Notiziario religioso 17-18 Maggio
2010
Lunedì 17 maggio. Il commento al Vangelo. “Crediamo che sei uscito
da Dio”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 16,29-33) commentato da P. Lino Pedron
29 Gli dicono i suoi discepoli: «Ecco, adesso parli chiaramente e
non fai più uso di similitudini. 30 Ora conosciamo che
sai tutto e non hai bisogno che alcuno t'interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». 31 Rispose loro Gesù: «Adesso
credete? 32 Ecco, verrà l'ora, anzi è già venuta, in
cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non
sono solo, perché il Padre è con me.
33 Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete
tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!».
In questo brano il
linguaggio di Gesù è giudicato chiaro dai discepoli. Il fatto che Gesù conosca
tutti i pensieri prima che siano espressi suscita la loro professione di fede
nella sua onniscienza e nella sua origine divina.
Essi credono di
avere compreso il segreto della persona di Gesù e di possedere una fede adulta
in Dio, ma il Maestro non si lascia lusingare da questa professione di fede,
anzi prende motivo da essa per predire l’imminente defezione dei discepoli
durante il suo arresto: essi non crederanno più e torneranno ai loro interessi,
abbandonandolo.
Gesù, però, nonostante
l’abbandono dei discepoli, non rimane solo, perché è sempre unito al Padre:
egli è una cosa sola con il Padre (Gv 10,30.38).
Al termine del
discorso Gesù ritorna sul tema della gioia e della sofferenza dei discepoli per
invitarli alla fiducia: la vittoria finale sarà del Cristo e dei suoi amici.
Gesù ha vinto il
mondo, disarmandolo con l’amore: alle ricchezze ha preferito la povertà, agli
onori l’umiltà, la croce e la trasparenza di vita. Egli ha scelto ciò che conta
nella vita e non l’effimero.
"Abbiate
fiducia; io ho vinto il mondo!". Con questo grido di vittoria termina il
secondo e ultimo discorso di Gesù nell’ultima cena. De.it.press
Martedì 18 maggio. Il commento al Vangelo. “È giunta l'ora”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 17,1-11a) commentato da P. Lino Pedron
1 Così parlò Gesù.
Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l'ora, glorifica il
Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. 2 Poiché tu
gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia
la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3 Questa è
la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato,
Gesù Cristo. 4 Io ti ho glorificato sopra la terra,
compiendo l'opera che mi hai dato da fare. 5 E ora, Padre, glorificami davanti
a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse.
6 Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato
dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola.
7 Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato
vengono da te, 8 perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi
le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu
mi hai mandato. 9 Io prego per loro; non prego per il
mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. 10 Tutte le cose mie
sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono
glorificato in loro. 11 Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te.
Tra i due lunghi
discorsi dell’addio e il racconto della passione, Giovanni inserisce una
solenne preghiera di Gesù al Padre. Questa preghiera è stata chiamata
"sacerdotale" perché presenta Gesù come il sommo sacerdote che
intercede per i suoi fratelli (1Gv 2,1-2; Rm 8,34; Eb 4,15; 7,25).
Ciò nonostante, la
preghiera di Gesù è segnata profondamente dallo scoccare della sua
"ora" (v. 1): la glorificazione del Figlio, la protezione paterna dei
discepoli e l’unità dei credenti.
Il genere
letterario di questa preghiera rientra negli schemi dei testamenti o discorsi
di addio dei patriarchi (Dt 32 e 33, ecc.). In questo
capitolo Gesù esprime le sue ultime volontà in forma di preghiera al Padre.
L’uso del verbo "voglio" (v. 24) conferma il
valore di testamento spirituale di questo capitolo.
La sublime
preghiera del capitolo 17 chiude il vangelo di
Giovanni prima del racconto della passione, morte e risurrezione di Gesù. Per
il suo carattere poetico forma una grande inclusione con il prologo.
Il Cristo prega il
Padre elevando gli occhi al cielo come aveva fatto prima di risuscitare Lazzaro
(Gv 11,41); il cielo, nel linguaggio degli antichi, è
considerato il luogo della dimora di Dio.
Gesù chiede al
Padre di glorificare il Figlio suo perché l’"ora" è giunta, ossia è
già iniziata la parte finale della sua vita, nella quale egli è glorificato con
la sua passione, morte e risurrezione.
In questo testo si
afferma che è il Padre l’autore di questa
glorificazione e che la glorificazione del Figlio è contemporaneamente la
glorificazione del Padre. Gesù glorifica il Padre compiendo l’opera di
rivelazione e di salvezza affidatagli dal Padre. Ha ricevuto la missione di
donare la vita eterna a tutti gli uomini che vorranno diventare suoi discepoli.
Nel v. 3 è proclamato in che cosa consista la vita eterna: nel
conoscere l’unico vero Dio e colui che egli ha mandato, Gesù Cristo. Questa
conoscenza deve essere intesa in senso biblico, come sinonimo
di comunione vitale, intima, profonda. La vita eterna consiste nella
comunione con il Padre e con il Figlio suo.
Gesù, alla fine
della sua missione rivelatrice, proclama di aver glorificato il Padre sulla
terra portando a termine in modo perfetto l’opera affidatagli da Dio.
Quest’opera di rivelazione e di salvezza raggiunge il compimento pieno e
perfetto sulla croce (Gv 19,28.30). Qui l’amore di
Gesù per i suoi amici raggiunge la perfezione.
Il Verbo di Dio,
prima dell’incarnazione, possedeva la gloria divina, frutto dell’amore eterno
del Padre (Gv 17,24). Assumendo la natura umana nella
sua fragilità e debolezza (Gv 1,14), il Figlio di Dio
occultò la sua gloria divina (Fil 2,6-7) e la manifestò a sprazzi durante la
sua vita terrena (Gv 1,14; 2,11; Lc
9,31). La gloria divina sarà comunicata alla natura umana del Figlio di Dio, in
tutto il suo splendore, con la sua esaltazione sulla croce e con la sua
risurrezione e ascensione al cielo.
Dal v. 6 in avanti Gesù parla degli uomini che il Padre gli ha dato
dal mondo. I discepoli sono uno dei doni più preziosi concessi da Dio a suo
Figlio; essi sono proprietà del Padre, ma sono stati dati a Gesù. A questi
amici il Cristo ha rivelato il nome del Padre e continuerà a manifestarlo
affinché il suo amore sia in essi (Gv 17,26). Il
Figlio è la manifestazione dell’amore di Dio per l’umanità (Gv
3,16). Il nome del Padre indica la persona di Dio in quanto
Padre, che è la fonte della vita divina del Figlio.
Dinanzi alla
manifestazione di Dio come Padre, i discepoli hanno reagito custodendo la sua
parola, cioè credendo in modo concreto e dimostrando di amare seriamente il
Padre. Gesù ha ricevuto tutto in dono dal Padre e ha donato tutto ai discepoli.
La fede dei discepoli ha per oggetto anche l’origine divina di Gesù mandato dal
Padre: essi hanno creduto che egli è uscito dal Padre ed è stato inviato da lui
(v. 8).
Gesù precisa che
la sua preghiera è per i credenti e non per il mondo tenebroso, perché esso si
esclude da solo dalla vita e dalla salvezza rifiutando volontariamente la
rivelazione del Figlio di Dio. Gesù non prega per il mondo, inteso come la
personificazione delle potenze occulte del male che lottano contro il Padre e
contro il suo Inviato.
Egli prega invece
per i suoi, perché li ama di un amore fortissimo e concreto (Gv 13,1). Li affida al Padre affinché li custodisca nel suo
nome, perché sono sua proprietà: il Padre e il Figlio
hanno tutto in comune.
Come il Padre è
glorificato nel Figlio (Gv 13,31-32; 14,13), così il
Figlio è glorificato nei discepoli (Gv 17,10)
attraverso la loro testimonianza, resa possibile dall’azione dello Spirito
Santo nel loro cuore (Gv 15, 26-27). In questo modo
Gesù sarà glorificato dallo Spirito della verità (Gv
16,14).
Gesù rivolge la
sua preghiera al Padre a favore degli amici che rimangono nel mondo mentre egli
torna al Padre. L’espressione "Padre santo" è esclusiva di questa
preghiera sacerdotale e indica la trascendenza increata di Dio, la sua essenza,
la sua maestà rivelata nella gloria. Il nome santo del Padre "è come un
tempio, come un luogo nel quale Gesù domanda che i credenti siano custoditi"
(De La Potterie). Con tale protezione Dio si
manifesta come Padre e si fa conoscere come il Santo, il Dio trascendente e
onnipotente. De.it.press
San Pietro, 200 mila
per il Papa. «È il peccato il vero nemico»
Benedetto XVI: «Il
male spirituale può contagiare anche i membri della Chiesa», ma «proseguiamo
con fiducia» - giornata di solidarietà promossa dalla Cnal,
Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali
ROMA - Circa 200
mila persone sono affluite domenica mattina in piazza San Pietro per la giornata
di solidarietà verso Benedetto XVI, promossa dalla Cnal
(Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali) dopo
la bufera dello scandalo pedofilia che ha coinvolto la Chiesa. Da tutta Italia
sono arrivati gli appartenenti ai movimenti ecclesiali e alle associazioni
cattoliche che intendono stringersi intorno al Papa per testimoniargli il loro
appoggio e sostegno. Molte le famiglie, i fedeli delle
parrocchie romane e delle diocesi italiane. Sul colonnato un grande
striscione, affisso dalla Cnal, con la scritta
«Insieme con il Papa». Su altri due grandi striscioni con frasi dello stesso
Ratzinger: «È nella Comunione della Chiesa che incontriamo Gesù» e «Non abbiate
paura, Gesù ha vinto il male».
LA RICONOSCENZA
DEL PAPA - Benedetto XVI, affacciato alla finestra del suo studio nel Palazzo
Apostolico Vaticano, dopo la recita del «Regina Coeli» (preghiera che fino a Pentecoste sostituisce
l'«Angelus») ha ringraziato i fedeli per «questa bella e spontanea
manifestazione di fede e di solidarietà». «Cari amici - ha detto - voi oggi
mostrate il grande affetto e la profonda vicinanza della Chiesa e del popolo
italiano al Papa e ai vostri sacerdoti, che quotidianamente si prendono cura di
voi, perché, nell'impegno di rinnovamento spirituale e morale possiamo sempre meglio
servire la Chiesa, il Popolo di Dio e quanti si rivolgono a noi con fiducia».
«IL VERO NEMICO E'
IL PECCATO» - «Il vero nemico da temere e da combattere è il peccato, il male
spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa», ha
detto poi Papa Benedetto XVI. «Viviamo nel mondo - ha
aggiunto il Papa - ma non siamo del mondo. Noi cristiani non abbiamo paura del
mondo, anche se dobbiamo guardarci dalle sue seduzioni. Dobbiamo invece temere
il peccato e per questo essere fortemente radicati in
Dio, solidali nel bene, nell'amore, nel servizio». «E'
quello che la Chiesa, i suoi ministri, unitamente ai fedeli - ha detto il
Pontefice - hanno fatto e continuano a fare con fervido impegno per il bene
spirituale e materiale delle persone in ogni parte del mondo. E' quello che
specialmente voi cercate di fare abitualmente nelle parrocchie, nelle
associazioni e nei movimenti: servire Dio e l'uomo nel nome di Cristo.
Proseguiamo insieme con fiducia questo cammino, e le prove, che il Signore
permette, ci spingano a maggiore radicalità e coerenza».
LA PREGHIERA DI BAGNASCO - Alle 11, il
cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, aveva guidato la preghiera
introduttiva, in cui si auspicava che la Chiesa, «fedele alla sua missione», e
«purificata dalla penitenza, sia luogo di giustizia e di conforto per i
credenti». Nella preghiera si chiedeva «misericordia e perdono per i nostri
peccati, purificazione e forza per tutta la Chiesa». «Mediante il ministero dei
sacerdoti - si aggiungeva in un altro passaggio -, dona loro di essere
perseveranti nel servire la tua volontà». «Ascolta il grido di coloro che sono nel dolore - recitava ancora la preghiera -
perché trovino giustizia e conforto, così che, partecipando alla vita della tua
Chiesa, purificata dalla penitenza, possano riscoprire l'infinito amore di
Cristo». Viene quindi invocato aiuto nel «cammino di
conversione in questi tempi di apprensione e di speranza».
SOLDIARIETA' DA
ASSISI - Sulla loggia della Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi, nel
giorno in cui davanti alla chiesa sfileranno migliaia di persone che stanno
partecipando alla Marcia della pace partita stamani da Perugia, i frati
francescani hanno appeso uno striscione lungo cinque metri con i colori della
pace, su cui si legge: «Dalla piazza di S. Francesco in Assisi a piazza San
Pietro in Roma un'unica voce di sostegno alla missione del Papa: Santità conti
su di noi per la sua mission di pace e di bene! I frati del S. Convento»
. CdS 16
Il Papa in Portogallo - La risposta più bella. A chi immagina la Chiesa
lontana dal Papa
La folla che lo ha accolto in Portogallo, in particolare a Fatima, e
l'abbraccio della gente in ogni luogo, dove ha sostato, sono stati la
"risposta" più bella e anche più efficace a quanti vanno sostenendo
la tesi dell'accrescersi di un distacco tra Benedetto XVI e la comunità
ecclesiale.
Anche le immagini
che in questi giorni sono arrivate dalla terra lusitana hanno detto e dicono il contrario, parlano di una Chiesa che, pur
profondamente ferita e amareggiata, si è ritrovata più unita che mai attorno a
Pietro per condividerne la sofferenza, la preghiera e la speranza.
"Sento che mi
accompagnano la devozione e l'affetto": Benedetto XVI ha manifestato
subito la sua gioia e la sua gratitudine per la straordinaria testimonianza del
popolo portoghese. Fedele alla sua missione, dopo aver ricordato la difficoltà
dell'ora, non ha mancato di offrire a tutti il suo pensiero e il suo
insegnamento.
"Porto con me
- ha ripetuto - le preoccupazioni e le attese di questo nostro tempo e le
sofferenze dell'umanità ferita, i problemi del mondo".
Parole che sono
entrate nel cuore e nella coscienza.
Un invito, anzi un
appello, a non lasciare solo il Papa in una fatica che, seppur mai opprimente, è davvero grande.
Non lasciarlo solo
significa vivere una prossimità, come quella del 16 maggio in piazza San
Pietro, che è espressione di una testimonianza cristiana nell'ambito privato
come in quello pubblico.
Il Papa ha chiesto
e chiede di essere seguito nel pellegrinaggio della
verità con i passi della fede e della ragione.
Ed è questa sua
domanda in campo aperto - come da cinque anni accade - a suscitare le reazioni
più forti da parte di chi si sente messo in discussione dal dialogo tra fede e
ragione.
Questo Papa ha
inquietato nel momento in cui ha spalancato le porte e ha fatto camminare la
fede sulle strade della ragione. Ancor più l'ha fatta incontrare con la
ragione.
Ha indicato, anche
in Portogallo, questo incontro come decisivo per dare piena dignità alla
persona umana, per restituire sacralità alla vita, per gustare la felicità, per
osare la speranza.
Un pellegrinaggio
festoso ma non per questo privo di pensieri, di domande, di attese.
I pellegrini sono
testimoni e messaggeri. Nel ricordarlo Benedetto XVI ha richiamato lo stile del
cristiano che cammina sulle strade del mondo.
"Il semplice
enunciato del messaggio - ha ribadito alla fine della
terza giornata del viaggio apostolico - non arriva fino in fondo al cuore della
persona, non tocca la sua libertà, non cambia la vita. Ciò
che affascina è soprattutto l'incontro con persone credenti".
Persone credenti, persone che rendono affascinante la fede attraverso la vita:
è questa la bella avventura del cristiano.
In questa
prospettiva, ha ricordato Benedetto XVI, "anche in un momento di fatica
della Chiesa sta la gioia di essere cristiani, di vivere la Chiesa".
Davanti a lui lo
spettacolo di un popolo in ascolto, un popolo fatto di molti giovani, un popolo
immenso. Paolo Bustaffa
Il mondo senza Dio cade nella violenza
Omicidi, suicidi,
sessualità precoce, aborti. Una quotidianità di misfatti
imputabili a follia da scristianizzazione
E’ passata quasi sotto silenzio la notizia
della decisione del Santo Padre d’istituire un nuovo dicastero della Curia
romana, presieduto dall’ar-civescovo e teologo Rino Fisichella e dedicato alla “neo evangelizzazione” dell’Occidente (Europa, Stati
Uniti e America del Sud), dove sembra essersi oggi smarrito l’insegnamento del
Cristianesimo, pur diffuso da secoli. Un’iniziativa di rilievo suggerita tempo
fa, sembra, dal cardinale patriarca di Venezia, Angelo Scola, che avrebbe
meritato più diffusione. Perché l’intenzione pontificia è dettata dalla
consapevolezza che l’umanità occidentale, con il suo modo di vivere, di
concepire le libertà personali, d’inficiare i rapporti umani, di comportarsi
verso il prossimo, parenti, amici o sconosciuti che siano, dimostra di aver
perso gran parte dei valori etici.
E’ allucinante seguire le cronache
quotidiane che raccontano di mam-me che affogano, bruciano o lanciano dalla
finestra i propri neonati; di figli che uccidono i genitori; di coniugi o
compagni che si scannano a vicenda; d’imprenditori che schiavizzano gli
immigrati o di Forze dell’Or-dine che li picchiano senza motivo; di stupri,
spesso conclusi con l’as-sassinio della vittima; di violenze gratuite dettate
da bullismo, smania di potere, razzismo o, semplicemente, divertimento; di
politici corrotti o facilmente corruttibili; di suicidi ed
aborti in aumento. Comportamenti dettati da voglia di successo, di piaceri e di
ricchezza, che spinge ad atti criminali.
L’elenco, interminabile, certamente non è
nuovo: già nella Bibbia e nella Storia si parla di Caino ed
Abele o di Romolo e Remo; di uxoricidi, di tradimenti vendicati con la morte,
di sanguinarie lotte intestine, di barbarie infinite delle quali lo
sfruttamento degli schiavi era solo un esempio. Ma è insensato concluderne che è sempre stato così; che si deve solo alla
maggiore diffusione, mediatica e televisiva, delle notizie se abbiamo la
sensazione che le nostre società siano impazzite; che le aberrazioni di cui
leggiamo rientrano nella natura umana e nel libero arbitrio riconosciutoci da
Dio. In cosa consisterebbe il nostro progresso, se esso non portasse anche a
moderare e controllare gli impulsi?
E’ follia quella che rovina le comunità e
spinge a soddisfare ogni desi-derio, anche se perverso: secoli di primato della ragione e della fiducia reciproca andati in fumo,
annientati da deliri di potere e di voluttà. Una follia cui contribuiscono
spesso i programmi televisivi che regolarmente proiettano atti di violenza, di
prepotenza, di sesso sfrenato, di corruzione. Non è da meno la stampa ove
alcuni “esperti” (o, almeno, così dicono di essere) diffondono opinioni che
rasentano il delirio, invitando perfino i giovanissimi a sperimentare tutte le
emozioni. Come la Federica Fede-rico,
la quale scrive che “fortunatamente il sesso ha da tempo smesso di essere un
tabù ed i ragazzi lo approcciano con la massima serenità. Amarsi è un diritto
di tutti, anche dei giovanissimi; purché la scelta di aprirsi al sesso sia
libera, cosciente e slegata da ogni condizionamento. Ai
giovani l’amore insegna ad aprirsi all’altro, a confrontarsi, a mettersi in
gioco; in pratica amare serve a diventare adulti”.
Sarà, ma ciò significa sottovalutare
il fatto che, per diventare adulti, occorre ben altro, il controllo di
se stessi, l’osservanza delle regole e il rispetto dei valori morali. Porta a
credere che tutto ciò che piace sia lecito e
irrinunciabile; magari anche a pensare che si provi più piacere con una buona
dose di droga: non a caso, secondo lo studio realizzato in vari Paesi Europei,
Italia compresa, e pubblicato su BMC Health, la
maggioranza dei giovani è convinta che, con la cocaina, il rapporto sessuale
diventa più intenso. Se poi si aggiungono fiumi di alcool
sparisce ogni forma di paura e d’inibizione, con l’inevitabile effetto
devastante sulla persona. Droga ed alcool ormai
diffusi ovunque, perfino nelle scuole. Il che, certo, non aiuta a controllare
impulsi ed annebbiamenti della mente, con ciò che ne
consegue: depressioni che magari spingono al suicidio e a violenze di ogni
tipo. Sta di fatto che, nella maggioranza dei casi, il suicida o l’assassino
sia soggetto, a detta dei medici, a labilità psicofisica. Duratura o momentanea
che sia.
Non intendo generalizzare; pur essendo
frequenti ed in aumento, sono casi che non coinvolgono
tutta la popolazione occidentale. Ma che si spiegano
solo con la scristianizzazione che fa dimenticare che il prossimo va amato e
rispettato. Sbaglia chi è convinto che il non credere in un Essere superiore
rappresenti un progresso della nostra società: il risultato è
sotto i nostri occhi: ricerca continua di emozioni, perdita del concetto del
sacro e della vita anche in chi non scivola nella violenza fisica. Senza Dio
non ci può essere umanità, tanto meno saggezza, perché “c’è nesso tra la
crescita della follia e la perdita del Lume divino”. E a dirlo non sono io,
bensì il laico Marcello Veneziani (il Giornale, 29/4). Egidio Todeschini, de.it.press
Il Papa in Portogallo - Le attese e le certezze. Il quarto giorno:
l’incontro a Oporto
Nell’ultimo giorno
del suo viaggio apostolico in Portogallo, il 14 maggio, il Papa è giunto a
Porto, dove di mattina ha celebrato l’eucaristia nel Grande Piazzale di Avenida dos Aliados.
