Notiziario religioso  27-31  Maggio  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Giovedì 27 maggio. Il commento al Vangelo. La guarigione del cieco Bartimeo  1

2.       Venerdì 28 maggio. Il commento al Vangelo. La cacciata dei venditori dal tempio  1

3.       Sabato 29 maggio. Il commento al Vangelo. “Con quale autorità fai queste cose?”  2

4.       Domenica 30 maggio. Il commento al Vangelo. “Egli vi guiderà alla verità tutta intera”  3

5.       Domenica 30 maggio. Festa della Trinità. Dio solitario o Dio comunione?  3

6.       La Santissima Trinità  5

7.       Lunedì 31 maggio. Il commento al Vangelo. La visita di Maria ad Elisabetta  6

8.       L'unità della Chiesa segno e strumento per l'umanità  7

9.       Assemblea CEI. Servire con simpatia. La prolusione del card. Bagnasco  7

10.   Assemblea CEI - Insieme per il Paese. La prolusione del card. Bagnasco  8

11.   Lo sguardo a Oriente. Turchia: la Chiesa cattolica in un Paese ponte tra due mondi 8

12.   Assemblea CEI - Una grande maturità. La gente e l'orrore degli abusi 9

13.   La tragedia della pedofilia nelle parole del presidente della Cei 10

14.   Crocifisso nelle scuole. La corte europea accoglie le richieste di Acli, cattolici francesi e tedeschi 10

15.   Pedofilia, la Cei: cento inchieste  canoniche negli ultimi dieci anni 10

16.   Cellula Venter - Non si parte dal nulla. Inquietante e improprio parlare di creazione  11

17.   Grecia. Cattolici in crescita. Grazie all'immigrazione  11

18.   Ultimo atto prima dell'addio: l'arcivescovo Pierro inaugura la sua statua al Seminario  12

 

 

1.       USA: Regierung gegen Aufhebung von Immunität des Vatikans  12

2.       Italienische Bischofskonferenz: 100 Pädophiliefälle in zehn Jahren  12

3.       Flutopfer in Polen: „Papst hat schon 50.000 Euro gespendet“  12

4.       Hamburg: Lehrstuhl für Katholische Theologie gesichert 12

5.       Kölner Diözesanrat fordert eine Diskussion über den Zölibat 13

6.       Kindermissionswerk: „Christliches Verantwortungsgefühl schulen“  13

7.       Generaludienz. Papst ermuntert zu positiver Sicht auf kirchliche Hierarchie  13

8.       Tschechische Republik: Veitsdom-Streit beendet 14

9.       Kardinal Vlk: „Eine Diözese ohne Kathedrale, ist eine Diözese ohne Herz“  14

10.   Ein Journalist wird seliggesprochen  14

11.   Polen: Hochwasser bedroht auch KZ-Mahnmale  15

12.   BDKJ: Führungszeugnisse für Ehrenamtliche öffentlichkeitswirksam, aber nutzlos  15

13.   Kardinal Angelo Bagnasco hat vor den dramatischen Folgen des Geburtenrückgangs in Italien gewarnt 15

14.   Vatikan: „Interreligiöser Dialog ist ein Gebet“  15

15.   Nina Hagen als Vorleserin. Wunschpost an Jesus  16

16.   EKD: 184.584 Kinder evangelisch getauft 16

 

 

 

Giovedì 27 maggio. Il commento al Vangelo. La guarigione del cieco Bartimeo

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 10,46-52) commentato da P. Lino Pedron 

 

46 E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. 47 Costui, al sentire che c'era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». 48 Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».

49 Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». 50 Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51 Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». 52 E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

Il lettore del vangelo sa ormai che le folle seguono Gesù, ma senza una fede profonda e con gli occhi chiusi nei confronti della sua missione. Il cieco Bartimeo, invece, crede in lui come figlio di Davide, con fede salda e imperturbabile, anche se i numerosi presenti tentano sgarbatamente di farlo tacere. Egli crede nella bontà e nella potenza di Gesù nelle quali cerca il soccorso di Dio.

Il cieco è un emarginato. La sua professione di mendicante dimostra chiaramente che non può far nulla da sé e deve attendere tutto dagli altri. La molta folla intorno a Gesù è l’immagine della comunità che spesso non accoglie gli emarginati, ma li sgrida, li zittisce e li colpevolizza, credendo oltretutto di far bene. Ma Gesù impartisce un ordine chiaro: "Chiamatelo!". Nella preghiera del cieco, Gesù riconosce la fede, condizione necessaria per essere aggregato alla comunità che sale a Gerusalemme e alla croce. Appena acquistò la vista, divenne discepolo. Per seguire Gesù bisogna vedere bene e vederci chiaro.

La domanda di Gesù: "Che vuoi che io ti faccia?" è la stessa che egli aveva rivolto a Giacomo e Giovanni (cfr Mc 10,36). La loro richiesta di posti d’onore contrasta con l’umile richiesta di Bartimeo: essi chiedevano di progredire nella cecità della loro superbia, egli chiede di avere la luce della fede che scruta nel Cristo crocifisso l’umiltà e la profondità di Dio.

A questo punto del vangelo, Gesù rivolge anche a noi la stessa domanda che ha fatto al cieco: "Che vuoi che io faccia per te ?". E noi dobbiamo fare nostra la sua risposta: "Maestro, che io riabbia la vista !". Fine di tutta la catechesi di Gesù è portarci qui, dove si compie l’ultimo miracolo, quello definitivo: la guarigione dalla cecità e la vista della fede.

Gesù è la luce del mondo (cfr Gv 8,12), il figlio di Davide che esercita la sua regalità usando misericordia, il Signore che dà la vista ai ciechi (Sal 146,8). L’invocazione del suo nome è la nostra salvezza (cfr At 2,21). Gesù significa "Dio salva". Egli ci salva perché è tutto misericordia rivolta alla nostra miseria.

"Figlio di Davide, abbi misericordia di me" (v. 48). Questa espressione contiene tutta la preghiera, perché contiene tutto Dio. La misericordia è l’essenza di Dio. Egli non è misericordioso: è misericordia. Egli non ama i suoi figli in proporzione dei loro meriti, ma della loro miseria. E li ama uno ad uno (cfr Gal 2,30; 1Tim 1,15). Io, in persona, sono amato totalmente dal Padre in Gesù. L’amore non si divide, si moltiplica. L’amore di un padre non si divide per il numero dei figli, ma è tutto intero per ciascuno.

Gettando il mantello, che era tutto per lui, questo povero segue Gesù, a differenza del ricco che, attaccato ai suoi beni, si allontanò triste (cfr Mc 10,22). De.it.press

 

 

 

 

 

Venerdì 28 maggio. Il commento al Vangelo. La cacciata dei venditori dal tempio

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 11,11-26) commentato da P. Lino Pedron 

 

11 Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l'ora tarda, uscì con i Dodici diretto a Betània.

12 La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. 13 E avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. 14 E gli disse: «Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti». E i discepoli l'udirono.

15 Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe 16 e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. 17 Ed insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!».

18 L'udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento. 19 Quando venne la sera uscirono dalla città.

20 La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. 21 Allora Pietro, ricordatosi, gli disse: «Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato». 22 Gesù allora disse loro: «Abbiate fede in Dio! 23 In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato. 24 Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato. 25 Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati». [26] .

La maledizione del fico è un fatto parabolico: la parabola viene tradotta in un gesto esemplare che la rende viva e comprensibile non solo alle orecchie, ma anche agli occhi. E’ un fatto parabolico che esprime plasticamente il giudizio di Dio su Israele. L’informazione «non era quella la stagione dei fichi» (11,13) rende assurda la pretesa di Gesù. Marco non cerca di nascondere la stranezza del gesto, anzi la sottolinea. E noi dobbiamo capire subito che, se Gesù si fosse limitato a maledire un fico che non poteva avere dei frutti perché non era la stagione giusta, il suo gesto potrebbe sembrare non solo strano, ma demenziale. Non è dunque su questo piano che va cercato il senso. Nell’Antico Testamento, il fico e la vigna rappresentano il popolo d’Israele (Is 5,1–7; 28,4; Os 9,10 Ger 8,13). Vogliamo citare due versetti del profeta Michea che descrivono il senso preciso della fame di Gesù (Mc 11,12): «Ahimè! Sono diventato come uno spigolatore d’estate, come un racimolatore dopo la vendemmia! Non un grappolo da mangiare, non un fico per la mia voglia. L’uomo pio è scomparso dalla terra, non c’è più un giusto tra gli uomini» (Mi 7,1–2). Non è dunque la sterilità del fico che interessa, ma quella d’Israele.

E Israele non ha scuse: è già stato più volte rimproverato e dovrebbe sapere quali sono i frutti che Dio vuol cogliere. Marco ce lo dice attraverso l’episodio del tempio e le parole sulla fede.

Dunque il simbolismo di base parte dalla parola «frutto» (v. 13). Quell’albero che si rivela senza frutto è il simbolo del tempio, centro religioso del popolo d’Israele, in cui Gesù è venuto a cercare i frutti che non ha trovato. Poco più avanti, la parabola del figlio unico, inviato a raccogliere i frutti della vigna, confermerà il simbolismo (12,1–11).

Ripetiamo dunque: non è la sterilità del fico che viene giudicata, ma la sterilità di Gerusalemme e del suo culto. Come i discepoli «videro il fico seccato dalle radici» (11,20), così vedranno il tempio distrutto fin dalle fondamenta: «Non rimarrà qui pietra su pietra che non sia distrutta» (13,2).

«Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano...».

Gesù entra di nuovo a Gerusalemme e nel tempio, e ne prende possesso con un gesto profetico significativo della sua autorità messianica. Già i profeti erano insorti contro il culto ipocrita dei praticanti assidui nella frequenza del tempio, ma incuranti della religione autentica (Is 1,11–17; 29,13–14; Ger 7,1–11). Come aveva fatto Neemia in occasione del suo viaggio di ispezione a Gerusalemme (Ne 13,7–9), Gesù purifica la casa di Dio e ne scaccia i venditori che hanno trasformato l’atrio del tempio in luogo di commercio. Questo gesto è un insegnamento e un adempimento della Scrittura. Si pensi alle ultime parole del libro di Zaccaria che, ispirato alla visione finale del profeta Ezechiele (capitoli 40–48), annuncia la festa universale dei tabernacoli, celebrata nei tempi messianici in un tempio definitivamente purificato: «In quel giorno non vi sarà neppure un Cananeo (= mercante) nella casa del Signore degli eserciti» (Zc 14,21).

Questa purificazione esteriore suppone una purificazione nel servizio sacro e nel sacerdozio, come indica la profezia di Malachia: «Subito entrerà nel suo tempio il Signore ... Sederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’oblazione secondo giustizia» (MI 3,1–3). Queste reminiscenze dell’Antico Testamento indicano la portata messianica del racconto.

«E non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio».

E’ noto che non tutto il tempio era luogo di mercato, ma solo il grande cortile esterno chiamato «cortile dei gentili», cioè dei non ebrei. Israele l’aveva reso luogo di commercio e di traffico (si usava attraversarlo per passare da un quartiere all’altro della città; era la scorciatoia tra la città e il monte degli Ulivi: il disordine è facilmente immaginabile!) e in questo modo i gentili non avevano più un luogo di preghiera nel tempio del Signore. Questo atrio era separato dall’atrio riservato agli ebrei da un parapetto in pietra, con iscrizioni in greco e latino che interdicevano ai pagani l’accesso all’atrio interno: «Chiunque sarà preso dovrà attribuire a se stesso la morte che subirà come punizione». Una di queste pietre è stata portata al museo di Istambul nel 1871; una seconda, ritrovata nel 1935, si trova nel museo di Gerusalemme. La citazione di Isaia nel versetto seguente sottolinea, appunto, che il tempio è casa di preghiera per tutte le genti e quindi anche l’atrio riservato ai pagani è santo come quello riservato agli ebrei.

«La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti».

Marco ha scritto il suo vangelo per i pagani convertiti e, quindi, non ci deve meravigliare che citi l’intero versetto di Isaia 56,7, inclusa la frase «per tutte le genti», che Mt e Lc tralasciano.

«Una spelonca di ladri».

Ai tempi di Gesù, i mercanti avevano la stessa fama che hanno oggi, e i cambiavalute non erano additati come una categoria di onesti. Ma non è questo il problema. L’espressione, di per sé, non accusa di essere ladri quelli che sono nel tempio, ma li paragona a dei ladri che cercano rifugio nel tempio, come in una spelonca, per sfuggire al castigo di Dio meritato con la loro condotta. Il significato viene chiarito molto bene se leggiamo per intero il testo di Geremia che rimprovera ogni sorta di infrazioni contro l’alleanza (cf. Ger 7,1-15). In definitiva, Gesù, citando Geremia, intende dire: «Il culto del tempio è menzognero se serve soltanto a dare un senso di sicurezza a gente che non si converte».

«L’udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo per farlo morire».

Ritroviamo qui la situazione già provocata da Gesù nel suo uditorio di Cafarnao, in occasione della sua manifestazione inaugurale: le folle stupite di fronte al suo insegnamento dato con autorità (1,22.27), e gli avversari che decidono di farlo morire (3,6).

«Avevano paura di lui».

E’ la paura di Adamo (Gen 3,10) e di Erode (Mt 2,3), la paura di chi non vuole Dio tra i piedi perché teme di perdere la supremazia: è la paura di riconoscere un Dio sopra la propria testa, la paura di perdere il posto di padroni degli altri e di Dio stesso, fatto a propria immagine e manovrato a proprio piacimento. E’ la paura di perdere l’eredità (12,7): da affittuari (12,1) volevano diventare usurpatori. E’ la tentazione gravissima, e sempre ricorrente, a cui sono esposti tutti i ministri della religione. Contro di essa ci mette in guardia l’apostolo Pietro: «Esorto gli anziani (= vescovi e preti) che sono tra voi ... : pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza, ma volentieri, secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1Pt 5,1–3). La mentalità di padroni della religione e di coloro che la praticano, manifestata dai sommi sacerdoti e dagli scribi, contro cui ha cozzato duramente Gesù, è tutt’altro che morta!

«Quando venne la sera uscirono dalla città»

Gesù prende le distanze dalla città che non lo riconosce per quello che egli è. Aveva fatto la stessa cosa nei confronti delle folle entusiaste nell’ascoltarlo, ma non disposte a comprenderlo (1,38; 3,9; 4,11.36; 6,45; 8,13).

Il tempio era il centro del culto e del potere politico ed economico. La «purificazione» del tempio è figura della purificazione della nostra immagine di Dio, inquinata dai nostri deliri di potere, di ricchezza e di superbia.

Oltre al commercio materiale, nel tempio c’è anche il commercio spirituale. E’ quello che, con la moneta sonante delle prestazioni e delle osservanze, intende comperare la grazia di Dio. E’ un male gravissimo, figlio del grande peccato originale che, dipingendo un Dio cattivo, induce a placarlo e ottenere le grazie dietro pagamento, come fosse una prostituta. E’ il peccato del giusto, che va direttamente contro l’essenza di Dio che è amore gratuito.

Dio perdona senza limiti il peccatore e non si fa suo giudice, ma neanche può farsi suo complice nel peccato. Dio non può avallare le nostre malefatte. Il tempio o è casa di preghiera o è spelonca di ladri. E siccome tutto ciò che è accaduto a Israele è come un esempio per noi, scritto a nostro ammaestramento (1Cor 10,11), la Chiesa deve vigilare per non cadere nella stessa infedeltà.

«La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. Pietro ricordatosi...».

Nell’Antico Testamento, il ricordo è uno dei veicoli principali della rivelazione di Dio, e può essere considerato come un elemento essenziale dell’alleanza (Dt 4,9–15; Gs 24,1–13).

Specialmente nel Deuteronomio, gli israeliti sono invitati a ricordare le passate azioni divine di misericordia come la base per la loro attuale fedeltà a Lui (Dt 4,32–40; 5,15; 6,20–25; 7,6–11; 8,2–6; 9,1–7; 29,1–8; 32,7). In Mc 8,18 Gesù aveva chiesto con forza: «E non vi ricordate....?», come un invito a fare una riflessione sui due miracoli del pane, perché i discepoli potessero capire chi egli fosse. Qui qualcosa sta muovendosi. Pietro comincia a ricordare, a fare attenzione, a riflettere, a collegare le parole e gli avvenimenti. E proprio questo impegno e questa capacità di ricordare sarà l’inizio del suo ravvedimento dopo aver rinnegato tre volte il Maestro: «Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: "Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte". E scoppiò in pianto» (14,72).

«Il fico che tu hai maledetto si è seccato».

Gesù dopo aver seccato il fico secca e taglia di netto anche il discorso sull’argomento.

Trascurando il fico, parla dell’importanza della preghiera fatta con fede. Il termine «preghiera» ci mette sulla buona strada perché rimanda alla scena della purificazione del tempio, destinato a diventare «casa di preghiera per tutte le genti» (11,17). il fico sterile è l’immagine della fede infeconda, della fedeltà puramente esteriore alla legge, della preghiera degli ipocriti (Mt 6,5).

«Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato».

Credere significa lasciarsi investire dalla potenza irresistibile di Gesù, che sconvolge il mondo, come aveva annunziato il profeta Zaccaria (4,7; 14,4). E’ in questo contesto che trova il suo vero significato la frase evangelica della fede che può tutto. Credere che ciò che si proclama sta avvenendo significa cogliere la presenza di Gesù, che sta operando attraverso la nostra azione: è questa la potenza della fede che diventa preghiera esaudita e fattiva.

«Se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati».

E’ l’unica volta, nel vangelo di Marco, in cui Gesù dichiara ai discepoli che il Padre suo è anche il loro. Gesù è più che figlio di Davide (10,47–48; 11,10; 12,35–37): è il vero Figlio di Dio che comunica ai suoi la propria realtà filiale. Abbiamo qui l’equivalente della quinta domanda del Padre nostro secondo Matteo (6,12). Alcuni manoscritti, infatti, aggiungono a questo punto un versetto (il 26) che ricalca esattamente la spiegazione riferita da Mt 6,15: «Ma se voi non perdonate, neppure il Padre vostro che è nei cieli perdonerà le vostre colpe» (11,26). Ciò dimostra che la preghiera del «Padre nostro» era ben nota alla Chiesa di Marco benché egli non la citi nella sua interezza.

Il fico è stato seccato per istruire i discepoli sulla fede; il tempio è stato purificato per diventare casa di preghiera. Alla sterilità del fico corrisponde il pullulare di affari nel tempio. Infecondità nel bene e fecondità nel male vanno di pari passo.

In questo brano si parla della fede e della preghiera, radici da cui viene il frutto dello Spirito, che essenzialmente è amore e perdono. Credere non è solo sapere che c’è un Dio, essere supremo e buono, onnipotente e onnisciente, sovrano e giudice di tutti. E’ aderire a Gesù e alla sua Parola, perché lui è il Signore, l’interlocutore fondamentale della nostra vita.

