Notiziario religioso 6-9 Maggio
2010
Giovedì 6 maggio. Il commento al Vangelo. “Rimanete nel mio amore”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 15,9-11) commentato da P. Lino Pedron
9 Come il Padre ha
amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio
amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io
ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi
ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra
gioia sia piena.
Come il Padre ama
il Figlio, così il Figlio ama i suoi discepoli e, proprio perché li ama con un
amore così grande, li scongiura di rimanere nel suo
amore.
Gesù spiega come
si rimane concretamente nel suo amore: osservando i suoi comandamenti, cioè
vivendo la sua parola. Il Cristo si presenta come modello: egli ha custodito i
precetti del Padre e perciò vive intimamente unito a lui.
Gesù si rivela
come la vite della verità, cioè come la fonte della rivelazione e della
salvezza mediante la manifestazione della vita di
amore del Padre per inondare di pace, di gioia piena e di felicità profonda il
cuore dei suoi amici.
I precetti dati da
Gesù ai suoi discepoli sono tanti, ma il suo comandamento specifico, che li
contiene tutti, è uno solo: l’amore scambievole tra i suoi discepoli. De.it.press
Venerdì
7 maggio. Il commento al Vangelo.
“Io ho scelto voi”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 15,12-17) commentato da P. Lino Pedron
12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come
io vi ho amati. 13 Nessuno ha un amore più grande di
questo: dare la vita per i propri amici. 14 Voi siete miei amici, se farete ciò
che io vi comando. 15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello
che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché
tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. 16 Non voi avete
scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti
perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto
quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17 Questo vi
comando: amatevi gli uni gli altri.
I precetti dati da
Gesù ai suoi discepoli sono tanti, ma il suo comandamento specifico, che li
contiene tutti, è uno solo: l’amore scambievole tra i suoi discepoli.
L’elemento
distintivo caratteristico dell’amore fraterno tra i discepoli è la sua misura e
il suo modello: "Come io vi ho amati" (v.
12). Il Cristo si presenta come l’esemplare dell’amore forte ed eroico, fino al
vertice supremo (Gv 13,1.34) e come il fondamento di questo amore: è lui che lo rende possibile all’uomo. Difatti
la particella "come" (kathòs) indica non
solo un paragone, ma anche la base su cui poggia il comportamento del discepolo
(Gv 6,57; 13,15).
Gesù può dare con
efficacia il suo comandamento perché egli è il Maestro dell’amore e ne ha offerto agli amici la prova suprema con il sacrificio della
vita (v. 13). Il dono della vita per gli amici costituisce il segno più
eloquente dell’amore forte e concreto.
L’amore di Dio si
è manifestato nel dono del suo Figlio unigenito (Gv
3,16; 1Gv 4,9-10). L’amore di Dio è sperimentabile e concreto. L’amore dei
discepoli dev’essere altrettanto concreto e
impegnativo.
L’amore autentico
per il Signore si dimostra osservando i suoi comandamenti (1Gv 2,4-5). Chi non
vive la parola di Cristo, che prescrive l’amore per i fratelli, non può amare
Dio (1Gv 4,20-21).
Gesù considera
amici i suoi discepoli perché li ha resi partecipi dei segreti della sua vita
divina (v. 15). Egli ha rivelato loro il nome, cioè la
persona del Padre e quindi li ha resi partecipi della vita di Dio rivelando e
comunicando loro la vita del Padre (Gv 8,26.40).
Questo rapporto d’amore non è frutto di una scelta dei discepoli, ma è dono, è
grazia.
Gli apostoli, e
dopo di loro tutti i credenti, sono stati scelti dal Cristo per essere suoi
amici e suoi missionari (v. 16).
Gesù preannuncia la fecondità apostolica dei suoi amici. Una
delle conseguenze importanti di questa unione
fruttuosa con Cristo è l’esaudimento delle loro richieste al Padre, fatte nel
nome di Gesù (v. 16). De.it.press
Sabato 8 maggio. Il commento al Vangelo. “Prima di voi ha odiato me”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 15,18-21) commentato da P. Lino Pedron
18 Se il mondo vi
odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. 19 Se foste del mondo, il mondo
amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. 20
Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo
padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno
anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. 21
Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome,
perché non conoscono colui che mi ha mandato.
Gesù, dopo aver
parlato dell’amore e dell’amicizia, tratta un tema antitetico, quello
dell’odio. I discepoli devono amarsi fraternamente come Cristo li ha amati; essi però saranno odiati dal mondo proprio perché
sono amici di Gesù. Come il mondo ha odiato e perseguitato Cristo, così odierà e perseguiterà i suoi discepoli.
Il mondo, in quanto personificazione del male, odia la luce (Gv 3,20), lotta contro il Verbo-luce
(Gv 1,5.10), perché preferisce le tenebre alla luce (Gv 3,19).
Questo mondo
tenebroso, in potere del maligno (1Gv 5,19), odia il Cristo (Gv 7,7), ma con la glorificazione di Gesù è condannato (Gv 12, 31) e sarà convinto di peccato dallo Spirito Santo (Gv 16,8).
Il mondo ostile a
Gesù odia anche i suoi discepoli; essi sperimenteranno tribolazioni, ma non
devono spaventarsi, perché il Cristo ha vinto il mondo (Gv
16,33). I cristiani partecipano a questa vittoria mediante la fede (1Gv 5,4).
Nel vangelo di
Giovanni, il mondo satanico, in concreto, è rappresentato dai giudei, dai capi
del popolo che perseguitano il Cristo (Gv 5,16) e
tentano di ucciderlo (Gv 5,18). Costoro odiano Gesù e
di conseguenza odiano anche il Padre (Gv 15,23-24).
La ragione
profonda di questo odio contro i discepoli sta nel
fatto che essi non appartengono al mondo di satana, ma al nuovo popolo di Dio,
perché Gesù li ha scelti per grazia.
Per illustrare la
ragione di questo odio del mondo, Gesù ricorre al
detto già utilizzato nel contesto della lavanda dei piedi per insegnare la
necessità di imitare il suo esempio nell’umile servizio dei fratelli (Gv 13,16). Questa massima è qui utilizzata per informare i
discepoli sull’inevitabilità delle persecuzioni. Ma i discepoli, perseguitati a
causa della giustizia, ossia a motivo della persona di
Gesù, devono considerarsi beati (Mt 5,10-11).
La ragione
profonda di questo odio del mondo contro gli amici di
Gesù è la loro appartenenza al Signore. I cristiani aderiscono all’uomo-Dio,
per questo saranno osteggiati da quelli che si oppongono al regno di Cristo. Questo atteggiamento ostile dei nemici di Cristo è dovuto
all’ignoranza nei confronti di Dio.
Non solo i pagani,
ma anche i giudei che perseguitano Gesù e i suoi discepoli, in realtà non
conoscono il Padre (Gv 17,25). I nemici di Cristo,
uccidendo i cristiani, penseranno di rendere gloria a Dio: Essi si
comporteranno così perché non hanno conosciuto né il Padre né Gesù (Gv 16,3). De.it.press
Domenica
9 maggio. Il commento al Vangelo.
“Io sono la via, la verità e la vita”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 14,23-29) commentato da P. Lino Pedron
23 Gli rispose
Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il
Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24
Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate
non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
25 Queste cose vi
ho detto quando ero ancora tra voi. 26 Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che
il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto
ciò che io vi ho detto. 27 Vi lascio la pace, vi do la mia pace.
Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia
turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28 Avete udito che vi ho detto:
Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre,
perché il Padre è più grande di me. 29 Ve l'ho detto adesso, prima che avvenga,
perché quando avverrà, voi crediate.
Gesù chiarisce ai
suoi amici che la sua manifestazione ai discepoli non avverrà in modo
spettacolare, ma si realizzerà nell’intimo delle coscienze, con la sua venuta
insieme al Padre nel cuore dei credenti (v. 23). Il regno di Cristo infatti non è di carattere politico, non è di questo mondo,
ma si instaura con l’assimilazione della verità (Gv
18,36-37), osservando la sua parola (v. 23).
Con questa interiorizzazione della rivelazione di Cristo, i discepoli
sono resi tempio di Dio, ospiteranno le persone del Padre e del Figlio. Gesù si
manifesterà realmente ai suoi amici che lo amano concretamente, perché tornerà
da loro e abiterà per sempre nel loro cuore (Gv
14,20), assieme al Padre (v. 23) e allo Spirito della verità (Gv 14,17).
Nel v. 24 Gesù ribadisce una verità già annunciata precedentemente
(v. 10): la sua parola, ascoltata dai discepoli, in realtà è del Padre che l’ha
mandato.
Gesù mette in
rapporto la sua rivelazione con l’azione dello Spirito Santo. Il Maestro,
dimorando presso i suoi discepoli, ha rivelato la parola di Dio (v. 25). Ma essi non hanno capito né fatto penetrare nel cuore la
verità: di qui la necessità dell’intervento dello Spirito. Quindi
non solo Gesù, ma anche lo Spirito Santo è maestro di fede: egli insegnerà ogni
cosa ai credenti.
Lo Spirito Santo
non eserciterà una funzione didattica prescindendo dalla rivelazione di Gesù,
ma ricorderà ai discepoli le parole del Maestro (v. 26) e li introdurrà nella
verità tutta intera (Gv 16,13).
Dopo aver parlato
dello Spirito, Gesù dona ai discepoli la sua pace (v. 27). Essa sintetizza la
pienezza dei beni messianici e si differenzia da quella del mondo che si
esaurisce nella gioia effimera del piacere e del successo (Gv
16,20).
Inondato dalla
pace di Cristo, il cuore dei credenti non deve turbarsi per la prossima
partenza di Gesù, perché egli ritornerà da loro (vv. 27-28). I discepoli non devono
rattristarsi, ma rallegrarsi perché Gesù va dal Padre che è più grande di tutti
(Gv 10,29), anche del Figlio suo, perché è la fonte
dell’essere, della vita e dell’agire di Cristo e di tutte le creature (Gv 5,19ss). Egli è l’ideatore e l’artefice della storia e
della salvezza.
Gesù informa in
anticipo i suoi amici della sua partenza per favorire la loro fede quando
questo avverrà (v. 29). De.it.press
Domenica 9 maggio. VI
di Pasqua. Dal Vangelo lo Spirito trae sempre cose nuove
Di fronte alla
“dilagante ignoranza religiosa” qualcuno propone di riprendere in mano il
Catechismo della Dottrina Cristiana, edito da Pio X nel 1913, con le sue 433
domande e risposte, sintesi di tutti i temi della teologia e della morale.
Questo libretto ha certamente segnato un’epoca, ma ci domandiamo se avrebbe
senso riproporre le verità di fede con un linguaggio e
con immagini ormai logore, appartenenti ad un’epoca così lontana dalla nostra.
Nel discorso
d’apertura del Concilio, papa Giovanni XXIII ricordava un principio
fondamentale: “Una cosa sono le verità della fede, un’altra è il modo in cui
esse vengono formulate”. La missione della chiesa è quella di tradurre, di rendere intelligibili queste stesse
verità agli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, impiegando il loro
linguaggio, la loro cultura, le loro immagini, il loro modo di pensare. Impresa
ardua e delicata perché inevitabilmente accompagnata da tensioni e malintesi, ma indispensabile e che può essere portata
felicemente a compimento perché nella chiesa è presente lo Spirito della verità
che anima Cristo.
Il ripiegamento
sul passato, la paura delle novità, lo sguardo pessimista sul presente e le
previsioni fosche sul futuro non sono segni di amore e fedeltà alla Tradizione, ma sintomi di scarsa fede nell’opera dello
Spirito. Papa Giovanni XXIII dissentiva dai “profeti di sventura” e invitava a
contemplare “il frutto dello Spirito” presente non solo nella Chiesa, ma
ovunque sboccino “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà,
mitezza, dominio di sé” (Gal 5,19-22).
Prima Lettura (At 15,1-2.22-29)
1 Ora alcuni,
venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa
dottrina: “Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser
salvi”.
2 Poiché Paolo e Barnaba
si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba
e alcuni altri di loro andassero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani
per tale questione.
22 Allora gli
apostoli, gli anziani e tutta la chiesa decisero di eleggere alcuni di loro e
di inviarli ad Antiochia insieme a
Paolo e Barnaba: Giuda chiamato Barsabba
e Sila, uomini tenuti in grande considerazione tra i fratelli. 23 E consegnarono loro la seguente lettera: “Gli apostoli e gli
anziani ai fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilicia che provengono dai pagani, salute! 24
Abbiamo saputo che alcuni da parte nostra, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con i loro
discorsi sconvolgendo i vostri animi. 25 Abbiamo perciò deciso tutti d’accordo
di eleggere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri
carissimi Barnaba e Paolo, 26 uomini che hanno
votato la loro vita al nome del nostro Signore Gesù Cristo.
27 Abbiamo mandato dunque Giuda e Sila, che vi riferiranno
anch’essi queste stesse cose a voce. 28 Abbiamo deciso,
lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di
queste cose necessarie: 29 astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal
sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia. Farete cosa buona perciò a
guardarvi da queste cose. State bene”.
Le tensioni fra
tradizionalisti e innovatori non sono una novità del periodo postconciliare, ma
sono sempre esistite nella Chiesa, fin dai tempi delle sue origini. Anche se
dolorose, sono inevitabili e divengono motivo di crescita se gestite con
saggezza, rispetto e carità. La lettura si riferisce alle tensioni che sono
affiorate nella chiesa del I secolo.
Nelle comunità si
distinguevano (e spesso si contrapponevano) i giudei e i pagani. I rapporti fra
questi due gruppi non erano per niente tranquilli, al punto che in alcuni
luoghi si arrivava addirittura a celebrare l’eucaristia
separati.
Il motivo dei
dissensi è presto raccontato: gli Ebrei che avevano abbracciato la fede
esigevano dai cristiani di origine pagana l’osservanza scrupolosa di tutte le
disposizioni della legge dell’AT e dei rabbini. I
pagani, naturalmente, non volevano sentir parlare di questi complicatissimi
precetti e sostenevano che, per salvarsi, era sufficiente la fede in Gesù. In
sostanza ritenevano che ogni popolo ha il diritto di
vivere secondo le proprie tradizioni e la propria cultura. Se gli Ebrei
volevano farsi circoncidere lo potevano fare; se
ritenevano orribile mangiare carne di porco, se ne potevano astenere, ma senza
infastidire chi non era turbato da simili problemi.
Le discussioni su
questi argomenti non erano mai serene e pacate, gli
animi si surriscaldavano facilmente, le parole diventavano sempre più pesanti,
si arrivava agli insulti e qualche testa calda passava anche alle vie di fatto.
L’attrito era
acuito dal fatto che gli Ebrei potevano contare sul favore della “gerarchia”:
Pietro, gli apostoli e soprattutto Giacomo, il “fratello del Signore”, erano
dei “tradizionalisti”. La situazione minacciava di diventare esplosiva. Che
fare? Ci si riunì per esaminare il problema e si giunse a un accordo: i pagani
potevano sentirsi liberi da tutte le tradizioni degli Ebrei, tuttavia, nelle
comunità miste, si doveva evitare di mangiare carni immolate agli idoli, sangue
e animali soffocati e di contrarre matrimoni fra persone legate da qualche
legame di parentela (v.29). Si trattava di quattro azioni molto ripugnanti per
gli Ebrei e, affinché non rimanesse ferita la loro sensibilità, si chiedeva ai
pagani di evitarle. Anche noi oggi riterremmo sconveniente festeggiare la
conversione di un musulmano con un banchetto a base di salumi e whisky. Certe
consuetudini sono molto radicate e meritano rispetto.
Il messaggio della
lettura è importante e attuale: è facile confondere il Vangelo con l’involucro
culturale del quale è rivestito e distinguere non è sempre agevole, come
dimostra la storia dell’evangelizzazione dei paesi di
missione. I condizionamenti culturali portano a far considerare evangelico
quello che è ritenuto normale, ragionevole, giusto dal popolo al quale si
appartiene.
In una questione
tanto complicata forse può aiutare una regola molto semplice: il battezzato è
tenuto ad abbandonare ciò che è chiaramente contrario al Vangelo (la vendetta,
la poligamia, l’adulterio, l’aborto...). Ciò che invece è conforme o è
indifferente, può essere mantenuto, anche se a persone di altre culture può
sembrare illogico o irrazionale. Infine, si deve fare molta attenzione e non
giudicare anti-evangelico ciò che è invece poco comprensibile per la propria
cultura.
