Notiziario religioso  19-20  Maggio  2010

Archivio

Inhaltsverzeichnis

1.       Mercoledì 19 maggio. Il commento al Vangelo. “Consacrali nella verità”  1

2.       Giovedì 20 maggio. Il commento al Vangelo. “Siano anch'essi in noi una cosa sola”  1

3.       Benedetto XVI: “Gesù è vicino a ciascuno”  2

4.       Solidarietà al Papa. Senza riserve. Il laicato cattolico con il card. Bagnasco in piazza san Pietro  2

5.       La folla a San Pietro. Se la fede bussa alla porta del mondo  3

6.       I colori dei cattolici. Lo spettacolo di piazza san Pietro  3

7.       Il ruolo dei valdesi nell'unità d'Italia  3

8.       Giustizia sociale, bene comune e immigrazione  4

9.       La posta in gioco.  Gli orientamenti pastorali per il prossimo decennio  4

10.   Kirchentag: concluso con una celebrazione ecumenica. Osare “una svolta nuova”  5

11.   Quei soldi della cricca nelle banche vaticane  5

12.   Un esame di coscienza. Intervista con il relatore generale del Sinodo del Medio Oriente  5

13.   “No al razzismo in casa nostra”  6

14.   Una nuova stagione. Preti di altre Chiese in Italia (2) 7

 

 

1.       Epilog zum ökumenischen Kirchentag. Kunterbunt und glaubensfroh  7

2.       Ökumene in Demut 8

3.       Deutschland: Bald Islam-Unterricht an Schulen?  8

4.       Italien: Bagnasco ist zufrieden  8

5.       Der Generalsuperior der Gesellschaft der Afrikamissionen wird neuer Bischof im irischen Killaloe  9

6.       Zum Pfingstmontag haben die deutschen Bischöfe zum Gebet für die Kirche in China aufgerufen  9

7.       Deutschland: „Viele engagierte Laien sind frustriert“  9

8.       Rudolf Grulich erhält Sudetendeutschen Kulturpreis  9

9.       An der Hamburger Universität eine Ausbildungsstätte für Katholische Theologie  10

10.   Generalsekretärin bilanziert Kirchentag. "Käßmann ist Identifikationsfigur"  10

11.   Österreich: Neue Initiative für Geschiedene und Wiederverheiratete  10

12.   Nah Ost: „Friedensgespräche noch von Misstrauen gezeichnet“  10

13.   Kirchentag. Langer Weg zur Eintracht 11

14.   Der frühere Vatikansprecher nimmt Johannes Paul II. in Schutz  11

15.   Am Weltkindertag den Glauben weitergeben  11

 

 

 

 

Mercoledì 19 maggio. Il commento al Vangelo. “Consacrali nella verità”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 17,11b-19) commentato da P. Lino Pedron 

 

11 Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi.

12 Quand'ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura. 13 Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14 Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.

15 Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. 16 Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 17 Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 18 Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo; 19 per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità.

Nei vv. 11-12 di questo brano Gesù afferma per due volte che il Padre gli ha donato il suo nome. Ciò significa che "donando il suo nome al Figlio, il Padre si fa conoscere da lui come Padre e nello stesso tempo si dona a lui in un amore eterno" (De La Potterie).

La prima conseguenza benefica della protezione del Padre verso i credenti è la loro unione profonda fondata e modellata sull’unità del Padre e del Figlio. Questa tematica dell’unità è toccata di sfuggita in questo passo; essa sarà uno degli argomenti più importanti del brano che seguirà (Gv 17,21-26).

Gesù, con le sue cure di buon Pastore (Gv 10,11 ss), ha impedito la perdizione dei suoi amici, anzi ha operato la loro salvezza (Gv 3,16-17) e ha donato loro la vita in abbondanza (Gv 10,10). Il Cristo però riconosce che in tale opera di salvezza si è verificata un’eccezione per "il figlio della perdizione", Giuda.

L’evangelista ha già descritto il suo tradimento, l’invasamento diabolico e l’ingresso nel regno di satana (Gv 13,21.30). Per Giovanni il traditore è un diavolo (Gv 6,70), quindi è votato alla rovina. Il tradimento di Giuda però non appare senza significato nel piano della salvezza: egli doveva compiere la Scrittura. Probabilmente si allude al Salmo 41,10: "Anche l’amico in cui confidavo, anche lui, che mangiava il mio pane, alza contro di me il suo calcagno".

Gesù prega il Padre per gli amici che sta per lasciare nel mondo e aggiunge che lo scopo della sua preghiera è favorire la gioia piena dei discepoli. Per essi il sapersi affidati al nome paterno di Dio, alle mani forti e amorose del Padre, deve essere fonte di gioia perfetta e di pace profonda.

Gesù ha custodito gli amici nel nome del Padre donando loro la sua parola (v. 14), cioè donando loro la rivelazione totale e definitiva di Dio. I discepoli quindi sono stati illuminati dalla parola di Gesù: per questa ragione il mondo tenebroso li ha odiati. I credenti non fanno più parte del mondo e per questo motivo il mondo li odia.

Nonostante l’odio delle tenebre contro i credenti, Gesù non chiede al Padre di toglierli dal mondo, ma lo prega di custodirli dal maligno. Dio custodirà i discepoli nel suo nome santo (v. 11), preservandoli dall’influsso del demonio e del male (v. 5), cioè santificandoli nella verità (v. 17).

La santità piena e perfetta è posseduta dall’unico uomo senza peccato (Gv 8,46; Eb 4,15; 7,26), santificato dal Padre e inviato nel mondo (Gv 10,36); egli è il Santo di Dio (Gv 6,69), è l’unica persona che appartiene totalmente a Dio.

La santità dei cristiani invocata da Gesù nei vv. 17 e 19 dev’essere intesa come fedeltà piena al patto d’amore sancito nel sangue di Cristo, vivendo da autentici figli di Dio, da proprietà esclusiva del Padre.

Il Padre opera la santificazione dei credenti nella sua parola e per mezzo della sua parola. La verità, che è la rivelazione totale e definitiva del nome, della persona del Padre, costituisce l’ambiente vitale nel quale i cristiani devono essere santificati. Questa parola, questa verità è il Cristo. Il Padre santifica i credenti per mezzo del Figlio, Parola di Dio. La santificazione è quindi la vita di comunione filiale con Dio per mezzo di Cristo.

Essere santificati nella verità significa essere custoditi nella vita filiale, nella comunione con il Padre, per mezzo della nostra comunione con il Figlio che è unito al Padre.

Una delle conseguenze più immediate della santificazione dei discepoli è la loro abilitazione alla missione. Come il Figlio è stato santificato e inviato nel mondo (Gv 10,36), così i credenti possono essere inviati nel mondo da Gesù (v. 18) perché il Padre li santifica nella verità (vv. 17 e 19).

Gesù santifica se stesso "nella verità" come i discepoli, cioè rivelando il nome del Padre, adempiendo la sua missione di Inviato di Dio. Gesù si santifica per i suoi discepoli per salvarli. La santificazione salvifica di Gesù a favore dei credenti è orientata verso l’offerta della sua vita sul Calvario.

La rivelazione dell’amore paterno di Dio, attraverso il dono del Figlio all’umanità, opera la salvezza e la santificazione dei credenti, i quali potranno vivere in comunione piena con il Padre lasciandosi guidare in tutto dalla sua volontà, partecipando così alla santità di Cristo, causa, fondamento e modello di quella dei discepoli. De.it.press

 

 

 

Giovedì 20 maggio. Il commento al Vangelo. “Siano anch'essi in noi una cosa sola”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 17,20-26) commentato da P. Lino Pedron 

 

20 Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; 21 perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

22 E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. 23 Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.

24 Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo.

25 Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. 26 E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

A questo punto del capitolo 17 la preghiera di Gesù si allarga fino ad abbracciare tutti i discepoli che in futuro crederanno in lui per la parola dei suoi primi discepoli. Per essi chiede al Padre il dono dell’unità più profonda, modellata e fondata sulla comunione di vita tra il Padre e il Figlio.

Il "come" indica il modello e il fondamento dell’unità dei credenti. I cristiani devono ispirarsi all’ideale realizzato dalle persone della Trinità; nella loro vita di comunione devono tendere a questa unità perfetta. Una vita di unione e d’amore così profonda nella comunità cristiana riveste un valore fortissimo per suscitare la fede: "Affinché il mondo creda che tu mi hai mandato" (vv. 21 e 23).

Gesù ha donato ai discepoli la gloria ricevuta dal Padre (v. 22), ossia ha reso i credenti partecipi della sua divinità. Questa gloria divina rifulge in modo unico nel Figlio, per questo Gesù domanda al Padre di farla contemplare ai credenti (v. 24). Il dono della gloria di essere figli di Dio è stato concesso ai discepoli in vista dell’unità: "affinché siano una cosa sola, come noi siamo una cosa sola" (v. 22).

I cristiani, consapevoli di essere figli dello stesso Padre e di formare la famiglia di Dio devono vivere uniti, in perfetta comunione di mente e di cuore, a somiglianza del Padre e del Figlio; anzi, sono inseriti nella vita della Trinità, perché il Padre è nel Figlio e il Figlio è nei discepoli. Quindi, rimanendo vitalmente uniti a Cristo, i credenti vivono in comunione perfetta con Dio e così si realizza la perfezione dell’unità.

Tale unità dei cristiani avrà un effetto di salvezza per l’umanità: susciterà la fede nella missione divina di Gesù e il riconoscimento dell’amore del Padre per i discepoli. Il Padre ama i credenti come ama Gesù e li ama in lui.

Nel v. 24 Gesù esprime la sua estrema volontà: "Padre, voglio". Gesù chiede che i suoi discepoli partecipino alla sua gloria in paradiso. Al malfattore, crocifisso con lui, Gesù assicura: "Oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,43).

Il passo finale di questa preghiera si apre con l’invocazione "Padre giusto": essa è una variazione di "Padre santo" (17,11); ambedue le invocazioni esprimono la trascendenza e la natura di Dio. Nel salmo 145,17 gli aggettivi giusto e santo, riferiti al Signore, sono sinonimi.

Nelle ultime invocazioni di questa preghiera Gesù ricorda al Padre che egli e i suoi discepoli hanno riconosciuto la sua santità, ossia la sua trascendenza divina. Il mondo tenebroso invece non ha voluto conoscere Dio perché ha rifiutato la luce di Cristo e quindi non può giungere a Dio, perché nessuno va al Padre se non per mezzo del Figlio (Gv 8,19.39ss; 14,6ss).

L’uomo Gesù ha riconosciuto il Padre per esperienza diretta e in maniera vitale. I suoi discepoli si sono inseriti in questa corrente di luce aprendosi alla fede nell’Inviato di Dio (v. 25).

Nelle battute finali Gesù riprende la tematica della rivelazione del nome del Padre ai suoi amici (17,6.26). La manifestazione passata della rivelazione ("ho manifestato loro il tuo nome") ricorda il ministero pubblico di Gesù fino allo scoccare dell’"ora" presente. La manifestazione futura ("lo manifesterò") riguarda gli avvenimenti finali della vita terrena di Cristo, ossia la sua glorificazione con la passione, morte, risurrezione e ascensione. L’"ora" di Gesù costituisce la manifestazione piena e definitiva del nome del Padre, della manifestazione del suo amore, del dono dell’amore di Dio ai discepoli. L’amore del Padre per i credenti è concesso in occasione dell’esaltazione suprema del Figlio (v. 26). De.it.press

 

 

 

 

 

Benedetto XVI: “Gesù è vicino a ciascuno”

 

“Grazie”: ha esordito così, domenica mattina, Benedetto XVI nel suo consueto intervento prima della recita del Regina Cæli, per salutare i duecentomila fedeli convenuti in piazza San Pietro, da ogni parte d’Italia, in risposta all’invito del Cnal (Consulta nazionale delle aggregazioni laicali), per esprimere sostegno e affetto al Papa. Piazza San Pietro e piazza Pio XII, stracolme di persone, sono state anche colorate da bandiere, cappellini, striscioni e palloncini delle diverse associazioni, gruppi e movimenti che hanno aderito all’iniziativa. Dopo aver ricordato che domenica si celebrava, in Italia e in altri Paesi, l’Ascensione di Gesù al Cielo, oltre a ricorrere la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, il Pontefice ha evidenziato, a proposito dell’ultimo distacco del Signore Gesù dai suoi discepoli, che “non si tratta di un abbandono, perché Egli rimane per sempre con loro - con noi - in una forma nuova”. “Il Signore – ha proseguito il Santo Padre - attira lo sguardo degli Apostoli - il nostro sguardo - verso il Cielo per indicare come percorrere la strada del bene durante la vita terrena”. Egli, tuttavia, “rimane nella trama della storia umana, è vicino a ciascuno di noi e guida il nostro cammino cristiano: è compagno dei perseguitati a causa della fede, è nel cuore di quanti sono emarginati, è presente in coloro a cui è negato il diritto alla vita”.