La fede si esprime come preghiera verso Dio e perdono verso i fratelli. Non ci può essere l’una senza l’altro.

Il cristiano è colui che ha fede in Gesù, potenza e sapienza di Dio, proprio nella sua debolezza. Gesù non chiede la fede in qualche idea, ma nel Dio che si rivela in lui, povero e umile che finisce sulla croce. De.it.press

 

 

 

 

Sabato 29 maggio. Il commento al Vangelo. “Con quale autorità fai queste cose?”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 11,27-33) commentato da P. Lino Pedron 

 

27 Andarono di nuovo a Gerusalemme. E mentre egli si aggirava per il tempio, gli si avvicinarono i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: 28 «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l'autorità di farlo?». 29 Ma Gesù disse loro: «Vi farò anch'io una domanda e, se mi risponderete, vi dirò con quale potere lo faccio. 30 Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi». 31 Ed essi discutevano tra sé dicendo: «Se rispondiamo "dal cielo", dirà: Perché allora non gli avete creduto? 32 Diciamo dunque "dagli uomini"?». Però temevano la folla, perché tutti consideravano Giovanni come un vero profeta. 33 Allora diedero a Gesù questa risposta: «Non sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanch'io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

Nei primi 26 versetti di questo capitolo Gesù aveva espresso il suo giudizio su Gerusalemme, il tempio e la falsa religiosità, con dei gesti, dei fatti (entrata in Gerusalemme, fico seccato, purificazione del tempio). Da 11,27 a 12,37 il suo giudizio viene espresso con le parole.

L’agire di Gesù ha suscitato una reazione violenta da parte dei padroni della religione. Era entrato nel tempio senza chiedere permesso, come uno che entra in casa propria; aveva scacciato venditori e cambiavalute muniti di regolare permesso rilasciato dall’autorità; aveva messo sotto accusa il modo di far religione: il tempio non era più casa di preghiera, ma spelonca di ladri. Davanti a una simile accusa il potere costituito non poteva tacere. E non tacque.

"Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità per farle?" Nel contesto, la domanda si riferisce all’ingresso di Gesù in Gerusalemme e all’espulsione dei mercati dal tempio. Ma in pratica viene coinvolta tutta la sua attività. Perciò anche la domanda delle autorità giudaiche supera il quadro immediato nel quale è stata posta: il processo contro Gesù è già iniziato.

"Vi farò anch’io una domanda". Il processo si capovolge e gli accusatori sono messi sotto accusa e invitati a rendere conto del loro comportamento. Gesù non pone una contro-domanda per sfuggire alle domande dei suoi avversari, ma per rendere possibile una risposta: non si capisce Gesù se prima non si è capito Giovanni il Battista. Se infatti Giovanni è venuto da Dio per preparare la strada al Messia, Gesù agisce con l’autorità che gli compete come Messia, ed è Dio che gli ha dato questa autorità. Ora essi non vogliono assolutamente ammettere questo: per loro Gesù non rivela il vero volto di Dio e perciò deve morire perché è un bestemmiatore. Su questa loro decisione essi non sono disposti a ritornare e rimangono ostili alla rivelazione di Gesù.

Cosa farà Gesù? Li lascerà senza una risposta? Sembrerebbe di sì: «Gesù disse loro: "Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose"». In realtà Gesù risponde con la parabola dei vignaioli omicidi, che troviamo immediatamente dopo questo brano. E tutti e tre i sinottici dichiarano che i suoi interlocutori compresero che aveva detto quella parabola per loro (Mt 21,45; Mc 12,12; Lc 20,19). De.it.press

 

 

 

 

 

Domenica 30 maggio. Il commento al Vangelo. “Egli vi guiderà alla verità tutta intera

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 16,12-15) commentato da P. Lino Pedron 

 

12 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13 Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. 14 Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà. 15 Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà.

Gesù vorrebbe comunicare ai discepoli altre rivelazioni che ora essi non sono capaci di accogliere perché lo Spirito Santo non ha ancora acceso in loro una fede profonda.

Quando Gesù oppone la sua presente rivelazione in figure ed enigmi a quella futura, aperta e chiara, vuole riferirsi all’azione del suo Spirito che fa capire e penetrare nel cuore la sua parola.

Lo Spirito della verità introdurrà i credenti nella verità tutta intera che è il Cristo, ma non porterà nuove rivelazioni. La sua funzione specifica consiste nel far capire e far vivere la parola di Gesù, rendendola operante nell’esistenza dei discepoli.

Lo Spirito della verità glorificherà Gesù facendolo conoscere agli uomini, rivelandolo ad essi come Figlio di Dio e suscitando in essi la fede nella sua persona divina.

Tra Gesù e il Padre esiste perfetta comunione di vita e perfetta unità di azione. Lo Spirito riceverà dal Cristo tutti i beni della salvezza, la cui fonte si trova nel Padre. De.it.press

 

 

 

 

Domenica 30 maggio. Festa della Trinità. Dio solitario o Dio comunione?

 

Qual è la carta d’identità dei cristiani? Quale caratteristica li distingue dai seguaci delle altre religioni?

Non l’amore al prossimo: anche gli altri – lo sappiamo – fanno del bene. Non la preghiera: anche i musulmani pregano. Non la fede in Dio: l’hanno anche i pagani. Non basta credere in Dio, importante è sapere in quale Dio si crede. E’ un “qualcosa” o un “qualcuno”? E’ un padre che vuole comunicare la sua vita o un padrone che cerca nuovi sudditi?

Gli Islamici dicono: Dio è l’assoluto. E’ il creatore che abita lassù, governa dall’alto, non scende mai, è giudice che attende per la resa dei conti.

Gli Ebrei – al contrario – affermano che Dio cammina con il suo popolo, si manifesta dentro la storia, cerca l’alleanza con l’uomo.

I cristiani celebrano oggi l’aspetto specifico della loro fede: credono in un Dio Trinità. Credono che Dio è il Padre che ha creato l’universo e lo dirige con sapienza e amore; credono che egli non è rimasto in cielo, ma, nella sua immagine, il Figlio, è venuto a farsi uno di noi; credono che egli porta a compimento il suo progetto di amore con la sua forza, con il suo Spirito.

Ogni idea o espressione di Dio ha una ricaduta immediata sull’identità dell’uomo.

In ogni cristiano deve essere riconoscibile il volto di Dio che è Padre, Figlio e Spirito. Immagine visibile della Trinità dev’essere la chiesa che tutto riceve da Dio e tutto gratuitamente dona, che è tutta proiettata, come Gesù, verso i fratelli, in un atteggiamento di disponibilità incondizionata. In essa la diversità non è eliminata in nome dell’unità, ma è considerata un arricchimento.

Si deve cogliere l’impronta della Trinità nelle famiglie divenute segno di un autentico dialogo d’amore, d’intesa reciproca e di disponibilità ad aprire il cuore a chi ha bisogno di sentirsi amato.

 

Prima Lettura (Prv 8,22-31)

 

La Sapienza di Dio parla:

22 “Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività,

 prima di ogni sua opera, fin d’allora.

 23 Dall’eternità sono stata costituita,

 fin dal principio, dagli inizi della terra.

 24 Quando non esistevano gli abissi, io fui generata;

 quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua;

 25 prima che fossero fissate le basi dei monti,

 prima delle colline, io sono stata generata.

 26 Quando ancora non aveva fatto la terra e i campi,

  le prime zolle del mondo;

 27 quando egli fissava i cieli, io ero là;

 quando tracciava un cerchio sull’abisso;

 28 quando condensava le nubi in alto,

 quando fissava le sorgenti dell’abisso;

 29 quando stabiliva al mare i suoi limiti,

 sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia;

 quando disponeva le fondamenta della terra,

 30 allora io ero con lui come architetto

 ed ero la sua delizia ogni giorno,

 dilettandomi davanti a lui in ogni istante;

 31 dilettandomi sul globo terrestre,

 ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”.

 

La prima lettura introduce il tema della Trinità parlandoci del Padre, creatore dell’universo. La sua opera sapiente è presentata con immagini suggestive che, per essere comprese, hanno bisogno di un breve cenno sulle concezioni cosmologiche alle quali si ispirano.

I popoli antichi immaginavano il mondo costruito su tre piani:

- la terra dove abitano gli esseri viventi;

- il sottosuolo, regno dei morti, dei fiumi infernali e delle acque oscure degli abissi che alimentano le sorgenti e i fiumi e ove sono poste anche le enormi colonne su cui è posata la terra;

- infine, sostenuto dai “monti eterni” (Dt 33,15), c’è il piano superiore, il cielo, costituito da una lamina di cristallo lucente che trattiene le acque superiori. Da cataratte che si aprono e si chiudono, Dio fa uscire piogge, nevi e rugiade. A questo firmamento sono appesi gli astri, le stelle, i pianeti, la luna e il sole che si muovono e percorrono il loro cammino su vie appositamente tracciate.

Come è nato questo cosmo affascinante e misterioso che ci circonda e ci sovrasta? Lo spiega la lettura.

Prima di ogni cosa, Dio fece la Sapienza. L’autore del libro dei Proverbi la immagina come una ragazza incantevole che il Signore vuole, fin dall’inizio, accanto a sé, per farle seguire e contemplare tutta la sua attività (vv.22-23). E’ in sua presenza che egli crea l’universo.

Comincia la sua opera sotto terra: sistema gli abissi e prepara le sorgenti abbondanti che alimentano i fiumi e i mari (v.24), fissa le basi delle montagne, fa emergere la terra dalle acque e forma le zolle dei campi (vv.25-26), mentre la Sapienza gli siede sempre accanto e lo ammira stupita.

Poi ordina i cieli con le nubi, pone un cerchio lungo l’orizzonte per separare le acque che si trovano sopra il firmamento da quelle dell’abisso e stabilisce un limite al mare (vv. 27-29).

La scena con cui si chiude la lettura (vv.30-31) è deliziosa e richiama il giudizio di Dio al termine dell’opera creatrice: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31).

E’ tutta un’esplosione di felicità. La Sapienza afferma di essersi rallegrata e di aver danzato, tutto il tempo, felice davanti a Dio, mentre egli si deliziava della  sua presenza. Infine manifesta il suo desiderio di rimanere sulla terra per sempre, la sua gioia, infatti, è stare fra gli uomini (vv.30-31).

Che significano queste immagini?

Quando si riflette su ciò che accade nel mondo, sulle catastrofi, sulle atrocità che vengono commesse, è facile venire non solo sfiorati, ma spesso attanagliati dal dubbio che l’universo sia frutto del caso, che tutto sia solo confusione, che nulla abbia un senso.

La lettura assicura: il creato è uscito dalle mani di un Padre provvidente e saggio; durante tutta la sua attività egli è sempre stato assistito dalla sua Sapienza; la creazione risponde ad un progetto di amore, anche se l’intelligenza dell’uomo non sempre è in grado di coglierlo. Siamo come bambini di fronte a una cattedrale in costruzione. Chi entra in un cantiere non vede che disordine, materiale accatastato, mucchi di sabbia, sbarre di ferro, assi, mattoni, barattoli, martelli, chiodi sparsi un po’ ovunque. Solo alla fine, quando l’opera è conclusa si capisce che anche ciò che sembrava solo confusione, in realtà rientrava nel progetto sapiente di un abile architetto.

Avere fede in Dio Padre – è il messaggio della lettura – significa credere che egli ha fatto tutto con sapienza ed amore.

 

Seconda Lettura (Rm 5,1-5)

 

1 Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; 2 per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio.

3 E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata 4 e la virtù provata la speranza.

 5 La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

 

Dopo aver creato con sapienza l’universo, Dio non ha considerato conclusa la sua opera. Non si è ritirato in cielo abbandonando a se stessi il mondo e gli uomini.

I nostri ragionamenti ci portano ad allontanare Dio dal nostro mondo, ci spingono a collocarlo in un punto irraggiungibile dalla nostra impurità. “Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere” – dice Abramo (Gen 18,27).

Il Dio che si rivela fin dalle prime pagine della Bibbia è invece sorprendente: non solo non considera che la sua santità sia messa in pericolo dal contatto con le sue creature, ma manifesta un bisogno irresistibile di stare in questo mondo. Egli accarezza l’uomo mentre lo plasma con la polvere del suolo e soffia in lui il suo stesso alito di vita (Gen 2,7), poi scende dal cielo e passeggia al suo fianco nel giardino alla brezza del giorno (Gen 3,8).

Tutto per preparare la grande sorpresa alla quale anche la prima lettura ci ha introdotto: la Sapienza di Dio non solo non ha paura di contaminarsi, ma “si diletta a stare sulla terra e pone le sue delizie tra i figli dell’uomo”.

Nella pienezza dei tempi, la Sapienza di Dio è venuta “a visitarci dall’alto”, si è fatta uno di noi.

Questo Dio fatto uomo è il Figlio, l’immagine perfetta del Padre. E’ lui la Sapienza di cui si parlava nella prima lettura.

Come mai Dio è entrato nella nostra storia?

Lo dice il secondo testo biblico che ci viene proposto oggi: egli è intervenuto per giustificarci, mediante la fede in Gesù; per questo “ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio” (vv.1-2). Che significa?

Di fronte ai loro simili, gli uomini si vantano delle loro capacità, della loro forza, della loro ricchezza, dei loro successi. Ma, davanti a Dio, di che cosa possono vantarsi? A questa domanda qualcuno risponde: possono far valere le loro opere buone. Se si comportano bene egli li guarda con compiacimento, se si comportano male si indigna e infligge castighi.

Il Figlio è venuto in questo mondo per annunciare un messaggio inaudito, una buona novella sorprendente, incredibile: il Padre ha deciso di “giustificare”, cioè, di rendere giusti tutti gli uomini in modo completamente gratuito, senza considerare i loro meriti.

Vanto dell’uomo non sono le sue opere buone, ma qualcosa di infinitamente più solido e più sicuro: l’amore incondizionato di Dio.

Questo non significa che Dio coprirà, fingerà di non vedere i nostri peccati. Questa non sarebbe una salvezza.

Dio rende giusti tutti gli uomini perché, lasciandoli sempre liberi, riesce, con il suo amore, a cambiare il loro cuore ed a farli diventare buoni.

Prendiamo come esempio il comportamento di una mamma: anche se il figlio rifiuta il cibo e si intestardisce nel mantenere chiusa la bocca, lei non si scoraggia, non si rassegna di fronte ai capricci del piccolo e con baci e carezze riesce sempre ad ottenere che il figlio si nutra con ciò che lo fa crescere. Non è pensabile che l’amore onnipotente di Dio sia più debole di quello di una mamma.

Se guardasse solo a se stesso, l’uomo ha una sola cosa di cui vantarsi: la propria debolezza (v.3). Questo sguardo – dice Paolo – non deve gettare nello sconforto, ma aprire alla fiducia nell’amore di Dio e far sorgere una speranza che, di certo, non andrà mai delusa (v.5).

Avere fede in Dio Figlio significa credere che egli ama l’uomo al punto da condividerne la precarietà e la fragilità della vita; significa coltivare la speranza che questo amore infinito può registrare qualche insuccesso momentaneo, mai una sconfitta definitiva.

 

Vangelo (Gv 16,12-15)

 

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: 12 “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13 Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. 14 Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. 15 Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà”.

 

E’ la quinta volta che, nel Vangelo di Giovanni, Gesù promette di inviare lo Spirito ed afferma che sarà lui a portare a compimento il progetto del Padre. Senza la sua opera gli uomini non potrebbero mai essere in grado di accogliere la salvezza.

Il brano inizia con le parole di Gesù: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso” (v.12). Questa frase potrebbe suggerire l’idea che Gesù, essendo vissuto pochi anni, non ha avuto la possibilità di trasmettere tutto il suo messaggio. Allora, per non lasciare a metà la sua missione, bruscamente interrotta dalla morte, avrebbe inviato lo Spirito a insegnare ciò che ancora mancava.

Non è questo il significato.

Gesù ha affermato chiaramente che non ha altre rivelazioni da fare: “Tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15) e nel Vangelo di oggi dice che lo Spirito non aggiungerà nulla a ciò che egli ha detto: “non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito; prenderà del mio e ve l’annunzierà” (vv.13-14). Non ha il compito di integrare o ampliare il messaggio, ma di illuminare i discepoli per far loro comprendere, in modo corretto, ciò che il Maestro ha insegnato.

La ragione per cui Gesù non spiega tutto, non è la mancanza di tempo, ma l’incapacità dei discepoli a “portare il peso” del suo messaggio. Di che si tratta? Qual è l’argomento troppo “pesante” per le loro deboli forze?

E’ il peso della croce. Attraverso le spiegazioni ed i ragionamenti umani è impossibile arrivare a capire che il progetto di salvezza di Dio passa attraverso il fallimento, la sconfitta, la morte di suo Figlio per mano di empi; è impossibile capire che la vita viene raggiunta solo passando attraverso la morte, attraverso il dono gratuito di sé. Questa è la “verità totale”, molto pesante, impossibile da sostenere senza la forza comunicata dallo Spirito.

Nella prima lettura abbiamo considerato il progetto del Padre nella creazione, nella seconda ci è stato spiegato che questo progetto viene realizzato dal Figlio, ma non sapevamo ancora che il cammino che porta alla salvezza sarebbe stato non solo strano, ma addirittura assurdo. Ecco la ragione per cui è necessaria l’opera dello Spirito. Solo lui può spingerci ad aderire al progetto del Padre ed all’opera del Figlio.

 

Egli vi annunzierà le cose future (v.13). Non si tratta – come affermano i Testimoni di Geova – delle previsioni sulla fine del mondo, ma delle implicazioni concrete del messaggio di Gesù. Non basta leggere ciò che è scritto nel Vangelo, è necessario applicarlo alle situazioni concrete del mondo d’oggi. I discepoli di Cristo non si inganneranno mai in queste interpretazioni se seguiranno gli impulsi dello Spirito, perché egli è l’incaricato di guidare “alla verità tutt’intera” (v.13).

A chi si rivela lo Spirito?

Tutti i discepoli di Cristo sono istruiti e guidati dallo Spirito: “Quanto a voi – scrive Giovanni – l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri… State saldi in lui, come essa vi insegna” (1 Gv 2,27).

Negli Atti degli Apostoli, un episodio mostra il modo e il contesto privilegiato in cui lo Spirito ama manifestarsi.

Ad Antiochia, mentre i discepoli sono riuniti per celebrare il culto del Signore, lo Spirito “parla”, rivela i suoi progetti, il suo volere, le sue scelte (At 13,1-2). Preghiera, riflessione, meditazione della Parola, dialogo fraterno creano le condizioni che permettono allo Spirito di rivelarsi. Egli non fa piovere miracolosamente dal cielo le soluzioni, non riserva le sue illuminazioni a qualche membro privilegiato, non si sostituisce agli sforzi dell’uomo, ma accompagna la ricerca appassionata della volontà del Signore che i discepoli fanno insieme.

