Notiziario religioso  6-9  Maggio  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Giovedì 6 maggio. Il commento al Vangelo. “Rimanete nel mio amore”  1

2.       Venerdì 7 maggio. Il commento al Vangelo. “Io ho scelto voi”  1

3.       Sabato 8 maggio. Il commento al Vangelo. “Prima di voi ha odiato me”  1

4.       Domenica 9 maggio. Il commento al Vangelo. “Io sono la via, la verità e la vita”  2

5.       Domenica 9 maggio. VI di Pasqua. Dal Vangelo lo Spirito trae sempre cose nuove  2

6.       CRISI ECONOMICA - Non tutto è merce  4

7.       L’udienza generale. Sacerdoti, “ponti” tra Dio e gli uomini 4

8.       Il contributo dei cattolici all’unità d’Italia. La riflessione del card. Angelo Bagnasco  5

9.       Sindone - Dal buio estremo. Alla luce più grande  5

10.   La Sindone, i malati, i giovani, le famiglie nelle parole di Benedetto XVI 6

11.   Il dramma dei cristiani iracheni. Perché si accetta la pulizia confessionale?  6

12.   Iraq - Fino a quando? Mosul: strage di studenti cristiani 7

13.   Iraq - Hanno colpito il futuro. Mons. Francis Chullikatt (nunzio) sulla strage di giovani cristiani 7

14.   Legionari di Cristo. La grande "scommessa". Come rifondare da capo la Legione  8

15.   Azione cattolica - Abitare la vita. Il "cuore" dell'impegno associativo sul territorio  9

16.   Per una cultura del dialogo  9

 

 

1.       Papst: „Alle Atomwaffen abschaffen“  10

2.       EKD-Auslandsbischof fordert Sicherheit für Christen im Irak  10

3.       Gerichtsurteil. Mitglieder müssen Kirchensteuer zahlen  10

4.       Zwei Kardinäle im Gespräch  10

5.       Kirchensteuer. Heilige Harmonie  11

6.       „Aufruf für eine prophetische Kirche“  11

7.       In Krisenzeiten: ÖKT zeigt Solidarität mit Leiharbeitern  11

8.       Streit der Woche. Regiert Gott in Deutschland mit?  12

9.       Propst Fürnsinn: „Missbrauch mit dem Missbrauch betrieben“  12

10.   Urteil: Reiner Kirchensteueraustritt nicht möglich als Mitglied der großen Kirchen in Deutschland  12

11.   Kirchensteuer und Mitgliedschaft. Was die Römer davon halten  12

12.   Maria weinte…von Bischof Heinz Josef Algermissen  13

13.   Papst in Turin: „Grabtuch, Ikone Christi“  13

14.   Spanien: Migration in positivem Licht sehen  13

15.   Minister Herrmann: „Unterschiedliche religiöse Überzeugungen respektieren“  14

16.   Kirche wird Krise als Chance nutzen  14

17.   Vatikan: Belgische Bischöfe sprechen mit Papst über Missbrauch  14

18.   Irakischer Erzbischof: Politiker in Terror verwickelt 14

 

 

 

 

Giovedì 6 maggio. Il commento al Vangelo. “Rimanete nel mio amore”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 15,9-11) commentato da P. Lino Pedron 

 

9 Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Come il Padre ama il Figlio, così il Figlio ama i suoi discepoli e, proprio perché li ama con un amore così grande, li scongiura di rimanere nel suo amore.

Gesù spiega come si rimane concretamente nel suo amore: osservando i suoi comandamenti, cioè vivendo la sua parola. Il Cristo si presenta come modello: egli ha custodito i precetti del Padre e perciò vive intimamente unito a lui.

Gesù si rivela come la vite della verità, cioè come la fonte della rivelazione e della salvezza mediante la manifestazione della vita di amore del Padre per inondare di pace, di gioia piena e di felicità profonda il cuore dei suoi amici.

I precetti dati da Gesù ai suoi discepoli sono tanti, ma il suo comandamento specifico, che li contiene tutti, è uno solo: l’amore scambievole tra i suoi discepoli. De.it.press

 

 

 

 

Venerdì 7 maggio. Il commento al Vangelo. “Io ho scelto voi”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 15,12-17) commentato da P. Lino Pedron 

 

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14 Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. 16 Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17 Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.

I precetti dati da Gesù ai suoi discepoli sono tanti, ma il suo comandamento specifico, che li contiene tutti, è uno solo: l’amore scambievole tra i suoi discepoli.

L’elemento distintivo caratteristico dell’amore fraterno tra i discepoli è la sua misura e il suo modello: "Come io vi ho amati" (v. 12). Il Cristo si presenta come l’esemplare dell’amore forte ed eroico, fino al vertice supremo (Gv 13,1.34) e come il fondamento di questo amore: è lui che lo rende possibile all’uomo. Difatti la particella "come" (kathòs) indica non solo un paragone, ma anche la base su cui poggia il comportamento del discepolo (Gv 6,57; 13,15).

Gesù può dare con efficacia il suo comandamento perché egli è il Maestro dell’amore e ne ha offerto agli amici la prova suprema con il sacrificio della vita (v. 13). Il dono della vita per gli amici costituisce il segno più eloquente dell’amore forte e concreto.

L’amore di Dio si è manifestato nel dono del suo Figlio unigenito (Gv 3,16; 1Gv 4,9-10). L’amore di Dio è sperimentabile e concreto. L’amore dei discepoli dev’essere altrettanto concreto e impegnativo.

L’amore autentico per il Signore si dimostra osservando i suoi comandamenti (1Gv 2,4-5). Chi non vive la parola di Cristo, che prescrive l’amore per i fratelli, non può amare Dio (1Gv 4,20-21).

Gesù considera amici i suoi discepoli perché li ha resi partecipi dei segreti della sua vita divina (v. 15). Egli ha rivelato loro il nome, cioè la persona del Padre e quindi li ha resi partecipi della vita di Dio rivelando e comunicando loro la vita del Padre (Gv 8,26.40). Questo rapporto d’amore non è frutto di una scelta dei discepoli, ma è dono, è grazia.

Gli apostoli, e dopo di loro tutti i credenti, sono stati scelti dal Cristo per essere suoi amici e suoi missionari (v. 16).

Gesù preannuncia la fecondità apostolica dei suoi amici. Una delle conseguenze importanti di questa unione fruttuosa con Cristo è l’esaudimento delle loro richieste al Padre, fatte nel nome di Gesù (v. 16). De.it.press

 

 

 

 

Sabato 8 maggio. Il commento al Vangelo. “Prima di voi ha odiato me”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 15,18-21) commentato da P. Lino Pedron 

 

18 Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. 19 Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. 20 Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. 21 Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato.

Gesù, dopo aver parlato dell’amore e dell’amicizia, tratta un tema antitetico, quello dell’odio. I discepoli devono amarsi fraternamente come Cristo li ha amati; essi però saranno odiati dal mondo proprio perché sono amici di Gesù. Come il mondo ha odiato e perseguitato Cristo, così odierà e perseguiterà i suoi discepoli.

Il mondo, in quanto personificazione del male, odia la luce (Gv 3,20), lotta contro il Verbo-luce (Gv 1,5.10), perché preferisce le tenebre alla luce (Gv 3,19).

Questo mondo tenebroso, in potere del maligno (1Gv 5,19), odia il Cristo (Gv 7,7), ma con la glorificazione di Gesù è condannato (Gv 12, 31) e sarà convinto di peccato dallo Spirito Santo (Gv 16,8).

Il mondo ostile a Gesù odia anche i suoi discepoli; essi sperimenteranno tribolazioni, ma non devono spaventarsi, perché il Cristo ha vinto il mondo (Gv 16,33). I cristiani partecipano a questa vittoria mediante la fede (1Gv 5,4).

Nel vangelo di Giovanni, il mondo satanico, in concreto, è rappresentato dai giudei, dai capi del popolo che perseguitano il Cristo (Gv 5,16) e tentano di ucciderlo (Gv 5,18). Costoro odiano Gesù e di conseguenza odiano anche il Padre (Gv 15,23-24).

La ragione profonda di questo odio contro i discepoli sta nel fatto che essi non appartengono al mondo di satana, ma al nuovo popolo di Dio, perché Gesù li ha scelti per grazia.

Per illustrare la ragione di questo odio del mondo, Gesù ricorre al detto già utilizzato nel contesto della lavanda dei piedi per insegnare la necessità di imitare il suo esempio nell’umile servizio dei fratelli (Gv 13,16). Questa massima è qui utilizzata per informare i discepoli sull’inevitabilità delle persecuzioni. Ma i discepoli, perseguitati a causa della giustizia, ossia a motivo della persona di Gesù, devono considerarsi beati (Mt 5,10-11).

La ragione profonda di questo odio del mondo contro gli amici di Gesù è la loro appartenenza al Signore. I cristiani aderiscono all’uomo-Dio, per questo saranno osteggiati da quelli che si oppongono al regno di Cristo. Questo atteggiamento ostile dei nemici di Cristo è dovuto all’ignoranza nei confronti di Dio.

Non solo i pagani, ma anche i giudei che perseguitano Gesù e i suoi discepoli, in realtà non conoscono il Padre (Gv 17,25). I nemici di Cristo, uccidendo i cristiani, penseranno di rendere gloria a Dio: Essi si comporteranno così perché non hanno conosciuto né il Padre né Gesù (Gv 16,3). De.it.press

 

 

 

 

Domenica 9 maggio. Il commento al Vangelo. “Io sono la via, la verità e la vita”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 14,23-29) commentato da P. Lino Pedron 

 

23 Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24 Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

25 Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. 26 Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 27 Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28 Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. 29 Ve l'ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate.

Gesù chiarisce ai suoi amici che la sua manifestazione ai discepoli non avverrà in modo spettacolare, ma si realizzerà nell’intimo delle coscienze, con la sua venuta insieme al Padre nel cuore dei credenti (v. 23). Il regno di Cristo infatti non è di carattere politico, non è di questo mondo, ma si instaura con l’assimilazione della verità (Gv 18,36-37), osservando la sua parola (v. 23).

Con questa interiorizzazione della rivelazione di Cristo, i discepoli sono resi tempio di Dio, ospiteranno le persone del Padre e del Figlio. Gesù si manifesterà realmente ai suoi amici che lo amano concretamente, perché tornerà da loro e abiterà per sempre nel loro cuore (Gv 14,20), assieme al Padre (v. 23) e allo Spirito della verità (Gv 14,17).

Nel v. 24 Gesù ribadisce una verità già annunciata precedentemente (v. 10): la sua parola, ascoltata dai discepoli, in realtà è del Padre che l’ha mandato.

Gesù mette in rapporto la sua rivelazione con l’azione dello Spirito Santo. Il Maestro, dimorando presso i suoi discepoli, ha rivelato la parola di Dio (v. 25). Ma essi non hanno capito né fatto penetrare nel cuore la verità: di qui la necessità dell’intervento dello Spirito. Quindi non solo Gesù, ma anche lo Spirito Santo è maestro di fede: egli insegnerà ogni cosa ai credenti.

Lo Spirito Santo non eserciterà una funzione didattica prescindendo dalla rivelazione di Gesù, ma ricorderà ai discepoli le parole del Maestro (v. 26) e li introdurrà nella verità tutta intera (Gv 16,13).

Dopo aver parlato dello Spirito, Gesù dona ai discepoli la sua pace (v. 27). Essa sintetizza la pienezza dei beni messianici e si differenzia da quella del mondo che si esaurisce nella gioia effimera del piacere e del successo (Gv 16,20).

Inondato dalla pace di Cristo, il cuore dei credenti non deve turbarsi per la prossima partenza di Gesù, perché egli ritornerà da loro (vv. 27-28). I discepoli non devono rattristarsi, ma rallegrarsi perché Gesù va dal Padre che è più grande di tutti (Gv 10,29), anche del Figlio suo, perché è la fonte dell’essere, della vita e dell’agire di Cristo e di tutte le creature (Gv 5,19ss). Egli è l’ideatore e l’artefice della storia e della salvezza.

Gesù informa in anticipo i suoi amici della sua partenza per favorire la loro fede quando questo avverrà (v. 29). De.it.press

 

 

 

 

Domenica 9 maggio. VI di Pasqua. Dal Vangelo lo Spirito trae sempre cose nuove

 

Di fronte alla “dilagante ignoranza religiosa” qualcuno propone di riprendere in mano il Catechismo della Dottrina Cristiana, edito da Pio X nel 1913, con le sue 433 domande e risposte, sintesi di tutti i temi della teologia e della morale. Questo libretto ha certamente segnato un’epoca, ma ci domandiamo se avrebbe senso riproporre le verità di fede con un linguaggio e con immagini ormai logore, appartenenti ad un’epoca così lontana dalla nostra.

Nel discorso d’apertura del Concilio, papa Giovanni XXIII ricordava un principio fondamentale: “Una cosa sono le verità della fede, un’altra è il modo in cui esse vengono formulate”. La missione della chiesa è quella di tradurre, di rendere intelligibili queste stesse verità agli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, impiegando il loro linguaggio, la loro cultura, le loro immagini, il loro modo di pensare. Impresa ardua e delicata perché inevitabilmente accompagnata da tensioni e malintesi, ma indispensabile e che può essere portata felicemente a compimento perché nella chiesa è presente lo Spirito della verità che anima Cristo.

Il ripiegamento sul passato, la paura delle novità, lo sguardo pessimista sul presente e le previsioni fosche sul futuro non sono segni di amore e fedeltà alla Tradizione, ma sintomi di scarsa fede nell’opera dello Spirito. Papa Giovanni XXIII dissentiva dai “profeti di sventura” e invitava a contemplare “il frutto dello Spirito” presente non solo nella Chiesa, ma ovunque sboccino “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,19-22).

 

Prima Lettura (At 15,1-2.22-29)

 

1 Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: “Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser salvi”.

 2 Poiché Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni altri di loro andassero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione.

22 Allora gli apostoli, gli anziani e tutta la chiesa decisero di eleggere alcuni di loro e di inviarli ad Antiochia insieme a Paolo e Barnaba: Giuda chiamato Barsabba e Sila, uomini tenuti in grande considerazione tra i fratelli. 23 E consegnarono loro la seguente lettera: “Gli apostoli e gli anziani ai fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilicia che provengono dai pagani, salute! 24 Abbiamo saputo che alcuni da parte nostra, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con i loro discorsi sconvolgendo i vostri animi. 25 Abbiamo perciò deciso tutti d’accordo di eleggere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Barnaba e Paolo, 26 uomini che hanno votato la loro vita al nome del nostro Signore Gesù Cristo.

27 Abbiamo mandato dunque Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi queste stesse cose a voce. 28 Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: 29 astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia. Farete cosa buona perciò a guardarvi da queste cose. State bene”.

 

Le tensioni fra tradizionalisti e innovatori non sono una novità del periodo postconciliare, ma sono sempre esistite nella Chiesa, fin dai tempi delle sue origini. Anche se dolorose, sono inevitabili e divengono motivo di crescita se gestite con saggezza, rispetto e carità. La lettura si riferisce alle tensioni che sono affiorate nella chiesa del I secolo.

Nelle comunità si distinguevano (e spesso si contrapponevano) i giudei e i pagani. I rapporti fra questi due gruppi non erano per niente tranquilli, al punto che in alcuni luoghi si arrivava addirittura a celebrare l’eucaristia separati.

Il motivo dei dissensi è presto raccontato: gli Ebrei che avevano abbracciato la fede esigevano dai cristiani di origine pagana l’osservanza scrupolosa di tutte le disposizioni della legge dell’AT e dei rabbini. I pagani, naturalmente, non volevano sentir parlare di questi complicatissimi precetti e sostenevano che, per salvarsi, era sufficiente la fede in Gesù. In sostanza ritenevano che ogni popolo ha il diritto di vivere secondo le proprie tradizioni e la propria cultura. Se gli Ebrei volevano farsi circoncidere lo potevano fare; se ritenevano orribile mangiare carne di porco, se ne potevano astenere, ma senza infastidire chi non era turbato da simili problemi.

Le discussioni su questi argomenti non erano mai serene e pacate, gli animi si surriscaldavano facilmente, le parole diventavano sempre più pesanti, si arrivava agli insulti e qualche testa calda passava anche alle vie di fatto.