 

In realtà, ha chiarito Benedetto XVI, “possiamo ascoltare, vedere e toccare il Signore Gesù nella Chiesa, specialmente mediante la Parola e i sacramenti. A tale proposito, esorto i ragazzi e i giovani che in questo tempo pasquale ricevono il sacramento della Cresima, a restare fedeli alla Parola di Dio e alla dottrina appresa, come pure ad accostarsi assiduamente alla Confessione e all’Eucaristia, consapevoli di essere stati scelti e costituiti per testimoniare la Verità”. Il Papa ha quindi rinnovato il suo “particolare invito ai fratelli nel sacerdozio, affinché ‘nella loro vita e azione si distinguano per una forte testimonianza evangelica’ e sappiano utilizzare con saggezza anche i mezzi di comunicazione, per far conoscere la vita della Chiesa e aiutare gli uomini di oggi a scoprire il volto di Cristo”. “Il Signore – ha aggiunto-, aprendoci la via del Cielo, ci fa pregustare già su questa terra la vita divina. Un autore russo del Novecento, nel suo testamento spirituale, scriveva: ‘Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, … intrattenetevi … col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete’”. Infine, un ringraziamento alla Vergine Maria, venerata nel santuario di Fatima, per “la sua materna protezione durante l’intenso pellegrinaggio compiuto in Portogallo”.

 

“Grazie per questa vostra presenza e fiducia, grazie!”. Subito dopo la recita del Regina Cæli Benedetto XVI ha rivolto il suo primo saluto “ai fedeli laici venuti da tutta Italia, e al cardinale Angelo Bagnasco che li accompagna come presidente della Conferenza episcopale”. “Vi ringrazio di cuore, cari fratelli e sorelle, per la vostra calorosa e nutrita presenza! Raccogliendo l’invito della Consulta nazionale delle aggregazioni laicali – ha sottolineato il Papa -, avete aderito con entusiasmo a questa bella e spontanea manifestazione di fede e di solidarietà, a cui partecipa pure un consistente gruppo di parlamentari e amministratori locali. A tutti desidero esprimere la mia viva riconoscenza”. Poi il Pontefice ha salutato “anche le migliaia di immigrati”, collegati da Piazza San Giovanni, con il cardinale vicario Agostino Vallini, in occasione della “Festa dei Popoli”. “Cari amici – ha detto il Santo Padre, più volte interrotto nel suo saluto dagli applausi della folla - voi oggi mostrate il grande affetto e la profonda vicinanza della Chiesa e del popolo italiano al Papa e ai vostri sacerdoti, che quotidianamente si prendono cura di voi, perché, nell’impegno di rinnovamento spirituale e morale possiamo sempre meglio servire la Chiesa, il Popolo di Dio e quanti si rivolgono a noi con fiducia”.

 

“Il vero nemico da temere e da combattere – ha avvertito Benedetto XVI - è il peccato, il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa”. Di qui l’invito a “guardarci” dalle seduzioni del mondo. “Dobbiamo temere il peccato – ha sostenuto il Papa - e per questo essere fortemente radicati in Dio, solidali nel bene, nell’amore, nel servizio. E’ quello che la Chiesa, i suoi ministri, unitamente ai fedeli, hanno fatto e continuano a fare con fervido impegno per il bene spirituale e materiale delle persone in ogni parte del mondo”. “E’ quello che specialmente voi cercate di fare abitualmente nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti – ha continuato -: servire Dio e l’uomo nel nome di Cristo. Proseguiamo insieme con fiducia questo cammino, e le prove, che il Signore permette, ci spingano a maggiore radicalità e coerenza”. È bello, ha sottolineato il Pontefice, “vedere oggi questa moltitudine in Piazza San Pietro come è stato emozionante per me vedere a Fatima l’immensa moltitudine, che, alla scuola di Maria, ha pregato per la conversione dei cuori. Rinnovo oggi questo appello, confortato dalla vostra presenza così numerosa! Grazie! Ancora una volta grazie a voi tutti!”. Un ultimo ringraziamento dopo i saluti in varie lingue ai pellegrini: “Grazie e andiamo avanti con il Signore nella sua grazia”. Sir

 

 

 

 

Solidarietà al Papa. Senza riserve. Il laicato cattolico con il card. Bagnasco in piazza san Pietro

 

Misericordia, perdono, purificazione - Domenica mattina, in attesa del “Regina Caeli” con il Santo Padre, il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha guidato la preghiera in piazza San Pietro con i tantissimi fedeli provenienti da tutta Italia raccolti per esprimere vicinanza a Benedetto XVI e pregare per le vittime degli abusi. L'iniziativa è stata promossa dalla Consulta nazionale delle aggregazioni laicali. “Misericordia, perdono per i peccati, purificazione e forza per tutta la Chiesa”, ha implorato dal Signore il card. Bagnasco. “Dio onnipotente ed eterno, conforto degli afflitti, sostegno dei tribolati – ha aggiunto -, ascolta il grido di coloro che sono nel dolore perché trovino giustizia e conforto, così che partecipando alla vita della tua Chiesa, purificata dalla penitenza, possano riscoprire l’infinito amore di Cristo tuo Figlio”.

 

“Non lasciare solo ‘Pietro’” - “Volete voi, laici cattolici, reagire all’insidia del torpore, alzarvi in piedi, e unirvi al Pastore della Chiesa, per testimoniare davanti al mondo contemporaneo che Cristo è il Signore?”: è la domanda che domenica pomeriggio il card. Angelo Bagnasco ha posto alle migliaia di fedeli presenti nella basilica di S. Paolo fuori Le Mura, nella messa che ha fatto seguito al grande raduno di associazioni e movimenti cattolici. “Testimoniare con il Papa che Cristo è Risorto e per questo è il Signore, non è una cosa facile, nessuno si illuda – ha proseguito il cardinale -. Ma proprio per questo, amici, proprio perché non è facile, oso sperare che deciderete di starci e di giocarvi senza riserve. Di non lasciar solo Pietro”.

 

La “chiamata” dei laici - Il cardinale ha quindi proseguito, richiamando altri pensieri del Papa: “Le associazioni e i movimenti da cui provenite, che qui anzi rappresentate, sono una scuola provvidenziale. «Osservandoli – è ancora il Papa che parla – ho avuto la gioia e la grazia di vedere come, in un momento di fatica della Chiesa, in un momento in cui si parlava di ‘inverno della Chiesa’, lo Spirito creava una nuova primavera»”. “Ma voi, in forza del vostro carisma, in forza della radicalità del Vangelo, del contenuto oggettivo della fede, del flusso vivo della tradizione in cui siete scoperti e inseriti, della docilità alla guida dei Pastori, dovete sempre più uscire dal chiuso dei vostri ambienti e andare nel mondo”.

 

Una “bellissima domenica” - “E' stata una bellissima domenica per i cattolici italiani, un'occasione per stare uniti con il Papa senza avere paura del mondo, come ha detto” il Pontefice, “ma combattendo il peccato che purtroppo si annida ovunque, anche dentro la nostra Chiesa". Questo il commento di Carlo Cirotto, presidente nazionale del Meic (Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale), al termine del raduno."Il Meic – ha detto Cirotto - ribadisce il proprio impegno sulla strada indicata dal Papa: 'servire Dio e l'uomo nel nome di Cristo', promuovendo il bene spirituale e materiale delle persone in ogni parte del mondo”. “Per sconfiggere lo scandalo degli abusi che macchia il volto della Chiesa – conclude il presidente -, la nostra risposta di cristiani sarà quella di una testimonianza di fede ancora più trasparente, rigorosa e fedele al Vangelo, proprio sull'esempio di Benedetto XVI e al suo fianco".

 

Lo striscione francescano - Uno striscione lungo 5 metri, con i colori della pace, per esprimere solidarietà a Benedetto XVI è stata l’iniziativa del Sacro Convento di Assisi che lo ha esposto ieri, per la prima volta, dalla Loggia della Basilica Inferiore di San Francesco, in occasione dell’incontro in piazza san Pietro. Lo striscione recita: “Dalla piazza di S. Francesco in Assisi a piazza S. Pietro in Roma un’unica voce di sostegno alla missione del Papa: Santità conti su di noi per la sua missione di pace e di bene! I frati del S. Convento”.

 

Voce di una Chiesa viva - “La partecipazione è stata davvero straordinaria. Tutti coloro che sono venuti in piazza San Pietro hanno mostrato a tutto il mondo il volto di una Chiesa davvero viva, ricca e variegata”. Questo il “bilancio” di Paola Dal Toso, segretaria generale della Consulta Nazionale delle Aggregazione Laicali, all’indomani della grande manifestazione in piazza San Pietro promossa dalla Cnal, in solidarietà con papa Benedetto XVI. “L’occasione – scrive Dal Toso sul portale www.piuvoce.net - è stata anche motivo per pregare, oltre che per il Papa e le difficoltà della Chiesa, anche per le vittime di errori commessi da persone appartenenti alla Chiesa stessa”.

 

A difesa dei minori - “Un ringraziamento speciale va al Santo Padre per l’insegnamento, la dedizione e la forza indomita dimostrata nella testimonianza del Vangelo a difesa di ogni persona e in particolare dei minori”: così Franco Mugerli, presidente del Copercom (Coordinamento delle associazioni per la comunicazione) che ha aggiunto: “In Piazza San Pietro abbiamo voluto ribadire la centralità e l’importanza del successore di Pietro per la nostra vita e per il nostro impegno di cattolici”. Sir 18

 

 

 

La folla a San Pietro. Se la fede bussa alla porta del mondo

 

La folla che si è riunita in piazza San Pietro per ascoltare il Papa e insieme (testimoniargli affetto e fiducia nella difficile congiuntura che la Chiesa sta attraversando, per i casi dei preti pedofili, si somma nelle immagini a quella che appena qualche giorno fa aveva accolto il Papa a Fatima, in Portogallo. Siamo dinanzi a segni eloquenti di quel bisogno di Dio che torna a palpitare, ora consolando ora inquietando, nel cuore di una umanità, che avrebbe dovuto invece, secondo i presagi della cultura della secolarizzazione, vivere la nuova era della morte di Dio. Quella cultura, per la parte in cui aveva alimentato i totalitarismi di destra e di sinistra, è stata la storia a sconfiggerla. E per la parte in cui teorie scientifiche e filosofiche avrebbero dovuto sostituire le fedi religiose, l’esperienza delle società contemporanee ne rivela il fallimento. Di questo ritorno a provare nelle nostre esistenze il bisogno di Dio, abbiamo sentito una eco nelle parole del Papa: “Dio rimane nella trama della storia umana, è vicino a ciascuno di noi e guida il nostro cammino; è compagno dei perseguitati a causa della fede, è nel cuore di quanti sono emarginati, è presente in coloro a cui è negato il diritto alla vita”.

Il Papa era emozionato, e lo ha dichiarato, per la vista della immensa moltitudine di Fatima e di piazza San Pietro. Ma per chi guida la Chiesa le folle hanno tutt’altro significato che quello da cui sono ispirati capi politici o leader sociali. Per il Papa, così come per l’ultimo dei cristiani, la moltitudine è un richiamo all’insegnamento evangelico radicale: siamo nel mondo, ma non apparteniamo al mondo.

Nessuna volontà di potenza, dunque, nessun cedimento alle seduzioni del mondo, nessuna paura del mondo.

Il nemico non è il mondo, è in noi. Il nostro male spirituale è il peccato, che “a volte contagia purtroppo anche i membri della Chiesa”. Benedetto XVI ha saputo trovare le parole giuste. Non ha taciuto su vicende che possono essere occasione di una rinascita spirituale. La conversione è una esperienza mai conclusa nella vita cristiana. Anche i sacerdoti sono chiamati costantemente a convertirsi come qualsiasi credente. Ogni incontro con il nostro prossimo sta ad un bivio, per un itinerario di conversione o per uno di peccato. Ma non deve essere un’ossessione di solitudine. Pecca fortemente, ma credi più fortemente, insegnava Lutero.

Il Papa ci esorta a radicarci in Dio, solidali nel bene, nell’amore, nel servizio. Questa è la comunità cristiana. Ancora una volta ci viene una grande lezione da questo Pontificato, forse ancora non bene compreso nell’intera sua cifra dottrinale e pastorale. Certo, “possiamo ascoltare, vedere e toccare il Signore Gesù nella Chiesa, specialmente mediante la parola e i gesti sacramentali dei suoi Pastori”. Ma poi nella vita quotidiana della società e dovunque nel mondo è l’intero popolo di Dio. Sono gli uomini e le donne, i bambini, i giovani, gli anziani, ricchi e poveri, colti e illetterati, fortunati e sventurati, con le loro gioie e le loro tragedie, tutti nelle disuguaglianze dei loro corpi e delle loro biografie, e nella universalità della loro fede a realizzare nella storia umana quello stendimento del corpo di Cristo, come con suggestiva metafora si espresse Sant’Agostino. Se dobbiamo trarre dalle circostanze presenti occasione per ripensare la vita cristiana nella Chiesa e nel mondo, cominciamo da questo nastro di partenza, che ci allinea tutti, dal Papa all’ultimo laico, insieme per un cammino comune. FRANCESCO PAOLO CASAVOLA Im 17

 

 

 

 

 

I colori dei cattolici. Lo spettacolo di piazza san Pietro

 

Era felice e un po’ commosso, Benedetto XVI, in occasione della recita del Regina coeli domenica 16 maggio. Hanno gremito piazza San Pietro, hanno risposto in tantissimi (duecentomila) la domenica dell’Ascensione all’appello rivolto dalla Consulta nazionale delle aggregazioni laicali per testimoniare al Papa la vicinanza degli italiani.