Dopo la santa messa ha rivolto un saluto ai fedeli riuniti nella stessa Avenida dos Aliados.
Poi si è recato all’Aeroporto internazionale di Porto, dove si è svolta la
cerimonia di congedo, prima di ripartire per Roma.
Missione
improrogabile. Riprendendo il passo degli Atti degli apostoli in cui Mattia fu
associato agli undici apostoli, Benedetto XVI, nell’omelia della messa a Porto,
ha ricordato le parole di Pietro: “Bisogna che uno divenga testimone, insieme a noi, della risurrezione”. L’attuale Successore di Pietro,
ha affermato il Papa, “ripete a ciascuno di voi: Miei fratelli e sorelle,
bisogna che diventiate con me testimoni della risurrezione di Gesù”. Il
cristiano, infatti, “è, nella Chiesa e con la Chiesa, un missionario di Cristo
inviato nel mondo”. Questa è “la missione improrogabile di ogni comunità
ecclesiale: ricevere da Dio e offrire al mondo Cristo risorto, affinché ogni situazione
di indebolimento e di morte sia trasformata, mediante
lo Spirito Santo, in occasione di crescita e di vita”. Bisogna diventare
“portatori di Gesù risorto nel mondo, recandolo ai diversi settori della
società e a quanti in essi vivono e lavorano”. “Per esperienza personale e
comune – ha sostenuto il Pontefice -, sappiamo bene che è Gesù colui che tutti attendono. Infatti
le più profonde attese del mondo e le grandi certezze del Vangelo si incrociano
nell’irrecusabile missione che ci compete, poiché ‘senza Dio l’uomo non sa dove
andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia’”. Tuttavia,
“se questa certezza ci consola e ci tranquillizza, non ci esime dall’andare
incontro agli altri. Dobbiamo vincere la tentazione di limitarci a ciò
che ancora abbiamo, o riteniamo di avere, di nostro e di sicuro: sarebbe un
morire a termine, in quanto presenza di Chiesa nel
mondo, la quale, d’altronde, può soltanto essere missionaria nel movimento
diffusivo dello Spirito”.
Nuove sfide. Sin
dalle sue origini, ha sottolineato il Santo Padre, “il
popolo cristiano ha avvertito con chiarezza l’importanza di comunicare la Buona
Novella di Gesù a quanti non lo conoscevano ancora”. In questi ultimi anni,
però, “è cambiato il quadro antropologico, culturale, sociale e religioso
dell’umanità; oggi la Chiesa è chiamata ad affrontare nuove sfide ed è pronta a
dialogare con culture e religioni diverse, cercando di costruire insieme ad ogni persona di buona volontà la pacifica convivenza dei
popoli. Il campo della missione ad gentes
si presenta oggi notevolmente ampliato e non definibile soltanto in base a
considerazioni geografiche; in effetti ci attendono non soltanto i popoli non
cristiani e le terre lontane, ma anche gli ambiti socio-culturali e soprattutto
i cuori che sono i veri destinatari dell’azione missionaria del popolo di Dio”.
Benedetto XVI ha anche rivolto un saluto alla gente
riunita in piazza: “Sono felice di trovarmi in mezzo a voi e vi ringrazio per
la festosa e cordiale accoglienza che mi avete riservata nella città di Porto,
la ‘Città della Vergine’. Alla sua materna protezione affido le vostre vite e
famiglie, le vostre comunità e strutture al servizio del bene comune, in
particolare le università di questa città i cui studenti si sono dati appuntamento qui e mi hanno manifestato la loro
gratitudine e la loro adesione al magistero del Successore di Pietro”.
Lievito della
società. “Al termine della mia visita, rivive nel mio spirito la densità di
tanti momenti vissuti in questo pellegrinaggio in Portogallo”. Sono le parole
del Papa al momento del congedo all’aeroporto. Dopo aver espresso a tutti la
sua “sincera gratitudine”, il Pontefice ha esortato: “Non cessi di crescere tra
voi la concordia, che è essenziale per una salda coesione, via necessaria per
affrontare con responsabilità comune le sfide che vi stanno dinnanzi.
Continui questa gloriosa Nazione a manifestare la
grandezza d’animo, il profondo senso di Dio, l’apertura solidale, retta da
principi e valori impregnati di umanesimo cristiano”. A Fatima, ha confidato,
“ho pregato per il mondo intero chiedendo che il futuro porti
maggiore fraternità e solidarietà, un maggiore rispetto reciproco e una
rinnovata fiducia e confidenza in Dio, nostro Padre che è nei cieli”. È stata
per Benedetto XVI “una gioia essere testimone della fede e della devozione
della comunità ecclesiale portoghese”: “Ho potuto vedere l’entusiasmo dei
bambini e dei giovani, la fedele adesione dei presbiteri, dei diaconi e dei
religiosi, la dedizione pastorale dei vescovi, la voglia di ricercare la verità
e la bellezza evidente nel mondo della cultura, la creatività degli operatori
della pastorale sociale, il vibrare della fede dei fedeli nelle diocesi che ho
visitato”. “Il mio desiderio – ha concluso - è che la
mia visita divenga incentivo per un rinnovato ardore spirituale e apostolico.
Che il Vangelo venga accolto nella sua integralità e
testimoniato con passione da ogni discepolo di Cristo, affinché esso si riveli
come lievito di autentico rinnovamento dell’intera società!”. Sir 14
Chiesa perseguitata? Sì, dai peccati dei suoi figli
È questa la
"terrificante" attualità del messaggio di Fatima, secondo Benedetto
XVI. Ma l'ultima parola nella storia è la bontà di
Dio. Da accogliere con penitenza e spirito di conversione - di Sandro Magister
ROMA – Curiosamente, le
parole più folgoranti del suo viaggio di quattro giorni in Portogallo, con al
centro la visita a Fatima, Benedetto XVI le ha pronunciate prima di atterrare a
Lisbona, quando ancora era in volo, la mattina di martedì 11 aprile.
E le ha
pronunciate rispondendo ai giornalisti sull'aereo, apparentemente
improvvisando.
In realtà erano
parole ben meditate. Le domande gli erano state presentate in anticipo dal
direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi. E il papa ne
aveva scelte tre, di cui la terza riguardava il "segreto" di Fatima e
lo scandalo della pedofilia.
Ecco questa terza
domanda con la risposta del papa, nella trascrizione diffusa dagli uffici
vaticani, tipica del linguaggio parlato:
D. – Veniamo a
Fatima, dove sarà un po’ il culmine anche spirituale di questo viaggio.
Santità, quale significato hanno oggi per noi le apparizioni di Fatima? E
quando lei presentò il testo del terzo segreto nella sala stampa vaticana, nel
giugno 2000, c’erano diversi di noi e altri colleghi di allora, le fu chiesto
se il messaggio poteva essere esteso, al di là dell’attentato
a Giovanni Paolo II, anche alle altre sofferenze dei papi. È possibile, secondo
lei, inquadrare anche in quella visione le sofferenze della Chiesa di oggi, per
i peccati degli abusi sessuali sui minori?
R. – Innanzitutto
vorrei esprimere la mia gioia di andare a Fatima, di pregare davanti alla
Madonna di Fatima, che per noi è un segno della presenza della fede, che
proprio dai piccoli nasce una nuova forza della fede, che non si riduce ai
piccoli, ma che ha un messaggio per tutto il mondo e tocca la storia proprio
nel suo presente e illumina questa storia.
Nel 2000, nella
presentazione, avevo detto che un’apparizione, cioè un impulso soprannaturale,
che non viene solo dall’immaginazione della persona, ma in realtà dalla Vergine
Maria, dal soprannaturale, che un tale impulso entra in un soggetto e si
esprime nelle possibilità del soggetto. Il soggetto è determinato dalle sue
condizioni storiche, personali, temperamentali, e quindi traduce il grande
impulso soprannaturale nelle sue possibilità di vedere, di immaginare, di
esprimere, ma in queste espressioni, formate dal soggetto, si nasconde un
contenuto che va oltre, più profondo, e solo nel corso della storia possiamo
vedere tutta la profondità, che era – diciamo – “vestita” in questa visione
possibile alle persone concrete.
Così direi, anche
qui, oltre questa grande visione della sofferenza del papa, che possiamo in
prima istanza riferire a papa Giovanni Paolo II, sono
indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si
mostrano. Perciò è vero che oltre il momento indicato nella visione, si parla,
si vede la necessità di una passione della Chiesa, che naturalmente si riflette
nella persona del papa, ma il papa sta per la Chiesa e
quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano.
Il Signore ci ha
detto che la Chiesa sarebbe stata sempre sofferente, in modi diversi, fino alla
fine del mondo. L’importante è che il messaggio, la risposta di Fatima,
sostanzialmente non va a devozioni particolari, ma proprio alla risposta
fondamentale, cioè conversione permanente, penitenza, preghiera, e le tre virtù
teologali: fede, speranza e carità. Così vediamo qui la vera e fondamentale
risposta che la Chiesa deve dare, che noi, ogni singolo, dobbiamo
dare in questa situazione.
Quanto alle novità
che possiamo oggi scoprire in questo messaggio, vi è anche il fatto che non
solo da fuori vengono attacchi al papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della
Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella
Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente
terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici
fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa e che la Chiesa quindi ha profondo
bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la
purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della
giustizia. Il perdono non sostituisce la giustizia. Con una parola, dobbiamo ri-imparare proprio questo essenziale: la conversione, la
preghiera, la penitenza e le virtù teologali. Così rispondiamo, siamo realisti
nell’attenderci che sempre il male attacca, attacca
dall’interno e dall’esterno, ma che sempre anche le forze del bene sono
presenti e che, alla fine, il Signore è più forte del male, e la Madonna per
noi è la garanzia visibile, materna della bontà di Dio, che è sempre l’ultima
parola nella storia.
Queste parole di
Benedetto XVI hanno doppiamente stupito gli osservatori.
Anzitutto per la
lettura che papa Joseph Ratzinger ha dato del cosiddetto "segreto" di
Fatima. Una lettura non confinata al passato, come nelle interpretazioni
correnti di parte ecclesiastica, ma aperta al presente
e al futuro. "Si illuderebbe chi pensasse che la
missione profetica di Fatima sia conclusa", ha ripetuto ai fedeli davanti
al santuario.
E poi e più ancora
per l'affermazione che "la più grande persecuzione della Chiesa non viene
dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa". Anche qui
contraddicendo i giudizi espressi da molti ecclesiastici, secondo i quali la
Chiesa soffre primariamente per gli attacchi che le vengono
portati dall'esterno.
Ma in entrambi i
casi Ratzinger non ha fatto che confermare ed esplicitare
giudizi da lui già formulati in precedenti occasioni.
Basti ricordare,
ad esempio, questo passo dell'omelia da lui pronunciata – anch'essa a braccio –
nella messa celebrata lo scorso 15 aprile con i membri della pontificia
commissione biblica:
"C'è una
tendenza in esegesi che dice: Gesù in Galilea avrebbe annunciato una grazia
senza condizione, assolutamente incondizionata, quindi anche senza penitenza,
grazia come tale, senza precondizioni umane. Ma questa
è una falsa interpretazione della grazia. La penitenza è grazia. È una grazia
che noi riconosciamo il nostro peccato. È una grazia che conosciamo di aver
bisogno di rinnovamento, di cambiamento, di una trasformazione del nostro
essere. Penitenza, poter fare penitenza, è il dono
della grazia. E devo dire che noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo
spesso evitato la parola penitenza, ci appariva troppo
dura. Adesso, sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati,
vediamo che poter fare penitenza è grazia. E vediamo che è necessario far
penitenza, cioè riconoscere quanto è sbagliato nella nostra vita, aprirsi al
perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare.
Il dolore della penitenza, cioè della purificazione, della
trasformazione, questo dolore è grazia, perché è rinnovamento, è opera della
misericordia divina".
E il 19 marzo,
nella lettera ai cattolici dell'Irlanda, aveva scritto
cose analoghe. Ad esempio che gli scandali della pedofilia tra il clero
"hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti
neppure secoli di persecuzione". E che solo un cammino di penitenza, da
parte dell'intera Chiesa di quel paese, poteva aprire alla purificazione e alla
conversione: in una parola, alla grazia.
Ma c'è di più. Ancora nella lettera ai cattolici
dell'Irlanda Benedetto XVI aveva scritto che lo scandalo dell'abuso sessuale
dei ragazzi ad opera di preti "ha contribuito in
misura tutt'altro che piccola all'indebolimento della fede".
Nella visione di
papa Benedetto, lo spegnimento della fede è il massimo pericolo non solo per il
mondo di oggi ma anche per la Chiesa.
Tant'è vero che a
questo pericolo egli associa quella che chiama la "priorità" della
sua missione di pontefice.
L'ha scritto con
chiarezza cristallina nella memorabile lettera da lui indirizzata ai vescovi di
tutto il mondo il 10 marzo del 2009:
"Nel nostro
tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come
una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al
di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire
agli uomini l’accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha
parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo
nell’amore spinto sino alla fine (cfr. Gv 13, 1), in
Gesù Cristo crocifisso e risorto”.
E l'ha ridetto con
parole identiche sulla spianata del santuario di Fatima, la sera del 12 maggio
di quest'anno, nel benedire le fiaccole prima della recita del rosario:
“Nel nostro tempo,
in cui la fede in ampie regioni della terra rischia di spegnersi come una
fiamma che non viene più alimentata, la priorità al di
sopra di tutte è rendere Dio presente in questo mondo ed aprire agli uomini
l’accesso a Dio. Non a un dio qualsiasi, ma a quel Dio che ha parlato sul
Sinai; quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore
portato fino alla fine (cfr. Gv 13, 1), in Gesù
Cristo crocifisso e risorto”.
Parlando ai
vescovi del Portogallo, nel pomeriggio di giovedì 13 maggio, Benedetto XVI ha riproposto questa priorità a tutti i cattolici di quel
paese: "Mantenete viva la dimensione profetica, senza bavagli, nello
scenario del mondo attuale, perché 'la parola di Dio non è incatenata!' (2
Timoteo 2, 9)".
Ma li ha anche avvertiti che per testimoniare la fede
cristiana non bastano semplici discorsi o richiami morali. È necessaria la
santità della vita.
La stessa santità
che da molto tempo, incessantemente, questo papa va chiedendo anzitutto ai
sacerdoti. Specie in quell'Anno Sacerdotale di sua invenzione, che sta per concludersi il mese prossimo, al cui centro egli ha posto
come modello un umile prete di campagna dell'Ottocento, il santo Curato d'Ars.
Perché
"proprio dai piccoli nasce una nuova forza della fede". Da quei
piccoli che sono stati anche i tre pastorelli di Fatima. L’Espresso on line 13
Kirchentag.
L’unità dei cristiani è
“un obiettivo inequivocabile”
Monaco di Baviera
- Il cammino del dialogo ecumenico ha “un obiettivo inequivocabile”: quello di
compiere ogni sforzo per raggiungere l’unità dei cristiani. Lo
ha affermato mons. Robert Zollitsch,
presidente della Conferenza episcopale tedesca (Dbk)
nell’omelia pronunciata giovedì a Monaco durante la funzione ecumenica
organizzata dai Centri ecumenici. “Tra le persone ci saranno sempre differenze di interessi e di parere: la nostra umanità è addirittura
caratterizzata dalla pluralità. Per evitare divisioni e
isolamento, abbiamo bisogno di una forza che crei l’unità, che superi tuttavia
le nostre possibilità umane”, ossia “Gesù che prega per noi affinché troviamo
in Dio l’unità che non riusciamo a ‘produrre’ da soli”. Zollitsch ha esortato i cristiani a non “isolarsi dal
mondo”: “lo sforzo missionario è orientato profondamente
alla missione e non può restare intrappolato in un autocompiacimento
cristiano”. È necessario che nonostante tutta la legittima
varietà, “l’unità e gli sforzi per l’unità voluti da Gesù per la sua Chiesa
siano evidenti in noi, perché solo così il Cristianesimo può adempiere il
proprio compito e la sua missione nel mondo. Ma
l’ecumenismo”, ha avvertito Zollitsch al termine
dell’omelia, “comporta anche lo sforzo dell’unità di tutti in un mondo
caratterizzato dal pluralismo e dalla globalizzazione".
“Non limitare
l'ecumenismo alla discussione sull’Eucarestia e sulle leadership”: è quanto ha
auspicato Alois Glück,
presidente cattolico della Giornata ecumenica delle Chiese (Ökt)
e presidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (Zdk)
durante un incontro con i media cattolici ed evangelici tenuto giovedì a Monaco
nell’ambito delle manifestazioni dell'Ökt. Facendo
riferimento alla cerimonia ecumenica celebrata nell’Odeonplatz,
Glück ha definito la funzione "ecumenismo
vissuto nella preghiera": "non abbiamo
limiti che impediscano a noi cristiani di agire e lavorare insieme", ha
aggiunto, osservando tuttavia che “esiste una stagnazione nelle discussioni
teologiche”. Glück si è tuttavia detto ottimista
soprattutto per l’ecumenismo alla base, sottolineando
che “l’obiettivo non è una Chiesa unitaria”: “Dobbiamo trovare la giusta
combinazione di unità e varietà”. Sulla crisi attuale della Chiesa, il
presidente cattolico dell’Ökt ha ribadito
che “nella storia, la Chiesa è sempre uscita rafforzata dalle crisi, quando ha
reagito con un autentico rinnovamento”. Secondo Glück,
il dialogo è determinante: “lo Zdk
non si rassegnerà ma vuole che venga ascoltata la richiesta di una cultura del
dialogo ragionevole”, ha concluso.
“Maggior pazienza”
per l’ecumenismo: è l'esortazione del vescovo di Magonza, card. Karl Lehmann, intervenuto alla Giornata ecumenica delle Chiese (Ökt). Lehmann ha messo in guardia
dalla rassegnazione nell’ecumenismo: “Delusioni e talvolta passi all’indietro
sono inevitabili”, ha detto, sottolineando al contempo
gli avanzamenti compiuti. “Ciò che unisce è maggiore di ciò che divide”, ha
aggiunto Lehmann, che riferendosi ai punti cruciali
di differenza tra le confessioni ha affermato: "L'inquietudine che
scaturisce da queste domande irrisolte deve restare un motore importante del
nostro impegno ecumenico”. Il cardinale ha evidenziato i
“considerevoli progressi” ottenuti "non solo nell'ambito della dottrina
della fede, ma anche in questioni etiche", citando ad esempio
"l'immigrazione, i media e la bioetica", pur ammettendo l'esistenza
di una "piccola frattura" esistente tra cattolici ed evangelici in
materia di ricerca sulle cellule staminali e su alcuni temi di discussione
recentemente sollevati, tra cui la preferenza della Chiesa evangelica per la
traduzione della Bibbia di Lutero e l’ammissione dell’utilizzo della liturgia
preconciliare nella Chiesa cattolica. sir
Kirchentag.
La ricchezza „incommensurabile“
delle diversità
Monaco di Baviera.
Il tema della missione e della pastorale per gli stranieri è stato al centro
dell’omelia pronunciata dal card. Péter Erdö, arcivescovo di Esztergom-Budapest
e presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee), nella Messa delle nazioni celebrata
giovedì presso la Chiesa di San Michele a Monaco. Nella funzione
organizzata dalla Pastorale per gli stranieri, il cardinale ha parlato della
missione attuale della Chiesa, sottolineando il
significato teologico delle diverse culture e lingue umane affermando la
necessità di tenerne conto in misura maggiore. In esse, ha
detto, “si cela una ricchezza incommensurabile di esperienze e creatività delle
comunità umane. Ciò deve essere considerato – ove possibile – anche
dall’annuncio e dall’opera pastorale. Perciò dobbiamo
ringraziare le diocesi tedesche, poiché esse consentono e sostengono la cura
pastorale" degli stranieri. "Non contano solo le conoscenze
linguistiche degli stranieri”, ha ammonito il card. Erdö,
“ma anche il riconoscimento dell'identità culturale di una comunità in cui ci
si senta a casa, in cui sia possibile parlare anche della fede. La varietà
delle lingue e delle nazioni non viene annullata dal
Cristianesimo ma viene aperta dallo Spirito Santo all'incontro e alla
comprensione“.
“L'incontro nella
molteplicità, reso possibile dallo Spirito Santo – ha proseguito il card. Erdo nella sua omelia -, comporta una meravigliosa unità
interna ottenuta nella diversità, e non a dispetto di essa”. D’altra parte,
anche “la Santa Sede incoraggia la Chiesa a tener conto quanto possibile della
religiosità specifica, popolare degli stranieri“. Il cardinale ha menzionato
come ulteriore aspetto "il rapporto del Vangelo
con le culture” alla luce del quale “occorre cercare con passione la lingua
giusta dell'annuncio per periodi e culture differenti. In
questo ci aiuta lo Spirito Santo”. Al termine dell’omelia, Erdö ha invocato lo Spirito Santo “affinché, nel servizio
della missione e nella cura pastorale di popoli e comunità differenti riusciamo
a diventare un segno autentico e uno strumento dell'amore divino che libera
tutti gli esseri umani“. Sir
Il Papa in Portogallo - Ciò che affascina. Il terzo giorno a Fatima
La messa celebrata
alla spianata del santuario di Fatima, l'incontro con i rappresentanti delle
organizzazioni della pastorale sociale del Portogallo
e quello con i vescovi sono stati al centro della terza giornata (13 maggio)
del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Portogallo.
