Notiziario religioso  21-24  Maggio  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Venerdì 21 maggio. Il commento al Vangelo. “Pasci le mie pecorelle”  1

2.       Sabato 22 maggio. Il commento al Vangelo. “La sua testimonianza è vera”  1

3.       Domenica 23 maggio. Il commento al Vangelo. “Il Consolatore v'insegnerà ogni cosa”  1

4.       Domenica 23 maggio. Pentecoste. Lo Spirito: la fantasia al potere  2

5.       Lunedì 24 maggio. Il commento al Vangelo. “Vieni e seguimi”  4

6.       Una nuova stagione. Preti stranieri in Italia. Intervista al Direttore della Migrantes  4

7.       Il papa, i cardinali, i gesuiti. Tre risposte allo scandalo  5

8.       Messaggio del Papa al Kirchentag ecumenico di Monaco di Baviera  6

9.       Con cuore aperto. Dal Portogallo all'Europa: il messaggio di Benedetto XVI 7

10.   Insieme in cammino. Conclusa a Monaco la seconda Giornata ecumenica delle Chiese  7

11.   Famiglia. Messaggio dei Pontifici Consigli della Famiglia a dei Migranti 8

12.   Due passioni forti. Dialogo ecumenico e responsabilità dei cristiani per l'Europa  8

13.   Circa 1700 i pellegrini delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa a Lourdes  9

14.   Luoghi di speranza. Kirchentag: l'incontro delle Chiese cristiane in Germania  9

 

 

1.       Remscheid. Mehr Ökumene wagen  9

2.       Erzbistum München und Freising. Kirche verliert ihre Gläubigen  9

3.       „Deutschlands Muslime müssen sich als Religionsgemeinschaft beweisen“  10

4.       „In Afghanistan herrscht faktisch Krieg“  10

5.       Vatikan – China: Bisher kein Durchbruch  10

6.       Deutschland: „Bei Soldaten hinterlässt Mixa eine Lücke“  11

7.       Papst: „Portugalreise war Fest der Freude“  11

8.       Bistum Mainz unterstützt Projekt im Südsudan  11

9.       "Aktion Ninive" - Buße und Gebet für die Kirche  11

10.   Tage der russischen Kultur und Spiritualität im Vatikan  12

11.   Kasper: „Keine Kirchenfusion möglich“  12

12.   Polen: Bischöfe ächten Befürworter von künstlicher Befruchtung  13

13.   „Gott ist beim Spiel des Lebens immer dabei"  13

 

 

 

 

 

Venerdì 21 maggio. Il commento al Vangelo. “Pasci le mie pecorelle”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 21,15-19) commentato da P. Lino Pedron 

 

15 Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16 Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». 17 Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. 18 In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». 19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».

Al termine del pasto con i discepoli, Gesù si rivolge a Pietro, chiedendogli una professione d’amore, per affidargli il suo gregge: "Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?" (v. 15). Il Cristo per costituire Pietro pastore della Chiesa esige da lui un amore più grande di quello degli altri amici.

Nella sua risposta l’apostolo si appella alla scienza divina di Gesù chiamandolo Signore, evitando così la presunzione di considerarsi migliore degli altri. La triste esperienza del rinnegamento, dopo che Pietro aveva protestato di voler dare la vita per Gesù anche se tutti gli altri l’avessero abbandonato (Mc 14,29), ha prodotto il suo effetto benefico. Pietro non si confronta più con gli altri, ma professa con sincerità e semplicità il suo amore per il Signore.

Pietro, dopo la sua dichiarazione d’amore, riceve da Gesù il conferimento dell’ufficio pastorale: "Pasci i miei agnelli" (v. 15); "Pasci le mie pecore" (vv. 16-17). Quindi Pietro è costituito pastore di tutto il gregge, ossia guida spirituale di tutta la Chiesa. I membri della Chiesa appartengono a Cristo: sono i suoi agnelli e le sue pecore. Gesù, prima di lasciare definitivamente questo mondo, costituisce Pietro suo vicario nella missione di guida e di pastore del popolo di Dio.

Dopo aver investito Pietro della missione di guida della Chiesa, Gesù gli predice la fine: in vecchiaia l’apostolo sperimenterà la prigione e verserà il suo sangue per il Signore. Gesù ha perdonato Pietro, lo ha riabilitato e ha fatto di lui un uomo nuovo che lo imiterà anche nel martirio.

Durante l’ultima cena Pietro aveva affermato di voler seguire subito il Signore, offrendo la sua vita per lui; Gesù però gli aveva replicato che l’avrebbe seguito in futuro.

Dopo la sua risurrezione il Signore annuncia a Pietro che questa testimonianza la darà in vecchiaia (v. 18). A somiglianza di Gesù, Pietro glorificherà Dio con la testimonianza del sangue versato.

Seguire Gesù è andare con lui fino alla morte (v. 19). De.it.press

 

 

 

 

Sabato 22 maggio. Il commento al Vangelo. “La sua testimonianza è vera”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 21,20-25) commentato da P. Lino Pedron 

 

20 Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». 21 Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: «Signore, e lui?». 22 Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi». 23 Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?».

24 Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. 25 Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.

La predizione della sua morte suscita in Pietro la curiosità sulla sorte del discepolo amato che lo seguiva dietro il Maestro (v. 20). Ma Gesù non soddisfa la curiosità dell’apostolo. Pietro non deve preoccuparsi della fine dell’amico, ma solo di seguire il Maestro; Gesù potrebbe lasciarlo in vita fino al suo ritorno nella parusia, che probabilmente non era ritenuta lontana (cfr 1Cor 4,5; 11,26; 1Ts 4,15ss; Ap 3,11; 22,7.12.20).

Probabilmente questo discepolo amato, noto a tutti i lettori del vangelo di Giovanni, dovette essere molto longevo; per questo le parole del Signore a Pietro, riportate nel v. 22, furono equivocate e considerate una profezia della sua immortalità (v. 23).

Alla fine di questo brano troviamo un secondo epilogo sulla veracità della testimonianza del discepolo amato e sull’incompletezza del vangelo di Giovanni.

Con l’iperbole del v. 25 l’autore vuol mettere in risalto che solo una piccola parte delle opere compiute da Gesù è stata messa per iscritto.

Questo lavoro di raccolta e di penetrazione è un grande dono per la fede della Chiesa e di ogni discepolo, che ha per vocazione un orizzonte senza confini, come il messaggio spirituale di Cristo.

Origene ha scritto: "Primizia dei vangeli è quello secondo Giovanni, il cui senso profondo non può cogliere chi non abbia poggiato il capo sul petto di Gesù e non abbia ricevuto da lui Maria come sua madre. Colui che sarà un nuovo Giovanni deve diventare tale da essere indicato da Gesù, per così dire, come Giovanni che è Gesù" (Commento al vangelo di Giovanni, Torino 1968, 123). De.it.press

 

 

 

 

Domenica 23 maggio. Il commento al Vangelo. “Il Consolatore v'insegnerà ogni cosa”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 14,15-16.23b-26) commentato da P. Lino Pedron 

 

15 Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. 16 Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre.

23«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24 Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

25 Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. 26 Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

Nel brano precedente Gesù ha parlato dell’amore in prospettiva orizzontale: i cristiani devono amarsi vicendevolmente come Cristo li ha amati. Ora Gesù riprende l’argomento dell’amore, soprattutto in prospettiva verticale.

Le tre persone della santissima Trinità abiteranno stabilmente nei credenti, i quali diverranno il tempio vivente di Dio. Perciò Gesù non sarà più visto con gli occhi del corpo, ma sarà presente in un modo più intimo nel profondo del cuore dei suoi discepoli, assieme al Padre e allo Spirito Santo.

L’argomento dei vv. 15-16 è l’amore per Gesù dimostrato con la pratica dei suoi comandamenti. Questo tema è sviluppato ampiamente nella Prima Lettera di Giovanni, nella quale si insegna che non può amare Dio chi non ama il fratello e che bisogna amare non a parole, ma con i fatti (1Gv 3,16-18). Come l’amore del Padre ci è stato dimostrato nel dono del Figlio unigenito, così i cristiani devono amarsi concretamente (1Gv 4,7-21).

I comandamenti di Cristo da osservare sono le sue parole (vv. 23-24). La parola di Gesù è la verità (Gv 17,17), quindi l’osservanza dei precetti del Cristo indica l’assimilazione della rivelazione del Figlio di Dio, caratterizzata dall’amore eccezionale del Padre per il mondo (Gv 3,16) e di Gesù per i suoi (Gv 13,1).

Per questo osserva i comandamenti del Cristo chi si impegna a imitare la sua carità eroica fino al dono della vita per i fratelli. Se uno ama il Cristo metterà in pratica la sua parola: "Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato" (Gv 13,34).

Questo amore così forte, esigente e concreto non è possibile alla natura umana; per tale impegno eroico è necessario l’intervento dello Spirito di Dio. Per questo Gesù chiederà al Padre di donare ai suoi discepoli lo Spirito della verità, affinché sia sempre con loro (vv. 16-17).

Lo Spirito Santo ha la missione di far penetrare nel cuore dei discepoli la parola di Gesù, la verità, rendendoli capaci di osservare i comandamenti del Signore e in modo speciale il comandamento nuovo dell’amore.

Nel v. 23 Gesù chiarisce che la sua manifestazione ai discepoli non avverrà in modo spettacolare ed esterno, ma si realizzerà nell’intimo delle coscienze, con la sua venuta insieme al Padre nel cuore dei discepoli. Il regno di Dio infatti non è di carattere politico, non è di questo mondo, ma si instaura con l’assimilazione della verità (Gv 18,36-37), osservando la sua parola.

Con tale interiorizzazione della rivelazione del Cristo, i discepoli sono resi tempio di Dio, ospiteranno le tre divine Persone.

Nel v. 24 Gesù ribadisce una verità già annunciata precedentemente (v. 10): la sua parola, ascoltata dai discepoli, in realtà è del Padre che l’ha mandato.

Gesù mette in rapporto la sua rivelazione con l’azione dello Spirito Santo. Egli, dimorando presso i suoi amici, ha rivelato la parola di Dio (v. 25). Ma essi non hanno capito né fatto penetrare nel cuore la verità; di qui la necessità dell’intervento dello Spirito Santo. Quindi non solo Gesù, ma anche lo Spirito è maestro di fede: egli insegnerà ogni cosa ai credenti.

Lo Spirito Santo non eserciterà una funzione didattica prescindendo dalla rivelazione di Gesù, ma ricordando ai discepoli le parole di Gesù (v. 26) e introducendoli nella verità tutta intera (Gv 16,13). De.it.press

 

 

 

Domenica 23 maggio. Pentecoste. Lo Spirito: la fantasia al potere

 

I fenomeni naturali che più impressionano la fantasia dell’uomo – il fuoco, la folgore, l’uragano, il terremoto, i tuoni (Es 19,16-19) – sono impiegati nella Bibbia per raccontare le manifestazioni di Dio.

Anche per presentare l’effusione dello Spirito del Signore gli autori sacri sono ricorsi ad immagini. Hanno detto che lo Spirito è soffio di vita (Gen 2,7), pioggia che irrora la terra e trasforma il deserto in un giardino (Is 32,15; 44,3), forza che ridona vita (Ez 37,1-14), rombo dal cielo, vento che si abbatte gagliardo, fragore, lingue come di fuoco (At 2,1-3). Tutte immagini vigorose che suggeriscono l’idea di un’incontenibile esplosione di forza.

Dove giunge lo Spirito avvengono sempre sconvolgimenti e trasformazioni radicali: cadono barriere, si spalancano porte, tremano tutte le torri costruite dalle mani dell’uomo e progettate dalla “sapienza di questo mondo”, scompaiono la paura, la passività, il quietismo, si sviluppano iniziative e si fanno scelte coraggiose.

Chi è insoddisfatto e aspira al rinnovamento del mondo e dell’uomo può contare sullo Spirito: nulla resiste alla sua forza.

Un giorno il profeta Geremia si è chiesto sfiduciato: “Cambia forse un Etiope la sua pelle o un leopardo la sua picchiettatura? Allo stesso modo, potrete fare il bene voi abituati a fare il male?” (Ger 13,23). Sì – gli si può rispondere – ogni prodigio è possibile là dove irrompe lo Spirito di Dio.

 

Prima Lettura (At 2,1-11)

 

1 Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2 Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. 3 Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; 4 ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.

 5 Si trovavano allora in Gerusalemme giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. 6 Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua.

7 Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: “Costoro che parlano non sono forse tutti galilei? 8 E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? 9 Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, 11 Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio”.

 

Gesù ha promesso ai suoi discepoli che non li avrebbe lasciati soli e che avrebbe inviato lo Spirito (Gv 14,16.26). Oggi celebriamo la festa di questo dono del Risorto.

Leggendo il brano degli Atti rimaniamo stupiti di fronte ai numerosi “prodigi” accaduti nel giorno di Pentecoste: tuoni e vento impetuoso, fiamme che scendono dal cielo, gli apostoli che parlano tutte le lingue.

Ci domandiamo anche per quale ragione Dio ha atteso cinquanta giorni prima di mandare sui discepoli il suo Spirito.

Per comprendere questa pagina di teologia (non di cronaca) dobbiamo addentrarci un poco nel linguaggio simbolico impiegato dall’autore.

Luca colloca la discesa dello Spirito nel giorno di Pentecoste. Eppure, proprio nel Vangelo di oggi, Giovanni racconta che Gesù ha comunicato lo Spirito il giorno stesso della risurrezione (Gv 20,22). Come si spiega questo mancato accordo sulla data?

Diciamo subito con chiarezza: il mistero pasquale è unico. Morte, Risurrezione, Ascensione e dono dello Spirito sono avvenuti nel medesimo istante, nel momento della morte di Gesù. Raccontando ciò che è accaduto sul Calvario in quel venerdì santo, Giovanni dice che, chinato il capo, Gesù diede lo Spirito (Gv 19,30).

