Notiziario religioso 10-11 Marzo
2010
Mercoledí
10. Il commento al Vangelo. Gesú e la legge
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 5,17-19) commentato da P. Lino Pedron
17 Non pensate che
io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono
venuto per abolire,
ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché
non
siano passati il
cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno
dalla legge, senza
che tutto sia compiuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo
di questi precetti,
anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto,
sarà considerato
minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li
insegnerà agli
uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Gesù adempie le
Scritture realizzando nella sua persona ciò che esse dicevano di
lui. L’adempimento della Legge da parte di Gesù non è di
ordine puramente
dottrinale: è l’impegno stesso della sua vita e della sua morte.
Egli non è venuto
per frustrare le attese dell’Antico Testamento, ma per
realizzarle: non vuota la Legge del suo contenuto, ma la riempie
fino all’ultimo
livello, portandola fino alla sua più alta espressione.
Gesù non è un
avversario di Mosè, ma non è nemmeno un suo discepolo; è al
contrario il vero legislatore che Dio ha inviato agli uomini di
tutti i tempi,
di cui Mosè era solo un precursore.
Alla venuta del
Messia, Mosè è invitato a scomparire (cfr Mt 17,8). La Legge era
incompleta non perché non esprimesse la volontà di Dio, ma
perché la esprimeva
in un modo imperfetto e inadeguato. Anche i minimi dettagli
della Legge
conservano il loro eterno valore, soprattutto se la Legge è quella
rinnovata da
Cristo (v. 18).
Gesù compie la
Legge, che manifesta la volontà del Padre, amando i fratelli.
L’amore non
trascura neanche un minimo dettaglio, anzi manifesta la propria
grandezza nelle attenzioni minime.
Le realtà più
solide, il cielo e la terra, potranno cadere ma non cadrà un
iota,
cioè la particella più piccola della Legge, finché non sia
attuata. Non si
tratta di salvaguardare l’adempimento del codice fin nelle sue
minime
prescrizioni, ma di comprenderne il profondo contenuto che sopravvive
nel
Vangelo: l’amore. Con la proclamazione del Vangelo l’Antico Testamento non
finisce, ma si attua nel Nuovo. De.it.press
Giovedí
11. Il commento al Vangelo. Gesú ed
i demoni
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 11,14-23) commentato da P. Lino Pedron
14 Gesù stava
scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto
cominciò a parlare e
le folle rimasero meravigliate.
15 Ma alcuni dissero: «E' in nome di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli
scaccia i demòni». 16 Altri poi, per metterlo alla prova, gli
domandavano un
segno dal cielo. 17
Egli, conoscendo i loro pensieri, disse: «Ogni regno
diviso in se stesso
va in rovina e una casa cade sull'altra. 18 Ora, se
anche
satana è diviso in
se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite
che io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl. 19
Ma se io scaccio i demòni in
nome di Beelzebùl, i vostri discepoli in nome di chi li scacciano?
Perciò essi
stessi saranno i
vostri giudici. 20 Se invece io scaccio i demòni con
il dito
di Dio, è dunque
giunto a voi il regno di Dio.
21 Quando un uomo forte, bene armato, fa la
guardia al suo palazzo, tutti i
suoi beni stanno al
sicuro. 22 Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince,
gli strappa via
l'armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino.
23 Chi non è con me, è contro di me; e chi
non raccoglie con me, disperde.
E’ lo Spirito
Santo che ci libera dallo spirito maligno. Nel capitolo quarto del
vangelo di Luca avevamo letto: "Gesù, pieno di Spirito
Santo, si allontanò dal
Giordano e fu
condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu
tentato dal diavolo… Dopo aver
esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si
allontanò da lui per tornare al tempo fissato" (Lc 4,1.13). La lotta che Gesù
condusse contro satana nel deserto, ora continua. La sua forza è
lo Spirito del
Padre. Di fronte a
questi due contendenti, ognuno deve schierarsi. Non è
possibile rimanere neutrali (cfr v. 23).
Le tentazioni che
Gesù subì nel deserto ritornano continuamente durante la sua
vita. Il diavolo e i suoi amici chiedono sempre e
monotonamente la stessa cosa:
un segno dal cielo (v. 16). E Dio dà i suoi segni: non
quelli della potenza, ma
quelli dell’umiltà. Il segno di Dio è il segno
della Croce. Non può darne uno
più grande. Là infatti dona tutto
se stesso e si rivela come amore infinito e
incondizionato per noi.
Vincere lo spirito
del male è il primo obiettivo della missione di Gesù (cfr Lc
10,18) per donare all’uomo il suo Spirito di Figlio. Ogni
vittoria sullo spirito
di menzogna e di egoismo si ottiene solo con la forza dello
Spirito di verità e
di vita (cfr Lc 9,49-50).
Satana ha vinto
ogni uomo nel primo uomo, Adamo. Da
allora egli è "l’uomo forte,
bene armato" (v. 21) che fa la guardia ai suoi
possedimenti, che sono tutti i
regni della terra (cfr Lc 4,6). Gesù
è "il più forte" (cfr Lc 3,16)
preannunciato da Giovanni il Battista. Egli viene dall’alto come sole
che sorge
per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra
della morte (cfr Lc
1,78-79). La sua vittoria è automatica, come quella della luce
sull’oscurità. Ad
essa può sottrarsi solo chi chiude gli occhi nella cecità
volontaria (cfr Gv
9,41). Gesù spoglia satana di tutte le sue armi, che sono quelle
dell’avere, del
potere e dell’apparire, quando more, spogliato di tutto, sulla
croce. In questo
modo restituisce all’uomo ciò che il demonio gli aveva tolto:
la sua vera
identità di immagine di Dio e la sua realtà di figlio di Dio.
Lo stare con Gesù
è la caratteristica della nostra vita presente (cfr Lc
8,2; Mc
3,4) e della
nostra vita futura (cfr 1Ts 4,17). Chi non è con Gesù
è con il
diavolo. Non esiste una terza
posizione, una terza possibilità. De.it.press
Sul decreto si spacca la Cei. Dure critiche, poi la smentita
Mogavero: scorretto cambiare le regole. Pompili:
giudizio personale
di FRANCA GIANSOLDATI
CITTA’ DEL
VATICANO - Il ddl salvaliste mina la democrazia. Il
giudizio di un autorevole vescovo ai microfoni della Radio Vaticana ha finito
per creare momenti di imbarazzo istituzionale tra la
Conferenza Episcopale Italiana, il Vaticano, Palazzo Chigi e il Quirinale.
Tutto in un colpo solo. Monsignor Domenico Mogavero,
responsabile della Cei per gli affari giuridici, chiamato dall’emittente
pontificia ha stigmatizzato: «Cambiare le regole del
gioco mentre il gioco è in corso è un atto altamente scorretto». E ancora. «La
democrazia è una realtà fragile che ha bisogno di essere sostenuta e
accompagnata da norme, da regole, altrimenti non riusciamo più a orientarci».
Insomma, se vengono a mancare crolla l’impalcatura
generale. A suo parere i fatti di questi giorni dimostrano solo che «vi sono
state leggerezze, manchevolezze, approssimazioni nell’affrontare il gioco
democratico» tanto che - «forse - ha aggiunto - siamo impreparati a una
democrazia sostanziale». Poi il vescovo di Mazara del Vallo, una delle voci
meno ingessate dell’episcopato italiano, ha fatto presente come in democrazia «non si possa fare una distinzione fra ciò che sono le
regole e quello che è il bene sostanziale. Non sono un aspetto accidentale del
vivere assieme». Insomma «un grandissimo pasticcio».
Apriti cielo.
Poche ore dopo la messa in onda per riequilibrare la lettura, è dovuta
intervenire la Cei. Il cardinale Bagnasco ha affidato
al portavoce monsignor Pompili una precisazione: «Le
questioni di procedura elettorale hanno natura squisitamente tecnico-giuridica
ed hanno assunto nelle vicende degli ultimi giorni ricadute di tipo politico ed
istituzionale. Considerata questa connotazione la Cei
non ha espresso e non ritiene di dover esprimere valutazioni al riguardo».
Traduzione: le posizioni di Mogavero non rispecchiano
quelle dell’intera compagine episcopale ma più che una sconfessione, è stato un chiarimento per neutralizzare frizioni
istituzionali. La Cei non detta nessuna linea, tra i vescovi c’è libertà di
espressione, non vi è alcun indirizzo prestabilito perchè
come gli elettori cattolici, anche i vescovi tra loro sono spaccati tra chi
ritiene il decreto salva-liste una insidia alla
democrazia, e chi lo giudica un intervento garantista. L’episodio ha però
finito per infiammare ulteriormente il già rovente dibattito politico. Il
presidente dei senatori del Pdl, Gasparri, ha
liquidato Mogavero. Le sue sono «opinioni
personali sconfessate dalla Cei. Chi conosce le cose sa che c’è piena sintonia
sulle regole e anche su impegni e programmi per le Regioni».
Di segno opposto deputati e senatori del Pd. Di Giovan
Paolo, Farinone, Sassoli. «Quelle di Mogavero sono argomentazione impeccabili.
Fa bene la Chiesa a ricordare che la democrazia è un sistema fragile che va
protetto e difeso dall’arbitrio». Im
8
Ratisbona,
padre Ratzinger si scusa "Anch'io talvolta li ho picchiati"
Il fratello del
Papa sulla vicenda di abusi sugli ex ragazzi del Coro dei Passeri
"Avevo saputo
che il rettore del convitto li picchiava sistematicamente"
dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI
BERLINO - Padre
Georg Ratzinger, il fratello maggiore di Papa Benedetto XVI, si è scusato con
gli ex ragazzi del Coro dei Passeri del Duomo di Ratisbona per le percosse e gli abusi subìti in passato. E
rivela due fatti per la prima volta: che egli stesso qualche volta
ha dato ceffoni ai bimbi del Coro. E che dai suoi piccoli coristi aveva saputo
che il rettore dell'Internat, il convitto in cui i
ragazzi vivevano, li picchiava sistematicamente, con durezza e spesso persino
senza alcun motivo che potesse spingerlo a decidere una punizione.
Il fratello del
Pontefice ha fornito queste rivelazioni un una lunga
intervista uscita stamane sulla Passauer Neue Presse, il quotidiano conservatore e cattolico
bavarese, molto vicino alla Chiesa e alla Csu (Unione
cristiano-sociale, il partito cattolico-arciconservatore al potere in Baviera).
Le sue risposte offrono nuovi, pesanti dettagli sul clima di violenza e paura
nelle istituzioni cattoliche, e inaspriscono di fatto
il clima, a pochi giorni dall'incontro in Vaticano tra il Papa e il presidente
della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Robert Zollitsch.
"Io ero
felice a ogni prova del Coro", racconta padre Georg Ratzinger, "ma
devo ammettere che spesso diventavo depresso, perché non raggiungevamo i
risultati che volevo. E all'inizio io ho spesso distribuito schiaffi, anche se poi mi
rimordeva la coscienza per averlo fatto". Egli aggiunge di non aver
mai picchiato nessun ragazzo fino a procurargli lividi o lesioni.
Sempre
nell'intervista alla Passauer Neue
Presse, egli racconta che quando il Coro era in viaggi per concerti fuori sede,
"i ragazzi mi hanno raccontato cosa succedeva al convitto". E quindi
egli sapeva, come ammette, che il rettore, indicato in nome della privacy solo
con l'iniziale M., "dava schiaffi molto violenti e anche che lo faceva per
motivi molto futili". Ma il convitto era
un'istituzione indipendente, quindi egli, come maestro del Coro, non aveva
l'autorità di denunciarlo. E comunque non seppe mai di abusi sessuali, quindi
di abusi sessuali non si parlò mai. In ogni caso
"io fui molto felice, mi sentii sollevato quando nel 1980 furono vietate
le punizioni corporali". "Anch'io, da piccolo, presi dei
ceffoni", egli nota.
La situazione per
la Chiesa cattolica si fa dunque sempre più difficile nel paese del Papa. Ieri
la ministro della Giustizia tedesca, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger,
ribadendo la richiesta di una urgente Tavola rotonda
tra governo, istituzioni scolastiche e chiese sul problema di abusi sessuali e
violenze, ha accusato il Vaticano di aver a lungo coperto i casi con un muro di
silenzio. Un muro, ha sottolineato, che veniva da una
direttiva emanata dalla Congregazione della dottrina della fede nel 2001,
quando cioè la dirigeva l'allora cardinale Joseph Ratzinger. LR 9
La Chiesa e la morale non rispettata
Nonostante la
«tolleranza zero» di Benedetto XVI sulla pedofilia del clero cattolico o la sua
denuncia del carrierismo privo di scrupoli che starebbe contagiando gli
ambienti ecclesiali, il vento «anti-romano» soffia con sempre maggior forza. Lo
sconcerto è diffuso sia nel mondo laico che tra i
cattolici impegnati, di fronte alla sequenza di notizie che vedono figure
religiose e ambienti ecclesiali coinvolti in scandali e casi di corruzione.
Anzitutto, dalle inchieste giudiziarie su Angelo Balducci
(ex numero due della Protezione civile, indagato per gli appalti del G8, e
persona che nientemeno si fregia del titolo di Gentiluomo del
Papa) balzano alle cronache intrecci incresciosi con gli ambienti vaticani,
vuoi nella persona di un uomo di chiesa che conservava in una cassetta di
sicurezza assegni degli appalti truccati, vuoi in un membro del coro di San
Pietro che procacciava per Balducci incontri
omosessuali. È di questi giorni inoltre la notizia che uno dei discepoli del
fondatore dei Legionari di Cristo ha raccontato alla radio messicana
di essere stato oggetto di abusi sessuali, chiedendo alla Congregazione un
risarcimento di 26 milioni di dollari per non svelare più nulla. L’ultima
ferita chiama in causa proprio la Chiesa d’origine di Ratzinger, con la
rivelazione di casi di pedofilia che si sarebbero verificati molti anni fa a Ratisbona nel coro di voci bianche diretto dal fratello del
Papa; notizia questa che è seguita all’autodenuncia per abusi sessuali del
rettore di uno dei più prestigiosi licei cattolici
della Germania e all’irruzione della polizia per analoghi reati in un collegio
bavarese tenuto dai Benedettini.
Vicende come
queste non fanno certamente bene né alla Chiesa né alla più ampia società. In
Italia, la gente comune è già nauseata (anche se il disgusto non sembra avere
conseguenze nella cabina elettorale) da forze politiche che passano sopra le
regole democratiche e che nella realizzazione delle opere pubbliche di fatto si affidano a faccendieri senza scrupoli e affini
alla corruzione. Figurarsi cosa pensa di una Chiesa che in varie circostanze risulta invischiata in queste zone d’ombra, che la
confermano nell’idea che essa «predica bene e razzola male», stando ai casi di
suoi ministri impegolati in scandali di varia natura. Anche la Chiesa non è
risparmiata dalla crisi che oggi investe tutte le istituzioni, capace di vanificare il suo motto antico «extra ecclesiam nulla salus».
Ciò che sta
avvenendo in Germania è a questo livello emblematico.
In quella nazione non è in discussione la funzione
pubblica e sociale delle due più grandi istituzioni religiose, rappresentate
dalla Chiesa cattolica e dall’insieme delle Chiese evangeliche. Queste ultime
se la passano meglio della Chiesa cattolica, anche se esse vivono una crisi di
rappresentanza, sfociata di recente nelle dimissioni della loro «papessa», che
appena neo-eletta è stata fermata alla guida della sua auto in stato di
ubriachezza. Ma i mal di pancia del mondo cattolico
sono molto più profondi e laceranti, proprio per la scoperta che la pedofilia
del clero cattolico è una faccenda anche nazionale, non limitata soltanto agli
Usa e all’Irlanda. Gli oltre 100 casi di abusi sessuali su minori attualmente denunciati avrebbero riguardato nel tempo
soprattutto gli istituti e i collegi gestiti da due grandi ordini religiosi (i
gesuiti e i benedettini), particolarmente dediti alla formazione delle élite;
più che le scuole che dipendono dalle diocesi cattoliche tedesche, che
annoverano tra gli insegnanti una larga quota di laici. Nell’insieme, il mondo
delle istituzioni ha reagito in modo composto a queste notizie sconvolgenti, e
nessun partito o «chiesa parallela» sembra voler approfittare della grave crisi
che sta interessando la Chiesa cattolica, riconoscendo che le «mele marce» sono
una piccola realtà di un’istituzione che contribuisce a vari livelli a dar stabilità
al sistema. Tuttavia, l’opinione pubblica è in gran subbuglio e si sta
diffondendo un sentimento anti-vaticano (di cui si fanno portatori sia il mondo
laico, ma anche alcune realtà ecclesiali) per il preteso monopolio della Chiesa
cattolica sulle questioni dell’etica sessuale e familiare. Perché il Vaticano e
i vescovi si ergono a baluardo di una rigidità morale che non sono in grado di
far rispettare nemmeno dentro il loro recinto? Perché questa istituzione
religiosa non è disposta a rivedere alcune sue norme che rendono infelici le
persone e producono molti danni?
Ovviamente si
tratta di interrogativi anche rivolti al Papa tedesco,
che pure si dà un gran da fare per ripulire gli ambienti ecclesiali della
gramigna che contamina il grano e per ribadire la maledizione biblica per cui
meglio sarebbe che «chi fa violenza ai piccoli e agli indifesi non fosse mai
nato». FRANCO GARELLI LS 8
«La
pedofilia? Non c'è solo nella Chiesa»
Padre Lombardi:
«Questione molto più ampia, concentrare le accuse falsa la prospettiva»
MILANO - Gli
episodi di pedofilia non riguardano solo la Chiesa ma anche altri ambienti ed «è bene preoccuparsi anche di questi». Questa
la posizione espressa dal portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, in
una nota per Radio Vaticana. Nel comunicato il sacerdote cita ad esempio
il caso dell'Austria dove in un certo periodo di tempo
«i casi accertati in istituzioni riconducibili alla Chiesa sono stati 17,
mentre ve ne sono stati altri 510 in altri ambienti». «Questi fatti - ha aggiunto
il direttore della sala stampa vaticana riferendosi agli abusi sui minori -
mobilitano la Chiesa ad elaborare le risposte
appropriate e vanno inseriti in un contesto e in una problematica più ampia che
riguarda la tutela dei bambini e dei giovani dagli abusi sessuali nella
società». «Certamente - ha proseguito - gli errori
compiuti dalle istituzioni e da responsabili ecclesiali sono particolarmente
riprovevoli, data la responsabilità educativa e morale della Chiesa. Ma tutte le persone obiettive e informate sanno che la
questione è molto più ampia, e il concentrare le accuse solo sulla Chiesa porta
a falsare la prospettiva». Lombardi è intervenuto anche sul caso degli abusi in
Germania, sostenendo che la Chiesa ha «affrontato il manifestarsi del problema
con tempestività e decisione» e «concentrare le accuse solo su di essa porta a
falsare la prospettiva».
LE SCUSE DEL
FRATELLO DEL PAPA - Sul nuovo caso scoppiato in Germania, i presunti episodi di
pedofilia nel coro di Ratisbona, è tornato Georg
Ratzinger: il fratello del Papa, direttore del coro dal 1964 al 1994, ha chiesto perdono ai Piccoli cantori del Duomo e ha
ribadito di non essere mai stato a conoscenza di episodi di abusi sessuali
nell'ambito del coro stesso. Lo ha detto nel corso di
un'intervista al quotidiano Passauer Neuen Presse. Ratzinger, che è stato direttore del coro dal
1964 al 1994, ha inoltre ricordato che alcuni ragazzi gli raccontarono come
andavano le cose nella scuola di preparazione. Però, ha sottolineato,
le loro storie non lo indussero a pensare di «dover intervenire in qualche
modo». Tra l'altro, ha spiegato, la scuola preparatoria è un istituto a sè e non si può intervenire sulla sua gestione.
