zu beginnen.

Der Pfarrer hatte in Essen Jugendliche sexuell missbraucht. Er wurde in München wieder in der Seelsorge eingesetzt, er hat 1986 wieder Jugendlichen sexuelle Gewalt angetan, wofür er verurteilt wurde.

 

Hat der heutige Papst damals einen folgenschweren Fehler gemacht? Das ist noch völlig unklar. Joseph Ratzinger hat nach jetziger Erkenntnis gewusst, warum der Priester von Essen nach München versetzt wurde. Die Entscheidung, den Mann parallel in der Seelsorge einzusetzen, hat er nicht getroffen. Dem damaligen Generalvikar Gerhard Gruber kann man zugute halten, dass er der Therapiegläubigkeit der 80er Jahre erlag und den Pfarrer für in der Seelsorge einsetzbar hielt. Aber es bleiben Fragen, drängend sind sie, und beantworten kann sie letztlich nur Papst Benedikt XVI. in Rom. Er sollte sie beantworten, um der Klarheit und der Wahrheit willen, nicht, weil er an den Pranger gehört.

 

Existentielle Krise  - Doch egal, wie der Münchner Fall sich entwickelt - er zeigt, wie tief, geradezu existentiell die Kirche in die Krise geraten ist. Benedikt XVI. hat sexuellen Missbrauch auf das schärfste verurteilt, man kann ihn insofern nicht als Vertuscher oder Leugner hinstellen. Und trotzdem hat das Thema ihn erreicht; jetzt geht es um das Vertrauen, das mehr als eine Milliarde Katholiken in der Welt in den Pontifex setzen können - oder nicht.

Es hat sich also zur grundlegenden Vertrauenskrise entwickelt, was mit einzelnen Fällen im Berliner Canisiuskolleg begann. Die Vertrauenskrise wird sich in den Kirchenaustrittszahlen widerspiegeln, sie spiegelt sich jetzt schon in dem wider, was Menschen erfahren, die sagen, dass sie der katholischen Kirche angehören. Eltern müssen erklären, warum sie noch ihre Kinder in der Ministrantengruppe lassen, Priester müssen darlegen, dass sie nicht mit permanentem Triebstau durchs Leben gehen. Und die Bischöfe müssen sich gegen Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenbergers Verdikt verteidigen, die Kirche wolle ihr eigenes Recht bei der Aufklärung schaffen.

 

Starkes Selbstmitleid - Aber die katholische Kirche hat sich selber in diese Lage gebracht. Erzbischof Zollitsch hat geschwiegen, wo er sofort hätte reden sollen. Der Jesuitenpater Klaus Mertes, der in Berlin die ersten Fälle öffentlich machte, wird intern als Getriebener hingestellt. Es fehlt nicht an Hinweisen aus Bischofskreisen, dass es doch anderswo auch schlimm sei und die Journalisten nun ein Kesseltreiben veranstalteten wie einst die Nazis mit ihren Sittlichkeitsverbrechern. Ja, es gibt anderswo Missbrauch, ja, die Kirche hat sich 2002 Leitlinien gegeben - übrigens auch damals erst auf öffentlichen Druck hin. Doch wer als Betroffener so redet, erweckt den Eindruck, er wolle vor allem die eigene Institution schützen, ausgerechnet dort, wo sie ihren Auftrag am schmählichsten verrät.

Die Kirche ist nicht in die Vertrauenskrise geraten, weil sie ein Verein von Missbrauchern ist. Sie ist in der Krise, weil sie sich immer noch stärker selbst bemitleidet, statt den Opfern zu helfen, zum Beispiel mit einem Entschädigungsfonds. Sie ist in der Krise, weil sie nicht zugeben will, dass der Priester- und Ordensberuf Männer mit sexuellem Identitätsproblem anzieht. Es ist eine Krise, die das gesamte Land angeht, weil in der Kirche bislang eine Nähe und Wärme möglich war, die anderswo in der Gesellschaft knapp geworden ist. Dieses knappe Gut könnte sie nun verspielen. Auch da ist nun der Papst gefragt. SZ 13

 

 

 

 

Missbrauchsskandal. Vatikan glaubt an Verschwörung gegen den Papst

 

Der Vatikan sieht Kräfte am Werk, die dem Papst im Skandal um sexuelle Missbrauchsfälle direkt schaden wollen. Für jeden objektiven Beobachter sei aber klar, "dass diese Versuche gescheitert sind", meinte ein Vatikan-Sprecher. In der Zeit Benedikts als Erzbischof wurde ein Priester in der Gemeindearbeit eingesetzt, der wegen Missbrauchs vorbelastet war.

Im Skandal um sexuelle Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche in Deutschland sieht der Vatikan einen direkten Angriff auf Papst Benedikt XVI.

 

„In den letzten Tagen gab es einige, die mit einer gewissen Verbissenheit in Regensburg und in München nach Elementen gesucht haben, um den Heiligen Vater persönlich in die Missbrauchs-Fragen mit hineinzuziehen“, kritisierte Vatikan-Sprecher Federico Lombardi in Rom. Für jeden objektiven Beobachter sei aber klar, „dass diese Versuche gescheitert sind“,

In Regensburg geht es um Missbrauchsfälle bei den Domspatzen, die Benedikts Bruder Georg Ratzinger lange Zeit geleitet hatte.

In dem jüngsten Münchner Fall sei deutlich, dass der damalige Münchner Erzbischof Joseph Ratzinger nichts zu tun gehabt habe mit Entscheidungen, „nach denen es später dann zu den Missbräuchen kommen konnte“, betonte der Papst-Sprecher.

Ratzinger hatte als Erzbischof im zuständigen Kirchengremium der Versetzung eines wegen Kindesmissbrauchs vorbelasteten Priesters von Essen nach München zugestimmt. Der Mann wurde in München wieder in einer Gemeinde eingesetzt, fiel nach einiger Zeit erneut mit pädophilen Handlungen auf und wurde deshalb auch verurteilt.

 

Lombardi hielt fest, das Erzbistum München habe mit einem ausführlichen und detaillierten Statement auf die Fragen zu dem Priester geantwortet, der sich des Missbrauchs schuldig gemacht hatte.

„Trotz des Sturms hat die Kirche deutlich den Weg, den sie gehen soll, vor Augen – unter der sicheren und strengen Führung des Heiligen Vaters.“ Lombardi spricht von „klarem Kurs auch bei hohem Wellengang“.

Zu hoffen sei jetzt, „dass diese Turbulenz letztendlich eine Hilfe für die Gesellschaft insgesamt sein kann, um im Schutz und der Ausbildung von Kindern und Jugendlichen immer besser zu werden“, schloss der Jesuitenpater seine Stellungnahme. Dpa 13

 

 

 

 

Analyse: Krisengipfel im Vatikan

 

Rom. Eigentlich sollte es reine Routine sein. Robert Zollitsch wollte dem Papst in einer Audienz berichten, was auf der jüngsten Versammlung der deutsche Bischöfe so alles besprochen worden ist.

 

Doch die sich in der Heimat türmenden Berichte und Zeugnisse über sexuellen Missbrauch und Übergriffe ließen Benedikt XVI. keine Wahl: Er musste sich im Apostolischen Palast von dem Vorsitzenden der Bischofskonferenz schmerzlich vor Augen führen lassen, in welche Krise seine Kirche zu stürzen droht - und im Strudel auch Bruder Georg Ratzinger als ehemaliger Leiter der Regensburger Domspatzen.

 

Benedikts Rezept nun: Er stärkt den Bischöfen nachdrücklich den Rücken, "unbeirrt und mutig" diesen Skandal aufzuarbeiten und jene Instrumente noch zu schärfen, die künftige Fälle verhindern könnten. Die Bischöfe geben sich sicher, das aus eigener Kraft tun zu können.

 

Vor wenigen Wochen erst musste Benedikt die irischen Bischöfe nach Rom zitieren, um ihnen nach dem Skandal dort zu sagen, was für ein "abscheuliches Verbrechen" der Missbrauch von Minderjährigen hinter Kirchenmauern ist. Jetzt galt es, mit Zollitsch nach Wegen zu suchen, um das stark beschädigte Image der Moral-Instanz Kirche so rasch wie möglich wieder aufzupolieren. "Er ermutigt uns, den eingeschlagenen Weg der lückenlosen und zügigen Aufklärung konsequent fortzusetzen", resümierte Zollitsch - und ging "gestärkt" aus dem Gespräch in Rom.

 

Der Kalender wollte es, dass der Krisengipfel im Vatikan auf den Tag genau zehn Jahre nach der historischen "Beichte der katholischen Kirche" im Apostolischen Palast einberufen wurde: Am 12. März 2000 hatte Benedikts Vorgänger Johannes Paul II. im Petersdom, vor einem Kreuz kniend, die Sünden der "Söhne der Kirche" in zwei Jahrtausenden bereut und bedauert. Am Freitag war es der Chef der deutschen Bischöfe, der sich (erneut) entschuldigte - bei all denen, die teils vor langer Zeit in Einrichtungen der Kirche leiden mussten.

 

Mit seinem Ruf nach Null Toleranz, Transparenz und vorbeugenden Strategien gegen Missbrauch in seiner Kirche hatte Benedikt eine Notbremse gezogen. Wenn, angestoßen wie Domino-Steine, in einem Land nach dem anderen nun dunkle Vergangenheit aufgearbeitet wird, dann grenzt die Aufgabe dieses Pontifex an eine Sisyphus-Arbeit.

 

Vor zwei Jahren hat er seine Haltung unmissverständlich demonstriert: Benedikt traf sich in den USA als erster Papst mit Opfern pädophiler Priester und rief die beschmutzte Kirche dort beschämt zu "Reinigung und Erneuerung" auf. Und als er vor einem Monat die 24 Bischöfe aus Irland in den Vatikan zitierte, um die tausendfachen Missbrauchsfälle dort zu erörtern, ging es bereits darum, Opfern zu helfen, künftige Fälle durch eine kontrolliertere Priesterausbildung zu begrenzen und die Kirche wieder glaubwürdiger zu machen. Zumal diese in Ländern jetzt am Pranger steht, in denen ihr sowieso schon der Wind der Säkularisierung ins Gesicht bläst. Die Kirche von einer Glaubenskrise erfasst - und jetzt auch das noch.

 

Das Zölibat abschaffen, weg von einer zu strengen Sexualmoral? Der konservative Pontifex sieht, dass Kirchenreformer die Ehelosigkeit der Priester gerne auf den Müllhaufen der Kirchengeschichte werfen möchten. Und er liest, dass der Wiener Kardinal Christoph Schönborn die Schlagzeile dementieren muss, er habe das umstrittene Zölibat infrage gestellt. Die Debatte ist in Gang gesetzt, angetrieben von der Suche nach den Ursachen der Missbrauchswelle.

 

Diesen Sturm will der für den Klerus zuständige Kurienkardinal Claudio Hummes gern überstehen: "Das Zölibat ist ein Geschenk des Heiligen Geistes, das mit Überzeugung und Freude gelebt werden muss, in der allumfassenden Beziehung mit dem Herrn." Soweit der Vatikan zu der kritischen Frage. Für Joseph Ratzinger ist das Zölibat ein "heiliger" Wert der Kirche. (dpa 13)

 

 

 

Entschuldigung gefordert. Kirchen-Reformer setzen den Papst unter Druck

 

Benedikt XVI. gerät immer stärker unter Zugzwang. Die katholische Bewegung "Wir sind Kirche" macht ausdrücklich den Papst für den Missbrauchsfall in seiner Zeit als Münchner Erzbischof verantwortlich. Damals wurde ein vorbelasteter Priester in der Gemeindearbeit eingesetzt. Die Reformer halten eine Entschuldigung für überfällig.

