Notiziario religioso  1-2  Marzo  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 1. Il commento al Vangelo. “Non giudicate e non sarete giudicati”  1

2.       Martedì 2. Il commento al Vangelo. Duro attacco di Gesù agli scribi ed ai farisei 1

3.       Germania: la vescova luterana Margot Käßmann si dimette  2

4.       I vescovi vogliono politici nuovi 2

5.       «L’intreccio mafia-politica blocca il Sud»  3

6.       La Cei preoccupata per la democrazia. "Non solo del Sud, ma dell'intero Paese"  3

7.       Chiesa e Mezzogiorno. Un nuovo protagonismo. I commenti di diverse realtà ecclesiali e associative  3

8.       Mezzogiorno e migrazioni 4

9.       Germania: la nuova "tenda" dei guanelliani 4

10.   Passi di libertà. Radici ebraico-cristiane dell'Europa: ad Assisi un centro studi 5

11.   Quaresima. Lettera del card. Sepe ai giovani. Schiodare gli indifesi 5

12.   Nuovi cardinali: soprattutto i vescovi di Curia favoriti nel prossimo concistoro  6

13.   Un cardiologo rivela: Gesu' mori' per un infarto  6

14.   Il cuore di Gesù e la sindone. Sinergismo tra scienza e fede  6

15.   Anno sacerdotale. Un ponte che collega. Nell'essere uomo che appartiene a Dio  7

16.   Il sud “laboratorio ecclesiale”  7

17.   RU486 - Un'inquietante deriva  8

 

 

1.       Papst: „Mensch muss auf Gott hören“  8

2.       Aufbruch zu neuer Glaubwürdigkeit 8

3.       DBK: Missbrauchsbeauftragter und Hotline  9

4.       Horstmann: „Fastenzeit bietet eine Chance“  9

5.       Kommentar. Mutlose Bischöfe  9

6.       Bischofskonferenz. Scham und Schock  10

7.       Vatikan: Atomabrüstung ist eine moralische Pflicht 10

8.       Leitlinien gegen Missbrauch. Unbewegliche Bischöfe  10

9.       Umfrage. Deutsche halten katholische Kirche für unehrlich  11

10.   Leitartikel. Kirche als Skandal 11

11.   Im Porträt: Präses Nikolaus Schneider. Sozial und überzeugt 12

12.   Auszeit nach dem Rücktritt. Käßmanns nächste Schritte  12

13.   Käßmann-Rücktritt. Artistin der Fehlbarkeit 13

14.   Bischöfin Käßmann tritt zurück. Dem Herzen gefolgt 13

15.   Nach Rücktritt. Rat der EKD berät über Nachfolge Käßmanns  13

16.   Missbrauchsfälle. Zollitsch: Wir haben das Ausmaß unterschätzt 14

17.   Alkohol und Kirche Der Saufteufel Im Weinberg des Herrn  14

18.   Evangelische Kirche in Deutschland. Wahl des Käßmann-Nachfolgers im Herbst 15

19.   Zollitsch: Alternde Gesellschaft als Herausforderung  15

20.   Missbrauchsfälle im Kloster Ettal. „Es ist ein großer Komplex“  16

21.   Reinelt: Caritas für Kirche unverzichtbar 16

22.   Evangelische Kirche. Amt und Person  16

23.   Taugt Margot Käßmann zum Vorbild? Pro und Kontra  17

24.   Deutschland: Bedauern und Respekt 17

25.   Missbrauch an katholischen Schulen ''Wir stehen ganz am Anfang'' 18

26.   Missbrauchsfälle. Anzeige gegen Zollitsch  18

27.   Missbrauchsfälle in Kirche. Auch Schulleiter von Kloster Ettal tritt zurück  18

28.   Katholiken-Initiative "Wir sind Kirche". "Das Schiff droht zu sinken"  18

29.   Kein Fonds für Missbrauchsopfer 19

 

 

 

 

Lunedì 1. Il commento al Vangelo. “Non giudicate e non sarete giudicati”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 6,36-38) commentato da P. Lino Pedron 

 

  36 Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. 37 Non

  giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati;

  perdonate e vi sarà perdonato; 38 date e vi sarà dato; una buona misura,

  pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura

  con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Dio è il punto di riferimento dell’agire cristiano. Tutta la preoccupazione del

credente è ripetere nella propria vita i suoi comportamenti.

Gesù tenta di levarci dalla testa un Dio che siede come giudice in un tribunale,

per sostituirlo con un Padre che siede in casa con i suoi figli ai quali non

cessa di voler bene e di usare con essi tutta la sua comprensione paterna. Lo

sforzo del giudice è quello di arrivare a una sentenza di condanna, quello del

padre, così come quello del cristiano, a una assoluzione totale. Il cristiano è

chiamato a ricopiare l’atteggiamento paterno di Dio verso tutti indistintamente.

L’amore dei nemici è una grazia che ci fa misericordiosi come il Padre.

Gesù ci insegna come dobbiamo comportarci nei confronti di quelli che non ci

amano: non giudicate, non condannate, perdonate, date. E questi quattro

comandamenti vanno praticati con una generosità sovrabbondante, smisurata,

perché con la misura con la quale misuriamo, sarà misurato a noi in cambio da

Dio.

Il desiderio dell’uomo è "diventare come Dio" (Gen 3, 5). Ora, dopo la

rivelazione del vero volto di Dio in Gesù, è possibile capire la via per

diventare Dio. L’essenza di Dio è la misericordia: "Poiché, quale è la sua

grandezza, tale è la sua misericordia" (Sir 2,18).

La nostra esperienza fondamentale di Dio, dal momento che siamo nel peccato e

nel male, è quella della misericordia che perdona e che salva. Questo amore di

misericordia è l’unico possibile nella situazione in cui ci troviamo di fatto.

Se l’amore si esprime nel dono, la misericordia si esprime nel perdono, che

significa super-dono, in modo che "dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Rm 5,20).

L’aggettivo che Luca usa qui per dire "misericordioso" è oiktìrmon, che indica

l’espressione esterna della misericordia, sia come compassione che come

intervento. Questo aggettivo, applicato a Dio, è usato solo due volte in tutto

il Nuovo Testamento: qui e nella Lettera di Giacomo 5, 11. Nella traduzione

detta dei Settanta oiktìrmon traduce l’ebraico rahamin, che indica l’utero.

Questo significa che Dio misericordioso ci è presentato come padre, ma ancor più come madre. A questo proposito è prezioso quanto ha scritto san Clemente di Alessandria: "Per la sua misteriosa divinità Dio è Padre. Ma la tenerezza

(sympathés) che ha per noi lo fa diventare madre. Amando, il Padre diventa

femminile" (Quis dives salvetur, 37,2).

La prima immagine che l’uomo ha di Dio è di uno che giudica. E l’immagine di un Dio che giudica con severità è l’ultimo idolo che Gesù riesce a togliere,

facendoci vedere che il nostro male lo porta lui sulla croce: "Ecco l’Agnello di

Dio che porta via il peccato del mondo" (Gv 1,29).

La croce di Cristo è l’unico giudizio possibile al Padre della misericordia che

giustifica tutti. Dunque, chiunque giudica un altro sbaglia sempre. E l’errore

non sta nel fatto che il giudizio dell’uomo è fallace, ma proprio nel fatto

stesso del giudicare perché è usurpare il potere a Dio e soprattutto perché Dio

non giudica ma giustifica, non condanna ma condona.

Il giudizio finale di salvezza o di perdizione non è operato da Dio, ma da me;

non in un tempo indeterminato o nascosto, ma ora nel rapporto quotidiano con i

fratelli. Questa è la misericordia di Dio: lascia a noi il giudizio su noi

stessi, ed è lo stesso giudizio che pronunciamo sugli altri. Se non giudichiamo

gli altri, Dio non giudica noi. Se perdoniamo agli altri, Dio perdona a noi.

Nella misura in cui si dà al fratello, si riceve da Dio. L’unico metro di misura

del dono che riceviamo è la nostra capacità di donare. Dio rinuncia a misurare

come rinuncia a giudicare. Siamo misurati e giudicati da noi stessi, secondo il

nostro amore verso gli altri.

Dio non conosce misura nel donarsi. L’unica limitazione alla misericordia di Dio è data dal nostro grembo, cioè dalle nostre viscere di misericordia. De.it.press

 

 

 

 

 

Martedì 2. Il commento al Vangelo. Duro attacco di Gesù agli scribi ed ai farisei

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 23,1-12) commentato da P. Lino Pedron 

 

  1 Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 «Sulla

  cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono,

  fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non

  fanno. 4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della

  gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro

  opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e

  allungano le frange; 6 amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle

  sinagoghe 7 e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì''

  dalla gente. 8 Ma voi non fatevi chiamare "rabbì'', perché uno solo è il

  vostro maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno "padre"

  sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non

  fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11

  Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà

  abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.

Ogni pagina del vangelo è scritta per la Chiesa. Gli scribi e farisei siamo noi,

invitati a riconoscerci in loro. Il problema presentato da questo brano è sempre

lo stesso: al centro di tutto poniamo Dio o il nostro io?

Gesù critica gli scribi e i farisei, e noi con loro, perché fanno tutto per

essere visti e lodati: "Fanno tutte le loro opere per essere visti dagli uomini"

(v. 5). Si preoccupano di recitare la parte dell’uomo pio e devoto più che di

vivere un sincero rapporto con Dio.

La falsità è abbinata ovviamente a una buona dose di vanità e di orgoglio. In un

mondo in cui la religione è tenuta in considerazione le persone religiose

acquistano automaticamente la massima reputazione. Esse occupano, quasi per

convenzione comune, il posto di onore dovuto a Dio. Difatti gli scribi e i

farisei con la loro pietà simulata hanno posti di riguardo nelle sinagoghe e nei

conviti, e quando appaiono in pubblico ricevono da ogni parte inchini, ossequi e

saluti nei quali vengono scanditi con esattezza i loro titoli onorifici.

Anche i discepoli di Gesù sono esortati a rifuggire da questi comportamenti

segnalati nei farisei e negli scribi. I titoli onorifici e le rivendicazioni di

potere sono fuori luogo perché essi sono tutti fratelli, figli dello stesso

Padre (v. 8) e sono guidati dallo stesso Cristo presente in loro (v. 10).

Nella comunità cristiana i più grandi sono gli ultimi e l’unico primato che

conta è quello dell’abbassamento e del servizio (v. 11). In essa non devono

nemmeno circolare gli appellativi che indicano distinzione e discriminazione che

mettono in evidenza un preteso diritto di controllo e di dominio di alcuni sugli

altri. Spesso succede che il nostro Signore, al quale diamo del tu, è predicato

da signori ai quali diamo del lei.

Alla fine Gesù deve ricorrere ai comandi (sia vostro servo: v. 11) e alle

minacce per abbassare chi si era elevato al di sopra degli altri (v. 12).

Matteo sta mettendo a confronto due immagini di Chiesa. L’una farisaica,

pomposa, appariscente e vuota, dominata da capi avidi di onore e di potere;

l’altra cristiana, costituita da amici e da fratelli. Quest’ultima non è

anarchica, perché è guidata direttamente da Cristo e dal Padre, di cui tutti

sono ugualmente figli. Coloro che vi esercitano funzioni o incarichi sono

chiamati a testimoniare con le opere più che con le parole (cfr v. 3) la

presenza invisibile del Padre, non a sostituirla. Perché egli non è mai assente.

La Chiesa di Cristo è una comunità di uguali, una fraternità che ha come

criterio di discernimento il servizio. In essa esiste una diversità di ruoli e

di responsabilità, che però devono essere svolti come servizio. Questo stile ha

come modello Gesù stesso, il quale è venuto per servire (cfr Mt 20,26).

La logica dei rapporti che deve regolare la comunità cristiana è quella

dell’umiltà. La condizione dettata da Gesù: "se non vi convertirete e non

diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt 18,3) è

l’atteggiamento esattamente opposto a quello dell’autoesaltazione degli scribi e

dei farisei. De.it.press

 

 

 

Germania: la vescova luterana Margot Käßmann si dimette

 

Hannover. La presidente della Chiesa evangelica tedesca (EKD), la vescova luterana Margot Käßmann, si è dimessa. La decisione è stata annunciata nel corso di una conferenza stampa ad Hannover. Motivo della sua sofferta decisione è stato un "grande errore" di cui dice di pentirsi profondamente: sabato scorso infatti la vescova è stata fermata ad Hannover dalla polizia stradale dopo aver passato un semaforo rosso. Sottoposta al test del palloncino, il suo tasso alcolico nel sangue è risultato tre volte superiore al limite consentito (0,5%). Per lei sono scattati il ritiro della patente e la denuncia per guida in stato di ebbrezza. Margot Käßmann si era detta subito pronta a subire le conseguenze penali della sua condotta. "Sono consapevole di quanto sia pericoloso e irresponsabile mettersi al volante dopo aver bevuto". Nulla è valso l'appoggio che ha ottenuto dai 14 membri del Consiglio dell'EKD che le hanno espresso piena fiducia. "Il mio ministero e la mia autorevolezza come vescova e come presidente della EKD sono danneggiate - scrive Käßmann in una dichiarazione riportata dal quotidiano online "Die Welt" -. In futuro non avrei più la stessa libertà di parlare di sfide etiche e politiche come invece ho fatto finora. Non ne va soltanto del mio ministero, ma anche del rispetto che ho per me stessa e della mia coerenza. Il mio cuore non mi permette di proseguire nel mio impegno senza la necessaria autorità. Con effetto immediato dichiaro di dimettermi da tutte le mie cariche ecclesiastiche. Per 10 anni mi sono spesa con anima e corpo come vescova. Rimarrò pastora della Chiesa luterana di Hannover". Immediata è stata la solidarietà espressa alla vescova dalla Chiesa cattolica tedesca. In un comunicato diffuso a nome della Conferenza episcopale (Dbk), mons. Robert Zollitsch scrive_  "Deploro le dimissioni della presidente dell'Ekd, Margot Käßmann con cui avevo iniziato proprio ora la collaborazione per raggiungere fini comuni. Conosco la signora Käßmann da molto tempo come una persona che si assume le proprie responsabilità e proprio perciò rispetto la sua decisione e comprendo questo passo. Le auguro la benedizione di Dio in questo momento difficile". La teologa Käßmann è stata la prima donna eletta, nell'ottobre scorso, alla guida della EKD, e con i suoi 51 anni anche la più giovane presidente mai eletta nella storia della Chiesa evangelica tedesca. Dal 1999 e per dieci anni è stata vescovo di Hannover, la più grande chiesa regionale della Germania, che conta circa 3 milioni di membri di chiesa. Ordinata nel 1985 è stata un'assidua collaboratrice del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC). Divorziata, la Käßmann è madre di 4 figlie.  Sir eu

 

 

 

 

I vescovi vogliono politici nuovi

 

Di per sé, un documento antimafia della Conferenza episcopale dei vescovi non sarebbe una grande novità. E’ dal 1989 che la denuncia del degrado imposto dalla criminalità organizzata nei territori che tiene sotto controllo ha cessato di essere patrimonio di parroci e vescovi coraggiosi (alcuni dei quali ci hanno rimesso la vita), per trovare posto nei documenti dell’episcopato.

 

Ma il modo in cui la Cei ieri è tornata sull’argomento merita di essere analizzato anche per altre ragioni. Oltre a segnalare l’escalation e la trasformazione in potenza economica delle mafie, i vescovi dicono che le classi dirigenti del Sud sono inadeguate a contrastarle. Possibile, specie di questi tempi. Ma si dà il caso che il Mezzogiorno, dove peraltro si gioca la partita più importante delle elezioni del 28 marzo, sia amministrato quasi esclusivamente dal centrosinistra, e in questo senso il documento della Cei possa essere letto anche come un invito a un ricambio, peraltro diffuso a un mese dal voto.

 

Come sempre in questo genere di interventi, non c’è, nella presa di posizione dei vescovi, una spinta diretta all’alternativa, che peraltro al Sud si presenta difficile viste le numerose contiguità presenti anche nel centrodestra con le organizzazioni criminali. E se si segue il filo del discorso cominciato qualche tempo fa, fermo restando che il documento danneggia di più le amministrazioni di centrosinistra, non si può trascurare il fatto che la Cei da tempo stia insistendo, più in generale, sulla necessità di preparare una nuova classe dirigente per il Paese, più vicina ai valori cattolici, per farla subentrare a quella attuale che mostra segni evidenti di logoramento.

 

Un’impostazione del genere insomma non necessariamente presuppone una scelta di campo. Potrebbe anzi essere mirata anche ad altri scopi, a cominciare dalla scelta dei candidati da inserire nelle liste che dovrebbero essere completate in questa settimana. Al di là del giudizio negativo su chi è attualmente al governo al Sud, è come se i vescovi premessero sui partiti, tutti i partiti, fin qui impegnati solo a parole sulla scelta di candidature pulite, per convincerli a dare una prova effettiva di rinnovamento. Ed è come se questo richiamo fosse rivolto, insieme, alle forze politiche e ai loro elettori: per farli scegliere, a prescindere dagli schieramenti, solo i candidati affidabili, e in grado di garantire la loro estraneità al sistema politico-mafioso. Che ai vescovi ormai appare come una sola cosa, e sembra condividere gli stessi obiettivi, contrari agli interessi della comunità. MARCELLO SORGI  LS  25

 

 

 

 

«L’intreccio mafia-politica blocca il Sud»

 

I vescovi: la criminalità paralizza lo Stato, classe dirigente inadeguata - di FRANCA GIANSOLDATI

 

ROMA - Il documento sui mali che soffocano il Sud appena licenziato dai vescovi è molto di più che un’analisi al vetriolo poiché contiene un’accusa (bipartisan) senza precedenti. Le classi dirigenti, in tanti anni, si sono dimostrate «inadeguate». Il mondo politico ha sfruttato il Meridione a fini elettorali, considerandolo un bacino di consensi elettorali e nulla più.

 

La Cei, a ridosso delle elezioni e nell’anno in cui si festeggia il 150esimo dell’unità d’Italia, ha diffuso un testo in cui si stigmatizza il comportamento egoistico di imprenditori e politici «un po’ in tutta l’Italia». Il risultato causato da questo comportamento è di «tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo». Una preoccupazione più che concreta, aggravata anche dal vento del federalismo (fiscale) che soffia forte. Se il disegno federalista non sarà improntato alla solidarietà e alla sussidiarietà, afferma la Cei, segnerà un ulteriore passo indietro per regioni che sono già deboli e arretrate rispetto al resto del Paese. «La prospettiva di riarticolare l’assetto in senso federale costituirebbe una sconfitta per tutti, se il federalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti d’Italia». Per non parlare poi del fenomeno mafioso. La malavita organizzata, denunciano i vescovi, resta «un grave pregiudizio allo sviluppo economico, sociale e culturale» anche se le attività illegali non si identificano totalmente con la camorra, la ndrangheta e la mafia. Usura, estorsioni, evasione fiscale, lavoro nero non sempre sono collegate alle organizzazioni criminali sebbene rivelino «mancanza di senso civico che compromette sia la qualità della convivenza sociale sia quella della vita politica e istituzionale».

«Un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno», questo il titolo del documento, contiene anche un coraggioso mea culpa da parte della Chiesa. A 16 anni dall’anatema contro i mafiosi pronunciato da Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, ad Agrigento, non tutti i parroci e i vescovi meridionali hanno saputo percorrere con la medesima convinzione il sentiero della verità. «Si deve riconoscere che le Chiese debbono ancora recepire sino in fondo la lezione profetica di Giovanni Paolo II e l’esempio dei testimoni morti per la giustizia» come il magistrato Rosario Livatino o don Peppino Puglisi. «Tanti sembrano cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di limitarsi a parlarne come di un male antico e invincibile». La testimonianza e la credibilità dei cristiani dovrebbe essere di esempio. Ai vescovi spetta il compito di «riconoscere» e «accompagnare» l’impegno «di quanti combattono in prima linea per la giustizia sulle orme del Vangelo e operano per far sorgere una nuova generazione di laici cristiani impegnati», in politica e non solo, «capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile». Ovviamente il problema numero uno resta il controllo malavitoso del territorio che porta al lento esautoramento dell’autorità statale e degli enti pubblici «favorendo l’incremento della corruzione, della collusione e della concussione, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema delle autorizzazioni, contaminando così l’intero territorio nazionale». Ma «l’annuncio evangelico di pentimento e di conversione, in riferimento al peccato-mafia non può limitarsi alla denuncia». Spetta ai credenti, per primi, dare il buon esempio. Coi fatti. IM 25

 

 

 

 

La Cei preoccupata per la democrazia. "Non solo del Sud, ma dell'intero Paese"

 

Monsignor Crociata, mette a punto il significato del documento della Conferenza

Episcopale: "I vescovi hanno a cuore la crescita della coscienza civile"

 

ROMA - Arriva da monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei (Conferenza Episcopale Italiana) una precisazione relativa alle denunce dei vescovi italiani, contenute nel documento ''Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno'', secondo la quale quei rilievi non riguardano solo il Sud, pur nella coscienza che ''non sarebbe legittimo guardarlo e considerarlo come un problema a parte, un problema da isolare, di una malattia da tagliare fuori dal circuito'', ma si tratta di una patologia che riguarda l'intero Paese, oggi sempre più al centro di scandali e corruzione.

 

In una intervista rilasciata alla Radio Vaticana, il presule ha affermato che le considerazioni contenute nel documento ''in questo momento, diventano anche un'occasione in più per maturare una riflessione e una risposta alle esigenze e ai problemi che anche la tornata elettorale puo' porre''. Per quanto riguarda il nostro Mezzogiorno, secondo Crociata ''c'e' l'esigenza che il Sud tutto intero, le popolazioni con le loro classi dirigenti, si facciano carico dell'impegno di rispondere alla chiamata storica di questa stagione di vita del Mezzogiorno, per mettere tutto l'impegno necessario a progredire''.

 

Ma lo sguardo dell'episcopato italiano, ha sottolineato Crociata, va ''all'intero Paese che resta una preoccupazione di primo piano del documento. Voglio però precisare - ha poi aggiunto il segretario generale della Cei - che intendiamo democrazia in senso lato, cioè nel senso dello sviluppo, della crescita, del cammino del Paese, non in sensi riduttivi. A questo proposito - ha aggiunto - voglio dire che non è un caso che i vescovi abbiano voluto mettere nel titolo innanzitutto 'Per un Paese solidale': cioè, sono tutti i vescovi italiani che guardano all'intero Paese e nel guardare all'intero Paese devono rilevare - con preoccupazione - il ritardo grave, persistente di una parte del Paese".

