Notiziario religioso  25-26  Maggio  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Martedì 25 maggio. Il commento al Vangelo. Il cento volte in più a chi lascia tutto  1

2.       Mercoledì 26 maggio. Il commento al Vangelo. “Non sapete ciò che domandate”  1

3.       Dalla Cei allarme per l'occupazione. "E l'Italia va verso suicidio demografico"  2

4.       Cattolici e politica. Sempre meno giovani 2

5.       Vita artificiale, Obama mette i paletti. La Cei: segno dell'intelligenza umana  3

6.       Kirill I, patriarca di Mosca, a Benedetto XVI. Amato fratello  3

7.       Ior, scatta l'operazione pulizia, al setaccio tutti i conti correnti 4

8.       Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente.  Le "tre piste"  4

9.       Il bilancio del Cardinale. "Ha vinto la spiritualità". Ultimo giorno per la Sindone  4

 

 

1.       Kardinal Kasper: „Ökumene ist nicht billig zu haben“  5

2.       Turin: Festgottesdienst beendet Grabtuch-Ausstellung  5

3.       Vatikan: Papst-Programm für Zypern vorgestellt 5

4.       Der katholische Militärgeneralvikar Walter Wakenhut warnt vor einem raschen Abzug aus Afghanistan. 5

5.       Schweiz. Der Ökumenische Rat der Kirchen ruft zu Buße und Umkehr auf. 6

6.       In dem überwiegend muslimischen Land sind protestantische Entwicklungshelfer zunehmend unerwünscht 6

7.       Papst Benedikt XVI.: „Pfingsten ereignet sich heute!“  6

8.       Deutschland: Bischöfe für Neuaufbruch zu Pfingsten  6

9.       Genforschung: „Errungenschaft für die Menschheit“  7

10.   Der Heilige Geist und der Euro. Weder Bürokratie noch wirtschaftlicher Profit reichen aus  7

11.   Pfingsterklärung in Augsburg: Mit Diözesanverwaltung in einem Boot 8

12.   Das „künstliche Leben“ ist ein Motor, aber es ist nicht wirkliches Leben  8

13.   Kuba: Präsident Castro trifft Bischöfe  8

14.   Gespräch mit Ruprecht Polenz. „Unsere Werte sind mit dem Islam kompatibel“  8

15.   Papst: Musik als Brücke zwischen Ost- und Westkirche  9

16.   Bistum Augsburg. "Pastorale Katastrophe"  9

17.   Benedikt XVI.: Laien sollen Gesellschaft christlich prägen  10

18.   Moses und der brennende Dornbusch. Am Anfang war das Feuer 10

19.   Zweitgrößte Moschee Berlins eröffnet 11

20.   Diakonie Katastrophenhilfe: „Die Piraterie ist nicht Somalias größtes Problem“  12

21.   Neue Moschee in Berlin. Gebetssaal für tausend Gläubige  12

22.   Gebetsräumen an Schulen. Fromm, frömmer 12

23.   Maschari Center. Neue Berliner Moschee wirkt wie ein Geschäftshaus  12

 

 

 

 

Martedì 25 maggio. Il commento al Vangelo. Il cento volte in più a chi lascia tutto

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 10,28-31) commentato da P. Lino Pedron 

 

28 Pietro allora gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». 29 Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, 30 che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. 31 E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».

Non si sceglie la povertà per se stessa, non si lasciano le persone più care per il gusto di lasciarle: ciò sarebbe irragionevole, sarebbe un vero male. Se si sceglie di lasciare tutto e tutti è per qualcosa di più grande e soprattutto per Qualcuno più grande: per seguire Gesù e dedicare ideali, mente e cuore all’annuncio del vangelo. Sono queste le finalità che danno un senso alla povertà e al distacco. Nella povertà Gesù propone all’uomo la rinuncia al dio di questo mondo. La povertà è essenziale per seguire Cristo ed è indispensabile per avere la vita eterna (v. 17).

In origine con l’espressione "il centuplo", forse, si intendeva la vita eterna, ma la comunità cristiana scorgeva questo centuplo già nel fatto che i discepoli di Cristo, rinunciando alla casa, alla famiglia e alle proprietà, ritrovavano una nuova famiglia e una casa nella comunità. Sebbene i credenti possano trovare una certa compensazione nei numerosi "fratelli, sorelle, madri e figli", come pure nell’assistenza materiale che ricevono in seno alla comunità, devono tuttavia sapere che quaggiù siamo ancora nel tempo delle persecuzioni, delle tribolazioni, della croce.

Anche il fare della comunità la propria casa può nascondere delle insidie. Chi cerca nella comunione con i fratelli e le sorelle di fede una reale compensazione in cambio di ciò che ha lasciato, non ha ancora compreso la chiamata a seguire Gesù fino alla croce. Gesù si separò perfino dai discepoli più cari, morendo solo e abbandonato, per la salvezza di tutti. La comunità non è in primo luogo un rifugio per le persone sole, ma uno spazio dove si raccolgono coloro che rinunciano ai propri desideri per amore di Gesù e si mettono al servizio degli altri uomini. Essa non costituisce un cantuccio tranquillo e appartato dal mondo, ma un punto di partenza per andare verso il mondo.

Le persecuzioni sono i test di fedeltà a Cristo e al vangelo. Il giorno in cui la comunità cristiana non fosse più perseguitata si potrebbero fare solo due ipotesi: o tutti sono diventati definitivamente cristiani, compreso il diavolo, o i cristiani non sono più tali.

"Molti dei primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi" (v. 31). Questa frase finale riassume, in modo vigoroso, l’insegnamento di Gesù sul capovolgimento dei valori, riprendendo il tema della vera precedenza, introdotto dalla discussione nella casa di Cafarnao (Mc 9,34-35). De.it.press

 

 

 

 

Mercoledì 26 maggio. Il commento al Vangelo. “Non sapete ciò che domandate”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 10,32-45) commentato da P. Lino Pedron 

 

32 Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore. Prendendo di nuovo in disparte i Dodici, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto: 33 «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, 34 lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà».

35 E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo». 36 Egli disse loro: «Cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: 37 «Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 38 Gesù disse loro: «Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». 39 E Gesù disse: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. 40 Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

41 All'udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni. 42 Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. 43 Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, 44 e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. 45 Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Questo brano è l’ultima delle tre predizioni che scandiscono la terza parte del vangelo. Ormai, appare all’orizzonte la meta. Il discorso è dettagliato, chiaro ed esplicito. Il viaggio a Gerusalemme ha come termine la consegna del Figlio dell’uomo.

C’è tutta una serie di sette verbi messi in fila con la semplice congiunzione "e". Sei – il numero dell’uomo – descrivono la nostra azione: condannare, consegnare, schernire, sputacchiare, flagellare, uccidere. E’ come la somma di tutto il male, che raggiunge il culmine nell’uccisione di Dio. Ma la parola definitiva non spetta a noi, ma a Dio: "dopo tre giorni risusciterà". Dio che ha detto la prima parola (Gen 1), si riserva di dire anche l’ultima (escatologia). Egli ci lascia liberi, ma ingloba la nostra azione nella sua, offrendoci un dono impensabile.

Gesù, il Cristo sofferente, il Figlio di Dio ucciso e risorto, umiliato e innalzato, è il mistero della nostra fede. La croce di Gesù non è un incidente di percorso, da dimenticare nella risurrezione. Cristo fu esaltato proprio per la sua obbedienza fino alla morte, e alla morte di croce (Fil 2,8-9). Qui è il mistero di Dio.

La reazione dei discepoli alla terza predizione della Passione è peggiore delle precedenti. Dopo la prima ci fu un forte diverbio tra Gesù e Pietro, il quale pensa secondo gli uomini e non secondo Dio ( Lc 8,32-33). Dopo la seconda ci fu l’incomprensione e il mutismo da parte di tutti gli apostoli, intenti a litigare su chi fosse il più grande (Lc 9,32-33). Dopo la terza ci si aspetterebbe un minimo di comprensione. Ma è come se Gesù non avesse detto nulla. Anzi, due dei prediletti, Giacomo e Giovanni, invece di ascoltarlo e fare la sua volontà, vogliono che lui li ascolti e faccia la loro. E’ il capovolgimento del rapporto fondamentale della fede.

Certe verità e certe conseguenze delle proprie scelte di vita sono dure da accettare. Ci si dichiara completamente disponibili a Dio, ma in realtà si continua ad avere i propri programmi e interessi personali e sogni di grandezza umana. Giacomo e Giovanni non pretendono di avere il posto di Gesù, ma vogliono essere i primi due dopo di lui. Un simile modo di agire in una comunità può solo suscitare rancori, gelosie, contrasti e divisioni.

Gesù ritorna sul dovere dell’umiltà e del servizio e pone se stesso come modello da imitare. Egli non si mette nella logica dei grandi di questo mondo: non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita per la salvezza di tutti. Egli riprende il discorso della croce e ne precisa il significato. Essa è: "servire e dare la propria vita in riscatto per tutti". Il termine "riscatto" rievoca un contesto giuridico: quando un uomo cade in schiavitù, o viene rapito e sequestrato, e non può pagare il riscatto, tocca al suo parente più prossimo pagare al suo posto. E’ quanto ha fatto Dio nei confronti d’Israele, liberandolo dalla schiavitù dell’Egitto e da tutte le schiavitù successive. In primo piano non c’è la giustizia, ma la solidarietà: il parente più prossimo non deve prendere le distanze, ma sentirsi coinvolto fino al punto di sostituirsi al parente caduto in schiavitù, fino a pagare per la sua liberazione, per la sua salvezza. Ecco la logica della croce: l’ostinata solidarietà di Dio rivelatasi a noi in Cristo.

Il cammino della croce non è in primo luogo soffrire, ma servire e dare la vita per tutti. Il discepolo quindi deve seguire il Cristo, servo sofferente di Dio, fino al dono totale della vita per tutti: "Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli" (1Gv 3,16). Di conseguenza, nella Chiesa c’è una sola regola uguale per tutti: servire e dare la vita. E l’autorità dev’essere capita ed esercitata come situazione in cui la logica della croce si fa più chiara, più esplicita e più convincente.

E’ giusto voler stare vicini al Signore, è bene desiderare di essere come Dio. Il male sta nel fatto che non conosciamo il vero Dio e crediamo di essere come lui proprio in quello che lui non è assolutamente. L’essenza di Dio, la sua Gloria, è l’amore che si fa servo e ultimo di tutti. Si sta vicino a Gesù, non cercando i primi posti, ma l’ultimo, perché egli si è fatto ultimo di tutti. La Gloria, sinonimo di Dio, in ebraico significa "peso". Il suo eccessivo amore, dall’alto dei cieli l’ha fatto scendere fino a noi, al di sotto di tutti noi: "Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2,5-8). Ogni nostra esaltazione è vanagloria, vuoto, assenza di peso: la massima dissomiglianza da Dio. La sua "gloria" è l’abbassamento fino alla morte di croce, esaltazione dell’amore e fine di ogni vanagloria. Alla sua destra e alla sua sinistra, al posto di Giacomo e di Giovanni, saranno intronizzati due malfattori, fratelli e rappresentanti di tutti noi.

"Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere" (v. 42). Questa situazione è ancora attuale. Simile spettacolo si ripete a tutti i livelli, dove ci sono uomini che danno egoisticamente la scalata al potere e abusano della loro autorità. L’istinto del dominare è profondamente presente nel cuore dell’uomo e lo corrompe. Gesù non è un rivoluzionario politico, ma mira a rivoluzionare i suoi discepoli nell’intimo del loro spirito, imponendo loro una legge fondamentale che non solo vieta il dominio, ma imprime alla loro comunità una fisionomia completamente nuova. Per essi vale il paradossale principio: "Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato" (Lc 18,14). Questo principio è stato sperimentato nella vita di Cristo e ha funzionato: "Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome" (Fil 2,8-9).

La morte di Gesù è l’atto più grande con il quale egli attua il suo servizio in favore degli uomini. Come Dio accolse il sacrificio del suo Figlio, così egli richiede a tutti coloro che entrano in alleanza con lui, la disponibilità all’identico servizio sull’esempio di Cristo. De.it.press

 

 

 

Dalla Cei allarme per l'occupazione. "E l'Italia va verso suicidio demografico"

 

Bagnasco in apertura deilavori della 61esima assemblea dei vescovi a Roma. Appello al governo per misure anticrisi che non penalizzino i cittadini. Pedofilia, "la Chiesa ha imparato a non avere paura della verità"

 

CITTA' DEL VATICANO -  L'Italia sta andando verso il "suicidio demografico": è l'allarme lanciato dal presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco, che oggi ha aperto a  Roma i lavori 61esima assemblea generale della Cei. "Urge una politica che sia orientata ai figli, che voglia da subito farsi carico di un ricambio generazionale", ha detto il cardinale chiedendo sostegno per la famiglia tradizionale e ricordando che il 50% delle coppie italiane coniugate non ha neanche un bambino.

 

Bagnasco ha lanciato un appello ai "responsabili della cosa pubblica": "Proprio perché perdura una condizione di pesante difficoltà economica, bisogna tentare di uscirne attraverso parametri sociali nuovi e coerenti con le analisi fatte". "Da parte nostra - ha concluso - ci impegniamo affinché nella pastorale familiare, e in quella volta alla preparazione al matrimonio, si operi per radicare ancor più la coscienza dei figli come doni che moltiplicano il credito verso la vita e il suo domani''.

 

Le politiche anticrisi, secondo il Vaticano, non devono penalizzare in misura eccessiva i cittadini: "I provvedimenti ultimamente adottati in sede comunitaria hanno da un lato, pare, arrestato lo scivolamento verso il peggio, dall'altra però stanno imponendo nuove ristrettezze a tutti i cittadini. Dinanzi a questo scenario non possiamo da parte nostra non chiedere ai responsabili di ogni parte politica di voler fare un passo in avanti, puntando come metodo ad un responsabile coinvolgimento di tutti nell'opera che si presenta sempre più ardua".

 

Il presidente della Cei ha toccato molti altri punti nel suo intervento, a cominciare dallo scandalo pedofilia. "La Chiesa ha imparato e impara a non avere paura della verità, anche quando è dolorosa e odiosa, a non tacerla o coprirla'' ma ''questo, naturalmente, non significa che si debba subire, qualora ci fossero, strategie di discredito generalizzato o di destrutturazione ecclesiale'', ha detto Bagnasco, respingendo anche la presentazione dei casi di abusi da parte di membri del clero "come una generale e indistinta incolpazione".