Perché allora quest’unico, sublime, ineffabile mistero pasquale è stato presentato da Luca come se fosse accaduto in tre momenti successivi? Lo ha fatto per aiutare a comprenderne i molteplici aspetti.

Giovanni ha posto l’effusione dello Spirito nel giorno di Pasqua per mostrare che lo Spirito è dono del Risorto. Ora vediamo per quale ragione Luca la colloca nel contesto della festa di Pentecoste.

La Pentecoste era una festa ebraica molto antica, celebrata cinquanta giorni dopo la Pasqua: commemorava l’arrivo del popolo di Israele al monte Sinai. Tutti ricordiamo cosa è accaduto in quel luogo: Mosè è salito sul monte, ha incontrato Dio ed ha ricevuto la Legge da trasmettere al suo popolo.

Gli israeliti erano molto orgogliosi di questo dono: dicevano che, prima che a loro, Dio aveva offerto la Legge ad altri popoli, ma questi l’avevano rifiutata, preferendo continuare con i loro vizi e sregolatezze. Per ringraziare Dio di questa predilezione, gli israeliti avevano istituito una festa: la Pentecoste.

Dicendo che lo Spirito era sceso sui discepoli proprio nel giorno di Pentecoste, Luca vuole insegnare che lo Spirito ha sostituito l’antica legge ed è divenuto la nuova legge per il cristiano.

Per spiegare cosa intende dire ricorriamo a un paragone. Un giorno Gesù ha detto: “Si raccoglie forse uva dalle spine o fichi dai rovi?” (Mt 7,16). Sarebbe insensato immaginare che circondando di premure un rovo, potandolo, creandogli attorno un clima più mite potrebbe arrivare a produrre uva. Tuttavia, se – con un prodigio d’ingegneria genetica – si riuscisse a trasformarlo in una vite, allora non sarebbe più necessario alcun intervento esterno. Il rovo produrrebbe spontaneamente uva.

Prima di ricevere l’effusione dello Spirito, il mondo era come un grande rovo. Dio aveva dato agli uomini ottime indicazioni – un decalogo, dei precetti, tanti consigli – e si aspettava frutti, opere di giustizia e di amore (Mt 21,18-19), ma questi non sono arrivati perché l’albero rimaneva cattivo e “nessun albero cattivo dà frutti buoni... l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male” (Lc 6,43.45).

Che cosa ha fatto allora Dio? Ha deciso di cambiare il cuore degli uomini. Con un cuore nuovo – ha pensato – essi non avrebbero più avuto bisogno di alcuna legge esterna, avrebbero compiuto il bene seguendo gli impulsi venuti dal loro intimo.

Ecco cos’è la legge dello Spirito: è il cuore nuovo, è la vita di Dio che, quando entra nell’uomo, lo trasforma e da rovo lo fa divenire un albero fecondo, capace di produrre spontaneamente le opere di Dio.

Quando l’uomo è riempito dello Spirito, in lui accade qualcosa di inaudito: ama con l’amore stesso di Dio. Da quel momento “non ha più bisogno che alcuno lo ammaestri” (1 Gv 2,27), non gli occorre altra legge. Giovanni arriva a dire che l’uomo animato dallo Spirito diviene addirittura incapace di peccare: “Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché in lui dimora un germe divino, e non può peccare perché è nato da Dio” (1 Gv 3,9).

 

E i tuoni, il vento, il fuoco? Ma è chiaro: andiamo a vedere nel libro dell’Esodo quali fenomeni hanno accompagnato il dono dell’antica legge: “Al mattino presto ci furono tuoni, lampi, una nube densa sopra il monte e un suono fortissimo di tromba e tutto il popolo ebbe paura” (Es 19,16). “Tutto il popolo vedeva le voci, i tuoni, il suono della tromba e vedeva il monte che fumava” (Es 20,18).

I rabbini dicevano che sul Sinai, nel giorno di Pentecoste, quando Dio aveva dato la Legge, le sue parole avevano preso la forma di settanta lingue di fuoco, per indicare che la Torah era destinata a tutti i popoli (che in quel tempo si pensava fossero appunto settanta).

Se l’antica legge era stata data in mezzo a tuoni, lampi, fiamme di fuoco... come avrebbe potuto Luca presentare in modo diverso il dono dello Spirito – nuova legge? Se voleva farsi capire doveva impiegare le medesime immagini.

 

E le molte lingue parlate dagli apostoli?

Probabilmente Luca si richiama ad un fenomeno molto comune nella chiesa primitiva: dopo aver ricevuto lo Spirito, i credenti cominciavano a lodare Dio in uno stato di esaltazione e, come in estasi, pronunciavano parole strane in altre lingue.

Luca ha utilizzato questo fenomeno in un senso simbolico per insegnare l’universalismo della Chiesa. Lo Spirito è un dono destinato a tutti gli uomini e a tutti i popoli. Di fronte a questo dono di Dio crollano tutte le barriere di lingua, razza e tribù. Nel giorno di Pentecoste succede il contrario di quanto è accaduto a Babele (Gen 11,1-9).

Là gli uomini hanno cominciato a non capirsi e ad allontanarsi gli uni dagli altri; qui lo Spirito mette in atto un movimento opposto: riunisce coloro che si sono dispersi.

Chi si lascia guidare dalla parola del Vangelo e dallo Spirito parla una lingua che tutti comprendono e che tutti unisce: il linguaggio dell’amore. E’ lo Spirito che trasforma l’umanità in un’unica famiglia dove tutti si capiscono e si amano.

 

Seconda Lettura (1 Cor 12,3b-7.12-13)

 

Fratelli, 3 nessuno può dire “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo.

 4 Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5 vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; 6 vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. 7 E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune.

12 Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo.

13 E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito.

 

Da che cosa hanno origine le divisioni all’interno delle nostre comunità? Dalle invidie, dalle gelosie reciproche. Coloro che hanno belle qualità (sono intelligenti, forti, hanno buona salute, hanno studiato...), invece di porre umilmente le loro doti a servizio dei fratelli, cominciano a pretendere titoli onorifici, esigono maggior rispetto, sono convinti di avere diritto a privilegi, vogliono occupare i primi posti. E’ così che i ministeri della comunità, da occasioni per servire, divengono opportunità per imporsi, per affermare se stessi, il proprio potere, il proprio prestigio.

Nella comunità di Corinto i cristiani non erano migliori di quelli di oggi, commettevano gli stessi peccati, avevano gli stessi difetti. Concretamente, erano divisi a causa dei diversi carismi (cioè dei diversi doni) che ciascuno aveva ricevuto da Dio.

Paolo scrive a questi cristiani per ricordare loro che i molti doni, le molte qualità che ciascuno di loro ha, non sono stati dati per creare divisioni, ma per favorire l’unità: “A ciascuno, dice Paolo, è data una manifestazione dello Spirito, per l’utilità comune” (v.7). E questo perché l’origine di tutti i doni è unica: lo Spirito. Dice Paolo: “C’è poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito” (v.4).

Per chiarire meglio quest’idea dell’unità e del servizio reciproco, Paolo utilizza il paragone del corpo.

I cristiani costituiscono un solo corpo, fatto di molte membra. Ogni parte deve svolgere la sua funzione per il bene di tutto l’organismo. Così accade con i diversi doni di cui è arricchito ogni membro della comunità: servono affinché ognuno possa manifestare agli altri il suo amore, mediante un’umile disponibilità al servizio.

 

Vangelo (Gv 20,19-23)

 

19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”.

20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

21 Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”.

22 Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”.

 

Per i primi cristiani, è un giorno importante il primo della settimana perché è il giorno del Signore (Ap 1,10), è quello in cui la comunità è solita riunirsi per spezzare il pane eucaristico (At 20,7; 1 Cor 16,2).

È sera. L’indicazione temporale con cui inizia il brano evangelico è preziosa: forse indica l’ora tarda in cui i primi cristiani erano soliti ritrovarsi per la loro celebrazione.

Le porte sono sbarrate per paura dei giudei (v.19). Gesù non aveva certo annunciato trionfi e vita facile ai suoi discepoli; “nel mondo avrete tribolazione” – aveva detto (Gv 16,33). Tuttavia la ragione principale per cui si insiste sulle porte chiuse (Gv 20,26) è teologica: Giovanni vuole far capire che il Risorto è lo stesso Gesù che gli apostoli hanno visto, conosciuto, ascoltato, toccato, ma si trova in una condizione diversa. Non è ritornato alla vita di prima (come ha fatto Lazzaro), è entrato in un’esistenza completamente nuova.

Il suo corpo non è più fatto di atomi materiali, è impercettibile alla verifica dei sensi.

La risurrezione della carne non equivale alla rianimazione di un cadavere. E’ il misterioso sbocciare di una vita nuova da un essere che è finito. Paolo spiega questo fatto mediante l’immagine del seme. Dice che “da un corpo corruttibile risorge uno incorruttibile”, da “un corpo ignobile risorge un corpo glorioso”, da “un corpo debole risorge uno potente”, da “un corpo animale risorge uno spirituale” (1 Cor 15,42-44).

Quando Gesù mostra le mani e il costato, i discepoli gioiscono. Una reazione sorprendente: dovrebbero rattristarsi vedendo i segni della sua passione e morte. Si rallegrano invece, non perché si ritrovano davanti il Gesù che hanno accompagnato lungo le strade della Palestina, ma perché vedono il Signore (v.20), si rendono conto che il Risorto che si sta rivelando loro è lo stesso Gesù, colui che ha donato la vita.

Collocando le manifestazioni del Risorto nel contesto della sera del primo giorno della settimana, Giovanni intende dire ai cristiani delle sue comunità che anch’essi possono incontrare il Signore – non Gesù di Nazareth, con il corpo materiale che aveva in questo mondo – ma il Risorto, ogni volta che si ritrovano insieme “nel giorno del Signore”.

 

Dopo aver rivolto per la seconda volta l’augurio: Pace a voi! (vv.19.21) Gesù dona ai discepoli il suo Spirito e conferisce loro il potere di rimettere i peccati (vv.21-23).

 

 

I discepoli sono inviati a compiere una missione: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”.

Quando era nel mondo, Gesù rendeva presente il volto e l’amore del Padre (Gv 12,45), ora, lasciato questo mondo, egli continua la sua opera attraverso i discepoli ai quali consegna il suo Spirito.

Accogliere lui era accogliere il Padre che lo aveva mandato, ora accogliere i suoi inviati è accogliere lui (Gv 13,20).

Per comprendere la missione affidata agli apostoli, il perdono dei peccati mediante l’effusione dello Spirito dobbiamo rifarci alle concezioni religiose del popolo d’Israele e alle parole dei profeti.

Al tempo di Gesù era diffusa l’idea che gli uomini agivano male, si contaminavano con gli idoli, erano impuri perché erano mossi da uno spirito cattivo. Ci si chiedeva quando Dio sarebbe intervenuto per liberarli e per infondere in loro uno spirito buono.

Nella lettera ai romani Paolo fa una descrizione drammatica della condizione infelice dell’uomo che si trova in balia dello spirito del male: “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7,15-19).

Per bocca dei profeti Dio promise il dono di uno spirito nuovo, del suo Spirito: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” (Ez 36,25-27).

Questa effusione dello Spirito del Signore avrebbe rinnovato il mondo. Lo inonderà – disse il profeta Ezechiele – come un torrente d’acqua impetuoso che, quando entra nel deserto, lo feconda e lo trasforma in giardino. “Lungo il fiume, su una riva e sull'altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno, i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina” (Ez 47,1-12). Sono immagini deliziose che descrivono in modo mirabile l’opera vivificante dello Spirito.

Nel giorno di Pasqua si compiono queste profezie. Con un gesto simbolico – Gesù alitò su di loro – viene consegnato lo Spirito. Questo soffio richiama il momento della creazione, quando “il Signore Dio formò l’uomo dalla polvere della terra e respirò dentro le sue narici il respiro della vita” (Gen 2,7). Il soffio di Gesù crea l’uomo nuovo, l’uomo che non è più vittima delle forze che lo portano al male, ma è animato da un’energia nuova che lo spinge al bene.

Dove giunge questo Spirito il male è vinto, il peccato è perdonato – cancellato, distrutto – e nasce l’uomo nuovo modellato sulla persona di Cristo.

La missione che il Risorto affida ai suoi discepoli è di rimettere i peccati, continuando così la sua opera di “Agnello di Dio, venuto per togliere i peccati del mondo” (Gv 1,29).

Che significa rimettere i peccati? Queste parole sono state interpretate – in modo giusto, ma riduttivo – come il conferimento agli apostoli del potere di assolvere dai peccati. Non è questo però l’unico modo per rimettere, cioè, per neutralizzare, per sconfiggere il peccato. La potestà conferita da Gesù è molto più ampia e riguarda tutti i discepoli che sono animati dal suo Spirito: è quella di purificare il mondo da ogni forma di male.

I poteri non sono due – rimettere o ritenere – a discrezione del confessore che valuta caso per caso. Il potere è uno solo, quello di annientare, in tutti i modi, il peccato. Ma questo può anche essere non rimesso: se il discepolo non si impegna a creare le condizioni affinché tutti aprano il cuore all’azione dello Spirito, il peccato non viene rimesso.

Di questo fallimento della missione, il discepolo è responsabile. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

 

Lunedì 24 maggio. Il commento al Vangelo. “Vieni e seguimi

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 10,17-27) commentato da P. Lino Pedron 

 

17 Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». 18 Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19 Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».

20 Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21 Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». 22 Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.

23 Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!». 24 I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: «Figlioli, com'è difficile entrare nel regno di Dio! 25 E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». 26 Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?». 27 Ma Gesù, guardandoli, disse: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio».

