Notiziario religioso  12-16  Maggio  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Mercoledì 12 maggio. Il commento al Vangelo. Lo Spirito “guiderà alla verità tutta intera”  1

2.       Giovedì 13 maggio. Il commento al Vangelo. “Ancora un poco”  1

3.       Venerdì 14 maggio. Il commento al Vangelo. “Rimanete nel mio amore”  1

4.       Sabato 15 maggio. Il commento al Vangelo. “Chiedete e otterrete”  2

5.       Domenica 16 maggio. Il commento al Vangelo. “Si staccò da loro e fu portato verso il cielo”  2

6.       Domenica 16 maggio. Festa dell’Ascensione (in Italia). E’ accanto ad ogni uomo, per sempre  2

7.       Benedetto XVI. Maria, la prima. Il mese di maggio e il viaggio apostolico in Portogallo  4

8.       I viaggio in Portogallo. Il Papa sui mali della Chiesa: "Questa la profezia di Fatima"  5

9.       Il Papa in Portogallo. "Pedofilia, il perdono non si sostituisce alla giustizia"  5

10.   Ccee e migrazioni.  Non temere l'incontro. In un'Europa multiculturale e multireligiosa  6

11.   La Cei boccia il federalismo fiscale  6

12.   Quali prospettive? Comunità cristiana, società e mobilità umana in Europa  7

13.   Fatima. Il "segreto" svelato  7

14.   Sinodo Medio Oriente. Il posto dei cristiani. Incontro con il patriarca di Antiochia dei Siri (Libano) 8

15.   In rete con competenza. Impegni e progetti dei webmaster cattolici 8

16.   46ª Settimana sociale. Riprendere a crescere. Il "documento preparatorio"  9

17.   Dialogo tra religioni. Con lealtà e onestà. Una teologa musulmana all'Angelicum   9

18.   Al suo seguito. Un libro che racconta circa 100 viaggi di papa Wojtyla  10

19.   Polonia. Una lingua comune. Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa in dialogo  10

20.   "Ora di religione nel credito". Gelmini esulta per la sentenza  11

 

 

1.       Der Papst in Portugal. Unterwegs als Fatima-Pilger und Missionar 11

2.       Im Schatten der Krise. 2. Ökumenischer Kirchentag  12

3.       Ökumenischer Kirchentag in München Bischof Friedrich im Chat 12

4.       Zum Ökumenischen Kirchentag werden bis Sonntag in München mehr als 110.000 Dauerteilnehmer erwartet 13

5.       Missbrauchsskandale. Papst beklagt "Angriff von innen" auf die Kirche  13

6.       Seid Ihr bereit…? von Bischof Heinz Josef Algermissen  13

7.       Neuanfang in Augsburg  14

8.       Renovabis-Pfingstaktion. Bischof Algermissen ruft zur Osteuropahilfe auf 14

9.       Erzbischof Marx: „Kirche will ihre Hausaufgaben machen“  14

10.   Zollitsch stärkt Priestern den Rücken  15

11.   Fulda. Am 6. Juni werden die traditionsreichen Bonifatiuswallfahrten eröffnet 15

12.   Medienberichte über angebliches Opfer. Verwirrung um Mixa  15

13.   Regina Caeli zum Marienmonat Mai 15

14.   Kommentar. Mixa als Bauernopfer?  16

15.   EU: Aktion „Steuern gegen Armut“  16

16.   Menschenrechte. "Der Koran verlangt keine Genital-Beschneidung"  16

17.   Italien: Dialogbereiter Islam?  17

18.   "Les Prêtres" in Frankreich. Die Boygroup Gottes  17

19.   Pius XII.: „Retten statt Reden“  17

20.   Augsburger Domkapital berät über Mixa-Nachfolger 18

21.   Katholische Kirche auf dem Hessentag 2010  18

 

 

 

 

Mercoledì 12 maggio. Il commento al Vangelo. Lo Spirito “guiderà alla verità tutta intera

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 16,12-15) commentato da P. Lino Pedron 

 

12 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13 Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. 14 Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà. 15 Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà.

Gesù vorrebbe comunicare ai discepoli altre rivelazioni che ora essi non sono capaci di accogliere perché lo Spirito Santo non ha ancora acceso in loro una fede profonda.

Quando Gesù oppone la sua presente rivelazione in figure ed enigmi a quella futura, aperta e chiara, vuole riferirsi all’azione del suo Spirito che fa capire e penetrare nel cuore la sua parola.

Lo Spirito della verità introdurrà i credenti nella verità tutta intera che è il Cristo, ma non porterà nuove rivelazioni. La sua funzione specifica consiste nel far capire e far vivere la parola di Gesù, rendendola operante nell’esistenza dei discepoli.

Lo Spirito della verità glorificherà Gesù facendolo conoscere agli uomini, rivelandolo ad essi come Figlio di Dio e suscitando in essi la fede nella sua persona divina.

Tra Gesù e il Padre esiste perfetta comunione di vita e perfetta unità di azione. Lo Spirito riceverà dal Cristo tutti i beni della salvezza, la cui fonte si trova nel Padre. De.it.press

 

 

 

 

 

Giovedì 13 maggio. Il commento al Vangelo. “Ancora un poco”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 16,16-20) commentato da P. Lino Pedron 

 

16 Ancora un poco e non mi vedrete; un po’ ancora e mi vedrete». 17 Dissero allora alcuni dei suoi discepoli tra loro: «Che cos'è questo che ci dice: Ancora un poco e non mi vedrete, e un po’ ancora e mi vedrete, e questo: Perché vado al Padre?». 18 Dicevano perciò: «Che cos'è mai questo "un poco" di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 19 Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «Andate indagando tra voi perché ho detto: Ancora un poco e non mi vedrete e un po’ ancora e mi vedrete? 20 In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia.

Gesù parla degli ultimi eventi della sua vita terrena con espressioni alquanto enigmatiche che provocano sconcerto nei suoi amici, i quali non riescono a capire soprattutto il senso delle parole "un poco".

Gesù aveva già usato queste parole nel primo discorso dell’ultima cena (Gv 13,33; 14,19): mentre i suoi nemici fra poco non l’avrebbero visto più, i suoi amici l’avrebbero rivisto, perché avrebbero partecipato alla sua vita.

Gesù sta per ritornare al Padre che l’ha mandato (Gv 16,5): per tale ragione i discepoli non potranno vedere il Maestro, perché egli sta lasciando definitivamente questo mondo; però con la risurrezione dalla morte, Gesù si farà vedere nuovamente ai suoi amici.

La passione e morte del Cristo provocherà pianto e afflizione nel cuore dei discepoli, mentre i suoi avversari si rallegreranno per la vittoria riportata. La tristezza dei discepoli però durerà poco: essa si trasformerà in gioia quando il Signore risorto apparirà loro il giorno di Pasqua (Gv 20,20). De.it.press

 

 

 

 

Venerdì 14 maggio. Il commento al Vangelo. “Rimanete nel mio amore”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 15,9-17) commentato da P. Lino Pedron 

 

9 Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14 Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. 16 Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17 Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.

Come il Padre ama il Figlio, così il Figlio ama i suoi discepoli e, proprio perché li ama con un amore così grande, li scongiura di rimanere nel suo amore.

Gesù spiega come si rimane concretamente nel suo amore: osservando i suoi comandamenti, cioè vivendo la sua parola. Il Cristo si presenta come modello: egli ha custodito i precetti del Padre e perciò vive intimamente unito a lui.

Gesù si rivela come la vite della verità, cioè come la fonte della rivelazione e della salvezza mediante la manifestazione della vita di amore del Padre per inondare di pace, di gioia piena e di felicità profonda il cuore dei suoi amici.

I precetti dati da Gesù ai suoi discepoli sono tanti, ma il suo comandamento specifico, che li contiene tutti, è uno solo: l’amore scambievole tra i suoi discepoli.

L’elemento distintivo caratteristico dell’amore fraterno tra i discepoli è la sua misura e il suo modello: "Come io vi ho amati" (v. 12). Il Cristo si presenta come l’esemplare dell’amore forte ed eroico, fino al vertice supremo (Gv 13,1.34) e come il fondamento di questo amore: è lui che lo rende possibile all’uomo. Difatti la particella "come" (kathòs) indica non solo un paragone, ma anche la base su cui poggia il comportamento del discepolo (Gv 6,57; 13,15).

Gesù può dare con efficacia il suo comandamento perché egli è il Maestro dell’amore e ne ha offerto agli amici la prova suprema con il sacrificio della vita (v. 13). Il dono della vita per gli amici costituisce il segno più eloquente dell’amore forte e concreto.

L’amore di Dio si è manifestato nel dono del suo Figlio unigenito (Gv 3, 16; 1Gv 4, 9-10). L’amore di Dio è sperimentabile e concreto. L’amore dei discepoli dev’essere altrettanto concreto e impegnativo.

L’amore autentico per il Signore si dimostra osservando i suoi comandamenti (1Gv 2,4-5). Chi non vive la parola di Cristo, che prescrive l’amore per i fratelli, non può amare Dio (1Gv 4, 20-21).

Gesù considera amici i suoi discepoli perché li ha resi partecipi dei segreti della sua vita divina (v. 15). Egli ha rivelato loro il nome, cioè la persona del Padre e quindi li ha resi partecipi della vita di Dio rivelando e comunicando loro la vita del Padre (Gv 8,26. 40). Questo rapporto d’amore non è frutto di una scelta dei discepoli, ma è dono, è grazia.

Gli apostoli, e dopo di loro tutti i credenti, sono stati scelti dal Cristo per essere suoi amici e suoi missionari (v. 16).

Gesù preannuncia la fecondità apostolica dei suoi amici. Una delle conseguenze importanti di questa unione fruttuosa con Cristo è l’esaudimento delle loro richieste al Padre, fatte nel nome di Gesù (v. 16). De.it.press

 

 

 

 

Sabato 15 maggio. Il commento al Vangelo. “Chiedete e otterrete”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 16,23b-28) commentato da P. Lino Pedron 

 

In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. 24 Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena.

25 Queste cose vi ho dette in similitudini; ma verrà l'ora in cui non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi parlerò del Padre. 26 In quel giorno chiederete nel mio nome e io non vi dico che pregherò il Padre per voi: 27 il Padre stesso vi ama, poiché voi mi avete amato, e avete creduto che io sono venuto da Dio. 28 Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre».

Nel giorno della risurrezione gli apostoli non sentiranno il bisogno di domandare spiegazioni a Gesù perché le loro numerose domande sul suo imminente ritorno al Padre (Gv 13,36-37; 14,15 ss; ecc.) avranno ottenuto una risposta soddisfacente nel fatto, del tutto inatteso, della risurrezione. Tuttavia se i discepoli faranno delle richieste al Padre, questi le esaudirà nel nome del Figlio.

Le preghiere dei cristiani saranno ascoltate se saranno conformi alla volontà del Signore (1Gv 5,14), perché Dio ama gli amici di Gesù (Gv 16,17). Per questa ragione egli esorta i discepoli a rivolgere richieste al Padre nel nome di Cristo affinché la loro gioia sia piena e perfetta. Tale gioia perfetta sarà concessa a chi rimane nell’amore di Cristo (Gv 15,11), a chi vive la sua parola (Gv 17,13).

Gesù parla di una duplice fase della sua rivelazione: quella presente "in enigmi" e quella futura che sarà chiara, aperta e manifesta. La difficile e oscura rivelazione di Gesù diverrà chiara, aperta e manifesta ai discepoli per opera dello Spirito della verità.

Dopo la glorificazione di Gesù, i cristiani rivolgeranno richieste al Padre nel nome del Figlio. Tali suppliche saranno infallibilmente esaudite (Gv 14,13-14; 15,16) perché Dio ama coloro che credono in Gesù. Il Padre ama tutta l’umanità (Gv 3,16), ma in modo speciale le persone che amano suo Figlio (Gv 14,21.23). In tale situazione felice non appare più necessaria la preghiera di intercessione del Signore Gesù perché siano ascoltate dal Padre le richieste dei credenti, in quanto la mediazione di Gesù ha raggiunto il suo scopo, quello di unire i discepoli a Dio.

I Dodici non solo amano Gesù, ma hanno creduto nella sua origine divina. Giovanni attribuisce molta importanza a questo aspetto della fede, perché lo considera un elemento fondamentale del discepolo autentico (Gv 17,8).

Gesù è conscio della sua origine divina (Gv 6, 46; 7,29) e con tale consapevolezza dà inizio alla sua passione (Gv 13,3). Egli è uscito dal Padre per venire nel mondo, ora con la sua morte gloriosa fa ritorno al Padre che l’ha mandato (Gv 16,5). De.it.press

 

 

 

 

Domenica 16 maggio. Il commento al Vangelo. “Si staccò da loro e fu portato verso il cielo

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 24,46-53) commentato da P. Lino Pedron 

 

46 «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni. 49 E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto».

50 Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. 51 Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. 52 Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; 53 e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Il mistero di Cristo si può presentare solamente attraverso le Scritture. Solo Dio conosce il suo Inviato, il cammino che deve percorrere e la meta che deve raggiungere. I segreti di Dio non si scoprono attraverso la riflessione e la sapienza umana, ma solo attraverso la sua libera comunicazione. Per questo il richiamo alle Scritture non è facoltativo, ma obbligatorio per capire il piano di Dio e il cammino del suo Cristo.

La catechesi di Cristo si conclude con la missione degli Undici a tutte le nazioni perché siano i continuatori della sua opera e i testimoni della sua risurrezione. In essa sono racchiusi gli articoli del kerigma apostolico: l’annunzio della morte e risurrezione di Cristo (v. 46), la predicazione della conversione per la remissione dei peccati (v. 47)e la funzione della testimonianza (v. 48).

L’annuncio evangelico era cominciato con la predicazione della penitenza e la remissione dei peccati e si chiude con lo stesso tema (v. 47). Gesù ha assolto la sua missione nel costante tentativo di distogliere gli uomini dal male; ora la sua opera deve continuare attraverso i suoi inviati. Annunciando agli uomini il lieto messaggio del perdono dei peccati e della pace piena e perfetta con Dio, essi non saranno dei conquistatori, ma dei benefattori dell’umanità.

Ma prima di partire per la missione, la Chiesa dovrà ricevere il dono dello Spirito Santo. Se gli apostoli sono i continuatori e i testimoni di Gesù, devono ricevere la stessa investitura di Gesù. Egli si è mosso dopo aver ricevuto il battesimo nello Spirito (Lc 4,14); la stessa cosa deve compiersi per i suoi apostoli.

Questi messaggeri di pace, che si dirameranno da Gerusalemme verso tutte le parti del mondo, saranno corroborati dalla forza dello Spirito. La loro potenza è la forza della fede.

L’ascensione è narrata due volte da Luca, come conclusione del Vangelo e come inizio degli Atti. Il Signore non si allontana dai suoi. Sarà sempre in cammino con i pellegrini della storia, come i due discepoli di Emmaus.

Ma la sua presenza non sarà fisica, limitata nello spazio e nel tempo. Sarà spirituale, illimitata, ovunque e sempre. Prima era vicino a noi col suo corpo, ora è in noi col suo Spirito. Prima era visibile con il volto di un altro, ora è invisibile e ha preso il nostro volto.

Il suo distare non è un andare lontano, ma un elevarsi là dove può racchiudere in sé ogni orizzonte. Raggiunto il cuore del Padre, Gesù è vicino ad ogni fratello, perché ogni uomo è nel cuore di Dio.

"Condurre fuori" (v. 50) indica l’azione di Dio quando libera il suo popolo. Nella trasfigurazione, Mosè ed Elia parlavano dell’esodo di Gesù che stava per compiersi in Gerusalemme (Lc 9,31). Ora nell’ascensione si compie perfettamente e definitivamente.

Il ritorno di Gesù al Padre è la redenzione del cosmo, il ritorno di tutto a colui dal quale è uscito. Il compimento dell’esodo di Gesù segna l’inizio del nostro: mentre ascende al cielo, conduce fuori anche i suoi discepoli. In lui anche noi siamo già risorti, fatti sedere nei cieli e glorificati (Fil 3,20; Col 3,3; Ef 2,6; Rm 8,30).

In Gesù che ascende al cielo conosciamo compiutamente il mistero dell’uomo e del suo corpo: Sappiamo da dove viene perché vediamo dove va: viene dal Padre della vita e a lui ritorna.

La glorificazione di Gesù con il suo corpo è la realizzazione della brama più profonda che Dio ha messo nell’uomo: diventare come Dio, vincendo la morte. Non è un sogno proibito (Gen 3,4-5), ma il dono definitivo di Dio.

Dopo che Gesù ci ha benedetti con tutta la sua vita, anche noi possiamo benedire Dio. Il tempio, abitazione di Dio, è ora stabile abitazione dell’uomo. L’uno e l’altro abitano insieme. Dio si fa dimora dell’uomo e l’uomo diventa dimora di Dio. In questo modo è esaudita completamente la preghiera più vera e più profonda di ogni credente, il suo desiderio di eternità: "Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore" (Sal 27,4). De.it.press

 

 

 

 

Domenica 16 maggio. Festa dell’Ascensione (in Italia). E’ accanto ad ogni uomo, per sempre

 

Con l’entrata di Gesù nella gloria del Padre è cambiato qualcosa sulla terra? Esteriormente nulla. La vita degli uomini ha continuato ad essere quella di prima: seminare e mietere, commerciare, costruire case, viaggiare, piangere e fare festa, tutto come prima. Anche gli apostoli non hanno ricevuto alcuno sconto sui drammi e le angosce sperimentati dagli altri uomini. Tuttavia qualcosa di incredibilmente nuovo è accaduto: sull’esistenza dell’uomo è stata proiettata una luce nuova.

In un giorno di nebbia, improvvisamente compare il sole. Le montagne, il mare, i campi, gli alberi del bosco, i profumi dei fiori, il canto degli uccelli rimangono gli stessi, ma diverso è il modo di vederli e di percepirli.

Accade anche a chi è illuminato dalla fede in Gesù asceso al cielo: vede il mondo con occhi rinnovati. Tutto acquista un senso, nulla rattrista, nulla più spaventa.

Oltre le sventure, le fatalità, le miserie, gli errori dell’uomo s’intravede sempre il Signore che costruisce il suo regno.

Un esempio di questa prospettiva completamente nuova potrebbe essere il modo di considerare gli anni della vita. Tutti conosciamo, e forse sorridiamo, degli ottantenni che invidiano chi ha meno anni di loro, si vergognano della loro età... insomma, volgono lo sguardo al passato, non al futuro. La certezza dell’Ascensione capovolge questa prospettiva. Mentre trascorrono gli anni, il cristiano è soddisfatto perché vede avvicinarsi il giorno dell’incontro definitivo con Cristo; è lieto di essere vissuto, non invidia i più giovani, li guarda con tenerezza.

 

Prima Lettura (At 1,1-11)

 

1 Nel mio primo libro ho già trattato, o Teòfilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio 2 fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelti nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo.

 3 Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio. 4 Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre “quella, disse, che voi avete udito da me: 5 Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni”.

6 Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”. 7 Ma egli rispose: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, 8 ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”.

 9 Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. 10 E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n’andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: 11 “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.

 

Sul monte degli Ulivi è stato costruito dai crociati un piccolo santuario ottagonale, trasformato poi in moschea dai musulmani nel 1200. Spiegavo a dei pellegrini che quest’edicoletta oggi ha un tetto, ma originariamente era scoperta per ricordare l’Ascensione di Gesù al cielo. Uno scanzonato del gruppo ha commentato: “Non aveva il tetto perché altrimenti, salendo, Gesù avrebbe battuto la testa”. Qualcuno non ha gradito la battuta dissacrante, ma qualche altro l’ha considerata una provocazione ad approfondire il significato del testo degli Atti.

A prima vista, il racconto dell’Ascensione scorre fluido, ma quando si considerano tutti i particolari si comincia a provare un certo imbarazzo: sembra piuttosto inverosimile che Gesù si sia comportato come un astronauta che si stacca dal suolo, s’innalza verso il cielo e scompare oltre le nubi; ci sono inoltre alcune incongruenze difficili da spiegare.

Alla fine del suo Vangelo, Luca – lo stesso autore degli Atti – afferma che il Risorto condusse i suoi discepoli verso Betania e “mentre li benediceva si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia” (Lc 24,50-53). Lasciamo perdere la strana annotazione sulla “grande gioia” (chi di noi è felice quando un amico parte?) e il disaccordo sulla località (Betania è un po’ fuori mano rispetto al monte degli Ulivi). Ciò che sorprende è la palese divergenza sulla data: secondo Lc 24 l’Ascensione avviene nello stesso giorno di Pasqua, mentre negli Atti è collocata quaranta giorni dopo (At 1,3). Stupisce che lo stesso autore fornisca due informazioni contrastanti.

