Notiziario religioso 1-2 Marzo 2010
Lunedì 1. Il commento al Vangelo. “Non giudicate e non sarete giudicati”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 6,36-38) commentato da P. Lino Pedron
36 Siate
misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. 37 Non
giudicate e non
sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati;
perdonate e vi sarà
perdonato; 38 date e vi sarà dato; una buona misura,
pigiata, scossa e
traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura
con cui misurate,
sarà misurato a voi in cambio».
Dio è il punto di
riferimento dell’agire cristiano. Tutta la preoccupazione del
credente è ripetere nella propria vita i suoi comportamenti.
Gesù tenta di
levarci dalla testa un Dio che siede come giudice in un tribunale,
per sostituirlo con un Padre che siede in casa con i suoi
figli ai quali non
cessa di voler bene e di usare con essi tutta la sua
comprensione paterna. Lo
sforzo del giudice è quello di arrivare a una sentenza di
condanna, quello del
padre, così come quello del cristiano, a una assoluzione
totale. Il cristiano è
chiamato a ricopiare l’atteggiamento paterno di Dio verso tutti
indistintamente.
L’amore dei nemici
è una grazia che ci fa misericordiosi come il Padre.
Gesù ci insegna
come dobbiamo comportarci nei confronti di quelli che non ci
amano: non giudicate, non condannate, perdonate, date. E
questi quattro
comandamenti vanno praticati con una generosità sovrabbondante,
smisurata,
perché con la misura con la quale misuriamo, sarà misurato a
noi in cambio da
Dio.
Il desiderio
dell’uomo è "diventare come Dio" (Gen 3, 5). Ora, dopo la
rivelazione del vero volto di Dio in Gesù, è possibile capire la via
per
diventare Dio. L’essenza di Dio è la misericordia: "Poiché, quale è la sua
grandezza, tale è la sua misericordia" (Sir 2,18).
La nostra
esperienza fondamentale di Dio, dal momento che siamo
nel peccato e
nel male, è quella della misericordia che perdona e che
salva. Questo amore di
misericordia è l’unico possibile nella situazione in cui ci troviamo
di fatto.
Se l’amore si esprime
nel dono, la misericordia si esprime nel perdono, che
significa super-dono, in modo che "dove è abbondato il
peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Rm 5,20).
L’aggettivo che
Luca usa qui per dire "misericordioso" è oiktìrmon,
che indica
l’espressione esterna della misericordia, sia come
compassione che come
intervento. Questo aggettivo, applicato a
Dio, è usato solo due volte in tutto
il Nuovo Testamento: qui e nella Lettera di Giacomo 5, 11.
Nella traduzione
detta dei Settanta oiktìrmon traduce
l’ebraico rahamin, che indica l’utero.
Questo significa
che Dio misericordioso ci è presentato come padre, ma
ancor più come madre. A questo proposito è prezioso
quanto ha scritto san Clemente di Alessandria: "Per la sua misteriosa
divinità Dio è Padre. Ma la tenerezza
(sympathés) che ha per noi lo fa diventare madre. Amando, il
Padre diventa
femminile" (Quis dives salvetur, 37,2).
La prima immagine
che l’uomo ha di Dio è di uno che giudica. E l’immagine di un Dio che giudica
con severità è l’ultimo idolo che Gesù riesce a togliere,
facendoci vedere che il nostro male lo porta lui sulla croce:
"Ecco l’Agnello di
Dio che porta via
il peccato del mondo" (Gv 1,29).
La croce di Cristo
è l’unico giudizio possibile al Padre della misericordia che
giustifica tutti. Dunque, chiunque giudica un altro
sbaglia sempre. E l’errore
non sta nel fatto che il giudizio dell’uomo è fallace, ma
proprio nel fatto
stesso del giudicare perché è usurpare il potere a Dio e
soprattutto perché Dio
non giudica ma giustifica, non condanna ma condona.
Il giudizio finale
di salvezza o di perdizione non è operato da Dio, ma da me;
non in un tempo indeterminato o nascosto, ma ora nel
rapporto quotidiano con i
fratelli. Questa è la misericordia di Dio: lascia a noi il
giudizio su noi
stessi, ed è lo stesso giudizio che pronunciamo sugli altri. Se
non giudichiamo
gli altri, Dio non giudica noi. Se perdoniamo agli altri,
Dio perdona a noi.
Nella misura in
cui si dà al fratello, si riceve da Dio. L’unico metro di
misura
del dono che riceviamo è la nostra capacità di donare. Dio
rinuncia a misurare
come rinuncia a giudicare. Siamo misurati e giudicati da noi
stessi, secondo il
nostro amore verso gli altri.
Dio non conosce
misura nel donarsi. L’unica limitazione alla misericordia di Dio è data dal
nostro grembo, cioè dalle nostre viscere di misericordia. De.it.press
Martedì
2. Il commento al Vangelo.
Duro attacco di Gesù agli scribi ed ai farisei
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt
23,1-12) commentato da P. Lino Pedron
1 Allora Gesù si rivolse
alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 «Sulla
cattedra di Mosè si
sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono,
fatelo e
osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non
fanno. 4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle
della
gente, ma loro non
vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro
opere le fanno per
essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e
allungano le frange;
6 amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle
sinagoghe 7 e i
saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì''
dalla gente. 8 Ma
voi non fatevi chiamare "rabbì'', perché uno
solo è il
vostro maestro e voi
siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno "padre"
sulla terra, perché
uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non
fatevi chiamare
"maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11
Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà
abbassato e chi si
abbasserà sarà innalzato.
Ogni pagina del
vangelo è scritta per la Chiesa. Gli scribi e farisei siamo noi,
invitati a riconoscerci in loro. Il problema presentato da
questo brano è sempre
lo stesso: al centro di tutto poniamo Dio o il nostro io?
Gesù critica gli
scribi e i farisei, e noi con loro, perché fanno tutto per
essere visti e lodati: "Fanno tutte le loro opere per
essere visti dagli uomini"
(v. 5). Si preoccupano di recitare la parte dell’uomo pio e
devoto più che di
vivere un sincero rapporto con Dio.
La falsità è
abbinata ovviamente a una buona dose di vanità e di orgoglio. In un
mondo in cui la religione è tenuta in considerazione le persone
religiose
acquistano automaticamente la massima reputazione. Esse occupano,
quasi per
convenzione comune, il posto di onore dovuto a Dio. Difatti gli
scribi e i
farisei con la loro pietà simulata hanno posti di riguardo nelle
sinagoghe e nei
conviti, e quando appaiono in pubblico ricevono da ogni parte
inchini, ossequi e
saluti nei quali vengono scanditi con esattezza i loro titoli
onorifici.
Anche i discepoli
di Gesù sono esortati a rifuggire da questi comportamenti
segnalati nei farisei e negli scribi. I titoli onorifici e le
rivendicazioni di
potere sono fuori luogo perché essi sono tutti fratelli, figli
dello stesso
Padre (v. 8) e
sono guidati dallo stesso Cristo presente in loro (v. 10).
Nella comunità
cristiana i più grandi sono gli ultimi e l’unico primato che
conta è quello dell’abbassamento e del servizio (v. 11). In
essa non devono
nemmeno circolare gli appellativi che indicano distinzione e
discriminazione che
mettono in evidenza un preteso diritto di controllo e di dominio
di alcuni sugli
altri. Spesso succede che il nostro Signore, al quale diamo
del tu, è predicato
da signori ai quali diamo del lei.
Alla fine Gesù
deve ricorrere ai comandi (sia vostro servo: v. 11) e alle
minacce per abbassare chi si era elevato al di sopra degli altri
(v. 12).
Matteo sta
mettendo a confronto due immagini di Chiesa. L’una farisaica,
pomposa, appariscente e vuota, dominata da capi avidi di
onore e di potere;
l’altra cristiana, costituita da amici e da fratelli.
Quest’ultima non è
anarchica, perché è guidata direttamente da Cristo e dal Padre, di
cui tutti
sono ugualmente figli. Coloro che vi esercitano funzioni o
incarichi sono
chiamati a testimoniare con le opere più che con le parole (cfr
v. 3) la
presenza invisibile del Padre, non a sostituirla. Perché egli non
è mai assente.
La Chiesa di
Cristo è una comunità di uguali, una fraternità che ha come
criterio di discernimento il servizio. In essa esiste una
diversità di ruoli e
di responsabilità, che però devono essere svolti come
servizio. Questo stile ha
come modello Gesù stesso, il quale è venuto per servire (cfr
Mt 20,26).
La logica dei
rapporti che deve regolare la comunità cristiana è quella
dell’umiltà. La condizione dettata da Gesù: "se non vi convertirete e non
diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli"
(Mt 18,3) è
l’atteggiamento esattamente opposto a quello
dell’autoesaltazione degli scribi e
dei farisei. De.it.press
Germania: la vescova
luterana Margot Käßmann si dimette
Hannover. La
presidente della Chiesa evangelica tedesca (EKD), la vescova
luterana Margot Käßmann, si è dimessa. La decisione è
stata annunciata nel corso di una conferenza stampa ad
Hannover. Motivo della sua sofferta decisione è stato un "grande
errore" di cui dice di pentirsi profondamente: sabato scorso infatti la vescova è stata
fermata ad Hannover dalla polizia stradale dopo aver passato un semaforo rosso.
Sottoposta al test del palloncino, il suo tasso alcolico nel sangue è risultato tre volte superiore al limite consentito (0,5%).
Per lei sono scattati il ritiro della patente e la denuncia per guida in stato
di ebbrezza. Margot Käßmann si era detta subito
pronta a subire le conseguenze penali della sua condotta. "Sono
consapevole di quanto sia pericoloso e irresponsabile mettersi al volante dopo
aver bevuto". Nulla è valso l'appoggio che ha ottenuto dai 14 membri del Consiglio dell'EKD che le hanno espresso piena
fiducia. "Il mio ministero e la mia autorevolezza come vescova
e come presidente della EKD sono danneggiate - scrive Käßmann in una dichiarazione riportata dal quotidiano
online "Die Welt"
-. In futuro non avrei più la stessa libertà di parlare di sfide etiche e
politiche come invece ho fatto finora. Non ne va soltanto del mio ministero, ma
anche del rispetto che ho per me stessa e della mia coerenza. Il mio cuore non
mi permette di proseguire nel mio impegno senza la necessaria autorità. Con
effetto immediato dichiaro di dimettermi da tutte le mie cariche
ecclesiastiche. Per 10 anni mi sono spesa con anima e
corpo come vescova. Rimarrò pastora
della Chiesa luterana di Hannover". Immediata è stata la
solidarietà espressa alla vescova dalla Chiesa
cattolica tedesca. In un comunicato diffuso a nome
della Conferenza episcopale (Dbk), mons. Robert Zollitsch scrive_
"Deploro le dimissioni della presidente dell'Ekd,
Margot Käßmann con cui avevo iniziato proprio ora la
collaborazione per raggiungere fini comuni. Conosco la signora Käßmann da molto tempo come una persona che si assume le proprie responsabilità e proprio perciò rispetto
la sua decisione e comprendo questo passo. Le auguro la
benedizione di Dio in questo momento difficile". La teologa Käßmann è stata la prima donna eletta, nell'ottobre scorso,
alla guida della EKD, e con i suoi 51 anni anche la
più giovane presidente mai eletta nella storia della Chiesa evangelica tedesca.
Dal 1999 e per dieci anni è stata vescovo di Hannover, la più grande chiesa
regionale della Germania, che conta circa 3 milioni di
membri di chiesa. Ordinata nel 1985 è stata un'assidua collaboratrice del
Consiglio ecumenico delle chiese (CEC). Divorziata, la Käßmann
è madre di 4 figlie.
Sir eu
I vescovi vogliono politici nuovi
Di per sé, un
documento antimafia della Conferenza episcopale dei vescovi non sarebbe una
grande novità. E’ dal 1989 che la denuncia del degrado imposto dalla
criminalità organizzata nei territori che tiene sotto controllo ha cessato di
essere patrimonio di parroci e vescovi coraggiosi (alcuni dei quali ci hanno
rimesso la vita), per trovare posto nei documenti dell’episcopato.
Ma il modo in cui la Cei ieri è tornata sull’argomento
merita di essere analizzato anche per altre ragioni. Oltre a segnalare
l’escalation e la trasformazione in potenza economica delle mafie, i vescovi
dicono che le classi dirigenti del Sud sono inadeguate a contrastarle.
Possibile, specie di questi tempi. Ma si dà il caso
che il Mezzogiorno, dove peraltro si gioca la partita più importante delle
elezioni del 28 marzo, sia amministrato quasi esclusivamente dal centrosinistra,
e in questo senso il documento della Cei possa essere letto anche come un
invito a un ricambio, peraltro diffuso a un mese dal voto.
Come sempre in
questo genere di interventi, non c’è, nella presa di
posizione dei vescovi, una spinta diretta all’alternativa, che peraltro al Sud
si presenta difficile viste le numerose contiguità presenti anche nel
centrodestra con le organizzazioni criminali. E se si segue il filo del
discorso cominciato qualche tempo fa, fermo restando che il documento danneggia
di più le amministrazioni di centrosinistra, non si può trascurare
il fatto che la Cei da tempo stia insistendo, più in generale, sulla
necessità di preparare una nuova classe dirigente per il Paese, più vicina ai
valori cattolici, per farla subentrare a quella attuale che mostra segni
evidenti di logoramento.
Un’impostazione
del genere insomma non necessariamente presuppone una scelta di campo. Potrebbe
anzi essere mirata anche ad altri scopi, a cominciare dalla scelta dei
candidati da inserire nelle liste che dovrebbero essere completate in questa
settimana. Al di là del giudizio negativo su chi è
attualmente al governo al Sud, è come se i vescovi premessero sui partiti,
tutti i partiti, fin qui impegnati solo a parole sulla scelta di candidature pulite,
per convincerli a dare una prova effettiva di rinnovamento. Ed è come se questo
richiamo fosse rivolto, insieme, alle forze politiche e ai loro elettori: per
farli scegliere, a prescindere dagli schieramenti, solo i candidati affidabili,
e in grado di garantire la loro estraneità al sistema politico-mafioso. Che ai
vescovi ormai appare come una sola cosa, e sembra condividere gli stessi
obiettivi, contrari agli interessi della comunità. MARCELLO
SORGI LS
25
«L’intreccio mafia-politica blocca il Sud»
I vescovi: la
criminalità paralizza lo Stato, classe dirigente inadeguata - di FRANCA GIANSOLDATI
ROMA - Il
documento sui mali che soffocano il Sud appena licenziato dai vescovi è molto
di più che un’analisi al vetriolo poiché contiene un’accusa (bipartisan)
senza precedenti. Le classi dirigenti, in tanti anni, si sono dimostrate
«inadeguate». Il mondo politico ha sfruttato il Meridione a fini elettorali,
considerandolo un bacino di consensi elettorali e
nulla più.
La Cei, a ridosso
delle elezioni e nell’anno in cui si festeggia il 150esimo dell’unità d’Italia,
ha diffuso un testo in cui si stigmatizza il
comportamento egoistico di imprenditori e politici «un po’ in tutta l’Italia».
Il risultato causato da questo comportamento è di «tagliare fuori il
Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in
un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo».
Una preoccupazione più che concreta, aggravata anche dal vento del federalismo
(fiscale) che soffia forte. Se il disegno federalista non sarà improntato alla
solidarietà e alla sussidiarietà, afferma la Cei, segnerà un ulteriore
passo indietro per regioni che sono già deboli e arretrate rispetto al resto
del Paese. «La prospettiva di riarticolare l’assetto
in senso federale costituirebbe una sconfitta per tutti, se il federalismo
accentuasse la distanza tra le diverse parti d’Italia». Per
non parlare poi del fenomeno mafioso. La malavita organizzata,
denunciano i vescovi, resta «un grave pregiudizio allo sviluppo economico,
sociale e culturale» anche se le attività illegali non si identificano
totalmente con la camorra, la ndrangheta e la mafia. Usura, estorsioni,
evasione fiscale, lavoro nero non sempre sono collegate alle organizzazioni
criminali sebbene rivelino «mancanza di senso civico che compromette sia la
qualità della convivenza sociale sia quella della vita politica e
istituzionale».
«Un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno», questo il titolo del documento, contiene anche un
coraggioso mea culpa da parte della Chiesa. A 16 anni dall’anatema contro i mafiosi pronunciato da
Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, ad Agrigento, non tutti i parroci e i
vescovi meridionali hanno saputo percorrere con la medesima convinzione il
sentiero della verità. «Si deve riconoscere che le Chiese debbono
ancora recepire sino in fondo la lezione profetica di Giovanni Paolo II e
l’esempio dei testimoni morti per la giustizia» come il magistrato Rosario Livatino o don Peppino Puglisi.
«Tanti sembrano cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di
limitarsi a parlarne come di un male antico e invincibile». La testimonianza e
la credibilità dei cristiani dovrebbe essere di
esempio. Ai vescovi spetta il compito di «riconoscere» e «accompagnare»
l’impegno «di quanti combattono in prima linea per la giustizia sulle orme del
Vangelo e operano per far sorgere una nuova generazione di laici cristiani
impegnati», in politica e non solo, «capaci di cercare con competenza e rigore
morale soluzioni di sviluppo sostenibile». Ovviamente il problema numero uno resta il controllo malavitoso del territorio che
porta al lento esautoramento dell’autorità statale e degli enti pubblici
«favorendo l’incremento della corruzione, della collusione e della concussione,
manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema
delle autorizzazioni, contaminando così l’intero territorio nazionale». Ma
«l’annuncio evangelico di pentimento e di conversione, in
riferimento al peccato-mafia non può limitarsi alla denuncia». Spetta ai
credenti, per primi, dare il buon esempio. Coi fatti.
IM 25
La Cei preoccupata per la democrazia. "Non solo del Sud, ma
dell'intero Paese"
Monsignor Crociata, mette a punto il significato del documento della
Conferenza
Episcopale:
"I vescovi hanno a cuore la crescita della coscienza civile"
ROMA - Arriva da
monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei (Conferenza
Episcopale Italiana) una precisazione relativa alle
denunce dei vescovi italiani, contenute nel documento ''Per un Paese solidale.
Chiesa italiana e Mezzogiorno'', secondo la quale quei
rilievi non riguardano solo il Sud, pur nella coscienza che ''non sarebbe
legittimo guardarlo e considerarlo come un problema a parte, un problema da
isolare, di una malattia da tagliare fuori dal circuito'', ma si tratta di una
patologia che riguarda l'intero Paese, oggi sempre più al centro di scandali e
corruzione.
In una intervista rilasciata alla Radio Vaticana, il presule ha
affermato che le considerazioni contenute nel documento ''in questo momento,
diventano anche un'occasione in più per maturare una riflessione e una risposta
alle esigenze e ai problemi che anche la tornata elettorale puo'
porre''. Per quanto riguarda il nostro Mezzogiorno, secondo Crociata ''c'e' l'esigenza che il Sud tutto intero, le popolazioni con le
loro classi dirigenti, si facciano carico dell'impegno di rispondere alla
chiamata storica di questa stagione di vita del Mezzogiorno, per mettere tutto
l'impegno necessario a progredire''.
Ma lo sguardo
dell'episcopato italiano, ha sottolineato Crociata, va
''all'intero Paese che resta una preoccupazione di
primo piano del documento. Voglio però precisare - ha poi aggiunto il
segretario generale della Cei - che intendiamo democrazia in senso lato, cioè
nel senso dello sviluppo, della crescita, del cammino
del Paese, non in sensi riduttivi. A questo proposito - ha aggiunto - voglio
dire che non è un caso che i vescovi abbiano voluto
mettere nel titolo innanzitutto 'Per un Paese solidale': cioè, sono tutti i
vescovi italiani che guardano all'intero Paese e nel guardare all'intero Paese
devono rilevare - con preoccupazione - il ritardo grave, persistente di una
parte del Paese".
In conclusione:
"Quindi l'attenzione dei vescovi - ha detto ancora Crociata - è proprio intenzionalmente rivolta a questa visione d'insieme,
al desiderio che tutto il Paese cresca. La crescita, lo
sviluppo, il superamento delle difficoltà, non viene soltanto dalla
disponibilità di maggiori risorse, vorrei dire anche non soltatno
dall'utilizzazione effettiva, più di quanto non si sia fatto, delle risorse
economiche e strutturali disponibili, ma dalla crescita di una coscienza
civile". A partire dalla formazione delle
giovani generazioni. LR 25
Chiesa e Mezzogiorno. Un nuovo protagonismo. I commenti di diverse realtà
ecclesiali e associative
Viva attenzione e
profondo interesse nei confronti del documento dei vescovi italiani "Per
un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno", diffuso il 24 febbraio, sono
stati espressi da diverse realtà ecclesiali e associative. Qui di
seguito alcuni commenti.
Sud come
"laboratorio ecclesiale". Il testo "riconosce che in questi
ultimi 20 anni il Mezzogiorno è diventato un
'laboratorio ecclesiale' del Mediterraneo, in cui si sono generati, alla luce
anche del primo approdo di migliaia di immigrati dall'Europa dell'Est,
dall'Africa, dall'Asia, non solo percorsi di ospitalità e accoglienza, ma anche
di giustizia e legalità, promozione umana e dialogo religioso", afferma al
SIR mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, per il quale "diversi sono i riferimenti
alla storia dell'emigrazione dal Sud verso il Centro-Nord e l'Europa che ha
caratterizzato il secolo scorso" e che "segna profondamente ancora il
mondo giovanile di oggi al Sud". La povertà delle famiglie e la disoccupazione
giovanile, "solo alleggerita da un diffuso lavoro sommerso, ma anche
l'illegalità e il controllo della criminalità rinnovano - spiega - un flusso
migratorio dei giovani fra i 20 e i 35 anni verso il
Centro-Nord e l'estero. Si tratta di almeno 70.000
persone". In questa emigrazione, conclude
mons. Perego, molte missioni cattoliche italiane in Europa, Canada, Australia,
Usa, sono "animate da laici e sacerdoti provenienti dalle Chiese del Sud,
in una sintonia più profonda con le Chiese locali".
Richiamo alla
"mobilitazione morale". Le Acli parlano di un documento che
"scuote le coscienze" e "chiama alla mobilitazione morale".