L’attrito era acuito dal fatto che gli Ebrei potevano contare sul favore della “gerarchia”: Pietro, gli apostoli e soprattutto Giacomo, il “fratello del Signore”, erano dei “tradizionalisti”. La situazione minacciava di diventare esplosiva. Che fare? Ci si riunì per esaminare il problema e si giunse a un accordo: i pagani potevano sentirsi liberi da tutte le tradizioni degli Ebrei, tuttavia, nelle comunità miste, si doveva evitare di mangiare carni immolate agli idoli, sangue e animali soffocati e di contrarre matrimoni fra persone legate da qualche legame di parentela (v.29). Si trattava di quattro azioni molto ripugnanti per gli Ebrei e, affinché non rimanesse ferita la loro sensibilità, si chiedeva ai pagani di evitarle. Anche noi oggi riterremmo sconveniente festeggiare la conversione di un musulmano con un banchetto a base di salumi e whisky. Certe consuetudini sono molto radicate e meritano rispetto.

Il messaggio della lettura è importante e attuale: è facile confondere il Vangelo con l’involucro culturale del quale è rivestito e distinguere non è sempre agevole, come dimostra la storia dell’evangelizzazione dei paesi di missione. I condizionamenti culturali portano a far considerare evangelico quello che è ritenuto normale, ragionevole, giusto dal popolo al quale si appartiene.

In una questione tanto complicata forse può aiutare una regola molto semplice: il battezzato è tenuto ad abbandonare ciò che è chiaramente contrario al Vangelo (la vendetta, la poligamia, l’adulterio, l’aborto...). Ciò che invece è conforme o è indifferente, può essere mantenuto, anche se a persone di altre culture può sembrare illogico o irrazionale. Infine, si deve fare molta attenzione e non giudicare anti-evangelico ciò che è invece poco comprensibile per la propria cultura.

 

Seconda Lettura (Ap 21,10-14.22-23)

 

10 L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. 11 Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. 12 La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13 A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. 14 Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

22 Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. 23 La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

 

Il libro dell’Apocalisse è rivolto a cristiani in difficoltà a causa delle persecuzioni. Per infondere coraggio, l’autore racconta loro la visione che egli ha avuto riguardo alla fine dei tempi. Nel brano di domenica scorsa egli immaginava il popolo di Dio come una bellissima sposa. Oggi lo paragona a una splendida città, Gerusalemme (vv.10-11) della quale descrive tutti i particolari: le mura, le fondamenta, le dodici porte, distribuite su quattro lati. Quest’ultima annotazione è significativa: il numero quattro nella Bibbia indica l’universalismo e la porta, naturalmente, si riferisce alla possibilità di entrare.

Il valore dell’immagine è chiaro: il popolo di Dio è spalancato sul mondo, verso nord e sud, verso oriente e occidente, accoglie ogni uomo, abolisce ogni separazione, rigetta tutto ciò che divide o discrimina.

Molto significativo è il fatto che in questa città è assente il tempio. In cielo non ci saranno più riti, cerimonie, pratiche religiose; l’uomo non avrà più bisogno di mediazioni, incontrerà Dio faccia a faccia.

 Il male, il dolore, la tenebra verranno eliminati.

Anche i nostri templi, le nostre liturgie, i nostri solenni gesti sacri sono tutti destinati a scomparire. Non dimentichiamolo per non assolutizzarli e per cogliere il richiamo che ci fanno alla provvisorietà della nostra vita. Ci ricordano la nostra condizione di pellegrini in questo mondo, la nostra situazione di stranieri ancora lontani dalla dimora definitiva.

 

Vangelo (Gv 14,23-29)

 

In quel tempo, 23 Gesù disse ai suoi discepoli: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24 Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

25 Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. 26 Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

27 Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.

 28 Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. 29 Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate.

 

Una lettura affrettata del Vangelo di oggi può dare l’impressione di trovarci di fronte a una serie di frasi slegate fra di loro e dai problemi della nostra vita. Il brano però non è affatto confuso o astratto, è solo molto denso. Vediamo di tradurlo in termini semplici.

Cominciamo col chiarire la frase del v.25: Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Siamo durante l’ultima cena ed è per lo meno sorprendente sentire Gesù dire: Quando ero tra voi. E’ evidente che qui non è il Gesù storico che sta parlando, ma il Risorto, il Signore che si rivolge alle comunità cristiane del tempo di Giovanni, sottoposte a dura prova dalla persecuzione, turbate da defezioni, infedeltà, incipienti eresie e, soprattutto, deluse dal mancato, atteso ritorno del Signore. Inquadrato in questa prospettiva passiamo ora all’esame del brano.

L’affermazione iniziale: “Se uno mi ama…” va inquadrata nel contesto. Uno dei discepoli – Giuda (non l’Iscariota) – ha rivolto a Gesù una domanda: “Signore come mai devi manifestarti a noi e non al mondo?” (v.22).

In Israele tutti si attendevano un Messia che, compiendo prodigi spettacolari, stupisse il mondo intero.

Di fronte all’atteggiamento umile e dimesso con il quale Gesù si è sempre presentato – non ha gridato, non ha fatto udire sulle piazze la sua voce (Mt 12,19), non ha voluto che i suoi miracoli fossero divulgati – gli apostoli si sono posti spesso l’interrogativo che, durante l’ultima cena, a nome di tutti, viene formulato da Giuda.

Anche i familiari di Gesù che vivevano a Nazareth non hanno mai capito la sua assurda ricerca del nascondimento. Un giorno gli hanno detto: “Parti da qui e va in Giudea perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai. Nessuno, infatti, agisce di nascosto, se vuole venire riconosciuto pubblicamente. Se fai tali cose, manifestati al mondo!” (Gv 7,4).

Anche i cristiani delle comunità dell’Asia Minore, alla fine del I secolo non capiscono la ragione per cui il Signore non ritorna sulle nubi del cielo per manifestare, in modo clamoroso, chi egli è e cosa è capace di fare.

A questi dubbi e incertezze Gesù risponde: “Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (vv.23-24). Gesù vuole manifestarsi, assieme al Padre, non attraverso i prodigi, ma venendo ad abitare nei discepoli.

Bisogna fare attenzione a non materializzare questa affermazione. Per capirla è necessario rifarsi a un’altra frase pronunciata da Gesù durante l’ultima cena. Rispondendo a Filippo dice: “Il Padre che è in me, compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro credetelo per le opere stesse” (Gv 14,10-11).

Gesù porta come prova della sua unità con il Padre le opere che compie. Non si riferisce ai miracoli, come forse siamo portati a pensare. Egli non si appella mai ai prodigi per dimostrare di essere “una cosa sola” con il Padre; si riferisce a tutto ciò che fa.

I suoi gesti sono sempre e solo opere di amore, tendono a liberare l’uomo da tutte le schiavitù alle quali è sottomesso: quelle del peccato, della malattia, della superstizione, della discriminazione religiosa e sociale. Ma quest’opera di liberazione è la stessa che, secondo l’AT, il Signore ha compiuto in favore del suo popolo. Israele ha conosciuto il suo Dio come il protettore degli ultimi, dei deboli, degli stranieri, degli orfani e delle vedove. Se Gesù compie queste stesse azioni vuol dire che Dio è in lui ed egli in Dio.

Cosa significa allora che Gesù e il Padre abitano in noi? Vuol dire che, dopo aver ascoltato la parola del Vangelo, noi riceviamo la vita di Dio, il suo Spirito e siamo portati a compiere le stesse opere di Gesù e del Padre, diventando a nostra volta liberatori dell’uomo. Per questo non è difficile riconoscere se e quando in un uomo sono presenti e stanno operando Gesù e il Padre.

 

Nel versetto seguente Gesù promette lo Spirito Santo, “il Consolatore che insegnerà e ricorderà” tutto ciò che egli ha detto (v.26).

Due sono le funzioni dello Spirito. Cominciamo dalla prima, quella di insegnare.

Gesù ha detto tutto, non ha tralasciato nulla. Eppure c’è bisogno che lo Spirito continui ad insegnare.

Gesù non ha potuto esplicitare tutte le conseguenze e le applicazioni concrete del suo messaggio. Nella storia della chiesa – egli lo sapeva – sarebbero sorte situazioni sempre nuove, sarebbero stati posti interrogativi complessi. Pensiamo, ad esempio, quanti problemi concreti oggi attendono una luce dal Vangelo (bioetica, dialogo interreligioso, scelte morali difficili…).

Gesù assicura che i suoi discepoli troveranno sempre una risposta alle loro domande, una risposta conforme al suo insegnamento, se sapranno ascoltare la sua parola e mantenersi in sintonia con gli impulsi dello Spirito presente in loro. Dovranno avere molto coraggio per seguire le sue indicazioni perché, spesso, egli chiederà cambiamenti di rotta tanto inattesi quanto radicali. Ma lo Spirito non insegnerà null’altro che il Vangelo di Gesù.

Alla luce di altri testi della Scrittura, questo verbo insegnare acquista però un senso più profondo. Lo Spirito non istruisce come fa il professore a scuola quando spiega la lezione. Egli insegna in modo dinamico, diviene impulso interiore, induce in modo irresistibile nella giusta direzione, stimola al bene, porta a fare scelte conformi al Vangelo. “Egli vi guiderà alla verità tutta intera” – spiega ancora Gesù durante l’ultima cena (Gv 16,13) – e, nella sua prima lettera, Giovanni chiarisce così: “L’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mentisce, così state saldi in lui, come essa vi insegna” (1 Gv 2,27-28).

Il secondo compito dello Spirito è quello di ricordare. Ci sono molte parole di Gesù che, pur trovandosi nei Vangeli, corrono il rischio di essere sottaciute o dimenticate. Capita, soprattutto, con quelle proposte evangeliche che non sono facili da assimilare perché sono in contrasto con il “buon senso” del mondo.

Un esempio: fino a non molti anni fa, molti cristiani distinguevano ancora fra guerre giuste e ingiuste e parlavano addirittura di “guerre sante”, approvavano il ricorso alle armi per difendere i propri diritti, sostenevano la liceità della pena di morte per i criminali. Oggi, per fortuna, coloro che la pensano in questo modo sono sempre meno.

Com’è possibile che i discepoli di Cristo abbiano dimenticato per tanto tempo le parole chiarissime del Maestro che proibiva ogni forma di violenza contro il fratello? Eppure è successo. Ecco allora lo Spirito intervenire per ricordare, per richiamare alla mente dei discepoli ciò che Gesù ha detto: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano... Se qualcuno ti percuote su una guancia...(Lc 6,27-29). Per molti secoli i cristiani sono riusciti a tappare le loro orecchie ai richiami dello Spirito, ma oggi chi tenta di giustificare l’uso della violenza si trova sempre più solo e più pressato dalla voce dello Spirito che... gli ricorda le parole del Maestro.

Ho insistito sulla non violenza, ma gli esempi di “dimenticanze” delle parole di Gesù potrebbero essere moltiplicati e sarebbe opportuno che, alla luce dello Spirito, ognuno tentasse di fare un esercizio di memoria.

 

Gesù ha lasciato in eredità ai discepoli il comandamento dell’amore, ora lascia anche la sua pace: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo io la do a voi” (v.27). Gesù pronuncia queste parole quando l’impero romano è in pace, non ci sono guerre, tutti i popoli sono sottomessi a Roma. Eppure non è questa la pace che egli promette. Questa è la pace del mondo, basata sulla forza delle legioni, non sulla giustizia. E’ la pace che approva la schiavitù, l’emarginazione, l’oppressione dei vinti, la tracotanza dei potenti.

La pace promessa da Gesù si attua quando fra gli uomini si instaurano rapporti nuovi, quando la volontà di competere, di dominare, di essere i primi cede il posto al servizio, all’amore disinteressato per gli ultimi. Le comunità cristiane sono chiamate ad essere il luogo dove tutti possono verificare l’inizio di questa pace.

L’ultima parte del brano (vv.28-29) è piuttosto enigmatica: non è facile capire perché i discepoli dovrebbero rallegrarsi per la dipartita di Gesù e come mai egli affermi che il Padre è più grande di lui.

Cominciamo a spiegare la gioia. Notiamo anzitutto che è provata solo da chi “ama” Gesù. “Se mi amaste significa: se voi foste in sintonia con i miei sentimenti, se condivideste i miei pensieri e i miei progetti, vi rallegrereste perché sto per portare a compimento la missione che il Padre mi ha affidato. La morte del Maestro spaventa i discepoli perché essi non sono ancora stati illuminati dallo Spirito, non capiscono che il suo gesto di immenso amore darà inizio al mondo nuovo, caratterizzato dalla “sua pace”.

L’affermazione circa l’inferiorità di Gesù rispetto al Padre si spiega con il linguaggio impiegato dai rabbini. Essi parlavano di superiorità e inferiorità per distinguere l’inviato da chi lo invia. Finché è nel mondo e non ha portato a termine la sua missione, finché non torna al Padre, Gesù è “l’inferiore”, cioè, l’inviato dal Padre. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

Mercoledi 05 Maggio 2010

CRISI ECONOMICA - Non tutto è merce

Pontificia Accademia delle Scienze SocialiLa crisi economica attuale ha le sue “radici” nel settore finanziario, e in particolare nel passaggio da “una economia basata sulla reale produzione di beni ad una economia dominata dalle attività speculative dominate dall’avidità”. A ribadirlo è stata Mary Ann Glendon, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, durante la conferenza stampa svoltasi il 5 maggio in sala stampa vaticana, a conclusione della plenaria del citato dicastero pontificio, sul tema: “Crisi nell’economia globale: ri-programmare il percorso”. “La fragilità del sistema economico – ha spiegato Glendon – era in parte la conseguenza di uno sbilanciamento sulle attività speculative finanziarie, separate dalle attività produttive nell’economia reale”. Di qui il pericolo di una sorta di “finanziarizzazione” delle relazioni umane, in cui “le attività umane, perfino in famiglia, sono ridotte alla semplice dimensione commerciale”. Un rischio, questo, che corrono anche le aziende, “quando l’impresa cessa di essere un’associazione di persone e diventa invece una merce”. Tra le prospettive di impegno della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, la presidente ha citato la riflessione sulla “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, a 50 anni dalla sua pubblicazione, per “fare il punto” sulla situazione dei diritti umani nel mondo e “sulle sfide da raccogliere per continuare a promuoverli”. All’assemblea hanno partecipato come ospiti anche Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia e presidente del Financial stability board, e Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Ferrari.

 

No al “protezionismo” dei Paesi ricchi. “Oggi la maggior parte della ricchezza è specialmente concentrata nei Paesi ricchi, e la sfida da raccogliere è quella di chiedersi come trasferire ricchezza nei Paesi poveri, evitando il protezionismo dei Paesi ricchi verso di essi”. Lo ha detto José T. Raga, docente di Economia all’Università Complutense (Spagna), coordinatore della plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, svoltasi in questi giorni in Vaticano. Come si può, in tempi di crisi, favorire la solidarietà non solo tra Paesi, ma all’interno delle generazioni? “Combattendo prima di tutto l’aumento del deficit pubblico”, ha detto l’esperto rispondendo alle domande dei giornalisti: “l’eccesso di spesa attuale crea un debito per le future generazioni,che non potranno pagarlo, e questo è motivo di grande preoccupazione”. Quella attuale è infatti “molto più che una crisi economica”: tra i vari Aspetti della crisi, per Raga “il denominatore comune è il prezzo del materialismo, che spinge a vivere al di sopra delle proprie possibilità e provoca l’indebolimento elle famiglie. La crisi non potrà essere superata se non si va alle sue cause, e on si recuperano i valori spirituali”.

 

Puntare sull’energia pulita. “Tutto il nord Europa pensa che con l’energia pulita del mare, del sole, del vento, si possa arrivare a produrre il 40% dell’energia europea”. A ricordarlo è stato mons. Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, rispondendo alle domande dei giornalisti. “La crisi attuale – ha detto l’esponente vaticano – può essere anche un’occasione positiva per essere più trasparenti e modernizzare settori come quello dell’energia, degli alimenti, delle costruzioni”, attraverso “le nuove forme di agricoltura, i nuovi organismi internazionali in grado di controllare i prezzi, le nuove forme di produzione delle macchine”. Quanto a disastri ambientali come quello che in questi giorni ha colpito il Messico, Sorondo ha commentato: “L’unica strada per cercare di evitarli è che la gente si convinca che l’energia pulita, che è la forma di energia più antica ma anche quella più moderna, è la via da percorrere”.