Se prendiamo per buona la seconda versione (quella dei quaranta giorni) viene spontaneo chiedersi: cosa ha fatto Gesù durante questo tempo? Sul Calvario non aveva promesso al ladrone: Oggi sarai con me in paradiso? Perché non è vi andato subito?

Le difficoltà elencate sono sufficienti per metterci in guardia: forse l’intenzione di Luca non è quella di informarci su dove, come e quando Gesù è salito al cielo. Forse (anzi, senza forse!) la sua preoccupazione è un’altra: vuole rispondere a problemi e sciogliere dubbi che sono sorti nelle sue comunità, vuole illuminare i cristiani del suo tempo sul mistero ineffabile della Pasqua. Per questo, da artista della penna qual è, compone una pagina di teologia utilizzando un genere letterario e delle immagini ben comprensibili ai suoi contemporanei. Il primo passo da compiere dunque è quello di comprendere il linguaggio impiegato.

 

Al tempo di Gesù l’attesa del regno di Dio è vivissima e gli scrittori apocalittici la annunciano come imminente. Si attendono: un diluvio di fuoco purificatore dal cielo, la risurrezione dei giusti e l’inizio di un mondo nuovo. Anche nella mente di alcuni discepoli si crea un clima di esaltazione, alimentata da alcune espressioni di Gesù che possono facilmente essere fraintese: “Non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo” (Mt 10,23); “Vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno” (Mt 16,28).

Con la morte del Maestro, però, tutte le speranze vengono deluse: “Noi speravamo che egli sarebbe stato quello che avrebbe liberato Israele” – diranno i due di Emmaus (Lc 24,21).

La risurrezione risveglia le attese: si diffonde fra i discepoli la convinzione di un immediato ritorno di Cristo. Alcuni fanatici, basandosi su presunte rivelazioni, cominciano addirittura ad annunciarne la data. In tutte le comunità si ripete l’invocazione: “Marana tha”, vieni Signore!

Gli anni passano, ma il Signore non viene. Molti cominciano ad ironizzare: “Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi, tutto rimane come al principio della creazione” (2 Pt 3,4).

Luca scrive in questa situazione di crisi. Si rende conto che un equivoco sta all’origine della cocente delusione dei cristiani: la risurrezione di Gesù ha segnato sì l’inizio del regno di Dio, ma non la conclusione della storia.

La costruzione del mondo nuovo è soltanto iniziata, richiederà tempi lunghi e tanto impegno da parte dei discepoli.

Come correggere le false attese? Luca introduce nella prima pagina del libro degli Atti un dialogo fra Gesù e gli apostoli.

Consideriamo la domanda che questi pongono: quando giungerà il regno di Dio? (v.6). E’ la stessa che, alla fine del secoloI, tutti i cristiani vorrebbero rivolgere al Maestro. La risposta del Risorto, più che ai Dodici, è diretta ai membri delle comunità di Luca: smettetela di disquisire sui tempi e sui momenti della fine del mondo, questi sono conosciuti solo dal Padre. Impegnatevi piuttosto a portare a compimento la missione che vi è stata affidata: essere miei testimoni “a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (vv.7-8)!

 

A questo dialogo segue la scena dell’Ascensione (vv.9-11).

Gesù e i discepoli sono seduti a mensa (At 1,4), in casa dunque. Perché non si sono salutati lì, dopo aver cenato? Che bisogno c’era di andare verso il monte degli Ulivi? E gli altri particolari: la nube, gli sguardi rivolti verso il cielo, i due uomini in bianche vesti sono annotazioni di cronaca o artifici letterari?

Nell’AT c’è un racconto che assomiglia molto al nostro, si tratta del “rapimento” di Elia (2 Re 2,9-15).

Un giorno questo grande profeta si trova presso il fiume Giordano con il suo discepolo Eliseo. Questi, saputo che il maestro sta per lasciarlo, osa chiedergli in eredità due terzi del suo spirito. Elia glieli promette, ma solo a una condizione: se mi vedrai quando sarò rapito lontano da te. All’improvviso, appare un carro con cavalli di fuoco e, mentre Eliseo guarda verso il cielo, Elia viene rapito in un turbine. Da quel momento Eliseo riceve lo spirito del maestro ed è abilitato a continuarne la missione in questo mondo. Il libro dei Re racconterà poi le opere di Eliseo: sono le stesse che ha compiuto Elia.

Facile rilevare gli elementi comuni con il racconto degli Atti ed allora la conclusione non può essere che questa: Luca si è servito della scenografia grandiosa e solenne del rapimento di Elia per esprimere una realtà che non può essere verificata con i sensi né descritta adeguatamente con parole: la Pasqua di Gesù, la sua Risurrezione e la sua entrata nella gloria del Padre.

La nube indica nell’AT la presenza di Dio in un certo luogo (Es 13,22). Luca la impiega per affermare che Gesù, lo sconfitto, la pietra scartata dai costruttori, colui che i nemici avrebbero voluto che rimanesse per sempre prigioniero della morte, è stato invece accolto da Dio e proclamato Signore. I due uomini vestiti di bianco sono gli stessi che compaiono presso il sepolcro nel giorno di Pasqua (Lc 24,4). Il colore bianco rappresenta, secondo la simbologia biblica, il mondo di Dio. Le parole poste sulla bocca dei due uomini sono la spiegazione data da Dio agli avvenimenti della Pasqua: Gesù, il Servo fedele, messo a morte dagli uomini, è stato glorificato. Le loro parole sono veritiere (essendo due, sono testimoni degni di fede).

Infine: lo sguardo rivolto al cielo. Come Eliseo, anche gli apostoli ed i cristiani del tempo di Luca rimangono a contemplare il Maestro che si allontana. Il loro sguardo indica la speranza di un suo immediato ritorno, il desiderio che, dopo un breve intervallo, egli riprenda l’opera interrotta. Ma la voce dal cielo chiarisce: non sarà lui a portarla a compimento, sarete voi. Lo farete, siete abilitati a farlo perché avete trascorso con lui quaranta giorni (nel linguaggio del giudaismo era il tempo necessario alla preparazione del discepolo) e ne avete ricevuto lo Spirito.

Per gli apostoli, come per Eliseo, l’immagine del “rapimento del maestro” indica il passaggio di consegne.

Già al tempo di Luca c’erano cristiani che “guardavano al cielo”, cioè, che consideravano la religione come un’evasione, non come uno stimolo ad impegnarsi concretamente per migliorare la vita degli uomini. Ad essi Dio dice “smettetela di guardare il cielo”, è sulla terra che dovete dar prova dell’autenticità della vostra fede. Gesù tornerà, sì, ma questa speranza non deve essere una ragione per estraniarvi dai problemi di questo mondo. Beati saranno infatti quei servi che il Signore, ritornando, troverà impegnati nel lavoro per i fratelli (Lc 12,37).

 

Gesù è dunque salito al cielo?

Certo che sì, ma dire che è asceso al cielo equivale a dire: è risorto, è stato glorificato, è entrato nella gloria di Dio. Il suo corpo, è vero, è stato posto nel sepolcro, ma Dio non ha avuto bisogno degli atomi del suo cadavere, per dargli quel “corpo da risorto” che Paolo chiama: “Corpo spirituale” (1 Cor 15,35-50).

Quaranta giorni dopo la Pasqua non si è verificato alcuno spostamento nello spazio, nessun “rapimento” dal monte degli Ulivi verso il cielo. L’Ascensione è avvenuta nell’istante stesso della morte, anche se i discepoli hanno cominciato a capire e a credere solo a partire dal “terzo giorno”.

Il racconto di Luca è una pagina di teologia, non il reportage di un cronista. In questa pagina egli vuole dirci che Gesù ha attraversato per primo il “velo del tempio” che separava il mondo degli uomini da quello di Dio e ha mostrato come tutto ciò che accade sulla terra: successi e disavventure, ingiustizie, sofferenze e persino i fatti più assurdi, come una morte ignominiosa, non sfuggono al progetto di Dio.

L’Ascensione di Gesù è tutto questo. Allora non ci si deve meravigliare che sia stata salutata dagli apostoli con gioia grande (Lc 24,52).

 

Seconda Lettura (Ef 1,17-23)

 

Fratelli, 17 il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. 18 Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi 19 e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l’efficacia della sua forza 20 che egli manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, 21 al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro.

22 Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, 23 la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose.

 

Paolo chiede a Dio la sapienza per i suoi cristiani. Non si tratta di una sapienza umana, ma dell’intelligenza per comprendere il mistero della Chiesa. Egli chiede a Dio di illuminare gli occhi del loro cuore affinché comprendano quanto è grande la speranza alla quale sono stati chiamati.

La prima lettura invitava i cristiani a non trascurare i doveri concreti di questo mondo. La seconda completa questo pensiero e raccomanda ai cristiani di non dimenticare che la loro vita non è racchiusa nell’orizzonte di questo mondo, perché, anche se impegnati nelle attività di questa vita, essi sono sempre in attesa che Cristo torni per prenderli definitivamente con sé.

 

Vangelo (Lc 24,46-53)

 

In quel tempo, Gesù apparve agli Undici e disse loro: 46 “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni. 49 E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”.

50 Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. 51 Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. 52 Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; 53 e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

 

Noi siamo in grado di studiare e conoscere le realtà materiali, basta riuscire ad applicare intelligenza e perspicacia.

I segreti di Dio invece ci sfuggono, sono imperscrutabili, egli soltanto può rivelarli.

Se ci accostiamo a Gesù, se ripercorriamo le tappe della sua vita guidati unicamente dalla sapienza umana ci troviamo di fronte a un fitto mistero, brancoliamo nel buio. Dall’inizio alla fine, ciò che gli accade rimane un enigma. La stessa madre, Maria, è sorpresa e stupita quando il progetto di Dio comincia ad attuarsi nel figlio (Lc 2,33.50). Nella fede, anche lei deve “mettere insieme”, come tasselli, i vari avvenimenti (Lc 2,19), per scoprirvi il puzzle del Signore. Come coglierne il senso?

A questa domanda risponde, nei primi versetti del Vangelo di oggi (vv.46-47), il Risorto. Egli – riferisce Luca – aprì l’intelligenza dei discepoli alla comprensione delle Scritture: “Così sta scritto…”. Solo dalla parola di Dio annunciata dai profeti può venire la luce che rischiara gli avvenimenti della Pasqua. Nella Bibbia – dice Gesù – già era predetto che il Messia avrebbe sofferto, sarebbe morto e risorto.

Difficile trovare nell’AT affermazioni tanto esplicite. Tuttavia, non c’è dubbio che ciò che ha cambiato la mente dei discepoli e ha fatto loro comprendere che il Messia di Dio era molto diverso da quello che essi si attendevano, sono stati i testi del profeta Isaia che parlano del Servo del Signore “disprezzato, reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire… Ma che avrà una discendenza, vivrà a lungo e dopo il suo intimo tormento vedrà la luce” (Is 53).

Un altro avvenimento – dice il Risorto – è annunciato nelle Scritture: “Nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” (v.47).

Qui il richiamo al testo biblico è chiaro. Si allude alla missione del Servo del Signore: “Io ti ho posto come luce per le genti perché tu porti la salvezza sino alle estremità della terra” (Is 49,6).

     Secondo il profeta, è compito del Messia portare la salvezza a tutte le genti. Come si realizzerà questa profezia se Gesù ha limitato la sua attività al suo popolo, se ha offerto la salvezza solo agli israeliti (Mt 15,24)?

Nella seconda parte del Vangelo di oggi (vv.48-49) si risponde a questa domanda: Gesù diventerà “luce delle genti” attraverso la testimonianza dei suoi discepoli.

 Si tratta di un incarico troppo superiore alle capacità umane. Per svolgere la missione di Cristo non bastano buona volontà e belle qualità, è necessario poter contare sulla sua stessa forza. Ecco la ragione della promessa: “Voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto” (v.49).

E’ l’annuncio dell’invio dello Spirito, Colui che diventerà il protagonista del tempo della Chiesa. Negli Atti degli Apostoli verrà ricordata spesso la sua presenza nei momenti salienti e la sua assistenza nelle scelte decisive fatte dai discepoli.

 

Il Vangelo di Luca si conclude con il racconto dell’Ascensione (vv.50-53).

Prima di entrare nella gloria del Padre, Gesù benedice i discepoli (v.51).

Terminate le celebrazioni liturgiche nel tempio, il sacerdote usciva dal luogo santo e pronunciava una solenne benedizione sui fedeli radunati per la preghiera (Sir 50,20). Dopo la benedizione questi tornavano alle loro occupazioni, certi che il Signore avrebbe condotto a buon fine ogni loro sforzo ed ogni loro fatica. La benedizione di Gesù accompagna la comunità dei suoi discepoli ed è la promessa e la garanzia del successo pieno dell’opera alla quale stanno per dare inizio.

Il richiamo finale non poteva che essere alla gioia: i discepoli “tornarono a Gerusalemme con grande gioia” (v.52).

Luca è l’evangelista della gioia. Già nella prima pagina del suo Vangelo si incontra l’angelo del Signore che dice a Zaccaria: “Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita” (Lc 1,14). Poco dopo, nel racconto della nascita di Gesù, di nuovo appare l’angelo che dice ai pastori: “Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo” (Lc 2,10).

La prima ragione per cui i discepoli gioiscono, pur non avendo più il Maestro visibilmente con loro, è il fatto di aver compreso che egli non è rimasto, come i suoi nemici pensavano, prigioniero della morte.

Hanno fatto l’esperienza della sua risurrezione, sono certi che egli ha attraversato per primo il “velo del tempio” che separava il mondo degli uomini da quello di Dio. Così ha mostrato che tutto ciò che avviene sulla terra: successi e disavventure, ingiustizie, sofferenze ed anche i fatti più assurdi, come quelli che sono accaduti a lui, non sfuggono al progetto di Dio. Se questo è il destino di ogni uomo, la morte non fa più paura, Gesù l’ha trasformata in una nascita alla vita con Dio. Questa è la prima ragione per affrontare con speranza anche le situazioni più drammatiche e complicate.

La luce delle Scritture ha fatto loro capire che Gesù non è andato in un altro luogo, non si è allontanato, ma è rimasto con gli uomini. Il suo modo di essere presente non è più lo stesso, ma non è meno reale. Prima della Pasqua egli era condizionato da tutte le limitazioni alle quali noi siamo soggetti. Ora non più e può stare accanto ad ogni uomo, sempre. Con l’Ascensione la sua presenza non è diminuita, si è moltiplicata! Ecco la seconda ragione della gioia dei discepoli e nostra. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

 

Benedetto XVI. Maria, la prima. Il mese di maggio e il viaggio apostolico in Portogallo

 

L’invito alla preghiera in vista del viaggio apostolico in Portogallo, un pensiero sul mese di Maggio dedicato a Maria, la benedizione ai partecipanti al prossimo Congresso eucaristico nazionale del Brasile e l’invito a “tenere alta” la qualità dell’istruzione nelle scuole cattoliche. Sono gli spunti principali delle parole di Benedetto XVI prima e dopo la recita del Regina Cæli, in piazza san Pietro, domenica 8 maggio.

 

Il fiore più bello. “Maggio – ha ricordato il Papa – è un mese amato e giunge gradito per diversi aspetti. Nel nostro emisfero la primavera avanza con tante e colorate fioriture; il clima è favorevole alle passeggiate e alle escursioni”. Anche per la liturgia, “Maggio appartiene sempre al Tempo di Pasqua, il tempo dell’‘alleluia’” e “dell’attesa dello Spirito Santo” nella Pentecoste. Al contesto “naturale” e a quello liturgico, “s’intona bene – ha osservato il Pontefice – la tradizione della Chiesa di dedicare il mese di Maggio alla Vergine Maria. Ella, in effetti, è il fiore più bello sbocciato dalla creazione, la ‘rosa’ apparsa nella pienezza del tempo, quando Dio, mandando il suo Figlio, ha donato al mondo una nuova primavera”. Ed è al tempo stesso “protagonista, umile e discreta, dei primi passi della Comunità cristiana: Maria ne è il cuore spirituale, perché la sua stessa presenza in mezzo ai discepoli è memoria vivente del Signore Gesù e pegno del dono del suo Spirito”. Maria “è la prima e perfetta discepola di Gesù. Maria infatti ha osservato per prima e pienamente la parola del suo Figlio, dimostrando così di amarlo non solo come madre, ma prima ancora come ancella umile e obbediente”.

 

Invito alla preghiera. “Per questo – ha detto Benedetto XVI – Dio Padre l’ha amata e in Lei ha preso dimora la Santissima Trinità. E inoltre, là dove Gesù promette ai suoi amici che lo Spirito Santo li assisterà aiutandoli a ricordare ogni sua parola e a comprenderla profondamente, come non pensare a Maria, che nel suo cuore, tempio dello Spirito, meditava e interpretava fedelmente tutto ciò che il suo Figlio diceva e faceva? In questo modo, già prima e soprattutto dopo la Pasqua, la Madre di Gesù è diventata anche la Madre e il modello della Chiesa”. “Nel cuore di questo mese mariano – ha ricordato il Papa –, avrò la gioia di recarmi nei prossimi giorni in Portogallo. Visiterò la capitale Lisbona e Porto, seconda città del Paese. Meta principale del mio viaggio sarà Fátima”, in occasione del decimo anniversario della beatificazione dei due pastorelli Giacinta e Francesco. “Per la prima volta come Successore di Pietro – ha aggiunto – mi recherò a quel Santuario mariano, tanto caro al venerabile Giovanni Paolo II”. Poi l’esortazione: “Invito tutti ad accompagnarmi in questo pellegrinaggio, partecipando attivamente con la preghiera: con un cuore solo e un’anima sola invochiamo l’intercessione della Vergine Maria per la Chiesa, in particolare per i sacerdoti, e per la pace nel mondo”.

 

L’Eucaristia al centro. “Possiate voi tutti, pastori e fedeli, riscoprire che il cuore del Brasile è l’Eucaristia”. Dopo la recita del Regina Cæli, Benedetto XVI ha rivolto un lungo saluto in lingua portoghese al popolo brasiliano che, dal 13 al 16 maggio, vivrà l’appuntamento del 16° Congresso eucaristico nazionale, al quale il Papa ha inviato come suo rappresentante il card. Claudio Hummes. Il motto del Congresso, che riporta le parole dei discepoli di Emmaus “Resta con noi, Signore”, esprime “il desiderio che pulsa nel cuore di ogni essere umano”, ha sottolineato il Santo Padre. È “proprio nel santissimo sacramento dell’altare che Gesù mostra il suo desiderio di essere con noi, di vivere in noi, di donarsi a noi – ha spiegato il Pontefice –. Il suo culto ci porta a riconoscere il primato di Dio perché Egli solo può trasformare i cuori degli uomini, portandoli all’unione con Cristo in un solo corpo”. Pensando alla conclusione dell'Anno Sacerdotale, Benedetto XVI ha invitato tutti i sacerdoti “a coltivare una profonda spiritualità eucaristica sull’esempio del Santo Curato Ars”.

 

Patrimonio prezioso. “Mi unisco spiritualmente ai partecipanti alla Processione alla Ska?ka (‘Rocchetta’) di Cracovia con le reliquie di san Stanislao, vescovo e martire, patrono di Polonia”, ha detto il Pontefice, rivolgendosi ai pellegrini polacchi. “Questo evento – ha continuato – riattualizza oggi la storia della vostra Nazione e della vostra Chiesa. È segno della vostra fede e del vostro patriottismo. Che san Stanislao, sacerdote fedele e testimone della carità, preghi per ottenere le grazie necessarie per la Chiesa, per la Polonia, per Cracovia e per ognuno di voi”. Salutando “con affetto” i pellegrini di lingua italiana, il Papa ha ricordato “i partecipanti alla 30ª Maratona di primavera – Festa della scuola cattolica, guidati dal cardinale vicario Agostino Vallini”. “Cari amici – dirigenti, docenti, alunni e genitori delle scuole cattoliche di Roma, del Lazio e di altre parti d’Italia –, vi auguro di concludere nel modo migliore l’anno scolastico. Soprattutto – ha sottolineato il Papa – vi incoraggio a tenere sempre alta la qualità dell’istruzione e dell’educazione nelle vostre scuole, che sono un patrimonio prezioso per la Chiesa e per l’Italia. Grazie di essere venuti!”. Sir 11

 

 

 

 

I viaggio in Portogallo. Il Papa sui mali della Chiesa: "Questa la profezia di Fatima"

 

LISBONA - Le sofferenze per la pedofilia nella Chiesa erano state annunciate nel Terzo segreto di Fatima, un peccato «realmente terrificante», una delle «più grandi persecuzioni» che non viene da fuori, ma «da dentro la chiesa stessa». E allo scandalo degli abusi è andato il pensiero di papa Benedetto XVI nelle pri-me battute pronunciate sull’aereo che lo ha condotto questa mattina in Portogallo, per un viaggio di quattro giorni che lo vedrà a Lisbona, Fatima e Oporto.