Il Papa
pellegrino. "Anch'io sono venuto come pellegrino a Fatima, a questa 'casa'
che Maria ha scelto per parlare a noi nei tempi moderni". Lo ha sostenuto il Papa nell'omelia della messa sulla
spianata del santuario di Fatima. "Sono venuto a Fatima - ha spiegato -
per gioire della presenza di Maria e della sua materna protezione", perché
"verso questo luogo converge oggi la Chiesa pellegrinante"; per
pregare "per la nostra umanità afflitta da miserie e sofferenze".
Secondo il Pontefice, "la fede in Dio apre all'uomo l'orizzonte di una speranza certa che non delude; indica un solido
fondamento sul quale poggiare, senza paura, la propria vita; richiede
l'abbandono, pieno di fiducia, nelle mani dell'Amore che sostiene il
mondo". Di questa "speranza incrollabile e che fruttifica in un amore
che si sacrifica per gli altri ma non sacrifica gli
altri" sono "esempio e stimolo i Pastorelli, che hanno fatto della
loro vita un'offerta a Dio e una condivisione con gli altri per amore di
Dio". "Si illuderebbe - ha poi avvertito il
Papa - chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa. Qui rivive quel disegno di Dio che interpella l'umanità sin dai
suoi primordi". "L'uomo - ha osservato - ha potuto scatenare
un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo… Nella Sacra Scrittura appare frequentemente
che Dio sia alla ricerca di giusti per salvare la città degli uomini e lo
stesso fa qui, in Fatima". "Con la famiglia umana pronta a
sacrificare i suoi legami più santi sull'altare di gretti egoismi di nazione,
razza, ideologia, gruppo, individuo - ha evidenziato il Santo Padre -, è venuta
dal Cielo la nostra Madre benedetta offrendosi per trapiantare nel cuore di
quanti le si affidano l'Amore di Dio che arde nel
suo".
Come il buon
samaritano. Incontrando i rappresentanti delle organizzazioni della pastorale
sociale del Portogallo, Benedetto XVI ha richiamato la figura del "buon
samaritano", immagine di Gesù "che si fa vicino ad
ogni uomo e lo conduce all'albergo, che è la Chiesa". Il Papa ha motivato
il perché dell'attenzione agli altri: "L'amore incondizionato di Gesù che
ci ha guarito - ha affermato - dovrà ora trasformarsi in amore donato
gratuitamente e generosamente, mediante la giustizia e la carità". I
destinatari di questa attenzione particolare sono
"i poveri, i malati, i detenuti, quelli che vivono da soli e abbandonati,
le persone disabili, i bambini e i vecchi, i migranti, i disoccupati e quanti
patiscono bisogni che ne turbano la dignità di persone libere". A giudizio
del Santo Padre, "l'attuale scenario della storia è di crisi socio-economica, culturale e spirituale, e pone in evidenza
l'opportunità di un discernimento orientato dalla proposta creativa del
messaggio sociale della Chiesa". Benedetto XVI ha
anche osservato che oggi "spesso non è facile arrivare ad una sintesi
soddisfacente tra la vita spirituale e l'attività apostolica. La pressione esercitata dalla cultura dominante, che presenta con
insistenza uno stile di vita fondato sulla legge del più forte, sul guadagno
facile e allettante, finisce per influire sul nostro modo di pensare, sui
nostri progetti e sulle prospettive del nostro servizio, con il rischio di
svuotarli di quella motivazione della fede e della speranza cristiana che li
aveva suscitati".
Senza bavagli.
"Mantenete viva la dimensione profetica, senza bavagli, nello scenario del
mondo attuale, perché la parola di Dio non è incatenata!". È stata
l'esortazione più forte che Benedetto XVI ha rivolto ai vescovi del Portogallo,
incontrandoli a Fatima nella sala conferenze della Casa di "Nossa Senhora do Carmo". "C'è bisogno - ha detto il Santo Padre -
di autentici testimoni di Gesù Cristo, soprattutto in quegli ambienti umani dove il silenzio della fede è più ampio e profondo: i
politici, gli intellettuali, i professionisti della comunicazione che
professano e promuovono una proposta monoculturale, con disdegno per la
dimensione religiosa e contemplativa della vita. In tali
ambiti non mancano credenti che si vergognano e che danno una mano al
secolarismo, costruttore di barriere all'ispirazione cristiana". In
questi contesti, l'evangelizzazione - ha detto il Papa
- ha bisogno di "un vero ardore di santità". "Il
richiamo coraggioso e integrale ai principi - ha osservato il Papa - è
essenziale e indispensabile; tuttavia il semplice enunciato del messaggio non
arriva fino in fondo al cuore della persona, non tocca la sua libertà, non
cambia la vita. Ciò che affascina è soprattutto
l'incontro con persone credenti che, mediante la loro fede, attirano verso la
grazia di Cristo, rendendo testimonianza di Lui". sir 13
Il primo mea
culpa sulla chiesa di oggi
Non si può non
restare colpiti dalla differenza tra le parole pronunciate dieci anni fa in
Portogallo da Wojtyla e di ieri di Ratzinger.
Giovanni Paolo II
identificò di fatto il terzo segreto di Fatima con
l’attentato compiuto contro di lui il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro: solo
un provvidenziale intervento della Vergine, disse il pontefice, fece deviare la
pallottola che avrebbe dovuto essere mortale. Ieri invece papa Ratzinger ha
confermato che il terzo segreto riguarda sì le persecuzioni contro la Chiesa, ma
ha aggiunto che «oggi» queste persecuzioni vengono «soprattutto» dai peccati
compiuti all’interno della Chiesa. Il riferimento ai casi di pedofilia è
apparso evidente quando Benedetto XVI ha spiegato come e perché il perdono e la
penitenza «non possono soddisfare la sete di giustizia».
Possiamo dire che
ieri il papa ha contraddetto il suo predecessore? O che c’era del vero in
quella «dietrologia fatimista» secondo la quale non
tutto era stato rivelato, del misterioso messaggio comunicato nel 1917 a suor Lucia?
No, non è così. Nel senso che il celeberrimo «terzo segreto» annuncia molte
prove per la Chiesa, e in quel «molte» ci stanno le persecuzioni che vengono
dall’esterno (e quindi anche l’attentato a Wojtyla), e ci stanno pure i peccati
commessi all’interno: anche questo ieri papa Ratzinger lo ha
chiarito bene.
Vittorio Messori, che ha nel curriculum un libro scritto con
Ratzinger e uno scritto con Wojtyla, commenta: «Se
qualcuno dice che Benedetto XVI ha smentito Giovanni Paolo II (e anche se
stesso, visto che fu lui, allora prefetto della Congregazione per la dottrina
della fede, a diffondere il testo integrale del terzo segreto), si sbaglia. La
sua lettura di ieri è perfettamente coerente con il testo che conosciamo e con
quello che sta succedendo».
La differenza sta
semmai nello stile dei due pontefici, o meglio ancora nell’immagine che
ciascuno di noi ha percepito prima dell’uno e poi dell’altro. Lo scorso papato
è stato fortemente incentrato sullo straripante carisma di Wojtyla (e sulla sua
testimonianza eroica): se dieci anni fa passò il messaggio che il terzo segreto
di Fatima riguardava soprattutto lui, fu anche per una sorta di eccessiva
personalizzazione del pontificato. Ratzinger ha invece un carattere e un
profilo che molto meno si prestano alla costruzione di
un’immagine quale quella che è stata costruita sul suo predecessore. E questo
lo sappiamo.
Quel che invece
non tutti hanno ancora colto è quanto sia fasullo il luogo comune su un
Ratzinger «reazionario» e burbero censore. Le sue parole di ieri sono al
contrario indice di un comportamento, se ci si passa il termine,
«rivoluzionario». È forse la prima volta che un papa pronuncia un «mea culpa» sulla propria Chiesa: quella di oggi, non quella
del passato. Al tempo stesso, sul tema della pedofilia Ratzinger spazza via la
teoria del complotto: che qualcuno su questo scandalo ci marci, anche
amplificandolo e strumentalizzandolo, è un fatto; ma
che all’interno del clero sia accaduto qualcosa di molto grave, è il fatto.
«Sono lieto per
quel che ha detto Benedetto XVI», dice lo scrittore
Antonio Socci, che al tema di Fatima ha dedicato molti scritti: «È il papa
della verità, ci sta insegnando che non bisogna avere paura della verità.
Sbaglia chi crede di combattere per Dio con la menzogna: Dio non ha bisogno
delle nostre menzogne». Socci, poi, non è sorpreso dal
sapere che lo scandalo della pedofilia è parte del terzo segreto: lo aveva già
scritto il 2 aprile scorso su Libero («Il calvario del Papa predetto a Fatima»)
e poi su Panorama. «Ratzinger - spiega - ieri ha detto chiaramente che le
sofferenze del Papa non si sono esaurite con l’attentato a Wojtyla, ma
continuano e continueranno nel futuro».
È della stessa
idea padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria:
«Il terzo segreto di Fatima, e anche i messaggi di Medjugorje,
annunciano una via crucis della Chiesa che ha al centro il papa e che riguarda
anche il domani: credere che tutto si fosse esaurito con l’attentato a Wojtyla
fu una prospettiva ristretta». Continua: «L’attacco alla Chiesa è su due
versanti. Dall’esterno con persecuzioni e seduzioni. Dall’interno con i
tradimenti: e questo è il versante più pericoloso».
Sulla gestione dei
casi di pedofilia, dice padre Livio, si è indubbiamente sbagliato: «Nel Codice di diritto canonico erano già previste sanzioni
severissime, come la riduzione allo stato laicale, ma queste norme spesso non
sono state applicate perché è prevalsa la prassi di cercare di coprire per
recuperare il sacerdote che aveva sbagliato. E i bambini, dico io? Adesso si è aggiunto
l’obbligo di riferire all’autorità giudiziaria civile, e per me questo è
giustissimo». Ma attenzione,
dice padre Livio: «Nei peccati interni alla Chiesa non c’è solo la pedofilia.
C’è anche la tentazione di diffondere un pensiero non più cattolico». Un rischio di cui aveva già parlato un altro papa: Paolo VI. MICHELE
BRAMBILLA Rel 12
Il Papa in Portogallo - Il sentiero della verità. Il secondo giorno con
l’arrivo a Fatima
Un incontro con il
mondo della cultura a Lisbona, di mattina, e poi lo spostamento, nel
pomeriggio, a Fatima, dove ha visitato la cappellina
delle apparizioni, celebrato i Vespri con il clero e i religiosi, benedetto le
fiaccole nella spianata del Santuario e recitato il rosario. Sono questi i
momenti salienti della seconda giornata (12 maggio) di Benedetto XVI in
Portogallo.
La ricerca della
verità. "Oggi la cultura riflette una 'tensione', che alle volte prende
forme di 'conflitto', fra il presente e la tradizione". Lo
ha detto il Papa incontrando il mondo della cultura nel Centro culturale
di Belém di Lisbona. "La dinamica della società - ha spiegato -
assolutizza il presente, staccandolo dal patrimonio culturale del passato e
senza l'intenzione di delineare un futuro". Ciò
tuttavia "si scontra con la forte tradizione culturale del popolo
portoghese, profondamente segnata dal millenario influsso del cristianesimo e
con un senso di responsabilità globale". Una tradizione che "ha dato
origine a ciò che possiamo chiamare una 'sapienza', cioè, un senso della vita e
della storia di cui facevano parte un universo etico e un 'ideale'
da adempiere da parte del Portogallo". "Questo 'conflitto' fra la
tradizione e il presente si esprime nella crisi della verità, ma unicamente
questa - ha ammonito il Papa - può orientare e tracciare il sentiero di
un'esistenza riuscita, sia come individuo sia come popolo. Infatti
un popolo, che smette di sapere quale sia la propria verità, finisce perduto
nei labirinti del tempo e della storia". "La Chiesa - ha ribadito il Pontefice - ritiene come sua missione
prioritaria, nella cultura attuale, tenere sveglia la ricerca della verità e,
conseguentemente, di Dio".
Una rosa d'oro.
"Ringrazio tutti coloro che, ogni giorno, pregano
per il successore di Pietro e per le sue intenzioni affinché il Papa sia forte
nella fede, audace nella speranza e zelante dell'amore". È un passo della
preghiera alla Madonna pronunciata dal Pontefice a Fatima, durante la visita
alla cappellina delle apparizioni nella Spianata del
Santuario. Nella speciale preghiera rivolta alla Madonna, il Pontefice ha
voluto ricordare il suo predecessore, Giovanni Paolo II, che ha visitato tre
volte Fatima e ha ringraziato per quella "mano invisibile" che "lo ha liberato dalla morte nell'attentato del 13 maggio, in
piazza san Pietro, quasi trent'anni fa. Al termine della preghiera, Benedetto
XVI ha consegnato al Santuario di Fatima una "Rosa d'oro", portata da
Roma come "omaggio di gratitudine del Papa per le meraviglie che
l'Onnipotente ha compiuto per mezzo di te, nei cuori di tanti che vengono
pellegrini a questa tua casa materna".
Fedeltà e
testimonianza. "La principale preoccupazione di ogni cristiano,
specialmente della persona consacrata e del ministro dell'altare, dev'essere la fedeltà, la lealtà alla propria vocazione,
come discepolo che vuole seguire il Signore". Lo ha
sostenuto il Pontefice, celebrando i vespri con i sacerdoti, religiosi,
seminaristi e diaconi nella chiesa della Ss. Trindade di Fatima. "Sarebbe un controsenso
accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all'insegna di un'etica minimalista
e di una religiosità superficiale", ha affermato il Pontefice. In un mondo
in cui "molti dei nostri fratelli vivono come se non ci fosse un aldilà,
senza preoccuparsi della propria salvezza eterna", per il Papa è
"grande il bisogno" della "testimonianza" delle persone
consacrate, perché "gli uomini sono chiamati ad aderire alla conoscenza e
all'amore di Dio, e la Chiesa ha la missione di aiutarli in questa
vocazione". Soprattutto, Benedetto XVI ha invitato i preti a riservare
"particolare attenzione alle situazioni di un certo indebolimento degli
ideali sacerdotali oppure al fatto di dedicarsi ad attività che non si accordano
integralmente con ciò che è proprio di un ministro di Gesù Cristo". Per il
Papa, "è il momento di assumere, insieme con il calore della fraternità,
il fermo atteggiamento del fratello che aiuta il proprio
fratello a restare in piedi". "Possa la Chiesa essere rinnovata
da santi sacerdoti, trasfigurati dalla grazia di Colui che
fa nuove tutte le cose". È stato l'auspicio espresso dal Pontefice,
durante l'atto di affidamento e consacrazione dei sacerdoti al cuore immacolato
di Maria, subito dopo la celebrazione dei vespri.
Alimentare la
fiamma. "Non abbiate paura di parlare di Dio e di manifestare senza
vergogna i segni della fede, facendo risplendere agli occhi dei vostri
contemporanei la luce di Cristo". È l'appello lanciato da Benedetto XVI,
durante la benedizione delle fiaccole sulla spianata del Santuario di Fatima, dove si è svolta la processione "aux flambeaux". "Nel
nostro tempo, in cui la fede in ampie regioni della terra rischia di spegnersi
come una fiamma che non viene più alimentata, la
priorità al di sopra di tutte è rendere Dio presente in questo mondo e aprire
agli uomini l'accesso a Dio", ha ribadito Benedetto XVI. Invitando i
fedeli alla recita del rosario, Benedetto XVI ha ammesso: "Sento che mi
accompagnano la devozione e l'affetto dei fedeli qui convenuti e del mondo
intero". E poi ha concluso: "Porto con me le
preoccupazioni e le attese di questo nostro tempo e le sofferenze dell'umanità
ferita, i problemi del mondo". Sir 13
L'arcivescovo di Dublino: «Nella Chiesa c'è chi non vuole verità sugli
abusi»
«Norme severe a
protezione dell'infanzia non sono ancora applicate con rigore»
CITTA' DEL
VATICANO - «Ci sono forze potenti nella Chiesa in Irlanda che preferirebbero
che la verità sullo scandalo degli abusi non emergesse», «ci sono inoltre segni
preoccupanti di rifiuto inconscio da parte di molti circa l'entità degli abusi
che si sono verificati». In quanto alla gestione dell'intera vicenda da parte
della Chiesa, «essa è stata disastrosa» e le norme in materia di abuso spesso
«non sono applicate con il rigore necessario». È quanto ha detto l'arcivescovo
di Dublino, monsignor Diarmuid Martin, in un discorso
tenuto due sere fa ai Cavalieri di San Colombano a Eli House, nella capitale irlandese. Martin ha parlato a
lungo del futuro della Chiesa in Irlanda facendo il punto su quanto sta accadendo dopo l'esplosione dello scandalo abusi che ha
travolto l'episcopato d'Irlanda e il sistema delle scuole cattoliche. Le parole
dell'arcivescovo, uno dei protagonisti della battaglia contro gli abusi
sessuali in Irlanda, sembrano fare quasi da eco a quanto ha affermato il Papa
nel corso del suo viaggio in Portogallo, durante il quale ha affermato che il
peccato, rispetto alla vicenda abusi, è dentro la Chiesa e ha definito
terrificante la pedofilia del clero. Mons. Martin nel corso della sua lunga
conferenza ha affermato: «La verità ci renderà liberi,
anche quando questa verità è scomoda. Ci sono segni di rifiuto inconscio da
parte di molti circa l'entità degli abusi avvenuti all'interno della chiesa di Gesù Cristo in Irlanda e su come sono stati coperti. Ci
sono altri segni di rifiuto del senso di
responsabilità rispetto a quanto è accaduto. Ci sono ancora segnali
preoccupanti che, nonostante le normative solide, tali norme non siano
rispettate con il rigore necessario».
RINNOVAMENTO - «A
livello puramente personale - ha affermato Martin nel corso del suo lungo
intervento - da quando sono diventato arcivescovo di Dublino, non mi sono mai
sentito così avvilito e scoraggiato circa il livello di disponibilità ad iniziare veramente quello che dovrà essere un percorso
doloroso di rinnovamento». Ancora Martin ha manifestato la sua sorpresa per il
modo in cui studiosi e pubblicisti appartenenti cattolici si esprimono ora come
esperti circa l'origine degli abusi sessuali nella Chiesa, «come se fossero
totalmente estranei allo scandalo». L'arcivescovo a questo proposito ha
chiamato in causa le responsabilità di una cultura
interna alla Chiesa «che ha prodotto sia coloro che hanno abusato sia una
cattiva gestione dei casi». «Alcuni rispondono - ha
poi aggiunto proseguendo l'analisi del problema - che gli abusi sessuali dei
preti costituisce solo una piccola percentuale degli abusi sessuali dei bambini
nella nostra società in generale. Questo è un dato di fatto. Ma
questo fatto importante non dovrebbe mai apparire in alcun modo come un
tentativo di sminuire la gravità di quello che ha avuto luogo nella Chiesa di
Cristo». «La Chiesa - ha affermato l'arcivescovo - è diversa: la Chiesa è un luogo dove i bambini dovrebbero essere oggetto di speciale
protezione e cura. Il Vangelo ci presenta i bambini in una luce speciale» e
riserva alcuni dei suoi strali più «a coloro che ignorano
o scandalizzare i bambini in qualsiasi modo». In quanto alle vittime,
l'arcivescovo ha osservato che queste ultime hanno visto «la loro infanzia
rubata». (Adnkronos 12)
Il Papa in Portogallo - La sapiente visione. Il primo giorno del viaggio
verso Fatima
"Da una
visione sapiente sulla vita e sul mondo deriva il
giusto ordinamento della società. Posta nella storia, la
Chiesa è aperta per collaborare con chi non marginalizza né riduce al privato
l'essenziale considerazione del senso umano della vita". L'11
maggio, al suo arrivo all'aeroporto internazionale di Lisbona, prima tappa del
suo 15° viaggio internazionale, Benedetto XVI ha teso una mano ma anche ribadito quanto da tempo ormai va ripetendo: la fede non può
essere relegata alla sfera privata dell'uomo. Ad accogliere il Papa è stato Anibal Cavaco Silva, presidente
di un Paese, cattolico per l'88% della popolazione, ma che negli ultimi anni ha
approvato leggi contestate dai vescovi come l'aborto (2007), il divorzio (2008)
e, più recentemente, un disegno di legge sul matrimonio gay,
che però l'attuale presidente non ha ancora firmato.
Una questione di
senso. Per Benedetto XVI, che ha detto di venire "nelle vesti di
pellegrino della Madonna di Fatima", "non si tratta di un confronto
etico fra un sistema laico e un sistema religioso, bensì di una questione di senso alla quale si affida la propria libertà. Ciò che distingue è il valore attribuito alla problematica del
senso e la sua implicazione nella vita pubblica". "La svolta
repubblicana, verificatesi cento anni fa in Portogallo - ha spiegato il
Pontefice - ha aperto, nella distinzione fra Chiesa e Stato, un nuovo spazio di
libertà per la Chiesa, a cui i due Concordati del 1940
e del 2004 avrebbero dato forma, in ambiti culturali e prospettive ecclesiali
assai segnate da rapidi cambiamenti. Le sofferenze causate dalle trasformazioni
- ha affermato - sono state in genere affrontate con
coraggio. Il vivere nella pluralità di sistemi di valori e di
quadri etici richiede un viaggio al centro del proprio io e al nucleo del
cristianesimo per rinforzare la qualità della testimonianza fino alla santità,
trovare sentieri di missione fino alla radicalità del martirio".