Seconda Lettura (Ap 21,10-14.22-23)
10 L’angelo mi
trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa,
Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio.
11 Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra
di diaspro cristallino. 12 La città è cinta da un grande e alto muro con dodici
porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi
scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13 A oriente tre porte,
a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad
occidente tre porte. 14 Le mura della città poggiano
su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli
dell’Agnello.
22 Non vidi alcun
tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e
l’Agnello sono il suo tempio. 23 La città non ha bisogno della luce del sole,
né della luce della luna perché la gloria di Dio la
illumina e la sua lampada è l’Agnello.
Il libro
dell’Apocalisse è rivolto a cristiani in difficoltà a causa delle persecuzioni.
Per infondere coraggio, l’autore racconta loro la
visione che egli ha avuto riguardo alla fine dei tempi. Nel brano di domenica
scorsa egli immaginava il popolo di Dio come una bellissima sposa. Oggi lo
paragona a una splendida città, Gerusalemme (vv.10-11)
della quale descrive tutti i particolari: le mura, le fondamenta, le dodici
porte, distribuite su quattro lati. Quest’ultima annotazione è significativa: il numero quattro nella Bibbia indica
l’universalismo e la porta, naturalmente, si riferisce alla possibilità di
entrare.
Il valore
dell’immagine è chiaro: il popolo di Dio è spalancato sul mondo, verso nord e
sud, verso oriente e occidente, accoglie ogni uomo, abolisce ogni separazione,
rigetta tutto ciò che divide o discrimina.
Molto significativo è il fatto che in questa città è assente il
tempio. In cielo non ci saranno più riti, cerimonie, pratiche religiose; l’uomo
non avrà più bisogno di mediazioni, incontrerà Dio
faccia a faccia.
Il male, il dolore, la tenebra verranno eliminati.
Anche i nostri
templi, le nostre liturgie, i nostri solenni gesti sacri sono tutti destinati a
scomparire. Non dimentichiamolo per non assolutizzarli e per cogliere il
richiamo che ci fanno alla provvisorietà della nostra
vita. Ci ricordano la nostra condizione di pellegrini in questo mondo, la
nostra situazione di stranieri ancora lontani dalla dimora definitiva.
Vangelo (Gv 14,23-29)
In quel tempo, 23 Gesù disse ai suoi discepoli: “Se uno mi ama, osserverà
la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora
presso di lui. 24 Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
25 Queste cose vi
ho detto quando ero ancora tra voi. 26 Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che
il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto
ciò che io vi ho detto.
27 Vi lascio la
pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io
la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non
abbia timore.
28 Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò
a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è
più grande di me. 29 Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate.
Una lettura
affrettata del Vangelo di oggi può dare l’impressione di trovarci di fronte a
una serie di frasi slegate fra di loro e dai problemi
della nostra vita. Il brano però non è affatto confuso
o astratto, è solo molto denso. Vediamo di tradurlo in termini semplici.
Cominciamo col chiarire la frase del v.25: Queste cose vi ho detto
quando ero ancora tra voi. Siamo durante l’ultima cena ed è per lo meno
sorprendente sentire Gesù dire: Quando ero tra voi. E’ evidente che qui non è
il Gesù storico che sta parlando, ma il Risorto, il Signore che si rivolge alle
comunità cristiane del tempo di Giovanni, sottoposte a dura prova dalla
persecuzione, turbate da defezioni, infedeltà, incipienti eresie e,
soprattutto, deluse dal mancato, atteso ritorno del Signore. Inquadrato in
questa prospettiva passiamo ora all’esame del brano.
L’affermazione
iniziale: “Se uno mi ama…” va inquadrata nel contesto. Uno dei discepoli – Giuda (non l’Iscariota) – ha
rivolto a Gesù una domanda: “Signore come mai devi manifestarti a noi e non al
mondo?” (v.22).
In Israele tutti
si attendevano un Messia che, compiendo prodigi spettacolari, stupisse il mondo intero.
Di fronte
all’atteggiamento umile e dimesso con il quale Gesù si è sempre presentato –
non ha gridato, non ha fatto udire sulle piazze la sua
voce (Mt 12,19), non ha voluto che i suoi miracoli fossero divulgati – gli
apostoli si sono posti spesso l’interrogativo che, durante l’ultima cena, a
nome di tutti, viene formulato da Giuda.
Anche i familiari
di Gesù che vivevano a Nazareth non hanno mai capito la sua assurda ricerca del
nascondimento. Un giorno gli hanno detto: “Parti da
qui e va in Giudea perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai.
Nessuno, infatti, agisce di nascosto, se vuole venire
riconosciuto pubblicamente. Se fai tali cose, manifestati al
mondo!” (Gv 7,4).
Anche i cristiani
delle comunità dell’Asia Minore, alla fine del I secolo non capiscono la
ragione per cui il Signore non ritorna sulle nubi del cielo per manifestare, in
modo clamoroso, chi egli è e cosa è capace di fare.
A questi dubbi e
incertezze Gesù risponde: “Se uno mi ama osserverà la
mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora
presso di lui” (vv.23-24). Gesù vuole manifestarsi,
assieme al Padre, non attraverso i prodigi, ma venendo ad abitare nei
discepoli.
Bisogna fare
attenzione a non materializzare questa affermazione.
Per capirla è necessario rifarsi a un’altra frase pronunciata da Gesù durante
l’ultima cena. Rispondendo a Filippo dice: “Il Padre che è in
me, compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre
e il Padre è in me; se non altro credetelo per le opere stesse” (Gv 14,10-11).
Gesù porta come
prova della sua unità con il Padre le opere che compie.
Non si riferisce ai miracoli, come forse siamo portati a pensare. Egli non si appella
mai ai prodigi per dimostrare di essere “una cosa sola” con il Padre; si
riferisce a tutto ciò che fa.
I suoi gesti sono
sempre e solo opere di amore, tendono a liberare l’uomo da tutte le schiavitù
alle quali è sottomesso: quelle del peccato, della malattia, della
superstizione, della discriminazione religiosa e sociale. Ma quest’opera di
liberazione è la stessa che, secondo l’AT, il Signore
ha compiuto in favore del suo popolo. Israele ha conosciuto il suo Dio come il
protettore degli ultimi, dei deboli, degli stranieri, degli orfani e delle
vedove. Se Gesù compie queste stesse azioni vuol dire
che Dio è in lui ed egli in Dio.
Cosa significa allora che Gesù e il Padre abitano in noi? Vuol dire
che, dopo aver ascoltato la parola del Vangelo, noi riceviamo la vita di Dio,
il suo Spirito e siamo portati a compiere le stesse opere di Gesù e del Padre,
diventando a nostra volta liberatori dell’uomo. Per questo non è difficile
riconoscere se e quando in un uomo sono presenti e stanno operando Gesù e il Padre.
Nel versetto
seguente Gesù promette lo Spirito Santo, “il Consolatore che insegnerà e
ricorderà” tutto ciò che egli ha detto (v.26).
Due sono le
funzioni dello Spirito. Cominciamo dalla prima, quella di insegnare.
Gesù ha detto
tutto, non ha tralasciato nulla. Eppure c’è bisogno che lo
Spirito continui ad insegnare.
Gesù non ha potuto
esplicitare tutte le conseguenze e le applicazioni
concrete del suo messaggio. Nella storia della chiesa – egli lo sapeva –
sarebbero sorte situazioni sempre nuove, sarebbero stati posti interrogativi
complessi. Pensiamo, ad esempio, quanti problemi concreti oggi
attendono una luce dal Vangelo (bioetica, dialogo interreligioso, scelte
morali difficili…).
Gesù assicura che
i suoi discepoli troveranno sempre una risposta alle loro domande, una risposta conforme al suo insegnamento, se sapranno ascoltare
la sua parola e mantenersi in sintonia con gli impulsi dello Spirito presente
in loro. Dovranno avere molto coraggio per seguire le sue indicazioni perché,
spesso, egli chiederà cambiamenti di rotta tanto inattesi quanto radicali. Ma lo Spirito non insegnerà null’altro che il Vangelo di
Gesù.
Alla luce di altri
testi della Scrittura, questo verbo insegnare acquista però un senso più
profondo. Lo Spirito non istruisce come fa il
professore a scuola quando spiega la lezione. Egli insegna in modo dinamico,
diviene impulso interiore, induce in modo irresistibile nella giusta direzione,
stimola al bene, porta a fare scelte conformi al
Vangelo. “Egli vi guiderà alla verità tutta intera” – spiega ancora Gesù
durante l’ultima cena (Gv 16,13) – e, nella sua prima
lettera, Giovanni chiarisce così: “L’unzione che avete ricevuto da lui rimane
in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mentisce, così state
saldi in lui, come essa vi insegna” (1 Gv 2,27-28).
Il secondo compito
dello Spirito è quello di ricordare. Ci sono molte
parole di Gesù che, pur trovandosi nei Vangeli, corrono il rischio di essere
sottaciute o dimenticate. Capita, soprattutto, con quelle proposte evangeliche
che non sono facili da assimilare perché sono in contrasto con il “buon senso”
del mondo.
Un esempio: fino a
non molti anni fa, molti cristiani distinguevano ancora fra guerre giuste e
ingiuste e parlavano addirittura di “guerre sante”, approvavano il ricorso alle
armi per difendere i propri diritti, sostenevano la liceità della pena di morte
per i criminali. Oggi, per fortuna, coloro che la pensano in questo modo sono
sempre meno.
Com’è possibile
che i discepoli di Cristo abbiano dimenticato per tanto tempo le parole
chiarissime del Maestro che proibiva ogni forma di violenza contro il fratello?
Eppure è successo. Ecco allora lo Spirito intervenire per ricordare, per
richiamare alla mente dei discepoli ciò che Gesù ha detto: “Amate i vostri
nemici, fate del bene a coloro che vi odiano... Se qualcuno ti percuote su una
guancia...” (Lc
6,27-29). Per molti secoli i cristiani sono riusciti a tappare le loro orecchie
ai richiami dello Spirito, ma oggi chi tenta di
giustificare l’uso della violenza si trova sempre più solo e più pressato dalla
voce dello Spirito che... gli ricorda le parole del Maestro.
Ho insistito sulla
non violenza, ma gli esempi di “dimenticanze” delle parole di Gesù potrebbero
essere moltiplicati e sarebbe opportuno che, alla luce dello Spirito, ognuno
tentasse di fare un esercizio di memoria.
Gesù ha lasciato
in eredità ai discepoli il comandamento dell’amore, ora lascia anche la sua
pace: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo io la
do a voi” (v.27). Gesù pronuncia queste parole quando l’impero romano è in
pace, non ci sono guerre, tutti i popoli sono sottomessi a Roma. Eppure non è
questa la pace che egli promette. Questa è la pace del mondo, basata sulla forza
delle legioni, non sulla giustizia. E’ la pace che approva la schiavitù,
l’emarginazione, l’oppressione dei vinti, la tracotanza dei potenti.
La pace promessa
da Gesù si attua quando fra gli uomini si instaurano
rapporti nuovi, quando la volontà di competere, di dominare, di essere i primi
cede il posto al servizio, all’amore disinteressato per gli ultimi. Le comunità
cristiane sono chiamate ad essere il luogo dove tutti
possono verificare l’inizio di questa pace.
L’ultima parte del
brano (vv.28-29) è piuttosto enigmatica: non è facile
capire perché i discepoli dovrebbero rallegrarsi per la dipartita di Gesù e
come mai egli affermi che il Padre è più grande di lui.
Cominciamo a
spiegare la gioia. Notiamo anzitutto che è provata solo da chi “ama” Gesù. “Se
mi amaste” significa: se voi foste in sintonia con i
miei sentimenti, se condivideste i miei pensieri e i miei progetti, vi
rallegrereste perché sto per portare a compimento la missione che il Padre mi
ha affidato. La morte del Maestro spaventa i discepoli perché essi non sono
ancora stati illuminati dallo Spirito, non capiscono che il suo gesto di immenso amore darà inizio al mondo nuovo, caratterizzato
dalla “sua pace”.
L’affermazione
circa l’inferiorità di Gesù rispetto al Padre si spiega con il linguaggio
impiegato dai rabbini. Essi parlavano di superiorità e inferiorità per
distinguere l’inviato da chi lo invia. Finché è nel mondo e non ha portato a
termine la sua missione, finché non torna al Padre, Gesù è “l’inferiore”, cioè,
l’inviato dal Padre. P. Fernando Armellini, de.it.press
Mercoledi 05 Maggio 2010
CRISI ECONOMICA - Non tutto è merce
Pontificia
Accademia delle Scienze SocialiLa crisi economica
attuale ha le sue “radici” nel settore finanziario, e in particolare nel
passaggio da “una economia basata sulla reale
produzione di beni ad una economia dominata dalle attività speculative dominate
dall’avidità”. A ribadirlo è stata Mary Ann Glendon, presidente della
Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, durante la conferenza stampa
svoltasi il 5 maggio in sala stampa vaticana, a conclusione della plenaria del
citato dicastero pontificio, sul tema: “Crisi nell’economia globale:
ri-programmare il percorso”. “La fragilità del sistema economico – ha spiegato Glendon – era in parte la conseguenza di uno sbilanciamento
sulle attività speculative finanziarie, separate dalle attività
produttive nell’economia reale”. Di qui il pericolo di una sorta di “finanziarizzazione” delle relazioni umane, in cui “le
attività umane, perfino in famiglia, sono ridotte alla
semplice dimensione commerciale”. Un rischio, questo, che corrono anche le
aziende, “quando l’impresa cessa di essere un’associazione di persone e diventa
invece una merce”. Tra le prospettive di impegno della
Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, la presidente ha citato la
riflessione sulla “Pacem in terris”
di Giovanni XXIII, a 50 anni dalla sua pubblicazione, per “fare il punto” sulla
situazione dei diritti umani nel mondo e “sulle sfide da raccogliere per
continuare a promuoverli”. All’assemblea hanno partecipato come ospiti anche
Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia e presidente del Financial stability board,
e Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Ferrari.
No al
“protezionismo” dei Paesi ricchi. “Oggi la maggior parte della ricchezza è
specialmente concentrata nei Paesi ricchi, e la sfida da raccogliere è quella
di chiedersi come trasferire ricchezza nei Paesi poveri, evitando il
protezionismo dei Paesi ricchi verso di essi”. Lo ha
detto José T. Raga, docente di Economia
all’Università Complutense (Spagna), coordinatore
della plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, svoltasi in
questi giorni in Vaticano. Come si può, in tempi di crisi, favorire la
solidarietà non solo tra Paesi, ma all’interno delle generazioni? “Combattendo
prima di tutto l’aumento del deficit pubblico”, ha detto l’esperto rispondendo
alle domande dei giornalisti: “l’eccesso di spesa
attuale crea un debito per le future generazioni,che non potranno pagarlo, e
questo è motivo di grande preoccupazione”. Quella attuale è
infatti “molto più che una crisi economica”: tra i vari Aspetti della
crisi, per Raga “il denominatore comune è il prezzo
del materialismo, che spinge a vivere al di sopra delle proprie possibilità e provoca
l’indebolimento elle famiglie. La crisi non potrà essere
superata se non si va alle sue cause, e on si recuperano i valori spirituali”.
Puntare
sull’energia pulita. “Tutto il nord Europa pensa che
con l’energia pulita del mare, del sole, del vento, si possa arrivare a
produrre il 40% dell’energia europea”. A ricordarlo è stato mons. Marcelo Sanchez Sorondo,
cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, rispondendo alle
domande dei giornalisti. “La crisi attuale – ha detto l’esponente vaticano –
può essere anche un’occasione positiva per essere più trasparenti
e modernizzare settori come quello dell’energia, degli alimenti, delle
costruzioni”, attraverso “le nuove forme di agricoltura, i nuovi organismi
internazionali in grado di controllare i prezzi, le nuove forme di produzione
delle macchine”. Quanto a disastri ambientali come quello che in questi giorni
ha colpito il Messico, Sorondo ha commentato:
“L’unica strada per cercare di evitarli è che la gente si convinca che
l’energia pulita, che è la forma di energia più antica ma anche quella più
moderna, è la via da percorrere”.