"Dai vescovi italiani - afferma il presidente nazionale Andrea Olivero - arriva non solo una forte e radicale denuncia del 'cancro' che rappresenta la malavita organizzata, ma anche
un appello altrettanto forte a non accettare la logica della sconfitta e della
rassegnazione". "L'invito a scommettere sul nuovo protagonismo della
società civile e della comunità ecclesiale - aggiunge il presidente delle Acli
- ci vede particolarmente coinvolti non solo rispetto al presente (le Acli sono
tra i soggetti promotori del Progetto Policoro lanciato dalla Cei) ma anche
rispetto al futuro". È mia intenzione - informa il presidente - convocare
immediatamente un assemblea straordinaria di tutte le
Acli del Mezzogiorno per discutere di questo documento per individuarne
modalità di attuazione concreta". Anche dalle Acli
pugliesi forte apprezzamento per il testo. "L'invito a scommettere
sul nuovo protagonismo della società civile e della comunità ecclesiale -
dichiara il presidente Gianluca Budano - ci vede
particolarmente coinvolti nel lavoro avviato in questi mesi in materia di Sud
al plurale, superando gli stereotipi del piagnonismo
meridionale e di quello che di Sud se ne debbano occupare solo i cittadini che
lo vivono".
Un "no"
alla mafia. Condividere l'analisi riguardante la mafia contenuta nel documento
che, se "accolto con attenzione e responsabilità dai credenti e dalle
persone di buona volontà, potrà costituire nuovo stimolo per una coralità
maggiore nell'impegno per la costruzione della cultura nuova della legalità
democratica". È la posizione di Libera. "Sentiamo - si legge in una
nota associativa - di condividere la convinzione che la mafia, definita vero e proprio 'peccato' e 'piaga profonda', non
interessi esclusivamente il Sud dell'Italia ma l'intero Paese e pertanto
l'azione di contrasto deve costituire un impegno comune. La
speranza di debellare questa 'tessitura malefica che avvolge e schiavizza la dignità
della persona' deve vederci tutti protagonisti: istituzioni, agenzie educative,
Chiese, associazioni e giovani che vogliano guardare con una speranza nuova al
futuro". Pertanto "l'appuntamento del prossimo 20 marzo a
Milano per la XV Giornata della memoria e dell'impegno costituisce un momento
importante di questo percorso di nuova consapevolezza".
Il "coraggio
della speranza". A vent'anni dall'ultima
"forte" riflessione sul Mezzogiorno, i vescovi italiani "ci
invitano al coraggio della speranza". Così Carmine Gelonese,
delegato dell'Azione Cattolica calabrese, commenta il documento che definisce
"una chiamata all'impegno" e alla "testimonianza" di tutti
gli italiani, "principalmente dei meridionali, e ancora di più dei laici
cristiani, che devono assumersi senza deleghe la propria responsabilità alla
luce della sapienza cristiana nella politica, nella cultura, nel sostegno al
lavoro e a quello giovanile e femminile in particolare, nella promozione della famiglia, nella difesa dell'ambiente e
nella lotta all'illegalità". Anche Retinopera,
che dal 2005 riunisce le maggiori realtà aggregative del laicato ecclesiale
italiano, accoglie "con attenzione e interesse il documento" e si impegna "a sviluppare una nuova riflessione e
diverse iniziative" per aiutare "le nostre comunità a capire che il
bene comune è molto più della somma del bene delle singole parti". sir
Roma - É un invito
al coraggio e alla speranza il documento dell’Episcopato Italiano “Per un Paese
solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, diffuso questa settimana a
vent’anni dalla pubblicazione del documento “Sviluppo nella solidarietà.
Chiesa italiana e Mezzogiorno”.
Nel testo i
Vescovi italiani riprendono la riflessione sul cammino della solidarietà nel
nostro Paese, con particolare attenzione al Meridione d’Italia e ai suoi
problemi irrisolti, riproponendoli all’attenzione
della comunità ecclesiale nazionale. Diversi sono i riferimenti ai problemi
migratori. Secondo i presuli povertà, disoccupazione e
emigrazione interna sono le principali “emergenze” del Sud. “Il flusso
migratorio dei giovani, soprattutto fra i 20 e i 35
anni, verso il Centro Nord e l’estero” - scrivono - che dà luogo ad una
categoria di “nuovi emigranti” composta da figure professionali di livello medio-alto, “cambia i connotati della società meridionale”
e provoca “un generale depauperamento”. Pubblichiamo alcuni stralci del
documento. Il documento è reperibile sul sito www.chiesacattolica.it oppure su www.migrantes.it
“È cambiato il
rapporto con le sponde orientali e meridionali del Mediterraneo. La massiccia
immigrazione dall’Europa dell’Est, dall’Africa e dall’Asia ha reso urgenti
nuove forme di solidarietà. Molto spesso proprio il Sud è il primo approdo
della speranza per migliaia di immigrati e costituisce
il laboratorio ecclesiale in cui si tenta, dopo aver assicurato accoglienza,
soccorso e ospitalità, un discernimento cristiano, un percorso di giustizia e
promozione umana e un incontro con le religioni professate dagli immigrati e
dai profughi”…
La Chiesa in
Italia continua a spendersi di fronte alle emergenze rappresentate dalla
povertà, dalla disoccupazione e dall’emigrazione interna. Accanto alla risposta diretta della carità, non
minore attenzione merita la via istituzionale della ricerca del bene comune,
inteso come «esigenza di giustizia e di carità.
Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi,
dall’altra, di quel complesso di istituzioni che
strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere
sociale, che in tal modo prende forma di pólis, di
città» (Caritas in Veritate, n. 7). La povertà è un
fenomeno generale complesso e multidimensionale, che tocca aree dell’intero
Paese. I dati negativi si concentrano però nelle regioni del Mezzogiorno,
caratterizzate dalla presenza di molte famiglie monoreddito, con un alto numero
di componenti a carico, con scarse relazioni sociali
ed elevati tassi di disoccupazione. Questa situazione è favorita dalla bassa
crescita economica e da una stagnante domanda di lavoro, che a loro volta
provocano nuove povertà e accentuano il disagio sociale.
La disoccupazione
tocca in modo preoccupante i giovani e si riflette pesantemente sulla famiglia,
cellula fondamentale della società. Non è facile individuare quali possano
essere le migliori politiche del lavoro da realizzare nel Mezzogiorno:
certamente, però, si deve onorare il principio di “sussidiarietà” e puntare
sulla formazione professionale. I giovani del Meridione non devono sentirsi
condannati a una perenne precarietà che ne penalizza la crescita umana e
lavorativa.
La disoccupazione
non è frenata o alleggerita dal lavoro sommerso, che non è certo un sano
ammortizzatore sociale e sconta talune palesi ingiustizie intrinseche (assenza
di obblighi contrattuali e di contribuzioni assicurative, sfruttamento,
controllo da parte della criminalità, ecc.). Il problema del lavoro,
soprattutto giovanile, è attraversato da una “zona grigia” che si dibatte tra
il non lavoro, il “lavoro nero” e quello precario; ciò
causa delusione e frustrazione e allontana ancora di più il mercato del lavoro
del Sud dagli standard delle altre aree europee.
Il flusso
migratorio dei giovani, soprattutto fra i venti e i trentacinque anni, verso il
Centro-Nord e l’estero, è la risultante delle emergenze sopra accennate. Oggi
sono anzitutto figure professionali di livello medio-alto
a costituire la principale categoria dei nuovi emigranti. Questo cambia i
connotati della società meridionale, privandola delle risorse più importanti e
provocando un generale depauperamento di professionalità e competenze,
soprattutto nei campi della sanità, della scuola, dell’impresa e dell’impegno
politico.
Anche le comunità
ecclesiali subiscono gli effetti negativi di tale fenomeno, sperimentando al
loro interno inedite difficoltà pastorali che pregiudicano considerevolmente la
trasmissione della fede alle nuove generazioni.
(Migranti-press)
Germania: la nuova "tenda" dei guanelliani
Una realtà che
coinvolge circa 200 ex allievi delle case guanelliane
italiane di Naro (Sicilia) e di Ceglie
(Puglia) assieme ad una ventina di cooperatori tedeschi: è la nuova procura
missionaria guanelliana, nata a Tiefenbronn
(nel land del Baden-Württemberg,
Germania meridionale), a 15 km dal confine con la Francia. Scopo principale
dell'iniziativa che i promotori definiscono "tenda della carità", la
raccolta di fondi per progetti presentati dalle varie province guanelliane collegate principalmente con le missioni in
Africa e Asia. "La nostra realtà nasce in stato embrionale nel 1992"
spiega Gero Lombardo, 74
anni, procuratore del movimento laicale guanelliano
ed ex allievo, da 40 anni in Germania -. Abbiamo iniziato a raccogliere fondi per piccoli e grandi
progetti in Messico e Cile, poi in Hounduras, dove abbiamo
rinnovato i locali di una casa per ragazzi di strada". La procura
missionaria, approvata dal vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Friburgo in Brisgovia, mons. Rainer Klug e dall'Associazione procure missionarie dei 120 ordini
religiosi operanti in Germania, ha già attivato un sito internet ed opera in contatto con tutte le agenzie di solidarietà
cattoliche e luterane. Recente la donazione di 40 mila euro
ricevuta dalla cassa Medici e dentisti per la casa per disabili di Quezon City
di Manila. La procura ha in programma un seminario in Inghilterra per la
presentazione del carisma guanelliano ed un progressivo sviluppo in Germania.
Passi di libertà. Radici ebraico-cristiane
dell'Europa: ad Assisi un centro studi
È stato istituito ad Assisi, presso la sede
dell'Università di Perugia, un "Centro studi sulle radici culturali ebraico-cristiane della civiltà europea". L'origine di
questo centro si trova nel contesto della celebrazione
del settimo centenario di fondazione dell'Università, celebrato l'8 settembre
2008. In quella occasione, Benedetto XVI aveva inviato
una lettera al rettore dell'Università in cui esprimeva il suo plauso per
l'iniziativa. "È infatti solo attingendo da tale
patrimonio - sottolineava il Pontefice - che è possibile elaborare,
nell'attuale temperie culturale dispersiva e relativistica, sintesi robuste ed
efficaci, che sappiano al tempo stesso sostenere una rinnovata coscienza
europea e permetterle di dialogare con le altre civiltà". Riportiamo
stralci della relazione dell'arcivescovo di Chieti-Vasto, mons. Bruno Forte.
Nuova cristianità.
"Si torna a parlare delle radici ebraico-cristiane
dell'Europa. Anche la visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma il
17 gennaio sembra aver riacceso questo interesse. Esso peraltro risponde al
bisogno crescente di dare un'anima alla casa comune europea, via via costruita in questi anni. È legittimo
chiedersi che cosa propriamente voglia dire questo ritorno alle radici".
In uno scritto del 1799, Georg Friedrich von Hardenberg,
noto con lo pseudonimo di Novalis, muove "dalla
crisi prodotta dalla rivoluzione francese" per delineare
"una prospettiva messianico-spiritualista, che
aiutasse a superarne i drammatici effetti". L'idea chiave, sottolinea mons. Forte, era "quella del primato della
religione" perché "soltanto l'ordine della cristianità, modellato su
quello medioevale, avrebbe potuto salvare l'Europa"; per Novalis "non si trattava di un semplice ritorno
all'antico, ma di un ribaltamento utopico, orientato alla creazione di una
'nuova cristianità', che avrebbe dovuto 'ricostruire una Chiesa visibile senza
riguardo a frontiere politiche, capace di accogliere nel suo grembo tutte le
anime assetate dell'ultraterreno e di fare da mediatrice fra il mondo antico e
il nuovo'".
Aspirazioni emancipatorie. Tuttavia, prosegue l'arcivescovo,
"l'utopica ripresa di un ideale, in realtà mai esistito, non avrebbe
esercitato più che il fascino della suggestione, prestandosi piuttosto a
strumentalizzazioni nostalgiche e reazionarie". D'altra parte, il saggio di
Novalis "risulta
emblematico in un tempo come il nostro, caratterizzato da una crisi di
proporzioni non dissimili da quella seguita alla rivoluzione francese: il
crollo del muro di Berlino - avvenuto a due secoli esatti dal fatidico 1789 -
ha segnato clamorosamente la fine delle ideologie che avevano dominato il
sistema dei due blocchi contrapposti". Inoltre, precisa mons. Forte,
"la disgregazione che ne è seguita - sorprendente rispetto a ogni
possibile aspettativa - dimostra come la vera
identificazione compiutasi nel tempo della modernità sia stata quella fra
l'Europa e il modello ideologico, frutto della ragione adulta
dell'Illuminismo" perché "l'antica 'casa europea' è stata la fucina
di tutte le aspirazioni emancipatorie dell'età
moderna, come anche dei totalitarismi ispirati a Est e a Ovest dalla pretesa
delle ideologie di imporre al reale un ordine razionale, traducendo la loro
'volontà di potenza' (Friedrich Nietzsche) anche nell'esercizio sistematico
della violenza". In questo modo, aggiunge l'arcivescovo, si comprende
"quale rischio comporterebbe il proporre per il futuro dell'Europa nuovi
modelli ideologici, compreso quello di eventuali radici da ritrovare: l'eredità
ebraico-cristiana potrà servire al superamento delle
difficoltà attuali della coscienza europea solo se non
sarà pensata in termini di ideologia rassicurante, di ritorno al passato".
Speranza ultima.
Più che stare alle nostre spalle, ribadisce
l'arcivescovo, "il potenziale delle radici ebraico-cristiane
dell'Europa ci provoca come qualcosa che sta davanti a noi e che ci chiede
passi di libertà audace e scelte di intelligenza creativa" e "questo
sguardo in avanti motiva il rifiuto di ogni atteggiamento passivo e
rinunciatario di fronte alla crisi in atto, e l'assunzione di responsabilità
verso gli altri per costruire insieme la 'casa comune europea'". Conclude mons. Forte: "Le 'radici ebraico-cristiane'
dell'Europa sono un destino e una speranza, più che non un possesso e una
certezza. Lungi dal tranquillizzare, esse sfidano tutti e ciascuno a uscire dal
calcolo individualistico, per entrare nel respiro ampio della solidarietà fra
singoli, i popoli e le nazioni, e aprirsi al solo orizzonte, che motivi
l'impegno, senza rischio di tramontare: quello della speranza 'ultima', fondata
nelle promesse del Dio dell'alleanza, capace di dare senso e valore duraturo
alle scelte complesse di tutto ciò che è 'penultimo'. Proprio
così, ebraismo e cristianesimo, nel loro indiscutibile 'meticciato'
con la grande cultura greca e il pragmatismo latino, potranno offrire quel
supplemento d'anima, di cui come mai l'Europa ha bisogno". Sir eu
Quaresima. Lettera del card. Sepe
ai giovani. Schiodare gli indifesi
"Non
rinunciate alla bellezza dei vostri sogni": così s'intitola la Lettera ai
giovani per la Quaresima, scritta dal card. Crescenzio
Sepe, arcivescovo di Napoli, nella quale il
porporato, oltre a esprimere la sua "vicinanza" e il suo
"affetto", suggerisce "anche degli itinerari per vivere meglio
la Quaresima, nelle complesse situazioni che ogni giorno bussano alla porta
della vita".
Senza orizzonti. "In questi anni - scrive il cardinale - nelle visite alle
comunità della diocesi, ho sempre incontrato tanti di voi, giovani entusiasti e
appassionati di Cristo e della nostra terra partenopea e meridionale, e ho
cercato sempre di immedesimarmi nei vostri problemi. Mi fermo a pregare
davanti al Crocifisso e, in quel Volto sofferente e
icona del riscatto, rivedo i vostri sorrisi, la vostra gioia di vivere, i vostri
sogni e le vostre aspirazioni, ma intravedo anche sguardi tristi, pensierosi e
delusi di tanti". Spesso, evidenzia il card. Sepe,
"sono volti e occhi vuoti di speranza e senza orizzonti; occhi spenti che
sembrano chiudersi alla vita e ai sogni, come se il tempo e la vita avessero
tradito ogni aspettativa e non avessero più la forza
di accenderli e di illuminarli; occhi colmi ora di lacrime, ora di sofferenza.
Sono occhi di giovani mesti, che hanno smarrito o rischiano di smarrire il senso vero della vita e la loro stessa identità.
Per loro la mia preghiera a Cristo si fa particolare e
diventa più intensa".
I crocifissi di oggi. In questa Santa Quaresima, prosegue,
"voglio parlare a tutti: a quelli che credono e a quanti non hanno il dono
della fede, offrendo a tutti l'annuncio del Vangelo" alla luce del quale
"mi piace leggere la storia dell'umanità, la storia
di ogni uomo che si affaccia alla meravigliosa avventura della vita".
"Sappiamo che ognuno di noi incontra il dolore, la sofferenza e la morte -
osserva il porporato -. Nessuno può sfuggire a questa esperienza, che segna la
complessità della nostra vita e il confine della nostra esistenza. Ma non
dobbiamo avvilirci, non dobbiamo arrenderci, dobbiamo sperare nel cambiamento,
resistere e vincere, ad imitazione di Cristo".
"Un amore senza fine quello di Cristo - precisa -, che ha scelto di stare
con tutti i crocifissi della storia, quella storia
che, nella sua diversità, si ripete e, come duemila anni fa, continua a vedere
inchiodati sui vari Golgota della terra, fuori dalle
mura di Gerusalemme, tante vittime dell'ingiustizia, della prepotenza, della
malattia e della povertà". La Quaresima c'insegna che non possiamo
celebrare la Pasqua "senza rivolgere il nostro cuore e le nostre braccia
ai 'crocifissi' di oggi, ai più deboli, agli
emarginati, ai sofferenti, agli ultimi".
Un itinerario da
seguire. Di qui la proposta di "un itinerario che possa creare spazi di
riflessione, di preghiera e di impegno".
Innanzitutto, dobbiamo saper "riconoscere i nuovi 'crocifissi',
i giovani immigrati che, con speranza e fiducia nell'umanità, attraversano i
nostri mari e le nostre terre in cerca di futuro e spesso, invece, incontrano
indifferenza, insensibilità e intolleranza, se non violenza e morte; i precari,
i senza-lavoro; i giovani dai sogni infranti, soli e senza affetti; i giovani
disoccupati". Di fronte a "tanta miseria", in nome della carità
cristiana "dobbiamo dire la verità, anche
denunciando coloro che, ancora oggi, per egoismo, per arrivismo, per
ingordigia, per arroganza o per inefficienza inchiodano sulla croce gli
innocenti, i più deboli, i giovani". "È nostro dovere cristiano -
sostiene il cardinale - liberare della croce, schiodare gli indifesi dalle loro
croci e rimuovere situazioni di sofferenza, per costruire l'alternativa
alle croci della vita, quella propria e quella degli altri, con lo slancio, la
passione, la generosità e la forza che solo voi giovani possedete e sapete
donare".
Futuro
dell'umanità. Ricordando l'immagine del Crocifisso che
gli è più familiare, "quella di San Damiano", il card. Sepe afferma: "Sulla croce, gli occhi non sono chiusi
perché Lui ha vinto la morte per sempre, ha dato la vita per ciascuno di noi e
ci invita a donarci agli altri. Gli occhi aperti sono segno di una vittoria, di
una mentalità nuova e di uno stile di vita autenticamente cristiano. Avere gli occhi aperti è dire a tutti la provvisorietà della croce
e testimoniare che quella croce è fonte di speranza". Nello sguardo
"vivo, sereno e luminoso" di Cristo "s'intravede la storia di
ognuno di noi, il percorso di coloro che vogliono dare
un senso alla vita, che non si fermano alle apparenze e alle ingiustizie, ma
vedono e affrontano tutto con speranza certa". "Quello sguardo -
continua - è un invito pressante e forte a diventare ogni giorno dispensatori
di speranza, a guardare al futuro senza paure né angosce, stando pure sulla
croce, ma ad occhi aperti!". Augurando ai giovani
"di imparare ad avere sempre la forza e l'entusiasmo di pensare e
costruire alternative alle vostre croci e a quelle
degli altri", il porporato conclude: "Vi auguro di sopportare con
coraggio il peso delle inevitabili croci della vita, vivendo la bellezza dei
vostri sogni per realizzare i vostri progetti e le vostre aspirazioni, perché
siete la speranza che è certezza, perché siete il futuro dell'umanità".
Sir
Nuovi cardinali: soprattutto i vescovi di Curia favoriti nel prossimo concistoro
CITTA' DEL
VATICANO - I ministri vaticani Amato, De Paolis, Baldelli, Burke. Gli arcivescovi
diocesani Dolan, Nichols, Léonard e altri quattordici presuli dei cinque continenti.
Sono le nuove porpore di papa Benedetto. Secondo quanto si apprende in
Vaticano, il terzo concistoro di Joseph Ratzinger dovrebbe aver luogo alla fine
di novembre ed essere annunciato ad ottobre. Sarà il
Papa a firmare l’elenco definitivo in cui fino all’ultimo potranno entrare e
uscire i nominativi.
Le poltrone
disponibili sono 19 più le cinque che si libereranno
all’inizio del prossimo anno quando altri porporati (Ruini, Panafieu,
Vidal, Garcia-Gasco Vicente, Keeler) raggiungeranno
gli ottant’anni e perderanno il diritto di entrare in conclave. Nelle diverse
zone del pianeta e nelle varie correnti ecclesiastiche, gli aspiranti cardinali
sono molti, perciò alcuni resteranno al palo per non sbilanciare troppo sul
versante geopolitico la mappa delle gerarchie ecclesiastiche da cui uscirà la
Chiesa di domani. «Non può essere un concistoro tutto incentrato sull’Italia o
l’Europa», spiegano in Curia. Per dare «nuova linfa» al Sacro Collegio, considerato
«il club più esclusivo del mondo», il Pontefice deciderà probabilmente di
derogare al tetto massimo stabilito dalle norme vigenti di 120 cardinali
elettori. Il 27 gennaio il porporato canadese Ambrozic,
arcivescovo di Toronto dal 1990 al 2006, ha compiuto 80
anni. Quindi, il Collegio cardinalizio risulta
attualmente composto da 182 porporati, di cui 111 elettori. Nei prossimi otto
mesi «out» altri 10 cardinali: gli americani Maida e McCarrick, gli italiani
De Giorgi e Giordano, lo spagnolo Herranz, il
neozelandese Williams, il francese Poupard, il
siriano Daoud, il camerunese Tumi
e il lettone Pujats.
