Notiziario religioso  17-18  Maggio  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 17 maggio. Il commento al Vangelo. “Crediamo che sei uscito da Dio”  1

2.       Martedì 18 maggio. Il commento al Vangelo. “È giunta l'ora”  1

3.       San Pietro, 200 mila per il Papa. «È il peccato il vero nemico»  2

4.       Il Papa in Portogallo - La risposta più bella. A chi immagina la Chiesa lontana dal Papa  2

5.       Il mondo senza Dio cade nella violenza  2

6.       Il Papa in Portogallo - Le attese e le certezze. Il quarto giorno: l’incontro a Oporto  3

7.       Chiesa perseguitata? Sì, dai peccati dei suoi figli 3

8.       Kirchentag. L’unità dei cristiani  è “un obiettivo inequivocabile”  5

9.       Kirchentag. La ricchezza „incommensurabile“ delle diversità  5

10.   Il Papa in Portogallo - Ciò che affascina. Il terzo giorno a Fatima  5

11.   Il primo mea culpa sulla chiesa di oggi 6

12.   Il Papa in Portogallo - Il sentiero della verità. Il secondo giorno con l’arrivo a Fatima  6

13.   L'arcivescovo di Dublino: «Nella Chiesa c'è chi non vuole verità sugli abusi»  7

14.   Il Papa in Portogallo - La sapiente visione. Il primo giorno del viaggio verso Fatima  7

15.   Procedimento Crocifisso nelle scuole. Acli e ZDK di essere ammessi come "parte terza"  8

16.   Conclusione del corso nazionale di formazione nelle comunità cattoliche italiane del Belgio  8

17.   I tre pilastri. Religioni, culture e diritti umani 9

18.   Conferenza internazionale sul dialogo tra religioni e culture  9

 

 

1.       Auf dem Petersplatz: Demo mit 200.000 Menschen. Gebete für Missbrauchsopfer 9

2.       Ökumenischer Kirchentag zu Ende gegangen  10

3.       ÖKT: Kirchentag diskutiert über die Krise  10

4.       Ökumenischer Kirchentag. Applaus bekommen die Kritiker 11

5.       Kirchentag mit Haken. Papst grüßt und spricht von "Unkraut"  11

6.       Papst an portugiesische Bischöfe: „Stärkt Priester und Laien!“  12

7.       Ökumenischen Kirchentag. Viele Zeichen, kein Impuls  12

8.       Bischof Ackermann kritisiert Missbrauchsdebatten beim ÖKT  13

9.       Kirchentag. "Wir können nicht auf Rom hoffen"  13

10.   „Konfessionsgemischte Ehen zur Kommunion zulassen“  14

11.   Friedrich wirbt für Kompromiss zum gemeinsamen Abendmahl 14

12.   Angela Merkel beim Kirchentag. Die Kanzlerin kann nur hoffen  14

13.   Am Hauptziel der apostolischen Reise  15

14.   Papst in Portugal: „Unsere Gesellschaft vernachlässigt die Tradition“  15

15.   Käßmann auf dem Kirchentag. Vor mir die Sintflut 16

16.   ÖKT: Marx und Friedrich beschwören Geist der Ökumene  16

17.   Missbrauchsvorwürfe. Ermittlungen gegen Mixa eingestellt 17

18.   Prügel-Vorwürfe. "Warte nur, bis Mixa kommt"  17

 

 

 

Lunedì 17 maggio. Il commento al Vangelo. “Crediamo che sei uscito da Dio”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 16,29-33) commentato da P. Lino Pedron 

 

29 Gli dicono i suoi discepoli: «Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini. 30 Ora conosciamo che sai tutto e non hai bisogno che alcuno t'interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». 31 Rispose loro Gesù: «Adesso credete? 32 Ecco, verrà l'ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me.

33 Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!».

In questo brano il linguaggio di Gesù è giudicato chiaro dai discepoli. Il fatto che Gesù conosca tutti i pensieri prima che siano espressi suscita la loro professione di fede nella sua onniscienza e nella sua origine divina.

Essi credono di avere compreso il segreto della persona di Gesù e di possedere una fede adulta in Dio, ma il Maestro non si lascia lusingare da questa professione di fede, anzi prende motivo da essa per predire l’imminente defezione dei discepoli durante il suo arresto: essi non crederanno più e torneranno ai loro interessi, abbandonandolo.

Gesù, però, nonostante l’abbandono dei discepoli, non rimane solo, perché è sempre unito al Padre: egli è una cosa sola con il Padre (Gv 10,30.38).

Al termine del discorso Gesù ritorna sul tema della gioia e della sofferenza dei discepoli per invitarli alla fiducia: la vittoria finale sarà del Cristo e dei suoi amici.

Gesù ha vinto il mondo, disarmandolo con l’amore: alle ricchezze ha preferito la povertà, agli onori l’umiltà, la croce e la trasparenza di vita. Egli ha scelto ciò che conta nella vita e non l’effimero.

"Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!". Con questo grido di vittoria termina il secondo e ultimo discorso di Gesù nell’ultima cena. De.it.press

 

 

 

 

Martedì 18 maggio. Il commento al Vangelo. “È giunta l'ora”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 17,1-11a) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. 2 Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3 Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. 4 Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare. 5 E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse.

6 Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. 7 Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8 perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. 9 Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. 10 Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro. 11 Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te.

Tra i due lunghi discorsi dell’addio e il racconto della passione, Giovanni inserisce una solenne preghiera di Gesù al Padre. Questa preghiera è stata chiamata "sacerdotale" perché presenta Gesù come il sommo sacerdote che intercede per i suoi fratelli (1Gv 2,1-2; Rm 8,34; Eb 4,15; 7,25).

Ciò nonostante, la preghiera di Gesù è segnata profondamente dallo scoccare della sua "ora" (v. 1): la glorificazione del Figlio, la protezione paterna dei discepoli e l’unità dei credenti.

Il genere letterario di questa preghiera rientra negli schemi dei testamenti o discorsi di addio dei patriarchi (Dt 32 e 33, ecc.). In questo capitolo Gesù esprime le sue ultime volontà in forma di preghiera al Padre. L’uso del verbo "voglio" (v. 24) conferma il valore di testamento spirituale di questo capitolo.

La sublime preghiera del capitolo 17 chiude il vangelo di Giovanni prima del racconto della passione, morte e risurrezione di Gesù. Per il suo carattere poetico forma una grande inclusione con il prologo.

Il Cristo prega il Padre elevando gli occhi al cielo come aveva fatto prima di risuscitare Lazzaro (Gv 11,41); il cielo, nel linguaggio degli antichi, è considerato il luogo della dimora di Dio.

Gesù chiede al Padre di glorificare il Figlio suo perché l’"ora" è giunta, ossia è già iniziata la parte finale della sua vita, nella quale egli è glorificato con la sua passione, morte e risurrezione.

In questo testo si afferma che è il Padre l’autore di questa glorificazione e che la glorificazione del Figlio è contemporaneamente la glorificazione del Padre. Gesù glorifica il Padre compiendo l’opera di rivelazione e di salvezza affidatagli dal Padre. Ha ricevuto la missione di donare la vita eterna a tutti gli uomini che vorranno diventare suoi discepoli.

Nel v. 3 è proclamato in che cosa consista la vita eterna: nel conoscere l’unico vero Dio e colui che egli ha mandato, Gesù Cristo. Questa conoscenza deve essere intesa in senso biblico, come sinonimo di comunione vitale, intima, profonda. La vita eterna consiste nella comunione con il Padre e con il Figlio suo.

Gesù, alla fine della sua missione rivelatrice, proclama di aver glorificato il Padre sulla terra portando a termine in modo perfetto l’opera affidatagli da Dio. Quest’opera di rivelazione e di salvezza raggiunge il compimento pieno e perfetto sulla croce (Gv 19,28.30). Qui l’amore di Gesù per i suoi amici raggiunge la perfezione.

Il Verbo di Dio, prima dell’incarnazione, possedeva la gloria divina, frutto dell’amore eterno del Padre (Gv 17,24). Assumendo la natura umana nella sua fragilità e debolezza (Gv 1,14), il Figlio di Dio occultò la sua gloria divina (Fil 2,6-7) e la manifestò a sprazzi durante la sua vita terrena (Gv 1,14; 2,11; Lc 9,31). La gloria divina sarà comunicata alla natura umana del Figlio di Dio, in tutto il suo splendore, con la sua esaltazione sulla croce e con la sua risurrezione e ascensione al cielo.

Dal v. 6 in avanti Gesù parla degli uomini che il Padre gli ha dato dal mondo. I discepoli sono uno dei doni più preziosi concessi da Dio a suo Figlio; essi sono proprietà del Padre, ma sono stati dati a Gesù. A questi amici il Cristo ha rivelato il nome del Padre e continuerà a manifestarlo affinché il suo amore sia in essi (Gv 17,26). Il Figlio è la manifestazione dell’amore di Dio per l’umanità (Gv 3,16). Il nome del Padre indica la persona di Dio in quanto Padre, che è la fonte della vita divina del Figlio.

Dinanzi alla manifestazione di Dio come Padre, i discepoli hanno reagito custodendo la sua parola, cioè credendo in modo concreto e dimostrando di amare seriamente il Padre. Gesù ha ricevuto tutto in dono dal Padre e ha donato tutto ai discepoli. La fede dei discepoli ha per oggetto anche l’origine divina di Gesù mandato dal Padre: essi hanno creduto che egli è uscito dal Padre ed è stato inviato da lui (v. 8).

Gesù precisa che la sua preghiera è per i credenti e non per il mondo tenebroso, perché esso si esclude da solo dalla vita e dalla salvezza rifiutando volontariamente la rivelazione del Figlio di Dio. Gesù non prega per il mondo, inteso come la personificazione delle potenze occulte del male che lottano contro il Padre e contro il suo Inviato.

Egli prega invece per i suoi, perché li ama di un amore fortissimo e concreto (Gv 13,1). Li affida al Padre affinché li custodisca nel suo nome, perché sono sua proprietà: il Padre e il Figlio hanno tutto in comune.

Come il Padre è glorificato nel Figlio (Gv 13,31-32; 14,13), così il Figlio è glorificato nei discepoli (Gv 17,10) attraverso la loro testimonianza, resa possibile dall’azione dello Spirito Santo nel loro cuore (Gv 15, 26-27). In questo modo Gesù sarà glorificato dallo Spirito della verità (Gv 16,14).

Gesù rivolge la sua preghiera al Padre a favore degli amici che rimangono nel mondo mentre egli torna al Padre. L’espressione "Padre santo" è esclusiva di questa preghiera sacerdotale e indica la trascendenza increata di Dio, la sua essenza, la sua maestà rivelata nella gloria. Il nome santo del Padre "è come un tempio, come un luogo nel quale Gesù domanda che i credenti siano custoditi" (De La Potterie). Con tale protezione Dio si manifesta come Padre e si fa conoscere come il Santo, il Dio trascendente e onnipotente. De.it.press

 

 

 

 

San Pietro, 200 mila per il Papa. «È il peccato il vero nemico»

 

Benedetto XVI: «Il male spirituale può contagiare anche i membri della Chiesa», ma «proseguiamo con fiducia» - giornata di solidarietà promossa dalla Cnal, Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali

 

ROMA - Circa 200 mila persone sono affluite domenica mattina in piazza San Pietro per la giornata di solidarietà verso Benedetto XVI, promossa dalla Cnal (Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali) dopo la bufera dello scandalo pedofilia che ha coinvolto la Chiesa. Da tutta Italia sono arrivati gli appartenenti ai movimenti ecclesiali e alle associazioni cattoliche che intendono stringersi intorno al Papa per testimoniargli il loro appoggio e sostegno. Molte le famiglie, i fedeli delle parrocchie romane e delle diocesi italiane. Sul colonnato un grande striscione, affisso dalla Cnal, con la scritta «Insieme con il Papa». Su altri due grandi striscioni con frasi dello stesso Ratzinger: «È nella Comunione della Chiesa che incontriamo Gesù» e «Non abbiate paura, Gesù ha vinto il male».

LA RICONOSCENZA DEL PAPA - Benedetto XVI, affacciato alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano, dopo la recita del «Regina Coeli» (preghiera che fino a Pentecoste sostituisce l'«Angelus») ha ringraziato i fedeli per «questa bella e spontanea manifestazione di fede e di solidarietà». «Cari amici - ha detto - voi oggi mostrate il grande affetto e la profonda vicinanza della Chiesa e del popolo italiano al Papa e ai vostri sacerdoti, che quotidianamente si prendono cura di voi, perché, nell'impegno di rinnovamento spirituale e morale possiamo sempre meglio servire la Chiesa, il Popolo di Dio e quanti si rivolgono a noi con fiducia».

 

«IL VERO NEMICO E' IL PECCATO» - «Il vero nemico da temere e da combattere è il peccato, il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa», ha detto poi Papa Benedetto XVI. «Viviamo nel mondo - ha aggiunto il Papa - ma non siamo del mondo. Noi cristiani non abbiamo paura del mondo, anche se dobbiamo guardarci dalle sue seduzioni. Dobbiamo invece temere il peccato e per questo essere fortemente radicati in Dio, solidali nel bene, nell'amore, nel servizio». «E' quello che la Chiesa, i suoi ministri, unitamente ai fedeli - ha detto il Pontefice - hanno fatto e continuano a fare con fervido impegno per il bene spirituale e materiale delle persone in ogni parte del mondo. E' quello che specialmente voi cercate di fare abitualmente nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti: servire Dio e l'uomo nel nome di Cristo. Proseguiamo insieme con fiducia questo cammino, e le prove, che il Signore permette, ci spingano a maggiore radicalità e coerenza».

LA PREGHIERA DI BAGNASCO - Alle 11, il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, aveva guidato la preghiera introduttiva, in cui si auspicava che la Chiesa, «fedele alla sua missione», e «purificata dalla penitenza, sia luogo di giustizia e di conforto per i credenti». Nella preghiera si chiedeva «misericordia e perdono per i nostri peccati, purificazione e forza per tutta la Chiesa». «Mediante il ministero dei sacerdoti - si aggiungeva in un altro passaggio -, dona loro di essere perseveranti nel servire la tua volontà». «Ascolta il grido di coloro che sono nel dolore - recitava ancora la preghiera - perché trovino giustizia e conforto, così che, partecipando alla vita della tua Chiesa, purificata dalla penitenza, possano riscoprire l'infinito amore di Cristo». Viene quindi invocato aiuto nel «cammino di conversione in questi tempi di apprensione e di speranza».

SOLDIARIETA' DA ASSISI - Sulla loggia della Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi, nel giorno in cui davanti alla chiesa sfileranno migliaia di persone che stanno partecipando alla Marcia della pace partita stamani da Perugia, i frati francescani hanno appeso uno striscione lungo cinque metri con i colori della pace, su cui si legge: «Dalla piazza di S. Francesco in Assisi a piazza San Pietro in Roma un'unica voce di sostegno alla missione del Papa: Santità conti su di noi per la sua mission di pace e di bene! I frati del S. Convento» .  CdS 16

 

 

 

 

 

Il Papa in Portogallo - La risposta più bella. A chi immagina la Chiesa lontana dal Papa

 

La folla che lo ha accolto in Portogallo, in particolare a Fatima, e l'abbraccio della gente in ogni luogo, dove ha sostato, sono stati la "risposta" più bella e anche più efficace a quanti vanno sostenendo la tesi dell'accrescersi di un distacco tra Benedetto XVI e la comunità ecclesiale.

Anche le immagini che in questi giorni sono arrivate dalla terra lusitana hanno detto e dicono il contrario, parlano di una Chiesa che, pur profondamente ferita e amareggiata, si è ritrovata più unita che mai attorno a Pietro per condividerne la sofferenza, la preghiera e la speranza.

"Sento che mi accompagnano la devozione e l'affetto": Benedetto XVI ha manifestato subito la sua gioia e la sua gratitudine per la straordinaria testimonianza del popolo portoghese. Fedele alla sua missione, dopo aver ricordato la difficoltà dell'ora, non ha mancato di offrire a tutti il suo pensiero e il suo insegnamento.

"Porto con me - ha ripetuto - le preoccupazioni e le attese di questo nostro tempo e le sofferenze dell'umanità ferita, i problemi del mondo".

Parole che sono entrate nel cuore e nella coscienza.

Un invito, anzi un appello, a non lasciare solo il Papa in una fatica che, seppur mai opprimente, è davvero grande.

Non lasciarlo solo significa vivere una prossimità, come quella del 16 maggio in piazza San Pietro, che è espressione di una testimonianza cristiana nell'ambito privato come in quello pubblico.

Il Papa ha chiesto e chiede di essere seguito nel pellegrinaggio della verità con i passi della fede e della ragione.

Ed è questa sua domanda in campo aperto - come da cinque anni accade - a suscitare le reazioni più forti da parte di chi si sente messo in discussione dal dialogo tra fede e ragione.

Questo Papa ha inquietato nel momento in cui ha spalancato le porte e ha fatto camminare la fede sulle strade della ragione. Ancor più l'ha fatta incontrare con la ragione.

Ha indicato, anche in Portogallo, questo incontro come decisivo per dare piena dignità alla persona umana, per restituire sacralità alla vita, per gustare la felicità, per osare la speranza.

Un pellegrinaggio festoso ma non per questo privo di pensieri, di domande, di attese.

I pellegrini sono testimoni e messaggeri. Nel ricordarlo Benedetto XVI ha richiamato lo stile del cristiano che cammina sulle strade del mondo.

"Il semplice enunciato del messaggio - ha ribadito alla fine della terza giornata del viaggio apostolico - non arriva fino in fondo al cuore della persona, non tocca la sua libertà, non cambia la vita. Ciò che affascina è soprattutto l'incontro con persone credenti".

Persone credenti, persone che rendono affascinante la fede attraverso la vita: è questa la bella avventura del cristiano.

In questa prospettiva, ha ricordato Benedetto XVI, "anche in un momento di fatica della Chiesa sta la gioia di essere cristiani, di vivere la Chiesa".

Davanti a lui lo spettacolo di un popolo in ascolto, un popolo fatto di molti giovani, un popolo immenso. Paolo Bustaffa

 

 

 

 

Il mondo senza Dio cade nella violenza

 

Omicidi, suicidi, sessualità precoce, aborti. Una quotidianità di misfatti imputabili a follia da scristianizzazione

  

   E’ passata quasi sotto silenzio la notizia della decisione del Santo Padre d’istituire un nuovo dicastero della Curia romana, presieduto dall’ar-civescovo e teologo Rino Fisichella e dedicato alla “neo evangelizzazione” dell’Occidente (Europa, Stati Uniti e America del Sud), dove sembra essersi oggi smarrito l’insegnamento del Cristianesimo, pur diffuso da secoli. Un’iniziativa di rilievo suggerita tempo fa, sembra, dal cardinale patriarca di Venezia, Angelo Scola, che avrebbe meritato più diffusione. Perché l’intenzione pontificia è dettata dalla consapevolezza che l’umanità occidentale, con il suo modo di vivere, di concepire le libertà personali, d’inficiare i rapporti umani, di comportarsi verso il prossimo, parenti, amici o sconosciuti che siano, dimostra di aver perso gran parte dei valori etici.

   E’ allucinante seguire le cronache quotidiane che raccontano di mam-me che affogano, bruciano o lanciano dalla finestra i propri neonati; di figli che uccidono i genitori; di coniugi o compagni che si scannano a vicenda; d’imprenditori che schiavizzano gli immigrati o di Forze dell’Or-dine che li picchiano senza motivo; di stupri, spesso conclusi con l’as-sassinio della vittima; di violenze gratuite dettate da bullismo, smania di potere, razzismo o, semplicemente, divertimento; di politici corrotti o facilmente corruttibili; di suicidi ed aborti in aumento. Comportamenti dettati da voglia di successo, di piaceri e di ricchezza, che spinge ad atti criminali.

   L’elenco, interminabile, certamente non è nuovo: già nella Bibbia e nella Storia si parla di Caino ed Abele o di Romolo e Remo; di uxoricidi, di tradimenti vendicati con la morte, di sanguinarie lotte intestine, di barbarie infinite delle quali lo sfruttamento degli schiavi era solo un esempio. Ma è insensato concluderne che è sempre stato così; che si deve solo alla maggiore diffusione, mediatica e televisiva, delle notizie se abbiamo la sensazione che le nostre società siano impazzite; che le aberrazioni di cui leggiamo rientrano nella natura umana e nel libero arbitrio riconosciutoci da Dio. In cosa consisterebbe il nostro progresso, se esso non portasse anche a moderare e controllare gli impulsi? 