Verso una riforma
dei mercati. “Una riforma dei mercati finanziari che renda le agenzie di rating
più trasparenti, aumenti la copertura del rischio nelle transazioni di reddito
e limiti l’influenza del rate sulle operazioni
finanziarie”. Queste, si legge nelle conclusioni dell’assise
vaticana, alcune misure auspicate per uscire dalla crisi in corso. I governi,
da parte logo, devono affrontare l’”impopolare misura della riduzione del
debito pubblico tagliando la spesa pubblica e
aumentando leggermente le tasse”. “Riferendosi alla crisi greca – ha spiegato Glendon – i nostri esperti ed
ospiti hanno discusso del recente pacchetto di misure adottato e della possibilità
che l’Europa abbia bisogno di nuove strutture, non escludendo la possibilità di
un nuovo trattato per rendere più sicura la moneta unica”. Sulla scorta della
terza enciclica del Papa, Caritas in veritate, la
presidente dell’Accademia pontificia ha auspicato una “regolazione più forte
della finanza internazionale”, che vada in particolare nella direzione di “una
maggiore trasparenza degli strumenti finanziari”. Sir
L’udienza generale. Sacerdoti, “ponti” tra Dio e gli uomini
Sacerdoti come
“ponti” tra Dio e gli uomini. La definizione è del Papa, che nella catechesi
dell’udienza generale di mercoledì si è soffermato sul secondo dei tre “compiti
specifici” del sacerdote (insegnare, santificare,governare):
santificare. “E Cristo stesso che rende santi, cioè ci attira nella sfera di
Dio”, ha spiegato Benedetto XVI, “ma come atto della sua infinita misericordia
chiama alcuni a stare con Lui e diventare, mediante il sacramento dell’Ordine,
nonostante la povertà umana, partecipi del suo stesso sacerdozio,ministri di questa santificazione, dispensatori dei suoi
misteri, ponti dell’incontro con Lui, della sua mediazione tra Dio e gli uomini
e tra gli uomini e Dio”. “Nessun uomo da sé, a partire dalla
sua propria forza può mettere l’altro in contatto con Dio”,ha ammonito il
Pontefice: “parte essenziale della grazia del sacerdozio è il dono, il compito
di creare questo contatto”. Un “contatto”, questo, che “si realizza
nell’annuncio della parola di Dio”, e “in un modo particolarmente denso nei
sacramenti”.
In un tempo in
cui, da un lato, “sembra che la fede vada indebolendosi” e, dall’altro,
“emergono un profondo bisogno e una diffusa ricerca di spiritualità”, è
necessario “che ogni sacerdote ricordi che nella sua missione l’annuncio
missionario e il culto non sono mai separati e promuova una sana pastorale
sacramentale”, in modo da “formare il popolo di Dio e aiutarlo a vivere in
pienezza la liturgia, il culto della Chiesa, i sacramenti comedoni gratuiti di
Dio, atti liberi ed efficaci della sua azione di salvezza”. Lo
ha detto il Papa, che nella catechesi dell’udienza generale ha
stigmatizzato le “tendenze orientate a far prevalere, nell’identità e nella
missione del sacerdote, la dimensione dell’annuncio, staccandola da quella
della santificazione”. “E’ possibile – si è chiesto Benedetto XVI - esercitare
autenticamente il ministero sacerdotale superando la pastorale sacramentale?”.
Di qui la necessità di riflettere su “che cosa significa propriamente per i
sacerdoti evangelizzare” e “in che cosa consiste il cosiddetto primato
dell’annuncio”. In particolare, “è necessario riflettere se, in taluni casi,
l’aver sottovalutato l’esercizio fedele del ‘munus sanctificandi’, non abbia
forse rappresentato un indebolimento della stessa fede nell’efficacia salvifica
dei sacramenti e, in definitiva, nell’operare attuale di Cristo e del suo
Spirito, attraverso la Chiesa, nel mondo”.
Per il Papa “è’
importante”, quindi, “promuovere una catechesi adeguata per aiutare i fedeli a
comprendere il valore dei sacramenti,ma è altrettanto
necessario, sull’esempio del Santo Curato d’Ars, essere disponibili, generosi e
attenti nel donare ai fratelli i tesori di grazia che Dio ha posto nelle nostre
mani, e dei quali non siamo i padroni, ma custodi ed amministratori”. La verità
secondo la quale nel sacramento “non siamo noi uomini a fare qualcosa”, ha
ammonito Benedetto XVI, “riguarda, e deve riguardare,
anche la coscienza sacerdotale: ciascun presbitero sa bene di essere strumento
necessario all’agire salvifico di Dio, ma pur sempre strumento”. “Tale
coscienza – ha affermato il Pontefice - deve rendere umili e generosi
nell’amministrazione dei sacramenti, nel rispetto delle norme canoniche, ma
anche nella profonda convinzione che la propria missione è far sì che tutti gli
uomini, uniti a Cristo, possano offrirsi a Dio come ostia viva e santa a Lui
gradita”. “Esemplare”, nel “primato” del compito di santificare e della “giusta
interpretazione della pastorale sacramentale”, è ancora una volta, per il Papa,
san Giovanni Maria Vianney. “Tornare al confessionale,
come luogo nel quale celebrare il sacramento della riconciliazione, ma anche
come luogo in cui abitare più spesso, perché il fedele possa trovare
misericordia, consiglio e conforto, sentirsi amato e compreso
da Dio e sperimentare la presenza della misericordia divina, accanto
alla presenza reale nell’Eucaristia”. E’ l’invito lanciato dal Papa a tutti i
sacerdoti nella catechesi dell’udienza generale, svoltasi in piazza S. Pietro
di fronte a circa 15 mila fedeli. Benedetto XVI ha inoltre esortato ogni sacerdote “a celebrare e vivere
con intensità l’Eucaristia, che è nel cuore del compito di santificare” e di
cui “il sacerdote è chiamato ad essere ministro di questo grande mistero, nel
sacramento e nella vita”. “Se la grande tradizione ecclesiale ha giustamente
svincolato l’efficacia sacramentale dalla concreta situazione esistenziale del
singolo sacerdote, e così le legittime attese dei fedeli sono adeguatamente
salvaguardate – ha puntualizzato il Santo Padre - ciò non toglie nulla alla
necessaria, anzi indispensabile tensione verso la perfezione morale, che deve
abitare ogni cuore autenticamente sacerdotale”.
“C’è anche un
esempio di fede e di testimonianza di santità, che il Popolo di Dio si attende
dai suoi pastori”, ha fatto notare Benedetto XVI, “ed è nella celebrazione dei
santi misteri che il sacerdote trovala radice della sua santificazione”. Ai
fedeli, il Papa ha raccomandato di essere “vicini ai vostri sacerdoti con la
preghiera e con il sostegno, specialmente nelle difficoltà, affinché siano
sempre più pastori secondo il cuore di Dio”. “Siate consapevoli del grande dono
che i sacerdoti sono per la Chiesa e per il mondo”, l'invito finale del Santo
Padre: “attraverso il loro ministero, il Signore
continua a salvare gli uomini, a rendersi presente, a santificare. Sappiate
ringraziare Dio, e soprattutto siate vicini ai vostri sacerdoti con la
preghiera e con il sostegno, specialmente nelle difficoltà, affinché siano sempre più pastori secondo il cuore di Dio”. sir
Il contributo dei cattolici all’unità d’Italia. La riflessione del card.
Angelo Bagnasco
"Una felice
occasione per un nuovo innamoramento del nostro essere
italiani, dentro l'Europa unita e in un mondo più equilibratamente
globale". Così ha definito la ricorrenza dei 150 anni dell'Unità d'Italia
il cardinale Angelo Bagnasco. Sono parole impegnative, nel solco di una
costante attenzione a promuovere occasioni e concreti percorsi di sviluppo
della "concordia civile" e della "responsabilità per il bene
comune". Servono "visioni grandi" e "le nostre comunità
cristiane sono chiamate a fare la loro parte".
L'Unità, ben prima
della proclamazione formale, il 17 marzo 1861, comincia con la spedizione dei
Mille, partita il 5 maggio 1860. Senza quella
rocambolesca e lucidissima avventura lo spazio italiano sarebbe stato
organizzato con tutta probabilità, dopo la guerra del 1859 e le insurrezioni,
in forma confederale o tutt'al più federale, sotto la benevola e interessata
tutela francese.
Da Quarto iniziano
giustamente allora le celebrazioni, alla presenza del presidente della
Repubblica. Proprio alla vigilia, a Genova si è svolto un incontro preparatorio
alla Settimana Sociale sul tema dei 150 anni, aperto dal discorso del
presidente della Cei.
È stata anche
l'occasione per riprendere quel dialogo tra Benedetto XVI e il presidente della
Repubblica svoltosi il 29 aprile scorso in occasione del concerto offerto dal
capo dello Stato al Papa per il quinto anniversario del pontificato. Si era
notata la grande convergenza e la comune prospettiva. Nel messaggio al convegno
di Genova il presidente Napolitano ha ribadito quanto
già aveva detto a Benedetto XVI, sottolineando che "ancora una volta il
contributo dei cattolici può risultare essenziale" nel Paese.
Il presidente
della Cei ha ribadito che, in questo momento
complesso, di frammentazione e di riflessione "le nostre comunità
cristiane sono chiamate a fare la loro parte. L'Italia deve
scoprire ancora una volta che può contare sempre sulla Chiesa, sulla sua
missione, sul suo spirito di sacrificio e la sua volontà di dono".
Siamo nel pieno di
un passaggio molto delicato, dal punto di vista della cultura e dell'ethos
collettivo, e l'intervento del presidente della Cei va in profondità perché, se
ha parole di fiducia, di speranza e, dunque, ottimistiche, "tale nuovo
ottimismo non matura se non nel crogiolo del pensiero animato da domande
impegnative". La "concordia civile" e "l'esercizio
condiviso della responsabilità per il bene comune" non nascono in
astratto. Sono "patti di amicizia civile consapevolmente contratti ed
esplicitamente fondati su specifiche opzioni di
valore".
Ecco, allora, un
programma per i 150 anni. Da un lato, una seria ricerca e
discussione storiografica; dall'altro, una consapevole proposta d'identità e di
missione. Sono i temi che saranno al centro della Settimana Sociale,
impegnata a disegnare "un'agenda di speranza per il Paese", a Reggio
Calabria dal 14 ottobre, e poi, dal 4 dicembre, del decimo Forum del progetto
culturale, proprio sui 150 anni. FRANCESCO BONINI
Sindone - Dal buio estremo. Alla luce più grande
L’umanità del
nostro tempo è diventata particolarmente sensibile al mistero del nascondimento
di Dio, specialmente dopo le tragiche Viae Crucis del
Novecento: le guerre mondiali, i lager e i gulag, la distruzione di Hiroshima e
Nagasaki, i genocidi e i tanti silenziosi stermini. Lo ha
rilevato domenica scorsa Benedetto XVI durante la visita al duomo di Torino,
dove da settimane è solennemente esposta la Sindone. La liturgia celebra il
nascondimento di Dio nel giorno del Sabato santo, del quale un’antica e nota Omelia dice: “Oggi sulla terra c’è grande silenzio e
solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme”.
Dopo la
crocifissione, lo sposo è stato sottratto alla vista dei suoi; i Vangeli dicono
che Giuseppe d’Arimatea, benestante e membro
autorevole del Sinedrio chiese coraggiosamente a Pilato il corpo di Gesù, lo
avvolse in un lenzuolo appositamente comperato e lo
depose nel sepolcro di sua proprietà. Da quel momento non è più possibile
vedere Gesù e il volto di Dio è nascosto. Giorno di silenzio, il Sabato Santo,
sembra far parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo in maniera quasi
esistenziale. Dio è assente, perché è stato cacciato dall’uomo, che pensando di
essere finalmente libero, è divenuto il carnefice del suo prossimo. Il
Novecento è stato il secolo, in cui maggiormente la dignità della persona è
stata violata; ma questo ha alcuni antefatti. Filosofi e pensatori
dell’Ottocento hanno teorizzato che Dio fosse un antagonista dell’uomo, hanno diffuso
l’ateismo come forma di libertà, come conquista di civiltà. Come
venti secoli fa Dio è stato ucciso e, sul finire dell’Ottocento, Nietzsche
poteva scrivere: “Dio è morto! E noi l’abbiamo
ucciso!”.
Eppure, “la
creatura – ricorda il Concilio – senza il Creatore svanisce (…). Anzi, l'oblio di Dio rende opaca la
creatura stessa” (Gaudium et
spes n. 36). Giorno oscuro il Sabato Santo.
Ogni volta che qualcuno lo suscita, vengono meno i cardini della civiltà: la
pace tra le nazioni, l’uguaglianza di tutti gli uomini, l’intangibilità della
persona in tutte le fasi della sua esistenza. Tuttavia, Dio anche se rigettato,
non resta inoperoso.
“Dio è morto nella
carne – continua quell’omelia – ed è sceso a scuotere il regno degli inferi”. E
nel “Credo” noi professiamo che Gesù, dopo la sua sepoltura, discese agli
inferi e il terzo giorno risuscitò da morte. Il tempo della sepoltura è ricco
di mistero. Intanto, perché Gesù non solo ha condiviso il nostro morire, ma
anche il nostro rimanere nella morte. In quel silenzio è disceso agli inferi,
cioè “è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta
dell’uomo, dove – ha spiegato il Papa – non arriva alcun raggio d’amore, dove
regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: gli inferi”. Gesù
Cristo, rimanendo nella condizione della morte, nel “tempo-oltre-il-tempo”,
ha oltrepassato la porta di quella solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui.
Nel silenzio del
Sabato Santo è successo l’impensabile: l’Amore è penetrato nel buio estremo
della solitudine umana, la Vita è entrata nel regno della morte, affinché,
chiunque dovrà passare di là, trovi una mano che lo conduca fuori. Da quel
momento non c’è un’esperienza, per quanto angosciosa e tremenda, in cui Dio sia
lontano.
Questo è il
mistero del primo Sabato Santo e di tutti gli altri avvenuti nella storia: più
sembra regnare l’oscurità e maggiore è la luce dell’amore, che lì si accende,
la luce stessa della Risurrezione. E, così, anche i terribili luoghi di morte,
creati dalla violenza e dall’ingiustizia di alcuni potenti, possono essere
illuminati da gesti di segno opposto, compiuti da tanti che, nonostante tutto,
amano e sperano. Questo può avvenire perché la passione e la morte di Gesù
hanno avuto, per la potenza dell’Amore di Dio, un esito di segno opposto.
La Sindone di
Torino è la testimonianza silenziosa di ogni Sabato Santo della storia: per
questo in tanti si sentono fortemente interpellati. Essa parla, innanzitutto,
dell’oscurità del rifiuto di Dio e del suo nascondimento;
le violenze subite dall’Uomo della Sindone sono immagine eloquente delle tante
inflitte ai più deboli. In questo senso: la sofferenza di
Cristo è la sofferenza dell’uomo (“Passio Christi.
Passio honinis”). Ma, soprattutto, parla della vittoria della vita sulla
morte, dell’amore sull’odio, parla della speranza. Ogni traccia di sangue parla
d’amore e di vita, specialmente la macchia frutto della ferita del costato, da
cui sono sgorgati insieme sangue e acqua, segno della vita di grazia, donata dal
Crocifisso Risorto.
La Sindone,
proprio perché è stata immersa nel buio profondo, è particolarmente luminosa.
Marco Doldi
La
Sindone, i malati, i giovani, le famiglie nelle parole di Benedetto XVI
XVI si è recato
domenica 2 maggio in visita pastorale a Torino in occasione della
Ostensione della Sindone. Quattro i momenti salienti
della visita: la celebrazione eucaristica in piazza San Carlo, l’incontro con i
giovani, nella stessa piazza, la venerazione della Sindone nel duomo e
l’incontro con gli ammalati nella chiesa della Piccola Casa della Divina Provvidenza-Cottolengo di Torino.
Amore senza
limiti. Gesù “ci ha dato se stesso come modello e fonte di
amore. Si tratta di un amore senza limiti, universale,
in grado di trasformare anche tutte le circostanze negative e tutti gli
ostacoli in occasioni per progredire nell’amore”. Così Benedetto XVI,
nella celebrazione eucaristica in piazza San Carlo. Anche se “c’è sempre in noi
una resistenza all’amore e nella nostra esistenza ci sono tante difficoltà che
provocano divisioni, risentimenti e rancori”, “il Signore ci ha promesso di
essere presente nella nostra vita, rendendoci capaci di questo
amore generoso e totale, che sa vincere tutti gli ostacoli. Se
siamo uniti a Cristo, possiamo amare veramente in questo modo”. La vita
cristiana, ha ammesso il Papa, “non è facile; so che anche a Torino non mancano
difficoltà, problemi, preoccupazioni”. Ma pur nelle
difficoltà, “proprio la certezza che ci viene dalla fede, la certezza che non
siamo soli, che Dio ama ciascuno senza distinzione ed è vicino a ciascuno con
il suo amore” rende possibile “affrontare, vivere e superare la fatica dei
problemi quotidiani”. Alla Madonna, venerata a Torino quale principale patrona
col titolo di Beata Vergine Consolata, il Pontefice, prima di recitare il Regina Cæli, ha affidato la
città e tutti coloro che vi abitano: “Veglia, o Maria, sulle famiglie e sul
mondo del lavoro; veglia su quanti hanno smarrito la fede e la speranza;
conforta i malati, i carcerati e tutti i sofferenti; sostieni, o aiuto dei
cristiani, i giovani, gli anziani e le persone in difficoltà. Veglia, o Madre della Chiesa, sui Pastori e sull’intera comunità
dei credenti, perché siano ‘sale e luce’ in mezzo
alla società”.
