Notiziario religioso  3-5  Maggio  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 3 maggio. Il commento al Vangelo. “Io sono la via, la verità e la vita”  1

2.       Martedì 4 maggio. Il commento al Vangelo. “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”  1

3.       Mercoledì 5 maggio. Il commento al Vangelo. “Io sono la vite, voi i tralci”  1

4.       Una nuova casa. Europa e immigrati: il contributo della Chiesa  2

5.       Torino, 50mila per la messa del Papa. "Vicino a disoccupati, immigrati e precari". 2

6.       Il Papa: la Sindone di Torino è “un’Icona scritta col sangue”  3

7.       CCEE. Non temere l'incontro. In un'Europa multiculturale e multireligiosa  4

8.       Il Vaticano: «Gravi delitti da parte del fondatore dei Legionari di Cristo»  4

9.       CCEE. Quali prospettive? Comunità cristiana, società e mobilità umana in Europa  5

10.   Napoli: si ripete il miracolo di S.Gennaro  5

11.   Lavoro e crisi economica: messaggio dei vescovi del Friuli Venezia Giulia  5

12.   Chiesa e abusi. Con coraggio e verità. Lo "stile" indicato da mons. Crociata  6

13.   Passione di Cristo, passione dell'uomo  7

14.   Gesù. Il corpo, il volto nell’arte  7

 

 

1.       Der Papst betet am Turiner Grabtuch  8

2.       Kirche will andere Migrationspolitik in Europa  8

3.       1. Mai: Papst für stärkere Regulierung der Weltwirtschaft 9

4.       Plädoyer für „eine ganz neue Solidarität“  9

5.       Kardinal Sterzinsky für Mindestlohn und Schutz vor Ausbeutung  10

6.       Benedikt XVI.: „Wirtschaft von und für Menschen“. „Mehr Einsatz für die Jugend“  10

7.       Deutschland: Weber plädiert für gemeinsames Abendmahl 10

8.       Wolfgang Thönissen: „Ökumene steht unter Erwartungsdruck der Menschen“  10

9.       Die Überraschungsministerin Aygül Özkan  11

10.   Wegen Burka-Verbot. Prediger fordern Muslime zur Auswanderung auf 11

11.   TV-Kritik: Maybrit Illner. Religion als Privatsache?  12

 

 

 

Lunedì 3 maggio. Il commento al Vangelo. “Io sono la via, la verità e la vita”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 14,6-14) commentato da P. Lino Pedron 

 

6 Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7 Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8 Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9 Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10 Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. 11 Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.

12 In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. 13 Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14 Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

Dal tema del viaggio verso la casa del Padre, Gesù con naturalezza passa a parlare della via. Per giungere al Padre bisogna passare per il Figlio.

Tommaso desidera concretezza e chiarezza nei discorsi. Egli aveva capito che Gesù parlava di una via nel senso materiale di strada, mentre Gesù sta parlando della via come mezzo per giungere a Dio, come strumento per mettersi in contatto personale con il Padre. Per questa ragione, nella sua replica all’apostolo, Gesù proclama di essere la via per andare verso Dio.

Gesù proclama di essere il mediatore per mettersi in contatto personale con il Padre. Nessuno può arrivare a Dio con le proprie forze né può servirsi di altri mediatori. Le parole di Gesù escludono qualsiasi altra mediazione all’infuori della sua (v. 6).

Come nessuno può andare verso il Cristo se non gli è concesso dal Padre (Gv 6,65), così nessuno può giungere al Padre senza la mediazione di Gesù.

Gesù proclama anche di essere la verità e la vita. Egli si identifica con la verità, cioè si proclama la rivelazione personificata di Dio.

Le tre parole via, verità e vita sono applicate al Cristo per indicare le sue tre funzioni specifiche di mediatore, rivelatore e salvatore. Gesù è l’unica persona che mette in rapporto con il Padre, che manifesta in modo perfetto la vita e l’amore di Dio per l’umanità e comunica al mondo la salvezza che è la vita di Dio.

Solo Gesù può condurre l’uomo a Dio, perché egli solo vive nel Padre e il Padre vive in lui. Perciò chi conosce Gesù conosce anche il Padre e chi vede Gesù vede anche il Padre.

L’intervento di Filippo riecheggia la domanda di Mosè rivolta al Signore: "Mostrami la tua gloria" (Es 33,18). Gesù gli risponde che egli vive nel Padre (vv. 9-10). L’apostolo avrebbe dovuto sapere che Gesù è una sola cosa con il Padre (Gv 8,24.28.58; 10,30.38; 13,13). Di conseguenza, vedendo Gesù si vede il Padre (v. 9).

Data questa mutua immanenza del Padre e del Figlio, le parole dette da Gesù in realtà sono pronunciate dal Padre che dimora in lui e le opere da lui compiute sono fatte dal Padre (v. 10).

L’immanenza del Padre nel Figlio può essere accettata solo per fede, per questo Gesù esorta i discepoli a credere in questa verità, se non altro a motivo delle opere straordinarie da lui compiute.

Gesù spesso invita alla fede pura, basata solo sulla sua parola (Gv 4,21.48; 6,29), per cui proclama beato chi crede senza aver visto (20,29). Egli tuttavia fa appello anche alla prova divina delle opere meravigliose e straordinarie compiute nel nome di Dio, per autenticare la sua missione divina, invitando i suoi ascoltatori a credere almeno per questa ragione (Gv 5,36; 10,25.37-38; 11,15). Per questo motivo il peccato d’incredulità dei giudei è senza scuse (Gv 15,24).

Nel v. 12 Gesù usa l’espressione solenne: "In verità, in verità vi dico" per richiamare l’attenzione sull’importanza dell’argomento trattato. Egli assicura ai suoi amici che, se crederanno nella sua persona divina, potranno compiere opere meravigliose e segni straordinari. La motivazione di questa possibilità di compiere opere eccezionali sta nel fatto che Gesù ritorna al Padre, presso il quale esaudirà le richieste dei discepoli (v. 13).

Affinché la preghiera sia esaudita, dev’essere fatta nel nome di Gesù, cioè dev’essere rivolta a Dio per mezzo di Gesù, mossi dalla fede nella mediazione del Figlio di Dio. Gesù non lascia senza risposta le preghiere dei suoi amici (v. 14). De.it.press

 

 

 

 

Martedì 4 maggio. Il commento al Vangelo. “Vi lascio la pace, vi do la mia pace

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 14,27-31a) commentato da P. Lino Pedron 

 

27 Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28 Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. 29 Ve l'ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate. 30 Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me, 31 ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato».

Gesù, dopo aver parlato dello Spirito Santo, dona ai suoi discepoli la sua pace. Essa sintetizza la pienezza dei beni messianici e si differenzia da quella del mondo che si esaurisce nella gioia effimera del piacere e del successo (Gv 16,20). Inondato dalla pace di Cristo, il cuore dei credenti non deve turbarsi o spaventarsi per la prossima partenza del Maestro, perché egli ritornerà da loro (vv. 27-28).

I discepoli non devono rattristarsi, ma rallegrarsi perché Gesù va dal Padre che è più grande di lui. In realtà il Padre è più grande di tutti (Gv 10,29), anche del Figlio suo, perché è la fonte dell’essere, della vita e dell’agire del Figlio e di tutte le creature (Gv 5,19ss). Egli è l’ideatore delle storia e della salvezza.

Gesù informa in anticipo i suoi amici della sua partenza per favorire la loro fede quando questo avverrà (v. 29). Gli avvenimenti finali della vita terrena di Gesù stanno concludendosi: il Rivelatore è alle ultime battute della sua missione. Il principe di questo mondo ha già scatenato la sua ultima offensiva (v. 30). Egli può dominare gli uomini e servirsene come satelliti, ma non ha alcun potere su Cristo. Con l’esaltazione del Cristo, il demonio è stato sconfitto e detronizzato (Gv 12,31), è stato giudicato e condannato (Gv 16,11).

Gesù però deve dimostrare il suo amore per il Padre, eseguendo il suo piano di salvezza che esige il suo sacrificio, perciò deve accettare la sconfitta della croce che è la vittoria effimera del principe di questo mondo.

Facendo la volontà del Padre, sottomettendosi spontaneamente alla sua passione dolorosa, Gesù mostra all’umanità fino a quale punto egli ama il Padre (v. 31). Questo sembra l’unico passo del vangelo di Giovanni nel quale si parla dell’amore di Gesù per il Padre. De.it.press

 

 

 

 

Mercoledì 5 maggio. Il commento al Vangelo. “Io sono la vite, voi i tralci”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 15,1-8) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3 Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. 4 Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. 5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6 Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

In questo brano Gesù scongiura i suoi amici di rimanere in lui, nel suo amore, per portare molto frutto e per godere la gioia in pienezza. L’espressione dominante di questo testo è "rimanere in", che ricorre sette volte.

Gesù si presenta come la vite della verità: in questo modo afferma di essere il Cristo, il profeta definitivo atteso dagli ebrei e la fonte della rivelazione piena e perfetta.

Nell’Antico Testamento la vite ha simboleggiato il popolo d’Israele. Il salmo 80 canta la storia del popolo di Dio utilizzando l’immagine della vite che Dio ha divelto dall’Egitto per trapiantarla in Palestina, dopo averle preparato il terreno.

La presentazione del Padre, come l’agricoltore che coltiva la vita identificata con Gesù, richiama il canto d’amore di Isaia 5,1-7 nel quale il Signore è descritto come il vignaiolo che cura la casa d’Israele.

La vite-Gesù produce numerosi tralci; non tutti però danno frutto. Il portare frutto dipende dal rapporto personale del discepolo con Gesù, dall’unione intima con il Cristo. L’opera purificatrice di Dio nei discepoli di Gesù ha come scopo una fecondità maggiore.

Dio purifica i discepoli dal male e dal peccato per mezzo della parola di Gesù. Per Giovanni la purificazione è legata alla parola di Cristo, cioè all’adesione, per mezzo della fede, alla sua rivelazione.

Gesù parla della mutua immanenza tra lui e i suoi amici. Nel passo finale del discorso di Cafarnao, egli aveva fatto dipendere questa comunione perfetta tra lui e i suoi discepoli dal mangiare la sua carne e dal bere il suo sangue (Gv 6,56). La finalità della comunione intima con Gesù, il frutto che ogni tralcio deve portare è la salvezza.

L’uomo separato da Cristo, che è la fonte della vita, si trova nell’incapacità di vivere e operare nella vita divina. Senza l’azione dello Spirito Santo è impossibile entrare nel regno di Dio (Gv 3,5); senza l’attrazione del Padre, nessuno può andare verso il Cristo e credere in lui (Gv 6,44.65).

Come il mondo incredulo si trova nell’incapacità totale di credere (Gv 12,39) e di ricevere la Spirito della verità (Gv 14,17), così i discepoli, se non rimangono uniti al Cristo, non possono operare nulla sul piano della fede e della grazia (v. 5).

Chi non rimane in Cristo, vite della verità, non solo è sterile, ma subirà la condanna del giudizio finale (v. 6).

Una conseguenza benefica del rimanere in Gesù è l’esaudimento delle preghiere dei discepoli da parte del Padre. L’unione intima e profonda con Gesù rende molto fecondi nella vita di fede e capaci di glorificare Dio Padre (v. 8). De.it.press

 

 

 

 

 

Una nuova casa. Europa e immigrati: il contributo della Chiesa

 

Pubblichiamo un ampio stralcio dell'intervento del card. Josip Bozani?, arcivescovo di Zagabria e vicepresidente Ccee, con il quale si è aperto il 27 aprile a Malaga l'ottavo Congresso europeo sulle Migrazioni dal titolo "L'Europa delle persone in movimento. Superare le paure. Disegnare prospettive".

 

Le persone, che devono lasciare i loro Paesi e cercare altrove la possibilità di vivere meglio, hanno anche loro, prima di tutto, un grande bisogno di sentirsi amate. Proprio per questo hanno bisogno di avere con loro la famiglia, per sentirsi forti quando si trovano ad affrontare le paure che genera l'inserimento in una nuova realtà. Proprio per questo devono essere accolti come persone e non essere trattati come cose, schiavi o utensili. Ne consegue una conclusione che sembra ovvia. Per superare le paure si deve essere in un ambiente dove l'amore sia un'esperienza reale.

Proprio per questo, le questioni che riguardano le migrazioni dovrebbero essere sempre correlate alla dimensione comunitaria e famigliare delle persone e non troveranno mai una soluzione se affrontati soltanto dal punto di vista della giustizia e delle leggi. (…)

Un migrante che arriva in un luogo a lui sconosciuto, fuggito da guerre o persecuzioni, con fame o semplicemente per sviluppare le sue competenze in un nuovo lavoro o per ricercare un posto che gli permette di mantenere la sua famiglia, porta la sua visione del mondo e una propria esperienza religiosa, ma allo stesso tempo, trova una nuova realtà che è invitato a conoscere e ad amare per poter guardare al futuro. È qui che le comunità, soprattutto le comunità cristiane, dovrebbero anche dare un contributo molto importante. Accogliendo uno straniero, una comunità deve essere in grado di apprezzare quello che lui porta, ma anche fargli scoprire la sua nuova casa e dargli l'opportunità di vivere dentro la cultura locale.

Una persona che arriva, però, non viene da solo. Ci sono spesso altre persone del suo Paese che sono già lì e che costituiscono una certa comunità in mezzo e accanto alla società nazionale dove arrivano. E così c'è un dialogo culturale fra persone e fra comunità. Volere integrare non significa voler diluire l'altro per essere come noi. L'incontro di persone crea un dialogo. Se volere che l'altro sia uguale a noi è un errore, è altrettanto sbagliato trascurare l'identità culturale della società che accoglie gli immigrati, sia perché uno si chiude in una specie di ghetto sia perché si vuole che essa cambi per diventare simile a quella da dove si viene, come se la società potesse essere una cosa neutra.

La Chiesa è convinta che si possa difendere la persona che immigra e non dimenticare le persone del Paese che ospita. Questo è il motivo per il quale i governi devono, in nome del bene comune e della giustizia, definire politiche migratorie finalizzate a tutelare l'identità e il bene delle loro comunità senza dimenticare la dignità di ogni persona. Questo significa anche una responsabilità nell'impegnarsi a cercare modi per aiutare i Paesi d'origine a svilupparsi.