Benedetto XVI, ricordando le apparizioni di Fatima, ha voluto, poi sottolineare come "la relazione con Dio è costitutiva
dell'essere umano: questi è stato creato e ordinato verso Dio, cerca la verità
nella propria struttura conoscitiva, tende verso il bene nella sfera volitiva,
ed è attratto dalla bellezza nella dimensione estetica. La coscienza è
cristiana nella misura in cui si apre alla pienezza della vita e della
sapienza, che abbiamo in Gesù Cristo. La visita, che ora
inizio sotto il segno della speranza, intende essere una proposta di sapienza e
di missione".
L'esempio dei
santi. La messa nel "Terreiro do Paco" di
Lisbona, che ha fatto seguito, sempre nella giornata dell'11 maggio, alla
visita di cortesia al presidente della Repubblica nel palazzo di Belem, è stato il primo
incontro con la popolazione di Lisbona. In oltre 160 mila hanno affollato il
luogo della celebrazione. Qui Benedetto XVI ha additato a tutti l'esempio dei
santi portoghesi, Verissimo, Massima e Giulia, san
Vincenzo, sant'Antonio, san Giovanni di Brito e san Nuno di Santa Maria. Nonostante non le
manchino "figli riottosi e persino ribelli", ha ricordato il
Pontefice, è nei santi che "la Chiesa riconosce i propri tratti caratteristici
e, proprio in loro, assapora la sua gioia più profonda. Li accomuna tutti la volontà di incarnare il Vangelo nella propria
esistenza". I santi portoghesi, quindi, per ricordare che "chi
crede in Gesù non resterà deluso: è Parola di Dio, che
non si inganna né può ingannarci". "Fissando lo sguardo sui propri
santi - ha aggiunto il Papa - questa Chiesa locale ha giustamente concluso che oggi la priorità pastorale è quella di fare di
ogni donna e uomo cristiani una presenza raggiante della prospettiva evangelica
in mezzo al mondo, nella famiglia, nella cultura, nell'economia, nella
politica". Tuttavia, ha avvertito, "spesso ci
preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche
della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è
sempre meno realista. Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle
strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni;
ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?". Perché ciò non accada, "bisogna annunziare di nuovo con vigore
e gioia l'evento della morte e risurrezione di Cristo. La risurrezione
di Cristo ci assicura che nessuna potenza avversa potrà mai distruggere la
Chiesa. C'è dunque un vasto sforzo capillare da compiere
affinché ogni cristiano si trasformi in un testimone in grado di rendere conto
a tutti e sempre della speranza che lo anima". Il Papa ha ricordato
il "glorioso posto che il Portogallo si è guadagnato in mezzo alle nazioni
per il servizio offerto alla diffusione della fede: nelle cinque parti del
mondo ci sono Chiese locali che hanno avuto origine dall'azione missionaria
portoghese". Così come in passato "oggi,
partecipando all'edificazione della Comunità europea, portate il contributo
della vostra identità culturale e religiosa". Al termine della
messa Benedetto XVI ha ricordato il monumento a Cristo Re, fatto erigere a
Lisbona dai vescovi portoghesi in seguito ad un voto, espresso a Fatima il 20
aprile 1940, sul non ingresso del Paese nella seconda guerra mondiale. Ultimo atto della prima giornata portoghese del Papa una serenata,
sotto la nunziatura apostolica, da parte dei giovani. Un modo simpatico
e affettuoso per augurargli la buonanotte. Sir 12
Procedimento Crocifisso
nelle scuole. Acli e ZDK di essere ammessi come "parte terza"
ROMA - In occasione del
60° anniversario della Dichiarazione Schuman, atto fondativo dell'Unione Europea, le Acli, insieme alla ZdK (il Comitato centrale dei cattolici tedeschi) e alle
Settimane Sociali di Francia, quali rappresentanti della Rete "Iniziativa
di cristiani per l'Europa", hanno sottoscritto e presentato alla Corte
europea di Strasburgo una richiesta formale di ammissione come "parte
terza" nel procedimento "Lautsi v.
Italy", inerente l'esposizione della croce nelle scuole pubbliche. Se la
richiesta verrà accolta, le tre organizzazioni
potranno presentare entro giugno una memoria articolata che esposta nel
procedimento di ricorso attivato dal governo italiano.
Nel documento di
richiesta, che viene depositato formalmente in queste
ore alla Corte di Strasburgo, si afferma che è necessario riconsiderare la
sentenza per "garantire un equo bilanciamento tra la formulazione degli
standard dei diritti umani europei fondamentali e il riconoscimento della
ricchezza di diversità esistenti in Europa, tra le quali il patrimonio di
valori rappresentato dalla tradizione cristiana". Un patrimonio, sottolineano le Acli, "che informa e alimenta l'intera
costruzione europea e in particolare i suoi valori fondanti, siano essi
l'inviolabilità della dignità umana, il rispetto dei diritti umani
fondamentali, la tolleranza e il mutuo rispetto".
"Il rispetto
delle convinzioni degli allievi e dei parenti - prosegue il documento - invocato
come condizione di neutralità da parte dello Stato nei processi educativi,
senza nessuna esclusione nei confronti di allievi di convinzioni religiose e
appartenenze etniche diverse, deve parimenti e in modo eguale considerare le
convinzioni dei parenti e degli allievi che professano una precisa appartenenza
religiosa e appartengono ad una chiesa, ritenendo,
come da consolidata tradizione presente in tutta Europa, che debba essere
garantita la possibilità di crescere i propri figli includendo l'aspetto religioso
nella educazione pubblica". (aise)
Conclusione
del corso nazionale di formazione nelle comunità cattoliche italiane del Belgio
BRUXELLES - Scherpenheuvel, chiamato dai francofoni Montaigu,
è un santuario mariano fra i più antichi del Belgio. A 58
chilometri da Bruxelles vicino a Leuven, è da sempre
meta di devozione di tanti pellegrini: lo visitano almeno 2 milioni di persone
ogni anno. Tutto nasce Prima ancora del XIII secolo, in una zona boscosa, un
anonimo aveva posto tra i rami di una quercia una statuina della Madre di Dio,
che, successivamente, fu scoperta da un pastorello e
il culto si diffuse particolarmente dopo lo strano prodigio di cui fu
protagonista questo pastore: egli voleva portar via l'immagine e perciò l'aveva
rimossa dall'albero, ma rimase come paralizzato e non poté muovere un passo,
finché la statua non venne ricollocata al suo posto. Presto accorsero i devoti
e incominciarono a verificarsi dei miracoli testimoniati da ex voto appesi sui
rami dell'albero.
Proprio a questo santuario si è voluto concludere il corso nazionale di formazione. La Delegazione
nazionale ha coinvolto tutte le Missioni cattoliche italiane e i laici sono
stati i protagonisti di questa giornata.
“Raccontiamoci la nostra esperienza persona
di fede”, era il tema su cui ruotavano le testimonianze dei laici invitati.
Hanno partecipato circa ottanta persone provenienti dalle cinque località,
Bruxelles, Genk, Louvière, Charleroi, Liegi, dove si sono tenuti gli otto incontri di
formazione attorno alla professione di fede “Io credo in Gesù Cristo”. Da
Bruxelles era presente una comitiva di 23 persone.
Un momento di preghiera iniziale, un breve
saluto dal Rettore del Santuario e poi tutto è stato
animato e gestito da Sergio Panizieri e Roberto Parillo che, con diversi collaboratori, hanno dato la
parola ai sei testimoni e gestito i sei gruppi di riflessione sul tema, nonché
il pomeriggio e la preghiera conclusiva della sera.
Questo il commento di una partecipante:
A Montaigu ( meta di pellegrinaggi degli Italiani a seguito di P. Barnaba durante la mia infanzia ) incontro oggi
connazionali più anziani e coetanei con un percorso di vita simile a quello di
mio padre e al mio. Quanta ricchezza, sofferenza, tristezza, solitudine,
abbandono dalla Patria, sfruttamento e vittorie (mai spavalde però) : la tua storia sacra raggiunge la mia ! Questa la
percezione di una osservatrice esterna al programma.
Ascolto con emozione i 5
testimoni ‘’ esterni’’ anch’essi. Qui il florilegio, bellissimo ma così
difficile da limitare. Mi ha particolarmente colpita
la testimonianza di Rosangela :
‘’ Essere è già una testimonianza ‘’, ‘’ E’ Dio che vuole che siamo qui ’’, ‘’ Da giovane credevo
di sapere tutto, poi ho capito che non sapevo nulla ! ‘’, ‘’ Niente teologia,
ma tanta semplicità perché siamo piccoli e da innocenti ci sorprendiamo a dire
cose che ci sorpassano : è Dio che ci spinge a certe cose di cui non siamo
capaci ‘’ , ‘’ Dio vede e provvede, ci mette difficoltà per poterle superare e
poi ci dà la soluzione ‘’
‘’Stavo vivendo un caso disperato, ma una
persona mi ha dato una parola che mi accompagna da allora per la vita‘’, ‘’Abbiamo risorse enormi in noi, malgrado la nostra
piccolezza, come i Santi, guidati dallo Spirito Santo‘’, ‘’Nei miei contatti
con altre religioni, su certi argomenti ci siamo trovati d’accordo, su altri
no’. Ma infine, esiste Dio!’’, ’’Noi siamo tutti dello
stesso Padre e Creatore...’’, ’’Quando crediamo che tutto è perduto, Dio c’è
!’’.
Grazie Rosangela per la profondità della tua
fede radicata nella vita di ogni giorno !
Quanta semplicità e umiltà
nell’esprimere le cose grandi e belle del tuo cammino con il Signore…
Al termine delle testimonianze si è
consegnato la conchiglia di san Giacomo ed il rosario
a 5 pellegrini presenti che intraprenderanno a breve il cammino di 764
chilometri verso Santiago di Compostella.
Com'è andata?
Nel pomeriggio si sono formati quattro gruppi
con la consegna di valutare il corso di formazione terminato e suggerire
elementi per il futuro.
E’ andata bene, ed
il percorso è stato molto gradito.
Circa le attese che ognuno aveva, è stato sottolineato l’evoluzione di questa iniziativa che si
presentava nei primi anni molto più strutturata, quasi scolastica con relativi
colloqui finali ed una valutazione scritta e relativo diploma di proficua
partecipazione. Qualcuno non disprezzerebbe il ritorno a questo stile.
Vincente resta comunque lo stile attuale dove
la partecipazione è maggiormente stimolata e l’animazione dei missionari aiuta
a restare in tema, equilibrando l’euforia di alcuni e stimolando la timidezza
di altri.
Il metodo di quest’anno, pur ricalcando la
proposta dell’anno precedente dove si seguiva il
catechismo della chiesa cattolica e del suo schema che presentava i diversi
articoli del Credo, ha aggiunto uno spazio per la lettura della lettera dei
vescovi del Belgio su “La bella professione di fede”, pubblicata per tutti.
Inoltre si è introdotto un migliore approccio alla Bibbia. Un
libro da frequentare, conoscere e amare. Ad
ogni incontro si proponevano alcune citazioni che di volta in volta qualcuno
dei partecipanti si studiava a casa preparando un suo intervento di quanto
aveva compreso e rilanciando una condivisione di riflessioni fra il gruppo dei
partecipanti. In questo modo ci si introduceva al tema
dell’incontro e lo si approfondiva. Il primo incontro della serie fu dedicato ad una migliore conoscenza della Bibbia e al metodo migliore
per apprendere a frequentarla.
E per il futuro?
Anzitutto la convinzione di continuare
l’impegno della formazione agli adulti.
Il metodo sperimentato quest’anno, dove la
partecipazione era maggiore ed animata, lo si ritiene
adatto e gradito. La Bibbia come libro da usare insieme, chiedendo lo sforzo di
una lettura previa, è richiesta e valutata positivamente.
Qualcuno ha chiesto che finalmente siano i
laici ad assicurare l’animazione e la guida delle serate formative. Questo
richiede che si esplori il territorio alla scoperta di laici formati che
accettino di fare tale servizio. Non è da escludere che finalmente nelle
diverse comunità si chieda a qualche giovane disponibile di frequentare corsi e
formazioni specifiche assicurando la copertura dei costi, per chiedere loro in
ritorno, una disponibilità nel ridare formazione alla comunità.
Certamente, i sacerdoti partecipano anche
loro alla formazione, ma iniziamo a fidarci dei laici che faranno sicuramente
molto bene.
Circa i temi possibili sono state espresse
alcune suggestioni:
- i sacramenti, che probabilmente sarà l’argomento proposto dalla Conferenza episcopale belga
- una formazione sulla Mariologia
- approfondimento sul battesimo ed una pastorale battesimale
- il volto di Dio secondo il lungo cammino di
rivelazione della Bibbia
- confronto con la modernità e la fede.
Pastorale Italiana Bruxelles www.pastoraleitalianabruxelles.com
I tre pilastri. Religioni, culture e diritti umani
"Religioni,
culture, diritti umani: relazioni complesse in evoluzione” è il titolo della
Conferenza internazionale tenutasi il 12 e il 13 maggio a Roma (ministero degli
Affari Esteri), per iniziativa dalla sezione italiana della Conferenza delle
religioni per la pace insieme all’Istituto per gli studi di politica internazionale
(Ispi), sotto l’alto patronato della presidenza della
Repubblica. A conclusione della due giorni, è stato
presentato un documento finale al ministro Franco Frattini. Si legge, tra
l’altro: “Una nuova civiltà umana, di pacifica ed equa convivenza, non può che
pretendere al consenso universale sui diritti e sulla dignità di ogni essere
umano e non può ignorare il ruolo fondamentale delle religioni per la
costruzione di una cultura di pace e di giustizia dell’unica famiglia umana,
con una sola cittadinanza terrestre”. Sono intervenuti relatori di tutti i
continenti e di diversa formazione culturale e professionale e di diversa fede:
cristiana, ebraica, islamica, induista, sikh.
Religioni. Le
religioni sono spesso “catalizzatori di tensioni
sociali” e “strumento di lotte di potere”. Invece, “hanno a cuore i problemi
dell’uomo e della società” e svolgono un “ruolo imprescindibile” per la
“costruzione di un nuovo ordine mondiale” e “la promozione
della pace, della giustizia, dell’armonia tra i viventi e con il creato”,
poiché “sviluppano la coscienza condivisa di una sola comunità umana di
destino”. Questo, in sintesi, il contenuto di numerose relazioni. Con un
riconoscimento, espresso per voce di p. Bernardo Cervellera,
direttore dell’agenzia “Asia News”: “La libertà
religiosa non è un diritto a fianco agli altri, ma è la sintesi e la base di
tutti i diritti, la cartina di tornasole sul grado di libertà di un Paese”. In
Asia – ha riferito p. Cervellera – vive quasi la metà
della popolazione mondiale, ed è il continente che ha il “primato delle
violazioni della libertà religiosa”. I primi nella
“classifica nera”: Arabia Saudita, Yemen, Pakistan, Butan,
Corea del Nord, India e Cina. “La mancanza di libertà religiosa non è
legata alla povertà”, ha affermato il missionario. Avviene “anche nel paradiso
turistico delle Maldive, dove è vietata ogni manifestazione pubblica di fede”. “La repressione della libertà religiosa è violenza contro la
persona, la società e il futuro di un Paese. Non si accontenta di
distruggere gli individui, ma annienta chiese, scuole, luoghi di ritrovo. Mira a distruggere ogni influenza che la religione ha sulla cultura
e sulla società”. In particolare, per quanto riguarda la religione
cristiana: in India, si registrano “nuove persecuzioni, con la distruzione di interi villaggi”. In Cina, “sono vietate le scuole a
conduzione religiosa”. In Iraq, “le persecuzioni contro i cristiani vanno di
pari passo con quelle contro l’‘intellighenzia’ irachena: l’eliminazione di intellettuali e scienziati sta distruggendo il Paese più
della guerra”. Così, “cresce il fondamentalismo nei Paesi islamici, mentre nei
Paesi atei aumentano le violazioni dei diritti umani e le tensioni sociali”. Ma
“ci sono parti della società civile molto attive nella solidarietà, contro una montante indifferenza internazionale e il bieco
mercantilismo”, e sono “segni di speranza”.
Culture. “Il
dialogo interreligioso è interculturale”, parte dalla “conoscenza rispettosa
delle differenti tradizioni”, con il “riconoscimento che l’altro è una parte di
noi che non conosciamo”, “senza sincretismi, e neppure pregiudizi”. Lo ha affermato, tra gli altri, Vincenzo Scotti,
sottosegretario al ministero degli Affari Esteri. Una “cultura dei diritti
umani” è un’acquisizione recente dell’umanità. La Dichiarazione universale dei
diritti dell’uomo (1948), tuttavia, non è riconosciuta da tutti i popoli del
mondo. In particolare, nei Paesi orientali, dove “c’è una diversa concezione
della persona umana, dell’identità e della comunità”. Allora, “la costruzione
di una società multietnica, multiculturale e multireligiosa
è la grande sfida del terzo Millennio”. “Un diritto umano fondamentale emerge con chiarezza – ha detto
Pasquale Ferrara, direttore dell’Unità di analisi e programmazione della
Farnesina – il “diritto alla differenza”. “Da intendersi non come
semplice tolleranza, ma come, appunto, un diritto umano fondamentale, che
consente di trovare un punto d’intersezione tra le varie impostazioni
culturali, politiche e religiose”. Il “terreno comune”, sul piano pratico,
operativo, è nell’osservanza della “regola d’oro”: “Fai agli altri ciò che
vorresti fatto a te”. A partire dalla “regola
d’argento”: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fatto a te”. “Il rispetto
delle identità culturali e religiose è imprescindibile, ma non è di impedimento alla costruzione di una comune identità
umana, globale, universale”, ha concluso Ferrara.
Diritti umani. I
numeri delle violazioni dei diritti umani nel mondo sono inquietanti. Anche in molti Paesi cosiddetti civili, dell’Unione europea, per
esempio, soprattutto di donne e bambini, perlopiù in ambito domestico e spesso
nell’indifferenza delle Istituzioni. Alcuni dati mondiali, e in particolare per
l’Africa, sono stati presentati da Gemma Vecchio, presidente dell’associazione
Casa Africa. Ogni anno, muoiono oltre 10 milioni di
bambini sotto i 5 anni, in 70 Stati poveri. Per effetto della guerra, in
Africa, 5 milioni sono orfani. Secondo
l’Organizzazione mondiale della sanità, un quinto dei trapianti di reni è
illegale. Le vittime dei traffici d’organi sono oltre 800 mila. Sono 150 milioni i bambini abbandonati: 200 mila nei Paesi europei,
con il triste primato del Regno Unito: 150 mila. Sir 13
Conferenza internazionale sul dialogo tra religioni e culture
L’intervento del
sottosegretario Scotti sulle religioni nelle relazioni internazionali
ROMA - "Religioni, culture e diritti
umani: un rapporto complesso e in evoluzione": è il tema al centro della
Conferenza internazionale che si è conclusa 13 maggio
alla Farnesina con la partecipazione di filosofi e rappresentanti di alcune fra
le più diffuse religioni. Organizzata dalla sede italiana di "Religions for peace"
ed Ispi la conferenza è
stata introdotta dal capo dell’Unità di Analisi e Programmazione, Pasquale
Ferrara, ed aperta dal Segretario Generale della sede italiana di "Religions for Peace",
Luigi De Salvia e dal Direttore Generale per la Cooperazione Politica
multilaterale e dei diritti umani (DGCP), Stefano Ronca.
Il tema delle religioni nelle relazioni
internazionali è stato al centro dell’intervento del Sottosegretario Vincenzo
Scotti secondo il quale il "governo italiano apprezza e sostiene le
iniziative di approfondimento sulla possibilità e sull’aspettativa
di una positiva influenza delle religioni nella politica internazionale e
soprattutto nella direzione di porre basi solide per la pace, la cooperazione e
lo sviluppo dei popoli".