 

Ha tuttavia ribadito la piena disponibilità della Chiesa a farsi carico delle proprie responsabilità, in ogni senso: ''Come discepoli del Signore, ci è stato chiesto di impegnarci anzitutto nella purificazione e nella penitenza, che è parola dura, prospettiva che si tende a scantonare''. "Il nostro primo pensiero, la nostra prima attenzione - ha proseguito Bagnasco - è nei confronti delle vittime: ancora una volta esprimiamo a loro tutto il nostro dolore, il nostro profondo rammarico e la cordiale vicinanza per aver subito ciò che è peccato grave e crimine odioso".

 

Il cardinale ha poi toccato vari temi sociali, tra i quali quello dell'emergenza lavoro, definendola "un'emergenza nazionale" e si è soffermato sull'importanza delle celebrazioni dell'unità d'Italia: "Superare le contrapposizioni che residualmente affiorano significa accettare che l'unità non ha rappresentato il prevalere di un disegno politico su altri disegni; certo anche questo è avvenuto, ma è stata soprattutto il coronamento di un processo ardito e coerente, l'approdo ad un risultato assolutamente prezioso, che impone tuttavia a ciascuna componente un'autocritica onesta e proporzionata alla quota di fardello caricato, magari involontariamente, sul passo comune".

 

Infine, Bagnasco è tornato sulla sentenza della Corte di Giustizia Europea sull'esposizione del crocifisso, definendola "il frutto di un malinteso senso della laicità", e spiegando che la Chiesa confida in una "lungimirante rettifica" della sentenza stessa. LR 24

 

 

 

Cattolici e politica. Sempre meno giovani

 

Mons. Fisichella: il rischio di non avere una nuova classe dirigente

 

"Con il cosiddetto crollo delle ideologie, e la seguente frantumazione generale dei partiti, è venuta a mancare la tradizionale formazione dei giovani da avviare alla vita politica", perché "i partiti, sotto la pressione della crisi generalizzata, hanno rinunciato a quanto era loro di maggior urgenza: pensare alla formazione della classe dirigente successiva". A lanciare il grido di allarme è stato mons. Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la vita, intervenendo alla XXIV plenaria del Pontificio Consiglio per i laici (Roma, 21-22 maggio) sul tema: "Testimoni di Cristo nella comunità politica". Soffermandosi sulla "formazione richiesta a quanti si impegnano in politica", mons. Fisichella ha fatto notare che "si può attuare nella misura in cui, all'interno dei partiti e non all'esterno come fosse un surrogato, si organizza una fascia giovanile a cui si provvede di fornire la formazione basilare e la progettualità futura". Oggi, invece, "è venuta a mancare la presenza dei movimenti giovanili all'interno dei partiti con la conseguente atrofizzazione della presenza politica della stessa classe dirigente". "Se non vi sarà una seria riflessione in proposito - le parole di mons. Fisichella - le giovani generazioni si staccheranno sempre più dall'interesse per la politica e questa diventerà un'attività lavorativa come tante altre".

 

Formare una nuova classe dirigente. "Mi domando - si è chiesto mons. Fisichella - quale responsabilità politica è assunta per preparare i cittadini a vivere di valori che sono patrimonio comune", quali "la lealtà, l'onestà, il rispetto per l'altro nella sua diversità, la verità storica". Senza dimenticare "la dovuta chiarezza nel riconoscere il cristianesimo come patrimonio di ricchezza culturale che ha donato identità a interi popoli per millenni, agendo come fattore di aggregazione e socializzazione". Tracciando una sorta di identikit del politico cattolico, l'esponente vaticano si è soffermato sull'importanza del "riferimento alla preghiera", senza il quale per il politico "diventa più forte la tentazione di puntare tutto sulle proprie capacità" e di perdersi "nelle secche del facile compromesso". "La testimonianza del politico deve farsi forte della credibilità", ha ammonito mons. Fisichella, senza la quale essa "scade nella pura immagine e diventa solo autoreferenziale e, quindi, effimera". "Il testimone vive di un ideale che lo porta a progredire ogni giorno, senza timore alcuno di subire ricatti o cedere a facili compromessi", ha detto il relatore, secondo il quale ciò che permette al politico "di essere realmente forte e stabile, con una condotta irreprensibile, è la capacità di camminare ogni giorno nel sentiero della fede", attraverso un "agire coerente che coinvolge e compromette".

 

Cogliere la richiesta silenziosa. "In questo particolare frangente storico - ha esordito il presidente della Pontificia Accademia - spetta al politico dover cogliere la richiesta silenziosa che si muove da più settori, soprattutto da parte di genitori e formatori, perché si realizzi un'alleanza tra le diverse istanze educative con lo scopo di uscire dalla crisi e costruire una piattaforma su cui far scorrere i prossimi decenni". Alla politica, in particolare, spetta il compito di rispondere alla "domanda di una genuina formazione", che "si fa ogni giorno più pressante", attraverso la capacità di "creare le condizioni perché si formi una 'circolarità formativa', in modo tale da rendere attive sia le diverse istituzioni sociali, culturali ed ecclesiali con la promozione del primato della famiglia".

 

La legge e la "mentalità" del futuro. La legge, per sua stessa natura, crea cultura e comportamenti consequenziali", la tesi di fondo del relatore: "La liceità o meno di alcuni comportamenti, la depenalizzazione di alcuni reati comportano, inevitabilmente, l'assunzione progressiva di una mentalità che fa giudicare la bontà o almeno la neutralità di un comportamento". "Se vige la cultura che la legge proibisce quanto è male o dannoso ne deriva che quanto non è proibito sia inevitabilmente lecito se non perfino un bene", ha ammonito mons. Fisichella, chiedendosi in particolare quale "mentalità" sarà presente nei prossimi decenni su tematiche come "la vita, l'affettività o il significato della corporeità". "Se il legislatore banalizza la vita con leggi che portano a un più facile utilizzo dell'aborto o all'uso di una sessualità senza regole, preoccupandosi solo di fornire strumenti preventivi - ha detto - non potrà mai pensare di avere creato un reale progresso all'interno della società e tanto meno aver aiutato al raggiungimento di una libertà responsabile dei propri atti". Di qui la "responsabilità", per il politico, di "una visione anche positiva e propositiva della legge tesa a progettare una cultura che sia ispirata a valori fondamentali che traggono la loro ragion d'essere da quella saggezza che sta alla base della cultura stessa e che abilita ognuno alla formazione di una coscienza chiara e coerente con i principi fondamentali dell'agire etico". Un esempio per tutti: l'impegno che il politico dovrebbe immettere "nella programmazione scolastica e nelle diverse forme in cui si esprime il contributo di solidarietà nei confronti degli altri cittadini". sir

 

 

 

Vita artificiale, Obama mette i paletti. La Cei: segno dell'intelligenza umana

 

I vescovi: bene ma rispetto etica. E il Vaticano invita alla cautela. Il leader Usa: "Timori autentici"

 

TORINO - All’indomani dell’annuncio della creazione della prima cellula batterica sintetica, il presidente degli Stati Uniti Obama ha chiesto alla commissione di bioetica della Casa Bianca di redigere uno studio sulle questioni sollevate dall’esperimento e dalla «biologia sintetica», e di consegnargli un rapporto entro sei mesi.

 

Secondo quanto riportato dal New York Times, Obama ha detto che i nuovi sviluppi sollevano «timori autentici», senza però specificare quali. Le reazioni alla ricerca portata avanti dal biologo americano J.Craig Venter sono state di segno anche opposto: taluni hanno lodato il grande successo dei suoi lavori, altri ne hanno ridimensionato la portata, altri ancora avanzano perplessità di tipo etico, molti sottolineano l’evidente commistione fra interessi scientifici e commerciali delle ricerche di Venter.

 

Un'inaspettata inapertura arriva invece dalla Chiesa. La creazione della cellula artificiale «è un ulteriore segno della grande intelligenza dell’uomo», ha detto il presidente della Cei Bagnasco. «Non conosco i termini precisi della questione ho letto solo i titoli sui giornali questa mattina, ma certamente se le cose stanno così questo è un ulteriore segno dell’intelligenza, dono di Dio per conoscere meglio il creato e poterlo meglio ordinare, ulteriormente ordinare». «D’altra parte - ha sottolineato Bagnasco - l’intelligenza non è mai senza responsabilità, quindi ogni forma di intelligenza e ogni acquisizione scientifica vale in sè deve sempre essere commisurata alla dimensione etica, che ha al cuore la dignità vera di ogni persona nella prospettiva del creato».

 

Più cautela invece in Vaticano. Il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, ha commentato senza sbilanciarsi l'annuncio della prima cellula artificiale costruita in laboratorio: «È necessario aspettare di saperne di più». Un «appello alla cautela» è giunto anche da parte di mons. Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita. LS 22

 

 

 

 

Kirill I, patriarca di Mosca, a Benedetto XVI. Amato fratello

 

L'abbraccio nella musica tra il Papa e il Patriarca di Mosca

 

“Amato fratello in Cristo”. Sono le parole con cui Sua Santità Kirill I, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, si rivolge a Benedetto XVI, in un messaggio inviato al Papa e letto dal metropolita Hilarion in occasione del concerto di musica russa che si è tenuto il 19 maggio in Vaticano. Kirill definisce tale iniziativa “un evento di grande importanza nella storia degli scambi culturali tra le nostre Chiese”. “Per capire un popolo, bisogna ascoltarne la musica”, è la tesi del patriarca di Mosca: “E ciò si riferisce non soltanto alla musica liturgica ortodossa di cui oggi saranno eseguite alcune delle migliori realizzazioni, ma anche alle opere dei compositori russi scritte per le sale di concerto”.

“Negli anni delle persecuzioni per la Chiesa e del dominio dell’ateismo di Stato, quando la maggioranza della popolazione non aveva accesso alla musica sacra – la testimonianza di Kirill – queste opere, assieme ai capolavori della letteratura russa e delle arti figurative, hanno contribuito a portare l’annuncio evangelico, proponendo al mondo laico ideali di grande levatura morale e spirituale”.

Non è mancato nel messaggio di Kirill un accenno al rischio che senza la fede cristiana l’Europa smarrisca la propria identità. Il concerto di musica russa, svoltosi nell’Aula Paolo VI, è stato offerto dal metropolita Hilarion, presidente del Dipartimento delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, nonché autore di una delle sinfonie eseguite. Per la prima volta nella storia, tre gruppi musicali d’eccezione – l’Orchestra nazionale russa, il Coro sinodale di Mosca e la Cappella di Corni di San Pietroburgo – si sono riuniti in Vaticano per eseguire le opere di grandi compositori russi, tra cui ?ajkovskij e Rachmaninov.

 

“Profonda gratitudine”. Ad esprimerla a Kirill è stato il Papa, nel discorso pronunciato al termine del concerto, definito dal Santo Padre “momento di incontro e di amicizia con i cari fratelli del patriarcato di Mosca”, oltre che “straordinario momento musicale”. A Kirill, il Papa ha rivolto il suo “più fraterno e cordiale saluto”, esprimendo l’auspicio “che la lode al Signore e l’impegno per il progresso della pace e della concordia tra i popoli ci accomunino sempre più e ci facciano crescere nella sintonia degli intenti e nell’armonia delle azioni”. Il Papa ha inoltre ringraziato “di vero cuore” Hilarion, “per il suo costante impegno ecumenico” e “per la sua creatività artistica”. Infine, un saluto particolare alle “comunità russe presenti a Roma e in Italia, che partecipano a questo momento di gioia e di festa” che chiude le “Giornate della cultura e della spiritualità russa in Vaticano”, organizzate dai Pontifici Consigli per la promozione dell’unità dei cristiani e della cultura.

Il rischio dell’amnesia. “La cultura contemporanea, e particolarmente quella europea – ha ribadito il Papa – corre il rischio dell’amnesia, della dimenticanza e dunque dell’abbandono dello straordinario patrimonio suscitato e ispirato dalla fede cristiana, che costituisce l’ossatura essenziale della cultura europea, e non solo di essa”. “Le radici cristiane dell’Europa – ha ricordato – sono costituite, oltre che dalla vita religiosa e dalla testimonianza di tante generazioni di credenti, anche dall’inestimabile patrimonio culturale e artistico, vanto e risorsa preziosa dei popoli e dei Paesi in cui la fede cristiana, nelle sue diverse espressioni, ha dialogato con le culture e le arti, le ha animate e ispirate, favorendo e promuovendo come non mai la creatività e il genio umano”. “Anche oggi – è la tesi di Benedetto XVI – tali radici sono vive e feconde, in Oriente e in Occidente, e possono, anzi devono ispirare un nuovo umanesimo, una nuova stagione di autentico progresso umano, per rispondere efficacemente alle numerose e talvolta cruciali sfide che le nostre comunità cristiane e le nostre società si trovano ad affrontare, prima fra tutte quella della secolarizzazione, che non solo spinge a prescindere da Dio e dal suo progetto, ma finisce per negare la stessa dignità umana, in vista di una società regolata solo da interessi egoistici”.

 

“Torniamo a far respirare l’Europa a pieni polmoni, a ridare anima non solo ai credenti, ma a tutti i popoli del continente, a promuovere la fiducia e la speranza, radicandole nella millenaria esperienza di fede cristiana!”. È l’invito del Papa ai “cari fratelli del Patriarcato di Mosca”. “In questo momento – le parole di Benedetto XVI – non può mancare la testimonianza coerente, generosa e coraggiosa dei credenti, perché possiamo guardare insieme al futuro comune come ad un avvenire in cui la libertà e la dignità di ogni uomo e di ogni donna siano riconosciute come valore fondamentale e sia valorizzata l’apertura al trascendente, l’esperienza di fede come dimensione costitutiva della persona”. “Nella musica”, per il Papa, “già si anticipa e in qualche modo si realizza il confronto, il dialogo, la sinergia tra Oriente e Occidente, come pure tra tradizione e modernità”. “Proprio ad un’analoga visione unitaria e armonica dell’Europa – ha ricordato Benedetto XVI – pensava il Venerabile Giovanni Paolo II, quando, riproponendo l’immagine dei ‘due polmoni’ con cui bisogna ritornare a respirare, auspicava una nuova consapevolezza delle profonde e comuni radici culturali e religiose del continente europeo, senza le quali l’Europa di oggi sarebbe come priva di un’anima e comunque segnata da una visione riduttiva e parziale”. sir

 

 

 

 

Ior, scatta l'operazione pulizia, al setaccio tutti i conti correnti

 

Indagine interna avviata in seguito alla rogatoria italiana. al setaccio migliaia di nominativi per cercare di far luce sui conti correnti. Solo i dipendenti del Vaticano potrebbero servirsi della banca - di ORAZIO LA ROCCA

 

CITTÀ DEL VATICANO - Giro di vite sui conti correnti dello Ior, l'Istituto per le opere di religione. Una riservatissima inchiesta interna è in corso dietro le quinte dell'istituto bancario pontificio presieduto dal professor Ettore Gotti Tedeschi dal 23 settembre 2009, dopo circa 20 anni di gestione di Angelo Caloia, chiamato da Giovanni Paolo II a sostituire il vescovo Paul Marcinkus coinvolto nel crack del vecchio Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

 

In particolare, allo Ior stanno passando al setaccio migliaia di nominativi per cercare di far luce sui conti correnti attivati presso l'unica sede della banca ubicata nel Torrione di Niccolò V, nei pressi dell'ingresso di Sant'Anna, in Vaticano. Un lavoro di analisi e di ricerca su nomi, cognomi, sigle, numeri apparentemente anonimi e persino su libretti intestati a santi e beati, usati impropriamente per coprire clienti "particolari" che in passato hanno chiesto - ed ottenuto - l'anonimato.