Sì, la gente vuole bene al Papa. Già in Portogallo, a Fatima, la risposta popolare è stata straordinaria. E anche a Roma non solo i numeri sono stati importanti, ma soprattutto il profilo della gente accorsa. Nonostante la minaccia di pioggia, era una piazza bellissima, colorata, serena, attenta e determinata. E’ l’immagine del cattolicesimo italiano. E’ un cattolicesimo di popolo, innanzi tutto. E poi è ricchissimo di identità e di operosità: le bandiere, i palloncini, i cartelli, i gonfaloni, gli striscioni, che colorano la piazza sono il segno di mille realtà vive, radicate, che sanno in ogni caso ritrovarsi, sanno testimoniare insieme.

A questa gente il Papa ha parlato di peccato, “il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa”. Viviamo nel mondo – ha proseguito Benedetto XVI, citando il vangelo di Giovanni - ma non siamo del mondo, “anche se dobbiamo guardarci dalle sue seduzioni. Dobbiamo invece temere il peccato e per questo essere fortemente radicati in Dio, solidali nel bene, nell’amore, nel servizio”.

La linea sicura che il Papa ha seguito in queste settimane in cui sono divampate le polemiche è quella della verità e della speranza. E’una linea persuasiva, che accetta il confronto pubblico, chiama il peccato con il suo nome e rilancia la testimonianza: “Proseguiamo insieme con fiducia questo cammino, e le prove, che il Signore permette, ci spingano a maggiore radicalità e coerenza”. La consegna ai cattolici italiani, alla Chiesa è stata rilanciata dal presidente della Cei, nella messa con le aggregazioni laicali che ha concluso la giornata dell’Ascensione. “Dal nostro Papa – ha detto il cardinal Bagnasco - dobbiamo apprendere l’arte del dialogo e della capacità di relazione con i soggetti più vari. Ma sempre alla scuola del Santo Padre dobbiamo imparare ad andare, quando serve, controcorrente, ad essere portatori di un’idea diversa, di un punto di vista alternativo. Non possiamo aver timore dell’anticonformismo. Non è per il gusto di opporci a qualcuno, ma per amare tutti, innanzitutto per obbedire a Dio”.

Deve essere la forma contemporanea della presenza soprattutto dei laici nella vita di oggi, che riprende le note più alte della grande spiritualità moderna: “Solo Lui può riempire il cuore e la vita. Solo Lui ci basta”. E le proietta in una società che cambia, ma che proprio per questo ha bisogno di una presenza radicata, libera e forte. Il movimento cattolico così oggi in Italia sta delineando nuove forme, a misura di un momento storico molto confuso, impegnativo, ma apertissimo.

Francesco Bonini

 

 

 

 

Il ruolo dei valdesi nell'unità d'Italia

 

Caro Direttore, ho apprezzato molto l’articolo del priore di Bose Enzo Bianchi sulla Bibbia, apparso nei giorni scorsi su Tuttolibri. Egli riconosce con rara onestà intellettuale il ruolo che la chiesa cattolica romana ha giocato nel rallentamento della diffusione della lettura della Bibbia in lingua corrente o volgare in Italia (a differenza dei Paesi di matrice protestante che, pur secolarizzati quanto e forse più del nostro, sono tuttavia stati permeati da una conoscenza del testo biblico, da cui hanno tratto ispirazione e nutrimento socioculturale: si pensi solo ai grandi filosofi tedeschi - da Kant a Hegel ecc - o, più recentemente a Bergman, nel cinema, o a Lagerkvist, nella letteratura).

 

Manca a mio avviso un punto importante, proprio mentre si (cerca di) celebrare il 150° dell’Unità d’Italia: non si può dire che è solo grazie al Concilio Vaticano II che «quegli anni possono essere ricordati come l’inizio della fine dell’esilio della parola di Dio dalla vita e dalla spiritualità dei cattolici italiani».

 

Ricordiamolo, ai nostri concittadini, che i protestanti - impegnati attivamente nei movimenti risorgimentali, dopo aver acquisito i diritti civili come italiani a tutti gli effetti solo nel 1848, insieme agli ebrei - hanno con fortissimo impulso cercato di diffondere il testo biblico e la sua conoscenza ritenendo che fosse importante nella formazione culturale e civile dei cittadini del nuovo Stato unitario.

 

Per fare solo un esempio, alla breccia di Porta Pia (1870) i colportori evangelici (ovvero, coloro che erano addetti alla distribuzione delle Bibbie, prima di nascosto - camuffandole sotto altra merce posta in vendita -, poi sempre più alla luce del sole..) venivano trucidati dalle truppe dello Stato Pontificio. Spesso si dimentica infatti che prima dell’Unità nazionale la predicazione evangelica e la stessa diffusione della Bibbia erano vietate e represse in tutto il Sud borbonico così come negli ampi territori sotto il dominio temporale del papa, e che la prima Bibbia in lingua italiana è stata tradotta proprio da un protestante, Giovanni Diodati.

 

Del resto, i pochissimi protestanti italiani rinchiusi prima del 1848 nelle cosiddette «valli valdesi» del Pinerolese avevano, già in tempi pre-risorgimentali e a prescindere dal loro status sociale (erano quasi tutti contadini...), un tasso di alfabetizzazione notevolmente superiore a quello di qualsiasi altra regione italiana, proprio perché cultura biblica e formazione di base erano strettamente legati, la seconda era necessaria alla prima. E non è un caso che, da due versanti diversi, il teologo valdese Paolo Ricca e lo storico Alberto Melloni abbiano riconosciuto il contributo protestante allo sviluppo del cristianesimo e l’utilità della Riforma per il cattolicesimo italiano stesso, anche e proprio attraverso l’educazione alla lettura biblica, altrimenti persa nel cristianesimo cattolico romano.

 

Chiudo rinnovando il plauso a Enzo Bianchi per la prima parte del suo articolo ma pregandola di pubblicare questa mia lettera, a beneficio di tutti coloro che - cattolici e non, credenti e non - abbiano a cuore la verità: il protestantesimo italiano, pur soffocato dalla repressione, ha dato comunque un importante contributo, di sangue e di impegno, non solo alla formazione dello Stato italiano ma anche a quello che Enzo Bianchi chiama il «rinnovamento radicale della predicazione in senso evangelico e scritturistico».

 

Rimane solo da chiedersi come mai si parli anche qui, da parte di un cattolico italiano, della «Bibbia come grande assente dalla scuola» quando da sempre esiste un’ora di insegnamento della Religione Cattolica, confessionale e - appunto - chissà perché non biblico. Da recenti ricerche Eurisko è infatti stato evidenziato come la stragrande maggioranza dei nostri concittadini conosca così poco la Bibbia (e la storia delle religioni) da «non saper nemmeno porre in ordine cronologico corretto Abramo, Mosè, Gesù e Mohammad» (Maometto, nell’indagine citata). Un’evidente e grave lacuna culturale, per una popolazione chiamata al dialogo e all’integrazione.

MASSIMOMAROTTOLI, Pastore valdese ad Alessandria

 

Accolgo con riconoscenza l'integrazione che il pastore Marottoli offre al mio intervento sulla diffusione della Bibbia in Italia: sono ben consapevole del ruolo che la Bibbia ha sempre avuto nel mondodella Riforma e di quanto questo amore per la parola di Dio abbia impregnato intere generazioni di protestanti, anche italiani. Del resto, avevo ben specificato che il cambiamentoavviato dal Vaticano II aveva segnato «l'inizio della fine dell’esilio della parola di Dio per... i cattolici italiani». E molta strada resta da fare per una maggioreconoscenza del testo biblico anche comepatrimonio culturale, a cominciare dalla scuola. Enzo Bianchi LS 18

 

 

 

Giustizia sociale, bene comune e immigrazione

 

Una riflessione di mons. Giancarlo Perego (Migrantes) in margine al documento preparatorio della Settimana Sociale 2010

 

  ROMA  - Cinquant’anni fa, nel 1960, la 33ma Settimana Sociale dei cattolici italiani si svolgeva a Reggio Calabria sul tema “Le migrazioni interne e internazionali nel mondo contemporaneo”. Cinquant’anni dopo, a Reggio Calabria, coniugando bene comune tra il locale il globale, nella 46ma Settimana Sociale dei cattolici italiani, ritorna nell’Agenda di speranza per il futuro del Paese il tema della mobilità. Se nel 1960 il tema della mobilità era coniugato soprattutto con l’emigrazione italiana e i problemi ad essa connessi, la Settimana Sociale del 2010 legge soprattutto il tema della mobilità in relazione al fenomeno dell’immigrazione di ormai 5 milioni di persone in Italia.

  Già nel 1960, nella prolusione alla Settimana, il Card. Giuseppe Siri scriveva, quasi profeticamente, che di fronte alle migrazioni occorre richiamare il tema della giustizia sociale: “La giustizia sociale cura la ragionevole distribuzione dei beni della terra tra gli uomini. Comprende la giustizia commutativa, la giustizia legale e la distributiva, ma allarga il campo di tutte e tre le forme di giustizia inducendo un titolo nuovo per la attribuzione di qualcosa agli uomini singoli od associati e cioè il titolo della destinazione primigenia universale di tutti i beni della terra, titolo che non scompare del tutto neppure nel fatto della acquisizione di proprietà privata, sacrosanta nel diritto nazionale. La giustizia sociale è quella che dà di essere a pieno titolo e con tutte le conseguenze membro, parte, anima della comunità degli uomini. Parte da una comunanza di natura e tende ad arrivare ad una sufficiente  e ragionevole comunanza di condizione”.

  Andando al documento preparatorio della prossima Settimana sociale del 2010 ritroviamo come punto di partenza della riflessione una “marcata globalizzazione” nel mondo contemporaneo che chiede un orientamento al bene comune, declinandolo nelle diverse situazioni di oggi dove è più a rischio o può trovare nuova forza. In questa direzione, noi incontriamo il “problema risorsa dell’immigrazione” come una delle direttrici per riprendere a crescere sulla base del bene comune. I numeri 25-26 del documento preparatorio indicano nell’inclusione la strada maestra, costruita con intelligenza.

  In particolare, il documento ci invita a guardare a chi costruirà il futuro del nostro Paese: i figli degli immigrati che oggi sono il 16,4% dei nuovi nati e che vede già 600.000 bambini nati da almeno un genitore straniero in Italia. E guardando a loro la Settimana ci indica una strada da percorrere da subito: il riconoscimento della cittadinanza a questi “figli dell’immigrazione”, per costruire per loro giustizia sociale, tutela, partecipazione. È un gesto “politico” importante che la Settimana Sociale ci chiede di valutare come cattolici impegnati nella società. E’ un gesto che chiede l’attenzione alla tutela dei ricongiungimenti familiari come progetto politico che crea le premesse per una tutela della vita  e per la tutela dei figli degli immigrati. Oggi in Italia, mediamente, un immigrato impiega 7-8 anni prima di arrivare a ricongiungersi con la famiglia. La precarietà, una debole politica della casa, le difficoltà all’inserimento scolastico rischiano di favorire l’immigrazione del “single” e a indebolire di fatto l’immigrazione familiare, che costituisce invece la forza nella costruzione di una città ospitale. Anche la Giornata internazionale della famiglia che celebriamo sabato 15 maggio, ci ricorda il valore di “una famiglia a colori” nel nostro Paese, come segno di una città ospitale che sa costruire con intelligenza, nella giustizia sociale il suo futuro.

Giancarlo Perego, Direttore generale della Migrantes

 

 

 

 

La posta in gioco.  Gli orientamenti pastorali per il prossimo decennio

 

“Servire Dio e l’uomo nel nome di Cristo”. Benedetto XVI vede così l’impegno abituale che la Chiesa italiana conduce nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti. Lo dice davanti a una piazza San Pietro incapace di contenere tutti, domenica scorsa, per la commovente manifestazione di solidarietà e di affetto promossa dalle aggregazioni laicali. E facilmente lo ripeterà fra pochi giorni, incontrando i vescovi della Conferenza episcopale riuniti in assemblea, dal 24 al 28 maggio, per approvare gli orientamenti pastorali del prossimo decennio sull’educazione. “Servire Dio e l’uomo nel nome di Cristo”: non è forse questa la radice dell’impegno formativo portato avanti con gratuità e fatica nelle comunità cristiane?

È passato un anno da quando i vescovi indicarono il tema; adesso è il momento di dare seguito a quella scelta pubblicando un documento che accompagni nella verifica e nel rinnovamento dei percorsi educativi. Allora il cardinale Bagnasco, introducendo i lavori assembleari, aveva richiamato l’atteggiamento di rinuncia che caratterizza molti genitori e insegnanti, così come la serietà della posta in gioco: la felicità delle giovani generazioni e il bene della società. Ora è il tempo della fiducia, dell’intelligenza e della passione educativa. E delle “alleanze” con tutti coloro che hanno a cuore il futuro dell’uomo e della nostra storia.