L’Italia, ha ricordato Scotti,
"partecipa attivamente alle principali iniziative lanciate sul tema
generale del dialogo e della cooperazione tra i vari e ricchissimi contesti religiosi e culturali": con la Turchia opera
in un "Foro di dialogo". In Kosovo il contingente italiano nel Kfor svolge, tra i suoi compiti, anche quello relativo alla protezione dei siti religiosi e culturali
serbo-ortodossi di notevole importanza, mentre finanziamenti dell’Italia sono
stati concessi per progetti di restauro e conservazione del patrimonio
religioso e culturale. Nell’area del Mediterraneo e del Medio Oriente – ha
proseguito Scotti – le attività relative al dialogo
interculturale e interreligioso si svolgono principalmente attraverso la
Fondazione Euro-Mediterranea, Anna Lindh. Nel
continente asiatico la partecipazione dell’Italia è assicurata all’"Interfaith dialogue" dell’Asem, mentre per quanto riguarda l’Africa
l’Italia siè fatta promotrice di seminari di
dialogo religioso in Etiopia ed Eritrea. L’Italia, inoltre è stata fin
dall’inizio fra i sostenitori dell’iniziativa dell’"Alleanza delle
civiltà", entrando a far parte del gruppo "Amici dell’AoC" e condividendone gli obiettivi relativi
al dialogo con l’Islam nella regione mediterranea. In tali contesti – ha affermato Scotti – "abbiamo sottolineato
che noi consideriamo la libertà di opinione, di coscienza e di religione come
un diritto fondamentale della persona, che, come tale, pur con modalità di
attuazione tipiche di ogni contesto, riguarda tutte le culture e convenzioni,
senza distinzioni", nel contempo, in particolare per quanto riguarda
l’elemento religioso "riteniamo che nella realtà odierna delle relazioni
internazionali" esso "non è soltanto fattore di tensione,
incomprensione o conflitto, maè destinato ad assumere
rilievo su grandi temi e sfide comuni che vanno dalla bioetica al clima, dalla
pace all’economia". (Inform)
Auf dem Petersplatz: Demo mit 200.000 Menschen. Gebete für Missbrauchsopfer
Mehr als 200.000 Menschen haben an
diesem Sonntag auf dem Petersplatz am österlichen Mittagsgebet des Papstes
teilgenommen. Die italienische Bischofskonferenz und mehr als sechzig
katholische Verbände hatten zum Kommen aufgerufen, um angesichts der
kirchlichen Missbrauchsskandale Solidarität mit Benedikt XVI. zu zeigen. Auch
namhafte Politiker ließen sich in der festlich gestimmten Menge sehen.
„Heiliger Vater, du bist nicht allein“ oder „Zusammen mit dem Papst“ – Slogans
dieser Art waren auf Transparenten zu lesen; über der „Piazza San Pietro“
stiegen Luftballons in Vatikanfarben zum grauen Himmel auf.
„Ich danke euch für diese schöne und
spontane Demonstration des Glaubens und der Solidarität“, sagte der Papst vom
Fenster seines Arbeitszimmers aus. „Ihr zeigt damit eure Nähe zum Papst und zu
euren Priestern, damit wir mit erneuerter Spiritualität und Moral immer besser
der Kirche dienen können, dem Volk Gottes und allen, die sich voll Vertrauen an
uns wenden.“
Benedikt griff mit einem ungewöhnlichen
Nachdruck in der Stimme die Worte auf, die er vor kurzem bei seinem Besuch in
Portugal für die Missbrauchsskandale gefunden hatte: Dabei hatte er vor
Journalisten gesagt, es gehe hier zu einem großen Teil um einen Angriff auf die
Kirche, aber aus ihrem Inneren heraus.
„Der wahre Feind, den es zu fürchten
und zu bekämpfen gilt, ist die Sünde und das Böse, das manchmal leider auch
Mitglieder der Kirche ansteckt. Wir leben in der Welt, sind aber nicht von der
Welt; wir Christen haben keine Angst vor der Welt, müssen uns aber hüten vor
ihren Versuchungen. Wir sollten die Sünde fürchten und uns darum so gut wie
möglich in Gott verankern, um stark im Guten, in der Liebe und im Dienst zu
sein... Mögen uns die Versuchungen, die der Herr zulässt, dazu drängen, unseren
eigentlichen Weg mit stärkerer Radikalität und Kohärenz fortzusetzen, und beten
wir für die Bekehrung der Herzen. Danke!“
Vor dem Mittagsgebet des Papstes hatte
der italienische Kardinal Angelo Bagnasco auf dem
Petersplatz einen Gottesdienst gehalten. Dabei wurde nicht nur für den Papst,
sondern vor allem für die Opfer von Missbrauch durch Kirchenleute gebetet. Bagnasco leitet die italienische Bischofskonferenz. In
seiner Predigt rief er zu Busse und Erneuerung in der Kirche auf. (rv 16)
Ökumenischer Kirchentag zu Ende gegangen
In München ist am Sonntag der 2.
Ökumenische Kirchentag zu Ende gegangen. Etwa 100.000 Menschen nahmen auf der Theresienwiese am Schlussgottesdienst teil. Die
Organisatoren des Kirchentags riefen zu mehr gemeinsamem Engagement der
Christen in der Gesellschaft und zu Reformen in den Kirchen auf. Dabei
forderten sie in Sachen Mahlgemeinschaft der Kirchen neue Lösungen, vor allem
mit Blick auf konfessionsgemischte Ehepaare.
Abschlussgottesdienst auf der Wies`n -
Der katholische Kirchentags-Präsident Alois Glück sagte in dem Gottesdienst:
„Wir müssen mutiger voranschreiten!“ Gerade in konfessionsverbindenden Ehen
litten viele schmerzlich an der fehlenden Eucharistiegemeinschaft. „Wir
brauchen hier dringend eine Lösung“, rief Glück aus. Unter Beifall betonte er
zugleich: „Die Ökumene in Deutschland ist wetterfest“ – eine Anspielung auf das
nasskalte Wetter auf der Wies`n.
Der evangelische Kirchentagspräsident
Eckard Nagel betonte, durch das Münchener Großereignis habe die Ökumene in
Deutschland ein neues Gesicht bekommen. Dazu gehöre die Tischgemeinschaft der
getrennten Kirchen, wie sie am Freitagabend mit einer orthodoxen Mahlfeier
praktiziert worden war. Christus fordere hier zu einem neuen, gemeinsamen
Aufbruch auf. Zudem wandte er sich gegen „unrealistische Wachstumsversprechen“.
Glück sprach auch die aktuelle Lage der
katholischen Kirche an und forderte einen neuen Aufbruch. Die Katholiken seien
in einer schwierigen Situation zum Kirchentag gekommen. Durch die
Missbrauchsfälle sei ihre Kirche „in einer schweren Vertrauenskrise“. Wörtlich
erklärte Glück, der auch Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken
ist: „Wir leiden an unserer Kirche, wir leiden mit unserer Kirche. Aber sie ist
weiter unsere Kirche.“ Er hoffe, dass diese Krise zu partnerschaftlicher
Zusammenarbeit zwischen Laien, Priestern und Bischöfen führe, so Glück.
„Viel spricht für einen 3. ÖKT“ -
Erzbischof Robert Zollitsch rief zu Dankbarkeit auf.
Sie führe zu Gott und stärke die Gemeinschaft untereinander. Mit dieser Haltung
werde man zu Christen, „deren Glaube ansteckt und überzeugt“. Der Vorsitzende
der katholischen Deutschen Bischofskonferenz sagte wörtlich: „Dieses
Hoffnungszeichen braucht unser Land, braucht Europa, braucht die Welt.“ Der
Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland kritisierte, „wir
gutsituierten Christenmenschen“ träumten nicht von der Umkehrung aller Verhältnisse,
sondern „allenfalls von friedlicher Veränderung“. Hungernde sollten gesättigt
werden, ohne dass die Reichen dafür hungerten, so Präses
Nikolaus Schneider.
Die zwei gastgebenden Bischöfe zogen
eine positive Bilanz des Ökumenischen Kirchentags. Der bayerische evangelische
Landesbischof Johannes Friedrich sagte, er halte Fortschritte in der Frage des
gemeinsamen Abendmahls für möglich. Der Münchner katholische Erzbischof
Reinhard Marx zeigte sich besonders beeindruckt von der Freude, die vom ÖKT ausgehe.
Zigtausende junge und alte Christen hätten sowohl Gottesdienste gefeiert als
auch kritisch diskutiert. „Das macht Hoffnung“, so Marx wörtlich. Die Frage
nach einem möglichen 3. Ökumenischen Kirchentag beantworteten sie zurückhaltend
positiv. Friedrich erklärte, darüber wolle man bewusst erst nach den
Erfahrungen des Münchner ÖKT reden. Er persönlich denke, „dass viel für einen
3. Ökumenischen Kirchentag spricht“. Marx betonte, die Verantwortlichen setzten
sich demnächst zusammen, um Bilanz zu ziehen. „Danach sehen wir weiter“, so der
Erzbischof.
Abseits vom offiziellen Programm:
„Ökumenisches Abendmahl“ - Der ÖKT stand unter dem Motto „Damit ihr Hoffnung
habt“. Zu gut 3.000 Veranstaltungen kamen seit Mittwoch laut Organisatoren mehr
als 130.000 Dauerteilnehmer und Zehntausende Tagesgäste. Am Samstag Abend demonstrierten Tausende von Christen
mit einer Menschenkette zwischen den Bischofskirchen Münchens für
Mahlgemeinschaft von Katholiken und Protestanten. Außerhalb des Kirchentagsprogramms haben rund 400 Christen am
Samstagabend ein „ökumenisches Abendmahl“ gefeiert. Der Gottesdienst fand in
einem überfüllten Hörsaal der Technischen Universität statt. (kna/kipa 16)
ÖKT: Kirchentag diskutiert über die Krise
Das Thema Krise bildet am heutigen
Samstag einen Schwerpunkt des 2. Ökumenischen Kirchentags in München. Dabei
soll die Verantwortung der Wirtschaft ebenso zur Sprache kommen wie
Auswirkungen der Finanzkrise auf Entwicklungsländer. Basisgruppen haben für den
späten Nachmittag zu einer Menschenkette zwischen einer evangelischen Kirche in
der Münchner Innenstadt und dem katholischen Liebfrauendom aufgerufen. Mit der
Aktion wollen sie der Forderung nach einer „gemeinsamen Mahlfeier“ von
Katholiken und Protestanten Nachdruck verleihen. Am Abend gibt im Rahmen des
Kirchentags Nena ein Live-Konzert auf der Theresienwiese.
Das fünftägige Christentreffen in der bayerischen Landeshauptstadt steht unter
dem Motto „Damit ihr Hoffnung habt“. Es geht am Sonntag zu Ende. Nach Angaben
der Veranstalter haben sich 125.000 Dauerteilnehmer angemeldet.
Zollitsch
lobt den Kirchentag - Es waren gute Tage in München, die eine Kirche aller
Generationen gezeigt haben. Das sagt zum Abschluss des Zweiten Ökumenischen
Kirchentags, Erzbischof Robert Zollitsch, in München.
Alt und Jung bildeten zusammen eine lebendige, neugierige und fröhliche
Gemeinschaft, so der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz. Das mache Mut
und erinnere uns daran, dass der Glaube viele Gesichter habe. Zollitsch:
„Es gab viele schöne Begegnungen hier
in München. Mir ist aufgefallen, dass überall wo ich war die Botschaft
durchkam, was das Gemeinsame ist und verbindet wichtig ist. Das Gemeinsame ist
größer als das, was uns trennt. Das habe ich vor allem bei dem Podium mit dem
evangelischen Präses Schneider erlebt. Wir haben
gemeinsam aufgezeigt, was uns verbindet. ... Deshalb bin ich sehr angetan, von
dem, was die Veranstalter hier organisiert haben. Die Kritiken sind eher von
den Medien hochgespielt worden.“
Bischöfe reagieren auf innerkirchliche
Debatte - Die deutschen Bischöfe wollen die wachsende Debatte um den Zustand
der Kirche aufgreifen. Ziel sei es, in den kommenden Jahren die Bedeutung des
Konzils neu zu verdeutlichen, sagte der Sprecher der Deutschen
Bischofskonferenz, Matthias Kopp, am Samstag der Katholischen
Nachrichten-Agentur (KNA) in München. Die Bischofskonferenz habe dazu bereits
eine Arbeitsgruppe aus drei Bischöfen eingesetzt. Nach Kopps Angaben plant die
Bischofskonferenz mit Blick auf den 50. Jahrestag des Beginns des Zweiten Vatikanischen
Konzils (1962-1965) eine „Reflexion“. Sie solle der Selbstvergewisserung dienen
und die Bedeutung des Konzils herausarbeiten. Der Arbeitstitel laute „Kirche
und öffentliches Leben“. Die weitere Ausgestaltung dieses Prozesses beginne im
Sommer.
Merkel wünscht sich „selbstbewusste
Christen“ - Sie wünsche sich ein offensiveres
Auftreten von Christen in der Gesellschaft, das hat Bundeskanzlerin Angela
Merkel (CDU) beim Ökumenischen Kirchentag gesagt. An diesem Freitag war sie
Rednerin bei der Podiumsdiskussion „ Hoffnung in Zeiten der Verunsicherung –
Gibt es eine Formel für den gesellschaftlichen Zusammenhalt?“
„Liebe Kirchentagsbesucher,
für etwas kurzsichtige Menschen wie mich ist das hier eine riesige Halle, aber
danke, dass sie alle gekommen sind. Wir haben ja Glück, hier drin regnet es
nicht.“
Es lag bestimmt nicht nur an dem
schlechten Wetter: Die Halle C 1 des Ökumenischen Kirchentagsgeländes
war schon lange bevor die Bundeskanzlerin den Saal betrat, überfüllt. 6.000
Menschen waren gekommen, um diese Kernveranstaltung zu erleben und die Worte
von Angela Merkel zu hören. Was ist das Fundament, das unsere Gesellschaft
zusammenhält?
„Unsere Gesellschaft lebt von
Voraussetzungen, die sie selber gar nicht schaffen kann und eine dieser ganz
wichtigen Voraussetzungen, die ist zweifelsohne das Christentum. Das
Christentum hat unser Land geprägt, unseren Kontinent, den ganzen europäischen
Kontinent (…) Ich sage nicht, dass man nicht anderswie auch darauf kommen kann,
aber bei uns in Deutschland ist man ganz klar durch das Christentum in diese
Wertvorstellung gekommen, das bedeutet, dass man weiß, Freiheit bedeutet nicht
Freiheit von etwas, sondern Freiheit bedeutet, die Freiheit von Gott gegeben zu
bekommen durch seine Schöpfung für etwas, sich für jemanden anderen
einzusetzen, für eine Sache einzusetzen und das ist vielleicht die wichtigste
Quelle des Zusammenhalts.“
Zeiten der Verunsicherung, der Titel
der Diskussion lässt sich nicht nur auf die
Finanzkrise münzen. Während des Kirchentages ist ein zentrales Thema die
Missbrauchskrise. Dazu sagte die deutsche Bundeskanzlerin:
„Mein Wunsch wäre, den spüre ich aber
auch in der katholischen Kirche, aber auch in den anderen Bereichen, wo das
vorgekommen ist, dass wir mit gutem Gewissen sagen können, wir haben den
Opfern, das wiedergegeben, was überhaupt nur möglich ist, nämlich wo immer
möglich Strafe zu haben und wo etwas passiert ist, aber auch gesellschaftliches
Mitgefühl für die, die das erleiden mussten.“
„Altes neu entdeckt“ - orthodoxe Vesper
in München - Bei einer orthodoxen Vesper auf dem 2. Ökumenischen Kirchentag
haben rund 20.000 Christen verschiedenster Konfessionen gesegnetes Brot
geteilt. Zu den Gästen gehörten auch Münchens Erzbischof Reinhard Marx, der
bayerische Landesbischof Johannes Friedrich und der griechisch-orthodoxe
Metropolit Augoustinos von Deutschland. Der
Vorsitzende des Zentralkomitees der deutschen Katholiken und Kirchentagspräsident Alois Glück wertete die Feier als
einen „großen Schritt“ zur wachsenden Einheit zwischen den Kirchen.
Riccardi
macht Vorwürfe - Sant'Egidio-Gründer Andrea Riccardi hat den Kirchen einen zu starken Selbstbezug
vorgeworfen. Auch seien sie zu reich, sagte der Karlspreisträger am Freitag
beim Ökumenischen Kirchentag (ÖKT) in München. „Wenn die Kirchen sich nur noch
mit sich selbst befassen, begehen sie Selbstmord.“ Riccardi
forderte die Christen in Europa auf, stärker aus der Kraft des Evangeliums zu
leben, die Frohe Botschaft zu verkünden und Solidarität mit den Armen zu praktizieren.
(rv/kna 15)
Ökumenischer Kirchentag. Applaus bekommen die Kritiker
Der Weg zum Frieden ist noch weit: Auf
dem Ökumenischen Kirchentag in München ist ohne Tabus über sexuellen Missbrauch
diskutiert worden. Der Trierer Bischof Ackermann zeigte sich erschrocken über
den Versuch, mit dem Thema Kirchenpolitik zu betreiben. Von Daniel Deckers,
München
Unser Friede – ihr Friede? Eigentlich
sollte der Trierer Bischof Stefan Ackermann an diesem Freitagvormittag auf
einem Podium des Ökumenischen Kirchentags sitzen und über das Verhältnis von
staatlicher Sicherheitspolitik und kirchlicher Friedensarbeit diskutieren. Doch
seit drei Monaten steht der Bischof weniger als Vorsitzender der Kommission Iustitia et Pax der Deutschen Bischofskonferenz im Fokus der
Öffentlichkeit denn als Beauftragter für Fälle sexuellen Missbrauchs in der
katholischen Kirche in Deutschland.
Gleichwohl hätte „Unser Friede – ihr
Friede“ auch als Motto über der Veranstaltung stehen
können, in der Ackermann auf eigenen Wunsch eine Hauptrolle spielt. In einer
der größten, für sechstausend Zuhörer ausgelegten Halle auf dem Gelände der
Münchner Messe geht es um den sexuellen Missbrauch in der katholischen Kirche.
Zum Bersten gefüllt ist die Halle nicht. Doch die drei-, vielleicht viertausend
überwiegend der mittleren Generation angehörigen Kirchentagsbesucher,
die das Interesse an diesem Thema und vielleicht auch die widrige Witterung in
die Halle C1 verschlagen hat, werden Zeuge einer leidenschaftlich ausgetragen
Debatte über die institutionelle Dimension des – so die Moderatorin –
tausendfachen Missbrauchs durch katholische Geistliche in Deutschland.
Drei Risikofaktoren sexuellen
Missbrauchs in der Kirche
Auftritt Klaus Mertes, Priester,
Jesuit, Direktor des Berliner Canisiuskollegs. Philosophisch
geschult, intellektuell brillant und rhetorisch versiert verwendet Mertes keine
Minute auf die Nacherzählung der Ereignisse der vergangenen Monate und Jahre.
Mit wenigen Sätzen schlägt er den Bogen von der Erfahrung der Opfer, als Person
von einer Person missbraucht worden zu sein, zu deren Bedürfnis, ihr Verhältnis
zu der Institution zu klären, in deren Schutz, wenn nicht in deren Namen das
Unfassbare geschah. „Der zweite Aspekt schmerzt heute oft noch mehr als der
erste Aspekt“, sagt der Jesuit, der im Januar mit der Aufforderung an ehemalige
Schüler, die von Jesuiten missbraucht worden waren, die Mauer des
innerkirchlichen Schweigens zum Einsturz gebracht hatte. Damit nicht genug.
„Wer nicht hören kann, der kann nicht sprechen“, fährt er fort, um die
Unfähigkeit der Institution, die Perspektive der Opfer einzunehmen, als
systemisches Versagen zu entlarven.
Für den Priester ist das
jahrzehntelange Verdrängen und Vertuschen von Verbrechen an Kindern und
Jugendlichen die Kehrseite einer auf Tabus, Verboten und Verdrängungen
gegründeten katholischen Sexualmoral – einschließlich des Themas
Homosexualität. Auch das mache zusammen mit dem Missbrauch der geistlichen
Vollmacht durch Priester den „speziell katholischen Geschmack des Missbrauchs“
aus. Der Beifall, der dem Jesuiten immer wieder entgegenbrandet, klingt nicht
nach Jubel. Der Schuldirektor hat sich nicht nur zum Sprachrohr der Opfer
gemacht, sondern auch die Gefühle der meisten Zuhörer ins Wort gebracht.
Auftritt Wunibald
Müller, Theologe und Psychotherapeut, seit vielen Jahren Leiter eines
Kriseninterventionszentrums für Geistliche, die aus der Bahn geworfen wurden.
Auch er spricht zur Sache, nimmt kein Blatt vor den Mund, nennt drei
Risikofaktoren sexuellen Missbrauchs in der Kirche. Der erste: die Tatsache,
ein Mann zu sein. Anders gewendet: „Von einer Priesterschaft, die aus Männern
und Frauen bestünde, ginge eine andere Ausstrahlung aus.“ Vor allem wäre eine
solche Priesterschaft nicht länger für manche attraktiv, die sich in einer
monosexuellen Gruppe und einer monosexuellen Hierarchie besonders wohl fühlten.
Und: „Stünde die Kirche anders da, wenn in der
Vergangenheit auch Frauen an verantwortlicher Stelle hätten mitentscheiden
können, wie im Fall sexuellen Missbrauchs vorzugehen wäre?“ Wieder brandet
Beifall auf, nicht hämisch, nicht schadenfroh – Müller spricht vielen aus der
Seele.
Ackermann möchte über Aufklärung und
Prävention sprechen
So geht es weiter: Ohne Umschweife
spricht Müller von einem Zusammenhang zwischen Homosexualität und Pädophilie –
aber nur bei „sexuell unreifen homosexuellen Priestern“. Ein Verdikt gegen die
„ohnehin starke Gruppe“ homosexueller Priester wird daraus nicht. Im Gegenteil.
Müller hält die Tabuierung von Homosexualität in der
Kirche und die „Pathologisierung der homosexuellen
Liebe“ für Wurzeln des Übels. Es wäre ein großer Verlust für die Kirche, würden
homosexuelle Männer nicht mehr zum Priester geweiht werden dürfen, sagt Müller
und bricht im selben Atemzug eine Lanze für die zölibatäre Lebensform der katholischen
Priester als „Ausdruck einer reifen Entscheidung“. Jedoch lasse diese
Voraussetzung den Kreis von geeigneten Männern noch kleiner werden als bisher.