(…) Lo scopo, non lo dimentichiamo, è quello di potere portare a tutti, a quelli che accompagnano i migranti e, soprattutto, vorrei sottolineare, a coloro che sono la ragione del nostro essere qui, gli immigrati stessi e le comunità in cui arrivano, un segno di speranza e di rinnovato impegno. Sia la logica della carità a guidare il nostro modo di guardare la realtà e di pensare al futuro, tenendo conto di tutti gli aspetti della verità della migrazione. È questa apertura alla verità che rende la carità l'unica forza sociale capace di generare pace e di pieno sviluppo.

JOSIP BOZANI, arcivescovo di Zagabria e vicepresidente Ccee

 

 

Torino, 50mila per la messa del Papa. "Vicino a disoccupati, immigrati e precari".

 

Torino - Conclusa la celebrazione della Messa in piazza San Carlo, il Papa ha lasciato il palco allestito in piazza San Carlo applaudito dalla folla e dai pochi fortunati le cui case si affacciano sulla piazza. Il Papa, a bordo della papamobile, si è recato in Arcivescovado dove ha sostato fino alle 16:15, per tornare poi in piazza San Carlo per l’incontro con i giovani. Quindi ha raggiunto il Duomo dove è esposta la Sindone e, successivamente, il Cottolengo. Secondo le stime degli organizzatori della visita del Pontefice sono state 50.000 le persone che hanno partecipato all’evento, tra coloro che si trovavano in piazza San Carlo e quelli che invece hanno seguito la celebrazione dal maxischermo allestito in Piazza Castello o hanno sostato lungo il percorso del corteo per applaudire Benedetto XVI

I radicali protestano con un manifesto in piazza Savoia

Un mazzo di rose e un manifesto con la scritta «Libera Chiesa in Libero Stato», con la sottolineatura dell’aggettivo libero: li hanno posati alcuni esponenti radicali, nel giorno della visita del Papa, sul basamento dell’obelisco in piazza Savoia, eretto nel 1852 a ricordo delle leggi Siccardi che sancirono la separazione tra Stato e Chiesa.

 

Il monumento si trova lungo il percorso che oggi pomeriggio il Pontefice farà per l’ultima tappa a Torino, al Cottolengo. «Esiste ancora oggi un diffuso sentimento popolare - ha spiegato Caterina Simiand, ricercatrice ed esponente radicale - non necessariamente anticlericale contrario alle tante ingerenze della Chiesa e alle sue direttive in materia di morale, comportamento sessuale e ricerca scientifica»

Il Papa invoca la Madonna: «Che vegli sulla chiesa e sui suoi pastori»

Nella preghiera del Regina Caeli, recitata oggi alla fine della messa in piazza San Carlo a Torino, papa Benedetto XVI ha rivolto una speciale invocazione a Maria affinchè vegli «sulla Chiesa, sui pastori, sull’intera comunità dei credenti, perchè siano "sale e luce" in mezzo alla società». Ha anche pregato la Madonna perchè vegli su Torino e su tutti i suoi abitanti, in special modo sulle «famiglie e sul mondo del lavoro», su «quanti hanno smarrito la fede e la speranza», «sui malati, i carcerati e i sofferenti» e «sugli anziani, i giovani e le persone in difficolta».

 

Calca in piazza, oltre venti svenuti in un'ora

Sono 25mila i fedeli riusciti ad ottenre il bigliettino di prenotazione dallle parrochie di appartenenza. Chi è stato sistemato nei settori della seconda metà della piazza, quella più distante dal palco, sono accalcati in piedi. Sono più di venti le persone che si sono sentite male durante la prima ora, dalle 10, quando è arrivato il Papa. Caricate sulle barelle, sono state trasportate nelle quattro ambulanze sistemate ai quattro lati della piazza. Solo un anziano è stato ricoverato in ospedale per un problema cardiaco. Gli altri non sono gravi, sono svenuti a causa della ressa. Di sicuro non è reponsabile il caldo, perchè a Torino sta per piovere. Ad assisterli e a monitorare la situazione i volontari della Croce rossa italiana, delle Misericordie, della Croce verde e della Croce rossa militare.

 

Papa vicino a disoccupati, precari, immigrati

La vicinanza ai disoccupati, ai precari, alle famiglie in difficoltà, agli emarginati e agli immigrati è stata espressa oggi da Papa Benedetto XVI durante la messa in piazza San Carlo a Torino. «Qui - ha detto il pontefice nell’omelia - non mancano problemi e sofferenze, ma - ha osservato - la stessa sacra reliquia della Sindone invita i credenti alla speranza».

 

Papa ai politici: «Anche se è difficile, perseguite il bene comune»

Perseguire sempre il «bene comune», anche quando può apparire difficile. È questa l’esortazione lanciata da Benedetto XVI ai politici, in particolare a quelli torinesi, durante la messa celebrata stamane in piazza San Carlo. «Desidero - ha detto - incoraggiare lo sforzo, spesso difficile, di chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica». «La collaborazione - ha aggiunto - per rendere la città sempre più umana e vivibile è un segno che il pensiero cristiano sull’uomo non è mai contro la libertà, ma in favore di una maggiore pienezza che solo nella "civiltà dell’amore" trova la sua realizzazione»

 Troppi risentimenti e rancori nelle nostre vite

Troppi «rancori, divisioni, risentimenti» contraddistinguono la nostra esistenza: lo ha detto papa Benedetto XVI, durante la messa. Il pontefice ha preso spunto dal messaggio di Cristo «come io ho amato voi, così amatevi gli uni con gli altri».

Un comandamento che deve essere seguito , anche se «ovviamente con le nostre forze siamo deboli e limitati». «C’è sempre in noi - ha spiegato - una resistenza all’amore e nella nostra esistenza ci sono tante difficoltà che provocano divisioni, risentimenti e rancori»

In migliaia davanti al maxischermo in piazza Castello

Una bandiera doubleface con i colori della Germania da una parte e quelli del Vaticano dall’altra sventola in piazza Castello, dove migliaia di persone seguono la Messa concelebrata dal Papa su un maxischermo allestito davanti a Palazzo Reale. Centinaia di persone, invece, continuano a presentarsi ai varchi d’accesso di piazza San Carlo, dove si tiene la cerimonia, ma vengono gentilmente respinte dal servizio d’ordine. Tra i fedeli in silenzio e tra chi passeggia nel centro cittadino girano numerosi venditori di bandierine, a un euro, con i colori biancogialli dello Stato Pontificio e le scritte «Viva il Papa», «Benvenuto tra noi». Un di delusione, tra la gente che si era assiepata lungo il percorso fatto dalla papamobile da piazza Statuto a piazza San Carlo: molti ritenevano che il mezzo transitasse più lentamente e di poter salutare il Papa meno fugacemente. Un solo striscione polemico, finora, appeso al terzo piano in un palazzo di corso Principe Eugenio sul quale c’era scritto «Libero Stato in libera Chiesa».

Iniziata la messa a piazza San Carlo

Sotto un cielo plumbeo, davanti a migliaia di fedeli e a un ricco parterre di autorità civili, Papa Benedetto XVI ha dato inizio  con qualche minuto di ritardo, alla messa all’aperto in Piazza San Carlo a Torino, il «salotto buono» del capoluogo torinese. Il palco dell’altare è stato eretto tra le due chiese gemelle, quella di San Carlo e quella di Santa Cristina. All’arrivo in piazza, Ratzinger, in papamobile, ha saluto due ali di folla che lo acclamavano. Poi ha ricevuto il benvenuto ufficiale dal sindaco Sergio Chiamparino e dall’arcivescovo, cardinale Severino Poletto.

Cardinale Poletto al Papa: «Siamo felici che lei sia qui»

«Padre Santo, siamo felici che lei sia qui a Torino per confermarci nella fede e visitare - come altri due milioni di pellegrini - la Santa Sindone. La sua visita è per noi un evento di grazia».

 

Lo ha detto il card. Severino Poletto, arcivescovo del capoluogo piemontese, accogliendo il Papa in piazza San Carlo. «Torino, Padre Santo, è una città stupenda e complessa - ha aggiunto - ci stringiamo a Lei questa mattina per esprimere il nostro affetto di figli. E voglio ricordare anche quanti sono lontani dalla fede ma riconoscono in Lei un Maestro e la delicatezza di un padre che ama la Chiesa e l’umanità intera».

 

«Siamo sicuri - ha concluso tra forti applausi - che noi di Torino non siamo allo stretto del suo cuore, perche lei ci vuole benen come noi le vogliamo bene».

 

Chiamparino al Papa «Torino città laica ma rispettosa»

«Torino è una città che da sempre ha saputo e sa riconoscere il valore pubblico della religiosità. Torino è una città laica e rispettosa di tutte le religiosità»: è questo il saluto che il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, ha rivolto al Papa appena giunto in piazza San Carlo, prima tappa della sua trasferta lampo nel capoluogo piemontese, dove celebrerà la solenne messa davanti a oltre 25mila fedeli.

 

Torino «ha saputo e sa anche in momenti difficili - ha aggiunto il primo cittadino - sotto la sferza di una crisi e di una metamorfosi sociale intensa, lacerante e densa di incognite ma anche di potenzialità, accogliere e integrare chi veniva in cerca di lavoro, nel secolo scorso; accogliere e integrare oggi chi scappa da guerre e fame e cerca una possibilità di sopravvivere, di costruire una possibilità di vita, creando nel tempo una rete ampia e capillare di collaborazione tra le istituzioni».

Papa giunto in piazza San Carlo

Il Papa è giunto in Piazza San Carlo a Torino. Sono circa 25.000 le persone che la affollano. L’accesso alla piazza è stato consentito solo a persone munite di pass che, per i fedeli, sono stati distribuiti nelle parrocchie. La folla è esplosa in un boato di saluto appena la papamobile è entrata nella piazza. Gli interventi musicali nel corso della concelebrazione del Papa in piazza San Carlo a Torino sono affidati ad un’orchestra formata da musicisti del Conservatorio di Torino. Con loro un coro di 270 elementi provenienti da tutta Italia.

Letta e autorità locali in piazza San Carlo

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, è giunto in piazza San Carlo dove è atteso il Papa. In piazza ci sono già anche il presidente della Regione Roberto Cota, il sindaco Sergio Chiamparino ed il presidente della Provincia Antonio Saitta, che hanno preso posto davanti al palco dove sarà celebrata la Messa. Nelle prime file anche Emanuele Filiberto di Savoia

 

Cota accoglie il Papa, benvenuto in Piemonte

«Benvenuto in Piemonte»: sono le parole che il neogovernatore Roberto Cota ha rivolto a Benedetto XVI appena sceso dalla scaletta dell’aereo che lo ha condotto da Roma a Torino. Il Pontefice ha risposto al saluto augurando buon lavoro al Presidente della Regione Piemonte. Quello di oggi è il primo incontro tra il Papa e Cota da quando l’esponente della Lega è stato eletto alla presidenza della Regione

Aereo con a bordo il Pontefice arrivato a Caselle

L’aereo con a bordo il Papa è atterrato all’aeroporto torinese di Caselle. Benedetto XVI raggiungerà adesso piazza S.Carlo, dove è atteso da migliaia di persone

 

Migliaia di fedeli attendono il Papa in piazza San Carlo

Folla in Piazza San Carlo e nelle vie del centro di Torino in attesa dell’arrivo del Papa. Da questa mattina migliaia di persone stanno confluendo nella piazza dove Benedetto XVI celebrerà la Messa e reciterà il Regina Coeli. Sotto il palco allestito per la celebrazione ci sono sacerdoti e autorità locali. Il palco di 35 metri quadrati è allestito tra le Chiese di Santa Cristina e di San Carlo che si affacciano sulla piazza. Il colore dominante nella piazza è il viola: quello delle casacche dei «volontari della Sindone» che assistono e informano i pellegrini che giungono a Torino per l’Ostensione della Sacra Sindone, esposta in Duomo, dove oggi si recherà anche il Pontefice. LS 2

 

 

 

 

Il Papa: la Sindone di Torino è “un’Icona scritta col sangue

 

Il Papa venera nel Duomo di Torino il sudario che, secondo la tradizione, ha avvolto Gesù

 

TORINO - La Sindone di Torino è “un’Icona scritta col sangue”, sangue che mostra l'amore di Dio per l'uomo. Lo ha detto questa domenica Benedetto XVI nel venerare il sudario che, secondo la tradizione, avvolse il corpo di Gesù crocifisso.

Nella tappa più importante della sua visita a Torino il Papa si è inginocchiato davanti alla Sindone, di cui è in corso l’ostensione fino al 23 maggio nel Duomo di Torino sul tema: “Passio Christi – Passio hominis”.

Nel suo discorso, subito dopo, il Pontefice ha fatto riferimento al valore storico e scientifico della Sindone, riflettendo sul silenzio del Santo Sepolcro nell'orizzonte di speranza della Resurrezione.

“Mi sembra che guardando questo sacro Telo con gli occhi della fede si percepisca qualcosa di questa luce. In effetti, la Sindone è stata immersa in quel buio profondo, ma è al tempo stesso luminosa”, ha constatato.

Secondo il Pontefice, “se migliaia e migliaia di persone vengono a venerarla – senza contare quanti la contemplano mediante le immagini – è perché in essa non vedono solo il buio, ma anche la luce; non tanto la sconfitta della vita e dell’amore, ma piuttosto la vittoria, la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio; vedono sì la morte di Gesù, ma intravedono la sua Risurrezione; in seno alla morte pulsa ora la vita, in quanto vi inabita l’amore”.

Questo è il potere della Sindone, ha affermato il Vescovo di Roma, “dal volto di questo 'Uomo dei dolori', che porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre passioni, le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati - 'Passio Christi. Passio hominis' - promana una solenne maestà, una signoria paradossale”.

“Questo volto, queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo parla, è esso stesso una parola che possiamo ascoltare nel silenzio".

“Come parla la Sindone?”, ha chiesto il Papa.