Come Piergiorgio Frassati. Nell’incontro con i giovani, Benedetto XVI ha sottolineato che “viviamo in un contesto culturale che non
favorisce rapporti umani profondi e disinteressati, ma, al contrario, induce
spesso a chiudersi in se stessi, all’individualismo, a lasciar prevalere l’egoismo
che c’è nell’uomo. Ma il cuore di un giovane è per
natura sensibile all’amore vero. Perciò mi rivolgo con grande
fiducia a ciascuno di voi e vi dico: non è facile fare della vostra vita
qualcosa di bello e di grande, è impegnativo, ma con Cristo tutto è possibile!”.
Il Santo Padre ha, poi, indicato come modello un giovane torinese, il beato
Piergiorgio Frassati, nel 20° anniversario della
beatificazione: “Giovane come voi visse con grande impegno la sua formazione
cristiana e diede la sua testimonianza di fede, semplice ed efficace”. “Cari giovani – ha detto il Papa –, abbiate il coraggio di
scegliere ciò che è essenziale nella vita! ‘Vivere e non vivacchiare’ ripeteva il beato Frassati. Come lui, scoprite che vale la pena di impegnarsi per Dio e con Dio,
di rispondere alla sua chiamata nelle scelte fondamentali e in quelle
quotidiane, anche quando costa!”.
Il Sabato Santo.
La Sindone è “l’Icona del Sabato Santo”, che “è il giorno del nascondimento di
Dio”. Lo ha evidenziato il Pontefice, nella sua meditazione
in occasione della venerazione della Santa Sindone. “Il Sabato Santo – ha
continuato – è la ‘terra di nessuno’ tra la morte e la risurrezione, ma in
questa ‘terra di nessuno’ è entrato Uno, l’Unico, che
l’ha attraversata con i segni della sua Passione per l’uomo”. La Sindone,
allora, “ci parla esattamente di quel momento, sta a
testimoniare precisamente quell’intervallo unico e irripetibile nella
storia dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù Cristo, ha condiviso
non solo il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più radicale”. In quel “tempo-oltre-il-tempo” Gesù è “disceso agli inferi”.
Ciò “vuol dire – ha spiegato il Papa – che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino
al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove non
arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola
di conforto: ‘gli inferi’”.
Cristo, rimanendo nella morte, “ha oltrepassato la porta di questa solitudine
ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con
Lui”. Questo, dunque, “è il mistero del Sabato Santo! Proprio di là, dal buio della morte del Figlio di Dio, è spuntata
la luce di una speranza nuova: la luce della Risurrezione”.
Tessere preziose.
Rivolgendosi ai malati del Cottolengo, Benedetto XVI
ha rilevato: “Voi svolgete un’opera importante: vivendo le vostre sofferenze in
unione con Cristo crocifisso e risorto, partecipate al
mistero della sua sofferenza per la salvezza del mondo. Offrendo il nostro
dolore a Dio per mezzo di Cristo, noi possiamo collaborare alla vittoria del
bene sul male, perché Dio rende feconda la nostra
offerta, il nostro atto di amore”. “Non sentitevi estranei al destino del mondo
– ha aggiunto –, ma sentitevi tessere preziose di un bellissimo mosaico che
Dio, come grande artista, va formando giorno per giorno
anche attraverso il vostro contributo”. Sir
Il dramma dei cristiani iracheni. Perché si accetta la pulizia
confessionale?
Sparare contro
ragazzi che vanno all’università è raccapricciante. La
misura dell’atrocità l’ha data un sacerdote: le vittime non erano soldati o miliziani, ma studenti che portavano con libri e quaderni i
loro sogni di crescere e di servire il proprio Paese. Ma
ad aggiungere orrore su orrore c’è la motivazione più odiosa, quella
dell’intolleranza religiosa, la negazione del primo diritto umano, la libertà
di professare la propria fede senza impedimenti. E senza rischiare la vita come
accade ogni giorno ai cristiani iracheni, minoranza tra le minoranze, non 'degna' che di poche righe sulle agenzie di stampa quando
finisce sotto il fuoco dei fondamentalisti musulmani, determinati a imporle un
esodo forzato dalle terre in cui risiede da molti secoli.
L’attacco di
domenica a Mosul contro un convoglio di universitari siro-cattolici, nel caos politico di un dopo-elezioni
particolarmente tormentato, non ha meritato nemmeno un messaggio di solidarietà
da parte delle autorità di Baghdad. Silenzio anche
nell’Occidente tanto solerte per altre cause, pur altrettanto
nobili, ma selettivamente distratto quando si tratta di difendere i
cristiani presi di mira in quanto tali. Qualche lodevole eccezione nel panorama
italiano, ma le ripetute sollecitazioni partite da Roma non trovano echi a
Bruxelles, dove nessuno sembra troppo preoccupato della sorte degli iracheni
fedeli alla Chiesa. E si sa che l’apatia e l’indifferenza sono i migliori
alleati dei carnefici. In sette anni di guerra e di travagliato post-Saddam sono stati centinaia i cristiani uccisi, decine
di migliaia quelli costretti alla fuga, prima da Baghdad verso il Nord e poi
all’estero, nei Paesi confinanti o in Europa, America e Australia. I loro spazi di manovra sempre più ridotti: luoghi di culto
distrutti, attività economiche soffocate, violenze e minacce diffuse.
Tutto denunciato e documentato; tutto spesso ignorato e regolarmente
sottovalutato.
L’attentato agli
studenti è avvenuto nel breve spazio di un chilometro, tra due posti di blocco,
uno delle forze americane e irachene, l’altro della polizia locale curda: una
dimostrazione che per la minoranza più perseguitata c’è soltanto una 'terra di
nessuno', in cui si può impunemente colpirla senza che vi sia una doverosa
mobilitazione per la sua sicurezza. Il convoglio dei ragazzi aveva, in testa e
in coda, un paio di vetture di scorta, poca cosa per la forza e la feroce
determinazione degli estremisti musulmani contrari a ogni forma di tolleranza e
di convivenza. Ieri il vescovo Casmoussa ha invocato
l’intervento di un contingente delle Nazioni Unite per la protezione della mese dopo mese più esigua presenza cristiana. Non si ripeterà mai troppe volte che un Iraq liberato dalla
dittatura ma privo di una delle sue componenti religiose e sociali più antiche
testimonierebbe la sconfitta di un progetto democratico che doveva estendere la
sua influenza anche ai Paesi vicini. Al contrario, il contagio di una 'pulizia
confessionale' implicitamente accettata potrà diffondersi pure oltreconfine, in
una regione dove gli estremismi non sono certo sopiti.
Se per qualche
inconfessabile pregiudizio anti-cristiano si rinunciasse alla difesa attiva dei
fedeli che ancora resistono nel Paese, non solo si verrebbe meno a un dovere di
giustizia, ma verrebbero aperte le porte al fanatismo.
Quello che, poi, ci indigna e ci spaventa quando raggiunge le nostre nazioni e
le nostre città. Pensiamoci, il tempo a disposizione
per i cristiani iracheni continua drammaticamente a diminuire. Andrea Lavazza,
Avvenire 5
Iraq - Fino a quando? Mosul:
strage di studenti cristiani
È di 4 morti e 171 feriti il bilancio di un attacco terroristico,
avvenuto il 2 maggio, ai danni di un convoglio di bus che portava giovani
studenti cristiani dal loro villaggio di Qaraqosh
all’Università di Mosul. A confermare la notizia al SIR l’arcivescovo caldeo di Mosul,
mons. Emil Shimoun Nona,
dopo che il sito Baghdadhope.blogspot.com aveva riportato il fatto citando il
sacerdote padre Rayan Atto di Erbil.
L’ateneo è da anni nel mirino di fondamentalisti islamici che vogliono imporre
la conversione agli studenti. Sui muri delle aule sono spesso stati rinvenuti dei volantini con minacce rivolte alle ragazze
irachene che vestono all’occidentale e che non indossano il velo.
Facile bersaglio. L’attentato, ha spiegato l’arcivescovo, “è stato causato da
un’esplosione prima e poi da un’autobomba posta lungo la strada, poco prima di
entrare in città. La deflagrazione è stata
devastante edha provocato 4 morti e 171 feriti, 17
dei quali versano in gravi condizioni e, per questo, ora sono nell’ospedale di Erbil. Il convoglio attraversava la zona ogni mattina per
portare i giovani, di età compresa tra i 18 e i 26
anni, all’Università di Mosul, e forse proprio per
questo sono stati un bersaglio facile per gli attentatori”. “Siamo
davanti ad un altro, ennesimo attacco contro i cristiani – ha dichiarato mons.
Nona – la violenza continua senza tregua. Il vuoto di
potere che si è creato dopo il voto, l’assenza di un nuovo governo, le diatribe
interne ai partiti non fanno altro che creare un terreno adatto alla violenza”.
Secondo quanto riporta Baghdadhope.blogspot.com, la popolazione cristiana di Erbil e dei centri vicini si è mobilitata verso l'ospedale
per donare sangue ai feriti.
Attacco brutale
nell’indifferenza. “Un attacco brutale, senza precedenti”, ha riferito a Fides il sacerdote redentorista padre Bashar
Warda,
di Erbil: “Siamo scioccati in quanto le vittime non
erano soldati o militanti, ma solo studenti che portavano con sé i libri, le
penne, i loro sogni di crescere e servire il proprio Paese. I
cristiani restano nel mirino, e sono le vittime privilegiate della violenza”.
La dinamica dei fatti, secondo padre Warda,
“suscita molti punti interrogativi. L’attentato, prima di tutto, è
avvenuto su un tratto di strada compreso fra due posti di blocco delle forze di sicurezza. Da cittadino iracheno mi chiedo, e si chiedono
tutti: come è possibile? Come svolgono il loro lavoro le forze di sicurezza? I cittadini
esigono un’indagine e attendono risposte chiare”.“A differenza di altri
attentati avvenuti in passato – ha sottolineato il
sacerdote - quello che ci colpisce maggiormente è il silenzio del governo e
delle autorità. Non vi è stata alcuna condanna pubblica da parte del governo
centrale, nessun comunicato ufficiale, né interventi dei leader politici. Sembra
che un attentato di questa portata sia avvenuto nell’indifferenza generale. È
inammissibile, e questo genera rabbia nella comunità locale, che si sente
indifesa, abbandonata in balia degli estremisti. Esiste una responsabilità determinante del governo nel garantire protezione e
sicurezza ai cittadini”. Dello stesso parere anche il vicario
patriarcale caldeo di Baghdad, mons. Shlemon Warduni, che al SIR ha espresso la sua condanna e
deplorazione: “Siamo veramente addolorati per i feriti e per le giovani vittime.
Fino ad ora nessuno tra i responsabili delle Istituzioni ci ha rivolto una
parola di solidarietà e di scuse. Non abbiamo sentito nessun politico, nessuna
istituzione e questo ci procura altro dolore. Veramente non sappiamo che fare
davanti a questa violenza. Non è bastata la scorta ad
evitare la strage, due macchine una avanti e una dietro il convoglio dei bus
che trasportavano i giovani dal loro villaggio di Qaraqosh
all’Università di Mosul. Il vuoto di potere del
dopo-elezioni non aiuta la sicurezza. E i tempi si
allungheranno con la decisione di ricontare i voti espressi a Baghdad”.
Intervenga l’Onu.
“Urge un intervento delle Nazioni Unite per proteggere i cristiani in Iraq”.
Dopo l’attacco a chiederlo è mons. George Casmoussa,
arcivescovo siro-cattolico di Mosul.
“Abbiamo intenzione di chiederlo. Se
le autorità civili e militari non ci tutelano, dobbiamo domandare l’aiuto in
sede internazionale”, ha affermato a Fides. “Le minoranze cristiane sono le vittime più facili da colpire, gli
innocenti, che non prendono parte alle lotte e ai conflitti intestini, che non
portano armi. Nelle loro difficili condizioni, i cristiani hanno reagito
pregando per la sicurezza, per la stabilità dell’Iraq e per la
riconciliazione”, è la conclusione di padre Bashar Warda, per il quale “è necessario
che leader politici e religiosi cristiani si incontrino e diano una prova di
unità, assumendo una posizione comune, forte e unificata, sulle questioni che
riguardano la vita e i diritti delle minoranze cristiane in Iraq”. sir
Iraq - Hanno colpito il futuro. Mons. Francis Chullikatt
(nunzio) sulla strage di giovani cristiani
“Vicinanza
spirituale alle comunità cristiane dell'Iraq a tutti gli uomini e le donne di
buona volontà perché mantengano salde le vie della pace e respingano tutti gli
atti di violenza che hanno causato così tante sofferenze”. È quanto si legge in
un telegramma di Benedetto XVI, a firma del segretario di Stato, card. Tarcisio
Bertone, diffuso il 4 maggio da Radio Vaticana,
inviato alla Chiesa irachena dopo l’attentato del 2 maggio che ha provocato 4 morti e 171 feriti tra gli studenti di un convoglio
diretto all’Università di Mosul. Ne abbiamo parlato
con il nunzio apostolico in Giordania e Iraq, mons. Francis Assisi Chullikatt.
Eccellenza, ancora
un attacco contro i cristiani, e questa volta a pagare col sangue sono stati
giovani studenti universitari…
“È stato un
attacco non solo contro i cristiani ma contro l’intero Iraq. Questi giovani
andavano all’Università solo per studiare e per ottenere un'educazione che li
trasformasse in cittadini ben formati a livello accademico, culturale, sociale
e spirituale, per poter così contribuire alla ricostruzione del loro Paese. Questi attacchi efferati hanno quindi contribuito soltanto a
spegnere le aspirazioni di questi giovani innocenti e a stroncare la rinascita
irachena”.
Perché colpire un
convoglio di giovani studenti?
“I giovani sono il
futuro della nazione e della Chiesa irachena. I giovani sono gli artefici di
una nuova nazione che tutti gli iracheni, musulmani e cristiani, intendono
costruire insieme. Essi vogliono essere portatori di speranza, profeti di
riconciliazione e messaggeri di pace. Senza di loro una nazione e la stessa
Chiesa non possono sognare un futuro luminoso. La speranza è che i giovani
iracheni non rinuncino a sperare e a studiare. La loro vocazione è costruire –
dice Benedetto XVI – un futuro di speranza per l’umanità. E
noi tutti abbiamo il dovere di aiutare i giovani iracheni a realizzare la loro
missione per il bene della loro nazione”.
Gli episodi di
violenza anticristiana si susseguono ormai da anni: esiste, a suo parere, un
complotto per cacciare i cristiani dall’Iraq?
“Più che un
complotto vedo il tentativo da parte dei terroristi di
dimostrare che è solo con la violenza che si possono risolvere le questioni
interne al Paese. Un approccio assolutamente illogico. Non è
con la violenza che si possono cambiare le questioni religiose, sociali e
politiche”.
Fino a ieri (3
maggio, ndr.) non si sono registrati attestati di
solidarietà da parte delle autorità, dopo l’attacco di Mosul.
Pare che i cristiani siano stati lasciati soli.
“In queste ore so
che alcune autorità locali di Mosul hanno espresso
tutta la loro solidarietà al vescovo siro-cattolico
della città, mons. Georges Casmoussa. Non mi
risultano, fino ad ora, interventi da parte delle autorità governative
nazionali. Le autorità di Mosul hanno offerto tutto
il loro apporto perché tali cose non accadano più. Mons. Casmoussa ha anche chiesto un’inchiesta formale per fare
luce sulla vicenda”.
Mons. Casmoussa ha invocato anche l’aiuto delle Nazioni Unite per
tutelare la minoranza cristiana. Come vedrebbe un intervento Onu?
