Notiziario religioso  12-14  Marzo  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Venerdì 12. Il commento al Vangelo. Il primo di tutti i comandamenti 1

2.       Sabato 13. Il commento al Vangelo. La preghiera del fariseo e del pubblicano  1

3.       Domenica 14. Il commento al Vangelo. La parabola del figliol prodigo  2

4.       Domenica 18. IV di Quaresima. Il peccato? Un inferno da cui ci libera l’amore del Padre  3

5.       Quale futuro per le MCI in Europa? A Roma l’incontro dei delegati nazionali 5

6.       La sfida del cardinale Schoenborn. "Gli abusi dei preti colpa del celibato"  6

7.       Girotti: «Più facile assolvere un pedofilo pentito che una donna che ha abortito»  6

8.       Vaticano: «No attenuanti per abusi»  7

9.       Mafia, la protesta dei vescovi del Sud. "Basta feste religiose nei comuni collusi"  7

10.   “Il fenomeno migratorio fra pregiudizio e realtà”  8

11.   Comunità cristiane nel mondo musulmano  8

12.   Svizzera. “Nuove Opportunità per i cattolici stranieri”. Un convegno a Zurigo  9

13.   Vescovi del Sud attaccano: "Chiesa  troppo timida di fronte alla mafia"  9

 

 

1.       Anselm Bilgri zum Missbrauchsskandal ''Wir sprachen nie offen über Sexualität'' 9

2.       Benedikt XVI.: „Beileid für Opfer in Nigeria und Türkei“  10

3.       Missbrauch. Kirche spricht über Entschädigungen  11

4.       Köhler fordert weitere Konsequenzen aus Amoklauf. Gedenkfeier in Winnenden  11

5.       Zweite Karriere für Priester. Das Leben nach dem Zölibat 12

6.       Italien: Evangelische Gemeinde freut sich auf Papstbesuch  12

7.       Missbrauchsskandal. ''Und dann kommen die Machtspiele''. "Übertriebene Solidarität"  12

8.       Meinungsaustausch von Gewerkschaften und katholischer Kirche  13

9.       Misshandlungen. Georg Ratzinger bittet Opfer um Verzeihung  13

10.   Misshandlungen bei den Domspatzen. Ratzingers Beichte  14

11.   Missbrauchsverdacht im Bistum Mainz  15

 

 

 

Venerdì 12. Il commento al Vangelo. Il primo di tutti i comandamenti

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 12,28-34) commentato da P. Lino Pedron 

 

  28 Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto

  come aveva loro ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i

  comandamenti?». 29 Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio

  nostro è l'unico Signore; 30 amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo

  cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31 E il secondo è

  questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento   più importante di questi». 32 Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene,

  Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui;

  33 amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare

  il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34

  Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal

  regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

La domanda che lo scriba pone a Gesù non è oziosa. Data la molteplicità delle

prescrizioni della legge (se ne contavano 613, ripartite in 365 proibizioni -

quanti sono i giorni dell’anno - e 248 comandamenti positivi, quante si credeva

fossero le parti del corpo umano), ci si poteva legittimamente interrogare sul

loro valore e chiedersi quale fosse il comandamento più grande.

La risposta di Gesù che pone nell’amore di Dio e del prossimo il centro della

legge, non è una novità assoluta: lo insegnavano anche i rabbini di allora. La

novità consiste nell’avere unificato il testo del Dt 6,4-5 con il testo del Lv

19,18. Ma per cogliere questo centro sono necessarie due precisazioni. La Bibbia insegna che il nostro amore per Dio e per il prossimo suppone un fatto

precedente, senza il quale tutto resterebbe incomprensibile: l’amore di Dio per

noi. Qui è l’origine e la misura del nostro amore. L’amore dell’uomo nasce

dall’amore di Dio e deve misurarsi su di esso. E qui si inserisce la seconda

precisazione: chi è il prossimo da amare? La Bibbia risponde: ogni uomo che Dio ama, cioè tutti gli uomini, senza alcuna distinzione, perché Dio si è rivelato

in Gesù come amore universale.

La nostra vita è amare Dio e unirci a lui (Dt 30,20), diventando per grazia ciò

che lui è per natura. Il nostro amore per lui è la via per la nostra

divinizzazione, perché uno diventa ciò che ama. Chi risponde a questo amore

passa dalla morte alla vita, mentre chi non ama Dio e il prossimo rimane nella

morte (1Gv 3,14). Dio è amore più forte della morte (Ct 8,6). La sua fedeltà

dura in eterno (Sal 117,2). Quando noi moriamo, egli ci ridà la vita.

"Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi

risusciterò dai vostri sepolcri" (Ez 37,13). Dio ha creato tutto per

l’esistenza, perché è un Dio amante della vita (cfr Sap 1,14; 11,26).

L’amore per l’uomo non è in alternativa a quello per Dio, ma scaturisce da esso

come dalla sua sorgente. Si ama veramente il prossimo solo quando lo si aiuta a

diventare se stesso, raggiungendo il fine per cui è stato creato, che è quello

di amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stesso. Alla luce di questa

verità, dobbiamo rivedere radicalmente il nostro modo di amare: molto del

cosiddetto amore, che schiavizza sé e gli altri, è una contraffazione

dell’amore, è egoismo. Quanta purificazione, quanta grazia di Dio occorrono

perché l’amore sia vero amore! De.it.press

 

 

 

 

Sabato 13. Il commento al Vangelo. La preghiera del fariseo e del pubblicano

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 18,9-14) commentato da P. Lino Pedron 

 

  9 Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e

  disprezzavano gli altri: 10 «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era

  fariseo e l'altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra

  : O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti,

  adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12 Digiuno due volte la settimana

  e pago le decime di quanto possiedo. 13 Il pubblicano invece, fermatosi a

  distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto

  dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. 14 Io vi dico: questi tornò a casa

  sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato

  e chi si umilia sarà esaltato».

In questo brano abbiamo due modelli di fede e di preghiera. Da una parte il

fariseo che sta davanti al proprio io. Egli è sicuro della sua bontà, giustifica

se stesso e condanna gli altri. Dall’altra il pubblicano che, sentendosi lontano

da Dio e non potendo confidare in sé, si accusa e invoca il perdono.

Il fariseo non sta davanti a Dio, ma a se stesso, non parla con Dio, ma con se

stesso. La sua preghiera non è un dialogo, ma un monologo. Essa sembra un

ringraziamento a Dio, ma in realtà è una strumentalizzazione di Dio per il

proprio autocompiacimento. Egli si appropria dei doni di Dio per lodare se

stesso invece del Padre e per disprezzare i fratelli invece di amarli.

Se la preghiera non è umile, è una separazione diabolica dal Padre e dai

fratelli. E’ lo stravolgimento massimo: in essa si usa Dio per cercare il

proprio io. E’ il peccato allo stato puro.

Il fariseo accusa gli altri di essere rapaci proprio mentre lui sta cercando di

appropriarsi della gloria di Dio. Accusa gli altri di essere ingiusti, ossia di

non fare la volontà di Dio, mentre lui trasgredisce il più grande dei

comandamenti: l’amore per Dio e per il prossimo. Accusa gli altri di essere

adulteri mentre lui si prostituisce all’idolo del proprio io, invece di amare

Dio.

La religiosità che egli vive è solo esteriore; dentro c’è presunzione, ma anche

molta grettezza, cattiveria, arroganza che lo spinge a giudicare con disprezzo

il fratello peccatore che ha preso posto in lontananza.

Matteo scrive che i farisei assomigliano ai sepolcri imbiancati, belli

all’esterno, ma pieni di putridume all’interno (23,27). All’esterno il fariseo è

un perfetto credente, ma, dentro, i suoi pensieri e i suoi sentimenti sono

totalmente diversi da quelli di Dio, che ama tutti indistintamente e in primo

luogo i peccatori.

Il nostro fariseismo esce proprio tutto e bene quando preghiamo. La preghiera è

lo specchio della verità: ci fa vedere che abbiamo dentro tutto il male che

vediamo negli altri. Non c’è preghiera vera senza umiltà, e non c’è umiltà senza

la scoperta del proprio peccato, anche del peggiore: quello di considerarsi

giusti.

La preghiera del pubblicano è quella dell’umile: penetra le nubi (cfr Sir

35,17). E’ simile a quella dei lebbrosi e del cieco (cfr Lc 17,13; 18,38); è la

preghiera che purifica e illumina. E’ una supplica con due poli: la misericordia

di Dio e la miseria dell’uomo. L’umiltà è l’unica realtà capace di attirare Dio:

fa di noi dei vasi vuoti che possono essere riempiti da Dio.

La fede che giustifica viene dall’umiltà che invoca la misericordia. La

presunzione della propria giustizia non salva nessuno. Il giusto non è

giustificato finché non riconosce il proprio peccato.

Senza umiltà non c’è conoscenza vantaggiosa né di sé né di Dio, e si rimane

sotto il dominio del maligno.

Se il peccato è la superbia e il peccatore è il superbo, l’umiltà che il vangelo

richiede ad ogni credente è quella di riconoscere la propria umiliante realtà di

fariseo superbo.

L’autore dell’Imitazione di Cristo sintetizza perfettamente l’insegnamento di

questa parabola: "A Dio piace più l’umiltà dopo che abbiamo peccato che la

superbia dopo che abbiamo fatto le opere buone". De.it.press

 

 

 

 

 

Domenica 14. Il commento al Vangelo. La parabola del figliol prodigo

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 15,1-3.11-32) commentato da P. Lino Pedron 

 

  1 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I

  farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con

  loro». 3 Allora egli disse loro questa parabola:

  11 «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la

  parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13

  Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per

  un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando

  ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a

  trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli

  abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16

  Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno

  gliene dava. 17 Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa

  di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi leverò e

  andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di

  te; 19 non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei

  tuoi garzoni. 20 Partì e si incamminò verso suo padre.

  Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli

  si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro

  il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. 22

  Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e

  rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. 23 Portate il

  vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio

  figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E

  cominciarono a far festa.

  25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a

  casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò un servo e gli domandò che cosa

  fosse tutto ciò. 27 Il servo gli rispose: E' tornato tuo fratello e il padre

  ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28

  Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. 29 Ma

  lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai

  trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa

  con i miei amici. 30 Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi

  con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 31 Gli

  rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32

  ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed

  è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Questa parabola rivela il centro del vangelo: Dio come Padre di tenerezza e di

misericordia. Egli prova una gioia infinita quando vede tornare a casa il figlio

da lontano, e invita tutti a gioire con lui.

Gesù fin dall’inizio mangia con i peccatori (cfr Lc 5,27-32). Ora invita anche i

giusti. Attaccato da essi con cattiveria, li contrattacca con la sua bontà,

perché vuole convertirli. Ma la loro conversione è più difficile di quella dei

peccatori. Non vogliono accettare il comportamento di Dio Padre che ama

gratuitamente e necessariamente tutti i suoi figli: la sua misericordia non è

proporzionata ai meriti, ma alla miseria. I peccatori a causa della loro miseria

sentono la necessità della misericordia. I giusti, che credono di essere privi

di miseria, non accolgono la misericordia.

Questo brano è rivolto al giusto perché occupi il suo posto alla mensa del

Padre: deve partecipare alla festa che egli fa per il proprio figlio perduto e

ritrovato. Questa parabola non parla della conversione del peccatore alla

giustizia, ma del giusto alla misericordia.

La grazia che Dio ha usato verso di noi, suoi nemici, deve rispecchiarsi nel

nostro atteggiamento verso i nemici (cfr Lc 6,27-36) e verso i fratelli

peccatori (cfr Lc 6,36-38). Il Padre non esclude dal suo cuore nessun figlio. Si

esclude da lui solo chi esclude il fratello. Ma Gesù si preoccupa di ricuperare

anche colui che, escludendo il fratello, si esclude dal Padre.

Nel mondo ci sono due categorie di persone: i peccatori e quelli che si credono

giusti. I peccatori, ritenendosi senza diritti, hanno trovato il vero titolo per

accostarsi a Dio. Egli infatti è pietà, tenerezza e grazia: per sua natura egli

ama l’uomo non in proporzione dei suoi meriti, ma del suo bisogno.

I destinatari della parabola sono gli scribi e i farisei, che si credono giusti.

Gesù li invita a convertirsi dalla propria giustizia che condanna i peccatori,

alla misericordia del Padre che li giustifica. Mentre il peccatore sente il

bisogno della misericordia di Dio, il giusto non la vuole né per sé né per gli

altri, anzi, come Giona (4,9), si irrita grandemente con Dio perché usa

misericordia.

La conversione è scoprire il volto di tenerezza del Padre, che Gesù ci rivela,

volgersi dall’io a Dio, passare dalla delusione del proprio peccato, o dalla

presunzione della propria giustizia, alla gioia di esser figli del Padre.

Radice del peccato è la cattiva opinione sul Padre: e questa opinione è comune

ai due figli. Il più giovane, per liberarsi del Padre, si allontana da lui con

le degradazioni della ribellione, della dimenticanza, dell’alienazione atea e

del nihilismo. L’altro, per imbonirselo, diventa servile.

Ateismo e religione servile, dissolutezza e legalismo, nihilismo e vittimismo

scaturiscono da un’unica fonte: la non conoscenza di Dio. Questi due figli, che

rappresentano l’intera umanità, hanno un’idea sbagliata sul conto del Padre: lo

ritengono un padre-padrone.

Questa parabola ha come primo intento di portare il fratello maggiore ad

accettare che Dio è misericordia. Questa scoperta è una gioia immensa per il

peccatore e una sconfitta mortale per il giusto. E’ la conversione dalla propria

giustizia alla misericordia di Dio. La conversione consiste nel rivolgersi al

Padre che è tutto rivolto a noi e nel fare esperienza del suo amore per tutti i

suoi figli. Per questo il giusto deve accettare un Dio che ama i peccatori. Per

accettare il Padre bisogna convertirsi al fratello. De.it.press

 

 

 

Domenica 18. IV di Quaresima. Il peccato? Un inferno da cui ci libera l’amore del Padre

 

Gesù ci ha rivelato che Dio è amico dei pubblicani e dei peccatori (Cf. Lc 7,34; Mt 9,12-13). Ma fino a quando lo sarà? Non verrà il giorno in cui cambierà atteggiamento nei loro confronti?

 

A questa domanda qualcuno risponde: i peccatori hanno tempo fino alla fine della vita per convertirsi, poi basta. Al momento della resa dei conti Dio smette d’essere buono e diventa un giudice giusto.

Questo cambiamento di sentimenti (ammesso che avvenga) non può che lasciare stupiti e sconcertati. Qui sulla terra Gesù accetta gli inviti dei pubblicani e dei peccatori, frequenta le loro case, prende parte alle loro feste, mangia con loro e poi, in cielo, nega loro un posto al suo banchetto e li caccia lontano da sé. Un comportamento difficile non solo da accettare, ma anche da capire.

Qualche altro spiega: non sarà Dio a condannare, sarà il peccatore a castigarsi. A parte il fatto che il peccatore si è già castigato abbastanza sulla terra compiendo il male (Prv 8,36), come ammettere che l’incontro con il Signore, invece di illuminare e purificare l’uomo, lo renda ancora più testardo nell’infelicità che si è scelto? Chi può credere che arriverà il momento in cui Cristo si rassegnerà a perdere un amico? Chi può pensare che, ad un certo punto, il male trionferà (eternamente!) sull’amore onnipotente di Dio?

 

Prima Lettura (Gs 5,9a.10-12)

 

9 Allora il Signore disse a Giosuè: “Oggi ho allontanato da voi l’infamia d’Egitto”.

10 Si accamparono dunque in Gàlgala gli israeliti e celebrarono la pasqua al quattordici del mese, alla sera, nella steppa di Gerico.

 11 Il giorno dopo la pasqua mangiarono i prodotti della regione, azzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno.

 12 La manna cessò il giorno dopo, come essi ebbero mangiato i prodotti della terra e non ci fu più manna per gli israeliti; in quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.

 

Prima di lasciare l’Egitto gli israeliti hanno celebrato la Pasqua. Hanno vegliato per tutta la notte, hanno mangiato l’agnello e poi, nell’oscurità, si sono messi in cammino verso la terra che Dio aveva promesso ai loro padri. Guidati da Mosè e protetti dal Signore hanno attraversato il mar Rosso e sono entrati nel deserto dove hanno trascorso quarant’anni.

La lettura di oggi narra la conclusione di questo lungo viaggio. Dopo molto peregrinare, gli israeliti attraversano il fiume Giordano e giungono a Galgala, nella pianura di Gerico. Sono finalmente liberi e stanno per prendere possesso di una terra fertile. Ad ogni famiglia verrà assegnato un campo da coltivare; vivranno di agricoltura e di pastorizia, non più della manna e dei poveri frutti che offre il deserto. Per manifestare la loro gioia e la loro riconoscenza al Signore, gli israeliti decidono di celebrare nuovamente la festa della Pasqua, come hanno fatto i loro padri la notte dell’uscita dall’Egitto.