Ecco perché, nella chiesa primitiva, ognuno era invitato a condividere con i fratelli ciò che, durante l’incontro comunitario, lo Spirito suggeriva per l’edificazione di tutti (1 Cor 14).

 

Egli mi glorificherà (v.14). Glorificare per noi vuol dire applaudire, esaltare, incensare, magnificare. Gesù non ha bisogno di queste onorificenze.

Egli viene glorificato quando si attua il progetto di salvezza del Padre: il malvagio diviene giusto, il misero riceve un aiuto, chi soffre trova conforto, l’infelice riprende a sperare e a credere nella vita, lo storpio si rialza e il lebbroso viene reso puro. Gesù ha glorificato il Padre perché ha compiuto l’opera di salvezza che gli era stata affidata.

Lo Spirito a sua volta glorifica Gesù perché apre le menti ed i cuori degli uomini al suo Vangelo, dà loro la forza di amare anche i nemici, rinnova i rapporti fra le persone e crea una società fondata sulla legge dell’amore. Ecco qual è la gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito: un mondo in cui tutti siano suoi figli e vivano felici! P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

La Santissima Trinità

 

Gesù è il Figlio unigenito del Padre (Cf. Gv 1,14-18; 5,16-18) venuto a rivelare il vero volto di Dio. "Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato" (Gv 1,18). E Gesù ci ha presentato Dio come "pluralità" di persone. Ha presentato il Padre, se stesso e lo Spirito santo. "Rispose Gesù: "Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole: la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Queste cose vi ho detto quando ero ancora con voi. Ma il Consolatore, lo Spirito santo, che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto" (Gv 14,23-26).

I vangeli non hanno mai fatto la somma dei Tre, non hanno parlato di Trinità, non usano nemmeno il termine "persona". La realtà di Dio non può essere racchiusa in parole o formule: ci sta stretta o non ci sta affatto.

John Robinson scrive nel suo libro "Questo non posso crederlo": "Una volta, alla fine di una mia conferenza, qualcuno mi pose questa domanda: "Come insegnerebbe a un bambino la dottrina della Trinità?". Di rado mi ero sentito rivolgere un quesito così facile: "Non gliela insegnerei affatto!".

John Robinson ha ragione! La Trinità è la famiglia di Dio. Ora le realtà della famiglia non si racchiudono in fredde lezioni, come se fossero matematica o geometria, ma si vivono, e possono essere progressivamente comprese attraverso l’esperienza vissuta.

Il neonato non sa di avere una famiglia e non sa cosa sia una famiglia. Fin dalle prime settimane di vita si sente circondato da tanto amore, intuisce attorno a sé una tenerezza che risponde a tutte le sue necessità. Coglie questa tenerezza come "una", indistinta, ma onnipotente e buona, attenta e premurosa. In seguito scoprirà che questa presenza è "molteplice" senza cessare di essere "una": voce acuta o grave, viso vellutato o volto barbuto, mani delicate o forti... sono in molti a vivere intorno a lui e per lui lo stesso amore. Poi distinguerà papà e mamma: intuirà che egli è il frutto del loro comune amore; apprenderà che essi vivono l’uno per l’altro e tutti e due per lui, per i fratelli e le sorelle. Tutte queste persone care si imprimeranno chiaramente nella sua mente e nel suo cuore. E... per capire tutto questo non ha avuto bisogno di un trattato scientifico e neppure di un corso accelerato.

Certo, non chiedete a questo bambino di definire filosoficamente la famiglia, la paternità, la maternità, ecc. Ma che importa? La famiglia non è un soggetto da recitare, ma è un luogo d’amore. Il bambino ha appreso che cosa è la famiglia, non attraverso delle formule, ma vedendola vivere e amare, sentendosi in essa amato, cercando di amare come essa e in essa.

È questo il modo con cui Dio ci ha rivelato il mistero della sua famiglia, della sua vita trinitaria.

In nessuna pagina della Bibbia troveremo una formula del tipo "un solo Dio in tre persone". Ma fin dalle prime righe della Genesi risulta la presenza di un grande amore attorno a una culla. Vi troviamo il nome del Dio unico in forma plurale -Elohim- e questo Dio creatore parla a se stesso al plurale: "Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza" (Gen 1,26) come quando più persone si consultano fra loro e arrivano a una decisione comune. Infine facendo l’uomo "a sua immagine" lo crea coppia: "maschio e femmina; li creò" (Gen 1,27) col potere di generare: li creò trinità. Una trinità (padre, madre, figlio) "immagine e somiglianza di Dio".

Nel Nuovo Testamento, l’angelo annuncia a Maria: "Lo Spirito santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio" (Lc 1,55). Sono tre: l’Altissimo, lo Spirito santo e il Figlio di Dio.

Dopo il battesimo di Gesù il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: "Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Lc 5,21-22). La voce del Padre sul Figlio prediletto e la discesa dello Spirito.

Gesù inizia il suo primo discorso pubblico con queste parole della Scrittura: "Lo Spirito del Signore è sopra di me" (Lc 4,18). "Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (Lc 4,21). Lo Spirito del Signore (del Padre) sul Figlio. Ancora la Trinità. Ecc.

Venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr. Gv 1,14), il Verbo (ossia la Parola: colui mediante il quale il Padre ci parla), Gesù, non si comporta da professore, non impartisce lezioni sulla Trinità, non fa abbozzi geometrici (ricordate il triangolo con scritto "Dio"?!), non usa termini filosofici (natura, persona, essenza, sostanza). Vive semplicemente, vive com’è. Vive da Figlio unigenito del Padre. Ad ogni pagina del vangelo, Gesù ha nella mente e nel cuore la volontà del Padre, prega il Padre (lo chiama Abbà, papà), vive esclusivamente per il Padre.

Gesù Figlio unico di Dio parla di suo Padre come di una persona nettamente distinta da lui (cfr. Gv 17,10). Tra lui e il Padre vi è distinzione netta e tuttavia unità perfetta: "Io e il Padre siamo una cosa sola" (Gv 10,30); "Chi ha visto me, ha visto il Padre" (Gv 14,9).

Verso la fine della sua vita Gesù annuncia una terza persona divina: "il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome..." (Gv 14,26). Uno Spirito perfettamente distinto dal Padre e dal Figlio.

La rivelazione, dunque, ci presenta delle persone distinte: Padre, Figlio e Spirito Santo, ognuna è persona distinta, e nello stesso tempo ci dice la loro unità in un solo Dio.

Dalla risurrezione del Figlio e dall’effusione dello Spirito è nata la Chiesa alla quale Gesù ha dato un ordine: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo..." (Mt 28,19). La vita della Chiesa è completamente penetrata da questo mistero trinitario (segno di croce, orazioni, sacramenti, ecc.). Essa non si preoccupa tanto di darci spiegazioni e ragioni, quanto piuttosto di intrecciare rapporti di familiarità con le persone divine, di farci vivere con esse e in esse, di metterci in comunione col Padre, col Figlio e con lo Spirito nella preghiera e nell’amore.

Le porte di questo mistero non si aprono col grimaldello dell’intelligenza o con la perspicacia delle formule, ma si spalancano solo all’amore. "Se uno mi ama... il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui... e lo Spirito santo che il Padre manderà in mio nome, v’insegnerà ogni cosa" (Gv 14, 23-26). "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te" (Mt 11,25-26).

Arrivato a questo punto, qualcuno potrebbe esclamare: "Finalmente ho capito il mistero di Dio-Trinità!". No, assolutamente. Ci siamo solo avvicinati al mistero.

Quando si tratta di Dio (ma anche delle persone umane!) possiamo solamente supporre il loro mistero, intravederlo, intuirlo senza poterlo veramente afferrare e esprimere con nozioni chiare e formule esatte. Prendiamo la vita, la nostra, quella di un animale o di una pianta: ebbene nessuno scienziato sa dirci che cosa sia esattamente. Eppure la vita è in noi, attorno a noi, vi siamo immersi. Nonostante questo, non esiste nessuna possibilità di definirla in termini perfetti. Abbiamo una certa intuizione di che cosa sia la vita, ma il suo mistero essenziale ci sfugge. Non conosciamo neppure noi stessi.

Eppure noi continuiamo a vivere, tentando di balbettare su quanto viviamo pur sapendo che la vita e le persone non si mettono in formule. A maggior ragione quando si tratta della vita di Dio. Abbiamo a disposizione solo parole inadeguate, "ingannatrici", e tentiamo di costruirci delle immagini con specchi deformanti. La strada più adeguata è ancora e sempre quella dell’amore. "Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio; chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore" (1 Gv 4,7-8).

Dio si rivela come qualcuno e non come un complesso di forze vaghe e stemperate nella natura. Ha un nome proprio. È una persona.

Persona ( in greco: pros-opon = sguardo verso; in latino: persona = risuonare attraverso, parola verso) indica un essere che dialoga e ha dei rapporti.

Se l’Assoluto, Dio, è persona ancora prima della creazione, non può essere un singolo, altrimenti non sarebbe "sguardo verso" qualcuno, "parola verso" qualcuno, "rapporto con qualcuno". Da sempre, quindi il nostro Dio "unico" è anche "pluralità".

Dio si è rivelato come Amore (1 Gv 4,8). E si può essere amore solo nei confronti di un’altra persona. Una persona che fosse sola a esistere non potrebbe amare, oppure amerebbe se stessa e questo sarebbe puro egoismo, il contrario esatto dell’amore, l’opposto di Dio, perché Dio è amore.

Dio è essenzialmente "pluralità di persone" ed, essendo personale, è fondamentalmente rapporto e dialogo.

Questo termine "dialogo" ci aiuta a comprendere cosa significa: "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio... E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,1-14).

Il termine greco usato da Giovanni è "logos". La sua traduzione latina "verbum" sfortunatamente è stata trascritta e non tradotta in italiano. Verbo significa Parola. Dio è Logos, Parola, perché è amore, rapporto; non parla eternamente da solo, ma è dialogo. Gesù è la Parola vivente del Padre, Parola eterna, da duemila anni Parola incarnata. P. Lino Pedron, de.it.press

 

 

 

Lunedì 31 maggio. Il commento al Vangelo. La visita di Maria ad Elisabetta

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 1,39-56) commentato da P. Lino Pedron 

 

39 In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. 40 Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo 42 ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43 A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? 44 Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. 45 E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore».

46 Allora Maria disse:

«L'anima mia magnifica il Signore

47 e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

48 perché ha guardato l'umiltà della sua serva.

D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

49 Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente

e Santo è il suo nome:

50 di generazione in generazione la sua misericordia

si stende su quelli che lo temono.

51 Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

52 ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

53 ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato a mani vuote i ricchi.

54 Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

55 come aveva promesso ai nostri padri,

ad Abramo e alla sua discendenza,

per sempre».

56 Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Dopo l’annunciazione dell’angelo, Maria si mette in cammino verso la montagna, con sollecitudine. Per Gesù è il primo viaggio missionario compiuto per mezzo della madre, che anticipa l’azione evangelizzatrice della comunità cristiana. Prende qui l’avvio il grande andare, che riempie tutto il vangelo di Luca e gli Atti degli apostoli. La parola di Dio va dal cielo alla terra, da Nazaret a Gerusalemme, da Gerusalemme in Giudea e fino ai confini della terra; va senza esitazioni, sempre in fretta.

Nel saluto di Maria, che porta Gesù nel grembo, Elisabetta e Giovanni incontrano il Salvatore. L’arrivo di Maria in casa di Elisabetta suscita grande sorpresa e Elisabetta esprime la propria meraviglia con le parole pronunciate da Davide al sopraggiungere dell’Arca dell’Alleanza: "Come potrà venire da me l’arca del Signore?" (2Sam 6,9).

Nella casa di Zaccaria si realizza ciò che avverrà a Gerusalemme dopo la risurrezione del Signore. "Negli ultimi giorni, dice il Signore, io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno" (At 2,17-21; Gl 3,1-5). La storia dell’infanzia della Chiesa sarà la ripetizione e la continuazione dell’infanzia di Gesù.

Elisabetta, "piena di Spirito Santo" (v. 41), conosce il segreto di Maria, e la proclama: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo" (v. 42). Dio ha benedetto Maria con la pienezza di tutte le benedizioni che sono in Cristo (cfr Ef 1,3).

Maria viene considerata come l’arca dell’Alleanza del Nuovo Testamento: nel suo grembo porta il Santo, la rivelazione di Dio, la fonte di ogni benedizione, la causa prima della gioia della salvezza, il centro del nuovo culto.

Il saluto di Maria provoca l’esultanza di Giovanni Battista. Il tempo della salvezza è il tempo della gioia.

Il cantico di lode di Elisabetta finisce con le parole che esaltano Maria: "Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore" (v. 45). Maria è diventata la madre di Gesù perché ha obbedito alla parola di Dio. E quando una donna del popolo, rivolgendosi a Gesù, la proclamerà beata: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!", Gesù preciserà e completerà l’espressione di lode, dicendo: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" (Lc 11,27-28).

Con un atto di fede comincia la storia della salvezza d’Israele; Abramo parte per un paese sconosciuto con la moglie sterile, solo, perché Dio lo chiama e gli promette una discendenza benedetta (Gen 12). Con un atto di fede comincia la storia della salvezza del mondo; Maria crede alla parola del Signore: vergine, diventa la madre di Dio.

La prima beatitudine del vangelo di Luca è l’esaltazione della fede di Maria. La fede è la virtù che ha accompagnato Maria nel suo cammino e l’ha radicata profondamente nel progetto di salvezza di Dio.

Questo cantico è molto vicino a quello che intonerà Gesù quando, esultando nello Spirito Santo, scoprirà che la benevolenza del Padre si rivela ai piccoli (Lc 10,21-22). Maria esalta l’opera di salvezza che Dio sta realizzando tra gli uomini.

Questo inno si sviluppa come un mosaico di citazioni e di allusioni bibliche, che trova un parallelo nel cantico di Anna (1Sam 2,1-10), considerato generalmente come la sua fonte principale sia dal punto di vista della situazione che della tematica e della formulazione. Qualche esegeta suggerisce di leggere questo cantico di Maria sullo sfondo della grande liberazione dell’Esodo e in particolare del celebre Cantico del mare (Es 15,1-18.21).

Maria canta la grandezza di Dio. Riconosce che Dio è Dio. La conseguenza della scoperta di Dio grande nell’amore è l’esultanza dello spirito. La scoperta dell’amore immenso di Dio per noi vince la paura. Chi conosce il vero Dio, gioisce della sua stessa gioia.

Il motivo del dono di Dio a Maria non è il suo merito, ma il suo demerito, la sua umiltà (da humus=terra, parola da cui deriva anche "uomo"). Maria è il nulla assoluto, che solo è in grado di ricevere il Tutto.

Dio è amore. L’amore è dono. Il dono è tale solo nella misura in cui non è meritato. Dio quindi è accolto in noi come amore e dono solo nella misura della coscienza del nostro demerito, della nostra lontananza, della nostra piccolezza e umiltà oggettive. Maria è il primo essere umano che riconosce il proprio nulla e la propria distanza infinita da Dio in modo pieno e assoluto. Il merito fondamentale di Maria è la coscienza del proprio demerito: ella riconosce la propria infinita nullità.

Per questo, giustamente, la Chiesa proclama Maria esentata dal peccato originale, che consiste nella menzogna antica che impedisce all’uomo questa umiltà fiduciosa, che dovrebbe essere tipica della creatura (cfr Sal 131).

L’umiltà di Maria non è quella virtù che porta ad abbassarsi. La sua non è virtù, ma la verità essenziale di ogni creatura, che lei riconosce e accetta: il proprio nulla, il proprio essere terra-terra. Tutte le generazioni gioiranno con lei della sua stessa gioia di Dio, perché in lei l’abisso di tutta l’umanità è stato colmato di luce e si è rivelato come capacità di concepire Dio, il Dono dei doni.

Dio è amore onnipotente. Lo ha mostrato donando totalmente se stesso. Il suo nome (la sua persona) è conosciuto e glorificato tra gli uomini perché Dio stesso santifica il suo nome rivelandosi e donandosi al povero.

Maria sintetizza in una sola parola tutti gli attributi di colui che ha già chiamato Signore, Dio, Salvatore, Potente, Santo: il nome di Dio è Misericordia. Dio è amore che non può non amare. E’ misericordia che non può non sentire tenerezza verso la miseria delle sue creature. San Clemente di Alessandria afferma che "per la sua misteriosa divinità Dio è Padre. Ma la tenerezza che ha per noi lo fa diventare Madre. Amando, il Padre diventa femminile" (Dal Quis dives salvetur, 37,2).

Maria descrive la storia biblica della salvezza in sette azioni di Dio. La descrizione con i verbi al passato significa quello che Dio ha già fatto nell’Antico Testamento, ma anche quello che ha compiuto nel Nuovo, perché il Cantico, composto dalla comunità cristiana, canta l’operato di Dio alla luce della risurrezione di Cristo già avvenuta.

A proposito di questa rivoluzione operata da Dio, che rovescia i potenti dai troni e manda a mani vuote i ricchi, notiamo che anche questa è un’opera grandiosa e commovente della misericordia di Dio: quando il potente cade nella polvere e il sazio prova l’indigenza, essi sono posti nella condizione per essere rialzati e saziati da Dio. Nell’esperienza del vuoto e nel crollo degli idoli, l’uomo si trova nella condizione migliore per cercare Dio.

In Maria è presente Dio fatto uomo. In lui si realizzano le promesse di Dio. E’ per la fede in Cristo che si è discendenza di Abramo (Lc 3,8). Il compimento della promessa fatta da Dio ad Abramo è definitivo: "In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra" (Gen 12,3). De.it.press

 

 

 

 

L'unità della Chiesa segno e strumento per l'umanità

 

Lo Spirito Santo crea “unità e comprensione” e “le persone, spesso ridotte a individui in competizione o in conflitto tra loro, raggiunte dallo Spirito di Cristo, si aprono all’esperienza della comunione, che può coinvolgerle a tal punto da fare di loro un nuovo organismo, un nuovo soggetto: la Chiesa. Lo ha detto Benedetto XVI celebrando, domenica mattina, la messa nella solennità di Pentecoste, nella basilica vaticana. “Questo – ha chiarito – è l’effetto dell’opera di Dio: l’unità; perciò l’unità è il segno di riconoscimento, ilbiglietto da visita’ della Chiesa nel corso della sua storia universale”.