Nel concistoro di
novembre per la creazione di nuovi cardinali, dunque, i posti disponibili
saranno almeno diciannove. E nei primi due mesi del 2011 cinque porporati
compiranno ottanta anni. Gli ecclesiastici della Curia romana per i quali la
porpora è scontata sono il ministro del Bilancio (De Paolis),
Segnatura (Burke), Penitenzieria (Baldelli), Cause
dei Santi(Amato), Ordine di Malta (Sardi), San Paolo
fuori le Mura (Monterisi), Unità dei cristiani (Koch,
imminente successore di Kasper). Ad
essi si aggiungono i nuovi responsabili delle congregazioni per il Clero, i
Religiosi e i Vescovi la cui nomina verrà ufficializzata nei prossimi mesi al
pari di quella dell’arcivescovo di Torino (in «pole position» il bertoniano Versaldi). Tra i capi
dei Pontifici Consigli (cioè i ministri vaticani di seconda fascia per i quali
la nomina cardinalizia non è «ex ufficio», automatica),
sono candidati i responsabili della Cultura (Ravasi),
Sanità (Zimowski), Immigrati (Vegliò), Testi
legislativi (Coccopalmerio), Comunicazione (Celli). Considerati anche i tanti italiani in lista, alcuni
di loro potrebbero essere rinviati al prossimo turno.
Inoltre,
riceveranno la berretta rossa nelle diocesi gli
arcivescovi Betori (Firenze), Romeo (Palermo), Marx (Monaco), Nycz (Varsavia),
il cistercense Tempesta (Rio de Janeiro), Dolan (New
York), Nichols (Westminster), il primate di Spagna
Rodriguez Plaza (Toledo), Léonard
(Buxelles), Duka (Praga).
Nell’elenco papale potrebbero figurare anche Collins
(Toronto), il salesiano milanese Fanizzi
(Montevideo), Ranjith (Colombo),Pasinya
(Kinshasa),Bakot (Yaoundé), Lwanga
(Kampala), Okada (Tokyo), Maung
Bo (Yangon), Twal(Gerusalemme).
GIACOMO GALEAZZI LS 27
Un cardiologo rivela: Gesu'
mori' per un infarto
Analizzate da uno
specialista milanese le cause che provocarono il decesso
di Marcel Blanch
La morte di Gesù
resta ancora un mistero sotto il profilo medico, perché le cause del decesso
non sono state ancora completamente chiarite. Se non ci sono dubbi sul
significato religioso e filosofico della crocifissione e della resurrezione,
senza dubbio mancano risposte scientifiche certe sulla agonia
del figlio di Dio che a Pasqua i cattolici vivono con devota commozione.
Ad approfondire il
delicato argomento in questi giorni di Quaresima è un cardiologo milanese,
Francesco Fiorista, fervente cattolico e autore anche
di libri sui vangeli, che analizza le varie supposizioni mediche circa la fine
del Cristo. Le ipotesi fino ad oggi più accreditate
restano quelle che il mondo scientifico ha raccolto a partire dal lontano 1871:
ipotesi che affermano, come ha dichiarato il presidente della Royal Medical Society di
Edimburgo, che la causa principale della morte di Gesù sia stata un infarto
miocardico.
Ma i dubbi non mancano. Il supplizio della crocifissione si
svolse in maniera decisamente anomala, in quanto tale
tortura durò un giorno solamente, anzi, stando alla testimonianza di S. Luca,
appena tre ore e ciò risulta in contrasto con la tradizione dell'epoca che
invece aveva l'intento di infliggere una morte lenta e dolorosa. Fatto questo
che sorprese lo stesso Pilato, che lo aveva condannato e che ne aveva potuto ammirare il coraggio e la resistenza alle varie
sevizie subite durante la notte precedente alla crocifissione davanti a Caifa e al Sinedrio.
Non ci si deve
dimenticare infatti le sofferenze a cui il Figlio di
Dio fu sottoposto: la flagellazione, i vari colpi subiti alla testa con copiose
perdite di sangue, la fronte completamente lacerata dalla corona di spine; e
per finire le ferite ai polsi e ai piedi prodotte dai chiodi. A tutto questo si
deve aggiungere, come ricorda il professore Fiorista,
il digiuno e uno stato avanzato di disidratazione che sicuramente lo resero
ancora più debole.
Per non parlare
della lunga esposizione al freddo della notte del corpo nudo, del principio di infezione delle innumerevoli ferite subite durante il
calvario e una possibile febbre da trauma. Tutte circostanze che sicuramente
diminuirono la sua resistenza fisica.
È difficile quindi
determinare la causa principale della sua morte così rapida sulla croce. Sono
state fatte varie ipotesi. Secondo un medico americano
una delle concause principali fu il sudore ematico: nel giardino di Getsemani, sentendo vicino il momento della morte, Cristo
accusò uno stato di profonda angoscia psicologica tanto che, scrive Luca nel
suo Vangelo, "il suo sudore divenne simile al sangue".
Altri ipotizzano
invece di un decesso per asfissia, favorita dalla comparsa di una progressiva e
irreversibile contrattura muscolare generalizzata. E' stata anche ventilata la
possibilità di una morte riflessa da deglutizione con secondario arresto
cardiaco. Ipotesi che si basa sul fatto che i legionari gli diedero, in quella
posizione abnorme, da bere una bevanda composta da
acqua, aceto e uovo.
È molto difficile
dare una risposta certa a questo quesiti, tenendo
conto anche del fatto che le interpretazioni dei vangeli sono molte e variegate
e che le rappresentazioni pittoriche della crocifissione non raffigurano
fedelmente la sua agonia. Basti pensare che alcuni pittori rappresentano
il Cristo con le mani inchiodate, mentre sappiamo che furono i polsi ad essere
trafitti. E non solo: anche i piedi vengono
solitamente disegnati sovrapposti e inchiodati su un piccolo legno di sostegno;
altro grave errore perché i piedi di Gesù furono trafitti separatamente.
Corriere dei
Caraibi
Il cuore di Gesù e la sindone. Sinergismo tra scienza e fede
“Reproach hath broken my heart; and I am
sick” (Sal 69,21a). Questa citazione
del Salmo 69 è presa da un’antica Bibbia inglese,
legata al nome di King James (1611-1769): Così prende il via questo mio scritto
nel desiderio di lanciare un ponte tra scienza e fede in perfetta sinergia.
Siamo al centro del libro dei Salmi e non si può per nulla sorvolare su questa
riga profetica della Sacra Scrittura.
Cerco sul dizionario la traduzione di “hath” e trovo che si tratta di una
forma arcaica del verbo avere. “Il rimprovero ha spezzato il mio cuore, e io sono ammalato”. Parlare a questo punto semplicemente di
malattia sembra sbagliato. Sappiamo che il testo fu da sempre la croce degli
esegeti (crux interpretum).
Se il cuore si spezza è finita del tutto; si muore e
basta.
Vale proprio la pena approfondire il
significato del testo ebraico e per questo mi sono applicato per lunghi anni,
aiutato dalla grammatica, dal dizionario e dalla competenza di esperti. La
rivelazione può venire incontro alla ricerca scientifica effettuata sulla Sacra
Sindone, soprattutto nel trarre conclusioni circa la colata di sangue e acqua.
La ricerca dei cardiologi può essere di
stimolo a rivedere la traduzione stessa della Bibbia in alcuni versetti rimasti
finora oscuri (Es. Sal 31,13). I recenti restauri
della Sacra Sindone hanno migliorato la visibilità del telo con la rimozione
delle pezze applicate nel 1532 dalle religiose di Chambery
dopo il famoso incendio e l’orlo del flusso è
diventato più visibile.
L’autore del Salmo 69
potrebbe essere il profeta Geremia, perché ha provato l’esperienza di una
prigione limacciosa. “Essi allora presero Geremia e lo gettarono nella cisterna
di Malchia, principe regale, la
quale si trovava nell'atrio della prigione. Calarono Geremia con corde. Nella cisterna non c'era acqua ma fango, e così Geremia affondò nel
fango”. (Ger 38,6)
L’Enciclica “Miserentissimus
Redemptor” di Pio XI, al numero 26
citava tutto il versetto del Salmo 69,21 che in italiano suonava così: Il mio
cuore è ferito da obbrobri e disprezzi; aspettai chi entrasse a parte della mia
tristezza, ma non vi fu; qualche consolatore e non l’ho trovato. L’interesse di
Pio XII era rivolto alla consolazione negata a Gesù agonizzante nel Getsemani. Quante volte all’Ora Santa si meditò su questo
momento tragico dell’agonia di Gesù! Non si pensava all’agonia sulla croce ma a
quella del giardino degli ulivi e all’abbandono da parte dei tre apostoli
Pietro, Giacomo e Giovanni, appesantiti dal sonno.
La traduzione latina et
miseriam è stata ormai da tutti abbandonata, ma la
difficoltà persiste ancora in tutte le traduzioni. La difficoltà veniva
soprattutto dalla traduzione greca dei Settanta che aveva male interpretato
l’originale ebraico.
Ecco la traduzione
critica letterale del testo ebraico: “L’insulto ha spezzato (rad. šbr = šin, beth, reš) il mio cuore e mi ha fatto morire (rad. ‘nš = alef, nun, šin)”. Grammaticalmente i due
verbi in questione sono di terza persona singolare femminile, retti da
“insulto” che in ebraico è un nome di genere femminile.
Il vero significato si può cogliere in
sintonia con il dato scientifico (medico) della causa prossima della morte di
Gesù, secondo la tesi del medico inglese William Stroud (+ 1858), avvenuta per rottura di cuore. Il cuore di
Gesù si è rotto e la rottura ha procurato la morte immediata con versamento di
sangue.
Il sangue si è poi coagulato, separandosi
in “sangue e acqua”. Il colpo di lancia ha un valore di autopsia, solo in caso
di rottura di cuore poteva uscire sangue e acqua.
L’ultimo grido di Gesù, rilevato dai Sinottici, era sintomo di un forte dolore
provato al cuore. “The these exclamations is fully explained by the final
rupture of that organ” (Stroud).
Un sacerdote secondo il cuore di Gesù ascolta le sue parole: “Imparate da
me che sono mite e umile di cuore e trova la pace per la sua anima” ( Cf. Mt 11,29).
Il Card. Carlo Maria Martini scriveva
recentemente sul “Corriere della Sera” esortando i teologi a lanciare ponti
agli uomini di scienza.
PS – Sono
disponibile a fornire testi biblici profetici della rottura di cuore nel futuro
sacrificio del Servo Sofferente, come Sal 69,21a “L’insulto ha spezzato il mio cuore” (vedi sopra
nel testo riportato). Nel Sal 22,15b
si parla di un versamento di sangue interno come cera; logicamente tale sacca
di sangue si coagula e al colpo di lancia del soldato uscirà sangue e acqua (=
autopsia). P. Rota Tarcisio, scj, de.it.press
Anno sacerdotale. Un ponte che collega. Nell'essere uomo che appartiene a
Dio
La missione del
sacerdote? Combinare il mondo di Dio - lontano, spesso
sconosciuto all'uomo - e il mondo dell'uomo. La missione del sacerdozio
è di essere mediatore, ponte che collega, e così portare l'uomo a Dio, alla sua
redenzione, alla sua vera luce, alla sua vera vita.
Lo ha detto Il Papa, ricevendo all'inizio di questa
Quaresima, il clero della diocesi di Roma. La sua diocesi. Ha voluto commentare
alcuni passi della Lettera agli Ebrei, lo scritto dedicato al sacerdozio di
Cristo. Il Figlio di Dio si è fatto uomo perché ci sia un vero ponte, una vera mediazione. Il sacerdote sta in questa mediazione:
grazie al sacramento dell'Ordine, a sua volta, è ponte.
Senza Cristo non
si capisce il sacerdote: ogni lettura sociologica è destinata a restare alla
superficie, cogliendo solo qualche aspetto. In realtà, il sacerdote, il suo
essere è introdotto nell'essere divino di Cristo e
solo così può realizzare la sua missione. Il sacramento crea il sacerdote e lo
rende partecipe dell'identità e della missione di Cristo. "Nessuno - ha
ricordato il Santo Padre - si fa sacerdote da se stesso; solo Dio può
attirarmi, può autorizzarmi, può introdurmi nella
partecipazione al mistero di Cristo; solo Dio può entrare nella mia vita e
prendermi in mano". Per questo la vocazione e
l'ordinazione, mediante l'imposizione delle mani, resta per il sacerdote un
dono da custodire e sul quale ritornare spesso, quasi a ravvivarlo. Sì,
"Dio mi dà quanto io non potrei mai dare: la
partecipazione, la comunione con l'essere divino, col sacerdozio di
Cristo".
Ma, oltre la gratitudine, c'è un'altra dimensione che il
sacerdote vive: quella dell'appartenenza. Egli è, realmente, un uomo di Dio. Un
uomo che conosce Dio da vicino e ne fa esperienza attraverso il
suo Figlio. Cresce nella conoscenza mediante la celebrazione della
messa, mediante la recita del breviario, mediante la preghiera personale.
Attraverso questi mantiene fisso lo sguardo in Dio, come su un punto dal quale
non deve uscire. E per gettare lo sguardo su Dio, pur nella confusione della
vita odierna, è di aiuto una breve preghiera, un'immagine sacra. Tutto può
servire per rinnovare un'appartenenza e divenire, sempre di più, uomini di Dio,
che vivono nella sua comunione e possono così parlare di Dio e guidare a Lui.
L'altro elemento è
che il sacerdote deve essere uomo. Uomo in tutti i sensi, cioè deve vivere una
vera umanità, un vero umanesimo; deve avere un'educazione,
una formazione umana, delle virtù umane; deve sviluppare la sua intelligenza,
la sua volontà, i suoi sentimenti, i suoi affetti; deve essere realmente uomo,
uomo secondo la volontà del Creatore, del Redentore. Lo sguardo del Papa è a
360 gradi, ma anche realista. Come tutti gli uomini, anche il sacerdote vive in
un'umanità ferita dal peccato e potrebbe scambiare per "umano" ciò
che umano non è. Grande eco hanno avuto queste parole
"si dice: ha mentito, è umano; ha rubato, è umano; ma questo non è il vero
essere umano. Umano è essere generoso, è essere buono, è
essere uomo della giustizia, della prudenza vera, della saggezza". Ogni
sacerdote è chiamato ad uscire da quell'oscuramento
della natura, causato dal peccato, per giungere al vero essere umano ad
immagine di Dio; è un processo di vita che comincia negli anni della formazione
in seminario e che continua in tutta vita.
Essere uomo
significa, ancora, provare la compassione, cioè il soffrire con gli altri.
Anche questa è la vera umanità. Essere un uomo di compassione. Questa forma di
vita non corrisponde all'ideale greco, secondo il quale il vero uomo sarebbe colui che vive solo nella contemplazione della verità e
delle cose divine, lasciando ad altri la fatica. No, il sacerdote entra come
Cristo nella miseria umana, la porta con sé, va alle persone sofferenti, se ne
occupa, non solo esteriormente, ma interiormente. Egli prende su di sé la
"passione" del suo tempo, della sua parrocchia, delle persone a lui
affidate. Come Gesù ha pianto, davanti alla morte di Lazzaro, perché era
realmente toccato dal mistero della morte, così il sacerdote per amore delle
persone, a volte, è toccato da tutta la terribilità della morte, che distrugge
l'amore, che distrugge le relazioni, che è un segno
della nostra finitezza, della nostra povertà. Nello stesso tempo, alza gli
occhi verso Dio per invocarlo; prende nelle sue mani la sofferenza e grida alle
orecchie di Dio.
In questo modo
realizza il sacerdozio, la funzione del mediatore, trasportando in sé,
assumendo in sé la sofferenza e la passione del mondo, trasformandola in grido
verso Dio, portandola davanti agli occhi e nelle mani di Dio, e così
inserendola realmente nel mistero della Redenzione. Marco Doldi
Il sud “laboratorio ecclesiale”
Roma - Il
documento della Chiesa italiana sul Mezzogiorno contiene “diversi riferimenti
al mondo dell’emigrazione e dell’immigrazione italiana. Anzitutto, si riconosce che, in questi ultimi vent’anni
il Mezzogiorno è diventato un ‘laboratorio ecclesiale’
del Mediterraneo, in cui si è generato, alla luce anche del primo approdo di
migliaia di immigrati dall’Europa dell’Est, dall’Africa, dall’Asia, non solo
percorsi di ospitalità e di accoglienza, ma si è tentato anche un percorso di
giustizia e di legalità, di promozione umana, un incontro e dialogo religioso”.
É quanto afferma mons. Giancarlo Perego, Direttore generale
della Fondazione Migrantes, commentando il documento
dei vescovi italiani “Per un Paese solidale. Chiesa
italiana e Mezzogiorno” diffuso questa settimana. Per mons. Perego
diversi sono i riferimenti
nel documento alla storia dell’emigrazione dal Sud verso il
Centro- Nord e l’Europa che ha caratterizzato il secolo scorso e che “segna
profondamente ancora il mondo giovanile di oggi al Sud”.
La povertà delle
famiglie e la disoccupazione giovanile, “solo alleggerita da un diffuso lavoro
sommerso, ma anche l’illegalità e il controllo della criminalità rinnova un flusso migratorio dei giovani fra i venti e i
trentacinque anni verso il Centro- Nord e
l’estero. Si tratta di almeno 70.000 persone che ogni anno
lasciano ‘con amarezza’ il Sud alla ricerca di una condizione di vita migliore, mentre altri giovani
cercano con coraggio di lottare per il riscatto della propria terra”.
In questa
emigrazione, ricorda il documento, nasce “un rinnovato
mutuo scambio di sacerdoti, laici e diaconi di forze ecclesiali che si
trasferiscono in altri Paesi d’Europa e
del mondo e diventano forza reale per una ‘nuova evangelizzazione’”. Infatti - conclude mons. Perego - molte Missioni Cattoliche Italiane
in Europa, Canada, Australia, Stati Uniti sono “animate da laici e sacerdoti
provenienti dalle Chiese del Sud, in una sintonia più profonda con le Chiese
locali”. (Migranti-press)
La riflessione di
Lucio Romano, copresidente di Scienza & Vita
Dopo
l'autorizzazione dell'Aifa (Agenzia italiana del
farmaco), lo scorso dicembre, all'immissione in commercio della Ru486 che sarà
così utilizzabile in alternativa all'aborto chirurgico, è atteso a giorni negli
ospedali italiani l'arrivo della pillola abortiva. E intanto è acceso il
dibattito: day hospital o ricovero? L'impiego del farmaco, si legge nella delibera, deve avvenire nel rigoroso
rispetto della legge 194, quindi tramite ricovero in una struttura sanitaria
fino all'espulsione del prodotto del concepimento e sotto la sorveglianza di un
medico. Nel testo manca tuttavia la precisazione che l'intera procedura
abortiva debba svolgersi in regime di "ricovero ordinario", ossia senza
possibilità di ricorso al day hospital. Fino ad oggi
le Regioni Lombardia, Toscana e Veneto hanno deliberato per il ricovero
ordinario per tutta la durata dell'interruzione di gravidanza. Emilia Romagna,
Piemonte e Provincia autonoma di Trento sembrano invece preferire la via del day hospital. Le altre Regioni attendono indicazioni che
potrebbero assumere la forma di linee guida nazionali. Intanto il governo ha
annunciato la richiesta di un ulteriore parere al
Consiglio superiore di Sanità (la massima autorità sanitaria in Italia, ndr),
che già si era espresso in materia. Il SIR ha raccolto l'opinione di Lucio
Romano, ginecologo e copresidente di Scienza & Vita.
Qual è la sua
posizione al riguardo?
"Come già sottolineato dal Consiglio superiore di Sanità in ben due
pareri - nel 2004 e nel 2005 in occasione della sperimentazione della pillola
abortiva presso l'ospedale Sant'Anna di Torino - la somministrazione della
Ru486 deve avvenire in regime di ricovero ordinario ospedaliero. Significa
quindi che non deve essere assolutamente fatto ricorso al regime del day hospital. In questa vicenda emerge purtroppo
un'inquietante deriva culturale, ideologizzata e riduttivistica,
che tende a portare alla privatizzazione e alla deresponsabilizzante
banalizzazione dell'aborto, facendo torto al rispetto della vita, della salute
e della dignità della donna, oltre che al suo diritto ad
essere presa in carico in un momento drammatico che porterà sempre con sé, e si
troverà invece a vivere in solitudine".
Che cosa intende
dire?
"Taluni
potrebbero effettuare - come già accaduto in fase di
sperimentazione - la somministrazione della Ru486 lasciando poi solo alla donna
la decisione di firmare per la propria dimissione, assumendosi in tal modo
tutta la responsabilità di un procedimento di ordine abortivo che si concluderà
a domicilio. La somministrazione del mifepristone
(Ru486 è il suo nome commerciale) induce la morte dell'embrione, e va seguita
dalla somministrazione di una prostaglandina per indurne l'espulsione. Un processo durante il quale è importante assicurare alla donna il
massimo di assistenza e vicinanza, fermo restando che si tratta comunque di una
procedura abortiva di soppressione di una vita umana".
Si ha
l'impressione che chi vuole fare passare la Ru486, rispetto all'aborto
chirurgico, come una forma di emancipazione e autodeterminazione della donna,
non ne consideri le possibili ricadute psicologiche…
"Sì, c'è una
sorta di sipario calato ad arte, ma come dimostra la
letteratura medica sulle sindromi depressive post aborto, già presenti
nell'intervento chirurgico ma connesse anche all'aborto chimico, per la donna
l'interruzione volontaria di una gravidanza rimane sempre un dramma. Vissuto poi nella solitudine, questo evento - che è un vero e
proprio lutto - non potrà non ripercuotersi negativamente sul suo stato di
salute psicologico ed emotivo".
Non sempre,
inoltre, vengono spiegati con chiarezza i rischi della
procedura e le possibilità, ancorché scarse, di insuccesso…
"L'intendimento
è quello di dare luogo alla privatizzazione
dell'aborto. La prima proposta di introduzione nel
nostro Paese della Ru486 era accompagnata dal preciso programma di far sì che
l'aborto avvenisse a casa, banalizzando una metodica che alla lunga temo verrà
presentata come misura contraccettiva. È già in atto, del resto, la
sperimentazione della stessa molecola non solo nella cosiddetta 'contraccezione
di emergenza', ma anche nella composizione chimica delle nuove pillole
anticoncezionali che sostituiranno la classica estroprogestinica.
Tra marzo ed aprile dovrebbe essere introdotta in
Italia la pillola per la cosiddetta 'contraccezione d'emergenza del quinto
giorno', la cui molecola appartiene allo stesso gruppo farmacologico della
Ru486".
Uno scenario
inquietante. Come intervenire?