 

«Il Signore ha detto che la Chiesa sarà sofferente fino alla fine del mondo. E oggi questo - ha sottolineato papa Ratzinger - lo vediamo in modo particolare». Una sofferenza riaffermata nel Terzo segreto, di cui Joseph Ratzinger curò a suo tempo l’interpretazione teologica. «Oltre alla missione di sofferenza del Papa, che in prima istanza possiamo riferire all’attentato a Giovani Paolo II - ha spiegato - nel messaggio di Fatima ci sono indicazioni su realtà del futuro della Chiesa». Ed è vero, ha aggiunto, che «oltre ai momenti indicati nelle visioni, si parla della realtà di passione della Chiesa». Elencando poi le «risposte che la Chiesa deve dare», così come già prospettato nel messaggio di Fatima, il Papa ha citato «la penitenza, la preghiera, l’accettazione, il perdono che occorre dare, ma anche la necessità di giustizia, perchè - ha spiegato - il perdono non sostituisce la giustizia».

 

Il Papa è stato accolto all’aeroporto di Lisbona dal presidente della Repubblica Anibal Cavaco Silva e ha dedicato il suo primo discorso ufficiale in Portogallo ai rapporti tra Stato e Chiesa. «Da un’ azione sapiente sulla vita e sul mondo deriva il giusto ordinamento della società», ha detto il pontefice. «Posta nella storia, la Chiesa è aperta per collaborare con chi non marginalizza riduce al privato l’essenziale considerazione del senso umano della vita». «Non si tratta di un confronto etico fra un sistema laico e un sistema religioso - ha proseguito - bensì di una questione di senso alla quale si affida la propria libertà». LS 11

 

 

 

 

Il Papa in Portogallo. "Pedofilia, il perdono non si sostituisce alla giustizia"

 

In volo per il Portogallo, il Pontefice considera "terrificante" che gli attacchi alla Chiesa giungano soprattutto "dai peccati dentro la Chiesa stessa". Per il Papa, la Vergine di Fatima lo aveva previsto nel terzo Segreto. Lisbona si appresta a legalizzare il matrimonio omosessuale. "Questioni etiche e spirituali non sono dominio privato"

 

LISBONA - Papa Benedetto XVI, in volo verso il Portogallo per una visita di quattro giorni, sottolinea come, nello scandalo sulla pedofilia, "il perdono non sostituisce la giustizia. La penitenza, la preghiera, l'accettazione, il perdono che occorre dare, non soddisfano la necessità di giustizia, perché il perdono non sostituisce la giustizia". Ma è "realmente terrificante", dice Ratzinger rispondendo ai giornalisti, come la Chiesa oggi "soffra per gli attacchi dal suo interno". "Oggi le più grandi persecuzioni alla Chiesa non vengono da fuori, ma dai peccati dentro la Chiesa stessa". Una persecuzione che, secondo Benedetto XVI, la Vergine di Fatima aveva previsto nel Terzo Segreto.

 

"Fatima lo aveva previsto". Fatima aveva previsto anche questo, secondo il Papa, che conversando con la stampa collega lo scandalo degli abusi alla profezia affidata dalla Vergine a suor Lucia nel cosiddetto Terzo Segreto. "Insieme alla sofferenza del Papa, che in prima istanza possiamo riferire all'attentato a Giovanni Paolo II - premette Ratzinger - nel messaggio di Fatima ci sono indicazioni su realtà del futuro della Chiesa. Oltre ai momenti indicati nelle visioni, si parla della realtà di passione della Chiesa. Il Signore ha detto che la Chiesa sarà sofferente fino alla fine del mondo. E oggi questo lo vediamo in modo particolare".

 

Il Papa e "l'etica" della crisi economica. Secondo il Papa, la crisi economica ha una sua "componente  morale che nessuno può non vedere", "gli avvenimenti sul mercato in questi ultimi due o tre anni hanno mostrato che la dimensione etica deve entrare all'interno dell'agire economico". "Vediamo adesso che un puro pragmatismo economico crea problemi - dice Ratzinger -. E' il momento di vedere che l'etica non è una cosa esteriore, ma interiore alla razionalità e al pragmatismo economico". Il Papa riconosce che "la fede cattolica, cristiana, era troppo individualistica", lasciava le "cose concrete, economiche al mondo", pensava solo alla "salvezza individuale, agli atti religiosi". "Anche qui dobbiamo entrare in un dialogo concreto - sottolinea il Papa -. Ho cercato nella mia enciclica 'Catitas in veritate', e tutta la tradizione della dottrina sociale della Chiesa va in questi senso, di allargare  l'aspetto etico e della fede sopra l'individuo, alla responsabilità del mondo".

 

Senso della vita non è "dominio privato". Al suo arrivo in Portogallo, paese che si appresta a legalizzare il matrimonio tra omosessuali, alla presenza del presidente Anibal Cavaco Silva il Papa afferma come "le questioni etiche e spirituali" non siano di "dominio privato". "Inserita nella storia - dice Raztinger -, la Chiesa è disposta a collaborare con chi non marginalizza o non riduce al privato la considerazione essenziale del senso umano della vita. Non si tratta di un confronto etico fra un sistema laico e un sistema religioso, bensì di una questione di senso alla quale si affida la propria libertà. Ciò che distingue è il valore attribuito alla problematica del senso e la sua implicazione nella vita pubblica".

 

Ratzinger: "Io pellegrino di Fatima". All'eroporto internazionale Portela di Lisbona, il Pontefice tiene quindi un discorso durante il quale si  professa "pellegrino della Madonna di Fatima". "La Vergine Maria è venuta dal Cielo per ricordarci verità del Vangelo che costituiscono sorgente di speranza per l'umanità, fredda di amore e senza speranza nella salvezza - dice Benedetto XVI -. A tutti, indipendentemente dalla loro fede e religione va il mio saluto amichevole, in particolare a quanti non hanno potuto venire al mio incontro". Il Papa ricorda le apparizioni di Fatima nel 1917. "Un evento successo 93 anni orsono, quando il Cielo si è aperto proprio sul Portogallo come una finestra di speranza che Dio apre quando l'uomo Gli chiude la porta". "Non fu la Chiesa a imporre Fatima, ma fu Fatima che si impose alla Chiesa", ha rilevato Ratzinger, citando il cardinale Manuel Cerejeira, di "venerata memoria".

 

Entusiasmo a Lisbona. Al termine del discorso, la "Papamobile" ha lasciato l'aeroporto per dirigersi verso il centro di Lisbona, salutata da migliaia di fedeli, applausi scroscianti, bandierine e fazzoletti agitati al suo passaggio. Folla ed entusiasmo  ancora maggiori lungo le vie della capitale portoghese. Seduto accanto al patriatrca Josè Policarpo, il Papa risponde ai saluti con gesto e benedizioni. Dopo una prima tappa alla Nunciatuira, dove stanotte dormirà, Benedetto XVI si sposterà verso il celebre Monastero dei Jeronimos, sulle rive del Tago, dove è prevista una cerimonia di benvenuto ufficiale. Poi il pontefice farà visita al palazzo presidenziale di Belem al capo dello stato Cavaco Silva.

 

Il piano per la sicurezza del Pontefice. Lisbona blindata per l'arrivo del Papa. Circa 8mila uomini della polizia, dei servizi segreti e delle forze armate veglieranno sulla sicurezza di Benedetto XVI durante i quattro giorni della sua visita in Portogallo. Le strade della città nella quali passerà il Papa sono sgomberate di ogni auto. Secondo il quotidiano 'Diario de Noticias', attorno al Pontefice, ovunque si trovi, è stata decretata una zona di esclusione aerea di un km di diametro. Due caccia F16 la sorvegliano, con mandato di abbattere qualsiasi velivolo 'intruso'. LR 11

 

 

 

 

Ccee e migrazioni.  Non temere l'incontro. In un'Europa multiculturale e multireligiosa

 

Si è  svolto a Malaga, città nel sud della Spagna, "con un piede in Africa ed uno in Europa", l'ottavo Congresso europeo sulle migrazioni che su iniziativa del Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa ha riunito dal 27 aprile al 1 maggio circa una cinquantina di partecipanti provenienti da tutta Europa, tra vescovi incaricati, direttori nazionali ed operatori pastorali della mobilità umana. L'incontro si è aperto con un messaggio di Benedetto XVI che ha auspicato che ai migranti sia data "la ferma speranza di vedere riconosciuti i loro diritti" e favorite le loro possibilità di vivere "una vita degna in tutti gli aspetti". Benedetto XVI - si legge nel messaggio - incoraggia i partecipanti all'incontro di Malaga "a proseguire nei loro sforzi affinché sia posta una adeguata attenzione pastorale a tutti coloro che soffrono le conseguenze di aver abbandonato la loro patria o si sentono senza una terra di riferimento".

 

Le cifre. Le statistiche parlano di un'Europa sempre più multiculturale e multi religiosa. "Nei 27 Paesi dell'Unione si calcolano attualmente 24 milioni di immigrati, per lo più provenienti dai Paesi stessi dell'Unione. I due terzi della presenza straniera sono ospitati da Germania, Francia e Regno Unito, anche se i Paesi mediterranei registrano costanti aumenti. Più difficile invece avere cifre precise circa gli immigrati irregolari, ma "secondo valutazioni recenti sarebbero fra i 4,5 e gli 8 milioni, con un aumento stimato fra i 350 mila e i 500 mila all'anno". I sondaggi inoltre rivelano che in Europa i flussi migratori siano sempre più percepiti "in maniera negativa dalla popolazione".

 

La denuncia. Nel suo intervento, mons. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti ha parlato di una specie di "deriva etnica istituzionalizzata, che certamente non favorisce né l'approccio sereno degli autoctoni verso gli immigrati e neppure il processo di integrazione degli immigrati nel tessuto delle società di arrivo". Ciò che preoccupa mons. Vegliò è che "l'Europa sentendosi fortezza assediata, affronta sulla difensiva il fenomeno della mobilità". "Viene, così, proposta e ribadita la trilogia inaccettabile 'immigrazione-criminalità e terrorismo-insicurezza'". "Ecco allora - ha proseguito - che l'obiettivo della politica europea appare quello di limitare il numero degli immigrati, rendendo difficile e quasi impossibile l'arrivo di quelli regolari, e di eliminare gli irregolari". Il presidente del dicastero vaticano ha quindi ammonito: "Le misure punitive non bastano, spesso nemmeno scoraggiano nuove partenze, le rendono solo più pericolose o costose". E poi ha aggiunto: "Ancor più dannoso è portare avanti una strumentalizzazione politica delle migrazioni senza davvero prendere i provvedimenti necessari, anzi scatenando risentimenti xenofobi nella popolazione locale e, di conseguenza, anche reazioni violente che possono trovare addirittura giustificazioni nelle parole di questo o quel politico come 'ci vuole cattiveria con i clandestini'. Piuttosto - ha quindi osservato mons. Vegliò - ci si dovrebbe chiedere come far incontrare la domanda e l'offerta di manodopera senza che i lavoratori stranieri debbano sempre passare per la porta dell'irregolarità". Il rappresentante del dicastero vaticano ha quindi suggerito una "visione nel segno della positività", ammonendo: "Più le misure sono restrittive e più aumenta il numero dei migranti irregolari e dei trafficanti di manodopera straniera".

 

La testimonianza. "Il cristiano - ha detto il card. Josif Bozanic, arcivescovo di Zagabria e vice presidente del Ccee - non teme l'incontro con persone, culture e religioni. Egli per primo si riconosce raggiunto, incontrato da Cristo". Il quadro che emerge dai flussi migratori in Europa "è complesso, in alcuni casi si fa addirittura preoccupante. Sorgono domande, dinanzi a questa nuova configurazione dei nostri Paesi e si hanno atteggiamenti diversi: accanto alla presenza di interventi di accoglienza generosa", "si registrano purtroppo anche atteggiamenti di rifiuto, paure, timori, chiusure". Ma il cristiano "non teme l'incontro" e la sua testimonianza "passa sempre attraverso l'esigente cammino di ricerca del bene per i fratelli, che ci spinge a conformare il nostro comportamento in base ai principi di fraternità e responsabilità, a promuovere l'incontro, il dialogo, l'accoglienza, l'ospitalità e a guardare soprattutto al bene integrale della persona, al bene della famiglia, alla ricerca della vera pace".

 

L'impegno. Sono propri questi gli intenti espressi dai partecipanti al Papa in un messaggio di ringraziamento. "Desideriamo raccogliere la sfida di considerare le migrazioni moderne in luce positiva, come evento che interpella in modo particolare la responsabilità dei cristiani a svolgere un ruolo attivo nei progetti di accoglienza e di integrazione, promuovendo la cooperazione di tutti negli ambiti della politica e dell'economia". "Vogliamo ribadire che donne e uomini in emigrazione rappresentano una preziosa risorsa per lo sviluppo dell'intera famiglia dei popoli, grazie alle potenzialità umano-spirituali e culturali, di cui ciascuno è depositario". "Siamo consapevoli dell'importanza di puntare su strategie di integrazione, rispettando adeguati itinerari di intercultura e di dialogo e salvaguardando le legittime aspirazioni di tutti alla sicurezza e alla legalità". sir

 

 

 

 

 

La Cei boccia il federalismo fiscale

 

I vescovi «Fallirà perché rischia  di moltiplicare il centralismo e non apre la porta a sussidiarietà»

 

ROMA - Il sistema fiscale «è l’architrave» del processo federalista ma così come è stato concepito fino ad ora rischia di moltiplicare il centralismo senza aprire la porta alla sussidiarietà e ai poteri decentrati sul territorio. È una bocciatura quella che arriva dalla Cei e dal laicato cattolico organizzato dell’attuale fase di sviluppo del processo federalista.

 

La critica è contenuta nel documento preparatorio della prossime «Settimane sociali», l’appuntamento storico del cattolicesimo italiano, che si terranno a Reggio Calabria ad ottobre. Il documento è stato presentato questa mattina nella sede della Radio Vaticana dal presidente del comitato organizzatore delle Settimane sociali, mons. Arrigo Miglio, capo della commissione problemi sociali della Cei, dal vicepresidente del Comitato, il professor Luca Diotallevi e dal portavoce della conferenza episcopale, mons. Domenico Pompili.

 

Il testo, che prova a delineare un’agenda per l’Italia di domani, fa il punto su diverse questioni, fra le quali il federalismo. Su questo aspetto dal documento emergono critiche forti: «Nelle condizioni politico-istituzionali date, trova adeguata soddisfazione il principio di sussidiarietà?» è la domanda che viene posta e che riceve la seguente risposta: «Al momento si prevedono dosi massicce di uniformità anche per i territori fiscalmente autosufficienti, rimettendo in moto un meccanismo centralistico che non fa crescere poteri e responsabilità, che rende un servizio incerto al principio di solidarietà e dimentica i pregi sistemici del principio di sussidiarietà».

 

«Ciò si manifesta - si legge ancora - in misura eclatante nel caso della sanità e richiama più in generale la necessità di garantire i livelli essenziali delle prestazioni su tutto il territorio nazionale. Il diritto alla vita diviene un esercizio retorico senza quello a un’adeguata assistenza sanitaria. Tuttavia si deve a ogni costo evitare che questa ragione giustifichi il finanziamento dell’inefficienza e della quota parassitaria dell’interposizione pubblica nei diversi territori».

 

«La recente legge-delega - prosegue il documento - apre il dibattito su questo tema, ne traccia i confini, impone il confronto. Ci troviamo dunque in una fase di passaggio, nella quale sopravvivono spinte contrapposte che si dispiegheranno nella lunga fase di scrittura dei decreti legislativi e di entrata a regime della riforma». «In questa fase - si osserva ancora - potrà prevalere una coalizione di interessi favorevole a un nuovo equilibrio tra promozione delle differenze e riduzione delle diseguaglianze oppure quella opposta. Abbiamo soggetti e interessi pronti a sostenere un equilibrato modello italiano di federalismo fiscale, anche oltre il perimetro degli interessi economici». «Il mondo cattolico - prosegue il documento - costituisce nel suo insieme uno di essi: per patrimonio culturale e per configurazione organizzativa, dispone della cultura e delle strutture appropriate per diventare uno dei principali attori di sostegno del processo di redistribuzione dei poteri e delle risorse tra i diversi livelli di governo». LS 10

 

 

 

 

Quali prospettive? Comunità cristiana, società e mobilità umana in Europa

 

La famiglia? È la realtà sociale più fortemente colpita e ferita dalla migrazione. Le comunità cristiane? Le prime ad impegnarsi per testimoniare che la fratellanza universale è possibile anche a costo di essere oggetto di stupore e di contestazione. La società? Deve prendere atto che il fenomeno migratorio non è una fase passeggera di un processo di integrazione ma una fenomeno permanente. È quanto è emerso a Malaga dove una cinquantina tra vescovi delegati di tutta Europa, direttori nazionali e operatori di pastorale hanno partecipato al Congresso europeo sulle migrazioni organizzato dal 27 al 1 maggio dal Consiglio delle Conferenze episcopali europee su "L'Europa delle persone in movimento. Superare le paure. Disegnare prospettive".

 

La famiglia. "In alcuni Paesi, come quelli recentemente usciti dalla dittatura o quelli della regione balcanica (Sud-Est Europa) - ha detto il vescovo ausiliare di Bucarest, mons. Cornel Damian -, la famiglia è solitamente numerosa e di conseguenza povera, senza prospettive di miglioramento delle condizioni di vita". In genere, e sempre più spesso "è la giovane madre ad emigrare": "spesso poi cade nelle mani dei trafficanti". Povertà, violenza in famiglia, mancanza di un'educazione adeguata, l'influsso negativo di alcune persone. "Sono tante le cause che feriscono la famiglia". Per queste ragioni, ha detto mons. Damian, "la famiglia richiede in genere una cura pastorale speciale sia nel Paese d'origine, sia nel luogo d'arrivo". Al congresso di Malaga è intervenuto anche padre Gianromano Gnesotto, della Fondazione "Migrantes" della Conferenza episcopale italiana che ha denunciato la "dolorosa realtà" dei "ricongiungimenti a rate", specie con i figli. "Uso il termine 'a rate' - ha spiegato il religioso - per un riferimento economico legato alla disponibilità di un reddito adeguato per il ricongiungimento in Italia. La normativa italiana, infatti, pone tra i requisiti necessari un reddito annuo derivante da fonti lecite, non inferiore all'importo annuo dell'assegno sociale, se si chiede il ricongiungimento di un solo familiare, al doppio dell'importo annuo dell'assegno sociale se si chiede il ricongiungimento di due o tre familiari, il triplo per il ricongiungimento di quattro o più familiari". Per questo i figli si ricongiungono con il genitore "a rate" e questo ha delle "ripercussioni psicologiche e affettive facilmente immaginabili, con faticose ricostruzioni di rapporti di intimità in terra di emigrazione". È un peccato perché la "famiglia ricongiunta nei territori di accoglienza" si rivela essere l'ambito principale dove "si elabora l'inclusione sociale"

 

Le comunità ecclesiali. "Una Chiesa che vuole essere accogliente nei confronti delle persone immigrate, diventa, nelle nostre società europee, oggetto di stupore, talvolta di incomprensione e di contestazione". Ciò nonostante, "la Chiesa intende assumersi la propria responsabilità per elaborare una parola di speranza e promuovere un approccio positivo al fenomeno migratorio". Lo ha detto mons. Jean-Luc Brunin, vescovo di Ajaccio, aprendo la terza giornata dei lavori dedicata alle implicazioni delle comunità ecclesiali nei flussi migratori. "Le Chiese - ha detto il vescovo francese - possono trovarsi oggetto di accuse quando scelgono di fare eco alle parole di sofferenza e di disperazione dei migranti in situazioni difficili presso i responsabili politici, i servizi amministrativi o l'opinione pubblica". Tuttavia - ha proseguito mons. Brunin, "i cristiani devono avere il coraggio di trasformare la prova della migrazione in un'opportunità da cogliere per un avvenire armonioso, anche se questo discorso rischia di non essere immediatamente compreso". Ed ha concluso: "La credibilità della proposta del Vangelo nelle nostre società europee esige questa apertura e questa volontà tenace di vivere insieme nella Chiesa, senza limiti di frontiera, anche se è difficile e va controcorrente rispetto alle opinioni pubbliche ed alle posizioni politicamente corrette".