SOLO QUALCHE
SCHIAFFO - Lo stesso fratello maggiore del Papa, ha ammesso - sempre secondo il
giornale - di aver dato qualche schiaffo ai ragazzi fino agli anni '70 e di
essere stato «sollevato» quando le punizioni fisiche vennero
vietate dalla legge all'inizio degli anni '80. Ratzinger ha preso di nuovo le
distanze dalle pratiche adottate presso la scuola preparatoria dei
"Passerotti del Duomo di Regensburg". «Se
avessi saputo con quale esagerata violenza si agiva,
già allora avrei detto qualcosa», ha detto riferendosi al direttore della
scuola.
ABUSI IN AUSTRIA -
Nel frattempo, la stampa austriaca riporta presunti casi di abusi sessuali che
si sarebbero verificati in due istituti religiosi del Paese negli Anni Settanta
e Ottanta. Secondo i media austriaci, l'attuale padre superiore dell'abbazia San
Pietro di Salisburgo ha ammesso di essere implicato in uno di questi casi e
proposto le proprie dimissioni. Secondo la radio pubblica O1, il padre
superiore ha riconosciuto di aver abusato di un giovane, oggi 53enne. Non solo:
secondo la radio, alla fine del 2009 il religioso avrebbe offerto, in una
lettera alla vittima, 5000 euro in cambio del suo silenzio, visto
che i fatti erano giuridicamente prescritti. Interpellato
dall'emittente, l'arcivescovo di Salisburgo Alois Kothgasser ha affermato che si trattava
di un «risarcimento danni». «Volevamo stabilirne la somma con la vittima», ha
detto. Ansa 9
Nigeria, il massacro infinito tra cristiani e musulmani
Nel nome di Dio si
annientano interi villaggi. Ieri l'ultima strage: 500 morti
Due boss politici
locali ispirano le bande di ragazzi che si danno la caccia
dal nostro inviato GUIDO RAMPOLDI
KURU KARAMA
(NIGERIA CENTRALE) - Per ammazzare con quella frenesia dovevano avere nella
testa molto koskovo, il gin locale, piuttosto che le
incitazioni allo sterminio rivolte al suo popolo dal Dio dell'Antico
Testamento: "Uccidi uomini e donne, bambini e neonati". Ma hanno macellato i musulmani del villaggio proprio in quel
modo.
E quando adesso
ascolti i ragazzini raccontarti come i cristiani adempivano con i machete al
comandamento del Signore degli Eserciti - "Voi inseguirete i vostri nemici
ed essi cadranno davanti a voi trafitti dalla spada" - ,
quando ti rendi conto che tra le rovine bruciate l'unico edificio intatto è il
tempio dei pentecostali, devi domandarti se chi ha ordinato questa strage non
legga la Bibbia esattamente come, nel campo avverso, alcuni islamisti leggono
il Corano. E cioè come una teologia del terrorismo
particolarmente utile per annientare gruppi umani rivali, depredare,
sottomettere, e poi spacciare quei crimini per eroici atti di fede.
Lo scontro antico
che dall'Africa alle Molucche sta ritrovando nelle religioni pretesti,
ispirazioni e complici, in Nigeria centrale obbedisce ad
una simmetria radicale: musulmani e cristiani fanno fuori interi villaggi.
Grosse bande attaccano di sorpresa insediamenti isolati e non risparmiano
nessuno, neppure i bambini. L'altra notte una masnada di musulmani ha
massacrato i cristiani di Doko Nahawee,
ammazzandone forse cinquecento. Cinque settimane prima, il 26 gennaio, era
stata cancellata dalle mappe Kuru Karama.
Dei tremila abitanti, i cristiani ne hanno sterminati almeno centocinquanta,
quelli troppo vecchi o troppo giovani per scappare, e quelli decisi a difendere
le loro cose. Tra le casette di terra rappresa, nessuna delle quali conserva la
lamiera che fungeva da tetto, incontro quattro soldati depressi e tre scolari
sedicenni venuti a cercare i quaderni che tenevano vicino al letto.
I soldati hanno
tappato con la terra due pozzi in cui gli attaccanti avevano gettato gli
uccisi: troppi cadaveri, spiegano, e non sapevano come tirarli fuori. I
ragazzini appartenevano ad una classe che è stata
decimata dai machete quando ha cercato di scappare attraverso il cerchio degli
assedianti. Mentre ne raccontano non trovano le
parole, e hanno gli occhi sgranati, non so se per paura, orrore o incredulità.
Nessuno di loro,
dicono, si attendeva l'attacco. Non è difficile crederlo. Kuru
Karama è uno dei tanti insediamenti dell'etnia Hausa nello Stato del Plateau, villaggi
dove trovi una piccola moschea accanto ad un minuscolo tempio cristiano,
e botteghe che espongono appaiati poster di Cristo dal cuore palpitante e
ragazze in estasi coranica. Intorno, una terra che non può suscitare appetiti -
campi riarsi, una boscaglia rada sparpagliata sopra una landa polverosa. Ma Kuru Karama
ha una particolarità: è interamente circondata dai villaggi dell'etnia
cristiana, i Birom, che nel Plateau esprime il
potere. Questo gli è stato fatale.
Se invece
risaliamo la concatenazione delle causalità, il destino si presenta nella forma
insospettabile di una legge in teoria molto democratica. Per salvare
dall'assimilazione le più piccole tra le 250 etnie nigeriane, ciascuno dei 36 governi che formano la federazione attribuisce lo status
di "popolazione indigena" alle tribù considerate autoctone, e con lo
status accessi privilegiati all'istruzione e all'amministrazione pubblica, cioè
all'unica possibilità di trovare un impiego decente. Gli Hausa
sono nel Plateau dalla metà dell'Ottocento, ma il governo locale, egemonizzato
dai Birom, non li considera "indigeni". Dal
2001 questa discriminazione è la causa delle loro rivolte furiose, e della
reazione altrettanto brutale dei Birom.
Ogni volta più
violento, lo scontro comincia a sovrapporsi ad una
linea di faglia che attraversa la Nigeria dalla sua origine coloniale. Il Paese
fu inventato dai britannici nel 1914 assemblando incongruamente il nord musulmano e il sud cristiano. Dopo
la fine della dittatura militare (1999) dodici Stati del nord, invogliati da donazione saudite, hanno deciso di applicare la sharia ai
loro cittadini, sia pure su basa volontaria. Ma uno
dei dodici ci ha ripensato e gli altri non applicano la legge coranica nella
parte sostanziosa. Però i gruppi dominanti (musulmani)
si sentono autorizzati a rinforzare i pretesti con i quali si spartiscono gli
impieghi statali. Nelle università, docenti cristiani si vedono negare
cattedre, nelle scuole diminuiscono gli insegnanti non
islamici. A loro volta alcune oligarchie cristiane della Nigeria centrale hanno
cominciato a praticare la discriminante religiosa per tenere a bada etnie
"non indigene" a maggioranza musulmana, come gli Hausa,
che rivendicano i propri diritti. E poiché questa divaricazione ora attraversa
anche gli apparati di sicurezza, sta diventando pericolosa per un Paese che
fatica a trovare una comune ragione sociale, se non nei colossali proventi del
petrolio.
Questi conflitti
non potrebbero ricorrere alla maschera della religione se i cleri si
opponessero. In questa regione, un frangiflutti di etnie e credi, hanno formato un comitato inter-religioso che si riunisce
nella città di Jos per prevenire tensioni. I
partecipanti si conoscono dal tempo delle elementari ma, mi confida uno di
loro, dubitano tutti nello stesso modo della sincerità di quel che viene detto. E con ragione: infatti
gli uni e gli altri mantengono un omertoso riserbo sulle malefatte delle bande
giovanili cristiane e musulmane. Queste gang sono ispirate da due politici rivali, eminenze dello stesso partito: il
governatore cristiano, un ex generale dell'aviazione di etnia Birom; e un ex ministro musulmano, di etnia Hausa.
Quest'ultimo
avrebbe organizzato le violente dimostrazioni di gennaio, inizio dei tumulti.
Motivo o pretesto: i cristiani avrebbero impedito la ricostruzione di una casa
di musulmani, distrutta a Jos negli scontri di due
anni fa. I musulmani hanno reagito con roghi di case cristiane e attacchi alle
chiese, il 24 gennaio, una domenica. In ogni caso, a sera la rivolta era
finita, stroncata dall'esercito nel solito modo:
sparando ad altezza d'uomo sui dimostranti. Però i
cristiani avevano subito vittime, anche se in numero minore dei musulmani, e
l'oligarchia dei Birom voleva dare una lezione agli Hausa. Nelle ore successive la tv di Stato, diretta da un
pastore pentecostale, ha mandato in onda a ciclo continuo notiziari eccitati,
culminati il 26 in un editoriale che secondo i
musulmani suonava come un appello al massacro. "Era tutto pianificato,
possiamo provarlo", mi dice Sani Mudi, il portavoce
della comunità musulmana nel Plateau, mostrandomi la pila di carte alta due
palmi che questa settimana consegnerà alla Corte
penale internazionale, a L'Aja.
Di sicuro gli
stermini del Plateau non sono spontanei. Non lo è stato il massacro di Kuru Karama, anche se tra gli
esecutori c'erano giovani Birom dei villaggi
limitrofi. "Ne ho riconosciuti diversi", racconta Samir
Abubakar, un commerciante di frutta che trovo tra le
rovine. Quando è cominciata la caccia al musulmano, tra le case e nella campagna,
è scappato nel panico, abbandonando i suoi familiari. Ha ritrovato la moglie in
ospedale (la foto che ha nel telefonino la mostra con le braccia ingessate, per
le tre fratture prodotte da altrettanti colpi di machete). Invece non ha più
notizie della madre, probabilmente bruciata dentro la moschea, viva o già
morta, e poi gettata in fondo ad un pozzo.
Quando i Birom che avevano circondato il villaggio hanno cominciato
ad avanzare, uno dei tre pastori cristiani presenti quel giorno nel villaggio
ha cercato di fermarli. Ma è stato picchiato e legato ad
un albero, mi confermano gli studenti. Gli altri due se la sono filata. Si può
assolvere la loro fuga, non il silenzio dei religiosi musulmani e cristiani.
Con l'unica eccezione di monsignor John Onayekam,
l'arcivescovo cattolico, pastori evangelici e mullah tacciono oppure si
nascondono dietro dichiarazioni vaghe. Fingono di non sapere. Kuru Karama è a mezz'ora di
macchina ma il massacro non suscita curiosità nel reverendo Caleb
Ahima, segretario generale della
Chiese pentecostali. Quando gliene domando
risponde così: "Le crisi mettono in luce i limiti della condizione
umana". Ben detto, ma chi è stato? "Non sappiamo, c'è in giro molta
maligna propaganda". Ma chi è stato? "Io non
sostengo le uccisioni illegittime". Il massimo che gli si può cavare è un
"non escludo che alcuni cristiani...".
Poi il reverendo Ahima mi rivela che all'origine di tutto c'è l'ossessione
piantata nella testa dei musulmani: concludere la
guerra santa che i loro avi fallirono oltre un secolo fa e "bagnare il
Corano nell'oceano", cioè impossessari
dell'intera Nigeria. E ora tutto è più chiaro. Ai suoi occhi gli Hausa di Kuru Karama
erano un avamposto dell'avanzata islamica verso la costa. Comprensibile che il
loro sterminio non lo colpisca più di quanto l'ammazzamento di cristiani (non)
impressioni tanti mullah, a loro volta convinti che i cristiani cospirino
contro l'islam.
Quando il gregge
si trasforma in branco di lupi, spesso i pastori lo assecondano. Gli trovano
giustificazioni. E si tappano le orecchie per non udire le grida degli
scannati. C'è anche un clero che si oppone e reagisce, non di rado in
solitudine. Ma la tendenza generale oggi non sembra
quella. Lì dove musulmani e cristiani coabitano da secoli, lo spirito del tempo
sembra semmai soffiare nelle vele della religiosità più aspra, più sanguigna,
più militante. Come altrove in Asia e in Africa, anche in Nigeria ne profitta
tanto l'estremismo islamico quanto il cristianesimo
dei pentecostali, un credo che ha conosciuto un boom spettacolare nell'ultimo
secolo, al punto che oggi rappresenterebbe, per numero di fedeli, la seconda
fede cristiana dopo il cattolicesimo. Qui noti anche come formidabili guaritori
di indemoniati, i pastori pentecostali hanno una
predisposizione per la prima linea, non a caso la loro casa madre è nella
tumultuosa città di Jos, e una venerazione per la
Parola sacra, nella quale non è difficile imbattersi nel Dio degli Eserciti,
quello che non fa sconti. L'estremismo islamico lo frequenta da
tempo, e infatti neppure in Nigeria distingue tra adulti e bambini
quando massacra.
Musulmani o
cristiani, gli assassini e i mandanti delle stragi occorse a Jos nel 2001, 2004, 2008 e nel gennaio 2010, sono tutti
liberi. La polizia non li cerca. I suoi posti di blocco all'ingresso di Jos, una dozzina, la settimana scorsa sembravano
soprattutto un'occasione offerta agli ufficiali per depredare automobilisti.
Non era difficile immaginare che gli sterminatori sarebbero presto tornati a
sacrificare villaggi al loro dio. LR 8
L’ultimo strappo: mons. Marchetto sui richiedenti asilo
CITTA’ DEL
VATICANO - Non è la prima volta che la libertà di espressione manifestata da un
vescovo finisce per creare imbarazzi tra la Chiesa e Palazzo Chigi. Solitamente
se ci sono di mezzo argomenti che spaccano per via di
differenti approcci ideologici, la dichiarazione di questo o di quel prelato,
fatta spesso a titolo personale, si trasforma in nitroglicerina pura
infiammando lo scontro politico con un evidente effetto collaterale,
l’increspatura delle acque del Tevere.
Ieri è stato il
turno di monsignor Mogavero. Esprimendo una
valutazione sul decreto salva-liste, in qualità di rappresentante
dell’ufficio giuridico della Cei, ha sollevato un putiferio. Anche in campo
ecclesiale. Ha creato talmente problemi che il testo è stato levato in fretta e
furia dal sito della Radio Vaticana dove solitamente gli ascoltatori possono
collegarsi per riascoltare o leggere quello che è andato in onda. Ma la lista degli argomenti spinosi che la Cei e il Vaticano
approcciano con prudenza e diplomazia per non avvelenare ulteriormente il
clima, è lunga e facilmente immaginabile, si va dai fondi (pochi) in
Finanziaria a favore della famiglia, agli interventi in materia di bioetica, di
difesa alla vita, la parità alle coppie gay, il divorzio breve, agli effetti
negativi della crisi economica, ai tagli sul welfare, alla questione morale.
Recentemente uno dei casi più eclatanti, che ha
alimentato uno scontro aperto tra ministri leghisti e la Santa Sede, ha avuto
come protagonista la questione dell’immigrazione.
Monsignor Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per la
pastorale delle migrazioni, sempre attraverso una intervista
alla Radio Vaticana, si era scagliato contro le norme restrittive sui
ricongiungimenti familiari e sui richiedenti asilo, dicendo che il nostro Paese
«si allontanava sempre di più dallo spirito dei quei diritti umani». A dar man
forte all’arcivescovo era intervenuto anche un altro illustre prelato,
monsignor Vegliò che concordava sul fatto che vi fosse, da parte del Governo,
la tendenza è al «ribasso rispetto agli impegni internazionali a suo tempo
assunti in favore della protezione di persone perseguitate». F.GIA. im 8
Lo strano caso dell'icona di Parigi
Nella banlieu Nord della capitale
un'icona ortodossa della Vergine da metà febbraio "piange" olio in
una casa privata. Ogni giorno decine di persone vanno
in pellegrinaggio a Garges-lès-Gonesse. Di MARCO
TOSATTI
Una sessantina di
persone hanno assistito domenica scorsa a una messa
improvvisata sotto un tendone nella banlieu Nord di
Parigi, davanti a un'icona ortodossa della Vergine Maria i cui proprietari
dichiarano che «piange» lacrime d'olio. Ammassati nel salotto di una casa a Garges-lès-Gonesse (Val-d'Oise), i devoti pregano
ascoltando l'omelia e i canti di un religioso che rappresenta la chiesa
cristiana di Antiochia. Alla fine della cerimonia, a cui ha assistito un giornalista dell'AFP, i fedeli hanno
fatto la coda per toccare e baciare l'immagine della Vergine appesa nel
corridoio del padiglione eretto per l'occasione. Altri fotografano l'icona con
il cellulare e poi si fanno il segno della Croce. “E' la
seconda volta che la vedo. La prima volta, è stata un'emozione” ha
raccontato Alain Salas, 69
anni, giunto dal comune vicino di Villiers-le-Bel. Da
metà febbraio curiosi e devoti si presentano a piccoli
gruppi alla porta del padiglione, Domenica una famiglia è arrivata, in
automobile, da Colonia, in Germania, sperando di assistere a un miracolo. Ma
non è accaduto nulla; la piccola icona in legno ,
appesa vicino a una finestra, non ha “pianto”. Sulla superficie, tuttavia, si
vedono tracce d'olio. E' tuttavia difficile dire, scrive l'AFP, se si tratti di
un inganno o di un fatto inspiegabile. Il proprietario Esat
Altindagoglu, è molto preciso :
« Tutto è cominciato il venerdì prima della Quaresima, il 12 febbraio. E fino a ieri (sabato scorso, n.d.r.) La
vergine non ha smesso di piangere”, assicura. Esat,
agente commerciale di 46 anni, di origini
turco-libanesi, spiega che un sacerdote libanese ha regalato l'icona a sua
moglie per il suo compleanno nel 2006. La signora, molto credente, assicura di
essere stata lei la prima a vedere l'olio colare. “Era di
mattina. Pregavo davanti all'icona e ho notato che piangeva. Mi sono detta che qualche cosa non era normale”, racconta Sevin Altindagoglu, gli occhi
umidi per l'emozione. “Era un piccolo miracolo, sicuro e certo. E' un messaggio inviato dalla Vergine ai suoi figli”, afferma il
marito. Seduto sul suo divano, visibilmente affaticato, il signor Altindagoglu spiega di aver esitato ad annunciare il fatto
nel suo ambiente. “Abbiamo pazientato tre giorni. Dal momento che molte persone non credono, non volevamo
essere presi per dei matti”. Da allora un flusso costante di visitatori giunge
nel salone pieno di icone ortodosse. Ogni giorno arrivano, in media, una cinquantina di persone, dalla
Francia, dalla Germania e dal Belgio. “Ierimi ha
chiamato una donna di Tolosa per dire che passerà durante la giornata”. I
visitatori spesso portano pezzetti di cotone con cui assorbono l'olio presente
sull'icona, sperando in effetti taumaturgici. Una
donna è venuta a metà febbraio, spiegandomi che non riusciva ad avere bambini –
ha detto la signora Altindagoglu – Ha preso un po'
d'olio su un fazzoletto che ha messo sul ventre. Due giorni
fa mi ha richiamato per dirmi che secondo il suo medico era rimasta incinta”.