"Solo con
un'informazione critica, corretta e chiara per far capire all'opinione pubblica
e in particolare alle donne la gravità dell'aborto in sé, i rischi connessi
alla Ru486, la pericolosa deriva culturale cui si sta andando incontro. Rimango molto perplesso anche per un altro aspetto:
questa procedura appare in qualche modo in contrasto con lo spirito della legge
194, voluta per porre fine alla solitudine della donna. Proporle
l'impiego della Ru486 mi sembra un volerla di nuovo relegare in quella
condizione da cui, secondo i sostenitori della 194, quel provvedimento aveva
inteso liberarla". Sir
Papst: „Mensch muss auf Gott hören“
Damit der Mensch sich selber besser
kennenlernen kann, muss er auf Gott hören können. Das sagte Papst Benedikt XVI.
an diesem Samstagmorgen zum Abschluss der Fastenexerzitien im Vatikan. Das
katholische Kirchenoberhaupt und die vatikanische Kurie beendeten somit ihre
einwöchigen Exerzitien und nehmen nun ihre Amtsgeschäfte wieder auf. Die
geistlichen Übungen endeten nach dem liturgischen Morgengebet, der Laudes, und
einer Schlussmeditation in der Redemptoris-Mater-Kapelle,
wie der Vatikan mitteilte. Leiter der geistlichen Übungen für den Papst und
führende Kurienmitarbeiter war in diesem Jahr der italienische Salesianer
Enrico dal Covolo. Der
Papst dankte Covolo in einer Abschlussansprache für
eine „sehr persönliche und hingebungsvolle“ Leitung der Exerzitien.
„Die vergangenen Tage haben uns ins
Bewusstsein gerufen, dass das Wort Gottes nur in der Gemeinschaft der Kirche
wirklich verstanden werden kann. Der Mensch ist an sich nicht perfekt, deshalb
muss er im Verhältnis zu jemand anderem stehen. Der Mensch muss hören können
und zwar auf Gott. Damit kann sich der Mensch selbst verwirklichen.“
Die Einkehrwoche stand zum Priesterjahr
unter dem Thema „Die Lektionen Gottes und der Kirche über die priesterliche
Berufung“. Papst Benedikt XVI. und seine engen Vertrauten kamen in dieser Zeit
vier Mal täglich zum liturgischen Stundengebet sowie zu Meditationen und
Vorträgen zusammen.
„Wir haben in dieser Zeit sehr viel
über das Priestersein gehört und nachgedacht. Der Leiter der Exerzitien hat uns
auf den Sendungsauftrag eines jeden Priesters hingewiesen. Wir sind nämlich zur
Missionierung berufen, das heißt wir Priester tragen die Frohe Botschaft in die
Welt. Nochmals herzlichen Dank Don Enrico.“ (kap 27)
Aufbruch zu neuer Glaubwürdigkeit
Ein Ultimatum an die
Bundesjustizministerin Leutheusser-Schnarrenberger durch den Vorsitzenden der
Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch –
das ist ohne Beispiel und ein Vorgehen mit harten Bandagen. Die darauf
folgenden Reaktionen in den Diskussionsforen im Internet waren heftig. „Die
Zeiten, wo der Klerus Ultimaten stellt, sind vorbei“, so der Grundton. Die
Kirche hätte – so die überwiegend vertretene Meinung – allen Grund,
zerknirscht in sich zu gehen und sich selbst ein Ultimatum zu setzen, die
verlorene Glaubwürdigkeit wieder zu erwerben.
War das Vorgehen von Erzbischof Zollitsch gegenüber einer Bundesministerin also angemessen,
die, soviel hat der durchschnittliche Bundesbürger verstanden, von den
Bischöfen doch nur will, dass sie bei der Aufklärung der Pädophile-Vorfälle
besser mit den staatlichen Behörden zusammenarbeiten?
Die Antwort ist dennoch: „Angemessen“.
Es war die Bundesministerin selbst, die
mit ihrer Einlassung in den Tagesthemen eine solche Reaktion geradezu erzwungen
hat. Es mag Unkenntnis oder Hoffnung gewesen sein, dass man ihre Aussagen nicht
auf die Goldwaage legt, sich dafür aber von der sie umgebenden Dampfwolke
beeindrucken lässt, die sie zu derartigen Äußerungen bewogen haben.
Die Tatsache, dass sie den öffentlichen
Schlagabtausch mit dem Vorsitzenden der Bischofskonferenz vermeiden wollte,
spricht eher für die zweite Version.
Die Bischöfe haben die Dampfwolke
übersehen und die Worte der Bundesministerin auf die Goldwaage gelegt. Sie
wirft ihnen vor, es sei bislang bei den Bischöfen der Wille nicht zu erkennen,
sich an die staatlichen Gesetze zu halten und die Staatsanwaltschaft beim
Verdacht auf sexuellen Kindesmissbrauch durch Priester und kirchliche
Angestellte einzuschalten.
Wenn sie dies tatsächlich glaubt – und
vor allem: glaubhaft machen kann - dann muss sie, zumal als
Bundesministerin der Justiz, die Bischöfe wegen Strafvereitelung anzeigen.
Glaubt sie es aber nicht, dann darf sie solche Suggestionen auch nicht
aussprechen. Wer derartig angegangen wird, der gerät in die ethische Pflicht,
seine Unschuld zu beweisen oder aber sich selbst anzuzeigen.
Eine zweite Sprengmine ist in den
Ausführungen der Bundesministerin versteckt. Im Jahr 2002 legte die damalige
Bundesjustizministerin Zypries eine Gesetzesvorlage zur Verschärfung des § 138
StGB vor, die eine Anzeigepflicht bei sexuellem Missbrauch an Kindern
beinhaltete. Diese Gesetzesvorlage wurde 2003 im Bundesrat abgelehnt – und zwar
auf Betreiben der Kinderschutzorganisationen und der Kinderärzte. Der Druck
einer Rechtspflicht, im Verdachtsfall die Staatsanwaltschaft einzuschalten,
wirke sich abschreckend aus auf Kinder, Eltern und Pädagogen, so die damalige
Argumentation und eine solche Pflicht respektiere auch nicht mehr den möglichen
Willen des Opfers, einen Fall nicht der Justiz zu übergeben. Insofern
entsprechen die Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz dem geltenden Recht
und berufen sich keinesfalls auf eine rechtliche Sonderstellung der
Kirche. Für die Kirche gilt, zumal in strafrechtlichen Angelegenheiten, was für
jede Bürgerin und jeden Bürger gilt. Und die Bischöfe dürfen, was jene auch
dürfen, nämlich jemand zum Widerruf einer Aussage auffordern, wenn diese
sachlich falsch ist.
Die Bischöfe konnten eine derartig
übergriffige und falsche Äußerung der Bundesjustizministerin nicht auf sich
beruhen lassen, ohne sich den Vorwurf aufzuhalsen, im Sumpf der belastenden
Vorfälle völlig unter zu gehen. Mit dieser Reaktion haben die Bischöfe nicht
zuletzt auch gezeigt, dass sie Gestaltungswillen haben und im Stande sind, Initiative
zu ergreifen. Sie scheinen es aber versäumt zu haben, die Logik und
Dringlichkeit ihrer scharf anmutenden Vorgehensweise in der Öffentlichkeit
plausibel zu erklären.
Von den Bischöfen ist weiterhin
Gestaltungswille gefordert. Die jüngsten Vorfälle in der Benediktinerabtei Ettal machen deutlich, dass die notwendige
Kompromisslosigkeit, mit der die Bischöflichen Leitlinien zum Vorgehen bei
sexuellem Missbrauch einzuhalten sind, noch lange nicht in alle Köpfe
eingedrungen ist.
Auch wird es langfristig nicht genügen,
gebetsmühlenartig und in der Sache richtig zu betonen, dass sexuelle Gewalt,
Zölibat und Homosexualität nichts miteinander zu tun haben. Vielmehr wird der
lauten und deshalb ernst zu nehmenden Anfrage vieler Zeitgenossen mit Sorgfalt
zu begegnen sein: Wie entsteht eine reife, integrierte Persönlichkeit, die
Glaubwürdigkeit verdient und Privatsphäre braucht, aber nicht Verheimlichung
und Vertuschung? Hier müssen neue Antworten gesucht werden, denn die bisherigen
Formeln scheinen bei all zu vielen nichts Positives
mehr zu bewirken.
Die Ernennung eines bischöflichen
Verantwortlichen für Missbrauchsfälle in der Person von Bischof Dr. Stefan
Ackermann und die Schaltung einer Hotline sind wichtige Anfangsschritte auf dem
mühsamen Weg, verlorene Glaubwürdigkeit wieder zu erlangen. Sie machen
deutlich, dass denen Gehör geschenkt werden soll, die Ansprechpartner suchen.
Theo Hipp, Redaktion kath.de
DBK: Missbrauchsbeauftragter und Hotline
Eine Reaktion auf Frau Raues Kritik gab es von Seiten der Bischofskonferenz bisher
nicht. Das Kernstück des Missbrauch-Beschlusses ist die Ernennung des
bundesweiten Ansprechpartners, der für „alle Fragen im Zusammenhang des
sexuellen Missbrauchs Minderjähriger im kirchlichen Bereich“ zuständig sein
soll. Das hatte der Bischofskonferenz-Vorsitzende Robert Zollitsch
am Donnerstag in Freiburg mitgeteilt. Zum neuen Beauftragten, dem Trierer
Bischof Stephan Ackermann, sagte der Erzbischof:
„Ihn unterstützt das Büro, das wir im
Sekretariat der Deutschen Bischofskonferenz in Bonn einrichten werden. Es wird
die Zusammenarbeit zwischen den Bistümern und Orten mit allen relevanten Fragen
ausbauen. Auch wird dieses Büro die Verbindung mit der zivilgesellschaftlichen
Initiativen und staatlichen Aktivitäten sorgen. Wir starten zudem eine
bundesweite Hotline zur Information in Fragen des sexuellen Missbrauchs
Minderjähriger im kirchlichen Bereich.“
Dass die deutschen Bischöfe alles ihnen
Mögliche tun wollen, um Fälle sexuellen Missbrauchs in der Kirche aufzuklären,
bekräftigte dann auch die neue Schlüsselfigur der DBK in diesem Thema: Der neue
Missbrauchs-Beauftragte Bischof Stephan Ackermann äußerte sich am Freitag
gegenüber Journalisten in Trier.
Resümee einer intensiven Woche - Mehr
Aufregung bei einer Vollversammlung der deutschen Bischöfe war selten. So fasst
die Katholische Nachrichtenagentur KNA die Frühjahrsvollversammlung zusammen.
Besonders das Thema „Missbrauch“ prägte die bischöfliche Versammlung in
Freiburg. Das große Medieninteresse war auch an der Präsenz von mehr als
hundert Journalisten und dem Dutzend Fernsehteams abzulesen, die das als
Pressezentrum dienende Freiburger Priesterseminar bevölkerten. Das war vor
allem auf den Missbrauchsskandal zurückzuführen, der in den letzten Wochen
ausgehend vom Berliner Canisius-Kolleg eine Lawine
ins Rollen gebracht hatte. Auch der Streit mit Bundesjustizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger und der Rücktritt von Margot Käßmann
von ihrem Amt als EKD-Ratvorsitzende hielten die
deutschen Oberhirten in Atem. domradio/kna 26
Horstmann: „Fastenzeit bietet eine Chance“
Die Fastenzeit gibt den Menschen die
Möglichkeit zur nüchternen Bestandsaufnahme der gegenwärtigen Lage. Das sagt
der deutsche Botschafter beim Heiligen Stuhl, Hans-Henning Horstmann in seiner
Monatskolumne für Radio Vatikan. In Westeuropa und Nordamerika haben die
Menschen seit bald 70 Jahren ein anhaltendes, beispielloses wirtschaftliches
Wachstum und fortschreitenden materiellen Wohlstand erlebt, so Horstmann. Doch
nach der globalen Finanzkrise 2009 manifestiere sich nun eine Vertrauenskrise.
Davon betroffen seien Staat, Gesellschaft und Kirche. Die mageren Zeiten bieten
aber eine neue Chance, so Horstmann:
„Als die größte aber auch schönste
Herausforderung sehe ich: glaubwürdig zu werden. Glaubwürdigkeit schafft
Vertrauen, Vertrauen bildet Zusammenhalt, Zusammenhalt gibt uns in den
schlanken Jahren Kraft zu intellektueller, kultureller, technologischer Erneuerung
und mehr als die Kraft zum Überleben: die Kraft zum gemeinsamen erfolgreichen
Leben.“ (rv 27)
Clever gemacht ist es schon, das Papier
der katholischen Bischöfe zu den Konsequenzen aus den Fällen von Kindesmissbrauch
durch Priester. Was Erzbischof Robert Zollitsch in
Freiburg vorgestellt hat, enthält wohldosiert eine Reihe von Schlüsselwörtern,
nach denen die Öffentlichkeit zu Recht sucht: von A wie Abscheu über die
Verbrechen an Schutzbefohlenen, Abbitte und Aufklärung bis Z wie Zölibat.
Da fällt beim flüchtigen Lesen gar
nicht weiter auf, welche Begriffe die Erklärung auslässt: "Kirchliche
Sexualmoral" zum Beispiel oder "Homosexualität" bei Priestern.
Die Lücken sind ein Indiz dafür, dass die Bischöfe nach wie vor den Blick auf
hausgemachte Eigentümlichkeiten scheuen, die Kindesmissbrauch begünstigen
können. Sie lassen Fachleute sagen, der Zölibat sei "nicht Schuld am
Verbrechen sexuellen Missbrauchs". Geschenkt! Aber die Bischöfe
unterschlagen den zweiten, entscheidenden Gedanken: Die Verpflichtung zur
Ehelosigkeit kann die Auseinandersetzung mit der Sexualität erschweren, gar
verhindern.
Solches Umschiffen von Klippen und
Untiefen im kirchlichen Fahrwasser mindert den Wert aller - gewiss sinnvollen
und folgerichtigen - Absichtserklärungen. Darum brauchen sich die Bischöfe
nicht zu wundern, wenn ihnen trotz einer langen, man könnte fast sagen
"aktionistischen" Maßnahmenliste ein Mangel an Beherztheit in puncto
Aufklärung vorgeworfen wird. Vordergründig mag Justizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger übers Ziel hinausgeschossen sein. Auf einer tiefer
liegenden Ebene hat ihre Kritik aber weit mehr Berechtigung, als die Bischöfe
es wahrhaben wollen. Joachim Frank FR 26
Bischofskonferenz. Scham und Schock
Die Bischöfe gehen in die Offensive und
setzen einen Beauftragten für Missbrauchsfälle ein. Doch viele von ihnen fühlen
sich auch an den Pranger gestellt. Von Matthias Drobinski
Einmal verliert der Erzbischof dann
doch die Fassung. Als der Journalist aus der dritten Reihe gefragt hat, ob
sexueller Missbrauch denn Jesusgemäß sei, hat er noch brav gesagt, dass
Missbrauch ein Verbrechen sei. Als der Kollege, von der Glaubensgemeinschaft
"Universelles Leben" entsandt, jetzt aber einen Einzelfall besprechen
will, fährt er richtig hoch: "Ich muss Sie doch bitten..."
Die Bischöfe tun doch was, sagt Zollitschs Empörung. Wir sind doch tief getroffen, wenn
jeden Tag Missbrauchsfälle bekannt werden. Und dann werden wir an den Pranger
gestellt, in die Enge getrieben, von Leuten, die am liebsten die katholische
Kirche aufgelöst sähen.
Dabei haben die in Freiburg
versammelten Bischöfe und Weihbischöfe tatsächlich einen Schritt nach vorne
gemacht. Noch einmal bittet Zollitsch zum Abschluss
der Tagung die Opfer sexuellen Missbrauchs um Vergebung, spricht von der
Erschütterung der Bischöfe, von Scham und Schock, davon, dass man das Ausmaß
der Gewalt gegen Kinder und Jugendliche unterschätzt habe.
Sie wollen bis zum Sommer prüfen, ob
und wie mehr externe Ombudsleute für die Aufarbeitung
von Fällen sexuellen Missbrauchs hinzugezogen werden können. Sie betonen, dass
"die frühzeitige Einschaltung der Staatsanwaltschaften" bei
Missbrauchsfällen "besondere Bedeutung" habe - künftig soll bei
begründetem Verdacht dem Opfer zur Anzeige, dem Täter zur Selbstanzeige geraten
werden, wenn nicht, wird das Bistum aktiv. Die Bischöfe wollen mit Opfern
reden, die Ausbildung der Weihekandidaten verbessern. Sie richten eine
bundesweite Hotline ein. Und es gibt nun einen Beauftragten der Bischofskonferenz
für Fälle von sexuellem Missbrauch. Es ist der Trierer Bischof Stephan
Ackermann. Er hat lange in der Priesterausbildung gearbeitet und war einer der
ersten, der klar sagte, dass die katholische Kirche hier ein Problem
unterschätzt hat.
Das mag nicht revolutionär sein. Es
hätte aber auch weniger geschehen können. Denn so sehr sich die Bischöfe einig
waren in ihrer Betroffenheit über die immer neuen Missbrauchs-Fälle, so
kontrovers diskutierten sie, wie die katholische Kirche in Deutschland sich in dieser
Lage positionieren sollte. Die Diskussion soll, so ein Teilnehmer,
"emotional und kontrovers" gewesen sein. Viele der älteren Bischöfe
sahen sich einer Medienkampagne ausgesetzt, die den Zölibat und die gesamte
Sexualmoral der katholischen Kirche an den Pranger stellte; man müsse sich
schärfer verteidigen, forderte manche. Es setzten sich aber die durch, die nun
maßvolle Selbstkritik für angebracht hielten. Statt Medienschelte steht nur der
Satz in der Abschlusserklärung, dass man die Journalisten um eine "faire
Berichterstattung" bitte.
Die Experten, die die Bischöfe zu den
Beratungen gebeten hatten, stärkten ihnen den Rücken für diesen Kurs. Unter
anderem kam Norbert Leygraf nach Freiburg, der
Essener Professor für forensische Psychiatrie, der auch Priester begutachtet,
die übergriffig geworden sind. Er berichtete aus seiner Praxis: 17 Priester und
Kirchenmitarbeiter habe er seit 2002 begutachtet, zwölf Fälle seien
strafrechtlich relevant gewesen, davon wiederum sei es in sechs Fällen um
Kinderpornographie im Internet ohne direkte Opfer gegangen. Leygraf
möchte auch nicht ausschließen, dass straffällig gewordene Kirchenmitarbeiter
wieder in der Seelsorge eingesetzt werden.
Ist das ein Versuch, das Thema flach zu
halten? Oder sind das die Erfahrungen eines Fachmanns, der jeden Tag
fürchterliche Gewalttäter begutachtet, unter denen die Priester zu den weniger
gewalttätigen und einsichtsfähigen gehören?
Solche Differenzierungen gehen in
diesen Tagen manchmal verloren, das zeigte auch der Streit zwischen Erzbischof Zollitsch und der Justizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger. Die hatte am Montagabend in einem Interview
gesagt, sie erwarte, "dass die Verantwortlichen der katholischen Kirche
endlich konstruktiv mit den Strafverfolgungsbehörden zusammenarbeiten."
Bisher zeigten sie zu wenig Interesse an"lückenloser
Aufklärung". Zollitsch hatte ihr daraufhin ein
Ultimatum gesetzt und sich bei Kanzlerin Angela Merkel beschwert.
Es war eine merkwürdige Einlassung der
Ministerin: Ihre Vorgängerin Brigitte Zypries (SPD) hatte noch einen
Gesetzentwurf gekippt, der vorsah, bei jedem Verdacht auf sexuellen Missbrauch
zwingend die Staatsanwaltschaft einzuschalten. Die Vertreter der Opfer
befürchteten, dass dann die Hemmschwelle für missbrauchte Kinder steige, sich
jemandem anzuvertrauen. Und es war ein merkwürdiges Ultimatum, das die hilflose
Empörung Zollitschs zeigte. Am Donnerstag nun kam ein
Brief der Ministerin beim Erzbischof an, in dem sie anerkannte, dass die Kirche
sich sehr wohl um Aufklärung bemühe, dass aber die Leitlinien der
Bischofskonferenz verbessert werden müssten. Das fand Zollitsch
akzeptabel - denn die Leitlinien wollen die Bischöfe selber verbessern. SZ 26
Vatikan: Atomabrüstung ist eine moralische Pflicht
Der Heilige Stuhl wünscht sich von den
Atommächten eine ehrliche Debatte um die atomare Abrüstung. Am kommenden 3. Mai
soll das neue Abkommen NTP bei der UNO in New York diskutiert werden. Die Frage
hat sich in jüngster Zeit vor allem im Zusammenhang mit den atomaren Plänen der
Islamischen Republik Irans in den Vordergrund gestellt. Der Ständige Beobachter
des Heiligen Stuhls bei der UNO, Erzbischof Celestino Migliore,
kennt das Thema gut.
„Nach so vielen Jahren in denen es fast
keine Gespräche zu diesem Thema gabt, scheint sich nun endlich etwas zu
bewegen. Wir hatten schon lange nicht mehr Fortschritte bei der Abschaffung von
Atomwaffen erlebt. Das Problem ist nicht nur, die Abschaffung der Atomwaffen in
Gang zu setzen sondern auch eine Mentalitätsveränderung zu bewirken. Viele
glauben heute noch, dass die Atomwaffen als Verteidigungswaffe eingesetzt
werden können. Das ist ein Irrweg, denn Atomwaffen zerstören unwiderruflich
nicht nur einen Gegner sondern die ganze Welt.
Bis zum 3. Mai gibt es noch einige
Gespräche. Ende April trifft sich in Estland die Nato-Staaten. Auch wenn es um
ein globales Thema handele, so seien die eigentlichen Protagonisten nur wenige,
so Migliore.
„Es geht ja hauptsächlich um die fünf
Atommächte. Sie müssen – damit sie überhaupt glaubwürdig sind – die Gespräche
endlich beginnen. Damit schaffen sie auch eine moralische Basis, auf der sie
Gespräche mit anderen Staaten führen können, die jetzt auch noch Atomwaffen
einführen möchten. Man kann nicht einfach Sanktionen verhängen ohne selber
etwas für die Abschaffung dieser Waffe zu tun. Da fehlt sonst jegliche
Glaubwürdigkeit.“ (rv 27)
Leitlinien gegen Missbrauch. Unbewegliche Bischöfe
Freiburg. Die katholischen Bischöfe
haben sich bei ihrer Frühjahrsvollversammlung nicht auf eine grundlegende
Korrektur ihrer 2002 verabschiedeten "Leitlinien" bei sexuellem
Missbrauch Minderjähriger durch Geistliche einigen können. Die Bestimmungen
sollen nun in den einzelnen Bistümern "mit Unterstützung unabhängiger externer
Berater" überprüft werden. Bis zum Sommer soll eine revidierte Fassung
vorliegen.