 

In conclusione: "Quindi l'attenzione dei vescovi - ha detto ancora Crociata - è proprio intenzionalmente rivolta a questa visione d'insieme, al desiderio che tutto il Paese cresca. La crescita, lo sviluppo, il superamento delle difficoltà, non viene soltanto dalla disponibilità di maggiori risorse, vorrei dire anche non soltatno dall'utilizzazione effettiva, più di quanto non si sia fatto, delle risorse economiche e strutturali disponibili, ma dalla crescita di una coscienza civile". A partire dalla formazione delle giovani generazioni.  LR 25

 

 

 

 

Chiesa e Mezzogiorno. Un nuovo protagonismo. I commenti di diverse realtà ecclesiali e associative

 

Viva attenzione e profondo interesse nei confronti del documento dei vescovi italiani "Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno", diffuso il 24 febbraio, sono stati espressi da diverse realtà ecclesiali e associative. Qui di seguito alcuni commenti.

 

Sud come "laboratorio ecclesiale". Il testo "riconosce che in questi ultimi 20 anni il Mezzogiorno è diventato un 'laboratorio ecclesiale' del Mediterraneo, in cui si sono generati, alla luce anche del primo approdo di migliaia di immigrati dall'Europa dell'Est, dall'Africa, dall'Asia, non solo percorsi di ospitalità e accoglienza, ma anche di giustizia e legalità, promozione umana e dialogo religioso", afferma al SIR mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, per il quale "diversi sono i riferimenti alla storia dell'emigrazione dal Sud verso il Centro-Nord e l'Europa che ha caratterizzato il secolo scorso" e che "segna profondamente ancora il mondo giovanile di oggi al Sud". La povertà delle famiglie e la disoccupazione giovanile, "solo alleggerita da un diffuso lavoro sommerso, ma anche l'illegalità e il controllo della criminalità rinnovano - spiega - un flusso migratorio dei giovani fra i 20 e i 35 anni verso il Centro-Nord e l'estero. Si tratta di almeno 70.000 persone". In questa emigrazione, conclude mons. Perego, molte missioni cattoliche italiane in Europa, Canada, Australia, Usa, sono "animate da laici e sacerdoti provenienti dalle Chiese del Sud, in una sintonia più profonda con le Chiese locali".

 

Richiamo alla "mobilitazione morale". Le Acli parlano di un documento che "scuote le coscienze" e "chiama alla mobilitazione morale". "Dai vescovi italiani - afferma il presidente nazionale Andrea Olivero - arriva non solo una forte e radicale denuncia del 'cancro' che rappresenta la malavita organizzata, ma anche un appello altrettanto forte a non accettare la logica della sconfitta e della rassegnazione". "L'invito a scommettere sul nuovo protagonismo della società civile e della comunità ecclesiale - aggiunge il presidente delle Acli - ci vede particolarmente coinvolti non solo rispetto al presente (le Acli sono tra i soggetti promotori del Progetto Policoro lanciato dalla Cei) ma anche rispetto al futuro". È mia intenzione - informa il presidente - convocare immediatamente un assemblea straordinaria di tutte le Acli del Mezzogiorno per discutere di questo documento per individuarne modalità di attuazione concreta". Anche dalle Acli pugliesi forte apprezzamento per il testo. "L'invito a scommettere sul nuovo protagonismo della società civile e della comunità ecclesiale - dichiara il presidente Gianluca Budano - ci vede particolarmente coinvolti nel lavoro avviato in questi mesi in materia di Sud al plurale, superando gli stereotipi del piagnonismo meridionale e di quello che di Sud se ne debbano occupare solo i cittadini che lo vivono".

 

Un "no" alla mafia. Condividere l'analisi riguardante la mafia contenuta nel documento che, se "accolto con attenzione e responsabilità dai credenti e dalle persone di buona volontà, potrà costituire nuovo stimolo per una coralità maggiore nell'impegno per la costruzione della cultura nuova della legalità democratica". È la posizione di Libera. "Sentiamo - si legge in una nota associativa - di condividere la convinzione che la mafia, definita vero e proprio 'peccato' e 'piaga profonda', non interessi esclusivamente il Sud dell'Italia ma l'intero Paese e pertanto l'azione di contrasto deve costituire un impegno comune. La speranza di debellare questa 'tessitura malefica che avvolge e schiavizza la dignità della persona' deve vederci tutti protagonisti: istituzioni, agenzie educative, Chiese, associazioni e giovani che vogliano guardare con una speranza nuova al futuro". Pertanto "l'appuntamento del prossimo 20 marzo a Milano per la XV Giornata della memoria e dell'impegno costituisce un momento importante di questo percorso di nuova consapevolezza".

 

Il "coraggio della speranza". A vent'anni dall'ultima "forte" riflessione sul Mezzogiorno, i vescovi italiani "ci invitano al coraggio della speranza". Così Carmine Gelonese, delegato dell'Azione Cattolica calabrese, commenta il documento che definisce "una chiamata all'impegno" e alla "testimonianza" di tutti gli italiani, "principalmente dei meridionali, e ancora di più dei laici cristiani, che devono assumersi senza deleghe la propria responsabilità alla luce della sapienza cristiana nella politica, nella cultura, nel sostegno al lavoro e a quello giovanile e femminile in particolare, nella promozione della famiglia, nella difesa dell'ambiente e nella lotta all'illegalità". Anche Retinopera, che dal 2005 riunisce le maggiori realtà aggregative del laicato ecclesiale italiano, accoglie "con attenzione e interesse il documento" e si impegna "a sviluppare una nuova riflessione e diverse iniziative" per aiutare "le nostre comunità a capire che il bene comune è molto più della somma del bene delle singole parti". sir

 

 

 

 

 

Mezzogiorno e migrazioni

 

Roma - É un invito al coraggio e alla speranza il documento dell’Episcopato Italiano “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, diffuso questa settimana a vent’anni dalla pubblicazione del documento “Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno”.

Nel testo i Vescovi italiani riprendono la riflessione sul cammino della solidarietà nel nostro Paese, con particolare attenzione al Meridione d’Italia e ai suoi problemi irrisolti, riproponendoli all’attenzione della comunità ecclesiale nazionale. Diversi sono i riferimenti ai problemi migratori. Secondo i presuli povertà, disoccupazione e emigrazione interna sono le principali “emergenze” del Sud. “Il flusso migratorio dei giovani, soprattutto fra i 20 e i 35 anni, verso il Centro Nord e l’estero” - scrivono - che dà luogo ad una categoria di “nuovi emigranti” composta da figure professionali di livello medio-alto, “cambia i connotati della società meridionale” e provoca “un generale depauperamento”. Pubblichiamo alcuni stralci del documento. Il documento è reperibile sul sito www.chiesacattolica.it oppure su www.migrantes.it

 

“È cambiato il rapporto con le sponde orientali e meridionali del Mediterraneo. La massiccia immigrazione dall’Europa dell’Est, dall’Africa e dall’Asia ha reso urgenti nuove forme di solidarietà. Molto spesso proprio il Sud è il primo approdo della speranza per migliaia di immigrati e costituisce il laboratorio ecclesiale in cui si tenta, dopo aver assicurato accoglienza, soccorso e ospitalità, un discernimento cristiano, un percorso di giustizia e promozione umana e un incontro con le religioni professate dagli immigrati e dai profughi”…

 

La Chiesa in Italia continua a spendersi di fronte alle emergenze rappresentate dalla povertà, dalla disoccupazione e dall’emigrazione interna. Accanto alla risposta diretta della carità, non minore attenzione merita la via istituzionale della ricerca del bene comune, inteso come «esigenza di giustizia e di carità. Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pólis, di città» (Caritas in Veritate, n. 7). La povertà è un fenomeno generale complesso e multidimensionale, che tocca aree dell’intero Paese. I dati negativi si concentrano però nelle regioni del Mezzogiorno, caratterizzate dalla presenza di molte famiglie monoreddito, con un alto numero di componenti a carico, con scarse relazioni sociali ed elevati tassi di disoccupazione. Questa situazione è favorita dalla bassa crescita economica e da una stagnante domanda di lavoro, che a loro volta provocano nuove povertà e accentuano il disagio sociale.

La disoccupazione tocca in modo preoccupante i giovani e si riflette pesantemente sulla famiglia, cellula fondamentale della società. Non è facile individuare quali possano essere le migliori politiche del lavoro da realizzare nel Mezzogiorno: certamente, però, si deve onorare il principio di “sussidiarietà” e puntare sulla formazione professionale. I giovani del Meridione non devono sentirsi condannati a una perenne precarietà che ne penalizza la crescita umana e lavorativa.

La disoccupazione non è frenata o alleggerita dal lavoro sommerso, che non è certo un sano ammortizzatore sociale e sconta talune palesi ingiustizie intrinseche (assenza di obblighi contrattuali e di contribuzioni assicurative, sfruttamento, controllo da parte della criminalità, ecc.). Il problema del lavoro, soprattutto giovanile, è attraversato da una “zona grigia” che si dibatte tra il non lavoro, il “lavoro nero” e quello precario; ciò causa delusione e frustrazione e allontana ancora di più il mercato del lavoro del Sud dagli standard delle altre aree europee.

Il flusso migratorio dei giovani, soprattutto fra i venti e i trentacinque anni, verso il Centro-Nord e l’estero, è la risultante delle emergenze sopra accennate. Oggi sono anzitutto figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale categoria dei nuovi emigranti. Questo cambia i connotati della società meridionale, privandola delle risorse più importanti e provocando un generale depauperamento di professionalità e competenze, soprattutto nei campi della sanità, della scuola, dell’impresa e dell’impegno politico.

Anche le comunità ecclesiali subiscono gli effetti negativi di tale fenomeno, sperimentando al loro interno inedite difficoltà pastorali che pregiudicano considerevolmente la trasmissione della fede alle nuove generazioni.

(Migranti-press)

 

 

 

 

Germania: la nuova "tenda" dei guanelliani

 

Una realtà che coinvolge circa 200 ex allievi delle case guanelliane italiane di Naro (Sicilia) e di Ceglie (Puglia) assieme ad una ventina di cooperatori tedeschi: è la nuova procura missionaria guanelliana, nata a Tiefenbronn (nel land del Baden-Württemberg, Germania meridionale), a 15 km dal confine con la Francia. Scopo principale dell'iniziativa che i promotori definiscono "tenda della carità", la raccolta di fondi per progetti presentati dalle varie province guanelliane collegate principalmente con le missioni in Africa e Asia. "La nostra realtà nasce in stato embrionale nel 1992" spiega Gero Lombardo, 74 anni, procuratore del movimento laicale guanelliano ed ex allievo, da 40 anni in Germania -. Abbiamo iniziato a  raccogliere fondi per piccoli e grandi progetti in Messico e Cile, poi in Hounduras, dove abbiamo rinnovato i locali di una casa per ragazzi di strada". La procura missionaria, approvata dal vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Friburgo in Brisgovia, mons. Rainer Klug e dall'Associazione procure missionarie dei 120 ordini religiosi operanti in Germania, ha già attivato un sito internet ed opera in contatto con tutte le agenzie di solidarietà cattoliche e luterane. Recente la donazione di 40 mila euro ricevuta dalla cassa Medici e dentisti per la casa per disabili di Quezon City di Manila. La procura ha in programma un seminario in Inghilterra per la presentazione del carisma guanelliano ed un progressivo sviluppo in Germania.

 

 

 

 

Passi di libertà. Radici ebraico-cristiane dell'Europa: ad Assisi un centro studi

 

 È stato istituito ad Assisi, presso la sede dell'Università di Perugia, un "Centro studi sulle radici culturali ebraico-cristiane della civiltà europea". L'origine di questo centro si trova nel contesto della celebrazione del settimo centenario di fondazione dell'Università, celebrato l'8 settembre 2008. In quella occasione, Benedetto XVI aveva inviato una lettera al rettore dell'Università in cui esprimeva il suo plauso per l'iniziativa. "È infatti solo attingendo da tale patrimonio - sottolineava il Pontefice - che è possibile elaborare, nell'attuale temperie culturale dispersiva e relativistica, sintesi robuste ed efficaci, che sappiano al tempo stesso sostenere una rinnovata coscienza europea e permetterle di dialogare con le altre civiltà". Riportiamo stralci della relazione dell'arcivescovo di Chieti-Vasto, mons. Bruno Forte.

 

Nuova cristianità. "Si torna a parlare delle radici ebraico-cristiane dell'Europa. Anche la visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma il 17 gennaio sembra aver riacceso questo interesse. Esso peraltro risponde al bisogno crescente di dare un'anima alla casa comune europea, via via costruita in questi anni. È legittimo chiedersi che cosa propriamente voglia dire questo ritorno alle radici". In uno scritto del 1799, Georg Friedrich von Hardenberg, noto con lo pseudonimo di Novalis, muove "dalla crisi prodotta dalla rivoluzione francese" per delineare "una prospettiva messianico-spiritualista, che aiutasse a superarne i drammatici effetti". L'idea chiave, sottolinea mons. Forte, era "quella del primato della religione" perché "soltanto l'ordine della cristianità, modellato su quello medioevale, avrebbe potuto salvare l'Europa"; per Novalis "non si trattava di un semplice ritorno all'antico, ma di un ribaltamento utopico, orientato alla creazione di una 'nuova cristianità', che avrebbe dovuto 'ricostruire una Chiesa visibile senza riguardo a frontiere politiche, capace di accogliere nel suo grembo tutte le anime assetate dell'ultraterreno e di fare da mediatrice fra il mondo antico e il nuovo'".

 

Aspirazioni emancipatorie. Tuttavia, prosegue l'arcivescovo, "l'utopica ripresa di un ideale, in realtà mai esistito, non avrebbe esercitato più che il fascino della suggestione, prestandosi piuttosto a strumentalizzazioni nostalgiche e reazionarie". D'altra parte, il saggio di Novalis "risulta emblematico in un tempo come il nostro, caratterizzato da una crisi di proporzioni non dissimili da quella seguita alla rivoluzione francese: il crollo del muro di Berlino - avvenuto a due secoli esatti dal fatidico 1789 - ha segnato clamorosamente la fine delle ideologie che avevano dominato il sistema dei due blocchi contrapposti". Inoltre, precisa mons. Forte, "la disgregazione che ne è seguita - sorprendente rispetto a ogni possibile aspettativa - dimostra come la vera identificazione compiutasi nel tempo della modernità sia stata quella fra l'Europa e il modello ideologico, frutto della ragione adulta dell'Illuminismo" perché "l'antica 'casa europea' è stata la fucina di tutte le aspirazioni emancipatorie dell'età moderna, come anche dei totalitarismi ispirati a Est e a Ovest dalla pretesa delle ideologie di imporre al reale un ordine razionale, traducendo la loro 'volontà di potenza' (Friedrich Nietzsche) anche nell'esercizio sistematico della violenza". In questo modo, aggiunge l'arcivescovo, si comprende "quale rischio comporterebbe il proporre per il futuro dell'Europa nuovi modelli ideologici, compreso quello di eventuali radici da ritrovare: l'eredità ebraico-cristiana potrà servire al superamento delle difficoltà attuali della coscienza europea solo se non sarà pensata in termini di ideologia rassicurante, di ritorno al passato".

 

Speranza ultima. Più che stare alle nostre spalle, ribadisce l'arcivescovo, "il potenziale delle radici ebraico-cristiane dell'Europa ci provoca come qualcosa che sta davanti a noi e che ci chiede passi di libertà audace e scelte di intelligenza creativa" e "questo sguardo in avanti motiva il rifiuto di ogni atteggiamento passivo e rinunciatario di fronte alla crisi in atto, e l'assunzione di responsabilità verso gli altri per costruire insieme la 'casa comune europea'". Conclude mons. Forte: "Le 'radici ebraico-cristiane' dell'Europa sono un destino e una speranza, più che non un possesso e una certezza. Lungi dal tranquillizzare, esse sfidano tutti e ciascuno a uscire dal calcolo individualistico, per entrare nel respiro ampio della solidarietà fra singoli, i popoli e le nazioni, e aprirsi al solo orizzonte, che motivi l'impegno, senza rischio di tramontare: quello della speranza 'ultima', fondata nelle promesse del Dio dell'alleanza, capace di dare senso e valore duraturo alle scelte complesse di tutto ciò che è 'penultimo'. Proprio così, ebraismo e cristianesimo, nel loro indiscutibile 'meticciato' con la grande cultura greca e il pragmatismo latino, potranno offrire quel supplemento d'anima, di cui come mai l'Europa ha bisogno". Sir eu

 

 

 

 

Quaresima. Lettera del card. Sepe ai giovani. Schiodare gli indifesi

 

"Non rinunciate alla bellezza dei vostri sogni": così s'intitola la Lettera ai giovani per la Quaresima, scritta dal card. Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, nella quale il porporato, oltre a esprimere la sua "vicinanza" e il suo "affetto", suggerisce "anche degli itinerari per vivere meglio la Quaresima, nelle complesse situazioni che ogni giorno bussano alla porta della vita".

 

Senza orizzonti. "In questi anni - scrive il cardinale - nelle visite alle comunità della diocesi, ho sempre incontrato tanti di voi, giovani entusiasti e appassionati di Cristo e della nostra terra partenopea e meridionale, e ho cercato sempre di immedesimarmi nei vostri problemi. Mi fermo a pregare davanti al Crocifisso e, in quel Volto sofferente e icona del riscatto, rivedo i vostri sorrisi, la vostra gioia di vivere, i vostri sogni e le vostre aspirazioni, ma intravedo anche sguardi tristi, pensierosi e delusi di tanti". Spesso, evidenzia il card. Sepe, "sono volti e occhi vuoti di speranza e senza orizzonti; occhi spenti che sembrano chiudersi alla vita e ai sogni, come se il tempo e la vita avessero tradito ogni aspettativa e non avessero più la forza di accenderli e di illuminarli; occhi colmi ora di lacrime, ora di sofferenza. Sono occhi di giovani mesti, che hanno smarrito o rischiano di smarrire il senso vero della vita e la loro stessa identità. Per loro la mia preghiera a Cristo si fa particolare e diventa più intensa".

 

I crocifissi di oggi. In questa Santa Quaresima, prosegue, "voglio parlare a tutti: a quelli che credono e a quanti non hanno il dono della fede, offrendo a tutti l'annuncio del Vangelo" alla luce del quale "mi piace leggere la storia dell'umanità, la storia di ogni uomo che si affaccia alla meravigliosa avventura della vita". "Sappiamo che ognuno di noi incontra il dolore, la sofferenza e la morte - osserva il porporato -. Nessuno può sfuggire a questa esperienza, che segna la complessità della nostra vita e il confine della nostra esistenza. Ma non dobbiamo avvilirci, non dobbiamo arrenderci, dobbiamo sperare nel cambiamento, resistere e vincere, ad imitazione di Cristo". "Un amore senza fine quello di Cristo - precisa -, che ha scelto di stare con tutti i crocifissi della storia, quella storia che, nella sua diversità, si ripete e, come duemila anni fa, continua a vedere inchiodati sui vari Golgota della terra, fuori dalle mura di Gerusalemme, tante vittime dell'ingiustizia, della prepotenza, della malattia e della povertà". La Quaresima c'insegna che non possiamo celebrare la Pasqua "senza rivolgere il nostro cuore e le nostre braccia ai 'crocifissi' di oggi, ai più deboli, agli emarginati, ai sofferenti, agli ultimi".

 

Un itinerario da seguire. Di qui la proposta di "un itinerario che possa creare spazi di riflessione, di preghiera e di impegno". Innanzitutto, dobbiamo saper "riconoscere i nuovi 'crocifissi', i giovani immigrati che, con speranza e fiducia nell'umanità, attraversano i nostri mari e le nostre terre in cerca di futuro e spesso, invece, incontrano indifferenza, insensibilità e intolleranza, se non violenza e morte; i precari, i senza-lavoro; i giovani dai sogni infranti, soli e senza affetti; i giovani disoccupati". Di fronte a "tanta miseria", in nome della carità cristiana "dobbiamo dire la verità, anche denunciando coloro che, ancora oggi, per egoismo, per arrivismo, per ingordigia, per arroganza o per inefficienza inchiodano sulla croce gli innocenti, i più deboli, i giovani". "È nostro dovere cristiano - sostiene il cardinale - liberare della croce, schiodare gli indifesi dalle loro croci e rimuovere situazioni di sofferenza, per costruire l'alternativa alle croci della vita, quella propria e quella degli altri, con lo slancio, la passione, la generosità e la forza che solo voi giovani possedete e sapete donare".

 

Futuro dell'umanità. Ricordando l'immagine del Crocifisso che gli è più familiare, "quella di San Damiano", il card. Sepe afferma: "Sulla croce, gli occhi non sono chiusi perché Lui ha vinto la morte per sempre, ha dato la vita per ciascuno di noi e ci invita a donarci agli altri. Gli occhi aperti sono segno di una vittoria, di una mentalità nuova e di uno stile di vita autenticamente cristiano. Avere gli occhi aperti è dire a tutti la provvisorietà della croce e testimoniare che quella croce è fonte di speranza". Nello sguardo "vivo, sereno e luminoso" di Cristo "s'intravede la storia di ognuno di noi, il percorso di coloro che vogliono dare un senso alla vita, che non si fermano alle apparenze e alle ingiustizie, ma vedono e affrontano tutto con speranza certa". "Quello sguardo - continua - è un invito pressante e forte a diventare ogni giorno dispensatori di speranza, a guardare al futuro senza paure né angosce, stando pure sulla croce, ma ad occhi aperti!". Augurando ai giovani "di imparare ad avere sempre la forza e l'entusiasmo di pensare e costruire alternative alle vostre croci e a quelle degli altri", il porporato conclude: "Vi auguro di sopportare con coraggio il peso delle inevitabili croci della vita, vivendo la bellezza dei vostri sogni per realizzare i vostri progetti e le vostre aspirazioni, perché siete la speranza che è certezza, perché siete il futuro dell'umanità". Sir

 

 

 

 

Nuovi cardinali: soprattutto i vescovi di Curia favoriti nel prossimo concistoro

 

CITTA' DEL VATICANO - I ministri vaticani Amato, De Paolis, Baldelli, Burke. Gli arcivescovi diocesani Dolan, Nichols, Léonard e altri quattordici presuli dei cinque continenti. Sono le nuove porpore di papa Benedetto. Secondo quanto si apprende in Vaticano, il terzo concistoro di Joseph Ratzinger dovrebbe aver luogo alla fine di novembre ed essere annunciato ad ottobre. Sarà il Papa a firmare l’elenco definitivo in cui fino all’ultimo potranno entrare e uscire i nominativi.