Papst Benedikt XVI. schweigt zum Missbrauchsskandal in der deutschen Kirche und rückt damit zunehmend ins Zentrum der Kritik. „Wir sind enttäuscht, dass der Papst bisher kein mitfühlendes Wort für eine Bitte um Vergebung und Versöhnung gefunden hat“, sagte der Sprecher der Reformbewegung „Wir sind Kirche“, Christian Weisner. Es reiche nicht aus, dass der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz nach einer Papst-Audienz – so wie am Freitag – nur berichte, dass das Oberhaupt der Kirche erschüttert sei.

 

Unterdessen sieht sich Papst-Bruder Georg Ratzinger mit neuen Details aus seiner Zeit bei den Regensburger Domspatzen konfrontiert. Die Politik debattiert über Konsequenzen aus dem Skandal, der nicht nur die katholische Kirche betrifft.

Der Vatikan wandte sich gegen direkte Angriffe auf den Papst:„In den letzten Tagen gab es einige, die mit einer gewissen Verbissenheit in Regensburg und in München nach Elementen gesucht haben, um den Heiligen Vater persönlich in die Missbrauchsfragen mit hineinzuziehen“, sagte Sprecher Federico Lombardi in Rom. Diese Versuche seien jedoch gescheitert, meinte Lombardi.

 

 „Wir sind Kirche“ sieht dagegen Erklärungsbedarf zu Joseph Ratzingers Zeit als Münchner Erzbischof 1977 bis 1982. Am Freitag hatte das Bistum Informationen der „Süddeutschen Zeitung“ bestätigt, dass Ratzinger damals im zuständigen Gremium zustimmte, einen vorbelasteten Priesters von Essen nach München zu versetzen.

Später schickte das Bistum den Mann in eine Gemeinde, in der er erneut Kinder missbrauchte und deshalb auch verurteilt wurde. Weisner von „Wir sind Kirche“ widersprach der Ansicht des Münchner Erzbistums, wonach der frühere Generalvikar Gerhard Gruber die „volle Verantwortung“ in diesem Fall trage. Die letzte Verantwortung habe bei Ratzinger gelegen – wegen des „hierarchischen Prinzips“ in der Kirche, meint die Gläubigen-Organisation.

Das Nachrichtenmagazin „Der Spiegel“ berichtete, Missbrauch bei den weltbekannten Regensburger Domspatzen, die Papst-Bruder Georg Ratzinger von 1964 bis 1994 leitete, habe es bis in die 90er-Jahre hinein gegeben. Bisher ging es dort um Vorwürfe aus den 50er- und 60er-Jahren. Ein Ex-Schüler sagte, er sei in dem Internat bis 1992 von älteren Schülern vergewaltigt worden. In der Wohnung eines Präfekten sei es zu Verkehr zwischen Schülern gekommen.

Ratzinger habe er als „extrem cholerisch und jähzornig“ erlebt. Vor ein paar Tagen hatte Ratzinger gesagt, von sexuellem Missbrauch nichts mitbekommen zu haben. Er bereute, früher geschlagen zu haben.

Der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Alois Glück, brachte in der „Süddeutschen Zeitung“ins Gespräch, das Eheverbot für katholische Priester – das Zölibat – zu lockern. Die sei „ein Weg“. Die Kirche müsse „Konsequenzen struktureller Art ziehen und dabei reflektieren, ob es kirchenspezifische Bedingungen gibt, die den Missbrauch begünstigten.“ Der Hamburger Weihbischof Hans-Jochen Jaschke stellte die Pflicht zur Ehelosigkeit im „Hamburger Abendblatt“ ebenfalls infrage.

Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) forderte mehr Details zu den Skandalen, die in den vergangenen Wochen ans Licht kamen. „Um das Ausmaß der Missbrauchsfälle vollständig erfassen und bewerten zu können, wäre es hilfreich, wenn dazu möglichst umfassendes und belastbares Zahlenmaterial von den betroffenen Institutionen vorgelegt würde“, sagte sie der „Frankfurter Allgemeinen Sonntagszeitung“. Zugleich regte die FDP-Politikerin eine unabhängige Kommission an. Der Blick auf Länder wie Irland oder Amerika zeige, dass unabhängige Experten einen wichtigen Beitrag zur Aufarbeitung leisten könnten.

 Auch die Grünen-Vorsitzende Claudia Roth forderte in der „Bild am Sonntag“ die Regierung auf, eine solche Kommission einzusetzen. Die Grünen-Politikerin Antje Vollmer wertete den Runden Tisch der Regierung zum Kindesmissbrauch ab 23. April in der „Welt am Sonntag“ als Ausdruck von Hilflosigkeit ohne parlamentarische Legitimation. Der Runde Tisch war von Familienministerin Kristina Schröder und Bildungsministerin Annette Schavan (beide CDU) initiiert worden.

 

Kinderschutzbund-Präsident Heinz Hilgers sagte der „Rheinpfalz am Sonntag“, mit Runden Tischen lasse sich das Problem nicht lösen. Es werde zu viel über alte Vorfälle debattiert, dabei passierten jährlich 80.000 bis 120.000 Missbrauchsfälle. Bayerns Justizministerin Beate Merk (CSU) brachte in der „Passauer Neuen Presse“ vorbeugende Therapien für Pädophile ins Gespräch. Pädophilie ist die sexuelle Neigung zu Vorpubertären; bei der Präferenz für Pubertierende sprechen Experten von Ephebophilie.

Seit Ende Januar sind viele Dutzend Missbrauchsfälle in fast allen 27 katholischen Bistümern Deutschlands bekannt geworden. Der Skandal nahm am Berliner Jesuitengymnasium Canisius-Kolleg seinen Ausgang. Die Generalsekretäre von SPD und CSU, Andrea Nahles und Alexander Dobrindt, warnten in der „FAS“ davor, nur auf die Kirche zu sehen.

Die Schriftstellerin Amelie Fried (51), Ex-Schülerin des wegen Missbrauchs ins Kreuzfeuer geratenen Reforminternats Odenwaldschule, forderte in der „FAZ“ den früheren Schulleiter Gerold Becker (73) auf, nicht mehr zu schweigen und sich bei Opfern zu entschuldigen. Sie berichtete unter anderem vom Zwang zum Strip-Poker in dem Internat.

Beckers Lebensgefährte, der renommierte Pädagoge Hartmut von Hentig (84), hatte der „SZ“ gesagt, er könne sich nicht vorstellen, dass Becker je den Willen eines Kindes brach. Ein anderer Ex-Schüler der Odenwaldschule in Heppenheim verlangt laut „Frankfurter Rundschau“ etwa 80.000 Euro Schadenersatz. Dies entspreche drei Jahresbeiträgen der Schule. Damit würde die Schule „ihre Verantwortung und ihre Schuld eingestehen“.  DW 13

 

 

 

 

Missbrauchsskandal. Rückendeckung aus Rom

 

Rom. 45 Minuten saßen sie zusammen und sprachen unter vier Augen. Mit angeblich "wachem Interesse, großer Betroffenheit und tiefer Erschütterung" hörte Papst Benedikt dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz Robert Zollitsch zu, wie dieser berichtete, wie Amtsträger der katholischen Kirche in Deutschland Kinder missbraucht haben.

 

Das Gespräch, so Zollitsch später, sei vertrauensvoll verlaufen, und der Papst habe ihm "volle Unterstützung" auf dem eingeschlagenen Weg versichert. Auch in Rom entschuldigte sich Zollitsch noch einmal bei den Opfern. "Wir wollen die volle Wahrheit ans Licht bringen und eine ehrliche Aufdeckung, frei von Rücksichtnahme", sagte er. "Die Opfer haben ein Recht darauf." Das gelte auch für Fälle, die schon verjährt seien. Kein einziger Fall sei zu entschuldigen. Er bekräftigte auch die Bereitschaft, mit den Strafverfolgern zusammenzuarbeiten: "Wir raten allen Geistlichen, Kirchenmitarbeitern und Ehrenamtlichen zur Selbstanzeige."

 

Der Bundestagsvizepräsident Wolfgang Thierse (SPD) fordert eine solche Entschuldigung auch vom Papst selbst. Eine solche Geste sei mehr wert als einige tausend Euro Entschädigungszahlungen, sagte Thierse am Freitag dem RBB-Inforadio.

 

 

Persönlich eingreifen wie in Irland wird der Papst in Deutschland aber nicht, obwohl man auch im Vatikan nervös ist wegen der Welle von Skandalen, die mittlerweile auch die Niederlande und Österreich erschüttern. Deutschland, so Zollitsch, sei aber das erste Land gewesen, in dem die Kirche parallel zu den Richtlinien der Glaubenskongregation in Rom im Jahr 2001 eigene Regeln für den Umgang mit Missbrauch erlassen hat, die seit dem Jahr 2002 angewendet und jetzt präzisiert werden sollen. Auch die Bischöfe, so versicherte Zollitsch, würden sich ihrer Verantwortung stellen, und er verwies auf den neuen Beauftragten für das Thema Missbrauch, den Trierer Bischof Stephan Ackermann. Über die Frage von Entschädigungen werde derzeit noch beraten.

 

Hilfe von außen, erklärte er auf Nachfragen, brauche man derzeit nicht. Noch etwas schärfer hatte das am Donnerstag der Regensburger Bischof Ludwig Müller in Rom formuliert: Die deutschen Bischöfe bräuchten keine Hilfe vom Papst. Zugleich hatte Müller die Medien wegen übertriebener Darstellung des Themas angegriffen; ein Vorwurf, vor dem sich Zollitsch hütete.

 

Allerdings unterstrich er, dass Missbrauch von Minderjährigen kein alleiniges Problem der Kirche sei, auch wenn Übergriffe von Priestern wegen ihrer besonderen Verantwortung auch besonders verwerflich seien. Der Papst hat sie mehrfach als "abscheuliches Verbrechen" bezeichnet - zuletzt gegenüber den irischen Bischöfen im Februar in Rom. Sie hatten es mit den Richtlinien der Kirche nicht allzu genau genommen und Übergriffe von Geistlichen an Tausenden von Minderjährigen systematisch vertuscht.

Zölibat als Geschenk

 

Gemäß den Richtlinien, die noch unter Papst Johannes Paul II. verabschiedet wurden, müssen "besonders schwere Fälle" sofort nach Rom gemeldet werden, ansonsten obliegt die Aufklärung zunächst den zuständigen Bistümern.

 

Präfekt der Glaubenskongregation war damals Joseph Ratzinger, den das heikle Thema auch während seines Pontifikats nicht mehr loslässt. Bei seiner Reise in die USA traf Benedikt XVI. 2008 als erster Papst überhaupt Opfer von sexuellem Missbrauch.

 

Zwar werden derzeit auch die Richtlinien des Vatikans überarbeitet, nicht zur Debatte steht für den Papst aber das Zölibat. Für ein erfülltes Priesterdasein, so der Papst gestern, sei es unerlässlich und ein "heiliges Geschenk". KORDULA DOERFLER FR 13

 

 

 

Papst: „Moralische Führung fördert Frieden“

Friede und Gerechtigkeit können nur dort gedeihen, wo die Behörden moralisch richtig handeln. Das sagte der Papst an diesem Samstag den Bischöfen aus dem Sudan. Die Oberhirten aus dem afrikanischen Land waren im Vatikan anlässlich ihres Ad Limina Besuchs. Den Besuchern aus dem Sudan sagte der Papst:

 

„Der Friede kann nur dann tiefe Wurzeln schlagen, wenn alle negativen Faktoren wie Korruption, ethnische Konflikte und Gleichgültigkeit beseitigt werden. Initiativen, die in dieser Richtung gehen, können sicherlich sehr fruchtbar sein, wie beispielsweise Integration und der Sinn für Brüderlichkeit gegenüber Minderheiten sowie die Förderung von Gerechtigkeit, Verantwortung und Barmherzigkeit. Dazu braucht es Verhandlungen und Abkommen, die den Friedensprozess stärken.“

 

Weiter lobte Benedikt XVI. den Einsatz der Bischöfe des Sudans, die sich nicht nur um die katholische Bevölkerung kümmerten.