“Parla con il sangue, e il sangue è la vita!”, ha quindi risposto. “La Sindone è un’Icona scritta col sangue; sangue di un uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso e ferito al costato destro. L’immagine impressa sulla Sindone è quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita”.

“Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita – ha aggiunto –. Specialmente quella macchia abbondante vicina al costato, fatta di sangue ed acqua usciti copiosamente da una grande ferita procurata da un colpo di lancia romana, quel sangue e quell’acqua parlano di vita. E’ come una sorgente che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo”. Zenit 2

 

 

 

 

CCEE. Non temere l'incontro. In un'Europa multiculturale e multireligiosa

 

Si sta svolgendo a Malaga, città nel sud della Spagna, "con un piede in Africa ed uno in Europa", l'ottavo Congresso europeo sulle migrazioni che su iniziativa del Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa sta riunendo dal 27 aprile al 1 maggio circa una cinquantina di partecipanti provenienti da tutta Europa, tra vescovi incaricati, direttori nazionali ed operatori pastorali della mobilità umana. L'incontro si è aperto con un messaggio di Benedetto XVI che ha auspicato che ai migranti sia data "la ferma speranza di vedere riconosciuti i loro diritti" e favorite le loro possibilità di vivere "una vita degna in tutti gli aspetti". Benedetto XVI - si legge nel messaggio - incoraggia i partecipanti all'incontro di Malaga "a proseguire nei loro sforzi affinché sia posta una adeguata attenzione pastorale a tutti coloro che soffrono le conseguenze di aver abbandonato la loro patria o si sentono senza una terra di riferimento".

 

Le cifre. Le statistiche parlano di un'Europa sempre più multiculturale e multi religiosa. "Nei 27 Paesi dell'Unione si calcolano attualmente 24 milioni di immigrati, per lo più provenienti dai Paesi stessi dell'Unione. I due terzi della presenza straniera sono ospitati da Germania, Francia e Regno Unito, anche se i Paesi mediterranei registrano costanti aumenti. Più difficile invece avere cifre precise circa gli immigrati irregolari, ma "secondo valutazioni recenti sarebbero fra i 4,5 e gli 8 milioni, con un aumento stimato fra i 350 mila e i 500 mila all'anno". I sondaggi inoltre rivelano che in Europa i flussi migratori siano sempre più percepiti "in maniera negativa dalla popolazione".

 

La denuncia. Nel suo intervento, mons. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti ha parlato di una specie di "deriva etnica istituzionalizzata, che certamente non favorisce né l'approccio sereno degli autoctoni verso gli immigrati e neppure il processo di integrazione degli immigrati nel tessuto delle società di arrivo". Ciò che preoccupa mons. Vegliò è che "l'Europa sentendosi fortezza assediata, affronta sulla difensiva il fenomeno della mobilità". "Viene, così, proposta e ribadita la trilogia inaccettabile 'immigrazione-criminalità e terrorismo-insicurezza'". "Ecco allora - ha proseguito - che l'obiettivo della politica europea appare quello di limitare il numero degli immigrati, rendendo difficile e quasi impossibile l'arrivo di quelli regolari, e di eliminare gli irregolari". Il presidente del dicastero vaticano ha quindi ammonito: "Le misure punitive non bastano, spesso nemmeno scoraggiano nuove partenze, le rendono solo più pericolose o costose". E poi ha aggiunto: "Ancor più dannoso è portare avanti una strumentalizzazione politica delle migrazioni senza davvero prendere i provvedimenti necessari, anzi scatenando risentimenti xenofobi nella popolazione locale e, di conseguenza, anche reazioni violente che possono trovare addirittura giustificazioni nelle parole di questo o quel politico come 'ci vuole cattiveria con i clandestini'. Piuttosto - ha quindi osservato mons. Vegliò - ci si dovrebbe chiedere come far incontrare la domanda e l'offerta di manodopera senza che i lavoratori stranieri debbano sempre passare per la porta dell'irregolarità". Il rappresentante del dicastero vaticano ha quindi suggerito una "visione nel segno della positività", ammonendo: "Più le misure sono restrittive e più aumenta il numero dei migranti irregolari e dei trafficanti di manodopera straniera".

 

La testimonianza. "Il cristiano - ha detto il card. Josif Bozanic, arcivescovo di Zagabria e vice presidente del Ccee - non teme l'incontro con persone, culture e religioni. Egli per primo si riconosce raggiunto, incontrato da Cristo". Il quadro che emerge dai flussi migratori in Europa "è complesso, in alcuni casi si fa addirittura preoccupante. Sorgono domande, dinanzi a questa nuova configurazione dei nostri Paesi e si hanno atteggiamenti diversi: accanto alla presenza di interventi di accoglienza generosa", "si registrano purtroppo anche atteggiamenti di rifiuto, paure, timori, chiusure". Ma il cristiano "non teme l'incontro" e la sua testimonianza "passa sempre attraverso l'esigente cammino di ricerca del bene per i fratelli, che ci spinge a conformare il nostro comportamento in base ai principi di fraternità e responsabilità, a promuovere l'incontro, il dialogo, l'accoglienza, l'ospitalità e a guardare soprattutto al bene integrale della persona, al bene della famiglia, alla ricerca della vera pace".

 

L'impegno. Sono propri questi gli intenti espressi dai partecipanti al Papa in un messaggio di ringraziamento. "Desideriamo raccogliere la sfida di considerare le migrazioni moderne in luce positiva, come evento che interpella in modo particolare la responsabilità dei cristiani a svolgere un ruolo attivo nei progetti di accoglienza e di integrazione, promuovendo la cooperazione di tutti negli ambiti della politica e dell'economia". "Vogliamo ribadire che donne e uomini in emigrazione rappresentano una preziosa risorsa per lo sviluppo dell'intera famiglia dei popoli, grazie alle potenzialità umano-spirituali e culturali, di cui ciascuno è depositario". "Siamo consapevoli dell'importanza di puntare su strategie di integrazione, rispettando adeguati itinerari di intercultura e di dialogo e salvaguardando le legittime aspirazioni di tutti alla sicurezza e alla legalità". Sir eu 30

 

 

 

 

Il Vaticano: «Gravi delitti da parte del fondatore dei Legionari di Cristo»

 

Padre Marcial Maciel Degollado e le accuse di pedofilia: «Testimonianze incontrovertibili, vita priva di scrupoli»

 

CITTÀ DEL VATICANO - Una vita priva di scrupoli. È una durissima presa di posizione quella della Santa Sede contro il sacerdote messicano Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo morto nel 2008 e accusato di numerosi abusi sessuali, anche su minorenni. «I gravissimi e obiettivamente immorali comportamenti confermati da testimonianze incontrovertibili, si configurano talora in veri delitti e manifestano una vita priva di scrupoli e di autentico sentimento religioso» si legge nella nota diffusa dal Vaticano dopo le riunioni con i cinque vescovi incaricati della "visita apostolica" ai legionari di Cristo. La condotta di padre Maciel, viene detto, «ha causato serie conseguenze nella vita e nella struttura della Legione, tali da richiedere un cammino di profonda revisione».

DELEGATO - Benedetto XVI nominerà un proprio delegato e si riserva di indicare le modalità di un accompagnamento dei Legionari nel processo di revisione. Ha anche istituito una commissione di studio che riveda gli ordinamenti interni, le "costituzioni" della Legione, che impongono fra l'altro ai membri il silenzio assoluto su quanto avviene all'interno. Il delegato avrà le funzioni di un vero e proprio commissario dell'ordine. Inoltre il Papa invierà un "visitatore" ai membri del movimento Regnum Christi, come da loro stessi chiesto con insistenza.

INATTACCABILE - «Di tale vita - prosegue la Santa Sede - era all'oscuro gran parte dei Legionari, soprattutto a motivo del sistema di relazioni costruito da padre Maciel, che abilmente aveva saputo crearsi alibi, ottenere fiducia, confidenza e silenzio dai circostanti e rafforzare il proprio ruolo di fondatore carismatico». Maciel aveva una doppia vita, con almeno due mogli e tre figli. «Non di rado - si legge nel comunicato - un lamentevole discredito e allontanamento di quanti dubitavano del suo retto comportamento, nonché l'errata convinzione di non voler nuocere al bene che la Legione stava compiendo, avevano creato attorno a lui un meccanismo di difesa che lo ha reso per molto tempo inattaccabile, rendendo di conseguenza assai difficile la conoscenza della sua vera vita». «Lo zelo sincero della maggioranza dei Legionari, emerso anche nelle visite alle case della Congregazione e a molte loro opere, non da pochi assai apprezzate, ha portato molti in passato a ritenere che le accuse, via via divenute più insistenti e lanciate qua e là, non potessero essere che calunnie» ed è per questo che «la scoperta e la conoscenza della verità circa il fondatore ha provocato, nei membri della Legione, sorpresa, sconcerto e profondo dolore, distintamente evidenziati dai Visitatori (i vescovi incaricati dell'inchiesta, ndr)».

SISTEMA DI POTERE - Benedetto XVI ha assicurato pensiero e preghiera a quanti sono stati «vittime degli abusi sessuali e del sistema di potere» messo in atto da Maciel. Il Santo Padre - spiega il Vaticano - «intende rassicurare tutti i legionari e i membri del movimento Regnum Christi che non saranno lasciati soli: la Chiesa ha la ferma volontà di accompagnarli e di aiutarli nel cammino di purificazione che li attende. Esso comporterà anche un confronto sincero con quanti, dentro e fuori la Legione, sono stati vittime degli abusi sessuali e del sistema di potere messo in atto dal fondatore: ad essi - prosegue la nota - va in questo momento il pensiero e la preghiera del Santo Padre, insieme alla gratitudine per quanti di loro, pur in mezzo a grandi difficoltà, hanno avuto il coraggio e la costanza di esigere la verità».

INDAGINE DURATA MESI - I cinque visitatori apostolici che hanno condotto dal 15 luglio 2009 fino alla metà del marzo scorso un'accurata indagine sulla Congregazione nei cinque continenti: al termine hanno avuto un lungo colloquio con il segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, quindi si sono intrattenuti brevemente anche con Benedetto XVI. Nei giorni scorsi era già circolata la voce di un possibile commissariamento dei Legionari di Cristo. Il Vaticano indaga anche sull'enorme patrimonio finanziario dei Legionari e sulle regole interne che prevedevano una sudditanza assoluta ai superiori e una sorta di culto del fondatore. Questi ultimi elementi sono entrati da tempo in discussione e anche all'interno della congregazione religiosa è in corso un aspro dibattito su quanto avvenuto in passato e su quale dovrà essere il profilo dei Legionari di Cristo in futuro. La congregazione controlla inoltre istituti formativi e università in molte città del mondo. I cinque visitatori apostolici che hanno condotto l'indagine sono monsignor Ricardo Watty Urquidi, vescovo di Tepic (Messico); monsignor Charles Joseph Chaput, arcivescovo di Denver (Stati Uniti); monsignor Giuseppe Versaldi, vescovo di Alessandria; monsignor Ricardo Ezzati Andrello, arcivescovo di Concepcion (Cile); monsignor Ricardo Blazquez Perez, vescovo di Bilbao (Spagna). CdS 1

 

 

 

 

CCEE. Quali prospettive? Comunità cristiana, società e mobilità umana in Europa

 

La famiglia? È la realtà sociale più fortemente colpita e ferita dalla migrazione. Le comunità cristiane? Le prime ad impegnarsi per testimoniare che la fratellanza universale è possibile anche a costo di essere oggetto di stupore e di contestazione. La società? Deve prendere atto che il fenomeno migratorio non è una fase passeggera di un processo di integrazione ma una fenomeno permanente. È quanto sta emergendo a Malaga dove una cinquantina tra vescovi delegati di tutta Europa, direttori nazionali e operatori di pastorale stanno partecipando al Congresso europeo sulle migrazioni organizzato dal 27 al 1 maggio dal Consiglio delle Conferenze episcopali europee su "L'Europa delle persone in movimento. Superare le paure. Disegnare prospettive".

 

La famiglia. "In alcuni Paesi, come quelli recentemente usciti dalla dittatura o quelli della regione balcanica (Sud-Est Europa) - ha detto il vescovo ausiliare di Bucarest, mons. Cornel Damian -, la famiglia è solitamente numerosa e di conseguenza povera, senza prospettive di miglioramento delle condizioni di vita". In genere, e sempre più spesso "è la giovane madre ad emigrare": "spesso poi cade nelle mani dei trafficanti". Povertà, violenza in famiglia, mancanza di un'educazione adeguata, l'influsso negativo di alcune persone. "Sono tante le cause che feriscono la famiglia". Per queste ragioni, ha detto mons. Damian, "la famiglia richiede in genere una cura pastorale speciale sia nel Paese d'origine, sia nel luogo d'arrivo". Al congresso di Malaga è intervenuto anche padre Gianromano Gnesotto, della Fondazione "Migrantes" della Conferenza episcopale italiana che ha denunciato la "dolorosa realtà" dei "ricongiungimenti a rate", specie con i figli. "Uso il termine 'a rate' - ha spiegato il religioso - per un riferimento economico legato alla disponibilità di un reddito adeguato per il ricongiungimento in Italia. La normativa italiana, infatti, pone tra i requisiti necessari un reddito annuo derivante da fonti lecite, non inferiore all'importo annuo dell'assegno sociale, se si chiede il ricongiungimento di un solo familiare, al doppio dell'importo annuo dell'assegno sociale se si chiede il ricongiungimento di due o tre familiari, il triplo per il ricongiungimento di quattro o più familiari". Per questo i figli si ricongiungono con il genitore "a rate" e questo ha delle "ripercussioni psicologiche e affettive facilmente immaginabili, con faticose ricostruzioni di rapporti di intimità in terra di emigrazione". È un peccato perché la "famiglia ricongiunta nei territori di accoglienza" si rivela essere l'ambito principale dove "si elabora l'inclusione sociale"

 

Le comunità ecclesiali. "Una Chiesa che vuole essere accogliente nei confronti delle persone immigrate, diventa, nelle nostre società europee, oggetto di stupore, talvolta di incomprensione e di contestazione". Ciò nonostante, "la Chiesa intende assumersi la propria responsabilità per elaborare una parola di speranza e promuovere un approccio positivo al fenomeno migratorio". Lo ha detto mons. Jean-Luc Brunin, vescovo di Ajaccio, aprendo la terza giornata dei lavori dedicata alle implicazioni delle comunità ecclesiali nei flussi migratori. "Le Chiese - ha detto il vescovo francese - possono trovarsi oggetto di accuse quando scelgono di fare eco alle parole di sofferenza e di disperazione dei migranti in situazioni difficili presso i responsabili politici, i servizi amministrativi o l'opinione pubblica". Tuttavia - ha proseguito mons. Brunin, "i cristiani devono avere il coraggio di trasformare la prova della migrazione in un'opportunità da cogliere per un avvenire armonioso, anche se questo discorso rischia di non essere immediatamente compreso". Ed ha concluso: "La credibilità della proposta del Vangelo nelle nostre società europee esige questa apertura e questa volontà tenace di vivere insieme nella Chiesa, senza limiti di frontiera, anche se è difficile e va controcorrente rispetto alle opinioni pubbliche ed alle posizioni politicamente corrette".