 

La società. I flussi migratori - esordisce padre Erny Gillen, presidente di Caritas Europa - sono un "fenomeno permanente di cui prendere atto e non una fase passeggera". Dunque le migrazioni devono essere percepite come "parte integrante della formazione e dello sviluppo della società europea". "Non si tratta quindi - ha detto padre Gillen a SIR Europa - di inventarsi regole d'eccezione per far fronte a fenomeni eccezionali, ma di concepire una società dove le persone possono essere accolte e riconosciute nei loro diritti e doveri". A questo riguardo, il presidente di Caritas Europa definisce "lodevole" lo sforzo di cooperazione tra gli Stati membri finora compiuto dall'Unione europea. Questa cooperazione però - aggiunge padre Gillen - "rischia di accordarsi su livelli minimi di intervento piuttosto che deliberare provvedimenti dagli standard elevati". La Caritas Europa ha cioè "l'impressione che gli Stati membri si muovano con una certa esitazione. Si ha paura dell'immigrazione ed è questa ansia a generare le politiche europee per cui prevalgono i Paesi con le politiche più restrittive rispetto a quelli con politiche più accoglienti". Alla Chiesa il compito di "ricordare che c'è una dignità in ogni essere umano e che bisogna vedere gli immigrati non per quello che rappresentano ma per quello che sono, e cioè come persone che hanno diritti e doveri". sir

 

 

 

 

Fatima. Il "segreto" svelato

 

I testi autografi di Suor Lucia interpretati nel 2000 dall'allora cardinale Joseph Ratzinger. Alla vigilia del suo ritorno in questo santuario mariano, come papa

di Sandro Magister

 

ROMA  – Da domani e per quattro giorni Benedetto XVI visiterà il Portogallo. La sua prima tappa sarà Lisbona e l'ultima Porto. Ma nella parte centrale del viaggio egli sosterà a Fatima, dove sorge uno dei più frequentati santuari mariani del mondo.

 

Fatima è il luogo in cui nel 1917 la Madonna apparve a dei bambini e parlò loro rivelando, tra l'altro, ciò che fu poi chiamato un "segreto".

 

Le prime due parti di questo "segreto" furono rese pubbliche nel 1941 e hanno al centro una visione dell'inferno e le persecuzioni della Chiesa.

 

La terza e ultima parte, tenuta a lungo sotto chiave dalle autorità vaticane, alimentò forti attese, che non si acquietarono nemmeno dopo che nel 2000 il testo fu reso pubblico per volontà di Giovanni Paolo II. Tuttora vi è chi sostiene che vi siano rivelazioni ancora tenute nascoste.

 

Da cardinale, Joseph Ratzinger ebbe un ruolo chiave nella pubblicazione della terza parte del "segreto" di Fatima.

 

Fu lui, infatti, in qualità di prefetto della congregazione per la dottrina della fede, a darne l'interpretazione ufficiale, in un "commento teologico" che accompagnò la pubblicazione del testo.

 

Un estratto del suo commento è riprodotto in questa pagina. Ma il testo integrale è molto più ampio. Un intero capitolo spiega il significato delle "rivelazioni" private in rapporto alla "Rivelazione" definitiva che è Gesù Cristo e che trova espressione nell'Antico e nel Nuovo Testamento. E in più c'è un'analisi della struttura antropologica e psicologica delle "rivelazioni" private.

 

Al cuore dell'interpretazione di Ratzinger del "segreto" di Fatima c'è una meditazione cristiana sulla storia. Meditazione che prevedibilmente egli tornerà a svolgere nelle omelie e nei discorsi dei prossimi giorni.

 

Ratzinger, nel suo commento del 2000, escluse drasticamente che la visione dei bambini a Fatima fosse "un film anticipato del futuro", e di un futuro prefissato per sempre, impossibile da cambiare. Al contrario – disse – il messaggio che scaturisce dalla visione è un invito alla libertà degli uomini, perché cambi le cose in bene. Giovanni Paolo II – aggiunse – aveva ragione a ritenersi salvato dalla "mano materna" che deviò il proiettile mortale diretto contro di lui il 13 maggio 1981. Perché "non esiste un destino immutabile" e "fede e preghiera sono potenze che possono influire nella storia".

 

Invece che rivelazioni apocalittiche sul futuro, la visioni di Fatima sulle persecuzioni dei cristiani – disse ancora Ratzinger – sono un messaggio di speranza. Il sangue dei martiri è seme di purificazione e di rinnovamento.

 

E soprattutto, "da quando Dio stesso ha un cuore umano e ha così rivolto la libertà dell'uomo verso il bene, verso Dio, la libertà per il male non ha più l'ultima parola".

Siamo in attesa di ascoltare che cosa dirà Benedetto XVI in Portogallo e a Fatima. L’Espresso on line 10

 

 

 

 

Sinodo Medio Oriente. Il posto dei cristiani. Incontro con il patriarca di Antiochia dei Siri (Libano)

 

Continua senza sosta il cammino di preparazione verso l’Assemblea Speciale dei vescovi per il Medio Oriente che si celebrerà dal 10 al 24 ottobre 2010 sul tema “La Chiesa Cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza. ‘La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola’”. Alla fine di aprile, infatti, si è svolta, a Roma, la terza riunione del Consiglio presinodale che ha visto all’ordine del giorno le comunicazioni dei singoli membri circa la situazione ecclesiale nel contesto socio-politico delle regioni mediorientali e soprattutto l’elaborazione della bozza dell’Instrumentum laboris, documento di lavoro dell’Assemblea Speciale. “Il futuro Sinodo – secondo quanto riportato dalla Sala Stampa vaticana - sarà un’occasione preziosa per esaminare a fondo anche la situazione religiosa e sociale, per dare ai cristiani una visione chiara del senso del loro essere attivi testimoni di Cristo, nel contesto di società a maggioranza musulmana. Si tratterà di procedere ad una riflessione sulla situazione presente, non facile a motivo dei conflitti e dell’instabilità, che causano l’esodo della popolazione, compresi non pochi cristiani”. Tra i partecipanti alla riunione c’era anche Ignace Youssif III Younan, Patriarca di Antiochia dei Siri (Libano), che, insieme al card. Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ricoprirà la carica di Presidente delegato del Sinodo. Il Sir lo ha intervistato.

 

La prima volta di un Sinodo sul Medio Oriente si configura come una vera e propria scelta di ‘geopolitica ecclesiale’: il Medio Oriente diventa a pieno titolo un'area a sé, con un'attenzione e un'importanza specifiche. Che cosa comporta questa scelta per la Chiesa universale?

“Il Medio Oriente essendo la regione dove sono originate le tre religioni: Giudaismo, Cristianesimo e Islam, ha un posto speciale agli occhi della Chiesa universale, in quanto luogo privilegiato di dialogo tra le tre religioni. Questa regione, poi, da anni conosce una crisi che diventa sempre più complicata e che si sta allargando a dimensioni internazionali, causate primariamente dal conflitto palestinese-israeliano”.

 

Qual è l’importanza che questo Sinodo riveste per le Chiese orientali?

“Per le nostre chiese orientali questo sinodo riveste un’importanza quasi storica. Il messaggio evangelico, dovendo incarnarsi nell’ambiente socio-politico, ha bisogno di margini di libertà per tutti, quindi anche per le cosiddette minoranze cristiane che sono radicate nella terra d’Oriente da millenni”.

 

Comunione e testimonianza sono le parole chiave del Sinodo e che richiamano a due orizzonti di impegno delle Chiese orientali…

“Le chiese Orientali stanno vivendo la comunione in modo migliore che in passato. Invece la testimonianza viene sempre più proibita dalla maggioranza islamica, mi riferisco particolarmente alla libertà di coscienza e di annunciare pubblicamente il Vangelo, senza essere accusati di proselitismo. Non basta parlare in modo generico, per esempio richiamando alla pace e alla mutua apertura, o essere “politicamente corretti”. Paesi e regimi nel Medio Oriente dovrebbero convincere il mondo occidentale che i loro cittadini, tutti i cittadini, hanno gli stessi diritti e godono in verità e nella prassi delle libertà di religione e di coscienza. L’ultima diventa indispensabile per la sopravvivenza delle comunità cristiane che hanno il diritto, senza equivoci, di essere rispettate come veri e propri cittadini. Altrimenti, l’esodo dei cristiani continuerà per diventare estremamente critico e senza nessun ritorno”.

 

Alla luce degli obiettivi che si pone, quali risultati potrebbe, realisticamente, raggiungere il Sinodo?

“I risultati dipendono anche dall’autentica risposta dei Paesi che hanno qualche cosa da dire sulla scena internazionale, visto la loro influenza politica. Ora realisticamente, per suscitare l’interesse di questi Paesi c’è bisogno di sforzi coordinati e concreti, per poter passare dagli auspici ai fatti”.

 

Nei giorni del Sinodo, i media si occuperanno più diffusamente della situazione dei cristiani mediorientali e delle condizioni delle loro chiese. Si può sperare che anche nei giornali e nei media le informazioni sui cristiani e le loro comunità saranno più precise e puntuali e meno approssimative?

“Sicuramente i media hanno un gran ruolo per far conoscere le tragedie dei cristiani nel Medio Oriente e svelare l’ipocrisia delle grandi potenze. Purtroppo anche la maggior parte dei media preferisce tacere la verità per convenienza o per paura del terrorismo”.

 

Nel prossimo viaggio a Cipro di Benedetto XVI consegnerà ai vescovi orientali l’Instrumentum laboris. Quali saranno, a suo avviso, i punti basilari del documento?

“Difficile dirlo adesso. Certo che l’“instrumentum Laboris” non potrà dare tutte le soluzioni, ma piuttosto indicherà le piste degli interventi e delle discussioni da parte dei padri sinodali, durante lo svolgimento dei lavori”.  Sir 11

 

 

 

 

In rete con competenza. Impegni e progetti dei webmaster cattolici

 

"I partecipanti si sentivano protagonisti e non spettatori passivi. Hanno partecipato ad un'iniziativa che avvertivano come propria, grazie al lavoro di coinvolgimento avviato diversi mesi prima con diocesi, congregazioni religiose e aggregazioni laicali. Tutti quei protagonisti dell'impegno pastorale della Chiesa che vivono l'urgenza di entrare a pieno titolo nel mondo digitale". A due settimane dalla conclusione del convegno Cei "Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell'era crossmediale" (Roma, 22-24 aprile), il SIR ha incontrato Giovanni Silvestri, presidente dell'associazione WeCa (Webmaster cattolici italiani) che aderisce al Copercom (Coordinamento delle associazioni per la comunicazione).

 

Quali aspetti le sono apparsi più significativi nel convegno "Testimoni digitali"?

"Il primo elemento è l'importanza e l'urgenza di essere presenti nell'ambiente digitale, sia da parte della Chiesa sia dei singoli cristiani. Questa presenza, tuttavia, è problematica e le modalità non sono così scontate. Essere attivi nei nuovi media richiede impegno e studio. Nell'affrontare questo impegno, una grande opportunità viene dal fare rete restando in contatto, in dialogo e in collaborazione. Diverse persone, ad esempio, sono venute allo stand di WeCa per chiedere aiuto per i loro progetti all'interno della realtà ecclesiale. Di fronte a queste possibilità, però, bisogna evitare il rischio di chiudersi e non comprendere che bisogna frequentare il 'cortile dei gentili'".

 

WeCa è un osservatorio privilegiato per valutare l'effettiva presenza della Chiesa nel mondo digitale…

"Si tratta di una partecipazione già molto consistente. Soltanto i siti 'cattolici', ad esempio, sono circa 14 mila. Qualche tempo fa, come WeCa, abbiamo promosso una ricerca scientifica nelle parrocchie che ha fatto emergere dati quantitativi importanti. Un'occasione come 'Testimoni digitali', tuttavia, ha stimolato anche una riflessione di tipo qualitativo. Ed è questo il lavoro che abbiamo davanti per il futuro, in continuità con le tante iniziative sostenute dalla Chiesa nelle diverse realtà aggregative".

 

Come vede il rapporto tra Chiesa italiana e nuovi media a partire dal convegno?

"Bisogna sempre migliorare la presenza sulla Rete con un'attenzione specifica alla persona e al servizio. La comunicazione semplice e veloce resa possibile da internet non deve far dimenticare che il nostro impegno pastorale è di servizio. Talvolta ci si può far prendere la mano da derive di personalismo e protagonismo ma è necessario evitare che si crei una comunità nella Rete che sia scollegata da quelle in carne ed ossa di cui si fa parte nel mondo reale".

 

I nuovi media sono strumenti utili e molto potenti ma questo non è sufficiente: bisogna "riempirli" di contenuti…

"È un aspetto sul quale la Chiesa punta in maniera decisa anche attraverso il progetto culturale. Non si possono moltiplicare le iniziative senza aver irrobustito la capacità di offrire contenuti. Il lavoro di contatto e coinvolgimento quotidiano operato dal progetto culturale è molto prezioso. D'altra parte, come WeCa, cerchiamo sempre di promuovere un incontro tra persone che vivono la dimensione pastorale e studiosi del settore. Dimensione esperienziale e accademica devono essere sempre presenti. Senza lo studio e l'approfondimento, è più difficile proporre contenuti validi. Offrire una presenza che sia espressione del mondo della pastorale vissuta e della riflessione accademica è una preoccupazione costante da parte di WeCa".

 

WeCa è impegnata in prima linea nell'uso delle nuove tecnologie per la pastorale della Chiesa…

"L'associazione ha il compito di stimolare la crescita di sensibilità rispetto ai temi legati ai nuovi media. Per il prossimo anno pastorale, gli impegni di WeCa vanno in tre direzioni. La prima è quella della ricerca, con attività di studio che verranno portate avanti insieme a tre università. La seconda dimensione è quella della formazione, con tre seminari web rivolti agli operatori della pastorale giovanile, agli insegnanti e ai giornalisti; attraverso i seminari, vogliamo coinvolgere quelle realtà che si occupano in maniera specifica di determinati aspetti pastorali della Chiesa e stimolare la riflessione sull'utilizzo dei nuovi media per poi lasciare che questa prosegua in maniera autonoma. Terza proposta dell'associazione, è la formazione di una 'community web' all'interno della quale c'è chi darà la disponibilità di competenze e professionalità a favore di quanti chiedono un aiuto concreto. Grazie alla presenza attiva in questo ambiente di scambio, si vuole stimolare una crescita spontanea nell'incontro tra domanda e offerta di servizi".  RICCARDO BENOTTI

 

 

 

 

46ª Settimana sociale. Riprendere a crescere. Il "documento preparatorio"

 

“L’Italia ha bisogno di riprendere a crescere”. Lo afferma il Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani nel “documento preparatorio” – presentato oggi a Roma (testo integrale in .pdf: clicca qui) – in vista della 46ª Settimana Sociale (Reggio Calabria, 14-17 ottobre 2010), che ha per tema “Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del Paese”.

 

Italia unita di fronte alla globalizzazione. Il documento, che si propone di offrire “alcune buone ragioni perché proceda l’opera di discernimento necessaria alla declinazione, oggi, in Italia, della nozione di bene comune”, parte da un accenno alla crisi socio-economica, per uscire dalla quale è necessario “un uso coraggioso e innovatore dei nuovi assetti e delle opportunità che la globalizzazione ha prodotto”. Il Comitato definisce l’Italia “media potenza declinante” di fronte a un processo di globalizzazione che “procederà (o invertirà il suo cammino) anche senza attendere il contributo del nostro Paese, e magari anche grazie a contributi di sue singole espressioni locali o d’interesse. Tuttavia, ciò non esclude che l’Italia unita in questo passaggio critico potrebbe giocare un ruolo che nessuna sua singola componente potrebbe svolgere da sola”.

 

Flessibilità e sicurezza nel lavoro. Andando a declinare i punti dell’“agenda”, il documento parte dal riconoscimento che “nel nostro Paese c’è ancora una riserva di capacità di lavoro e d’impresa” ed esorta a spingere il mercato del lavoro verso “una combinazione di flessibilità e sicurezza (flexicurity), necessariamente declinata in funzione delle caratteristiche e dei vincoli specifici del contesto italiano”. Il testo denuncia “ritardi e limiti strutturali” nel sistema produttivo e “criticità relative al funzionamento del mercato del lavoro”, nonché un “dualismo” tra “un’area di occupazione protetta” e “un’altra priva di tutele o con tutele diseguali”. Combinare flessibilità e sicurezza, sottolinea il “documento preparatorio”, richiede “strumenti di sostegno al reddito e di supporto della ricerca del lavoro da parte di chi ne è privo, così come il superamento di ogni tipo di ‘rendita di posizione’ e d’irresponsabilità”, “politiche attive a favore dei soggetti in difficoltà” e “un equo, trasparente e sostenibile sistema di sussidi di disoccupazione”. Il documento, inoltre, denuncia “l’iniquità” delle politiche fiscali e sociali verso la famiglia, “abbandonata a se stessa proprio nei momenti in cui avrebbe più bisogno di aiuto”.

 

Scuola, famiglia e associazionismo per educare. Poi, tra le priorità vi è la questione educativa, poiché “l’emergenza educativa si manifesta come grave crisi di bene comune”. Il Comitato fa presente la “sfida educativa” a cui sono sottoposti oggi gli insegnanti, “assai più impegnativa di quella affrontata dai loro colleghi di qualche decennio fa”, e più in generale riconosce che “la crisi della famiglia e della scuola accompagna quella dell’autorità e ne è a un tempo causa ed effetto”. Riguardo al “corpo docente”, il documento invita a far leva su “formazione” e “motivazione”. Nell’azione educativa, inoltre, si sottolinea la necessità del “riconoscimento pubblico” dell’associazionismo, “realtà esposta più di altre alla crisi e al ripiegamento egoistico”, che “non può essere difesa professionalizzandola, mitizzandola né semplicemente conservandola”, ma “va aiutata a produrre innovazione anche nei processi educativi”.

 

Cittadinanza alle seconde generazioni. In terzo luogo, “l’Italia è tornata ad essere un Paese d’immigrazione” e “vivissima è la coscienza diffusa dei rischi e delle opportunità che comporta l’intensificarsi dei flussi migratori”. Di fronte a quest’affermazione, il “documento preparatorio” riconosce che “nella società di domani i figli degli immigrati giocheranno un ruolo importante”, e “li attendono numerose difficoltà comuni a tutti i giovani in Italia, più una: quella di riuscire a riconciliare la loro quotidianità italiana con un’identità costruita nel dubbio di non vedersi riconosciuta la cittadinanza”. Pertanto “il riconoscimento della cittadinanza da parte dello Stato italiano è solo una condizione, certo necessaria ma non sufficiente, per una piena interazione/integrazione delle seconde generazioni nella società italiana”.

 

Occupazione e transizione politica. Sul fronte dell’occupazione, invece, il documento invita ad “abbattere le barriere” che impediscono “la crescita piena” dei giovani, “la mobilità sociale” e “il traffico dei talenti”. Attenzione viene rivolta pure allo stato dell’università in Italia, la cui “insufficiente autonomia” e l’“insufficiente contributo alla ricerca” rappresentano “un’emergenza tanto grave quanto disattesa”. Infine, la spinta alla partecipazione e all’innovazione politica: il testo sottolinea che “le istituzioni politiche devono completare il passaggio a un modello più competitivo” e richiama come “l’adesione alla prospettiva del bene comune” porti “a riconoscere come prioritario il problema di una concezione e di una prassi coerentemente sussidiaria del federalismo”.  Sir 11

 

 

 

Dialogo tra religioni. Con lealtà e onestà. Una teologa musulmana all'Angelicum

 

La conoscenza, "intesa nella sua accezione più ampia, è un dono divino non confinato alla sfera di una religione in particolare", e il suo perseguimento "in tutte le grandi fedi è inestricabilmente legato alle virtù della giustizia, della speranza e dell'amore". Per questo "forse la nostra salvezza risiede solo nella conoscenza compiuta: il bene che facciamo ed il bene per il quale ci impegniamo". Il Corano, dunque, "non nega la salvezza a ebrei e cristiani che facciano il bene". Lo ha detto la teologa musulmana Mona Siddiqui, anglo-pakistana, docente all'Università di Glasgow e commentatrice per la Bbc e per diverse testate europee, intervenuta il 5 maggio alla "Terza conferenza annuale sul dialogo tra le religioni" presso la Pontificia Università Angelicum. L'incontro è stato organizzato a tre anni dall'istituzione di un insegnamento di studi interreligiosi presso l'Ateneo, allo scopo, ha spiegato il rettore padre Charles Morerod, di "costruire ponti di comprensione tra cattolicesimo, ebraismo e altre tradizioni religiose attraverso la formazione al confronto, alla tolleranza e al dialogo" in un momento "in cui il conflitto interreligioso è all'ordine del giorno".

