Notiziario religioso 12-14 Marzo
2010
Venerdì 12. Il commento al Vangelo. Il primo di tutti i comandamenti
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 12,28-34) commentato da P. Lino Pedron
28 Allora si accostò uno degli scribi che li
aveva uditi discutere, e, visto
come aveva loro ben
risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i
comandamenti?». 29
Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio
nostro è l'unico
Signore; 30 amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo
cuore, con tutta la
tua mente e con tutta la tua forza. 31 E il secondo è
questo: Amerai il
prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi». 32 Allora
lo scriba gli disse: «Hai detto bene,
Maestro, e secondo verità
che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui;
33 amarlo con tutto il cuore, con tutta la
mente e con tutta la forza e amare
il prossimo come se
stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34
Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente,
gli disse: «Non sei lontano dal
regno
di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di
interrogarlo.
La domanda che lo
scriba pone a Gesù non è oziosa. Data la molteplicità delle
prescrizioni della legge (se ne contavano 613, ripartite in 365
proibizioni -
quanti sono i giorni dell’anno - e 248 comandamenti positivi,
quante si credeva
fossero le parti del corpo umano), ci si poteva legittimamente
interrogare sul
loro valore e chiedersi quale fosse il comandamento più
grande.
La risposta di
Gesù che pone nell’amore di Dio e del prossimo il centro della
legge, non è una novità assoluta: lo insegnavano anche i
rabbini di allora. La
novità consiste nell’avere unificato il testo del Dt 6,4-5 con
il testo del Lv
19,18. Ma per cogliere questo centro sono necessarie due
precisazioni. La Bibbia insegna che il nostro amore per Dio e per il prossimo
suppone un fatto
precedente, senza il quale tutto resterebbe incomprensibile:
l’amore di Dio per
noi. Qui è l’origine e la misura del nostro amore. L’amore
dell’uomo nasce
dall’amore di Dio e deve misurarsi su di esso. E qui si inserisce la seconda
precisazione: chi è il prossimo da amare? La Bibbia risponde: ogni
uomo che Dio ama, cioè tutti gli uomini, senza alcuna distinzione, perché Dio
si è rivelato
in Gesù come amore universale.
La nostra vita è
amare Dio e unirci a lui (Dt 30,20), diventando per grazia ciò
che lui è per natura. Il nostro amore per lui è la via per
la nostra
divinizzazione, perché uno diventa ciò che ama. Chi risponde a questo amore
passa dalla morte alla vita, mentre chi non ama Dio e il
prossimo rimane nella
morte (1Gv 3,14). Dio è amore più forte della morte (Ct 8,6).
La sua fedeltà
dura in eterno (Sal 117,2). Quando noi moriamo, egli ci
ridà la vita.
"Riconoscerete
che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi
risusciterò dai vostri sepolcri" (Ez 37,13). Dio ha creato
tutto per
l’esistenza, perché è un Dio amante della vita (cfr Sap
1,14; 11,26).
L’amore per l’uomo
non è in alternativa a quello per Dio, ma scaturisce da esso
come dalla sua sorgente. Si ama veramente il prossimo solo
quando lo si aiuta a
diventare se stesso, raggiungendo il fine per cui è stato creato,
che è quello
di amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stesso.
Alla luce di questa
verità, dobbiamo rivedere radicalmente il nostro modo di amare:
molto del
cosiddetto amore, che schiavizza sé e gli altri, è una
contraffazione
dell’amore, è egoismo. Quanta purificazione, quanta grazia di
Dio occorrono
perché l’amore sia vero amore! De.it.press
Sabato 13. Il commento al Vangelo. La preghiera del fariseo e del
pubblicano
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 18,9-14) commentato da P. Lino Pedron
9 Disse ancora questa parabola per alcuni che
presumevano di esser giusti e
disprezzavano gli
altri: 10 «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era
fariseo e l'altro
pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra
sé: O Dio, ti
ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti,
adùlteri, e neppure
come questo pubblicano. 12 Digiuno due volte la settimana
e pago le decime di
quanto possiedo. 13 Il pubblicano invece, fermatosi a
distanza, non osava
nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto
dicendo: O Dio, abbi
pietà di me peccatore. 14 Io vi dico: questi tornò a
casa
sua giustificato, a
differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato
e chi si umilia sarà
esaltato».
In questo brano
abbiamo due modelli di fede e di preghiera. Da una parte il
fariseo che sta davanti al proprio io. Egli è sicuro della sua
bontà, giustifica
se stesso e condanna gli altri. Dall’altra il pubblicano
che, sentendosi lontano
da Dio e non potendo confidare in sé, si accusa e invoca il
perdono.
Il fariseo non sta
davanti a Dio, ma a se stesso, non parla con Dio, ma con se
stesso. La sua preghiera non è un dialogo, ma un monologo. Essa
sembra un
ringraziamento a Dio, ma in realtà è una strumentalizzazione di Dio per
il
proprio autocompiacimento. Egli si appropria dei doni di Dio per
lodare se
stesso invece del Padre e per disprezzare i fratelli invece di
amarli.
Se la preghiera
non è umile, è una separazione diabolica dal Padre e dai
fratelli. E’ lo stravolgimento massimo: in essa si usa Dio per
cercare il
proprio io. E’ il peccato allo stato puro.
Il fariseo accusa
gli altri di essere rapaci proprio mentre lui sta
cercando di
appropriarsi della gloria di Dio. Accusa gli altri di essere
ingiusti, ossia di
non fare la volontà di Dio, mentre lui trasgredisce il più
grande dei
comandamenti: l’amore per Dio e per il prossimo. Accusa gli altri di
essere
adulteri mentre lui si prostituisce all’idolo del proprio io,
invece di amare
Dio.
La religiosità che
egli vive è solo esteriore; dentro c’è presunzione, ma anche
molta grettezza, cattiveria, arroganza che lo spinge a
giudicare con disprezzo
il fratello peccatore che ha preso posto in lontananza.
Matteo scrive che
i farisei assomigliano ai sepolcri imbiancati, belli
all’esterno, ma
pieni di putridume all’interno (23,27). All’esterno il fariseo è
un perfetto credente, ma, dentro, i suoi pensieri e i suoi
sentimenti sono
totalmente diversi da quelli di Dio, che ama tutti indistintamente
e in primo
luogo i peccatori.
Il nostro
fariseismo esce proprio tutto e bene quando preghiamo. La preghiera è
lo specchio della verità: ci fa vedere che abbiamo dentro
tutto il male che
vediamo negli altri. Non c’è preghiera vera senza umiltà, e non
c’è umiltà senza
la scoperta del proprio peccato, anche del peggiore: quello
di considerarsi
giusti.
La preghiera del
pubblicano è quella dell’umile: penetra le nubi (cfr Sir
35,17). E’ simile a quella dei lebbrosi e del cieco (cfr Lc
17,13; 18,38); è la
preghiera che purifica e illumina. E’ una supplica con due poli:
la misericordia
di Dio e la miseria dell’uomo. L’umiltà è l’unica realtà
capace di attirare Dio:
fa di noi dei vasi vuoti che possono essere riempiti da
Dio.
La fede che
giustifica viene dall’umiltà che invoca la misericordia. La
presunzione della propria giustizia non salva nessuno. Il
giusto non è
giustificato finché non riconosce il proprio peccato.
Senza umiltà non
c’è conoscenza vantaggiosa né di sé né di Dio, e si rimane
sotto il dominio del maligno.
Se il peccato è la
superbia e il peccatore è il superbo, l’umiltà che il vangelo
richiede ad ogni credente è quella di riconoscere la propria
umiliante realtà di
fariseo superbo.
L’autore
dell’Imitazione di Cristo sintetizza perfettamente l’insegnamento di
questa parabola: "A Dio piace più l’umiltà dopo che
abbiamo peccato che la
superbia dopo che abbiamo fatto le opere buone". De.it.press
Domenica 14. Il commento al Vangelo. La parabola del figliol prodigo
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 15,1-3.11-32) commentato da P. Lino Pedron
1 Si avvicinavano a
lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I
farisei e gli scribi
mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con
loro». 3 Allora egli
disse loro questa parabola:
11 «Un uomo aveva
due figli. 12 Il più giovane disse al padre: Padre,
dammi la
parte del patrimonio
che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13
Dopo non molti giorni, il figlio più giovane,
raccolte le sue cose, partì per
un paese lontano e
là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando
ebbe speso tutto, in
quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a
trovarsi nel
bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli
abitanti di quella
regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16
Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che
mangiavano i porci; ma nessuno
gliene dava. 17
Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa
di mio padre hanno
pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi leverò
e
andrò da mio padre e
gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di
te; 19 non sono più
degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei
tuoi garzoni. 20
Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano
il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli
si gettò al collo e
lo baciò. 21 Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro
il Cielo e contro di
te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. 22
Ma il padre disse ai servi: Presto, portate
qui il vestito più bello e
rivestitelo,
mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. 23 Portate il
vitello grasso, ammazzatelo,
mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio
figlio era morto ed
è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E
cominciarono a far
festa.
25 Il figlio maggiore si trovava nei campi.
Al ritorno, quando fu vicino a
casa, udì la musica
e le danze; 26 chiamò un servo e gli domandò che cosa
fosse tutto ciò. 27
Il servo gli rispose: E' tornato tuo fratello e il
padre
ha fatto ammazzare
il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28
Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il
padre allora uscì a pregarlo. 29 Ma
lui rispose a suo
padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai
trasgredito un tuo
comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa
con i miei amici. 30
Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi
con le prostitute è
tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 31 Gli
rispose il padre:
Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32
ma bisognava far
festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed
è tornato in vita,
era perduto ed è stato ritrovato».
Questa parabola
rivela il centro del vangelo: Dio come Padre di tenerezza e di
misericordia. Egli prova una gioia infinita quando vede tornare a
casa il figlio
da lontano, e
invita tutti a gioire con lui.
Gesù fin
dall’inizio mangia con i peccatori (cfr Lc 5,27-32). Ora invita anche i
giusti. Attaccato da essi con cattiveria, li contrattacca con
la sua bontà,
perché vuole convertirli. Ma la loro conversione è più
difficile di quella dei
peccatori. Non vogliono accettare il comportamento di Dio Padre
che ama
gratuitamente e necessariamente tutti i suoi figli: la sua
misericordia non è
proporzionata ai meriti, ma alla miseria. I peccatori a causa della
loro miseria
sentono la necessità della misericordia. I giusti, che credono di essere privi
di miseria, non accolgono la misericordia.
Questo brano è
rivolto al giusto perché occupi il suo posto alla mensa del
Padre: deve
partecipare alla festa che egli fa per il proprio figlio perduto e
ritrovato. Questa parabola non parla della conversione del
peccatore alla
giustizia, ma del giusto alla misericordia.
La grazia che Dio
ha usato verso di noi, suoi nemici, deve rispecchiarsi nel
nostro atteggiamento verso i nemici (cfr Lc 6,27-36) e verso i
fratelli
peccatori (cfr Lc 6,36-38). Il Padre non esclude dal suo cuore
nessun figlio. Si
esclude da lui solo chi esclude il fratello. Ma Gesù si preoccupa di ricuperare
anche colui che, escludendo il fratello, si esclude dal Padre.
Nel mondo ci sono
due categorie di persone: i peccatori e quelli che si credono
giusti. I peccatori, ritenendosi senza diritti, hanno trovato
il vero titolo per
accostarsi a Dio. Egli infatti è pietà,
tenerezza e grazia: per sua natura egli
ama l’uomo non in proporzione dei suoi meriti, ma del suo
bisogno.
I destinatari
della parabola sono gli scribi e i farisei, che si credono giusti.
Gesù li invita a
convertirsi dalla propria giustizia che condanna i peccatori,
alla misericordia del Padre che li giustifica. Mentre il
peccatore sente il
bisogno della misericordia di Dio, il giusto non la vuole né per
sé né per gli
altri, anzi, come Giona (4,9), si irrita grandemente con Dio
perché usa
misericordia.
La conversione è
scoprire il volto di tenerezza del Padre, che Gesù ci rivela,
volgersi dall’io a Dio, passare dalla delusione del proprio
peccato, o dalla
presunzione della propria giustizia, alla gioia di esser figli del
Padre.
Radice del peccato
è la cattiva opinione sul Padre: e questa opinione è
comune
ai due figli. Il più giovane, per liberarsi del Padre, si
allontana da lui con
le degradazioni della ribellione, della dimenticanza,
dell’alienazione atea e
del nihilismo. L’altro, per imbonirselo, diventa servile.
Ateismo e
religione servile, dissolutezza e legalismo, nihilismo e vittimismo
scaturiscono da un’unica fonte: la non conoscenza di Dio. Questi due
figli, che
rappresentano l’intera umanità, hanno un’idea sbagliata sul conto del
Padre: lo
ritengono un padre-padrone.
Questa parabola ha
come primo intento di portare il fratello maggiore ad
accettare che Dio è misericordia. Questa scoperta è una gioia
immensa per il
peccatore e una sconfitta mortale per il giusto. E’ la conversione
dalla propria
giustizia alla misericordia di Dio. La conversione consiste nel
rivolgersi al
Padre che è tutto
rivolto a noi e nel fare esperienza del suo amore per tutti i
suoi figli. Per questo il giusto deve accettare un Dio che ama i
peccatori. Per
accettare il Padre bisogna convertirsi al fratello.
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Domenica 18. IV di Quaresima. Il peccato? Un inferno da cui ci libera
l’amore del Padre
Gesù ci ha
rivelato che Dio è amico dei pubblicani e dei peccatori (Cf. Lc 7,34; Mt
9,12-13). Ma fino a quando lo sarà? Non verrà il
giorno in cui cambierà atteggiamento nei loro confronti?
A questa domanda
qualcuno risponde: i peccatori hanno tempo fino alla fine della vita per
convertirsi, poi basta. Al momento della resa dei conti Dio smette d’essere
buono e diventa un giudice giusto.
Questo cambiamento
di sentimenti (ammesso che avvenga) non può che lasciare stupiti e sconcertati.
Qui sulla terra Gesù accetta gli inviti dei pubblicani e dei peccatori,
frequenta le loro case, prende parte alle loro feste, mangia con loro e poi, in
cielo, nega loro un posto al suo banchetto e li caccia
lontano da sé. Un comportamento difficile non solo da accettare, ma anche da
capire.
Qualche altro
spiega: non sarà Dio a condannare, sarà il peccatore a castigarsi. A parte il
fatto che il peccatore si è già castigato abbastanza sulla terra compiendo il
male (Prv 8,36), come ammettere che l’incontro con il Signore, invece di
illuminare e purificare l’uomo, lo renda ancora più testardo nell’infelicità
che si è scelto? Chi può credere che arriverà il momento in cui Cristo si
rassegnerà a perdere un amico? Chi può pensare che, ad
un certo punto, il male trionferà (eternamente!) sull’amore onnipotente di Dio?
Prima Lettura (Gs 5,9a.10-12)
9 Allora il
Signore disse a Giosuè: “Oggi ho allontanato da voi l’infamia d’Egitto”.
10 Si accamparono
dunque in Gàlgala gli israeliti e celebrarono la pasqua al quattordici del
mese, alla sera, nella steppa di Gerico.
11 Il giorno dopo la pasqua mangiarono
i prodotti della regione, azzimi e frumento abbrustolito in quello stesso
giorno.
12 La manna cessò il giorno dopo, come essi ebbero mangiato i prodotti della terra e non ci fu più
manna per gli israeliti; in quell’anno mangiarono i frutti della terra di
Canaan.
Prima di lasciare
l’Egitto gli israeliti hanno celebrato la Pasqua.
Hanno vegliato per tutta la notte, hanno mangiato l’agnello e poi,
nell’oscurità, si sono messi in cammino verso la terra che Dio aveva promesso
ai loro padri. Guidati da Mosè e protetti dal Signore hanno attraversato il mar
Rosso e sono entrati nel deserto dove hanno trascorso
quarant’anni.
La lettura di oggi
narra la conclusione di questo lungo viaggio. Dopo molto peregrinare, gli
israeliti attraversano il fiume Giordano e giungono a Galgala, nella pianura di
Gerico. Sono finalmente liberi e stanno per prendere possesso di una terra
fertile. Ad ogni famiglia verrà assegnato un campo da
coltivare; vivranno di agricoltura e di pastorizia, non più della manna e dei
poveri frutti che offre il deserto. Per manifestare la loro gioia e la loro
riconoscenza al Signore, gli israeliti decidono di celebrare nuovamente la
festa della Pasqua, come hanno fatto i loro padri la
notte dell’uscita dall’Egitto.
Non compiono il
rito per ricordare un lontano passato, ma per mostrare che hanno capito, che si
rendono conto che Dio ha mantenuto le sue promesse.
Egli non ha condotto il suo popolo nel deserto per annientarlo, per farlo
perire – come i loro padri hanno spesso sospettato e insinuato (Es 17,3; Nm
14,3) – ma ha cancellato per sempre “l’infamia dell’Egitto”. Tante volte lo hanno messo alla prova, hanno dubitato della sua fedeltà,
non hanno obbedito alla sua voce (Nm 14,22), ma egli li ha liberati ugualmente.
Nessun peccato,
nessuna infedeltà è riuscita a scoraggiarlo, a dissuaderlo, a farlo desistere
dal suo progetto di salvezza.