 

La società. I flussi migratori - esordisce padre Erny Gillen, presidente di Caritas Europa - sono un "fenomeno permanente di cui prendere atto e non una fase passeggera". Dunque le migrazioni devono essere percepite come "parte integrante della formazione e dello sviluppo della società europea". "Non si tratta quindi - ha detto padre Gillen a SIR Europa - di inventarsi regole d'eccezione per far fronte a fenomeni eccezionali, ma di concepire una società dove le persone possono essere accolte e riconosciute nei loro diritti e doveri". A questo riguardo, il presidente di Caritas Europa definisce "lodevole" lo sforzo di cooperazione tra gli Stati membri finora compiuto dall'Unione europea. Questa cooperazione però - aggiunge padre Gillen - "rischia di accordarsi su livelli minimi di intervento piuttosto che deliberare provvedimenti dagli standard elevati". La Caritas Europa ha cioè "l'impressione che gli Stati membri si muovano con una certa esitazione. Si ha paura dell'immigrazione ed è questa ansia a generare le politiche europee per cui prevalgono i Paesi con le politiche più restrittive rispetto a quelli con politiche più accoglienti". Alla Chiesa il compito di "ricordare che c'è una dignità in ogni essere umano e che bisogna vedere gli immigrati non per quello che rappresentano ma per quello che sono, e cioè come persone che hanno diritti e doveri". Sir eu 30

 

 

 

 

Napoli: si ripete il miracolo di S.Gennaro

 

Con ritardo rispetto al previsto nella basilica di Santa Chiara alla presenza del cardinale Sepe - Avviene tre volte all'anno: in maggio, in settembre e in dicembre

 

NAPOLI - È avvenuto alle 20,15. Un po' in ritardo, ma si è ripetuto anche questa volta a Napoli il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro. L'annuncio, dato con lo sventolio del tradizionale fazzoletto bianco, è stato accolto da un lungo applauso dalle numerose persone presenti nella basilica di Santa Chiara, tra le quali il sindaco di Napoli, Rosa Iervolino Russo, e il neogovernatore della Regione Campania, Stefano Caldoro. Nel sabato che precede la prima domenica di maggio si ripete il miracolo di San Gennaro: gli altri due avvengono a settembre e a dicembre. Le ampolle con il sangue di San Gennaro sono state portate in processione, guidata dall'arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, dal duomo alla basilica di Santa Chiara insieme alle statue dei compatroni di Napoli.

IL CARDINALE: «IL SANTO CI VUOLE BENE» - «San Gennaro ci vuole bene», ha detto il cardinale Sepe, dopo la liquefazione del sangue. Il miracolo è avvenuto dopo una lunga attesa. Il prelato aveva già dato appuntamento ai fedeli per domenica mattina in cattedrale, dove sarebbero proseguite le preghiere. Ma prima di scendere dall'altare della basilica di Santa Chiara per rientrare in processione verso il Duomo, si è avvicinato alla teca e ha sorriso lasciando capire ai membri della deputazione che il prodigio si era rinnovato. Quindi, la teca contenente le due ampolle con il sangue è stata offerta al bacio dei fedeli. CdS 1

 

 

 

 

 

Lavoro e crisi economica: messaggio dei vescovi del Friuli Venezia Giulia

 

Pubblichiamo il testo integrale del messaggio che i vescovi del Friuli Venezia Giulia hanno reso noto alla vigilia del Primo Maggio.

 

1 - Con questo messaggio, intendiamo parteciparvi tutta la nostra preoccupazione di Pastori per la seria situazione di difficoltà in cui si trova, da un lungo periodo, il mondo del lavoro nella nostra Regione, aggravata da prospettive future che, nel contesto della crisi internazionale, non promettono gli auspicati miglioramenti che tutti attendono con speranza. Anche la nostra terra deve registrare, con ansia e sconcerto crescenti, il quotidiano avverarsi, in tutti i comparti produttivi, del licenziamento di lavoratori che entrano in disoccupazione; un corposo numero di imprese e attività produttive costrette a chiudere; una oggettiva difficoltà delle Istituzioni a trovare risposte adeguate a queste difficili situazioni. Come vescovi siamo soprattutto preoccupati per le conseguenze che le presenti difficoltà economiche e produttive scatenano nella vita delle famiglie, costrette a confrontarsi con crescenti ristrettezze economiche che, in alcuni casi, conducono alla povertà e alimentano il disagio sociale, l'insicurezza e l'emarginazione. Anche i giovani sono vittime di questa situazione perché il loro inserimento nel mondo del lavoro è reso assai difficile e la realizzazione dei loro progetti di vita umana, familiare e professionale costantemente rimandata. Anche i numerosi immigrati sono colpiti dalla crisi attuale che rende ancor più difficile una loro condizione già gravata da altri problemi. Queste situazioni, fonte di acuta sofferenza delle persone e di diffusa sofferenza sociale, devono essere doverosamente affrontate con coraggio e lungimiranza, in un ritrovato spirito di comune responsabilità e di rinnovata e solidale fraternità. A tutte le persone, fratelli e sorelle, in difficoltà, noi, vescovi delle diocesi della Regione, desideriamo esprimere la nostra vicinanza cristiana e quella di tutte le comunità cristiane, che invitiamo a continuare le iniziative di carità già avviate e a essere sollecite nell'operare nel segno evangelico della solidarietà.

 

2 - A tutti vogliamo ricordare che il diritto al lavoro è fondamentale per la promozione delle persone e per la realizzazione della società umana. La Chiesa sa bene che i poveri "compaiono in molti casi come risultato della violazione della dignità del lavoro umano: sia perché vengono limitate le possibilità del lavoro - cioè per la piaga della disoccupazione -, sia perché vengono svalutati il lavoro ed i diritti che da esso scaturiscono, specialmente il diritto al giusto salario, alla sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia" (Giovanni Paolo II, "Laborem exercens" 8). Il lavoro va considerato come un bene di tutti, che deve essere disponibile per tutti coloro che ne sono capaci. La "piena occupazione" deve essere un obiettivo doveroso per ogni ordinamento economico orientato alla giustizia e al bene comune. Una società in cui il diritto al lavoro sia vanificato o sistematicamente negato e in cui le misure di politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere livelli soddisfacenti di occupazione "non può conseguire né la sua legittimazione etica né la pace sociale" (Giovanni Paolo II, "Centesimus annus" 43).

 

3 - Questo messaggio intende soprattutto dire una parola di incoraggiamento e di speranza in vista della realizzazione di un bene che deve stare a cuore a tutti: l'unità e la coesione sociale. Se la crisi mettesse a repentaglio questo bene, si aprirebbe una stagione carica di dolorose incognite. La crisi, che ha colpito anche la nostra Regione, deve essere affrontata e governata nella sapiente prospettiva delineata dal Santo Padre Benedetto XVI nell'enciclica Caritas in veritate: "La complessità e gravità dell'attuale situazione economica giustamente ci preoccupa, ma dobbiamo assumere con realismo, fiducia e speranza le nuove responsabilità a cui ci chiama lo scenario di un mondo che ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore. La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente" (n. 21).

 

4 - Noi, vescovi delle diocesi del Friuli Venezia Giulia, invitiamo le Istituzioni, gli imprenditori, i sindacalisti e, in genere, tutta la società civile a una generosa disponibilità nell'operare per le soluzioni che favoriscono un futuro più sereno per le persone, per le famiglie e anche per le imprese. Un invito particolare lo rivolgiamo agli Istituti di credito, sollecitandoli a sostenere con le loro risorse finanziarie quanto concorre alla ripresa economica e produttiva in un ritrovato spirito di civile solidarietà. Ci rivolgiamo ai fedeli cristiani incoraggiandoli a non rassegnarsi, a perseverare con coraggio nella fedeltà ai valori della nostra fede, a rimanere ancorati strettamente al senso etico delle comuni responsabilità, con la tenacia necessaria, di cui hanno dato prova quanti, in altri tempi duri, hanno saputo affrontare difficoltà ancora maggiori. A tutti assicuriamo la nostra preghiera, la nostra benedizione e la nostra cordiale amicizia.

Giampaolo Crepaldi, arcivescovo-vescovo di Trieste

Dino De Antoni, arcivescovo di Gorizia

Andrea Bruno Mazzocato, arcivescovo di Udine

Ovidio Poletto, vescovo di Concordia-Pordenone

 

 

 

 

Chiesa e abusi. Con coraggio e verità. Lo "stile" indicato da mons. Crociata

 

Ai casi di pedofilia, la Chiesa "deve rispondere secondo lo stile di verità che le è proprio, ovvero secondo giustizia e misericordia". Ne è convinto mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, che ha dedicato gran parte del suo intervento del 29 aprile alla riunione della Commissione presbiterale italiana al tema che ha monopolizzato l'attenzione dei mass media nelle ultime settimane. "Ciò esige - ha spiegato - solidarietà e sostegno alle vittime, rigore e accompagnamento - nel rispetto delle leggi della Chiesa e dello Stato - verso chi si è reso responsabile di abusi, purificazione e penitenza al proprio interno, coraggio e rinnovato slancio nel condurre la propria missione". La comunità cristiana, in tutto questo, "si trova in una posizione peculiare, poiché è doppiamente colpita e danneggiata nei suoi membri, sia offensori che vittime; ma è ferita anche nella sua immagine pubblica in ordine all'esercizio della sua missione pastorale": di qui la necessità di affrontare questo momento "con coraggio e secondo verità". "Non si deve aver paura di evidenziare e togliere il male di mezzo a noi, ma nello stesso tempo non si deve aver paura di annunciare il Vangelo", ha ammonito il segretario generale della Cei: "Si può aver vergogna di se stessi, ma non del Vangelo".

 

Giustizia, cura e grazia. Secondo mons. Crociata, in caso di abusi bisogna distinguere tra "lo spazio della giustizia umana, la competenza delle scienze, il regime della grazia e il suo ordinamento ecclesiale". "Giustizia, cura e grazia": tutte e tre "sono necessarie, ma non possono surrogarsi, sostituirsi, compensarsi: la pena per il delitto non guarisce né dà il perdono, ma anche, all'inverso, il perdono del peccato non guarisce la malattia né adempie le esigenze della giustizia, così come la cura non può sostituire la pena né tanto meno rimettere il peccato". Le indicazioni che vengono dalla Chiesa "vanno proprio nella direzione della armoniosa interazione fra i tre livelli". "Al di là delle polemiche mediatiche", l'auspicio è che "si sia capaci di suscitare la cooperazione necessaria a lenire, se non a guarire, ferite così profonde". La vicenda della pedofilia, come indicato dal Papa, deve inoltre "costituire l'avvio di un percorso di purificazione e di rinnovamento profondo all'interno della Chiesa", che richiede "una particolare diligenza nel discernimento vocazionale dei ministri e delle persone consacrate e nella loro preparazione e formazione", ma anche "una elevata qualità umana, spirituale, intellettuale e pastorale" nell'esercizio del ministro. Per mons. Crociata, infine, i preti sono chiamati a "fuggire dalla tentazione dell'individualismo e della chiusura nel privato".

 

Né "estremizzazioni", né "unilateralismi". Questo, in sintesi, l'atteggiamento da tenere nei confronti dei "gravi e tristi episodi di pedofilia che hanno coinvolto alcuni ecclesiastici e hanno suscitato una vasta eco mediatica". "Posto che un solo caso di pedofilia è già di troppo, in qualsiasi ambiente, un tale comportamento è doppiamente condannabile quando a metterlo in atto è un uomo di Chiesa, un prete, una persona consacrata", ha affermato mons. Crociata. Per questo "non basta dire che, in proporzione numerica, i casi di pedofilia tra il clero sono uguali o addirittura inferiori a quelli che si verificano in altre categorie di persone. Non possiamo infatti sorprenderci se la reazione di fronte ad abusi commessi da ecclesiastici è stata così forte. Noi stessi siamo cultori della grandezza e della elevatezza del ministero che ci è stato affidato, e desideriamo diffondere questo senso di sacralità nei fedeli e attorno a noi: è comprensibile che chi ci incontra si aspetti dal sacerdote un comportamento corrispondente". "La rabbia e l'amarezza - l'analisi del segretario generale della Cei - hanno un significativo rapporto con la consapevolezza dell'alta qualità morale e umana del clero, nonché con l'affidabilità maggiore da noi offerta e attesa dagli altri, particolarmente in rapporto ai minori consegnati alla nostra guida e alla nostra responsabilità educativa".