Non compiono il rito per ricordare un lontano passato, ma per mostrare che hanno capito, che si rendono conto che Dio ha mantenuto le sue promesse. Egli non ha condotto il suo popolo nel deserto per annientarlo, per farlo perire – come i loro padri hanno spesso sospettato e insinuato (Es 17,3; Nm 14,3) – ma ha cancellato per sempre “l’infamia dell’Egitto”. Tante volte lo hanno messo alla prova, hanno dubitato della sua fedeltà, non hanno obbedito alla sua voce (Nm 14,22), ma egli li ha liberati ugualmente.

Nessun peccato, nessuna infedeltà è riuscita a scoraggiarlo, a dissuaderlo, a farlo desistere dal suo progetto di salvezza.

La storia di questo popolo è segno del pellegrinaggio dell’umanità intera verso la terra della libertà definitiva nella quale tutti, senza eccezione, sono attesi (1 Tm 2,4; Tt 2,11).

Usciti dal deserto gli israeliti non hanno più avuto bisogno della manna, “pane degli angeli” (Sal 78,25), pane del cielo (Sal 105,40) che a nessuno era stato negato e che nessuno doveva considerare sua proprietà esclusiva, altrimenti marciva e ammuffiva.

Chi si alimenta del pane eucaristico è in cammino, non è ancora giunto alla Terra Promessa. Ma anche questo pane cesserà quando avranno inizio la festa e il banchetto eterni.

 

Seconda Lettura (2 Cor 5,17-21)

 

Fratelli, 17 se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.

18 Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. 19 E’ stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.

20 Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. 21 Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.

 

L’apocalittica giudaica – che ha avuto il suo periodo di massimo fulgore proprio al tempo della nascita del cristianesimo – prevedeva che il mondo presente, tra terribili convulsioni e catastrofi, sarebbe giunto presto alla fine e dalle sue ceneri sarebbe sorto un mondo nuovo.

Scrivendo ai Corinti, Paolo risponde a queste attese e dichiara: non ci si deve attendere sconvolgimenti cosmici, le cose vecchie sono già passate; con la Pasqua di Cristo ha avuto inizio il mondo nuovo e, per esserne partecipi, basta “essere in Cristo” (v.17).

Come spiegare meglio questo prodigio operato da Dio?

L’Apostolo ricorre all’immagine della riconciliazione.

Il peccato è un disaccordo, uno stato di inimicizia, una difformità di vedute e di intenti fra l’uomo e Dio. Quest’ostilità è stata superata, l’armonia è stata ristabilita non dal ravvedimento e dalla buona volontà dell’uomo, ma da un intervento gratuito da parte di Dio. In Cristo egli ha riconciliato a sé il mondo “non mettendo in conto agli uomini le loro colpe” (vv.18-20), ha stracciato i libri della contabilità che era tutta in rosso.

Un colpo di spugna? L’immagine giuridica del debito condonato potrebbe suggerire quest’idea, ma il seguito della lettera chiarisce il pensiero dell’Apostolo. Egli rivolge ai corinti un’esortazione accorata: “Vi supplichiamo, in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio!” (v.20). E’ necessario dunque che l’uomo accetti la riconciliazione che Dio gli offre.

 

Fra Paolo e la comunità di Corinto c’è stata una dolorosa rottura. Qualche mese prima l’Apostolo è stato gravemente offeso e addirittura scacciato. Non si è trattato di una banale incomprensione. Paolo è stato rifiutato a causa del messaggio che annunciava. Ecco la ragione per cui ai corinti ricorda: “Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro” (v.20).

Non è possibile riconciliarsi con Dio senza mettersi d’accordo con il suo Apostolo, senza accettare il messaggio che egli annuncia. La riconciliazione con Dio non si realizza mediante riti purificatori e pratiche ascetiche, ma attraverso l’adesione alla parola che viene trasmessa da chi funge da ambasciatore di Dio (Rm 10,14.17). La Quaresima è un tempo privilegiato per quest’ascolto ed è anche un tempo di verifica, perché è molto facile rifiutare – magari in buona fede – chi, come Paolo, è inviato ad annunciare la parola del Signore.

 

Vangelo (Lc 15,1-3.12-32)

 

1 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”.

3 Allora egli disse loro questa parabola: “Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. 17 Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 19 non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. 20 Partì e si incamminò verso suo padre.

 Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. 22 Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. 23 Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.

 25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. 27 Il servo gli rispose: E’ tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28 Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. 29 Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 31 Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

 

Eccoci arrivati alla più bella di tutte le parabole dei Vangeli.

Fin dai primi tempi della chiesa è stata studiata, commentata ed ha suggerito spunti a grandi scrittori, pittori, musicisti, filosofi, psicologi. E’ conosciuta come la parabola del figlio prodigo, ma questo titolo non è azzeccato perché tiene conto solo di uno dei tre personaggi, trascura il fratello maggiore al quale è dedicata tutta la seconda parte del racconto e, soprattutto, ignora il vero protagonista, il padre. E’ più esatto quindi parlare della “Parabola dell’amore del padre” oppure della “Parabola del padre misericordioso”.

 

Viene impiegata spesso durante le celebrazioni penitenziali con l’obiettivo di toccare il cuore dei peccatori più ostinati. Utilizzata in questo contesto però, la seconda parte del racconto crea un certo imbarazzo, disturba un po’ l’emozione e il raccoglimento che si sono creati. Più di una volta ci saremo chiesti perché Gesù non si è fermato dopo l’abbraccio del padre al figlio prodigo e l’inizio della festa.

Chi si pone questa domanda non ha fatto attenzione ai versetti che introducono la parabola, non ha verificato a chi e per quale ragione Gesù la racconta. Non è ai peccatori che egli si rivolge, ma ai giusti: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro. Allora egli disse loro questa parabola” (vv.1-3).

Loro sono i farisei e gli scribi, gli impeccabili che stanno correndo un grosso rischio spirituale. Sono loro che sono in pericolo perché hanno falsato completamente il rapporto con Dio, non hanno capito che egli ama tutti gratuitamente e davanti a lui non si possono accampare meriti.

Nel capitolo precedente Gesù è presentato a tavola di uno dei capi dei farisei (Lc 14,1). Ora ha cambiato decisamente compagnia: è insieme a tutti i pubblicani e peccatori, anzi, pare li abbia invitati a casa sua. Una scelta scandalosa che provoca l’indignazione dei giusti che non possono che concludere: quest’uomo che frequenta persone impure non può venire da Dio. Per giustificare il suo comportamento Gesù racconta la parabola. E’ dunque nella seconda parte del racconto che si trova l’insegnamento principale. E’ lì che entra in scena il fratello maggiore che rappresenta chiaramente i farisei, gli osservanti irreprensibili dei comandamenti e dei precetti della legge. Sono costoro che devono cambiare modo di pensare se non vogliono rimanere esclusi dal banchetto del Regno annunciato dai profeti (Is 25,6-8).

Dopo questa introduzione veniamo alla parabola.

 

Un giorno il figlio più giovane di un ricco proprietario terriero si presenta al padre e pretende la sua parte di eredità. Il saggio Siracide sconsiglia di aderire a una simile richiesta. Direbbe al padre: “E’ meglio che i tuoi figli ti preghino che non rivolgerti tu alle loro mani. Solo al momento della morte assegna la tua eredità” (Sir 33,22.24). Ma il padre della parabola non oppone alcuna resistenza. Senza dire una parola divide le sue sostanze tra i suoi due figli, in conformità con ciò che stabilisce la legge.

Questo comportamento del padre indica il rispetto di Dio nei confronti delle scelte dell’uomo. Egli esorta, educa, consiglia, accompagna, ma lascia sempre la libertà, anche di sbagliare.

Perché il figlio minore decide di abbandonare in fretta la famiglia?

La prima ragione è che egli vede nel padre una specie di tiranno che impone la sua volontà e non permette di fare quello che si vuole. Gli anni della giovinezza sono pochi, passano come un soffio e si corre il pericolo di perdere le migliori occasioni e il tempo più prezioso per godersi la vita. Si ispira ai ragionamenti dei dissennati: “La nostra esistenza è come un’ombra. Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano; nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza” (Sap 2,5-9).

Tuttavia è forse ingiusto pensare che le colpe siano solo sue. Tra poco conosceremo suo fratello e intuiremo subito che tipo è, come la pensa, come ragiona, come è orgoglioso della sua perfezione, della sua integrità morale, come è intollerante con chi non condivide le sue convinzioni, il suo impegno, il ritmo frenetico del suo lavoro e ci renderemo conto che vivere accanto a un tipo del genere non è né facile né gratificante.

 

La meta del giovane è “un paese lontano”.

Rompe con la sua famiglia, con il suo popolo, con le tradizioni religiose della sua terra e va a stabilirsi fra i pagani, allevatori di porci, gli animali impuri per eccellenza (Lv 11,7). E’ l’immagine dell’allontanamento da Dio, del rifiuto di tutti i principi morali, della scelta di una vita dissoluta e priva di inibizioni.

Lontano dalla casa del Padre però non ci sono la gioia e la pace. La ricerca dei piaceri, la droga, i falsi amici, le aberrazioni sessuali finiscono per nauseare. Le avventure non saziano; l’uomo ha bisogno di un equilibrio interiore altrimenti si sente “morire di fame”. La scena del ragazzo costretto a mettersi a servizio di un pagano e a custodire i suoi porci rappresenta, in modo molto efficace, la condizione disperata e la degradazione cui giunge chi si allontana da Dio. Dicevano i rabbini: “E’ maledetto l’uomo che alleva porci”.

L’esperienza della delusione è provvidenziale, fa cadere in se stessi. Dicevano ancora i rabbini: “Quando gli israeliti sono costretti a mangiare carrube, si convertono”.

Ma questo ragazzo era pentito oppure no?

     La risposta a questa domanda è di capitale importanza per la comprensione della parabola.

Se leggiamo attentamente i vv.17-19, notiamo che la preoccupazione del giovane non è il dolore arrecato al padre, ma la fame. Il caso sarebbe diverso se egli “caduto in se stesso” dicesse: “Guarda dove sono finito! Sono stato un figlio degenere. Ho rovinato la mia vita, ma prima di morire voglio chiedere scusa a mio padre, voglio riabbracciarlo. Poi me ne andrò di nuovo, senza accettare nemmeno un caffè, perché non lo merito”. Se parlasse in questo modo, allora sì darebbe segni di pentimento; invece egli non accenna minimamente al dolore arrecato al padre. La sua unica preoccupazione è di trovare un pezzo di pane. Anche il bel discorsetto che prepara e che intende recitare all’arrivo a casa ha un unico scopo: commuovere il padre e convincerlo a dargli da mangiare.

La conclusione che s’impone allora non può essere che questa: non c’è alcun indizio che deponga a favore di un suo pentimento.

 

Egli comunque parte e mette in atto, fin nei dettagli, il progetto delineato nel suo soliloquio (v.20). A questo punto ritorna in scena il padre: non dice una parola; la sua reazione di fronte al figlio che ritorna è descritta con cinque verbi che da soli bastano a far considerare questo versetto come uno dei più belli di tutta la Bibbia.

- Lo vide da lontano. Lo vede per primo perché da sempre lo sta aspettando.

- Si sentì sconvolgere le viscere. Il verbo greco splagknizomai indica una commozione così intensa e profonda da essere percepita anche fisicamente nelle “viscere”. E’ il sentimento che una madre prova nei confronti del figlio che porta in grembo. Non si può immaginare un’emozione più intima e più forte. Nel NT questo verbo compare solo nei Vangeli (dodici volte) ed è sempre riferito a Dio o a Gesù, come a dire che soltanto Dio è capace di provare questa forma di amore.

- Si mise a correre. Un gesto istintivo, ma incauto per un vecchio e poco dignitoso per una persona di rango. A questo padre l’emozione ha chiaramente fatto perdere il controllo delle reazioni. Agisce ascoltando solo il cuore.

- Gli si gettò al collo. Letteralmente: gli cadde sul collo che è molto di più che abbracciare. Troviamo questa espressione solo un’altra volta nel NT. E’ usata per esprimere i sentimenti degli anziani di Efeso quando salutano Paolo, sapendo che non avrebbero più rivisto il suo volto: “Scoppiarono in un gran pianto e gettandosi al collo di Paolo lo baciavano e lo ribaciavano” (At 20,37).

- Non smetteva più di baciarlo. Non è il tradizionale bacio di saluto dato all’ospite, ma è il segno dell’accoglienza, è l’espressione della gioia e del perdono. Il padre non permette al figlio di inginocchiarsi.

 

Di fronte alla reazione del padre, il figlio prodigo – sul cui pentimento abbiamo già avanzato riserve – prende la parola e “recita” la sua confessione. Non riesce a concluderla. Quando sta per aggiungere: “trattami come uno dei tuoi garzoni”, il padre lo interrompe e comincia a dare ordini (vv.21-22). Le sue disposizioni hanno tutte un significato e un richiamo simbolico.

- Al figlio deve essere consegnata una veste lunga, la migliore, quella usata per le feste, per gli ospiti di riguardo, la stessa che, secondo il veggente dell’Apocalisse, è indossata in cielo dagli eletti “che stanno in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello” (Ap 7,9). Dio reintegra nella sua famiglia, con tutti gli onori, colui che ritorna.

- L’anello al dito. Non è l’anello coniugale, ma quello con il sigillo. Al giovane viene ridata l’autorità sui servi e il potere sui beni del padre. Stranamente è come se nulla fosse stato sperperato. Può disporre ancora di tutta l’eredità che sembra (ed è) inesauribile.

- I sandali ai piedi sono il segno dell’uomo libero. Gli schiavi andavano scalzi.

Nella sua casa Dio non vuole servi, ma gente libera (Gv 15,15). Per questo – si notino i dettagli – il padre interrompe la confessione del figlio prima che dichiari la sua disponibilità a trasformarsi in salariato, poi ordina che gli sia consegnata la veste lunga, non quella corta, usata dai servitori nei giorni feriali. Infine i sandali: non ci si presenta davanti a Dio a piedi nudi, come i garzoni che, tremanti, si aspettano di ricevere ordini o rimproveri. Egli non è un padrone, vuole essere amato, non temuto o servito.

 

Una festa conclude il cammino verso la casa del Padre.

Nel giudaismo si insegnava che Dio concedeva il suo perdono a chi era sinceramente pentito e manifestava la sua volontà di convertirsi mediante digiuni, penitenze, vestiti laceri, prostrazioni. La prima parte della parabola si conclude invece in modo scandaloso e i farisei che la stanno ascoltando cominciano a capire. Il Dio annunciato da Gesù è ben diverso da come lo immaginavano: organizza un banchetto per chi non lo merita, introduce nella sua festa i peccatori senza verificare se sono pentiti, se sono sinceramente decisi a cambiare vita. Li abbraccia senza porre loro alcuna domanda.

E’ questo il punto di attrito fra Gesù e le guide spirituali d’Israele. Se egli accogliesse i peccatori pentiti non susciterebbe alcuna reazione. Anche gli scribi e i farisei perdonano a chi riconosce di avere sbagliato e promette di emendarsi. La loro irritazione nasce dal fatto che Gesù è amico dei pubblicani che continuano a fare il loro mestiere, frequenta le case dei peccatori che non si sono convertiti. Nel suo comportamento Dio rivela i suoi sentimenti: egli non ama solo i giusti ed i peccatori pentiti; vuole bene a tutti, sempre e senza condizioni. Egli chiede a noi di “amare anche chi ci fa del male”; non ci dice di amare i nemici che si pentono e ci chiedono scusa, ma di fare loro del bene anche se continuano a perseguitarci. Esige questo comportamento perché il Padre che sta nei cieli ce ne dà l’esempio: fa sorgere il suo sole sui giusti e sui malvagi (non sui malvagi pentiti! – Mt 5,44-48). Se egli costruisse barriere fra buoni e cattivi, se amasse gli uni e odiasse gli altri, come potrebbe esigere da noi di fare altrimenti?

 

E’ inevitabile che, di fronte a questa gratuità dell’amore di Dio, sorga una domanda: se Dio vuole bene anche ai malvagi, perché sforzarsi di comportarsi bene? E’ per rispondere a questo interrogativo che Gesù, nella seconda parte della parabola (vv.25-32), introduce il figlio maggiore. Vediamo che tipo è e chi rappresenta.

Arriva dai campi, sfinito, forse anche teso e preoccupato – è sempre lui che deve risolvere tutti i problemi – e trova la sorpresa: una festa, musiche, danze… Non è stato né invitato né avvisato. Chiama uno dei servi e si informa su ciò che sta accadendo. Il testo originale ha il verbo all’imperfetto (si informava) che indica un’azione prolungata. E’ così allibito e sconcertato che, anche dopo i reiterati chiarimenti del servo, rimane incredulo. Si indigna e la sua ira è più che giustificata: è la reazione logica dell’uomo fedele e irreprensibile che si trova di fronte ad una palese ingiustizia.

