Notiziario religioso 12-16 Maggio
2010
Mercoledì 12 maggio. Il commento al Vangelo. Lo Spirito “guiderà alla
verità tutta intera”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 16,12-15) commentato da P. Lino Pedron
12 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di
portarne il peso. 13 Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà
alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma
dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. 14 Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà. 15
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del
mio e ve l'annunzierà.
Gesù vorrebbe
comunicare ai discepoli altre rivelazioni che ora essi non sono capaci di
accogliere perché lo Spirito Santo non ha ancora acceso in loro una fede
profonda.
Quando Gesù oppone
la sua presente rivelazione in figure ed enigmi a quella futura, aperta e
chiara, vuole riferirsi all’azione del suo Spirito che fa capire e penetrare
nel cuore la sua parola.
Lo Spirito della
verità introdurrà i credenti nella verità tutta intera
che è il Cristo, ma non porterà nuove rivelazioni. La sua funzione specifica
consiste nel far capire e far vivere la parola di Gesù, rendendola operante
nell’esistenza dei discepoli.
Lo Spirito della
verità glorificherà Gesù facendolo conoscere agli uomini, rivelandolo ad essi come Figlio di Dio e suscitando in essi la fede
nella sua persona divina.
Tra Gesù e il
Padre esiste perfetta comunione di vita e perfetta
unità di azione. Lo Spirito riceverà dal Cristo tutti i beni della salvezza, la
cui fonte si trova nel Padre. De.it.press
Giovedì
13 maggio. Il commento al Vangelo.
“Ancora un poco”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 16,16-20) commentato da P. Lino Pedron
16 Ancora un poco
e non mi vedrete; un po’ ancora e mi vedrete». 17 Dissero allora alcuni dei suoi discepoli tra loro: «Che
cos'è questo che ci dice: Ancora un poco e non mi vedrete, e un po’ ancora e mi
vedrete, e questo: Perché vado al Padre?». 18 Dicevano
perciò: «Che cos'è mai questo "un poco" di cui parla? Non
comprendiamo quello che vuol dire». 19 Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «Andate
indagando tra voi perché ho detto: Ancora un poco e non mi vedrete e un po’
ancora e mi vedrete? 20 In verità, in verità vi dico:
voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete
afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia.
Gesù parla degli
ultimi eventi della sua vita terrena con espressioni alquanto enigmatiche che
provocano sconcerto nei suoi amici, i quali non riescono a capire soprattutto
il senso delle parole "un poco".
Gesù aveva già
usato queste parole nel primo discorso dell’ultima cena (Gv
13,33; 14,19): mentre i suoi nemici fra poco non l’avrebbero visto più, i suoi
amici l’avrebbero rivisto, perché avrebbero partecipato alla sua vita.
Gesù sta per
ritornare al Padre che l’ha mandato (Gv 16,5): per
tale ragione i discepoli non potranno vedere il Maestro, perché egli sta
lasciando definitivamente questo mondo; però con la risurrezione dalla morte,
Gesù si farà vedere nuovamente ai suoi amici.
La passione e
morte del Cristo provocherà pianto e afflizione nel cuore dei discepoli, mentre
i suoi avversari si rallegreranno per la vittoria riportata. La tristezza dei
discepoli però durerà poco: essa si trasformerà in gioia quando il Signore
risorto apparirà loro il giorno di Pasqua (Gv 20,20).
De.it.press
Venerdì
14 maggio. Il commento al Vangelo.
“Rimanete nel mio amore”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 15,9-17) commentato da P. Lino Pedron
9 Come il Padre ha
amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti,
rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e
rimango nel suo amore. 11 Questo vi ho detto perché la
mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come
io vi ho amati. 13 Nessuno ha un amore più grande di
questo: dare la vita per i propri amici. 14 Voi siete miei amici, se farete ciò
che io vi comando. 15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello
che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché
tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. 16 Non voi avete
scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti
perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto
quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17 Questo vi
comando: amatevi gli uni gli altri.