 

Le poltrone disponibili sono 19 più le cinque che si libereranno all’inizio del prossimo anno quando altri porporati (Ruini, Panafieu, Vidal, Garcia-Gasco Vicente, Keeler) raggiungeranno gli ottant’anni e perderanno il diritto di entrare in conclave. Nelle diverse zone del pianeta e nelle varie correnti ecclesiastiche, gli aspiranti cardinali sono molti, perciò alcuni resteranno al palo per non sbilanciare troppo sul versante geopolitico la mappa delle gerarchie ecclesiastiche da cui uscirà la Chiesa di domani. «Non può essere un concistoro tutto incentrato sull’Italia o l’Europa», spiegano in Curia. Per dare «nuova linfa» al Sacro Collegio, considerato «il club più esclusivo del mondo», il Pontefice deciderà probabilmente di derogare al tetto massimo stabilito dalle norme vigenti di 120 cardinali elettori. Il 27 gennaio il porporato canadese Ambrozic, arcivescovo di Toronto dal 1990 al 2006, ha compiuto 80 anni. Quindi, il Collegio cardinalizio risulta attualmente composto da 182 porporati, di cui 111 elettori. Nei prossimi otto mesi «out» altri 10 cardinali: gli americani Maida e McCarrick, gli italiani De Giorgi e Giordano, lo spagnolo Herranz, il neozelandese Williams, il francese Poupard, il siriano Daoud, il camerunese Tumi e il lettone Pujats.

 

Nel concistoro di novembre per la creazione di nuovi cardinali, dunque, i posti disponibili saranno almeno diciannove. E nei primi due mesi del 2011 cinque porporati compiranno ottanta anni. Gli ecclesiastici della Curia romana per i quali la porpora è scontata sono il ministro del Bilancio (De Paolis), Segnatura (Burke), Penitenzieria (Baldelli), Cause dei Santi(Amato), Ordine di Malta (Sardi), San Paolo fuori le Mura (Monterisi), Unità dei cristiani (Koch, imminente successore di Kasper). Ad essi si aggiungono i nuovi responsabili delle congregazioni per il Clero, i Religiosi e i Vescovi la cui nomina verrà ufficializzata nei prossimi mesi al pari di quella dell’arcivescovo di Torino (in «pole position» il bertoniano Versaldi). Tra i capi dei Pontifici Consigli (cioè i ministri vaticani di seconda fascia per i quali la nomina cardinalizia non è «ex ufficio», automatica), sono candidati i responsabili della Cultura (Ravasi), Sanità (Zimowski), Immigrati (Vegliò), Testi legislativi (Coccopalmerio), Comunicazione (Celli). Considerati anche i tanti italiani in lista, alcuni di loro potrebbero essere rinviati al prossimo turno.

 

Inoltre, riceveranno la berretta rossa nelle diocesi gli arcivescovi Betori (Firenze), Romeo (Palermo), Marx (Monaco), Nycz (Varsavia), il cistercense Tempesta (Rio de Janeiro), Dolan (New York), Nichols (Westminster), il primate di Spagna Rodriguez Plaza (Toledo), Léonard (Buxelles), Duka (Praga). Nell’elenco papale potrebbero figurare anche Collins (Toronto), il salesiano milanese Fanizzi (Montevideo), Ranjith (Colombo),Pasinya (Kinshasa),Bakot (Yaoundé), Lwanga (Kampala), Okada (Tokyo), Maung Bo (Yangon), Twal(Gerusalemme). GIACOMO GALEAZZI LS 27

 

 

 

Un cardiologo rivela: Gesu' mori' per un infarto

 

Analizzate da uno specialista milanese le cause che provocarono il decesso

di Marcel Blanch

 

La morte di Gesù resta ancora un mistero sotto il profilo medico, perché le cause del decesso non sono state ancora completamente chiarite. Se non ci sono dubbi sul significato religioso e filosofico della crocifissione e della resurrezione, senza dubbio mancano risposte scientifiche certe sulla agonia del figlio di Dio che a Pasqua i cattolici vivono con devota commozione.

Ad approfondire il delicato argomento in questi giorni di Quaresima è un cardiologo milanese, Francesco Fiorista, fervente cattolico e autore anche di libri sui vangeli, che analizza le varie supposizioni mediche circa la fine del Cristo. Le ipotesi fino ad oggi più accreditate restano quelle che il mondo scientifico ha raccolto a partire dal lontano 1871: ipotesi che affermano, come ha dichiarato il presidente della Royal Medical Society di Edimburgo, che la causa principale della morte di Gesù sia stata un infarto miocardico.

Ma i dubbi non mancano. Il supplizio della crocifissione si svolse in maniera decisamente anomala, in quanto tale tortura durò un giorno solamente, anzi, stando alla testimonianza di S. Luca, appena tre ore e ciò risulta in contrasto con la tradizione dell'epoca che invece aveva l'intento di infliggere una morte lenta e dolorosa. Fatto questo che sorprese lo stesso Pilato, che lo aveva condannato e che ne aveva potuto ammirare il coraggio e la resistenza alle varie sevizie subite durante la notte precedente alla crocifissione davanti a Caifa e al Sinedrio.

Non ci si deve dimenticare infatti le sofferenze a cui il Figlio di Dio fu sottoposto: la flagellazione, i vari colpi subiti alla testa con copiose perdite di sangue, la fronte completamente lacerata dalla corona di spine; e per finire le ferite ai polsi e ai piedi prodotte dai chiodi. A tutto questo si deve aggiungere, come ricorda il professore Fiorista, il digiuno e uno stato avanzato di disidratazione che sicuramente lo resero ancora più debole.

Per non parlare della lunga esposizione al freddo della notte del corpo nudo, del principio di infezione delle innumerevoli ferite subite durante il calvario e una possibile febbre da trauma. Tutte circostanze che sicuramente diminuirono la sua resistenza fisica.

È difficile quindi determinare la causa principale della sua morte così rapida sulla croce. Sono state fatte varie ipotesi. Secondo un medico americano una delle concause principali fu il sudore ematico: nel giardino di Getsemani, sentendo vicino il momento della morte, Cristo accusò uno stato di profonda angoscia psicologica tanto che, scrive Luca nel suo Vangelo, "il suo sudore divenne simile al sangue".

Altri ipotizzano invece di un decesso per asfissia, favorita dalla comparsa di una progressiva e irreversibile contrattura muscolare generalizzata. E' stata anche ventilata la possibilità di una morte riflessa da deglutizione con secondario arresto cardiaco. Ipotesi che si basa sul fatto che i legionari gli diedero, in quella posizione abnorme, da bere una bevanda composta da acqua, aceto e uovo.

È molto difficile dare una risposta certa a questo quesiti, tenendo conto anche del fatto che le interpretazioni dei vangeli sono molte e variegate e che le rappresentazioni pittoriche della crocifissione non raffigurano fedelmente la sua agonia. Basti pensare che alcuni pittori rappresentano il Cristo con le mani inchiodate, mentre sappiamo che furono i polsi ad essere trafitti. E non solo: anche i piedi vengono solitamente disegnati sovrapposti e inchiodati su un piccolo legno di sostegno; altro grave errore perché i piedi di Gesù furono trafitti separatamente.

Corriere dei Caraibi

 

 

 

 

     

Il cuore di Gesù e la sindone. Sinergismo tra scienza e fede

 

      “Reproach hath broken my heart; and I am sick” (Sal 69,21a). Questa citazione del Salmo 69 è presa da un’antica Bibbia inglese, legata al nome di King James (1611-1769): Così prende il via questo mio scritto nel desiderio di lanciare un ponte tra scienza e fede in perfetta sinergia. Siamo al centro del libro dei Salmi e non si può per nulla sorvolare su questa riga profetica della Sacra Scrittura.

      Cerco sul dizionario la traduzione di “hath” e trovo che si tratta di una forma arcaica del verbo avere. “Il rimprovero ha spezzato il mio cuore, e io sono ammalato”. Parlare a questo punto semplicemente di malattia sembra sbagliato. Sappiamo che il testo fu da sempre la croce degli esegeti (crux interpretum). Se il cuore si spezza è finita del tutto; si muore e basta.

      Vale proprio la pena approfondire il significato del testo ebraico e per questo mi sono applicato per lunghi anni, aiutato dalla grammatica, dal dizionario e dalla competenza di esperti. La rivelazione può venire incontro alla ricerca scientifica effettuata sulla Sacra Sindone, soprattutto nel trarre conclusioni circa la colata di sangue e acqua.

      La ricerca dei cardiologi può essere di stimolo a rivedere la traduzione stessa della Bibbia in alcuni versetti rimasti finora oscuri (Es. Sal 31,13). I recenti restauri della Sacra Sindone hanno migliorato la visibilità del telo con la rimozione delle pezze applicate nel 1532 dalle religiose di Chambery dopo il famoso incendio e l’orlo del flusso è diventato più visibile.

      L’autore del Salmo 69 potrebbe essere il profeta Geremia, perché ha provato l’esperienza di una prigione limacciosa. “Essi allora presero Geremia e lo gettarono nella cisterna di Malchia, principe regale, la quale si trovava nell'atrio della prigione. Calarono Geremia con corde. Nella cisterna non c'era acqua ma fango, e così Geremia affondò nel fango”. (Ger 38,6)

            L’Enciclica “Miserentissimus Redemptor” di Pio XI, al numero 26 citava tutto il versetto del Salmo 69,21 che in italiano suonava così: Il mio cuore è ferito da obbrobri e disprezzi; aspettai chi entrasse a parte della mia tristezza, ma non vi fu; qualche consolatore e non l’ho trovato. L’interesse di Pio XII era rivolto alla consolazione negata a Gesù agonizzante nel Getsemani. Quante volte all’Ora Santa si meditò su questo momento tragico dell’agonia di Gesù! Non si pensava all’agonia sulla croce ma a quella del giardino degli ulivi e all’abbandono da parte dei tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, appesantiti dal sonno.

      La traduzione latina et miseriam è stata ormai da tutti abbandonata, ma la difficoltà persiste ancora in tutte le traduzioni. La difficoltà veniva soprattutto dalla traduzione greca dei Settanta che aveva male interpretato l’originale ebraico.

      Ecco la traduzione critica letterale del testo ebraico: “L’insulto ha spezzato (rad. šbr = šin, beth, reš) il mio cuore e mi ha fatto morire (rad. ‘nš = alef, nun, šin)”. Grammaticalmente i due verbi in questione sono di terza persona singolare femminile, retti da “insulto” che in ebraico è un nome di genere femminile.

      Il vero significato si può cogliere in sintonia con il dato scientifico (medico) della causa prossima della morte di Gesù, secondo la tesi del medico inglese William Stroud (+ 1858), avvenuta per rottura di cuore. Il cuore di Gesù si è rotto e la rottura ha procurato la morte immediata con versamento di sangue.

      Il sangue si è poi coagulato, separandosi in “sangue e acqua”. Il colpo di lancia ha un valore di autopsia, solo in caso di rottura di cuore poteva uscire sangue e acqua. L’ultimo grido di Gesù, rilevato dai Sinottici, era sintomo di un forte dolore provato al cuore. The these exclamations is fully explained by the final rupture of that organ” (Stroud).

      Un sacerdote secondo il cuore di Gesù ascolta le sue parole: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore e trova la pace per la sua anima” ( Cf. Mt 11,29).

      Il Card. Carlo Maria Martini scriveva recentemente sul “Corriere della Sera” esortando i teologi a lanciare ponti agli uomini di scienza.

 

PS – Sono disponibile a fornire testi biblici profetici della rottura di cuore nel futuro sacrificio del Servo Sofferente, come Sal 69,21a “L’insulto ha spezzato il mio cuore” (vedi sopra nel testo riportato). Nel Sal 22,15b si parla di un versamento di sangue interno come cera; logicamente tale sacca di sangue si coagula e al colpo di lancia del soldato uscirà sangue e acqua (= autopsia). P. Rota Tarcisio, scj, de.it.press

 

 

 

 

 

Anno sacerdotale. Un ponte che collega. Nell'essere uomo che appartiene a Dio

 

La missione del sacerdote? Combinare il mondo di Dio - lontano, spesso sconosciuto all'uomo - e il mondo dell'uomo. La missione del sacerdozio è di essere mediatore, ponte che collega, e così portare l'uomo a Dio, alla sua redenzione, alla sua vera luce, alla sua vera vita.

Lo ha detto Il Papa, ricevendo all'inizio di questa Quaresima, il clero della diocesi di Roma. La sua diocesi. Ha voluto commentare alcuni passi della Lettera agli Ebrei, lo scritto dedicato al sacerdozio di Cristo. Il Figlio di Dio si è fatto uomo perché ci sia un vero ponte, una vera mediazione. Il sacerdote sta in questa mediazione: grazie al sacramento dell'Ordine, a sua volta, è ponte.

Senza Cristo non si capisce il sacerdote: ogni lettura sociologica è destinata a restare alla superficie, cogliendo solo qualche aspetto. In realtà, il sacerdote, il suo essere è introdotto nell'essere divino di Cristo e solo così può realizzare la sua missione. Il sacramento crea il sacerdote e lo rende partecipe dell'identità e della missione di Cristo. "Nessuno - ha ricordato il Santo Padre - si fa sacerdote da se stesso; solo Dio può attirarmi, può autorizzarmi, può introdurmi nella partecipazione al mistero di Cristo; solo Dio può entrare nella mia vita e prendermi in mano". Per questo la vocazione e l'ordinazione, mediante l'imposizione delle mani, resta per il sacerdote un dono da custodire e sul quale ritornare spesso, quasi a ravvivarlo. Sì, "Dio mi dà quanto io non potrei mai dare: la partecipazione, la comunione con l'essere divino, col sacerdozio di Cristo".

Ma, oltre la gratitudine, c'è un'altra dimensione che il sacerdote vive: quella dell'appartenenza. Egli è, realmente, un uomo di Dio. Un uomo che conosce Dio da vicino e ne fa esperienza attraverso il suo Figlio. Cresce nella conoscenza mediante la celebrazione della messa, mediante la recita del breviario, mediante la preghiera personale. Attraverso questi mantiene fisso lo sguardo in Dio, come su un punto dal quale non deve uscire. E per gettare lo sguardo su Dio, pur nella confusione della vita odierna, è di aiuto una breve preghiera, un'immagine sacra. Tutto può servire per rinnovare un'appartenenza e divenire, sempre di più, uomini di Dio, che vivono nella sua comunione e possono così parlare di Dio e guidare a Lui.

L'altro elemento è che il sacerdote deve essere uomo. Uomo in tutti i sensi, cioè deve vivere una vera umanità, un vero umanesimo; deve avere un'educazione, una formazione umana, delle virtù umane; deve sviluppare la sua intelligenza, la sua volontà, i suoi sentimenti, i suoi affetti; deve essere realmente uomo, uomo secondo la volontà del Creatore, del Redentore. Lo sguardo del Papa è a 360 gradi, ma anche realista. Come tutti gli uomini, anche il sacerdote vive in un'umanità ferita dal peccato e potrebbe scambiare per "umano" ciò che umano non è. Grande eco hanno avuto queste parole "si dice: ha mentito, è umano; ha rubato, è umano; ma questo non è il vero essere umano. Umano è essere generoso, è essere buono, è essere uomo della giustizia, della prudenza vera, della saggezza". Ogni sacerdote è chiamato ad uscire da quell'oscuramento della natura, causato dal peccato, per giungere al vero essere umano ad immagine di Dio; è un processo di vita che comincia negli anni della formazione in seminario e che continua in tutta vita.

Essere uomo significa, ancora, provare la compassione, cioè il soffrire con gli altri. Anche questa è la vera umanità. Essere un uomo di compassione. Questa forma di vita non corrisponde all'ideale greco, secondo il quale il vero uomo sarebbe colui che vive solo nella contemplazione della verità e delle cose divine, lasciando ad altri la fatica. No, il sacerdote entra come Cristo nella miseria umana, la porta con sé, va alle persone sofferenti, se ne occupa, non solo esteriormente, ma interiormente. Egli prende su di sé la "passione" del suo tempo, della sua parrocchia, delle persone a lui affidate. Come Gesù ha pianto, davanti alla morte di Lazzaro, perché era realmente toccato dal mistero della morte, così il sacerdote per amore delle persone, a volte, è toccato da tutta la terribilità della morte, che distrugge l'amore, che distrugge le relazioni, che è un segno della nostra finitezza, della nostra povertà. Nello stesso tempo, alza gli occhi verso Dio per invocarlo; prende nelle sue mani la sofferenza e grida alle orecchie di Dio.

In questo modo realizza il sacerdozio, la funzione del mediatore, trasportando in sé, assumendo in sé la sofferenza e la passione del mondo, trasformandola in grido verso Dio, portandola davanti agli occhi e nelle mani di Dio, e così inserendola realmente nel mistero della Redenzione. Marco Doldi

 

 

 

 

 

Il sud “laboratorio ecclesiale”

 

Roma - Il documento della Chiesa italiana sul Mezzogiorno contiene “diversi riferimenti al mondo dell’emigrazione e dell’immigrazione italiana. Anzitutto, si riconosce che, in questi ultimi vent’anni il Mezzogiorno è diventato unlaboratorio ecclesiale’ del Mediterraneo, in cui si è generato, alla luce anche del primo approdo di migliaia di immigrati dall’Europa dell’Est, dall’Africa, dall’Asia, non solo percorsi di ospitalità e di accoglienza, ma si è tentato anche un percorso di giustizia e di legalità, di promozione umana, un incontro e dialogo religioso”. É quanto afferma mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes, commentando il documento dei vescovi italiani “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno” diffuso questa settimana. Per mons. Perego diversi sono i riferimenti  nel documento alla storia dell’emigrazione dal Sud verso il Centro- Nord e l’Europa che ha caratterizzato il secolo scorso e che “segna profondamente ancora il mondo giovanile di oggi al Sud”.

La povertà delle famiglie e la disoccupazione giovanile, “solo alleggerita da un diffuso lavoro sommerso, ma anche l’illegalità e il controllo della criminalità rinnova un flusso migratorio dei giovani fra i venti e i trentacinque anni verso il  Centro- Nord e l’estero. Si tratta di almeno 70.000 persone che ogni anno lasciano ‘con amarezza’ il Sud alla ricerca di una condizione  di vita migliore, mentre altri giovani cercano con coraggio di lottare per il riscatto della propria terra”.

In questa emigrazione, ricorda il documento, nasce “un rinnovato mutuo scambio di sacerdoti, laici e diaconi di forze ecclesiali che si trasferiscono in altri Paesi  d’Europa e del mondo e diventano forza reale per una ‘nuova evangelizzazione’”. Infatti - conclude mons. Perego - molte Missioni Cattoliche Italiane in Europa, Canada, Australia, Stati Uniti sono “animate da laici e sacerdoti provenienti dalle Chiese del Sud, in una sintonia più profonda con le Chiese locali”. (Migranti-press)

 

 

 

 

RU486 - Un'inquietante deriva

 

La riflessione di Lucio Romano, copresidente di Scienza & Vita

 

Dopo l'autorizzazione dell'Aifa (Agenzia italiana del farmaco), lo scorso dicembre, all'immissione in commercio della Ru486 che sarà così utilizzabile in alternativa all'aborto chirurgico, è atteso a giorni negli ospedali italiani l'arrivo della pillola abortiva. E intanto è acceso il dibattito: day hospital o ricovero? L'impiego del farmaco, si legge nella delibera, deve avvenire nel rigoroso rispetto della legge 194, quindi tramite ricovero in una struttura sanitaria fino all'espulsione del prodotto del concepimento e sotto la sorveglianza di un medico. Nel testo manca tuttavia la precisazione che l'intera procedura abortiva debba svolgersi in regime di "ricovero ordinario", ossia senza possibilità di ricorso al day hospital. Fino ad oggi le Regioni Lombardia, Toscana e Veneto hanno deliberato per il ricovero ordinario per tutta la durata dell'interruzione di gravidanza. Emilia Romagna, Piemonte e Provincia autonoma di Trento sembrano invece preferire la via del day hospital. Le altre Regioni attendono indicazioni che potrebbero assumere la forma di linee guida nazionali. Intanto il governo ha annunciato la richiesta di un ulteriore parere al Consiglio superiore di Sanità (la massima autorità sanitaria in Italia, ndr), che già si era espresso in materia. Il SIR ha raccolto l'opinione di Lucio Romano, ginecologo e copresidente di Scienza & Vita.

 

Qual è la sua posizione al riguardo?

"Come già sottolineato dal Consiglio superiore di Sanità in ben due pareri - nel 2004 e nel 2005 in occasione della sperimentazione della pillola abortiva presso l'ospedale Sant'Anna di Torino - la somministrazione della Ru486 deve avvenire in regime di ricovero ordinario ospedaliero. Significa quindi che non deve essere assolutamente fatto ricorso al regime del day hospital. In questa vicenda emerge purtroppo un'inquietante deriva culturale, ideologizzata e riduttivistica, che tende a portare alla privatizzazione e alla deresponsabilizzante banalizzazione dell'aborto, facendo torto al rispetto della vita, della salute e della dignità della donna, oltre che al suo diritto ad essere presa in carico in un momento drammatico che porterà sempre con sé, e si troverà invece a vivere in solitudine".

 

Che cosa intende dire?

"Taluni potrebbero effettuare - come già accaduto in fase di sperimentazione - la somministrazione della Ru486 lasciando poi solo alla donna la decisione di firmare per la propria dimissione, assumendosi in tal modo tutta la responsabilità di un procedimento di ordine abortivo che si concluderà a domicilio. La somministrazione del mifepristone (Ru486 è il suo nome commerciale) induce la morte dell'embrione, e va seguita dalla somministrazione di una prostaglandina per indurne l'espulsione. Un processo durante il quale è importante assicurare alla donna il massimo di assistenza e vicinanza, fermo restando che si tratta comunque di una procedura abortiva di soppressione di una vita umana".