Un episodio
analogo è accaduto, anni fa, a Damasco, nel quartiere di Soufanieh,
dove un' icona della Vergine ha "pianto"
olio per molto tempo. LS 9
Terremoto Cile. Un patrimonio a pezzi. Almeno 20/30 chiese distrutte, un
appello alla solidarietà
Sono almeno 20/30
le chiese distrutte dal terremoto in Cile, ma dati certi si avranno solo la
settimana prossima, quando sarà fatta una stima completa dei danni. Nella sola
diocesi di Talca 14 parrocchie hanno subito danni
"irreparabili", 18 parrocchie e 4 case
studentesche danni "gravi". Un appello alla generosità "per
aiutarci a 'restaurare senza dimenticare', salvando la veridicità storica del
nostro patrimonio artistico" - come ad Assisi e a L'Aquila
- viene rivolto da Maria Elena Troncoso, segretaria
esecutiva della Commissione nazionale dei beni culturali della Chiesa cilena.
Fortunatamente, a differenza di Haiti, non ci sono stati morti nelle strutture
cattoliche perché il sisma è avvenuto di notte. Intanto la terra in Cile
continua a tremare e il bilancio dei morti è salito a 800, mentre la Caritas
sta distribuendo aiuti di emergenza e spera di raggiungere presto 150.000
famiglie. La Cei ha stanziato il 3 marzo 1 milione di euro. La Commissione
nazionale dei beni culturali ha diffuso in questi giorni un prontuario di
raccomandazioni per tutelare i beni ecclesiastici che hanno subìto danni. Tra i suggerimenti, anche "difendere edifici e beni da furti e
saccheggi". L'abbiamo raggiunta telefonicamente a Santiago del
Cile.
A che punto è la
stima dei danni a chiese e strutture ecclesiastiche?
"Stiamo
cercando di quantificare i danni. Abbiamo inviato una nota a tutte le sedi
vescovili, chiedendo di stilare una lista dei beni. Non è stata ancora
possibile una stima perché stiamo aspettando che la terra si assesti, visto che
ogni giorno ci sono nuove scosse. Speriamo di avere i dati la prossima
settimana. Consigliamo di agire con prudenza e fare attenzione a non
considerare irreparabili tutti i danni. Perché normalmente le chiese antiche
sono costruite con sistemi migliori e materiali molto semplici, che durano a
lungo e sono molto resistenti. Basti pensare che in California, terra di
terremoti, si sta costruendo di nuovo con mattoni. È
probabile che le chiese più antiche si possano riparare con facilità. Abbiamo chiesto di non trattare i pezzi caduti come materiale
ingombrante da smaltire, ma di metterli da parte per vedere se è possibile
recuperarli".
Quindi le chiese di nuova costruzione hanno retto meno
all'impatto del sisma?
"Sì, tanti
edifici costruiti di recente hanno subito gravissimi danni. Pare che nella zona
di Concepcion, vicino all'epicentro del sisma, ci
siano chiese completamente rase al suolo, anche dove i tetti antichi sono stati
sostituiti da tetti moderni. Non
bisognerebbe mai cambiare la struttura originale di pietra o di mattoni, perché
il peso del tetto, in caso di terremoti, distrugge anche le pareti
laterali".
Nelle
raccomandazioni suggerite di scattare foto, coprire con materiali isolanti,
raccogliere i reperti e i documenti. Ma soprattutto chiedete alle comunità di fedeli di
proteggere beni ed edifici da furti e saccheggi. Ci
sono stati dei casi concreti?
"Finora non è
successo nulla, anche perché i saccheggi e i furti hanno riguardato soprattutto
gli alimenti, l'acqua e il vestiario, tutti beni necessari alla sopravvivenza. Ma dobbiamo stare molto attenti: è noto che i beni
ecclesiastici sono il secondo luogo al mondo colpito da furti. Sappiamo che non
mancano persone prive di scrupoli che possono approfittarne. Il patrimonio
culturale cileno rappresenta le nostre radici, perciò dobbiamo tutelarlo con
cura e prevenire ogni evenienza per evitare ulteriori
danni".
Lei lavora anche
nella cattedrale di Santiago, che danni ha subìto?
"La
cattedrale fortunatamente è stata costruita molto bene alla fine del XVIII
secolo, anche con il contributo di architetti italiani. Sono caduti solo gli
stucchi e gli ornamenti di gesso. Molti pezzi possono essere
recuperati tramite restauri".
Come pensate di
affrontare le spese per i restauri e la ricostruzione?
"Dipende
dalla solidarietà delle comunità, all'interno del Cile e all'estero. Speriamo che ci aiutino a 'restaurare senza
dimenticare' la veridicità storica del nostro patrimonio, senza cambiare le
strutture originarie. Ringrazio chi si occupa di beni culturali in Italia e in
Vaticano: grazie a loro abbiamo una documentazione e una esperienza
utilissima, che ci ha insegnato a conservare e restaurare. Chiedo che ci
aiutino a mantenere in vita il nostro patrimonio e non ci dimentichino,
perché in America Latina vivono i discendenti degli europei. Speriamo che, nel
momento della ricostruzione, ci appoggino con più generosità possibile. Le
comunità dei fedeli sono molto legate a queste chiese e alle immagini
devozionali. Per noi sono di grande valore artistico perché rappresentano
la nostra cultura, il nostro modo di vedere l'arte". PATRIZIA CAIFFA
San Miniato. Con diversi approcci . Dossier sul fenomeno
"immigrazione nel territorio"
"La realtà
dell'immigrazione nel territorio della nostra diocesi è ormai un fatto
consistente e significativo. Non son numeri e
statistiche però: sono invece persone concrete, con il loro carico di problemi,
ma anche di speranze ed aspettative. Né più né meno di tutti gli esseri umani, cercano pane, dignità, un
senso per la propria vita". Con queste parole mons. Fausto
Tardelli, vescovo di San Miniato, presenta il dossier su "Il fenomeno
'immigrazione' nel territorio diocesano: dati, analisi, proposte e
documenti". La ricerca è stata promossa dal Consiglio pastorale diocesano con
lo scopo di esaminare una realtà consistente nella Chiesa locale, che interessa
mediamente l'8,6% della popolazione residente.
Obiettivo del lavoro è quello d'inquadrare numericamente il fenomeno, capire
quanto la diocesi stia già facendo al riguardo e individuare eventuali carenze ed esigenze per rispondere con suggerimenti e
proposte concrete.
Accoglienza e cura
pastorale. L'analisi si basa sui dati anagrafici dei Comuni della diocesi
rilevati al 31 dicembre 2008: ci si riferisce, dunque, alle cifre ufficiali
della realtà migratoria e non si tiene conto delle situazioni irregolari
presenti sul territorio toscano. Dallo studio emerge che su una popolazione
totale di 175.307 abitanti, 15.082 risultano essere
cittadini extracomunitari (8,6% del totale). La massima presenza si registra
nei Comuni di Fucecchio e Santa Croce sull'Arno, dove si concentrano le
maggiori attività produttive che richiamano ingente forza lavoro, con un numero
di immigrati superiore al 15% della popolazione. La
comunità più numerosa è quella albanese (4.686 persone); seguono i cinesi
(2.276), i marocchini (1.962), i rumeni (1.634) e i senegalesi (1.231). In
totale, sono 115 le diverse nazionalità rappresentate sul territorio con "una estrema varietà di lingue, culture, usanze e religioni; una
miriade di storie diverse, di volti e di speranze che ci interpella in primo
luogo come cittadini, ma anche e soprattutto come Chiesa". Operando una
differenziazione accademica tra "il piano dell'accoglienza in senso
stretto e dell'integrazione culturale, da quello più specifico di attenzione e
cura pastorale e di annuncio del Vangelo che ci interpella anche nella
dimensione missionaria", il dossier analizza il fenomeno per comprendere
come gestire eventuali situazioni di prima accoglienza; promuovere nelle
comunità cristiane la cultura dell'accoglienza, nel rispetto reciproco delle
diversità; favorire e sollecitare una legislazione favorevole al rispetto e
all'integrazione, mantenendo, al tempo stesso, e rafforzando l'identità di fede
e cultura; affrontare il problema delle grosse differenze culturali e religiose
esistenti; rendere possibile l'assistenza spirituale per gli immigrati già
cattolici o cristiani.
Dialogo tra
culture. Sulla questione dell'accoglienza, la Caritas diocesana già attiva sul
territorio si è impegnata a pubblicare periodicamente un "Rapporto sulla
povertà" che conterrà anche l'aspetto "immigrazione" nelle sue
varie sfaccettature. Si rende necessaria, inoltre, la promozione
una "cultura dell'accoglienza" che "non riguarda
solamente il rapporto con gli immigrati, ma spazia dall'ambito strettamente
familiare all'ambito lavorativo e professionale, alle relazioni di amicizia,
per arrivare quindi all'extracomunitario che, in quanto bussa alla nostra
porta, automaticamente si fa nostro prossimo". Le leggi sono
indispensabili per regolamentare il fenomeno
migratorio ma, precisa il documento della diocesi, "non possono mai ledere
la dignità delle persone e non possono andare contro la finalità di quella
integrazione socio-culturale che si propongono". Sul versante della cura
pastorale, invece, è opportuno irrobustire l'identità dei cristiani per non
rischiare che l'incontro tra popoli e culture diverse degeneri "in un 'rispettoso' relativismo religioso". Quanto alle opere
esplicite di evangelizzazione, non è possibile utilizzare il medesimo approccio
con tutti i gruppi etnici: rispetto ai musulmani, ad esempio, "non
esistono le basi per un dialogo sul piano religioso in senso stretto, ma questo
non toglie che non ci debba essere un dialogo culturale e operativo sulla
pratica della giustizia e della carità". Per agevolare il dialogo tra
culture, un'iniziativa interessante consiste nella celebrazione liturgica in
diverse lingue e nella creazione di una sorta di "vicariato per gli extracomunitari".
La Caritas diocesana, sulla base dei dati dell'Osservatorio diocesano sulle
povertà rilevati tramite i Centri di ascolto sparsi nel territorio, rileva
infine che la popolazione straniera in Toscana continua ad aumentare ad un ritmo superiore a quello nazionale. Le maggiori
difficoltà riguardano il lavoro con contratto regolare per tutti i cittadini
stranieri, il lavoro di cura svolto principalmente dalle donne straniere,
l'inserimento scolastico e il disagio tra gli immigrati. RICCARDO BENOTTI
L'universo dei minori. Caritas e volontariato: dall'analisi all'impegno
Guardare da vicino
l'universo dei minori per offrire loro servizi migliori. Lunedì 1° marzo è stata presentata, nel palazzo
vescovile di Cava, la pubblicazione "Guardiamoci dentro", in presenza dell'arcivescovo di Amalfi-Cava
de' Tirreni, mons. Orazio Soricelli. L'opuscolo
consiste nella lettura dei dati emersi dall'indagine sui minori cavesi ospiti
delle strutture residenziali e semi-residenziali, frutto della collaborazione
tra la Caritas diocesana di Amalfi-Cava, ente
promotore dell'iniziativa, e alcune associazioni cavesi che operano con e a
favore dei minori. Il lavoro, pensato e realizzato grazie alle sociologhe Rosa Montoro e Antonella Rispoli, ha l'obiettivo d'informare e
sensibilizzare la comunità al fenomeno dei disagi vissuti da tante famiglie che
vivono sole, senza riferimento parentale e quante di loro, con figli in età
scolare, non riescono ad arrivare a fine mese a causa
della precarietà, mancanza o perdita di lavoro.
Credere nel
futuro. Sono "tante - afferma Rosario Pellegrino,
direttore della Caritas diocesana - le realtà che, anche sul nostro territorio
cavese, fanno l'esperienza del servizio ai minori, si sforzano per garantire
loro attenzione costante e servizi efficaci. Partendo
da questa ricchezza, sulla scia di un progetto Cei denominato 'Presi nella
rete' che ha messo al centro i minori fuori dalle strutture residenziali e le
loro famiglie, si è inteso incontrarsi per raccontarsi le proprie esperienze, leggere
i bisogni dei fratelli più piccoli, sperimentare percorsi comuni".
Da qui, prosegue, "è nata l'idea di un primo nucleo di associazioni cavesi
che operano per i minori e che per circa un anno si sono riunite con una certa
regolarità". Il tentativo, in realtà, "è essenzialmente rimasto allo
stato embrionale", ma "resta in tanti il desiderio di riprendere il
lavoro in rete" nella consapevolezza che "non basta fare per i minori
perché spesso occorre fare con loro, aiutandoli a meglio conoscersi".
"Guardiamoci dentro", è l'auspicio del direttore della Caritas
diocesana, "possa essere una piccola scintilla per accendere il fuoco
dell'interesse a compiere azioni condivise finalizzate a restituire la speranza
a tanti piccoli e adolescenti verso i quali si ha un dovere fondamentale:
aiutarli a credere nel futuro".
Unica e irripetibile. "Da febbraio 2009 - spiega Antonella
Rispoli - il direttore della Caritas diocesana ha tentato di riunire le
associazioni e le istituzioni attorno ad un unico tavolo di concertazione che viene considerato uno strumento privilegiato per
l'organizzazione territoriale degli interventi e dei servizi attivati dalla
legge quadro 328/2000". Il tavolo "ha avuto
l'obiettivo di leggere i bisogni dei minori appartenenti al territorio di Cava
de' Tirreni. Inoltre, si è dato traguardi non facili
da raggiungere, come quello di elaborare progetti educativi, con l'auspicio di
riuscire a contribuire al miglioramento dell'offerta di servizi esistenti".
Per quel che riguarda la raccolta dati, la scheda di rilevazione dei bisogni,
somministrata alle famiglie che vivono situazioni di disagio, riguardava i
figli in contatto o frequentanti le strutture che hanno aderito alla ricerca,
che sono il Centro Villa Formosa, l'Associazione Genitori Insieme, la Comunità
alloggio Medina, le Suore Figlie della Carità di Pregiato. L'analisi
fatta "non vuole essere solo un canale d'informazione - osserva Rispoli -
ma vuole sensibilizzare la comunità al fenomeno dei 'disagi' vissuti da tanti
nuclei familiari. Infatti, è doveroso prendere coscienza dei bisogni,
delle povertà e dell'emarginazione, perché ogni persona venga
riconosciuta, valorizzata, accompagnata nella sua dignità, in quanto unica e
irripetibile".
Superare il
disagio. La situazione rilevata attraverso le scheda, afferma
Rosa Montoro, "è molto classica. Ci
troviamo di fronte a un nucleo familiare con bambini tra i 6
e 12 anni, genitori con lavoro poco stabile e casa non di proprietà. È interessante, però, guardare anche i dati disaggregati".
L'età dei genitori, divisi in 3 fasce (20/30, 31/40,
41/50), "non incide sulla situazione di disagio, mentre è più frequente,
per i figli la fascia d'età 6/12 anni". Altra nota
dolente, rileva Montoro, è "il reddito annuo.
Primo dato importante che rileviamo è che nessuno supera i
10.000 euro ma, ancor più grave, la maggioranza non supera i 5.000 euro: stiamo
parlando di nuclei familiari con prevalenza di figli in età scolare".
Alle famiglie è stato chiesto come definirebbero la loro situazione, attraverso
quattro scelte: "Molto problematica", "abbastanza
problematica", "poco problematica",
"per niente problematica". "Le prime tre risposte - dichiara Montoro - hanno una prevalenza assoluta e di nuovo si
ripete la prevalenza di figli in età tra i 6 e 12
anni". L'ultimo dato non meno importante è la casa: soltanto il 44% dei
nuclei familiari esaminati possiede la casa di proprietà, mentre per l'altro
56% è precario anche il luogo abitativo (affitto, comodato e altro). "Come
dati di partenza - conclude - ci sembrano indicativi,
soprattutto per orientare l'approfondimento del disagio sociale e
l'orientamento delle scelte di aiuto alle famiglie, ma anche per sostenere il
carico genitoriale e il superamento del disagio sociale". GIGLIOLA ALFARO
L’Aquila. Un equilibrio da ritrovare. Incontro con il vescovo ausiliare,
mons. Giovanni D'Ercole
Comunità da
ricomporre, chiese da ricostruire, un progetto pastorale da rilanciare in un contesto stravolto dal terremoto. Sono queste le priorità
della Chiesa di L'Aquila a quasi un anno dal sisma.
Per fare il punto della situazione il SIR ha rivolto
alcune domande a mons. Giovanni D'Ercole, vescovo ausiliare di L'Aquila e
responsabile dell'arcidiocesi per la ricostruzione.
Qual è la
situazione delle comunità aquilane?
"Il
terremoto, colpendo il cuore della città, ha reso il territorio sfasato ed ora si fatica a ritrovare un equilibrio umano,
organizzativo e pastorale. La riorganizzazione delle comunità
è difficile perché ancora molta gente si trova negli alberghi, mentre le
persone che vivono nelle nuove case sono state sradicate dalla propria comunità
e trapiantate in posti diversi con persone che non conoscevano".
Quali sono le
priorità pastorali?
"C'è un
tessuto umano da ricostruire e un forte bisogno spirituale. Questo riguarda anche
l'azione dei sacerdoti: ci sono parroci che avevano parrocchie di 300 persone
che ora se ne trovano 3 mila, mentre altri si trovano
in quartieri disabitati. Stiamo tentando una riorganizzazione
ma, per questo, è necessario coinvolgere i sacerdoti e studiare la situazione
sul terreno".
Questo riguarda
soprattutto i nuovi villaggi?
"Non parlerei
di nuovi villaggi perché parlare di nuovi villaggi
significa parlare di nuove aggregazioni, invece, parliamo di insediamenti
senza, a mio modo di vedere, un progetto sociale. Come arcidiocesi, volgiamo
proporre l'inserimento organico di servizi sociali, economici, religiosi e
culturali. Grazie alla Caritas e all'aiuto dato dalla Cei e da altri donatori potremmo iniziare a realizzare alcuni centri di
comunità i cui progetti sono già pronti ma mancano le autorizzazioni da parte
dei Comuni".
Accanto a questo
vi è il grande problema del centro storico, dove ancora non sono partiti i
lavori di ricostruzione…
"Il centro
storico è sentito da tutti come il centro della vita della comunità aquilana.
Quindi l'idea di abbandonarlo non è nella testa di nessuno, ma sappiamo che per
diversi anni non si potrà pensare ad un centro abitato
come era prima. Abbiamo chiesto un incontro ufficiale con le autorità della
città, che avverrà lunedì prossimo (8 marzo ndr), in cui esprimeremo la volontà
della Chiesa di collaborare, come già avvenne dopo il terremoto del 1703 e dopo
la seconda guerra mondiale, superando incomprensioni del passato, perché il
futuro di questa città è possibile solo con un'alleanza stretta e forte tra istituzione civili ed ecclesiali".
In dicembre la
diocesi ha presentato un piano per la ricostruzione di un quarto del centro
storico, concretamente è stato fatto qualche passo in avanti?
"Il primo
progetto di ricostruzione partirà il 15 marzo nel complesso di san Giuseppe
artigiano e dell'Oratorio san Giuseppe dei Minimi, che
affacciano su piazza san Biagio. Si tratta di due progetti distinti che
incidono sullo stesso complesso. Il primo, promosso dalla
diocesi, è finanziato dalla Fondazione Roma, mentre il secondo, realizzato
dalla Protezione Civile, sarà finanziato dal Kazakistan".
Come verrà finanziata la ricostruzione?
"Abbiamo
costituito un consorzio che raggruppa tutti gli enti religiosi che insistono
sulla diocesi. A nome loro e dell'arcivescovo ho chiesto di incontrare il
ministro delle Finanze per capire quanti e quando arriveranno i finanziamenti. Intanto ci stiamo muovendo con enti privati, riprendendo i contatti
con i governi che promisero i soldi con le adozioni e promuovendo gemellaggi
tra Regioni italiane e chiese aquilane".
Avete un calcolo
approssimativo di quanti soldi saranno necessari?