Al padre che esce per supplicarlo (anche qui il verbo è all’imperfetto: continuava a supplicarlo, con insistenza) chiedendogli di entrare, egli elenca i suoi meriti: non ho mai trasgredito nessun comando, ho sempre servito fedelmente… E’ il ritratto perfetto del fariseo osservante e scrupoloso che nel tempio può dire al Signore: “Io non sono come gli altri uomini, ladri ingiusti, adulteri, digiuno due volte la settimana e pago le decime” (Lc 18,11-12).

Le parole che egli pronuncia sono un po’ screanzate, è vero, ma sono tutte giuste. Chi di noi non le condividerebbe? Era così che ragionavano gli scribi e i farisei del tempo di Gesù ed è così che anche oggi ragionano molti credenti. Teoricamente si ammette che Dio è in diritto di fare del suo ciò che vuole (Mt 20,15), si riconosce che da lui si riceve tutto e gratuitamente, ma in fondo si continua a pensare che i giusti sono in credito davanti a lui, che il paradiso va conquistato e che chi non se lo guadagna va sbattuto fuori.

L’attesa della condanna di chi fa il male nasce dalla convinzione che chi commette il peccato è un furbo che se la gode; per questo è invidiato, suscita gelosie e ci si aspetta che venga punito. Non ci si rende conto che la sua vita è un’immane tragedia. La ricerca sfrenata del piacere porta alla disperazione, non alla gioia. Il figlio prodigo, schifato dalle aberrazioni sessuali e dai bagordi, conclude: “io qui muoio di fame”.

Questo fratello maggiore irreprensibile non ha capito che il padre in casa non vuole servi ma figli. Nella parabola il figlio minore usa cinque volte la parola “padre” perché per lui il padre è davvero “padre”, sa di non poter avanzare pretese nei suoi confronti, è convinto di avere ricevuto tutto gratuitamente, di non meritare nulla. Sulla bocca del figlio maggiore invece non compare mai la parola “padre”. Egli mostra di non essere un figlio, ma un servo; il padre per lui è solo un padrone. La conseguenza di questo rapporto scorretto con il padre è il rifiuto del fratello che viene chiamato: “questo tuo figlio” (v.30). Subito però il padre, con molta finezza, lo corregge: “questo tuo fratello...” (v.32).

Essendo questa la disposizione interiore del fratello maggiore, è facile immaginare cosa sarebbe accaduto se il figlio minore, al suo arrivo, avesse trovato in casa lui invece del padre.

 

La parabola non è conclusa.

Resta da sapere se il figlio maggiore è entrato alla festa e se il figlio minore ha messo giudizio oppure, dopo qualche giorno, ha ripreso a fare il balordo.

Siccome la parabola racconta la nostra storia e in ognuno di noi sono presenti i due figli, non è difficile immaginare ciò che è successo.

Il figlio maggiore è entrato alla festa, di sicuro. Uno come lui non può restare fuori: è troppo abituato a obbedire, è incapace di opporsi a un desiderio del padre, anche se nel suo intimo coltiva la segreta speranza che presto tutto ritornerà come prima. Vive in tensione perché da un lato intuisce che è vissuto per tanti anni accanto a suo padre e non lo ha capito, dall’altro non riesce ad accettare la novità, non può rinunciare alle sue idee, alle sue convinzioni, al compiacimento per i suoi meriti… Continuerà “ad andare in chiesa”, “non perderà una messa”, ma criticherà sempre duramente quei predicatori che parlano della gratuità dell’amore di Dio, della salvezza di tutti gli uomini, dell’inferno vuoto…

Il figlio minore? Un giorno starà dentro e un altro fuori, sempre guardato con spregio e supponenza dal fratello maggiore, ma sempre accolto con tenerezza dal padre. Cominciarono a fare festa – dice il testo – non fecero festa (v.24). Cominciarono soltanto, perché ogni volta che uno dei figli esce, la festa si interrompe. Sarà definitiva e senza fine solo quando la porta sarà chiusa e tutti, proprio tutti i figli saranno dentro. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

Quale futuro per le MCI in Europa? A Roma l’incontro dei delegati nazionali

 

ROMA - “Quale futuro per le Missioni Cattoliche Italiane in Europa?”. É stato questo il tema del primo incontro annuale dei Delegati nazionali delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa (mons. Giambattista Bettoni del Belgio e Lussemburgo, mons. Leandro Tagliaferro della Svizzera, don Pio Visentin della Germania e Scandinavia, don Federico Andreoletti della Francia e in rappresentanza dell’Inghilterra p. Antonio Belsito oltre a sr. Etra Modica dell’Usmi-Migrantes), che si è svolto il 5 marzo a Roma.

Un incontro “importante” non solo per la conoscenza delle esperienze nazionali delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa, ma anche per le prospettive future di lavoro.

“Quella delle Missioni Cattoliche - spiega mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes - è una grande famiglia che condivide un lungo cammino di impegno nella pastorale per gli italiani residenti nel Vecchio Continente”.

L’incontro annuale è diventato una occasione per riprendere la riflessione sulla situazione attuale delle Missioni Cattoliche Italiane, per verificare il modello di formazione per i nuovi missionari e per un aggiornamento delle iniziative in corso. I Delegati nazionali hanno sottolineato “le fatiche, la dedizione, anche le sofferenze dei missionari, sempre più anziani, costretti ad avere diverse comunità di riferimento, unità pastorali di fatto, che affrontano anche “una nuova emigrazione accanto alle persone della prima generazione”, ma al tempo stesso non hanno mancato di richiamare la “vitalità della fede dei nostri connazionali e l’apprezzamento da parte delle Chiese locali”. I modelli di incontro tra i fedeli, i sacerdoti italiani all’estero e la Chiesa locale sono differenti nelle Chiese in Europa: si va da una “scelta di collaborazione significativa - spiega il Direttore generale della Migrantes - riconoscendo l’originalità e la ricchezza dell’esperienza cristiana degli italiani per le Chiese alla distinzione tra comunità italiana e Chiesa locale”. Dalla discussione tra i Delegati nazionali e gli operatori della Migrantes è emerso che oggi occorre “ribadire il valore dell’accompagnamento degli italiani all’estero, ma soprattutto ripensare in maniera progettuale l’esperienza di Chiesa locale nei diversi Paesi, alla luce del principio ecclesiologico dell’unità e della differenza, che chiede una rinnovata relazione tra le diverse esperienze e comunità di cattolici presenti in una Chiesa locale, la valorizzazione di esperienze nuove. É questa la preoccupazione della Chiesa italiana, che, attraverso la Fondazione Migrantes, intende affrontare ilprogetto di evangelizzazione’, partendo da una verifica seria delle diverse situazioni, dei differenti modelli e delle esperienze nelle chiese locali”.

“Chiesa di Chiese” l’Europa “può ritrovare - aggiunge mons. Perego - nelle Missioni Cattoliche Italiane un laboratorio, una frontiera” per “immaginare la Chiesa” di domani. In quest’ottica, è necessario “passare dalla figura del missionario alla comunità di missionari, pensare alla valorizzazione dei laici, anche attraverso un’adeguata formazione, accompagnare la partenza di presenze religiose storiche (scalabriniani, pallottini, rosminiani, salesiani…), rivedendo, anche a tale scopo, la funzione di servizio alla Chiesa di partenza (a qua) e alla Chiesa di arrivo (ad quem) della Migrantes, organismo pastorale della CEI che è chiamato a studiare, accompagnare ogni forma di mobilità umana, come ‘luogo di grazia’, ‘segno dei tempi’”.

Attualmente sono circa 400 le Missioni Cattoliche Italiane che lavorano per i nostri emigrati all’estero con oltre 500 sacerdoti, circa 200 suore e diversi laici. In Europa gli italiani con passaporto sono 2.200mila mentre le  Missioni Cattoliche sono circa 250 con oltre 300 missionari. Almeno 80 diocesi italiane hanno aiutato - spiega ancora mons. Perego - i loro presbiteri diocesani a “valorizzare nella propria esperienza presbiterale anche un periodo di tempo all’estero, tra i propri connazionali, ma anche in comunione con la Chiesa locale, riportando in diocesi una ricchezza pastorale”. Alcune Delegazioni nazionali e Missioni hanno anche investito nella comunicazione ecclesiale, arrivando alla scelta di aderire alla Fisc (Federazione Italiana Settimanali Cattolici) costituendo una propria delegazione che si riunisce periodicamente per raccogliere e mettere in comune riflessioni sui temi di interesse per gli italiani all’estero e pubblicano i servizi prodotti dall’agenzia SIR. Di essa fanno parte l’agenzia settimanale della Fondazione Migrantes, “Migranti-press”, il settimanale delle MCI in Svizzera “Il Corriere degli Italiani”, il mensile delle MCI in Germania e Scandinavia “Corriere d’Italia”, il bimestrale “Nuovi-Orizzonti”, “La Voce degli Italiani” in Inghilterra e il giornale online “Web giornale”. Tra le ultime iniziative una mappatura delle diverse pubblicazioni all’estero di ispirazione cattolica. “Un altro passo verso la ‘comunione’ che sembra essere l’unica strada sicura per il futuro delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa”, conclude mons. Perego.

Intanto è in preparazione la V Edizione del “Rapporto Italiani nel mondo” promosso dalla Migrantes per raccontare l’emigrazione italiana. Il “Rapporto” nasce come manuale socio-statistico e storico-culturale da consultare, ma anche come sussidio pastorale per la sensibilizzazione, al fine di favorire una migliore conoscenza dell’emigrazione italiana e fornire i dati statistici più aggiornati. (Migranti-press)

 

 

 

 

La sfida del cardinale Schoenborn. "Gli abusi dei preti colpa del celibato"

 

L'arcivescovo austriaco chiede una svolta sulla spinosa questione - La Scaraffia sull'Osservatore: "Ampliare il ruolo delle donne tra i cattolici" - di MARCO ANSALDO

 

CITTÀ DEL VATICANO - Le cause degli abusi operati dai sacerdoti? Vanno ricercate "sia nell'educazione dei preti, sia negli strascichi della rivoluzione sessuale fatta dalla generazione del 1968". Un problema che riguarda "il tema del celibato, così come la formazione della persona". Proprio sul celibato, anzi, ci vuole "un cambiamento di visione".

 

A sostenere questa tesi che non mancherà di suscitare reazioni è l'arcivescovo di Vienna, Christoph Schoenborn. L'alto prelato, un cardinale giovane, ma autorevole e aperto, messo a capo della Chiesa viennese dopo gli scandali degli abusi sessuali per cui fu cacciato il suo predecessore Hans Hermann Groer, ritiene che il celibato ecclesiastico spieghi in parte gli atti di pedofilia commessi da religiosi cattolici, emersi ultimamente a cascata in Germania e in Austria.

 

In una pubblicazione della sua diocesi, l'arcivescovo di Vienna ha fatto appello al "cambiamento" sul celibato, argomento che invece per il Vaticano non è in discussione. "Basta scandali - ha detto Schoenborn - come è possibile che veniamo considerati sospetti di infrazioni che non abbiamo commesso? Perché è sempre la Chiesa nel suo insieme che viene messa in dubbio".

 

La questione del celibato verrà più volte affrontata oggi e domani a Roma, all'Università Lateranense, in un interessante convegno promosso dalla Congregazione per il clero. Sarà presente il prefetto Hummes, autore all'inizio del suo incarico di una dichiarazione che suscitò qualche perplessità. "Il celibato non è un dogma", disse. Tesi poi mai più affermata pubblicamente. Ci saranno poi il vescovo di Ratisbona, Gerhard Mueller, il primo a parlare dei casi nella città tedesca, e una serie di alti esponenti del mondo ecclesiastico.

 

 

Il tema delle violenze in chiese e sacrestie, imposto dalle cronache, sta conquistando spazio anche sulla stampa vaticana. L'Osservatore Romano ieri ha affrontato in prima pagina l'argomento con un articolo della saggista Lucetta Scaraffia. Una maggiore presenza femminile nella Chiesa, è la tesi della studiosa, "avrebbe potuto squarciare il velo di omertà maschile che spesso in passato ha coperto con il silenzio la denuncia dei misfatti". "I cambiamenti delle società occidentali - continua la storica - che hanno aperto alle donne gli spazi prima riservati agli uomini, cambiamenti che stanno influenzando le altre culture del mondo, hanno provocato una rivoluzione nella configurazione dei ruoli sessuali, ponendo anche per la Chiesa cattolica la questione di ampliare il ruolo delle donne". Un problema che si pone non solo in termini di "pari opportunità", ma al fine di "fare fruttare energie e contributi spesso di primaria importanza".

 

Oggi intanto i vescovi tedeschi partono per Roma. L'incontro fra la loro delegazione, guidata dal presidente della Conferenza episcopale locale, Robert Zollitsch, e Papa Benedetto XVI, è previsto per domani. Sul tavolo lo scottante dossier dei casi di pedofilia scoppiati nella Chiesa tedesca. In Germania, lo scandalo è arrivato a coinvolgere, secondo i dati conosciuti, 19 diocesi su 27. LR 11

 

 

 

 

Girotti: «Più facile assolvere un pedofilo pentito che una donna che ha abortito»

 

CITTA’ DEL VATICANO - Nel segreto del confessionale è più facile assolvere un pedofilo (pentito) che non una donna che ha abortito. Un tema scottante ma nel campo sacramentale, la disciplina e la prassi della Chiesa sono ferree. A Palazzo della Cancelleria, nessun estraneo è ammesso, nè può partecipare al dibattito. Oltre 600 sacerdoti in questi giorni sono impegnati a seguire (a porte chiuse) un corso sul sacramento della penitenza. Sono ventuno anni che il Tribunale della Penitenzieria Apostolica lo promuove per riflettere e fare un bilancio sull’attività del cosiddetto «foro interno», per semplificare tutto ciò che ha a che fare con la coscienza e la percezione dei peccati. I dati che arrivano in questi uffici cinquecenteschi dove si lavora per la salus animarum sono poco confortanti, poichè mostrano che è in atto un processo di disaffezione al sacramento più importante dopo l’eucarestia. Sempre meno fedeli si accostano ai confessionali, con un paradosso, che pur diminuendo le confessioni, aumentano le richieste di comunioni. Il Reggente della Penitenzieria, monsignor Gianfranco Girotti, spiega il perchè, contestualizzando il fenomeno. «Colpa del processo di secolarizzazione. I mutamenti sociali e culturali allontanano dal sacramento della penitenza e in più finiscono per distorcere pure il senso del peccato. Sicchè il peccato si affievolisce».

Di conseguenza muta la concezione del peccato?

«I peccati ovviamente restano gli stessi, solo che alcuni vengono progressivamente messi in un angolo, come se fossero derubricati dalle coscienze perchè non più percepiti tali».

Esistono peccati nuovi?

«I peccati sono sempre gli stessi, semmai possiamo parlare di nuove forme di peccato. Aspetti che prima non esistevano e che ora fanno parte della coscienza collettiva. Per esempio tutti i peccati ecologici, contro il Creato, come incendiare, inquinare, depauperare. Oppure non pagare le tasse che, ovviamente, rientra nel settimo comandamento, non rubare. Oppure distribuire la droga, non uccidere, così come portare avanti progetti di manipolazione genetica. Il campo della bioetica poi è così vasto che le violazioni possono davvero essere molteplici, ma il peccato resta sempre uno, non uccidere».

E per quanto riguarda la pedofilia come si deve comportare un confessore che raccoglie la confessione di un pedofilo? Che consigli fornite?

«Un penitente che si è macchiato di un delitto simile, se è è pentito sinceramente, lo si assolve. E’ chiaro che dinnanzi a casi di persone consacrate soggette a disordini morali costanti e gravi (sottolineo, costanti e gravi) il confessore dopo aver, senza successo messo in atto tutti i tentativi per ottenere l’assoluzione consiglierà di abbandonare la vita ecclesiastica».

Ma il confessore può andare dall’autorità giudiziaria e denunciarlo?

«Assolutamente no. Il confessore non solo non può imporgli l’autodenuncia, ma non può nemmeno recarsi da un magistrato per denunciarlo. Romperebbe il sigillo sacramentale. Una cosa gravissima. Se lo facesse il confessore incorrerebbe nella scomunica ipso facto, immediata. E poi verrebbe meno pure la fiducia sacramentale che è una disciplina molto rigida da sempre. Basti pensare che durante il Concilio Lateranense, siamo nel XII secolo, fu addirittura emanata una norma che imponeva la sospensione e la reclusione in un monastero per tutta la vita per il sacerdote che aveva rotto il sigillo sacramentale».