 

Ogni generalizzazione è indebita. In altre parole, "le aspettative più alte alimentate dal nostro ministero rendono smisuratamente più intollerabile e condannabile un tradimento così grave e devastante". Nello stesso tempo, "ogni generalizzazione è indebita", sia "nel far credere che in ogni prete si celi un potenziale pedofilo", sia "nel supporre che le accuse di pedofilia siano soltanto il frutto di un complotto architettato contro la Chiesa". "Il fatto che qualche giornale o gruppo di pressione abbia intentato una campagna denigratoria, prendendo spunto da alcune notizie, non può far concludere che si tratti soltanto di una montatura mediatica", ha ammesso il vescovo, ma "l'emergere di casi puntuali non può dare adito a giudizi sommari, di per sé sempre superficiali". È necessario, invece, "attenersi il più possibile ai fatti, senza lasciarsi sopraffare dal clamore delle notizie ad effetto né da un acritico garantismo, profondamente ingiusto rispetto alle vittime", persone "da tutelare e da accompagnare", che "hanno bisogno di giustizia e di solidarietà; necessitano di essere protette e difese e poi accompagnate in un lungo cammino di recupero e di riconciliazione anzitutto con la loro storia". Dall'altra parte, "anche gli autori degli abusi vanno accompagnati, senza falsa pietà, in un percorso di correzione e di contenimento che impedisca la reiterazione del male e ne favorisca il processo di redenzione". Sir

 

 

 

 

Passione di Cristo, passione dell'uomo

 

È il motto dell'ostensione della Sindone, in corso a Torino. Ai milioni di pellegrini da tutto il mondo si unisce il 2 maggio anche il papa. In parallelo, una grande mostra sul corpo e il volto di Gesù nell'arte  - di Sandro Magister

 

ROMA  – Tra due giorni, quinta domenica di Pasqua, Benedetto XVI si recherà a Torino. Dove nel pomeriggio, nella cattedrale, si inginocchierà davanti alla Sindone, il venerato telo con le misteriose impronte di un uomo crocifisso, di un corpo con tutti i segni della passione di Gesù.

 

Dal 10 aprile, da quando la Sindone è esposta al pubblico – e lo sarà fino al 23 maggio –, stanno accorrendo a vederla un numero interminabile di persone. Anche non cristiani, anche lontani da Dio, attratti comunque da quel mistero che è la persona di Gesù, il suo corpo, il suo volto.

 

E al desiderio di "vedere" questo mistero va incontro una mostra d'arte studiata proprio per accompagnare l'ostensione della Sindone. La mostra è nella reggia di Venaria, poco a nord di Torino, e ha per titolo: "Gesù. Il corpo, il volto nell'arte".

 

Tra le 180 opere esposte vi sono capolavori di autori come Donatello, Mantegna, Bellini, Giorgione, Correggio, Veronese, Tintoretto. C'è anche il meraviglioso Crocifisso ligneo scolpito da Michelangelo per la basilica fiorentina del Santo Spirito.

 

In molte di queste opere la Sindone appare. Ad esempio nel Cristo risorto di Pieter Paul Rubens riprodotto qui sopra, del 1615, conservato a Firenze a Palazzo Pitti. Un Gesù atletico, col corpo ancora in parte avvolto dal telo, assiso trionfante sul sepolcro vuoto. Come canta la sequenza della messa di Pasqua: "Mors et vita duello conflixere mirando, dux vitae mortuus regnat vivus". Morte e vita si sono affrontate in prodigioso duello; il Signore della vita era morto, ma ora vivo trionfa.

 

Qui di seguito, ecco una guida alla visione del corpo e del volto di Gesù, scritta dal curatore della mostra Timothy Verdon, americano, storico dell'arte, sacerdote dell'arcidiocesi di Firenze e direttore dell'ufficio diocesano per la catechesi attraverso l'arte. L’Espresso 30

 

 

 

 

 

 

Gesù. Il corpo, il volto nell’arte

 

Il testo è tratto dal capitolo introduttivo del catalogo della mostra e da una conferenza dello stesso Verdon nel duomo di Torino, lo scorso 26 aprile - di Timothy Verdon

 

A Torino, dove da secoli si conserva e si venera il grande telo noto come la Sindone, è naturale riflettere sul corpo e sul volto di Gesù. La Sindone sottolinea il convincimento che Gesù sia realmente vissuto e morto, ma invita a credere che egli sia anche risorto. Sarebbe in effetti il segno del suo passaggio alla vita nuova, il lenzuolo abbandonato al momento di risorgere.

 

La possibilità dell’esistenza di una simile reliquia è specialmente significativa per l’arte, perché conferma la visibilità e quindi la rappresentabilità dell’uomo che si diceva Figlio dell’invisibile Dio d’Israele.

 

Scriveva nel secolo VIII san Giovanni Damasceno, evocando il divieto biblico di ogni raffigurazione della divinità: "Un tempo non si poteva fare immagine alcuna di un Dio incorporeo e senza contorno fisico. Ma ora Dio è stato visto nella carne e si è mescolato alla vita degli uomini, così che è lecito fare un’immagine di quanto è stato visto di Dio", cioè dell’uomo Gesù. Scrivendo nel contesto della proibizione delle immagini da parte dell’imperatore di Bisanzio, l’iconoclasta Leone III, questo autore – nato cristiano in una Damasco allora sotto controllo musulmano – vedeva un nesso tra il dogma teologico dell’incarnazione e l’uso ecclesiastico di immagini, soprattutto quelle raffiguranti Gesù stesso.

 

La mostra mette in evidenza la continuità di queste idee nell’era medievale e moderna. Porta l’attenzione sull’uomo Gesù, il cui corpo e volto sarebbero tracciati sul venerabile telo, suggerendo come pittori e scultori di vari periodi l’abbiano visualizzato.

 

Il cristianesimo ha sempre raffigurato il corpo alla luce della propria idea dell’essere umano. A differenza dei miti pagani, che presentavano gli dei con tutti i difetti degli uomini, la cultura biblica giudeo-cristiana ritiene che l’uomo debba aspirare alla perfezione di Dio, e soprattutto alla sua misericordia. "Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso", ha detto infatti Gesù (Luca 6, 36), e questa misericordia caratteristica dell’essere umano aveva una singolare componente corporea. Già nell’Antico Testamento molte parole del Dio incorporeo lo mostrano sensibile al tremore della pelle del povero. Nello stesso spirito Gesù descrive come, nel giudizio finale, il Figlio dell’uomo premierà quanti avranno avuto cura corporale del prossimo: "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo mi avete vestito" (Matteo 25, 35-36).

 

Per i credenti in lui, Gesù, Figlio di Dio, è diventato quel povero a cui bisogna rendere il mantello prima di notte: l’affamato, l’assetato, l’escluso, il senza tetto, l’ignudo da coprire. Dice un teologo greco del IV secolo, il vescovo san Macario: "Il contadino, quando si accinge a lavorare la terra, sceglie gli strumenti più adatti e veste anche l’abito più acconcio al genere di lavoro. Così Cristo, re dei cieli e vero agricoltore, prese un corpo umano, e, portando la croce come strumento di lavoro, dissodò l’anima arida e incolta, ne strappò via le spine e i rovi degli spiriti malvagi, divise il loglio del male e gettò al fuoco tutta la paglia dei peccati. La lavorò così col legno della croce e piantò in lei il giardino amenissimo dello Spirito. Esso produce ogni genere di frutti soavi e squisiti per Dio, che ne è il padrone".

 

Ecco, l’immagine di Dio contemplata nel corpo sofferente di Gesù implica questa dinamica di purificazione e crescita. Implica anche un processo in cui il soggetto umano scopre e comprende se stesso, come suggerisce un padre della Chiesa, Pietro Crisologo, quando immagina Gesù crocifisso che invita i credenti a riconoscere nel suo corpo sacrificato il senso morale della loro vita. "Vedete in me il vostro corpo, le vostre membra, il vostro cuore, il vostro sangue, ci dice Gesù. O immensa dignità del sacerdozio cristiano! L’uomo è divenuto vittima e sacerdote per se stesso. Non cerca fuori di sé ciò che deve immolare a Dio ma porta con sé e in sé ciò che sacrifica. Sii, o uomo, sacrificio e sacerdote, fa del tuo cuore un altare, e così presenta con ferma fiducia il tuo corpo come vittima a Dio. Dio cerca la fede, non la morte. Ha sete della tua preghiera, non del tuo sangue. Viene placato dalla volontà, non dalla morte".

 

Sono citazioni, queste, utili per capire la concezione di corporeità e di personalità elaborata nei secoli attraverso immagini di Gesù: l’idea del corpo come luogo di una dignità insita nell’essere umano – di una capacità "sacerdotale" di offrirsi – e del volto come specchio di libertà consapevole. Le opere in mostra infatti mettono lo spettatore nelle condizioni di quelle donne e di quegli uomini descritti nel Nuovo Testamento, per cui il corpo e volto di Gesù erano luoghi di sorprendente, anche scandalosa, scoperta.

 

Quando ad esempio Gesù tornò dal deserto al suo paese, Nazaret, e nella sinagoga lesse ad alta voce i versetti messianici di Isaia, l’evangelista Luca narra che "gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui"  (Luca 4, 16-24). Alle parole d’Isaia, infatti, Gesù aggiunse altre parole, inaspettate e per i presenti certamente incomprensibili: "Oggi – disse – si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi". Gli occhi dei presenti stavano sopra di lui, fissi sul suo corpo e sul volto, perché la sua affermazione "oggi si è adempiuta questa Scrittura" li obbligava ad associare le antiche promesse di una futura era benedetta con questo giovane uomo seduto in mezzo a loro: con lui come presenza fisica, con il suo corpo, con l’espressione del suo volto. "Non è costui il figlio di Giuseppe?", chiedono subito, incapaci di vedere in Gesù più di quanto credevano di conoscere, così che egli commenta: "Nessun profeta è bene accetto nella sua patria".

 

Un’occasione analoga, assai più drammatica, è narrata nel sesto capitolo del Vangelo di Giovanni. Due giorni dopo la sua miracolosa moltiplicazione di pani e pesci per sfamare una folla immensa, Gesù spiega che il vero pane offerto dal Padre all’umanità – il pane disceso dal cielo – era lui stesso. Di nuovo allora i suoi ascoltatori si chiedono: "Costui non è Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come può dire: Sono disceso dal cielo?”. Ma egli insiste: "Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita dell’uomo". E ancora: "Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita, perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui". L’evangelista Giovanni descrive la negativa reazione a queste parole da parte degli ascoltatori, e come "da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui", e non si fa fatica a capirli, perché Gesù pretendeva che vedessero il suo corpo come alimento, e così pure il suo volto: "Questa infatti è la volontà del Padre: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno". Molte opere in mostra prendono luce da questi asserti, anche perché originalmente fatte per altari, dove il corpo e il volto di Gesù raffigurati dall’artista erano visti in prossimità al pane e vino dell’eucaristia, corpo e sangue del Signore.

 

La mostra invita quindi a riscoprire la particolare intensità con cui i credenti d’altri tempi – i committenti materiali e gli originali fruitori delle opere esposte – guardavano un corpo e un volto ritenuti “vero cibo” e “vera bevanda”; un corpo e un volto che, interiorizzati, li avrebbero trasformati col dono della “vita eterna”. Quest’esperienza, forse pienamente accessibile solo alla fede, può essere immaginata anche da chi non crede; anzi, deve essere immaginata, perché costituisce il normale contesto di comprensione di simili opere d'arte, una componente imprescindibile del loro messaggio.

 

Imprescindibile è anche la tensione morale che doveva condizionare la lettura originaria di molte delle opere esposte nella mostra. In immagini legate all’eucaristia, infatti, come nella stessa celebrazione della messa, il credente cerca, oltre ciò che vede, qualche cosa di più, e ogni immagine associata al rito si pone come "epifania" ed "apocalisse", come manifestazione e rivelazione di una futura trasformazione. L’arte nel luogo di culto infatti illumina l’attesa dei cristiani, e nei personaggi ed eventi che essa illustra le immagini sacre si offrono come specchi dell’Immagine in cui i fedeli sperano di essere trasformati, Gesù Cristo.

 

La mostra copre il periodo corrispondente alla fine del Medioevo, al Rinascimento e al Barocco, in cui il corpo e il volto della persona umana tornano ad essere nell'arte occidentale primari portatori di significato. Questi elementi figurativi, perfezionati dai greci cinque secoli prima di Cristo, in un primo periodo erano stati rifiutati dalla nascente cultura cristiana, che al naturalismo pagano preferiva un linguaggio meno ambiguo, col corpo presentato come segno e col volto trasfigurato dalla fede. Tale rifiuto della fisicità e della personalità, che rifletteva anche il severo giudizio cristiano sull’amoralità e sull’individualismo del mondo pagano, fu tra le cause della perdita d’interesse per il corpo e il volto come soggetti d’arte tra il V e l'XI secolo.

 

Fu la nuova spiritualità incentrata sull’uomo – la spiritualità di stampo francescano del Duecento e del Trecento – a far riscoprire l’arte greco-romana così adatta a descrivere il corpo e le emozioni. Grazie a questo nuovo dialogo con l’antica civiltà pagana, la cristianità europea elaborò anche un diverso rapporto con la storia, in cui valori ritenuti propedeutici alla fede in Gesù verranno considerati componenti di un’unica rivelazione affidata all’essere umano a prescindere dall’origine culturale e religiosa. Contenuto centrale di quest’unica rivelazione è l’umanità stessa, riconoscibile nell’eloquente bellezza e nella vulnerabilità del corpo, nel dolore e nella gioia scritti sul volto; a dimostrare la sua legittimità è la convinzione che lo stesso Figlio di Dio si è fatto uomo.

 

Le sette aree del percorso espositivo suggeriscono queste idee: il corpo e la persona; Dio prende un corpo; l’uomo Gesù; un corpo dato per amore; il corpo risorto; il corpo mistico; il corpo sacramentale. L’allestimento mira a suggerire il contesto d’uso iniziale della quasi totalità delle opere, il luogo liturgico cattolico, ricollocando i dipinti, le sculture, le oreficerie e i paramenti sacri in spazi che ricordano chiese. La forma delle sale, l’illuminazione e il sottofondo musicale che accompagna la visita sono state pensate in funzione di questo obiettivo, con uno scopo però più scientifico che religioso: quello di riabilitare come dato storico il messaggio teologico ed emotivo inteso dagli artisti e dai committenti delle opere. Alcuni dipinti sono addirittura allestiti sopra altari per evocare il rapporto visivo tra immagine e rito: diverso infatti è l’impatto di una Deposizione o Pietà vista in un museo e quello della stessa opera sopra una mensa eucaristica; nel secondo caso la percezione del corpo di Cristo raffigurato è condizionata dalla fede che lo stesso corpo sia realmente presente, seppur invisibile, nel pane e vino consacrati.

