Notiziario religioso 19-20 Maggio
2010
Mercoledì 19 maggio. Il commento al Vangelo. “Consacrali nella verità”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 17,11b-19) commentato da P. Lino Pedron
11 Padre santo,
custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola,
come noi.
12 Quand'ero con
loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi;
nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si
adempisse la Scrittura. 13 Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono
ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14
Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono
del mondo, come io non sono del mondo.
15 Non chiedo che
tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. 16 Essi non sono del
mondo, come io non sono del mondo. 17 Consacrali nella verità. La tua parola è
verità. 18 Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo;
19 per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità.
Nei vv. 11-12 di
questo brano Gesù afferma per due volte che il Padre gli ha donato il suo nome.
Ciò significa che "donando il suo nome al Figlio, il Padre si fa conoscere
da lui come Padre e nello stesso tempo si dona a lui in un amore eterno"
(De La Potterie).
La prima
conseguenza benefica della protezione del Padre verso i credenti è la loro
unione profonda fondata e modellata sull’unità del Padre e del Figlio. Questa
tematica dell’unità è toccata di sfuggita in questo passo; essa sarà uno degli argomenti
più importanti del brano che seguirà (Gv 17,21-26).
Gesù, con le sue
cure di buon Pastore (Gv 10,11 ss), ha impedito la perdizione dei suoi amici,
anzi ha operato la loro salvezza (Gv 3,16-17) e ha donato loro la vita in
abbondanza (Gv 10,10). Il Cristo però riconosce che in tale opera di salvezza
si è verificata un’eccezione per "il figlio della perdizione", Giuda.
L’evangelista ha
già descritto il suo tradimento, l’invasamento diabolico e l’ingresso nel regno
di satana (Gv 13,21.30). Per Giovanni il traditore è un diavolo (Gv 6,70),
quindi è votato alla rovina. Il tradimento di Giuda però non appare senza
significato nel piano della salvezza: egli doveva compiere la Scrittura.
Probabilmente si allude al Salmo 41,10: "Anche l’amico in cui confidavo,
anche lui, che mangiava il mio pane, alza contro di me il suo calcagno".
Gesù prega il
Padre per gli amici che sta per lasciare nel mondo e aggiunge che lo scopo
della sua preghiera è favorire la gioia piena dei discepoli. Per essi il
sapersi affidati al nome paterno di Dio, alle mani forti e amorose del Padre,
deve essere fonte di gioia perfetta e di pace profonda.
Gesù ha custodito
gli amici nel nome del Padre donando loro la sua parola (v. 14), cioè donando
loro la rivelazione totale e definitiva di Dio. I discepoli quindi sono stati
illuminati dalla parola di Gesù: per questa ragione il mondo tenebroso li ha
odiati. I credenti non fanno più parte del mondo e per questo motivo il mondo
li odia.
Nonostante l’odio
delle tenebre contro i credenti, Gesù non chiede al Padre di toglierli dal
mondo, ma lo prega di custodirli dal maligno. Dio custodirà i discepoli nel suo
nome santo (v. 11), preservandoli dall’influsso del demonio e del male (v. 5),
cioè santificandoli nella verità (v. 17).
La santità piena e
perfetta è posseduta dall’unico uomo senza peccato (Gv 8,46; Eb 4,15; 7,26),
santificato dal Padre e inviato nel mondo (Gv 10,36); egli è il Santo di Dio
(Gv 6,69), è l’unica persona che appartiene totalmente a Dio.
La santità dei
cristiani invocata da Gesù nei vv. 17 e 19 dev’essere intesa come fedeltà piena
al patto d’amore sancito nel sangue di Cristo, vivendo da autentici figli di
Dio, da proprietà esclusiva del Padre.
Il Padre opera la
santificazione dei credenti nella sua parola e per mezzo della sua parola. La
verità, che è la rivelazione totale e definitiva del nome, della persona del
Padre, costituisce l’ambiente vitale nel quale i cristiani devono essere
santificati. Questa parola, questa verità è il Cristo. Il Padre santifica i
credenti per mezzo del Figlio, Parola di Dio. La santificazione è quindi la
vita di comunione filiale con Dio per mezzo di Cristo.
Essere santificati
nella verità significa essere custoditi nella vita filiale, nella comunione con
il Padre, per mezzo della nostra comunione con il Figlio che è unito al Padre.
Una delle
conseguenze più immediate della santificazione dei discepoli è la loro
abilitazione alla missione. Come il Figlio è stato santificato e inviato nel
mondo (Gv 10,36), così i credenti possono essere inviati nel mondo da Gesù (v.
18) perché il Padre li santifica nella verità (vv. 17 e 19).
Gesù santifica se
stesso "nella verità" come i discepoli, cioè rivelando il nome del
Padre, adempiendo la sua missione di Inviato di Dio. Gesù si santifica per i
suoi discepoli per salvarli. La santificazione salvifica di Gesù a favore dei
credenti è orientata verso l’offerta della sua vita sul Calvario.
La rivelazione
dell’amore paterno di Dio, attraverso il dono del Figlio all’umanità, opera la
salvezza e la santificazione dei credenti, i quali potranno vivere in comunione
piena con il Padre lasciandosi guidare in tutto dalla sua volontà, partecipando
così alla santità di Cristo, causa, fondamento e modello di quella dei
discepoli. De.it.press
Giovedì 20 maggio. Il commento al Vangelo. “Siano anch'essi in noi una cosa
sola”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 17,20-26) commentato da P. Lino Pedron
20 Non prego solo
per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; 21
perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano
anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
22 E la gloria che
tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. 23
Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che
tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.
24 Padre, voglio
che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino
la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della
creazione del mondo.
25 Padre giusto,
il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi
hai mandato. 26 E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere,
perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».
A questo punto del
capitolo 17 la preghiera di Gesù si allarga fino ad abbracciare tutti i
discepoli che in futuro crederanno in lui per la parola dei suoi primi
discepoli. Per essi chiede al Padre il dono dell’unità più profonda, modellata
e fondata sulla comunione di vita tra il Padre e il Figlio.
Il
"come" indica il modello e il fondamento dell’unità dei credenti. I
cristiani devono ispirarsi all’ideale realizzato dalle persone della Trinità;
nella loro vita di comunione devono tendere a questa unità perfetta. Una vita
di unione e d’amore così profonda nella comunità cristiana riveste un valore
fortissimo per suscitare la fede: "Affinché il mondo creda che tu mi hai
mandato" (vv. 21 e 23).
Gesù ha donato ai
discepoli la gloria ricevuta dal Padre (v. 22), ossia ha reso i credenti
partecipi della sua divinità. Questa gloria divina rifulge in modo unico nel
Figlio, per questo Gesù domanda al Padre di farla contemplare ai credenti (v.
24). Il dono della gloria di essere figli di Dio è stato concesso ai discepoli
in vista dell’unità: "affinché siano una cosa sola, come noi siamo una
cosa sola" (v. 22).
I cristiani, consapevoli
di essere figli dello stesso Padre e di formare la famiglia di Dio devono
vivere uniti, in perfetta comunione di mente e di cuore, a somiglianza del
Padre e del Figlio; anzi, sono inseriti nella vita della Trinità, perché il
Padre è nel Figlio e il Figlio è nei discepoli. Quindi, rimanendo vitalmente
uniti a Cristo, i credenti vivono in comunione perfetta con Dio e così si
realizza la perfezione dell’unità.
Tale unità dei
cristiani avrà un effetto di salvezza per l’umanità: susciterà la fede nella missione
divina di Gesù e il riconoscimento dell’amore del Padre per i discepoli. Il
Padre ama i credenti come ama Gesù e li ama in lui.
Nel v. 24 Gesù
esprime la sua estrema volontà: "Padre, voglio". Gesù chiede che i
suoi discepoli partecipino alla sua gloria in paradiso. Al malfattore,
crocifisso con lui, Gesù assicura: "Oggi sarai con me in paradiso"
(Lc 23,43).
Il passo finale di
questa preghiera si apre con l’invocazione "Padre giusto": essa è una
variazione di "Padre santo" (17,11); ambedue le invocazioni esprimono
la trascendenza e la natura di Dio. Nel salmo 145,17 gli aggettivi giusto e
santo, riferiti al Signore, sono sinonimi.
Nelle ultime
invocazioni di questa preghiera Gesù ricorda al Padre che egli e i suoi
discepoli hanno riconosciuto la sua santità, ossia la sua trascendenza divina.
Il mondo tenebroso invece non ha voluto conoscere Dio perché ha rifiutato la
luce di Cristo e quindi non può giungere a Dio, perché nessuno va al Padre se
non per mezzo del Figlio (Gv 8,19.39ss; 14,6ss).
L’uomo Gesù ha
riconosciuto il Padre per esperienza diretta e in maniera vitale. I suoi
discepoli si sono inseriti in questa corrente di luce aprendosi alla fede
nell’Inviato di Dio (v. 25).
Nelle battute
finali Gesù riprende la tematica della rivelazione del nome del Padre ai suoi
amici (17,6.26). La manifestazione passata della rivelazione ("ho
manifestato loro il tuo nome") ricorda il ministero pubblico di Gesù fino
allo scoccare dell’"ora" presente. La manifestazione futura ("lo
manifesterò") riguarda gli avvenimenti finali della vita terrena di
Cristo, ossia la sua glorificazione con la passione, morte, risurrezione e
ascensione. L’"ora" di Gesù costituisce la manifestazione piena e
definitiva del nome del Padre, della manifestazione del suo amore, del dono dell’amore
di Dio ai discepoli. L’amore del Padre per i credenti è concesso in occasione
dell’esaltazione suprema del Figlio (v. 26). De.it.press
Benedetto XVI: “Gesù è vicino a ciascuno”
“Grazie”: ha
esordito così, domenica mattina, Benedetto XVI nel suo consueto intervento
prima della recita del Regina Cæli, per salutare i duecentomila fedeli
convenuti in piazza San Pietro, da ogni parte d’Italia, in risposta all’invito
del Cnal (Consulta nazionale delle aggregazioni laicali), per esprimere sostegno
e affetto al Papa. Piazza San Pietro e piazza Pio XII, stracolme di
persone, sono state anche colorate da bandiere, cappellini, striscioni e
palloncini delle diverse associazioni, gruppi e movimenti che hanno aderito
all’iniziativa. Dopo aver ricordato che domenica si celebrava, in Italia e in
altri Paesi, l’Ascensione di Gesù al Cielo, oltre a ricorrere la Giornata
mondiale delle comunicazioni sociali, il Pontefice ha evidenziato, a proposito
dell’ultimo distacco del Signore Gesù dai suoi discepoli, che “non si tratta di
un abbandono, perché Egli rimane per sempre con loro - con noi - in una forma
nuova”. “Il Signore – ha proseguito il Santo Padre - attira lo sguardo degli
Apostoli - il nostro sguardo - verso il Cielo per indicare come percorrere la
strada del bene durante la vita terrena”. Egli, tuttavia, “rimane nella trama
della storia umana, è vicino a ciascuno di noi e guida il nostro cammino
cristiano: è compagno dei perseguitati a causa della fede, è nel cuore di
quanti sono emarginati, è presente in coloro a cui è negato il diritto alla
vita”.
In realtà, ha
chiarito Benedetto XVI, “possiamo ascoltare, vedere e toccare il Signore Gesù
nella Chiesa, specialmente mediante la Parola e i sacramenti. A tale proposito,
esorto i ragazzi e i giovani che in questo tempo pasquale ricevono il
sacramento della Cresima, a restare fedeli alla Parola di Dio e alla dottrina
appresa, come pure ad accostarsi assiduamente alla Confessione e
all’Eucaristia, consapevoli di essere stati scelti e costituiti per testimoniare
la Verità”. Il Papa ha quindi rinnovato il suo “particolare invito ai fratelli
nel sacerdozio, affinché ‘nella loro vita e azione si distinguano per una forte
testimonianza evangelica’ e sappiano utilizzare con saggezza anche i mezzi di
comunicazione, per far conoscere la vita della Chiesa e aiutare gli uomini di
oggi a scoprire il volto di Cristo”. “Il Signore – ha aggiunto-, aprendoci la
via del Cielo, ci fa pregustare già su questa terra la vita divina. Un autore
russo del Novecento, nel suo testamento spirituale, scriveva: ‘Osservate più
spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o
l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, …
intrattenetevi … col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete’”. Infine,
un ringraziamento alla Vergine Maria, venerata nel santuario di Fatima, per “la
sua materna protezione durante l’intenso pellegrinaggio compiuto in
Portogallo”.
“Grazie per questa
vostra presenza e fiducia, grazie!”. Subito dopo la recita del Regina Cæli
Benedetto XVI ha rivolto il suo primo saluto “ai fedeli laici venuti da tutta
Italia, e al cardinale Angelo Bagnasco che li accompagna come presidente della
Conferenza episcopale”. “Vi ringrazio di cuore, cari fratelli e sorelle, per la
vostra calorosa e nutrita presenza! Raccogliendo l’invito della Consulta
nazionale delle aggregazioni laicali – ha sottolineato il Papa -, avete aderito
con entusiasmo a questa bella e spontanea manifestazione di fede e di
solidarietà, a cui partecipa pure un consistente gruppo di parlamentari e
amministratori locali. A tutti desidero esprimere la mia viva riconoscenza”.