Der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch erklärte als Vorsitzender der Bischofskonferenz,
die "frühzeitige Einschaltung der Staatsanwaltschaften" habe
"besondere Bedeutung" und die Kirche werde die Behörden "aktiv
bei ihrer Arbeit unterstützen" . Doch auch nach stundenlanger Debatte
konnten die 65 anwesenden Diözesan- und Weihbischöfe sich nicht darauf
verständigen, die Staatsanwaltschaft schon bei einem Anfangsverdacht wegen
sexuellen Missbrauchs von Heranwachsenden einzuschalten.
Immerhin gehen die Bischöfe mit ihrer
Absichtserklärung über die bisherige Praxis hinaus, was die Zusammenarbeit mit
den Strafverfolgungsbehörden angeht. In den - weiterhin gültigen -
"Leitlinien" heißt es, "in erwiesenen Fällen sexuellen
Missbrauchs" werde "gegebenenfalls das Gespräch mit der
Staatsanwaltschaft gesucht". An anderer Stelle wird ausgeführt, "je
nach Sachlage" werde die Staatsanwaltschaft "informiert". Die
Ausführungen von Zollitsch blieben unkonkret.
Auf Nachfrage erklärte der Sekretär der
Bischofskonferenz Pater Hans Langendörfer, Opfern werde zur Anzeige und
überführten Priestern zur Selbstanzeige geraten. "In erwiesenen Fällen mit
begründetem Verdacht gehen wir auf die Staatsanwaltschaft zu", sagte
Langendörfer. "So ist die Praxis, so soll es bleiben. Ob wir noch einen
Schritt weitergehen, muss sich zeigen."
Damit reagierte er auf Kritik von
Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP), die der Kirche
unzureichenden Aufklärungswillen vorwarf. Zollitsch
bestritt, dass das von ihm scharf missbilligte Interview der Ministerin
Einfluss auf die Beratungen gehabt habe. Den Vorwurf "mangelnder
Rechtstreue" habe er jedoch zurückweisen müssen. Der Konflikt sei für ihn
"im Augenblick beendet".
Zollitsch
räumte ein, dass die Kirche das "Ausmaß sexueller Verfehlungen"
bislang unterschätzt habe. "Wir wollen eine ehrliche Aufklärung, frei von fal scher Rücksichtnahme." Offenbar weil es Kritik an
der Form seiner Entschuldigung bei der Eröffnung der Konferenz am Montag
gegeben hatte, erklärte der Vorsitzende gestern, "beschämt und schockiert
bitten wir alle um Entschuldigung und Vergebung, die Opfer dieser abscheulichen
Taten geworden sind". Zollitsch machte kein Hehl
daraus, dass die katholische Kirche derzeit eine "Vertrauens- und
Ansehensschwäche erlebe.
Als Reaktion wurde der Trierer Bischof
Stephan Ackermann zum besonderen Beauftragten für Fragen des sexuellen
Missbrauchs ernannt. Auch als ehemaliger Leiter eines Priesterseminars sei er
für diese Aufgabe qualifiziert. Die Praxis spezieller Bistums-Beauftragter für
Missbrauchsfälle habe sich bewährt, sagte Zollitsch
und wies zugleich den Vorwurf zurück, dabei handele es sich nicht um
unabhängige Ansprechpartner für Opfer.
Damit bleiben die Bischöfe neben der
Frage der Zusammenarbeit mit Ermittlungsbehörden in einem weiteren zentralen
Punkt hinter den Forderungen von Missbrauchsopfern und kritischen Reformgruppen
zurück, die die Schaffung einer unabhängigen Ombudsstelle
fordern. HARALD BISKUP FR 26
Umfrage. Deutsche halten katholische Kirche für unehrlich
Nach dem Skandal um Missbrauchsfälle
befindet sich die katholische Kirche in Deutschland in einer tief greifenden
Vertrauenskrise. Nicht einmal ein Drittel der Deutschen (30,3 Prozent) halten
die katholische Kirche für ehrlich, wie eine repräsentative Umfrage des
Meinungsforschungsinstituts Omni Quest unter 1000
Personen für den „Kölner Stadt-Anzeiger“ ergab. Ähnlich geringes Zutrauen in
die Kirche haben die Bürger in Sachen Lebensnähe (29,9 Prozent) und
Glaubwürdigkeit (32,8 Prozent).
„Die katastrophalen Ergebnisse sind
nicht nur der aktuellen Situation zuzuschreiben, sondern Ausdruck eines
langfristigen und schlimmen Vertrauensverlustes“, sagte Christian Weisner, Mitinitator der
Basis-Bewegung „Wir sind Kirche“ der Zeitung. Auffällig ist in der Umfrage
auch, dass selbst unter den befragten Katholiken weniger als die Hälfte ihre
eigene Kirche für ehrlich und lebensnah halten - auch wenn diese
Teil-Ergebnisse aufgrund der geringeren Stichproben-Größe nicht als
repräsentativ gelten können. „Die Kirche ignoriert die Erfahrungen der Menschen
in ihrem alltäglichen Leben. Gebetet wird für Familien, aber nicht für
Alleinerziehende und Singles“, kritisierte Weisner.
Vertrauen in katholische Kirche gering
Auch das Vertrauen in die katholische
Kirche, bei der Aufklärung konstruktiv mit den Behörden zusammenzuarbeiten, ist
äußerst gering. Wie die repräsentative Erhebung des Meinungsforschungsinstituts
Omni Quest ergab, gehen nur knapp 20 Prozent der
Befragten davon aus, dass die Kirche zur Aufklärung beiträgt. Mehr als zwei
Drittel (68,1 Prozent) antworteten, sie tue das nicht
Fast drei Viertel (73,3 Prozent) der
Befragten sehen einen Zusammenhang zwischen der zölibatären Lebensweise von
Priestern und dem sexuellen Missbrauch Jugendlicher. 20,6 Prozent meinen,
beides habe nichts miteinander zu tun. An der aktuellen Befragung vom
Donnerstag (25. Februar) nahmen 1000 Männer und Frauen ab 14 Jahren teil.
Die FDP im Bundestag hat die
katholische Kirche aufgefordert, einen Entschädigungsfonds für Missbrauchopfer aufzulegen. Zudem dringen die Liberalen auf
den Einsatz unabhängiger Sonderermittler in allen deutschen Bistümern. „Die
katholische Kirche wäre gut beraten, nicht länger wie ein Staat im Staate zu
handeln„, sagte der rechtspolitische Sprecher der FDP-Fraktion, Christian
Ahrendt, der „Neuen Osnabrücker Zeitung“.
FDP fordert externe Sonderermittler
Wenn die Bischöfe es ernst meinten mit
der Aufklärung möglicher Missbrauchsfälle, „sollte sie externe Sonderermittler
für alle 27 deutschen Bistümer einsetzen“. Diese könnten die vergangenen
Jahrzehnte in enger Kooperation mit den örtlichen Staatsanwaltschaften
unabhängig und unparteiisch aufarbeiten.
Ahrendt appellierte zugleich an die
Bischofskonferenz, „einen Entschädigungsfonds einzurichten, aus dem die Opfer
für ihr erlittenes Unrecht einen finanziellen Ausgleich erhalten“. Es wäre ein
wichtiges Signal an Betroffene, dass „die Kirche sich nicht hinter
Verjährungsfristen versteckt, sondern sich in jedem Fall zu ihrer Verantwortung
für die Opfer bekennt“. Ddp 27
Leitartikel. Kirche als Skandal
Die christliche Kirche Deutschlands
stand in der abgelaufenen Woche im Mittelpunkt des öffentlichen Interesses wie
selten. Man kann aber nicht sagen, dass sie sich darin gesonnt hätte. Die
Neugier des Publikums, auch des gottlosen, galt Fehltritten, die die handelnden
Personen am liebsten ungeschehen machen würden; genau genommen waren es Gesetzesverstöße.
Die Taten schienen deshalb besonders skandalös, weil sie von tiefreligiösen
Menschen begangen wurden, deren Verhalten mit einer höheren moralischen Elle
gemessen wird.
Ein gemeinsamer Blick auf die Vorgänge
in den evangelischen und katholischen Zweigen des deutschen Christentums - auf
die singuläre Alkoholfahrt der EKD-Ratsvorsitzenden also und die ungezählten
Fälle sexuellen Missbrauchs in katholischen Kollegs und Klöstern - heißt
selbstredend nicht, beides auf eine Stufe zu stellen. Die Verwerflichkeit des
Tuns unterscheidet sich gewaltig. Umso mehr fällt die unterschiedliche Reaktion
auf.
Während Margot Käßmann
zwei Tage nach der Veröffentlichung ihres Trunkenheitsdelikts sich selbst als
oberste Repräsentantin der evangelischen Kirche absetzt und zur normalen
Pastorin degradiert, versuchen die katholischen Bischöfe die Reihen geschlossen
zu halten. Hie und da hat jemand kapituliert wie jetzt der Abt des Klosters Ettal. Aber angesichts der weit verbreiteten Verbrechen
hätte man von mehr Gottesmännern erwarten können, dass sie sich in Verzweiflung
über sich selbst zurückziehen. So ist denn in der Öffentlichkeit der Glaube,
die sexuelle Gewalt, ausgeübt von zölibatären Geistlichen, reduziere sich
künftig auf Einzelfälle, wie sie auch in anderen gesellschaftlichen
Zusammenhängen passieren, noch nicht ausgeprägt.
Der katholischen Männergesellschaft
schlägt weiter Misstrauen entgegen, während sich Käßmann
nachgerade zur Ikone gewandelt hat, indem sie die größtmögliche Konsequenz aus
ihrem Verhalten zog. Sie tat es, obwohl selbst Menschen, die ihr politisch
und/oder religiös fernstehen, den Rücken stärkten.
Käßmann
hat also einen Maßstab gesetzt, auch wenn ihre Anhänger wünschten, sie hätte es
nicht getan. Andererseits gilt dieser Maßstab jetzt für Menschen, die gewählt
sind, die in nennenswerter Weise Macht haben und ausüben. Nicht zuletzt also
für hauptamtliche Politiker. Die tun sich schwer, auf eigene schwere Fehler mit
der Beendung oder auch nur der Unterbrechung der eigenen Karriere zu antworten.
Man denke an den ehemaligen thüringischen Ministerpräsidenten Dieter Althaus.
Er hatte auf der Skipiste einen tödlichen Unfall verursacht und hielt nach
seiner eigenen Genesung noch quälend lange an seinem Regierungsamt fest. Im
Vergleich zur weiland EKD-Ratsvorsitzenden wirkt ein Althaus umso peinlicher.
Die Sympathie, die Käßmann
einhüllt, wie auch der Schock über die Sünden im Schoß der katholischen Kirche
enthalten beide eine Verstärkung durch Faszination. Sie geht aus von
Gemeinschaften, die sich auch der Verbesserung der schnöden Realität widmen,
zusätzlich aber eine Orientierung für das anbieten, was jenseits der irdischen
Existenz kommen könnte. Lässt sich diese Attraktion auch noch personalisieren,
entsteht daraus ein Idol wie der Dalai Lama oder Johannes Paul II. - oder eben
Margot Käßmann. Ein Idol, wie ihn die hiesigen
Parteien seit Willy Brandt nicht hervorgebracht haben.
Die Vergötterung religiöser Oberhäupter
spiegelt sich sinnfällig in den Triumphzügen der Päpste wider. Selbst eine so verschlossene
Person wie Benedikt, die nicht für den öffentlichen Auftritt geeignet scheint,
füllt die Straßen. Aber offenkundig ist die Attraktion religiöser Stars nur
eine flüchtige. Noch jedes Jahr bilanzieren die beiden christlichen Kirchen in
Deutschland mehr Austritte als Eintritte. Der messbare Einfluss der Kirche
sinkt. 1970 gehörten noch 94 Prozent aller Westdeutschen einer christlichen
Kirche an. Man war Deutscher, wie man eben auch Protestant oder Katholik war.
Ein Austritt aus der Kirche, wiewohl ein rein privater Akt, hatte etwas
Schändliches.
Die Zeiten sind längst vorbei. Nur noch
knapp 60 Prozent aller Deutschen gehören heute einer christlichen Kirche an.
Selbst Kirchenkreise schätzen, dass 2025 bekennende Christen in Deutschland
eine Minderheit sein werden. Der Aufmerksamkeitsgewinn also, und daran hat auch
die Schlagzeilenhäufung nichts geändert, geht einher mit einem
Bedeutungsverlust. Christoph Albrecht-Heider
FR 27
Im Porträt: Präses Nikolaus Schneider. Sozial und überzeugt
Wenn Nikolaus Schneider zu einer Runde
hinzutritt, kommt es in der Regel zu Umarmungen. Mit seiner leutseligen Art hat
der Präses der Evangelischen Kirche im Rheinland ein
Netz in der Kirche gesponnen. Im vergangenen Jahr, als sich die Suche nach
Kandidaten für die Nachfolge von Wolfgang Huber als Berliner Bischof schwierig
gestaltete, führte der Hinweis Schneiders zur Nominierung des nahezu
unbekannten Koblenzer Superintendenten Markus Dröge, der dann auch gewählt
wurde.
Weil Präses
Schneider über Autorität verfügt und in seiner Amtsführung zuverlässig und
berechenbar ist, wird er weithin geachtet und gemocht. Nach dem Rücktritt
Margot Käßmanns von allen ihren Ämtern am Mittwoch
fällt es nun Schneider als ihrem Stellvertreter zu, die Evangelischen Kirche in
Deutschland zu führen, bis Synode und Kirchenkonferenz einen neuen
Ratsvorsitzenden wählen. Um die Handlungsfähigkeit der Institution muss man
sich keine Sorgen machen.
Sohn des Ruhrgebiets und
Linksprotestant
Der 62 Jahre alte Geistliche muss sich
in die Abläufe nicht erst einarbeiten. Dass er zum neuen Ratsvorsitzenden
gewählt wird, wird nicht ausgeschlossen und ist auch rechtlich möglich – aber
gleichwohl nach derzeitigem Stand eher unwahrscheinlich. Schneider weiß, dass
es Wichtigeres als den Ratsvorsitz gibt. Er hatte auch das denkbar Schlimmste
zu durchzustehen: Die jüngste seiner drei Töchter starb vor fünf Jahren nach
langem Kampf mit einer tückischen Krankheit.
Nikolaus Schneider ist Sohn des
Ruhrgebiets und ein in der Wolle gefärbter Linksprotestant. Dem Menschenschlag
seiner Heimatstadt Duisburg (wo sein Vater Stahlarbeiter war und er selbst beim
Vfl Hüttenheim das Tor hütete) entsprechend bevorzugt
er die direkte Ansprache – auch in Fragen der Tagespolitik. Gegen Guido
Westerwelle polterte Schneider jüngst los, dieser kenne die Welt „da draußen“
nicht. Das wahre Problem seien nicht zu hohe Hartz-IV-Sätze, sondern das
geringe Lohnniveau im Land.
Solche Themen bewegen Schneider: In den
achtziger Jahren setzte er sich an der Seite der Krupp-Arbeiter für den Erhalt
ihrer Arbeitsplätze ein und gründete eine kirchliche Firma des zweiten
Arbeitsmarktes. Als Schneider im Jahr 2003 in der Nachfolge von Manfred Kock
zum Präses der mit rund 2,8 Millionen Mitgliedern
zweitgrößten Landeskirche gewählt wurde, waren die Zeiten dieses
Additionsprinzips in der Kirche allerdings schon zu Ende, in dessen Folge über
Jahrzehnte für alles und jedes Werke und Dienste eingerichtet worden waren.
Schneider denkt dogmatisch-theologisch
progressiv, moraltheologisch eher paternalistisch und gesellschaftspolitisch
liberal. Unter ihm dürfte die EKD politisch eher noch ein wenig nach links
rücken. In der von Margot Käßmann hervorgerufenen
Afghanistan-Debatte stand Schneider ihr zur Seite – nicht nur aus Solidarität
mit der Ratsvorsitzenden, sondern auch aus innerer Überzeugung. Im Unterschied
zu Margot Käßmann trug Schneider seine Position dabei
aber detailliert vor. Reinhard Bingener
Faz
26
Auszeit nach dem Rücktritt. Käßmanns nächste Schritte
Nach dem Rücktritt von Margot Käßmann hat bei der Evangelischen Kirche in Deutschland
(EKD) die Suche nach einem neuen profilierten Spitzenvertreter begonnen. Schon
auf der Ratssitzung am Ende der Woche in Tutzing
werden sich führende Kirchenvertreter mit der Frage befassen, teilte die EKD am
Donnerstag mit. Der stellvertretende EKD-Vorsitzende, der rheinische Präses Nikolaus Schneider, kündigte eine Fortsetzung des
von Käßmann eingeschlagenen politisch engagierten
Kurses der Kirche an.
Als Konsequenz aus ihrer
Trunkenheitsfahrt hatte die 51-jährige Theologin am Mittwoch ihre Ämter als
Landesbischöfin und EKD-Ratsvorsitzende aufgegeben. Doch dass das "Gesicht
des deutschen Protestantismus" von heute auf morgen aus der Öffentlichkeit
verschwindet, Käßmann künftig als Pastorin nur im
Stillen wirkt – das scheint für viele unvorstellbar.
"Sie nimmt sich eine Auszeit und
denkt über ihre nächsten Schritte nach", sagte Kirchensprecher Johannes Neukirch. Käßmann hatte
angekündigt, weiter als Pastorin tätig sein zu wollen. Vorläufig kann sie ihre
Wohnung über der bischöflichen Kanzlei in Hannover behalten. Das Bischofsamt
wird wahrscheinlich Ende Oktober neu besetzt. Gewählt wird der künftige
Ratsvorsitz auf der Synodentagung im November in
Hannover. Bis dahin steht Schneider der EKD vor.
Auch künftig brauchten die Protestanten
eine deutliche Stimme, sagte der kommissarische EKD-Chef Schneider im WDR. An
der Spitze der EKD solle wieder ein profilierter Theologe stehen. Er machte
deutlich, dass die evangelische Kirche auch weiterhin zu den Fragestellungen
von Recht und Gerechtigkeit, Krieg und Frieden und zur Bewahrung der Schöpfung
Stellung nehmen werde. "Ich gehe davon aus, dass die Stimme von Margot Käßmann auch in Zukunft zu hören sein wird", sagte
Schneider bei N24. "Wir werden auch darüber nachdenken müssen, an welcher
Stelle Frau Käßmann in Zukunft wieder ihre Stimme
erheben kann.
"Käßmann
verdient zweite Chance" - Nach Ansicht des Vizevorsitzenden der
EKD-Synode, des bayerischen Ex-Ministerpräsidenten Günther Beckstein (CSU),
verdient Käßmann eine zweite Chance. Er wünsche sich,
dass sie in Zukunft wieder eine herausgehobene Position einnimmt, sagte
Beckstein im Südwestrundfunk (SWR). Das müsse nicht wieder an der Spitze der
evangelischen Kirche sein. Die Theologin sei aber eine herausragende
Persönlichkeit, die wieder besondere Verantwortung bekommen solle.
Bundesbildungsministerin Annette
Schavan (CDU) würdigte Margot Käßmann als "große
Stimme der Christen". Sie sei wie viele andere auch traurig, dass diese
"überaus überzeugende, kraftvolle, charismatische Bischöfin" ihre
Ämter aufgegeben habe, sagte Schavan am Donnerstagabend in Berlin. Sicher sei
die Situation, in die sich Käßmann mit ihrer
Trunkenheitsfahrt gebracht habe, als schwierig und tragisch zu bewerten. Aber
nur die Bischöfin selber habe entscheiden können, ob sie in dem Amt hätte
verbleiben können.
Nach dem Rücktritt von Käßmann als hannoversche Landesbischöfin ist dort eine
Interimslösung gefunden worden. Der Lüneburger Landessuperintendent
Hans-Hermann Jantzen übernimmt vorübergehend die Leitung der hannoverschen
Landeskirche. (epd/kna/dpa 26)
Käßmann-Rücktritt. Artistin der Fehlbarkeit
Nach einer Entgleisung und reiflicher
Überlegung hat Margot Käßmann mit kühner Gradlinigkeit
einen Entschluss gefällt. Sie sieht durch ihre Trunkenfahrt
mit 1,54 Promille sowohl ihre Ämter als auch ihre Autorität beschädigt und
tritt daher von allen ihren Ämtern zurück. Ohne sie zu nennen, führt die
Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland damit die zentrale
Kategorie ihres geistlichen Wirkens ins Feld: ihre Authentizität.
Es ehrt die Bischöfin, dass sie an sich
selbst moralische Standards anlegt und nicht die formalen, nach denen sie
weiter in ihren Ämtern hätte verbleiben können. Mehr noch als nach ihrer
Scheidung fürchtete Margot Käßmann offenbar, dass
ihre Glaubwürdigkeit einen irreparablen Schaden erlitten haben könnte. Denn nun
ist ihre Person mit weiteren sozialmoralischen Fragen verbunden, die in der
Öffentlichkeit durchaus unterschiedlich beantwortet werden dürften: zum einen,
ob Geistliche eine besondere Vorbildrolle einnehmen; zum anderen, ob das
einmalige Autofahren in stark betrunkenem Zustand die Wahrnehmung eines
herausgehobenen Amts ausschließt.
Irritierend ist, dass Margot Käßmann gegen den Willen derer handelt, mit denen sie in
der Leitung der EKD verbunden ist. Denn der Rat der Evangelischen Kirche hat
den Vorfall vom Samstagabend einmütig nicht als hinreichenden Anlass für einen
Rücktritt gewertet. Auch hat die Kirche sie nicht aus einer Laune heraus,
sondern mit guten Gründen zur Ratsvorsitzenden gewählt: Unter allen Geistlichen
erreicht einzig Margot Käßmann in größerer Zahl
diejenigen, für welche die Authentizität zur zentralen religiöse Kategorie
geworden ist. Wer, wenn nicht Margot Käßmann, die
Artistin der Fehlbarkeit, hätte einen solchen Fehltritt in die eigene
Biographie integrieren können?