“L’Onu non è un
organismo superstatale ma interstatale e organizza, pertanto, le sue attività
solo in collaborazione con il Governo statale. È indubbio che le Nazioni Unite, interlocutori
imparziali, possono dare un contributo molto
costruttivo in questa vicenda, soprattutto perché si tratta della ‘vocazione’
fondamentale dell'Onu che è quella di tutelare la vita e la dignità umana”.
Sono passati circa
2 mesi dalle elezioni del 7 marzo e l’Iraq non ha
ancora un governo. Questo vuoto favorisce il clima di violenza?
“È auspicabile che
si formi, quanto prima, il nuovo governo per evitare il vuoto di potere. Questo
potrebbe, infatti, intervenire in modo opportuno e tempestivo per fronteggiare
casi simili come l’attacco del 2 maggio”.
Dopo episodi di
violenza come questo si torna a parlare della “Piana di Ninive”,
come di una zona sicura, nel nord iracheno, per i cristiani…
“Della Piana di Ninive se ne parla da anni in seno ai vescovi iracheni ma
non è da intendersi come un ghetto nel quale isolare i cristiani. Tutt’altro.
Credo che la cosa riguardi l’amministrazione e la gestione di quelle zone e
villaggi dove i cristiani sono in maggioranza. Cosa ben
diversa da un’enclave politico-settaria o religiosa dove raggruppare tutti i
cristiani. I cristiani, poi, non formeranno mai una milizia propria per
difendersi. Essi si sono sempre rivolti alle autorità
costituite alle quali spettano la sicurezza e la protezione dei cittadini”.
Al Sinodo per il
Medio Oriente (10-24 ottobre 2010) si parlerà anche della violenza contro i
cristiani iracheni e della diaspora cui sono costretti?
“Il Sinodo sarà
un’occasione preziosa per affrontare, tra l'altro, anche il tema della violenza
e dell’emigrazione dei cristiani, problemi che non si registrano solo in Iraq. Si potrà vedere la sofferenza delle comunità cristiane
mediorientali e capire come affrontarla. E lo stesso vale per
l’esodo dei cristiani”. Sir
Legionari di Cristo. La grande "scommessa". Come rifondare da
capo la Legione
Le colpe di Maciel. Il sistema di potere che copriva la sua vita
indegna. Le autorità vaticane accusano. E dettano l'agenda della ricostruzione.
Con i pieni poteri affidati a un cardinale delegato dal papa - di Sandro Magister
ROMA – Il comunicato
emesso due giorni fa dalla Santa Sede a proposito dei Legionari di Cristo è di
portata notevolissima. È riprodotto integralmente più sotto e va letto dalla
prima riga all'ultima. Ma per essere capito a fondo
esige qualche nota esplicativa.
LA GENESI DEL
COMUNICATO - I cinque vescovi che hanno compiuto la visita apostolica nella
Legione – tutti di primo piano nei rispettivi paesi – hanno consegnato i loro
rapporti alle autorità vaticane alla metà dello scorso mese di marzo, dopo
sette mesi di indagini nelle rispettive aree
geografiche.
Sulla base dei
loro rapporti e citandoli ampiamente, la segreteria di
Stato vaticana ha predisposto un documento di lavoro.
Richiamati in
Vaticano alla fine di aprile, i cinque visitatori hanno lavorato intensamente,
per tutta la giornata di venerdì 30 aprile e la mattina di sabato 1 maggio,
sulla traccia del documento. L'hanno fatto sotto la presidenza del cardinale
Tarcisio Bertone e assieme al cardinale William J. Levada, prefetto della
congregazione per la dottrina della fede, al cardinale Franc
Rodé, prefetto della congregazione per i religiosi, e
all'arcivescovo Fernando Filoni, sostituto della segreteria di Stato. La
stesura del comunicato finale è stata anch'essa parte dei lavori.
IL RUOLO DEL PAPA
- Benedetto XVI ha assistito per un'ora e mezza, in
silenzio, ai lavori del gruppo, la mattina di venerdì 30 aprile. Prima di
lasciarli, ha incoraggiato i presenti a presentargli proposte concrete, sulle
quali egli avrebbe preso le sue decisioni.
Ma questo è stato solo l'ennesimo atto di un ruolo da
assoluto protagonista svolto da Joseph Ratzinger nel caso dei Legionari di
Cristo. Alla fine del 2004 fu lui a ordinare un'indagine sul loro fondatore, Marcial Maciel Degollado, contro la generale convinzione innocentista di
tutta la curia dell'epoca e dello stesso papa Giovanni Paolo II. Fu lui, da
papa, a emettere nel maggio del 2006 la sentenza di condanna di
Maciel. Fu lui nell'estate del 2009 a ordinare la
visita apostolica nella Legione.
IL GIUDIZIO SU
MACIEL - Il comunicato esplicita per la prima volta in
un documento vaticano ufficiale le colpe del fondatore dei Legionari, colpe che
nemmeno la condanna del 2006 aveva formulato.
Esse vengono identificate in "comportamenti gravissimi e
obiettivamente immorali" e talora in "veri delitti", atti a
configurare "una vita priva di scrupoli e di autentico sentimento religioso".
LA COMPLICITÀ DEI
CAPI - Severissimo e senza precedenti è anche il giudizio che il comunicato
emette sul "sistema di relazioni" costruito attorno a Maciel, sul "silenzio dei circostanti", sul
"meccanismo di difesa" della sua vita indegna.
Scrivendo che
"di tale vita era all’oscuro gran parte dei Legionari", il comunicato
afferma implicitamente che altri invece sapevano.
Non ci sarà quindi
nessuna indulgenza per il "sistema di potere" che ha fatto blocco
attorno a Maciel prima e dopo la sua morte, cioè per
gli attuali capi centrali e territoriali della Legione.
In particolare, è
del tutto illusorio che la scure possa risparmiare i due capi supremi, il
direttore generale Álvaro Corcuera
e il vicario generale Luís
Garza Medina.
Quest'ultimo, fino
ad oggi il vero numero uno della Legione sotto il profilo finanziario, ha fatto
di tutto in queste ultime settimane per configurarsi come un nuovo Talleyrand, capace di restare in sella anche nel Termidoro
dopo aver assecondato il Terrore.
Ma anche Maciel appariva
"inattaccabile" – come ricorda il comunicato – e alla fine è
sprofondato.
LA
"SCOMMESSA" SUL FUTURO - Con molto realismo, il documento di lavoro
su cui si è discusso non dava per sicuro il buon esito dell'opera di
ricostruzione che la Legione dovrà compiere. Circa il futuro, usava la parola
"scommessa".
Un elemento di
fiducia – a detta del comunicato – è dato dal "gran numero di religiosi
esemplari" incontrati dai visitatori, animati da "zelo autentico per
la diffusione del Regno di Dio".
Ma degli 800
sacerdoti della Legione sono all'incirca solo 100, oggi, quelli che già
agiscono consapevolmente per un "cammino di profonda revisione".
La maggior parte sono tuttora smarriti, traumatizzati dalle rivelazioni sul
fondatore, sottomessi all'autorità dei capi in cui vedono l'unico
loro ancoraggio.
LA PROSSIMA AGENDA
- Oltre alla nomina di un commissario, le autorità vaticane annunciano nel
comunicato due altri provvedimenti.
Il primo era già
previsto e sarà una visita apostolica supplementare relativa al Regnum Christi, l'associazione
laicale che affianca i Legionari, anch'essa fondata da Maciel.
Il secondo
provvedimento è invece nato dalla discussione dei giorni scorsi. Sarà
costituita una commissione indipendente di studio sulle costituzioni della
Legione, in particolare per "rivedere l’esercizio dell’autorità".
CHI SARÀ IL COMMISSARIO - Quanto al commissario, o meglio,
al "delegato" papale che assumerà i pieni poteri nella fase di
ricostruzione della Legione, si prevede che Benedetto XVI lo nominerà prima
dell'estate.
Nella riunione se ne è discusso. Se ne sono descritte le qualità auspicabili.
E si è fatto un nome, uno solo finora: quello del cardinale messicano Juan Sandoval Íñiguez, arcivescovo di
Guadalajara.
Il cardinale Sandoval conosce bene la Legione, che ha in Messico la sua
patria storica. È anche titolare, a Roma, della chiesa di Nostra Signora di Guadalupe, di proprietà dei Legionari. Ma
non si è mai mescolato a loro e alle loro trame, né con Maciel
né con gli attuali capi. Ha 77 anni ed è in procinto
di lasciare la guida della diocesi per superati limiti di età: potrà quindi
dedicarsi a tempio pieno alla causa. In Vaticano è membro della congregazione
per i religiosi, di quella per l'educazione cattolica e della prefettura per
gli affari economici della Santa Sede. Inoltre, fa parte della commissione
cardinalizia di vigilanza dell'Istituto per le Opere
di Religione. È persona giudicata molto risoluta e di sicura affidabilità.
UNA SVOLTA
COMUNICATIVA - Un'ultima notazione. Con questo comunicato, la Santa Sede ha
rovesciato lo schema dominante in questi tempi nei media sulla pedofilia.
Invece che farsi dettare l'agenda dai giornali, invece che rispondere caso per caso al martellamento delle accuse, la Santa Sede ha questa
volta preso essa l'iniziativa.
Nel caso dei
Legionari, sono i media che devono inseguire le decisioni delle autorità
vaticane, in primo luogo del papa. E sono decisioni difficilmente contestabili.
Decisioni tipicamente di Chiesa, che nessun tribunale terreno può surrogare. Decisioni atte non solo a punire, ma soprattutto a sanare,
confortare, purificare, ricostruire. In quell'ordine della grazia di cui
la Chiesa è depositaria e custode. L’Espresso on line
3
Azione cattolica - Abitare la vita. Il "cuore" dell'impegno
associativo sul territorio
Educazione e
annuncio evangelico “sono due temi cardine della vita dell’associazione”.
Incontrando i responsabili dell’Azione Cattolica (Ac)
al convegno delle presidenze diocesane, che si è tenuto a Roma dal 30 aprile al
2 maggio, il presidente nazionale, Franco Miano, ha sottolineato la volontà dell’Ac di
“essere veicolo del dono grande della fede”. L’incontro, dal titolo “Sulle
strade dei cercatori di Dio”, ha proposto riflessioni spirituali (mons.
Ermenegildo Manicardi, rettore dell’Almo Collegio Capranica), relazioni sociologiche, teologiche e pastorali
(Chiara Giaccardi, Giuseppe Lorizio,
don Guido Benzi), laboratori nei quali i presenti si sono confrontati su
diversi fronti del primo e del nuovo annuncio. Diffusa inoltre una lettera ai
presbiteri, “collaboratori della nostra gioia”, in occasione dell’Anno
Sacerdotale, mentre è stato ricordato Eugenio Zucchetti, sociologo e presidente
dell’Azione Cattolica ambrosiana scomparso prematuramente lo scorso anno, ed è
stato presentato l’incontro nazionale dell’Azione Cattolica ragazzi (Acr) e dei giovanissimi che si terrà a Roma il 30 ottobre
2010. Denunciato, infine, l’aggravio “insopportabile” delle tariffe postali per
decisione del governo, che mette a rischio la stampa associativa e, più in
generale, tutta la stampa cattolica e quella legata al volontariato e al no
profit.
Collaborare
all’opera educativa di Dio. “L’evangelizzazione è al cuore dell’impegno dell’Ac”, ha rimarcato Miano. “Ogni proposta
associativa può essere occasione di primo annuncio”, ha precisato il presidente
nazionale, invitando l’associazione a “farsi promotrice di cammini specifici di
scoperta e riscoperta della fede”, ad esempio andando incontro ai genitori dei
ragazzi che frequentano i gruppi Acr. Ancora, “fare esperienze concrete di gruppi aperti
all’accoglienza”, poiché “lo stile di una comunità cristiana è essenziale, e
non possiamo confondere la saldezza della fede con la mancanza di ascolto e
dialogo”. Ribadito il legame dell’associazione con la
vita parrocchiale e diocesana: “Come Ac – ha
rimarcato Miano – dobbiamo riprendere ad abitare,
assieme alla comunità cristiana, quei momenti, tempi e luoghi strategici nella
vita delle persone, dalle occasioni importanti come la nascita, la morte, i
matrimoni, agli ambiti quotidiani: professioni, lavoro, studio”. Infine
l’educazione, che non è “altro” rispetto
all’evangelizzazione. “Per noi educare significa prima di tutto educare alla
fede, convinti che questo voglia dire anche educare
alla vita, ed educare ‘la’ vita. Il nostro – ha concluso
– non è un impegno educativo qualsiasi, da tecnici o professionisti, bensì
collaborazione alla grande opera educativa di Dio”.
Ricerca dell’uomo
e ricerca di Dio. “La fede cristiana non tende a
sopprimere, ma ad allargare il desiderio di Dio”, ha ricordato Giuseppe Lorizio, docente di teologia fondamentale alla Pontificia
Università Lateranense e preside dell’Istituto superiore di scienze religiose
“Ecclesia Mater”. Denunciando l’esistenza di un problema “antropologico”, di
“identità dell’umano”, il teologo ha sottolineato che
“questa ricerca di Dio non è mai fuori dalla ricerca dell’uomo”. Da qui, cinque
piste evangeliche, “icone di questa ricerca”: la parabola del buon samaritano,
segno della “diaconia”, che indica come la Chiesa non sia chiamata “a prendersi
cura di sé”, ma “del mondo”; la via della Croce, che “accompagna verso la
risurrezione” e si alimenta con una fede “che non ha bisogno di effetti
speciali”; i discepoli di Emmaus, che esprimono una
“delusione” dalla quale viene “lo stimolo per una riforma”; il Pane spezzato,
poiché “la Parola non basta se non è accompagnata dal gesto, e il gesto è cieco se non è sostenuto dalla fede”; la Via di
Damasco per “passare da una fede cieca a una dagli occhi aperti” che sappia
usare “l’intelligenza e la ragione”.
In relazione con
l’altro. Di ricerca religiosa come “caratteristica antropologica dell’essere
umano” ha parlato Chiara Giaccardi, docente di
sociologia della comunicazione all’Università Cattolica di
Milano, rilevando come la cultura odierna tenda “a eliminare Dio dai propri
orizzonti, a favore di un materialismo” che, tuttavia, non riesce a soddisfare
la ricerca umana. Centrale è la questione dell’“alterità”, “capacità di entrare
in relazione con ciò che è altro da me: il prossimo, in senso orizzontale; Dio,
in senso verticale”. A margine della relazione, la
sociologa ha invitato a “rigenerare il significato della parola ‘sicurezza’
intendendola come surplus di cura”, poiché “i problemi non si risolvono
barricandosi, ma facendosene carico”: è quindi importante “recuperare la
dimensione della fraternità perché la ricerca non può mai essere individuale”. Tre le caratteristiche del “primo annuncio”, messe in evidenza dal
direttore dell’Ufficio catechistico della Cei, don Guido Benzi. La prima
è “la dimensione del dono”, “in vista di un progetto di vita innestato sul
Vangelo”; poi la “continua chiamata alla conversione”; infine la verifica di
“quanto le proprie relazioni siano aperte a una via buona e capace di amare Dio
e gli altri in un orizzonte di speranza”.sir
La religione, come
apertura a Dio, produce un’inversione di scelte di vita: richiama al dialogo,
promuove la conoscenza e l’accettazione dell’approccio interculturale, e matura
condizioni di pace.
PADOVA - Quale può
essere l’apporto della religione a una società, come quella odierna, coinvolta
da sfide che intaccano i diritti umani sul piano economico, civile e politico?
Quale forza morale può infondere per garantire i valori della legge naturale,
impressa da Dio, sulla quale si fonda lo sviluppo integrale della persona? Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in veritate
scrive che «il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona,
nella sua integrità». Egli è, infatti, autore, centro e fine di tutta la vita
economico-sociale. La sua dimensione religiosa è unita a quella politica,
rendendolo così testimone di un umanesimo che Jacques Maritain
definisce «integrale».