"Considerando
gli edifici appartenenti alla diocesi siamo attorno ai 3,5 miliardi di euro. Se contiamo anche istituti religiosi ed enti d'ispirazione
cattolica, dobbiamo aggiungere altri 800 milioni di euro".
Nei mesi scorsi la
Cei e la Protezione Civile avevano lanciato il progetto "Una chiesa per
Natale". Può farci un bilancio?
"La prima
fase si è conclusa a Natale con la riapertura di 31
chiese su circa 70 previste. Sono rimasti 6 milioni di euro, messi a
disposizione dalla Protezione Civile. L'obiettivo è garantire ad ogni comunità un luogo di culto, partendo dalle chiese
meno disastrate, non solo nella diocesi di L'Aquila ma anche nelle altre
diocesi colpite dal sisma. Accanto a queste sono stati
realizzati tre Mep (Moduli ecclesiali provvisori) in
legno".
Complessivamente
quante sono le chiese aperte nella diocesi di L'Aquila?
"Meno del
30%: una situazione difficile soprattutto nel Comune di L'Aquila".
Nelle scorse
settimane i cittadini aquilani hanno espresso, con diverse manifestazioni, la
volontà di riappropriarsi del centro storico, ancora chiuso…
"Farei tre
riflessioni. Per prima cosa, credo che finita la fase di emergenza in cui si
era assistiti di tutto ci si scopre nudi, per cui vedo in queste manifestazioni
un inconsapevole grido di aiuto: non lasciateci soli. In secondo luogo, credo
sia un modo spontaneo con cui stimolare gli amministratori a non perdere tempo
in questioni burocratiche, come invece, senza voler colpevolizzare nessuno, sta avvenendo. Infine, è da non escludere
che in una situazione come questa ci sia sempre chi voglia approfittarne per ragioni
non sempre di carattere umanitario".
MICHELE LUPPI
Agorà die
giovani. Uscire da se stessi. La tappa in Egitto
"Ora c'è più calma anche se per noi copti cattolici qui al Cairo la
situazione non è cambiata". Con queste parole il vescovo di Ismayliah dei copti, mons. Makarios
Tewfik, ha salutato la delegazione dell'Agorà dei
giovani del Mediterraneo, guidata da don Francesco Pierpaoli, in questi giorni nella capitale egiziana, per
una visita alla comunità cristiana locale. Il riferimento del vescovo è alla
strage di cristiani del 7 gennaio, Natale copto, in una chiesa copta a Nag Hamadi, a circa 60 chilometri dal sito archeologico di Luxor. "Quello che è successo quel giorno è un atto vile. Ma
non dobbiamo dimenticare che, anche in precedenza, i cristiani di Alessandria
sono stati bersaglio di attacchi e il Governo non ha mai preso
posizione, nonostante il presidente Mubarak continui a ripetere che in
Egitto siamo tutti uguali". Il Paese dei faraoni è la seconda tappa del
viaggio in Nord Africa della delegazione dell'Agorà,
cominciato il 25 febbraio (fino al 6 marzo).
Una calma piatta.
"Qui al Cairo - ha affermato mons. Tewfik -,
come copti cattolici, godiamo di una buona reputazione
ma le nostre richieste di costruire nuove chiese, soprattutto nella nuova
diocesi di Isma, tra il canale di Suez e il Sinai,
non trovano risposte". Una situazione di difficoltà che continua ad essere ostacolata, in maniera subdola; gli scontri di Nag Hammadi non aiutano "il
debole dialogo" sia con i musulmani, sia con le altre denominazioni
cristiane, in particolare copti ortodossi. "L'Egitto - ha detto don Pierpaoli - è un Paese di grande tradizione cristiana. Qui
è possibile ritrovare a pieno il senso del progetto Agorà, ovvero
uscire da sé stessi per incontrare l'altro, che in questo caso è una Chiesa
sorella".
Una Chiesa ai
margini. Ad illustrare la Chiesa copta alla
delegazione è stato lo stesso vescovo cattolico del Cairo: "Le influenze
musulmane di Paesi come Arabia Saudita ed Iran - ha spiegato - stanno portando
ad una crescente islamizzazione della società egiziana, partendo
dall'insegnamento per sviluppare un atteggiamento anticristiano".
"I nostri
giovani spesso sono costretti ad emigrare perché non
trovano possibilità di carriera, proprio perché cristiani. Basti pensare che
anche in Parlamento ci sono solo 4 deputati cristiani,
voluti dal presidente, mentre al Senato sono una decina. Sfortunatamente solo
per rappresentanza, perché non ci sono cristiani che si presentano alle
elezioni, addirittura molti non hanno nemmeno la tessera elettorale. Nonostante ciò noi copti siamo ben visti, soprattutto per
l'impostazione delle nostre scuole e le opere sociali che svolgiamo".
"Oggi, su
circa 12 milioni di cristiani in Egitto, 11 milioni
sono copti ortodossi, il restante è cattolico. Una presenza, quella della
Chiesa copta, che affonda le radici nella storia egiziana. Fondata da san Marco
nel I secolo d.C., quella copta è stata una vera e propria civiltà, che ha dato vita al monachesimo, grazie a figure come sant'Antonio
Abate. Oggi sull'intero territorio egiziano, suddiviso in 7
diocesi, sono presenti numerose congregazioni, tra cui i frati francescani
minori, che hanno istituito anche un seminario. A causa del
lento ma inarrestabile esodo cristiano da tutto il Medio Oriente, sono nate
Chiese copte in tutto il mondo, tra cui: Canada, Australia, Stati Uniti, Parigi
e Italia".
Una grande
minoranza. "I nostri giovani crescono con la parrocchia come unico punto
di riferimento, in cui possono rifugiarsi - ha aggiunto mons. Tewfik, che ricopre anche la direzione della pastorale
giovanile egiziana - proprio perché per loro è difficile trovare spazi nella
società dove potersi esprimere". Alcuni giovani hanno vissuto l'esperienza
dell'Agorà di Loreto con Benedetto XVI nel 2007. Molti di loro ricordano
positivamente l'esperienza italiana, mentre altri testimoniano la difficoltà di
esprimere la fede nel quotidiano o la curiosità da parte di compagni musulmani
nei confronti del cristianesimo. E al termine proprio di un incontro con alcuni
ragazzi, mons. Makarios ha espresso la volontà di
mandare 5 delegati, in rappresentanza dell'Egitto alla
prossima Agorà di Loreto (12-19 settembre 2010).
Una sola Chiesa.
"La sfida missionaria per noi copti cattolici - ha sottolineato
don Antonios Fayez,
direttore nazionale delle Opere missionarie egiziane - è quella di non guardare
solo sotto i nostri piedi, ma essere un'unica Chiesa d'Oriente". Una
difficoltà di confronto interno che non blocca il lavoro che la Chiesa copta
porta avanti soprattutto nel campo del sociale anche insieme a realtà musulmane
e cristiane, sia del Cairo sia dei villaggi. "Lavoriamo molto con i
cristiani che arrivano dal Sudan, che in Egitto sono circa un milione e li aiutiamo
ad inserirsi. Inoltre ogni anno, 20
giovani partono un mese per il Sudan al fine di sviluppare progetti di
cooperazione. Il mio sogno è quello di creare
un'associazione che riunisca Egitto e Sudan". FRANCESCA
BALDINI
Der Missbrauchskandal weitet sich aus. Vatikan unterstützt deutsche Bischöfe
Auch aus dem Vatikan kommt grünes Licht
für einen Runden Tisch gegen Kindesmißbrauch in
Deutschland, an dem alle großen gesellschaftlichen Kräfte vertreten sind. Die
Vatikanzeitung „Osservatore Romano“ lobt die deutsche
Bildungsministerin Annette Schavan dafür, dass sie „Null Toleranz“ für Mißbrauch an Schulen und Internaten fordert. Es sei
richtig, jetzt „soviel Klarheit zu schaffen wie
möglich“ – und zwar an allen Schulen und Bildungseinrichtungen, denn – so das Vatikanblatt
– „diese schmerzhafte Frage betrifft ja nicht nur die katholischen
Einrichtungen“. „Vielleicht“ – so sagt es an diesem Dienstag Vatikansprecher
Federico Lombardi – „kann die schmerzhafte Erfahrung der Kirche eine nützliche
Lehre auch für andere sein.“ In einer Erklärung stellt sich der Jesuit, der den
Vatikanischen Pressesaal leitet, hinter die Initiative zu einem umfassenden
Runden Tisch in Deutschland und lobt die Entschlossenheit der deutschen
Bischöfe zur Aufklärung des Geschehenen. Bundeskanzlerin Angela Merkel habe
Recht, wenn sie die „Ernsthaftigkeit und den Einsatz der deutschen Kirche“ für
Aufklärung würdige.
Natürlich, so Lombardi weiter, seien
„Fehler von kirchlichen Einrichtungen und Verantwortlichzen
besonders abscheulich, weil die Kirche ja eine besondere erzieherische und
moralische Verantwortung hat“. Doch müsse man die Frage auch „viel weiter
stellen“ und die Anklagen nicht nur „auf die Kirche konzentrieren“. Lombardi
verweist auf offizielle Zahlen aus Österreich: In einem bestimmten Zeitraum
habe es dort 17 Missbrauchsfälle an kirchlichen, aber 510 an nicht-kirchlichen
Einrichtungen gegeben. „Es ist durchaus angezeigt, sich auch um letztere
Gedanken zu machen“, so der Papst-Sprecher.
Deutschland: Debatte über Verjährungsfristen - Die deutsche Familienministerin Kristina
Schröder hat am Montag einen umfassenden Runden Tisch zum Thema Missbrauch
angekündigt – für den 23. April. Die Kirchen werden da mit am Tisch sitzen,
zusammen mit anderen wichtigen Vertretern gesellschaftlicher Gruppen:
Familienverbänden, Schulträgern, der freien Wohlfahrtspflege, der Ärzteschaft
und der Politik. Das Gremium soll Selbstverpflichtungen und Verhaltensregeln
erarbeiten. Schröders Zielvorgabe heißt: „Was ist zu tun, wenn Übergriffe
geschehen sind, welche Faktoren fördern Übergriff auf Kinder, und wie können
diese vermindert werden? Das sind die Fragen, die an diesem Runden Tisch
erörtert werden sollen.“
Mit ihrer Initiative stellt sich die
CDU-Ministerin Schröder gegen ihre Kabinettskollegin von der FDP, Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger. Die Justizministerin fordert weiter einen Runden
Tisch speziell mit der Kirche – und zwar, damit diese Entschädigungen an Opfer
zahlt. In diesem Punkt springt ihr auch SPD-Generalsekretärin Andrea Nahles bei. Skeptisch ist Leutheuser-Schnarrenberger
hingegen, was die derzeitige Debatte in der Politik um Gesetzesänderungen
betrifft.
„Verjährungsfristen zu verlängern,
bringt für die Opfer, an denen Mißbrauch begangen
wurde und wo diese Taten längst verjährt sind, nichts – weil es rückwirkend
keine Verlängerung der Verjährungsfrist mit der Möglichkeit der Strafverfolgung
gibt.“
Ähnlich sieht das der Strafrechtler
Stefan König – er sagte dem ZDF: „Verjährungsfristen haben ja viele gute Gründe.
Einer davon ist, dass natürlich die Aufklärung eines Vorwurfs umso schwieriger
wird – besonders dann, wenn man Zeugen dafür braucht –, je mehr Zeit seit der
angeblichen Tat verstrichen ist.“ Für Kriminologen wie Christian Pfeiffer
hingegen hätten längere Verjährungsfristen den Vorteil, dass Täter auch nach
längerer Zeit noch zu Schadenersatz verpflichtet werden könnten: „Im Prinzip
ist das richtig, weil gerade die Opfer aus einer Zeit, die Jahrzehnte
zurückliegt und die jetzt fünfzig oder sechzig sind, endlich die Freiheit
haben, darüber zu reden: Früher konnten sie das beim besten Willen nicht. Denen
sollten wir entgegenkommen und die Möglichkeit verschaffen, dass sie zum
Beispiel die Kosten für eine Therapie, die sie jetzt machen, vom Täter ersetzt
bekommen!“
Justizministerin kritisiert Kirche und
Vatikan - Nachdem der Runde Tisch nun beschlossene Sache ist, verlagert sich
die Debatte in Deutschland immer mehr zum Thema Entschädigungen. Die
Justizministerin nennt solche Entschädigungen, die die Kirche an Opfer aus
früheren Jahrzehnten leisten solle, „ein Stück Gerechtigkeit gegenüber den
Opfern, auch wenn sich das erlittene Unrecht materiell nicht aufwiegen lässt“.
Die Ministerin übte erneut Kritik an der katholischen Kirche und insbesondere
am Vatikan. Sie kritisierte, es gebe, insbesondere bei katholischen Schulen,
eine Schweigemauer, die Missbrauch und Misshandlungen verdeckt habe.
Verantwortlich dafür sei auch eine Direktive der vatikanischen
Glaubenskongregation von 2001, nach der auch schwere Missbrauchsfälle
zuallererst der päpstlichen Geheimhaltung unterlägen. Ein Ministeriumssprecher
fügte hinzu, die Justizministerin halte den Willen der Kirche zur
Zusammenarbeit mit staatlichen Behörden für weiterhin nicht ausreichend.
Der Regensburger katholische Bischof
Gerhard Ludwig Müller hat Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger
scharf kritisiert. Die Behauptung der Ministerin, die katholische Kirche in
Deutschland behindere in Fällen sexuellen Missbrauchs die Aufklärung von
Straftaten, sei „unwahr und ehrenrührig“, erklärte Müller am Dienstag. Der
Bischof forderte die Ministerin auf, Beweise für ihre Anschuldigungen
vorzulegen oder andernfalls „ihre Amtsautorität nicht für derartige Übergriffe
zu instrumentalisieren“. Müller wies insbesondere Leutheusser-Schnarrenbergers Behauptung zurück, dass es an katholischen
Schulen eine Schweigemauer gebe, die die Aufklärung von Straftaten erschwere
oder gar verhindere. In allen deutschen Diözesen werde nach den Leitlinien der
Deutschen Bischofskonferenz „jeder Hinweis auf eine Missbrauchsstraftat
umgehend und genauestens geprüft“, betonte der Bischof. Erhärte sich der
Verdacht, werde der mutmaßliche Täter zur Selbstanzeige aufgefordert, im Falle
einer Verweigerung die Staatsanwaltschaft informiert.
Auch Bundeskanzlerin Angela Merkel
(CDU) befürwortet unterdessen eine „breite und intensive Diskussion“ in Sachen
Kindesmissbrauch. Vor einer Gesetzesinitiative würden aber zunächst Experten in
den Ministerien über ein geeignetes Vorgehen beraten, sagte ihr
Regierungssprecher Ulrich Wilhelm.
Dt. Bischöfe: Wir arbeiten mit Justiz
zusammen „Die Kirche unterstützt die staatlichen Strafverfolgungsbehörden bei
der Verfolgung sexuellen Missbrauchs Minderjähriger durch Geistliche
vorbehaltlos.“ Darauf weist die Deutsche Bischofskonferenz an diesem Dienstag
hin. Die Kirche „fordert Geistliche zu einer Selbstanzeige auf, wenn
Anhaltspunkte für eine Tat vorliegen, und informiert von sich aus die
Strafverfolgungsbehörden“, so der Sprecher der Bischofskonferenz, Matthias
Kopp. Auf die Anzeige und die Information der Justiz werde „nur unter
außerordentlichen Umständen verzichtet, etwa wenn es dem ausdrücklichen Wunsch
des Opfers entspricht“. Auch der staatliche Gesetzgeber respektiere den Wunsch
des Opfers und habe unter anderem deshalb „darauf verzichtet, bei den
entsprechenden Straftaten eine Anzeigepflicht einzuführen“. „Unabhängig von dem
staatlichen Verfahren gibt es ein eigenes kirchliches Strafverfahren, das vom
Kirchenrecht geregelt wird“, erklärt Kopp weiter. „Der sexuelle Missbrauch
Minderjähriger durch Geistliche ist nach kirchlichem Recht eine besonders
schwere Straftat.“ Die Einzelheiten des Verfahrens lege ein Rundschreiben der
vatikanischen Kongregation für die Glaubenslehre von 2001 fest. Die Akten der
kirchlichen Verfahren würden in Rom geführt und würden vertraulich behandelt –
aber: „Die kirchliche Unterstützung der staatlichen Strafverfolgungsbehörden
bleibt davon unberührt.“
Der Bischofssprecher bedauert, dass
„die Zuordnung von staatlichem und kirchlichem Strafverfahren immer wieder
falsch dargestellt wird“. Er stellt darum noch einmal klar: „Im Fall des
Verdachts sexuellen Missbrauchs Minderjähriger durch einen Geistlichen gibt es
ein staatliches und ein kirchliches Strafverfahren. Sie betreffen verschiedene
Rechtskreise und sind voneinander völlig getrennt und unabhängig. Das
kirchliche Verfahren ist selbstverständlich dem staatlichen Verfahren nicht
vorgeordnet. Der Ausgang des kirchlichen Verfahrens hat weder Einfluss auf das
staatliche Verfahren noch auf die kirchliche Unterstützung der staatlichen
Strafverfolgungsbehörden.“
Runder Tisch: Pro und Contra - Die FDP-Bundestagsfraktion hat die geplante
personelle Besetzung des Runden Tisches gegen Kindesmissbrauch durch
Bundesfamilienministerin Kristina Schröder deutlich kritisiert. Dass Schröder
Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) nicht
eingeladen habe, „brüskiert nicht nur die Bundesjustizministerin, sondern auch
die Opfer sexuellen Missbrauchs“: Das erklärte der Parlamentarische
Geschäftsführer der FDP-Bundestagsfraktion, Christian Ahrendt, in Berlin. Den
Opfern sei „mit der offensichtlich mit heißer Nadel gestrickten Konzeption des
Runden Tisches nicht geholfen“, so der FDP-Politiker.
Der Münchner Erzbischof Reinhard Marx
hingegen hat den Runden Tisch begrüßt. Es sei gut, Vertreter aller relevanten
Gruppen dazu einzuladen, sagte Marx dem „Münchner Merkur“. Dem Skandal des
Missbrauchs an Kindern und Jugendlichen müsse auf breiter Front
entgegengetreten werden. Auf die Frage, warum die Bischöfe so lange gebraucht
hätten, um Stellung zu beziehen, verwies Marx auf eine Absprache unter den
Bischöfen. Auf der Bischofskonferenz hätten alle noch einmal ausgiebig mit
Fachleuten darüber reden wollen. Danach sollte eine gemeinsame Erklärung
abgegeben werden. „Im Nachhinein weiß ich nicht, ob das richtig war“, räumt der
Erzbischof ein.
Das Zentralkomitee der deutschen
Katholiken begrüßt die Initiative der Bundesregierung zu einem Runden Tisch
gegen Kindesmissbrauch. Der Vorstoß sei „absolut notwendig und richtig“,
erklärte Verbandspräsident Alois Glück am Dienstag in einem Radiointerview.
Neben der Aufklärung der Fälle und der Hilfe für die Opfer sei die zentrale
Frage, wie man die Vorbeugung verstärken könne. Das betreffe alle, die mit
Jugendlichen arbeiten, so der CSU-Politiker. Der ZdK-Präsident
forderte die katholische Kirche zugleich zur entschiedenen Aufarbeitung der
jetzt bekanntgewordenen Missbrauchsfälle auf. Der erste Ansatz dürfe nicht
sein, die Kirche zu schonen.