Perchè i confessori possono assolvere direttamente un omicidio o anche un abuso sessuale ma non possono assolvere una donna che ha abortito se non prima di avere ottenuto dal vescovo una dispensa speciale?

«L’aborto viene considerato un peccato riservato, diciamo speciale. Oltre all’aborto vi è la violazione del sigillo sacramentale, l’assoluzione di un complice e la profanazione dell’eucarestia. Nel caso specifico è chiaro che la Chiesa vuole tutelare al massimo la vita della persona più debole, più fragile, e cosa c’è di più inerme di una vita che è in divenire e non è ancora nata?»

Perchè organizzare il corso sul foro interno?

«Perchè i seminaristi e i preti novelli spesso mostrano una preparazione lacunosa in certe tematiche. E poi anche perchè riscontriamo una certa disaffezione nell’amministrare questo sacramento, anche da parte dei preti». FRANCA GIANSOLDATI Im 11

 

 

 

 

 

 

Vaticano: «No attenuanti per abusi»

 

In Austria sospesi tre sacerdoti- Mons. Tomasi: «Protezione minori massima priorità». Tre provvedimenti nel monastero di Kremsmuenster

 

MILANO - Nessuna attenuante per i sacerdoti che si macchiano del reato di pedofilia. Lo afferma con durezza monsignor Silvano Maria Tomasi, osservatore della Santa Sede all'Onu, mentre in Austria arrivano i primi provvedimenti. Tre preti del monastero di Kremsmuenster, nel distretto di Kirchdorf, sono stati sospesi dalle funzioni per presunti abusi sessuali e maltrattamenti - avvenuti negli anni '80 - nei confronti di alcuni ragazzi della scuola gestita dal monastero. Uno dei tre, 75enne, ha ammesso gli abusi.

ALMENO CINQUE CASI - «Un completo chiarimento su questi casi è dovuto ai confratelli e al pubblico» ha detto l'abate di Kremsmuenster Ambros Ebhart, dichiarandosi pronto a lavorare insieme alla diocesi di Linz e alle autorità dell'Alta Austria per far luce su questi episodi. Il quotidiano Oberoesterreichischen Nachrichten ha pubblicato un articolo in cui un ex studente della scuola accusava i tre preti di abusi sessuali e maltrattamenti. Nel complesso, le vittime di queste violenze - che sarebbero avvenute tutte negli anni '80 - sono almeno cinque. «Mi dispiace molto che persone nel nostro istituto abbiano fatto simili esperienze di violenza» ha proseguito l'abate, sottolineando che la commissione diocesana si interesserà di questi casi. E finché non verrà fatta piena luce, i tre preti chiamati in causa - tutti sopra i 75 anni - rimarranno sospesi dai loro uffici e dai loro compiti. L'abate ha quindi messo in guardia contro «condanne sommarie» ma non ha garantito che in futuro non possano emergere altri casi simili: su questo, ha detto, «non posso mettere la mano sul fuoco».

«NON CI SONO SCUSE» - Intervenendo a un incontro annuale delle Nazioni Unite sui diritti dei bambini, Tomasi ha spiegato che non ci possono essere scuse per i preti che si macchiano del «crimine odioso» di pedofilia e la protezione dei minori da queste aggressioni deve essere in cima alle priorità della Chiesa. In apertura del suo intervento, mons. Tomasi ha citato le parole di Benedetto XVI: «L'abuso sessuale sui minori è sempre un crimine odioso». «L'integrità fisica e psicologica dei minori viene violata con conseguenze distruttive - ha aggiunto il presule -. Gli studiosi hanno dimostrato che i bambini abusati reagiscono in modi differenti alla violenza sessuale e tra di loro si registrano maggiori probabilità di gravidanze adolescenziali, vagabondaggio, tossicodipendenza e alcolismo». «Non ci sono scuse per questo comportamento» ribadisce il presule, sottolineando che «la protezione dalle aggressioni sessuali rimane in cima alla lista delle priorità di tutte le istituzioni ecclesiastiche che lottano per porre fine a questo serio problema».

CELIBATO - Accanto alla condanna, si delinea da parte di alti esponenti vaticani la difesa del celibato dei sacerdoti dopo lo scandalo degli abusi in Germania e l'avvio di un'inchiesta da parte della conferenza dei vescovi tedeschi per far luce sulle accuse di violenze sessuali e maltrattamenti. E dopo le dichiarazioni del cardinale di Vienna Christoph Schoenborn (che ha poi rettificato la propria posizione), secondo cui il celibato è tra le cause del fenomeno. Il vescovo di Ratisbona (diocesi dove sono stati denunciati abusi nel periodo in cui il fratello del Papa era direttore del coro), Gerhard Mueller, ha definito tale teoria «una stupidaggine» e ha affermato che non c'è motivo di modificare l'istituzione. Ha però ricordato, a margine di un convegno teologico a Roma, che i sacerdoti che si macchiano di reati di pedofilia non possono continuare a svolgere il loro ruolo di rappresentanti di Cristo.

FRATELLO DEL PAPA - Mueller ha poi ribadito l'estraneità di Georg Ratzinger, il fratello di papa Benedetto XVI, rispetto all'unico caso accertato di abusi sessuali commesso più di 40 anni fa nella struttura del coro di voci bianche di cui il prelato è in seguito stato direttore. «Georg Ratzinger è assolutamente, temporalmente e realmente estraneo» ha detto Mueller a Roma, ricordando che «c'è stato un solo caso di abuso (nel 1958, ndr), sei anni prima del suo inizio come maestro del coro». Un secondo caso di cui hanno parlato i mezzi di informazione è solo relativo «a una persona» che pur avendo operato per otto mesi nella struttura «è stata condannata nel 1971 per atti compiuti non presso il duomo di Ratisbona, ma altrove».

MARADIAGA - Anche il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, presidente di Caritas International e arcivescovo di Tegucigalpa, si schiera a favore del celibato: «Non capisco come possa darsi un rapporto perché gli abusi sessuali ci sono in tutte le categorie, anche in quelle non formate da celibi». Due giorni fa era stato il portavoce vaticano padre Lombardi a sottolineare che la pedofilia non esiste solo all'interno della Chiesa. «Quello che succede - ha aggiunto Maradiaga - è che i casi di abusi sessuali su minori perpetrati da non sacerdoti non sono pubblicizzati». Per evitare che queste vicende si ripetano, spiega, «dobbiamo soprattutto insistere nella formazione. E inoltre dobbiamo pensare che non si può giudicare la gente con i criteri del ventunesimo secolo, in altri tempi non si conosceva bene la psicologia umana e a volte gente che aveva indicazioni contrarie a seguire la vocazione intraprendeva la strada del sacerdozio». In difesa del celibato interviene anche il cardinale Claudio Hummes, prefetto della Congregazione per il clero, secondo cui «è un dono dello Spirito Santo che chiede di essere compreso e vissuto con pienezza di senso e di gioia, nel rapporto totalizzante con il Signore».

SCHOENBRON - Il dibattito è nato appunto dalle controverse dichiarazioni del cardinale e arcivescovo di Vienna Christoph Schoenborn: interrogandosi sulle cause degli abusi rivelati a catena in Germania e in Austria, ritiene che derivino «sia dall’educazione dei preti che dalle conseguenze della rivoluzione sessuale del '68, dal celibato nello sviluppo personale». Schoenbron invita dunque a «un cambiamento di visione» del celibato. Giovedì è arrivata poi una parziale rettifica: Erich Leitenberger, portavoce dell'arcidiocesi di Vienna, ha detto che Schoenborn «non ha messo in dubbio in alcun modo il celibato nella Chiesa cattolica di rito latino». Secondo l'agenzia di stampa cattolica Kathpress, nell'ultima edizione di «Thema Kirche», periodico dei collaboratori dell'arcidiocesi, Schoenborn aveva affermato che sugli abusi «deve esserci solo la via della verità ed è assolutamente necessario mettere al primo posto le vittime». Riprendendo le parole esatte dell'arcivescovo, l'agenzia di stampa precisa che il cardinale aveva auspicato un esame delle cause di abuso, tra cui: «La questione della formazione dei sacerdoti, così come la questione di quanto è accaduto con la "rivoluzione sessuale" della generazione del '68. Ne fanno parte il tema del celibato, così come il tema dello sviluppo della personalità. E ci vuole anche una buona porzione di sincerità, nella Chiesa, ma anche nella società».

Redazione ondine CdS 11

 

 

 

Mafia, la protesta dei vescovi del Sud. "Basta feste religiose nei comuni collusi"

 

Appello su Famiglia Cristiana dei prelati di frontiera contro i "collusi e corrotti"

Da Mogavero a don Riboldi, tra le proposte anche uno "sciopero elettorale"

di ALESSANDRA ZINITI

 

PALERMO - Basta con la timidezza della Chiesa, basta con il sostegno ai politici che scendono a patti con la criminalità, basta con la falsa religiosità dei mafiosi. Dopo il documento della Cei sul Mezzogiorno, scendono in campo i presuli di trincea con due proposte forti: uno "sciopero elettorale" che sottolinei l'inadeguatezza della classe politica e l'abolizione delle feste religiose nei paesi in cui regna la criminalità mafiosa.

 

Da Locri ad Acerra, da Mazara del Vallo ad Agrigento: i vescovi di frontiera parlano dalle colonne di Famiglia cristiana e fanno autocritica per le timidezze del clero. Così Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e presidente del Consiglio per gli affari giuridici della Conferenza episcopale italiana, teme una Chiesa "icona dell'antimafia", che sollevi i singoli dalle proprie responsabilità e lancia il guanto di sfida per non lasciare lettera morta il recente documento della Cei sul Mezzogiorno. "Se dopo Pasqua nessuno ne parlerà, avremo fallito. Anche nelle nostre comunità - dice - occorre riflettere sul senso della parola terribile citata nel documento: collusione". Monsignor Mogavero, che nei giorni scorsi era intervenuto con durezza sul decreto per la riammissione delle liste del Pdl per le Regionali e sulle leggi "ad personam", ora invita i fedeli ad azioni dimostrative: "Ogni comunità - propone - scelga un argomento in relazione alla situazione del proprio territorio e agisca: pizzo, usura, corruzione della politica, mafia devota che offre soldi per le feste popolari".

 

Invita invece ad uno sciopero elettorale don Riboldi. "Adesso tocca a noi - dice il vescovo di Acerra - Ai politici bisogna dire: o ascoltate la nostra voce, o non vi votiamo più. I cristiani al Sud devono svegliarsi. Oggi sono continuamente assistiti. Il Mezzogiorno non è l'Italia, oggi si può dire che è una zona annessa. Sarà brutto, ma è così. In 50 anni al Sud ho visto solo parole ed errori: fabbriche nate e morte, terreni agricoli devastati, turismo in abbandono. Le mafie hanno avuto terreno fertile, arato dallo Stato e da un sistema di corruzione e di collusione impostato con straordinaria efficacia. E la gente ha subito e si è rassegnata". Don Riboldi non risparmia dure critiche ai rappresentanti delle istituzioni: "La cultura dell'illegalità è stata diffusa dallo Stato. E non mi consola vedere che proprio chi ha contribuito alla logica della corruzione propone una legge contro di essa. La camorra domina i cuori e le menti. Impedisce ai ragazzini di andare a scuola, perché è lei che li vuole educare. Eppure tagliamo i fondi alla scuola. Bisogna tagliare i ponti, anche quelli tra le nostre chiese e la cultura mafiosa, che spesso dimostra di essere devota". Un concetto che sta molto a cuore al vescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, quello che a Natale tolse i Re Magi dal presepe lasciando la scritta: "respinti alla frontiera" come immigrati clandestini. Oggi dice: "Aboliamo ogni festa religiosa nei paesi dove si contano gli omicidi. Il sacro non basta per ritenersi a posto se poi nessuno denuncia e la cultura mafiosa è l'unica ammessa".  E Giuseppe Morosini, vescovo di Locri, ammette le responsabilità: "Bisognava essere più chiari, anche nelle responsabilità di una Chiesa a volte troppo timida".  LR 10

 

 

 

 

“Il fenomeno migratorio fra pregiudizio e realtà”

 

SERRAVALLE– “Il fenomeno migratorio fra pregiudizio e realtà”. É stato questo il tema del XIII Incontro di solidarietà promosso dall’associazione “Carità senza Confini” che si è svolto a Serravalle al quale hanno partecipato circa 700 persone.

I lavori sono stati introdotti dall’assistente ecclesiastico dell’Associazione Don Raymond Nkindji Samuangala, il quale ha analizzato la condizione di errante partendo da una attenta disamina del tema così come viene presentato nella Bibbia (l’esilio del popolo ebraico in Egitto, la liberazione dalla schiavitù ad opera di Dio, il monito e le prescrizioni ad Israele di non dimenticare mai l’umiliazione, la miseria e l’oppressione subita e di trattare, dunque, lo straniero come uno di loro) fino a concludere che la condizione di errante è propria di ogni essere umano. La Repubblica di San Marino stessa è stata fondata da un errante dalmata e i sammarinesi hanno sperimentato, con l’emigrazione, la condizione di straniero, ecco perché è presente nei sammarinesi lo spirito dell’accoglienza.

Al tema dell’accoglienza dello straniero, dell’apertura al diverso e della conoscenza reciproca come strumenti per superare il pregiudizio e dare vita alla relazione ha dedicato il suo intervento mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes che si è soffermato sui principali dati dell’immigrazione in Italia. Dell’immigrazione a San Marino ha parlato sr. Paola Della Ciana, animatrice dell’Associazione “Amiche di Ruth”, che rivolge la sua attenzione e la sue iniziative alle cosiddette badanti, la cui presenza a San Marino è sempre più numerosa. La religiosa e le volontarie dell’Associazione considerano la straniera, come Ruth, una risorsa, una persona da accogliere, considerando che la badante non ha con noi solo un rapporto di lavoro, ma anche un rapporto familiare. Il confronto fra diverse culture è una sfida difficile, ma va affrontata con spirito di accoglienza e di apertura. Lo stesso spirito con cui opera la Casa di prima accoglienza di San Michele, come ha spiegato il responsabile Don Sergio Severi. I lavori sono stati conclusi dal vescovo di San Marino-Montefeltro, Mons. Luigi Negri, ricordando che la capacità di integrare il diverso è una sfida che si è rinnovata nel tempo, ma l’integrazione non è un meccanismo così come il sistematico rifiuto dello straniero non è una soluzione. La soluzione passa attraverso il discorso educativo, perché la cultura integra, l’ideologia esclude. (Migranti-press)

 

 

 

 

Comunità cristiane nel mondo musulmano

 

Gibuti è il nome di una giovane repubblica africana e, allo stesso tempo, della sua capitale nel Corno d’Africa, tra Somalia, Etiopia e Eritrea. Territorio dell’Islam, sbarcato già nel VII secolo dalla vicina penisola Arabica. Puntuale come sempre sbarca ogni giorno, invece, il kat, erba che tutti masticano per ore e inebria il cervello, fa passare la fame, è come una droga... Povertà, disoccupazione, kat, prostituzione: su tutto si distende più volte, magnifico, il canto delle moschee: ”Dio è grande!” Solo la fede, infatti, sostiene questo meraviglioso popolo e una micro-solidarietà tra musulmani quotidiana...

 

In mezzo a loro la presenza di pochi uomini e donne compie miracoli altrettanto quotidiani: sono cristiani. I loro sono gesti di collaborazione, di aiuto o semplicemente uno sguardo o una parola che incoraggiano. Sono suore, giovani volontari, missionari, piccole comunità cristiane, che si fanno in cento nel campo della sanità, dell’insegnamento, dell’aiuto concreto alle varie povertà.

 

In Lettere da Gibuti  ne spiccano alcuni volti, come quelli delle Suore di Gibuti, “donne di carità, di frontiera e di obbedienza”. Tra di loro la figura di suor Anna, anziana donna veneta di gran cuore e altrettanto temperamento, capace, talvolta, di presentarsi alla polizia per fare le sue rimostranze: “Voi trattate come animali questi emigranti!” I poliziotti la ascoltano rispettosamente e restano interdetti. L’impegno delle suore cristiane in questa terra musulmana è assicurare la presenza viva del Vangelo attraverso le attività, ma anche attraverso l’impegno vissuto nella gioia e realizzato nell’amore.

 

Vivere da cristiani in un ambiente musulmano è qualcosa di veramente originale. È la vocazione coraggiosa di una Chiesa povera, minoritaria, senza ambizioni, di un cristianesimo che riscopre il messaggio del Vangelo: la passione per l’uomo, per tutti gli uomini senza distinzioni.

 

Volti e situazioni differenti sono presentati in queste Lettere da gibuti con pennellate rapide, efficaci ed uno sguardo commosso come di eroi in un mondo di umili: sono i discepoli del Signore nella terra del Profeta, appassionati del “dialogo della vita” con un popolo radicalmente differente. Nella terra dove i credenti vivono unicamente la grandezza di Dio, come ricordava Giovanni Paolo II, sono testimonianza di Dio che è Amore.