La storia di
questo popolo è segno del pellegrinaggio dell’umanità intera verso la terra
della libertà definitiva nella quale tutti, senza eccezione, sono attesi (1 Tm
2,4; Tt 2,11).
Usciti dal deserto gli israeliti non hanno più avuto bisogno della
manna, “pane degli angeli” (Sal 78,25), pane del cielo (Sal 105,40) che a
nessuno era stato negato e che nessuno doveva considerare sua proprietà
esclusiva, altrimenti marciva e ammuffiva.
Chi si alimenta
del pane eucaristico è in cammino, non è ancora giunto alla Terra Promessa. Ma
anche questo pane cesserà quando avranno inizio la festa e il banchetto eterni.
Seconda Lettura (2
Cor 5,17-21)
Fratelli, 17 se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie
sono passate, ecco ne sono nate di nuove.
18 Tutto questo
però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato
a noi il ministero della riconciliazione. 19 E’ stato Dio
infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli
uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.
20 Noi fungiamo
quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi
supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. 21 Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da
peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui
giustizia di Dio.
L’apocalittica
giudaica – che ha avuto il suo periodo di massimo fulgore proprio al tempo
della nascita del cristianesimo – prevedeva che il mondo presente, tra
terribili convulsioni e catastrofi, sarebbe giunto presto alla fine e dalle sue
ceneri sarebbe sorto un mondo nuovo.
Scrivendo ai
Corinti, Paolo risponde a queste attese e dichiara: non ci si deve attendere
sconvolgimenti cosmici, le cose vecchie sono già passate; con la Pasqua di
Cristo ha avuto inizio il mondo nuovo e, per esserne partecipi, basta “essere
in Cristo” (v.17).
Come spiegare
meglio questo prodigio operato da Dio?
L’Apostolo ricorre
all’immagine della riconciliazione.
Il peccato è un
disaccordo, uno stato di inimicizia, una difformità di
vedute e di intenti fra l’uomo e Dio. Quest’ostilità è stata superata,
l’armonia è stata ristabilita non dal ravvedimento e dalla buona volontà
dell’uomo, ma da un intervento gratuito da parte di Dio. In Cristo egli ha
riconciliato a sé il mondo “non mettendo in conto agli uomini le loro colpe”
(vv.18-20), ha stracciato i libri della contabilità che era tutta in rosso.
Un colpo di spugna?
L’immagine giuridica del debito condonato potrebbe suggerire quest’idea, ma il
seguito della lettera chiarisce il pensiero dell’Apostolo. Egli
rivolge ai corinti un’esortazione accorata: “Vi supplichiamo, in nome di
Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio!” (v.20). E’ necessario dunque
che l’uomo accetti la riconciliazione che Dio gli offre.
Fra Paolo e la
comunità di Corinto c’è stata una dolorosa rottura. Qualche mese prima
l’Apostolo è stato gravemente offeso e addirittura scacciato. Non si è trattato
di una banale incomprensione. Paolo è stato rifiutato a causa del messaggio che
annunciava. Ecco la ragione per cui ai corinti ricorda: “Noi fungiamo da
ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro” (v.20).
Non è possibile
riconciliarsi con Dio senza mettersi d’accordo con il suo Apostolo, senza
accettare il messaggio che egli annuncia. La riconciliazione con Dio non si
realizza mediante riti purificatori e pratiche ascetiche, ma attraverso
l’adesione alla parola che viene trasmessa da chi
funge da ambasciatore di Dio (Rm 10,14.17). La Quaresima è un tempo
privilegiato per quest’ascolto ed è anche un tempo di verifica, perché è molto
facile rifiutare – magari in buona fede – chi, come Paolo, è inviato ad
annunciare la parola del Signore.
Vangelo (Lc 15,1-3.12-32)
1 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per
ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e
mangia con loro”.
3 Allora egli disse loro questa parabola: “Un uomo aveva due figli. 12 Il
più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del
patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13 Dopo non
molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese
lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando ebbe
speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a
trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti
di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare
i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma
nessuno gliene dava. 17 Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati
in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui
muoio di fame! 18 Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato
contro il Cielo e contro di te; 19 non sono più degno
di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. 20 Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano
il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo
baciò. 21 Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di
te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. 22 Ma il padre disse ai
servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello
al dito e i calzari ai piedi. 23 Portate il vitello grasso, ammazzatelo,
mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio
era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E
cominciarono a far festa.
25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al
ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26
chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. 27 Il servo gli
rispose: E’ tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello
grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28 Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a
pregarlo. 29 Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non
ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far
festa con i miei amici. 30 Ma ora che questo tuo figlio che
ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il
vitello grasso. 31 Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto
ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi,
perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è
stato ritrovato”.
Eccoci arrivati
alla più bella di tutte le parabole dei Vangeli.
Fin dai primi
tempi della chiesa è stata studiata, commentata ed ha suggerito spunti a grandi
scrittori, pittori, musicisti, filosofi, psicologi. E’ conosciuta come la
parabola del figlio prodigo, ma questo titolo non è
azzeccato perché tiene conto solo di uno dei tre personaggi, trascura il
fratello maggiore al quale è dedicata tutta la seconda parte del racconto e,
soprattutto, ignora il vero protagonista, il padre. E’ più esatto quindi
parlare della “Parabola dell’amore del padre” oppure della “Parabola del padre misericordioso”.
Viene impiegata spesso durante le celebrazioni penitenziali
con l’obiettivo di toccare il cuore dei peccatori più ostinati. Utilizzata in
questo contesto però, la seconda parte del racconto
crea un certo imbarazzo, disturba un po’ l’emozione e il raccoglimento che si
sono creati. Più di una volta ci saremo chiesti perché Gesù non si è fermato
dopo l’abbraccio del padre al figlio prodigo e l’inizio della festa.
Chi si pone questa
domanda non ha fatto attenzione ai versetti che introducono la parabola, non ha
verificato a chi e per quale ragione Gesù la racconta. Non è
ai peccatori che egli si rivolge, ma ai giusti: “Si avvicinavano a lui tutti i
pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi
mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro. Allora egli disse loro questa parabola” (vv.1-3).
Loro sono i
farisei e gli scribi, gli impeccabili che stanno correndo un grosso rischio
spirituale. Sono loro che sono in pericolo perché hanno falsato completamente
il rapporto con Dio, non hanno capito che egli ama tutti gratuitamente e
davanti a lui non si possono accampare meriti.
Nel capitolo
precedente Gesù è presentato a tavola di uno dei capi dei
farisei (Lc 14,1). Ora ha cambiato decisamente
compagnia: è insieme a tutti i pubblicani e peccatori, anzi, pare li abbia
invitati a casa sua. Una scelta scandalosa che provoca l’indignazione dei
giusti che non possono che concludere: quest’uomo che
frequenta persone impure non può venire da Dio. Per giustificare il suo
comportamento Gesù racconta la parabola. E’ dunque nella seconda parte del racconto
che si trova l’insegnamento principale. E’ lì che entra in scena il fratello
maggiore che rappresenta chiaramente i farisei, gli osservanti irreprensibili
dei comandamenti e dei precetti della legge. Sono costoro che devono cambiare
modo di pensare se non vogliono rimanere esclusi dal banchetto del Regno
annunciato dai profeti (Is 25,6-8).
Dopo questa
introduzione veniamo alla parabola.
Un giorno il
figlio più giovane di un ricco proprietario terriero si presenta al padre e
pretende la sua parte di eredità. Il saggio Siracide sconsiglia di aderire a
una simile richiesta. Direbbe al padre: “E’ meglio che i tuoi
figli ti preghino che non rivolgerti tu alle loro mani. Solo al momento della morte assegna la tua eredità” (Sir 33,22.24).
Ma il padre della parabola non oppone alcuna
resistenza. Senza dire una parola divide le sue sostanze tra i suoi due figli,
in conformità con ciò che stabilisce la legge.
Questo
comportamento del padre indica il rispetto di Dio nei confronti delle scelte dell’uomo. Egli esorta, educa, consiglia, accompagna, ma
lascia sempre la libertà, anche di sbagliare.
Perché il figlio
minore decide di abbandonare in fretta la famiglia?
La prima ragione è
che egli vede nel padre una specie di tiranno che impone la sua volontà e non
permette di fare quello che si vuole. Gli anni della giovinezza sono pochi,
passano come un soffio e si corre il pericolo di perdere le migliori occasioni
e il tempo più prezioso per godersi la vita. Si ispira
ai ragionamenti dei dissennati: “La nostra esistenza è come un’ombra. Su,
godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile,
non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera,
coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano; nessuno di noi manchi
alla nostra intemperanza” (Sap 2,5-9).
Tuttavia è forse
ingiusto pensare che le colpe siano solo sue. Tra poco conosceremo suo fratello
e intuiremo subito che tipo è, come la pensa, come ragiona, come
è orgoglioso della sua perfezione, della sua integrità morale, come è
intollerante con chi non condivide le sue convinzioni, il suo impegno, il ritmo
frenetico del suo lavoro e ci renderemo conto che vivere accanto a un tipo del
genere non è né facile né gratificante.
La meta del
giovane è “un paese lontano”.
Rompe con la sua
famiglia, con il suo popolo, con le tradizioni religiose della sua terra e va a
stabilirsi fra i pagani, allevatori di porci, gli animali impuri per eccellenza
(Lv 11,7). E’ l’immagine dell’allontanamento da Dio, del rifiuto di tutti i
principi morali, della scelta di una vita dissoluta e priva di
inibizioni.
Lontano dalla casa
del Padre però non ci sono la gioia e la pace. La ricerca dei piaceri, la droga, i falsi amici, le aberrazioni sessuali finiscono per
nauseare. Le avventure non saziano; l’uomo ha bisogno di un equilibrio
interiore altrimenti si sente “morire di fame”. La scena del ragazzo costretto
a mettersi a servizio di un pagano e a custodire i suoi porci rappresenta, in
modo molto efficace, la condizione disperata e la degradazione cui giunge chi
si allontana da Dio. Dicevano i rabbini: “E’ maledetto l’uomo che alleva
porci”.
L’esperienza della
delusione è provvidenziale, fa cadere in se stessi. Dicevano ancora i rabbini:
“Quando gli israeliti sono costretti a mangiare carrube, si convertono”.
Ma questo ragazzo era pentito oppure no?
La risposta a questa domanda è di capitale
importanza per la comprensione della parabola.
Se leggiamo
attentamente i vv.17-19, notiamo che la preoccupazione del giovane non è il
dolore arrecato al padre, ma la fame. Il caso sarebbe diverso
se egli “caduto in se stesso” dicesse: “Guarda dove sono finito! Sono
stato un figlio degenere. Ho rovinato la mia vita, ma prima di morire voglio
chiedere scusa a mio padre, voglio riabbracciarlo. Poi me ne andrò di nuovo, senza accettare nemmeno un caffè, perché
non lo merito”. Se parlasse in questo modo, allora sì darebbe segni di
pentimento; invece egli non accenna minimamente al dolore arrecato al padre. La
sua unica preoccupazione è di trovare un pezzo di pane. Anche il bel discorsetto
che prepara e che intende recitare all’arrivo a casa ha un unico scopo:
commuovere il padre e convincerlo a dargli da mangiare.
La conclusione che
s’impone allora non può essere che questa: non c’è alcun indizio che deponga a
favore di un suo pentimento.
Egli comunque
parte e mette in atto, fin nei dettagli, il progetto delineato nel suo
soliloquio (v.20). A questo punto ritorna in scena il padre: non dice una
parola; la sua reazione di fronte al figlio che ritorna è descritta con cinque
verbi che da soli bastano a far considerare questo versetto come uno dei più
belli di tutta la Bibbia.
- Lo vide da
lontano. Lo vede per primo perché da sempre lo sta aspettando.
- Si sentì
sconvolgere le viscere. Il verbo greco splagknizomai indica una commozione così
intensa e profonda da essere percepita anche fisicamente nelle “viscere”. E’ il
sentimento che una madre prova nei confronti del figlio che porta in grembo.
Non si può immaginare un’emozione più intima e più forte. Nel NT questo verbo
compare solo nei Vangeli (dodici volte) ed è sempre riferito a Dio o a Gesù,
come a dire che soltanto Dio è capace di provare questa forma di amore.
- Si mise a
correre. Un gesto istintivo, ma incauto per un vecchio
e poco dignitoso per una persona di rango. A questo padre l’emozione ha
chiaramente fatto perdere il controllo delle reazioni. Agisce ascoltando solo
il cuore.
- Gli si gettò al
collo. Letteralmente: gli cadde sul collo che è molto di più che abbracciare.
Troviamo questa espressione solo un’altra volta nel NT. E’ usata per esprimere
i sentimenti degli anziani di Efeso quando salutano Paolo, sapendo che non
avrebbero più rivisto il suo volto: “Scoppiarono in un gran pianto e gettandosi
al collo di Paolo lo baciavano e lo ribaciavano” (At
20,37).
- Non smetteva più
di baciarlo. Non è il tradizionale bacio di saluto dato all’ospite, ma è il
segno dell’accoglienza, è l’espressione della gioia e del perdono. Il padre non
permette al figlio di inginocchiarsi.
Di fronte alla
reazione del padre, il figlio prodigo – sul cui pentimento abbiamo già avanzato
riserve – prende la parola e “recita” la sua confessione. Non riesce a concluderla. Quando sta per aggiungere: “trattami
come uno dei tuoi garzoni”, il padre lo interrompe e comincia a dare ordini
(vv.21-22). Le sue disposizioni hanno tutte un significato e un richiamo
simbolico.
- Al figlio deve
essere consegnata una veste lunga, la migliore, quella usata per le feste, per
gli ospiti di riguardo, la stessa che, secondo il veggente dell’Apocalisse, è
indossata in cielo dagli eletti “che stanno in piedi davanti al trono e davanti
all’Agnello” (Ap 7,9). Dio reintegra nella sua famiglia, con tutti gli onori, colui che ritorna.
- L’anello al
dito. Non è l’anello coniugale, ma quello con il sigillo. Al giovane viene ridata l’autorità sui servi e il potere sui beni del
padre. Stranamente è come se nulla fosse stato sperperato. Può disporre ancora
di tutta l’eredità che sembra (ed è) inesauribile.
- I sandali ai
piedi sono il segno dell’uomo libero. Gli schiavi andavano scalzi.
Nella sua casa Dio
non vuole servi, ma gente libera (Gv 15,15). Per
questo – si notino i dettagli – il padre interrompe la confessione del figlio
prima che dichiari la sua disponibilità a trasformarsi in salariato, poi ordina
che gli sia consegnata la veste lunga, non quella corta, usata dai servitori
nei giorni feriali. Infine i sandali: non ci si presenta davanti a Dio a piedi
nudi, come i garzoni che, tremanti, si aspettano di ricevere ordini o
rimproveri. Egli non è un padrone, vuole essere amato, non temuto o servito.
Una festa conclude il cammino verso la casa del Padre.
Nel giudaismo si insegnava che Dio concedeva il suo perdono a chi era
sinceramente pentito e manifestava la sua volontà di convertirsi mediante
digiuni, penitenze, vestiti laceri, prostrazioni. La prima parte della parabola
si conclude invece in modo scandaloso e i farisei che
la stanno ascoltando cominciano a capire. Il Dio annunciato da Gesù è ben
diverso da come lo immaginavano: organizza un banchetto per chi non lo merita,
introduce nella sua festa i peccatori senza verificare se sono pentiti, se sono
sinceramente decisi a cambiare vita. Li abbraccia senza porre loro alcuna
domanda.
E’ questo il punto
di attrito fra Gesù e le guide spirituali d’Israele. Se egli accogliesse i
peccatori pentiti non susciterebbe alcuna reazione.
Anche gli scribi e i farisei perdonano a chi riconosce di avere sbagliato e
promette di emendarsi. La loro irritazione nasce dal fatto che Gesù è amico dei
pubblicani che continuano a fare il loro mestiere, frequenta le case dei
peccatori che non si sono convertiti. Nel suo comportamento Dio rivela i suoi
sentimenti: egli non ama solo i giusti ed i peccatori
pentiti; vuole bene a tutti, sempre e senza condizioni. Egli chiede a noi di
“amare anche chi ci fa del male”; non ci dice di amare i nemici che si pentono
e ci chiedono scusa, ma di fare loro del bene anche se continuano a
perseguitarci. Esige questo comportamento perché il Padre che sta nei cieli ce
ne dà l’esempio: fa sorgere il suo sole sui giusti e sui malvagi (non sui malvagi pentiti! – Mt 5,44-48).
Se egli costruisse barriere fra buoni e cattivi, se amasse gli uni e odiasse gli altri, come potrebbe esigere da noi di fare
altrimenti?
E’ inevitabile
che, di fronte a questa gratuità dell’amore di Dio,
sorga una domanda: se Dio vuole bene anche ai malvagi, perché sforzarsi di
comportarsi bene? E’ per rispondere a questo interrogativo che Gesù, nella
seconda parte della parabola (vv.25-32), introduce il figlio maggiore. Vediamo
che tipo è e chi rappresenta.