Poi il Pontefice ha salutato “anche le migliaia di immigrati”, collegati da
Piazza San Giovanni, con il cardinale vicario Agostino Vallini, in occasione
della “Festa dei Popoli”. “Cari amici – ha detto il Santo Padre, più volte
interrotto nel suo saluto dagli applausi della folla - voi oggi mostrate il
grande affetto e la profonda vicinanza della Chiesa e del popolo italiano al
Papa e ai vostri sacerdoti, che quotidianamente si prendono cura di voi,
perché, nell’impegno di rinnovamento spirituale e morale possiamo sempre meglio
servire la Chiesa, il Popolo di Dio e quanti si rivolgono a noi con fiducia”.
“Il vero nemico da
temere e da combattere – ha avvertito Benedetto XVI - è il peccato, il male
spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa”. Di
qui l’invito a “guardarci” dalle seduzioni del mondo. “Dobbiamo temere il
peccato – ha sostenuto il Papa - e per questo essere fortemente radicati in
Dio, solidali nel bene, nell’amore, nel servizio. E’ quello che la Chiesa, i
suoi ministri, unitamente ai fedeli, hanno fatto e continuano a fare con
fervido impegno per il bene spirituale e materiale delle persone in ogni parte
del mondo”. “E’ quello che specialmente voi cercate di fare abitualmente nelle
parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti – ha continuato -: servire Dio e
l’uomo nel nome di Cristo. Proseguiamo insieme con fiducia questo cammino, e le
prove, che il Signore permette, ci spingano a maggiore radicalità e coerenza”.
È bello, ha sottolineato il Pontefice, “vedere oggi questa moltitudine in
Piazza San Pietro come è stato emozionante per me vedere a Fatima l’immensa
moltitudine, che, alla scuola di Maria, ha pregato per la conversione dei
cuori. Rinnovo oggi questo appello, confortato dalla vostra presenza così
numerosa! Grazie! Ancora una volta grazie a voi tutti!”. Un ultimo
ringraziamento dopo i saluti in varie lingue ai pellegrini: “Grazie e andiamo
avanti con il Signore nella sua grazia”. Sir
Solidarietà al Papa. Senza riserve. Il laicato cattolico con il card.
Bagnasco in piazza san Pietro
Misericordia,
perdono, purificazione - Domenica mattina, in attesa del “Regina Caeli” con il
Santo Padre, il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha guidato la
preghiera in piazza San Pietro con i tantissimi fedeli provenienti da tutta
Italia raccolti per esprimere vicinanza a Benedetto XVI e pregare per le
vittime degli abusi. L'iniziativa è stata promossa dalla Consulta nazionale
delle aggregazioni laicali. “Misericordia, perdono per i peccati, purificazione
e forza per tutta la Chiesa”, ha implorato dal Signore il card. Bagnasco. “Dio
onnipotente ed eterno, conforto degli afflitti, sostegno dei tribolati – ha
aggiunto -, ascolta il grido di coloro che sono nel dolore perché trovino
giustizia e conforto, così che partecipando alla vita della tua Chiesa,
purificata dalla penitenza, possano riscoprire l’infinito amore di Cristo tuo
Figlio”.
“Non lasciare solo
‘Pietro’” - “Volete voi, laici cattolici, reagire all’insidia del torpore,
alzarvi in piedi, e unirvi al Pastore della Chiesa, per testimoniare davanti al
mondo contemporaneo che Cristo è il Signore?”: è la domanda che domenica
pomeriggio il card. Angelo Bagnasco ha posto alle migliaia di fedeli presenti
nella basilica di S. Paolo fuori Le Mura, nella messa che ha fatto seguito al
grande raduno di associazioni e movimenti cattolici. “Testimoniare con il Papa
che Cristo è Risorto e per questo è il Signore, non è una cosa facile, nessuno
si illuda – ha proseguito il cardinale -. Ma proprio per questo, amici, proprio
perché non è facile, oso sperare che deciderete di starci e di giocarvi senza
riserve. Di non lasciar solo Pietro”.
La “chiamata” dei
laici - Il cardinale ha quindi proseguito, richiamando altri pensieri del Papa:
“Le associazioni e i movimenti da cui provenite, che qui anzi rappresentate,
sono una scuola provvidenziale. «Osservandoli – è ancora il Papa che parla – ho
avuto la gioia e la grazia di vedere come, in un momento di fatica della
Chiesa, in un momento in cui si parlava di ‘inverno della Chiesa’, lo Spirito
creava una nuova primavera»”. “Ma voi, in forza del vostro carisma, in forza
della radicalità del Vangelo, del contenuto oggettivo della fede, del flusso
vivo della tradizione in cui siete scoperti e inseriti, della docilità alla
guida dei Pastori, dovete sempre più uscire dal chiuso dei vostri ambienti e
andare nel mondo”.
Una “bellissima
domenica” - “E' stata una bellissima domenica per i cattolici italiani,
un'occasione per stare uniti con il Papa senza avere paura del mondo, come ha
detto” il Pontefice, “ma combattendo il peccato che purtroppo si annida
ovunque, anche dentro la nostra Chiesa". Questo il commento di Carlo Cirotto,
presidente nazionale del Meic (Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale), al
termine del raduno."Il Meic – ha detto Cirotto - ribadisce il proprio
impegno sulla strada indicata dal Papa: 'servire Dio e l'uomo nel nome di
Cristo', promuovendo il bene spirituale e materiale delle persone in ogni parte
del mondo”. “Per sconfiggere lo scandalo degli abusi che macchia il volto della
Chiesa – conclude il presidente -, la nostra risposta di cristiani sarà quella
di una testimonianza di fede ancora più trasparente, rigorosa e fedele al
Vangelo, proprio sull'esempio di Benedetto XVI e al suo fianco".
Lo striscione
francescano - Uno striscione lungo 5 metri, con i colori della pace, per
esprimere solidarietà a Benedetto XVI è stata l’iniziativa del Sacro Convento
di Assisi che lo ha esposto ieri, per la prima volta, dalla Loggia della
Basilica Inferiore di San Francesco, in occasione dell’incontro in piazza san
Pietro. Lo striscione recita: “Dalla piazza di S. Francesco in Assisi a piazza
S. Pietro in Roma un’unica voce di sostegno alla missione del Papa: Santità
conti su di noi per la sua missione di pace e di bene! I frati del S.
Convento”.
Voce di una Chiesa
viva - “La partecipazione è stata davvero straordinaria. Tutti coloro che sono
venuti in piazza San Pietro hanno mostrato a tutto il mondo il volto di una
Chiesa davvero viva, ricca e variegata”. Questo il “bilancio” di Paola Dal
Toso, segretaria generale della Consulta Nazionale delle Aggregazione Laicali,
all’indomani della grande manifestazione in piazza San Pietro promossa dalla
Cnal, in solidarietà con papa Benedetto XVI. “L’occasione – scrive Dal Toso sul
portale www.piuvoce.net - è stata anche motivo per pregare, oltre che per il
Papa e le difficoltà della Chiesa, anche per le vittime di errori commessi da
persone appartenenti alla Chiesa stessa”.
A difesa dei
minori - “Un ringraziamento speciale va al Santo Padre per l’insegnamento, la
dedizione e la forza indomita dimostrata nella testimonianza del Vangelo a
difesa di ogni persona e in particolare dei minori”: così Franco Mugerli,
presidente del Copercom (Coordinamento delle associazioni per la comunicazione)
che ha aggiunto: “In Piazza San Pietro abbiamo voluto ribadire la centralità e
l’importanza del successore di Pietro per la nostra vita e per il nostro
impegno di cattolici”. Sir 18
La folla a San Pietro. Se la fede bussa alla porta del mondo
La folla che si è
riunita in piazza San Pietro per ascoltare il Papa e insieme (testimoniargli
affetto e fiducia nella difficile congiuntura che la Chiesa sta attraversando,
per i casi dei preti pedofili, si somma nelle immagini a quella che appena
qualche giorno fa aveva accolto il Papa a Fatima, in Portogallo. Siamo dinanzi
a segni eloquenti di quel bisogno di Dio che torna a palpitare, ora consolando
ora inquietando, nel cuore di una umanità, che avrebbe dovuto invece, secondo i
presagi della cultura della secolarizzazione, vivere la nuova era della morte
di Dio. Quella cultura, per la parte in cui aveva alimentato i totalitarismi di
destra e di sinistra, è stata la storia a sconfiggerla. E per la parte in cui
teorie scientifiche e filosofiche avrebbero dovuto sostituire le fedi
religiose, l’esperienza delle società contemporanee ne rivela il fallimento. Di
questo ritorno a provare nelle nostre esistenze il bisogno di Dio, abbiamo
sentito una eco nelle parole del Papa: “Dio rimane nella trama della storia
umana, è vicino a ciascuno di noi e guida il nostro cammino; è compagno dei
perseguitati a causa della fede, è nel cuore di quanti sono emarginati, è presente
in coloro a cui è negato il diritto alla vita”.
Il Papa era
emozionato, e lo ha dichiarato, per la vista della immensa moltitudine di
Fatima e di piazza San Pietro. Ma per chi guida la Chiesa le folle hanno
tutt’altro significato che quello da cui sono ispirati capi politici o leader
sociali. Per il Papa, così come per l’ultimo dei cristiani, la moltitudine è un
richiamo all’insegnamento evangelico radicale: siamo nel mondo, ma non
apparteniamo al mondo.
Nessuna volontà di
potenza, dunque, nessun cedimento alle seduzioni del mondo, nessuna paura del
mondo.
Il nemico non è il
mondo, è in noi. Il nostro male spirituale è il peccato, che “a volte contagia
purtroppo anche i membri della Chiesa”. Benedetto XVI ha saputo trovare le
parole giuste. Non ha taciuto su vicende che possono essere occasione di una
rinascita spirituale. La conversione è una esperienza mai conclusa nella vita
cristiana. Anche i sacerdoti sono chiamati costantemente a convertirsi come
qualsiasi credente. Ogni incontro con il nostro prossimo sta ad un bivio, per
un itinerario di conversione o per uno di peccato. Ma non deve essere
un’ossessione di solitudine. Pecca fortemente, ma credi più fortemente,
insegnava Lutero.
Il Papa ci esorta
a radicarci in Dio, solidali nel bene, nell’amore, nel servizio. Questa è la
comunità cristiana. Ancora una volta ci viene una grande lezione da questo
Pontificato, forse ancora non bene compreso nell’intera sua cifra dottrinale e
pastorale. Certo, “possiamo ascoltare, vedere e toccare il Signore Gesù nella
Chiesa, specialmente mediante la parola e i gesti sacramentali dei suoi
Pastori”. Ma poi nella vita quotidiana della società e dovunque nel mondo è
l’intero popolo di Dio. Sono gli uomini e le donne, i bambini, i giovani, gli
anziani, ricchi e poveri, colti e illetterati, fortunati e sventurati, con le
loro gioie e le loro tragedie, tutti nelle disuguaglianze dei loro corpi e
delle loro biografie, e nella universalità della loro fede a realizzare nella
storia umana quello stendimento del corpo di Cristo, come con suggestiva
metafora si espresse Sant’Agostino. Se dobbiamo trarre dalle circostanze
presenti occasione per ripensare la vita cristiana nella Chiesa e nel mondo,
cominciamo da questo nastro di partenza, che ci allinea tutti, dal Papa all’ultimo
laico, insieme per un cammino comune. FRANCESCO PAOLO CASAVOLA Im 17
I colori dei cattolici. Lo spettacolo di piazza san Pietro
Era felice e un
po’ commosso, Benedetto XVI, in occasione della recita del Regina coeli
domenica 16 maggio. Hanno gremito piazza San Pietro, hanno risposto in
tantissimi (duecentomila) la domenica dell’Ascensione all’appello rivolto dalla
Consulta nazionale delle aggregazioni laicali per testimoniare al Papa la
vicinanza degli italiani.
Sì, la gente vuole
bene al Papa. Già in Portogallo, a Fatima, la risposta popolare è stata
straordinaria. E anche a Roma non solo i numeri sono stati importanti, ma
soprattutto il profilo della gente accorsa. Nonostante la minaccia di pioggia,
era una piazza bellissima, colorata, serena, attenta e determinata. E’
l’immagine del cattolicesimo italiano. E’ un cattolicesimo di popolo, innanzi
tutto. E poi è ricchissimo di identità e di operosità: le bandiere, i
palloncini, i cartelli, i gonfaloni, gli striscioni, che colorano la piazza
sono il segno di mille realtà vive, radicate, che sanno in ogni caso
ritrovarsi, sanno testimoniare insieme.
A questa gente il
Papa ha parlato di peccato, “il male spirituale, che a volte, purtroppo,
contagia anche i membri della Chiesa”. Viviamo nel mondo – ha proseguito
Benedetto XVI, citando il vangelo di Giovanni - ma non siamo del mondo, “anche
se dobbiamo guardarci dalle sue seduzioni. Dobbiamo invece temere il peccato e
per questo essere fortemente radicati in Dio, solidali nel bene, nell’amore,
nel servizio”.