 

Un tocco poetico si allea sempre ad una riflessione lucida ed efficace nel comprendere una grande verità: “I sistemi si oppongono, gli uomini si incontrano”. La post-fazione di Giulio Albanese, sulla problematica delle Afriche (al plurale), ricorda quanto lo scrittore senegalese Cheick Anta Diop a proposito dei rapporti Nord-Sud: “Non abbiamo avuto lo stesso passato, noi e voi, ma avremo necessariamente lo stesso futuro”.

 

Da un’esperienza di missione è nato questo libro e ne è testimonianza viva, concreta e appassionante. Si fa anche gesto missionario: i diritti di Autore sono inviati alla diocesi di Gibuti per la vita delle piccole comunità cristiane. Diventa strumento utilissimo per le parrocchie, per una sensibilizzazione missionaria e una apertura  sul panorama multireligioso attuale.  Anna Bertini “Presenza” settimanale  Diocesi di Ancona -   LETTERE DA GIBUTI. Comunità cristiane nel mondo musulmano di Renato Zilio de.it.press

                                                                                                                                                                        

 

 

 

Svizzera. “Nuove Opportunità per i cattolici stranieri”. Un convegno a Zurigo

 

ZURIGO – Nei giorni scorsi nella sala teatro della Missione Cattolica di lingua Italiana di Zurigo, le Acli Intercantonali SCO, in collaborazione con la MCI hanno organizzato una conferenza avente come tema: “Nuove Opportunità per i cattolici stranieri”, concesse dalla nuova legge cantonale che estende il diritto di voto agli immigrati all’interno delle Chiese Cattolica e Riformata.

Davanti a una sala stracolma hanno portato il loro saluto Don Paolo Gallo, Parroco della Missione di Zurigo, Antonio Mighali, Presidente Acli SCO e il Presidente Acli della Svizzera Ennio Carint. Relatori Mons. Luis Capilla, responsabile della pastorale degli immigrati nel cantone Zurigo, che ha presentato il “sistema duale” delle Chiese nel Cantone, e Padre Graziano Tassello, responsabile del Centro Studi e Ricerche per l’Emigrazione, il quale è intervenuto sull’importanza della partecipazione e sulle nuove possibilità e prospettive reali dei cattolici immigrati. Mons. Capilla ha esordito dicendo che la Svizzera è una Confederazione di 26 Cantoni, Stati sovrani, la quale presenta altrettanti leggi cantonali che regolano il rapporto tra Chiese e Stato. A ciò va aggiunta l’autonomia dei Comuni che riscuotono anche le tasse di culto, di cui ben l’88% rimane a disposizione delle Chiese locali.

Entrando nel merito, ha poi fatto presente che lo Stato, Cantone di Zurigo, non riconosce la Chiesa cattolica come entità di diritto pubblico (diocesi e parrocchie), bensì la “corporazione” dei cittadini confessionali, democraticamente organizzata, che amministra le cosiddette tasse di culto. Da questo nasce di fatto il “sistema duale” che governa il territorio con due strutture indipendenti parallele, l’una di diritto canonico (parrocchie e diocesi), l’altra di diritto civile (Kirchgemeinde e Sinodo Cantonale).

Alla prima è demandata la pastorale (la cura dell’anima, la missione di evangelizzazione) mentre alla seconda le finanze. Non essendoci un organo comune che regola e decide, il buon funzionamento dipende dalla buona volontà delle persone che debbono, in quanto cristiani, trovare sempre un accordo comune, il che non è sempre facile. Un caso particolare è rappresentato dalla città di Zurigo dove operano 23 parrocchie; ognuna ha diritto a due delegati che a loro volta eleggono le sette persone che compongono la Kirchenpflege.

Questo sistema garantisce ai laici una corresponsabilità nella conduzione della Chiesa. Padre Tassello ha voluto precisare che il battesimo ci rende uguali, per cui nella Chiesa non ci sono “stranieri”. Da studioso qual è, ha rimarcato che l’essere stati considerati per tanto tempo quasi “cristiani di serie B” e la crescita dell’individualismo accompagnata da una “pigrizia e stanchezza nel partecipare”, fanno correre il rischio di non raccogliere questa importante opportunità data dalla nuova legge.

Senza rinnegare la propria “originalità”, il cristiano immigrato, in quanto battezzato, è chiamato al compito dell’evangelizzazione ovvero, missionario del Vangelo.

Per Padre Tassello si può e si deve “entrare” nelle strutture facendoci “portatori” della nostra originalità. In che modo? Dando corpo alla gratuità (tempo, energie); alla religiosità popolare (tradizioni); alla voglia di rievangelizzare (specialmente negli anziani); alla solidarietà (quanti progetti locali a favore del “terzo mondo”; rifacendoci al senso della festa (la gioia condivisa) ; l’impegno a tutto campo, come insegnano le Acli, (scuola, tempo libero, cultura…) e non per ultimo, come diceva un noto studioso, “la salvaguardia della lingua è la salvaguardia della religiosità”.

Secondo Padre Tassello, abbiamo tanto da dare e quindi la nostra partecipazione responsabile contaminerà la Chiesa locale che sarà meno monoculturale e più comunione nella diversità. Ciò porterà a riscoprire la gioia di essere cristiani! Nel ricco dibattito, moderato da Luciano Alban, membro di Presidenza Intercantonale e Vicepresidente Nazionale Delle Acli-Svizzera, sono intervenuti anche diversi presidenti di Circoli Acli del cantone e Franco Narducci, secondo cui oggi inizia una nuova storia all’interno della Chiesa Cattolica e nella stessa comunità di credenti immigrati. (S. Dugo, Corriere degli Italiani)

 

 

 

 

 

Vescovi del Sud attaccano: "Chiesa  troppo timida di fronte alla mafia"

 

La Chiesa è stata "a volte troppo timida" di fronte alla mafia, ed è ora di scelte coraggiose per il Sud, per fare in modo che il documento della Cei sul Mezzogiorno non finisca sugli scaffali, come quello di 20 anni fa. Lo affermano tre vescovi del Mezzogiorno intervistati da Famiglia Cristiana.

 

"Se dopo Pasqua nessuno ne parlerà, avremo fallito", ha osservato il vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero, che teme una Chiesa "icona dell'antimafia", che sollevi i singoli dalle proprie responsabilità. "Non siamo tutti sulla stessa lunghezza d'onda" anche nella Chiesa - ha aggiunto - e occorre riflettere "anche nelle nostre comunita" sul senso della "parola terribile" citata nel documento Cei sul Mezzogiorno: 'collusione'. Insomma, servono segnali concreti, azioni dimostrative: "Ogni comunità - propone Mogavero - scelga un argomento in relazione alla situazione dle proprio territorio e agisca: pizzo, usura, corruzione della politica, mafia devota che offre soldi per le feste popolari". Essendo pronti a "pagare di persona".

 

Il vescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, quello che a Natale tolse i Re Magi dal presepe lasciando la scritta: 'respinti alla frontiera' come immigrati clandestini, propone di "abolire ogni festa religiosa nei paesi dove si contano gli omicidi. Il sacro non basta per ritenersi a posto - dice - se poi nessuno denuncia e la cultura mafiosa è l'unica ammessa". "La nostra gente deve tornare a essere protagonista, e di diventa protagonisti con il voto e con volti nuovi", ha osservato il vescovo di Locri, mons. Giuseppe Morosini, e forse "bisognava essere più chiari, anche nelle responsabilità di una Chiesa a volte troppo timida". ansa

 

 

 

 

Anselm Bilgri zum Missbrauchsskandal ''Wir sprachen nie offen über Sexualität''

 

Klartext von Anselm Bilgri zum Missbrauchsskandal: Der frühere Prior des Klosters Andechs plädiert für einen offenen Umgang der Kirche mit Sexualität - und kritisiert den ultrakonservativen Bischof Mixa. Interview: Oliver Das Gupta

Anselm Bilgri, Jahrgang 1953, kam in Unterhaching zur Welt. 1975 trat er in den Benediktinerorden ein, studierte Theologie und Philosophie, 1980 weihte ihn der damalige Münchner Erzbischof Joseph Ratzinger, der heutige Papst Benedikt XVI, zum Priester.

Der breiteren Öffentlichkeit wurde der Mönch Anselm Bilgri bekannt als Cellerar der Abtei St. Bonifaz und Prior im Kloster Andechs. Seit seinem Ordensaustritt lebt Bilgri als Buchautor in München. Er ist weiterhin Priester.

 

sueddeutsche.de: Herr Bilgri, der Missbrauchsskandal in katholischen Einrichtungen weitet sich von Tag zu Tag mehr aus. Was ist Ihr Rat an die Kirche in dieser Situation?

Anselm Bilgri: Kurzfristig: Unbedingte Offenheit, Klarheit und Transparenz. Auf keinen Fall etwas vertuschen oder auch nur den Eindruck erwecken, etwas verschleiern zu wollen.

sueddeutsche.de: Der Vatikan reagiert mit harschen Tönen auf die Missbrauchsmeldungen aus Irland, Deutschland und anderswo. Der deutsche Kurienkardinal Walter Kasper sprach davon, in der Kirche "aufräumen" zu wollen. Ist dies der richtige Weg?

Bilgri: Wenn Kardinal Kasper damit den offenen Umgang mit der Causa meint, dann ja. Aber wenn das "Aufräumen" bedeutet, dass man nur die alte Sexualmoral einhämmert und die Schotten dicht macht, dann tut sich die Kirche keinen Gefallen. In dieser Hinsicht folgt ihr die Gesellschaft nicht mehr.

sueddeutsche.de: Können Sie das näher erläutern?

Bilgri: Mit den Missbrauchsfällen wird ein für die Kirche ohnehin hochsensibles Thema berührt: Der Umgang mit Sexualität insgesamt. Fakt ist: Viele Katholiken empfinden heute die Freiheit der sexuellen Selbstbestimmung, die Kirche hält strikt dagegen. Und nun kommen ausgerechnet im innersten Kreis, bei Ordensleuten, immer neue Fälle ans Tageslicht, wo mit Sexualität in solch menschenverachtender Weise umgegangen wurde. Die Kirche hat damit ein Glaubwürdigkeitsproblem. Aber dieser Missbrauchsskandal trägt - so furchtbar er ist - auch eine Chance für die Kirche in sich.

sueddeutsche.de: Die da wäre?

Bilgri: … dass sie sich jetzt offener mit Sexualität auseinandersetzt.

sueddeutsche.de: Was sie bislang nicht tut. Ultrakonservative Kirchenmänner wie der Augsburger Bischof Mixa geißeln den Missbrauch in kirchlichen Einrichtungen sogar als Folge der sexuellen Revolution.

Bilgri: Ich halte dies für einen Fehlschluss. Es ist falsch, wenn die Kirche sich angesichts dieser furchtbaren Fälle einigelt.

sueddeutsche.de: Herr Mixa tendiert zum Verbarrikadieren.

Bilgri: Bischof Mixa vertritt ja bloß die herkömmliche katholische Sexualmoral. Die besagt, Sex dürfte nur in der Ehe stattfinden. Alles andere ist Sünde, sogar schwere Sünde. Dieser Charakter der schweren Sünde ist die Hauptbarriere, hier sollte man ansetzen. Es müssten andere Wege gefunden werden.

sueddeutsche.de: Wie könnte so ein Ansatz lauten?

Bilgri: Beispielsweise, indem die Kirche auch einen Lernprozess im Bereich der Sexualität auf dem Weg zu dieser Vollform Ehe akzeptiert, ein Unterwegssein. Voraussetzung ist selbstverständlich: Die Freiheit anderer Menschen darf nie beeinträchtigt werden.

"Das Ordensleben durchlässiger gestalten"

sueddeutsche.de: Ist es an der Zeit, dass das Zölibat, die vorgeschriebene Ehelosigkeit für Priester, fällt?

Bilgri: Langfristig wird das Thema auf den Tisch kommen, da kann sich die Kirche wehren, wie sie will. Die Menschen verstehen das einfach nicht mehr als Zeichen für eine andere Wirklichkeit.

sueddeutsche.de: Warum langfristig, warum nicht schon jetzt? Den einfachen Gläubigen auf der Straße fällt sofort das Schlagwort Zölibat ein, wenn sie an sexuellen Missbrauch und Kirche denken.

Bilgri: Man muss unterscheiden: Der Zölibat ist die Verpflichtung des Weltpriesters zur Ehelosigkeit. Die Kirche könnte diese Vorschrift kippen. Bei Mönchen gibt es andere Grundvoraussetzungen: Die Ehelosigkeit eines Ordensmitglieds ist konstitutiv.

sueddeutsche.de: Sie waren selbst viele Jahre Benediktinermönch. War Sexualität im Kloster Andechs ein Thema?

Bilgri: Wir haben nie offen darüber gesprochen.

sueddeutsche.de: Angenommen, ein Ordensmitglied hätte ein Problem in Sachen Sexualität, was kann er tun?

Bilgri: Er könnte sich schon vertrauensvoll an jemanden wenden, aber es wäre für alle hilfreich, wenn es ein Klima gäbe, in dem jeder erzählen könnte, was ihn umtreibt und wie er damit umgeht. Missbrauch könnte dadurch sicherlich nicht ausgeschlossen werden. Aber so würde die Chance bestehen, Fehlentwicklungen früh zu erkennen oder erst gar nicht entstehen zu lassen.

sueddeutsche.de: Die Implementierung einer solchen Neuerung in jahrhundertealten Orden dürfte denkbar schwer sein.

Bilgri: Sicher: Das geht nicht von heute auf morgen, das muss man erst lernen. Das können sicherlich nicht nur Ausbilder innerhalb eines Ordens leisten, da sollte man auch Leute von außen holen. Schon junge Ordensmitglieder sollten dazu befähigt werden, über ihre Sexualität zu sprechen.

sueddeutsche.de: Enthaltsamkeit gehört zu den Gelübden, die Mönche und Nonnen ablegen. Halten Sie dieses lebenslange Versprechen als mögliche Quelle für Fehlentwicklungen?

Bilgri: Ich denke ja, schließlich spiegelt die Scheu des modernen Menschen vor solch einer weitgehenden Beschränkung sich auch in den massiven Nachwuchsproblemen der Orden wider.

sueddeutsche.de: Sexuelle Enthaltsamkeit für den Rest des Lebens - für die meisten Nichtkleriker ist das unvorstellbar.

Bilgri: Mir ist das Psychogramm der Missbrauchstäter nicht bekannt, aber ich denke, dass es sich dabei mehrheitlich um Leute handelt, bei denen so nach ein, zwei Jahrzehnten Ordenszugehörigkeit eine starke religiöse Desillusionierung eingetreten ist.

sueddeutsche.de: Eine Lösung wäre der Austritt ...

Bilgri: ... der nach wie vor einen negativen Beigeschmack hat, auch für den Orden. Für den Betroffenen bedeutet es auch, dass er plötzlich mittellos dasteht. Ich bin da die Ausnahme, weil ich die Möglichkeit hatte, wirtschaftlich zu überleben.

sueddeutsche.de: Sind die Orden mittelfristig überhaupt in der Lage, zu überleben?

Bilgri: Ich glaube und hoffe das. Man sollte sicherlich darüber nachdenken, das Ordensleben durchlässiger zu gestalten. Im asiatischen Mönchtum ist es gang und gäbe, dass man eine Zeitlang im Kloster bleibt, aber es auch wieder verlassen darf - ohne Schimpf und Schande.

"Die Kirche wird als große Neinsagerin wahrgenommen"

sueddeutsche.de: Können Sie erklären, warum für die katholische Kirche beim Thema Sexualität immer etwas Sündiges mitschwingt?

Bilgri: Die Antwort liegt sicherlich in den ersten Jahrhunderten nach Christus. Damals setzte sich das Christentum mit dem Hellenismus auseinander, der viel körperfeindlicher war: Das Bild vom Leib als Gefängnis der Seele wurde übernommen.

 

sueddeutsche.de: Herr Bilgri, in der katholischen Kirche kann es keine Veränderungen geben, ohne das Plazet des Papstes. Erwarten Sie Reformschritte im Pontifikat des deutschen Papstes Benedikt XVI.?

Bilgri: Offen gesagt: Ich mache mir da nicht mehr so viele Hoffnungen. Ich verehre Joseph Ratzinger sehr, seitdem ich ihn als Münchner Erzbischof kennengelernt habe; er war es, der mich 1980 geweiht hat.

sueddeutsche.de: Machte er damals auf Sie einen reformfreudigen Eindruck?