Il vangelo di oggi ci insegna il vero atteggiamento del cristiano nei confronti della proprietà, della povertà e della ricchezza. Il comportamento da tenere nei confronti dei beni terreni va visto in ordine a Gesù: se facilitano o impediscono il seguire Gesù. Dall’esempio presentato da questo brano di vangelo impariamo quanto le ricchezze esercitano un pericoloso potere perfino su persone serie e impegnate. Inoltre, sull’esempio di Pietro e dei primi discepoli che per Gesù hanno abbandonato tutto, siamo incoraggiati a camminare sulla via del distacco e della povertà. Non a tutti, forse, è indispensabile alleggerirsi dei propri averi; tutti però devono ascoltare l’appello a una totale dedizione, che Gesù rivolge a ciascuno, sia pure in modo diverso. Si tratta di fare spazio a Gesù. Rinunciare a se stessi per seguire Gesù significa concretamente togliere di mezzo gli idoli che occupano lo spazio e il tempo della nostra vita, e sono di ostacolo sulla via del regno di Dio.

L’uomo di cui parla il vangelo è un osservante della legge (v. 20), ma il seguire Gesù è molto di più che il semplice adempimento della legge. Anche il giusto ha un distacco da fare e non è detto che sempre lo faccia. Il peccatore pubblico Levi (cfr Lc 5,27-28) accettò l’invito, l’uomo ricco, giusto e osservante lo rifiutò. Una vocazione mancata a causa della schiavitù delle ricchezze. Queste perciò non sono innocue, ma tendono a rendere l’uomo schiavo. Quando questo avviene, le ricchezze comandano e l’uomo obbedisce. L’avidità di ricchezza è vera idolatria (cfr Col 3,5) e l’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali (cfr 1Tm 6,10). Il denaro è un ottimo servo, ma un pessimo padrone. Rifiutando la libertà che gli viene offerta, questo tale se ne va rattristato. Questa tristezza è segno che la grazia l’ha toccato: la sua ricchezza si oppone attualmente al progresso spirituale, ma la misericordia di Dio l’ha reso cosciente di ciò, facendogli capire che, con le sue azioni e osservanze, non può ottenere in eredità la vita eterna. La tristezza che lo invade è dono dell’amore del Dio buono (v.18) che incessantemente lo chiama. Fino a questo punto l’attaccamento ai suoi beni lo rende cieco: non vede il suo vero bene che è Dio presente in Gesù. Nell’alternativa o Dio o mammona, sceglie mammona, ossia le cose che possiede. Alla fine, invece della gioia di chi ha trovato il tesoro (cfr Mt 13,44), ha la tristezza di chi l’ha perduto.

E’ difficile entrare nel regno di Dio per coloro che hanno ricchezze (v. 23) e anche per gli altri (v. 24). Un giorno Gesù aveva parlato di quelli che ricevono il seme della Parola tra le spine: "Sono coloro che hanno ascoltato la parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie, soffocano la parola e questa rimane senza frutto" (Mc 4,18-19). Le ricchezze, ma non solo le ricchezze, possono preoccupare e ingannare l’uomo e soffocare la parola di Dio nel suo cuore.

Tutti siamo troppo grandi per entrare nel regno di Dio dove entrano solo i piccoli e i bambini: siamo cammelli che tentano buffamente di passare per la cruna di un ago. Riconoscere questa nostra impossibilità è già un buon punto di partenza per diventare piccoli.

Salvarsi non è né facile né difficile: è assolutamente impossibile all’uomo. Solo Dio può salvarci. Il mestiere di Dio è fare ciò che è impossibile all’uomo. A noi non resta che chiedere, nonostante le nostre resistenze contrarie, questa salvezza impossibile che solo Dio può donarci. De.it.press

 

 

 

 

 

Una nuova stagione. Preti stranieri in Italia. Intervista al Direttore della Migrantes

 

ROMA - La carenza delle vocazioni e l'invecchiamento dei sacerdoti in Italia ha incrociato il fenomeno della mobilità e delle migrazioni, unitamente alla forza di attrazione delle Università Pontificie soprattutto di Roma, alla presenza in Italia di molte case madri e noviziati di Istituti religiosi. Ma anche gli scambi tra diocesi, grazie all'esperienza di 700 missionari “fidei donum”, negli ultimi 20 anni, hanno portato a una crescita del numero dei preti di altre Chiese: 1.500 nelle comunità italiane, 700 in quelle di immigrati. Di questo fenomeno e delle sue ripercussioni sulla pastorale nelle nostre parrocchie il SIR ha rivolto alcune domande a mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes.

Mons. Perego, recentemente sono sempre più i sacerdoti di altre Chiese nella pastorale della Chiesa italiana: come valutare questo servizio?

“La crescita dei preti di altre Chiese in Italia - siamo a circa il 9% del clero - corrisponde alla crescita dell'immigrazione in Italia, ormai vicina all'8% della popolazione. È un segno anzitutto di un mondo in movimento, che facilita gli scambi e gli incontri, che vede la presenza in Italia di quasi 1 milione di cattolici provenienti da tutto il mondo. Un movimento di persone che chiede anche oggi un accompagnamento spirituale, una guida religiosa, un prete. Sul piano prettamente ecclesiale, la crescita del numero dei presbiteri provenienti da altre parti del mondo può aiutare lo scambio tra le Chiese, nell'ottica di un'unità della Chiesa che non esclude, ma valorizza le differenze. Infine, sul piano prettamente presbiterale non possiamo nascondere che la parabola del clero - per usare il titolo di una ricerca pubblicata a cura dei sociologi Molina e Diotallevi sul clero italiano - è mitigata da nuove presenze di presbiteri che curano comunità e servizi ecclesiali. Una situazione che non cambierà a breve se, permanendo la situazione attuale, nel 2025 i sacerdoti in Italia da 36.000 si ridurranno a 24.000, distribuiti in quasi 26.000 parrocchie. In questo senso, l'arrivo di sacerdoti 'immigrati' è un segno di una nuova stagione di evangelizzazione”.

Quali atteggiamenti sono chiesti a un prete “immigrato” e quali sono chiesti a una comunità italiana che lo accoglie come riferimento pastorale?

“Il dono spirituale che i presbiteri hanno ricevuto nell'Ordinazione non li prepara ad una missione limitata e ristretta, bensì ad una vastissima e universale missione di salvezza fino agli ultimi confini della terra, ricorda il decreto del Concilio Vaticano II sul prete. Pertanto, il servizio non solo alla propria Chiesa, ma alle Chiese nel mondo è strutturale alla vita di tutti i presbiteri. Nel percorso di formazione del presbitero 'immigrato' che viene in Italia è chiesto anzitutto un servizio preciso: nello studio, nella parrocchia, comunità etnica o in altre esperienze ecclesiali. A seconda del servizio, i presbiteri vengono accompagnati in un percorso di formazione linguistica, culturale, pastorale e sociale anche attraverso momenti organizzati dalle Fondazioni Migrantes e Missio della CEI e dalle Chiese locali. Tra gli atteggiamenti richiesti c'è quello della capacità e del desiderio d'incontrare e conoscere una realtà ecclesiale, di valorizzare la storia di una comunità in cui è inserito, di portare il valore aggiunto in termini di fede di un'esperienza altra, distinguendo con prudenza ciò che è essenziale dalle forme espressive, di mantenere il legame con la Chiesa di partenza. Alla comunità parrocchiale che accoglie un presbitero immigrato sono chiesti tre atteggiamenti importanti: l'accoglienza di una figura e di un'esperienza altra, la fiducia, la pazienza di un cammino che non si risolve in pochi giorni”.

I preti “immigrati” possono offrire uno stimolo alla ripresa delle vocazioni sacerdotali in Italia? “La presenza di un prete nelle comunità, sia egli italiano o proveniente da altri Paesi, costituisce certamente uno stimolo a raccogliere la sfida della vocazione presbiterale, ma anche una figura in più che, nella direzione spirituale, possa accompagnare i giovani nel discernimento. Le diverse storie di vita e di spiritualità presbiterale, che provengono anche da Paesi dove la persecuzione religiosa è grave, dove il desiderio di avere un prete di riferimento è importante, può aiutare a comprendere la grazia della libertà religiosa e della possibilità di scegliere diversi percorsi vocazionali nella nostra Chiesa”.

Come aiutare i preti a essere “ponti” tra le comunità immigrate e la comunità italiana?

“Il prete è, per sua natura, uno strumento d'incontro. La sua ministerialità nasce e cresce nella communio, nel costruire strumenti e luoghi di responsabilità e di comunione. Nello specifico dei preti che hanno il dono di servire una Chiesa locale e di provenirne da un'altra, giova aiutarli a non dimenticare la propria storia di Chiesa, ma a tenerla viva soprattutto nell'attenzione ai fratelli immigrati presenti in Italia e nella cura a far conoscere alla comunità di riferimento un'altra storia di comunità cristiana”.

In Italia i sacerdoti e i religiosi provenienti dall'estero sono circa 2.700. Di questi oltre 2.100 sono iscritti all’Istituto Centrale Sostentamento clero (ICSC) e circa 600 risultano non iscritti in quanto presenti in Italia per motivi di studio. Il 44% dei presbiteri in servizio proviene dall'Africa, il 22% da Paesi europei, il 20% dall'America Latina e il 14% da Asia-Oceania. I sacerdoti stranieri sono presenti al Nord (30%), Centro (54%) e Sud (16%). (Migranti-press)

 

 

 

 

Il papa, i cardinali, i gesuiti. Tre risposte allo scandalo

 

La via maestra tracciata da Benedetto XVI. Gli affondo di Schönborn e O'Malley contro Sodano. Il ruolo di Bertone e di padre Lombardi. La battaglia della "Civiltà Cattolica" contro la "cultura della pedofilia" - di Sandro Magister

 

ROMA – Allo scandalo degli abusi sessuali commessi da sacerdoti, la gerarchia cattolica sta reagendo in tre modi.

 

Il primo per iniziativa del papa. Il secondo ad opera di alcuni cardinali. Il terzo grazie ai dotti gesuiti della "Civiltà Cattolica", con l'imprimatur della segreteria di Stato vaticana.

 

1. LA STRADA MAESTRA - La strada maestra è quella tracciata dal papa. La Chiesa – ha detto Benedetto XVI in più occasioni, a partire dalla sua lettera del 19 marzo ai cattolici dell'Irlanda – deve capire che la sua più grande tribolazione non nasce da fuori, ma dai peccati commessi dentro di lei. E quindi la penitenza è il suo primo dovere, per aprirsi alla conversione e infine alla grazia rigenerante di Dio.

 

Le sollecitazioni più forti a percorrere questa strada il papa le ha date in coincidenza con il suo pellegrinaggio a Fatima. Il messaggio delle apparizioni di Maria ai pastorelli si riassume infatti proprio in questa parola: "Penitenza!". E il papa teologo non ha avuto timore, anzi, di congiungersi lì alla pietà popolare.

 

Ma anche dopo il suo ritorno a Roma dal Portogallo papa Joseph Ratzinger ha insistito nel battere questa strada. L'ha fatto con un messaggio e con un saluto.

 

Il messaggio era quello indirizzato al Kirchentag, la kermesse ecumenica di cattolici e protestanti tedeschi tenuta a Monaco di Baviera dal 12 al 16 maggio. Il testo papale porta la data del 10 maggio ed è stato letto in apertura dell'evento. Ma vista la scarsa attenzione che esso ha ricevuto in Germania, la sala stampa vaticana ha provveduto a distribuirlo ai media di tutto il mondo sabato 15 maggio, con tanto di traduzione italiana dall'originale tedesco.

 

 

Il messaggio è visibilmente scritto di suo pugno dal papa. È un invito a "esser lieti in mezzo a tutte le tribolazioni", perché se nella Chiesa c'è tanta zizzania, questa non riuscirà comunque a soffocare il buon grano. E se bastavano dieci giusti per risparmiare Sodoma dal fuoco, "grazie a Dio nelle nostre città ci sono molto più di dieci giusti".

 

Quanto al saluto, è quello che Benedetto XVI ha rivolto domenica 16 maggio a mezzogiorno, dopo la recita del "Regina Cæli", ai 200 mila fedeli che gremivano piazza San Pietro e le vie adiacenti, accorsi da tutta Italia a manifestare la loro adesione al papa (vedi foto).

 

"Noi cristiani non abbiamo paura del mondo, anche se dobbiamo guardarci dalle sue seduzioni", ha detto loro Benedetto XVI, perché "il vero nemico da temere e da combattere è il peccato, il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa".

 

I due testi sono riprodotti integralmente più sotto e il primo, in particolare, è di assoluto rilievo.

 

È sicuro che Benedetto XVI tornerà sull'argomento il 10 e 11 giugno prossimi, nella veglia di preghiera e nella messa con cui chiuderà l'Anno Sacerdotale da lui voluto proprio per ridare forza spirituale al clero.

 

2. LO SCONTRO NEL SACRO COLLEGIO - Mentre papa Benedetto traccia la linea maestra, tra i suoi cardinali c'è però anche chi ne trae le conseguenze a livello di governo della Chiesa.

 

I porporati usciti allo scoperto sono l'austriaco Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, e l'americano Sean O'Malley, arcivescovo di Boston. Il primo con dichiarazioni diffuse il 4 maggio dall'agenzia Kathpress, il secondo con un'intervista del 14 maggio a John L. Allen per il "National Catholic Reporter".

 

Sia l'uno che l'altro hanno colpito duro il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato di Giovanni Paolo II e poi dello stesso Benedetto XVI nel primo anno di pontificato. L'hanno accusato di aver a lungo ostacolato l'opera di pulizia intrapresa dell'allora cardinale Ratzinger nei confronti di personalità del peso di Hans Hermann Gröer, arcivescovo di Vienna, e di Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo, entrambi accusati di abusi sessuali e infine, troppo tardi, riconosciuti colpevoli.

