Notiziario religioso  10-11  Marzo  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Mercoledí 10. Il commento al Vangelo. Gesú e la legge  1

2.       Giovedí 11. Il commento al Vangelo. Gesú ed i demoni 1

3.       Sul decreto si spacca la Cei. Dure critiche, poi la smentita  2

4.       Ratisbona, padre Ratzinger si scusa "Anch'io talvolta li ho picchiati"  2

5.       La Chiesa e la morale non rispettata  2

6.       «La pedofilia? Non c'è solo nella Chiesa»  3

7.       Nigeria, il massacro infinito tra cristiani e musulmani 3

8.       L’ultimo strappo: mons. Marchetto sui richiedenti asilo  4

9.       Lo strano caso dell'icona di Parigi 4

10.   Terremoto Cile. Un patrimonio a pezzi. Almeno 20/30 chiese distrutte, un appello alla solidarietà  5

11.   San Miniato.  Con diversi approcci . Dossier sul fenomeno "immigrazione nel territorio"  5

12.   L'universo dei minori. Caritas e volontariato: dall'analisi all'impegno  6

13.   L’Aquila. Un equilibrio da ritrovare. Incontro con il vescovo ausiliare, mons. Giovanni D'Ercole  6

14.   Agorà die giovani. Uscire da se stessi. La tappa in Egitto  7

 

 

1.       Der Missbrauchskandal weitet sich aus. Vatikan unterstützt deutsche Bischöfe  8

2.       Kardinal Sterzinsky: Schulbesuch für Kinder ohne Aufenthaltsstatuts zügig realisieren  9

3.       Im Gespräch: Bischof Stephan Ackermann. „Ich werde das Gespräch mit Opfern suchen“  10

4.       Erziehungsmethoden bei den Domspatzen. Auch Papstbruder Ratzinger hat Schüler geohrfeigt 11

5.       Missbrauchsskandal. Der kirchliche MakelDenken statt Demut 11

6.       Papst: „Mehr Verantwortung für Laien in der Kirche“  12

7.       Nach Missbrauchs-Skandalen. Ministerin poltert gegen katholische Kirche  12

8.       Missbrauchsverdacht in Augsburg Kirche stellt Pfarrer Ultimatum   13

9.       Polen: Bischöfe verteidigen sich  13

10.   Konservative Christen. US-Asyl für deutsche Schulverweigerer in Gefahr 13

11.   Was wusste Ratzinger? Papst soll zu Missbrauch Stellung beziehen  13

12.   Vatikan: „Missbrauch entschlossen aufklären“  14

13.   Missbrauch in der Kirche. "Die Opfer im Blick behalten"  14

14.   Religiöse Unruhen. Mehr als 500 Tote in Nigeria  15

15.   Vom Denkmal zum Mahnmal: der Kölner Dom   15

16.   Der Vatikan bittet um Spenden für ihre Glaubensbrüder im Heiligen Land  16

 

 

 

Mercoledí 10. Il commento al Vangelo. Gesú e la legge

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 5,17-19) commentato da P. Lino Pedron 

 

  17 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono

  venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non

  siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno

  dalla legge, senza che tutto sia compiuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo

  di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto,

  sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li

  insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Gesù adempie le Scritture realizzando nella sua persona ciò che esse dicevano di

lui. L’adempimento della Legge da parte di Gesù non è di ordine puramente

dottrinale: è l’impegno stesso della sua vita e della sua morte.

Egli non è venuto per frustrare le attese dell’Antico Testamento, ma per

realizzarle: non vuota la Legge del suo contenuto, ma la riempie fino all’ultimo

livello, portandola fino alla sua più alta espressione.

Gesù non è un avversario di Mosè, ma non è nemmeno un suo discepolo; è al

contrario il vero legislatore che Dio ha inviato agli uomini di tutti i tempi,

di cui Mosè era solo un precursore.

Alla venuta del Messia, Mosè è invitato a scomparire (cfr Mt 17,8). La Legge era

incompleta non perché non esprimesse la volontà di Dio, ma perché la esprimeva

in un modo imperfetto e inadeguato. Anche i minimi dettagli della Legge

conservano il loro eterno valore, soprattutto se la Legge è quella rinnovata da

Cristo (v. 18).

Gesù compie la Legge, che manifesta la volontà del Padre, amando i fratelli.

L’amore non trascura neanche un minimo dettaglio, anzi manifesta la propria

grandezza nelle attenzioni minime.

Le realtà più solide, il cielo e la terra, potranno cadere ma non cadrà un iota,

 

cioè la particella più piccola della Legge, finché non sia attuata. Non si

tratta di salvaguardare l’adempimento del codice fin nelle sue minime

prescrizioni, ma di comprenderne il profondo contenuto che sopravvive nel

Vangelo: l’amore. Con la proclamazione del Vangelo l’Antico Testamento non

finisce, ma si attua nel Nuovo. De.it.press

 

 

 

Giovedí 11. Il commento al Vangelo. Gesú ed i demoni

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 11,14-23) commentato da P. Lino Pedron 

 

  14 Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto

  cominciò a parlare e le folle rimasero meravigliate.

  15 Ma alcuni dissero: «E' in nome di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli

  scaccia i demòni». 16 Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un

  segno dal cielo. 17 Egli, conoscendo i loro pensieri, disse: «Ogni regno

  diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull'altra. 18 Ora, se anche

  satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite

  che io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl. 19 Ma se io scaccio i demòni in

  nome di Beelzebùl, i vostri discepoli in nome di chi li scacciano? Perciò essi

  stessi saranno i vostri giudici. 20 Se invece io scaccio i demòni con il dito

  di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio.

  21 Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i

  suoi beni stanno al sicuro. 22 Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince,

  gli strappa via l'armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino.

  23 Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde.

E’ lo Spirito Santo che ci libera dallo spirito maligno. Nel capitolo quarto del

vangelo di Luca avevamo letto: "Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal

Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu

tentato dal diavolo… Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si

allontanò da lui per tornare al tempo fissato" (Lc 4,1.13). La lotta che Gesù

condusse contro satana nel deserto, ora continua. La sua forza è lo Spirito del

Padre. Di fronte a questi due contendenti, ognuno deve schierarsi. Non è

possibile rimanere neutrali (cfr v. 23).

Le tentazioni che Gesù subì nel deserto ritornano continuamente durante la sua

vita. Il diavolo e i suoi amici chiedono sempre e monotonamente la stessa cosa:

un segno dal cielo (v. 16). E Dio dà i suoi segni: non quelli della potenza, ma

quelli dell’umiltà. Il segno di Dio è il segno della Croce. Non può darne uno

più grande. Là infatti dona tutto se stesso e si rivela come amore infinito e

incondizionato per noi.

Vincere lo spirito del male è il primo obiettivo della missione di Gesù (cfr Lc

10,18) per donare all’uomo il suo Spirito di Figlio. Ogni vittoria sullo spirito

di menzogna e di egoismo si ottiene solo con la forza dello Spirito di verità e

di vita (cfr Lc 9,49-50).

Satana ha vinto ogni uomo nel primo uomo, Adamo. Da allora egli è "l’uomo forte,

bene armato" (v. 21) che fa la guardia ai suoi possedimenti, che sono tutti i

regni della terra (cfr Lc 4,6). Gesù è "il più forte" (cfr Lc 3,16)

preannunciato da Giovanni il Battista. Egli viene dall’alto come sole che sorge

per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte (cfr Lc

1,78-79). La sua vittoria è automatica, come quella della luce sull’oscurità. Ad

essa può sottrarsi solo chi chiude gli occhi nella cecità volontaria (cfr Gv

9,41). Gesù spoglia satana di tutte le sue armi, che sono quelle dell’avere, del

potere e dell’apparire, quando more, spogliato di tutto, sulla croce. In questo

modo restituisce all’uomo ciò che il demonio gli aveva tolto: la sua vera

identità di immagine di Dio e la sua realtà di figlio di Dio.

Lo stare con Gesù è la caratteristica della nostra vita presente (cfr Lc 8,2; Mc

3,4) e della nostra vita futura (cfr 1Ts 4,17). Chi non è con Gesù è con il

diavolo. Non esiste una terza posizione, una terza possibilità. De.it.press

 

 

 

 

 

Sul decreto si spacca la Cei. Dure critiche, poi la smentita

 

Mogavero: scorretto cambiare le regole. Pompili: giudizio personale

di FRANCA GIANSOLDATI

 

CITTA’ DEL VATICANO - Il ddl salvaliste mina la democrazia. Il giudizio di un autorevole vescovo ai microfoni della Radio Vaticana ha finito per creare momenti di imbarazzo istituzionale tra la Conferenza Episcopale Italiana, il Vaticano, Palazzo Chigi e il Quirinale. Tutto in un colpo solo. Monsignor Domenico Mogavero, responsabile della Cei per gli affari giuridici, chiamato dall’emittente pontificia ha stigmatizzato: «Cambiare le regole del gioco mentre il gioco è in corso è un atto altamente scorretto». E ancora. «La democrazia è una realtà fragile che ha bisogno di essere sostenuta e accompagnata da norme, da regole, altrimenti non riusciamo più a orientarci». Insomma, se vengono a mancare crolla l’impalcatura generale. A suo parere i fatti di questi giorni dimostrano solo che «vi sono state leggerezze, manchevolezze, approssimazioni nell’affrontare il gioco democratico» tanto che - «forse - ha aggiunto - siamo impreparati a una democrazia sostanziale». Poi il vescovo di Mazara del Vallo, una delle voci meno ingessate dell’episcopato italiano, ha fatto presente come in democrazia «non si possa fare una distinzione fra ciò che sono le regole e quello che è il bene sostanziale. Non sono un aspetto accidentale del vivere assieme». Insomma «un grandissimo pasticcio».

Apriti cielo. Poche ore dopo la messa in onda per riequilibrare la lettura, è dovuta intervenire la Cei. Il cardinale Bagnasco ha affidato al portavoce monsignor Pompili una precisazione: «Le questioni di procedura elettorale hanno natura squisitamente tecnico-giuridica ed hanno assunto nelle vicende degli ultimi giorni ricadute di tipo politico ed istituzionale. Considerata questa connotazione la Cei non ha espresso e non ritiene di dover esprimere valutazioni al riguardo». Traduzione: le posizioni di Mogavero non rispecchiano quelle dell’intera compagine episcopale ma più che una sconfessione, è stato un chiarimento per neutralizzare frizioni istituzionali. La Cei non detta nessuna linea, tra i vescovi c’è libertà di espressione, non vi è alcun indirizzo prestabilito perchè come gli elettori cattolici, anche i vescovi tra loro sono spaccati tra chi ritiene il decreto salva-liste una insidia alla democrazia, e chi lo giudica un intervento garantista. L’episodio ha però finito per infiammare ulteriormente il già rovente dibattito politico. Il presidente dei senatori del Pdl, Gasparri, ha liquidato Mogavero. Le sue sono «opinioni personali sconfessate dalla Cei. Chi conosce le cose sa che c’è piena sintonia sulle regole e anche su impegni e programmi per le Regioni». Di segno opposto deputati e senatori del Pd. Di Giovan Paolo, Farinone, Sassoli. «Quelle di Mogavero sono argomentazione impeccabili. Fa bene la Chiesa a ricordare che la democrazia è un sistema fragile che va protetto e difeso dall’arbitrio». Im 8

 

 

 

 

Ratisbona, padre Ratzinger si scusa "Anch'io talvolta li ho picchiati"

 

Il fratello del Papa sulla vicenda di abusi sugli ex ragazzi del Coro dei Passeri

"Avevo saputo che il rettore del convitto li picchiava sistematicamente"

dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI

 

BERLINO - Padre Georg Ratzinger, il fratello maggiore di Papa Benedetto XVI, si è scusato con gli ex ragazzi del Coro dei Passeri del Duomo di Ratisbona per le percosse e gli abusi subìti in passato. E rivela due fatti per la prima volta: che egli stesso qualche volta ha dato ceffoni ai bimbi del Coro. E che dai suoi piccoli coristi aveva saputo che il rettore dell'Internat, il convitto in cui i ragazzi vivevano, li picchiava sistematicamente, con durezza e spesso persino senza alcun motivo che potesse spingerlo a decidere una punizione.

 

Il fratello del Pontefice ha fornito queste rivelazioni un una lunga intervista uscita stamane sulla Passauer Neue Presse, il quotidiano conservatore e cattolico bavarese, molto vicino alla Chiesa e alla Csu (Unione cristiano-sociale, il partito cattolico-arciconservatore al potere in Baviera). Le sue risposte offrono nuovi, pesanti dettagli sul clima di violenza e paura nelle istituzioni cattoliche, e inaspriscono di fatto il clima, a pochi giorni dall'incontro in Vaticano tra il Papa e il presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Robert Zollitsch.

 

"Io ero felice a ogni prova del Coro", racconta padre Georg Ratzinger, "ma devo ammettere che spesso diventavo depresso, perché non raggiungevamo i risultati che volevo. E all'inizio io ho spesso distribuito schiaffi, anche se poi mi rimordeva la coscienza per averlo fatto". Egli aggiunge di non aver mai picchiato nessun ragazzo fino a procurargli lividi o lesioni.

 

Sempre nell'intervista alla Passauer Neue Presse, egli racconta che quando il Coro era in viaggi per concerti fuori sede, "i ragazzi mi hanno raccontato cosa succedeva al convitto". E quindi egli sapeva, come ammette, che il rettore, indicato in nome della privacy solo con l'iniziale M., "dava schiaffi molto violenti e anche che lo faceva per motivi molto futili". Ma il convitto era un'istituzione indipendente, quindi egli, come maestro del Coro, non aveva l'autorità di denunciarlo. E comunque non seppe mai di abusi sessuali, quindi di abusi sessuali non si parlò mai. In ogni caso "io fui molto felice, mi sentii sollevato quando nel 1980 furono vietate le punizioni corporali". "Anch'io, da piccolo, presi dei ceffoni", egli nota.

 

La situazione per la Chiesa cattolica si fa dunque sempre più difficile nel paese del Papa. Ieri la ministro della Giustizia tedesca, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, ribadendo la richiesta di una urgente Tavola rotonda tra governo, istituzioni scolastiche e chiese sul problema di abusi sessuali e violenze, ha accusato il Vaticano di aver a lungo coperto i casi con un muro di silenzio. Un muro, ha sottolineato, che veniva da una direttiva emanata dalla Congregazione della dottrina della fede nel 2001, quando cioè la dirigeva l'allora cardinale Joseph Ratzinger. LR 9

 

 

 

La Chiesa e la morale non rispettata

 

Nonostante la «tolleranza zero» di Benedetto XVI sulla pedofilia del clero cattolico o la sua denuncia del carrierismo privo di scrupoli che starebbe contagiando gli ambienti ecclesiali, il vento «anti-romano» soffia con sempre maggior forza. Lo sconcerto è diffuso sia nel mondo laico che tra i cattolici impegnati, di fronte alla sequenza di notizie che vedono figure religiose e ambienti ecclesiali coinvolti in scandali e casi di corruzione. Anzitutto, dalle inchieste giudiziarie su Angelo Balducci (ex numero due della Protezione civile, indagato per gli appalti del G8, e persona che nientemeno si fregia del titolo di Gentiluomo del Papa) balzano alle cronache intrecci incresciosi con gli ambienti vaticani, vuoi nella persona di un uomo di chiesa che conservava in una cassetta di sicurezza assegni degli appalti truccati, vuoi in un membro del coro di San Pietro che procacciava per Balducci incontri omosessuali. È di questi giorni inoltre la notizia che uno dei discepoli del fondatore dei Legionari di Cristo ha raccontato alla radio messicana di essere stato oggetto di abusi sessuali, chiedendo alla Congregazione un risarcimento di 26 milioni di dollari per non svelare più nulla. L’ultima ferita chiama in causa proprio la Chiesa d’origine di Ratzinger, con la rivelazione di casi di pedofilia che si sarebbero verificati molti anni fa a Ratisbona nel coro di voci bianche diretto dal fratello del Papa; notizia questa che è seguita all’autodenuncia per abusi sessuali del rettore di uno dei più prestigiosi licei cattolici della Germania e all’irruzione della polizia per analoghi reati in un collegio bavarese tenuto dai Benedettini.

 

Vicende come queste non fanno certamente bene né alla Chiesa né alla più ampia società. In Italia, la gente comune è già nauseata (anche se il disgusto non sembra avere conseguenze nella cabina elettorale) da forze politiche che passano sopra le regole democratiche e che nella realizzazione delle opere pubbliche di fatto si affidano a faccendieri senza scrupoli e affini alla corruzione. Figurarsi cosa pensa di una Chiesa che in varie circostanze risulta invischiata in queste zone d’ombra, che la confermano nell’idea che essa «predica bene e razzola male», stando ai casi di suoi ministri impegolati in scandali di varia natura. Anche la Chiesa non è risparmiata dalla crisi che oggi investe tutte le istituzioni, capace di vanificare il suo motto antico «extra ecclesiam nulla salus».

 

Ciò che sta avvenendo in Germania è a questo livello emblematico. In quella nazione non è in discussione la funzione pubblica e sociale delle due più grandi istituzioni religiose, rappresentate dalla Chiesa cattolica e dall’insieme delle Chiese evangeliche. Queste ultime se la passano meglio della Chiesa cattolica, anche se esse vivono una crisi di rappresentanza, sfociata di recente nelle dimissioni della loro «papessa», che appena neo-eletta è stata fermata alla guida della sua auto in stato di ubriachezza. Ma i mal di pancia del mondo cattolico sono molto più profondi e laceranti, proprio per la scoperta che la pedofilia del clero cattolico è una faccenda anche nazionale, non limitata soltanto agli Usa e all’Irlanda. Gli oltre 100 casi di abusi sessuali su minori attualmente denunciati avrebbero riguardato nel tempo soprattutto gli istituti e i collegi gestiti da due grandi ordini religiosi (i gesuiti e i benedettini), particolarmente dediti alla formazione delle élite; più che le scuole che dipendono dalle diocesi cattoliche tedesche, che annoverano tra gli insegnanti una larga quota di laici. Nell’insieme, il mondo delle istituzioni ha reagito in modo composto a queste notizie sconvolgenti, e nessun partito o «chiesa parallela» sembra voler approfittare della grave crisi che sta interessando la Chiesa cattolica, riconoscendo che le «mele marce» sono una piccola realtà di un’istituzione che contribuisce a vari livelli a dar stabilità al sistema. Tuttavia, l’opinione pubblica è in gran subbuglio e si sta diffondendo un sentimento anti-vaticano (di cui si fanno portatori sia il mondo laico, ma anche alcune realtà ecclesiali) per il preteso monopolio della Chiesa cattolica sulle questioni dell’etica sessuale e familiare. Perché il Vaticano e i vescovi si ergono a baluardo di una rigidità morale che non sono in grado di far rispettare nemmeno dentro il loro recinto? Perché questa istituzione religiosa non è disposta a rivedere alcune sue norme che rendono infelici le persone e producono molti danni?