 

Musulmani e società civile. "L'unità e la diversità dell'umanità - ha precisato Siddiqui rivolgendosi ai cristiani, ebrei e musulmani presenti - sono temi che coesistono nel Corano e possono essere interpretati a supporto tanto di rivendicazioni inclusiviste, quanto esclusiviste". Tuttavia secondo la studiosa "la questione non è che l'ebraica e la cristiana non siano religioni riconosciute" perché la "domanda essenziale" è un'altra: "Nel contesto della società civile, come vedono i musulmani il loro essere cittadini di maggioranza e/o di minoranza, e a quali risorse attingono? Sarà l'esperienza umana di vivere e lavorare con popoli e culture differenti il fattore ultimo nel determinare" lo sviluppo del pluralismo, oppure "le diverse letture testuali del Corano" diranno "che il non credente, cioè il non musulmano, non potrà mai essere considerato come un omologo spirituale?".

 

Dialogo interreligioso e volontà politica. Con riferimento al dialogo tra le religioni, Siddiqui mette in guardia da "una sorta di mafia interreligiosa che ne ha fatto un business", e si dice convinta di non essere "l'unica a ritenere che dove c'è conflitto fra i popoli, il dialogo interreligioso da solo non possa condurre alla pace e alla riconciliazione. Che funzione può avere il dialogo quando le persone vengono fatte saltare in aria e le loro famiglie e le loro case vengono distrutte?". Se "non è sostenuto dalla volontà politica di arrivare ad un cambiamento" esso "rimane solo un nobile esercizio con un limitato effetto riconciliatorio". Per la studiosa "il lavoro interreligioso può essere un simbolo di unità tra le civiltà e può anche essere sentito tra i seguaci della fede. Ma funziona meglio quando ci sono sia il testo sia il contesto, ossia quando il dibattito teoretico si accompagna ad uno stile di vita pratico". Più che il dialogo interreligioso, tuttavia, a preoccupare Siddiqui è il "dialogo intrafede" all'interno del mondo islamico. "A differenza che in Occidente - ammette - in Oriente non abbiamo grandi islamisti" e, soprattutto, "non abbiamo un'unica voce".

 

Sacrificio, pazienza e condivisione. "Per me - nondimeno assicura - l'ebraismo, il cristianesimo e l'islam sono il compimento di un messaggio rivelato. Tutti noi a volte abbiamo sbagliato, e continueremo a sbagliare se non pensiamo ed agiamo con compassione", e questa "non è un'astrazione teologica. Se per me, musulmana, Dio è definito come l'essere più misericordioso, come vivo questa pietà nella mia vita quotidiana, circondata per la maggior parte del tempo da gente di fede diversa o senza fede?". "La nostra ricerca di Dio - chiarisce la studiosa - non è una metafora, risiede nel nostro modo di vivere la relazione con gli altri; richiede sacrificio e pazienza, ma soprattutto la gioia di saper condividere e vivere insieme, nonostante il conflitto, che è parte della condizione umana". Secondo Siddiqui, del resto, "il lavoro interreligioso non è mai stato, implicitamente o esplicitamente, finalizzato alla conversione. Da musulmana che ha vissuto gran parte della sua vita in Occidente, ho imparato che la fede parla alla fede in un processo di apprendimento e accettazione, interrogazione e apprezzamento, dubbio e umiltà. La cosa più importante è stata il comprendere che parlare di umanità comune richiede una grande generosità nel confronto con le differenze". "Sono convinto - ha osservato scherzosamente il rettore Morerod - che anche noi possiamo imparare dai nostri 'avversari' a diventare più cristiani". "In che modo - ha poi chiesto a Siddiqui - possiamo contribuire individualmente, come cattolici, al miglioramento delle nostre relazioni?". "Più che a livello teologico - è la replica della teologa - possiamo illuminarci l'un l'altro a livello pratico. Senza dettare condizioni 'dogmatiche', ma venendoci incontro con lealtà e onestà fino a dove è possibile. Si può fare molto, sia a livello personale, sia a livello professionale".  GIOVANNA PASQUALIN TRAVERSA

 

 

 

 

Al suo seguito. Un libro che racconta circa 100 viaggi di papa Wojtyla

 

Un fedele e intenso racconto di un viaggio lungo 27 anni che ha cambiato la storia. Tappa dopo tappa, i ricordi, le istantanee, le impressioni di un giornalista che ha seguito Giovanni Paolo II in Italia e all'estero, lungo tutto l'arco del suo pontificato. Da quel 16 ottobre 1978 quando il nuovo Papa si affacciò per la prima volta dalla Loggia. "C'ero anche io quella sera d'ottobre in piazza San Pietro". Il giornalista che scrive è Fabio Zavattaro, inviato del Tg1. I ricordi dei suoi circa 100 viaggi "al seguito papale" li ha raccolti nel libro "Un santo di nome Giovanni. In viaggio con Karol Wojtyla, il papa che ha cambiato la storia" (Ed. Aliberti) che nei giorni scorsi è stato presentato a Roma.

 

Un ritratto inedito. A cinque anni dalla morte del Papa polacco che la Chiesa si appresta a proclamare santo, il libro offre un ritratto "inedito e ricco di sfumature" del suo intenso pontificato. Un racconto che "si distingue per il taglio sentito", dove "lo sguardo del giornalista s'intreccia con quello dell'uomo", ha spiegato Fabio Salvatore, curatore per la casa editrice della "Collana Clio" dedicata ai grandi personaggi. E dove l'occhio dell'autore "si muove da vicino", riportando molti eventi memorabili. Dall'attentato che ha cambiato la percezione del papato, mostrando che anche un vicario di Cristo è vulnerabile. Al commovente gesto della mano di Wojtyla sul braccio del suo attentatore. Dall'incontro del 2002 ad Assisi con i leader delle confessioni religiose, alla vicinanza ai giovani, alle Gmg… Dal grido contro la mafia nella Valle dei Templi di Agrigento, fino all'ultimo capitolo della malattia e della sofferenza vissute sotto i riflettori dei media.

 

In dialogo con tutti. "Questo libro nasce come un grazie a Giovanni Paolo II perché nei 27 anni in cui ho avuto il dono di seguirlo ho potuto assistere, viaggio dopo viaggio, ad un pezzo di storia", ha spiegato Zavattaro. "Camminando per le vie del mondo egli ci ha aperto orizzonti che nemmeno immaginavamo. Possiamo perciò leggere la sua santità, proprio in questa capacità di vivere la spiritualità intensamente, ma al tempo stesso di dialogare con ogni uomo: donne, giovani, anziani, bambini che ovunque nei sui viaggi ha voluto incontrare". Il cronista ha cercato, perciò, di raccontare quel Papa che "ha accompagnato" e che "ha vissuto", "tirando via dal taccuino - ha detto - anche quelle cose non scritte, non dette", scegliendo alcune date, luoghi e avvenimenti, che la memoria di viaggiatore ha portato con sé. "La sera del 2 aprile 2005, nella piazza gremita di gente per l'ultimo saluto - ha affermato - è stata sicuramente tra queste esperienze, quella che più mi ha coinvolto e che ho scritto per prima".

 

Un mistico sul palcoscenico del mondo. Giovanni Paolo II è stato un Papa che "ha attraversato i continenti dello spirito" portando la Chiesa "oltre se stessa, incontro al mondo e a tutti". Questo - secondo il vaticanista Giuseppe De Carli - "il distillato" che emerge dal libro di Zavattaro, il quale "attraverso una sorta di diario di viaggio personale ci restituisce la grandezza del suo pontificato". Con lo sguardo "limpido e attento" del cronista l'autore arricchisce ogni viaggio di dettagli importanti e così, "fra il racconto e la citazione diretta, lo stupore e la riflessione pensosa", riesce a "condensare" tutto ciò che ha visto "traducendo le immagini in parola". De Carli ha tracciato a sua volta un ricordo di Wojtyla: la capacità di ascolto, l'intessere subito il rapporto con gli altri, il donarsi completamente. "L'ultimo capitolo della malattia - ha raccontato - è quello che ci ha coinvolto di più come giornalisti. Ci mancava poco che mettessimo le telecamere nella stanza da letto del Papa, perché lui veramente ha voluto donarci tutto fino alla fine". Il vaticanista ha poi ricordato quelle immagini ancora vive dei pellegrinaggi sulla tomba del Papa di milioni di persone, "il fenomeno di adesione più massiccio della storia della Chiesa", lo ha definito, e "che continua tutt'ora". "Negli ultimi anni del suo pontificato - ha concluso De Carli - ho avuto l'impressione, come tanti di noi che facevano la telecronaca, di avere di fronte un mistico sul palcoscenico del mondo. L'impressione di trovarci di fronte alla spiritualità di un santo. Io credo che anche l'autore del libro abbia sentito questa santità, e l'abbia saputa tradurre in un racconto che è anche di affetto e di ammirazione". MICHELA CUBELLIS

 

 

 

 

 

Polonia. Una lingua comune. Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa in dialogo

 

Sulla scia delle emozioni suscitate dalla sciagura aerea di Smolensk s'impone sempre più la necessità di migliorare i rapporti tra Mosca e Varsavia. La Chiesa polacca, ispirandosi all'idea di un'Europa che respira con due polmoni lanciata da Giovanni Paolo II, da tempo ormai lavora per il ravvicinamento tra i due popoli. A gennaio di quest'anno è iniziata la discussione di un documento comune che, sulle orme della lettera dei vescovi polacchi a quelli tedeschi del novembre del 1965, dovrebbe contenere l'appello al reciproco perdono. Un incontro bilaterale è in programma a Varsavia il 25 e 26 giugno prossimi. Dai primi di marzo sono all'opera i gruppi di lavoro, russo e polacco, cui compito è stilare la bozza del documento da firmare entro la fine dell'anno da esponenti della Chiesa ortodossa russa e della Chiesa cattolica in Polonia. "Di fronte  alle sfide del mondo attuale, se vogliamo che la nostra voce conti, dobbiamo unire le forze in virtù della comune eredità cristiana" ha detto mons. Stanislaw Budzik, segretario della Conferenza episcopale polacca, sottolineando che "entrambe le Chiese necessitano di una riflessione comune sui valori che non possiamo perdere in un'Europa che ha bisogno che tutti i popoli cristiani parlino una lingua comune". Delle difficoltà tra Chiesa polacca e Patriarcato di Mosca parla a SIR Europa padre Stanislaw Opiela SI, che negli anni 1992 - 2000 è stato superiore della Provincia russa della Compagnia di Gesù e rettore del Collegio di San Tommaso d'Acquino a Mosca nonché segretario dell'episcopato russo, e di seguito ha prestato la sua opera presso l'Ocipe di Strasburgo e Bruxelles.

 

Quali sono i principali elementi distintivi del patriarcato di Mosca?

"In Russia al giorno d'oggi l'ortodossia svolge funzione di collante e dopo il crollo del comunismo è l'unica idea capace di unire il popolo. E non bisogna dimenticare che è un popolo multietnico, sparso su un territorio vastissimo. Nella storia,il patriarcato di Mosca è stato subordinato al potere temporaneo degli zar. Attualmente, con la divisione dei poteri tra lo Stato e la Chiesa, non è più assoggettato al presidente, ma questi - in considerazione della disomogeneità della società russa - ha ancora più bisogno del suo sostegno. La Chiesa cattolica ha strutture proprie diverse da quelle della Chiesa ortodossa, ma gli ortodossi vogliono l'esclusività e considerano il cattolicesimo una confessione per gli stranieri, i non-russi".

 

La Chiesa cattolica è spesso accusata del proselitismo…

"Un'accusa sostanzialmente infondata. Quando sono andato in Russia dopo la caduta del comunismo per rintracciare una decina dei nostri confratelli gesuiti che avevano operato in totale clandestinità, mi sono convinto che ci avrebbero accusati di proselitismo, anche se non avessimo fatto nulla. I gesuiti accolti in Russia da Caterina II potettero istituire due parrocchie in Siberia, a Tomsk e a Irkutsk, a condizione di lavorare solo tra i deportati polacchi e altri e di non accettare le conversioni da parte delle popolazioni indigene. Quando noi, dopo aver ottemperato a tutti gli obblighi di legge, abbiamo aperto un orfanotrofio a Novosibirsk, non volendo essere accusati di separatismo abbiamo deciso di accogliere bambini provenienti sia da ambienti cattolici che ortodossi. E allora siamo stati accusati di proselitismo".

 

Si parla invece di collaborazione tra sacerdoti cattolici e ortodossi a livello di parrocchie..

"Molti sacerdoti ortodossi in Russia hanno un atteggiamento positivo nei confronti della Chiesa cattolica. Quando ero rettore del Collegio ne ho assunto alcuni come docenti. Inoltre, il nostro collegio è aperto agli studenti ortodossi. Ci sono anche alcuni vescovi ortodossi favorevoli ai cattolici ma tali ambienti sono piuttosto ristretti e non possono influenzare il patriarca o i metropoliti. Quando ero in Russia ho spesso sentito da ortodossi praticanti che il patriarcato era più interessato a rinforzare le proprie strutture e istituzioni che ad aiutare la gente".

 

Qual è l'atteggiamento dei russi nei confronti dei polacchi? Dopo la catastrofe di Smolensk, l'episcopato e le autorità polacchi hanno più volte ringraziato la Russia per la solidarietà dimostrata alla Polonia…

"Tra la popolazione non ho riscontrato atteggiamenti ostili verso i polacchi. Qualche volta qualcuno alludeva all'idea del panslavismo o all'antico potere della nobiltà terriera polacca, ma niente più. Ci sono tuttavia in Russia ambienti nazionalisti o addirittura sciovinisti, legati anche alla Chiesa ortodossa, a carattere antieuropeo e antipolacco. La Polonia è vista come l'occidente, tradizionalmente considerato dai russi come marcio. La Russia non vuole una democrazia all'occidentale, ma d'altro canto non può farcela senza l'Occidente, e se non dialoga con l'Ue non ci saranno in Russia investimenti occidentali. Se poi l'Ue avrà una politica estera comune e un esercito, la Russia non potrà dimenticarlo. In Polonia invece penso ci siano degli atteggiamenti russofobi. Ma forse è l'eredità della nostra storia così dolorosa". Sir eu

 

 

 

 

"Ora di religione nel credito". Gelmini esulta per la sentenza

 

La notizia della decisione dei giudici diffusa dal ministero di viale Trastevere. Cambia la valutazione alla vigilia degli scrutini - di SALVO INTRAVAIA

 

LA Religione contribuirà alla determinazione del credito scolastico. Ne notizia lo stesso ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, che dichiara: il "Consiglio di Stato accoglie le nostre posizioni". Il ministro "accoglie con soddisfazione la notizia", in quanto i giudici amministrativi ribaltano la sentenza del Tar Lazio che la scorsa estate bloccò le ordinanze emanate dall'ex ministro, Giuseppe Fioroni, nelle quali si afferma che anche la Religione cattolica contribuisce alla dote in punti che i ragazzi raccolgono nell'ultimo triennio in vista della maturità.

 

Il Consiglio di stato "ha riconosciuto la legittimità  -  continua viale Trastevere  -  delle ordinanze nelle quali si stabiliva che ai fini dell'attribuzione del credito scolastico, determinato dalla media dei voti riportata dall'alunno, occorreva tener conto anche del giudizio espresso dal docente di religione". Il perché è presto detto. "Il Consiglio di Stato infatti ha stabilito che, nel caso l'alunno scelga di avvalersi di questo insegnamento, la materia diventa per lo studente obbligatoria e concorre quindi all'attribuzione del credito scolastico".

 

Con la sentenza numero 7076 dello scorso mese di agosto il Tar Lazio accolse i ricorsi presentati, a partire dal 2007, da alcuni studenti, supportati da diverse associazioni laiche e di confessioni religiose non cattoliche, che chiedevano appunto l'annullamento delle ordinanze ministeriali firmate da Fioroni e adottate durante gli esami di Stato del 2007 e 2008. In quell'occasione manifestò il suo dissenso la parlamentare del Pd, Paola Binetti, che adesso si prende la sua rivincita. Cosa accadrà adesso?

 

L'anno scolastico è agli sgoccioli e, durante gli scrutini, i Consigli di classe dovranno attribuire il credito scolastico (8 punti per la terza, 8 per la quarta e 9 per la quinta) in vista degli esami di stato. Secondo quanto comunicato dal ministero, il giudizio dei prof di Religione dovrebbe concorrere alla determinazione del credito, ma solo per chi si avvale di questo insegnamento. Coloro che non seguono le lezioni di religione, ovviamente, non avranno né giudizio né credito. Sarà nei prossimi giorni lo stesso ministero a chiarire le modalità di applicazione del provvedimento. LR 10

 

 

 

 

Der Papst in Portugal. Unterwegs als Fatima-Pilger und Missionar

 

Nicht die Kirche hat Fatima eingesetzt, Fatima selbst hat zur Kirche gefunden. Das hat Papst Benedikt XVI. gleich zu Beginn seiner Portugal-Reise auf dem Flughafen von Lissabon unterstrichen. In seiner Ansprache betonte er, dass er seinen Besuch vor allem als Fatima-Pilger angetreten habe.

 

„Die Jungfrau ist vom Himmel herab gekommen, um uns an die Wahrheit des Evangeliums zu erinnern, das für Humanität steht. Denn ohne die Liebe und die Hoffnung auf Rettung würde jede Quelle der Hoffnung versiegen. Diese Hoffnung ist nicht zuerst horizontaler, sondern ganz entschieden vertikaler und transzendentaler Natur. Die Beziehung zu Gott ist bestimmend für den Menschen, der von Gott geschaffen und auf ihn hingeordnet ist. Mit seinem Verstand sucht er die Wahrheit, in seinem Wollen strebt er nach dem Guten und von der ästhetischen Dimension des Schönen ist er angezogen. Je nach dem, wie sehr wir uns der Fülle des Lebens und der Weisheit öffnen, die Jesus Christus für uns ist, erweist sich unser Bewusstsein demnach als christlich.“

 

Die Trennung von Staat und Kirche vor 100 Jahren, hätte für die Kirche in Portugal nicht nur eine große Herausforderung bedeutet, sondern ihr auch neue Spielräume eröffnet.

 

„In einem pluralen System mit verschiedenen Wertvorstellungen und ethischen Ausrichtungen zu leben, bedeutet eine Reise zum Innersten der eigenen Identität und dem Kern des Christentums. So erstarkt wieder die Bedeutung des Glaubenszeugnisses und der Ruf der Mission, bis hin zur radikalsten Form im Martyrium.“ 

 

Papst: „Die Feinde der Kirche sind im Inneren“ - Die größte Verfolgung der Kirche kommt nicht von außerhalb, sondern „entsteht aus der Sünde innerhalb der Kirche“. Das sagte Papst Benedikt XVI. während seines Flugs nach Lissabon am Dienstag vor mitreisenden Journalisten. Dabei bezog er sich auf die Krise, die durch sexuellen Missbrauch Minderjähriger durch Kleriker ausgelöst wurde.

 

„Die Leiden der Kirche kommen gerade aus dem Innern. Die Sünde existiert im Innern der Kirche. Nötig ist deshalb die Bereitschaft zu Buße und Reinigung, aber auch zu einer juristischen Aufarbeitung und Vergebung. Man muss realistisch sein und anerkennen, dass es immer Attacken des Bösen geben wird; am Ende jedoch ist Christus aber stärker.“

 

Das sogenannte dritte Geheimnis von Fatima, in dem von Angriffen auf einen in Weiß gekleideten Bischof die Rede ist, habe sich in erster Linie auf Johannes Paul II. bezogen, erklärte Benedikt XVI.

 

„Die „Notwendigkeit des Leidens der Kirche ist aber für die ganze Kirche zu verstehen. Bezeichnend ist, dass Fatima auf diese Prophezeiung eine allgemeine Antwort gibt: den Aufruf zu dauernder Bekehrung, Buße und Gebet.“

 

In den Visionen der drei Seherkinder im Jahr 1917 gebe es einen „übernatürlichen Impuls“. Die Erscheinungen stammten nicht aus der Einbildungskraft der Seher, sondern kämen von der Gottesmutter Maria, betonte der Papst.

 

Wirtschaftspositivismus und Ethik

Im Blick auf die auch Portugal betreffende Wirtschafts- und Finanzkrise warnte der Papst vor einer nach seiner Auffassung falschen Trennung zwischen einem Wirtschaftspositivismus einerseits und Ethik andererseits. Die Krise zeige, „dass ein reiner ökonomischer Pragmatismus, der von der Wirklichkeit des Menschen als ethisches Wesen absieht, nicht gut ausgeht, sondern unlösbare Probleme schafft“. Ethik stehe nicht außerhalb von Vernunft und pragmatischem Handeln, sondern liege in deren Innerem, so der Papst.

