Notiziario religioso 21-24 Maggio
2010
Venerdì 21 maggio. Il commento al Vangelo. “Pasci le mie pecorelle”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 21,15-19) commentato da P. Lino Pedron
15 Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di
Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo
sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16 Gli disse di
nuovo: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo
sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». 17 Gli disse per
la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato
che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e
gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose
Gesù: «Pasci le mie pecorelle. 18 In verità, in verità
ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da
solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un
altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». 19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato
Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».
Al termine del
pasto con i discepoli, Gesù si rivolge a Pietro, chiedendogli una professione
d’amore, per affidargli il suo gregge: "Simone di Giovanni, mi ami tu più
di costoro?" (v. 15). Il Cristo per costituire Pietro pastore della Chiesa
esige da lui un amore più grande di quello degli altri amici.
Nella sua risposta
l’apostolo si appella alla scienza divina di Gesù chiamandolo Signore, evitando
così la presunzione di considerarsi migliore degli altri. La triste esperienza
del rinnegamento, dopo che Pietro aveva protestato di voler dare
la vita per Gesù anche se tutti gli altri l’avessero abbandonato (Mc 14,29), ha
prodotto il suo effetto benefico. Pietro non si confronta più con gli altri, ma
professa con sincerità e semplicità il suo amore per il Signore.
Pietro, dopo la
sua dichiarazione d’amore, riceve da Gesù il conferimento dell’ufficio
pastorale: "Pasci i miei agnelli" (v. 15); "Pasci
le mie pecore" (vv. 16-17).
Quindi Pietro è costituito pastore di tutto il gregge,
ossia guida spirituale di tutta la Chiesa. I membri della Chiesa appartengono a
Cristo: sono i suoi agnelli e le sue pecore. Gesù, prima di lasciare
definitivamente questo mondo, costituisce Pietro suo vicario nella missione di
guida e di pastore del popolo di Dio.
Dopo aver
investito Pietro della missione di guida della Chiesa,
Gesù gli predice la fine: in vecchiaia l’apostolo sperimenterà la prigione e
verserà il suo sangue per il Signore. Gesù ha perdonato Pietro, lo ha riabilitato e ha fatto di lui un uomo nuovo che lo
imiterà anche nel martirio.
Durante l’ultima
cena Pietro aveva affermato di voler seguire subito il Signore, offrendo la sua
vita per lui; Gesù però gli aveva replicato che l’avrebbe seguito in futuro.
Dopo la sua risurrezione il Signore annuncia a Pietro che questa
testimonianza la darà in vecchiaia (v. 18). A somiglianza di Gesù, Pietro
glorificherà Dio con la testimonianza del sangue versato.
Seguire Gesù è
andare con lui fino alla morte (v. 19). De.it.press
Sabato 22 maggio. Il commento al Vangelo. “La sua testimonianza è vera”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 21,20-25) commentato da P. Lino Pedron
20 Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo
che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva
domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». 21 Pietro
dunque, vedutolo, disse a Gesù: «Signore, e lui?». 22 Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che
importa a te? Tu seguimi».
23 Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe
morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che
rimanga finché io venga, che importa a te?».
24 Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li
ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. 25 Vi sono ancora
molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero
scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i
libri che si dovrebbero scrivere.
La predizione
della sua morte suscita in Pietro la curiosità sulla sorte del discepolo amato
che lo seguiva dietro il Maestro (v. 20). Ma Gesù non
soddisfa la curiosità dell’apostolo. Pietro non deve preoccuparsi della fine
dell’amico, ma solo di seguire il Maestro; Gesù potrebbe lasciarlo in vita fino
al suo ritorno nella parusia, che probabilmente non era ritenuta lontana (cfr
1Cor 4,5; 11,26; 1Ts 4,15ss; Ap 3,11; 22,7.12.20).
Probabilmente
questo discepolo amato, noto a tutti i lettori del vangelo di Giovanni, dovette
essere molto longevo; per questo le parole del Signore a Pietro, riportate nel
v. 22, furono equivocate e considerate una profezia
della sua immortalità (v. 23).
Alla fine di
questo brano troviamo un secondo epilogo sulla veracità della testimonianza del
discepolo amato e sull’incompletezza del vangelo di Giovanni.
Con l’iperbole del
v. 25 l’autore vuol mettere in risalto che solo una
piccola parte delle opere compiute da Gesù è stata messa per iscritto.
Questo lavoro di
raccolta e di penetrazione è un grande dono per la fede della Chiesa e di ogni
discepolo, che ha per vocazione un orizzonte senza confini, come il messaggio
spirituale di Cristo.
Origene ha scritto: "Primizia dei vangeli è quello secondo Giovanni, il cui senso profondo non può
cogliere chi non abbia poggiato il capo sul petto di Gesù e non abbia ricevuto
da lui Maria come sua madre. Colui che sarà un nuovo
Giovanni deve diventare tale da essere indicato da Gesù, per così dire, come
Giovanni che è Gesù" (Commento al vangelo di Giovanni, Torino 1968, 123). De.it.press
Domenica 23 maggio. Il commento al Vangelo. “Il Consolatore v'insegnerà
ogni cosa”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 14,15-16.23b-26) commentato da
P. Lino Pedron
15 Se mi amate,
osserverete i miei comandamenti. 16 Io pregherò il
Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre.
23«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo
amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24 Chi non mi ama
non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate
non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
25 Queste cose vi
ho detto quando ero ancora tra voi. 26 Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che
il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto
ciò che io vi ho detto.
Nel brano
precedente Gesù ha parlato dell’amore in prospettiva orizzontale: i cristiani
devono amarsi vicendevolmente come Cristo li ha amati.
Ora Gesù riprende l’argomento dell’amore, soprattutto in prospettiva verticale.
Le tre persone
della santissima Trinità abiteranno stabilmente nei credenti, i quali
diverranno il tempio vivente di Dio. Perciò Gesù non sarà più visto con gli
occhi del corpo, ma sarà presente in un modo più intimo nel profondo
del cuore dei suoi discepoli, assieme al Padre e allo Spirito Santo.
L’argomento dei vv. 15-16
è l’amore per Gesù dimostrato con la pratica dei suoi comandamenti. Questo tema
è sviluppato ampiamente nella Prima Lettera di Giovanni, nella quale si insegna che non può amare Dio chi non ama il fratello e
che bisogna amare non a parole, ma con i fatti (1Gv 3,16-18). Come l’amore del
Padre ci è stato dimostrato nel dono del Figlio unigenito, così i cristiani
devono amarsi concretamente (1Gv 4,7-21).
I comandamenti di
Cristo da osservare sono le sue parole (vv. 23-24). La parola di Gesù è la
verità (Gv 17,17), quindi l’osservanza dei precetti
del Cristo indica l’assimilazione della rivelazione del Figlio di Dio, caratterizzata dall’amore eccezionale del Padre per
il mondo (Gv 3,16) e di Gesù per i suoi (Gv 13,1).
Per questo osserva
i comandamenti del Cristo chi si impegna a imitare la
sua carità eroica fino al dono della vita per i fratelli. Se uno ama il Cristo metterà in pratica la sua parola: "Amatevi gli
uni gli altri come io vi ho amato" (Gv 13,34).
Questo amore così forte, esigente e concreto non è possibile
alla natura umana; per tale impegno eroico è necessario l’intervento dello
Spirito di Dio. Per questo Gesù chiederà al Padre di donare ai suoi discepoli
lo Spirito della verità, affinché sia sempre con loro (vv. 16-17).
Lo Spirito Santo
ha la missione di far penetrare nel cuore dei discepoli la parola di Gesù, la
verità, rendendoli capaci di osservare i comandamenti del Signore e in modo
speciale il comandamento nuovo dell’amore.
Nel v. 23 Gesù chiarisce che la sua manifestazione ai discepoli non
avverrà in modo spettacolare ed esterno, ma si realizzerà nell’intimo delle
coscienze, con la sua venuta insieme al Padre nel cuore dei discepoli. Il regno
di Dio infatti non è di carattere politico, non è di
questo mondo, ma si instaura con l’assimilazione della verità (Gv 18,36-37), osservando la sua parola.
Con tale interiorizzazione della rivelazione del Cristo, i discepoli
sono resi tempio di Dio, ospiteranno le tre divine Persone.
Nel v. 24 Gesù ribadisce una verità già annunciata precedentemente
(v. 10): la sua parola, ascoltata dai discepoli, in realtà è del Padre che l’ha
mandato.
Gesù mette in
rapporto la sua rivelazione con l’azione dello Spirito Santo. Egli, dimorando
presso i suoi amici, ha rivelato la parola di Dio (v. 25). Ma
essi non hanno capito né fatto penetrare nel cuore la verità; di qui la
necessità dell’intervento dello Spirito Santo. Quindi
non solo Gesù, ma anche lo Spirito è maestro di fede: egli insegnerà ogni cosa
ai credenti.
Lo Spirito Santo
non eserciterà una funzione didattica prescindendo dalla rivelazione di Gesù,
ma ricordando ai discepoli le parole di Gesù (v. 26) e introducendoli nella
verità tutta intera (Gv 16,13). De.it.press
Domenica
23 maggio. Pentecoste. Lo
Spirito: la fantasia al potere
I fenomeni
naturali che più impressionano la fantasia dell’uomo – il fuoco, la folgore,
l’uragano, il terremoto, i tuoni (Es 19,16-19) – sono
impiegati nella Bibbia per raccontare le manifestazioni di Dio.
Anche per
presentare l’effusione dello Spirito del Signore gli autori sacri sono ricorsi ad immagini. Hanno detto che lo Spirito è soffio di vita (Gen 2,7), pioggia che irrora la terra e trasforma il
deserto in un giardino (Is 32,15; 44,3), forza che
ridona vita (Ez 37,1-14), rombo dal cielo, vento che
si abbatte gagliardo, fragore, lingue come di fuoco (At
2,1-3). Tutte immagini vigorose che suggeriscono l’idea di un’incontenibile
esplosione di forza.
Dove giunge lo Spirito avvengono sempre sconvolgimenti e
trasformazioni radicali: cadono barriere, si spalancano porte, tremano tutte le
torri costruite dalle mani dell’uomo e progettate dalla “sapienza di questo
mondo”, scompaiono la paura, la passività, il quietismo, si sviluppano
iniziative e si fanno scelte coraggiose.
Chi è
insoddisfatto e aspira al rinnovamento del mondo e dell’uomo
può contare sullo Spirito: nulla resiste alla sua forza.
Un giorno il
profeta Geremia si è chiesto sfiduciato: “Cambia forse un Etiope
la sua pelle o un leopardo la sua picchiettatura? Allo
stesso modo, potrete fare il bene voi abituati a fare il male?” (Ger 13,23). Sì – gli si può rispondere – ogni
prodigio è possibile là dove irrompe lo Spirito di Dio.
Prima Lettura (At 2,1-11)
1 Mentre il giorno
di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti
insieme nello stesso luogo. 2 Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di
vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove
si trovavano. 3 Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si
posarono su ciascuno di loro; 4 ed essi furono tutti
pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito
dava loro il potere d’esprimersi.
5 Si trovavano allora
in Gerusalemme giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. 6 Venuto
quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva
parlare la propria lingua.
7 Erano stupefatti
e fuori di sé per lo stupore dicevano: “Costoro che parlano non sono forse
tutti galilei? 8 E com’è che li
sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? 9 Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e
dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfilia,
dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène,
stranieri di Roma, 11 Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare
nelle nostre lingue le grandi opere di Dio”.
Gesù ha promesso ai
suoi discepoli che non li avrebbe lasciati soli e che avrebbe inviato lo
Spirito (Gv 14,16.26). Oggi celebriamo la festa di
questo dono del Risorto.
Leggendo il brano
degli Atti rimaniamo stupiti di fronte ai numerosi “prodigi” accaduti nel
giorno di Pentecoste: tuoni e vento impetuoso, fiamme che scendono dal cielo,
gli apostoli che parlano tutte le lingue.
Ci domandiamo
anche per quale ragione Dio ha atteso cinquanta giorni prima di mandare sui
discepoli il suo Spirito.
Per comprendere
questa pagina di teologia (non di cronaca) dobbiamo addentrarci un poco nel
linguaggio simbolico impiegato dall’autore.
Luca colloca la
discesa dello Spirito nel giorno di Pentecoste. Eppure, proprio nel Vangelo di
oggi, Giovanni racconta che Gesù ha comunicato lo Spirito il giorno stesso
della risurrezione (Gv 20,22). Come si spiega questo
mancato accordo sulla data?
Diciamo subito con
chiarezza: il mistero pasquale è unico. Morte, Risurrezione, Ascensione e dono
dello Spirito sono avvenuti nel medesimo istante, nel momento della morte di
Gesù. Raccontando ciò che è accaduto sul Calvario in quel venerdì santo,
Giovanni dice che, chinato il capo, Gesù diede lo Spirito (Gv
19,30).
Perché allora
quest’unico, sublime, ineffabile mistero pasquale è stato presentato da Luca come
se fosse accaduto in tre momenti successivi? Lo ha
fatto per aiutare a comprenderne i molteplici aspetti.
Giovanni ha posto
l’effusione dello Spirito nel giorno di Pasqua per mostrare che lo Spirito è
dono del Risorto. Ora vediamo per quale ragione Luca la colloca nel contesto della festa di Pentecoste.
La Pentecoste era
una festa ebraica molto antica, celebrata cinquanta giorni dopo la Pasqua:
commemorava l’arrivo del popolo di Israele al monte Sinai. Tutti ricordiamo
cosa è accaduto in quel luogo: Mosè è salito sul monte, ha incontrato Dio ed ha
ricevuto la Legge da trasmettere al suo popolo.
Gli israeliti
erano molto orgogliosi di questo dono: dicevano che, prima che a loro, Dio
aveva offerto la Legge ad altri popoli, ma questi l’avevano rifiutata,
preferendo continuare con i loro vizi e sregolatezze. Per ringraziare Dio di
questa predilezione, gli israeliti avevano istituito una festa: la Pentecoste.
