Notiziario religioso 27-31 Maggio
2010
Giovedì 27 maggio. Il commento al Vangelo. La guarigione del cieco Bartimeo
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 10,46-52) commentato da P. Lino Pedron
46 E giunsero a
Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il
figlio di Timèo, Bartimèo,
cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. 47 Costui, al sentire che c'era Gesù
Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di
Davide, Gesù, abbi pietà di me!». 48 Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma
egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
49 Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco
dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». 50 Egli, gettato via il mantello, balzò
in piedi e venne da Gesù. 51 Allora Gesù gli disse:
«Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì,
che io riabbia la vista!». 52 E Gesù gli disse: «Va’,
la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per
la strada.
Il lettore del
vangelo sa ormai che le folle seguono Gesù, ma senza
una fede profonda e con gli occhi chiusi nei confronti della sua missione. Il
cieco Bartimeo, invece, crede in lui come figlio di
Davide, con fede salda e imperturbabile, anche se i numerosi presenti tentano
sgarbatamente di farlo tacere. Egli crede nella bontà e nella potenza di Gesù
nelle quali cerca il soccorso di Dio.
Il cieco è un
emarginato. La sua professione di mendicante dimostra chiaramente che non può
far nulla da sé e deve attendere tutto dagli altri. La molta folla intorno a
Gesù è l’immagine della comunità che spesso non accoglie gli emarginati, ma li
sgrida, li zittisce e li colpevolizza, credendo oltretutto di far bene. Ma Gesù impartisce un ordine chiaro:
"Chiamatelo!". Nella preghiera del cieco, Gesù riconosce la fede,
condizione necessaria per essere aggregato alla comunità che sale a Gerusalemme
e alla croce. Appena acquistò la vista, divenne discepolo. Per seguire Gesù
bisogna vedere bene e vederci chiaro.
La domanda di
Gesù: "Che vuoi che io ti faccia?" è la stessa che egli aveva rivolto
a Giacomo e Giovanni (cfr Mc 10,36). La loro richiesta di posti d’onore
contrasta con l’umile richiesta di Bartimeo: essi
chiedevano di progredire nella cecità della loro superbia, egli chiede di avere
la luce della fede che scruta nel Cristo crocifisso
l’umiltà e la profondità di Dio.
A questo punto del
vangelo, Gesù rivolge anche a noi la stessa domanda che ha fatto al cieco:
"Che vuoi che io faccia per te ?". E noi dobbiamo fare nostra la sua
risposta: "Maestro, che io riabbia la vista !". Fine di tutta la catechesi
di Gesù è portarci qui, dove si compie l’ultimo miracolo, quello definitivo: la
guarigione dalla cecità e la vista della fede.
Gesù è la luce del
mondo (cfr Gv 8,12), il figlio di Davide che esercita
la sua regalità usando misericordia, il Signore che dà la vista ai ciechi (Sal 146,8). L’invocazione del suo nome è la nostra salvezza
(cfr At 2,21). Gesù significa "Dio salva".
Egli ci salva perché è tutto misericordia rivolta alla
nostra miseria.
"Figlio di
Davide, abbi misericordia di me" (v. 48). Questa espressione contiene
tutta la preghiera, perché contiene tutto Dio. La
misericordia è l’essenza di Dio. Egli non è misericordioso: è misericordia.
Egli non ama i suoi figli in proporzione dei loro meriti, ma della loro
miseria. E li ama uno ad uno (cfr Gal 2,30; 1Tim
1,15). Io, in persona, sono amato totalmente dal Padre in Gesù. L’amore non si
divide, si moltiplica. L’amore di un padre non si divide per il numero dei
figli, ma è tutto intero per ciascuno.
Gettando il
mantello, che era tutto per lui, questo povero segue Gesù, a differenza del
ricco che, attaccato ai suoi beni, si allontanò triste (cfr Mc 10,22). De.it.press
Venerdì 28 maggio. Il commento al Vangelo. La cacciata dei venditori dal
tempio
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 11,11-26) commentato da P. Lino Pedron
11 Ed entrò a
Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai
l'ora tarda, uscì con i Dodici diretto a Betània.
12 La mattina
seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. 13 E
avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere
se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie.
Non era infatti quella la stagione dei fichi. 14 E gli
disse: «Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti». E i discepoli l'udirono.
15 Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si
mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano
nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di
colombe 16 e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. 17 Ed insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia
casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!».
18 L'udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo
di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché
tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento. 19 Quando venne
la sera uscirono dalla città.
20 La mattina
seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle
radici. 21 Allora Pietro, ricordatosi, gli disse:
«Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato». 22 Gesù allora disse loro: «Abbiate fede in Dio! 23 In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare,
senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà
accordato. 24 Per questo vi dico: tutto quello che
domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato.
25 Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate,
perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati». [26] .
La maledizione del
fico è un fatto parabolico: la parabola viene tradotta
in un gesto esemplare che la rende viva e comprensibile non solo alle orecchie,
ma anche agli occhi. E’ un fatto parabolico che esprime plasticamente il
giudizio di Dio su Israele. L’informazione «non era quella la stagione dei
fichi» (11,13) rende assurda la pretesa di Gesù. Marco non cerca di nascondere
la stranezza del gesto, anzi la sottolinea. E noi
dobbiamo capire subito che, se Gesù si fosse limitato a maledire un fico che
non poteva avere dei frutti perché non era la stagione giusta, il suo gesto
potrebbe sembrare non solo strano, ma demenziale. Non
è dunque su questo piano che va cercato il senso. Nell’Antico Testamento, il
fico e la vigna rappresentano il popolo d’Israele (Is
5,1–7; 28,4; Os 9,10 Ger
8,13). Vogliamo citare due versetti del profeta Michea
che descrivono il senso preciso della fame di Gesù (Mc 11,12): «Ahimè! Sono diventato come uno spigolatore d’estate, come
un racimolatore dopo la vendemmia! Non un grappolo da
mangiare, non un fico per la mia voglia. L’uomo pio è scomparso dalla
terra, non c’è più un giusto tra gli uomini» (Mi
7,1–2). Non è dunque la sterilità del fico che interessa, ma quella d’Israele.
E Israele non ha
scuse: è già stato più volte rimproverato e dovrebbe
sapere quali sono i frutti che Dio vuol cogliere. Marco ce lo
dice attraverso l’episodio del tempio e le parole sulla fede.
Dunque il simbolismo di base parte dalla parola «frutto» (v.
13). Quell’albero che si rivela senza frutto è il simbolo del tempio, centro
religioso del popolo d’Israele, in cui Gesù è venuto a cercare i frutti che non
ha trovato. Poco più avanti, la parabola del figlio
unico, inviato a raccogliere i frutti della vigna, confermerà il simbolismo
(12,1–11).
Ripetiamo dunque:
non è la sterilità del fico che viene giudicata, ma la
sterilità di Gerusalemme e del suo culto. Come i discepoli «videro il fico
seccato dalle radici» (11,20), così vedranno il tempio
distrutto fin dalle fondamenta: «Non rimarrà qui pietra su pietra che non sia
distrutta» (13,2).
«Entrato nel
tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano...».
Gesù entra di
nuovo a Gerusalemme e nel tempio, e ne prende possesso con un gesto profetico significativo della sua autorità messianica. Già i profeti
erano insorti contro il culto ipocrita dei praticanti assidui nella frequenza
del tempio, ma incuranti della religione autentica (Is
1,11–17; 29,13–14; Ger 7,1–11). Come aveva fatto Neemia in occasione del suo viaggio di ispezione
a Gerusalemme (Ne 13,7–9), Gesù purifica la casa di Dio e ne scaccia i
venditori che hanno trasformato l’atrio del tempio in luogo di commercio.
Questo gesto è un insegnamento e un adempimento della Scrittura. Si pensi alle
ultime parole del libro di Zaccaria che, ispirato alla visione finale del
profeta Ezechiele (capitoli 40–48), annuncia la festa universale dei tabernacoli,
celebrata nei tempi messianici in un tempio definitivamente purificato: «In
quel giorno non vi sarà neppure un Cananeo (= mercante) nella casa del Signore
degli eserciti» (Zc 14,21).
Questa
purificazione esteriore suppone una purificazione nel servizio sacro e nel
sacerdozio, come indica la profezia di Malachia:
«Subito entrerà nel suo tempio il Signore ... Sederà per fondere e purificare;
purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano
offrire al Signore un’oblazione secondo giustizia» (MI 3,1–3). Queste reminiscenze dell’Antico Testamento
indicano la portata messianica del racconto.
«E non permetteva
che si portassero cose attraverso il tempio».
E’ noto che non
tutto il tempio era luogo di mercato, ma solo il grande cortile esterno
chiamato «cortile dei gentili», cioè dei non ebrei.
Israele l’aveva reso luogo di commercio e di traffico (si usava attraversarlo
per passare da un quartiere all’altro della città; era la scorciatoia tra la città e il monte degli Ulivi: il disordine è facilmente
immaginabile!) e in questo modo i gentili non avevano più un luogo di preghiera
nel tempio del Signore. Questo atrio era separato
dall’atrio riservato agli ebrei da un parapetto in pietra, con iscrizioni in
greco e latino che interdicevano ai pagani l’accesso all’atrio interno:
«Chiunque sarà preso dovrà attribuire a se stesso la morte che subirà come
punizione». Una di queste pietre è stata portata al museo di Istambul nel 1871; una seconda, ritrovata nel 1935, si
trova nel museo di Gerusalemme. La citazione di Isaia nel versetto seguente sottolinea, appunto, che il tempio è casa di preghiera per
tutte le genti e quindi anche l’atrio riservato ai pagani è santo come quello
riservato agli ebrei.
«La mia casa sarà
chiamata casa di preghiera per tutte le genti».
Marco ha scritto
il suo vangelo per i pagani convertiti e, quindi, non ci deve meravigliare che
citi l’intero versetto di Isaia 56,7, inclusa la frase «per tutte le genti»,
che Mt e Lc tralasciano.
«Una spelonca di
ladri».
Ai tempi di Gesù,
i mercanti avevano la stessa fama che hanno oggi, e i cambiavalute non erano
additati come una categoria di onesti. Ma non è questo
il problema. L’espressione, di per sé, non accusa di essere ladri quelli che
sono nel tempio, ma li paragona a dei ladri che cercano rifugio nel tempio,
come in una spelonca, per sfuggire al castigo di Dio meritato con la loro
condotta. Il significato viene chiarito molto bene se
leggiamo per intero il testo di Geremia che rimprovera ogni sorta di infrazioni
contro l’alleanza (cf. Ger
7,1-15). In definitiva, Gesù, citando Geremia, intende dire: «Il culto del
tempio è menzognero se serve soltanto a dare un senso di sicurezza a gente che
non si converte».
«L’udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo
per farlo morire».
Ritroviamo qui la
situazione già provocata da Gesù nel suo uditorio di Cafarnao,
in occasione della sua manifestazione inaugurale: le folle stupite di fronte al
suo insegnamento dato con autorità (1,22.27), e gli avversari che decidono di
farlo morire (3,6).
«Avevano paura di
lui».
E’ la paura di
Adamo (Gen 3,10) e di Erode (Mt 2,3), la paura di chi
non vuole Dio tra i piedi perché teme di perdere la supremazia: è la paura di
riconoscere un Dio sopra la propria testa, la paura di perdere il posto di
padroni degli altri e di Dio stesso, fatto a propria
immagine e manovrato a proprio piacimento. E’ la paura di perdere l’eredità
(12,7): da affittuari (12,1) volevano diventare usurpatori. E’ la tentazione
gravissima, e sempre ricorrente, a cui sono esposti
tutti i ministri della religione. Contro di essa ci mette in guardia l’apostolo
Pietro: «Esorto gli anziani (= vescovi e preti) che sono tra voi ... : pascete il gregge di Dio che vi è affidato,
sorvegliandolo non per forza, ma volentieri, secondo Dio; non per vile
interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate,
ma facendovi modelli del gregge» (1Pt 5,1–3). La mentalità di padroni della
religione e di coloro che la praticano, manifestata dai sommi sacerdoti e dagli
scribi, contro cui ha cozzato duramente Gesù, è
tutt’altro che morta!
«Quando venne la sera uscirono dalla città»
Gesù prende le
distanze dalla città che non lo riconosce per quello che egli è. Aveva fatto la
stessa cosa nei confronti delle folle entusiaste nell’ascoltarlo, ma non
disposte a comprenderlo (1,38; 3,9; 4,11.36; 6,45; 8,13).
Il tempio era il
centro del culto e del potere politico ed economico. La «purificazione» del
tempio è figura della purificazione della nostra
immagine di Dio, inquinata dai nostri deliri di potere, di ricchezza e di
superbia.
Oltre al commercio
materiale, nel tempio c’è anche il commercio spirituale. E’ quello che, con la
moneta sonante delle prestazioni e delle osservanze, intende comperare
la grazia di Dio. E’ un male gravissimo, figlio del grande peccato originale
che, dipingendo un Dio cattivo, induce a placarlo e ottenere le grazie dietro
pagamento, come fosse una prostituta. E’ il peccato del giusto, che va
direttamente contro l’essenza di Dio che è amore gratuito.
Dio perdona senza
limiti il peccatore e non si fa suo giudice, ma neanche può farsi
suo complice nel peccato. Dio non può avallare le nostre malefatte. Il tempio o
è casa di preghiera o è spelonca di ladri. E siccome tutto ciò che è accaduto a
Israele è come un esempio per noi, scritto a nostro
ammaestramento (1Cor 10,11), la Chiesa deve vigilare per non cadere nella
stessa infedeltà.
«La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin
dalle radici. Pietro ricordatosi...».
Nell’Antico
Testamento, il ricordo è uno dei veicoli principali della rivelazione di Dio, e può essere considerato come un elemento essenziale
dell’alleanza (Dt 4,9–15; Gs 24,1–13).
Specialmente nel
Deuteronomio, gli israeliti sono invitati a ricordare le passate azioni divine
di misericordia come la base per la loro attuale fedeltà a Lui (Dt 4,32–40; 5,15; 6,20–25; 7,6–11; 8,2–6; 9,1–7; 29,1–8;
32,7). In Mc 8,18 Gesù aveva chiesto con forza: «E non vi ricordate....?», come un invito a fare una riflessione sui due
miracoli del pane, perché i discepoli potessero capire chi egli fosse. Qui
qualcosa sta muovendosi. Pietro comincia a ricordare, a fare attenzione, a
riflettere, a collegare le parole e gli avvenimenti. E proprio questo impegno e
questa capacità di ricordare sarà l’inizio del suo
ravvedimento dopo aver rinnegato tre volte il Maestro: «Allora Pietro si
ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: "Prima che il gallo
canti due volte, mi rinnegherai per tre volte". E scoppiò in pianto» (14,72).
«Il fico che tu hai maledetto si è seccato».
Gesù dopo aver
seccato il fico secca e taglia di netto anche il
discorso sull’argomento.
Trascurando il
fico, parla dell’importanza della preghiera fatta con fede. Il termine
«preghiera» ci mette sulla buona strada perché rimanda alla scena della purificazione
del tempio, destinato a diventare «casa di preghiera per tutte le genti»
(11,17). il fico sterile è l’immagine della fede
infeconda, della fedeltà puramente esteriore alla legge, della preghiera degli
ipocriti (Mt 6,5).
«Tutto quello che
domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà
accordato».
Credere significa
lasciarsi investire dalla potenza irresistibile di Gesù, che sconvolge il
mondo, come aveva annunziato il profeta Zaccaria (4,7; 14,4). E’ in questo contesto che trova il suo vero significato la frase
evangelica della fede che può tutto. Credere che ciò che si
proclama sta avvenendo significa cogliere la presenza di Gesù, che sta
operando attraverso la nostra azione: è questa la potenza della fede che
diventa preghiera esaudita e fattiva.
«Se avete qualcosa
contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli
perdoni a voi i vostri peccati».
E’ l’unica volta,
nel vangelo di Marco, in cui Gesù dichiara ai discepoli che il Padre suo è
anche il loro. Gesù è più che figlio di Davide (10,47–48; 11,10; 12,35–37): è
il vero Figlio di Dio che comunica ai suoi la propria realtà filiale. Abbiamo
qui l’equivalente della quinta domanda del Padre nostro secondo Matteo (6,12).
Alcuni manoscritti, infatti, aggiungono a questo punto un versetto (il 26) che
ricalca esattamente la spiegazione riferita da Mt 6,15: «Ma se voi non
perdonate, neppure il Padre vostro che è nei cieli perdonerà le vostre colpe»
(11,26). Ciò dimostra che la preghiera del «Padre nostro» era ben nota alla
Chiesa di Marco benché egli non la citi nella sua interezza.
Il fico è stato
seccato per istruire i discepoli sulla fede; il tempio è stato purificato per
diventare casa di preghiera. Alla sterilità del fico corrisponde il pullulare
di affari nel tempio. Infecondità nel bene e fecondità nel male vanno di pari
passo.
In questo brano si
parla della fede e della preghiera, radici da cui
viene il frutto dello Spirito, che essenzialmente è amore e perdono. Credere
non è solo sapere che c’è un Dio, essere supremo e buono, onnipotente e
onnisciente, sovrano e giudice di tutti. E’ aderire a Gesù e alla sua Parola,
perché lui è il Signore, l’interlocutore fondamentale della nostra vita.
La fede si esprime
come preghiera verso Dio e perdono verso i fratelli. Non ci può essere l’una
senza l’altro.
Il cristiano è colui che ha fede in Gesù, potenza e sapienza di Dio,
proprio nella sua debolezza. Gesù non chiede la fede in qualche idea, ma nel
Dio che si rivela in lui, povero e umile che finisce sulla croce. De.it.press
Sabato
29 maggio. Il commento al Vangelo.
“Con quale autorità fai queste cose?”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 11,27-33) commentato da P. Lino Pedron
27 Andarono di nuovo a Gerusalemme. E mentre egli si aggirava
per il tempio, gli si avvicinarono i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani
e gli dissero: 28 «Con quale autorità fai queste cose?
O chi ti ha dato l'autorità di farlo?». 29 Ma Gesù disse loro: «Vi farò anch'io una domanda e, se mi
risponderete, vi dirò con quale potere lo faccio. 30 Il battesimo di Giovanni
veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi». 31 Ed essi discutevano tra sé dicendo: «Se rispondiamo "dal
cielo", dirà: Perché allora non gli avete creduto? 32 Diciamo dunque "dagli uomini"?». Però temevano la folla, perché tutti consideravano Giovanni
come un vero profeta. 33 Allora diedero a Gesù questa
risposta: «Non sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanch'io vi dico con quale autorità faccio queste cose».
Nei primi 26 versetti di questo capitolo Gesù aveva espresso il suo
giudizio su Gerusalemme, il tempio e la falsa religiosità, con dei gesti, dei
fatti (entrata in Gerusalemme, fico seccato, purificazione del tempio). Da 11,27
a 12,37 il suo giudizio viene espresso con le parole.
L’agire di Gesù ha
suscitato una reazione violenta da parte dei padroni della religione. Era
entrato nel tempio senza chiedere permesso, come uno che entra in casa propria;
aveva scacciato venditori e cambiavalute muniti di regolare permesso rilasciato
dall’autorità; aveva messo sotto accusa il modo di far religione: il tempio non
era più casa di preghiera, ma spelonca di ladri.