 

Supera muri e barriere. “Fin dall’inizio, dal giorno di Pentecoste, essa (la Chiesa, ndr) parla tutte le lingue”. La Chiesa “non rimane mai prigioniera di confini politici, razziali e culturali; non si può confondere con gli Stati e neppure con le Federazioni di Stati, perché la sua unità è di genere diverso e aspira ad attraversare tutte le frontiere umane”. Ciò non significa che “l’unità creata dallo Spirito Santo sia una specie di egualitarismo. Al contrario, questo è piuttosto il modello di Babele, cioè l’imposizione di una cultura dell’unità che potremmo definire ‘tecnica’”. In realtà, “l’unità dello Spirito si manifesta nella pluralità della comprensione. La Chiesa è per sua natura una e molteplice, destinata com’è a vivere presso tutte le nazioni, tutti i popoli, e nei più diversi contesti sociali. Essa risponde alla sua vocazione, di essere segno e strumento di unità di tutto il genere umano, solo se rimane autonoma da ogni Stato e da ogni cultura particolare. Sempre e in ogni luogo la Chiesa dev’essere veramente, cattolica e universale, la casa di tutti in cui ciascuno si può ritrovare”. Non solo: “Lo Spirito Santo coinvolge uomini e popoli e, attraverso di essi, supera muri e barriere”. A Pentecoste, ha ricordato il Pontefice, “lo Spirito Santo si manifesta come fuoco”, che “arde, ma non distrugge; che, anzi, divampando fa emergere la parte migliore e più vera dell’uomo, come in una fusione fa emergere la sua forma interiore, la sua vocazione alla verità e all’amore”.

 

Vento e fuoco. Cinquanta giorni dopo Pasqua, lo Spirito Santo – “come vento e come fuoco” – scese sugli Apostoli radunati nel Cenacolo e “li rese capaci di predicare con coraggio il Vangelo a tutte le genti”. Lo ha sottolineato Benedetto XVI, prima di recitare il “Regina Cæli” da piazza San Pietro. Il mistero della Pentecoste, “vero ‘battesimo’ della Chiesa, non si esaurisce però in esso. La Chiesa infatti vive costantemente della effusione dello Spirito Santo, senza il quale essa esaurirebbe le proprie forze, come una barca a vela a cui venisse a mancare il vento”. La Pentecoste, ha detto il Papa, “si rinnova in modo particolare in alcuni momenti forti, a livello sia locale sia universale, sia in piccole assemblee che in grandi convocazioni”. I Concili, ad esempio, “hanno avuto sessioni gratificate da speciali effusioni dello Spirito Santo, e tra questi vi è certamente il Concilio Ecumenico Vaticano II”. “Possiamo ricordare anche – ha aggiunto – il celebre incontro dei movimenti ecclesiali con il venerabile Giovanni Paolo II, qui in piazza San Pietro, proprio nella Pentecoste del 1998”. D’altro canto, “la Chiesa conosce innumerevoli ‘pentecoste’ che vivificano le comunità locali”.

 

Con Maria. Il Santo Padre ha ricordato che “non c’è Chiesa senza Pentecoste” e “non c’è Pentecoste senza la Vergine Maria”, così è stato all’inizio, nel Cenacolo, e così è sempre, in ogni luogo e in ogni tempo. “Ne sono stato testimone anche pochi giorni fa, a Fatima – ha affermato Benedetto XVI –. Che cosa ha vissuto, infatti, quell’immensa moltitudine, nella spianata del Santuario, dove tutti eravamo un cuore solo e un’anima sola, se non una rinnovata Pentecoste? In mezzo a noi c’era Maria, la Madre di Gesù”. È questa, secondo il Papa, “l’esperienza tipica dei grandi Santuari mariani – Lourdes, Guadalupe, Pompei, Loreto – o anche di quelli più piccoli: dovunque i cristiani si radunano in preghiera con Maria, il Signore dona il suo Spirito”. Di qui l’invito a invocare con la Madre di Cristo “una rinnovata effusione del divino Paraclito” per tutta la Chiesa, in particolare, “in quest’Anno Sacerdotale, per tutti i ministri del Vangelo, affinché il messaggio della salvezza sia annunciato a tutte le genti”.

 

Per la Cina. Dopo la recita del “Regina Cæli”, il Papa ha ricordato la beatificazione, sabato 22 maggio a Benevento, di Teresa Manganiello, e la memoria liturgica della Beata Vergine Maria, aiuto dei cristiani, che si celebra il 24 maggio, e che “ci offre la possibilità di celebrare la Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina. Mentre i fedeli che sono in Cina pregano affinché l'unità tra di loro e con la Chiesa universale si approfondisca sempre di più, i cattolici nel mondo intero – specialmente quelli che sono di origine cinese – si uniscono a loro nell’orazione e nella carità, che lo Spirito Santo infonde nei nostri cuori particolarmente nella solennità odierna”. Nei saluti in italiano ha ricordato i membri del Movimento per la vita. “Cari amici – ha concluso –, con voi ricordo le parole della beata Teresa di Calcutta: ‘Quel piccolo bambino, nato e non ancora nato, è stato creato per una grande cosa: amare ed essere amato’”.

 

 

 

 

Assemblea CEI. Servire con simpatia. La prolusione del card. Bagnasco

 

“La Chiesa non porta avanti se stessa, ma serve l’uomo con la simpatia di Dio”. Così il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha sintetizzato la “missione della Chiesa”, aprendo il 24 maggio la 61ª assemblea generale della Cei, in corso in Vaticano fino al 28 maggio. La “felicità piena” della Chiesa, che viene da Cristo, “non viene meno anche a fronte dei nostri tradimenti”, ha esordito il cardinale, secondo il quale la missione della Chiesa consiste nel “dire all’uomo contemporaneo, talora frastornato e triste, che nessuno è orfano, che non si tratta di una scintilla che nel buio si accende per subito spegnersi; che nessuno è capitato per caso in un cosmo senza destino. Vogliamo dire, senza presunzione o arroganza ma con la convinzione e la simpatia dei messaggeri, che tutti siamo pellegrini verso la Patria vera – la vita eterna ? dove vedremo il Dio dell'Amore amato faccia a faccia, nella beatificante comunione di tutti i viventi”. (Il testo integrale della prolusione è disponibile su Agensir.it – sezione “Documenti”; per scaricarlo: clicca qui).

 

Il dramma della pedofilia. La Chiesa italiana – ha assicurato il cardinale – ha affrontato e affronta la questione della pedofilia attraverso l’“inderogabile compito di fare giustizia nella verità, consapevoli che anche un solo caso in questo ambito è sempre troppo, specie se il responsabile è un sacerdote”. “In nessuna stagione”, le parole del cardinale, “la Chiesa ha inteso sottovalutare” il “dramma della pedofilia”, e l’episcopato italiano ha “prontamente recepito” le “direttive chiare e incalzanti che da tempo sono impartite dalla Santa Sede”, improntate alla “determinazione a fare verità fino ai necessari provvedimenti, una volta accertati i fatti”. In concreto, la Chiesa italiana ha intensificato “lo sforzo educativo nei riguardi dei candidati al sacerdozio e il rigore del discernimento servendosi anche delle migliori acquisizioni delle scienze umane, la vigilanza per prevenire situazioni non compatibili con la scelta di Dio e la dedizione al prossimo, una formazione permanente del clero adeguata alle sfide”. Quanto ai casi accertati, l’intento è quello di “dare sempre seguito alle disposizioni della legge civile” arrivando fino alla “rapida dimissione dallo stato clericale”, per i casi più gravi. “L’opinione pubblica come le famiglie – è il messaggio centrale del card. Bagnasco – devono sapere che noi, Chiesa, faremo di tutto per meritare sempre, e sempre di più, la fiducia che generalmente ci viene accordata anche da genitori non credenti o non frequentanti. Non risparmieremo attenzione, verifiche, provvedimenti; non sorvoleremo su segnali o dubbi; non rinunceremo a interpretare, con ogni premura e ogni scrupolo necessari, la nostra funzione educativa”.

 

Vivere, non vivacchiare. Oggi serve “una generazione di adulti che non fuggano dalle proprie responsabilità perché disposti a mettersi in gioco, a onorare le scelte qualificanti e definitive, a cogliere la differenza abissale tra il vivere e il vivacchiare”. Soffermandosi sul tema principale dell’assemblea dei vescovi – gli Orientamenti pastorali 2011-2020, incentrati sulla dimensione educativa – il cardinale ha affermato che il compito degli adulti consiste nel “superare incertezze e reticenze, per recuperare una nozione adeguata di educazione che si avvicini alla paideia, cioè ad un processo formativo articolato ma mai evasivo rispetto alla verità dell’essere, ad una capacità di distinguere ciò che è bene da ciò che è male, ad una concreta disciplina dei sentimenti e delle emozioni”. Come dimostrano anche alcuni gravi episodi di cronaca, quella attuale è “una situazione in cui il vuoto di valori sfocia immediatamente, senza più stadi intermedi, nel disagio se non nella disintegrazione sociale”. In questo contesto, “l’impegno ad educare è decisivo sotto il profilo non solo ecclesiale, ma anche storico, sociale e politico”.

 

L’unità d’Italia è una conquista. “L’unità del Paese resta una conquista e un ancoraggio irrinunciabili: ogni auspicabile riforma condivisa, a partire da quella federalista, per essere un approdo giovevole, dovrà storicizzare il vincolo unitario e coerentemente farlo evolvere per il meglio di tutti”. È la posizione dei vescovi italiani sull’imminente 150° anniversario dell’unità d’Italia. Tale anniversario, ha spiegato il card. Bagnasco, “è significativo non perché l’Italia sia un’invenzione di quel momento, ossia del 1861, ma perché in quel momento, per una serie di combinazioni, veniva a compiersi anche politicamente una nazione che da un punto di vista geografico, linguistico, religioso, culturale e artistico era già da secoli in cammino”. “A nessuno è certamente ignoto – ha puntualizzato il presidente della Cei – che cosa comportò il realizzarsi del disegno di uno Stato finalmente unitario per la Chiesa cattolica”. Riferendosi alle “annose traversie” della “questione romana”, il card. Bagnasco ha osservato che “a nessun altro popolo è stato domandato, in termini storici, ciò che è stato richiesto al popolo italiano. Ma anche nessun altro popolo ha ricevuto, in termini spirituali e culturali, quello che ha ricevuto e riceve l’Italia”. Lo stesso presidente Napolitano non ha esitato a riconoscere “il grande contributo che la Chiesa e i cattolici hanno dato, spesso pagandone alti prezzi, alla storia d’Italia e alla crescita civile del Paese”. “Superare le contrapposizioni che residualmente affiorano – ha spiegato il cardinale – significa accettare che l’unità è stata soprattutto il coronamento di un processo ardito e coerente, l’approdo ad un risultato assolutamente prezioso, che impone tuttavia a ciascuna componente un’autocritica onesta e proporzionata alla quota di fardello caricato sul passo comune”. È “l’interiore unità” e la “consistenza spirituale del Paese” ciò che preme ai vescovi, che si dicono “certi” che “i credenti in Cristo continueranno a sentirsi, oggi come ieri, oggi come nel 1945 all’uscita dalla guerra, oggi come nel 1980, nella fase più acuta del terrorismo, tra i soci fondatori di questo Paese”. Di qui l’auspicio che i 150 anni dall’unità d’Italia “si trasformino in una felice occasione per un nuovo innamoramento dell’essere italiani, in una Europa saggiamente unita e in un mondo equilibratamente globale”. “Niente, nel bagaglio che ci distingue, può essere così incombente da annullare il nostro vincolo nazionale”, ha ammonito il presidente della Cei, secondo il quale occorre, nello stesso tempo, “essere lucidi” quanto allo “strumento” moderno dello Stato che, “per i compiti oggi esigiti, va non solo preservato ma affinato e reso sempre più efficiente”. Per questo “servono visioni grandi”, a partire dalla capacità di “alimentare la cultura dello stare insieme”, vincendo “paure o resistenze”.

 

“Rettificare” la sentenza sul Crocifisso. Una sentenza “discussa”, accolta “con lo stupore dell’incredulità”, in quanto frutto “di un malinteso senso della laicità”. Così il card. Bagnasco ha definito la sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo sull’esposizione del Crocifisso nelle scuole italiane. Tale dispositivo, secondo i vescovi, “è segnale del tentativo di affermarsi di un’interpretazione della laicità stessa preclusiva del fatto religioso, che verrebbe relegato nel privato, avendo negata ogni visibilità sociale, quale presunto fattore di divisione”. “Tutto il contrario di ciò che positivamente il Crocifisso è”, il commento del card. Bagnasco. Di qui l’auspicio di “una lungimirante rettifica” in sede di ricorso nel prossimo mese di giugno, “in forza anche delle ragioni che in modo autorevole e competente sono state espresse in diverse sedi, essendosi trattato di un pronunciamento che non solo contraddice la giurisprudenza consolidata della stessa Corte, ma trascura del tutto – fino a negarle – le radici iscritte nelle Costituzioni, nelle leggi fondamentali sulla libertà religiosa e nei Concordati della stragrande maggioranza dei Paesi membri”. La presenza del Crocifisso nei luoghi pubblici, ha puntualizzato inoltre il card. Bagnasco, “risale, per l’Italia, alla stagione risorgimentale e non certo come fatto confessionale ma come elemento fondato sulla tradizione religiosa e sui sentimenti del popolo italiano”.

 

No al “suicidio demografico”. “L’Italia sta andando verso un lento suicidio demografico: oltre il cinquanta per cento delle famiglie oggi è senza figli, e tra quelle che ne hanno quasi la metà ne contemplano uno solo, il resto due, e solamente il 5,1 delle famiglie ha tre o più di tre figli”. Questo il grido d’allarme del card. Bagnasco, che ha indicato “due realtà fondanti e strutturalmente strategiche”: la famiglia e il lavoro. Per la Cei, il matrimonio tra un uomo e una donna – su cui è fondata la famiglia – è un “bene inalterabile” che “va difeso e continuamente preservato quale crogiuolo di energia morale, determinante nel dare prospettive di vita al nostro presente”. Gli “scenari preoccupanti” attuali e le previsioni non incoraggianti “sotto il profilo sociale e culturale” manifestano, dunque, l’urgenza di “una politica che sia orientata ai figli, che voglia da subito farsi carico di un equilibrato ricambio generazionale”. Di qui l’appello della Cei ai responsabili della cosa pubblica “affinché pongano in essere iniziative urgenti e incisive”: “Proprio perché perdura una condizione di pesante difficoltà economica, bisogna tentare di uscirne attraverso parametri sociali nuovi e coerenti con le analisi fatte”, a partire dal quoziente familiare”. La Chiesa, da parte sua, si impegna a livello pastorale “per radicare ancor più la coscienza dei figli come doni che moltiplicano il credito verso la vita e il suo domani”.

 

“Riforme” sul lavoro. “Il protrarsi della crisi economica mondiale si sta rivelando sorprendentemente tenace”, e “i provvedimenti ultimamente adottati in sede comunitaria hanno, da un lato, arrestato lo scivolamento verso il peggio, dall’altro, però stanno imponendo nuove ristrettezze a tutti i cittadini”. Dinanzi a questo scenario, la Cei – tramite il card. Bagnasco – lancia un appello ai “responsabili di ogni parte politica” a “voler fare un passo in avanti, puntando ad un responsabile coinvolgimento di tutti”. Il lavoro “spesso oggi latita”, la denuncia del cardinale, “creando situazioni di disagio pesante nell’ambito delle famiglie giovani e meno giovani, in ogni Regione d’Italia, e con indici decisamente allarmanti nel Meridione”. Per questo i vescovi chiedono “un supplemento di sforzo e di cura all’intera classe dirigente del Paese: politici, imprenditori, banchieri e sindacalisti”. La Chiesa, da parte sua, “fa tutto ciò che può inventando anche canali nuovi di aiuto, ma è ovviamente troppo poco rispetto ai bisogni”. “L’uscita dalla crisi non significherà nuova occupazione”, per questo occorre “procedere, senza ulteriori indugi, a riforme che producano crescita”, per “potenziare le piccole e medie industrie, metterle in rete, qualificare il settore della ricerca e quello turistico, potenziare l’agricoltura e l’artigianato, facilitare il mondo cooperativistico”. sir

 

 

 

 

Assemblea CEI - Insieme per il Paese. La prolusione del card. Bagnasco

 

C’è l’idea e l’appello ad una “Italia contenta di sé”, nel vivo della prolusione con cui il cardinale Angelo Bagnasco ha aperto l’assemblea della Cei. C’è l’invito, ma al tempo stesso l’esigenza, a “decidere di volersi reciprocamente più bene”. È uno dei tratti del suo modo di comunicare con il Paese e con la gente, quando la chiarezza delle idee si accompagna alla grande attenzione alle persone concrete, alla vita. Al cuore della preoccupazione pastorale dei vescovi c’è la vita e la testimonianza di fede, e ci sono la famiglia e il lavoro. È il tempo della concretezza: “Urge una politica che sia orientata ai figli, che voglia da subito farsi carico di un equilibrato ricambio generazionale”. Sennò andiamo incontro – e forse è già tardi – ad “un lento suicidio demografico”. Lo stesso si può dire del lavoro, “per il quale chiediamo un supplemento di sforzo e di cura all’intera classe dirigente del Paese”.

Quel che è certo è che nell’arco dei cambiamenti e dell’incertezza, nella prospettiva di “un nuovo innamoramento dell’essere italiani, in una Europa saggiamente unita e in un mondo equilibratamente globale”, la Chiesa e i cattolici ci sono, sono pronti a giocare la loro parte.

Questo vale nella prospettiva lunga della riflessione e dell’impegno per i 150 anni dall’Unità, vale nella vitalità che il mondo cattolico ha testimoniato a Benedetto XVI nei giorni scorsi a piazza San Pietro, nel vivo delle polemiche mediatiche sugli episodi di pedofilia. La condanna è chiara e decisa come, nello stesso tempo, è altrettanto fermo il rifiuto di ogni possibile strumentalizzazione: “Le azioni di Benedetto XVI sono eloquenti almeno quanto le sue parole”. Ecco, allora, lo stringersi festoso intorno al Papa, ecco la folla variopinta delle aggregazioni laicali, che nello stesso tempo sono impegnate attivamente in un “compito di tessitura”. Questo comincia e si concentra proprio sull’educare. È il tema dell’assemblea della Cei, è il tema degli Orientamenti pastorali che saranno approvati per il prossimo decennio, è uno dei grandi temi del magistero di Benedetto XVI.

Possiamo tutti cogliere, nella nostra esperienza quotidiana, come pure dalle cronache di tutti i giorni, come siamo di fronte all’emergere di “vistosi deficit nella filiera educativa”. Quando si parla di relativismo e di secolarismo, ecco che ne vediamo gli effetti molto concreti, effetti di decomposizione. Allora bisogna investire. La Chiesa e i cattolici ci sono. La proposta è una grande intesa, alleanza, unione, la prospettiva di una stagione d’investimento e di esempio. Sull’obiettivo è difficile non concordare: “Una nuova generazione di adulti che non fuggano dalle proprie responsabilità”. Perché c’è una differenza abissale, ripete il cardinale facendo eco al Papa, “tra il vivere e il vivacchiare”. E questo vale per tutte le singole persone, ma anche per le comunità, e a più forte ragione per i popoli e le nazioni.