La linea sicura
che il Papa ha seguito in queste settimane in cui sono divampate le polemiche è
quella della verità e della speranza. E’una linea persuasiva, che accetta il
confronto pubblico, chiama il peccato con il suo nome e rilancia la
testimonianza: “Proseguiamo insieme con fiducia questo cammino, e le prove, che
il Signore permette, ci spingano a maggiore radicalità e coerenza”. La consegna
ai cattolici italiani, alla Chiesa è stata rilanciata dal presidente della Cei,
nella messa con le aggregazioni laicali che ha concluso la giornata
dell’Ascensione. “Dal nostro Papa – ha detto il cardinal Bagnasco - dobbiamo
apprendere l’arte del dialogo e della capacità di relazione con i soggetti più
vari. Ma sempre alla scuola del Santo Padre dobbiamo imparare ad andare, quando
serve, controcorrente, ad essere portatori di un’idea diversa, di un punto di
vista alternativo. Non possiamo aver timore dell’anticonformismo. Non è per il
gusto di opporci a qualcuno, ma per amare tutti, innanzitutto per obbedire a Dio”.
Deve essere la
forma contemporanea della presenza soprattutto dei laici nella vita di oggi,
che riprende le note più alte della grande spiritualità moderna: “Solo Lui può
riempire il cuore e la vita. Solo Lui ci basta”. E le proietta in una società
che cambia, ma che proprio per questo ha bisogno di una presenza radicata,
libera e forte. Il movimento cattolico così oggi in Italia sta delineando nuove
forme, a misura di un momento storico molto confuso, impegnativo, ma
apertissimo.
Francesco Bonini
Il ruolo dei valdesi nell'unità d'Italia
Caro Direttore, ho
apprezzato molto l’articolo del priore di Bose Enzo Bianchi sulla Bibbia,
apparso nei giorni scorsi su Tuttolibri. Egli riconosce con rara onestà
intellettuale il ruolo che la chiesa cattolica romana ha giocato nel
rallentamento della diffusione della lettura della Bibbia in lingua corrente o
volgare in Italia (a differenza dei Paesi di matrice protestante che, pur
secolarizzati quanto e forse più del nostro, sono tuttavia stati permeati da
una conoscenza del testo biblico, da cui hanno tratto ispirazione e nutrimento
socioculturale: si pensi solo ai grandi filosofi tedeschi - da Kant a Hegel ecc
- o, più recentemente a Bergman, nel cinema, o a Lagerkvist, nella
letteratura).
Manca a mio avviso
un punto importante, proprio mentre si (cerca di) celebrare il 150° dell’Unità
d’Italia: non si può dire che è solo grazie al Concilio Vaticano II che «quegli
anni possono essere ricordati come l’inizio della fine dell’esilio della parola
di Dio dalla vita e dalla spiritualità dei cattolici italiani».
Ricordiamolo, ai
nostri concittadini, che i protestanti - impegnati attivamente nei movimenti
risorgimentali, dopo aver acquisito i diritti civili come italiani a tutti gli
effetti solo nel 1848, insieme agli ebrei - hanno con fortissimo impulso
cercato di diffondere il testo biblico e la sua conoscenza ritenendo che fosse
importante nella formazione culturale e civile dei cittadini del nuovo Stato
unitario.
Per fare solo un
esempio, alla breccia di Porta Pia (1870) i colportori evangelici (ovvero,
coloro che erano addetti alla distribuzione delle Bibbie, prima di nascosto -
camuffandole sotto altra merce posta in vendita -, poi sempre più alla luce del
sole..) venivano trucidati dalle truppe dello Stato Pontificio. Spesso si
dimentica infatti che prima dell’Unità nazionale la predicazione evangelica e
la stessa diffusione della Bibbia erano vietate e represse in tutto il Sud
borbonico così come negli ampi territori sotto il dominio temporale del papa, e
che la prima Bibbia in lingua italiana è stata tradotta proprio da un
protestante, Giovanni Diodati.
Del resto, i
pochissimi protestanti italiani rinchiusi prima del 1848 nelle cosiddette
«valli valdesi» del Pinerolese avevano, già in tempi pre-risorgimentali e a
prescindere dal loro status sociale (erano quasi tutti contadini...), un tasso
di alfabetizzazione notevolmente superiore a quello di qualsiasi altra regione
italiana, proprio perché cultura biblica e formazione di base erano
strettamente legati, la seconda era necessaria alla prima. E non è un caso che,
da due versanti diversi, il teologo valdese Paolo Ricca e lo storico Alberto
Melloni abbiano riconosciuto il contributo protestante allo sviluppo del
cristianesimo e l’utilità della Riforma per il cattolicesimo italiano stesso,
anche e proprio attraverso l’educazione alla lettura biblica, altrimenti persa
nel cristianesimo cattolico romano.
Chiudo rinnovando
il plauso a Enzo Bianchi per la prima parte del suo articolo ma pregandola di
pubblicare questa mia lettera, a beneficio di tutti coloro che - cattolici e
non, credenti e non - abbiano a cuore la verità: il protestantesimo italiano,
pur soffocato dalla repressione, ha dato comunque un importante contributo, di
sangue e di impegno, non solo alla formazione dello Stato italiano ma anche a
quello che Enzo Bianchi chiama il «rinnovamento radicale della predicazione in
senso evangelico e scritturistico».
Rimane solo da
chiedersi come mai si parli anche qui, da parte di un cattolico italiano, della
«Bibbia come grande assente dalla scuola» quando da sempre esiste un’ora di
insegnamento della Religione Cattolica, confessionale e - appunto - chissà
perché non biblico. Da recenti ricerche Eurisko è infatti stato evidenziato
come la stragrande maggioranza dei nostri concittadini conosca così poco la
Bibbia (e la storia delle religioni) da «non saper nemmeno porre in ordine
cronologico corretto Abramo, Mosè, Gesù e Mohammad» (Maometto, nell’indagine
citata). Un’evidente e grave lacuna culturale, per una popolazione chiamata al
dialogo e all’integrazione.
MASSIMOMAROTTOLI,
Pastore valdese ad Alessandria
Accolgo con
riconoscenza l'integrazione che il pastore Marottoli offre al mio intervento
sulla diffusione della Bibbia in Italia: sono ben consapevole del ruolo che la
Bibbia ha sempre avuto nel mondodella Riforma e di quanto questo amore per la
parola di Dio abbia impregnato intere generazioni di protestanti, anche
italiani. Del resto, avevo ben specificato che il cambiamentoavviato dal
Vaticano II aveva segnato «l'inizio della fine dell’esilio della parola di Dio
per... i cattolici italiani». E molta strada resta da fare per una
maggioreconoscenza del testo biblico anche comepatrimonio culturale, a
cominciare dalla scuola. Enzo Bianchi LS 18
Giustizia sociale, bene comune e immigrazione
Una riflessione di
mons. Giancarlo Perego (Migrantes) in margine al documento preparatorio della
Settimana Sociale 2010
ROMA - Cinquant’anni fa, nel 1960, la
33ma Settimana Sociale dei cattolici italiani si svolgeva a Reggio Calabria sul
tema “Le migrazioni interne e internazionali nel mondo contemporaneo”.
Cinquant’anni dopo, a Reggio Calabria, coniugando bene comune tra il locale il
globale, nella 46ma Settimana Sociale dei cattolici italiani, ritorna
nell’Agenda di speranza per il futuro del Paese il tema della mobilità. Se nel
1960 il tema della mobilità era coniugato soprattutto con l’emigrazione
italiana e i problemi ad essa connessi, la Settimana Sociale del 2010 legge
soprattutto il tema della mobilità in relazione al fenomeno dell’immigrazione
di ormai 5 milioni di persone in Italia.
Già nel 1960, nella prolusione alla
Settimana, il Card. Giuseppe Siri scriveva, quasi profeticamente, che di fronte
alle migrazioni occorre richiamare il tema della giustizia sociale: “La
giustizia sociale cura la ragionevole distribuzione dei beni della terra tra
gli uomini. Comprende la giustizia commutativa, la giustizia legale e la
distributiva, ma allarga il campo di tutte e tre le forme di giustizia
inducendo un titolo nuovo per la attribuzione di qualcosa agli uomini singoli
od associati e cioè il titolo della destinazione primigenia universale di tutti
i beni della terra, titolo che non scompare del tutto neppure nel fatto della
acquisizione di proprietà privata, sacrosanta nel diritto nazionale. La
giustizia sociale è quella che dà di essere a pieno titolo e con tutte le
conseguenze membro, parte, anima della comunità degli uomini. Parte da una
comunanza di natura e tende ad arrivare ad una sufficiente e ragionevole
comunanza di condizione”.
Andando al documento preparatorio della
prossima Settimana sociale del 2010 ritroviamo come punto di partenza della
riflessione una “marcata globalizzazione” nel mondo contemporaneo che chiede un
orientamento al bene comune, declinandolo nelle diverse situazioni di oggi dove
è più a rischio o può trovare nuova forza. In questa direzione, noi incontriamo
il “problema risorsa dell’immigrazione” come una delle direttrici per
riprendere a crescere sulla base del bene comune. I numeri 25-26 del documento
preparatorio indicano nell’inclusione la strada maestra, costruita con
intelligenza.
In particolare, il documento ci invita a guardare
a chi costruirà il futuro del nostro Paese: i figli degli immigrati che oggi
sono il 16,4% dei nuovi nati e che vede già 600.000 bambini nati da almeno un
genitore straniero in Italia. E guardando a loro la Settimana ci indica una
strada da percorrere da subito: il riconoscimento della cittadinanza a questi
“figli dell’immigrazione”, per costruire per loro giustizia sociale, tutela,
partecipazione. È un gesto “politico” importante che la Settimana Sociale ci
chiede di valutare come cattolici impegnati nella società. E’ un gesto che
chiede l’attenzione alla tutela dei ricongiungimenti familiari come progetto
politico che crea le premesse per una tutela della vita e per la tutela
dei figli degli immigrati. Oggi in Italia, mediamente, un immigrato impiega 7-8
anni prima di arrivare a ricongiungersi con la famiglia. La precarietà, una
debole politica della casa, le difficoltà all’inserimento scolastico rischiano
di favorire l’immigrazione del “single” e a indebolire di fatto l’immigrazione
familiare, che costituisce invece la forza nella costruzione di una città
ospitale. Anche la Giornata internazionale della famiglia che celebriamo sabato
15 maggio, ci ricorda il valore di “una famiglia a colori” nel nostro Paese,
come segno di una città ospitale che sa costruire con intelligenza, nella
giustizia sociale il suo futuro.
Giancarlo Perego,
Direttore generale della Migrantes
La posta in gioco. Gli orientamenti
pastorali per il prossimo decennio
“Servire Dio e
l’uomo nel nome di Cristo”. Benedetto XVI vede così l’impegno abituale che la
Chiesa italiana conduce nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti.
Lo dice davanti a una piazza San Pietro incapace di contenere tutti, domenica
scorsa, per la commovente manifestazione di solidarietà e di affetto promossa
dalle aggregazioni laicali. E facilmente lo ripeterà fra pochi giorni,
incontrando i vescovi della Conferenza episcopale riuniti in assemblea, dal 24
al 28 maggio, per approvare gli orientamenti pastorali del prossimo decennio
sull’educazione. “Servire Dio e l’uomo nel nome di Cristo”: non è forse questa
la radice dell’impegno formativo portato avanti con gratuità e fatica nelle
comunità cristiane?
È passato un anno
da quando i vescovi indicarono il tema; adesso è il momento di dare seguito a
quella scelta pubblicando un documento che accompagni nella verifica e nel
rinnovamento dei percorsi educativi. Allora il cardinale Bagnasco, introducendo
i lavori assembleari, aveva richiamato l’atteggiamento di rinuncia che
caratterizza molti genitori e insegnanti, così come la serietà della posta in
gioco: la felicità delle giovani generazioni e il bene della società. Ora è il
tempo della fiducia, dell’intelligenza e della passione educativa. E delle
“alleanze” con tutti coloro che hanno a cuore il futuro dell’uomo e della
nostra storia.
In questi mesi, in
realtà, le riflessioni non sono mancate. Sull’educazione si trovano pagine
importanti già nel documento “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e
mezzogiorno” e nel testo preparatorio della prossima Settimana sociale, diffuso
appena qualche giorno fa. Nell’agenda ecclesiale italiana educare è una
priorità ineludibile, una declinazione della missione, un servizio che viene da
lontano. Una sfida, per dirla col rapporto-proposta pubblicato dal Comitato per
il progetto culturale. Perché il problema dell’educazione è in realtà il
problema dell’essere uomo nella società di oggi.
È uno snodo
delicato, dunque, quello in cui i cattolici italiani scelgono di restare e di
procedere; un terreno minato in cui non mancano le diversità di approccio, le
delusioni e i rischi di fallimento, ma anche gli spazi per nuovi incontri e
collaborazioni. Dentro e fuori le mura di casa. Si tratta certo di una strada
obbligata, dopo che il quarto convegno ecclesiale nazionale, celebrato a Verona
nel 2006, ha visto i cattolici italiani concordi nel dire che la parola
cristiana ha bisogno oggi dell’alfabeto della vita affettiva, del lavoro e
della festa, della fragilità, del dialogo intergenerazionale, della
cittadinanza.