Ratzinger: Wenn ich gewusst
hätte... - Der Bamberger katholische
Erzbischof Ludwig Schick hat sich für eine Verschärfung des Strafrechts bei
Fällen von sexuellem Missbrauch an Kindern und Jugendlichen ausgesprochen. Die
Verjährungsfristen sollten auf mindestens 30 Jahre verlängert werden, forderte
Schick am Dienstag in Bamberg. Da Missbrauchsdelikte erst später als andere
offenbar würden, sei ein solcher Schritt nötig. Die Gerichte würden somit
wieder in die Lage versetzt, Straftaten wegen Missbrauchs aufzuklären. Weiter
plädierte der Erzbischof dafür, bei jedem begründeten Verdacht sofort die
Staatsanwaltschaft zu verständigen. Schick wörtlich: „Das Wichtigste sind die
Opfer. Ihnen muss die Justiz Gerechtigkeit zukommen lassen.“
Der frühere Regensburger
Domkapellmeister Georg Ratzinger hat eingeräumt, von den früheren
Prügel-Praktiken in der Internatsvorschule der „Regensburger Domspatzen“
gewusst zu haben. Der Bruder von Papst Benedikt XVI. sagte der „Passauer Neuen
Presse“ mit Blick auf den Internatsleiter: „Wenn ich gewusst hätte, mit welch
übertriebener Heftigkeit er vorging, dann hätte ich schon damals etwas gesagt.“
Er verurteile das Geschehene und bitte die Opfer um Verzeihung.
Neue und alte Fälle - Das Bistum Limburg klärt die Missbrauchsvorwürfe
in der Diözese weiter auf. Benno Grimm, der Missbrauchsbeauftragte des Bistums,
untersucht derzeit Verdachtsfälle gegen fünf weitere Priester und kirchliche
Mitarbeiter. Auch bei den neuen Fällen hat die Diözese alle Informationen an
die Staatsanwaltschaft übermittelt. Die aktuell bekannt gewordenen Vorwürfe
reichen weit zurück: Sie sollen sich in den 50-er, 60-er und 70-er Jahren
ereignet haben. Einige der Beschuldigten sind mittlerweile verstorben.
Strafrechtlich sind die Taten bereits verjährt. Die Diözese setzt nach eigenen
Angaben trotzdem alles daran, jeden Verdachtsfall rigoros aufzuklären. Im Zuge
der Untersuchungen ist zudem ein weiterer Fall in den Blick geraten: In den
70-er Jahren gab es ein strafrechtliches Ermittlungsverfahren gegen den
damaligen Leiter des Musischen Internates in Hadamar.
Der frühere Leiter der Limburger Domsingknaben ist im Jahr 2002 gestorben. Er
wurde nicht strafrechtlich verurteilt.
Am Bonner Jesuitengymnasium sollen
zwischen 1946 und 2005 sechs Jesuitenpatres Schüler
sexuell missbraucht haben. Das teilte der kommissarische Rektor, Pater Ulrich
Rabe, am Dienstag in Bonn mit. Er bezieht sich auf einen Zwischenbericht, der
am Montag dem Kollegium, Elternvertretern und der Missbrauchs-Beauftragten der
Jesuiten, Ursula Raue, vorgelegt worden war. Den Zwischenbericht erstellt hatte
nach den Angaben eine interne Arbeitsgruppe mit Repräsentanten von Eltern,
Lehrern, Schul- und Internatsleitung und Mitgliedern der Jesuitenkommunität.
Laut Rabe wurden bislang Aussagen von 30 verschiedene
Personen gesammelt, „die in der Schilderung der Erheblichkeit der Übergriffe
sehr unterschiedlich sind“. Die Spannweite der Beschuldigungen reiche von
Aussagen über den allgemeinen Erziehungsstil bis hin zu Berichten über heftigen
und wiederholten sexuellen Missbrauch. Die drastischsten Schilderungen bezögen
sich auf die 50-er und 60-er Jahre. Die Autoren des Berichts fordern laut Rabe den Provinzial der Deutschen Jesuiten auf, eine externe
Stelle zur Überprüfung früherer Entscheidungsträger einzurichten. Sie solle
klären, inwieweit Bereichsleiter, Rektoren oder Provinziale ihrer Leitungs- und
Aufsichtsfunktion im Umgang mit Vorwürfen oder eventuellen Kenntnissen
sexueller Übergriffe gerecht geworden seien. Der Anfang Februar zurückgetretene
Rektor, Pater Theo Schneider, solle sich sobald wie möglich zu seiner
Verantwortung in seiner Leitungs- und Aufsichtsfunktion öffentlich äußern.
Weiter verlangt die Arbeitsgruppe die Benennung externer Fachleute als Ombudsleute, an die sich künftige Opfer sexueller Gewalt
wenden können.
Debatte reißt nicht ab - Angesichts immer neuer Fälle von Gewalt und
sexuellem Missbrauch an Schulen – und nicht mehr nur kirchlichen – drängen
Politik und Verbände auf rückhaltlose Aufklärung. Schon in den nächsten Tagen
wollen die Länderminister mit Bundesbildungsministerin Annette Schavan über die
Frage des Kindesmissbrauchs sprechen. Der Deutsche Lehrerverband fordert die
Ernennung von Sonderbeauftragten durch alle Kultusminister, um Hinweisen in
Zusammenarbeit mit der örtlichen Schulaufsicht zügig nachzugehen.
Der Vorsitzende des neu gegründeten
katholischen Arbeitskreises in der CSU, Thomas Goppel, verlangt, dass die
Kirche bei der Aufklärung der Missbrauchsfälle jetzt nachlegt. Das sagte er im
Gespräch mit dem Münchener Kirchenradio. Andererseits dürfe das Fehlverhalten
einiger weniger in der Kirche nicht zur Verteufelung der ganzen Institution
führen. Das hätten vor allem die Schüler und Eltern in Kloster Ettal klar gemacht, wofür er noch dankbarer sei als für den
Aufklärungswillen von Erzbischof Marx. Der Gesprächskreis „ChristSoziale
Katholiken in der CSU“ ist am Montag offiziell gegründet worden. Er will sich
dafür einsetzen, dass katholische Positionen in der Gesellschaft nicht verloren
gehen. (rv/zdf/kna/pm 9)
Kardinal Sterzinsky: Schulbesuch für Kinder ohne Aufenthaltsstatuts zügig realisieren
Zum Auftakt der VI. Jahrestagung
Illegalität hat der Erzbischof von Berlin, Kardinal Georg Sterzinsky, den
Willen der neuen Bundesregierung begrüßt, die bundesgesetzlichen
Voraussetzungen für den Schulbesuch von Kindern ohne Aufenthaltsstatus zu
schaffen. Vor dem Hintergrund der Zuständigkeit der Bundesländer in diesen
Fragen forderte er am Mittwochabend in Berlin beherztes und zügiges Handeln auf
allen Ebenen: „Für jeden einzelnen Jungen und jedes einzelne Mädchen ist es
wichtig, möglichst schnell die Schule besuchen zu können, um gute
Zukunftschancen zu haben und den Teufelskreis aus Armut und Illegalität
verlassen zu können.“ Entscheidend sei dabei der politische Wille, auch
komplexe verwaltungs- und verfahrensrechtliche Hindernisse aus dem Weg zu
räumen.
Der Kardinal erinnerte an den im
Dezember letzten Jahres verstorbenen Vorsitzenden des Katholischen Forums
‚Leben in der Illegalität’, Weihbischof Dr. Josef Voß, und versicherte, dass
sich die Kirche in Deutschland weiterhin für die Menschen ohne
Aufenthaltsstatus einsetzen und auch öffentlich die Stimme erheben werde.
Dankbar äußerte sich der Erzbischof von Berlin bezüglich der neuen
Verwaltungsvorschriften zum Aufenthaltsgesetz, die zwei wichtige Anliegen der
Kirchen aufgegriffen haben. Zum einen wurde nun endgültig klargestellt, dass
die Hilfe für sich illegal aufhaltende Personen im Rahmen anerkannter Berufe
und Ehrenämter in der Regel nicht den Tatbestand der Beihilfe zum illegalen
Aufenthalt erfüllt. Zum andern unterliegen nach bereits heute geltendem Recht
auch die Abrechnungsstellen öffentlicher Krankenhäuser der Schweigepflicht. So
ist im Ergebnis die Notfallbehandlung irregulärer Migranten im Krankenhaus gewährleistet,
ohne dass die Betroffenen Angst vor Aufdeckung ihres Status und Abschiebung
haben müssen.
„Irreguläre Migration als
Herausforderung für Kommunen“ lautete der diesjährige Themenschwerpunkt der
Jahrestagung. Zum Auftakt betonte Prälat Dr. Peter Neher, dass die Folgen des
weltweiten Phänomens „Illegalität“ vor allem in den Kommunen sichtbar und
spürbar werden. Die Hilfe für Menschen in der aufenthaltsrechtlichen
Illegalität vor Ort gleicht jedoch oftmals einer Symptombehandlung.
„Denn strukturelle Lösungen können in der Kommune meist nicht gefunden werden,
sie erfordern vielmehr ein grundsätzliches Umdenken von Seiten der Landes- und
Bundespolitik“, so der Präsident des Deutschen Caritasverbandes.
Dr. Dirk Gebhard, Migrations- und
Integrationsexperte von EUROCITIES, dem Netzwerk großer europäischer Städte,
betonte in seinem Beitrag die große Herausforderung, vor der alle europäischen
Städte stünden: „Im Interesse der sozialen Kohäsion und der Menschenrechte
müssen sie den Zugang zu grundlegenden sozialen Diensten sichern. Die meisten
größeren europäischen Städte haben daher heute eine mehr oder weniger
offizielle Politik, Zugang zu medizinischer Grundversorgung und Schulausbildung
zu gewährleisten oder zu tolerieren.“ Innerhalb der EUROCITIES gebe es –
abhängig von den verschiedenen nationalen Gesetzgebungen – sehr
unterschiedliche Herangehensweisen an diese Fragen. Sie reichten von einer
offiziellen Politik des Zugangs für alle Einwohner, unabhängig vom
Aufenthaltsstatus, bis hin zu einem weitgehenden Ausschluss sich irregulär
aufhaltender Migranten vom Wohlfahrtssystem durch den Staat, der zu eher
indirekten und prekären Formen des Zugangs auf lokaler Ebene führe. Im
Gegensatz zur politischen Entwicklung auf europäischer Ebene, die von einer weitgehenden
Ignoranz in Bezug auf das Problem geprägt sei, führe das Handeln sozialer
Nichtregierungsorganisationen und einzelner europäischer Städte zu neuen
Impulsen in der Debatte: Neueste Studien bestreiten nach Angaben von Gebhard
die Annahme, eine Regularisierung des Status
illegaler Migranten würde starke Anreize für weitere irreguläre Zuwanderung
schaffen, vielmehr verweisen sie zunehmend auf ihren ökonomischen Nutzen.
In den folgenden beiden Tagen wird sich
die Tagung eingehend mit dem Umgang mit irregulärer Migration und den
verschiedenen politischen Herangehensweisen auf kommunaler Ebene befassen.
Dabei wird nicht nur die Situation in verschiedenen europäischen Großstädten
zur Sprache kommen, sondern es werden auch konkrete Möglichkeiten und Grenzen kommunaler
Modelle der Gesundheitsversorgung in ausgewählten deutschen Städten ausgelotet.
Soziologische Forschungen geben Aufschluss über informelle Netzwerke von
Migranten, die Städte über Kontinente hinweg verbinden, und analysieren
besondere Integrationsleistungen oder Problemlagen dieser Bevölkerungsgruppen.
Erzbistumberlin.de
Im Gespräch: Bischof Stephan Ackermann. „Ich werde das Gespräch mit Opfern suchen“
Bischof Ackermann, seit der vergangenen
Woche hat die Deutsche Bischofskonferenz als erste und einzige katholische
Bischofskonferenz weltweit einen Beauftragten für Fälle sexuellen Missbrauchs
in der Kirche. Hat sie das nötig?
Wir haben in den letzten Wochen
gespürt, dass wir uns diesem Thema stärker widmen müssen als bisher. Das geht
nicht nur mit einer Hotline und einem neuen Büro. Die Bischöfe haben der Sorge
für die Opfer und dem Bemühen um Prävention ein Gesicht geben wollen.
Die bisherigen Ansätze, etwa die
Anwendung der Leitlinien zum Umgang mit Fällen sexuellen Missbrauchs, reichen
demnach nicht aus?
Die katholische Kirche in Deutschland
ist keine zentral gelenkte und verwaltete Organisation. Sie besteht aus 27
rechtlich selbständigen Bistümern, dazu hunderten von Ordensgemeinschaften, von
denen viele, wie die Benediktiner, nicht einmal der Verantwortung der
Diözesanbischöfe unterstehen. Meine Aufgabe ist es, die wechselseitige
Information der Bistümer untereinander und mit den Orden zu verbessern und die
Schritte voranzutreiben, die die Bistümer gemeinsam tun wollen. Das ist in der
Tat nötig.
Die Leitlinien der Deutschen
Bischofskonferenz wurden 2002 beschlossen. Seitdem hat man kaum etwas von ihnen
gehört. Warum sollen sie jetzt unter Ihrer Führung präzisiert werden?
Zunächst sollte man festhalten, dass
die katholische Kirche in Deutschland die einzige Institution ist, die sich
Regeln für Fälle sexuellen Missbrauchs in ihren Reihen gegeben hat. Diese
Verfahrensregeln haben sich in den vergangenen acht Jahren durchaus bewährt,
gerade auch, was die Zusammenarbeit mit den Strafverfolgungsbehörden betrifft.
Doch auch wir können lernen. Zu überprüfen ist etwa, ob die Bistümer bei der
Prüfung von Vorwürfen noch stärker externe Fachleute hinzuziehen sollten.
Außerdem ist zu bedenken, dass sich nicht nur Priester, sondern auch Laien im
kirchlichen Dienst an Kinder und Jugendlichen vergreifen können.
Musste das Ausmaß sexuellen Missbrauchs
in der Kirche den Bischöfen erst durch eine mehrwöchige öffentliche Debatte
bewusst werden?
Die meisten Fälle, die die
Öffentlichkeit seit Wochen beschäftigen, haben sich nicht vor Jahren, sondern
vor Jahrzehnten abgespielt, etwa die Fälle am Canisius-Kolleg
der Jesuiten. Auch die Fälle sexuellen Missbrauchs, die in meinem eigenen
Bistum Trier bekannt geworden sind, ereigneten sich nicht in den vergangenen
acht Jahren, sondern reichen zum Teil bis in die fünfziger Jahre zurück.
Trotzdem haben wir die Dimension insgesamt offensichtlich unterschätzt.
Können Sie erklären, warum viele, die
sich heute als Opfer sexuellen Missbrauchs zu erkennen geben, mitunter jahrzehntelang
geschwiegen haben?
Im Rückblick muss es verwundern, dass
viele Missbrauchsopfer nicht schon unter dem Eindruck der durch die Vorfälle in
den Vereinigten Staaten ausgelösten monatelangen Debatte über sexuellen
Missbrauch in der Kirche im Sommer 2002 ihr Schweigen gebrochen haben. Dass sie
sich heute zu erkennen geben und über das Unrecht, das ihnen widerfahren ist,
sprechen wollen, kann ich nur gutheißen. Dass dadurch in der Öffentlichkeit der
Eindruck entsteht, in der Kirche seien Übergriffe auf Kinder und Jugendliche
tagtäglich zu gewärtigen, ist fatal. Aber dieser Eindruck ist falsch.
Im Bistum Regensburg konnte sich vor
wenigen Jahren ein wegen sexueller Übergriffe rechtskräftig verurteilter
Geistlicher angeblich unbeobachtet wieder Kindern und Jugendlichen nähern, die
mutmaßlichen sexuellen Übergriffe mehrerer Benediktiner im Kloster Ettal führten Mitte der neunziger Jahre dazu, dass sie in
ein anderes Kloster versetzt wurden. Genau diese Konstellationen wollten die
Leitlinien ausschließen - und sie sind doch eingetreten.
Dass es Verstöße gegen die Leitlinien
geben kann, ist nicht von der Hand zu weisen. Aber es ist auch unstrittig, dass
die Sensibilität für dieses Thema innerhalb der Kirche gewachsen ist und bei
Missbrauchsfällen in aller Regel im Rahmen der Leitlinien vorgegangen wurde.
Sie sind in der Norm unbestritten. Wie viele Fälle es in den vergangenen Jahren
waren, kann ich derzeit nicht genau sagen, weil die Angaben der Bistümer auf
entsprechende Anfragen nicht immer miteinander vergleichbar sind. Eine meiner
Aufgaben ist es, gemeinsam mit den Spezialisten, die uns beraten, die
Erfahrungen sorgfältig auszuwerten, die in den vergangenen Jahren mit dem
Regelwerk gemacht wurden. Eines aber kann man jetzt schon sagen: Auch künftig
wird die Verantwortung für das konkrete Vorgehen bei den Diözesen und Orden
liegen, nicht bei mir oder der Bischofskonferenz. Aber wir müssen stärker
zusammenarbeiten. Denn eines ist klar: Wenn nur einer seinen Pflichten nicht
nachkommt, fällt das auf alle zurück.
Wenn es aber keine Handhabe gegen
fahrlässigen Umgang mit möglichen Missbrauchsfällen gibt, öffnet das Regelwerk
einem Generalverdacht wie jenem Tür und Tor, dass - so Justizministerin Leutheusser-Schnarrenberger
- die Kirche sich nichts rechtstreu verhalte.
Dieser Generalverdacht ist absurd, erst
recht aus dem Mund der Bundesjustizministerin, die es eigentlich besser wissen
müsste. Unsere Leitlinien drängen darauf, dass die Staatsanwaltschaften
ermitteln. Die Praxis in den Bistümern ist entsprechend, auch wenn in
Deutschland im Fall mutmaßlicher sexueller Übergriffe keine Pflicht zur Anzeige
besteht. Ich bin froh, dass die Ministerin inzwischen nicht mehr unsere
Rechtstreue bezweifelt. Über die Kritik an unseren Leitlinien werden wir mit
ihr sprechen.
Und wenn die Bundesjustizministerin nur
einen Eindruck in Worte gefasst hätte, der in der Bevölkerung weit verbreitet
sein könnte?
Dann müssen wir diesem Eindruck
entgegentreten. Es haben sich ja auch schon viele ehemalige Absolventen von
Schulen in Trägerschaft von Orden und Bistümern gegen pauschale Verdächtigungen
gewandt. Es wäre das Schlimmste, wenn die Bürger der Kirche nicht mehr
vertrauten und ihre Kinder in Kindergärten, Schulen und Jugendeinrichtungen
nicht mehr gut aufgehoben wüssten. Wir müssen alles tun, um verlorengegangenes
Vertrauen wiederzugewinnen.
Wi e passt der
Vorschlag unter anderem der Familienministerin, einen Runden Tisch zum Thema
Kindesmissbrauch einzurichten, zu diesem Bestreben?
Sexuelle Übergriffe auf Kinder und
Jugendliche sind bis heute weithin ein Tabuthema in der Gesellschaft. Zum
allergrößten Teil spielen sie sich im privaten Umfeld ab, und es gibt wohl sehr
viele Internate, Sportvereine oder Einrichtungen der Jugendhilfe, in denen es
schon Übergriffe gegeben hat. Ich möchte mir nicht anmaßen, die Teilnehmer
eines Runden Tisches festzulegen. Aber die entsprechenden Dach- und
Fachverbände gehören sicher mit zum Kreis derjenigen, die sich über den Umgang
mit dem Risiko sexueller Übergriffe Rechenschaft geben müssen. Im Saarland
dienten die Leitlinien der Bischofskonferenz im Übrigen schon dazu, das
Kinderschutzgesetz zu überarbeiten. Insofern sind wir also nicht im
Hintertreffen, sondern haben vorgearbeitet.