Dicendo che lo
Spirito era sceso sui discepoli proprio nel giorno di Pentecoste, Luca vuole
insegnare che lo Spirito ha sostituito l’antica legge ed è divenuto la nuova legge per il cristiano.
Per spiegare cosa
intende dire ricorriamo a un paragone. Un giorno Gesù ha detto: “Si raccoglie
forse uva dalle spine o fichi dai rovi?” (Mt 7,16). Sarebbe insensato
immaginare che circondando di premure un rovo, potandolo, creandogli attorno un clima più mite potrebbe arrivare a produrre uva.
Tuttavia, se – con un prodigio d’ingegneria genetica – si riuscisse a
trasformarlo in una vite, allora non sarebbe più necessario alcun intervento
esterno. Il rovo produrrebbe spontaneamente uva.
Prima di ricevere
l’effusione dello Spirito, il mondo era come un grande rovo. Dio aveva dato
agli uomini ottime indicazioni – un decalogo, dei precetti, tanti consigli – e
si aspettava frutti, opere di giustizia e di amore (Mt
21,18-19), ma questi non sono arrivati perché l’albero rimaneva cattivo e
“nessun albero cattivo dà frutti buoni... l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro
trae fuori il male” (Lc 6,43.45).
Che cosa ha fatto
allora Dio? Ha deciso di cambiare il cuore degli uomini. Con un cuore nuovo –
ha pensato – essi non avrebbero più avuto bisogno di alcuna legge esterna, avrebbero compiuto il bene seguendo gli impulsi venuti dal
loro intimo.
Ecco cos’è la
legge dello Spirito: è il cuore nuovo, è la vita di Dio che, quando entra
nell’uomo, lo trasforma e da rovo lo fa divenire un albero fecondo, capace di
produrre spontaneamente le opere di Dio.
Quando l’uomo è
riempito dello Spirito, in lui accade qualcosa di inaudito:
ama con l’amore stesso di Dio. Da quel momento “non ha più bisogno che alcuno
lo ammaestri” (1 Gv 2,27), non gli occorre altra
legge. Giovanni arriva a dire che l’uomo animato dallo Spirito diviene
addirittura incapace di peccare: “Chiunque è nato da Dio non commette peccato,
perché in lui dimora un germe divino, e non può peccare perché è nato da Dio”
(1 Gv 3,9).
E i tuoni, il
vento, il fuoco? Ma è chiaro: andiamo a vedere nel libro dell’Esodo quali
fenomeni hanno accompagnato il dono dell’antica legge: “Al
mattino presto ci furono tuoni, lampi, una nube densa sopra il monte e un suono
fortissimo di tromba e tutto il popolo ebbe paura” (Es
19,16). “Tutto il popolo vedeva le voci, i tuoni, il suono della tromba e
vedeva il monte che fumava” (Es 20,18).
I rabbini dicevano
che sul Sinai, nel giorno di Pentecoste, quando Dio aveva dato la Legge, le sue
parole avevano preso la forma di settanta lingue di fuoco, per indicare che la
Torah era destinata a tutti i popoli (che in quel tempo si pensava fossero
appunto settanta).
Se l’antica legge
era stata data in mezzo a tuoni, lampi, fiamme di fuoco... come avrebbe potuto
Luca presentare in modo diverso il dono dello Spirito – nuova legge? Se voleva
farsi capire doveva impiegare le medesime immagini.
E le molte lingue
parlate dagli apostoli?
Probabilmente Luca
si richiama ad un fenomeno molto comune nella chiesa
primitiva: dopo aver ricevuto lo Spirito, i credenti cominciavano a lodare Dio
in uno stato di esaltazione e, come in estasi, pronunciavano parole strane in
altre lingue.
Luca ha utilizzato
questo fenomeno in un senso simbolico per insegnare l’universalismo della
Chiesa. Lo Spirito è un dono destinato a tutti gli uomini e a tutti i popoli.
Di fronte a questo dono di Dio crollano tutte le barriere di lingua, razza e
tribù. Nel giorno di Pentecoste succede il contrario di quanto è accaduto a
Babele (Gen 11,1-9).
Là gli uomini
hanno cominciato a non capirsi e ad allontanarsi gli uni dagli altri; qui lo
Spirito mette in atto un movimento opposto: riunisce coloro che si sono
dispersi.
Chi si lascia
guidare dalla parola del Vangelo e dallo Spirito parla una lingua che tutti
comprendono e che tutti unisce: il linguaggio dell’amore. E’ lo Spirito che trasforma
l’umanità in un’unica famiglia dove tutti si capiscono e si amano.
Seconda Lettura (1
Cor 12,3b-7.12-13)
Fratelli, 3 nessuno può dire “Gesù è Signore” se non sotto l’azione
dello Spirito Santo.
4 Vi sono poi diversità di carismi, ma uno
solo è lo Spirito; 5 vi sono diversità di ministeri,
ma uno solo è il Signore; 6 vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio,
che opera tutto in tutti. 7 E a ciascuno è data una manifestazione particolare
dello Spirito per l’utilità comune.
12 Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte
le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo.
13 E in realtà noi
tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci
siamo abbeverati a un solo Spirito.
Da che cosa hanno
origine le divisioni all’interno delle nostre comunità? Dalle invidie, dalle
gelosie reciproche. Coloro che hanno belle qualità (sono intelligenti, forti,
hanno buona salute, hanno studiato...), invece di porre umilmente le loro doti
a servizio dei fratelli, cominciano a pretendere titoli onorifici, esigono
maggior rispetto, sono convinti di avere diritto a privilegi, vogliono occupare
i primi posti. E’ così che i ministeri della comunità, da occasioni per
servire, divengono opportunità per imporsi, per affermare se stessi, il proprio
potere, il proprio prestigio.
Nella comunità di
Corinto i cristiani non erano migliori di quelli di oggi, commettevano gli
stessi peccati, avevano gli stessi difetti. Concretamente, erano divisi a causa
dei diversi carismi (cioè dei diversi doni) che
ciascuno aveva ricevuto da Dio.
Paolo scrive a
questi cristiani per ricordare loro che i molti doni, le molte qualità che
ciascuno di loro ha, non sono stati dati per creare divisioni, ma per favorire
l’unità: “A ciascuno, dice Paolo, è data una manifestazione dello Spirito, per
l’utilità comune” (v.7). E questo perché l’origine di
tutti i doni è unica: lo Spirito. Dice Paolo: “C’è poi diversità di carismi, ma
uno solo è lo Spirito” (v.4).
Per chiarire
meglio quest’idea dell’unità e del servizio reciproco, Paolo utilizza il
paragone del corpo.
I cristiani
costituiscono un solo corpo, fatto di molte membra. Ogni parte deve svolgere la
sua funzione per il bene di tutto l’organismo. Così accade con i diversi doni
di cui è arricchito ogni membro della comunità: servono affinché ognuno possa
manifestare agli altri il suo amore, mediante un’umile disponibilità al
servizio.
Vangelo (Gv 20,19-23)
19 La sera di
quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del
luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, si fermò
in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”.
20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli
gioirono al vedere il Signore.
21 Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato
me, anch’io mando voi”.
22 Dopo aver detto
questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non
li rimetterete, resteranno non rimessi”.
Per i primi
cristiani, è un giorno importante il primo della settimana perché è il giorno
del Signore (Ap 1,10), è quello in cui la comunità è
solita riunirsi per spezzare il pane eucaristico (At
20,7; 1 Cor 16,2).
È sera.
L’indicazione temporale con cui inizia il brano evangelico è preziosa: forse
indica l’ora tarda in cui i primi cristiani erano soliti ritrovarsi per la loro
celebrazione.
Le porte sono
sbarrate per paura dei giudei (v.19). Gesù non aveva certo annunciato trionfi e
vita facile ai suoi discepoli; “nel mondo avrete tribolazione” – aveva detto (Gv 16,33). Tuttavia la ragione principale per cui si insiste sulle porte chiuse (Gv
20,26) è teologica: Giovanni vuole far capire che il Risorto è lo stesso Gesù
che gli apostoli hanno visto, conosciuto, ascoltato, toccato, ma si trova in
una condizione diversa. Non è ritornato alla vita di prima (come ha fatto
Lazzaro), è entrato in un’esistenza completamente nuova.
Il suo corpo non è
più fatto di atomi materiali, è impercettibile alla verifica dei sensi.
La risurrezione
della carne non equivale alla rianimazione di un cadavere. E’ il misterioso
sbocciare di una vita nuova da un essere che è finito. Paolo spiega questo
fatto mediante l’immagine del seme. Dice che “da un corpo corruttibile risorge
uno incorruttibile”, da “un corpo ignobile risorge un corpo
glorioso”, da “un corpo debole risorge uno potente”, da “un corpo animale
risorge uno spirituale” (1 Cor 15,42-44).
Quando Gesù mostra
le mani e il costato, i discepoli gioiscono. Una reazione sorprendente:
dovrebbero rattristarsi vedendo i segni della sua passione e morte. Si
rallegrano invece, non perché si ritrovano davanti il
Gesù che hanno accompagnato lungo le strade della Palestina, ma perché vedono
il Signore (v.20), si rendono conto che il Risorto che si sta rivelando loro è
lo stesso Gesù, colui che ha donato la vita.
Collocando le
manifestazioni del Risorto nel contesto della sera del
primo giorno della settimana, Giovanni intende dire ai cristiani delle sue
comunità che anch’essi possono incontrare il Signore – non Gesù di Nazareth,
con il corpo materiale che aveva in questo mondo – ma il Risorto, ogni volta
che si ritrovano insieme “nel giorno del Signore”.
Dopo aver rivolto
per la seconda volta l’augurio: Pace a voi! (vv.19.21) Gesù dona ai discepoli il suo Spirito e
conferisce loro il potere di rimettere i peccati (vv.21-23).
I discepoli sono
inviati a compiere una missione: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”.
Quando era nel
mondo, Gesù rendeva presente il volto e l’amore del Padre (Gv
12,45), ora, lasciato questo mondo, egli continua la sua opera attraverso i
discepoli ai quali consegna il suo Spirito.
Accogliere lui era
accogliere il Padre che lo aveva mandato, ora accogliere i suoi inviati è accogliere lui (Gv 13,20).
Per comprendere la
missione affidata agli apostoli, il perdono dei peccati mediante l’effusione
dello Spirito dobbiamo rifarci alle concezioni
religiose del popolo d’Israele e alle parole dei profeti.
Al tempo di Gesù
era diffusa l’idea che gli uomini agivano male, si contaminavano con gli idoli,
erano impuri perché erano mossi da uno spirito cattivo. Ci si chiedeva quando
Dio sarebbe intervenuto per liberarli e per infondere in loro uno spirito
buono.
Nella lettera ai romani Paolo fa una descrizione drammatica della
condizione infelice dell’uomo che si trova in balia dello spirito del male: “Io
non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io
faccio, ma quello che detesto. Io so infatti che in
me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene,
ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il
male che non voglio” (Rm 7,15-19).
Per bocca dei
profeti Dio promise il dono di uno spirito nuovo, del suo Spirito: “Vi
aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le
vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò
dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò
un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei
statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” (Ez 36,25-27).
Questa effusione
dello Spirito del Signore avrebbe rinnovato il mondo. Lo inonderà – disse il
profeta Ezechiele – come un torrente d’acqua impetuoso che, quando entra nel
deserto, lo feconda e lo trasforma in giardino. “Lungo il
fiume, su una riva e sull'altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le
cui fronde non appassiranno, i loro frutti non cesseranno e ogni mese
matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina” (Ez 47,1-12). Sono immagini deliziose che descrivono
in modo mirabile l’opera vivificante dello Spirito.
Nel giorno di
Pasqua si compiono queste profezie. Con un gesto simbolico – Gesù alitò su di
loro – viene consegnato lo Spirito. Questo soffio
richiama il momento della creazione, quando “il Signore
Dio formò l’uomo dalla polvere della terra e respirò dentro le sue narici il
respiro della vita” (Gen 2,7). Il soffio di Gesù crea
l’uomo nuovo, l’uomo che non è più vittima delle forze
che lo portano al male, ma è animato da un’energia nuova che lo spinge al bene.
Dove giunge questo
Spirito il male è vinto, il peccato è perdonato –
cancellato, distrutto – e nasce l’uomo nuovo modellato sulla persona di Cristo.
La missione che il
Risorto affida ai suoi discepoli è di rimettere i peccati, continuando così la
sua opera di “Agnello di Dio, venuto per togliere i peccati del mondo” (Gv 1,29).
Che significa
rimettere i peccati? Queste parole sono state interpretate – in modo giusto, ma riduttivo – come il conferimento agli apostoli
del potere di assolvere dai peccati. Non è questo però l’unico modo per
rimettere, cioè, per neutralizzare, per sconfiggere il peccato. La potestà
conferita da Gesù è molto più ampia e riguarda tutti i discepoli che sono
animati dal suo Spirito: è quella di purificare il
mondo da ogni forma di male.
I poteri non sono
due – rimettere o ritenere – a discrezione del confessore che valuta caso per caso. Il potere è uno solo, quello di annientare, in tutti i
modi, il peccato. Ma questo può anche essere non rimesso: se il discepolo non si impegna a creare le condizioni affinché tutti aprano il
cuore all’azione dello Spirito, il peccato non viene rimesso.
Di questo
fallimento della missione, il discepolo è responsabile. P. Fernando Armellini, de.it.press
Lunedì 24 maggio. Il commento al Vangelo. “Vieni e seguimi”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 10,17-27) commentato da P. Lino Pedron
17 Mentre usciva
per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio
davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la
vita eterna?». 18 Gesù gli disse: «Perché mi chiami
buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19 Tu conosci
i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire
falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».
20 Egli allora gli
disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin
dalla mia giovinezza». 21 Allora Gesù, fissatolo, lo amò
e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai
poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».
22 Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva
molti beni.
23 Gesù, volgendo
lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!». 24
I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: «Figlioli, com'è difficile entrare nel regno di Dio! 25 E'
più facile che un cammello passi per la cruna di un
ago, che un ricco entri nel regno di Dio». 26 Essi, ancora più sbigottiti,
dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?». 27 Ma Gesù, guardandoli, disse:
«Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio!