 

Ovviamente si tratta di interrogativi anche rivolti al Papa tedesco, che pure si dà un gran da fare per ripulire gli ambienti ecclesiali della gramigna che contamina il grano e per ribadire la maledizione biblica per cui meglio sarebbe che «chi fa violenza ai piccoli e agli indifesi non fosse mai nato».  FRANCO GARELLI LS 8

 

 

 

 

«La pedofilia? Non c'è solo nella Chiesa»

 

Padre Lombardi: «Questione molto più ampia, concentrare le accuse falsa la prospettiva»

 

MILANO - Gli episodi di pedofilia non riguardano solo la Chiesa ma anche altri ambienti ed «è bene preoccuparsi anche di questi». Questa la posizione espressa dal portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, in una nota per Radio Vaticana. Nel comunicato il sacerdote cita ad esempio il caso dell'Austria dove in un certo periodo di tempo «i casi accertati in istituzioni riconducibili alla Chiesa sono stati 17, mentre ve ne sono stati altri 510 in altri ambienti». «Questi fatti - ha aggiunto il direttore della sala stampa vaticana riferendosi agli abusi sui minori - mobilitano la Chiesa ad elaborare le risposte appropriate e vanno inseriti in un contesto e in una problematica più ampia che riguarda la tutela dei bambini e dei giovani dagli abusi sessuali nella società». «Certamente - ha proseguito - gli errori compiuti dalle istituzioni e da responsabili ecclesiali sono particolarmente riprovevoli, data la responsabilità educativa e morale della Chiesa. Ma tutte le persone obiettive e informate sanno che la questione è molto più ampia, e il concentrare le accuse solo sulla Chiesa porta a falsare la prospettiva». Lombardi è intervenuto anche sul caso degli abusi in Germania, sostenendo che la Chiesa ha «affrontato il manifestarsi del problema con tempestività e decisione» e «concentrare le accuse solo su di essa porta a falsare la prospettiva».

LE SCUSE DEL FRATELLO DEL PAPA - Sul nuovo caso scoppiato in Germania, i presunti episodi di pedofilia nel coro di Ratisbona, è tornato Georg Ratzinger: il fratello del Papa, direttore del coro dal 1964 al 1994, ha chiesto perdono ai Piccoli cantori del Duomo e ha ribadito di non essere mai stato a conoscenza di episodi di abusi sessuali nell'ambito del coro stesso. Lo ha detto nel corso di un'intervista al quotidiano Passauer Neuen Presse. Ratzinger, che è stato direttore del coro dal 1964 al 1994, ha inoltre ricordato che alcuni ragazzi gli raccontarono come andavano le cose nella scuola di preparazione. Però, ha sottolineato, le loro storie non lo indussero a pensare di «dover intervenire in qualche modo». Tra l'altro, ha spiegato, la scuola preparatoria è un istituto a e non si può intervenire sulla sua gestione.

SOLO QUALCHE SCHIAFFO - Lo stesso fratello maggiore del Papa, ha ammesso - sempre secondo il giornale - di aver dato qualche schiaffo ai ragazzi fino agli anni '70 e di essere stato «sollevato» quando le punizioni fisiche vennero vietate dalla legge all'inizio degli anni '80. Ratzinger ha preso di nuovo le distanze dalle pratiche adottate presso la scuola preparatoria dei "Passerotti del Duomo di Regensburg". «Se avessi saputo con quale esagerata violenza si agiva, già allora avrei detto qualcosa», ha detto riferendosi al direttore della scuola.

ABUSI IN AUSTRIA - Nel frattempo, la stampa austriaca riporta presunti casi di abusi sessuali che si sarebbero verificati in due istituti religiosi del Paese negli Anni Settanta e Ottanta. Secondo i media austriaci, l'attuale padre superiore dell'abbazia San Pietro di Salisburgo ha ammesso di essere implicato in uno di questi casi e proposto le proprie dimissioni. Secondo la radio pubblica O1, il padre superiore ha riconosciuto di aver abusato di un giovane, oggi 53enne. Non solo: secondo la radio, alla fine del 2009 il religioso avrebbe offerto, in una lettera alla vittima, 5000 euro in cambio del suo silenzio, visto che i fatti erano giuridicamente prescritti. Interpellato dall'emittente, l'arcivescovo di Salisburgo Alois Kothgasser ha affermato che si trattava di un «risarcimento danni». «Volevamo stabilirne la somma con la vittima», ha detto.   Ansa 9

 

 

 

 

 

Nigeria, il massacro infinito tra cristiani e musulmani

 

Nel nome di Dio si annientano interi villaggi. Ieri l'ultima strage: 500 morti

Due boss politici locali ispirano le bande di ragazzi che si danno la caccia

dal nostro inviato GUIDO RAMPOLDI

 

KURU KARAMA (NIGERIA CENTRALE) - Per ammazzare con quella frenesia dovevano avere nella testa molto koskovo, il gin locale, piuttosto che le incitazioni allo sterminio rivolte al suo popolo dal Dio dell'Antico Testamento: "Uccidi uomini e donne, bambini e neonati". Ma hanno macellato i musulmani del villaggio proprio in quel modo.

E quando adesso ascolti i ragazzini raccontarti come i cristiani adempivano con i machete al comandamento del Signore degli Eserciti - "Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno davanti a voi trafitti dalla spada" - , quando ti rendi conto che tra le rovine bruciate l'unico edificio intatto è il tempio dei pentecostali, devi domandarti se chi ha ordinato questa strage non legga la Bibbia esattamente come, nel campo avverso, alcuni islamisti leggono il Corano. E cioè come una teologia del terrorismo particolarmente utile per annientare gruppi umani rivali, depredare, sottomettere, e poi spacciare quei crimini per eroici atti di fede.

 

Lo scontro antico che dall'Africa alle Molucche sta ritrovando nelle religioni pretesti, ispirazioni e complici, in Nigeria centrale obbedisce ad una simmetria radicale: musulmani e cristiani fanno fuori interi villaggi. Grosse bande attaccano di sorpresa insediamenti isolati e non risparmiano nessuno, neppure i bambini. L'altra notte una masnada di musulmani ha massacrato i cristiani di Doko Nahawee, ammazzandone forse cinquecento. Cinque settimane prima, il 26 gennaio, era stata cancellata dalle mappe Kuru Karama. Dei tremila abitanti, i cristiani ne hanno sterminati almeno centocinquanta, quelli troppo vecchi o troppo giovani per scappare, e quelli decisi a difendere le loro cose. Tra le casette di terra rappresa, nessuna delle quali conserva la lamiera che fungeva da tetto, incontro quattro soldati depressi e tre scolari sedicenni venuti a cercare i quaderni che tenevano vicino al letto.

 

I soldati hanno tappato con la terra due pozzi in cui gli attaccanti avevano gettato gli uccisi: troppi cadaveri, spiegano, e non sapevano come tirarli fuori. I ragazzini appartenevano ad una classe che è stata decimata dai machete quando ha cercato di scappare attraverso il cerchio degli assedianti. Mentre ne raccontano non trovano le parole, e hanno gli occhi sgranati, non so se per paura, orrore o incredulità.

 

Nessuno di loro, dicono, si attendeva l'attacco. Non è difficile crederlo. Kuru Karama è uno dei tanti insediamenti dell'etnia Hausa nello Stato del Plateau, villaggi dove trovi una piccola moschea accanto ad un minuscolo tempio cristiano, e botteghe che espongono appaiati poster di Cristo dal cuore palpitante e ragazze in estasi coranica. Intorno, una terra che non può suscitare appetiti - campi riarsi, una boscaglia rada sparpagliata sopra una landa polverosa. Ma Kuru Karama ha una particolarità: è interamente circondata dai villaggi dell'etnia cristiana, i Birom, che nel Plateau esprime il potere. Questo gli è stato fatale.

 

Se invece risaliamo la concatenazione delle causalità, il destino si presenta nella forma insospettabile di una legge in teoria molto democratica. Per salvare dall'assimilazione le più piccole tra le 250 etnie nigeriane, ciascuno dei 36 governi che formano la federazione attribuisce lo status di "popolazione indigena" alle tribù considerate autoctone, e con lo status accessi privilegiati all'istruzione e all'amministrazione pubblica, cioè all'unica possibilità di trovare un impiego decente. Gli Hausa sono nel Plateau dalla metà dell'Ottocento, ma il governo locale, egemonizzato dai Birom, non li considera "indigeni". Dal 2001 questa discriminazione è la causa delle loro rivolte furiose, e della reazione altrettanto brutale dei Birom.

Ogni volta più violento, lo scontro comincia a sovrapporsi ad una linea di faglia che attraversa la Nigeria dalla sua origine coloniale. Il Paese fu inventato dai britannici nel 1914 assemblando incongruamente il nord musulmano e il sud cristiano. Dopo la fine della dittatura militare (1999) dodici Stati del nord, invogliati da donazione saudite, hanno deciso di applicare la sharia ai loro cittadini, sia pure su basa volontaria. Ma uno dei dodici ci ha ripensato e gli altri non applicano la legge coranica nella parte sostanziosa. Però i gruppi dominanti (musulmani) si sentono autorizzati a rinforzare i pretesti con i quali si spartiscono gli impieghi statali. Nelle università, docenti cristiani si vedono negare cattedre, nelle scuole diminuiscono gli insegnanti non islamici. A loro volta alcune oligarchie cristiane della Nigeria centrale hanno cominciato a praticare la discriminante religiosa per tenere a bada etnie "non indigene" a maggioranza musulmana, come gli Hausa, che rivendicano i propri diritti. E poiché questa divaricazione ora attraversa anche gli apparati di sicurezza, sta diventando pericolosa per un Paese che fatica a trovare una comune ragione sociale, se non nei colossali proventi del petrolio.

 

Questi conflitti non potrebbero ricorrere alla maschera della religione se i cleri si opponessero. In questa regione, un frangiflutti di etnie e credi, hanno formato un comitato inter-religioso che si riunisce nella città di Jos per prevenire tensioni. I partecipanti si conoscono dal tempo delle elementari ma, mi confida uno di loro, dubitano tutti nello stesso modo della sincerità di quel che viene detto. E con ragione: infatti gli uni e gli altri mantengono un omertoso riserbo sulle malefatte delle bande giovanili cristiane e musulmane. Queste gang sono ispirate da due politici rivali, eminenze dello stesso partito: il governatore cristiano, un ex generale dell'aviazione di etnia Birom; e un ex ministro musulmano, di etnia Hausa.

Quest'ultimo avrebbe organizzato le violente dimostrazioni di gennaio, inizio dei tumulti. Motivo o pretesto: i cristiani avrebbero impedito la ricostruzione di una casa di musulmani, distrutta a Jos negli scontri di due anni fa. I musulmani hanno reagito con roghi di case cristiane e attacchi alle chiese, il 24 gennaio, una domenica. In ogni caso, a sera la rivolta era finita, stroncata dall'esercito nel solito modo: sparando ad altezza d'uomo sui dimostranti. Però i cristiani avevano subito vittime, anche se in numero minore dei musulmani, e l'oligarchia dei Birom voleva dare una lezione agli Hausa. Nelle ore successive la tv di Stato, diretta da un pastore pentecostale, ha mandato in onda a ciclo continuo notiziari eccitati, culminati il 26 in un editoriale che secondo i musulmani suonava come un appello al massacro. "Era tutto pianificato, possiamo provarlo", mi dice Sani Mudi, il portavoce della comunità musulmana nel Plateau, mostrandomi la pila di carte alta due palmi che questa settimana consegnerà alla Corte penale internazionale, a L'Aja.

 

Di sicuro gli stermini del Plateau non sono spontanei. Non lo è stato il massacro di Kuru Karama, anche se tra gli esecutori c'erano giovani Birom dei villaggi limitrofi. "Ne ho riconosciuti diversi", racconta Samir Abubakar, un commerciante di frutta che trovo tra le rovine. Quando è cominciata la caccia al musulmano, tra le case e nella campagna, è scappato nel panico, abbandonando i suoi familiari. Ha ritrovato la moglie in ospedale (la foto che ha nel telefonino la mostra con le braccia ingessate, per le tre fratture prodotte da altrettanti colpi di machete). Invece non ha più notizie della madre, probabilmente bruciata dentro la moschea, viva o già morta, e poi gettata in fondo ad un pozzo.

Quando i Birom che avevano circondato il villaggio hanno cominciato ad avanzare, uno dei tre pastori cristiani presenti quel giorno nel villaggio ha cercato di fermarli. Ma è stato picchiato e legato ad un albero, mi confermano gli studenti. Gli altri due se la sono filata. Si può assolvere la loro fuga, non il silenzio dei religiosi musulmani e cristiani. Con l'unica eccezione di monsignor John Onayekam, l'arcivescovo cattolico, pastori evangelici e mullah tacciono oppure si nascondono dietro dichiarazioni vaghe. Fingono di non sapere. Kuru Karama è a mezz'ora di macchina ma il massacro non suscita curiosità nel reverendo Caleb Ahima, segretario generale della Chiese pentecostali. Quando gliene domando risponde così: "Le crisi mettono in luce i limiti della condizione umana". Ben detto, ma chi è stato? "Non sappiamo, c'è in giro molta maligna propaganda". Ma chi è stato? "Io non sostengo le uccisioni illegittime". Il massimo che gli si può cavare è un "non escludo che alcuni cristiani...".

 

Poi il reverendo Ahima mi rivela che all'origine di tutto c'è l'ossessione piantata nella testa dei musulmani: concludere la guerra santa che i loro avi fallirono oltre un secolo fa e "bagnare il Corano nell'oceano", cioè impossessari dell'intera Nigeria. E ora tutto è più chiaro. Ai suoi occhi gli Hausa di Kuru Karama erano un avamposto dell'avanzata islamica verso la costa. Comprensibile che il loro sterminio non lo colpisca più di quanto l'ammazzamento di cristiani (non) impressioni tanti mullah, a loro volta convinti che i cristiani cospirino contro l'islam.

 

Quando il gregge si trasforma in branco di lupi, spesso i pastori lo assecondano. Gli trovano giustificazioni. E si tappano le orecchie per non udire le grida degli scannati. C'è anche un clero che si oppone e reagisce, non di rado in solitudine. Ma la tendenza generale oggi non sembra quella. Lì dove musulmani e cristiani coabitano da secoli, lo spirito del tempo sembra semmai soffiare nelle vele della religiosità più aspra, più sanguigna, più militante. Come altrove in Asia e in Africa, anche in Nigeria ne profitta tanto l'estremismo islamico quanto il cristianesimo dei pentecostali, un credo che ha conosciuto un boom spettacolare nell'ultimo secolo, al punto che oggi rappresenterebbe, per numero di fedeli, la seconda fede cristiana dopo il cattolicesimo. Qui noti anche come formidabili guaritori di indemoniati, i pastori pentecostali hanno una predisposizione per la prima linea, non a caso la loro casa madre è nella tumultuosa città di Jos, e una venerazione per la Parola sacra, nella quale non è difficile imbattersi nel Dio degli Eserciti, quello che non fa sconti. L'estremismo islamico lo frequenta da tempo, e infatti neppure in Nigeria distingue tra adulti e bambini quando massacra.

 

Musulmani o cristiani, gli assassini e i mandanti delle stragi occorse a Jos nel 2001, 2004, 2008 e nel gennaio 2010, sono tutti liberi. La polizia non li cerca. I suoi posti di blocco all'ingresso di Jos, una dozzina, la settimana scorsa sembravano soprattutto un'occasione offerta agli ufficiali per depredare automobilisti. Non era difficile immaginare che gli sterminatori sarebbero presto tornati a sacrificare villaggi al loro dio. LR 8

 

 

 

 

L’ultimo strappo: mons. Marchetto sui richiedenti asilo

 

CITTA’ DEL VATICANO - Non è la prima volta che la libertà di espressione manifestata da un vescovo finisce per creare imbarazzi tra la Chiesa e Palazzo Chigi. Solitamente se ci sono di mezzo argomenti che spaccano per via di differenti approcci ideologici, la dichiarazione di questo o di quel prelato, fatta spesso a titolo personale, si trasforma in nitroglicerina pura infiammando lo scontro politico con un evidente effetto collaterale, l’increspatura delle acque del Tevere.

Ieri è stato il turno di monsignor Mogavero. Esprimendo una valutazione sul decreto salva-liste, in qualità di rappresentante dell’ufficio giuridico della Cei, ha sollevato un putiferio. Anche in campo ecclesiale. Ha creato talmente problemi che il testo è stato levato in fretta e furia dal sito della Radio Vaticana dove solitamente gli ascoltatori possono collegarsi per riascoltare o leggere quello che è andato in onda. Ma la lista degli argomenti spinosi che la Cei e il Vaticano approcciano con prudenza e diplomazia per non avvelenare ulteriormente il clima, è lunga e facilmente immaginabile, si va dai fondi (pochi) in Finanziaria a favore della famiglia, agli interventi in materia di bioetica, di difesa alla vita, la parità alle coppie gay, il divorzio breve, agli effetti negativi della crisi economica, ai tagli sul welfare, alla questione morale. Recentemente uno dei casi più eclatanti, che ha alimentato uno scontro aperto tra ministri leghisti e la Santa Sede, ha avuto come protagonista la questione dell’immigrazione.