Un documento di
prospettive pastorali, come quello che uscirà dalla prossima assemblea dei
vescovi, non è un prontuario di risposte o di regole da applicare quando suona
l’allarme. Né dispensa dalla fatica di continuare a pensare, di verificarsi con
umiltà e di progettare localmente. Si offre, prima di tutto, come una
testimonianza di comunione ecclesiale: la Chiesa italiana, nella sua
articolazione e pluralità, sa sincronizzare gli intenti e far convergere gli
sforzi. Guarda alla vita delle persone e dei territori con lo stesso sguardo di
vicinanza partecipe e responsabilità operosa. Altre carte da leggere e citare?
Mettiamola così: una mappa per un nuovo tratto di cammino da fare insieme.
Ernesto Diaco
Kirchentag: concluso con una celebrazione ecumenica. Osare “una svolta
nuova”
Monaco di Baviera
- Con una grande celebrazione sulla spianata della Theresienwiese a Monaco si è
conclusa domenica la Seconda Giornata ecumenica delle Chiese (Ökt). Nella
funzione, cui hanno partecipato 100.000 fedeli, i due presidenti del
Kirchentag, l’evangelico Eckhard Nagel e il cattolico Alois Glück hanno
esortato i cristiani tedeschi ad osare “una nuova svolta” per risolvere insieme
i problemi. “Abbiamo bisogno di una crescita di solidarietà, di rispetto e
considerazione", ha ammonito Nagel. E Alois Glück, ha aggiunto:
"Siamo cristiani in questo mondo e per questo mondo. Dobbiamo prenderci
questa responsabilità insieme". Secondo entrambi, l'incontro di Monaco ha
rappresentato un progresso determinante nell'ecumenismo. "L'ecumenismo
vive", ha sottolineato Glück. "A Monaco, il sogno dell'unità nella
molteplicità delle Chiese è diventato in parte realtà”, ha aggiunto Nagel.
Relativamente alla crisi nella Chiesa cattolica a seguito degli abusi, il
presidente cattolico ha inoltre sollecitato i laici cattolici a dare il proprio
contributo, “affinché da questa crisi scaturisca nuova vitalità, nuova forza,
nuova attrazione”. Oltre 3.000 eventi hanno caratterizzato questo incontro
ecumenico, che ha visto la partecipazione di oltre 130.000 visitatori fissi:
temi principali erano la crisi economico-finanziaria, la pace, la guerra in
Afghanistan, la situazione delle Chiese e dell'ecumenismo.
“La giornata
ecumenica delle Chiese significa in realtà essere in cammino con altre persone,
come gente che cerca e spera, crede e ama. Essere in cammino con una nostalgia
e con un obiettivo". Lo ha detto ieri mons. Robert Zollitsch, presidente
della Conferenza episcopale tedesca nell'omelia pronunciata nella celebrazione
di chiusura dell'evento. “Non esiste per me alcuna alternativa all’ecumenismo”,
aveva sottolineato il presidente della Dbk in una conferenza stampa.
“L’ecumenismo non è morto né bloccato in un’era glaciale", ha aggiunto,
rivelando ai giornalisti di tornare “rafforzato” dall'Ökt: “Non è stata una
Giornata ecumenica di euforia e di arroganza, ma di gioia e riflessione”, ha
commentato. Parlando poi del tema degli abusi, affrontato durante la
manifestazione, Zollitsch ha osservato: "È stato un bene aver riflettuto
insieme nella crisi della nostra responsabilità. Come Chiesa cattolica
lavoriamo assiduamente all’elaborazione di questa crisi. Ci vuole del tempo.
L’Ökt mi ha spronato a proseguire su questa strada”, ha concluso. Sir
Quei soldi della cricca nelle banche vaticane
I tesoretti della
cricca sembrano avere cittadinanza un po’ ovunque, Svizzera, San Marino e
Lussemburgo, Italia ovviamente. Gli investigatori hanno sotto la lente di
ingrandimento la Banca delle Marche, una filiale di Roma dove risultano avere
conti correnti, tutti insieme appassionatamente, Balducci, Anemone e le
missioni africane gestite da don Evaldo, già noto alle cronache come il don
bancomat della cricca.
Una pista di
questi tesoretti porta in Vaticano, nelle casse dello Ior. In questo caso le
rogatorie rischiano di non avere risposta perché da parte dello Stato
Pontificio non c’è obbligo di collaborazione giudiziaria. Eppure nei conti
Oltretevere si deve nascondere una bella fetta dei risparmi – e dei guadagni a
nero – di Angelo Balducci. E quindi anche molti dei segreti della cricca. Il
potente dirigente del Dipartimento della Ferratella ha ammesso di avere una
contabilità extranazionale già nel 2006. Allora Balducci stava rendendo conto
ad un’altra autorità giudiziaria per una storia rimasta poco chiara e che sta
tornando importante oggi nell’indagine sul sistema di corruzione che ha
condizionato l’affidamento degli appalti negli ultimi dieci anni. Sistema che
ha avuto due pilastri di riferimento: i dirigenti generali, i pari grado di
Balducci, nei vari ministeri con poteri di firma e decisionali; il Vaticano, o
meglio chi Oltretevere ha avuto e ha la delega tra le altre cose anche al
patrimonio immobiliare. Don Francesco Camaldo, segretario del cardinal Poletti
fino al 2006, è sicuramente uno dei referenti di Balducci: lo ha nominato nel
2002 consultore per Propaganda fide, la Congregazione che solo a Roma controlla
un patrimonio di circa 9 miliardi di euro.
Nel 2006 le gesta
della cricca sono in piena e indisturbata attività quando, inaspettato, arriva
il primo scricchiolio. Il 28 febbraio Balducci è chiamato come testimone dal pm
di Potenza Henry Woodcock che sta indagando sulla mega truffa che ha coinvolto
la famiglia Savoia. Il magistrato vuole sapere se è vero che Balducci ha
prestato pochi mesi prima (nel 2005), senza alcuna certezza sulla restituzione,
380 mila euro a don Camaldo. E se quei soldi servivano per acquistare una villa
che doveva diventare sede di una associazione massonica, operazione di cui poi
non si è saputo più nulla. Così come dei soldi. Un interrogatorio di cui vale
la pena riportare alcuni stralci.
Woodcock: “Ha mai
prestato denari a monsignor Camaldo?”
Balducci: “Sì.
Conosco monsignor Camaldo dal 1988, quando era il Segretario del cardinale
Poletti. Come Provveditore alle Opere Pubbliche di Roma avevo un rapporto anche
con il Vicariato. Inoltre sono Gentiluomo del Papa e questa funzione mi lega al
Vaticano. Negli anni mi è capitato di aderire a qualche richiesta, ovviamente
nei limiti del possibile, fatta dal cardinale Poletti in relazione a qualche
beneficenza(…). Nella fattispecie don Camaldo mi ha parlato in maniera molto
preoccupata, con toni avviliti, di un problema che lo angustiava moltissimo.
Allora, avendo io una concezione della vita che …per me la cosa principale è
risolvere il problema”.
Essendo uno che
“risolve i problemi”, Balducci ammette di aver consegnato “due assegni da 50
mila ciascuno dai miei conti (Banche delle Marche e Unicredit)” e poi “altri
180 mila” con un giro conto bancario. “Come Gentiluomo del Papa ho titolo di
avere il conto nella Banca Vaticana. Davanti al direttore abbiamo trasferito
questi 180 mila dal mio al suo conto”. Tanti soldi, fa notare Woodcock, dati
così a un amico? Balducci spiega che per lui 280 mila euro sono un prestito
affrontabile, “tra lo stipendio di Provveditore alle Opere pubbliche e la mia
attività parallela di consulenze e arbitrati, la mia dichiarazione dei redditi
supera ogni anno il milione e mezzo…”. 280 mila euro possono essere un
“favore”. Claudia Fusani L’U 17
Un esame di coscienza. Intervista con il relatore generale del Sinodo del
Medio Oriente
Un tempo
privilegiato per fare un esame di coscienza “nella verità e nella sincerità”.
Antonios Naguib, patriarca di Alessandria dei Copti (Egitto), rispondendo alle
domande del SIR, parla così del prossimo sinodo dei vescovi per il Medio
Oriente che si svolgerà in Vaticano (10-24 ottobre) su “La Chiesa cattolica nel
Medio Oriente: comunione e testimonianza”. Il patriarca, che del Sinodo sarà il
relatore generale, si sofferma anche sulle sfide che attendono la Chiesa in
Medio Oriente e che rispondono alla comunione ecclesiale, alla testimonianza,
tramite la catechesi e la liturgia, da rinnovare ma restando fedeli alla
tradizione, all’ecumenismo e al dialogo con l’ebraismo e l’islam. Ma il Sinodo
rappresenta anche una grande opportunità per richiamare l’attenzione
dell’opinione pubblica sulla situazione reale delle Chiese mediorientali, grazie
ai media. “Non si tratta – afferma - di lanciare accuse contro nessuno, ma di
illustrare con maggiore precisione le realtà in cui viviamo”.
Quello di ottobre
sarà il primo Sinodo sul Medio Oriente: qual è la genesi di questa scelta e
quali le motivazioni?
“E’ la prima volta
di un Sinodo ‘speciale’ per il Medio Oriente. I presuli della regione avevano
espresso in varie occasioni il bisogno di tenere un tale Sinodo. Benedetto XVI
ha benevolmente accolto questo desiderio annunciandoci la decisione nel suo incontro
con i Patriarchi e gli arcivescovi maggiori orientali a Castelgandolfo, il 10
settembre 2009. E’ una Assemblea ‘speciale’, perché siamo consci che la nostra
regione del Medio Oriente ha una fisionomia e dei problemi comuni particolari.
Non ci sentiamo pienamente a casa sia con l’Africa che con l’Asia. Penso che
questa scelta avrà le sue ripercussioni sulla Chiesa universale. Di fatti molti
non conoscono o conoscono poco le Chiese Orientali. Il Sinodo attirerà
l’attenzione sulle nostre Chiese, sul nostro contesto di vita e di missione, e
sul nostro ricco patrimonio ecclesiale, patristico, spirituale e culturale.
Darà anche l’occasione di conoscere i problemi che affrontiamo e in cui
viviamo. Così come metterà in luce la testimonianza di fede, spesso eroica, che
le nostre Chiese danno silenziosamente”.
Cosa rappresenta
il Sinodo per le chiese orientali?
“Questo Sinodo ci
permetterà prima di tutto di guardare a Cristo ed alla Chiesa degli Apostoli e
dei nostri Padri nella fede, per vedere a che punto siamo nel portare il loro
messaggio alla generazione odierna, cristiana e non cristiana. Dunque è in
primo luogo un esame di coscienza nella verità e nella sincerità. In secondo
luogo è un forte richiamo a vivere la comunione all’interno di ogni Chiesa sui iuris,
tra le nostre Chiese, che hanno tanto in comune, con la Chiesa cattolica
universale, con le altre Chiese, e con i nostri fratelli e sorelle non
cristiani”.
In che modo il
Sinodo potrà rappresentare un “esame di coscienza”?
“Offrendoci
l’occasione di discutere sulle condizioni attuali delle nostre Chiese, per
metterne in luce sia gli aspetti positivi che quelli che hanno bisogno di
sforzi speciali per rispondere alla nostra vocazione di essere luce e sale
nelle rispettive società. Ognuna delle nostre Chiese avrà da studiare in
profondità l’appello ed il messaggio del Sinodo, che sarà espresso prima
nell’Instrumentum Laboris, poi nelle proposizioni dei padri sinodali, e in modo
particolare nella lettera postsinodale del Santo Padre quando ce la indirizzerà”.
Tra meno di venti
giorni, a Cipro, Benedetto XVI consegnerà ai padri sinodali l’Instrumentum
laboris. Può anticipare alcuni punti del documento?
“I punti sono
quelli contenuti nei Lineamenta già diffusi che mettono, innanzitutto,
l’accento sulle sfide che attendono la Chiesa cattolica nel Medio Oriente e che
chiedono risposte nella quotidianità. Sfide che si chiamano comunione nella
Chiesa cattolica e tra le varie Chiese, tra i vescovi, il clero e i fedeli;
testimonianza, tramite la catechesi, la liturgia che è da rinnovare ma nella
fedeltà alla tradizione; ecumenismo e dialogo con il Giudaismo e l’islam; la
testimonianza nella città di fronte alla modernità. Sfide che pongono la
domanda, ‘quale avvenire per i Cristiani del Medio Oriente?’, ma che fanno
anche riecheggiare la parola di speranza del Vangelo di Luca, ‘non temere
piccolo gregge’”.
Sfide che chiedono
anche un prezzo di sangue, basti pensare alle violenze anticristiane, in Iraq e
nello stesso suo Egitto, dove nello scorso Natale ci fu la strage di Nagh
Hamadi. Com’è la situazione adesso in Egitto?