Perché tutto è possibile presso Dio».
Il vangelo di oggi
ci insegna il vero atteggiamento del cristiano nei confronti della proprietà,
della povertà e della ricchezza. Il comportamento da tenere nei confronti dei
beni terreni va visto in ordine a Gesù: se facilitano
o impediscono il seguire Gesù. Dall’esempio presentato da questo brano di vangelo impariamo quanto le ricchezze esercitano un
pericoloso potere perfino su persone serie e impegnate. Inoltre, sull’esempio
di Pietro e dei primi discepoli che per Gesù hanno abbandonato tutto, siamo
incoraggiati a camminare sulla via del distacco e della povertà. Non a tutti,
forse, è indispensabile alleggerirsi dei propri averi; tutti però devono
ascoltare l’appello a una totale dedizione, che Gesù rivolge a ciascuno, sia
pure in modo diverso. Si tratta di fare spazio a Gesù. Rinunciare a se stessi
per seguire Gesù significa concretamente togliere di mezzo gli idoli che
occupano lo spazio e il tempo della nostra vita, e sono di ostacolo sulla via
del regno di Dio.
L’uomo di cui
parla il vangelo è un osservante della legge (v. 20), ma il seguire Gesù è
molto di più che il semplice adempimento della legge. Anche il giusto ha un
distacco da fare e non è detto che sempre lo faccia. Il peccatore pubblico Levi
(cfr Lc 5,27-28) accettò l’invito, l’uomo ricco,
giusto e osservante lo rifiutò. Una vocazione mancata a causa
della schiavitù delle ricchezze. Queste perciò non sono innocue, ma
tendono a rendere l’uomo schiavo. Quando questo avviene, le ricchezze comandano
e l’uomo obbedisce. L’avidità di ricchezza è vera idolatria (cfr Col 3,5) e
l’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali (cfr 1Tm 6,10). Il denaro
è un ottimo servo, ma un pessimo padrone. Rifiutando la libertà che gli viene offerta, questo tale se ne va rattristato. Questa
tristezza è segno che la grazia l’ha toccato: la sua ricchezza si oppone attualmente al progresso spirituale, ma la misericordia di
Dio l’ha reso cosciente di ciò, facendogli capire che, con le sue azioni e
osservanze, non può ottenere in eredità la vita eterna. La tristezza che lo
invade è dono dell’amore del Dio buono (v.18) che incessantemente lo chiama.
Fino a questo punto l’attaccamento ai suoi beni lo rende cieco: non vede il suo
vero bene che è Dio presente in Gesù. Nell’alternativa o Dio o mammona, sceglie
mammona, ossia le cose che possiede. Alla fine, invece
della gioia di chi ha trovato il tesoro (cfr Mt 13,44), ha la tristezza di chi
l’ha perduto.
E’ difficile
entrare nel regno di Dio per coloro che hanno
ricchezze (v. 23) e anche per gli altri (v. 24). Un giorno Gesù aveva parlato
di quelli che ricevono il seme della Parola tra le spine: "Sono coloro che hanno ascoltato la parola, ma sopraggiungono le
preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie,
soffocano la parola e questa rimane senza frutto" (Mc 4,18-19). Le
ricchezze, ma non solo le ricchezze, possono
preoccupare e ingannare l’uomo e soffocare la parola di Dio nel suo cuore.
Tutti siamo troppo
grandi per entrare nel regno di Dio dove entrano solo
i piccoli e i bambini: siamo cammelli che tentano buffamente di passare per la
cruna di un ago. Riconoscere questa nostra impossibilità è già un buon punto di
partenza per diventare piccoli.
Salvarsi non è né
facile né difficile: è assolutamente impossibile all’uomo. Solo Dio può
salvarci. Il mestiere di Dio è fare ciò che è impossibile all’uomo. A noi non
resta che chiedere, nonostante le nostre resistenze contrarie, questa salvezza
impossibile che solo Dio può donarci. De.it.press
Una nuova stagione. Preti stranieri in Italia. Intervista al Direttore
della Migrantes
ROMA - La carenza delle vocazioni e l'invecchiamento dei sacerdoti in
Italia ha incrociato il fenomeno della mobilità e delle migrazioni, unitamente
alla forza di attrazione delle Università Pontificie soprattutto di Roma, alla
presenza in Italia di molte case madri e noviziati di Istituti religiosi. Ma
anche gli scambi tra diocesi, grazie all'esperienza di 700 missionari “fidei donum”, negli ultimi 20 anni, hanno portato a una crescita del numero dei preti di
altre Chiese: 1.500 nelle comunità italiane, 700 in quelle di immigrati. Di
questo fenomeno e delle sue ripercussioni sulla pastorale nelle nostre
parrocchie il SIR ha rivolto alcune domande a mons. Giancarlo Perego, Direttore
generale della Fondazione Migrantes.
Mons. Perego,
recentemente sono sempre più i sacerdoti di altre Chiese nella pastorale della
Chiesa italiana: come valutare questo servizio?
“La crescita dei
preti di altre Chiese in Italia - siamo a circa il 9% del clero - corrisponde
alla crescita dell'immigrazione in Italia, ormai vicina all'8%
della popolazione. È un segno anzitutto di un mondo in movimento, che facilita
gli scambi e gli incontri, che vede la presenza in
Italia di quasi 1 milione di cattolici provenienti da tutto il mondo. Un movimento
di persone che chiede anche oggi un accompagnamento spirituale, una guida
religiosa, un prete. Sul piano prettamente ecclesiale, la crescita del numero
dei presbiteri provenienti da altre parti del mondo può aiutare lo scambio tra
le Chiese, nell'ottica di un'unità della Chiesa che
non esclude, ma valorizza le differenze. Infine, sul piano prettamente
presbiterale non possiamo nascondere che la parabola del clero - per usare il
titolo di una ricerca pubblicata a cura dei sociologi Molina
e Diotallevi sul clero italiano - è mitigata da nuove
presenze di presbiteri che curano comunità e servizi ecclesiali. Una situazione
che non cambierà a breve se, permanendo la situazione attuale, nel 2025 i
sacerdoti in Italia da 36.000 si ridurranno a 24.000, distribuiti in quasi
26.000 parrocchie. In questo senso, l'arrivo di sacerdoti
'immigrati' è un segno di una nuova stagione di evangelizzazione”.
Quali
atteggiamenti sono chiesti a un prete “immigrato” e quali sono chiesti a una
comunità italiana che lo accoglie come riferimento pastorale?
“Il dono
spirituale che i presbiteri hanno ricevuto nell'Ordinazione non li prepara ad una missione limitata e ristretta, bensì ad una
vastissima e universale missione di salvezza fino agli ultimi confini della
terra, ricorda il decreto del Concilio Vaticano II sul prete. Pertanto, il
servizio non solo alla propria Chiesa, ma alle Chiese nel mondo è strutturale
alla vita di tutti i presbiteri. Nel percorso di formazione del presbitero
'immigrato' che viene in Italia è chiesto anzitutto un servizio preciso: nello
studio, nella parrocchia, comunità etnica o in altre esperienze ecclesiali. A seconda del servizio, i presbiteri vengono accompagnati in
un percorso di formazione linguistica, culturale, pastorale e sociale anche
attraverso momenti organizzati dalle Fondazioni Migrantes
e Missio della CEI e dalle Chiese locali. Tra gli
atteggiamenti richiesti c'è quello della capacità e del desiderio d'incontrare
e conoscere una realtà ecclesiale, di valorizzare la storia di una comunità in
cui è inserito, di portare il valore aggiunto in termini di fede di
un'esperienza altra, distinguendo con prudenza ciò che è essenziale dalle forme
espressive, di mantenere il legame con la Chiesa di partenza. Alla comunità
parrocchiale che accoglie un presbitero immigrato sono
chiesti tre atteggiamenti importanti: l'accoglienza di una figura e di
un'esperienza altra, la fiducia, la pazienza di un cammino che non si risolve
in pochi giorni”.
I preti
“immigrati” possono offrire uno stimolo alla ripresa delle vocazioni
sacerdotali in Italia? “La presenza di un prete nelle
comunità, sia egli italiano o proveniente da altri Paesi, costituisce
certamente uno stimolo a raccogliere la sfida della vocazione presbiterale, ma
anche una figura in più che, nella direzione spirituale, possa accompagnare i
giovani nel discernimento. Le diverse storie di vita e di spiritualità
presbiterale, che provengono anche da Paesi dove la persecuzione religiosa è
grave, dove il desiderio di avere un prete di riferimento è
importante, può aiutare a comprendere la grazia della libertà religiosa e della
possibilità di scegliere diversi percorsi vocazionali nella nostra Chiesa”.
Come aiutare i
preti a essere “ponti” tra le comunità immigrate e la comunità
italiana?
“Il prete è, per
sua natura, uno strumento d'incontro. La sua ministerialità
nasce e cresce nella communio, nel costruire
strumenti e luoghi di responsabilità e di comunione. Nello
specifico dei preti che hanno il dono di servire una Chiesa locale e di
provenirne da un'altra, giova aiutarli a non dimenticare la propria storia di
Chiesa, ma a tenerla viva soprattutto nell'attenzione ai fratelli immigrati
presenti in Italia e nella cura a far conoscere alla comunità di riferimento
un'altra storia di comunità cristiana”.
In Italia i
sacerdoti e i religiosi provenienti dall'estero sono circa 2.700. Di questi
oltre 2.100 sono iscritti all’Istituto Centrale
Sostentamento clero (ICSC) e circa 600 risultano non iscritti in quanto
presenti in Italia per motivi di studio. Il 44% dei presbiteri in servizio
proviene dall'Africa, il 22% da Paesi europei, il 20% dall'America Latina e il
14% da Asia-Oceania. I sacerdoti stranieri sono
presenti al Nord (30%), Centro (54%) e Sud (16%). (Migranti-press)
Il papa, i cardinali, i gesuiti. Tre risposte allo scandalo
La via maestra
tracciata da Benedetto XVI. Gli affondo di Schönborn
e O'Malley contro Sodano. Il ruolo di Bertone e di padre Lombardi. La battaglia
della "Civiltà Cattolica" contro la "cultura della
pedofilia" - di Sandro Magister
ROMA – Allo
scandalo degli abusi sessuali commessi da sacerdoti, la gerarchia cattolica sta
reagendo in tre modi.
Il primo per
iniziativa del papa. Il secondo ad opera di alcuni
cardinali. Il terzo grazie ai dotti gesuiti della
"Civiltà Cattolica", con l'imprimatur della segreteria di Stato
vaticana.
1. LA STRADA
MAESTRA - La strada maestra è quella tracciata dal papa. La Chiesa – ha detto
Benedetto XVI in più occasioni, a partire dalla sua
lettera del 19 marzo ai cattolici dell'Irlanda – deve capire che la sua più
grande tribolazione non nasce da fuori, ma dai peccati commessi dentro di lei.
E quindi la penitenza è il suo primo dovere, per aprirsi alla conversione e
infine alla grazia rigenerante di Dio.
Le sollecitazioni
più forti a percorrere questa strada il papa le ha date in coincidenza con il
suo pellegrinaggio a Fatima. Il messaggio delle apparizioni di Maria ai
pastorelli si riassume infatti proprio in questa
parola: "Penitenza!". E il papa teologo non ha avuto timore, anzi, di
congiungersi lì alla pietà popolare.
Ma anche dopo il suo ritorno a Roma dal Portogallo papa
Joseph Ratzinger ha insistito nel battere questa strada. L'ha fatto con un
messaggio e con un saluto.
Il messaggio era
quello indirizzato al Kirchentag, la kermesse ecumenica
di cattolici e protestanti tedeschi tenuta a Monaco di
Baviera dal 12 al 16 maggio. Il testo papale porta la
data del 10 maggio ed è stato letto in apertura dell'evento. Ma vista la scarsa
attenzione che esso ha ricevuto in Germania, la sala stampa vaticana ha provveduto a distribuirlo ai media di tutto il mondo sabato
15 maggio, con tanto di traduzione italiana dall'originale tedesco.
Il messaggio è
visibilmente scritto di suo pugno dal papa. È un invito a "esser lieti in
mezzo a tutte le tribolazioni", perché se nella Chiesa c'è tanta zizzania,
questa non riuscirà comunque a soffocare il buon grano. E se bastavano dieci
giusti per risparmiare Sodoma dal fuoco, "grazie
a Dio nelle nostre città ci sono molto più di dieci giusti".
Quanto al saluto,
è quello che Benedetto XVI ha rivolto domenica 16 maggio a mezzogiorno, dopo la
recita del "Regina Cæli",
ai 200 mila fedeli che gremivano piazza San Pietro e le vie adiacenti, accorsi
da tutta Italia a manifestare la loro adesione al papa (vedi foto).
"Noi cristiani
non abbiamo paura del mondo, anche se dobbiamo guardarci dalle sue
seduzioni", ha detto loro Benedetto XVI, perché "il vero nemico da
temere e da combattere è il peccato, il male spirituale, che a volte,
purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa".
I due testi sono riprodotti integralmente più sotto e il
primo, in particolare, è di assoluto rilievo.
È sicuro che
Benedetto XVI tornerà sull'argomento il 10 e 11 giugno
prossimi, nella veglia di preghiera e nella messa con cui chiuderà
l'Anno Sacerdotale da lui voluto proprio per ridare forza spirituale al clero.
2. LO SCONTRO NEL
SACRO COLLEGIO - Mentre papa Benedetto traccia la linea maestra, tra i suoi
cardinali c'è però anche chi ne trae le conseguenze a
livello di governo della Chiesa.
I porporati usciti
allo scoperto sono l'austriaco Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, e l'americano Sean O'Malley, arcivescovo di Boston. Il primo
con dichiarazioni diffuse il 4 maggio dall'agenzia Kathpress,
il secondo con un'intervista del 14 maggio a John L. Allen per il "National
Catholic Reporter".