Monsignor Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per la pastorale delle migrazioni, sempre attraverso una intervista alla Radio Vaticana, si era scagliato contro le norme restrittive sui ricongiungimenti familiari e sui richiedenti asilo, dicendo che il nostro Paese «si allontanava sempre di più dallo spirito dei quei diritti umani». A dar man forte all’arcivescovo era intervenuto anche un altro illustre prelato, monsignor Vegliò che concordava sul fatto che vi fosse, da parte del Governo, la tendenza è al «ribasso rispetto agli impegni internazionali a suo tempo assunti in favore della protezione di persone perseguitate». F.GIA. im 8

 

 

 

 

Lo strano caso dell'icona di Parigi

 

Nella banlieu Nord della capitale un'icona ortodossa della Vergine da metà febbraio "piange" olio in una casa privata. Ogni giorno decine di persone vanno in pellegrinaggio a Garges-lès-Gonesse. Di MARCO TOSATTI

 

Una sessantina di persone hanno assistito domenica scorsa a una messa improvvisata sotto un tendone nella banlieu Nord di Parigi, davanti a un'icona ortodossa della Vergine Maria i cui proprietari dichiarano che «piange» lacrime d'olio. Ammassati nel salotto di una casa a Garges-lès-Gonesse (Val-d'Oise), i devoti pregano ascoltando l'omelia e i canti di un religioso che rappresenta la chiesa cristiana di Antiochia. Alla fine della cerimonia, a cui ha assistito un giornalista dell'AFP, i fedeli hanno fatto la coda per toccare e baciare l'immagine della Vergine appesa nel corridoio del padiglione eretto per l'occasione. Altri fotografano l'icona con il cellulare e poi si fanno il segno della Croce. “E' la seconda volta che la vedo. La prima volta, è stata un'emozione” ha raccontato Alain Salas, 69 anni, giunto dal comune vicino di Villiers-le-Bel. Da metà febbraio curiosi e devoti si presentano a piccoli gruppi alla porta del padiglione, Domenica una famiglia è arrivata, in automobile, da Colonia, in Germania, sperando di assistere a un miracolo. Ma non è accaduto nulla; la piccola icona in legno , appesa vicino a una finestra, non ha “pianto”. Sulla superficie, tuttavia, si vedono tracce d'olio. E' tuttavia difficile dire, scrive l'AFP, se si tratti di un inganno o di un fatto inspiegabile. Il proprietario Esat Altindagoglu, è molto preciso : « Tutto è cominciato il venerdì prima della Quaresima, il 12 febbraio. E fino a ieri (sabato scorso, n.d.r.) La vergine non ha smesso di piangere”, assicura. Esat, agente commerciale di 46 anni, di origini turco-libanesi, spiega che un sacerdote libanese ha regalato l'icona a sua moglie per il suo compleanno nel 2006. La signora, molto credente, assicura di essere stata lei la prima a vedere l'olio colare. “Era di mattina. Pregavo davanti all'icona e ho notato che piangeva. Mi sono detta che qualche cosa non era normale”, racconta Sevin Altindagoglu, gli occhi umidi per l'emozione. “Era un piccolo miracolo, sicuro e certo. E' un messaggio inviato dalla Vergine ai suoi figli”, afferma il marito. Seduto sul suo divano, visibilmente affaticato, il signor Altindagoglu spiega di aver esitato ad annunciare il fatto nel suo ambiente. “Abbiamo pazientato tre giorni. Dal momento che molte persone non credono, non volevamo essere presi per dei matti”. Da allora un flusso costante di visitatori giunge nel salone pieno di icone ortodosse. Ogni giorno arrivano, in media, una cinquantina di persone, dalla Francia, dalla Germania e dal Belgio. “Ierimi ha chiamato una donna di Tolosa per dire che passerà durante la giornata”. I visitatori spesso portano pezzetti di cotone con cui assorbono l'olio presente sull'icona, sperando in effetti taumaturgici. Una donna è venuta a metà febbraio, spiegandomi che non riusciva ad avere bambini – ha detto la signora Altindagoglu – Ha preso un po' d'olio su un fazzoletto che ha messo sul ventre. Due giorni fa mi ha richiamato per dirmi che secondo il suo medico era rimasta incinta”

Un episodio analogo è accaduto, anni fa, a Damasco, nel quartiere di Soufanieh, dove un' icona della Vergine ha "pianto" olio per molto tempo.  LS 9

 

 

 

 

 

Terremoto Cile. Un patrimonio a pezzi. Almeno 20/30 chiese distrutte, un appello alla solidarietà

 

Sono almeno 20/30 le chiese distrutte dal terremoto in Cile, ma dati certi si avranno solo la settimana prossima, quando sarà fatta una stima completa dei danni. Nella sola diocesi di Talca 14 parrocchie hanno subito danni "irreparabili", 18 parrocchie e 4 case studentesche danni "gravi". Un appello alla generosità "per aiutarci a 'restaurare senza dimenticare', salvando la veridicità storica del nostro patrimonio artistico" - come ad Assisi e a L'Aquila - viene rivolto da Maria Elena Troncoso, segretaria esecutiva della Commissione nazionale dei beni culturali della Chiesa cilena. Fortunatamente, a differenza di Haiti, non ci sono stati morti nelle strutture cattoliche perché il sisma è avvenuto di notte. Intanto la terra in Cile continua a tremare e il bilancio dei morti è salito a 800, mentre la Caritas sta distribuendo aiuti di emergenza e spera di raggiungere presto 150.000 famiglie. La Cei ha stanziato il 3 marzo 1 milione di euro. La Commissione nazionale dei beni culturali ha diffuso in questi giorni un prontuario di raccomandazioni per tutelare i beni ecclesiastici che hanno subìto danni. Tra i suggerimenti, anche "difendere edifici e beni da furti e saccheggi". L'abbiamo raggiunta telefonicamente a Santiago del Cile.

 

A che punto è la stima dei danni a chiese e strutture ecclesiastiche?

"Stiamo cercando di quantificare i danni. Abbiamo inviato una nota a tutte le sedi vescovili, chiedendo di stilare una lista dei beni. Non è stata ancora possibile una stima perché stiamo aspettando che la terra si assesti, visto che ogni giorno ci sono nuove scosse. Speriamo di avere i dati la prossima settimana. Consigliamo di agire con prudenza e fare attenzione a non considerare irreparabili tutti i danni. Perché normalmente le chiese antiche sono costruite con sistemi migliori e materiali molto semplici, che durano a lungo e sono molto resistenti. Basti pensare che in California, terra di terremoti, si sta costruendo di nuovo con mattoni. È probabile che le chiese più antiche si possano riparare con facilità. Abbiamo chiesto di non trattare i pezzi caduti come materiale ingombrante da smaltire, ma di metterli da parte per vedere se è possibile recuperarli".

 

Quindi le chiese di nuova costruzione hanno retto meno all'impatto del sisma?

"Sì, tanti edifici costruiti di recente hanno subito gravissimi danni. Pare che nella zona di Concepcion, vicino all'epicentro del sisma, ci siano chiese completamente rase al suolo, anche dove i tetti antichi sono stati sostituiti da tetti moderni. Non bisognerebbe mai cambiare la struttura originale di pietra o di mattoni, perché il peso del tetto, in caso di terremoti, distrugge anche le pareti laterali".

 

Nelle raccomandazioni suggerite di scattare foto, coprire con materiali isolanti, raccogliere i reperti e i documenti. Ma soprattutto chiedete alle comunità di fedeli di proteggere beni ed edifici da furti e saccheggi. Ci sono stati dei casi concreti?

"Finora non è successo nulla, anche perché i saccheggi e i furti hanno riguardato soprattutto gli alimenti, l'acqua e il vestiario, tutti beni necessari alla sopravvivenza. Ma dobbiamo stare molto attenti: è noto che i beni ecclesiastici sono il secondo luogo al mondo colpito da furti. Sappiamo che non mancano persone prive di scrupoli che possono approfittarne. Il patrimonio culturale cileno rappresenta le nostre radici, perciò dobbiamo tutelarlo con cura e prevenire ogni evenienza per evitare ulteriori danni".

 

Lei lavora anche nella cattedrale di Santiago, che danni ha subìto?

"La cattedrale fortunatamente è stata costruita molto bene alla fine del XVIII secolo, anche con il contributo di architetti italiani. Sono caduti solo gli stucchi e gli ornamenti di gesso. Molti pezzi possono essere recuperati tramite restauri".

 

Come pensate di affrontare le spese per i restauri e la ricostruzione?

"Dipende dalla solidarietà delle comunità, all'interno del Cile e all'estero. Speriamo che ci aiutino a 'restaurare senza dimenticare' la veridicità storica del nostro patrimonio, senza cambiare le strutture originarie. Ringrazio chi si occupa di beni culturali in Italia e in Vaticano: grazie a loro abbiamo una documentazione e una esperienza utilissima, che ci ha insegnato a conservare e restaurare. Chiedo che ci aiutino a mantenere in vita il nostro patrimonio e non ci dimentichino, perché in America Latina vivono i discendenti degli europei. Speriamo che, nel momento della ricostruzione, ci appoggino con più generosità possibile. Le comunità dei fedeli sono molto legate a queste chiese e alle immagini devozionali. Per noi sono di grande valore artistico perché rappresentano la nostra cultura, il nostro modo di vedere l'arte".  PATRIZIA CAIFFA

 

 

 

 

San Miniato.  Con diversi approcci . Dossier sul fenomeno "immigrazione nel territorio"

 

"La realtà dell'immigrazione nel territorio della nostra diocesi è ormai un fatto consistente e significativo. Non son numeri e statistiche però: sono invece persone concrete, con il loro carico di problemi, ma anche di speranze ed aspettative. Né più né meno di tutti gli esseri umani, cercano pane, dignità, un senso per la propria vita". Con queste parole mons. Fausto Tardelli, vescovo di San Miniato, presenta il dossier su "Il fenomeno 'immigrazione' nel territorio diocesano: dati, analisi, proposte e documenti". La ricerca è stata promossa dal Consiglio pastorale diocesano con lo scopo di esaminare una realtà consistente nella Chiesa locale, che interessa mediamente l'8,6% della popolazione residente. Obiettivo del lavoro è quello d'inquadrare numericamente il fenomeno, capire quanto la diocesi stia già facendo al riguardo e individuare eventuali carenze ed esigenze per rispondere con suggerimenti e proposte concrete.

 

Accoglienza e cura pastorale. L'analisi si basa sui dati anagrafici dei Comuni della diocesi rilevati al 31 dicembre 2008: ci si riferisce, dunque, alle cifre ufficiali della realtà migratoria e non si tiene conto delle situazioni irregolari presenti sul territorio toscano. Dallo studio emerge che su una popolazione totale di 175.307 abitanti, 15.082 risultano essere cittadini extracomunitari (8,6% del totale). La massima presenza si registra nei Comuni di Fucecchio e Santa Croce sull'Arno, dove si concentrano le maggiori attività produttive che richiamano ingente forza lavoro, con un numero di immigrati superiore al 15% della popolazione. La comunità più numerosa è quella albanese (4.686 persone); seguono i cinesi (2.276), i marocchini (1.962), i rumeni (1.634) e i senegalesi (1.231). In totale, sono 115 le diverse nazionalità rappresentate sul territorio con "una estrema varietà di lingue, culture, usanze e religioni; una miriade di storie diverse, di volti e di speranze che ci interpella in primo luogo come cittadini, ma anche e soprattutto come Chiesa". Operando una differenziazione accademica tra "il piano dell'accoglienza in senso stretto e dell'integrazione culturale, da quello più specifico di attenzione e cura pastorale e di annuncio del Vangelo che ci interpella anche nella dimensione missionaria", il dossier analizza il fenomeno per comprendere come gestire eventuali situazioni di prima accoglienza; promuovere nelle comunità cristiane la cultura dell'accoglienza, nel rispetto reciproco delle diversità; favorire e sollecitare una legislazione favorevole al rispetto e all'integrazione, mantenendo, al tempo stesso, e rafforzando l'identità di fede e cultura; affrontare il problema delle grosse differenze culturali e religiose esistenti; rendere possibile l'assistenza spirituale per gli immigrati già cattolici o cristiani.

 

Dialogo tra culture. Sulla questione dell'accoglienza, la Caritas diocesana già attiva sul territorio si è impegnata a pubblicare periodicamente un "Rapporto sulla povertà" che conterrà anche l'aspetto "immigrazione" nelle sue varie sfaccettature. Si rende necessaria, inoltre, la promozione una "cultura dell'accoglienza" che "non riguarda solamente il rapporto con gli immigrati, ma spazia dall'ambito strettamente familiare all'ambito lavorativo e professionale, alle relazioni di amicizia, per arrivare quindi all'extracomunitario che, in quanto bussa alla nostra porta, automaticamente si fa nostro prossimo". Le leggi sono indispensabili per regolamentare il fenomeno migratorio ma, precisa il documento della diocesi, "non possono mai ledere la dignità delle persone e non possono andare contro la finalità di quella integrazione socio-culturale che si propongono". Sul versante della cura pastorale, invece, è opportuno irrobustire l'identità dei cristiani per non rischiare che l'incontro tra popoli e culture diverse degeneri "in un 'rispettoso' relativismo religioso". Quanto alle opere esplicite di evangelizzazione, non è possibile utilizzare il medesimo approccio con tutti i gruppi etnici: rispetto ai musulmani, ad esempio, "non esistono le basi per un dialogo sul piano religioso in senso stretto, ma questo non toglie che non ci debba essere un dialogo culturale e operativo sulla pratica della giustizia e della carità". Per agevolare il dialogo tra culture, un'iniziativa interessante consiste nella celebrazione liturgica in diverse lingue e nella creazione di una sorta di "vicariato per gli extracomunitari". La Caritas diocesana, sulla base dei dati dell'Osservatorio diocesano sulle povertà rilevati tramite i Centri di ascolto sparsi nel territorio, rileva infine che la popolazione straniera in Toscana continua ad aumentare ad un ritmo superiore a quello nazionale. Le maggiori difficoltà riguardano il lavoro con contratto regolare per tutti i cittadini stranieri, il lavoro di cura svolto principalmente dalle donne straniere, l'inserimento scolastico e il disagio tra gli immigrati.  RICCARDO BENOTTI

 

 

 

 

 

L'universo dei minori. Caritas e volontariato: dall'analisi all'impegno

 

Guardare da vicino l'universo dei minori per offrire loro servizi migliori. Lunedì 1° marzo è stata presentata, nel palazzo vescovile di Cava, la pubblicazione "Guardiamoci dentro", in presenza dell'arcivescovo di Amalfi-Cava de' Tirreni, mons. Orazio Soricelli. L'opuscolo consiste nella lettura dei dati emersi dall'indagine sui minori cavesi ospiti delle strutture residenziali e semi-residenziali, frutto della collaborazione tra la Caritas diocesana di Amalfi-Cava, ente promotore dell'iniziativa, e alcune associazioni cavesi che operano con e a favore dei minori. Il lavoro, pensato e realizzato grazie alle sociologhe Rosa Montoro e Antonella Rispoli, ha l'obiettivo d'informare e sensibilizzare la comunità al fenomeno dei disagi vissuti da tante famiglie che vivono sole, senza riferimento parentale e quante di loro, con figli in età scolare, non riescono ad arrivare a fine mese a causa della precarietà, mancanza o perdita di lavoro.

 

Credere nel futuro. Sono "tante - afferma Rosario Pellegrino, direttore della Caritas diocesana - le realtà che, anche sul nostro territorio cavese, fanno l'esperienza del servizio ai minori, si sforzano per garantire loro attenzione costante e servizi efficaci. Partendo da questa ricchezza, sulla scia di un progetto Cei denominato 'Presi nella rete' che ha messo al centro i minori fuori dalle strutture residenziali e le loro famiglie, si è inteso incontrarsi per raccontarsi le proprie esperienze, leggere i bisogni dei fratelli più piccoli, sperimentare percorsi comuni". Da qui, prosegue, "è nata l'idea di un primo nucleo di associazioni cavesi che operano per i minori e che per circa un anno si sono riunite con una certa regolarità". Il tentativo, in realtà, "è essenzialmente rimasto allo stato embrionale", ma "resta in tanti il desiderio di riprendere il lavoro in rete" nella consapevolezza che "non basta fare per i minori perché spesso occorre fare con loro, aiutandoli a meglio conoscersi". "Guardiamoci dentro", è l'auspicio del direttore della Caritas diocesana, "possa essere una piccola scintilla per accendere il fuoco dell'interesse a compiere azioni condivise finalizzate a restituire la speranza a tanti piccoli e adolescenti verso i quali si ha un dovere fondamentale: aiutarli a credere nel futuro".

 

Unica e irripetibile. "Da febbraio 2009 - spiega Antonella Rispoli - il direttore della Caritas diocesana ha tentato di riunire le associazioni e le istituzioni attorno ad un unico tavolo di concertazione che viene considerato uno strumento privilegiato per l'organizzazione territoriale degli interventi e dei servizi attivati dalla legge quadro 328/2000". Il tavolo "ha avuto l'obiettivo di leggere i bisogni dei minori appartenenti al territorio di Cava de' Tirreni. Inoltre, si è dato traguardi non facili da raggiungere, come quello di elaborare progetti educativi, con l'auspicio di riuscire a contribuire al miglioramento dell'offerta di servizi esistenti". Per quel che riguarda la raccolta dati, la scheda di rilevazione dei bisogni, somministrata alle famiglie che vivono situazioni di disagio, riguardava i figli in contatto o frequentanti le strutture che hanno aderito alla ricerca, che sono il Centro Villa Formosa, l'Associazione Genitori Insieme, la Comunità alloggio Medina, le Suore Figlie della Carità di Pregiato. L'analisi fatta "non vuole essere solo un canale d'informazione - osserva Rispoli - ma vuole sensibilizzare la comunità al fenomeno dei 'disagi' vissuti da tanti nuclei familiari. Infatti, è doveroso prendere coscienza dei bisogni, delle povertà e dell'emarginazione, perché ogni persona venga riconosciuta, valorizzata, accompagnata nella sua dignità, in quanto unica e irripetibile".

 

Superare il disagio. La situazione rilevata attraverso le scheda, afferma Rosa Montoro, "è molto classica. Ci troviamo di fronte a un nucleo familiare con bambini tra i 6 e 12 anni, genitori con lavoro poco stabile e casa non di proprietà. È interessante, però, guardare anche i dati disaggregati". L'età dei genitori, divisi in 3 fasce (20/30, 31/40, 41/50), "non incide sulla situazione di disagio, mentre è più frequente, per i figli la fascia d'età 6/12 anni". Altra nota dolente, rileva Montoro, è "il reddito annuo. Primo dato importante che rileviamo è che nessuno supera i 10.000 euro ma, ancor più grave, la maggioranza non supera i 5.000 euro: stiamo parlando di nuclei familiari con prevalenza di figli in età scolare". Alle famiglie è stato chiesto come definirebbero la loro situazione, attraverso quattro scelte: "Molto problematica", "abbastanza problematica", "poco problematica", "per niente problematica". "Le prime tre risposte - dichiara Montoro - hanno una prevalenza assoluta e di nuovo si ripete la prevalenza di figli in età tra i 6 e 12 anni". L'ultimo dato non meno importante è la casa: soltanto il 44% dei nuclei familiari esaminati possiede la casa di proprietà, mentre per l'altro 56% è precario anche il luogo abitativo (affitto, comodato e altro). "Come dati di partenza - conclude - ci sembrano indicativi, soprattutto per orientare l'approfondimento del disagio sociale e l'orientamento delle scelte di aiuto alle famiglie, ma anche per sostenere il carico genitoriale e il superamento del disagio sociale". GIGLIOLA ALFARO

 

 

 

 

 

L’Aquila. Un equilibrio da ritrovare. Incontro con il vescovo ausiliare, mons. Giovanni D'Ercole

 

Comunità da ricomporre, chiese da ricostruire, un progetto pastorale da rilanciare in un contesto stravolto dal terremoto. Sono queste le priorità della Chiesa di L'Aquila a quasi un anno dal sisma. Per fare il punto della situazione il SIR ha rivolto alcune domande a mons. Giovanni D'Ercole, vescovo ausiliare di L'Aquila e responsabile dell'arcidiocesi per la ricostruzione.

 

Qual è la situazione delle comunità aquilane?

"Il terremoto, colpendo il cuore della città, ha reso il territorio sfasato ed ora si fatica a ritrovare un equilibrio umano, organizzativo e pastorale. La riorganizzazione delle comunità è difficile perché ancora molta gente si trova negli alberghi, mentre le persone che vivono nelle nuove case sono state sradicate dalla propria comunità e trapiantate in posti diversi con persone che non conoscevano".

 

Quali sono le priorità pastorali?

"C'è un tessuto umano da ricostruire e un forte bisogno spirituale. Questo riguarda anche l'azione dei sacerdoti: ci sono parroci che avevano parrocchie di 300 persone che ora se ne trovano 3 mila, mentre altri si trovano in quartieri disabitati. Stiamo tentando una riorganizzazione ma, per questo, è necessario coinvolgere i sacerdoti e studiare la situazione sul terreno".

 

Questo riguarda soprattutto i nuovi villaggi?

"Non parlerei di nuovi villaggi perché parlare di nuovi villaggi significa parlare di nuove aggregazioni, invece, parliamo di insediamenti senza, a mio modo di vedere, un progetto sociale. Come arcidiocesi, volgiamo proporre l'inserimento organico di servizi sociali, economici, religiosi e culturali. Grazie alla Caritas e all'aiuto dato dalla Cei e da altri donatori potremmo iniziare a realizzare alcuni centri di comunità i cui progetti sono già pronti ma mancano le autorizzazioni da parte dei Comuni".

 

Accanto a questo vi è il grande problema del centro storico, dove ancora non sono partiti i lavori di ricostruzione…

"Il centro storico è sentito da tutti come il centro della vita della comunità aquilana. Quindi l'idea di abbandonarlo non è nella testa di nessuno, ma sappiamo che per diversi anni non si potrà pensare ad un centro abitato come era prima. Abbiamo chiesto un incontro ufficiale con le autorità della città, che avverrà lunedì prossimo (8 marzo ndr), in cui esprimeremo la volontà della Chiesa di collaborare, come già avvenne dopo il terremoto del 1703 e dopo la seconda guerra mondiale, superando incomprensioni del passato, perché il futuro di questa città è possibile solo con un'alleanza stretta e forte tra istituzione civili ed ecclesiali".