 

Si ha l'impressione che chi vuole fare passare la Ru486, rispetto all'aborto chirurgico, come una forma di emancipazione e autodeterminazione della donna, non ne consideri le possibili ricadute psicologiche…

"Sì, c'è una sorta di sipario calato ad arte, ma come dimostra la letteratura medica sulle sindromi depressive post aborto, già presenti nell'intervento chirurgico ma connesse anche all'aborto chimico, per la donna l'interruzione volontaria di una gravidanza rimane sempre un dramma. Vissuto poi nella solitudine, questo evento - che è un vero e proprio lutto - non potrà non ripercuotersi negativamente sul suo stato di salute psicologico ed emotivo".

 

Non sempre, inoltre, vengono spiegati con chiarezza i rischi della procedura e le possibilità, ancorché scarse, di insuccesso…

"L'intendimento è quello di dare luogo alla privatizzazione dell'aborto. La prima proposta di introduzione nel nostro Paese della Ru486 era accompagnata dal preciso programma di far sì che l'aborto avvenisse a casa, banalizzando una metodica che alla lunga temo verrà presentata come misura contraccettiva. È già in atto, del resto, la sperimentazione della stessa molecola non solo nella cosiddetta 'contraccezione di emergenza', ma anche nella composizione chimica delle nuove pillole anticoncezionali che sostituiranno la classica estroprogestinica. Tra marzo ed aprile dovrebbe essere introdotta in Italia la pillola per la cosiddetta 'contraccezione d'emergenza del quinto giorno', la cui molecola appartiene allo stesso gruppo farmacologico della Ru486".

 

Uno scenario inquietante. Come intervenire?

"Solo con un'informazione critica, corretta e chiara per far capire all'opinione pubblica e in particolare alle donne la gravità dell'aborto in sé, i rischi connessi alla Ru486, la pericolosa deriva culturale cui si sta andando incontro. Rimango molto perplesso anche per un altro aspetto: questa procedura appare in qualche modo in contrasto con lo spirito della legge 194, voluta per porre fine alla solitudine della donna. Proporle l'impiego della Ru486 mi sembra un volerla di nuovo relegare in quella condizione da cui, secondo i sostenitori della 194, quel provvedimento aveva inteso liberarla". Sir

 

 

 

 

Papst: „Mensch muss auf Gott hören“

 

Damit der Mensch sich selber besser kennenlernen kann, muss er auf Gott hören können. Das sagte Papst Benedikt XVI. an diesem Samstagmorgen zum Abschluss der Fastenexerzitien im Vatikan. Das katholische Kirchenoberhaupt und die vatikanische Kurie beendeten somit ihre einwöchigen Exerzitien und nehmen nun ihre Amtsgeschäfte wieder auf. Die geistlichen Übungen endeten nach dem liturgischen Morgengebet, der Laudes, und einer Schlussmeditation in der Redemptoris-Mater-Kapelle, wie der Vatikan mitteilte. Leiter der geistlichen Übungen für den Papst und führende Kurienmitarbeiter war in diesem Jahr der italienische Salesianer Enrico dal Covolo. Der Papst dankte Covolo in einer Abschlussansprache für eine „sehr persönliche und hingebungsvolle“ Leitung der Exerzitien.

 

„Die vergangenen Tage haben uns ins Bewusstsein gerufen, dass das Wort Gottes nur in der Gemeinschaft der Kirche wirklich verstanden werden kann. Der Mensch ist an sich nicht perfekt, deshalb muss er im Verhältnis zu jemand anderem stehen. Der Mensch muss hören können und zwar auf Gott. Damit kann sich der Mensch selbst verwirklichen.“

 

Die Einkehrwoche stand zum Priesterjahr unter dem Thema „Die Lektionen Gottes und der Kirche über die priesterliche Berufung“. Papst Benedikt XVI. und seine engen Vertrauten kamen in dieser Zeit vier Mal täglich zum liturgischen Stundengebet sowie zu Meditationen und Vorträgen zusammen.

 

„Wir haben in dieser Zeit sehr viel über das Priestersein gehört und nachgedacht. Der Leiter der Exerzitien hat uns auf den Sendungsauftrag eines jeden Priesters hingewiesen. Wir sind nämlich zur Missionierung berufen, das heißt wir Priester tragen die Frohe Botschaft in die Welt. Nochmals herzlichen Dank Don Enrico.“ (kap 27)

 

 

 

 

Aufbruch zu neuer Glaubwürdigkeit

 

Ein Ultimatum an die Bundesjustizministerin Leutheusser-Schnarrenberger durch den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz,  Robert Zollitsch – das ist ohne Beispiel und ein Vorgehen mit harten Bandagen. Die darauf folgenden Reaktionen in den Diskussionsforen im Internet waren heftig. „Die Zeiten, wo der Klerus Ultimaten stellt, sind vorbei“, so der Grundton. Die Kirche hätte – so die überwiegend vertretene Meinung –  allen Grund, zerknirscht in sich zu gehen und sich selbst ein Ultimatum zu setzen, die verlorene Glaubwürdigkeit wieder zu erwerben.

War  das Vorgehen von Erzbischof Zollitsch gegenüber einer Bundesministerin also angemessen, die, soviel hat der durchschnittliche Bundesbürger verstanden, von den Bischöfen doch nur will, dass sie bei der Aufklärung der Pädophile-Vorfälle besser mit den staatlichen Behörden zusammenarbeiten?

 

Die Antwort ist dennoch: „Angemessen“.

Es war die Bundesministerin selbst, die mit ihrer Einlassung in den Tagesthemen eine solche Reaktion geradezu erzwungen hat. Es mag Unkenntnis oder Hoffnung gewesen sein, dass man ihre Aussagen nicht auf die Goldwaage legt, sich dafür aber von der sie umgebenden Dampfwolke beeindrucken lässt, die sie zu derartigen Äußerungen bewogen haben.

Die Tatsache, dass sie den öffentlichen Schlagabtausch mit dem Vorsitzenden der Bischofskonferenz vermeiden wollte, spricht eher für die zweite Version.

 

Die Bischöfe haben die Dampfwolke übersehen und die Worte der Bundesministerin auf die Goldwaage gelegt. Sie wirft ihnen vor, es sei bislang bei den Bischöfen der Wille nicht zu erkennen, sich an die staatlichen Gesetze zu halten und die Staatsanwaltschaft beim Verdacht auf sexuellen Kindesmissbrauch durch Priester und kirchliche Angestellte einzuschalten.

 

Wenn sie dies tatsächlich glaubt – und vor allem: glaubhaft machen kann -  dann muss sie, zumal als Bundesministerin der Justiz, die Bischöfe wegen Strafvereitelung anzeigen. Glaubt sie es aber nicht, dann darf sie solche Suggestionen auch nicht aussprechen. Wer derartig angegangen wird, der gerät in die ethische Pflicht, seine Unschuld zu beweisen oder aber sich selbst anzuzeigen.

 

Eine zweite Sprengmine ist in den Ausführungen der Bundesministerin versteckt. Im Jahr 2002 legte die damalige Bundesjustizministerin Zypries eine Gesetzesvorlage zur Verschärfung des § 138 StGB vor, die eine Anzeigepflicht bei sexuellem Missbrauch an Kindern beinhaltete. Diese Gesetzesvorlage wurde 2003 im Bundesrat abgelehnt – und zwar auf Betreiben der Kinderschutzorganisationen und der Kinderärzte. Der Druck einer Rechtspflicht, im Verdachtsfall die Staatsanwaltschaft einzuschalten, wirke sich abschreckend aus auf Kinder, Eltern und Pädagogen, so die damalige Argumentation und eine solche Pflicht respektiere auch nicht mehr den möglichen Willen des Opfers, einen Fall nicht der Justiz zu übergeben. Insofern entsprechen die Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz dem geltenden Recht  und berufen sich keinesfalls auf eine rechtliche Sonderstellung der Kirche. Für die Kirche gilt, zumal in strafrechtlichen Angelegenheiten, was für jede Bürgerin und jeden Bürger gilt. Und die Bischöfe dürfen, was jene auch dürfen, nämlich jemand zum Widerruf einer Aussage auffordern, wenn diese sachlich falsch ist.

 

Die Bischöfe konnten eine derartig übergriffige und falsche Äußerung der Bundesjustizministerin nicht auf sich beruhen lassen, ohne sich den Vorwurf aufzuhalsen, im Sumpf der belastenden Vorfälle völlig unter zu gehen. Mit dieser Reaktion haben die Bischöfe nicht zuletzt auch gezeigt, dass sie Gestaltungswillen haben und im Stande sind, Initiative zu ergreifen. Sie scheinen es aber versäumt zu haben, die Logik und Dringlichkeit ihrer scharf anmutenden Vorgehensweise in der Öffentlichkeit plausibel zu erklären.

 

Von den Bischöfen ist weiterhin Gestaltungswille gefordert. Die jüngsten Vorfälle in der Benediktinerabtei Ettal machen deutlich, dass die notwendige Kompromisslosigkeit, mit der die Bischöflichen Leitlinien zum Vorgehen bei sexuellem Missbrauch einzuhalten sind, noch lange nicht in alle Köpfe eingedrungen ist.

 

Auch wird es langfristig nicht genügen, gebetsmühlenartig und in der Sache richtig zu betonen, dass sexuelle Gewalt, Zölibat und Homosexualität nichts miteinander zu tun haben. Vielmehr wird der lauten und deshalb ernst zu nehmenden Anfrage vieler Zeitgenossen mit Sorgfalt zu begegnen sein: Wie entsteht eine reife, integrierte Persönlichkeit, die Glaubwürdigkeit verdient und Privatsphäre braucht, aber nicht Verheimlichung und Vertuschung? Hier müssen neue Antworten gesucht werden, denn die bisherigen Formeln scheinen bei all zu vielen nichts Positives mehr zu bewirken.

 

Die Ernennung eines bischöflichen Verantwortlichen für Missbrauchsfälle in der Person von Bischof Dr. Stefan Ackermann und die Schaltung einer Hotline sind wichtige Anfangsschritte auf dem mühsamen Weg, verlorene Glaubwürdigkeit wieder zu erlangen. Sie machen deutlich, dass denen Gehör geschenkt werden soll, die Ansprechpartner suchen. Theo Hipp, Redaktion kath.de

 

 

 

 

DBK: Missbrauchsbeauftragter und Hotline

 

Eine Reaktion auf Frau Raues Kritik gab es von Seiten der Bischofskonferenz bisher nicht. Das Kernstück des Missbrauch-Beschlusses ist die Ernennung des bundesweiten Ansprechpartners, der für „alle Fragen im Zusammenhang des sexuellen Missbrauchs Minderjähriger im kirchlichen Bereich“ zuständig sein soll. Das hatte der Bischofskonferenz-Vorsitzende Robert Zollitsch am Donnerstag in Freiburg mitgeteilt. Zum neuen Beauftragten, dem Trierer Bischof Stephan Ackermann, sagte der Erzbischof:

 

„Ihn unterstützt das Büro, das wir im Sekretariat der Deutschen Bischofskonferenz in Bonn einrichten werden. Es wird die Zusammenarbeit zwischen den Bistümern und Orten mit allen relevanten Fragen ausbauen. Auch wird dieses Büro die Verbindung mit der zivilgesellschaftlichen Initiativen und staatlichen Aktivitäten sorgen. Wir starten zudem eine bundesweite Hotline zur Information in Fragen des sexuellen Missbrauchs Minderjähriger im kirchlichen Bereich.“

 

Dass die deutschen Bischöfe alles ihnen Mögliche tun wollen, um Fälle sexuellen Missbrauchs in der Kirche aufzuklären, bekräftigte dann auch die neue Schlüsselfigur der DBK in diesem Thema: Der neue Missbrauchs-Beauftragte Bischof Stephan Ackermann äußerte sich am Freitag gegenüber Journalisten in Trier.

 

Resümee einer intensiven Woche - Mehr Aufregung bei einer Vollversammlung der deutschen Bischöfe war selten. So fasst die Katholische Nachrichtenagentur KNA die Frühjahrsvollversammlung zusammen. Besonders das Thema „Missbrauch“ prägte die bischöfliche Versammlung in Freiburg. Das große Medieninteresse war auch an der Präsenz von mehr als hundert Journalisten und dem Dutzend Fernsehteams abzulesen, die das als Pressezentrum dienende Freiburger Priesterseminar bevölkerten. Das war vor allem auf den Missbrauchsskandal zurückzuführen, der in den letzten Wochen ausgehend vom Berliner Canisius-Kolleg eine Lawine ins Rollen gebracht hatte. Auch der Streit mit Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger und der Rücktritt von Margot Käßmann von ihrem Amt als EKD-Ratvorsitzende hielten die deutschen Oberhirten in Atem. domradio/kna 26

 

 

 

 

Horstmann: „Fastenzeit bietet eine Chance“

 

Die Fastenzeit gibt den Menschen die Möglichkeit zur nüchternen Bestandsaufnahme der gegenwärtigen Lage. Das sagt der deutsche Botschafter beim Heiligen Stuhl, Hans-Henning Horstmann in seiner Monatskolumne für Radio Vatikan. In Westeuropa und Nordamerika haben die Menschen seit bald 70 Jahren ein anhaltendes, beispielloses wirtschaftliches Wachstum und fortschreitenden materiellen Wohlstand erlebt, so Horstmann. Doch nach der globalen Finanzkrise 2009 manifestiere sich nun eine Vertrauenskrise. Davon betroffen seien Staat, Gesellschaft und Kirche. Die mageren Zeiten bieten aber eine neue Chance, so Horstmann:

 

„Als die größte aber auch schönste Herausforderung sehe ich: glaubwürdig zu werden. Glaubwürdigkeit schafft Vertrauen, Vertrauen bildet Zusammenhalt, Zusammenhalt gibt uns in den schlanken Jahren Kraft zu intellektueller, kultureller, technologischer Erneuerung und mehr als die Kraft zum Überleben: die Kraft zum gemeinsamen erfolgreichen Leben.“ (rv 27)

 

 

 

 

 

Kommentar. Mutlose Bischöfe

 

Clever gemacht ist es schon, das Papier der katholischen Bischöfe zu den Konsequenzen aus den Fällen von Kindesmissbrauch durch Priester. Was Erzbischof Robert Zollitsch in Freiburg vorgestellt hat, enthält wohldosiert eine Reihe von Schlüsselwörtern, nach denen die Öffentlichkeit zu Recht sucht: von A wie Abscheu über die Verbrechen an Schutzbefohlenen, Abbitte und Aufklärung bis Z wie Zölibat.

 

Da fällt beim flüchtigen Lesen gar nicht weiter auf, welche Begriffe die Erklärung auslässt: "Kirchliche Sexualmoral" zum Beispiel oder "Homosexualität" bei Priestern. Die Lücken sind ein Indiz dafür, dass die Bischöfe nach wie vor den Blick auf hausgemachte Eigentümlichkeiten scheuen, die Kindesmissbrauch begünstigen können. Sie lassen Fachleute sagen, der Zölibat sei "nicht Schuld am Verbrechen sexuellen Missbrauchs". Geschenkt! Aber die Bischöfe unterschlagen den zweiten, entscheidenden Gedanken: Die Verpflichtung zur Ehelosigkeit kann die Auseinandersetzung mit der Sexualität erschweren, gar verhindern.

 

Solches Umschiffen von Klippen und Untiefen im kirchlichen Fahrwasser mindert den Wert aller - gewiss sinnvollen und folgerichtigen - Absichtserklärungen. Darum brauchen sich die Bischöfe nicht zu wundern, wenn ihnen trotz einer langen, man könnte fast sagen "aktionistischen" Maßnahmenliste ein Mangel an Beherztheit in puncto Aufklärung vorgeworfen wird. Vordergründig mag Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger übers Ziel hinausgeschossen sein. Auf einer tiefer liegenden Ebene hat ihre Kritik aber weit mehr Berechtigung, als die Bischöfe es wahrhaben wollen. Joachim Frank FR 26

 

 

 

 

 

Bischofskonferenz. Scham und Schock

 

Die Bischöfe gehen in die Offensive und setzen einen Beauftragten für Missbrauchsfälle ein. Doch viele von ihnen fühlen sich auch an den Pranger gestellt. Von Matthias Drobinski

 

Einmal verliert der Erzbischof dann doch die Fassung. Als der Journalist aus der dritten Reihe gefragt hat, ob sexueller Missbrauch denn Jesusgemäß sei, hat er noch brav gesagt, dass Missbrauch ein Verbrechen sei. Als der Kollege, von der Glaubensgemeinschaft "Universelles Leben" entsandt, jetzt aber einen Einzelfall besprechen will, fährt er richtig hoch: "Ich muss Sie doch bitten..."

Die Bischöfe tun doch was, sagt Zollitschs Empörung. Wir sind doch tief getroffen, wenn jeden Tag Missbrauchsfälle bekannt werden. Und dann werden wir an den Pranger gestellt, in die Enge getrieben, von Leuten, die am liebsten die katholische Kirche aufgelöst sähen.

Dabei haben die in Freiburg versammelten Bischöfe und Weihbischöfe tatsächlich einen Schritt nach vorne gemacht. Noch einmal bittet Zollitsch zum Abschluss der Tagung die Opfer sexuellen Missbrauchs um Vergebung, spricht von der Erschütterung der Bischöfe, von Scham und Schock, davon, dass man das Ausmaß der Gewalt gegen Kinder und Jugendliche unterschätzt habe.

Sie wollen bis zum Sommer prüfen, ob und wie mehr externe Ombudsleute für die Aufarbeitung von Fällen sexuellen Missbrauchs hinzugezogen werden können. Sie betonen, dass "die frühzeitige Einschaltung der Staatsanwaltschaften" bei Missbrauchsfällen "besondere Bedeutung" habe - künftig soll bei begründetem Verdacht dem Opfer zur Anzeige, dem Täter zur Selbstanzeige geraten werden, wenn nicht, wird das Bistum aktiv. Die Bischöfe wollen mit Opfern reden, die Ausbildung der Weihekandidaten verbessern. Sie richten eine bundesweite Hotline ein. Und es gibt nun einen Beauftragten der Bischofskonferenz für Fälle von sexuellem Missbrauch. Es ist der Trierer Bischof Stephan Ackermann. Er hat lange in der Priesterausbildung gearbeitet und war einer der ersten, der klar sagte, dass die katholische Kirche hier ein Problem unterschätzt hat.

Das mag nicht revolutionär sein. Es hätte aber auch weniger geschehen können. Denn so sehr sich die Bischöfe einig waren in ihrer Betroffenheit über die immer neuen Missbrauchs-Fälle, so kontrovers diskutierten sie, wie die katholische Kirche in Deutschland sich in dieser Lage positionieren sollte. Die Diskussion soll, so ein Teilnehmer, "emotional und kontrovers" gewesen sein. Viele der älteren Bischöfe sahen sich einer Medienkampagne ausgesetzt, die den Zölibat und die gesamte Sexualmoral der katholischen Kirche an den Pranger stellte; man müsse sich schärfer verteidigen, forderte manche. Es setzten sich aber die durch, die nun maßvolle Selbstkritik für angebracht hielten. Statt Medienschelte steht nur der Satz in der Abschlusserklärung, dass man die Journalisten um eine "faire Berichterstattung" bitte.

Die Experten, die die Bischöfe zu den Beratungen gebeten hatten, stärkten ihnen den Rücken für diesen Kurs. Unter anderem kam Norbert Leygraf nach Freiburg, der Essener Professor für forensische Psychiatrie, der auch Priester begutachtet, die übergriffig geworden sind. Er berichtete aus seiner Praxis: 17 Priester und Kirchenmitarbeiter habe er seit 2002 begutachtet, zwölf Fälle seien strafrechtlich relevant gewesen, davon wiederum sei es in sechs Fällen um Kinderpornographie im Internet ohne direkte Opfer gegangen. Leygraf möchte auch nicht ausschließen, dass straffällig gewordene Kirchenmitarbeiter wieder in der Seelsorge eingesetzt werden.

Ist das ein Versuch, das Thema flach zu halten? Oder sind das die Erfahrungen eines Fachmanns, der jeden Tag fürchterliche Gewalttäter begutachtet, unter denen die Priester zu den weniger gewalttätigen und einsichtsfähigen gehören?

Solche Differenzierungen gehen in diesen Tagen manchmal verloren, das zeigte auch der Streit zwischen Erzbischof Zollitsch und der Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger. Die hatte am Montagabend in einem Interview gesagt, sie erwarte, "dass die Verantwortlichen der katholischen Kirche endlich konstruktiv mit den Strafverfolgungsbehörden zusammenarbeiten." Bisher zeigten sie zu wenig Interesse an"lückenloser Aufklärung". Zollitsch hatte ihr daraufhin ein Ultimatum gesetzt und sich bei Kanzlerin Angela Merkel beschwert.

Es war eine merkwürdige Einlassung der Ministerin: Ihre Vorgängerin Brigitte Zypries (SPD) hatte noch einen Gesetzentwurf gekippt, der vorsah, bei jedem Verdacht auf sexuellen Missbrauch zwingend die Staatsanwaltschaft einzuschalten. Die Vertreter der Opfer befürchteten, dass dann die Hemmschwelle für missbrauchte Kinder steige, sich jemandem anzuvertrauen. Und es war ein merkwürdiges Ultimatum, das die hilflose Empörung Zollitschs zeigte. Am Donnerstag nun kam ein Brief der Ministerin beim Erzbischof an, in dem sie anerkannte, dass die Kirche sich sehr wohl um Aufklärung bemühe, dass aber die Leitlinien der Bischofskonferenz verbessert werden müssten. Das fand Zollitsch akzeptabel - denn die Leitlinien wollen die Bischöfe selber verbessern.  SZ 26

 

 

 

 

Vatikan: Atomabrüstung ist eine moralische Pflicht

 

Der Heilige Stuhl wünscht sich von den Atommächten eine ehrliche Debatte um die atomare Abrüstung. Am kommenden 3. Mai soll das neue Abkommen NTP bei der UNO in New York diskutiert werden. Die Frage hat sich in jüngster Zeit vor allem im Zusammenhang mit den atomaren Plänen der Islamischen Republik Irans in den Vordergrund gestellt. Der Ständige Beobachter des Heiligen Stuhls bei der UNO, Erzbischof Celestino Migliore, kennt das Thema gut.