“La nostra
situazione attuale, dopo il drammatico evento a Nagh Hamadi, in cui 6 cristiani
furono uccisi insieme ad un musulmano, ci vede in attesa di una sentenza
giudiziaria che dimostri come l’ordine pubblico voglia veramente rendere
giustizia e rispettare la vita e i diritti di tutti. Devo anche dire che in
seguito a questo doloroso evento, molti scrittori musulmani hanno condannato
l’atto e portato l’attenzione sul pericolo della violenza e del fanatismo.
Speriamo che sia l’occasione di una ripresa di maggior avvicinamento tra
musulmani e cristiani, e di uno sforzo serio per combattere le cause del
fanatismo”. sir
“No al razzismo in casa nostra”
Nessuno vuole creare indebiti allarmismi o
suonare le campane per arruolare uomini perbene contro l’incombente razzismo,
che avanza sull’Europa e sull’Italia come quel nuvolone nero che si è
sprigionato a metà aprile dal pauroso vulcano d’Islanda dal nome innominabile.
Nessuno però deve fare l’ingenuo e
rassicurarsi dicendo che in Italia, nonostante qualche nuvola, il cielo, quello
dell’accoglienza, rimane ancora trasparente; a poco serve nascondere la testa,
come lo struzzo, sotto le ali per non vedere più il fucile spianato e così
stare tranquilli.
Personalmente, come tanti altri, sono
convinto che si è in tempo per alzare un argine contro quest’onda inquinante
della nostra cultura e sensibilità umana e cristiana e per avviare un’opera di
risanamento e ricupero dei nostri valori radicati in un autentico umanesimo
della nostra gente; ma chi ha tempo non aspetti tempo, c’è necessità e urgenza
di intervenire.
Non basta stare alla finestra e imprecare
contro il nuvolone avanzante; occorre rimboccare le maniche e, prima ancora,
uscire all’aperto e aprire gli occhi per guardare realisticamente all’orizzonte
e percepire l’aria di burrasca.
Perfino l’Osservatore Romano, agli inizi di
gennaio, è uscito con un articolo che si domanda se l’Italia sta diventando
razzista e indica seri sintomi sulla presenza almeno iniziale del fenomeno.
Non per nulla il Dossier Statistico
Immigrazione ancora nel 2008 dedicava un capitolo a “L’Italia delle paure: la
società si riscopre razzista”; nel Dossier del 2009, dopo aver ricordato il
citato articolo, rincara la dose: “Da allora, in un anno, tante sono le cose
cambiate, ma purtroppo vi è da registrare una sorta di salto all’indietro
rispetto a un’Italia apprezzata per lo spirito di accoglienza e la cultura
dell’ospitalità, retaggio sicuramente di un passato emigratorio, ma anche delle
caratteristiche geomorfologiche del territorio italiano. Le coste, così
facilmente accessibili, che circondano la penisola e la gente sempre pronta ad
aiutare, erano infatti elementi caratterizzanti un Paese che oggi si stenta a
riconoscere”.
Più autorevole del Dossier è la voce del
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il Card. Angelo Bagnasco che,
con parole piuttosto diplomatiche ma molto chiare, ha avvertito la Chiesa
e, più ampiamente, la società italiana della china su cui ci si sta avviando,
col rischio di un moto accelerato che potrebbe diventare inarrestabile.
Il monito è ancora del settembre del 2008, ma
è stato più volte richiamato e comunque rimane di piena attualità. Dice il
Cardinale: “Se fino a ieri eravamo giunti a una presenza tutto sommato
significativa di immigrati sul nostro territorio, senza spaccature sociali o
situazioni drammaticamente fuori controllo, è perché alla prova dei fatti il
temperamento del nostro popolo si lascia filtrare da una secolare cultura
dell’accoglienza e del rispetto per i fratelli - per quanto diversi - in
difficoltà.
Su questo fronte tuttavia nell’ultimo periodo
stanno emergendo qua e là segnali di contrapposizione anche violenta che sarà
bene da parte della collettività non sottovalutare.
Vogliamo credere che non si tratti già di una
regressione culturale in atto, ma motivi di preoccupazione ci sono e talora
anche allarmi, che occorre saper elaborare in vista di risposte sempre civili,
per le quali il dibattito pubblico deve lasciar spazio a rimedi sempre
compatibili con la nostra civiltà”.
Credo occorra una compatta mobilitazione per
invertire la denunciata “regressione culturale in atto” e ad elaborare
“risposte civili”, cioè “compatibili con la nostra civiltà”.
In questi pochi mesi che mi trovo a Reggio
Calabria ho avuto occasione di incontrare comunità parrocchiali e gruppi di
ispirazione cristiana impegnati anche nel sociale in molteplici attività sul
piano caritativo, assistenziale e culturale.
A tutti fa orrore il razzismo aperto,
dichiarato, ideologicamente o politicamente motivato, che si può
sbrigativamente tradurre nella formula: “Fuori lo straniero! L’Italia agli
italiani!”.
Sappiamo bene che non alligna tanto in queste
regioni del sud tale forma di razzismo, ma non si deve escludere che qualche
traccia appaia anche da queste parti; i fatti di Rosarno lo dicono chiaramente,
pur essendo d’accordo che anche a Rosarno la grande massa della gente comune
non è infettata da tale morbo e comunque ci tiene a dire che non è razzista.
Tale pronunciamento lo sentiamo anche al
Nord, nessuno insomma ambisce a mettersi addosso l’etichetta di razzista.
Eppure, nonostante queste dichiarazioni verbali antirazziste, il vissuto
quotidiano col suo retroterra di mentalità, di umori e di sensibilità può
sconfinare in quella direzione.
Può sconfinare in forma più o meno avvertita,
più o meno istintiva, anzi forse è più esatto dire istintuale, perché nel
profondo della nostra psiche sta in agguato un pericoloso alleato, il
cosiddetto “razzismo spontaneo”.
Così viene chiamata dal documento della Santa
Sede “La Chiesa di fronte al razzismo” del 1988 una delle “forme attuali di
razzismo”, strettamente legata al fatto migratorio. Riporto uno stralcio del
testo: “Il razzismo spontaneo è un fenomeno più universalmente diffuso nei
Paesi con forte immigrazione e lo si riscontra tra gli abitanti di quei Paesi
nei confronti degli stranieri, soprattutto se questi sono di diversa
origine etnica o di altra religione”.
Come mai questo complesso di sentimenti,
pregiudizi e reazioni? Ecco la risposta: “Questi deprecabili atteggiamenti
dipendono dalla paura irrazionale, che spesso provocano la presenza dell’altro
e il confronto con la differenza. Consciamente o inconsciamente essi hanno
quindi come scopo quello di negare all’altro il diritto di essere ciò che è, e
comunque di esserlo in casa nostra”.
Si comprende bene come l’ideologo o il
politicante possano aggiungere esca al fuoco e far esplodere quei reconditi
istinti in un complesso di sospetti e di paure, di sentimenti e gesti
d’intolleranza e di rifiuto.
Si comprende pure come singoli episodi
spiacevoli e detestabili, come la predicazione di stampo fondamentalista di
qualche imam, lo svaligiamento di una villa, l’arresto di uno spacciatore
straniero o il gesto di un fanatico marocchino che sgozza la figlia perché
troppo occidentalizzata, possano destare apprensione e indignazione, che
rischiano di andare al di là del singolo episodio e del singolo individuo per
estendersi alla grande massa degli immigrati e caricare la loro immagine di
tinte oscure, anche molto oscure.
Qui entra il ruolo di quanti stanno dalla
parte degli emigranti non per partito preso, ma perché sono convinti che le
migrazioni nel loro insieme sono una grande ricchezza e che un coscienzioso
senso civico e tanto più un autentico sentire cristiano si danno da fare
perché, pur fra tante scabrosità, abbia a prevalere il valore civile ed evangelico
dell’accoglienza e della solidarietà.
Per questo si prendono e si aiuta la gente a
prendere le distanze da chi vuole più lo scontro che l’incontro fra italiani e
non italiani e si aiuta quanti sono turbati od anche presi da paure e allarmi a
ridimensionare i fatti, a non generalizzare, a non ingigantire a non
lasciarsi prendere dal panico, ossia ad aver paura perché altri hanno paura o
parlano di paura o vedono paurosi agguati da tutte le parti o si sentono in
qualche modo tranquillizzati quando per tanti mali e disfunzioni, che hanno
origini e cause ben più profonde, vaste e incallite nella nostra società, si è
finalmente trovato il capro espiatorio nell’immigrato.
Anche sul fronte delle migrazioni va promossa
(vedi in proposito il n. 62 dell’ultima enciclica) “Caritas (aggiungiamo pure
et iustitia) in caritate”. Parola di Benedetto XVI. Padre Bruno Mioli,
Scalabriniani
Una nuova stagione. Preti di altre Chiese in Italia (2)
La carenza delle
vocazioni e l'invecchiamento dei sacerdoti in Italia ha incrociato il fenomeno
della mobilità e delle migrazioni, unitamente alla forza di attrazione delle
Università Pontificie soprattutto di Roma, alla presenza in Italia di molte
case madri e noviziati di Istituti religiosi. Ma anche gli scambi tra diocesi
grazie all'esperienza di 700 missionari "fidei donum", negli ultimi
20 anni, hanno portato a una crescita del numero dei preti di altre Chiese:
1.500 nelle comunità italiane, 700 in quelle di immigrati. Di questo fenomeno e
delle sue ripercussioni sulla pastorale nelle nostre parrocchie il SIR ha
rivolto alcune domande a mons. Giancarlo Perego, direttore generale della
Fondazione Migrantes.
Mons. Perego,
recentemente sono sempre più i sacerdoti di altre Chiese nella pastorale della
Chiesta italiana: come valutare questo servizio?
"La crescita
dei preti di altre Chiese in Italia - siamo a circa il 9% del clero -
corrisponde alla crescita dell'immigrazione in Italia, ormai vicina all'8%
della popolazione. È un segno anzitutto di un mondo in movimento, che facilita
gli scambi e gli incontri, che vede la presenza in Italia di quasi 1 milione di
cattolici provenienti da tutto il mondo. Un movimento di persone che chiede
anche oggi un accompagnamento spirituale, una guida religiosa, un prete. Sul
piano prettamente ecclesiale, la crescita del numero dei presbiteri provenienti
da altre parti del mondo può aiutare lo scambio tra le Chiese, nell'ottica di
un'unità della Chiesa che non esclude, ma valorizza le differenze. Infine, sul
piano prettamente presbiterale non possiamo nascondere che 'la parabola del
clero' - per usare il titolo di una ricerca pubblicata a cura dei sociologi
Molina e Diotallevi sul clero italiano - è mitigata da nuove presenze di
presbiteri che curano comunità e servizi ecclesiali. Una situazione che non
cambierà a breve se, permanendo la situazione attuale, nel 2025 i sacerdoti in
Italia da 36.000 si ridurranno a 24.000, distribuiti in quasi 26.000
parrocchie. In questo senso, l'arrivo di sacerdoti 'immigrati' è un segno di
una nuova stagione di evangelizzazione".
Quali
atteggiamenti sono chiesti a un prete "immigrato" e quali sono
chiesti a una comunità italiana che lo accoglie come riferimento pastorale?
"Il dono
spirituale che i presbiteri hanno ricevuto nell'Ordinazione non li prepara ad
una missione limitata e ristretta, bensì ad una vastissima e universale
missione di salvezza 'fino agli ultimi confini della terra', ricorda il decreto
del Concilio Vaticano II sul prete. Pertanto, il servizio non solo alla propria
Chiesa, ma alle Chiese nel mondo è strutturale alla vita di tutti i presbiteri.
Nel percorso di formazione del presbitero 'immigrato' che viene in Italia è
chiesto anzitutto un servizio preciso: nello studio, nella parrocchia, comunità
etnica o in altre esperienze ecclesiali. A seconda del servizio, i presbiteri
vengono accompagnati in un percorso di formazione linguistica, culturale,
pastorale e sociale anche attraverso momenti organizzati dalle Fondazioni
Migrantes e Missio della Cei, dalle Chiese locali. Tra gli atteggiamenti
richiesti c'è quello della capacità e del desiderio d'incontrare e conoscere
una realtà ecclesiale, di valorizzare la storia di una comunità in cui è
inserito, di portare il valore aggiunto in termini di fede di un'esperienza
altra, distinguendo con prudenza ciò che è essenziale dalle forme espressive,
di mantenere il legame con la Chiesa di partenza. Alla comunità parrocchiale
che accoglie un presbitero immigrato sono chiesti tre atteggiamenti importanti:
l'accoglienza di una figura e di un'esperienza altra, la fiducia, la pazienza
di un cammino che non si risolve in pochi giorni".
I preti
"immigrati" possono offrire uno stimolo alla ripresa delle vocazioni
sacerdotali in Italia?
"La presenza
di un prete nelle comunità, sia egli italiano o proveniente da altri Paesi,
costituisce certamente uno stimolo a raccogliere la sfida della vocazione
presbiterale, ma anche una figura in più che, nella direzione spirituale, possa
accompagnare i giovani nel discernimento. Le diverse storie di vita e di
spiritualità presbiterale, che provengono anche da Paesi dove la persecuzione
religiosa è grave, dove il desiderio di avere un prete di riferimento è
importante, può aiutare a comprendere la 'grazia' della 'libertà religiosa' e
della possibilità di scegliere diversi percorsi vocazionali nella nostra
Chiesa".