 

In dicembre la diocesi ha presentato un piano per la ricostruzione di un quarto del centro storico, concretamente è stato fatto qualche passo in avanti?

"Il primo progetto di ricostruzione partirà il 15 marzo nel complesso di san Giuseppe artigiano e dell'Oratorio san Giuseppe dei Minimi, che affacciano su piazza san Biagio. Si tratta di due progetti distinti che incidono sullo stesso complesso. Il primo, promosso dalla diocesi, è finanziato dalla Fondazione Roma, mentre il secondo, realizzato dalla Protezione Civile, sarà finanziato dal Kazakistan".

 

Come verrà finanziata la ricostruzione?

"Abbiamo costituito un consorzio che raggruppa tutti gli enti religiosi che insistono sulla diocesi. A nome loro e dell'arcivescovo ho chiesto di incontrare il ministro delle Finanze per capire quanti e quando arriveranno i finanziamenti. Intanto ci stiamo muovendo con enti privati, riprendendo i contatti con i governi che promisero i soldi con le adozioni e promuovendo gemellaggi tra Regioni italiane e chiese aquilane".

 

Avete un calcolo approssimativo di quanti soldi saranno necessari?

"Considerando gli edifici appartenenti alla diocesi siamo attorno ai 3,5 miliardi di euro. Se contiamo anche istituti religiosi ed enti d'ispirazione cattolica, dobbiamo aggiungere altri 800 milioni di euro".

 

Nei mesi scorsi la Cei e la Protezione Civile avevano lanciato il progetto "Una chiesa per Natale". Può farci un bilancio?

"La prima fase si è conclusa a Natale con la riapertura di 31 chiese su circa 70 previste. Sono rimasti 6 milioni di euro, messi a disposizione dalla Protezione Civile. L'obiettivo è garantire ad ogni comunità un luogo di culto, partendo dalle chiese meno disastrate, non solo nella diocesi di L'Aquila ma anche nelle altre diocesi colpite dal sisma. Accanto a queste sono stati realizzati tre Mep (Moduli ecclesiali provvisori) in legno".

 

Complessivamente quante sono le chiese aperte nella diocesi di L'Aquila?

"Meno del 30%: una situazione difficile soprattutto nel Comune di L'Aquila".

 

Nelle scorse settimane i cittadini aquilani hanno espresso, con diverse manifestazioni, la volontà di riappropriarsi del centro storico, ancora chiuso…

"Farei tre riflessioni. Per prima cosa, credo che finita la fase di emergenza in cui si era assistiti di tutto ci si scopre nudi, per cui vedo in queste manifestazioni un inconsapevole grido di aiuto: non lasciateci soli. In secondo luogo, credo sia un modo spontaneo con cui stimolare gli amministratori a non perdere tempo in questioni burocratiche, come invece, senza voler colpevolizzare nessuno, sta avvenendo. Infine, è da non escludere che in una situazione come questa ci sia sempre chi voglia approfittarne per ragioni non sempre di carattere umanitario".

MICHELE LUPPI

 

 

 

 

 

Agorà die giovani. Uscire da se stessi. La tappa in Egitto

 

"Ora c'è più calma anche se per noi copti cattolici qui al Cairo la situazione non è cambiata". Con queste parole il vescovo di Ismayliah dei copti, mons. Makarios Tewfik, ha salutato la delegazione dell'Agorà dei giovani del Mediterraneo, guidata da don Francesco Pierpaoli, in questi giorni nella capitale egiziana, per una visita alla comunità cristiana locale. Il riferimento del vescovo è alla strage di cristiani del 7 gennaio, Natale copto, in una chiesa copta a Nag Hamadi, a circa 60 chilometri dal sito archeologico di Luxor. "Quello che è successo quel giorno è un atto vile. Ma non dobbiamo dimenticare che, anche in precedenza, i cristiani di Alessandria sono stati bersaglio di attacchi e il Governo non ha mai preso posizione, nonostante il presidente Mubarak continui a ripetere che in Egitto siamo tutti uguali". Il Paese dei faraoni è la seconda tappa del viaggio in Nord Africa della delegazione dell'Agorà, cominciato il 25 febbraio (fino al 6 marzo).

 

Una calma piatta. "Qui al Cairo - ha affermato mons. Tewfik -, come copti cattolici, godiamo di una buona reputazione ma le nostre richieste di costruire nuove chiese, soprattutto nella nuova diocesi di Isma, tra il canale di Suez e il Sinai, non trovano risposte". Una situazione di difficoltà che continua ad essere ostacolata, in maniera subdola; gli scontri di Nag Hammadi non aiutano "il debole dialogo" sia con i musulmani, sia con le altre denominazioni cristiane, in particolare copti ortodossi. "L'Egitto - ha detto don Pierpaoli - è un Paese di grande tradizione cristiana. Qui è possibile ritrovare a pieno il senso del progetto Agorà, ovvero uscire da sé stessi per incontrare l'altro, che in questo caso è una Chiesa sorella".

 

Una Chiesa ai margini. Ad illustrare la Chiesa copta alla delegazione è stato lo stesso vescovo cattolico del Cairo: "Le influenze musulmane di Paesi come Arabia Saudita ed Iran - ha spiegato - stanno portando ad una crescente islamizzazione della società egiziana, partendo dall'insegnamento per sviluppare un atteggiamento anticristiano".

"I nostri giovani spesso sono costretti ad emigrare perché non trovano possibilità di carriera, proprio perché cristiani. Basti pensare che anche in Parlamento ci sono solo 4 deputati cristiani, voluti dal presidente, mentre al Senato sono una decina. Sfortunatamente solo per rappresentanza, perché non ci sono cristiani che si presentano alle elezioni, addirittura molti non hanno nemmeno la tessera elettorale. Nonostante ciò noi copti siamo ben visti, soprattutto per l'impostazione delle nostre scuole e le opere sociali che svolgiamo".

"Oggi, su circa 12 milioni di cristiani in Egitto, 11 milioni sono copti ortodossi, il restante è cattolico. Una presenza, quella della Chiesa copta, che affonda le radici nella storia egiziana. Fondata da san Marco nel I secolo d.C., quella copta è stata una vera e propria civiltà, che ha dato vita al monachesimo, grazie a figure come sant'Antonio Abate. Oggi sull'intero territorio egiziano, suddiviso in 7 diocesi, sono presenti numerose congregazioni, tra cui i frati francescani minori, che hanno istituito anche un seminario. A causa del lento ma inarrestabile esodo cristiano da tutto il Medio Oriente, sono nate Chiese copte in tutto il mondo, tra cui: Canada, Australia, Stati Uniti, Parigi e Italia".

 

Una grande minoranza. "I nostri giovani crescono con la parrocchia come unico punto di riferimento, in cui possono rifugiarsi - ha aggiunto mons. Tewfik, che ricopre anche la direzione della pastorale giovanile egiziana - proprio perché per loro è difficile trovare spazi nella società dove potersi esprimere". Alcuni giovani hanno vissuto l'esperienza dell'Agorà di Loreto con Benedetto XVI nel 2007. Molti di loro ricordano positivamente l'esperienza italiana, mentre altri testimoniano la difficoltà di esprimere la fede nel quotidiano o la curiosità da parte di compagni musulmani nei confronti del cristianesimo. E al termine proprio di un incontro con alcuni ragazzi, mons. Makarios ha espresso la volontà di mandare 5 delegati, in rappresentanza dell'Egitto alla prossima Agorà di Loreto (12-19 settembre 2010).

 

Una sola Chiesa. "La sfida missionaria per noi copti cattolici - ha sottolineato don Antonios Fayez, direttore nazionale delle Opere missionarie egiziane - è quella di non guardare solo sotto i nostri piedi, ma essere un'unica Chiesa d'Oriente". Una difficoltà di confronto interno che non blocca il lavoro che la Chiesa copta porta avanti soprattutto nel campo del sociale anche insieme a realtà musulmane e cristiane, sia del Cairo sia dei villaggi. "Lavoriamo molto con i cristiani che arrivano dal Sudan, che in Egitto sono circa un milione e li aiutiamo ad inserirsi. Inoltre ogni anno, 20 giovani partono un mese per il Sudan al fine di sviluppare progetti di cooperazione. Il mio sogno è quello di creare un'associazione che riunisca Egitto e Sudan". FRANCESCA BALDINI

 

 

 

 

Der Missbrauchskandal weitet sich aus. Vatikan unterstützt deutsche Bischöfe

 

Auch aus dem Vatikan kommt grünes Licht für einen Runden Tisch gegen Kindesmißbrauch in Deutschland, an dem alle großen gesellschaftlichen Kräfte vertreten sind. Die Vatikanzeitung „Osservatore Romano“ lobt die deutsche Bildungsministerin Annette Schavan dafür, dass sie „Null Toleranz“ für Mißbrauch an Schulen und Internaten fordert. Es sei richtig, jetzt „soviel Klarheit zu schaffen wie möglich“ – und zwar an allen Schulen und Bildungseinrichtungen, denn – so das Vatikanblatt – „diese schmerzhafte Frage betrifft ja nicht nur die katholischen Einrichtungen“. „Vielleicht“ – so sagt es an diesem Dienstag Vatikansprecher Federico Lombardi – „kann die schmerzhafte Erfahrung der Kirche eine nützliche Lehre auch für andere sein.“ In einer Erklärung stellt sich der Jesuit, der den Vatikanischen Pressesaal leitet, hinter die Initiative zu einem umfassenden Runden Tisch in Deutschland und lobt die Entschlossenheit der deutschen Bischöfe zur Aufklärung des Geschehenen. Bundeskanzlerin Angela Merkel habe Recht, wenn sie die „Ernsthaftigkeit und den Einsatz der deutschen Kirche“ für Aufklärung würdige. 

 

Natürlich, so Lombardi weiter, seien „Fehler von kirchlichen Einrichtungen und Verantwortlichzen besonders abscheulich, weil die Kirche ja eine besondere erzieherische und moralische Verantwortung hat“. Doch müsse man die Frage auch „viel weiter stellen“ und die Anklagen nicht nur „auf die Kirche konzentrieren“. Lombardi verweist auf offizielle Zahlen aus Österreich: In einem bestimmten Zeitraum habe es dort 17 Missbrauchsfälle an kirchlichen, aber 510 an nicht-kirchlichen Einrichtungen gegeben. „Es ist durchaus angezeigt, sich auch um letztere Gedanken zu machen“, so der Papst-Sprecher.

 

Deutschland: Debatte über Verjährungsfristen  - Die deutsche Familienministerin Kristina Schröder hat am Montag einen umfassenden Runden Tisch zum Thema Missbrauch angekündigt – für den 23. April. Die Kirchen werden da mit am Tisch sitzen, zusammen mit anderen wichtigen Vertretern gesellschaftlicher Gruppen: Familienverbänden, Schulträgern, der freien Wohlfahrtspflege, der Ärzteschaft und der Politik. Das Gremium soll Selbstverpflichtungen und Verhaltensregeln erarbeiten. Schröders Zielvorgabe heißt: „Was ist zu tun, wenn Übergriffe geschehen sind, welche Faktoren fördern Übergriff auf Kinder, und wie können diese vermindert werden? Das sind die Fragen, die an diesem Runden Tisch erörtert werden sollen.“

 

Mit ihrer Initiative stellt sich die CDU-Ministerin Schröder gegen ihre Kabinettskollegin von der FDP, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger. Die Justizministerin fordert weiter einen Runden Tisch speziell mit der Kirche – und zwar, damit diese Entschädigungen an Opfer zahlt. In diesem Punkt springt ihr auch SPD-Generalsekretärin Andrea Nahles bei. Skeptisch ist Leutheuser-Schnarrenberger hingegen, was die derzeitige Debatte in der Politik um Gesetzesänderungen betrifft.

 

„Verjährungsfristen zu verlängern, bringt für die Opfer, an denen Mißbrauch begangen wurde und wo diese Taten längst verjährt sind, nichts – weil es rückwirkend keine Verlängerung der Verjährungsfrist mit der Möglichkeit der Strafverfolgung gibt.“

 

Ähnlich sieht das der Strafrechtler Stefan König – er sagte dem ZDF: „Verjährungsfristen haben ja viele gute Gründe. Einer davon ist, dass natürlich die Aufklärung eines Vorwurfs umso schwieriger wird – besonders dann, wenn man Zeugen dafür braucht –, je mehr Zeit seit der angeblichen Tat verstrichen ist.“ Für Kriminologen wie Christian Pfeiffer hingegen hätten längere Verjährungsfristen den Vorteil, dass Täter auch nach längerer Zeit noch zu Schadenersatz verpflichtet werden könnten: „Im Prinzip ist das richtig, weil gerade die Opfer aus einer Zeit, die Jahrzehnte zurückliegt und die jetzt fünfzig oder sechzig sind, endlich die Freiheit haben, darüber zu reden: Früher konnten sie das beim besten Willen nicht. Denen sollten wir entgegenkommen und die Möglichkeit  verschaffen, dass sie zum Beispiel die Kosten für eine Therapie, die sie jetzt machen, vom Täter ersetzt bekommen!“

 

Justizministerin kritisiert Kirche und Vatikan - Nachdem der Runde Tisch nun beschlossene Sache ist, verlagert sich die Debatte in Deutschland immer mehr zum Thema Entschädigungen. Die Justizministerin nennt solche Entschädigungen, die die Kirche an Opfer aus früheren Jahrzehnten leisten solle, „ein Stück Gerechtigkeit gegenüber den Opfern, auch wenn sich das erlittene Unrecht materiell nicht aufwiegen lässt“. Die Ministerin übte erneut Kritik an der katholischen Kirche und insbesondere am Vatikan. Sie kritisierte, es gebe, insbesondere bei katholischen Schulen, eine Schweigemauer, die Missbrauch und Misshandlungen verdeckt habe. Verantwortlich dafür sei auch eine Direktive der vatikanischen Glaubenskongregation von 2001, nach der auch schwere Missbrauchsfälle zuallererst der päpstlichen Geheimhaltung unterlägen. Ein Ministeriumssprecher fügte hinzu, die Justizministerin halte den Willen der Kirche zur Zusammenarbeit mit staatlichen Behörden für weiterhin nicht ausreichend.

 

Der Regensburger katholische Bischof Gerhard Ludwig Müller hat Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger scharf kritisiert. Die Behauptung der Ministerin, die katholische Kirche in Deutschland behindere in Fällen sexuellen Missbrauchs die Aufklärung von Straftaten, sei „unwahr und ehrenrührig“, erklärte Müller am Dienstag. Der Bischof forderte die Ministerin auf, Beweise für ihre Anschuldigungen vorzulegen oder andernfalls „ihre Amtsautorität nicht für derartige Übergriffe zu instrumentalisieren“. Müller wies insbesondere Leutheusser-Schnarrenbergers Behauptung zurück, dass es an katholischen Schulen eine Schweigemauer gebe, die die Aufklärung von Straftaten erschwere oder gar verhindere. In allen deutschen Diözesen werde nach den Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz „jeder Hinweis auf eine Missbrauchsstraftat umgehend und genauestens geprüft“, betonte der Bischof. Erhärte sich der Verdacht, werde der mutmaßliche Täter zur Selbstanzeige aufgefordert, im Falle einer Verweigerung die Staatsanwaltschaft informiert.

 

Auch Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) befürwortet unterdessen eine „breite und intensive Diskussion“ in Sachen Kindesmissbrauch. Vor einer Gesetzesinitiative würden aber zunächst Experten in den Ministerien über ein geeignetes Vorgehen beraten, sagte ihr Regierungssprecher Ulrich Wilhelm.

 

Dt. Bischöfe: Wir arbeiten mit Justiz zusammen „Die Kirche unterstützt die staatlichen Strafverfolgungsbehörden bei der Verfolgung sexuellen Missbrauchs Minderjähriger durch Geistliche vorbehaltlos.“ Darauf weist die Deutsche Bischofskonferenz an diesem Dienstag hin. Die Kirche „fordert Geistliche zu einer Selbstanzeige auf, wenn Anhaltspunkte für eine Tat vorliegen, und informiert von sich aus die Strafverfolgungsbehörden“, so der Sprecher der Bischofskonferenz, Matthias Kopp. Auf die Anzeige und die Information der Justiz werde „nur unter außerordentlichen Umständen verzichtet, etwa wenn es dem ausdrücklichen Wunsch des Opfers entspricht“. Auch der staatliche Gesetzgeber respektiere den Wunsch des Opfers und habe unter anderem deshalb „darauf verzichtet, bei den entsprechenden Straftaten eine Anzeigepflicht einzuführen“. „Unabhängig von dem staatlichen Verfahren gibt es ein eigenes kirchliches Strafverfahren, das vom Kirchenrecht geregelt wird“, erklärt Kopp weiter. „Der sexuelle Missbrauch Minderjähriger durch Geistliche ist nach kirchlichem Recht eine besonders schwere Straftat.“ Die Einzelheiten des Verfahrens lege ein Rundschreiben der vatikanischen Kongregation für die Glaubenslehre von 2001 fest. Die Akten der kirchlichen Verfahren würden in Rom geführt und würden vertraulich behandelt – aber: „Die kirchliche Unterstützung der staatlichen Strafverfolgungsbehörden bleibt davon unberührt.“

 

Der Bischofssprecher bedauert, dass „die Zuordnung von staatlichem und kirchlichem Strafverfahren immer wieder falsch dargestellt wird“. Er stellt darum noch einmal klar: „Im Fall des Verdachts sexuellen Missbrauchs Minderjähriger durch einen Geistlichen gibt es ein staatliches und ein kirchliches Strafverfahren. Sie betreffen verschiedene Rechtskreise und sind voneinander völlig getrennt und unabhängig. Das kirchliche Verfahren ist selbstverständlich dem staatlichen Verfahren nicht vorgeordnet. Der Ausgang des kirchlichen Verfahrens hat weder Einfluss auf das staatliche Verfahren noch auf die kirchliche Unterstützung der staatlichen Strafverfolgungsbehörden.“

 

Runder Tisch: Pro und Contra  - Die FDP-Bundestagsfraktion hat die geplante personelle Besetzung des Runden Tisches gegen Kindesmissbrauch durch Bundesfamilienministerin Kristina Schröder deutlich kritisiert. Dass Schröder Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) nicht eingeladen habe, „brüskiert nicht nur die Bundesjustizministerin, sondern auch die Opfer sexuellen Missbrauchs“: Das erklärte der Parlamentarische Geschäftsführer der FDP-Bundestagsfraktion, Christian Ahrendt, in Berlin. Den Opfern sei „mit der offensichtlich mit heißer Nadel gestrickten Konzeption des Runden Tisches nicht geholfen“, so der FDP-Politiker.

 

Der Münchner Erzbischof Reinhard Marx hingegen hat den Runden Tisch begrüßt. Es sei gut, Vertreter aller relevanten Gruppen dazu einzuladen, sagte Marx dem „Münchner Merkur“. Dem Skandal des Missbrauchs an Kindern und Jugendlichen müsse auf breiter Front entgegengetreten werden. Auf die Frage, warum die Bischöfe so lange gebraucht hätten, um Stellung zu beziehen, verwies Marx auf eine Absprache unter den Bischöfen. Auf der Bischofskonferenz hätten alle noch einmal ausgiebig mit Fachleuten darüber reden wollen. Danach sollte eine gemeinsame Erklärung abgegeben werden. „Im Nachhinein weiß ich nicht, ob das richtig war“, räumt der Erzbischof ein.