 

In più, Schönborn e O'Malley hanno rimproverato a Sodano di aver declassato a "chiacchiericcio" le accuse scagliate dai media contro la Chiesa a motivo della pedofilia, con ciò facendo un "danno immenso" alle vittime degli abusi. Sodano si era espresso effettivamente così, nell'atto di omaggio da lui letto a Benedetto XVI il giorno di Pasqua a nome dell'intero collegio cardinalizio: atto di omaggio non richiesto tanto meno "mendicato" dal papa, come ha tenuto a precisare padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede.

 

Queste accuse all'insipiente Sodano, contrapposto al lungimirante Ratzinger, gettano un'ombra anche sul pontificato di Giovanni Paolo II, durante il quale gli abusi sessuali tra il clero toccarono il picco, senza un'efficace opera di contrasto.

 

Ma Schönborn e O'Malley non arrivano a questo. Papa Karol Wojtyla, dicono, era troppo vecchio e malato per prendere in pugno la questione. E attorno "gli facevano da scudo protettivo" i suoi collaboratori, i quali si illudevano che la faccenda riguardasse l'America e non il resto del mondo. A giudizio di O'Malley, Sodano e altri capi di curia agivano così "più per ignoranza che per malizia".

 

Sta di fatto che Sodano è oggi il decano del collegio cardinalizio, come lo fu Ratzinger quando morì Wojtyla. Nell'eventualità di un conclave, sarebbe quindi lui a presiedere l'interregno, con i media di tutto il mondo che implacabili lo metterebbero alla gogna, con disastro d'immagine per tutta la Chiesa. È anche per scongiurare questo esito che due cardinali di primo piano come Schönborn e O'Malley hanno sferrato l'affondo. Vogliono che Sodano esca definitivamente di scena, il più presto possibile.

 

Ma non è tutto. L'offensiva dei due cardinali trova in curia il sostegno, di fatto, del successore di Sodano alla segreteria di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone.

 

Bertone era segretario della congregazione per la dottrina della fede, al fianco di Ratzinger, quando questi era "ostacolato" da Sodano e sodali. E oggi mostra di voler arrivare anche lui a una resa dei conti, contro la vecchia guardia curiale.

 

Lo si vede dalla severità con cui Bertone sta conducendo l'operazione di "pulizia" dei Legionari di Cristo, la congregazione fondata dall'indegno Maciel, difeso ed esaltato fino all'ultimo non solo da Sodano, ma anche dall'allora segretario personale di Giovanni Paolo II, Stanislaw Dziwisz, e da altri capi di curia.

 

Lo si è visto, inoltre, da come il 15 aprile Bertone ha sconfessato – con un tagliente comunicato del portavoce vaticano Lombardi – una lettera scritta nel 2001 dall'allora prefetto della congregazione per il clero, cardinale Darío Castrillón Hoyos, a sostegno di un vescovo francese condannato per aver rifiutato di denunciare un suo prete colpevole di pedofilia.

 

Castrillón Hoyos si è difeso dicendo di aver fatto leggere quella sua lettera a Giovanni Paolo II e di averne avuto l'approvazione. Ma sta di fatto che oggi quel suo comportamento non è più ammesso. Sul penultimo numero della "Civiltà Cattolica", la rivista dei gesuiti stampata con il controllo previo della segreteria di Stato vaticana, sono portate ad esempio di buona condotta le diocesi di Monaco, Colonia e Bolzano, "dove i vescovi hanno assunto un atteggiamento che si potrebbe definire 'proattivo', cioè preventivamente collaborativo nei confronti delle autorità civili".

 

E con questo articolo della "Civiltà Cattolica" siamo alla terza modalità di reazione allo scandalo della pedofilia.

 

3. LA BATTAGLIA CULTURALE - Gli articoli propriamente sono due, in apertura dei numeri del 1 maggio e del 15 maggio 2010 della rivista. Gli autori, i padri gesuiti Giovanni Cucci e Hans Zollner, insegnano psicologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma e affrontano la questione della pedofilia sotto il profilo psicologico-sociale.

 

Nel primo dei due articoli, intitolato "Osservazioni psicologiche sul problema della pedofilia", gli autori descrivono, sulla base della letteratura scientifica, le caratteristiche della pedofilia, la personalità degli autori di tali atti – che spesso da bambini sono stati vittime di abusi – e la loro incidenza tra il clero cattolico, in drammatico contrasto con l'alto profilo morale ed educativo che dovrebbe contraddistinguere tale vocazione.

 

Fra le lezioni da trarre dallo scandalo, gli autori insistono sulla preparazione dei candidati al sacerdozio, il cui equilibrio e maturità devono essere seriamente accertati.

 

Smentiscono che vi sia un nesso di causa ed effetto tra il celibato e la pedofilia.

 

E quanto alla richiesta di ridurre allo stato laicale i sacerdoti colpevoli di pedofilia osservano:

 

"Certo, questa può anche essere una procedura doverosa, prevista dal codice di diritto canonico, ma non è detto che sia la cosa migliore per le potenziali vittime, i bambini, e per lo stesso abusatore, che spesso ritorna in società senza alcun controllo e, lasciato a se stesso, torna a commettere abusi. Questo è stato il caso di James Porter, sacerdote della diocesi di Fall River (Massachusetts): una volta dimesso, non fu affatto perseguito dalle autorità civili, si sposò e poco dopo venne incriminato per le molestie commesse verso la baby siiter dei suoi figli".

 

Nel secondo articolo, intitolato "Contrastare la cultura della pedofilia", Cucci e Zollner denunciano lo "strano silenzio" che si registra sulla questione non solo da chi opera nel mondo dell'educazione (genitori, insegnanti, eccetera) ma soprattutto da chi sarebbe più titolato a parlarne con cognizione di causa: psicologi, psichiatri, psicoterapeuti.

 

La letteratura scientifica sul tema appare reticente e incerta. I maggiori dizionari ed enciclopedie dedicano alla pedofilia poche righe in migliaia di pagine. E altrettanto succede per l'efebofilia. Nel dibattito pubblico, di conseguenza, si sostituisce alla competenza il "sentito dire". E si alimenta quel "panico morale" che distorce le reali dimensioni del problema.

 

In un'opinione pubblica così confusa, Cucci e Zollner rimarcano che "si oscilla tra la criminalizzazione e la liberalizzazione". Citano numerosi casi in cui si è difesa la pedofilia in nome della libertà sessuale. Ricordano un documento e un convegno finalizzati a questo, ad opera del partito radicale italiano, nel 1998. Richiamano la costituzione in Olanda, nel 2006, di un partito pro-pedofilia. Fanno notare che l'attuale ministro della giustizia del governo federale tedesco, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, oggi tra i più accesi critici della Chiesa, faceva parte del direttivo della Humanistische Union quando questa organizzazione si batteva per liberalizzare tutti gli atti sessuali "consensuali", inclusi quelli con minorenni.

 

"Queste osservazioni – concludono i due autori – richiederebbero di rimettere in discussione un contesto culturale più ampio e spesso acriticamente accettato, che approva le trasgressioni e le perversioni come manifestazioni di libertà e di spontaneità". Per essere riconosciuta come una perversione e contrastata, la pedofilia "richiede il riconoscimento di una norma etica e psicologica, prima che giuridica".

 

Quindi la battaglia deve essere anche culturale. Una battaglia nella quale la Chiesa di papa Benedetto è in prima fila. L’Espresso on line 20

 

 

 

 

Messaggio del Papa al Kirchentag ecumenico di Monaco di Baviera

 

Cari fratelli e sorelle in Cristo, da Roma saluto tutti coloro che si sono riuniti sulla Theresienwiese a Monaco per la celebrazione liturgica in apertura del secondo Kirchentag ecumenico. Ricordo volentieri gli anni in cui ho vissuto nella bella capitale della Baviera, come arcivescovo di Monaco e Frisinga. Rivolgo, quindi, un saluto speciale all’arcivescovo di Monaco e Frisinga Reinhard Marx, e al vescovo regionale luterano Johannes Friedrich. Saluto tutti i vescovi tedeschi e di molti paesi del mondo, e, in modo speciale, anche i rappresentanti delle altre Chiese e comunità ecclesiali e tutti i cristiani che partecipano a questo evento ecumenico. Saluto inoltre i rappresentanti della vita pubblica e tutti coloro che sono presenti attraverso la radio e la televisione. La pace del Signore risorto sia con tutti voi!

 

“Affinché abbiate speranza”: con questo motto vi siete riuniti a Monaco. In un tempo difficile, volete inviare un segnale di speranza alla Chiesa e alla società. Per questo vi ringrazio molto. Infatti, il nostro mondo ha bisogno di speranza, il nostro tempo ha bisogno di speranza. Ma la Chiesa è un luogo di speranza? Negli ultimi mesi ci siamo dovuti confrontare ripetutamente con notizie che ci vogliono togliere la gioia nella Chiesa, che la oscurano come luogo di speranza. Come i servi del padrone di casa nella parabola evangelica del regno di Dio, anche noi vogliamo chiedere al Signore: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?” (Mt 13, 27).

 

Sì, con la sua Parola e con il sacrificio della sua vita il Signore ha davvero seminato del buon seme nel campo della terra. È germogliato e germoglia. Non dobbiamo pensare solo alle grandi figure luminose della storia, alle quali la Chiesa ha riconosciuto il titolo di “santi”, ovvero completamente permeati da Dio, risplendenti a partire da Lui. Ognuno di noi conosce anche le persone comuni, non menzionate in alcun giornale e non citate in alcuna cronaca, che a partire dalla fede sono maturate raggiungendo una grande umanità e bontà. Abramo, nella sua appassionata disputa con Dio per risparmiare la città di Sodoma ha ottenuto dal Signore dell’universo l’assicurazione che se ci saranno dieci giusti non distruggerà la città (cfr. Gen 18, 22-33). Grazie a Dio, nelle nostre città ci sono molto più di dieci giusti! Se oggi siamo un po’ attenti, se non percepiamo solo il buio, ma anche ciò che è chiaro e buono nel nostro tempo, vediamo come la fede rende gli uomini puri e generosi e li educa all’amore. Di nuovo: La zizzania esiste anche in seno alla Chiesa e tra coloro che il Signore ha accolto al suo servizio in modo particolare. Ma la luce di Dio non è tramontata, il grano buono non è stato soffocato dalla semina del male.

 

“Affinché abbiate speranza”: questa frase vuole prima di tutto invitarci a non perdere di vista il bene e i buoni. Vuole invitarci a essere noi stessi buoni e a ridiventare buoni sempre, vuole invitarci a discutere con Dio per il mondo, come Abramo, cercando noi stessi, con passione, di vivere dalla giustizia di Dio.

La Chiesa è dunque un luogo di speranza? Sì, poiché da essa ci giunge sempre e di nuovo la Parola di Dio, che ci purifica e ci mostra la via della fede. Lo è, poiché in essa il Signore continua a donarci se stesso, nella grazia dei sacramenti, nella parola della riconciliazione, nei molteplici doni della sua consolazione. Nulla può oscurare o distruggere tutto ciò. Di questo dovremmo essere lieti in mezzo a tutte le tribolazioni. Se parliamo della Chiesa come luogo della speranza che viene da Dio, allora ciò comporta, allo stesso tempo, un esame di coscienza: Che cosa faccio io della speranza che il Signore ci ha donato? Davvero mi lascio modellare dalla sua Parola? Mi lascio cambiare e guarire da Lui? Quanta zizzania in realtà cresce dentro di me? Sono disposto a sradicarla? Sono grato del dono del perdono e disposto a perdonare e a guarire a mia volta invece che a condannare?

 

Domandiamo ancora una volta: Che cos’è veramente la “speranza”? Le cose che possiamo fare da soli non sono oggetto della speranza, bensì un compito che dobbiamo svolgere con la forza della nostra ragione, della nostra volontà e del nostro cuore. Ma se riflettiamo su tutto ciò che possiamo e dobbiamo fare, allora notiamo che non possiamo fare le cose più grandi, le quali ci giungono solo come dono: l’amicizia, l’amore, la gioia, la felicità.

 

Vorrei osservare ancora una cosa: tutti noi vogliamo vivere, e anche la vita non ce la possiamo dare da soli. Quasi nessuno, però, oggi parla ancora della vita eterna, che in passato era il vero oggetto della speranza. Poiché non si osa credere in essa, bisogna sperare di ottenere tutto dalla vita presente. L’accantonare la speranza nella vita eterna porta all’avidità per una vita qui e ora, che diventa quasi inevitabilmente egoistica e, alla fine, rimane irrealizzabile. Proprio quando vogliamo impossessarci della vita come di una sorta di bene, essa ci sfugge.

 

Ma torniamo indietro. Le cose grandi della vita non possiamo realizzarle noi, possiamo solo sperarle. La buona novella della fede consiste proprio in questo: esiste Colui che può donarcele. Non veniamo lasciati soli. Dio vive. Dio ci ama. In Gesù Cristo è diventato uno di noi. Mi posso rivolgere a lui e lui mi ascolta. Per questo, come Pietro, nella confusione dei nostri tempi, che ci persuadono a credere in tante altre vie, gli diciamo: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6, 68s).

 

Cari amici, auguro a tutti voi, che siete riuniti sulla Theresienwiese a Monaco, di essere di nuovo sopraffatti dalla gioia di poter conoscere Dio, di conoscere Cristo e che Egli ci conosce. È questa la nostra speranza e la nostra gioia in mezzo alle confusioni del tempo presente.