   E’ follia quella che rovina le comunità e spinge a soddisfare ogni desi-derio, anche se perverso: secoli di primato della ragione e della fiducia reciproca andati in fumo, annientati da deliri di potere e di voluttà. Una follia cui contribuiscono spesso i programmi televisivi che regolarmente proiettano atti di violenza, di prepotenza, di sesso sfrenato, di corruzione. Non è da meno la stampa ove alcuni “esperti” (o, almeno, così dicono di essere) diffondono opinioni che rasentano il delirio, invitando perfino i giovanissimi a sperimentare tutte le emozioni. Come la Federica Fede-rico, la quale scrive che “fortunatamente il sesso ha da tempo smesso di essere un tabù ed i ragazzi lo approcciano con la massima serenità. Amarsi è un diritto di tutti, anche dei giovanissimi; purché la scelta di aprirsi al sesso sia libera, cosciente e slegata da ogni condizionamento. Ai giovani l’amore insegna ad aprirsi all’altro, a confrontarsi, a mettersi in gioco; in pratica amare serve a diventare adulti”

   Sarà, ma ciò significa sottovalutare il fatto che, per diventare adulti, occorre ben altro, il controllo di se stessi, l’osservanza delle regole e il rispetto dei valori morali. Porta a credere che tutto ciò che piace sia lecito e irrinunciabile; magari anche a pensare che si provi più piacere con una buona dose di droga: non a caso, secondo lo studio realizzato in vari Paesi Europei, Italia compresa, e pubblicato su BMC Health, la maggioranza dei giovani è convinta che, con la cocaina, il rapporto sessuale diventa più intenso. Se poi si aggiungono fiumi di alcool sparisce ogni forma di paura e d’inibizione, con l’inevitabile effetto devastante sulla persona. Droga ed alcool ormai diffusi ovunque, perfino nelle scuole. Il che, certo, non aiuta a controllare impulsi ed annebbiamenti della mente, con ciò che ne consegue: depressioni che magari spingono al suicidio e a violenze di ogni tipo. Sta di fatto che, nella maggioranza dei casi, il suicida o l’assassino sia soggetto, a detta dei medici, a labilità psicofisica. Duratura o momentanea che sia.

   Non intendo generalizzare; pur essendo frequenti ed in aumento, sono casi che non coinvolgono tutta la popolazione occidentale. Ma che si spiegano solo con la scristianizzazione che fa dimenticare che il prossimo va amato e rispettato. Sbaglia chi è convinto che il non credere in un Essere superiore rappresenti un progresso della nostra società: il risultato è sotto i nostri occhi: ricerca continua di emozioni, perdita del concetto del sacro e della vita anche in chi non scivola nella violenza fisica. Senza Dio non ci può essere umanità, tanto meno saggezza, perché “c’è nesso tra la crescita della follia e la perdita del Lume divino”. E a dirlo non sono io, bensì il laico Marcello Veneziani (il Giornale, 29/4).  Egidio Todeschini, de.it.press 

 

 

 

 

Il Papa in Portogallo - Le attese e le certezze. Il quarto giorno: l’incontro a Oporto

 

Nell’ultimo giorno del suo viaggio apostolico in Portogallo, il 14 maggio, il Papa è giunto a Porto, dove di mattina ha celebrato l’eucaristia nel Grande Piazzale di Avenida dos Aliados. Dopo la santa messa ha rivolto un saluto ai fedeli riuniti nella stessa Avenida dos Aliados. Poi si è recato all’Aeroporto internazionale di Porto, dove si è svolta la cerimonia di congedo, prima di ripartire per Roma.

 

Missione improrogabile. Riprendendo il passo degli Atti degli apostoli in cui Mattia fu associato agli undici apostoli, Benedetto XVI, nell’omelia della messa a Porto, ha ricordato le parole di Pietro: “Bisogna che uno divenga testimone, insieme a noi, della risurrezione”. L’attuale Successore di Pietro, ha affermato il Papa, “ripete a ciascuno di voi: Miei fratelli e sorelle, bisogna che diventiate con me testimoni della risurrezione di Gesù”. Il cristiano, infatti, “è, nella Chiesa e con la Chiesa, un missionario di Cristo inviato nel mondo”. Questa è “la missione improrogabile di ogni comunità ecclesiale: ricevere da Dio e offrire al mondo Cristo risorto, affinché ogni situazione di indebolimento e di morte sia trasformata, mediante lo Spirito Santo, in occasione di crescita e di vita”. Bisogna diventare “portatori di Gesù risorto nel mondo, recandolo ai diversi settori della società e a quanti in essi vivono e lavorano”. “Per esperienza personale e comune – ha sostenuto il Pontefice -, sappiamo bene che è Gesù colui che tutti attendono. Infatti le più profonde attese del mondo e le grandi certezze del Vangelo si incrociano nell’irrecusabile missione che ci compete, poiché ‘senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia’”. Tuttavia, “se questa certezza ci consola e ci tranquillizza, non ci esime dall’andare incontro agli altri. Dobbiamo vincere la tentazione di limitarci a ciò che ancora abbiamo, o riteniamo di avere, di nostro e di sicuro: sarebbe un morire a termine, in quanto presenza di Chiesa nel mondo, la quale, d’altronde, può soltanto essere missionaria nel movimento diffusivo dello Spirito”.

 

Nuove sfide. Sin dalle sue origini, ha sottolineato il Santo Padre, “il popolo cristiano ha avvertito con chiarezza l’importanza di comunicare la Buona Novella di Gesù a quanti non lo conoscevano ancora”. In questi ultimi anni, però, “è cambiato il quadro antropologico, culturale, sociale e religioso dell’umanità; oggi la Chiesa è chiamata ad affrontare nuove sfide ed è pronta a dialogare con culture e religioni diverse, cercando di costruire insieme ad ogni persona di buona volontà la pacifica convivenza dei popoli. Il campo della missione ad gentes si presenta oggi notevolmente ampliato e non definibile soltanto in base a considerazioni geografiche; in effetti ci attendono non soltanto i popoli non cristiani e le terre lontane, ma anche gli ambiti socio-culturali e soprattutto i cuori che sono i veri destinatari dell’azione missionaria del popolo di Dio”. Benedetto XVI ha anche rivolto un saluto alla gente riunita in piazza: “Sono felice di trovarmi in mezzo a voi e vi ringrazio per la festosa e cordiale accoglienza che mi avete riservata nella città di Porto, la ‘Città della Vergine’. Alla sua materna protezione affido le vostre vite e famiglie, le vostre comunità e strutture al servizio del bene comune, in particolare le università di questa città i cui studenti si sono dati appuntamento qui e mi hanno manifestato la loro gratitudine e la loro adesione al magistero del Successore di Pietro”.

 

Lievito della società. “Al termine della mia visita, rivive nel mio spirito la densità di tanti momenti vissuti in questo pellegrinaggio in Portogallo”. Sono le parole del Papa al momento del congedo all’aeroporto. Dopo aver espresso a tutti la sua “sincera gratitudine”, il Pontefice ha esortato: “Non cessi di crescere tra voi la concordia, che è essenziale per una salda coesione, via necessaria per affrontare con responsabilità comune le sfide che vi stanno dinnanzi. Continui questa gloriosa Nazione a manifestare la grandezza d’animo, il profondo senso di Dio, l’apertura solidale, retta da principi e valori impregnati di umanesimo cristiano”. A Fatima, ha confidato, “ho pregato per il mondo intero chiedendo che il futuro porti maggiore fraternità e solidarietà, un maggiore rispetto reciproco e una rinnovata fiducia e confidenza in Dio, nostro Padre che è nei cieli”. È stata per Benedetto XVI “una gioia essere testimone della fede e della devozione della comunità ecclesiale portoghese”: “Ho potuto vedere l’entusiasmo dei bambini e dei giovani, la fedele adesione dei presbiteri, dei diaconi e dei religiosi, la dedizione pastorale dei vescovi, la voglia di ricercare la verità e la bellezza evidente nel mondo della cultura, la creatività degli operatori della pastorale sociale, il vibrare della fede dei fedeli nelle diocesi che ho visitato”. “Il mio desiderio – ha concluso - è che la mia visita divenga incentivo per un rinnovato ardore spirituale e apostolico. Che il Vangelo venga accolto nella sua integralità e testimoniato con passione da ogni discepolo di Cristo, affinché esso si riveli come lievito di autentico rinnovamento dell’intera società!”.  Sir 14

 

 

 

Chiesa perseguitata? Sì, dai peccati dei suoi figli

 

 

È questa la "terrificante" attualità del messaggio di Fatima, secondo Benedetto XVI. Ma l'ultima parola nella storia è la bontà di Dio. Da accogliere con penitenza e spirito di conversione  - di Sandro Magister

 

ROMA  – Curiosamente, le parole più folgoranti del suo viaggio di quattro giorni in Portogallo, con al centro la visita a Fatima, Benedetto XVI le ha pronunciate prima di atterrare a Lisbona, quando ancora era in volo, la mattina di martedì 11 aprile.

 

E le ha pronunciate rispondendo ai giornalisti sull'aereo, apparentemente improvvisando.

 

In realtà erano parole ben meditate. Le domande gli erano state presentate in anticipo dal direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi. E il papa ne aveva scelte tre, di cui la terza riguardava il "segreto" di Fatima e lo scandalo della pedofilia.

 

Ecco questa terza domanda con la risposta del papa, nella trascrizione diffusa dagli uffici vaticani, tipica del linguaggio parlato:

 

D. – Veniamo a Fatima, dove sarà un po’ il culmine anche spirituale di questo viaggio. Santità, quale significato hanno oggi per noi le apparizioni di Fatima? E quando lei presentò il testo del terzo segreto nella sala stampa vaticana, nel giugno 2000, c’erano diversi di noi e altri colleghi di allora, le fu chiesto se il messaggio poteva essere esteso, al di là dell’attentato a Giovanni Paolo II, anche alle altre sofferenze dei papi. È possibile, secondo lei, inquadrare anche in quella visione le sofferenze della Chiesa di oggi, per i peccati degli abusi sessuali sui minori?

 

R. – Innanzitutto vorrei esprimere la mia gioia di andare a Fatima, di pregare davanti alla Madonna di Fatima, che per noi è un segno della presenza della fede, che proprio dai piccoli nasce una nuova forza della fede, che non si riduce ai piccoli, ma che ha un messaggio per tutto il mondo e tocca la storia proprio nel suo presente e illumina questa storia.

 

Nel 2000, nella presentazione, avevo detto che un’apparizione, cioè un impulso soprannaturale, che non viene solo dall’immaginazione della persona, ma in realtà dalla Vergine Maria, dal soprannaturale, che un tale impulso entra in un soggetto e si esprime nelle possibilità del soggetto. Il soggetto è determinato dalle sue condizioni storiche, personali, temperamentali, e quindi traduce il grande impulso soprannaturale nelle sue possibilità di vedere, di immaginare, di esprimere, ma in queste espressioni, formate dal soggetto, si nasconde un contenuto che va oltre, più profondo, e solo nel corso della storia possiamo vedere tutta la profondità, che era – diciamo – “vestita” in questa visione possibile alle persone concrete.

 

Così direi, anche qui, oltre questa grande visione della sofferenza del papa, che possiamo in prima istanza riferire a papa Giovanni Paolo II, sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano. Perciò è vero che oltre il momento indicato nella visione, si parla, si vede la necessità di una passione della Chiesa, che naturalmente si riflette nella persona del papa, ma il papa sta per la Chiesa e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano.

 

Il Signore ci ha detto che la Chiesa sarebbe stata sempre sofferente, in modi diversi, fino alla fine del mondo. L’importante è che il messaggio, la risposta di Fatima, sostanzialmente non va a devozioni particolari, ma proprio alla risposta fondamentale, cioè conversione permanente, penitenza, preghiera, e le tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Così vediamo qui la vera e fondamentale risposta che la Chiesa deve dare, che noi, ogni singolo, dobbiamo dare in questa situazione.

 

Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio, vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa e che la Chiesa quindi ha profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia. Il perdono non sostituisce la giustizia. Con una parola, dobbiamo ri-imparare proprio questo essenziale: la conversione, la preghiera, la penitenza e le virtù teologali. Così rispondiamo, siamo realisti nell’attenderci che sempre il male attacca, attacca dall’interno e dall’esterno, ma che sempre anche le forze del bene sono presenti e che, alla fine, il Signore è più forte del male, e la Madonna per noi è la garanzia visibile, materna della bontà di Dio, che è sempre l’ultima parola nella storia.

 

Queste parole di Benedetto XVI hanno doppiamente stupito gli osservatori.

 

Anzitutto per la lettura che papa Joseph Ratzinger ha dato del cosiddetto "segreto" di Fatima. Una lettura non confinata al passato, come nelle interpretazioni correnti di parte ecclesiastica, ma aperta al presente e al futuro. "Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa", ha ripetuto ai fedeli davanti al santuario.

 

E poi e più ancora per l'affermazione che "la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa". Anche qui contraddicendo i giudizi espressi da molti ecclesiastici, secondo i quali la Chiesa soffre primariamente per gli attacchi che le vengono portati dall'esterno.

 

Ma in entrambi i casi Ratzinger non ha fatto che confermare ed esplicitare giudizi da lui già formulati in precedenti occasioni.

 

Basti ricordare, ad esempio, questo passo dell'omelia da lui pronunciata – anch'essa a braccio – nella messa celebrata lo scorso 15 aprile con i membri della pontificia commissione biblica:

 

"C'è una tendenza in esegesi che dice: Gesù in Galilea avrebbe annunciato una grazia senza condizione, assolutamente incondizionata, quindi anche senza penitenza, grazia come tale, senza precondizioni umane. Ma questa è una falsa interpretazione della grazia. La penitenza è grazia. È una grazia che noi riconosciamo il nostro peccato. È una grazia che conosciamo di aver bisogno di rinnovamento, di cambiamento, di una trasformazione del nostro essere. Penitenza, poter fare penitenza, è il dono della grazia. E devo dire che noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, ci appariva troppo dura. Adesso, sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter fare penitenza è grazia. E vediamo che è necessario far penitenza, cioè riconoscere quanto è sbagliato nella nostra vita, aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, cioè della purificazione, della trasformazione, questo dolore è grazia, perché è rinnovamento, è opera della misericordia divina".

 

E il 19 marzo, nella lettera ai cattolici dell'Irlanda, aveva scritto cose analoghe. Ad esempio che gli scandali della pedofilia tra il clero "hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione". E che solo un cammino di penitenza, da parte dell'intera Chiesa di quel paese, poteva aprire alla purificazione e alla conversione: in una parola, alla grazia.

 

Ma c'è di più. Ancora nella lettera ai cattolici dell'Irlanda Benedetto XVI aveva scritto che lo scandalo dell'abuso sessuale dei ragazzi ad opera di preti "ha contribuito in misura tutt'altro che piccola all'indebolimento della fede".

 

Nella visione di papa Benedetto, lo spegnimento della fede è il massimo pericolo non solo per il mondo di oggi ma anche per la Chiesa.

 

Tant'è vero che a questo pericolo egli associa quella che chiama la "priorità" della sua missione di pontefice.

 

L'ha scritto con chiarezza cristallina nella memorabile lettera da lui indirizzata ai vescovi di tutto il mondo il 10 marzo del 2009:

 

"Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr. Gv 13, 1), in Gesù Cristo crocifisso e risorto”.

 

E l'ha ridetto con parole identiche sulla spianata del santuario di Fatima, la sera del 12 maggio di quest'anno, nel benedire le fiaccole prima della recita del rosario:

 

“Nel nostro tempo, in cui la fede in ampie regioni della terra rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata, la priorità al di sopra di tutte è rendere Dio presente in questo mondo ed aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non a un dio qualsiasi, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore portato fino alla fine (cfr. Gv 13, 1), in Gesù Cristo crocifisso e risorto”.

 

Parlando ai vescovi del Portogallo, nel pomeriggio di giovedì 13 maggio, Benedetto XVI ha riproposto questa priorità a tutti i cattolici di quel paese: "Mantenete viva la dimensione profetica, senza bavagli, nello scenario del mondo attuale, perché 'la parola di Dio non è incatenata!' (2 Timoteo 2, 9)".

 

Ma li ha anche avvertiti che per testimoniare la fede cristiana non bastano semplici discorsi o richiami morali. È necessaria la santità della vita.

 

La stessa santità che da molto tempo, incessantemente, questo papa va chiedendo anzitutto ai sacerdoti. Specie in quell'Anno Sacerdotale di sua invenzione, che sta per concludersi il mese prossimo, al cui centro egli ha posto come modello un umile prete di campagna dell'Ottocento, il santo Curato d'Ars.

 

Perché "proprio dai piccoli nasce una nuova forza della fede". Da quei piccoli che sono stati anche i tre pastorelli di Fatima. L’Espresso on line 13

 

 

 

 

 

Kirchentag. L’unità dei cristiani  è “un obiettivo inequivocabile”

 

Monaco di Baviera - Il cammino del dialogo ecumenico ha “un obiettivo inequivocabile”: quello di compiere ogni sforzo per raggiungere l’unità dei cristiani. Lo ha affermato mons. Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca (Dbk) nell’omelia pronunciata giovedì a Monaco durante la funzione ecumenica organizzata dai Centri ecumenici. “Tra le persone ci saranno sempre differenze di interessi e di parere: la nostra umanità è addirittura caratterizzata dalla pluralità. Per evitare divisioni e isolamento, abbiamo bisogno di una forza che crei l’unità, che superi tuttavia le nostre possibilità umane”, ossia “Gesù che prega per noi affinché troviamo in Dio l’unità che non riusciamo a ‘produrre’ da soli”. Zollitsch ha esortato i cristiani a non “isolarsi dal mondo”: “lo sforzo missionario è orientato profondamente alla missione e non può restare intrappolato in un autocompiacimento cristiano”. È necessario che nonostante tutta la legittima varietà, “l’unità e gli sforzi per l’unità voluti da Gesù per la sua Chiesa siano evidenti in noi, perché solo così il Cristianesimo può adempiere il proprio compito e la sua missione nel mondo. Ma l’ecumenismo”, ha avvertito Zollitsch al termine dell’omelia, “comporta anche lo sforzo dell’unità di tutti in un mondo caratterizzato dal pluralismo e dalla globalizzazione".

 

“Non limitare l'ecumenismo alla discussione sull’Eucarestia e sulle leadership”: è quanto ha auspicato Alois Glück, presidente cattolico della Giornata ecumenica delle Chiese (Ökt) e presidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (Zdk) durante un incontro con i media cattolici ed evangelici tenuto giovedì a Monaco nell’ambito delle manifestazioni dell'Ökt. Facendo riferimento alla cerimonia ecumenica celebrata nell’Odeonplatz, Glück ha definito la funzione "ecumenismo vissuto nella preghiera": "non abbiamo limiti che impediscano a noi cristiani di agire e lavorare insieme", ha aggiunto, osservando tuttavia che “esiste una stagnazione nelle discussioni teologiche”. Glück si è tuttavia detto ottimista soprattutto per l’ecumenismo alla base, sottolineando che “l’obiettivo non è una Chiesa unitaria”: “Dobbiamo trovare la giusta combinazione di unità e varietà”. Sulla crisi attuale della Chiesa, il presidente cattolico dell’Ökt ha ribadito che “nella storia, la Chiesa è sempre uscita rafforzata dalle crisi, quando ha reagito con un autentico rinnovamento”. Secondo Glück, il dialogo è determinante: “lo Zdk non si rassegnerà ma vuole che venga ascoltata la richiesta di una cultura del dialogo ragionevole”, ha concluso.

 

“Maggior pazienza” per l’ecumenismo: è l'esortazione del vescovo di Magonza, card. Karl Lehmann, intervenuto alla Giornata ecumenica delle Chiese (Ökt). Lehmann ha messo in guardia dalla rassegnazione nell’ecumenismo: “Delusioni e talvolta passi all’indietro sono inevitabili”, ha detto, sottolineando al contempo gli avanzamenti compiuti. “Ciò che unisce è maggiore di ciò che divide”, ha aggiunto Lehmann, che riferendosi ai punti cruciali di differenza tra le confessioni ha affermato: "L'inquietudine che scaturisce da queste domande irrisolte deve restare un motore importante del nostro impegno ecumenico”. Il cardinale ha evidenziato i “considerevoli progressi” ottenuti "non solo nell'ambito della dottrina della fede, ma anche in questioni etiche", citando ad esempio "l'immigrazione, i media e la bioetica", pur ammettendo l'esistenza di una "piccola frattura" esistente tra cattolici ed evangelici in materia di ricerca sulle cellule staminali e su alcuni temi di discussione recentemente sollevati, tra cui la preferenza della Chiesa evangelica per la traduzione della Bibbia di Lutero e l’ammissione dell’utilizzo della liturgia preconciliare nella Chiesa cattolica. sir

 

 

 

 

Kirchentag. La ricchezza „incommensurabile“ delle diversità

 

Monaco di Baviera. Il tema della missione e della pastorale per gli stranieri è stato al centro dell’omelia pronunciata dal card. Péter Erdö, arcivescovo di Esztergom-Budapest e presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee), nella Messa delle nazioni celebrata giovedì presso la Chiesa di San Michele a Monaco. Nella funzione organizzata dalla Pastorale per gli stranieri, il cardinale ha parlato della missione attuale della Chiesa, sottolineando il significato teologico delle diverse culture e lingue umane affermando la necessità di tenerne conto in misura maggiore. In esse, ha detto, “si cela una ricchezza incommensurabile di esperienze e creatività delle comunità umane. Ciò deve essere considerato – ove possibile – anche dall’annuncio e dall’opera pastorale. Perciò dobbiamo ringraziare le diocesi tedesche, poiché esse consentono e sostengono la cura pastorale" degli stranieri. "Non contano solo le conoscenze linguistiche degli stranieri”, ha ammonito il card. Erdö, “ma anche il riconoscimento dell'identità culturale di una comunità in cui ci si senta a casa, in cui sia possibile parlare anche della fede. La varietà delle lingue e delle nazioni non viene annullata dal Cristianesimo ma viene aperta dallo Spirito Santo all'incontro e alla comprensione“.