 

Das Zentralkomitee der deutschen Katholiken begrüßt die Initiative der Bundesregierung zu einem Runden Tisch gegen Kindesmissbrauch. Der Vorstoß sei „absolut notwendig und richtig“, erklärte Verbandspräsident Alois Glück am Dienstag in einem Radiointerview. Neben der Aufklärung der Fälle und der Hilfe für die Opfer sei die zentrale Frage, wie man die Vorbeugung verstärken könne. Das betreffe alle, die mit Jugendlichen arbeiten, so der CSU-Politiker. Der ZdK-Präsident forderte die katholische Kirche zugleich zur entschiedenen Aufarbeitung der jetzt bekanntgewordenen Missbrauchsfälle auf. Der erste Ansatz dürfe nicht sein, die Kirche zu schonen.

 

Ratzinger: Wenn ich gewusst hätte...  - Der Bamberger katholische Erzbischof Ludwig Schick hat sich für eine Verschärfung des Strafrechts bei Fällen von sexuellem Missbrauch an Kindern und Jugendlichen ausgesprochen. Die Verjährungsfristen sollten auf mindestens 30 Jahre verlängert werden, forderte Schick am Dienstag in Bamberg. Da Missbrauchsdelikte erst später als andere offenbar würden, sei ein solcher Schritt nötig. Die Gerichte würden somit wieder in die Lage versetzt, Straftaten wegen Missbrauchs aufzuklären. Weiter plädierte der Erzbischof dafür, bei jedem begründeten Verdacht sofort die Staatsanwaltschaft zu verständigen. Schick wörtlich: „Das Wichtigste sind die Opfer. Ihnen muss die Justiz Gerechtigkeit zukommen lassen.“

 

Der frühere Regensburger Domkapellmeister Georg Ratzinger hat eingeräumt, von den früheren Prügel-Praktiken in der Internatsvorschule der „Regensburger Domspatzen“ gewusst zu haben. Der Bruder von Papst Benedikt XVI. sagte der „Passauer Neuen Presse“ mit Blick auf den Internatsleiter: „Wenn ich gewusst hätte, mit welch übertriebener Heftigkeit er vorging, dann hätte ich schon damals etwas gesagt.“ Er verurteile das Geschehene und bitte die Opfer um Verzeihung.

 

Neue und alte Fälle  - Das Bistum Limburg klärt die Missbrauchsvorwürfe in der Diözese weiter auf. Benno Grimm, der Missbrauchsbeauftragte des Bistums, untersucht derzeit Verdachtsfälle gegen fünf weitere Priester und kirchliche Mitarbeiter. Auch bei den neuen Fällen hat die Diözese alle Informationen an die Staatsanwaltschaft übermittelt. Die aktuell bekannt gewordenen Vorwürfe reichen weit zurück: Sie sollen sich in den 50-er, 60-er und 70-er Jahren ereignet haben. Einige der Beschuldigten sind mittlerweile verstorben. Strafrechtlich sind die Taten bereits verjährt. Die Diözese setzt nach eigenen Angaben trotzdem alles daran, jeden Verdachtsfall rigoros aufzuklären. Im Zuge der Untersuchungen ist zudem ein weiterer Fall in den Blick geraten: In den 70-er Jahren gab es ein strafrechtliches Ermittlungsverfahren gegen den damaligen Leiter des Musischen Internates in Hadamar. Der frühere Leiter der Limburger Domsingknaben ist im Jahr 2002 gestorben. Er wurde nicht strafrechtlich verurteilt.

 

Am Bonner Jesuitengymnasium sollen zwischen 1946 und 2005 sechs Jesuitenpatres Schüler sexuell missbraucht haben. Das teilte der kommissarische Rektor, Pater Ulrich Rabe, am Dienstag in Bonn mit. Er bezieht sich auf einen Zwischenbericht, der am Montag dem Kollegium, Elternvertretern und der Missbrauchs-Beauftragten der Jesuiten, Ursula Raue, vorgelegt worden war. Den Zwischenbericht erstellt hatte nach den Angaben eine interne Arbeitsgruppe mit Repräsentanten von Eltern, Lehrern, Schul- und Internatsleitung und Mitgliedern der Jesuitenkommunität. Laut Rabe wurden bislang Aussagen von 30 verschiedene Personen gesammelt, „die in der Schilderung der Erheblichkeit der Übergriffe sehr unterschiedlich sind“. Die Spannweite der Beschuldigungen reiche von Aussagen über den allgemeinen Erziehungsstil bis hin zu Berichten über heftigen und wiederholten sexuellen Missbrauch. Die drastischsten Schilderungen bezögen sich auf die 50-er und 60-er Jahre. Die Autoren des Berichts fordern laut Rabe den Provinzial der Deutschen Jesuiten auf, eine externe Stelle zur Überprüfung früherer Entscheidungsträger einzurichten. Sie solle klären, inwieweit Bereichsleiter, Rektoren oder Provinziale ihrer Leitungs- und Aufsichtsfunktion im Umgang mit Vorwürfen oder eventuellen Kenntnissen sexueller Übergriffe gerecht geworden seien. Der Anfang Februar zurückgetretene Rektor, Pater Theo Schneider, solle sich sobald wie möglich zu seiner Verantwortung in seiner Leitungs- und Aufsichtsfunktion öffentlich äußern. Weiter verlangt die Arbeitsgruppe die Benennung externer Fachleute als Ombudsleute, an die sich künftige Opfer sexueller Gewalt wenden können.

 

Debatte reißt nicht ab  - Angesichts immer neuer Fälle von Gewalt und sexuellem Missbrauch an Schulen – und nicht mehr nur kirchlichen – drängen Politik und Verbände auf rückhaltlose Aufklärung. Schon in den nächsten Tagen wollen die Länderminister mit Bundesbildungsministerin Annette Schavan über die Frage des Kindesmissbrauchs sprechen. Der Deutsche Lehrerverband fordert die Ernennung von Sonderbeauftragten durch alle Kultusminister, um Hinweisen in Zusammenarbeit mit der örtlichen Schulaufsicht zügig nachzugehen.

 

Der Vorsitzende des neu gegründeten katholischen Arbeitskreises in der CSU, Thomas Goppel, verlangt, dass die Kirche bei der Aufklärung der Missbrauchsfälle jetzt nachlegt. Das sagte er im Gespräch mit dem Münchener Kirchenradio. Andererseits dürfe das Fehlverhalten einiger weniger in der Kirche nicht zur Verteufelung der ganzen Institution führen. Das hätten vor allem die Schüler und Eltern in Kloster Ettal klar gemacht, wofür er noch dankbarer sei als für den Aufklärungswillen von Erzbischof Marx. Der Gesprächskreis „ChristSoziale Katholiken in der CSU“ ist am Montag offiziell gegründet worden. Er will sich dafür einsetzen, dass katholische Positionen in der Gesellschaft nicht verloren gehen. (rv/zdf/kna/pm 9)

 

 

 

 

Kardinal Sterzinsky: Schulbesuch für Kinder ohne Aufenthaltsstatuts zügig realisieren

 

Zum Auftakt der VI. Jahrestagung Illegalität hat der Erzbischof von Berlin, Kardinal Georg Sterzinsky, den Willen der neuen Bundesregierung begrüßt, die bundesgesetzlichen Voraussetzungen für den Schulbesuch von Kindern ohne Aufenthaltsstatus zu schaffen. Vor dem Hintergrund der Zuständigkeit der Bundesländer in diesen Fragen forderte er am Mittwochabend in Berlin beherztes und zügiges Handeln auf allen Ebenen: „Für jeden einzelnen Jungen und jedes einzelne Mädchen ist es wichtig, möglichst schnell die Schule besuchen zu können, um gute Zukunftschancen zu haben und den Teufelskreis aus Armut und Illegalität verlassen zu können.“ Entscheidend sei dabei der politische Wille, auch komplexe verwaltungs- und verfahrensrechtliche Hindernisse aus dem Weg zu räumen.

Der Kardinal erinnerte an den im Dezember letzten Jahres verstorbenen Vorsitzenden des Katholischen Forums ‚Leben in der Illegalität’, Weihbischof Dr. Josef Voß, und versicherte, dass sich die Kirche in Deutschland weiterhin für die Menschen ohne Aufenthaltsstatus einsetzen und auch öffentlich die Stimme erheben werde. Dankbar äußerte sich der Erzbischof von Berlin bezüglich der neuen Verwaltungsvorschriften zum Aufenthaltsgesetz, die zwei wichtige Anliegen der Kirchen aufgegriffen haben. Zum einen wurde nun endgültig klargestellt, dass die Hilfe für sich illegal aufhaltende Personen im Rahmen anerkannter Berufe und Ehrenämter in der Regel nicht den Tatbestand der Beihilfe zum illegalen Aufenthalt erfüllt. Zum andern unterliegen nach bereits heute geltendem Recht auch die Abrechnungsstellen öffentlicher Krankenhäuser der Schweigepflicht. So ist im Ergebnis die Notfallbehandlung irregulärer Migranten im Krankenhaus gewährleistet, ohne dass die Betroffenen Angst vor Aufdeckung ihres Status und Abschiebung haben müssen.

„Irreguläre Migration als Herausforderung für Kommunen“ lautete der diesjährige Themenschwerpunkt der Jahrestagung. Zum Auftakt betonte Prälat Dr. Peter Neher, dass die Folgen des weltweiten Phänomens „Illegalität“ vor allem in den Kommunen sichtbar und spürbar werden. Die Hilfe für Menschen in der aufenthaltsrechtlichen Illegalität vor Ort gleicht jedoch oftmals einer Symptombehandlung. „Denn strukturelle Lösungen können in der Kommune meist nicht gefunden werden, sie erfordern vielmehr ein grundsätzliches Umdenken von Seiten der Landes- und Bundespolitik“, so der Präsident des Deutschen Caritasverbandes.

Dr. Dirk Gebhard, Migrations- und Integrationsexperte von EUROCITIES, dem Netzwerk großer europäischer Städte, betonte in seinem Beitrag die große Herausforderung, vor der alle europäischen Städte stünden: „Im Interesse der sozialen Kohäsion und der Menschenrechte müssen sie den Zugang zu grundlegenden sozialen Diensten sichern. Die meisten größeren europäischen Städte haben daher heute eine mehr oder weniger offizielle Politik, Zugang zu medizinischer Grundversorgung und Schulausbildung zu gewährleisten oder zu tolerieren.“ Innerhalb der EUROCITIES gebe es – abhängig von den verschiedenen nationalen Gesetzgebungen – sehr unterschiedliche Herangehensweisen an diese Fragen. Sie reichten von einer offiziellen Politik des Zugangs für alle Einwohner, unabhängig vom Aufenthaltsstatus, bis hin zu einem weitgehenden Ausschluss sich irregulär aufhaltender Migranten vom Wohlfahrtssystem durch den Staat, der zu eher indirekten und prekären Formen des Zugangs auf lokaler Ebene führe. Im Gegensatz zur politischen Entwicklung auf europäischer Ebene, die von einer weitgehenden Ignoranz in Bezug auf das Problem geprägt sei, führe das Handeln sozialer Nichtregierungsorganisationen und einzelner europäischer Städte zu neuen Impulsen in der Debatte: Neueste Studien bestreiten nach Angaben von Gebhard die Annahme, eine Regularisierung des Status illegaler Migranten würde starke Anreize für weitere irreguläre Zuwanderung schaffen, vielmehr verweisen sie zunehmend auf ihren ökonomischen Nutzen.

In den folgenden beiden Tagen wird sich die Tagung eingehend mit dem Umgang mit irregulärer Migration und den verschiedenen politischen Herangehensweisen auf kommunaler Ebene befassen. Dabei wird nicht nur die Situation in verschiedenen europäischen Großstädten zur Sprache kommen, sondern es werden auch konkrete Möglichkeiten und Grenzen kommunaler Modelle der Gesundheitsversorgung in ausgewählten deutschen Städten ausgelotet. Soziologische Forschungen geben Aufschluss über informelle Netzwerke von Migranten, die Städte über Kontinente hinweg verbinden, und analysieren besondere Integrationsleistungen oder Problemlagen dieser Bevölkerungsgruppen. Erzbistumberlin.de

 

 

 

 

Im Gespräch: Bischof Stephan Ackermann. „Ich werde das Gespräch mit Opfern suchen“

 

Bischof Ackermann, seit der vergangenen Woche hat die Deutsche Bischofskonferenz als erste und einzige katholische Bischofskonferenz weltweit einen Beauftragten für Fälle sexuellen Missbrauchs in der Kirche. Hat sie das nötig?

Wir haben in den letzten Wochen gespürt, dass wir uns diesem Thema stärker widmen müssen als bisher. Das geht nicht nur mit einer Hotline und einem neuen Büro. Die Bischöfe haben der Sorge für die Opfer und dem Bemühen um Prävention ein Gesicht geben wollen.

 

Die bisherigen Ansätze, etwa die Anwendung der Leitlinien zum Umgang mit Fällen sexuellen Missbrauchs, reichen demnach nicht aus?

Die katholische Kirche in Deutschland ist keine zentral gelenkte und verwaltete Organisation. Sie besteht aus 27 rechtlich selbständigen Bistümern, dazu hunderten von Ordensgemeinschaften, von denen viele, wie die Benediktiner, nicht einmal der Verantwortung der Diözesanbischöfe unterstehen. Meine Aufgabe ist es, die wechselseitige Information der Bistümer untereinander und mit den Orden zu verbessern und die Schritte voranzutreiben, die die Bistümer gemeinsam tun wollen. Das ist in der Tat nötig.

Die Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz wurden 2002 beschlossen. Seitdem hat man kaum etwas von ihnen gehört. Warum sollen sie jetzt unter Ihrer Führung präzisiert werden?

Zunächst sollte man festhalten, dass die katholische Kirche in Deutschland die einzige Institution ist, die sich Regeln für Fälle sexuellen Missbrauchs in ihren Reihen gegeben hat. Diese Verfahrensregeln haben sich in den vergangenen acht Jahren durchaus bewährt, gerade auch, was die Zusammenarbeit mit den Strafverfolgungsbehörden betrifft. Doch auch wir können lernen. Zu überprüfen ist etwa, ob die Bistümer bei der Prüfung von Vorwürfen noch stärker externe Fachleute hinzuziehen sollten. Außerdem ist zu bedenken, dass sich nicht nur Priester, sondern auch Laien im kirchlichen Dienst an Kinder und Jugendlichen vergreifen können.

Musste das Ausmaß sexuellen Missbrauchs in der Kirche den Bischöfen erst durch eine mehrwöchige öffentliche Debatte bewusst werden?

Die meisten Fälle, die die Öffentlichkeit seit Wochen beschäftigen, haben sich nicht vor Jahren, sondern vor Jahrzehnten abgespielt, etwa die Fälle am Canisius-Kolleg der Jesuiten. Auch die Fälle sexuellen Missbrauchs, die in meinem eigenen Bistum Trier bekannt geworden sind, ereigneten sich nicht in den vergangenen acht Jahren, sondern reichen zum Teil bis in die fünfziger Jahre zurück. Trotzdem haben wir die Dimension insgesamt offensichtlich unterschätzt.

Können Sie erklären, warum viele, die sich heute als Opfer sexuellen Missbrauchs zu erkennen geben, mitunter jahrzehntelang geschwiegen haben?

Im Rückblick muss es verwundern, dass viele Missbrauchsopfer nicht schon unter dem Eindruck der durch die Vorfälle in den Vereinigten Staaten ausgelösten monatelangen Debatte über sexuellen Missbrauch in der Kirche im Sommer 2002 ihr Schweigen gebrochen haben. Dass sie sich heute zu erkennen geben und über das Unrecht, das ihnen widerfahren ist, sprechen wollen, kann ich nur gutheißen. Dass dadurch in der Öffentlichkeit der Eindruck entsteht, in der Kirche seien Übergriffe auf Kinder und Jugendliche tagtäglich zu gewärtigen, ist fatal. Aber dieser Eindruck ist falsch.

Im Bistum Regensburg konnte sich vor wenigen Jahren ein wegen sexueller Übergriffe rechtskräftig verurteilter Geistlicher angeblich unbeobachtet wieder Kindern und Jugendlichen nähern, die mutmaßlichen sexuellen Übergriffe mehrerer Benediktiner im Kloster Ettal führten Mitte der neunziger Jahre dazu, dass sie in ein anderes Kloster versetzt wurden. Genau diese Konstellationen wollten die Leitlinien ausschließen - und sie sind doch eingetreten.

Dass es Verstöße gegen die Leitlinien geben kann, ist nicht von der Hand zu weisen. Aber es ist auch unstrittig, dass die Sensibilität für dieses Thema innerhalb der Kirche gewachsen ist und bei Missbrauchsfällen in aller Regel im Rahmen der Leitlinien vorgegangen wurde. Sie sind in der Norm unbestritten. Wie viele Fälle es in den vergangenen Jahren waren, kann ich derzeit nicht genau sagen, weil die Angaben der Bistümer auf entsprechende Anfragen nicht immer miteinander vergleichbar sind. Eine meiner Aufgaben ist es, gemeinsam mit den Spezialisten, die uns beraten, die Erfahrungen sorgfältig auszuwerten, die in den vergangenen Jahren mit dem Regelwerk gemacht wurden. Eines aber kann man jetzt schon sagen: Auch künftig wird die Verantwortung für das konkrete Vorgehen bei den Diözesen und Orden liegen, nicht bei mir oder der Bischofskonferenz. Aber wir müssen stärker zusammenarbeiten. Denn eines ist klar: Wenn nur einer seinen Pflichten nicht nachkommt, fällt das auf alle zurück.

Wenn es aber keine Handhabe gegen fahrlässigen Umgang mit möglichen Missbrauchsfällen gibt, öffnet das Regelwerk einem Generalverdacht wie jenem Tür und Tor, dass - so Justizministerin Leutheusser-Schnarrenberger - die Kirche sich nichts rechtstreu verhalte.

Dieser Generalverdacht ist absurd, erst recht aus dem Mund der Bundesjustizministerin, die es eigentlich besser wissen müsste. Unsere Leitlinien drängen darauf, dass die Staatsanwaltschaften ermitteln. Die Praxis in den Bistümern ist entsprechend, auch wenn in Deutschland im Fall mutmaßlicher sexueller Übergriffe keine Pflicht zur Anzeige besteht. Ich bin froh, dass die Ministerin inzwischen nicht mehr unsere Rechtstreue bezweifelt. Über die Kritik an unseren Leitlinien werden wir mit ihr sprechen.

Und wenn die Bundesjustizministerin nur einen Eindruck in Worte gefasst hätte, der in der Bevölkerung weit verbreitet sein könnte?

Dann müssen wir diesem Eindruck entgegentreten. Es haben sich ja auch schon viele ehemalige Absolventen von Schulen in Trägerschaft von Orden und Bistümern gegen pauschale Verdächtigungen gewandt. Es wäre das Schlimmste, wenn die Bürger der Kirche nicht mehr vertrauten und ihre Kinder in Kindergärten, Schulen und Jugendeinrichtungen nicht mehr gut aufgehoben wüssten. Wir müssen alles tun, um verlorengegangenes Vertrauen wiederzugewinnen.

Wi e passt der Vorschlag unter anderem der Familienministerin, einen Runden Tisch zum Thema Kindesmissbrauch einzurichten, zu diesem Bestreben?

