Notiziario religioso 3-5 Maggio
2010
Lunedì 3 maggio. Il commento al Vangelo. “Io sono la via, la verità e la
vita”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 14,6-14) commentato da P. Lino Pedron
6 Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre
se non per mezzo di me. 7 Se conoscete me, conoscerete
anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8 Gli disse
Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9 Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto,
Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi
dire: Mostraci il Padre? 10 Non credi che io sono nel
Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico
da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. 11 Credetemi: io sono nel
Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
12 In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che
io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. 13 Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia
glorificato nel Figlio. 14 Se mi chiederete qualche
cosa nel mio nome, io la farò.
Dal tema del
viaggio verso la casa del Padre, Gesù con naturalezza passa a parlare della via. Per giungere al Padre bisogna passare per il Figlio.
Tommaso desidera
concretezza e chiarezza nei discorsi. Egli aveva capito che Gesù parlava di una
via nel senso materiale di strada, mentre Gesù sta parlando della via come mezzo per giungere a Dio, come strumento per mettersi
in contatto personale con il Padre. Per questa ragione, nella sua replica
all’apostolo, Gesù proclama di essere la via per andare verso Dio.
Gesù proclama di
essere il mediatore per mettersi in contatto personale con il Padre. Nessuno
può arrivare a Dio con le proprie forze né può servirsi di altri mediatori. Le parole di Gesù escludono
qualsiasi altra mediazione all’infuori della sua (v. 6).
Come nessuno può
andare verso il Cristo se non gli è concesso dal Padre (Gv
6,65), così nessuno può giungere al Padre senza la mediazione di Gesù.
Gesù proclama
anche di essere la verità e la vita. Egli si identifica
con la verità, cioè si proclama la rivelazione personificata di Dio.
Le tre parole via,
verità e vita sono applicate al Cristo per indicare le sue tre funzioni
specifiche di mediatore, rivelatore e salvatore. Gesù è l’unica persona che
mette in rapporto con il Padre, che manifesta in modo perfetto la vita e
l’amore di Dio per l’umanità e comunica al mondo la salvezza che è la vita di
Dio.
Solo Gesù può
condurre l’uomo a Dio, perché egli solo vive nel Padre e il Padre vive in lui. Perciò chi conosce Gesù
conosce anche il Padre e chi vede Gesù vede anche il Padre.
L’intervento di
Filippo riecheggia la domanda di Mosè rivolta al Signore: "Mostrami la tua
gloria" (Es 33,18). Gesù gli risponde che egli
vive nel Padre (vv. 9-10). L’apostolo avrebbe dovuto sapere che Gesù è una sola cosa
con il Padre (Gv 8,24.28.58; 10,30.38; 13,13). Di
conseguenza, vedendo Gesù si vede il Padre (v. 9).
Data questa mutua immanenza del Padre e del Figlio, le parole
dette da Gesù in realtà sono pronunciate dal Padre che dimora in lui e le opere
da lui compiute sono fatte dal Padre (v. 10).
L’immanenza del
Padre nel Figlio può essere accettata solo per fede, per questo Gesù esorta i
discepoli a credere in questa verità, se non altro a motivo
delle opere straordinarie da lui compiute.
Gesù spesso invita
alla fede pura, basata solo sulla sua parola (Gv
4,21.48; 6,29), per cui proclama beato chi crede senza aver visto (20,29). Egli
tuttavia fa appello anche alla prova divina delle opere meravigliose e straordinarie
compiute nel nome di Dio, per autenticare la sua missione divina, invitando i
suoi ascoltatori a credere almeno per questa ragione (Gv
5,36; 10,25.37-38; 11,15). Per questo motivo il
peccato d’incredulità dei giudei è senza scuse (Gv
15,24).
Nel v. 12 Gesù usa l’espressione solenne: "In verità, in
verità vi dico" per richiamare l’attenzione sull’importanza dell’argomento
trattato. Egli assicura ai suoi amici che, se crederanno nella sua persona
divina, potranno compiere opere meravigliose e segni straordinari. La
motivazione di questa possibilità di compiere opere eccezionali sta nel fatto
che Gesù ritorna al Padre, presso il quale esaudirà le richieste dei discepoli
(v. 13).
Affinché la
preghiera sia esaudita, dev’essere fatta nel nome di
Gesù, cioè dev’essere rivolta a Dio per mezzo di
Gesù, mossi dalla fede nella mediazione del Figlio di Dio. Gesù non lascia
senza risposta le preghiere dei suoi amici (v. 14). De.it.press
Martedì 4 maggio. Il commento al Vangelo. “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 14,27-31a) commentato da P. Lino
Pedron
27 Vi lascio la
pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io
la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non
abbia timore. 28 Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi
amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di
me. 29 Ve l'ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate. 30 Non parlerò più a lungo con voi,
perché viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me, 31 ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e
faccio quello che il Padre mi ha comandato».
Gesù, dopo aver
parlato dello Spirito Santo, dona ai suoi discepoli la sua pace. Essa
sintetizza la pienezza dei beni messianici e si differenzia da quella del mondo
che si esaurisce nella gioia effimera del piacere e del successo (Gv 16,20). Inondato dalla pace di Cristo, il cuore dei
credenti non deve turbarsi o spaventarsi per la prossima partenza del Maestro,
perché egli ritornerà da loro (vv.
27-28).
I discepoli non
devono rattristarsi, ma rallegrarsi perché Gesù va dal Padre che è più grande
di lui. In realtà il Padre è più grande di tutti (Gv
10,29), anche del Figlio suo, perché è la fonte dell’essere, della vita e
dell’agire del Figlio e di tutte le creature (Gv
5,19ss). Egli è l’ideatore delle storia e della
salvezza.
Gesù informa in
anticipo i suoi amici della sua partenza per favorire la loro fede quando
questo avverrà (v. 29). Gli avvenimenti finali della vita terrena di Gesù
stanno concludendosi: il Rivelatore è alle ultime
battute della sua missione. Il principe di questo mondo ha già scatenato la sua
ultima offensiva (v. 30). Egli può dominare gli uomini e servirsene come
satelliti, ma non ha alcun potere su Cristo. Con l’esaltazione del Cristo, il
demonio è stato sconfitto e detronizzato (Gv 12,31),
è stato giudicato e condannato (Gv 16,11).
Gesù però deve
dimostrare il suo amore per il Padre, eseguendo il suo piano di salvezza che
esige il suo sacrificio, perciò deve accettare la sconfitta della croce che è
la vittoria effimera del principe di questo mondo.
Facendo la volontà
del Padre, sottomettendosi spontaneamente alla sua passione dolorosa, Gesù
mostra all’umanità fino a quale punto egli ama il Padre (v. 31). Questo sembra
l’unico passo del vangelo di Giovanni nel quale si parla dell’amore di Gesù per
il Padre. De.it.press
Mercoledì
5 maggio. Il commento al Vangelo.
“Io sono la vite, voi i tralci”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 15,1-8) commentato da P. Lino Pedron
1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni
tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3 Voi siete già
mondi, per la parola che vi ho annunziato. 4 Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far
frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in
me. 5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e
io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6 Chi non
rimane in me viene gettato via come il tralcio e si
secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7 Se rimanete
in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà
dato. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e
diventiate miei discepoli.
In questo brano
Gesù scongiura i suoi amici di rimanere in lui, nel
suo amore, per portare molto frutto e per godere la gioia in pienezza.
L’espressione dominante di questo testo è "rimanere in", che ricorre sette volte.
Gesù si presenta
come la vite della verità: in questo modo afferma di essere il Cristo, il
profeta definitivo atteso dagli ebrei e la fonte della rivelazione piena e
perfetta.
Nell’Antico
Testamento la vite ha simboleggiato il popolo d’Israele. Il salmo 80 canta la storia del popolo di Dio utilizzando l’immagine
della vite che Dio ha divelto dall’Egitto per trapiantarla in Palestina, dopo
averle preparato il terreno.
La presentazione
del Padre, come l’agricoltore che coltiva la vita identificata con Gesù,
richiama il canto d’amore di Isaia 5,1-7 nel quale il Signore è descritto come
il vignaiolo che cura la casa d’Israele.
La vite-Gesù produce numerosi tralci; non tutti però danno
frutto. Il portare frutto dipende dal rapporto personale del discepolo con
Gesù, dall’unione intima con il Cristo. L’opera purificatrice di Dio nei
discepoli di Gesù ha come scopo una fecondità maggiore.
Dio purifica i
discepoli dal male e dal peccato per mezzo della parola di Gesù. Per Giovanni
la purificazione è legata alla parola di Cristo, cioè all’adesione, per mezzo
della fede, alla sua rivelazione.
Gesù parla della
mutua immanenza tra lui e i suoi amici. Nel passo finale del discorso di Cafarnao, egli aveva fatto dipendere questa comunione
perfetta tra lui e i suoi discepoli dal mangiare la sua carne e dal bere il suo
sangue (Gv 6,56). La finalità della comunione intima
con Gesù, il frutto che ogni tralcio deve portare è la salvezza.
L’uomo separato da
Cristo, che è la fonte della vita, si trova nell’incapacità di vivere e operare
nella vita divina. Senza l’azione dello Spirito Santo è impossibile entrare nel
regno di Dio (Gv 3,5); senza l’attrazione del Padre,
nessuno può andare verso il Cristo e credere in lui (Gv
6,44.65).
Come il mondo
incredulo si trova nell’incapacità totale di credere (Gv
12,39) e di ricevere la Spirito della verità (Gv
14,17), così i discepoli, se non rimangono uniti al Cristo, non possono operare
nulla sul piano della fede e della grazia (v. 5).
Chi non rimane in
Cristo, vite della verità, non solo è sterile, ma subirà la condanna del giudizio
finale (v. 6).
Una conseguenza
benefica del rimanere in Gesù è l’esaudimento delle preghiere dei discepoli da
parte del Padre. L’unione intima e profonda con Gesù
rende molto fecondi nella vita di fede e capaci di glorificare Dio Padre (v.
8). De.it.press
Una nuova casa. Europa e immigrati: il contributo della Chiesa
Pubblichiamo un
ampio stralcio dell'intervento del card. Josip Bozani?, arcivescovo di Zagabria e
vicepresidente Ccee, con il quale si è aperto il 27
aprile a Malaga l'ottavo Congresso europeo sulle Migrazioni dal titolo
"L'Europa delle persone in movimento. Superare le paure. Disegnare prospettive".
Le persone, che
devono lasciare i loro Paesi e cercare altrove la possibilità di vivere meglio,
hanno anche loro, prima di tutto, un grande bisogno di sentirsi amate. Proprio
per questo hanno bisogno di avere con loro la famiglia, per sentirsi forti
quando si trovano ad affrontare le paure che genera
l'inserimento in una nuova realtà. Proprio per questo devono essere accolti
come persone e non essere trattati come cose, schiavi o utensili. Ne consegue
una conclusione che sembra ovvia. Per superare le paure si deve essere in un
ambiente dove l'amore sia un'esperienza reale.
Proprio per
questo, le questioni che riguardano le migrazioni dovrebbero essere sempre
correlate alla dimensione comunitaria e famigliare delle persone e non
troveranno mai una soluzione se affrontati soltanto dal punto di vista della
giustizia e delle leggi. (…)
Un migrante che
arriva in un luogo a lui sconosciuto, fuggito da guerre o persecuzioni, con
fame o semplicemente per sviluppare le sue competenze in un nuovo lavoro o per
ricercare un posto che gli permette di mantenere la sua famiglia, porta la sua
visione del mondo e una propria esperienza religiosa, ma allo stesso tempo,
trova una nuova realtà che è invitato a conoscere e ad amare per
poter guardare al futuro. È qui che le comunità, soprattutto le comunità cristiane, dovrebbero anche dare un contributo
molto importante. Accogliendo uno straniero, una comunità deve essere in grado
di apprezzare quello che lui porta, ma anche fargli scoprire la sua nuova casa
e dargli l'opportunità di vivere dentro la cultura locale.
Una persona che
arriva, però, non viene da solo. Ci sono spesso altre persone del suo Paese che
sono già lì e che costituiscono una certa comunità in mezzo e accanto alla
società nazionale dove arrivano. E così c'è un dialogo culturale fra persone e
fra comunità. Volere integrare non significa voler diluire l'altro per essere
come noi. L'incontro di persone crea un dialogo. Se volere che l'altro sia
uguale a noi è un errore, è altrettanto sbagliato trascurare l'identità
culturale della società che accoglie gli immigrati, sia perché uno si chiude in
una specie di ghetto sia perché si vuole che essa
cambi per diventare simile a quella da dove si viene, come se la società
potesse essere una cosa neutra.
La Chiesa è
convinta che si possa difendere la persona che immigra e non dimenticare le
persone del Paese che ospita. Questo è il motivo per il quale i governi devono,
in nome del bene comune e della giustizia, definire politiche migratorie
finalizzate a tutelare l'identità e il bene delle loro comunità senza
dimenticare la dignità di ogni persona. Questo significa anche una
responsabilità nell'impegnarsi a cercare modi per aiutare i Paesi d'origine a
svilupparsi.
(…) Lo scopo, non lo dimentichiamo, è quello di potere
portare a tutti, a quelli che accompagnano i migranti e, soprattutto, vorrei
sottolineare, a coloro che sono la ragione del nostro essere qui, gli immigrati
stessi e le comunità in cui arrivano, un segno di speranza e di rinnovato
impegno. Sia la logica della carità a guidare il nostro modo di guardare la
realtà e di pensare al futuro, tenendo conto di tutti gli aspetti della verità della migrazione. È questa apertura
alla verità che rende la carità l'unica forza sociale capace di generare pace e
di pieno sviluppo.
JOSIP BOZANI,
arcivescovo di Zagabria e vicepresidente Ccee
Torino, 50mila per la messa del Papa. "Vicino a disoccupati, immigrati
e precari".
Torino - Conclusa
la celebrazione della Messa in piazza San Carlo, il Papa ha lasciato il palco
allestito in piazza San Carlo applaudito dalla folla e dai pochi
fortunati le cui case si affacciano sulla piazza. Il Papa, a bordo della
papamobile, si è recato in Arcivescovado
dove ha sostato fino alle 16:15, per tornare poi in piazza San Carlo per
l’incontro con i giovani. Quindi ha raggiunto il Duomo dove è esposta la
Sindone e, successivamente, il Cottolengo.