 

Verso una riforma dei mercati. “Una riforma dei mercati finanziari che renda le agenzie di rating più trasparenti, aumenti la copertura del rischio nelle transazioni di reddito e limiti l’influenza del rate sulle operazioni finanziarie”. Queste, si legge nelle conclusioni dell’assise vaticana, alcune misure auspicate per uscire dalla crisi in corso. I governi, da parte logo, devono affrontare l’”impopolare misura della riduzione del debito pubblico tagliando la spesa pubblica e aumentando leggermente le tasse”. “Riferendosi alla crisi greca – ha spiegato Glendon – i nostri esperti ed ospiti hanno discusso del recente pacchetto di misure adottato e della possibilità che l’Europa abbia bisogno di nuove strutture, non escludendo la possibilità di un nuovo trattato per rendere più sicura la moneta unica”. Sulla scorta della terza enciclica del Papa, Caritas in veritate, la presidente dell’Accademia pontificia ha auspicato una “regolazione più forte della finanza internazionale”, che vada in particolare nella direzione di “una maggiore trasparenza degli strumenti finanziari”. Sir

 

 

 

 

L’udienza generale. Sacerdoti, “ponti” tra Dio e gli uomini

 

Sacerdoti come “ponti” tra Dio e gli uomini. La definizione è del Papa, che nella catechesi dell’udienza generale di mercoledì si è soffermato sul secondo dei tre “compiti specifici” del sacerdote (insegnare, santificare,governare): santificare. “E Cristo stesso che rende santi, cioè ci attira nella sfera di Dio”, ha spiegato Benedetto XVI, “ma come atto della sua infinita misericordia chiama alcuni a stare con Lui e diventare, mediante il sacramento dell’Ordine, nonostante la povertà umana, partecipi del suo stesso sacerdozio,ministri di questa santificazione, dispensatori dei suoi misteri, ponti dell’incontro con Lui, della sua mediazione tra Dio e gli uomini e tra gli uomini e Dio”. “Nessun uomo da sé, a partire dalla sua propria forza può mettere l’altro in contatto con Dio”,ha ammonito il Pontefice: “parte essenziale della grazia del sacerdozio è il dono, il compito di creare questo contatto”. Un “contatto”, questo, che “si realizza nell’annuncio della parola di Dio”, e “in un modo particolarmente denso nei sacramenti”.

In un tempo in cui, da un lato, “sembra che la fede vada indebolendosi” e, dall’altro, “emergono un profondo bisogno e una diffusa ricerca di spiritualità”, è necessario “che ogni sacerdote ricordi che nella sua missione l’annuncio missionario e il culto non sono mai separati e promuova una sana pastorale sacramentale”, in modo da “formare il popolo di Dio e aiutarlo a vivere in pienezza la liturgia, il culto della Chiesa, i sacramenti comedoni gratuiti di Dio, atti liberi ed efficaci della sua azione di salvezza”. Lo ha detto il Papa, che nella catechesi dell’udienza generale ha stigmatizzato le “tendenze orientate a far prevalere, nell’identità e nella missione del sacerdote, la dimensione dell’annuncio, staccandola da quella della santificazione”. “E’ possibile – si è chiesto Benedetto XVI - esercitare autenticamente il ministero sacerdotale superando la pastorale sacramentale?”. Di qui la necessità di riflettere su “che cosa significa propriamente per i sacerdoti evangelizzare” e “in che cosa consiste il cosiddetto primato dell’annuncio”. In particolare, “è necessario riflettere se, in taluni casi, l’aver sottovalutato l’esercizio fedele delmunus sanctificandi’, non abbia forse rappresentato un indebolimento della stessa fede nell’efficacia salvifica dei sacramenti e, in definitiva, nell’operare attuale di Cristo e del suo Spirito, attraverso la Chiesa, nel mondo”.

Per il Papa “è’ importante”, quindi, “promuovere una catechesi adeguata per aiutare i fedeli a comprendere il valore dei sacramenti,ma è altrettanto necessario, sull’esempio del Santo Curato d’Ars, essere disponibili, generosi e attenti nel donare ai fratelli i tesori di grazia che Dio ha posto nelle nostre mani, e dei quali non siamo i padroni, ma custodi ed amministratori”. La verità secondo la quale nel sacramento “non siamo noi uomini a fare qualcosa”, ha ammonito Benedetto XVI, “riguarda, e deve riguardare, anche la coscienza sacerdotale: ciascun presbitero sa bene di essere strumento necessario all’agire salvifico di Dio, ma pur sempre strumento”. “Tale coscienza – ha affermato il Pontefice - deve rendere umili e generosi nell’amministrazione dei sacramenti, nel rispetto delle norme canoniche, ma anche nella profonda convinzione che la propria missione è far sì che tutti gli uomini, uniti a Cristo, possano offrirsi a Dio come ostia viva e santa a Lui gradita”. “Esemplare”, nel “primato” del compito di santificare e della “giusta interpretazione della pastorale sacramentale”, è ancora una volta, per il Papa, san Giovanni Maria Vianney. “Tornare al confessionale, come luogo nel quale celebrare il sacramento della riconciliazione, ma anche come luogo in cui abitare più spesso, perché il fedele possa trovare misericordia, consiglio e conforto, sentirsi amato e compreso da Dio e sperimentare la presenza della misericordia divina, accanto alla presenza reale nell’Eucaristia”. E’ l’invito lanciato dal Papa a tutti i sacerdoti nella catechesi dell’udienza generale, svoltasi in piazza S. Pietro di fronte a circa 15 mila fedeli. Benedetto XVI ha inoltre esortato ogni sacerdote “a celebrare e vivere con intensità l’Eucaristia, che è nel cuore del compito di santificare” e di cui “il sacerdote è chiamato ad essere ministro di questo grande mistero, nel sacramento e nella vita”. “Se la grande tradizione ecclesiale ha giustamente svincolato l’efficacia sacramentale dalla concreta situazione esistenziale del singolo sacerdote, e così le legittime attese dei fedeli sono adeguatamente salvaguardate – ha puntualizzato il Santo Padre - ciò non toglie nulla alla necessaria, anzi indispensabile tensione verso la perfezione morale, che deve abitare ogni cuore autenticamente sacerdotale”.

“C’è anche un esempio di fede e di testimonianza di santità, che il Popolo di Dio si attende dai suoi pastori”, ha fatto notare Benedetto XVI, “ed è nella celebrazione dei santi misteri che il sacerdote trovala radice della sua santificazione”. Ai fedeli, il Papa ha raccomandato di essere “vicini ai vostri sacerdoti con la preghiera e con il sostegno, specialmente nelle difficoltà, affinché siano sempre più pastori secondo il cuore di Dio”. “Siate consapevoli del grande dono che i sacerdoti sono per la Chiesa e per il mondo”, l'invito finale del Santo Padre: “attraverso il loro ministero, il Signore continua a salvare gli uomini, a rendersi presente, a santificare. Sappiate ringraziare Dio, e soprattutto siate vicini ai vostri sacerdoti con la preghiera e con il sostegno, specialmente nelle difficoltà, affinché siano sempre più pastori secondo il cuore di Dio”. sir

 

 

 

 

Il contributo dei cattolici all’unità d’Italia. La riflessione del card. Angelo Bagnasco

 

"Una felice occasione per un nuovo innamoramento del nostro essere italiani, dentro l'Europa unita e in un mondo più equilibratamente globale". Così ha definito la ricorrenza dei 150 anni dell'Unità d'Italia il cardinale Angelo Bagnasco. Sono parole impegnative, nel solco di una costante attenzione a promuovere occasioni e concreti percorsi di sviluppo della "concordia civile" e della "responsabilità per il bene comune". Servono "visioni grandi" e "le nostre comunità cristiane sono chiamate a fare la loro parte".

L'Unità, ben prima della proclamazione formale, il 17 marzo 1861, comincia con la spedizione dei Mille, partita il 5 maggio 1860. Senza quella rocambolesca e lucidissima avventura lo spazio italiano sarebbe stato organizzato con tutta probabilità, dopo la guerra del 1859 e le insurrezioni, in forma confederale o tutt'al più federale, sotto la benevola e interessata tutela francese.

Da Quarto iniziano giustamente allora le celebrazioni, alla presenza del presidente della Repubblica. Proprio alla vigilia, a Genova si è svolto un incontro preparatorio alla Settimana Sociale sul tema dei 150 anni, aperto dal discorso del presidente della Cei.

È stata anche l'occasione per riprendere quel dialogo tra Benedetto XVI e il presidente della Repubblica svoltosi il 29 aprile scorso in occasione del concerto offerto dal capo dello Stato al Papa per il quinto anniversario del pontificato. Si era notata la grande convergenza e la comune prospettiva. Nel messaggio al convegno di Genova il presidente Napolitano ha ribadito quanto già aveva detto a Benedetto XVI, sottolineando che "ancora una volta il contributo dei cattolici può risultare essenziale" nel Paese.

Il presidente della Cei ha ribadito che, in questo momento complesso, di frammentazione e di riflessione "le nostre comunità cristiane sono chiamate a fare la loro parte. L'Italia deve scoprire ancora una volta che può contare sempre sulla Chiesa, sulla sua missione, sul suo spirito di sacrificio e la sua volontà di dono".

Siamo nel pieno di un passaggio molto delicato, dal punto di vista della cultura e dell'ethos collettivo, e l'intervento del presidente della Cei va in profondità perché, se ha parole di fiducia, di speranza e, dunque, ottimistiche, "tale nuovo ottimismo non matura se non nel crogiolo del pensiero animato da domande impegnative". La "concordia civile" e "l'esercizio condiviso della responsabilità per il bene comune" non nascono in astratto. Sono "patti di amicizia civile consapevolmente contratti ed esplicitamente fondati su specifiche opzioni di valore".

Ecco, allora, un programma per i 150 anni. Da un lato, una seria ricerca e discussione storiografica; dall'altro, una consapevole proposta d'identità e di missione. Sono i temi che saranno al centro della Settimana Sociale, impegnata a disegnare "un'agenda di speranza per il Paese", a Reggio Calabria dal 14 ottobre, e poi, dal 4 dicembre, del decimo Forum del progetto culturale, proprio sui 150 anni. FRANCESCO BONINI

 

 

 

 

Sindone - Dal buio estremo. Alla luce più grande

 

L’umanità del nostro tempo è diventata particolarmente sensibile al mistero del nascondimento di Dio, specialmente dopo le tragiche Viae Crucis del Novecento: le guerre mondiali, i lager e i gulag, la distruzione di Hiroshima e Nagasaki, i genocidi e i tanti silenziosi stermini. Lo ha rilevato domenica scorsa Benedetto XVI durante la visita al duomo di Torino, dove da settimane è solennemente esposta la Sindone. La liturgia celebra il nascondimento di Dio nel giorno del Sabato santo, del quale un’antica e nota Omelia dice: “Oggi sulla terra c’è grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme”.

Dopo la crocifissione, lo sposo è stato sottratto alla vista dei suoi; i Vangeli dicono che Giuseppe d’Arimatea, benestante e membro autorevole del Sinedrio chiese coraggiosamente a Pilato il corpo di Gesù, lo avvolse in un lenzuolo appositamente comperato e lo depose nel sepolcro di sua proprietà. Da quel momento non è più possibile vedere Gesù e il volto di Dio è nascosto. Giorno di silenzio, il Sabato Santo, sembra far parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo in maniera quasi esistenziale. Dio è assente, perché è stato cacciato dall’uomo, che pensando di essere finalmente libero, è divenuto il carnefice del suo prossimo. Il Novecento è stato il secolo, in cui maggiormente la dignità della persona è stata violata; ma questo ha alcuni antefatti. Filosofi e pensatori dell’Ottocento hanno teorizzato che Dio fosse un antagonista dell’uomo, hanno diffuso l’ateismo come forma di libertà, come conquista di civiltà. Come venti secoli fa Dio è stato ucciso e, sul finire dell’Ottocento, Nietzsche poteva scrivere: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!”.

Eppure, “la creatura – ricorda il Concilio – senza il Creatore svanisce (…). Anzi, l'oblio di Dio rende opaca la creatura stessa” (Gaudium et spes n. 36). Giorno oscuro il Sabato Santo. Ogni volta che qualcuno lo suscita, vengono meno i cardini della civiltà: la pace tra le nazioni, l’uguaglianza di tutti gli uomini, l’intangibilità della persona in tutte le fasi della sua esistenza. Tuttavia, Dio anche se rigettato, non resta inoperoso.

“Dio è morto nella carne – continua quell’omelia – ed è sceso a scuotere il regno degli inferi”. E nel “Credo” noi professiamo che Gesù, dopo la sua sepoltura, discese agli inferi e il terzo giorno risuscitò da morte. Il tempo della sepoltura è ricco di mistero. Intanto, perché Gesù non solo ha condiviso il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. In quel silenzio è disceso agli inferi, cioè “è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove – ha spiegato il Papa – non arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: gli inferi”. Gesù Cristo, rimanendo nella condizione della morte, nel “tempo-oltre-il-tempo”, ha oltrepassato la porta di quella solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui.

Nel silenzio del Sabato Santo è successo l’impensabile: l’Amore è penetrato nel buio estremo della solitudine umana, la Vita è entrata nel regno della morte, affinché, chiunque dovrà passare di là, trovi una mano che lo conduca fuori. Da quel momento non c’è un’esperienza, per quanto angosciosa e tremenda, in cui Dio sia lontano.

Questo è il mistero del primo Sabato Santo e di tutti gli altri avvenuti nella storia: più sembra regnare l’oscurità e maggiore è la luce dell’amore, che lì si accende, la luce stessa della Risurrezione. E, così, anche i terribili luoghi di morte, creati dalla violenza e dall’ingiustizia di alcuni potenti, possono essere illuminati da gesti di segno opposto, compiuti da tanti che, nonostante tutto, amano e sperano. Questo può avvenire perché la passione e la morte di Gesù hanno avuto, per la potenza dell’Amore di Dio, un esito di segno opposto.

La Sindone di Torino è la testimonianza silenziosa di ogni Sabato Santo della storia: per questo in tanti si sentono fortemente interpellati. Essa parla, innanzitutto, dell’oscurità del rifiuto di Dio e del suo nascondimento; le violenze subite dall’Uomo della Sindone sono immagine eloquente delle tante inflitte ai più deboli. In questo senso: la sofferenza di Cristo è la sofferenza dell’uomo (“Passio Christi. Passio honinis). Ma, soprattutto, parla della vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio, parla della speranza. Ogni traccia di sangue parla d’amore e di vita, specialmente la macchia frutto della ferita del costato, da cui sono sgorgati insieme sangue e acqua, segno della vita di grazia, donata dal Crocifisso Risorto.

La Sindone, proprio perché è stata immersa nel buio profondo, è particolarmente luminosa. Marco Doldi

 

 

 

 

La Sindone, i malati, i giovani, le famiglie nelle parole di Benedetto XVI

 

 

XVI si è recato domenica 2 maggio in visita pastorale a Torino in occasione della Ostensione della Sindone. Quattro i momenti salienti della visita: la celebrazione eucaristica in piazza San Carlo, l’incontro con i giovani, nella stessa piazza, la venerazione della Sindone nel duomo e l’incontro con gli ammalati nella chiesa della Piccola Casa della Divina Provvidenza-Cottolengo di Torino.