 

„Es gibt auch Werte, die wir Christen mit Muslimen teilen. Diese sind das Fundament eines Dialogs für das Leben. Das ist ein wesentlicher Schritt für genuinen Respekt und Verständigung zwischen den Religionsgemeinschaften.“ (rv 13)

 

 

 

 

Umgang mit Missbrauchsfällen. Der Vatikan ist schwer erschüttert

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz hat dem Papst über Missbrauchsfälle berichtet. Missbrauch sei aber "nicht nur ein Problem der katholischen Kirche". VON MICHAEL BRAUN

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, ist am Freitag mit Papst Benedikt XVI. zusammengekommen, um über die bekannt gewordenen Missbrauchsfälle zu berichten. Zollitsch sagte nach dem Treffen, er habe den Heiligen Vater über die Fälle "pädagogisch übergriffigen Handelns und sexuellen Missbrauchs an Minderjährigen in der katholischen Kirche Deutschlands" informiert.

Tief bestürzt und betroffen habe sich der Papst über die Fälle gezeigt, erklärte Zollitsch vor Journalisten und sagte weiter, dass Benedikt XVI. das entschiedene Handeln der Deutschen Bischofskonferenz unterstützte. "Wir stellen uns unserer Verantwortung und können keinen der geschehenen Fälle entschuldigen", erklärte Zollitsch. Die katholische Kirche wolle "die Wahrheit aufdecken und eine ehrliche Aufklärung, frei von falscher Rücksichtnahme". Die Opfer hätten ein Recht darauf.

"Papst Benedikt XVI. hat ausdrücklich unseren Maßnahmenplan gewürdigt", sagte Zollitsch. Zudem habe er die Glaubenskongregation über die von der Deutschen Bischofskonferenz eingeleiteten Schritte informiert. Der Vatikan prüfe nun, ob er selbst universelle Normen für den Umgang mit solchen Fällen aufstellen solle, berichtete Zollitsch.

Zollitsch erklärte allerdings auch, dass der Missbrauch "nicht nur ein Problem der katholischen Kirche" sei. Kurienkardinal Walter Kasper formulierte schon ein Stück offensiver und unterstrich am Freitag im ZDF, dass die katholische Kirche sich "Regeln" für den Umgang mit dem Problem gegeben habe, "andere" dagegen bisher nicht.

Der jahrzehntelang gewachsenen kirchlichen Realität entspricht die Selbstdarstellung eines im Kampf gegen Missbrauchsfälle überaus engagierten Klerus kaum. Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger hatte den höchst vorsichtigen Umgang der Kirche mit Anzeigen - die Täter sollen bloß zur Selbstanzeige ermuntert werden - bereits scharf kritisiert.

Eine schärfere Linie beim Thema Missbrauch würde im Vatikan selbst eine radikale Wende darstellen. Wie bisher der Umgang mit dem Thema Pädophilie war, zeigte die populäre italienische Fernsehsendung "Le Iene" erst am Mittwoch. Im vergangenen Jahr hatte einer der Mitarbeiter der Sendung in Rom an einer Tagung der Apostolischen Bußpriester teilgenommen, die für die kircheninterne Verfolgung auch von Sexualdelikten zuständig sind. Auf die Frage, ob ein Priester nach pädophilen Übergriffen bei der Staatsanwaltschaft anzuzeigen sei, antwortete Don Pedro Fernandez, Bußpriester an der Papstbasilika Santa Maria Maggiore, mit einem entschiedenen "No, no, no, no, no!". Schon Paulus habe in seinen Briefen dargelegt, dass solche Probleme "kirchenintern" zu bereinigen seien, keineswegs aber per Staatsanwaltschaft.

Doch in Deutschland verstärkt sich der Druck auf Zollitsch und die Bischofskonferenz. Bundestagsvizepräsident Wolfgang Thierse forderte Papst Benedikt auf, sich gegenüber den Opfern zu entschuldigen. "Ich denke, es wäre angemessen, wenn der Papst für die Übeltäter in katholischen Einrichtungen in Deutschland ein öffentliches Wort des Bedauerns und der Bitte um Entschuldigung ausspricht", erklärte Thierse am Freitag.

Und der Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) sprach von "schwerer moralischer Schuld" nicht nur der Täter, sondern auch derer in der Kirche, "die über lange Zeit weggeschaut haben und Praktiken in ihrem Umfeld geduldet oder systematisch verschleiert haben". Und in der Kirche selbst beginnt, wenn auch mehr als vorsichtig, das Nachdenken über die Ursachen. Hamburgs Weihbischof Hans-Jochen Jaschke sagte am Freitag im Deutschlandfunk, die zölibatäre Lebensform könne "Menschen anziehen, die eine krankhafte Sexualität haben".

 

Am gleichen Tag wurde bekannt, dass sich bei den Wiener Sängerknaben, die allerdings nicht der katholischen Kirche untergeordnet sind, sondern als Verein organisiert sind, Fälle von sexuellem Missbrauch ereignet haben. Zwei ehemalige Mitglieder erklärten, sie seien in den 60er- und den 80er-Jahren Opfer sexueller Übergriffe geworden und hätten auch Misshandlungen von Mitschülern beobachtet. Taz 13

 

 

 

 

 

Islamkonferenz. Die Moschee im Dorf lassen

 

Die Islamkonferenz hatte es in den vergangenen Jahren geschafft, den deutschen Islam aus seiner Hinterhofexistenz zu holen, neue Köpfe und Ansichten ins Rampenlicht zu rücken. Es träfe nicht nur die Muslime in Deutschland, wenn die Islamkonferenz II - mehr als ohnehin unvermeidlich - zur Stichwortgeberin für Islamophobie würde. Von Andrea Dernbach

 

Den ganz großen Knall haben die muslimischen Verbände erst einmal vermieden, man hat sich vertagt. Und es ist wenig wahrscheinlich, dass sie die Islamkonferenz II, die Innenminister Thomas de Maizière einberuft, boykottieren werden. Das erspart nicht nur de Maizière eine Blamage gleich zum Auftakt; eine Islamkonferenz ohne islamische Verbände wäre kaum vorstellbar gewesen. Aber auch eine realistische Einschätzung ihrer Möglichkeiten wird für die vier Verbände eine Rolle spielen. Zwar hat de Maizière mit seiner Weigerung, den Islamrat weiterhin als Vollmitglied der Konferenz einzuladen, die anderen Verbände in eine schwierige Lage gebracht, sind sie doch alle in einem Dachverband zusammengeschlossen. Doch ob die Muslime es bei einem Boykott vermeiden könnten, selbst als Schuldige dazustehen, ist mehr als fraglich.

 

Zu hoffen bleibt, dass die aktuelle Krise wenigstens hilft, die Agenda der Islamkonferenz zu verändern. Dort soll nach den Buchstaben der Tagesordnung zwar über radikalen Islamismus und die Gleichberechtigung von Mann und Frau diskutiert werden, nicht aber über Islamophobie und Diskriminierung von Muslimen. Nun ist es zwar, wie ein kluger Mensch bemerkte, ein gusseisernes Prinzip der Organisationssoziologie, dass an Neuankömmlinge stets Anforderungen gestellt werden, die von den Alteingesessenen zu fordern niemand auch nur im Traum einfiele: Wer käme etwa auf die Idee, das fragwürdige Verhältnis der katholischen Kirche zur Gleichberechtigung von Mann und Frau staatlicherseits zu thematisieren, so wie es de Maizières Islamkonferenz nun erneut mit den Muslimen tun will? Wer wollte die Reformpädagogik unter Generalverdacht stellen, weil jetzt auch in der berühmten Odenwaldschule jahrzehntelanger Missbrauch bekannt geworden ist?

 

Vielleicht muss man mit solchen doppelten Standards leben. Man sollte aber mindestens ihre Kosten kennen und sie gegebenenfalls begrenzen. Das stete Betonen der vorgeblichen Defizite der Muslime, ihrer angeblich völligen Andersartigkeit – und damit ihrer Nichtintegrierbarkeit – zementiert in der sogenannten Mehrheitsgesellschaft Vorurteile oder lässt sie erst entstehen. Dies umso mehr, als der alte Rassismus sich modisch als Islamophobie verkleidet und so begeisterten Zulauf selbst von Feministinnen und laizistischen Linken bekommt. Zugleich ist dieser andauernde Negativdiskurs um den Islam ein vermutlich erfolgreiches Mittel, Muslime in Isolation und Opfermentalität zu treiben.

 

Gefährlich ist beides für den Zusammenhalt der Gesellschaft. Am gefährlichsten wäre es, wenn es von ganz oben befeuert würde, von der wichtigsten, sichtbarsten Plattform des Dialogs zwischen Staat und Islam, der Islamkonferenz. Es träfe nicht nur die Muslime in Deutschland, wenn diese Konferenz – mehr als ohnehin unvermeidlich – zur Stichwortgeberin für Islamophobie würde. Die Konferenz hatte es in den vergangenen Jahren geschafft, den deutschen Islam aus seiner Hinterhofexistenz zu holen, neue Köpfe und Ansichten ins Rampenlicht zu rücken. Sie hat geholfen, Deutschlands Einwanderer insgesamt vom Katzentisch an die große Tafel zu befördern. Es hat sich im deutschen Islam viel getan. Nicht zuletzt seine größere Sichtbarkeit ist dafür verantwortlich. So entstand etwa der „Koordinationsrat der Muslime“, weil der Staat immer dringlicher eine gemeinsame Telefonnummer verlangte.

 

Von Normalität ist die immer noch neue Religion in Deutschland, ja in Europa trotzdem weit entfernt. Daran erinnert gerade der Menschenrechtsreport des US-Außenministeriums, der das Kopftuchverbot in Deutschland, den Minarettstopp in der Schweiz und die Burkadebatte in Frankreich anprangert. Der amtierende US-Präsident hat, in seiner Kairoer Botschaft an die Muslime, erklärt, dass die Chancen eines Menschen nicht von seinen weltanschaulichen Überzeugungen oder seiner Kopfbedeckung abhängen dürfen. Vielleicht haben sie im Mutterland der Unabhängigkeitserklärung einfach schneller verstanden als wir im alten schwerfälligen Europa, was dieser eine großartige Satz darin bedeutet: „Alle Menschen wurden gleich erschaffen.“ Tsp 13

 

 

 

 

Katholiken-Präsident. Glück plädiert für Zölibat-Aufhebung

 

Berlin. Angesichts der sich häufenden Meldungen über Kindesmissbrauch in der katholischen Kirche plädiert ZdK-Präsident Alois Glück für eine Aufhebung des Zölibats für Priester. Die Kirche müsse Konsequenzen struktureller Art ziehen und dabei auch überlegen, ob es kirchenspezifische Bedingungen für den Missbrauch gebe, sagte der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK) der "Süddeutschen Zeitung".

 

"Dazu gehört zweifellos eine Auseinandersetzung mit dem ganzen Thema Sexualität, angefangen vom Umgang damit bis hin zur Auswahl des kirchlichen Personals." Die Lockerung des Pflichtzölibats sei ein Weg, sagte der CSU-Politiker. Allerdings sei das Problem damit allein nicht gelöst.