Come aiutare i
preti a essere "ponti" tra le comunità immigrate e la comunità
italiana?
"Il prete è,
per sua natura, uno strumento d'incontro. La sua ministerialità nasce e cresce
nella 'communio', nel costruire strumenti e luoghi di responsabilità e di
comunione. Nello specifico dei preti che hanno il dono di servire una Chiesa
locale e di provenirne da un'altra, giova aiutarli a non dimenticare la propria
storia di Chiesa, ma a tenerla viva soprattutto nell'attenzione ai fratelli
immigrati presenti in Italia e nella cura a far conoscere alla comunità di
riferimento un'altra storia di comunità cristiana".
Scheda - In Italia
i sacerdoti e i religiosi provenienti dall'estero sono circa 2.700. Di questi
oltre 2.100 sono iscritti all'Istituto centrale sostentamento clero (Icsc) e
circa 600 risultano non iscritti in quanto presenti in Italia per motivi di
studio. Il 44% dei presbiteri in servizio provengono dall'Africa, il 22% da
Paesi europei, il 20% dall'America Latina e il 14% da Asia-Oceania. I sacerdoti
stranieri sono presenti al Nord (30%), Centro (54%) e Sud (16%). RAFFAELE
IARIA Sir
Epilog zum ökumenischen Kirchentag. Kunterbunt und glaubensfroh
Für alle, die in München nicht dabei
waren: Der ökumenischen Kirchentag war toll. Jedenfalls war das überall zu
lesen und zu hören. Offenbar musste und konnte ein großes Kuschelbedürfnis
befriedigt werden. Massiver Kindesmissbrauch und damit akuter Mitgliederschwund
haben insbesondere der katholischen Kirche schwer zugesetzt.
Schon ist von der schwersten Krise seit
- Ja, seit wann eigentlich? Müsste von einer Krise der christlichen Kirchen
nicht spätestens seit dem Tod des Gottessohns die Rede sein? Wer im Namen und
im Zeichen des Schmerzensmanns von Nazareth auftritt, mag zwar auch einiges zur
Überwindung von Tod und Leid in petto haben, eine frohe Botschaft eben, doch
sollte sich das Repertoire des Glaubens nicht auf die Verbreitung guter Laune
beschränken.
Mit dem Sterben von Jesus Christus am
Kreuz beginnt die Menschwerdung Gottes. Und das ist kein Spaß. Man kann das
allenfalls glauben oder für Unsinn halten. Und es ist in dem einen wie dem
anderen Fall eine eminente Zumutung. Eben davon war in München wohl hier und da
noch etwas zu spüren, etwa bei den gut besuchten Veranstaltungen zu den
aktuellen Missbrauchsfällen oder den deutlich kleineren Treffen zu den
theologischen Problemen der Ökumene.
Irgendwie also fanden katholische,
protestantische und orthodoxe Christen zusammen. Und einige andere auch. Man
war nett zueinander. Doch wo bleiben die großen Zumutungen des Glaubens?
Erschöpft sich die Ökumene in der Menschenkette zwischen Kirchen verschiedener
Konfessionen, in dem An- die-Hand-nehmen und Einander- lieb-haben?
Wie immer, wenn es um die Ökumene geht,
sind viele Rücksichten zu nehmen. So sollte in München ein Zeichen für die
Zusammengehörigkeit aller Christen gesetzt werden. Eine
konfessionsübergreifende Eucharistiefeier kam dafür nicht in Frage, da eine
gemeinsame liturgische Form fehlt. Schließlich entschied man sich für eine
Vesper nach byzantinischem Ritus - eine so genannte Artoklasia. Den meisten der
über 20.000 Besucher dieser Tischgemeinschaft mit Brot, Öl, Äpfeln und Wasser
dürfte das irgendwie griechisch - oder slawisch - vorgekommen sein. In der Tat
nahm sich die Zeremonie fremd aus, was durchaus begrüßenswert ist, doch auch
den Verdacht nährte, dass Ökumene bloß in einer folkloristischen, da von nur
wenigen in ihrem tieferen liturgischen Sinn verstandenen Zeremonie noch möglich
ist.
Aber sonst war alles toll, der übliche
Wahnsinn eben. Wie etwa Klaus-Günter Annen, ein militanter Abtreibungsgegner,
der des Platzes verwiesen wurde, weil er auf dem Münchner Messegelände
Flugblätter mit drastischen Bildern verteilte, um den "Völkermord" an
den Ungeborenen, den "Babycaust" anzuprangern. Oder die ehmalige
EKD-Ratspräsidentin und Hannoveraner Landesbischöfin Margot Käßmann, die in
einem ökumenischen Frauengottesdienst im katholischen Liebfrauendom die Pille
als ein "Geschenk Gottes" begrüßte. Oder der katholische Theologe
Gotthold Hasenhüttl, der skandalträchtig wie schon beim ersten ökumenischen
Kirchentag 2003 einen "Ökumenischen Abendmahlsgottesdienst" feierte,
allerdings etwas abgelegen im Hörsaal 1180 der Münchner Technischen Universität.
Auf einem Kirchentag ist Platz für all
das und noch viel mehr. Warum auch nicht? Wahrscheinlich hat das Kunterbunt zur
allgemeinen Erleichterung beigetragen, denn so hatte die Zusammenkunft noch ein
paar andere Themen als den Missbrauch. Aber gab es auch eine Botschaft? Können
die christlichen Kirchen und ihr Volk noch etwas mit dem urchristlichen Motiv,
gewissermaßen dem eigenen Label - der Menschwerdung Gottes am Kreuz - anfangen?
Der Münchner Erzbischof Reinhard Marx immerhin gab ein Beispiel, indem er
"die Finanzkrise als Ausdruck einer ideologischen Verirrung"
beklagte, "die in weite Bereiche der Gesellschaft eingedrungen ist."
Damit nämlich erinnerte Marx an eines der vielen von der Kirche selbst
liegengelassenen Themen, in diesem Fall an die katholische Soziallehre.
In der Tat erstaunlich ist das
Schweigen der Kirche zu den drängenden Fragen der Ökonomie. Denn hier ist es
nicht mit allein sozialkompensatorischer Caritas und etwas Mutter Teresa getan,
hier bedarf es des Sachverstands, der sich allerdings, so Marx, nicht darauf
beschränken darf, "nur einzelne technische Lösungen zu suchen",
sondern der sich von der "Ideologie" zu befreien habe, der
entfesselte Markt sei nicht zu bremsen und der Mensch müsse sich dem
Kapitalismus anpassen. Marx scheint sich angesichts der gegenwärtigen und noch
zu erwartenden sozialen Verwerfungen in seinem Plädoyer bestätigt zu fühlen,
das Heil der Kirche gerade nicht in ihrem Ausbau zur uneinnehmbaren
Glaubensfestung zu suchen, sondern in deren Öffnung auf eine soziale
Wirklichkeit. Weltfrömmigkeit ist auch eine Tugend.
Zeit also, mit Reinhard Marx an den
großen katholischen Gelehrten Oswald von Nell-Breuning zu erinnern. Der wusste
nämlich: "Die katholische Soziallehre sieht in Karl Marx ihren großen
Gegner; sie bezeugt ihm ihren Respekt." Und das sollten nicht nur Christen
unterschreiben können. CHRISTIAN SCHLÜTER FR 18
Die Stimmung in München war gedrückt
und nicht zu vergleichen mit dem ausgelassenen Trubel beim ersten Ökumenischen
Kirchentag 2003 in Berlin. Doch die Krise der Kirchen hat auch gute Seiten –
zum Beispiel für die Muslime.
Christen müssen sich im Moment für
ihren Glauben arg rechtfertigen. Und bei sieben Grad und Dauerregen hat es die
Fröhlichkeit schwer. Die Stimmung in München war gedrückt und nicht zu
vergleichen mit dem ausgelassenen Trubel beim ersten Ökumenischen Kirchentag
2003 in Berlin. Vom Kirchentag in München ging keine plakative „Zeitansage“
aus. Käßmann, Merkel, Missbrauch – das interessierte viele, ansonsten suchte
man sich, was einen gerade so bewegte: die einen das Verhältnis zur Dritten
Welt, die anderen die Hirnforschung oder die Taizé-Lichternacht.
Dass das Selbstbewusstsein der Christen
gedämpft ist, dass aus der „Ökumene der Profile“ eine Ökumene der Demut
geworden ist, hat aber auch sein Gutes. Zum Beispiel für die Muslime. Beim
Kirchentag in Köln vor drei Jahren wurden sie ausgebuht und Bischof Wolfgang
Huber wurde dafür bejubelt, dass er seine muslimischen Gesprächspartner in
überheblichem Ton aufforderte, die Sitzordnung in der Moschee zu erklären. In
München wurde der Strafrechtler Gerhard Robbers beklatscht, als er für die
Gleichberechtigung des Islam plädierte. Der Trierer Jurist wird der Präsident
des Evangelischen Kirchentags 2013 in Hamburg sein.
de Maizière will den Islam an die
Universitäten bringen
Muslimische Verbandsvertreter mussten
sich auch dieses Jahr viel Kritisches anhören, aber die Leute hörten anders zu
bei den Antworten, offener, weitherziger. Vor allem aber ging es nicht mehr
darum, ob der Islam dazugehört, sondern wie er eingebunden werden kann. Das ist
ein Quantensprung in der Debatte – und das trotz der Diskussionen um Minarett-
und Burkaverbot rings um Deutschland. Dass sich das Klima in Hinblick auf den
Islam verändert hat, liegt auch an Thomas de Maizière, Bundesinnenminister und
Präsidiumsmitglied im Evangelischen Kirchentag. Er saß auf vielen Podien und
verlieh dem Thema Prominenz, wenn auch das, was er sagte, oft ausweichend war.
Aber am Montag geht es weiter. Da sitzt
der Bundesinnenminister bei der ersten Tagung der neu zusammengesetzten
Islamkonferenz erneut mit Muslimen zusammen. Die neue Islamkonferenz kann sich
allerdings nicht wie die erste Runde in Symbolpolitik erschöpfen. Sie wird dann
erfolgreich sein, wenn sie konkrete rechtliche und alltagstaugliche
Fortschritte erzielt. Das weiß de Maizière, der Druck erklärt vielleicht seine
wenig kompromissbereite Haltung den muslimischen Verbänden gegenüber. Er will
den Islam an die Universitäten bringen und Islamunterricht an die Schulen. „Da
soll Zug reinkommen“, sagt er. Er will klare Kriterien erarbeiten, wie man den
Islam vom extremistischen Islamismus, wie man sozusagen die gute Religion von
ihren bösen Auswüchsen unterscheidet.
Ein ambitioniertes Projekt. Wenn es
gelingt, würde es vielen die Angst vor dem Islam nehmen. Dass de Maizière dafür
ausgerechnet den Verband ausgeladen hat, dem der Verfassungsschutz unterstellt,
dass er diese Trennlinie nicht kennt, ist unklug. Aber die Richtung stimmt. Der
Kirchentag in München hat einen neuen Ton in die Diskussion gebracht und
gezeigt, dass aus Verunsicherung viel Positives entstehen kann. Irgendwie doch
eine Zeitansage. Jetzt müssen Taten folgen. Tsp 17
Deutschland: Bald Islam-Unterricht an Schulen?
Die Deutsche Islamkonferenz will den
Islam-Unterricht an Schulen und die Ausbildung von Imamen vorantreiben. Das
kündigte Bundesinnenminister Thomas de Maiziere zum Auftakt der zweiten
Islamkonferenz am Montag in Berlin an. Gleichzeitig rief der Minister die
Muslime in Deutschland auf, sich stärker an der Gesellschaft zu beteiligen. An
diesem Montag hat das Plenum der Islamkonferenz die Arbeit aufgenommen. Das
elfseitige Arbeitsprogramm, das das Plenum verabschiedete, behandelt umfassend
die Fragen der Bildungspolitik. Für die religiöse Unterweisung sollen in der
Bundesrepublik Modellkonzepte entwickelt werden, kündigte der
Bundesinnenminister an. Außerdem sollten die muslimischen Gemeinschaften dabei
unterstützt werden, sich wie Kirchen den Status von Körperschaften des
öffentlichen Rechts zu erarbeiten. Ziel sei es, dass die Muslime in Deutschland
gleichberechtigt die Rechte von Religionsgemeinschaften ausüben könnten. Die
Debatte über die Teilhabe der Muslime müsse an den Küchentischen geführt werden
und nicht länger nur im akademischen Raum, forderte de Maiziere. (reuters 18)
Italien: Bagnasco ist zufrieden
Papst Benedikt XVI. hat den
Vorsitzenden der italienischen Bischofskonferenz, Kardinal Angelo Bagnasco,
empfangen. Benedikt XVI. habe ihm gedankt für die Solidaritätskundgebung vom
Sonntag auf dem Petersplatz. Die italienischen katholischen Laienverbände hatten
am vergangenen Wochenende alle Gläubige eingeladen, ihre Nähe zum Papst
öffentlich zu bekunden. Bagnasco:
„Ich bin sehr glücklich, wie das
verlaufen ist. Medien berichten von über 200.000 Teilnehmern. Das Schöne daran
fand ich, dass die Anwesenden mit großer Demut und ohne Polemik daran
teilnahmen. Es waren sehr viele Familien da und zahlreiche Kinder.“
Diese Kundgebung für den Papst zeige,
dass Italiens Kirche Zukunft habe, so Bagnasco. (rv 18)
Der Generalsuperior der Gesellschaft der Afrikamissionen wird neuer Bischof im irischen Killaloe
Am gleichen Tag nahm Benedikt XVI. den
Rücktritt des bisherigen Amtsinhabers Bischof William Walsh an, der im Januar
die kirchliche Pensionsgrenze von 75 Jahren erreicht hatte. O'Reilly wurde als
Mitglied des Afrika-Missionsordens nach seiner theologischen Ausbildung 1978
zum Priester geweiht. Nach mehreren Jahren als Missionar in Monrovia (Liberia)
setzte er 1980 seine Studien am Päpstlichen Bibel-Institut in Rom fort.