Francesco Bonini

 

 

 

 

Lo sguardo a Oriente. Turchia: la Chiesa cattolica in un Paese ponte tra due mondi

 

Dopo il periodo invernale tornano i pellegrini a Tarso, nella chiesa-museo di san Paolo. Sebbene la decisione delle istituzioni turche di destinarla a luogo permanente di culto sia stata data, al momento, solo verbalmente, la situazione registra un netto miglioramento grazie anche all'aiuto del nuovo ambasciatore turco presso la Santa Sede, Kenan Gürsoy, come spiega a SIR Europa, il presidente dei vescovi turchi (Cet), mons. Luigi Padovese. "Le autorità di Ankara hanno rimosso l'obbligo di prenotazione per le messe nella chiesa-museo. Ora si può celebrare senza alcun preavviso, quando prima era richiesta una prenotazione previa di almeno 3 giorni, portati poi addirittura a 10 con inevitabili problemi organizzativi. Il consiglio ai pellegrini, tuttavia, resta sempre quello di avvisare dell'arrivo per permettere alle suore di allestire al meglio la chiesa". Mons. Padovese parte dal cuore della cristianità turca, Tarso ed Antiochia, per raccontare le attese e le speranze che la sua Chiesa affida al prossimo Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente, cui parteciperanno anche i presuli della Cet. 

 

Eccellenza, con l'Anno Paolino, Tarso e Antiochia sono ormai entrate a pieno titolo tra le mete più amate dai pellegrini di tutto il mondo. Eppure non si riesce ancora ad avere la concessione della chiesa di san Paolo…

"Sulla concessione, finora, verbale della chiesa, siamo ancora a livello di trattativa; la situazione non è pienamente risolta. Ciò che di fatto ci interessa non è tanto la proprietà della chiesa o che questa venga data in gestione alla Chiesa cattolica o alla comunità ortodossa. Ci interessa soprattutto la possibilità di celebrare liberamente e cosicché tutti i pellegrini possano andare a Tarso sapendo che possono pregare senza essere disturbati e senza limitazione. Abbiamo gruppi che arrivano quasi quotidianamente e prevedo un sensibile aumento nei prossimi mesi. Tarso, con Antiochia e la Cappadocia, è nei grandi percorsi di pellegrinaggio e questo è un bene anche per la Chiesa turca".

 

Anche alla luce dell'Anno Paolino, con che spirito la Chiesa di Turchia parteciperà al Sinodo per il  Medio Oriente di ottobre?

"Ho collaborato alla stesura dei Lineamenta e dell'Instrumentum laboris che verrà consegnato ai vescovi d'Oriente da Benedetto XVI a Cipro il 6 giugno. Al Sinodo ci sarà una Chiesa turca rinvigorita e più consapevole della propria fede. Tra i frutti dell'Anno Paolino e dei tanti pellegrinaggi che qui continuano ad arrivare, c'è anche la maggiore consapevolezza dei cristiani locali della preziosità di questi luoghi per la tradizione cristiana. La presenza dei pellegrini ridesta la certezza di vivere in una Terra Santa. Altro effetto positivo riguarda i musulmani. Essi vedono che giungono cristiani che, lungi dal voler sfruttare turisticamente il posto, si mettono in atteggiamento di preghiera e ciò aiuta a superare diffidenze reciproche che si sono accumulate nel passato. Credo che la testimonianza più bella che si possa dare alla Turchia sia quella di vedere uomini e donne che pregano".

 

In che modo il tema del Sinodo "La Chiesa cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza" interpella la Chiesa cattolica turca?

"Siamo interpellati sia dal punto di vista del dialogo ecumenico sia da quello con l'Islam. Vivendo in un Paese a maggioranza musulmana c'è la necessità da parte dei cristiani di non essere frammentati in tanti ruscelli ma di costituire un fiume, mettendo in evidenza le cose che ci uniscono e dando l'idea alla società islamica che i cristiani non sono divisi ma distinti. E questa è una ricchezza. Va sfatata poi l'impressione che la Chiesa, soprattutto quella latina, stia facendo proselitismo. Siamo una presenza rispettosa delle altre identità confessionali e religiose e vogliamo essere riconosciuti come tali con tutti i diritti. Noi siamo cittadini dei Paesi nei quali viviamo. La nostra forza si appoggia non tanto sulla nostra fede quanto piuttosto sul diritto che ogni Costituzione riconosce ai propri cittadini. Nei Paesi a maggioranza musulmana, dove le Chiese del Medio Oriente vivono, il Cristianesimo è visto come una religione lecita, è permesso essere cristiani però talvolta, in più aspetti, si vive in una situazione di inferiorità rispetto agli altri. Il diritto di rivendicare la piena cittadinanza, specie in Paesi musulmani diventa quanto mai importante".

 

Tra meno di dieci giorni Benedetto XVI si recherà a Cipro, ponte tra l'Europa e la Terra Santa, dove consegnerà l'Instrumentum laboris del Sinodo. A suo parere, cosa potrà dare questo Sinodo alle Chiese europee?

"Avvicinarle alle sorelle orientali. Cipro come la Turchia è una realtà di ponte tra due mondi e due culture e anche tra due religioni. È significativo che la Chiesa cattolica cipriota sia stata da poco riconosciuta come membro effettivo del Ccee, il Consiglio delle Conferenze episcopali europee. La Chiesa turca e cipriota, presenti al Sinodo, essendo realtà di mediazione, potranno favorire uno sguardo più attento e approfondito rivolto alle Chiese d'Oriente". Sir eu

 

 

 

 

Assemblea CEI - Una grande maturità. La gente e l'orrore degli abusi

 

“Per quanto ci risulta, sono un centinaio i casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti rilevati da procedimenti canonici in Italia negli ultimi dieci anni”. A fornire il dato è stato mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, rispondendo alle domande dei giornalisti, durante la prima conferenza stampa della 61ª assemblea generale dei vescovi, il 25 maggio. Tracciando un “quadro complessivo” di una questione, come quella della pedofilia, di “grande delicatezza” – sulla quale si sono confrontati i vescovi, nel dibattito che ha fatto seguito alla prolusione del card. Bagnasco – mons. Crociata ha detto che l’atteggiamento dei presuli è “innanzitutto di comprensione e vicinanza nei confronti delle vittime, e di grande sofferenza e rammarico per coloro che nella Chiesa si sono resi responsabili di atti così gravi”. Tutto ciò, “ricordandoci che anche un solo caso è sempre di troppo, come ha sottolineato il cardinale presidente nella prolusione”. Ad una domanda su un’eventuale Commissione speciale istituita dalla Cei in materia, il segretario generale ha risposto: “Non c’è bisogno di alcuna Commissione speciale, perché le indicazioni proposte dalla Lettera del Papa ai cattolici d’Irlanda e le linee guida della Congregazione per la dottrina della fede contengono tutti gli elementi necessari per continuare ad affrontare e risolvere i casi che si presentano”. I vescovi hanno eletto mons. Cesare Nosiglia, vescovo di Vicenza, vicepresidente per il settore Nord.

 

Senza distorsioni. “Dal punto di vista canonico – ha ricordato mons. Crociata – il punto di riferimento è sempre la Congregazione per la dottrina della fede, dal punto di vita civile le autorità competenti hanno, da parte delle diocesi e dei responsabili della vita della Chiesa, tutta la collaborazione possibile per cercare di raggiungere la conoscenza della verità dei fatti, dove si presentano denunce in tal senso”. “La normativa italiana non prevede l’obbligo di denuncia – ha puntualizzato il segretario della Cei – ma ciò non esclude la cooperazione, la collaborazione, che consiste nel render possibile in tutti i modi l’accertamento dei fatti, e nell’incoraggiare, laddove è possibile, la denuncia di chi ha subito fatti di questo genere. Che a un vescovo venga richiesto di testimoniare, è un fatto del tutto ordinario”. Quanto all’atteggiamento generale dei vescovi, mons. Crociata ha spiegato: “La Chiesa riconosce l’assoluta drammaticità e gravità del fenomeno e ribadisce il proprio impegno ad affrontare i casi che si presentino. Al contempo esprime l’impegno costante in campo educativo e formativo, che costituisce il centro della sua missione, impegno che assorbe, possiamo dire, la totalità della sua vita e del ‘personale’ religioso, ecclesiastico e laico che partecipa a questo impegno”: “Senza sottovalutare l’assoluta gravità del fenomeno – ha proseguito – sarebbe una distorsione profonda dell’ottica con cui guardare alla vita della Chiesa nel suo insieme, prenderla in considerazione solo da questa prospettiva”. La Chiesa, in realtà, “è ferita da questi fatti in se stessa e insieme alle vittime”, perché “la totalità dei credenti, e tra essi degli educatori, svolge ordinariamente in maniera valida, positiva, spesso esemplare e qualche volta in modo eroico il proprio servizio”. Per questo “è importante porre nella giusta luce questo fenomeno”.

 

Farsi carico di tutti. “Come vescovi dobbiamo affermare che si constata la maturità della larghissima maggioranza dei fedeli di fronte a quanto avvenuto. Non abbiamo notizie di abbandoni o di cali di iscrizioni. I fedeli vogliono che il problema sia affrontato con decisione per risolverlo e superarlo”, ha proseguito mons. Crociata: “La realtà delle cose che ci appare è che il popolo dei credenti prova orrore per queste cose, vuole chiarezza perché i fatti siano affrontati e risolti, perché la vita della Chiesa possa crescere in qualità. Questa che può essere vista come una grave e drammatica situazione, in realtà può consentire unsalto di qualità’ che è quanto il popolo di Dio vuole”. È volontà dei vescovi, inoltre, “accompagnare chi vive questi problemi, tanto le vittime quanto i sacerdoti che ne fossero responsabili con gli strumenti necessari e adeguati. Una volontà, quindi, di farsi carico di tutti”.

 

I “beni in gioco”. “Non possiamo che rispettare quello che il popolo italiano, attraverso il governo e il Parlamento, esprime”. È il commento di mons. Crociata alla cosiddetta legge sulle intercettazioni. “Nella visione di concorrere, per quanto compete alla nostra missione pastorale, al bene del Paese – ha proseguito mons. Crociata – auspichiamo che i beni in gioco nel problema affrontato – i singoli individui, l’ordinamento della giustizia, le esigenze di solidarietà e giustizia nella vita sociale, l’informazione – siano il più possibile insieme ed equilibratamente salvaguardati tutti”.

 

Il “ruolo determinante” dei cattolici. 1945 e 1980: “Due momenti particolarmente significativi ed esemplari dell’impegno, della presenza, del ruolo determinante dei cattolici per la vita e la ripresa, in casi e condizioni differenti, del Paese, in un orizzonte di normalità e di serena convivenza e impegno per lo sviluppo di tutto il Paese”. Lo ha detto mons. Crociata, citando le due date menzionate dal card. Bagnasco nella prolusione (leggi la prolusione del cardinale). Quello dei cattolici, ha commentato, “è un impegno che si è profuso sempre, fin dall’inizio e si è espresso in maniera straordinaria in alcune circostanze. Ed è lo stesso impegno con cui oggi i cattolici si pongono in perfetta continuità, sollecitati anche dalla ricorrenza del 150° dell’unità d’Italia, che può essere un modo per risvegliare la coscienza di essere italiani e il ruolo di essere responsabili gli uni per gli altri a crescere insieme”.  Sir 25

 

 

 

 

La tragedia della pedofilia nelle parole del presidente della Cei

 

“Veniamo da una stagione particolarmente carica di sofferenza” così il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha ricordato ai vescovi italiani gli ultimi mesi, fortemente segnati dal dramma della pedofilia. Tuttavia, non è lecito cedere al pessimismo: i peccati di alcuni né sminuiscono, né mettono in crisi la missione evangelizzatrice e santificante della Chiesa. Se essa portasse avanti sé stessa, in certi frangenti, potrebbe vacillare; ma, dal momento che si sforza di aprirsi alla presenza dello Spirito diviene segno della consolante vicinanza di Dio al mondo. Sperimenta la presenza del Signore Gesù, che è il testimone fedele del Padre e l’amico dell’uomo. La forza della Chiesa è di ordine soprannaturale e proviene da Colui che ha dato sé stesso per santificarla. In questo modo, essa guarda al suo interno, valutando le luci e le ombre.

Che la pedofilia sia stata un’ombra è un fatto innegabile, ma che essa non sia stata adeguatamente considerata è altrettanto vero. Questo, nonostante il tanto spazio nei giornali e nei mezzi di comunicazione. Il presidente della Cei ha voluto quasi porre i confini corretti, entro i quali valutare la questione. Intanto, ha notato come in tutta la vicenda sia sempre più emersa la grandezza di Benedetto XVI, che con il suo stile diretto, ha affrontato il dramma in prima persona. Lo aveva fatto da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede con opportuni provvedimenti, lo sta facendo da Papa. “Pietro si è messo avanti a noi e si è caricato, per primo lui, la croce. Il Papa ci precede e con mano ferma e paterna non cessa di indicare alla Chiesa il proprio centro ? Cristo ?, a richiamarla con la parola e l’esempio, verso quella santità di vita, che è vocazione di ogni battezzato e, innanzitutto, di ogni ministro di Dio”. Con coraggio ha invitato a fare penitenza per i peccati commessi, ha detto di prendere coscienza del male fatto e della necessità di ripararvi. Ma, nello stesso tempo, ha incoraggiato i colpevoli ad avere fiducia nella grazia divina.

Per il card. Bagnasco l’attenzione della Chiesa è, in primo luogo, per le vittime: a loro vanno tutto il dolore, il profondo rammarico e la cordiale vicinanza per aver subìto ciò che è peccato grave e crimine odioso. L’attenzione, poi, deve essere posta a considerare adeguatamente la persona, che ha abusato di minori: è troppo semplice colpevolizzare e basta. Occorre la giustizia, ma anche l’aiuto della terapia e della grazia. “Tutte e tre - ha detto il cardinale - sono necessarie, e senza confusioni o mistificazioni tra loro”. La pena inflitta per il delitto non guarisce automaticamente né conferisce il perdono, come – all’inverso – il perdono del peccato non guarisce automaticamente la malattia né sostituisce la giustizia, e, così, la cura non sostituisce la pena, tanto meno può rimettere il peccato. La Chiesa è giunta oggi a questa consapevolezza.

Nello stesso tempo, occorre un generale impegno per la tutela dei minori, a 360 gradi. Sembra che negli ultimi mesi ci sia dimenticati delle continue violenze, subìte da questi in ogni parte del mondo. Si pensi alla spersonalizzazione, cui è soggetta l’infanzia nella rete del web, sia nella pubblicistica corrente, sia in taluni programmi televisivi. Continua, poi, il turismo sessuale da parte di occidentali in Paesi dell’Estremo Oriente. Ancora, vivono bene le multinazionali della pornografia, che ha come oggetto i bambini. In un passato, non troppo lontano, taluni nel nord Europa avrebbero, addirittura, voluto dare dignità politica alla pratica della pedofilia. E, più in generale, oggi si assiste ad un’esasperazione della dimensione della sessualità, ostentata in maniera quasi ossessiva, con il risultato di produrre effetti indesiderati sugli atteggiamenti delle persone, in particolare su quelle psicologicamente più fragili ed esposte. Come si vede, purtroppo, il dramma della pedofilia ha contorni ben più ampi, che quelli di seppure gravi fatti isolati. Questi dati così diffusi non possono lasciare indifferenti coloro che hanno una diretta responsabilità civile e sociale. La Chiesa continua a fare la sua parte. C’è una bussola che la guida, ha ricordato il card. Bagnasco: il mistero incomprimibile insito in ogni persona, sacrario inviolabile e vocazione alla trascendenza. Consapevole della fiducia della gente, vigilerà con molta attenzione sulla funzione educativa, che esercita. Continuerà a formare con impegno i suoi preti, indicando loro la grandezza e la bellezza del ministero, cui sono chiamati. La storia ha voluto che il dramma della pedofilia affiorasse, mentre la Chiesa sta celebrando l’Anno sacerdotale. All’inizio si è avvertito uno smarrimento; con il tempo, però, le cose sono cambiate e la consapevolezza di questi delitti ha aumentato ovunque l’impegno per una maggiore coerenza ed una santità più convinta. Ferita, la Chiesa ha saputo rialzarsi e riprendere il cammino con Pietro e i vescovi sempre più uniti.  Marco Doldi

 

 

 

 

Crocifisso nelle scuole. La corte europea accoglie le richieste di Acli, cattolici francesi e tedeschi

 

ROMA  - La Corte europea di Strasburgo per i diritti dell'uomo ha accolto la richiesta delle Acli e dei cattolici francesi e tedeschi di potersi costituire come parte terza nel procedimento di ricorso contro la sentenza che vieta l'esposizione del crocifisso nelle scuole pubbliche.

Lo scorso 9 maggio, infatti, in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione Schuman, atto fondativo dell'Unione Europea, le Associazioni cristiane dei lavoratori italialiani, insieme alla ZdK (il Comitato centrale dei cattolici tedeschi) e alle Settimane Sociali di Francia, quali rappresentanti della Rete "Iniziativa di cristiani per l'Europa", avevano avanzato alla Corte una richiesta formale di ammissione come "parte terza" nel procedimento "Lautsi v. Italy" inerente l'esposizione della croce nelle scuole pubbliche.

Con l'approvazione della richiesta, le associazioni avranno tempo fino al 1° giugno per consegnare la memoria articolata che verrà esposta nel procedimento di ricorso contro la sentenza attivato dal Governo italiano.