 

Papst Benedikt XVI., der sich am Freitag vom Vorsitzenden der Bischofskonferenz Robert Zollitsch über das Ausmaß der Affäre unterrichten ließ, hält dagegen am Zölibat fest. Die Ehelosigkeit der Priester sei ein Geschenk Gottes, das nicht dem Zeitgeist geopfert werden solle, sagte der Papst auf einer Konferenz zum Priesteramt im Vatikan. Für katholische Geistliche gilt der Zölibat seit dem zwölften Jahrhundert. Der Zölibat wird in der Debatte über dem Missbrauch als eine der Ursachen genannt. (rtr 13)

 

 

 

Missbrauchsfälle. Benedikt XVI. vertraut deutschen Bischöfen: „Die volle Wahrheit“ aufdecken“

 

Papst Benedikt XVI. vertraut auf die deutschen Bischöfe in ihrem Kampf gegen „pädagogische Übergriffe und sexuellen Missbrauch“. Nach einem knapp einstündigen Gespräch unter vier Augen mit dem Papst am Freitagmittag im Vatikan sagte der Vorsitzende der Bischofskonferenz Erzbischof Robert Zollitsch, ihm sei bei dem „brüderlichen und freundschaftlichen Gespräch uneingeschränkte Unterstützung“ zuteil geworden. Der Papst habe ihn ermutigt, den eingeschlagenen Weg weiter zu gehen. Alljährlich berichtet der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz nach ihrer Frühjahrsvollversammlung dem Papst über das Treffen. Diesmal stand der Missbrauchskandal im Mittelpunkt.

Der Papst habe die Bischöfe aufgefordert, „unbeirrt und mutig“ die „volle Wahrheit“ aufzudecken und weitere Fälle an den Tag zu bringen, selbst wenn sie längst verjährt seien. Die 2002 beschlossenen Leitlinien der Bischöfe zur Aufarbeitung habe der Papst als gute Maßgabe gewürdigt, sagte Zollitsch weiter. Die deutschen Bischöfe hatten den Bischof von Trier, Stefan Ackermann als Beauftragten für Missbrauchsfälle bestimmt. In jeder Diözese seien Vorkehrungen dafür getroffen, eine „Kultur des aufmerksames Hinsehens“ zu fördern. Nur noch in Österreich werde so viel dafür getan, um den Opfern und ihren Familien menschlich, therapeutisch und pastoral zu helfen.

 „Wir stellen uns der Verantwortung“

Zollitsch begrüßte die Einladung zu einem Runden Tisch „aller“ betroffenen Gruppen in Berlin, so wie er es selbst schon vor zwei Wochen angeregt habe und bedankte sich bei Bundeskanzlerin Merkel sowie den Ministerinnen für Bildung und Familie für ihr Verständnis gegenüber den Bemühungen der Kirche. „Wir stellen uns der Verantwortung und können keinen der Fälle entschuldigen“. Es müsse freilich auch gesehen werden, dass die Übergriffe weit über die Kirche hinausreichten; aber auf Grund der moralischen Verantwortung der Kirche seien die Vorfälle im Rahmen kirchlicher Institutionen „besonders abscheulich“.

Zu der allgemein wieder beginnenden Debatte über das Zölibat und über eine Stärkung der Rolle der Frauen bei der Erziehungsarbeit, sagte Zollitsch, nach Auskunft der Experten hätten sexuelle Übergriffe und das Zölibat „nichts miteinander zu tun“. Papst Benedikt bekräftigte am Freitag sogar die Ehelosigkeit als „Gnadengabe“ und „prophetischen Hinweis auf das Reich Gottes“. Der Priester dürfe nicht auf den Sozialarbeiter reduziert werden. Zollitsch meinte zudem, über eine größere Rolle der Frau habe er mit dem Papst nicht gesprochen; auch nicht über Vorfälle im Umkreis der Regensburger Domspatzen, wo der Bruder des Papstes Jahrzehnte lang wirkte.

Noch kein Termin für Gespräch Leutheusser-Schnarrenberger und Zollitsch

Für das geplante Gespräch zwischen Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) und dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, gibt es nach wie vor noch keinen Termin. Ein Ministeriumssprecher sagte am Freitag in Berlin, sein Haus sei „schon länger im Gespräch“ mit der Bischofskonferenz über das Thema des sexuellen Missbrauchs und zur Terminabsprache. Dabei gehe es auch um die konkrete Ausgestaltung des von der Ministerin vorgeschlagenen „Runden Tisches“ zur Aufarbeitung von Missbrauchsfällen in der Vergangenheit, so der Sprecher. Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) ist nach Angaben der stellvertretenden Regierungssprecherin Sabine Heimbach überzeugt, dass das Gespräch von Leutheusser-Schnarrenberger und Zollitsch einen „wesentlichen Beitrag“ zur Diskussion über die Aufarbeitung leisten werde.

Weihbischof Jaschke: Zölibat nicht ursächlich

Der Hamburger Weihbischof Jaschke wandte sich unterdessen gegen die Vorstellung, die ehelose Lebensform der Priester stehe in ursächlichem Zusammenhang mit sexuellen Übergriffen Geistlicher auf Minderjährige. Allerdings könne die zölibatäre Lebensform Menschen anziehen, „die eine krankhafte Sexualität haben, die ihre Sexualität nicht integrieren können oder konnten“, sagte er dem Deutschlandfunk. Dann könne eine Gefahrensituation gegeben sein.

Jaschke befürwortete die schon während der Gemeinsamen Synode der Bistümer in der Bundesrepublik Deutschland Mitte der siebziger Jahre erhobene Forderung, verheiratete Männer unter bestimmten Bedingungen zur Priesterweihe zuzulassen. Die Kirche müsse mit mehr Phantasie und mehr Großmut über Formen priesterlichen Lebens und der Leitung der Gemeinden nachdenken, äußerte der Weihbischof. Neben der „Grundform zölibatären Priestertums“ solle auch den Dienst eines verheirateten Menschen als Priester möglich gemacht werden.

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, hat nach seinem Treffen mit Papst Benedikt XVI. am Freitag im Vatikan eine Erklärung veröffentlicht. FAZ.NET dokumentiert Auszüge:

„Dabei habe ich den Heiligen Vater über die in den vergangenen Wochen bekanntgewordenen Fälle pädagogisch übergriffigen Handelns und sexuellen Missbrauchs an Minderjährigen in der katholischen Kirche Deutschlands informiert. Mit großer Betroffenheit und tiefer Erschütterung hat der Heilige Vater meinen Bericht zur Kenntnis genommen...

Wir fordern die Gemeinden und besonders die Verantwortlichen in unseren Schulen und der Jugendarbeit auf, eine Kultur des aufmerksamen Hinschauens zu pflegen...

Wir fordern Geistliche und Angestellte unserer Kirche sowie Ehrenamtliche zu einer Selbstanzeige auf, wenn Anhaltspunkte für eine Tat vorliegen. Wir informieren von uns aus die Strafverfolgungsbehörden. Darauf wird nur unter außerordentlichen Umständen verzichtet, etwa wenn es dem ausdrücklichen Wunsch des Opfers entspricht. Da die Zuordnung von staatlichem und kirchlichem Strafverfahren immer wieder falsch dargestellt wird, stelle ich nochmals klar: Im Fall des Verdachts sexuellen Missbrauchs gibt es ein staatliches und ein kirchliches Strafverfahren. Sie betreffen verschiedene Rechtskreise und sind voneinander völlig getrennt und unabhängig. Das kirchliche Verfahren ist selbstverständlich dem staatlichen Verfahren nicht vorgeordnet. Der Ausgang des kirchlichen Verfahrens hat weder Einfluss auf das staatliche Verfahren noch auf die kirchliche Unterstützung der staatlichen Strafverfolgungsbehörden.

Ich bin Papst Benedikt XVI. dankbar, dass er das entschiedene Handeln der Deutschen Bischofskonferenz nachdrücklich positiv unterstützt. Er ermutigt uns, den eingeschlagenen Weg der lückenlosen und zügigen Aufklärung konsequent fortzusetzen. Insbesondere bittet er darum, dass wir die Leitlinien kontinuierlich anwenden und da - wo notwendig - verbessern. Papst Benedikt XVI. hat ausdrücklich unseren Maßnahmenplan gewürdigt. Aus dem heutigen Gespräch gehe ich gestärkt hervor und bin zuversichtlich, dass wir auf dem Weg vorankommen, die Wunden der Vergangenheit zu heilen.“ Faz.net 12

 

 

 

 

Benedikt XVI. empfängt Erzbischof Zollitsch holt sich Rückhalt vom Papst

 

Der Papst zeigt sich tief betroffen über den Missbrauchsskandal in der katholischen Kirche - und sichert den deutschen Bischöfen seine Unterstützung zu.

Papst Benedikt XVI. hat den deutschen Bischöfen bei der Aufarbeitung der Missbrauchsfälle in katholischen Einrichtungen Rückendeckung gegeben. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, sagte nach einem Treffen mit dem Papst am Freitag in Rom, Benedikt XVI. habe seine Zustimmung für die von der Bischofskonferenz eingeleiteten Maßnahmen erklärt. Der Papst habe ihn ermutigt die Fälle rückhaltlos aufzuklären und den eingeschlagenen Weg weiterzugehen.

Dazu gehöre auch die Ernennung des Trierer Bischofs Stephan Ackermann zum Sonderbeauftragten für Fälle sexuellen Missbrauchs. Auf seinen Bericht zu den Missbrauchsfällen in Deutschland habe der Papst "sehr bewegt" reagiert, sagte Zollitsch. Er sei tief betroffen und bestürzt gewesen. Kindesmissbrauch sei allerdings nicht nur ein Problem der katholischen Kirche, so Zollitsch.

 

"Ich habe den Papst über die Maßnahmen informiert, die wir zur Aufklärung der Missbrauchsfälle ergriffen haben", sagte Zollitsch. Der Papst habe "bewegt und mit wachem Interesse" zugehört. Zollitsch entschuldigte sich erneut bei den Missbrauchsopfern.

Bereits bei der Frühjahrsvollversammlung der deutschen Bischöfe Ende Februar in Freiburg hatte Zollitsch sexuellen Missbrauch an Minderjährigen als "abscheuliches Verbrechen" bezeichnet und die Opfer von katholischen Geistlichen um Entschuldigung gebeten.

Das Treffen mit Papst Benedikt war eigentlich ein Routinebesuch, bei dem Zollitsch über die Bischofsversammlung Bericht erstatten sollte. Durch den aktuellen Missbrauchsskandal erhielt das Gespräch allerdings eine neue Tragweite. Der Vatikan hatte der deutschen katholischen Kirche zuletzt bescheinigt, "schnell und entschlossen" auf die Missbrauchsvorwürfe reagiert zu haben.

Seit Ende Januar sind weit mehr als hundert Fälle in den meisten der 27 deutschen Bistümer ans Licht gekommen. Den Ausgang nahm der Skandal am Canisius-Kolleg, einem Berliner Jesuitengymnasium, das sexuelle Übergriffe zweier Patres in den 70er und 80er Jahren öffentlich gemacht hatte.  (AFP/dpa 12)

 

 

 

 

Heutiger Papst wusste 1980 von Pädophilem

 

Der Missbrauchsskandal in der katholischen Kirche hat endgültig den deutschen Papst Benedikt XVI. erreicht. Erst hörte Joseph Ratzinger am Freitag im Vatikan „tief erschüttert“ den Bericht der deutschen Bischöfe über sexuelle Übergriffe.

 

Rom - Dann wurde ein gravierender Fall aus seiner Amtszeit als Erzbischof von München und Freising bekannt. Damals durfte ein vorbelasteter Priester wieder Gemeindearbeit machen, verging sich erneut an Jugendlichen und wurde dafür gerichtlich verurteilt. Am Freitagabend bestätigte die Erzdiözese diese Information der „Süddeutschen Zeitung“.

 

„Mit großer Betroffenheit und tiefer Erschütterung hat der Heilige Vater meinen Bericht zur Kenntnis genommen“, sagte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch. Der Freiburger Erzbischof hatte das Oberhaupt der Katholiken zuvor im Vatikan über die Fülle früherer Missbrauchsfälle informiert. Der Papst unterstütze die deutschen Bischöfen in ihrem Vorgehen gegen sexuellen Missbrauch, den er einmal „ein abscheuliches Verbrechen“ nannte.