Come il Padre ama
il Figlio, così il Figlio ama i suoi discepoli e, proprio perché li ama con un
amore così grande, li scongiura di rimanere nel suo
amore.
Gesù spiega come
si rimane concretamente nel suo amore: osservando i suoi comandamenti, cioè
vivendo la sua parola. Il Cristo si presenta come modello: egli ha custodito i
precetti del Padre e perciò vive intimamente unito a lui.
Gesù si rivela
come la vite della verità, cioè come la fonte della rivelazione e della
salvezza mediante la manifestazione della vita di
amore del Padre per inondare di pace, di gioia piena e di felicità profonda il
cuore dei suoi amici.
I precetti dati da
Gesù ai suoi discepoli sono tanti, ma il suo comandamento specifico, che li
contiene tutti, è uno solo: l’amore scambievole tra i suoi discepoli.
L’elemento
distintivo caratteristico dell’amore fraterno tra i discepoli è la sua misura e
il suo modello: "Come io vi ho amati" (v.
12). Il Cristo si presenta come l’esemplare dell’amore forte ed eroico, fino al
vertice supremo (Gv 13,1.34) e come il fondamento di questo amore: è lui che lo rende possibile all’uomo. Difatti
la particella "come" (kathòs) indica non
solo un paragone, ma anche la base su cui poggia il comportamento del discepolo
(Gv 6,57; 13,15).
Gesù può dare con
efficacia il suo comandamento perché egli è il Maestro dell’amore e ne ha offerto agli amici la prova suprema con il sacrificio della
vita (v. 13). Il dono della vita per gli amici costituisce il segno più
eloquente dell’amore forte e concreto.
L’amore di Dio si
è manifestato nel dono del suo Figlio unigenito (Gv
3, 16; 1Gv 4, 9-10). L’amore di Dio è sperimentabile e concreto. L’amore dei
discepoli dev’essere altrettanto concreto e
impegnativo.
L’amore autentico
per il Signore si dimostra osservando i suoi comandamenti (1Gv 2,4-5). Chi non
vive la parola di Cristo, che prescrive l’amore per i fratelli, non può amare
Dio (1Gv 4, 20-21).
Gesù considera
amici i suoi discepoli perché li ha resi partecipi dei segreti della sua vita
divina (v. 15). Egli ha rivelato loro il nome, cioè la
persona del Padre e quindi li ha resi partecipi della vita di Dio rivelando e
comunicando loro la vita del Padre (Gv 8,26. 40). Questo rapporto d’amore non è frutto di una scelta dei
discepoli, ma è dono, è grazia.
Gli apostoli, e
dopo di loro tutti i credenti, sono stati scelti dal Cristo per essere suoi
amici e suoi missionari (v. 16).
Gesù preannuncia la fecondità apostolica dei suoi amici. Una
delle conseguenze importanti di questa unione
fruttuosa con Cristo è l’esaudimento delle loro richieste al Padre, fatte nel
nome di Gesù (v. 16). De.it.press
Sabato 15 maggio. Il commento al Vangelo. “Chiedete e otterrete”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 16,23b-28) commentato da P. Lino
Pedron
In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio
nome, egli ve la darà. 24 Finora non avete chiesto
nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena.
25 Queste cose vi
ho dette in similitudini; ma verrà l'ora in cui non vi
parlerò più in similitudini, ma apertamente vi parlerò del Padre. 26 In quel
giorno chiederete nel mio nome e io non vi dico che
pregherò il Padre per voi: 27 il Padre stesso vi ama, poiché voi mi avete
amato, e avete creduto che io sono venuto da Dio. 28 Sono uscito dal Padre e
sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e
vado al Padre».
Nel giorno della
risurrezione gli apostoli non sentiranno il bisogno di domandare spiegazioni a
Gesù perché le loro numerose domande sul suo imminente ritorno al Padre (Gv 13,36-37; 14,15 ss; ecc.) avranno ottenuto una risposta
soddisfacente nel fatto, del tutto inatteso, della risurrezione. Tuttavia se i
discepoli faranno delle richieste al Padre, questi le esaudirà
nel nome del Figlio.