In questi mesi, in realtà, le riflessioni non sono mancate. Sull’educazione si trovano pagine importanti già nel documento “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e mezzogiorno” e nel testo preparatorio della prossima Settimana sociale, diffuso appena qualche giorno fa. Nell’agenda ecclesiale italiana educare è una priorità ineludibile, una declinazione della missione, un servizio che viene da lontano. Una sfida, per dirla col rapporto-proposta pubblicato dal Comitato per il progetto culturale. Perché il problema dell’educazione è in realtà il problema dell’essere uomo nella società di oggi.

È uno snodo delicato, dunque, quello in cui i cattolici italiani scelgono di restare e di procedere; un terreno minato in cui non mancano le diversità di approccio, le delusioni e i rischi di fallimento, ma anche gli spazi per nuovi incontri e collaborazioni. Dentro e fuori le mura di casa. Si tratta certo di una strada obbligata, dopo che il quarto convegno ecclesiale nazionale, celebrato a Verona nel 2006, ha visto i cattolici italiani concordi nel dire che la parola cristiana ha bisogno oggi dell’alfabeto della vita affettiva, del lavoro e della festa, della fragilità, del dialogo intergenerazionale, della cittadinanza.

Un documento di prospettive pastorali, come quello che uscirà dalla prossima assemblea dei vescovi, non è un prontuario di risposte o di regole da applicare quando suona l’allarme. Né dispensa dalla fatica di continuare a pensare, di verificarsi con umiltà e di progettare localmente. Si offre, prima di tutto, come una testimonianza di comunione ecclesiale: la Chiesa italiana, nella sua articolazione e pluralità, sa sincronizzare gli intenti e far convergere gli sforzi. Guarda alla vita delle persone e dei territori con lo stesso sguardo di vicinanza partecipe e responsabilità operosa. Altre carte da leggere e citare? Mettiamola così: una mappa per un nuovo tratto di cammino da fare insieme. Ernesto Diaco

 

 

 

Kirchentag: concluso con una celebrazione ecumenica. Osare “una svolta nuova”

 

Monaco di Baviera - Con una grande celebrazione sulla spianata della Theresienwiese a Monaco si è conclusa domenica la Seconda Giornata ecumenica delle Chiese (Ökt). Nella funzione, cui hanno partecipato 100.000 fedeli, i due presidenti del Kirchentag, l’evangelico Eckhard Nagel e il cattolico Alois Glück hanno esortato i cristiani tedeschi ad osare “una nuova svolta” per risolvere insieme i problemi. “Abbiamo bisogno di una crescita di solidarietà, di rispetto e considerazione", ha ammonito Nagel. E Alois Glück, ha aggiunto: "Siamo cristiani in questo mondo e per questo mondo. Dobbiamo prenderci questa responsabilità insieme". Secondo entrambi, l'incontro di Monaco ha rappresentato un progresso determinante nell'ecumenismo. "L'ecumenismo vive", ha sottolineato Glück. "A Monaco, il sogno dell'unità nella molteplicità delle Chiese è diventato in parte realtà”, ha aggiunto Nagel. Relativamente alla crisi nella Chiesa cattolica a seguito degli abusi, il presidente cattolico ha inoltre sollecitato i laici cattolici a dare il proprio contributo, “affinché da questa crisi scaturisca nuova vitalità, nuova forza, nuova attrazione”. Oltre 3.000 eventi hanno caratterizzato questo incontro ecumenico, che ha visto la partecipazione di oltre 130.000 visitatori fissi: temi principali erano la crisi economico-finanziaria, la pace, la guerra in Afghanistan, la situazione delle Chiese e dell'ecumenismo.

“La giornata ecumenica delle Chiese significa in realtà essere in cammino con altre persone, come gente che cerca e spera, crede e ama. Essere in cammino con una nostalgia e con un obiettivo". Lo ha detto ieri mons. Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca nell'omelia pronunciata nella celebrazione di chiusura dell'evento. “Non esiste per me alcuna alternativa all’ecumenismo”, aveva sottolineato il presidente della Dbk in una conferenza stampa. “L’ecumenismo non è morto né bloccato in un’era glaciale", ha aggiunto, rivelando ai giornalisti di tornare “rafforzato” dall'Ökt: “Non è stata una Giornata ecumenica di euforia e di arroganza, ma di gioia e riflessione”, ha commentato. Parlando poi del tema degli abusi, affrontato durante la manifestazione, Zollitsch ha osservato: "È stato un bene aver riflettuto insieme nella crisi della nostra responsabilità. Come Chiesa cattolica lavoriamo assiduamente all’elaborazione di questa crisi. Ci vuole del tempo. L’Ökt mi ha spronato a proseguire su questa strada”, ha concluso. Sir

 

 

 

 

Quei soldi della cricca nelle banche vaticane

 

I tesoretti della cricca sembrano avere cittadinanza un po’ ovunque, Svizzera, San Marino e Lussemburgo, Italia ovviamente. Gli investigatori hanno sotto la lente di ingrandimento la Banca delle Marche, una filiale di Roma dove risultano avere conti correnti, tutti insieme appassionatamente, Balducci, Anemone e le missioni africane gestite da don Evaldo, già noto alle cronache come il don bancomat della cricca.

 

Una pista di questi tesoretti porta in Vaticano, nelle casse dello Ior. In questo caso le rogatorie rischiano di non avere risposta perché da parte dello Stato Pontificio non c’è obbligo di collaborazione giudiziaria. Eppure nei conti Oltretevere si deve nascondere una bella fetta dei risparmi – e dei guadagni a nero – di Angelo Balducci. E quindi anche molti dei segreti della cricca. Il potente dirigente del Dipartimento della Ferratella ha ammesso di avere una contabilità extranazionale già nel 2006. Allora Balducci stava rendendo conto ad un’altra autorità giudiziaria per una storia rimasta poco chiara e che sta tornando importante oggi nell’indagine sul sistema di corruzione che ha condizionato l’affidamento degli appalti negli ultimi dieci anni. Sistema che ha avuto due pilastri di riferimento: i dirigenti generali, i pari grado di Balducci, nei vari ministeri con poteri di firma e decisionali; il Vaticano, o meglio chi Oltretevere ha avuto e ha la delega tra le altre cose anche al patrimonio immobiliare. Don Francesco Camaldo, segretario del cardinal Poletti fino al 2006, è sicuramente uno dei referenti di Balducci: lo ha nominato nel 2002 consultore per Propaganda fide, la Congregazione che solo a Roma controlla un patrimonio di circa 9 miliardi di euro.

 

Nel 2006 le gesta della cricca sono in piena e indisturbata attività quando, inaspettato, arriva il primo scricchiolio. Il 28 febbraio Balducci è chiamato come testimone dal pm di Potenza Henry Woodcock che sta indagando sulla mega truffa che ha coinvolto la famiglia Savoia. Il magistrato vuole sapere se è vero che Balducci ha prestato pochi mesi prima (nel 2005), senza alcuna certezza sulla restituzione, 380 mila euro a don Camaldo. E se quei soldi servivano per acquistare una villa che doveva diventare sede di una associazione massonica, operazione di cui poi non si è saputo più nulla. Così come dei soldi. Un interrogatorio di cui vale la pena riportare alcuni stralci.

 

Woodcock: “Ha mai prestato denari a monsignor Camaldo?”

Balducci: “Sì. Conosco monsignor Camaldo dal 1988, quando era il Segretario del cardinale Poletti. Come Provveditore alle Opere Pubbliche di Roma avevo un rapporto anche con il Vicariato. Inoltre sono Gentiluomo del Papa e questa funzione mi lega al Vaticano. Negli anni mi è capitato di aderire a qualche richiesta, ovviamente nei limiti del possibile, fatta dal cardinale Poletti in relazione a qualche beneficenza(…). Nella fattispecie don Camaldo mi ha parlato in maniera molto preoccupata, con toni avviliti, di un problema che lo angustiava moltissimo. Allora, avendo io una concezione della vita che …per me la cosa principale è risolvere il problema”.

 

Essendo uno che “risolve i problemi”, Balducci ammette di aver consegnato “due assegni da 50 mila ciascuno dai miei conti (Banche delle Marche e Unicredit)” e poi “altri 180 mila” con un giro conto bancario. “Come Gentiluomo del Papa ho titolo di avere il conto nella Banca Vaticana. Davanti al direttore abbiamo trasferito questi 180 mila dal mio al suo conto”. Tanti soldi, fa notare Woodcock, dati così a un amico? Balducci spiega che per lui 280 mila euro sono un prestito affrontabile, “tra lo stipendio di Provveditore alle Opere pubbliche e la mia attività parallela di consulenze e arbitrati, la mia dichiarazione dei redditi supera ogni anno il milione e mezzo…”. 280 mila euro possono essere un “favore”. Claudia Fusani L’U 17

 

 

 

 

Un esame di coscienza. Intervista con il relatore generale del Sinodo del Medio Oriente

 

Un tempo privilegiato per fare un esame di coscienza “nella verità e nella sincerità”. Antonios Naguib, patriarca di Alessandria dei Copti (Egitto), rispondendo alle domande del SIR, parla così del prossimo sinodo dei vescovi per il Medio Oriente che si svolgerà in Vaticano (10-24 ottobre) su “La Chiesa cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza”. Il patriarca, che del Sinodo sarà il relatore generale, si sofferma anche sulle sfide che attendono la Chiesa in Medio Oriente e che rispondono alla comunione ecclesiale, alla testimonianza, tramite la catechesi e la liturgia, da rinnovare ma restando fedeli alla tradizione, all’ecumenismo e al dialogo con l’ebraismo e l’islam. Ma il Sinodo rappresenta anche una grande opportunità per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla situazione reale delle Chiese mediorientali, grazie ai media. “Non si tratta – afferma - di lanciare accuse contro nessuno, ma di illustrare con maggiore precisione le realtà in cui viviamo”.

 

Quello di ottobre sarà il primo Sinodo sul Medio Oriente: qual è la genesi di questa scelta e quali le motivazioni?

“E’ la prima volta di un Sinodo ‘speciale’ per il Medio Oriente. I presuli della regione avevano espresso in varie occasioni il bisogno di tenere un tale Sinodo. Benedetto XVI ha benevolmente accolto questo desiderio annunciandoci la decisione nel suo incontro con i Patriarchi e gli arcivescovi maggiori orientali a Castelgandolfo, il 10 settembre 2009. E’ una Assemblea ‘speciale’, perché siamo consci che la nostra regione del Medio Oriente ha una fisionomia e dei problemi comuni particolari. Non ci sentiamo pienamente a casa sia con l’Africa che con l’Asia. Penso che questa scelta avrà le sue ripercussioni sulla Chiesa universale. Di fatti molti non conoscono o conoscono poco le Chiese Orientali. Il Sinodo attirerà l’attenzione sulle nostre Chiese, sul nostro contesto di vita e di missione, e sul nostro ricco patrimonio ecclesiale, patristico, spirituale e culturale. Darà anche l’occasione di conoscere i problemi che affrontiamo e in cui viviamo. Così come metterà in luce la testimonianza di fede, spesso eroica, che le nostre Chiese danno silenziosamente”.

 

Cosa rappresenta il Sinodo per le chiese orientali?

“Questo Sinodo ci permetterà prima di tutto di guardare a Cristo ed alla Chiesa degli Apostoli e dei nostri Padri nella fede, per vedere a che punto siamo nel portare il loro messaggio alla generazione odierna, cristiana e non cristiana. Dunque è in primo luogo un esame di coscienza nella verità e nella sincerità. In secondo luogo è un forte richiamo a vivere la comunione all’interno di ogni Chiesa sui iuris, tra le nostre Chiese, che hanno tanto in comune, con la Chiesa cattolica universale, con le altre Chiese, e con i nostri fratelli e sorelle non cristiani”.

 

In che modo il Sinodo potrà rappresentare un “esame di coscienza”?

 

“Offrendoci l’occasione di discutere sulle condizioni attuali delle nostre Chiese, per metterne in luce sia gli aspetti positivi che quelli che hanno bisogno di sforzi speciali per rispondere alla nostra vocazione di essere luce e sale nelle rispettive società. Ognuna delle nostre Chiese avrà da studiare in profondità l’appello ed il messaggio del Sinodo, che sarà espresso prima nell’Instrumentum Laboris, poi nelle proposizioni dei padri sinodali, e in modo particolare nella lettera postsinodale del Santo Padre quando ce la indirizzerà”.

Tra meno di venti giorni, a Cipro, Benedetto XVI consegnerà ai padri sinodali l’Instrumentum laboris. Può anticipare alcuni punti del documento?

 

“I punti sono quelli contenuti nei Lineamenta già diffusi che mettono, innanzitutto, l’accento sulle sfide che attendono la Chiesa cattolica nel Medio Oriente e che chiedono risposte nella quotidianità. Sfide che si chiamano comunione nella Chiesa cattolica e tra le varie Chiese, tra i vescovi, il clero e i fedeli; testimonianza, tramite la catechesi, la liturgia che è da rinnovare ma nella fedeltà alla tradizione; ecumenismo e dialogo con il Giudaismo e l’islam; la testimonianza nella città di fronte alla modernità. Sfide che pongono la domanda, ‘quale avvenire per i Cristiani del Medio Oriente?’, ma che fanno anche riecheggiare la parola di speranza del Vangelo di Luca, ‘non temere piccolo gregge’”.