Secondo le stime degli organizzatori della visita del Pontefice sono state
50.000 le persone che hanno partecipato all’evento, tra coloro che si trovavano
in piazza San Carlo e quelli che invece hanno seguito la celebrazione dal
maxischermo allestito in Piazza Castello o hanno sostato lungo il percorso del
corteo per applaudire Benedetto XVI
I radicali
protestano con un manifesto in piazza Savoia
Un mazzo di rose e
un manifesto con la scritta «Libera Chiesa in Libero Stato», con la sottolineatura
dell’aggettivo libero: li hanno posati alcuni esponenti radicali, nel giorno
della visita del Papa, sul basamento dell’obelisco in piazza Savoia, eretto nel
1852 a ricordo delle leggi Siccardi che sancirono la
separazione tra Stato e Chiesa.
Il monumento si
trova lungo il percorso che oggi pomeriggio il Pontefice farà per l’ultima
tappa a Torino, al Cottolengo. «Esiste ancora oggi un
diffuso sentimento popolare - ha spiegato Caterina Simiand,
ricercatrice ed esponente radicale - non necessariamente anticlericale
contrario alle tante ingerenze della Chiesa e alle sue direttive in materia di
morale, comportamento sessuale e ricerca scientifica»
Il Papa invoca la
Madonna: «Che vegli sulla chiesa e sui suoi pastori»
Nella preghiera del Regina Caeli, recitata oggi
alla fine della messa in piazza San Carlo a Torino, papa Benedetto XVI ha
rivolto una speciale invocazione a Maria affinchè
vegli «sulla Chiesa, sui pastori, sull’intera comunità dei credenti, perchè siano "sale e luce" in mezzo alla
società». Ha anche pregato la Madonna perchè vegli su
Torino e su tutti i suoi abitanti, in special modo
sulle «famiglie e sul mondo del lavoro», su «quanti hanno smarrito la fede e la
speranza», «sui malati, i carcerati e i sofferenti» e «sugli anziani, i giovani
e le persone in difficolta».
Calca in piazza,
oltre venti svenuti in un'ora
Sono 25mila i
fedeli riusciti ad ottenre
il bigliettino di prenotazione dallle parrochie di appartenenza. Chi è stato sistemato nei
settori della seconda metà della piazza, quella più distante dal palco, sono
accalcati in piedi. Sono più di venti le persone che si sono sentite male
durante la prima ora, dalle 10, quando è arrivato il
Papa. Caricate sulle barelle, sono state trasportate nelle quattro ambulanze
sistemate ai quattro lati della piazza. Solo un anziano è stato ricoverato in
ospedale per un problema cardiaco. Gli altri non sono gravi, sono svenuti a
causa della ressa. Di sicuro non è reponsabile il
caldo, perchè a Torino sta per piovere. Ad assisterli
e a monitorare la situazione i volontari della Croce
rossa italiana, delle Misericordie, della Croce verde e della Croce rossa
militare.
Papa vicino a
disoccupati, precari, immigrati
La vicinanza ai
disoccupati, ai precari, alle famiglie in difficoltà, agli emarginati e agli
immigrati è stata espressa oggi da Papa Benedetto XVI durante la messa in
piazza San Carlo a Torino. «Qui - ha detto il pontefice nell’omelia - non
mancano problemi e sofferenze, ma - ha osservato - la stessa sacra reliquia
della Sindone invita i credenti alla speranza».
Papa ai politici:
«Anche se è difficile, perseguite il bene comune»
Perseguire sempre
il «bene comune», anche quando può apparire difficile. È questa l’esortazione
lanciata da Benedetto XVI ai politici, in particolare a quelli torinesi,
durante la messa celebrata stamane in piazza San Carlo. «Desidero - ha detto -
incoraggiare lo sforzo, spesso difficile, di chi è chiamato ad amministrare la
cosa pubblica». «La collaborazione - ha aggiunto - per rendere la città sempre
più umana e vivibile è un segno che il pensiero cristiano sull’uomo non è mai
contro la libertà, ma in favore di una maggiore pienezza che solo nella "civiltà dell’amore" trova la sua realizzazione»
Troppi
risentimenti e rancori nelle nostre vite
Troppi «rancori,
divisioni, risentimenti» contraddistinguono la nostra esistenza: lo ha detto papa Benedetto XVI, durante la messa. Il
pontefice ha preso spunto dal messaggio di Cristo «come io ho
amato voi, così amatevi gli uni con gli altri».
Un comandamento
che deve essere seguito , anche se «ovviamente con le
nostre forze siamo deboli e limitati». «C’è sempre in noi - ha spiegato - una
resistenza all’amore e nella nostra esistenza ci sono tante difficoltà che
provocano divisioni, risentimenti e rancori»
In migliaia
davanti al maxischermo in piazza Castello
Una bandiera
doubleface con i colori
della Germania da una parte e quelli del Vaticano dall’altra sventola in piazza
Castello, dove migliaia di persone seguono la Messa concelebrata dal Papa su un
maxischermo allestito davanti a Palazzo Reale. Centinaia di persone, invece,
continuano a presentarsi ai varchi d’accesso di piazza San Carlo, dove si tiene
la cerimonia, ma vengono gentilmente respinte dal
servizio d’ordine. Tra i fedeli in silenzio e tra chi passeggia nel centro cittadino girano numerosi venditori di bandierine, a un
euro, con i colori biancogialli dello Stato
Pontificio e le scritte «Viva il Papa», «Benvenuto tra noi». Un pò di delusione, tra la gente che si era assiepata lungo il
percorso fatto dalla papamobile da piazza Statuto a piazza San Carlo: molti ritenevano che il mezzo transitasse
più lentamente e di poter salutare il Papa meno fugacemente. Un solo striscione
polemico, finora, appeso al terzo piano in un palazzo di corso
Principe Eugenio sul quale c’era scritto «Libero Stato in libera Chiesa».
Iniziata la messa
a piazza San Carlo
Sotto un cielo
plumbeo, davanti a migliaia di fedeli e a un ricco parterre di autorità civili,
Papa Benedetto XVI ha dato inizio con qualche
minuto di ritardo, alla messa all’aperto in Piazza San Carlo a Torino, il
«salotto buono» del capoluogo torinese. Il palco dell’altare è stato eretto tra
le due chiese gemelle, quella di San Carlo e quella di Santa Cristina.
All’arrivo in piazza, Ratzinger, in papamobile, ha
saluto due ali di folla che lo acclamavano. Poi ha ricevuto il benvenuto
ufficiale dal sindaco Sergio Chiamparino e dall’arcivescovo, cardinale Severino
Poletto.
Cardinale Poletto al Papa: «Siamo felici che lei sia qui»
«Padre Santo, siamo felici che lei sia qui a Torino per
confermarci nella fede e visitare - come altri due milioni di pellegrini - la
Santa Sindone. La sua visita è per noi un evento di grazia».
Lo ha detto il card. Severino Poletto,
arcivescovo del capoluogo piemontese, accogliendo il Papa in piazza San Carlo. «Torino, Padre Santo, è una città stupenda e complessa - ha
aggiunto - ci stringiamo a Lei questa mattina per esprimere il nostro affetto
di figli. E voglio ricordare anche quanti sono lontani dalla fede
ma riconoscono in Lei un Maestro e la delicatezza di un padre che ama la Chiesa
e l’umanità intera».
«Siamo sicuri - ha
concluso tra forti applausi - che noi di Torino non
siamo allo stretto del suo cuore, perche lei ci vuole benen
come noi le vogliamo bene».
Chiamparino al
Papa «Torino città laica ma rispettosa»
«Torino è una città che da sempre ha saputo e sa
riconoscere il valore pubblico della religiosità. Torino è una città laica e
rispettosa di tutte le religiosità»: è questo il
saluto che il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, ha rivolto al Papa appena
giunto in piazza San Carlo, prima tappa della sua trasferta lampo nel capoluogo
piemontese, dove celebrerà la solenne messa davanti a oltre 25mila fedeli.
Torino «ha saputo
e sa anche in momenti difficili - ha aggiunto il primo cittadino - sotto la
sferza di una crisi e di una metamorfosi sociale intensa, lacerante e densa di incognite ma anche di potenzialità, accogliere e
integrare chi veniva in cerca di lavoro, nel secolo scorso; accogliere e
integrare oggi chi scappa da guerre e fame e cerca una possibilità di
sopravvivere, di costruire una possibilità di vita, creando nel tempo una rete
ampia e capillare di collaborazione tra le istituzioni».
Papa giunto in
piazza San Carlo
Il Papa è giunto
in Piazza San Carlo a Torino. Sono circa 25.000 le persone che la affollano.
L’accesso alla piazza è stato consentito solo a persone munite di pass che, per
i fedeli, sono stati distribuiti nelle parrocchie. La
folla è esplosa in un boato di saluto appena la papamobile
è entrata nella piazza. Gli interventi musicali nel corso della concelebrazione
del Papa in piazza San Carlo a Torino sono affidati ad
un’orchestra formata da musicisti del Conservatorio di Torino. Con loro un coro
di 270 elementi provenienti da tutta Italia.
Letta e autorità
locali in piazza San Carlo
Il sottosegretario
alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, è giunto in piazza San Carlo dove è atteso il Papa. In piazza ci sono
già anche il presidente della Regione Roberto Cota, il sindaco Sergio Chiamparino
ed il presidente della Provincia Antonio Saitta, che
hanno preso posto davanti al palco dove sarà celebrata la Messa. Nelle prime
file anche Emanuele Filiberto di Savoia
Cota accoglie il
Papa, benvenuto in Piemonte
«Benvenuto in
Piemonte»: sono le parole che il neogovernatore Roberto Cota ha rivolto a
Benedetto XVI appena sceso dalla scaletta dell’aereo che lo ha
condotto da Roma a Torino. Il Pontefice ha risposto al saluto augurando buon
lavoro al Presidente della Regione Piemonte. Quello di oggi è il primo incontro
tra il Papa e Cota da quando l’esponente della Lega è stato eletto alla
presidenza della Regione
Aereo con a bordo il Pontefice arrivato a Caselle
L’aereo con a bordo il Papa è atterrato all’aeroporto torinese di
Caselle. Benedetto XVI raggiungerà adesso piazza S.Carlo, dove è atteso da migliaia di persone
Migliaia di
fedeli attendono il Papa in piazza San Carlo
Folla in Piazza
San Carlo e nelle vie del centro di Torino in attesa dell’arrivo del Papa. Da questa mattina migliaia di persone stanno confluendo
nella piazza dove Benedetto XVI celebrerà la Messa e
reciterà il Regina Coeli. Sotto il palco allestito
per la celebrazione ci sono sacerdoti e autorità
locali. Il palco di 35 metri quadrati è allestito tra le Chiese di Santa Cristina
e di San Carlo che si affacciano sulla piazza. Il colore dominante nella piazza
è il viola: quello delle casacche dei «volontari della Sindone» che assistono e
informano i pellegrini che giungono a Torino per l’Ostensione della Sacra
Sindone, esposta in Duomo, dove oggi si recherà anche il Pontefice. LS 2
Il Papa: la Sindone di Torino è “un’Icona scritta col sangue”
Il Papa venera nel
Duomo di Torino il sudario che, secondo la tradizione, ha avvolto Gesù
TORINO - La
Sindone di Torino è “un’Icona scritta col sangue”, sangue
che mostra l'amore di Dio per l'uomo. Lo ha detto
questa domenica Benedetto XVI nel venerare il sudario che, secondo la
tradizione, avvolse il corpo di Gesù crocifisso.
Nella tappa più
importante della sua visita a Torino il Papa si è inginocchiato davanti alla
Sindone, di cui è in corso l’ostensione fino al 23 maggio nel Duomo di Torino
sul tema: “Passio Christi – Passio hominis”.
Nel suo discorso,
subito dopo, il Pontefice ha fatto riferimento al valore storico e scientifico
della Sindone, riflettendo sul silenzio del Santo Sepolcro nell'orizzonte di
speranza della Resurrezione.
“Mi sembra che
guardando questo sacro Telo con gli occhi della fede si percepisca qualcosa di
questa luce. In effetti, la
Sindone è stata immersa in quel buio profondo, ma è al tempo stesso luminosa”,
ha constatato.
Secondo il
Pontefice, “se migliaia e migliaia di persone vengono a venerarla – senza
contare quanti la contemplano mediante le immagini – è perché in essa non
vedono solo il buio, ma anche la luce; non tanto la sconfitta della vita e
dell’amore, ma piuttosto la vittoria, la vittoria della vita sulla morte,
dell’amore sull’odio; vedono sì la morte di Gesù, ma intravedono la sua
Risurrezione; in seno alla morte pulsa ora la vita, in quanto
vi inabita l’amore”.
Questo è il potere
della Sindone, ha affermato il Vescovo di Roma, “dal volto di questo 'Uomo dei
dolori', che porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di ogni
luogo, anche le nostre passioni, le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i
nostri peccati - 'Passio Christi.
Passio hominis' - promana una
solenne maestà, una signoria paradossale”.
“Questo volto,
queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo parla, è esso
stesso una parola che possiamo ascoltare nel silenzio".
“Come parla la
Sindone?”, ha chiesto il Papa.
“Parla con il
sangue, e il sangue è la vita!”, ha quindi risposto.
“La Sindone è un’Icona scritta col sangue; sangue di un uomo flagellato,
coronato di spine, crocifisso e ferito al costato destro.
L’immagine impressa sulla Sindone è quella di un
morto, ma il sangue parla della sua vita”.
“Ogni traccia di
sangue parla di amore e di vita – ha aggiunto –. Specialmente quella macchia abbondante vicina al
costato, fatta di sangue ed acqua usciti copiosamente
da una grande ferita procurata da un colpo di lancia romana, quel sangue e
quell’acqua parlano di vita. E’ come una sorgente che mormora
nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo ascoltarla, nel silenzio del
Sabato Santo”. Zenit 2
CCEE. Non temere l'incontro. In un'Europa multiculturale e multireligiosa
Si sta svolgendo a
Malaga, città nel sud della Spagna, "con un piede in Africa ed uno in Europa", l'ottavo Congresso europeo sulle
migrazioni che su iniziativa del Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa
sta riunendo dal 27 aprile al 1 maggio circa una cinquantina di partecipanti
provenienti da tutta Europa, tra vescovi incaricati, direttori nazionali ed
operatori pastorali della mobilità umana. L'incontro si è aperto con un
messaggio di Benedetto XVI che ha auspicato che ai migranti sia data "la
ferma speranza di vedere riconosciuti i loro diritti" e favorite le loro
possibilità di vivere "una vita degna in tutti gli aspetti".