Le preghiere dei
cristiani saranno ascoltate se saranno conformi alla volontà del Signore (1Gv
5,14), perché Dio ama gli amici di Gesù (Gv 16,17).
Per questa ragione egli esorta i discepoli a rivolgere richieste al Padre nel
nome di Cristo affinché la loro gioia sia piena e perfetta. Tale gioia perfetta
sarà concessa a chi rimane nell’amore di Cristo (Gv
15,11), a chi vive la sua parola (Gv 17,13).
Gesù parla di una
duplice fase della sua rivelazione: quella presente "in enigmi" e
quella futura che sarà chiara, aperta e manifesta. La difficile e oscura
rivelazione di Gesù diverrà chiara, aperta e manifesta ai discepoli per opera
dello Spirito della verità.
Dopo la
glorificazione di Gesù, i cristiani rivolgeranno richieste al Padre nel nome
del Figlio. Tali suppliche saranno infallibilmente esaudite (Gv 14,13-14; 15,16) perché Dio ama coloro
che credono in Gesù. Il Padre ama tutta l’umanità (Gv
3,16), ma in modo speciale le persone che amano suo Figlio (Gv
14,21.23). In tale situazione felice non appare più necessaria la preghiera di intercessione del Signore Gesù perché siano ascoltate dal
Padre le richieste dei credenti, in quanto la mediazione di Gesù ha raggiunto
il suo scopo, quello di unire i discepoli a Dio.
I Dodici non solo amano Gesù, ma hanno creduto nella sua origine divina.
Giovanni attribuisce molta importanza a questo aspetto
della fede, perché lo considera un elemento fondamentale del discepolo
autentico (Gv 17,8).
Gesù è conscio
della sua origine divina (Gv 6, 46;
7,29) e con tale consapevolezza dà inizio alla sua passione (Gv 13,3). Egli è uscito dal Padre per venire nel mondo, ora
con la sua morte gloriosa fa ritorno al Padre che l’ha mandato (Gv 16,5). De.it.press
Domenica
16 maggio. Il commento al Vangelo.
“Si staccò da loro e fu portato verso il cielo”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 24,46-53) commentato da P. Lino Pedron
46 «Così sta
scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la
conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo
voi siete testimoni. 49 E io manderò su di voi quello
che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate
rivestiti di potenza dall'alto».
50 Poi li condusse
fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse.
51 Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. 52 Ed
essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; 53 e stavano sempre nel tempio lodando Dio.
Il mistero di
Cristo si può presentare solamente attraverso le Scritture. Solo Dio conosce il
suo Inviato, il cammino che deve percorrere e la meta che deve
raggiungere. I segreti di Dio non si scoprono attraverso la riflessione e la
sapienza umana, ma solo attraverso la sua libera comunicazione. Per questo il
richiamo alle Scritture non è facoltativo, ma
obbligatorio per capire il piano di Dio e il cammino del suo Cristo.
La catechesi di
Cristo si conclude con la missione degli Undici a
tutte le nazioni perché siano i continuatori della sua opera e i testimoni
della sua risurrezione. In essa sono racchiusi gli articoli del kerigma apostolico: l’annunzio della morte e risurrezione
di Cristo (v. 46), la predicazione della conversione per la remissione dei
peccati (v. 47)e la funzione della testimonianza (v.
48).
L’annuncio
evangelico era cominciato con la predicazione della penitenza e la remissione
dei peccati e si chiude con lo stesso tema (v. 47). Gesù ha assolto la sua
missione nel costante tentativo di distogliere gli uomini dal male; ora la sua
opera deve continuare attraverso i suoi inviati. Annunciando agli uomini il
lieto messaggio del perdono dei peccati e della pace piena e perfetta con Dio,
essi non saranno dei conquistatori, ma dei benefattori dell’umanità.
Ma prima di partire per la missione, la Chiesa dovrà
ricevere il dono dello Spirito Santo. Se gli apostoli sono i continuatori e i
testimoni di Gesù, devono ricevere la stessa investitura di Gesù. Egli si è
mosso dopo aver ricevuto il battesimo nello Spirito (Lc
4,14); la stessa cosa deve compiersi per i suoi apostoli.