 

Das Geheimnis von Fatima - Es begann mit drei Kindern: Lucia dos Santos und Jacinta und Francisco Marto hatten vom 13. Mai 1917 an bis in den Oktober des Jahres hinein nahe dem portugiesischen Ort Fatima Visionen. Eine von ihnen, Lucia – später Schwester Lucia – schrieb diese Visionen 1944 auf unter der Bedingung, dass sie bis 1960 nicht veröffentlicht würden, mehrere Päpste – Pius XII., bis Paul VI. – haben die Texte gelesen und sich entschieden, das dritte Geheimnis nicht zu veröffentlichen. 1981 – direkt nach dem Attentat auf ihn – hat sich Papst Johannes Paul die Schrift geben lassen, 2000 hat er dann alle drei Texte der sogenannten Geheimnisse von Fatima veröffentlich, gemeinsam mit einer Auslegung durch den damaligen Präfekten der Glaubenskongregation, Kardinal Joseph Ratzinger.

Viel ist spekuliert worden über die Aktualität der Visionen und darüber, was sie vorhersagen: war wirklich das Attentat auf Papst Johannes Paul II. gemeint oder nicht? Hier bietet der damalige Präfekt der Glaubenskongregation eine Lesart an:

 

„Der Sinn der Schauung ist es eben nicht, einen Film über die unabänderlich fixierte Zukunft zu zeigen. Ihr Sinn ist genau umgekehrt, die Kräfte der Veränderung hin zu Guten zu mobilisieren. Deswegen gehen fatalistische Deutungen des Geheimnisses völlig an der Sache vorbei, die zum Beispiel sagen, der Attentäter vom 13. Mai 1981 sei nun einmal ein von der Vorsehung gelenktes Werkzeug göttlichen Planens gewesen und habe daher gar nicht frei handeln können, oder was sonst an ähnlichen Ideen umläuft.“

 

Anlass der Reise ist der 10. Jahrestag der Seligsprechung von Jacinta und Francisco Marto, der Hirtenkinder von Fatima. Das internationale Medieninteresse an der Reise ist enorm, da der Papst auch die Themen der aktuellen Verschuldungs- und Finanzkrise, der Kirchenkrise und der Glaubenskrise ansprechen dürfte. Von der Verschuldungskrise ist Portugal neben Griechenland am meisten betroffen. Landesweit gibt es aktuell Proteste der linken Gewerkschaften gegen den in Kraft getretenen Lohn- und Einstellungstopp im aufgeblähten öffentlichen Sektor des Landes. Daher wird vielerorts ein deutliches Papstwort im Blick auf die Krise erwartet. Auch der Präsidentenamts-Minister in der Regierung, Pedro Silva Pereira, hatte dies erklärt und dabei an die Enzyklika "Caritas in Veritate" (2009) erinnert. Nach der Ankunft am Dienstag um 11 Uhr in Lissabon und nach der Willkommenszeremonie im Jeronimos-Kloster absolvierte der Papst zuerst einen Höflichkeitsbesuch bei Staatspräsident Anibal Cavaco Silva im Palacio de Belem. Nach einer Pause war ein Gottesdienst mit mehreren Zehntausend Gläubigen am Terreiro do Paco geplant. (kap/rv 11)

 

 

 

 

Im Schatten der Krise. 2. Ökumenischer Kirchentag

 

Vor dem 2. Ökumenischen Kirchentag mahnt Bundespräsident Köhler Katholiken und Protestanten zu mehr Gemeinsamkeit - Von Rainer Clos (epd)

 

München. Vor dem 2. Ökumenischen Kirchentag, der an diesem Mittwoch in München beginnt, bedauern die Organisatoren fast den Medienrummel um die Kirchen. "Was unter anderen Vorzeichen gut wäre, diesmal wünschte ich, es wäre still um beide Kirchen", notierte die evangelische Theologin und Kirchentags-Generalsekretärin Ellen Ueberschär.

Im Blick hatte sie dabei die öffentliche Aufmerksamkeit, die sich auf beide christliche Kirchen in den zurückliegenden Wochen und Monaten richtete. Für Schlagzeilen sorgte neben dem Rücktritt von Margot Käßmann als herausragende Repräsentantin der evangelischen Kirche nach einem offen eingestandenen Fehlverhalten auch die Enthüllungen sexueller Übergriffe in kirchlichen, vor allem katholischen Einrichtungen.

Massive Glaubwürdigkeitskrise der Katholischen Kirche

Die katholische Kirche in Deutschland befindet sich in einer massiven Glaubwürdigkeitskrise, wie selbst Bischöfe ganz offen einräumen. Dass der Vertrauensverlust alarmierende Ausmaße annimmt, zeigen auch die Zahlen. Die Austritte sind in einigen Bistümern steil in die Höhe geschnellt. Vor einem Monat ergab ein Umfrage, dass die katholische Kirche in Deutschland noch weniger Vertrauen genießt als Großbanken und Parteien.

Wenige Tage vor dem Ökumenischen Kirchentag zog Papst Benedikt XVI. mit der Annahme des Rücktrittsgesuchs des bisherigen Augsburger Bischofs Walter Mixa einen Schlussstrich unter ein belastendes Kapitel. Nun biete sich die Chance für einen Neuanfang, der Weg der Erneuerung müsse fortgesetzt werden, wirbt der Vorsitzende der katholischen Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch. Mit seinem Leitwort "Damit ihr Hoffnung habt" könne dazu auch der Ökumenische Kirchentag beitragen, dessen 3.000 Veranstaltungen umfassendes Programm um zwei Podien zum Thema Missbrauch ergänzt wurde.

Die katholische Kirche befinde sich derzeit in einer schlechteren Position, räumte der Bamberger Erzbischof Ludwig Schick im "Spiegel" ein. Und der Oberhirte fügte hinzu: "Ich freue mich auch, wenn die evangelische Kirche gut dasteht." Von Triumphgefühlen ist bei den Vertretern der evangelischen Kirche dennoch nichts zu spüren.

Zuspruch aus der Politik

Stattdessen gibt es von prominenten Protestanten Zuspruch für die katholische Kirche. "Moralintriumphale Besserwisserei-Äußerungen" seien fehl am Platze, sagt Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU), Präsidiumsmitglied des Deutschen Evangelischen Kirchentages, dem epd. Die Kraft, mit der in der katholischen Kirche über das Missbrauchsthema diskutiert werde, verdiene Respekt.

Die evangelische Kirche folgt dem Ratschlag, den EKD-Kirchenamtspräsident Hermann Barth einmal gab: "Die Kirchen brauchen einander, weil sie sich gegenseitig ergänzen und korrigieren. Die Stärken sollten wir uns zum Vorbild nehmen und mit den Schwächen barmherzig umgehen."

Generalsekretär Stefan Vesper vom Zentralkomitee der deutschen Katholiken findet, das Miteinander der beiden Konfessionen vor dem Kirchentag sei jederzeit fair gewesen. Der gute Draht, der zwischen Landesbischof Johannes Friedrich und Erzbischof Reinhard Marx als Gastgebern besteht, trug dazu gewiss bei. "Wir sind in der Gesellschaft umso stärker und überzeugender, wenn wir gemeinsam auftreten", ist Vesper überzeugt. Dies wird nach Erwartung der Veranstalter der Kirchentag unter Beweis stellen, wenn es um die Weltverantwortung der Christen angesichts der großen Zukunftsfragen geht.

Kein gemeinsames Abendmahl

Ein gemeinsames Abendmahl von Katholiken und Protestanten, das sich viele wünschen, wird es in München allerdings nicht geben. Im Programmheft bitten der katholische ÖKT-Präsident Alois Glück und sein evangelischer Kollege Eckhard Nagel die Besucher, auf Provokationen wie auf dem 1. Ökumenischen Kirchentag 2003 in Berlin zu verzichten und "während des Ökumenischen Kirchentages in München die in den Kirchen gültigen Regeln zu achten und in Bezug auf Eucharistiefeier und Abendmahl in ökumenischer Sensibilität miteinander umzugehen".

Unmittelbar vor dem Großereignis mahnte Bundespräsident Horst Köhler dennoch zu Fortschritten im Miteinander der christlichen Konfessionen. Angesichts der Suche nach religiöser Orientierung empfahl der Protestant den Kirchen, eine neue innere Mission zu starten. (epd)

 

 

 

Ökumenischer Kirchentag in München Bischof Friedrich im Chat

 

Johannes Friedrich, Landesbischof der Evangelisch-Lutherischen Kirche in Bayern, beantwortet Ihre Fragen zu Kirche und Glaube. Heute im Chat auf sueddeutsche.de

 

Gibt es noch Hoffnung? Angesichts der Skandale, die in den vergangenen Wochen und Monaten vor allem die katholische, aber auch die evangelische Kirche erschütterten, wirkt das Motto des Ökumenischen Kirchentages mehr als mutig: "Auf dass ihr Hoffnung habt", lautet die Überschrift über dem viertägigen Event, zu dem mehr als 100.000 Besucher in München erwartet werden.

 Zum Auftakt des Zweiten Ökumenischen Kirchentags, der am Mittwoch beginnt, stellt sich Johannes Friedrich, Landesbischof der Evangelisch-Lutherischen Kirche in Bayern, Ihren Fragen zu Kirche und Glaube: heute im Chat von 11:15 bis 12 Uhr.

Hier geht's zum Chat: www.chat.sueddeutsche.de

Ab Mittwoch berichtet sueddeutsche.de dann live vom Kirchtentag: Politiker wollen Bibelarbeiten halten, Margot Käßmann möchte erstmals nach ihrem Rücktritt öffentlich auftreten, es soll über sexuellen Missbrauch diskutiert werden und die Gläubigen treffen sich, um gemeinsam zu feiern. Berichte, Reportagen, Interviews und Bilder vom Ökumenischen Kirchentag finden Sie unter www.sueddeutsche.de/oekt2010. SZ 11

 

 

 

Zum Ökumenischen Kirchentag werden bis Sonntag in München mehr als 110.000 Dauerteilnehmer erwartet

 

Fest eingeplant ist die Teilnahme von Bundespräsident Horst Köhler sowie von Bundeskanzlerin Angela Merkel und Bundestagspräsident Norbert Lammert. Auch mehrere Berliner Kabinettsmitglieder haben ihr Kommen zugesagt. Geplant sind fast 3.000 Veranstaltungen an 500 Orten zu den vier Themenschwerpunkten Wirtschafts- und Finanzkrise, Krieg und Frieden, interkultureller und interreligiöser Dialog sowie Kirchen und Ökumene. Einen in dieser Form einmaligen Kirchentagsgottesdienst gibt es am Freitagabend auf dem Odeonsplatz. 10.000 Mitfeiernde werden an 1.000 eigens dafür aufgestellten Biertischen Brot miteinander teilen, das zuvor bei einem orthodoxen Ritus gesegnet wurde. – Der 2. ÖKT in München steht unter dem Motto „Damit ihr Hoffnung habt“. Veranstaltet wird das Christentreffen wieder von dem in Bonn ansässigen Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) und vom Deutschen Evangelischen Kirchentag (DEKT) mit Sitz in Fulda gemeinsam mit den gastgebenden Ortskirchen, also dem Erzbistum München und Freising und der Evangelisch-lutherischen Kirche in Bayern. Evangelischer Präsident des ÖKT ist der Mediziner Eckhard Nagel, katholischer Präsident ist der frühere bayerische Landtagspräsident Alois Glück, der an der Spitze des ZdK steht.

Der Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) bezeichnete vor Beginn des 2. Ökumenischen Kirchentages junge Menschen als Motor der Ökumene. „Für junge Menschen ist Ökumene kein Aufreger, keine Frage von theologisch widerstreitenden Positionen. Für die meisten jungen Menschen ist Ökumene einfach selbstverständlich“, so der BDKJ-Bundesvorsitzende Dirk Tänzler am Montag in Düsseldorf. Für den BDKJ gelte die Ökumene-Haltung: „Wir wollen alles gemeinsam tun, was geht. Das was wir getrennt tun, müssen wir begründen.“

Der Magdeburger Bischof Gerhard Feige betonte zwar, die Kirchen seien „zu neuen Ufern aufgebrochen“. Es mangele jedoch an einer „konkreten Vision“, so Feige in einem Interview der katholischen Kirchenzeitung „Tag des Herrn“. Während die katholische Kirche eine sichtbare Einheit erst nach vorheriger Lösung zentraler Fragen anstrebe, favorisiere die evangelische Kirche zunehmend eine wechselseitige Anerkennung bei bleibenden Differenzen, so Feige, der Mitglied der Ökumene-Kommission der Deutschen Bischofskonferenz ist.

Der evangelische Theologe Friedrich Schorlemmer äußerte unterdessen mit Blick auf die Ökumene, er habe „die freundlichen Worte satt“ und verlangte Änderungen von katholischer Seite. Solange ausdrücklich ausgeschlossen sei, dass Katholiken der Einladung zum Abendmahl folgen können oder Protestanten der Einladung zur Eucharistie, bleibe er beim Begriff „Etikettenschwindel“ für die Ökumene, sagte Schorlemmer in einem Interview der Ulmer „Südwest Presse“ von diesem Dienstag. kipa/kna 11

 

 

 

 

 

Missbrauchsskandale. Papst beklagt "Angriff von innen" auf die Kirche

 

Papst Benedikt XVI. besucht Portugal. Im Mittelpunkt der Reise steht die Erinnerung an die Marienerscheinung in Fátima. Doch die internationale Debatte um sexuellen Missbrauch durch Priester verfolgt den Papst auch hierher. Er beklagt die Vorfälle als "Angriff aus dem Innern" und fordert "Sühne und Vergebung".

Überschattet von den Missbrauchsskandalen in der katholischen Kirche hat Papst Benedikt XVI. am Dienstag einen viertägigen Besuch in Portugal begonnen. „Der größte Angriff auf die Kirche kommt heute aus dem Innern der Kirche selbst – durch die Sünde“, sagte der Papst auf dem Flug von Rom nach Lissabon. „Heute sehen wir das in einer wirklich erschreckenden Weise.“

Benedikt antwortete im Flugzeug auf Fragen von Journalisten zu den Missbrauchsskandalen vor allem in Irland und Deutschland, die seit Monaten die katholische Kirche schwer belasten. Die Kirche müsse durch „Sühne, Gebet, Akzeptanz und auch Vergebung“ einen Weg aus den Skandalen finden. „Die Vergebung ersetzt nicht die notwendige Gerechtigkeit“, sagte der Papst weiter.

Das Flugzeug des Papstes landete am Vormittag auf dem Militärflughafen Figo Maduro in der Hauptstadt Lissabon. Der Pontifex wurde von Portugals Präsident Anibal Cavaco Silva sowie von Ministerpräsident José Sócrates und den Spitzen der portugiesischen Kirche empfangen. Eine „Botschaft der Hoffnung“ sei in „diesen Zeiten der Ungewissheit“ nötig, sagte Cavaco Silva in seiner Begrüßungsrede in Anspielung auf die schwere Wirtschaftskrise in Portugal.

In seiner ersten Rede auf dem Flughafen erwähnte der Papst die in Portugal umstrittene Liberalisierung des Abtreibungsgesetzes und die jüngst vom Parlament gebilligte Einführung der Homo-Ehe nicht direkt. Er sagte, bei der Beteiligung der Katholiken am öffentlichen Leben gehe es nicht um einen „ethischen Streit zwischen einem weltlichen und einem religiösen System“. Danach fuhr Benedikt im Papamobil unter massiven Sicherheitsvorkehrungen in die Innenstadt. Tausende säumten die Straßen und jubelten dem Besucher zu.

Im Mittelpunkt der 15. Auslandsreise von Benedikt steht ein Besuch in Fátima. Der Marienwallfahrtsort etwa 120 Kilometer nördlich von Lissabon zählt neben Lourdes in Frankreich und Santiago de Compostela in Spanien zu den bekanntesten katholischen Pilgerstätten Europas. Dort will der Papst am Donnerstag an den Feierlichkeiten zum Jahrestag der Marienerscheinung von 1917 teilnehmen.

Am Dienstagabend wollte der Papst auf dem Platz Terreiro do Paço am Tejo-Fluss im Zentrum von Lissabon eine Messe feiern. Zu dem Gottesdienst wurden zwischen 150.000 und 200.000 Menschen erwartet. Nach Fátima besucht Benedikt zum Abschluss seines Aufenthalts auch die nordportugiesische Stadt Porto. Dpa 11

 

 

 

 

Seid Ihr bereit…? von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

„Wie mich der Vater gesandt hat, so sende ich euch.“ (Joh 20, 21). „Wer euch hört, hört mich.“ (Lk 10, 16).

Es gehört zum Kern der Botschaft Jesu, dass er Menschen beruft und aussendet, weiter zu tun, was er getan, weiterzusagen, was er gesagt hat. Mit diesen Menschen identifiziert er sich, und auch sie sollen sich mit ihm identifizieren. Sie sollen „in persona Christi“ handeln, ihn in der Welt darstellen.

 

Am dichtesten ist diese Übertragung seines eigenen Handelns auf Menschen bei den Aposteln, dem Zwölferkreis, der das Fundament der Kirche bildet. Er ist die erste Gemeinschaft, der erste „Lebensraum“, in dem Jesus weiter unter den Menschen da sein will. Im Markus-Evangelium wird das feierlich beschrieben: „Jesus stieg auf einen Berg und rief die zu sich, die er erwählt hatte, und sie kamen zu ihm. Und er setzte zwölf ein, die er bei sich haben und die er dann aussenden wollte, damit sie predigten und mit seiner Vollmacht Dämonen austrieben.“ (Mk 3, 13f). Danach werden die Zwölf beim Namen genannt.

 

Das Wort „einsetzen“ entspricht im Griechischen dem Schöpfungswort zu Beginn der Bibel: Wie Gott Himmel und Erde schuf, so schafft Jesus die Gemeinschaft der Zwölf. Er selbst wählt sie aus und will, dass sie mit ihm seien und er sie sende. Das ist für das Verständnis des Amtes in der Kirche entscheidend, ob es sich im Bischof, im Priester oder im Diakon zeigt, immer gilt: Berufen von Ihm, eingesetzt von Ihm, in innerer Nähe zu Ihm und von Ihm ausgesandt zu den Menschen. Nicht nur in sakramentalen Zeichen will Jesus Christus unter uns sein und gegenwärtig bleiben, sondern auch durch konkrete Menschen mit Gesicht, Herz und Händen. Menschen, die in seiner Vollmacht über Brot und Wein sprechen: „Das ist mein Leib, das ist mein Blut!“ Und die das Wort der Vergebung im Bußsakrament und das Wort der Aufrichtung in der Krankensalbung in seinem Namen aussprechen. „Wie mich der Vater gesandt hat, so sende ich euch… Wem ihr die Sünden vergebt, dem sind sie vergeben.“ (Joh 20, 21, 23).

 

Unabhängig von ihren Schwächen und Fehlern wirkt Jesus Christus durch die von ihm Beanspruchten, die sich um Glaubwürdigkeit bemühen und den Heiland und Erlöser transparent machen sollen. „Bedenke, was du tust, ahme nach, was du vollziehst, und stelle dein Leben unter das Geheimnis des Kreuzes“, so wird der Kandidat in der Priesterweihe eindrücklich angesprochen.

 

Vorher hat der Bischof dem Weihekandidaten unter Schweigen die Hände aufgelegt und im großen Weihegebet die Kraft des Hl. Geistes auf ihn herab gerufen. Die Salbung der Handflächen verstärkt noch einmal diese Gabe des Geistes, die er nicht für sich selbst empfängt, sondern zum Weiterschenken durch sein Leben und die Spendung der Sakramente. Mit den Getauften und den Gefirmten soll er Christ sein und für sie Priester. „Wo mich in Schrecken hält, was ich für euch bin, da macht mir Mut, was ich mit euch bin. Denn für euch bin ich Bischof, mit euch zusammen bin ich Christ. Das eine ist der Name des Amtes, das andere bedeutet die Gnade. Das eine bezeichnet die Gefahr, das andere schenkt das Heil“, so drückt es der Hl. Augustinus aus (Sermo 340, 1).

 

Die jedem Christen eingeprägte Signatur „Im Namen des Vaters und des Sohnes und des Hl. Geistes“ wird beim Priester in besonderer Weise zur Signatur seines Dienstes: Im Namen des Vaters, des immer Größeren, im Namen des Sohnes, der sich ganz an die Menschen hingibt, im Namen des Hl. Geistes, der die Gläubigen zur Kirche eint und die verschiedenen Gaben und Fähigkeiten in ihnen ausprägt. In der Vollmacht des Vaters, in der Hingabe des Sohnes, in der einenden Kraft des Geistes vollzieht er seinen Dienst.