Davanti a una simile accusa il potere costituito non poteva tacere. E non
tacque.
"Con quale
autorità fai queste cose? O chi ti ha dato
l’autorità per farle?" Nel contesto, la domanda
si riferisce all’ingresso di Gesù in Gerusalemme e all’espulsione dei mercati
dal tempio. Ma in pratica viene coinvolta tutta la sua
attività. Perciò anche la domanda delle autorità giudaiche supera il quadro
immediato nel quale è stata posta: il processo contro Gesù è
già iniziato.
"Vi farò
anch’io una domanda". Il processo si capovolge e gli accusatori sono messi
sotto accusa e invitati a rendere conto del loro comportamento. Gesù non pone
una contro-domanda per sfuggire alle domande dei suoi avversari, ma per rendere
possibile una risposta: non si capisce Gesù se prima non si è capito Giovanni
il Battista. Se infatti Giovanni è venuto da Dio per
preparare la strada al Messia, Gesù agisce con l’autorità che gli compete come
Messia, ed è Dio che gli ha dato questa autorità. Ora essi non vogliono
assolutamente ammettere questo: per loro Gesù non rivela il vero volto di Dio e
perciò deve morire perché è un bestemmiatore. Su questa loro decisione essi non
sono disposti a ritornare e rimangono ostili alla rivelazione di Gesù.
Cosa farà Gesù? Li lascerà senza una risposta? Sembrerebbe di sì:
«Gesù disse loro: "Neanch’io
vi dico con quale autorità faccio queste cose"». In realtà Gesù risponde
con la parabola dei vignaioli omicidi, che troviamo immediatamente dopo questo
brano. E tutti e tre i sinottici dichiarano che i suoi interlocutori compresero
che aveva detto quella parabola per loro (Mt 21,45; Mc 12,12; Lc 20,19). De.it.press
Domenica
30 maggio. Il commento al Vangelo.
“Egli vi guiderà alla verità tutta intera”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 16,12-15) commentato da P. Lino Pedron
12 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di
portarne il peso. 13 Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà
alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma
dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. 14 Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà. 15
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del
mio e ve l'annunzierà.
Gesù vorrebbe
comunicare ai discepoli altre rivelazioni che ora essi non sono capaci di
accogliere perché lo Spirito Santo non ha ancora acceso in loro una fede
profonda.
Quando Gesù oppone
la sua presente rivelazione in figure ed enigmi a quella futura, aperta e
chiara, vuole riferirsi all’azione del suo Spirito che fa capire e penetrare
nel cuore la sua parola.
Lo Spirito della
verità introdurrà i credenti nella verità tutta intera
che è il Cristo, ma non porterà nuove rivelazioni. La sua funzione specifica
consiste nel far capire e far vivere la parola di Gesù, rendendola operante
nell’esistenza dei discepoli.
Lo Spirito della
verità glorificherà Gesù facendolo conoscere agli uomini, rivelandolo ad essi come Figlio di Dio e suscitando in essi la fede
nella sua persona divina.
Tra Gesù e il
Padre esiste perfetta comunione di vita e perfetta
unità di azione. Lo Spirito riceverà dal Cristo tutti i beni della salvezza, la
cui fonte si trova nel Padre. De.it.press
Domenica
30 maggio. Festa della Trinità.
Dio solitario o Dio comunione?
Qual è la carta
d’identità dei cristiani? Quale caratteristica li distingue dai seguaci delle
altre religioni?
Non l’amore al
prossimo: anche gli altri – lo sappiamo – fanno del bene. Non la preghiera:
anche i musulmani pregano. Non la fede in Dio: l’hanno anche i pagani. Non
basta credere in Dio, importante è sapere in quale Dio si crede. E’ un
“qualcosa” o un “qualcuno”? E’ un padre che vuole comunicare la sua vita o un
padrone che cerca nuovi sudditi?
Gli Islamici
dicono: Dio è l’assoluto. E’ il creatore che abita lassù, governa dall’alto,
non scende mai, è giudice che attende per la resa dei conti.
Gli Ebrei – al
contrario – affermano che Dio cammina con il suo popolo, si manifesta dentro la
storia, cerca l’alleanza con l’uomo.
I cristiani
celebrano oggi l’aspetto specifico della loro fede: credono in un Dio Trinità.
Credono che Dio è il Padre che ha creato l’universo e
lo dirige con sapienza e amore; credono che egli non è rimasto in cielo, ma,
nella sua immagine, il Figlio, è venuto a farsi uno di noi; credono che egli
porta a compimento il suo progetto di amore con la sua forza, con il suo
Spirito.
Ogni idea o
espressione di Dio ha una ricaduta immediata sull’identità dell’uomo.
In ogni cristiano
deve essere riconoscibile il volto di Dio che è Padre, Figlio e Spirito.
Immagine visibile della Trinità dev’essere la chiesa
che tutto riceve da Dio e tutto gratuitamente dona, che è tutta proiettata,
come Gesù, verso i fratelli, in un atteggiamento di disponibilità
incondizionata. In essa la diversità non è eliminata in nome dell’unità, ma è
considerata un arricchimento.
Si deve cogliere
l’impronta della Trinità nelle famiglie divenute segno di un autentico dialogo
d’amore, d’intesa reciproca e di disponibilità ad aprire il cuore a chi ha
bisogno di sentirsi amato.
Prima Lettura (Prv 8,22-31)
La Sapienza di Dio
parla:
22 “Il Signore mi
ha creato all’inizio della sua attività,
prima di ogni sua opera, fin d’allora.
23 Dall’eternità sono
stata costituita,
fin dal principio,
dagli inizi della terra.
24 Quando non esistevano gli abissi, io fui
generata;
quando ancora non vi
erano le sorgenti cariche d’acqua;
25 prima che fossero
fissate le basi dei monti,
prima delle colline, io sono stata generata.
26 Quando ancora non aveva fatto la terra e i
campi,
né le prime zolle del
mondo;
27 quando egli fissava i cieli, io ero là;
quando tracciava un
cerchio sull’abisso;
28 quando condensava le nubi in alto,
quando fissava le
sorgenti dell’abisso;
29 quando stabiliva al mare i suoi limiti,
sicché le acque non
ne oltrepassassero la spiaggia;
quando disponeva le
fondamenta della terra,
30 allora io ero con lui come architetto
ed ero la sua delizia
ogni giorno,
dilettandomi davanti
a lui in ogni istante;
31 dilettandomi sul globo terrestre,
ponendo le mie
delizie tra i figli dell’uomo”.
La prima lettura
introduce il tema della Trinità parlandoci del Padre, creatore dell’universo.
La sua opera sapiente è presentata con immagini suggestive
che, per essere comprese, hanno bisogno di un breve cenno sulle concezioni
cosmologiche alle quali si ispirano.
I popoli antichi
immaginavano il mondo costruito su tre piani:
- la terra dove
abitano gli esseri viventi;
- il sottosuolo,
regno dei morti, dei fiumi infernali e delle acque oscure degli abissi che
alimentano le sorgenti e i fiumi e ove sono poste anche le enormi colonne su
cui è posata la terra;
- infine, sostenuto
dai “monti eterni” (Dt 33,15), c’è il piano
superiore, il cielo, costituito da una lamina di cristallo lucente che
trattiene le acque superiori. Da cataratte che si aprono e si chiudono, Dio fa
uscire piogge, nevi e rugiade. A questo firmamento sono appesi gli astri, le
stelle, i pianeti, la luna e il sole che si muovono e percorrono il loro
cammino su vie appositamente tracciate.
Come è nato questo cosmo affascinante e misterioso che ci
circonda e ci sovrasta? Lo spiega la lettura.
Prima di ogni
cosa, Dio fece la Sapienza. L’autore del libro dei Proverbi la immagina come
una ragazza incantevole che il Signore vuole, fin dall’inizio, accanto a sé,
per farle seguire e contemplare tutta la sua attività (vv.22-23).
E’ in sua presenza che egli crea l’universo.
Comincia la sua
opera sotto terra: sistema gli abissi e prepara le sorgenti abbondanti che
alimentano i fiumi e i mari (v.24), fissa le basi delle montagne, fa emergere
la terra dalle acque e forma le zolle dei campi (vv.25-26),
mentre la Sapienza gli siede sempre accanto e lo ammira stupita.
Poi ordina i cieli
con le nubi, pone un cerchio lungo l’orizzonte per separare le acque che si
trovano sopra il firmamento da quelle dell’abisso e stabilisce un limite al
mare (vv. 27-29).
La scena con cui
si chiude la lettura (vv.30-31) è deliziosa e
richiama il giudizio di Dio al termine dell’opera creatrice: “Dio vide quanto
aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen
1,31).
E’ tutta
un’esplosione di felicità. La Sapienza afferma di essersi rallegrata e di aver
danzato, tutto il tempo, felice davanti a Dio, mentre egli si deliziava della sua presenza. Infine
manifesta il suo desiderio di rimanere sulla terra per sempre, la sua gioia,
infatti, è stare fra gli uomini (vv.30-31).
Che significano
queste immagini?
Quando si riflette
su ciò che accade nel mondo, sulle catastrofi, sulle atrocità che vengono commesse, è facile venire non solo sfiorati, ma
spesso attanagliati dal dubbio che l’universo sia frutto del caso, che tutto
sia solo confusione, che nulla abbia un senso.
La lettura
assicura: il creato è uscito dalle mani di un Padre provvidente e saggio;
durante tutta la sua attività egli è sempre stato assistito dalla sua Sapienza;
la creazione risponde ad un progetto di amore, anche se
l’intelligenza dell’uomo non sempre è in grado di coglierlo. Siamo come bambini
di fronte a una cattedrale in costruzione. Chi entra in un cantiere non vede
che disordine, materiale accatastato, mucchi di sabbia, sbarre di ferro, assi,
mattoni, barattoli, martelli, chiodi sparsi un po’ ovunque. Solo alla fine,
quando l’opera è conclusa si capisce che anche ciò che
sembrava solo confusione, in realtà rientrava nel progetto sapiente di un abile
architetto.
Avere fede in Dio
Padre – è il messaggio della lettura – significa credere che egli ha fatto tutto con sapienza ed amore.
Seconda Lettura (Rm 5,1-5)
1 Giustificati
dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù
Cristo; 2 per suo mezzo abbiamo anche ottenuto,
mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci
vantiamo nella speranza della gloria di Dio.
3 E non soltanto
questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la
tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù
provata 4 e la virtù provata la speranza.
5 La speranza poi non delude, perché l’amore
di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci
è stato dato.
Dopo aver creato
con sapienza l’universo, Dio non ha considerato conclusa la sua opera. Non si è
ritirato in cielo abbandonando a se stessi il mondo e gli uomini.
I nostri
ragionamenti ci portano ad allontanare Dio dal nostro mondo, ci spingono a
collocarlo in un punto irraggiungibile dalla nostra impurità. “Vedi come
ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere” – dice Abramo (Gen 18,27).
Il Dio che si
rivela fin dalle prime pagine della Bibbia è invece sorprendente: non solo non
considera che la sua santità sia messa in pericolo dal contatto con le sue
creature, ma manifesta un bisogno irresistibile di stare in questo mondo. Egli
accarezza l’uomo mentre lo plasma con la polvere del suolo e soffia in lui il
suo stesso alito di vita (Gen 2,7), poi scende dal
cielo e passeggia al suo fianco nel giardino alla brezza del giorno (Gen 3,8).
Tutto per
preparare la grande sorpresa alla quale anche la prima lettura ci ha
introdotto: la Sapienza di Dio non solo non ha paura di contaminarsi, ma “si
diletta a stare sulla terra e pone le sue delizie tra i figli dell’uomo”.
Nella pienezza dei
tempi, la Sapienza di Dio è venuta “a visitarci dall’alto”, si è fatta uno di noi.
Questo Dio fatto
uomo è il Figlio, l’immagine perfetta del Padre. E’ lui la Sapienza di cui si
parlava nella prima lettura.
Come mai Dio è
entrato nella nostra storia?
Lo dice il secondo
testo biblico che ci viene proposto oggi: egli è
intervenuto per giustificarci, mediante la fede in Gesù; per questo “ci
vantiamo nella speranza della gloria di Dio” (vv.1-2).
Che significa?
Di fronte ai loro
simili, gli uomini si vantano delle loro capacità, della loro forza, della loro
ricchezza, dei loro successi. Ma, davanti a Dio, di
che cosa possono vantarsi? A questa domanda qualcuno risponde: possono far
valere le loro opere buone. Se si comportano bene egli
li guarda con compiacimento, se si comportano male si indigna e infligge
castighi.
Il Figlio è venuto
in questo mondo per annunciare un messaggio inaudito, una buona novella
sorprendente, incredibile: il Padre ha deciso di “giustificare”, cioè, di
rendere giusti tutti gli uomini in modo completamente gratuito, senza
considerare i loro meriti.
Vanto dell’uomo
non sono le sue opere buone, ma qualcosa di infinitamente più solido e più
sicuro: l’amore incondizionato di Dio.
Questo non
significa che Dio coprirà, fingerà di non vedere i nostri peccati. Questa non
sarebbe una salvezza.
Dio rende giusti
tutti gli uomini perché, lasciandoli sempre liberi, riesce, con il suo amore, a
cambiare il loro cuore ed a farli diventare buoni.
Prendiamo come esempio il comportamento di una mamma: anche se il
figlio rifiuta il cibo e si intestardisce nel mantenere chiusa la bocca, lei
non si scoraggia, non si rassegna di fronte ai capricci del piccolo e con baci
e carezze riesce sempre ad ottenere che il figlio si nutra con ciò che lo fa
crescere. Non è pensabile che l’amore onnipotente di Dio sia più debole di
quello di una mamma.
Se guardasse solo
a se stesso, l’uomo ha una sola cosa di cui vantarsi: la propria debolezza
(v.3). Questo sguardo – dice Paolo – non deve gettare nello sconforto, ma aprire
alla fiducia nell’amore di Dio e far sorgere una speranza che, di certo, non
andrà mai delusa (v.5).
Avere fede in Dio
Figlio significa credere che egli ama l’uomo al punto
da condividerne la precarietà e la fragilità della vita; significa coltivare la
speranza che questo amore infinito può registrare qualche insuccesso
momentaneo, mai una sconfitta definitiva.
Vangelo (Gv 16,12-15)
In quel tempo,
disse Gesù ai suoi discepoli: 12 “Molte cose ho ancora
da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13 Quando
però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità
tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi
annunzierà le cose future. 14 Egli mi glorificherà,
perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. 15 Tutto quello che il Padre
possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà”.
E’ la quinta volta
che, nel Vangelo di Giovanni, Gesù promette di inviare lo Spirito ed afferma che sarà lui a portare a compimento il progetto
del Padre. Senza la sua opera gli uomini non potrebbero mai essere in grado di
accogliere la salvezza.
Il brano inizia
con le parole di Gesù: “Molte cose ho ancora da dirvi,
ma per il momento non siete capaci di portarne il peso” (v.12). Questa frase
potrebbe suggerire l’idea che Gesù, essendo vissuto
pochi anni, non ha avuto la possibilità di trasmettere tutto il suo messaggio.
Allora, per non lasciare a metà la sua missione, bruscamente interrotta dalla
morte, avrebbe inviato lo Spirito a insegnare ciò che ancora mancava.
Non è questo il
significato.
Gesù ha affermato
chiaramente che non ha altre rivelazioni da fare: “Tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv
15,15) e nel Vangelo di oggi dice che lo Spirito non aggiungerà nulla a ciò che
egli ha detto: “non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito; prenderà
del mio e ve l’annunzierà” (vv.13-14). Non ha il
compito di integrare o ampliare il messaggio, ma di illuminare i discepoli per
far loro comprendere, in modo corretto, ciò che il Maestro ha insegnato.
La ragione per cui
Gesù non spiega tutto, non è la mancanza di tempo, ma l’incapacità dei
discepoli a “portare il peso” del suo messaggio. Di che si tratta? Qual è
l’argomento troppo “pesante” per le loro deboli forze?
E’ il peso della
croce. Attraverso le spiegazioni ed i ragionamenti
umani è impossibile arrivare a capire che il progetto di salvezza di Dio passa
attraverso il fallimento, la sconfitta, la morte di suo Figlio per mano di
empi; è impossibile capire che la vita viene raggiunta solo passando attraverso
la morte, attraverso il dono gratuito di sé. Questa è la “verità totale”, molto
pesante, impossibile da sostenere senza la forza comunicata dallo Spirito.
Nella prima
lettura abbiamo considerato il progetto del Padre nella creazione, nella
seconda ci è stato spiegato che questo progetto viene
realizzato dal Figlio, ma non sapevamo ancora che il cammino che porta alla
salvezza sarebbe stato non solo strano, ma addirittura assurdo. Ecco la ragione
per cui è necessaria l’opera dello Spirito. Solo lui può spingerci ad aderire
al progetto del Padre ed all’opera del Figlio.
Egli vi annunzierà
le cose future (v.13). Non si tratta – come affermano i Testimoni di Geova –
delle previsioni sulla fine del mondo, ma delle implicazioni concrete del
messaggio di Gesù. Non basta leggere ciò che è scritto
nel Vangelo, è necessario applicarlo alle situazioni concrete del mondo d’oggi.
I discepoli di Cristo non si inganneranno mai in
queste interpretazioni se seguiranno gli impulsi dello Spirito, perché egli è
l’incaricato di guidare “alla verità tutt’intera” (v.13).
A chi si rivela lo
Spirito?
Tutti i discepoli
di Cristo sono istruiti e guidati dallo Spirito: “Quanto a voi – scrive
Giovanni – l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete
bisogno che alcuno vi ammaestri… State saldi in lui,
come essa vi insegna” (1 Gv
2,27).
Negli Atti degli
Apostoli, un episodio mostra il modo e il contesto
privilegiato in cui lo Spirito ama manifestarsi.
Ad Antiochia, mentre i discepoli sono riuniti per celebrare il
culto del Signore, lo Spirito “parla”, rivela i suoi progetti, il suo volere,
le sue scelte (At 13,1-2). Preghiera, riflessione,
meditazione della Parola, dialogo fraterno creano le
condizioni che permettono allo Spirito di rivelarsi. Egli non fa piovere
miracolosamente dal cielo le soluzioni, non riserva le sue illuminazioni a
qualche membro privilegiato, non si sostituisce agli sforzi dell’uomo, ma
accompagna la ricerca appassionata della volontà del Signore che i discepoli
fanno insieme.
Ecco perché, nella
chiesa primitiva, ognuno era invitato a condividere con i fratelli ciò che,
durante l’incontro comunitario, lo Spirito suggeriva per l’edificazione di tutti
(1 Cor 14).
Egli mi
glorificherà (v.14). Glorificare per noi vuol dire applaudire, esaltare,
incensare, magnificare. Gesù non ha bisogno di queste onorificenze.
Egli viene glorificato quando si attua il progetto di salvezza
del Padre: il malvagio diviene giusto, il misero riceve un aiuto, chi soffre
trova conforto, l’infelice riprende a sperare e a credere nella vita, lo
storpio si rialza e il lebbroso viene reso puro. Gesù ha glorificato il Padre
perché ha compiuto l’opera di salvezza che gli era stata affidata.