Questi messaggeri
di pace, che si dirameranno da Gerusalemme verso tutte le parti del mondo,
saranno corroborati dalla forza dello Spirito. La loro potenza è la forza della
fede.
L’ascensione è
narrata due volte da Luca, come conclusione del Vangelo e come inizio degli
Atti. Il Signore non si allontana dai suoi. Sarà sempre in cammino con i
pellegrini della storia, come i due discepoli di Emmaus.
Ma la sua presenza non sarà fisica, limitata nello spazio e
nel tempo. Sarà spirituale, illimitata, ovunque e sempre. Prima era vicino a
noi col suo corpo, ora è in noi col suo Spirito. Prima era visibile con il
volto di un altro, ora è invisibile e ha preso il nostro volto.
Il suo distare non
è un andare lontano, ma un elevarsi là dove può racchiudere in sé ogni orizzonte.
Raggiunto il cuore del Padre, Gesù è vicino ad ogni
fratello, perché ogni uomo è nel cuore di Dio.
"Condurre
fuori" (v. 50) indica l’azione di Dio quando libera il suo popolo. Nella
trasfigurazione, Mosè ed Elia parlavano dell’esodo di Gesù che stava per
compiersi in Gerusalemme (Lc 9,31). Ora nell’ascensione si compie perfettamente e definitivamente.
Il ritorno di Gesù
al Padre è la redenzione del cosmo, il ritorno di tutto a colui dal quale è
uscito. Il compimento
dell’esodo di Gesù segna l’inizio del nostro: mentre ascende al cielo, conduce
fuori anche i suoi discepoli. In lui anche noi siamo già risorti, fatti sedere
nei cieli e glorificati (Fil 3,20; Col 3,3; Ef 2,6; Rm 8,30).
In Gesù che
ascende al cielo conosciamo compiutamente il mistero
dell’uomo e del suo corpo: Sappiamo da dove viene perché vediamo dove va: viene
dal Padre della vita e a lui ritorna.
La glorificazione
di Gesù con il suo corpo è la realizzazione della brama più profonda che Dio ha
messo nell’uomo: diventare come Dio, vincendo la morte. Non è un sogno proibito
(Gen 3,4-5), ma il dono definitivo di Dio.
Dopo che Gesù ci
ha benedetti con tutta la sua vita, anche noi possiamo
benedire Dio. Il tempio, abitazione di Dio, è ora stabile abitazione
dell’uomo. L’uno e l’altro abitano insieme. Dio si fa dimora dell’uomo e l’uomo diventa dimora di Dio. In questo modo
è esaudita completamente la preghiera più vera e più profonda di ogni credente,
il suo desiderio di eternità: "Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola
io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per
gustare la dolcezza del Signore" (Sal 27,4).
De.it.press
Domenica 16 maggio. Festa dell’Ascensione (in Italia). E’ accanto ad ogni
uomo, per sempre
Con l’entrata di
Gesù nella gloria del Padre è cambiato qualcosa sulla terra? Esteriormente
nulla. La vita degli uomini ha continuato ad essere
quella di prima: seminare e mietere, commerciare, costruire case, viaggiare,
piangere e fare festa, tutto come prima. Anche gli apostoli non hanno ricevuto
alcuno sconto sui drammi e le angosce sperimentati dagli altri uomini. Tuttavia
qualcosa di incredibilmente nuovo è accaduto: sull’esistenza dell’uomo è stata
proiettata una luce nuova.
In un giorno di
nebbia, improvvisamente compare il sole. Le montagne, il mare, i campi, gli
alberi del bosco, i profumi dei fiori, il canto degli uccelli rimangono gli stessi, ma diverso è il modo di vederli e di
percepirli.
Accade anche a chi
è illuminato dalla fede in Gesù asceso al cielo: vede il mondo con occhi
rinnovati. Tutto acquista un senso, nulla rattrista, nulla più spaventa.