 

Sfide che chiedono anche un prezzo di sangue, basti pensare alle violenze anticristiane, in Iraq e nello stesso suo Egitto, dove nello scorso Natale ci fu la strage di Nagh Hamadi. Com’è la situazione adesso in Egitto?

“La nostra situazione attuale, dopo il drammatico evento a Nagh Hamadi, in cui 6 cristiani furono uccisi insieme ad un musulmano, ci vede in attesa di una sentenza giudiziaria che dimostri come l’ordine pubblico voglia veramente rendere giustizia e rispettare la vita e i diritti di tutti. Devo anche dire che in seguito a questo doloroso evento, molti scrittori musulmani hanno condannato l’atto e portato l’attenzione sul pericolo della violenza e del fanatismo. Speriamo che sia l’occasione di una ripresa di maggior avvicinamento tra musulmani e cristiani, e di uno sforzo serio per combattere le cause del fanatismo”. sir

 

 

 

 

“No al razzismo in casa nostra”

 

  Nessuno vuole creare indebiti allarmismi o suonare le campane per arruolare uomini perbene contro l’incombente razzismo, che avanza sull’Europa e sull’Italia come quel nuvolone nero che si è sprigionato a metà aprile dal pauroso vulcano d’Islanda dal nome innominabile.

  Nessuno però deve fare l’ingenuo e rassicurarsi dicendo che in Italia, nonostante qualche nuvola, il cielo, quello dell’accoglienza, rimane ancora trasparente; a poco serve nascondere la testa, come lo struzzo, sotto le ali per non vedere più il fucile spianato e così stare tranquilli.

  Personalmente, come tanti altri, sono convinto che si è in tempo per alzare un argine contro quest’onda inquinante della nostra cultura e sensibilità umana e cristiana e per avviare un’opera di risanamento e ricupero dei nostri valori radicati in un autentico umanesimo della nostra gente; ma chi ha tempo non aspetti tempo, c’è necessità e urgenza di intervenire.

  Non basta stare alla finestra e imprecare contro il nuvolone avanzante; occorre rimboccare le maniche e, prima ancora, uscire all’aperto e aprire gli occhi per guardare realisticamente all’orizzonte e percepire l’aria di burrasca.

  Perfino l’Osservatore Romano, agli inizi di gennaio, è uscito con un articolo che si domanda se l’Italia sta diventando razzista e indica seri sintomi sulla presenza almeno iniziale del fenomeno.

  Non per nulla il Dossier Statistico Immigrazione ancora nel 2008 dedicava un capitolo a “L’Italia delle paure: la società si riscopre razzista”; nel Dossier del 2009, dopo aver ricordato il citato articolo, rincara la dose: “Da allora, in un anno, tante sono le cose cambiate, ma purtroppo vi è da registrare una sorta di salto all’indietro rispetto a un’Italia apprezzata per lo spirito di accoglienza e la cultura dell’ospitalità, retaggio sicuramente di un passato emigratorio, ma anche delle caratteristiche geomorfologiche del territorio italiano. Le coste, così facilmente accessibili, che circondano la penisola e la gente sempre pronta ad aiutare, erano infatti elementi caratterizzanti un Paese che oggi si stenta a riconoscere”.

  Più autorevole del Dossier è la voce del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il Card. Angelo Bagnasco che, con parole piuttosto diplomatiche ma molto chiare, ha avvertito la  Chiesa e, più ampiamente, la società italiana della china su cui ci si sta avviando, col rischio di un moto accelerato che potrebbe diventare inarrestabile.

  Il monito è ancora del settembre del 2008, ma è stato più volte richiamato e comunque rimane di piena attualità. Dice il Cardinale: “Se fino a ieri eravamo  giunti a una presenza tutto sommato significativa di immigrati sul nostro territorio, senza spaccature sociali o situazioni drammaticamente fuori controllo, è perché alla prova dei fatti il temperamento del nostro popolo si lascia filtrare da una secolare  cultura dell’accoglienza e del rispetto per i fratelli - per quanto diversi - in difficoltà.

  Su questo fronte tuttavia nell’ultimo periodo stanno emergendo qua e là segnali di contrapposizione anche violenta che sarà bene da parte della collettività non sottovalutare.

  Vogliamo credere che non si tratti già di una regressione culturale in atto, ma motivi di preoccupazione ci sono e talora anche allarmi, che occorre saper elaborare in vista di risposte sempre civili, per le quali il dibattito pubblico deve lasciar spazio a rimedi sempre compatibili con la nostra civiltà”.

  Credo occorra una compatta mobilitazione per invertire la denunciata “regressione culturale in atto” e ad elaborare “risposte civili”, cioè “compatibili con la nostra civiltà”.

  In questi pochi mesi che mi trovo a Reggio Calabria ho avuto occasione di incontrare comunità parrocchiali e gruppi di ispirazione cristiana impegnati anche nel sociale in molteplici attività sul piano caritativo, assistenziale e culturale.

  A tutti fa orrore il razzismo aperto, dichiarato, ideologicamente o politicamente motivato, che si può sbrigativamente tradurre nella formula: “Fuori lo straniero! L’Italia agli italiani!”.

  Sappiamo bene che non alligna tanto in queste regioni del sud tale forma di razzismo, ma non si deve escludere che qualche traccia appaia anche da queste parti; i fatti di Rosarno lo dicono chiaramente, pur essendo d’accordo che anche a Rosarno la grande massa della gente comune non è infettata da tale morbo e comunque ci tiene a dire che non è razzista.

  Tale pronunciamento lo sentiamo anche al Nord, nessuno insomma ambisce a mettersi addosso l’etichetta di razzista. Eppure, nonostante queste dichiarazioni verbali antirazziste, il vissuto quotidiano col suo retroterra di mentalità, di umori e di sensibilità può sconfinare in quella direzione.

  Può sconfinare in forma più o meno avvertita, più o meno istintiva, anzi forse è più esatto dire istintuale, perché nel profondo della nostra psiche sta in agguato un pericoloso alleato, il cosiddetto “razzismo spontaneo”.

  Così viene chiamata dal documento della Santa Sede “La Chiesa di fronte al razzismo” del 1988 una delle “forme attuali di razzismo”, strettamente legata al fatto migratorio. Riporto uno stralcio del testo: “Il razzismo spontaneo è un fenomeno più universalmente diffuso nei Paesi con forte immigrazione e lo si riscontra tra gli abitanti di quei Paesi nei confronti degli stranieri, soprattutto se questi sono  di diversa origine etnica o di altra religione”.

  Come mai questo complesso di sentimenti, pregiudizi e reazioni? Ecco la risposta: “Questi deprecabili atteggiamenti dipendono dalla paura irrazionale, che spesso provocano la presenza dell’altro e il confronto con la differenza. Consciamente o inconsciamente essi hanno quindi come scopo quello di negare all’altro il diritto di essere ciò che è, e comunque di esserlo in casa nostra”.

  Si comprende bene come l’ideologo o il politicante possano aggiungere esca al fuoco e far esplodere quei reconditi istinti in un complesso di sospetti e di paure, di sentimenti e gesti d’intolleranza e di rifiuto.

  Si comprende pure come singoli episodi spiacevoli e detestabili, come la predicazione di stampo fondamentalista di qualche imam, lo svaligiamento di una villa, l’arresto di uno spacciatore straniero o il gesto di un fanatico marocchino che sgozza la figlia perché troppo occidentalizzata, possano destare apprensione e indignazione, che rischiano di andare al di là del singolo episodio e del singolo individuo per estendersi alla grande massa degli immigrati e caricare la loro immagine di tinte oscure, anche molto oscure.

  Qui entra il ruolo di quanti stanno dalla parte degli emigranti non per partito preso, ma perché sono convinti che le migrazioni nel loro insieme sono una grande ricchezza e che un coscienzioso senso civico e tanto più un autentico sentire cristiano si danno da fare perché, pur fra tante scabrosità, abbia a prevalere il valore civile ed evangelico dell’accoglienza e della solidarietà.

  Per questo si prendono e si aiuta la gente a prendere le distanze da chi vuole più lo scontro che l’incontro fra italiani e non italiani e si aiuta quanti sono turbati od anche presi da paure e allarmi a ridimensionare i fatti, a non generalizzare, a non  ingigantire a non lasciarsi prendere dal panico, ossia ad aver paura perché altri hanno paura o parlano di paura o vedono paurosi agguati da tutte le parti o si sentono in qualche modo tranquillizzati quando per tanti mali e disfunzioni, che hanno origini e cause ben più profonde, vaste e incallite nella nostra società, si è finalmente trovato il capro espiatorio nell’immigrato.

  Anche sul fronte delle migrazioni va promossa (vedi in proposito il n. 62 dell’ultima enciclica) “Caritas (aggiungiamo pure et iustitia) in caritate”. Parola di Benedetto XVI. Padre Bruno Mioli, Scalabriniani

 

 

 

 

Una nuova stagione. Preti di altre Chiese in Italia (2)

 

La carenza delle vocazioni e l'invecchiamento dei sacerdoti in Italia ha incrociato il fenomeno della mobilità e delle migrazioni, unitamente alla forza di attrazione delle Università Pontificie soprattutto di Roma, alla presenza in Italia di molte case madri e noviziati di Istituti religiosi. Ma anche gli scambi tra diocesi grazie all'esperienza di 700 missionari "fidei donum", negli ultimi 20 anni, hanno portato a una crescita del numero dei preti di altre Chiese: 1.500 nelle comunità italiane, 700 in quelle di immigrati. Di questo fenomeno e delle sue ripercussioni sulla pastorale nelle nostre parrocchie il SIR ha rivolto alcune domande a mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes.

 

Mons. Perego, recentemente sono sempre più i sacerdoti di altre Chiese nella pastorale della Chiesta italiana: come valutare questo servizio?

"La crescita dei preti di altre Chiese in Italia - siamo a circa il 9% del clero - corrisponde alla crescita dell'immigrazione in Italia, ormai vicina all'8% della popolazione. È un segno anzitutto di un mondo in movimento, che facilita gli scambi e gli incontri, che vede la presenza in Italia di quasi 1 milione di cattolici provenienti da tutto il mondo. Un movimento di persone che chiede anche oggi un accompagnamento spirituale, una guida religiosa, un prete. Sul piano prettamente ecclesiale, la crescita del numero dei presbiteri provenienti da altre parti del mondo può aiutare lo scambio tra le Chiese, nell'ottica di un'unità della Chiesa che non esclude, ma valorizza le differenze. Infine, sul piano prettamente presbiterale non possiamo nascondere che 'la parabola del clero' - per usare il titolo di una ricerca pubblicata a cura dei sociologi Molina e Diotallevi sul clero italiano - è mitigata da nuove presenze di presbiteri che curano comunità e servizi ecclesiali. Una situazione che non cambierà a breve se, permanendo la situazione attuale, nel 2025 i sacerdoti in Italia da 36.000 si ridurranno a 24.000, distribuiti in quasi 26.000 parrocchie. In questo senso, l'arrivo di sacerdoti 'immigrati' è un segno di una nuova stagione di evangelizzazione".

 

Quali atteggiamenti sono chiesti a un prete "immigrato" e quali sono chiesti a una comunità italiana che lo accoglie come riferimento pastorale?

"Il dono spirituale che i presbiteri hanno ricevuto nell'Ordinazione non li prepara ad una missione limitata e ristretta, bensì ad una vastissima e universale missione di salvezza 'fino agli ultimi confini della terra', ricorda il decreto del Concilio Vaticano II sul prete. Pertanto, il servizio non solo alla propria Chiesa, ma alle Chiese nel mondo è strutturale alla vita di tutti i presbiteri. Nel percorso di formazione del presbitero 'immigrato' che viene in Italia è chiesto anzitutto un servizio preciso: nello studio, nella parrocchia, comunità etnica o in altre esperienze ecclesiali. A seconda del servizio, i presbiteri vengono accompagnati in un percorso di formazione linguistica, culturale, pastorale e sociale anche attraverso momenti organizzati dalle Fondazioni Migrantes e Missio della Cei, dalle Chiese locali. Tra gli atteggiamenti richiesti c'è quello della capacità e del desiderio d'incontrare e conoscere una realtà ecclesiale, di valorizzare la storia di una comunità in cui è inserito, di portare il valore aggiunto in termini di fede di un'esperienza altra, distinguendo con prudenza ciò che è essenziale dalle forme espressive, di mantenere il legame con la Chiesa di partenza. Alla comunità parrocchiale che accoglie un presbitero immigrato sono chiesti tre atteggiamenti importanti: l'accoglienza di una figura e di un'esperienza altra, la fiducia, la pazienza di un cammino che non si risolve in pochi giorni".

 

I preti "immigrati" possono offrire uno stimolo alla ripresa delle vocazioni sacerdotali in Italia?