Bilgri: Er machte uns damals leise Hoffnungen hinsichtlich der Wiederzulassung zur Kommunion für Geschiedene und Wiederverheiratete. Zumindest in diesem Punkt hätte ich eine Milderung erwartet.

sueddeutsche.de: Inzwischen ist Ratzinger Pontifex und sagt nein.

Bilgri: Ein grundsätzliches Problem der Kirche ist sicherlich, dass sie als die große Neinsagerin wahrgenommen wird. Sie wirkt so, als ob sie immer und überall mit dem mahnenden Zeigefinger auftritt; als ob sie es nicht schafft, wenigstens in einigen Bereichen zum positiven Motor einer Entwicklung zu werden.

sueddeutsche.de: Hätte die Kirche denn das Potential dazu?

Bilgri: Ich glaube das, ja. Jahrhunderte der Kirchengeschichte hat sie es gezeigt. Denken Sie nicht nur an Galileo Galilei, sondern die Zeit davor: Im sogenannten finsteren Mittelalter hat wissenschaftliche Auseinandersetzung vor allem in theologischen Fakultäten stattgefunden. Die Philosophie der Antike wurde in Klosterbibliotheken für die Neuzeit bewahrt. Man stellte sich allen Problemen, die das Denken bot, und diskutierte offen. Den Satz "Bis hierher und nicht weiter" gab es nur ganz selten.

sueddeutsche.de: Wo sehen Sie heute die Felder, auf denen die Kirche Vorreiterin sein könnte?

Bilgri: Ganz klar: im sozialen Bereich. Als Beispiel sei nur die Option für die Armen erwähnt. Sowohl Papst Benedikt XVI. als auch sein Vorgänger Johannes Paul II. haben aus ihren eher antikapitalistischen Ansichten nie einen Hehl gemacht. Das, was aus dem Vatikan kommt, ist durchaus in die Zukunft gerichtet. Dies geht leider immer wieder unter.  (sueddeutsche.de 11)

 

 

 

Benedikt XVI.: „Beileid für Opfer in Nigeria und Türkei“

 

Gewalt löst keine Konflikte, sondern verschlimmere nur ihre tragischen Konsequenzen. Dazu erinnerte Papst Benedikt XVI. an diesem Mittwoch im Anschluss an die Generalaudienz im Vatikan. Er drückte sein Beileid den Hinterbliebenen des Massakers im nigerianischen Jos aus.

 

„Die zivilen und religiösen Autoritäten des zentralafrikanischen Staates fordere ich auf, für die Sicherheit und ein friedliches Zusammenleben der Bevölkerung zu sorgen. Die nigerianischen Christen müssen glaubhafte Zeugen der Versöhnung sein.“

 

Papst Benedikt XVI. bekundete auch seine Verbundenheit mit den Erdbebenopfern und ihren Familien in der Türkei. Während der Generalaudienz am Mittwoch im Vatikan versicherte er die Betroffenen seines Gebets. Zugleich rief der Papst die internationale Staatengemeinschaft zu großzügigen Hilfen auf. Ein Erdbeben der Stärke 6,0 und mehrere Nachbeben hatten am Montag im Osten der Türkei sechs Dörfer zerstört und mindestens 51 Menschen in den Tod gerissen. Das erste Beben überraschte die Menschen im Schlaf.

 

„Anarchiestimmung abgewendet“ - Nach dem Zweiten Vatikanischen Konzil gab es die Gefahr einer „utopischen und anarchischen Spiritualität“ in der katholischen Kirche. Das sagte Papst Benedikt XVI. an diesem Mittwoch anlässlich der Generalaudienz im Vatikan. Doch dank einer weisen Führung konnte dies verhindert und die Einzigartigkeit der Kirche wie auch die Neuheit des Konzils verteidigt werden, so Benedikt auf Italienisch.

Das Papsttreffen musste „zweigeteilt“ werden, da über 12.000 Pilger und Besucher teilnahmen. Zunächst begrüßte der Papst etwa 5.000 Gäste der italienischen Stiftung „Don Carlo Gnocchi“ im Petersdom. Er erinnerte sie an den Seligen Priester Gnocchi, der – geprägt von den Schrecken des Zweiten Weltkrieges die Stiftung „Pro Juventute“ gründete, um sich um die armen, oft verstümmelten Kriegsweisen zu kümmern.

In der Audienzhalle sprach der Papst vor etwa 7.000 Pilgern. Wie vergangene Woche ging es auch diesmal um den Heiligen Bonaventura. Diesmal aber sprach Benedikt über Bonaventuras Denken und seine Werke.

 

„In seinem letzten, unvollendet gebliebenen Werk Hexaëmeron – eine Auslegung zu den sechs Schöpfungstagen – legte Bonaventura eine Geschichtstheologie vor. Die Bewegung der Spiritualen innerhalb des Franziskanerordens sah in Franz von Assisi die Erfüllung der Prophezeiungen des Zisterzienserabtes Joachim von Fiore und mit dem neuen franziskanischen Mönchtum den Anbruch des Zeitalters des Heiligen Geistes gekommen. Bonaventura, der sich um eine authentische Deutung der Gestalt des heiligen Franziskus bemühte, wies diese Interpretation zurück: Es gibt keinen trinitarischen Rhythmus der Geschichte; Gott ist einer für die ganze Geschichte. Jesus Christus ist das ganze und letzte Wort Gottes; es gibt kein anderes Evangelium, und es ist keine andere Kirche zu erwarten. So muss sich die franziskanische Gemeinschaft in die konkrete, reale Kirche mit ihrer Lehre und inneren Ordnung einfügen.“ (rv 10)

 

 

 

 

Missbrauch. Kirche spricht über Entschädigungen

 

Erzbischof Robert Zollitsch wird am Freitag von Papst Benedikt XVI. empfangen. Dessen Bruder Georg Ratzinger, früherer Leiter der Regensburger Domspatzen, bittet die "Opfer um Verzeihung". Von Stephan-Andreas Casdorff

 

Berlin - Der Vatikan und die katholische Deutsche Bischofskonferenz stehen in engem Kontakt wegen der fortwährenden Missbrauchsvorwürfe. An diesem Freitag wird der Vorsitzende der Bischofskonferenz, der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch, von Papst Benedikt XVI. empfangen. Das Gespräch, als turnusmäßig nach der Vollversammlung der Bischöfe beschrieben, dient auch der Information des Papstes, wie seine deutschen Landsleute der Affäre Herr zu werden glauben.

 

Der einflussreiche Kurienkardinal Walter Kasper aus Deutschland hat bereits eine wachsende Ungeduld des Vatikan in dieser Frage deutlich gemacht, wenngleich in gewählter Form. Darüber hinaus machte Kasper als Erster die Überlegung von Entschädigungen öffentlich. Auch um diesen Punkt dürfte es im bevorstehenden Treffen des Papstes mit Zollitsch gehen, außerdem um den Runden Tisch in Deutschland gegen Kindesmissbrauch. Papstsprecher Federico Lombardi nannte das den „richtigen Weg“ und betonte, natürlich sei die Kirche bereit, daran teilzunehmen. Er legte aber Wert auf die Feststellung, dass das Problem „entschieden und prompt“ angegangen worden sei, und dass nicht alle Anschuldigungen allein die Kirche treffen dürften. Das würde das Bild verfälschen.

 

Das Thema Wiedergutmachung und Entschädigung ist von Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) inzwischen wiederholt angesprochen worden, zuletzt im Hinblick auf die Verjährung von Taten: Dann solle die Kirche freiwillig entschädigen. Die Bischofskonferenz wiederum ist zum Gespräch über alle genannten Punkte bereit, wartet aber nach eigenen Angaben seit zwei Wochen auf einen Termin mit Leutheusser-Schnarrenberger. Aus dem Klerus erhielt sie derweil offen Unterstützung vom Erzbischof von München und Freising, Reinhard Marx. Er gab einen Mangel an Aufklärungswillen „in der Vergangenheit“ zu und sagte, dass er darüber Scham empfinde. Auch Marx ist der Ansicht, dass die Kirche nicht in Verjährungsfristen denken darf, sondern „in der moralischen Verantwortung, die auch über Generationen geht“. Der Bamberger Erzbischof Ludwig Schick wiederum unterstützte den Vorschlag der bayerischen Justizministerin Beate Merk (CSU), die Verjährungsfristen bei sexuellem Missbrauch auf 30 Jahre zu verlängern. Bisher gibt es Fristen von fünf bis 20 Jahren. Die Bischofskonferenz insgesamt sagte den staatlichen Stellen bei der Aufklärung volle Unterstützung und direktere Information zu. Außerdem forderte sie jetzt Geistliche zu Selbstanzeigen auf.

 

Benedikt XVI. ist der Bischofskonferenz immer noch sehr verbunden. Zollitsch pflegt diese Verbindung durch mehrmalige Informationsgespräche im Jahr. Der Papst, früher Kardinal Joseph Ratzinger, war Münchner Erzbischof von 1977 bis 1981. Das Kloster Ettal, wegen Missbrauchsfällen in zurückliegenden Jahren ins Gerede gekommen, liegt in diesem Bistum, untersteht allerdings nicht dem Bischof. Es begründet aber mit das Interesse des Papstes, ebenso der Umstand, dass sein Bruder, Georg Ratzinger, von 1964 bis 1994 die Regensburger Domspatzen leitete, bei denen es auch zu Missbrauch gekommen ist. Prälat Ratzinger (86) gab zu, Chormitglieder geohrfeigt zu haben. In der Internatsvorschule wurden Kinder auch durch den Direktor verprügelt. Ratzinger wusste davon, meinte aber nicht, einschreiten zu müssen. Heute verurteile er das umso mehr und bitte „die Opfer um Verzeihung“. Tsp 10

 

 

 

Köhler fordert weitere Konsequenzen aus Amoklauf. Gedenkfeier in Winnenden

 

Winnenden. Ein Jahr nach dem Amoklauf in Winnenden hat Bundespräsident Horst Köhler weitere Konsequenzen aus der Gewalttat gefordert. So seien weitere Schritte im Waffenrecht und klare Regeln für die Berichterstattung über Amokläufe nötig, sagte Köhler am Donnerstag in einer Gedenkstunde in der schwäbischen Kleinstadt. Zugleich rief er zu mehr Zuwendung und Achtsamkeit im Umgang miteinander auf. Schüler, Eltern, Lehrer und Hinterbliebene gedachten vor der Albertville-Realschule der 15 Menschen, die bei dem Amoklauf am 11. März 2009 erschossen worden waren.

"Es gibt keine endgültigen Antworten, keine letzte Sicherheit vor solchen Gewalttaten", sagte Köhler vor rund 900 Menschen, die sich zum Gedenken an die Opfer vor der Schule unter freiem Himmel versammelt hatten. Es müsse aber alles Menschenmögliche getan werden, um die Gefahr von Amokläufen so gering wie möglich zu halten. Köhler verlas die Namen der 15 erschossenen Menschen. Er fügte hinzu: "Auch die Familie des Täters hat ein Kind verloren. Auch für sie ist eine Welt zusammengebrochen."

Der Amoklauf eines Jugendlichen in der Kleinstadt bei Stuttgart hatte vor einem Jahr bundesweit Entsetzen ausgelöst. Der 17-jährige Tim K. hatte die Schule am Morgen des 11. März 2009 gestürmt und dort mit der Waffe seines Vaters neun Schüler und drei Lehrerinnen erschossen. Auf der Flucht tötete er drei weitere Menschen, bevor er sich selbst das Leben nahm. Der Bundestag hatte wenige Monate später als Konsequenz aus der Tat das Waffenrecht verschärft. Seither gelten unter anderem strengere Vorschriften für die Aufbewahrung von Waffen.

"Dieser Tag steht dafür, dass alles anders ist, als es vorher war", sagte Köhler. Das Wichtigste nach der Tat sei: "Wir können alle lernen, gut miteinander umzugehen. Wir können darauf achten, dass niemand abseits bleibt. Wir können mehr Anteil nehmen aneinander, statt achtlos vorüberzugehen."

In einer bewegenden Zeremonie legten Schülerinnen und Schüler vor der Albertville-Realschule Steinplatten mit den Namen der Opfer zu einem Kreis zusammen. Auf jede Steintafel legten sie eine rote Rose. Zur Tatzeit um 9.33 Uhr läuteten die Kirchenglocken der Stadt. Zuvor hatten Schulgemeinschaft und Hinterbliebene bereits in einer internen Feier unter Ausschluss der Öffentlichkeit der Opfer gedacht. Seit dem Amoklauf sind die 600 Schüler in einer provisorischen Containerschule wenige Meter von der Realschule entfernt untergebracht.

Lehrer und Schüler seien an dem Amoklauf nicht zerbrochen, sagte der Winnender Oberbürgermeister Bernhard Fritz. Nach der Tat habe es viel Solidarität gegeben: "Niemand wurde allein gelassen." Auch der neue baden-württembergische Ministerpräsident Stefan Mappus (CDU) nahm an der Gedenkfeier teil, verzichtete aber auf eine Ansprache.

Köhler forderte in seiner Ansprache, es müsse noch mehr geschehen, damit gefährdete Menschen nicht an Schusswaffen gelangten und Schulen und ähnliche Orte besser vor Anschlägen geschützt seien. Außerdem sprach er sich für "klar definierte Berichterstattungsregeln" für Amokläufe aus, die gemeinsam mit den Medien erarbeitet werden müssten. Detaillierte Berichterstattung über die Täter, ihre Motive und ihre Vorgehensweise rufe Nachahmer auf den Plan, warnte er.

Zu den Konsequenzen aus der Tat gehören neben der Verschärfung des Waffenrechts intensive Beratungen über Gewaltprävention. Experten haben Empfehlungen vorgelegt, mit denen die Sicherheit an Schulen erhöht werden soll. Unter anderem sollen mehr Schulpsychologen und speziell ausgebildete Lehrer dazu beitragen, die Gefahr von Amokläufen zu verringern.

Der Vorsitzende der Deutschen Polizeigesellschaft, Rainer Wendt, sagte unterdessen, Deutschlands Schulen seien nach wie vor keine sicheren Orte. "Wir brauchen endlich ein flächendeckendes Frühwarnsystem", sagte er der "Neuen Osnabrücker Zeitung" (Freitagsausgabe). In jede Schule gehörten mindestens ein Sozialarbeiter und ein Psychologe.

Enttäuscht von der Politik zeigte sich Gisela Mayer von der "Stiftung gegen Gewalt an Schulen". Die Mutter einer in Winnenden getöteten Referendarin sagte der "Stuttgarter Zeitung" (Donnerstagsausgabe), die verschärften Waffenkontrollen reichten bei weitem nicht aus. Großkalibrige Waffen hätten im Schießsport nichts zu suchen. Mayer kritisierte ferner, dass das Thema Killerspiele weitgehend ausgeklammert werde.

Der bayerische Innenminister Joachim Herrmann (CSU) vertrat den Standpunkt, schärfere Kontrollen von Waffenbesitzern allein könnten Amokläufe nicht verhindern. Es gebe auch keinen Anlass, alle Sportschützen und Jäger unter Generalverdacht zu stellen, sagte er dem Bayerischen Rundfunk. Der rechtspolitische Sprecher der Grünen-Bundestagsfraktion, Jerzy Montag, forderte hingegen im Saarländischen Rundfunk ein schärferes Waffengesetz und ein nationales Waffenregister. Epd 11

 

 

 

Zweite Karriere für Priester. Das Leben nach dem Zölibat

 

Die Liebesgeschichte von Johannes Wendeler klänge wie eine von vielen, hätte sie ihn nicht seinen Beruf gekostet und seine gesamte Lebensplanung über den Haufen geworfen: Bei einem Autounfall hatte sich Wendeler einen komplizierten Bruch in der Hand zugezogen - und bekam ein Vierteljahr lang Physiotherapie verschrieben. „Ich fand das alles furchtbar ärgerlich“, erinnert sich Wendeler. „Bis ich die Physiotherapeutin kennenlernte“, schiebt er nach und klingt noch immer verliebt. „Wir haben bei jeder Therapiesitzung unheimlich gute Gespräche geführt“, erinnert er sich. „Daraus wurde zunächst eine innige Freundschaft. Irgendwann wurde es Liebe.“ 14 Jahre ist das jetzt her. Wendeler und seine damalige Physiotherapeutin sind heute längst ein Ehepaar.

Dass seine Liebesgeschichte zum beruflichen Problem wurde, liegt daran, dass Johannes Wendeler katholischer Priester ist. Damals war er auch noch ausgerechnet in Köln tätig - unter dem strengen Kardinal Meisner. Knapp ein Jahr lang verheimlichte Wendeler die Beziehung zu seiner jetzigen Frau. „Dann wollte ich nicht mehr mit dieser Heimlichtuerei leben.“ Noch am selben Tag, an dem er Meisner seine Beziehung beichtete, wurde Wendeler von seinem Amt suspendiert. Und war auf einen Schlag arbeitslos.