 

Das Bistum München und Freising räumte schwere Fehler beim Einsatz des vorbelasteten Priesters ein. 1980 sei der Priester aus dem Bistum Essen nach Oberbayern versetzt worden. Dann wurde er zur „Seelsorge-Mithilfe“ in eine Münchner Pfarrei geschickt. Der frühere Generalvikar Gerhard Gruber übernehme dafür die Verantwortung. So stellte es auch Vatikansprecher Padre Federico Lombardi dar. Der heute 81 Jahre alte Gruber habe die „volle Verantwortung“ übernommen, zitierte Lombardi aus einer Mitteilung der deutschen Diözese. Der Papst selbst „habe mit der Sache nichts zu tun“.

 

   Wie die „Süddeutsche“ schreibt, saß Benedikt XVI. beim Umzug des Priesters als Erzbischof von München und Freising im Ordinariatsrat des Bistums, der dem Umzug zustimmte. Ratzinger habe indes nicht gewusst, dass der Mann wieder in eine Gemeinde geschickt wurde. Dpa 13

 

 

 

 

 

Missbrauchs-Skandale. Der Vatikan ist nervös

 

Rom. Es sollte ursprünglich ein Routinebesuch werden. Doch wenn Papst Benedikt XVI. heute den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, den Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch, empfängt, wird vor allem ein Thema im Mittelpunkt stehen: Die vielen Fälle von sexuellem Missbrauch in katholischen Einrichtungen in Deutschland, zu denen Zollitsch selbst lange geschwiegen hat. Dass dadurch der Eindruck entstand, er wolle die Sache einfach aussitzen, sehen auch manche im Vatikan mit Unbehagen: Wie die Kirche die Skandale in den USA und Irland und jetzt auch in Deutschland, den Niederlanden und Österreich handhabt, ist ein zentrales Thema des Pontifikats von Benedikt geworden.

 

Gegen die Vorwürfe von Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP), der Vatikan habe die Aufklärung der Übergriffe behindert, wehrt man sich in Rom entschieden. Die Kirche habe prompt und transparent reagiert, sagt der Sprecher des Papstes, der Jesuitenpater Federico Lombardi.

 

Gleichzeitig dringt der Vatikan darauf, dass alle Vorwürfe in Deutschland rasch aufgeklärt werden. Denn in Rom ist man nervös. Seitdem auch bei den Regensburger Domspatzen und im Kloster Ettal Missbrauchsfälle bekannt wurden, ist der Skandal im fernen Deutschland dem Apostolischen Palast gefährlich nahe gerückt. Der Papst-Bruder Georg Ratzinger war in Regensburg Domkapellmeister.

 

Die Landesmedien hatten damit ihre Schlagzeilen - während sich vatikanische Zeitungen wieder einmal schwertaten, rasch zu reagieren. Am Donnerstag aber veröffentlichte der Osservatore Romano einen Leitartikel, der es in sich hat. Ein Grund für die Missbrauchsskandale sei auch, dass Frauen von kirchlichen Führungspositionen ausgeschlossen seien, schreibt dort die bekannte Römer Historikerin Lucetta Scaraffia. Sie hätten womöglich den "Vorhang männlicher Verschwiegenheit" zerrissen.

 

Schon am vergangenen Wochenende hatte einer, dessen Wort gewichtig ist, über die linksliberale Tageszeitung La Repubblica in die Debatte eingegriffen. "Es reicht. In unserer Kirche muss aufgeräumt werden", sagte Kurienkardinal Walter Kasper. Voraussichtlich noch in diesem Monat wird er auch einen Hirtenbrief zu dem heiklen Thema schreiben, nachdem er schon im Februar die irischen Bischöfe nach Rom zitiert hatte.

 

Weil die Kirche in Irland nicht nur im Verdacht steht, geschwiegen, sondern Übergriffe von Geistlichen an Tausenden von Kindern vertuscht zu haben, sah sich der Papst gezwungen, vom üblichen Vorgehen abzuweichen. Es sieht vor, dass zunächst kirchenintern die zuständigen Bistümer alle Vorwürfe aufklären und dann nach Rom berichten. Nur in gravierenden Fällen greift Rom ein. Diese Regelung war 2001 unter Papst Johannes Paul II. erlassen worden - der damalige Präfekt der Glaubenskongregation war Joseph Ratzinger.

 

In Irland fordern Betroffene ein Treffen mit dem neuen Papst. Doch bei seiner Reise nach Großbritannien im Herbst steht ein solches Treffen nicht an. Ein Besuch in Dublin ist nicht vorgesehen. KORDULA DOERFLER FR 12

 

 

 

 

Schlechte Verbindung

 

Missbrauchsskandal: Justizministerium lädt Erzbischof ohne Absprache via Medien zu Treffen ein - Von Claudia von Salzen

 

Berlin - Erzbischof Robert Zollitsch erfuhr in Rom aus den deutschen Medien, dass die Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) ihn zu einem Gespräch eingeladen hat. Ziel des Treffens sollte es sein, den Streit zwischen dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz und der Ministerin über die Aufarbeitung von Missbrauchsfällen in der katholischen Kirche beizulegen. Das Gespräch sei für den 25. März geplant, berichtete der Parlamentarische Staatssekretär im Ministerium, Max Stadler, am Donnerstag im ZDF-Morgenmagazin. Und er fügte hinzu, es bestehe die Erwartung, dass der Erzbischof die Einladung annimmt.

 

Doch von dieser Einladung wusste man am Donnerstag bei der Bischofskonferenz noch nichts. „Bisher war nur vereinbart, dass die beiden sich treffen. Ein Termin stand noch nicht fest“, sagte eine Sprecherin der Bischofskonferenz. Am 25. März kann das Gespräch auch gar nicht stattfinden, weil Zollitsch an diesem Tag andere Verpflichtungen hat. Später korrigierte Stadler sich und sprach nur noch davon, dass das Gespräch „angedacht“ sei. „Wir sind in der Terminabsprache, es wird telefoniert“, sagte der Sprecher der Ministerin, Anders Mertzlufft.

 

Zwischen Zollitsch und der Justizministerin war es zum Streit gekommen, nachdem Leutheusser-Schnarrenberger der Kirche vorgeworfen hatte, bei der Aufklärung der Missbrauchsfälle nicht ausreichend mit den Strafverfolgungsbehörden zusammenzuarbeiten. Auf Kritik der Bischöfe stößt außerdem das Vorhaben der Ministerin, einen eigenen Runden Tisch zum Thema Kindesmissbrauch einzuberufen. Bundesfamilienministerin Kristina Schröder (CDU) und Bildungsministerin Annette Schavan (CDU) planen ebenfalls einen Runden Tisch. Stadler sagte nun, dass es bei diesem Runden Tisch eher um Prävention gehe, während sich der Runde Tisch des Justizministeriums um juristische Fragen kümmern soll. Auch um diese Pläne soll es bei dem Gespräch zwischen Zollitsch und Leutheusser-Schnarrenberger gehen. Die katholische Kirche lehnt es ab, sich an dem von der Justizministerin angeregten Runden Tisch zu beteiligen. Dort solle es nur um Missbrauch in der katholischen Kirche gehen, sagte die Sprecherin der Bischofskonferenz. „Das ist uns zu eng gefasst.“

 

Zollitsch trifft sich an diesem Freitag in Rom mit dem Papst, um mit ihm über die Missbrauchsfälle in Deutschland zu sprechen. Die Kultusminister der Bundesländer wollen indes gemeinsam beraten, wie sich sexueller Missbrauch verhindern lässt. Eine Arbeitsgruppe soll ab kommender Woche Empfehlungen erarbeiten.

 

In der Debatte um die Aufarbeitung der Missbrauchsfälle warnte die Kinderbeauftragte der SPD-Bundestagsfraktion, Marlene Rupprecht, vor Aktionismus. „Man darf nicht einfach etwas machen, nur um zu zeigen, dass man etwas macht“, sagte sie mit Blick auf die geplanten Runden Tische. „Wir sollten die Erfahrung und die Kompetenzen nutzen, die schon da sind“, betonte sie. Sowohl im Bereich Prävention als auch in juristischen Fragen sei bereits viel getan worden, sagte die SPD-Politikerin, die auch beim Runden Tisch der Heimkinder mitwirkt. So gebe es im Bundesfamilienministerium bereits seit 2003 eine Koordinierungsrunde zum Schutz von Kindern vor sexuellem Missbrauch. Auf deren Initiative hin sei etwa die Verjährungsfrist geändert worden, sagte Rupprecht.

 

Die Politik müsse nun genau analysieren, was bereits auf den Weg gebracht sei, was in den bekannt gewordenen Fällen den Missbrauch begünstigt habe und welche Strukturen von damals inzwischen geändert worden seien. Außerdem sprach sich Rupprecht dafür aus, dass auf kommunaler Ebene ausreichend Anlaufstellen für Kinder in Not geschaffen werden.  Tsp 12

 

 

 

 

Erzdiözese München und Freising. Missbrauch in Ratzingers Bischofszeit bestätigt

 

Als der heutige Papst Benedikt XVI. noch Erzbischof von München und Freising war, hat es einen gravierenden Fall sexuellen Missbrauchs in dem Bistum gegeben. Ein wegen Kindesmissbrauchs vorbelasteter Priester wurde damals in der Gemeindearbeit in Oberbayern eingesetzt. Dort verging er sich erneut an Jugendlichen und wurde dafür gerichtlich verurteilt. Das bestätigte das Erzbischöfliche Ordinariat in München.

Die Erzdiözese räumte zugleich schwere Fehler im Umgang mit dieser Personalie in den 80er Jahren ein. Der frühere Generalvikar Gerhard Gruber (81) übernehme die „volle Verantwortung“ dafür, dass der Priester „trotz Vorwürfen des sexuellen Missbrauchs und trotz einer Verurteilung“ wiederholt in der Pfarrseelsorge eingesetzt wurde. Wie es in einer Erklärung des Ordinariats vom Freitagabend weiter hieß, sei der Priester auf Bitten des Bistums Essen im Januar 1980 als Kaplan in der Erzdiözese aufgenommen worden und sollte in München eine Therapie machen.

Über zwei Jahre Seelsorger in Grafing

Aufgrund der Aktenlage müsse das Ordinariat davon ausgehen, dass damals bekannt war, „dass er diese Therapie vermutlich wegen sexueller Beziehungen zu Jungen machen sollte“, hieß es. 1980 sei dem Mann Unterkunft in einem Pfarrhaus gewährt worden, damit er in Behandlung gehe. „Diesen Beschluss hat der damalige Erzbischof mit gefasst.“ Abweichend davon sei der Geistliche dann jedoch von den Generalvikar „uneingeschränkt zur Seelsorge-Mithilfe in einer Münchner Pfarrei angewiesen“ worden, hieß es weiter.