"La presenza di un prete nelle comunità, sia egli italiano o proveniente da altri Paesi, costituisce certamente uno stimolo a raccogliere la sfida della vocazione presbiterale, ma anche una figura in più che, nella direzione spirituale, possa accompagnare i giovani nel discernimento. Le diverse storie di vita e di spiritualità presbiterale, che provengono anche da Paesi dove la persecuzione religiosa è grave, dove il desiderio di avere un prete di riferimento è importante, può aiutare a comprendere la 'grazia' della 'libertà religiosa' e della possibilità di scegliere diversi percorsi vocazionali nella nostra Chiesa".

 

Come aiutare i preti a essere "ponti" tra le comunità immigrate e la comunità italiana?

"Il prete è, per sua natura, uno strumento d'incontro. La sua ministerialità nasce e cresce nella 'communio', nel costruire strumenti e luoghi di responsabilità e di comunione. Nello specifico dei preti che hanno il dono di servire una Chiesa locale e di provenirne da un'altra, giova aiutarli a non dimenticare la propria storia di Chiesa, ma a tenerla viva soprattutto nell'attenzione ai fratelli immigrati presenti in Italia e nella cura a far conoscere alla comunità di riferimento un'altra storia di comunità cristiana".

Scheda - In Italia i sacerdoti e i religiosi provenienti dall'estero sono circa 2.700. Di questi oltre 2.100 sono iscritti all'Istituto centrale sostentamento clero (Icsc) e circa 600 risultano non iscritti in quanto presenti in Italia per motivi di studio. Il 44% dei presbiteri in servizio provengono dall'Africa, il 22% da Paesi europei, il 20% dall'America Latina e il 14% da Asia-Oceania. I sacerdoti stranieri sono presenti al Nord (30%), Centro (54%) e Sud (16%). RAFFAELE IARIA Sir

 

 

 

 

Epilog zum ökumenischen Kirchentag. Kunterbunt und glaubensfroh

 

Für alle, die in München nicht dabei waren: Der ökumenischen Kirchentag war toll. Jedenfalls war das überall zu lesen und zu hören. Offenbar musste und konnte ein großes Kuschelbedürfnis befriedigt werden. Massiver Kindesmissbrauch und damit akuter Mitgliederschwund haben insbesondere der katholischen Kirche schwer zugesetzt.

 

Schon ist von der schwersten Krise seit - Ja, seit wann eigentlich? Müsste von einer Krise der christlichen Kirchen nicht spätestens seit dem Tod des Gottessohns die Rede sein? Wer im Namen und im Zeichen des Schmerzensmanns von Nazareth auftritt, mag zwar auch einiges zur Überwindung von Tod und Leid in petto haben, eine frohe Botschaft eben, doch sollte sich das Repertoire des Glaubens nicht auf die Verbreitung guter Laune beschränken.

 

Mit dem Sterben von Jesus Christus am Kreuz beginnt die Menschwerdung Gottes. Und das ist kein Spaß. Man kann das allenfalls glauben oder für Unsinn halten. Und es ist in dem einen wie dem anderen Fall eine eminente Zumutung. Eben davon war in München wohl hier und da noch etwas zu spüren, etwa bei den gut besuchten Veranstaltungen zu den aktuellen Missbrauchsfällen oder den deutlich kleineren Treffen zu den theologischen Problemen der Ökumene.

 

Irgendwie also fanden katholische, protestantische und orthodoxe Christen zusammen. Und einige andere auch. Man war nett zueinander. Doch wo bleiben die großen Zumutungen des Glaubens? Erschöpft sich die Ökumene in der Menschenkette zwischen Kirchen verschiedener Konfessionen, in dem An- die-Hand-nehmen und Einander- lieb-haben?

 

Wie immer, wenn es um die Ökumene geht, sind viele Rücksichten zu nehmen. So sollte in München ein Zeichen für die Zusammengehörigkeit aller Christen gesetzt werden. Eine konfessionsübergreifende Eucharistiefeier kam dafür nicht in Frage, da eine gemeinsame liturgische Form fehlt. Schließlich entschied man sich für eine Vesper nach byzantinischem Ritus - eine so genannte Artoklasia. Den meisten der über 20.000 Besucher dieser Tischgemeinschaft mit Brot, Öl, Äpfeln und Wasser dürfte das irgendwie griechisch - oder slawisch - vorgekommen sein. In der Tat nahm sich die Zeremonie fremd aus, was durchaus begrüßenswert ist, doch auch den Verdacht nährte, dass Ökumene bloß in einer folkloristischen, da von nur wenigen in ihrem tieferen liturgischen Sinn verstandenen Zeremonie noch möglich ist.

 

Aber sonst war alles toll, der übliche Wahnsinn eben. Wie etwa Klaus-Günter Annen, ein militanter Abtreibungsgegner, der des Platzes verwiesen wurde, weil er auf dem Münchner Messegelände Flugblätter mit drastischen Bildern verteilte, um den "Völkermord" an den Ungeborenen, den "Babycaust" anzuprangern. Oder die ehmalige EKD-Ratspräsidentin und Hannoveraner Landesbischöfin Margot Käßmann, die in einem ökumenischen Frauengottesdienst im katholischen Liebfrauendom die Pille als ein "Geschenk Gottes" begrüßte. Oder der katholische Theologe Gotthold Hasenhüttl, der skandalträchtig wie schon beim ersten ökumenischen Kirchentag 2003 einen "Ökumenischen Abendmahlsgottesdienst" feierte, allerdings etwas abgelegen im Hörsaal 1180 der Münchner Technischen Universität.

 

Auf einem Kirchentag ist Platz für all das und noch viel mehr. Warum auch nicht? Wahrscheinlich hat das Kunterbunt zur allgemeinen Erleichterung beigetragen, denn so hatte die Zusammenkunft noch ein paar andere Themen als den Missbrauch. Aber gab es auch eine Botschaft? Können die christlichen Kirchen und ihr Volk noch etwas mit dem urchristlichen Motiv, gewissermaßen dem eigenen Label - der Menschwerdung Gottes am Kreuz - anfangen? Der Münchner Erzbischof Reinhard Marx immerhin gab ein Beispiel, indem er "die Finanzkrise als Ausdruck einer ideologischen Verirrung" beklagte, "die in weite Bereiche der Gesellschaft eingedrungen ist." Damit nämlich erinnerte Marx an eines der vielen von der Kirche selbst liegengelassenen Themen, in diesem Fall an die katholische Soziallehre.

 

In der Tat erstaunlich ist das Schweigen der Kirche zu den drängenden Fragen der Ökonomie. Denn hier ist es nicht mit allein sozialkompensatorischer Caritas und etwas Mutter Teresa getan, hier bedarf es des Sachverstands, der sich allerdings, so Marx, nicht darauf beschränken darf, "nur einzelne technische Lösungen zu suchen", sondern der sich von der "Ideologie" zu befreien habe, der entfesselte Markt sei nicht zu bremsen und der Mensch müsse sich dem Kapitalismus anpassen. Marx scheint sich angesichts der gegenwärtigen und noch zu erwartenden sozialen Verwerfungen in seinem Plädoyer bestätigt zu fühlen, das Heil der Kirche gerade nicht in ihrem Ausbau zur uneinnehmbaren Glaubensfestung zu suchen, sondern in deren Öffnung auf eine soziale Wirklichkeit. Weltfrömmigkeit ist auch eine Tugend.

 

Zeit also, mit Reinhard Marx an den großen katholischen Gelehrten Oswald von Nell-Breuning zu erinnern. Der wusste nämlich: "Die katholische Soziallehre sieht in Karl Marx ihren großen Gegner; sie bezeugt ihm ihren Respekt." Und das sollten nicht nur Christen unterschreiben können. CHRISTIAN SCHLÜTER FR 18

 

 

 

 

 

 

Ökumene in Demut

 

Die Stimmung in München war gedrückt und nicht zu vergleichen mit dem ausgelassenen Trubel beim ersten Ökumenischen Kirchentag 2003 in Berlin. Doch die Krise der Kirchen hat auch gute Seiten – zum Beispiel für die Muslime.

Christen müssen sich im Moment für ihren Glauben arg rechtfertigen. Und bei sieben Grad und Dauerregen hat es die Fröhlichkeit schwer. Die Stimmung in München war gedrückt und nicht zu vergleichen mit dem ausgelassenen Trubel beim ersten Ökumenischen Kirchentag 2003 in Berlin. Vom Kirchentag in München ging keine plakative „Zeitansage“ aus. Käßmann, Merkel, Missbrauch – das interessierte viele, ansonsten suchte man sich, was einen gerade so bewegte: die einen das Verhältnis zur Dritten Welt, die anderen die Hirnforschung oder die Taizé-Lichternacht.

Dass das Selbstbewusstsein der Christen gedämpft ist, dass aus der „Ökumene der Profile“ eine Ökumene der Demut geworden ist, hat aber auch sein Gutes. Zum Beispiel für die Muslime. Beim Kirchentag in Köln vor drei Jahren wurden sie ausgebuht und Bischof Wolfgang Huber wurde dafür bejubelt, dass er seine muslimischen Gesprächspartner in überheblichem Ton aufforderte, die Sitzordnung in der Moschee zu erklären. In München wurde der Strafrechtler Gerhard Robbers beklatscht, als er für die Gleichberechtigung des Islam plädierte. Der Trierer Jurist wird der Präsident des Evangelischen Kirchentags 2013 in Hamburg sein.

de Maizière will den Islam an die Universitäten bringen

Muslimische Verbandsvertreter mussten sich auch dieses Jahr viel Kritisches anhören, aber die Leute hörten anders zu bei den Antworten, offener, weitherziger. Vor allem aber ging es nicht mehr darum, ob der Islam dazugehört, sondern wie er eingebunden werden kann. Das ist ein Quantensprung in der Debatte – und das trotz der Diskussionen um Minarett- und Burkaverbot rings um Deutschland. Dass sich das Klima in Hinblick auf den Islam verändert hat, liegt auch an Thomas de Maizière, Bundesinnenminister und Präsidiumsmitglied im Evangelischen Kirchentag. Er saß auf vielen Podien und verlieh dem Thema Prominenz, wenn auch das, was er sagte, oft ausweichend war.

Aber am Montag geht es weiter. Da sitzt der Bundesinnenminister bei der ersten Tagung der neu zusammengesetzten Islamkonferenz erneut mit Muslimen zusammen. Die neue Islamkonferenz kann sich allerdings nicht wie die erste Runde in Symbolpolitik erschöpfen. Sie wird dann erfolgreich sein, wenn sie konkrete rechtliche und alltagstaugliche Fortschritte erzielt. Das weiß de Maizière, der Druck erklärt vielleicht seine wenig kompromissbereite Haltung den muslimischen Verbänden gegenüber. Er will den Islam an die Universitäten bringen und Islamunterricht an die Schulen. „Da soll Zug reinkommen“, sagt er. Er will klare Kriterien erarbeiten, wie man den Islam vom extremistischen Islamismus, wie man sozusagen die gute Religion von ihren bösen Auswüchsen unterscheidet.

Ein ambitioniertes Projekt. Wenn es gelingt, würde es vielen die Angst vor dem Islam nehmen. Dass de Maizière dafür ausgerechnet den Verband ausgeladen hat, dem der Verfassungsschutz unterstellt, dass er diese Trennlinie nicht kennt, ist unklug. Aber die Richtung stimmt. Der Kirchentag in München hat einen neuen Ton in die Diskussion gebracht und gezeigt, dass aus Verunsicherung viel Positives entstehen kann. Irgendwie doch eine Zeitansage. Jetzt müssen Taten folgen. Tsp 17

 

 

 

 

Deutschland: Bald Islam-Unterricht an Schulen?