Keine Arbeitslosenversicherung - und keine Erfahrung in der Berufswelt

Die Vereinigung katholischer Priester und ihrer Frauen (VKPF), die die Interessen zölibatsbrüchiger Priester vertritt, schätzt, dass ungefähr 20 Prozent aller lebenden Priester weltweit vom Dienst suspendiert sind, die meisten von ihnen aufgrund von Beziehungen zu Frauen. „Der prozentuale Anteil der Suspendierten wird in Deutschland auch um die 20 Prozent liegen“, glaubt der Vorsitzende Claus Schiffgen. Angesichts von mehr als 15.000 Priestern in Deutschland müssten demnach mehrere tausend betroffen sein. Die Katholische Bischofskonferenz hat darüber kein Datenmaterial. Sie erhebt nicht die Zahl der suspendierten, sondern lediglich die der laisierten Priester, also derjenigen, die für immer vom Priesteramt ausgeschlossen sind und für die es keine Rückkehroption gibt: Seit 1997 waren das nur 107.

Ein Zölibatsbruch mag etliche Probleme mit sich bringen - von heimlichen Küssen hinter geschlossenen Vorhängen bis hin zu Kindern, zu denen der Vater sich nicht bekennen kann. Für alle katholischen Priester gleich ist aber eine handfeste Schwierigkeit: Wenn ihr Verhalten auffliegt, verlieren sie ihren Beruf. „Und das mehr oder weniger von einem Tag auf den anderen“, wie Claus Schiffgen betont. „Für einen Priester ist das deutlich dramatischer als für viele andere Menschen.“ Denn Priester haben zwar in der Regel eine akademische Ausbildung, aber keine Arbeitslosenversicherung, nur minimale Rentenansprüche und keine Erfahrung in der Berufswelt.

Als Priester sitze man „in einem goldenen Käfig“, sagt Schiffgen, der selbst auch ein zölibatsbrüchiger katholischer Priester ist und von den Schwierigkeiten aus eigener Erfahrung berichten kann. „Nachdem ich gewagt hatte auszubrechen, musste ich schmerzhaft feststellen, dass ich keine Ahnung hatte, wie man ein Bewerbungsschreiben formuliert, wie ein Vorstellungsgespräch abläuft und wie man sich überhaupt in der freien Wirtschaft selbst vermarkten und präsentieren muss.“ Das Leben als Priester sei von vornherein darauf ausgerichtet, nie wieder etwas anderes zu machen. Deshalb, so mutmaßt er, vermieden viele Priester, die im Innersten ihres Herzens eigentlich aussteigen wollen, den Schritt der Suspendierung. „Die Angst hält sie im Amt.“

In welchen Berufen landen die meisten katholischen Priester, nachdem sie suspendiert worden sind? Über lange Jahre war es ein klassischer Weg, beim Arbeitsamt anzuheuern und Berufsberater zu werden. „Das haben Hunderte Priester gemacht“, sagt Schiffgen, „ich selbst habe mindestens zwei Dutzend in meinem Bekanntenkreis.“ Auch Johannes Wendeler ist solch ein klassischer Fall. Nach einem nachgeholten Studienabschluss und einigem Hin und Her hat er es mittlerweile gar zum Teamleiter einer „Arge“ im Oberbergischen Kreis gebracht.

„Wie ein mittelalterliches Lehensverhältnis“

„Ganz so populär wie in den siebziger und achtziger Jahren ist aber der Weg vom Priester zum Arbeitsvermittler heute nicht mehr“, sagt Dieter Court, Berater für akademische Berufe bei der Arbeitsagentur in Mainz. „Viele versuchen mittlerweile auch als Religionslehrer weiterzumachen oder als Personalentwickler in Unternehmensberatungen.“ Prinzipiell hätten katholische Priester ähnliche Voraussetzungen und Probleme wie andere Geisteswissenschaftler, sagt der Berufsberater. „Es gibt keinen primären Arbeitsmarkt für sie. Bei Priestern kommt dann häufig noch dazu, dass sie sich ihr bisheriges Leben lang in einer wahnsinnigen Sicherheit gewiegt haben und nun plötzlich wissen sollen, wie man sich auf dem freien Arbeitsmarkt verhält.“

Michael Hümmer von der Arbeitsagentur Bamberg ist ebenfalls Berufsberater für Akademiker, hat selbst eine Zeitlang Theologie studiert und kennt sich gut aus in der Szene. „Als Priester steht man mit der Kirche in einem ganz speziellen Dienstverhältnis“, sagt Hümmer. „Das ist kein Arbeitsvertrag, den man einfach kündigen kann.“ Vielmehr gelte die Priesterweihe auf Lebenszeit. „Am ehesten lässt sich das mit einem mittelalterlichen Lehensverhältnis vergleichen.“ Der Priester verspreche bei der Weihe Ehrfurcht und Gehorsam. Ebenso aber verpflichte sich der Bischof mit einem Gelöbnis, für den Priester zu sorgen. „Viele kümmern sich dann tatsächlich auch um Aussteiger und versuchen ihnen den Weg zurück ins normale Berufsleben so weit es geht zu erleichtern“, sagt Hümmer. „Aber das machen längst nicht alle. Es gibt auch Beispiele, in denen zölibatsbrüchige Priester fallengelassen werden wie eine heiße Kartoffel.“

Viele suchten dann ihr Glück in Berufen, in denen gestrandete Geisteswissenschaftler oft eine Notlösung sähen. „Sogar Taxifahrer und Kellner sind dabei, wenn gar nichts anderes mehr funktioniert“, sagt Hümmer. „Erstaunlich viele werden auch Versicherungsvertreter.“ Das liege wohl an der hohen Sozialkompetenz der Priester. „Sie können oft unheimlich gut Bedürfnisse ihrer Mitmenschen erspüren“, erklärt Hümmer. „Dazu gehört auch das Sicherheitsbedürfnis.“ Generell seien ehemalige Priester in Beratertätigkeiten oft sehr gut aufgehoben. Auch therapeutische Karrieren wie Heilpraktiker oder Psychotherapeut kommen in Frage. Das alles gehe natürlich meist nicht von heute auf morgen, sagt Hümmer. „Viele geschasste Priester machen erst mal eine schwierige Phase durch. Ohne Umschulung und Nachqualifizieren klappt es in den seltensten Fällen.“

Claus Schiffgen weiß aus seiner Arbeit, dass die Situation suspendierter Priester dann am schwierigsten ist, wenn auch die Partnerin beruflich betroffen ist. „Ziemlich häufig verlieben sich Priester in Frauen, die selbst im kirchlichen Umfeld tätig sind, in die Gemeindereferentin oder Pastoralassistentin etwa. Dann sind blitzschnell beide ihren Job los.“ Nadine Bös Faz 10

 

 

 

Italien: Evangelische Gemeinde freut sich auf Papstbesuch

 

Der Pastor der deutsch-lutherischen Gemeinde Roms, Jens-Martin Kruse freut sich: Der anstehende Besuch des Bischofs von Rom sei ein schönes Zeichen für die Ökumene in der Stadt. Das sagt er uns im Vorfeld der Papstvisite. Die Gemeinde sei sehr dankbar und in freudiger Erwartung, dass sie gemeinsam mit dem Papst einen Gottesdienst feiern können.

 

„Für uns als kleine lutherische Gemeinde in Rom ist es ein besonders schönes Ereignis. Wir denken, dass es nichts Wichtigeres geben kann, als dass wir Christen gemeinsam Gottesdienst feiern, auf Gottes Wort hören, zu ihm beten, über sein Wort nachdenken und meditieren. Und dass wir das mit dem Bischof von Rom gemeinsam tun können, das ist für uns ein sehr schönes und wichtiges Ereignis.“

 

Bereits 1983 gab es einen Papstbesuch in der Gemeinde, so Krus weiter.

 „1983 hat Papst Johannes Paul II. zum ersten Mal als Papst, nach 500 Jahren Trennung zwischen lutherischer und katholischer Kirche, unsere Christuskirche hier in Rom besucht, mit der Gemeinde Gottesdienst gefeiert und im Advent 1983 von unserer Kanzel gepredigt. Das war für unsere Gemeinde, aber ich denke auch darüber hinaus, ein sehr wichtiges ökumenisches Zeichen: Dass nämlich wir Christen, das was uns gemeinsam verbindet, auch gemeinsam zum Ausdruck bringen können. Dieser Besuch 1983 ist für uns auch der Anlass gewesen, im Jahre 2008 an den Nachfolger, Benedikt XVI., eine Einladung auszusprechen, um an das Ereignis von 1983 zu erinnern, aber um auch heute deutlich zu machen, dass wir hier in Rom eine sehr schöne, gelebte und vielfältige Ökumene haben. So sind wir wirklich voller Freude, Dankbarkeit und auch Spannung auf den kommenden Sonntag.“ (rv 10)

 

 

 

 

 

 

Missbrauchsskandal. ''Und dann kommen die Machtspiele''. "Übertriebene Solidarität"

 

Während immer neue Missbrauchsfälle ans Licht kommen, wird die Phase der Betroffenheit abgelöst durch die Debatte über nötige Konsequenzen. Von Matthias Drobinski

 

Es gehe doch um die Kinder, sagt Siegfried Kneißl, "ich sehe die Kinder vor mir, auch wenn sie jetzt Erwachsene sind." Einen Aktenordner voller Kindheitsgeschichten hat der Missbrauchsbeauftragte des Erzbistums München und Freising inzwischen.

Es sind traurige und schreckliche Geschichten von zerbrochenem Vertrauen, von Brutalität und falscher Nähe; jeden Tag kommen neue hinzu. "Und dann kommen die Machtspiele, in der Kirche, in der Politik", empört sich Kneißl.

 

Das stimmt insofern, als dass die Phase der Betroffenheit über die zahlreichen Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche, aber auch in nichtkirchlichen Schulen und Einrichtungen, abgelöst wird durch die Debatte, welche Konsequenzen nun zu ziehen sind. Wie hart müssen die betroffenen Institutionen aufklären? Soll der Gesetzgeber Verjährungsfristen verlängern, Missbrauch von Minderjährigen härter bestrafen? Was bringt ein runder Tisch?

Der Missbrauchsbeauftragte Kneissl ist selber von dieser Debatte getroffen - das Erzbistum München-Freising wehrt sich gegen den Vorwurf, im Fall des Klosters Ettal überreagiert und zu Unrecht den Abt und den Prior zum Rücktritt gedrängt zu haben.

Generalvikar Peter Beer rechtfertigte im Gespräch mit der Süddeutschen Zeitung das harte Vorgehen der Bistumsleitung. Die Grenzüberschreitung eines Paters aus dem Jahr 2005 hätte nach dem Kirchenrecht "auf jeden Fall" sofort dem Erzbistum gemeldet werden müssen, sagte Beer, "wir hätten dann auch von uns aus die Staatsanwaltschaft eingeschaltet."

Abt Barnabas Bögle habe aber erst am Abend vor der Veröffentlichung in der SZ den Generalvikar informiert, "nachdem wir ihn von Ettal nach München haben bringen lassen", so Beer. Im Kloster habe "eine Insiderkultur geherrscht, die nur durch die Rücktritte durchbrochen werden konnte". Auch seien gegen den betroffenen Lehrer, den das Kloster durch ein Gutachten entlastet sah, neue Vorwürfe aufgetaucht.

Beers Chef, der Münchner Erzbischof Reinhard Marx, räumt ein, dass es in der katholischen Kirche mangelnde Aufklärungsbereitschaft gegeben habe. "Es gab sicher Tendenzen in der Vergangenheit, das Ansehen der jeweiligen Institution nicht zu beschädigen", sagte Marx dem Münchner Merkur.

"Übertriebene Solidarität"

In Klöstern gebe es manchmal eine "übertriebene Solidarität, die es schwermacht, über Negatives zu sprechen". Marx bekannte: "Ich empfinde Scham."

Der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller wählte einen anderen Schwerpunkt: Er griff Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) an. "Unwahr und ehrenrührig" sei deren Behauptung, die Kirche behindere die Aufklärung von Missbrauch. Leutheusser-Schnarrenberger solle Beweise vorlegen oder "ihre Amtsautorität nicht für derartige Übergriffe instrumentalisieren".

Der Bamberger Erzbischof Ludwig Schick wiederum - so vielfältig ist derzeit die katholische Kirche - wünscht längere Verjährungsfristen für den sexuellen Missbrauch von Minderjährigen. Die Frist solle von zehn auf 30 Jahre nach der Volljährigkeit des Opfers angehoben werden. Doch bei diesem Vorschlag sind vor allem die Rechtspolitiker skeptisch. Breit ist an diesem Dienstag nur die Zustimmung zum runden Tisch, den Familienministerin Kristina Schröder und Bildungsministerin Annette Schavan (beide CDU) einberufen wollen. "Die Kirche ist selbstverständlich bereit, daran teilzunehmen," sagte Vatikansprecher Federico Lombardi in Rom.

Ratzingers Beichte

Währenddessen werden immer neue Missbrauchsfälle bekannt: Am Bad Godesberger Jesuiten-Gymnasium Aloisiuskolleg könnte sich die Zahl der Opfer über die bislang bekannten 30 hinaus weiter erhöhen, sagte die Missbrauchs-Beauftragte des Jesuitenordens, Ursula Raue.

Der Limburger Missbrauchsbeauftragte untersucht Verdachtsfälle gegen fünf weitere Priester und kirchliche Mitarbeiter. In Österreich gab der Benediktiner-Erzabt zu, vor 40 Jahren ein Kind missbraucht zu haben, und trat zurück. In den Niederlanden werden nun auch Nonnen beschuldigt, sich an kleinen Jungen vergangen zu haben. Und der Bruder von Papst Benedikt XVI., Georg Ratzinger, hat gestanden, früher Domspatzen geschlagen zu haben: "Ich habe am Anfang wiederholt auch Ohrfeigen ausgeteilt."  SZ 10

 

 

 

 

Meinungsaustausch von Gewerkschaften und katholischer Kirche

 

Mainz. Im Mittelpunkt eines Meinungsaustauschs zwischen den Vertretern der Bistümer Limburg, Trier, Mainz und Speyer und den Gewerkschaften stand die Wirtschafts- und Finanzkrise. Der DGB-Landesvorsitzende in Rheinland-Pfalz, Dietmar Muscheid, forderte die Politik nachdrücklich auf, dem Finanzmarkt Grenzen zu setzen und Spekulanten und Zockern das Handwerk zu legen. Klare Regularien seien notwendig, um zum Beispiel zu verhindern, dass zum Nachteil ganzer Volkswirtschaften mit Rohstoffen, Nahrungsmitteln und Währungen spekuliert werden.

Die Bischöfe betonten, dass der Markt in der jetzigen Situation moralisch und ethisch gestaltet werden müsse und eine Wertedebatte erforderlich sei. Die soziale Marktwirtschaft habe sich bewährt, müsse aber weiter entwickelt werden. Aus Eigentum resultiere auch Verantwortung. Wer den grundgesetzlichen Grundsatz ‚Eigentum verpflichtet' nicht berücksichtige, der gefährde den gesellschaftlichen Zusammenhalt und den sozialen Frieden. Einig waren sich beide Seiten, dass die Einführung einer Finanztransaktionssteuer ein erster Schritt in diese Richtung sein könne. Ein Steuersatz von 0,05 Prozent ergäbe Einnahmen von etwa 30 Milliarden Euro allein für Deutschland, so der DGB.

Der Meinungsaustausch zwischen den katholischen Bistümern und den Gewerkschaften soll auch künftig regelmäßig stattfinden. Teilnehmer am Montagabend, 8. März, im DBG-Haus in Mainz waren neben dem Landesvorsitzenden Muscheid unter anderen Ralf Sikorski (IG BCE), Klaus-Peter Hammer (GEW), Ernst Scharbach (GdP), Jörg Köhlinger (IG Metall), Alfred Staudt (ver.di), Bernhard Haasler (TRANSNET) und von Seiten der Kirche die Bischöfe Dr. Stefan Ackerman (Trier) und Dr. Karl-Heinz Wiesemann (Speyer) sowie die Generalvikare der Bistümer Limburg, Mainz, Speyer und Trier.

Hinweis: Diese Pressemitteilung wird zeitgleich auch vom Deutschen Gewerkschaftsbund Rheinland-Pfalz verbreitet.  tob (MBN) 

 

 

 

Misshandlungen. Georg Ratzinger bittet Opfer um Verzeihung

 

Der frühere Regensburger Domkapellmeister Georg Ratzinger hat am Mittwoch zugegeben, in seiner Amtszeit von körperlichen Misshandlungen in der Internatsvorschule der Domspatzen gewusst zu haben. Schüler hätten ihm auf Konzertreisen davon erzählt. „Aber ihre Berichte sind bei mir nicht so angekommen, dass ich glaubte, etwas unternehmen zu müssen“, sagte der Bruder von Papst Benedikt XVI. in der Zeitung „Passauer Neue Presse“.