 

Nel mirino degli "inquirenti" interni tutta la clientela dello Ior, che a norma di statuto dovrebbe essere costituita solo dal personale dipendente della Santa Sede, delle 191 nunziature apostoliche (le ambasciate del Papa) e di tutte le congregazioni religiose sparse nel mondo. Una norma, comunque, non sempre rispettata se si pensa che tra i clienti eccellenti della banca sono emersi recentemente nomi come quelli di Giulio Andreotti o di Angelo Balducci, l'ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici incarcerato nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti e per il quale in Vaticano è arrivata per vie diplomatiche anche una richiesta di rogatoria dei magistrati impegnati nell'inchiesta sul G8.

 

 

 

Sembra che sia stata proprio l'esplosione del caso-Balducci a spingere lo Ior ad avviare l'inventario interno, prendendo particolarmente di mira i conti correnti più consistenti e meno chiari. Nessun cliente sta sfuggendo alla verifica: anche i conti dei cardinalivengono passati al setaccio, persino quelli dei porporati membri della commissione di vigilanza della banca (Pedro Scherer, Telesphore Toppo, Jean-Louis Tauran, Attilio Nicora) presieduta dal segretario di Stato Tarcisio Bertone.

 

Uno di questi cardinali non ha nascosto il proprio disappunto, ma senza successo. Alla Ior sembrano veramente decisi ad intraprendere la strada della trasparenza e del rigore, sollecitati anche dalle nuove norme Ue sull'antiriciclaggio che la banca vaticana si è impegnata a recepire entro il 31 dicembre prossimo su sollecitazione degli stessi organismi monetari europei. LR 22

 

 

 

 

Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente.  Le "tre piste"

 

Il Sinodo nel suo contesto geopolitico e pastorale

 

Il prossimo Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente, che si svolgerà in Vaticano, dal 10 al 24 ottobre, sul tema “La Chiesa cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza”, toccherà la realtà di 14 milioni di cristiani, che vivono in mezzo a 330 milioni di abitanti di Paesi arabi e non arabi di una vasta area geografica che va dall’Egitto alla Turchia, dall’Iran a Israele, dai Paesi del Golfo, fino all’Iraq, il Libano, la Siria, la Giordania, la Palestina e Cipro. Due gli obiettivi dell’assemblea: “Confermare e rafforzare i cristiani nella loro identità attraverso la Parola di Dio e i Sacramenti; ravvivare la comunione ecclesiale tra le Chiese sui iuris, perché possano offrire una testimonianza di vita cristiana autentica”. A parlare del Sinodo a 140 religiosi e religiose della sua diocesi è stato, nei giorni scorsi, mons. William Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme.

 

Problemi da affrontare. “L’emigrazione, le conversioni all’Islam, la crescita dell’Islam politico e la mentalità del ghetto”: sono questi, per mons. Shomali, i principali problemi che le comunità cristiane del Medio Oriente devono affrontare oggi. L’esodo dei cristiani rappresenta la maggiore preoccupazione per le Chiese. “L’emigrazione – ha spiegato il vescovo – indebolisce il tessuto cristiano ma ha anche aperto gli occhi ai musulmani moderati che vedono in questo esodo un impoverimento della società araba e la perdita di elementi moderati. Molti leader politici e religiosi palestinesi considerano la partenza dei cristiani una perdita per tutti i palestinesi che pone faccia a faccia l’estremismo ebraico e quello musulmano. I cristiani, poi, sono un elemento moderato che attira la simpatia dell’Occidente sulla questione palestinese. Senza dimenticare che in passato i cristiani del Libano, dell’Egitto, della Siria, della Palestina, hanno partecipato allo sviluppo delle loro società”. Altro nodo da sciogliere è quello legato alle “conversioni all’Islam”. “È vero – ha affermato mons. Shomali – che sono i pochi i cristiani che diventano musulmani, ma dato il ridotto numero dei nostri fedeli, anche questo conta. In Egitto si parla di 15 mila ragazze cristiane che si convertono ogni anno per ragioni matrimoniali. Casi analoghi si registrano anche in Palestina e Giordania. Ogni volta è un dramma per la famiglia che considera la conversione un tradimento verso la religione e verso i familiari stessi. Nella maggioranza dei casi la giovane è considerata persa poiché non ha più relazioni con la famiglia”. La conversione, ha poi spiegato il vescovo, non riguarda solo le giovani “ma anche i lavoratori stranieri nei Paesi del Golfo. Per continuare a trovare lavoro la conversione all’Islam aiuta enormemente. Solo nel piccolo emirato del Dubai, nel 2008, sono stati 2.763 gli uomini e le donne, di 72 nazionalità diverse, passati all’Islam”. A questo si aggiunge “la crescita dell’Islam politico”, fenomeno che “si ripercuote sulla regione e sulla situazione dei cristiani nel mondo arabo”. Questo Islam politico “vorrebbe imporre un modo di vita islamico alle società arabe, turche o iraniane e a tutti coloro che vi vivono, musulmani e non musulmani”. Di fronte a questa situazione, mons. Shomali ha avvertito del rischio, citato già nei “Lineamenta”, che i cristiani cadano “in un atteggiamento ghettizzante. Dobbiamo rafforzare la fede dei nostri fedeli e così pure i legami sociali e di solidarietà”.

 

Tre piste. “Formare i cristiani perché leggano e vivano la Parola di Dio, perché si aprano al perdono, alla riconciliazione con l’altro, e perché considerino la loro presenza in questa regione una vocazione e non una fatalità”. Sono queste, per mons. Shomali, le “tre piste” che la Chiesa propone per dare soluzione ai problemi sofferti dalle comunità cristiane mediorientali. “La prima: formare i cristiani a leggere e a vivere la Parola di Dio. Bisogna fare molti sforzi per introdurre e preparare la gente alla lettura e alla meditazione della Bibbia. Una parte del successo riscosso dalle sette viene proprio dal loro contatto con la Parola di Dio, dal fatto che si presentano dappertutto come comunità ferventi”. Seconda pista: “formare i cristiani al perdono, alla riconciliazione e all’apertura agli altri” anche e soprattutto alla luce dei conflitti nella regione mediorientale “che producono odio implacabile e rancori”. La soluzione, per mons. Shomali, “non consiste nelle rappresaglie, ma nel dialogo e nel perdono”. Terza pista: aiutare i cristiani “a considerare la loro presenza in Medio Oriente come una vocazione e non come una fatalità. Essi sono chiamati ad essere testimoni di Cristo nei luoghi in cui vivono. Emigrare dai loro Paesi di origine sarebbe come sfuggire alla realtà. La loro partenza indebolirebbe il piccolo resto, che cercherebbe di andarsene. Il Vangelo deve essere portato anche nelle difficoltà e nelle persecuzioni”. “Le Chiese orientali – ha concluso – hanno bisogno di essere al passo con i tempi per poter così meglio rispondere alle necessità dei fedeli di oggi”. sir

 

 

 

 

Il bilancio del Cardinale. "Ha vinto la spiritualità". Ultimo giorno per la Sindone

 

Torino «Abbiamo fatto l’ostensione della Sindone per rilanciare la fede in un tempo di smarrimento, di sincretismo. E considero i risultati ottenuti molto buoni. Rispetto al 2000 questi 44 giorni hanno avuto una carica di spiritualità molto più intensa. Forse anche perché sono arrivati in un momento di crisi: i pellegrini erano anche in cerca di una risposta ai loro problemi. E se molti sono stati spinti dalla grande fede, negli oltre due milioni molti erano in ricerca sincera, con grandi pesi sul cuore. Queste persone sono ripartite da Torino più ricche di speranza».

 

Nel giorno dei bilanci, ieri, il penultimo della solenne ostensione 2010, il cardinale Severino Poletto ha sottolineato e messo in evidenza la soddisfazione per i risultati che gli sono sempre stati più a cuore. Che poi si riassumono nel numero record di 2.113.128 persone (comprese le proiezioni per la giornata di oggi) che hanno sostato in preghiera davanti al misterioso Telo.

 

E ieri nel tardo pomeriggio, il numero dei pellegrini si è arricchito, a sorpresa, anche della presenza del cardinale Tarcisio Bertone che, con un gruppo di familiari, ha percorso il cammino dai Giardini Reali. In Duomo Bertone si è soffermato davanti alla tomba del Beato Piergiorgio Frassati ed è poi rimasto a lungo in preghiera davanti alla Sindone. «Sono commosso, grato a tutti coloro che hanno preparato un’ostensione così bene orientata a suscitare nei pellegrini sentimenti di contemplazione e preghiera verso la Passione del Signore», ha detto al termine della visita.

 

«Davanti alla Sindone ho pregato a lungo per tutta la Chiesa fedele e sofferente». Sulla giornata torinese del Papa, il 2 maggio scorso, culmine delle sei settimane di esposizione del Telo, il Segretario di Stato ha commentato: «Il Papa è rimasto molto soddisfatto della visita pastorale a Torino: nonostante la giornata grigia, ha visto riversarsi per le strade della città migliaia di ‘bogianen’ ad accoglierlo. E poi la grande meditazione di fronte alla Sindone e la straordinaria visita ai malati del Cottolengo, dove ha sentito veramente la gioia dei più sofferenti».

 

Ancora: «Da questa ostensione emerge una Chiesa torinese ricca di devozione, che esprime l’essenza del cristianesimo. Basti pensare ai numerosi Santi sociali, che hanno vissuto e operato nella città; oppure ai giovani come il beato Pier Giorgio Frassati».

 

Ieri, con l’arcivescovo, il presidente del Comitato organizzatore, l’assessore Fiorenzo Alfieri, il vicepresidente monsignor Giuseppe Ghiberti e il direttore Maurizio Baradello, hanno passato in rassegna i 44 giorni nella conferenza stampa di congedo. Un grazie collettivo è andato a tutti coloro che hanno collaborato alla riuscita dell’evento, forze dell’ordine, vigili del fuoco, polizia municipale, Gtt, i 4500 volontari.

 

«Chi è venuto a Torino - ha sottolineato il cardinal Poletto - ha trovato grande accoglienza e signorilità». E il presidente Alfieri: «Abbiamo ottenuto il non facile equilibrio tra rispetto delle priorità dell’appuntamento religioso e l’organizzazione “materiale”, a partire dalla durata. Il traguardo di pellegrini raggiunto è il massimo possibile, anche perché siamo sempre stati consapevoli che le visite non si sarebbero spalmate in egual misura su fine settimana e giorni feriali».

 

Monsignor Ghiberti ha sottolineato «l’entusiasta partecipazione al pellegrinaggio delle chiese d’oriente sia cattoliche che ortodosse. Un risultato coltivato attraverso una lunga serie di contatti mantenuti in questi anni dalla Chiesa torinese tramite l’Amcor, Associazione amici chiese d’Oriente».

 

Monsignor Ghiberti, insieme al cardinale, ha escluso che la Sindone possa essere oggetto di un’«ostensione permanente perché neppure con le nuove tecniche di illuminazione, sarebbe possibile assicurarne una corretta conservazione». Lunedì, dunque, la Sindone verrà riposta nella teca ad alta tecnologia. Oggi la chiusura dell’ostensione viene suggellata dalla solenne celebrazione in Duomo delle ore 16 presieduta dal cardinale Poletto. MARIA TERESA MARTINENGO  LS 23

 

 

 

 

Kardinal Kasper: „Ökumene ist nicht billig zu haben“

 

Kurienkardinal Walter Kasper hat das Pfingstfest in sehr ökumenischer Weise gefeiert. Der Präsident des christlichen Einheitsrates hielt gemeinsam mit mehr als zweitausend Christen in Liverpool in zwei Kathedralen Gottesdienst: Beginnend in der anglikanischen, mit anschließender Prozession zur katholischen. In seiner Predigt meinte Kasper, Ökumene sei aber nicht billig zu haben: Sie habe ihren Preis und erfordere das Eingehen von Risiken.

Großbritannien bereitet sich zurzeit auf den Papstbesuch vor. Kasper betonte in einem Interview mit Radio Vatikan, dass der Papst keinen Besuch nur bei den englischen Katholiken machen wolle, sondern die gesamte Gesellschaft ansprechen wolle. Dies werde vor allem im Hauptereignis der Reise deutlich:

 

„Die Seligsprechung Newmans ist ein bedeutendes Ereignis nicht nur für die katholische Kirche – er ist ja auch einer der Hauptvertreter angelsächsischer Kultur und Theologie. Es ist wichtig für beide Kirchen (die katholische und die anglikanische), ins Heute zu übersetzen, was Newman zu sagen hat.“

 

Bei seiner Ansprache in der Universität Liverpool ging Kasper vor allem auf den jüdisch-christlichen Dialog ein, für den er von Vatikan-Seite aus zuständig ist...