Dal Vaticano, 10 maggio 2010 Benedictus PP. XVI

 

 

 

 

 

 

Con cuore aperto. Dal Portogallo all'Europa: il messaggio di Benedetto XVI

 

Un messaggio forte dal Portogallo a tutta la Chiesa in Europa: l'affetto di un popolo che si è riunito in modo spontaneo attorno al Santo Padre a Fatima per manifestargli affetto e unità. Ne parliamo con padre Manuel Morujão, portavoce e segretario della Conferenza episcopale portoghese (Cep), ad una settimana dal viaggio apostolico di Benedetto XVI in Portogallo, dall'11 al 14 maggio.

 

La folla oceanica a Fatima ha dato il polso di un popolo che ama la Chiesa in un momento in cui la Chiesa in Europa è stata travolta dai tristissimi casi di pedofilia al suo interno. Cosa ne pensa?

"È vero, penso che la risposta del popolo sia stata molto più forte ed efficace rispetto a qualsiasi altra presa di posizione, discorso o argomentazione che potevano dare un intellettuale o anche un'autorità civile o ecclesiastica. Perché è stata una risposta spontanea e affettiva. C'è stata una grande vibrazione affettiva attorno al Santo Padre. Con la sua presenza, il popolo ha detto all'Europa di credere nella Chiesa. Una Chiesa che è certamente costituita da uomini e donne che sono deboli, spesso peccatori ma è pur sempre la Chiesa di Cristo, redentore del mondo e dell'umanità. La risposta più convincente a questa cattiva immagine data dalla Chiesa stessa, o meglio dai responsabili di questi crimini terribili, è stata data dal popolo e proprio per questo è stata una risposta di grande forza".

 

Di tutti i discorsi pronunciati dal Papa quale è stato secondo lei il messaggio che più rimarrà di questo viaggio apostolico non solo per il Portogallo?

"E stata una caratteristica che ha colpito molto: sono stati discorsi universali, rivolti a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a prescindere dalla loro appartenenza o meno alla Chiesa. Non c'era bisogno di avere fede per ascoltare il Papa, c'era piuttosto bisogno di avere un cuore aperto per accogliere i valori più strutturali della persona umana. Ciò è emerso in maniera particolarmente evidente nel discorso che Benedetto XVI ha pronunciato al mondo della cultura, parlando della bellezza e della verità che sono valori a cui tendono tutti  perché sono essenziali nella vita e coessenziali in ogni essere umano. Non bisogna essere cristiani per perseguirli né tantomeno viverli come un obbligo quanto piuttosto sceglierli come vie di realizzazione della persona".

 

Tutto questo discorso però poi si è scontrato con la decisione presa dal presidente della Repubblica di firmare la legge sui matrimoni gay, una settimana dopo il viaggio di Benedetto XVI. Come se lo spiega?

"È questa una realtà condivisa dalle società europee ed è esito delle responsabilità individuali che portano a quelle che possiamo definire alla luce di quanto detto finora, delle contraddizioni. Significa cioè che la Chiesa indica la strada giusta ma poi andiamo per un'altra strada perché magari è la strada più facile, più popolare. Questa legge sarà approvata sicuramente dal Parlamento che può contare di una maggioranza che ha già dichiarato di essere favorevole. Sono contraddizioni che dimostrano quanto non sia per niente facile essere fedeli alla verità più profonda dell'uomo. Verità che è esigente, radicale, e non sempre si ha il coraggio di esserne coerenti".

 

Significa che al cristiano, l'Europa chiede una nuova maturità di fede?

"Sì, dimostra che essere cristiano in un ambiente dove tutti i valori della cristianità sono rispettati, è facile. Ma la verità tante volte è controcorrente perché non si regge  su simpatie, indici di popolarità, su sondaggi di opinione pubblica ma si orienta al bene comune della società e al bene più profondo della persona. Insomma, non stiamo parlando di  questioni  propriamente di fede o di morale cristiana quanto piuttosto di questioni antropologiche che interpellano la ragione".

 

C'è speranza di rivedere un Portogallo più protagonista nella vita della Chiesa e dell'Europa?

"La visita del Papa è stata una occasione che hanno avuto i cattolici per dirgli: ti vogliamo bene. Tu sei parte della soluzione non il problema. Crediamo in Te come profeta di Cristo. E questo ci dà coraggio per andare avanti in una società che tante volte contraddice la struttura antropologica dei valori umani e cristiani. Con nuove ragioni per lottare per la vera  famiglia, il vero matrimonio, e per i valori che non sono illusori ma sono quelli che veramente rendono l'uomo più uomo". Sir eu

 

 

 

 

Insieme in cammino. Conclusa a Monaco la seconda Giornata ecumenica delle Chiese

 

Con una grande celebrazione sulla spianata della Theresienwiese a Monaco si è conclusa il 16 maggio la Seconda Giornata ecumenica delle Chiese (Ökt). Nella funzione, cui hanno partecipato 100.000 fedeli, i due presidenti del Kirchentag, l'evangelico Eckhard Nagel e il cattolico Alois Glück hanno esortato i cristiani tedeschi ad osare "una nuova svolta" per risolvere insieme i problemi sociali ed ecclesiastici. "Abbiamo bisogno di una crescita di solidarietà, di rispetto e considerazione", ha ammonito Nagel. E Alois Glück, ha aggiunto: "Siamo cristiani in questo mondo e per questo mondo. Dobbiamo prenderci questa responsabilità insieme". Secondo entrambi, l'incontro di Monaco ha rappresentato un progresso determinante nell'ecumenismo. "L'ecumenismo vive", ha sottolineato Glück. "A Monaco, il sogno dell'unità nella molteplicità delle Chiese è diventato in parte realtà", ha aggiunto Nagel. Relativamente alla crisi nella Chiesa cattolica a seguito degli abusi, il presidente cattolico ha inoltre sollecitato i laici cattolici a dare il proprio contributo, "affinché da questa crisi scaturisca nuova vitalità, nuova forza, nuova attrazione".

 

Mille tavole. Oltre 3.000 eventi hanno caratterizzato questo incontro ecumenico, che ha visto la partecipazione di oltre 130.000 visitatori fissi: temi principali erano la crisi economico-finanziaria, la pace, la guerra in Afghanistan, la situazione delle Chiese e dell'ecumenismo, nonché il dialogo interreligioso con gli ebrei e i musulmani. Il clou della Giornata ecumenica delle Chiese è stata tuttavia la celebrazione dei vespri di rito ortodosso, seguita da oltre 20.000 persone: si è svolta venerdì 14 maggio. 10.000 persone di diverse confessioni hanno spezzato insieme il pane benedetto, sedute attorno a 1.000 tavole apparecchiate a tal fine nella Odeonsplatz. Il pane era stato precedentemente benedetto dal metropolita Augoustinos. Il pane è stato poi consumato insieme con olio e mele, una tradizione delle Chiese ortodosse che rimanda all'agape dei primi cristiani. Tutti potevano partecipare poiché non si trattava di una celebrazione sacramentale. Erano presenti personalità del mondo politico, nonché l'arcivescovo cattolico di Monaco, mons. Reinhard Marx e il capo della Chiesa evangelica Schneider.

 

Il nodo dell'Eucaristia. Il comitato organizzatore del Kirchentag è stato chiaro: una celebrazione eucaristica comune tra cattolici e protestanti non si poteva svolgere perché dal punto di vista del dialogo teologico non è ancora possibile celebrare insieme. Sia l'arcivescovo cattolico di Monaco, mons. Reinhard Marx che l'evangelico Eckhard Nagel hanno spiegato che si tratta di un passo che richiederà ancora del tempo: prima occorrerà risolvere le difficili questioni relative all'ufficio e alla comprensione della Chiesa. Tuttavia, al termine dei vespri, nell'esprimere "profonda riconoscenza", il presidente cattolico dell'Ökt, Alois Glück ha detto: "Con il segno della tavola, l'ecumenismo ha un nuovo simbolo". E il presidente evangelico Nagel ha ribadito che "Le tavole sono un segno visibile del profondo desiderio di fare comunità. Il mondo non sarà più lo stesso" dopo questa celebrazione comune. Da parte sua, il metropolita Augoustinos ha esortato i partecipanti, una volta tornati a casa, a "guardare negli occhi e possibilmente accogliere nel cuore" anche i vicini ortodossi. "Dio benedica le nostre Chiese e ci doni l'unità", ha infine esclamato tra gli applausi. I vespri di rito ortodosso, oltre a rappresentare il simbolo più significativo dell'incontro ecumenico di Monaco hanno perciò sancito il rafforzamento del legame con le Chiese ortodosse e con le altre Chiese cristiane.

 

Alcuna alternativa all'ecumenismo. "La giornata ecumenica delle Chiese significa in realtà essere in cammino con altre persone, come gente che cerca e spera, crede e ama. Essere in cammino con una nostalgia e con un obiettivo", ha detto mons. Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca nell'omelia pronunciata il 16 maggio nella celebrazione di chiusura dell'evento. "Non esiste per me alcuna alternativa all'ecumenismo", aveva sottolineato il presidente della Dbk in una conferenza stampa svoltasi  il giorno prima. "L'ecumenismo non è morto né bloccato in un'era glaciale", ha aggiunto, rivelando ai giornalisti di tornare "rafforzato" dall'Ökt: "Non è stata una Giornata ecumenica di euforia e di arroganza, ma di gioia e riflessione", ha commentato. Parlando poi del tema degli abusi, affrontato durante la manifestazione, Zollitsch ha osservato: "È stato un bene aver riflettuto insieme nella crisi della nostra responsabilità. Come Chiesa cattolica lavoriamo assiduamente all'elaborazione di questa crisi. Ci vuole del tempo. L'Ökt mi ha spronato a proseguire su questa strada", ha concluso.  Sir eu

 

 

 

 

 

Famiglia. Messaggio dei Pontifici Consigli della Famiglia a dei Migranti

 

CITTÀ DEL VATICANO– Sabato 15 maggio 2010 si è celebrata la “Giornata internazionale delle famiglie”, sotto l’egida dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Il tema di quest’anno è stato “L’impatto della migrazione sulle famiglie nel mondo”.

Per l’occasione il Pontificio Consiglio della Famiglia e il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti hanno rilasciato una dichiarazione congiunta a firma dei due Presidenti, il card. Ennio Antonelli e mons. Antonio Maria Vegliò, che noi riportiamo, di seguito, integralmente:

 

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani riconosce che la famiglia è “l’elemento naturale e fondamentale della società” (articolo 16) e Papa Benedetto XVI ha affermato che essa è “luogo e risorsa della cultura della vita e fattore di integrazione di valori” (Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2007), per cui deve essere oggetto della “più ampia protezione e assistenza possibili” (Patto dei Diritti Economici Sociali e Culturali, articolo 10).

Essa gioca un ruolo insostituibile per la felicità dei suoi membri, per la pace e la coesione sociale, per lo sviluppo educativo e il benessere generale, per la crescita economica e l’integrazione sociale. La compattezza dei legami familiari, di fatto, garantisce stabilità, tutela l’equilibrio sociale e promuove lo sviluppo. La coesione familiare costituisce il mezzo vitale per preservare e trasmettere i valori, agisce come garante dell’identità culturale e della continuità storica, assicura un ambiente favorevole per l’apprendimento e offre efficaci rimedi per la prevenzione del crimine e della delinquenza.

Pertanto, la società civile e le comunità cristiane sono interpellate dai problemi e dalle difficoltà, ma anche dai valori e dalle risorse di cui ogni famiglia è portatrice.

Costatiamo, però, che i movimenti migratori tracciano solchi profondi nel presente storico dei villaggi e delle città, degli Stati e dei continenti. Ne sono coinvolti i singoli, cittadini autoctoni e cittadini immigrati. Soprattutto, ne sono implicate le famiglie. Nel contesto migratorio, dunque, la famiglia si pone come sfida e possibilità, non solo per il migrante e per i suoi cari, ma anche per le collettività dei Paesi di partenza e di arrivo.

In effetti, accanto alla tradizionale migrazione maschile, sta aumentando esponenzialmente il numero delle donne che lascia il Paese d’origine alla ricerca di una vita più dignitosa, coltivando il sogno di attrarre a sé il coniuge, i figli e, talvolta, i parenti più stretti. Anche i minori e gli anziani entrano nel vortice dei flussi migratori, portando con sé il triste bagaglio dello smarrimento, della solitudine e dello sradicamento, talvolta reso anche più pesante da sfruttamento e abuso.

Dunque, l’unità familiare, disgregata dal progetto migratorio, ambisce a ricomporsi, anche per un migliore successo dei processi di inserimento nelle società di accoglienza.

Per tali ragioni, auspichiamo che le Istituzioni competenti elaborino politiche familiari responsabili, che facilitino i ricongiungimenti, permettano agli irregolari di uscire da situazioni di anonimato e di precarietà mediante vie realmente praticabili e garantiscano il diritto di tutti alla partecipazione e alla corresponsabilità, sociale e civile, anche attraverso il riconoscimento del diritto alla cittadinanza.

Incoraggiamo, infine, l’adozione di misure adeguate che facilitino, da una parte, l’inserimento nel tessuto sociale che accoglie gli immigrati e le loro famiglie e, dall’altra, occasioni di crescita – personale, sociale ed ecclesiale – basate sul rispetto delle minoranze, delle differenti culture e delle religioni, nonché sul reciproco scambio di valori.

L’educazione alla interculturalità può contribuire a creare una nuova sensibilità, volta a instaurare più amichevoli rapporti tra singoli individui e tra famiglie, nell’ambito della scuola e in quelli di vita e di lavoro, con prioritaria attenzione all’infanzia, agli adolescenti e ai giovani in un mondo di rapidi cambiamenti.