Die Leitlinien regeln das Verfahren bei
Verdacht auf sexuelle Übergriffe. Was hat sich in der Kirche in den vergangenen
Jahren im Blick auf die Vorbeugung getan, vor allem auf dem Gebiet der
Ausbildung der Priester? Auch diese Berufsgruppe sieht sich ja mittlerweile
einem Generalverdacht ausgesetzt.
In den Vereinigten Staaten sind in den
vergangenen Jahren viele Untersuchungen angestellt worden, um mögliche
Zusammenhänge zwischen Zölibat, Homosexualität und Pädophilie zu erhellen.
Eines dieser Ergebnisse ist, dass es keinen Zusammenhang zwischen Zölibat und
Pädophilie als der krankhaften Neigung zu Kindern oder Ephebophilie
als Neigung zur Minderjährigen gibt. Diese Prägungen bestimmen das Leben der
Betroffenen viel früher als dass sie als Folge des Zölibatsversprechens
angesehen werden dürfen, das ein Mann als Erwachsener ablegt. Umgekehrt müssen
wir uns aber der Frage stellen, ob die priesterliche Lebensform krankhaft
veranlagte Männer oder auch Homosexuelle in besonderer Weise anzieht. Diesem
Thema widmen sich die Ausbildungsverantwortlichen der Bistümer und der Orden
seit vielen Jahren. Hier bedarf es einer besonderen Wachsamkeit bei der
Eignungsprüfung der Priesterkandidaten.
Können Sie allgemein als seriös
angesehene Schätzungen bestätigen, wonach bis zu vier Prozent des Klerus
pädophil oder ephebophil sein sollen und - in den
Vereinigten Staaten - bis zu 30 Prozent homosexuell?
Meines Wissens liegen für Europa oder
Deutschland im speziellen keine seriösen Untersuchungen vor, die diese
Schätzungen bestätigen oder widerlegen könnten. In jedem Fall aber gilt, dass
ein Priester wie jeder Mensch vor die Aufgabe gestellt ist, seine Sexualität in
seine Lebensgestaltung insgesamt Persönlichkeit zu integrieren und zu einer
emotional reifen Persönlichkeit zu werden. Das ist auch eine wesentliche
Voraussetzung dafür, dass er in der Lage ist, das Zölibatsversprechen
einzugehen. Glaubwürdige Priester sind das beste Argument, das die Kirche hat.
Deshalb hat sich die Ausbildung der angehenden Priester in den vergangenen drei
Jahrzehnten vor allem in Deutschland erheblich gewandelt. Dass Fragen der
Psychologie in die theoretische und praktische Ausbildung einbezogen werden,
ist heute ebenso anerkannt wie die Hinzuziehung von Psychologen bei der Auswahl
und der Begleitung von Kandidaten.
Angesichts des enormen Priestermangels
und einer historisch niedrigen Zahl angehender Priester eine undankbare Aufgabe
. . .
Priesterausbildung ist nach meiner
Erfahrung als ehemaliger Leiter eines der größten Seminare in Deutschland in
erster Linie Persönlichkeitsbildung. Als Priester oder Bischof verkündet man ja
keine abstrakte Botschaft, immer ist es ein Mensch, der sich anderen Menschen
zuwendet. Seelsorge ist in ihrem Kern Beziehung und lebt von personaler Nähe.
Diese setzt eine emotionale und psychosexuelle Reife voraus. Daher muss man
kritisch und wachsam sein und notfalls auch Bewerber zurückweisen. Wir dürfen
uns nicht korrumpieren lassen von den sinkenden Zahlen.
Können Sie sicher sein, dass jeder
Bischof in Deutschland diesem Druck gleichermaßen standhält?
Es wäre fatal, wenn es anders wäre.
Welches werden Ihre ersten
Amtshandlungen als Beauftragter der Bischofskonferenz für Fälle sexuellen
Missbrauchs sein?
Unter dem Eindruck der öffentlichen
Debatte der vergangenen Woche haben sich viele Opfer gegenüber den jeweiligen
Beauftragten in den Diözesen oder der Orden zu erkennen gegeben. Viele möchten
einfach nur sprechen, anderen kann die Kirche womöglich helfen, ihre Erlebnisse
zu verarbeiten. Deshalb gilt es zu klären, was für die Opfer getan werden kann.
Dazu haben uns viele Fachleute von sich aus ihre Hilfe angeboten. Zudem werde
ich persönlich das Gespräch mit Opfern suchen.
Was wird aus den Leitlinien?
Unabhängig von einem Runden Tisch aller
Betroffenen wird es eine Zusammenkunft von Fachleuten aus dem Bereich der
Kirche, der Wissenschaft und der Justiz geben, mit denen unsere Erfahrungen im
die bisherige Umgang mit sexuellem Missbrauch in der Kirche erörtert wird.
Diese Evaluation soll in die Optimierung der Leitlinien münden.
Welche Bestimmungen halten Sie für
unbedingt verbesserungswürdig?
Man sollte die Aussagen, das zeigt die
Debatte dieser Tage, über die Zusammenarbeit mit den staatlichen
Strafverfolgungsbehörden noch präziser fassen und die psychologische
Begutachtung von Tätern vor jeglicher Entscheidung über ihre berufliche Zukunft
zur Pflicht machen. Wir werden auch Leitlinien für Laien und Ehrenamtliche im
kirchlichen Dienst zu formulieren haben.
Halten Sie es aus der Sicht der Opfer
für sinnvoll, dass der Bischöfliche Beauftragte, an den mögliche
Missbrauchsfälle herangetragen werden, nicht selten Priester und dazu Mitglied
der Bistumsleitung ist?
Dieser Umstand hat Vor- und Nachteile.
Als Mitglied der Bistumsleitung hat er zum einen unmittelbaren Zugriff auf
Akten, die für Dritte aus datenschutzrechtlichen Gründen nicht einsehbar sind.
In Trier haben wir zudem die Erfahrung gemacht, dass Opfer auch das Gegenüber
eines Amtsträgers schätzen, damit endlich „die“ Kirche und nicht etwa ein
Therapeut einer Beratungsstelle ihre persönliche Geschichte erfährt. Gleichwohl
gilt es zu bedenken, dass manch einer vor einem direkten Kontakt mit einem
Verantwortlichen der Kirche zurückschreckt. Die Informations-Hotline, die wir
noch vor Ostern einrichten werden, wäre in diesen Fällen ein niedrigschwelliges Angebot. Es ist natürlich auch denkbar,
in den Bistümern und Ordensgemeinschaften eine Persönlichkeit des öffentlichen
Lebens mit der Aufgabe eines ersten Ansprechpartners zu betrauen. Wir werden
das noch einmal sorgfältig bedenken.
Wie verhalten Sie sich gegenüber der
Forderung, einen Fonds zur Entschädigung von Opfern einzurichten?
Die meisten Opfer, die sich in den
vergangenen Tagen und Wochen zu erkennen gegeben haben, sagen, dass sie dieses
abscheuliche Kapitel für sich nun als beendet ansehen. In anderen Fällen gilt
das, was seit langem gilt: Die Kirche kommt selbstverständlich für mögliche
therapeutische Hilfe und deren Kosten auf. Darüber hinaus werden wir alle
Einzelfälle prüfen.
Das Gespräch mit dem Trierer Bischof
Stephan Ackermann führte Daniel Deckers. Faz 8
Erziehungsmethoden bei den Domspatzen. Auch Papstbruder Ratzinger hat Schüler geohrfeigt
Der ehemalige Domkapellmeister Georg
Ratzinger hat sich von früheren Prügel-Praktiken in der Internatsvorschule der
Regensburger Domspatzen distanziert. Allerdings gestand der Bruder des Papstes
ein, bis zum Ende der 70er Jahren selbst die eine oder andere Ohrfeige gegeben
zu haben.
Georg Ratzinger hat in seiner Zeit als
Leiter der Regensburger Domspatzen bis zum Ende der 70er Jahre in den
Chorproben wiederholt Ohrfeigen bei Verfehlungen oder Leistungsverweigerung
erteilt. Eigentlich habe er dabei aber immer ein schlechtes Gewissen gehabt.
„Ich war dann froh, als 1980 körperliche Züchtigungen vom Gesetzgeber ganz
verboten wurden", sagte der Bruder von Papst Benedikt XVI. der
"Passauer Neuen Presse“ An diese Maßgabe habe er sich „striktissime“
gehalten und war nach dem Verbot "innerlich erleichtert.“
Von den "brachialen" Methoden
in der Internatsvorschule der Domspatzen hat sich der früher
Kapellmeister distanziert. Das Ausmaß unter der Leitung des damaligen
Internatsdirektors Johann M. sei ihm nicht bekannt gewesen, sagte Ratzinger der
Zeitung. „Wenn ich gewusst hätte, mit welch übertriebener Heftigkeit er
vorging, dann hätte ich schon damals etwas gesagt“, erklärte Ratzinger.
Auf die Frage, warum in der Kirche so
lange über diese Dinge geschwiegen worden sei, antwortete er: „Ich glaube, es
ist nicht nur die Kirche, die geschwiegen hat.“ In der ganzen Gesellschaft habe
„man diese Dinge, die man selber durchaus verurteilt hat, nicht breittreten“
wollen. Heute würde er diese Sache anders beurteilen. Er bitte daher die Opfer
um Verzeihung.
M. leitete die Vorschule der Domspatzen
von 1953 bis 1992, Ratzinger war Domkapellmeister von 1964 bis 1994. Die Schule
ist eine von den Domspatzen unabhängige Einrichtung, die von einer eigenen
kirchlichen Stiftung getragen wird. Nach Ratzingers Worten hat sein Vorgänger
als Domkapellmeister, Theobald Schrems, diese
Konstruktion bewusst so geschaffen, damit von Regensburg aus nicht in die
Vorschule hineinregiert habe werden können. Überdies hätte sich M. als eine
„selbstbewusste und intensive Persönlichkeit“ dies nie gerne gefallen lassen.
Über die Rolle seines Bruders, Papst
Benedikt XVI., bei der Bewältigung der Missbrauchsaffäre sagte Ratzinger, der
könne nur die Verantwortlichen der einzelnen Länder, also etwa Deutschlands,
ansprechen und mit ihnen eine klare Verurteilung aller Missbrauchsfälle
formulieren.
Ehemalige Schüler hatten in den
vergangenen Tagen berichtet, der Vorschul-Internatsdirektor habe die Kinder
teilweise „grün und blau“ geschlagen. Die Prügelpraktiken gab es dort offenbar
bis Anfang der 1990er Jahre.
Ein ehemaliger Schüler, heute Redakteur
der „Süddeutschen Zeitung“, beschreibt, wie M. Anfang der 1980er Jahre einmal
auf dem Rücken eines achtjährigen Mitschülers einen Stuhl zertrümmert habe. Der
Priester sei über das Fehlverhalten des Schülers als Ministrant bei der Frühmesse
erbost gewesen.
Einen anderen Schüler, der sich unter
Bauchschmerzen gekrümmt habe, habe der Direktor als Simulanten abqualifiziert.
Der Junge habe dann wegen eines Blinddarmdurchbruchs notoperiert werden müssen.
Die Kinder hätten den Direktor als „Sadisten“ empfunden. KNA/dpa 9
Missbrauchsskandal. Der kirchliche MakelDenken statt Demut
Ein Missbrauchsfall nach dem anderen
kommt ans Licht. Es zeigt sich: Für die Kirche zählt der schöne Schein noch
immer mehr als das Wohl der Kinder. Ein Kommentar von Annette Ramelsberger
Wer durch deutsche Landschaften geht,
erfährt an jeder Ecke, wie sehr das Christentum dieses Land geprägt hat: An den
Autobahnen laden Kapellen zur Rast. An Wegen wachen Marienstatuen über die
Wanderer. Auf den Bergen ragen Gipfelkreuze in die Höhe, und zumindest im Süden
der Republik hängen Kruzifixe in Klassenzimmern und Gerichtssälen.
Wenn Politiker das christliche
Abendland preisen, dann klingt das zwar aufgesetzt, aber falsch ist es nicht:
Deutschland ist tief geprägt von seiner christlichen Geschichte. Staat und
Kirche sind in einem Maße miteinander verwoben, wie es in vielen anderen
europäischen Ländern unvorstellbar ist. Der Staat zieht die Kirchensteuer ein,
er zahlt aus Steuermitteln das Gehalt der Bischöfe, er gibt Geld für jeden
kirchlichen Kindergartenplatz.
Auch deshalb trifft die
Missbrauchskrise die katholische Kirche mit besonderer Härte. Fast täglich
bekennen sich Priester und Ordensleute nun dazu, dass sie Kinder missbraucht
und geschlagen haben, dass sie davon gewusst, aber die Polizei nicht informiert
haben.
Das erschüttert eine Gesellschaft, die
bisher großes Vertrauen in die Erziehungsleistung der Kirche setzte: Noch immer
wächst die Zahl der Schüler in katholischen Internaten, weil sich die Eltern
dort besondere Fürsorge für ihre Kinder versprechen.
Bisher galt auch das Kloster Ettal als Vorzeige-Internat - nun stellt sich heraus, dass
ein Pater Kinderpornos herunterlud, die Bilder von halbnackten Schülern auf
Pädophilen-Seiten ins Internet stellte und Schüler systematisch verprügelt
wurden. Statt Aufklärung zu fordern schließen sich viele Ehemalige lieber eng
zusammen und beteuern sich gegenseitig, dass alles doch gar nicht so schlimm
gewesen sei.
Natürlich betonen die betroffenen
Internate, Orden, Bistümer, wie leid ihnen das alles
tue, wie sehr sie sich schämten. Doch das alles ist so lange Schall und Rauch,
solange man zum Kern des Problems nicht vordringt. Wo Autorität und Gehorsam
viel bedeuten und kritische Fragen als unbotmäßig gelten, dort wird besonders
hartnäckig geschwiegen und vertuscht.
Noch viel zu häufig halten selbst die
Betroffenen das Bild von der unversehrten Gemeinschaft hoch, fühlen sich als
Elite. Dass solche geschlossenen Systeme zur Verletzung der Privatsphäre
geradezu einladen, das wird noch immer nicht erkannt. Wer sich als Elite fühlt,
der kann nicht Opfer sein.
Auch die Kirche ist nicht wirklich
bereit, Konsequenzen zu ziehen. Noch immer will sie lieber erst intern prüfen,
ob ein Verdacht auf Missbrauch zutrifft. Noch immer will sie im Stillen
entscheiden, ob man einen Verdacht an die Staatsanwaltschaft weiterleitet.
Es gibt keine Anzeigepflicht für
sexuellen Missbrauch, in der Kirche nicht und auch bei Jugendämtern nicht. Aber
eine Schule oder eine Behörde, die es ernst meint mit der Fürsorge, schaltet
frühzeitig die Staatsanwaltschaft ein.
Denken statt Demut
Zu oft noch legt die Kirche den Mantel
gnädigen Schweigens über die Sünder. Aber: Sie darf nicht warten, bis sich ein
Täter selbst anzeigt. Es geht nicht um den schönen Schein, es geht darum, dass
nicht noch ein Kind missbraucht wird. Gehorsam und Demut dürfen nicht wichtiger
sein als kritisches Denken und Rückgrat.
Doch die Kirche windet sich. Hohe
Würdenträger relativieren den Missbrauch, indem sie darauf verweisen, dass
vieles schon lange her und deswegen verjährt sei. Viele erklären, sie hätten
nichts gewusst. Nun soll es der Papst richten und sich mit Deutschland befassen
- als wenn einzig aus dem Vatikan Aufklärung kommen könnte.
Das Krisenmanagement erschöpft sich in
diesem Ruf nach Rom. Sonst fällt den Verantwortlichen nicht sehr viel ein. Es
drängt sich das Gefühl auf, dass wichtiger als die Aufklärung immer noch ist,
wer wem etwas sagen darf - zum Beispiel wenn sich der oberste Benediktiner Notker Wolf und der Münchner Erzbischof Reinhard Marx
darüber streiten, wer die Leitung des Benediktinerklosters Ettal
zum Rücktritt zwingen durfte.
Mittlerweile bemüht sich der Staat
stärker um Schadensbegrenzung als die Kirche. Bundes- und Landesministerinnen
wie Annette Schavan, Kristina Schröder und Beate Merk fordern Konsequenzen oder
schlagen die Einrichtung runder Tische vor. Es sind fast verzweifelte Aufrufe
an eine Gemeinschaft, die sich zunehmend nur noch mit sich selbst beschäftigt.
Die katholische Kirche reagiert selbst
auf leise Kritik mit höchster Erregung. Ultimativ wurde eine Entschuldigung
gefordert, als Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger anmerkte,
die Kirche müsse bei Missbrauch besser mit den Staatsanwälten zusammenarbeiten.
Und der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller wirft Kritikern schlicht
vor, sie versuchten, die Kirche zu kriminalisieren. Es sind Totschlagargumente,
die nur von Hilflosigkeit zeugen.
Dabei wäre eine Wertegemeinschaft wie
die katholische Kirche in einer Zeit, in der alles beliebig und alles machbar
erscheint, dringend nötig. Doch um mit ihren Mahnungen durchzudringen, bräuchte
die Kirche Autorität. Sie müsste Teil der Gesellschaft sein, die sie
kritisiert. Doch die Kirche verschanzt sich. So gewinnt sie nicht Autorität,
sie verliert sie. SZ 8
Papst: „Mehr Verantwortung für Laien in der Kirche“
Benedikt XVI. wünscht sich einen
„Mentalitätswechsel“ in der Kirche. Das sagte er an diesem Sonntag beim Besuch
in einer Pfarrei am römischen Stadtrand. Alle „Mitglieder des Volkes Gottes“,
ob sie nun geweiht seien oder Laien, teilten eine „gemeinsame Verantwortung“.
„Wir brauchen einen Mentalitätswechsel,
vor allem mit Blick auf die Laien. Man sollte diese nicht mehr nur als
Mitarbeiter des Klerus ansehen, sondern sie wirklich als Mitverantwortliche am
Sein und Handeln der Kirche anerkennen. Auf diese Art und Weise würde ein
reifer und engagierter Laienstand gefördert! Liebe christliche Familien und
liebe junge Leute, die ihr hier lebt: Lasst euch immer mehr einbeziehen in die
Verkündigung des Evangeliums – wartet nicht, dass andere euch Botschaften
bringen, sondern macht euch selbst zu Missionaren Christi bei euren Brüdern –
da wo sie wohnen, arbeiten, studieren oder die Freizeit verbringen.“
Die Pfarrei, in der Papst Benedikt
predigte, gibt es erst seit 1989. Bis sie sich eine Kirche leisten konnten,
trafen sich die Gläubigen zwölf Jahre lang in den Räumen eines
Einkaufszentrums. Das Viertel namens „Porta di Roma“ wird erst allmählich
besiedelt; außer „Ikea“ gibt`s hier noch nicht viel...
Beim Angelus: Papst betet für
Sturmopfer - Benedikt XVI. betet für die Opfer des Sturmtiefs in Frankreich. Er
denke „ganz besonders an alle, die beim jüngsten Unwetter gelitten haben“,
sagte er beim Angelusgebet in Rom. Die Zahl der
Todesopfer in Frankreich nach dem Durchzug des Tiefs Xynthia
liegt bei 53; um die achtzig Menschen wurden verletzt. Am sonntäglichen
Mittagsgebet auf dem römischen Petersplatz nahmen auch viele Besucher aus
Frankreich teil.