Aus heutiger Sicht verurteile er die Misshandlungen und bitte die Opfer um Verzeihung. Er habe gewusst, dass der Direktor der Internatsvorschule, der von 1953 bis 1992 amtierte, „sehr heftige Ohrfeigen“ verteilt habe, „oft aus nichtigen Anlässen“, sagte der 86 Jahre alte Georg Ratzinger. Das „Ausmaß dieser brachialen Methoden“ habe er aber nicht gekannt.

 „Eigentlich immer ein schlechtes Gewissen dabei gehabt“

Die Internatsvorschule sei eine selbständige Institution gewesen, die ihm nicht unterstanden habe. Es hätte für ihn nur die Möglichkeit gegeben, sich an das Direktorium der Domspatzen-Stiftung zu wenden, das dann hätte einschreiten können. Von dieser Möglichkeit habe er aber keinen Gebrauch gemacht. Ratzinger gab auch zu, am Anfang seiner Zeit als Domkapellmeister selbst Ohrfeigen verteilt zu haben; er habe „eigentlich immer ein schlechtes Gewissen dabei gehabt.“

Georg Ratzinger sagte, er sei innerlich erleichtert gewesen, als der Gesetzgeber 1980 körperliche Züchtigungen ganz verboten habe; daran habe er sich „strictissime gehalten“. Früher sei eine Ohrfeige „die nächstgelegene Reaktion auf eine negative Leistung oder ein Versagen“ gewesen. Die Ohrfeigen seien „von der Heftigkeit her sehr verschieden“ gewesen - „je nach dem Charakter des Vorgesetzten“.

„Bei uns im Haus ist über diese Dinge nie gesprochen worden“

Georg Ratzinger berichtete, dass er selbst als Schüler eines katholischen Studienseminars in Traunstein in der Vorkriegszeit einmal geohrfeigt worden sei, weil er ein Heft verwechselt habe. Sonst könne er sich nicht an Schläge erinnern. Dass sein Bruder Joseph, der später an das Studienseminar gekommen sei, misshandelt worden sei, sei ihm nicht erinnerlich. Von Fällen sexuellen Missbrauchs bei den Domspatzen vor seiner Zeit als Domkapellmeister habe er bei der Amtsübernahme nichts erfahren, sagte Georg Ratzinger. „Bei uns im Haus ist über diese Dinge nie gesprochen worden.“

Nach Recherchen des Bistums Regensburg war 1958 ein Geistlicher aus dem Musikgymnasium der Domspatzen entfernt worden, weil er sich an zwei Buben vergangen hatte. Nach einer Verurteilung zu einer Gefängnisstrafe soll der Geistliche an ein Schweizer Schwesternkonvent mit einer Mädchenschule gegangen sein. Georg Ratzinger sagte in der „Passauer Neuen Presse“, es sei nicht nur die Kirche gewesen, die zu Missbrauch und Gewalt geschwiegen habe: „Es war in der Gesellschaft überhaupt so.“

Unterdessen klagen immer mehr ehemalige Schüler der Internatsvorschule der Domspatzen über schwere Misshandlungen in der Internatsvorschule der Domspatzen. Im Schuljahr 1981/1982 habe der Direktor, ein Geistlicher, einen Buben mit einem Stuhl geschlagen, bis der Stuhl zerbrochen sei, berichtete die „Süddeutsche Zeitung“ am Dienstag. In früheren Jahren habe dieser Geistliche Schüler mit fünf bis zehn Stockschlägen bestraft, die wahlweise auf die Fingerkuppen, die Fingernägel oder das Gesäß versetzt worden seien.

Weitere Missbrauchsfälle

Auch im Bistum Limburg in Hessen gibt es neue Fälle des Verdachts auf sexuellen Missbrauch von Kindern und Jugendlichen. Die Vorwürfe richten sich nach Auskunft des Bistums gegen fünf Priester und kirchliche Mitarbeiter, darunter ist auch der 2002 verstorbene Leiter der Limburger Domsingknaben. Die Taten sollen sich in den fünfziger, sechziger und siebziger Jahren ereignet haben. Wegen Missbrauchsvorwürfen gegen Ordensleute am früheren Internat des Gymnasiums Johanneum im saarländischen Homburg ermittelt die Staatsanwaltschaft gegen zwei Patres. Beide sind nach Angaben des Bistums Münster suspendiert, wo sie zuletzt als Seelsorger tätig waren. Und auch in unserem Nachbarland.

Nach einer Reihe von Politikern hat erstmals auch der Erzbischof einer deutschen Diözese längere Verjährungsfristen bei sexuellem Missbrauch gefordert. „Das wichtigste sind die Opfer, ihnen muss die Justiz Gerechtigkeit zukommen lassen“, teilte der Bamberger Erzbischof Ludwig Schick am Dienstag mit.

Zuvor hatte bereits Bildungsministerin Annette Schavan (CDU) längere Verjährungsfristen verlangt. Bisher endet die Verjährungsfrist bei sexuellem Missbrauch von Kindern und Jugendlichen in der Regel 10 Jahre nach der Volljährigkeit des Opfers. Schick plädierte dafür, die Frist bei der Verfolgung von sexuellem Missbrauch an Kindern und Jugendlichen auf 30 Jahre zu verlängern, damit die Behörden die Taten auch wirklich aufklären können. „Dieses Recht und diese Pflicht sollte nicht infrage gestellt werden.“

Schick mahnte eine enge Zusammenarbeit der Kirche und anderer betroffener Institutionen mit der Staatsanwaltschaft an. Bei jedem begründeten Verdachtsfall müssten sofort die Ermittlungsbehörden eingeschaltet werden. Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger sieht längere Verjährungsfristen allerdings skeptisch. Die FDP-Politikerin plädierte stattdessen in der „Süddeutschen Zeitung“ (Dienstag) für eine Entschädigung der Opfer in bereits verjährten Fällen.

Vatikan für Runden Tisch

Der Münchner Erzbischof Reinhard Marx begrüßte den von der Bundesregierung für April angekündigten Runden Tisch zum sexuellen Missbrauch an Schulen. „Es ist gut, dass Vertreter aller relevanten gesellschaftlichen Gruppen eingeladen sind“, sagte Marx dem „Münchner Merkur“. Über die Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche sagte er: „Ich empfinde Scham.“

Der Heilige Stuhl in Rom tritt für einen Runden Tisch zum Kindesmissbrauch ein. Vatikansprecher Frederico Lombardi meinte am Dienstag, vielleicht könne die schmerzhafte Erfahrung der Kirche eine nützliche Lehre auch für andere sein, hieß es in einer Erklärung. Natürlich seien „Fehler von kirchlichen Einrichtungen und Verantwortlichen besonders abscheulich, denn die Kirche hat eine besondere erzieherische und moralische Verantwortung“, doch die Frage dürfe sich „nicht nur auf die Kirche konzentrieren“. Im Nachklang auf den Vorwurf, die Kirche arbeite mit den Behörden nicht gut zusammen, dankte Lombardi Bundeskanzlerin Angela Merkel für ihre Anerkennung. Diese habe der Kirche zu Recht „Ernsthaftigkeit und Konstruktivität“ bescheinigt. Die wichtigsten kirchlichen Institutionen hätten „rechtzeitig und entschieden“ reagiert, schrieb Lombardi. Sie hätten so das Aufkommen des Skandals „in gewissem Sinn beschleunigt“, indem sie Opfer auch lange zurückliegender Missbrauchsfälle aufgerufen hätten, über diese zu berichten.

Salzburger Erzabt tritt ab

Auch in Österreich sind Missbrauchsfälle in Klöstern bekanntgeworden. Am Salzburger Stift Sankt Peter, dem ältesten und bedeutendsten Kloster im deutschen Kulturraum, bot Erzabt Bruno Becker deshalb seinen Rücktritt an. Er gab zu, vor 40 Jahren, noch vor seiner Zeit als Priester, einen damals Elfjährigen sexuell missbraucht zu haben. Das sei nur einmal geschehen und habe sich nicht wiederholt. Das Opfer gab an, der Erzabt habe ihm im November 2009, als er ihn mit den Vorwürfen konfrontierte, 5000 Euro angeboten, wenn er keine weiteren Schritte unternehme. Sechs Jahre lang hätten sich aber noch zwei andere Patres an ihm vergangen.

Einer der Pater hat den Orden später verlassen, der andere wechselte in ein anderes Kloster und ist vor einem Monat in Bayern verstorben. Auch im Internat des vom Zisterzienser-Kloster Mehrerau in Vorarlberg geleiteten Gymnasiums ist vor 30 Jahren ein Schüler von einem Pater sexuell missbraucht worden. Das bestätigte Anselm van der Linde, seit 2009 Abt des Klosters. Der Pater habe den Missbrauch gestanden, der Vater des Schülers auf eine Anzeige für den Fall verzichtet, dass der Täter aus der Schule abgezogen werde. Der heute Vierundsiebzigjährige sei damals versetzt worden, habe eine Therapie absolviert und wirke noch heute als Priester in Tirol, sagte der Abt. 2001 sei ein anderer Pater des Klosters in einen Missbrauchsfall involviert gewesen, allerdings nicht im Internat. Dieser habe sich „einen Burschen aus dem Drogenmilieu geholt und ihn missbraucht“. Er wurde sofort suspendiert und gerichtlich belangt. Faz.net 10

 

 

 

 

Misshandlungen bei den Domspatzen. Ratzingers Beichte

 

Der langjährige Leiter der Domspatzen und Bruder von Papst Benedikt XVI., Georg Ratzinger, hat zugeschlagen - und nicht reagiert, als er von Misshandlungen hörte. Von K. Prummer und D. Stawski

 

Er hat nicht nur von den Schlägen gewusst: "Ich habe am Anfang wiederholt auch Ohrfeigen ausgeteilt", sagt Georg Ratzinger.

30 Jahre lang stand der Bruder von Papst Benedikt XVI. an der Spitze der Regensburger Domspatzen. Lange hat er sich zurückgehalten, zu Beginn noch davon gesprochen, dass die Missbrauchsvorwürfe "eine gewisse Feindseligkeit gegen die Kirche" erkennen lassen. Mancher hege die "bewusste Absicht", sich gegen die katholische Kirche zu äußern, sagte der Papstbruder der Zeitung La Repubblica.

Doch in den vergangenen Tagen wurden immer mehr Missbrauchsvorwürfe von ehemaligen Domspatzen laut.

Vorwürfe fallen in Ratzingers Amtszeit

Immer mehr Schüler meldeten sich, berichteten von Schlägen in der Vorschule mit dem Schlüsselbund, mit einem Stuhl. Von Prügeln als systematische Erziehungsmethode auch noch Anfang der neunziger Jahre.

Die Schläge kamen häufig von Schulleiter Johann Meier. Der habe den Schülern das Gefühl gegeben, in einem "Straflager" gelandet zu sein.

Alle diese Vorwürfe fallen in Ratzingers Amtszeit als Domkapellmeister, als Leiter der Domspatzen. Die Schüler berichteten auch, dass Ratzinger mehrmals die Vorschule besucht habe.

Nun redet Ratzinger doch.

Er gibt zu, von Prügeln in der Internatsvorschule gewusst zu haben. "Mir war bekannt, dass Direktor Johann Meier sehr heftige Ohrfeigen verteilt hat", sagte er der Passauer Neuen Presse. Einige Domspatzen hätten ihm auf Konzertreisen davon erzählt. "Aber ihre Berichte sind bei mir nicht so angekommen, dass ich glaubte, etwas unternehmen zu müssen." Er verurteile das Geschehene heute umso mehr und bitte die Opfer um Verzeihung.

Johann Meier leitete die Vorschule von 1953 bis 1992 - die Amtszeiten von Meier und Ratzinger überschneiden sich zu großen Teilen. Ratzinger stand von 1964 bis 1994 an der Spitze der Domspatzen.

Zu den Vorwürfen an der Vorschule kommt auch noch ein Fall aus dem Regensburger Domspatzen-Internat. Der frühere Internatsleiter Georg Z., der im Jahr 1959 im Amt war, wurde nach Angaben des Bistums 1971 zu elf Monaten Haft verurteilt, vermutlich wegen eines Übergriffs auf einen Schützling.

Das Urteil fiel also mitten in Ratzingers Amtszeit.

Spätes Bedauern

Von den bekannt gewordenen Vorwürfen sexuellen Missbrauchs in den späten fünfziger und frühen sechziger Jahren bei den Domspatzen habe er aber nichts gewusst. "Bei uns im Haus ist über diese Dinge nie gesprochen worden", sagte Ratzinger.

Er räumt ein, bis zum Ende der siebziger Jahre in den Chorproben selbst hin und wieder Ohrfeigen verteilt zu haben, wie es auch ein ehemaliger Schüler der SZ berichtete.

 

Ratzinger distanziert sich aber deutlich von den Methoden des damaligen Direktors der Vorschule, in der Grundschulkinder auf ihre Zeit bei den Domspatzen vorbereitet werden. "Wenn ich gewusst hätte, mit welch übertriebener Heftigkeit er vorging, dann hätte ich schon damals etwas gesagt."

Derweil versuchen Ratzinger und das Regensburger Bistum um Bischof Gerhard Ludwig Müller eine klare Trennungslinie zwischen den Domspatzen in Regensburg und der Vorschule in Pielenhofen zu ziehen, die bis 1981 in Etterzhausen angesiedelt war. Sie weisen auf die Eigenständigkeit der Vorschule hin - denn das Gros der Vorwürfe bezieht sich auf diese Einrichtung.

In einem Kommuniqué im zentralen Mitteilungsorgan des Papstes im Vatikan, dem L'Osservatore Romano, schreibt Bischof Müller: "Die Grundschule (...) ist eine von den Domspatzen unabhängige Einrichtung, bei der es nur punktuelle Zusammenarbeit auf dem Gebiet der Musikerziehung gibt."

 

Auch Ratzinger betonte seine Machtlosigkeit: Die Internatsschule sei eine völlig selbständige Institution gewesen, in die man nicht habe "hineinregieren" können. Selbst wenn er gewusst hätte, wie brutal es in der Vorschule zugeht, hätte er den Direktor nicht zum Handeln zwingen können.

Rein rechtlich ist das richtig, die Schule ist als selbständige, öffentliche Stiftung des privaten Rechts gegründet. Ehemalige Domspatzen aber beschreiben die beiden Schulen als in der Praxis eng verbunden.

"Ratzinger hätte es wissen müssen", sagt ein Betroffener. "Und ein Wort von ihm hätte gereicht, dann wäre es vorbei gewesen." SZ 10

 

 

 

 

 

Missbrauchsverdacht im Bistum Mainz

 

Auch im katholischen Bistum Mainz sind jetzt erste Verdachtsfälle auf sexuellen Missbrauch öffentlich geworden. Im Knabenkonvikt Bensheim soll es bis Ende der 1970er Jahre zu Misshandlungen und Übergriffen durch zwei Täter auf Schüler gekommen sein.

 

MAINZ/BENSHEIM -    In einem früheren Jungen-Internat des Bistums Mainz im hessischen Bensheim sollen in den 60er und 70er Jahren Schüler sexuell missbraucht und misshandelt worden sein. Einer der Verdächtigen sei der damalige Leiter - ein Sozialarbeiter -, der andere ein Priester, teilte ein Sprecher des Bistums am Mittwoch mit. Sie sollen unter anderem Schüler aus nichtigen Anlässen massiv geprügelt haben. Beim damaligen Leiter stehe auch der Verdacht des sexuellen Missbrauchs im Raum. Die Staatsanwaltschaft in Darmstadt sei informiert. Das Bistum zeigte sich tief betroffen und bot allen Opfern angemessene Hilfe und Begleitung an.

 

Das Knabenkonvikt war ein Internat für Schüler, die ein Gymnasium in Bensheim besuchten. 1981 wurde es aus wirtschaftlichen und pädagogischen Gründen geschlossen. Der Leiter schied den Angaben zufolge bereits 1979 aus dem Dienst des Bistums aus. Nach Auskunft des Sprechers hat sich bisher kein Opfer von sexuellem Missbrauch gemeldet, aber ein Opfer von Misshandlungen durch den Priester. Weitere Hinweise ergäben sich aus Äußerungen eines früheren Mitarbeiters.

 

Ehemalige Schüler, die Angaben zu Sachverhalten in der fraglichen Zeit oder auch davor machen könnten, sollten sich beim Bistum melden, appellierte der Sprecher. Der Beauftragte des Bistums für Missbrauchsfälle, Richard Seredzun stehe dafür bereit. Der Sprecher betonte, das Bistum setze sich für eine sorgfältige Aufklärung ein. Das Bistum Mainz erstreckt sich mit zwei Dritteln seines Gebiets auf Hessen. dpa/ddp 10