 

“L'incontro nella molteplicità, reso possibile dallo Spirito Santo – ha proseguito il card. Erdo nella sua omelia -, comporta una meravigliosa unità interna ottenuta nella diversità, e non a dispetto di essa”. D’altra parte, anche “la Santa Sede incoraggia la Chiesa a tener conto quanto possibile della religiosità specifica, popolare degli stranieri“. Il cardinale ha menzionato come ulteriore aspetto "il rapporto del Vangelo con le culture” alla luce del quale “occorre cercare con passione la lingua giusta dell'annuncio per periodi e culture differenti. In questo ci aiuta lo Spirito Santo”. Al termine dell’omelia, Erdö ha invocato lo Spirito Santo “affinché, nel servizio della missione e nella cura pastorale di popoli e comunità differenti riusciamo a diventare un segno autentico e uno strumento dell'amore divino che libera tutti gli esseri umani“. Sir

 

 

 

Il Papa in Portogallo - Ciò che affascina. Il terzo giorno a Fatima

 

La messa celebrata alla spianata del santuario di Fatima, l'incontro con i rappresentanti delle organizzazioni della pastorale sociale del Portogallo e quello con i vescovi sono stati al centro della terza giornata (13 maggio) del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Portogallo.

 

Il Papa pellegrino. "Anch'io sono venuto come pellegrino a Fatima, a questa 'casa' che Maria ha scelto per parlare a noi nei tempi moderni". Lo ha sostenuto il Papa nell'omelia della messa sulla spianata del santuario di Fatima. "Sono venuto a Fatima - ha spiegato - per gioire della presenza di Maria e della sua materna protezione", perché "verso questo luogo converge oggi la Chiesa pellegrinante"; per pregare "per la nostra umanità afflitta da miserie e sofferenze". Secondo il Pontefice, "la fede in Dio apre all'uomo l'orizzonte di una speranza certa che non delude; indica un solido fondamento sul quale poggiare, senza paura, la propria vita; richiede l'abbandono, pieno di fiducia, nelle mani dell'Amore che sostiene il mondo". Di questa "speranza incrollabile e che fruttifica in un amore che si sacrifica per gli altri ma non sacrifica gli altri" sono "esempio e stimolo i Pastorelli, che hanno fatto della loro vita un'offerta a Dio e una condivisione con gli altri per amore di Dio". "Si illuderebbe - ha poi avvertito il Papa - chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa. Qui rivive quel disegno di Dio che interpella l'umanità sin dai suoi primordi". "L'uomo - ha osservato - ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo… Nella Sacra Scrittura appare frequentemente che Dio sia alla ricerca di giusti per salvare la città degli uomini e lo stesso fa qui, in Fatima". "Con la famiglia umana pronta a sacrificare i suoi legami più santi sull'altare di gretti egoismi di nazione, razza, ideologia, gruppo, individuo - ha evidenziato il Santo Padre -, è venuta dal Cielo la nostra Madre benedetta offrendosi per trapiantare nel cuore di quanti le si affidano l'Amore di Dio che arde nel suo".

 

Come il buon samaritano. Incontrando i rappresentanti delle organizzazioni della pastorale sociale del Portogallo, Benedetto XVI ha richiamato la figura del "buon samaritano", immagine di Gesù "che si fa vicino ad ogni uomo e lo conduce all'albergo, che è la Chiesa". Il Papa ha motivato il perché dell'attenzione agli altri: "L'amore incondizionato di Gesù che ci ha guarito - ha affermato - dovrà ora trasformarsi in amore donato gratuitamente e generosamente, mediante la giustizia e la carità". I destinatari di questa attenzione particolare sono "i poveri, i malati, i detenuti, quelli che vivono da soli e abbandonati, le persone disabili, i bambini e i vecchi, i migranti, i disoccupati e quanti patiscono bisogni che ne turbano la dignità di persone libere". A giudizio del Santo Padre, "l'attuale scenario della storia è di crisi socio-economica, culturale e spirituale, e pone in evidenza l'opportunità di un discernimento orientato dalla proposta creativa del messaggio sociale della Chiesa". Benedetto XVI ha anche osservato che oggi "spesso non è facile arrivare ad una sintesi soddisfacente tra la vita spirituale e l'attività apostolica. La pressione esercitata dalla cultura dominante, che presenta con insistenza uno stile di vita fondato sulla legge del più forte, sul guadagno facile e allettante, finisce per influire sul nostro modo di pensare, sui nostri progetti e sulle prospettive del nostro servizio, con il rischio di svuotarli di quella motivazione della fede e della speranza cristiana che li aveva suscitati".

 

Senza bavagli. "Mantenete viva la dimensione profetica, senza bavagli, nello scenario del mondo attuale, perché la parola di Dio non è incatenata!". È stata l'esortazione più forte che Benedetto XVI ha rivolto ai vescovi del Portogallo, incontrandoli a Fatima nella sala conferenze della Casa di "Nossa Senhora do Carmo". "C'è bisogno - ha detto il Santo Padre - di autentici testimoni di Gesù Cristo, soprattutto in quegli ambienti umani dove il silenzio della fede è più ampio e profondo: i politici, gli intellettuali, i professionisti della comunicazione che professano e promuovono una proposta monoculturale, con disdegno per la dimensione religiosa e contemplativa della vita. In tali ambiti non mancano credenti che si vergognano e che danno una mano al secolarismo, costruttore di barriere all'ispirazione cristiana". In questi contesti, l'evangelizzazione - ha detto il Papa - ha bisogno di "un vero ardore di santità". "Il richiamo coraggioso e integrale ai principi - ha osservato il Papa - è essenziale e indispensabile; tuttavia il semplice enunciato del messaggio non arriva fino in fondo al cuore della persona, non tocca la sua libertà, non cambia la vita. Ciò che affascina è soprattutto l'incontro con persone credenti che, mediante la loro fede, attirano verso la grazia di Cristo, rendendo testimonianza di Lui". sir 13

 

 

 

Il primo mea culpa sulla chiesa di oggi

 

Non si può non restare colpiti dalla differenza tra le parole pronunciate dieci anni fa in Portogallo da Wojtyla e di ieri di Ratzinger.

 

Giovanni Paolo II identificò di fatto il terzo segreto di Fatima con l’attentato compiuto contro di lui il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro: solo un provvidenziale intervento della Vergine, disse il pontefice, fece deviare la pallottola che avrebbe dovuto essere mortale. Ieri invece papa Ratzinger ha confermato che il terzo segreto riguarda sì le persecuzioni contro la Chiesa, ma ha aggiunto che «oggi» queste persecuzioni vengono «soprattutto» dai peccati compiuti all’interno della Chiesa. Il riferimento ai casi di pedofilia è apparso evidente quando Benedetto XVI ha spiegato come e perché il perdono e la penitenza «non possono soddisfare la sete di giustizia».

 

Possiamo dire che ieri il papa ha contraddetto il suo predecessore? O che c’era del vero in quella «dietrologia fatimista» secondo la quale non tutto era stato rivelato, del misterioso messaggio comunicato nel 1917 a suor Lucia? No, non è così. Nel senso che il celeberrimo «terzo segreto» annuncia molte prove per la Chiesa, e in quel «molte» ci stanno le persecuzioni che vengono dall’esterno (e quindi anche l’attentato a Wojtyla), e ci stanno pure i peccati commessi all’interno: anche questo ieri papa Ratzinger lo ha chiarito bene.

 

Vittorio Messori, che ha nel curriculum un libro scritto con Ratzinger e uno scritto con Wojtyla, commenta: «Se qualcuno dice che Benedetto XVI ha smentito Giovanni Paolo II (e anche se stesso, visto che fu lui, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, a diffondere il testo integrale del terzo segreto), si sbaglia. La sua lettura di ieri è perfettamente coerente con il testo che conosciamo e con quello che sta succedendo».

 

La differenza sta semmai nello stile dei due pontefici, o meglio ancora nell’immagine che ciascuno di noi ha percepito prima dell’uno e poi dell’altro. Lo scorso papato è stato fortemente incentrato sullo straripante carisma di Wojtyla (e sulla sua testimonianza eroica): se dieci anni fa passò il messaggio che il terzo segreto di Fatima riguardava soprattutto lui, fu anche per una sorta di eccessiva personalizzazione del pontificato. Ratzinger ha invece un carattere e un profilo che molto meno si prestano alla costruzione di un’immagine quale quella che è stata costruita sul suo predecessore. E questo lo sappiamo.

 

Quel che invece non tutti hanno ancora colto è quanto sia fasullo il luogo comune su un Ratzinger «reazionario» e burbero censore. Le sue parole di ieri sono al contrario indice di un comportamento, se ci si passa il termine, «rivoluzionario». È forse la prima volta che un papa pronuncia un «mea culpa» sulla propria Chiesa: quella di oggi, non quella del passato. Al tempo stesso, sul tema della pedofilia Ratzinger spazza via la teoria del complotto: che qualcuno su questo scandalo ci marci, anche amplificandolo e strumentalizzandolo, è un fatto; ma che all’interno del clero sia accaduto qualcosa di molto grave, è il fatto.

 

«Sono lieto per quel che ha detto Benedetto XVI», dice lo scrittore Antonio Socci, che al tema di Fatima ha dedicato molti scritti: «È il papa della verità, ci sta insegnando che non bisogna avere paura della verità. Sbaglia chi crede di combattere per Dio con la menzogna: Dio non ha bisogno delle nostre menzogne». Socci, poi, non è sorpreso dal sapere che lo scandalo della pedofilia è parte del terzo segreto: lo aveva già scritto il 2 aprile scorso su Libero («Il calvario del Papa predetto a Fatima») e poi su Panorama. «Ratzinger - spiega - ieri ha detto chiaramente che le sofferenze del Papa non si sono esaurite con l’attentato a Wojtyla, ma continuano e continueranno nel futuro».

 

È della stessa idea padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria: «Il terzo segreto di Fatima, e anche i messaggi di Medjugorje, annunciano una via crucis della Chiesa che ha al centro il papa e che riguarda anche il domani: credere che tutto si fosse esaurito con l’attentato a Wojtyla fu una prospettiva ristretta». Continua: «L’attacco alla Chiesa è su due versanti. Dall’esterno con persecuzioni e seduzioni. Dall’interno con i tradimenti: e questo è il versante più pericoloso».

 

Sulla gestione dei casi di pedofilia, dice padre Livio, si è indubbiamente sbagliato: «Nel Codice di diritto canonico erano già previste sanzioni severissime, come la riduzione allo stato laicale, ma queste norme spesso non sono state applicate perché è prevalsa la prassi di cercare di coprire per recuperare il sacerdote che aveva sbagliato. E i bambini, dico io? Adesso si è aggiunto l’obbligo di riferire all’autorità giudiziaria civile, e per me questo è giustissimo». Ma attenzione, dice padre Livio: «Nei peccati interni alla Chiesa non c’è solo la pedofilia. C’è anche la tentazione di diffondere un pensiero non più cattolico». Un rischio di cui aveva già parlato un altro papa: Paolo VI.  MICHELE BRAMBILLA  Rel 12

 

 

 

 

Il Papa in Portogallo - Il sentiero della verità. Il secondo giorno con l’arrivo a Fatima

 

Un incontro con il mondo della cultura a Lisbona, di mattina, e poi lo spostamento, nel pomeriggio, a Fatima, dove ha visitato la cappellina delle apparizioni, celebrato i Vespri con il clero e i religiosi, benedetto le fiaccole nella spianata del Santuario e recitato il rosario. Sono questi i momenti salienti della seconda giornata (12 maggio) di Benedetto XVI in Portogallo.

 

La ricerca della verità. "Oggi la cultura riflette una 'tensione', che alle volte prende forme di 'conflitto', fra il presente e la tradizione". Lo ha detto il Papa incontrando il mondo della cultura nel Centro culturale di Belém di Lisbona. "La dinamica della società - ha spiegato - assolutizza il presente, staccandolo dal patrimonio culturale del passato e senza l'intenzione di delineare un futuro". Ciò tuttavia "si scontra con la forte tradizione culturale del popolo portoghese, profondamente segnata dal millenario influsso del cristianesimo e con un senso di responsabilità globale". Una tradizione che "ha dato origine a ciò che possiamo chiamare una 'sapienza', cioè, un senso della vita e della storia di cui facevano parte un universo etico e un 'ideale' da adempiere da parte del Portogallo". "Questo 'conflitto' fra la tradizione e il presente si esprime nella crisi della verità, ma unicamente questa - ha ammonito il Papa - può orientare e tracciare il sentiero di un'esistenza riuscita, sia come individuo sia come popolo. Infatti un popolo, che smette di sapere quale sia la propria verità, finisce perduto nei labirinti del tempo e della storia". "La Chiesa - ha ribadito il Pontefice - ritiene come sua missione prioritaria, nella cultura attuale, tenere sveglia la ricerca della verità e, conseguentemente, di Dio".

 

Una rosa d'oro. "Ringrazio tutti coloro che, ogni giorno, pregano per il successore di Pietro e per le sue intenzioni affinché il Papa sia forte nella fede, audace nella speranza e zelante dell'amore". È un passo della preghiera alla Madonna pronunciata dal Pontefice a Fatima, durante la visita alla cappellina delle apparizioni nella Spianata del Santuario. Nella speciale preghiera rivolta alla Madonna, il Pontefice ha voluto ricordare il suo predecessore, Giovanni Paolo II, che ha visitato tre volte Fatima e ha ringraziato per quella "mano invisibile" che "lo ha liberato dalla morte nell'attentato del 13 maggio, in piazza san Pietro, quasi trent'anni fa. Al termine della preghiera, Benedetto XVI ha consegnato al Santuario di Fatima una "Rosa d'oro", portata da Roma come "omaggio di gratitudine del Papa per le meraviglie che l'Onnipotente ha compiuto per mezzo di te, nei cuori di tanti che vengono pellegrini a questa tua casa materna".

 

Fedeltà e testimonianza. "La principale preoccupazione di ogni cristiano, specialmente della persona consacrata e del ministro dell'altare, dev'essere la fedeltà, la lealtà alla propria vocazione, come discepolo che vuole seguire il Signore". Lo ha sostenuto il Pontefice, celebrando i vespri con i sacerdoti, religiosi, seminaristi e diaconi nella chiesa della Ss. Trindade di Fatima. "Sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all'insegna di un'etica minimalista e di una religiosità superficiale", ha affermato il Pontefice. In un mondo in cui "molti dei nostri fratelli vivono come se non ci fosse un aldilà, senza preoccuparsi della propria salvezza eterna", per il Papa è "grande il bisogno" della "testimonianza" delle persone consacrate, perché "gli uomini sono chiamati ad aderire alla conoscenza e all'amore di Dio, e la Chiesa ha la missione di aiutarli in questa vocazione". Soprattutto, Benedetto XVI ha invitato i preti a riservare "particolare attenzione alle situazioni di un certo indebolimento degli ideali sacerdotali oppure al fatto di dedicarsi ad attività che non si accordano integralmente con ciò che è proprio di un ministro di Gesù Cristo". Per il Papa, "è il momento di assumere, insieme con il calore della fraternità, il fermo atteggiamento del fratello che aiuta il proprio fratello a restare in piedi". "Possa la Chiesa essere rinnovata da santi sacerdoti, trasfigurati dalla grazia di Colui che fa nuove tutte le cose". È stato l'auspicio espresso dal Pontefice, durante l'atto di affidamento e consacrazione dei sacerdoti al cuore immacolato di Maria, subito dopo la celebrazione dei vespri.

 

Alimentare la fiamma. "Non abbiate paura di parlare di Dio e di manifestare senza vergogna i segni della fede, facendo risplendere agli occhi dei vostri contemporanei la luce di Cristo". È l'appello lanciato da Benedetto XVI, durante la benedizione delle fiaccole sulla spianata del Santuario di Fatima, dove si è svolta la processione "aux flambeaux". "Nel nostro tempo, in cui la fede in ampie regioni della terra rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata, la priorità al di sopra di tutte è rendere Dio presente in questo mondo e aprire agli uomini l'accesso a Dio", ha ribadito Benedetto XVI. Invitando i fedeli alla recita del rosario, Benedetto XVI ha ammesso: "Sento che mi accompagnano la devozione e l'affetto dei fedeli qui convenuti e del mondo intero". E poi ha concluso: "Porto con me le preoccupazioni e le attese di questo nostro tempo e le sofferenze dell'umanità ferita, i problemi del mondo". Sir 13

 

 

 

L'arcivescovo di Dublino: «Nella Chiesa c'è chi non vuole verità sugli abusi»

 

«Norme severe a protezione dell'infanzia non sono ancora applicate con rigore»

 

CITTA' DEL VATICANO - «Ci sono forze potenti nella Chiesa in Irlanda che preferirebbero che la verità sullo scandalo degli abusi non emergesse», «ci sono inoltre segni preoccupanti di rifiuto inconscio da parte di molti circa l'entità degli abusi che si sono verificati». In quanto alla gestione dell'intera vicenda da parte della Chiesa, «essa è stata disastrosa» e le norme in materia di abuso spesso «non sono applicate con il rigore necessario». È quanto ha detto l'arcivescovo di Dublino, monsignor Diarmuid Martin, in un discorso tenuto due sere fa ai Cavalieri di San Colombano a Eli House, nella capitale irlandese. Martin ha parlato a lungo del futuro della Chiesa in Irlanda facendo il punto su quanto sta accadendo dopo l'esplosione dello scandalo abusi che ha travolto l'episcopato d'Irlanda e il sistema delle scuole cattoliche. Le parole dell'arcivescovo, uno dei protagonisti della battaglia contro gli abusi sessuali in Irlanda, sembrano fare quasi da eco a quanto ha affermato il Papa nel corso del suo viaggio in Portogallo, durante il quale ha affermato che il peccato, rispetto alla vicenda abusi, è dentro la Chiesa e ha definito terrificante la pedofilia del clero. Mons. Martin nel corso della sua lunga conferenza ha affermato: «La verità ci renderà liberi, anche quando questa verità è scomoda. Ci sono segni di rifiuto inconscio da parte di molti circa l'entità degli abusi avvenuti all'interno della chiesa di Gesù Cristo in Irlanda e su come sono stati coperti. Ci sono altri segni di rifiuto del senso di responsabilità rispetto a quanto è accaduto. Ci sono ancora segnali preoccupanti che, nonostante le normative solide, tali norme non siano rispettate con il rigore necessario».

RINNOVAMENTO - «A livello puramente personale - ha affermato Martin nel corso del suo lungo intervento - da quando sono diventato arcivescovo di Dublino, non mi sono mai sentito così avvilito e scoraggiato circa il livello di disponibilità ad iniziare veramente quello che dovrà essere un percorso doloroso di rinnovamento». Ancora Martin ha manifestato la sua sorpresa per il modo in cui studiosi e pubblicisti appartenenti cattolici si esprimono ora come esperti circa l'origine degli abusi sessuali nella Chiesa, «come se fossero totalmente estranei allo scandalo». L'arcivescovo a questo proposito ha chiamato in causa le responsabilità di una cultura interna alla Chiesa «che ha prodotto sia coloro che hanno abusato sia una cattiva gestione dei casi». «Alcuni rispondono - ha poi aggiunto proseguendo l'analisi del problema - che gli abusi sessuali dei preti costituisce solo una piccola percentuale degli abusi sessuali dei bambini nella nostra società in generale. Questo è un dato di fatto. Ma questo fatto importante non dovrebbe mai apparire in alcun modo come un tentativo di sminuire la gravità di quello che ha avuto luogo nella Chiesa di Cristo». «La Chiesa - ha affermato l'arcivescovo - è diversa: la Chiesa è un luogo dove i bambini dovrebbero essere oggetto di speciale protezione e cura. Il Vangelo ci presenta i bambini in una luce speciale» e riserva alcuni dei suoi strali più «a coloro che ignorano o scandalizzare i bambini in qualsiasi modo». In quanto alle vittime, l'arcivescovo ha osservato che queste ultime hanno visto «la loro infanzia rubata». (Adnkronos 12)

 

 

 

 

Il Papa in Portogallo - La sapiente visione. Il primo giorno del viaggio verso Fatima

 

"Da una visione sapiente sulla vita e sul mondo deriva il giusto ordinamento della società. Posta nella storia, la Chiesa è aperta per collaborare con chi non marginalizza né riduce al privato l'essenziale considerazione del senso umano della vita". L'11 maggio, al suo arrivo all'aeroporto internazionale di Lisbona, prima tappa del suo 15° viaggio internazionale, Benedetto XVI ha teso una mano ma anche ribadito quanto da tempo ormai va ripetendo: la fede non può essere relegata alla sfera privata dell'uomo. Ad accogliere il Papa è stato Anibal Cavaco Silva, presidente di un Paese, cattolico per l'88% della popolazione, ma che negli ultimi anni ha approvato leggi contestate dai vescovi come l'aborto (2007), il divorzio (2008) e, più recentemente, un disegno di legge sul matrimonio gay, che però l'attuale presidente non ha ancora firmato.