 

Die ganze Beanspruchung durch Jesus Christus und die tiefe Hingabe an die Menschen soll der Priester unterstreichen durch einen Lebensstil, wie Jesus ihn uns, durch die Evangelien bezeugt, vorgelebt hat: einfach, ehelos und gehorsam. Deshalb weiht die westliche, die lateinische Kirche nur die Männer zu Priestern, die auch zur Ehelosigkeit berufen sind. Dieses heute vielfach umstrittene Zeichen bleibt eine gültige Herausforderung, die deutlich macht, wie christusverbunden und verfügbar der Priester für die Menschen leben soll.

 

Aus ihrer langen Geschichte weiß die Kirche, dass religiöse Neuaufbrüche ihre Quelle nicht in einem Weniger, sondern in einem Mehr an radikaler Jesus-Nachfolge haben. Die Väter des Konzils haben darum einmütig ihrer gläubigen Überzeugung Ausdruck gegeben, dass die priesterliche Ehelosigkeit um des Himmelreiches willen ein kostbares Geschenk des Geistes an unsere Kirche sei.

 

Durch die enge Rückbindung an die Berufung der Apostel sieht sich die Kirche auch nicht berechtigt, Frauen zu Priesterinnen zu weihen, da Jesus Christus zum Apostelamt nur Männer berufen hat, obwohl viele Frauen in seiner engen Umgebung waren. Auf diesem Hintergrund ist ein gutes Miteinander von Männern und Frauen, von Geweihten, Getauften und Gefirmten, vom Priestertum des Dienstes und dem gemeinsamen Priestertum aller besonders wichtig. Denn so werden die verschiedenen Talente und Berufungen gemeinsam ins Spiel gebracht und dienen dem „Aufbau der Gemeinde“ (vgl. Röm 14, 19; 1 Kor 14, 12).

In Erwartung der Priesterweihe am kommenden Samstag im Hohen Dom zu Fulda sollten wir den Herrn der Ernte bitten, dass er in den Gemeinden unseres Bistums die Bereitschaft weckt, priesterliche Berufungen anzunehmen und zu fördern.

Bonifatiusbote“ 16.

 

 

 

 

Neuanfang in Augsburg

 

Beschädigtes Vertrauen bei den Gläubigen wiedergewinnen: Das sieht der Augsburger Diözesanadministrator Weihbischof Josef Grünwald als seine wichtigste Aufgabe an. Das sei nach dem Rücktritt von Bischof Walter Mixa aber nicht einfach „machbar“, sondern gehe nur mit Selbstkritik, betonte Grünwald am Montag in Augsburg. Zugleich kündigte er offene und transparente Entscheidungen der Bistumsleitung an. Weihbischöfe und Domkapitel müssten auf die Gläubigen zugehen. Auch die Priesterschaft gelte es wieder zu einen. Dies gehe alles nur im Gespräch. Grünwald sagte, er habe mit „Bereitschaft und Bangen“ das Amt des Administrators angenommen. Es sei für ihn schon das zweite Mal nach 2004 bis 2005, dass er die Diözese in der Sedisvakanz führe. Mit dem zurückgetretenen Bischof Mixa habe er bereits telefoniert. Dieser habe ihm alles Gute für seine Aufgabe gewünscht. Mixa ist wegen Vorwürfen der Misshandlung von Kindern und der Veruntreuung von Geldern zurückgetreten; außerdem wird gegen ihn auch wegen sexuellen Missbrauchs ermittelt. – Das Domkapitel werde bald eine Dreierliste mit möglichen Kandidaten für den Bischofsstuhl beim Vatikan einreichen, sagte Grünwald. kna 10

 

 

 

Renovabis-Pfingstaktion. Bischof Algermissen ruft zur Osteuropahilfe auf

 

Fulda. Zu einer großherzigen Gabe am Pfingstsonntag, 23. Mai, für die Anliegen von „Renovabis“, der Solidaritätsaktion der deutschen Katholiken mit den Menschen in Mittel- Ost- und Südosteuropa, hat Bischof Heinz Josef Algermissen aufgerufen. Die diesjährige Pfingstaktion steht unter dem Leitwort „Alle sollen eins sein“ (Joh 17, 21). Die 18. Pfingstaktion von Renovabis ist am 25. April im Dom zu Frankfurt (Bistum Limburg) eröffnet worden und findet zu Pfingsten ihren Abschluß in Eichstätt.

 

In einem Bischofswort, das am 16. Mai in den Gottesdiensten verlesen wird, betont der Oberhirte, daß trotz des Aufbruchs in den Ländern des Ostens Europas 20 Jahre nach dem Sturz des Kommunismus auch viel Armut und Not, vor allem bei Familien, Kindern, Alten und Kranken, herrsche. Wo niemand sonst mehr helfe, seien die Kirchen vor Ort gefragt, mit denen Renovabis in lebendigem Austausch stehe. „Denn als Christen der östlichen und der westlichen Tradition ist uns das gemeinsame Zeugnis für ein christlich geprägtes und sozial gerechtes Europa aufgetragen“, so der Bischof weiter. Es gehe um die Verkündigung des Glaubens und um eine Nächstenliebe, die besonders den schwächsten Gliedern der Gesellschaft zugute komme. „Bei der diesjährigen Pfingstaktion von Renovabis soll unserem Zusammenwirken mit den kirchlichen Partnern in Osteuropa besondere Aufmerksamkeit zugewandt werden“, unterstreicht Bischof Algermissen.

 

Bei der Renovabis-Pfingstkollekte 2009 haben die Katholiken im Bistum Fulda 125.791,77 Euro gespendet. Insgesamt sind durch Kollekten und Spenden 2009 aus der Diözese 243.969,18 Euro bei Renovabis eingegangen. In 2009 konnte das Osteuropahilfswerk eine um 1 Prozent geringere Summe an Spenden und Kollekten in Deutschland einwerben als im Vorjahr. Das Gesamtaufkommen an Spenden und Kollekten lag im Vergleich zu 2008 (12,48 Millionen Euro) bei rund 12,39 Millionen Euro. Im Jahr 2009 wurden 846 sozial-caritative, kirchlich-pastorale sowie Bildungs- und Medienprojekte in 29 Ländern Mittel-, Ost- und Südosteuropas mit einer Summe von insgesamt 27,38 Millionen Euro gefördert. (bpf)

 

 

 

Erzbischof Marx: „Kirche will ihre Hausaufgaben machen“

 

Am Mittwoch startet in München der Zweite Ökumenische Kirchentag – eine Chance für die Ökumene und auch für die katholische Kirche, aus einem Tal herauszukommen. Gastgebender Erzbischof ist auf katholischer Seite Reinhard Marx von München-Freising. Er betonte am Sonntag, dass an dem ökumenischen Großereignis zum ersten Mal „in dieser Intensität die Orthodoxen teilnehmen“.

 

„Und ich hoffe, dass die Menschen, die nach Hause gehen, nach dem ökumenischen Kirchentag sagen: Es hat uns noch mal Rückenwind gegeben für unseren Glauben, für unsere Hoffnung, die wir leben wollen im Alltag.“

 

Erzbischof Marx hofft, dass es angesichts der immer noch fehlenden Abendmahlsgemeinschaft zwischen Katholiken und den  Kirchen der Reformation nicht zu Provokationen kommt.

 

„Das wird man nie genau kontrollieren können. Wir leben ja nicht hier in einer Diktatur, wo man das befehlen kann. Aber im Rahmen des ökumenischen Kirchentages haben wir sehr, sehr verlässliche, gute Absprachen. Das ist sozusagen das Fundament der Ökumene. Sonst ist Ökumene gar nicht möglich, wenn man nicht das Selbstverständnis des anderen achtet…“

 

Der Erzbischof von München und Freising sieht im Gespräch mit dem Deutschlandfunk immer noch deutliche Differenzen zwischen den Kirchen, etwa, was das Ziel der Ökumene betrifft:

 

„Im evangelischen Bereich hat sich jetzt stärker die Vorstellung einer Anerkennung der verschiedenen Kirchen als Kirchen durchgesetzt - und dann ist es eigentlich auch gut. Und da sagen wir von der katholischen und auch von der orthodoxen Seite: Das ist uns nicht ausreichend genug. Wir wollen wirklich eine sichtbare Einheit, wo man nicht nur äußerlich sich anerkennt und sagt, Ihr glaubt das, wir glauben jenes - das wollen wir da mal so stehen lassen -, sondern wir wollen tiefer gehen.“ (dlf 10)

 

 

 

Zollitsch stärkt Priestern den Rücken

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, ruft angesichts des Missbrauchsskandals Priester und Gläubige dazu auf, ihr Leben immer wieder neu an der Botschaft Jesu auszurichten. Bei einer Priesterweihe in Freiburg bedauerte der Erzbischof, dass „gerade im Jahr des Priesters die schrecklichen Verfehlungen sichtbar wurden, die auch in der Kirche und von Priestern verübt wurden“. Dies mache deutlich: „Es gibt für uns alle mit der Weihe keinen Automatismus, der von alleine alles in die rechten Bahnen lenkt. Wir haben uns stets neu auszurichten am Evangelium Jesu Christi...“ Auch Zollitschs Vorgänger im Amt des Bischofskonferenz-Vorsitzenden, Kardinal Karl Lehmann von Mainz, sprach am Wochenende von einem Ansehensverlust, unter dem die katholische Kirche in Deutschland zu leiden habe. Zugleich bedauerte Lehman im „heute journal“, dass die Diskussion über den Zölibat im Zusammenhang mit der Missbrauchsdebatte geführt werde. Er sei allerdings sicher, dass Papst Benedikt XVI. auch über den Zölibat nachdenke.

Der Tübinger Theologe Hans Küng erneuerte am Sonntag seine grundsätzliche Kritik an der priesterlichen Ehelosigkeit. Im Zwangszölibat kulminiere „die verklemmte Haltung der Kirche zur Sexualität“, so der Theologe, dem Rom 1979 die kirchliche Lehrerlaubnis entzogen hatte.

Der Kölner Kardinal Joachim Meisner überlegt unterdessen, sich mit einem eigenen Hirtenbrief speziell an Kinder zu wenden. Vor der Vollversammlung des Diözesanrats der Katholiken im Erzbistum Köln äußerte Meisner erneut Fassungslosigkeit und Scham über die Vergehen von Priestern. Zum Umgang mit den Tätern meinte der Kardinal, der erste Weg zur Therapie führe über eine Anzeige des Geschehens. Es dürfe nichts mehr unter den Teppich gekehrt und keine „fromme Soße“ über verbrecherische Taten gegossen werden. Der Kardinal appellierte an die Täter, ihre Opfer um Vergebung zu bitten. Engagierte Katholiken sollten aber angesichts der jetzigen Skandale nicht resignieren. Meisner wörtlich: „Wir dürfen jetzt nicht hocken bleiben und uns selbst bedauern.“ (kna/pm/domradio 10)

 

 

 

 

Fulda. Am 6. Juni werden die traditionsreichen Bonifatiuswallfahrten eröffnet

 

Fulda. Mit einem feierlichen Pontifikalamt werden am Sonntag, 6. Juni, in Fulda die traditionsreichen Bonifatiuswallfahrten eröffnet. Hauptzelebrant des Festgottesdienstes um 9.30 Uhr auf dem Domplatz ist Bischof Heinz Josef Algermissen. Festprediger ist Bischof Franz-Peter Tebartz-van Elst aus Limburg. Konzelebrieren werden der Bischof von Groningen-Leeuwarden, Gerard Johannes de Korte, die Fuldaer Weihbischöfe Prof. Dr. Karlheinz Diez und Johannes Kapp, Generalvikar Prof. Dr. Gerhard Stanke sowie die Pfarrer Paul Verheijen aus Dokkum (Niederlande) und Rogers Birija und Joseph Ndiraba (beide Hoima/Uganda).

 

Zur zentralen Meßfeier werden wieder mehrere tausend Gläubige erwartet, die von Domdechant Prof. Dr. Werner Kathrein begrüßt werden. Alle Pfarreien des Fuldaer Stadtdekanates werden traditionsgemäß wieder in einer Sternwallfahrt zur Kathedralkirche ziehen. Hinzu kommen zahlreiche Fußwallfahrten von Pfarrgemeinden des Fuldaer Landes, um bei der Verehrung des Apostels der Deutschen ihr christliches Zeugnis in der Welt zu geben und für die Kirche Gottes in dieser Zeit zu beten.

 

Der Fuldaer Jugendkathedralchor unter Leitung von Domkapellmeister Franz-Peter Huber wird bei dem Pontifikalamt auf dem Domplatz Chorsätze von D. J. Evans und aus Taizé sowie Gottesloblieder im Wechsel mit der Gemeinde singen. Musikalisch wird der Gottesdienst ferner wieder von einem großen Bläserensemble mitgestaltet, bestehend aus drei Musikvereinen mit an 150 Bläsern, davon viele Jugendliche. Unter Leitung von Regionalkantor Ulrich Moormann musizieren: Musikverein St. Antonius Künzell, Musikverein Steinau/Steinhaus und Musikverein Zella/Rhön. Auch ein Chor aus Uganda wird mitwirken. An der Orgel, deren Klänge wieder auf den Domplatz übertragen werden, Domorganist Prof. Hans-Jürgen Kaiser. Nach dem Schlußlied folgt noch ein Gesang aus dem Bonifatiusmusical.

 

Nach dem Gottesdienst ist im Hof der Domdechanei/Dechaneigarten wieder ein Platzkonzert und die Möglichkeit der Begegnung. Für die Wallfahrer besteht Gelegenheit, einen Imbiß einzunehmen, und auch für Getränke ist gesorgt. Auch die geistlichen Gemeinschaften beteiligen sich mit einem Programm am Bonifatiusfest. Um 18 Uhr findet in der Michaelskirche ein Lobpreisgottesdienst der Jugend statt.

 

Bereits am Vorabend des Bonifatiusfestes, Samstag, 5. Juni, werden um 20 Uhr die Glocken sämtlicher Fuldaer Pfarrkirchen und aller beteiligten Gemeinden den Festtag des Bistums feierlich einläuten. (bpf)

 

 

 

 

Medienberichte über angebliches Opfer. Verwirrung um Mixa

 

Augsburg. Die Staatsanwaltschaft will die Namen möglicher Missbrauchsopfer von Walter Mixa unter Verschluss halten. Die Behörde stellte klar, dass eine Person, die im Internet fälschlicherweise als vermeintliches Missbrauchsopfer des zurückgetretenen Augsburger Bischofs genannt wurde, nicht Teil der Untersuchungsakten sei. Das teilte der leitende Oberstaatsanwalt in Ingolstadt mit.

 

Der im Internet benannte 26-Jährige ließ nach einem Bericht des Donaukuriers über einen Anwalt verbreiten, er habe mit dem Fall Mixa nichts zu tun. Der Donaukurier hatte am Wochenende einen katholisch-konservativen Internetdienst zitiert, dem zufolge der Mann als angebliches Mixa-Opfer den Missbrauch bestritten habe. Gegen Mixa laufen Vorermittlungen wegen des Verdachts auf sexuellen Missbrauch eines Minderjährigen. Papst Benedikt XVI. hatte am Samstag das Rücktrittsangebot Mixas vom 21. April angenommen.

 

Der neue Diözesanadministrator des Bistums, Weihbischof Josef Grünwald (73), forderte am Montag von der Kirche "ehrliche Selbstkritik und Selbsterkenntnis". Die Vorwürfe müssten geklärt werden. Grünwald verneinte die Frage, ob das Bistum Mixa angezeigt habe. Man habe aber nach den Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz gehandelt und Verdachtsfälle der Generalstaatsanwaltschaft München zur Prüfung übergeben.

 

Grünwald war am Samstag vom Domkapitel zum Administrator gewählt worden. Er leitet das Bistum, bis der Papst einen Nachfolger für Mixa beruft. (dpa/epd 11)

 

 

 

Regina Caeli zum Marienmonat Mai

 

Den Marienmonat Mai hat Papst Benedikt XVI. in den Mittelpunkt seiner Ansprache zum Gebet des Regina Caeli gestellt. Maria sei die erste und vollkommenste Jüngerin Jesu gewesen. Sie habe zuerst das Wort Ihres Sohnes gehört und ihn zugleich als Mutter und demütige und gehorsame Magd geliebt. Hier sein Gruß an die deutschen Pilger:

 

„Ein herzliches „Grüß Gott“ sage ich allen Gläubigen und Besuchern deutscher Sprache. Besonders grüße ich heute die Teilnehmer und Unterstützer des Etappen-Laufs NCL Charity Run von Berlin nach Rom zugunsten von Kindern, die an der unheilbaren Stoffwechselkrankheit NCL leiden. – In der Osterzeit lädt uns das Gebet Regina cæli ein, uns mit Maria über die Auferstehung ihres Sohnes zu freuen und sie um ihre Fürbitte anzurufen. „Bitt Gott für uns, Maria“: So dürfen wir gerade im Marienmonat Mai unsere Anliegen der Gottesmutter anvertrauen, und dies will ich in besonderer Weise tun, wenn ich diese Woche während meiner Apostolischen Reise nach Portugal als Pilger nach Fatima komme. Maria begleite uns und unsere Lieben mit ihrer mütterlichen Fürsprache.“

 

In Fatima will Benedikt des 10. Jahrestages der Seligsprechung der Seherkinder gedenken. Die Abreise ist für Dienstag geplant. Im brasilianischen Teil seiner Grußworte grüßte Benedikt die Teilnehmer des Eucharistischen Kongresses in der Hauptstadt Brasilia. (rv 9)

 

 

 

 

Kommentar. Mixa als Bauernopfer?

 

Der Missbrauchsvorwurf gegen Walter Mixa wird Benedikt XVI. an seinem Schreibtisch in Rom blass gemacht haben. Doch auch ohne diese jüngste Eskalation war die Amtszeit des Augsburger Bischofs besiegelt. Mixas Eingeständnis gelegentlicher "Watschn" im Kinderheim von Schrobenhausen ließ alle vorherigen Beteuerungen von Gewaltlosigkeit, priesterlichem Ethos und reinem Herzen als doppelzüngig, wenn nicht als glatt gelogen erscheinen.

 

Jede Äußerung Mixas hatte für die von Papst und Bischöfen versprochene Erneuerung die gleiche Wirkung wie Schwefelsäure im Blumenwasser. Als die Bischofskonferenz Mixa dann öffentlich zum Rücktritt drängte, war das stille Einvernehmen mit dem Vatikan klar. Diesen beispiellosen Schritt geht ein katholischer Bischof niemals auf eigenes Risiko.

 

Die eigene Dynamik des Missbrauchsskandals hat Rom, das sonst gern "in Jahrhunderten zu denken" beliebt, ungewohnt schnell reagieren lassen. Das ist gut, aber keineswegs beruhigend. Immer noch gibt es in der Kirchenleitung viele, die sich unter dem Druck einer völlig überzogenen (Medien-)Kampagne sehen.

 

Nur die Bereitschaft zu Strukturreformen – in der Priesterausbildung ebenso wie in der Auswahl von Bischöfen – kann dem Eindruck wehren, einer wie Mixa sei bloß ein bedauernswertes Bauernopfer. Joachim Frank Fr 11

 

 

 

 

EU: Aktion „Steuern gegen Armut“

 

Die Griechenland-Hilfe ist in Deutschland unter Dach und Fach. Der Nürnberger Jesuit und Soziologe P. Jörg Alt warnt nun die Politik davor, nach der Ablehnung einer Finanztransaktionssteuer im Zuge der Griechenland-Hilfe die Märkte weiter gewähren zu lassen. Ansonsten diskutiere Deutschland „bald über Finanzhilfen für Portugal und Spanien“, so der Jesuit in Nürnberg. Er ist einer der Mitinitiatoren der Kampagne „Steuer gegen Armut“. Der Vorschlag einer Steuer auf Transaktionen an den Börsen bleibe aktuell.

 

„Die derzeitige Situation ist eine, wo die Politik von den Märkten getrieben wird und keine, wo die Politik gestalterisch tätig ist. Von daher begrüße ich den Versuch der Opposition, in dieser Situation nicht nur Griechenland zu helfen, sondern gleichzeitig Festlegungen zu finden, wie die Märkte an Kosten beteiligt werden bzw. wie Spekulation ein Riegel vorgeschoben werden kann.“

 

Wer sind die Verlierer bzw. die Gewinner in der gegenwärtigen Situation?

 

„Verlierer sind die Griechen, die dem Druck der Märkte nicht standhalten konnten. Verlierer sind die europäischen Steuerzahler, die wieder mal die Rechnung begleichen müssen. Verlierer sind die europäischen Staaten, die sich noch höher verschulden mussten und gegen deren Verschuldung nun noch besser spekuliert werden kann. Siehe die Absicht von Moodys, Portugal noch weiter herunterzustufen. Gewinner sind all jene, die mit spekulativen Aktionen gegen den Euro Gewinne einstreichen und behalten konnten.“

 

Was würden Sie der Bundesregierung empfehlen?