Trotz ihres erratischen Führungsstils,
zahlreicher unabgestimmter Äußerungen und einem
eklatanten Mangel an Teamfähigkeit, der in den vergangenen zwei Tagen so
deutlich wie niemals zuvor ans Licht getreten war, sah das Leitungsgremium der
Kirche den Ratsvorsitz bei Margot Käßmann weiterhin
in guten Händen. Margot Käßmann hat anders
entschieden. Mit ihrem Rücktritt verliert die Kirche ihren faszinierendsten
religiösen Akteur. Reinhard Bingener Faz 25
Bischöfin Käßmann tritt zurück. Dem Herzen gefolgt
Der Auftritt ist professionell. Die
Stimme fest, die Mimik kontrolliert. Zwischendurch gelingt Margot Käßmann sogar ein verbindliches Lächeln. Dabei ist ihr
Rücktritt als Landesbischöfin und EKD-Ratsvorsitzende gewiss der schwierigste
Moment in ihrer kirchlichen Laufbahn, die die 51 Jahre alte Theologin bis ins
höchste Spitzenamt der Evangelischen Kirche in Deutschland geführt hat. Und so
ist die äußerliche Gelassenheit vielleicht sogar der beste Beleg für den
inneren Kampf einer Frau, die sonst immer für die großen Emotionen und
impulsiven Gesten gut war.
Sie habe einen "schweren Fehler
gemacht", den sie zutiefst bereue, sagt Käßmann
am Beginn ihrer kurzen Erklärung mit Blick auf ihre Alkoholtour durch das
nächtliche Hannover am vorigen Wochenende. Nachfragen sind nicht zugelassen. Am
Ende sagt sie kurz danke, zitiert den Glaubenssatz, der Mensch könne nie tiefer
fallen als in Gottes Hand - und geht.
Alle Vorwürfe, die "in dieser
Situation berechtigterweise zu machen sind", habe sie sich auch selbst
gemacht, hat sie zuvor gesagt und ist damit auf die eingegangen, die sie
kritisieren - durchaus auch in ihrer Umgebung. Ihr Vize im EKD-Ratsvorsitz und
Interims-Nachfolger, Nikolaus Schneider, sagt im Gespräch mit der FR,
zweifellos habe die Bischöfin "Schuld auf sich geladen". Aber, so
fügt er hinzu, sie sei auch bemerkenswert offen damit umgegangen. Ihr Rücktritt
entspreche der Gradlinigkeit ihres Wesens und sei in seiner Konsequenz durchaus
auch "vorbildlich".
Ihre Vorbildfunktion und ihre
kirchliche Autorität hat Käßmann auch im Auge, als
sie ihren Rücktritt begründet. "Die Freiheit, ethische und politische
Herausforderungen zu benennen und zu beurteilen, hätte ich in Zukunft nicht
mehr so, wie ich sie hatte." Nicht von ungefähr geht sie auf ihre Predigt
an Neujahr über die Zustände in Afghanistan ein. Die harsche Kritik an Zitaten
wie "Nichts ist gut in Afghanistan", sei nur durchzuhalten,
"wenn persönliche Überzeugungskraft uneingeschränkt anerkannt wird".
Um der Wahrheit die Ehre zu geben: So mancher Kritiker, der sie der
Ahnungslosigkeit und des Dilettantismus, ja des Verrats an den deutschen
Soldaten am Hindukusch zieh, dürfte die Überzeugungskraft auch schon vorher als
"eingeschränkt" erachtet haben.
Aber für Käßmann
war und ist vor allem das eigene Grundgefühl wichtig, mit dem sie in die
Debatten geht. Dazu passt, was ihr ein Ratgeber gesagt habe: Bleibe bei dem,
was dein Herz dir rät. "Und mein Herz sagt mir ganz klar: Ich kann nicht
mit der notwendigen Autorität im Amt bleiben." Ein Rücktritt um des Amtes
willen, aber auch aus "Respekt und Achtung vor mir selbst" und um der
"Gradlinigkeit" willen, "die mir viel bedeutet". Da ist
wieder eben jenes Wort, das auch Käßmanns Vize
Schneider und Synoden-Präses Katrin Göring-Eckardt
benutzen, um Käßmanns Haltung zu charakterisieren -
eine Übereinstimmung, die kaum Zufall ist.
Schneider, der nun kommissarisch an die
Spitze des EKD-Rats tritt, spricht von einem "großen, herben
Verlust". Margot Käßmann habe "so viele
Gaben, die unsere Kirche nötig hat und ihr gut tun".
Für die katholische Bischofskonferenz,
die in Käßmann ein oftmals streitbares Gegenüber hatte,
sagt deren Vorsitzender Robert Zollitsch: Er habe die
EKD-Ratsvorsitzende als einen "Menschen kennengelernt, der bereit ist,
Verantwortung zu übernehmen". Die Gründe für Käßmanns
Entscheidung könne er verste hen.
Wenn sie im Amt geblieben wäre, fügte Zollitsch am
Rande der Frühjahrsvollsammlung der Bischöfe in Freiburg auf Fragen von
Journalisten hinzu, "wäre sie wahrscheinlich nie da von weggekommen".
Ihr Entschluss sei "ein Befreiungsschritt".
Dagegen lässt der Chef der
konservativen "Bekennenden Gemeinschaften", Ulrich Rüß, unverhohlen Genugtuung erkennen: "Privat"
habe Käßmann sein "tiefes Mitgefühl", aber
als Amtsperson sei sie untragbar geworden. "Wenn sie weitergemacht hätte,
hätte sie nicht mehr den Rücken freigehabt für moralische Anmahnungen".
Dass diese "Anmahnungen" den Evangelikalen zuwider waren - wie in der
Afghanistan-Debatte -, sagt Rüß nicht dazu.
Aber seine Lagebeurteilung trifft sich
mit der Sicht, die am Tag vor Käßmanns Rücktritt eine
Telefonkonferenz des EKD-Rats beherrscht hat. Es sei das Ergebnis einer
"realistischen Bestandsaufnahme" gewesen, dass es für Käßmann sehr schwer werden würde, weiterzumachen, berichtet
ein Teilnehmer. Trotzdem sprach ihr der Rat das Vertrauen aus. Was ja nun
vieles heißen kann - das Vertrauen in den geordneten Rückzug eingeschlossen.
Doch diese Deutung weist ein Ratsmitglied vehement zurück: "Unser Votum
hieß auf Deutsch: Wir sind bereit, mit dir weiterzumachen", sagt einer.
"Es war aber auch keine Nötigung, zu bleiben." Wohl wissend, dass
sich eine Margot Käßmann am Ende auch nicht nötigen
lässt. JOACHIM FRANK UND HARALD BISKUP FR 25
Nach Rücktritt. Rat der EKD berät über Nachfolge Käßmanns
Der Rat der Evangelischen Kirche in
Deutschland (EKD) ist am Freitag in Tutzing am
Starnberger See zu seiner regulären Sitzung zusammengetreten. Es sei möglich,
dass der Rat am Samstag eine Empfehlung zur Nachfolge von Margot Käßmann als Ratsvorsitzender abgebe, sagte der Sprecher der
EKD. Der sächsische Landesbischof Jochen Bohl sagte hingegen, es gehe darum,
„dass wir in Ruhe die Dinge entscheiden, die zu entscheiden sind“. Er glaube
nicht an eine Vorentscheidung über die Nachfolge von Frau Käßmann.
Die Wahl eines neuen Ratsvorsitzenden
obliegt der Synode, dem Kirchenparlament der EKD, und der Kirchenkonferenz, in
dem die Kirchenleitungen der EKD-Gliedkirchen vertreten sind. Die reguläre
Tagung der Gremien findet Anfang November in Hannover statt.
Schneider leitet EKD bis November
Im Regelfall wird derjenige Ratsvorsitzender, der bei der Wahl des EKD-Rates das beste
Stimmenergebnis erzielt. Da aber dieses Mal nicht der gesamte Rat, sondern nur
zwei Sitze im Rat besetzt werden - zum Rücktritt von Frau Käßmann
kommt der Umstand hinzu, dass man sich auf der Synodentagung
im Oktober 2009 nur auf 14 der vorgesehenen 15 Ratsmitglieder einigte -, kann
dieses Verfahren nicht zur Anwendung kommen.
Bis zu einer Wahl leitet der
stellvertretende Ratsvorsitzende, der 62 Jahre alte rheinische Präses Nikolaus Schneider, die EKD. Die EKD-Ratsvorsitzende
und hannoversche Landesbischöfin Käßmann war am
Mittwoch zurückgetreten, nachdem sie alkoholisiert eine rote Ampel überfahren
hatte und von der Polizei angehalten worden war.
Nach dem Rückzug der Landesbischöfin
wählte unterdessen der Kirchensenat der Evangelisch-lutherischen Landeskirche
Hannovers am Donnerstagabend einstimmig den Lüneburger Landessuperintendenten
Hans-Hermann Jantzen zum Bischofsvikar. Der 64 Jahre alte Geistliche wird damit
bis zur Wahl eines neuen Landesbischofs die Leitung der mit etwa drei Millionen
Mitgliedern größten deutschen Landeskirche übernehmen. Die Wahl wird laut
Kirchenkreisen noch in diesem Jahr stattfinden; die reguläre Synode im Juni
könne dafür aber noch zu früh kommen. Da ein hannoverscher Landesbischof - im
Unterschied zum EKD-Ratsvorsitzenden - mit Erreichen des Ruhestandsalters sein
Amt abgeben muss, ist es kaum möglich, dass Jantzen Nachfolger von Margot Käßmann im Amt des Landesbischofs wird.
Reinhard Bingener
Faz 27
Missbrauchsfälle. Zollitsch: Wir haben das Ausmaß unterschätzt
Die katholischen Bischöfe wollen die
Fälle sexuellen Missbrauchs in der Kirche „frei von falscher Rücksichtnahme“
aufklären. Dies gelte auch dann, wenn die Vorfälle weit zurück lägen, sagte der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, zum Abschluss der Frühjahrsvollversammlung am
Donnerstag in Freiburg. Man habe das Ausmaß der Verfehlungen bislang
unterschätzt, sagte Zollitsch.
Als Konsequenz aus den jüngst
bekanntgewordenen, inzwischen weit mehr als hundert Vorfällen kündigte Zollitsch die Überprüfung der von der Bischofskonferenz im
Jahr 2002 erlassenen Leitlinien zum Umgang mit sexuellem Missbrauch an. Ziel
sei es, diese in einigen Punkten zu verschärfen. Man wolle klären, ob die
Auswahl der Beauftragten der Diözesen verbessert werden könne, die, so wird
kritisiert, oftmals ranghohe Geistliche ohne hinreichende Unabhängigkeit seien.
Auch soll künftig auf ein frühzeitiges Einschalten der Staatsanwaltschaft in
Verdachtsfällen gedrängt werden. Hier bestehe Nachholbedarf, sagte Zollitsch. Dazu habe man eine Arbeitsgruppe eingesetzt, die
bis zum Sommer Vorschläge vorlegen solle.
Trierer Bischof Ackermann
Sonderbeauftragter
Der Trierer Bischof Stephan Ackermann
wurde zum besonderen Beauftragten für dieses Thema benannt. Ackermann sei ab
sofort bundesweiter Ansprechpartner für alle „Fragen im Zusammenhang des
sexuellen Missbrauchs Minderjähriger im kirchlichen Bereich“, sagte Zollitsch. Bei der in Bonn ansässigen Bischofskonferenz
werde eine Koordinationsstelle zur Untersuchung von Missbrauchsfällen und zur
Unterstützung der juristischen Strafverfolgung eingerichtet. Zudem werde die
Bischofskonferenz eine bundesweite Telefon-Hotline einrichten für Opfer.
Zum Streit der katholischen Kirche mit
Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP), die der
Kirchen mangelnden Willen zur Aufklärung vorgeworfen hatte, sagte Zollitsch, die Ministerin habe falsche Behauptungen aufgestellt;
sie habe die Rechtstreue der Kirche in Zweifel gezogen. Deshalb habe er am
Dienstag eine Frist von 24 Stunden zur Zurücknahme ihrer Äußerungen gesetzt,
die er am Mittwoch allerdings selbst wieder zurücknahm.Er
habe am Donnerstag einen Brief der Politikerin erhalten. Darin seien
Klarstellungen erfolgt, die die Kirche akzeptieren könne.
Ermittlungen in Ettal:
„Ein großer Komplex“ - In Zusammenhang mit den Missbrauchsfällen an der Schule
des Benediktinerklosters Ettal nahm die
Staatsanwaltschaft unterdessen Ermittlungen auf. Es sei ein
Ermittlungsverfahren gegen Angehörige des Klosters wegen sexuellen Missbrauchs
von Kindern eingeleitet worden, teilte die Staatsanwaltschaft München II am
Donnerstag mit. Die Taten des Verdächtigen seien nicht verjährt. Missbrauch
verjährt zehn Jahre nach der Volljährigkeit des Opfers. Wie viele Opfer es in Ettal insgesamt gebe, sei noch unklar. „Wir sind ganz am
Anfang unserer Ermittlungen“, sagte Oberstaatsanwältin Andrea Titz. „Es ist ein
großer Komplex. Wir können noch keine Auskunft geben, um wie viele potentielle
Beschuldigte es geht.“
Der Abt des Klosters, Barnabas Bögle, war bereits am Mittwoch zurückgetreten. Er übernahm
damit die Verantwortung dafür, dass in einem Fall möglichen Missbrauchs
Minderjähriger durch einen Mitbruder aus dem Jahr 2005 gegen die
innerkirchliche Meldepflicht verstoßen wurde. Am Dienstag hatte das Kloster Ettal das Ordinariat in München um Amtshilfe bei der
Aufarbeitung des Missbrauchs gebeten. Am Mittwoch schließlich war Bögle auf Ersuchen des Generalvikar des Erzbischofs von
München und Freising, Prälat Peter Beer, zurückgetreten. „Beim sexuellen
Missbrauch von Kindern und Jugendlichen kann es keine Toleranz geben“, sagte
Beer. „Ein Verschleiern, Vertuschen und auf die lange Bank schieben wäre nicht
hinnehmbar“, sagte Beer.
Der Sprecher des Erzbistum sagte der
Frankfurter Allgemeinen Zeitung am Donnerstag: „Es gibt zur rückhaltlosen
Aufklärung keine Alternative, wenn die Abtei als solche eine Zukunft haben
will.“ Auf Empfehlung der Erzdiözese setzte das Benediktinerkloster den
Rechtsanwalt Thomas Pfister als externen Sonderermittler ein. Faz.net 25
Alkohol und Kirche Der Saufteufel Im Weinberg des Herrn
Alkohol in der Fastenzeit: Auch nach
kirchlichen Maßstäben war das Verhalten von Margot Käßmann
nicht in Ordnung. Dabei hat die Figur des "versoffenen Pastors"
durchaus Tradition. Von Johan Schloemann
Die Häme ist schwer zu unterdrücken:
Die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland, die in der Afghanistan-Debatte
als strenge Moralapostelin wahrgenommen wurde, setzt
sich am Samstag nach Aschermittwoch sturzbetrunken ans Steuer ihres
Dienstwagens und fährt über Rot.
Allerdings muss erst einmal im Sinne
der protestantischen Laienpriesterschaft betont werden, dass nach christlichem
Verständnis wir alle Sünder sind und daher auch geistlichen Amtsträgern die
Vergebung ihrer Sünden gewährt werden kann. "Wer unter euch ohne Sünde
ist, der werfe den ersten Stein" - das schadenfrohe Zeigen auf die
Verfehlungen des anderen, das eigene Vollkommenheit unterstellt, ist
pharisäisch.
Entsprechend hat gerade die
hannoversche Landesbischöfin Margot Käßmann, die
geschieden ist und krebskrank war, ihre menschlichen Schwächen und Anfechtungen
immer wieder offen ausgestellt.
Der automatische Impuls, nach dem
Fehltritt den Rücktritt zu fordern, gehört insofern zunächst nicht der
kirchlichen, sondern der politischen Sphäre an, wo man von öffentlichen
Führungspersönlichkeiten "Konsequenzen" verlangt - ein Reflex, der sich
in diesem Fall gewiss dadurch noch verstärkt hat, dass Käßmann
häufig selbst mehr im Stil einer politischen als einer religiösen Führungsfigur
aufgetreten ist.
Nicht zuletzt diesem eher
politisch-medialen Selbstverständnis ist es wohl geschuldet, dass sie nun so
prompt von ihrem Amt zurückgetreten ist, anstatt erst einmal ein paar Tage
abseits der Bild-Zeitung zu beten, die Bibel zu lesen und sich selbst zu
prüfen.
Verkneifen wir uns also die
naheliegenden Witze - aus tiefem Glas schrei' ich zu Dir oder so etwas.
Gleichwohl ist die folgenreiche Alkoholfahrt von Hannover auch nach kirchlichen
Maßstäben eine krasse Erschütterung eines hohen moralischen Anspruchs.
Käßmanns
Vollrausch fällt in die Fastenzeit. Das Fasten vor Ostern ist - das scheint
vielen Kommentatoren entgangen zu sein - den Protestanten zwar gar nicht als
Pflicht auferlegt; so heißt es in Luthers und Melanchthons
Apologie zum Artikel 15 der Augsburgischen Konfession: "Gott will, dass
wir allzeit nüchtern und mäßig leben, und wie die Erfahrung gibt, so helfen
dazu nicht viele Fasttage."
Fasten als antikapitalistische Askese
Aber die Kirche, der Käßmann bis Mittwoch vorstand, hat sich das Fasten, also
eine typische Praxis altgläubiger Werkgerechtigkeit,
in den letzten Jahren immer mehr zu eigen gemacht - vom Wunsch getragen, die Ent-Ritualisierung im Protestantismus auszugleichen und ein
Bedürfnis nach lebensreformerischer Sinnsuche und antikapitalistischer Askese
zu befriedigen.
Daran nun musste sich eine
EKD-Ratsvorsitzende in der Passionszeit messen lassen. Käßmann
wurde am Samstag spätabends von der Polizei angehalten: da war schon seit
Mittwoch Fastenzeit. Und am verkaterten Morgen nach dem Vergehen, also am
Sonntag, der im Kirchenjahr Invokavit heißt und die Versuchung zum Bösen zum
Thema hat, wurde offiziell die diesjährige Fastenaktion der evangelischen
Kirche eröffnet: "7 Wochen ohne".
Die mitteilsame Bischöfin hat zudem in
der Fastenzeit des vergangenen Jahres dem Online-Sportmagazin
achim-achilles.de, das mit Spiegel Online kooperiert, ein Interview gegeben, in
dem sie sagte: "Fasten bringt eine Chance für einen neuen Blick auf das
Leben und unsere Welt mit sich. Es geht um eine Konzentration auf das, was
wirklich wichtig ist im Leben." Auf die Nachfrage des Magazins "Worauf
verzichten Sie gerade?" antwortete sie: "Ich verzichte auf
Alkohol." Nun ja.
Geist statt Alkohol
Alkohol und Religion haben seit jeher
ein ambivalentes Verhältnis. Einerseits hängen Kult und Rausch, Gottesdienst
und Fest, Spiritualität und Spiritus religionsgeschichtlich in vielen Kulturen
zusammen. Andererseits gibt es auch eine traditionelle Assoziation von
Heiligkeit und Abstinenz, ob im alten China, bei Zarathustra oder im Islam.
Im Christentum jedoch ist dieser
Widerspruch nie bis zum Letzten ausgetragen. So warnt im Neuen Testament der
Apostel Paulus in seinen Briefen an die verlotterten Städte der Mittelmeerwelt
zornig vor den "Werken des Fleisches", zu denen die Trunkenheit
gehört, die von der wahren Inspiration des Glaubens zu unterscheiden sei: "Und
saufet euch nicht voll Wein, daraus ein unordentlich Wesen folgt, sondern
werdet voll Geistes", heißt es im Epheserbrief.
In gleicher Weise verwahrt sich der
Apostel beim Pfingstwunder gegen den Vorwurf der Zaungäste, die lallenden
Christen seien "voll des süßen Weins": Nein, nicht betrunken seien
sie, sondern der Heilige Geist sei in sie gefahren.
Im Weinberg des Herrn
Zugleich aber wird das Evangelium
inmitten einer Weinkultur verkündet. Das Abendmahl ist ein Trinkritual, das den
Kirchenvätern der Spätantike einige Erklärungskunst abverlangte, wenn sie gegen
die Besäufnisse der Heiden als Ausdruck spätrömischer Dekadenz wettern wollten.
Jesus ärgert sich am Vorabend der
Kreuzigung im Garten Gethsemane über die schlafenden Jünger, die vom letzten
Abendmahl kommen und vom Wein schläfrig sind; doch es ist auch der Heiland
selbst, der das Gleichnis vom Weinberg erzählt und sich bei der Hochzeit von
Kana als wundersamer Weinproduzent betätigt. Allerdings war das eine Hochzeit,
und von einer Hochzeitsparty fährt man ja vernünftigerweise auch nicht mit dem
Auto nach Hause ...
"Gestraft mit diesem
Saufteufel"
Während nun der Katholizismus seine
spezielle Doppelmoral mit seinen bierbrauenden Mönchen entwickelte, hat der
Protestantismus sein eigenes schwankendes Verhältnis zum Thema.
Martin Luther hat in einer Predigt über
den 1. Petrusbrief in drastischen Worten das "Säuleben"
seiner Landsleute gegeißelt: So sei "Deutschland ein arm gestraft und
geplagtes Land mit diesem Saufteufel, und gar ersäuft in diesem Laster, dass es
sein Leib und Leben und dazu Gut und Ehre schändlich verzehret".
Absolute Enthaltsamkeit predigte (und
lebte) Luther aber keineswegs; was formelhaft unter dem Etikett
"nüchterner Protestantismus" läuft, bezieht sich auf eine
Demutshaltung und die Innerlichkeit des Gewissens, verdankt sich aber
hinsichtlich des Alkohols eher den calvinistischen und puritanischen
Verschärfungen des Protestantismus.
Die reformerischen Erweckungsbewegungen
seit dem 18. Jahrhundert gingen immer auch mit Abstinenzbewegungen einher, im
protestantischen Norden Europas und von dort mächtig ausstrahlend nach Amerika.
Dieser fromme Antialkoholismus, der auch die Arbeiterbewegung erfasste, hat bis
heute Spuren in der Gesetzgebung hinterlassen.
Mit solcher Null-Toleranz-Politik aber
hat der Protestantismus auch das vom Saufteufel gestellte Versuchungsproblem
radikalisiert - und so der Geschichte und Literaturgeschichte den versoffenen
Pastor des Nordens geschenkt. Immer wieder taucht diese Figur auf, das schönste
literarische Denkmal indes hat ihr wohl Selma Lagerlöf
mit ihrem 1891 erschienenen Erstlingsroman "Gösta Berling"
gesetzt.