Arriva dai campi,
sfinito, forse anche teso e preoccupato – è sempre lui che deve risolvere tutti
i problemi – e trova la sorpresa: una festa, musiche, danze… Non è stato né
invitato né avvisato. Chiama uno dei servi e si informa
su ciò che sta accadendo. Il testo originale ha il verbo all’imperfetto (si informava) che indica un’azione prolungata. E’ così
allibito e sconcertato che, anche dopo i reiterati chiarimenti del servo, rimane incredulo. Si indigna e la
sua ira è più che giustificata: è la reazione logica dell’uomo fedele e
irreprensibile che si trova di fronte ad una palese ingiustizia.
Al padre che esce
per supplicarlo (anche qui il verbo è all’imperfetto: continuava a supplicarlo,
con insistenza) chiedendogli di entrare, egli elenca i suoi meriti: non ho mai
trasgredito nessun comando, ho sempre servito fedelmente… E’ il ritratto
perfetto del fariseo osservante e scrupoloso che nel tempio può dire al
Signore: “Io non sono come gli altri uomini, ladri ingiusti, adulteri, digiuno due volte la settimana e pago le decime” (Lc
18,11-12).
Le parole che egli
pronuncia sono un po’ screanzate, è vero, ma sono tutte giuste. Chi di noi non
le condividerebbe? Era così che ragionavano gli scribi e i farisei del tempo di
Gesù ed è così che anche oggi ragionano molti credenti. Teoricamente si ammette
che Dio è in diritto di fare del suo ciò che vuole (Mt 20,15), si riconosce che
da lui si riceve tutto e gratuitamente, ma in fondo si continua a pensare che i
giusti sono in credito davanti a lui, che il paradiso va conquistato e che chi
non se lo guadagna va sbattuto fuori.
L’attesa della
condanna di chi fa il male nasce dalla convinzione che chi commette il peccato
è un furbo che se la gode; per questo è invidiato, suscita gelosie e ci si
aspetta che venga punito. Non ci si rende conto che la
sua vita è un’immane tragedia. La ricerca sfrenata del piacere porta alla
disperazione, non alla gioia. Il figlio prodigo, schifato dalle aberrazioni
sessuali e dai bagordi, conclude: “io qui muoio di
fame”.
Questo fratello
maggiore irreprensibile non ha capito che il padre in casa non vuole servi ma
figli. Nella parabola il figlio minore usa cinque volte la parola “padre”
perché per lui il padre è davvero “padre”, sa di non
poter avanzare pretese nei suoi confronti, è convinto di avere ricevuto tutto
gratuitamente, di non meritare nulla. Sulla bocca del figlio maggiore invece
non compare mai la parola “padre”. Egli mostra di non essere un figlio, ma un
servo; il padre per lui è solo un padrone. La conseguenza di questo rapporto scorretto
con il padre è il rifiuto del fratello che viene
chiamato: “questo tuo figlio” (v.30). Subito però il padre, con molta finezza,
lo corregge: “questo tuo fratello...” (v.32).
Essendo questa la
disposizione interiore del fratello maggiore, è facile immaginare cosa sarebbe
accaduto se il figlio minore, al suo arrivo, avesse trovato in casa lui invece
del padre.
La parabola non è
conclusa.
Resta da sapere se
il figlio maggiore è entrato alla festa e se il figlio minore ha messo giudizio oppure, dopo qualche giorno, ha ripreso a fare il
balordo.
Siccome la
parabola racconta la nostra storia e in ognuno di noi sono presenti i due
figli, non è difficile immaginare ciò che è successo.
Il figlio maggiore
è entrato alla festa, di sicuro. Uno come lui non può
restare fuori: è troppo abituato a obbedire, è incapace di opporsi a un
desiderio del padre, anche se nel suo intimo coltiva la segreta speranza che
presto tutto ritornerà come prima. Vive in tensione perché da un lato intuisce
che è vissuto per tanti anni accanto a suo padre e non lo ha
capito, dall’altro non riesce ad accettare la novità, non può rinunciare alle
sue idee, alle sue convinzioni, al compiacimento per i suoi meriti… Continuerà
“ad andare in chiesa”, “non perderà una messa”, ma criticherà sempre duramente
quei predicatori che parlano della gratuità dell’amore di Dio, della salvezza
di tutti gli uomini, dell’inferno vuoto…
Il figlio minore?
Un giorno starà dentro e un altro fuori, sempre guardato con spregio e
supponenza dal fratello maggiore, ma sempre accolto con tenerezza dal padre.
Cominciarono a fare festa – dice il testo – non fecero
festa (v.24). Cominciarono soltanto, perché ogni volta che uno dei figli esce,
la festa si interrompe. Sarà definitiva e senza fine
solo quando la porta sarà chiusa e tutti, proprio tutti i figli saranno dentro.
P. Fernando Armellini, de.it.press
Quale futuro per le MCI in Europa? A Roma l’incontro dei delegati nazionali
ROMA - “Quale
futuro per le Missioni Cattoliche Italiane in Europa?”. É
stato questo il tema del primo incontro annuale dei Delegati nazionali delle
Missioni Cattoliche Italiane in Europa (mons. Giambattista Bettoni del
Belgio e Lussemburgo, mons. Leandro Tagliaferro della Svizzera, don Pio
Visentin della Germania e Scandinavia, don Federico Andreoletti della Francia e
in rappresentanza dell’Inghilterra p. Antonio Belsito oltre a sr. Etra Modica
dell’Usmi-Migrantes), che si è svolto il 5 marzo a
Roma.
Un incontro
“importante” non solo per la conoscenza delle esperienze nazionali delle Missioni
Cattoliche Italiane in Europa, ma anche per le prospettive future di lavoro.
“Quella delle
Missioni Cattoliche - spiega mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della
Fondazione Migrantes - è una grande famiglia che condivide un lungo cammino di impegno nella pastorale per gli italiani residenti nel
Vecchio Continente”.
L’incontro annuale
è diventato una occasione per riprendere la
riflessione sulla situazione attuale delle Missioni Cattoliche Italiane, per
verificare il modello di formazione per i nuovi missionari e per un
aggiornamento delle iniziative in corso. I Delegati nazionali hanno sottolineato “le fatiche, la dedizione, anche le sofferenze
dei missionari, sempre più anziani, costretti ad avere diverse comunità di
riferimento, unità pastorali di fatto, che affrontano anche “una nuova
emigrazione accanto alle persone della prima generazione”, ma al tempo stesso
non hanno mancato di richiamare la “vitalità della fede dei nostri connazionali
e l’apprezzamento da parte delle Chiese locali”. I modelli di
incontro tra i fedeli, i sacerdoti italiani all’estero e la Chiesa
locale sono differenti nelle Chiese in Europa: si va da una “scelta di
collaborazione significativa - spiega il Direttore generale della Migrantes -
riconoscendo l’originalità e la ricchezza dell’esperienza cristiana degli
italiani per le Chiese alla distinzione tra comunità italiana e Chiesa locale”.
Dalla discussione tra i Delegati nazionali e gli operatori della Migrantes è
emerso che oggi occorre “ribadire il valore
dell’accompagnamento degli italiani all’estero, ma soprattutto ripensare in
maniera progettuale l’esperienza di Chiesa locale nei diversi Paesi, alla luce
del principio ecclesiologico dell’unità e della differenza, che chiede una
rinnovata relazione tra le diverse esperienze e comunità di cattolici presenti
in una Chiesa locale, la valorizzazione di esperienze nuove. É questa la
preoccupazione della Chiesa italiana, che, attraverso la Fondazione Migrantes,
intende affrontare il ‘progetto di evangelizzazione’,
partendo da una verifica seria delle diverse situazioni, dei differenti modelli
e delle esperienze nelle chiese locali”.
“Chiesa di Chiese”
l’Europa “può ritrovare - aggiunge mons. Perego - nelle Missioni Cattoliche
Italiane un laboratorio, una frontiera” per “immaginare la Chiesa” di domani.
In quest’ottica, è necessario “passare dalla figura del missionario alla
comunità di missionari, pensare alla valorizzazione dei laici, anche attraverso
un’adeguata formazione, accompagnare la partenza di presenze religiose storiche
(scalabriniani, pallottini, rosminiani, salesiani…), rivedendo, anche a tale
scopo, la funzione di servizio alla Chiesa di partenza (a qua) e alla Chiesa di
arrivo (ad quem) della Migrantes, organismo pastorale
della CEI che è chiamato a studiare, accompagnare ogni forma di mobilità umana,
come ‘luogo di grazia’, ‘segno dei tempi’”.
Attualmente sono circa 400 le Missioni Cattoliche Italiane che
lavorano per i nostri emigrati all’estero con oltre 500 sacerdoti, circa 200
suore e diversi laici. In Europa gli italiani con passaporto sono 2.200mila
mentre le Missioni
Cattoliche sono circa 250 con oltre 300 missionari. Almeno 80
diocesi italiane hanno aiutato - spiega ancora mons. Perego - i loro presbiteri
diocesani a “valorizzare nella propria esperienza presbiterale anche un periodo
di tempo all’estero, tra i propri connazionali, ma anche in comunione con la
Chiesa locale, riportando in diocesi una ricchezza pastorale”. Alcune
Delegazioni nazionali e Missioni hanno anche investito nella comunicazione
ecclesiale, arrivando alla scelta di aderire alla Fisc (Federazione Italiana
Settimanali Cattolici) costituendo una propria delegazione che si riunisce
periodicamente per raccogliere e mettere in comune riflessioni sui temi di interesse per gli italiani all’estero e pubblicano i
servizi prodotti dall’agenzia SIR. Di essa fanno parte l’agenzia settimanale
della Fondazione Migrantes, “Migranti-press”, il settimanale delle MCI in
Svizzera “Il Corriere degli Italiani”, il mensile delle MCI in Germania e Scandinavia
“Corriere d’Italia”, il bimestrale “Nuovi-Orizzonti”, “La Voce degli Italiani”
in Inghilterra e il giornale online “Web giornale”. Tra le ultime iniziative
una mappatura delle diverse pubblicazioni all’estero di ispirazione
cattolica. “Un altro passo verso la ‘comunione’ che sembra essere l’unica
strada sicura per il futuro delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa”, conclude mons. Perego.
Intanto è in
preparazione la V Edizione del “Rapporto Italiani nel mondo” promosso dalla
Migrantes per raccontare l’emigrazione italiana. Il “Rapporto” nasce come
manuale socio-statistico e storico-culturale da consultare, ma anche come
sussidio pastorale per la sensibilizzazione, al fine di favorire una migliore
conoscenza dell’emigrazione italiana e fornire i dati statistici più
aggiornati. (Migranti-press)
La sfida del cardinale Schoenborn. "Gli abusi dei preti colpa del
celibato"
L'arcivescovo
austriaco chiede una svolta sulla spinosa questione - La Scaraffia
sull'Osservatore: "Ampliare il ruolo delle donne tra i cattolici" -
di MARCO ANSALDO
CITTÀ DEL VATICANO
- Le cause degli abusi operati dai sacerdoti? Vanno ricercate "sia
nell'educazione dei preti, sia negli strascichi della rivoluzione sessuale
fatta dalla generazione del 1968". Un problema che riguarda "il tema
del celibato, così come la formazione della persona". Proprio sul
celibato, anzi, ci vuole "un cambiamento di visione".
A sostenere questa
tesi che non mancherà di suscitare reazioni è l'arcivescovo di Vienna,
Christoph Schoenborn. L'alto prelato, un cardinale giovane,
ma autorevole e aperto, messo a capo della Chiesa viennese dopo gli
scandali degli abusi sessuali per cui fu cacciato il suo predecessore Hans
Hermann Groer, ritiene che il celibato ecclesiastico spieghi in parte gli atti
di pedofilia commessi da religiosi cattolici, emersi ultimamente a cascata in
Germania e in Austria.
In una
pubblicazione della sua diocesi, l'arcivescovo di Vienna ha fatto appello al
"cambiamento" sul celibato, argomento che invece per il Vaticano non
è in discussione. "Basta scandali - ha detto Schoenborn - come è possibile che veniamo considerati sospetti di
infrazioni che non abbiamo commesso? Perché è sempre la Chiesa nel suo insieme
che viene messa in dubbio".
La questione del
celibato verrà più volte affrontata oggi e domani a Roma, all'Università
Lateranense, in un interessante convegno promosso dalla Congregazione per il
clero. Sarà presente il prefetto Hummes, autore
all'inizio del suo incarico di una dichiarazione che suscitò qualche
perplessità. "Il celibato non è un dogma", disse. Tesi poi mai più
affermata pubblicamente. Ci saranno poi il vescovo di
Ratisbona, Gerhard Mueller, il primo a parlare dei casi nella città tedesca, e
una serie di alti esponenti del mondo ecclesiastico.
Il tema delle
violenze in chiese e sacrestie, imposto dalle cronache, sta conquistando spazio
anche sulla stampa vaticana. L'Osservatore Romano ieri ha affrontato in prima
pagina l'argomento con un articolo della saggista Lucetta Scaraffia. Una
maggiore presenza femminile nella Chiesa, è la tesi della studiosa,
"avrebbe potuto squarciare il velo di omertà maschile che spesso in
passato ha coperto con il silenzio la denuncia dei misfatti". "I
cambiamenti delle società occidentali - continua la storica - che hanno aperto alle
donne gli spazi prima riservati agli uomini, cambiamenti che stanno
influenzando le altre culture del mondo, hanno provocato una rivoluzione nella
configurazione dei ruoli sessuali, ponendo anche per la Chiesa cattolica la
questione di ampliare il ruolo delle donne". Un problema che si pone non
solo in termini di "pari opportunità", ma al fine di "fare
fruttare energie e contributi spesso di primaria importanza".
Oggi intanto i
vescovi tedeschi partono per Roma. L'incontro fra la loro delegazione, guidata
dal presidente della Conferenza episcopale locale, Robert Zollitsch, e Papa
Benedetto XVI, è previsto per domani. Sul tavolo lo scottante
dossier dei casi di pedofilia scoppiati nella Chiesa tedesca. In
Germania, lo scandalo è arrivato a coinvolgere, secondo i dati conosciuti, 19 diocesi su 27. LR 11
Girotti: «Più facile assolvere un pedofilo pentito che una
donna che ha abortito»
CITTA’ DEL
VATICANO - Nel segreto del confessionale è più facile assolvere un pedofilo
(pentito) che non una donna che ha abortito. Un tema scottante
ma nel campo sacramentale, la disciplina e la prassi della Chiesa sono ferree.
A Palazzo della Cancelleria, nessun estraneo è ammesso, nè può partecipare al
dibattito. Oltre 600 sacerdoti in questi giorni sono impegnati a seguire (a
porte chiuse) un corso sul sacramento della penitenza. Sono ventuno anni che il
Tribunale della Penitenzieria Apostolica lo promuove per riflettere e fare un
bilancio sull’attività del cosiddetto «foro interno», per semplificare tutto
ciò che ha a che fare con la coscienza e la percezione dei peccati. I dati che
arrivano in questi uffici cinquecenteschi dove si lavora per la salus animarum
sono poco confortanti, poichè mostrano che è in atto
un processo di disaffezione al sacramento più importante dopo l’eucarestia.
Sempre meno fedeli si accostano ai confessionali, con un paradosso, che pur
diminuendo le confessioni, aumentano le richieste di comunioni. Il Reggente
della Penitenzieria, monsignor Gianfranco Girotti, spiega il perchè,
contestualizzando il fenomeno. «Colpa del processo di
secolarizzazione. I mutamenti sociali e culturali allontanano dal sacramento
della penitenza e in più finiscono per distorcere pure il senso del peccato.
Sicchè il peccato si affievolisce».
Di conseguenza
muta la concezione del peccato?
«I peccati
ovviamente restano gli stessi, solo che alcuni vengono
progressivamente messi in un angolo, come se fossero derubricati dalle
coscienze perchè non più percepiti tali».
Esistono peccati
nuovi?
«I peccati sono sempre gli stessi, semmai possiamo parlare
di nuove forme di peccato. Aspetti che prima non esistevano e che ora fanno
parte della coscienza collettiva. Per esempio tutti i peccati
ecologici, contro il Creato, come incendiare, inquinare, depauperare.
Oppure non pagare le tasse che, ovviamente, rientra
nel settimo comandamento, non rubare. Oppure distribuire la droga, non
uccidere, così come portare avanti progetti di manipolazione genetica. Il campo
della bioetica poi è così vasto che le violazioni possono davvero essere
molteplici, ma il peccato resta sempre uno, non
uccidere».
E per quanto
riguarda la pedofilia come si deve comportare un confessore che raccoglie la
confessione di un pedofilo? Che consigli fornite?
«Un penitente che
si è macchiato di un delitto simile, se è è pentito
sinceramente, lo si assolve. E’ chiaro che dinnanzi a
casi di persone consacrate soggette a disordini morali costanti e gravi
(sottolineo, costanti e gravi) il confessore dopo aver, senza successo messo in
atto tutti i tentativi per ottenere l’assoluzione consiglierà di abbandonare la
vita ecclesiastica».
Ma il confessore può andare dall’autorità giudiziaria e
denunciarlo?