Wie die „Süddeutsche Zeitung“ schreibt, saß Benedikt XVI. beim Umzug des Priesters von Essen als Erzbischof von München und Freising im Ordinariatsrat des Bistums. Dieser Rat habe dem Umzug zugestimmt. Ratzinger habe allerdings nichts davon gewusst, dass der Mann sofort wieder in einer Gemeinde eingesetzt wurde. 1982 war Ratzinger als Präfekt der Glaubenskongregation nach Rom gegangen. Der versetzte Priester sei von September 1982 bis Anfang 1985 seelsorgerisch im oberbayerischen Grafing tätig gewesen. „Nach Bekanntwerden von Vorwürfen sexuellen Missbrauchs und der Aufnahme polizeilicher Ermittlungen wurde er mit Schreiben vom 29. Januar 1985 vom Dienst entpflichtet.“

Erst seit Mai 2008 nicht mehr Pfarr-Administrator

Im Juni 1986 wurde der Kaplan vom Amtsgericht Ebersberg wegen sexuellen Missbrauchs Minderjähriger zu 18 Monaten Freiheitsstrafe auf Bewährung und einer Geldstrafe in Höhe von 4000 Mark verurteilt, berichtete das Ordinariat weiter. „Die Bewährungszeit wurde auf fünf Jahre festgesetzt. Der Verurteilte wurde angewiesen, sich in eine Psychotherapie zu begeben.“ Ab November 1986 bis Oktober 1987 wurde der Verurteilte laut Ordinariat als Kurat in einem Altenheim eingesetzt und danach bis September 2008 in Garching/Alz in einer Gemeinde. „Für den erneuten Einsatz in der Pfarrseelsorge waren offenbar die relativ milde Strafe des Amtsgerichts Ebersberg und die Ausführungen des behandelnden Psychologen ausschlaggebend“, so die Erklärung des Ordinariats.

Erst vor knapp zwei Jahren, im Mai 2008, wurde der Priester von seiner Aufgabe als Pfarr-Administrator in Garching entbunden und ab Oktober 2008 als Kur- und Tourismusseelsorger eingesetzt. Er bekam laut Erzbistum die Auflage, keine Kinder-, Jugend- und Ministrantenarbeit mehr zu machen: „Ein auf Wunsch des neuen Erzbischofs Reinhard Marx erstelltes forensisches Gutachten rechtfertigte aus Sicht des Ordinariats nicht den Verbleib in der Pfarrseelsorge.“ Faz.net 12

 

 

 

Zollitsch: „Papst stärkt uns den Rücken“

 

Papst Benedikt XVI. ermutigt die deutschen Bischöfe zu unbeirrter und mutiger Aufklärung der Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche. Das sagte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, am Freitag im Vatikan. Zollitsch traf das katholische Kirchenoberhaupt zu einer 45-minütigen Unterredung. Dabei informierte der Freiburger Erzbischof den Papst über den Stand der Dinge.

Papst Benedikt XVI. hat den Bericht zur Lage der katholischen Kirche in Deutschland „mit wachem Interesse, großer Betroffenheit und tiefer Erschütterung“ zur Kenntnis genommen, sagte Zollitsch nach dem Treffen vor Journalisten. „Mir war es wichtig, deutlich zu machen, dass die Deutschen Bischöfe zutiefst bestürzt sind über das, was im kirchlichen Raum an Übergriffen möglich war. Bereits vor einigen Wochen habe ich die Opfer um Entschuldigung gebeten. Das wiederhole ich nochmals hier in Rom.“

Ausdrücklich bekräftigte Zollitsch den Willen der Bischöfe zur Zusammenarbeit mit staatlichen Ermittlern. Allen Geistlichen, Kirchenmitarbeitern und Ehrenamtlichen, die sich sexueller Übergriffe schuldig gemacht hätten, werde zur Selbstanzeige geraten. „Den Heiligen Vater habe ich über die Maßnahmen informiert. Ich bin dankbar, dass er mich ermutigt hat, die Umsetzung dieses Maßnahmenkatalogs unbeirrt und mutig fortzusetzen. Wir wollen die Wahrheit aufdecken und eine ehrliche Aufklärung, frei von falscher Rücksichtsnahme, auch wenn es um Fälle handelt, die schon lange passiert sind. Die Opfer haben ein Recht darauf. Wir fordern die Gemeinden und besonders die Verantwortlichen in unseren Schulen und in der Jugendarbeit auf, eine Kultur des aufmerksamen Hinschauens zu pflegen.“

Bei Missbrauchsfällen informiere die Kirchenleitung von sich aus die Strafverfolgungsbehörden, außer wenn dies von den Opfern erklärtermaßen aus Gründen des Persönlichkeitsschutzes nicht gewünscht werde. Ein eigenes kirchliches Untersuchungsverfahren habe weder Einfluss auf die staatliche Untersuchung noch auf die Unterstützung der staatlichen Strafverfolgung. Das Problem des Missbrauchs reiche über die Kirche hinaus, betonte Zollitsch. „Ich bin dankbar, dass die Bundesfamilienministerin und die Bundesbildungsministerin zu einem großen Runden Tisch aller gesellschaftlich relevanten Gruppen für den 23. April 2010 nach Berlin eingeladen haben, um das Problem sexuellen Missbrauchs und, nicht zuletzt auch im Blick auf die möglichen Präventivmaßnahmen, diese Fragen anzugehen. Selbstverständlich sind die Vertreter der Deutschen Bischofskonferenz dabei. Diesen großen Runden Tisch hatte ich in einem Zeitungsinterview bereits vor zwei Wochen angeregt. Ich bin Papst Benedikt XVI. dankbar, dass er das entschiedene Handeln der Deutschen Bischofskonferenz nachdrücklich unterstützt“ kna 12

 

 

 

 

Kirche: Aus ihrem Kreis heraus

 

Bischof Zollitsch hat mit dem Papst über die Missbrauchsfälle gesprochen. Was kam dabei heraus? Von Claudia Keller und Paul Kreiner, Rom

 

Die Katholische Kirche hat ein Problem: Missbrauchsfälle in vielen ihrer Einrichtungen. Papst Benedikt XVI. selbst steht nun sogar im Blickpunkt. Er habe 1980 als Erzbischof Josef Ratzinger der Versetzung eines offenbar pädophilen Priesters nach München zugestimmt, teilte die Erzdiözese München und Freising am Freitag mit. Ob er darüber mit dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, in Rom gesprochen hat, blieb allerdings unklar.

 

Wie war das Gespräch mit dem Papst?

Die von manchen erwartete Rüge des Papstes angesichts der täglich zunehmenden Missbrauchsberichte aus Deutschland ist nach Zollitschs Darstellung ausgeblieben. Das Vier-Augen-Gespräch – das mit 45 Minuten Dauer für vatikanische Verhältnisse sehr lang war –, verlief nach Aussagen des Freiburger Erzbischofs „brüderlich und freundschaftlich“.

 

Benedikt XVI. habe die Missbrauchsberichte „mit großer Betroffenheit und tiefer Erschütterung“ wahrgenommen und die Bischöfe aufgefordert, „unbeirrt ihren bereits eingeschlagenen Weg der lückenlosen Aufdeckung fortzusetzen“ – auch bei Fällen, die Jahrzehnte zurücklägen und juristisch verjährt seien. Eingriffe des Vatikans dabei standen offenbar nicht zur Debatte. Sowohl die Glaubenskongregation als auch der Papst hätten anerkannt, dass die deutschen Bischöfe „sehr vieles aus eigener Kraft“ unternähmen, bekräftigte Zollitsch: „Ich gehe gestärkt aus diesem Gespräch hervor.“ Vor zwei Wochen etwa hatte die oberbayerische Benediktinerabtei Ettal, aus deren Schule eine Reihe von Missbrauchsfällen gemeldet worden sind, für das eigene Kloster beim Vatikan eine offizielle Untersuchungskommission beantragt. Weitergehende Prüfungen römischerseits sind anscheinend nicht gewünscht oder geplant.

 

 

Über die Meldungen, die den Papst menschlich besonders berührt haben müssen – also über die „pädagogischen Übergriffe und den sexuellen Missbrauch“ bei den Regensburger Domspatzen, wo sein Bruder Georg Ratzinger dreißig Jahre lang Domkapellmeister war –, hat Zollitsch mit Benedikt XVI. nach eigenen Auskünften nicht gesprochen. „Diese Fälle werden in Regensburg aufgearbeitet“, sagte Zollitsch kurz.

 

Was sagen die Worte von Erzbischof  Robert Zollitsch aus?

Vergangenes Wochenende hatte der vatikanische Kurienkardinal Walter Kasper mit ungewöhnlich harschen Worten Konsequenzen aus den Missbrauchsfällen gefordert. „Es reicht. In unserer Kirche muss aufgeräumt werden“, hatte Kasper, der deutsche Ökumene-Beauftragte und dienstälteste Kardinal in Rom, in der italienischen Zeitung „La Repubblica“ geschrieben. Er betonte auch, dass der Papst „nicht einfach zusehen“ werde. Einige Kommentatoren lasen aus diesen Äußerungen eine Schelte für die deutschen Bischöfe heraus, eben noch nicht genug aufzuräumen. Erzbischof Zollitsch lag deshalb am Freitag viel daran, Einigkeit mit dem Vatikan zu demonstrieren. Seine Aussage, wonach der Papst die deutschen Bischöfe ermutigt habe, ihre Aufklärungsarbeit „fortzusetzen“, sollte vor allem aussagen: Zwischen den Papst und die deutschen Bischöfe passt kein Blatt.

 

Inhaltlich sind die Worte des Papstes gleichwohl nichts Neues. In den vergangenen fünf Jahren hat Benedikt XVI. immer wieder deutlich gemacht, dass es keine Toleranz geben darf, wenn Jugendliche und Kinder durch Geistliche missbraucht werden. Bei Besuchen in den USA und in Australien hat er sich mit Opfern getroffen. Auch Zollitsch wiederholte im Prinzip lediglich das, was er bereits vor zwei Wochen am Ende der Frühjahrsvollversammlung der Bischofskonferenz in Freiburg gesagt hatte: „Wir wollen die Wahrheit aufdecken“, die Kirche wolle „ohne falsche Rücksichtnahme“ Licht in die Vorgänge bringen, auch wenn die Fälle Jahrzehnte zurücklägen. Zollitsch wies auch noch einmal darauf hin, dass die Bistümer bei Missbrauchsfällen von sich aus die Strafverfolgungsbehörden einschalten wollen, wenn die Opfer damit einverstanden sind. Dies ist eine deutliche Klarstellung gegenüber den „Leitlinien“, die sich die Bischofskonferenz 2002 gegeben hat. Diese dringend notwendige Klarstellung soll nun in die Leitlinien eingearbeitet werden. Darauf hatten sich die Bischöfe in Freiburg geeinigt. Aber auch sieben Wochen nach Beginn des Skandals gehen die deutschen Bischöfe sehr unterschiedlich mit dem Thema um. Während das Erzbistum München am Freitag ankündigte, eine „Task Force Prävention“ einzusetzen, weil man sich „zu hundert Prozent anstrengen wolle, um neue Taten zu verhindern“, stellte der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller am Donnerstag einen mehrseitigen Artikel auf die Internetseite seines Bistums, in dem er sich in mehreren Sprachen über die „antikatholische Kampagne“ der Medien ereifert.

 

Wie verläuft der Streit zwischen der katholischen Kirche und der Justizministerin?

Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) und die katholischen Bischöfe haben sich noch nicht auf einen Termin für ein Gespräch über die Missbrauchsfälle geeinigt. Es werde weiter ein Termin gesucht, sagte ein Ministeriumssprecher in Berlin. Die Verstimmungen zwischen der Bischofskonferenz und der Justizministerin waren im Februar durch den Vorwurf Leutheusser-Schnarrenbergers ausgelöst worden, die Kirche arbeite mit den Strafverfolgungsbehörden nicht konstruktiv zusammen.

 

Der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller sagte in einem Interview der italienischen Tageszeitung „La Stampa“ (Freitagsausgabe), die Justizministerin habe „gelogen, weil weder der Heilige Stuhl noch die deutsche Kirche je Anweisung gegeben haben, den Klerus der staatlichen Justiz zu entziehen“. In Deutschland seien Priester, die sexuellen Missbrauch begangen hätten, „nie in irgendeiner Form gedeckt worden“, sagte Müller am Rand einer Tagung der vatikanischen Kleruskongregation in Rom.