 

Una questione di senso. Per Benedetto XVI, che ha detto di venire "nelle vesti di pellegrino della Madonna di Fatima", "non si tratta di un confronto etico fra un sistema laico e un sistema religioso, bensì di una questione di senso alla quale si affida la propria libertà. Ciò che distingue è il valore attribuito alla problematica del senso e la sua implicazione nella vita pubblica". "La svolta repubblicana, verificatesi cento anni fa in Portogallo - ha spiegato il Pontefice - ha aperto, nella distinzione fra Chiesa e Stato, un nuovo spazio di libertà per la Chiesa, a cui i due Concordati del 1940 e del 2004 avrebbero dato forma, in ambiti culturali e prospettive ecclesiali assai segnate da rapidi cambiamenti. Le sofferenze causate dalle trasformazioni - ha affermato - sono state in genere affrontate con coraggio. Il vivere nella pluralità di sistemi di valori e di quadri etici richiede un viaggio al centro del proprio io e al nucleo del cristianesimo per rinforzare la qualità della testimonianza fino alla santità, trovare sentieri di missione fino alla radicalità del martirio". Benedetto XVI, ricordando le apparizioni di Fatima, ha voluto, poi sottolineare come "la relazione con Dio è costitutiva dell'essere umano: questi è stato creato e ordinato verso Dio, cerca la verità nella propria struttura conoscitiva, tende verso il bene nella sfera volitiva, ed è attratto dalla bellezza nella dimensione estetica. La coscienza è cristiana nella misura in cui si apre alla pienezza della vita e della sapienza, che abbiamo in Gesù Cristo. La visita, che ora inizio sotto il segno della speranza, intende essere una proposta di sapienza e di missione".

 

L'esempio dei santi. La messa nel "Terreiro do Paco" di Lisbona, che ha fatto seguito, sempre nella giornata dell'11 maggio, alla visita di cortesia al presidente della Repubblica nel palazzo di Belem, è stato il primo incontro con la popolazione di Lisbona. In oltre 160 mila hanno affollato il luogo della celebrazione. Qui Benedetto XVI ha additato a tutti l'esempio dei santi portoghesi, Verissimo, Massima e Giulia, san Vincenzo, sant'Antonio, san Giovanni di Brito e san Nuno di Santa Maria. Nonostante non le manchino "figli riottosi e persino ribelli", ha ricordato il Pontefice, è nei santi che "la Chiesa riconosce i propri tratti caratteristici e, proprio in loro, assapora la sua gioia più profonda. Li accomuna tutti la volontà di incarnare il Vangelo nella propria esistenza". I santi portoghesi, quindi, per ricordare che "chi crede in Gesù non resterà deluso: è Parola di Dio, che non si inganna né può ingannarci". "Fissando lo sguardo sui propri santi - ha aggiunto il Papa - questa Chiesa locale ha giustamente concluso che oggi la priorità pastorale è quella di fare di ogni donna e uomo cristiani una presenza raggiante della prospettiva evangelica in mezzo al mondo, nella famiglia, nella cultura, nell'economia, nella politica". Tuttavia, ha avvertito, "spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista. Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?". Perché ciò non accada, "bisogna annunziare di nuovo con vigore e gioia l'evento della morte e risurrezione di Cristo. La risurrezione di Cristo ci assicura che nessuna potenza avversa potrà mai distruggere la Chiesa. C'è dunque un vasto sforzo capillare da compiere affinché ogni cristiano si trasformi in un testimone in grado di rendere conto a tutti e sempre della speranza che lo anima". Il Papa ha ricordato il "glorioso posto che il Portogallo si è guadagnato in mezzo alle nazioni per il servizio offerto alla diffusione della fede: nelle cinque parti del mondo ci sono Chiese locali che hanno avuto origine dall'azione missionaria portoghese". Così come in passato "oggi, partecipando all'edificazione della Comunità europea, portate il contributo della vostra identità culturale e religiosa". Al termine della messa Benedetto XVI ha ricordato il monumento a Cristo Re, fatto erigere a Lisbona dai vescovi portoghesi in seguito ad un voto, espresso a Fatima il 20 aprile 1940, sul non ingresso del Paese nella seconda guerra mondiale. Ultimo atto della prima giornata portoghese del Papa una serenata, sotto la nunziatura apostolica, da parte dei giovani. Un modo simpatico e affettuoso per augurargli la buonanotte. Sir 12

 

 

 

 

Procedimento Crocifisso nelle scuole. Acli e ZDK di essere ammessi come "parte terza"

 

ROMA  - In occasione del 60° anniversario della Dichiarazione Schuman, atto fondativo dell'Unione Europea, le Acli, insieme alla ZdK (il Comitato centrale dei cattolici tedeschi) e alle Settimane Sociali di Francia, quali rappresentanti della Rete "Iniziativa di cristiani per l'Europa", hanno sottoscritto e presentato alla Corte europea di Strasburgo una richiesta formale di ammissione come "parte terza" nel procedimento "Lautsi v. Italy", inerente l'esposizione della croce nelle scuole pubbliche. Se la richiesta verrà accolta, le tre organizzazioni potranno presentare entro giugno una memoria articolata che esposta nel procedimento di ricorso attivato dal governo italiano.

Nel documento di richiesta, che viene depositato formalmente in queste ore alla Corte di Strasburgo, si afferma che è necessario riconsiderare la sentenza per "garantire un equo bilanciamento tra la formulazione degli standard dei diritti umani europei fondamentali e il riconoscimento della ricchezza di diversità esistenti in Europa, tra le quali il patrimonio di valori rappresentato dalla tradizione cristiana". Un patrimonio, sottolineano le Acli, "che informa e alimenta l'intera costruzione europea e in particolare i suoi valori fondanti, siano essi l'inviolabilità della dignità umana, il rispetto dei diritti umani fondamentali, la tolleranza e il mutuo rispetto".

"Il rispetto delle convinzioni degli allievi e dei parenti - prosegue il documento - invocato come condizione di neutralità da parte dello Stato nei processi educativi, senza nessuna esclusione nei confronti di allievi di convinzioni religiose e appartenenze etniche diverse, deve parimenti e in modo eguale considerare le convinzioni dei parenti e degli allievi che professano una precisa appartenenza religiosa e appartengono ad una chiesa, ritenendo, come da consolidata tradizione presente in tutta Europa, che debba essere garantita la possibilità di crescere i propri figli includendo l'aspetto religioso nella educazione pubblica". (aise) 

 

 

 

Conclusione del corso nazionale di formazione nelle comunità cattoliche italiane del Belgio

 

BRUXELLES - Scherpenheuvel, chiamato dai francofoni Montaigu, è un santuario mariano fra i più antichi del Belgio. A 58 chilometri da Bruxelles vicino a Leuven, è da sempre meta di devozione di tanti pellegrini: lo visitano almeno 2 milioni di persone ogni anno. Tutto nasce Prima ancora del XIII secolo, in una zona boscosa, un anonimo aveva posto tra i rami di una quercia una statuina della Madre di Dio, che, successivamente, fu scoperta da un pastorello e il culto si diffuse particolarmente dopo lo strano prodigio di cui fu protagonista questo pastore: egli voleva portar via l'immagine e perciò l'aveva rimossa dall'albero, ma rimase come paralizzato e non poté muovere un passo, finché la statua non venne ricollocata al suo posto. Presto accorsero i devoti e incominciarono a verificarsi dei miracoli testimoniati da ex voto appesi sui rami dell'albero.

  Proprio a questo santuario si è voluto concludere il corso nazionale di formazione. La Delegazione nazionale ha coinvolto tutte le Missioni cattoliche italiane e i laici sono stati i protagonisti di questa giornata.

  “Raccontiamoci la nostra esperienza persona di fede”, era il tema su cui ruotavano le testimonianze dei laici invitati. Hanno partecipato circa ottanta persone provenienti dalle cinque località, Bruxelles, Genk, Louvière, Charleroi, Liegi, dove si sono tenuti gli otto incontri di formazione attorno alla professione di fede “Io credo in Gesù Cristo”. Da Bruxelles era presente una comitiva di 23 persone.

  Un momento di preghiera iniziale, un breve saluto dal Rettore del Santuario e poi tutto è stato animato e gestito da Sergio Panizieri e Roberto Parillo che, con diversi collaboratori, hanno dato la parola ai sei testimoni e gestito i sei gruppi di riflessione sul tema, nonché il pomeriggio e la preghiera conclusiva della sera.

  Questo il commento di una partecipante:

  A Montaigu ( meta di pellegrinaggi degli Italiani a seguito di P. Barnaba durante la mia infanzia ) incontro oggi connazionali più anziani e coetanei con un percorso di vita simile a quello di mio padre e al mio. Quanta ricchezza, sofferenza, tristezza, solitudine, abbandono dalla Patria, sfruttamento e vittorie (mai spavalde però) : la tua storia sacra raggiunge la mia ! Questa la percezione di una osservatrice esterna al programma.

  Ascolto con emozione i 5 testimoni ‘’ esterni’’ anch’essi. Qui il florilegio, bellissimo ma così difficile da limitare. Mi ha particolarmente colpita la testimonianza di Rosangela :

  ‘’ Essere è già una testimonianza ‘’, ‘’ E’ Dio che vuole che siamo qui ’’, ‘’ Da giovane credevo di sapere tutto, poi ho capito che non sapevo nulla ! ‘’, ‘’ Niente teologia, ma tanta semplicità perché siamo piccoli e da innocenti ci sorprendiamo a dire cose che ci sorpassano : è Dio che ci spinge a certe cose di cui non siamo capaci ‘’ , ‘’ Dio vede e provvede, ci mette difficoltà per poterle superare e poi ci dà la soluzione ‘’

  ‘’Stavo vivendo un caso disperato, ma una persona mi ha dato una parola che mi accompagna da allora per la vita‘’, ‘’Abbiamo risorse enormi in noi, malgrado la nostra piccolezza, come i Santi, guidati dallo Spirito Santo‘’, ‘’Nei miei contatti con altre religioni, su certi argomenti ci siamo trovati d’accordo, su altri no’. Ma infine, esiste Dio!’’, ’’Noi siamo tutti dello stesso Padre e Creatore...’’, ’’Quando crediamo che tutto è perduto, Dio c’è !’’.

  Grazie Rosangela per la profondità della tua fede radicata nella vita di ogni giorno !

  Quanta semplicità e umiltà nell’esprimere le cose grandi e belle del tuo cammino con il Signore…

  Al termine delle testimonianze si è consegnato la conchiglia di san Giacomo ed il rosario a 5 pellegrini presenti che intraprenderanno a breve il cammino di 764 chilometri verso Santiago di Compostella.

  Com'è andata?

  Nel pomeriggio si sono formati quattro gruppi con la consegna di valutare il corso di formazione terminato e suggerire elementi per il futuro.

  E’ andata bene, ed il percorso è stato molto gradito.

  Circa le attese che ognuno aveva, è stato sottolineato l’evoluzione di questa iniziativa che si presentava nei primi anni molto più strutturata, quasi scolastica con relativi colloqui finali ed una valutazione scritta e relativo diploma di proficua partecipazione. Qualcuno non disprezzerebbe il ritorno a questo stile.

  Vincente resta comunque lo stile attuale dove la partecipazione è maggiormente stimolata e l’animazione dei missionari aiuta a restare in tema, equilibrando l’euforia di alcuni e stimolando la timidezza di altri.

  Il metodo di quest’anno, pur ricalcando la proposta dell’anno precedente dove si seguiva il catechismo della chiesa cattolica e del suo schema che presentava i diversi articoli del Credo, ha aggiunto uno spazio per la lettura della lettera dei vescovi del Belgio su “La bella professione di fede”, pubblicata per tutti. Inoltre si è introdotto un migliore approccio alla Bibbia. Un libro da frequentare, conoscere e amare. Ad ogni incontro si proponevano alcune citazioni che di volta in volta qualcuno dei partecipanti si studiava a casa preparando un suo intervento di quanto aveva compreso e rilanciando una condivisione di riflessioni fra il gruppo dei partecipanti. In questo modo ci si introduceva al tema dell’incontro e lo si approfondiva. Il primo incontro della serie fu dedicato ad una migliore conoscenza della Bibbia e al metodo migliore per apprendere a frequentarla.

  E per il futuro?

  Anzitutto la convinzione di continuare l’impegno della formazione agli adulti.

  Il metodo sperimentato quest’anno, dove la partecipazione era maggiore ed animata, lo si ritiene adatto e gradito. La Bibbia come libro da usare insieme, chiedendo lo sforzo di una lettura previa, è richiesta e valutata positivamente.

  Qualcuno ha chiesto che finalmente siano i laici ad assicurare l’animazione e la guida delle serate formative. Questo richiede che si esplori il territorio alla scoperta di laici formati che accettino di fare tale servizio. Non è da escludere che finalmente nelle diverse comunità si chieda a qualche giovane disponibile di frequentare corsi e formazioni specifiche assicurando la copertura dei costi, per chiedere loro in ritorno, una disponibilità nel ridare formazione alla comunità.

  Certamente, i sacerdoti partecipano anche loro alla formazione, ma iniziamo a fidarci dei laici che faranno sicuramente molto bene.

  Circa i temi possibili sono state espresse alcune suggestioni:

  - i sacramenti, che probabilmente sarà l’argomento proposto dalla Conferenza episcopale belga

  - una formazione sulla Mariologia

  - approfondimento sul battesimo ed una pastorale battesimale

  - il volto di Dio secondo il lungo cammino di rivelazione della Bibbia

  - confronto con la modernità e la fede. Pastorale Italiana Bruxelles www.pastoraleitalianabruxelles.com

 

 

 

 

I tre pilastri. Religioni, culture e diritti umani

 

"Religioni, culture, diritti umani: relazioni complesse in evoluzione” è il titolo della Conferenza internazionale tenutasi il 12 e il 13 maggio a Roma (ministero degli Affari Esteri), per iniziativa dalla sezione italiana della Conferenza delle religioni per la pace insieme all’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), sotto l’alto patronato della presidenza della Repubblica. A conclusione della due giorni, è stato presentato un documento finale al ministro Franco Frattini. Si legge, tra l’altro: “Una nuova civiltà umana, di pacifica ed equa convivenza, non può che pretendere al consenso universale sui diritti e sulla dignità di ogni essere umano e non può ignorare il ruolo fondamentale delle religioni per la costruzione di una cultura di pace e di giustizia dell’unica famiglia umana, con una sola cittadinanza terrestre”. Sono intervenuti relatori di tutti i continenti e di diversa formazione culturale e professionale e di diversa fede: cristiana, ebraica, islamica, induista, sikh.

 

Religioni. Le religioni sono spesso “catalizzatori di tensioni sociali” e “strumento di lotte di potere”. Invece, “hanno a cuore i problemi dell’uomo e della società” e svolgono un “ruolo imprescindibile” per la “costruzione di un nuovo ordine mondiale” e “la promozione della pace, della giustizia, dell’armonia tra i viventi e con il creato”, poiché “sviluppano la coscienza condivisa di una sola comunità umana di destino”. Questo, in sintesi, il contenuto di numerose relazioni. Con un riconoscimento, espresso per voce di p. Bernardo Cervellera, direttore dell’agenzia “Asia News”: “La libertà religiosa non è un diritto a fianco agli altri, ma è la sintesi e la base di tutti i diritti, la cartina di tornasole sul grado di libertà di un Paese”. In Asia – ha riferito p. Cervellera – vive quasi la metà della popolazione mondiale, ed è il continente che ha il “primato delle violazioni della libertà religiosa”. I primi nella “classifica nera”: Arabia Saudita, Yemen, Pakistan, Butan, Corea del Nord, India e Cina. “La mancanza di libertà religiosa non è legata alla povertà”, ha affermato il missionario. Avviene “anche nel paradiso turistico delle Maldive, dove è vietata ogni manifestazione pubblica di fede”. “La repressione della libertà religiosa è violenza contro la persona, la società e il futuro di un Paese. Non si accontenta di distruggere gli individui, ma annienta chiese, scuole, luoghi di ritrovo. Mira a distruggere ogni influenza che la religione ha sulla cultura e sulla società”. In particolare, per quanto riguarda la religione cristiana: in India, si registrano “nuove persecuzioni, con la distruzione di interi villaggi”. In Cina, “sono vietate le scuole a conduzione religiosa”. In Iraq, “le persecuzioni contro i cristiani vanno di pari passo con quelle contro l’‘intellighenzia’ irachena: l’eliminazione di intellettuali e scienziati sta distruggendo il Paese più della guerra”. Così, “cresce il fondamentalismo nei Paesi islamici, mentre nei Paesi atei aumentano le violazioni dei diritti umani e le tensioni sociali”. Ma “ci sono parti della società civile molto attive nella solidarietà, contro una montante indifferenza internazionale e il bieco mercantilismo”, e sono “segni di speranza”.

 

Culture. “Il dialogo interreligioso è interculturale”, parte dalla “conoscenza rispettosa delle differenti tradizioni”, con il “riconoscimento che l’altro è una parte di noi che non conosciamo”, “senza sincretismi, e neppure pregiudizi”. Lo ha affermato, tra gli altri, Vincenzo Scotti, sottosegretario al ministero degli Affari Esteri. Una “cultura dei diritti umani” è un’acquisizione recente dell’umanità. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948), tuttavia, non è riconosciuta da tutti i popoli del mondo. In particolare, nei Paesi orientali, dove “c’è una diversa concezione della persona umana, dell’identità e della comunità”. Allora, “la costruzione di una società multietnica, multiculturale e multireligiosa è la grande sfida del terzo Millennio”. “Un diritto umano fondamentale emerge con chiarezza – ha detto Pasquale Ferrara, direttore dell’Unità di analisi e programmazione della Farnesina – il “diritto alla differenza”. “Da intendersi non come semplice tolleranza, ma come, appunto, un diritto umano fondamentale, che consente di trovare un punto d’intersezione tra le varie impostazioni culturali, politiche e religiose”. Il “terreno comune”, sul piano pratico, operativo, è nell’osservanza della “regola d’oro”: “Fai agli altri ciò che vorresti fatto a te”. A partire dalla “regola d’argento”: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fatto a te”. “Il rispetto delle identità culturali e religiose è imprescindibile, ma non è di impedimento alla costruzione di una comune identità umana, globale, universale”, ha concluso Ferrara.

 

Diritti umani. I numeri delle violazioni dei diritti umani nel mondo sono inquietanti. Anche in molti Paesi cosiddetti civili, dell’Unione europea, per esempio, soprattutto di donne e bambini, perlopiù in ambito domestico e spesso nell’indifferenza delle Istituzioni. Alcuni dati mondiali, e in particolare per l’Africa, sono stati presentati da Gemma Vecchio, presidente dell’associazione Casa Africa. Ogni anno, muoiono oltre 10 milioni di bambini sotto i 5 anni, in 70 Stati poveri. Per effetto della guerra, in Africa, 5 milioni sono orfani. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, un quinto dei trapianti di reni è illegale. Le vittime dei traffici d’organi sono oltre 800 mila. Sono 150 milioni i bambini abbandonati: 200 mila nei Paesi europei, con il triste primato del Regno Unito: 150 mila. Sir 13

 

 

 

Conferenza internazionale sul dialogo tra religioni e culture

 

L’intervento del sottosegretario Scotti sulle religioni nelle relazioni internazionali

 

  ROMA - "Religioni, culture e diritti umani: un rapporto complesso e in evoluzione": è il tema al centro della Conferenza internazionale che si è conclusa 13 maggio alla Farnesina con la partecipazione di filosofi e rappresentanti di alcune fra le più diffuse religioni. Organizzata dalla sede italiana di "Religions for peace" ed Ispi la conferenza è stata introdotta dal capo dell’Unità di Analisi e Programmazione, Pasquale Ferrara, ed aperta dal Segretario Generale della sede italiana di "Religions for Peace", Luigi De Salvia e dal Direttore Generale per la Cooperazione Politica multilaterale e dei diritti umani (DGCP), Stefano Ronca.

  Il tema delle religioni nelle relazioni internazionali è stato al centro dell’intervento del Sottosegretario Vincenzo Scotti secondo il quale il "governo italiano apprezza e sostiene le iniziative di approfondimento sulla possibilità e sull’aspettativa di una positiva influenza delle religioni nella politica internazionale e soprattutto nella direzione di porre basi solide per la pace, la cooperazione e lo sviluppo dei popoli".