«Assolutamente no. Il confessore non solo non può imporgli
l’autodenuncia, ma non può nemmeno recarsi da un
magistrato per denunciarlo. Romperebbe il sigillo sacramentale. Una cosa
gravissima. Se lo facesse il confessore incorrerebbe
nella scomunica ipso facto, immediata. E poi verrebbe meno pure la fiducia
sacramentale che è una disciplina molto rigida da sempre. Basti pensare che
durante il Concilio Lateranense, siamo nel XII secolo, fu addirittura emanata
una norma che imponeva la sospensione e la reclusione in un monastero per tutta
la vita per il sacerdote che aveva rotto il sigillo sacramentale».
Perchè i
confessori possono assolvere direttamente un omicidio o anche un abuso sessuale ma non possono assolvere una donna che ha abortito
se non prima di avere ottenuto dal vescovo una dispensa speciale?
«L’aborto viene considerato un peccato riservato, diciamo speciale.
Oltre all’aborto vi è la violazione del sigillo
sacramentale, l’assoluzione di un complice e la profanazione dell’eucarestia.
Nel caso specifico è chiaro che la Chiesa vuole tutelare al massimo la vita della
persona più debole, più fragile, e cosa c’è di più inerme di una vita che è in
divenire e non è ancora nata?»
Perchè organizzare
il corso sul foro interno?
«Perchè i
seminaristi e i preti novelli spesso mostrano una preparazione lacunosa in
certe tematiche. E poi anche perchè riscontriamo una
certa disaffezione nell’amministrare questo sacramento, anche da parte dei
preti». FRANCA GIANSOLDATI Im 11
Vaticano: «No attenuanti per abusi»
In Austria sospesi
tre sacerdoti- Mons. Tomasi: «Protezione minori
massima priorità». Tre provvedimenti nel monastero di Kremsmuenster
MILANO - Nessuna
attenuante per i sacerdoti che si macchiano del reato
di pedofilia. Lo afferma con durezza monsignor Silvano Maria Tomasi,
osservatore della Santa Sede all'Onu, mentre in Austria arrivano i primi
provvedimenti. Tre preti del monastero di Kremsmuenster, nel distretto di
Kirchdorf, sono stati sospesi dalle funzioni per presunti abusi sessuali e
maltrattamenti - avvenuti negli anni '80 - nei confronti di alcuni ragazzi della
scuola gestita dal monastero. Uno dei tre, 75enne, ha ammesso gli abusi.
ALMENO CINQUE CASI
- «Un completo chiarimento su questi casi è dovuto ai confratelli e al
pubblico» ha detto l'abate di Kremsmuenster Ambros Ebhart, dichiarandosi pronto
a lavorare insieme alla diocesi di Linz e alle autorità dell'Alta Austria per
far luce su questi episodi. Il quotidiano Oberoesterreichischen Nachrichten ha
pubblicato un articolo in cui un ex studente della scuola accusava i tre preti
di abusi sessuali e maltrattamenti. Nel complesso, le vittime di queste
violenze - che sarebbero avvenute tutte negli anni '80 - sono almeno cinque.
«Mi dispiace molto che persone nel nostro istituto abbiano fatto simili
esperienze di violenza» ha proseguito l'abate, sottolineando
che la commissione diocesana si interesserà di questi casi. E finché non verrà fatta piena luce, i tre preti chiamati in causa -
tutti sopra i 75 anni - rimarranno sospesi dai loro uffici e dai loro compiti.
L'abate ha quindi messo in guardia contro «condanne sommarie» ma non ha
garantito che in futuro non possano emergere altri casi simili: su questo, ha
detto, «non posso mettere la mano sul fuoco».
«NON CI SONO
SCUSE» - Intervenendo a un incontro annuale delle Nazioni Unite sui diritti dei
bambini, Tomasi ha spiegato che non ci possono essere scuse per i preti che si macchiano del «crimine odioso» di pedofilia e la protezione
dei minori da queste aggressioni deve essere in cima alle priorità della
Chiesa. In apertura del suo intervento, mons. Tomasi ha citato le parole di
Benedetto XVI: «L'abuso sessuale sui minori è sempre un crimine odioso».
«L'integrità fisica e psicologica dei minori viene
violata con conseguenze distruttive - ha aggiunto il presule -. Gli studiosi
hanno dimostrato che i bambini abusati reagiscono in modi differenti alla
violenza sessuale e tra di loro si registrano maggiori probabilità di
gravidanze adolescenziali, vagabondaggio, tossicodipendenza e alcolismo». «Non ci sono scuse per questo comportamento» ribadisce il presule, sottolineando che «la protezione dalle
aggressioni sessuali rimane in cima alla lista delle priorità di tutte le
istituzioni ecclesiastiche che lottano per porre fine a questo serio problema».
CELIBATO - Accanto
alla condanna, si delinea da parte di alti esponenti
vaticani la difesa del celibato dei sacerdoti dopo lo scandalo degli abusi in
Germania e l'avvio di un'inchiesta da parte della conferenza dei vescovi
tedeschi per far luce sulle accuse di violenze sessuali e maltrattamenti. E
dopo le dichiarazioni del cardinale di Vienna Christoph Schoenborn (che ha poi
rettificato la propria posizione), secondo cui il celibato è tra le cause del
fenomeno. Il vescovo di Ratisbona (diocesi dove sono stati denunciati abusi nel
periodo in cui il fratello del Papa era direttore del coro), Gerhard Mueller,
ha definito tale teoria «una stupidaggine» e ha affermato che non c'è motivo di
modificare l'istituzione. Ha però ricordato, a margine di un convegno teologico
a Roma, che i sacerdoti che si macchiano di reati di pedofilia non possono
continuare a svolgere il loro ruolo di rappresentanti di Cristo.
FRATELLO DEL PAPA
- Mueller ha poi ribadito l'estraneità di Georg
Ratzinger, il fratello di papa Benedetto XVI, rispetto all'unico caso accertato
di abusi sessuali commesso più di 40 anni fa nella struttura del coro di voci
bianche di cui il prelato è in seguito stato direttore. «Georg Ratzinger è
assolutamente, temporalmente e realmente estraneo» ha detto Mueller a Roma,
ricordando che «c'è stato un solo caso di abuso (nel 1958, ndr), sei anni prima
del suo inizio come maestro del coro». Un secondo caso di cui hanno parlato i
mezzi di informazione è solo relativo «a una persona»
che pur avendo operato per otto mesi nella struttura «è stata condannata nel
1971 per atti compiuti non presso il duomo di Ratisbona, ma altrove».
MARADIAGA - Anche
il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, presidente di Caritas International e
arcivescovo di Tegucigalpa, si schiera a favore del celibato: «Non capisco come
possa darsi un rapporto perché gli abusi sessuali ci sono in tutte le
categorie, anche in quelle non formate da celibi». Due giorni fa era stato il
portavoce vaticano padre Lombardi a sottolineare che
la pedofilia non esiste solo all'interno della Chiesa. «Quello che succede - ha
aggiunto Maradiaga - è che i casi di abusi sessuali su minori perpetrati da non
sacerdoti non sono pubblicizzati». Per evitare che queste vicende si ripetano,
spiega, «dobbiamo soprattutto insistere nella
formazione. E inoltre dobbiamo pensare che non si può giudicare la gente con i
criteri del ventunesimo secolo, in altri tempi non si conosceva bene la
psicologia umana e a volte gente che aveva indicazioni contrarie a seguire la
vocazione intraprendeva la strada del sacerdozio». In
difesa del celibato interviene anche il cardinale Claudio Hummes, prefetto
della Congregazione per il clero, secondo cui «è un dono dello Spirito Santo
che chiede di essere compreso e vissuto con pienezza di senso e di gioia, nel
rapporto totalizzante con il Signore».
SCHOENBRON - Il
dibattito è nato appunto dalle controverse dichiarazioni del cardinale e
arcivescovo di Vienna Christoph Schoenborn: interrogandosi sulle cause degli
abusi rivelati a catena in Germania e in Austria, ritiene che derivino «sia
dall’educazione dei preti che dalle conseguenze della
rivoluzione sessuale del '68, dal celibato nello sviluppo personale».
Schoenbron invita dunque a «un cambiamento di visione» del celibato. Giovedì è arrivata poi una parziale rettifica: Erich Leitenberger,
portavoce dell'arcidiocesi di Vienna, ha detto che Schoenborn «non ha messo in
dubbio in alcun modo il celibato nella Chiesa cattolica di rito latino».
Secondo l'agenzia di stampa cattolica Kathpress, nell'ultima edizione di «Thema
Kirche», periodico dei collaboratori dell'arcidiocesi, Schoenborn aveva
affermato che sugli abusi «deve esserci solo la via della verità ed è
assolutamente necessario mettere al primo posto le vittime». Riprendendo le
parole esatte dell'arcivescovo, l'agenzia di stampa precisa che il cardinale
aveva auspicato un esame delle cause di abuso, tra cui: «La questione della
formazione dei sacerdoti, così come la questione di quanto è accaduto
con la "rivoluzione sessuale" della generazione del '68. Ne fanno
parte il tema del celibato, così come il tema dello
sviluppo della personalità. E ci vuole anche una buona porzione di sincerità,
nella Chiesa, ma anche nella società».
Redazione ondine
CdS 11
Mafia, la protesta dei vescovi del Sud. "Basta feste religiose nei
comuni collusi"
Appello su
Famiglia Cristiana dei prelati di frontiera contro i "collusi e corrotti"
Da Mogavero a don
Riboldi, tra le proposte anche uno "sciopero elettorale"
di ALESSANDRA ZINITI
PALERMO - Basta
con la timidezza della Chiesa, basta con il sostegno ai politici che scendono a
patti con la criminalità, basta con la falsa religiosità dei mafiosi. Dopo il
documento della Cei sul Mezzogiorno, scendono in campo i presuli di trincea con
due proposte forti: uno "sciopero elettorale" che sottolinei
l'inadeguatezza della classe politica e l'abolizione delle feste religiose nei
paesi in cui regna la criminalità mafiosa.
Da Locri ad
Acerra, da Mazara del Vallo ad Agrigento: i vescovi di frontiera parlano dalle
colonne di Famiglia cristiana e fanno autocritica per le timidezze del clero.
Così Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e presidente del Consiglio
per gli affari giuridici della Conferenza episcopale italiana, teme una Chiesa
"icona dell'antimafia", che sollevi i singoli dalle proprie
responsabilità e lancia il guanto di sfida per non lasciare lettera morta il
recente documento della Cei sul Mezzogiorno. "Se dopo
Pasqua nessuno ne parlerà, avremo fallito. Anche nelle nostre comunità -
dice - occorre riflettere sul senso della parola terribile
citata nel documento: collusione". Monsignor Mogavero, che nei giorni
scorsi era intervenuto con durezza sul decreto per la riammissione delle liste
del Pdl per le Regionali e sulle leggi "ad
personam", ora invita i fedeli ad azioni dimostrative: "Ogni comunità
- propone - scelga un argomento in relazione alla situazione del proprio
territorio e agisca: pizzo, usura, corruzione della politica, mafia devota che
offre soldi per le feste popolari".
Invita invece ad uno sciopero elettorale don Riboldi. "Adesso
tocca a noi - dice il vescovo di Acerra - Ai politici bisogna dire: o ascoltate
la nostra voce, o non vi votiamo più. I cristiani al Sud devono
svegliarsi. Oggi sono continuamente assistiti. Il Mezzogiorno non è l'Italia,
oggi si può dire che è una zona annessa. Sarà brutto, ma è così. In 50 anni al Sud ho visto solo parole ed errori: fabbriche
nate e morte, terreni agricoli devastati, turismo in abbandono. Le mafie hanno
avuto terreno fertile, arato dallo Stato e da un sistema di corruzione e di
collusione impostato con straordinaria efficacia. E la gente ha
subito e si è rassegnata". Don Riboldi non
risparmia dure critiche ai rappresentanti delle istituzioni: "La cultura
dell'illegalità è stata diffusa dallo Stato. E non mi consola vedere che
proprio chi ha contribuito alla logica della corruzione propone una legge
contro di essa. La camorra domina i cuori e le menti. Impedisce ai ragazzini di
andare a scuola, perché è lei che li vuole educare. Eppure tagliamo i fondi
alla scuola. Bisogna tagliare i ponti, anche quelli tra le
nostre chiese e la cultura mafiosa, che spesso dimostra di essere devota".
Un concetto che sta molto a cuore al vescovo di Agrigento, Francesco
Montenegro, quello che a Natale tolse i Re Magi dal presepe lasciando la
scritta: "respinti alla frontiera" come
immigrati clandestini. Oggi dice: "Aboliamo ogni festa religiosa nei paesi dove si contano gli omicidi. Il sacro non basta per
ritenersi a posto se poi nessuno denuncia e la cultura
mafiosa è l'unica ammessa". E Giuseppe Morosini, vescovo di Locri,
ammette le responsabilità: "Bisognava essere più chiari, anche nelle
responsabilità di una Chiesa a volte troppo timida". LR 10
“Il fenomeno migratorio fra pregiudizio e realtà”
SERRAVALLE– “Il
fenomeno migratorio fra pregiudizio e realtà”. É stato questo il tema del XIII
Incontro di solidarietà promosso dall’associazione “Carità senza Confini” che
si è svolto a Serravalle al quale hanno partecipato circa 700 persone.
I lavori sono
stati introdotti dall’assistente ecclesiastico dell’Associazione Don Raymond
Nkindji Samuangala, il quale ha analizzato la condizione di errante partendo da
una attenta disamina del tema così come viene
presentato nella Bibbia (l’esilio del popolo ebraico in Egitto, la liberazione
dalla schiavitù ad opera di Dio, il monito e le prescrizioni ad Israele di non dimenticare
mai l’umiliazione, la miseria e l’oppressione subita e di trattare, dunque, lo
straniero come uno di loro) fino a concludere che la condizione di errante è
propria di ogni essere umano. La Repubblica di San Marino stessa è stata
fondata da un errante dalmata e i sammarinesi hanno sperimentato, con
l’emigrazione, la condizione di straniero, ecco perché è presente nei
sammarinesi lo spirito dell’accoglienza.
Al tema
dell’accoglienza dello straniero, dell’apertura al diverso e della conoscenza
reciproca come strumenti per superare il pregiudizio e dare
vita alla relazione ha dedicato il suo intervento mons. Giancarlo
Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes che si è soffermato sui
principali dati dell’immigrazione in Italia. Dell’immigrazione a San Marino ha
parlato sr. Paola Della Ciana, animatrice dell’Associazione “Amiche di Ruth”,
che rivolge la sua attenzione e la sue iniziative alle
cosiddette badanti, la cui presenza a San Marino è sempre più numerosa. La
religiosa e le volontarie dell’Associazione considerano la straniera, come
Ruth, una risorsa, una persona da accogliere, considerando che la badante non
ha con noi solo un rapporto di lavoro, ma anche un rapporto
familiare. Il confronto fra diverse culture è una sfida difficile, ma va
affrontata con spirito di accoglienza e di apertura. Lo stesso spirito con cui
opera la Casa di prima accoglienza di San Michele, come ha spiegato il
responsabile Don Sergio Severi. I lavori sono stati conclusi
dal vescovo di San Marino-Montefeltro, Mons. Luigi Negri, ricordando che la
capacità di integrare il diverso è una sfida che si è rinnovata nel tempo, ma
l’integrazione non è un meccanismo così come il sistematico rifiuto dello
straniero non è una soluzione. La soluzione passa attraverso il discorso
educativo, perché la cultura integra, l’ideologia esclude. (Migranti-press)
Comunità cristiane nel mondo musulmano
Gibuti è il nome
di una giovane repubblica africana e, allo stesso tempo, della sua capitale nel
Corno d’Africa, tra Somalia, Etiopia e Eritrea. Territorio dell’Islam, sbarcato già nel VII secolo dalla vicina
penisola Arabica. Puntuale come sempre sbarca ogni giorno, invece, il
kat, erba che tutti masticano per ore e inebria il cervello, fa passare la
fame, è come una droga... Povertà, disoccupazione,
kat, prostituzione: su tutto si distende più volte, magnifico, il canto delle
moschee: ”Dio è grande!” Solo la fede, infatti, sostiene questo meraviglioso
popolo e una micro-solidarietà tra musulmani quotidiana...
In mezzo a loro la
presenza di pochi uomini e donne compie miracoli altrettanto
quotidiani: sono cristiani. I loro sono gesti di collaborazione, di aiuto o
semplicemente uno sguardo o una parola che incoraggiano. Sono suore, giovani
volontari, missionari, piccole comunità cristiane, che si fanno in cento nel
campo della sanità, dell’insegnamento, dell’aiuto concreto alle varie povertà.
In Lettere da
Gibuti ne
spiccano alcuni volti, come quelli delle Suore di Gibuti, “donne di carità, di
frontiera e di obbedienza”. Tra di loro la figura di suor Anna, anziana donna
veneta di gran cuore e altrettanto temperamento, capace, talvolta, di
presentarsi alla polizia per fare le sue rimostranze: “Voi trattate come
animali questi emigranti!” I poliziotti la ascoltano
rispettosamente e restano interdetti. L’impegno delle suore cristiane in questa
terra musulmana è assicurare la presenza viva del Vangelo attraverso le
attività, ma anche attraverso l’impegno vissuto nella gioia e realizzato
nell’amore.
Vivere da cristiani
in un ambiente musulmano è qualcosa di veramente originale. È la vocazione
coraggiosa di una Chiesa povera, minoritaria, senza ambizioni, di un
cristianesimo che riscopre il messaggio del Vangelo: la passione per l’uomo,
per tutti gli uomini senza distinzioni.