 

Amore senza limiti. Gesù “ci ha dato se stesso come modello e fonte di amore. Si tratta di un amore senza limiti, universale, in grado di trasformare anche tutte le circostanze negative e tutti gli ostacoli in occasioni per progredire nell’amore”. Così Benedetto XVI, nella celebrazione eucaristica in piazza San Carlo. Anche se “c’è sempre in noi una resistenza all’amore e nella nostra esistenza ci sono tante difficoltà che provocano divisioni, risentimenti e rancori”, “il Signore ci ha promesso di essere presente nella nostra vita, rendendoci capaci di questo amore generoso e totale, che sa vincere tutti gli ostacoli. Se siamo uniti a Cristo, possiamo amare veramente in questo modo”. La vita cristiana, ha ammesso il Papa, “non è facile; so che anche a Torino non mancano difficoltà, problemi, preoccupazioni”. Ma pur nelle difficoltà, “proprio la certezza che ci viene dalla fede, la certezza che non siamo soli, che Dio ama ciascuno senza distinzione ed è vicino a ciascuno con il suo amore” rende possibile “affrontare, vivere e superare la fatica dei problemi quotidiani”. Alla Madonna, venerata a Torino quale principale patrona col titolo di Beata Vergine Consolata, il Pontefice, prima di recitare il Regina Cæli, ha affidato la città e tutti coloro che vi abitano: “Veglia, o Maria, sulle famiglie e sul mondo del lavoro; veglia su quanti hanno smarrito la fede e la speranza; conforta i malati, i carcerati e tutti i sofferenti; sostieni, o aiuto dei cristiani, i giovani, gli anziani e le persone in difficoltà. Veglia, o Madre della Chiesa, sui Pastori e sull’intera comunità dei credenti, perché siano ‘sale e luce’ in mezzo alla società”.

 

Come Piergiorgio Frassati. Nell’incontro con i giovani, Benedetto XVI ha sottolineato che “viviamo in un contesto culturale che non favorisce rapporti umani profondi e disinteressati, ma, al contrario, induce spesso a chiudersi in se stessi, all’individualismo, a lasciar prevalere l’egoismo che c’è nell’uomo. Ma il cuore di un giovane è per natura sensibile all’amore vero. Perciò mi rivolgo con grande fiducia a ciascuno di voi e vi dico: non è facile fare della vostra vita qualcosa di bello e di grande, è impegnativo, ma con Cristo tutto è possibile!”. Il Santo Padre ha, poi, indicato come modello un giovane torinese, il beato Piergiorgio Frassati, nel 20° anniversario della beatificazione: “Giovane come voi visse con grande impegno la sua formazione cristiana e diede la sua testimonianza di fede, semplice ed efficace”. “Cari giovani – ha detto il Papa –, abbiate il coraggio di scegliere ciò che è essenziale nella vita! ‘Vivere e non vivacchiare’ ripeteva il beato Frassati. Come lui, scoprite che vale la pena di impegnarsi per Dio e con Dio, di rispondere alla sua chiamata nelle scelte fondamentali e in quelle quotidiane, anche quando costa!”.

 

Il Sabato Santo. La Sindone è “l’Icona del Sabato Santo”, che “è il giorno del nascondimento di Dio”. Lo ha evidenziato il Pontefice, nella sua meditazione in occasione della venerazione della Santa Sindone. “Il Sabato Santo – ha continuato – è la ‘terra di nessuno’ tra la morte e la risurrezione, ma in questa ‘terra di nessuno’ è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i segni della sua Passione per l’uomo”. La Sindone, allora, “ci parla esattamente di quel momento, sta a testimoniare precisamente quell’intervallo unico e irripetibile nella storia dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più radicale”. In quel “tempo-oltre-il-tempo” Gesù è “disceso agli inferi”. Ciò “vuol dire – ha spiegato il Papa – che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto:gli inferi’”. Cristo, rimanendo nella morte, “ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui”. Questo, dunque, “è il mistero del Sabato Santo! Proprio di là, dal buio della morte del Figlio di Dio, è spuntata la luce di una speranza nuova: la luce della Risurrezione”.

 

Tessere preziose. Rivolgendosi ai malati del Cottolengo, Benedetto XVI ha rilevato: “Voi svolgete un’opera importante: vivendo le vostre sofferenze in unione con Cristo crocifisso e risorto, partecipate al mistero della sua sofferenza per la salvezza del mondo. Offrendo il nostro dolore a Dio per mezzo di Cristo, noi possiamo collaborare alla vittoria del bene sul male, perché Dio rende feconda la nostra offerta, il nostro atto di amore”. “Non sentitevi estranei al destino del mondo – ha aggiunto –, ma sentitevi tessere preziose di un bellissimo mosaico che Dio, come grande artista, va formando giorno per giorno anche attraverso il vostro contributo”. Sir

 

 

 

Il dramma dei cristiani iracheni. Perché si accetta la pulizia confessionale?

 

Sparare contro ragazzi che vanno all’università è raccapricciante. La misura dell’atrocità l’ha data un sacerdote: le vittime non erano soldati o miliziani, ma studenti che portavano con libri e quaderni i loro sogni di crescere e di servire il proprio Paese. Ma ad aggiungere orrore su orrore c’è la motivazione più odiosa, quella dell’intolleranza religiosa, la negazione del primo diritto umano, la libertà di professare la propria fede senza impedimenti. E senza rischiare la vita come accade ogni giorno ai cristiani iracheni, minoranza tra le minoranze, non 'degna' che di poche righe sulle agenzie di stampa quando finisce sotto il fuoco dei fondamentalisti musulmani, determinati a imporle un esodo forzato dalle terre in cui risiede da molti secoli.

L’attacco di domenica a Mosul contro un convoglio di universitari siro-cattolici, nel caos politico di un dopo-elezioni particolarmente tormentato, non ha meritato nemmeno un messaggio di solidarietà da parte delle autorità di Baghdad. Silenzio anche nell’Occidente tanto solerte per altre cause, pur altrettanto nobili, ma selettivamente distratto quando si tratta di difendere i cristiani presi di mira in quanto tali. Qualche lodevole eccezione nel panorama italiano, ma le ripetute sollecitazioni partite da Roma non trovano echi a Bruxelles, dove nessuno sembra troppo preoccupato della sorte degli iracheni fedeli alla Chiesa. E si sa che l’apatia e l’indifferenza sono i mi­gliori alleati dei carnefici. In sette anni di guerra e di travagliato post-Saddam sono stati centinaia i cristiani uccisi, decine di migliaia quelli costretti alla fuga, prima da Baghdad verso il Nord e poi all’estero, nei Paesi confinanti o in Europa, America e Australia. I loro spazi di manovra sempre più ridotti: luoghi di culto distrutti, attività economiche soffocate, violenze e minacce diffuse. Tutto denunciato e documentato; tutto spesso ignorato e regolarmente sottovalutato.

L’attentato agli studenti è avvenuto nel breve spazio di un chilometro, tra due posti di blocco, uno delle forze americane e irachene, l’altro della polizia locale curda: una dimostrazione che per la minoranza più perseguitata c’è soltanto una 'terra di nessuno', in cui si può impunemente colpirla senza che vi sia una doverosa mobilitazione per la sua sicurezza. Il convoglio dei ragazzi aveva, in testa e in coda, un paio di vetture di scorta, poca cosa per la forza e la feroce determinazione degli estremisti musulmani contrari a ogni forma di tolleranza e di convivenza. Ieri il vescovo Casmoussa ha invocato l’intervento di un contingente delle Nazioni Unite per la protezione della mese dopo mese più esigua presenza cristiana. Non si ripeterà mai troppe volte che un Iraq liberato dalla dittatura ma privo di una delle sue componenti religiose e sociali più antiche testimonierebbe la sconfitta di un progetto democratico che doveva estendere la sua influenza anche ai Paesi vicini. Al contrario, il contagio di una 'pulizia confessionale' implicitamente accettata potrà diffondersi pure oltreconfine, in una regione dove gli estremismi non sono certo sopiti.

Se per qualche inconfessabile pregiudizio anti-cristiano si rinunciasse alla difesa attiva dei fedeli che ancora resistono nel Paese, non solo si verrebbe meno a un dovere di giustizia, ma verrebbero aperte le porte al fanatismo. Quello che, poi, ci indigna e ci spaventa quando raggiunge le nostre nazioni e le nostre città. Pensiamoci, il tempo a disposizione per i cristiani iracheni continua drammaticamente a diminuire. Andrea Lavazza, Avvenire 5

 

 

 

 

Iraq - Fino a quando? Mosul: strage di studenti cristiani

 

È di 4 morti e 171 feriti il bilancio di un attacco terroristico, avvenuto il 2 maggio, ai danni di un convoglio di bus che portava giovani studenti cristiani dal loro villaggio di Qaraqosh all’Università di Mosul. A confermare la notizia al SIR l’arcivescovo caldeo di Mosul, mons. Emil Shimoun Nona, dopo che il sito Baghdadhope.blogspot.com aveva riportato il fatto citando il sacerdote padre Rayan Atto di Erbil. L’ateneo è da anni nel mirino di fondamentalisti islamici che vogliono imporre la conversione agli studenti. Sui muri delle aule sono spesso stati rinvenuti dei volantini con minacce rivolte alle ragazze irachene che vestono all’occidentale e che non indossano il velo.

 

Facile bersaglio. L’attentato, ha spiegato l’arcivescovo, “è stato causato da un’esplosione prima e poi da un’autobomba posta lungo la strada, poco prima di entrare in città. La deflagrazione è stata devastante edha provocato 4 morti e 171 feriti, 17 dei quali versano in gravi condizioni e, per questo, ora sono nell’ospedale di Erbil. Il convoglio attraversava la zona ogni mattina per portare i giovani, di età compresa tra i 18 e i 26 anni, all’Università di Mosul, e forse proprio per questo sono stati un bersaglio facile per gli attentatori”. “Siamo davanti ad un altro, ennesimo attacco contro i cristiani – ha dichiarato mons. Nona – la violenza continua senza tregua. Il vuoto di potere che si è creato dopo il voto, l’assenza di un nuovo governo, le diatribe interne ai partiti non fanno altro che creare un terreno adatto alla violenza”. Secondo quanto riporta Baghdadhope.blogspot.com, la popolazione cristiana di Erbil e dei centri vicini si è mobilitata verso l'ospedale per donare sangue ai feriti.

 

Attacco brutale nell’indifferenza. “Un attacco brutale, senza precedenti”, ha riferito a Fides il sacerdote redentorista padre Bashar Warda, di Erbil: “Siamo scioccati in quanto le vittime non erano soldati o militanti, ma solo studenti che portavano con sé i libri, le penne, i loro sogni di crescere e servire il proprio Paese. I cristiani restano nel mirino, e sono le vittime privilegiate della violenza”. La dinamica dei fatti, secondo padre Warda, “suscita molti punti interrogativi. L’attentato, prima di tutto, è avvenuto su un tratto di strada compreso fra due posti di blocco delle forze di sicurezza. Da cittadino iracheno mi chiedo, e si chiedono tutti: come è possibile? Come svolgono il loro lavoro le forze di sicurezza? I cittadini esigono un’indagine e attendono risposte chiare”.“A differenza di altri attentati avvenuti in passato – ha sottolineato il sacerdote - quello che ci colpisce maggiormente è il silenzio del governo e delle autorità. Non vi è stata alcuna condanna pubblica da parte del governo centrale, nessun comunicato ufficiale, né interventi dei leader politici. Sembra che un attentato di questa portata sia avvenuto nell’indifferenza generale. È inammissibile, e questo genera rabbia nella comunità locale, che si sente indifesa, abbandonata in balia degli estremisti. Esiste una responsabilità determinante del governo nel garantire protezione e sicurezza ai cittadini”. Dello stesso parere anche il vicario patriarcale caldeo di Baghdad, mons. Shlemon Warduni, che al SIR ha espresso la sua condanna e deplorazione: “Siamo veramente addolorati per i feriti e per le giovani vittime. Fino ad ora nessuno tra i responsabili delle Istituzioni ci ha rivolto una parola di solidarietà e di scuse. Non abbiamo sentito nessun politico, nessuna istituzione e questo ci procura altro dolore. Veramente non sappiamo che fare davanti a questa violenza. Non è bastata la scorta ad evitare la strage, due macchine una avanti e una dietro il convoglio dei bus che trasportavano i giovani dal loro villaggio di Qaraqosh all’Università di Mosul. Il vuoto di potere del dopo-elezioni non aiuta la sicurezza. E i tempi si allungheranno con la decisione di ricontare i voti espressi a Baghdad”.

 

Intervenga l’Onu. “Urge un intervento delle Nazioni Unite per proteggere i cristiani in Iraq”. Dopo l’attacco a chiederlo è mons. George Casmoussa, arcivescovo siro-cattolico di Mosul. “Abbiamo intenzione di chiederlo. Se le autorità civili e militari non ci tutelano, dobbiamo domandare l’aiuto in sede internazionale”, ha affermato a Fides. “Le minoranze cristiane sono le vittime più facili da colpire, gli innocenti, che non prendono parte alle lotte e ai conflitti intestini, che non portano armi. Nelle loro difficili condizioni, i cristiani hanno reagito pregando per la sicurezza, per la stabilità dell’Iraq e per la riconciliazione”, è la conclusione di padre Bashar Warda, per il quale “è necessario che leader politici e religiosi cristiani si incontrino e diano una prova di unità, assumendo una posizione comune, forte e unificata, sulle questioni che riguardano la vita e i diritti delle minoranze cristiane in Iraq”. sir

 

 

 

 

 

Iraq - Hanno colpito il futuro. Mons. Francis Chullikatt (nunzio) sulla strage di giovani cristiani

 

“Vicinanza spirituale alle comunità cristiane dell'Iraq a tutti gli uomini e le donne di buona volontà perché mantengano salde le vie della pace e respingano tutti gli atti di violenza che hanno causato così tante sofferenze”. È quanto si legge in un telegramma di Benedetto XVI, a firma del segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, diffuso il 4 maggio da Radio Vaticana, inviato alla Chiesa irachena dopo l’attentato del 2 maggio che ha provocato 4 morti e 171 feriti tra gli studenti di un convoglio diretto all’Università di Mosul. Ne abbiamo parlato con il nunzio apostolico in Giordania e Iraq, mons. Francis Assisi Chullikatt.

 

Eccellenza, ancora un attacco contro i cristiani, e questa volta a pagare col sangue sono stati giovani studenti universitari…

“È stato un attacco non solo contro i cristiani ma contro l’intero Iraq. Questi giovani andavano all’Università solo per studiare e per ottenere un'educazione che li trasformasse in cittadini ben formati a livello accademico, culturale, sociale e spirituale, per poter così contribuire alla ricostruzione del loro Paese. Questi attacchi efferati hanno quindi contribuito soltanto a spegnere le aspirazioni di questi giovani innocenti e a stroncare la rinascita irachena”.

 

Perché colpire un convoglio di giovani studenti?

“I giovani sono il futuro della nazione e della Chiesa irachena. I giovani sono gli artefici di una nuova nazione che tutti gli iracheni, musulmani e cristiani, intendono costruire insieme. Essi vogliono essere portatori di speranza, profeti di riconciliazione e messaggeri di pace. Senza di loro una nazione e la stessa Chiesa non possono sognare un futuro luminoso. La speranza è che i giovani iracheni non rinuncino a sperare e a studiare. La loro vocazione è costruire – dice Benedetto XVI – un futuro di speranza per l’umanità. E noi tutti abbiamo il dovere di aiutare i giovani iracheni a realizzare la loro missione per il bene della loro nazione”.

 

Gli episodi di violenza anticristiana si susseguono ormai da anni: esiste, a suo parere, un complotto per cacciare i cristiani dall’Iraq?

“Più che un complotto vedo il tentativo da parte dei terroristi di dimostrare che è solo con la violenza che si possono risolvere le questioni interne al Paese. Un approccio assolutamente illogico. Non è con la violenza che si possono cambiare le questioni religiose, sociali e politiche”.

 

Fino a ieri (3 maggio, ndr.) non si sono registrati attestati di solidarietà da parte delle autorità, dopo l’attacco di Mosul. Pare che i cristiani siano stati lasciati soli.

“In queste ore so che alcune autorità locali di Mosul hanno espresso tutta la loro solidarietà al vescovo siro-cattolico della città, mons. Georges Casmoussa. Non mi risultano, fino ad ora, interventi da parte delle autorità governative nazionali. Le autorità di Mosul hanno offerto tutto il loro apporto perché tali cose non accadano più. Mons. Casmoussa ha anche chiesto un’inchiesta formale per fare luce sulla vicenda”.

 

Mons. Casmoussa ha invocato anche l’aiuto delle Nazioni Unite per tutelare la minoranza cristiana. Come vedrebbe un intervento Onu?