 

„Die Politik muss den Primat über die Märkte haben und sozialschädliches Verhalten wie etwa der Handel mit bestimmten Produkten, z.B. Leerverkäufen oder kurzfristige Spekulation wie computergestütztes Day Trading verboten werden, welches der realen Wirtschaft nichts nützt sondern nur den Spekulanten. FTS verteuert kurzfristige Spekulation. Man muss nicht auf alle warten, man kann es auch EU- oder Euro-weit machen. Technische Voraussetzungen sind da. Es fehlt nur politischer Wille.“(rv 9)

 

 

 

 

 

Menschenrechte. "Der Koran verlangt keine Genital-Beschneidung"

 

Es ist der wohl schlimmste Tag ihres Lebens: Etwa 8000 Mädchen täglich werden die Genitalien verstümmelt. Geschätzte 140 Millionen Frauen weltweit sind betroffen. Bianca Schimmel hat bei der Gesellschaft für technische Zusammenarbeit ein Projekt zur Überwindung dieses grausamen Rituals geleitet.

WELT ONLINE: Frau Schimmel, wie gravierend ist der Eingriff?

Bianca Schimmel: Meist wird er von traditionellen Beschneiderinnen gemacht, alten Frauen die hohes Ansehen genießen. Es passiert in Hütten in den Dörfern, aber auch in den Städten. Die Mädchen werden meist nicht darauf vorbereitet, was sie genau erwartet, ihnen wird erzählt, ihnen zu Ehren werde ein Fest gefeiert. Der Eingriff erfolgt mit Rasierklingen, Messern, Scheren, zum Teil mit Glasscherben oder Deckeln von Konservendosen. Ohne Narkose. Anschließend werden dem Mädchen die Beine zusammengebunden, damit die Wunde heilt oder – bei der schwersten Variante – zuwächst.

WELT ONLINE: Was sind die Auswirkungen?

Schimmel: Kurzfristig kann es aufgrund von schlechten hygienischen Bedingungen zu Infektionen kommen – vielleicht ist die Rasierklinge desinfiziert, vielleicht auch nicht –, die im Extremfall zum Tod führen. Es kann auch HIV übertragen werden. Der Eingriff wird zunehmend in Krankenhäusern oder Gesundheitsstationen vorgenommen, in Guinea beispielsweise bei etwa 25 Prozent der Verstümmelungen. Man spricht von Medikalisierung, aber das ändert nichts an der Schwere des Eingriffs.

WELT ONLINE: Ist also die vorwiegend medizinische Aufklärung der vergangenen Jahre der falsche Weg gewesen?

Schimmel: Das ist vielleicht zu pauschal, aber es gab schon eine einseitige Betrachtung. Da Verstümmelung ein sensibles Thema ist, ist es einfacher, über die gesundheitlichen Folgen zu sprechen als zu versuchen, die Traditionen, die Machtverhältnisse zu ändern. Es ist ein guter Einstieg, aber man braucht Begleitmaßnahmen: eine aktive Kooperation mit dem Gesundheitspersonal, religiösen Führern und auch Schulen. Problematisch ist, dass die Verstümmelungen Zusatzeinkünfte für die oft unterbezahlten Ärzte oder Schwestern darstellen.

WELT ONLINE: Ist der Anteil genitalverstümmelter Frauen dort geringer, wo der Bildungsgrad höher ist?

Schimmel: Das ist grundsätzlich richtig, wobei zum Beispiel Ägypten, wo die Verbreitung trotz eines vergleichsweise hohen Bildungsniveaus der Bevölkerung bei 90 Prozent liegt, dem widerspricht. Aber Bildung ist ein großer Schlüssel. Was sich bewährt hat ist, die Aufklärung in den Schulen durch die Arbeit mit Familien und Gemeinden zu unterstützen. Wir entwickeln auch Module für Schulen. Dazu müssen natürlich erst mal die Lehrer sensibilisiert und ausgebildet werden. Aber ich war in Burkina Faso bei einem Projekt dabei und es war beeindruckend, wie offen die Lehrer mit dem Thema umgehen und sogar Bilder zeigen.

WELT ONLINE: Warum tut eine Mutter, die den Schmerz und die Gesundheitsschäden aus eigener Erfahrung kennt, ihrer Tochter so etwas an?

Schimmel: Ich habe mich auch gefragt, wie kann das sein? Wir betrachten das als Menschenrechtsverletzung, aber in den betreffenden Ländern wird das als gesellschaftliche Norm gesehen. Es geht um Tradition, um Respekt vor der älteren Generation, aber vor allem um Gruppenzugehörigkeit. Wenn ein Dorf so ein Ritual hat, verleiht es auch Identität. Und gerade dort, wo Gruppensolidarität wichtig ist für das Überleben, kann eine Ausgrenzung extreme Folgen haben. Ich habe in Gesprächen mit Frauen oft gehört „Ja, ich weiß, ich habe diesen Schmerz selbst erlebt, aber ich möchte nicht dass meine Tochter ausgegrenzt wird und keinen Mann findet.“ Und die Heiratsfähigkeit der Tochter ist eben häufig noch ein großes Kapital für die ganze Familie.

WELT ONLINE: Welche Rolle spielen die Männer?

Schimmel: Es geht auch um weibliche Sexualität, um Mythen, die sich darum ranken: Eine unbeschnittene Frau gilt als unkontrollierbar, wird als Hure abgestempelt. Es geht um die Verringerung des weiblichen Sexualverlangens, die Kontrolle der weiblichen Sexualität. Das alles sitzt tief, deshalb ist es wichtig, das Thema aus der Tabuzone und in die gesellschaftliche Debatte zu holen.

WELT ONLINE: Funktioniert das? Auch in islamisch geprägten Ländern, wo eine Offenheit wie Sie sie aus Burkina Faso beschrieben haben, undenkbar wäre?

Schimmel: Mauretanien ist da ein ganz gutes Beispiel. Viel ist durch den ergänzenden Dialog mit religiösen Führern erreicht worden. Dort wurde Anfang 2010 eine Fatwa (Rechtsgutachten von islamischen Gelehrten; d.Red.) verabschiedet, in der das Forum der islamischen Führer erklären, dass der Koran keine Beschneidung oder Verstümmelung verlangt und gesundheitsschädliche Praktiken verurteilt. Es gab immer wieder Kolloquien, die auch von der GTZ unterstützt wurden, in der Islamgelehrte, Mediziner, Vertreter des öffentlichen Lebens, aber auch der Zivilgesellschaft debattiert haben. Mauretanien ist ein sehr debattierfreudiges Land.

WELT ONLINE: Wie sieht es im Vergleich dazu in Mali aus?

Schimmel: In Mali begleiten wir die Integration des Themas weibliche Genitalverstümmelung in den Schulunterricht durch außerschulischen Dialog. So ist auch sichergestellt, dass nicht nur Schülerinnen und Schüler, sondern auch deren Familien und Heimatgemeinden erreicht werden. Eine Studie im vergangenen Jahr hat den Erfolg dieses Vorgehens belegt: Dort, wo diese sogenannten Generationendialoge durchgeführt wurden, sind die Eltern offen dafür, dass ihre Kinder in der Schule über Genitalverstümmelung unterrichtet werden. Und nur noch wenige von ihnen haben vor, ihre Tochter verstümmeln zu lassen. Allerdings müssen wir mit einem Erstarken des Fundamentalismus auch Rückschläge hinnehmen. Im Gegensatz zu Mauretanien ist die gesellschaftliche Debatte schwieriger. Der Dialog mit den islamischen Gelehrten ist ins Stocken geraten. Deshalb fördern wir den Austausch zwischen den beiden Ländern.

WELT ONLINE: Wie zuverlässig sind denn Umfragen? Schließlich ist Genitalverstümmelung in vielen Ländern offiziell verboten.

Schimmel: Die muss man natürlich mit einer gewissen Vorsicht betrachten. Wir haben die Problematik, dass die Mädchen zum Zeitpunkt des Eingriffs immer jünger sind, um Verbot und Kontrolle zu umgehen. Es gibt einen regelrechten Verstümmelungstourismus aus Ländern mit gesetzlichen Verboten in solche ohne. Genauere Zahlen gibt es immer nur bei neuen statistischen Erhebungen zu Demografie und Gesundheit, bei denen auch Daten in Krankenhäusern und Gesundheitsstationen erhoben werden.

WELT ONLINE: Es gibt Ansätze, die Verstümmelung als Initiation junger Mädchen durch andere Riten zu ersetzen. Ist das erfolgreich?

Schimmel: Nur dort, wo die Beschneidung noch rituellen Charakter hat. Das ist zum Beispiel in Sierra Leone der Fall, aber auch in Kenia, wo es einige Erfolge mit alternativen Riten gibt: Sie bewahren die Traditionen, aber ersparen den Mädchen die Verstümmelung. Allerdings stellen wir auch fest, dass der Eingriff immer häufiger von der Initiation losgelöst ist. Jens Wiegmann DW 10

 

 

 

Italien: Dialogbereiter Islam?

 

Nicht nur Hardliner glauben nicht so recht an den interreligiösen Dialog mit dem Islam. Zu unterschiedlich seien dafür die Vorstellungen von Staat und Religion. Dass es aber Strömungen im Islam gibt, die genau diesen Dialog mit Juden und Christen wollen, das wurde jetzt in Rom bei einer Tagung der Päpstlichen Universität „Angelicum“ deutlich. Moa Siddiqui ist eine junge anglo-pakistianische Theologin und leitet in Glasgow das „Center of Study of Islam“. Sie sieht den gegenwärtigen Pluralismus als Herausforderung an, der sich bereits der Koran gestellt habe, so die Theologin bei einem Vortrag an der Dominikaner-Uni. Die zutiefst islamische Idee der „Kompassion“, des Mitleids, sei eine mögliche Basis des praktisch gelebten Dialogs. Einseitigkeiten müssten auf beiden Seiten überwunden werden.

 

„Ich bin in Pakistan geboren und in Großbritannien aufgewachsen, und ich kenne die Situation von religiösen Minderheiten in islamischen Staaten. In westlichen Ländern wird leider nur wahrgenommen, dass der Islam die Religionsausübung von Andersgläubigen behindert. Viele Moslems sehen das aber ganz anders, und diese einfache Botschaft muss immer wieder gesagt werden. Wie kann also auf beiden Seiten ein Geist der Großzügigkeit gewonnen werden?“

 

Auch die Idee der gemeinsamen Wurzel in Gott hebele die Vorstellung vom „Ungläubigen“ aus, so die Theologin, und damit die geistigen Voraussetzungen für Heilige Kriege und andere interreligiöse Konflikte. (rv 9)

 

 

 

 

"Les Prêtres" in Frankreich. Die Boygroup Gottes

 

Drei singende Priester verdrängen Lady Gaga von der Hitparadenspitze in Frankreich. Die Kirche findet's gut – schließlich hilft es gegen ihr lädiertes Image. VON RUDOLF BALMER

 

Halleluja! Das Publikum ist begeistert. Früher galt mal die Regel, dass in der Kirche nicht applaudiert wird. Doch an diesem Abend endet in der Basilika Sacré-Coeur von Marseille das Konzert mit einer stehenden Ovation. "Das wäre wunderbar, wenn es jeden Abend bei der Messe so viel Leute gäbe", träumt der Hausherr, Pfarrer Jean-Pierre Ellul. Ihr Wunder bringen in seinem Gotteshaus drei Sänger mit ihren Stimmen zustande. "Les Prêtres" (Die Priester) nennt sich das Trio. In wenigen Wochen hat es die Spitze der französischen Hitparade erobert und Madonna, Lady Gaga oder auch international weniger bekannte französische Chanson-Stars auf die hinteren Plätze verwiesen.

Frankreichs Kirche kann sich über diese unerwartete Begeisterung freuen. Sie ist Balsam für ein von weltweit platzenden Pädophilie-Skandalen lädiertes Image der katholischen Priester. Papst Benedikts französische "Boys Band", wie sich die singenden Geistlichen mit Sinn für Selbstironie bezeichnen, versöhnt sowohl praktizierende Katholiken wie auch viele nichtgläubige Fans mit der Religion und einem spirituellen Repertoire, das ein wenig aus der Mode gekommen war. Über den Geschmack der Interpretation von Händels "Sarabande" auf ihrem Opus "Spiritus Dei" dagegen lässt sich streiten.

Der "Manager" des Erfolgstrios ist kein anderer als ihr Bischof in Gap, Msgr. Jean-Michel di Falco. Zusammen mit seinem Freund, dem Musiker Didier Barbelivien, organisierte er nach dem Vorbild der irischen Gruppe The Priests ein Casting, bei dem ein Pfarrer, ein Vikar und ein Seminarist den Wettbewerb gewannen. Der Glaube, der die drei gewiss beseelt, erklärt allein allerdings nicht ihren Triumph. Frankreichs größte Fernsehgruppe TF1 sorgt als Produzent dafür, dass auf ihren Sendern entsprechend Werbung gemacht wird. Bei TF1 glaubt man vor allem an bewährte Erfolgsrezepte. Obschon die Tantiemen der Sänger, die zu einer Tournee von fünf Konzerten starten, für wohltätige Werke ihres Bischofs bestimmt sind, fließt die Hauptsache der Gewinne in die Tasche der schnöden Tempelkrämer von TF1 und der assoziierten Vertriebsgesellschaft Universal. Mit dem Segen des Bischofs. Tsp 10

 

 

 

Pius XII.: „Retten statt Reden“

 

Die Katholische Kirche und das Dritte Reich: Das Thema ist heiß umstritten und bis heute von zahllosen Kontroversen und Debatten gekennzeichnet. Anpassung oder Widerstand, Kollaboration oder Distanz - das sind die Pole der Kontroversen. Besonders heftig ist der Streit um Papst Pius XII. und den Holocaust. Aldo Parmeggiani hat Dr. Karl-Joseph Hummel, Direktor der Kommission für Zeitgeschichte an der Forschungsstelle Bonn, gesprochen. Auf die Frage, ob es wahr ist, dass Papst Pius XII. geschwiegen hat, obwohl er hätte reden können, sagt er:

 

„Wir hatten in der Vergangenheit die Situation, dass Pius XII. reduziert worden ist auf die Frage: Der Papst und der Holocaust. Durch die Öffnung der vatikanischen Archive wissen wir, dass hier sehr viel mehr Perspektiven eine Rolle spielen. Hier kann man eine letztlich gültige Antwort erst geben, wenn wir die Akten zur Verfügung haben bis 1945 oder 1958. Aber man kann soviel bereits sagen, dass es wahrscheinlich ein vatikanisches Konzept gegeben hat mit der Bezeichnung 'retten statt reden'. Wenn man die vielfältigen Aktivitäten sieht, die über die Nuntiaturen unternommen worden sind, um Juden zu retten, dann hat dieses Konzept 'retten statt reden' eben zur Folge, dass es unterhalb der Aufmerksamkeit der Öffentlichkeit stattfindet und das wäre eine Erklärung für das öffentliche, diplomatische Schweigen des Papstes. Weil das die Voraussetzung für Rettung von Juden gewesen ist.“ (rv 9)

 

 

 

Augsburger Domkapital berät über Mixa-Nachfolger

 

„Es soll ein Bischof sein, der eint, der volksnah ist, und eine Persönlichkeit darstellt.“ So stellt sich der Augsburger Diözesanadministrator, Weihbischof Josef Grünwald, den Nachfolger von Walter Mixa auf dem Bischofsstuhl vor. Bald werde das Domkapitel eine Liste mit drei möglichen Kandidaten für die Amtsnachfolge beim Vatikan einreichen, so Grünwald. Nach vorn blicken, laute das Motto - dazu will er auch die Katholiken in Augsburg ermutigen:

 

„Die Menschen sind aufgewühlt, sind zum Teil enttäuscht. Aber es muss weitergehen! Wir sind Kirche, Kirche auf dem Weg. Und es ist unser Auftrag, das Evangelium auch unter schwierigen Verhältnissen zu verkünden.“

 

Unterdessen scheinen sich die gegen den zurückgetretenen Augsburger Bischof Mixa erhobenen Vorwürfe nach ersten Vorermittlungen nicht zu bestätigen. Der mit den Vorermittlungen befasste Ingolstädter Leitende Oberstaatsanwalt Helmut Walter sagte dem Bayerischen Rundfunk, die Hinweise reichten nicht aus, um einen „konkreten Straftatbestand zu benennen“. Auch sei seiner Behörde bisher kein mögliches Opfer namentlich bekannt. (dlf/domradio 11)

 

 

 

 

Katholische Kirche auf dem Hessentag 2010

 

Bistum Fulda und katholische Pfarrgemeinden in Stadtallendorf präsentieren vielfältiges Kirchenprogramm

 

Fulda/Stadtallendorf. „Das Bistum Fulda freut sich, dass auch in diesem Jahr der Hessentag in unserer Diözese stattfindet“, dies hat der Hessentagsbeauftragte des Bistums Fulda, Ordinariatsrat Monsignore Christof Steinert, bei der Vorstellung des katholischen Kirchenprogramms in Stadtallendorf deutlich gemacht. Der Hessentag findet hier in der Zeit vom 28. Mai bis 6. Juni statt.

 

Hessentag und katholische Kirche – das heißt in Stadtallendorf: Bistum Fulda und seine katholischen Pfarrgemeinden vor Ort. Die Stadtkernpfarreien St. Michael, St. Katharina und Christkönig präsentieren gemeinsam mit der  Diözese Fulda ein vielfältiges und abwechslungsreiches Kirchenprogramm.

 

Im Bistumszelt auf der Hessentagsstraße laden katholische Verbände, Einrichtungen und Ordensgemeinschaften an jedem Tag zum Kennen lernen und zum Gespräch ein. Mit dabei sind: Stiftsschule St. Johann Amöneburg, Referat Neuevangelisierung „church factory“, BDKJ, Malteser Hilfsdienst, Sozialdienst katholischer Frauen, Caritas im Bistum Fulda, Katholische Frauengemeinschaft Deutschlands (Stadtallendorf), Barmherzige Schwestern vom h. Vinzenz von Paul, Schönstatt-Bewegung, Katholikenrat im Bistum Fulda, Bonifatiushaus – Bildungshaus und Akademie des Bistum Fulda.

 

 In der katholischen Kirche St. Michael finden Veranstaltungen, Gottesdienste und Aktionen der katholischen Gemeinden statt.  So gibt es „Rund um St. Michael“ ein Kirchencafé, ein „Zelt der Stille“, immer wieder Gottesdienste und Gebetszeiten mit Musik, Chorkonzerte und eine interessante Ausstellung zum Thema „Kirchenjahr“, die von Schülerinnen und Schülern der Stiftsschule St. Johann, Amöneburg, konzipiert wurde. Die Ausstellung führt in 12 Stationen durch das Kirchenjahr: Taufe, Advent, Weihnachten, Aschermittwoch, Fastenzeit, Palmsonntag, Ostern, Weißer Sonntag/Fronleichnam, Christi Himmelfahrt, Pfingsten, Erntedank/Kirchweihfest, Allerheiligen.

 

Ein Höhepunkt wird der ökumenische Festgottesdienst mit Bischof Heinz Josef Algermissen und dem evangelischen Bischof Dr. Martin Hein am 30. Mai um 11.30 Uhr in der Stadthalle sein. Am Nachmittag des gleichen Tages beginnt in St. Michael um 16 Uhr ein Mundartgottesdienst in „hessischem Platt“.

 

Der Fronleichnamstag am 3. Juni wird mit einer Sternprozession der Stadtallendorfer Kernstadtgemeinden eröffnet, um 10 Uhr findet des Fronleichnamsgottesdienst im Hessenpalace statt, im Anschluss daran führt die Prozession über die Hessentagsstraße zur Pfarrkirche St. Michael.

 

Angebote für die „Kleinsten“ bietet das Kinderprogramm der katholischen Kirche: Am 29. Mai eine Bibelentdeckertour, alles zum Thema „Schöpfung“ steht am 1. Juni auf dem Programm und am 5. Juni lädt der Kinderliedermacher Uwe Lal um „Kinder-Mitmach-Konzert“ ein – Motto: Eine Reise durch die Bibel.

 

Das vollständige Programm des Bistums Fulda auf dem Hessentag findet sich im Internet unter www.hessentag.bistum-fulda.de oder kann bei der Stabsstelle Öffentlichkeitsarbeit-Internet-Organisation, Paulustor 5, 36037 Fulda, bestellt werden. (bpf)