Volti e situazioni
differenti sono presentati in queste Lettere da gibuti con pennellate rapide,
efficaci ed uno sguardo commosso come di eroi in un
mondo di umili: sono i discepoli del Signore nella terra del Profeta,
appassionati del “dialogo della vita” con un popolo radicalmente differente.
Nella terra dove i credenti vivono unicamente la grandezza di Dio, come
ricordava Giovanni Paolo II, sono testimonianza di Dio che è Amore.
Un tocco poetico
si allea sempre ad una riflessione lucida ed efficace
nel comprendere una grande verità: “I sistemi si oppongono, gli uomini si
incontrano”. La post-fazione di Giulio Albanese, sulla problematica delle
Afriche (al plurale), ricorda quanto lo scrittore senegalese Cheick Anta Diop a
proposito dei rapporti Nord-Sud: “Non abbiamo avuto lo stesso passato, noi e
voi, ma avremo necessariamente lo stesso futuro”.
Da un’esperienza
di missione è nato questo libro e ne è testimonianza viva, concreta e
appassionante. Si fa anche gesto missionario: i diritti di Autore sono inviati
alla diocesi di Gibuti per la vita delle piccole comunità cristiane. Diventa
strumento utilissimo per le parrocchie, per una sensibilizzazione missionaria e
una apertura
sul panorama multireligioso attuale.
Anna Bertini “Presenza” settimanale Diocesi di Ancona - LETTERE DA GIBUTI. Comunità cristiane nel
mondo musulmano di Renato Zilio de.it.press
Svizzera. “Nuove Opportunità per i cattolici stranieri”. Un convegno a
Zurigo
ZURIGO – Nei
giorni scorsi nella sala teatro della Missione Cattolica di lingua Italiana di
Zurigo, le Acli Intercantonali SCO, in collaborazione con la MCI hanno organizzato una conferenza avente come tema: “Nuove
Opportunità per i cattolici stranieri”, concesse dalla nuova legge cantonale
che estende il diritto di voto agli immigrati all’interno delle Chiese
Cattolica e Riformata.
Davanti a una sala
stracolma hanno portato il loro saluto Don Paolo
Gallo, Parroco della Missione di Zurigo, Antonio Mighali, Presidente Acli SCO e
il Presidente Acli della Svizzera Ennio Carint. Relatori Mons. Luis Capilla,
responsabile della pastorale degli immigrati nel cantone Zurigo, che ha
presentato il “sistema duale” delle Chiese nel
Cantone, e Padre Graziano Tassello, responsabile del Centro Studi e Ricerche
per l’Emigrazione, il quale è intervenuto sull’importanza della partecipazione
e sulle nuove possibilità e prospettive reali dei cattolici immigrati. Mons.
Capilla ha esordito dicendo che la Svizzera è una Confederazione di 26 Cantoni, Stati sovrani, la quale presenta altrettanti
leggi cantonali che regolano il rapporto tra Chiese e Stato. A ciò va aggiunta
l’autonomia dei Comuni che riscuotono anche le tasse di culto, di cui ben l’88% rimane a disposizione delle Chiese locali.
Entrando nel merito,
ha poi fatto presente che lo Stato, Cantone di Zurigo, non riconosce la Chiesa
cattolica come entità di diritto pubblico (diocesi e parrocchie), bensì la
“corporazione” dei cittadini confessionali, democraticamente organizzata, che
amministra le cosiddette tasse di culto. Da questo nasce di
fatto il “sistema duale” che governa il territorio con due strutture
indipendenti parallele, l’una di diritto canonico (parrocchie e diocesi),
l’altra di diritto civile (Kirchgemeinde e Sinodo Cantonale).
Alla prima è
demandata la pastorale (la cura dell’anima, la missione di evangelizzazione)
mentre alla seconda le finanze. Non essendoci un organo comune che regola e
decide, il buon funzionamento dipende dalla buona volontà delle persone che debbono, in quanto cristiani, trovare sempre un accordo
comune, il che non è sempre facile. Un caso particolare è rappresentato dalla
città di Zurigo dove operano 23 parrocchie; ognuna ha
diritto a due delegati che a loro volta eleggono le sette persone che
compongono la Kirchenpflege.
Questo sistema
garantisce ai laici una corresponsabilità nella conduzione della Chiesa. Padre
Tassello ha voluto precisare che il battesimo ci rende uguali, per cui nella
Chiesa non ci sono “stranieri”. Da studioso qual è, ha rimarcato che l’essere
stati considerati per tanto tempo quasi “cristiani di serie B”
e la crescita dell’individualismo accompagnata da una “pigrizia e stanchezza
nel partecipare”, fanno correre il rischio di non raccogliere questa importante
opportunità data dalla nuova legge.
Senza rinnegare la
propria “originalità”, il cristiano immigrato, in quanto
battezzato, è chiamato al compito dell’evangelizzazione ovvero, missionario del
Vangelo.
Per Padre Tassello
si può e si deve “entrare” nelle strutture facendoci “portatori” della nostra
originalità. In che modo? Dando corpo alla gratuità (tempo, energie); alla
religiosità popolare (tradizioni); alla voglia di rievangelizzare (specialmente
negli anziani); alla solidarietà (quanti progetti locali a favore del “terzo
mondo”; rifacendoci al senso della festa (la gioia condivisa)
; l’impegno a tutto campo, come insegnano le Acli, (scuola, tempo
libero, cultura…) e non per ultimo, come diceva un noto studioso, “la
salvaguardia della lingua è la salvaguardia della religiosità”.
Secondo Padre
Tassello, abbiamo tanto da dare e quindi la nostra partecipazione responsabile
contaminerà la Chiesa locale che sarà meno monoculturale e più comunione nella
diversità. Ciò porterà a riscoprire la gioia di essere cristiani! Nel ricco
dibattito, moderato da Luciano Alban, membro di Presidenza Intercantonale e
Vicepresidente Nazionale Delle Acli-Svizzera, sono intervenuti anche diversi
presidenti di Circoli Acli del cantone e Franco Narducci, secondo cui oggi
inizia una nuova storia all’interno della Chiesa Cattolica e nella stessa
comunità di credenti immigrati. (S. Dugo, Corriere
degli Italiani)
Vescovi del Sud attaccano: "Chiesa troppo timida di
fronte alla mafia"
La Chiesa è stata
"a volte troppo timida" di fronte alla mafia, ed è ora di scelte
coraggiose per il Sud, per fare in modo che il documento della Cei sul
Mezzogiorno non finisca sugli scaffali, come quello di 20
anni fa. Lo affermano tre vescovi del Mezzogiorno intervistati da Famiglia
Cristiana.
"Se dopo
Pasqua nessuno ne parlerà, avremo fallito", ha osservato il vescovo di
Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero, che teme una Chiesa "icona
dell'antimafia", che sollevi i singoli dalle proprie responsabilità.
"Non siamo tutti sulla stessa lunghezza d'onda" anche nella Chiesa -
ha aggiunto - e occorre riflettere "anche nelle nostre comunita" sul
senso della "parola terribile" citata nel documento Cei sul
Mezzogiorno: 'collusione'. Insomma, servono segnali
concreti, azioni dimostrative: "Ogni comunità - propone Mogavero - scelga
un argomento in relazione alla situazione dle proprio
territorio e agisca: pizzo, usura, corruzione della politica, mafia devota che
offre soldi per le feste popolari". Essendo pronti a "pagare di
persona".
Il vescovo di
Agrigento, Francesco Montenegro, quello che a Natale tolse i Re Magi dal
presepe lasciando la scritta: 'respinti alla
frontiera' come immigrati clandestini, propone di "abolire ogni festa
religiosa nei paesi dove si contano gli omicidi. Il sacro non basta per
ritenersi a posto - dice - se poi nessuno denuncia e
la cultura mafiosa è l'unica ammessa". "La nostra gente deve tornare
a essere protagonista, e di diventa protagonisti con
il voto e con volti nuovi", ha osservato il vescovo di Locri, mons. Giuseppe
Morosini, e forse "bisognava essere più chiari, anche nelle responsabilità
di una Chiesa a volte troppo timida". ansa
Anselm Bilgri zum Missbrauchsskandal ''Wir sprachen nie offen über Sexualität''
Klartext von Anselm Bilgri zum
Missbrauchsskandal: Der frühere Prior des Klosters Andechs plädiert für einen
offenen Umgang der Kirche mit Sexualität - und kritisiert den
ultrakonservativen Bischof Mixa. Interview: Oliver Das Gupta
Anselm Bilgri, Jahrgang 1953, kam in
Unterhaching zur Welt. 1975 trat er in den Benediktinerorden ein, studierte
Theologie und Philosophie, 1980 weihte ihn der damalige Münchner Erzbischof
Joseph Ratzinger, der heutige Papst Benedikt XVI, zum Priester.
Der breiteren Öffentlichkeit wurde der
Mönch Anselm Bilgri bekannt als Cellerar der Abtei St. Bonifaz und Prior im
Kloster Andechs. Seit seinem Ordensaustritt lebt Bilgri als Buchautor in
München. Er ist weiterhin Priester.
sueddeutsche.de: Herr Bilgri, der
Missbrauchsskandal in katholischen Einrichtungen weitet sich von Tag zu Tag
mehr aus. Was ist Ihr Rat an die Kirche in dieser Situation?
Anselm Bilgri: Kurzfristig: Unbedingte
Offenheit, Klarheit und Transparenz. Auf keinen Fall etwas vertuschen oder auch
nur den Eindruck erwecken, etwas verschleiern zu wollen.
sueddeutsche.de: Der Vatikan reagiert
mit harschen Tönen auf die Missbrauchsmeldungen aus Irland, Deutschland und
anderswo. Der deutsche Kurienkardinal Walter Kasper sprach davon, in der Kirche
"aufräumen" zu wollen. Ist dies der richtige Weg?
Bilgri: Wenn Kardinal Kasper damit den
offenen Umgang mit der Causa meint, dann ja. Aber wenn das
"Aufräumen" bedeutet, dass man nur die alte Sexualmoral einhämmert
und die Schotten dicht macht, dann tut sich die Kirche keinen Gefallen. In
dieser Hinsicht folgt ihr die Gesellschaft nicht mehr.
sueddeutsche.de: Können Sie das näher
erläutern?
Bilgri: Mit den Missbrauchsfällen wird
ein für die Kirche ohnehin hochsensibles Thema berührt: Der Umgang mit
Sexualität insgesamt. Fakt ist: Viele Katholiken empfinden heute die Freiheit
der sexuellen Selbstbestimmung, die Kirche hält strikt dagegen. Und nun kommen
ausgerechnet im innersten Kreis, bei Ordensleuten, immer neue Fälle ans
Tageslicht, wo mit Sexualität in solch menschenverachtender Weise umgegangen
wurde. Die Kirche hat damit ein Glaubwürdigkeitsproblem. Aber dieser
Missbrauchsskandal trägt - so furchtbar er ist - auch eine Chance für die
Kirche in sich.
sueddeutsche.de: Die da wäre?
Bilgri: … dass sie sich jetzt offener
mit Sexualität auseinandersetzt.
sueddeutsche.de: Was sie bislang nicht
tut. Ultrakonservative Kirchenmänner wie der Augsburger Bischof Mixa geißeln
den Missbrauch in kirchlichen Einrichtungen sogar als Folge der sexuellen
Revolution.
Bilgri: Ich halte dies für einen
Fehlschluss. Es ist falsch, wenn die Kirche sich angesichts dieser furchtbaren
Fälle einigelt.
sueddeutsche.de: Herr Mixa tendiert zum
Verbarrikadieren.
Bilgri: Bischof Mixa vertritt ja bloß
die herkömmliche katholische Sexualmoral. Die besagt, Sex dürfte nur in der Ehe
stattfinden. Alles andere ist Sünde, sogar schwere Sünde. Dieser Charakter der
schweren Sünde ist die Hauptbarriere, hier sollte man ansetzen. Es müssten
andere Wege gefunden werden.
sueddeutsche.de: Wie könnte so ein
Ansatz lauten?
Bilgri: Beispielsweise, indem die
Kirche auch einen Lernprozess im Bereich der Sexualität auf dem Weg zu dieser
Vollform Ehe akzeptiert, ein Unterwegssein. Voraussetzung ist
selbstverständlich: Die Freiheit anderer Menschen darf nie beeinträchtigt
werden.
"Das Ordensleben durchlässiger
gestalten"
sueddeutsche.de: Ist es an der Zeit,
dass das Zölibat, die vorgeschriebene Ehelosigkeit für Priester, fällt?
Bilgri: Langfristig wird das Thema auf
den Tisch kommen, da kann sich die Kirche wehren, wie sie will. Die Menschen
verstehen das einfach nicht mehr als Zeichen für eine andere Wirklichkeit.
sueddeutsche.de: Warum langfristig,
warum nicht schon jetzt? Den einfachen Gläubigen auf der Straße fällt sofort
das Schlagwort Zölibat ein, wenn sie an sexuellen Missbrauch und Kirche denken.
Bilgri: Man muss unterscheiden: Der
Zölibat ist die Verpflichtung des Weltpriesters zur Ehelosigkeit. Die Kirche
könnte diese Vorschrift kippen. Bei Mönchen gibt es andere
Grundvoraussetzungen: Die Ehelosigkeit eines Ordensmitglieds ist konstitutiv.
sueddeutsche.de: Sie waren selbst viele
Jahre Benediktinermönch. War Sexualität im Kloster Andechs ein Thema?
Bilgri: Wir haben nie offen darüber
gesprochen.
sueddeutsche.de: Angenommen, ein
Ordensmitglied hätte ein Problem in Sachen Sexualität, was kann er tun?
Bilgri: Er könnte sich schon
vertrauensvoll an jemanden wenden, aber es wäre für alle hilfreich, wenn es ein
Klima gäbe, in dem jeder erzählen könnte, was ihn umtreibt und wie er damit
umgeht. Missbrauch könnte dadurch sicherlich nicht ausgeschlossen werden. Aber
so würde die Chance bestehen, Fehlentwicklungen früh zu erkennen oder erst gar
nicht entstehen zu lassen.
sueddeutsche.de: Die Implementierung
einer solchen Neuerung in jahrhundertealten Orden dürfte denkbar schwer sein.
Bilgri: Sicher: Das geht nicht von
heute auf morgen, das muss man erst lernen. Das können sicherlich nicht nur
Ausbilder innerhalb eines Ordens leisten, da sollte man auch Leute von außen
holen. Schon junge Ordensmitglieder sollten dazu befähigt werden, über ihre
Sexualität zu sprechen.
sueddeutsche.de: Enthaltsamkeit gehört
zu den Gelübden, die Mönche und Nonnen ablegen. Halten Sie dieses lebenslange
Versprechen als mögliche Quelle für Fehlentwicklungen?
Bilgri: Ich denke ja, schließlich
spiegelt die Scheu des modernen Menschen vor solch einer weitgehenden
Beschränkung sich auch in den massiven Nachwuchsproblemen der Orden wider.
sueddeutsche.de: Sexuelle
Enthaltsamkeit für den Rest des Lebens - für die meisten Nichtkleriker ist das
unvorstellbar.
Bilgri: Mir ist das Psychogramm der
Missbrauchstäter nicht bekannt, aber ich denke, dass es sich dabei mehrheitlich
um Leute handelt, bei denen so nach ein, zwei Jahrzehnten Ordenszugehörigkeit
eine starke religiöse Desillusionierung eingetreten ist.
sueddeutsche.de: Eine Lösung wäre der Austritt ...
Bilgri: ... der nach wie vor einen
negativen Beigeschmack hat, auch für den Orden. Für den Betroffenen bedeutet es
auch, dass er plötzlich mittellos dasteht. Ich bin da die Ausnahme, weil ich
die Möglichkeit hatte, wirtschaftlich zu überleben.
sueddeutsche.de: Sind die Orden
mittelfristig überhaupt in der Lage, zu überleben?
Bilgri: Ich glaube und hoffe das. Man
sollte sicherlich darüber nachdenken, das Ordensleben durchlässiger zu
gestalten. Im asiatischen Mönchtum ist es gang und gäbe, dass man eine Zeitlang
im Kloster bleibt, aber es auch wieder verlassen darf - ohne Schimpf und
Schande.
"Die Kirche wird als große
Neinsagerin wahrgenommen"
sueddeutsche.de: Können Sie erklären,
warum für die katholische Kirche beim Thema Sexualität immer etwas Sündiges
mitschwingt?
Bilgri: Die Antwort liegt sicherlich in
den ersten Jahrhunderten nach Christus. Damals setzte sich das Christentum mit
dem Hellenismus auseinander, der viel körperfeindlicher war: Das Bild vom Leib
als Gefängnis der Seele wurde übernommen.
sueddeutsche.de: Herr Bilgri, in der
katholischen Kirche kann es keine Veränderungen geben, ohne das Plazet des
Papstes. Erwarten Sie Reformschritte im Pontifikat des deutschen Papstes
Benedikt XVI.?
Bilgri: Offen gesagt: Ich mache mir da
nicht mehr so viele Hoffnungen. Ich verehre Joseph Ratzinger sehr, seitdem ich
ihn als Münchner Erzbischof kennengelernt habe; er war es, der mich 1980
geweiht hat.
sueddeutsche.de: Machte er damals auf
Sie einen reformfreudigen Eindruck?