Benedetto XVI - si legge nel messaggio - incoraggia i partecipanti all'incontro
di Malaga "a proseguire nei loro sforzi affinché sia posta una adeguata attenzione pastorale a tutti coloro che
soffrono le conseguenze di aver abbandonato la loro patria o si sentono senza
una terra di riferimento".
Le cifre. Le
statistiche parlano di un'Europa sempre più multiculturale e multi religiosa.
"Nei 27 Paesi dell'Unione si calcolano
attualmente 24 milioni di immigrati, per lo più provenienti dai Paesi stessi
dell'Unione. I due terzi della presenza straniera sono ospitati da Germania,
Francia e Regno Unito, anche se i Paesi mediterranei registrano costanti
aumenti. Più difficile invece avere cifre precise
circa gli immigrati irregolari, ma "secondo valutazioni recenti sarebbero
fra i 4,5 e gli 8 milioni, con un aumento stimato fra i 350 mila e i 500 mila
all'anno". I sondaggi inoltre rivelano che in Europa i flussi migratori siano
sempre più percepiti "in maniera negativa dalla popolazione".
La denuncia. Nel
suo intervento, mons. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio
della pastorale per i migranti e gli itineranti ha parlato di una specie di
"deriva etnica istituzionalizzata, che certamente non favorisce né
l'approccio sereno degli autoctoni verso gli immigrati e neppure il processo di integrazione degli immigrati nel tessuto delle società di
arrivo". Ciò che preoccupa mons. Vegliò è che "l'Europa sentendosi fortezza
assediata, affronta sulla difensiva il fenomeno della mobilità". "Viene, così, proposta e ribadita la trilogia inaccettabile
'immigrazione-criminalità e terrorismo-insicurezza'".
"Ecco allora - ha proseguito - che l'obiettivo della politica europea
appare quello di limitare il numero degli immigrati, rendendo difficile e quasi
impossibile l'arrivo di quelli regolari, e di eliminare gli irregolari".
Il presidente del dicastero vaticano ha quindi ammonito: "Le misure
punitive non bastano, spesso nemmeno scoraggiano nuove partenze, le rendono
solo più pericolose o costose". E poi ha aggiunto: "Ancor più dannoso
è portare avanti una strumentalizzazione politica delle migrazioni senza
davvero prendere i provvedimenti necessari, anzi scatenando risentimenti
xenofobi nella popolazione locale e, di conseguenza, anche reazioni violente
che possono trovare addirittura giustificazioni nelle parole di questo o quel
politico come 'ci vuole cattiveria con i clandestini'.
Piuttosto - ha quindi osservato mons. Vegliò - ci si dovrebbe
chiedere come far incontrare la domanda e l'offerta di manodopera senza che i
lavoratori stranieri debbano sempre passare per la porta
dell'irregolarità". Il rappresentante del dicastero vaticano ha
quindi suggerito una "visione nel segno della positività", ammonendo:
"Più le misure sono restrittive e più aumenta il numero dei migranti
irregolari e dei trafficanti di manodopera straniera".
La testimonianza. "Il cristiano - ha detto il card. Josif
Bozanic, arcivescovo di Zagabria e vice presidente
del Ccee - non teme l'incontro con persone, culture e
religioni. Egli per primo si riconosce raggiunto,
incontrato da Cristo". Il quadro che emerge dai
flussi migratori in Europa "è complesso, in alcuni casi si fa addirittura
preoccupante. Sorgono domande, dinanzi a questa nuova configurazione dei
nostri Paesi e si hanno atteggiamenti diversi: accanto alla presenza di interventi di accoglienza generosa", "si
registrano purtroppo anche atteggiamenti di rifiuto, paure, timori,
chiusure". Ma il cristiano "non teme
l'incontro" e la sua testimonianza "passa sempre attraverso
l'esigente cammino di ricerca del bene per i fratelli, che ci spinge a
conformare il nostro comportamento in base ai principi di fraternità e
responsabilità, a promuovere l'incontro, il dialogo, l'accoglienza,
l'ospitalità e a guardare soprattutto al bene integrale della persona, al bene
della famiglia, alla ricerca della vera pace".
L'impegno. Sono propri questi gli intenti espressi dai partecipanti al Papa
in un messaggio di ringraziamento. "Desideriamo raccogliere la sfida di
considerare le migrazioni moderne in luce positiva, come evento che interpella
in modo particolare la responsabilità dei cristiani a svolgere un ruolo attivo
nei progetti di accoglienza e di integrazione, promuovendo
la cooperazione di tutti negli ambiti della politica e dell'economia".
"Vogliamo ribadire che donne e uomini in
emigrazione rappresentano una preziosa risorsa per lo sviluppo dell'intera
famiglia dei popoli, grazie alle potenzialità umano-spirituali e culturali, di
cui ciascuno è depositario". "Siamo consapevoli dell'importanza di
puntare su strategie di integrazione, rispettando
adeguati itinerari di intercultura e di dialogo e salvaguardando le legittime
aspirazioni di tutti alla sicurezza e alla legalità". Sir eu 30
Il
Vaticano: «Gravi delitti da parte del fondatore dei Legionari di Cristo»
Padre Marcial Maciel Degollado e le accuse di pedofilia: «Testimonianze
incontrovertibili, vita priva di scrupoli»
CITTÀ DEL VATICANO
- Una vita priva di scrupoli. È una durissima presa di posizione quella della
Santa Sede contro il sacerdote messicano Marcial Maciel Degollado, fondatore dei
Legionari di Cristo morto nel 2008 e accusato di numerosi abusi sessuali, anche
su minorenni. «I gravissimi e obiettivamente immorali comportamenti confermati
da testimonianze incontrovertibili, si configurano talora in veri delitti e
manifestano una vita priva di scrupoli e di autentico sentimento religioso» si
legge nella nota diffusa dal Vaticano dopo le riunioni con i cinque vescovi
incaricati della "visita apostolica" ai legionari di Cristo. La
condotta di padre Maciel, viene
detto, «ha causato serie conseguenze nella vita e nella struttura della
Legione, tali da richiedere un cammino di profonda revisione».
DELEGATO -
Benedetto XVI nominerà un proprio delegato e si riserva di indicare le modalità di un accompagnamento dei Legionari nel processo di
revisione. Ha anche istituito una commissione di studio che riveda gli
ordinamenti interni, le "costituzioni" della Legione, che impongono
fra l'altro ai membri il silenzio assoluto su quanto
avviene all'interno. Il delegato avrà le funzioni di un vero e proprio
commissario dell'ordine. Inoltre il Papa invierà un "visitatore" ai
membri del movimento Regnum Christi,
come da loro stessi chiesto con insistenza.
INATTACCABILE -
«Di tale vita - prosegue la Santa Sede - era all'oscuro gran parte dei
Legionari, soprattutto a motivo del sistema di
relazioni costruito da padre Maciel, che abilmente
aveva saputo crearsi alibi, ottenere fiducia, confidenza e silenzio dai
circostanti e rafforzare il proprio ruolo di fondatore carismatico». Maciel aveva una doppia vita, con almeno due mogli e tre
figli. «Non di rado - si legge nel comunicato - un lamentevole discredito e
allontanamento di quanti dubitavano del suo retto comportamento, nonché l'errata convinzione di non voler nuocere al bene che
la Legione stava compiendo, avevano creato attorno a lui un meccanismo di
difesa che lo ha reso per molto tempo inattaccabile, rendendo di conseguenza
assai difficile la conoscenza della sua vera vita». «Lo zelo sincero della
maggioranza dei Legionari, emerso anche nelle visite alle case della
Congregazione e a molte loro opere, non da pochi assai apprezzate, ha portato
molti in passato a ritenere che le accuse, via via
divenute più insistenti e lanciate qua e là, non potessero essere che calunnie»
ed è per questo che «la scoperta e la conoscenza della verità circa il
fondatore ha provocato, nei membri della Legione,
sorpresa, sconcerto e profondo dolore, distintamente evidenziati dai Visitatori
(i vescovi incaricati dell'inchiesta, ndr)».
SISTEMA DI POTERE - Benedetto XVI ha
assicurato pensiero e preghiera a quanti sono stati «vittime degli abusi
sessuali e del sistema di potere» messo in atto da Maciel.
Il Santo Padre - spiega il Vaticano - «intende
rassicurare tutti i legionari e i membri del movimento Regnum
Christi che non saranno lasciati soli: la Chiesa ha
la ferma volontà di accompagnarli e di aiutarli nel cammino di purificazione
che li attende. Esso comporterà anche un confronto sincero con quanti, dentro e
fuori la Legione, sono stati vittime degli abusi sessuali e del sistema di
potere messo in atto dal fondatore: ad essi - prosegue
la nota - va in questo momento il pensiero e la preghiera del Santo Padre,
insieme alla gratitudine per quanti di loro, pur in mezzo a grandi difficoltà,
hanno avuto il coraggio e la costanza di esigere la verità».
INDAGINE DURATA
MESI - I cinque visitatori apostolici che hanno condotto dal 15 luglio 2009
fino alla metà del marzo scorso un'accurata indagine sulla Congregazione nei
cinque continenti: al termine hanno avuto un lungo colloquio con il segretario
di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, quindi si
sono intrattenuti brevemente anche con Benedetto XVI. Nei giorni scorsi era già
circolata la voce di un possibile commissariamento dei Legionari di Cristo. Il Vaticano indaga anche sull'enorme patrimonio
finanziario dei Legionari e sulle regole interne che prevedevano una sudditanza
assoluta ai superiori e una sorta di culto del fondatore. Questi ultimi
elementi sono entrati da tempo in discussione e anche
all'interno della congregazione religiosa è in corso un aspro dibattito su
quanto avvenuto in passato e su quale dovrà essere il profilo dei Legionari di
Cristo in futuro. La congregazione controlla inoltre istituti formativi e
università in molte città del mondo. I cinque visitatori apostolici che hanno
condotto l'indagine sono monsignor Ricardo Watty Urquidi, vescovo di Tepic
(Messico); monsignor Charles Joseph Chaput,
arcivescovo di Denver (Stati Uniti); monsignor Giuseppe Versaldi,
vescovo di Alessandria; monsignor Ricardo Ezzati Andrello, arcivescovo di Concepcion (Cile); monsignor Ricardo Blazquez
Perez, vescovo di Bilbao (Spagna). CdS 1
CCEE. Quali prospettive? Comunità cristiana, società e mobilità umana in Europa
La famiglia? È la
realtà sociale più fortemente colpita e ferita dalla migrazione. Le comunità
cristiane? Le prime ad impegnarsi per testimoniare che
la fratellanza universale è possibile anche a costo di essere oggetto di
stupore e di contestazione. La società? Deve prendere atto che il fenomeno
migratorio non è una fase passeggera di un processo di integrazione
ma una fenomeno permanente. È quanto sta emergendo a Malaga dove una
cinquantina tra vescovi delegati di tutta Europa, direttori nazionali e
operatori di pastorale stanno partecipando al
Congresso europeo sulle migrazioni organizzato dal 27 al 1 maggio dal Consiglio
delle Conferenze episcopali europee su "L'Europa delle persone in
movimento. Superare le paure. Disegnare prospettive".
La famiglia.
"In alcuni Paesi, come quelli recentemente usciti dalla dittatura o quelli
della regione balcanica (Sud-Est Europa) - ha detto il vescovo ausiliare di
Bucarest, mons. Cornel Damian
-, la famiglia è solitamente numerosa e di conseguenza povera, senza
prospettive di miglioramento delle condizioni di
vita". In genere, e sempre più spesso "è la giovane madre ad emigrare": "spesso poi cade nelle mani dei
trafficanti". Povertà, violenza in famiglia, mancanza di
un'educazione adeguata, l'influsso negativo di alcune persone.
"Sono tante le cause che feriscono la famiglia". Per queste ragioni,
ha detto mons. Damian, "la famiglia richiede in
genere una cura pastorale speciale sia nel Paese d'origine, sia nel luogo
d'arrivo". Al congresso di Malaga è intervenuto anche padre Gianromano Gnesotto, della Fondazione "Migrantes"
della Conferenza episcopale italiana che ha denunciato la "dolorosa
realtà" dei "ricongiungimenti a rate", specie con i figli.
"Uso il termine 'a rate' - ha spiegato il religioso - per un riferimento
economico legato alla disponibilità di un reddito adeguato per il
ricongiungimento in Italia. La normativa italiana, infatti, pone tra i
requisiti necessari un reddito annuo derivante da fonti lecite, non inferiore
all'importo annuo dell'assegno sociale, se si chiede il ricongiungimento di un
solo familiare, al doppio dell'importo annuo dell'assegno sociale se si chiede
il ricongiungimento di due o tre familiari, il triplo per il ricongiungimento
di quattro o più familiari". Per questo i figli si ricongiungono con il
genitore "a rate" e questo ha delle "ripercussioni psicologiche
e affettive facilmente immaginabili, con faticose ricostruzioni di rapporti di intimità in terra di emigrazione". È un peccato
perché la "famiglia ricongiunta nei territori di accoglienza" si
rivela essere l'ambito principale dove "si elabora l'inclusione sociale"
Le comunità
ecclesiali. "Una Chiesa che vuole essere accogliente nei confronti delle
persone immigrate, diventa, nelle nostre società europee, oggetto di stupore,
talvolta di incomprensione e di contestazione".
Ciò nonostante, "la Chiesa intende assumersi la propria responsabilità per
elaborare una parola di speranza e promuovere un approccio positivo al fenomeno
migratorio". Lo ha detto mons. Jean-Luc Brunin, vescovo di Ajaccio, aprendo la terza giornata dei
lavori dedicata alle implicazioni delle comunità ecclesiali nei flussi
migratori. "Le Chiese - ha detto il vescovo francese - possono trovarsi
oggetto di accuse quando scelgono di fare eco alle parole di sofferenza e di
disperazione dei migranti in situazioni difficili presso i responsabili
politici, i servizi amministrativi o l'opinione pubblica". Tuttavia - ha
proseguito mons. Brunin, "i cristiani devono
avere il coraggio di trasformare la prova della migrazione in un'opportunità da
cogliere per un avvenire armonioso, anche se questo discorso rischia
di non essere immediatamente compreso". Ed ha concluso:
"La credibilità della proposta del Vangelo nelle nostre società europee
esige questa apertura e questa volontà tenace di vivere insieme nella Chiesa,
senza limiti di frontiera, anche se è difficile e va controcorrente rispetto
alle opinioni pubbliche ed alle posizioni politicamente corrette".