Lo Spirito a sua
volta glorifica Gesù perché apre le menti ed i cuori
degli uomini al suo Vangelo, dà loro la forza di amare anche i nemici, rinnova
i rapporti fra le persone e crea una società fondata sulla legge dell’amore.
Ecco qual è la gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito: un mondo in cui
tutti siano suoi figli e vivano felici! P. Fernando Armellini, de.it.press
Gesù è il Figlio
unigenito del Padre (Cf. Gv
1,14-18; 5,16-18) venuto a rivelare il vero volto di Dio. "Dio nessuno
l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato" (Gv 1,18). E
Gesù ci ha presentato Dio come "pluralità" di persone. Ha presentato
il Padre, se stesso e lo Spirito santo. "Rispose Gesù: "Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi
verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le
mie parole: la parola che voi ascoltate non è mia, ma
del Padre che mi ha mandato. Queste cose vi ho detto quando ero ancora con voi.
Ma il Consolatore, lo Spirito santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho
detto" (Gv 14,23-26).
I vangeli non
hanno mai fatto la somma dei Tre, non hanno parlato di Trinità, non usano
nemmeno il termine "persona". La realtà di Dio non può essere
racchiusa in parole o formule: ci sta stretta o non ci sta
affatto.
John Robinson
scrive nel suo libro "Questo non posso
crederlo": "Una volta, alla fine di una mia conferenza, qualcuno mi
pose questa domanda: "Come insegnerebbe a un bambino la dottrina della
Trinità?". Di rado mi ero sentito rivolgere un
quesito così facile: "Non gliela insegnerei affatto!".
John Robinson ha
ragione! La Trinità è la famiglia di Dio. Ora le realtà della famiglia non si
racchiudono in fredde lezioni, come se fossero matematica o geometria, ma si
vivono, e possono essere progressivamente comprese attraverso l’esperienza
vissuta.
Il neonato non sa
di avere una famiglia e non sa cosa sia una famiglia. Fin dalle prime settimane
di vita si sente circondato da tanto amore, intuisce attorno a sé una tenerezza
che risponde a tutte le sue necessità. Coglie questa tenerezza come
"una", indistinta, ma onnipotente e buona,
attenta e premurosa. In seguito scoprirà che questa presenza è
"molteplice" senza cessare di essere "una": voce acuta o
grave, viso vellutato o volto barbuto, mani delicate o
forti... sono in molti a vivere intorno a lui e per lui lo stesso amore. Poi
distinguerà papà e mamma: intuirà che egli è il frutto del loro comune amore;
apprenderà che essi vivono l’uno per l’altro e tutti e due
per lui, per i fratelli e le sorelle. Tutte queste persone care si imprimeranno chiaramente nella sua mente e nel suo cuore.
E... per capire tutto questo non ha avuto bisogno di un trattato scientifico e
neppure di un corso accelerato.
Certo, non
chiedete a questo bambino di definire filosoficamente la famiglia, la
paternità, la maternità, ecc. Ma che importa? La
famiglia non è un soggetto da recitare, ma è un luogo d’amore. Il bambino ha
appreso che cosa è la famiglia, non attraverso delle formule, ma vedendola
vivere e amare, sentendosi in essa amato, cercando di amare come essa e in essa.
È questo il modo
con cui Dio ci ha rivelato il mistero della sua famiglia, della sua vita
trinitaria.
In nessuna pagina
della Bibbia troveremo una formula del tipo "un solo Dio in tre
persone". Ma fin dalle prime righe della Genesi risulta
la presenza di un grande amore attorno a una culla. Vi troviamo il nome del Dio
unico in forma plurale -Elohim-
e questo Dio creatore parla a se stesso al plurale: "Facciamo l’uomo a
nostra immagine, a nostra somiglianza" (Gen
1,26) come quando più persone si consultano fra loro e arrivano a una decisione
comune. Infine facendo l’uomo "a sua immagine" lo crea coppia: "maschio e femmina; li creò" (Gen
1,27) col potere di generare: li creò trinità. Una trinità (padre, madre,
figlio) "immagine e somiglianza di Dio".
Nel Nuovo
Testamento, l’angelo annuncia a Maria: "Lo Spirito santo scenderà su di
te, su te stenderà la sua ombra la potenza
dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e
chiamato Figlio di Dio" (Lc 1,55). Sono tre:
l’Altissimo, lo Spirito santo e il Figlio di Dio.
Dopo il battesimo
di Gesù il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito santo in apparenza
corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: "Tu sei il mio
Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Lc
5,21-22). La voce del Padre sul Figlio prediletto e la
discesa dello Spirito.
Gesù inizia il suo
primo discorso pubblico con queste parole della Scrittura: "Lo Spirito del
Signore è sopra di me" (Lc 4,18). "Oggi si
è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i
vostri orecchi" (Lc 4,21). Lo Spirito del
Signore (del Padre) sul Figlio. Ancora la Trinità. Ecc.
Venuto ad abitare
in mezzo a noi (cfr. Gv 1,14), il Verbo (ossia la
Parola: colui mediante il quale il Padre ci parla), Gesù, non si comporta da
professore, non impartisce lezioni sulla Trinità, non fa abbozzi geometrici
(ricordate il triangolo con scritto "Dio"?!),
non usa termini filosofici (natura, persona, essenza, sostanza). Vive
semplicemente, vive com’è. Vive da Figlio unigenito del Padre. Ad ogni pagina del vangelo, Gesù ha nella mente e nel cuore
la volontà del Padre, prega il Padre (lo chiama Abbà,
papà), vive esclusivamente per il Padre.
Gesù Figlio unico
di Dio parla di suo Padre come di una persona nettamente distinta da lui (cfr. Gv 17,10). Tra lui e il Padre vi è
distinzione netta e tuttavia unità perfetta: "Io e il Padre siamo una cosa
sola" (Gv 10,30); "Chi ha visto me, ha
visto il Padre" (Gv 14,9).
Verso la fine
della sua vita Gesù annuncia una terza persona divina: "il
Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome..." (Gv 14,26). Uno Spirito
perfettamente distinto dal Padre e dal Figlio.
La rivelazione,
dunque, ci presenta delle persone distinte: Padre, Figlio e Spirito Santo,
ognuna è persona distinta, e nello stesso tempo ci dice la loro unità in un
solo Dio.
Dalla risurrezione
del Figlio e dall’effusione dello Spirito è nata la Chiesa alla quale Gesù ha dato un ordine: "Andate dunque e ammaestrate tutte le
nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
santo..." (Mt 28,19). La vita della Chiesa è
completamente penetrata da questo mistero trinitario (segno di croce, orazioni,
sacramenti, ecc.). Essa non si preoccupa tanto di darci spiegazioni e ragioni,
quanto piuttosto di intrecciare rapporti di familiarità con le persone divine,
di farci vivere con esse e in esse, di metterci in comunione col Padre, col
Figlio e con lo Spirito nella preghiera e nell’amore.
Le porte di questo
mistero non si aprono col grimaldello dell’intelligenza o con la perspicacia
delle formule, ma si spalancano solo all’amore. "Se uno mi ama... il Padre
mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora
presso di lui... e lo Spirito santo che il Padre manderà in mio nome,
v’insegnerà ogni cosa" (Gv 14, 23-26). "Ti
benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti
e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è
piaciuto a te" (Mt 11,25-26).
Arrivato a questo
punto, qualcuno potrebbe esclamare: "Finalmente ho capito il mistero di
Dio-Trinità!". No, assolutamente. Ci siamo solo avvicinati al mistero.
Quando si tratta
di Dio (ma anche delle persone umane!) possiamo solamente supporre il loro
mistero, intravederlo, intuirlo senza poterlo veramente afferrare e esprimere con nozioni chiare e formule esatte. Prendiamo
la vita, la nostra, quella di un animale o di una pianta: ebbene nessuno
scienziato sa dirci che cosa sia esattamente. Eppure la vita è in noi, attorno
a noi, vi siamo immersi. Nonostante questo, non esiste nessuna possibilità di
definirla in termini perfetti. Abbiamo una certa intuizione di che cosa sia la
vita, ma il suo mistero essenziale ci sfugge. Non conosciamo neppure noi
stessi.
Eppure noi
continuiamo a vivere, tentando di balbettare su quanto viviamo
pur sapendo che la vita e le persone non si mettono in formule. A maggior
ragione quando si tratta della vita di Dio. Abbiamo a disposizione solo parole
inadeguate, "ingannatrici", e tentiamo di costruirci delle immagini
con specchi deformanti. La strada più adeguata è ancora e sempre quella
dell’amore. "Carissimi, amiamoci gli uni gli altri,
perché l’amore è da Dio; chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore" (1 Gv 4,7-8).
Dio si rivela come
qualcuno e non come un complesso di forze vaghe e stemperate nella natura. Ha
un nome proprio. È una persona.
Persona ( in greco: pros-opon = sguardo
verso; in latino: persona = risuonare attraverso, parola verso) indica un
essere che dialoga e ha dei rapporti.
Se l’Assoluto,
Dio, è persona ancora prima della creazione, non può essere un singolo,
altrimenti non sarebbe "sguardo verso" qualcuno, "parola verso" qualcuno, "rapporto con qualcuno". Da
sempre, quindi il nostro Dio "unico" è anche "pluralità".
Dio si è rivelato
come Amore (1 Gv 4,8). E si può essere amore solo nei
confronti di un’altra persona. Una persona che fosse sola a esistere non
potrebbe amare, oppure amerebbe se stessa e questo
sarebbe puro egoismo, il contrario esatto dell’amore, l’opposto di Dio, perché
Dio è amore.
Dio è
essenzialmente "pluralità di persone" ed,
essendo personale, è fondamentalmente rapporto e dialogo.
Questo termine
"dialogo" ci aiuta a comprendere cosa significa: "In principio
era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio... E il Verbo si
fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv
1,1-14).
Il termine greco
usato da Giovanni è "logos". La sua traduzione latina "verbum" sfortunatamente è stata trascritta e non
tradotta in italiano. Verbo significa Parola. Dio è Logos, Parola, perché è
amore, rapporto; non parla eternamente da solo, ma è dialogo. Gesù è la Parola vivente del Padre, Parola eterna, da duemila anni Parola
incarnata. P. Lino Pedron, de.it.press
Lunedì 31 maggio. Il commento al Vangelo. La visita di Maria ad Elisabetta
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 1,39-56) commentato da P. Lino Pedron
39 In quei giorni
Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di
Giuda. 40 Entrata nella casa di Zaccaria, salutò
Elisabetta. 41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le
sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo 42
ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del
tuo grembo! 43 A che debbo che la madre del mio
Signore venga a me? 44 Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei
orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. 45 E beata colei che
ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore».
46 Allora Maria disse:
«L'anima mia magnifica il Signore
47 e il mio
spirito esulta in Dio, mio salvatore,
48 perché ha
guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte
le generazioni mi chiameranno beata.
49 Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome:
50 di generazione
in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
51 Ha spiegato la
potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
52 ha rovesciato i
potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
53 ha ricolmato di
beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
54 Ha soccorso
Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
55 come aveva
promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza,
per sempre».
56 Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Dopo
l’annunciazione dell’angelo, Maria si mette in cammino verso la montagna, con
sollecitudine. Per Gesù è il primo viaggio missionario compiuto per mezzo della
madre, che anticipa l’azione evangelizzatrice della comunità cristiana. Prende
qui l’avvio il grande andare, che riempie tutto il
vangelo di Luca e gli Atti degli apostoli. La parola di Dio va dal cielo alla
terra, da Nazaret a Gerusalemme, da Gerusalemme in
Giudea e fino ai confini della terra; va senza esitazioni, sempre in fretta.
Nel saluto di
Maria, che porta Gesù nel grembo, Elisabetta e Giovanni
incontrano il Salvatore. L’arrivo di Maria in casa di Elisabetta suscita grande
sorpresa e Elisabetta esprime la propria meraviglia
con le parole pronunciate da Davide al sopraggiungere dell’Arca dell’Alleanza:
"Come potrà venire da me l’arca del Signore?" (2Sam 6,9).
Nella casa di
Zaccaria si realizza ciò che avverrà a Gerusalemme
dopo la risurrezione del Signore. "Negli ultimi giorni, dice il Signore,
io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre
figlie profeteranno" (At 2,17-21; Gl 3,1-5). La storia dell’infanzia della Chiesa sarà la
ripetizione e la continuazione dell’infanzia di Gesù.
Elisabetta,
"piena di Spirito Santo" (v. 41), conosce il segreto di Maria, e la proclama: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il
frutto del tuo grembo" (v. 42). Dio ha benedetto Maria con la pienezza di
tutte le benedizioni che sono in Cristo (cfr Ef 1,3).
Maria viene considerata come l’arca dell’Alleanza del Nuovo
Testamento: nel suo grembo porta il Santo, la rivelazione di Dio, la fonte di
ogni benedizione, la causa prima della gioia della salvezza, il centro del
nuovo culto.
Il saluto di Maria
provoca l’esultanza di Giovanni Battista. Il tempo della salvezza è il tempo della gioia.
Il cantico di lode
di Elisabetta finisce con le parole che esaltano Maria: "Beata colei che
ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore" (v. 45). Maria è
diventata la madre di Gesù perché ha obbedito alla parola di Dio. E quando una
donna del popolo, rivolgendosi a Gesù, la proclamerà beata: "Beato il
grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il
latte!", Gesù preciserà e completerà l’espressione di lode, dicendo:
"Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la
osservano!" (Lc 11,27-28).
Con un atto di
fede comincia la storia della salvezza d’Israele; Abramo parte per un paese
sconosciuto con la moglie sterile, solo, perché Dio lo chiama e gli promette
una discendenza benedetta (Gen 12). Con un atto di
fede comincia la storia della salvezza del mondo; Maria crede alla parola del
Signore: vergine, diventa la madre di Dio.
La prima
beatitudine del vangelo di Luca è l’esaltazione della fede di Maria. La fede è
la virtù che ha accompagnato Maria nel suo cammino e l’ha radicata
profondamente nel progetto di salvezza di Dio.
Questo cantico è
molto vicino a quello che intonerà Gesù quando, esultando nello Spirito Santo,
scoprirà che la benevolenza del Padre si rivela ai piccoli (Lc
10,21-22). Maria esalta l’opera di salvezza che Dio sta realizzando tra gli
uomini.
Questo inno si
sviluppa come un mosaico di citazioni e di allusioni bibliche, che trova un
parallelo nel cantico di Anna (1Sam 2,1-10), considerato generalmente come la
sua fonte principale sia dal punto di vista della situazione che della tematica e della formulazione. Qualche esegeta suggerisce di
leggere questo cantico di Maria sullo sfondo della grande liberazione dell’Esodo e in particolare del celebre Cantico del mare (Es 15,1-18.21).
Maria canta la
grandezza di Dio. Riconosce che Dio è Dio. La conseguenza della scoperta di Dio
grande nell’amore è l’esultanza dello spirito. La scoperta dell’amore immenso
di Dio per noi vince la paura. Chi conosce il vero Dio, gioisce della sua
stessa gioia.
Il motivo del dono
di Dio a Maria non è il suo merito, ma il suo demerito, la sua umiltà (da humus=terra, parola da cui deriva anche "uomo").
Maria è il nulla assoluto, che solo è in grado di ricevere il Tutto.
Dio è amore.
L’amore è dono. Il dono è tale solo nella misura in cui non è meritato. Dio
quindi è accolto in noi come amore e dono solo nella misura della coscienza del
nostro demerito, della nostra lontananza, della nostra piccolezza e umiltà
oggettive. Maria è il primo essere umano che riconosce il proprio nulla e la
propria distanza infinita da Dio in modo pieno e assoluto. Il merito
fondamentale di Maria è la coscienza del proprio demerito: ella
riconosce la propria infinita nullità.
Per questo,
giustamente, la Chiesa proclama Maria esentata dal peccato originale, che
consiste nella menzogna antica che impedisce all’uomo questa
umiltà fiduciosa, che dovrebbe essere tipica della creatura (cfr Sal 131).
L’umiltà di Maria
non è quella virtù che porta ad abbassarsi. La sua non è virtù, ma la verità
essenziale di ogni creatura, che lei riconosce e accetta: il proprio nulla, il
proprio essere terra-terra. Tutte le generazioni gioiranno con lei della sua
stessa gioia di Dio, perché in lei l’abisso di tutta l’umanità è stato colmato
di luce e si è rivelato come capacità di concepire Dio, il Dono dei doni.
Dio è amore
onnipotente. Lo ha mostrato donando totalmente se
stesso. Il suo nome (la sua persona) è conosciuto e glorificato tra gli uomini
perché Dio stesso santifica il suo nome rivelandosi e donandosi al povero.
Maria sintetizza
in una sola parola tutti gli attributi di colui che ha
già chiamato Signore, Dio, Salvatore, Potente, Santo: il nome di Dio è
Misericordia. Dio è amore che non può non amare. E’ misericordia che non può
non sentire tenerezza verso la miseria delle sue creature. San
Clemente di Alessandria afferma che "per la sua misteriosa divinità Dio è
Padre. Ma la tenerezza che ha per noi lo fa
diventare Madre. Amando, il Padre diventa
femminile" (Dal Quis dives
salvetur, 37,2).
Maria descrive la
storia biblica della salvezza in sette azioni di Dio. La descrizione con i
verbi al passato significa quello che Dio ha già fatto nell’Antico Testamento,
ma anche quello che ha compiuto nel Nuovo, perché il Cantico, composto dalla
comunità cristiana, canta l’operato di Dio alla luce
della risurrezione di Cristo già avvenuta.
A proposito di
questa rivoluzione operata da Dio, che rovescia i potenti dai troni e manda a
mani vuote i ricchi, notiamo che anche questa è un’opera grandiosa e commovente
della misericordia di Dio: quando il potente cade nella polvere e il sazio
prova l’indigenza, essi sono posti nella condizione per essere rialzati e
saziati da Dio. Nell’esperienza del vuoto e nel crollo degli idoli, l’uomo si
trova nella condizione migliore per cercare Dio.
In Maria è
presente Dio fatto uomo. In lui si realizzano le promesse di Dio. E’ per la
fede in Cristo che si è discendenza di Abramo (Lc 3,8). Il compimento della promessa fatta da Dio ad
Abramo è definitivo: "In te si diranno benedette tutte le famiglie della
terra" (Gen 12,3). De.it.press
L'unità della Chiesa segno e strumento per l'umanità
Lo Spirito Santo
crea “unità e comprensione” e “le persone, spesso ridotte a individui in
competizione o in conflitto tra loro, raggiunte dallo Spirito di Cristo, si
aprono all’esperienza della comunione, che può coinvolgerle a tal punto da fare
di loro un nuovo organismo, un nuovo soggetto: la Chiesa. Lo ha detto Benedetto XVI
celebrando, domenica mattina, la messa nella solennità di Pentecoste, nella
basilica vaticana. “Questo – ha chiarito – è l’effetto dell’opera di Dio:
l’unità; perciò l’unità è il segno di riconoscimento, il ‘biglietto
da visita’ della Chiesa nel corso della sua storia universale”.