Bilgri: Er machte uns damals leise
Hoffnungen hinsichtlich der Wiederzulassung zur Kommunion für Geschiedene und
Wiederverheiratete. Zumindest in diesem Punkt hätte ich eine Milderung
erwartet.
sueddeutsche.de: Inzwischen ist Ratzinger
Pontifex und sagt nein.
Bilgri: Ein grundsätzliches Problem der
Kirche ist sicherlich, dass sie als die große Neinsagerin wahrgenommen wird.
Sie wirkt so, als ob sie immer und überall mit dem mahnenden Zeigefinger
auftritt; als ob sie es nicht schafft, wenigstens in einigen Bereichen zum
positiven Motor einer Entwicklung zu werden.
sueddeutsche.de: Hätte die Kirche denn
das Potential dazu?
Bilgri: Ich glaube das, ja.
Jahrhunderte der Kirchengeschichte hat sie es gezeigt. Denken Sie nicht nur an
Galileo Galilei, sondern die Zeit davor: Im sogenannten finsteren Mittelalter
hat wissenschaftliche Auseinandersetzung vor allem in theologischen Fakultäten
stattgefunden. Die Philosophie der Antike wurde in Klosterbibliotheken für die
Neuzeit bewahrt. Man stellte sich allen Problemen, die das Denken bot, und
diskutierte offen. Den Satz "Bis hierher und nicht weiter" gab es nur
ganz selten.
sueddeutsche.de: Wo sehen Sie heute die
Felder, auf denen die Kirche Vorreiterin sein könnte?
Bilgri: Ganz klar: im sozialen Bereich.
Als Beispiel sei nur die Option für die Armen erwähnt. Sowohl Papst Benedikt
XVI. als auch sein Vorgänger Johannes Paul II. haben aus ihren eher
antikapitalistischen Ansichten nie einen Hehl gemacht. Das, was aus dem Vatikan
kommt, ist durchaus in die Zukunft gerichtet. Dies geht leider immer wieder
unter. (sueddeutsche.de 11)
Benedikt XVI.: „Beileid für Opfer in Nigeria und Türkei“
Gewalt löst keine Konflikte, sondern
verschlimmere nur ihre tragischen Konsequenzen. Dazu erinnerte Papst Benedikt
XVI. an diesem Mittwoch im Anschluss an die Generalaudienz im Vatikan. Er
drückte sein Beileid den Hinterbliebenen des Massakers im nigerianischen Jos
aus.
„Die zivilen und religiösen Autoritäten
des zentralafrikanischen Staates fordere ich auf, für die Sicherheit und ein
friedliches Zusammenleben der Bevölkerung zu sorgen. Die nigerianischen
Christen müssen glaubhafte Zeugen der Versöhnung sein.“
Papst Benedikt XVI. bekundete auch
seine Verbundenheit mit den Erdbebenopfern und ihren Familien in der Türkei.
Während der Generalaudienz am Mittwoch im Vatikan versicherte er die
Betroffenen seines Gebets. Zugleich rief der Papst die internationale
Staatengemeinschaft zu großzügigen Hilfen auf. Ein Erdbeben der Stärke 6,0 und
mehrere Nachbeben hatten am Montag im Osten der Türkei sechs Dörfer zerstört
und mindestens 51 Menschen in den Tod gerissen. Das erste Beben überraschte die
Menschen im Schlaf.
„Anarchiestimmung abgewendet“ - Nach
dem Zweiten Vatikanischen Konzil gab es die Gefahr einer „utopischen und
anarchischen Spiritualität“ in der katholischen Kirche. Das sagte Papst
Benedikt XVI. an diesem Mittwoch anlässlich der Generalaudienz im Vatikan. Doch
dank einer weisen Führung konnte dies verhindert und die Einzigartigkeit der
Kirche wie auch die Neuheit des Konzils verteidigt werden, so Benedikt auf
Italienisch.
Das Papsttreffen musste „zweigeteilt“
werden, da über 12.000 Pilger und Besucher teilnahmen. Zunächst begrüßte der
Papst etwa 5.000 Gäste der italienischen Stiftung „Don Carlo Gnocchi“ im Petersdom.
Er erinnerte sie an den Seligen Priester Gnocchi, der – geprägt von den
Schrecken des Zweiten Weltkrieges die Stiftung „Pro Juventute“ gründete, um
sich um die armen, oft verstümmelten Kriegsweisen zu kümmern.
In der Audienzhalle sprach der Papst
vor etwa 7.000 Pilgern. Wie vergangene Woche ging es auch diesmal um den
Heiligen Bonaventura. Diesmal aber sprach Benedikt über Bonaventuras Denken und
seine Werke.
„In seinem letzten, unvollendet
gebliebenen Werk Hexaëmeron – eine Auslegung zu den sechs Schöpfungstagen –
legte Bonaventura eine Geschichtstheologie vor. Die Bewegung der Spiritualen
innerhalb des Franziskanerordens sah in Franz von Assisi die Erfüllung der
Prophezeiungen des Zisterzienserabtes Joachim von Fiore und mit dem neuen
franziskanischen Mönchtum den Anbruch des Zeitalters des Heiligen Geistes
gekommen. Bonaventura, der sich um eine authentische Deutung der Gestalt des
heiligen Franziskus bemühte, wies diese Interpretation zurück: Es gibt keinen
trinitarischen Rhythmus der Geschichte; Gott ist einer für die ganze
Geschichte. Jesus Christus ist das ganze und letzte Wort Gottes; es gibt kein
anderes Evangelium, und es ist keine andere Kirche zu erwarten. So muss sich
die franziskanische Gemeinschaft in die konkrete, reale Kirche mit ihrer Lehre
und inneren Ordnung einfügen.“ (rv 10)
Missbrauch. Kirche spricht über Entschädigungen
Erzbischof Robert Zollitsch wird am
Freitag von Papst Benedikt XVI. empfangen. Dessen Bruder Georg Ratzinger, früherer
Leiter der Regensburger Domspatzen, bittet die "Opfer um Verzeihung".
Von Stephan-Andreas Casdorff
Berlin - Der Vatikan und die
katholische Deutsche Bischofskonferenz stehen in engem Kontakt wegen der
fortwährenden Missbrauchsvorwürfe. An diesem Freitag wird der Vorsitzende der
Bischofskonferenz, der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch, von Papst
Benedikt XVI. empfangen. Das Gespräch, als turnusmäßig nach der Vollversammlung
der Bischöfe beschrieben, dient auch der Information des Papstes, wie seine
deutschen Landsleute der Affäre Herr zu werden glauben.
Der einflussreiche Kurienkardinal
Walter Kasper aus Deutschland hat bereits eine wachsende Ungeduld des Vatikan
in dieser Frage deutlich gemacht, wenngleich in gewählter Form. Darüber hinaus
machte Kasper als Erster die Überlegung von Entschädigungen öffentlich. Auch um
diesen Punkt dürfte es im bevorstehenden Treffen des Papstes mit Zollitsch
gehen, außerdem um den Runden Tisch in Deutschland gegen Kindesmissbrauch.
Papstsprecher Federico Lombardi nannte das den „richtigen Weg“ und betonte,
natürlich sei die Kirche bereit, daran teilzunehmen. Er legte aber Wert auf die
Feststellung, dass das Problem „entschieden und prompt“ angegangen worden sei,
und dass nicht alle Anschuldigungen allein die Kirche treffen dürften. Das
würde das Bild verfälschen.
Das Thema Wiedergutmachung und
Entschädigung ist von Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger
(FDP) inzwischen wiederholt angesprochen worden, zuletzt im Hinblick auf die
Verjährung von Taten: Dann solle die Kirche freiwillig entschädigen. Die
Bischofskonferenz wiederum ist zum Gespräch über alle genannten Punkte bereit,
wartet aber nach eigenen Angaben seit zwei Wochen auf einen Termin mit
Leutheusser-Schnarrenberger. Aus dem Klerus erhielt sie derweil offen
Unterstützung vom Erzbischof von München und Freising, Reinhard Marx. Er gab
einen Mangel an Aufklärungswillen „in der Vergangenheit“ zu und sagte, dass er
darüber Scham empfinde. Auch Marx ist der Ansicht, dass die Kirche nicht in Verjährungsfristen
denken darf, sondern „in der moralischen Verantwortung, die auch über
Generationen geht“. Der Bamberger Erzbischof Ludwig Schick wiederum
unterstützte den Vorschlag der bayerischen Justizministerin Beate Merk (CSU),
die Verjährungsfristen bei sexuellem Missbrauch auf 30 Jahre zu verlängern.
Bisher gibt es Fristen von fünf bis 20 Jahren. Die Bischofskonferenz insgesamt
sagte den staatlichen Stellen bei der Aufklärung volle Unterstützung und
direktere Information zu. Außerdem forderte sie jetzt Geistliche zu
Selbstanzeigen auf.
Benedikt XVI. ist der Bischofskonferenz
immer noch sehr verbunden. Zollitsch pflegt diese Verbindung durch mehrmalige
Informationsgespräche im Jahr. Der Papst, früher Kardinal Joseph Ratzinger, war
Münchner Erzbischof von 1977 bis 1981. Das Kloster Ettal, wegen
Missbrauchsfällen in zurückliegenden Jahren ins Gerede gekommen, liegt in
diesem Bistum, untersteht allerdings nicht dem Bischof. Es begründet aber mit
das Interesse des Papstes, ebenso der Umstand, dass sein Bruder, Georg
Ratzinger, von 1964 bis 1994 die Regensburger Domspatzen leitete, bei denen es
auch zu Missbrauch gekommen ist. Prälat Ratzinger (86) gab zu, Chormitglieder
geohrfeigt zu haben. In der Internatsvorschule wurden Kinder auch durch den
Direktor verprügelt. Ratzinger wusste davon, meinte aber nicht, einschreiten zu
müssen. Heute verurteile er das umso mehr und bitte „die Opfer um Verzeihung“.
Tsp 10
Köhler fordert weitere Konsequenzen aus Amoklauf. Gedenkfeier in Winnenden
Winnenden. Ein Jahr nach dem Amoklauf
in Winnenden hat Bundespräsident Horst Köhler weitere Konsequenzen aus der
Gewalttat gefordert. So seien weitere Schritte im Waffenrecht und klare Regeln
für die Berichterstattung über Amokläufe nötig, sagte Köhler am Donnerstag in
einer Gedenkstunde in der schwäbischen Kleinstadt. Zugleich rief er zu mehr
Zuwendung und Achtsamkeit im Umgang miteinander auf. Schüler, Eltern, Lehrer
und Hinterbliebene gedachten vor der Albertville-Realschule der 15 Menschen,
die bei dem Amoklauf am 11. März 2009 erschossen worden waren.
"Es gibt keine endgültigen
Antworten, keine letzte Sicherheit vor solchen Gewalttaten", sagte Köhler
vor rund 900 Menschen, die sich zum Gedenken an die Opfer vor der Schule unter
freiem Himmel versammelt hatten. Es müsse aber alles Menschenmögliche getan
werden, um die Gefahr von Amokläufen so gering wie möglich zu halten. Köhler
verlas die Namen der 15 erschossenen Menschen. Er fügte hinzu: "Auch die
Familie des Täters hat ein Kind verloren. Auch für sie ist eine Welt zusammengebrochen."
Der Amoklauf eines Jugendlichen in der
Kleinstadt bei Stuttgart hatte vor einem Jahr bundesweit Entsetzen ausgelöst.
Der 17-jährige Tim K. hatte die Schule am Morgen des 11. März 2009 gestürmt und
dort mit der Waffe seines Vaters neun Schüler und drei Lehrerinnen erschossen.
Auf der Flucht tötete er drei weitere Menschen, bevor er sich selbst das Leben
nahm. Der Bundestag hatte wenige Monate später als Konsequenz aus der Tat das
Waffenrecht verschärft. Seither gelten unter anderem strengere Vorschriften für
die Aufbewahrung von Waffen.
"Dieser Tag steht dafür, dass
alles anders ist, als es vorher war", sagte Köhler. Das Wichtigste nach
der Tat sei: "Wir können alle lernen, gut miteinander umzugehen. Wir
können darauf achten, dass niemand abseits bleibt. Wir können mehr Anteil
nehmen aneinander, statt achtlos vorüberzugehen."
In einer bewegenden Zeremonie legten
Schülerinnen und Schüler vor der Albertville-Realschule Steinplatten mit den
Namen der Opfer zu einem Kreis zusammen. Auf jede Steintafel legten sie eine
rote Rose. Zur Tatzeit um 9.33 Uhr läuteten die Kirchenglocken der Stadt. Zuvor
hatten Schulgemeinschaft und Hinterbliebene bereits in einer internen Feier
unter Ausschluss der Öffentlichkeit der Opfer gedacht. Seit dem Amoklauf sind
die 600 Schüler in einer provisorischen Containerschule wenige Meter von der
Realschule entfernt untergebracht.
Lehrer und Schüler seien an dem
Amoklauf nicht zerbrochen, sagte der Winnender Oberbürgermeister Bernhard
Fritz. Nach der Tat habe es viel Solidarität gegeben: "Niemand wurde
allein gelassen." Auch der neue baden-württembergische Ministerpräsident
Stefan Mappus (CDU) nahm an der Gedenkfeier teil, verzichtete aber auf eine
Ansprache.
Köhler forderte in seiner Ansprache, es
müsse noch mehr geschehen, damit gefährdete Menschen nicht an Schusswaffen
gelangten und Schulen und ähnliche Orte besser vor Anschlägen geschützt seien.
Außerdem sprach er sich für "klar definierte
Berichterstattungsregeln" für Amokläufe aus, die gemeinsam mit den Medien erarbeitet
werden müssten. Detaillierte Berichterstattung über die Täter, ihre Motive und
ihre Vorgehensweise rufe Nachahmer auf den Plan, warnte er.
Zu den Konsequenzen aus der Tat gehören
neben der Verschärfung des Waffenrechts intensive Beratungen über Gewaltprävention.
Experten haben Empfehlungen vorgelegt, mit denen die Sicherheit an Schulen
erhöht werden soll. Unter anderem sollen mehr Schulpsychologen und speziell
ausgebildete Lehrer dazu beitragen, die Gefahr von Amokläufen zu verringern.
Der Vorsitzende der Deutschen
Polizeigesellschaft, Rainer Wendt, sagte unterdessen, Deutschlands Schulen
seien nach wie vor keine sicheren Orte. "Wir brauchen endlich ein
flächendeckendes Frühwarnsystem", sagte er der "Neuen Osnabrücker
Zeitung" (Freitagsausgabe). In jede Schule gehörten mindestens ein
Sozialarbeiter und ein Psychologe.
Enttäuscht von der Politik zeigte sich
Gisela Mayer von der "Stiftung gegen Gewalt an Schulen". Die Mutter
einer in Winnenden getöteten Referendarin sagte der "Stuttgarter
Zeitung" (Donnerstagsausgabe), die verschärften Waffenkontrollen reichten
bei weitem nicht aus. Großkalibrige Waffen hätten im Schießsport nichts zu
suchen. Mayer kritisierte ferner, dass das Thema Killerspiele weitgehend
ausgeklammert werde.
Der bayerische Innenminister Joachim
Herrmann (CSU) vertrat den Standpunkt, schärfere Kontrollen von Waffenbesitzern
allein könnten Amokläufe nicht verhindern. Es gebe auch keinen Anlass, alle
Sportschützen und Jäger unter Generalverdacht zu stellen, sagte er dem
Bayerischen Rundfunk. Der rechtspolitische Sprecher der
Grünen-Bundestagsfraktion, Jerzy Montag, forderte hingegen im Saarländischen
Rundfunk ein schärferes Waffengesetz und ein nationales Waffenregister. Epd 11
Zweite Karriere für Priester. Das Leben nach dem Zölibat
Die Liebesgeschichte von Johannes
Wendeler klänge wie eine von vielen, hätte sie ihn nicht seinen Beruf gekostet
und seine gesamte Lebensplanung über den Haufen geworfen: Bei einem Autounfall
hatte sich Wendeler einen komplizierten Bruch in der Hand zugezogen - und bekam
ein Vierteljahr lang Physiotherapie verschrieben. „Ich fand das alles furchtbar
ärgerlich“, erinnert sich Wendeler. „Bis ich die Physiotherapeutin
kennenlernte“, schiebt er nach und klingt noch immer verliebt. „Wir haben bei
jeder Therapiesitzung unheimlich gute Gespräche geführt“, erinnert er sich.
„Daraus wurde zunächst eine innige Freundschaft. Irgendwann wurde es Liebe.“ 14
Jahre ist das jetzt her. Wendeler und seine damalige Physiotherapeutin sind
heute längst ein Ehepaar.
Dass seine Liebesgeschichte zum
beruflichen Problem wurde, liegt daran, dass Johannes Wendeler katholischer
Priester ist. Damals war er auch noch ausgerechnet in Köln tätig - unter dem
strengen Kardinal Meisner. Knapp ein Jahr lang verheimlichte Wendeler die
Beziehung zu seiner jetzigen Frau. „Dann wollte ich nicht mehr mit dieser
Heimlichtuerei leben.“ Noch am selben Tag, an dem er Meisner seine Beziehung
beichtete, wurde Wendeler von seinem Amt suspendiert. Und war auf einen Schlag
arbeitslos.