Solidarietà e reciprocità, nel rispetto delle legittime differenze, sono condizioni indispensabili per assicurare una pacifica interazione e un futuro sereno alle nostre società civili e alle comunità ecclesiali. (Migranti-press)

 

 

 

Due passioni forti. Dialogo ecumenico e responsabilità dei cristiani per l'Europa

 

Ecumenismo e dialogo in un mondo sempre più globalizzato e soprattutto la responsabilità dei cristiani di fronte alle sfide dell'Europa. Anche e soprattutto di  questo si è parlato nei forum e nelle tavole rotonde che per quattro giorni, dal 12 al 16 maggio, hanno animato a Monaco la seconda edizione del Kirchentag ecumenico, manifestazione promossa e sostenuta da 17 chiese cristiane radunate nella ACK della Germania. La novità di questa edizione è stata la notevole ed importante collaborazione delle Chiese ortodosse in Germania, visibile soprattutto nella celebrazione degli vespri e nella liturgia del pane benedetto con 20.000 partecipanti sulla spianata della Theresienwiese di Monaco venerdì 14 maggio. Facciamo il punto su quanto si è detto sull'ecumenismo e il dialogo.

 

Obiettivo irrinunciabile. Il cammino del dialogo ecumenico ha "un obiettivo inequivocabile": quello di compiere ogni sforzo per raggiungere l'unità dei cristiani. Lo ha affermato mons. Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca (Dbk). "Tra le persone ci saranno sempre differenze di interessi e di parere: la nostra umanità è caratterizzata dalla pluralità. Per evitare divisioni e isolamento, abbiamo bisogno di una forza che crei l'unità, che superi tuttavia le nostre possibilità umane", ossia "Gesù che prega per noi affinché troviamo in Dio l'unità che non riusciamo a 'produrre' da soli". Zollitsch ha esortato i cristiani a non "isolarsi dal mondo": "lo sforzo missionario è orientato profondamente alla missione e non può restare intrappolato in un autocompiacimento cristiano". È necessario che nonostante tutta la legittima varietà, "l'unità e gli sforzi per l'unità voluti da Gesù per la sua Chiesa siano evidenti in noi, perché solo così il Cristianesimo può adempiere il proprio compito e la sua missione nel mondo".

 

Una giusta combinazione. "Non limitare l'ecumenismo alla discussione sull'Eucarestia e sulle leadership": è quanto ha auspicato Alois Glück, presidente cattolico della Giornata ecumenica delle Chiese (Ökt) e presidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (Zdk) durante un incontro con i media cattolici ed evangelici. Facendo riferimento ad una delle tante cerimonie ecumeniche celebrate in questi giorni a Monaco, Glück le ha definite segni di "ecumenismo vissuto nella preghiera": "non abbiamo limiti che impediscano a noi cristiani di agire e lavorare insieme". Ed ha aggiunto: "Dobbiamo trovare la giusta combinazione di unità e varietà".

 

Incommensurabile ricchezza. Sul tema della pastorale per gli stranieri è intervenuto il card. Péter Erd?, arcivescovo di Esztergom-Budapest e presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee). Nella Messa delle nazioni celebrata presso la Chiesa di San Michele a Monaco, il cardinale ha sottolineato il significato teologico delle diverse culture e lingue umane dietro le quali, ha detto, "si cela una ricchezza incommensurabile di esperienze e creatività delle comunità umane". "L'incontro nella molteplicità, reso possibile dallo Spirito Santo - ha proseguito il card. Erdo nella sua omelia -, comporta una meravigliosa unità interna ottenuta nella diversità, e non a dispetto di essa". D'altra parte, anche "la Santa Sede incoraggia la Chiesa a tener conto per quanto possibile della religiosità specifica, popolare degli stranieri". Il cardinale ha menzionato come ulteriore aspetto "il rapporto del Vangelo con le culture" alla luce del quale "occorre cercare con passione la lingua giusta dell'annuncio per periodi e culture differenti. In questo ci aiuta lo Spirito Santo".

 

Una passione ecumenica. Di responsabilità dei cristiani per l'Europa ha parlato Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant'Egidio che ha esordito con un'amara considerazione: "Il mondo è cambiato. Siamo in un nuovo secolo. Anche nei due ultimi decenni il cambiamento è stato intensissimo. Invece spesso ci si limita a guardare al nostro Paese o alla nostra comunità religiosa. Ogni comunità ha i suoi problemi ovviamente. Ma non basta. Le sfide di oggi si colgono su vasti orizzonti. Il mondo globalizzato richiede uno sguardo largo". "C'è bisogno di uno sguardo cristiano, audace, capace di uscire dal particolarismo che è paura del mondo e sfiducia". "Non vivere per se stessi - ha poi aggiunto Riccardi - è trovare il punto di equilibrio pacifico tra l'unificazione globalizzante e il particolarismo crescente. Gli Stati europei che non possono vivere solo di un futuro nazionale: c'è un processo di unificazione da far procedere. Si teme di perdere qualcosa oggi; ma domani gli Stati europei si perderanno se resteranno soli. Eppure l'unificazione europea non è una burocrazia o una costruzione senz'anima, senza passione. Cristiani più fratelli (è l'ecumenismo) debbono essere anima e passione per popoli europei più uniti". Secondo Riccardi i cristiani non possono "rinunciare al comandamento dell'unità. Abbiamo bisogno gli uni degli altri". E "l'ecumenismo è scambio di doni". "Per questo non si può far raffreddare la passione ecumenica, come spesso avviene in dialoghi accademici e diplomatici". Sir eu

 

 

 

 

 

Circa 1700 i pellegrini delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa a Lourdes

 

LOURDES/FRANCIA– Erano circa 1700 i pellegrini delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa in rappresentanza di quasi 1 milione di nostri connazionali che vivono in Germania-Scandinavia, Benelux e Francia - che hanno partecipato, dal 12 al 16 maggio scorso, al pellegrinaggio al Santuario mariano di Lourdes, il più frequentato in Europa.

Molto partecipata è stata la celebrazione eucaristica comune con tutti i partecipanti nella Basilica sotterranea di San Pio X, presieduta dal delegato nazionale del Benelux, mons. Battista Bettoni. 

“Non si può non pregare in questo luogo - ha detto una delle partecipanti - e Dio solo sa di quanta preghiera ha bisogno questo mondo che sembra aver dimenticato il riferimento a chi lo ha creato e redento”. Il tema che ha guidato il pellegrinaggio era “Con Bernadette facciamo il segno della croce”. A coordinarlo don Pio Visentin, Delegato Nazionale delle MCI di Germania e Scandinavia. (Migranti-press)

 

 

 

Luoghi di speranza. Kirchentag: l'incontro delle Chiese cristiane in Germania

 

"Affinché abbiate speranza" era il motto del "2° Ökumenischer Kirchentag"  (2° incontro ecumenico delle Chiese) per il quale dal 12 al 16 maggio si sono riuniti a Monaco circa 150.000 cristiani di varie denominazioni. Questo motto è stato scelto parecchio tempo fa e allora non si poteva sapere di quale attualità sarebbe stato. Di fatto il Kirchentag si è svolto in una situazione di molteplici crisi: la crisi economico-finanziaria; la crisi dell'Euro e cioè delle integrazione europea; la crisi della Chiesa cattolica riguardo gli abusi sessuali.

Come effetto di quest'ultima la Chiesa cattolica si è presentata con la sua ferita aperta e con umiltà. Anche il Papa nel suo messaggio al Kirchentag ha sollecitato la Chiesa cattolica a essere un "luogo di speranza".

Ormai l'ecumenismo in Germania non è più una questione bilaterale ma - con la forte presenza degli ortodossi e di altre Chiese - una esperienza multilaterale. Anche il Kirchentag con le sue 3000 manifestazioni è stato curato da 17 Chiese riunite nella Ack (Gruppo di lavoro delle Chiese Cristiane) della Germania. L'organizzazione è stata principalmente nelle mani di laici evangelici e cattolici, con una notevole e importante collaborazione delle Chiese ortodosse - visibile soprattutto nella celebrazione dei vespri e la "artoklasia", la liturgia del pane benedetto con 20.000 partecipanti all'aperto il venerdì sera.

L'ecumenismo è diventato - nel senso più positivo - "normale". Non c'è più l'idea dell'altro come "straniero" che si deve conoscere come forse è stato nella prima edizione del Kirchentag nel 2003 a Berlino. In tanti campi la cooperazione e la collaborazione sono una realtà, in altri lo stanno diventando. In questa "normalità" tocca ai movimenti ecclesiali offrire una solida base spirituale.

Il Kirchentag ha comunque aiutato i cristiani di rendersi conto del loro ruolo e della loro importanza nella società e per la società non solo nel loro Paese ma anche in Europa e in tutto il mondo. Sono stati i rappresentanti più alti della Germania (il presidente Köhler e la cancelliere Merkel) a ricordarlo.

Il Kirchentag ha dato speranza in una triplice direzione: all'interno delle Chiese: incoraggiando i cristiani a testimoniare la loro fede nel mondo di oggi; in campo ecumenico mostrando una forte e profonda volontà di comunione; nella società offrendo punti di orientamento o "luoghi di speranza" come li ha chiamati e li chiama Benedetto XVI. JOACHIM SCHWIND caporedattore "Neue Stadt" (Germania)

 

 

 

Remscheid. Mehr Ökumene wagen

 

Remscheid - Die Gemeinsamkeiten leben und das Trennende zu überbrücken, das ist das Ziel von Ökumene. Um den Weg dorthin entschlossen weiterzugehen, haben sich Hartmut Demski, evangelischer Superintendent des Kirchenkreises Lennep, und Remscheids katholischer Stadtdechant Thomas Kaster am Wochenende in München neue Impulse bekommen. Beim ökumenischen Kirchentag haben sie in vielen Veranstaltungen die Sehnsucht gespürt, die Gemeinsamkeiten im Gemeindealltag zu vertiefen.

"Es ist deutlich geworden, dass wir mehr Ökumene wagen müssen und gemeinsam Zeugnis unseres Glaubens ablegen", betonte Kaster. Er sieht die Krise der christlichen Kirchen auch als Chance einer Annäherung. "Bei schrumpfenden Gemeinden sollten wir uns auf das besinnen, was uns als Christen trägt und verbindet." Die gegenseitige Anerkennung der Taufe sei ein erster wichtiger Schritt. Daraus ergebe sich jedoch die Frage nach einer gemeinsamen Teilnahme auch an anderen Sakramenten.

Demski sieht davon vor allem Ehepartner unterschiedlicher Konfessionen betroffen. "In München hat es die Aufforderung an Erzbischof Robert Zollitsch, den Vorsitzenden der Bischofskonferenz gegeben, für Ehepartner nach Möglichkeiten zu suchen, gemeinsam an Eucharistie und Abendmahl teilzunehmen. Er hat versprochen, sich dafür einzusetzen."

 

Gerade im Bergischen Land sei dies wichtig, da die konfessionellen Gräben hier nicht so ausgeprägt seien, wie beispielsweise in Köln. "Die Ökumene hat hier bereits zu einer engen freundschaftlichen Verbundenheit geführt. Das ist nicht selbstverständlich. Darin steckt eine große Kraft, und die müssen wir nutzen", sagte Pfarrer Kaster. Er möchte sich für eine Einheit in der Vielfalt einsetzen, in der Traditionen nicht eingeebnet werden, sondern zu einer gegenseitigen Bereicherung führen. RP 20

 

 

 

Erzbistum München und Freising. Kirche verliert ihre Gläubigen

 

Kein Vertrauen, keine Mitgliedschaft: Der Missbrauchsskandal der katholischen Kirche zeigt in der Erzdiözese Wirkung - die Zahl der Austritte hat sich in den letzten Monaten verdreifacht. Von Monika Maier-Albang

 

Beim Kirchentag hatten die Veranstalter das Thema Missbrauch noch schnell ins Programm aufgenommen - auch, um darüber zu beraten, wie man nun verfahren soll in der viel zitierten "Vertrauenskrise".

Viele Katholiken wollen diesen Klärungsprozess jedoch offenbar nicht abwarten. So sind die Austrittszahlen in der Stadt München in den vergangenen zwei Monaten rapide in die Höhe geschnellt. Allein im April gingen 1614 Münchner auf ein Standesamt, um schriftlich zu erklären, dass sie ihre Kirche verlassen wollen.

"Papst-Bonus" eingebüßt

Im März lag die Zahl noch höher: 1909 Austritte verzeichnet das Statistische Amt - fast dreimal so viele wie in den Monaten vor der Krise. Im Januar waren 616 Münchner aus der katholischen Kirche ausgetreten, im Februar 684. Das entspricht noch in etwa den Vergleichszahlen des Vorjahres.

 

Dass es Schwankungen nach oben wie nach unten gebe, sei normal, heißt es beim Statistischen Amt der Landeshauptstadt. Im Jahr des Papstwechsels, 2005, oder beim Besuch von Benedikt XVI. in seiner bayerischen Heimat im September 2006 waren die Austritte deutlich zurückgegangen.

Viele Katholiken verbanden mit dem neuen Papst offenbar Hoffnung und ließen sich von der Jubelstimmung während der Papstreise mitreißen. Diesen Bonus hat die Kirche nun eingebüßt. Die Austrittszahlen stufen selbst Mitarbeiter im Statistischen Amt als "sehr, sehr hoch" ein.

Ob diese Austrittswelle das gesamte Erzbistum, das bis nach Berchtesgaden und Landshut reicht, erfasst hat, ist unklar. Für April lägen keine gesicherten Zahlen vor, sagte der Finanzreferent des Erzbistums, Klaus-Peter Franzl. Die Daten für März und April seien noch nicht bekannt.

Nur eine Zahl für das erste Quartal wurde genannt: Sie liegt bei knapp 6000 Austritten, 200 weniger als im Vorjahr. Man habe aber "Hinweise darauf", dass die Austrittszahlen im zweiten Quartal höher lägen, sagte Franzl bei der Vorstellung des Haushalts der Erzdiözese am Donnerstag.