 

„Nach so vielen Jahren in denen es fast keine Gespräche zu diesem Thema gabt, scheint sich nun endlich etwas zu bewegen. Wir hatten schon lange nicht mehr Fortschritte bei der Abschaffung von Atomwaffen erlebt. Das Problem ist nicht nur, die Abschaffung der Atomwaffen in Gang zu setzen sondern auch eine Mentalitätsveränderung zu bewirken. Viele glauben heute noch, dass die Atomwaffen als Verteidigungswaffe eingesetzt werden können. Das ist ein Irrweg, denn Atomwaffen zerstören unwiderruflich nicht nur einen Gegner sondern die ganze Welt.

 

Bis zum 3. Mai gibt es noch einige Gespräche. Ende April trifft sich in Estland die Nato-Staaten. Auch wenn es um ein globales Thema handele, so seien die eigentlichen Protagonisten nur wenige, so Migliore.

 

„Es geht ja hauptsächlich um die fünf Atommächte. Sie müssen – damit sie überhaupt glaubwürdig sind – die Gespräche endlich beginnen. Damit schaffen sie auch eine moralische Basis, auf der sie Gespräche mit anderen Staaten führen können, die jetzt auch noch Atomwaffen einführen möchten. Man kann nicht einfach Sanktionen verhängen ohne selber etwas für die Abschaffung dieser Waffe zu tun. Da fehlt sonst jegliche Glaubwürdigkeit.“ (rv 27)

 

 

 

 

Leitlinien gegen Missbrauch. Unbewegliche Bischöfe

 

Freiburg. Die katholischen Bischöfe haben sich bei ihrer Frühjahrsvollversammlung nicht auf eine grundlegende Korrektur ihrer 2002 verabschiedeten "Leitlinien" bei sexuellem Missbrauch Minderjähriger durch Geistliche einigen können. Die Bestimmungen sollen nun in den einzelnen Bistümern "mit Unterstützung unabhängiger externer Berater" überprüft werden. Bis zum Sommer soll eine revidierte Fassung vorliegen.

 

Der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch erklärte als Vorsitzender der Bischofskonferenz, die "frühzeitige Einschaltung der Staatsanwaltschaften" habe "besondere Bedeutung" und die Kirche werde die Behörden "aktiv bei ihrer Arbeit unterstützen" . Doch auch nach stundenlanger Debatte konnten die 65 anwesenden Diözesan- und Weihbischöfe sich nicht darauf verständigen, die Staatsanwaltschaft schon bei einem Anfangsverdacht wegen sexuellen Missbrauchs von Heranwachsenden einzuschalten.

 

Immerhin gehen die Bischöfe mit ihrer Absichtserklärung über die bisherige Praxis hinaus, was die Zusammenarbeit mit den Strafverfolgungsbehörden angeht. In den - weiterhin gültigen - "Leitlinien" heißt es, "in erwiesenen Fällen sexuellen Missbrauchs" werde "gegebenenfalls das Gespräch mit der Staatsanwaltschaft gesucht". An anderer Stelle wird ausgeführt, "je nach Sachlage" werde die Staatsanwaltschaft "informiert". Die Ausführungen von Zollitsch blieben unkonkret.

 

Auf Nachfrage erklärte der Sekretär der Bischofskonferenz Pater Hans Langendörfer, Opfern werde zur Anzeige und überführten Priestern zur Selbstanzeige geraten. "In erwiesenen Fällen mit begründetem Verdacht gehen wir auf die Staatsanwaltschaft zu", sagte Langendörfer. "So ist die Praxis, so soll es bleiben. Ob wir noch einen Schritt weitergehen, muss sich zeigen."

 

Damit reagierte er auf Kritik von Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP), die der Kirche unzureichenden Aufklärungswillen vorwarf. Zollitsch bestritt, dass das von ihm scharf missbilligte Interview der Ministerin Einfluss auf die Beratungen gehabt habe. Den Vorwurf "mangelnder Rechtstreue" habe er jedoch zurückweisen müssen. Der Konflikt sei für ihn "im Augenblick beendet".

 

Zollitsch räumte ein, dass die Kirche das "Ausmaß sexueller Verfehlungen" bislang unterschätzt habe. "Wir wollen eine ehrliche Aufklärung, frei von fal scher Rücksichtnahme." Offenbar weil es Kritik an der Form seiner Entschuldigung bei der Eröffnung der Konferenz am Montag gegeben hatte, erklärte der Vorsitzende gestern, "beschämt und schockiert bitten wir alle um Entschuldigung und Vergebung, die Opfer dieser abscheulichen Taten geworden sind". Zollitsch machte kein Hehl daraus, dass die katholische Kirche derzeit eine "Vertrauens- und Ansehensschwäche erlebe.

 

Als Reaktion wurde der Trierer Bischof Stephan Ackermann zum besonderen Beauftragten für Fragen des sexuellen Missbrauchs ernannt. Auch als ehemaliger Leiter eines Priesterseminars sei er für diese Aufgabe qualifiziert. Die Praxis spezieller Bistums-Beauftragter für Missbrauchsfälle habe sich bewährt, sagte Zollitsch und wies zugleich den Vorwurf zurück, dabei handele es sich nicht um unabhängige Ansprechpartner für Opfer.

 

Damit bleiben die Bischöfe neben der Frage der Zusammenarbeit mit Ermittlungsbehörden in einem weiteren zentralen Punkt hinter den Forderungen von Missbrauchsopfern und kritischen Reformgruppen zurück, die die Schaffung einer unabhängigen Ombudsstelle fordern. HARALD BISKUP FR 26

 

 

 

 

 

Umfrage. Deutsche halten katholische Kirche für unehrlich

 

Nach dem Skandal um Missbrauchsfälle befindet sich die katholische Kirche in Deutschland in einer tief greifenden Vertrauenskrise. Nicht einmal ein Drittel der Deutschen (30,3 Prozent) halten die katholische Kirche für ehrlich, wie eine repräsentative Umfrage des Meinungsforschungsinstituts Omni Quest unter 1000 Personen für den „Kölner Stadt-Anzeiger“ ergab. Ähnlich geringes Zutrauen in die Kirche haben die Bürger in Sachen Lebensnähe (29,9 Prozent) und Glaubwürdigkeit (32,8 Prozent).

„Die katastrophalen Ergebnisse sind nicht nur der aktuellen Situation zuzuschreiben, sondern Ausdruck eines langfristigen und schlimmen Vertrauensverlustes“, sagte Christian Weisner, Mitinitator der Basis-Bewegung „Wir sind Kirche“ der Zeitung. Auffällig ist in der Umfrage auch, dass selbst unter den befragten Katholiken weniger als die Hälfte ihre eigene Kirche für ehrlich und lebensnah halten - auch wenn diese Teil-Ergebnisse aufgrund der geringeren Stichproben-Größe nicht als repräsentativ gelten können. „Die Kirche ignoriert die Erfahrungen der Menschen in ihrem alltäglichen Leben. Gebetet wird für Familien, aber nicht für Alleinerziehende und Singles“, kritisierte Weisner.

Vertrauen in katholische Kirche gering

Auch das Vertrauen in die katholische Kirche, bei der Aufklärung konstruktiv mit den Behörden zusammenzuarbeiten, ist äußerst gering. Wie die repräsentative Erhebung des Meinungsforschungsinstituts Omni Quest ergab, gehen nur knapp 20 Prozent der Befragten davon aus, dass die Kirche zur Aufklärung beiträgt. Mehr als zwei Drittel (68,1 Prozent) antworteten, sie tue das nicht

Fast drei Viertel (73,3 Prozent) der Befragten sehen einen Zusammenhang zwischen der zölibatären Lebensweise von Priestern und dem sexuellen Missbrauch Jugendlicher. 20,6 Prozent meinen, beides habe nichts miteinander zu tun. An der aktuellen Befragung vom Donnerstag (25. Februar) nahmen 1000 Männer und Frauen ab 14 Jahren teil.

Die FDP im Bundestag hat die katholische Kirche aufgefordert, einen Entschädigungsfonds für Missbrauchopfer aufzulegen. Zudem dringen die Liberalen auf den Einsatz unabhängiger Sonderermittler in allen deutschen Bistümern. „Die katholische Kirche wäre gut beraten, nicht länger wie ein Staat im Staate zu handeln„, sagte der rechtspolitische Sprecher der FDP-Fraktion, Christian Ahrendt, der „Neuen Osnabrücker Zeitung“.

FDP fordert externe Sonderermittler

Wenn die Bischöfe es ernst meinten mit der Aufklärung möglicher Missbrauchsfälle, „sollte sie externe Sonderermittler für alle 27 deutschen Bistümer einsetzen“. Diese könnten die vergangenen Jahrzehnte in enger Kooperation mit den örtlichen Staatsanwaltschaften unabhängig und unparteiisch aufarbeiten.

Ahrendt appellierte zugleich an die Bischofskonferenz, „einen Entschädigungsfonds einzurichten, aus dem die Opfer für ihr erlittenes Unrecht einen finanziellen Ausgleich erhalten“. Es wäre ein wichtiges Signal an Betroffene, dass „die Kirche sich nicht hinter Verjährungsfristen versteckt, sondern sich in jedem Fall zu ihrer Verantwortung für die Opfer bekennt“. Ddp 27

 

 

 

 

Leitartikel. Kirche als Skandal

 

Die christliche Kirche Deutschlands stand in der abgelaufenen Woche im Mittelpunkt des öffentlichen Interesses wie selten. Man kann aber nicht sagen, dass sie sich darin gesonnt hätte. Die Neugier des Publikums, auch des gottlosen, galt Fehltritten, die die handelnden Personen am liebsten ungeschehen machen würden; genau genommen waren es Gesetzesverstöße. Die Taten schienen deshalb besonders skandalös, weil sie von tiefreligiösen Menschen begangen wurden, deren Verhalten mit einer höheren moralischen Elle gemessen wird.

 

Ein gemeinsamer Blick auf die Vorgänge in den evangelischen und katholischen Zweigen des deutschen Christentums - auf die singuläre Alkoholfahrt der EKD-Ratsvorsitzenden also und die ungezählten Fälle sexuellen Missbrauchs in katholischen Kollegs und Klöstern - heißt selbstredend nicht, beides auf eine Stufe zu stellen. Die Verwerflichkeit des Tuns unterscheidet sich gewaltig. Umso mehr fällt die unterschiedliche Reaktion auf.

 

Während Margot Käßmann zwei Tage nach der Veröffentlichung ihres Trunkenheitsdelikts sich selbst als oberste Repräsentantin der evangelischen Kirche absetzt und zur normalen Pastorin degradiert, versuchen die katholischen Bischöfe die Reihen geschlossen zu halten. Hie und da hat jemand kapituliert wie jetzt der Abt des Klosters Ettal. Aber angesichts der weit verbreiteten Verbrechen hätte man von mehr Gottesmännern erwarten können, dass sie sich in Verzweiflung über sich selbst zurückziehen. So ist denn in der Öffentlichkeit der Glaube, die sexuelle Gewalt, ausgeübt von zölibatären Geistlichen, reduziere sich künftig auf Einzelfälle, wie sie auch in anderen gesellschaftlichen Zusammenhängen passieren, noch nicht ausgeprägt.

 

Der katholischen Männergesellschaft schlägt weiter Misstrauen entgegen, während sich Käßmann nachgerade zur Ikone gewandelt hat, indem sie die größtmögliche Konsequenz aus ihrem Verhalten zog. Sie tat es, obwohl selbst Menschen, die ihr politisch und/oder religiös fernstehen, den Rücken stärkten.

 

Käßmann hat also einen Maßstab gesetzt, auch wenn ihre Anhänger wünschten, sie hätte es nicht getan. Andererseits gilt dieser Maßstab jetzt für Menschen, die gewählt sind, die in nennenswerter Weise Macht haben und ausüben. Nicht zuletzt also für hauptamtliche Politiker. Die tun sich schwer, auf eigene schwere Fehler mit der Beendung oder auch nur der Unterbrechung der eigenen Karriere zu antworten. Man denke an den ehemaligen thüringischen Ministerpräsidenten Dieter Althaus. Er hatte auf der Skipiste einen tödlichen Unfall verursacht und hielt nach seiner eigenen Genesung noch quälend lange an seinem Regierungsamt fest. Im Vergleich zur weiland EKD-Ratsvorsitzenden wirkt ein Althaus umso peinlicher.

 

Die Sympathie, die Käßmann einhüllt, wie auch der Schock über die Sünden im Schoß der katholischen Kirche enthalten beide eine Verstärkung durch Faszination. Sie geht aus von Gemeinschaften, die sich auch der Verbesserung der schnöden Realität widmen, zusätzlich aber eine Orientierung für das anbieten, was jenseits der irdischen Existenz kommen könnte. Lässt sich diese Attraktion auch noch personalisieren, entsteht daraus ein Idol wie der Dalai Lama oder Johannes Paul II. - oder eben Margot Käßmann. Ein Idol, wie ihn die hiesigen Parteien seit Willy Brandt nicht hervorgebracht haben.

 

Die Vergötterung religiöser Oberhäupter spiegelt sich sinnfällig in den Triumphzügen der Päpste wider. Selbst eine so verschlossene Person wie Benedikt, die nicht für den öffentlichen Auftritt geeignet scheint, füllt die Straßen. Aber offenkundig ist die Attraktion religiöser Stars nur eine flüchtige. Noch jedes Jahr bilanzieren die beiden christlichen Kirchen in Deutschland mehr Austritte als Eintritte. Der messbare Einfluss der Kirche sinkt. 1970 gehörten noch 94 Prozent aller Westdeutschen einer christlichen Kirche an. Man war Deutscher, wie man eben auch Protestant oder Katholik war. Ein Austritt aus der Kirche, wiewohl ein rein privater Akt, hatte etwas Schändliches.

 

Die Zeiten sind längst vorbei. Nur noch knapp 60 Prozent aller Deutschen gehören heute einer christlichen Kirche an. Selbst Kirchenkreise schätzen, dass 2025 bekennende Christen in Deutschland eine Minderheit sein werden. Der Aufmerksamkeitsgewinn also, und daran hat auch die Schlagzeilenhäufung nichts geändert, geht einher mit einem Bedeutungsverlust. Christoph Albrecht-Heider

FR 27

 

 

 

Im Porträt: Präses Nikolaus Schneider. Sozial und überzeugt

 

Wenn Nikolaus Schneider zu einer Runde hinzutritt, kommt es in der Regel zu Umarmungen. Mit seiner leutseligen Art hat der Präses der Evangelischen Kirche im Rheinland ein Netz in der Kirche gesponnen. Im vergangenen Jahr, als sich die Suche nach Kandidaten für die Nachfolge von Wolfgang Huber als Berliner Bischof schwierig gestaltete, führte der Hinweis Schneiders zur Nominierung des nahezu unbekannten Koblenzer Superintendenten Markus Dröge, der dann auch gewählt wurde.

Weil Präses Schneider über Autorität verfügt und in seiner Amtsführung zuverlässig und berechenbar ist, wird er weithin geachtet und gemocht. Nach dem Rücktritt Margot Käßmanns von allen ihren Ämtern am Mittwoch fällt es nun Schneider als ihrem Stellvertreter zu, die Evangelischen Kirche in Deutschland zu führen, bis Synode und Kirchenkonferenz einen neuen Ratsvorsitzenden wählen. Um die Handlungsfähigkeit der Institution muss man sich keine Sorgen machen.

Sohn des Ruhrgebiets und Linksprotestant

Der 62 Jahre alte Geistliche muss sich in die Abläufe nicht erst einarbeiten. Dass er zum neuen Ratsvorsitzenden gewählt wird, wird nicht ausgeschlossen und ist auch rechtlich möglich – aber gleichwohl nach derzeitigem Stand eher unwahrscheinlich. Schneider weiß, dass es Wichtigeres als den Ratsvorsitz gibt. Er hatte auch das denkbar Schlimmste zu durchzustehen: Die jüngste seiner drei Töchter starb vor fünf Jahren nach langem Kampf mit einer tückischen Krankheit.

Nikolaus Schneider ist Sohn des Ruhrgebiets und ein in der Wolle gefärbter Linksprotestant. Dem Menschenschlag seiner Heimatstadt Duisburg (wo sein Vater Stahlarbeiter war und er selbst beim Vfl Hüttenheim das Tor hütete) entsprechend bevorzugt er die direkte Ansprache – auch in Fragen der Tagespolitik. Gegen Guido Westerwelle polterte Schneider jüngst los, dieser kenne die Welt „da draußen“ nicht. Das wahre Problem seien nicht zu hohe Hartz-IV-Sätze, sondern das geringe Lohnniveau im Land.

Solche Themen bewegen Schneider: In den achtziger Jahren setzte er sich an der Seite der Krupp-Arbeiter für den Erhalt ihrer Arbeitsplätze ein und gründete eine kirchliche Firma des zweiten Arbeitsmarktes. Als Schneider im Jahr 2003 in der Nachfolge von Manfred Kock zum Präses der mit rund 2,8 Millionen Mitgliedern zweitgrößten Landeskirche gewählt wurde, waren die Zeiten dieses Additionsprinzips in der Kirche allerdings schon zu Ende, in dessen Folge über Jahrzehnte für alles und jedes Werke und Dienste eingerichtet worden waren.

Schneider denkt dogmatisch-theologisch progressiv, moraltheologisch eher paternalistisch und gesellschaftspolitisch liberal. Unter ihm dürfte die EKD politisch eher noch ein wenig nach links rücken. In der von Margot Käßmann hervorgerufenen Afghanistan-Debatte stand Schneider ihr zur Seite – nicht nur aus Solidarität mit der Ratsvorsitzenden, sondern auch aus innerer Überzeugung. Im Unterschied zu Margot Käßmann trug Schneider seine Position dabei aber detailliert vor. Reinhard Bingener

Faz 26

 

 

 

 

Auszeit nach dem Rücktritt. Käßmanns nächste Schritte

 

Nach dem Rücktritt von Margot Käßmann hat bei der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) die Suche nach einem neuen profilierten Spitzenvertreter begonnen. Schon auf der Ratssitzung am Ende der Woche in Tutzing werden sich führende Kirchenvertreter mit der Frage befassen, teilte die EKD am Donnerstag mit. Der stellvertretende EKD-Vorsitzende, der rheinische Präses Nikolaus Schneider, kündigte eine Fortsetzung des von Käßmann eingeschlagenen politisch engagierten Kurses der Kirche an.

 

Als Konsequenz aus ihrer Trunkenheitsfahrt hatte die 51-jährige Theologin am Mittwoch ihre Ämter als Landesbischöfin und EKD-Ratsvorsitzende aufgegeben. Doch dass das "Gesicht des deutschen Protestantismus" von heute auf morgen aus der Öffentlichkeit verschwindet, Käßmann künftig als Pastorin nur im Stillen wirkt – das scheint für viele unvorstellbar.

 

"Sie nimmt sich eine Auszeit und denkt über ihre nächsten Schritte nach", sagte Kirchensprecher Johannes Neukirch. Käßmann hatte angekündigt, weiter als Pastorin tätig sein zu wollen. Vorläufig kann sie ihre Wohnung über der bischöflichen Kanzlei in Hannover behalten. Das Bischofsamt wird wahrscheinlich Ende Oktober neu besetzt. Gewählt wird der künftige Ratsvorsitz auf der Synodentagung im November in Hannover. Bis dahin steht Schneider der EKD vor.

 

Auch künftig brauchten die Protestanten eine deutliche Stimme, sagte der kommissarische EKD-Chef Schneider im WDR. An der Spitze der EKD solle wieder ein profilierter Theologe stehen. Er machte deutlich, dass die evangelische Kirche auch weiterhin zu den Fragestellungen von Recht und Gerechtigkeit, Krieg und Frieden und zur Bewahrung der Schöpfung Stellung nehmen werde. "Ich gehe davon aus, dass die Stimme von Margot Käßmann auch in Zukunft zu hören sein wird", sagte Schneider bei N24. "Wir werden auch darüber nachdenken müssen, an welcher Stelle Frau Käßmann in Zukunft wieder ihre Stimme erheben kann.

 

"Käßmann verdient zweite Chance" - Nach Ansicht des Vizevorsitzenden der EKD-Synode, des bayerischen Ex-Ministerpräsidenten Günther Beckstein (CSU), verdient Käßmann eine zweite Chance. Er wünsche sich, dass sie in Zukunft wieder eine herausgehobene Position einnimmt, sagte Beckstein im Südwestrundfunk (SWR). Das müsse nicht wieder an der Spitze der evangelischen Kirche sein. Die Theologin sei aber eine herausragende Persönlichkeit, die wieder besondere Verantwortung bekommen solle.

 

Bundesbildungsministerin Annette Schavan (CDU) würdigte Margot Käßmann als "große Stimme der Christen". Sie sei wie viele andere auch traurig, dass diese "überaus überzeugende, kraftvolle, charismatische Bischöfin" ihre Ämter aufgegeben habe, sagte Schavan am Donnerstagabend in Berlin. Sicher sei die Situation, in die sich Käßmann mit ihrer Trunkenheitsfahrt gebracht habe, als schwierig und tragisch zu bewerten. Aber nur die Bischöfin selber habe entscheiden können, ob sie in dem Amt hätte verbleiben können.

 

Nach dem Rücktritt von Käßmann als hannoversche Landesbischöfin ist dort eine Interimslösung gefunden worden. Der Lüneburger Landessuperintendent Hans-Hermann Jantzen übernimmt vorübergehend die Leitung der hannoverschen Landeskirche. (epd/kna/dpa 26)

 

 

 

 

Käßmann-Rücktritt. Artistin der Fehlbarkeit

 

Nach einer Entgleisung und reiflicher Überlegung hat Margot Käßmann mit kühner Gradlinigkeit einen Entschluss gefällt. Sie sieht durch ihre Trunkenfahrt mit 1,54 Promille sowohl ihre Ämter als auch ihre Autorität beschädigt und tritt daher von allen ihren Ämtern zurück. Ohne sie zu nennen, führt die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland damit die zentrale Kategorie ihres geistlichen Wirkens ins Feld: ihre Authentizität.

Es ehrt die Bischöfin, dass sie an sich selbst moralische Standards anlegt und nicht die formalen, nach denen sie weiter in ihren Ämtern hätte verbleiben können. Mehr noch als nach ihrer Scheidung fürchtete Margot Käßmann offenbar, dass ihre Glaubwürdigkeit einen irreparablen Schaden erlitten haben könnte. Denn nun ist ihre Person mit weiteren sozialmoralischen Fragen verbunden, die in der Öffentlichkeit durchaus unterschiedlich beantwortet werden dürften: zum einen, ob Geistliche eine besondere Vorbildrolle einnehmen; zum anderen, ob das einmalige Autofahren in stark betrunkenem Zustand die Wahrnehmung eines herausgehobenen Amts ausschließt.