Keine Arbeitslosenversicherung - und
keine Erfahrung in der Berufswelt
Die Vereinigung katholischer Priester
und ihrer Frauen (VKPF), die die Interessen zölibatsbrüchiger Priester
vertritt, schätzt, dass ungefähr 20 Prozent aller lebenden Priester weltweit
vom Dienst suspendiert sind, die meisten von ihnen aufgrund von Beziehungen zu
Frauen. „Der prozentuale Anteil der Suspendierten wird in Deutschland auch um
die 20 Prozent liegen“, glaubt der Vorsitzende Claus Schiffgen. Angesichts von mehr als 15.000 Priestern in Deutschland müssten
demnach mehrere tausend betroffen sein. Die Katholische Bischofskonferenz hat
darüber kein Datenmaterial. Sie erhebt nicht die Zahl der suspendierten,
sondern lediglich die der laisierten Priester, also derjenigen, die für immer
vom Priesteramt ausgeschlossen sind und für die es keine Rückkehroption gibt:
Seit 1997 waren das nur 107.
Ein Zölibatsbruch mag etliche Probleme
mit sich bringen - von heimlichen Küssen hinter geschlossenen Vorhängen bis hin
zu Kindern, zu denen der Vater sich nicht bekennen kann. Für alle katholischen
Priester gleich ist aber eine handfeste Schwierigkeit: Wenn ihr Verhalten
auffliegt, verlieren sie ihren Beruf. „Und das mehr oder weniger von einem Tag
auf den anderen“, wie Claus Schiffgen betont. „Für einen Priester ist das deutlich
dramatischer als für viele andere Menschen.“ Denn Priester haben zwar in der
Regel eine akademische Ausbildung, aber keine Arbeitslosenversicherung, nur
minimale Rentenansprüche und keine Erfahrung in der Berufswelt.
Als Priester sitze man „in einem
goldenen Käfig“, sagt Schiffgen, der selbst auch ein zölibatsbrüchiger
katholischer Priester ist und von den Schwierigkeiten aus eigener Erfahrung
berichten kann. „Nachdem ich gewagt hatte auszubrechen, musste ich schmerzhaft
feststellen, dass ich keine Ahnung hatte, wie man ein Bewerbungsschreiben
formuliert, wie ein Vorstellungsgespräch abläuft und wie man sich überhaupt in
der freien Wirtschaft selbst vermarkten und präsentieren muss.“ Das Leben als
Priester sei von vornherein darauf ausgerichtet, nie wieder etwas anderes zu
machen. Deshalb, so mutmaßt er, vermieden viele Priester, die im Innersten
ihres Herzens eigentlich aussteigen wollen, den Schritt der Suspendierung. „Die
Angst hält sie im Amt.“
In welchen Berufen landen die meisten
katholischen Priester, nachdem sie suspendiert worden sind? Über lange Jahre
war es ein klassischer Weg, beim Arbeitsamt anzuheuern und Berufsberater zu
werden. „Das haben Hunderte Priester gemacht“, sagt Schiffgen, „ich selbst habe
mindestens zwei Dutzend in meinem Bekanntenkreis.“ Auch Johannes Wendeler ist
solch ein klassischer Fall. Nach einem nachgeholten Studienabschluss und
einigem Hin und Her hat er es mittlerweile gar zum Teamleiter einer „Arge“ im
Oberbergischen Kreis gebracht.
„Wie ein mittelalterliches Lehensverhältnis“
„Ganz so populär wie in den siebziger
und achtziger Jahren ist aber der Weg vom Priester zum Arbeitsvermittler heute
nicht mehr“, sagt Dieter Court, Berater für akademische Berufe bei der
Arbeitsagentur in Mainz. „Viele versuchen mittlerweile auch als Religionslehrer
weiterzumachen oder als Personalentwickler in Unternehmensberatungen.“
Prinzipiell hätten katholische Priester ähnliche Voraussetzungen und Probleme
wie andere Geisteswissenschaftler, sagt der Berufsberater. „Es gibt keinen
primären Arbeitsmarkt für sie. Bei Priestern kommt dann häufig noch dazu, dass
sie sich ihr bisheriges Leben lang in einer wahnsinnigen Sicherheit gewiegt
haben und nun plötzlich wissen sollen, wie man sich auf dem freien Arbeitsmarkt
verhält.“
Michael Hümmer von der Arbeitsagentur
Bamberg ist ebenfalls Berufsberater für Akademiker, hat selbst eine Zeitlang
Theologie studiert und kennt sich gut aus in der Szene. „Als Priester steht man
mit der Kirche in einem ganz speziellen Dienstverhältnis“, sagt Hümmer. „Das ist
kein Arbeitsvertrag, den man einfach kündigen kann.“ Vielmehr gelte die
Priesterweihe auf Lebenszeit. „Am ehesten lässt sich das mit einem
mittelalterlichen Lehensverhältnis vergleichen.“ Der Priester verspreche bei
der Weihe Ehrfurcht und Gehorsam. Ebenso aber verpflichte sich der Bischof mit
einem Gelöbnis, für den Priester zu sorgen. „Viele kümmern sich dann
tatsächlich auch um Aussteiger und versuchen ihnen den Weg zurück ins normale
Berufsleben so weit es geht zu erleichtern“, sagt Hümmer. „Aber das machen
längst nicht alle. Es gibt auch Beispiele, in denen zölibatsbrüchige Priester
fallengelassen werden wie eine heiße Kartoffel.“
Viele suchten dann ihr Glück in
Berufen, in denen gestrandete Geisteswissenschaftler oft eine Notlösung sähen.
„Sogar Taxifahrer und Kellner sind dabei, wenn gar nichts anderes mehr
funktioniert“, sagt Hümmer. „Erstaunlich viele werden auch
Versicherungsvertreter.“ Das liege wohl an der hohen Sozialkompetenz der
Priester. „Sie können oft unheimlich gut Bedürfnisse ihrer Mitmenschen
erspüren“, erklärt Hümmer. „Dazu gehört auch das Sicherheitsbedürfnis.“
Generell seien ehemalige Priester in Beratertätigkeiten oft sehr gut
aufgehoben. Auch therapeutische Karrieren wie Heilpraktiker oder
Psychotherapeut kommen in Frage. Das alles gehe natürlich meist nicht von heute
auf morgen, sagt Hümmer. „Viele geschasste Priester machen erst mal eine
schwierige Phase durch. Ohne Umschulung und Nachqualifizieren klappt es in den
seltensten Fällen.“
Claus Schiffgen weiß aus seiner Arbeit,
dass die Situation suspendierter Priester dann am schwierigsten ist, wenn auch
die Partnerin beruflich betroffen ist. „Ziemlich häufig verlieben sich Priester
in Frauen, die selbst im kirchlichen Umfeld tätig sind, in die
Gemeindereferentin oder Pastoralassistentin etwa. Dann sind blitzschnell beide
ihren Job los.“ Nadine Bös Faz 10
Italien: Evangelische Gemeinde freut sich auf Papstbesuch
Der Pastor der deutsch-lutherischen
Gemeinde Roms, Jens-Martin Kruse freut sich: Der anstehende Besuch des Bischofs
von Rom sei ein schönes Zeichen für die Ökumene in der Stadt. Das sagt er uns
im Vorfeld der Papstvisite. Die Gemeinde sei sehr dankbar und in freudiger
Erwartung, dass sie gemeinsam mit dem Papst einen Gottesdienst feiern können.
„Für uns als kleine lutherische
Gemeinde in Rom ist es ein besonders schönes Ereignis. Wir denken, dass es
nichts Wichtigeres geben kann, als dass wir Christen gemeinsam Gottesdienst
feiern, auf Gottes Wort hören, zu ihm beten, über sein
Wort nachdenken und meditieren. Und dass wir das mit dem Bischof von Rom
gemeinsam tun können, das ist für uns ein sehr schönes und wichtiges Ereignis.“
Bereits 1983 gab es einen Papstbesuch
in der Gemeinde, so Krus weiter.
„1983 hat Papst Johannes Paul II.
zum ersten Mal als Papst, nach 500 Jahren Trennung zwischen lutherischer und
katholischer Kirche, unsere Christuskirche hier in Rom besucht, mit der
Gemeinde Gottesdienst gefeiert und im Advent 1983 von unserer Kanzel gepredigt.
Das war für unsere Gemeinde, aber ich denke auch darüber hinaus, ein sehr
wichtiges ökumenisches Zeichen: Dass nämlich wir Christen, das was uns
gemeinsam verbindet, auch gemeinsam zum Ausdruck bringen können. Dieser Besuch
1983 ist für uns auch der Anlass gewesen, im Jahre 2008 an den Nachfolger,
Benedikt XVI., eine Einladung auszusprechen, um an das Ereignis von 1983 zu
erinnern, aber um auch heute deutlich zu machen, dass wir hier in Rom eine sehr
schöne, gelebte und vielfältige Ökumene haben. So sind wir wirklich voller
Freude, Dankbarkeit und auch Spannung auf den kommenden Sonntag.“ (rv 10)
Missbrauchsskandal. ''Und dann kommen die Machtspiele''. "Übertriebene Solidarität"
Während immer neue Missbrauchsfälle ans
Licht kommen, wird die Phase der Betroffenheit abgelöst durch die Debatte über
nötige Konsequenzen. Von Matthias Drobinski
Es gehe doch um die Kinder, sagt
Siegfried Kneißl, "ich sehe die Kinder vor mir, auch wenn sie jetzt
Erwachsene sind." Einen Aktenordner voller Kindheitsgeschichten hat der
Missbrauchsbeauftragte des Erzbistums München und Freising inzwischen.
Es sind traurige und schreckliche
Geschichten von zerbrochenem Vertrauen, von Brutalität und falscher Nähe; jeden
Tag kommen neue hinzu. "Und dann kommen die Machtspiele, in der Kirche, in
der Politik", empört sich Kneißl.
Das stimmt insofern, als dass die Phase
der Betroffenheit über die zahlreichen Missbrauchsfälle in der katholischen
Kirche, aber auch in nichtkirchlichen Schulen und Einrichtungen, abgelöst wird
durch die Debatte, welche Konsequenzen nun zu ziehen sind. Wie hart müssen die
betroffenen Institutionen aufklären? Soll der Gesetzgeber Verjährungsfristen
verlängern, Missbrauch von Minderjährigen härter bestrafen? Was bringt ein
runder Tisch?
Der Missbrauchsbeauftragte Kneissl ist
selber von dieser Debatte getroffen - das Erzbistum München-Freising wehrt sich
gegen den Vorwurf, im Fall des Klosters Ettal überreagiert und zu Unrecht den
Abt und den Prior zum Rücktritt gedrängt zu haben.
Generalvikar Peter Beer rechtfertigte
im Gespräch mit der Süddeutschen Zeitung das harte Vorgehen der Bistumsleitung.
Die Grenzüberschreitung eines Paters aus dem Jahr 2005 hätte nach dem
Kirchenrecht "auf jeden Fall" sofort dem Erzbistum gemeldet werden
müssen, sagte Beer, "wir hätten dann auch von uns aus die Staatsanwaltschaft
eingeschaltet."
Abt Barnabas Bögle habe aber erst am
Abend vor der Veröffentlichung in der SZ den Generalvikar informiert,
"nachdem wir ihn von Ettal nach München haben bringen lassen", so
Beer. Im Kloster habe "eine Insiderkultur geherrscht, die nur durch die
Rücktritte durchbrochen werden konnte". Auch seien gegen den betroffenen
Lehrer, den das Kloster durch ein Gutachten entlastet sah, neue Vorwürfe
aufgetaucht.
Beers Chef, der Münchner Erzbischof
Reinhard Marx, räumt ein, dass es in der katholischen Kirche mangelnde
Aufklärungsbereitschaft gegeben habe. "Es gab sicher Tendenzen in der
Vergangenheit, das Ansehen der jeweiligen Institution nicht zu
beschädigen", sagte Marx dem Münchner Merkur.
"Übertriebene Solidarität"
In Klöstern gebe es manchmal eine
"übertriebene Solidarität, die es schwermacht, über Negatives zu
sprechen". Marx bekannte: "Ich empfinde Scham."
Der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig
Müller wählte einen anderen Schwerpunkt: Er griff Justizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) an. "Unwahr und ehrenrührig" sei
deren Behauptung, die Kirche behindere die Aufklärung von Missbrauch.
Leutheusser-Schnarrenberger solle Beweise vorlegen oder "ihre
Amtsautorität nicht für derartige Übergriffe instrumentalisieren".
Der Bamberger Erzbischof Ludwig Schick
wiederum - so vielfältig ist derzeit die katholische Kirche - wünscht längere Verjährungsfristen für den sexuellen
Missbrauch von Minderjährigen. Die Frist solle von zehn auf 30 Jahre nach der
Volljährigkeit des Opfers angehoben werden. Doch bei diesem Vorschlag sind vor
allem die Rechtspolitiker skeptisch. Breit ist an diesem Dienstag nur die
Zustimmung zum runden Tisch, den Familienministerin Kristina Schröder und
Bildungsministerin Annette Schavan (beide CDU) einberufen wollen. "Die
Kirche ist selbstverständlich bereit, daran teilzunehmen,"
sagte Vatikansprecher Federico Lombardi in Rom.
Ratzingers Beichte
Währenddessen werden immer neue
Missbrauchsfälle bekannt: Am Bad Godesberger Jesuiten-Gymnasium Aloisiuskolleg
könnte sich die Zahl der Opfer über die bislang bekannten 30 hinaus weiter
erhöhen, sagte die Missbrauchs-Beauftragte des Jesuitenordens, Ursula Raue.
Der Limburger Missbrauchsbeauftragte
untersucht Verdachtsfälle gegen fünf weitere Priester und kirchliche
Mitarbeiter. In Österreich gab der Benediktiner-Erzabt zu, vor 40 Jahren ein
Kind missbraucht zu haben, und trat zurück. In den Niederlanden werden nun auch
Nonnen beschuldigt, sich an kleinen Jungen vergangen zu haben. Und der Bruder
von Papst Benedikt XVI., Georg Ratzinger, hat gestanden, früher Domspatzen
geschlagen zu haben: "Ich habe am Anfang wiederholt auch Ohrfeigen
ausgeteilt." SZ 10
Meinungsaustausch von Gewerkschaften und katholischer Kirche
Mainz. Im Mittelpunkt eines
Meinungsaustauschs zwischen den Vertretern der Bistümer Limburg, Trier, Mainz
und Speyer und den Gewerkschaften stand die Wirtschafts- und Finanzkrise. Der
DGB-Landesvorsitzende in Rheinland-Pfalz, Dietmar Muscheid, forderte die
Politik nachdrücklich auf, dem Finanzmarkt Grenzen zu setzen und Spekulanten
und Zockern das Handwerk zu legen. Klare Regularien seien notwendig, um zum
Beispiel zu verhindern, dass zum Nachteil ganzer Volkswirtschaften mit
Rohstoffen, Nahrungsmitteln und Währungen spekuliert werden.
Die Bischöfe betonten, dass der Markt
in der jetzigen Situation moralisch und ethisch gestaltet werden müsse und eine
Wertedebatte erforderlich sei. Die soziale Marktwirtschaft habe sich bewährt,
müsse aber weiter entwickelt werden. Aus Eigentum resultiere auch
Verantwortung. Wer den grundgesetzlichen Grundsatz ‚Eigentum verpflichtet'
nicht berücksichtige, der gefährde den gesellschaftlichen Zusammenhalt und den
sozialen Frieden. Einig waren sich beide Seiten, dass die Einführung einer
Finanztransaktionssteuer ein erster Schritt in diese Richtung sein könne. Ein
Steuersatz von 0,05 Prozent ergäbe Einnahmen von etwa 30 Milliarden Euro allein
für Deutschland, so der DGB.
Der Meinungsaustausch zwischen den
katholischen Bistümern und den Gewerkschaften soll auch künftig regelmäßig
stattfinden. Teilnehmer am Montagabend, 8. März, im DBG-Haus in Mainz waren
neben dem Landesvorsitzenden Muscheid unter anderen Ralf Sikorski (IG BCE),
Klaus-Peter Hammer (GEW), Ernst Scharbach (GdP), Jörg Köhlinger (IG Metall),
Alfred Staudt (ver.di), Bernhard Haasler (TRANSNET) und von Seiten der Kirche
die Bischöfe Dr. Stefan Ackerman (Trier) und Dr. Karl-Heinz Wiesemann (Speyer)
sowie die Generalvikare der Bistümer Limburg, Mainz, Speyer und Trier.
Hinweis: Diese Pressemitteilung wird
zeitgleich auch vom Deutschen Gewerkschaftsbund Rheinland-Pfalz verbreitet. tob (MBN)
Misshandlungen. Georg Ratzinger bittet Opfer um Verzeihung
Der frühere Regensburger
Domkapellmeister Georg Ratzinger hat am Mittwoch zugegeben, in seiner Amtszeit
von körperlichen Misshandlungen in der Internatsvorschule der Domspatzen
gewusst zu haben. Schüler hätten ihm auf Konzertreisen davon erzählt. „Aber
ihre Berichte sind bei mir nicht so angekommen, dass ich glaubte, etwas unternehmen
zu müssen“, sagte der Bruder von Papst Benedikt XVI. in der Zeitung „Passauer
Neue Presse“.