Sexuelle Übergriffe auf Kinder und Jugendliche sind bis heute weithin ein Tabuthema in der Gesellschaft. Zum allergrößten Teil spielen sie sich im privaten Umfeld ab, und es gibt wohl sehr viele Internate, Sportvereine oder Einrichtungen der Jugendhilfe, in denen es schon Übergriffe gegeben hat. Ich möchte mir nicht anmaßen, die Teilnehmer eines Runden Tisches festzulegen. Aber die entsprechenden Dach- und Fachverbände gehören sicher mit zum Kreis derjenigen, die sich über den Umgang mit dem Risiko sexueller Übergriffe Rechenschaft geben müssen. Im Saarland dienten die Leitlinien der Bischofskonferenz im Übrigen schon dazu, das Kinderschutzgesetz zu überarbeiten. Insofern sind wir also nicht im Hintertreffen, sondern haben vorgearbeitet.

Die Leitlinien regeln das Verfahren bei Verdacht auf sexuelle Übergriffe. Was hat sich in der Kirche in den vergangenen Jahren im Blick auf die Vorbeugung getan, vor allem auf dem Gebiet der Ausbildung der Priester? Auch diese Berufsgruppe sieht sich ja mittlerweile einem Generalverdacht ausgesetzt.

In den Vereinigten Staaten sind in den vergangenen Jahren viele Untersuchungen angestellt worden, um mögliche Zusammenhänge zwischen Zölibat, Homosexualität und Pädophilie zu erhellen. Eines dieser Ergebnisse ist, dass es keinen Zusammenhang zwischen Zölibat und Pädophilie als der krankhaften Neigung zu Kindern oder Ephebophilie als Neigung zur Minderjährigen gibt. Diese Prägungen bestimmen das Leben der Betroffenen viel früher als dass sie als Folge des Zölibatsversprechens angesehen werden dürfen, das ein Mann als Erwachsener ablegt. Umgekehrt müssen wir uns aber der Frage stellen, ob die priesterliche Lebensform krankhaft veranlagte Männer oder auch Homosexuelle in besonderer Weise anzieht. Diesem Thema widmen sich die Ausbildungsverantwortlichen der Bistümer und der Orden seit vielen Jahren. Hier bedarf es einer besonderen Wachsamkeit bei der Eignungsprüfung der Priesterkandidaten.

Können Sie allgemein als seriös angesehene Schätzungen bestätigen, wonach bis zu vier Prozent des Klerus pädophil oder ephebophil sein sollen und - in den Vereinigten Staaten - bis zu 30 Prozent homosexuell?

Meines Wissens liegen für Europa oder Deutschland im speziellen keine seriösen Untersuchungen vor, die diese Schätzungen bestätigen oder widerlegen könnten. In jedem Fall aber gilt, dass ein Priester wie jeder Mensch vor die Aufgabe gestellt ist, seine Sexualität in seine Lebensgestaltung insgesamt Persönlichkeit zu integrieren und zu einer emotional reifen Persönlichkeit zu werden. Das ist auch eine wesentliche Voraussetzung dafür, dass er in der Lage ist, das Zölibatsversprechen einzugehen. Glaubwürdige Priester sind das beste Argument, das die Kirche hat. Deshalb hat sich die Ausbildung der angehenden Priester in den vergangenen drei Jahrzehnten vor allem in Deutschland erheblich gewandelt. Dass Fragen der Psychologie in die theoretische und praktische Ausbildung einbezogen werden, ist heute ebenso anerkannt wie die Hinzuziehung von Psychologen bei der Auswahl und der Begleitung von Kandidaten.

Angesichts des enormen Priestermangels und einer historisch niedrigen Zahl angehender Priester eine undankbare Aufgabe . . .

Priesterausbildung ist nach meiner Erfahrung als ehemaliger Leiter eines der größten Seminare in Deutschland in erster Linie Persönlichkeitsbildung. Als Priester oder Bischof verkündet man ja keine abstrakte Botschaft, immer ist es ein Mensch, der sich anderen Menschen zuwendet. Seelsorge ist in ihrem Kern Beziehung und lebt von personaler Nähe. Diese setzt eine emotionale und psychosexuelle Reife voraus. Daher muss man kritisch und wachsam sein und notfalls auch Bewerber zurückweisen. Wir dürfen uns nicht korrumpieren lassen von den sinkenden Zahlen.

Können Sie sicher sein, dass jeder Bischof in Deutschland diesem Druck gleichermaßen standhält?

Es wäre fatal, wenn es anders wäre.

Welches werden Ihre ersten Amtshandlungen als Beauftragter der Bischofskonferenz für Fälle sexuellen Missbrauchs sein?

Unter dem Eindruck der öffentlichen Debatte der vergangenen Woche haben sich viele Opfer gegenüber den jeweiligen Beauftragten in den Diözesen oder der Orden zu erkennen gegeben. Viele möchten einfach nur sprechen, anderen kann die Kirche womöglich helfen, ihre Erlebnisse zu verarbeiten. Deshalb gilt es zu klären, was für die Opfer getan werden kann. Dazu haben uns viele Fachleute von sich aus ihre Hilfe angeboten. Zudem werde ich persönlich das Gespräch mit Opfern suchen.

Was wird aus den Leitlinien?

Unabhängig von einem Runden Tisch aller Betroffenen wird es eine Zusammenkunft von Fachleuten aus dem Bereich der Kirche, der Wissenschaft und der Justiz geben, mit denen unsere Erfahrungen im die bisherige Umgang mit sexuellem Missbrauch in der Kirche erörtert wird. Diese Evaluation soll in die Optimierung der Leitlinien münden.

Welche Bestimmungen halten Sie für unbedingt verbesserungswürdig?

Man sollte die Aussagen, das zeigt die Debatte dieser Tage, über die Zusammenarbeit mit den staatlichen Strafverfolgungsbehörden noch präziser fassen und die psychologische Begutachtung von Tätern vor jeglicher Entscheidung über ihre berufliche Zukunft zur Pflicht machen. Wir werden auch Leitlinien für Laien und Ehrenamtliche im kirchlichen Dienst zu formulieren haben.

Halten Sie es aus der Sicht der Opfer für sinnvoll, dass der Bischöfliche Beauftragte, an den mögliche Missbrauchsfälle herangetragen werden, nicht selten Priester und dazu Mitglied der Bistumsleitung ist?

Dieser Umstand hat Vor- und Nachteile. Als Mitglied der Bistumsleitung hat er zum einen unmittelbaren Zugriff auf Akten, die für Dritte aus datenschutzrechtlichen Gründen nicht einsehbar sind. In Trier haben wir zudem die Erfahrung gemacht, dass Opfer auch das Gegenüber eines Amtsträgers schätzen, damit endlich „die“ Kirche und nicht etwa ein Therapeut einer Beratungsstelle ihre persönliche Geschichte erfährt. Gleichwohl gilt es zu bedenken, dass manch einer vor einem direkten Kontakt mit einem Verantwortlichen der Kirche zurückschreckt. Die Informations-Hotline, die wir noch vor Ostern einrichten werden, wäre in diesen Fällen ein niedrigschwelliges Angebot. Es ist natürlich auch denkbar, in den Bistümern und Ordensgemeinschaften eine Persönlichkeit des öffentlichen Lebens mit der Aufgabe eines ersten Ansprechpartners zu betrauen. Wir werden das noch einmal sorgfältig bedenken.

Wie verhalten Sie sich gegenüber der Forderung, einen Fonds zur Entschädigung von Opfern einzurichten?

Die meisten Opfer, die sich in den vergangenen Tagen und Wochen zu erkennen gegeben haben, sagen, dass sie dieses abscheuliche Kapitel für sich nun als beendet ansehen. In anderen Fällen gilt das, was seit langem gilt: Die Kirche kommt selbstverständlich für mögliche therapeutische Hilfe und deren Kosten auf. Darüber hinaus werden wir alle Einzelfälle prüfen.

Das Gespräch mit dem Trierer Bischof Stephan Ackermann führte Daniel Deckers. Faz 8

 

 

 

 

 

Erziehungsmethoden bei den Domspatzen. Auch Papstbruder Ratzinger hat Schüler geohrfeigt

 

Der ehemalige Domkapellmeister Georg Ratzinger hat sich von früheren Prügel-Praktiken in der Internatsvorschule der Regensburger Domspatzen distanziert. Allerdings gestand der Bruder des Papstes ein, bis zum Ende der 70er Jahren selbst die eine oder andere Ohrfeige gegeben zu haben.

Georg Ratzinger hat in seiner Zeit als Leiter der Regensburger Domspatzen bis zum Ende der 70er Jahre in den Chorproben wiederholt Ohrfeigen bei Verfehlungen oder Leistungsverweigerung erteilt. Eigentlich habe er dabei aber immer ein schlechtes Gewissen gehabt. „Ich war dann froh, als 1980 körperliche Züchtigungen vom Gesetzgeber ganz verboten wurden", sagte der Bruder von Papst Benedikt XVI. der "Passauer Neuen Presse“ An diese Maßgabe habe er sich „striktissime“ gehalten und war nach dem Verbot "innerlich erleichtert.“

Von den "brachialen" Methoden in der Internatsvorschule der Domspatzen hat sich der früher Kapellmeister distanziert. Das Ausmaß unter der Leitung des damaligen Internatsdirektors Johann M. sei ihm nicht bekannt gewesen, sagte Ratzinger der Zeitung. „Wenn ich gewusst hätte, mit welch übertriebener Heftigkeit er vorging, dann hätte ich schon damals etwas gesagt“, erklärte Ratzinger.

Auf die Frage, warum in der Kirche so lange über diese Dinge geschwiegen worden sei, antwortete er: „Ich glaube, es ist nicht nur die Kirche, die geschwiegen hat.“ In der ganzen Gesellschaft habe „man diese Dinge, die man selber durchaus verurteilt hat, nicht breittreten“ wollen. Heute würde er diese Sache anders beurteilen. Er bitte daher die Opfer um Verzeihung.

M. leitete die Vorschule der Domspatzen von 1953 bis 1992, Ratzinger war Domkapellmeister von 1964 bis 1994. Die Schule ist eine von den Domspatzen unabhängige Einrichtung, die von einer eigenen kirchlichen Stiftung getragen wird. Nach Ratzingers Worten hat sein Vorgänger als Domkapellmeister, Theobald Schrems, diese Konstruktion bewusst so geschaffen, damit von Regensburg aus nicht in die Vorschule hineinregiert habe werden können. Überdies hätte sich M. als eine „selbstbewusste und intensive Persönlichkeit“ dies nie gerne gefallen lassen.

Über die Rolle seines Bruders, Papst Benedikt XVI., bei der Bewältigung der Missbrauchsaffäre sagte Ratzinger, der könne nur die Verantwortlichen der einzelnen Länder, also etwa Deutschlands, ansprechen und mit ihnen eine klare Verurteilung aller Missbrauchsfälle formulieren.

Ehemalige Schüler hatten in den vergangenen Tagen berichtet, der Vorschul-Internatsdirektor habe die Kinder teilweise „grün und blau“ geschlagen. Die Prügelpraktiken gab es dort offenbar bis Anfang der 1990er Jahre.

Ein ehemaliger Schüler, heute Redakteur der „Süddeutschen Zeitung“, beschreibt, wie M. Anfang der 1980er Jahre einmal auf dem Rücken eines achtjährigen Mitschülers einen Stuhl zertrümmert habe. Der Priester sei über das Fehlverhalten des Schülers als Ministrant bei der Frühmesse erbost gewesen.

Einen anderen Schüler, der sich unter Bauchschmerzen gekrümmt habe, habe der Direktor als Simulanten abqualifiziert. Der Junge habe dann wegen eines Blinddarmdurchbruchs notoperiert werden müssen. Die Kinder hätten den Direktor als „Sadisten“ empfunden.  KNA/dpa 9

 

 

 

 

Missbrauchsskandal. Der kirchliche MakelDenken statt Demut

 

Ein Missbrauchsfall nach dem anderen kommt ans Licht. Es zeigt sich: Für die Kirche zählt der schöne Schein noch immer mehr als das Wohl der Kinder. Ein Kommentar von Annette Ramelsberger

 

Wer durch deutsche Landschaften geht, erfährt an jeder Ecke, wie sehr das Christentum dieses Land geprägt hat: An den Autobahnen laden Kapellen zur Rast. An Wegen wachen Marienstatuen über die Wanderer. Auf den Bergen ragen Gipfelkreuze in die Höhe, und zumindest im Süden der Republik hängen Kruzifixe in Klassenzimmern und Gerichtssälen.

Wenn Politiker das christliche Abendland preisen, dann klingt das zwar aufgesetzt, aber falsch ist es nicht: Deutschland ist tief geprägt von seiner christlichen Geschichte. Staat und Kirche sind in einem Maße miteinander verwoben, wie es in vielen anderen europäischen Ländern unvorstellbar ist. Der Staat zieht die Kirchensteuer ein, er zahlt aus Steuermitteln das Gehalt der Bischöfe, er gibt Geld für jeden kirchlichen Kindergartenplatz.

 

Auch deshalb trifft die Missbrauchskrise die katholische Kirche mit besonderer Härte. Fast täglich bekennen sich Priester und Ordensleute nun dazu, dass sie Kinder missbraucht und geschlagen haben, dass sie davon gewusst, aber die Polizei nicht informiert haben.

Das erschüttert eine Gesellschaft, die bisher großes Vertrauen in die Erziehungsleistung der Kirche setzte: Noch immer wächst die Zahl der Schüler in katholischen Internaten, weil sich die Eltern dort besondere Fürsorge für ihre Kinder versprechen.

Bisher galt auch das Kloster Ettal als Vorzeige-Internat - nun stellt sich heraus, dass ein Pater Kinderpornos herunterlud, die Bilder von halbnackten Schülern auf Pädophilen-Seiten ins Internet stellte und Schüler systematisch verprügelt wurden. Statt Aufklärung zu fordern schließen sich viele Ehemalige lieber eng zusammen und beteuern sich gegenseitig, dass alles doch gar nicht so schlimm gewesen sei.

Natürlich betonen die betroffenen Internate, Orden, Bistümer, wie leid ihnen das alles tue, wie sehr sie sich schämten. Doch das alles ist so lange Schall und Rauch, solange man zum Kern des Problems nicht vordringt. Wo Autorität und Gehorsam viel bedeuten und kritische Fragen als unbotmäßig gelten, dort wird besonders hartnäckig geschwiegen und vertuscht.

Noch viel zu häufig halten selbst die Betroffenen das Bild von der unversehrten Gemeinschaft hoch, fühlen sich als Elite. Dass solche geschlossenen Systeme zur Verletzung der Privatsphäre geradezu einladen, das wird noch immer nicht erkannt. Wer sich als Elite fühlt, der kann nicht Opfer sein.

Auch die Kirche ist nicht wirklich bereit, Konsequenzen zu ziehen. Noch immer will sie lieber erst intern prüfen, ob ein Verdacht auf Missbrauch zutrifft. Noch immer will sie im Stillen entscheiden, ob man einen Verdacht an die Staatsanwaltschaft weiterleitet.

Es gibt keine Anzeigepflicht für sexuellen Missbrauch, in der Kirche nicht und auch bei Jugendämtern nicht. Aber eine Schule oder eine Behörde, die es ernst meint mit der Fürsorge, schaltet frühzeitig die Staatsanwaltschaft ein.

Denken statt Demut

Zu oft noch legt die Kirche den Mantel gnädigen Schweigens über die Sünder. Aber: Sie darf nicht warten, bis sich ein Täter selbst anzeigt. Es geht nicht um den schönen Schein, es geht darum, dass nicht noch ein Kind missbraucht wird. Gehorsam und Demut dürfen nicht wichtiger sein als kritisches Denken und Rückgrat.

Doch die Kirche windet sich. Hohe Würdenträger relativieren den Missbrauch, indem sie darauf verweisen, dass vieles schon lange her und deswegen verjährt sei. Viele erklären, sie hätten nichts gewusst. Nun soll es der Papst richten und sich mit Deutschland befassen - als wenn einzig aus dem Vatikan Aufklärung kommen könnte.

 

Das Krisenmanagement erschöpft sich in diesem Ruf nach Rom. Sonst fällt den Verantwortlichen nicht sehr viel ein. Es drängt sich das Gefühl auf, dass wichtiger als die Aufklärung immer noch ist, wer wem etwas sagen darf - zum Beispiel wenn sich der oberste Benediktiner Notker Wolf und der Münchner Erzbischof Reinhard Marx darüber streiten, wer die Leitung des Benediktinerklosters Ettal zum Rücktritt zwingen durfte.

Mittlerweile bemüht sich der Staat stärker um Schadensbegrenzung als die Kirche. Bundes- und Landesministerinnen wie Annette Schavan, Kristina Schröder und Beate Merk fordern Konsequenzen oder schlagen die Einrichtung runder Tische vor. Es sind fast verzweifelte Aufrufe an eine Gemeinschaft, die sich zunehmend nur noch mit sich selbst beschäftigt.

Die katholische Kirche reagiert selbst auf leise Kritik mit höchster Erregung. Ultimativ wurde eine Entschuldigung gefordert, als Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger anmerkte, die Kirche müsse bei Missbrauch besser mit den Staatsanwälten zusammenarbeiten. Und der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller wirft Kritikern schlicht vor, sie versuchten, die Kirche zu kriminalisieren. Es sind Totschlagargumente, die nur von Hilflosigkeit zeugen.

Dabei wäre eine Wertegemeinschaft wie die katholische Kirche in einer Zeit, in der alles beliebig und alles machbar erscheint, dringend nötig. Doch um mit ihren Mahnungen durchzudringen, bräuchte die Kirche Autorität. Sie müsste Teil der Gesellschaft sein, die sie kritisiert. Doch die Kirche verschanzt sich. So gewinnt sie nicht Autorität, sie verliert sie. SZ 8

 

 

 

Papst: „Mehr Verantwortung für Laien in der Kirche“

 

Benedikt XVI. wünscht sich einen „Mentalitätswechsel“ in der Kirche. Das sagte er an diesem Sonntag beim Besuch in einer Pfarrei am römischen Stadtrand. Alle „Mitglieder des Volkes Gottes“, ob sie nun geweiht seien oder Laien, teilten eine „gemeinsame Verantwortung“.

 

„Wir brauchen einen Mentalitätswechsel, vor allem mit Blick auf die Laien. Man sollte diese nicht mehr nur als Mitarbeiter des Klerus ansehen, sondern sie wirklich als Mitverantwortliche am Sein und Handeln der Kirche anerkennen. Auf diese Art und Weise würde ein reifer und engagierter Laienstand gefördert! Liebe christliche Familien und liebe junge Leute, die ihr hier lebt: Lasst euch immer mehr einbeziehen in die Verkündigung des Evangeliums – wartet nicht, dass andere euch Botschaften bringen, sondern macht euch selbst zu Missionaren Christi bei euren Brüdern – da wo sie wohnen, arbeiten, studieren oder die Freizeit verbringen.“

 

Die Pfarrei, in der Papst Benedikt predigte, gibt es erst seit 1989. Bis sie sich eine Kirche leisten konnten, trafen sich die Gläubigen zwölf Jahre lang in den Räumen eines Einkaufszentrums. Das Viertel namens „Porta di Roma“ wird erst allmählich besiedelt; außer „Ikea“ gibt`s hier noch nicht viel...