Auch seinem abschließenden Plädoyer für eine Priesterschaft aus zölibatären und
verheirateten Männern brandet Beifall entgegen.
Das Wort hat Bischof Ackermann. Er gibt
sich über Wortmeldungen des Jesuiten und des Therapeuten erschrocken, erkennt
in ihnen einen Versuch, mit dem Thema Missbrauch Kirchenpolitik zu betreiben.
Er möchte über die Themen Aufklärung und Prävention sprechen, nicht über
Homosexualität und die Zugangsmöglichkeiten zum kirchlichen Amt. Für dieses
Anliegen zollen ihm im Verlauf der Debatte auch diejenigen Respekt, die jetzt
wie gelähmt auf ihren Papphockern sitzen, stumm den Kopf schütteln oder ihrem
Unmut auch lautstark Luft machen. Doch gibt es bis zum Ende der
neunzigminütigen Debatte in Strukturfragen kein Weiterkommen. Es hilft nicht,
dass sich Pater Mertes unter Berufung auf seine Gespräche mit den Opfern gegen
die Mutmaßung wendet, deren Leid sollte kirchenpolitisch instrumentalisiert
werden: „Sie stellen die Fragen nach den Strukturen der Kirche selbst.“
Es hilft auch nichts, dass Müller nicht
nur die Kirche in der Pflicht sieht, demütiger zu werden. Am Ende bleibt es bei
der wechselseitigen Versicherung, dass eine bessere, pressionsfreiere
Debattenkultur in der Kirche nötig sei. Zu dieser könnten nach Worten
Ackermanns sogar die Medien beitragen: „Helfen Sie uns Bischöfen“, sagt er in
seinem Schlusswort, „mit einer Mischung aus Vertrauen und Druck.“ Der Weg zum
Frieden ist noch weit. Faz 15
Kirchentag mit Haken. Papst grüßt und spricht von "Unkraut"
München. Auf dem Münchner Marienplatz
ist kein Durchkommen mehr. Das ist öfter mal so. Ungewöhnlich aber ist: Jetzt
herrschen Stille und Andacht. Der Ökumenische Kirchentag hat Besitz ergriffen
von Münchens innerster Innenstadt. Dicht gedrängt zwischen Wirtshaus Donisl und Kaufhaus Beck feiern Katholiken und Protestanten
Gottesdienst.
Vor bald drei Jahren hatte Papst
Benedikt XVI. noch an der Mariensäule
gebetet. Damals schien die Welt der
Katholiken noch in Ordnung. Diesmal lässt der Papst eine Grußbotschaft
verlesen: "Ihr wollt inmitten einer schwierigen Zeit ein Signal der
Hoffnung in die Kirche und in die Gesellschaft senden. Dafür danke ich euch
sehr."
Die Theresienwiese
kennt man vom Oktoberfest mit Bierzelten und
Alkoholleichen. Jetzt steht hier ein
großes, weißes Holzkreuz. Das
Leitmotiv des Ökumenischen Kirchentages
heißt Hoffnung, doch das Thema Missbrauch beherrscht bereits den Auftakt. In
der Grußbotschaft des Papstes heißt es: "Es gibt das Unkraut auch gerade
mitten in der Kirche und unter denen, die der Herr in besonderer Weise in
seinen Dienst genommen hat."
Doch die Saat des Bösen habe den Weizen
nicht erstickt. "Rücken Sie ein bisschen zusammen", rät Moderatorin
Ulrike Greim den Menschen auf der Theresienwiese,
"kommen Sie zur Ruhe, atmen Sie durch,
schauen Sie nach rechts und links, wer
neben Ihnen steht." Meist steht da einer in Anorak und festen Schuhen,
einen Rucksack auf dem Rücken. Man erkennt sich. Wer von den rund 125.000
Dauerteilnehmern den orangefarbenen Schal mit dem Motto "Damit ihr
Hoffnung habt" noch nicht umgebunden hat, hat zumindest das orange-blaue
Bändel des Teilnehmerausweises um den Hals.
U5 Richtung Theresienwiese.
Eine Gruppe Pfadfinder steigt ein. Einer
stimmt noch auf dem Bahnsteig auf der
Gitarre ein Lied an. Die Stimmung ist fröhlich, nicht feucht: Bei
Kirchentags-Veranstaltungen wird kein Alkohol ausgeschenkt. Das freut die mehr
als 1000 Sanitäter. "Da gibt es kein großes Gefährdungspotenzial, die
Menschen kommen in friedlicher Absicht", sagt Thomas Auerbach,
Einsatzleiter der Malteser.
Auf dem Weg zum "Abend der
Begegnung" in der Innenstadt wird es eng, zwei Jugendliche vom Orden der
Salesianer Don Boscos verteilen essbare
"Geduldsfäden". Einsaugen, Augen schließen und in Seelenruhe
genießen, lautet die Gebrauchsanweisung. Rund 300.000 Besucher melden die
Veranstalter vom Begegnungsabend, bei dem sich kirchliche Gruppen aus ganz
Bayern präsentierten.
Eine hat Zugspitze, Großen Arber und Trettachspitze nachgebaut, sechs Meter hoch. Wer die Berge
erklimmt, bekommt einen kleinen Karabiner überreicht. Der Glaube, soll das
heißen, gibt Halt und Sicherheit. IRIS HILBERTH FR 15
Papst an portugiesische Bischöfe: „Stärkt Priester und Laien!“
Nach der Begegnung mit Sozialarbeitern
traf das katholische Kirchenoberhaupt am Donnerstagabend in Fatima die
portugiesischen Bischöfe. Der Präsident der portugiesischen Bischofskonferenz,
Jorge Ortiga, dankte dem Papst für sein Kommen; das
Kirchenoberhaupt könne sich der uneingeschränkten Unterstützung und Zuneigung
der portugiesischen Glaubensgemeinschaft sicher sein, so der Bischof von
Fatima. Der Papst legte den Oberhirten seinerseits eine verstärkte Fürsorge für
die Priester ihrer Diözesen ans Herz:
„Im zu Ende gehenden Priesterjahr
entdeckt, geliebte Brüder, eure bischöfliche Väterlichkeit vor allem gegenüber
euren Geistlichen. Diese Verantwortung der Autorität als Dienst an den anderen,
vor allem den Priestern, und für ihr Wachstum, ist zu lange als zweitrangig
betrachtet worden.“
In einem Moment der „Müdigkeit der
Kirche“ müsse es darum gehen, gemeinsam die „ursprüngliche Freude des
Christentums“ wieder zu entdecken und die Gläubigen für ein größeres Engagement
in der Gesellschaft zu gewinnen.
Presseschau am dritten Reisetag - Papst
und Wirtschaftskrise – das waren die beiden Hauptthemen auf den Titelseiten der
großen portugiesischen Tageszeitungen am Donnerstag. Halb- oder ganzseitige
Bilder zeigen den Papst umringt von Menschenmassen im Marienwallfahrtsort
Fatima. Dem gegenüber stehen Berichte über die von der portugiesischen
Regierung zur Bekämpfung des Staatsdefizits eingeführte Krisensteuer. Das „Jornal de Noticias“ schreibt
unter Anspielung auf die Wallfahrt zum Marienheiligtum, der Papst fühle sich in
Fatima „wie ein Sohn, der seine Mutter besucht“.
Fatima: Papst kommt eventuell wieder -
Papst Benedikt XVI. wird eventuell an der 100-Jahr-Feier von Fatima im Jahr
2017 teilnehmen. Wenn es dem Papst gut gehe, könne er durchaus seine Mitwirkung
in Erwägung ziehen, sagte Vatikansprecher Federico Lombardi am Donnerstag vor
Journalisten in dem portugiesischen Wallfahrtsort. Der Papst sei in guter
Verfassung, betonte Lombardi. Anders als bei seinem Maltabesuch vor einem Monat
habe es beim Festgottesdienst an diesem Donnerstag keinen „Augenblick von
Müdigkeit“ gegeben. Bei der Messe in Malta war das 83-jährige Oberhaupt kurz
eingenickt. Benedikt XVI. sei jedoch „sehr vorsichtig, was seine Termine in den
kommenden Jahren angehe“, sagte Lombardi. Der Papst habe noch keine konkrete
Verpflichtung übernommen. - Der Vatikansprecher zog dann auch schon ein erstes
Fazit dieser 15. Auslandsreise des Papstes: Sie sei bisher „positive und
ermutigend“ gewesen, was vor allem der sichtbaren Zuneigung der Portugiesen
gegenüber dem Kirchenoberhaupt zu verdanken sei. ansa/kna 14
Ökumenischen Kirchentag. Viele Zeichen, kein Impuls
Beim Ökumenischen Kirchentag gibt es
kaum echte Annäherung zwischen den Religionen. In München gab es zwar durchaus
auch einige positive Zeichen, ein Impuls freilich wird daraus noch nicht.
„Wäre das nicht wunderbar, wir feiern
jetzt das Abendmahl“, singt das ökumenische Kabarettensemble „Das weißblaue
Beffchen & Cherubim“ in der Eingangshalle der
Münchner Messe. Die einen Sänger haben sich Beffchen umgehängt, ein Bestandteil
der evangelischen Amtstracht, die anderen haben sich
wie katholische Pfarrer ganz in Schwarz gekleidet. Spontan bleiben etliche
Dutzend Kirchentagsbesucher stehen und klatschen und
singen mit. Die Gruppe spricht mit ihrem Auftritt vielen
aus dem Herzen. Wann dürfen Katholiken und Protestanten endlich gemeinsam
Abendmahl feiern? Wann überwinden die Kirchen ihre Differenzen im
Amtsverständnis, ihre unterschiedlichen Auffassungen darüber, was eine
christliche Kirche ausmacht?
Tausendfach und drängend wurden diese
Fragen in den vergangenen Tagen bei den gut besuchten Podiumsdiskussionen,
Vorträgen und „Erlebnis-Gottesdiensten“ zur Ökumene gestellt. Dass dieser
zweite Ökumenische Kirchentag „wichtige Impulse“ für das Verhältnis der beiden
Amtskirchen bringt, das hatten sich auch die evangelischen Kirchenoberen
gewünscht. Die katholischen hielten sich lieber zurück mit allzu großen
Erwartungen.
Vor sieben Jahren, beim ersten
Ökumenischen Kirchentag in Berlin, sah das noch anders aus. Damals lag so viel
Optimismus in der lauen Vorsommerluft, dass die katholische Reformbewegung „Wir
sind Kirche“ sogar zu einem gewagten Experiment einlud: Bei einem Gottesdienst
lud zuerst ein katholischer Priester die evangelischen Christen zur Eucharistie
ein, bei einem zweiten Gottesdienst nahm ein katholischer Priester am
evangelischen Abendmahl teil. Beides ist nach katholischem Verständnis nicht
erlaubt. Die beiden Geistlichen wurden auch prompt von ihren Bischöfen
suspendiert. Ein solches Experiment wagte in München keiner mehr. Die
Amtsenthebung war ein erster Dämpfer für die ökumenische Sache, in den
vergangenen sieben Jahren lief aber auch vieles andere schief zwischen den
beiden Kirchen, so dass manche jetzt von einer „ökumenischen Eiszeit“ sprechen.
Dazu beigetragen hat die Bekräftigung von Papst Benedikt XVI., die Protestanten
seien keine „Kirche im eigentlichen Sinn“, und seit der Reformation sei es mit
den Christen bergab gegangen. Auf evangelischer Seite wollte man sich die
Abwertungen aus Rom nicht länger bieten lassen und ging konsequent den eigenen
Weg. Bischof Wolfgang Huber prägte die Formel von der „Ökumene der Profile“.
Sozialwort der Kirchen zur
Wirtschaftslage im Gespräch
Auch in München blieb die Stimmung
gedämpft. Die frühere Bischöfin Margot Käßmann
schickte eine Spitze gegen den Papst ab, indem sie die Vielfalt der
Christenheit lobte, „die ein Stachel im Fleisch derjenigen ist, die meinen, sie
hätten die Wahrheit in Besitz“. Der frühere Vorsitzende der katholischen
Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Karl Lehmann, beklagte eine „neue Enge“
in der Ökumene, die Situation habe sich erschöpft. Auch sehe er eine abnehmende
Veränderungsbereitschaft bei Katholiken und Protestanten. Die Bischöfe Reinhard
Marx und Johannes Friedrich, der katholische und evangelische Gastgeber des
Kirchentages, bemühten sich allerdings redlich um ein freundschaftliches Bild.
Die beiden haben einen guten Draht zueinander, begrüßten die Gäste im
Eröffnungsgottesdienst im Duett und hatten verabredet, sich gegenseitig bei
Veranstaltungen zu vertreten, wenn der eine oder andere aus Termingründen nicht
kann.
Dass evangelische und katholische
Ehepartner gemeinsam zur katholischen Eucharistiefeier gehen können, da sei man
sich theologisch einig, betonte Friedrich. Und auch Erzbischof Robert Zollitsch, der Vorsitzende der katholischen
Bischofskonferenz, versprach am Freitag, deswegen in Rom „weiterbohren“ zu
wollen. Und auch das könnte es vielleicht bald geben: ein neues Sozialwort der
beiden Kirchen zur Wirtschaftslage. Darauf verständigten sich in München der
EKD-Ratsvorsitzende Nikolaus Schneider und der Bischofskonferenz-Vorsitzende Zollitsch. Vorbild soll offenbar das 1997 erschienene
Sozialwort „Für eine Zukunft in Solidarität und Gerechtigkeit“ sein. Auch will
man einen dritten Ökumenischen Kirchentag veranstalten. Wann, ist aber offen.
Vielleicht 2017, vielleicht früher, vielleicht später.
Es gab also durchaus auch positive
Zeichen in München, ein Impuls freilich wird daraus noch nicht. Dass sich aus
dem Reibungsverhältnis der Amtskirchen auch Funken in ganz anderer Richtung
schlagen lassen, zeigte eine Veranstaltung am Freitagabend: Da kamen am Odeonsplatz in der Münchner Innenstadt 20.000 Christen
zusammen, um an einer Vesper nach orthodoxem Ritus teilzunehmen, einem Relikt
der urchristlichen Agapefeier, dem „Liebesmahl“. Rund
10 000 Menschen mussten stehen, 10 000 andere hatten Glück und saßen an
Tischen, verfolgten die orthodoxe Liturgie, lauschten russischen Chören und
teilten danach gemeinsam Brot, Äpfel und Wasser, die auf den Tischen standen.
Theologisch brachte das Ganze nichts. „Wenn sich die katholische und die
evangelische Kirche endlich auf ein gemeinsames Abendmahl einigen würden,
könnte man sich den ganzen Krampf hier sparen“, sagte ein verbitterter
Teilnehmer. Der EKD-Ratsvorsitzende Schneider hatte hingegen einen positiven
Eindruck, den er so ausdrückte: „Die Vesper war die Vorspeise. Jetzt steht noch
die Hauptspeise aus.“ Tsp 16
Bischof Ackermann kritisiert Missbrauchsdebatten beim ÖKT
Mit engagierter Beteiligung des
Publikums wurde beim 2. Ökumenischen Kirchentag (ÖKT) in München über die
Ursachen und Folgen von Missbrauch diskutiert. Bischof Stephan Ackermann zeigte
sich „sehr erschrocken“ über den verengten Blick der auf dem ÖKT geführten Missbrauchdiskussion. Seiner Meinung nach seien die
Debatten zum Thema zu sehr auf die Kritik an der Institution Kirche konzentriert.
Die Opfer gingen stattdessen aus dem Blick verloren, so Ackermann.
Die deutschen Bischöfe wollen die
Opferarbeit stärker bedenken. Die Oberhirten arbeiten mit Hochdruck an neuen
Leitlinien, die bis zur Herbstvollversammlung überarbeitet werden sollen. Die
Podiumsdiskussion am Freitagvormittag war aufgrund des großen Andrangs trotz
der größten Messehalle, die man gewählt hatte schon eine Stunde vor Beginn
überfüllt. Es wurde kritisiert, dass kein Opfer offiziell vertreten wurde.
„Den Vorwurf gab es bereits beim Runden
Tisch. Hier bei der Podiumsdiskussion ist das Präsidium des Ökumenischen
Kirchentages zuständig. Ich will nochmals betonen, dass wir beim Runden Tisch
Experten eingeladen. Das sind Leute, die jahrzehntelang mit Opfern arbeiten. Sie
bringen die Perspektive der Opfer ein. Daher ist so, auch wenn die Opfer nicht
am Tisch sitzen, sie doch dabei sind.“
Wenige Momente nach Redebeginn
unterbrach ein Zuhörer am Freitag vor der Bühne den Leiter des Berliner
Jesuitenkollegs, Pater Klaus Mertes. Mit Rufen wie „Geben Sie uns eine Stimme“
und „Lügentheater“ drängte der als Missbrauchsopfer bekannte Norbert Denef darauf, dass Opfer selber zu Wort kommen sollten. Er
forderte den Abbruch der Veranstaltung. Denef ist
Sprecher des Netzwerks von sexualisierter Gewalt Betroffener. Nach einem Disput
und einer Intervention der Moderatorin setzte Mertes seinen Beitrag fort. „Sie
haben vollkommen recht: Nicht ich habe das Schweigen gebrochen, sondern die
Opfer haben das Schweigen gebrochen“, sagte der Jesuit an die Adresse des
Störers. Die Szenerie am Fuß der Bühne wurde von zahlreichen Kamerateams
umlagert. (zenit 14)
Kirchentag. "Wir können nicht auf Rom hoffen"
In der Diskussion um Missbrauch in der
Kirche beklagen Kritiker und Besucher des Kirchentages die Verschlossenheit der
Kirche. "Wir werden zum Schweigen gezwungen", sagt ein Opfer. Von
HARALD BISKUP
München. "Ich bin noch mitten im
Sturm." Klaus Mertes, der Rektor der Berliner Canisius-Kollegs
hat auf der Podiumsdiskussion zum Missbrauch in der Kirche beim 2. Ökumenischen
Kirchentag kaum die Worte ausgesprochen, da bricht sich dieser Sturm Bahn in
Gestalt eines Mannes, der zur Bühne eilt und verlangt, die Diskussion
abzubrechen.
Es ist Norbert Denef
- als Jugendlicher erst jahrelang vom Pfarrer und später in derselben Gemeinde
im sächsischen Delitzsch vom Organisten der Pfarrei missbraucht. "Wir
werden zum Schweigen gezwungen", ruft Denef ins
Mikrofon. "Wir wollen uns selbst vertreten. Sie haben versagt", ruft Denef dem Jesuitenpater entgegen.
Mertes hat die Mehrheit der 5000
Zuhörer auf seiner Seite als er zum Weitermachen drängt. "Die Opfer haben
einen Überlebenskampf hinter sich oder kämpfen ihn immer noch", sagt
Mertes, deswegen sei "vom Evangelium her" einzig die
Opfer-Perspektive geboten "und nicht irgendwelche Imageinteressen der
Kirche".
Brausender Beifall brandet immer wieder
auf während seiner Einführung bei einer der wichtigsten Diskussionen dieses
Kirchentags. Jedenfalls richtet sich das Augenmerk einer breiten Öffentlichkeit
innerhalb und außerhalb der Kirchen darauf, wie in München mit dem
Missbrauchsskandal umgegangen wird. An diesem Vormittag in Halle C1 offensiv
und ziemlich schonungslos.
Warnung vor Opfer-Idealisierung -
Weshalb aber sitzt kein ehemaliges Opfer auf dem Podium? Später wird der
Trierer Bischof Stephan Ackermann, seit einem Vierteljahr
Missbrauchsbeauftragter der katholischen Bischofskonferenz, darauf hinweisen,
dass es Opfer gebe, "die sich lautstark artikulieren können, und andere,
die bis heute "still in sich hinein leiden". Nebenan in der Halle B2
gibt es vertrauliche Gesprächsangebote für Menschen, die in München den Mut
finden, über ihre seelischen Verletzungen zu reden.
Eindringlich warnt Schulleiter Mertes
vor einer Opfer-Idealisierung. Wenn die "Institution Kirche", wie er
sehr deutlich sagt, ihnen das Gehör verweigere oder ihnen "von oben
herab" Ratschläge erteilte, versündige sie sich im Grunde ein zweites Mal.
Und es müsse über "strukturellen Machtmissbrauch" in der Kirche
geredet werden. Die Unerschrockenheit dieses Ordensmanns imponiert vielen, und
Bischof Ackermann macht sich eifrig Notizen.
Bevor er auf Mertes reagieren kann,
ergreift der Theologe und Psychotherapeut Wunibald
Müller das Wort. In der Benediktiner-Abtei Münsterschwarzach arbeitet er seit
langem auch mit Priestern, die sich an Kindern oder Jugendlichen vergriffen
haben. Müller scheut sich nicht, an den bei diesem Christentreffen sonst eher
ausgesparten Themen Priesteramt für Frauen und Pflichtzölibat zu rühren.
"Stünden wir als katholische
Kirche heute mit diesem Skandal nicht ganz anders da,
wenn Frauen an verantwortlicher Stelle mitentscheiden könnten?", fragt er
rhetorisch in die riesige Halle - und das Echo begeisterter Zustimmung kommt
prompt. Die verordnete Ehelosigkeit der Geistlichen lasse sich als direkte
Ursache für sexualisierte Gewalt wissenschaftlich nicht nachweisen.