  L’Italia, ha ricordato Scotti, "partecipa attivamente alle principali iniziative lanciate sul tema generale del dialogo e della cooperazione tra i vari e ricchissimi contesti religiosi e culturali": con la Turchia opera in un "Foro di dialogo". In Kosovo il contingente italiano nel Kfor svolge, tra i suoi compiti, anche quello relativo alla protezione dei siti religiosi e culturali serbo-ortodossi di notevole importanza, mentre finanziamenti dell’Italia sono stati concessi per progetti di restauro e conservazione del patrimonio religioso e culturale. Nell’area del Mediterraneo e del Medio Oriente – ha proseguito Scotti – le attività relative al dialogo interculturale e interreligioso si svolgono principalmente attraverso la Fondazione Euro-Mediterranea, Anna Lindh. Nel continente asiatico la partecipazione dell’Italia è assicurata all’"Interfaith dialogue" dell’Asem, mentre per quanto riguarda l’Africa l’Italia siè fatta promotrice di seminari di dialogo religioso in Etiopia ed Eritrea. L’Italia, inoltre è stata fin dall’inizio fra i sostenitori dell’iniziativa dell’"Alleanza delle civiltà", entrando a far parte del gruppo "Amici dell’AoC" e condividendone gli obiettivi relativi al dialogo con l’Islam nella regione mediterranea. In tali contesti – ha affermato Scotti – "abbiamo sottolineato che noi consideriamo la libertà di opinione, di coscienza e di religione come un diritto fondamentale della persona, che, come tale, pur con modalità di attuazione tipiche di ogni contesto, riguarda tutte le culture e convenzioni, senza distinzioni", nel contempo, in particolare per quanto riguarda l’elemento religioso "riteniamo che nella realtà odierna delle relazioni internazionali" esso "non è soltanto fattore di tensione, incomprensione o conflitto, maè destinato ad assumere rilievo su grandi temi e sfide comuni che vanno dalla bioetica al clima, dalla pace all’economia". (Inform)

 

 

 

Auf dem Petersplatz: Demo mit 200.000 Menschen. Gebete für Missbrauchsopfer

 

Mehr als 200.000 Menschen haben an diesem Sonntag auf dem Petersplatz am österlichen Mittagsgebet des Papstes teilgenommen. Die italienische Bischofskonferenz und mehr als sechzig katholische Verbände hatten zum Kommen aufgerufen, um angesichts der kirchlichen Missbrauchsskandale Solidarität mit Benedikt XVI. zu zeigen. Auch namhafte Politiker ließen sich in der festlich gestimmten Menge sehen. „Heiliger Vater, du bist nicht allein“ oder „Zusammen mit dem Papst“ – Slogans dieser Art waren auf Transparenten zu lesen; über der „Piazza San Pietro“ stiegen Luftballons in Vatikanfarben zum grauen Himmel auf.

 

„Ich danke euch für diese schöne und spontane Demonstration des Glaubens und der Solidarität“, sagte der Papst vom Fenster seines Arbeitszimmers aus. „Ihr zeigt damit eure Nähe zum Papst und zu euren Priestern, damit wir mit erneuerter Spiritualität und Moral immer besser der Kirche dienen können, dem Volk Gottes und allen, die sich voll Vertrauen an uns wenden.“

 

Benedikt griff mit einem ungewöhnlichen Nachdruck in der Stimme die Worte auf, die er vor kurzem bei seinem Besuch in Portugal für die Missbrauchsskandale gefunden hatte: Dabei hatte er vor Journalisten gesagt, es gehe hier zu einem großen Teil um einen Angriff auf die Kirche, aber aus ihrem Inneren heraus.

 

„Der wahre Feind, den es zu fürchten und zu bekämpfen gilt, ist die Sünde und das Böse, das manchmal leider auch Mitglieder der Kirche ansteckt. Wir leben in der Welt, sind aber nicht von der Welt; wir Christen haben keine Angst vor der Welt, müssen uns aber hüten vor ihren Versuchungen. Wir sollten die Sünde fürchten und uns darum so gut wie möglich in Gott verankern, um stark im Guten, in der Liebe und im Dienst zu sein... Mögen uns die Versuchungen, die der Herr zulässt, dazu drängen, unseren eigentlichen Weg mit stärkerer Radikalität und Kohärenz fortzusetzen, und beten wir für die Bekehrung der Herzen. Danke!“

 

Vor dem Mittagsgebet des Papstes hatte der italienische Kardinal Angelo Bagnasco auf dem Petersplatz einen Gottesdienst gehalten. Dabei wurde nicht nur für den Papst, sondern vor allem für die Opfer von Missbrauch durch Kirchenleute gebetet. Bagnasco leitet die italienische Bischofskonferenz. In seiner Predigt rief er zu Busse und Erneuerung in der Kirche auf. (rv 16)

 

 

 

Ökumenischer Kirchentag zu Ende gegangen

 

In München ist am Sonntag der 2. Ökumenische Kirchentag zu Ende gegangen. Etwa 100.000 Menschen nahmen auf der Theresienwiese am Schlussgottesdienst teil. Die Organisatoren des Kirchentags riefen zu mehr gemeinsamem Engagement der Christen in der Gesellschaft und zu Reformen in den Kirchen auf. Dabei forderten sie in Sachen Mahlgemeinschaft der Kirchen neue Lösungen, vor allem mit Blick auf konfessionsgemischte Ehepaare.

 

Abschlussgottesdienst auf der Wies`n - Der katholische Kirchentags-Präsident Alois Glück sagte in dem Gottesdienst: „Wir müssen mutiger voranschreiten!“ Gerade in konfessionsverbindenden Ehen litten viele schmerzlich an der fehlenden Eucharistiegemeinschaft. „Wir brauchen hier dringend eine Lösung“, rief Glück aus. Unter Beifall betonte er zugleich: „Die Ökumene in Deutschland ist wetterfest“ – eine Anspielung auf das nasskalte Wetter auf der Wies`n.

 

Der evangelische Kirchentagspräsident Eckard Nagel betonte, durch das Münchener Großereignis habe die Ökumene in Deutschland ein neues Gesicht bekommen. Dazu gehöre die Tischgemeinschaft der getrennten Kirchen, wie sie am Freitagabend mit einer orthodoxen Mahlfeier praktiziert worden war. Christus fordere hier zu einem neuen, gemeinsamen Aufbruch auf. Zudem wandte er sich gegen „unrealistische Wachstumsversprechen“.

 

Glück sprach auch die aktuelle Lage der katholischen Kirche an und forderte einen neuen Aufbruch. Die Katholiken seien in einer schwierigen Situation zum Kirchentag gekommen. Durch die Missbrauchsfälle sei ihre Kirche „in einer schweren Vertrauenskrise“. Wörtlich erklärte Glück, der auch Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken ist: „Wir leiden an unserer Kirche, wir leiden mit unserer Kirche. Aber sie ist weiter unsere Kirche.“ Er hoffe, dass diese Krise zu partnerschaftlicher Zusammenarbeit zwischen Laien, Priestern und Bischöfen führe, so Glück.

 

„Viel spricht für einen 3. ÖKT“ - Erzbischof Robert Zollitsch rief zu Dankbarkeit auf. Sie führe zu Gott und stärke die Gemeinschaft untereinander. Mit dieser Haltung werde man zu Christen, „deren Glaube ansteckt und überzeugt“. Der Vorsitzende der katholischen Deutschen Bischofskonferenz sagte wörtlich: „Dieses Hoffnungszeichen braucht unser Land, braucht Europa, braucht die Welt.“ Der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland kritisierte, „wir gutsituierten Christenmenschen“ träumten nicht von der Umkehrung aller Verhältnisse, sondern „allenfalls von friedlicher Veränderung“. Hungernde sollten gesättigt werden, ohne dass die Reichen dafür hungerten, so Präses Nikolaus Schneider.

 

Die zwei gastgebenden Bischöfe zogen eine positive Bilanz des Ökumenischen Kirchentags. Der bayerische evangelische Landesbischof Johannes Friedrich sagte, er halte Fortschritte in der Frage des gemeinsamen Abendmahls für möglich. Der Münchner katholische Erzbischof Reinhard Marx zeigte sich besonders beeindruckt von der Freude, die vom ÖKT ausgehe. Zigtausende junge und alte Christen hätten sowohl Gottesdienste gefeiert als auch kritisch diskutiert. „Das macht Hoffnung“, so Marx wörtlich. Die Frage nach einem möglichen 3. Ökumenischen Kirchentag beantworteten sie zurückhaltend positiv. Friedrich erklärte, darüber wolle man bewusst erst nach den Erfahrungen des Münchner ÖKT reden. Er persönlich denke, „dass viel für einen 3. Ökumenischen Kirchentag spricht“. Marx betonte, die Verantwortlichen setzten sich demnächst zusammen, um Bilanz zu ziehen. „Danach sehen wir weiter“, so der Erzbischof.

 

Abseits vom offiziellen Programm: „Ökumenisches Abendmahl“ - Der ÖKT stand unter dem Motto „Damit ihr Hoffnung habt“. Zu gut 3.000 Veranstaltungen kamen seit Mittwoch laut Organisatoren mehr als 130.000 Dauerteilnehmer und Zehntausende Tagesgäste. Am Samstag Abend demonstrierten Tausende von Christen mit einer Menschenkette zwischen den Bischofskirchen Münchens für Mahlgemeinschaft von Katholiken und Protestanten. Außerhalb des Kirchentagsprogramms haben rund 400 Christen am Samstagabend ein „ökumenisches Abendmahl“ gefeiert. Der Gottesdienst fand in einem überfüllten Hörsaal der Technischen Universität statt. (kna/kipa 16)

 

 

 

ÖKT: Kirchentag diskutiert über die Krise

 

Das Thema Krise bildet am heutigen Samstag einen Schwerpunkt des 2. Ökumenischen Kirchentags in München. Dabei soll die Verantwortung der Wirtschaft ebenso zur Sprache kommen wie Auswirkungen der Finanzkrise auf Entwicklungsländer. Basisgruppen haben für den späten Nachmittag zu einer Menschenkette zwischen einer evangelischen Kirche in der Münchner Innenstadt und dem katholischen Liebfrauendom aufgerufen. Mit der Aktion wollen sie der Forderung nach einer „gemeinsamen Mahlfeier“ von Katholiken und Protestanten Nachdruck verleihen. Am Abend gibt im Rahmen des Kirchentags Nena ein Live-Konzert auf der Theresienwiese. Das fünftägige Christentreffen in der bayerischen Landeshauptstadt steht unter dem Motto „Damit ihr Hoffnung habt“. Es geht am Sonntag zu Ende. Nach Angaben der Veranstalter haben sich 125.000 Dauerteilnehmer angemeldet.

 

Zollitsch lobt den Kirchentag - Es waren gute Tage in München, die eine Kirche aller Generationen gezeigt haben. Das sagt zum Abschluss des Zweiten Ökumenischen Kirchentags, Erzbischof Robert Zollitsch, in München. Alt und Jung bildeten zusammen eine lebendige, neugierige und fröhliche Gemeinschaft, so der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz. Das mache Mut und erinnere uns daran, dass der Glaube viele Gesichter habe. Zollitsch:

„Es gab viele schöne Begegnungen hier in München. Mir ist aufgefallen, dass überall wo ich war die Botschaft durchkam, was das Gemeinsame ist und verbindet wichtig ist. Das Gemeinsame ist größer als das, was uns trennt. Das habe ich vor allem bei dem Podium mit dem evangelischen Präses Schneider erlebt. Wir haben gemeinsam aufgezeigt, was uns verbindet. ... Deshalb bin ich sehr angetan, von dem, was die Veranstalter hier organisiert haben. Die Kritiken sind eher von den Medien hochgespielt worden.“

 

Bischöfe reagieren auf innerkirchliche Debatte - Die deutschen Bischöfe wollen die wachsende Debatte um den Zustand der Kirche aufgreifen. Ziel sei es, in den kommenden Jahren die Bedeutung des Konzils neu zu verdeutlichen, sagte der Sprecher der Deutschen Bischofskonferenz, Matthias Kopp, am Samstag der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA) in München. Die Bischofskonferenz habe dazu bereits eine Arbeitsgruppe aus drei Bischöfen eingesetzt. Nach Kopps Angaben plant die Bischofskonferenz mit Blick auf den 50. Jahrestag des Beginns des Zweiten Vatikanischen Konzils (1962-1965) eine „Reflexion“. Sie solle der Selbstvergewisserung dienen und die Bedeutung des Konzils herausarbeiten. Der Arbeitstitel laute „Kirche und öffentliches Leben“. Die weitere Ausgestaltung dieses Prozesses beginne im Sommer.

 

Merkel wünscht sich „selbstbewusste Christen“ - Sie wünsche sich ein offensiveres Auftreten von Christen in der Gesellschaft, das hat Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) beim Ökumenischen Kirchentag gesagt. An diesem Freitag war sie Rednerin bei der Podiumsdiskussion „ Hoffnung in Zeiten der Verunsicherung – Gibt es eine Formel für den gesellschaftlichen Zusammenhalt?“

„Liebe Kirchentagsbesucher, für etwas kurzsichtige Menschen wie mich ist das hier eine riesige Halle, aber danke, dass sie alle gekommen sind. Wir haben ja Glück, hier drin regnet es nicht.“

Es lag bestimmt nicht nur an dem schlechten Wetter: Die Halle C 1 des Ökumenischen Kirchentagsgeländes war schon lange bevor die Bundeskanzlerin den Saal betrat, überfüllt. 6.000 Menschen waren gekommen, um diese Kernveranstaltung zu erleben und die Worte von Angela Merkel zu hören. Was ist das Fundament, das unsere Gesellschaft zusammenhält?

„Unsere Gesellschaft lebt von Voraussetzungen, die sie selber gar nicht schaffen kann und eine dieser ganz wichtigen Voraussetzungen, die ist zweifelsohne das Christentum. Das Christentum hat unser Land geprägt, unseren Kontinent, den ganzen europäischen Kontinent (…) Ich sage nicht, dass man nicht anderswie auch darauf kommen kann, aber bei uns in Deutschland ist man ganz klar durch das Christentum in diese Wertvorstellung gekommen, das bedeutet, dass man weiß, Freiheit bedeutet nicht Freiheit von etwas, sondern Freiheit bedeutet, die Freiheit von Gott gegeben zu bekommen durch seine Schöpfung für etwas, sich für jemanden anderen einzusetzen, für eine Sache einzusetzen und das ist vielleicht die wichtigste Quelle des Zusammenhalts.“

Zeiten der Verunsicherung, der Titel der Diskussion lässt sich nicht nur auf die Finanzkrise münzen. Während des Kirchentages ist ein zentrales Thema die Missbrauchskrise. Dazu sagte die deutsche Bundeskanzlerin:

„Mein Wunsch wäre, den spüre ich aber auch in der katholischen Kirche, aber auch in den anderen Bereichen, wo das vorgekommen ist, dass wir mit gutem Gewissen sagen können, wir haben den Opfern, das wiedergegeben, was überhaupt nur möglich ist, nämlich wo immer möglich Strafe zu haben und wo etwas passiert ist, aber auch gesellschaftliches Mitgefühl für die, die das erleiden mussten.“

 

„Altes neu entdeckt“ - orthodoxe Vesper in München - Bei einer orthodoxen Vesper auf dem 2. Ökumenischen Kirchentag haben rund 20.000 Christen verschiedenster Konfessionen gesegnetes Brot geteilt. Zu den Gästen gehörten auch Münchens Erzbischof Reinhard Marx, der bayerische Landesbischof Johannes Friedrich und der griechisch-orthodoxe Metropolit Augoustinos von Deutschland. Der Vorsitzende des Zentralkomitees der deutschen Katholiken und Kirchentagspräsident Alois Glück wertete die Feier als einen „großen Schritt“ zur wachsenden Einheit zwischen den Kirchen.

 

Riccardi macht Vorwürfe - Sant'Egidio-Gründer Andrea Riccardi hat den Kirchen einen zu starken Selbstbezug vorgeworfen. Auch seien sie zu reich, sagte der Karlspreisträger am Freitag beim Ökumenischen Kirchentag (ÖKT) in München. „Wenn die Kirchen sich nur noch mit sich selbst befassen, begehen sie Selbstmord.“ Riccardi forderte die Christen in Europa auf, stärker aus der Kraft des Evangeliums zu leben, die Frohe Botschaft zu verkünden und Solidarität mit den Armen zu praktizieren. (rv/kna 15)

 

 

Ökumenischer Kirchentag. Applaus bekommen die Kritiker

 

Der Weg zum Frieden ist noch weit: Auf dem Ökumenischen Kirchentag in München ist ohne Tabus über sexuellen Missbrauch diskutiert worden. Der Trierer Bischof Ackermann zeigte sich erschrocken über den Versuch, mit dem Thema Kirchenpolitik zu betreiben. Von Daniel Deckers, München

 

Unser Friede – ihr Friede? Eigentlich sollte der Trierer Bischof Stefan Ackermann an diesem Freitagvormittag auf einem Podium des Ökumenischen Kirchentags sitzen und über das Verhältnis von staatlicher Sicherheitspolitik und kirchlicher Friedensarbeit diskutieren. Doch seit drei Monaten steht der Bischof weniger als Vorsitzender der Kommission Iustitia et Pax der Deutschen Bischofskonferenz im Fokus der Öffentlichkeit denn als Beauftragter für Fälle sexuellen Missbrauchs in der katholischen Kirche in Deutschland.

Gleichwohl hätte „Unser Friede – ihr Friede“ auch als Motto über der Veranstaltung stehen können, in der Ackermann auf eigenen Wunsch eine Hauptrolle spielt. In einer der größten, für sechstausend Zuhörer ausgelegten Halle auf dem Gelände der Münchner Messe geht es um den sexuellen Missbrauch in der katholischen Kirche. Zum Bersten gefüllt ist die Halle nicht. Doch die drei-, vielleicht viertausend überwiegend der mittleren Generation angehörigen Kirchentagsbesucher, die das Interesse an diesem Thema und vielleicht auch die widrige Witterung in die Halle C1 verschlagen hat, werden Zeuge einer leidenschaftlich ausgetragen Debatte über die institutionelle Dimension des – so die Moderatorin – tausendfachen Missbrauchs durch katholische Geistliche in Deutschland.

Drei Risikofaktoren sexuellen Missbrauchs in der Kirche

Auftritt Klaus Mertes, Priester, Jesuit, Direktor des Berliner Canisiuskollegs. Philosophisch geschult, intellektuell brillant und rhetorisch versiert verwendet Mertes keine Minute auf die Nacherzählung der Ereignisse der vergangenen Monate und Jahre. Mit wenigen Sätzen schlägt er den Bogen von der Erfahrung der Opfer, als Person von einer Person missbraucht worden zu sein, zu deren Bedürfnis, ihr Verhältnis zu der Institution zu klären, in deren Schutz, wenn nicht in deren Namen das Unfassbare geschah. „Der zweite Aspekt schmerzt heute oft noch mehr als der erste Aspekt“, sagt der Jesuit, der im Januar mit der Aufforderung an ehemalige Schüler, die von Jesuiten missbraucht worden waren, die Mauer des innerkirchlichen Schweigens zum Einsturz gebracht hatte. Damit nicht genug. „Wer nicht hören kann, der kann nicht sprechen“, fährt er fort, um die Unfähigkeit der Institution, die Perspektive der Opfer einzunehmen, als systemisches Versagen zu entlarven.

Für den Priester ist das jahrzehntelange Verdrängen und Vertuschen von Verbrechen an Kindern und Jugendlichen die Kehrseite einer auf Tabus, Verboten und Verdrängungen gegründeten katholischen Sexualmoral – einschließlich des Themas Homosexualität. Auch das mache zusammen mit dem Missbrauch der geistlichen Vollmacht durch Priester den „speziell katholischen Geschmack des Missbrauchs“ aus. Der Beifall, der dem Jesuiten immer wieder entgegenbrandet, klingt nicht nach Jubel. Der Schuldirektor hat sich nicht nur zum Sprachrohr der Opfer gemacht, sondern auch die Gefühle der meisten Zuhörer ins Wort gebracht.

Auftritt Wunibald Müller, Theologe und Psychotherapeut, seit vielen Jahren Leiter eines Kriseninterventionszentrums für Geistliche, die aus der Bahn geworfen wurden. Auch er spricht zur Sache, nimmt kein Blatt vor den Mund, nennt drei Risikofaktoren sexuellen Missbrauchs in der Kirche. Der erste: die Tatsache, ein Mann zu sein. Anders gewendet: „Von einer Priesterschaft, die aus Männern und Frauen bestünde, ginge eine andere Ausstrahlung aus.“ Vor allem wäre eine solche Priesterschaft nicht länger für manche attraktiv, die sich in einer monosexuellen Gruppe und einer monosexuellen Hierarchie besonders wohl fühlten. Und: „Stünde die Kirche anders da, wenn in der Vergangenheit auch Frauen an verantwortlicher Stelle hätten mitentscheiden können, wie im Fall sexuellen Missbrauchs vorzugehen wäre?“ Wieder brandet Beifall auf, nicht hämisch, nicht schadenfroh – Müller spricht vielen aus der Seele.

Ackermann möchte über Aufklärung und Prävention sprechen

So geht es weiter: Ohne Umschweife spricht Müller von einem Zusammenhang zwischen Homosexualität und Pädophilie – aber nur bei „sexuell unreifen homosexuellen Priestern“. Ein Verdikt gegen die „ohnehin starke Gruppe“ homosexueller Priester wird daraus nicht. Im Gegenteil. Müller hält die Tabuierung von Homosexualität in der Kirche und die „Pathologisierung der homosexuellen Liebe“ für Wurzeln des Übels. Es wäre ein großer Verlust für die Kirche, würden homosexuelle Männer nicht mehr zum Priester geweiht werden dürfen, sagt Müller und bricht im selben Atemzug eine Lanze für die zölibatäre Lebensform der katholischen Priester als „Ausdruck einer reifen Entscheidung“. Jedoch lasse diese Voraussetzung den Kreis von geeigneten Männern noch kleiner werden als bisher. Auch seinem abschließenden Plädoyer für eine Priesterschaft aus zölibatären und verheirateten Männern brandet Beifall entgegen.