Anschließend war er Dozent für Bibelwissenschaften am Priesterseminar von
Ibadan in Nigeria. Von 1990 bis 1995 gehörte er dem Provinzialrat der irischen
Ordensprovinz mit Sitz in Cork an. Danach wurde er Generalvikar seines Ordens
und 2001 Generalsuperior. In dieser Funktion wurde er 2007 für eine zweite
Amtszeit gewählt. - In der irischen Kirche sind im vergangenen Jahr knapp 200
neue Vorwürfe von Kindesmissbrauch erhoben worden. Das geht aus einem Bericht
der kirchlichen Kinderschutzkommission hervor, aus dem irische Medien am
Dienstag zitieren. Die meisten der zwischen Anfang April 2009 und Ende März
2010 gemeldeten Fälle hätten sich in den 1950er und 1960er Jahren ereignet,
seien aber erst jetzt ans Licht gekommen. kna 18
Zum Pfingstmontag haben die deutschen Bischöfe zum Gebet für die Kirche in China aufgerufen
Priester und Gläubige sollten am
Gedenktag „Maria, Hilfe der Christen“ die Anliegen der Kirche in China in die
Gottesdienste einbeziehen und im persönlichen Gebet gedenken. Empfohlen wird
darüber hinaus, die schwierige Lage der chinesischen Katholiken in den
Fürbitten am kommenden Sonntag aufzugreifen. Ihre Situation habe sich zwar in
den vergangenen Jahren „deutlich verbessert“. Doch schränke die staatliche
Religionspolitik weiterhin den Handlungsspielraum der Kirche ein und versuche,
auf die Verwaltung von Diözesen und Gemeinden Einfluss zu nehmen. Gleiches
gelte auch für die Besetzung von Ämtern und die theologische Ausbildung der
Seminaristen, heißt es in dem Schreiben der Bischofskonferenz. Die
Gebetsinitiative geht auf eine Empfehlung von Papst Benedikt XVI. zurück, der
2007 in seinem Brief an die katholische Kirche in der Volksrepublik China zu
einer wachsenden Verbundenheit in Gebet und Begegnung zwischen der Kirche in
China und der Weltkirche aufgerufen hat. –Etwa ein Prozent der chinesischen
Bevölkerung bekennt sich zur katholischen Kirche. Der Großteil der Katholiken
lebt auf dem Land. (pm 18)
Deutschland: „Viele engagierte Laien sind frustriert“
Der oberste deutsche Laie ist besorgt
über das innerkirchliche Klima. Viele Katholiken wendeten sich derzeit von der
Kirche ab, meinte Alois Glück am Sonntag in München, wo der Ökumenische
Kirchentag zu Ende ging. Dem Domradio sagte der Vorsitzende des Zentralkomitees
der deutschen Katholiken:
„Das ist etwas, das mich beschwert und
das ich als Erfahrung der letzten Monate auch Bischöfen gesagt habe: Ich erlebe
viele engagierte Laien, die verletzt und frustriert sind, weil sie sich nicht
genug ernst genommen fühlen – und das ist natürlich eine gefährliche
Entwicklung. Und wenn in diese Entwicklung hinein jetzt auch noch der ganze
Frust, die ganze Enttäuschung vom Missbrauch kommt, dann ist natürlich die
Gefahr groß, dass da einfach immer mehr Menschen innerlich in die Emigration
gehen und sich absetzen.“
Nein, er sei jetzt nicht für eine
Synode der deutschen Kirche, um heikle Fragen wie etwa die Seelsorge für
wiederverheiratete Geschiedene besprechen zu können. Dafür sei derzeit
innerkirchlich der Weg nicht frei, glaubt Glück. Aber:
„Das spüren ja auch alle Priester und
alle Amtsträger, dass hier eine unendlich tiefe Verunsicherung da ist, dass es
Gesprächs- und Klärungsbedarf gibt. Dass gewissermaßen Druck im Kessel ist. Und
dass wir das ummünzen müssen in konstruktive Situationen. Dafür ist es sicher
notwendig, dass wir auch vom Gespräch und vom Verhalten her die Brücke schlagen
zu den Priestern, die sich teilweise jetzt auch verunsichert fühlen,
insbesondere, wenn im Kurzschluss diskutiert wird, als wäre der Zölibat ein
ganz besonderer Grund für solches Fehlverhalten (was er nicht ist). Es entsteht
die Gefahr einer Diskreditierung aller, die in dieser Lebensform leben.“
(domradio 17)
Rudolf Grulich erhält Sudetendeutschen Kulturpreis
Rudolf Grulich wird am kommenden
Freitag, 21. Mai, mit dem "Großen
Sudetendeutschen Kulturpreis" 2010
ausgezeichnet. Der renommierte
Kirchenhistoriker leitete von 1982 bis
1985 die Informationsabteilung
des weltweiten katholischen Hilfswerks
"Kirche in Not" in Königstein im
Taunus. Bis heute berät er "Kirche
in Not" unter anderem zu den Themen
Osteuropa, Islam und Türkei.
Grulich erhält den Preis für seine
lebenslangen Bemühungen, den
kulturellen und religiösen Reichtum
Ostmitteleuropas für das sich
einigende Europa fruchtbar zu machen,
ohne dabei geschehenes Unrecht,
wie die Aufrechterhaltung der
Benes-Dekrete in Tschechien und der
Slowakei, unter dem Deckmantel einer
falsch verstandenen "political
correctness" zu verschweigen.
Rudolf Grulich wurde am 16. April 1944
im mährischen Runarz geboren.
Zwei Jahre später wurde er mit seiner
Familie nach Oberfranken
vertrieben. Das Schicksal seiner Heimat
prägten Grulich und seine
wissenschaftliche Arbeit. Nach dem
Studium der Katholischen Theologie
und der slawischen Sprachen in
Königstein im Taunus, Augsburg und Zagreb
war er an der Akademie für Politik und
Zeitgeschehen der
Hanns-Seidel-Stiftung in München tätig
sowie wissenschaftlicher
Assistent an den theologischen
Fakultäten der Universitäten Bochum und
Regensburg. Heute lehrt er Mittlere und
Neuere Kirchengeschichte an der
Justus-Liebig-Universität Gießen.
Besonders beschäftigt er sich mit
Geschichte und Kultur der böhmischen
Länder, den Kirchen in Osteuropa
sowie mit Volksgruppen und Minderheiten
in Europa.
Wegen seines enormen Sachverstandes,
seines sachlichen Urteils und
seiner Fähigkeit, komplexe
Zusammenhänge verständlich darzustellen wurde
Grulich in zahlreiche Gremien berufen.
So wurde er zum Beispiel in den
Bundesvorstand der Sudetendeutschen
Landsmannschaft gewählt und in den
Sudetendeutschen Rat berufen, außerdem
in die Arbeitsgruppe
Vertriebenenseelsorge der Deutschen
Bischofskonferenz. Gemeinsam mit
anderen Experten verantwortete er das
Projekt "Kirche und Nationalismus
im 19. und 20. Jahrhundert in den
böhmischen Ländern" der
Karlsuniversität Prag. Zu seinen
Auszeichnungen gehört das
Bundesverdienstkreuz am Bande, das ihm
2008 verliehen wurde.
KiN
An der Hamburger Universität eine Ausbildungsstätte für Katholische Theologie
Einen entsprechenden Vertrag haben der
Apostolische Nuntius in Deutschland, Erzbischof Jean-Claude Périsset, und
Hamburgs Wissenschaftssenatorin Herlind Gundelach an diesem Dienstag im Rathaus
unterzeichnet. Für das Erzbistum Hamburg nahm Erzbischof Werner Thissen an der
Unterzeichnung teil, die Universität Hamburg war mit Vizepräsident Holger
Fischer vertreten. Gemeinsames Ziel der Kirche und der Hansestadt sei es, die
Pflege und Entwicklung der Katholischen Theologie in Gemeinschaft mit anderen
Wissenschaften zu fördern. Der Vertragsabschluss soll auch ein Fundament dafür
bilden, Fragen des Zusammenwirkens von Staat und Kirche bei der Vermittlung von
religiöser Bildung und wissenschaftlicher Ausbildung zu klären. Der Vertrag
zwischen dem Vatikan und der Freien und Hansestadt Hamburg sieht vor, dass
Hamburg in Abstimmung die Errichtung eines Instituts für Katholische Theologie
und Religionspädagogik an der Universität gewährleistet. An dem Institut sollen
Lehrer für das Unterrichtsfach Katholische Religion an allgemeinbildenden und
berufsbildenden Schulen sowie für andere Berufsfelder ausgebildet werden. (pm
18)
Generalsekretärin bilanziert Kirchentag. "Käßmann ist Identifikationsfigur"
Die 42jährige Ellen Ueberschär ist
promovierte Theologin, Pfarrerin und seit 2006 die Generalsekretärin des
Evangelischen Kirchentages. Zudem ist die in Ostberlin aufgewachsene Ueberschär
Mitglied der Grünen-Akademie der Heinrich-Böll-Stiftung.
taz: Frau Ueberschär, hat sich dieser
zweite Ökumenische Kirchentag gelohnt?
Ellen Ueberschär: Auf jeden Fall. Wir
waren erleichtert, dass bei aller Diskussion um Missbrauch, um Heimkinder und
den Verlust der Glaubwürdigkeit der Kirchen wir ein Fest in Heiterkeit feiern
konnten.
Ja, so ist es mir signalisiert worden.
Wir erlebten keine Party- oder Spaßatmosphäre, die wir manchmal bei
Kirchentagen auch hatten, sondern so eine Kirchentagsfröhlichkeit.
Die Stimmung haben wir allerdings oft
auch als gedrückt, ja, passiv empfunden.
Die Einschätzungen sind, je nach
Veranstaltung, unterschiedlich. Wenn man die zum Missbrauch besucht hat, auch
solche zu schwierigen ökumenischen Fragen, dann mag Ihr Eindruck einleuchten.
Doch es gab vieles, wo die Leute fröhlich und glücklich waren.
Hatten Sie nicht mit mehr Besuchern
gerechnet? 127.000 Besucher sind nicht gerade rekordverdächtig.
Die Hauptstadt als Ort war 2003 sehr
attraktiv, zumal beim ersten Ökumenischen Kirchentag. Aber 127.000 Menschen
sind doch wunderbar. Ich habe im Februar gedacht, dass es ganz schlimm wird -
die Leute werden sagen: Bäh, Kirche, damit will ich nichts mehr zu tun haben.
Dann kam der Run auf den Kirchentag. Es gab ein Bedürfnis der
Selbstvergewisserung, vor allem bei Jugendlichen.
Hat es hier in München etwas gegeben,
das der Glaubwürdigkeit der Kirche wieder aufhalf?
Unsere orthodoxe Vesper mit der
Tischgemeinschaft, die ein kirchengeschichtlich relevantes Ereignis war. Das
hat es vorher nicht gegeben.
Unser Eindruck war: Der Liturgie dieser
Feier schauten viele zu, wie dies Touristen tun, wenn sie auf einer
griechischen Insel in die Kirche gehen.
Das war der erste Teil. Der zweite war
unsere Tradition. Dass man gemeinsam an einem Tisch sitzt und Brot miteinander
teilt, war der zweite und wichtige Teil dieser Veranstaltung.
Sie empfanden die orthodoxe Feier nicht
als eine Notlösung?
Nein, warum denn? Sie hat eine
liturgische Würde gehabt. Wir hätten auch einfach Tische aufstellen und Gurken
und Würstchen essen können. Aber das wäre es nicht gewesen.
Mussten Sie als Protestantin eigentlich
auch oft Katholiken trösten? Die haben ja im Moment viel schlechte Presse,
Spott und Kritik.
Das ist wahr, ja. Wir haben natürlich
mit Margot Käßmann ein Gegenbeispiel, wie man mit Versagen umgehen kann. Auf
der anderen Seite haben wir gerade in den Vorbereitungen dieses Kirchentags
gesagt: Wir machen das in einer großen Solidarität. Es gab da einen Moment von
Trost, Anteilnahme und Beteiligung.