 

Beim Angelus: Papst betet für Sturmopfer - Benedikt XVI. betet für die Opfer des Sturmtiefs in Frankreich. Er denke „ganz besonders an alle, die beim jüngsten Unwetter gelitten haben“, sagte er beim Angelusgebet in Rom. Die Zahl der Todesopfer in Frankreich  nach dem Durchzug des Tiefs Xynthia liegt bei 53; um die achtzig Menschen wurden verletzt. Am sonntäglichen Mittagsgebet auf dem römischen Petersplatz nahmen auch viele Besucher aus Frankreich teil.

In einer kurzen Betrachtung meinte Benedikt,  Unglücksfälle dürften nicht zu einer falschen Suche nach Schuldigen verleiten. Es sei eine „leichtfertige Schlussfolgerung“, darin ein göttliches Strafgericht zu sehen. Gott sei gut und könne nichts Böses wollen. Aber aufgrund eines „unergründlichen Plans seiner Liebe“ lasse er manchmal Prüfungen zu, um die Menschen zu einem größeren Guten zu führen.

Auf deutsch mahnte der Papst zur Umkehr in der Fastenzeit. (rv 7)

 

 

 

 

Nach Missbrauchs-Skandalen. Ministerin poltert gegen katholische Kirche

 

Bundesjustizministern Sabine Leutheusser-Schnarrenberger hat dem Vatikan vorgeworfen, die Aufarbeitung der Skandale um sexuellen Missbrauch in katholischen Einrichtungen zu behindern. Es habe in vielen Schulen und Einrichtungen eine Art Schweigemauer gegeben, wegen der Informationen nicht ausreichend an die Justiz gelangt sei, sagte die Ministerin am Montag im Deutschlandfunk. Um eine Verjährung der Fälle zu verhindern, müsse aber nach Wegen gesucht werden, das Schweigen zu durchbrechen und bereits bei Anhaltspunkten auf Missbrauch möglichst frühzeitig Ermittlungen durch die Justiz zu ermöglichen, forderte die FDP-Politikerin.

Für Schulen in katholischer Trägerschaft gelte aber eine Direktive der Glaubenskongregation von 2001, nach der auch schwere Missbrauchsfälle zuallererst der päpstlichen Geheimhaltung unterlägen und nicht an Stellen außerhalb der Kirche weitergegeben werden sollten, kritisierte Leutheusser-Schnarrenberger.

Stattdessen solle nach der Direktive intern untersucht werden. Dabei werde nicht deutlich gemacht, möglichst frühzeitig die Staatsanwaltschaft einzuschalten. In einer Verlängerung der Verjährungsfristen sieht die Justizministerin dagegen „kein Allheilmittel“.

Dafür hatte sich Bundesbildungsministerin Annette Schavan (CDU) ausgesprochen. Sie halte diese Maßnahme schon deshalb für sinnvoll, „weil die bisherige Erfahrung lehrt, dass über Missbrauch erst nach vielen Jahren gesprochen wird und die Täter womöglich straffrei bleiben“, sagte sie der „Passauer Neuen Presse“.

Leutheusser-Schnarrenberger lehnte längere Verjährungsfristen abermals ab. Im Deutschlandfunk sagte sie, nach vierzig oder fünfzig Jahren sei es sehr schwierig, noch Sachverhalte zu ermitteln und Zeugen zu finden. Dann seien einseitige Beschuldigungen möglich, die nicht mehr bestätigt oder widerlegt werden könnten. Die Ministerin verwies darauf, dass Missbrauchsfälle nach geltendem Recht noch bis zu zwanzig Jahre nach der Volljährigkeit des Opfers verfolgt werden können.

Schavan kündigte an, in den nächsten Tagen mit dem Präsidenten der Kultusministerkonferenz und den Lehrerverbänden darüber zu sprechen, was über die Aufklärung hinaus getan werden kann, um Vertrauen wieder herzustellen. Eltern müssten sich darauf verlassen können, dass ihre Kinder in pädagogischen Einrichtungen in guter Obhut sind.

Schavan: Gewalt und Missbrauch nicht allein Thema der Kirche

„Dazu gehört eine Atmosphäre des Respekts und der Wertschätzung. Dazu gehören auch Pädagogen, die nicht nur fachlich gut sind, sondern auch einen klaren Kompass haben und persönliche Reife besitzen, die dem Vertrauen gerecht wird, das ihnen seitens der Kinder und Jugendlichen entgegengebracht wird“, betonte Schavan.

Einem Runden Tisch allein zum sexuellen Missbrauch in kirchlichen Einrichtungen, wie von Justizministerin Leutheusser-Schnarrenberger gefordert, erteilte Schavan am Sonntagabend im ZDF eine Absage. Gewalt und Missbrauch seien nicht allein Thema in kirchlichen Einrichtungen. Die Justizministerin dagegen wiederholte in der ZDF-Sendung, es gehe nicht darum, ein allgemeines Gespräch über Missbrauch zu führen. Im Zentrum müsse stehen, die Opfer in den Blick zu nehmen und mit ihnen zu reden.

Auch der Beauftragte für Missbrauchsfälle der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Stefan Ackermann, wandte sich gegen den Ansatz Leutheusser-Schnarrenbergers. Wenn es einen Runden Tisch gebe, dann müssten dazu alle Akteure eingeladen werden, sagte er. Zugleich bekräftigte er, die katholische Kirche reklamiere für sich nicht einen Raum jenseits des staatlichen Rechts. Deshalb sei eine Präzisierung der bischöflichen Leitlinien zum Missbrauch von 2002 zu erwägen. Die Justizministerin betonte ihrerseits die Forderung an die Kirche, die Richtlinien zu überarbeiten. Es müsse klar sein, dass bei Missbrauchsfällen die Staatsanwaltschaft zu informieren sei.

Schavan, die selbst katholisch ist, sagte, das nun bekanntwerdende Ausmaß an Demütigung, Gewalt und Missbrauch von Kindern hätte sie sich nicht vorstellen können. Die Kirche in Deutschland zeige sich aber zu lückenloser Aufklärung und zur Zusammenarbeit mit dem Staat sehr entschlossen. Es werde zwischen Kirche und Regierung sicher Gespräche darüber geben, wie das Vertrauen in kirchliche Schulen wiederherzustellen sei. Dabei müsse die Perspektive der Opfer im Mittelpunkt stehen. Das Verhältnis von Kirche und Staat, so die Bildungsministerin, sehe sie durch die Vorgänge nicht belastet.

Die ersten, meist weit zurückliegenden Missbrauchsfälle waren Ende Januar am Canisius-Kolleg der Jesuiten in Berlin bekanntgeworden. Mittlerweile wurden aus mehreren Einrichtungen von Orden und der Mehrzahl der deutschen Diözesen Fälle aus unterschiedlichen Jahrzehnten bekannt. Vor zwei Wochen hatte Leutheusser-Schnarrenberger mit öffentlichem Zweifel am Willen der Kirche zur Aufklärung in Reihen der Bischöfe für Empörung gesorgt. FAZ.NET mit apn/kna/Reuters 8

 

 

 

 

Missbrauchsverdacht in Augsburg Kirche stellt Pfarrer Ultimatum

 

Das Bistum Augsburg hat einen Gemeindepfarrer zur Selbstanzeige gezwungen. Die Missbrauchsvorwürfe gegen den Mann sind bereits seit zehn Jahren bekannt. Von Katja Auer

 

Der Missbrauchsskandal in der katholischen Kirche weitet sich aus: Im Bistum Augsburg steht ein ehemaliger Gemeindepfarrer unter dem Verdacht, vor elf Jahren Kinder missbraucht zu haben. Das Ordinariat zwang den Priester jetzt mit einem Ultimatum zur Selbstanzeige. Andernfalls werde die Diözese selbst die Staatsanwaltschaft einschalten, teilte das Ordinariat am Montag mit.

Das Bistum habe 1999 Hinweise auf die "moralisch fragwürdigen Verhaltensweisen" des Pfarrers erhalten, aber damals keine Strafanzeige gestellt, weil die Eltern ausdrücklich darum gebeten hätten.

"Kein unkontrollierter Kontakt zu Kindern"

Der Priester habe bestritten, dass sein Verhalten "die Schwelle des moralisch oder rechtlich Erlaubten" überschritten habe.

 

Dennoch sei er versetzt worden und mit einer Aufgabe betraut, "bei der keine Gefahr eines unkontrollierten Kontaktes zu Kindern und Jugendlichen bestand". Der Mann sei bis heute nicht mehr als Gemeindepfarrer eingesetzt worden, teilte das Bistum weiter mit.

Aufgrund aktueller Hinweise habe das Ordinariat den Vorgang nun wieder aufgerollt. Der Missbrauchsbeauftragte der Diözese, Domkapitular Harald Heinrich, habe mit dem Pfarrer gesprochen und ihm "dringend nahegelegt", die fragliche Tat von der Staatsanwaltschaft rückhaltlos aufklären zu lassen. Der Mann sei von allen Aufgaben entbunden worden.

Das Bistum will offensiv mit Missbrauchsvorwürfen umgehen und alle Hinweise sofort an die Staatsanwaltschaft weiterleiten. Bischof Walter Mixa dulde bei Kindesmissbrauch "keine Toleranz", sagte Generalvikar Karlheinz Knebel.

"Null Toleranz" für Missbrauch in Schulen gab unterdessen auch Kultusminister Ludwig Spaenle (CSU) als Grundsatz aus. Er fordert die vollständige Aufklärung aller Vorwürfe und will zur künftigen Prävention einen Runden Tisch begründen, an dem Verantwortliche der Schulen, aber auch Experten aus Gesellschaft und Wissenschaft teilnehmen sollen. Spaenle ist derzeit Präsident der Kultusministerkonferenz und will demnächst mit Bundesbildungsministerin Annette Schavan das Thema besprechen.

Ministerpräsident Horst Seehofer und Justizministerin Beate Merk (beide CSU) fordern die Verlängerung der Verjährungsfristen bei sexuellem Missbrauch auf mindestens 30 Jahre. Seehofer will außerdem, dass sich die Verantwortlichen in kirchlichen Bildungseinrichtungen "unverzüglich" an die staatlichen Behörden wenden, wenn ein Missbrauchsvorwurf laut wird. Seehofer sei bei der Aufklärung für ein "schonungsloses" Vorgehen.  SZ 9

 

 

 

Polen: Bischöfe verteidigen sich

 

Die Bischöfe sind aufgebracht über das Urteil gegen eine Kirchenzeitschrift. Das Blatt des Erzbistums Kattowitz soll einer Abtreibungsbefürworterin eine Entschädigung zahlen, weil es die Frau beleidigt habe, so ein Berufungsgericht der südpolnischen Stadt. Die Zeitschrift namens „Go?? Niedzielny” hatte nach Medienangaben die Befürwortung von Abtreibung mit Nazi-Verbrechen verglichen.

 

„Man hat diese Zeitschrift in Kattowitz für etwas verurteilt, das sie gar nicht geschrieben hat“, sagt der Sprecher der polnischen Bischofskonferenz, Jozef Kloch. „Die Fakten liegen anders, als das Gericht sie in seiner Urteilsbegründung darstellt. Es ist wirklich seltsam: Hier geht es ganz klar um Ideologie, nicht um Substanzielles.“

 

Kloch will wissen, wer hinter der Klage der Frau wirklich steht: Es gebe „Hinweise, dass jemand ihr einen Text vorbereitet hat“. Und er wehrt sich dagegen, dass jetzt „falsche Anschuldigungen gegen eine katholische Zeitschrift pauschal auf die ganze katholische Kirche Polens ausgeweitet werden“.

 

„Viele in Polen haben den Eindruck, dass die Lage dieser armen Frau von feministischen Verbänden für eine Kampagne instrumentalisiert wird. Feministinnen in Polen, die Abtreibung auf Verlangen durch die Hintertür möglich machen wollen.“

 

Die Kirchenzeitschrift hatte ein Urteil des Europäischen Menschenrechtsgerichtshofs mehrfach scharf kritisiert, dass der Polin wegen der Verweigerung einer Abtreibung trotz Gefahr für ihre Gesundheit 25.000 Euro Entschädigung zusprach. Das Kattowitzer Urteil gegen die Kirchenzeitung wurde jetzt von Frauenorganisationen begrüßt. Mit rund 150.000 verkauften Exemplaren ist „Gosc Niedzielny“ das größte meinungsbildende Wochenmagazin in Polen, noch vor den Nachrichtenmagazinen „Polityka“, „Wprost“ und „Newsweek Polska“. kna 7

 

 

 

 

Konservative Christen. US-Asyl für deutsche Schulverweigerer in Gefahr

 

Weil sie ihre Kinder nicht dem unchristlichen deutschen Schulsystem aussetzen wollte, zog die strenggläubige Familie Romeike von Bissingen in die USA. Dort gewährte ein Richter wegen religiöser Verfolgung Asyl. Doch die US-Einwanderungsbehörde legte Berufung ein. Der Familie droht die Ausweisung.

Die US-Einwanderungsbehörde geht in Berufung gegen ein Urteil, mit dem deutschen Schulpflichtverweigerern Asyl in den Vereinigten Staaten gewährt wurde. Das Berufungsverfahren werde sich wohl mehrere Monate hinziehen, sagte Rechtsanwalt Michael Donnelly. Donnelly ist Mitarbeiter der „Home School Legal Defense Association“, eines Rechtshilfeverbandes für Heimschülerfamilien. Außerdem vertritt er als Anwalt die aus Baden-Württemberg stammende Familie.

Das strenggläubige Ehepaar Hannelore und Uwe Romeike war im Sommer 2008 mit seinen fünf Kindern in die USA gekommen. Dort wollten sie ihre Kinder selber unterrichten, was in Deutschland untersagt ist. Die Romeikes stellten Antrag auf politisches Asyl.

Zur Begründung gab die Familie an, dass sie sich in ihrer Heimat verfolgt fühle, weil die Behörden die Schulpflicht mit Bußgeldbescheid und Drohungen durchsetzen wollten. Im Januar gab US-Einwanderungsrichter Lawrence Burman dem Asylantrag statt. Die deutsche Haltung verstoße gegen „alles, woran wir als Amerikaner glauben“, hieß es in der Urteilsbegründung.

Der Berufungsantrag der Einwanderungsbehörde gegen die Asylgewährung habe ihn nicht überrascht, sagte Anwalt Donnelly. Vorläufig dürften die Romeikes in den USA bleiben. In rund zwei Monaten werde die Behörde ihren Berufungsantrag schriftlich begründen müssen.

Rund zwei Millionen Kinder werden nach Angaben des Erziehungswissenschaftlers Robert Kunzman von der Indiana University (Bloomington, Indiana) in den USA gegenwärtig zu Hause unterrichtet. Vermutlich liege die Zahl sogar höher, da die meist konservativ-christlich orientierten „Homeschool“-Eltern Untersuchungen misstrauten und keine Angaben machten.  EPD 9

 

 

 

Was wusste Ratzinger? Papst soll zu Missbrauch Stellung beziehen

 

Beim Missbrauchsskandal in katholischen Einrichtungen sieht die Reformbewegung "Wir sind Kirche" auch bei Papst Benedikt XVI. Klärungsbedarf. "Denn Joseph Ratzingers Amtszeit als Münchner Erzbischof von 1977 bis 1982 gehört genau zu den Jahren, um die es bei den Missbrauchsfällen geht", sagte der Sprecher der Gruppe, Christian Weisner, in München. Deshalb dränge sich die Frage auf, ob der damalige Münchner Erzbischof auch Kenntnis von solchen Übergriffen gehabt habe - und falls ja, wie er damit umgegangen sei.

 

Eine solche Stellungnahme des Papstes wäre ein hilfreiches Zeichen, sagte Weisner. "Denn totale Offenheit ist der einzige Weg, das Vertrauen in die Amtskirche und vor allem in die Kirchenleitung wiederherzustellen."

 

Auch der Bruder des Papstes, Georg Ratzinger, müsse sich Fragen zum Missbrauchsskandal bei den Regensburger Domspatzen gefallen lassen, sagte Weisner. Georg Ratzinger leitete die Domspatzen von 1964 bis 1994. Der 86-Jährige beteuerte am Sonntag, er habe von den Missbrauchsfällen nichts gewusst: Sie hätten sich in den 50er Jahren abgespielt.

 

Der Präsident des päpstlichen Einheitsrats, Kardinal Walter Kasper, äußerte "tiefe Enttäuschung, Schmerz und sehr großen Zorn" über die Missbrauchsfälle in katholischen Institutionen. Die Kirche müsse "Klarheit schaffen", die Verantwortlichen müssten verurteilt und die Opfer entschädigt werden. Die verabscheuungswürdigen Verbrechen müssten mit absoluter Entschlossenheit verfolgt werden, sagte der ehemalige Bischof von Rottenburg-Stuttgart. "Wir müssen unsere Kirche ernsthaft reinigen."

 

Politische Initiativen - Nach dem Bekanntwerden immer weiterer Missbrauchsfälle an Schulen und Internaten dringt die Bundesregierung auf Konsequenzen. "Ich werde in den nächsten Tagen mit dem Präsidenten der Kultusministerkonferenz und den Vorsitzenden der Lehrerverbände darüber beraten, welche konkreten Maßnahmen wir ergreifen, um weiteren Fällen von Missbrauch vorzubeugen, Opfern zu helfen und damit Vertrauen auch bei Eltern wiederherzustellen", sagte Bundesbildungsministerin Annette Schavan (CDU) der Online-Ausgabe der Bild-Zeitung.

 

Wo immer ein Verdacht bestehe, müsse es "null Toleranz" geben und vollständige Aufklärung erfolgen, verlangte die CDU-Politikerin. Eltern müssten sich darauf verlassen können, dass ihre Kinder vor Gewalt und Missbrauch in pädagogischen Einrichtungen geschützt seien.

 

Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) plädierte erneut für einen Runden Tisch. "Besonders in Fällen, in denen die rechtliche Aufarbeitung nicht mehr möglich ist, kann ein Runder Tisch den Dialog über die berechtigten Anliegen der Opfer eröffnen", sagte sie der Welt am Sonntag. (afp/epd/dpa 8)

 

 

 

 

Vatikan: „Missbrauch entschlossen aufklären“

 

Der Vatikan hat zu einer durchgreifenden Aufklärung der Missbrauchsfälle im Bistum Regensburg und anderen Diözesen aufgerufen. Der Heilige Stuhl unterstütze die Bereitschaft des Regensburger Bistums, „die schmerzliche Angelegenheit mit Entschlossenheit und in offener Weise zu untersuchen“. Das steht in einer Erklärung in der Vatikanzeitung Osservatore Romano von diesem Sonntag. Vorrangiges Ziel der Kirche sei es, „möglichen Opfern Gerechtigkeit widerfahren zu lassen“. Der Vatikan sei „dankbar für dieses Bemühen um Klarheit innerhalb der Kirche“, so die Stellungnahme. Zugleich wünsche man, „dass ebensolche Klarheit auch in anderen öffentlichen und privaten Einrichtungen geschaffen wird, wenn das Wohl der Kinder wirklich allen am Herzen liegt“.

In der gleichen Ausgabe legt der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller die Missbrauchsfälle im Umfeld der Regensburger Domspatzen dar. Müller verweist dabei auf einen bereits bekannten Vorgang aus dem Jahr 1958, bei dem der stellvertretende Institutsleiter wegen sexuellen Missbrauchs aus dem Dienst entfernt wurde. Ferner bezieht er sich auf einen Priester, der ebenfalls 1958 für sieben Monate in dem Knabenchor arbeitete und zwölf Jahre später wegen Missbrauchs verurteilt wurde. Es werde noch untersucht, ob das betreffende Vergehen auch die Zeit der Tätigkeit bei den Domspatzen betreffe. Bischof Müller wörtlich: „Beide Fälle waren seinerzeit schon öffentlich bekannt und sind juristisch als abgeschlossen zu betrachten. Sie fallen nicht mit der Amtszeit von Kapellmeister Professor Georg Ratzinger zusammen“. Der Bruder des Papstes hatte die Domspatzen von 1964 bis 1994 geleitet.