Die Deutsche Islamkonferenz will den Islam-Unterricht an Schulen und die Ausbildung von Imamen vorantreiben. Das kündigte Bundesinnenminister Thomas de Maiziere zum Auftakt der zweiten Islamkonferenz am Montag in Berlin an. Gleichzeitig rief der Minister die Muslime in Deutschland auf, sich stärker an der Gesellschaft zu beteiligen. An diesem Montag hat das Plenum der Islamkonferenz die Arbeit aufgenommen. Das elfseitige Arbeitsprogramm, das das Plenum verabschiedete, behandelt umfassend die Fragen der Bildungspolitik. Für die religiöse Unterweisung sollen in der Bundesrepublik Modellkonzepte entwickelt werden, kündigte der Bundesinnenminister an. Außerdem sollten die muslimischen Gemeinschaften dabei unterstützt werden, sich wie Kirchen den Status von Körperschaften des öffentlichen Rechts zu erarbeiten. Ziel sei es, dass die Muslime in Deutschland gleichberechtigt die Rechte von Religionsgemeinschaften ausüben könnten. Die Debatte über die Teilhabe der Muslime müsse an den Küchentischen geführt werden und nicht länger nur im akademischen Raum, forderte de Maiziere. (reuters 18)

 

 

 

Italien: Bagnasco ist zufrieden

 

Papst Benedikt XVI. hat den Vorsitzenden der italienischen Bischofskonferenz, Kardinal Angelo Bagnasco, empfangen. Benedikt XVI. habe ihm gedankt für die Solidaritätskundgebung vom Sonntag auf dem Petersplatz. Die italienischen katholischen Laienverbände hatten am vergangenen Wochenende alle Gläubige eingeladen, ihre Nähe zum Papst öffentlich zu bekunden. Bagnasco:

 

„Ich bin sehr glücklich, wie das verlaufen ist. Medien berichten von über 200.000 Teilnehmern. Das Schöne daran fand ich, dass die Anwesenden mit großer Demut und ohne Polemik daran teilnahmen. Es waren sehr viele Familien da und zahlreiche Kinder.“

Diese Kundgebung für den Papst zeige, dass Italiens Kirche Zukunft habe, so Bagnasco. (rv 18)

 

 

 

Der Generalsuperior der Gesellschaft der Afrikamissionen wird neuer Bischof im irischen Killaloe

 

Am gleichen Tag nahm Benedikt XVI. den Rücktritt des bisherigen Amtsinhabers Bischof William Walsh an, der im Januar die kirchliche Pensionsgrenze von 75 Jahren erreicht hatte. O'Reilly wurde als Mitglied des Afrika-Missionsordens nach seiner theologischen Ausbildung 1978 zum Priester geweiht. Nach mehreren Jahren als Missionar in Monrovia (Liberia) setzte er 1980 seine Studien am Päpstlichen Bibel-Institut in Rom fort. Anschließend war er Dozent für Bibelwissenschaften am Priesterseminar von Ibadan in Nigeria. Von 1990 bis 1995 gehörte er dem Provinzialrat der irischen Ordensprovinz mit Sitz in Cork an. Danach wurde er Generalvikar seines Ordens und 2001 Generalsuperior. In dieser Funktion wurde er 2007 für eine zweite Amtszeit gewählt. - In der irischen Kirche sind im vergangenen Jahr knapp 200 neue Vorwürfe von Kindesmissbrauch erhoben worden. Das geht aus einem Bericht der kirchlichen Kinderschutzkommission hervor, aus dem irische Medien am Dienstag zitieren. Die meisten der zwischen Anfang April 2009 und Ende März 2010 gemeldeten Fälle hätten sich in den 1950er und 1960er Jahren ereignet, seien aber erst jetzt ans Licht gekommen. kna 18

 

 

 

 

Zum Pfingstmontag haben die deutschen Bischöfe zum Gebet für die Kirche in China aufgerufen

 

Priester und Gläubige sollten am Gedenktag „Maria, Hilfe der Christen“ die Anliegen der Kirche in China in die Gottesdienste einbeziehen und im persönlichen Gebet gedenken. Empfohlen wird darüber hinaus, die schwierige Lage der chinesischen Katholiken in den Fürbitten am kommenden Sonntag aufzugreifen. Ihre Situation habe sich zwar in den vergangenen Jahren „deutlich verbessert“. Doch schränke die staatliche Religionspolitik weiterhin den Handlungsspielraum der Kirche ein und versuche, auf die Verwaltung von Diözesen und Gemeinden Einfluss zu nehmen. Gleiches gelte auch für die Besetzung von Ämtern und die theologische Ausbildung der Seminaristen, heißt es in dem Schreiben der Bischofskonferenz. Die Gebetsinitiative geht auf eine Empfehlung von Papst Benedikt XVI. zurück, der 2007 in seinem Brief an die katholische Kirche in der Volksrepublik China zu einer wachsenden Verbundenheit in Gebet und Begegnung zwischen der Kirche in China und der Weltkirche aufgerufen hat. –Etwa ein Prozent der chinesischen Bevölkerung bekennt sich zur katholischen Kirche. Der Großteil der Katholiken lebt auf dem Land. (pm 18)

 

 

 

 

Deutschland: „Viele engagierte Laien sind frustriert“

 

Der oberste deutsche Laie ist besorgt über das innerkirchliche Klima. Viele Katholiken wendeten sich derzeit von der Kirche ab, meinte Alois Glück am Sonntag in München, wo der Ökumenische Kirchentag zu Ende ging. Dem Domradio sagte der Vorsitzende des Zentralkomitees der deutschen Katholiken:

 

„Das ist etwas, das mich beschwert und das ich als Erfahrung der letzten Monate auch Bischöfen gesagt habe: Ich erlebe viele engagierte Laien, die verletzt und frustriert sind, weil sie sich nicht genug ernst genommen fühlen – und das ist natürlich eine gefährliche Entwicklung. Und wenn in diese Entwicklung hinein jetzt auch noch der ganze Frust, die ganze Enttäuschung vom Missbrauch kommt, dann ist natürlich die Gefahr groß, dass da einfach immer mehr Menschen innerlich in die Emigration gehen und sich absetzen.“

 

Nein, er sei jetzt nicht für eine Synode der deutschen Kirche, um heikle Fragen wie etwa die Seelsorge für wiederverheiratete Geschiedene besprechen zu können. Dafür sei derzeit innerkirchlich der Weg nicht frei, glaubt Glück. Aber:

 

„Das spüren ja auch alle Priester und alle Amtsträger, dass hier eine unendlich tiefe Verunsicherung da ist, dass es Gesprächs- und Klärungsbedarf gibt. Dass gewissermaßen Druck im Kessel ist. Und dass wir das ummünzen müssen in konstruktive Situationen. Dafür ist es sicher notwendig, dass wir auch vom Gespräch und vom Verhalten her die Brücke schlagen zu den Priestern, die sich teilweise jetzt auch verunsichert fühlen, insbesondere, wenn im Kurzschluss diskutiert wird, als wäre der Zölibat ein ganz besonderer Grund für solches Fehlverhalten (was er nicht ist). Es entsteht die Gefahr einer Diskreditierung aller, die in dieser Lebensform leben.“ (domradio 17)

 

 

 

Rudolf Grulich erhält Sudetendeutschen Kulturpreis

 

Rudolf Grulich wird am kommenden Freitag, 21. Mai, mit dem "Großen

Sudetendeutschen Kulturpreis" 2010 ausgezeichnet. Der renommierte

Kirchenhistoriker leitete von 1982 bis 1985 die Informationsabteilung

des weltweiten katholischen Hilfswerks "Kirche in Not" in Königstein im

Taunus. Bis heute berät er "Kirche in Not" unter anderem zu den Themen

Osteuropa, Islam und Türkei.

 

Grulich erhält den Preis für seine lebenslangen Bemühungen, den

kulturellen und religiösen Reichtum Ostmitteleuropas für das sich

einigende Europa fruchtbar zu machen, ohne dabei geschehenes Unrecht,

wie die Aufrechterhaltung der Benes-Dekrete in Tschechien und der

Slowakei, unter dem Deckmantel einer falsch verstandenen "political

correctness" zu verschweigen.

 

Rudolf Grulich wurde am 16. April 1944 im mährischen Runarz geboren.

Zwei Jahre später wurde er mit seiner Familie nach Oberfranken

vertrieben. Das Schicksal seiner Heimat prägten Grulich und seine

wissenschaftliche Arbeit. Nach dem Studium der Katholischen Theologie

und der slawischen Sprachen in Königstein im Taunus, Augsburg und Zagreb

war er an der Akademie für Politik und Zeitgeschehen der

Hanns-Seidel-Stiftung in München tätig sowie wissenschaftlicher

Assistent an den theologischen Fakultäten der Universitäten Bochum und

Regensburg. Heute lehrt er Mittlere und Neuere Kirchengeschichte an der

Justus-Liebig-Universität Gießen. Besonders beschäftigt er sich mit

Geschichte und Kultur der böhmischen Länder, den Kirchen in Osteuropa

sowie mit Volksgruppen und Minderheiten in Europa.

 

Wegen seines enormen Sachverstandes, seines sachlichen Urteils und

seiner Fähigkeit, komplexe Zusammenhänge verständlich darzustellen wurde

Grulich in zahlreiche Gremien berufen. So wurde er zum Beispiel in den

Bundesvorstand der Sudetendeutschen Landsmannschaft gewählt und in den

Sudetendeutschen Rat berufen, außerdem in die Arbeitsgruppe

Vertriebenenseelsorge der Deutschen Bischofskonferenz. Gemeinsam mit

anderen Experten verantwortete er das Projekt "Kirche und Nationalismus

im 19. und 20. Jahrhundert in den böhmischen Ländern" der

Karlsuniversität Prag. Zu seinen Auszeichnungen gehört das

Bundesverdienstkreuz am Bande, das ihm 2008 verliehen wurde.

KiN

 

 

An der Hamburger Universität eine Ausbildungsstätte für Katholische Theologie

 

Einen entsprechenden Vertrag haben der Apostolische Nuntius in Deutschland, Erzbischof Jean-Claude Périsset, und Hamburgs Wissenschaftssenatorin Herlind Gundelach an diesem Dienstag im Rathaus unterzeichnet. Für das Erzbistum Hamburg nahm Erzbischof Werner Thissen an der Unterzeichnung teil, die Universität Hamburg war mit Vizepräsident Holger Fischer vertreten. Gemeinsames Ziel der Kirche und der Hansestadt sei es, die Pflege und Entwicklung der Katholischen Theologie in Gemeinschaft mit anderen Wissenschaften zu fördern. Der Vertragsabschluss soll auch ein Fundament dafür bilden, Fragen des Zusammenwirkens von Staat und Kirche bei der Vermittlung von religiöser Bildung und wissenschaftlicher Ausbildung zu klären. Der Vertrag zwischen dem Vatikan und der Freien und Hansestadt Hamburg sieht vor, dass Hamburg in Abstimmung die Errichtung eines Instituts für Katholische Theologie und Religionspädagogik an der Universität gewährleistet. An dem Institut sollen Lehrer für das Unterrichtsfach Katholische Religion an allgemeinbildenden und berufsbildenden Schulen sowie für andere Berufsfelder ausgebildet werden. (pm 18)

 

 

 

Generalsekretärin bilanziert Kirchentag. "Käßmann ist Identifikationsfigur"

 

Die 42jährige Ellen Ueberschär ist promovierte Theologin, Pfarrerin und seit 2006 die Generalsekretärin des Evangelischen Kirchentages. Zudem ist die in Ostberlin aufgewachsene Ueberschär Mitglied der Grünen-Akademie der Heinrich-Böll-Stiftung.

 

taz: Frau Ueberschär, hat sich dieser zweite Ökumenische Kirchentag gelohnt?

Ellen Ueberschär: Auf jeden Fall. Wir waren erleichtert, dass bei aller Diskussion um Missbrauch, um Heimkinder und den Verlust der Glaubwürdigkeit der Kirchen wir ein Fest in Heiterkeit feiern konnten.

Ja, so ist es mir signalisiert worden. Wir erlebten keine Party- oder Spaßatmosphäre, die wir manchmal bei Kirchentagen auch hatten, sondern so eine Kirchentagsfröhlichkeit.

Die Stimmung haben wir allerdings oft auch als gedrückt, ja, passiv empfunden.

Die Einschätzungen sind, je nach Veranstaltung, unterschiedlich. Wenn man die zum Missbrauch besucht hat, auch solche zu schwierigen ökumenischen Fragen, dann mag Ihr Eindruck einleuchten. Doch es gab vieles, wo die Leute fröhlich und glücklich waren.

Hatten Sie nicht mit mehr Besuchern gerechnet? 127.000 Besucher sind nicht gerade rekordverdächtig.

Die Hauptstadt als Ort war 2003 sehr attraktiv, zumal beim ersten Ökumenischen Kirchentag. Aber 127.000 Menschen sind doch wunderbar. Ich habe im Februar gedacht, dass es ganz schlimm wird - die Leute werden sagen: Bäh, Kirche, damit will ich nichts mehr zu tun haben. Dann kam der Run auf den Kirchentag. Es gab ein Bedürfnis der Selbstvergewisserung, vor allem bei Jugendlichen.

Hat es hier in München etwas gegeben, das der Glaubwürdigkeit der Kirche wieder aufhalf?

Unsere orthodoxe Vesper mit der Tischgemeinschaft, die ein kirchengeschichtlich relevantes Ereignis war. Das hat es vorher nicht gegeben.

Unser Eindruck war: Der Liturgie dieser Feier schauten viele zu, wie dies Touristen tun, wenn sie auf einer griechischen Insel in die Kirche gehen.

Das war der erste Teil. Der zweite war unsere Tradition. Dass man gemeinsam an einem Tisch sitzt und Brot miteinander teilt, war der zweite und wichtige Teil dieser Veranstaltung.

Sie empfanden die orthodoxe Feier nicht als eine Notlösung?

Nein, warum denn? Sie hat eine liturgische Würde gehabt. Wir hätten auch einfach Tische aufstellen und Gurken und Würstchen essen können. Aber das wäre es nicht gewesen.

Mussten Sie als Protestantin eigentlich auch oft Katholiken trösten? Die haben ja im Moment viel schlechte Presse, Spott und Kritik.

Das ist wahr, ja. Wir haben natürlich mit Margot Käßmann ein Gegenbeispiel, wie man mit Versagen umgehen kann. Auf der anderen Seite haben wir gerade in den Vorbereitungen dieses Kirchentags gesagt: Wir machen das in einer großen Solidarität. Es gab da einen Moment von Trost, Anteilnahme und Beteiligung.