La dottrina sociale della chiesa cattolica
non si rivolge solo ai cristiani, ma è un patrimonio di riflessioni e di
orientamenti rivolti anche a popoli di cultura e religione diversa. In essa ha
uno specifico rilievo il diritto alla libertà
religiosa, oggi emarginato dalla cultura laicista, uno dei punti cardine della
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dall’Onu nel 1948. La
fede e la libertà religiosa non devono mai essere motivo di divisioni e di
lotte tra popoli di etnie diverse ma, al contrario, devono promuovere i loro
valori etici e sociali a livello nazionale e internazionale. La persona viene tutelata, qualunque sia il suo credo, la sua cultura,
la sua appartenenza. Potremmo citare tanti apporti dati da rappresentanti del
cristianesimo e di altre religioni per la soluzione di problematiche
riguardanti la famiglia, il mondo del lavoro, l’assistenza sanitaria, il mondo
politico e civile. Come hanno avuto rilevanza gli interventi degli Osservatori
permanenti della Santa Sede presso l’Onu e l’Ufficio delle Nazioni Unite di
Ginevra sull’attuale crisi economico-finanziaria e per salvaguardare i diritti
della famiglia, così sono stati segni positivi
l’opposizione del mondo buddista alle spinte tiranniche manifestatesi, in
questi ultimi mesi, in alcuni Paesi dell’Asia. Interventi
rivolti a garantire la giustizia e la pace, a porre in giusto rapporto
l’economia con la politica, a rispondere a povertà endemiche, a lenire
le tensioni tra la logica del bene e la ricerca del profitto. Tutto ciò
testimonia che le religioni continuano a porre, al centro della loro
sollecitudine, i diritti della persona e il bene comune universale.
La fede religiosa rapporta l’uomo con il suo
Creatore, ma è anche un impegno, aperto a tutto ciò che è valore, cultura e
attesa dell’umanità. Un apporto, purtroppo, non riconosciuto. Benedetto XVI,
nel discorso dell’11 gennaio scorso al Corpo diplomatico della Santa Sede, ha sottolineato come «purtroppo, in alcuni Paesi, soprattutto
occidentali, si diffonda, in ambienti politici e culturali, come pure tra i
mezzi di comunicazione, un sentimento di scarsa considerazione e, talvolta, di
ostilità, per non dire di disprezzo, verso la religione, in particolare quella
cristiana. È chiaro che se il relativismo è concepito come un elemento costitutivo
essenziale della democrazia, si rischia di concepire la laicità unicamente in
termini di esclusione o, meglio, di rifiuto
dell’importanza sociale del fatto religioso».
Come possiamo allora accettare gli atti di
violenza e di odio che continuamente emergono tra popoli di religioni diverse,
in Pakistan o in Sudan? Le motivazioni sono sempre politiche e motivate da carenze sociali. Ma sono sempre in
contraddizione con una storia aperta al futuro, e con una pace di cui ci
sentiamo garanti. Sono la negazione del dialogo che non è solo scambio d’idee,
ma anche di doni che ci aprono alla diversità, all’alterità, a contatti e
relazioni capaci di costruire, anche con segni profetici, un mondo più vivibile
e umano.
p. Luciano Segafreddo, Il
Messaggero di sant’Antonio per l’estero
Papst: „Alle Atomwaffen abschaffen“
Papst Benedikt XVI. hofft darauf, dass
„Atomwaffen vollständig vom Antlitz der Erde verschwinden“. Das sagte er an
diesem Mittwoch bei seiner Generalaudienz in Rom. Vor Tausenden von Pilgern und
Besuchern betete der Papst für die UNO-Konferenz, die sich seit Montag in New
York mit der Nichtverbreitung von Atomwaffen beschäftigt. Die
Gesprächsteilnehmer in New York sollten „über ihren Schatten springen“ und
„geduldig“ an den politischen und wirtschaftlichen Voraussetzungen des Friedens
arbeiten: „Damit helfen sie der integralen menschlichen Entwicklung und dem
wahren Willen der Völker.“ Der Papst:
„Der Prozess einer einvernehmlichen und
sicheren nuklearen Abrüstung hängt eng zusammen mit dem Erfüllen der
Abmachungen, die man in dieser Hinsicht international eingegangen ist. Frieden
beruht nämlich auf Vertrauen und auf dem Erfüllen der Abmachungen, nicht etwa
nur auf dem Gleichgewicht der Stärke. In diesem Sinn ermuntere ich alle
Initiativen, die für Abrüstung sind und für die Schaffung atomwaffenfreier
Zonen. Die Perspektive ist das vollständige Tilgen der Atomwaffen vom Antlitz
der Erde.“
Als Umweltmissionar in Rom - Am
Dienstag ging im Vatikan die Jahrestagung der päpstlichen Akademie für
Sozialwissenschaften zu Ende. Auf der Tagesordnung stand unter anderem das
Thema: Erneuerbare Energien und Welternährung. Einer der geladenen Fachleute
war der Ministerpräsident von Schleswig-Holstein, Peter Harry Carstensen.
Land der Horizonte – so lautet die
Eigenwerbung des Landes. Hoch im Norden Deutschlands ist es eigentlich immer
windig – und das das macht das Bundesland zu einem Vorreiter in Sachen
Windenergie, und seinen Ministerpräsidenten zum Fachmann in Sachen Eingliederung
dieser Energiequelle in das Wirtschaftssystem.
„Wir haben in der Windenergie eine
besondere Situation: Wir sind nämlich nahe an der Konkurrenzfähigkeit zu den
anderen Energieträgern, zu den konventionellen Energieträgern. Deswegen ist für
uns in Schleswig-Holstein die Windenergie auch die Leitenergie, wenn wir davon
sprechen, dass wir 2020 die rechnerische Stromversorgung in Schleswig Holstein
zu 100 % aus regenerativen Energien haben wollen.“ (rv
5)
EKD-Auslandsbischof fordert Sicherheit für Christen im Irak
Hannover. Der evangelische
Auslandsbischof Martin Schindehütte hat Gewalt gegen
Christen im Irak verurteilt. Die irakischen Behörden rief er auf, mehr für die
Sicherheit christlicher Minderheiten zu sorgen, wie die Evangelische Kirche in
Deutschland (EKD) am Mittwoch in Hannover mitteilte. Der EKD-Bischof reagierte
damit auf einen Bombenanschlag auf einen mit christlichen Studenten besetzten
Bus am vergangenen Sonntag in der nordirakischen Region Mossul.
Dabei gab es den Angaben zufolge mindestens ein Todesopfer und rund hundert
Verletzte.
"Bitte stoppen Sie die wachsende
Gewalt gegen religiöse und ethnische Minderheiten in Ihrem Land durch klare
Maßnahmen, um die Sicherheitslage für alle gesellschaftlichen Gruppen zu
gewährleisten", appellierte Schindehütte an die
irakische Regierung. Zuvor bereits hatte sich der syrisch-katholische
Erzbischof George Casmoussa empört über die
neuerliche Gewalt in Mossul geäußert. "Wenn die
zivilen und militärischen Behörden uns nicht schützen, dann müssen wir die
Hilfe der internationalen Staatengemeinschaft in Anspruch nehmen",
erklärte der Erzbischof.
Die evangelische Kirche hatte Ende
Februar bei einer bundesweiten Fürbitte für bedrängte und verfolgte Christen an
die schwierige Lage der christlichen Minderheit im Irak erinnert. Epd 5
Gerichtsurteil. Mitglieder müssen Kirchensteuer zahlen
Entweder zahlendes Kirchenmitglied oder
gar nicht: Ein "Kirchensteuer-Austritt" ist nicht möglich, entschied
der Verwaltungsgerichtshof Baden-Württemberg.
Kirchenmitglieder müssen Kirchensteuer
zahlen. Das hat der Verwaltungsgerichtshof Baden-Württemberg am Dienstag in
Mannheim entschieden. Ein reiner "Kirchensteueraustritt" sei nicht
statthaft, erklärten die Richter.
Sie gaben damit dem Erzbistum Freiburg
recht und hoben ein Urteil des Verwaltungsgerichts Freiburg auf. Dort hatte
sich in erster Instanz der Kirchenrechtsprofessor Hartmut Zapp durchgesetzt. Er
will aktives Mitglied der katholischen Kirche als Glaubensgemeinschaft bleiben,
obwohl er aus der Kirche als Institution ausgetreten ist und keine
Kirchensteuer mehr zahlt.
"Ich kann ja gar nicht
anders", sagte er bei der Verhandlung in Mannheim. Der Vorsitzende Richter
Karl-Heinz Weingärtner deutete Zweifel an Zapps Rechtsauffassung an.
Aus Sicht von Zapp muss die Kirchensteuerpflicht
fallen: "Sie stellt eine unzulässige Vermischung zwischen der Kirche als
Religions- und Glaubensgemeinschaft sowie dem Staat als Steuereinzieher
dar." Bei seinem Austritt bezeichnete er daher die Kirche ausdrücklich als
"römisch-katholisch, Körperschaft des öffentlichen Rechts". Wegen
dieser Ergänzung ist der von der Stadt Staufen bescheinigte
Austritt nach Ansicht der Erzdiözese Freiburg nicht gültig. Das
Verwaltungsgericht Freiburg gab Zapp aber recht.
Zapp zahlt derzeit nach dem italienischen
Modell der sogenannten Kultursteuer 0,8 Prozent an die Kirche - statt 8 Prozent
nach deutschem Recht. Sein Ziel ist es, "überzeugter Anhänger einer
Religions- und Glaubensgemeinschaft zu sein, ohne gleichzeitig der Institution
Kirche als Körperschaft des öffentlichen Rechts anzugehören".
Der Kirchenrebell beruft sich dabei auf
die Gesetze des Vatikans, die von den deutschen Bischöfe bisher nicht umgesetzt
worden seien: "Papst Benedikt XVI. hat im März 2006 verbindliche Vorgaben
erlassen, die eine freiwillige Zahlung vorsehen, nicht aber den zwangsläufigen
Einzug der Gelder. Die Kirche soll sich also durch Spendengelder finanzieren
und nicht durch eine gesetzlich festgelegte und vom Staat für die Kirche
eingezogene Kirchensteuer." (dpa
4)
Akademiesoirée
zum Thema „Heimat“ mit Karl Lehmann und Walter Kasper
Mainz. „Ich bin davon überzeugt, dass
die Krise der Familie die Grundkrise unserer Gesellschaft ist.“ Das sagte
Kardinal Walter Kasper am Montagabend, 3. Mai, im Erbacher Hof in Mainz. Er
habe als Zwölfjähriger am Ende des Zweiten Weltkrieges erfahren, dass nach dem
Zusammenbruch aller staatlichen Ordnung allein die Familie und die Pfarrei noch
funktionierten.
„Dass die Familie auch in einer solchen
Situation hält, war eine sehr grundlegende Erfahrung für mich." Zusammen
mit dem Mainzer Bischof, Kardinal Karl Lehmann, war Kasper Gast bei der Akademiesoirée „Leben - Heimat - Sinnerfahrung", die
von der Bistumsakademie Erbacher Hof veranstaltet wurde.
Kurienkardinal Kasper ist seit 1999 im
Vatikan Präsident des Päpstlichen Rates zur Förderung der Einheit der Christen;
zuvor war er zehn Jahre lang Bischof der Diözese Rottenburg-Stuttgart. Kasper
hatte im Jahr 2006 anlässlich seines 70. Geburtstages beim Festakt in Mainz die
Laudatio auf Kardinal Lehmann gehalten. Zu Beginn hatte Kasper mit einem Wort
des Philosophen Ernst Bloch definiert, was für ihn Heimat sei: „Heimat ist, was
jedem in der Kindheit leuchtet und doch immer Zukunft ist."
Lehmann ging auf die „heimatbildende
Funktion" der Kirche ein. Nach dem Zweiten Weltkrieg sei die Kirche am Ort
für viele Menschen, die ihre Heimat oder Angehörige verloren hatten, eine
Heimat geworden. „Es ist für mich eine wichtige Aufgabe von Kirche, den
Menschen eine solche Heimat zu ermöglichen." Inzwischen mache er die
Erfahrung, „dass je älter ich werde, mir Heimat immer wichtiger wird",
sagte Lehmann. „Ich glaube, dass es für den Menschen elementar wichtig ist,
dass er sich die Heimat bewahrt, selbst wenn man nicht mehr dort wohnt."
Für ihn sei der Heimatbegriff mehrschichtig, erläuterte der Mainzer Bischof.
Zwar lebe er mittlerweile bereits seit 30 Jahren in Mainz, aber „Mainz habe ich
mir als Heimat erworben", während die Orte seiner Jugend seine
„Urheimat" seien.
Kasper: „Die Kirche wird diese Krise
meistern"
Auch die Missbrauchsdebatte der
vergangenen Monate wurde an diesem Abend thematisiert. Kardinal Kasper sagte
dazu: „Es ist für die Kirche viel Vertrauen verloren gegangen. Die Hauptaufgabe
scheint mir zu sein, dieses Vertrauen zurück zu gewinnen." Dies könne nur
durch persönliche Begegnungen und Offenheit geschehen. Weiter sagte er: „Ich
bin optimistisch, dass die Kirche dieses Vertrauen wieder gewinnen wird. Die
Kirche wird diese Krise meistern, aber ich habe Zweifel, ob die Gesellschaft
diese Krise meistern wird." Kardinal Lehmann brachte die Sorge zum
Ausdruck, dass in der Seelsorge die „integere Unbefangenheit" im Umgang
mit Kindern und Jugendlichen verloren gehen könnte, die für Erziehung notwendig
sei.
Professor Dr. Peter Reifenberg hatte
die rund 350 Gäste im Ketteler-Saal des Erbacher
Hofes zu Beginn des Abends begrüßt. Die Soirée war
einer der Höhepunkte im Jahresprogramm der Bistumsakademie, das unter der
Überschrift „Sinn und Heimat" steht. Den musikalischen Rahmen gestalteten
Agnes Langer und Professorin Anne Shih (beide Violine). Die Moderation hatte Anke Hlauschka-Bornschein vom SWR (Südwestrundfunk) übernommen,
zusammen mit dem Chefredakteur der Freiburger Herder-Korrespondenz, Ulrich Ruh,
und der Mainzer Philosophieprofessorin Karen Joisten.
tob (MBN)
Kirchensteuer. Heilige Harmonie
Wer aus der Kirche austritt, kann dies
nicht auf die Kirchensteuer beschränken, hat der Mannheimer
Verwaltungsgerichtshof geurteilt. Worum geht es bei dem Streit?
Sie beginnt mit der Taufe und endet mit
dem Tod. Die Kirchensteuer begleitet Millionen Christen in Deutschland durch
ihr Leben wie ihr Glaube. Es sei denn, man tritt aus. Eine knapper
förmlicher Akt; einer zahlt nicht mehr, der andere bekommt nichts mehr.
Sonstige Folgen: Keine. Nur am 5. Juli 2007 war es anders, als der Freiburger
Kirchenjurist Hartmut Zapp vor das Standesamt Staufen trat. Er bat um eine
kleine Ergänzung, nur vier Worte. Aber möglicherweise genug, um ein in
zweihundert Jahren gewachsenes System aus den Angeln zu heben.
Seit Dienstag ist klar, Zapp ist
gescheitert. Jedenfalls vorerst. Die heilige deutsche Trias von Staat, Kirche
und Steuer hat den – nach weltlichen Maßstäben –
leicht ketzerisch wirkenden Vorstoß heil überstanden. Der Baden-Württemberger
Verwaltungsgerichtshof in Mannheim gab einer Berufungsklage des Erzbistums
Freiburg statt, eine Revision wurde nicht zugelassen. Ob man Mitglied einer
Kirche sein kann, ohne Kirchensteuer zu zahlen, sei eine „innerkirchliche
Angelegenheit“, die im Falle der Katholiken nach kanonischem Recht zu
beurteilen sei.
Der Fall Zapp soll jetzt nach Rom. Er
wirft nicht nur ein Schlaglicht auf die einträgliche, aber auch im Vatikan
kritisch beäugte deutsche Harmonie von Staat und Kirche. Er stellt indirekt
auch die Frage, wie zeit- und glaubensgemäß der Status von
Religionsgemeinschaften als öffentlich-rechtliche Körperschaft noch ist. Ein
Thema, das auch im Kontext mit dem Islam rechtspolitisch aktuell ist.
Und genau darauf bezog sich Zapps Bitte
vor dem Standesamt. Zapp erklärte seinen Austritt, wie alle es tun, nur eben
bloß aus der „Körperschaft des öffentlichen Rechts“. Mitglied der Kirche wollte
er gerne bleiben, als gläubiger Katholik. Hätte sich der Jurist damit
durchgesetzt, wäre den Kirchen de facto ein Platz in der zweiten Reihe
zugewiesen worden. Sie könnten zwar weiter Steuern erheben, wären aber in der
Organisation ihrer Mitglieder gestellt wie ein Privatverein; der amtliche
Austritt hätte nur Steuerfolgen.