Vielmehr übe das zölibatäre Leben auf
Männer, "deren sexuelle Entwicklung auf der Strecke geblieben ist",
offenbar eine Faszination aus. Nicht nur sexuell unreife schwule Priester, auch
in ihrer Beziehungsfähigkeit unterentwickelte Geistliche seien anfällig für
Pädophilie.
Ungeduld im Publikum - Mit bebender Stimme appelliert Müller an
seine Kirche, es im Missbrauchsskandal nicht bei "irgendwelcher
Kosmetik" zu belassen. Die Kirche müsse, nachdem sie von "dieser
ungeheuerlichen Vertrauenskrise in die Knie gezwungen worden ist, einen
Läuterungsprozess durchmachen, um am Ende in die Knie zu gehen.
Harter Tobak für den Vertreter der
Amtskirche, und in den lang anhaltenden Applaus mischen sich Zweifel, wie ernst
es den Bischöfen wirklich ist mit dem Willen zum Neuanfang. Deswegen erntet
Ackermann Pfiffe, als er den Rundumschlag seiner beiden Vorredner - nicht
weniger als eine fundamentale Systemkritik - als Versuch umdeuten will, von der
Rolle der Opfer abzulenken.
Die Ungeduld im Publikum ist groß. Sie
ist so groß, dass seine Beteuerungen, man arbeite mit Hochdruck an den Überarbeitung
der Leitlinien zum Umgang mit sexuellem Missbrauch, auf riesige Skepsis stößt.
Eine kurze Musikeinlage gibt dem
attackierten Bischof eine Verschnaufpause. Manche Zuhörer finden es jedoch
nicht sonderlich passend, dass das Münchner Bezirksposaunenkorps ausgerechnet
ein Musical-Medley intonieren lässt. "Da wäre höchstens ein Trauermarsch
angemessen", sagt ein Franziskaner kopfschüttelnd.
Natürlich spürt der Bischof sehr genau,
dass die Anmerkungen der beiden Theologen zu seiner Linken und Rechten ins Mark
der Kirche treffen, aber Mertes und Müller lassen nicht locker und weisen den
Vorwurf der "kirchenpolitischen Instrumentalisierung" zurück.
"Die Opfer selbst sind es, ruft er
in die Halle, "die die Frage nach den Machtstrukturen stellen. Ein fast
unschlagbares Argument in dieser Situation. So wichtig die Öffentlichkeit
gerade in der Missbrauchsdiskussion sei: "Wir haben zu wenig
innerkirchliche Öffentlichkeit." Und zu wenig Offenheit.
Auf Gott vertrauen
Solange unbequeme Meinungen von
Disziplinarmaßnahmen bedroht seien, werde sich nichts Entscheidendes ändern an
den Machtstrukturen, ohne die massenhafter sexueller Missbrauch durch Priester
nicht geschehen könne.
Sein Mitstreiter Müller, Autor
zahlreicher spiritueller Ratgeber und eigentlich eher ein Mann sanfter Töne,
setzt noch eins drauf: Weil der Missbrauch durch "geweihte
Amtsträger" nicht nur Seelen verwunde, sondern fundamental den Glauben der
Opfer zerstöre, oft lebenslang, sei ein Schuldbekenntnis aus Rom überfällig.
"Aber wir können nicht auf Rom hoffen", meint Müller beschwörend,
"sondern müssen auf Gott vertrauen."
Warum gibt es nicht mehr dieser Müllers
und Mertes?, fragen sich viele Podiumsbesucher beim Verlassen
der Halle. Draußen fordert ein Transparent, das zwei Pfadfinder stumm in den
Menschenstrom halten, dass die Kirche "moralische Insolvenz" anmelden
müsse. FR 15
„Konfessionsgemischte Ehen zur Kommunion zulassen“
Eine Zulassung auch von nicht-katholischen
Partnern in konfessionsgemischten Ehen zur Kommunion hat der pensionierte
Münchner Dogmatiker Peter Neuner gefordert. „Durch eine christlich gelebte
konfessionsverschiedene Ehe kommen beide Eheleute jeweils in eine geistliche
Gemeinschaft mit der Kirche ihres Partners, die den Ausschluss vom Herrenmahl
als nicht mehr gerechtfertigt erscheinen lässt“, sagte Neuner am Freitag beim
Ökumenischen Kirchentag in München. Weiter meinte der Theologe, universelle
Verbote könnten der Situation des Einzelnen nicht in allen Fällen gerecht
werden. Was für die Kirchen als ganze nicht erlaubt
sei, müsse keineswegs auch für jeden Einzelfall ausgeschlossen sein. „Innerhalb
des Grundfehlers Kirchentrennung kann es keine richtige und in sich
widerspruchsfreie Antwort auf alle Einzelfragen geben“, so Neuner. - Der
Bischof von Rottenburg-Stuttgart, Gebhard Fürst, wertete unterdessen die
Argumentation Neuners als „innerlich schlüssig“. Die Deutsche Bischofskonferenz
müsse „in diese Richtung weiterdenken“, erklärte Fürst. Dies werde aber nicht
schon „morgen zum Ziel führen“. (kipa 14)
Friedrich wirbt für Kompromiss zum gemeinsamen Abendmahl
Der evangelische Landesbischof Johannes
Friedrich sieht die theologische Debatte zwischen Protestanten und Katholiken
um das Abendmahl als beendet an. Das Thema sei erschöpfend von Fachleuten
beider Seiten behandelt worden, sagte Friedrich am Freitag beim Ökumenischen
Kirchentag in München. Klärungsbedarf gebe es keinen mehr, es fehlten nur die
Taten. Friedrich, der bayerischer Landesbischof ist, warb für einen Kompromiss.
Evangelische und katholische Kirche sollten eine Vereinbarung über die
gegenseitige Einladung zur Feier der Eucharistie schließen, wie sie seit 25
Jahren zwischen evangelischer und alt-katholischer Kirche in Kraft sei. Ein
solcher Schritt könne vor allem „das Leid der Menschen in
konfessionsverschiedener Lebensgemeinschaft“ aufheben, so Friedrich. - Die
unterschiedlichen Auffassungen in der Abendmahlslehre
zählen zu den wichtigsten theologischen Differenzen zwischen evangelischer und
katholischer Kirche. Nach katholischem Verständnis ist Jesus Christus real in
den Zeichen von Brot und Wein gegenwärtig, die dabei ihre „Substanz“ ändern. In
den reformatorischen Kirchen liegen die Akzente stärker auf Bekenntnis und Gedächtnis.
kna 14
Angela Merkel beim Kirchentag. Die Kanzlerin kann nur hoffen
Über "Hoffnung in Zeiten der
Verunsicherung" sollte Angela Merkel beim Kirchentag sprechen - doch sie
redet vom Zusammenhalt der Gesellschaft. Und von harten Zeiten, die bevorstehen.
Von K. Stroh
Die Halle C1 auf dem Messegelände ist
die größte des Kirchentags. Hier dürfen die Stars auftreten: Margot Käßmann, Hans Küng - und am Freitagnachmittag Angela
Merkel. 6000 Menschen passen hinein, viele warteten noch vor den Türen. Über
"Hoffnung in Zeiten der Verunsicherung" sollte die CDU-Kanlerin sprechen. Sie tat es in protestantischer
Nüchternheit.
Nur einmal kommt Unruhe in der Halle
auf. Da spricht die Bundeskanzlerin von der Finanzkrise, vom Rettungsschirm für
den Euro und davon, dass sie auch nicht zusagen könne, dass dieser am Ende
Erfolg haben wird. Angela Merkel greift die Reaktion der Besucher gleich auf.
"Man spürt ja auch den Zweifel hier", sagt sie, aber jeder solle doch
bitte daran denken, wie viel Deutschland bislang von Europa profitiert habe.
Und dann nimmt Merkel das Wort in den Mund, das sie bislang nahezu vermieden
hat, und um das sich hier doch alles drehen sollte: Hoffnung. "Hoffnung
habe ich immer; dass es schief geht, habe ich nie geglaubt", sagt die Kanzlerin.
Da bekommt sie wieder Beifall.
"Hoffnung in Zeiten der
Verunsicherung" ist Merkels Kurzvortrag auf dem Kirchentag überschrieben.
Von Wirtschaftskrise und Arbeitslosigkeit, vom Streit über Moscheen-Minarette
und der Krise der christlichen Kirchen ist die Rede im Einspielfilm - und
natürlich vom Euro. Man habe ja gar nicht ahnen können, wie aktuell Merkels
Thema nun sei, sagt der katholische Kirchentags-Präsident Alois Glück.
Doch die CDU-Vorsitzende spricht nicht
von Hoffnung, sie spricht vom Zusammenhalt der Gesellschaft. "Toleranz und
Aufeinanderzugehen" seien die Voraussetzung
dafür, sagt die Kanzlerin. Und manchmal habe man es, wie man in der Finanzkrise
sehe, mit Akteuren zu tun, die nur an die Maximierung des eigenen Gewinns
dächten. "Da hilft alles Zutrauen, alle Toleranz nichts - denen muss das
Handwerk gelegt werden", fordert Merkel.
Und deshalb, das ist ihr zweiter
Schritt, brauche man Regeln, um Zusammenhalt zu gewährleisten - in einem Staat
oder weltweit für die Finanzmärkte. Und sie stimmt ihre Zuhörer auf härtere
Zeiten und einen unangenehmen Sparkurs ein. Deutschland dürfe nicht länger über
seine Verhältnisse leben, wie es das über Jahrzehnte hinweg getan habe, sagt
Merkel. Bei den Ausgaben für Forschung, Bildung und Betreuung "müssen wir
klare Akzente setzen, damit wir die Zukunft nicht verschlafen", erklärt
sie und verspricht, zumindest der Krippenausbau werde nicht bluten müssen.
Alles andere lässt sie offen: Wenn der
Staat nun sparen müsse, "wird sich der Zusammenhalt der Gesellschaft
zeigen müssen". Hoffnung? Noch immer spricht Merkel nicht davon, sondern
von den gemeinsamen Werten und Vorstellungen, die eine Gesellschaft letztlich
als "wichtigste Quelle des Zusammenhalts" brauche - und dies ist für sie das Christentum und sein Menschenbild.
Vielleicht besteht die Hoffnung für die
6000 Menschen in der Halle allein darin, dass diese Worte fallen. Dass hier
eine Kanzlerin das Christentum als "Fundament" der Gesellschaft
einzieht. Dass die Tochter eines evangelischen Pfarrers in Deutschland die
Richtlinienkompetenz innehat. Es soll früher einmal Kirchentage gegeben haben,
bei denen CDU-Kanzler mit Pfiffen empfangen wurden. Angela Merkel aber bekommt
großen Applaus. Und vernimmt eben nur einmal Unruhe - als es um den Euro geht.
Um die Krise, in der auch Kanzlerin Merkel nur hoffen kann. Was doch eigentlich
das Thema war. SZ 15
Am Hauptziel der apostolischen Reise
Am Mittwochabend ist Papst Benedikt
XVI. am Hauptziel seiner 15. Auslandsreise angekommen. Er besuchte die
Erscheinungskapelle im Heiligtum von Fatima und feierte anschließend die Vesper
mit Priestern, Ordensleuten, Seminaristen und Diakonen in der
Dreifaltigkeitskirche.
„Den Glauben nicht verlöschen lassen“ -
Jubel brach los, als der grüne Militärhubschrauber mit dem Papst an Bord über
Fatima auftauchte. Hunderttausende von Menschen waren gekommen, viele waren
dafür tagelang zu Fuß unterwegs. Nach seiner Ankunft betete der Papst vor der
Statue Unserer Lieben Frau von Fatima: „Maria, unsere Herrin und Mutter, hier
bin ich – ein Sohn, der seine Mutter besucht... Als Nachfolger Petri bringe ich
zu deinem Unbefleckten Herzen die Freuden und Hoffnungen, die Schwierigkeiten
und Leiden eines jeden deiner Kinder.“ Ausdrücklich erinnerte er dann an seinen
Vorgänger Johannes Paul II., der sein Überleben beim Attentat von 1981 der
Gottesmutter zuschrieb. Schließlich betete das Kirchenoberhaupt im Herzen des
Heiligtums.
Vesper mit Priestern und
Lichterprozession - Nächster Programmpunkt war eine Vesper mit Priestern,
Ordensleuten, gottgeweihten Menschen und Seminaristen in der neuen
Dreifaltigkeitskirche. Der Gottesdienst mit dem Papst schreibt sich in das
„Jahr der Priester“ ein, das noch bis Ende Juni andauert. In einem Weihegebet
vertraute Benedikt XVI. alle Priester dem Unbefleckten Herzen Mariens an.
„Hirtenkinder sind Ansporn“ - Am
Donnerstagmorgen fand dann im Heiligtum von Fatima die Heilige Messe statt. Der
Wallfahrtsort war kaum wieder zu erkennen: Mehr als 300.000 Menschen waren nach
Angaben des Vatikans gekommen, um Benedikt XVI. zu begrüßen. Ein Meer aus
wehenden grünen Fähnchen und „Viva il Papa“-Rufe
schlugen dem Papst in seinem Papamobil entgegen.
Die Marienerscheinung – sie hatte die
Gläubigen an diesem Ort zusammengebracht: Es ist der 13. Mai 1917, brennend
heiße Mittagsstunde. Drei Hirtenkinder, sie heißen Lucia, Francesco und Giacinta, spielen auf einem kleinen Hügel der Cova von Iria. Plötzlich lässt
ein Blitz sie innehalten. Sie rufen ihre Herde zusammen. Mitten in der Cova, der Senke, sehen sie über einer der alten Steineichen
wieder einen Blitz. Ganz in weiß, strahlender als die Sonne, ist vor ihnen eine
Frau. Die erste Erscheinung der Gottesmutter.
Papstkommentar zu Säkularisierung,
Wirtschaft, Missbrauch - „Was Portugal betrifft, empfinde ich vor allem Freude
und Dankbarkeit für all das, was dieses Land in der Welt und in der Geschichte
geleistet hat und leistet, sowie für die tiefe Menschlichkeit dieses Volkes,
die ich bei einem Besuch und im Umgang mit zahlreichen portugiesischen Freunden
kennen lernen konnte.“ Das sagte Papst Benedikt XVI. am Dienstag auf dem Flug
von Rom nach Portugal. In der „fliegenden Pressekonferenz“ äußerte er sich zum
Säkularisierungsprozess, zur Wirtschaftskrise sowie zu den
Missbrauchsskandalen. Rv 13
Papst in Portugal: „Unsere Gesellschaft vernachlässigt die Tradition“
Papst Benedikt XVI. hat zu einem
verstärkten Dialog der Kulturen aufgerufen. Das sagte er an diesem Mittwoch in
Lissabon bei einem Treffen mit portugiesischen Kulturschaffenden. Benedikt XVI.
traf Vertreter von sechs Religionsgemeinschaften und Kultur im Zentrum Belem in
der portugiesischen Hauptstadt. Der Papst mahnte vor einer Vernachlässigung der
Tradition. Dies könne vor allem zu einer Krise der Wahrheit führen, so der
Papst.
„Es ist dramatisch für eine überwiegend
katholisch geprägte Gesellschaft, wenn versucht wird, die Wahrheit jenseits von
Jesus Christus zu suchen. Ein Volk, das nicht mehr um die rechte Wahrheit weiß,
verliert sich in den Labyrinthen der Zeit und der Geschichte ohne verbindliche
Werte und große Ziele.“
Zugleich warnte der Papst vor einer
einseitigen Fixierung auf die Gegenwart. Es bestehe heute eine Spannung
zwischen Tradition und Gegenwart, die bisweilen Formen eines Konfliktes
annehme, erklärte Benedikt XVI.
„Eine ausschließliche Konzentration auf
das Hier und Heute widerspricht jedoch einer großen kulturellen Tradition wie
der des portugiesischen Volkes, die durch das Christentum und ein Bewusstsein
für globale Verantwortung tief geprägt worden ist.“
Der Papst hob zugleich die
Notwendigkeit eines Dialogs zwischen den Kulturen und Religionen hervor. Auch
die Kirche entziehe sich nicht der Einsicht, dass ein aufrichtiges und
respektvolles Gespräch in der heutigen Welt von größter Bedeutung sei, sagte
der Papst.
„Die Kirche muss noch lernen, wie sie
am ewigen Charakter der christlichen Wahrheit festhalten und zugleich den
anderen Wahrheiten Respekt entgegenbringen kann. Ein solcher Dialog kann
durchaus neue Türen für die Vermittlung der Wahrheit öffnen. Es genügt hierbei
nicht, lediglich die Existenz einer anderen Kultur zu akzeptieren. Vielmehr
gilt es, sich bereichern zu lassen von dem, was diese Kultur an Gutem, Wahrem
und Schönem enthält.“
Papst: Besorgt über Rückgang an
Glaubenssubstanz - Papst Benedikt XVI. hat sich bei seiner ersten großen Messe
in Portugal besorgt über einen Rückgang an Glaubenssubstanz geäußert. Benedikt
XVI. rief zu einer christlichen Erneuerung auf. Man sorge sich oft mühevoll um
die sozialen, kulturellen und politischen Auswirkungen des Glaubens und setze
dabei als selbstverständlich voraus, dass dieser Glauben auch vorhanden sei.
Ein nachdenklicher Papst und jubelnde
Gläubige – Mit einem Regen aus Blütenblättern hat Portugal Benedikt XVI. bei
seiner ersten großen Messe vor Ort begrüßt. Mehr als 100.000 Menschen hatten
sich am Dienstagabend auf dem Terreiro do Paco in der
Nähe des Flusses Tejo versammelt. Jubel und Sprechchöre
schallten über den Platz. Es war eine sehr nachdenkliche Predigt, die der Papst
am ersten Tag seiner 15. Apostolischen Reise hielt. „Man hat ein vielleicht zu
großes Vertrauen in die kirchlichen Strukturen und Programme gelegt, in die
Verteilung der Macht und der Aufgaben“, überlegte er auf Portugiesisch. Doch
zunächst blickte er zurück in die Geschichte Portugals und erinnerte an die
starke portugiesische Missionstätigkeit. In allen fünf Erdteilen gebe es
Ortskirchen, die daher rührten.
„In der Vergangenheit hat euer Aufbruch
auf der Suche nach anderen Völkern die Bande mit dem, was ihr gewesen seid und
geglaubt habt, weder behindert noch zerstört. Im Gegenteil, in christlicher
Weisheit ist es euch gelungen, Erfahrungen und Eigentümlichkeiten zu
verpflanzen und euch zugleich – in scheinbarer Schwäche, die Stärke bedeutet –
dem Beitrag der anderen zu öffnen, um ihr selbst zu sein. Heute nehmt ihr am
Aufbau der Europäischen Gemeinschaft teil, und dazu tragt ihr mit eurer
kulturellen und religiösen Identität bei.“
Papst dankt Jugend für „frohes Zeugnis“
- Gleich nach dem Gottesdienst widmete Benedikt XVI. sich dem Wahrzeichen
Lissabons. Dem „Cristo Rei“
– das Christkönigdenkmal am südlichen Ufer des Tejo.
28 Meter hoch ist die Statue, die auf einem 75 Meter hohen Sockel steht. Mit
offenen Armen scheint Christus von dort aus Lissabons Besucher zu empfangen.
Ein Wallfahrtsort und auch ein Aussichtspunkt, denn es gibt einen Aufzug, der hoch
zu den Füßen der Christus-Statue führt. Seit 50 Jahren gibt es dieses
Wahrzeichen in Lissabon, erinnerte Benedikt XVI.
„Von dort breitet das Bild Christi die
Arme über ganz Portugal aus, um es gleichsam an das Kreuz zu erinnern, an dem
Jesus den Frieden für die Welt errungen und sich als König und Knecht offenbart
hat, da er der wahre Erlöser der Menschheit ist. In seiner Rolle als Heiligtum
möge es immer mehr zu einem Ort werden, an dem jeder Gläubige prüfen kann, wie
die Merkmale des Reiches Christi sein Leben aus der Taufe prägen, um das Reich
der Liebe, der Gerechtigkeit und des Friedens durch das gesellschaftliche
Engagement zugunsten der Armen und der Unterdrückten aufzubauen und um die
Spiritualität der christlichen Gemeinden auf Christus, den Herrn und Richter
der Geschichte, auszurichten.“
Portugals Presse begrüßt den
Papstbesuch - Portugals wichtigste Zeitungen haben Papst Benedikt XVI. mit
ausführlicher Berichterstattung und Sonderbeilagen willkommen geheißen. Mehrere
Blätter setzen dabei die Papstreise mit der Wirtschaftskrise und der
schwierigen Lage Portugals in Beziehung. Die Zeitung „O Primeiro
de Janeiro“ aus Porto äußert etwa die Erwartung, die Regierung werde „die
Euphorie rund um den Besuch Benedikt XVI. und die Fußball-Meisterschaft von Benfica Lissabon nutzen, um Steuererhöhungen anzukündigen“.
Die Wirtschaftszeitung „Jornal de Negocios“
erinnert daran, dass „Benedikt XVI. eine starke Rolle des Staates verteidigt“.