Keine finanziellen Konsequenzen

Die Finanzsituation des Bistums ist trotz Wirtschaftskrise bislang entspannt. Zwar gab es im Jahr 2009 geringe Verluste bei der Kirchenlohnsteuer, dafür aber einen Anstieg bei der Einkommenssteuer. So konnten die kirchlichen Finanzplaner 2009 überraschend 118 Millionen Euro mehr verbuchen.

Mit dem im Haushaltsansatz nicht eingeplanten Geld wurden Bildungseinrichtungen renoviert: die katholische Stiftungsfachhochschule in Haidhausen (30 Millionen Euro) oder das Kardinal-Döpfer-Haus in Freising (neun Millionen Euro). Weitere 31 Millionen Euro sind für die Sanierung kirchlicher Schulen vorgesehen.

Auch für das Jahr 2010 rechnen die Finanzexperten des Bistums nicht mit einem Einbruch der Einnahmen. Der Haushaltsplan liegt mit 581,6 Millionen Euro sogar um etwa ein Prozent über dem von 2009. Finanzdirektor Franzl führt die günstige Entwicklung darauf zurück, dass das Erzbistum "in einem wirtschaftlich noch immer gesunden Raum" liege.

Andere Bistümer, vor allem im Norden Deutschlands, haben große finanzielle Einbußen zu verkraften. Der Haushalt des Erzbistums ist in diesem Jahr zum ersten Mal in gedruckter Form als Broschüre erschienen, von der es auch eine Kurzfassung geben wird, die in den Pfarreien aufliegen soll.

Auch im Internet (www.erzbistum-muenchen.de, Finanzen) wird er eingestellt. Franzl dankte den Kirchensteuerzahlern, die dazu beitrügen, "dass die Kirche wichtige Dienst leisten kann. Ohne Sie wäre unsere Gesellschaft ein Stück ärmer."  SZ 20

 

 

 

„Deutschlands Muslime müssen sich als Religionsgemeinschaft beweisen“

 

Deutschlands Muslime brauchen eine verfassungsrechtliche Vertretung als Religionsgemeinschaft. Und sie müssen das Grundgesetz, wie etwa die Trennung von Staat und Religion, geschlossen akzeptieren. Daran erinnert der Islamwissenschaftler Ralph Ghadban mit Blick auf die Deutsche Islamkonferenz (DIK). Der Migrationsforscher sagte im Gespräch mit Radio Vatikan: „Die Muslime müssen dem Gesetzgeber, den Gerichten, der Bevölkerung in Deutschland beweisen, dass sie religiöse Institutionen sind und keine politischen. Das ist bis heute nicht passiert. Und wenn sie wirklich religiöse Organisationen werden, setzt das voraus, dass ein Prozess der Säkularisierung bei ihnen stattgefunden hat, auch eine theologische Arbeit. Davon sind sie aber sehr weit entfernt.“

Ein zweites Problem der Muslime in Deutschland sei organisatorischer Natur, so Ghadban. Die deutsche Politik müsse sich mit Verbänden auseinandersetzen, die jeweils unterschiedliche Richtungen des Islam verträten und untereinander uneinig seien. Darüber hinaus seien weit nicht alle Muslime in Verbänden organisiert. Die auf der aktuellen Islamkonferenz anwesenden Vereine könnten also nicht als Vertretung der 4 Millionen Muslime in Deutschland gelten, auch wenn sie Entscheidungsmacht hätten:

 

„Diese Organisationen vertreten im besten Fall 15 Prozent der Muslime. Wenn zwei Dachorganisationen ausfallen, ist das ein geringer, aber bedeutender Teil, weil diese Organisationen das Religiöse verwalten, das heißt, sie besitzen die Moscheen. Ich gehe davon aus, dass mit diesen beiden Dachverbänden 450 Moscheegemeinden ausgeschlossen werden.“ (rv 20)

 

 

 

 

„In Afghanistan herrscht faktisch Krieg“

 

„Bürgerkriegsähnliche Zustände“ – „Bewaffneter Konflikt“: Wenn es um Afghanistan geht, sind deutsche Politiker in ihrer Wortwahl erfinderisch, um nicht „Krieg“ sagen zu müssen. Dabei trifft das K-Wort die Zustände am Hindukusch immer noch am besten, meint Joseph Sayer, der Präsident des katholischen bischöflichen Hilfswerks Misereor: „Die Sache ist relativ verfahren, und man muss einfach zu den Fakten stehen: Es ist faktisch ein Krieg. Misereor war dort präsent während der sowjetischen Besatzung und auch schon davor, und dann während der Taliban-Zeit – wir haben dort unsere Gesundheitsprojekte durchgeführt, und das ging eigentlich sehr gut. Es ist eben ganz entscheidend, dass wir bei der lokalen Kultur vor Ort ansetzen; Demokratie-Export in unserem Sinne nach Afghanistan, das scheint mir äußerst problematisch zu sein.“ (rv 20)

 

 

 

 

 

Vatikan – China: Bisher kein Durchbruch

 

Die Bemühungen zwischen der kommunistischen Regierung in China und dem Heiligen Stuhl um eine Verbesserung der bilateralen Beziehungen dauern an, haben jedoch bislang zu keinem wirklichen Durchbruch geführt, wie jüngst das China-Zentrum der Steyler-Missionare in Sankt Augustin bei Bonn in seinen Informationen „China heute“ berichtete. Unter den mehr als 1,3 Milliarden Einwohnern der Volksrepublik leben nach offiziellen Angaben etwa 5,6 Millionen Katholiken. Ihre geschätzte Zahl beläuft sich auf 12 bis 14 Millionen. Neue Mosaiksteine zur kirchlichen Situation im „Reich der Mitte“ brachte jetzt Hartmut Koschyk (CSU), Parlamentarischer Staatssekretär beim Bundesfinanzminister, mit. Er konnte im April auf Einladung der Außenpolitischen Gesellschaft Chinas mehrere Städte, darunter Peking und Schanghai, sowie die Sonderverwaltungszonen Hongkong und Macao besuchen. Bei seinen Gesprächen mit Vertretern der katholischen Kirche, berichtete Koschyk, hätte diese große Dankbarkeit für die Unterstützung durch die Kirche in Deutschland, etwa über Misereor, bekundet. Zugleich hätten sie aber auch die Hoffnung nach intensiveren Kontakten angesprochen; konkret beispielsweise den Wunsch nach deutsch-chinesischen Bistumspartnerschaften.

 

Mit dem „Denzinger“ Schmiergeldforderungen abschmettern - Vor allem durch sein karitatives Engagement hat der Jesuitenorden in den vergangenen 25 Jahren in der Volksrepublik China wieder Fuß gefasst. Dort, wo jede kirchliche Aktivität mehr als kritisch beäugt wird, ist besonders in Lepradörfern und im Aidshilfe-Bereich der Kontakt zu den Menschen möglich. Das hat der Tiroler China-Missionar P. Luis Gutheinz bei einem Matteo Ricci-Symposion an diesem Mittwoch in Wien erklärt. Reibungspunkte mit den Behörden gebe es immer wieder. Und dennoch kommt der Missionar zu dem Schluss:

 

„Wir können diesen Dienst in China nur in der Zusammenarbeit mit der Regierung machen. Es gibt keine Chance, diese Arbeit im Untergrund zu tun, unbekannterweise. Gebe Gott uns die Weisheit und die Geduld, mit der konkreten chinesischen Regierung in den verschiedenen Provinzen und Bezirken zusammen zu arbeiten.“

 

In Punkto Inkulturation bleibt der Orden dabei seinem großen Vorbild Matteo Ricci verpflichtet, dessen Todestag sich heuer zum 400. Mal jährt. Eine solide theologische Basis ist nach Meinung von Pater Gutheinz unbedingt notwendig, wenn es um die Ausbildung der nachfolgenden Theologengenerationen in China geht.

 

„In der Werkstatt der chinesischen christlichen Theologie brauchen wir zumindest vier Arbeitsinstrumente. Wir haben bereits ein theologisches Lexikon mit 712 Artikeln, das ist das erste Arbeitsinstrument. Das zweite Arbeitsinstrument ist ein Wörterbuch, in dem theologische Begriffe erklärt werden: Was ist Gnade, Erlösung, Heil, Sakramente, Papst, Bischof, Priester… Das dritte Instrument ist eine Einbandbibelenzyklopädie über die Frage, was ist die Bibel.“ (kap/kipa 20)

 

 

 

 

Deutschland: „Bei Soldaten hinterlässt Mixa eine Lücke“

 

Walter Mixa hinterlässt eine große Lücke bei den deutschen Soldaten. Das sagt Walter Wakenhut, der anstelle Mixas die diesjährige Soldatenwallfahrt nach Lourdes begleitet. Walter Mixa stand in jüngster Zeit negativ in den Schlagzeilen. Als Militärbischof sei er bei den Soldaten jedoch in guter Erinnerung geblieben, so Militärgeneralvikar Wakenhut gegenüber dem Kölner Domradio. Rund 700 deutsche Soldaten nehmen ab diesem Mittwoch an der internationalen Wallfahrt teil. Wakenhut:

 

„Soldaten sind Christen wie alle anderen auch. Und gerade bei katholischen Christen gehört eine Wallfahrt existenziell zum Leben dazu. Die jährliche Lourdes-Wallfahrt hatte schon immer eine große Resonanz – eine selbstverständliche Erfahrung im Leben der katholischen Soldaten.“

 „Bischof Mixa hatte eine einzigartige Weise, den Soldaten zu begegnen: er konnte sehr schnell eine Gemeinschaft mit ihnen aufbauen, hatte ein sehr offenes Ohr für die Not der Soldaten. Und die Soldaten merkten das, sie hatten schnell ein sehr großes Vertrauensverhältnis zu ihm. Insofern hinterlässt er bei den Soldaten eine große Lücke.“ (domradio 19)

 

 

 

 

Papst: „Portugalreise war Fest der Freude“

 

Seine Portugalreise war ein „Fest der Freude“. Das sagte Benedikt XVI. an diesem Mittwoch bei der Generalaudienz auf dem Petersplatz. Trotz Wolken und einiger Regentropfen waren tausende Pilger und Besucher vor dem Petersdom. Wie nach Papstreisen üblich, hielt das katholische Kirchenoberhaupt eine kurze Rückschau auf seinen Besuch. Der Papst:

 

„Dieser Besuch war ein Fest der Freude, des Glaubens und der Hoffnung für die Kirche und für die Menschen in diesem Land. Der begeisterte Empfang und die herzliche Aufnahme, die ich überall erfahren durfte, haben mich sehr gefreut, und allen möchte ich dafür ganz herzlich danken. Die Gottesdienste in Lissabon, Fatima und Porto, wie auch die Begegnungen mit Vertretern der Welt der Kultur und aus dem Bereich der Sozialpastoral, standen im Zeichen der Hoffnung, die Jesus Christus selber ist und die wir als seine Jünger zu den Menschen bringen sollen.“ (rv 19)

 

 

 

 

 

Bistum Mainz unterstützt Projekt im Südsudan

 

Bischof Taban Paride berichtete Giebelmann über sein Dorf des Friedens

Mainz. Das Bistum Mainz wird auch im kommenden Jahr das Dorf des Friedens von Bischof Taban Paride im Südsudan unterstützen. Der emeritierte Bischof der sudanesischen Diözese Torit/Sudan, hat bei einem Treffen mit dem Mainzer Generalvikar, Prälat Dietmar Giebelmann, über das von ihm gegründete Dorf des Friedens in Kuron im Südsudan berichtet.

 

Bei der Begegnung am Dienstag, 18. Mai, im Bischöflichen Ordinariat Mainz erläuterte Paride die Entwicklung des Projektes, das vom Bistum Mainz bereits seit einigen Jahren finanziell unterstützt wird. In diesem Jahr wird das Bistum das Projekt mit bereits zugesagten 25.000 Euro unterstützen. Giebelmann sagte dem Bischof auch für das kommende Jahr 25.000 Euro zu. An der Begegnung nahm auch Alois Bauer, Referent für Weltmission/Gerechtigkeit und Frieden im Bischöflichen Ordinariat, teil.

Bischof Paride bedankte sich für die großzügige Unterstützung des Bistums, die es vielen Bewohner ermögliche „endlich Mensch zu sein". Das Geld wird unter anderem zur Berufsausbildung von Einheimischen verwendet. Paride wies darauf hin, dass er für die regelmäßige Unterstützung aus Mainz besonders dankbar sei, da viele Spender angesichts der Wirtschaftskrise sehr zurückhaltend geworden seien.

Das Dorf des Friedens in Kuron versteht sich als Keimzelle für die Friedensbildung im Sudan, in dem seit über 20 Jahren Bürgerkrieg herrscht. Taban lädt dorthin Menschen aus den verschiedenen Stämmen und Klans des Sudans ein, in dem Dorf ein friedliches Miteinander zu leben und Kurse zur Friedensarbeit anzubieten. Anfang 2003 hatte er mit der Realisierung des Projektes begonnen. Die Anregung für das Projekt hat Taban in den 1990er-Jahren bei Besuchen in dem Friedens-Kibbuz „Neve Shalom/Wahat al-Salam" in Israel bekommen.

Hinweis: Das Dorf des Friedens in Kuron hat eine eigene Internetseite: www.kuronvillage.net tob (MBN) 

 

 

 

 

"Aktion Ninive" - Buße und Gebet für die Kirche

 

Das weltweite katholische Hilfswerk "Kirche in Not" hat die „Aktion

Ninive“ (www.aktion-ninive.info) gestartet. Mit dieser Initiative ruft

das Hilfswerk vor dem Hintergrund des sexuellen Missbrauchs von Kindern

und Jugendlichen in kirchlichen Einrichtungen alle Gläubigen ein Jahr

lang zur Buße und zum Gebet für die Kirche auf. Wie Geschäftsführerin

Karin Maria Fenbert heute in München mitteilte, werde das Hilfswerk die

Aktion gemeinsam mit mehreren katholischen Medien, Ordenshäusern und

geistlichen Gemeinschaften zum Ende des Priesterjahres am 11. Juni, am

Vorabend des Herz-Jesu-Festes, mit einer Gebets- und Bußnacht eröffnen.