Sia l'uno che l'altro hanno colpito duro il cardinale Angelo Sodano,
segretario di Stato di Giovanni Paolo II e poi dello stesso Benedetto XVI nel
primo anno di pontificato. L'hanno accusato di aver a lungo ostacolato l'opera
di pulizia intrapresa dell'allora cardinale Ratzinger nei confronti di
personalità del peso di Hans Hermann Gröer, arcivescovo di Vienna, e di Marcial
Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo, entrambi
accusati di abusi sessuali e infine, troppo tardi, riconosciuti colpevoli.
In più, Schönborn e O'Malley hanno
rimproverato a Sodano di aver declassato a "chiacchiericcio" le
accuse scagliate dai media contro la Chiesa a motivo della
pedofilia, con ciò facendo un "danno immenso" alle vittime degli
abusi. Sodano si era espresso effettivamente così, nell'atto di omaggio da lui
letto a Benedetto XVI il giorno di Pasqua a nome
dell'intero collegio cardinalizio: atto di omaggio non richiesto nè tanto meno "mendicato" dal papa, come ha
tenuto a precisare padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della
Santa Sede.
Queste accuse
all'insipiente Sodano, contrapposto al lungimirante Ratzinger, gettano un'ombra
anche sul pontificato di Giovanni Paolo II, durante il quale gli abusi sessuali
tra il clero toccarono il picco, senza un'efficace opera di contrasto.
Ma Schönborn e O'Malley non arrivano a questo. Papa Karol Wojtyla, dicono,
era troppo vecchio e malato per prendere in pugno la questione. E attorno
"gli facevano da scudo protettivo" i suoi collaboratori, i quali si illudevano che la faccenda riguardasse l'America e non il
resto del mondo. A giudizio di O'Malley, Sodano e
altri capi di curia agivano così "più per ignoranza che per malizia".
Sta di fatto che
Sodano è oggi il decano del collegio cardinalizio, come lo fu Ratzinger quando
morì Wojtyla. Nell'eventualità di un conclave, sarebbe quindi lui a presiedere
l'interregno, con i media di tutto il mondo che implacabili lo metterebbero
alla gogna, con disastro d'immagine per tutta la Chiesa. È anche per scongiurare questo esito che due cardinali di primo piano
come Schönborn e O'Malley
hanno sferrato l'affondo. Vogliono che Sodano esca definitivamente di scena, il più presto possibile.
Ma non è tutto. L'offensiva dei due cardinali trova in
curia il sostegno, di fatto, del successore di Sodano alla segreteria di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone.
Bertone era segretario della congregazione per la dottrina della
fede, al fianco di Ratzinger, quando questi era "ostacolato" da
Sodano e sodali. E oggi mostra di voler arrivare anche lui a una resa dei
conti, contro la vecchia guardia curiale.
Lo si vede dalla severità con cui Bertone
sta conducendo l'operazione di "pulizia" dei Legionari di Cristo, la
congregazione fondata dall'indegno Maciel, difeso ed
esaltato fino all'ultimo non solo da Sodano, ma anche dall'allora segretario
personale di Giovanni Paolo II, Stanislaw Dziwisz, e da altri capi di curia.
Lo si è visto, inoltre, da come il 15 aprile Bertone ha sconfessato – con un tagliente comunicato del
portavoce vaticano Lombardi – una lettera scritta nel 2001 dall'allora prefetto
della congregazione per il clero, cardinale Darío Castrillón Hoyos, a sostegno di
un vescovo francese condannato per aver rifiutato di denunciare un suo prete
colpevole di pedofilia.
Castrillón Hoyos si è difeso dicendo di
aver fatto leggere quella sua lettera a Giovanni Paolo II e di averne avuto l'approvazione. Ma sta di
fatto che oggi quel suo comportamento non è più ammesso. Sul penultimo numero
della "Civiltà Cattolica", la rivista dei gesuiti stampata con il
controllo previo della segreteria di Stato vaticana, sono portate ad esempio di
buona condotta le diocesi di Monaco, Colonia e Bolzano, "dove i vescovi
hanno assunto un atteggiamento che si potrebbe definire 'proattivo', cioè
preventivamente collaborativo nei confronti delle autorità civili".
E con questo articolo della "Civiltà Cattolica" siamo
alla terza modalità di reazione allo scandalo della pedofilia.
3. LA BATTAGLIA
CULTURALE - Gli articoli propriamente sono due, in apertura dei numeri del 1 maggio e del 15 maggio 2010 della rivista. Gli autori,
i padri gesuiti Giovanni Cucci e Hans Zollner,
insegnano psicologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma e
affrontano la questione della pedofilia sotto il profilo psicologico-sociale.
Nel primo dei due
articoli, intitolato "Osservazioni psicologiche sul problema della
pedofilia", gli autori descrivono, sulla base della letteratura
scientifica, le caratteristiche della pedofilia, la personalità degli autori di
tali atti – che spesso da bambini sono stati vittime di abusi – e la loro
incidenza tra il clero cattolico, in drammatico contrasto con l'alto profilo
morale ed educativo che dovrebbe contraddistinguere
tale vocazione.
Fra le lezioni da
trarre dallo scandalo, gli autori insistono sulla preparazione dei candidati al
sacerdozio, il cui equilibrio e maturità devono essere seriamente accertati.
Smentiscono che vi
sia un nesso di causa ed effetto tra il celibato e la pedofilia.
E quanto alla
richiesta di ridurre allo stato laicale i sacerdoti colpevoli di pedofilia
osservano:
"Certo,
questa può anche essere una procedura doverosa, prevista dal codice di diritto
canonico, ma non è detto che sia la cosa migliore per le potenziali vittime, i
bambini, e per lo stesso abusatore, che spesso ritorna in società senza alcun controllo e, lasciato a se
stesso, torna a commettere abusi. Questo è stato il caso di James Porter,
sacerdote della diocesi di Fall River
(Massachusetts): una volta dimesso, non fu affatto
perseguito dalle autorità civili, si sposò e poco dopo venne incriminato per le
molestie commesse verso la baby siiter dei suoi
figli".
Nel secondo
articolo, intitolato "Contrastare la cultura della pedofilia", Cucci
e Zollner denunciano lo
"strano silenzio" che si registra sulla questione non solo da chi
opera nel mondo dell'educazione (genitori, insegnanti, eccetera) ma soprattutto
da chi sarebbe più titolato a parlarne con cognizione di causa: psicologi,
psichiatri, psicoterapeuti.
La letteratura
scientifica sul tema appare reticente e incerta. I maggiori dizionari ed
enciclopedie dedicano alla pedofilia poche righe in migliaia di pagine. E
altrettanto succede per l'efebofilia. Nel dibattito
pubblico, di conseguenza, si sostituisce alla competenza il "sentito
dire". E si alimenta quel "panico morale" che distorce le reali
dimensioni del problema.
In un'opinione
pubblica così confusa, Cucci e Zollner rimarcano che
"si oscilla tra la criminalizzazione e la liberalizzazione". Citano
numerosi casi in cui si è difesa la pedofilia in nome della libertà sessuale.
Ricordano un documento e un convegno finalizzati a questo, ad
opera del partito radicale italiano, nel 1998. Richiamano la
costituzione in Olanda, nel 2006, di un partito pro-pedofilia. Fanno notare che
l'attuale ministro della giustizia del governo federale tedesco, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, oggi tra i più accesi critici
della Chiesa, faceva parte del direttivo della Humanistische Union quando questa
organizzazione si batteva per liberalizzare tutti gli atti sessuali
"consensuali", inclusi quelli con minorenni.
"Queste
osservazioni – concludono i due autori –
richiederebbero di rimettere in discussione un contesto culturale più ampio e spesso
acriticamente accettato, che approva le trasgressioni e le perversioni come
manifestazioni di libertà e di spontaneità". Per essere riconosciuta come
una perversione e contrastata, la pedofilia "richiede il riconoscimento di
una norma etica e psicologica, prima che giuridica".
Quindi la battaglia deve essere anche culturale. Una battaglia
nella quale la Chiesa di papa Benedetto è in prima fila. L’Espresso on line 20
Messaggio del Papa al Kirchentag
ecumenico di Monaco di Baviera
Cari fratelli e
sorelle in Cristo, da Roma saluto tutti coloro che si
sono riuniti sulla Theresienwiese a Monaco per la
celebrazione liturgica in apertura del secondo Kirchentag
ecumenico. Ricordo volentieri gli anni in cui ho vissuto nella bella capitale della
Baviera, come arcivescovo di Monaco e Frisinga.
Rivolgo, quindi, un saluto speciale all’arcivescovo di Monaco e Frisinga Reinhard Marx, e al vescovo regionale luterano Johannes Friedrich.
Saluto tutti i vescovi tedeschi e di molti paesi del mondo, e, in modo
speciale, anche i rappresentanti delle altre Chiese e comunità ecclesiali e
tutti i cristiani che partecipano a questo evento ecumenico. Saluto inoltre i
rappresentanti della vita pubblica e tutti coloro che
sono presenti attraverso la radio e la televisione. La pace del Signore risorto
sia con tutti voi!
“Affinché abbiate
speranza”: con questo motto vi siete riuniti a Monaco. In un tempo difficile,
volete inviare un segnale di speranza alla Chiesa e alla società. Per questo vi
ringrazio molto. Infatti, il nostro mondo ha bisogno di speranza, il nostro
tempo ha bisogno di speranza. Ma la Chiesa è un luogo
di speranza? Negli ultimi mesi ci siamo dovuti confrontare ripetutamente con
notizie che ci vogliono togliere la gioia nella Chiesa, che la oscurano come
luogo di speranza. Come i servi del padrone di casa nella parabola evangelica
del regno di Dio, anche noi vogliamo chiedere al Signore: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la
zizzania?” (Mt 13, 27).
Sì, con la sua
Parola e con il sacrificio della sua vita il Signore ha davvero seminato del
buon seme nel campo della terra. È germogliato e germoglia. Non dobbiamo
pensare solo alle grandi figure luminose della storia, alle quali la Chiesa ha
riconosciuto il titolo di “santi”, ovvero
completamente permeati da Dio, risplendenti a partire da Lui. Ognuno di noi
conosce anche le persone comuni, non menzionate in alcun giornale e non citate
in alcuna cronaca, che a partire dalla fede sono
maturate raggiungendo una grande umanità e bontà. Abramo, nella sua
appassionata disputa con Dio per risparmiare la città di Sodoma
ha ottenuto dal Signore dell’universo l’assicurazione che se ci saranno dieci giusti non distruggerà la città (cfr. Gen 18, 22-33). Grazie a Dio, nelle nostre città ci sono
molto più di dieci giusti! Se oggi siamo un po’ attenti, se non percepiamo solo
il buio, ma anche ciò che è chiaro e buono nel nostro tempo, vediamo come la
fede rende gli uomini puri e generosi e li educa all’amore. Di nuovo: La
zizzania esiste anche in seno alla Chiesa e tra coloro che il Signore ha
accolto al suo servizio in modo particolare. Ma la
luce di Dio non è tramontata, il grano buono non è stato soffocato dalla semina
del male.
“Affinché abbiate
speranza”: questa frase vuole prima di tutto invitarci a non perdere di vista
il bene e i buoni. Vuole invitarci a essere noi stessi buoni e a ridiventare buoni sempre, vuole invitarci a discutere con Dio per il
mondo, come Abramo, cercando noi stessi, con passione, di vivere dalla giustizia
di Dio.
La Chiesa è dunque
un luogo di speranza? Sì, poiché da essa ci giunge sempre e di nuovo la Parola
di Dio, che ci purifica e ci mostra la via della fede. Lo è, poiché in essa il
Signore continua a donarci se stesso, nella grazia dei
sacramenti, nella parola della riconciliazione, nei molteplici doni
della sua consolazione. Nulla può oscurare o distruggere tutto ciò. Di questo
dovremmo essere lieti in mezzo a tutte le tribolazioni. Se parliamo della
Chiesa come luogo della speranza che viene da Dio, allora ciò comporta, allo
stesso tempo, un esame di coscienza: Che cosa faccio io della speranza che il
Signore ci ha donato? Davvero mi lascio modellare dalla sua Parola? Mi lascio cambiare e guarire da Lui? Quanta zizzania in
realtà cresce dentro di me? Sono disposto a sradicarla? Sono grato del dono del
perdono e disposto a perdonare e a guarire a mia volta invece che a condannare?
Domandiamo ancora
una volta: Che cos’è veramente la “speranza”? Le cose che possiamo fare da soli
non sono oggetto della speranza, bensì un compito che dobbiamo svolgere con la
forza della nostra ragione, della nostra volontà e del nostro cuore. Ma se riflettiamo su tutto ciò che possiamo e dobbiamo fare,
allora notiamo che non possiamo fare le cose più grandi, le quali ci giungono
solo come dono: l’amicizia, l’amore, la gioia, la felicità.
Vorrei osservare
ancora una cosa: tutti noi vogliamo vivere, e anche la vita non ce la possiamo
dare da soli. Quasi nessuno, però, oggi parla ancora della vita eterna, che in
passato era il vero oggetto della speranza. Poiché non si osa credere in essa,
bisogna sperare di ottenere tutto dalla vita presente. L’accantonare
la speranza nella vita eterna porta all’avidità per una vita qui e ora, che
diventa quasi inevitabilmente egoistica e, alla fine, rimane irrealizzabile.
Proprio quando vogliamo impossessarci della vita come di una sorta di bene,
essa ci sfugge.
Ma torniamo indietro. Le cose grandi della vita non
possiamo realizzarle noi, possiamo solo sperarle. La
buona novella della fede consiste proprio in questo: esiste Colui
che può donarcele. Non veniamo lasciati soli.
Dio vive. Dio ci ama. In Gesù Cristo è diventato uno di noi. Mi posso rivolgere
a lui e lui mi ascolta. Per questo, come Pietro, nella
confusione dei nostri tempi, che ci persuadono a credere in tante altre vie,
gli diciamo: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole
di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6, 68s).
Cari amici, auguro
a tutti voi, che siete riuniti sulla Theresienwiese a
Monaco, di essere di nuovo sopraffatti dalla gioia di
poter conoscere Dio, di conoscere Cristo e che Egli ci conosce. È questa la
nostra speranza e la nostra gioia in mezzo alle confusioni del tempo presente.