Aus heutiger Sicht verurteile er die
Misshandlungen und bitte die Opfer um Verzeihung. Er habe gewusst, dass der
Direktor der Internatsvorschule, der von 1953 bis 1992 amtierte, „sehr heftige
Ohrfeigen“ verteilt habe, „oft aus nichtigen Anlässen“, sagte der 86 Jahre alte
Georg Ratzinger. Das „Ausmaß dieser brachialen Methoden“ habe er aber nicht
gekannt.
„Eigentlich immer ein schlechtes Gewissen
dabei gehabt“
Die Internatsvorschule sei eine
selbständige Institution gewesen, die ihm nicht unterstanden habe. Es hätte für
ihn nur die Möglichkeit gegeben, sich an das Direktorium der
Domspatzen-Stiftung zu wenden, das dann hätte einschreiten können. Von dieser
Möglichkeit habe er aber keinen Gebrauch gemacht. Ratzinger gab auch zu, am
Anfang seiner Zeit als Domkapellmeister selbst Ohrfeigen verteilt zu haben; er
habe „eigentlich immer ein schlechtes Gewissen dabei gehabt.“
Georg Ratzinger sagte, er sei innerlich
erleichtert gewesen, als der Gesetzgeber 1980 körperliche Züchtigungen ganz
verboten habe; daran habe er sich „strictissime gehalten“. Früher sei eine
Ohrfeige „die nächstgelegene Reaktion auf eine negative Leistung oder ein
Versagen“ gewesen. Die Ohrfeigen seien „von der Heftigkeit her sehr
verschieden“ gewesen - „je nach dem Charakter des Vorgesetzten“.
„Bei uns im Haus ist über diese Dinge
nie gesprochen worden“
Georg Ratzinger berichtete, dass er
selbst als Schüler eines katholischen Studienseminars in Traunstein in der
Vorkriegszeit einmal geohrfeigt worden sei, weil er ein Heft verwechselt habe.
Sonst könne er sich nicht an Schläge erinnern. Dass sein Bruder Joseph, der
später an das Studienseminar gekommen sei, misshandelt worden sei, sei ihm
nicht erinnerlich. Von Fällen sexuellen Missbrauchs bei den Domspatzen vor
seiner Zeit als Domkapellmeister habe er bei der Amtsübernahme nichts erfahren,
sagte Georg Ratzinger. „Bei uns im Haus ist über diese Dinge nie gesprochen
worden.“
Nach Recherchen des Bistums Regensburg
war 1958 ein Geistlicher aus dem Musikgymnasium der Domspatzen entfernt worden,
weil er sich an zwei Buben vergangen hatte. Nach einer Verurteilung zu einer
Gefängnisstrafe soll der Geistliche an ein Schweizer Schwesternkonvent mit
einer Mädchenschule gegangen sein. Georg Ratzinger sagte in der „Passauer Neuen
Presse“, es sei nicht nur die Kirche gewesen, die zu Missbrauch und Gewalt
geschwiegen habe: „Es war in der Gesellschaft überhaupt so.“
Unterdessen klagen immer mehr ehemalige
Schüler der Internatsvorschule der Domspatzen über schwere Misshandlungen in
der Internatsvorschule der Domspatzen. Im Schuljahr 1981/1982 habe der
Direktor, ein Geistlicher, einen Buben mit einem Stuhl geschlagen, bis der
Stuhl zerbrochen sei, berichtete die „Süddeutsche Zeitung“ am Dienstag. In
früheren Jahren habe dieser Geistliche Schüler mit fünf bis zehn Stockschlägen
bestraft, die wahlweise auf die Fingerkuppen, die Fingernägel oder das Gesäß
versetzt worden seien.
Weitere Missbrauchsfälle
Auch im Bistum Limburg in Hessen gibt
es neue Fälle des Verdachts auf sexuellen Missbrauch von Kindern und
Jugendlichen. Die Vorwürfe richten sich nach Auskunft des Bistums gegen fünf
Priester und kirchliche Mitarbeiter, darunter ist auch der 2002 verstorbene
Leiter der Limburger Domsingknaben. Die Taten sollen sich in den fünfziger,
sechziger und siebziger Jahren ereignet haben. Wegen Missbrauchsvorwürfen gegen
Ordensleute am früheren Internat des Gymnasiums Johanneum im saarländischen
Homburg ermittelt die Staatsanwaltschaft gegen zwei Patres. Beide sind nach
Angaben des Bistums Münster suspendiert, wo sie zuletzt als Seelsorger tätig
waren. Und auch in unserem Nachbarland.
Nach einer Reihe von Politikern hat
erstmals auch der Erzbischof einer deutschen Diözese längere Verjährungsfristen
bei sexuellem Missbrauch gefordert. „Das wichtigste sind die Opfer, ihnen muss
die Justiz Gerechtigkeit zukommen lassen“, teilte der Bamberger Erzbischof
Ludwig Schick am Dienstag mit.
Zuvor hatte bereits Bildungsministerin
Annette Schavan (CDU) längere Verjährungsfristen verlangt. Bisher endet die
Verjährungsfrist bei sexuellem Missbrauch von Kindern und Jugendlichen in der
Regel 10 Jahre nach der Volljährigkeit des Opfers. Schick plädierte dafür, die
Frist bei der Verfolgung von sexuellem Missbrauch an Kindern und Jugendlichen
auf 30 Jahre zu verlängern, damit die Behörden die Taten auch wirklich
aufklären können. „Dieses Recht und diese Pflicht sollte nicht infrage gestellt
werden.“
Schick mahnte eine enge Zusammenarbeit
der Kirche und anderer betroffener Institutionen mit der Staatsanwaltschaft an.
Bei jedem begründeten Verdachtsfall müssten sofort die Ermittlungsbehörden
eingeschaltet werden. Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger
sieht längere Verjährungsfristen allerdings skeptisch. Die FDP-Politikerin
plädierte stattdessen in der „Süddeutschen Zeitung“ (Dienstag) für eine
Entschädigung der Opfer in bereits verjährten Fällen.
Vatikan für Runden Tisch
Der Münchner Erzbischof Reinhard Marx
begrüßte den von der Bundesregierung für April angekündigten Runden Tisch zum
sexuellen Missbrauch an Schulen. „Es ist gut, dass Vertreter aller relevanten
gesellschaftlichen Gruppen eingeladen sind“, sagte Marx dem „Münchner Merkur“.
Über die Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche sagte er: „Ich empfinde
Scham.“
Der Heilige Stuhl in Rom tritt für
einen Runden Tisch zum Kindesmissbrauch ein. Vatikansprecher Frederico Lombardi
meinte am Dienstag, vielleicht könne die schmerzhafte Erfahrung der Kirche eine
nützliche Lehre auch für andere sein, hieß es in einer Erklärung. Natürlich
seien „Fehler von kirchlichen Einrichtungen und Verantwortlichen besonders
abscheulich, denn die Kirche hat eine besondere erzieherische und moralische
Verantwortung“, doch die Frage dürfe sich „nicht nur auf die Kirche
konzentrieren“. Im Nachklang auf den Vorwurf, die Kirche arbeite mit den
Behörden nicht gut zusammen, dankte Lombardi Bundeskanzlerin Angela Merkel für
ihre Anerkennung. Diese habe der Kirche zu Recht „Ernsthaftigkeit und
Konstruktivität“ bescheinigt. Die wichtigsten kirchlichen Institutionen hätten
„rechtzeitig und entschieden“ reagiert, schrieb Lombardi. Sie hätten so das
Aufkommen des Skandals „in gewissem Sinn beschleunigt“, indem sie Opfer auch
lange zurückliegender Missbrauchsfälle aufgerufen hätten, über diese zu
berichten.
Salzburger Erzabt tritt ab
Auch in Österreich sind
Missbrauchsfälle in Klöstern bekanntgeworden. Am Salzburger Stift Sankt Peter,
dem ältesten und bedeutendsten Kloster im deutschen Kulturraum, bot Erzabt
Bruno Becker deshalb seinen Rücktritt an. Er gab zu, vor 40 Jahren, noch vor
seiner Zeit als Priester, einen damals Elfjährigen sexuell missbraucht zu
haben. Das sei nur einmal geschehen und habe sich nicht wiederholt. Das Opfer
gab an, der Erzabt habe ihm im November 2009, als er ihn mit den Vorwürfen
konfrontierte, 5000 Euro angeboten, wenn er keine weiteren Schritte unternehme.
Sechs Jahre lang hätten sich aber noch zwei andere Patres an ihm vergangen.
Einer der Pater hat den Orden später
verlassen, der andere wechselte in ein anderes Kloster und ist vor einem Monat
in Bayern verstorben. Auch im Internat des vom Zisterzienser-Kloster Mehrerau
in Vorarlberg geleiteten Gymnasiums ist vor 30 Jahren ein Schüler von einem
Pater sexuell missbraucht worden. Das bestätigte Anselm van der Linde, seit
2009 Abt des Klosters. Der Pater habe den Missbrauch gestanden, der Vater des
Schülers auf eine Anzeige für den Fall verzichtet, dass der Täter aus der
Schule abgezogen werde. Der heute Vierundsiebzigjährige sei damals versetzt
worden, habe eine Therapie absolviert und wirke noch heute als Priester in
Tirol, sagte der Abt. 2001 sei ein anderer Pater des Klosters in einen
Missbrauchsfall involviert gewesen, allerdings nicht im Internat. Dieser habe sich
„einen Burschen aus dem Drogenmilieu geholt und ihn missbraucht“. Er wurde
sofort suspendiert und gerichtlich belangt. Faz.net 10
Misshandlungen bei den Domspatzen. Ratzingers Beichte
Der langjährige Leiter der Domspatzen
und Bruder von Papst Benedikt XVI., Georg Ratzinger, hat zugeschlagen - und
nicht reagiert, als er von Misshandlungen hörte. Von K. Prummer und D. Stawski
Er hat nicht nur von den Schlägen
gewusst: "Ich habe am Anfang wiederholt auch Ohrfeigen ausgeteilt",
sagt Georg Ratzinger.
30 Jahre lang stand der Bruder von
Papst Benedikt XVI. an der Spitze der Regensburger Domspatzen. Lange hat er
sich zurückgehalten, zu Beginn noch davon gesprochen, dass die
Missbrauchsvorwürfe "eine gewisse Feindseligkeit gegen die Kirche"
erkennen lassen. Mancher hege die "bewusste Absicht", sich gegen die
katholische Kirche zu äußern, sagte der Papstbruder der Zeitung La Repubblica.
Doch in den vergangenen Tagen wurden
immer mehr Missbrauchsvorwürfe von ehemaligen Domspatzen laut.
Vorwürfe fallen in Ratzingers Amtszeit
Immer mehr Schüler meldeten sich,
berichteten von Schlägen in der Vorschule mit dem Schlüsselbund, mit einem
Stuhl. Von Prügeln als systematische Erziehungsmethode auch noch Anfang der
neunziger Jahre.
Die Schläge kamen häufig von
Schulleiter Johann Meier. Der habe den Schülern das Gefühl gegeben, in einem
"Straflager" gelandet zu sein.
Alle diese Vorwürfe fallen in
Ratzingers Amtszeit als Domkapellmeister, als Leiter der Domspatzen. Die
Schüler berichteten auch, dass Ratzinger mehrmals die Vorschule besucht habe.
Nun redet Ratzinger doch.
Er gibt zu, von Prügeln in der
Internatsvorschule gewusst zu haben. "Mir war bekannt, dass Direktor
Johann Meier sehr heftige Ohrfeigen verteilt hat", sagte er der Passauer
Neuen Presse. Einige Domspatzen hätten ihm auf Konzertreisen davon erzählt.
"Aber ihre Berichte sind bei mir nicht so angekommen, dass ich glaubte,
etwas unternehmen zu müssen." Er verurteile das Geschehene heute umso mehr
und bitte die Opfer um Verzeihung.
Johann Meier leitete die Vorschule von
1953 bis 1992 - die Amtszeiten von Meier und Ratzinger überschneiden sich zu
großen Teilen. Ratzinger stand von 1964 bis 1994 an der Spitze der Domspatzen.
Zu den Vorwürfen an der Vorschule kommt
auch noch ein Fall aus dem Regensburger Domspatzen-Internat. Der frühere
Internatsleiter Georg Z., der im Jahr 1959 im Amt war, wurde nach Angaben des
Bistums 1971 zu elf Monaten Haft verurteilt, vermutlich wegen eines Übergriffs
auf einen Schützling.
Das Urteil fiel also mitten in
Ratzingers Amtszeit.
Spätes Bedauern
Von den bekannt gewordenen Vorwürfen
sexuellen Missbrauchs in den späten fünfziger und frühen sechziger Jahren bei
den Domspatzen habe er aber nichts gewusst. "Bei uns im Haus ist über
diese Dinge nie gesprochen worden", sagte Ratzinger.
Er räumt ein, bis zum Ende der
siebziger Jahre in den Chorproben selbst hin und wieder Ohrfeigen verteilt zu
haben, wie es auch ein ehemaliger Schüler der SZ berichtete.
Ratzinger distanziert sich aber
deutlich von den Methoden des damaligen Direktors der Vorschule, in der
Grundschulkinder auf ihre Zeit bei den Domspatzen vorbereitet werden.
"Wenn ich gewusst hätte, mit welch übertriebener Heftigkeit er vorging,
dann hätte ich schon damals etwas gesagt."
Derweil versuchen Ratzinger und das
Regensburger Bistum um Bischof Gerhard Ludwig Müller eine klare Trennungslinie
zwischen den Domspatzen in Regensburg und der Vorschule in Pielenhofen zu
ziehen, die bis 1981 in Etterzhausen angesiedelt war. Sie weisen auf die
Eigenständigkeit der Vorschule hin - denn das Gros der Vorwürfe bezieht sich
auf diese Einrichtung.
In einem Kommuniqué im zentralen
Mitteilungsorgan des Papstes im Vatikan, dem L'Osservatore Romano, schreibt
Bischof Müller: "Die Grundschule (...) ist eine von den Domspatzen
unabhängige Einrichtung, bei der es nur punktuelle Zusammenarbeit auf dem
Gebiet der Musikerziehung gibt."
Auch Ratzinger betonte seine
Machtlosigkeit: Die Internatsschule sei eine völlig selbständige Institution
gewesen, in die man nicht habe "hineinregieren" können. Selbst wenn
er gewusst hätte, wie brutal es in der Vorschule zugeht, hätte er den Direktor
nicht zum Handeln zwingen können.
Rein rechtlich ist das richtig, die
Schule ist als selbständige, öffentliche Stiftung des privaten Rechts
gegründet. Ehemalige Domspatzen aber beschreiben die beiden Schulen als in der
Praxis eng verbunden.
"Ratzinger hätte es wissen
müssen", sagt ein Betroffener. "Und ein Wort von ihm hätte gereicht,
dann wäre es vorbei gewesen." SZ 10
Missbrauchsverdacht im Bistum Mainz
Auch im katholischen Bistum Mainz sind
jetzt erste Verdachtsfälle auf sexuellen Missbrauch öffentlich geworden. Im
Knabenkonvikt Bensheim soll es bis Ende der 1970er Jahre zu Misshandlungen und
Übergriffen durch zwei Täter auf Schüler gekommen sein.
MAINZ/BENSHEIM - In
einem früheren Jungen-Internat des Bistums Mainz im hessischen Bensheim sollen
in den 60er und 70er Jahren Schüler sexuell missbraucht und misshandelt worden
sein. Einer der Verdächtigen sei der damalige Leiter - ein Sozialarbeiter -,
der andere ein Priester, teilte ein Sprecher des Bistums am Mittwoch mit. Sie
sollen unter anderem Schüler aus nichtigen Anlässen massiv geprügelt haben.
Beim damaligen Leiter stehe auch der Verdacht des sexuellen Missbrauchs im
Raum. Die Staatsanwaltschaft in Darmstadt sei informiert. Das Bistum zeigte
sich tief betroffen und bot allen Opfern angemessene Hilfe und Begleitung an.
Das Knabenkonvikt war ein Internat für
Schüler, die ein Gymnasium in Bensheim besuchten. 1981 wurde es aus
wirtschaftlichen und pädagogischen Gründen geschlossen. Der Leiter schied den
Angaben zufolge bereits 1979 aus dem Dienst des Bistums aus. Nach Auskunft des
Sprechers hat sich bisher kein Opfer von sexuellem Missbrauch gemeldet, aber
ein Opfer von Misshandlungen durch den Priester. Weitere Hinweise ergäben sich
aus Äußerungen eines früheren Mitarbeiters.
Ehemalige Schüler, die Angaben zu
Sachverhalten in der fraglichen Zeit oder auch davor machen könnten, sollten
sich beim Bistum melden, appellierte der Sprecher. Der Beauftragte des Bistums
für Missbrauchsfälle, Richard Seredzun stehe dafür bereit. Der Sprecher
betonte, das Bistum setze sich für eine sorgfältige Aufklärung ein. Das Bistum
Mainz erstreckt sich mit zwei Dritteln seines Gebiets auf Hessen. dpa/ddp 10