 

Die "Aktion Ninive" solle als Antwort auf die jüngsten

Missbrauchsskandale "ein sichtbares Zeichen der Umkehr und

Wiedergutmachung der Sünden in der Kirche setzen", sagte Fenbert.

Einzelne Kirchenmitglieder hätten "schwer gesündigt" und zu Recht

herrsche "Entsetzen über die schweren Verfehlungen", die auch von Gott

geweihten Personen verübt worden seien.

 

Andererseits betonte Fenbert, in den letzten Monaten habe sie in den

Medien neben gerechtfertigter Empörung ebenso einen "regelrechten Kampf

gegen die katholische Kirche" beobachtet. Dies sei "sogar der russischen

Tageszeitung Prawda aufgefallen". In diesem geistlichen Kampf wolle

"Kirche in Not" zu "Anbetung und Fasten" für die Kirche ermuntern.

 

Fenbert kündigte an, dass sich in der Nacht vom 10. auf den 11. Juni

Mitarbeiter des Hilfswerks in der Hauskapelle von "Kirche in Not" in

München zu einer 12-stündigen eucharistischen Anbetung mit

Beichtgelegenheit versammeln werden. Danach wolle das Hilfswerk mit

seinen Freunden ein Jahr lang täglich in den Bußanliegen der Kirche ein

Gesätz des schmerzhaften Rosenkranzes beten und monatlich an den

"Herz-Jesu-Freitagen" die eucharistische Anbetung pflegen.

 

Fenbert rief alle Gläubigen dazu auf, sich an der "Aktion Ninive" in

ihrer Heimatpfarrei oder privat zu beteiligen. Mehrere Orden und

geistliche Gemeinschaften hätten sich der Gebets- und Bußinitiative

bereits angeschlossen. Unterstützt werde die "Aktion Ninive" außerdem

von den katholischen Sendern K-TV, EWTN, Radio Horeb und Radio Maria

Österreich sowie von der Internetplattform kath.net. Diese Medienpartner

würden die Aktion durch Sondersendungen und Gebetsaufrufe mittragen.

 

Konkreter Auslöser für die "Aktion Ninive" sei für "Kirche in Not" nach

Angaben Fenberts die Situation der Kirche in den letzten Monaten und die

Empfehlung von Papst Benedikt XVI. in dessen Hirtenbrief an die

Katholiken in Irland gewesen. In diesem Schreiben habe der Heilige Vater

bereits Mitte März alle Gläubigen dazu aufgerufen, ein Jahr lang jeden

Freitag zu fasten, in diesem Jahr mehr Augenmerk auf die eucharistische

Anbetung zu legen und häufiger die verwandelnde Kraft des Sakraments der

Versöhnung zu nutzen. Fenbert betonte, dadurch könne jeder Gläubige

etwas zur Wiedergutmachung der begangenen Sünden beitragen. Da der

Hirtenbrief nicht nur für Irland, sondern exemplarisch auch für alle

anderen Teile der Welt gelte, in denen "das Angesicht der Kirche durch

die Missbrauchsfälle entstellt wurde", wolle "Kirche in Not" den Aufruf

aufgreifen und ihn im deutschsprachigen Raum zumindest einmal im Monat

umsetzen, sagte Fenbert.

 

Gläubige und Pfarreien, die sich mit Fasten und Gebet der "Aktion

Ninive" anschließen möchten, können sich auf www.aktion-ninive.info über

Unterstützungsmöglichkeiten informieren. KiN

 

 

 

 

Tage der russischen Kultur und Spiritualität im Vatikan

 

VATIKAN. Kultur, Kunst und Musik sollten als gemeinsame Sprache für den Dialog zwischen Katholiken und Orthodoxen dienen. Mittels dieser Sprache könnte kann man das ausdrücken, was mit diplomatischen oder politischen Worten nicht möglich sein, erklärte der orthodoxe Erzbischof Hilarion von Volokolamsk, Präsident der Abteilung Außenbeziehungen des Moskauer Patriarchats, gegenüber Journalisten anlässlich der Tage der russischen Kultur und Spiritualität, die gestern und heute im Vatikan stattfindet.

Diese Veranstaltung wird vom Moskauer Patriarchat, vom Päpstlichen Rat zur Förderung der Einheit der Christen und vom Päpstlichen Rat für Kultur getragen.

Im Rahmen dieses Treffens findet heute um 18 Uhr in der Aula Pauls VI. ein Konzert zu Ehren von Papst Benedikt XVI. unter Mitwirkung des russischen Nationalorchesters und des Moskauer Synodalchors statt, dessen Schirmherr Patriarchen Kyrill I. von Moskau und ganz Russland ist.

Neue Zeiten fordern offenen Dialog

Erzbischof Hilarion sagte, dass in beiden Kirchen das Bewusstsein unter Katholiken und Orthodoxen gewachsen sei, keine Konkurrenten, sondern Verbündete zu sein. Die Rivalitäten der Vergangenheit sollten auch der Vergangenheit angehören.

Angesichts der neuen Herausforderung erhofft der Erzbischof, dass das Bewusstsein der Entchristlichung in Europa zu einer besseren Zusammenarbeit führen werde. Auch die kulturellen Veränderungen erforderten einen offenen Dialog zwischen Katholiken und Orthodoxen.

Hilarion von Volokolamsk wies darauf hin, dass die Wahl von Benedikt XVI. von vielen in der orthodoxen Kirche „sehr positiv begrüßte" worden sei, vor allem aufgrund „seiner Position zu moralischen Fragen". Auch seitens der Orthodoxen bestehe die Verpflichtung, die traditionellen Werte zu bewahren und zu fördern.

Im Hinblick auf die theologischen Themen des Dialogs zwischen Orthodoxen und Katholiken sagte der Erzbischof, dass diese sich noch lange Zeit hinziehen werden. Jede Etappe des Dialogs ende mit einem von Katholiken und Orthodoxen gemeinsam verfassten Text. Wichtig sei, dass dieser nicht nur von den Theologen, sondern auch von den Gläubigen angenommen werde.

Die Unterschiede überwinden

Kardinal Walter Kasper, Präsident des Päpstlichen Rates für den Interreligiösen Dialog, drückte gegenüber den Journalisten aus, dass diese Veranstaltung die Möglichkeit böte, „eine neue Dimension unserer eigenen ökumenischen Beziehungen zu vertiefen."

Der Kardinal erinnerte daran, dass „die beklagenswerte tausendjährige Trennung zwischen Ost und West weder aufgrund von theologischen Unterschieden noch durch politische Konflikte verursacht wurde, sondern vor allem durch eine kulturelle Distanz und Entfremdung, die heute das Zeichen der Integration zwischen Ost- und Westeuropa ist".

Diese Distanz „müssen wir überwinden" nicht im Sinne von Gleichmacherei, „sondern im Sinne der gegenseitigen Bereicherung und in einer Einheit ohne Verschmelzung und ohne Absorbieren."

Diese Einheit könnte „ein starkes gemeinsames Zeugnis für den Reichtum der europäischen Kultur und ihre christlichen Wurzeln sein, die heute leider vergessen oder von vielen sogar geleugnet und abgelehnt werden."

Weitere Programmpunkte

Innerhalb der Kulturtage ist auch eine Fotoausstellung in der russisch-orthodoxen Gemeinde von Santa Caterina mit Fotografien von Vladimir Chodakov zu sehen.

Ebenfalls wird ein Symposium zum Thema „Orthodoxe und Katholiken im heutigen Europa. Die christlichen Wurzeln und das kulturelle Erbe von Ost und West" mit Beiträgen von Kardinal Kasper, Monsignore Gianfranco Ravasi, Präsident des Päpstlichen Rates für die Kultur und anderen stattfinden. Carmen Elena Villa

Übersetzt von Iria Staat, Zenit 20

 

 

 

 

Kasper: „Keine Kirchenfusion möglich“

 

Es kann keine Kirchenfusion zwischen Ost- und Westkirchen geben. Das betonte der vatikanische Ökumene-Verantwortliche, Kardinal Walter Kasper, an diesem Mittwoch in Rom. Zusammen mit dem Außenbeauftragten des Moskauer Patriarchats, Metropolit Hilarion Alfejew, eröffnete Kasper die „Russischen Kultur- und Spiritualitätstage im Vatikan“, die noch bis Donnerstag gehen. Feierlicher Abschluss der Begegnung ist ein Konzert in der vatikanischen Audienzhalle am Donnertag, das der russisch-orthodoxe Patriarch Kyrill I. dem Papst offeriert. Kasper zu den Kulturtagen:

 

„Mir erscheint dieser interkultureller Dialog sehr wichtig und aktuell zu sein. Oft wurde ja gesagt, dass die tausendjährige Trennung zwischen Ost- und Westkirche nicht nur theologische oder politische Gründe hat. Vielmehr wuchs im Laufe der Zeit immer mehr eine kulturelle Distanz zwischen beiden Kirchen.“

 

Der Vatikan-Besuch des Moskauer Außenamtschefs Metropolit Hilarion stelle nicht einfach nur eine neue Etappe dar, sondern eröffne eine neue Dimension, sagte der Präsident des päpstlichen Einheitsrates weiter, und zwar nach einer Unterredung mit dem Repräsentanten des russisch-orthodoxen Patriarchats.Oft wird als Datum für das Schisma 1054 angegeben, als Papst Leo IX. den Patriarchen von Konstantinopel exkommunizierte. Tatsächlich handelte es sich aber um einen Prozess, der sich etwa vom 5. bis ins 15. Jahrhundert hinzog, erinnerte Kasper:

 

„Das Zeichen der Integration zwischen West- und Osteuropa ist die Überwindung dieser Entwicklung. Es geht nicht darum, Kirchen zu fusionieren, sondern die gegenseitige Bereicherung zu akzeptieren. Eine solche Kommunion ist nichts Fremdartiges. Sie ist ein Zeugnis des Reichtums der europäischen Kultur und deren christlicher Wurzeln. Heutzutage hingegen wird dieser Reichtum in Europa verneint und sogar bekämpft.“ (rv 19)

 

 

 

Polen: Bischöfe ächten Befürworter von künstlicher Befruchtung

 

Warschau. In Polen wollen die katholischen Bischöfe Unterstützer der künstlichen Befruchtung von der Heiligen Kommunion ausschließen. Wie die Zeitung "Nasz Dziennik" am Donnerstag berichtete, einigte sich der Rat der katholischen Kirche für Familienangelegenheiten auf einen entsprechenden Beschluss. Das "Töten von Embryos" stehe im Gegensatz zur kirchlichen Lehre, heißt es in einer Erklärung des Episkopats. Bei der In-Vitro-Methode werden befruchtete Eizellen abgetötet, die nicht benötigt werden.

Die katholische Kirche steht im Konflikt mit der konservativ-liberalen Regierung, die die In-Vitro-Methode staatlich fördern will, um die niedrige Geburtenrate zu erhöhen. In Polen liegt die Geburtenrate bei 1,24 Kindern pro Frau. Nur in Warschau gibt es einen Kinderboom. Eine künstliche Befruchtung kostet mehr als 2.000 Euro, verlässliche Zahlen über deren Anzahl in Polen gibt es nicht.

Angehörige der Regierungspartei "Bürgerplattform" protestierten am Donnerstag gegen den scharfen Ton der Kirche. Sollte die Drohung der Kirche wahrgemacht werden, würden etwa die Hälfte aller polnischen Parlamentarier, die größtenteils katholisch sind von der Heiligen Kommunion ausgeschlossen, so polnische Medien.

Epd 20

 

 

 

 

„Gott ist beim Spiel des Lebens immer dabei"

 

FRANKFURT - Anlässlich der Fußball-Weltmeisterschaft, die in drei Wochen in Südafrika startet, gibt der Deutsche Fußball-Bund (DFB) gemeinsam mit dem Verlag Butzon und Bercker bereits zum dritten Mal ein Jugendgebetbuch heraus. Die Idee für das Buch, das mit dem Titel „Gott sind wir ein starkes Team" eine Brücke zwischen Sport und Glauben schlägt, kam aus dem Kreis der Nationalmannschaft.

Das Buch ist Angaben des DFB eine bunte Mischung aus treffsicheren Statements, kurzen Texten und Gebeten von bekannten Nationalspielern wie beispielsweise Arne Friedrich, Piotr Trochowski und Bastian Schweinsteiger. Auch Bundestrainer Joachim Löw, sein Assistent Hansi Flick, Torwart-Trainer Andreas Köpke, Nationalmannschaftsmanager Oliver Bierhoff sowie andere prominente Freunde des Fußballs haben, wie schon vor der WM 2006 und der EURO 2008, eigene Texte zu diesem besonderen Gebetbuch beigesteuert, in denen sich die Botschaft „Gott ist beim Spiel des Lebens immer dabei" stets wieder findet.

Der Kauf erfüllt auch noch einen guten Zweck: Von jedem verkauften Exemplar gehen 50 Cent an die vom DFB, der DFL Deutsche Fußball Liga GmbH und Hannover 96 gegründeten Robert-Enke-Stiftung. Aufgabe der vor einigen Monaten in Gedenken an den ehemaligen Nationaltorhüter ins Leben gerufenen Stiftung ist die Förderung von Maßnahmen und Initiativen zur Aufklärung, Erforschung und Behandlung der Krankheit Depression. Zudem setzt sich die Stiftung für an Herzkrankheiten leidende Kinder ein. Zenit 20