 

Le molte opere in mostra suggeriscono inoltre qualcosa della densità iconografica tipica delle chiese cattoliche del passato. Tale affollamento di immagini conferiva un carattere visionario a questi luoghi, dove raffigurazioni di Cristo, di Maria e dei santi davano colore e interesse umano ai personaggi e agli eventi di cui parlano le Scritture e la tradizione, offrendo un’immersione così totale che il fedele si percepiva circondato dai personaggi e partecipe degli eventi, membro dell’unica comunione dei santi e parte dell’unica storia della salvezza.

 

Tuttavia il soggetto dell'esperienza estetica, come dell'esperienza cultuale, rimane l'uomo. È a lui e alla sua corporeità che parlano i colori e le forme. L'arte che fa vedere Cristo – insieme a veri "specchi del suo Vangelo" quale la Sindone – invita a contemplare Cristo che prende forma in noi, speranza di gloria, bellezza di vita eterna. E in lui visto e conosciuto e amato comprenderemo finalmente che il senso della nostra vita anche corporea, della nostra carne, degli affetti, dei ricordi, e del sangue, suo e nostro, di ogni persona umana tradita, sacrificata, uccisa. Il poco sangue della Sindone si rivelerà allora un Mar Rosso attraverso cui Cristo ci conduce alla terra promessa. L’Espresso on line 30

 

 

Der Papst betet am Turiner Grabtuch

 

Turin - Papst Benedikt XVI. hat am Sonntag vor dem Turiner Grabtuch gebetet. Seine Meditation vor der Reliquie, die das Abbild eines gekreuzigten Mannes zeigt, war der Höhepunkt eines eintägigen Besuchs in der norditalienischen Industriemetropole.

 

Benedikt XVI. nannte das Leintuch ein Bild aus dem "Niemandsland zwischen Tod und Auferstehung", das auch an die Verborgenheit Gottes angesichts der Konzentrationslager und der Atombombenabwürfe auf Hiroshima und Nagasaki erinnere. Am Vormittag hatte das Kirchenoberhaupt eine große Messe in der Turiner Innenstadt gefeiert. Der Nachmittag war von einem Treffen mit Jugendlichen aus Norditalien bestimmt.

Das berühmte Tuch soll das Leichentuch Jesu sein. Zahlreiche Wissenschaftler ziehen das allerdings in Zweifel. Auf dem vier mal ein Meter großen Stoffstück sind die Umrisse und das Antlitz eines Mannes zu erkennen, der Kreuzmale trägt. Zweifel an der Echtheit kamen 1988 auf, als Wissenschaftler nach Untersuchungen erklärten, der Stoff stamme mit 95-prozentiger Sicherheit aus dem Zeitraum von 1260 bis 1380. Das Ergebnis bleibt jedoch umstritten. Wie der Abdruck auf das Tuch gekommen ist, ist ungeklärt.

In seiner Ansprache im Dom nannte Benedikt XVI. das Grabtuch eine "mit Blut gemalte Ikone". Zu Beginn kniete er lange vor dem 4,37 Meter langen und 1,11 Meter breiten Leinen, das derzeit im Altarraum der Kathedrale ausgestellt ist. Die Reliquie ist erstmals seit zehn Jahren wieder öffentlich zu sehen. Im gesamten Ausstellungszeitraum vom 10. April bis zum 23. Mai rechnet das Erzbistum Turin mit mehr als zwei Millionen Besuchern.

Das Grabtuch erinnere an die Verborgenheit Gottes am Karsamstag, sagte der Papst; dies sei zugleich eine Erfahrung des zeitgenössischen Menschen "als eine Leere im Herzen, die sich immer weiter ausgebreitet hat". Benedikt XVI. verwies dabei auf ein Zitat Friedrich Nietzsches: "Gott ist tot! Und wir haben ihn getötet!" (RPO 2)

 

 

 

 

Kirche will andere Migrationspolitik in Europa

 

Die katholische Kirche fordert eine umfassende Wende in der europäischen Einwanderungspolitik. Die Pluralität der Kulturen sei heute in Europa eine unumkehrbare Wirklichkeit, die von den Staaten positiv gestaltet werden müsse, heißt es in einer gemeinsamen Botschaft, die am Freitag in Malaga am Ende einer dreitägigen Bischofsversammlung verabschiedet wurde. An dem Treffen hatten Bischöfe und kirchliche Repräsentanten aus 22 Ländern Europas sowie aus dem Vatikan teilgenommen. Als Tagungsort hatte der Rat der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) die südspanische Stadt Malaga gewählt, die seit dem Schengener Abkommen von 1985 an einer Nahtstelle der Immigration von Afrika nach Europa liegt.

 

Für Dialog der Kulturen - In ihrer Botschaft wandten sich die für Migrationsfragen zuständigen Kirchenvertreter dagegen, Einwanderer als Bedrohung der europäischen Identität zu sehen. Immigration müsse keineswegs Kulturen auflösen oder zu Gewalt zwischen den unterschiedlichen ethnischen Gruppen führen. Die Tagung sprach sich für einen Dialog der Kulturen und gegen das Konzept einer „kulturellen Dominanz“ aus. In einer integrationsbereiten Gesellschaft könnten Einwanderer nicht nur in wirtschaftlicher Hinsicht eine Bereicherung sein. Die europäischen Regierungen werden in der Schlusserklärung aufgefordert, die Einheit der Familie auch für Einwanderer als ein fundamentales Recht anzuerkennen. Ferner müsse in allen Ländern ein Rechtsrahmen geschaffen werden, der die Menschenwürde der Immigranten respektiere.

 

Allen Einwanderern helfen - Die Hilfe der Kirche für die Immigranten in Europa muss allen Fremden unabhängig von ihrem Glauben und ihrer Herkunft gelten. Dies betonte der Erzbischof von Madrid, Kardinal Antonio Rouco Varela, am Samstag in Malaga. Der Kardinal äußerte sich in einer Predigt beim Abschlussgottesdienst des VIII. Migrationskongresses der Europäischen Bischofskonferenzen. Rouco betonte, in der „delikaten historischen Situation“, in der sich Europa durch die demografische und wirtschaftliche Krise befinde, müsse sich die Kirche mehr denn je am Lehramt der Päpste Johannes Paul II. und Benedikt XVI. orientieren. Dazu gehören die bedingungslose Nächstenliebe, die brüderliche Aufnahme der christlichen Einwanderer in den Gemeinden und die umfassende Unterstützung der Caritas für alle Immigranten. Untrennbar davon sei ein verstärktes Engagement der Kirche für die Neuevangelisierung Europas angesichts eines verschärften Laizismus und Säkularismus. Die Kirche dürfe auch nicht an der Tatsache vorbeigehen, dass die Gesetzgebung in Europa immer öfter mit der christlichen und naturrechtlichen Tradition breche. Die Verweigerung des Lebensrechts von der Empfängnis an trage zu der schweren demografischen Krise bei, die den Horizont der Zukunft Europas verdunkle. (kipa/pm 30)

 

 

 

1. Mai: Papst für stärkere Regulierung der Weltwirtschaft

 

Vor dem Hintergrund der Wirtschaftskrise und der Verteilungsdiskussionen rund um den 1. Mai hat sich der Papst für eine stärkere Regulierung der Weltwirtschaft ausgesprochen. An die Stelle einer Wirtschaftstheorie im Sinne einer Spirale von Produktion, Konsum und Weckung von Bedürfnissen müsse eine Sicht treten, die ökonomisches Handeln als praktische Ausübung der Verantwortung auffasst, „die Würde des Menschen zu fördern“.

Im Auge behalten werden müssten „die Suche nach dem Gemeinwohl, die integrale Entwicklung – politisch, kulturell und spirituell - des Individuums, der Familie und der Gesellschaft“, so Benedikt XVI. Er äußerte sich im Vatikan vor den Mitgliedern der Päpstlichen Akademie für Sozialwissenschaften, die bis Dienstag, 4. Mai, eine Konferenz zum Thema „Die Krise in der Weltwirtschaft – Neuplanung der Reise“ abhält.

In seiner Rede forderte der Papst die Wissenschaftler auf, nach objektiven Bewertungskriterien für wirtschaftliche Strukturen, Institutionen und Entscheidungen zu suchen. Die Finanzkrise habe die Brüchigkeit des gegenwärtigen ökonomischen Systems gezeigt. Dadurch sei die These widerlegt worden, dass der Markt sich allein regulieren könne. Die Beziehung zwischen Menschen dürfe nicht nur auf Eigeninteresse und Profitsuche reduziert werden.

Die 1994 gegründete Päpstliche Akademie für Sozialwissenschaften hat die Aufgabe, „das Studium der sozialen, wirtschaftlichen, politischen und juristischen Wissenschaften im Licht der Soziallehre der Kirche zu vertiefen und zu fördern“. Ihr gehören rund 35 Wissenschaftler unterschiedlicher Disziplinen und Religionen an, darunter etliche Nobelpreisträger. Präsidentin der Akademie ist die Harvard-Juristin und frühere Botschafterin der Vereinigten Staaten beim Heiligen Stuhl Mary Ann Glendon. (kap 1)

 

 

 

Plädoyer für „eine ganz neue Solidarität“

 

„Vorabend des 1. Mai“ mit Kardinal Lehmann und Ingrid Sehrbrock

 

Mainz. Für „eine ganz neue Solidarität“ in der Gesellschaft hat sich der Mainzer Bischof, Kardinal Karl Lehmann, bei einem Gottesdienst am Freitagabend, 30. April, im Mainzer Dom ausgesprochen.

Wörtlich sagte er: „Es ist keine Frage, dass wir in hohem Maß in unserer zerrissenen Gesellschaft, in der oft nur einzelne Interessen und Bedürfnisse vorherrschen, eine ganz neue Solidarität brauchen, in der eine echte Wechselseitigkeit des Einsatzes füreinander vorherrscht, wo man überhaupt die Situation der anderen unvoreingenommen und sensibel wahrnehmen muss." Dann erst werde der Mensch fähig zu konkret gelebter Solidarität.

Der Gottesdienst war Auftakt zum traditionellen Empfang am „Vorabend des 1. Mai" der in diesem Jahr unter Überschrift stand: „Gute Arbeit - Solidarisch mit Herz und Verstand - Gemeinsam Wege aus der Krise finden". Der Kardinal würdigte das Thema des Abends als „gerade in wirtschaftlich schlechteren Zeiten notwendig". Er sagte: „Arbeit darf in solchen Situationen nicht verkommen. Es ist das Ziel des Deutschen Gewerkschaftsbundes (DGB) und auch der Sozialverbände in der Kirche sowie auch der Betriebsseelsorge, dass dies bei den vielen Wandlungen nicht aus den Augen verloren wird." Veranstalter waren das Referat Berufs- und Arbeitswelt des Bischöflichen Ordinariates, die Katholische Arbeitnehmer-Bewegung (KAB) und das Kolpingwerk.

Lehmann ging in seiner Predigt auf den Begriff Solidarität ein und betonte, dass „soziale Solidarität" nicht einfach an die Stelle christlicher Nächstenliebe treten könne. Gerade die katholische Soziallehre habe den Solidaritätsbegriff weiterentwickelt. Wörtlich sagte der Kardinal: „In der modernen Welt hängen die einzelnen Menschen trotz einer zunehmenden Individualisierung letztlich doch wieder sehr von der Gesellschaft ab. Deshalb empfindet man auch die Solidarität als ganz wichtig. Dabei geht es vor allem um eine Wechselseitigkeit unter den Menschen, die dieselbe Würde haben. Man kann also wohl sagen, dass die Kernbedeutung von Solidarität ‚Hilfe auf Gegenseitigkeit innerhalb einer Schicksalsgemeinschaft' ist. Weil die Solidarität nicht streng rechtlich geschuldet ist, sondern doch eine moralische Kategorie ist, bleibt sie in der Nähe der Menschenliebe, ist aber doch auch etwas anderes, weil es bei der Solidarität immer um eine Leistung und eine Gegenleistung geht. Die Wechselseitigkeit bleibt bestehen."

Solidarität sei in der katholischen Soziallehre „ein durchgehender Grundsatz der Gestaltung menschlicher Gesellschaft", betonte Lehmann. Deshalb sei damit mehr gemeint als nur ein Gemeinschaftsgefühl oder eine soziale Gesinnung, die sich an den Einzelnen richte. „Vielmehr ist ein ganz grundlegender Zusammenhang gemeint, der in der menschlichen Natur begründet ist: In der Natur des Menschen findet sich die Ausrichtung auf die Gesellschaft, in der sich die Anlagen des Einzelnen erst entfalten können. In diesem Sinne ist die Solidarität eine sittliche Pflicht."

Als Grundhaltung für die ganze Gesellschaft habe die Solidarität ihre Begründung aus dem Glauben im Wirken Jesu, sagte Lehmann. Indem er eine menschliche Natur angenommen habe, den Menschen in allem gleich war außer der Sünde und für alle sein Leben hingegeben habe, habe er damit „in besonderer Weise den Einsatz Gottes für alle Menschen bis zu seinem Sterben ‚für alle' gelebt. Dies ist auch das Lebensprinzip von Kirche." Konzelebranten waren Domdekan Heinz Heckwolf, KAB-Präses Dr. Friedrich Röper, Kolping-Präses Harald Röper und Kolping-Bezirkspräses Dieter Bockholt. Die Kollekte des Gottesdienstes ist für die Aktion „Sympaten" des Referates Berufs- und Arbeitswelt bestimmt, bei der Jugendliche in der Zeit zwischen Schule und Ausbildung von Paten begleitet werden.