Das Wort hat Bischof Ackermann. Er gibt sich über Wortmeldungen des Jesuiten und des Therapeuten erschrocken, erkennt in ihnen einen Versuch, mit dem Thema Missbrauch Kirchenpolitik zu betreiben. Er möchte über die Themen Aufklärung und Prävention sprechen, nicht über Homosexualität und die Zugangsmöglichkeiten zum kirchlichen Amt. Für dieses Anliegen zollen ihm im Verlauf der Debatte auch diejenigen Respekt, die jetzt wie gelähmt auf ihren Papphockern sitzen, stumm den Kopf schütteln oder ihrem Unmut auch lautstark Luft machen. Doch gibt es bis zum Ende der neunzigminütigen Debatte in Strukturfragen kein Weiterkommen. Es hilft nicht, dass sich Pater Mertes unter Berufung auf seine Gespräche mit den Opfern gegen die Mutmaßung wendet, deren Leid sollte kirchenpolitisch instrumentalisiert werden: „Sie stellen die Fragen nach den Strukturen der Kirche selbst.“

Es hilft auch nichts, dass Müller nicht nur die Kirche in der Pflicht sieht, demütiger zu werden. Am Ende bleibt es bei der wechselseitigen Versicherung, dass eine bessere, pressionsfreiere Debattenkultur in der Kirche nötig sei. Zu dieser könnten nach Worten Ackermanns sogar die Medien beitragen: „Helfen Sie uns Bischöfen“, sagt er in seinem Schlusswort, „mit einer Mischung aus Vertrauen und Druck.“ Der Weg zum Frieden ist noch weit. Faz 15

 

 

 

Kirchentag mit Haken. Papst grüßt und spricht von "Unkraut"

 

München. Auf dem Münchner Marienplatz ist kein Durchkommen mehr. Das ist öfter mal so. Ungewöhnlich aber ist: Jetzt herrschen Stille und Andacht. Der Ökumenische Kirchentag hat Besitz ergriffen von Münchens innerster Innenstadt. Dicht gedrängt zwischen Wirtshaus Donisl und Kaufhaus Beck feiern Katholiken und Protestanten Gottesdienst.

 

Vor bald drei Jahren hatte Papst Benedikt XVI. noch an der Mariensäule

gebetet. Damals schien die Welt der Katholiken noch in Ordnung. Diesmal lässt der Papst eine Grußbotschaft verlesen: "Ihr wollt inmitten einer schwierigen Zeit ein Signal der Hoffnung in die Kirche und in die Gesellschaft senden. Dafür danke ich euch sehr."

 

Die Theresienwiese kennt man vom Oktoberfest mit Bierzelten und

Alkoholleichen. Jetzt steht hier ein großes, weißes Holzkreuz. Das

Leitmotiv des Ökumenischen Kirchentages heißt Hoffnung, doch das Thema Missbrauch beherrscht bereits den Auftakt. In der Grußbotschaft des Papstes heißt es: "Es gibt das Unkraut auch gerade mitten in der Kirche und unter denen, die der Herr in besonderer Weise in seinen Dienst genommen hat."

 

Doch die Saat des Bösen habe den Weizen nicht erstickt. "Rücken Sie ein bisschen zusammen", rät Moderatorin Ulrike Greim den Menschen auf der Theresienwiese, "kommen Sie zur Ruhe, atmen Sie durch,

schauen Sie nach rechts und links, wer neben Ihnen steht." Meist steht da einer in Anorak und festen Schuhen, einen Rucksack auf dem Rücken. Man erkennt sich. Wer von den rund 125.000 Dauerteilnehmern den orangefarbenen Schal mit dem Motto "Damit ihr Hoffnung habt" noch nicht umgebunden hat, hat zumindest das orange-blaue Bändel des Teilnehmerausweises um den Hals.

 

U5 Richtung Theresienwiese. Eine Gruppe Pfadfinder steigt ein. Einer

stimmt noch auf dem Bahnsteig auf der Gitarre ein Lied an. Die Stimmung ist fröhlich, nicht feucht: Bei Kirchentags-Veranstaltungen wird kein Alkohol ausgeschenkt. Das freut die mehr als 1000 Sanitäter. "Da gibt es kein großes Gefährdungspotenzial, die Menschen kommen in friedlicher Absicht", sagt Thomas Auerbach, Einsatzleiter der Malteser.

 

Auf dem Weg zum "Abend der Begegnung" in der Innenstadt wird es eng, zwei Jugendliche vom Orden der Salesianer Don Boscos verteilen essbare "Geduldsfäden". Einsaugen, Augen schließen und in Seelenruhe genießen, lautet die Gebrauchsanweisung. Rund 300.000 Besucher melden die Veranstalter vom Begegnungsabend, bei dem sich kirchliche Gruppen aus ganz Bayern präsentierten.

 

Eine hat Zugspitze, Großen Arber und Trettachspitze nachgebaut, sechs Meter hoch. Wer die Berge erklimmt, bekommt einen kleinen Karabiner überreicht. Der Glaube, soll das heißen, gibt Halt und Sicherheit. IRIS HILBERTH FR 15

 

 

 

 

Papst an portugiesische Bischöfe: „Stärkt Priester und Laien!“

 

Nach der Begegnung mit Sozialarbeitern traf das katholische Kirchenoberhaupt am Donnerstagabend in Fatima die portugiesischen Bischöfe. Der Präsident der portugiesischen Bischofskonferenz, Jorge Ortiga, dankte dem Papst für sein Kommen; das Kirchenoberhaupt könne sich der uneingeschränkten Unterstützung und Zuneigung der portugiesischen Glaubensgemeinschaft sicher sein, so der Bischof von Fatima. Der Papst legte den Oberhirten seinerseits eine verstärkte Fürsorge für die Priester ihrer Diözesen ans Herz:

 

„Im zu Ende gehenden Priesterjahr entdeckt, geliebte Brüder, eure bischöfliche Väterlichkeit vor allem gegenüber euren Geistlichen. Diese Verantwortung der Autorität als Dienst an den anderen, vor allem den Priestern, und für ihr Wachstum, ist zu lange als zweitrangig betrachtet worden.“

 

In einem Moment der „Müdigkeit der Kirche“ müsse es darum gehen, gemeinsam die „ursprüngliche Freude des Christentums“ wieder zu entdecken und die Gläubigen für ein größeres Engagement in der Gesellschaft zu gewinnen.

 

Presseschau am dritten Reisetag - Papst und Wirtschaftskrise – das waren die beiden Hauptthemen auf den Titelseiten der großen portugiesischen Tageszeitungen am Donnerstag. Halb- oder ganzseitige Bilder zeigen den Papst umringt von Menschenmassen im Marienwallfahrtsort Fatima. Dem gegenüber stehen Berichte über die von der portugiesischen Regierung zur Bekämpfung des Staatsdefizits eingeführte Krisensteuer. Das „Jornal de Noticias“ schreibt unter Anspielung auf die Wallfahrt zum Marienheiligtum, der Papst fühle sich in Fatima „wie ein Sohn, der seine Mutter besucht“.

 

Fatima: Papst kommt eventuell wieder - Papst Benedikt XVI. wird eventuell an der 100-Jahr-Feier von Fatima im Jahr 2017 teilnehmen. Wenn es dem Papst gut gehe, könne er durchaus seine Mitwirkung in Erwägung ziehen, sagte Vatikansprecher Federico Lombardi am Donnerstag vor Journalisten in dem portugiesischen Wallfahrtsort. Der Papst sei in guter Verfassung, betonte Lombardi. Anders als bei seinem Maltabesuch vor einem Monat habe es beim Festgottesdienst an diesem Donnerstag keinen „Augenblick von Müdigkeit“ gegeben. Bei der Messe in Malta war das 83-jährige Oberhaupt kurz eingenickt. Benedikt XVI. sei jedoch „sehr vorsichtig, was seine Termine in den kommenden Jahren angehe“, sagte Lombardi. Der Papst habe noch keine konkrete Verpflichtung übernommen. - Der Vatikansprecher zog dann auch schon ein erstes Fazit dieser 15. Auslandsreise des Papstes: Sie sei bisher „positive und ermutigend“ gewesen, was vor allem der sichtbaren Zuneigung der Portugiesen gegenüber dem Kirchenoberhaupt zu verdanken sei. ansa/kna 14

 

 

 

Ökumenischen Kirchentag. Viele Zeichen, kein Impuls

 

Beim Ökumenischen Kirchentag gibt es kaum echte Annäherung zwischen den Religionen. In München gab es zwar durchaus auch einige positive Zeichen, ein Impuls freilich wird daraus noch nicht.

„Wäre das nicht wunderbar, wir feiern jetzt das Abendmahl“, singt das ökumenische Kabarettensemble „Das weißblaue Beffchen & Cherubim“ in der Eingangshalle der Münchner Messe. Die einen Sänger haben sich Beffchen umgehängt, ein Bestandteil der evangelischen Amtstracht, die anderen haben sich wie katholische Pfarrer ganz in Schwarz gekleidet. Spontan bleiben etliche Dutzend Kirchentagsbesucher stehen und klatschen und singen mit. Die Gruppe spricht mit ihrem Auftritt vielen aus dem Herzen. Wann dürfen Katholiken und Protestanten endlich gemeinsam Abendmahl feiern? Wann überwinden die Kirchen ihre Differenzen im Amtsverständnis, ihre unterschiedlichen Auffassungen darüber, was eine christliche Kirche ausmacht?

Tausendfach und drängend wurden diese Fragen in den vergangenen Tagen bei den gut besuchten Podiumsdiskussionen, Vorträgen und „Erlebnis-Gottesdiensten“ zur Ökumene gestellt. Dass dieser zweite Ökumenische Kirchentag „wichtige Impulse“ für das Verhältnis der beiden Amtskirchen bringt, das hatten sich auch die evangelischen Kirchenoberen gewünscht. Die katholischen hielten sich lieber zurück mit allzu großen Erwartungen.

Vor sieben Jahren, beim ersten Ökumenischen Kirchentag in Berlin, sah das noch anders aus. Damals lag so viel Optimismus in der lauen Vorsommerluft, dass die katholische Reformbewegung „Wir sind Kirche“ sogar zu einem gewagten Experiment einlud: Bei einem Gottesdienst lud zuerst ein katholischer Priester die evangelischen Christen zur Eucharistie ein, bei einem zweiten Gottesdienst nahm ein katholischer Priester am evangelischen Abendmahl teil. Beides ist nach katholischem Verständnis nicht erlaubt. Die beiden Geistlichen wurden auch prompt von ihren Bischöfen suspendiert. Ein solches Experiment wagte in München keiner mehr. Die Amtsenthebung war ein erster Dämpfer für die ökumenische Sache, in den vergangenen sieben Jahren lief aber auch vieles andere schief zwischen den beiden Kirchen, so dass manche jetzt von einer „ökumenischen Eiszeit“ sprechen. Dazu beigetragen hat die Bekräftigung von Papst Benedikt XVI., die Protestanten seien keine „Kirche im eigentlichen Sinn“, und seit der Reformation sei es mit den Christen bergab gegangen. Auf evangelischer Seite wollte man sich die Abwertungen aus Rom nicht länger bieten lassen und ging konsequent den eigenen Weg. Bischof Wolfgang Huber prägte die Formel von der „Ökumene der Profile“.

Sozialwort der Kirchen zur Wirtschaftslage im Gespräch

Auch in München blieb die Stimmung gedämpft. Die frühere Bischöfin Margot Käßmann schickte eine Spitze gegen den Papst ab, indem sie die Vielfalt der Christenheit lobte, „die ein Stachel im Fleisch derjenigen ist, die meinen, sie hätten die Wahrheit in Besitz“. Der frühere Vorsitzende der katholischen Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Karl Lehmann, beklagte eine „neue Enge“ in der Ökumene, die Situation habe sich erschöpft. Auch sehe er eine abnehmende Veränderungsbereitschaft bei Katholiken und Protestanten. Die Bischöfe Reinhard Marx und Johannes Friedrich, der katholische und evangelische Gastgeber des Kirchentages, bemühten sich allerdings redlich um ein freundschaftliches Bild. Die beiden haben einen guten Draht zueinander, begrüßten die Gäste im Eröffnungsgottesdienst im Duett und hatten verabredet, sich gegenseitig bei Veranstaltungen zu vertreten, wenn der eine oder andere aus Termingründen nicht kann.

Dass evangelische und katholische Ehepartner gemeinsam zur katholischen Eucharistiefeier gehen können, da sei man sich theologisch einig, betonte Friedrich. Und auch Erzbischof Robert Zollitsch, der Vorsitzende der katholischen Bischofskonferenz, versprach am Freitag, deswegen in Rom „weiterbohren“ zu wollen. Und auch das könnte es vielleicht bald geben: ein neues Sozialwort der beiden Kirchen zur Wirtschaftslage. Darauf verständigten sich in München der EKD-Ratsvorsitzende Nikolaus Schneider und der Bischofskonferenz-Vorsitzende Zollitsch. Vorbild soll offenbar das 1997 erschienene Sozialwort „Für eine Zukunft in Solidarität und Gerechtigkeit“ sein. Auch will man einen dritten Ökumenischen Kirchentag veranstalten. Wann, ist aber offen. Vielleicht 2017, vielleicht früher, vielleicht später.

Es gab also durchaus auch positive Zeichen in München, ein Impuls freilich wird daraus noch nicht. Dass sich aus dem Reibungsverhältnis der Amtskirchen auch Funken in ganz anderer Richtung schlagen lassen, zeigte eine Veranstaltung am Freitagabend: Da kamen am Odeonsplatz in der Münchner Innenstadt 20.000 Christen zusammen, um an einer Vesper nach orthodoxem Ritus teilzunehmen, einem Relikt der urchristlichen Agapefeier, dem „Liebesmahl“. Rund 10 000 Menschen mussten stehen, 10 000 andere hatten Glück und saßen an Tischen, verfolgten die orthodoxe Liturgie, lauschten russischen Chören und teilten danach gemeinsam Brot, Äpfel und Wasser, die auf den Tischen standen. Theologisch brachte das Ganze nichts. „Wenn sich die katholische und die evangelische Kirche endlich auf ein gemeinsames Abendmahl einigen würden, könnte man sich den ganzen Krampf hier sparen“, sagte ein verbitterter Teilnehmer. Der EKD-Ratsvorsitzende Schneider hatte hingegen einen positiven Eindruck, den er so ausdrückte: „Die Vesper war die Vorspeise. Jetzt steht noch die Hauptspeise aus.“ Tsp 16

 

 

Bischof Ackermann kritisiert Missbrauchsdebatten beim ÖKT

 

Mit engagierter Beteiligung des Publikums wurde beim 2. Ökumenischen Kirchentag (ÖKT) in München über die Ursachen und Folgen von Missbrauch diskutiert. Bischof Stephan Ackermann zeigte sich „sehr erschrocken“ über den verengten Blick der auf dem ÖKT geführten Missbrauchdiskussion. Seiner Meinung nach seien die Debatten zum Thema zu sehr auf die Kritik an der Institution Kirche konzentriert. Die Opfer gingen stattdessen aus dem Blick verloren, so Ackermann.

Die deutschen Bischöfe wollen die Opferarbeit stärker bedenken. Die Oberhirten arbeiten mit Hochdruck an neuen Leitlinien, die bis zur Herbstvollversammlung überarbeitet werden sollen. Die Podiumsdiskussion am Freitagvormittag war aufgrund des großen Andrangs trotz der größten Messehalle, die man gewählt hatte schon eine Stunde vor Beginn überfüllt. Es wurde kritisiert, dass kein Opfer offiziell vertreten wurde.

 

„Den Vorwurf gab es bereits beim Runden Tisch. Hier bei der Podiumsdiskussion ist das Präsidium des Ökumenischen Kirchentages zuständig. Ich will nochmals betonen, dass wir beim Runden Tisch Experten eingeladen. Das sind Leute, die jahrzehntelang mit Opfern arbeiten. Sie bringen die Perspektive der Opfer ein. Daher ist so, auch wenn die Opfer nicht am Tisch sitzen, sie doch dabei sind.“

 

Wenige Momente nach Redebeginn unterbrach ein Zuhörer am Freitag vor der Bühne den Leiter des Berliner Jesuitenkollegs, Pater Klaus Mertes. Mit Rufen wie „Geben Sie uns eine Stimme“ und „Lügentheater“ drängte der als Missbrauchsopfer bekannte Norbert Denef darauf, dass Opfer selber zu Wort kommen sollten. Er forderte den Abbruch der Veranstaltung. Denef ist Sprecher des Netzwerks von sexualisierter Gewalt Betroffener. Nach einem Disput und einer Intervention der Moderatorin setzte Mertes seinen Beitrag fort. „Sie haben vollkommen recht: Nicht ich habe das Schweigen gebrochen, sondern die Opfer haben das Schweigen gebrochen“, sagte der Jesuit an die Adresse des Störers. Die Szenerie am Fuß der Bühne wurde von zahlreichen Kamerateams umlagert. (zenit 14)

 

 

 

 

 Kirchentag. "Wir können nicht auf Rom hoffen"

 

In der Diskussion um Missbrauch in der Kirche beklagen Kritiker und Besucher des Kirchentages die Verschlossenheit der Kirche. "Wir werden zum Schweigen gezwungen", sagt ein Opfer. Von HARALD BISKUP

 

München. "Ich bin noch mitten im Sturm." Klaus Mertes, der Rektor der Berliner Canisius-Kollegs hat auf der Podiumsdiskussion zum Missbrauch in der Kirche beim 2. Ökumenischen Kirchentag kaum die Worte ausgesprochen, da bricht sich dieser Sturm Bahn in Gestalt eines Mannes, der zur Bühne eilt und verlangt, die Diskussion abzubrechen.

 

Es ist Norbert Denef - als Jugendlicher erst jahrelang vom Pfarrer und später in derselben Gemeinde im sächsischen Delitzsch vom Organisten der Pfarrei missbraucht. "Wir werden zum Schweigen gezwungen", ruft Denef ins Mikrofon. "Wir wollen uns selbst vertreten. Sie haben versagt", ruft Denef dem Jesuitenpater entgegen.

 

Mertes hat die Mehrheit der 5000 Zuhörer auf seiner Seite als er zum Weitermachen drängt. "Die Opfer haben einen Überlebenskampf hinter sich oder kämpfen ihn immer noch", sagt Mertes, deswegen sei "vom Evangelium her" einzig die Opfer-Perspektive geboten "und nicht irgendwelche Imageinteressen der Kirche".

 

Brausender Beifall brandet immer wieder auf während seiner Einführung bei einer der wichtigsten Diskussionen dieses Kirchentags. Jedenfalls richtet sich das Augenmerk einer breiten Öffentlichkeit innerhalb und außerhalb der Kirchen darauf, wie in München mit dem Missbrauchsskandal umgegangen wird. An diesem Vormittag in Halle C1 offensiv und ziemlich schonungslos.

 

Warnung vor Opfer-Idealisierung - Weshalb aber sitzt kein ehemaliges Opfer auf dem Podium? Später wird der Trierer Bischof Stephan Ackermann, seit einem Vierteljahr Missbrauchsbeauftragter der katholischen Bischofskonferenz, darauf hinweisen, dass es Opfer gebe, "die sich lautstark artikulieren können, und andere, die bis heute "still in sich hinein leiden". Nebenan in der Halle B2 gibt es vertrauliche Gesprächsangebote für Menschen, die in München den Mut finden, über ihre seelischen Verletzungen zu reden.

 

Eindringlich warnt Schulleiter Mertes vor einer Opfer-Idealisierung. Wenn die "Institution Kirche", wie er sehr deutlich sagt, ihnen das Gehör verweigere oder ihnen "von oben herab" Ratschläge erteilte, versündige sie sich im Grunde ein zweites Mal. Und es müsse über "strukturellen Machtmissbrauch" in der Kirche geredet werden. Die Unerschrockenheit dieses Ordensmanns imponiert vielen, und Bischof Ackermann macht sich eifrig Notizen.

 

Bevor er auf Mertes reagieren kann, ergreift der Theologe und Psychotherapeut Wunibald Müller das Wort. In der Benediktiner-Abtei Münsterschwarzach arbeitet er seit langem auch mit Priestern, die sich an Kindern oder Jugendlichen vergriffen haben. Müller scheut sich nicht, an den bei diesem Christentreffen sonst eher ausgesparten Themen Priesteramt für Frauen und Pflichtzölibat zu rühren.

 

"Stünden wir als katholische Kirche heute mit diesem Skandal nicht ganz anders da, wenn Frauen an verantwortlicher Stelle mitentscheiden könnten?", fragt er rhetorisch in die riesige Halle - und das Echo begeisterter Zustimmung kommt prompt. Die verordnete Ehelosigkeit der Geistlichen lasse sich als direkte Ursache für sexualisierte Gewalt wissenschaftlich nicht nachweisen.