Dal Vaticano, 10
maggio 2010 Benedictus PP. XVI
Con cuore aperto. Dal Portogallo all'Europa: il messaggio di Benedetto XVI
Un messaggio forte
dal Portogallo a tutta la Chiesa in Europa: l'affetto di un popolo che si è
riunito in modo spontaneo attorno al Santo Padre a Fatima per manifestargli
affetto e unità. Ne parliamo con padre Manuel Morujão,
portavoce e segretario della Conferenza episcopale portoghese (Cep), ad una settimana dal viaggio
apostolico di Benedetto XVI in Portogallo, dall'11 al 14 maggio.
La folla oceanica
a Fatima ha dato il polso di un popolo che ama la Chiesa in un momento in cui
la Chiesa in Europa è stata travolta dai tristissimi casi di pedofilia al suo
interno. Cosa ne pensa?
"È vero,
penso che la risposta del popolo sia stata molto più forte ed efficace rispetto
a qualsiasi altra presa di posizione, discorso o argomentazione che potevano dare un intellettuale o anche un'autorità civile o
ecclesiastica. Perché è stata una risposta spontanea e affettiva. C'è stata una
grande vibrazione affettiva attorno al Santo Padre. Con la sua presenza, il
popolo ha detto all'Europa di credere nella Chiesa. Una Chiesa che è certamente
costituita da uomini e donne che sono deboli, spesso peccatori
ma è pur sempre la Chiesa di Cristo, redentore del mondo e dell'umanità. La risposta più convincente a questa cattiva immagine data dalla
Chiesa stessa, o meglio dai responsabili di questi crimini terribili, è stata
data dal popolo e proprio per questo è stata una risposta di grande
forza".
Di tutti i
discorsi pronunciati dal Papa quale è stato secondo
lei il messaggio che più rimarrà di questo viaggio apostolico non solo per il
Portogallo?
"E stata una
caratteristica che ha colpito molto: sono stati
discorsi universali, rivolti a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a
prescindere dalla loro appartenenza o meno alla Chiesa. Non c'era bisogno di
avere fede per ascoltare il Papa, c'era piuttosto bisogno di avere un cuore
aperto per accogliere i valori più strutturali della persona umana. Ciò è
emerso in maniera particolarmente evidente nel discorso che Benedetto XVI ha
pronunciato al mondo della cultura, parlando della bellezza e della verità che
sono valori a cui tendono tutti perché sono essenziali nella vita e
coessenziali in ogni essere umano. Non bisogna essere
cristiani per perseguirli né tantomeno viverli come un obbligo quanto piuttosto
sceglierli come vie di realizzazione della persona".
Tutto questo
discorso però poi si è scontrato con la decisione presa dal presidente della
Repubblica di firmare la legge sui matrimoni gay, una
settimana dopo il viaggio di Benedetto XVI. Come se lo spiega?
"È questa una
realtà condivisa dalle società europee ed è esito delle responsabilità
individuali che portano a quelle che possiamo definire alla luce di quanto
detto finora, delle contraddizioni. Significa cioè che la Chiesa indica la
strada giusta ma poi andiamo per un'altra strada perché magari è la strada più facile, più popolare. Questa legge sarà approvata
sicuramente dal Parlamento che può contare di una maggioranza che ha già dichiarato di essere favorevole. Sono contraddizioni che
dimostrano quanto non sia per niente facile essere
fedeli alla verità più profonda dell'uomo. Verità che è
esigente, radicale, e non sempre si ha il coraggio di esserne coerenti".
Significa che al
cristiano, l'Europa chiede una nuova maturità di fede?
"Sì, dimostra
che essere cristiano in un ambiente dove tutti i valori della cristianità sono
rispettati, è facile. Ma la verità tante volte è controcorrente perché non si
regge su
simpatie, indici di popolarità, su sondaggi di opinione pubblica ma si orienta
al bene comune della società e al bene più profondo della persona. Insomma, non
stiamo parlando di questioni propriamente di fede o di morale cristiana
quanto piuttosto di questioni antropologiche che interpellano la ragione".
C'è speranza di
rivedere un Portogallo più protagonista nella vita della Chiesa e dell'Europa?
"La visita
del Papa è stata una occasione che hanno avuto i
cattolici per dirgli: ti vogliamo bene. Tu sei parte della soluzione non il
problema. Crediamo in Te come profeta di Cristo. E questo ci dà coraggio per
andare avanti in una società che tante volte contraddice la struttura
antropologica dei valori umani e cristiani. Con nuove ragioni per lottare per
la vera famiglia,
il vero matrimonio, e per i valori che non sono illusori ma sono quelli che
veramente rendono l'uomo più uomo". Sir eu
Insieme in cammino. Conclusa a Monaco la seconda Giornata ecumenica delle
Chiese
Con una grande
celebrazione sulla spianata della Theresienwiese a
Monaco si è conclusa il 16 maggio la Seconda Giornata
ecumenica delle Chiese (Ökt). Nella funzione, cui
hanno partecipato 100.000 fedeli, i due presidenti del Kirchentag,
l'evangelico Eckhard Nagel
e il cattolico Alois Glück
hanno esortato i cristiani tedeschi ad osare "una
nuova svolta" per risolvere insieme i problemi sociali ed ecclesiastici.
"Abbiamo bisogno di una crescita di solidarietà, di rispetto e
considerazione", ha ammonito Nagel. E Alois Glück,
ha aggiunto: "Siamo cristiani in questo mondo e per questo mondo.
Dobbiamo prenderci questa responsabilità
insieme". Secondo entrambi, l'incontro di Monaco ha rappresentato un
progresso determinante nell'ecumenismo. "L'ecumenismo vive", ha sottolineato Glück.
"A Monaco, il sogno dell'unità nella molteplicità delle Chiese è diventato
in parte realtà", ha aggiunto Nagel. Relativamente alla crisi nella Chiesa cattolica a seguito
degli abusi, il presidente cattolico ha inoltre sollecitato i laici cattolici a
dare il proprio contributo, "affinché da questa crisi scaturisca nuova
vitalità, nuova forza, nuova attrazione".
Mille tavole.
Oltre 3.000 eventi hanno caratterizzato questo incontro ecumenico, che ha visto
la partecipazione di oltre 130.000 visitatori fissi: temi principali erano la
crisi economico-finanziaria, la pace, la guerra in Afghanistan, la situazione
delle Chiese e dell'ecumenismo, nonché il dialogo
interreligioso con gli ebrei e i musulmani. Il clou della Giornata ecumenica
delle Chiese è stata tuttavia la celebrazione dei
vespri di rito ortodosso, seguita da oltre 20.000 persone: si è svolta venerdì
14 maggio. 10.000 persone di diverse confessioni hanno spezzato insieme il pane
benedetto, sedute attorno a 1.000 tavole apparecchiate a tal fine nella Odeonsplatz. Il pane era
stato precedentemente benedetto dal metropolita Augoustinos. Il pane è stato poi consumato insieme con olio
e mele, una tradizione delle Chiese ortodosse che rimanda all'agape dei primi
cristiani. Tutti potevano partecipare poiché non si trattava di una
celebrazione sacramentale. Erano presenti personalità del mondo politico, nonché l'arcivescovo cattolico di Monaco, mons. Reinhard Marx e il capo della
Chiesa evangelica Schneider.
Il nodo
dell'Eucaristia. Il comitato organizzatore del Kirchentag
è stato chiaro: una celebrazione eucaristica comune tra cattolici e protestanti
non si poteva svolgere perché dal punto di vista del dialogo teologico non è
ancora possibile celebrare insieme. Sia l'arcivescovo cattolico di Monaco,
mons. Reinhard Marx che
l'evangelico Eckhard Nagel hanno spiegato che si tratta di un passo che richiederà
ancora del tempo: prima occorrerà risolvere le difficili questioni relative
all'ufficio e alla comprensione della Chiesa. Tuttavia, al termine dei vespri,
nell'esprimere "profonda riconoscenza", il presidente cattolico dell'Ökt, Alois Glück
ha detto: "Con il segno della tavola, l'ecumenismo ha un nuovo
simbolo". E il presidente evangelico Nagel ha ribadito che "Le tavole sono un segno visibile del
profondo desiderio di fare comunità. Il mondo non sarà più lo
stesso" dopo questa celebrazione comune. Da parte sua, il
metropolita Augoustinos ha esortato i partecipanti,
una volta tornati a casa, a "guardare negli occhi e possibilmente
accogliere nel cuore" anche i vicini ortodossi. "Dio benedica le
nostre Chiese e ci doni l'unità", ha infine esclamato tra gli applausi. I
vespri di rito ortodosso, oltre a rappresentare il simbolo più significativo dell'incontro ecumenico di Monaco hanno perciò
sancito il rafforzamento del legame con le Chiese ortodosse e con le altre
Chiese cristiane.
Alcuna alternativa all'ecumenismo. "La
giornata ecumenica delle Chiese significa in realtà essere in cammino con altre
persone, come gente che cerca e spera, crede e ama. Essere
in cammino con una nostalgia e con un obiettivo", ha detto mons. Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca
nell'omelia pronunciata il 16 maggio nella celebrazione di chiusura dell'evento.
"Non esiste per me alcuna alternativa
all'ecumenismo", aveva sottolineato il presidente della Dbk in una conferenza stampa svoltasi il giorno prima. "L'ecumenismo non è
morto né bloccato in un'era glaciale", ha aggiunto, rivelando ai
giornalisti di tornare "rafforzato" dall'Ökt:
"Non è stata una Giornata ecumenica di euforia e di arroganza, ma di gioia
e riflessione", ha commentato. Parlando poi del tema
degli abusi, affrontato durante la manifestazione, Zollitsch
ha osservato: "È stato un bene aver riflettuto insieme nella crisi della
nostra responsabilità. Come Chiesa cattolica lavoriamo
assiduamente all'elaborazione di questa crisi. Ci vuole del tempo. L'Ökt mi ha spronato a proseguire su questa strada", ha concluso. Sir eu
Famiglia. Messaggio dei Pontifici Consigli della Famiglia a dei Migranti
CITTÀ DEL
VATICANO– Sabato 15 maggio 2010 si è celebrata la “Giornata internazionale
delle famiglie”, sotto l’egida dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Il tema
di quest’anno è stato “L’impatto della migrazione sulle famiglie nel mondo”.
Per l’occasione il
Pontificio Consiglio della Famiglia e il Pontificio Consiglio della Pastorale
per i Migranti e gli Itineranti hanno rilasciato una dichiarazione congiunta a
firma dei due Presidenti, il card. Ennio Antonelli e mons. Antonio Maria
Vegliò, che noi riportiamo, di seguito, integralmente:
La Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani riconosce che la famiglia è “l’elemento naturale e
fondamentale della società” (articolo 16) e Papa Benedetto XVI ha affermato che
essa è “luogo e risorsa della cultura della vita e fattore di
integrazione di valori” (Messaggio per la Giornata mondiale del migrante
e del rifugiato 2007), per cui deve essere oggetto della “più ampia protezione
e assistenza possibili” (Patto dei Diritti Economici Sociali e Culturali,
articolo 10).
Essa gioca un ruolo
insostituibile per la felicità dei suoi membri, per la pace e la coesione
sociale, per lo sviluppo educativo e il benessere generale, per la crescita
economica e l’integrazione sociale. La compattezza dei legami familiari, di
fatto, garantisce stabilità, tutela l’equilibrio sociale e promuove lo
sviluppo. La coesione familiare costituisce il mezzo vitale per preservare e
trasmettere i valori, agisce come garante dell’identità culturale e della
continuità storica, assicura un ambiente favorevole per l’apprendimento e offre
efficaci rimedi per la prevenzione del crimine e della delinquenza.
Pertanto, la
società civile e le comunità cristiane sono interpellate dai problemi e dalle
difficoltà, ma anche dai valori e dalle risorse di cui ogni famiglia è portatrice.
Costatiamo, però,
che i movimenti migratori tracciano solchi profondi nel presente storico dei
villaggi e delle città, degli Stati e dei continenti. Ne sono coinvolti i
singoli, cittadini autoctoni e cittadini immigrati. Soprattutto, ne sono implicate
le famiglie. Nel contesto migratorio, dunque, la
famiglia si pone come sfida e possibilità, non solo per il migrante e per i
suoi cari, ma anche per le collettività dei Paesi di partenza e di arrivo.
In effetti,
accanto alla tradizionale migrazione maschile, sta aumentando esponenzialmente
il numero delle donne che lascia il Paese d’origine alla ricerca di una vita
più dignitosa, coltivando il sogno di attrarre a sé il coniuge, i figli e,
talvolta, i parenti più stretti. Anche i minori e gli anziani entrano nel
vortice dei flussi migratori, portando con sé il triste bagaglio dello
smarrimento, della solitudine e dello sradicamento, talvolta reso anche più
pesante da sfruttamento e abuso.
Dunque, l’unità
familiare, disgregata dal progetto migratorio, ambisce a ricomporsi, anche per
un migliore successo dei processi di inserimento nelle
società di accoglienza.
Per tali ragioni,
auspichiamo che le Istituzioni competenti elaborino politiche familiari
responsabili, che facilitino i ricongiungimenti, permettano agli irregolari di
uscire da situazioni di anonimato e di precarietà mediante vie realmente
praticabili e garantiscano il diritto di tutti alla partecipazione e alla
corresponsabilità, sociale e civile, anche attraverso il riconoscimento del
diritto alla cittadinanza.
Incoraggiamo,
infine, l’adozione di misure adeguate che facilitino, da una parte,
l’inserimento nel tessuto sociale che accoglie gli
immigrati e le loro famiglie e, dall’altra, occasioni di crescita – personale,
sociale ed ecclesiale – basate sul rispetto delle minoranze, delle differenti
culture e delle religioni, nonché sul reciproco scambio di valori.
L’educazione alla interculturalità può contribuire a creare una nuova
sensibilità, volta a instaurare più amichevoli rapporti tra singoli individui e
tra famiglie, nell’ambito della scuola e in quelli di vita e di lavoro, con
prioritaria attenzione all’infanzia, agli adolescenti e ai giovani in un mondo
di rapidi cambiamenti.