 

Irritierend ist, dass Margot Käßmann gegen den Willen derer handelt, mit denen sie in der Leitung der EKD verbunden ist. Denn der Rat der Evangelischen Kirche hat den Vorfall vom Samstagabend einmütig nicht als hinreichenden Anlass für einen Rücktritt gewertet. Auch hat die Kirche sie nicht aus einer Laune heraus, sondern mit guten Gründen zur Ratsvorsitzenden gewählt: Unter allen Geistlichen erreicht einzig Margot Käßmann in größerer Zahl diejenigen, für welche die Authentizität zur zentralen religiöse Kategorie geworden ist. Wer, wenn nicht Margot Käßmann, die Artistin der Fehlbarkeit, hätte einen solchen Fehltritt in die eigene Biographie integrieren können?

Trotz ihres erratischen Führungsstils, zahlreicher unabgestimmter Äußerungen und einem eklatanten Mangel an Teamfähigkeit, der in den vergangenen zwei Tagen so deutlich wie niemals zuvor ans Licht getreten war, sah das Leitungsgremium der Kirche den Ratsvorsitz bei Margot Käßmann weiterhin in guten Händen. Margot Käßmann hat anders entschieden. Mit ihrem Rücktritt verliert die Kirche ihren faszinierendsten religiösen Akteur.  Reinhard Bingener Faz 25

 

 

 

 

Bischöfin Käßmann tritt zurück. Dem Herzen gefolgt

 

Der Auftritt ist professionell. Die Stimme fest, die Mimik kontrolliert. Zwischendurch gelingt Margot Käßmann sogar ein verbindliches Lächeln. Dabei ist ihr Rücktritt als Landesbischöfin und EKD-Ratsvorsitzende gewiss der schwierigste Moment in ihrer kirchlichen Laufbahn, die die 51 Jahre alte Theologin bis ins höchste Spitzenamt der Evangelischen Kirche in Deutschland geführt hat. Und so ist die äußerliche Gelassenheit vielleicht sogar der beste Beleg für den inneren Kampf einer Frau, die sonst immer für die großen Emotionen und impulsiven Gesten gut war.

 

Sie habe einen "schweren Fehler gemacht", den sie zutiefst bereue, sagt Käßmann am Beginn ihrer kurzen Erklärung mit Blick auf ihre Alkoholtour durch das nächtliche Hannover am vorigen Wochenende. Nachfragen sind nicht zugelassen. Am Ende sagt sie kurz danke, zitiert den Glaubenssatz, der Mensch könne nie tiefer fallen als in Gottes Hand - und geht.

 

Alle Vorwürfe, die "in dieser Situation berechtigterweise zu machen sind", habe sie sich auch selbst gemacht, hat sie zuvor gesagt und ist damit auf die eingegangen, die sie kritisieren - durchaus auch in ihrer Umgebung. Ihr Vize im EKD-Ratsvorsitz und Interims-Nachfolger, Nikolaus Schneider, sagt im Gespräch mit der FR, zweifellos habe die Bischöfin "Schuld auf sich geladen". Aber, so fügt er hinzu, sie sei auch bemerkenswert offen damit umgegangen. Ihr Rücktritt entspreche der Gradlinigkeit ihres Wesens und sei in seiner Konsequenz durchaus auch "vorbildlich".

 

Ihre Vorbildfunktion und ihre kirchliche Autorität hat Käßmann auch im Auge, als sie ihren Rücktritt begründet. "Die Freiheit, ethische und politische Herausforderungen zu benennen und zu beurteilen, hätte ich in Zukunft nicht mehr so, wie ich sie hatte." Nicht von ungefähr geht sie auf ihre Predigt an Neujahr über die Zustände in Afghanistan ein. Die harsche Kritik an Zitaten wie "Nichts ist gut in Afghanistan", sei nur durchzuhalten, "wenn persönliche Überzeugungskraft uneingeschränkt anerkannt wird". Um der Wahrheit die Ehre zu geben: So mancher Kritiker, der sie der Ahnungslosigkeit und des Dilettantismus, ja des Verrats an den deutschen Soldaten am Hindukusch zieh, dürfte die Überzeugungskraft auch schon vorher als "eingeschränkt" erachtet haben.

 

Aber für Käßmann war und ist vor allem das eigene Grundgefühl wichtig, mit dem sie in die Debatten geht. Dazu passt, was ihr ein Ratgeber gesagt habe: Bleibe bei dem, was dein Herz dir rät. "Und mein Herz sagt mir ganz klar: Ich kann nicht mit der notwendigen Autorität im Amt bleiben." Ein Rücktritt um des Amtes willen, aber auch aus "Respekt und Achtung vor mir selbst" und um der "Gradlinigkeit" willen, "die mir viel bedeutet". Da ist wieder eben jenes Wort, das auch Käßmanns Vize Schneider und Synoden-Präses Katrin Göring-Eckardt benutzen, um Käßmanns Haltung zu charakterisieren - eine Übereinstimmung, die kaum Zufall ist.

 

Schneider, der nun kommissarisch an die Spitze des EKD-Rats tritt, spricht von einem "großen, herben Verlust". Margot Käßmann habe "so viele Gaben, die unsere Kirche nötig hat und ihr gut tun".

 

Für die katholische Bischofskonferenz, die in Käßmann ein oftmals streitbares Gegenüber hatte, sagt deren Vorsitzender Robert Zollitsch: Er habe die EKD-Ratsvorsitzende als einen "Menschen kennengelernt, der bereit ist, Verantwortung zu übernehmen". Die Gründe für Käßmanns Entscheidung könne er verste hen. Wenn sie im Amt geblieben wäre, fügte Zollitsch am Rande der Frühjahrsvollsammlung der Bischöfe in Freiburg auf Fragen von Journalisten hinzu, "wäre sie wahrscheinlich nie da von weggekommen". Ihr Entschluss sei "ein Befreiungsschritt".

 

Dagegen lässt der Chef der konservativen "Bekennenden Gemeinschaften", Ulrich Rüß, unverhohlen Genugtuung erkennen: "Privat" habe Käßmann sein "tiefes Mitgefühl", aber als Amtsperson sei sie untragbar geworden. "Wenn sie weitergemacht hätte, hätte sie nicht mehr den Rücken freigehabt für moralische Anmahnungen". Dass diese "Anmahnungen" den Evangelikalen zuwider waren - wie in der Afghanistan-Debatte -, sagt Rüß nicht dazu.

 

Aber seine Lagebeurteilung trifft sich mit der Sicht, die am Tag vor Käßmanns Rücktritt eine Telefonkonferenz des EKD-Rats beherrscht hat. Es sei das Ergebnis einer "realistischen Bestandsaufnahme" gewesen, dass es für Käßmann sehr schwer werden würde, weiterzumachen, berichtet ein Teilnehmer. Trotzdem sprach ihr der Rat das Vertrauen aus. Was ja nun vieles heißen kann - das Vertrauen in den geordneten Rückzug eingeschlossen. Doch diese Deutung weist ein Ratsmitglied vehement zurück: "Unser Votum hieß auf Deutsch: Wir sind bereit, mit dir weiterzumachen", sagt einer. "Es war aber auch keine Nötigung, zu bleiben." Wohl wissend, dass sich eine Margot Käßmann am Ende auch nicht nötigen lässt. JOACHIM FRANK UND HARALD BISKUP FR 25

 

 

 

 

Nach Rücktritt. Rat der EKD berät über Nachfolge Käßmanns

 

Der Rat der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) ist am Freitag in Tutzing am Starnberger See zu seiner regulären Sitzung zusammengetreten. Es sei möglich, dass der Rat am Samstag eine Empfehlung zur Nachfolge von Margot Käßmann als Ratsvorsitzender abgebe, sagte der Sprecher der EKD. Der sächsische Landesbischof Jochen Bohl sagte hingegen, es gehe darum, „dass wir in Ruhe die Dinge entscheiden, die zu entscheiden sind“. Er glaube nicht an eine Vorentscheidung über die Nachfolge von Frau Käßmann.

Die Wahl eines neuen Ratsvorsitzenden obliegt der Synode, dem Kirchenparlament der EKD, und der Kirchenkonferenz, in dem die Kirchenleitungen der EKD-Gliedkirchen vertreten sind. Die reguläre Tagung der Gremien findet Anfang November in Hannover statt.

Schneider leitet EKD bis November

Im Regelfall wird derjenige Ratsvorsitzender, der bei der Wahl des EKD-Rates das beste Stimmenergebnis erzielt. Da aber dieses Mal nicht der gesamte Rat, sondern nur zwei Sitze im Rat besetzt werden - zum Rücktritt von Frau Käßmann kommt der Umstand hinzu, dass man sich auf der Synodentagung im Oktober 2009 nur auf 14 der vorgesehenen 15 Ratsmitglieder einigte -, kann dieses Verfahren nicht zur Anwendung kommen.

Bis zu einer Wahl leitet der stellvertretende Ratsvorsitzende, der 62 Jahre alte rheinische Präses Nikolaus Schneider, die EKD. Die EKD-Ratsvorsitzende und hannoversche Landesbischöfin Käßmann war am Mittwoch zurückgetreten, nachdem sie alkoholisiert eine rote Ampel überfahren hatte und von der Polizei angehalten worden war.

Nach dem Rückzug der Landesbischöfin wählte unterdessen der Kirchensenat der Evangelisch-lutherischen Landeskirche Hannovers am Donnerstagabend einstimmig den Lüneburger Landessuperintendenten Hans-Hermann Jantzen zum Bischofsvikar. Der 64 Jahre alte Geistliche wird damit bis zur Wahl eines neuen Landesbischofs die Leitung der mit etwa drei Millionen Mitgliedern größten deutschen Landeskirche übernehmen. Die Wahl wird laut Kirchenkreisen noch in diesem Jahr stattfinden; die reguläre Synode im Juni könne dafür aber noch zu früh kommen. Da ein hannoverscher Landesbischof - im Unterschied zum EKD-Ratsvorsitzenden - mit Erreichen des Ruhestandsalters sein Amt abgeben muss, ist es kaum möglich, dass Jantzen Nachfolger von Margot Käßmann im Amt des Landesbischofs wird.

Reinhard Bingener Faz 27

 

 

 

 

Missbrauchsfälle. Zollitsch: Wir haben das Ausmaß unterschätzt

 

Die katholischen Bischöfe wollen die Fälle sexuellen Missbrauchs in der Kirche „frei von falscher Rücksichtnahme“ aufklären. Dies gelte auch dann, wenn die Vorfälle weit zurück lägen, sagte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, zum Abschluss der Frühjahrsvollversammlung am Donnerstag in Freiburg. Man habe das Ausmaß der Verfehlungen bislang unterschätzt, sagte Zollitsch.

Als Konsequenz aus den jüngst bekanntgewordenen, inzwischen weit mehr als hundert Vorfällen kündigte Zollitsch die Überprüfung der von der Bischofskonferenz im Jahr 2002 erlassenen Leitlinien zum Umgang mit sexuellem Missbrauch an. Ziel sei es, diese in einigen Punkten zu verschärfen. Man wolle klären, ob die Auswahl der Beauftragten der Diözesen verbessert werden könne, die, so wird kritisiert, oftmals ranghohe Geistliche ohne hinreichende Unabhängigkeit seien. Auch soll künftig auf ein frühzeitiges Einschalten der Staatsanwaltschaft in Verdachtsfällen gedrängt werden. Hier bestehe Nachholbedarf, sagte Zollitsch. Dazu habe man eine Arbeitsgruppe eingesetzt, die bis zum Sommer Vorschläge vorlegen solle.

Trierer Bischof Ackermann Sonderbeauftragter

Der Trierer Bischof Stephan Ackermann wurde zum besonderen Beauftragten für dieses Thema benannt. Ackermann sei ab sofort bundesweiter Ansprechpartner für alle „Fragen im Zusammenhang des sexuellen Missbrauchs Minderjähriger im kirchlichen Bereich“, sagte Zollitsch. Bei der in Bonn ansässigen Bischofskonferenz werde eine Koordinationsstelle zur Untersuchung von Missbrauchsfällen und zur Unterstützung der juristischen Strafverfolgung eingerichtet. Zudem werde die Bischofskonferenz eine bundesweite Telefon-Hotline einrichten für Opfer.

Zum Streit der katholischen Kirche mit Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP), die der Kirchen mangelnden Willen zur Aufklärung vorgeworfen hatte, sagte Zollitsch, die Ministerin habe falsche Behauptungen aufgestellt; sie habe die Rechtstreue der Kirche in Zweifel gezogen. Deshalb habe er am Dienstag eine Frist von 24 Stunden zur Zurücknahme ihrer Äußerungen gesetzt, die er am Mittwoch allerdings selbst wieder zurücknahm.Er habe am Donnerstag einen Brief der Politikerin erhalten. Darin seien Klarstellungen erfolgt, die die Kirche akzeptieren könne.

 

Ermittlungen in Ettal: „Ein großer Komplex“ - In Zusammenhang mit den Missbrauchsfällen an der Schule des Benediktinerklosters Ettal nahm die Staatsanwaltschaft unterdessen Ermittlungen auf. Es sei ein Ermittlungsverfahren gegen Angehörige des Klosters wegen sexuellen Missbrauchs von Kindern eingeleitet worden, teilte die Staatsanwaltschaft München II am Donnerstag mit. Die Taten des Verdächtigen seien nicht verjährt. Missbrauch verjährt zehn Jahre nach der Volljährigkeit des Opfers. Wie viele Opfer es in Ettal insgesamt gebe, sei noch unklar. „Wir sind ganz am Anfang unserer Ermittlungen“, sagte Oberstaatsanwältin Andrea Titz. „Es ist ein großer Komplex. Wir können noch keine Auskunft geben, um wie viele potentielle Beschuldigte es geht.“

Der Abt des Klosters, Barnabas Bögle, war bereits am Mittwoch zurückgetreten. Er übernahm damit die Verantwortung dafür, dass in einem Fall möglichen Missbrauchs Minderjähriger durch einen Mitbruder aus dem Jahr 2005 gegen die innerkirchliche Meldepflicht verstoßen wurde. Am Dienstag hatte das Kloster Ettal das Ordinariat in München um Amtshilfe bei der Aufarbeitung des Missbrauchs gebeten. Am Mittwoch schließlich war Bögle auf Ersuchen des Generalvikar des Erzbischofs von München und Freising, Prälat Peter Beer, zurückgetreten. „Beim sexuellen Missbrauch von Kindern und Jugendlichen kann es keine Toleranz geben“, sagte Beer. „Ein Verschleiern, Vertuschen und auf die lange Bank schieben wäre nicht hinnehmbar“, sagte Beer.

Der Sprecher des Erzbistum sagte der Frankfurter Allgemeinen Zeitung am Donnerstag: „Es gibt zur rückhaltlosen Aufklärung keine Alternative, wenn die Abtei als solche eine Zukunft haben will.“ Auf Empfehlung der Erzdiözese setzte das Benediktinerkloster den Rechtsanwalt Thomas Pfister als externen Sonderermittler ein. Faz.net 25

 

 

 

 

 

Alkohol und Kirche Der Saufteufel Im Weinberg des Herrn

 

Alkohol in der Fastenzeit: Auch nach kirchlichen Maßstäben war das Verhalten von Margot Käßmann nicht in Ordnung. Dabei hat die Figur des "versoffenen Pastors" durchaus Tradition. Von Johan Schloemann

 

Die Häme ist schwer zu unterdrücken: Die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland, die in der Afghanistan-Debatte als strenge Moralapostelin wahrgenommen wurde, setzt sich am Samstag nach Aschermittwoch sturzbetrunken ans Steuer ihres Dienstwagens und fährt über Rot.

Allerdings muss erst einmal im Sinne der protestantischen Laienpriesterschaft betont werden, dass nach christlichem Verständnis wir alle Sünder sind und daher auch geistlichen Amtsträgern die Vergebung ihrer Sünden gewährt werden kann. "Wer unter euch ohne Sünde ist, der werfe den ersten Stein" - das schadenfrohe Zeigen auf die Verfehlungen des anderen, das eigene Vollkommenheit unterstellt, ist pharisäisch.

Entsprechend hat gerade die hannoversche Landesbischöfin Margot Käßmann, die geschieden ist und krebskrank war, ihre menschlichen Schwächen und Anfechtungen immer wieder offen ausgestellt.

Der automatische Impuls, nach dem Fehltritt den Rücktritt zu fordern, gehört insofern zunächst nicht der kirchlichen, sondern der politischen Sphäre an, wo man von öffentlichen Führungspersönlichkeiten "Konsequenzen" verlangt - ein Reflex, der sich in diesem Fall gewiss dadurch noch verstärkt hat, dass Käßmann häufig selbst mehr im Stil einer politischen als einer religiösen Führungsfigur aufgetreten ist.

Nicht zuletzt diesem eher politisch-medialen Selbstverständnis ist es wohl geschuldet, dass sie nun so prompt von ihrem Amt zurückgetreten ist, anstatt erst einmal ein paar Tage abseits der Bild-Zeitung zu beten, die Bibel zu lesen und sich selbst zu prüfen.

 

Verkneifen wir uns also die naheliegenden Witze - aus tiefem Glas schrei' ich zu Dir oder so etwas. Gleichwohl ist die folgenreiche Alkoholfahrt von Hannover auch nach kirchlichen Maßstäben eine krasse Erschütterung eines hohen moralischen Anspruchs.

Käßmanns Vollrausch fällt in die Fastenzeit. Das Fasten vor Ostern ist - das scheint vielen Kommentatoren entgangen zu sein - den Protestanten zwar gar nicht als Pflicht auferlegt; so heißt es in Luthers und Melanchthons Apologie zum Artikel 15 der Augsburgischen Konfession: "Gott will, dass wir allzeit nüchtern und mäßig leben, und wie die Erfahrung gibt, so helfen dazu nicht viele Fasttage."

Fasten als antikapitalistische Askese

Aber die Kirche, der Käßmann bis Mittwoch vorstand, hat sich das Fasten, also eine typische Praxis altgläubiger Werkgerechtigkeit, in den letzten Jahren immer mehr zu eigen gemacht - vom Wunsch getragen, die Ent-Ritualisierung im Protestantismus auszugleichen und ein Bedürfnis nach lebensreformerischer Sinnsuche und antikapitalistischer Askese zu befriedigen.

 

Daran nun musste sich eine EKD-Ratsvorsitzende in der Passionszeit messen lassen. Käßmann wurde am Samstag spätabends von der Polizei angehalten: da war schon seit Mittwoch Fastenzeit. Und am verkaterten Morgen nach dem Vergehen, also am Sonntag, der im Kirchenjahr Invokavit heißt und die Versuchung zum Bösen zum Thema hat, wurde offiziell die diesjährige Fastenaktion der evangelischen Kirche eröffnet: "7 Wochen ohne".

Die mitteilsame Bischöfin hat zudem in der Fastenzeit des vergangenen Jahres dem Online-Sportmagazin achim-achilles.de, das mit Spiegel Online kooperiert, ein Interview gegeben, in dem sie sagte: "Fasten bringt eine Chance für einen neuen Blick auf das Leben und unsere Welt mit sich. Es geht um eine Konzentration auf das, was wirklich wichtig ist im Leben." Auf die Nachfrage des Magazins "Worauf verzichten Sie gerade?" antwortete sie: "Ich verzichte auf Alkohol." Nun ja.

Geist statt Alkohol

Alkohol und Religion haben seit jeher ein ambivalentes Verhältnis. Einerseits hängen Kult und Rausch, Gottesdienst und Fest, Spiritualität und Spiritus religionsgeschichtlich in vielen Kulturen zusammen. Andererseits gibt es auch eine traditionelle Assoziation von Heiligkeit und Abstinenz, ob im alten China, bei Zarathustra oder im Islam.

Im Christentum jedoch ist dieser Widerspruch nie bis zum Letzten ausgetragen. So warnt im Neuen Testament der Apostel Paulus in seinen Briefen an die verlotterten Städte der Mittelmeerwelt zornig vor den "Werken des Fleisches", zu denen die Trunkenheit gehört, die von der wahren Inspiration des Glaubens zu unterscheiden sei: "Und saufet euch nicht voll Wein, daraus ein unordentlich Wesen folgt, sondern werdet voll Geistes", heißt es im Epheserbrief.

In gleicher Weise verwahrt sich der Apostel beim Pfingstwunder gegen den Vorwurf der Zaungäste, die lallenden Christen seien "voll des süßen Weins": Nein, nicht betrunken seien sie, sondern der Heilige Geist sei in sie gefahren.

Im Weinberg des Herrn

Zugleich aber wird das Evangelium inmitten einer Weinkultur verkündet. Das Abendmahl ist ein Trinkritual, das den Kirchenvätern der Spätantike einige Erklärungskunst abverlangte, wenn sie gegen die Besäufnisse der Heiden als Ausdruck spätrömischer Dekadenz wettern wollten.

Jesus ärgert sich am Vorabend der Kreuzigung im Garten Gethsemane über die schlafenden Jünger, die vom letzten Abendmahl kommen und vom Wein schläfrig sind; doch es ist auch der Heiland selbst, der das Gleichnis vom Weinberg erzählt und sich bei der Hochzeit von Kana als wundersamer Weinproduzent betätigt. Allerdings war das eine Hochzeit, und von einer Hochzeitsparty fährt man ja vernünftigerweise auch nicht mit dem Auto nach Hause ...

"Gestraft mit diesem Saufteufel"

Während nun der Katholizismus seine spezielle Doppelmoral mit seinen bierbrauenden Mönchen entwickelte, hat der Protestantismus sein eigenes schwankendes Verhältnis zum Thema.

Martin Luther hat in einer Predigt über den 1. Petrusbrief in drastischen Worten das "Säuleben" seiner Landsleute gegeißelt: So sei "Deutschland ein arm gestraft und geplagtes Land mit diesem Saufteufel, und gar ersäuft in diesem Laster, dass es sein Leib und Leben und dazu Gut und Ehre schändlich verzehret".

Absolute Enthaltsamkeit predigte (und lebte) Luther aber keineswegs; was formelhaft unter dem Etikett "nüchterner Protestantismus" läuft, bezieht sich auf eine Demutshaltung und die Innerlichkeit des Gewissens, verdankt sich aber hinsichtlich des Alkohols eher den calvinistischen und puritanischen Verschärfungen des Protestantismus.