Oltre le sventure,
le fatalità, le miserie, gli errori dell’uomo s’intravede sempre il Signore che
costruisce il suo regno.
Un esempio di
questa prospettiva completamente nuova potrebbe essere il modo di considerare
gli anni della vita. Tutti conosciamo, e forse sorridiamo, degli ottantenni che
invidiano chi ha meno anni di loro, si vergognano della loro età... insomma,
volgono lo sguardo al passato, non al futuro. La certezza dell’Ascensione capovolge
questa prospettiva. Mentre trascorrono gli anni, il cristiano è soddisfatto
perché vede avvicinarsi il giorno dell’incontro definitivo con Cristo; è lieto
di essere vissuto, non invidia i più giovani, li guarda con tenerezza.
Prima Lettura (At 1,1-11)
1 Nel mio primo
libro ho già trattato, o Teòfilo,
di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio 2 fino al giorno in cui,
dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelti nello Spirito Santo,
egli fu assunto in cielo.
3 Egli si mostrò ad
essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta
giorni e parlando del regno di Dio. 4 Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di
attendere che si adempisse la promessa del Padre “quella, disse, che voi avete
udito da me: 5 Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati
in Spirito Santo, fra non molti giorni”.
6 Così venutisi a
trovare insieme gli domandarono: “Signore, è questo il
tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”. 7 Ma egli rispose: “Non
spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua
scelta, 8 ma avrete forza dallo Spirito Santo che
scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la
Samaria e fino agli estremi confini della terra”.
9 Detto questo, fu
elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. 10
E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n’andava,
ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: 11 “Uomini
di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo
stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.
Sul monte degli
Ulivi è stato costruito dai crociati un piccolo santuario ottagonale,
trasformato poi in moschea dai musulmani nel 1200. Spiegavo a dei pellegrini
che quest’edicoletta oggi ha un tetto, ma
originariamente era scoperta per ricordare l’Ascensione di Gesù al cielo. Uno
scanzonato del gruppo ha commentato: “Non aveva il tetto perché altrimenti,
salendo, Gesù avrebbe battuto la testa”. Qualcuno non ha gradito la battuta
dissacrante, ma qualche altro l’ha considerata una provocazione ad approfondire
il significato del testo degli Atti.
A prima vista, il
racconto dell’Ascensione scorre fluido, ma quando si considerano tutti i particolari si comincia a provare un certo imbarazzo: sembra
piuttosto inverosimile che Gesù si sia comportato come un astronauta che si
stacca dal suolo, s’innalza verso il cielo e scompare oltre le nubi; ci sono
inoltre alcune incongruenze difficili da spiegare.
Alla fine del suo
Vangelo, Luca – lo stesso autore degli Atti – afferma che il Risorto condusse i
suoi discepoli verso Betania e “mentre li benediceva si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande
gioia” (Lc 24,50-53). Lasciamo
perdere la strana annotazione sulla “grande gioia” (chi di noi è felice
quando un amico parte?) e il disaccordo sulla località (Betania
è un po’ fuori mano rispetto al monte degli Ulivi). Ciò che sorprende è la
palese divergenza sulla data: secondo Lc 24 l’Ascensione avviene nello stesso giorno di Pasqua,
mentre negli Atti è collocata quaranta giorni dopo (At 1,3). Stupisce che lo
stesso autore fornisca due informazioni contrastanti.
Se prendiamo per buona la seconda versione (quella dei quaranta giorni) viene
spontaneo chiedersi: cosa ha fatto Gesù durante questo tempo? Sul Calvario non
aveva promesso al ladrone: Oggi sarai con me in paradiso? Perché non è vi
andato subito?
Le difficoltà
elencate sono sufficienti per metterci in guardia: forse l’intenzione di Luca
non è quella di informarci su dove, come e quando Gesù è salito al cielo. Forse
(anzi, senza forse!) la sua preoccupazione è un’altra: vuole rispondere a
problemi e sciogliere dubbi che sono sorti nelle sue comunità, vuole illuminare
i cristiani del suo tempo sul mistero ineffabile della Pasqua. Per questo, da
artista della penna qual è, compone una pagina di teologia utilizzando un
genere letterario e delle immagini ben comprensibili ai suoi contemporanei. Il
primo passo da compiere dunque è quello di comprendere il linguaggio impiegato.