Supera muri e
barriere. “Fin dall’inizio, dal giorno di Pentecoste, essa (la Chiesa, ndr)
parla tutte le lingue”. La Chiesa “non rimane mai prigioniera di confini
politici, razziali e culturali; non si può confondere con gli Stati e neppure
con le Federazioni di Stati, perché la sua unità è di genere diverso e aspira
ad attraversare tutte le frontiere umane”. Ciò non significa
che “l’unità creata dallo Spirito Santo sia una specie di egualitarismo.
Al contrario, questo è piuttosto il modello di Babele, cioè
l’imposizione di una cultura dell’unità che potremmo definire ‘tecnica’”.
In realtà, “l’unità dello Spirito si manifesta nella
pluralità della comprensione. La Chiesa è per sua natura una e
molteplice, destinata com’è a vivere presso tutte le nazioni, tutti i popoli, e
nei più diversi contesti sociali. Essa risponde alla
sua vocazione, di essere segno e strumento di unità di tutto il genere umano,
solo se rimane autonoma da ogni Stato e da ogni cultura particolare. Sempre e in ogni luogo la Chiesa dev’essere
veramente, cattolica e universale, la casa di tutti in cui ciascuno si può
ritrovare”. Non solo: “Lo Spirito Santo coinvolge uomini e popoli e,
attraverso di essi, supera muri e barriere”. A Pentecoste, ha ricordato il
Pontefice, “lo Spirito Santo si manifesta come fuoco”, che “arde, ma non distrugge;
che, anzi, divampando fa emergere la parte migliore e più vera dell’uomo, come
in una fusione fa emergere la sua forma interiore, la
sua vocazione alla verità e all’amore”.
Vento e fuoco.
Cinquanta giorni dopo Pasqua, lo Spirito Santo – “come vento e come fuoco” –
scese sugli Apostoli radunati nel Cenacolo e “li rese capaci di predicare con
coraggio il Vangelo a tutte le genti”. Lo ha
sottolineato Benedetto XVI, prima di recitare il “Regina Cæli”
da piazza San Pietro. Il mistero della Pentecoste, “vero
‘battesimo’ della Chiesa, non si esaurisce però in esso. La Chiesa infatti vive costantemente della effusione dello Spirito
Santo, senza il quale essa esaurirebbe le proprie forze, come una barca a vela
a cui venisse a mancare il vento”. La Pentecoste, ha detto il Papa, “si rinnova
in modo particolare in alcuni momenti forti, a livello sia locale sia
universale, sia in piccole assemblee che in grandi
convocazioni”. I Concili, ad esempio, “hanno avuto sessioni gratificate da
speciali effusioni dello Spirito Santo, e tra questi vi è certamente il
Concilio Ecumenico Vaticano II”. “Possiamo ricordare anche – ha aggiunto – il
celebre incontro dei movimenti ecclesiali con il venerabile Giovanni Paolo II,
qui in piazza San Pietro, proprio nella Pentecoste del 1998”. D’altro canto,
“la Chiesa conosce innumerevoli ‘pentecoste’ che vivificano le comunità
locali”.
Con Maria. Il
Santo Padre ha ricordato che “non c’è Chiesa senza Pentecoste” e “non c’è
Pentecoste senza la Vergine Maria”, così è stato all’inizio, nel Cenacolo, e
così è sempre, in ogni luogo e in ogni tempo. “Ne sono stato
testimone anche pochi giorni fa, a Fatima – ha affermato Benedetto XVI –.
Che cosa ha vissuto, infatti, quell’immensa moltitudine, nella spianata del
Santuario, dove tutti eravamo un cuore solo e un’anima sola,
se non una rinnovata Pentecoste? In mezzo a noi c’era Maria,
la Madre di Gesù”. È questa, secondo il Papa, “l’esperienza tipica dei
grandi Santuari mariani – Lourdes, Guadalupe, Pompei, Loreto – o anche di
quelli più piccoli: dovunque i cristiani si radunano in preghiera con Maria, il
Signore dona il suo Spirito”. Di qui l’invito a invocare con la Madre di Cristo
“una rinnovata effusione del divino Paraclito” per
tutta la Chiesa, in particolare, “in quest’Anno Sacerdotale, per tutti i
ministri del Vangelo, affinché il messaggio della salvezza sia annunciato a
tutte le genti”.
Per la Cina. Dopo
la recita del “Regina Cæli”,
il Papa ha ricordato la beatificazione, sabato 22 maggio a Benevento, di Teresa
Manganiello, e la memoria liturgica della Beata
Vergine Maria, aiuto dei cristiani, che si celebra il 24 maggio, e che “ci
offre la possibilità di celebrare la Giornata di preghiera per la Chiesa in
Cina. Mentre i fedeli che sono in Cina pregano affinché
l'unità tra di loro e con la Chiesa universale si approfondisca sempre di più,
i cattolici nel mondo intero – specialmente quelli che sono di origine cinese –
si uniscono a loro nell’orazione e nella carità, che lo Spirito Santo infonde
nei nostri cuori particolarmente nella solennità odierna”. Nei saluti in
italiano ha ricordato i membri del Movimento per la vita. “Cari amici – ha concluso –, con voi ricordo le parole della beata Teresa di
Calcutta: ‘Quel piccolo bambino, nato e non ancora nato, è stato creato per una
grande cosa: amare ed essere amato’”.
Assemblea CEI. Servire con simpatia. La prolusione del card. Bagnasco
“La Chiesa non
porta avanti se stessa, ma serve l’uomo con la simpatia di Dio”. Così il card.
Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha sintetizzato la “missione della
Chiesa”, aprendo il 24 maggio la 61ª assemblea generale della Cei, in corso in
Vaticano fino al 28 maggio. La “felicità piena” della Chiesa, che viene da
Cristo, “non viene meno anche a fronte dei nostri tradimenti”, ha esordito il cardinale,
secondo il quale la missione della Chiesa consiste nel
“dire all’uomo contemporaneo, talora frastornato e triste, che nessuno è
orfano, che non si tratta di una scintilla che nel buio si accende per subito
spegnersi; che nessuno è capitato per caso in un cosmo senza destino. Vogliamo dire, senza presunzione o arroganza ma con la convinzione
e la simpatia dei messaggeri, che tutti siamo pellegrini verso la Patria vera –
la vita eterna ? dove vedremo il Dio dell'Amore amato faccia a faccia, nella
beatificante comunione di tutti i viventi”. (Il testo integrale della
prolusione è disponibile su Agensir.it – sezione
“Documenti”; per scaricarlo: clicca qui).
Il dramma della
pedofilia. La Chiesa italiana – ha assicurato il cardinale – ha affrontato e
affronta la questione della pedofilia attraverso l’“inderogabile compito di
fare giustizia nella verità, consapevoli che anche un solo caso in questo ambito è sempre troppo, specie se il responsabile è
un sacerdote”. “In nessuna stagione”, le parole del cardinale, “la Chiesa ha
inteso sottovalutare” il “dramma della pedofilia”, e l’episcopato italiano ha
“prontamente recepito” le “direttive chiare e
incalzanti che da tempo sono impartite dalla Santa Sede”, improntate alla
“determinazione a fare verità fino ai necessari provvedimenti, una volta
accertati i fatti”. In concreto, la Chiesa italiana ha intensificato “lo sforzo
educativo nei riguardi dei candidati al sacerdozio e il rigore del
discernimento servendosi anche delle migliori acquisizioni delle scienze umane,
la vigilanza per prevenire situazioni non compatibili con la scelta di Dio e la
dedizione al prossimo, una formazione permanente del clero adeguata alle
sfide”. Quanto ai casi accertati, l’intento è quello di
“dare sempre seguito alle disposizioni della legge civile” arrivando fino alla
“rapida dimissione dallo stato clericale”, per i casi più gravi. “L’opinione
pubblica come le famiglie – è il messaggio centrale del card. Bagnasco – devono
sapere che noi, Chiesa, faremo di tutto per meritare sempre, e sempre di più,
la fiducia che generalmente ci viene accordata anche
da genitori non credenti o non frequentanti. Non
risparmieremo attenzione, verifiche, provvedimenti; non sorvoleremo su segnali
o dubbi; non rinunceremo a interpretare, con ogni premura e ogni scrupolo
necessari, la nostra funzione educativa”.
Vivere, non
vivacchiare. Oggi serve “una generazione di adulti che non fuggano dalle
proprie responsabilità perché disposti a mettersi in gioco, a onorare le scelte
qualificanti e definitive, a cogliere la differenza abissale tra il vivere e il
vivacchiare”. Soffermandosi sul tema principale dell’assemblea dei vescovi –
gli Orientamenti pastorali 2011-2020, incentrati sulla dimensione educativa –
il cardinale ha affermato che il compito degli adulti consiste nel “superare
incertezze e reticenze, per recuperare una nozione adeguata di educazione che
si avvicini alla paideia, cioè ad
un processo formativo articolato ma mai evasivo rispetto alla verità
dell’essere, ad una capacità di distinguere ciò che è bene da ciò che è male,
ad una concreta disciplina dei sentimenti e delle emozioni”. Come dimostrano
anche alcuni gravi episodi di cronaca, quella attuale è “una situazione in cui
il vuoto di valori sfocia immediatamente, senza più
stadi intermedi, nel disagio se non nella disintegrazione sociale”. In questo contesto, “l’impegno ad educare è decisivo sotto il profilo
non solo ecclesiale, ma anche storico, sociale e politico”.
L’unità d’Italia è
una conquista. “L’unità del Paese resta una conquista e un ancoraggio
irrinunciabili: ogni auspicabile riforma condivisa, a partire
da quella federalista, per essere un approdo giovevole, dovrà
storicizzare il vincolo unitario e coerentemente farlo evolvere per il meglio
di tutti”. È la posizione dei vescovi italiani sull’imminente 150° anniversario
dell’unità d’Italia. Tale anniversario, ha spiegato il card. Bagnasco, “è significativo non perché l’Italia sia un’invenzione di quel
momento, ossia del 1861, ma perché in quel momento, per una serie di
combinazioni, veniva a compiersi anche politicamente una nazione che da un
punto di vista geografico, linguistico, religioso, culturale e artistico era
già da secoli in cammino”. “A nessuno è certamente ignoto – ha puntualizzato il
presidente della Cei – che cosa comportò il realizzarsi del disegno di uno
Stato finalmente unitario per la Chiesa cattolica”. Riferendosi alle “annose
traversie” della “questione romana”, il card. Bagnasco ha osservato che “a
nessun altro popolo è stato domandato, in termini storici, ciò che è stato
richiesto al popolo italiano. Ma anche nessun altro
popolo ha ricevuto, in termini spirituali e culturali, quello che ha ricevuto e
riceve l’Italia”. Lo stesso presidente Napolitano non ha esitato a riconoscere
“il grande contributo che la Chiesa e i cattolici hanno dato, spesso pagandone
alti prezzi, alla storia d’Italia e alla crescita civile del Paese”. “Superare
le contrapposizioni che residualmente affiorano – ha
spiegato il cardinale – significa accettare che l’unità è stata soprattutto il
coronamento di un processo ardito e coerente, l’approdo ad
un risultato assolutamente prezioso, che impone tuttavia a ciascuna componente
un’autocritica onesta e proporzionata alla quota di fardello caricato sul passo
comune”. È “l’interiore unità” e la “consistenza spirituale del Paese” ciò che
preme ai vescovi, che si dicono “certi” che “i credenti in Cristo continueranno
a sentirsi, oggi come ieri, oggi come nel 1945 all’uscita dalla guerra, oggi
come nel 1980, nella fase più acuta del terrorismo, tra i soci fondatori di
questo Paese”. Di qui l’auspicio che i 150 anni dall’unità d’Italia “si
trasformino in una felice occasione per un nuovo innamoramento dell’essere italiani, in una Europa saggiamente unita e in
un mondo equilibratamente globale”. “Niente, nel bagaglio che ci distingue, può
essere così incombente da annullare il nostro vincolo nazionale”, ha ammonito
il presidente della Cei, secondo il quale occorre, nello stesso tempo, “essere
lucidi” quanto allo “strumento” moderno dello Stato che, “per i compiti oggi
esigiti, va non solo preservato ma affinato e reso sempre più efficiente”. Per
questo “servono visioni grandi”, a partire dalla
capacità di “alimentare la cultura dello stare insieme”, vincendo “paure o
resistenze”.
“Rettificare” la
sentenza sul Crocifisso. Una sentenza “discussa”,
accolta “con lo stupore dell’incredulità”, in quanto
frutto “di un malinteso senso della laicità”. Così il card. Bagnasco ha
definito la sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo
sull’esposizione del Crocifisso nelle scuole italiane.
Tale dispositivo, secondo i vescovi, “è segnale del tentativo di affermarsi di
un’interpretazione della laicità stessa preclusiva del fatto religioso, che verrebbe relegato nel privato, avendo negata ogni visibilità
sociale, quale presunto fattore di divisione”. “Tutto il contrario di ciò che
positivamente il Crocifisso è”, il commento del card.
Bagnasco. Di qui l’auspicio di “una lungimirante rettifica” in sede di ricorso
nel prossimo mese di giugno, “in forza anche delle ragioni che in modo
autorevole e competente sono state espresse in diverse sedi, essendosi trattato
di un pronunciamento che non solo contraddice la giurisprudenza consolidata
della stessa Corte, ma trascura del tutto – fino a negarle – le radici iscritte
nelle Costituzioni, nelle leggi fondamentali sulla libertà religiosa e nei
Concordati della stragrande maggioranza dei Paesi membri”. La presenza del Crocifisso nei luoghi pubblici, ha puntualizzato inoltre il
card. Bagnasco, “risale, per l’Italia, alla stagione risorgimentale e non certo
come fatto confessionale ma come elemento fondato sulla tradizione religiosa e
sui sentimenti del popolo italiano”.
No al “suicidio
demografico”. “L’Italia sta andando verso un lento suicidio demografico: oltre
il cinquanta per cento delle famiglie oggi è senza figli, e tra quelle che ne
hanno quasi la metà ne contemplano uno solo, il resto
due, e solamente il 5,1 delle famiglie ha tre o più di tre figli”. Questo il
grido d’allarme del card. Bagnasco, che ha indicato “due realtà fondanti e
strutturalmente strategiche”: la famiglia e il lavoro. Per la Cei, il
matrimonio tra un uomo e una donna – su cui è fondata la famiglia – è un “bene
inalterabile” che “va difeso e continuamente preservato quale crogiuolo di
energia morale, determinante nel dare prospettive di
vita al nostro presente”. Gli “scenari preoccupanti” attuali e le previsioni
non incoraggianti “sotto il profilo sociale e culturale” manifestano, dunque,
l’urgenza di “una politica che sia orientata ai figli, che voglia da subito
farsi carico di un equilibrato ricambio generazionale”. Di qui l’appello della
Cei ai responsabili della cosa pubblica “affinché pongano in essere iniziative
urgenti e incisive”: “Proprio perché perdura una condizione di pesante
difficoltà economica, bisogna tentare di uscirne attraverso parametri sociali
nuovi e coerenti con le analisi fatte”, a partire dal
quoziente familiare”. La Chiesa, da parte sua, si impegna
a livello pastorale “per radicare ancor più la coscienza dei figli come doni
che moltiplicano il credito verso la vita e il suo domani”.
“Riforme” sul
lavoro. “Il protrarsi della crisi economica mondiale si sta rivelando
sorprendentemente tenace”, e “i provvedimenti ultimamente adottati in sede
comunitaria hanno, da un lato, arrestato lo scivolamento verso il peggio,
dall’altro, però stanno imponendo nuove ristrettezze a tutti i cittadini”.
Dinanzi a questo scenario, la Cei – tramite il card. Bagnasco – lancia un
appello ai “responsabili di ogni parte politica” a “voler fare un passo in
avanti, puntando ad un responsabile coinvolgimento di
tutti”. Il lavoro “spesso oggi latita”, la denuncia del cardinale, “creando
situazioni di disagio pesante nell’ambito delle famiglie giovani e meno
giovani, in ogni Regione d’Italia, e con indici decisamente
allarmanti nel Meridione”. Per questo i vescovi chiedono “un supplemento di
sforzo e di cura all’intera classe dirigente del Paese: politici, imprenditori,
banchieri e sindacalisti”. La Chiesa, da parte sua, “fa tutto ciò che può
inventando anche canali nuovi di aiuto, ma è ovviamente troppo poco rispetto ai
bisogni”. “L’uscita dalla crisi non significherà nuova occupazione”, per questo
occorre “procedere, senza ulteriori indugi, a riforme
che producano crescita”, per “potenziare le piccole e medie industrie, metterle
in rete, qualificare il settore della ricerca e quello turistico, potenziare
l’agricoltura e l’artigianato, facilitare il mondo cooperativistico”. sir
Assemblea CEI - Insieme per il Paese. La prolusione del card. Bagnasco
C’è l’idea e l’appello ad una “Italia contenta di sé”, nel
vivo della prolusione con cui il cardinale Angelo Bagnasco ha aperto
l’assemblea della Cei. C’è l’invito, ma al tempo stesso l’esigenza, a “decidere
di volersi reciprocamente più bene”. È uno dei tratti del suo modo di comunicare con il Paese e con la gente, quando la
chiarezza delle idee si accompagna alla grande attenzione alle persone
concrete, alla vita. Al cuore della preoccupazione pastorale dei vescovi c’è la vita e la testimonianza di fede, e ci sono la famiglia
e il lavoro. È il tempo della concretezza: “Urge una politica che sia orientata
ai figli, che voglia da subito farsi carico di un equilibrato ricambio
generazionale”. Sennò andiamo incontro – e forse è già tardi – ad “un lento suicidio demografico”. Lo stesso si può dire
del lavoro, “per il quale chiediamo un supplemento di
sforzo e di cura all’intera classe dirigente del Paese”.
Quel che è certo è
che nell’arco dei cambiamenti e dell’incertezza, nella
prospettiva di “un nuovo innamoramento dell’essere italiani, in una
Europa saggiamente unita e in un mondo equilibratamente globale”, la Chiesa e i
cattolici ci sono, sono pronti a giocare la loro parte.
Questo vale nella
prospettiva lunga della riflessione e dell’impegno per i 150 anni dall’Unità,
vale nella vitalità che il mondo cattolico ha testimoniato a Benedetto XVI nei
giorni scorsi a piazza San Pietro, nel vivo delle polemiche mediatiche sugli
episodi di pedofilia. La condanna è chiara e decisa come, nello stesso tempo, è
altrettanto fermo il rifiuto di ogni possibile strumentalizzazione: “Le azioni
di Benedetto XVI sono eloquenti almeno quanto le sue parole”. Ecco, allora, lo
stringersi festoso intorno al Papa, ecco la folla variopinta delle aggregazioni laicali, che nello stesso tempo sono impegnate
attivamente in un “compito di tessitura”. Questo comincia e si concentra
proprio sull’educare. È il tema dell’assemblea della Cei, è il tema degli
Orientamenti pastorali che saranno approvati per il prossimo decennio, è uno
dei grandi temi del magistero di Benedetto XVI.