Vortrag von Ingrid Sehrbrock

Beim anschließenden Empfang im Erbacher Hof plädierte Ingrid Sehrbrock, stellvertretende Vorsitzende des Deutschen Gewerkschaftsbundes (DGB), dafür, „der sozialen Marktwirtschaft zu einer neuen Renaissance zu verhelfen". Sie bedauerte, dass „der Primat der Politik abhanden" gekommen sei. „Die Solidarität ist in den letzten Jahren stetig unter die Räder gekommen", sagte Sehrbrock. Ein Ursache der Krise sei, dass Grundsatzprogramme in der Politik „praktisch keine Rolle mehr spielen", betonte Sehrborck. Die anschließende Diskussion wurde von Erich Michael Lang von der Allgemeinen Zeitung Mainz moderiert. Pastoralreferentin Ingrid Reidt, Leiterin der Regionalstelle Rüsselsheim der Betriebsseelsorge, hatte in ihrer Begrüßung im Ketteler-Saal des Erbacher Hofes rund 200 Teilnehmer willkommen geheißen.

Kardinal verlieh Preise der „Pfarrer Röper-Stiftung"

Für besonderes Engagement im Bereich der Ausbildung verlieh Kardinal Lehmann am Ende des Abends zwei Preise der „Pfarrer Röper-Stiftung". Ausgezeichnet wurden die Mitarbeiter des „Ausbildungsrestaurants ina" in Offenbach und der Fliesenleger Joao Pombeiro, der sich in besonderer Weise für die Ausbildung sozial benachteiligter Jugendlicher engagiert hat. Das „Ausbildungsrestaurant ina" war Anfang des Jahres im Offenbacher Kolpinghaus für benachteiligte Jugendliche aus Offenbach und Umgebung eröffnet worden und wird vom Verein „Initiative Arbeit im Bistum Mainz e.V." getragen. Die Preise der „Pfarrer Röper-Stiftung" werden seit 2003 werden bei der Begegnung zum „Tag der Arbeit" verliehen. Dabei werden im Symbol einer vom Mainzer Bildhauer Karlheinz Oswald gestalteten kleinen „Caritas"-Bronzefigur Unternehmen geehrt, die sich für die Ausbildung von benachteiligten Jugendlichen besonders einsetzen. tob (MBN) –

 

 

 

Kardinal Sterzinsky für Mindestlohn und Schutz vor Ausbeutung

 

Der Berliner Kardinal Georg Sterzinsky hat sich für Mindestlöhne und einen besseren Schutz vor ausbeuterischen Arbeitsverhältnissen ausgesprochen. Wenn die Tarifpartner die Forderung akzeptierten, dass Menschen von ihrer Arbeit leben können, müssten sie auch Mindestlöhne garantieren, sagte der Erzbischof am Freitagabend in Berlin in einem Gottesdienst zum „Tag der Arbeit“. Zudem forderte er, auch „illegale“ Arbeitnehmer müssten sich an die Arbeitsgerichte wenden können, ohne ihre Abschiebung zu riskieren. Weil es bislang nicht der Fall sei, begünstige dies ungerechte Arbeitsverhältnisse. Auch wer gegen die Beschäftigung von Zuwanderern ohne Aufenthaltsstatus sei, dürfe solche Verhältnisse nicht dulden. Sterzinsky bezeichnete beide Forderungen als „Fronten, an denen die Kirche kämpfen muss“. Dabei brauche die Deutsche Bischofskonferenz die Unterstützung von Verbänden wie der Katholischen Arbeitnehmer-Bewegung (KAB). kna 1

 

 

 

Benedikt XVI.: „Wirtschaft von und für Menschen“. „Mehr Einsatz für die Jugend“

 

Produktion und Weltmarkt von Menschen für Menschen – für ein solches Wirtschaftsmodell hat sich Papst Benedikt gegenüber Mitgliedern der Päpstlichen Akademie für Sozialwissenschaften ausgesprochen. Das Gremium der Universität kam an diesem Freitag zur 16. Plenarsitzung zusammen; Thema war die Analyse der Wirtschaftskrise aus Sicht der kirchlichen Soziallehre. Die weltweite Finanzkrise habe gezeigt, dass von einer „Selbstregulierung“ des Marktes keine Rede sein könne, so der Papst. Es brauche die Steuerung durch den Menschen, und zwar – unterstrich Benedikt – auf Grundlage von international gültigen moralischen Standards.

 

„Zu den unabdingbaren ethischen Prinzipien für das Wirtschaftsleben gehört die Förderung des Allgemeinwohls, die im Respekt gegenüber der Menschenwürde gründet. Sie muss das erste Ziel von Produktion, Handel, politischen Institutionen und sozialer Fürsorge sein.“

 

„Mehr Einsatz für die Jugend“ - Papst Benedikt XVI. hat zu mehr Förderung von Kindern und Jugendlichen aufgerufen. Die gegenwärtige gesellschaftliche Situation erfordere außergewöhnliche Anstrengungen für die Ausbildung der künftigen Generationen, sagte der Papst nach einem Konzert anlässlich seines fünften Amtsjubiläums am Donnerstag im Vatikan.

 

„Erziehung scheint im sozialen Kontext immer schwieriger und problematischer zu werden. Eltern und Lehrer sprechen oft von Schwierigkeiten, den jungen Generationen grundlegende Werte und redliches Verhalten zu vermitteln. Das betrifft sowohl die Schule als auch die Familie sowie andere Erziehungsinstitutionen.“

(rv 30)

 

 

 

Deutschland: Weber plädiert für gemeinsames Abendmahl

 

Bei evangelisch verantworteten Mahlfeiern auf dem 2. Ökumenischen Kirchentag in München sind alle getauften Christen zum gemeinsamen Abendmahl eingeladen. Das hat der Catholica-Beauftragte der Vereinigten Evangelisch-Lutherischen Kirche Deutschlands (VELKD), der Braunschweiger Landesbischof Friedrich Weber, am Donnerstag in Frankfurt gegenüber Journalisten angekündigt. „Wir wollen damit nicht gegen römisch-katholische Regeln verstoßen, sondern unseren Überzeugungen treu bleiben“, so Weber weiter. Der Vorsitzende der Ökumene-Kommission der Deutschen Bischofskonferenz, der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller, nannte dies „etwas taktierend uns gegenüber“ und verwies auf die ablehnende Haltung der katholischen Kirche. Er machte deutlich, dass Katholiken in einem „tiefen Sinn“ an evangelischen Abendmahlsfeiern teilnehmen könnten, ohne das Abendmahl zu empfangen. – Die reformatorischen Kirchen in Europa praktizieren seit 1973 untereinander Abendmahlsgemeinschaft und laden dazu auch andere Getaufte ein. Die katholische Kirche versteht die Gemeinschaft am Altar als Ausdruck der Einheit in Glauben und Lehre. Zur Kommunion sind daher in der Regel nur Katholiken zugelassen. Nach katholischer Lehre ist ihnen die Teilnahme an protestantischen Abendmahlsfeiern untersagt.

 

„Übertreten geboten!“ - Kann Kunst den interreligiösen Dialog fördern? Auf einen Versuch lassen es jetzt 21 internationale Künstler der verschiedensten Glaubensrichtungen ankommen. Sie präsentieren im Vorfeld des Ökumenischen Kirchentages ihre Werke in München. Das Päpstliche Missionswerk „Missio“ hat gemeinsam mit OCCURSO, dem Institut für interreligiöse und interkulturelle Begegnung, die Aktion ins Leben gerufen. Radio Vatikan sprach mit André Gerth, Mitarbeiter bei Missio über die Ausstellung mit dem einladenden Namen.

 

Ökumene fordert und fördert - Der Botschafter der Bundesrepublik Deutschland beim Heiligen Stuhl, Hans-Henning Horstmann, betont in seiner Monatskolumne für Radio Vatikan die Bedeutung der Ökumene für Gemeinsinn und Gesellschaft: „Deutschland ist mit seinen fast gleichgroßen Anteilen katholischer und evangelisch-lutheranischer Christen das Land der Ökumene“, schreibt er. (kipa 30)

 

 

 

 

Wolfgang Thönissen: „Ökumene steht unter Erwartungsdruck der Menschen“

 

In knapp zwei Wochen ist es soweit, dann beginnt in München der zweite Ökumenische Kirchentag. Wolfgang Thönissen ist Direktor des Johann-Adam-Möhler-Instituts für Ökumenik in Paderborn und berät auch den Vatikan in ökumenischen Angelegenheiten: Seit zwei Jahren ist er Konsultor, also Berater, des Päpstlichen Rates zur Förderung der Einheit der Christen in Rom.

 

„Die Ökumene ist ein dynamischer Prozess. Wir teilen schon vieles miteinander. Wir können die Bibel miteinander lesen. Die gegenseitige Anerkennung der Taufe ist ein wichtiges Moment dieser ökumenischen Begegnung. Und vielleicht gelingt es uns, noch in dieser oder auch, dies kann man wahrscheinlich zeitlich nicht festlegen, auch das Ziel, gemeinsam die Eucharistie zu feiern, dass das uns irgendwann einmal gelingt zu tun, wenn wir denn auch unsere eigenen ökumenischen Hausaufgaben gemacht haben, die dagegen stehenden Fragen aufgenommen und aufgearbeitet zu haben.“

 

Thönissen sieht, dass viele Menschen hin zu einer gemeinsamen Eucharistie drängten und Antworten verlangten. Die Ökumene stehe immer auch unter einem bestimmten Erwartungsdruck der Menschen, sagt er:

 

„Ich denke hier an die vielen Ehen, Familien, die gemischt konfessionell leben. Kinder, die darin aufgewachsen sind. Das ist sicher eine Herausforderung für uns alle. Und da sitzt auch sozusagen der Stachel im Fleisch für die Kirchen und die Verantwortlichen, auch für die Ökumeniker nach Wegen zu suchen, unter denen eine größere Einheit möglich ist. Aber der Zeitdruck ist das eine. Das andere ist, wir dürfen uns auch nicht unter Druck setzen lassen. Denn eine Gemeinschaft muss wachsen. Wir haben 400 Jahre, 450 Jahre hinter uns, in denen wir mehr oder weniger getrennt waren, in denen wir einander abgeschottet gelebt haben. Das alles lässt sich nicht mit einem Federschritt beseitigen und jede Einigung, die nicht wirklich in die Tiefe geht, führt zu neuen Konflikten. Das müsste uns eigentlich eine Warnung sein.“ (Nicole Stroth, Erzbistum Freiburg 29)

 

 

 

 

Die Überraschungsministerin Aygül Özkan

 

Man muss dem Thema „Religion“ und „Integrationspolitik“ mit gefährlich realitätsfremder Oberflächlichkeit zugetan sein, um zu behaupten, eine muslimische Sozialministerin in einer CDU-geführten Landesregierung sei ein PR-Coup. Auch wenn die Personalie ohne Zweifel Interesse auf sich zieht, ist sie weit mehr als ein billiger Trick. Dies haben die ersten Tage seit ihrer Ernennung schon gezeigt. Die Debatten, die durch Frau Özkan entfacht wurden, haben bei weitem übertroffen, was ein PR-Coup an Überraschungen verursachen darf. Das nationale und internationale Medieninteresse machen deutlichen, dass mit der Berufung und Vereidigung von Frau Aygül Özkan eine Persönlichkeit mit hohem Symbolwert politische Verantwortung übernommen hat. Die Person Aygül Özkan hat deshalb eine faszinierende Symbolkraft, weil sie als Brückenpersönlichkeit erscheint, zwischen unterschiedlichen Kulturen und Religionen, zwischen verschiedenen sozialen Schichten und zwischen grundsätzlich verschiedenen Weltanschauungen. Solche starken Symbole haben für viele einen Nachteil: Sie passen in kein Schema.

 

Eine Muslimin in einer christlichen Partei, geboren und aufgewachsen in Hamburg, deutsche Staatsbürgerin, ist Tochter türkischer Eltern, die schon zur Zeit der Geburt der frischgebackenen Ministerin den Sprung in die Selbständigkeit gewagt haben, ist kundig in der christlichen und muslimischen religiösen Tradition, beheimatet aber in der muslimischen, gebildet, bekennt sich ausdrücklich zu christlichen Werten, wird Mitglied der CDU, bekommt ein Ministeramt angeboten und übernimmt es. Eine solche Frau verdient Respekt und Aufmerksamkeit, weit bevor sie vor irgendeinen Karren gespannt - oder vom Hof gejagt wird.

 

Eine ganze Reihe von Überraschungen sind bereits jetzt mit ihrer Person verbunden. Da ist zunächst ihre Berufung als Ministerin in eine CDU-geführte Regierung und ihr ausdrückliches Bekenntnis zu christlichen Werten. Bislang haben sich eher SPD und Grüne die größere Identifikationskraft gegenüber türkischen Mitbürgern auf die Fahnen geheftet. Da möchte man fragen: Welche Werte sind es, die muslimische und christliche Traditionen verbinden?

Die Aussage, Kruzifixe haben in Schulen ebenso wenig verloren wie Kopftücher, ist für eine CDU-Ministerin überraschend, nicht aber für eine Frau, die die türkische Tradition kennt. Der Kemalismus ist auch eine Geschichte des laizistischen Staates. Die türkische Form der Trennung von Religion und Staat kann im Blick auf andere Staaten mit islamischer Mehrheitsbevölkerung zu Recht als Erfolgsgeschichte betrachtet werden. Zwar gibt es eine staatliche Regulierung des Islam durch eine eigene Religionsbehörde und de facto leistete das Militär über viele Jahrzehnte eine stetige Kontrolle des fragilen Kräftegleichgewichts und erwies sich als treuer Nachlassverwalter Kemal Atatürks. Aber die Türkei ist heute ein moderner Staat, in dem der Islam gedeihen konnte. Den westlichen Erwartungen an die Religionsfreiheit genügt die Türkei jedoch noch nicht.