Inspiration den
Weines
Der Pastor des Titels "hatte sich
derartig dem Trunk ergeben, dass er mehrere Wochen hindurch sein Amt nicht mehr
hatte versehen können", und so wird er im ersten Kapitel des Romans seines
Amtes im hohen Norden Schwedens enthoben, worauf er sich auf eine vagabundierene Sinn- und Liebessuche begibt (1924 verfilmt
mit Greta Garbo).
Während seines letzten Gottesdienstes
denkt sich dieser Gösta Berling: "Freilich hatte
er getrunken, aber wer hatte ein Recht, ihn deswegen anzuklagen? (...) Seiner
Meinung nach war er gerade so ein Pfarrer gewesen, wie sie ihn verdienten. Sie
tranken ja alle. Weswegen sollte er der einzige sein, der sich Zwang antat?
Der Mann, der seine Gattin begraben
hatte, betrank sich beim Leichenschmaus; der Vater, der sein Kind zur Taufe
gebracht hatte, hielt hinterher ein Saufgelage. Die Gemeinde trank auf dem
Heimweg von der Kirche, so dass die meisten berauscht waren, wenn sie zu Hause
anlangten. Für die war ein versoffener Pfarrer gut genug."
Der Bischof, der Gösta Berling in Lagerlöfs Roman
trotzdem wegen seines Trinkens entließ, sah das anders. Und auch für Margot Käßmann war die Kraft des Anspruchs, dass die geistliche
Inspiration des Glaubens in einem prominenten Kirchenamt nicht von der
fleischlichen Inspiration des Weines ersetzt werden darf, zu stark, zumal sie
mit der Gefährdung anderer verbunden war. Nun wird sie an weniger
verantwortlicher Stelle im Weinberg des Herrn arbeiten müssen. SZ 25
Evangelische Kirche in Deutschland. Wahl des Käßmann-Nachfolgers im Herbst
Die Evangelische Kirche in Deutschland
(EKD) will im Herbst den Nachfolger der zurückgetretenen Ratsvorsitzenden,
Landesbischöfin a.D. Margot Käßmann, wählen. Bis
Synode und Kirchenkonferenz Anfang November in Hannover zusammentreten, werde
wie in der Grundordnung der EKD vorgesehen der stellvertretende Ratsvorsitzende
und rheinische Präses Nikolaus Schneider die EKD
führen, sagte ein Kirchensprecher am Mittwoch in Hannover. Präses
Schneider sagte, an der Spitze der EKD solle künftig wieder ein profilierter
Theologe stehen. Über eigene Ambitionen äußerte sich der 62 Jahre alte
Schneider nicht.
Frau Käßmann
war am Mittwoch von allen Ämtern zurückgetreten, nachdem sie am Samstag mit
1,54 Promille Alkohol im Blut beim Überfahren einer roten Ampel angehalten
worden war. Der Kirchensenat der Evangelisch-Lutherischen Landeskirche in
Hannover wollte am Donnerstagabend zusammenkommen, um aus dem Kreis der fünf
amtierenden Superintendenten der größten Landeskirche einen Bischofsvikar zu
bestimmen, der Käßmanns Aufgaben übernimmt.
Schneider bekräftigte Kritik an
Westerwelle
Nikolaus Schneider kündigte am
Donnerstag an, weiterhin zu Themen wie dem Afghanistan-Einsatz der Bundeswehr
Stellung zu nehmen, zu denen sich die Ratsvorsitzende Käßmann
geäußert hatte. Eine zentrale Frage sei zudem, „wie es in unserem Land sozial
weitergeht“. Schneider bekräftigte dabei seine Kritik an Guido Westerwelles
(FDP) Äußerungen zu Hartz IV. Der FDP-Vorsitzende zeichne ein falsches Bild von
Menschen, die auf staatliche Unterstützung angewiesen seien. Dem Westdeutschen
Rundfunk sagte Präses Schneider, innerkirchlich sei
eine Hauptaufgabe, den vom früheren Ratsvorsitzenden Huber angestoßenen
Reformprozess fortzuführen, der nun „in den Gemeinden ankommen“ müsse.
Die Präses
der EKD-Synode, die Grünen-Politikerin und Vizepräsidentin des Bundestages,
Katrin Göring-Eckardt, kündigte an, die EKD wolle fortsetzen, was Margot Käßmann angestoßen habe. „Da geht es um Aufbruch, darum,
dass wir politisch unbequem bleiben werden, dass Kirche sich auch als Mahnerin
versteht.“ Reinhard Bingener Faz
26
Zollitsch: Alternde Gesellschaft als Herausforderung
1900 waren fünf Prozent der Bevölkerung
in Deutschland 60 Jahre und älter, heute sind es 26 Prozent, 2050 werden es
über 38 Prozent sein. Nüchterne Zahlen, in denen sich die gesellschaftliche
Realität einer alternden Gesellschaft zeigt. Weil dies natürlich auch die
Kirchen betrifft, befasste sich die deutsche
Bischofskonferenz an einem Studientag mit dieser Frage.
Zunächst sei natürlich klar und
deutlich zu sagen, dass das Alter ein Geschenk ist, von dem nicht nur der
alternde selbst, sondern auch seine Umwelt profitieren. So Erzbischof Robert Zollitsch zu diesem Studientag. Er fügte aber auch hinzu:
„Bei allen Chancen des Alters kommen
wir dennoch nicht umhin festzustellen: das Phänomen der alternden Gesellschaft
bringt Herausforderungen mit sich uns ist oft auch eine Last für den Einzelnen,
für die Gesellschaft die mehr investieren muss für Pflege und Betreuung und für
die Kirche in der Herausforderung in der Pastoral. Das ist für den Einzelnen
nicht leicht zu akzeptieren – zumal in einer auf Leistung und Jugendlichkeit
getrimmten Gesellschaft. Das zu akzeptieren ist nicht einfach in einer Zeit, in
der zwar die meisten das Ziel haben, alt zu werden, aber kaum jemand
eingesteht, alt zu sein.“
Der Vorsitzende der Caritas-Kommission
der Bischofskonferenz, Bischof Joachim Reinelt, fügt hinzu:
„Wir betrachten die ältere Generation
nicht als eine Abwrack-Generation, sondern als eine mit besonderen Fähigkeiten,
mit Lebenserfahrung, mit Weisheit und ich denke, dass das für den Dienst der
Kirche besonders wichtig ist, denn Kirche ist immer Mehrgenerationenhaus
gewesen. Wir haben nie nur die in er Öffentlichkeit ansehnlichen Generationen
ins Blickfeld gerückt sondern eben alle, von A bis Z.“
Eine Aufgabe besonders der Kirche sei,
so Reinelt weiter, vor allem die letzten Fragen des Lebens zu begleiten und
nicht zu verdrängen. Kirche habe die Aufgabe,
„Mutig die Ordnung des Lebens mit der
Ordnung des Todes zu konfrontieren. In ganz bestimmten Lebenssituationen des
Alterns hat man den Mut leichter und stellt sich diesen Fragen. Ich denke, da
ist Kirche ganz besonders herausgefordert zu helfen, ehrlich zu diesen Fragen
zu stehen. In der heutigen Zeit, in der das Leben und die Gesundheit scheinbar
nur noch in der menschlichen Verfügungsgewalt liegen, werden Sterben und Tod
als Scheitern erlebt und zunehmend verdrängt.“
Dabei sei die Würde des Menschen in
jedem Augenblick des Lebens gegeben, nicht auf die Länge, auf die Fülle des
Lebens käme es an. Ein weites Feld, für das die heutigen Beratungen sicherlich
nicht mehr als ein Schritt sein können. (rv 25)
Missbrauchsfälle im Kloster Ettal. „Es ist ein großer Komplex“
In Zusammenhang mit den Missbrauchsfällen
an der Schule des Benediktinerklosters Ettal
ermittelt nun die Staatsanwaltschaft. Es sei ein Ermittlungsverfahren gegen
Angehörige des Klosters wegen sexuellen Missbrauchs von Kindern eingeleitet
worden, teilte die Staatsanwaltschaft München II am Donnerstag mit.
Insbesondere ein Kloster-Angehöriger stehe im Verdacht, sich an mehreren
Kindern vergangen zu haben.
Die Erzdiözese München und Freising
rief die Benediktinerabtei zur rückhaltlosen Aufklärung auf. „Beim sexuellen
Missbrauch von Kindern und Jugendlichen kann es keine Toleranz geben“, sagte
der Generalvikar des Erzbischofs von München und Freising, Prälat Peter Beer.
Am Mittwoch war der Ettaler Abt Barnabas Bögle auf Beers Ersuchen hin von seinem Amt zurückgetreten.
Taten noch nicht verjährt - Bögle übernahm damit die Verantwortung dafür, dass in einem
Fall möglichen Missbrauchs Minderjähriger durch einen Mitbruder aus dem Jahr
2005 gegen die innerkirchliche Meldepflicht verstoßen wurde. Die bischöflichen
Leitlinien von 2002 sehen laut Ordinariat eine Meldepflicht an den zuständigen
Bischofsbeauftragten unabhängig davon vor, ob auch tatsächlich ein Missbrauch
vorliegt.
Laut Staatsanwaltschaft sind die Taten
des beschuldigten Kloster-Angehörigen nicht verjährt. Missbrauch verjährt zehn
Jahre nach der Volljährigkeit des kindlichen Opfers. Wie viele Missbrauchsfälle
und wie viele Opfer es in Ettal insgesamt gibt, ist
noch unklar. „Wir sind ganz am Anfang unserer Ermittlungen“, sagte
Oberstaatsanwältin Andrea Titz. „Es ist ein großer Komplex. Wir können noch
keine Auskunft geben, um wie viele potentielle Beschuldigte es geht.“
Trierer Bischof Ackermann Beauftragter
für Missbrauchsfälle
Unterdessen hat die Katholische Kirche
den 46 Jahre alten Trierer Bischof Stephan Ackermann als Sonderbeauftragten für
sexuelle Missbrauchsfälle eingesetzt. Er sei ab sofort bundesweiter
Ansprechpartner für alle „Fragen im Zusammenhang des sexuellen Missbrauchs
Minderjähriger im kirchlichen Bereich“, sagte der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, zum
Abschluss der Frühjahrsvollversammlung in Freiburg.
Bei der in Bonn ansässigen
Bischofskonferenz werde eine Koordinationsstelle zur Untersuchung von
Missbrauchsfällen und zur Unterstützung der juristischen Strafverfolgung
eingerichtet. Zudem werde die Bischofskonferenz eine bundesweite
Telefon-Hotline einrichten für Opfer. Außerdem sollen die aus dem Jahre 2002
stammenden kirchlichen Leitlinien zur Untersuchung von sexuellem Missbrauch
Minderjähriger durch Geistliche bis zum August überarbeitet werden. Dabei solle
insbesondere das Vorbeugen solcher Fälle gestärkt werden. Faz.net 25
Reinelt: Caritas für Kirche unverzichtbar
Soziales Engagement für Arme, Kranke
und Schwache ist für den Dresdner Bischof Joachim Reinelt eine wesentliche
Aufgabe der Kirche. „Zuwendung zum Menschen ist gleichzeitig Annäherung an
Gott“, sagte Reinelt am Mittwochmorgen im Freiburger Münster.
Caritas preisgeben, hieße Gott
preisgeben. Mit diesen Worten hat der Bischof von Dresden-Meißen, Joachim
Reinelt, in seiner Predigt an diesem Mittwoch zu tätiger Nächstenliebe
aufgerufen. Während der Frühjahrsvollversammlung der deutschen Bischöfe in
Freiburg nannte er Mutter Theresa als Beispiel dafür, in Sterbenden und
Leidtragenden den Gekreuzigten zu sehen und ihnen in Liebe zu begegnen. Wie
sich Gott zu den Armen und Schmerzbeladenden hinein in die Welt begeben habe,
müssten auch die Menschen den Schwierigkeiten der Welt annehmen, so Reinelt.
Das belege schon das Johannesevangelium. Als Beispiel nannte der Bischof die
Zivildienstleistenden, die mit ihren Hilfsdiensten zu einer tieferen
Gemeinschaft unter den Menschen beitrügen.
Kirche dürfe sich dabei nicht durch
Geldmangel oder andere Probleme entmutigen lassen. Träger und Mitarbeiter im
sozialen Bereich stünden in der Pflicht, für jede einzelne Einrichtung zu
kämpfen, so Bischof Joachim Reinelt. Caritas sei nicht nur ein „professionelles
Sozialprogramm“ der Kirche, sondern „Gottesbegegnung“, sagte er. Bei einem Studientag
ging es an diesem Mittwoch um die Folgen des demografischen Wandels und die
alternde Gesellschaft. Aus Forschung und Praxis berichteten der Heidelberger
Alterswissenschaftler Andreas Kruse sowie der Präsident des Deutschen
Caritasverbandes, Peter Neher. Das Ergebnis der Debatten über den
Missbrauchsskandal in kirchlichen Einrichtungen wollen die Bischöfe in einer
Abschlusserklärung am Donnerstag vorlegen. (pm/kna) 25
Evangelische Kirche. Amt und Person
Das Scheitern Margot Käßmanns an der Spitze der Evangelischen Kirche in
Deutschland ist eine menschliche Tragödie. Die Erklärung, mit der die
Ratsvorsitzende ihren Amtsverzicht begründete, ließ alle Häme und
Selbstgerechtigkeit verstummen. Sie hat eingesehen, dass ihre moralische
Autorität durch die Trunkenfahrt beschädigt ist, und
daraus die Konsequenz gezogen, von allen kirchlichen Ämtern zurückzutreten. Das
verdient hohe Anerkennung. Anders als man es bei Rücktritten von politischen
Ämtern schon erlebt hat, schwang sogar eine gewisse Erleichterung darüber mit,
von der Last der beiden Aufgaben und der ständigen Beobachtung befreit zu
werden.
Mit ihrem Rücktritt hat Frau Käßmann jene Identifikation von Amt und Person aufgehoben,
die sie zuvor gelebt hat, auch in ihrem Bischofsamt in Hannover. Erst im Abgang
ist sie als Person im wahrsten Sinne des Wortes hinter die Würde des Amtes
zurückgetreten.
Zwischen dem katholischen und dem
reformatorischen Amtsverständnis besteht eine wesentliche Differenz: Die
evangelische Kirche unterscheidet Amt und Person. Das Amt beruht in ihr nicht
auf der geweihten Person, sondern allein auf der Botschaft, die der Amtsträger
zu verkündigen hat. Deshalb hat Luther das Sakrament der Priesterweihe
fallenlassen und gesagt: „Alle Christen sind wahrhaftig geistlichen Stands, und
ist außer ihnen kein Unterschied denn des Amts halben allein.“ Er hat darauf
beharrt, zwischen Amt, Person und deren Missbrauch des Amtes zu unterscheiden.
Und er wusste, dass darin auch eine Entlastung liegt, vor allem ein Schutz vor
Selbstüberforderung.
Das heißt konkret, dass die das Amt
ausübende Person keinen Gegenkommentar zu dem schreiben kann, was das Amt
repräsentiert. In einer personalisierten Medienwelt, die geradezu davon lebt,
dass Person und Amt – auch und gerade im politischen Bereich – identifiziert
werden, wird es zunehmend schwierig, die protestantisch grundlegende
Unterscheidung von Amt und Person aufrechtzuerhalten, also ein leitendes
geistliches Amt nicht zur Selbstprofilierung zu nutzen. Davon war auch Käßmanns Amtsvorgänger Huber nicht frei. Allerdings hat er
es verstanden, theologische Themen zu setzen und mit intellektueller Präsenz
und rhetorischer Gewandtheit in gesellschaftliche Debatten einzugreifen.
Niemand wird ihm vorwerfen können, dass die Person das Amt gewissermaßen verdrängt
hätte.
Frau Käßmann
ist zum Verhängnis geworden, dass sie ihr Privatleben und ihre Person von
Anfang an in die Medienöffentlichkeit gezogen hat und die vollständige
Identifikation mit ihrem Amt selbst betrieben hat. Dabei ist ein Bischof in der
evangelischen Kirche ohnehin nichts anderes als ein Primus inter
Pares, also ein Pfarrer mit Leitungsaufgaben. Wo
andere von der Kirche gesprochen hätten, hat Frau Käßmann
„ich“ gesagt. Sie hat versucht, über ihre Menschlichkeit und die Brüche in
ihrem Leben ihre persönliche Überzeugungskraft zu stärken, sie hat von der
gezielten Instrumentalisierung der medialen Öffentlichkeit profitiert, sich in
die Sphäre von Politikern und Schauspielern begeben, und sie ist darüber
gefallen.
Frau Käßmann
ist nicht die einzige Kirchenvertreterin, die moralische Appelle in das Zentrum
religiöser Kommunikation gestellt hat. Ganz gleich, ob es um
Ladenöffnungszeiten, Weihnachtsartikel zur Unzeit, Halloween, den Umgang mit
Drogen und Alkohol oder Afghanistan und eine historische Bewertung des Zweiten
Weltkriegs ging, sie war um keinen Rat und auch um kein moralisches Urteil
verlegen. Dieser hohe Anspruch an moralische Integrität war schon immer die
Stärke der charismatisch Begabten, zugleich aber ihre größte Schwäche. Denn sie
müssen sich gefallen lassen, selbst an ihm gemessen zu werden.
Kirche bringt sich um spezifische
Deutungskompetenz
Dass die moralischen Appelle in beiden
Kirchen vorherrschen, ist nicht nur mit theologischer Argumentationsschwäche zu
erklären. Inmitten einer Übermoralisierung des
Politischen ist es für die Kirche schwieriger geworden, sich dem Sog der Rat
und Orientierung Suchenden zu entziehen. Sie soll Antworten auf zentrale
Lebensfragen geben. Doch die Verkürzung von Religion auf Moral oder Metaphysik
(Schleiermacher) ist theologisch fragwürdig. Als Ratgeberreligion
wird der ohnehin durch Selbsttrivialisierung gefährdete Protestantismus nicht
bestehen.
Die Evangelische Kirche in Deutschland
muss jetzt nicht nur einen neuen Ratsvorsitzenden finden, sondern auch einen
Nachfolger für den derzeit amtierenden Präsidenten des Kirchenamtes, Hermann
Barth, der ruhige Nachdenklichkeit mit theologischer Substanz verbindet und im
Sommer in den Ruhestand geht. Vielleicht hat die EKD selbst – verführt von der
medialen Präsenz Bischof Hubers – zu sehr auf öffentliche Wirksamkeit gesetzt.
Möglicherweise braucht sie inmitten der umtriebigen Kampagnenpolitik mit hohem
Aufmerksamkeitswert und geringer Langzeitwirkung eine bodenständige
theologische Sachlichkeit. Die Identifikation von Amt und Person mag ihr zwar
Popularität und Anziehungskraft einbringen, doch der Preis dafür ist hoch. Die
Kirche bringt sich um ihre spezifische Deutungskompetenz. Von Heike Schmoll Faz 25
Taugt Margot Käßmann zum Vorbild? Pro und Kontra
Selbst im Scheitern ist Margot Käßmann noch ein Vorbild, ist derzeit oft zu hören. Nein,
zurücktreten hätte sie nicht dürfen, wird dem entgegnet. VON M. HAUSER & P.
BEUCKER
PRO - Eine aktiv Handelnde im Protest
gegen Ungerechtigkeiten - das ist Margot Käßmann ohne
jeden Zweifel.
Margot Käßmann
denkt in einer politischen Differenziertheit, die Widersprüche unserer Zeit
nicht leugnet und die Zukunftsbilder aufzeigt. Sie orientiert sich an
Lebendigkeit, an positiver Veränderung und nicht an Machtansprüchen vieler
politischer oder religiöser Eliten.
Mit ihrem Handeln brachte sie immer
wieder auch ihre Person ins Spiel, sie stellte sie umfassend mit ihrer
Lebenswirklichkeit in die öffentliche Diskussion. Mit dieser Kraft - für mich
eine feministische - erreichte sie viele, die auf der Suche nach wirklichen
Alternativen waren. Das nenne ich Vorbild.
Darin war und ist sie auch ein Modell
für die unzähligen Frauen, die ehrenamtlich die elementare Arbeit vieler
Gemeinden erst ermöglichen, wie auch Vorbild für jene, die sich einsetzen gegen
Gewalt und für soziale Gerechtigkeit - all das hat die Bischöfin als
solidarische Partnerin in die Sichtbarkeit und Würdigung geholt.
Trotz ihres Rücktritts wird sie auch
weiterhin ein Vorbild darin sein, den Mund aufzumachen, radikal Unrecht zu
benennen, die Missstände an ihrer Wurzel zu packen: wenn PolitikerInnen
mit Hetze gegen Minderheiten oder Hartz-IV-EmpfängerInnen
auf schamlosen Stimmenfang gehen, wenn Regierungen uns die Aufstockung von
Militär zur Befriedung der gebeutelten afghanischen Bevölkerung als neue
Strategie verkaufen.
Auf welche weiteren Vorbilder können
wir jetzt bauen? Kann sie vielleicht auch Vorbild sein für jene, die ihren
Rückzug bedauern: um sich selbst auf den Weg zu machen?
Auch Vorbilder machen Fehler, das zu
erkennen korrigiert unsere Projektionen. Doch auch im Scheitern ist Margot Käßmann ein Vorbild.
Ob wir es protestantische Ethik nennen
oder einfach konsequent - sie bleibt sich treu, sie ist wahrhaftig in ihrem
Handeln, in ihrem Respekt vor sich selbst.
So, liebe Politiker, so, verehrte
katholische Bischöfe, wäre es möglich, mit Fehlern umzugehen.
Monika Hauser ist Gründerin von medica mondiale. 2008 erhielt sie
den Alternativen Nobelpreis.
KONTRA - Margot Käßmanns
Rückzug ist menschlich verständlich. Aber ein Fehler bleibt er trotzdem. Denn
sie hat damit denjenigen einen allzu großen Gefallen getan, die eine
selbstbewusste Frau an der Spitze der EKD stets als ärgerlichen Betriebsunfall
empfanden - egal ob besoffen oder nüchtern. An den erzkonservativen
Christenstammtischen beider Konfessionen dürften nach ihrer Entscheidung die
Sektkorken geknallt haben.