La società. I
flussi migratori - esordisce padre Erny Gillen, presidente di Caritas Europa - sono un
"fenomeno permanente di cui prendere atto e non una fase passeggera".
Dunque le migrazioni devono essere percepite come
"parte integrante della formazione e dello sviluppo della società
europea". "Non si tratta quindi - ha detto padre Gillen
a SIR Europa - di inventarsi regole d'eccezione per far fronte a fenomeni
eccezionali, ma di concepire una società dove le persone possono essere accolte
e riconosciute nei loro diritti e doveri". A questo riguardo, il
presidente di Caritas Europa definisce "lodevole" lo sforzo di
cooperazione tra gli Stati membri finora compiuto dall'Unione europea. Questa
cooperazione però - aggiunge padre Gillen -
"rischia di accordarsi su livelli minimi di intervento
piuttosto che deliberare provvedimenti dagli standard elevati". La Caritas
Europa ha cioè "l'impressione che gli Stati membri si muovano
con una certa esitazione. Si ha paura dell'immigrazione ed è questa
ansia a generare le politiche europee per cui prevalgono i Paesi con le
politiche più restrittive rispetto a quelli con politiche più
accoglienti". Alla Chiesa il compito di "ricordare che c'è una
dignità in ogni essere umano e che bisogna vedere gli immigrati non per quello
che rappresentano ma per quello che sono, e cioè come persone che hanno diritti
e doveri". Sir eu 30
Napoli: si ripete il miracolo di S.Gennaro
Con ritardo
rispetto al previsto nella basilica di Santa Chiara alla presenza del cardinale
Sepe - Avviene tre volte all'anno:
in maggio, in settembre e in dicembre
NAPOLI - È
avvenuto alle 20,15. Un po' in ritardo, ma si è ripetuto anche questa volta a
Napoli il miracolo della liquefazione del sangue di
San Gennaro. L'annuncio, dato con lo sventolio del tradizionale fazzoletto
bianco, è stato accolto da un lungo applauso dalle numerose persone presenti
nella basilica di Santa Chiara, tra le quali il sindaco di Napoli, Rosa
Iervolino Russo, e il neogovernatore della Regione Campania, Stefano Caldoro. Nel sabato che precede la
prima domenica di maggio si ripete il miracolo di San Gennaro: gli altri due
avvengono a settembre e a dicembre. Le ampolle con il sangue di San Gennaro
sono state portate in processione, guidata dall'arcivescovo di Napoli, il
cardinale Crescenzio Sepe,
dal duomo alla basilica di Santa Chiara insieme alle statue dei compatroni di
Napoli.
IL CARDINALE: «IL
SANTO CI VUOLE BENE» - «San Gennaro ci vuole bene»,
ha detto il cardinale Sepe, dopo la liquefazione del
sangue. Il miracolo è avvenuto dopo una lunga attesa.
Il prelato aveva già dato appuntamento ai fedeli per
domenica mattina in cattedrale, dove sarebbero proseguite le preghiere. Ma prima di scendere dall'altare della basilica di Santa
Chiara per rientrare in processione verso il Duomo, si è avvicinato alla teca e
ha sorriso lasciando capire ai membri della deputazione che il prodigio si era
rinnovato. Quindi, la teca contenente le due ampolle
con il sangue è stata offerta al bacio dei fedeli. CdS
1
Lavoro e crisi economica: messaggio dei vescovi del Friuli Venezia Giulia
Pubblichiamo il
testo integrale del messaggio che i vescovi del Friuli Venezia Giulia hanno reso noto alla vigilia del Primo Maggio.
1 - Con questo
messaggio, intendiamo parteciparvi tutta la nostra preoccupazione di Pastori
per la seria situazione di difficoltà in cui si trova, da un lungo periodo, il
mondo del lavoro nella nostra Regione, aggravata da prospettive future che, nel contesto della crisi internazionale, non promettono gli
auspicati miglioramenti che tutti attendono con speranza. Anche la nostra terra
deve registrare, con ansia e sconcerto crescenti, il quotidiano avverarsi, in
tutti i comparti produttivi, del licenziamento di lavoratori che entrano in
disoccupazione; un corposo numero di imprese e
attività produttive costrette a chiudere; una oggettiva difficoltà delle
Istituzioni a trovare risposte adeguate a queste difficili situazioni. Come
vescovi siamo soprattutto preoccupati per le
conseguenze che le presenti difficoltà economiche e produttive scatenano nella
vita delle famiglie, costrette a confrontarsi con crescenti ristrettezze
economiche che, in alcuni casi, conducono alla povertà e alimentano il disagio
sociale, l'insicurezza e l'emarginazione. Anche i giovani sono vittime di
questa situazione perché il loro inserimento nel mondo del lavoro è reso assai
difficile e la realizzazione dei loro progetti di vita umana, familiare e
professionale costantemente rimandata. Anche i numerosi immigrati sono colpiti
dalla crisi attuale che rende ancor più difficile una loro condizione già
gravata da altri problemi. Queste situazioni, fonte di acuta sofferenza delle
persone e di diffusa sofferenza sociale, devono essere
doverosamente affrontate con coraggio e lungimiranza, in un ritrovato spirito
di comune responsabilità e di rinnovata e solidale fraternità. A tutte le
persone, fratelli e sorelle, in difficoltà, noi, vescovi delle diocesi della
Regione, desideriamo esprimere la nostra vicinanza cristiana e quella di tutte
le comunità cristiane, che invitiamo a continuare le iniziative di carità già
avviate e a essere sollecite nell'operare nel segno evangelico della
solidarietà.
2 - A tutti
vogliamo ricordare che il diritto al lavoro è fondamentale per la promozione delle persone e per la realizzazione della
società umana. La Chiesa sa bene che i poveri "compaiono in molti casi
come risultato della violazione della dignità del lavoro umano: sia perché vengono limitate le possibilità del lavoro - cioè per la
piaga della disoccupazione -, sia perché vengono svalutati il lavoro ed i
diritti che da esso scaturiscono, specialmente il diritto al giusto salario,
alla sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia"
(Giovanni Paolo II, "Laborem exercens"
8). Il lavoro va considerato come un bene di tutti, che deve essere disponibile
per tutti coloro che ne sono capaci. La "piena
occupazione" deve essere un obiettivo doveroso per ogni ordinamento
economico orientato alla giustizia e al bene comune. Una società in cui il
diritto al lavoro sia vanificato o sistematicamente negato e in cui le misure
di politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere livelli
soddisfacenti di occupazione "non può conseguire né la sua legittimazione
etica né la pace sociale" (Giovanni Paolo II, "Centesimus
annus" 43).
3 - Questo
messaggio intende soprattutto dire una parola di incoraggiamento
e di speranza in vista della realizzazione di un bene che deve stare a cuore a
tutti: l'unità e la coesione sociale. Se la crisi mettesse a repentaglio questo
bene, si aprirebbe una stagione carica di dolorose incognite. La crisi, che ha
colpito anche la nostra Regione, deve essere affrontata e governata nella
sapiente prospettiva delineata dal Santo Padre Benedetto XVI nell'enciclica
Caritas in veritate: "La complessità e gravità
dell'attuale situazione economica giustamente ci preoccupa, ma dobbiamo
assumere con realismo, fiducia e speranza le nuove responsabilità a cui ci chiama lo scenario di un mondo che ha bisogno di un
profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo su cui
costruire un futuro migliore. La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro
cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno,
a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi
diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità.
In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata,
conviene affrontare le difficoltà del momento presente" (n. 21).
4 - Noi, vescovi
delle diocesi del Friuli Venezia Giulia, invitiamo le Istituzioni, gli
imprenditori, i sindacalisti e, in genere, tutta la società civile a una
generosa disponibilità nell'operare per le soluzioni che favoriscono un futuro
più sereno per le persone, per le famiglie e anche per le imprese. Un invito
particolare lo rivolgiamo agli Istituti di credito, sollecitandoli a sostenere
con le loro risorse finanziarie quanto concorre alla ripresa economica e
produttiva in un ritrovato spirito di civile solidarietà. Ci rivolgiamo ai fedeli
cristiani incoraggiandoli a non rassegnarsi, a perseverare con coraggio nella
fedeltà ai valori della nostra fede, a rimanere ancorati strettamente al senso
etico delle comuni responsabilità, con la tenacia necessaria, di cui hanno dato prova quanti, in altri tempi duri, hanno saputo
affrontare difficoltà ancora maggiori. A tutti assicuriamo la nostra preghiera,
la nostra benedizione e la nostra cordiale amicizia.
Giampaolo Crepaldi, arcivescovo-vescovo di Trieste
Dino De Antoni, arcivescovo di Gorizia
Andrea Bruno Mazzocato, arcivescovo di Udine
Ovidio Poletto, vescovo di Concordia-Pordenone
Chiesa e abusi. Con coraggio e verità. Lo "stile" indicato da
mons. Crociata
Ai casi di
pedofilia, la Chiesa "deve rispondere secondo lo stile di verità che le è
proprio, ovvero secondo giustizia e
misericordia". Ne è convinto mons. Mariano Crociata, segretario generale
della Cei, che ha dedicato gran parte del suo intervento del 29 aprile alla
riunione della Commissione presbiterale italiana al tema che ha monopolizzato
l'attenzione dei mass media nelle ultime settimane. "Ciò esige - ha
spiegato - solidarietà e sostegno alle vittime, rigore e accompagnamento - nel
rispetto delle leggi della Chiesa e dello Stato - verso chi si è reso
responsabile di abusi, purificazione e penitenza al proprio interno, coraggio e
rinnovato slancio nel condurre la propria missione". La comunità
cristiana, in tutto questo, "si trova in una posizione peculiare, poiché è
doppiamente colpita e danneggiata nei suoi membri, sia offensori che vittime; ma è ferita anche nella sua immagine pubblica
in ordine all'esercizio della sua missione pastorale": di qui la necessità
di affrontare questo momento "con coraggio e secondo verità".
"Non si deve aver paura di evidenziare e togliere il male di mezzo a noi,
ma nello stesso tempo non si deve aver paura di annunciare il Vangelo", ha
ammonito il segretario generale della Cei: "Si può aver vergogna di se
stessi, ma non del Vangelo".
Giustizia, cura e
grazia. Secondo mons. Crociata, in caso di abusi bisogna distinguere tra
"lo spazio della giustizia umana, la competenza delle scienze, il regime
della grazia e il suo ordinamento ecclesiale". "Giustizia, cura e
grazia": tutte e tre "sono necessarie, ma non possono surrogarsi,
sostituirsi, compensarsi: la pena per il delitto non guarisce né dà il perdono,
ma anche, all'inverso, il perdono del peccato non guarisce la malattia né adempie le esigenze della giustizia, così come la cura non
può sostituire la pena né tanto meno rimettere il peccato". Le indicazioni
che vengono dalla Chiesa "vanno proprio nella direzione della
armoniosa interazione fra i tre livelli". "Al
di là delle polemiche mediatiche", l'auspicio è che "si sia
capaci di suscitare la cooperazione necessaria a lenire, se non a guarire,
ferite così profonde". La vicenda della pedofilia, come indicato dal Papa,
deve inoltre "costituire l'avvio di un percorso di purificazione e di
rinnovamento profondo all'interno della Chiesa", che richiede "una
particolare diligenza nel discernimento vocazionale dei ministri e delle
persone consacrate e nella loro preparazione e formazione", ma anche
"una elevata qualità umana, spirituale,
intellettuale e pastorale" nell'esercizio del ministro. Per mons.
Crociata, infine, i preti sono chiamati a "fuggire dalla tentazione
dell'individualismo e della chiusura nel privato".
Né
"estremizzazioni", né "unilateralismi". Questo, in sintesi,
l'atteggiamento da tenere nei confronti dei "gravi e tristi episodi di
pedofilia che hanno coinvolto alcuni ecclesiastici e hanno suscitato una vasta
eco mediatica". "Posto che un solo caso di pedofilia è già di troppo,
in qualsiasi ambiente, un tale comportamento è doppiamente condannabile quando
a metterlo in atto è un uomo di Chiesa, un prete, una
persona consacrata", ha affermato mons. Crociata. Per questo "non
basta dire che, in proporzione numerica, i casi di pedofilia tra il clero sono
uguali o addirittura inferiori a quelli che si verificano
in altre categorie di persone. Non possiamo infatti
sorprenderci se la reazione di fronte ad abusi commessi da ecclesiastici è
stata così forte. Noi stessi siamo cultori della grandezza e della
elevatezza del ministero che ci è stato affidato, e desideriamo
diffondere questo senso di sacralità nei fedeli e attorno a noi: è
comprensibile che chi ci incontra si aspetti dal sacerdote un comportamento
corrispondente". "La rabbia e l'amarezza - l'analisi del segretario
generale della Cei - hanno un significativo rapporto
con la consapevolezza dell'alta qualità morale e umana del clero, nonché con l'affidabilità
maggiore da noi offerta e attesa dagli altri, particolarmente in rapporto ai
minori consegnati alla nostra guida e alla nostra responsabilità
educativa".
Ogni
generalizzazione è indebita. In altre parole, "le aspettative
più alte alimentate dal nostro ministero rendono smisuratamente più
intollerabile e condannabile un tradimento così grave e devastante". Nello
stesso tempo, "ogni generalizzazione è indebita", sia "nel far
credere che in ogni prete si celi un potenziale
pedofilo", sia "nel supporre che le accuse di pedofilia siano
soltanto il frutto di un complotto architettato contro la Chiesa".