"Si tratta di un riconoscimento estremamente importante", afferma con soddisfazione il presidente nazionale delle Acli, Andrea Olivero. "La decisione della Corte di accogliere la nostra richiesta conferma la legittimità della nostra iniziativa e delle nostre argomentazioni. La Corte", aggiunge Olivero, "ha ritenuto giusto ascoltare in sede di ricorso contro la sua stessa sentenza le ragioni di tre grandi organizzazioni di laici cristiani impegnate a livello europeo. Qualunque sarà l'esito del procedimento", conclude il presidente Acli, "è un fatto che le nostre argomentazioni per una laicità "positiva" e per il rispetto delle diversità culturali espresse dai singoli Stati non potranno essere ignorate". (aise) 

 

 

 

 

Pedofilia, la Cei: cento inchieste  canoniche negli ultimi dieci anni

 

CITTA' DEL VATICANO - Sono «un centinaio» i casi di sacerdoti accusati di abusi sessuali, «rilevati in Italia con procedimenti canonici nell’ultimo decennio». Per la prima volta dall’esplosione dello scandalo pedofilia la Cei, tramite il proprio segretario generale monsignor Mariano Crociata, ha fornito oggi un dato numerico sull’entità del fenomeno nell’ambito della Chiesa italiana. Durante la conferenza stampa sui lavori dell’assemblea generale dei vescovi italiani, iniziata ieri in Vaticano con la prolusione del cardinale Angelo Bagnasco, Crociata, sollecitato sul tema dai cronisti, ha detto che quello dei circa cento processi canonici aperti in dieci anni è «un dato che indica il quadro complessivo della situazione», ricordando comunque - ha aggiunto - che «anche un solo caso è sempre di troppo». Per il numero due della Cei, tra l’altro, in Italia non c’è bisogno di «alcuna commissione speciale» sui casi di pedofilia nel clero, sul modello di quella istituita ad esempio dalla Conferenza episcopale tedesca e presieduta dal vescovo di Treviri Stephan Ackermann. «Le indicazioni del Papa nella Lettera ai cattolici irlandesi e le linee-guida della Congregazione per la Dottrina della fede - ha detto mons. Crociata - contengono tutti gli elementi necessari per continuare ad affrontare i casi che si presentano».

 

Dal punto di vista canonico la Congregazione dell’ex Sant’Uffizio e da quello civile le autorità competenti, «hanno nei responsabili della vita della Chiesa - ha assicurato - tutta la collaborazione possibile per accertare la verità dei fatti». Crociata ha ribadito che «la normativa italiana non prevede l’obbligo di denuncia». «Evidentemente - ha proseguito - questo non esclude, ma anzi richiede e prevede per nostra specifica iniziativa, che ci siano tutta la collaborazione e la cooperazione per rendere possibile l’accertamento dei fatti, incoraggiando le denunce da parte di chi è a conoscenza e di chi ha subito eventuali abusi». «Che un vescovo possa essere chiamato a testimoniare è un fatto del tutto ordinario, nella misura in cui egli sia a conoscenza dei fatti», ha aggiunto il segretario della Cei, con riferimento al processo in corso all’ex parroco romano don Ruggero Conti, nel quale ha deposto il vescovo della diocesi di Porto-Santa Rufina, mons. Gino Reali. Sempre per Crociata, il «dramma» della pedofilia non sta provocando cali delle pre-iscrizioni alle scuole cattoliche fenomeni di disaffezione dei credenti, anzi viene visto come «l’occasione per la Chiesa per un salto di qualità».

 

Pur ammettendo «l’assoluta gravità e drammaticità del problema», Crociata ha definito «una grave distorsione» guardare alla vita della Chiesa «solo dall’angolo visuale di questa specifica questione». «La Chiesa è ferita, dopo le vittime e con le vittime, perchè - ha detto - viene stravolto quello che la totalità dei credenti, dei responsabili e degli educatori, tranne alcune eccezioni, fa ogni giorno in maniera positiva, costruttiva, a volte anche eroica». Il popolo cattolico «ha orrore del fenomeno pedofilia, vuole che sia affrontato con chiarezza e con le misure necessarie, ma, superandolo - ha aggiunto -, vuole che la vita della Chiesa cresca in qualità». Dopo la prolusione di ieri, nella quale si soffermava ampiamente sull’argomento, è tornato oggi a parlare di pedofilia anche il cardinale Angelo Bagnasco. «L’opinione pubblica come le famiglie devono sapere che noi Chiesa faremo di tutto per meritare sempre, e sempre di più, la fiducia che generalmente ci viene accordata anche da genitori non credenti o non frequentanti. Non risparmieremo attenzione, verifiche, provvedimenti; non sorvoleremo su segnali o dubbi», ha osservato il presidente della Cei e arcivescovo di Genova in un messaggio all’associazione Telefono Azzurro in occasione di un convegno sui minori scomparsi. LS 25

 

 

 

 

Cellula Venter - Non si parte dal nulla. Inquietante e improprio parlare di creazione

 

Non la “creazione” di una forma di vita artificiale, bensì “una ricombinazione-ricostruzione della sequenza genetica, controllata attraverso un computer”; dunque “una realizzazione tecnica, ancorché di alto livello scientifico, più che una scoperta”. A leggere nella giusta portata la “fabbricazione” da parte dell’istituto di Craig Venter della prima cellula artificiale in grado di autoreplicarsi, annunciata nei giorni scorsi dalla rivista americana “Science”, è Antonio Spagnolo, direttore dell’Istituto di bioetica dell’Università Cattolica. È “inquietante e improprio parlare di creazione – precisa Spagnolo al SIR – perché qui non si parte dal nulla” e ribadisce: “Si tratta della realizzazione di una cellula batterica controllata da un genoma chimicamente sintetizzato”.

 

Riprogrammazione, non “creazione”. “I ricercatori – spiega l’esperto – hanno programmato al computer una sequenza di geni e l’hanno trasferita in una cellula, non creata, ma già esistente di un micoplasma, svuotata del suo patrimonio genetico. Il substrato per far funzionare questo nuovo patrimonio genetico è dunque una cellula già esistente e questo ridimensiona un po’ la portata della procedura”. Secondo Spagnolo, “ipotizzare oggi un contenitore artificiale al quale una sequenza chimica possa imprimere la vita e la capacità di autoriprodursi è particolarmente difficile e dunque lontano”. L’esperto parla di “un esercizio di biologia sintetica sicuramente apprezzabile che ha smontato il patrimonio genetico di una cellula e lo ha ricostruito in laboratorio” ma, chiarisce, “se il nuovo genoma è artificiale, è stato comunque costruito sulla base di un genoma già presente”. Certamente si tratta di “un grande progresso, ma ‘creare’ la vita è tutt’altro”; pertanto, secondo Spagnolo, “dal punto di vista etico e antropologico” il traguardo conseguito “non intacca più di tanto l’idea e il significato della vita o della creazione. Rimane piuttosto la questione dei rischi”. Per questo “è opportuno che ogni progetto di questo tipo venga associato ad una ricerca di impatto etico, legale e sociale”. Lo studioso richiama al riguardo il programma Elsi (Ethical Legal and Social Impact), finanziato dagli organismi internazionali che avevano dato vita al progetto del sequenziamento del genoma umano per esplorarne, parallelamente allo sviluppo scientifico, l’impatto sulla società. Anche in questo caso, afferma, occorre “valutare se si siano assunte tutte le precauzioni necessarie nel programmare la sperimentazione su questi microrganismi”. “Ancorché modificati artificialmente, se essi dovessero sfuggire al controllo del laboratorio e le realizzazioni di queste modificazioni fossero pericolose per l’uomo – e ancora non siamo in grado di saperlo –, in mancanza di adeguate precauzioni ci si potrebbe trovare di fronte a un danno difficilmente controllabile”.

 

Sì alla ricerca, ma attenzione ai rischi. Occorre insomma garantire che “lo sviluppo di questa realizzazione tecnica venga parallelamente seguito e controllato attentamente per le possibili implicazioni sul piano del rischio che esso può comportare, per eventuali effetti che ancora non siamo in grado di intravvedere, per meccanismi innescati magari inavvertitamente”. Energia, ambiente e vaccini sono le aree indicate dai ricercatori come ambiti di sviluppo e applicazione, e Spagnolo sgombra il campo dai fantasmi di “creazione di androidi” agitati da alcuni media. “Stiamo parlando di una singola cellula. Allo stato attuale – assicura – la realizzazione di organismi complessi, cosiddetti ‘superiori’, non è una prospettiva ipotizzabile; si tratta di un timore che non ha ragione di esistere”. Tuttavia, ribadisce, “occorre un costante controllo per sapere non in via ipotetica, ma con assoluta chiarezza, in quale direzione ci si sta muovendo”. A queste condizioni, conclude, “fermare questo tipo di ricerca, che può aprire prospettive davvero interessanti per lo sviluppo della scienza, potrebbe non essere ragionevole”.

 

Scheda - Una cellula “sintetica” con il Dna costruito a computer. È questo, in sintesi, l’annuncio dato da Craig Venter, il biologo americano che assieme ad Hamilton Smith un decennio fa mappò il genoma umano. La ricerca è stata pubblicata sull’ultimo numero di “Science”. “Abbiamo progettato, sintetizzato e assemblato cellule capaci di autoreplicarsi”, spiega Venter. La cellula sintetica, chiamata “Mycoplasma mycoides JCVI-syn 1.0”, è stata ottenuta con informazioni elaborate a computer, composti chimici e un sintetizzatore di Dna: il genoma artificiale, secondo quanto affermano gli scienziati, è composto da circa un milione di lettere (per fare un paragone, quello umano ne comprende 3,2 miliardi) ed è del tutto simile al Dna naturale. L’impresa giunge dopo oltre un decennio di lavoro, che ha visto lo scienziato dello Utah alla guida di un team di 20 scienziati; i fondi utilizzati provengono dalla “Synthetic Genomic” fondata dallo stesso Venter, ma finanziamenti sostanziosi sono giunti anche da giganti del petrolio come Exxon e Bp. E difatti l’applicazione più vicina per la nuova scoperta sembra essere l’estrazione di combustibili da alghe sintetiche (impresa nella quale la Synthetic Genomic si è lanciata lo scorso anno, forte di un sostegno di 600 milioni di dollari stanziati dalla Exxon). Tra le altre applicazioni della scoperta scientifica annunciate da Venter, batteri che serviranno per “creare biocarburanti o vaccini”, nonché per “risucchiare il diossido di carbonio dall’atmosfera”. sir

 

 

 

 

Grecia. Cattolici in crescita. Grazie all'immigrazione

 

"Negli ultimi dieci anni i cattolici, in Grecia, sono aumentati del 700%, passando da 50 mila a 350 mila. La causa è da ricercare nell'immigrazione successiva alla caduta del Comunismo, per polacchi, romeni e albanesi, nell'entrata della Grecia nell'Ue, nell'instabilità politica del Medio Oriente per libanesi e iracheni, e nell'elasticità del nostro governo nel concedere il permesso di soggiorno per filippini, africani e indiani".

A rivelarlo a SIR Europa è il presidente dei vescovi greci, mons. Francesco Papamanolis, vescovo di Syros, Santorini e Creta. Il dato è emerso nel recente incontro nazionale dei sacerdoti greci, promosso in occasione dell'Anno sacerdotale, e che ha avuto luogo a Syros, isola che, ha sottolineato mons. Papamanolis, in Grecia chiamano significativamente "papadomana", che tradotto vuol dire "mamma di sacerdoti". La piccola isola delle Cicladi è la diocesi con la più alta percentuale al mondo di vocazioni sacerdotali e religiose, "alcuni anni fa - dice il presule - era del 2%, oggi si attesta intorno al 1,5%".

 

Una bella realtà. "Nel nostro incontro abbiamo voluto prestare particolare attenzione al fenomeno dell'immigrazione - spiega mons. Papamanolis - una realtà bella ma che crea anche diversi problemi". Il fenomeno dell'immigrazione, "ha, infatti, cambiato l'immagine della Chiesa cattolica in Grecia. L'80% dei cattolici in Grecia sono immigrati da varie nazioni". Ciò pone, innanzitutto, il problema della lingua: "sebbene la maggiorparte dei nostri fedeli, anche immigrati, parli il greco, esiste però una percentuale considerevole, specie di anglofoni, che non lo parla. Ne derivano difficoltà per la scelta del parroco da mandare nelle comunità, nella comunicazione e nelle celebrazioni liturgiche". Da parte nostra, afferma mons. Papamanolis, "questa situazione impone un cambio di mentalità". "Non è facile - sottolinea - far capire ai nostri fedeli più anziani che gli immigrati cattolici sono anch'essi membri delle nostre comunità e che la cura pastorale deve estendersi anche a loro. Nei fedeli greci si verifica una sorta di xenofobia inconscia così che in alcune parrocchie è diminuita la loro presenza alla messa. Inoltre, nel campo ecumenico, persiste nei fedeli immigrati, specie in quelli da Paesi a maggioranza cattolica, una certa avversità per i non cattolici. Questo non fa bene alle buone relazioni con gli ortodossi".

 

L'aiuto delle Chiese europee. Per affrontare questi problemi, "stiamo cercando di valorizzare le forze che abbiamo sia di personale sia di luoghi di culto. In questi anni sono venuti in nostro aiuto da vari Paesi, Italia, Polonia, Romania, Inghilterra, Spagna, Argentina, Messico, circa 30 sacerdoti. Però la mancanza di preti è ancora molto grande". In più c'è da dire che se "prima i cattolici erano circoscritti in un limitatissimo numero di città o isole, ora i si trovano in tutta la Grecia. Per questo è necessario avere almeno un piccolo luogo di culto in quei centri o isole dove si è formata una consistente comunità di fedeli cattolici, e se possibile anche il sacerdote".

 

Mancano le chiese. "Alla mancanza di chiese o luoghi di culto e di pastorale - prosegue il presidente dei vescovi greci - cerchiamo di ovviare acquistando immobili o costruendo, a volte affittando, ma è costoso. Nella diocesi di Creta, nella cittadina di Ierapetra, abbiamo affittato a mille euro al mese una sala destinata ad essere un negozio. Qui la comunità, nella maggioranza albanesi ma ci sono anche italiani, si riunisce, fa catechismo e celebra la messa. Altra possibilità per risolvere il problema della mancanza di luoghi per celebrare é quella che la Chiesa ortodossa ci conceda l'uso di qualche sua chiesa. In Europa sono state cedute alla Chiesa ortodossa molte chiese cattoliche. Qui in Grecia solo due vescovi lo hanno fatto, a Creta nella città di Aghiow Nikolaos e nel Peloponneso, nel centro di Kalamata. I nostri confratelli vescovi ortodossi o non ci rispondono o rispondono negativamente. Quando i vescovi europei concedono, e fanno bene a farlo, chiese cattoliche agli ortodossi perché non chiedere la reciprocità? È il momento di testimoniare che l'amore tra cristiani deve essere vicendevole". conclude mons. Papamanolis. Sir eu

 

 

 

 

Ultimo atto prima dell'addio: l'arcivescovo Pierro inaugura la sua statua al Seminario

 

SALERNO - Nessuno dei sacerdoti, convocati ieri al Seminario metropolitano di Pontecagnano Faiano per il consueto ritiro spirituale, si sarebbe aspettato che la statua scoperta rappresentasse proprio l’arcivescovo di Salerno, Gerardo Pierro. Che, in procinto di lasciare ufficialmente il proprio mandato, ha voluto dimostrare così il suo attaccamento al seminario intitolato a Giovanni Paolo II.

Dove, avrebbe chiesto alla Santa Sede, di poter restare quando a Salerno arriverà il suo successore. La statua è stata scoperta ieri, dinanzi alla maggior parte dei sacerdoti salernitani, al sindaco di Salerno Vincenzo De Luca e al primo cittadino di Pontecagnano, nonché assessore regionale all’Avvocatura, Ernesto Sica. «A monsignor Gerardo Pierro, arcivescovo primate metropolita di Salerno Campagna Acerno al compiersi del suo 75?anno di età con viva gratitudine l’arcidiocesi eresse», è scritto sul piedistallo.

Non c’è stato nessun discorso di addio o di congedo da parte di Sua Eccellenza, che si è limitato a mostrare e decantare la bellezza e l’operosità della struttura che, nel 2000, gli creò problemi giudiziari (poi finiti in una archiviazione). Intanto, sulla successione di Pierro, da Roma non arriva nessuna notizia ufficiale. Tante le voci che si rincorrono, ma nessuna indiscrezione è stata finora confermata.

Angela Cappetta CdS 26

 

 

 

 

 

USA: Regierung gegen Aufhebung von Immunität des Vatikans

 

Die Immunität des Vatikans bleibt bestehen: Die Regierung von US-Präsident Barack Obama hat sich gegen eine Aufhebung ausgesprochen. Hintergrund ist der Prozess im Zusammenhang mit Missbrauchsvorwürfen gegen einen Priester. Der Fall verdiene keine vollständige Prüfung durch den Obersten Gerichtshof, so eine Stellungnahme der Regierung. Im Bundesstaat Oregon hatte ein Missbrauchsopfer ein Vorgehen der US-Justiz auch gegen den Vatikan gefordert; schließlich sei der irische Priester, der es in den 60er Jahren in der Stadt Portland sexuell missbraucht habe, bereits als Pädophiler bekannt gewesen. Gegen den Priester waren bereits in Irland und in Chicago Missbrauchsvorwürfe erhoben worden. (afp 26)

 

 

 

 

Italienische Bischofskonferenz: 100 Pädophiliefälle in zehn Jahren

 

Rom. Die katholische Kirche in Italien hat in den vergangenen zehn Jahren etwa hundert Fälle von Kindesmissbrauch durch Priester verzeichnet. Angesichts dieser Zahl wäre es eine "gravierende Verzerrung", die Kirche mit dem Phänomen Pädophilie zu identifizieren, erklärte der Sekretär der Italienischen Bischofskonferenz, Mariano Crociata, der Mailänder Tageszeitung "Corriere della Sera" vom Mittwoch zufolge.

Das Ausmaß der Fälle macht laut Crociata die Einrichtung einer Untersuchungskommission wie in anderen europäischen Ländern nicht nötig. Vorgaben etwa in dem jüngsten Brief von Papst Benedikt XVI. zum Umgang mit Kindesmissbrauch an die irischen Bischöfe sowie der Glaubenskongregation reichten für eine wirksame Bekämpfung des Phänomens aus.

Die italienische Kirche sei sich seit jeher der Gefährlichkeit pädophiler Geistlicher bewusst gewesen, hieß es weiter. Die Betroffenen sind dem Sekretär der Bischofskonferenz zufolge kirchenrechtlichen Verfahren unterzogen worden. Zugleich sicherte Crociata in Übereinstimmung mit den geltenden Richtlinien des Heiligen Stuhls die Zusammenarbeit mit den zivilrechtlichen Behörden zu. Epd 26

 

 

 

 

Flutopfer in Polen: „Papst hat schon 50.000 Euro gespendet“

 

Papst Benedikt XVI. hat der polnischen Bischofskonferenz eine Spende für die Flutopfer zukommen lassen. Das teilte der Päpstliche Rat Cor Unum an diesem Mittwoch mit. Caritas international beteiligt sich mit 100.000 Euro an der Soforthilfe für die Flutopfer in Osteuropa. Am Wochenende sind an mehreren Stellen Dämme gebrochen, die seit Tagen vollkommen aufgeweicht sind; polnische Behörden machen – und das soll kein Witz sein – Biber und Wühlmäuse für den desolaten Zustand einiger Dämme verantwortlich. Die Lage ist noch unübersichtlich, denn die Gefahr von Erdrutschen und weiteren Dammbrüchen steigt ständig, schreibt Caritas international in einer Pressemitteilung an diesem Mittwoch.