 

Vielmehr übe das zölibatäre Leben auf Männer, "deren sexuelle Entwicklung auf der Strecke geblieben ist", offenbar eine Faszination aus. Nicht nur sexuell unreife schwule Priester, auch in ihrer Beziehungsfähigkeit unterentwickelte Geistliche seien anfällig für Pädophilie.

 

Ungeduld im Publikum  - Mit bebender Stimme appelliert Müller an seine Kirche, es im Missbrauchsskandal nicht bei "irgendwelcher Kosmetik" zu belassen. Die Kirche müsse, nachdem sie von "dieser ungeheuerlichen Vertrauenskrise in die Knie gezwungen worden ist, einen Läuterungsprozess durchmachen, um am Ende in die Knie zu gehen.

 

Harter Tobak für den Vertreter der Amtskirche, und in den lang anhaltenden Applaus mischen sich Zweifel, wie ernst es den Bischöfen wirklich ist mit dem Willen zum Neuanfang. Deswegen erntet Ackermann Pfiffe, als er den Rundumschlag seiner beiden Vorredner - nicht weniger als eine fundamentale Systemkritik - als Versuch umdeuten will, von der Rolle der Opfer abzulenken.

 

Die Ungeduld im Publikum ist groß. Sie ist so groß, dass seine Beteuerungen, man arbeite mit Hochdruck an den Überarbeitung der Leitlinien zum Umgang mit sexuellem Missbrauch, auf riesige Skepsis stößt.

 

Eine kurze Musikeinlage gibt dem attackierten Bischof eine Verschnaufpause. Manche Zuhörer finden es jedoch nicht sonderlich passend, dass das Münchner Bezirksposaunenkorps ausgerechnet ein Musical-Medley intonieren lässt. "Da wäre höchstens ein Trauermarsch angemessen", sagt ein Franziskaner kopfschüttelnd.

 

Natürlich spürt der Bischof sehr genau, dass die Anmerkungen der beiden Theologen zu seiner Linken und Rechten ins Mark der Kirche treffen, aber Mertes und Müller lassen nicht locker und weisen den Vorwurf der "kirchenpolitischen Instrumentalisierung" zurück.

 

"Die Opfer selbst sind es, ruft er in die Halle, "die die Frage nach den Machtstrukturen stellen. Ein fast unschlagbares Argument in dieser Situation. So wichtig die Öffentlichkeit gerade in der Missbrauchsdiskussion sei: "Wir haben zu wenig innerkirchliche Öffentlichkeit." Und zu wenig Offenheit.

Auf Gott vertrauen

 

Solange unbequeme Meinungen von Disziplinarmaßnahmen bedroht seien, werde sich nichts Entscheidendes ändern an den Machtstrukturen, ohne die massenhafter sexueller Missbrauch durch Priester nicht geschehen könne.

 

Sein Mitstreiter Müller, Autor zahlreicher spiritueller Ratgeber und eigentlich eher ein Mann sanfter Töne, setzt noch eins drauf: Weil der Missbrauch durch "geweihte Amtsträger" nicht nur Seelen verwunde, sondern fundamental den Glauben der Opfer zerstöre, oft lebenslang, sei ein Schuldbekenntnis aus Rom überfällig. "Aber wir können nicht auf Rom hoffen", meint Müller beschwörend, "sondern müssen auf Gott vertrauen."

 

Warum gibt es nicht mehr dieser Müllers und Mertes?, fragen sich viele Podiumsbesucher beim Verlassen der Halle. Draußen fordert ein Transparent, das zwei Pfadfinder stumm in den Menschenstrom halten, dass die Kirche "moralische Insolvenz" anmelden müsse. FR 15

 

 

 

„Konfessionsgemischte Ehen zur Kommunion zulassen“

 

Eine Zulassung auch von nicht-katholischen Partnern in konfessionsgemischten Ehen zur Kommunion hat der pensionierte Münchner Dogmatiker Peter Neuner gefordert. „Durch eine christlich gelebte konfessionsverschiedene Ehe kommen beide Eheleute jeweils in eine geistliche Gemeinschaft mit der Kirche ihres Partners, die den Ausschluss vom Herrenmahl als nicht mehr gerechtfertigt erscheinen lässt“, sagte Neuner am Freitag beim Ökumenischen Kirchentag in München. Weiter meinte der Theologe, universelle Verbote könnten der Situation des Einzelnen nicht in allen Fällen gerecht werden. Was für die Kirchen als ganze nicht erlaubt sei, müsse keineswegs auch für jeden Einzelfall ausgeschlossen sein. „Innerhalb des Grundfehlers Kirchentrennung kann es keine richtige und in sich widerspruchsfreie Antwort auf alle Einzelfragen geben“, so Neuner. - Der Bischof von Rottenburg-Stuttgart, Gebhard Fürst, wertete unterdessen die Argumentation Neuners als „innerlich schlüssig“. Die Deutsche Bischofskonferenz müsse „in diese Richtung weiterdenken“, erklärte Fürst. Dies werde aber nicht schon „morgen zum Ziel führen“. (kipa 14)

 

 

 

Friedrich wirbt für Kompromiss zum gemeinsamen Abendmahl

 

Der evangelische Landesbischof Johannes Friedrich sieht die theologische Debatte zwischen Protestanten und Katholiken um das Abendmahl als beendet an. Das Thema sei erschöpfend von Fachleuten beider Seiten behandelt worden, sagte Friedrich am Freitag beim Ökumenischen Kirchentag in München. Klärungsbedarf gebe es keinen mehr, es fehlten nur die Taten. Friedrich, der bayerischer Landesbischof ist, warb für einen Kompromiss. Evangelische und katholische Kirche sollten eine Vereinbarung über die gegenseitige Einladung zur Feier der Eucharistie schließen, wie sie seit 25 Jahren zwischen evangelischer und alt-katholischer Kirche in Kraft sei. Ein solcher Schritt könne vor allem „das Leid der Menschen in konfessionsverschiedener Lebensgemeinschaft“ aufheben, so Friedrich. - Die unterschiedlichen Auffassungen in der Abendmahlslehre zählen zu den wichtigsten theologischen Differenzen zwischen evangelischer und katholischer Kirche. Nach katholischem Verständnis ist Jesus Christus real in den Zeichen von Brot und Wein gegenwärtig, die dabei ihre „Substanz“ ändern. In den reformatorischen Kirchen liegen die Akzente stärker auf Bekenntnis und Gedächtnis. kna 14

 

 

 

 

Angela Merkel beim Kirchentag. Die Kanzlerin kann nur hoffen

 

Über "Hoffnung in Zeiten der Verunsicherung" sollte Angela Merkel beim Kirchentag sprechen - doch sie redet vom Zusammenhalt der Gesellschaft. Und von harten Zeiten, die bevorstehen. Von K. Stroh

 

Die Halle C1 auf dem Messegelände ist die größte des Kirchentags. Hier dürfen die Stars auftreten: Margot Käßmann, Hans Küng - und am Freitagnachmittag Angela Merkel. 6000 Menschen passen hinein, viele warteten noch vor den Türen. Über "Hoffnung in Zeiten der Verunsicherung" sollte die CDU-Kanlerin sprechen. Sie tat es in protestantischer Nüchternheit.

Nur einmal kommt Unruhe in der Halle auf. Da spricht die Bundeskanzlerin von der Finanzkrise, vom Rettungsschirm für den Euro und davon, dass sie auch nicht zusagen könne, dass dieser am Ende Erfolg haben wird. Angela Merkel greift die Reaktion der Besucher gleich auf. "Man spürt ja auch den Zweifel hier", sagt sie, aber jeder solle doch bitte daran denken, wie viel Deutschland bislang von Europa profitiert habe. Und dann nimmt Merkel das Wort in den Mund, das sie bislang nahezu vermieden hat, und um das sich hier doch alles drehen sollte: Hoffnung. "Hoffnung habe ich immer; dass es schief geht, habe ich nie geglaubt", sagt die Kanzlerin. Da bekommt sie wieder Beifall.

 

"Hoffnung in Zeiten der Verunsicherung" ist Merkels Kurzvortrag auf dem Kirchentag überschrieben. Von Wirtschaftskrise und Arbeitslosigkeit, vom Streit über Moscheen-Minarette und der Krise der christlichen Kirchen ist die Rede im Einspielfilm - und natürlich vom Euro. Man habe ja gar nicht ahnen können, wie aktuell Merkels Thema nun sei, sagt der katholische Kirchentags-Präsident Alois Glück.

Doch die CDU-Vorsitzende spricht nicht von Hoffnung, sie spricht vom Zusammenhalt der Gesellschaft. "Toleranz und Aufeinanderzugehen" seien die Voraussetzung dafür, sagt die Kanzlerin. Und manchmal habe man es, wie man in der Finanzkrise sehe, mit Akteuren zu tun, die nur an die Maximierung des eigenen Gewinns dächten. "Da hilft alles Zutrauen, alle Toleranz nichts - denen muss das Handwerk gelegt werden", fordert Merkel.

Und deshalb, das ist ihr zweiter Schritt, brauche man Regeln, um Zusammenhalt zu gewährleisten - in einem Staat oder weltweit für die Finanzmärkte. Und sie stimmt ihre Zuhörer auf härtere Zeiten und einen unangenehmen Sparkurs ein. Deutschland dürfe nicht länger über seine Verhältnisse leben, wie es das über Jahrzehnte hinweg getan habe, sagt Merkel. Bei den Ausgaben für Forschung, Bildung und Betreuung "müssen wir klare Akzente setzen, damit wir die Zukunft nicht verschlafen", erklärt sie und verspricht, zumindest der Krippenausbau werde nicht bluten müssen.

Alles andere lässt sie offen: Wenn der Staat nun sparen müsse, "wird sich der Zusammenhalt der Gesellschaft zeigen müssen". Hoffnung? Noch immer spricht Merkel nicht davon, sondern von den gemeinsamen Werten und Vorstellungen, die eine Gesellschaft letztlich als "wichtigste Quelle des Zusammenhalts" brauche - und dies ist für sie das Christentum und sein Menschenbild.

Vielleicht besteht die Hoffnung für die 6000 Menschen in der Halle allein darin, dass diese Worte fallen. Dass hier eine Kanzlerin das Christentum als "Fundament" der Gesellschaft einzieht. Dass die Tochter eines evangelischen Pfarrers in Deutschland die Richtlinienkompetenz innehat. Es soll früher einmal Kirchentage gegeben haben, bei denen CDU-Kanzler mit Pfiffen empfangen wurden. Angela Merkel aber bekommt großen Applaus. Und vernimmt eben nur einmal Unruhe - als es um den Euro geht. Um die Krise, in der auch Kanzlerin Merkel nur hoffen kann. Was doch eigentlich das Thema war. SZ 15

 

 

 

Am Hauptziel der apostolischen Reise

 

Am Mittwochabend ist Papst Benedikt XVI. am Hauptziel seiner 15. Auslandsreise angekommen. Er besuchte die Erscheinungskapelle im Heiligtum von Fatima und feierte anschließend die Vesper mit Priestern, Ordensleuten, Seminaristen und Diakonen in der Dreifaltigkeitskirche.

 

„Den Glauben nicht verlöschen lassen“ - Jubel brach los, als der grüne Militärhubschrauber mit dem Papst an Bord über Fatima auftauchte. Hunderttausende von Menschen waren gekommen, viele waren dafür tagelang zu Fuß unterwegs. Nach seiner Ankunft betete der Papst vor der Statue Unserer Lieben Frau von Fatima: „Maria, unsere Herrin und Mutter, hier bin ich – ein Sohn, der seine Mutter besucht... Als Nachfolger Petri bringe ich zu deinem Unbefleckten Herzen die Freuden und Hoffnungen, die Schwierigkeiten und Leiden eines jeden deiner Kinder.“ Ausdrücklich erinnerte er dann an seinen Vorgänger Johannes Paul II., der sein Überleben beim Attentat von 1981 der Gottesmutter zuschrieb. Schließlich betete das Kirchenoberhaupt im Herzen des Heiligtums.

 

Vesper mit Priestern und Lichterprozession - Nächster Programmpunkt war eine Vesper mit Priestern, Ordensleuten, gottgeweihten Menschen und Seminaristen in der neuen Dreifaltigkeitskirche. Der Gottesdienst mit dem Papst schreibt sich in das „Jahr der Priester“ ein, das noch bis Ende Juni andauert. In einem Weihegebet vertraute Benedikt XVI. alle Priester dem Unbefleckten Herzen Mariens an.

 

 „Hirtenkinder sind Ansporn“ - Am Donnerstagmorgen fand dann im Heiligtum von Fatima die Heilige Messe statt. Der Wallfahrtsort war kaum wieder zu erkennen: Mehr als 300.000 Menschen waren nach Angaben des Vatikans gekommen, um Benedikt XVI. zu begrüßen. Ein Meer aus wehenden grünen Fähnchen und „Viva il Papa“-Rufe schlugen dem Papst in seinem Papamobil entgegen.

Die Marienerscheinung – sie hatte die Gläubigen an diesem Ort zusammengebracht: Es ist der 13. Mai 1917, brennend heiße Mittagsstunde. Drei Hirtenkinder, sie heißen Lucia, Francesco und Giacinta, spielen auf einem kleinen Hügel der Cova von Iria. Plötzlich lässt ein Blitz sie innehalten. Sie rufen ihre Herde zusammen. Mitten in der Cova, der Senke, sehen sie über einer der alten Steineichen wieder einen Blitz. Ganz in weiß, strahlender als die Sonne, ist vor ihnen eine Frau. Die erste Erscheinung der Gottesmutter.

 

Papstkommentar zu Säkularisierung, Wirtschaft, Missbrauch - „Was Portugal betrifft, empfinde ich vor allem Freude und Dankbarkeit für all das, was dieses Land in der Welt und in der Geschichte geleistet hat und leistet, sowie für die tiefe Menschlichkeit dieses Volkes, die ich bei einem Besuch und im Umgang mit zahlreichen portugiesischen Freunden kennen lernen konnte.“ Das sagte Papst Benedikt XVI. am Dienstag auf dem Flug von Rom nach Portugal. In der „fliegenden Pressekonferenz“ äußerte er sich zum Säkularisierungsprozess, zur Wirtschaftskrise sowie zu den Missbrauchsskandalen. Rv 13

 

 

 

 

Papst in Portugal: „Unsere Gesellschaft vernachlässigt die Tradition“

 

Papst Benedikt XVI. hat zu einem verstärkten Dialog der Kulturen aufgerufen. Das sagte er an diesem Mittwoch in Lissabon bei einem Treffen mit portugiesischen Kulturschaffenden. Benedikt XVI. traf Vertreter von sechs Religionsgemeinschaften und Kultur im Zentrum Belem in der portugiesischen Hauptstadt. Der Papst mahnte vor einer Vernachlässigung der Tradition. Dies könne vor allem zu einer Krise der Wahrheit führen, so der Papst.

 

„Es ist dramatisch für eine überwiegend katholisch geprägte Gesellschaft, wenn versucht wird, die Wahrheit jenseits von Jesus Christus zu suchen. Ein Volk, das nicht mehr um die rechte Wahrheit weiß, verliert sich in den Labyrinthen der Zeit und der Geschichte ohne verbindliche Werte und große Ziele.“

 

Zugleich warnte der Papst vor einer einseitigen Fixierung auf die Gegenwart. Es bestehe heute eine Spannung zwischen Tradition und Gegenwart, die bisweilen Formen eines Konfliktes annehme, erklärte Benedikt XVI.

 

„Eine ausschließliche Konzentration auf das Hier und Heute widerspricht jedoch einer großen kulturellen Tradition wie der des portugiesischen Volkes, die durch das Christentum und ein Bewusstsein für globale Verantwortung tief geprägt worden ist.“

 

Der Papst hob zugleich die Notwendigkeit eines Dialogs zwischen den Kulturen und Religionen hervor. Auch die Kirche entziehe sich nicht der Einsicht, dass ein aufrichtiges und respektvolles Gespräch in der heutigen Welt von größter Bedeutung sei, sagte der Papst.

 

„Die Kirche muss noch lernen, wie sie am ewigen Charakter der christlichen Wahrheit festhalten und zugleich den anderen Wahrheiten Respekt entgegenbringen kann. Ein solcher Dialog kann durchaus neue Türen für die Vermittlung der Wahrheit öffnen. Es genügt hierbei nicht, lediglich die Existenz einer anderen Kultur zu akzeptieren. Vielmehr gilt es, sich bereichern zu lassen von dem, was diese Kultur an Gutem, Wahrem und Schönem enthält.“

 

Papst: Besorgt über Rückgang an Glaubenssubstanz - Papst Benedikt XVI. hat sich bei seiner ersten großen Messe in Portugal besorgt über einen Rückgang an Glaubenssubstanz geäußert. Benedikt XVI. rief zu einer christlichen Erneuerung auf. Man sorge sich oft mühevoll um die sozialen, kulturellen und politischen Auswirkungen des Glaubens und setze dabei als selbstverständlich voraus, dass dieser Glauben auch vorhanden sei.

Ein nachdenklicher Papst und jubelnde Gläubige – Mit einem Regen aus Blütenblättern hat Portugal Benedikt XVI. bei seiner ersten großen Messe vor Ort begrüßt. Mehr als 100.000 Menschen hatten sich am Dienstagabend auf dem Terreiro do Paco in der Nähe des Flusses Tejo versammelt. Jubel und Sprechchöre schallten über den Platz. Es war eine sehr nachdenkliche Predigt, die der Papst am ersten Tag seiner 15. Apostolischen Reise hielt. „Man hat ein vielleicht zu großes Vertrauen in die kirchlichen Strukturen und Programme gelegt, in die Verteilung der Macht und der Aufgaben“, überlegte er auf Portugiesisch. Doch zunächst blickte er zurück in die Geschichte Portugals und erinnerte an die starke portugiesische Missionstätigkeit. In allen fünf Erdteilen gebe es Ortskirchen, die daher rührten.

 

„In der Vergangenheit hat euer Aufbruch auf der Suche nach anderen Völkern die Bande mit dem, was ihr gewesen seid und geglaubt habt, weder behindert noch zerstört. Im Gegenteil, in christlicher Weisheit ist es euch gelungen, Erfahrungen und Eigentümlichkeiten zu verpflanzen und euch zugleich – in scheinbarer Schwäche, die Stärke bedeutet – dem Beitrag der anderen zu öffnen, um ihr selbst zu sein. Heute nehmt ihr am Aufbau der Europäischen Gemeinschaft teil, und dazu tragt ihr mit eurer kulturellen und religiösen Identität bei.“

 

Papst dankt Jugend für „frohes Zeugnis“ - Gleich nach dem Gottesdienst widmete Benedikt XVI. sich dem Wahrzeichen Lissabons. Dem „Cristo Rei“ – das Christkönigdenkmal am südlichen Ufer des Tejo. 28 Meter hoch ist die Statue, die auf einem 75 Meter hohen Sockel steht. Mit offenen Armen scheint Christus von dort aus Lissabons Besucher zu empfangen. Ein Wallfahrtsort und auch ein Aussichtspunkt, denn es gibt einen Aufzug, der hoch zu den Füßen der Christus-Statue führt. Seit 50 Jahren gibt es dieses Wahrzeichen in Lissabon, erinnerte Benedikt XVI.

 

„Von dort breitet das Bild Christi die Arme über ganz Portugal aus, um es gleichsam an das Kreuz zu erinnern, an dem Jesus den Frieden für die Welt errungen und sich als König und Knecht offenbart hat, da er der wahre Erlöser der Menschheit ist. In seiner Rolle als Heiligtum möge es immer mehr zu einem Ort werden, an dem jeder Gläubige prüfen kann, wie die Merkmale des Reiches Christi sein Leben aus der Taufe prägen, um das Reich der Liebe, der Gerechtigkeit und des Friedens durch das gesellschaftliche Engagement zugunsten der Armen und der Unterdrückten aufzubauen und um die Spiritualität der christlichen Gemeinden auf Christus, den Herrn und Richter der Geschichte, auszurichten.“

 

Portugals Presse begrüßt den Papstbesuch - Portugals wichtigste Zeitungen haben Papst Benedikt XVI. mit ausführlicher Berichterstattung und Sonderbeilagen willkommen geheißen. Mehrere Blätter setzen dabei die Papstreise mit der Wirtschaftskrise und der schwierigen Lage Portugals in Beziehung. Die Zeitung „O Primeiro de Janeiro“ aus Porto äußert etwa die Erwartung, die Regierung werde „die Euphorie rund um den Besuch Benedikt XVI. und die Fußball-Meisterschaft von Benfica Lissabon nutzen, um Steuererhöhungen anzukündigen“. Die Wirtschaftszeitung „Jornal de Negocios“ erinnert daran, dass „Benedikt XVI. eine starke Rolle des Staates verteidigt“. Über die Situation der katholischen Kirche in Portugal selbst titelt die „Correio da Manha“: „Benedikt XVI will den Rückgang der Beichtzahlen aufhalten“. Die Zeitung „24 horas“ verweist darauf, dass die Vulkanasche aus Island auch den Papstbesuch behindert. So habe die Schließung des Flughafens von Funchal auf der Atlantikinsel Madeira dazu geführt, dass die „Jungfrauenstatue, die den Papst begleiten sollte, in Funchal zurückbleibt“. Rv 12

 

 

 

Käßmann auf dem Kirchentag. Vor mir die Sintflut

 

Nach etwa achtzig Tagen kehrt die frühere Landesbischöfin Margot Käßmann auf dem Kirchentag in die Öffentlichkeit zurück. Und sie knüpft mit ihrer Kritik am Afghanistan-Einsatz an Forderungen aus der Zeit vor ihrem Rücktritt an. Von Reinhard Bingener, München

 

Wenige Minuten bevor Margot Käßmann am Donnerstagmorgen die Halle C1 der Münchner Messe betritt, sind die Türen schon geschlossen: Der Saal ist überfüllt; die zumeist jugendlichen Ordner müssen die noch Kommenden zurückweisen. Etwa 6000 Kirchentagsbesucher, von denen die meisten auf den Papphockern einen Platz für sich finden, können der Rückkehr der vor etwa achtzig Tagen zurückgetretenen EKD-Ratsvorsitzenden auf die Bühne der Öffentlichkeit beiwohnen.