Alice Schwarzer hat recht: Ein Mann in
der Lage wäre nicht zurückgetreten! Etliche Beispiele belegen das. Der
CSU-Politiker Otto Wiesheu etwa hielt es nicht einmal für nötig, sein
Landtagsmandat zurückzugeben, nachdem er volltrunken mit 1,75 Promille einen
Autounfall verursacht hatte, bei dem er einen Menschen tötete. Später stieg er
auf bis zum bayerischen Staatsminister für Wirtschaft, Technologie - und
Verkehr.
Margot Käßmann
hat keinen Unfall verursacht, niemand ist zu Schaden gekommen. Das entschuldigt
ihr Fehlverhalten nicht. Die Vorzeigeprotestantin hat eine Straftat begangen
und wird dafür die juristischen Konsequenzen zu tragen haben. Aber hat sie
deshalb bereits ihre Glaubwürdigkeit als moralische Instanz verloren? Zu der
habe sich die couragierte Kirchenfrau zu lauthals, zu selbstverliebt
aufgeschwungen, hieß es - als würde eine Fahrt im betrunkenen Zustand ihre
Kritik an dem Krieg in Afghanistan oder an Hartz IV delegitimieren!
Leider scheint Käßmann
selbst dieser absurden Auffassung zu sein. Ihre "Freiheit, ethische und
politische Herausforderungen zu benennen und zu beurteilen", wäre künftig
eingeschränkt gewesen, sagte sie in ihrer Rücktrittserklärung. Wenn die
katholischen Bischöfe oder der Papst mit einer solchen Begründung persönliche
Konsequenzen aus ihrer Verstrickung in die jahrzehntelange Vertuschung von
Kindesmissbrauch ziehen würden, hätte das in der Tat Vorbildcharakter. Bei Käßmanns Rücktritt ist das leider nicht der Fall. Die
Maßstäbe dürfen nicht verschwimmen. Es wäre besser gewesen, sie hätte dem Druck
standgehalten. Da sollte die Kirche doch bitte schön im Dorf bleiben.
Pascal Beucker
ist Autor von "Endstation Rücktritt. Warum deutsche Politiker
einpacken". Taz 26
Deutschland: Bedauern und Respekt
Mit Bedauern und Respekt haben
katholische und evangelische Kirchenvertreter den Rücktritt von Margot Käßmann aufgenommen. Die 51-jährige Theologin trat am Mittwochnachmittag
mit sofortiger Wirkung von ihrem Amt als Ratsvorsitzende der Evangelischen
Kirche in Deutschland (EKD) zurück. Zugleich legte sie mit sofortiger Wirkung
ihr Amt als hannoversche Landesbischöfin nieder. In der Pressekonferenz in
Hannover sagte Käßmann:
„Ich war mehr als 10 Jahre mit Leib und
Seele Bischöfin und habe all meine Kraft in diese Aufgabe gegeben. Ich bleibe
Pastorin der hannoverschen Landeskirche. Ich habe 25 Jahre nach meiner
Ordination vielfältige Erfahrungen gesammelt, die ich gern an anderer Stelle
einbringen werde.“
Die Spitzen der evangelischen Kirche
hatten sich noch am Mittwochmorgen hinter Käßmann
gestellt. Darunter auch Nikolaus Schneider, der Präses
der rheinischen Landeskirche. Er wird als Käßmanns
Stellvertreter die Amtsgeschäfte zunächst kommissarisch weiterführen, wie die
evangelische Kirche mitteilte. Im Interview mit dem Kölner Domradio
sagte er:
„Ich bin wirklich betroffen, denn wir
haben eine gute und vertrauensvolle Zusammenarbeit in dieser beginnenden Amtsperiode
von Frau Käßmann und mit mir als ihrem Stellvertreter
entwickelt. Einmütig hatte wir ihr gesagt: Wir sprechen dir das Vertrauen aus
und du wirst die richtige Entscheidung treffen. Weit überwiegend haben wir
gesagt: Wir wollen und können mit dir auch weiterarbeiten als Ratsvorsitzende.“
(rv/domradio 25)
Missbrauch an katholischen Schulen ''Wir stehen ganz am Anfang''
Die Idylle bröckelt: Nach dem Rücktritt
des Abts Barnabas Bögle hat die Staatsanwaltschaft München
nun ein Ermittlungsverfahren gegen Angehörige der Klosterschule Ettal eingeleitet.
Im Missbrauchsskandal an der Schule des
Benediktinerklosters Ettal ermittelt nun die
Staatsanwaltschaft. Es sei ein Ermittlungsverfahren gegen Angehörige des
Klosters wegen sexuellen Missbrauchs von Kindern eingeleitet worden, teilte die
Staatsanwaltschaft München II an diesem Donnerstag mit. Insbesondere ein
Klosterangehöriger stehe im Verdacht, sich an mehreren Kindern vergangen zu
haben. Die Erzdiözese München und Freising rief die Benediktinerabtei zur
rückhaltlosen Aufklärung auf. "Beim sexuellen Missbrauch von Kindern und
Jugendlichen kann es keine Toleranz geben", sagte der Generalvikar des
Erzbischofs von München und Freising, Prälat Peter Beer, laut Mitteilung. Am
Mittwoch war der Ettaler Abt Barnabas Bögle auf Beers Ersuchen hin von seinem Amt zurückgetreten.
Bögle
übernahm damit die Verantwortung dafür, dass in einem Fall möglichen
Missbrauchs Minderjähriger durch einen Mitbruder aus dem Jahr 2005 gegen die innerkirchliche
Meldepflicht verstoßen wurde. Die bischöflichen Leitlinien von 2002 sehen laut
Ordinariat eine Meldepflicht an den zuständigen Bischofsbeauftragten unabhängig
davon vor, ob auch tatsächlich ein Missbrauch vorliegt.
Laut Staatsanwaltschaft sind die Taten
des beschuldigten Klosterangehörigen nicht verjährt. Missbrauch verjährt
demzufolge zehn Jahre nach der Volljährigkeit des kindlichen Opfers. Wie viele
Missbrauchsfälle und wie viele Opfer es in Ettal
insgesamt gibt, ist noch unklar. "Wir sind ganz am Anfang unserer
Ermittlungen", sagte Oberstaatsanwältin Andrea Titz. "Es ist ein
großer Komplex. Wir können noch keine Auskunft geben, um wie viele potenzielle
Beschuldigte es geht." Generalvikar Beer verlangte, das Kloster müsse nun
von sich aus unnachgiebig aufklären und die Vorwürfe aufarbeiten. "Dabei
darf es nicht nur um jahrzehntelang zurückliegende Vorfälle gehen, die heute
kaum mehr strafrechtlich verfolgt werden können. Sondern es muss auch die Frage
beantwortet werden, ob gegebenenfalls bis in die jüngste Vergangenheit
Verfehlungen begangen wurden und Versäumnisse vorliegen." Zudem müsse
erklärt werden, wie mit Verdächtigen und Tätern verfahren wurde und ob diese
dann konsequent von Kindern und Jugendlichen ferngehalten wurden.
Die Erzdiözese leistet seit Montagabend
Amtshilfe bei der Aufarbeitung in Ettal. "Ein
Verschleiern, Vertuschen und auf die lange Bank schieben wäre nicht
hinnehmbar", erklärte Beer. "Wir fordern volle Transparenz."
Seit Wochen wird die katholische Kirche in Deutschland von zahlreichen
Missbrauchsskandalen erschüttert. Mittlerweile haben sich weit über 100 Opfer
gemeldet. Dpa 25
Missbrauchsfälle. Anzeige gegen Zollitsch
Im Streit über die Missbrauchsfälle in
katholischen Einrichtungen hat der Anwalt eines Opfers Strafanzeige gegen
Erzbischof Robert Zollitsch und seinen Vorgänger im
Amt des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Karl Kardinal Lehmann,
gestellt. Die Staatsanwaltschaft solle ein Ermittlungsverfahren wegen
Strafvereitelung einleiten, sagte Rechtsanwalt Christian Sailer aus dem
fränkischen Marktheidenfeld am Mittwoch. Dabei berief er sich auf den von
Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) geäußerten
Verdacht, die Verantwortlichen in der katholischen Kirche hätten nicht ausreichendes
Interesse an einer lückenlosen Aufklärung.
Unterdessen gab es bei der
Auseinandersetzung zwischen der Justizministerin und der Deutschen
Bischofskonferenz erste Entspannungssignale. Der Konferenzvorsitzende,
Erzbischof Robert Zollitsch, sagte am Mittwoch in
Freiburg, der angekündigte Brief von Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP)
in der Sache zeige, dass die Ministerin das Gespräch suche, es aber nicht in
der Öffentlichkeit führen wolle. Offensichtlich auf Drängen von Bundeskanzlerin
Angela Merkel (CDU) soll es auch zu einem Gespräch zwischen den Kontrahenten
kommen.
Ein Sprecher der Ministerin erklärte,
Leutheusser-Schnarrenberger halte an ihrer am Montag geäußerten Kritik am
kirchlichen Umgang mit Missbrauchsfällen fest. Danach hatte die Bischofskonferenz
sie ultimativ zu einer Korrektur aufgefordert.
Zollitsch
bewertete es als positiv, dass die Ministerin in einem Radio-Interview vom
Mittwoch ihre Aussagen teilweise korrigiert habe. Leutheusser-Schnarrenberger
erklärte, ihr sei nicht an einem Schlagabtausch gelegen, wohl aber an einem
besseren Umgang der Kirche mit Missbrauchsfällen. Zugleich betonte sie, es
reiche nicht, wenn die Kirche nur bei erwiesenen Missbrauchsfällen zur
Selbstanzeige auffordere oder die Behörden einschalte. Die Liberale plädierte
für eine Verschärfung der Kirchen-Richtlinien von 2002.
Unterdessen trat der Abt an der Schule
des Benediktinerklosters Ettal zurück. Dort hatte es
zwischen 1950 und 1990 Missbrauchsfälle gegeben. Der Abt Barnabas Bögle übernehme die Verantwortung dafür, dass in einem Fall
möglichen Missbrauchs gegen innerkirchliche Meldepflichten verstoßen worden
sei, hieß es. (kna/dpa 25)
Missbrauchsfälle in Kirche. Auch Schulleiter von Kloster Ettal tritt zurück
Im Missbrauchsskandal an der Schule des
Benediktinerklosters Ettal (Kreis
Garmisch-Partenkirchen) tritt nach dem Abt auch der Prior der Abtei und Leiter
der Klosterschule, Pater Maurus Kraß,
zurück. Das teilte das Erzbischöfliche Ordinariat München am Freitag mit.
Er übernehme damit wie Abt Barnabas Bögle die Verantwortung dafür, dass in Ettal
bei möglichen Missbrauchsfällen Minderjähriger durch Klosterangehörige gegen
die innerkirchliche Meldepflicht verstoßen wurde, hieß es in der Mitteilung.
Konkret gehe es um Missbrauchsvorwürfe
aus den Jahren 2003 und 2005. Pater Maurus habe es
jeweils unterlassen, den Bischöflichen Beauftragten der Erzdiözese über die
Vorwürfe zu unterrichten, hieß es. Die bischöflichen Leitlinien von 2002 sehen
laut Ordinariat eine Meldepflicht an den zuständigen Bischofsbeauftragten
unabhängig davon vor, ob auch tatsächlich ein Missbrauch vorliegt. Abt Barnabas
Bögle war bereits am Mittwoch auf Ersuchen des
erzbischöflichen Generalvikars Peter Beer von seinem Amt zurückgetreten.
Im Ettaler
Missbrauchsskandal ermitteln inzwischen sowohl die Staatsanwaltschaft München
II als auch ein eigener Sonderermittler. Der vom Kloster eingesetzte
Rechtsanwalt Thomas Pfister soll bereits bis Freitag kommender Woche einen
ersten Sachstandsbericht vorlegen, der auch
öffentlich gemacht werden soll. Laut Staatsanwaltschaft steht insbesondere ein
Klosterangehöriger im Verdacht, sich an mehreren Kindern vergangen zu haben.
Man sei aber ganz am Anfang der Ermittlungen, hieß es dort. Auch wie viele
Missbrauchsfälle und wie viele Opfer es in Ettal
insgesamt geben könnte, sei noch unklar. Dpa 26
Katholiken-Initiative "Wir sind Kirche". "Das Schiff droht zu sinken"
Christian Weisner
von der katholischen Initiative "Wir sind Kirche" sieht angesichts
des Missbrauchsskandals dringenden Reformbedarf - und die Gefahr von
Rückschlägen. Der 59-Jährige ist einer der drei Initiatoren der
Kirchenvolksbewegung "Wir sind Kirche". Er ist Mitglied im Bundesteam
der Kirchenvolksbewegung und deren Sprecher. Seit 2005 lebt er in Dachau.
taz: Herr Weisner,
ist es Zeit für ein neues Konzil?
Christian Weisner:
Nein, denn zunächst einmal müsste es darum gehen, die Beschlüsse des letzten
Konzils konsequent umzusetzen. Denn nach dem Reformkonzil hat es leider viele
Rückschläge gegeben. Zudem gibt es die berechtigte Befürchtung, dass es mit den
derzeitigen Bischöfen und Kardinälen eine sehr viel konservativere Ausrichtung
geben könnte. Ein neues Konzil würde einen noch größeren Rückschlag bedeuten.
Das heißt: Sie trauen der Spitze der
römisch-katholischen Kirche derzeit keine Reformbereitschaft zu?
Nur wenn beim nächsten Konzil auch
Laien, vor allem auch Frauen, also das gesamte Kirchenvolk, beteiligt sind,
könnte es in der katholischen Kirche zu den Veränderungen kommen, die notwendig
sind. Doch dafür kann ich momentan keine Bereitschaft erkennen.
Nach den jüngsten Missbrauchsskandalen
steht der Vatikan unter Druck. Wird das nicht dazu führen, dass die
Kirchenspitze zumindest beim Thema Sexualmoral umdenken wird?
Es wäre schön, wenn ich diese Hoffnung
hätte. Doch die Realität ist eine andere. Als wir vor 15 Jahren das
Kirchenvolksbegehren initiierten und eine Erneuerung der römisch-katholischen
Kirche forderten, war der Auslöser ebenfalls der Vorwurf des sexuellen Missbrauchs.
Damals ging es um den Wiener Kardinal Hermann Groër.
Seit acht Jahren haben wir die Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz
vorliegen. Trotzdem werden immer wieder Fälle bekannt, in denen die
Kirchenspitze zu vertuschen versuchte.
Wie erklären Sie sich das?
Ich sehe darin ganz klar ein
strukturelles Problem der römisch-katholischen Kirche, das sie aber nicht
erkennen mag. Wenn ein Priester der Täter ist, ist das schlimm genug. Wenn
dahinter aber eine Institution steckt, die die Täter - bewusst oder unbewusst -
schützt, dann ist das ein Skandal. Der Kirchenspitze muss klar werden:
Sexueller Missbrauch ist kein Kavaliersdelikt. Und es handelt sich auch in der
katholischen Kirche nicht um Einzelfälle.
Immerhin gab es nun bei der Deutschen
Bischofskonferenz Worte des Bedauerns.
Die abgelesene Entschuldigung von
Erzbischof Robert Zollitsch wird den Opfern wohl
nicht ausreichen. Besser wäre es gewesen, wenn er um Vergebung gebeten und
deutlich gemacht hätte, was an Umkehr vonseiten der Kirche auch tatsächlich
getan wird. Ich befürchte, dass manche Bischöfe die Dramatik der ganzen
Angelegenheit noch nicht ausreichend erfasst haben. Und sie erkennen auch
nicht, was für ein Vertrauensschaden entstanden ist.
Was befürchten Sie?
Der Leiter des Canisius-Kollegs
in Berlin, Jesuitenpater Klaus Mertes, sagt, dass wir erst die Spitze des
Eisbergs sehen. Ich fürchte, er hat recht, und kann nur hoffen, um im Bild zu
bleiben, dass nicht das ganze Kirchenschiff sinkt. In den USA sind ganze
Diözesen und jetzt auch Jesuitenprovinzen pleitegegangen aufgrund der
Entschädigungsforderungen. In Irland ist die Kirche aufgrund der jahrelangen
Missbrauchsfälle völlig am Boden. Ähnliches befürchte ich auch für Deutschland,
wenn nicht die tieferen Ursachen angegangen werden.
Was konkret müsste von der Kirche
kommen?
Das Erste ist: den Opfern zuhören,
ihnen Glauben schenken und sie um Vergebung bitten. Dann ist natürlich
therapeutische Hilfe notwendig, sowohl für die Opfer als auch für die Täter.
Wenn Opfer auch eine finanzielle Entschädigung erwarten, dann sollte auch das
geklärt werden. Im Fall der missbrauchten Heimkinder hat es einen runden Tisch
gegeben, an dem Lösungen gefunden wurden. Ein solcher runder Tisch wäre auch
hier ein guter Weg. Auch die Prävention bei Priestern wie bei potenziellen
Opfern muss intensiviert werden. Letztlich muss unsere Kirche aber auch eine
neue Einstellung zur Sexualität gewinnen.
Was kann die Kirchenbasis beitragen?
Sehr viel. Und viele tun das ja
bereits. Die Kirchenvolksbewegung betreibt seit 2002 ein Nottelefon, wo sich
seitdem um die 300 Opfer gemeldet haben. Dann gibt es viele gute Priester und
ReligionslehrerInnen, die die Botschaft Jesu ernst nehmen und den römischen
Katechismus nicht als allein selig machende Botschaft verkünden, sondern sich
den wirklichen Fragen der Menschen zuwenden und auch Tabus ansprechen.
Zum Beispiel?
Zum Beispiel Homosexualität. Der
Katechismus verbietet es, homosexuell zu leben. Doch wir wissen, dass viele
katholische Priester schwul sind. In den USA sollen es 30 bis 50 Prozent sein.
Für Seelsorger ist es aber keine gute Voraussetzung, wenn sie ihre eigene
Persönlichkeit verstecken müssen. Die Kirchenleitung wäre gut beraten, mehr auf
die Humanwissenschaften zu hören. Die Basis ist da sehr viel weiter.
Wie ist denn momentan die Stimmung an
der Basis?
Viele sind enttäuscht, dass der
Vorsitzende der Bischofskonferenz fast vier Wochen lang geschwiegen hat. Seine
Entschuldigung kam zu spät und war blass.
Treten mehr Menschen aus?
Wie bei der evangelischen Kirche gibt
es auch bei den Katholiken seit vielen Jahren einen permanenten Aderlass. Und
das hat gar nicht nur mit den aktuellen Dingen zu tun. Es ist die Entfremdung
der Kirchenspitze vom Kirchenvolk insgesamt, weswegen viele einen Austritt
erwägen. INTERVIEW: FELIX LEE TAZ 26
Kein Fonds für Missbrauchsopfer
Die Deutsche Bischofskonferenz lehnt
die Einrichtung eines nationalen Fonds für Opfer sexuellen Missbrauchs durch
kirchliche Mitarbeiter ab. Die Entschädigung sei Sache der jeweils betroffenen
Bistümer und Ordensgemeinschaften, erklärte der Vorsitzende der deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, am
Donnerstag in Freiburg. Man werde außerdem über Unterstützungen der Opfer von
Fall zu Fall entscheiden müssen. Finanzielle Hilfe sei schon, zum Beispiel in
Form von Therapiefinanzierungen, geleistet worden, fügte Zollitsch
an.
„Fairer Umgang“ - Zollitsch
bat die Öffentlichkeit weiterhin um einen „fairen Umgang“ mit der Kirche. Dabei
ging er insbesondere auf die jüngste Kritik der Bundesjustizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger ein. Sie hatte den Umgang der Kirche mit Missbrauch
kritisiert. Leutheusser-Schnarrenberger habe die Rechtstreue der katholischen
Kirche in Zweifel gezogen, so Zollitsch. Jedoch, gab
der Erzbischof an, habe sie inzwischen auf seine Entgegnung vom Dienstag
geantwortet und Haltung und – anders als in ihrer ursprünglichen Kritik –
öffentliche Äußerungen der Kirche zu den Missbrauchsfällen gewürdigt. Ebenso
habe sie das Bemühen der Kirche anerkannt, bei Aufklärung der Fälle mit
staatlichen Behörden zusammenzuarbeiten. Zollitsch
begrüßte dies ausdrücklich und verwies in diesem Zusammenhang nochmals darauf,
dass die Leitlinien der DBK zum Thema zu überprüfen seien. Demnächst werde man
ein Gespräch mit der Ministerin führen.
Vorerst keine weiteren Rücktritte
Forderungen nach dem Rücktritt
einzelner Bischöfe wies der Erzbischof zurück. Er sehe unter seinen Amtsbrüdern
keinen, der seine Pflichten im Zusammenhang mit Missbrauchsfällen nicht erfüllt
habe, so Zollitsch. Den jüngsten Rücktritt des Ettaler Benediktinerabtes Barnabas Bögle
wegen verschleppter Anzeige von Missbrauchsfällen in jüngerer Zeit halte er
aber für richtig. Der Abt habe die Meldepflicht nicht erfüllt, wie sie in den
Missbrauchsrichtlinien der Bischofskonferenz von 2002 vorgesehen sei.
Keine Anzeigepflicht - Zur Frage, ob
bei Bekanntwerden von Missbrauchsfällen in der Kirche dienstlich Anzeige
erstattet werden müsse, versicherte der Sekretär der Bischofskonferenz, Jesuitenpater
Hans Langendörfer, man werde in begründeten Fällen auf die Staatsanwaltschaft
zugehen. Ansonsten wolle man aber an der Regelung festhalten, dass die Täter
sich selbst anzeigen müssten.
Jaschke: „Vorgehen hat sich bewährt“ -
Das Vorgehen der katholischen Kirche hat sich bei Missbrauchsverdacht bewährt.
Das sagt der Hamburger Weihbischof Hans-Jochen Jaschke am Mittwochabend in der
ARD-Sendung „Hart aber fair“. Jaschke warnte vor einer übereilten Einschaltung
der Staatsanwaltschaft. Bei einem Verdacht auf Missbrauch prüfe zunächst eine
unabhängige Kommission, so der Weihbischof. Weihbischof Jaschke betonte, dass
mit dem bisherigen Vorgehen die Kirche auf keinen Fall den Anspruch erhebe, die
Staatsanwaltschaft zu ersetzen. Er hob ebenfalls hervor, bei Missbrauchsfällen
müsse „das schreckliche Klima der Angst und der Verdrängung überwunden werden“.
Ein solches Klima sei allerdings kein spezielles Problem der Kirche. (kipa//kna)