“L’Onu non è un organismo superstatale ma interstatale e organizza, pertanto, le sue attività solo in collaborazione con il Governo statale. È indubbio che le Nazioni Unite, interlocutori imparziali, possono dare un contributo molto costruttivo in questa vicenda, soprattutto perché si tratta della ‘vocazione’ fondamentale dell'Onu che è quella di tutelare la vita e la dignità umana”.

 

Sono passati circa 2 mesi dalle elezioni del 7 marzo e l’Iraq non ha ancora un governo. Questo vuoto favorisce il clima di violenza?

“È auspicabile che si formi, quanto prima, il nuovo governo per evitare il vuoto di potere. Questo potrebbe, infatti, intervenire in modo opportuno e tempestivo per fronteggiare casi simili come l’attacco del 2 maggio”.

 

Dopo episodi di violenza come questo si torna a parlare della “Piana di Ninive”, come di una zona sicura, nel nord iracheno, per i cristiani…

“Della Piana di Ninive se ne parla da anni in seno ai vescovi iracheni ma non è da intendersi come un ghetto nel quale isolare i cristiani. Tutt’altro. Credo che la cosa riguardi l’amministrazione e la gestione di quelle zone e villaggi dove i cristiani sono in maggioranza. Cosa ben diversa da un’enclave politico-settaria o religiosa dove raggruppare tutti i cristiani. I cristiani, poi, non formeranno mai una milizia propria per difendersi. Essi si sono sempre rivolti alle autorità costituite alle quali spettano la sicurezza e la protezione dei cittadini”.

 

Al Sinodo per il Medio Oriente (10-24 ottobre 2010) si parlerà anche della violenza contro i cristiani iracheni e della diaspora cui sono costretti?

“Il Sinodo sarà un’occasione preziosa per affrontare, tra l'altro, anche il tema della violenza e dell’emigrazione dei cristiani, problemi che non si registrano solo in Iraq. Si potrà vedere la sofferenza delle comunità cristiane mediorientali e capire come affrontarla. E lo stesso vale per l’esodo dei cristiani”. Sir

 

 

 

Legionari di Cristo. La grande "scommessa". Come rifondare da capo la Legione

 

Le colpe di Maciel. Il sistema di potere che copriva la sua vita indegna. Le autorità vaticane accusano. E dettano l'agenda della ricostruzione. Con i pieni poteri affidati a un cardinale delegato dal papa  - di Sandro Magister

 

ROMA  – Il comunicato emesso due giorni fa dalla Santa Sede a proposito dei Legionari di Cristo è di portata notevolissima. È riprodotto integralmente più sotto e va letto dalla prima riga all'ultima. Ma per essere capito a fondo esige qualche nota esplicativa.

 

LA GENESI DEL COMUNICATO - I cinque vescovi che hanno compiuto la visita apostolica nella Legione – tutti di primo piano nei rispettivi paesi – hanno consegnato i loro rapporti alle autorità vaticane alla metà dello scorso mese di marzo, dopo sette mesi di indagini nelle rispettive aree geografiche.

 

Sulla base dei loro rapporti e citandoli ampiamente, la segreteria di Stato vaticana ha predisposto un documento di lavoro.

 

Richiamati in Vaticano alla fine di aprile, i cinque visitatori hanno lavorato intensamente, per tutta la giornata di venerdì 30 aprile e la mattina di sabato 1 maggio, sulla traccia del documento. L'hanno fatto sotto la presidenza del cardinale Tarcisio Bertone e assieme al cardinale William J. Levada, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, al cardinale Franc Rodé, prefetto della congregazione per i religiosi, e all'arcivescovo Fernando Filoni, sostituto della segreteria di Stato. La stesura del comunicato finale è stata anch'essa parte dei lavori.

 

IL RUOLO DEL PAPA - Benedetto XVI ha assistito per un'ora e mezza, in silenzio, ai lavori del gruppo, la mattina di venerdì 30 aprile. Prima di lasciarli, ha incoraggiato i presenti a presentargli proposte concrete, sulle quali egli avrebbe preso le sue decisioni.

 

Ma questo è stato solo l'ennesimo atto di un ruolo da assoluto protagonista svolto da Joseph Ratzinger nel caso dei Legionari di Cristo. Alla fine del 2004 fu lui a ordinare un'indagine sul loro fondatore, Marcial Maciel Degollado, contro la generale convinzione innocentista di tutta la curia dell'epoca e dello stesso papa Giovanni Paolo II. Fu lui, da papa, a emettere nel maggio del 2006 la sentenza di condanna di Maciel. Fu lui nell'estate del 2009 a ordinare la visita apostolica nella Legione.

 

IL GIUDIZIO SU MACIEL - Il comunicato esplicita per la prima volta in un documento vaticano ufficiale le colpe del fondatore dei Legionari, colpe che nemmeno la condanna del 2006 aveva formulato.

 

Esse vengono identificate in "comportamenti gravissimi e obiettivamente immorali" e talora in "veri delitti", atti a configurare "una vita priva di scrupoli e di autentico sentimento religioso".

 

LA COMPLICITÀ DEI CAPI - Severissimo e senza precedenti è anche il giudizio che il comunicato emette sul "sistema di relazioni" costruito attorno a Maciel, sul "silenzio dei circostanti", sul "meccanismo di difesa" della sua vita indegna.

 

Scrivendo che "di tale vita era all’oscuro gran parte dei Legionari", il comunicato afferma implicitamente che altri invece sapevano.

 

Non ci sarà quindi nessuna indulgenza per il "sistema di potere" che ha fatto blocco attorno a Maciel prima e dopo la sua morte, cioè per gli attuali capi centrali e territoriali della Legione.

 

In particolare, è del tutto illusorio che la scure possa risparmiare i due capi supremi, il direttore generale Álvaro Corcuera e il vicario generale Luís Garza Medina.

 

Quest'ultimo, fino ad oggi il vero numero uno della Legione sotto il profilo finanziario, ha fatto di tutto in queste ultime settimane per configurarsi come un nuovo Talleyrand, capace di restare in sella anche nel Termidoro dopo aver assecondato il Terrore.

 

Ma anche Maciel appariva "inattaccabile" – come ricorda il comunicato – e alla fine è sprofondato.

 

LA "SCOMMESSA" SUL FUTURO - Con molto realismo, il documento di lavoro su cui si è discusso non dava per sicuro il buon esito dell'opera di ricostruzione che la Legione dovrà compiere. Circa il futuro, usava la parola "scommessa".

 

Un elemento di fiducia – a detta del comunicato – è dato dal "gran numero di religiosi esemplari" incontrati dai visitatori, animati da "zelo autentico per la diffusione del Regno di Dio".

 

Ma degli 800 sacerdoti della Legione sono all'incirca solo 100, oggi, quelli che già agiscono consapevolmente per un "cammino di profonda revisione". La maggior parte sono tuttora smarriti, traumatizzati dalle rivelazioni sul fondatore, sottomessi all'autorità dei capi in cui vedono l'unico loro ancoraggio.

 

LA PROSSIMA AGENDA - Oltre alla nomina di un commissario, le autorità vaticane annunciano nel comunicato due altri provvedimenti.

 

Il primo era già previsto e sarà una visita apostolica supplementare relativa al Regnum Christi, l'associazione laicale che affianca i Legionari, anch'essa fondata da Maciel.

 

Il secondo provvedimento è invece nato dalla discussione dei giorni scorsi. Sarà costituita una commissione indipendente di studio sulle costituzioni della Legione, in particolare per "rivedere l’esercizio dell’autorità".

 

CHI SARÀ IL COMMISSARIO - Quanto al commissario, o meglio, al "delegato" papale che assumerà i pieni poteri nella fase di ricostruzione della Legione, si prevede che Benedetto XVI lo nominerà prima dell'estate.

 

Nella riunione se ne è discusso. Se ne sono descritte le qualità auspicabili. E si è fatto un nome, uno solo finora: quello del cardinale messicano Juan Sandoval Íñiguez, arcivescovo di Guadalajara.

 

Il cardinale Sandoval conosce bene la Legione, che ha in Messico la sua patria storica. È anche titolare, a Roma, della chiesa di Nostra Signora di Guadalupe, di proprietà dei Legionari. Ma non si è mai mescolato a loro e alle loro trame, né con Maciel né con gli attuali capi. Ha 77 anni ed è in procinto di lasciare la guida della diocesi per superati limiti di età: potrà quindi dedicarsi a tempio pieno alla causa. In Vaticano è membro della congregazione per i religiosi, di quella per l'educazione cattolica e della prefettura per gli affari economici della Santa Sede. Inoltre, fa parte della commissione cardinalizia di vigilanza dell'Istituto per le Opere di Religione. È persona giudicata molto risoluta e di sicura affidabilità.

 

UNA SVOLTA COMUNICATIVA - Un'ultima notazione. Con questo comunicato, la Santa Sede ha rovesciato lo schema dominante in questi tempi nei media sulla pedofilia. Invece che farsi dettare l'agenda dai giornali, invece che rispondere caso per caso al martellamento delle accuse, la Santa Sede ha questa volta preso essa l'iniziativa.

 

Nel caso dei Legionari, sono i media che devono inseguire le decisioni delle autorità vaticane, in primo luogo del papa. E sono decisioni difficilmente contestabili. Decisioni tipicamente di Chiesa, che nessun tribunale terreno può surrogare. Decisioni atte non solo a punire, ma soprattutto a sanare, confortare, purificare, ricostruire. In quell'ordine della grazia di cui la Chiesa è depositaria e custode. L’Espresso on line 3

 

 

 

 

Azione cattolica - Abitare la vita. Il "cuore" dell'impegno associativo sul territorio

 

Educazione e annuncio evangelico “sono due temi cardine della vita dell’associazione”. Incontrando i responsabili dell’Azione Cattolica (Ac) al convegno delle presidenze diocesane, che si è tenuto a Roma dal 30 aprile al 2 maggio, il presidente nazionale, Franco Miano, ha sottolineato la volontà dell’Ac di “essere veicolo del dono grande della fede”. L’incontro, dal titolo “Sulle strade dei cercatori di Dio”, ha proposto riflessioni spirituali (mons. Ermenegildo Manicardi, rettore dell’Almo Collegio Capranica), relazioni sociologiche, teologiche e pastorali (Chiara Giaccardi, Giuseppe Lorizio, don Guido Benzi), laboratori nei quali i presenti si sono confrontati su diversi fronti del primo e del nuovo annuncio. Diffusa inoltre una lettera ai presbiteri, “collaboratori della nostra gioia”, in occasione dell’Anno Sacerdotale, mentre è stato ricordato Eugenio Zucchetti, sociologo e presidente dell’Azione Cattolica ambrosiana scomparso prematuramente lo scorso anno, ed è stato presentato l’incontro nazionale dell’Azione Cattolica ragazzi (Acr) e dei giovanissimi che si terrà a Roma il 30 ottobre 2010. Denunciato, infine, l’aggravio “insopportabile” delle tariffe postali per decisione del governo, che mette a rischio la stampa associativa e, più in generale, tutta la stampa cattolica e quella legata al volontariato e al no profit.

 

Collaborare all’opera educativa di Dio. “L’evangelizzazione è al cuore dell’impegno dell’Ac”, ha rimarcato Miano. “Ogni proposta associativa può essere occasione di primo annuncio”, ha precisato il presidente nazionale, invitando l’associazione a “farsi promotrice di cammini specifici di scoperta e riscoperta della fede”, ad esempio andando incontro ai genitori dei ragazzi che frequentano i gruppi Acr. Ancora, “fare esperienze concrete di gruppi aperti all’accoglienza”, poiché “lo stile di una comunità cristiana è essenziale, e non possiamo confondere la saldezza della fede con la mancanza di ascolto e dialogo”. Ribadito il legame dell’associazione con la vita parrocchiale e diocesana: “Come Ac – ha rimarcato Miano – dobbiamo riprendere ad abitare, assieme alla comunità cristiana, quei momenti, tempi e luoghi strategici nella vita delle persone, dalle occasioni importanti come la nascita, la morte, i matrimoni, agli ambiti quotidiani: professioni, lavoro, studio”. Infine l’educazione, che non è “altro” rispetto all’evangelizzazione. “Per noi educare significa prima di tutto educare alla fede, convinti che questo voglia dire anche educare alla vita, ed educare ‘la’ vita. Il nostro – ha concluso – non è un impegno educativo qualsiasi, da tecnici o professionisti, bensì collaborazione alla grande opera educativa di Dio”.

 

Ricerca dell’uomo e ricerca di Dio. “La fede cristiana non tende a sopprimere, ma ad allargare il desiderio di Dio”, ha ricordato Giuseppe Lorizio, docente di teologia fondamentale alla Pontificia Università Lateranense e preside dell’Istituto superiore di scienze religiose “Ecclesia Mater”. Denunciando l’esistenza di un problema “antropologico”, di “identità dell’umano”, il teologo ha sottolineato che “questa ricerca di Dio non è mai fuori dalla ricerca dell’uomo”. Da qui, cinque piste evangeliche, “icone di questa ricerca”: la parabola del buon samaritano, segno della “diaconia”, che indica come la Chiesa non sia chiamata “a prendersi cura di sé”, ma “del mondo”; la via della Croce, che “accompagna verso la risurrezione” e si alimenta con una fede “che non ha bisogno di effetti speciali”; i discepoli di Emmaus, che esprimono una “delusione” dalla quale viene “lo stimolo per una riforma”; il Pane spezzato, poiché “la Parola non basta se non è accompagnata dal gesto, e il gesto è cieco se non è sostenuto dalla fede”; la Via di Damasco per “passare da una fede cieca a una dagli occhi aperti” che sappia usare “l’intelligenza e la ragione”.

 

In relazione con l’altro. Di ricerca religiosa come “caratteristica antropologica dell’essere umano” ha parlato Chiara Giaccardi, docente di sociologia della comunicazione all’Università Cattolica di Milano, rilevando come la cultura odierna tenda “a eliminare Dio dai propri orizzonti, a favore di un materialismo” che, tuttavia, non riesce a soddisfare la ricerca umana. Centrale è la questione dell’“alterità”, “capacità di entrare in relazione con ciò che è altro da me: il prossimo, in senso orizzontale; Dio, in senso verticale”. A margine della relazione, la sociologa ha invitato a “rigenerare il significato della parola ‘sicurezza’ intendendola come surplus di cura”, poiché “i problemi non si risolvono barricandosi, ma facendosene carico”: è quindi importante “recuperare la dimensione della fraternità perché la ricerca non può mai essere individuale”. Tre le caratteristiche del “primo annuncio”, messe in evidenza dal direttore dell’Ufficio catechistico della Cei, don Guido Benzi. La prima è “la dimensione del dono”, “in vista di un progetto di vita innestato sul Vangelo”; poi la “continua chiamata alla conversione”; infine la verifica di “quanto le proprie relazioni siano aperte a una via buona e capace di amare Dio e gli altri in un orizzonte di speranza”.sir

 

 

 

 

Per una cultura del dialogo

 

La religione, come apertura a Dio, produce un’inversione di scelte di vita: richiama al dialogo, promuove la conoscenza e l’accettazione dell’approccio interculturale, e matura condizioni di pace.

 

PADOVA - Quale può essere l’apporto della religione a una società, come quella odierna, coinvolta da sfide che intaccano i diritti umani sul piano economico, civile e politico? Quale forza morale può infondere per garantire i valori della legge naturale, impressa da Dio, sulla quale si fonda lo sviluppo integrale della persona? Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in veritate scrive che «il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità». Egli è, infatti, autore, centro e fine di tutta la vita economico-sociale. La sua dimensione religiosa è unita a quella politica, rendendolo così testimone di un umanesimo che Jacques Maritain definisce «integrale».