Die Kirchensteuer mit ihrem jährlichen
Aufkommen von acht bis neun Milliarden Euro, beigetrieben von den Finanzämtern,
ist weltweit ein Unikum. Sie entwickelte sich im 19. Jahrhundert, als die
Städte wuchsen und der säkularisierende Staat entstand. Gedacht als Ausgleich
für Besitzverlust und zugleich als Bestandsgarantie, gelangte sie 1919 in die
Weimarer Reichsverfassung und von dort in das Grundgesetz. Kritik gab es immer.
Weder Gewerkschaften noch Parteien stehen staatliche Zwangsmittel zur Seite, um
sich ihr Geld bei Mitgliedern zu holen. Auch zahlen alle mit, weil
Kirchensteuern ihrerseits als Sonderausgaben abziehbar sind. Andererseits
leisten die Kirchen Sozialarbeit, die allen zugute kommt.
Insgesamt scheint es ein zufriedenes
Miteinander zu sein, das theoretisch auch anderen Religionsgesellschaften offen
steht. Wenn sie den Sprung in den Körperschaftsstatus schaffen, der allerlei
Privilegien verleiht. Dafür müssen sie einigermaßen organisiert, beständig und
rechtstreu sein, was laut Bundesverfassungsgericht schon schwierig wird, wenn
man etwa die staatliche Neutralität und das Verbot der Staatskirche nicht genug
achtet. Insgesamt keine leichte Aufgabe für den Islam in Deutschland. Daher
wird diskutiert, ob die Hürden nicht doch zu hoch sind.
Hartmut Zapps Stoßrichtung war jedoch
eine andere. Anders als den deutschen Bischöfen missfällt neben Zapp auch Papst
Benedikt die Koppelung der Sakramente ans Geld. Nur die kirchliche Autorität
habe den Abfall vom Glauben zu bestätigen, dekretierte er. Prompt hielten die
hiesigen Geistlichen dagegen, für das Schisma bleibe zunächst das Standesamt
zuständig. Es ist auch diese bischöfliche Weigerung, die päpstliche Direktive
anzuerkennen, die Zapp ärgert. Der Papst weiß, dass in Deutschland ein
komfortables Ausnahmeregime herrscht, das seiner Dogmatik zuwiderläuft.
Gefällig blickt er auf Italien, wo man Geld freiwillig zuwendet; eine Gabe,
keine Abgabe.
So könnten vielleicht Rom, der
Gesetzgeber oder ein prosperierender Islam zu neuen Antworten auf
Körperschafts- und Steuerfragen zwingen – nicht aber die Gerichte. Immerhin,
eines hat es versucht. In erster Instanz hatte Zapp überraschend recht
bekommen. Austrittserklärungen dürfen laut Kirchensteuergesetz keine „Zusätze“
enthalten. Zapps Hinweis sei gar kein „Zusatz“, erklärte das Verwaltungsgericht
Freiburg, sondern bekräftige nur, was selbstverständlich sei. Tsp 5
„Aufruf für eine prophetische Kirche“
Einen stärkeren Einsatz der Christen für
globale Gerechtigkeit und ein grundlegendes Umdenken innerhalb der katholischen
Kirche haben zahlreiche katholische Orden, Hilfswerke, Verbände,
Wissenschaftler und Bischöfe gefordert. Sie stellten am Dienstag in Bonn ihren
Appell vor. Die Menschheit stehe vor Existenz bedrohenden Krisen biblischen
Ausmaßes, heißt es in dem Appell unter dem Leitwort „Leben in Fülle für alle“.
Dazu zählen die Unterzeichner die Klima- und Energiekrise, die Nahrungsmittel-,
Finanz- und Wirtschaftskrise. Die bisher gezeigten Lösungsansätze erwiesen sich
lediglich als „Symbolpolitik mit Placeboeffekt“,
heißt es. Christen trügen angesichts dieser Entwicklung die Verantwortung
dafür, nicht nur die Kirche selbst zu erneuern, sondern die großen Aufgaben der
Welt glaubwürdig aufzugreifen. - Zu den Erstunterzeichnern des Aufrufs gehören
unter anderen der ehemalige Bundesarbeitsminister Norbert Blüm, die
katholischen Bischöfe Werner Thissen, Felix Genn und Heinz Josef Algermissen
sowie die Generaloberin der deutschen Ordenskonferenz, Aloisia Höing, die bündnisgrüne
Politikerin Christa Nickels und der brasilianische Theologe Paulo Suess.
Die katholische Kirche in Deutschland
ruft zu mehr Engagement bei der nuklearen Abrüstung auf. Eine fortschreitende
Verbreitung von Nuklearwaffen destabilisiere die weltpolitische Lage weiter,
erklärte der Vorsitzende der Deutschen Kommission Justitia et Pax, Bischof
Stephan Ackermann, am Dienstag in Bonn. Er appellierte an die Teilnehmer der
UNO-Atomkonferenz, das Ziel einer vollständigen nuklearen Abrüstung weltweit
ernsthaft weiter zu verfolgen. Eine besondere Verantwortung sieht Ackermann bei
den Nuklearmächten. Die jüngsten Vereinbarungen zwischen den USA und Russland
seien zwar ein wichtiger Schritt auf diesem Weg; ihm müssten aber weitere
folgen. Ungleiche Standards bei der Nichtverbreitungspolitik einzelner Staaten
seien dabei grundsätzlich zu vermeiden. Der Trierer Bischof plädierte zugleich
für regionale und weltweite Sicherheitsgarantien, die Nuklearwaffen weniger
attraktiv machen könnten. - Am Sitz der UN in New York hatte am Montag die alle
fünf Jahre stattfindende Überprüfungskonferenz zum Atomwaffensperrvertrag
begonnen. Daran nehmen mehr als 30 Außenminister der UN-Mitgliedsstaaten teil. pm/kna 4
In Krisenzeiten: ÖKT zeigt Solidarität mit Leiharbeitern
Sichere und menschenwürdige
Arbeitsplätze, darum sorgen sich besonders in Krisenzeiten viele Menschen. Ein
Thema, das zurzeit so viele Menschen bedrückt, wollen auch die Veranstalter des
Ökumenischen Kirchentages aufgreifen. Rund eine Woche vor Beginn des großen
Treffens hat der Münchener Diözesanrat interessierte Gläubige zu zwei
Betriebsbesichtigungen eingeladen: Es ging zu den Stadtwerken und zum nahen
Autobauer. Wie Herbert Jagdhuber, der Geschäftsführer im Diözesanrat erklärt,
wurden diese Arbeitsbereiche ausgesucht:
„um gerade da das Prekariat,
also Arbeitsplätze, die keinen gescheiten Lohn mehr kriegen, zu sehen. Wie
sieht es aus, wenn der technische Druck in der Fertigung, der jetzt bei 98
Prozent liegt, bei 100 Prozent ist? Gibt es dann noch Arbeitsplätze in diesem
Bereich? Wenn die Leiharbeit stärker bei BMW Einzug hält? Leiharbeit bedeutet
immer die Gefahr der Entsolidarisierung der Menschen
vor Ort. Weil ein Unternehmer den Leiharbeiter seinem normalen Angestellten
gegenüber stellen kann. Und der ÖKT kann dazu beitragen, solche Fragen wieder
aufzugreifen und in die Gesellschaft, in Politik und Gesellschaft hinein
wirken. Ich glaube, an dieser Stelle sind wir als Kirche als Korrektiv
wichtig.“
Brigitte Schmitt war für Radio
Vatikan vor Ort. (rv 4)
Streit der Woche. Regiert Gott in Deutschland mit?
Der Staat treibt die Kirchensteuer ein.
Und wenn eine CDU-Ministerin Kreuze in Klassenzimmern verbieten will, löst das
einen Glaubenskrieg aus. Leben wir in einer Bundeskirchenrepublik?
Im vergangenen Sommer mieteten
Atheisten einen Bus und fuhren damit durch ganz Deutschland. Die Aufschrift:
„Es gibt keinen Gott“. Besonders in Süddeutschland meldeten sich erbitterte
Gegenstimmen aus der Bevölkerung. „Gott mit dir du Land der Bayern“, so beginnt
schließlich die Landeshymne. Und auch die deutsche Verfassung spricht in ihrer
Präambel vom „Vertrauen auf Gott“, in dem das Grundgesetz entstanden sei.
Selbst die neue türkischstämmige
Bildungsministerin von Niedersachsen, Aygül Özkan, hat gerade einen Eid auf
Gott geschworen. Sie dachte dabei an Allah, den Gott der Muslime. Vorangegangen
war ein innerparteilicher Streit über die Frage, ob eine CDU-Ministerin eine
Abschaffung von Kruzifixen in Schulen verlangen kann. Obwohl ein Urteil des Bundesverfassungsgerichts
aus dem Jahr 1995 Özkan recht gibt, scheint ihre Position nicht ohne weiteres
mehrheitsfähig, schon gar nicht in ihrer Christlich Demokratischen Union.
Der Verfassungsrichter Udo di Fabio
beobachtet im säkularen Staat Deutschland eine Renaissance des Religiösen. Er
liefert dafür in einem Spiegel-Interview eine einfache Erklärung: Der Islam
werde in der deutschen Öffentlichkeit so präsent, dass das „zu Rückfragen nach
unserer eigenen kulturellen und religiösen Identität“ führe. Diese Identität
erscheint vielen christlich. Andere verweisen auf das Grundgesetz, das allen
Glaubensrichtungen Religionsfreiheit garantiert.
Ab dem 12. Mai werden sich zehntausende
Christen in München zum ökumenischen Kirchentag treffen. Schon vor sieben Jahren
waren 200.000 Gläubige in der Hauptstadt zusammengekommen. Die Steuern, die sie
an ihre jeweiligen Kirchen abführen, treibt der Staat ein. Unterschiedliche
Politiker und Juristen kritisieren die Verflechtung von staatlichen und
religiösen Strukturen, den Einfluss der Kirche auf die Besetzung von
Universitätsposten und die staatlichen Zahlungen für Gehälter von Bischöfen und
Priestern.
Schon 1974 forderte die FDP in einem
Kirchenpapier eine striktere Trennung. Manchen kommt die BRD wie eine
Bundeskirchenrepublik vor – obwohl die Zahl der bekennenden Atheisten steigt
und viele gerade nach dem Missbrauchsskandal die katholische Kirche verlassen.
Was meinen Sie: Regiert Gott in
Deutschland mit? Taz 4
Propst Fürnsinn: „Missbrauch mit dem Missbrauch betrieben“
In der öffentlichen Meinungsbildung
wird zum Teil „Missbrauch mit dem Missbrauch betrieben“. Das hat der
Vorsitzende der Superiorenkonferenz der männlichen
Ordensgemeinschaften in Österreich, Maximilian Fürnsinn,
im Gespräch mit kathpress kritisiert - ohne die
Schuld der Kirche kleinreden zu wollen, wie er betont. Die österreichischen
Äbte und Ordensoberen hätten sich kürzlich bei einem Informationstag
ausführlich mit den juristischen, psychologischen und therapeutischen Aspekten
von Missbrauch auseinandergesetzt – und sich abermals der entschlossenen
Aufklärung und Verhinderung künftiger Missbrauchsfälle in der Kirche
verpflichtet. Das gelte auch, wenn Opfer materielle Hilfe bräuchten:
„Es gibt eine wirklich vollständige
Zusammenarbeit mit den Ombudsstellen der Diözesen. Es
ist uns sehr wichtig, dass die Orden hier inbegriffen sind. Separate Linien zu
machen, liegt uns fern. Wir werden uns überall dort beteiligen, wo wir den so
genannten Opfern eine Unterstützung zukommen lassen können. Wir beraten bereits
darüber, wie wir damit konkret umgehen.“
Nach Meinung des Augustinerpaters
bedarf es aber nicht nur einer neuen Umgangsweise bei der Opferentschädigung.
Die Kirche müsse ihre Ausrichtung ganz grundsätzlich neu bedenken:
„Wir sind hier der Auffassung, dass es
in Zukunft neue Wege in der Kirche geben muss. Ich bin nicht so sehr für die
saloppe Forderung: Schaffen wir den Zölibat ab! Sondern ich glaube, dass wir
eher einen umgekehrten Weg gehen sollten. Dass bewährte Männer, Verheiratete,
zu Priestern geweiht werden können. Ich glaube, das wäre ein gangbarer Weg. Wir
sollten auch nicht vergessen, dass der Zölibat eine ungeheure spirituelle Kraft
in der Kirche hat. Aber, dass wir neue Wege zusätzlich brauchen, ist mir klar.“
(kap 4)
Urteil: Reiner Kirchensteueraustritt nicht möglich als Mitglied der großen Kirchen in Deutschland
Kann man Katholik sein und trotzdem
keine Kirchensteuer zahlen? Kann man aus der vom Staat garantierten Form der
Kirche aussteigen und trotzdem Mitglied der Kirche sein? „Ja“. Dieser
Überzeugung war der emeritierte Freiburger Theologieprofessor Hartmut Zapp. Und
er trat 2007 unter der Bedingung aus der Kirche aus, nur die Körperschaft des
öffentlichen Rechtes zu verlassen, nicht aber die Glaubensgemeinschaft. „Das
geht nicht“ war das Urteil der Erzdiözese Freiburg, sie suchte eine rechtliche
Klärung durch die Gerichte. Das Freiburger Verwaltungsgericht gab Zapp in
erster Instanz Recht, das Mannheimer Verwaltungsgericht in zweiter Instanz
nicht. Michael Himmelsbach, Leiter der Finanzabteilung des Erzbistums Freiburg,
interpretiert das Urteil von diesem Dienstag als Unterstützung der Sicht der
Kirche, dass es keine halben Austritte geben könne:
„Es gibt nur einen einheitlichen
Kirchenaustritt und nicht den, den Professor Zapp in seiner Terminologie als
Kirchensteuer- oder Körperschaftsaustritt bezeichnet hat. Das sichert aus
unserer Sicht eine Gleichmäßigkeit des Tragens der Lasten durch alle
Kirchenmitglieder, weil alle Kirchenmitglieder damit ganz klar ihre
Beitragslast in Deutschland in Form der Kirchensteuer für die Kirche
erbringen.“
Wer gibt den Kirchen das Recht,
Kirchensteuern einzutreiben? Radio Vatikan schaut hinter die Kulissen des
Kirchensteuersystems. (rv 4)
Kirchensteuer und Mitgliedschaft. Was die Römer davon halten
Der baden-württembergische
Verwaltungsgerichtshof hat bestätigt: Wer Mitglied der Kirche ist, muss auch
Kirchensteuer zahlen. Im Vatikan allerdings sieht man das anders. Von Daniel
Deckers
Der Streit schwelt schon lange darüber,
ob man in Deutschland aus einer als Körperschaft öffentlichen Rechts verfassten
Kirche austreten, sich damit der Kirchensteuerpflicht entledigen und dennoch
Mitglied der Kirche mit allen Rechten und Pflichten bleiben kann, weil man sich
nicht von der Kirche als Glaubensgemeinschaft lossagen will.
Der baden-württembergische
Verwaltungsgerichtshof hat die herrschende Lehre bestätigt: Ein bisschen
Austritt geht nicht. Das sieht man im Vatikan anders: Ein
rechtlich-administrativer Akt des Abfalls von der Kirche stelle „aus sich“ noch
nicht einen Abfall vom Glauben dar. Es bedürfe darüber hinaus des Willens, die
Kirche als Glaubensgemeinschaft zu verlassen - und dieser müsse im Fall des
Falles der Kirche, nicht dem Staat bekundet werden.
In diesem Sinn haben römische Behörden
mit stillschweigendem Wohlwollen des deutschen Papstes die deutschen Bischöfe
mehrfach wissen lassen, was sie von der herrschenden Lehre in Deutschland
halten: nichts. Werden die Römer ihren Worten Taten folgen lassen? Faz 4
Maria weinte…von Bischof Heinz Josef Algermissen
Im Mittelpunkt der Osterberichte steht
eine weinende Frau: Maria. Nicht die Mutter Jesu, sondern Maria von Magdala.
„Maria weinte“ (vgl. Joh 20, 11). Dabei ist Maria von Magdala
alles andere als eine weinerliche Gestalt. Im Gegenteil, sie ist die starke
Frau, die auch dann zu Jesus steht, als andere die Flucht ergreifen. Sie erlebt
den unwürdigen Schauprozess, das Johlen der Menge und die schmachvolle
Hinrichtung des Mannes, dessen Wesen doch voller Sanftmut und dessen Predigt
der Friede war. Mit der Mutter Jesu steht Maria von Magdala
unter dem Kreuz. Am nächsten Tag sieht man sie „frühmorgens“ bereits am Grab.