Possiamo tutti
cogliere, nella nostra esperienza quotidiana, come pure dalle cronache di tutti
i giorni, come siamo di fronte all’emergere di “vistosi
deficit nella filiera educativa”. Quando si parla di relativismo e di secolarismo,
ecco che ne vediamo gli effetti molto concreti,
effetti di decomposizione. Allora bisogna investire. La Chiesa e i cattolici ci
sono. La proposta è una grande intesa, alleanza, unione, la prospettiva di una
stagione d’investimento e di esempio. Sull’obiettivo è difficile non
concordare: “Una nuova generazione di adulti che non fuggano dalle proprie
responsabilità”. Perché c’è una differenza abissale, ripete il cardinale
facendo eco al Papa, “tra il vivere e il vivacchiare”. E questo vale per tutte
le singole persone, ma anche per le comunità, e a più forte ragione per i
popoli e le nazioni.
Francesco Bonini
Lo sguardo a Oriente. Turchia: la Chiesa cattolica in un Paese ponte tra
due mondi
Dopo il periodo
invernale tornano i pellegrini a Tarso, nella chiesa-museo di san Paolo.
Sebbene la decisione delle istituzioni turche di destinarla a luogo permanente
di culto sia stata data, al momento, solo verbalmente, la situazione registra
un netto miglioramento grazie anche all'aiuto del nuovo ambasciatore turco
presso la Santa Sede, Kenan Gürsoy,
come spiega a SIR Europa, il presidente dei vescovi turchi (Cet),
mons. Luigi Padovese. "Le
autorità di Ankara hanno rimosso l'obbligo di prenotazione per le messe nella
chiesa-museo. Ora si può celebrare senza alcun preavviso, quando prima
era richiesta una prenotazione previa di almeno 3
giorni, portati poi addirittura a 10 con inevitabili problemi organizzativi. Il consiglio ai pellegrini, tuttavia, resta sempre quello di
avvisare dell'arrivo per permettere alle suore di allestire al meglio la
chiesa". Mons. Padovese parte dal cuore
della cristianità turca, Tarso ed Antiochia,
per raccontare le attese e le speranze che la sua Chiesa affida al prossimo
Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente, cui parteciperanno anche i presuli
della Cet.
Eccellenza, con
l'Anno Paolino, Tarso e Antiochia sono
ormai entrate a pieno titolo tra le mete più amate dai pellegrini di tutto il
mondo. Eppure non si riesce ancora ad avere la concessione della chiesa di san Paolo…
"Sulla concessione,
finora, verbale della chiesa, siamo ancora a livello di trattativa; la
situazione non è pienamente risolta. Ciò che di fatto
ci interessa non è tanto la proprietà della chiesa o che questa venga data in
gestione alla Chiesa cattolica o alla comunità ortodossa. Ci interessa
soprattutto la possibilità di celebrare liberamente e cosicché tutti i
pellegrini possano andare a Tarso sapendo che possono
pregare senza essere disturbati e senza limitazione. Abbiamo gruppi che arrivano quasi quotidianamente e prevedo un sensibile
aumento nei prossimi mesi. Tarso, con Antiochia
e la Cappadocia, è nei grandi percorsi di
pellegrinaggio e questo è un bene anche per la Chiesa turca".
Anche alla luce
dell'Anno Paolino, con che spirito la Chiesa di Turchia parteciperà al Sinodo
per il Medio
Oriente di ottobre?
"Ho
collaborato alla stesura dei Lineamenta e
dell'Instrumentum laboris che verrà
consegnato ai vescovi d'Oriente da Benedetto XVI a Cipro il 6 giugno. Al Sinodo
ci sarà una Chiesa turca rinvigorita e più consapevole della propria fede. Tra
i frutti dell'Anno Paolino e dei tanti pellegrinaggi che qui continuano ad
arrivare, c'è anche la maggiore consapevolezza dei cristiani locali della
preziosità di questi luoghi per la tradizione
cristiana. La presenza dei pellegrini ridesta la certezza di vivere in una
Terra Santa. Altro effetto positivo riguarda i musulmani. Essi vedono che
giungono cristiani che, lungi dal voler sfruttare turisticamente il posto, si
mettono in atteggiamento di preghiera e ciò aiuta a superare diffidenze
reciproche che si sono accumulate nel passato. Credo che la
testimonianza più bella che si possa dare alla Turchia sia quella di vedere
uomini e donne che pregano".
In che modo il
tema del Sinodo "La Chiesa cattolica nel Medio Oriente: comunione e
testimonianza" interpella la Chiesa cattolica turca?
"Siamo
interpellati sia dal punto di vista del dialogo ecumenico sia da quello con
l'Islam. Vivendo in un Paese a maggioranza musulmana c'è la necessità da parte
dei cristiani di non essere frammentati in tanti ruscelli ma di costituire un
fiume, mettendo in evidenza le cose che ci uniscono e
dando l'idea alla società islamica che i cristiani non sono divisi ma distinti.
E questa è una ricchezza. Va sfatata poi l'impressione che la Chiesa, soprattutto
quella latina, stia facendo proselitismo. Siamo una presenza rispettosa delle
altre identità confessionali e religiose e vogliamo essere riconosciuti come
tali con tutti i diritti. Noi siamo cittadini dei Paesi nei quali viviamo. La
nostra forza si appoggia non tanto sulla nostra fede quanto piuttosto sul
diritto che ogni Costituzione riconosce ai propri cittadini. Nei Paesi a
maggioranza musulmana, dove le Chiese del Medio Oriente vivono, il
Cristianesimo è visto come una religione lecita, è permesso essere cristiani
però talvolta, in più aspetti, si vive in una situazione di inferiorità
rispetto agli altri. Il diritto di rivendicare la piena
cittadinanza, specie in Paesi musulmani diventa quanto mai importante".
Tra meno di dieci
giorni Benedetto XVI si recherà a Cipro, ponte tra l'Europa e la Terra Santa,
dove consegnerà l'Instrumentum laboris del Sinodo. A
suo parere, cosa potrà dare questo Sinodo alle Chiese europee?
"Avvicinarle
alle sorelle orientali. Cipro come la
Turchia è una realtà di ponte tra due mondi e due culture e anche tra due
religioni. È significativo che la Chiesa cattolica
cipriota sia stata da poco riconosciuta come membro effettivo del Ccee, il Consiglio delle Conferenze episcopali europee. La Chiesa turca e cipriota, presenti al Sinodo, essendo realtà di
mediazione, potranno favorire uno sguardo più attento e approfondito rivolto
alle Chiese d'Oriente". Sir eu
Assemblea CEI - Una grande maturità. La gente e l'orrore degli abusi
“Per quanto ci
risulta, sono un centinaio i casi di abusi sessuali da
parte di sacerdoti rilevati da procedimenti canonici in Italia negli ultimi
dieci anni”. A fornire il dato è stato mons. Mariano Crociata, segretario
generale della Cei, rispondendo alle domande dei giornalisti, durante la prima
conferenza stampa della 61ª assemblea generale dei vescovi, il 25 maggio.
Tracciando un “quadro complessivo” di una questione, come quella della
pedofilia, di “grande delicatezza” – sulla quale si sono confrontati i vescovi,
nel dibattito che ha fatto seguito alla prolusione del card. Bagnasco – mons.
Crociata ha detto che l’atteggiamento dei presuli è “innanzitutto di
comprensione e vicinanza nei confronti delle vittime, e di grande sofferenza e
rammarico per coloro che nella Chiesa si sono resi
responsabili di atti così gravi”. Tutto ciò, “ricordandoci che anche un solo
caso è sempre di troppo, come ha sottolineato il
cardinale presidente nella prolusione”. Ad una domanda
su un’eventuale Commissione speciale istituita dalla Cei in materia, il
segretario generale ha risposto: “Non c’è bisogno di alcuna Commissione
speciale, perché le indicazioni proposte dalla Lettera del Papa ai cattolici
d’Irlanda e le linee guida della Congregazione per la dottrina della fede contengono
tutti gli elementi necessari per continuare ad affrontare e risolvere i casi
che si presentano”. I vescovi hanno eletto mons. Cesare Nosiglia,
vescovo di Vicenza, vicepresidente per il settore
Nord.
Senza distorsioni.
“Dal punto di vista canonico – ha ricordato mons. Crociata – il punto di
riferimento è sempre la Congregazione per la dottrina della fede, dal punto di
vita civile le autorità competenti hanno, da parte delle diocesi e dei
responsabili della vita della Chiesa, tutta la
collaborazione possibile per cercare di raggiungere la conoscenza della verità
dei fatti, dove si presentano denunce in tal senso”. “La normativa italiana non
prevede l’obbligo di denuncia – ha puntualizzato il segretario della Cei – ma
ciò non esclude la cooperazione, la collaborazione, che consiste nel render
possibile in tutti i modi l’accertamento dei fatti, e
nell’incoraggiare, laddove è possibile, la denuncia di chi ha subito fatti di
questo genere. Che a un vescovo venga richiesto di
testimoniare, è un fatto del tutto ordinario”. Quanto all’atteggiamento
generale dei vescovi, mons. Crociata ha spiegato: “La Chiesa riconosce
l’assoluta drammaticità e gravità del fenomeno e ribadisce
il proprio impegno ad affrontare i casi che si presentino. Al contempo esprime
l’impegno costante in campo educativo e formativo, che costituisce il centro
della sua missione, impegno che assorbe, possiamo
dire, la totalità della sua vita e del ‘personale’ religioso, ecclesiastico e
laico che partecipa a questo impegno”: “Senza sottovalutare l’assoluta gravità
del fenomeno – ha proseguito – sarebbe una distorsione profonda dell’ottica con
cui guardare alla vita della Chiesa nel suo insieme, prenderla in
considerazione solo da questa prospettiva”. La Chiesa, in realtà, “è ferita da
questi fatti in se stessa e insieme alle vittime”, perché “la totalità dei
credenti, e tra essi degli educatori, svolge ordinariamente in maniera valida,
positiva, spesso esemplare e qualche volta in modo eroico il proprio servizio”.
Per questo “è importante porre nella giusta luce questo fenomeno”.
Farsi carico di
tutti. “Come vescovi dobbiamo affermare che si
constata la maturità della larghissima maggioranza dei fedeli di fronte a
quanto avvenuto. Non abbiamo notizie di abbandoni o di cali di
iscrizioni. I fedeli vogliono che il problema sia affrontato con
decisione per risolverlo e superarlo”, ha proseguito mons. Crociata: “La realtà
delle cose che ci appare è che il popolo dei credenti prova orrore per queste
cose, vuole chiarezza perché i fatti siano affrontati e risolti, perché la vita
della Chiesa possa crescere in qualità. Questa che può essere vista come una
grave e drammatica situazione, in realtà può consentire un ‘salto
di qualità’ che è quanto il popolo di Dio vuole”. È volontà
dei vescovi, inoltre, “accompagnare chi vive questi problemi, tanto le vittime
quanto i sacerdoti che ne fossero responsabili con gli strumenti necessari e
adeguati. Una volontà, quindi, di farsi carico di
tutti”.
I “beni in gioco”.
“Non possiamo che rispettare quello che il popolo italiano, attraverso il
governo e il Parlamento, esprime”. È il commento di mons. Crociata alla
cosiddetta legge sulle intercettazioni. “Nella visione di concorrere, per
quanto compete alla nostra missione pastorale, al bene del Paese – ha
proseguito mons. Crociata – auspichiamo che i beni in gioco nel problema
affrontato – i singoli individui, l’ordinamento della giustizia, le esigenze di
solidarietà e giustizia nella vita sociale,
l’informazione – siano il più possibile insieme ed equilibratamente salvaguardati
tutti”.
Il “ruolo determinante” dei cattolici. 1945 e 1980: “Due momenti
particolarmente significativi ed esemplari
dell’impegno, della presenza, del ruolo determinante dei cattolici per la vita
e la ripresa, in casi e condizioni differenti, del Paese, in un orizzonte di
normalità e di serena convivenza e impegno per lo sviluppo di tutto il Paese”. Lo ha detto mons. Crociata, citando le due date menzionate
dal card. Bagnasco nella prolusione (leggi la prolusione del cardinale). Quello dei cattolici, ha commentato, “è un impegno che si è profuso
sempre, fin dall’inizio e si è espresso in maniera straordinaria in alcune
circostanze. Ed è lo stesso impegno con cui oggi i
cattolici si pongono in perfetta continuità, sollecitati anche dalla ricorrenza
del 150° dell’unità d’Italia, che può essere un modo per risvegliare la
coscienza di essere italiani e il ruolo di essere responsabili gli uni per gli
altri a crescere insieme”. Sir 25
La tragedia della pedofilia nelle parole del presidente della Cei
“Veniamo da una
stagione particolarmente carica di sofferenza” così il card. Angelo Bagnasco,
presidente della Cei, ha ricordato ai vescovi italiani gli ultimi mesi, fortemente segnati dal dramma della pedofilia. Tuttavia, non
è lecito cedere al pessimismo: i peccati di alcuni né sminuiscono, né mettono
in crisi la missione evangelizzatrice e santificante della Chiesa. Se essa
portasse avanti sé stessa, in certi frangenti,
potrebbe vacillare; ma, dal momento che si sforza di aprirsi alla presenza
dello Spirito diviene segno della consolante vicinanza di Dio al mondo.
Sperimenta la presenza del Signore Gesù, che è il
testimone fedele del Padre e l’amico dell’uomo. La forza della Chiesa è di
ordine soprannaturale e proviene da Colui che ha dato
sé stesso per santificarla. In questo modo, essa guarda al suo interno,
valutando le luci e le ombre.
Che la pedofilia
sia stata un’ombra è un fatto innegabile, ma che essa non sia stata
adeguatamente considerata è altrettanto vero. Questo,
nonostante il tanto spazio nei giornali e nei mezzi di comunicazione. Il
presidente della Cei ha voluto quasi porre i confini corretti, entro i quali
valutare la questione. Intanto, ha notato come in tutta la vicenda sia sempre
più emersa la grandezza di Benedetto XVI, che con il suo stile diretto, ha
affrontato il dramma in prima persona. Lo aveva fatto da Prefetto della
Congregazione per la Dottrina della Fede con opportuni provvedimenti, lo sta
facendo da Papa. “Pietro si è messo avanti a noi e si è
caricato, per primo lui, la croce. Il Papa ci precede e con mano ferma e
paterna non cessa di indicare alla Chiesa il proprio centro ?
Cristo ?, a richiamarla con la parola e l’esempio,
verso quella santità di vita, che è vocazione di ogni battezzato e,
innanzitutto, di ogni ministro di Dio”. Con coraggio ha invitato a fare
penitenza per i peccati commessi, ha detto di prendere coscienza del male fatto
e della necessità di ripararvi. Ma, nello stesso
tempo, ha incoraggiato i colpevoli ad avere fiducia nella grazia divina.
Per il card. Bagnasco
l’attenzione della Chiesa è, in primo luogo, per le vittime: a loro vanno tutto
il dolore, il profondo rammarico e la cordiale vicinanza per aver subìto ciò
che è peccato grave e crimine odioso. L’attenzione, poi, deve essere posta a
considerare adeguatamente la persona, che ha abusato di minori: è troppo
semplice colpevolizzare e basta. Occorre la giustizia, ma anche l’aiuto della
terapia e della grazia. “Tutte e tre - ha detto il cardinale - sono necessarie,
e senza confusioni o mistificazioni tra loro”. La pena inflitta per il delitto
non guarisce automaticamente né conferisce il perdono, come – all’inverso – il perdono del peccato non guarisce automaticamente la malattia
né sostituisce la giustizia, e, così, la cura non sostituisce la pena, tanto
meno può rimettere il peccato. La Chiesa è giunta oggi a questa consapevolezza.
Nello stesso
tempo, occorre un generale impegno per la tutela dei minori, a 360 gradi.
Sembra che negli ultimi mesi ci sia dimenticati delle continue violenze, subìte
da questi in ogni parte del mondo. Si pensi alla spersonalizzazione, cui è
soggetta l’infanzia nella rete del web, sia nella pubblicistica corrente, sia
in taluni programmi televisivi. Continua, poi, il turismo
sessuale da parte di occidentali in Paesi dell’Estremo Oriente. Ancora,
vivono bene le multinazionali della pornografia, che ha come oggetto i bambini.
In un passato, non troppo lontano, taluni nel nord Europa
avrebbero, addirittura, voluto dare dignità politica alla pratica della
pedofilia. E, più in generale, oggi si assiste ad
un’esasperazione della dimensione della sessualità, ostentata in maniera quasi
ossessiva, con il risultato di produrre effetti indesiderati sugli
atteggiamenti delle persone, in particolare su quelle psicologicamente più
fragili ed esposte. Come si vede, purtroppo, il dramma della pedofilia ha
contorni ben più ampi, che quelli di seppure gravi fatti isolati. Questi dati
così diffusi non possono lasciare indifferenti coloro che
hanno una diretta responsabilità civile e sociale. La Chiesa continua a
fare la sua parte. C’è una bussola che la guida, ha ricordato il card.
Bagnasco: il mistero incomprimibile insito in ogni persona, sacrario
inviolabile e vocazione alla trascendenza. Consapevole della fiducia della
gente, vigilerà con molta attenzione sulla funzione educativa, che esercita.
Continuerà a formare con impegno i suoi preti, indicando loro la grandezza e la
bellezza del ministero, cui sono chiamati. La storia ha voluto che il dramma
della pedofilia affiorasse, mentre la Chiesa sta celebrando l’Anno sacerdotale.
All’inizio si è avvertito uno smarrimento; con il tempo, però, le cose sono
cambiate e la consapevolezza di questi delitti ha aumentato ovunque l’impegno
per una maggiore coerenza ed una santità più convinta.
Ferita, la Chiesa ha saputo rialzarsi e riprendere il cammino con Pietro e i
vescovi sempre più uniti. Marco Doldi
Crocifisso
nelle scuole. La corte europea accoglie le richieste di Acli, cattolici
francesi e tedeschi
ROMA - La Corte europea
di Strasburgo per i diritti dell'uomo ha accolto la richiesta delle Acli e dei
cattolici francesi e tedeschi di potersi costituire come parte terza nel
procedimento di ricorso contro la sentenza che vieta l'esposizione del
crocifisso nelle scuole pubbliche.
Lo scorso 9
maggio, infatti, in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione Schuman, atto fondativo
dell'Unione Europea, le Associazioni cristiane dei lavoratori italialiani, insieme alla ZdK (il
Comitato centrale dei cattolici tedeschi) e alle Settimane Sociali di Francia,
quali rappresentanti della Rete "Iniziativa di cristiani per
l'Europa", avevano avanzato alla Corte una
richiesta formale di ammissione come "parte terza" nel procedimento
"Lautsi v. Italy" inerente l'esposizione
della croce nelle scuole pubbliche.
Con l'approvazione
della richiesta, le associazioni avranno tempo fino al 1° giugno per consegnare
la memoria articolata che verrà esposta nel
procedimento di ricorso contro la sentenza attivato dal Governo italiano.
"Si tratta di
un riconoscimento estremamente importante",
afferma con soddisfazione il presidente nazionale delle Acli, Andrea Olivero. "La decisione della Corte
di accogliere la nostra richiesta conferma la legittimità della nostra
iniziativa e delle nostre argomentazioni. La Corte", aggiunge Olivero, "ha ritenuto giusto ascoltare in sede di
ricorso contro la sua stessa sentenza le ragioni di
tre grandi organizzazioni di laici cristiani impegnate a livello europeo.