"Il fatto che qualche giornale o gruppo di pressione abbia intentato una
campagna denigratoria, prendendo spunto da alcune notizie, non può far concludere che si tratti soltanto di una montatura
mediatica", ha ammesso il vescovo, ma "l'emergere di casi puntuali
non può dare adito a giudizi sommari, di per sé sempre superficiali". È
necessario, invece, "attenersi il più possibile ai fatti, senza lasciarsi
sopraffare dal clamore delle notizie ad effetto né da
un acritico garantismo, profondamente ingiusto rispetto alle vittime",
persone "da tutelare e da accompagnare", che "hanno bisogno di
giustizia e di solidarietà; necessitano di essere protette e difese e poi
accompagnate in un lungo cammino di recupero e di riconciliazione anzitutto con
la loro storia". Dall'altra parte, "anche gli autori degli abusi
vanno accompagnati, senza falsa pietà, in un percorso di correzione e di
contenimento che impedisca la reiterazione del male e ne favorisca il processo
di redenzione". Sir
Passione di Cristo, passione
dell'uomo
È il motto
dell'ostensione della Sindone, in corso a Torino. Ai milioni di pellegrini da
tutto il mondo si unisce il 2 maggio anche il papa. In parallelo, una grande
mostra sul corpo e il volto di Gesù nell'arte - di Sandro Magister
ROMA – Tra due giorni,
quinta domenica di Pasqua, Benedetto XVI si recherà a Torino. Dove nel
pomeriggio, nella cattedrale, si inginocchierà davanti
alla Sindone, il venerato telo con le misteriose impronte di un uomo
crocifisso, di un corpo con tutti i segni della passione di Gesù.
Dal 10 aprile, da
quando la Sindone è esposta al pubblico – e lo sarà fino al 23 maggio –, stanno
accorrendo a vederla un numero interminabile di persone. Anche non cristiani,
anche lontani da Dio, attratti comunque da quel mistero che è la persona di
Gesù, il suo corpo, il suo volto.
E al desiderio di
"vedere" questo mistero va incontro una mostra d'arte studiata
proprio per accompagnare l'ostensione della Sindone. La
mostra è nella reggia di Venaria, poco a nord di Torino, e ha per titolo:
"Gesù. Il corpo, il volto nell'arte".
Tra le 180 opere
esposte vi sono capolavori di autori come Donatello, Mantegna, Bellini,
Giorgione, Correggio, Veronese, Tintoretto. C'è anche il meraviglioso Crocifisso ligneo scolpito da Michelangelo per la basilica
fiorentina del Santo Spirito.
In molte di queste
opere la Sindone appare. Ad esempio nel Cristo risorto di Pieter Paul Rubens riprodotto qui sopra, del 1615,
conservato a Firenze a Palazzo Pitti. Un Gesù
atletico, col corpo ancora in parte avvolto dal telo, assiso trionfante sul
sepolcro vuoto. Come canta la sequenza della messa di Pasqua: "Mors et vita duello conflixere mirando, dux vitae mortuus regnat vivus". Morte e vita si sono affrontate in prodigioso
duello; il Signore della vita era morto, ma ora vivo trionfa.
Qui di seguito,
ecco una guida alla visione del corpo e del volto di Gesù, scritta dal curatore
della mostra Timothy Verdon, americano, storico dell'arte, sacerdote dell'arcidiocesi di Firenze e
direttore dell'ufficio diocesano per la catechesi attraverso l'arte. L’Espresso
30
Gesù. Il corpo, il volto nell’arte
Il testo è tratto
dal capitolo introduttivo del catalogo della mostra e da una conferenza dello
stesso Verdon nel duomo di Torino, lo scorso 26
aprile - di Timothy Verdon
A Torino, dove da
secoli si conserva e si venera il grande telo noto come la Sindone, è naturale
riflettere sul corpo e sul volto di Gesù. La Sindone sottolinea
il convincimento che Gesù sia realmente vissuto e morto, ma invita a credere
che egli sia anche risorto. Sarebbe in effetti il
segno del suo passaggio alla vita nuova, il lenzuolo abbandonato al momento di
risorgere.
La possibilità
dell’esistenza di una simile reliquia è specialmente significativa
per l’arte, perché conferma la visibilità e quindi la rappresentabilità
dell’uomo che si diceva Figlio dell’invisibile Dio d’Israele.
Scriveva nel
secolo VIII san Giovanni Damasceno, evocando il divieto biblico di ogni
raffigurazione della divinità: "Un tempo non si poteva fare immagine
alcuna di un Dio incorporeo e senza contorno fisico. Ma ora Dio è stato visto nella
carne e si è mescolato alla vita degli uomini, così che è lecito fare
un’immagine di quanto è stato visto di Dio", cioè dell’uomo Gesù.
Scrivendo nel contesto della proibizione delle
immagini da parte dell’imperatore di Bisanzio, l’iconoclasta Leone III, questo
autore – nato cristiano in una Damasco allora sotto controllo musulmano –
vedeva un nesso tra il dogma teologico dell’incarnazione e l’uso ecclesiastico
di immagini, soprattutto quelle raffiguranti Gesù stesso.
La mostra mette in evidenza la continuità di queste idee nell’era
medievale e moderna. Porta l’attenzione sull’uomo Gesù, il cui corpo e volto
sarebbero tracciati sul venerabile telo, suggerendo come pittori e scultori di
vari periodi l’abbiano visualizzato.
Il cristianesimo
ha sempre raffigurato il corpo alla luce della propria idea dell’essere umano.
A differenza dei miti pagani, che presentavano gli dei con tutti i difetti
degli uomini, la cultura biblica giudeo-cristiana ritiene che l’uomo debba
aspirare alla perfezione di Dio, e soprattutto alla sua misericordia.
"Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso", ha
detto infatti Gesù (Luca 6, 36), e questa misericordia
caratteristica dell’essere umano aveva una singolare componente corporea. Già
nell’Antico Testamento molte parole del Dio incorporeo lo mostrano sensibile al
tremore della pelle del povero. Nello stesso spirito Gesù descrive come, nel
giudizio finale, il Figlio dell’uomo premierà quanti avranno avuto cura
corporale del prossimo: "Ho avuto fame e mi avete
dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi
avete ospitato, nudo mi avete vestito" (Matteo 25, 35-36).
Per i credenti in
lui, Gesù, Figlio di Dio, è diventato quel povero a cui
bisogna rendere il mantello prima di notte: l’affamato, l’assetato, l’escluso,
il senza tetto, l’ignudo da coprire. Dice un teologo greco
del IV secolo, il vescovo san Macario: "Il contadino, quando si accinge a
lavorare la terra, sceglie gli strumenti più adatti e veste anche l’abito più
acconcio al genere di lavoro. Così Cristo, re dei cieli e vero agricoltore,
prese un corpo umano, e, portando la croce come strumento di lavoro, dissodò l’anima arida e incolta, ne strappò via le spine e i
rovi degli spiriti malvagi, divise il loglio del male e gettò al fuoco tutta la
paglia dei peccati. La lavorò così col legno della croce e piantò in lei il
giardino amenissimo dello Spirito. Esso
produce ogni genere di frutti soavi e squisiti per Dio, che ne è il
padrone".
Ecco, l’immagine
di Dio contemplata nel corpo sofferente di Gesù implica questa dinamica di
purificazione e crescita. Implica anche un processo in cui il soggetto umano
scopre e comprende se stesso, come suggerisce un padre della Chiesa, Pietro Crisologo, quando immagina Gesù
crocifisso che invita i credenti a riconoscere nel suo corpo sacrificato il senso
morale della loro vita. "Vedete in me il vostro corpo, le vostre membra,
il vostro cuore, il vostro sangue, ci dice Gesù. O
immensa dignità del sacerdozio cristiano! L’uomo è divenuto vittima e sacerdote
per se stesso. Non cerca fuori di sé ciò che deve immolare a Dio ma porta con
sé e in sé ciò che sacrifica. Sii, o uomo, sacrificio e sacerdote, fa del tuo
cuore un altare, e così presenta con ferma fiducia il tuo corpo come vittima a
Dio. Dio cerca la fede, non la morte. Ha sete della tua preghiera, non del tuo
sangue. Viene placato dalla volontà, non dalla
morte".
Sono citazioni,
queste, utili per capire la concezione di corporeità e di personalità elaborata
nei secoli attraverso immagini di Gesù: l’idea del corpo come luogo di una
dignità insita nell’essere umano – di una capacità "sacerdotale" di
offrirsi – e del volto come specchio di libertà consapevole. Le opere in mostra infatti mettono lo spettatore nelle condizioni di quelle
donne e di quegli uomini descritti nel Nuovo Testamento, per cui il corpo e
volto di Gesù erano luoghi di sorprendente, anche scandalosa, scoperta.
Quando ad esempio
Gesù tornò dal deserto al suo paese, Nazaret, e nella
sinagoga lesse ad alta voce i versetti messianici di Isaia, l’evangelista Luca
narra che "gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di
lui" (Luca 4, 16-24). Alle parole d’Isaia,
infatti, Gesù aggiunse altre parole, inaspettate e per i presenti certamente
incomprensibili: "Oggi – disse – si è adempiuta questa Scrittura che voi
avete udita con i vostri orecchi". Gli occhi dei
presenti stavano sopra di lui, fissi sul suo corpo e sul volto, perché la sua
affermazione "oggi si è adempiuta questa Scrittura" li obbligava ad
associare le antiche promesse di una futura era benedetta con questo giovane
uomo seduto in mezzo a loro: con lui come presenza fisica, con il suo corpo,
con l’espressione del suo volto. "Non è costui il figlio di
Giuseppe?", chiedono subito, incapaci di vedere in Gesù più di quanto
credevano di conoscere, così che egli commenta: "Nessun profeta è bene
accetto nella sua patria".
Un’occasione
analoga, assai più drammatica, è narrata nel sesto capitolo del Vangelo di
Giovanni. Due giorni dopo la sua miracolosa moltiplicazione di pani e pesci per
sfamare una folla immensa, Gesù spiega che il vero pane offerto dal Padre
all’umanità – il pane disceso dal cielo – era lui stesso. Di
nuovo allora i suoi ascoltatori si chiedono: "Costui non è Gesù, il figlio
di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come può dire: Sono disceso dal cielo?”. Ma
egli insiste: "Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno
mangia di questo pane, vivrà in eterno e il pane che io darò
è la mia carne per la vita dell’uomo". E ancora:
"Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue,
non avete in voi la vita, perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera
bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue
rimane in me e io in lui". L’evangelista Giovanni descrive la negativa
reazione a queste parole da parte degli ascoltatori, e come "da quel
momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con
lui", e non si fa fatica a capirli, perché Gesù pretendeva che vedessero
il suo corpo come alimento, e così pure il suo volto: "Questa infatti è la volontà del Padre: che chiunque vede il Figlio
e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo
giorno". Molte opere in mostra prendono luce da questi asserti, anche
perché originalmente fatte per altari, dove il corpo e il volto di Gesù raffigurati
dall’artista erano visti in prossimità al pane e vino dell’eucaristia, corpo e
sangue del Signore.
La mostra invita
quindi a riscoprire la particolare intensità con cui i credenti d’altri tempi –
i committenti materiali e gli originali fruitori delle
opere esposte – guardavano un corpo e un volto ritenuti “vero cibo” e “vera
bevanda”; un corpo e un volto che, interiorizzati, li avrebbero trasformati col
dono della “vita eterna”. Quest’esperienza, forse pienamente accessibile solo
alla fede, può essere immaginata anche da chi non crede; anzi, deve essere
immaginata, perché costituisce il normale contesto di
comprensione di simili opere d'arte, una componente imprescindibile del loro
messaggio.
Imprescindibile è
anche la tensione morale che doveva condizionare la lettura originaria di molte
delle opere esposte nella mostra. In immagini legate all’eucaristia, infatti,
come nella stessa celebrazione della messa, il credente cerca, oltre ciò che vede, qualche cosa di più, e ogni immagine
associata al rito si pone come "epifania" ed "apocalisse",
come manifestazione e rivelazione di una futura trasformazione. L’arte nel
luogo di culto infatti illumina l’attesa dei
cristiani, e nei personaggi ed eventi che essa illustra le immagini sacre si
offrono come specchi dell’Immagine in cui i fedeli sperano di essere
trasformati, Gesù Cristo.
La mostra copre il
periodo corrispondente alla fine del Medioevo, al Rinascimento e al Barocco, in
cui il corpo e il volto della persona umana tornano ad
essere nell'arte occidentale primari portatori di significato. Questi elementi
figurativi, perfezionati dai greci cinque secoli prima di Cristo, in un primo
periodo erano stati rifiutati dalla nascente cultura cristiana, che al
naturalismo pagano preferiva un linguaggio meno ambiguo, col corpo presentato
come segno e col volto trasfigurato dalla fede. Tale rifiuto della fisicità e
della personalità, che rifletteva anche il severo giudizio cristiano
sull’amoralità e sull’individualismo del mondo pagano, fu tra le cause della
perdita d’interesse per il corpo e il volto come soggetti d’arte tra il V e l'XI secolo.
Fu la nuova
spiritualità incentrata sull’uomo – la spiritualità di
stampo francescano del Duecento e del Trecento – a far riscoprire l’arte
greco-romana così adatta a descrivere il corpo e le emozioni. Grazie a questo
nuovo dialogo con l’antica civiltà pagana, la cristianità europea elaborò anche
un diverso rapporto con la storia, in cui valori ritenuti propedeutici alla
fede in Gesù verranno considerati componenti di
un’unica rivelazione affidata all’essere umano a prescindere dall’origine
culturale e religiosa. Contenuto centrale di quest’unica rivelazione è
l’umanità stessa, riconoscibile nell’eloquente bellezza e nella vulnerabilità
del corpo, nel dolore e nella gioia scritti sul volto; a dimostrare la sua
legittimità è la convinzione che lo stesso Figlio di Dio si è fatto uomo.
Le sette aree del
percorso espositivo suggeriscono queste idee: il corpo e la persona; Dio prende
un corpo; l’uomo Gesù; un corpo dato per amore; il
corpo risorto; il corpo mistico; il corpo sacramentale. L’allestimento mira a
suggerire il contesto d’uso iniziale della quasi
totalità delle opere, il luogo liturgico cattolico, ricollocando i dipinti, le
sculture, le oreficerie e i paramenti sacri in spazi che ricordano chiese. La
forma delle sale, l’illuminazione e il sottofondo musicale che accompagna la visita sono state pensate in funzione di
questo obiettivo, con uno scopo però più scientifico che religioso: quello di
riabilitare come dato storico il messaggio teologico ed emotivo inteso dagli
artisti e dai committenti delle opere. Alcuni dipinti sono addirittura
allestiti sopra altari per evocare il rapporto visivo tra immagine e rito:
diverso infatti è l’impatto di una Deposizione o Pietà
vista in un museo e quello della stessa opera sopra una mensa eucaristica; nel
secondo caso la percezione del corpo di Cristo raffigurato è condizionata dalla
fede che lo stesso corpo sia realmente presente, seppur invisibile, nel pane e
vino consacrati.