 

Georg Ratzinger: „Mein Interessse, dass Licht geschaffen wird“

Georg Ratzinger sieht hinter den Missbrauchsvorwürfen auch „eine gewisse Feindseligkeit gegen die Kirche“. Hinter bestimmten Behauptungen scheine die „bewusste Absicht“ zu stehen, sich gegen die Kirche zu äußern, sagte Ratzinger in einem Interview mit der italienischen Tageszeitung „La Repubblica“. Der Bruder von Papst Benedikt befürwortete zugleich die von Bischof Gerhard Ludwig Müller angekündigte vorbehaltlose Aufklärung von Missbrauchsfällen bei den Regensburger Domspatzen. „Ich hoffe, dass mein Chor durch diese Situation nicht beschädigt wird, aber es ist mein Interesse, dass Licht geschaffen wird“, sagte der 86-jährige Ratzinger. Er selbst sei „nicht in der Lage, Informationen über irgendeine strafbare Handlung zu geben“, sagte der frühere Domkapellmeister. "Ich habe nie etwas davon gewusst." Die bereits bekannten Vorgänge aus den 50er Jahren beträfen eine "ganz andere Generation" als die Zeit, in der er den Chor geleitet habe.

Das Wochenmagazin „Der Spiegel“ geht weiterhin auf den Missbrauch von Minderjährigen bei den Regensburger Domspatzen in den 50-ern und zu Beginn der 60-er Jahre ein. Demnach behandelten mehrere Therapeuten im Münchner Raum ehemalige Chormitglieder, die durch sexuellen Missbrauch oder körperliche Misshandlungen traumatisiert wurden. Ein Betroffener aus dem Allgäu berichtete dem Magazin von grausamen Ritualen im Internat Etterzhausen, einer Vorschule, aus der sich die Domspatzen in Regensburg rekrutierten. Der Regisseur und Komponist Franz Wittenbrink, der bis 1967 im Regensburger Internat der Domspatzen lebte, sprach gegenüber dem „Spiegel“ von einem „ausgeklügelten System sadistischer Strafen verbunden mit sexueller Lust“, das dort bestanden habe.

Nach Angaben der „Kölnischen Rundschau“ haben sich bislang 30 ehemalige und ein derzeitiger Schüler im Zusammenhang mit Missbrauchsfällen am Bad Godesberger Jesuiten-Gymnasium Aloisiuskolleg gemeldet. Gegen sechs Patres würden Vorwürfe erhoben, von denen fünf inzwischen verstorben seien.

 

EKD-Ratspräsident: „Gemeinsames gesellschaftliches Problem“

Der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland, Präses Nikolaus Schneider, würdigt die Anstrengungen der katholischen Kirche um Aufarbeitung der Missbrauchskandale aus den vergangenen Jahrzehnten. Es handele sich „um ein allgemeines gesellschaftliches Problem“, und er sehe das Bemühen der katholischen Kirche „in großer geschwisterlicher Verbundenheit“. Das sagte Schneider der Tageszeitung „Die Welt“. SPD-Generalsekretärin Andrea Nahles begrüßte in einem Zeitschrifteninterview den von Bundesfamilienministerin Kristina Schröder (CDU) vorgeschlagenen Runden Tisch. Das Problem sei verbreiteter in der Gesellschaft als bisher bekannt. Die SPD-Politikerin forderte eine offene Debatte über geeignete Maßnahmen und Initiativen – „auch um zu verhindern, dass nach Abebben des aktuellen Skandals das Thema wieder in der Versenkung verschwindet. (kipa/kna 7)

 

 

 

 

 

Missbrauch in der Kirche. "Die Opfer im Blick behalten"

 

Das "Wir sind Kirche"-Nottelefon für Opfer von sexuellem Missbrauch steht im Moment kaum still. "Das ist im Augenblick eine Zeit, wo viele sich erinnern und froh sind, sich aussprechen zu können", sagte Christian Weisner, Sprecher der katholischen Reformbewegung, am Montag der Frankfurter Rundschau. Wichtig sei, dass man die Opfer im Blick behalte. "Die Frage, welcher Bischof jetzt zurücktreten muss, ist nicht entscheidend", glaubt Weisner. In erster Linie wolle "Wir sind Kirche" die Opfer entlasten. Der Bewegung geht es vor allem um die psychologische Aufarbeitung, nicht um die juristische.

 

Das Nottelefon richtete "Wir sind Kirche" 2002 ein - als Reaktion auf die damals neuen Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz, die vorsehen, dass für Missbrauchsopfer Ansprechpartner in den Bistümern benannt werden müssen. Dass das dann häufig Personen innerhalb der Kirchenleitung waren, "hat uns sehr gestört", so Weisner; das Nottelefon sollte im Gegensatz dazu ein "niedrigschwelliges Kontaktangebot" für die Bedrängten sein.

 

In den vergangenen acht Jahren hätten etwa 300 Opfer angerufen - und auch ein paar wenige Täter. Die berichteten Übergriffe seien auf schätzungsweise 150 Täter zurückzuführen. "Überwiegend sind das Altfälle", sagt Weisner - meist verjährt. "Wir sind Kirche" dokumentiert die Vorfälle nicht und kann sie deshalb nicht regional zuordnen; dass aber Anrufer auch von Missbrauch berichtet hätten, der in die Zeit Joseph Ratzingers als Münchner Erzbischof falle - also von 1977 bis 1982 - sei mit "hoher Wahrscheinlichkeit" anzunehmen.

 

 

Die katholische Kirche und auch der Papst müssten das Problem nun mit Ehrlichkeit und Offenheit angehen, fordert Weisner. Viel zu lange habe die Bischofskonferenz sich auf ihrer Formel ausgeruht, die Leitlinien hätten sich bewährt. Dass plötzlich so viele Missbrauchsfälle überall in deutschen Bistümern ans Licht kommen - Weisner ist überzeugt: "Ohne den Auslöser Canisius-Kolleg wäre das nicht passiert."

 

Das Nottelefon ist unter 0180/3000862 (9 ct pro Minute) zu erreichen - oder per E-Mail: zypresse@wir-sind-kirche.de  SABINE HAMACHER FR 9

 

 

 

 

Religiöse Unruhen. Mehr als 500 Tote in Nigeria

 

Nairobi/Abuja. Die Täter kamen in der Nacht, mit Gewehren und Macheten. Mit dem Ruf "Allah ist groß!" metzelten die Mitglieder der muslimischen Fulani-Hausa-Nomaden die Einwohner dreier christlicher Dörfer im zentralnigerianischen Bundesstaat Plateau nieder, berichteten Überlebende. Mehr als 500 Menschen wurden nach Angaben der örtlichen Behörden Opfer der religiösen Gewalt, die einmal mehr nahe der Bergbaustadt Jos explodierte. Die meisten der Toten sind Frauen und Kinder. "Wann wird dieser Wahnsinn enden?" titelte ein Kommentator der Zeitung "This Day" am Montag über das Massaker in der Nacht zum Sonntag.

 

Blutige Gewalt zwischen Muslimen und Christen in Jos rüttelt das bevölkerungsreichste Land Afrikas immer wieder aus der trügerischen Hoffnung auf ein harmonisches Gleichgewicht zwischen den beiden großen Religionsgruppen, die jeweils etwa die Hälfte der Bevölkerung stellen. Besonders besorgniserregend ist, dass die Unruhen in immer kürzerem Abstand aufeinander folgen. Erst im Januar waren mehr als 300 Menschen in Jos und Umgebung bei ähnlichen Ausschreitungen getötet worden.

 

Der Anlass war nichtig, ein Streit über den Wiederaufbau eines Hauses, das 2008 bei religiösen Unruhen zerstört worden wurde. Vor wenigen Wochen verhinderte nur das schnelle Einschreiten in der Region stationierter Truppen neue Kämpfe: Eine Gruppe christlicher Jugendlicher hatte eine muslimische Beerdigungsgesellschaft angegriffen, die ein Kind auf einem von beiden Religionen beanspruchten Friedhof beisetzen wollte. Die Hintergründe des neuesten Massakers liegen noch völlig im Dunkeln.

 

Die Täter konnten sich bisher weitgehend straffrei fühlen. Zwar kündigte der amtierende Präsident Goodluck Jonathan bereits im Januar an, keiner der Verantwortlichen für die religiöse Gewalt werde der Strafe entgehen. Doch selbst wegen des ersten großen Massakers mit mehr als tausend Toten im Jahr 2001 wurde bislang niemand angeklagt.

 

Mit jeder neuen Gewalttat wächst der Hass. Auch die seit Januar geltende nächtliche Ausgangssperre und die Stationierung von Truppen in Plateau konnte das neue Massaker nicht verhindern. Kirchenführer warfen der Armee nun vor, erst Stunden nach dem ersten Alarm reagiert zu haben.

 

Der Bundesstaat Plateau liegt an der Grenze zwischen dem christlichen Süden und dem muslimischen Norden des Landes. Beide Religionsgruppen sind in Plateau etwa gleich stark vertreten. Die in Jos ursprünglich heimischen Fulani-Hausa fühlen sich durch die christlichen Zuwanderer verdrängt. Wirtschaftlicher Erfolg, Konkurrenz um Wasser und Weide- oder Ackerland sind die eigentlichen Quellen des Konflikts. Religiöse Fanatiker auf beiden Seiten haben nur allzu oft leichtes Spiel, die Schuld an Problemen dann der jeweils anderen Gruppe zuzuweisen.

 

Dabei gilt in Nigeria eigentlich der Grundsatz, dass aufgrund der Bevölkerungsverhältnisse weder Christen noch Muslime dominieren können. Das Gleichgewicht der Kräfte wird daher sorgsam gewahrt. Selbst an der Staatsspitze wechseln sich jeweils ein Muslim und ein Christ ab.

 

Doch ein Jahr vor den nigerianischen Präsidentenwahlen ist dieses Gleichgewicht nun gestört: Wegen der langen Erkrankung des muslimischen Präsidenten Umaru Yar'Adua übt dessen christlicher Stellvertreter Jonathan seit einigen Wochen das Präsidentenamt aus. Vor allem muslimische Führer aus dem Norden reagieren mit Misstrauen und Warnungen vor einer Dominanz der Christen. (dpa 8)

 

 

 

Vom Denkmal zum Mahnmal: der Kölner Dom

 

Das Zweite Deutsche Fernsehen strahlt in der Reihe Terra X in den nächsten Wochen die dreiteilige Dokumentarreihe „Superbauten“ aus, die sich mit dem Kölner Dom, dem Schloss Neuschwanstein und der Dresdner Frauenkirche befasst.

Den Anstoß zur Produktion dieses Dreiteilers gab das Ergebnis einer Auswertung von Zuschauerzuschriften und die Tatsache, dass alle drei Bauwerke weltberühmt und Touristenattraktionen erster Ordnung sind. Das große Interesse, das die drei Bauwerke im In- und Ausland finden, dürfte auch eine hohe Zuschauerzahl erwarten lassen.

Den Beitrag über den Kölner Dom stellte das Zweite Deutsche Fernsehen in Anwesenheit des Autors Christian Twente und des Schauspielers Sebastian Koch in Köln der Presse vor. Koch führt durch die Sendung. Mit zahlreichen anschaulichen Animationen werden nicht nur die Sakralbauten aus der Vorzeit des Kölner Doms bildlich dargestellt, so der unmittelbare Vorgänger des heutigen Doms, der Hildebold Dom, sondern auch die entsprechenden Baufortschritte mit Gebäudeschnitten. Erst dadurch wird für den Zuschauer die außerordentliche Leistung des Dombaumeisters Gerhard erkennbar.

Unter der Herrschaft des damaligen Erzbischofs und Kurfürsten von Köln Konrad I. von Hochstaden wurde 1248 nach den Plänen des Baumeisters Gerhard von Rile mit dem Bau des Kölner Doms begonnen. Die Pläne, einen neuen Dom zu bauen, entstanden bereits Anfang des 13. Jahrhunderts, ausgelöst durch den enormen Pilgeransturm, den die Verehrung der Reliquien der Heiligen Drei Könige, die Rainald von Dassel 1164 nach Köln gebracht hatte bewirkte.

Viele Bilder wie auch Einzelheiten zur Geschichte des Kölner Doms, die Koch erzählt, dürften weithin unbekannt sein. Twente befasst sich mit seiner Darstellung überwiegend mit bautechnischen Fragen und natürlich ausführlich mit der Geschichte der Wiederaufnahme des Baus nach dem mehrere Jahrhunderte andauernden Stillstand der Bautätigkeit. Gewürdigt werden die unermüdlichen Nachforschungen durch Sulpiz Boisserée, einem Kunstsammler und Kunsthistoriker und Mitinitiator des Kölner Dombau-Vereins, dem es gelang, die verschollenen Teile der Bauzeichnungen des 13. Jahrhunderts aufzufinden.

Die Kenntnis über den Stillstand der Bautätigkeit am Kölner Dom ab dem Anfang des 16. Jahrhunderts ist weitgehend bekannt. Anfang des 19. Jahrhunderts bemühten sich Josef Görres, Publizist, Gründer des Rheinischen Merkur und Mitinitiator des Kölner Dombau-Vereins und Sulpiz Boisserée um die Wiederaufnahme der Bautätigkeit. Einen entscheidenden Anschub erhielten diese Bemühungen durch den Fund alter Baupläne in Darmstadt und Paris.

So interessant viele der mitgeteilten technischen und bautechnischen Einzelheiten auch sein mögen, wird diese Beschränkung dem Rang dieses Kulturdenkmals nicht gerecht. Es ist wenig befriedigend, zu berichten, wo sich Meister Gerhard die Inspiration für seine Pläne geholt hat. Dieses epochale Bauwerk wurde nicht in der offenen Savanne errichtet, sondern in der damals größten Stadt des Reiches, über die im 13. Jahrhundert Erzbischof und Kurfürst Konrad von Hochstaden, mit außerordentlicher Macht ausgestattet  sowohl geistlicher wie auch weltlicher Herrscher war. Köln war Residenzstadt. Mit dem Bau dieses prächtigen Domes sollte die große Bedeutung und Macht des Erzstiftes demonstriert werden. Deshalb ist die Entwicklung dieser Macht in der folgenden Zeit  für das Engagement, mit der die Bautätigkeit am Dom betrieben wurde, von einiger Bedeutung. Wie das zu verstehen ist, zeigt der Bayerische Rundfunk beinahe wöchentlich mit seiner Sendung Kunst und Krempel. Diese Sendung bildet ein besonders eindrucksvolles Beispiel, wie die öffentliche Zurschaustellung von Gegenständen der Kunst mit Erläuterungen zur Kultur- und Zeitgeschichte auf interessante Weise verbunden werden kann.

Bekannt ist, dass im 13. Jahrhundert die zu großem Wohlstand gelangten Patrizier wie auch die Zünfte gegen die Macht des Bischofs aufbegehrten. Mit dem Kleinen Schied (1252) und dem Großen Schied (1258) machte Konrad von Hochstaden den Patriziern zwar gewisse Zugeständnisse, stellte sie dann aber wiederum mit ränkevollen Winkelzügen in Frage. Mit dem großen Schied wurden zum ersten Mal die in Köln Grundzüge der städtischen Verfassung aufgezeichnet. In mehreren blutigen Auseinandersetzungen zwischen Patriziern und Erzbischof, so 1262 in der Schlacht am Bayenturm mit dem Schlachtruf Kölle alaaf, 1268 in der Schlacht an der Ullrepforte und schließlich 1288 in der Schlacht der Panzerreiter bei Worringen wurde der damalige Erzbischof Siegfried von Westerburg aus der Stadt vertrieben und verlor endgültig die weltliche Macht über die Stadt. Fortan wurde die Stadt von den Patriziern regiert. Hiergegen begehrten die Zünfte auf, die sich 1396 – zusammen geschlossen in den Gaffeln – mit dem sogenannten Verbundbrief eine Verfassung gaben, die fast vierhundert Jahre bis zum Einmarsch der Franzosen im Jahre 1794 galt.

Nicht nur die weltliche Macht stand zur Disposition, sondern mit dem beginnenden 16. Jahrhundert stellte auch noch die Reformation die geistliche Autorität der katholischen Kirche in Frage mit der Nebenfolge, dass die Einkünfte aus dem Ablasshandel, die zum Teil zur Finanzierung des Domes dienten, erheblich zurück gingen.

Diese Zeiterscheinungen dürften einige der Gründe erklären, weshalb die Fertigstellung des Kölner Domes nicht zu den vordringlichsten Zielen Kölner Bürger zählte. Einige Hinweise auf diese Zeitumstände hätten der Dokumentation gut getan.

Der Kölner Dom kann heute jedoch nicht nur als rein kulturgeschichtliches Denkmal verstanden werden, sondern auch als besonders eindrucksvolles Mahnmal. Die Dombaumeister und Handwerker früherer Jahrhunderte haben mit diesem großartigen Bauwerk bewiesen, dass es möglich ist, auf Kölner Boden ein Bauvorhaben dieser Größe zu bewältigen, dass selbst Erdbeben und Kriegen standhält. Die Bürger jener Zeit haben ihre Arbeit beeindruckend weitsichtig, verantwortungsvoll und gediegen nach den Regeln der Baukunst ausgeführt und im 19. Jahrhundert zu Ende geführt. Die Kölner Bürger jener Zeiten haben neben der Bewältigung dieser großartiger Baumaßnahme mit ihrem Verbundbrief weiterhin bewiesen, dass sie auch zur Gestaltung einer gesellschaftlichen Ordnung fähig waren, die über Jahrhunderte Bestand und Geltung besaß.

Die Ausstrahlung der Dokumentation über den Kölner Dom am 14. März 2010 um 19:30 Uhr im Zweiten Deutschen Fernsehen führt aus diesen Gründen wohl auch zu vertiefender Nachdenklichkeit über die heutige Zeit. De.it.press

 

 

 

 

Der Vatikan bittet um Spenden für ihre Glaubensbrüder im Heiligen Land

 

Der Vatikan bittet die katholischen Gläubigen um Spenden für ihre Glaubensbrüder im Heiligen Land. Die Christen im Nahen Osten bewahrten die christlichen Ursprünge; deshalb verdienten sie auch die Unterstützung der ganzen Kirche, heißt es in einem am Montag veröffentlichten Schreiben des Präfekten der Ostkirchenkongregation, Kardinal Leonardo Sandri, an die Bischöfe der Welt. Zahlreiche Projekte des Lateinischen Patriarchats von Jerusalem und der katholischen orientalischen Kirchen in Israel und Palästina seien nur dank der jährlichen Kollekte möglich, so Sandri. Die Dringlichkeit seines Appells unterstreicht er mit einem Verweis auf die Abwanderung von Christen aus dem Heiligen Land. Angesichts des Patts im Friedensprozess falle den Ortskirchen eine besondere Rolle für Dialog und Kooperation zu, so der Kardinal. - Die traditionelle Sammlung für die Kirchen im Heiligen Land findet weltweit in den Karfreitagsgottesdiensten statt. Die Bistümer in der Schweiz veranstalten die Kollekte in der Karwoche, in diesem Jahr zwischen dem 29. März und 2. April.

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