  La dottrina sociale della chiesa cattolica non si rivolge solo ai cristiani, ma è un patrimonio di riflessioni e di orientamenti rivolti anche a popoli di cultura e religione diversa. In essa ha uno specifico rilievo il diritto alla libertà religiosa, oggi emarginato dalla cultura laicista, uno dei punti cardine della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dall’Onu nel 1948. La fede e la libertà religiosa non devono mai essere motivo di divisioni e di lotte tra popoli di etnie diverse ma, al contrario, devono promuovere i loro valori etici e sociali a livello nazionale e internazionale. La persona viene tutelata, qualunque sia il suo credo, la sua cultura, la sua appartenenza. Potremmo citare tanti apporti dati da rappresentanti del cristianesimo e di altre religioni per la soluzione di problematiche riguardanti la famiglia, il mondo del lavoro, l’assistenza sanitaria, il mondo politico e civile. Come hanno avuto rilevanza gli interventi degli Osservatori permanenti della Santa Sede presso l’Onu e l’Ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra sull’attuale crisi economico-finanziaria e per salvaguardare i diritti della famiglia, così sono stati segni positivi l’opposizione del mondo buddista alle spinte tiranniche manifestatesi, in questi ultimi mesi, in alcuni Paesi dell’Asia. Interventi rivolti a garantire la giustizia e la pace, a porre in giusto rapporto l’economia con la politica, a rispondere a povertà endemiche, a lenire le tensioni tra la logica del bene e la ricerca del profitto. Tutto ciò testimonia che le religioni continuano a porre, al centro della loro sollecitudine, i diritti della persona e il bene comune universale.

  La fede religiosa rapporta l’uomo con il suo Creatore, ma è anche un impegno, aperto a tutto ciò che è valore, cultura e attesa dell’umanità. Un apporto, purtroppo, non riconosciuto. Benedetto XVI, nel discorso dell’11 gennaio scorso al Corpo diplomatico della Santa Sede, ha sottolineato come «purtroppo, in alcuni Paesi, soprattutto occidentali, si diffonda, in ambienti politici e culturali, come pure tra i mezzi di comunicazione, un sentimento di scarsa considerazione e, talvolta, di ostilità, per non dire di disprezzo, verso la religione, in particolare quella cristiana. È chiaro che se il relativismo è concepito come un elemento costitutivo essenziale della democrazia, si rischia di concepire la laicità unicamente in termini di esclusione o, meglio, di rifiuto dell’importanza sociale del fatto religioso».

  Come possiamo allora accettare gli atti di violenza e di odio che continuamente emergono tra popoli di religioni diverse, in Pakistan o in Sudan? Le motivazioni sono sempre politiche e motivate da carenze sociali. Ma sono sempre in contraddizione con una storia aperta al futuro, e con una pace di cui ci sentiamo garanti. Sono la negazione del dialogo che non è solo scambio d’idee, ma anche di doni che ci aprono alla diversità, all’alterità, a contatti e relazioni capaci di costruire, anche con segni profetici, un mondo più vivibile e umano. 

p. Luciano Segafreddo, Il Messaggero di sant’Antonio per l’estero

 

 

 

 

Papst: „Alle Atomwaffen abschaffen“

 

Papst Benedikt XVI. hofft darauf, dass „Atomwaffen vollständig vom Antlitz der Erde verschwinden“. Das sagte er an diesem Mittwoch bei seiner Generalaudienz in Rom. Vor Tausenden von Pilgern und Besuchern betete der Papst für die UNO-Konferenz, die sich seit Montag in New York mit der Nichtverbreitung von Atomwaffen beschäftigt. Die Gesprächsteilnehmer in New York sollten „über ihren Schatten springen“ und „geduldig“ an den politischen und wirtschaftlichen Voraussetzungen des Friedens arbeiten: „Damit helfen sie der integralen menschlichen Entwicklung und dem wahren Willen der Völker.“ Der Papst:

 

„Der Prozess einer einvernehmlichen und sicheren nuklearen Abrüstung hängt eng zusammen mit dem Erfüllen der Abmachungen, die man in dieser Hinsicht international eingegangen ist. Frieden beruht nämlich auf Vertrauen und auf dem Erfüllen der Abmachungen, nicht etwa nur auf dem Gleichgewicht der Stärke. In diesem Sinn ermuntere ich alle Initiativen, die für Abrüstung sind und für die Schaffung atomwaffenfreier Zonen. Die Perspektive ist das vollständige Tilgen der Atomwaffen vom Antlitz der Erde.“

 

Als Umweltmissionar in Rom - Am Dienstag ging im Vatikan die Jahrestagung der päpstlichen Akademie für Sozialwissenschaften zu Ende. Auf der Tagesordnung stand unter anderem das Thema: Erneuerbare Energien und Welternährung. Einer der geladenen Fachleute war der Ministerpräsident von Schleswig-Holstein, Peter Harry Carstensen.

Land der Horizonte – so lautet die Eigenwerbung des Landes. Hoch im Norden Deutschlands ist es eigentlich immer windig – und das das macht das Bundesland zu einem Vorreiter in Sachen Windenergie, und seinen Ministerpräsidenten zum Fachmann in Sachen Eingliederung dieser Energiequelle in das Wirtschaftssystem.

 

„Wir haben in der Windenergie eine besondere Situation: Wir sind nämlich nahe an der Konkurrenzfähigkeit zu den anderen Energieträgern, zu den konventionellen Energieträgern. Deswegen ist für uns in Schleswig-Holstein die Windenergie auch die Leitenergie, wenn wir davon sprechen, dass wir 2020 die rechnerische Stromversorgung in Schleswig Holstein zu 100 % aus regenerativen Energien haben wollen.“ (rv 5)

 

 

 

EKD-Auslandsbischof fordert Sicherheit für Christen im Irak

 

Hannover. Der evangelische Auslandsbischof Martin Schindehütte hat Gewalt gegen Christen im Irak verurteilt. Die irakischen Behörden rief er auf, mehr für die Sicherheit christlicher Minderheiten zu sorgen, wie die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) am Mittwoch in Hannover mitteilte. Der EKD-Bischof reagierte damit auf einen Bombenanschlag auf einen mit christlichen Studenten besetzten Bus am vergangenen Sonntag in der nordirakischen Region Mossul. Dabei gab es den Angaben zufolge mindestens ein Todesopfer und rund hundert Verletzte.

"Bitte stoppen Sie die wachsende Gewalt gegen religiöse und ethnische Minderheiten in Ihrem Land durch klare Maßnahmen, um die Sicherheitslage für alle gesellschaftlichen Gruppen zu gewährleisten", appellierte Schindehütte an die irakische Regierung. Zuvor bereits hatte sich der syrisch-katholische Erzbischof George Casmoussa empört über die neuerliche Gewalt in Mossul geäußert. "Wenn die zivilen und militärischen Behörden uns nicht schützen, dann müssen wir die Hilfe der internationalen Staatengemeinschaft in Anspruch nehmen", erklärte der Erzbischof.

Die evangelische Kirche hatte Ende Februar bei einer bundesweiten Fürbitte für bedrängte und verfolgte Christen an die schwierige Lage der christlichen Minderheit im Irak erinnert. Epd 5

 

 

 

 

 

Gerichtsurteil. Mitglieder müssen Kirchensteuer zahlen

 

Entweder zahlendes Kirchenmitglied oder gar nicht: Ein "Kirchensteuer-Austritt" ist nicht möglich, entschied der Verwaltungsgerichtshof Baden-Württemberg.

Kirchenmitglieder müssen Kirchensteuer zahlen. Das hat der Verwaltungsgerichtshof Baden-Württemberg am Dienstag in Mannheim entschieden. Ein reiner "Kirchensteueraustritt" sei nicht statthaft, erklärten die Richter.

Sie gaben damit dem Erzbistum Freiburg recht und hoben ein Urteil des Verwaltungsgerichts Freiburg auf. Dort hatte sich in erster Instanz der Kirchenrechtsprofessor Hartmut Zapp durchgesetzt. Er will aktives Mitglied der katholischen Kirche als Glaubensgemeinschaft bleiben, obwohl er aus der Kirche als Institution ausgetreten ist und keine Kirchensteuer mehr zahlt.

"Ich kann ja gar nicht anders", sagte er bei der Verhandlung in Mannheim. Der Vorsitzende Richter Karl-Heinz Weingärtner deutete Zweifel an Zapps Rechtsauffassung an.

Aus Sicht von Zapp muss die Kirchensteuerpflicht fallen: "Sie stellt eine unzulässige Vermischung zwischen der Kirche als Religions- und Glaubensgemeinschaft sowie dem Staat als Steuereinzieher dar." Bei seinem Austritt bezeichnete er daher die Kirche ausdrücklich als "römisch-katholisch, Körperschaft des öffentlichen Rechts". Wegen dieser Ergänzung ist der von der Stadt Staufen bescheinigte Austritt nach Ansicht der Erzdiözese Freiburg nicht gültig. Das Verwaltungsgericht Freiburg gab Zapp aber recht.

Zapp zahlt derzeit nach dem italienischen Modell der sogenannten Kultursteuer 0,8 Prozent an die Kirche - statt 8 Prozent nach deutschem Recht. Sein Ziel ist es, "überzeugter Anhänger einer Religions- und Glaubensgemeinschaft zu sein, ohne gleichzeitig der Institution Kirche als Körperschaft des öffentlichen Rechts anzugehören".

Der Kirchenrebell beruft sich dabei auf die Gesetze des Vatikans, die von den deutschen Bischöfe bisher nicht umgesetzt worden seien: "Papst Benedikt XVI. hat im März 2006 verbindliche Vorgaben erlassen, die eine freiwillige Zahlung vorsehen, nicht aber den zwangsläufigen Einzug der Gelder. Die Kirche soll sich also durch Spendengelder finanzieren und nicht durch eine gesetzlich festgelegte und vom Staat für die Kirche eingezogene Kirchensteuer."   (dpa 4)

 

 

 

 

Zwei Kardinäle im Gespräch

 

Akademiesoirée zum Thema „Heimat“ mit Karl Lehmann und Walter Kasper

 

Mainz. „Ich bin davon überzeugt, dass die Krise der Familie die Grundkrise unserer Gesellschaft ist.“ Das sagte Kardinal Walter Kasper am Montagabend, 3. Mai, im Erbacher Hof in Mainz. Er habe als Zwölfjähriger am Ende des Zweiten Weltkrieges erfahren, dass nach dem Zusammenbruch aller staatlichen Ordnung allein die Familie und die Pfarrei noch funktionierten.

 „Dass die Familie auch in einer solchen Situation hält, war eine sehr grundlegende Erfahrung für mich." Zusammen mit dem Mainzer Bischof, Kardinal Karl Lehmann, war Kasper Gast bei der Akademiesoirée „Leben - Heimat - Sinnerfahrung", die von der Bistumsakademie Erbacher Hof veranstaltet wurde.

Kurienkardinal Kasper ist seit 1999 im Vatikan Präsident des Päpstlichen Rates zur Förderung der Einheit der Christen; zuvor war er zehn Jahre lang Bischof der Diözese Rottenburg-Stuttgart. Kasper hatte im Jahr 2006 anlässlich seines 70. Geburtstages beim Festakt in Mainz die Laudatio auf Kardinal Lehmann gehalten. Zu Beginn hatte Kasper mit einem Wort des Philosophen Ernst Bloch definiert, was für ihn Heimat sei: „Heimat ist, was jedem in der Kindheit leuchtet und doch immer Zukunft ist."

Lehmann ging auf die „heimatbildende Funktion" der Kirche ein. Nach dem Zweiten Weltkrieg sei die Kirche am Ort für viele Menschen, die ihre Heimat oder Angehörige verloren hatten, eine Heimat geworden. „Es ist für mich eine wichtige Aufgabe von Kirche, den Menschen eine solche Heimat zu ermöglichen." Inzwischen mache er die Erfahrung, „dass je älter ich werde, mir Heimat immer wichtiger wird", sagte Lehmann. „Ich glaube, dass es für den Menschen elementar wichtig ist, dass er sich die Heimat bewahrt, selbst wenn man nicht mehr dort wohnt." Für ihn sei der Heimatbegriff mehrschichtig, erläuterte der Mainzer Bischof. Zwar lebe er mittlerweile bereits seit 30 Jahren in Mainz, aber „Mainz habe ich mir als Heimat erworben", während die Orte seiner Jugend seine „Urheimat" seien.

Kasper: „Die Kirche wird diese Krise meistern"

Auch die Missbrauchsdebatte der vergangenen Monate wurde an diesem Abend thematisiert. Kardinal Kasper sagte dazu: „Es ist für die Kirche viel Vertrauen verloren gegangen. Die Hauptaufgabe scheint mir zu sein, dieses Vertrauen zurück zu gewinnen." Dies könne nur durch persönliche Begegnungen und Offenheit geschehen. Weiter sagte er: „Ich bin optimistisch, dass die Kirche dieses Vertrauen wieder gewinnen wird. Die Kirche wird diese Krise meistern, aber ich habe Zweifel, ob die Gesellschaft diese Krise meistern wird." Kardinal Lehmann brachte die Sorge zum Ausdruck, dass in der Seelsorge die „integere Unbefangenheit" im Umgang mit Kindern und Jugendlichen verloren gehen könnte, die für Erziehung notwendig sei.

Professor Dr. Peter Reifenberg hatte die rund 350 Gäste im Ketteler-Saal des Erbacher Hofes zu Beginn des Abends begrüßt. Die Soirée war einer der Höhepunkte im Jahresprogramm der Bistumsakademie, das unter der Überschrift „Sinn und Heimat" steht. Den musikalischen Rahmen gestalteten Agnes Langer und Professorin Anne Shih (beide Violine). Die Moderation hatte Anke Hlauschka-Bornschein vom SWR (Südwestrundfunk) übernommen, zusammen mit dem Chefredakteur der Freiburger Herder-Korrespondenz, Ulrich Ruh, und der Mainzer Philosophieprofessorin Karen Joisten. tob (MBN) 

 

 

 

Kirchensteuer. Heilige Harmonie

 

Wer aus der Kirche austritt, kann dies nicht auf die Kirchensteuer beschränken, hat der Mannheimer Verwaltungsgerichtshof geurteilt. Worum geht es bei dem Streit?

Sie beginnt mit der Taufe und endet mit dem Tod. Die Kirchensteuer begleitet Millionen Christen in Deutschland durch ihr Leben wie ihr Glaube. Es sei denn, man tritt aus. Eine knapper förmlicher Akt; einer zahlt nicht mehr, der andere bekommt nichts mehr. Sonstige Folgen: Keine. Nur am 5. Juli 2007 war es anders, als der Freiburger Kirchenjurist Hartmut Zapp vor das Standesamt Staufen trat. Er bat um eine kleine Ergänzung, nur vier Worte. Aber möglicherweise genug, um ein in zweihundert Jahren gewachsenes System aus den Angeln zu heben.

Seit Dienstag ist klar, Zapp ist gescheitert. Jedenfalls vorerst. Die heilige deutsche Trias von Staat, Kirche und Steuer hat den – nach weltlichen Maßstäben – leicht ketzerisch wirkenden Vorstoß heil überstanden. Der Baden-Württemberger Verwaltungsgerichtshof in Mannheim gab einer Berufungsklage des Erzbistums Freiburg statt, eine Revision wurde nicht zugelassen. Ob man Mitglied einer Kirche sein kann, ohne Kirchensteuer zu zahlen, sei eine „innerkirchliche Angelegenheit“, die im Falle der Katholiken nach kanonischem Recht zu beurteilen sei.

Der Fall Zapp soll jetzt nach Rom. Er wirft nicht nur ein Schlaglicht auf die einträgliche, aber auch im Vatikan kritisch beäugte deutsche Harmonie von Staat und Kirche. Er stellt indirekt auch die Frage, wie zeit- und glaubensgemäß der Status von Religionsgemeinschaften als öffentlich-rechtliche Körperschaft noch ist. Ein Thema, das auch im Kontext mit dem Islam rechtspolitisch aktuell ist.

Und genau darauf bezog sich Zapps Bitte vor dem Standesamt. Zapp erklärte seinen Austritt, wie alle es tun, nur eben bloß aus der „Körperschaft des öffentlichen Rechts“. Mitglied der Kirche wollte er gerne bleiben, als gläubiger Katholik. Hätte sich der Jurist damit durchgesetzt, wäre den Kirchen de facto ein Platz in der zweiten Reihe zugewiesen worden. Sie könnten zwar weiter Steuern erheben, wären aber in der Organisation ihrer Mitglieder gestellt wie ein Privatverein; der amtliche Austritt hätte nur Steuerfolgen.