Warum war Margot Käßmann so ein Star? Welches Bedürfnis befriedigt sie?

Sie hat das Bedürfnis befriedigt nach jemandem, die Herzenswärme ausstrahlt und authentisch ist, glaubwürdig das lebt, was sie sagt. Deswegen ist sie so präsent und so wichtig, eine große Identifikationsfigur, auch für Katholikinnen. Als sie am Freitag im Dom sagte, die Pille ist ein Geschenk Gottes, hat sie, glaube ich, mehr den katholischen Frauen aus dem Herzen gesprochen.

Wird es einen dritten Ökumenischen Kirchentag geben?

Wir sagen jetzt weder Ja noch Nein. Wir sagen, wir wollen die ökumenische Zusammenarbeit fortsetzen, werden diesen Kirchentag auswerten, und dann wird geguckt, was der richtige Ort, die richtige Zeit und das richtige Format ist.

INTERVIEW: J. FEDDERSEN, P. GESSLER TAZ 17

 

 

 

Österreich: Neue Initiative für Geschiedene und Wiederverheiratete

 

Österreichs Bischöfe wollen neue Vorschläge für die seelsorgliche Begleitung von Geschiedenen und Wiederverheirateten erarbeiten. Das hat Kardinal Christoph Schönborn am Montag in Wien angekündigt. Eine bischöfliche Kommission unter Leitung des Salzburger Erzbischofs Alois Kothgasser sei bereits eingesetzt worden, so Schönborn; bis zur Vollversammlung der Bischofskonferenz im November sollten konkrete Vorschläge auf dem Tisch liegen. Die neue Initiative ist ein Ergebnis des Kongresses österreichischer Pfarrgemeinderäte in Mariazell, der am Wochenende zu Ende gegangen war.

 

Umgang der Kirche - Der Umgang der Kirche mit Geschiedenen und Wiederverheirateten gehört zu jenen zahlreichen offenen Themenfeldern, „über die wir weiterhin sehr einfühlsam und von unterschiedlichen Standpunkten her sprechen müssen, um zu Lösungen zu kommen“. Das sagte der Kärntner Bischof Alois Schwarz bei der Pressekonferenz. Er nannte als weitere offene Themenfelder die Fragen der Gemeindeleitung und der Leitungsverantwortung, der kirchlichen Wertschätzung von Sexualität und Geschlechtlichkeit als Gabe und Geschenk sowie die Rolle der Frau in der Kirche. Dass die kirchlichen Positionen zu diesen Themen immer wieder in Diskussion kämen, habe vielleicht auch damit zu tun, „dass wir sie zu wenig konkret mit ihren Gegenargumenten und Einwänden, aber auch mit ihren Argumenten dafür öffentlich besprechen und bedenken“. Schwarz warnte zugleich aber auch vor der Versuchung zu vorschnellen Antworten und zu Pragmatismus. Denn: „Alles muss vom Evangelium her und auf das Evangelium hin geprüft werden.“ Kardinal Schönborn und Bischof Schwarz bekräftigten eindringlich, dass der nun begonnene Dialogprozess mit den Pfarrgemeinderäten weiter gehen werde. (kap 17)

 

 

 

Nah Ost: „Friedensgespräche noch von Misstrauen gezeichnet“

 

Frieden auf Distanz kann es nicht geben. Das hat der israelische Ministerpräsident Benjamin Netanjahu angesichts der seit einer Woche wiederaufgenommenen Verhandlungen zwischen Palästina und Israel betont. Friedensakteur und Vermittler ist der US-Diplomat für den Mittleren Osten, George Mitchell. Mit seiner Hilfe soll die nunmehr seit 18 Monaten vorhaltende Pattsituation zwischen Israeli und Palästinensern überwunden werden – Begegnungen von Angesicht zu Angesicht sollen folgen. Der Kustos des Heiligen Landes, Pater Pierbattista Pizzaballa, dämpft jedoch allzu euphorische Hoffnungen und erklärt gegenüber Radio Vatikan:

 

„Um ehrlich zu sein, ist noch nicht von einem positiveren Klima die Rede. Das wäre auch noch völlig verfrüht. Schließlich kommen wir aus einer Phase ohne jegliche Verhandlungen, dafür aber voller gegenseitiger Verdächtigungen – wenigstens auf politischer Ebene. Und um das hinter uns zu lassen, braucht es mehr als zögerliche Zusammenkünfte. Man wird abwarten müssen, ob die ersten Treffen das Eis zwischen den beiden Verhandlungspartnern brechen oder ob zum hundertsten Mal taktiert wird, ohne dass sich an der Situation etwas verändert. Die öffentliche Meinung dazu ist eher etwas unterkühlt. Und ähnlich bewerten das auch die Zeitungen.“

 

Von „Gesprächen auf Umwegen“ über den von Obama entsandten Diplomaten Mitchell ist die Rede. Zwischen den Stühlen sitze dieser, heißt es im Medienecho, weil sich Israeli und Palästinenser nicht gemeinsam an einen Tisch bringen ließen. Sind die Spannungen wirklich derart stark?

 

„Im Alltag spüren wir das nicht so deutlich. Zu lange schon ist die Situation unverändert. Hinsichtlich der Gespräche fehlt aber sicherlich das gegenseitige Vertrauen, das erstmal da sein müsste, um schließlich auch die öffentliche Wahrnehmung zu beeinflussen. So kann man nur hoffen, dass sich an die indirekten Gespräche eine direktere Phase von größerer Reichweite anschließen wird. Das bleibt aber abzuwarten. Die Fronten sind sehr stark verhärtet.“ (rv 17)

 

 

 

Kirchentag. Langer Weg zur Eintracht

 

München. Das Bild von den kleineren Brötchen, die man diesmal gebacken habe, wie eine Heidelberger Theologie-Studentin im Foyer der katholischen St. Maximilian-Kirche süffisant anmerkt, ist wunderbar doppelsinnig:

 

In München hat es anders vor sieben Jahren in Berlin kein medienwirksam inszeniertes gemeinsames Abendmahl gegeben, sondern einen priesterlosen Gottesdienst, bei dem an Gläubige Roggensemmeln verteilt wurden.

 

Auch um unbotmäßigen Priestern, die gewagt hätten, das katholische Verbot der Interkommunion zu ignorieren, nicht Bestrafungsmaßnahmen auszusetzen, waren bei diesem "Gedächtnismahl" nur Laien beteiligt.

 

Ob der Gottesdienst ohne Pfarrer einen Durchbruch auf dem Weg zum eigentlichen Ziel darstellt, dem Abendmahl für alle, oder ob man vor den Drohgebärden der katholischen Amtskirche eingeknickt ist, wird anschließend kontrovers diskutiert.

Ökumenische Avantgarde

 

Die symbolischen Aktionen, darunter eine Menschenkette am Samstag zwischen Liebfrauendom und der evangelischen Hauptkirche St. Matthäus, gehen vielen wie dem katholischen Theologieprofessor Gotthold Hassenhüttl nicht weit genug.

 

Er war nach einem Eklat beim ersten Ökumenischen Christentreffen suspendiert worden und spricht nun von "Ökumene light". Halbe Sachen möchte er auch diesmal keine machen: Bei einem Gottesdienst teilte er gemeinsam mit seinem evangelischen Kollegen auch das Abendmahl aus.

 

Abendmahl, Kommunion - Gedächtnisfeier oder reale Präsenz Gottes - mit solchen Feinheiten plagen sich die Jugendlichen in München nicht lange herum. Im Jugendzentrum auf dem Olympiagelände sollen sie "viel Spaß und Zeit zum Chillen haben" (Pro grammheft), aber auch über Glauben diskutieren.

 

Bei den Workshops wird deutlich, dass sie sich als ökumenische Avantgarde verstehen. Konfessionelle Grenzen und erst recht kirchenamtliche Bestimmungen lösen bei den Konfirmanden und Firmlingen höchstens Achselzucken aus.

 

Den 25.000 Kirchentagsbesuchern, die sich trotz Temperaturen unter zehn Grad an die weiß gedeckten Biertische auf dem Odeonsplatz gesetzt und zweieinhalb Stunden bei den "Orthodoxen Vesper" ausgeharrt haben, ist es ernst mit dem Wunsch nach Einheit.

 

"Gefühl der Zusammengehörigkeit" - Manche bemühen dem ausgesprochen symbolträchtigen Mahl mit Fladenbrot und Wein, das an das "Liebesmahl" der Urkirche erinnern soll, sogar das große Wort Sehnsucht. Als der evangelische Kirchentagspräsident Eckhard Nagel ein heraufziehendes neues Zeitalter der Ökumene beschwört, erntet er viel Beifall.

 

Eine junge Nonne füllt den Becher ihres Nachbarn mit Landwein. Sie schwärmt von "diesem unheimlich starken Gefühl der Zusammengehörigkeit", das sie sich nicht von den "ewigen Miesmachern" zerreden lassen will. Von einem wie dem Hamburger Religionspädagogen Fulbert Steffensky zum Beispiel, dem das alles zu sehr von den eigentlichen Problemen der Ökumene ablenkt. "Da wird eine Wunde zu gekleistert, aber ich will, dass sie sichtbar bleibt." HARALD BISKUP FR 18

 

 

 

 

Der frühere Vatikansprecher nimmt Johannes Paul II. in Schutz

 

Es stimme nicht, dass der polnische Papst das Doppelleben des mexikanischen Geistlichen Marcial Maciel gedeckt habe. Das sagte Joaquin Navarro-Valls im Gespräch mit einer spanischen Nachrichtenagentur. Vielmehr habe Johannes Paul selbst den kanonischen Prozess gegen den Gründer der „Legionäre Christi“ autorisiert. Der Prozess, in dem Strafen gegen Maciel verhängt wurden, sei kurz nach dem Tod Johannes Pauls 2005 zu Ende gegangen. Navarro erwähnt auch einen handschriftlichen Text Maciels, in dem dieser alle Vorwürfe gegen ihn abstritt. Der Ordensmann, dessen schwere sexuelle Verfehlungen jetzt eine Krise in den von ihm gegründeten Gemeinschaften ausgelöst haben, ist 2008 gestorben. Vorwürfe, die in Sachen Maciel jetzt auch gegen Johannes Paul erhoben würden, seien „objektiv und historisch falsch“, meint Navarro. Daher sei auch der Seligsprechungsprozess für den Papst „nicht in Gefahr“. Johannes Paul habe „nie irgendetwas blockiert oder vertuscht“; allerdings sei der jetzige Papst Benedikt „ein weiser Papst, der auch für Fehler Verantwortung übernimmt, von denen wir alle wissen, dass er sie gar nicht begangen hat“. Auf die Frage, ob vielleicht der damalige Kardinalstaatssekretär Angelo Sodano bestimmte Informationen über Marcial Maciel gar nicht zu Johannes Paul habe durchkommen lassen, sagt Navarro wörtlich: „Davon weiß ich nichts. Das einzige reale Faktum, das wir kennen, ist, dass der kanonische Prozess gegen Maciel schon unter Johannes Paul II. begann.“ (agi 17)

 

 

 

 

Am Weltkindertag den Glauben weitergeben

 

Zum Weltkindertag am 1. Juni bietet das weltweite katholische Hilfswerk

"Kirche in Not" eine große Auswahl an Angeboten zur kindgerechten

Weitergabe des Glaubens. Der Weltkindertag wurde zu Zeiten der deutschen

Teilung im Westen Deutschlands am 20. September, in der DDR jedoch am 1.

Juni begangen. Heutzutage gelten beide Termine als gleichberechtigt.

 

Das neueste Glaubensgeschenk des Hilfswerks an Kinder ist die

"Mini-Kinderbibel", ein handtellergroßes Büchlein, das in jede

Hosentasche passt. Die Mini-Kinderbibel ist die jüngste Ausgabe der

Kinderbibel "Gott spricht zu seinen Kindern", die "Kirche in Not" seit

dreißig Jahren weltweit in über hundert Sprachen verteilt hat. Die

Miniaturausgabe dieses "Klassikers" kann für 50 Cent beim Hilfswerk

bestellt werden.

 

Ebenfalls 50 Cent kostet das Büchlein "Kinder beten", eine kleine

Sammlung von Kindergebeten für den Alltag, die ebenfalls in die

Hosentasche passt.

 

Darüber hinaus hält "Kirche in Not" ein Bilderbuch, ein Hörbuch und ein

Malbuch zur Kinderbibel "Gott spricht zu seinen Kindern" bereit.

 

Wer seinen Nachwuchs bis zum Erwachsenenalter mit Glaubensutensilien

ausstatten will, dem empfiehlt das Hilfswerk seine "Glaubenspakete" zur

Taufe, Erstkommunion und Firmung. In diesen Paketen ist vom Katechismus

bis zur "Prayerbox", der Gebetsausrüstung für unterwegs, alles für einen

froh gelebten katholischen Glauben vorhanden.

Alle Angebote zum Weltkindertag können auf www.kirche-in-not.de/shop

KiN 18