Qualunque sarà l'esito del procedimento", conclude
il presidente Acli, "è un fatto che le nostre argomentazioni per una
laicità "positiva" e per il rispetto delle diversità culturali
espresse dai singoli Stati non potranno essere ignorate". (aise)
Pedofilia, la Cei: cento inchieste canoniche negli
ultimi dieci anni
CITTA' DEL
VATICANO - Sono «un centinaio» i casi di sacerdoti
accusati di abusi sessuali, «rilevati in Italia con procedimenti canonici
nell’ultimo decennio». Per la prima volta dall’esplosione dello scandalo
pedofilia la Cei, tramite il proprio segretario generale monsignor Mariano
Crociata, ha fornito oggi un dato numerico sull’entità del fenomeno nell’ambito
della Chiesa italiana. Durante la conferenza stampa sui lavori dell’assemblea
generale dei vescovi italiani, iniziata ieri in
Vaticano con la prolusione del cardinale Angelo Bagnasco, Crociata, sollecitato
sul tema dai cronisti, ha detto che quello dei circa cento processi canonici
aperti in dieci anni è «un dato che indica il quadro complessivo della
situazione», ricordando comunque - ha aggiunto - che «anche un solo caso è
sempre di troppo». Per il numero due della Cei, tra l’altro, in Italia non c’è
bisogno di «alcuna commissione speciale» sui casi di pedofilia nel clero, sul
modello di quella istituita ad esempio dalla Conferenza episcopale tedesca e
presieduta dal vescovo di Treviri Stephan
Ackermann. «Le indicazioni del Papa nella Lettera ai
cattolici irlandesi e le linee-guida della Congregazione per la Dottrina della
fede - ha detto mons. Crociata - contengono tutti gli elementi necessari per continuare
ad affrontare i casi che si presentano».
Dal punto di vista
canonico la Congregazione dell’ex Sant’Uffizio e da quello civile le autorità
competenti, «hanno nei responsabili della vita della Chiesa - ha assicurato -
tutta la collaborazione possibile per accertare la verità dei fatti». Crociata
ha ribadito che «la normativa italiana non prevede
l’obbligo di denuncia». «Evidentemente - ha proseguito - questo non esclude, ma
anzi richiede e prevede per nostra specifica iniziativa, che ci siano tutta la
collaborazione e la cooperazione per rendere possibile l’accertamento dei
fatti, incoraggiando le denunce da parte di chi è a conoscenza e di chi ha
subito eventuali abusi». «Che un vescovo possa essere chiamato a testimoniare è
un fatto del tutto ordinario, nella misura in cui egli sia a conoscenza dei
fatti», ha aggiunto il segretario della Cei, con riferimento al processo in
corso all’ex parroco romano don Ruggero Conti, nel quale ha deposto il vescovo
della diocesi di Porto-Santa Rufina, mons. Gino Reali.
Sempre per Crociata, il «dramma» della pedofilia non sta provocando cali delle
pre-iscrizioni alle scuole cattoliche nè fenomeni di
disaffezione dei credenti, anzi viene visto come
«l’occasione per la Chiesa per un salto di qualità».
Pur ammettendo
«l’assoluta gravità e drammaticità del problema», Crociata ha definito «una
grave distorsione» guardare alla vita della Chiesa «solo dall’angolo visuale di
questa specifica questione». «La Chiesa è ferita, dopo le vittime e con le
vittime, perchè - ha detto - viene
stravolto quello che la totalità dei credenti, dei responsabili e degli
educatori, tranne alcune eccezioni, fa ogni giorno in maniera positiva,
costruttiva, a volte anche eroica». Il popolo cattolico «ha orrore del fenomeno
pedofilia, vuole che sia affrontato con chiarezza e con le misure necessarie,
ma, superandolo - ha aggiunto -, vuole che la vita della Chiesa cresca in
qualità». Dopo la prolusione di ieri, nella quale si soffermava ampiamente
sull’argomento, è tornato oggi a parlare di pedofilia anche il cardinale Angelo
Bagnasco. «L’opinione pubblica come le famiglie devono sapere che noi Chiesa faremo di tutto per meritare sempre, e sempre di più, la
fiducia che generalmente ci viene accordata anche da genitori non credenti o
non frequentanti. Non risparmieremo attenzione, verifiche, provvedimenti; non
sorvoleremo su segnali o dubbi», ha osservato il
presidente della Cei e arcivescovo di Genova in un messaggio all’associazione
Telefono Azzurro in occasione di un convegno sui minori scomparsi. LS 25
Cellula Venter
- Non si parte dal nulla. Inquietante e improprio parlare di creazione
Non la “creazione”
di una forma di vita artificiale, bensì “una ricombinazione-ricostruzione della
sequenza genetica, controllata attraverso un computer”; dunque “una realizzazione tecnica,
ancorché di alto livello scientifico, più che una scoperta”. A leggere nella
giusta portata la “fabbricazione” da parte dell’istituto di Craig Venter della prima cellula
artificiale in grado di autoreplicarsi, annunciata nei
giorni scorsi dalla rivista americana “Science”, è Antonio Spagnolo, direttore
dell’Istituto di bioetica dell’Università Cattolica. È “inquietante e improprio
parlare di creazione – precisa Spagnolo al SIR – perché qui non si parte dal
nulla” e ribadisce: “Si tratta della realizzazione di
una cellula batterica controllata da un genoma chimicamente sintetizzato”.
Riprogrammazione,
non “creazione”. “I ricercatori – spiega l’esperto – hanno
programmato al computer una sequenza di geni e l’hanno trasferita in una
cellula, non creata, ma già esistente di un micoplasma, svuotata del suo
patrimonio genetico. Il substrato per far funzionare
questo nuovo patrimonio genetico è dunque una cellula già esistente e questo
ridimensiona un po’ la portata della procedura”. Secondo Spagnolo,
“ipotizzare oggi un contenitore artificiale al quale una sequenza chimica possa
imprimere la vita e la capacità di autoriprodursi è
particolarmente difficile e dunque lontano”. L’esperto parla di “un esercizio
di biologia sintetica sicuramente apprezzabile che ha smontato il patrimonio
genetico di una cellula e lo ha ricostruito in
laboratorio” ma, chiarisce, “se il nuovo genoma è artificiale, è stato comunque
costruito sulla base di un genoma già presente”. Certamente
si tratta di “un grande progresso, ma ‘creare’ la vita è tutt’altro”; pertanto,
secondo Spagnolo, “dal punto di vista etico e antropologico” il traguardo
conseguito “non intacca più di tanto l’idea e il significato della vita o della
creazione. Rimane piuttosto la questione dei rischi”.
Per questo “è opportuno che ogni progetto di questo tipo venga
associato ad una ricerca di impatto etico, legale e sociale”. Lo studioso
richiama al riguardo il programma Elsi
(Ethical Legal and Social
Impact), finanziato dagli organismi internazionali che avevano dato vita al
progetto del sequenziamento del genoma umano per
esplorarne, parallelamente allo sviluppo scientifico, l’impatto sulla società.
Anche in questo caso, afferma, occorre “valutare se si siano assunte tutte le
precauzioni necessarie nel programmare la sperimentazione su questi
microrganismi”. “Ancorché modificati artificialmente, se essi dovessero
sfuggire al controllo del laboratorio e le realizzazioni di queste
modificazioni fossero pericolose per l’uomo – e ancora non siamo in grado di
saperlo –, in mancanza di adeguate precauzioni ci si potrebbe trovare di fronte
a un danno difficilmente controllabile”.
Sì alla ricerca, ma attenzione ai rischi. Occorre insomma garantire
che “lo sviluppo di questa realizzazione tecnica venga
parallelamente seguito e controllato attentamente per le possibili implicazioni
sul piano del rischio che esso può comportare, per eventuali effetti che ancora
non siamo in grado di intravvedere, per meccanismi innescati magari
inavvertitamente”. Energia, ambiente e vaccini sono le aree indicate dai
ricercatori come ambiti di sviluppo e applicazione, e Spagnolo sgombra il campo
dai fantasmi di “creazione di androidi” agitati da alcuni media. “Stiamo parlando di una singola cellula. Allo
stato attuale – assicura – la realizzazione di organismi complessi, cosiddetti
‘superiori’, non è una prospettiva ipotizzabile; si tratta di un timore che non
ha ragione di esistere”. Tuttavia, ribadisce,
“occorre un costante controllo per sapere non in via ipotetica, ma con assoluta
chiarezza, in quale direzione ci si sta muovendo”. A queste condizioni, conclude, “fermare questo tipo di ricerca, che può aprire
prospettive davvero interessanti per lo sviluppo della scienza, potrebbe non
essere ragionevole”.
Scheda - Una cellula
“sintetica” con il Dna costruito a computer. È questo, in sintesi, l’annuncio
dato da Craig Venter, il biologo americano che
assieme ad Hamilton Smith un decennio fa mappò il genoma umano. La ricerca è
stata pubblicata sull’ultimo numero di “Science”. “Abbiamo progettato,
sintetizzato e assemblato cellule capaci di autoreplicarsi”, spiega Venter.
La cellula sintetica, chiamata “Mycoplasma mycoides JCVI-syn 1.0”, è stata
ottenuta con informazioni elaborate a computer, composti chimici e un
sintetizzatore di Dna: il genoma artificiale, secondo quanto affermano gli
scienziati, è composto da circa un milione di lettere
(per fare un paragone, quello umano ne comprende 3,2 miliardi) ed è del tutto
simile al Dna naturale. L’impresa giunge dopo oltre un decennio di lavoro, che
ha visto lo scienziato dello Utah alla guida di un
team di 20 scienziati; i fondi utilizzati provengono dalla “Synthetic
Genomic” fondata dallo stesso Venter,
ma finanziamenti sostanziosi sono giunti anche da giganti del petrolio come Exxon e Bp. E difatti
l’applicazione più vicina per la nuova scoperta sembra essere l’estrazione di
combustibili da alghe sintetiche (impresa nella quale la Synthetic
Genomic si è lanciata lo scorso anno, forte di un
sostegno di 600 milioni di dollari stanziati dalla Exxon). Tra le altre applicazioni della scoperta
scientifica annunciate da Venter, batteri che
serviranno per “creare biocarburanti o vaccini”, nonché
per “risucchiare il diossido di carbonio dall’atmosfera”. sir
Grecia. Cattolici in crescita. Grazie all'immigrazione
"Negli ultimi
dieci anni i cattolici, in Grecia, sono aumentati del 700%, passando da 50 mila a 350 mila. La causa è da
ricercare nell'immigrazione successiva alla caduta del Comunismo, per polacchi,
romeni e albanesi, nell'entrata della Grecia nell'Ue, nell'instabilità politica
del Medio Oriente per libanesi e iracheni, e nell'elasticità del nostro governo
nel concedere il permesso di soggiorno per filippini, africani e indiani".
A rivelarlo a SIR
Europa è il presidente dei vescovi greci, mons. Francesco Papamanolis,
vescovo di Syros, Santorini
e Creta. Il dato è emerso nel recente incontro nazionale dei sacerdoti greci,
promosso in occasione dell'Anno sacerdotale, e che ha avuto luogo a Syros, isola che, ha sottolineato
mons. Papamanolis, in Grecia chiamano
significativamente "papadomana", che
tradotto vuol dire "mamma di sacerdoti". La piccola isola delle Cicladi è la diocesi con la più alta percentuale al mondo
di vocazioni sacerdotali e religiose, "alcuni anni fa - dice il presule -
era del 2%, oggi si attesta intorno al 1,5%".
Una bella realtà.
"Nel nostro incontro abbiamo voluto prestare particolare attenzione al
fenomeno dell'immigrazione - spiega mons. Papamanolis
- una realtà bella ma che crea anche diversi problemi". Il
fenomeno dell'immigrazione, "ha, infatti, cambiato l'immagine della Chiesa
cattolica in Grecia. L'80% dei cattolici in Grecia sono
immigrati da varie nazioni". Ciò pone, innanzitutto, il problema della
lingua: "sebbene la maggiorparte
dei nostri fedeli, anche immigrati, parli il greco, esiste però una percentuale
considerevole, specie di anglofoni, che non lo parla. Ne
derivano difficoltà per la scelta del parroco da mandare nelle comunità, nella
comunicazione e nelle celebrazioni liturgiche". Da parte nostra,
afferma mons. Papamanolis, "questa situazione
impone un cambio di mentalità". "Non è facile - sottolinea
- far capire ai nostri fedeli più anziani che gli immigrati cattolici sono
anch'essi membri delle nostre comunità e che la cura pastorale deve estendersi
anche a loro. Nei fedeli greci si verifica una sorta
di xenofobia inconscia così che in alcune parrocchie è diminuita la loro
presenza alla messa. Inoltre, nel campo ecumenico, persiste nei fedeli
immigrati, specie in quelli da Paesi a maggioranza cattolica, una certa
avversità per i non cattolici. Questo non fa bene alle buone
relazioni con gli ortodossi".
L'aiuto delle
Chiese europee. Per affrontare questi problemi, "stiamo
cercando di valorizzare le forze che abbiamo sia di personale sia di luoghi di
culto. In questi anni sono venuti in nostro aiuto da vari Paesi, Italia,
Polonia, Romania, Inghilterra, Spagna, Argentina, Messico, circa 30 sacerdoti. Però la mancanza di preti è
ancora molto grande". In più c'è da dire che se
"prima i cattolici erano circoscritti in un limitatissimo numero di città
o isole, ora i si trovano in tutta la Grecia. Per
questo è necessario avere almeno un piccolo luogo di culto in quei centri o
isole dove si è formata una consistente comunità di fedeli cattolici, e se
possibile anche il sacerdote".
Mancano le chiese.
"Alla mancanza di chiese o luoghi di culto e di
pastorale - prosegue il presidente dei vescovi greci - cerchiamo di ovviare
acquistando immobili o costruendo, a volte affittando, ma è costoso. Nella
diocesi di Creta, nella cittadina di Ierapetra,
abbiamo affittato a mille euro al mese una sala
destinata ad essere un negozio. Qui la comunità, nella
maggioranza albanesi ma ci sono anche italiani, si riunisce, fa
catechismo e celebra la messa. Altra possibilità per risolvere il problema
della mancanza di luoghi per celebrare é quella che la Chiesa ortodossa ci
conceda l'uso di qualche sua chiesa. In Europa sono state cedute alla Chiesa
ortodossa molte chiese cattoliche. Qui in Grecia solo due vescovi lo hanno fatto, a Creta nella città di Aghiow
Nikolaos e nel Peloponneso, nel centro di Kalamata. I nostri confratelli vescovi ortodossi o non ci
rispondono o rispondono negativamente. Quando i
vescovi europei concedono, e fanno bene a farlo,
chiese cattoliche agli ortodossi perché non chiedere la reciprocità? È il momento di testimoniare che l'amore tra cristiani deve essere
vicendevole". conclude mons. Papamanolis. Sir eu
Ultimo
atto prima dell'addio: l'arcivescovo Pierro inaugura la sua statua al Seminario
SALERNO - Nessuno
dei sacerdoti, convocati ieri al Seminario metropolitano di Pontecagnano
Faiano per il consueto ritiro spirituale, si sarebbe
aspettato che la statua scoperta rappresentasse proprio l’arcivescovo di
Salerno, Gerardo Pierro. Che, in procinto di lasciare
ufficialmente il proprio mandato, ha voluto dimostrare così il suo attaccamento
al seminario intitolato a Giovanni Paolo II.
Dove, avrebbe
chiesto alla Santa Sede, di poter restare quando a Salerno arriverà il suo
successore. La statua è stata scoperta ieri, dinanzi alla maggior parte dei
sacerdoti salernitani, al sindaco di Salerno Vincenzo De Luca e al primo
cittadino di Pontecagnano, nonché
assessore regionale all’Avvocatura, Ernesto Sica. «A monsignor Gerardo Pierro, arcivescovo primate metropolita di Salerno Campagna
Acerno al compiersi del suo 75?anno di età con viva
gratitudine l’arcidiocesi eresse», è scritto sul piedistallo.
Non c’è stato
nessun discorso di addio o di congedo da parte di Sua Eccellenza, che si è
limitato a mostrare e decantare la bellezza e l’operosità della struttura che,
nel 2000, gli creò problemi giudiziari (poi finiti in una archiviazione).
Intanto, sulla successione di Pierro, da Roma non
arriva nessuna notizia ufficiale. Tante le voci che si rincorrono, ma nessuna
indiscrezione è stata finora confermata.
Angela Cappetta
CdS 26
USA: Regierung gegen Aufhebung von Immunität des Vatikans
Die Immunität des Vatikans bleibt
bestehen: Die Regierung von US-Präsident Barack Obama hat sich gegen eine Aufhebung
ausgesprochen. Hintergrund ist der Prozess im Zusammenhang mit
Missbrauchsvorwürfen gegen einen Priester. Der Fall verdiene keine vollständige
Prüfung durch den Obersten Gerichtshof, so eine Stellungnahme der Regierung. Im
Bundesstaat Oregon hatte ein Missbrauchsopfer ein Vorgehen der US-Justiz auch
gegen den Vatikan gefordert; schließlich sei der irische Priester, der es in
den 60er Jahren in der Stadt Portland sexuell missbraucht habe, bereits als
Pädophiler bekannt gewesen. Gegen den Priester waren bereits in Irland und in
Chicago Missbrauchsvorwürfe erhoben worden. (afp 26)
Italienische Bischofskonferenz: 100 Pädophiliefälle in zehn Jahren
Rom. Die katholische Kirche in Italien
hat in den vergangenen zehn Jahren etwa hundert Fälle von Kindesmissbrauch
durch Priester verzeichnet. Angesichts dieser Zahl wäre es eine
"gravierende Verzerrung", die Kirche mit dem Phänomen Pädophilie zu
identifizieren, erklärte der Sekretär der Italienischen Bischofskonferenz,
Mariano Crociata, der Mailänder Tageszeitung "Corriere della Sera" vom Mittwoch zufolge.
Das Ausmaß der Fälle macht laut Crociata die Einrichtung einer Untersuchungskommission wie
in anderen europäischen Ländern nicht nötig. Vorgaben etwa in dem jüngsten
Brief von Papst Benedikt XVI. zum Umgang mit Kindesmissbrauch an die irischen
Bischöfe sowie der Glaubenskongregation reichten für eine wirksame Bekämpfung
des Phänomens aus.
Die italienische Kirche sei sich seit
jeher der Gefährlichkeit pädophiler Geistlicher bewusst gewesen, hieß es
weiter. Die Betroffenen sind dem Sekretär der Bischofskonferenz zufolge
kirchenrechtlichen Verfahren unterzogen worden. Zugleich sicherte Crociata in Übereinstimmung mit den geltenden Richtlinien
des Heiligen Stuhls die Zusammenarbeit mit den zivilrechtlichen Behörden zu.
Epd 26
Flutopfer in Polen: „Papst hat schon 50.000 Euro gespendet“
Papst Benedikt XVI. hat der polnischen
Bischofskonferenz eine Spende für die Flutopfer zukommen lassen. Das teilte der
Päpstliche Rat Cor Unum an
diesem Mittwoch mit. Caritas international beteiligt sich mit 100.000 Euro an
der Soforthilfe für die Flutopfer in Osteuropa. Am Wochenende sind an mehreren
Stellen Dämme gebrochen, die seit Tagen vollkommen aufgeweicht sind; polnische
Behörden machen – und das soll kein Witz sein – Biber und Wühlmäuse für den
desolaten Zustand einiger Dämme verantwortlich. Die Lage ist noch
unübersichtlich, denn die Gefahr von Erdrutschen und weiteren Dammbrüchen
steigt ständig, schreibt Caritas international in einer Pressemitteilung an
diesem Mittwoch.