Die Flutwelle aus Polen erreicht derweil Brandenburg früher als bislang angenommen; der Katastrophenstab des Landes hat seine Arbeit aufgenommen. Für Polen naht derweil das Ende der schlimmsten Tage. Allerdings zeigten sich nun die Folgen, so Arnold Drechsler, Caritasdirektor der betroffenen Diözese Oppeln.

 

„Die Diözese Oppeln gehört leider wieder zu den Unglücksregionen in Polen. Viele Menschen sind von den Ereignissen traumatisiert... aber viele sind auch einfach nur tapfer. Wir haben solche bitteren Erfahrungen alle zehn Jahre - und damit quasi schon im Blut. Die Schlesier sind tapfer; Hilfe würde sie dennoch auch beruhigen, sie haben ihr Hab und Gut verloren. Die Kirche mit dem Bischof an der Spitze war Gott sei Dank sofort vor Ort.“  (domradio/kna/pm 26)

 

 

 

 

 

Hamburg: Lehrstuhl für Katholische Theologie gesichert

 

Die Universität Hamburg stellt Räume und notwendige Ausstattung mit Sachmitteln sicher

 

ROM/HAMBURG - Neben dem Fachbereich Evangelische Theologie wird es zukünftig an der Hamburger Universität auch einen Lehrstuhl für Katholische Theologie und Religionspädagogik geben. Einen entsprechenden Vertrag unterzeichneten am vergangenen Dienstag im Rathaus der Apostolische Nuntius in Deutschland, Erzbischof Jean-Claude Périsset, und Hamburgs Wissenschaftssenatorin Herlind Gundelach (CDU) im Beisein von Hamburgs Erzbischof Werner Thissen.

Gemeinsames Ziel der Katholischen Kirche und der Hansestadt sei es, die Pflege und Entwicklung der Katholischen Theologie in Gemeinschaft mit anderen Wissenschaften zu fördern, teilte das Presseamt des Vatikans gestern mit.

Der Vertrag zwischen dem Vatikan und der Freien und Hansestadt Hamburg sieht vor, dass die Stadt in Abstimmung mit der Universität Hamburg die Errichtung eines Instituts für Katholische Theologie und Religionspädagogik an der Universität gewährleistet, heißt es seitens der Diözese Hamburg.

An dem Institut sollen Lehrer für das Unterrichtsfach Katholische Religion an allgemeinbildenden und berufsbildenden Schulen sowie für andere Berufsfelder ausgebildet werden. Hierfür sieht der Vertrag die Errichtung des Studiengangs Lehramt an Primar- und Sekundarstufe I vor. Der Studiengang sowie die Studien- und Prüfungsordnung werden im Einvernehmen mit dem Erzbischof von Hamburg entwickelt.

Die Universität Hamburg stellt die notwendige Ausstattung mit Sachmitteln sowie die räumliche Unterbringung sicher. Über die Mitbenutzung von Ressourcen des Erzbistums Hamburg - einschließlich der Bibliothek - wird eine gesonderte Vereinbarung geschlossen.

Zur Erfüllung der Aufgaben stellt die Stadt Hamburg der Universität Hamburg Finanzmittel für die personelle Mindestausstattung zur Verfügung: eine Stelle W3 Professur Katholische Theologie sowie je eine halbe Stelle für eine Lehrkraft für besondere Aufgaben, einen wissenschaftlichen Mitarbeiter und eine Verwaltungsstelle. Im Rahmen des Hamburger Modells soll neben der Professur auch eine halbe Stelle für eine Lehrkraft für besondere Aufgaben im Bereich Erziehungswissenschaften eingerichtet werden.

 

Wissenschaftssenatorin Herlind Gundelach (CDU) sprach von einem "Gewinn für Hamburg und seine Bürger". Der Lehrstuhl, der am Fachbereich Evangelische Theologie angesiedelt sein soll, sei deutliches Zeichen für ein engeres Miteinander zwischen Stadt, Universität und katholischer Kirche. Der Lehrstuhl trage dazu bei, den interreligiösen Dialog in Hamburg weiter zu vertiefen, so die Senatorin.

Perisset betonte, dass der neue Lehrstuhl der Pädagogenausbildung diene. Gerade in einer Stadt, in der Katholiken mit rund zwölf Prozent eine Minderheit ausmachten, sei die Religionslehrerausbildung nicht ohne Bedeutung. "Die heute gestiftete Bildungsstätte wird ihren Einfluss langsam und stetig zugunsten der Hansestadt und der Ökumene ausüben".

Erzbischof Dr. Werner Thissen zur Vertragsunterzeichnung: "Ich freue mich, dass wir mit der heutigen Vertragsunterzeichnung einen weiteren wichtigen Schritt hin zur Einrichtung des Faches Katholische Theologie an der Universität Hamburg gehen. Die Einführung des Studiengangs in Hamburg sichert den grundgesetzlichen Auftrag zur Erteilung des Religionsunterrichts an den Schulen. Das Fach katholische Theologie wird besonders mit der evangelischen Fakultät zusammenarbeiten und im Dialog mit anderen Wissenschaften stehen. Die Theologie weiß sich der Aufgabe verpflichtet, ihren Beitrag zum Wertbewusstsein in unserer Gesellschaft zu leisten."

Zenit 26

 

 

 

 

Kölner Diözesanrat fordert eine Diskussion über den Zölibat

 

Mit dem Missbrauchsskandal Anfang des Jahres ist auch eine Debatte über den Zölibat in Gang gekommen. Auch wenn der Diözesanrat im Erzbistum Köln einen direkten Zusammenhang zwischen Missbrauch und Zölibat ausschließt – die Laien-Katholiken befürworten dennoch die Debatte. Die Gleichung „Zölibat kann zu Kindesmissbrauch führen“ sei so nicht möglich, sagte Geschäftsführer Norbert Michels am Mittwochmorgen im Gespräch mit dem Kölner domradio. Der Zölibat sei nicht die Ursache. Dennoch müsse man die aktuellen Ereignisse zum Anlass nehmen, „noch mal nachzudenken“. Der Zölibat habe als Kirchengesetz seine Wurzeln im 11. Jahrhundert. Die Apostel Jesu' hingegen hätten Familien gehabt. „Deshalb muss darüber nachgedacht werden: Besteht zukünftig die Möglichkeit, freiwillig zölibatär zu leben?“ (domradio 26)

 

 

 

 

 

Kindermissionswerk: „Christliches Verantwortungsgefühl schulen“

 

Wir kennen sie alle: die Kinder, die nach dem Jahreswechsel als die drei Weisen von Tür zu Tür ziehen, singen, segnen und Geld für Kinderprojekte auf der ganzen Welt sammeln. Was wenige wissen: Dahinter steht eine Organisation, nämlich das Kindermissionswerk. An diesem Mittwoch hat es seinen neuen Leiter begrüßt: Klaus Krämer, zugleich Leiter von Missio, wurde an diesem Mittwoch in Aachen mit einem bunten Bühnenprogramm samt Kindergottesdienst in seinem neuen Amt begrüßt. Er ist kein Fremder in dieser Aufgabe. Krämer selbst war auch schon als Sternsinger unterwegs und hat das von der Pike auf gelernt. Aber das ist nicht alles, was das Werk zu bieten hat. Krämer:

 

„Das Kindermissionswerk hat natürlich die Sternsingeraktion als das Flaggschiff, das ist ein ganz wichtiges und großes Thema, aber es ist natürlich nicht das einzige Thema. Es geht darum, insgesamt Kinder für die Fragen der Mission, für die Fragen der einen Welt sensibel zu machen... Da müssen wir uns überlegen, wie wir Kinder erreichen, wie wir eine Sprache und wie wir Medien finden, die Kinder heute nutzen, um diese Grundfragen des Glaubens und christlicher Verantwortung in kindgemäßer Sprache in den heutigen Horizont heinein zu übersetzen. Die Projektarbeit spielt eine große Rolle im Werk selber, der Schwerpunkt des Kindermissionswerkes sind ja vor allem Bildungsprojekte im Primarbildungsbereich...“ (rv 26)

 

 

 

 

Generaludienz. Papst ermuntert zu positiver Sicht auf kirchliche Hierarchie

 

Papst Benedikt XVI. hat zu einer positiven Sicht auf die kirchliche Hierarchie aufgerufen und sich gegen eine voreingenommene Haltung gegenüber der Ausübung von Autorität gewandt. Es sei ein heute verbreitetes „Missverständnis“, die Gliederung der Kirche in Gläubige, Priester und Bischöfe einseitig unter rechtlichen Gesichtspunkten als Unterordnung zu betrachten, hob der Papst an diesem Mittwochvormittag während der Generalaudienz hervor. Den Priestern kommen in der Kirche drei wesentliche Ämter oder Dienste zu: Lehren, Heiligen und Leiten, fügte Papst Benedikt XVI. an. Bei strahlender Sonne waren tausende Pilger und Besucher anwesend. Ihnen erklärte der Papst, welche Aufgaben Priester heutzutage hätten.

 

„Die ersten beiden habe ich bereits in zwei Katechesen der vergangenen Wochen behandelt, so dass ich heute von der priesterlichen Aufgabe des Leitens sprechen möchte. Jesus Christus ist dabei der Orientierungsmaßstab: Er ist das letzte Vorbild eines jeden Priesters, er ist der Gute Hirte, der Menschen in seine Nachfolge ruft und ihnen einen Teil seiner Herde anvertraut, damit sie für diese Anempfohlenen sorgen und sie mit der von Gott verliehenen Autorität leiten.“

 

Wenn man heute das Wort „Autorität“ höre, denke man leider auch an die Diktaturen des 20. Jahrhunderts, die in Ost und West von willkürlicher Macht und blindem oder erzwungenem Gehorsam geprägt waren, so der Papst weiter.

 

„Wenn hingegen die Priester im Namen Christi und der Kirche die Gläubigen leiten, so ist dies kein Herrschen, sondern ein Dienst, der die Freiheit und Würde der Menschen achtet und ihr wahres Heil sucht. Der Priester kann dieser Aufgabe nur gerecht werden, wenn er gelernt hat, sich in seinem eigenen Leben von Gott leiten zu lassen, wenn er als Hirte der Herde mit gutem Beispiel vorangeht, wenn er jeden Tag aus der innigen Beziehung zu Christus Kraft und Orientierung schöpft und wenn er fest davon überzeugt ist, dass es keinen schöneren und fruchtbareren Lebensinhalt gibt, als den Menschen das Evangelium zu verkünden, ihren Glauben zu stärken und sie zu Gott zu führen.“

 

Ganz herzlich hieß der Papst die deutschsprachigen Pilger und Besucher willkommen.  „Besonders grüße ich heute die Priesterjubilare aus dem Erzbistum Paderborn in Begleitung von Weihbischof Matthias König sowie die Kirchenchöre aus dem Bistum Passau in Begleitung von Bischof Wilhelm Schraml. Euch alle bitte ich um euer Gebet für meinen Dienst als Nachfolger Petri sowie für alle Bischöfe und Priester, dass wir gute Hirten und Werkzeuge der Liebe Christi sind. Der Beistand des Heiligen Geistes begleite und führe euch auf all euren Wegen!“ (rv 26)

 

 

 

 

Tschechische Republik: Veitsdom-Streit beendet

 

Der Streit zwischen dem tschechischen Staat und der katholischen Kirche um den Prager Veitsdom ist offiziell beigelegt. Seit Gründung der Tschechischen Republik hatte es Auseinandersetzungen darüber gegeben, wer rechtmäßiger Eigentümer des wichtigsten böhmischen Gotteshauses ist. Nun verzichtet die Kirche auf ihre Eigentumsansprüche – mit dieser Einigung wurden die juristischen Streitigkeiten für beendet erklärt. Der Leiter von Radio Prag, Gerald Schubert, bewertet den entscheidenden Schritt im Gespräch mit uns so:

 

„Es gab immer wieder Entscheidungen, die angefochten und in andere Instanzen verlagert wurden. Ich glaube, mit der Unterschrift, die gestern Nachmittag recht symbolträchtig von Staatspräsident Vaclav Klaus und dem noch recht neuen Erzbischof Dominik Duka gesetzt wurde, wurde ein bedeutendes Signal ausgesandt, nämlich, dass der Veitsdom ein wichtiges Symbol des Staates und der Kirche und eben auch der gemeinsamen tschechischen Kultur ist.“

 

Nach diesem langen Weg sei es jetzt doch recht zügig zu dem Vertragsabschluss gekommen, urteilt der Österreicher.

 

„Das hat wohl mit der Person des neuen Prager Erzbischofs zu tun: Schon vor einigen Wochen, als er zum Erzbischof ernannt wurde, hat man gemunkelt, dass das schnell gehen könnte, weil er in dem Ruf steht, ein nahes Verhältnis zu Staatspräsident Klaus zu haben, und dass die beiden sich relativ rasch einigen könnten. Aber natürlich war das nicht nur eine Entscheidung zwischen den beiden. Auch von den übrigen maßgeblichen politischen Kräften des Landes ist die Entscheidung durchweg positiv bewertet worden.“

 

Staatspräsident Klaus äußerte die Hoffnung, dass die Lösung des Konflikts inspirierend sein könne, um auch andere offene Fragen zwischen Staat und Kirche einvernehmlich zu lösen. Für eine generelle Annährung zwischen Staat und Kirche spreche das, wie Schubert betont, aber noch nicht. Der Vertragsabschluss sei eher pragmatischer Natur. - Der Veitsdom war in den 1950er Jahren von der damaligen kommunistischen Führung des Landes „nationalisiert“ worden. Die katholische Kirche und der tschechische Staat hatten seit fast zwei Jahrzehnten um die Kathedrale prozessiert, deren Bau unter Kaiser Karl IV. begonnen wurde. Die jüngste Gerichtsentscheidung hatte den Dom erneut dem Staat zugesprochen. Kritiker waren der Meinung, dass damit der Raub der Kathedrale unter dem kommunistischen Regime legitimiert würde. Dukas Vorgänger auf dem Stuhl des Prager Erzbischofs, Kardinal Miloslav Vlk, hatte dagegen Verfassungsbeschwerde eingelegt und wollte gegebenenfalls vor dem Europäischen Menschenrechtsgerichtshof ziehen. Die Einigung über die Kathedrale kam gut einen Monat nach der Amtseinführung Dukas zustande. (kipa 25)

 

 

 

Kardinal Vlk: „Eine Diözese ohne Kathedrale, ist eine Diözese ohne Herz“

 

„Eine Diözese ohne Kathedrale, ist eine Diözese ohne Herz,“ das hat der ehemalige Prager Erzbischof kurz vor der Verzichtserklärung der katholischen Kirche auf den Prager Veitsdom gesagt. Wie am Dienstag bekannt wurde, äußerte der Kardinal diese Worte kurz vor Pfingsten in einem Interview mit Bayern-online. Er habe „den Streit schweren Herzens ungelöst“ an seinen Nachfolger übergeben müssen. Der Veitsdom „mag als Krönungsort und Begräbnisstätte der böhmischen Herrscher für den Staat wichtig sein“; als Sitz der Prager Erzbischöfe sei er aber „das Zentrum der Kirche“. „Wir haben sie gekrönt, die Könige. Ein Erzbischof, der einen König krönt, kann nicht dessen Untermieter sein“, so Vlk. Der Kardinal befindet sich zurzeit zu einer Pilgerfahrt in Jerusalem. Den Informationen zufolge soll er etwa drei Monate im Heiligen Land bleiben. - Miloslav Vlk wurde nach dem Fall des Eisernen Vorhangs 1990 Bischof von Budweis; 1991 wurde er Nachfolger von Frantisek Tomasek als Erzbischof von Prag. Vlk wurde 1994 Kardinal. Zum Nachfolger Vlks als Prager Erzbischof wurde im Februar Dominik Duka ernannt. (kap 25)

 

 

 

 

 

Ein Journalist wird seliggesprochen

 

Interview mit dem Postulator des Selig- und Heiligsprechungsprozesses von Manuel Lozano Garrido (1920-1971) - Von Gilberto Hernández García

 

LINARES - Ein Journalist kann auch ein Heiliger sein. Das hat der Vatikan entschieden und am 12. Juni wird in Linares, Spanien, Manuel Lozano Garrido (1920-1971) seliggesprochen werden. Unter Freunden besser bekannt als „Lolo", war er Mitglied der spanischen Katholischen Aktion und von Beruf Journalist. Von seinen 51 Lebensjahren war er 28 gelähmt und die letzten neun auch blind. Er führte als Laie, Journalist und während seiner Krankheit ein beispielhaftes christliches Leben.

Zenit sprach mit dem Postulator seines Selig- und Heiligsprechungsprozesses, Pfarrer Rafael Higueras, über die Bedeutung von Manuel Lozano Garrido für die Gegenwart.

-- Was ist an „Lolo" so bedeutsam, dass er so schnell in den Ruf der Heiligekeit kam?

Pfr. Rafael Higueras Álamo: Als Erstes würde ich die auffallendste Eigenschaft seines Lebens nennen: seine beständige und ansteckende Freude. Er pflegte zu sagen, dass das, was einen Christen kennzeichnet, die Freude sei, nicht die Geduld, die Resignation oder gar die Güte. Denn wer eine Mühsal ohne Freude trage, hätte noch nicht vollständig das Geheimnis des Kreuzes begriffen, und wer die Sanftmut mit einem Beerdigungsgesicht ausübe, versuche aus dem Kreis ein Quadrat zu machen. Diese Worte spiegeln sich ganz im Leben von Manuel Lozano Garrido wieder.

Daneben muss seine ausgezeichnete Klugheit, sein Liebesdienst allen gegenüber, die ihn besuchten, und seine tiefe Verehrung der Eucharistie erwähnt werden.

-- Welchen Beitrag bedeutet die Anerkennung der Heiligkeit Manuel Lozano Garrido für die Kirche?

Pfr. Rafael Higueras Álamo: Ein helles Licht für die ganze Kirche stellt der Wert dar, dem er seinem Leben und seinem Leiden gab. Sein Leben ist ein ‚Lied der Freude'. In unserer heutigen hedonistischen Gesellschaft, wo ohne Ehrfurcht vor dem Leben gesprochen wird, lehrt uns „Lolo", im Bewusstsein zu behalten, dass es ‚möglich' ist, das zu tun, was Gott will. Manuel Lozano Garrido hat ganz dementsprechend gelebt. Die Anerkennung seines heroischen Tugendgrades und seine Seligsprechung sind ein Ruf zur Heiligkeit an alle Christen.

-- Was bedeutete der Journalismus für „Lolo"?

Pfr. Rafael Higueras Álamo: Er begann zu schreiben, als er von sich selbst sagte: „von Beruf Gelähmter", aber sein Beruf („Ich verdiene mein Brot im Schweiße meines Angesichts") und seine menschliche Berufung war die des Schriftstellers und Journalisten. Und was hat er nicht alles von seinem Rollstuhl aus erreicht! Er gab neun Bücher heraus und mehr als 200 Zeitungsartikel. Für diese Arbeit hat er viele Auszeichnungen erhalten. Er hatte so ein klares Bewusstsein von der Wirkkraft der Presse, dass er sein Leben ganz für sein Werk „Sinai" eingesetzt hat, das heißt den Gebetsgruppen für Journalisten.