Solidarietà e
reciprocità, nel rispetto delle legittime differenze, sono condizioni
indispensabili per assicurare una pacifica interazione e un futuro sereno alle
nostre società civili e alle comunità ecclesiali. (Migranti-press)
Due passioni forti. Dialogo ecumenico e responsabilità dei cristiani per
l'Europa
Ecumenismo e
dialogo in un mondo sempre più globalizzato e soprattutto la responsabilità dei
cristiani di fronte alle sfide dell'Europa. Anche e soprattutto di questo si è parlato nei forum e nelle
tavole rotonde che per quattro giorni, dal 12 al 16 maggio, hanno animato a
Monaco la seconda edizione del Kirchentag ecumenico,
manifestazione promossa e sostenuta da 17 chiese cristiane radunate nella ACK
della Germania. La novità di questa edizione è stata la notevole ed importante collaborazione delle Chiese ortodosse in
Germania, visibile soprattutto nella celebrazione degli vespri e nella liturgia
del pane benedetto con 20.000 partecipanti sulla spianata della Theresienwiese di Monaco venerdì 14 maggio. Facciamo il
punto su quanto si è detto sull'ecumenismo e il dialogo.
Obiettivo
irrinunciabile. Il cammino del dialogo ecumenico ha "un obiettivo
inequivocabile": quello di compiere ogni sforzo per raggiungere l'unità
dei cristiani. Lo ha affermato mons. Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca (Dbk). "Tra le persone ci saranno sempre differenze di interessi e di parere: la nostra umanità è caratterizzata
dalla pluralità. Per evitare divisioni e isolamento, abbiamo
bisogno di una forza che crei l'unità, che superi tuttavia le nostre possibilità
umane", ossia "Gesù che prega per noi affinché troviamo in Dio
l'unità che non riusciamo a 'produrre' da soli". Zollitsch ha esortato i cristiani a non "isolarsi dal
mondo": "lo sforzo missionario è orientato
profondamente alla missione e non può restare intrappolato in un
autocompiacimento cristiano". È necessario che nonostante tutta la
legittima varietà, "l'unità e gli sforzi per l'unità
voluti da Gesù per la sua Chiesa siano evidenti in noi, perché solo così il
Cristianesimo può adempiere il proprio compito e la sua missione nel
mondo".
Una giusta
combinazione. "Non limitare l'ecumenismo alla discussione sull'Eucarestia
e sulle leadership": è quanto ha auspicato Alois
Glück, presidente cattolico della Giornata ecumenica
delle Chiese (Ökt) e presidente del Comitato centrale
dei cattolici tedeschi (Zdk) durante un incontro con
i media cattolici ed evangelici. Facendo riferimento ad
una delle tante cerimonie ecumeniche celebrate in questi giorni a Monaco, Glück le ha definite segni di "ecumenismo vissuto
nella preghiera": "non abbiamo limiti che impediscano a noi cristiani
di agire e lavorare insieme". Ed ha aggiunto: "Dobbiamo trovare la
giusta combinazione di unità e varietà".
Incommensurabile
ricchezza. Sul tema della pastorale per gli stranieri è intervenuto il card. Péter Erd?,
arcivescovo di Esztergom-Budapest e presidente del
Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee).
Nella Messa delle nazioni celebrata presso la Chiesa di San Michele a Monaco,
il cardinale ha sottolineato il significato teologico
delle diverse culture e lingue umane dietro le quali, ha detto, "si cela
una ricchezza incommensurabile di esperienze e creatività delle comunità
umane". "L'incontro nella molteplicità, reso possibile dallo Spirito
Santo - ha proseguito il card. Erdo nella sua omelia
-, comporta una meravigliosa unità interna ottenuta nella diversità, e non a
dispetto di essa". D'altra parte, anche "la Santa Sede incoraggia la
Chiesa a tener conto per quanto possibile della religiosità specifica, popolare
degli stranieri". Il cardinale ha menzionato come ulteriore
aspetto "il rapporto del Vangelo con le culture" alla luce del quale
"occorre cercare con passione la lingua giusta dell'annuncio per periodi e
culture differenti. In questo ci aiuta lo Spirito Santo".
Una passione
ecumenica. Di responsabilità dei cristiani per l'Europa ha
parlato Andrea Riccardi, fondatore della comunità di
Sant'Egidio che ha esordito con un'amara considerazione: "Il mondo è
cambiato. Siamo in un nuovo secolo. Anche nei due ultimi decenni il
cambiamento è stato intensissimo. Invece spesso ci si limita a guardare al
nostro Paese o alla nostra comunità religiosa. Ogni comunità ha i suoi problemi
ovviamente. Ma non basta. Le sfide di oggi si colgono
su vasti orizzonti. Il mondo globalizzato richiede uno
sguardo largo". "C'è bisogno di uno sguardo cristiano, audace,
capace di uscire dal particolarismo che è paura del mondo e sfiducia". "Non vivere per se stessi - ha poi aggiunto Riccardi - è trovare il punto di equilibrio pacifico tra
l'unificazione globalizzante e il particolarismo crescente. Gli Stati
europei che non possono vivere solo di un futuro nazionale: c'è un processo di
unificazione da far procedere. Si teme di perdere qualcosa oggi; ma domani gli
Stati europei si perderanno se resteranno soli. Eppure l'unificazione europea
non è una burocrazia o una costruzione senz'anima, senza passione. Cristiani
più fratelli (è l'ecumenismo) debbono essere anima e
passione per popoli europei più uniti". Secondo Riccardi i cristiani non possono "rinunciare al
comandamento dell'unità. Abbiamo bisogno gli uni degli
altri". E "l'ecumenismo è scambio di doni". "Per
questo non si può far raffreddare la passione ecumenica, come spesso avviene in
dialoghi accademici e diplomatici". Sir eu
Circa
1700 i pellegrini delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa a Lourdes
LOURDES/FRANCIA–
Erano circa 1700 i pellegrini delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa in
rappresentanza di quasi 1 milione di nostri
connazionali che vivono in Germania-Scandinavia, Benelux e Francia - che hanno partecipato, dal 12 al 16
maggio scorso, al pellegrinaggio al Santuario mariano di Lourdes, il più
frequentato in Europa.
Molto partecipata
è stata la celebrazione eucaristica comune con tutti i
partecipanti nella Basilica sotterranea di San Pio X, presieduta dal delegato
nazionale del Benelux, mons. Battista Bettoni.
“Non si può non
pregare in questo luogo - ha detto una delle partecipanti - e Dio solo sa di
quanta preghiera ha bisogno questo mondo che sembra aver dimenticato il
riferimento a chi lo ha creato e redento”. Il tema che
ha guidato il pellegrinaggio era “Con Bernadette facciamo il segno della
croce”. A coordinarlo don Pio Visentin,
Delegato Nazionale delle MCI di Germania e Scandinavia. (Migranti-press)
Luoghi di speranza. Kirchentag:
l'incontro delle Chiese cristiane in Germania
"Affinché
abbiate speranza" era il motto del "2° Ökumenischer Kirchentag" (2° incontro ecumenico delle Chiese) per il
quale dal 12 al 16 maggio si sono riuniti a Monaco circa 150.000 cristiani di
varie denominazioni. Questo motto è stato scelto parecchio tempo fa e allora
non si poteva sapere di quale attualità sarebbe stato. Di fatto il Kirchentag si è svolto in una situazione di molteplici
crisi: la crisi economico-finanziaria; la crisi dell'Euro e cioè delle integrazione europea; la crisi della Chiesa cattolica
riguardo gli abusi sessuali.
Come effetto di
quest'ultima la Chiesa cattolica si è presentata con
la sua ferita aperta e con umiltà. Anche il Papa nel suo messaggio al Kirchentag ha sollecitato la Chiesa cattolica a essere un
"luogo di speranza".
Ormai l'ecumenismo
in Germania non è più una questione bilaterale ma - con la forte presenza degli
ortodossi e di altre Chiese - una esperienza
multilaterale. Anche il Kirchentag con le sue 3000
manifestazioni è stato curato da 17 Chiese riunite
nella Ack (Gruppo di lavoro delle Chiese Cristiane)
della Germania. L'organizzazione è stata principalmente nelle mani di laici
evangelici e cattolici, con una notevole e importante collaborazione delle
Chiese ortodosse - visibile soprattutto nella celebrazione dei vespri e la
"artoklasia", la liturgia del pane
benedetto con 20.000 partecipanti all'aperto il venerdì sera.
L'ecumenismo è diventato
- nel senso più positivo - "normale". Non c'è più l'idea dell'altro
come "straniero" che si deve conoscere come forse è stato nella prima
edizione del Kirchentag nel 2003 a Berlino. In tanti
campi la cooperazione e la collaborazione sono una realtà, in altri lo stanno
diventando. In questa "normalità" tocca ai movimenti ecclesiali
offrire una solida base spirituale.
Il Kirchentag ha comunque aiutato i cristiani di rendersi
conto del loro ruolo e della loro importanza nella società e per la società non solo nel loro Paese ma anche in Europa e in
tutto il mondo. Sono stati i rappresentanti più alti della Germania (il presidente Köhler e la cancelliere Merkel) a ricordarlo.
Il Kirchentag ha dato speranza in una triplice direzione:
all'interno delle Chiese: incoraggiando i cristiani a testimoniare la loro fede
nel mondo di oggi; in campo ecumenico mostrando una forte e profonda volontà di
comunione; nella società offrendo punti di orientamento o "luoghi di
speranza" come li ha chiamati e li chiama Benedetto
XVI. JOACHIM SCHWIND caporedattore
"Neue Stadt" (Germania)
Remscheid - Die Gemeinsamkeiten leben
und das Trennende zu überbrücken, das ist das Ziel von Ökumene. Um den Weg
dorthin entschlossen weiterzugehen, haben sich Hartmut Demski, evangelischer
Superintendent des Kirchenkreises Lennep, und
Remscheids katholischer Stadtdechant Thomas Kaster am
Wochenende in München neue Impulse bekommen. Beim ökumenischen Kirchentag haben
sie in vielen Veranstaltungen die Sehnsucht gespürt, die Gemeinsamkeiten im
Gemeindealltag zu vertiefen.
"Es ist deutlich geworden, dass
wir mehr Ökumene wagen müssen und gemeinsam Zeugnis unseres Glaubens
ablegen", betonte Kaster. Er sieht die Krise der
christlichen Kirchen auch als Chance einer Annäherung. "Bei schrumpfenden
Gemeinden sollten wir uns auf das besinnen, was uns als Christen trägt und
verbindet." Die gegenseitige Anerkennung der Taufe sei ein erster
wichtiger Schritt. Daraus ergebe sich jedoch die Frage nach einer gemeinsamen
Teilnahme auch an anderen Sakramenten.
Demski sieht davon vor allem Ehepartner
unterschiedlicher Konfessionen betroffen. "In München hat es die
Aufforderung an Erzbischof Robert Zollitsch, den
Vorsitzenden der Bischofskonferenz gegeben, für Ehepartner nach Möglichkeiten
zu suchen, gemeinsam an Eucharistie und Abendmahl teilzunehmen. Er hat
versprochen, sich dafür einzusetzen."
Gerade im Bergischen Land sei dies
wichtig, da die konfessionellen Gräben hier nicht so ausgeprägt seien, wie
beispielsweise in Köln. "Die Ökumene hat hier bereits zu einer engen
freundschaftlichen Verbundenheit geführt. Das ist nicht selbstverständlich.
Darin steckt eine große Kraft, und die müssen wir nutzen", sagte Pfarrer Kaster. Er möchte sich für eine Einheit in der Vielfalt
einsetzen, in der Traditionen nicht eingeebnet werden, sondern zu einer
gegenseitigen Bereicherung führen. RP 20
Erzbistum München und Freising. Kirche verliert ihre Gläubigen
Kein Vertrauen, keine Mitgliedschaft:
Der Missbrauchsskandal der katholischen Kirche zeigt in der Erzdiözese Wirkung
- die Zahl der Austritte hat sich in den letzten Monaten verdreifacht. Von
Monika Maier-Albang
Beim Kirchentag hatten die Veranstalter
das Thema Missbrauch noch schnell ins Programm aufgenommen - auch, um darüber
zu beraten, wie man nun verfahren soll in der viel zitierten
"Vertrauenskrise".
Viele Katholiken wollen diesen
Klärungsprozess jedoch offenbar nicht abwarten. So sind die Austrittszahlen in
der Stadt München in den vergangenen zwei Monaten rapide in die Höhe geschnellt.
Allein im April gingen 1614 Münchner auf ein Standesamt, um schriftlich zu
erklären, dass sie ihre Kirche verlassen wollen.
"Papst-Bonus" eingebüßt
Im März lag die Zahl noch höher: 1909
Austritte verzeichnet das Statistische Amt - fast dreimal so viele wie in den
Monaten vor der Krise. Im Januar waren 616 Münchner aus der katholischen Kirche
ausgetreten, im Februar 684. Das entspricht noch in etwa den Vergleichszahlen
des Vorjahres.
Dass es Schwankungen nach oben wie nach
unten gebe, sei normal, heißt es beim Statistischen Amt der Landeshauptstadt.
Im Jahr des Papstwechsels, 2005, oder beim Besuch von Benedikt XVI. in seiner
bayerischen Heimat im September 2006 waren die Austritte deutlich
zurückgegangen.
Viele Katholiken verbanden mit dem
neuen Papst offenbar Hoffnung und ließen sich von der Jubelstimmung während der
Papstreise mitreißen. Diesen Bonus hat die Kirche nun eingebüßt. Die
Austrittszahlen stufen selbst Mitarbeiter im Statistischen Amt als "sehr,
sehr hoch" ein.
Ob diese Austrittswelle das gesamte
Erzbistum, das bis nach Berchtesgaden und Landshut reicht, erfasst hat, ist
unklar. Für April lägen keine gesicherten Zahlen vor, sagte der Finanzreferent
des Erzbistums, Klaus-Peter Franzl. Die Daten für März und April seien noch
nicht bekannt.