(pm 24)

 

 

 

 

Turin: Festgottesdienst beendet Grabtuch-Ausstellung

 

An diesem Pfingstfest ist in Turin die Grabtuchausstellung zu Ende gegangen, die erste in diesem Jahrtausend. Mehr als zwei Millionen Besucher haben in den letzten anderthalb Monaten vor dem antiken Leinen gebetet, das vielen als das Grabtuch Jesu gilt. Unter den Pilgern war am 2. Mai Papst Benedikt XVI. Zu Beginn der Grabtuchausstellung hatte der Kardinal von Turin, Severino Poletto, gesagt, man könne gar nicht anders, als beim Betrachten der Ikone des leidenden Christus an das unendlich große Leiden der Welt zu denken. Das Motto sei dementsprechend gewählt worden: „Das Leiden Christi, das Leiden der Menschen.“ (rv 24)

 

 

 

Vatikan: Papst-Programm für Zypern vorgestellt

 

Der Vatikan hat das Programm der Papstreise vom 4. bis 6. Juni nach Zypern veröffentlicht. Die Visite führt Benedikt XVI. am ersten Tag nach Paphos, die meisten Programmpunkte finden am Samstag und Sonntag in der Hauptstadt Nikosia statt. Am Sonntagnachmittag erfolgt eine Abschiedszeremonie auf dem Flughafen von Larnaka, bevor der Papst wieder nach Rom-Ciampino abfliegen wird. Während der Reise wird der Papst auch wichtige ökumenische Termine wahrnehmen; untergebracht ist er in einem Gebäude im Niemandsland auf der Grenzlinie des geteilten Zypern. (kap 24)

 

 

 

 

Der katholische Militärgeneralvikar Walter Wakenhut warnt vor einem raschen Abzug aus Afghanistan.

 

„Ich sehe im Moment keine Möglichkeit für die Bundeswehr, schnell aus diesem Land herauszukommen“, sagte er am Sonntag in einem Interview der Katholischen Nachrichten-Agentur in Lourdes. Dafür sei dort noch zu viel zu tun. Der Sinn des Einsatzes sei „ganz klar: der Kampf für die Menschenrechte und die Menschenwürde“. Es gehe um den Anspruch der Bundesregierung, sich internationaler Verantwortung zu stellen. Wakenhut leitet nach dem Rücktritt des bisherigen Militärbischofs Walter Mixa die Militärseelsorge der deutschen katholischen Kirche. Unter Verweis auf die Bedeutung des kirchlichen Engagements bei den Soldaten betonte er, „wir alle haben den Wunsch, schnell einen neuen Militärbischof begrüßen zu dürfen“. – Der Generalvikar äußerte sich am Rande der diesjährigen Internationalen Soldatenwallfahrt nach Lourdes. (kap 24)

 

 

 

 

Schweiz. Der Ökumenische Rat der Kirchen ruft zu Buße und Umkehr auf.

 

Als herausragendes Beispiel nennt der Rat in seiner Pfingstbotschaft die Abkehr von der Drohung mit Atomwaffen. Hoffnung auf Umkehr könne man heute „in den Schritten erkennen, die einige der „Großen“ dieser Welt unternommen haben, um frühere Exzesse von Überheblichkeit und Herrschaftsdrang wieder gut zumachen“. In der Kraft des Heiligen Geistes müsse man versuchen, „diejenigen von ihren Vorhaben abzubringen, die noch immer glauben, dass Frieden nur durch die Drohung mit Atomwaffen erreicht werden kann“. Christen dürften freilich nicht allein Staatsmänner und andere öffentliche Personen zur Umkehr ermutigen. Dem ÖRK gehören rund 350 evangelische, orthodoxe und anglikanische Kirchen mit über 560 Millionen Mitgliedern in 110 Ländern an. (idea/pm 24)

 

 

 

 

In dem überwiegend muslimischen Land sind protestantische Entwicklungshelfer zunehmend unerwünscht

 

Das nordafrikanische Land hat in diesem Jahr bereits rund 100 ausländische Christen ausgewiesen. Allein im Mai mussten 28 ausländische Christen das Land verlassen. Begründet werden die Ausweisungen mit dem Verdacht, die humanitären Helfer hätten versucht, Muslime zu missionieren, was in Marokko verboten ist. Die Betroffenen weisen diese Vorwürfe zurück; sie verfolgten rein humanitäre Ziele. Auch Vertreter einheimischer Protestanten sind besorgt über das staatliche Vorgehen. Einzelne Stimmen sprechen von „Hexenjagd“. Nach Einschätzung marokkanischer Christen geht das schärfere staatliche Vorgehen auf die Ernennung neuer Minister zurück. Kommunikationsminister Khalid Naciri kündigte am 11. März ein härteres Vorgehen gegen religiöse Abwerbung an. Christen könnten zwar ihren Glauben in Marokko frei praktizieren, dürften aber nicht missionieren. In dem nordafrikanischen Land ist der Islam Staatsreligion. Von den rund 32 Millionen Einwohnern sind nach offiziellen Angaben 99 Prozent Muslime, davon 90 Prozent Sunniten. Ferner gibt es kleine Minderheiten von Christen und Juden. (idea/pm)

 

 

 

 

Papst Benedikt XVI.: „Pfingsten ereignet sich heute!“

 

Durch ihre ganze Geschichte hindurch und auch heute braucht die Kirche die Kraft des Heiligen Geistes. Das hat Papst Benedikt XVI. an diesem Sonntag bei seinem Mittagsgebet auf dem Petersplatz unterstrichen. Sonst wäre sie wie ein Segel ohne Wind. Er rief die Christen zur Rückbesinnung auf die bleibende Botschaft des Pfingstfestes auf. Pfingsten sei nicht ein einmaliges historisches Ereignis, sondern müsse sich ständig in der Kirche wiederholen. Die Herabkunft des Heiligen Geistes auf die in Jerusalem versammelten Apostel sei die eigentliche „Taufe“ für die Kirche gewesen, so der Papst. Nicht nur im Abendmahlssaal von Jerusalem, sondern immer wieder in der Geschichte habe es Pfingstereignisse gegeben, so der Papst weiter. Dazu gehörten die großen Konzilien, einschließlich des Zweiten Vatikanischen Konzils (1962-65). Dazu zählten auch kirchliche Großereignisse wie die großen Jugendtreffen sowie liturgische Feiern in den Pfarrgemeinden. Aber auch seine jüngste Wallfahrt nach Fatima, Mitte Mai, wo sich eine gewaltige Menschenmenge vor dem Marienheiligtum einmütig zur Messe versammelt hatte, sein ein „neues Pfingsten“ gewesen. - Nach dem Mittagsgebet begrüßte Benedikt XVI. zahlreiche Besucher aus den deutschsprachigen Ländern auf Deutsch. Ein besonderes Grußwort richtete er an die Teilnehmer einer großen Parade von Musikkapellen aus Deutschland und Österreich, die zum fünften Mal in Rom stattfindet.

 

„Pfingstgeist vereinheitlicht nicht, sondern eint“ - Die Kirche überwindet alle zwischenmenschlichen Grenzen – politische, kulturelle und ethnische Unterschiede vereint sie in sich. Das hat Papst Benedikt an diesem Sonntag in seiner Pfingstpredigt im Petersdom betont. Die Kirche wolle inmitten von Zerrissenheit und Fremdheit zu Einheit und Verständnis unter den Menschen und Völkern beitragen. Von Pfingsten her spreche sie alle Sprachen, so Benedikt XVI. – und die Gläubigen aus aller Welt, die sich im Dom zur Messe versammelten, gaben ihm darin scheinbar Recht. Das Streben nach Einheit bedeute allerdings keineswegs eine Vereinheitlichung der Verschiedenheiten in der Kirche.

 

„Im Gegenteil, an Pfingsten sprechen die Apostel verschiedene Sprachen, damit jeder ihre Botschaft in seiner eigenen Sprache versteht. Die Einheit des Geistes zeigt sich darin, dass er von Vielen verstanden wird. Die Kirche ist von ihrer Grundbeschaffenheit her einheitlich und vielfältig, darauf ausgerichtet, aus vielen Nationen, allen Völkern und allen unterschiedlichen sozialen Kontexten heraus zu leben.“

 

Wie die Apostel seien alle Christen dazu aufgerufen, sich von diesem Feuer entzünden zu lassen. Der Papst ermutigte die anwesenden Gläubigen dazu, die Logik des Besitzes hinter sich zu lassen und, von Christus entflammt, ihm nachzufolgen:

 

„Wir müssen wieder erkennen: Sich an den Gott der Liebe und des Lebens zu verlieren, bedeutet in Wirklichkeit, etwas hinzu zu gewinnen und sich selbst bereichert wiederzuerlangen. Wir brauchen das Feuer des Heiligen Geistes, denn die Liebe allein erlöst.“ 

 

Pfingsten: Die Taube – ein besonderer Vogel - Der Heilige Geist ist überall – das gilt auch für sein Symbol, die Taube. Das Federtier ist, mit Ausnahme der Arktis und Antarktis, fast auf dem gesamten Globus vertreten. Auch wenn sich heute immer mehr Leute über eine „Taubenplage“ beschweren - dieser Vogel ist für die Geschichte von Religion und Kultur von zentraler Bedeutung.

 

„In jenen Tagen kam Jesus aus Nazaret in Galiläa und ließ sich von Johannes im Jordan taufen. Und als er aus dem Wasser stieg, sah er, dass der Himmel sich öffnete und der Geist wie eine Taube auf ihn herabkam. Und eine Stimme aus dem Himmel sprach: Du bist mein geliebter Sohn, an dir habe ich Gefallen gefunden.“ (Mk 1,9-11)

 

Die Tauben-Symbolik ist kein rein christliches Phänomen. Schon in der Antike war der Vogel Sinnbild von Sanftmut, Einfalt und Unschuld. Man nahm damals an, dass die Taube keine Galle besitze und so frei sei von allem Bösen und Bitteren. Im alten Indien und bei einigen germanischen Stämmen galt sie als „Seelenvogel“.  (rv 23)

 

 

 

Deutschland: Bischöfe für Neuaufbruch zu Pfingsten

 

Die deutschen Bischöfe haben am Pfingstfest zur Erneuerung der Kirche aufgerufen. Dabei sprachen viele von ihnen am Sonntag die Missbrauchsfälle an. Die Kirche habe an Glaubwürdigkeit verloren. Um so mehr sei neuer Aufbruch notwendig. Weitere Appelle galten dem Lebensschutz und sozialer Gerechtigkeit. Unter Verweis auf die Botschaft des Pfingstfests ermunterten Bischöfe die Gläubigen auch zu mehr missionarischem Engagement.

 

Der Kölner Kardinal Joachim Meisner sagte im Kölner Dom, die Kirche sei „in der Tat - wie wir traurig in den letzten Wochen erkennen mussten - keine Elite des Menschengeschlechts“. Doch auf diese „vielleicht allzu menschliche Glaubensgemeinschaft“ sei der Heilige Geist aus und wolle die Kirche prägen. Der Mainzer Kardinal Karl Lehmann hat die Kirche vor einem Rückzug in Nischen gewarnt. Es gehe immer um die missionarische Sendung hinaus in die Welt, sagte er im Mainzer Dom. Zwar sei Kirche immer eine unverbrüchliche Gemeinschaft von Menschen. „Aber sie verschließt sich nicht in sich selbst. Sie verkapselt sich nicht in ihre eigenen Nischen.“ Der Münchner Alt-Erzbischof, Kardinal Friedrich Wetter, wandte sich betont an alle christlichen Konfessionen mit dem Appell, die Kirche zu erneuern. Bei einer Festmesse zum 25. Jahrestag seiner Kardinalserhebung ging Wetter im Münchner Liebfrauendom auch auf das Thema Missbrauch ein. Diese Vorgänge stünden für Versagen und Sünde, meinte er. In Bamberg mahnte Erzbischof Ludwig Schick, das weit verbreitete Reden über Krisen nicht rein negativ zu sehen. Krise bedeute nicht Ende, sondern Neubeginn. kna 23

 

 

 

 

Genforschung: „Errungenschaft für die Menschheit“

 

Wissenschaftler um den amerikanischen Biochemiker und Genomforscher Craig Venter haben ein vollständig künstliches Genom in eine biologische Mutterzelle eingepflanzt und damit erstmals ein lebensfähiges künstliches Bakterium erschaffen – soweit die vermeintliche Sensationsmeldung aus den USA. Radio Vatikan hat Prof. Eberhard Schockenhoff, Moraltheologe in Freiburg, um eine Einschätzung gebeten.

 

„Zunächst ist es tatsächlich eine kleine Sensation, dass es gelungen ist, ein Genom, also die Formation eines Lebewesens, künstlich herzustellen. Wobei man sofort fragen muss: Was bedeutet „künstlich“? Das heißt nicht, dass etwas gleichsam aus Nichts hergestellt wurde, so wie es die Kirche vom göttlichen Schöpfungsakt sagt. Craig Venter ist also nicht Gott und er spielt auch nicht Gott. Sondern, er imitiert natürliche Vorbilder, um neue genetische Muster zu reproduzieren. Dass das technisch möglich ist, verlangt große Brillanz, das muss man anerkennen. Aber die Frage ist, ob das wirklich künstliches Leben ist! Leben kann man ja nicht reduzieren auf seine genetische Information. Aber es ist doch ein erheblicher Schritt, der gelungen ist, den es so bislang nicht gegeben hat.“ (rv 23)

 

 

 

 

Der Heilige Geist und der Euro. Weder Bürokratie noch wirtschaftlicher Profit reichen aus

 

Hat der Heilige Geist etwas mit dem Euro zu tun? Wäre nicht Pfingsten, käme die Frage erst gar nicht auf den Schirm. Schnell, und gegenwärtig noch schneller, verspüre ich den Drang zu sagen: Auf gar keinen Fall. Aber vom Heiligen Geist gilt ja bekanntlich, dass er weht, wo er will. Deshalb verdient die Frage genauer geprüft zu werden.

In der biblischen Apostelgeschichte ist das Pfingstereignis überliefert.  Ein Dutzend an unterschiedlichen Sprachgruppen sind aufgezählt, die in Jerusalem versammeln waren. Jeder von ihnen hörten die Apostel, Fischer aus Galiläa, in ihrer jeweiligen Muttersprache reden. (Apg 2,6)

In Europa gibt es ebenfalls mehrere Sprachgruppen. Aber eine Sprache, die von allen verstanden würde, gibt es bisher nicht. Wohl aber gibt es bei 16 Staaten und Kleinststaaten wie San Marino oder dem Vatikan, ein anderes gemeinsames Medium, die Währung – und die steckt in der Krise. Griechenlands Schuldenkrise wächst sich zu einer handfesten Euro-Krise aus und bringt die Länder der Eurozone in Bekenntniszwang. Es liegen Fragen auf dem Tisch: Wie viel ist uns der Euro als Gemeinschaftswährung wert? Dahinter aber steht die spannendere Frage:

 

Wes Geistes ist der Euro als Gemeinschaftswährung?