 

Ausdrücklich dankte Zollitsch der Bundesfamilienministerin Kristina Schröder und Bundesbildungsministerin Annette Schavan (beide CDU) dafür, dass sie zu einem Runden Tisch „aller gesellschaftlich relevanten Gruppen“ eingeladen hätten. Die Bischofskonferenz sei „selbstverständlich dabei“. Mit keinem Wort erwähnte er dagegen den von Leutheusser-Schnarrenberger geplanten Runden Tisch zum Thema. Die Justizministerin will sich explizit mit den möglichen Missbrauchsfällen in katholischen Einrichtungen und möglichen Entschädigungen beschäftigen. Der von Schröder und Schavan einberufene Runde Tisch werde sich ausdrücklich nicht damit befassen, was für „die Opfer von Missbrauch aus der Vergangenheit“ getan werden könne, sagte Leutheusser-Schnarrenberger am Donnerstagabend im ZDF. Die katholische Kirche will am Runden Tisch der Justizministerin nicht teilnehmen.

Tsp 13

 

 

 

 

Österreich: Schönborn fordert „Prozess der Läuterung“

 

Nach den in Österreich bekannt gewordenen Missbrauchsfällen hat Kardinal Christoph Schönborn „echte Umkehr“ von der Kirche gefordert. Neue Glaubwürdigkeit werde die Glaubensgemeinschaft erst erlangen, wenn sie durch einen „Prozess der Läuterung“ gehe, sagte der Kardinal am Donnerstagnachmittag anlässlich der Zweiten Wiener Diözesanversammlung im Stephansdom. Spürbar betroffen erinnerte er dabei vor rund 1.500 Delegierten an die Missbrauchsopfer: „Was ist mit euch getan worden? Was ist euch angetan worden? Diese Trauer muss uns bewegen, nicht die Frage: Wie geht es schon wieder uns, der Kirche? – Der geht es schlecht. Nein, das schmerzliche Gedenken an das Leiden der Opfer, diese echte Trauer wird allein die Kirche läutern und reinigen.“

In Österreich waren nach Missbrauchsvorwürfen zuletzt drei Patres des Stiftes Kremsmünster ihrer Ämter enthoben worden. Ein 75 Jahre alter Mönch habe mittlerweile gestanden, erklärte Abt Ambros Ebhart in einer eilig einberufenen Pressekonferenz. Auch in anderen Teilen Österreichs haben sich inzwischen mutmaßliche Opfer von Gewalt und sexuellen Übergriffen aus den 60er und 80er Jahren gemeldet, unter anderem auch zwei Ex-Mitglieder der „Wiener Sängerknaben“. In persönlichem Ton rief Kardinal Schönborn in seiner Impulsrede zu Aufklärung der Missbrauchsfälle auf. Dabei berief er sich auf das Wort Jesu „Die Wahrheit wird euch freimachen“. „Fürchtet euch nicht vor der Wahrheit, denn sie sieht vor allem das Leiden der Opfer. Die Kirche wird an Glaubwürdigkeit gewinnen, wenn sie durch diesen Prozess der Läuterung geht. Und sie wird deutlicher sichtbar machen, wo von Jesus her ihr Platz ist: Dort, wo vom Menschen das Ebenbild Gottes verletzt, geschändet, missbraucht wird.“

Mit Blick auf die beginnende Diözesanversammlung wies Schönborn auf rasante Veränderungen in Gesellschaft und Kirche hin. Es gelte, diesen Übergang nicht nur einfach zu erleiden, sondern ihn mit zu gestalten. Dabei rief der Wiener Erzbischof zu einer Kirchenöffnung auf - über die Grenzen der eigenen Gemeinden hinweg.

„Eines ist sicher: Wir müssen von manchem Abschied nehmen. Es verändert sich rasant unsere Gesellschaft und mit ihr auch unsere Kirche. Werden wir uns öffnen? Über die Grenzen unserer Gemeinden heraus? Manche orten einen Reformstau. Ich orte mit Sorgen, dass wir uns zu sehr mit uns selber beschäftigen, dass wir unsere Energien zu sehr an die binnenkirchlichen Themen binden. Wie wird eine Kirche aussehen, die wohl deutlich kleiner und deutliche multikultureller geworden ist? Werden wir diesen Übergang nur erleiden, oder ihn auch mit gestalten? Das ist die Herausforderung.“ (kap/apa 12)

 

 

 

Missbrauch - mehr Mut zur Aufarbeitung

 

Die Chance des runden Tisches

 

Die Negativmeldungen reißen nicht ab: Nahezu täglich berichten die Medien über neue Missbrauchsfälle in kirchlichen Einrichtungen. Krisen gab es schon viele in der katholischen Kirche. Vor einem Jahr war es die päpstliche Aufwertung der konservativen Pius-Bruderschaft, die in Deutschland zu schweren Turbulenzen führte. Doch der Skandal um sexuellen Missbrauch hat ohne Frage eine andere Dimension. Auch deshalb, weil diesmal die Krise nicht von Rom ausgeht, sondern mitunter die eigene Diözese, Kirchengemeinde oder Schule betrifft. Wo Missbrauchsfälle bekannt werden, erleben die Verantwortlichen, dass das Kehren vor der eigenen Haustür sehr schwer sein kann - besonders bei einem Orkan der Wut, Enttäuschung und Verbitterung, wie wir ihn seit einigen Wochen erleben.

Sexuelle Verbrechen an Schutzbefohlenen sind kein alleiniges Problem der katholischen Kirche. Kindesmissbrauch ist vielmehr ein gesamtgesellschaftlicher Skandal. Die Verantwortlichen in der Kirche müssen jedoch häufig zugeben, von solchen Vorgängen gewusst, die Sache aber nicht ernstgenommen oder die Täter versetzt und gedeckt zu haben. Und Fakt ist auch: Je mehr Missbrauchsfälle in katholischen Einrichtungen bekannt werden, umso schwerer tut sich die Kirche in Deutschland mit den Vorwürfen und umso größer sind die Ratlosigkeit und der Glaubwürdigkeitsverlust.

 

In dieser Woche konnte man den Eindruck gewinnen, dass sich der Staat stärker um Schadensbegrenzung bemüht als die Kirche. So hat Familienministerin Kristina Schröder für den 23. April einen Runden Tisch zum Thema Missbrauch angekündigt. Es ist ein fast verzweifelter Aufruf an eine Glaubensgemeinschaft, die nur noch mit sich selbst beschäftigt zu sein scheint und die in diesen Tagen hilflos nach Rom blickend eine Stellungnahme des Papstes erwartet.

 

So wichtig die katholische Kirche als sinnstiftende Institutionen ist, so fatal ist ihr derzeitiger Verlust an Vertrauens- und Glaubwürdigkeit. Gerade in Zeiten von Globalisierung, Wirtschaftskrise, einer Überbetonung des Individuellen und der Ökonomisierung aller Lebensbereiche sind wertestiftende Organisationen wichtig und nötig. Der Gesellschaft würde ohne die Kirche ein wichtiger Kompass fehlen. Doch um sich mit ihren Positionen Gehör zu verschaffen, benötigt die Kirche Autorität. Sie muss Teil der Gesellschaft sein, die sie kritisiert. Aber es entsteht der Eindruck, die Kirche verschanze sich zunehmend. So jedoch gewinnt sie nicht Autorität und Glaubwürdigkeit - sie verliert sie.

 

Wenigstens wurde das Angebot des Runden Tisches seitens der katholischen Kirche angenommen. Auch wenn der Runde Tisch nicht alle Probleme lösen und nicht alle Erwartungen erfüllen kann: Zusammen mit weiteren Vertretern von Familienverbänden, Schulträgern, der freien Wohlfahrtspflege, der Ärzteschaft und der Politik soll das Gremium Selbstverpflichtungen und Verhaltensregeln erarbeiten. Es wäre gut, wenn die Kirche an diesem Runden Tisch eine Vorreiterrolle in Sachen Prävention übernehmen könnte. Wie aber kann sie diese Funktion übernehmen, wenn sich derzeit in der Kirche eher Hilflosigkeit und Resignation breit machen?

 

Gefragt ist zunächst der Mut zur Offenheit, die Dinge so zu sehen wie sie sind und nicht wie man sie gerne hätte, denn „die Wahrheit wird euch befreien“ (Joh 8,32). Die Kirche muss ihre Binnenkultur hinterfragen, ihre Abgrenzung zur Welt. Und sie muss sich dem Widerspruch zwischen strenger Sexualmoral und innerkirchlicher Wirklichkeit stellen. Sie muss dazu stehen, Schuld auf sich geladen zu haben. Sie muss die Täter in aller Konsequenz bestrafen. Und sie muss alles unternehmen, um die Wahrscheinlichkeit des Kindesmissbrauchs auf ein absolutes Minimum beschränken. Nur so kann verlorenes Vertrauen in mühsamen und kleinen Schritten wiedergewonnen werden. Es gibt Kirchenvertreter, die wenigstens damit beginnen. Der Berliner Jesuitenpater Klaus Mertes gehört dazu. Es gibt aber auch den Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller, der der Berichterstattung immer noch „machtpolitisch-ideologische Zwecke" unterstellt und von Verfehlungen Einzelner spricht.

 

 

Die katholische Kirche erlebt in diesem Jahr eine besondere österliche Bußzeit. Die eigentlichen Themen dieser Vorbereitungszeit auf Ostern sind kaum präsent, obwohl sie aktueller denn je sind. Manchem fällt in dieser Zeit schwer, seiner Kirche noch treu zu sein. Vergessen werden darf dabei nicht: Ob Christen und ihre Kirche als glaub- und vertrauenswürdig gelten, entscheidet sich oft in den Gemeinden, Sozialstationen und Beratungsstellen vor Ort. Bisher haben manche Mitglieder ihrer Kirche deshalb nicht den Rücken gekehrt, weil sie in ihrer Gemeinde Positives erleben. Das soll nicht heißen, Kirche vor Ort müsse allein wiedergutmachen, was andernorts zerschlagen wird. Viele Gemeinden sind derzeit von Strukturreformen und Fusionen in Beschlag genommen. Aber wo Glaubwürdigkeit erlebt wird, da klärt sich manche Strukturfrage nebenbei, da erscheint Kirche weiterhin als sinnstiftende Gemeinschaft.

 

Der Mut zu nächsten Schritten ist gefragt - nach außen, aber auch nach innen. In den Gemeinden vor Ort, aber auch in der Kirche als Ganze. Nur so können Glaubwürdigkeit und Vertrauen wiedergewonnen werden. Und nur so kann es Ostern werden - auch für die katholische Kirche. Kath.de

 

 

 

 

Priesterseminar. Türken wollen EU-Forderung folgen

 

Seit 1971 ist das griechisch-orthodoxe Seminar geschlossen. Folgen der Ankündigung von Vizeregierungschef Arinc Taten, erfüllen die Türken eine Forderung der EU.

 

Ein seit fast 40 Jahren geschlossenes Priesterseminar der griechisch-orthodoxen Kirche in der Türkei soll wieder geöffnet werden.

Er hoffe, dass dies ohne größere Verzögerungen geschehen werde, sagte Vize-Regierungschef Bülent Arinc nach Berichten mehrerer türkischer Nachrichtensender. Die Christen hätten ein Recht auf die Ausbildung eigener Geistlicher.

Die EU und Griechenland verlangen seit Jahren eine Wiedereröffnung der seit 1971 geschlossenen Schule auf der Insel Heybeliada - griechisch Halki -, einer der Prinzeninseln im Marmarameer bei Istanbul.

 

Arinc betonte, in der Türkei solle sich niemand als Bürger zweiter Klasse fühlen. "Sowohl ich persönlich als auch die Regierung sind entschlossen, dass die Ausbildung am Priesterseminar wieder aufgenommen werden soll", sagte Arinc nach einem Treffen mit christlichen und jüdischen Religionsführern im Istanbuler Amtssitz des Ministerpräsidenten.