Die reformerischen Erweckungsbewegungen seit dem 18. Jahrhundert gingen immer auch mit Abstinenzbewegungen einher, im protestantischen Norden Europas und von dort mächtig ausstrahlend nach Amerika. Dieser fromme Antialkoholismus, der auch die Arbeiterbewegung erfasste, hat bis heute Spuren in der Gesetzgebung hinterlassen.

Mit solcher Null-Toleranz-Politik aber hat der Protestantismus auch das vom Saufteufel gestellte Versuchungsproblem radikalisiert - und so der Geschichte und Literaturgeschichte den versoffenen Pastor des Nordens geschenkt. Immer wieder taucht diese Figur auf, das schönste literarische Denkmal indes hat ihr wohl Selma Lagerlöf mit ihrem 1891 erschienenen Erstlingsroman "Gösta Berling" gesetzt.

Inspiration den Weines

Der Pastor des Titels "hatte sich derartig dem Trunk ergeben, dass er mehrere Wochen hindurch sein Amt nicht mehr hatte versehen können", und so wird er im ersten Kapitel des Romans seines Amtes im hohen Norden Schwedens enthoben, worauf er sich auf eine vagabundierene Sinn- und Liebessuche begibt (1924 verfilmt mit Greta Garbo).

Während seines letzten Gottesdienstes denkt sich dieser Gösta Berling: "Freilich hatte er getrunken, aber wer hatte ein Recht, ihn deswegen anzuklagen? (...) Seiner Meinung nach war er gerade so ein Pfarrer gewesen, wie sie ihn verdienten. Sie tranken ja alle. Weswegen sollte er der einzige sein, der sich Zwang antat?

Der Mann, der seine Gattin begraben hatte, betrank sich beim Leichenschmaus; der Vater, der sein Kind zur Taufe gebracht hatte, hielt hinterher ein Saufgelage. Die Gemeinde trank auf dem Heimweg von der Kirche, so dass die meisten berauscht waren, wenn sie zu Hause anlangten. Für die war ein versoffener Pfarrer gut genug."

Der Bischof, der Gösta Berling in Lagerlöfs Roman trotzdem wegen seines Trinkens entließ, sah das anders. Und auch für Margot Käßmann war die Kraft des Anspruchs, dass die geistliche Inspiration des Glaubens in einem prominenten Kirchenamt nicht von der fleischlichen Inspiration des Weines ersetzt werden darf, zu stark, zumal sie mit der Gefährdung anderer verbunden war. Nun wird sie an weniger verantwortlicher Stelle im Weinberg des Herrn arbeiten müssen. SZ 25

 

 

 

Evangelische Kirche in Deutschland. Wahl des Käßmann-Nachfolgers im Herbst

 

Die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) will im Herbst den Nachfolger der zurückgetretenen Ratsvorsitzenden, Landesbischöfin a.D. Margot Käßmann, wählen. Bis Synode und Kirchenkonferenz Anfang November in Hannover zusammentreten, werde wie in der Grundordnung der EKD vorgesehen der stellvertretende Ratsvorsitzende und rheinische Präses Nikolaus Schneider die EKD führen, sagte ein Kirchensprecher am Mittwoch in Hannover. Präses Schneider sagte, an der Spitze der EKD solle künftig wieder ein profilierter Theologe stehen. Über eigene Ambitionen äußerte sich der 62 Jahre alte Schneider nicht.

Frau Käßmann war am Mittwoch von allen Ämtern zurückgetreten, nachdem sie am Samstag mit 1,54 Promille Alkohol im Blut beim Überfahren einer roten Ampel angehalten worden war. Der Kirchensenat der Evangelisch-Lutherischen Landeskirche in Hannover wollte am Donnerstagabend zusammenkommen, um aus dem Kreis der fünf amtierenden Superintendenten der größten Landeskirche einen Bischofsvikar zu bestimmen, der Käßmanns Aufgaben übernimmt.

Schneider bekräftigte Kritik an Westerwelle

Nikolaus Schneider kündigte am Donnerstag an, weiterhin zu Themen wie dem Afghanistan-Einsatz der Bundeswehr Stellung zu nehmen, zu denen sich die Ratsvorsitzende Käßmann geäußert hatte. Eine zentrale Frage sei zudem, „wie es in unserem Land sozial weitergeht“. Schneider bekräftigte dabei seine Kritik an Guido Westerwelles (FDP) Äußerungen zu Hartz IV. Der FDP-Vorsitzende zeichne ein falsches Bild von Menschen, die auf staatliche Unterstützung angewiesen seien. Dem Westdeutschen Rundfunk sagte Präses Schneider, innerkirchlich sei eine Hauptaufgabe, den vom früheren Ratsvorsitzenden Huber angestoßenen Reformprozess fortzuführen, der nun „in den Gemeinden ankommen“ müsse.

Die Präses der EKD-Synode, die Grünen-Politikerin und Vizepräsidentin des Bundestages, Katrin Göring-Eckardt, kündigte an, die EKD wolle fortsetzen, was Margot Käßmann angestoßen habe. „Da geht es um Aufbruch, darum, dass wir politisch unbequem bleiben werden, dass Kirche sich auch als Mahnerin versteht.“ Reinhard Bingener Faz 26

 

 

 

 

 

 

Zollitsch: Alternde Gesellschaft als Herausforderung

 

1900 waren fünf Prozent der Bevölkerung in Deutschland 60 Jahre und älter, heute sind es 26 Prozent, 2050 werden es über 38 Prozent sein. Nüchterne Zahlen, in denen sich die gesellschaftliche Realität einer alternden Gesellschaft zeigt. Weil dies natürlich auch die Kirchen betrifft, befasste sich die deutsche Bischofskonferenz an einem Studientag mit dieser Frage.

Zunächst sei natürlich klar und deutlich zu sagen, dass das Alter ein Geschenk ist, von dem nicht nur der alternde selbst, sondern auch seine Umwelt profitieren. So Erzbischof Robert Zollitsch zu diesem Studientag. Er fügte aber auch hinzu:

 

„Bei allen Chancen des Alters kommen wir dennoch nicht umhin festzustellen: das Phänomen der alternden Gesellschaft bringt Herausforderungen mit sich uns ist oft auch eine Last für den Einzelnen, für die Gesellschaft die mehr investieren muss für Pflege und Betreuung und für die Kirche in der Herausforderung in der Pastoral. Das ist für den Einzelnen nicht leicht zu akzeptieren – zumal in einer auf Leistung und Jugendlichkeit getrimmten Gesellschaft. Das zu akzeptieren ist nicht einfach in einer Zeit, in der zwar die meisten das Ziel haben, alt zu werden, aber kaum jemand eingesteht, alt zu sein.“

 

Der Vorsitzende der Caritas-Kommission der Bischofskonferenz, Bischof Joachim Reinelt, fügt hinzu:

 

„Wir betrachten die ältere Generation nicht als eine Abwrack-Generation, sondern als eine mit besonderen Fähigkeiten, mit Lebenserfahrung, mit Weisheit und ich denke, dass das für den Dienst der Kirche besonders wichtig ist, denn Kirche ist immer Mehrgenerationenhaus gewesen. Wir haben nie nur die in er Öffentlichkeit ansehnlichen Generationen ins Blickfeld gerückt sondern eben alle, von A bis Z.“

 

Eine Aufgabe besonders der Kirche sei, so Reinelt weiter, vor allem die letzten Fragen des Lebens zu begleiten und nicht zu verdrängen. Kirche habe die Aufgabe,

 

„Mutig die Ordnung des Lebens mit der Ordnung des Todes zu konfrontieren. In ganz bestimmten Lebenssituationen des Alterns hat man den Mut leichter und stellt sich diesen Fragen. Ich denke, da ist Kirche ganz besonders herausgefordert zu helfen, ehrlich zu diesen Fragen zu stehen. In der heutigen Zeit, in der das Leben und die Gesundheit scheinbar nur noch in der menschlichen Verfügungsgewalt liegen, werden Sterben und Tod als Scheitern erlebt und zunehmend verdrängt.“

 

Dabei sei die Würde des Menschen in jedem Augenblick des Lebens gegeben, nicht auf die Länge, auf die Fülle des Lebens käme es an. Ein weites Feld, für das die heutigen Beratungen sicherlich nicht mehr als ein Schritt sein können. (rv 25)

 

 

 

 

 Missbrauchsfälle im Kloster Ettal. „Es ist ein großer Komplex“

 

In Zusammenhang mit den Missbrauchsfällen an der Schule des Benediktinerklosters Ettal ermittelt nun die Staatsanwaltschaft. Es sei ein Ermittlungsverfahren gegen Angehörige des Klosters wegen sexuellen Missbrauchs von Kindern eingeleitet worden, teilte die Staatsanwaltschaft München II am Donnerstag mit. Insbesondere ein Kloster-Angehöriger stehe im Verdacht, sich an mehreren Kindern vergangen zu haben.

Die Erzdiözese München und Freising rief die Benediktinerabtei zur rückhaltlosen Aufklärung auf. „Beim sexuellen Missbrauch von Kindern und Jugendlichen kann es keine Toleranz geben“, sagte der Generalvikar des Erzbischofs von München und Freising, Prälat Peter Beer. Am Mittwoch war der Ettaler Abt Barnabas Bögle auf Beers Ersuchen hin von seinem Amt zurückgetreten.

 

Taten noch nicht verjährt - Bögle übernahm damit die Verantwortung dafür, dass in einem Fall möglichen Missbrauchs Minderjähriger durch einen Mitbruder aus dem Jahr 2005 gegen die innerkirchliche Meldepflicht verstoßen wurde. Die bischöflichen Leitlinien von 2002 sehen laut Ordinariat eine Meldepflicht an den zuständigen Bischofsbeauftragten unabhängig davon vor, ob auch tatsächlich ein Missbrauch vorliegt.

Laut Staatsanwaltschaft sind die Taten des beschuldigten Kloster-Angehörigen nicht verjährt. Missbrauch verjährt zehn Jahre nach der Volljährigkeit des kindlichen Opfers. Wie viele Missbrauchsfälle und wie viele Opfer es in Ettal insgesamt gibt, ist noch unklar. „Wir sind ganz am Anfang unserer Ermittlungen“, sagte Oberstaatsanwältin Andrea Titz. „Es ist ein großer Komplex. Wir können noch keine Auskunft geben, um wie viele potentielle Beschuldigte es geht.“

Trierer Bischof Ackermann Beauftragter für Missbrauchsfälle

Unterdessen hat die Katholische Kirche den 46 Jahre alten Trierer Bischof Stephan Ackermann als Sonderbeauftragten für sexuelle Missbrauchsfälle eingesetzt. Er sei ab sofort bundesweiter Ansprechpartner für alle „Fragen im Zusammenhang des sexuellen Missbrauchs Minderjähriger im kirchlichen Bereich“, sagte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, zum Abschluss der Frühjahrsvollversammlung in Freiburg.

Bei der in Bonn ansässigen Bischofskonferenz werde eine Koordinationsstelle zur Untersuchung von Missbrauchsfällen und zur Unterstützung der juristischen Strafverfolgung eingerichtet. Zudem werde die Bischofskonferenz eine bundesweite Telefon-Hotline einrichten für Opfer. Außerdem sollen die aus dem Jahre 2002 stammenden kirchlichen Leitlinien zur Untersuchung von sexuellem Missbrauch Minderjähriger durch Geistliche bis zum August überarbeitet werden. Dabei solle insbesondere das Vorbeugen solcher Fälle gestärkt werden. Faz.net 25

 

 

 

 

Reinelt: Caritas für Kirche unverzichtbar

 

Soziales Engagement für Arme, Kranke und Schwache ist für den Dresdner Bischof Joachim Reinelt eine wesentliche Aufgabe der Kirche. „Zuwendung zum Menschen ist gleichzeitig Annäherung an Gott“, sagte Reinelt am Mittwochmorgen im Freiburger Münster.

Caritas preisgeben, hieße Gott preisgeben. Mit diesen Worten hat der Bischof von Dresden-Meißen, Joachim Reinelt, in seiner Predigt an diesem Mittwoch zu tätiger Nächstenliebe aufgerufen. Während der Frühjahrsvollversammlung der deutschen Bischöfe in Freiburg nannte er Mutter Theresa als Beispiel dafür, in Sterbenden und Leidtragenden den Gekreuzigten zu sehen und ihnen in Liebe zu begegnen. Wie sich Gott zu den Armen und Schmerzbeladenden hinein in die Welt begeben habe, müssten auch die Menschen den Schwierigkeiten der Welt annehmen, so Reinelt. Das belege schon das Johannesevangelium. Als Beispiel nannte der Bischof die Zivildienstleistenden, die mit ihren Hilfsdiensten zu einer tieferen Gemeinschaft unter den Menschen beitrügen.

Kirche dürfe sich dabei nicht durch Geldmangel oder andere Probleme entmutigen lassen. Träger und Mitarbeiter im sozialen Bereich stünden in der Pflicht, für jede einzelne Einrichtung zu kämpfen, so Bischof Joachim Reinelt. Caritas sei nicht nur ein „professionelles Sozialprogramm“ der Kirche, sondern „Gottesbegegnung“, sagte er. Bei einem Studientag ging es an diesem Mittwoch um die Folgen des demografischen Wandels und die alternde Gesellschaft. Aus Forschung und Praxis berichteten der Heidelberger Alterswissenschaftler Andreas Kruse sowie der Präsident des Deutschen Caritasverbandes, Peter Neher. Das Ergebnis der Debatten über den Missbrauchsskandal in kirchlichen Einrichtungen wollen die Bischöfe in einer Abschlusserklärung am Donnerstag vorlegen. (pm/kna) 25

 

 

 

 

 

Evangelische Kirche. Amt und Person

 

Das Scheitern Margot Käßmanns an der Spitze der Evangelischen Kirche in Deutschland ist eine menschliche Tragödie. Die Erklärung, mit der die Ratsvorsitzende ihren Amtsverzicht begründete, ließ alle Häme und Selbstgerechtigkeit verstummen. Sie hat eingesehen, dass ihre moralische Autorität durch die Trunkenfahrt beschädigt ist, und daraus die Konsequenz gezogen, von allen kirchlichen Ämtern zurückzutreten. Das verdient hohe Anerkennung. Anders als man es bei Rücktritten von politischen Ämtern schon erlebt hat, schwang sogar eine gewisse Erleichterung darüber mit, von der Last der beiden Aufgaben und der ständigen Beobachtung befreit zu werden.

Mit ihrem Rücktritt hat Frau Käßmann jene Identifikation von Amt und Person aufgehoben, die sie zuvor gelebt hat, auch in ihrem Bischofsamt in Hannover. Erst im Abgang ist sie als Person im wahrsten Sinne des Wortes hinter die Würde des Amtes zurückgetreten.

Zwischen dem katholischen und dem reformatorischen Amtsverständnis besteht eine wesentliche Differenz: Die evangelische Kirche unterscheidet Amt und Person. Das Amt beruht in ihr nicht auf der geweihten Person, sondern allein auf der Botschaft, die der Amtsträger zu verkündigen hat. Deshalb hat Luther das Sakrament der Priesterweihe fallenlassen und gesagt: „Alle Christen sind wahrhaftig geistlichen Stands, und ist außer ihnen kein Unterschied denn des Amts halben allein.“ Er hat darauf beharrt, zwischen Amt, Person und deren Missbrauch des Amtes zu unterscheiden. Und er wusste, dass darin auch eine Entlastung liegt, vor allem ein Schutz vor Selbstüberforderung.

Das heißt konkret, dass die das Amt ausübende Person keinen Gegenkommentar zu dem schreiben kann, was das Amt repräsentiert. In einer personalisierten Medienwelt, die geradezu davon lebt, dass Person und Amt – auch und gerade im politischen Bereich – identifiziert werden, wird es zunehmend schwierig, die protestantisch grundlegende Unterscheidung von Amt und Person aufrechtzuerhalten, also ein leitendes geistliches Amt nicht zur Selbstprofilierung zu nutzen. Davon war auch Käßmanns Amtsvorgänger Huber nicht frei. Allerdings hat er es verstanden, theologische Themen zu setzen und mit intellektueller Präsenz und rhetorischer Gewandtheit in gesellschaftliche Debatten einzugreifen. Niemand wird ihm vorwerfen können, dass die Person das Amt gewissermaßen verdrängt hätte.

Frau Käßmann ist zum Verhängnis geworden, dass sie ihr Privatleben und ihre Person von Anfang an in die Medienöffentlichkeit gezogen hat und die vollständige Identifikation mit ihrem Amt selbst betrieben hat. Dabei ist ein Bischof in der evangelischen Kirche ohnehin nichts anderes als ein Primus inter Pares, also ein Pfarrer mit Leitungsaufgaben. Wo andere von der Kirche gesprochen hätten, hat Frau Käßmann „ich“ gesagt. Sie hat versucht, über ihre Menschlichkeit und die Brüche in ihrem Leben ihre persönliche Überzeugungskraft zu stärken, sie hat von der gezielten Instrumentalisierung der medialen Öffentlichkeit profitiert, sich in die Sphäre von Politikern und Schauspielern begeben, und sie ist darüber gefallen.

Frau Käßmann ist nicht die einzige Kirchenvertreterin, die moralische Appelle in das Zentrum religiöser Kommunikation gestellt hat. Ganz gleich, ob es um Ladenöffnungszeiten, Weihnachtsartikel zur Unzeit, Halloween, den Umgang mit Drogen und Alkohol oder Afghanistan und eine historische Bewertung des Zweiten Weltkriegs ging, sie war um keinen Rat und auch um kein moralisches Urteil verlegen. Dieser hohe Anspruch an moralische Integrität war schon immer die Stärke der charismatisch Begabten, zugleich aber ihre größte Schwäche. Denn sie müssen sich gefallen lassen, selbst an ihm gemessen zu werden.

Kirche bringt sich um spezifische Deutungskompetenz

Dass die moralischen Appelle in beiden Kirchen vorherrschen, ist nicht nur mit theologischer Argumentationsschwäche zu erklären. Inmitten einer Übermoralisierung des Politischen ist es für die Kirche schwieriger geworden, sich dem Sog der Rat und Orientierung Suchenden zu entziehen. Sie soll Antworten auf zentrale Lebensfragen geben. Doch die Verkürzung von Religion auf Moral oder Metaphysik (Schleiermacher) ist theologisch fragwürdig. Als Ratgeberreligion wird der ohnehin durch Selbsttrivialisierung gefährdete Protestantismus nicht bestehen.

 

Die Evangelische Kirche in Deutschland muss jetzt nicht nur einen neuen Ratsvorsitzenden finden, sondern auch einen Nachfolger für den derzeit amtierenden Präsidenten des Kirchenamtes, Hermann Barth, der ruhige Nachdenklichkeit mit theologischer Substanz verbindet und im Sommer in den Ruhestand geht. Vielleicht hat die EKD selbst – verführt von der medialen Präsenz Bischof Hubers – zu sehr auf öffentliche Wirksamkeit gesetzt. Möglicherweise braucht sie inmitten der umtriebigen Kampagnenpolitik mit hohem Aufmerksamkeitswert und geringer Langzeitwirkung eine bodenständige theologische Sachlichkeit. Die Identifikation von Amt und Person mag ihr zwar Popularität und Anziehungskraft einbringen, doch der Preis dafür ist hoch. Die Kirche bringt sich um ihre spezifische Deutungskompetenz. Von Heike Schmoll Faz 25

 

 

 

Taugt Margot Käßmann zum Vorbild? Pro und Kontra

 

Selbst im Scheitern ist Margot Käßmann noch ein Vorbild, ist derzeit oft zu hören. Nein, zurücktreten hätte sie nicht dürfen, wird dem entgegnet. VON M. HAUSER & P. BEUCKER

 

PRO - Eine aktiv Handelnde im Protest gegen Ungerechtigkeiten - das ist Margot Käßmann ohne jeden Zweifel.

Margot Käßmann denkt in einer politischen Differenziertheit, die Widersprüche unserer Zeit nicht leugnet und die Zukunftsbilder aufzeigt. Sie orientiert sich an Lebendigkeit, an positiver Veränderung und nicht an Machtansprüchen vieler politischer oder religiöser Eliten.

Mit ihrem Handeln brachte sie immer wieder auch ihre Person ins Spiel, sie stellte sie umfassend mit ihrer Lebenswirklichkeit in die öffentliche Diskussion. Mit dieser Kraft - für mich eine feministische - erreichte sie viele, die auf der Suche nach wirklichen Alternativen waren. Das nenne ich Vorbild.

Darin war und ist sie auch ein Modell für die unzähligen Frauen, die ehrenamtlich die elementare Arbeit vieler Gemeinden erst ermöglichen, wie auch Vorbild für jene, die sich einsetzen gegen Gewalt und für soziale Gerechtigkeit - all das hat die Bischöfin als solidarische Partnerin in die Sichtbarkeit und Würdigung geholt.

Trotz ihres Rücktritts wird sie auch weiterhin ein Vorbild darin sein, den Mund aufzumachen, radikal Unrecht zu benennen, die Missstände an ihrer Wurzel zu packen: wenn PolitikerInnen mit Hetze gegen Minderheiten oder Hartz-IV-EmpfängerInnen auf schamlosen Stimmenfang gehen, wenn Regierungen uns die Aufstockung von Militär zur Befriedung der gebeutelten afghanischen Bevölkerung als neue Strategie verkaufen.

Auf welche weiteren Vorbilder können wir jetzt bauen? Kann sie vielleicht auch Vorbild sein für jene, die ihren Rückzug bedauern: um sich selbst auf den Weg zu machen?

Auch Vorbilder machen Fehler, das zu erkennen korrigiert unsere Projektionen. Doch auch im Scheitern ist Margot Käßmann ein Vorbild.

Ob wir es protestantische Ethik nennen oder einfach konsequent - sie bleibt sich treu, sie ist wahrhaftig in ihrem Handeln, in ihrem Respekt vor sich selbst.

So, liebe Politiker, so, verehrte katholische Bischöfe, wäre es möglich, mit Fehlern umzugehen.

Monika Hauser ist Gründerin von medica mondiale. 2008 erhielt sie den Alternativen Nobelpreis.