 Die Antwort nach dem materiellen Wert der Gemeinschaftswährung ist deshalb schwierig, weil niemand genau sagen kann, wie groß der wirtschaftliche Einbruch wäre, wenn es den Euro nicht mehr gäbe. Der Rettungsschirm, den die Staaten der Währungsunion aufgespannt haben, verursacht bei denkenden Menschen Schwindelgefühle. Staatsbürgschaften der Mitglieder der Eurozone in Höhe von 750 Milliarden Euro sollen es Griechenland ermöglichen, Kredite aufzunehmen um so seine Rückzahlungsverpflichtungen erfüllen zu können. Das könnte für den deutschen Steuerzahler aber teuer werden, wenn es Griechenland nicht schafft, weniger Staatsausgaben und mehr Staatseinnahmen nicht nur zu versprechen, sondern das auch in die Wirklichkeit zu überführen. Der Wunsch nach einem geregelten Verfahren der staatlichen Insolvenz erscheint berechtigt, denn dahinter steckt die gerechte Absicht, dass Misswirtschaft dort verantwortet wird, wo sie verursacht wurde.

 

Einen Schritt weiter geht das nostalgische Plädoyer der Rückkehr zur Europäischen Wirtschaftsgemeinschaft mit unterschiedlichen Währungen. In eloquenter Stammtischmanier beschreibt Leon de Winter, dass die alten Währungen Ausdruck der nationalen Charaktereigenschaften waren und für den nötigen Sicherheitsabstand der einzelnen Wirtschaftssysteme sorgten. Seine virtuellen Stammtischbrüder loben ihn im entsprechenden Forum ob seiner „erstklassigen Analyse“.

 

So plausibel sich die Analyse anhören mag, sie hat einen Kardinalfehler. Sie geht stillschweigend davon aus, dass die Europäische Union eine wirtschaftspolitische Konstruktion ist, die solange gut ist, als sie wirtschaftliche Vorteile bringt. Dann wäre es in der Tat an der Zeit, sie zu Grabe zu tragen. Schließlich stehen die Europolitiker vor der Herausforderung, die Erwartungen der Griechen mit den Zahlungsverpflichtungen der anderen Staaten zu vereinbaren. Eine europapolitische Vision, die zuerst nationalökonomische Interessen im Blick hat, die sich vielleicht, wenn alles gut geht, auf europäischer Ebene zueinander hin vermitteln lassen, ist hier wohl am Ende.

Der Euro aber ist nicht das Kind einer Verschmelzung nationalökonomischer Interessen. Am Anfang der Währungsunion stand auch nicht der Vorteil, beim Urlauben im europäischen Ausland sich getrost dem Alkohol ergeben zu können, da die einheitliche Währung die Umrechnungsfunktionen des Gehirns übrig macht. Auch stand am Anfang nicht nur eine Vorteilserwägung, die gerade dem exportorientierten Deutschland Absatzmärkte garantiert. Es war auch nicht die Absicht, dass sich finanzschwächere Staaten auf Kosten der Partnerländer einen Lebensstandard finanzieren, den die eigene Wirtschaftsleistung nicht hergibt.

 

Viel mehr steht am Anfang ein politisches Credo. Es besteht in der Überzeugung, dass Nationen, die eine gemeinsame Währung haben, gegeneinander keinen Krieg mehr führen und dass sich die Erleichterung von Geschäftsbeziehungen langfristig immer positiv auf wirtschaftliche Stabilität auswirkt. Dieses politische Credo ist ambitioniert und nicht auf den ersten Blick vom europäischen Durchschnittsbürger auf seine Plausibilität hin zu durchschauen. Eine Folge dieser europäischen Leidenschaft der Nachkriegspolitiker aber ist, dass es unter den Staaten der Europäischen Gemeinschaft seit 65 Jahren keinen Krieg mehr gegeben hat. Dies wird allzu leicht als Selbstverständlichkeit wahrgenommen. Dabei würde ein kurzer Blick in ein Geschichtslexikon die Wertschätzung für eine derartig lange Friedenszeit enorm steigern, da sie eine historische Rarität und herausragende politische Leistung ist.

 

Das politische Credo hinter der Währungsunion als Mittel zum Frieden haben wohl auch viele Europaabgeordnete und Europabeamte vergessen. In ihren Köpfen scheint Europa von wirtschaftlichen Zwängen zu einer unerschütterlichen Festung zusammengefesselt zu sein. Wie sonst wäre der von den Bürgern als ausufernden empfundene europäische Bürokratismus zu erklären? Ein echtes Bemühen, den „Geist“ Europas und des Euro dem demokratisch mündigen Bürger zu erklären, ist schwer zu erkennen. Hier ist längst das Gespür verloren gegangen, dass Europa auf die Zustimmung und Überzeugung seiner Mitbürger angewiesen ist. Und viele der Bürger der EU fragen sich jetzt: Warum sollen wir Griechenland retten, wenn dadurch nur die Steuern steigen?

 

Im Pfingsthymnus wird der Heilige Geist angerufen als Geist, der den Frieden bringt und mit Ideen (sermone) die Sprache (guttura) bereichert. Friedenspolitik ist mehr als Wünsche zu formulieren und in Nostalgien zu schwelgen. Sie braucht vielmehr Ideen, die den Weg nach vorne öffnen. Es ist der Geist des Friedens und der Kreativität und schließlich des Humors, der Europa und den Euro weiterbringen kann und die Vision eines friedlichen Europas offen hält.

 

Dieses Vorhaben ist gar nicht so ausweglos, wie es scheinen mag. Da hilft es schon, sich der durchaus vorhandenen gemeinsamen Wurzeln zu erinnern. Und vielleicht fällt gerade den Griechen dann ein, dass sie für eine Unzahl schöner Begriffe, die ihrer Kultur entstammen und inzwischen Bestandteil aller Europäischen Sprachen sind, wie z. B. Sophia (Weisheit),  Philia und Eros (Liebe) und Philosophia (Weisheitsliebe), homo- und hetero, Chaos und Krise eine pauschale Lizenzgebühr von den europäischen Partner erheben könnten. Diese könnten die europäischen Hilfsmaßnahmen für das griechische Schuldendesaster ein wenig aufwiegen. Natürlich würde dann der Europäische Gerichtshof feststellen, dass auf eine solche Gebühr keinerlei Rechtsanspruch Griechenlands bestehe. Und die anderen Staaten könnten mit Augenzwinkern erwidern, dass das Recht, das die Römer entwickelt hatten, schon Insolvenzprozesse kennt. Auch hat Argentinien bereits eine staatliche Insolvenz ausprobiert hat. Die Konsequenzen für die Bevölkerung und für die Wirtschaftspartner waren verheerend, aber seit 2003 ist das Land wieder im wirtschaftlichen Aufwärtstrend.

 

Dieses Gespräch wäre noch lange nicht die Lösung der Eurokrise. Aber es würde deutlich machen, dass der Schlüssel zum Glück in Europa in dem Geist hinter dem Euro steckt. Wenn es nur ein Geist des individuellen und nationalen wirtschaftlichen Profits ist, können alle nur verlieren, wenn es ein Geist des Friedens und der Ideen ist, können alle letztendlich nur gewinnen. Wer die Wahl hat, hat die Qual.

Theo Hipp   kath.de-Redaktion

 

 

 

 

Pfingsterklärung in Augsburg: Mit Diözesanverwaltung in einem Boot

 

Das Augsburger Bistum bleibt in Bewegung und das sollte es auch, wenn es nach den Unterzeichnern der Pfingsterklärung geht. Mit ihrer Erklärung rufen sie zum Neuanfang auf und fordern eine Aufklärung der Vergangenheit in der Diözesanverwaltung. Aber, das ist den Unterzeichnern wichtig, ihnen geht es nicht um eine reine „Mixa-Schelte“. Sie wollen mit dem Diözesanadministrator Josef Grünwald zusammenarbeiten, stellte einer der Unterzeichner, der Krankenhausseelsorger Pfarrer Michael Saurler, im Interview mit dem domradio klar.

 

„Das hört sich so an, als wenn das unser Ziel gewesen wäre, nie und nimmer! Wir waren traurig über die Entwicklung mit Bischof Mixa. Es gab keinen anderen Weg, aber das Ziel unserer Pfingsterklärung ist ein anderes. Uns geht es darum, in die Zukunft zu schauen. Und dazu muss man zuerst die Vergangenheit aufarbeiten, muss wissen, was alles schief gegangen ist. Diesen offenen Dialog wollen wir.“

 

Die Pfingsterklärung, bis Freitagnachmittag hatten sie laut Pfarrer Saurler bereits mehr als 250 Menschen unterzeichnet, ist im Internet nachzulesen unter www.pfingsterklaerung.de. (domradio 22)

 

 

 

Das „künstliche Leben“ ist ein Motor, aber es ist nicht wirkliches Leben

 

Einen Raunen ging durch die Wissenschaft: Erstmals sei es gelungen, künstliches Leben zu erschaffen. Genauer gesagt soll der amerikanische Gen-Forscher Craig Venter im Labor eine künstliche Zelle erzeugt haben, die von einer synthetischen DNS kontrolliert wird und sich wie eine natürliche Zelle teilen und vermehren kann. Die Vatikanzeitung „Osservatore romano“ titelt in ihrer Samstagsausgabe, „Un ottimo motore, ma non è la vita“ (ein guter Motor, aber es ist nicht das Leben). Trifft dieser Titel den Sachverhalt? Das haben wir Eberhard Schockenhoff, der Professor für Moraltheologie in Freiburg ist,gefragt:

 

„Die Formulierung, „Ein guter Motor, aber das ist nicht Leben“, ist insofern berechtigt, als auch Craig Venter mit seiner Synthetisierung genetischer Muster ja noch Anleihen machen muss aus natürlichem Leben. Er braucht Bakterien und Hefezellen, um diese Bakterien dann tatsächlich ins Dasein treten zu lassen. Also kann er nicht einhundertprozentig künstliches Leben herstellen. Aber er hat mit der genetischen Information einen entscheidenden Schritt getan, so wie der Motor in einer komplizierten Maschine. So ist das eben auch ein wichtiger Bestandteil des Lebens. Allerdings lässt sich das Leben nicht auf seine genetischen Informationen beschränken.“

 

Craig Venter selbst hat laut Medienberichten betont, dass er Leben nicht von Grund auf neu schaffe, sondern das Material des Lebens, die Bausteine der DNS, neu zusammensetze und damit auf mehr als drei Milliarden Jahren Evolution aufbaue.

(rv 22)

 

 

 

Kuba: Präsident Castro trifft Bischöfe

 

Seit fast 75 Jahren stehen der Vatikan und Kuba diplomatisch in Kontakt: Die ununterbrochenen diplomatischen Beziehungen werden auch in einem Monat offiziell gefeiert. Doch schon jetzt konnte Kardinal Jaime Ortega Alamino von Havanna einen wichtigen Schritt tun: Er traf sich, begleitet von einem weiteren Bischof, mit Präsident Raul Castro. Dabei ging es vor allem um die Frage der politischen Gefangenen, auf deren Freilassung die Kirche drängt.

 

„Das kommunistische Regime auf Kuba hat die katholische Kirche erstmals seit einem halben Jahrhundert als Gesprächspartner anerkannt.“ Auf diese Formel bringt es der regierungsnahe Sender Radio Martì aus Havanna. Es sei in den vier Stunden Gespräch fast nur um die Frage der politischen Gefangenen gegangen; eigene Sorgen der Kirche um ihren Platz in der Gesellschaft hätten „keine Rolle gespielt“.

 

„Das Treffen hat zunächst einmal den Wert, dass die Kirche als Vermittlerin anerkannt wird“, sagt Kardinal Ortega auf einer Pressekonferenz. „Das bedeutet auch eine Anerkennung für die Rolle der Kirche, dass sie sich um eine Überwindung tiefer Gräben bemüht.“

 

Kardinal Ortega hatte im April das Regime deutlich wie selten zuvor kritisiert: Kuba sei in einer „sehr schwierigen Lage“, und das Ausbleiben wirtschaftlicher Reformen und Freiheiten „führt zu Ungeduld und Unbehagen im Volk“. (rv 22)

 

 

 

Gespräch mit Ruprecht Polenz. „Unsere Werte sind mit dem Islam kompatibel“

 

Ein Gespräch mit dem CDU-Abgeordneten im Bundestag und Vorsitzenden des Auswärtigen Ausschusses, Ruprecht Polenz, über sein Buch „Besser für beide. Die Türkei gehört in die EU“. Europa wolle keinen Kampf der Kulturen.

 

Herr Polenz, Sie sagen, die Türkei gehört in die Europäische Union. Müssten Sie angesichts der Griechenland-Krise nicht etwas kleinlauter werden?

Im Gegenteil. Sowohl die Türkei als auch die EU werden im Falle eines Beitritts nach innen und außen stärker sein. Die Euro-Krise und der Beitritt spielen sich auf zwei völlig verschiedenen Zeitschienen ab. Der Euro muss jetzt sehr schnell stabilisiert werden - der mögliche EU-Beitritt der Türkei aber liegt in ferner Zukunft.

Aber zeigt die Griechenland-Krise nicht, dass sich die EU übernommen hat?

Ich sehe mit Sorge, dass in diesen Tagen nicht nur D-Mark-Nostalgiker meinen, ohne die EU ginge es Deutschland besser. In Umfragen sagen 28 Prozent, es sei ein Nachteil für Deutschland, Mitglied der EU zu sein, nur 20 Prozent sehen die Mitgliedschaft als Vorteil. Unabhängig von der Türkei-Frage müssen wir besser als bisher verstehen, worauf unser Wohlstand gründet: nämlich vor allem auf unserer Einbindung in den Friedens- und Stabilitätsraum der Europäischen Union mit einem gemeinsamen Binnenmarkt, in den der Großteil unserer Exporte geht. Wir müssen auch daran denken, wie Europa in Zukunft neben den Riesen China, Indien und Nordamerika bestehen kann. Das wirtschaftliche Potential der Türkei und ihre Funktion als Brücke für unsere Energieversorgung aus Zentralasien und dem Nahen Osten sind dabei von entscheidender strategischer Bedeutung.

Wäre die EU überhaupt fähig, ein so großes Land wie die Türkei aufzunehmen? Muss die Devise nicht besser lauten: Vertiefung vor Erweiterung?