Nur eine Zahl für das erste Quartal
wurde genannt: Sie liegt bei knapp 6000 Austritten, 200 weniger als im Vorjahr.
Man habe aber "Hinweise darauf", dass die Austrittszahlen im zweiten
Quartal höher lägen, sagte Franzl bei der Vorstellung des Haushalts der
Erzdiözese am Donnerstag.
Keine finanziellen Konsequenzen
Die Finanzsituation des Bistums ist
trotz Wirtschaftskrise bislang entspannt. Zwar gab es im Jahr 2009 geringe
Verluste bei der Kirchenlohnsteuer, dafür aber einen Anstieg bei der
Einkommenssteuer. So konnten die kirchlichen Finanzplaner 2009 überraschend 118
Millionen Euro mehr verbuchen.
Mit dem im Haushaltsansatz nicht
eingeplanten Geld wurden Bildungseinrichtungen renoviert: die katholische
Stiftungsfachhochschule in Haidhausen (30 Millionen
Euro) oder das Kardinal-Döpfer-Haus in Freising (neun
Millionen Euro). Weitere 31 Millionen Euro sind für die Sanierung kirchlicher
Schulen vorgesehen.
Auch für das Jahr 2010 rechnen die
Finanzexperten des Bistums nicht mit einem Einbruch der Einnahmen. Der
Haushaltsplan liegt mit 581,6 Millionen Euro sogar um etwa ein Prozent über dem
von 2009. Finanzdirektor Franzl führt die günstige Entwicklung darauf zurück,
dass das Erzbistum "in einem wirtschaftlich noch immer gesunden Raum"
liege.
Andere Bistümer, vor allem im Norden
Deutschlands, haben große finanzielle Einbußen zu verkraften. Der Haushalt des
Erzbistums ist in diesem Jahr zum ersten Mal in gedruckter Form als Broschüre
erschienen, von der es auch eine Kurzfassung geben wird, die in den Pfarreien aufliegen
soll.
Auch im Internet
(www.erzbistum-muenchen.de, Finanzen) wird er eingestellt. Franzl dankte den
Kirchensteuerzahlern, die dazu beitrügen, "dass die Kirche wichtige Dienst
leisten kann. Ohne Sie wäre unsere Gesellschaft ein Stück ärmer." SZ 20
„Deutschlands Muslime müssen sich als Religionsgemeinschaft beweisen“
Deutschlands Muslime brauchen eine
verfassungsrechtliche Vertretung als Religionsgemeinschaft. Und sie müssen das
Grundgesetz, wie etwa die Trennung von Staat und Religion, geschlossen
akzeptieren. Daran erinnert der Islamwissenschaftler Ralph Ghadban
mit Blick auf die Deutsche Islamkonferenz (DIK). Der Migrationsforscher sagte
im Gespräch mit Radio Vatikan: „Die Muslime müssen dem Gesetzgeber, den
Gerichten, der Bevölkerung in Deutschland beweisen, dass sie religiöse
Institutionen sind und keine politischen. Das ist bis heute nicht passiert. Und
wenn sie wirklich religiöse Organisationen werden, setzt das voraus, dass ein
Prozess der Säkularisierung bei ihnen stattgefunden hat, auch eine theologische
Arbeit. Davon sind sie aber sehr weit entfernt.“
Ein zweites Problem der Muslime in
Deutschland sei organisatorischer Natur, so Ghadban.
Die deutsche Politik müsse sich mit Verbänden auseinandersetzen, die jeweils
unterschiedliche Richtungen des Islam verträten und untereinander uneinig
seien. Darüber hinaus seien weit nicht alle Muslime in Verbänden organisiert.
Die auf der aktuellen Islamkonferenz anwesenden Vereine könnten also nicht als
Vertretung der 4 Millionen Muslime in Deutschland gelten, auch wenn sie
Entscheidungsmacht hätten:
„Diese Organisationen vertreten im
besten Fall 15 Prozent der Muslime. Wenn zwei Dachorganisationen ausfallen, ist
das ein geringer, aber bedeutender Teil, weil diese Organisationen das
Religiöse verwalten, das heißt, sie besitzen die Moscheen. Ich gehe davon aus,
dass mit diesen beiden Dachverbänden 450 Moscheegemeinden
ausgeschlossen werden.“ (rv 20)
„In Afghanistan herrscht faktisch Krieg“
„Bürgerkriegsähnliche Zustände“ –
„Bewaffneter Konflikt“: Wenn es um Afghanistan geht, sind deutsche Politiker in
ihrer Wortwahl erfinderisch, um nicht „Krieg“ sagen zu müssen. Dabei trifft das
K-Wort die Zustände am Hindukusch immer noch am besten, meint Joseph Sayer, der Präsident des katholischen bischöflichen
Hilfswerks Misereor: „Die Sache ist relativ verfahren, und man muss einfach zu
den Fakten stehen: Es ist faktisch ein Krieg. Misereor war dort präsent während
der sowjetischen Besatzung und auch schon davor, und dann während der
Taliban-Zeit – wir haben dort unsere Gesundheitsprojekte durchgeführt, und das
ging eigentlich sehr gut. Es ist eben ganz entscheidend, dass wir bei der
lokalen Kultur vor Ort ansetzen; Demokratie-Export in unserem Sinne nach
Afghanistan, das scheint mir äußerst problematisch zu sein.“ (rv 20)
Vatikan – China: Bisher kein Durchbruch
Die Bemühungen zwischen der
kommunistischen Regierung in China und dem Heiligen Stuhl um eine Verbesserung
der bilateralen Beziehungen dauern an, haben jedoch bislang zu keinem
wirklichen Durchbruch geführt, wie jüngst das China-Zentrum der Steyler-Missionare in Sankt Augustin bei Bonn in seinen
Informationen „China heute“ berichtete. Unter den mehr als 1,3 Milliarden Einwohnern
der Volksrepublik leben nach offiziellen Angaben etwa 5,6 Millionen Katholiken.
Ihre geschätzte Zahl beläuft sich auf 12 bis 14 Millionen. Neue Mosaiksteine
zur kirchlichen Situation im „Reich der Mitte“ brachte jetzt Hartmut Koschyk (CSU), Parlamentarischer Staatssekretär beim
Bundesfinanzminister, mit. Er konnte im April auf Einladung der
Außenpolitischen Gesellschaft Chinas mehrere Städte, darunter Peking und
Schanghai, sowie die Sonderverwaltungszonen Hongkong und Macao besuchen. Bei
seinen Gesprächen mit Vertretern der katholischen Kirche, berichtete Koschyk, hätte diese große Dankbarkeit für die
Unterstützung durch die Kirche in Deutschland, etwa über Misereor, bekundet.
Zugleich hätten sie aber auch die Hoffnung nach intensiveren Kontakten angesprochen;
konkret beispielsweise den Wunsch nach deutsch-chinesischen
Bistumspartnerschaften.
Mit dem „Denzinger“
Schmiergeldforderungen abschmettern - Vor allem durch sein karitatives
Engagement hat der Jesuitenorden in den vergangenen 25 Jahren in der
Volksrepublik China wieder Fuß gefasst. Dort, wo jede kirchliche Aktivität mehr
als kritisch beäugt wird, ist besonders in Lepradörfern und im
Aidshilfe-Bereich der Kontakt zu den Menschen möglich. Das hat der Tiroler
China-Missionar P. Luis Gutheinz bei einem Matteo
Ricci-Symposion an diesem Mittwoch in Wien erklärt. Reibungspunkte mit den
Behörden gebe es immer wieder. Und dennoch kommt der Missionar zu dem Schluss:
„Wir können diesen Dienst in China nur
in der Zusammenarbeit mit der Regierung machen. Es gibt keine Chance, diese
Arbeit im Untergrund zu tun, unbekannterweise. Gebe Gott uns die Weisheit und
die Geduld, mit der konkreten chinesischen Regierung in den verschiedenen
Provinzen und Bezirken zusammen zu arbeiten.“
In Punkto Inkulturation
bleibt der Orden dabei seinem großen Vorbild Matteo Ricci verpflichtet, dessen
Todestag sich heuer zum 400. Mal jährt. Eine solide theologische Basis ist nach
Meinung von Pater Gutheinz unbedingt notwendig, wenn
es um die Ausbildung der nachfolgenden Theologengenerationen in China geht.
„In der Werkstatt der chinesischen
christlichen Theologie brauchen wir zumindest vier Arbeitsinstrumente. Wir
haben bereits ein theologisches Lexikon mit 712 Artikeln, das ist das erste
Arbeitsinstrument. Das zweite Arbeitsinstrument ist ein Wörterbuch, in dem
theologische Begriffe erklärt werden: Was ist Gnade, Erlösung, Heil,
Sakramente, Papst, Bischof, Priester… Das dritte Instrument ist eine
Einbandbibelenzyklopädie über die Frage, was ist die Bibel.“ (kap/kipa 20)
Deutschland: „Bei Soldaten hinterlässt Mixa eine Lücke“
Walter Mixa
hinterlässt eine große Lücke bei den deutschen Soldaten. Das sagt Walter Wakenhut, der anstelle Mixas die
diesjährige Soldatenwallfahrt nach Lourdes begleitet. Walter Mixa stand in jüngster Zeit negativ in den Schlagzeilen.
Als Militärbischof sei er bei den Soldaten jedoch in guter Erinnerung
geblieben, so Militärgeneralvikar Wakenhut gegenüber
dem Kölner Domradio. Rund 700 deutsche Soldaten
nehmen ab diesem Mittwoch an der internationalen Wallfahrt teil. Wakenhut:
„Soldaten sind Christen wie alle
anderen auch. Und gerade bei katholischen Christen gehört eine Wallfahrt
existenziell zum Leben dazu. Die jährliche Lourdes-Wallfahrt hatte schon immer
eine große Resonanz – eine selbstverständliche Erfahrung im Leben der
katholischen Soldaten.“
„Bischof Mixa
hatte eine einzigartige Weise, den Soldaten zu begegnen: er konnte sehr schnell
eine Gemeinschaft mit ihnen aufbauen, hatte ein sehr offenes Ohr für die Not
der Soldaten. Und die Soldaten merkten das, sie hatten schnell ein sehr großes
Vertrauensverhältnis zu ihm. Insofern hinterlässt er bei den Soldaten eine
große Lücke.“ (domradio 19)
Papst: „Portugalreise war Fest der Freude“
Seine Portugalreise war ein „Fest der
Freude“. Das sagte Benedikt XVI. an diesem Mittwoch bei der Generalaudienz auf
dem Petersplatz. Trotz Wolken und einiger Regentropfen waren tausende Pilger
und Besucher vor dem Petersdom. Wie nach Papstreisen üblich, hielt das
katholische Kirchenoberhaupt eine kurze Rückschau auf seinen Besuch. Der Papst:
„Dieser Besuch war ein Fest der Freude,
des Glaubens und der Hoffnung für die Kirche und für die Menschen in diesem
Land. Der begeisterte Empfang und die herzliche Aufnahme, die ich überall
erfahren durfte, haben mich sehr gefreut, und allen möchte ich dafür ganz
herzlich danken. Die Gottesdienste in Lissabon, Fatima und Porto, wie auch die
Begegnungen mit Vertretern der Welt der Kultur und aus dem Bereich der
Sozialpastoral, standen im Zeichen der Hoffnung, die Jesus Christus selber ist
und die wir als seine Jünger zu den Menschen bringen sollen.“ (rv 19)
Bistum Mainz unterstützt Projekt im Südsudan
Bischof Taban
Paride berichtete Giebelmann über sein Dorf des
Friedens
Mainz. Das Bistum Mainz wird auch im
kommenden Jahr das Dorf des Friedens von Bischof Taban
Paride im Südsudan
unterstützen. Der emeritierte Bischof der sudanesischen Diözese Torit/Sudan, hat bei einem Treffen mit dem Mainzer
Generalvikar, Prälat Dietmar Giebelmann, über das von ihm gegründete Dorf des
Friedens in Kuron im Südsudan berichtet.
Bei der Begegnung am Dienstag, 18. Mai,
im Bischöflichen Ordinariat Mainz erläuterte Paride
die Entwicklung des Projektes, das vom Bistum Mainz bereits seit einigen Jahren
finanziell unterstützt wird. In diesem Jahr wird das Bistum das Projekt mit
bereits zugesagten 25.000 Euro unterstützen. Giebelmann sagte dem Bischof auch
für das kommende Jahr 25.000 Euro zu. An der Begegnung nahm auch Alois Bauer,
Referent für Weltmission/Gerechtigkeit und Frieden im Bischöflichen Ordinariat,
teil.
Bischof Paride
bedankte sich für die großzügige Unterstützung des Bistums, die es vielen
Bewohner ermögliche „endlich Mensch zu sein". Das Geld wird unter
anderem zur Berufsausbildung von Einheimischen verwendet. Paride
wies darauf hin, dass er für die regelmäßige Unterstützung aus Mainz besonders
dankbar sei, da viele Spender angesichts der Wirtschaftskrise sehr zurückhaltend
geworden seien.
Das Dorf des Friedens in Kuron versteht
sich als Keimzelle für die Friedensbildung im Sudan, in dem seit über 20 Jahren
Bürgerkrieg herrscht. Taban lädt dorthin Menschen aus
den verschiedenen Stämmen und Klans des Sudans ein, in dem Dorf ein friedliches
Miteinander zu leben und Kurse zur Friedensarbeit anzubieten. Anfang 2003 hatte
er mit der Realisierung des Projektes begonnen. Die Anregung für das Projekt
hat Taban in den 1990er-Jahren bei Besuchen in dem
Friedens-Kibbuz „Neve Shalom/Wahat al-Salam" in Israel bekommen.