Le molte opere in
mostra suggeriscono inoltre qualcosa della densità iconografica tipica delle
chiese cattoliche del passato. Tale affollamento di immagini
conferiva un carattere visionario a questi luoghi, dove raffigurazioni di
Cristo, di Maria e dei santi davano colore e interesse umano ai personaggi e
agli eventi di cui parlano le Scritture e la tradizione, offrendo un’immersione
così totale che il fedele si percepiva circondato dai personaggi e partecipe
degli eventi, membro dell’unica comunione dei santi e parte dell’unica storia
della salvezza.
Tuttavia il
soggetto dell'esperienza estetica, come dell'esperienza
cultuale, rimane l'uomo. È a lui e alla sua corporeità che parlano i colori e
le forme. L'arte che fa vedere Cristo – insieme a veri "specchi del suo
Vangelo" quale la Sindone – invita a contemplare Cristo che prende forma
in noi, speranza di gloria, bellezza di vita eterna. E in lui visto e
conosciuto e amato comprenderemo finalmente che il senso della nostra vita
anche corporea, della nostra carne, degli affetti, dei ricordi, e del sangue,
suo e nostro, di ogni persona umana tradita, sacrificata, uccisa. Il poco
sangue della Sindone si rivelerà allora un Mar Rosso attraverso cui Cristo ci
conduce alla terra promessa. L’Espresso
on line 30
Der Papst betet am Turiner Grabtuch
Turin - Papst Benedikt XVI. hat am
Sonntag vor dem Turiner Grabtuch gebetet. Seine Meditation vor der Reliquie,
die das Abbild eines gekreuzigten Mannes zeigt, war der Höhepunkt eines eintägigen
Besuchs in der norditalienischen Industriemetropole.
Benedikt XVI. nannte das Leintuch ein
Bild aus dem "Niemandsland zwischen Tod und Auferstehung", das auch
an die Verborgenheit Gottes angesichts der Konzentrationslager und der
Atombombenabwürfe auf Hiroshima und Nagasaki erinnere. Am Vormittag hatte das
Kirchenoberhaupt eine große Messe in der Turiner Innenstadt gefeiert. Der
Nachmittag war von einem Treffen mit Jugendlichen aus Norditalien bestimmt.
Das berühmte Tuch soll das Leichentuch
Jesu sein. Zahlreiche Wissenschaftler ziehen das allerdings in Zweifel. Auf dem
vier mal ein Meter großen
Stoffstück sind die Umrisse und das Antlitz eines Mannes zu erkennen, der
Kreuzmale trägt. Zweifel an der Echtheit kamen 1988 auf, als Wissenschaftler
nach Untersuchungen erklärten, der Stoff stamme mit 95-prozentiger Sicherheit
aus dem Zeitraum von 1260 bis 1380. Das Ergebnis bleibt jedoch umstritten. Wie
der Abdruck auf das Tuch gekommen ist, ist ungeklärt.
In seiner Ansprache im Dom nannte
Benedikt XVI. das Grabtuch eine "mit Blut gemalte Ikone". Zu Beginn
kniete er lange vor dem 4,37 Meter langen und 1,11 Meter breiten Leinen, das
derzeit im Altarraum der Kathedrale ausgestellt ist. Die Reliquie ist erstmals
seit zehn Jahren wieder öffentlich zu sehen. Im gesamten Ausstellungszeitraum
vom 10. April bis zum 23. Mai rechnet das Erzbistum Turin mit mehr als zwei
Millionen Besuchern.
Das Grabtuch erinnere an die
Verborgenheit Gottes am Karsamstag, sagte der Papst; dies sei zugleich eine
Erfahrung des zeitgenössischen Menschen "als eine Leere im Herzen, die
sich immer weiter ausgebreitet hat". Benedikt XVI. verwies dabei auf ein
Zitat Friedrich Nietzsches: "Gott ist tot! Und wir haben ihn
getötet!" (RPO 2)
Kirche will andere Migrationspolitik in Europa
Die katholische Kirche fordert eine
umfassende Wende in der europäischen Einwanderungspolitik. Die Pluralität der
Kulturen sei heute in Europa eine unumkehrbare Wirklichkeit, die von den
Staaten positiv gestaltet werden müsse, heißt es in einer gemeinsamen Botschaft,
die am Freitag in Malaga am Ende einer dreitägigen
Bischofsversammlung verabschiedet wurde. An dem Treffen hatten Bischöfe und
kirchliche Repräsentanten aus 22 Ländern Europas sowie aus dem Vatikan
teilgenommen. Als Tagungsort hatte der Rat der Europäischen Bischofskonferenzen
(CCEE) die südspanische Stadt Malaga gewählt, die
seit dem Schengener Abkommen von 1985 an einer Nahtstelle der Immigration von
Afrika nach Europa liegt.
Für Dialog der Kulturen - In ihrer
Botschaft wandten sich die für Migrationsfragen zuständigen Kirchenvertreter
dagegen, Einwanderer als Bedrohung der europäischen Identität zu sehen.
Immigration müsse keineswegs Kulturen auflösen oder zu Gewalt zwischen den
unterschiedlichen ethnischen Gruppen führen. Die Tagung sprach sich für einen
Dialog der Kulturen und gegen das Konzept einer „kulturellen Dominanz“ aus. In
einer integrationsbereiten Gesellschaft könnten Einwanderer nicht nur in
wirtschaftlicher Hinsicht eine Bereicherung sein. Die europäischen Regierungen
werden in der Schlusserklärung aufgefordert, die Einheit der Familie auch für
Einwanderer als ein fundamentales Recht anzuerkennen. Ferner müsse in allen
Ländern ein Rechtsrahmen geschaffen werden, der die Menschenwürde der
Immigranten respektiere.
Allen Einwanderern helfen - Die Hilfe
der Kirche für die Immigranten in Europa muss allen Fremden unabhängig von
ihrem Glauben und ihrer Herkunft gelten. Dies betonte der Erzbischof von
Madrid, Kardinal Antonio Rouco Varela, am Samstag in Malaga. Der Kardinal äußerte sich in einer Predigt beim
Abschlussgottesdienst des VIII. Migrationskongresses der Europäischen
Bischofskonferenzen. Rouco betonte, in der „delikaten
historischen Situation“, in der sich Europa durch die demografische und
wirtschaftliche Krise befinde, müsse sich die Kirche mehr denn je am Lehramt
der Päpste Johannes Paul II. und Benedikt XVI. orientieren. Dazu gehören die
bedingungslose Nächstenliebe, die brüderliche Aufnahme der christlichen
Einwanderer in den Gemeinden und die umfassende Unterstützung der Caritas für
alle Immigranten. Untrennbar davon sei ein verstärktes Engagement der Kirche
für die Neuevangelisierung Europas angesichts eines verschärften Laizismus und
Säkularismus. Die Kirche dürfe auch nicht an der Tatsache vorbeigehen, dass die
Gesetzgebung in Europa immer öfter mit der christlichen und naturrechtlichen
Tradition breche. Die Verweigerung des Lebensrechts von der Empfängnis an trage
zu der schweren demografischen Krise bei, die den Horizont der Zukunft Europas
verdunkle. (kipa/pm 30)
1. Mai: Papst für stärkere Regulierung der Weltwirtschaft
Vor dem Hintergrund der
Wirtschaftskrise und der Verteilungsdiskussionen rund um den 1. Mai hat sich
der Papst für eine stärkere Regulierung der Weltwirtschaft ausgesprochen. An
die Stelle einer Wirtschaftstheorie im Sinne einer Spirale von Produktion,
Konsum und Weckung von Bedürfnissen müsse eine Sicht treten, die ökonomisches
Handeln als praktische Ausübung der Verantwortung auffasst, „die Würde des
Menschen zu fördern“.
Im Auge behalten werden müssten „die
Suche nach dem Gemeinwohl, die integrale Entwicklung – politisch, kulturell und
spirituell - des Individuums, der Familie und der Gesellschaft“, so Benedikt
XVI. Er äußerte sich im Vatikan vor den Mitgliedern der Päpstlichen Akademie
für Sozialwissenschaften, die bis Dienstag, 4. Mai, eine Konferenz zum Thema
„Die Krise in der Weltwirtschaft – Neuplanung der Reise“ abhält.
In seiner Rede forderte der Papst die
Wissenschaftler auf, nach objektiven Bewertungskriterien für wirtschaftliche
Strukturen, Institutionen und Entscheidungen zu suchen. Die Finanzkrise habe
die Brüchigkeit des gegenwärtigen ökonomischen Systems gezeigt. Dadurch sei die
These widerlegt worden, dass der Markt sich allein regulieren könne. Die
Beziehung zwischen Menschen dürfe nicht nur auf Eigeninteresse und Profitsuche
reduziert werden.
Die 1994 gegründete Päpstliche Akademie
für Sozialwissenschaften hat die Aufgabe, „das Studium der sozialen,
wirtschaftlichen, politischen und juristischen Wissenschaften im Licht der
Soziallehre der Kirche zu vertiefen und zu fördern“. Ihr gehören rund 35
Wissenschaftler unterschiedlicher Disziplinen und Religionen an, darunter
etliche Nobelpreisträger. Präsidentin der Akademie ist die Harvard-Juristin und
frühere Botschafterin der Vereinigten Staaten beim Heiligen Stuhl Mary Ann Glendon. (kap 1)
Plädoyer für „eine ganz neue Solidarität“
„Vorabend des 1. Mai“ mit Kardinal
Lehmann und Ingrid Sehrbrock
Mainz. Für „eine ganz neue Solidarität“
in der Gesellschaft hat sich der Mainzer Bischof, Kardinal Karl Lehmann, bei
einem Gottesdienst am Freitagabend, 30. April, im Mainzer Dom ausgesprochen.
Wörtlich sagte er: „Es ist keine Frage,
dass wir in hohem Maß in unserer zerrissenen Gesellschaft, in der oft nur
einzelne Interessen und Bedürfnisse vorherrschen, eine ganz neue Solidarität
brauchen, in der eine echte Wechselseitigkeit des Einsatzes füreinander
vorherrscht, wo man überhaupt die Situation der anderen unvoreingenommen und
sensibel wahrnehmen muss." Dann erst werde der Mensch fähig zu konkret
gelebter Solidarität.
Der Gottesdienst war Auftakt zum
traditionellen Empfang am „Vorabend des 1. Mai" der in diesem Jahr unter
Überschrift stand: „Gute Arbeit - Solidarisch mit Herz und Verstand - Gemeinsam
Wege aus der Krise finden". Der Kardinal würdigte das Thema des Abends als
„gerade in wirtschaftlich schlechteren Zeiten notwendig". Er sagte:
„Arbeit darf in solchen Situationen nicht verkommen. Es ist das Ziel des
Deutschen Gewerkschaftsbundes (DGB) und auch der Sozialverbände in der Kirche
sowie auch der Betriebsseelsorge, dass dies bei den vielen Wandlungen nicht aus
den Augen verloren wird." Veranstalter waren das Referat Berufs- und
Arbeitswelt des Bischöflichen Ordinariates, die Katholische Arbeitnehmer-Bewegung
(KAB) und das Kolpingwerk.
Lehmann ging in seiner Predigt auf den
Begriff Solidarität ein und betonte, dass „soziale Solidarität" nicht
einfach an die Stelle christlicher Nächstenliebe treten könne. Gerade die
katholische Soziallehre habe den Solidaritätsbegriff weiterentwickelt. Wörtlich
sagte der Kardinal: „In der modernen Welt hängen die einzelnen Menschen trotz
einer zunehmenden Individualisierung letztlich doch wieder sehr von der
Gesellschaft ab. Deshalb empfindet man auch die Solidarität als ganz wichtig.
Dabei geht es vor allem um eine Wechselseitigkeit unter den Menschen, die
dieselbe Würde haben. Man kann also wohl sagen, dass die Kernbedeutung von
Solidarität ‚Hilfe auf Gegenseitigkeit innerhalb einer Schicksalsgemeinschaft' ist.
Weil die Solidarität nicht streng rechtlich geschuldet ist, sondern doch eine
moralische Kategorie ist, bleibt sie in der Nähe der Menschenliebe, ist aber
doch auch etwas anderes, weil es bei der Solidarität immer um eine Leistung und
eine Gegenleistung geht. Die Wechselseitigkeit bleibt bestehen."
Solidarität sei in der katholischen
Soziallehre „ein durchgehender Grundsatz der Gestaltung menschlicher
Gesellschaft", betonte Lehmann. Deshalb sei damit mehr gemeint als nur ein
Gemeinschaftsgefühl oder eine soziale Gesinnung, die sich an den Einzelnen
richte. „Vielmehr ist ein ganz grundlegender Zusammenhang gemeint, der in der
menschlichen Natur begründet ist: In der Natur des Menschen findet sich die
Ausrichtung auf die Gesellschaft, in der sich die Anlagen des Einzelnen erst
entfalten können. In diesem Sinne ist die Solidarität eine sittliche
Pflicht."
Als Grundhaltung für die ganze
Gesellschaft habe die Solidarität ihre Begründung aus dem Glauben im Wirken
Jesu, sagte Lehmann. Indem er eine menschliche Natur angenommen habe, den
Menschen in allem gleich war außer der Sünde und für alle sein Leben hingegeben
habe, habe er damit „in besonderer Weise den Einsatz Gottes für alle Menschen
bis zu seinem Sterben ‚für alle' gelebt. Dies ist auch das Lebensprinzip von
Kirche." Konzelebranten waren Domdekan Heinz Heckwolf,
KAB-Präses Dr. Friedrich Röper, Kolping-Präses
Harald Röper und Kolping-Bezirkspräses Dieter Bockholt. Die Kollekte des Gottesdienstes ist für die
Aktion „Sympaten" des Referates Berufs- und
Arbeitswelt bestimmt, bei der Jugendliche in der Zeit zwischen Schule und
Ausbildung von Paten begleitet werden.
Vortrag von Ingrid Sehrbrock
Beim anschließenden Empfang im Erbacher
Hof plädierte Ingrid Sehrbrock, stellvertretende
Vorsitzende des Deutschen Gewerkschaftsbundes (DGB), dafür, „der sozialen
Marktwirtschaft zu einer neuen Renaissance zu verhelfen". Sie bedauerte,
dass „der Primat der Politik abhanden" gekommen sei. „Die Solidarität ist
in den letzten Jahren stetig unter die Räder gekommen", sagte Sehrbrock. Ein Ursache der Krise sei, dass
Grundsatzprogramme in der Politik „praktisch keine Rolle mehr spielen",
betonte Sehrborck. Die anschließende Diskussion wurde
von Erich Michael Lang von der Allgemeinen Zeitung Mainz moderiert.