Al tempo di Gesù
l’attesa del regno di Dio è vivissima e gli scrittori
apocalittici la annunciano come imminente. Si attendono: un diluvio di fuoco
purificatore dal cielo, la risurrezione dei giusti e l’inizio di un mondo
nuovo. Anche nella mente di alcuni discepoli si crea un clima di esaltazione,
alimentata da alcune espressioni di Gesù che possono facilmente essere
fraintese: “Non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che
venga il Figlio dell’uomo” (Mt 10,23); “Vi sono alcuni tra i presenti che non
morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno” (Mt
16,28).
Con la morte del
Maestro, però, tutte le speranze vengono deluse: “Noi
speravamo che egli sarebbe stato quello che avrebbe liberato Israele” – diranno
i due di Emmaus (Lc 24,21).
La risurrezione
risveglia le attese: si diffonde fra i discepoli la convinzione di un immediato
ritorno di Cristo. Alcuni fanatici, basandosi su presunte rivelazioni,
cominciano addirittura ad annunciarne la data. In tutte le comunità si ripete
l’invocazione: “Marana tha”, vieni
Signore!
Gli anni passano,
ma il Signore non viene. Molti cominciano ad
ironizzare: “Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno
in cui i nostri padri chiusero gli occhi, tutto rimane come al principio della
creazione” (2 Pt 3,4).
Luca scrive in
questa situazione di crisi. Si rende conto che un equivoco sta all’origine
della cocente delusione dei cristiani: la risurrezione di Gesù ha segnato sì
l’inizio del regno di Dio, ma non la conclusione della storia.
La costruzione del
mondo nuovo è soltanto iniziata, richiederà tempi lunghi e tanto impegno da
parte dei discepoli.
Come correggere le
false attese? Luca introduce nella prima pagina del libro degli Atti un dialogo
fra Gesù e gli apostoli.
Consideriamo la
domanda che questi pongono: quando giungerà il regno di Dio? (v.6).
E’ la stessa che, alla fine del secoloI,
tutti i cristiani vorrebbero rivolgere al Maestro. La risposta del Risorto, più
che ai Dodici, è diretta ai membri delle comunità di Luca: smettetela di
disquisire sui tempi e sui momenti della fine del mondo, questi sono conosciuti
solo dal Padre. Impegnatevi piuttosto a portare a compimento la missione che vi
è stata affidata: essere miei testimoni “a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la
Samaria e fino agli estremi confini della terra” (vv.7-8)!
A questo dialogo
segue la scena dell’Ascensione (vv.9-11).
Gesù e i discepoli
sono seduti a mensa (At 1,4), in casa dunque. Perché
non si sono salutati lì, dopo aver cenato? Che bisogno c’era di andare verso il
monte degli Ulivi? E gli altri particolari: la nube, gli sguardi rivolti verso
il cielo, i due uomini in bianche vesti sono annotazioni di cronaca o artifici
letterari?
Nell’AT c’è un racconto che assomiglia molto al nostro, si tratta
del “rapimento” di Elia (2 Re 2,9-15).
Un giorno questo
grande profeta si trova presso il fiume Giordano con il suo discepolo Eliseo.
Questi, saputo che il maestro sta per lasciarlo, osa
chiedergli in eredità due terzi del suo spirito. Elia glieli promette, ma solo
a una condizione: se mi vedrai quando sarò rapito lontano da te.
All’improvviso, appare un carro con cavalli di fuoco e, mentre Eliseo guarda
verso il cielo, Elia viene rapito in un turbine. Da
quel momento Eliseo riceve lo spirito del maestro ed è abilitato a continuarne
la missione in questo mondo. Il libro dei Re racconterà poi le opere di Eliseo:
sono le stesse che ha compiuto Elia.