Damit wir die Euro-Krise überwinden können, werden wir die europäische Integration vertiefen und die Finanzpolitiken der Mitgliedstaaten besser koordinieren müssen. Das ist richtig. Wir müssen aber auch sehen, dass Europa von außen betrachtet als ein alternder, schrumpfender und undynamischer Kontinent erscheint. Mit dem Türkei-Beitritt wird sich das ändern. Wir würden der Welt außerdem zeigen, dass Europa keinen Kampf der Kulturen will und unsere Vorstellungen von Rechtsstaat und Menschenrechten auch mit dem Islam kompatibel sind.

Damit hätte Europa den Kampf der Kulturen in seinen eigenen vier Wänden.

Nein, im Gegenteil. Im Übrigen geht es um Europas Glaubwürdigkeit gegenüber der Türkei: Schon in den fünfziger Jahren haben wir der Türkei eine Beitrittsperspektive gegeben, später hat sich auch Helmut Kohl dafür ausgesprochen. Es gilt immer noch: pacta sunt servanda.

Sie sagen selbst, dass die Türkei noch nicht reif sei für einen Beitritt.

Die Türkei würde zum Zeitpunkt des EU-Beitritts eine andere sein, als sie es heute ist. Dieser Prozess dauert noch etliche Jahre. Noch immer ist der Staat in der Türkei zu stark und die Zivilgesellschaft zu schwach, es gibt Probleme bei der Unabhängigkeit der Justiz, der Meinungsfreiheit, den Minderheitenrechten.

. . . und die Lage der Christen am Bosporus ist schlecht.

Das stimmt, aber auch die Christen in der Türkei befürworten einen EU-Beitritt. Sie sind der Meinung, dass sich ihre Situation nur verbessern kann, wenn das Land weiter in Richtung EU geht. Dieser Hebel ist wichtig, damit es zu Reformen kommt. Das haben uns auch der evangelische und der katholische Pfarrer berichtet, als ich kürzlich mit der Bundeskanzlerin in Istanbul war.

Aber würde die EU nicht ihre Identität und ihre Handlungsfähigkeit einbüßen?

Diese Argumente hat es schon immer gegeben. Schon Charles de Gaulle wollte den Beitritt Großbritanniens verhindern, weil er Angst hatte, das Machtgefüge in der EU würde sich verändern. Als Schweden und Österreich beitreten wollten, hieß es, das ginge nicht, weil die keine Nato-Mitglieder seien. Bis jetzt haben aber alle Beitritte die EU gestärkt.

Anders als Großbritannien und Österreich ist die Türkei aber vor allem arm. Es würden gewaltige EU-Transferleistungen fällig.

Das ist Verhandlungssache. Die EU muss bei einem Türkei-Beitritt keinen Cent mehr zahlen, als sie wirklich will. Man muss aber auch sehen: Die Auslandsinvestitionen in die Türkei sind seit Beginn der Beitrittsverhandlungen sprunghaft angestiegen, und die türkische Wirtschaft entwickelt sich sehr dynamisch.

Wenn man Ihnen zuhört, bekommt man den Eindruck, Sie wollten der Türkei mit der Beitrittsperspektive eine Möhre vor die Nase halten, damit sie überhaupt vorangeht. Von allein geht sie wohl nicht?

Doch, gerade die jetzige Regierung hat verstanden, dass Demokratie, Rechtsstaatlichkeit und Marktwirtschaft im ureigenen türkischen Interesse sind. Sie weiß auch, dass die Türkei ohne die enge Anbindung an die EU für ihre Nachbarstaaten nicht so interessant wäre - für die Staaten am Schwarzen Meer und im Nahen Osten, für Israel, Syrien und Iran, wo Ministerpräsident Recep Tayyip Erdogan erst vergangene Woche Gespräche über das Atomprogramm geführt hat. Die EU ist an Stabilität in ihrer Nachbarschaft interessiert. Die Türkei kann dazu beitragen.

Unter diesem Gesichtspunkt müsste man auch die Ukraine aufnehmen - die ist nicht einmal muslimisch.

Die Frage stellt sich jetzt nicht, auch wenn Polen und Balten drängen. Die Türkei ist kein Präzedenzfall für die Ukraine oder andere Länder.

Sie haben keine Angst vor einer Überdehnung?

Nein. Die EU ist nicht mit den alten Reichen zu vergleichen, die immer mächtiger geworden sind und dann an ihrer eigenen Größe untergingen. Die EU wird eben nicht zentral von Brüssel aus regiert. Sie ist eine Art Flottenverband, dem sich weitere Schiffe anschließen können.

Sie erwähnen in Ihrem Buch die Zwangsehen und Ehrenmorde. Da wird deutlich: Die Türkei ist ein islamisches Land, Präsident Erdogan gehört zur islamisch-konservativen AKP. Passt das wirklich zu uns und dem, was viele unter christlichem Abendland verstehen?

Natürlich. Niemand identifiziert sich allein durch seine Religionszugehörigkeit, sondern zum Beispiel auch durch sein Alter oder Geschlecht. Der eine geht oft in die Kirche, der andere nie. Die Türkenfurcht stammt noch aus der Zeit, als die Türken vor Wien lagen. Die Türkei war schon immer ein Teil des europäischen Mächtesystems, sie hat sich mal mit diesem und mal mit jenem christlichen Herrscher verbündet. Auch Spanien hat ein siebenhundertjähriges islamisches Erbe mit in die EU gebracht. Der Islam hat immer zu Europa gehört. Der Begriff christliches Abendland taucht in keinem der europäischen Verträge auf. Er wurde einst von denjenigen geschaffen, die sich gegen die Aufklärung wandten und das Mittelalter glorifizierten.

Sie kommen aus dem katholischen Münster. Warum wollen Sie das christliche Abendland nicht verteidigen?

Das negative Islambild in Deutschland hat mich schon immer umgetrieben. Die Fatwa gegen Salman Rushdie hat mich damals empört - und dann las ich auch noch in der Zeitung, dass die Lufthansa ihn nicht mitreisen lassen wolle. Zur Begründung hieß es: Man würde ja auch keine Pestkranken mitnehmen. Ich habe diese Fluggesellschaft dann boykottiert. Wir können einen Zusammenprall der Kulturen nur verhindern, wenn wir dagegensteuern.

Sie stehen ziemlich allein. Nicht einmal ein Drittel der Deutschen ist für einen EU-Beitritt der Türkei. Die Sarrazin-Debatte hat gezeigt, wie groß die Angst vor Überfremdung ist. Ist Ihnen das egal?

Nein. Der Beitrittsprozess kann nur erfolgreich sein, wenn es gelingt, auch die Bevölkerung dafür zu gewinnen. Die Türkei will nicht Deutschland beitreten, sondern der EU. Deutschland könnte einseitig und verbindlich festlegen, dass es auch nach einem Beitritt keine Freizügigkeit für türkische Arbeitnehmer gibt. Es gibt keine objektiven Gründe für Überfremdungsängste.

Mit Ihrer Position widersprechen Sie Ihrer Partei und der Vorsitzenden Merkel, die sich für die Türkei eine privilegierte Partnerschaft wünscht. Ist dieses Nein eine dieser letzten konservativen Bastionen, die nach und nach der Modernisierung der Partei zum Opfer fallen?

Noch unter Helmut Kohl hat sich die CDU für einen EU-Beitritt ausgesprochen, wenn die Türkei die Beitrittskriterien erfüllt. Sie hat sich erst unter der rot-grünen Regierung anders orientiert. Meiner Ansicht nach ist das ein Fehler. Meine Position entspricht übrigens exakt dem Koalitionsvertrag.

In Niedersachsen gibt es eine türkischstämmige Ministerin. Sollte sich die CDU weiter für Muslime öffnen - obwohl sie ein C im Namen führt?

Jeder, der unsere Ziele und Werte teilt, muss in der Union mitarbeiten können, auch Muslime. Die CDU muss eine Volkspartei bleiben, gerade in einer Einwanderungsgesellschaft. Dazu gehört, dass die Einwanderer politisch mitwirken können. Es ist ja kein Zufall, dass die meisten CDU-Oberbürgermeister in den Großstädten meine Position zur EU-Mitgliedschaft der Türkei teilen. Die Integration der Einwanderer würde leichter werden, wenn die Türkei Mitglied wäre. Fortschritte bei der Integration würden auch die Zustimmung in der Bevölkerung zu einem Beitritt erhöhen. Beides hängt zusammen.

Mit dem Vorsitzenden des Auswärtigen Ausschusses sprach Oliver Hoischen.

Buchtitel: „Besser für beide. Die Türkei gehört in die EU“ Buchautor: Ruprecht Polenz   F.A.S. 23

 

 

 

 

Papst: Musik als Brücke zwischen Ost- und Westkirche

 

Musik ist Begegnung, Dialog, Synergie zwischen Orient und Okzident, Tradition und Moderne, das sagte Papst Benedikt XVI. anlässlich eines ihm zu Ehren gegebenen Konzertes am Donnerstagabend im Vatikan. Es war ein besonderer Abend, in mehrfacher Hinsicht: Orthodoxe Musik im Zentrum der katholischen Weltkirche, als ganz persönliches Geschenk des russischen Patriarchen Kirill I. an Papst Benedikt XVI. – anlässlich des fünfjährigen Pontifikates des katholischen Kirchenoberhauptes. Das Konzert war gleichzeitig auch feierlicher Höhepunkt des Vatikanbesuches von Metropolit Hilarion. Der Außenamtschef des Moskauer Patriarchats war für zwei Tage zu Gesprächen in Rom. Benedikt XVI. dankte für den Abend:

 

 „An eine solche Vision der Einheit und Harmonie Europas dachte mein verehrungswürdiger Vorgänger Johannes Paul II., als er (…) von den beiden „Lungen“ sprach, mit denen es wieder zu atmen gilt. Er erhoffte sich damit ein neues Bewusstsein um die tiefen und gemeinsamen kulturellen und religiösen Wurzeln des Kontinentes, ohne die Europa heute ohne Seele wäre und einer beschränkten und oberflächlichen Sichtweise aufsitzen würde.“

 Diese gemeinsamen Wurzeln würden heute leicht vergessen, so der Papst weiter.

 

Metropolit Hilarion: Auch konfessionsgemischte Ehen sind Ökumene - Das Konzert war Teil der „Tage der Kultur und der russischen Spiritualität“, die am Mittwoch und am Donnerstag gemeinsam vom vatikanischen Einheitsrat, dem Kulturrat und dem Moskauer Patriarchat im Vatikan organisiert wurden. In den Gesprächen mit Vatikanvertretern hatten beide Seiten erneut den Willen zur Ökumene bekräftigt. Vor dem Konzert verlas der Außenamtschef des Moskauer Patriarchats ein Grußwort des Patriarchen Kirill in italienischer Sprache. In den Jahren der Verfolgung der Kirche - zu Zeiten des russischen Kommunismus - seien Musik und Kunst Verkünder des Evangeliums gewesen, hob Kirill darin hervor. Dass missionarische Potential der russischen Kultur betonte Hilarion auch in einer Pressekonferenz. Die Begegnung der Konfessionen finde zunehmend im russischen und europäischen Alltag statt:

 

„Es gibt heute viele gemischte Ehen. Wir treffen viele Paare, bei denen ein Teil zur orthodoxen, der andere zur katholischen Kirche gehört. Auch das ist Ökumene, eine Ökumene, die man mit keinem Dekret regulieren kann. Weiter kann man heute nicht mehr sagen, dass die orthodoxe Kultur in Europa etwas Fremdes sei. In Italien zum Beispiel leben heute allein einige Millionen Orthodoxe, darunter Rumänen, Griechen, Russen, Moldawier. Diese Menschen sind integrativer Bestandteil der westeuropäischen Bevölkerung. Der kulturelle Austausch ist vor diesem Hintergrund fundamental.“ (rv 21)

 

 

 

 

Bistum Augsburg. "Pastorale Katastrophe"

 

Auch nach dem Rücktritt von Walter Mixa brodelt es im Bistum gewaltig: In einem offenen Brief formulieren 175 Priester und Laien ihre Forderungen - und nehmen kein Blatt vor den Mund. Von Stefan Mayr

 

Am Samstag vor zwei Wochen hat Papst Benedikt XVI. das Rücktrittsgesuch des Augsburger Bischofs Walter Mixa angenommen. Wenig später übernahm Weihbischof Josef Grünwald als Diözesanadministrator die Geschäfte - mit der Aufgabe, die tief gespaltene Diözese wieder zusammenzuführen.

Doch hinter den Kulissen brodelt es gewaltig: 175 Priester und Laien aus dem Bistum haben Grünwald in einer sogenannten Pfingsterklärung zum konsequenten Neuanfang aufgefordert.

Die Unterzeichner nehmen darin kein Blatt vor den Mund: Sie gehen auf Distanz zu Bischof Mixa, der im Kinderheim Schrobenhausen Kinder verprügelt haben soll. Außerdem kritisieren sie die bisherige Bistumsleitung und fordern dazu auf, strittige Personalentscheidungen aus der Amtszeit von Walter Mixa zu hinterfragen und gegebenenfalls zu revidieren.

 

"Die Untaten sexueller und anderer Gewalt durch Schwestern und Mitbrüder unserer katholischen Kirche erfahren wir schmerzlich und erschütternd als pastorale Katastrophe", heißt es in dem Schreiben. "Unsere Solidarität gehört zuerst denen, die in der Vergangenheit Opfer eines wie auch immer gearteten Machtmissbrauchs in unserer Kirche geworden sind."

Die Unterzeichner stellen Fragen, die auch für den Vatikan höchst unbequem sind: "Rückblickend fragen wir, wie es dazu kommen konnte, dass Walter Mixa trotz der Warnungen vieler Verantwortungsträger Bischof von Augsburg und zuvor schon Bischof von Eichstätt geworden ist.

Wir fragen auch, welche systemimmanenten Faktoren dazu beigetragen haben, dass er sein Amt in einer Weise wahrnehmen konnte, die nun viele Wunden und eine tiefe Spaltung im Bistum hinterlässt." Die Priester und Laien fordern die Bistumsleitung auf, diese Systemfehler "ehrlich" und unter Beteiligung "externer, unabhängiger Berater" zu analysieren.

Das Schreiben wurde Josef Grünwald am Donnerstag am Rande einer Dekane-Versammlung übergeben. Zu den Unterzeichnern gehören Regionaldekane, Dekane, Universitätsprofessoren, Pastoralreferenten, Priester, Diakone und Laien. Mitinitiator Max Stetter - ein Augsburger Pfarrer im Ruhestand - betont, dass mit der Pfingsterklärung die ausgestreckte Hand des Diözesanadministrators Josef Grünwald angenommen werden soll, um das Bistum wieder zu einen und nach vorne zu bringen. "Wir wollen dem Volk Gottes signalisieren, dass mit dem Neuanfang wirklich ernst gemacht wird."