Pastoralreferentin Ingrid Reidt, Leiterin der
Regionalstelle Rüsselsheim der Betriebsseelsorge, hatte in ihrer Begrüßung im Ketteler-Saal des Erbacher Hofes rund 200 Teilnehmer
willkommen geheißen.
Kardinal verlieh Preise der „Pfarrer
Röper-Stiftung"
Für besonderes Engagement im Bereich
der Ausbildung verlieh Kardinal Lehmann am Ende des Abends
zwei Preise der „Pfarrer Röper-Stiftung". Ausgezeichnet wurden die
Mitarbeiter des „Ausbildungsrestaurants ina" in
Offenbach und der Fliesenleger Joao Pombeiro, der
sich in besonderer Weise für die Ausbildung sozial benachteiligter Jugendlicher
engagiert hat. Das „Ausbildungsrestaurant ina"
war Anfang des Jahres im Offenbacher Kolpinghaus für benachteiligte Jugendliche
aus Offenbach und Umgebung eröffnet worden und wird vom Verein „Initiative
Arbeit im Bistum Mainz e.V." getragen. Die Preise der „Pfarrer
Röper-Stiftung" werden seit 2003 werden bei der Begegnung zum „Tag der
Arbeit" verliehen. Dabei werden im Symbol einer vom Mainzer Bildhauer
Karlheinz Oswald gestalteten kleinen „Caritas"-Bronzefigur Unternehmen
geehrt, die sich für die Ausbildung von benachteiligten Jugendlichen besonders
einsetzen. tob (MBN) –
Kardinal Sterzinsky für Mindestlohn und Schutz vor Ausbeutung
Der Berliner Kardinal Georg Sterzinsky
hat sich für Mindestlöhne und einen besseren Schutz vor ausbeuterischen
Arbeitsverhältnissen ausgesprochen. Wenn die Tarifpartner die Forderung
akzeptierten, dass Menschen von ihrer Arbeit leben können, müssten sie auch
Mindestlöhne garantieren, sagte der Erzbischof am Freitagabend in Berlin in
einem Gottesdienst zum „Tag der Arbeit“. Zudem forderte er, auch „illegale“
Arbeitnehmer müssten sich an die Arbeitsgerichte wenden können, ohne ihre
Abschiebung zu riskieren. Weil es bislang nicht der Fall sei, begünstige dies
ungerechte Arbeitsverhältnisse. Auch wer gegen die Beschäftigung von
Zuwanderern ohne Aufenthaltsstatus sei, dürfe solche Verhältnisse nicht dulden.
Sterzinsky bezeichnete beide Forderungen als „Fronten, an denen die Kirche
kämpfen muss“. Dabei brauche die Deutsche Bischofskonferenz die Unterstützung
von Verbänden wie der Katholischen Arbeitnehmer-Bewegung (KAB). kna 1
Benedikt XVI.: „Wirtschaft von und für Menschen“. „Mehr Einsatz für die Jugend“
Produktion und Weltmarkt von Menschen
für Menschen – für ein solches Wirtschaftsmodell hat sich Papst Benedikt
gegenüber Mitgliedern der Päpstlichen Akademie für Sozialwissenschaften
ausgesprochen. Das Gremium der Universität kam an diesem Freitag zur 16.
Plenarsitzung zusammen; Thema war die Analyse der Wirtschaftskrise aus Sicht
der kirchlichen Soziallehre. Die weltweite Finanzkrise habe gezeigt, dass von
einer „Selbstregulierung“ des Marktes keine Rede sein könne, so der Papst. Es
brauche die Steuerung durch den Menschen, und zwar – unterstrich Benedikt – auf
Grundlage von international gültigen moralischen Standards.
„Zu den unabdingbaren ethischen
Prinzipien für das Wirtschaftsleben gehört die Förderung des Allgemeinwohls,
die im Respekt gegenüber der Menschenwürde gründet. Sie muss das erste Ziel von
Produktion, Handel, politischen Institutionen und sozialer Fürsorge sein.“
„Mehr Einsatz für die Jugend“ - Papst
Benedikt XVI. hat zu mehr Förderung von Kindern und Jugendlichen aufgerufen.
Die gegenwärtige gesellschaftliche Situation erfordere außergewöhnliche
Anstrengungen für die Ausbildung der künftigen Generationen, sagte der Papst
nach einem Konzert anlässlich seines fünften Amtsjubiläums am Donnerstag im
Vatikan.
„Erziehung scheint im sozialen Kontext
immer schwieriger und problematischer zu werden. Eltern und Lehrer sprechen oft
von Schwierigkeiten, den jungen Generationen
grundlegende Werte und redliches Verhalten zu vermitteln. Das betrifft sowohl
die Schule als auch die Familie sowie andere Erziehungsinstitutionen.“
(rv 30)
Deutschland: Weber plädiert für gemeinsames Abendmahl
Bei evangelisch verantworteten
Mahlfeiern auf dem 2. Ökumenischen Kirchentag in München sind alle getauften
Christen zum gemeinsamen Abendmahl eingeladen. Das hat der Catholica-Beauftragte
der Vereinigten Evangelisch-Lutherischen Kirche Deutschlands (VELKD), der
Braunschweiger Landesbischof Friedrich Weber, am Donnerstag in Frankfurt
gegenüber Journalisten angekündigt. „Wir wollen damit nicht gegen
römisch-katholische Regeln verstoßen, sondern unseren Überzeugungen treu
bleiben“, so Weber weiter. Der Vorsitzende der Ökumene-Kommission der Deutschen
Bischofskonferenz, der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller, nannte dies
„etwas taktierend uns gegenüber“ und verwies auf die ablehnende Haltung der
katholischen Kirche. Er machte deutlich, dass Katholiken in einem „tiefen Sinn“
an evangelischen Abendmahlsfeiern teilnehmen könnten, ohne das Abendmahl zu
empfangen. – Die reformatorischen Kirchen in Europa praktizieren seit 1973
untereinander Abendmahlsgemeinschaft und laden dazu
auch andere Getaufte ein. Die katholische Kirche versteht die Gemeinschaft am
Altar als Ausdruck der Einheit in Glauben und Lehre. Zur Kommunion sind daher
in der Regel nur Katholiken zugelassen. Nach katholischer Lehre ist ihnen die
Teilnahme an protestantischen Abendmahlsfeiern untersagt.
„Übertreten geboten!“ - Kann Kunst den
interreligiösen Dialog fördern? Auf einen Versuch lassen es jetzt 21
internationale Künstler der verschiedensten Glaubensrichtungen ankommen. Sie
präsentieren im Vorfeld des Ökumenischen Kirchentages ihre Werke in München.
Das Päpstliche Missionswerk „Missio“ hat gemeinsam
mit OCCURSO, dem Institut für interreligiöse und interkulturelle Begegnung, die
Aktion ins Leben gerufen. Radio Vatikan sprach mit André Gerth, Mitarbeiter bei
Missio über die Ausstellung mit dem einladenden
Namen.
Ökumene fordert und fördert - Der
Botschafter der Bundesrepublik Deutschland beim Heiligen Stuhl, Hans-Henning
Horstmann, betont in seiner Monatskolumne für Radio Vatikan die Bedeutung der Ökumene
für Gemeinsinn und Gesellschaft: „Deutschland ist mit seinen fast gleichgroßen
Anteilen katholischer und evangelisch-lutheranischer
Christen das Land der Ökumene“, schreibt er. (kipa
30)
Wolfgang Thönissen: „Ökumene steht unter Erwartungsdruck der Menschen“
In knapp zwei Wochen ist es soweit,
dann beginnt in München der zweite Ökumenische Kirchentag. Wolfgang Thönissen ist Direktor des Johann-Adam-Möhler-Instituts
für Ökumenik in Paderborn und berät auch den Vatikan
in ökumenischen Angelegenheiten: Seit zwei Jahren ist er Konsultor, also
Berater, des Päpstlichen Rates zur Förderung der Einheit der Christen in Rom.
„Die Ökumene ist ein dynamischer
Prozess. Wir teilen schon vieles miteinander. Wir können die Bibel miteinander
lesen. Die gegenseitige Anerkennung der Taufe ist ein wichtiges Moment dieser
ökumenischen Begegnung. Und vielleicht gelingt es uns, noch in dieser oder
auch, dies kann man wahrscheinlich zeitlich nicht festlegen, auch das Ziel,
gemeinsam die Eucharistie zu feiern, dass das uns irgendwann einmal gelingt zu
tun, wenn wir denn auch unsere eigenen ökumenischen Hausaufgaben gemacht haben,
die dagegen stehenden Fragen aufgenommen und aufgearbeitet zu haben.“
Thönissen
sieht, dass viele Menschen hin zu einer gemeinsamen Eucharistie drängten und
Antworten verlangten. Die Ökumene stehe immer auch unter einem bestimmten
Erwartungsdruck der Menschen, sagt er:
„Ich denke hier an die vielen Ehen,
Familien, die gemischt konfessionell leben. Kinder, die darin aufgewachsen
sind. Das ist sicher eine Herausforderung für uns alle. Und da sitzt auch
sozusagen der Stachel im Fleisch für die Kirchen und die Verantwortlichen, auch
für die Ökumeniker nach Wegen zu suchen, unter denen
eine größere Einheit möglich ist. Aber der Zeitdruck ist das eine. Das andere
ist, wir dürfen uns auch nicht unter Druck setzen lassen. Denn eine
Gemeinschaft muss wachsen. Wir haben 400 Jahre, 450 Jahre hinter uns, in denen
wir mehr oder weniger getrennt waren, in denen wir einander abgeschottet gelebt
haben. Das alles lässt sich nicht mit einem Federschritt beseitigen und jede
Einigung, die nicht wirklich in die Tiefe geht, führt zu neuen Konflikten. Das
müsste uns eigentlich eine Warnung sein.“ (Nicole Stroth,
Erzbistum Freiburg 29)
Die Überraschungsministerin Aygül Özkan
Man muss dem Thema „Religion“ und
„Integrationspolitik“ mit gefährlich realitätsfremder Oberflächlichkeit zugetan
sein, um zu behaupten, eine muslimische Sozialministerin in einer CDU-geführten
Landesregierung sei ein PR-Coup. Auch wenn die Personalie ohne Zweifel
Interesse auf sich zieht, ist sie weit mehr als ein billiger Trick. Dies haben
die ersten Tage seit ihrer Ernennung schon gezeigt. Die Debatten, die durch
Frau Özkan entfacht wurden, haben bei weitem übertroffen, was ein PR-Coup an
Überraschungen verursachen darf. Das nationale und internationale
Medieninteresse machen deutlichen, dass mit der Berufung und Vereidigung von
Frau Aygül Özkan eine Persönlichkeit mit hohem Symbolwert politische
Verantwortung übernommen hat. Die Person Aygül Özkan hat deshalb eine
faszinierende Symbolkraft, weil sie als Brückenpersönlichkeit erscheint,
zwischen unterschiedlichen Kulturen und Religionen, zwischen verschiedenen
sozialen Schichten und zwischen grundsätzlich verschiedenen Weltanschauungen.
Solche starken Symbole haben für viele einen Nachteil: Sie passen in kein
Schema.
Eine Muslimin in einer christlichen
Partei, geboren und aufgewachsen in Hamburg, deutsche Staatsbürgerin, ist
Tochter türkischer Eltern, die schon zur Zeit der Geburt der frischgebackenen
Ministerin den Sprung in die Selbständigkeit gewagt haben, ist kundig in der
christlichen und muslimischen religiösen Tradition, beheimatet aber in der
muslimischen, gebildet, bekennt sich ausdrücklich zu christlichen Werten, wird
Mitglied der CDU, bekommt ein Ministeramt angeboten und übernimmt es. Eine
solche Frau verdient Respekt und Aufmerksamkeit, weit bevor sie vor irgendeinen
Karren gespannt - oder vom Hof gejagt wird.
Eine ganze Reihe von Überraschungen sind bereits jetzt mit ihrer Person verbunden. Da ist
zunächst ihre Berufung als Ministerin in eine CDU-geführte Regierung und ihr
ausdrückliches Bekenntnis zu christlichen Werten. Bislang haben sich eher SPD
und Grüne die größere Identifikationskraft gegenüber türkischen Mitbürgern auf
die Fahnen geheftet. Da möchte man fragen: Welche Werte sind es, die
muslimische und christliche Traditionen verbinden?
Die Aussage, Kruzifixe haben in Schulen
ebenso wenig verloren wie Kopftücher, ist für eine CDU-Ministerin überraschend,
nicht aber für eine Frau, die die türkische Tradition kennt. Der Kemalismus ist
auch eine Geschichte des laizistischen Staates. Die türkische Form der Trennung
von Religion und Staat kann im Blick auf andere Staaten mit islamischer
Mehrheitsbevölkerung zu Recht als Erfolgsgeschichte betrachtet werden. Zwar
gibt es eine staatliche Regulierung des Islam durch eine eigene
Religionsbehörde und de facto leistete das Militär über viele Jahrzehnte eine
stetige Kontrolle des fragilen Kräftegleichgewichts und erwies sich als treuer
Nachlassverwalter Kemal Atatürks. Aber die Türkei ist heute ein moderner Staat,
in dem der Islam gedeihen konnte. Den westlichen Erwartungen an die
Religionsfreiheit genügt die Türkei jedoch noch nicht.
Überrascht hat auch, wie schnell die
Ministerin ihre persönliche Einschätzung zu der Kruzifix-Frage korrigiert hat.