Facile rilevare
gli elementi comuni con il racconto degli Atti ed
allora la conclusione non può essere che questa: Luca si è servito della
scenografia grandiosa e solenne del rapimento di Elia per esprimere una realtà
che non può essere verificata con i sensi né descritta adeguatamente con
parole: la Pasqua di Gesù, la sua Risurrezione e la sua entrata nella gloria
del Padre.
La nube indica
nell’AT la presenza di Dio in un certo luogo (Es 13,22). Luca la impiega per affermare che Gesù, lo
sconfitto, la pietra scartata dai costruttori, colui che
i nemici avrebbero voluto che rimanesse per sempre prigioniero della morte, è
stato invece accolto da Dio e proclamato Signore. I due uomini vestiti di
bianco sono gli stessi che compaiono presso il sepolcro nel giorno di Pasqua (Lc 24,4). Il colore bianco rappresenta, secondo la
simbologia biblica, il mondo di Dio. Le parole poste sulla bocca dei due uomini
sono la spiegazione data da Dio agli avvenimenti della Pasqua: Gesù, il Servo
fedele, messo a morte dagli uomini, è stato glorificato. Le loro parole sono
veritiere (essendo due, sono testimoni degni di fede).
Infine: lo sguardo
rivolto al cielo. Come Eliseo, anche gli apostoli ed i
cristiani del tempo di Luca rimangono a contemplare il Maestro che si
allontana. Il loro sguardo indica la speranza di un suo immediato ritorno, il
desiderio che, dopo un breve intervallo, egli riprenda l’opera interrotta. Ma la voce dal cielo chiarisce: non sarà lui a portarla a
compimento, sarete voi. Lo farete, siete abilitati a farlo
perché avete trascorso con lui quaranta giorni (nel linguaggio del giudaismo
era il tempo necessario alla preparazione del discepolo) e ne avete ricevuto lo
Spirito.
Per gli apostoli,
come per Eliseo, l’immagine del “rapimento del maestro” indica il passaggio di
consegne.
Già al tempo di
Luca c’erano cristiani che “guardavano al cielo”, cioè, che consideravano la
religione come un’evasione, non come uno stimolo ad
impegnarsi concretamente per migliorare la vita degli uomini. Ad essi Dio dice “smettetela di guardare il cielo”, è sulla
terra che dovete dar prova dell’autenticità della vostra fede. Gesù tornerà,
sì, ma questa speranza non deve essere una ragione per estraniarvi dai problemi
di questo mondo. Beati saranno infatti quei servi che
il Signore, ritornando, troverà impegnati nel lavoro per i fratelli (Lc 12,37).
Gesù è dunque
salito al cielo?
Certo che sì, ma
dire che è asceso al cielo equivale a dire: è risorto, è stato glorificato, è
entrato nella gloria di Dio. Il suo corpo, è vero, è stato posto nel sepolcro, ma Dio non ha avuto bisogno degli atomi del suo
cadavere, per dargli quel “corpo da risorto” che Paolo chiama: “Corpo
spirituale” (1 Cor 15,35-50).
Quaranta giorni
dopo la Pasqua non si è verificato alcuno spostamento nello spazio, nessun
“rapimento” dal monte degli Ulivi verso il cielo. L’Ascensione è avvenuta
nell’istante stesso della morte, anche se i discepoli hanno cominciato a capire
e a credere solo a partire dal “terzo giorno”.
Il racconto di
Luca è una pagina di teologia, non il reportage di un cronista. In questa
pagina egli vuole dirci che Gesù ha attraversato per primo il “velo del tempio”
che separava il mondo degli uomini da quello di Dio e ha mostrato come tutto
ciò che accade sulla terra: successi e disavventure, ingiustizie, sofferenze e
persino i fatti più assurdi, come una morte ignominiosa, non sfuggono al
progetto di Dio.
L’Ascensione di
Gesù è tutto questo. Allora non ci si deve meravigliare che sia stata salutata
dagli apostoli con gioia grande (Lc 24,52).