 

Neue Personalpolitik - Zum Neuanfang gehört laut Erklärung eine neue Personalpolitik. "Personalentscheidungen aus der Amtszeit von Bischof Dr. Mixa müssen hinterfragt und gegebenenfalls korrigiert werden", fordern die Unterzeichner.

Max Stetter ist sich bewusst, dass die Pfingsterklärung innerhalb der Diözese auch auf Widerspruch stoßen wird. "Aber wir hoffen, dass die Spaltung nicht vertieft wird, sondern dass Pfingsten ein neues Hoffnungszeichen für die Augsburger Kirche bringt."

Die Gläubigen seien durch die Vorkommnisse um Mixa nach wie vor wie gelähmt, nun sollten sie wieder nach vorne schauen können, so Stetter. "Die Leute sind begeistert und sagen, endlich tut sich eine neue Perspektive auf." Der Brief soll im Internet auf www.pfingsterklaerung.de veröffentlicht werden. SZ 21

 

 

 

 

Benedikt XVI.: Laien sollen Gesellschaft christlich prägen

 

„Wir brauchen echte christliche Politiker, aber mehr noch brauchen wir gläubige Laien, die Christus und das Evangelium in der Zivilgesellschaft und Politik bezeugen.“ Das sagte Papst Benedikt XVI. Vertretern des päpstlichen Laienrates an diesem Freitag. Vor allem junge Gläubige seien gefragt, christliche Prinzipien in das gesellschaftliche Leben einzubringen. Christen strebten keine politische oder kulturelle Vorherrschaft an, stellte der Papst klar. Aber sie hätten die Aufgabe, sich im Rahmen der Demokratie für die Verteidigung christlicher Werte einzusetzen:

 

„Es ist Aufgabe der Laien, im persönlichen Umfeld, dem Familienleben sowie im sozialen, kulturellen und politischen Leben zu zeigen, dass der Glauben es ermöglicht, in neuer und tiefer Weise die Wirklichkeit wahrzunehmen und sie zu verändern. Es geht darum, zu begreifen, dass die christliche Hoffnung den begrenzten Horizont des Menschen erweitert und ihn auf die wahre Größe seines Seins weitet, nämlich Gott.“ (rv 21)

 

 

 

 

 

Moses und der brennende Dornbusch. Am Anfang war das Feuer

 

Wie sollte es einen Zweifel geben, war doch die Ansage unmissverständlich. "Tritt nicht herzu", hieß es, und über die Anordnung gab es seitdem keine zwei Meinungen, bei allen Unterschieden der Übersetzungen. Es ging allein darum, dass Mose Abstand zu halten hatte, trotz aller Neugier. Die hatte ihn, wie zu lesen, vom Wege abkommen lassen - vom rechten Pfad, was eine Assoziation war, die sich von Anfang an aufdrängte.

 

Mose war vierzig Jahre alt, als er Ägypten verließ, und weitere vierzig Jahre war er bei den Midianitern gewesen, als ihm eines Tages, als er die Schafe seines Schwiegervaters Jethro hütete, der Engel des HERRN erschien. Der Bote nutzte für seine Präsenz eine Flamme in einem Dornbusch, am Fuße des Horeb, so haben es zahllose Darstellungen immer wieder gezeigt. Und weil Mose am Berg Horeb, der nur ein anderes Wort für Sinai ist - weil Mose also am Gottesberg Sinai Augenzeuge eines deutlichen Zeichens wurde, denn der Dornbusch brannte ja, ohne jedoch zu verbrennen, wurde der Schafe hütende Mensch neugierig. Die Stimme aus dem übernatürlichen Dornbusch sorgte dafür, dass Mose, und nicht anders hat es etwa Domenico Fetti im frühen 17. Jahrhundert gemalt, seine Sandalen löste. Denn die Stimme wünschte, dass die heilige Erde barfuß zu betreten sei.

 

Im Rückblick, trotz aller gewaltigen Entfernungen, die die Episode seitdem durch Raum und Zeit genommen hat, lässt sich sagen: Mose hatte sich vorgenommen, eine rätselhafte Naturerscheinung in Augenschein zu nehmen. Um die Absicht zu beglaubigen, wechselt die Bibel erneut die Erzählperspektive. Wie schon zuvor, als Mose sich sagt, er wolle doch vom Wege abgehen, unterbricht die Bibel ihren epischen Bericht für das Bekenntnis: Ich will hingehen und die wundersame Erscheinung besehen, warum der Busch nicht verbrennt.

 

Wegen schier menschlicher Neugier kommt es zum göttlichen Machtwort. In der damit unmittelbar ausgesprochenen Offenbarung fällt der Name: Jahwe. Damit ist er in der Welt, denn nach altorientalischer Tradition verschafft erst der Name einer Erscheinung Wirklichkeit.

 

Jahwe sprach direkt zu Mose, er war privilegiert, um als einer der wenigen Menschen mit Gott direkt zu kommunizieren, ausdrücklich nicht von Angesicht zu Angesicht, denn so unterrichtet die Bibel den Leser. Wenn die Schriftstellerin Anne Weber in ihrem Buch über das Alte Testament behauptet, es habe praktisch einen Face-to-Face-Kontakt zwischen Gott und seinem Mittelsmann gegeben, dann kann sie zu dieser Ansicht etwa durch einen Besuch der Sixtinischen Kapelle gekommen sein. Denn was das Fresko Botticellis seit 1482 im Vatikan zeigt, ist alles andere als eine bibelkonforme Darstellung der Szene. Botticellis Gott ist die Gottheit in Person.

 

In der Bibelepisode, im 2. Buch Mose 3, 6, hatte Jahwe sich als der Gott der Väter vorgestellt. Um Israel aus der Versklavung herauszuführen, war er herabgestiegen auf die Erde. Auch der Bibelwissenschaftler Martin Noth hat im Alten Testament unterschiedliche Erzählfäden ausgemacht, und schon die Unterscheidung zwischen den Erzählsträngen erlaubt Rückschlüsse auf die Art einer alttestamentlichen Fiktion. Doch unabhängig von der Konstruktion dieser göttlichen Begegnung hielt der Bibelkundler Noth fest - und ironisch wurde er allein an dieser Stelle: "Mit unbekümmerter Anschaulichkeit" rede eine der Fassungen des Alten Testaments "davon, dass Jahwe aus seiner sehr hohen himmlischen Wohnung herauskommt, um auf Erden etwas zu tun."

 

Gottes Geschäftigkeit hält die Neugier des Mose auf Distanz. Tritt nicht herzu! Und ohne dass Mose Gelegenheit hätte sich zu äußern, sprach der HERR weiter: "Ich bin der Gott deines Vaters, der Gott Abrahams, der Gott Isaaks, der Gott Jakobs." So steht es geschrieben in Exodus 3,6, aber die Stelle wäre unvollständig ohne den Satz: "Und Mose verhüllte sein Angesicht; denn er fürchtete sich, Gott anzuschauen."

 

An dieses Dekret hat sich nicht nur Botticelli nicht gehalten. Fra Eustachio, Zeitgenosse, Renaissancemensch, schaute ebenfalls auf zu einem Allmächtigen in Menschengestalt - ganz im Unterschied zu einer Interpretation Raffaels, der den in der Bibel angesprochenen Moment der Furcht als Unterwerfung fixierte. Ein kniender Mose, in bedingungsloser Demut, während aus dem lodernden Busch heraus ein Wesen mit weißem Bart und Schopf mahnend die Finger hebt. In Bildern der Renaissance bekam der Allmächtige seinen Charakterkopf.

 

Viermal wird die Schlüsselszene in der Bibel erzählt oder erwähnt. Die Selbstvorstellung Gottes verbindet sich mit einem Versprechen, mit der Neugier, ein Rätsel in Augenschein zu nehmen, eine Verheißung, mit dem Scheitern der Neugier an etwas Numinosem eine irdische Aussicht. Aus der Begegnung Moses mit einer unbegreiflichen, einer zugleich Vertrauen und Schauer erweckenden Macht, eine Hoffnung. Sie ist von dieser Welt. Tritt nicht herzu, so wurde Mose angeherrscht.

 

Aus dem Distanzgebot entwickelte sich die Aussicht auf eine neue Existenz jenseits des Horizonts, dort, wo Milch und Honig fließen. Mose musste achtzig Jahre alt werden, um mit Gott einen Pakt zu schließen. Um ihn besser zu verstehen, sind Bibelstellen ausgelegt worden, sie sind auf ihren Wahrheitsgehalt hin ungläubig abgeklopft worden, ihr mythisches Potenzial ist archäologisch entzaubert worden, ihre Rätsel sind esoterisch verrätselt und ihre Wunder als Mysterien verehrt worden.

 

Der Glaube ließ sich nicht beirren, und der Zweifel auch nicht. Und doch beschreiben Israel Finkelstein und Neil A. Silberman, die mit ihrer Spurensuche ("Die Trompeten von Jericho") immer wieder die historische Basis der Bibel ins Wanken brachten, die Jahwe-Szene ganz nüchtern, ohne Anflug von Skepsis. Doch die Exegese kann auch anders. So haben Forscher vor gar nicht langer Zeit behauptet, dass Mose bei seiner Begegnung mit dem Dornbusch praktisch unter Drogeneinfluss gestanden habe. Sein vom Feuer geblendeter Geist als umnebelter Geist - wie auch immer: Vieles an dieser Vision verträgt sich nicht mit einem kruden Realismus, der auf den gesunden Menschenverstand setzt, und mit einer 1:1-Lesart der Gottesbegegnung ebenso seine Schwierigkeiten hat wie mit der Gottesbotschaft.

 

Überhaupt muss Jahwe, kaum dass er sich offenbart hat, beträchtliche Überzeugungsarbeit leisten, er tut es durch weitere Wunder, und wie er diese Mose vorführt (dabei ist das erste kaum ausgeführt, da ist das zweite bereits begonnen), sieht sich Mose praktisch einem Feuerwerk an Wundertaten gegenüber. Dinge jenseits der Naturgesetze ziehen vor seinen Augen vorbei, und Mose fällt zu all dem dann nur noch der Satz ein, dass er ein alles andere als beredter Mann sei. Mit diesem Eingeständnis geht die Erzählung hinweg über sein Staunen, sein praktisch sprachloses Wundern. Was Jahwe mit seinem Boten tut, überschreitet das Artikulationsvermögen des Botschafters, und das mag man mit andächtigem Ernst lesen. Oder als tiefe Ironie.

 

Ohnmacht und Übermacht. Joseph Ratzinger hat die Dornbusch-Episode in seinen Vorlesungen zur Einführung in das Christentum als "zentralen Text alttestamentlichen Gottesverständnisses und Gottesbekenntnisses" bezeichnet. Zum Glaubensbekenntnis eines Agnostikers wie Christopher Hitchens gehört die Gewissheit, dass Mose eine obskure Person war.

 

Wie auch immer die Moseerzählungen gelesen wurden, ob philologisch oder theologisch, historisch oder hermeneutisch, naiv oder naturwissenschaftlich, archäologisch oder allegorisch: In der Biografie Gottes bildet die Dornbusch-Episode ein entscheidendes Datum, in der Karriere des Jahwe-Glaubens einen entscheidenden Schritt hin zum unbedingten Gehorsam. Glaube und geschichtspolitischer Auftrag, Vertrauen in eine jenseitige Instanz und historische Mission finden sich in dieser Exodus-Episode.

 

Davon unbeirrt blieb seit Ewigkeiten der Schauplatz der überlieferten Gottesoffenbarung ein Rätsel. Irgendwo in Midian, aber wo? Nicht einmal der Gottesberg ist lokal zu fixieren, nicht philologisch, nicht theologisch, nicht archäologisch. Da hat sich dann die Allegorie der Sache angenommen, gelegentlich in einer Landschaft aus hartem Stein, so gut wie immer in einer hochaktuellen Szenerie. Nicht nur der Barockmaler Francisco Collante tat wahrlich Wunder, wenn er die historische wüste Gegend in eine anmutige Landschaft verpflanzte. Die Bildbetrachter schauen auf Kunstwerke, in denen ein Hybrid aus Zeitgenossenschaft und Zeitlosigkeit zum Zuge kam.

 

Nicht nur Botticelli machte sich also ein Bildnis von Gott, schon die gotische Buchmalerei gab dem Allmächtigen ein Gesicht. Wiederum Domenico Fetti war dann derjenige, der die Distanz des Neugierigen zu dem übernatürlichen Busch beinahe aufhob, was um 1614, als das Bild entstand, nicht etwa einer steifen Handhabung der Perspektive geschuldet war.

 

Anziehung und Abstoßung. Befremdend ist die Darstellung William Blakes, an der Schwelle zum 19. Jahrhundert. Denn so sehr mystisch auch Moses Kleider wallten, die Skepsis war dem Werkzeug Gottes ins Gesicht geschrieben, als er auf die Wundererscheinung schaute, er tat es über die Schulter hinweg. Gott entlässt Mose mit dem Auftrag, Ägypten zu verlassen. Der Auftrag ist verbunden mit der Aussicht auf ein Land, in dem Milch und Honig fließen, das Land der Kanaaniter und Hethiter, der Amoriter und Perisiter, der Hewiter und Jebusiter. Auftrag und Aussicht Gottes, den sich die Christenheit in dieser Szene immer wieder als ein Gott der Vorsorge vorgestellt hat, geschehen nicht ohne eine Einschränkung. Weil sie angekündigt wird, ist es keine Intrige, die Jahwe im Schilde führt (nach Art der griechischen Götterwelt).

 

Wenn jedoch Jahwe Mose anvertraut (Mose: 4,21), dass er das Herz des Pharaos "verstocken" werde, auf dass dieser das versklavte Volk der Israeliten nicht entlasse, dann darf die Christenheit daraus schließen, dass der Gott der Israeliten wahrlich ein Stratege war, ein Schöpfer, der wusste, was zu unternehmen war, um die Fronten zu verhärten.

 

Das nun ist wohl alles andere als moralisch gedacht, allenfalls pragmatisch. Oder, weil ein Gott die Hände im Spiel hatte, gar zynisch? Zweifellos hatte Gottes unerbittlicher Absolutismus etwas Gnadenloses. Die Dornbusch-Episode zeigt Gott als Zornesgott, angesichts des Zögerns und Zauderns, mit dem Mose der Mission begegnete, lernte der Bibelleser einen Weißglutgott kennen.