Schnell hat sie sich den Maximen ihrer Partei gebeugt, obwohl ihre persönliche
Meinung jener der Richter des Verfassungsgerichtes von 1995 konformer ist, als
die Parteilinie der CDU. Wenn jedoch Politiker der C-Parteien glauben, dass
durch rustikal-deutsche Bemerkungen das Thema vom Tisch zu wischen sei („so
jemand wird in Bayern nicht Ministerin“, „sie kann Deutschland nicht
vertreten“), riskieren sie böse Überraschungen. Die Frage, ob das Kreuz in der
interkulturellen Praxis als Zeichen agieren kann, das die Gewaltlosigkeit und
den Frieden symbolisiert und zu gelebter Toleranz führt, d. h. zu Achtung vor
dem, mit dem man in Grundsätzlichem nicht einig ist, darf gestellt werden. Für
die Politik greifen theologisch-theoretische Erklärungen zu kurz. Das Kreuz
wird seine Identifikationskraft in der Praxis, auch vor Atheisten und
Andersgläubigen, bezeugen müssen – und da sind die Christen als Botschafter
gefragt. Jedenfalls haben die bisher vorgebrachten Bemerkungen mancher
CDU-Politiker nicht dazu beigetragen, die integrierende und friedensstiftende
Kraft des Kreuzes hervorzuheben. Christen müssen daran arbeiten, das Kreuz von
dem kulturellen Ballast der Kreuzzüge zu befreien und ihm jene Werte
anzuheften, wie sie beispielshaft neben anderen Papst Johannes-Paul II. geprägt
hat. („Krieg ist ein Abenteuer ohne Rückkehr“ oder das Treffen der Vertreter
Weltreligionen in Assisi 1986) Christen müssen auch den Mut haben, andere Religionen
zu fragen, welches ihr Einsatz für ein friedliches Miteinander von Religionen
und Menschen jeglicher Weltanschauung sei und gegebenenfalls von ihnen lernen.
Überrascht hat die Ministerin auch
durch die Schwurformel „So wahr mit Gott helfe“. Besonders
jene übergehen geflissentlich dieses Bekenntnis, die in ihr eine Fürsprecherin
des laizistischen Staates sehen. Das Bekenntnis zum Gottesglauben widerspricht
jenen, die im Gottesbekenntnis bisher ein Hindernis für ein friedliches
Miteinander der Religionen sahen. Die Ministerin macht deutlich, dass gerade
das Bekenntnis zu dem einen Gott, der in Abraham einen Hörenden gefunden hat,
eine starke und gemeinsame Grundlage für die Suche nach weiteren
Gemeinsamkeiten bildet. Dabei braucht die je eigene Identität nicht verraten
werden. Und gerade das Bekenntnis zu einem Schöpfergott vermittelt den
Gläubigen den Respekt vor jeder Kreatur.
Im Übrigen hat sich die Ministerin in
den kleinen Unterschieden der jüdisch-christlichen und muslimischen Tradition als
kundig erwiesen. In ihrer Erläuterung ihrer Schwurformel stellt sie fest, dass
sie den Gott Abrahams, Isaaks und Jakobs meint. Als Muslimin jedoch wäre
Ismael, Sohn Abrahams und seiner Magd Hagar, der wichtigste in dieser Reihe,
denn er ist der Stammvater der Araber. Obwohl er biblisch belegt ist, wird er
in der jüdisch-christlichen Tradition weniger genannt. Ihn hat sie auch nicht
genannt, wohl wissend, dass ihn die Christen weniger kennen und sich verwundert
gefragt hätten, wer dies wohl sei.
Vor dieser interkulturellen und
interreligiösen Feinsinnigkeit muten theologische Kommentare, wie die Aussage,
dass der Gott der Juden, Christen und Muslime nicht der gleiche sei, etwas zu
einfach an.
Man muss nicht mit allem einverstanden
sein, was Aygül Özkan sagt, aber ihre ersten Auftritte machen deutlich, dass
ein interessiertes Nachfragen nach den Hintergründen ihrer Meinung auf jeden
Fall lohnenswert ist. Sie verkörpert in ihrer Person jene Fragen und viele
erfahrungsgestützte Antworten, die für ein friedliches und verantwortungsvolles
Miteinander der Religionen nicht nur in Deutschland, sondern auch in Europa und
in einer globalisierten Welt notwendig sind. Die Übernahme eines Ministeramtes
durch die bekennende Muslimin Özkan in einer Regierung, die sich zu
christlichen Grundwerten bekennt, ist vor allem eine Herausforderung an ihre
Parteifreunde, ihre eigenen Argumentationsmuster darauf hin zu überprüfen, ob
sie dem eigenen Wertecredo standhalten.
Theo Hipp kath.de-Redaktion
Wegen Burka-Verbot. Prediger fordern Muslime zur Auswanderung auf
Unter islamischen Geistlichen stoßen
die Pläne Frankreichs und Belgiens für ein Verbot der Burka
auf Unverständnis. Prediger in konservativen arabischen Staaten sprechen von
mangelnder Toleranz. Ein saudischer Prediger forderte die Betroffenen auf, sie
sollten "das Land des Unglaubens verlassen".
Die islamischen Prediger in den
konservativen arabischen Staaten bringen für das in Frankreich und Belgien
geplante Burka-Verbot wenig Verständnis auf. Für die
meisten von ihnen ist das Verbot des Ganzkörperschleiers ein Ausdruck der
Intoleranz gegenüber den Muslimen. Ein Prediger aus Saudi-Arabien rief die
Muslime in Belgien sogar auf, auszuwandern.
Scheich Abdurrahman, der in der Al-Diraa-Moschee im Zentrum der saudischen Hauptstadt Riad
predigt, sagte: „Wenn ein Muslim seine Religion nicht schützen kann, dann soll
er auswandern. Denn das Land Gottes ist groß.“ Der saudische Prediger erklärte
weiter: „Wenn die Muslime, die dort leben, die Botschaft ihres Glaubens nicht verbreiten
dürfen, dann sollen sie das Land des Unglaubens verlassen.“
Der Prediger der Al-Sinidar-Moschee
in der jemenitischen Hauptstadt Sanaa, Chalid Bahischwan, zeigte sich
erstaunt über „diese Kampagne von Frankreich und Belgien, die sich gegen das
islamische Erscheinungsbild richtet“.
Denn in Europa lebten schließlich so
wenige Muslime, dass sich die Mehrheit von dieser Minderheit unmöglich bedroht
fühlen könne. Er betonte jedoch gleichzeitig, die Verschleierung des Gesichtes
sei für die muslimischen Frauen – im Gegensatz zum Tragen des Kopftuches –
keine religiöse Pflicht.
Mohammed Abdulkawi,
der in der Al-Mustafa-Moschee in der nordirakischen Kurden-Stadt Erbil predigt,
sagte, es sei falsch, dass sich Staaten wie Frankreich und Belgien, die
normalerweise die Freiheitsrechte ihrer Bürger hoch achteten, entschieden
hätten, den Musliminnen diese Freiheit nicht zuzugestehen. „Die europäischen
Frauen ziehen sich so unverhüllt an, wie es ihnen gefällt, weshalb sollen wir
dann nicht auch tun dürfen, was wir wollen“, schloss er.
Der schiitische Prediger Mohannad al-Mussawi aus Bagdad
Hunderte von ausländischen Touristen, bereisten arabische Länder und trügen
dabei "eine Kleidung die mit den Geboten des Islam nicht in Einklang
steht. Doch die arabischen Länder erlassen keine Gesetze, die sie daran
hindern, diese Länder zu besuchen. [Iran und Saudi-Arabien schreiben sowohl
einheimischen Frauen als auch Ausländerinnen das Tragen von Kopftüchern vor, d.
Red.] Weshalb behandeln sie uns nicht genauso?“
dw 30
TV-Kritik: Maybrit Illner. Religion als Privatsache?
Integrieren, assimilieren, vereinigen -
oder doch aneinander vorbeireden? Bei Illner diskutieren Wowereit, Broder und Dobrindt über Kruzifixe, Kopftücher und türkische
Ministerinnen. Eine kleine Nachtkritik von Rupert Sommer
Selten hat es sich weniger gelohnt, bei
einer Talkrunde auf das von einer wortspielverliebten Redaktion eigentlich
vorgegebene Ausgangsthema zurückzukommen als in der hitzigen, aber viel zu
sprunghaften Runde von Maybrit Illner.
Mit dem platten Motto “Kruzitürken“
konnte mitten im Berliner Hauptstadtstudio am ehesten noch der christsoziale
Spree-Bayer Alexander Dobrindt, Anwalt der
freistaatlichen Schul-Kruzifixe, etwas anfangen. “Unsere christlichen Symbole
sollten wir nicht verstecken“, mahnte er eifrig an. Die im Titel nachgeschobene
Frage “Sind wir offen für muslimische Minister?“, die sich auf die Vereidigung
der niedersächsischen CDU-Sozialministerin Aygül Özkan bezog, nahmen die
Anwesenden zum Anlass über vieles, vor allem aber über ihre Lieblingsthemen zu
reden.
Nicht in die Betten hineinregieren
Für die Frauenrechtlerin Seyran Ates, die schon häufiger bei Illner zu Gast war,
lief die Frage letztlich auf ihre wiederholt gestellte Forderung nach einer
sexuellen Revolution in den islamischen Gesellschaften hinaus. Nur wenn nicht
unter dem Vorwand einer Religion in die Betten hineinregiert werde, könnten
auch Auswüchse wie Zwangsverheiratungen in
Parallelgesellschaften verhindert werden - und Sex unter muslimischen
Jugendlichen zur selbstbestimmten Selbstverständlichkeit werden.
Berlins Regierender Bürgermeister Klaus
Wowereit nutzte die Gelegenheit, recht pauschal mit allen auch in Berlin
vertretenen intoleranten Glaubensgemeinschaften ins Gericht zu gehen und etwa
das Frauenbild orthodoxer Juden ebenso zu rüffeln wie die Haltung von
Erzkatholiken gegenüber homosexuellen Lebensgemeinschaften. Dass in Dobrindts CSU-Heimat Bayern trotz eines nicht ganz
unumstrittenen Verfassungsurteils die Kreuze weiterhin hängen, quittierte er
mit Spott und warf der CSU vor, “dauernd zum Verfassungsaufbruch“ aufzurufen.
“Der Freistaat hat die Klage verloren“, blaffte er den Generalsekretär an.
“Nehmen Sie doch mal als Demokrat zur Kenntnis, dass Sie eine schallende
Ohrfeige erhalten haben.“
Überraschung: Broder explodiert nicht
Ali Kizilkaya, Vorsitzender des
Islamrats für die Bundesrepublik Deutschland, kritisierte die “Doppelmoral“ in
der Debatte. “Ich als Muslim fühle mich von Kruzifixen nicht gestört“, erklärte
er freimütig. Politiker, die Özkans ursprüngliche
Kritik an christlichen Symbolen in staatlichen Schulen beklagten, machten sich
gleichzeitig für eine Einhaltung des Kopftuchverbots stark. So weit, so
verworren.
Die einzige Überraschung: Henryk M.
Broder explodierte nicht. Dem wortgewandten Provokateur traut man eigentlich
die Rolle des Zündlers zu. Wenigstens zu Beginn einer
zunehmend verfahrenen Diskussion hielt er sich merklich zurück, gab sich fast
staatsmännisch milde. “Die Menschheit hat schon Schlimmeres erlebt“, sagte er
zur Debatte um die erste muslimische Ministerin und erwähnte in einem Atemzug
den ersten schwarzen Präsidenten Obama, die “Ossi-Frau“ als Kanzlerin und den
“offen homosexuellen Außenminister“. Mit Statements wie “Migranten sind in der
Pflicht, sich um ihre Integration zu kümmern“ goss er sogar Wasser auf die
Mühlen des CSU-Manns Dobrindt.
"Eine schöne Rede für den
Bezirksparteitag" - Dann begann Broder doch ein wenig zu provozieren -
etwa als er den Unterschied zwischen dem eher “kulturellen“ Symbol des Kreuzes
und der muslimischen Verschleierung herausstrich. “Das Kopftuch symbolisiert
Unterwerfung und Gehorsam“, schimpfte er. Dennoch mäanderte das Gespräch
abenteuerlich weiter. Es kam von der Frage, auf welchen Gott sich die
gescholtene Ministerin bei ihrem Amtseid eigentlich berufen hat (den
altväterlichen der drei Weltreligionen, mutmaßte Illner; selbstverständlich den
christlichen, meinte Dobrindt), über
Mohammed-Karikaturen, Ehrenmorde, Gebetsräume an Schulen letztlich sogar zur
Bewerbungsnachteilen mit türkisch klingenden Nachnamen.
Erst am Tiefpunkt angekommen, zündete
Broder seine breit ausstreuende Polemik-Bombe: Er kritisierte die
fortschreitende desaströse “Konfessionialisierung des
öffentlichen Lebens“. “Die katholische Kirche steigt hierbei fröhlich mit ein“,
schob er hinterher. Dennoch attackierte er den vermeintlichen
Integrationsunwillen bei Islam-Gläubigen scharf. “Wenn wir von Problemen bei
der Integration sprechen“, so Broder, “dann reden wir zu 99 Prozent von den
Muslimen.“
Und die verachteten angeblich sogar die
Kultur ihres Gastlandes. Während es sowohl in der christlichen als auch in der
jüdischen Tradition eine Aufklärung gegeben hätte, vermisst er diese bei seinen
muslimischen Mitbürgern. “Der letzte Jude, der exkommuniziert wurde“, versuchte
sich Broder zu erinnern, “war Baruch Spinoza“. Von Maybrit
Illner nachgefragt, erläuterte er, dass er von einem aufgeklärtem Muslim
erwarte, dass er “aus seiner Religion kein Aufhebens“ mache, sie als
“Privatsache“ betrachte.
Eine ganz private Dimension auf über
weite Strecken viel zu unpräzise geführte Debatte (“eine schöne Rede für den
nächsten Bezirksparteitag“, frotzelte Broder über Wowereits Plädoyer für
allgemeine Toleranz) hätte als Abrundung eigentlich noch der deutsch-türkische
Kabarettist Alparslan Marx einbringen sollen. Der Mann, der sich in seiner
bemüht anspielungsreichen Stand-up-Einlage der
“Integrator“ nannte, ließ das anwesende Studiopublikum die Zähne aufeinander
beißen. Mit seinem offenbar überzeugungsernsten Aufruf, alle Ethnien innerhalb
Deutschlands zu vereinigen und für das Staatengebilde auch noch einen neuen
neutralen Namen zu finden, stieß er bei keinem der Diskussionsteilnehmer auf
Gegenliebe - und beim Publikum auf Ratlosigkeit.
Nur Talkmasterin Illner fand das
offenbar nicht. Sie beschloss die in die Zeitüberziehung ausgefranste Debatte
mit den beschwörenden Worten: "Eine rasante, sehr lehrreiche
Sendung." (sueddeutsche.de 30)