 

Überrascht hat auch, wie schnell die Ministerin ihre persönliche Einschätzung zu der Kruzifix-Frage korrigiert hat. Schnell hat sie sich den Maximen ihrer Partei gebeugt, obwohl ihre persönliche Meinung jener der Richter des Verfassungsgerichtes von 1995 konformer ist, als die Parteilinie der CDU. Wenn jedoch Politiker der C-Parteien glauben, dass durch rustikal-deutsche Bemerkungen das Thema vom Tisch zu wischen sei („so jemand wird in Bayern nicht Ministerin“, „sie kann Deutschland nicht vertreten“), riskieren sie böse Überraschungen. Die Frage, ob das Kreuz in der interkulturellen Praxis als Zeichen agieren kann, das die Gewaltlosigkeit und den Frieden symbolisiert und zu gelebter Toleranz führt, d. h. zu Achtung vor dem, mit dem man in Grundsätzlichem nicht einig ist, darf gestellt werden. Für die Politik greifen theologisch-theoretische Erklärungen zu kurz. Das Kreuz wird seine Identifikationskraft in der Praxis, auch vor Atheisten und Andersgläubigen, bezeugen müssen – und da sind die Christen als Botschafter gefragt. Jedenfalls haben die bisher vorgebrachten Bemerkungen mancher CDU-Politiker nicht dazu beigetragen, die integrierende und friedensstiftende Kraft des Kreuzes hervorzuheben. Christen müssen daran arbeiten, das Kreuz von dem kulturellen Ballast der Kreuzzüge zu befreien und ihm jene Werte anzuheften, wie sie beispielshaft neben anderen Papst Johannes-Paul II. geprägt hat. („Krieg ist ein Abenteuer ohne Rückkehr“ oder das Treffen der Vertreter Weltreligionen in Assisi 1986) Christen müssen auch den Mut haben, andere Religionen zu fragen, welches ihr Einsatz für ein friedliches Miteinander von Religionen und Menschen jeglicher Weltanschauung sei und gegebenenfalls von ihnen lernen.

 

Überrascht hat die Ministerin auch durch die Schwurformel „So wahr mit Gott helfe“. Besonders jene übergehen geflissentlich dieses Bekenntnis, die in ihr eine Fürsprecherin des laizistischen Staates sehen. Das Bekenntnis zum Gottesglauben widerspricht jenen, die im Gottesbekenntnis bisher ein Hindernis für ein friedliches Miteinander der Religionen sahen. Die Ministerin macht deutlich, dass gerade das Bekenntnis zu dem einen Gott, der in Abraham einen Hörenden gefunden hat, eine starke und gemeinsame Grundlage für die Suche nach weiteren Gemeinsamkeiten bildet. Dabei braucht die je eigene Identität nicht verraten werden. Und gerade das Bekenntnis zu einem Schöpfergott vermittelt den Gläubigen den Respekt vor jeder Kreatur.

 

Im Übrigen hat sich die Ministerin in den kleinen Unterschieden der jüdisch-christlichen und muslimischen Tradition als kundig erwiesen. In ihrer Erläuterung ihrer Schwurformel stellt sie fest, dass sie den Gott Abrahams, Isaaks und Jakobs meint. Als Muslimin jedoch wäre Ismael, Sohn Abrahams und seiner Magd Hagar, der wichtigste in dieser Reihe, denn er ist der Stammvater der Araber. Obwohl er biblisch belegt ist, wird er in der jüdisch-christlichen Tradition weniger genannt. Ihn hat sie auch nicht genannt, wohl wissend, dass ihn die Christen weniger kennen und sich verwundert gefragt hätten, wer dies wohl sei.

 

Vor dieser interkulturellen und interreligiösen Feinsinnigkeit muten theologische Kommentare, wie die Aussage, dass der Gott der Juden, Christen und Muslime nicht der gleiche sei, etwas zu einfach an.

 

Man muss nicht mit allem einverstanden sein, was Aygül Özkan sagt, aber ihre ersten Auftritte machen deutlich, dass ein interessiertes Nachfragen nach den Hintergründen ihrer Meinung auf jeden Fall lohnenswert ist. Sie verkörpert in ihrer Person jene Fragen und viele erfahrungsgestützte Antworten, die für ein friedliches und verantwortungsvolles Miteinander der Religionen nicht nur in Deutschland, sondern auch in Europa und in einer globalisierten Welt notwendig sind. Die Übernahme eines Ministeramtes durch die bekennende Muslimin Özkan in einer Regierung, die sich zu christlichen Grundwerten bekennt, ist vor allem eine Herausforderung an ihre Parteifreunde, ihre eigenen Argumentationsmuster darauf hin zu überprüfen, ob sie dem eigenen Wertecredo standhalten.

Theo Hipp kath.de-Redaktion

 

 

 

Wegen Burka-Verbot. Prediger fordern Muslime zur Auswanderung auf

 

Unter islamischen Geistlichen stoßen die Pläne Frankreichs und Belgiens für ein Verbot der Burka auf Unverständnis. Prediger in konservativen arabischen Staaten sprechen von mangelnder Toleranz. Ein saudischer Prediger forderte die Betroffenen auf, sie sollten "das Land des Unglaubens verlassen".

Die islamischen Prediger in den konservativen arabischen Staaten bringen für das in Frankreich und Belgien geplante Burka-Verbot wenig Verständnis auf. Für die meisten von ihnen ist das Verbot des Ganzkörperschleiers ein Ausdruck der Intoleranz gegenüber den Muslimen. Ein Prediger aus Saudi-Arabien rief die Muslime in Belgien sogar auf, auszuwandern.

Scheich Abdurrahman, der in der Al-Diraa-Moschee im Zentrum der saudischen Hauptstadt Riad predigt, sagte: „Wenn ein Muslim seine Religion nicht schützen kann, dann soll er auswandern. Denn das Land Gottes ist groß.“ Der saudische Prediger erklärte weiter: „Wenn die Muslime, die dort leben, die Botschaft ihres Glaubens nicht verbreiten dürfen, dann sollen sie das Land des Unglaubens verlassen.“

Der Prediger der Al-Sinidar-Moschee in der jemenitischen Hauptstadt Sanaa, Chalid Bahischwan, zeigte sich erstaunt über „diese Kampagne von Frankreich und Belgien, die sich gegen das islamische Erscheinungsbild richtet“.

Denn in Europa lebten schließlich so wenige Muslime, dass sich die Mehrheit von dieser Minderheit unmöglich bedroht fühlen könne. Er betonte jedoch gleichzeitig, die Verschleierung des Gesichtes sei für die muslimischen Frauen – im Gegensatz zum Tragen des Kopftuches – keine religiöse Pflicht.

Mohammed Abdulkawi, der in der Al-Mustafa-Moschee in der nordirakischen Kurden-Stadt Erbil predigt, sagte, es sei falsch, dass sich Staaten wie Frankreich und Belgien, die normalerweise die Freiheitsrechte ihrer Bürger hoch achteten, entschieden hätten, den Musliminnen diese Freiheit nicht zuzugestehen. „Die europäischen Frauen ziehen sich so unverhüllt an, wie es ihnen gefällt, weshalb sollen wir dann nicht auch tun dürfen, was wir wollen“, schloss er.

Der schiitische Prediger Mohannad al-Mussawi aus Bagdad Hunderte von ausländischen Touristen, bereisten arabische Länder und trügen dabei "eine Kleidung die mit den Geboten des Islam nicht in Einklang steht. Doch die arabischen Länder erlassen keine Gesetze, die sie daran hindern, diese Länder zu besuchen. [Iran und Saudi-Arabien schreiben sowohl einheimischen Frauen als auch Ausländerinnen das Tragen von Kopftüchern vor, d. Red.] Weshalb behandeln sie uns nicht genauso?“  dw 30

 

 

 

TV-Kritik: Maybrit Illner. Religion als Privatsache?

 

Integrieren, assimilieren, vereinigen - oder doch aneinander vorbeireden? Bei Illner diskutieren Wowereit, Broder und Dobrindt über Kruzifixe, Kopftücher und türkische Ministerinnen. Eine kleine Nachtkritik von Rupert Sommer

Selten hat es sich weniger gelohnt, bei einer Talkrunde auf das von einer wortspielverliebten Redaktion eigentlich vorgegebene Ausgangsthema zurückzukommen als in der hitzigen, aber viel zu sprunghaften Runde von Maybrit Illner.

Mit dem platten Motto “Kruzitürken“ konnte mitten im Berliner Hauptstadtstudio am ehesten noch der christsoziale Spree-Bayer Alexander Dobrindt, Anwalt der freistaatlichen Schul-Kruzifixe, etwas anfangen. “Unsere christlichen Symbole sollten wir nicht verstecken“, mahnte er eifrig an. Die im Titel nachgeschobene Frage “Sind wir offen für muslimische Minister?“, die sich auf die Vereidigung der niedersächsischen CDU-Sozialministerin Aygül Özkan bezog, nahmen die Anwesenden zum Anlass über vieles, vor allem aber über ihre Lieblingsthemen zu reden.

Nicht in die Betten hineinregieren

Für die Frauenrechtlerin Seyran Ates, die schon häufiger bei Illner zu Gast war, lief die Frage letztlich auf ihre wiederholt gestellte Forderung nach einer sexuellen Revolution in den islamischen Gesellschaften hinaus. Nur wenn nicht unter dem Vorwand einer Religion in die Betten hineinregiert werde, könnten auch Auswüchse wie Zwangsverheiratungen in Parallelgesellschaften verhindert werden - und Sex unter muslimischen Jugendlichen zur selbstbestimmten Selbstverständlichkeit werden.

 

Berlins Regierender Bürgermeister Klaus Wowereit nutzte die Gelegenheit, recht pauschal mit allen auch in Berlin vertretenen intoleranten Glaubensgemeinschaften ins Gericht zu gehen und etwa das Frauenbild orthodoxer Juden ebenso zu rüffeln wie die Haltung von Erzkatholiken gegenüber homosexuellen Lebensgemeinschaften. Dass in Dobrindts CSU-Heimat Bayern trotz eines nicht ganz unumstrittenen Verfassungsurteils die Kreuze weiterhin hängen, quittierte er mit Spott und warf der CSU vor, “dauernd zum Verfassungsaufbruch“ aufzurufen. “Der Freistaat hat die Klage verloren“, blaffte er den Generalsekretär an. “Nehmen Sie doch mal als Demokrat zur Kenntnis, dass Sie eine schallende Ohrfeige erhalten haben.“

Überraschung: Broder explodiert nicht

Ali Kizilkaya, Vorsitzender des Islamrats für die Bundesrepublik Deutschland, kritisierte die “Doppelmoral“ in der Debatte. “Ich als Muslim fühle mich von Kruzifixen nicht gestört“, erklärte er freimütig. Politiker, die Özkans ursprüngliche Kritik an christlichen Symbolen in staatlichen Schulen beklagten, machten sich gleichzeitig für eine Einhaltung des Kopftuchverbots stark. So weit, so verworren.

Die einzige Überraschung: Henryk M. Broder explodierte nicht. Dem wortgewandten Provokateur traut man eigentlich die Rolle des Zündlers zu. Wenigstens zu Beginn einer zunehmend verfahrenen Diskussion hielt er sich merklich zurück, gab sich fast staatsmännisch milde. “Die Menschheit hat schon Schlimmeres erlebt“, sagte er zur Debatte um die erste muslimische Ministerin und erwähnte in einem Atemzug den ersten schwarzen Präsidenten Obama, die “Ossi-Frau“ als Kanzlerin und den “offen homosexuellen Außenminister“. Mit Statements wie “Migranten sind in der Pflicht, sich um ihre Integration zu kümmern“ goss er sogar Wasser auf die Mühlen des CSU-Manns Dobrindt.

 

"Eine schöne Rede für den Bezirksparteitag" - Dann begann Broder doch ein wenig zu provozieren - etwa als er den Unterschied zwischen dem eher “kulturellen“ Symbol des Kreuzes und der muslimischen Verschleierung herausstrich. “Das Kopftuch symbolisiert Unterwerfung und Gehorsam“, schimpfte er. Dennoch mäanderte das Gespräch abenteuerlich weiter. Es kam von der Frage, auf welchen Gott sich die gescholtene Ministerin bei ihrem Amtseid eigentlich berufen hat (den altväterlichen der drei Weltreligionen, mutmaßte Illner; selbstverständlich den christlichen, meinte Dobrindt), über Mohammed-Karikaturen, Ehrenmorde, Gebetsräume an Schulen letztlich sogar zur Bewerbungsnachteilen mit türkisch klingenden Nachnamen.

Erst am Tiefpunkt angekommen, zündete Broder seine breit ausstreuende Polemik-Bombe: Er kritisierte die fortschreitende desaströse “Konfessionialisierung des öffentlichen Lebens“. “Die katholische Kirche steigt hierbei fröhlich mit ein“, schob er hinterher. Dennoch attackierte er den vermeintlichen Integrationsunwillen bei Islam-Gläubigen scharf. “Wenn wir von Problemen bei der Integration sprechen“, so Broder, “dann reden wir zu 99 Prozent von den Muslimen.“

 

Und die verachteten angeblich sogar die Kultur ihres Gastlandes. Während es sowohl in der christlichen als auch in der jüdischen Tradition eine Aufklärung gegeben hätte, vermisst er diese bei seinen muslimischen Mitbürgern. “Der letzte Jude, der exkommuniziert wurde“, versuchte sich Broder zu erinnern, “war Baruch Spinoza“. Von Maybrit Illner nachgefragt, erläuterte er, dass er von einem aufgeklärtem Muslim erwarte, dass er “aus seiner Religion kein Aufhebens“ mache, sie als “Privatsache“ betrachte.

Eine ganz private Dimension auf über weite Strecken viel zu unpräzise geführte Debatte (“eine schöne Rede für den nächsten Bezirksparteitag“, frotzelte Broder über Wowereits Plädoyer für allgemeine Toleranz) hätte als Abrundung eigentlich noch der deutsch-türkische Kabarettist Alparslan Marx einbringen sollen. Der Mann, der sich in seiner bemüht anspielungsreichen Stand-up-Einlage der “Integrator“ nannte, ließ das anwesende Studiopublikum die Zähne aufeinander beißen. Mit seinem offenbar überzeugungsernsten Aufruf, alle Ethnien innerhalb Deutschlands zu vereinigen und für das Staatengebilde auch noch einen neuen neutralen Namen zu finden, stieß er bei keinem der Diskussionsteilnehmer auf Gegenliebe - und beim Publikum auf Ratlosigkeit.

Nur Talkmasterin Illner fand das offenbar nicht. Sie beschloss die in die Zeitüberziehung ausgefranste Debatte mit den beschwörenden Worten: "Eine rasante, sehr lehrreiche Sendung."  (sueddeutsche.de 30)