-- Was hat Manuel Lozano Garrido den Journalisten, besonders den katholischen in unserer Zeit zu sagen?

Pfr. Rafael Higueras Álamo: Damit die heutigen Medien der Verbreitung der Wahrheit dienen, bedarf es vieler „Moses" mit betenden Händen. Dieses sind die Klöster und Kranken „Sinai", die beten und Gott ihre Schmerzen für die Journalisten und Schriftstellern anbieten.

Manuel Lozano Garrido schrieb auch einen Dekalog der Journalisten. Es handelt sich um eine „goldene Regel", - wenn diese in den Köpfen aller, die diesen Beruf ausüben, gegenwärtig wäre ... . Von einigen Bischöfen gibt es Erläuterungen zu diesem Dekalog an Journalisten ihrer Diözese. Ich habe mitbekommen, wie viele Professionelle der Feder ihn wertschätzen. Ich denke, dieses Kompendium von Regel ist eine Kostbarkeit, die „Lolo" den Journalisten anbietet. Der Mut, ihn zu schreiben, verbindet sich mit einer Klarsicht und die Strenge, mit der es gesagt wird, mit der Einfachheit, die nicht verletzen will.

-- Wie verlief der Seligsprechungsprozess?

Pfr. Rafael Higueras Álamo: Aus meiner Unerfahrenheit heraus dachte ich, dass, als der Prozess begann, alles in ein paar Jahren geklärt wäre. Jetzt, kurz vor der Seligsprechung, verstehe ich nicht, dass er nur so wenige Jahre in Anspruch genommen hat. Für einen Prozess von dieser Dimension sind 14 Jahre wirklich eine Zeit „wie im Fluge". Man kann es ein Wunder nennen, dass eine Gruppe von Laien und ein junger Mann der Katholischen Aktion diese Kürze des Verfahrens erreicht haben.

Neben dem Prozess über das Leben und der heroischen Tugenden ist ein Wunder nötig, um den Titel eines Seligen zu erhalten.

Eine wissenschaftlich unerklärliche Heilung wurde als auf seine Fürbitte zurückzuführen erklärt: Ein zweijähriges Kind mit Blinddarmentzündung wurde zweimal operiert. Es trat Koterbrechen und eine sehr ernste Septikämie auf. In den Tagen, in denen das Kind in Todesgefahr schwebte, rief die Familie „Lolo" um Fürsprache an und legte unter das Kopfkissen des Kindes das Kruzifix, mit dem „Lolo" in seinen Händen gestorben war. 17 Ärzte waren an der Untersuchung von der Heilung des Kindes beteiligt. Es freut einen, ihre medizinischen Gutachten zu lesen, die später von den Theologen, Priestern, Kardinälen und Bischöfen bestätigt wurden.

-- Welche Veranstaltungen wird es im Rahmen der Seligsprechung von Manuel Lozano Garrido geben?

Pfr. Rafael Higueras Álamo: Wir möchten drei Aspekte herausstellen, die ihn charakterisieren: Laie, Journalist und Kranker. Er war ein Laie mit einer großen Begeisterung für die Eucharistie, voller Marienfrömmigkeit und einer treuen Ehrfurcht der Kirche gegenüber. Wir hoffen in den nächsten Wochen den vollständigen Veranstaltungskalender vorstellen zu können, der auf die Darstellung dieses Profils abzielt.

Insbesonders wird es Tagungen auf regionaler und nationaler Ebene für Journalisten und Mitarbeiter des Gesundheitswesens geben.

Mehr über das Leben von Manuel Lozano Garrido kann man auf der Web-Seite http://amigosdelolo.com nachlesen. TO [Aus dem Spanischen übersetzt von Iria Staat] Zenit 25

 

 

 

Polen: Hochwasser bedroht auch KZ-Mahnmale

 

Nach den schweren Regenfällen der vergangenen Tage kämpft Polen weiter gegen die Überschwemmungen. Das Hochwasser von Weichsel und Oder hat bereits schwere Schäden angerichtet, aus den betroffenen Gebieten werden die Menschen evakuiert. Jetzt hat die Flutwelle die Hauptstadt Warschau erreicht. Pater Sylvester Matusiak leitet die deutschsprachige Gemeinde in Polens Hauptstadt und berichtet Radio Vatikan von der Lage im Krisengebiet, nur 100 Kilometer von Warschau entfernt. Am kommenden Sonntag geht schon die zweite Kollekte seiner Gemeinde an die Hochwasserhilfe. Das Hochwasser bedrohe auch das ehemalige Konzentrationslager Auschwitz, melden unterschiedliche Medien. Auf die Frage, ob das KZ inzwischen betroffen ist, antwortet Pfarrer Matusiak:

 

„Konzentrationslager Auschwitz direkt nicht, aber das Außenlager Auschwitz-Birkenau. Da stand das Wasser auf dem Gelände. Nach meinem Kenntnisstand konnte man das Wasser noch umleiten, sodass keine großen Schäden entstanden sind.“

 

Für eine Entwarnung sei es aber in jedem Fall noch zu früh, mahnt der Gemeindepfarrer:

 

„In den kommenden Tagen wird das Hochwasser in den nördlichen Teilen des Landes erwartet. Die Einsatzkräfte machen sich da besonders um das Gebiet südlich von Danzig große Sorgen. Die Region liegt in einer Senke. Wenn die Weichsel das Hochwasser in diese Richtung führt, könnte es sehr problematisch werden.“

 

Zwölf Menschen kamen bisher bei der Hochwasserkatastrophe ums Leben. Am Dienstag soll im polnischen Innenministerium ein Katastrophenstab seine Arbeit aufnehmen. Die Flutwelle rollt weiter nach Norden. Brandenburg bereitet sich auf die ersten Ausläufer der Überschwemmung vor. (diverse 25)

 

 

 

 

BDKJ: Führungszeugnisse für Ehrenamtliche öffentlichkeitswirksam, aber nutzlos

 

Der Bund der Deutschen Katholischen Jugend lehnt Führungszeugnisse für Ehrenamtliche strikt ab. Ein solches „nutzloses Stück Papier“ behindere die gesellschaftliche Gestaltungskraft, so die BDKJ-Bundesvorsitzende Ursula Fehling. An diesem Dienstag tagt im Familienministerium erstmals die Arbeitsgruppe „Prävention und Intervention“ des Runden Tischs gegen sexuellen Missbrauch, den die Bundesregierung eingesetzt hat.

 

„Wir wissen, dass im politischen Raum immer wieder über die Gesetzesänderung, Führungszeugnisse auch für Ehrenamtliche verpflichtend zu machen, diskutiert wird. Und das halten wir eben für einen Schnellschuss. Wir haben auch vertraulich immer wieder Informationen bekommen, wo zugegeben wird, dass das eine Maßnahme ist, die sich immer wieder gut in der Öffentlichkeit verkaufen lässt. Aber wir glauben, dass es jetzt nicht darum gehen kann, Sachen voranzubringen, die populär und leicht zu verkaufen, aber in der Wirklichkeit kaum umzusetzen und nicht wirklich nachhaltig sind. Statt dessen muss man sich in Ruhe hinsetzen und in den unterschiedlichen Bereichen überlegen – was sicher in Jugendverbänden etwas anderes ist, als in Internaten und anderen geschlossenen Systemen –: Was sind die Instrumente, die passen? Und die wirklich Präventionsarbeit leisten können.“ (rv 25)

 

 

 

 

 

Kardinal Angelo Bagnasco hat vor den dramatischen Folgen des Geburtenrückgangs in Italien gewarnt

 

Das Land befinde sich auf dem Weg zu einem „langsamen demografischen Selbstmord“, sagte Bagnasco am Montagabend in seiner Eröffnungsrede vor der italienischen Bischofs-Vollversammlung in Rom. Mehr als die Hälfte der Paare sei heute in Italien kinderlos. Von den Paaren mit Kindern hätten rund 50 Prozent nur ein Kind, lediglich in 5,1 der Familien gebe es drei oder mehr Kinder. Diese Zahlen verlangten dringend nach einer Politik, die sich stärker am Wohl der Kinder orientiere. Mit Blick auf den Missbrauchsskandal hob Bagnasco hervor, dass die Opfer im Mittelpunkt der kirchlichen Fürsorge stehen müssten. Zugleich bekräftige er, dass die Kirche in Italien entschieden gegen Missbrauch vorgehe. Man werde „keinen Kompromiss eingehen“ und alle nötigen Maßnahmen ergreifen. Bagnasco kritisierte ferner das Kruzifix-Urteil des Europäischen Menschenrechtsgerichtshofes in Straßburg vom November 2009. Man könne diese Entscheidung nur mit „ungläubigem Staunen“ zur Kenntnis nehmen, sagte der Erzbischof von Genua. Das Urteil beruhe auf einem falschen Verständnis von Laizismus, nach dem Religion nur in der Privatsphäre stattfinden dürfe. - Die am Montag eröffnete 61. Vollversammlung der Italienischen Bischofskonferenz tagt bis Freitag in Rom.

Rund hundert Missbrauchsdelikte durch katholische Priester sind in den vergangenen zehn Jahren in Italien durch kirchlichenrechtliche Verfahren bestätigt worden. Das teilte der Sekretär der Italienischen Bischofskonferenz, Bischof Mariano Crociata, am Dienstag am Rand der Vollversammlung der italienischen Bischöfe mit. Bis Freitag tagen die mehr als 200 italienischen Diözesanbischöfe im Vatikan zu ihrer Frühjahrsvollversammlung. (kipa 25)

 

 

 

Vatikan: „Interreligiöser Dialog ist ein Gebet“

 

Der interreligiöse Dialog wird oft falsch verstanden, glaubt der französische Kardinal Jean-Louis Tauran, Präsident des Päpstlichen Rates für eben diesen interreligiösen Dialog. Er sprach am Dienstagabend an der Päpstlichen Universität Gregoriana auf der Konferenz „Identität und Religionen“. Dabei verwies er darauf, dass das Gespräch zwischen den Religionen von vielen als eine Art „Psychologiespiel“ angesehen werde. Doch das gehe an der Wirklichkeit vorbei:

 

„Der interreligiöse Dialog ist nach meiner persönlichen Erfahrung viel eher als Gebet zu verstehen. Dieses Gespräch ist eine persönliche spirituelle Reise. Das merkt man vor allem dann, wenn man versucht, seinen Mitmenschen die eigene Spiritualität zu erklären. Da sieht man, wie schwer dies uns Christen mittlerweile fällt, unseren Glauben öffentlich zu bekunden. Wichtig ist dabei, dass man den eigenen Glauben gut kennt. Das ist die Basis eines jeden interreligiösen Dialogs.“

 

Die katholische Kirche kann vom interreligiösen Austausch viel weitergeben und gleichzeitig auch viel erhalten, fügt der Vatikanverantwortliche für den Dialog mit anderen Religionen an.

 

„Jede Religion hat eine Besonderheit. Der Islam zum Beispiel hat eine außergewöhnliche Beziehung zum Gebet. Man denke hierbei an ihre Treue zum täglichen Gebet. Wir Katholiken hingegen sind manchmal nicht in der Lage, in der Öffentlichkeit ein Kreuzzeichen zu machen.“

 

Die Konferenz an der Gregoriana wurde vom interdisziplinären Institut der Religionen und Kulturen organisiert. Leiter ist u.a. der deutsche Jesuitenpater Felix Körner. (rv 26)

 

 

 

Nina Hagen als Vorleserin. Wunschpost an Jesus

 

Nina Hagen als Vorleserin: Die Ex-Ufogläubige reist zurzeit mit ihren christlichen "Bekenntnissen" durch die Republik. Der messianische Eifer steht der Frischgetauften gut - noch schöner ist aber der ganz normale Wahnsinn ihrer Lebensgeschichte. VON MAURICE SUMMEN

 

Nina Hagen hat sich im August vergangenen Jahres im niedersächsischen Schüttdorf in einer evangelischen Gemeinde taufen lassen. Ihr Manager Klaus Aschenneller war ihr Taufzeuge. Ob er es auch war, der ihr zum Schreiben des autobiografischen Buches mit dem Titel "Bekenntnisse" geraten hat, wissen wir nicht. Hieraus liest die alte Punkrock-Diva jedenfalls auf einer kleinen Lesereise durch die Republik vor - nicht ganz ohne Musik freilich: Zwischendrin stimmt die Bekehrte ein paar ergreifende Folk-, Gospel- oder Blues-Songs an, wie jetzt im Astra Kulturhaus in Berlin-Friedrichshain zu erleben war.

 

Man kennt und schätzt Nina Hagen ja seit vielen Jahren als kosmische, polytheistische Punk- und Weltraum-Mutter mit einem Faible für all jene Dinge, die heute in Berlin an jeder Straßenlaterne beworben werden: Yoga, Esoterikkurse und Treffen von Außerirdischen. Frau Hagen war seit den Neunzigern eine Marke ganz eigner Art: eine wunderbar versponnene Crossculture-Avantgarde-Space-Spinnerin zwischen Shiva, Vivienne Westwood und Zarah Leander. Eine, die eben nie wirklich hundertprozentig einzuordnen war. Und nun steht sie in diesem Friedrichshainer Club und lässt verlauten, das es im tiefsten Inneren immer ausschließlich Jesus Christus war, der ihren ganzen Laden zusammen hält. Sie pocht darauf, dass sie trotz aller Experimente mit fernöstlichen Religionen im Herzen stets eine Christin gewesen sei.

 

 

Zwar ist sie Jesus persönlich nach eigenen Bekenntnissen bislang nur im Drogenrausch begegnet - etwa bei ihrem ersten LSD-Trip in der Kastanienallee in Berlin oder nach einem vierwöchigen Dauerkoksrausch in Amsterdam. Aber die Eindrücke sind auch heute für die 55-Jährige noch derart prägend, dass sie nun anscheinend den messianischen Eifer entwickelt hat, mit dieser Botschaft durch die Lande zu tingeln.

 

Nina Hagens Autobiografie liest sich jedenfalls so, als wäre Sigmund Freud höchst persönlich der Autor gewesen: Mutter Schauspielerin, Vater Autor und tablettenabhängig, dann Trennung der Eltern, dann Liedermacher als Stiefvater, dann erstes Kind (Cosma Shiva) mit heroinabhängigem niederländischem Rockgitarristen (der wenige Jahre nach der Geburt an einer Überdosis stirbt), und so fort.

 

Selbstverständlich spielt sich der ganze Wahnsinn dann auch noch in einem von Faschisten in die Katastrophe manövriertem, gespaltenen Land ab, dessen spätere Wiedervereinigung aus Nina Hagens Sicht einfach herbeigebetet wurde.

 

So wie sich auch ihre gesamte eigene Karriere aus ihrer Sicht nur noch durch kontinuierlichen Glauben und transzendentale Wunschpost an Jesus Christus erklären lässt.

 

Wenn Hagen da so sitzt auf der Bühne, hier und da berlinert und witzelt, merklich immer noch Probleme hat, über ihre egozentrische Mutter zu sprechen, und zwischendrin erzählt, wie sie einst Halt darin fand, dass etwa Heinrich Böll - als Freund ihres Stiefvaters Wolf Biermann regelmäßiger Hausbesucher - ihr eine Stange Roth-Händle-Zigaretten mitbrachte, dann ist er für einen Moment wieder spürbar, der herzliche Wahnsinn dieser kunterbunten Frau mit der unverkennbaren Knarz- und Kieks-Stimme. Damit hatte sie es früh zu Kultstatus bei der DDR-Jugend gebracht: Bereits Mitte der 70er - mit gerade mal 20 - hatte sie einige Hits, Auszeichnungen und Filmrollen vorzuweisen - nach dem Wechsel in den Westen, dem vom Regime ausgewiesenen Ziehvater Biermann folgend, schaffte sie hier aber nie den ganz großen Durchbruch. Ihr Mix aus Operette, Pop, New Wave und Zappa-Rock war schon immer eine Spur zu gaga für die Scorpions- und Bohlen-Massen.

 

So hob Nina Hagen ab, in internationale Künstlerkreise, dann in kosmische Gefilde. Apropos: Über Lady Gaga sagte Nina Hagen neulich in einer österreichischen Talkshow, die neue Popkönigin sei eine "satanische Schlampe mit faschistischen und dämonisch-angehauchten Geheimzeichen!" Ach, wie schön, dass sie auch als Jesusfreak wenigstens das Dissen - um hier mal im jugendlichen Hip-Hop-Jargon zu sprechen - nicht verlernt hat.

 

Ihre Interpretationen von Songs wie "We Shall Overcome" oder "Spirit in the Sky" lassen an diesem Abend jedenfalls weitaus mehr von ihrer Gemütsverfassung spüren, als uns Nina Hagen zu erzählen vermag. Zwischen den Songs und der Lesung wirkt sie dann einfach nur noch erschöpft.

 

Bald soll ein neues Album mit dem Titel "Personal Jesus" bei ihrer neuen Plattenfirma erscheinen. Für einen Musiker sind die Charts der Himmel auf Erden. Vielleicht kann sie dort ja demnächst mal wieder einen erholsamen Urlaub machen. Der neue Hagen-Blues jedenfalls hat Johnny-Cash-Qualitäten. Jetzt fehlt ihr nur noch jemand wie Rick Rubin: ein Produzentengott. FR 26

 

 

 

 

EKD: 184.584 Kinder evangelisch getauft

 

Hannover. In Deutschland wurden 184.584 Kinder im Jahr 2008 evangelisch getauft. Damit kamen wie im Jahr davor auf 100 Geburten 27 evangelische Kindertaufen, wie die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) am Mittwoch in Hannover mitteilte. Dies entspreche etwa dem Bevölkerungsanteil der evangelischen Kinder an der Altersgruppe der unter Fünfzehnjährigen.

Regional gibt es erhebliche Unterschiede bei der Taufbereitschaft, ergibt sich aus der Übersicht. Einflussfaktoren sind den Angaben zufolge der konfessionelle Anteil an der Bevölkerung, die Alterstruktur sowie das soziale Umfeld. Spitzenreiter ist die Evangelisch-Lutherische Landeskirche Schaumburg-Lippe mit einer Taufquote von knapp 71 Prozent, im Bereich der Evangelischen Landeskirche Anhalts werden hingegen nur 13 Prozent der Kinder evangelisch getauft. Bei 50 Prozent liegt die Taufquote in den Landeskirchen Braunschweig, Hannover und Kurhessen-Waldeck. Die Zahl der Erwachsenentaufen im Bereich der EKD betrug zuletzt 22.455. epd 26