In einer kurzen Betrachtung meinte
Benedikt, Unglücksfälle dürften nicht zu einer falschen Suche nach
Schuldigen verleiten. Es sei eine „leichtfertige Schlussfolgerung“, darin ein
göttliches Strafgericht zu sehen. Gott sei gut und könne nichts Böses wollen. Aber
aufgrund eines „unergründlichen Plans seiner Liebe“ lasse er manchmal Prüfungen
zu, um die Menschen zu einem größeren Guten zu führen.
Auf deutsch
mahnte der Papst zur Umkehr in der Fastenzeit. (rv 7)
Nach Missbrauchs-Skandalen. Ministerin poltert gegen katholische Kirche
Bundesjustizministern Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger hat dem Vatikan vorgeworfen, die Aufarbeitung der
Skandale um sexuellen Missbrauch in katholischen Einrichtungen zu behindern. Es
habe in vielen Schulen und Einrichtungen eine Art Schweigemauer gegeben, wegen
der Informationen nicht ausreichend an die Justiz gelangt sei,
sagte die Ministerin am Montag im Deutschlandfunk. Um eine Verjährung der Fälle
zu verhindern, müsse aber nach Wegen gesucht werden, das Schweigen zu
durchbrechen und bereits bei Anhaltspunkten auf Missbrauch möglichst frühzeitig
Ermittlungen durch die Justiz zu ermöglichen, forderte die FDP-Politikerin.
Für Schulen in katholischer
Trägerschaft gelte aber eine Direktive der Glaubenskongregation von 2001, nach
der auch schwere Missbrauchsfälle zuallererst der päpstlichen Geheimhaltung
unterlägen und nicht an Stellen außerhalb der Kirche weitergegeben werden
sollten, kritisierte Leutheusser-Schnarrenberger.
Stattdessen solle nach der Direktive
intern untersucht werden. Dabei werde nicht deutlich gemacht, möglichst
frühzeitig die Staatsanwaltschaft einzuschalten. In einer Verlängerung der
Verjährungsfristen sieht die Justizministerin dagegen „kein Allheilmittel“.
Dafür hatte sich
Bundesbildungsministerin Annette Schavan (CDU) ausgesprochen. Sie halte diese
Maßnahme schon deshalb für sinnvoll, „weil die bisherige Erfahrung lehrt, dass
über Missbrauch erst nach vielen Jahren gesprochen wird und die Täter womöglich
straffrei bleiben“, sagte sie der „Passauer Neuen Presse“.
Leutheusser-Schnarrenberger lehnte
längere Verjährungsfristen abermals ab. Im Deutschlandfunk sagte sie, nach
vierzig oder fünfzig Jahren sei es sehr schwierig, noch Sachverhalte zu
ermitteln und Zeugen zu finden. Dann seien einseitige Beschuldigungen möglich,
die nicht mehr bestätigt oder widerlegt werden könnten. Die Ministerin verwies
darauf, dass Missbrauchsfälle nach geltendem Recht noch bis zu zwanzig Jahre
nach der Volljährigkeit des Opfers verfolgt werden können.
Schavan kündigte an, in den nächsten
Tagen mit dem Präsidenten der Kultusministerkonferenz und den Lehrerverbänden
darüber zu sprechen, was über die Aufklärung hinaus getan werden kann, um
Vertrauen wieder herzustellen. Eltern müssten sich darauf verlassen können,
dass ihre Kinder in pädagogischen Einrichtungen in guter Obhut sind.
Schavan: Gewalt und Missbrauch nicht
allein Thema der Kirche
„Dazu gehört eine Atmosphäre des
Respekts und der Wertschätzung. Dazu gehören auch Pädagogen, die nicht nur
fachlich gut sind, sondern auch einen klaren Kompass haben und persönliche
Reife besitzen, die dem Vertrauen gerecht wird, das ihnen seitens der Kinder
und Jugendlichen entgegengebracht wird“, betonte Schavan.
Einem Runden Tisch allein zum sexuellen
Missbrauch in kirchlichen Einrichtungen, wie von Justizministerin
Leutheusser-Schnarrenberger gefordert, erteilte Schavan am Sonntagabend im ZDF
eine Absage. Gewalt und Missbrauch seien nicht allein Thema in kirchlichen
Einrichtungen. Die Justizministerin dagegen wiederholte in der ZDF-Sendung, es
gehe nicht darum, ein allgemeines Gespräch über Missbrauch zu führen. Im
Zentrum müsse stehen, die Opfer in den Blick zu nehmen und mit ihnen zu reden.
Auch der Beauftragte für
Missbrauchsfälle der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Stefan Ackermann,
wandte sich gegen den Ansatz Leutheusser-Schnarrenbergers.
Wenn es einen Runden Tisch gebe, dann müssten dazu alle Akteure eingeladen
werden, sagte er. Zugleich bekräftigte er, die katholische Kirche reklamiere
für sich nicht einen Raum jenseits des staatlichen Rechts. Deshalb sei eine
Präzisierung der bischöflichen Leitlinien zum Missbrauch von 2002 zu erwägen.
Die Justizministerin betonte ihrerseits die Forderung an die Kirche, die
Richtlinien zu überarbeiten. Es müsse klar sein, dass bei Missbrauchsfällen die
Staatsanwaltschaft zu informieren sei.
Schavan, die selbst katholisch ist,
sagte, das nun bekanntwerdende Ausmaß an Demütigung, Gewalt und Missbrauch von
Kindern hätte sie sich nicht vorstellen können. Die Kirche in Deutschland zeige
sich aber zu lückenloser Aufklärung und zur Zusammenarbeit mit dem Staat sehr
entschlossen. Es werde zwischen Kirche und Regierung sicher Gespräche darüber
geben, wie das Vertrauen in kirchliche Schulen wiederherzustellen sei. Dabei
müsse die Perspektive der Opfer im Mittelpunkt stehen. Das Verhältnis von
Kirche und Staat, so die Bildungsministerin, sehe sie durch die Vorgänge nicht
belastet.
Die ersten, meist weit zurückliegenden
Missbrauchsfälle waren Ende Januar am Canisius-Kolleg
der Jesuiten in Berlin bekanntgeworden. Mittlerweile wurden aus mehreren
Einrichtungen von Orden und der Mehrzahl der deutschen Diözesen Fälle aus
unterschiedlichen Jahrzehnten bekannt. Vor zwei Wochen hatte
Leutheusser-Schnarrenberger mit öffentlichem Zweifel am Willen der Kirche zur
Aufklärung in Reihen der Bischöfe für Empörung gesorgt. FAZ.NET mit apn/kna/Reuters 8
Missbrauchsverdacht in Augsburg Kirche stellt Pfarrer Ultimatum
Das Bistum Augsburg hat einen
Gemeindepfarrer zur Selbstanzeige gezwungen. Die Missbrauchsvorwürfe gegen den
Mann sind bereits seit zehn Jahren bekannt. Von Katja Auer
Der Missbrauchsskandal in der
katholischen Kirche weitet sich aus: Im Bistum Augsburg steht ein ehemaliger
Gemeindepfarrer unter dem Verdacht, vor elf Jahren Kinder missbraucht zu haben.
Das Ordinariat zwang den Priester jetzt mit einem Ultimatum zur Selbstanzeige.
Andernfalls werde die Diözese selbst die Staatsanwaltschaft einschalten, teilte
das Ordinariat am Montag mit.
Das Bistum habe 1999 Hinweise auf die
"moralisch fragwürdigen Verhaltensweisen" des Pfarrers erhalten, aber
damals keine Strafanzeige gestellt, weil die Eltern ausdrücklich darum gebeten
hätten.
"Kein unkontrollierter Kontakt zu
Kindern"
Der Priester habe bestritten, dass sein
Verhalten "die Schwelle des moralisch oder rechtlich Erlaubten"
überschritten habe.
Dennoch sei er versetzt worden und mit
einer Aufgabe betraut, "bei der keine Gefahr eines unkontrollierten
Kontaktes zu Kindern und Jugendlichen bestand". Der Mann sei bis heute
nicht mehr als Gemeindepfarrer eingesetzt worden, teilte das Bistum weiter mit.
Aufgrund aktueller Hinweise habe das
Ordinariat den Vorgang nun wieder aufgerollt. Der Missbrauchsbeauftragte der
Diözese, Domkapitular Harald Heinrich, habe mit dem Pfarrer gesprochen und ihm
"dringend nahegelegt", die fragliche Tat von der Staatsanwaltschaft
rückhaltlos aufklären zu lassen. Der Mann sei von allen Aufgaben entbunden
worden.
Das Bistum will offensiv mit
Missbrauchsvorwürfen umgehen und alle Hinweise sofort an die Staatsanwaltschaft
weiterleiten. Bischof Walter Mixa dulde bei
Kindesmissbrauch "keine Toleranz", sagte Generalvikar Karlheinz
Knebel.
"Null Toleranz" für
Missbrauch in Schulen gab unterdessen auch Kultusminister Ludwig Spaenle (CSU) als Grundsatz aus. Er fordert die
vollständige Aufklärung aller Vorwürfe und will zur künftigen Prävention einen
Runden Tisch begründen, an dem Verantwortliche der
Schulen, aber auch Experten aus Gesellschaft und Wissenschaft teilnehmen
sollen. Spaenle ist derzeit Präsident der
Kultusministerkonferenz und will demnächst mit Bundesbildungsministerin Annette
Schavan das Thema besprechen.
Ministerpräsident Horst Seehofer und
Justizministerin Beate Merk (beide CSU) fordern die Verlängerung der
Verjährungsfristen bei sexuellem Missbrauch auf mindestens 30 Jahre. Seehofer
will außerdem, dass sich die Verantwortlichen in kirchlichen
Bildungseinrichtungen "unverzüglich" an die staatlichen Behörden
wenden, wenn ein Missbrauchsvorwurf laut wird. Seehofer sei bei der Aufklärung
für ein "schonungsloses" Vorgehen.
SZ 9
Polen: Bischöfe verteidigen sich
Die Bischöfe sind aufgebracht über das
Urteil gegen eine Kirchenzeitschrift. Das Blatt des Erzbistums Kattowitz soll einer Abtreibungsbefürworterin eine
Entschädigung zahlen, weil es die Frau beleidigt habe, so ein Berufungsgericht
der südpolnischen Stadt. Die Zeitschrift namens „Go?? Niedzielny”
hatte nach Medienangaben die Befürwortung von Abtreibung mit Nazi-Verbrechen
verglichen.
„Man hat diese Zeitschrift in Kattowitz für etwas verurteilt, das sie gar nicht
geschrieben hat“, sagt der Sprecher der polnischen Bischofskonferenz, Jozef Kloch. „Die Fakten liegen anders, als das Gericht sie in
seiner Urteilsbegründung darstellt. Es ist wirklich seltsam: Hier geht es ganz
klar um Ideologie, nicht um Substanzielles.“
Kloch
will wissen, wer hinter der Klage der Frau wirklich steht: Es gebe „Hinweise,
dass jemand ihr einen Text vorbereitet hat“. Und er wehrt sich dagegen, dass
jetzt „falsche Anschuldigungen gegen eine katholische Zeitschrift pauschal auf
die ganze katholische Kirche Polens ausgeweitet werden“.
„Viele in Polen haben den Eindruck,
dass die Lage dieser armen Frau von feministischen Verbänden für eine Kampagne
instrumentalisiert wird. Feministinnen in Polen, die Abtreibung auf Verlangen
durch die Hintertür möglich machen wollen.“
Die Kirchenzeitschrift hatte ein Urteil
des Europäischen Menschenrechtsgerichtshofs mehrfach scharf kritisiert, dass
der Polin wegen der Verweigerung einer Abtreibung trotz Gefahr für ihre
Gesundheit 25.000 Euro Entschädigung zusprach. Das Kattowitzer
Urteil gegen die Kirchenzeitung wurde jetzt von Frauenorganisationen begrüßt.
Mit rund 150.000 verkauften Exemplaren ist „Gosc Niedzielny“ das größte meinungsbildende Wochenmagazin in
Polen, noch vor den Nachrichtenmagazinen „Polityka“,
„Wprost“ und „Newsweek Polska“.
kna 7
Konservative Christen. US-Asyl für deutsche Schulverweigerer in Gefahr
Weil sie ihre Kinder nicht dem
unchristlichen deutschen Schulsystem aussetzen wollte, zog die strenggläubige
Familie Romeike von Bissingen
in die USA. Dort gewährte ein Richter wegen religiöser Verfolgung Asyl. Doch
die US-Einwanderungsbehörde legte Berufung ein. Der Familie droht die
Ausweisung.
Die US-Einwanderungsbehörde geht in
Berufung gegen ein Urteil, mit dem deutschen Schulpflichtverweigerern Asyl in
den Vereinigten Staaten gewährt wurde. Das Berufungsverfahren werde sich wohl
mehrere Monate hinziehen, sagte Rechtsanwalt Michael Donnelly. Donnelly ist
Mitarbeiter der „Home School Legal Defense Association“,
eines Rechtshilfeverbandes für Heimschülerfamilien. Außerdem vertritt er als
Anwalt die aus Baden-Württemberg stammende Familie.
Das strenggläubige Ehepaar Hannelore
und Uwe Romeike war im Sommer 2008 mit seinen fünf
Kindern in die USA gekommen. Dort wollten sie ihre Kinder selber unterrichten,
was in Deutschland untersagt ist. Die Romeikes
stellten Antrag auf politisches Asyl.
Zur Begründung gab die Familie an, dass
sie sich in ihrer Heimat verfolgt fühle, weil die Behörden die Schulpflicht mit
Bußgeldbescheid und Drohungen durchsetzen wollten. Im Januar gab
US-Einwanderungsrichter Lawrence Burman dem
Asylantrag statt. Die deutsche Haltung verstoße gegen „alles, woran wir als
Amerikaner glauben“, hieß es in der Urteilsbegründung.
Der Berufungsantrag der
Einwanderungsbehörde gegen die Asylgewährung habe ihn nicht überrascht, sagte
Anwalt Donnelly. Vorläufig dürften die Romeikes in
den USA bleiben. In rund zwei Monaten werde die Behörde ihren Berufungsantrag
schriftlich begründen müssen.
Rund zwei Millionen Kinder werden nach
Angaben des Erziehungswissenschaftlers Robert Kunzman
von der Indiana University (Bloomington, Indiana) in
den USA gegenwärtig zu Hause unterrichtet. Vermutlich liege die Zahl sogar
höher, da die meist konservativ-christlich orientierten „Homeschool“-Eltern
Untersuchungen misstrauten und keine Angaben machten. EPD 9
Was wusste Ratzinger? Papst soll zu Missbrauch Stellung beziehen
Beim Missbrauchsskandal in katholischen
Einrichtungen sieht die Reformbewegung "Wir sind Kirche" auch bei
Papst Benedikt XVI. Klärungsbedarf. "Denn Joseph Ratzingers Amtszeit als
Münchner Erzbischof von 1977 bis 1982 gehört genau zu den Jahren, um die es bei
den Missbrauchsfällen geht", sagte der Sprecher der Gruppe, Christian Weisner, in München. Deshalb dränge sich die Frage auf, ob
der damalige Münchner Erzbischof auch Kenntnis von solchen Übergriffen gehabt
habe - und falls ja, wie er damit umgegangen sei.
Eine solche Stellungnahme des Papstes
wäre ein hilfreiches Zeichen, sagte Weisner.
"Denn totale Offenheit ist der einzige Weg, das Vertrauen in die
Amtskirche und vor allem in die Kirchenleitung wiederherzustellen."
Auch der Bruder des Papstes, Georg
Ratzinger, müsse sich Fragen zum Missbrauchsskandal bei den Regensburger
Domspatzen gefallen lassen, sagte Weisner. Georg
Ratzinger leitete die Domspatzen von 1964 bis 1994. Der 86-Jährige beteuerte am
Sonntag, er habe von den Missbrauchsfällen nichts gewusst: Sie hätten sich in
den 50er Jahren abgespielt.
Der Präsident des päpstlichen
Einheitsrats, Kardinal Walter Kasper, äußerte "tiefe Enttäuschung, Schmerz
und sehr großen Zorn" über die Missbrauchsfälle in katholischen
Institutionen. Die Kirche müsse "Klarheit schaffen", die
Verantwortlichen müssten verurteilt und die Opfer entschädigt werden. Die
verabscheuungswürdigen Verbrechen müssten mit absoluter Entschlossenheit
verfolgt werden, sagte der ehemalige Bischof von Rottenburg-Stuttgart.
"Wir müssen unsere Kirche ernsthaft reinigen."
Politische Initiativen - Nach dem
Bekanntwerden immer weiterer Missbrauchsfälle an Schulen und Internaten dringt
die Bundesregierung auf Konsequenzen. "Ich werde in den nächsten Tagen mit
dem Präsidenten der Kultusministerkonferenz und den Vorsitzenden der
Lehrerverbände darüber beraten, welche konkreten Maßnahmen wir ergreifen, um
weiteren Fällen von Missbrauch vorzubeugen, Opfern zu helfen und damit
Vertrauen auch bei Eltern wiederherzustellen", sagte
Bundesbildungsministerin Annette Schavan (CDU) der Online-Ausgabe der
Bild-Zeitung.
Wo immer ein Verdacht bestehe, müsse es
"null Toleranz" geben und vollständige Aufklärung erfolgen, verlangte
die CDU-Politikerin. Eltern müssten sich darauf verlassen können, dass ihre
Kinder vor Gewalt und Missbrauch in pädagogischen Einrichtungen geschützt
seien.
Bundesjustizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) plädierte erneut für einen Runden Tisch.
"Besonders in Fällen, in denen die rechtliche Aufarbeitung nicht mehr
möglich ist, kann ein Runder Tisch den Dialog über die berechtigten Anliegen
der Opfer eröffnen", sagte sie der Welt am Sonntag. (afp/epd/dpa
8)
Vatikan: „Missbrauch entschlossen aufklären“
Der Vatikan hat zu einer
durchgreifenden Aufklärung der Missbrauchsfälle im Bistum Regensburg und
anderen Diözesen aufgerufen. Der Heilige Stuhl unterstütze die Bereitschaft des
Regensburger Bistums, „die schmerzliche Angelegenheit mit Entschlossenheit und
in offener Weise zu untersuchen“. Das steht in einer Erklärung in der Vatikanzeitung
Osservatore Romano von diesem Sonntag. Vorrangiges
Ziel der Kirche sei es, „möglichen Opfern Gerechtigkeit widerfahren zu lassen“.
Der Vatikan sei „dankbar für dieses Bemühen um Klarheit innerhalb der Kirche“,
so die Stellungnahme. Zugleich wünsche man, „dass ebensolche Klarheit auch in
anderen öffentlichen und privaten Einrichtungen geschaffen wird, wenn das Wohl
der Kinder wirklich allen am Herzen liegt“.
In der gleichen Ausgabe legt der
Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller die Missbrauchsfälle im Umfeld der
Regensburger Domspatzen dar. Müller verweist dabei auf einen bereits bekannten
Vorgang aus dem Jahr 1958, bei dem der stellvertretende Institutsleiter wegen
sexuellen Missbrauchs aus dem Dienst entfernt wurde. Ferner bezieht er sich auf
einen Priester, der ebenfalls 1958 für sieben Monate in dem Knabenchor
arbeitete und zwölf Jahre später wegen Missbrauchs verurteilt wurde. Es werde
noch untersucht, ob das betreffende Vergehen auch die Zeit der Tätigkeit bei
den Domspatzen betreffe. Bischof Müller wörtlich: „Beide Fälle waren seinerzeit
schon öffentlich bekannt und sind juristisch als abgeschlossen zu betrachten.
Sie fallen nicht mit der Amtszeit von Kapellmeister Professor Georg Ratzinger
zusammen“. Der Bruder des Papstes hatte die Domspatzen von 1964 bis 1994
geleitet.