Man kann den geschundenen, toten Leib dieses wunderbaren Menschen doch nicht einfach
so verwesen lassen, wird sie sich gedacht haben. Also hat sie wohlriechende Öle
dabei und ist dann zu Tode erschrocken, als sie vor dem aufgebrochenen Grab
steht.
Das geschändete Grab und der
verschwundene Leichnam: all das führt zu einem Gefühl der Ohnmacht und
Verzweiflung. Weinen am Grab, eine zutiefst menschliche Regung, ist zugleich
Ausdruck der Hoffnungslosigkeit jener Frau, deren Lebenssinn mit Jesus
erstorben ist. Da geht es nicht um eine besondere Beziehung, wie einige ebenso
sensationslüsterne wie unerleuchtete Romanschreiber
ihr angedichtet haben. Es geht darum, dass ein Mensch in seiner persönlichen Unheilsgeschichte den Heiland gefunden hat, aus dem Gefühl
tiefster Verlorenheit den Retter und Erlöser.
„Maria weinte“, übermächtigt
vom Gefühl dunkler Trauer und Einsamkeit. So hat sie keine Augen mehr für das
Wunder, dass ihr der Totgeglaubte als der Lebende begegnet, der Gekreuzigte als
der Auferstandene. Es bedarf dieses einen Wortes, das sie in die Helle der
Gottesgegenwart zurückholt: „Maria“ (Joh 20, 16) –
ihr Name, in dem ihre ganze Lebens- und Erlösungsgeschichte anklingt,
gesprochen von dem, der das Leben selber ist.
Es ist das eine Wort, das auch uns
durch alle Tränen hindurch gesagt ist: Gott, der uns beim Namen nennt und uns
herausholt aus aller Traurigkeit und Resignation, der herausfordert, den
Gekreuzigten nicht bei den Toten zu suchen, und uns in die Helle seiner
Gegenwart heraufführt.
„Halte mich nicht fest“, so muss Maria
erfahren, aber „geh zu meinen Brüdern und berichte ihnen alles“ (Joh 20, 17).
Wir können unsere religiösen Gefühle
und Glaubenserfahrungen aus vergangener Zeit nicht einfach konservieren und
versiegeln. Was immer wir einbalsamieren wollen, ist bereits erstarrt und unter
unseren Händen schon erstorben. Denn der lebendige Gott begegnet uns je neu in
der Gegenwart als der, der uns in jeder Situation aufrichten und trösten will.
Doch dieses Geschenk des Auferstandenen wird nur fruchtbar, wenn wir es nicht
für uns behalten. Denn das ist der Grundrhythmus unseres Lebens und Glaubens:
dass wir andere teilhaben lassen an unserer Hoffnung und Glaubenserfahrung,
weitergeben, was wir selbst empfangen haben.
Ich möchte Ihnen, liebe Leserinnen und
Leser, wünschen, dass Sie so in der Trauer die Freude, im Dunkel das Licht, im
Tod das Leben finden. Und dies besonders nach deprimierenden Wochen, die uns
kirchlich an eine Grenze geführt haben.
„Bonifatiusbote“ 9.
Papst in Turin: „Grabtuch, Ikone Christi“
Papst Benedikt XVI. hat vor dem Turiner
Grabtuch gebetet. Am Sonntag besuchte er die norditalienische Industriestadt,
in der zurzeit das berühmte Leinentuch öffentlich gezeigt wird. Es gilt vielen
als das im Johannesevangelium erwähnte Grabtuch Jesu und wird seit 1578 in
Turin aufbewahrt. Der Papst nannte es in einer Meditation eine „Ikone“, das für
die Verborgenheit Gottes am Karsamstag stehe. In einer Epoche der Weltkriege,
Konzentrationslager und Atombombenabwürfen sei die Erfahrung der Verborgenheit
Gottes heute von besonderer Aktualität, so Benedikt.
Das ist der Kern-Moment dieser
eintägigen Reise nach Turin: Benedikt XVI. kniet im Dom vor dem Grabtuch Jesu,
auf dem die Konturen eines Gekreuzigten aus der Antike zu sehen sind. Der Papst
betet einige Minuten lang. Wenn dieses Tuch eine echte Reliquie Christi sein
sollte, dann hat es womöglich Petrus als erster in Händen gehalten; heute
meditiert der Nachfolger Petri vor dem Leinen. Es sei ein „Zeichen der
Hoffnung“, hat Benedikt am Morgen bei einer großen Messe auf dem Karlsplatz von
Turin gesagt: Wer das Tuch betrachte, erkenne in den Schmerzen Christi auch das
eigene Leid. „Passion Christi – Passion des Menschen“, unter diesem Thema steht
dieses Jahr die öffentliche Ausstellung des Grabtuchs.
„Das ist ein Moment, auf den ich lange
gewartet habe“, sagt der Papst im Dom. „Ich habe schon mehrfach vor dem
heiligen Grabtuch gebetet, aber diese Pilgerfahrt ist für mich besonders
intensiv – vielleicht, weil mich das Verstreichen der Jahre noch sensibler macht
für die Botschaft dieser außergewöhnlichen Ikone...“
Treffen mit Jugend - Der Pilger aus Rom
warnt die jungen Leute aus Turin und Piemont vor einem falschen Gebrauch der
Freiheit. Diese äußere sich nicht in flüchtigen Freuden des Augenblicks,
sondern paradoxerweise gerade in verbindlichen Entscheidungen. Die
vorherrschende individualistische Kultur behindere tiefere zwischenmenschliche
Beziehungen - aber Jugendliche hätten von Natur aus ein Gespür für die
„wahrhafte Liebe“, und diese werde durch den Glauben an Christus vermittelt.
Der Papst lädt außerdem zum Weltjugendtag 2011 ein: Er findet vom 15. bis 21.
August in Madrid statt.
Papst besucht die Kranken -
Sonntagabend in Turin: Letzter Punkt im Papstprogramm ist ein Treffen mit alten
und kranken Menschen. „Ihr leistet einen wichtigen Dienst“, sagt Benedikt:
„Indem ihr eure Leiden mit dem gekreuzigten und auferstandenen Christus
vereinigt, nehmt ihr Anteil am Geheimnis seines Leidens für das Heil der
Welt... Ihr habt viel zu tun mit dem Schicksal der Welt – fühlt euch als
wertvolle Teile es schönen Mosaiks, das Gott, der große Künstler, Tag für Tag
mit eurer Hilfe zusammensetzt. Christus hat sich ans Kreuz schlagen lassen,
damit von diesem Holz das Leben neu ausgeht. Das Böse und der Tod haben nicht das
letzte Wort, denn aus Tod und Leiden kann das Leben auferstehen!“
Die öffentliche Ausstellung des Turiner
Grabtuchs geht weiter bis zum 23. Mai.
(rv 3)
Spanien: Migration in positivem Licht sehen
So kann es mit der Migrationspolitik in
Europa nicht weitergehen, das steht für die katholischen Bischöfe fest. Am
Samstag ist im spanischen Malaga ihre
Migrationskonferenz zu Ende gegangen. In ihrer Abschlussbotschaft forderten die
Bischöfe eine umfassende Wende in der europäischen Migrationspolitik. Antonio
Maria Vegliò ist Präsident des Päpstlichen Migrantenrates. Er mahnte, die christliche Gemeinde müsse
an der Seite der Migranten stehen. Im Interview mit unseren italienischen
Kollegen sagte der Erzbischof:
„Wir müssen die Herausforderung
annehmen, die Migration in einem positiven Licht zu sehen. Es ist eine
christliche Verantwortung, eine aktive Rolle zu übernehmen, wenn es um die
Aufnahme und die Integration geht. Die Migranten sind für die Weiterentwicklung
der Weltgemeinschaft eine wertvolle Ressource. Es ist wichtig, dass wir eine
Strategie der Integration und des Dialogs anstreben, auch zwischen den
Kulturen.“
In der Schlusserklärung fordern die
Bischöfe die europäischen Regierungen dazu auf, die Einheit der Familie auch
für Einwanderer als ein fundamentales Recht anzuerkennen. In allen Ländern
müsse ein Rechtsrahmen geschaffen werden, der die Menschenwürde der Immigranten
respektiere. Denn auch in Europa sieht Erzbischof Vegliò
die Rechte von Migranten nicht überall garantiert. kna
2
Minister Herrmann: „Unterschiedliche religiöse Überzeugungen respektieren“
Integration ist eine gute Sache – nur
muss auch das richtige Verständnis von Integration sichergestellt sein. Das hat
der bayerische Innenminister Joachim Herrmann im Wocheninterview für Radio
Vatikan zur wieder aufgeflammten Debatte um religiöse Symbole deutlich gemacht.
„Integration heißt für mich nicht, dass
unterschiedliche Meinungen aus verschiedenen kulturellen Hintergründen
nebeneinander her geäußert werden, sondern, dass Menschen, die dauerhaft in
unserem Land leben, in unsere Rechts- und Gesellschaftsordnung, und in unsere
Kultur hinein integriert werden. Diese Menschen können ihre eigenen
Überzeugungen in einem gewissen Rahmen natürlich auch hier weiter leben. Aber
klar ist, dass unsere gewachsene Verfassung und Werteordnung gilt. Und in die
hinein wird integriert. Sonst hieße es ja nicht Integration, sondern beliebige
Parallelgesellschaften.“
Den kürzlich geäußerten Vorstoß der
neuen niedersächsischen CDU-Sozialministerin Aygül Özkans,
an öffentlichen Schulen keine Kruzifixe aufzuhängen, bewertet Staatsminister
Herrmann so:
„Wir müssen uns mit solchen Meinungen
auseinandersetzen und zum Beispiel begründen, warum wir es für richtig halten,
dass zum Beispiel Kreuze in den Schulzimmern hängen. Insofern kann so eine
Diskussion schon etwas Positives haben. Trotzdem erwarte ich mir dringend von
jedem Minister in Deutschland und erst recht von einem, der für CSU und CDU
steht, dass unsere Überzeugungen entsprechend vertreten werden. Und deshalb
hoffe ich sehr, dass aus dem Munde einer Unionsministerin solche Äußerungen
nicht mehr kommen.“ (rv 2)
Kirche wird Krise als Chance nutzen
Fulda, Hanau, Marburg, Kassel - Die
furchtbaren Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche veranlassen vermehrt
Katholiken, die Kirche zu verlassen. Der Vorsitzende des Katholikenrates,
Richard Pfeifer, Biebergemünd-Kassel, vertraut
darauf, dass die Kirche sich als Konsequenz aus der derzeitigen Krise
reformieren wird, weil sie eine große Glaubensgemeinschaft ist. Er ruft die
Gläubigen zur Kirchentreue auf.
„Natürlich bin ich auch tief bestürzt
über die furchbaren und unentschuldbaren Geschehnisse in unserer Kirche. Es ist
aber nach wie vor mein Glaube und meine Kirche, die mir Heimat ist, die mir in
meinem Leben Richtung und Halt in schwierigen Zeiten gibt. Die große Mehrheit
der Priester, Ordensleute und auch Laien arbeiten untadelig und zum Wohl der
ihnen anvertrauten Menschen. Das darf man nicht ausblenden!“ so Richard
Pfeifer. Es gehe letztlich um die lebendige Beziehung zwischen Himmel und Erde,
die den christlichen Glauben ausmache. Was Kirche für Menschen in sozialen
Notlagen, für die Erziehung von Kindern und Jugendlichen und für Kranke und
Sterbende leiste, sei von staatlichen Institutionen nicht leistbar.
Deshalb sei es nach den Worten von
Richard Pfeifer jetzt an der Zeit, sich in Treue zum christlichen Glauben und
zur Kirche zu bekennen, denn das gesamte Gottesvolk bilde die Kirche in
Gemeinsamkeit von Priestern und Laien. Zwingend damit verbunden sei, dass der
angestoßene Prozess der Aufarbeitung dieser Missbrauchsfälle konsequent bis zum
Ende fortgeführt werden müsse.
„Ich glaube daran, dass unsere Kirche
diese schwere Krise als Chance für einen neuen Aufbruch nutzt. Deshalb schaue ich
hoffnungsvoll in die Zukunft, die Gott unserer Kirche, unseren Gemeinden und
dem Bistum Fulda schenken will“, äußerte sich der Vorsitzende des
Katholikenrates Richard Pfeifer (Biebergemünd-Kassel).
(mz)
Vatikan: Belgische Bischöfe sprechen mit Papst über Missbrauch
Ausgerechnet während der größten Krise
ihrer Ortskirche haben die belgischen Bischöfe mit ihrem Ad-Limina-Besuch
im Vatikan begonnen. In den nächsten Tagen wollen sie mit der Kurienspitze und
dem Papst u.a. über die Missbrauchsfälle in der belgischen Kirche reden. Der
Bischof von Brügge, Roger Vangheluwe, war vor zehn
Tagen wegen des Missbrauchs eines Jugendlichen von seinem Amt zurückgetreten.
Bis Samstag dauern die Gespräche der belgischen Bischöfe im Vatikan an; die
Papst-Audienz ist am Freitag.
„Mit Sicherheit werden wir über die
schmerzlichen Fragen sprechen, die sich in unserem Land nach dem Rücktritt des
Bischofs von Brügge ergeben“, sagt der belgische Primas, Erzbischof
Andre-Joseph Leonard von Malines-Brüssel, im Gespräch
mit uns. „Es ist unvermeidlich, über dieses Thema zu reden und über die
Maßnahmen, die wir ergreifen müssen, um mit dieser Lage fertig zu werden... Wir
sind nur eine kleine Bischofskonferenz, und unter uns herrscht große
Solidarität. Das erfahre ich auch in diesen Tagen wieder: Wir stehen in sehr
engem Kontakt untereinander, stützen uns gegenseitig, sind gut aufeinander
eingespielt.“
Dieses Zusammenspiel können Belgiens
Bischöfe jetzt auch gut gebrauchen. Vangheluwe, der
noch vor wenigen Wochen fest auf der Liste der nach Rom Eingeladenen stand, ist
jetzt nicht mehr dabei: Der Mann, der nach eigenem Eingeständnis auch als
Bischof noch einen jungen Mann sexuell missbrauchte, hat sich in ein Kloster
zurückgezogen. (rv 3)
Irakischer Erzbischof: Politiker in Terror verwickelt
Der syrisch-katholische Erzbischof der
nordirakischen Stadt Mossul,
Basile Georges Casmoussa,
hat die irakischen Behörden nach den jüngsten
Terroranschlägen gegen Christen in
seiner Diözese scharf kritisiert. In
einem Interview mit dem weltweiten
katholischen Hilfswerk "Kirche in
Not" sagte
Casmoussa, die irakische Regierung und die
Sicherheitskräfte
seien nicht in der Lage, die Christen
vor militanten Islamisten zu
beschützen, die sie aus dem Land
vertreiben wollten.
"Einige Politiker sind sogar in
die terroristischen Aktionen verwickelt
und einige Morde geschehen im Namen
politischer Parteien", klagte der
Erzbischof an. Solche Absprachen
zwischen christenfeindlichen
Terroristen und politischen Parteien verhinderten ein wirkungsvolles
Eingreifen des Staates, so Casmoussa. Er kritisierte die Behörden, diese
seien "zu beschäftigt damit,
Sitzungen abzuhalten", anstatt sich um die
Sicherheit von Minderheiten zu kümmern.
Da sich die irakische Armee, Polizei
und Regierung trotz aller Sitzungen
untereinander nicht absprächen, seien
den Terroristen "alle Türen
geöffnet", beklagte Casmoussa. Erst am vergangenen Sonntag waren bei
einem Bombenattentat auf einen mit
christlichen Studenten besetzten
Buskonvoi nahe Mossul
vier Menschen getötet und über 160 zum Teil schwer
verletzt worden. Erzbischof Casmoussa hatte daraufhin ein Eingreifen der
Vereinten Nationen gefordert, um die
Christen im Irak zu schützen. Er
habe das Gefühl, dass es "keine
Staatsgewalt" mehr in Mossul gebe.
Casmoussa
rief die Zentralregierung in Bagdad dazu auf, "die Schuldigen
für die Anschläge zu finden und zu
verurteilen".
Die Unterstützer von "Kirche in
Not" bat der Erzbischof um ihr
unaufhörliches Gebet für den Irak.
Wörtlich sagte er: "Die Hilfsprojekte
von 'Kirche in Not' sind
ausschlaggebend für die Zukunft des
Christentums in unserem Land."
Der Irak ist eines der
Schwerpunkt-Länder des Hilfswerks. KiN 5