Über die Situation der katholischen Kirche in Portugal selbst titelt die „Correio da Manha“: „Benedikt XVI
will den Rückgang der Beichtzahlen aufhalten“. Die Zeitung „24 horas“ verweist darauf, dass die Vulkanasche aus Island
auch den Papstbesuch behindert. So habe die Schließung des Flughafens von
Funchal auf der Atlantikinsel Madeira dazu geführt, dass die „Jungfrauenstatue,
die den Papst begleiten sollte, in Funchal zurückbleibt“. Rv
12
Käßmann auf dem Kirchentag. Vor mir die Sintflut
Nach etwa achtzig Tagen kehrt die
frühere Landesbischöfin Margot Käßmann auf dem
Kirchentag in die Öffentlichkeit zurück. Und sie knüpft mit ihrer Kritik am
Afghanistan-Einsatz an Forderungen aus der Zeit vor ihrem Rücktritt an. Von
Reinhard Bingener, München
Wenige Minuten bevor Margot Käßmann am Donnerstagmorgen die Halle C1 der Münchner Messe
betritt, sind die Türen schon geschlossen: Der Saal ist überfüllt; die zumeist
jugendlichen Ordner müssen die noch Kommenden zurückweisen. Etwa 6000 Kirchentagsbesucher, von denen die meisten auf den
Papphockern einen Platz für sich finden, können der Rückkehr der vor etwa
achtzig Tagen zurückgetretenen EKD-Ratsvorsitzenden auf die Bühne der
Öffentlichkeit beiwohnen.
Sie werden noch einmal erleben können,
was Käßmanns Wirken als Bischöfin einzigartig gemacht
hat: Ihr theatralisches Talent, das intuitive Spiel mit den Insignien des
Amtes. Erinnert das weiße Schulterkleid über der schwarzen Bluse nicht an die Mozetta, den Schulterkragen katholischer Bischöfe? Und nahm
der weiße Saum ihres schwarzen Oberteils, das sie am Mittwoch bei der
Vorstellung ihres neuen Buches am Marienplatz trug, nicht eine feminine Anleihe
beim lutherischen Beffchen?
Jedenfalls haben die Wirbelstürme des
Winters, der Streit über Afghanistan und ihre Fahrt unter Alkoholeinfluss,
zumindest äußerlich kaum Spuren bei der früheren hannoverschen Landesbischöfin
hinterlassen. Margot Käßmanns Lächeln hat seine
Frische nicht verloren.
Und der Bibelarbeit, die sie noch als
Ratsvorsitzende zugesagt hatte, merkt man an, dass sie sich für deren
Vorbereitung viel Zeit nehmen konnte - frei von dem Druck, der ihr während der
kurzen Zeit als Ratsvorsitzender immer schwerer zusetzte. Sie hat den
Bibeltext, Gottes Bund mit Noah, vermessen, die großen Alttestamentler ihrer
Studienzeit, Gerhard von Rad und Claus Westermann, konsultiert, Zitate zusammengesucht
- von Nietzsche, von Hilde Domin, natürlich von Luther.
Kapitel neun der Genesis erzähle von
einem veränderten Gott, der den Zorn der Sintflut hinter sich gelassen habe,
lautet der Tenor ihrer Auslegung. Gott schließe mit Noah einen Bund, weil er
sich dazu bereitgefunden habe, sich auch auf eine zweitbeste aller Welten
einzulassen, nachdem die Bosheit der Menschen das Geschöpf von seinem Schöpfer
entfremdet hatte und Kain seinen Bruder Abel
erschlagen hat. Nun, nach dem Bund mit Noah, gebe es Rettung auch für das
Schilfrohr, das geknickt ist, und den Docht, der nur noch glimmt, sagt Käßmann in Anspielung auf ein Wort Jesajas.
Den „Sintfluterlebnissen“
des menschlichen Leben, „weil eine schwere Krebserkrankung diagnostiziert wird,
weil der Ehepartner dich verlässt“, habe Gott, wie es im Bibeltext heißt, den
Regenbogen als Zeichen seines Bundes mit der Welt entgegengesetzt - als
„gemalte Tafel“, die zugleich den vergangenen Zorn wie die gegenwärtige Gnade
anzeigt, wie es in Luthers Auslegung heißt.
Entschiedenheit in der Stimme
Bis zu diesem Punkt ist es eine
gekonnte Darbietung all dessen, was die evangelische Kirche seit dem Rücktritt
Margot Käßmanns vermisst: Die sprachliche Eleganz,
den sicheren Griff zum verständlichen wie treffenden Zitat, die Gabe, die
eigene Lebensgeschichte für das Evangelium durchsichtig zu machen. Von dem
Groll, den sie, wie zu hören ist, immer noch in sich trägt, ist kaum etwas zu
spüren. Bis zu dem Zeitpunkt, als sich ihre Auslegung vom Bibeltext löst: „Wie
sieht es denn aus in Afghanistan?“, ruft Margot Käßmann
nun in die Halle. Entschiedenheit legt sich in ihre Stimme.
„Ich wünsche mir weiterhin mehr
Phantasie für den Frieden! Und ich lasse mich gerne lächerlich machen, wenn
Menschen mir sagen, ich sollte mich mit Taliban in ein Zelt setzen.“ Lieber sei
sie „naiv und überzeugt“ als sich der „Logik und Praxis von Waffenhandel und
Krieg“ zu beugen. Sie zählt die Namen der sieben kürzlich gefallenen deutschen
Soldaten auf: Vorname, Nachname, Alter; Vorname, Nachname, Alter. Dann zählt
sie die Namen von Afghanen auf, die beim Bombardement der Tanklastzüge am 4.
September 2009 bis zur Unkenntlichkeit verkohlten: wieder Vorname, Nachname,
Alter.
Kampfzone: Eifer und Standhaftigkeit
Margot Käßmann,
die als junge Frau 1983 mit Hunderttausenden Friedensbewegten im Bonner
Hofgarten gegen den Nato-Doppelbeschluss demonstrierte, prangert an, dass die
Ausgaben für den Militäreinsatz nach wie vor in keinem Verhältnis zu den
Aufwendungen für den zivilen Wiederaufbau stünden: 1,5 Milliarden Euro hier,
250 Millionen Euro da. „Ich kann keinen Vorrang für Zivil erkennen!“ Die
Theologin präsentiert ihren Eifer und ihre Standhaftigkeit, die ihre Gegner in
Politik und Publizistik, wie sie glaubt, für den Trotz einer einfach
gestrickten Frau halten. Das ist die Karte der Kampfzone, die sie für sich
angefertigt hat. Selbst bei ihrem Rücktritt hat sie sich an ihr orientiert.
Dass einige der vermeintlichen Feinde
ihr vielleicht gar nicht übelwollten und manchen Teilen ihrer Kritik durchaus
zustimmen konnten, aber nur die Argumente vermissten, kann sie nicht
nachvollziehen. Margot Käßmann bleibt dem
apodiktischen Tonfall treu. Denn „auch Noah hat eine Arche gebaut und wurde
belächelt, als Träumer, als Spinner“. Faz 15
ÖKT: Marx und Friedrich beschwören Geist der Ökumene
Der Münchner Erzbischof Reinhard Marx
beklagt in der Ökumene zu geringe Ansprüche auf Seiten der evangelischen
Kirche. „Der evangelischen Seite scheint inzwischen statt sichtbarer Einheit
die wechselseitige Anerkennung zu genügen. Das ist nicht unsere Vorstellung von
Ökumene“, sagte Marx der „Frankfurter Allgemeinen Zeitung“ (Mittwoch). Mit
Blick auf den 2. Ökumenischen Kirchentag, der am Abend in München beginnt, rief
Marx Katholiken und Protestanten dazu auf, „mit Leidenschaft aufeinander
zuzugehen“, ohne das Trennende zu übersehen. Zwischen katholischer und
orthodoxer Seite sei das Gespräch über den Primat in der Kirche während des
Pontifikats von Papst Benedikt XVI. weit vorankommen, fügte Marx hinzu. Dagegen
herrsche zwischen Katholiken und Protestanten in der Amtsfrage „Stillstand“.
Eine sichtbare Kirchengemeinschaft sei aber Voraussetzung für eine gemeinsame
Eucharistiefeier. Der evangelische Landesbischof Johannes Friedrich erklärte in
demselben Interview, das Hauptproblem sei nicht das unterschiedliche
Verständnis vom Primat des Papstes, sondern die Auffassung vom Bischofsamt.
„Wenn wir uns da annähern könnten, dann wäre die Frage des Primates gar nicht
mehr so schwierig“, sagte der bayerische Landesbischof. Er stehe zu seinem
Vorschlag, den Papst als gemeinsamen Sprecher der Christenheit anzuerkennen.
„Es täte der Christenheit einfach gut“, so Friedrich. Der Papst müsse dafür
jedoch die evangelische Kirche anerkennen.
ÖKT: „Ein Hoffnungsstrahl“ - Damit Ihr Hoffnung habt – unter diesem Motto startet an diesem
Mittwochnachmittag der Zweite Ökumenische Kirchentag in München. Ein
Hoffnungsstrahl soll ausgehen vom Ökumenischen Kirchentag - nach innen und nach
außen. Das wünscht sich der Münchner Erzbischof Reinhard Marx. Im Interview mit
Radio Vatikan betonte er, der ÖKT sei vor allem für die katholische Kirche ein
Chance, in der aktuellen Missbrauchskrise nicht im eigenen Jammer zu verharren,
sondern die Misere konkret anzupacken.
„Eine Krise ist immer auch ein
Wendepunkt. Und es wäre noch verheerender, wenn die Kirchen ihre Krisen, die
sie immer wieder erlebt, nicht als Herausforderung des Heiligen Geistes sehen
würde. Dann hätte sie noch einmal den Glauben verraten und die Hoffnung klein geschrieben. Insofern kann der ökumenische Kirchentag
auch eine Ermutigung sein, das ganze Leben der Kirche anzuschauen und sich neu
auf den Weg zu machen, so sehe ich es jedenfalls, und die Aufgabe der Kirche
nicht zu vernachlässigen, die Hoffnung vor der ganzen Welt zu bezeugen und
nicht nur an den eigenen Fortbestand und an den eigenen Problemen, sich zu
orientieren.“
Der ÖKT in München sei ein wichtiger
Schritt auf dem gemeinsamen Weg zur Einheit, so Marx weiter. Ökumene sei aber
kein Koalitionsgespräch, wo es darum geht Überzeugungen aufzugeben, um einen
Minimalkonsens zu finden, so der Erzbischof. Es sei heilsam, dass Kirchen
miteinander streiten, um sich besser zu verstehen:
„Wir sind verpflichtet von Jesus
selbst, alles zu tun, um das gemeinsame Zeugnis der Christen in dieser Welt
voranzubringen und deswegen kann das überhaupt keine Nebensache sein, da wo wir
aus eigener Schuld auseinander gegangen sind….Das zu überwinden durch Gebet und
auch durch unsere Anstrengung, das ist eine Hauptsache, dass
kann ich nicht zur Nebensache erklären.“
Ganz besonders freue er sich über das
Grußwort des Papstes an den ÖKT, sagte Marx. Als Katholik freue es ihn, wenn
auch bei der Muttergottes in Fatima für die Einheit der Christen gebetet wird.
ÖKT: Appell von Kirche und Politik -
Kurz vor Beginn des Ökumenischen Kirchentages (ÖKT) haben die Spitzen von Staat
und Kirchen in Deutschland die Nähe der christlichen Konfessionen
hervorgehoben. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof
Robert Zollitsch, bezeichnete den „Weg des
ökumenischen Miteinanders“ als „unumkehrbar“. Der amtierende Ratsvorsitzende
der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Präses
Nikolaus Schneider, würdigte den ÖKT, der in München stattfinden wird, als
wichtigen Impuls für das Verhältnis zwischen Protestanten und Katholiken.
Bundespräsident Horst Köhler appellierte an den Willen der Kirchen zu weiterer
Annäherung in der Abendmahlfrage.
In der Münchner Innenstadt findet am
Mittwochabend nach dem Eröffnungsgottesdienst auf der Theresienwiese
der „Abend der Begegnung" statt. Dazu erhofft sich der Ordinariatsrat
und ÖKT-Beauftragte des Erzbistums München-Freising, Armin Wouters, einen
wichtigen Impuls für die kommenden Tage.
„Ich glaube, der Impuls kann von diesem
Begegnungsabend dahin ausgehen, dass Christen tatkräftig in unseren Orten
mithelfen. Wir brauchen aktive Menschen, die etwas anpacken wollen. Der
Kirchentag insgesamt wird zeigen, dass Christen Menschen sind, die mit Verstand
und Herz etwas bedenken und durchdenken. Sie tragen dazu bei, dass die
Gesellschaft menschwürdig gestaltet wird.“
Linn Rother, Projektleiterin des
„Abends der Begegnung“ in der Geschäftsstelle des 2. ÖKT, stellt uns das
Treffen genauer vor.
„Die Besucher können an diesem Begegnungsabend
mit einem ganz bunten Programm rechnen. Es soll nicht nur die Verpflegung im
Vordergrund stehen, sondern vor allem das Vorstellen der eigenen Arbeit und
Region. Die Jugendverbände präsentieren sich mit Mitmachaktionen. Der Besucher
kann ganz lebensnah erfahren, wie kirchliche Arbeit heute aussehen kann.“ (kipa/kna 12)
Missbrauchsvorwürfe. Ermittlungen gegen Mixa eingestellt
Missbrauch nein, Gewalt ja: Gegen den
zurückgetretenen Augsburger Bischof Mixa wird nicht
mehr wegen sexuellen Missbrauchs Minderjähriger ermittelt. Ein Sonderermittler
nannte aber Vorwürfe der „schweren körperlichen Züchtigung“ glaubhaft. Die
Taten sind schon verjährt.
Der Verdacht des sexuellen Missbrauchs
Minderjähriger gegen den zurückgetretenen Augsburger Bischof Walter Mixa hat sich nicht erhärtet. Die Staatsanwaltschaft
Ingolstadt stellt ihre Vorermittlungen ein. „Ein Tatnachweis hinsichtlich eines
sexuellen Missbrauchs ist nicht zu führen“, sagte der Leitende Oberstaatsanwalt
Helmut Walter am Freitag der dpa. Die „Augsburger Allgemeine“ berichtete
ebenfalls über die Einstellung der Vorermittlungen.
Unterdessen werden die Gewaltvorwürfe
massiver. „Sonderermittler“ Sebastian Knott hat den vorläufigen
Abschlussbericht über das Verhalten Mixas als
Stadtpfarrer von Schrobenhausen gegenüber Kindern aus einem örtlichen Heim
sowie über sein Finanzgebaren als Vorsitzender des Stiftungsrates jenes Heimes
vorgelegt. So soll Mixa oft mit der Faust und einem
Stock zugeschlagen haben. Die Aussagen der ehemaligen Heimkinder aus dem
Kinderheim St. Josef seien glaubwürdig, erläuterte Knott. Einige seien während
der Gespräche in Tränen ausgebrochen. Ein Mädchen sei unter den Schlägen
zusammengebrochen. „Er sagte oft Sätze wie: „In Dir ist der Satan, den werde
ich Dir schon austreiben““, zitierte Knott einen ehemaligen Heimjungen. Die
dort beschäftigten Nonnen hätten Mixa oft mit den
Worten „Hau nei...hau nei...“
angestachelt. Strafrechtlich seien die Vorwürfe allerdings verjährt.
Mixa
als Opfer „altliberaler“ Kräfte?
Bis auf das späte Eingeständnis,
möglicherweise die eine oder andere „Watschen“ ausgeteilt zu haben, hat Mixa alle Vorwürfe wegen seiner Lebens- und Amtsführung
stets von sich gewiesen. Ende April wandte sich Mixa
indes mit der Bitte an Papst Benedikt XVI., er möge ihn vom Amt des Bischofs
von Augsburg und des Katholischen Militärbischofs für die Deutsche Bundeswehr
entpflichten. Nach einem Gespräch mit dem Freiburger Erzbischof Zollitsch, dem Erzbischof von München und Freising, Marx,
und dem Augsburger Weihbischof Losinger nahm der
Papst den Rücktritt Mixas am vergangenen Samstag an.
Der 69 Jahre alte Geistliche hielt sich damals seit vierzehn Tagen in einer
Schweizer Klinik auf, die über ausgedehnte psychiatrische Abteilungen verfügt.
Die Annahme des Rücktritts wurde von der
Meldung überschattet, dass das Bistum Augsburg Hinweise auf mutmaßliche
Verfehlungen Mixas als Bischof von Eichstätt
gegenüber Minderjährigen der Staatsanwaltschaft zugeleitet habe. Diese waren
dem Bistum Augsburg in glaubhafter Weise aus Eichstätt zugetragen worden und
wurden daraufhin Gegenstand von Gesprächen mit der Münchner
Generalstaatsanwaltschaft, Erzbischof Marx und Erzbischof Zollitsch.
Der Verdacht wurde auch Mixa zugetragen. Daraufhin
machte eine von katholischen Ultrakonservativen betriebene Website, auf der Mixa als Opfer „altliberaler“ Kräfte in der Kirche
dargestellt wird, einen Mann namhaft, der das Opfer Mixas
gewesen sein soll. Der heute 26 Jahre alte vormalige Eichstätter Dom-Ministrant
ließ dann über einen Anwalt verbreiten, er sei das vermeintliche Opfer Mixas nicht.
In den Reihen der Justiz wie in der
Kirche waren die Vorhaltungen gegen Mixa unter
anderem deswegen nicht abgetan worden, weil es in den Bistümern Augsburg und
Eichstätt Geistliche gibt, denen sich Stadtpfarrer Mixa
unsittlich genähert haben soll. Entsprechende Aussagen der damals noch
angehenden Priester befinden sich in dem Dossier, das Papst Benedikt XVI.
vorlag, als er über den Rücktritt Mixas entschied.
D.D., Faz 14
Prügel-Vorwürfe. "Warte nur, bis Mixa kommt"
Das Sündenregister von Walter Mixa nahm immer dramatischere Ausmaße an: Prügel für
Heimkinder, Unterschlagung von Stiftungsgeld - und dann auch noch sexueller
Missbrauch? Letzteres hat sich nicht erhärtet.
Umso deutlicher tritt nun zutage, wie
grausam der zurückgetretene Bischof von Augsburg in seiner Zeit als
Stadtpfarrer von Schrobenhausen in den 1970er Jahren Heimkinder behandelte.
Sonderermittler Sebastian Knott berichtet von Schlägen mit der Faust, dem Stock,
dem Gürtel.
Fast zeitgleich wird am Freitag
bekannt: Während die Staatsanwaltschaft in Ingolstadt das Ende der
Vorermittlungen wegen des Verdachts auf sexuellen Missbrauchs verkündet, nennt
Knott in Schrobenhausen erschütternde Details zum Umgang Mixas
mit den Kindern im Waisenhaus St. Josef. Die Aussagen ehemaliger Heimkinder
seien glaubwürdig, versichert er.
„Du landest im Fegefeuer" - In
seinem 39-seitigen Abschlussbericht führt Knott in eine Zeit im katholischen
Waisenhaus von Schrobenhausen zurück, die ohne Zweifel als düster bezeichnet
werden muss. Es waren die 70er und 80er Jahre, und der aufstrebende junge
Geistliche Mixa war Stadtpfarrer in dem für seinen
Spargel bekannten Städtchen. Doch was die Mädchen und Jungen im Waisenhaus
erlebten, war nach dem Bericht Knotts schlicht
furchterregend.
"Warte nur, bis Mixa kommt", dieser Ausspruch der Nonnen war eine von
den Kindern oft gehörte Bedrohung. Es sei bekannt gewesen, dass der Pfarrer
streng sei und häufig prügele, sagte Knott.
Die Verdachtsmomente des sexuellen
Missbrauchs datieren aus der Zeit, als der heute 69-jährige Mixa
Oberhirte in Eichstätt war. Ein Bischof, des sexuellen Missbrauchs verdächtigt
- in Österreich hatte es vor 15 Jahren zu einer Kirchenkrise geführt, als
bekanntgeworden war, dass der Wiener Kardinal Hans Hermann Groer sich an
Jugendlichen vergangen haben soll und der Vatikan unentschlossen handelte.
Bei Mixa
sollte es anders laufen. Ungewöhnlich schnell entsprach Rom der
Rücktrittsbitte. Hätte sich der Verdacht des sexuellen Missbrauchs erhärtet -
die Sprengkraft wäre immens gewesen für die Kirche in Deutschland: Da hätte ein
Mann mit so einer Vergangenheit jahrelang auf einem Bischofsstuhl gesessen und
als Militärbischof die Seelsorge in der Bundeswehr betreut.
Aber auch der Bericht, den Knott in
Schrobenhausen vorstellte, schockiert: Mit einem Vokabular, das eher an die
Zeit der Inquisition erinnert, soll Mixa die
Heimkinder zwischen 1975 und 1996 bedroht haben. "Du landest im
Fegefeuer", soll er gesagt haben und auch "Ich werde dir schon die
schmutzigen Gedanken austreiben". Die Nonnen des Heimes sollen ihn beim
Prügeln sogar angestachelt haben.
Knotts
Bericht spart Einzelheiten nicht aus: "Herr Mixa
zog ihm die Hose herunter und prügelte mit einem Stock auf den nackten Hintern.
Nach fünf bis sechs Schlägen begann der Betroffene zu weinen. Danach brach der
Stecken ab und Herr Mixa lockerte seinen Hosengürtel
und schlug weitere fünf- bis sechsmal auf seinen Hintern." Mixa hatte zunächst geleugnet, Heimkinder geprügelt zu
haben.
Dazu passt ein Detail, das Knott
vortrug: Er habe eine E-Mail eines Priesters erhalten, der engen Kontakt zu Mixa hatte. Im Zuge der Wiener Groer-Affäre 1995 soll Mixa gesagt haben: Wenn ihm so etwas passieren sollte - er
würde lügen. (dpa/AFP 15)