 

Auch wenn Mose das Privileg genoss, mit Gott direkt zu kommunizieren, so war er doch nicht mehr als dessen Werkzeug, Mittel zum Zweck. Dem Urvertrauen, das Mose der fremden Stimme entgegenbrachte, sah Jahwe zu als eine Instanz. Es kam der Tag, da bezeichnete die Menschheit ein solches Handeln als eine Tat der instrumentellen Vernunft.

 

In den frechen Nacherzählungen, mit denen die Schriftstellerin Anne Weber die Episoden des Alten Testaments dekonstruiert hat, heißt es, dass das Schicksal der Israeliten in Wahrheit vorgezeichnet gewesen war. "Obgleich Gott sich bemühte, sie vom Gegenteil zu überzeugen, hatten sie keine Wahl." Das Schicksal des Mose war, dass er keine andere Chance hatte als zu glauben.

 

"Muss man das alles glauben?", fragt daher Hans Küng: "Hat Gott, wenn auch nicht in den Evolutionsprozess, so doch zumindest in die Geschichte Israels eingegriffen"? Wenn in der Kirche Einigkeit besteht, dass Pfingsten das Fest ist, an dem der Heilige Geist auf die in Jerusalem versammelten Apostel herabkam, dann besteht für die historische Lesart kein Zweifel, dass das Pfingstfest, als Gründungsdatum der Kirche, seine jüdischen Wurzeln hat, im Schawuot-Fest, als Erinnerung an den Auszug aus Ägypten, mit der Offenbarung der Thora.

 

Am Anfang der Offenbarungs-Kette war der brennende Dornbusch. Will man dem Alten Testament glauben, wird der Link zwischen der Urszene der Thoraübergabe und der Urzene am Dornbusch offensichtlich - eine Legende, die seit einer kleinen Ewigkeit ihre historische Dynamik entwickelt hat. Mit ihr stellt sich der Dornbusch dar als Denkmal der Weltnahme, als ein Gedächtnisort. Für die einen Schauplatz des Glaubens an das Handeln des einen Gottes in der Welt. Für andere der Ort eines monotheistischen Gestellungsbefehls, mit allen Folgen bis in die politische Gegenwart. CHRISTIAN THOMAS FR 22

 

 

 

 

Zweitgrößte Moschee Berlins eröffnet

 

Am Görlitzer Bahnhof in Kreuzberg ist am Vormittag eine neue Moschee eröffnet worden. In dem Gebetsraum des siebengeschossigen Maschari-Centers ist Platz für bis zu 1000 Gläubige - Radikale sind nicht willkommen.

Über dem Eingang wehen eine Deutschland- und eine Europafahne. An der Schwelle zum prachtvollen Gebetsraum werden arabische Süßigkeiten an die Besucher verteilt. Mit einem Festakt wurde am Freitag die „Omar-Ibu-al-Khattab-Moschee“ in Kreuzberg offiziell eröffnet. „Wir wollen eine Brücke schlagen, zwischen den Muslimen und der deutschen Gesellschaft“, sagte der Vorsitzende des Islamischen Vereins für wohltätige Projekte, Hassan Khodr. Menschen aller Glaubensrichtungen seien hier willkommen. Mehrfach betonte er, dass es für radikale Strömungen in den Räumen der Gemeinde kein Platz gebe.

„Wo Menschen sich Zuhause fühlen, da bauen sie ihre Gotteshäuser“, sagte der Berliner Integrationsbeauftragte Günter Piening. „Beeindruckend“ sei besonders die kunstvolle Ausgestaltung der Innenräume. Schon jetzt sei das Maschari-Center im Herzen Kreuzbergs ein Beispiel für gelungene Integration.

 

Franz Schulz: "Es ist die schönste Moschee Berlins"

Bei der anschließenden Führung durch die sieben Stockwerke genoss Piening gemeinsam mit Bezirksbürgermeister Franz Schulz (Grüne) den Ausblick von der Glaskuppel auf dem Dach. „Können wir die nächste Bezirksamtssitzung nicht hierher verlegen?“, scherzte Schulz mit den Moscheebetreibern, die die Idee dankend annahmen. „Es ist ein wichtiger Schritt für die Muslime mit diesem spirituellen Ort an die Öffentlichkeit zu gehen“, sagte Schulz. Dass immer noch viele islamische Gemeinden ihre Moscheen aufgrund von Platzmangel in düsteren Hinterhäusern hätten, habe die Akzeptanz in der Bevölkerung lange erschwert. Es sei eine große Neugierde bei den Anwohnern zu spüren, die jetzt die Möglichkeit hätten sich im Maschari-Center selbst ein Bild vom Islam zu machen. Schulz selbst hat sein Urteil schon gefällt: „Es ist die schönste Moschee Berlins.“

Im Gebetssaal mit zweistöckiger Galerie können bis zu 1000 Männer und Frauen beten. In dem 5000 Quadratmeter großen Gebäude befinden sich neben der Moschee auch ein Reisebüro, ein Restaurant, Veranstaltungs- und Seminarräume. Zudem soll eine Sozialberatung eingerichtet werden. Finanziert wurde das 2004 begonnene Projekt ausschließlich durch private Spenden. Ursprünglich waren fünf Millionen Euro für den Neubau vorgesehen. Die Gesamtkosten sollen aber auf rund zehn Millionen Euro gestiegen sein. Tsp 22

 

 

 

Diakonie Katastrophenhilfe: „Die Piraterie ist nicht Somalias größtes Problem“

 

Mit einer internationalen Konferenz wollen die Vereinten Nationen und die Türkei dem von jahrzehntelanger Anarchie zerrütteten Somalia auf die Beine helfen. Auf der an diesem Freitag in Istanbul beginnenden Tagung wird ein Thema die Piraterie sein, die vor der Küste des Landes oft von somalischen Gruppen ausgeht. Das allein zu diskutieren reiche aber nicht aus, unterstreicht der Sprecher der Diakonie Katastrophenhilfe Deutschland, Rainer Lang. Die Diakonie ist eine der wenigen verbleibenden Hilfsorganisationen aus Deutschland, deren Mitarbeiter in Somalia im Einsatz sind. Für die meisten Werke stellt die Lage in dem zerrütteten Land eine zu große Gefährdung ihrer Helfer dar.

 

„Deswegen beobachten wir die Situation mit Bangen. Weil wir die Gefährdung unserer lokalen Mitarbeiter sehen, die vermehrt in Berichten schreiben, dass sie jetzt verdeckt arbeiten müssen. Sie trauen sich nicht mehr, öffentlich als Helfer aufzutreten, sondern fahren mit öffentlichen Verkehrsmitteln in die Flüchtlingslager, die sie betreuen, um möglicht unauffällig zu arbeiten. Immer wieder könnte da ein neuer Todesfall auftreten.“

 

In Somalia ist die staatliche Ordnung seit dem Sturz von Diktator Siad Barre 1991 faktisch zusammengebrochen. In weiten Teilen herrschen Anarchie und Bürgerkrieg. (rv 21)

 

 

 

Neue Moschee in Berlin. Gebetssaal für tausend Gläubige

 

In Berlin-Kreuzberg wurde am Freitag die zweitgrößte Moschee der Hauptstadt eröffnet. Sie ist das erste repräsentative Gotteshaus arabischstämmiger Muslime in Berlin. VON ALKE WIERTH

 

BERLIN - Nach sechs Jahren Bauzeit öffnete am Freitag mit dem Maschari-Center die zweitgrößte Moschee in Berlin ihre Türen. Das islamische Gotteshaus und Kulturzentrum entstand genau auf dem Kreuzberger Grundstück, auf dem am 1. Mai 1987 ein Supermarkt niederbrannte – der Beginn der Maikrawalle in Berlin.

Sieben Stockwerke und 5.000 Quadratmeter umfasst das Gebäude, das allein aus Spendengeldern errichtet wurde. Kosten: etwa 10 Millionen Euro. Die Moschee gehört zu den zehn größten Deutschlands. Der Gebetssaal fasst bis zu tausend Gläubige und erstreckt sich über drei Etagen. Außerdem enthält das Kulturzentrum einen Kindergarten, einen Festsaal, Beratungs-, Seminar- und Geschäftsräume.

Bauherr ist der Islamische Verein für wohltätige Projekte (IVWP e. V.), eine eher kleine Gemeinde von Muslimen überwiegend libanesischer und palästinensischer Herkunft, die in Berlin etwa 250 Mitglieder hat. Die Gemeinde gehört zur islamischen Strömung der Habashis. Von extrem strenggläubigen Muslimen wie den an Saudi-Arabien orientierten Wahhabiten werden die Habashis angefeindet. Sie selbst grenzen sich von extremistischen Gruppen ab.

 

Die Einweihung der Moschee sei "der Beginn einer neuen Phase der Öffnung zwischen der deutschen Gesellschaft und arabischstämmigen Muslimen", sagte der IVWP-Vorsitzende Hassan Khodr bei der Eröffungsveranstaltung am Freitag. Sie sei Ausdruck der "Teilhabe arabischer Muslime an der deutschen Gesellschaft". Gut 400 Gäste waren zur offiziellen Eröffnung erschienen.

 

Der Integrationsbeauftragte des Berliner Senats, Günter Piening, wertet den Moscheebau als "Erfolgsgeschichte": Protest sei trotz anfänglichen Misstrauens der Anwohner ausgeblieben, da "die Gemeinde sich allen Fragen seitens der Bürger und der Verwaltung offen gestellt hat", so Piening. Gegen den Bau einer Moschee im östlichen Berliner Stadtteil Heinersdorf hatte es vor vier Jahren massive Bürgerproteste gegeben. Mit dem Maschari-Center gibt es nun vier als solche erkennbare Moscheen in Berlin. Taz 22

 

 

Gebetsräumen an Schulen. Fromm, frömmer

 

Was unter Schülern geschehen kann, wenn das Oberverwaltungsgericht den Gebetsräumen in Berlin zum Durchbruch verhilft.

Was, du kommst nicht mit beten?“ So oder ähnlich könnte es sich demnächst anhören, wenn es an Berliner Schulen auf die große Pause zur Mittagszeit zugeht. Schulleiter befürchten, dass muslimische Schüler, die lieber herumspazieren als beten wollen, unter Druck geraten, falls das Oberverwaltungsgericht den Gebetsräumen in Berlin zum Durchbruch verhilft. Sie befürchten, dass es unter ihren pubertierenden Schülern einen Wettbewerb darum geben könnte, wer der bessere Muslim ist. Ganz an den Haaren herbeigezogen ist diese Warnung nicht, denn der Mechanismus wäre nicht neu: Immer wieder ist aus Schulen zu hören, dass sich muslimische Mädchen unter Mitschülerinnen dafür rechtfertigen müssen, kein Kopftuch zu tragen oder gar am Schwimmunterricht teilzunehmen. Auch Jungen werden gelegentlich unter Druck gesetzt – etwa wenn sie beim Ramadan nicht mitfasten. Diese Art Gruppenzwang würde sich noch um eine erhebliche Komponente erweitern, wenn die Schulen plötzlich über Gebetsräume verfügen würden. Natürlich kann man von Lehrern erwarten, dass sie bei religiösen Konflikten schlichten und im Ethikunterricht bereden, wie schön doch Toleranz ist. In dieser Hinsicht haben sie allerdings auch ohne Beträume schon genug zu tun.  Tsp 22

 

 

 

Maschari Center. Neue Berliner Moschee wirkt wie ein Geschäftshaus

 

Im Berliner Stadtteil Kreuzberg ist eine der größten Moscheen Deutschlands eröffnet worden. Im Gebetsraum der Umar-Ibn-Al-Khattab-Moschee haben rund tausend Gläubige Platz. Von außen wirkt das sechs Stockwerke hohe Maschari Center wie ein modernes Geschäftshaus. Die vier Minarette sind kaum zu erkennen.

 

Nach mehrjähriger Bauzeit ist am Freitag in Berlin-Kreuzberg eine neue Moschee eröffnet worden.

Die Omar-Ibn-Al- Khattab Moschee am Görlitzer Bahnhof bietet rund 1000 Gläubigen in einem üppig verzierten Gebetsraum Platz. Sie gehört zum Maschari Center, wo auch Geschäfts- und Seminarräume eingerichtet werden sollen. Die arabische Moschee ist neben der türkischen Sehitlik Moschee in Neukölln das größte islamische Gotteshaus in Berlin.

Zuletzt wurde in Berlin im Oktober 2008 in Heinersdorf eine neue Moschee eröffnet. Gegen den Neubau im Ostteil Berlins hatte es immer wieder Proteste gegeben, im multikulturell geprägten Kreuzberg gab es weniger Aufsehen. Eine weiteres Gebetshaus soll jetzt in der Falckensteinstraße ganz in der Nähe entstehen. Nach Behördenangaben leben in der Hauptstadt rund 300.000 Muslime. Ihnen stehen etwa 80 Moscheen zur Verfügung.

 

Kirchen, Moscheen - Gotteshäuser unterscheiden sich - Am Freitagmorgen wehten eine Fahne Deutschlands, der Europäischen Union und des Bauherren, des Islamischen Vereins für wohltätige Projekte (IVWP), über dem Maschari Center. „Unsere Einrichtungen sind ein Ausdruck für die Teilnahme der Muslime an der deutschen Gesellschaft“, sagte der Vorsitzende des Vereins, Hasan Khodr, in seiner Eröffnungsansprache. Sein Verein wolle Brücken schlagen. Extreme und radikale Strömungen im Islam lehne man ab, so Khodr.

Von außen wirkt das sechs Stockwerke hohe Maschari Center wie ein modernes Geschäftshaus. Nur vier kleine Minarette und eine Glaskuppel auf dem Dach lassen erahnen, dass es sich um einen sakralen Bau handelt.

Im Erdgeschoss befinden sich Ladenlokale. In den nächsten Wochen wird dort ein Imbissrestaurant eröffnen. Ein Friseur, ein Buchhändler und eine Boutique sollen folgen, sagte Vereinssprecher Birol Ucan. Der Verein wollte eine Architektur, die sich in die Nachbarschaft einpasst. Der Entwurf stammte von einem deutschen und einem arabischen Architekten.

Die Moschee wurde aus privaten Spenden errichtet und gehört dem Verein zufolge einer gemäßigten Glaubensrichtung des Islam an. Medienberichten zufolge handelt es sich bei dem Verein um einen Zusammenschluss  AFP/dpa 21