Die Flutwelle aus Polen erreicht
derweil Brandenburg früher als bislang angenommen; der Katastrophenstab des
Landes hat seine Arbeit aufgenommen. Für Polen naht derweil das Ende der
schlimmsten Tage. Allerdings zeigten sich nun die Folgen, so Arnold Drechsler, Caritasdirektor der betroffenen Diözese Oppeln.
„Die Diözese Oppeln
gehört leider wieder zu den Unglücksregionen in Polen. Viele Menschen sind von
den Ereignissen traumatisiert... aber viele sind auch einfach nur tapfer. Wir
haben solche bitteren Erfahrungen alle zehn Jahre - und damit quasi schon im
Blut. Die Schlesier sind tapfer; Hilfe würde sie dennoch auch beruhigen, sie
haben ihr Hab und Gut verloren. Die Kirche mit dem Bischof an der Spitze war
Gott sei Dank sofort vor Ort.“ (domradio/kna/pm
26)
Hamburg: Lehrstuhl für Katholische Theologie gesichert
Die Universität Hamburg stellt Räume
und notwendige Ausstattung mit Sachmitteln sicher
ROM/HAMBURG - Neben dem Fachbereich
Evangelische Theologie wird es zukünftig an der Hamburger Universität auch
einen Lehrstuhl für Katholische Theologie und Religionspädagogik geben. Einen
entsprechenden Vertrag unterzeichneten am vergangenen Dienstag im Rathaus der
Apostolische Nuntius in Deutschland, Erzbischof Jean-Claude Périsset,
und Hamburgs Wissenschaftssenatorin Herlind Gundelach (CDU) im Beisein von Hamburgs Erzbischof Werner Thissen.
Gemeinsames Ziel der Katholischen
Kirche und der Hansestadt sei es, die Pflege und Entwicklung der Katholischen
Theologie in Gemeinschaft mit anderen Wissenschaften zu fördern, teilte das
Presseamt des Vatikans gestern mit.
Der Vertrag zwischen dem Vatikan und
der Freien und Hansestadt Hamburg sieht vor, dass die Stadt in Abstimmung mit
der Universität Hamburg die Errichtung eines Instituts für Katholische
Theologie und Religionspädagogik an der Universität gewährleistet, heißt es
seitens der Diözese Hamburg.
An dem Institut sollen Lehrer für das
Unterrichtsfach Katholische Religion an allgemeinbildenden und berufsbildenden
Schulen sowie für andere Berufsfelder ausgebildet werden. Hierfür sieht der
Vertrag die Errichtung des Studiengangs Lehramt an Primar- und Sekundarstufe I
vor. Der Studiengang sowie die Studien- und Prüfungsordnung werden im
Einvernehmen mit dem Erzbischof von Hamburg entwickelt.
Die Universität Hamburg stellt die
notwendige Ausstattung mit Sachmitteln sowie die räumliche Unterbringung
sicher. Über die Mitbenutzung von Ressourcen des Erzbistums Hamburg -
einschließlich der Bibliothek - wird eine gesonderte Vereinbarung geschlossen.
Zur Erfüllung der Aufgaben stellt die
Stadt Hamburg der Universität Hamburg Finanzmittel für die personelle
Mindestausstattung zur Verfügung: eine Stelle W3 Professur Katholische
Theologie sowie je eine halbe Stelle für eine Lehrkraft für besondere Aufgaben,
einen wissenschaftlichen Mitarbeiter und eine Verwaltungsstelle. Im Rahmen des
Hamburger Modells soll neben der Professur auch eine halbe Stelle für eine
Lehrkraft für besondere Aufgaben im Bereich Erziehungswissenschaften
eingerichtet werden.
Wissenschaftssenatorin Herlind Gundelach (CDU) sprach
von einem "Gewinn für Hamburg und seine Bürger". Der Lehrstuhl, der
am Fachbereich Evangelische Theologie angesiedelt sein soll, sei deutliches
Zeichen für ein engeres Miteinander zwischen Stadt, Universität und
katholischer Kirche. Der Lehrstuhl trage dazu bei, den interreligiösen Dialog
in Hamburg weiter zu vertiefen, so die Senatorin.
Perisset
betonte, dass der neue Lehrstuhl der Pädagogenausbildung
diene. Gerade in einer Stadt, in der Katholiken mit rund zwölf Prozent eine
Minderheit ausmachten, sei die Religionslehrerausbildung nicht ohne Bedeutung.
"Die heute gestiftete Bildungsstätte wird ihren Einfluss langsam und
stetig zugunsten der Hansestadt und der Ökumene ausüben".
Erzbischof Dr. Werner Thissen zur Vertragsunterzeichnung: "Ich freue mich,
dass wir mit der heutigen Vertragsunterzeichnung einen weiteren wichtigen
Schritt hin zur Einrichtung des Faches Katholische Theologie an der Universität
Hamburg gehen. Die Einführung des Studiengangs in Hamburg sichert den
grundgesetzlichen Auftrag zur Erteilung des Religionsunterrichts an den
Schulen. Das Fach katholische Theologie wird besonders mit der evangelischen
Fakultät zusammenarbeiten und im Dialog mit anderen Wissenschaften stehen. Die
Theologie weiß sich der Aufgabe verpflichtet, ihren Beitrag zum Wertbewusstsein
in unserer Gesellschaft zu leisten."
Zenit 26
Kölner Diözesanrat fordert eine Diskussion über den Zölibat
Mit dem Missbrauchsskandal Anfang des
Jahres ist auch eine Debatte über den Zölibat in Gang gekommen. Auch wenn der
Diözesanrat im Erzbistum Köln einen direkten Zusammenhang zwischen Missbrauch
und Zölibat ausschließt – die Laien-Katholiken befürworten dennoch die Debatte.
Die Gleichung „Zölibat kann zu Kindesmissbrauch führen“ sei so nicht möglich,
sagte Geschäftsführer Norbert Michels am Mittwochmorgen im Gespräch mit dem
Kölner domradio. Der Zölibat sei nicht die Ursache.
Dennoch müsse man die aktuellen Ereignisse zum Anlass nehmen, „noch mal
nachzudenken“. Der Zölibat habe als Kirchengesetz seine Wurzeln im 11.
Jahrhundert. Die Apostel Jesu' hingegen hätten Familien gehabt. „Deshalb muss
darüber nachgedacht werden: Besteht zukünftig die Möglichkeit, freiwillig
zölibatär zu leben?“ (domradio 26)
Kindermissionswerk: „Christliches Verantwortungsgefühl schulen“
Wir kennen sie alle: die Kinder, die
nach dem Jahreswechsel als die drei Weisen von Tür zu Tür ziehen, singen,
segnen und Geld für Kinderprojekte auf der ganzen Welt sammeln. Was wenige
wissen: Dahinter steht eine Organisation, nämlich das Kindermissionswerk. An
diesem Mittwoch hat es seinen neuen Leiter begrüßt: Klaus Krämer, zugleich
Leiter von Missio, wurde an diesem Mittwoch in Aachen
mit einem bunten Bühnenprogramm samt Kindergottesdienst in seinem neuen Amt
begrüßt. Er ist kein Fremder in dieser Aufgabe. Krämer selbst war auch schon
als Sternsinger unterwegs und hat das von der Pike auf gelernt. Aber das ist
nicht alles, was das Werk zu bieten hat. Krämer:
„Das Kindermissionswerk hat natürlich
die Sternsingeraktion als das Flaggschiff, das ist ein ganz wichtiges und
großes Thema, aber es ist natürlich nicht das einzige Thema. Es geht darum,
insgesamt Kinder für die Fragen der Mission, für die Fragen der einen Welt
sensibel zu machen... Da müssen wir uns überlegen, wie wir Kinder erreichen,
wie wir eine Sprache und wie wir Medien finden, die Kinder heute nutzen, um
diese Grundfragen des Glaubens und christlicher Verantwortung in kindgemäßer
Sprache in den heutigen Horizont heinein zu
übersetzen. Die Projektarbeit spielt eine große Rolle im Werk selber, der
Schwerpunkt des Kindermissionswerkes sind ja vor allem Bildungsprojekte im
Primarbildungsbereich...“ (rv 26)
Generaludienz. Papst ermuntert zu positiver Sicht auf kirchliche Hierarchie
Papst Benedikt XVI. hat zu einer
positiven Sicht auf die kirchliche Hierarchie aufgerufen und sich gegen eine
voreingenommene Haltung gegenüber der Ausübung von Autorität gewandt. Es sei
ein heute verbreitetes „Missverständnis“, die Gliederung der Kirche in
Gläubige, Priester und Bischöfe einseitig unter rechtlichen Gesichtspunkten als
Unterordnung zu betrachten, hob der Papst an diesem Mittwochvormittag während
der Generalaudienz hervor. Den Priestern kommen in der Kirche drei wesentliche
Ämter oder Dienste zu: Lehren, Heiligen und Leiten, fügte Papst Benedikt XVI.
an. Bei strahlender Sonne waren tausende Pilger und Besucher anwesend. Ihnen
erklärte der Papst, welche Aufgaben Priester heutzutage hätten.
„Die ersten beiden habe ich bereits in
zwei Katechesen der vergangenen Wochen behandelt, so dass ich heute von der
priesterlichen Aufgabe des Leitens sprechen möchte. Jesus Christus ist dabei
der Orientierungsmaßstab: Er ist das letzte Vorbild eines jeden Priesters, er
ist der Gute Hirte, der Menschen in seine Nachfolge
ruft und ihnen einen Teil seiner Herde anvertraut, damit sie für diese
Anempfohlenen sorgen und sie mit der von Gott verliehenen Autorität leiten.“
Wenn man heute das Wort „Autorität“
höre, denke man leider auch an die Diktaturen des 20. Jahrhunderts, die in Ost
und West von willkürlicher Macht und blindem oder erzwungenem Gehorsam geprägt
waren, so der Papst weiter.
„Wenn hingegen die Priester im Namen
Christi und der Kirche die Gläubigen leiten, so ist dies kein Herrschen,
sondern ein Dienst, der die Freiheit und Würde der Menschen achtet und ihr
wahres Heil sucht. Der Priester kann dieser Aufgabe nur gerecht werden, wenn er
gelernt hat, sich in seinem eigenen Leben von Gott leiten zu lassen, wenn er
als Hirte der Herde mit gutem Beispiel vorangeht, wenn er jeden Tag aus der
innigen Beziehung zu Christus Kraft und Orientierung schöpft und wenn er fest
davon überzeugt ist, dass es keinen schöneren und fruchtbareren Lebensinhalt
gibt, als den Menschen das Evangelium zu verkünden, ihren Glauben zu stärken
und sie zu Gott zu führen.“
Ganz herzlich hieß der Papst die
deutschsprachigen Pilger und Besucher willkommen. „Besonders grüße ich heute die
Priesterjubilare aus dem Erzbistum Paderborn in Begleitung von Weihbischof
Matthias König sowie die Kirchenchöre aus dem Bistum Passau in Begleitung von
Bischof Wilhelm Schraml. Euch alle bitte ich um euer
Gebet für meinen Dienst als Nachfolger Petri sowie für alle Bischöfe und
Priester, dass wir gute Hirten und Werkzeuge der Liebe Christi sind. Der
Beistand des Heiligen Geistes begleite und führe euch auf all euren Wegen!“ (rv 26)
Tschechische Republik: Veitsdom-Streit beendet
Der Streit zwischen dem tschechischen
Staat und der katholischen Kirche um den Prager Veitsdom
ist offiziell beigelegt. Seit Gründung der Tschechischen Republik hatte es
Auseinandersetzungen darüber gegeben, wer rechtmäßiger Eigentümer des
wichtigsten böhmischen Gotteshauses ist. Nun verzichtet die Kirche auf ihre
Eigentumsansprüche – mit dieser Einigung wurden die juristischen Streitigkeiten
für beendet erklärt. Der Leiter von Radio Prag, Gerald Schubert, bewertet den
entscheidenden Schritt im Gespräch mit uns so:
„Es gab immer wieder Entscheidungen,
die angefochten und in andere Instanzen verlagert wurden. Ich glaube, mit der
Unterschrift, die gestern Nachmittag recht symbolträchtig von Staatspräsident
Vaclav Klaus und dem noch recht neuen Erzbischof Dominik Duka gesetzt wurde,
wurde ein bedeutendes Signal ausgesandt, nämlich, dass der Veitsdom
ein wichtiges Symbol des Staates und der Kirche und eben auch der gemeinsamen
tschechischen Kultur ist.“
Nach diesem langen Weg sei es jetzt
doch recht zügig zu dem Vertragsabschluss gekommen, urteilt der Österreicher.
„Das hat wohl mit der Person des neuen
Prager Erzbischofs zu tun: Schon vor einigen Wochen, als er zum Erzbischof
ernannt wurde, hat man gemunkelt, dass das schnell gehen könnte, weil er in dem
Ruf steht, ein nahes Verhältnis zu Staatspräsident Klaus zu haben, und dass die
beiden sich relativ rasch einigen könnten. Aber natürlich war das nicht nur
eine Entscheidung zwischen den beiden. Auch von den übrigen maßgeblichen
politischen Kräften des Landes ist die Entscheidung durchweg positiv bewertet
worden.“
Staatspräsident Klaus äußerte die
Hoffnung, dass die Lösung des Konflikts inspirierend sein könne, um auch andere
offene Fragen zwischen Staat und Kirche einvernehmlich zu lösen. Für eine
generelle Annährung zwischen Staat und Kirche spreche das, wie Schubert betont,
aber noch nicht. Der Vertragsabschluss sei eher pragmatischer Natur. - Der Veitsdom war in den 1950er Jahren von der damaligen
kommunistischen Führung des Landes „nationalisiert“ worden. Die katholische
Kirche und der tschechische Staat hatten seit fast zwei Jahrzehnten um die
Kathedrale prozessiert, deren Bau unter Kaiser Karl IV. begonnen wurde. Die
jüngste Gerichtsentscheidung hatte den Dom erneut dem Staat zugesprochen.
Kritiker waren der Meinung, dass damit der Raub der Kathedrale unter dem
kommunistischen Regime legitimiert würde. Dukas Vorgänger
auf dem Stuhl des Prager Erzbischofs, Kardinal Miloslav Vlk, hatte dagegen
Verfassungsbeschwerde eingelegt und wollte gegebenenfalls vor dem Europäischen
Menschenrechtsgerichtshof ziehen. Die Einigung über die Kathedrale kam gut
einen Monat nach der Amtseinführung Dukas zustande. (kipa 25)
Kardinal Vlk: „Eine Diözese ohne Kathedrale, ist eine Diözese ohne Herz“
„Eine Diözese ohne Kathedrale, ist eine
Diözese ohne Herz,“ das hat der ehemalige Prager
Erzbischof kurz vor der Verzichtserklärung der katholischen Kirche auf den
Prager Veitsdom gesagt. Wie am Dienstag bekannt
wurde, äußerte der Kardinal diese Worte kurz vor Pfingsten in einem Interview
mit Bayern-online. Er habe „den Streit schweren Herzens ungelöst“ an seinen
Nachfolger übergeben müssen. Der Veitsdom „mag als
Krönungsort und Begräbnisstätte der böhmischen Herrscher für den Staat wichtig
sein“; als Sitz der Prager Erzbischöfe sei er aber „das Zentrum der Kirche“.
„Wir haben sie gekrönt, die Könige. Ein Erzbischof, der einen König krönt, kann
nicht dessen Untermieter sein“, so Vlk. Der Kardinal befindet sich zurzeit zu
einer Pilgerfahrt in Jerusalem. Den Informationen zufolge soll er etwa drei
Monate im Heiligen Land bleiben. - Miloslav Vlk wurde nach dem Fall des
Eisernen Vorhangs 1990 Bischof von Budweis; 1991
wurde er Nachfolger von Frantisek Tomasek als
Erzbischof von Prag. Vlk wurde 1994 Kardinal. Zum Nachfolger Vlks als Prager
Erzbischof wurde im Februar Dominik Duka ernannt. (kap
25)
Ein Journalist wird seliggesprochen
Interview mit dem Postulator
des Selig- und Heiligsprechungsprozesses von Manuel Lozano
Garrido (1920-1971) - Von Gilberto Hernández García
LINARES - Ein Journalist kann auch ein
Heiliger sein. Das hat der Vatikan entschieden und am 12. Juni wird in Linares, Spanien, Manuel Lozano
Garrido (1920-1971) seliggesprochen werden. Unter Freunden besser bekannt als
„Lolo", war er Mitglied der spanischen Katholischen Aktion und von Beruf
Journalist. Von seinen 51 Lebensjahren war er 28 gelähmt und die letzten neun
auch blind. Er führte als Laie, Journalist und während seiner Krankheit ein
beispielhaftes christliches Leben.
Zenit sprach mit dem Postulator seines Selig- und Heiligsprechungsprozesses,
Pfarrer Rafael Higueras, über die Bedeutung von
Manuel Lozano Garrido für die Gegenwart.
-- Was ist an „Lolo" so bedeutsam,
dass er so schnell in den Ruf der Heiligekeit kam?
Pfr.
Rafael Higueras Álamo: Als
Erstes würde ich die auffallendste Eigenschaft seines Lebens nennen: seine
beständige und ansteckende Freude. Er pflegte zu sagen, dass das, was einen
Christen kennzeichnet, die Freude sei, nicht die Geduld, die Resignation oder
gar die Güte. Denn wer eine Mühsal ohne Freude trage, hätte noch nicht
vollständig das Geheimnis des Kreuzes begriffen, und wer die Sanftmut mit einem
Beerdigungsgesicht ausübe, versuche aus dem Kreis ein Quadrat zu machen. Diese
Worte spiegeln sich ganz im Leben von Manuel Lozano
Garrido wieder.
Daneben muss seine ausgezeichnete
Klugheit, sein Liebesdienst allen gegenüber, die ihn besuchten, und seine tiefe
Verehrung der Eucharistie erwähnt werden.
-- Welchen Beitrag bedeutet die
Anerkennung der Heiligkeit Manuel Lozano Garrido für
die Kirche?
Pfr.
Rafael Higueras Álamo: Ein
helles Licht für die ganze Kirche stellt der Wert dar, dem er seinem Leben und
seinem Leiden gab. Sein Leben ist ein ‚Lied der Freude'. In unserer heutigen
hedonistischen Gesellschaft, wo ohne Ehrfurcht vor dem Leben gesprochen wird,
lehrt uns „Lolo", im Bewusstsein zu behalten, dass es ‚möglich' ist, das
zu tun, was Gott will. Manuel Lozano Garrido hat ganz
dementsprechend gelebt. Die Anerkennung seines heroischen Tugendgrades und
seine Seligsprechung sind ein Ruf zur Heiligkeit an alle Christen.
-- Was bedeutete der Journalismus für
„Lolo"?
Pfr.
Rafael Higueras Álamo: Er
begann zu schreiben, als er von sich selbst sagte: „von Beruf Gelähmter",
aber sein Beruf („Ich verdiene mein Brot im Schweiße meines Angesichts")
und seine menschliche Berufung war die des Schriftstellers und Journalisten.