Georg Ratzinger: „Mein Interessse, dass Licht geschaffen wird“
Georg Ratzinger sieht hinter den
Missbrauchsvorwürfen auch „eine gewisse Feindseligkeit gegen die Kirche“.
Hinter bestimmten Behauptungen scheine die „bewusste Absicht“ zu stehen, sich
gegen die Kirche zu äußern, sagte Ratzinger in einem Interview mit der
italienischen Tageszeitung „La Repubblica“. Der
Bruder von Papst Benedikt befürwortete zugleich die von Bischof Gerhard Ludwig
Müller angekündigte vorbehaltlose Aufklärung von Missbrauchsfällen bei den
Regensburger Domspatzen. „Ich hoffe, dass mein Chor durch diese Situation nicht
beschädigt wird, aber es ist mein Interesse, dass Licht geschaffen wird“, sagte
der 86-jährige Ratzinger. Er selbst sei „nicht in der Lage, Informationen über
irgendeine strafbare Handlung zu geben“, sagte der frühere Domkapellmeister.
"Ich habe nie etwas davon gewusst." Die bereits bekannten Vorgänge
aus den 50er Jahren beträfen eine "ganz andere Generation" als die
Zeit, in der er den Chor geleitet habe.
Das Wochenmagazin „Der Spiegel“ geht
weiterhin auf den Missbrauch von Minderjährigen bei den Regensburger Domspatzen
in den 50-ern und zu Beginn der 60-er Jahre ein. Demnach behandelten mehrere
Therapeuten im Münchner Raum ehemalige Chormitglieder, die durch sexuellen
Missbrauch oder körperliche Misshandlungen traumatisiert wurden. Ein
Betroffener aus dem Allgäu berichtete dem Magazin von grausamen Ritualen im
Internat Etterzhausen, einer Vorschule, aus der sich
die Domspatzen in Regensburg rekrutierten. Der Regisseur und Komponist Franz Wittenbrink, der bis 1967 im Regensburger Internat der
Domspatzen lebte, sprach gegenüber dem „Spiegel“ von einem „ausgeklügelten
System sadistischer Strafen verbunden mit sexueller Lust“, das dort bestanden
habe.
Nach Angaben der „Kölnischen Rundschau“
haben sich bislang 30 ehemalige und ein derzeitiger Schüler im Zusammenhang mit
Missbrauchsfällen am Bad Godesberger Jesuiten-Gymnasium Aloisiuskolleg
gemeldet. Gegen sechs Patres würden Vorwürfe erhoben,
von denen fünf inzwischen verstorben seien.
EKD-Ratspräsident: „Gemeinsames
gesellschaftliches Problem“
Der Ratsvorsitzende der Evangelischen
Kirche in Deutschland, Präses Nikolaus Schneider,
würdigt die Anstrengungen der katholischen Kirche um Aufarbeitung der Missbrauchskandale aus den vergangenen Jahrzehnten. Es
handele sich „um ein allgemeines gesellschaftliches Problem“, und er sehe das
Bemühen der katholischen Kirche „in großer geschwisterlicher Verbundenheit“.
Das sagte Schneider der Tageszeitung „Die Welt“. SPD-Generalsekretärin Andrea Nahles begrüßte in einem Zeitschrifteninterview den von
Bundesfamilienministerin Kristina Schröder (CDU) vorgeschlagenen Runden Tisch.
Das Problem sei verbreiteter in der Gesellschaft als bisher bekannt. Die
SPD-Politikerin forderte eine offene Debatte über geeignete Maßnahmen und
Initiativen – „auch um zu verhindern, dass nach Abebben des aktuellen Skandals
das Thema wieder in der Versenkung verschwindet. (kipa/kna 7)
Missbrauch in der Kirche. "Die Opfer im Blick behalten"
Das "Wir sind
Kirche"-Nottelefon für Opfer von sexuellem Missbrauch steht im Moment kaum
still. "Das ist im Augenblick eine Zeit, wo viele sich erinnern und froh
sind, sich aussprechen zu können", sagte Christian Weisner,
Sprecher der katholischen Reformbewegung, am Montag der Frankfurter Rundschau.
Wichtig sei, dass man die Opfer im Blick behalte. "Die Frage, welcher
Bischof jetzt zurücktreten muss, ist nicht entscheidend", glaubt Weisner. In erster Linie wolle "Wir sind Kirche"
die Opfer entlasten. Der Bewegung geht es vor allem um die psychologische
Aufarbeitung, nicht um die juristische.
Das Nottelefon richtete "Wir sind
Kirche" 2002 ein - als Reaktion auf die damals neuen Leitlinien der
Deutschen Bischofskonferenz, die vorsehen, dass für Missbrauchsopfer
Ansprechpartner in den Bistümern benannt werden müssen. Dass das dann häufig
Personen innerhalb der Kirchenleitung waren, "hat uns sehr gestört",
so Weisner; das Nottelefon sollte im Gegensatz dazu
ein "niedrigschwelliges Kontaktangebot" für
die Bedrängten sein.
In den vergangenen acht Jahren hätten
etwa 300 Opfer angerufen - und auch ein paar wenige Täter. Die berichteten
Übergriffe seien auf schätzungsweise 150 Täter zurückzuführen.
"Überwiegend sind das Altfälle", sagt Weisner
- meist verjährt. "Wir sind Kirche" dokumentiert die Vorfälle nicht
und kann sie deshalb nicht regional zuordnen; dass aber Anrufer auch von
Missbrauch berichtet hätten, der in die Zeit Joseph Ratzingers als Münchner
Erzbischof falle - also von 1977 bis 1982 - sei mit "hoher
Wahrscheinlichkeit" anzunehmen.
Die katholische Kirche und auch der
Papst müssten das Problem nun mit Ehrlichkeit und Offenheit angehen, fordert Weisner. Viel zu lange habe die Bischofskonferenz sich auf
ihrer Formel ausgeruht, die Leitlinien hätten sich bewährt. Dass plötzlich so
viele Missbrauchsfälle überall in deutschen Bistümern ans Licht kommen - Weisner ist überzeugt: "Ohne den Auslöser Canisius-Kolleg wäre das nicht passiert."
Das Nottelefon ist unter 0180/3000862
(9 ct pro Minute) zu erreichen - oder per E-Mail:
zypresse@wir-sind-kirche.de SABINE
HAMACHER FR 9
Religiöse Unruhen. Mehr als 500 Tote in Nigeria
Nairobi/Abuja. Die Täter kamen in der
Nacht, mit Gewehren und Macheten. Mit dem Ruf "Allah ist groß!" metzelten
die Mitglieder der muslimischen Fulani-Hausa-Nomaden
die Einwohner dreier christlicher Dörfer im zentralnigerianischen Bundesstaat
Plateau nieder, berichteten Überlebende. Mehr als 500 Menschen wurden nach
Angaben der örtlichen Behörden Opfer der religiösen Gewalt, die einmal mehr
nahe der Bergbaustadt Jos explodierte. Die meisten der Toten sind Frauen und
Kinder. "Wann wird dieser Wahnsinn enden?" titelte ein Kommentator
der Zeitung "This Day" am Montag über das
Massaker in der Nacht zum Sonntag.
Blutige Gewalt zwischen Muslimen und
Christen in Jos rüttelt das bevölkerungsreichste Land Afrikas immer wieder aus
der trügerischen Hoffnung auf ein harmonisches Gleichgewicht zwischen den
beiden großen Religionsgruppen, die jeweils etwa die Hälfte der Bevölkerung
stellen. Besonders besorgniserregend ist, dass die Unruhen in immer kürzerem
Abstand aufeinander folgen. Erst im Januar waren mehr als 300 Menschen in Jos
und Umgebung bei ähnlichen Ausschreitungen getötet worden.
Der Anlass war nichtig, ein Streit über
den Wiederaufbau eines Hauses, das 2008 bei religiösen Unruhen zerstört worden
wurde. Vor wenigen Wochen verhinderte nur das schnelle Einschreiten in der
Region stationierter Truppen neue Kämpfe: Eine Gruppe christlicher Jugendlicher
hatte eine muslimische Beerdigungsgesellschaft angegriffen, die ein Kind auf
einem von beiden Religionen beanspruchten Friedhof beisetzen wollte. Die
Hintergründe des neuesten Massakers liegen noch völlig im Dunkeln.
Die Täter konnten sich bisher
weitgehend straffrei fühlen. Zwar kündigte der amtierende Präsident Goodluck Jonathan bereits im Januar an, keiner der
Verantwortlichen für die religiöse Gewalt werde der Strafe entgehen. Doch
selbst wegen des ersten großen Massakers mit mehr als tausend Toten im Jahr
2001 wurde bislang niemand angeklagt.
Mit jeder neuen Gewalttat wächst der
Hass. Auch die seit Januar geltende nächtliche Ausgangssperre und die
Stationierung von Truppen in Plateau konnte das neue Massaker nicht verhindern.
Kirchenführer warfen der Armee nun vor, erst Stunden nach dem ersten Alarm
reagiert zu haben.
Der Bundesstaat Plateau liegt an der
Grenze zwischen dem christlichen Süden und dem muslimischen Norden des Landes.
Beide Religionsgruppen sind in Plateau etwa gleich stark vertreten. Die in Jos
ursprünglich heimischen Fulani-Hausa fühlen sich
durch die christlichen Zuwanderer verdrängt. Wirtschaftlicher Erfolg,
Konkurrenz um Wasser und Weide- oder Ackerland sind die eigentlichen Quellen
des Konflikts. Religiöse Fanatiker auf beiden Seiten haben nur allzu oft
leichtes Spiel, die Schuld an Problemen dann der jeweils anderen Gruppe
zuzuweisen.
Dabei gilt in Nigeria eigentlich der
Grundsatz, dass aufgrund der Bevölkerungsverhältnisse weder Christen noch
Muslime dominieren können. Das Gleichgewicht der Kräfte wird daher sorgsam
gewahrt. Selbst an der Staatsspitze wechseln sich jeweils ein Muslim und ein
Christ ab.
Doch ein Jahr vor den nigerianischen
Präsidentenwahlen ist dieses Gleichgewicht nun gestört: Wegen der langen
Erkrankung des muslimischen Präsidenten Umaru Yar'Adua übt dessen christlicher Stellvertreter Jonathan
seit einigen Wochen das Präsidentenamt aus. Vor allem muslimische Führer aus
dem Norden reagieren mit Misstrauen und Warnungen vor einer Dominanz der
Christen. (dpa 8)
Vom Denkmal zum Mahnmal: der Kölner Dom
Das Zweite Deutsche Fernsehen strahlt
in der Reihe Terra X in den nächsten Wochen die dreiteilige Dokumentarreihe
„Superbauten“ aus, die sich mit dem Kölner Dom, dem Schloss Neuschwanstein
und der Dresdner Frauenkirche befasst.
Den Anstoß zur Produktion dieses
Dreiteilers gab das Ergebnis einer Auswertung von
Zuschauerzuschriften und die Tatsache, dass alle drei Bauwerke weltberühmt und
Touristenattraktionen erster Ordnung sind. Das große Interesse, das die drei
Bauwerke im In- und Ausland finden, dürfte auch eine hohe Zuschauerzahl
erwarten lassen.
Den Beitrag über den Kölner Dom stellte
das Zweite Deutsche Fernsehen in Anwesenheit des Autors Christian Twente und
des Schauspielers Sebastian Koch in Köln der Presse vor. Koch führt durch die
Sendung. Mit zahlreichen anschaulichen Animationen werden nicht nur die
Sakralbauten aus der Vorzeit des Kölner Doms bildlich dargestellt, so der
unmittelbare Vorgänger des heutigen Doms, der Hildebold
Dom, sondern auch die entsprechenden Baufortschritte mit Gebäudeschnitten. Erst
dadurch wird für den Zuschauer die außerordentliche Leistung des Dombaumeisters
Gerhard erkennbar.
Unter der Herrschaft des damaligen
Erzbischofs und Kurfürsten von Köln Konrad I. von Hochstaden wurde 1248 nach
den Plänen des Baumeisters Gerhard von Rile mit dem
Bau des Kölner Doms begonnen. Die Pläne, einen neuen Dom zu bauen, entstanden
bereits Anfang des 13. Jahrhunderts, ausgelöst durch den enormen Pilgeransturm,
den die Verehrung der Reliquien der Heiligen Drei Könige, die Rainald von Dassel 1164 nach Köln gebracht hatte bewirkte.
Viele Bilder wie auch Einzelheiten zur
Geschichte des Kölner Doms, die Koch erzählt, dürften weithin unbekannt sein.
Twente befasst sich mit seiner Darstellung überwiegend mit bautechnischen Fragen
und natürlich ausführlich mit der Geschichte der Wiederaufnahme des Baus nach
dem mehrere Jahrhunderte andauernden Stillstand der Bautätigkeit. Gewürdigt
werden die unermüdlichen Nachforschungen durch Sulpiz
Boisserée, einem Kunstsammler und Kunsthistoriker und Mitinitiator des Kölner Dombau-Vereins, dem es gelang, die verschollenen Teile der
Bauzeichnungen des 13. Jahrhunderts aufzufinden.
Die Kenntnis über den Stillstand der
Bautätigkeit am Kölner Dom ab dem Anfang des 16. Jahrhunderts ist weitgehend
bekannt. Anfang des 19. Jahrhunderts bemühten sich Josef Görres, Publizist,
Gründer des Rheinischen Merkur und Mitinitiator des Kölner Dombau-Vereins
und Sulpiz Boisserée um die Wiederaufnahme der
Bautätigkeit. Einen entscheidenden Anschub erhielten diese Bemühungen durch den
Fund alter Baupläne in Darmstadt und Paris.
So interessant viele der mitgeteilten
technischen und bautechnischen Einzelheiten auch sein mögen, wird diese
Beschränkung dem Rang dieses Kulturdenkmals nicht gerecht. Es ist wenig befriedigend,
zu berichten, wo sich Meister Gerhard die Inspiration für seine Pläne geholt
hat. Dieses epochale Bauwerk wurde nicht in der offenen Savanne errichtet,
sondern in der damals größten Stadt des Reiches, über die im 13. Jahrhundert
Erzbischof und Kurfürst Konrad von Hochstaden, mit außerordentlicher Macht
ausgestattet sowohl geistlicher wie auch
weltlicher Herrscher war. Köln war Residenzstadt. Mit dem Bau dieses prächtigen
Domes sollte die große Bedeutung und Macht des Erzstiftes demonstriert werden.
Deshalb ist die Entwicklung dieser Macht in der folgenden Zeit für das Engagement, mit der die Bautätigkeit
am Dom betrieben wurde, von einiger Bedeutung. Wie das zu verstehen ist, zeigt
der Bayerische Rundfunk beinahe wöchentlich mit seiner Sendung Kunst und
Krempel. Diese Sendung bildet ein besonders eindrucksvolles Beispiel, wie die
öffentliche Zurschaustellung von Gegenständen der Kunst mit Erläuterungen zur
Kultur- und Zeitgeschichte auf interessante Weise verbunden werden kann.
Bekannt ist, dass im 13. Jahrhundert
die zu großem Wohlstand gelangten Patrizier wie auch die Zünfte gegen die Macht
des Bischofs aufbegehrten. Mit dem Kleinen Schied (1252) und dem Großen Schied
(1258) machte Konrad von Hochstaden den Patriziern zwar gewisse Zugeständnisse,
stellte sie dann aber wiederum mit ränkevollen Winkelzügen in Frage. Mit dem
großen Schied wurden zum ersten Mal die in Köln Grundzüge der städtischen
Verfassung aufgezeichnet. In mehreren blutigen Auseinandersetzungen zwischen
Patriziern und Erzbischof, so 1262 in der Schlacht am Bayenturm
mit dem Schlachtruf Kölle alaaf, 1268 in der Schlacht an der Ullrepforte und schließlich 1288 in der Schlacht der
Panzerreiter bei Worringen wurde der damalige Erzbischof Siegfried von Westerburg aus der Stadt vertrieben und verlor endgültig
die weltliche Macht über die Stadt. Fortan wurde die Stadt von den Patriziern
regiert. Hiergegen begehrten die Zünfte auf, die sich 1396 – zusammen
geschlossen in den Gaffeln – mit dem sogenannten Verbundbrief eine Verfassung
gaben, die fast vierhundert Jahre bis zum Einmarsch der Franzosen im Jahre 1794
galt.
Nicht nur die weltliche Macht stand zur
Disposition, sondern mit dem beginnenden 16. Jahrhundert stellte auch noch die
Reformation die geistliche Autorität der katholischen Kirche in Frage mit der
Nebenfolge, dass die Einkünfte aus dem Ablasshandel, die zum Teil zur
Finanzierung des Domes dienten, erheblich zurück gingen.
Diese Zeiterscheinungen dürften einige
der Gründe erklären, weshalb die Fertigstellung des Kölner Domes nicht zu den
vordringlichsten Zielen Kölner Bürger zählte. Einige Hinweise auf diese
Zeitumstände hätten der Dokumentation gut getan.
Der Kölner Dom kann heute jedoch nicht
nur als rein kulturgeschichtliches Denkmal verstanden werden, sondern auch als
besonders eindrucksvolles Mahnmal. Die Dombaumeister und Handwerker früherer
Jahrhunderte haben mit diesem großartigen Bauwerk bewiesen, dass es möglich
ist, auf Kölner Boden ein Bauvorhaben dieser Größe zu bewältigen, dass selbst
Erdbeben und Kriegen standhält. Die Bürger jener Zeit haben ihre Arbeit
beeindruckend weitsichtig, verantwortungsvoll und gediegen nach den Regeln der
Baukunst ausgeführt und im 19. Jahrhundert zu Ende geführt. Die Kölner Bürger
jener Zeiten haben neben der Bewältigung dieser großartiger Baumaßnahme mit
ihrem Verbundbrief weiterhin bewiesen, dass sie auch zur Gestaltung einer
gesellschaftlichen Ordnung fähig waren, die über Jahrhunderte Bestand und
Geltung besaß.
Die Ausstrahlung der Dokumentation über
den Kölner Dom am 14. März 2010 um 19:30 Uhr im Zweiten Deutschen Fernsehen
führt aus diesen Gründen wohl auch zu vertiefender Nachdenklichkeit über die
heutige Zeit. De.it.press
Der Vatikan bittet um Spenden für ihre Glaubensbrüder im Heiligen Land
Der Vatikan bittet die katholischen
Gläubigen um Spenden für ihre Glaubensbrüder im Heiligen Land. Die Christen im
Nahen Osten bewahrten die christlichen Ursprünge; deshalb verdienten sie auch
die Unterstützung der ganzen Kirche, heißt es in einem am Montag
veröffentlichten Schreiben des Präfekten der Ostkirchenkongregation, Kardinal
Leonardo Sandri, an die Bischöfe der Welt. Zahlreiche
Projekte des Lateinischen Patriarchats von Jerusalem und der katholischen
orientalischen Kirchen in Israel und Palästina seien nur dank der jährlichen
Kollekte möglich, so Sandri. Die Dringlichkeit seines
Appells unterstreicht er mit einem Verweis auf die Abwanderung von Christen aus
dem Heiligen Land. Angesichts des Patts im Friedensprozess falle den
Ortskirchen eine besondere Rolle für Dialog und Kooperation zu, so der
Kardinal. - Die traditionelle Sammlung für die Kirchen im Heiligen Land findet
weltweit in den Karfreitagsgottesdiensten statt. Die
Bistümer in der Schweiz veranstalten die Kollekte in der Karwoche, in diesem
Jahr zwischen dem 29. März und 2. April.
kipa
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