Warum war Margot Käßmann so ein Star?
Welches Bedürfnis befriedigt sie?
Sie hat das Bedürfnis befriedigt nach
jemandem, die Herzenswärme ausstrahlt und authentisch ist, glaubwürdig das
lebt, was sie sagt. Deswegen ist sie so präsent und so wichtig, eine große
Identifikationsfigur, auch für Katholikinnen. Als sie am Freitag im Dom sagte,
die Pille ist ein Geschenk Gottes, hat sie, glaube ich, mehr den katholischen
Frauen aus dem Herzen gesprochen.
Wird es einen dritten Ökumenischen
Kirchentag geben?
Wir sagen jetzt weder Ja noch Nein. Wir
sagen, wir wollen die ökumenische Zusammenarbeit fortsetzen, werden diesen
Kirchentag auswerten, und dann wird geguckt, was der richtige Ort, die richtige
Zeit und das richtige Format ist.
INTERVIEW: J. FEDDERSEN, P. GESSLER TAZ
17
Österreich: Neue Initiative für Geschiedene und Wiederverheiratete
Österreichs Bischöfe wollen neue
Vorschläge für die seelsorgliche Begleitung von Geschiedenen und
Wiederverheirateten erarbeiten. Das hat Kardinal Christoph Schönborn am Montag
in Wien angekündigt. Eine bischöfliche Kommission unter Leitung des Salzburger
Erzbischofs Alois Kothgasser sei bereits eingesetzt worden, so Schönborn; bis
zur Vollversammlung der Bischofskonferenz im November sollten konkrete
Vorschläge auf dem Tisch liegen. Die neue Initiative ist ein Ergebnis des
Kongresses österreichischer Pfarrgemeinderäte in Mariazell, der am Wochenende
zu Ende gegangen war.
Umgang der Kirche - Der Umgang der
Kirche mit Geschiedenen und Wiederverheirateten gehört zu jenen zahlreichen
offenen Themenfeldern, „über die wir weiterhin sehr einfühlsam und von unterschiedlichen
Standpunkten her sprechen müssen, um zu Lösungen zu kommen“. Das sagte der
Kärntner Bischof Alois Schwarz bei der Pressekonferenz. Er nannte als weitere
offene Themenfelder die Fragen der Gemeindeleitung und der
Leitungsverantwortung, der kirchlichen Wertschätzung von Sexualität und
Geschlechtlichkeit als Gabe und Geschenk sowie die Rolle der Frau in der
Kirche. Dass die kirchlichen Positionen zu diesen Themen immer wieder in
Diskussion kämen, habe vielleicht auch damit zu tun, „dass wir sie zu wenig
konkret mit ihren Gegenargumenten und Einwänden, aber auch mit ihren Argumenten
dafür öffentlich besprechen und bedenken“. Schwarz warnte zugleich aber auch
vor der Versuchung zu vorschnellen Antworten und zu Pragmatismus. Denn: „Alles
muss vom Evangelium her und auf das Evangelium hin geprüft werden.“ Kardinal
Schönborn und Bischof Schwarz bekräftigten eindringlich, dass der nun begonnene
Dialogprozess mit den Pfarrgemeinderäten weiter gehen werde. (kap 17)
Nah Ost: „Friedensgespräche noch von Misstrauen gezeichnet“
Frieden auf Distanz kann es nicht
geben. Das hat der israelische Ministerpräsident Benjamin Netanjahu angesichts
der seit einer Woche wiederaufgenommenen Verhandlungen zwischen Palästina und
Israel betont. Friedensakteur und Vermittler ist der US-Diplomat für den
Mittleren Osten, George Mitchell. Mit seiner Hilfe soll die nunmehr seit 18
Monaten vorhaltende Pattsituation zwischen Israeli und Palästinensern
überwunden werden – Begegnungen von Angesicht zu Angesicht sollen folgen. Der
Kustos des Heiligen Landes, Pater Pierbattista Pizzaballa, dämpft jedoch allzu
euphorische Hoffnungen und erklärt gegenüber Radio Vatikan:
„Um ehrlich zu sein, ist noch nicht von
einem positiveren Klima die Rede. Das wäre auch noch völlig verfrüht.
Schließlich kommen wir aus einer Phase ohne jegliche Verhandlungen, dafür aber
voller gegenseitiger Verdächtigungen – wenigstens auf politischer Ebene. Und um
das hinter uns zu lassen, braucht es mehr als zögerliche Zusammenkünfte. Man
wird abwarten müssen, ob die ersten Treffen das Eis zwischen den beiden
Verhandlungspartnern brechen oder ob zum hundertsten Mal taktiert wird, ohne
dass sich an der Situation etwas verändert. Die öffentliche Meinung dazu ist
eher etwas unterkühlt. Und ähnlich bewerten das auch die Zeitungen.“
Von „Gesprächen auf Umwegen“ über den
von Obama entsandten Diplomaten Mitchell ist die Rede. Zwischen den Stühlen
sitze dieser, heißt es im Medienecho, weil sich Israeli und Palästinenser nicht
gemeinsam an einen Tisch bringen ließen. Sind die Spannungen wirklich derart
stark?
„Im Alltag spüren wir das nicht so
deutlich. Zu lange schon ist die Situation unverändert. Hinsichtlich der
Gespräche fehlt aber sicherlich das gegenseitige Vertrauen, das erstmal da sein
müsste, um schließlich auch die öffentliche Wahrnehmung zu beeinflussen. So
kann man nur hoffen, dass sich an die indirekten Gespräche eine direktere Phase
von größerer Reichweite anschließen wird. Das bleibt aber abzuwarten. Die
Fronten sind sehr stark verhärtet.“ (rv 17)
Kirchentag. Langer Weg zur Eintracht
München. Das Bild von den kleineren
Brötchen, die man diesmal gebacken habe, wie eine Heidelberger
Theologie-Studentin im Foyer der katholischen St. Maximilian-Kirche süffisant
anmerkt, ist wunderbar doppelsinnig:
In München hat es anders vor sieben
Jahren in Berlin kein medienwirksam inszeniertes gemeinsames Abendmahl gegeben,
sondern einen priesterlosen Gottesdienst, bei dem an Gläubige Roggensemmeln
verteilt wurden.
Auch um unbotmäßigen Priestern, die
gewagt hätten, das katholische Verbot der Interkommunion zu ignorieren, nicht
Bestrafungsmaßnahmen auszusetzen, waren bei diesem "Gedächtnismahl"
nur Laien beteiligt.
Ob der Gottesdienst ohne Pfarrer einen
Durchbruch auf dem Weg zum eigentlichen Ziel darstellt, dem Abendmahl für alle,
oder ob man vor den Drohgebärden der katholischen Amtskirche eingeknickt ist,
wird anschließend kontrovers diskutiert.
Ökumenische Avantgarde
Die symbolischen Aktionen, darunter
eine Menschenkette am Samstag zwischen Liebfrauendom und der evangelischen
Hauptkirche St. Matthäus, gehen vielen wie dem katholischen Theologieprofessor
Gotthold Hassenhüttl nicht weit genug.
Er war nach einem Eklat beim ersten
Ökumenischen Christentreffen suspendiert worden und spricht nun von
"Ökumene light". Halbe Sachen möchte er auch diesmal keine machen:
Bei einem Gottesdienst teilte er gemeinsam mit seinem evangelischen Kollegen
auch das Abendmahl aus.
Abendmahl, Kommunion - Gedächtnisfeier
oder reale Präsenz Gottes - mit solchen Feinheiten plagen sich die Jugendlichen
in München nicht lange herum. Im Jugendzentrum auf dem Olympiagelände sollen
sie "viel Spaß und Zeit zum Chillen haben" (Pro grammheft), aber auch
über Glauben diskutieren.
Bei den Workshops wird deutlich, dass
sie sich als ökumenische Avantgarde verstehen. Konfessionelle Grenzen und erst
recht kirchenamtliche Bestimmungen lösen bei den Konfirmanden und Firmlingen
höchstens Achselzucken aus.
Den 25.000 Kirchentagsbesuchern, die
sich trotz Temperaturen unter zehn Grad an die weiß gedeckten Biertische auf
dem Odeonsplatz gesetzt und zweieinhalb Stunden bei den "Orthodoxen
Vesper" ausgeharrt haben, ist es ernst mit dem Wunsch nach Einheit.
"Gefühl der
Zusammengehörigkeit" - Manche bemühen dem ausgesprochen symbolträchtigen
Mahl mit Fladenbrot und Wein, das an das "Liebesmahl" der Urkirche
erinnern soll, sogar das große Wort Sehnsucht. Als der evangelische
Kirchentagspräsident Eckhard Nagel ein heraufziehendes neues Zeitalter der
Ökumene beschwört, erntet er viel Beifall.
Eine junge Nonne füllt den Becher ihres
Nachbarn mit Landwein. Sie schwärmt von "diesem unheimlich starken Gefühl
der Zusammengehörigkeit", das sie sich nicht von den "ewigen
Miesmachern" zerreden lassen will. Von einem wie dem Hamburger Religionspädagogen
Fulbert Steffensky zum Beispiel, dem das alles zu sehr von den eigentlichen
Problemen der Ökumene ablenkt. "Da wird eine Wunde zu gekleistert, aber
ich will, dass sie sichtbar bleibt." HARALD BISKUP FR 18
Der frühere Vatikansprecher nimmt Johannes Paul II. in Schutz
Es stimme nicht, dass der polnische
Papst das Doppelleben des mexikanischen Geistlichen Marcial Maciel gedeckt
habe. Das sagte Joaquin Navarro-Valls im Gespräch mit einer spanischen
Nachrichtenagentur. Vielmehr habe Johannes Paul selbst den kanonischen Prozess
gegen den Gründer der „Legionäre Christi“ autorisiert. Der Prozess, in dem
Strafen gegen Maciel verhängt wurden, sei kurz nach dem Tod Johannes Pauls 2005
zu Ende gegangen. Navarro erwähnt auch einen handschriftlichen Text Maciels, in
dem dieser alle Vorwürfe gegen ihn abstritt. Der Ordensmann, dessen schwere
sexuelle Verfehlungen jetzt eine Krise in den von ihm gegründeten
Gemeinschaften ausgelöst haben, ist 2008 gestorben. Vorwürfe, die in Sachen
Maciel jetzt auch gegen Johannes Paul erhoben würden, seien „objektiv und
historisch falsch“, meint Navarro. Daher sei auch der Seligsprechungsprozess
für den Papst „nicht in Gefahr“. Johannes Paul habe „nie irgendetwas blockiert
oder vertuscht“; allerdings sei der jetzige Papst Benedikt „ein weiser Papst,
der auch für Fehler Verantwortung übernimmt, von denen wir alle wissen, dass er
sie gar nicht begangen hat“. Auf die Frage, ob vielleicht der damalige
Kardinalstaatssekretär Angelo Sodano bestimmte Informationen über Marcial
Maciel gar nicht zu Johannes Paul habe durchkommen lassen, sagt Navarro
wörtlich: „Davon weiß ich nichts. Das einzige reale Faktum, das wir kennen,
ist, dass der kanonische Prozess gegen Maciel schon unter Johannes Paul II.
begann.“ (agi 17)
Am Weltkindertag den Glauben weitergeben
Zum Weltkindertag am 1. Juni bietet das
weltweite katholische Hilfswerk
"Kirche in Not" eine große
Auswahl an Angeboten zur kindgerechten
Weitergabe des Glaubens. Der
Weltkindertag wurde zu Zeiten der deutschen
Teilung im Westen Deutschlands am 20.
September, in der DDR jedoch am 1.
Juni begangen. Heutzutage gelten beide
Termine als gleichberechtigt.
Das neueste Glaubensgeschenk des
Hilfswerks an Kinder ist die
"Mini-Kinderbibel", ein
handtellergroßes Büchlein, das in jede
Hosentasche passt. Die Mini-Kinderbibel
ist die jüngste Ausgabe der
Kinderbibel "Gott spricht zu
seinen Kindern", die "Kirche in Not" seit
dreißig Jahren weltweit in über hundert
Sprachen verteilt hat. Die
Miniaturausgabe dieses
"Klassikers" kann für 50 Cent beim Hilfswerk
bestellt werden.
Ebenfalls 50 Cent kostet das Büchlein
"Kinder beten", eine kleine
Sammlung von Kindergebeten für den
Alltag, die ebenfalls in die
Hosentasche passt.
Darüber hinaus hält "Kirche in
Not" ein Bilderbuch, ein Hörbuch und ein
Malbuch zur Kinderbibel "Gott
spricht zu seinen Kindern" bereit.
Wer seinen Nachwuchs bis zum
Erwachsenenalter mit Glaubensutensilien
ausstatten will, dem empfiehlt das
Hilfswerk seine "Glaubenspakete" zur
Taufe, Erstkommunion und Firmung. In
diesen Paketen ist vom Katechismus
bis zur "Prayerbox", der
Gebetsausrüstung für unterwegs, alles für einen
froh gelebten katholischen Glauben
vorhanden.
Alle Angebote zum Weltkindertag können
auf www.kirche-in-not.de/shop
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