Die türkische Regierung arbeitet nach eigenen Angaben seit längerem an einem rechtlichen Modell, das die Wiedereröffnung der Schule ermöglichen soll. Die Gespräche mit dem griechisch-orthodoxen Patriarchat in Istanbul über dieses Thema sollen laut Arinc fortgesetzt werden.

Zwar habe das Verfassungsgericht den gesetzlichen Rahmen für die Öffnung eng gefasst, sagte Arinc. Er hoffe dennoch, dass die Wiedereröffnung des Seminars im Rahmen der bestehenden Gesetze "ohne große Verzögerungen" verwirklicht werden könne.  (sueddeutsche.de 12)

 

 

 

 

Kirchenmillionen veruntreut. Sechs Jahre Haft für Ex-Rentamtsleiter

 

Limburg. Die Veruntreuung von Kirchengeldern in Millionenhöhe hat einem früheren Angestellten des katholischen Bistums Limburg sechs Jahre und drei Monate Haft eingetragen. Das Landgericht Limburg befand den 55 Jahre alten Angeklagten für schuldig, die Kirche von 2004 bis 2009 um insgesamt 2,7 Millionen Euro betrogen zu haben. Der Prozess gegen den bislang hochangesehenen Leiter eines kirchlichen Rentamtes hatte in der Bischofsstadt großes Aufsehen erregt. Bischof Franz-Peter Tebartz-van Elst kündigte eine verbesserte Aufsicht über das Finanzwesens seines Bistums an.

 

"Der Angeklagte hat den Hals nicht voll bekommen können", sagte der Vorsitzende Richter Josef Bill in seiner 40 Minuten dauernden Urteilsbegründung. Der Kirchenbedienstete habe mit den Veruntreuungen bereits 1983 begonnen. Diese Taten sind verjährt, doch das Bistum schätzt den Gesamtschaden auf 4,8 Millionen Euro.

 

Strafverschärfend wertete Richter Bill die lange Dauer der Taten und die "erhebliche kriminelle Energie" des Angeklagten. "Man muss nur dreist genug sein, dann geht das auch", sagte er. Der Rentamtsleiter hatte über Jahre mehrmals in der Woche 7500 Euro bar vom Konto einer katholischen Kindertagestätte abgehoben. Dabei gab er vor, es gehe um Rückzahlungen an die Stadt Limburg. Mit dem Geld leisteten sich der Angeklagte und seine Familie Häuser, teure Autos und Urlaube, die Zehntausende Euro kosteten. "Der Angeklagte hat in Saus und Braus gelebt", sagte Bill.

 

Rentämter unterstützen Kircheneinrichtungen bei Finanzen und Verwaltung. Das übliche Vier-Augen-Prinzip in der Buchhaltung sei durch die "fatale Beziehung zu der sogenannten Chefbuchhalterin" ausgehebelt gewesen, befand der Richter. Der Rentamtsleiter, der sich vor Gericht als treu sorgenden Familienvater darstellte, hatte mit zwei seiner Angestellten ein Verhältnis gehabt. Ermittlungen wegen Beihilfe seien aber ergebnislos eingestellt worden, sagte der Staatsanwalt.

 

Zu seiner Verteidigung hatte der Angeklagte auch die angeblich laxe Aufsicht durch das Bischöfliche Ordinariat angeführt. Das ließ Richter Bill nicht gelten: Der Rentamtsleiter sei ein Insider, der die Schwächen des Systems gekannt habe. Er habe seine Vertrauensstellung missbraucht. Aufgeflogen war der Betrug, als das Rentamt 2006 auf kaufmännische Buchführung umstellte und der Mittelabfluss deutlich wurde. Danach verliefen mehrere Prüfungen im Sande, bis das Bistum im Oktober 2009 Anzeige erstattete.

 

Der Staatsanwalt, der siebeneinhalb Jahre Haft gefordert hatte, zeigte sich zufrieden mit dem Urteil. Die Verteidigung hatte auf vier Jahre plädiert. Sein Mandant und er prüften die Frage von Rechtsmitteln, sagte der Anwalt.

 

Der Angeklagte habe der Kirche nicht nur finanziell geschadet, seine verbrecherische Tätigkeit habe "zu einem erheblichen Vertrauensverlust des Bistums" geführt, sagte Bischof Tebartz-van Elst. Der Oberhirte schloss auch eine Kirchenstrafe gegen den früheren Mitarbeiter nicht aus. Sowohl die innere wie die äußere Aufsicht über die Finanzen im Bistum sollten neu geordnet werden. (dpa 12)

 

 

 

 

Papst: Zölibat wichtig für erfülltes Priestersein

 

Der Zölibat ist für ein erfülltes Priestersein unerlässlich. Das hat Papst Benedikt an diesem Freitag anlässlich einer internationalen Theologentagung in Rom unterstrichen. Der zweitägige Kongress findet an diesem Freitag und Samstag an der päpstlichen Lateran-Universität statt und steht unter dem Motto „Treue Christi, Treue des Priesters“. Nachdem Benedikt zuvor Erzbischof Zollitsch getroffen hatte, sprach er zu den mehr als 50 Bischöfen und über 500 Priestern der Tagung - nicht über den Missbrauchsskandal, sondern über die Bedingungen des Priestersein. „Der Kontext der ontologischen Zugehörigkeit zu Gott ist der richtige Rahmen, um – auch in unseren Tagen – den Wert des Zölibats zu verstehen und erneut zu bestätigen. Er ist in der römischen Kirche ein notwendiges Charisma des heiligen Ordens und wird auch in den Ostkirchen äußerst geschätzt. Die Berufung zum Priester bleibt auch für die ein Geheimnis, die sie erhalten haben. Unsere Grenzen und Schwächen müssen uns dazu führen, dieses Geschenk in tiefem Glauben zu leben und es zu schützen.“

Die Kirche dürfe das Priesteramt nicht auf gängige kulturelle Kategorien reduzieren, sagte der Papst weiter. Die säkularisierte Gesellschaft nehme das Priesteramt „gerade wegen der grundlegendsten Aspekte seines Dienstes“ als etwas Fremdes wahr. Umso mehr brauche man eine stärkere Kontinuität zwischen der Ausbildung im Seminar und der beruflichen Weiterbildung. In den vergangenen Jahrzehnten sei der Priester vielfach auf eine Art Sozialarbeiter reduziert worden, kritisierte der Papst. Dagegen gebe es ein grosses Bedürfnis nach Männern, die nicht „flüchtigen kulturellen Moden“ unterworfen seien. Die Gläubigen erwarteten von den Geistlichen, dass sie „Priester und nichts anderes“ seien. (kipa 12)

 

 

 

Erzbistum München Gescheiterte Rehabilitation

 

Trotz mehrerer Missbrauchsfälle ermöglichte das Erzbistum München einem vorbestraften Pfarrer, immer wieder mit Kindern in Kontakt zu treten. Von Karin Prummer, Dominik Stawski

Es flossen Tränen, als sich der Pfarradministrator im Jahr 2008 von seiner oberbayerischen Gemeinde verabschiedete. Er hielt seine Predigt in Reimform, eine Ministrantenabordnung überreichte ihm Geschenke - allein, warum er die Gemeinde verlassen musste, das wusste damals niemand.

Das Erzbischöfliche Ordinariat bestätigte Informationen der Süddeutschen Zeitung, wonach der Pfarrer, der bis heute in Oberbayern als Kur- und Tourismusseelsorger tätig ist, 1986 wegen sexuellen Missbrauchs Minderjähriger zu einer Haftstrafe auf Bewährung verurteilt worden ist. Und auch vorher gab es schon Vorwürfe gegen ihn: Als junger Kaplan kam er wegen des Verdachts auf sexuellen Missbrauch von Jugendlichen 1980 aus seiner damaligen Pfarrgemeinde im Bistum Essen nach München, mit Zustimmung des Ordinariatsrats der Diözese. Erzbischof war damals Joseph Ratzinger, der heutige Papst Benedikt XVI.

 

Zur Therapie in den Süden - Der Rat beschloss, dass der Pfarrer zur Therapie nach München kommen und in dieser Zeit in einem Pfarrhaus wohnen könne. Jedoch setzte ihn der damalige Generalvikar Gerhard Gruber - laut Ordinariat eigenmächtig - 1980 direkt wieder in einer Münchner Pfarrei zur Seelsorge ein. Zur Begründung sagt Gruber heute: "Wir wollten nicht, dass er den ganzen Tag nichts zu tun hat, außer einer Stunde Therapie."

Er bedauere diese Entscheidung, sagt der heute 81 Jahre alte Gruber. Doch der Pfarrer wurde rückfällig und 1986 wegen sexuellen Missbrauchs zu 18 Monaten Freiheitsstrafe auf Bewährung verurteilt. Nach dem Urteil arbeitete der Pfarrer zunächst in einem Altenheim und wurde 1987 erst Kurat und dann Pfarradministrator in einer Gemeinde in Oberbayern. Dort blieb er 21 Jahre. Von Vorfällen ist nichts bekannt. Der damalige Generalvikar Gruber sagt, das Urteil von 1986 habe kein Berufsverbot enthalten. "Ich war dafür, dass er wieder eingesetzt wird." Gruber sagt, er habe an die Rehabilitation des Pfarrers geglaubt, und sei bis heute davon überzeugt.

Der Pfarrer, heute 62 Jahre alt, wäre wohl weiter Pfarradministrator geblieben, hätte sich nicht das Missbrauchsopfer Wilfried F. aus dem Ruhrgebiet entschlossen, etwas dagegen zu unternehmen. Der Pfarrer soll Wilfried F. im Jahr 1979 nach einer Ferienfreizeit in der Eifel sexuell missbraucht haben. Damals war F. elf Jahre alt. Unter anderem habe ihn der Pfarrer zum Oralverkehr gezwungen. Erst Ende 2006, schreibt Wilfried F., habe er aufgehört, das Geschehene zu verdrängen. Er habe herausgefunden, dass der Mann weiter als Pfarrer auch mit Jugendlichen arbeite.

"Zum Schweigen bringen"

 

Wilfried F. schrieb ihm daraufhin E-Mails, fragte ihn, ob er ein schlechtes Gewissen habe und forderte eine Entschädigung. Die E-Mail habe der Beauftragte für Missbrauchsvorwürfe des Münchner Erzbistums, Siegfried Kneißl, beantwortet. Eine der E-Mails aus dem Jahr 2008 liegt der SZ vor. Darin bittet Kneißl den Absender, seine Anonymität aufzugeben, damit er den Vorwürfen nachgehen könne. F. tat dies nicht. Wenige Tage später, so sagt Wilfried F., stand bei ihm die Polizei vor der Tür. Der Vorwurf: Er soll den Pfarrer erpresst haben. "Das Ordinariat wollte mich zum Schweigen bringen", sagte F. Das Verfahren gegen ihn wurde im Mai 2008 eingestellt, eine Erpressung war nicht nachzuweisen. Es dauerte noch etwa drei Monate, dann wurde der pädophile Geistliche versetzt.

Er wechselte in eine andere oberbayerische Gemeinde, wo er bis heute als Kur- und Tourismusseelsorger arbeitet. Ihm wurde laut Ordinariat auferlegt, keine Kinder-, Jugend- und Ministrantenarbeit mehr zu machen. Denn: "Ein auf Wunsch des neuen Erzbischofs Reinhard Marx erstelltes forensisches Gutachten rechtfertigte aus Sicht des Ordinariats nicht den Verbleib des Mannes in der Pfarrseelsorge."

Doch der Pfarrer feiert Gottesdienste für Jugendliche. Der Pfarrbrief berichtet von einem "schönen Gottesdienst" auf einem Jugendzeltlager im August des vergangenen Jahres. SZ 13