Die Kirchensteuer mit ihrem jährlichen Aufkommen von acht bis neun Milliarden Euro, beigetrieben von den Finanzämtern, ist weltweit ein Unikum. Sie entwickelte sich im 19. Jahrhundert, als die Städte wuchsen und der säkularisierende Staat entstand. Gedacht als Ausgleich für Besitzverlust und zugleich als Bestandsgarantie, gelangte sie 1919 in die Weimarer Reichsverfassung und von dort in das Grundgesetz. Kritik gab es immer. Weder Gewerkschaften noch Parteien stehen staatliche Zwangsmittel zur Seite, um sich ihr Geld bei Mitgliedern zu holen. Auch zahlen alle mit, weil Kirchensteuern ihrerseits als Sonderausgaben abziehbar sind. Andererseits leisten die Kirchen Sozialarbeit, die allen zugute kommt.

Insgesamt scheint es ein zufriedenes Miteinander zu sein, das theoretisch auch anderen Religionsgesellschaften offen steht. Wenn sie den Sprung in den Körperschaftsstatus schaffen, der allerlei Privilegien verleiht. Dafür müssen sie einigermaßen organisiert, beständig und rechtstreu sein, was laut Bundesverfassungsgericht schon schwierig wird, wenn man etwa die staatliche Neutralität und das Verbot der Staatskirche nicht genug achtet. Insgesamt keine leichte Aufgabe für den Islam in Deutschland. Daher wird diskutiert, ob die Hürden nicht doch zu hoch sind.

Hartmut Zapps Stoßrichtung war jedoch eine andere. Anders als den deutschen Bischöfen missfällt neben Zapp auch Papst Benedikt die Koppelung der Sakramente ans Geld. Nur die kirchliche Autorität habe den Abfall vom Glauben zu bestätigen, dekretierte er. Prompt hielten die hiesigen Geistlichen dagegen, für das Schisma bleibe zunächst das Standesamt zuständig. Es ist auch diese bischöfliche Weigerung, die päpstliche Direktive anzuerkennen, die Zapp ärgert. Der Papst weiß, dass in Deutschland ein komfortables Ausnahmeregime herrscht, das seiner Dogmatik zuwiderläuft. Gefällig blickt er auf Italien, wo man Geld freiwillig zuwendet; eine Gabe, keine Abgabe.

So könnten vielleicht Rom, der Gesetzgeber oder ein prosperierender Islam zu neuen Antworten auf Körperschafts- und Steuerfragen zwingen – nicht aber die Gerichte. Immerhin, eines hat es versucht. In erster Instanz hatte Zapp überraschend recht bekommen. Austrittserklärungen dürfen laut Kirchensteuergesetz keine „Zusätze“ enthalten. Zapps Hinweis sei gar kein „Zusatz“, erklärte das Verwaltungsgericht Freiburg, sondern bekräftige nur, was selbstverständlich sei. Tsp 5

 

 

 

 „Aufruf für eine prophetische Kirche“

 

Einen stärkeren Einsatz der Christen für globale Gerechtigkeit und ein grundlegendes Umdenken innerhalb der katholischen Kirche haben zahlreiche katholische Orden, Hilfswerke, Verbände, Wissenschaftler und Bischöfe gefordert. Sie stellten am Dienstag in Bonn ihren Appell vor. Die Menschheit stehe vor Existenz bedrohenden Krisen biblischen Ausmaßes, heißt es in dem Appell unter dem Leitwort „Leben in Fülle für alle“. Dazu zählen die Unterzeichner die Klima- und Energiekrise, die Nahrungsmittel-, Finanz- und Wirtschaftskrise. Die bisher gezeigten Lösungsansätze erwiesen sich lediglich als „Symbolpolitik mit Placeboeffekt“, heißt es. Christen trügen angesichts dieser Entwicklung die Verantwortung dafür, nicht nur die Kirche selbst zu erneuern, sondern die großen Aufgaben der Welt glaubwürdig aufzugreifen. - Zu den Erstunterzeichnern des Aufrufs gehören unter anderen der ehemalige Bundesarbeitsminister Norbert Blüm, die katholischen Bischöfe Werner Thissen, Felix Genn und Heinz Josef Algermissen sowie die Generaloberin der deutschen Ordenskonferenz, Aloisia Höing, die bündnisgrüne Politikerin Christa Nickels und der brasilianische Theologe Paulo Suess.

Die katholische Kirche in Deutschland ruft zu mehr Engagement bei der nuklearen Abrüstung auf. Eine fortschreitende Verbreitung von Nuklearwaffen destabilisiere die weltpolitische Lage weiter, erklärte der Vorsitzende der Deutschen Kommission Justitia et Pax, Bischof Stephan Ackermann, am Dienstag in Bonn. Er appellierte an die Teilnehmer der UNO-Atomkonferenz, das Ziel einer vollständigen nuklearen Abrüstung weltweit ernsthaft weiter zu verfolgen. Eine besondere Verantwortung sieht Ackermann bei den Nuklearmächten. Die jüngsten Vereinbarungen zwischen den USA und Russland seien zwar ein wichtiger Schritt auf diesem Weg; ihm müssten aber weitere folgen. Ungleiche Standards bei der Nichtverbreitungspolitik einzelner Staaten seien dabei grundsätzlich zu vermeiden. Der Trierer Bischof plädierte zugleich für regionale und weltweite Sicherheitsgarantien, die Nuklearwaffen weniger attraktiv machen könnten. - Am Sitz der UN in New York hatte am Montag die alle fünf Jahre stattfindende Überprüfungskonferenz zum Atomwaffensperrvertrag begonnen. Daran nehmen mehr als 30 Außenminister der UN-Mitgliedsstaaten teil. pm/kna 4

 

 

 

In Krisenzeiten: ÖKT zeigt Solidarität mit Leiharbeitern

 

Sichere und menschenwürdige Arbeitsplätze, darum sorgen sich besonders in Krisenzeiten viele Menschen. Ein Thema, das zurzeit so viele Menschen bedrückt, wollen auch die Veranstalter des Ökumenischen Kirchentages aufgreifen. Rund eine Woche vor Beginn des großen Treffens hat der Münchener Diözesanrat interessierte Gläubige zu zwei Betriebsbesichtigungen eingeladen: Es ging zu den Stadtwerken und zum nahen Autobauer. Wie Herbert Jagdhuber, der Geschäftsführer im Diözesanrat erklärt, wurden diese Arbeitsbereiche ausgesucht:

 

„um gerade da das Prekariat, also Arbeitsplätze, die keinen gescheiten Lohn mehr kriegen, zu sehen. Wie sieht es aus, wenn der technische Druck in der Fertigung, der jetzt bei 98 Prozent liegt, bei 100 Prozent ist? Gibt es dann noch Arbeitsplätze in diesem Bereich? Wenn die Leiharbeit stärker bei BMW Einzug hält? Leiharbeit bedeutet immer die Gefahr der Entsolidarisierung der Menschen vor Ort. Weil ein Unternehmer den Leiharbeiter seinem normalen Angestellten gegenüber stellen kann. Und der ÖKT kann dazu beitragen, solche Fragen wieder aufzugreifen und in die Gesellschaft, in Politik und Gesellschaft hinein wirken. Ich glaube, an dieser Stelle sind wir als Kirche als Korrektiv wichtig.“

 Brigitte Schmitt war für Radio Vatikan vor Ort. (rv 4)

 

 

 

 

Streit der Woche. Regiert Gott in Deutschland mit?

 

Der Staat treibt die Kirchensteuer ein. Und wenn eine CDU-Ministerin Kreuze in Klassenzimmern verbieten will, löst das einen Glaubenskrieg aus. Leben wir in einer Bundeskirchenrepublik?

Im vergangenen Sommer mieteten Atheisten einen Bus und fuhren damit durch ganz Deutschland. Die Aufschrift: „Es gibt keinen Gott“. Besonders in Süddeutschland meldeten sich erbitterte Gegenstimmen aus der Bevölkerung. „Gott mit dir du Land der Bayern“, so beginnt schließlich die Landeshymne. Und auch die deutsche Verfassung spricht in ihrer Präambel vom „Vertrauen auf Gott“, in dem das Grundgesetz entstanden sei.

Selbst die neue türkischstämmige Bildungsministerin von Niedersachsen, Aygül Özkan, hat gerade einen Eid auf Gott geschworen. Sie dachte dabei an Allah, den Gott der Muslime. Vorangegangen war ein innerparteilicher Streit über die Frage, ob eine CDU-Ministerin eine Abschaffung von Kruzifixen in Schulen verlangen kann. Obwohl ein Urteil des Bundesverfassungsgerichts aus dem Jahr 1995 Özkan recht gibt, scheint ihre Position nicht ohne weiteres mehrheitsfähig, schon gar nicht in ihrer Christlich Demokratischen Union.

Der Verfassungsrichter Udo di Fabio beobachtet im säkularen Staat Deutschland eine Renaissance des Religiösen. Er liefert dafür in einem Spiegel-Interview eine einfache Erklärung: Der Islam werde in der deutschen Öffentlichkeit so präsent, dass das „zu Rückfragen nach unserer eigenen kulturellen und religiösen Identität“ führe. Diese Identität erscheint vielen christlich. Andere verweisen auf das Grundgesetz, das allen Glaubensrichtungen Religionsfreiheit garantiert.

 

Ab dem 12. Mai werden sich zehntausende Christen in München zum ökumenischen Kirchentag treffen. Schon vor sieben Jahren waren 200.000 Gläubige in der Hauptstadt zusammengekommen. Die Steuern, die sie an ihre jeweiligen Kirchen abführen, treibt der Staat ein. Unterschiedliche Politiker und Juristen kritisieren die Verflechtung von staatlichen und religiösen Strukturen, den Einfluss der Kirche auf die Besetzung von Universitätsposten und die staatlichen Zahlungen für Gehälter von Bischöfen und Priestern.

Schon 1974 forderte die FDP in einem Kirchenpapier eine striktere Trennung. Manchen kommt die BRD wie eine Bundeskirchenrepublik vor – obwohl die Zahl der bekennenden Atheisten steigt und viele gerade nach dem Missbrauchsskandal die katholische Kirche verlassen.

Was meinen Sie: Regiert Gott in Deutschland mit?  Taz 4

 

 

 

 

Propst Fürnsinn: „Missbrauch mit dem Missbrauch betrieben“

 

In der öffentlichen Meinungsbildung wird zum Teil „Missbrauch mit dem Missbrauch betrieben“. Das hat der Vorsitzende der Superiorenkonferenz der männlichen Ordensgemeinschaften in Österreich, Maximilian Fürnsinn, im Gespräch mit kathpress kritisiert - ohne die Schuld der Kirche kleinreden zu wollen, wie er betont. Die österreichischen Äbte und Ordensoberen hätten sich kürzlich bei einem Informationstag ausführlich mit den juristischen, psychologischen und therapeutischen Aspekten von Missbrauch auseinandergesetzt – und sich abermals der entschlossenen Aufklärung und Verhinderung künftiger Missbrauchsfälle in der Kirche verpflichtet. Das gelte auch, wenn Opfer materielle Hilfe bräuchten:

 

„Es gibt eine wirklich vollständige Zusammenarbeit mit den Ombudsstellen der Diözesen. Es ist uns sehr wichtig, dass die Orden hier inbegriffen sind. Separate Linien zu machen, liegt uns fern. Wir werden uns überall dort beteiligen, wo wir den so genannten Opfern eine Unterstützung zukommen lassen können. Wir beraten bereits darüber, wie wir damit konkret umgehen.“

 

Nach Meinung des Augustinerpaters bedarf es aber nicht nur einer neuen Umgangsweise bei der Opferentschädigung. Die Kirche müsse ihre Ausrichtung ganz grundsätzlich neu bedenken:

 

„Wir sind hier der Auffassung, dass es in Zukunft neue Wege in der Kirche geben muss. Ich bin nicht so sehr für die saloppe Forderung: Schaffen wir den Zölibat ab! Sondern ich glaube, dass wir eher einen umgekehrten Weg gehen sollten. Dass bewährte Männer, Verheiratete, zu Priestern geweiht werden können. Ich glaube, das wäre ein gangbarer Weg. Wir sollten auch nicht vergessen, dass der Zölibat eine ungeheure spirituelle Kraft in der Kirche hat. Aber, dass wir neue Wege zusätzlich brauchen, ist mir klar.“ (kap 4)

 

 

 

Urteil: Reiner Kirchensteueraustritt nicht möglich als Mitglied der großen Kirchen in Deutschland

 

Kann man Katholik sein und trotzdem keine Kirchensteuer zahlen? Kann man aus der vom Staat garantierten Form der Kirche aussteigen und trotzdem Mitglied der Kirche sein? „Ja“. Dieser Überzeugung war der emeritierte Freiburger Theologieprofessor Hartmut Zapp. Und er trat 2007 unter der Bedingung aus der Kirche aus, nur die Körperschaft des öffentlichen Rechtes zu verlassen, nicht aber die Glaubensgemeinschaft. „Das geht nicht“ war das Urteil der Erzdiözese Freiburg, sie suchte eine rechtliche Klärung durch die Gerichte. Das Freiburger Verwaltungsgericht gab Zapp in erster Instanz Recht, das Mannheimer Verwaltungsgericht in zweiter Instanz nicht. Michael Himmelsbach, Leiter der Finanzabteilung des Erzbistums Freiburg, interpretiert das Urteil von diesem Dienstag als Unterstützung der Sicht der Kirche, dass es keine halben Austritte geben könne:

 

„Es gibt nur einen einheitlichen Kirchenaustritt und nicht den, den Professor Zapp in seiner Terminologie als Kirchensteuer- oder Körperschaftsaustritt bezeichnet hat. Das sichert aus unserer Sicht eine Gleichmäßigkeit des Tragens der Lasten durch alle Kirchenmitglieder, weil alle Kirchenmitglieder damit ganz klar ihre Beitragslast in Deutschland in Form der Kirchensteuer für die Kirche erbringen.“

 

Wer gibt den Kirchen das Recht, Kirchensteuern einzutreiben? Radio Vatikan schaut hinter die Kulissen des Kirchensteuersystems. (rv 4)

 

 

 

 

Kirchensteuer und Mitgliedschaft. Was die Römer davon halten

 

Der baden-württembergische Verwaltungsgerichtshof hat bestätigt: Wer Mitglied der Kirche ist, muss auch Kirchensteuer zahlen. Im Vatikan allerdings sieht man das anders. Von Daniel Deckers

 

Der Streit schwelt schon lange darüber, ob man in Deutschland aus einer als Körperschaft öffentlichen Rechts verfassten Kirche austreten, sich damit der Kirchensteuerpflicht entledigen und dennoch Mitglied der Kirche mit allen Rechten und Pflichten bleiben kann, weil man sich nicht von der Kirche als Glaubensgemeinschaft lossagen will.

Der baden-württembergische Verwaltungsgerichtshof hat die herrschende Lehre bestätigt: Ein bisschen Austritt geht nicht. Das sieht man im Vatikan anders: Ein rechtlich-administrativer Akt des Abfalls von der Kirche stelle „aus sich“ noch nicht einen Abfall vom Glauben dar. Es bedürfe darüber hinaus des Willens, die Kirche als Glaubensgemeinschaft zu verlassen - und dieser müsse im Fall des Falles der Kirche, nicht dem Staat bekundet werden.

In diesem Sinn haben römische Behörden mit stillschweigendem Wohlwollen des deutschen Papstes die deutschen Bischöfe mehrfach wissen lassen, was sie von der herrschenden Lehre in Deutschland halten: nichts. Werden die Römer ihren Worten Taten folgen lassen? Faz 4

 

 

 

 

Maria weinte…von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

Im Mittelpunkt der Osterberichte steht eine weinende Frau: Maria. Nicht die Mutter Jesu, sondern Maria von Magdala.

 

„Maria weinte“ (vgl. Joh 20, 11). Dabei ist Maria von Magdala alles andere als eine weinerliche Gestalt. Im Gegenteil, sie ist die starke Frau, die auch dann zu Jesus steht, als andere die Flucht ergreifen. Sie erlebt den unwürdigen Schauprozess, das Johlen der Menge und die schmachvolle Hinrichtung des Mannes, dessen Wesen doch voller Sanftmut und dessen Predigt der Friede war. Mit der Mutter Jesu steht Maria von Magdala unter dem Kreuz. Am nächsten Tag sieht man sie „frühmorgens“ bereits am Grab. Man kann den geschundenen, toten Leib dieses wunderbaren Menschen doch nicht einfach so verwesen lassen, wird sie sich gedacht haben. Also hat sie wohlriechende Öle dabei und ist dann zu Tode erschrocken, als sie vor dem aufgebrochenen Grab steht.