Hinweis: Das Dorf des Friedens in Kuron
hat eine eigene Internetseite: www.kuronvillage.net
tob (MBN)
"Aktion Ninive" - Buße und Gebet für die Kirche
Das weltweite katholische Hilfswerk
"Kirche in Not" hat die „Aktion
Ninive“ (www.aktion-ninive.info)
gestartet. Mit dieser Initiative ruft
das Hilfswerk vor dem Hintergrund des
sexuellen Missbrauchs von Kindern
und Jugendlichen in kirchlichen
Einrichtungen alle Gläubigen ein Jahr
lang zur Buße und zum Gebet für die
Kirche auf. Wie Geschäftsführerin
Karin Maria Fenbert
heute in München mitteilte, werde das Hilfswerk die
Aktion gemeinsam mit mehreren
katholischen Medien, Ordenshäusern und
geistlichen Gemeinschaften zum Ende des
Priesterjahres am 11. Juni, am
Vorabend des Herz-Jesu-Festes, mit
einer Gebets- und Bußnacht eröffnen.
Die "Aktion Ninive" solle als
Antwort auf die jüngsten
Missbrauchsskandale "ein
sichtbares Zeichen der Umkehr und
Wiedergutmachung der Sünden in der
Kirche setzen", sagte Fenbert.
Einzelne Kirchenmitglieder hätten
"schwer gesündigt" und zu Recht
herrsche "Entsetzen über die
schweren Verfehlungen", die auch von Gott
geweihten Personen verübt worden seien.
Andererseits betonte Fenbert, in den letzten Monaten habe sie in den
Medien neben gerechtfertigter Empörung
ebenso einen "regelrechten Kampf
gegen die katholische Kirche"
beobachtet. Dies sei "sogar der russischen
Tageszeitung Prawda aufgefallen".
In diesem geistlichen Kampf wolle
"Kirche in Not" zu
"Anbetung und Fasten" für die Kirche ermuntern.
Fenbert
kündigte an, dass sich in der Nacht vom 10. auf den 11. Juni
Mitarbeiter des Hilfswerks in der
Hauskapelle von "Kirche in Not" in
München zu einer 12-stündigen
eucharistischen Anbetung mit
Beichtgelegenheit versammeln werden.
Danach wolle das Hilfswerk mit
seinen Freunden ein Jahr lang täglich
in den Bußanliegen der Kirche ein
Gesätz des schmerzhaften Rosenkranzes
beten und monatlich an den
"Herz-Jesu-Freitagen" die
eucharistische Anbetung pflegen.
Fenbert
rief alle Gläubigen dazu auf, sich an der "Aktion Ninive" in
ihrer Heimatpfarrei oder privat zu
beteiligen. Mehrere Orden und
geistliche Gemeinschaften hätten sich
der Gebets- und Bußinitiative
bereits angeschlossen. Unterstützt
werde die "Aktion Ninive" außerdem
von den katholischen Sendern K-TV,
EWTN, Radio Horeb und Radio Maria
Österreich sowie von der
Internetplattform kath.net. Diese Medienpartner
würden die Aktion durch Sondersendungen
und Gebetsaufrufe mittragen.
Konkreter Auslöser für die "Aktion
Ninive" sei für "Kirche in Not" nach
Angaben Fenberts
die Situation der Kirche in den letzten Monaten und die
Empfehlung von Papst Benedikt XVI. in
dessen Hirtenbrief an die
Katholiken in Irland gewesen. In diesem
Schreiben habe der Heilige Vater
bereits Mitte März alle Gläubigen dazu
aufgerufen, ein Jahr lang jeden
Freitag zu fasten, in diesem Jahr mehr
Augenmerk auf die eucharistische
Anbetung zu legen und häufiger die
verwandelnde Kraft des Sakraments der
Versöhnung zu nutzen. Fenbert betonte, dadurch könne jeder Gläubige
etwas zur Wiedergutmachung der
begangenen Sünden beitragen. Da der
Hirtenbrief nicht nur für Irland,
sondern exemplarisch auch für alle
anderen Teile der Welt gelte, in denen
"das Angesicht der Kirche durch
die Missbrauchsfälle entstellt
wurde", wolle "Kirche in Not" den Aufruf
aufgreifen und ihn im deutschsprachigen
Raum zumindest einmal im Monat
umsetzen, sagte Fenbert.
Gläubige und Pfarreien, die sich mit
Fasten und Gebet der "Aktion
Ninive" anschließen möchten,
können sich auf www.aktion-ninive.info über
Unterstützungsmöglichkeiten
informieren. KiN
Tage der russischen Kultur und Spiritualität im Vatikan
VATIKAN. Kultur, Kunst und Musik
sollten als gemeinsame Sprache für den Dialog zwischen Katholiken und Orthodoxen
dienen. Mittels dieser Sprache könnte kann man das ausdrücken, was mit
diplomatischen oder politischen Worten nicht möglich sein, erklärte der
orthodoxe Erzbischof Hilarion von Volokolamsk,
Präsident der Abteilung Außenbeziehungen des Moskauer Patriarchats, gegenüber
Journalisten anlässlich der Tage der russischen Kultur und Spiritualität, die
gestern und heute im Vatikan stattfindet.
Diese Veranstaltung wird vom Moskauer
Patriarchat, vom Päpstlichen Rat zur Förderung der Einheit der Christen und vom
Päpstlichen Rat für Kultur getragen.
Im Rahmen dieses Treffens findet heute
um 18 Uhr in der Aula Pauls VI. ein Konzert zu Ehren von Papst Benedikt XVI.
unter Mitwirkung des russischen Nationalorchesters und des Moskauer
Synodalchors statt, dessen Schirmherr Patriarchen Kyrill
I. von Moskau und ganz Russland ist.
Neue Zeiten fordern offenen Dialog
Erzbischof Hilarion sagte, dass in
beiden Kirchen das Bewusstsein unter Katholiken und Orthodoxen gewachsen sei,
keine Konkurrenten, sondern Verbündete zu sein. Die Rivalitäten der
Vergangenheit sollten auch der Vergangenheit angehören.
Angesichts der neuen Herausforderung
erhofft der Erzbischof, dass das Bewusstsein der Entchristlichung in Europa zu
einer besseren Zusammenarbeit führen werde. Auch die kulturellen Veränderungen
erforderten einen offenen Dialog zwischen Katholiken und Orthodoxen.
Hilarion von Volokolamsk
wies darauf hin, dass die Wahl von Benedikt XVI. von vielen in der orthodoxen
Kirche „sehr positiv begrüßte" worden sei, vor allem aufgrund „seiner
Position zu moralischen Fragen". Auch seitens der Orthodoxen bestehe die
Verpflichtung, die traditionellen Werte zu bewahren und zu fördern.
Im Hinblick auf die theologischen
Themen des Dialogs zwischen Orthodoxen und Katholiken sagte der Erzbischof,
dass diese sich noch lange Zeit hinziehen werden. Jede Etappe des Dialogs ende
mit einem von Katholiken und Orthodoxen gemeinsam verfassten Text. Wichtig sei,
dass dieser nicht nur von den Theologen, sondern auch von den Gläubigen
angenommen werde.
Die Unterschiede überwinden
Kardinal Walter Kasper, Präsident des
Päpstlichen Rates für den Interreligiösen Dialog, drückte gegenüber den
Journalisten aus, dass diese Veranstaltung die Möglichkeit böte, „eine neue
Dimension unserer eigenen ökumenischen Beziehungen zu vertiefen."
Der Kardinal erinnerte daran, dass „die
beklagenswerte tausendjährige Trennung zwischen Ost und West weder aufgrund von
theologischen Unterschieden noch durch politische Konflikte verursacht wurde,
sondern vor allem durch eine kulturelle Distanz und Entfremdung, die heute das
Zeichen der Integration zwischen Ost- und Westeuropa ist".
Diese Distanz „müssen wir
überwinden" nicht im Sinne von Gleichmacherei, „sondern im Sinne der
gegenseitigen Bereicherung und in einer Einheit ohne Verschmelzung und ohne
Absorbieren."
Diese Einheit könnte „ein starkes
gemeinsames Zeugnis für den Reichtum der europäischen Kultur und ihre
christlichen Wurzeln sein, die heute leider vergessen oder von vielen sogar
geleugnet und abgelehnt werden."
Weitere Programmpunkte
Innerhalb der Kulturtage ist auch eine
Fotoausstellung in der russisch-orthodoxen Gemeinde von Santa Caterina mit
Fotografien von Vladimir Chodakov zu sehen.
Ebenfalls wird ein Symposium zum Thema
„Orthodoxe und Katholiken im heutigen Europa. Die christlichen Wurzeln und das
kulturelle Erbe von Ost und West" mit Beiträgen von Kardinal Kasper, Monsignore Gianfranco Ravasi,
Präsident des Päpstlichen Rates für die Kultur und anderen stattfinden. Carmen Elena
Villa
Übersetzt von Iria
Staat, Zenit 20
Kasper: „Keine Kirchenfusion möglich“
Es kann keine Kirchenfusion zwischen
Ost- und Westkirchen geben. Das betonte der vatikanische
Ökumene-Verantwortliche, Kardinal Walter Kasper, an diesem Mittwoch in Rom.
Zusammen mit dem Außenbeauftragten des Moskauer Patriarchats, Metropolit
Hilarion Alfejew, eröffnete Kasper die „Russischen
Kultur- und Spiritualitätstage im Vatikan“, die noch bis Donnerstag gehen.
Feierlicher Abschluss der Begegnung ist ein Konzert in der vatikanischen
Audienzhalle am Donnertag, das der russisch-orthodoxe Patriarch Kyrill I. dem Papst offeriert. Kasper zu den Kulturtagen:
„Mir erscheint dieser interkultureller
Dialog sehr wichtig und aktuell zu sein. Oft wurde ja gesagt, dass die tausendjährige
Trennung zwischen Ost- und Westkirche nicht nur theologische oder politische
Gründe hat. Vielmehr wuchs im Laufe der Zeit immer mehr eine kulturelle Distanz
zwischen beiden Kirchen.“
Der Vatikan-Besuch des Moskauer
Außenamtschefs Metropolit Hilarion stelle nicht einfach nur eine neue Etappe
dar, sondern eröffne eine neue Dimension, sagte der Präsident des päpstlichen
Einheitsrates weiter, und zwar nach einer Unterredung mit dem Repräsentanten
des russisch-orthodoxen Patriarchats.Oft wird als
Datum für das Schisma 1054 angegeben, als Papst Leo IX. den Patriarchen von
Konstantinopel exkommunizierte. Tatsächlich handelte es sich aber um einen
Prozess, der sich etwa vom 5. bis ins 15. Jahrhundert hinzog, erinnerte Kasper:
„Das Zeichen der Integration zwischen
West- und Osteuropa ist die Überwindung dieser Entwicklung. Es geht nicht
darum, Kirchen zu fusionieren, sondern die gegenseitige Bereicherung zu
akzeptieren. Eine solche Kommunion ist nichts Fremdartiges. Sie ist ein Zeugnis
des Reichtums der europäischen Kultur und deren christlicher Wurzeln.
Heutzutage hingegen wird dieser Reichtum in Europa verneint und sogar
bekämpft.“ (rv 19)
Polen: Bischöfe ächten Befürworter von künstlicher Befruchtung
Warschau. In Polen wollen die
katholischen Bischöfe Unterstützer der künstlichen Befruchtung von der Heiligen
Kommunion ausschließen. Wie die Zeitung "Nasz Dziennik" am Donnerstag berichtete, einigte sich der
Rat der katholischen Kirche für Familienangelegenheiten auf einen
entsprechenden Beschluss. Das "Töten von Embryos" stehe im Gegensatz
zur kirchlichen Lehre, heißt es in einer Erklärung des Episkopats. Bei der
In-Vitro-Methode werden befruchtete Eizellen abgetötet, die nicht benötigt
werden.
Die katholische Kirche steht im
Konflikt mit der konservativ-liberalen Regierung, die die In-Vitro-Methode
staatlich fördern will, um die niedrige Geburtenrate zu erhöhen. In Polen liegt
die Geburtenrate bei 1,24 Kindern pro Frau. Nur in Warschau gibt es einen
Kinderboom. Eine künstliche Befruchtung kostet mehr als 2.000 Euro,
verlässliche Zahlen über deren Anzahl in Polen gibt es nicht.
Angehörige der Regierungspartei
"Bürgerplattform" protestierten am Donnerstag gegen den scharfen Ton
der Kirche. Sollte die Drohung der Kirche wahrgemacht werden, würden etwa die
Hälfte aller polnischen Parlamentarier, die größtenteils katholisch sind von
der Heiligen Kommunion ausgeschlossen, so polnische Medien.
Epd 20
„Gott ist beim Spiel des Lebens immer dabei"
FRANKFURT - Anlässlich der Fußball-Weltmeisterschaft,
die in drei Wochen in Südafrika startet, gibt der Deutsche Fußball-Bund (DFB)
gemeinsam mit dem Verlag Butzon und Bercker bereits zum dritten Mal ein Jugendgebetbuch heraus.
Die Idee für das Buch, das mit dem Titel „Gott sind wir ein starkes Team"
eine Brücke zwischen Sport und Glauben schlägt, kam aus dem Kreis der
Nationalmannschaft.
Das Buch ist Angaben des DFB eine bunte
Mischung aus treffsicheren Statements, kurzen Texten und Gebeten von bekannten
Nationalspielern wie beispielsweise Arne Friedrich, Piotr Trochowski
und Bastian Schweinsteiger. Auch Bundestrainer Joachim Löw, sein Assistent
Hansi Flick, Torwart-Trainer Andreas Köpke, Nationalmannschaftsmanager Oliver
Bierhoff sowie andere prominente Freunde des Fußballs haben, wie schon vor der
WM 2006 und der EURO 2008, eigene Texte zu diesem besonderen Gebetbuch
beigesteuert, in denen sich die Botschaft „Gott ist beim Spiel des Lebens immer
dabei" stets wieder findet.
Der Kauf erfüllt auch noch einen guten
Zweck: Von jedem verkauften Exemplar gehen 50 Cent an die vom DFB, der DFL
Deutsche Fußball Liga GmbH und Hannover 96 gegründeten Robert-Enke-Stiftung.
Aufgabe der vor einigen Monaten in Gedenken an den ehemaligen Nationaltorhüter
ins Leben gerufenen Stiftung ist die Förderung von Maßnahmen und Initiativen
zur Aufklärung, Erforschung und Behandlung der Krankheit Depression. Zudem
setzt sich die Stiftung für an Herzkrankheiten leidende Kinder ein. Zenit 20