Sie werden noch einmal erleben können, was Käßmanns Wirken als Bischöfin einzigartig gemacht hat: Ihr theatralisches Talent, das intuitive Spiel mit den Insignien des Amtes. Erinnert das weiße Schulterkleid über der schwarzen Bluse nicht an die Mozetta, den Schulterkragen katholischer Bischöfe? Und nahm der weiße Saum ihres schwarzen Oberteils, das sie am Mittwoch bei der Vorstellung ihres neuen Buches am Marienplatz trug, nicht eine feminine Anleihe beim lutherischen Beffchen?

Jedenfalls haben die Wirbelstürme des Winters, der Streit über Afghanistan und ihre Fahrt unter Alkoholeinfluss, zumindest äußerlich kaum Spuren bei der früheren hannoverschen Landesbischöfin hinterlassen. Margot Käßmanns Lächeln hat seine Frische nicht verloren.

Und der Bibelarbeit, die sie noch als Ratsvorsitzende zugesagt hatte, merkt man an, dass sie sich für deren Vorbereitung viel Zeit nehmen konnte - frei von dem Druck, der ihr während der kurzen Zeit als Ratsvorsitzender immer schwerer zusetzte. Sie hat den Bibeltext, Gottes Bund mit Noah, vermessen, die großen Alttestamentler ihrer Studienzeit, Gerhard von Rad und Claus Westermann, konsultiert, Zitate zusammengesucht - von Nietzsche, von Hilde Domin, natürlich von Luther.

Kapitel neun der Genesis erzähle von einem veränderten Gott, der den Zorn der Sintflut hinter sich gelassen habe, lautet der Tenor ihrer Auslegung. Gott schließe mit Noah einen Bund, weil er sich dazu bereitgefunden habe, sich auch auf eine zweitbeste aller Welten einzulassen, nachdem die Bosheit der Menschen das Geschöpf von seinem Schöpfer entfremdet hatte und Kain seinen Bruder Abel erschlagen hat. Nun, nach dem Bund mit Noah, gebe es Rettung auch für das Schilfrohr, das geknickt ist, und den Docht, der nur noch glimmt, sagt Käßmann in Anspielung auf ein Wort Jesajas.

Den „Sintfluterlebnissen“ des menschlichen Leben, „weil eine schwere Krebserkrankung diagnostiziert wird, weil der Ehepartner dich verlässt“, habe Gott, wie es im Bibeltext heißt, den Regenbogen als Zeichen seines Bundes mit der Welt entgegengesetzt - als „gemalte Tafel“, die zugleich den vergangenen Zorn wie die gegenwärtige Gnade anzeigt, wie es in Luthers Auslegung heißt.

Entschiedenheit in der Stimme

Bis zu diesem Punkt ist es eine gekonnte Darbietung all dessen, was die evangelische Kirche seit dem Rücktritt Margot Käßmanns vermisst: Die sprachliche Eleganz, den sicheren Griff zum verständlichen wie treffenden Zitat, die Gabe, die eigene Lebensgeschichte für das Evangelium durchsichtig zu machen. Von dem Groll, den sie, wie zu hören ist, immer noch in sich trägt, ist kaum etwas zu spüren. Bis zu dem Zeitpunkt, als sich ihre Auslegung vom Bibeltext löst: „Wie sieht es denn aus in Afghanistan?“, ruft Margot Käßmann nun in die Halle. Entschiedenheit legt sich in ihre Stimme.

„Ich wünsche mir weiterhin mehr Phantasie für den Frieden! Und ich lasse mich gerne lächerlich machen, wenn Menschen mir sagen, ich sollte mich mit Taliban in ein Zelt setzen.“ Lieber sei sie „naiv und überzeugt“ als sich der „Logik und Praxis von Waffenhandel und Krieg“ zu beugen. Sie zählt die Namen der sieben kürzlich gefallenen deutschen Soldaten auf: Vorname, Nachname, Alter; Vorname, Nachname, Alter. Dann zählt sie die Namen von Afghanen auf, die beim Bombardement der Tanklastzüge am 4. September 2009 bis zur Unkenntlichkeit verkohlten: wieder Vorname, Nachname, Alter.

Kampfzone: Eifer und Standhaftigkeit

Margot Käßmann, die als junge Frau 1983 mit Hunderttausenden Friedensbewegten im Bonner Hofgarten gegen den Nato-Doppelbeschluss demonstrierte, prangert an, dass die Ausgaben für den Militäreinsatz nach wie vor in keinem Verhältnis zu den Aufwendungen für den zivilen Wiederaufbau stünden: 1,5 Milliarden Euro hier, 250 Millionen Euro da. „Ich kann keinen Vorrang für Zivil erkennen!“ Die Theologin präsentiert ihren Eifer und ihre Standhaftigkeit, die ihre Gegner in Politik und Publizistik, wie sie glaubt, für den Trotz einer einfach gestrickten Frau halten. Das ist die Karte der Kampfzone, die sie für sich angefertigt hat. Selbst bei ihrem Rücktritt hat sie sich an ihr orientiert.

Dass einige der vermeintlichen Feinde ihr vielleicht gar nicht übelwollten und manchen Teilen ihrer Kritik durchaus zustimmen konnten, aber nur die Argumente vermissten, kann sie nicht nachvollziehen. Margot Käßmann bleibt dem apodiktischen Tonfall treu. Denn „auch Noah hat eine Arche gebaut und wurde belächelt, als Träumer, als Spinner“.  Faz 15

 

 

 

ÖKT: Marx und Friedrich beschwören Geist der Ökumene

 

Der Münchner Erzbischof Reinhard Marx beklagt in der Ökumene zu geringe Ansprüche auf Seiten der evangelischen Kirche. „Der evangelischen Seite scheint inzwischen statt sichtbarer Einheit die wechselseitige Anerkennung zu genügen. Das ist nicht unsere Vorstellung von Ökumene“, sagte Marx der „Frankfurter Allgemeinen Zeitung“ (Mittwoch). Mit Blick auf den 2. Ökumenischen Kirchentag, der am Abend in München beginnt, rief Marx Katholiken und Protestanten dazu auf, „mit Leidenschaft aufeinander zuzugehen“, ohne das Trennende zu übersehen. Zwischen katholischer und orthodoxer Seite sei das Gespräch über den Primat in der Kirche während des Pontifikats von Papst Benedikt XVI. weit vorankommen, fügte Marx hinzu. Dagegen herrsche zwischen Katholiken und Protestanten in der Amtsfrage „Stillstand“. Eine sichtbare Kirchengemeinschaft sei aber Voraussetzung für eine gemeinsame Eucharistiefeier. Der evangelische Landesbischof Johannes Friedrich erklärte in demselben Interview, das Hauptproblem sei nicht das unterschiedliche Verständnis vom Primat des Papstes, sondern die Auffassung vom Bischofsamt. „Wenn wir uns da annähern könnten, dann wäre die Frage des Primates gar nicht mehr so schwierig“, sagte der bayerische Landesbischof. Er stehe zu seinem Vorschlag, den Papst als gemeinsamen Sprecher der Christenheit anzuerkennen. „Es täte der Christenheit einfach gut“, so Friedrich. Der Papst müsse dafür jedoch die evangelische Kirche anerkennen.

 

ÖKT: „Ein Hoffnungsstrahl“ - Damit Ihr Hoffnung habt – unter diesem Motto startet an diesem Mittwochnachmittag der Zweite Ökumenische Kirchentag in München. Ein Hoffnungsstrahl soll ausgehen vom Ökumenischen Kirchentag - nach innen und nach außen. Das wünscht sich der Münchner Erzbischof Reinhard Marx. Im Interview mit Radio Vatikan betonte er, der ÖKT sei vor allem für die katholische Kirche ein Chance, in der aktuellen Missbrauchskrise nicht im eigenen Jammer zu verharren, sondern die Misere konkret anzupacken.

 

„Eine Krise ist immer auch ein Wendepunkt. Und es wäre noch verheerender, wenn die Kirchen ihre Krisen, die sie immer wieder erlebt, nicht als Herausforderung des Heiligen Geistes sehen würde. Dann hätte sie noch einmal den Glauben verraten und die Hoffnung klein geschrieben. Insofern kann der ökumenische Kirchentag auch eine Ermutigung sein, das ganze Leben der Kirche anzuschauen und sich neu auf den Weg zu machen, so sehe ich es jedenfalls, und die Aufgabe der Kirche nicht zu vernachlässigen, die Hoffnung vor der ganzen Welt zu bezeugen und nicht nur an den eigenen Fortbestand und an den eigenen Problemen, sich zu orientieren.“

 

Der ÖKT in München sei ein wichtiger Schritt auf dem gemeinsamen Weg zur Einheit, so Marx weiter. Ökumene sei aber kein Koalitionsgespräch, wo es darum geht Überzeugungen aufzugeben, um einen Minimalkonsens zu finden, so der Erzbischof. Es sei heilsam, dass Kirchen miteinander streiten, um sich besser zu verstehen:

 

„Wir sind verpflichtet von Jesus selbst, alles zu tun, um das gemeinsame Zeugnis der Christen in dieser Welt voranzubringen und deswegen kann das überhaupt keine Nebensache sein, da wo wir aus eigener Schuld auseinander gegangen sind….Das zu überwinden durch Gebet und auch durch unsere Anstrengung, das ist eine Hauptsache, dass kann ich nicht zur Nebensache erklären.“

 

Ganz besonders freue er sich über das Grußwort des Papstes an den ÖKT, sagte Marx. Als Katholik freue es ihn, wenn auch bei der Muttergottes in Fatima für die Einheit der Christen gebetet wird.

 

ÖKT: Appell von Kirche und Politik - Kurz vor Beginn des Ökumenischen Kirchentages (ÖKT) haben die Spitzen von Staat und Kirchen in Deutschland die Nähe der christlichen Konfessionen hervorgehoben. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, bezeichnete den „Weg des ökumenischen Miteinanders“ als „unumkehrbar“. Der amtierende Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Präses Nikolaus Schneider, würdigte den ÖKT, der in München stattfinden wird, als wichtigen Impuls für das Verhältnis zwischen Protestanten und Katholiken. Bundespräsident Horst Köhler appellierte an den Willen der Kirchen zu weiterer Annäherung in der Abendmahlfrage.

In der Münchner Innenstadt findet am Mittwochabend nach dem Eröffnungsgottesdienst auf der Theresienwiese der „Abend der Begegnung" statt. Dazu erhofft sich der Ordinariatsrat und ÖKT-Beauftragte des Erzbistums München-Freising, Armin Wouters, einen wichtigen Impuls für die kommenden Tage.

 

„Ich glaube, der Impuls kann von diesem Begegnungsabend dahin ausgehen, dass Christen tatkräftig in unseren Orten mithelfen. Wir brauchen aktive Menschen, die etwas anpacken wollen. Der Kirchentag insgesamt wird zeigen, dass Christen Menschen sind, die mit Verstand und Herz etwas bedenken und durchdenken. Sie tragen dazu bei, dass die Gesellschaft menschwürdig gestaltet wird.“

 

Linn Rother, Projektleiterin des „Abends der Begegnung“ in der Geschäftsstelle des 2. ÖKT, stellt uns das Treffen genauer vor.

 

„Die Besucher können an diesem Begegnungsabend mit einem ganz bunten Programm rechnen. Es soll nicht nur die Verpflegung im Vordergrund stehen, sondern vor allem das Vorstellen der eigenen Arbeit und Region. Die Jugendverbände präsentieren sich mit Mitmachaktionen. Der Besucher kann ganz lebensnah erfahren, wie kirchliche Arbeit heute aussehen kann.“ (kipa/kna 12)

 

 

 

Missbrauchsvorwürfe. Ermittlungen gegen Mixa eingestellt

 

Missbrauch nein, Gewalt ja: Gegen den zurückgetretenen Augsburger Bischof Mixa wird nicht mehr wegen sexuellen Missbrauchs Minderjähriger ermittelt. Ein Sonderermittler nannte aber Vorwürfe der „schweren körperlichen Züchtigung“ glaubhaft. Die Taten sind schon verjährt.

 

Der Verdacht des sexuellen Missbrauchs Minderjähriger gegen den zurückgetretenen Augsburger Bischof Walter Mixa hat sich nicht erhärtet. Die Staatsanwaltschaft Ingolstadt stellt ihre Vorermittlungen ein. „Ein Tatnachweis hinsichtlich eines sexuellen Missbrauchs ist nicht zu führen“, sagte der Leitende Oberstaatsanwalt Helmut Walter am Freitag der dpa. Die „Augsburger Allgemeine“ berichtete ebenfalls über die Einstellung der Vorermittlungen.

Unterdessen werden die Gewaltvorwürfe massiver. „Sonderermittler“ Sebastian Knott hat den vorläufigen Abschlussbericht über das Verhalten Mixas als Stadtpfarrer von Schrobenhausen gegenüber Kindern aus einem örtlichen Heim sowie über sein Finanzgebaren als Vorsitzender des Stiftungsrates jenes Heimes vorgelegt. So soll Mixa oft mit der Faust und einem Stock zugeschlagen haben. Die Aussagen der ehemaligen Heimkinder aus dem Kinderheim St. Josef seien glaubwürdig, erläuterte Knott. Einige seien während der Gespräche in Tränen ausgebrochen. Ein Mädchen sei unter den Schlägen zusammengebrochen. „Er sagte oft Sätze wie: „In Dir ist der Satan, den werde ich Dir schon austreiben““, zitierte Knott einen ehemaligen Heimjungen. Die dort beschäftigten Nonnen hätten Mixa oft mit den Worten „Hau nei...hau nei...“ angestachelt. Strafrechtlich seien die Vorwürfe allerdings verjährt.

Mixa als Opfer „altliberaler“ Kräfte?

Bis auf das späte Eingeständnis, möglicherweise die eine oder andere „Watschen“ ausgeteilt zu haben, hat Mixa alle Vorwürfe wegen seiner Lebens- und Amtsführung stets von sich gewiesen. Ende April wandte sich Mixa indes mit der Bitte an Papst Benedikt XVI., er möge ihn vom Amt des Bischofs von Augsburg und des Katholischen Militärbischofs für die Deutsche Bundeswehr entpflichten. Nach einem Gespräch mit dem Freiburger Erzbischof Zollitsch, dem Erzbischof von München und Freising, Marx, und dem Augsburger Weihbischof Losinger nahm der Papst den Rücktritt Mixas am vergangenen Samstag an. Der 69 Jahre alte Geistliche hielt sich damals seit vierzehn Tagen in einer Schweizer Klinik auf, die über ausgedehnte psychiatrische Abteilungen verfügt.

Die Annahme des Rücktritts wurde von der Meldung überschattet, dass das Bistum Augsburg Hinweise auf mutmaßliche Verfehlungen Mixas als Bischof von Eichstätt gegenüber Minderjährigen der Staatsanwaltschaft zugeleitet habe. Diese waren dem Bistum Augsburg in glaubhafter Weise aus Eichstätt zugetragen worden und wurden daraufhin Gegenstand von Gesprächen mit der Münchner Generalstaatsanwaltschaft, Erzbischof Marx und Erzbischof Zollitsch. Der Verdacht wurde auch Mixa zugetragen. Daraufhin machte eine von katholischen Ultrakonservativen betriebene Website, auf der Mixa als Opfer „altliberaler“ Kräfte in der Kirche dargestellt wird, einen Mann namhaft, der das Opfer Mixas gewesen sein soll. Der heute 26 Jahre alte vormalige Eichstätter Dom-Ministrant ließ dann über einen Anwalt verbreiten, er sei das vermeintliche Opfer Mixas nicht.

In den Reihen der Justiz wie in der Kirche waren die Vorhaltungen gegen Mixa unter anderem deswegen nicht abgetan worden, weil es in den Bistümern Augsburg und Eichstätt Geistliche gibt, denen sich Stadtpfarrer Mixa unsittlich genähert haben soll. Entsprechende Aussagen der damals noch angehenden Priester befinden sich in dem Dossier, das Papst Benedikt XVI. vorlag, als er über den Rücktritt Mixas entschied.

D.D., Faz 14

 

 

 

 

Prügel-Vorwürfe. "Warte nur, bis Mixa kommt"

 

Das Sündenregister von Walter Mixa nahm immer dramatischere Ausmaße an: Prügel für Heimkinder, Unterschlagung von Stiftungsgeld - und dann auch noch sexueller Missbrauch? Letzteres hat sich nicht erhärtet.

 

Umso deutlicher tritt nun zutage, wie grausam der zurückgetretene Bischof von Augsburg in seiner Zeit als Stadtpfarrer von Schrobenhausen in den 1970er Jahren Heimkinder behandelte. Sonderermittler Sebastian Knott berichtet von Schlägen mit der Faust, dem Stock, dem Gürtel.

 

Fast zeitgleich wird am Freitag bekannt: Während die Staatsanwaltschaft in Ingolstadt das Ende der Vorermittlungen wegen des Verdachts auf sexuellen Missbrauchs verkündet, nennt Knott in Schrobenhausen erschütternde Details zum Umgang Mixas mit den Kindern im Waisenhaus St. Josef. Die Aussagen ehemaliger Heimkinder seien glaubwürdig, versichert er.

 

„Du landest im Fegefeuer" - In seinem 39-seitigen Abschlussbericht führt Knott in eine Zeit im katholischen Waisenhaus von Schrobenhausen zurück, die ohne Zweifel als düster bezeichnet werden muss. Es waren die 70er und 80er Jahre, und der aufstrebende junge Geistliche Mixa war Stadtpfarrer in dem für seinen Spargel bekannten Städtchen. Doch was die Mädchen und Jungen im Waisenhaus erlebten, war nach dem Bericht Knotts schlicht furchterregend.

 

"Warte nur, bis Mixa kommt", dieser Ausspruch der Nonnen war eine von den Kindern oft gehörte Bedrohung. Es sei bekannt gewesen, dass der Pfarrer streng sei und häufig prügele, sagte Knott.

 

Die Verdachtsmomente des sexuellen Missbrauchs datieren aus der Zeit, als der heute 69-jährige Mixa Oberhirte in Eichstätt war. Ein Bischof, des sexuellen Missbrauchs verdächtigt - in Österreich hatte es vor 15 Jahren zu einer Kirchenkrise geführt, als bekanntgeworden war, dass der Wiener Kardinal Hans Hermann Groer sich an Jugendlichen vergangen haben soll und der Vatikan unentschlossen handelte.

 

Bei Mixa sollte es anders laufen. Ungewöhnlich schnell entsprach Rom der Rücktrittsbitte. Hätte sich der Verdacht des sexuellen Missbrauchs erhärtet - die Sprengkraft wäre immens gewesen für die Kirche in Deutschland: Da hätte ein Mann mit so einer Vergangenheit jahrelang auf einem Bischofsstuhl gesessen und als Militärbischof die Seelsorge in der Bundeswehr betreut.

 

Aber auch der Bericht, den Knott in Schrobenhausen vorstellte, schockiert: Mit einem Vokabular, das eher an die Zeit der Inquisition erinnert, soll Mixa die Heimkinder zwischen 1975 und 1996 bedroht haben. "Du landest im Fegefeuer", soll er gesagt haben und auch "Ich werde dir schon die schmutzigen Gedanken austreiben". Die Nonnen des Heimes sollen ihn beim Prügeln sogar angestachelt haben.

 

Knotts Bericht spart Einzelheiten nicht aus: "Herr Mixa zog ihm die Hose herunter und prügelte mit einem Stock auf den nackten Hintern. Nach fünf bis sechs Schlägen begann der Betroffene zu weinen. Danach brach der Stecken ab und Herr Mixa lockerte seinen Hosengürtel und schlug weitere fünf- bis sechsmal auf seinen Hintern." Mixa hatte zunächst geleugnet, Heimkinder geprügelt zu haben.

 

Dazu passt ein Detail, das Knott vortrug: Er habe eine E-Mail eines Priesters erhalten, der engen Kontakt zu Mixa hatte. Im Zuge der Wiener Groer-Affäre 1995 soll Mixa gesagt haben: Wenn ihm so etwas passieren sollte - er würde lügen. (dpa/AFP 15)