 

Das geschändete Grab und der verschwundene Leichnam: all das führt zu einem Gefühl der Ohnmacht und Verzweiflung. Weinen am Grab, eine zutiefst menschliche Regung, ist zugleich Ausdruck der Hoffnungslosigkeit jener Frau, deren Lebenssinn mit Jesus erstorben ist. Da geht es nicht um eine besondere Beziehung, wie einige ebenso sensationslüsterne wie unerleuchtete Romanschreiber ihr angedichtet haben. Es geht darum, dass ein Mensch in seiner persönlichen Unheilsgeschichte den Heiland gefunden hat, aus dem Gefühl tiefster Verlorenheit den Retter und Erlöser.

 

„Maria weinte“, übermächtigt vom Gefühl dunkler Trauer und Einsamkeit. So hat sie keine Augen mehr für das Wunder, dass ihr der Totgeglaubte als der Lebende begegnet, der Gekreuzigte als der Auferstandene. Es bedarf dieses einen Wortes, das sie in die Helle der Gottesgegenwart zurückholt: „Maria“ (Joh 20, 16) – ihr Name, in dem ihre ganze Lebens- und Erlösungsgeschichte anklingt, gesprochen von dem, der das Leben selber ist.

 

Es ist das eine Wort, das auch uns durch alle Tränen hindurch gesagt ist: Gott, der uns beim Namen nennt und uns herausholt aus aller Traurigkeit und Resignation, der herausfordert, den Gekreuzigten nicht bei den Toten zu suchen, und uns in die Helle seiner Gegenwart heraufführt.

 

„Halte mich nicht fest“, so muss Maria erfahren, aber „geh zu meinen Brüdern und berichte ihnen alles“ (Joh 20, 17).

 

Wir können unsere religiösen Gefühle und Glaubenserfahrungen aus vergangener Zeit nicht einfach konservieren und versiegeln. Was immer wir einbalsamieren wollen, ist bereits erstarrt und unter unseren Händen schon erstorben. Denn der lebendige Gott begegnet uns je neu in der Gegenwart als der, der uns in jeder Situation aufrichten und trösten will. Doch dieses Geschenk des Auferstandenen wird nur fruchtbar, wenn wir es nicht für uns behalten. Denn das ist der Grundrhythmus unseres Lebens und Glaubens: dass wir andere teilhaben lassen an unserer Hoffnung und Glaubenserfahrung, weitergeben, was wir selbst empfangen haben.

Ich möchte Ihnen, liebe Leserinnen und Leser, wünschen, dass Sie so in der Trauer die Freude, im Dunkel das Licht, im Tod das Leben finden. Und dies besonders nach deprimierenden Wochen, die uns kirchlich an eine Grenze geführt haben.

 Bonifatiusbote“ 9.

 

 

 

 

Papst in Turin: „Grabtuch, Ikone Christi“

 

Papst Benedikt XVI. hat vor dem Turiner Grabtuch gebetet. Am Sonntag besuchte er die norditalienische Industriestadt, in der zurzeit das berühmte Leinentuch öffentlich gezeigt wird. Es gilt vielen als das im Johannesevangelium erwähnte Grabtuch Jesu und wird seit 1578 in Turin aufbewahrt. Der Papst nannte es in einer Meditation eine „Ikone“, das für die Verborgenheit Gottes am Karsamstag stehe. In einer Epoche der Weltkriege, Konzentrationslager und Atombombenabwürfen sei die Erfahrung der Verborgenheit Gottes heute von besonderer Aktualität, so Benedikt.

Das ist der Kern-Moment dieser eintägigen Reise nach Turin: Benedikt XVI. kniet im Dom vor dem Grabtuch Jesu, auf dem die Konturen eines Gekreuzigten aus der Antike zu sehen sind. Der Papst betet einige Minuten lang. Wenn dieses Tuch eine echte Reliquie Christi sein sollte, dann hat es womöglich Petrus als erster in Händen gehalten; heute meditiert der Nachfolger Petri vor dem Leinen. Es sei ein „Zeichen der Hoffnung“, hat Benedikt am Morgen bei einer großen Messe auf dem Karlsplatz von Turin gesagt: Wer das Tuch betrachte, erkenne in den Schmerzen Christi auch das eigene Leid. „Passion Christi – Passion des Menschen“, unter diesem Thema steht dieses Jahr die öffentliche Ausstellung des Grabtuchs.

 

„Das ist ein Moment, auf den ich lange gewartet habe“, sagt der Papst im Dom. „Ich habe schon mehrfach vor dem heiligen Grabtuch gebetet, aber diese Pilgerfahrt ist für mich besonders intensiv – vielleicht, weil mich das Verstreichen der Jahre noch sensibler macht für die Botschaft dieser außergewöhnlichen Ikone...“

 

Treffen mit Jugend - Der Pilger aus Rom warnt die jungen Leute aus Turin und Piemont vor einem falschen Gebrauch der Freiheit. Diese äußere sich nicht in flüchtigen Freuden des Augenblicks, sondern paradoxerweise gerade in verbindlichen Entscheidungen. Die vorherrschende individualistische Kultur behindere tiefere zwischenmenschliche Beziehungen - aber Jugendliche hätten von Natur aus ein Gespür für die „wahrhafte Liebe“, und diese werde durch den Glauben an Christus vermittelt. Der Papst lädt außerdem zum Weltjugendtag 2011 ein: Er findet vom 15. bis 21. August in Madrid statt.

 

Papst besucht die Kranken - Sonntagabend in Turin: Letzter Punkt im Papstprogramm ist ein Treffen mit alten und kranken Menschen. „Ihr leistet einen wichtigen Dienst“, sagt Benedikt: „Indem ihr eure Leiden mit dem gekreuzigten und auferstandenen Christus vereinigt, nehmt ihr Anteil am Geheimnis seines Leidens für das Heil der Welt... Ihr habt viel zu tun mit dem Schicksal der Welt – fühlt euch als wertvolle Teile es schönen Mosaiks, das Gott, der große Künstler, Tag für Tag mit eurer Hilfe zusammensetzt. Christus hat sich ans Kreuz schlagen lassen, damit von diesem Holz das Leben neu ausgeht. Das Böse und der Tod haben nicht das letzte Wort, denn aus Tod und Leiden kann das Leben auferstehen!“

Die öffentliche Ausstellung des Turiner Grabtuchs geht weiter bis zum 23. Mai.

(rv 3)

 

 

 

Spanien: Migration in positivem Licht sehen

 

So kann es mit der Migrationspolitik in Europa nicht weitergehen, das steht für die katholischen Bischöfe fest. Am Samstag ist im spanischen Malaga ihre Migrationskonferenz zu Ende gegangen. In ihrer Abschlussbotschaft forderten die Bischöfe eine umfassende Wende in der europäischen Migrationspolitik. Antonio Maria Vegliò ist Präsident des Päpstlichen Migrantenrates. Er mahnte, die christliche Gemeinde müsse an der Seite der Migranten stehen. Im Interview mit unseren italienischen Kollegen sagte der Erzbischof:

 

„Wir müssen die Herausforderung annehmen, die Migration in einem positiven Licht zu sehen. Es ist eine christliche Verantwortung, eine aktive Rolle zu übernehmen, wenn es um die Aufnahme und die Integration geht. Die Migranten sind für die Weiterentwicklung der Weltgemeinschaft eine wertvolle Ressource. Es ist wichtig, dass wir eine Strategie der Integration und des Dialogs anstreben, auch zwischen den Kulturen.“

 

In der Schlusserklärung fordern die Bischöfe die europäischen Regierungen dazu auf, die Einheit der Familie auch für Einwanderer als ein fundamentales Recht anzuerkennen. In allen Ländern müsse ein Rechtsrahmen geschaffen werden, der die Menschenwürde der Immigranten respektiere. Denn auch in Europa sieht Erzbischof Vegliò die Rechte von Migranten nicht überall garantiert. kna 2

 

 

 

 

Minister Herrmann: „Unterschiedliche religiöse Überzeugungen respektieren“

 

Integration ist eine gute Sache – nur muss auch das richtige Verständnis von Integration sichergestellt sein. Das hat der bayerische Innenminister Joachim Herrmann im Wocheninterview für Radio Vatikan zur wieder aufgeflammten Debatte um religiöse Symbole deutlich gemacht.

 

„Integration heißt für mich nicht, dass unterschiedliche Meinungen aus verschiedenen kulturellen Hintergründen nebeneinander her geäußert werden, sondern, dass Menschen, die dauerhaft in unserem Land leben, in unsere Rechts- und Gesellschaftsordnung, und in unsere Kultur hinein integriert werden. Diese Menschen können ihre eigenen Überzeugungen in einem gewissen Rahmen natürlich auch hier weiter leben. Aber klar ist, dass unsere gewachsene Verfassung und Werteordnung gilt. Und in die hinein wird integriert. Sonst hieße es ja nicht Integration, sondern beliebige Parallelgesellschaften.“

 

Den kürzlich geäußerten Vorstoß der neuen niedersächsischen CDU-Sozialministerin Aygül Özkans, an öffentlichen Schulen keine Kruzifixe aufzuhängen, bewertet Staatsminister Herrmann so:

 

„Wir müssen uns mit solchen Meinungen auseinandersetzen und zum Beispiel begründen, warum wir es für richtig halten, dass zum Beispiel Kreuze in den Schulzimmern hängen. Insofern kann so eine Diskussion schon etwas Positives haben. Trotzdem erwarte ich mir dringend von jedem Minister in Deutschland und erst recht von einem, der für CSU und CDU steht, dass unsere Überzeugungen entsprechend vertreten werden. Und deshalb hoffe ich sehr, dass aus dem Munde einer Unionsministerin solche Äußerungen nicht mehr kommen.“ (rv 2)

 

 

 

Kirche wird Krise als Chance nutzen

 

Fulda, Hanau, Marburg, Kassel - Die furchtbaren Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche veranlassen vermehrt Katholiken, die Kirche zu verlassen. Der Vorsitzende des Katholikenrates, Richard Pfeifer, Biebergemünd-Kassel, vertraut darauf, dass die Kirche sich als Konsequenz aus der derzeitigen Krise reformieren wird, weil sie eine große Glaubensgemeinschaft ist. Er ruft die Gläubigen zur Kirchentreue auf.

 

„Natürlich bin ich auch tief bestürzt über die furchbaren und unentschuldbaren Geschehnisse in unserer Kirche. Es ist aber nach wie vor mein Glaube und meine Kirche, die mir Heimat ist, die mir in meinem Leben Richtung und Halt in schwierigen Zeiten gibt. Die große Mehrheit der Priester, Ordensleute und auch Laien arbeiten untadelig und zum Wohl der ihnen anvertrauten Menschen. Das darf man nicht ausblenden!“ so Richard Pfeifer. Es gehe letztlich um die lebendige Beziehung zwischen Himmel und Erde, die den christlichen Glauben ausmache. Was Kirche für Menschen in sozialen Notlagen, für die Erziehung von Kindern und Jugendlichen und für Kranke und Sterbende leiste, sei von staatlichen Institutionen nicht leistbar.

 

Deshalb sei es nach den Worten von Richard Pfeifer jetzt an der Zeit, sich in Treue zum christlichen Glauben und zur Kirche zu bekennen, denn das gesamte Gottesvolk bilde die Kirche in Gemeinsamkeit von Priestern und Laien. Zwingend damit verbunden sei, dass der angestoßene Prozess der Aufarbeitung dieser Missbrauchsfälle konsequent bis zum Ende fortgeführt werden müsse.

 

„Ich glaube daran, dass unsere Kirche diese schwere Krise als Chance für einen neuen Aufbruch nutzt. Deshalb schaue ich hoffnungsvoll in die Zukunft, die Gott unserer Kirche, unseren Gemeinden und dem Bistum Fulda schenken will“, äußerte sich der Vorsitzende des Katholikenrates Richard Pfeifer (Biebergemünd-Kassel).

(mz)

 

 

 

Vatikan: Belgische Bischöfe sprechen mit Papst über Missbrauch

 

Ausgerechnet während der größten Krise ihrer Ortskirche haben die belgischen Bischöfe mit ihrem Ad-Limina-Besuch im Vatikan begonnen. In den nächsten Tagen wollen sie mit der Kurienspitze und dem Papst u.a. über die Missbrauchsfälle in der belgischen Kirche reden. Der Bischof von Brügge, Roger Vangheluwe, war vor zehn Tagen wegen des Missbrauchs eines Jugendlichen von seinem Amt zurückgetreten. Bis Samstag dauern die Gespräche der belgischen Bischöfe im Vatikan an; die Papst-Audienz ist am Freitag.

 

„Mit Sicherheit werden wir über die schmerzlichen Fragen sprechen, die sich in unserem Land nach dem Rücktritt des Bischofs von Brügge ergeben“, sagt der belgische Primas, Erzbischof Andre-Joseph Leonard von Malines-Brüssel, im Gespräch mit uns. „Es ist unvermeidlich, über dieses Thema zu reden und über die Maßnahmen, die wir ergreifen müssen, um mit dieser Lage fertig zu werden... Wir sind nur eine kleine Bischofskonferenz, und unter uns herrscht große Solidarität. Das erfahre ich auch in diesen Tagen wieder: Wir stehen in sehr engem Kontakt untereinander, stützen uns gegenseitig, sind gut aufeinander eingespielt.“

 

Dieses Zusammenspiel können Belgiens Bischöfe jetzt auch gut gebrauchen. Vangheluwe, der noch vor wenigen Wochen fest auf der Liste der nach Rom Eingeladenen stand, ist jetzt nicht mehr dabei: Der Mann, der nach eigenem Eingeständnis auch als Bischof noch einen jungen Mann sexuell missbrauchte, hat sich in ein Kloster zurückgezogen. (rv 3)

 

 

 

 

Irakischer Erzbischof: Politiker in Terror verwickelt

 

Der syrisch-katholische Erzbischof der nordirakischen Stadt Mossul,

Basile Georges Casmoussa, hat die irakischen Behörden nach den jüngsten

Terroranschlägen gegen Christen in seiner Diözese scharf kritisiert. In

einem Interview mit dem weltweiten katholischen Hilfswerk "Kirche in

Not" sagte Casmoussa, die irakische Regierung und die Sicherheitskräfte

seien nicht in der Lage, die Christen vor militanten Islamisten zu

beschützen, die sie aus dem Land vertreiben wollten.

 

"Einige Politiker sind sogar in die terroristischen Aktionen verwickelt

und einige Morde geschehen im Namen politischer Parteien", klagte der

Erzbischof an. Solche Absprachen zwischen christenfeindlichen

Terroristen und politischen Parteien verhinderten ein wirkungsvolles

Eingreifen des Staates, so Casmoussa. Er kritisierte die Behörden, diese

seien "zu beschäftigt damit, Sitzungen abzuhalten", anstatt sich um die

Sicherheit von Minderheiten zu kümmern.

 

Da sich die irakische Armee, Polizei und Regierung trotz aller Sitzungen

untereinander nicht absprächen, seien den Terroristen "alle Türen

geöffnet", beklagte Casmoussa. Erst am vergangenen Sonntag waren bei

einem Bombenattentat auf einen mit christlichen Studenten besetzten

Buskonvoi nahe Mossul vier Menschen getötet und über 160 zum Teil schwer

verletzt worden. Erzbischof Casmoussa hatte daraufhin ein Eingreifen der

Vereinten Nationen gefordert, um die Christen im Irak zu schützen. Er

habe das Gefühl, dass es "keine Staatsgewalt" mehr in Mossul gebe.

Casmoussa rief die Zentralregierung in Bagdad dazu auf, "die Schuldigen

für die Anschläge zu finden und zu verurteilen".

 

Die Unterstützer von "Kirche in Not" bat der Erzbischof um ihr

unaufhörliches Gebet für den Irak. Wörtlich sagte er: "Die Hilfsprojekte

von 'Kirche in Not' sind ausschlaggebend für die Zukunft des

Christentums in unserem Land."

Der Irak ist eines der Schwerpunkt-Länder des Hilfswerks. KiN 5