 

KONTRA - Margot Käßmanns Rückzug ist menschlich verständlich. Aber ein Fehler bleibt er trotzdem. Denn sie hat damit denjenigen einen allzu großen Gefallen getan, die eine selbstbewusste Frau an der Spitze der EKD stets als ärgerlichen Betriebsunfall empfanden - egal ob besoffen oder nüchtern. An den erzkonservativen Christenstammtischen beider Konfessionen dürften nach ihrer Entscheidung die Sektkorken geknallt haben.

Alice Schwarzer hat recht: Ein Mann in der Lage wäre nicht zurückgetreten! Etliche Beispiele belegen das. Der CSU-Politiker Otto Wiesheu etwa hielt es nicht einmal für nötig, sein Landtagsmandat zurückzugeben, nachdem er volltrunken mit 1,75 Promille einen Autounfall verursacht hatte, bei dem er einen Menschen tötete. Später stieg er auf bis zum bayerischen Staatsminister für Wirtschaft, Technologie - und Verkehr.

Margot Käßmann hat keinen Unfall verursacht, niemand ist zu Schaden gekommen. Das entschuldigt ihr Fehlverhalten nicht. Die Vorzeigeprotestantin hat eine Straftat begangen und wird dafür die juristischen Konsequenzen zu tragen haben. Aber hat sie deshalb bereits ihre Glaubwürdigkeit als moralische Instanz verloren? Zu der habe sich die couragierte Kirchenfrau zu lauthals, zu selbstverliebt aufgeschwungen, hieß es - als würde eine Fahrt im betrunkenen Zustand ihre Kritik an dem Krieg in Afghanistan oder an Hartz IV delegitimieren!

Leider scheint Käßmann selbst dieser absurden Auffassung zu sein. Ihre "Freiheit, ethische und politische Herausforderungen zu benennen und zu beurteilen", wäre künftig eingeschränkt gewesen, sagte sie in ihrer Rücktrittserklärung. Wenn die katholischen Bischöfe oder der Papst mit einer solchen Begründung persönliche Konsequenzen aus ihrer Verstrickung in die jahrzehntelange Vertuschung von Kindesmissbrauch ziehen würden, hätte das in der Tat Vorbildcharakter. Bei Käßmanns Rücktritt ist das leider nicht der Fall. Die Maßstäbe dürfen nicht verschwimmen. Es wäre besser gewesen, sie hätte dem Druck standgehalten. Da sollte die Kirche doch bitte schön im Dorf bleiben.

Pascal Beucker ist Autor von "Endstation Rücktritt. Warum deutsche Politiker einpacken". Taz 26

 

 

 

Deutschland: Bedauern und Respekt

 

Mit Bedauern und Respekt haben katholische und evangelische Kirchenvertreter den Rücktritt von Margot Käßmann aufgenommen. Die 51-jährige Theologin trat am Mittwochnachmittag mit sofortiger Wirkung von ihrem Amt als Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) zurück. Zugleich legte sie mit sofortiger Wirkung ihr Amt als hannoversche Landesbischöfin nieder. In der Pressekonferenz in Hannover sagte Käßmann:

 

„Ich war mehr als 10 Jahre mit Leib und Seele Bischöfin und habe all meine Kraft in diese Aufgabe gegeben. Ich bleibe Pastorin der hannoverschen Landeskirche. Ich habe 25 Jahre nach meiner Ordination vielfältige Erfahrungen gesammelt, die ich gern an anderer Stelle einbringen werde.“

 

Die Spitzen der evangelischen Kirche hatten sich noch am Mittwochmorgen hinter Käßmann gestellt. Darunter auch Nikolaus Schneider, der Präses der rheinischen Landeskirche. Er wird als Käßmanns Stellvertreter die Amtsgeschäfte zunächst kommissarisch weiterführen, wie die evangelische Kirche mitteilte. Im Interview mit dem Kölner Domradio sagte er:

 

„Ich bin wirklich betroffen, denn wir haben eine gute und vertrauensvolle Zusammenarbeit in dieser beginnenden Amtsperiode von Frau Käßmann und mit mir als ihrem Stellvertreter entwickelt. Einmütig hatte wir ihr gesagt: Wir sprechen dir das Vertrauen aus und du wirst die richtige Entscheidung treffen. Weit überwiegend haben wir gesagt: Wir wollen und können mit dir auch weiterarbeiten als Ratsvorsitzende.“ (rv/domradio 25)

 

 

 

Missbrauch an katholischen Schulen ''Wir stehen ganz am Anfang''

 

Die Idylle bröckelt: Nach dem Rücktritt des Abts Barnabas Bögle hat die Staatsanwaltschaft München nun ein Ermittlungsverfahren gegen Angehörige der Klosterschule Ettal eingeleitet.

Im Missbrauchsskandal an der Schule des Benediktinerklosters Ettal ermittelt nun die Staatsanwaltschaft. Es sei ein Ermittlungsverfahren gegen Angehörige des Klosters wegen sexuellen Missbrauchs von Kindern eingeleitet worden, teilte die Staatsanwaltschaft München II an diesem Donnerstag mit. Insbesondere ein Klosterangehöriger stehe im Verdacht, sich an mehreren Kindern vergangen zu haben. Die Erzdiözese München und Freising rief die Benediktinerabtei zur rückhaltlosen Aufklärung auf. "Beim sexuellen Missbrauch von Kindern und Jugendlichen kann es keine Toleranz geben", sagte der Generalvikar des Erzbischofs von München und Freising, Prälat Peter Beer, laut Mitteilung. Am Mittwoch war der Ettaler Abt Barnabas Bögle auf Beers Ersuchen hin von seinem Amt zurückgetreten.

Bögle übernahm damit die Verantwortung dafür, dass in einem Fall möglichen Missbrauchs Minderjähriger durch einen Mitbruder aus dem Jahr 2005 gegen die innerkirchliche Meldepflicht verstoßen wurde. Die bischöflichen Leitlinien von 2002 sehen laut Ordinariat eine Meldepflicht an den zuständigen Bischofsbeauftragten unabhängig davon vor, ob auch tatsächlich ein Missbrauch vorliegt.

 

Laut Staatsanwaltschaft sind die Taten des beschuldigten Klosterangehörigen nicht verjährt. Missbrauch verjährt demzufolge zehn Jahre nach der Volljährigkeit des kindlichen Opfers. Wie viele Missbrauchsfälle und wie viele Opfer es in Ettal insgesamt gibt, ist noch unklar. "Wir sind ganz am Anfang unserer Ermittlungen", sagte Oberstaatsanwältin Andrea Titz. "Es ist ein großer Komplex. Wir können noch keine Auskunft geben, um wie viele potenzielle Beschuldigte es geht." Generalvikar Beer verlangte, das Kloster müsse nun von sich aus unnachgiebig aufklären und die Vorwürfe aufarbeiten. "Dabei darf es nicht nur um jahrzehntelang zurückliegende Vorfälle gehen, die heute kaum mehr strafrechtlich verfolgt werden können. Sondern es muss auch die Frage beantwortet werden, ob gegebenenfalls bis in die jüngste Vergangenheit Verfehlungen begangen wurden und Versäumnisse vorliegen." Zudem müsse erklärt werden, wie mit Verdächtigen und Tätern verfahren wurde und ob diese dann konsequent von Kindern und Jugendlichen ferngehalten wurden.

Die Erzdiözese leistet seit Montagabend Amtshilfe bei der Aufarbeitung in Ettal. "Ein Verschleiern, Vertuschen und auf die lange Bank schieben wäre nicht hinnehmbar", erklärte Beer. "Wir fordern volle Transparenz." Seit Wochen wird die katholische Kirche in Deutschland von zahlreichen Missbrauchsskandalen erschüttert. Mittlerweile haben sich weit über 100 Opfer gemeldet. Dpa 25

 

 

 

 

 

Missbrauchsfälle. Anzeige gegen Zollitsch

 

Im Streit über die Missbrauchsfälle in katholischen Einrichtungen hat der Anwalt eines Opfers Strafanzeige gegen Erzbischof Robert Zollitsch und seinen Vorgänger im Amt des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Karl Kardinal Lehmann, gestellt. Die Staatsanwaltschaft solle ein Ermittlungsverfahren wegen Strafvereitelung einleiten, sagte Rechtsanwalt Christian Sailer aus dem fränkischen Marktheidenfeld am Mittwoch. Dabei berief er sich auf den von Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) geäußerten Verdacht, die Verantwortlichen in der katholischen Kirche hätten nicht ausreichendes Interesse an einer lückenlosen Aufklärung.

 

Unterdessen gab es bei der Auseinandersetzung zwischen der Justizministerin und der Deutschen Bischofskonferenz erste Entspannungssignale. Der Konferenzvorsitzende, Erzbischof Robert Zollitsch, sagte am Mittwoch in Freiburg, der angekündigte Brief von Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) in der Sache zeige, dass die Ministerin das Gespräch suche, es aber nicht in der Öffentlichkeit führen wolle. Offensichtlich auf Drängen von Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) soll es auch zu einem Gespräch zwischen den Kontrahenten kommen.

 

Ein Sprecher der Ministerin erklärte, Leutheusser-Schnarrenberger halte an ihrer am Montag geäußerten Kritik am kirchlichen Umgang mit Missbrauchsfällen fest. Danach hatte die Bischofskonferenz sie ultimativ zu einer Korrektur aufgefordert.

 

Zollitsch bewertete es als positiv, dass die Ministerin in einem Radio-Interview vom Mittwoch ihre Aussagen teilweise korrigiert habe. Leutheusser-Schnarrenberger erklärte, ihr sei nicht an einem Schlagabtausch gelegen, wohl aber an einem besseren Umgang der Kirche mit Missbrauchsfällen. Zugleich betonte sie, es reiche nicht, wenn die Kirche nur bei erwiesenen Missbrauchsfällen zur Selbstanzeige auffordere oder die Behörden einschalte. Die Liberale plädierte für eine Verschärfung der Kirchen-Richtlinien von 2002.

 

Unterdessen trat der Abt an der Schule des Benediktinerklosters Ettal zurück. Dort hatte es zwischen 1950 und 1990 Missbrauchsfälle gegeben. Der Abt Barnabas Bögle übernehme die Verantwortung dafür, dass in einem Fall möglichen Missbrauchs gegen innerkirchliche Meldepflichten verstoßen worden sei, hieß es. (kna/dpa 25)

 

 

 

 

 

Missbrauchsfälle in Kirche. Auch Schulleiter von Kloster Ettal tritt zurück

 

Im Missbrauchsskandal an der Schule des Benediktinerklosters Ettal (Kreis Garmisch-Partenkirchen) tritt nach dem Abt auch der Prior der Abtei und Leiter der Klosterschule, Pater Maurus Kraß, zurück. Das teilte das Erzbischöfliche Ordinariat München am Freitag mit.

Er übernehme damit wie Abt Barnabas Bögle die Verantwortung dafür, dass in Ettal bei möglichen Missbrauchsfällen Minderjähriger durch Klosterangehörige gegen die innerkirchliche Meldepflicht verstoßen wurde, hieß es in der Mitteilung.

Konkret gehe es um Missbrauchsvorwürfe aus den Jahren 2003 und 2005. Pater Maurus habe es jeweils unterlassen, den Bischöflichen Beauftragten der Erzdiözese über die Vorwürfe zu unterrichten, hieß es. Die bischöflichen Leitlinien von 2002 sehen laut Ordinariat eine Meldepflicht an den zuständigen Bischofsbeauftragten unabhängig davon vor, ob auch tatsächlich ein Missbrauch vorliegt. Abt Barnabas Bögle war bereits am Mittwoch auf Ersuchen des erzbischöflichen Generalvikars Peter Beer von seinem Amt zurückgetreten.

Im Ettaler Missbrauchsskandal ermitteln inzwischen sowohl die Staatsanwaltschaft München II als auch ein eigener Sonderermittler. Der vom Kloster eingesetzte Rechtsanwalt Thomas Pfister soll bereits bis Freitag kommender Woche einen ersten Sachstandsbericht vorlegen, der auch öffentlich gemacht werden soll. Laut Staatsanwaltschaft steht insbesondere ein Klosterangehöriger im Verdacht, sich an mehreren Kindern vergangen zu haben. Man sei aber ganz am Anfang der Ermittlungen, hieß es dort. Auch wie viele Missbrauchsfälle und wie viele Opfer es in Ettal insgesamt geben könnte, sei noch unklar. Dpa 26

 

 

 

 

 

Katholiken-Initiative "Wir sind Kirche". "Das Schiff droht zu sinken"

 

Christian Weisner von der katholischen Initiative "Wir sind Kirche" sieht angesichts des Missbrauchsskandals dringenden Reformbedarf - und die Gefahr von Rückschlägen. Der 59-Jährige ist einer der drei Initiatoren der Kirchenvolksbewegung "Wir sind Kirche". Er ist Mitglied im Bundesteam der Kirchenvolksbewegung und deren Sprecher. Seit 2005 lebt er in Dachau.

 

taz: Herr Weisner, ist es Zeit für ein neues Konzil?

Christian Weisner: Nein, denn zunächst einmal müsste es darum gehen, die Beschlüsse des letzten Konzils konsequent umzusetzen. Denn nach dem Reformkonzil hat es leider viele Rückschläge gegeben. Zudem gibt es die berechtigte Befürchtung, dass es mit den derzeitigen Bischöfen und Kardinälen eine sehr viel konservativere Ausrichtung geben könnte. Ein neues Konzil würde einen noch größeren Rückschlag bedeuten.

Das heißt: Sie trauen der Spitze der römisch-katholischen Kirche derzeit keine Reformbereitschaft zu?

Nur wenn beim nächsten Konzil auch Laien, vor allem auch Frauen, also das gesamte Kirchenvolk, beteiligt sind, könnte es in der katholischen Kirche zu den Veränderungen kommen, die notwendig sind. Doch dafür kann ich momentan keine Bereitschaft erkennen.

Nach den jüngsten Missbrauchsskandalen steht der Vatikan unter Druck. Wird das nicht dazu führen, dass die Kirchenspitze zumindest beim Thema Sexualmoral umdenken wird?

Es wäre schön, wenn ich diese Hoffnung hätte. Doch die Realität ist eine andere. Als wir vor 15 Jahren das Kirchenvolksbegehren initiierten und eine Erneuerung der römisch-katholischen Kirche forderten, war der Auslöser ebenfalls der Vorwurf des sexuellen Missbrauchs. Damals ging es um den Wiener Kardinal Hermann Groër. Seit acht Jahren haben wir die Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz vorliegen. Trotzdem werden immer wieder Fälle bekannt, in denen die Kirchenspitze zu vertuschen versuchte.

Wie erklären Sie sich das?

Ich sehe darin ganz klar ein strukturelles Problem der römisch-katholischen Kirche, das sie aber nicht erkennen mag. Wenn ein Priester der Täter ist, ist das schlimm genug. Wenn dahinter aber eine Institution steckt, die die Täter - bewusst oder unbewusst - schützt, dann ist das ein Skandal. Der Kirchenspitze muss klar werden: Sexueller Missbrauch ist kein Kavaliersdelikt. Und es handelt sich auch in der katholischen Kirche nicht um Einzelfälle.

Immerhin gab es nun bei der Deutschen Bischofskonferenz Worte des Bedauerns.

Die abgelesene Entschuldigung von Erzbischof Robert Zollitsch wird den Opfern wohl nicht ausreichen. Besser wäre es gewesen, wenn er um Vergebung gebeten und deutlich gemacht hätte, was an Umkehr vonseiten der Kirche auch tatsächlich getan wird. Ich befürchte, dass manche Bischöfe die Dramatik der ganzen Angelegenheit noch nicht ausreichend erfasst haben. Und sie erkennen auch nicht, was für ein Vertrauensschaden entstanden ist.

Was befürchten Sie?

Der Leiter des Canisius-Kollegs in Berlin, Jesuitenpater Klaus Mertes, sagt, dass wir erst die Spitze des Eisbergs sehen. Ich fürchte, er hat recht, und kann nur hoffen, um im Bild zu bleiben, dass nicht das ganze Kirchenschiff sinkt. In den USA sind ganze Diözesen und jetzt auch Jesuitenprovinzen pleitegegangen aufgrund der Entschädigungsforderungen. In Irland ist die Kirche aufgrund der jahrelangen Missbrauchsfälle völlig am Boden. Ähnliches befürchte ich auch für Deutschland, wenn nicht die tieferen Ursachen angegangen werden.

Was konkret müsste von der Kirche kommen?

Das Erste ist: den Opfern zuhören, ihnen Glauben schenken und sie um Vergebung bitten. Dann ist natürlich therapeutische Hilfe notwendig, sowohl für die Opfer als auch für die Täter. Wenn Opfer auch eine finanzielle Entschädigung erwarten, dann sollte auch das geklärt werden. Im Fall der missbrauchten Heimkinder hat es einen runden Tisch gegeben, an dem Lösungen gefunden wurden. Ein solcher runder Tisch wäre auch hier ein guter Weg. Auch die Prävention bei Priestern wie bei potenziellen Opfern muss intensiviert werden. Letztlich muss unsere Kirche aber auch eine neue Einstellung zur Sexualität gewinnen.

Was kann die Kirchenbasis beitragen?

Sehr viel. Und viele tun das ja bereits. Die Kirchenvolksbewegung betreibt seit 2002 ein Nottelefon, wo sich seitdem um die 300 Opfer gemeldet haben. Dann gibt es viele gute Priester und ReligionslehrerInnen, die die Botschaft Jesu ernst nehmen und den römischen Katechismus nicht als allein selig machende Botschaft verkünden, sondern sich den wirklichen Fragen der Menschen zuwenden und auch Tabus ansprechen.

Zum Beispiel?

Zum Beispiel Homosexualität. Der Katechismus verbietet es, homosexuell zu leben. Doch wir wissen, dass viele katholische Priester schwul sind. In den USA sollen es 30 bis 50 Prozent sein. Für Seelsorger ist es aber keine gute Voraussetzung, wenn sie ihre eigene Persönlichkeit verstecken müssen. Die Kirchenleitung wäre gut beraten, mehr auf die Humanwissenschaften zu hören. Die Basis ist da sehr viel weiter.

Wie ist denn momentan die Stimmung an der Basis?

Viele sind enttäuscht, dass der Vorsitzende der Bischofskonferenz fast vier Wochen lang geschwiegen hat. Seine Entschuldigung kam zu spät und war blass.

Treten mehr Menschen aus?

Wie bei der evangelischen Kirche gibt es auch bei den Katholiken seit vielen Jahren einen permanenten Aderlass. Und das hat gar nicht nur mit den aktuellen Dingen zu tun. Es ist die Entfremdung der Kirchenspitze vom Kirchenvolk insgesamt, weswegen viele einen Austritt erwägen. INTERVIEW: FELIX LEE TAZ 26

 

 

 

 

 

 

Kein Fonds für Missbrauchsopfer

 

Die Deutsche Bischofskonferenz lehnt die Einrichtung eines nationalen Fonds für Opfer sexuellen Missbrauchs durch kirchliche Mitarbeiter ab. Die Entschädigung sei Sache der jeweils betroffenen Bistümer und Ordensgemeinschaften, erklärte der Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, am Donnerstag in Freiburg. Man werde außerdem über Unterstützungen der Opfer von Fall zu Fall entscheiden müssen. Finanzielle Hilfe sei schon, zum Beispiel in Form von Therapiefinanzierungen, geleistet worden, fügte Zollitsch an.

 

„Fairer Umgang“ - Zollitsch bat die Öffentlichkeit weiterhin um einen „fairen Umgang“ mit der Kirche. Dabei ging er insbesondere auf die jüngste Kritik der Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger ein. Sie hatte den Umgang der Kirche mit Missbrauch kritisiert. Leutheusser-Schnarrenberger habe die Rechtstreue der katholischen Kirche in Zweifel gezogen, so Zollitsch. Jedoch, gab der Erzbischof an, habe sie inzwischen auf seine Entgegnung vom Dienstag geantwortet und Haltung und – anders als in ihrer ursprünglichen Kritik – öffentliche Äußerungen der Kirche zu den Missbrauchsfällen gewürdigt. Ebenso habe sie das Bemühen der Kirche anerkannt, bei Aufklärung der Fälle mit staatlichen Behörden zusammenzuarbeiten. Zollitsch begrüßte dies ausdrücklich und verwies in diesem Zusammenhang nochmals darauf, dass die Leitlinien der DBK zum Thema zu überprüfen seien. Demnächst werde man ein Gespräch mit der Ministerin führen.

Vorerst keine weiteren Rücktritte

Forderungen nach dem Rücktritt einzelner Bischöfe wies der Erzbischof zurück. Er sehe unter seinen Amtsbrüdern keinen, der seine Pflichten im Zusammenhang mit Missbrauchsfällen nicht erfüllt habe, so Zollitsch. Den jüngsten Rücktritt des Ettaler Benediktinerabtes Barnabas Bögle wegen verschleppter Anzeige von Missbrauchsfällen in jüngerer Zeit halte er aber für richtig. Der Abt habe die Meldepflicht nicht erfüllt, wie sie in den Missbrauchsrichtlinien der Bischofskonferenz von 2002 vorgesehen sei.

 

Keine Anzeigepflicht - Zur Frage, ob bei Bekanntwerden von Missbrauchsfällen in der Kirche dienstlich Anzeige erstattet werden müsse, versicherte der Sekretär der Bischofskonferenz, Jesuitenpater Hans Langendörfer, man werde in begründeten Fällen auf die Staatsanwaltschaft zugehen. Ansonsten wolle man aber an der Regelung festhalten, dass die Täter sich selbst anzeigen müssten.

 

Jaschke: „Vorgehen hat sich bewährt“ - Das Vorgehen der katholischen Kirche hat sich bei Missbrauchsverdacht bewährt. Das sagt der Hamburger Weihbischof Hans-Jochen Jaschke am Mittwochabend in der ARD-Sendung „Hart aber fair“. Jaschke warnte vor einer übereilten Einschaltung der Staatsanwaltschaft. Bei einem Verdacht auf Missbrauch prüfe zunächst eine unabhängige Kommission, so der Weihbischof. Weihbischof Jaschke betonte, dass mit dem bisherigen Vorgehen die Kirche auf keinen Fall den Anspruch erhebe, die Staatsanwaltschaft zu ersetzen. Er hob ebenfalls hervor, bei Missbrauchsfällen müsse „das schreckliche Klima der Angst und der Verdrängung überwunden werden“. Ein solches Klima sei allerdings kein spezielles Problem der Kirche. (kipa//kna)