Und was hat er nicht alles von seinem Rollstuhl aus erreicht! Er gab neun
Bücher heraus und mehr als 200 Zeitungsartikel. Für diese Arbeit hat er viele
Auszeichnungen erhalten. Er hatte so ein klares Bewusstsein von der Wirkkraft
der Presse, dass er sein Leben ganz für sein Werk „Sinai" eingesetzt hat,
das heißt den Gebetsgruppen für Journalisten.
-- Was hat Manuel Lozano
Garrido den Journalisten, besonders den katholischen in unserer Zeit zu sagen?
Pfr.
Rafael Higueras Álamo:
Damit die heutigen Medien der Verbreitung der Wahrheit dienen, bedarf es vieler
„Moses" mit betenden Händen. Dieses sind die Klöster und Kranken
„Sinai", die beten und Gott ihre Schmerzen für die Journalisten und
Schriftstellern anbieten.
Manuel Lozano
Garrido schrieb auch einen Dekalog der Journalisten. Es handelt sich um eine
„goldene Regel", - wenn diese in den Köpfen aller, die diesen Beruf
ausüben, gegenwärtig wäre ... . Von einigen Bischöfen
gibt es Erläuterungen zu diesem Dekalog an Journalisten ihrer Diözese. Ich habe
mitbekommen, wie viele Professionelle der Feder ihn wertschätzen. Ich denke,
dieses Kompendium von Regel ist eine Kostbarkeit, die „Lolo" den
Journalisten anbietet. Der Mut, ihn zu schreiben, verbindet sich mit einer
Klarsicht und die Strenge, mit der es gesagt wird, mit der Einfachheit, die
nicht verletzen will.
-- Wie verlief der
Seligsprechungsprozess?
Pfr.
Rafael Higueras Álamo: Aus
meiner Unerfahrenheit heraus dachte ich, dass, als der Prozess begann, alles in
ein paar Jahren geklärt wäre. Jetzt, kurz vor der Seligsprechung, verstehe ich
nicht, dass er nur so wenige Jahre in Anspruch genommen hat. Für einen Prozess
von dieser Dimension sind 14 Jahre wirklich eine Zeit „wie im Fluge". Man
kann es ein Wunder nennen, dass eine Gruppe von Laien und ein junger Mann der
Katholischen Aktion diese Kürze des Verfahrens erreicht haben.
Neben dem Prozess über das Leben und
der heroischen Tugenden ist ein Wunder nötig, um den Titel eines Seligen zu
erhalten.
Eine wissenschaftlich unerklärliche
Heilung wurde als auf seine Fürbitte zurückzuführen erklärt: Ein zweijähriges
Kind mit Blinddarmentzündung wurde zweimal operiert. Es trat Koterbrechen und
eine sehr ernste Septikämie auf. In den Tagen, in denen das Kind in Todesgefahr
schwebte, rief die Familie „Lolo" um Fürsprache an und legte unter das Kopfkissen
des Kindes das Kruzifix, mit dem „Lolo" in seinen Händen gestorben war. 17
Ärzte waren an der Untersuchung von der Heilung des Kindes beteiligt. Es freut
einen, ihre medizinischen Gutachten zu lesen, die später von den Theologen,
Priestern, Kardinälen und Bischöfen bestätigt wurden.
-- Welche Veranstaltungen wird es im
Rahmen der Seligsprechung von Manuel Lozano Garrido
geben?
Pfr.
Rafael Higueras Álamo: Wir
möchten drei Aspekte herausstellen, die ihn charakterisieren: Laie, Journalist
und Kranker. Er war ein Laie mit einer großen Begeisterung für die Eucharistie,
voller Marienfrömmigkeit und einer treuen Ehrfurcht der Kirche gegenüber. Wir
hoffen in den nächsten Wochen den vollständigen Veranstaltungskalender
vorstellen zu können, der auf die Darstellung dieses Profils abzielt.
Insbesonders
wird es Tagungen auf regionaler und nationaler Ebene für Journalisten und
Mitarbeiter des Gesundheitswesens geben.
Mehr über das Leben von Manuel Lozano Garrido kann man auf der Web-Seite
http://amigosdelolo.com nachlesen. TO [Aus dem Spanischen übersetzt von Iria Staat] Zenit 25
Polen: Hochwasser bedroht auch KZ-Mahnmale
Nach den schweren Regenfällen der
vergangenen Tage kämpft Polen weiter gegen die Überschwemmungen. Das Hochwasser
von Weichsel und Oder hat bereits schwere Schäden angerichtet, aus den
betroffenen Gebieten werden die Menschen evakuiert. Jetzt hat die Flutwelle die
Hauptstadt Warschau erreicht. Pater Sylvester Matusiak
leitet die deutschsprachige Gemeinde in Polens Hauptstadt und berichtet Radio
Vatikan von der Lage im Krisengebiet, nur 100 Kilometer von Warschau entfernt.
Am kommenden Sonntag geht schon die zweite Kollekte seiner Gemeinde an die
Hochwasserhilfe. Das Hochwasser bedrohe auch das ehemalige Konzentrationslager
Auschwitz, melden unterschiedliche Medien. Auf die Frage, ob das KZ inzwischen
betroffen ist, antwortet Pfarrer Matusiak:
„Konzentrationslager Auschwitz direkt
nicht, aber das Außenlager Auschwitz-Birkenau. Da stand das Wasser auf dem
Gelände. Nach meinem Kenntnisstand konnte man das Wasser noch umleiten, sodass
keine großen Schäden entstanden sind.“
Für eine Entwarnung sei es aber in
jedem Fall noch zu früh, mahnt der Gemeindepfarrer:
„In den kommenden Tagen wird das
Hochwasser in den nördlichen Teilen des Landes erwartet. Die Einsatzkräfte
machen sich da besonders um das Gebiet südlich von Danzig große Sorgen. Die
Region liegt in einer Senke. Wenn die Weichsel das Hochwasser in diese Richtung
führt, könnte es sehr problematisch werden.“
Zwölf Menschen kamen bisher bei der
Hochwasserkatastrophe ums Leben. Am Dienstag soll im polnischen
Innenministerium ein Katastrophenstab seine Arbeit aufnehmen. Die Flutwelle
rollt weiter nach Norden. Brandenburg bereitet sich auf die ersten Ausläufer
der Überschwemmung vor. (diverse 25)
BDKJ: Führungszeugnisse für Ehrenamtliche öffentlichkeitswirksam, aber nutzlos
Der Bund der Deutschen Katholischen
Jugend lehnt Führungszeugnisse für Ehrenamtliche strikt ab. Ein solches
„nutzloses Stück Papier“ behindere die gesellschaftliche Gestaltungskraft, so
die BDKJ-Bundesvorsitzende Ursula Fehling. An diesem Dienstag tagt im
Familienministerium erstmals die Arbeitsgruppe „Prävention und Intervention“
des Runden Tischs gegen sexuellen Missbrauch, den die Bundesregierung
eingesetzt hat.
„Wir wissen, dass im politischen Raum
immer wieder über die Gesetzesänderung, Führungszeugnisse auch für
Ehrenamtliche verpflichtend zu machen, diskutiert wird. Und das halten wir eben
für einen Schnellschuss. Wir haben auch vertraulich immer wieder Informationen
bekommen, wo zugegeben wird, dass das eine Maßnahme ist, die sich immer wieder
gut in der Öffentlichkeit verkaufen lässt. Aber wir glauben, dass es jetzt nicht
darum gehen kann, Sachen voranzubringen, die populär und leicht zu verkaufen,
aber in der Wirklichkeit kaum umzusetzen und nicht wirklich nachhaltig sind.
Statt dessen muss man sich in Ruhe hinsetzen und in den unterschiedlichen
Bereichen überlegen – was sicher in Jugendverbänden etwas anderes ist, als in
Internaten und anderen geschlossenen Systemen –: Was sind die Instrumente, die
passen? Und die wirklich Präventionsarbeit leisten können.“ (rv 25)
Kardinal Angelo Bagnasco hat vor den dramatischen Folgen des Geburtenrückgangs in Italien gewarnt
Das Land befinde sich auf dem Weg zu
einem „langsamen demografischen Selbstmord“, sagte Bagnasco
am Montagabend in seiner Eröffnungsrede vor der italienischen
Bischofs-Vollversammlung in Rom. Mehr als die Hälfte der Paare sei heute in
Italien kinderlos. Von den Paaren mit Kindern hätten rund 50 Prozent nur ein
Kind, lediglich in 5,1 der Familien gebe es drei oder mehr Kinder. Diese Zahlen
verlangten dringend nach einer Politik, die sich stärker am Wohl der Kinder
orientiere. Mit Blick auf den Missbrauchsskandal hob Bagnasco
hervor, dass die Opfer im Mittelpunkt der kirchlichen Fürsorge stehen müssten.
Zugleich bekräftige er, dass die Kirche in Italien entschieden gegen Missbrauch
vorgehe. Man werde „keinen Kompromiss eingehen“ und alle nötigen Maßnahmen
ergreifen. Bagnasco kritisierte ferner das
Kruzifix-Urteil des Europäischen Menschenrechtsgerichtshofes in Straßburg vom
November 2009. Man könne diese Entscheidung nur mit „ungläubigem Staunen“ zur
Kenntnis nehmen, sagte der Erzbischof von Genua. Das Urteil beruhe auf einem
falschen Verständnis von Laizismus, nach dem Religion nur in der Privatsphäre
stattfinden dürfe. - Die am Montag eröffnete 61. Vollversammlung der
Italienischen Bischofskonferenz tagt bis Freitag in Rom.
Rund hundert Missbrauchsdelikte durch
katholische Priester sind in den vergangenen zehn Jahren in Italien durch kirchlichenrechtliche Verfahren bestätigt worden. Das
teilte der Sekretär der Italienischen Bischofskonferenz, Bischof Mariano Crociata, am Dienstag am Rand der Vollversammlung der
italienischen Bischöfe mit. Bis Freitag tagen die mehr als 200 italienischen
Diözesanbischöfe im Vatikan zu ihrer Frühjahrsvollversammlung. (kipa 25)
Vatikan: „Interreligiöser Dialog ist ein Gebet“
Der interreligiöse Dialog wird oft
falsch verstanden, glaubt der französische Kardinal Jean-Louis Tauran, Präsident des Päpstlichen Rates für eben diesen
interreligiösen Dialog. Er sprach am Dienstagabend an der Päpstlichen
Universität Gregoriana auf der Konferenz „Identität
und Religionen“. Dabei verwies er darauf, dass das Gespräch zwischen den
Religionen von vielen als eine Art „Psychologiespiel“
angesehen werde. Doch das gehe an der Wirklichkeit vorbei:
„Der interreligiöse Dialog ist nach
meiner persönlichen Erfahrung viel eher als Gebet zu verstehen. Dieses Gespräch
ist eine persönliche spirituelle Reise. Das merkt man vor allem dann, wenn man
versucht, seinen Mitmenschen die eigene Spiritualität zu erklären. Da sieht
man, wie schwer dies uns Christen mittlerweile fällt, unseren Glauben
öffentlich zu bekunden. Wichtig ist dabei, dass man den eigenen Glauben gut
kennt. Das ist die Basis eines jeden interreligiösen Dialogs.“
Die katholische Kirche kann vom
interreligiösen Austausch viel weitergeben und gleichzeitig auch viel erhalten,
fügt der Vatikanverantwortliche für den Dialog mit anderen Religionen an.
„Jede Religion hat eine Besonderheit.
Der Islam zum Beispiel hat eine außergewöhnliche Beziehung zum Gebet. Man denke
hierbei an ihre Treue zum täglichen Gebet. Wir Katholiken hingegen sind
manchmal nicht in der Lage, in der Öffentlichkeit ein Kreuzzeichen zu machen.“
Die Konferenz an der Gregoriana wurde vom interdisziplinären Institut der Religionen
und Kulturen organisiert. Leiter ist u.a. der deutsche Jesuitenpater Felix
Körner. (rv 26)
Nina Hagen als Vorleserin. Wunschpost an Jesus
Nina Hagen als Vorleserin: Die Ex-Ufogläubige reist zurzeit mit ihren christlichen
"Bekenntnissen" durch die Republik. Der messianische Eifer steht der
Frischgetauften gut - noch schöner ist aber der ganz normale Wahnsinn ihrer
Lebensgeschichte. VON MAURICE SUMMEN
Nina Hagen hat sich im August
vergangenen Jahres im niedersächsischen Schüttdorf in einer evangelischen
Gemeinde taufen lassen. Ihr Manager Klaus Aschenneller
war ihr Taufzeuge. Ob er es auch war, der ihr zum Schreiben des
autobiografischen Buches mit dem Titel "Bekenntnisse" geraten hat,
wissen wir nicht. Hieraus liest die alte Punkrock-Diva jedenfalls auf einer
kleinen Lesereise durch die Republik vor - nicht ganz ohne Musik freilich:
Zwischendrin stimmt die Bekehrte ein paar ergreifende Folk-, Gospel- oder
Blues-Songs an, wie jetzt im Astra Kulturhaus in Berlin-Friedrichshain zu
erleben war.
Man kennt und schätzt Nina Hagen ja
seit vielen Jahren als kosmische, polytheistische Punk- und Weltraum-Mutter mit
einem Faible für all jene Dinge, die heute in Berlin an jeder Straßenlaterne
beworben werden: Yoga, Esoterikkurse und Treffen von
Außerirdischen. Frau Hagen war seit den Neunzigern eine Marke ganz eigner Art:
eine wunderbar versponnene Crossculture-Avantgarde-Space-Spinnerin
zwischen Shiva, Vivienne Westwood und Zarah Leander. Eine, die eben nie
wirklich hundertprozentig einzuordnen war. Und nun steht sie in diesem
Friedrichshainer Club und lässt verlauten, das es im tiefsten Inneren immer ausschließlich Jesus
Christus war, der ihren ganzen Laden zusammen hält. Sie pocht darauf, dass sie
trotz aller Experimente mit fernöstlichen Religionen im Herzen stets eine
Christin gewesen sei.
Zwar ist sie Jesus persönlich nach
eigenen Bekenntnissen bislang nur im Drogenrausch begegnet - etwa bei ihrem
ersten LSD-Trip in der Kastanienallee in Berlin oder nach einem vierwöchigen
Dauerkoksrausch in Amsterdam. Aber die Eindrücke sind auch heute für die
55-Jährige noch derart prägend, dass sie nun anscheinend den messianischen
Eifer entwickelt hat, mit dieser Botschaft durch die Lande zu tingeln.
Nina Hagens Autobiografie liest sich
jedenfalls so, als wäre Sigmund Freud höchst persönlich der Autor gewesen:
Mutter Schauspielerin, Vater Autor und tablettenabhängig, dann Trennung der
Eltern, dann Liedermacher als Stiefvater, dann erstes Kind (Cosma
Shiva) mit heroinabhängigem niederländischem Rockgitarristen (der wenige Jahre
nach der Geburt an einer Überdosis stirbt), und so fort.
Selbstverständlich spielt sich der
ganze Wahnsinn dann auch noch in einem von Faschisten in die Katastrophe
manövriertem, gespaltenen Land ab, dessen spätere Wiedervereinigung aus Nina
Hagens Sicht einfach herbeigebetet wurde.
So wie sich auch ihre gesamte eigene
Karriere aus ihrer Sicht nur noch durch kontinuierlichen Glauben und
transzendentale Wunschpost an Jesus Christus erklären lässt.
Wenn Hagen da so sitzt auf der Bühne,
hier und da berlinert und witzelt, merklich immer noch Probleme hat, über ihre
egozentrische Mutter zu sprechen, und zwischendrin erzählt, wie sie einst Halt
darin fand, dass etwa Heinrich Böll - als Freund ihres Stiefvaters Wolf
Biermann regelmäßiger Hausbesucher - ihr eine Stange Roth-Händle-Zigaretten
mitbrachte, dann ist er für einen Moment wieder spürbar, der herzliche Wahnsinn
dieser kunterbunten Frau mit der unverkennbaren Knarz- und Kieks-Stimme. Damit
hatte sie es früh zu Kultstatus bei der DDR-Jugend gebracht: Bereits Mitte der
70er - mit gerade mal 20 - hatte sie einige Hits, Auszeichnungen und Filmrollen
vorzuweisen - nach dem Wechsel in den Westen, dem vom Regime ausgewiesenen
Ziehvater Biermann folgend, schaffte sie hier aber nie den ganz großen Durchbruch.
Ihr Mix aus Operette, Pop, New Wave und Zappa-Rock war schon immer eine Spur zu
gaga für die Scorpions- und
Bohlen-Massen.
So hob Nina Hagen ab, in internationale
Künstlerkreise, dann in kosmische Gefilde. Apropos: Über Lady Gaga sagte Nina Hagen neulich in einer österreichischen
Talkshow, die neue Popkönigin sei eine "satanische Schlampe mit
faschistischen und dämonisch-angehauchten Geheimzeichen!" Ach, wie schön,
dass sie auch als Jesusfreak wenigstens das Dissen - um hier mal im jugendlichen Hip-Hop-Jargon zu
sprechen - nicht verlernt hat.
Ihre Interpretationen von Songs wie
"We Shall Overcome" oder "Spirit in the
Sky" lassen an diesem Abend jedenfalls weitaus mehr von ihrer
Gemütsverfassung spüren, als uns Nina Hagen zu erzählen vermag. Zwischen den
Songs und der Lesung wirkt sie dann einfach nur noch erschöpft.
Bald soll ein neues Album mit dem Titel
"Personal Jesus" bei ihrer neuen Plattenfirma erscheinen. Für einen
Musiker sind die Charts der Himmel auf Erden. Vielleicht kann sie dort ja demnächst
mal wieder einen erholsamen Urlaub machen. Der neue Hagen-Blues jedenfalls hat
Johnny-Cash-Qualitäten. Jetzt fehlt ihr nur noch jemand wie Rick Rubin: ein
Produzentengott. FR 26
EKD: 184.584 Kinder evangelisch getauft
Hannover. In Deutschland wurden 184.584
Kinder im Jahr 2008 evangelisch getauft. Damit kamen wie im Jahr davor auf 100
Geburten 27 evangelische Kindertaufen, wie die Evangelische Kirche in
Deutschland (EKD) am Mittwoch in Hannover mitteilte. Dies entspreche etwa dem
Bevölkerungsanteil der evangelischen Kinder an der Altersgruppe der unter
Fünfzehnjährigen.
Regional gibt es erhebliche
Unterschiede bei der Taufbereitschaft, ergibt sich aus der Übersicht.
Einflussfaktoren sind den Angaben zufolge der konfessionelle Anteil an der Bevölkerung,
die Alterstruktur sowie das soziale Umfeld.
Spitzenreiter ist die Evangelisch-Lutherische Landeskirche Schaumburg-Lippe mit
einer Taufquote von knapp 71 Prozent, im Bereich der Evangelischen Landeskirche
Anhalts werden hingegen nur 13 Prozent der Kinder evangelisch getauft. Bei 50
Prozent liegt die Taufquote in den Landeskirchen Braunschweig, Hannover und
Kurhessen-Waldeck. Die Zahl der Erwachsenentaufen im Bereich der EKD betrug
zuletzt 22.455. epd 26