Seconda Lettura (Ef 1,17-23)
Fratelli, 17 il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della
gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda
conoscenza di lui. 18 Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra
mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di
gloria racchiude la sua eredità fra i santi 19 e qual
è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo
l’efficacia della sua forza 20 che egli manifestò in Cristo, quando lo
risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, 21 al di sopra
di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro
nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello
futuro.
22 Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su
tutte le cose a capo della Chiesa, 23 la quale è il suo corpo, la pienezza di
colui che si realizza interamente in tutte le cose.
Paolo chiede a Dio
la sapienza per i suoi cristiani. Non si tratta di una sapienza umana, ma
dell’intelligenza per comprendere il mistero della Chiesa. Egli chiede a Dio di
illuminare gli occhi del loro cuore affinché comprendano
quanto è grande la speranza alla quale sono stati chiamati.
La prima lettura
invitava i cristiani a non trascurare i doveri concreti di questo mondo. La
seconda completa questo pensiero e raccomanda ai cristiani di non dimenticare
che la loro vita non è racchiusa nell’orizzonte di questo mondo, perché, anche
se impegnati nelle attività di questa vita, essi sono sempre in attesa che
Cristo torni per prenderli definitivamente con sé.
Vangelo (Lc 24,46-53)
In quel tempo,
Gesù apparve agli Undici e disse loro: 46 “Così sta scritto: il Cristo dovrà
patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e
nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei
peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni. 49 E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso;
ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”.
50 Poi li condusse
fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse.
51 Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. 52 Ed
essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; 53 e stavano sempre nel tempio lodando Dio.
Noi siamo in grado
di studiare e conoscere le realtà materiali, basta riuscire ad applicare
intelligenza e perspicacia.
I segreti di Dio
invece ci sfuggono, sono imperscrutabili, egli soltanto può rivelarli.
Se ci accostiamo a
Gesù, se ripercorriamo le tappe della sua vita guidati unicamente dalla
sapienza umana ci troviamo di fronte a un fitto
mistero, brancoliamo nel buio. Dall’inizio alla fine, ciò che gli accade rimane
un enigma. La stessa madre, Maria, è sorpresa e stupita quando il progetto di
Dio comincia ad attuarsi nel figlio (Lc 2,33.50).
Nella fede, anche lei deve “mettere insieme”, come tasselli, i vari avvenimenti
(Lc 2,19), per scoprirvi il puzzle del Signore. Come
coglierne il senso?
A questa domanda
risponde, nei primi versetti del Vangelo di oggi (vv.46-47),
il Risorto. Egli – riferisce Luca – aprì l’intelligenza dei discepoli alla
comprensione delle Scritture: “Così sta scritto…”.
Solo dalla parola di Dio annunciata dai profeti può
venire la luce che rischiara gli avvenimenti della Pasqua. Nella Bibbia – dice
Gesù – già era predetto che il Messia avrebbe sofferto, sarebbe morto e
risorto.
Difficile trovare
nell’AT affermazioni tanto esplicite. Tuttavia, non
c’è dubbio che ciò che ha cambiato la mente dei discepoli e ha fatto loro
comprendere che il Messia di Dio era molto diverso da quello che essi si
attendevano, sono stati i testi del profeta Isaia che parlano del Servo del
Signore “disprezzato, reietto dagli uomini, uomo dei
dolori che ben conosce il patire… Ma che avrà una
discendenza, vivrà a lungo e dopo il suo intimo tormento vedrà la luce” (Is 53).
Un altro
avvenimento – dice il Risorto – è annunciato nelle Scritture: “Nel suo nome
saranno predicati a tutte le genti la conversione e il
perdono dei peccati” (v.47).
Qui il richiamo al
testo biblico è chiaro. Si allude alla missione del Servo del Signore: “Io ti
ho posto come luce per le genti perché tu porti la salvezza sino alle estremità
della terra” (Is 49,6).
Secondo il profeta, è compito del Messia
portare la salvezza a tutte le genti. Come si realizzerà questa profezia se
Gesù ha limitato la sua attività al suo popolo, se ha offerto la salvezza solo
agli israeliti (Mt 15,24)?
Nella seconda
parte del Vangelo di oggi (vv.48-49) si risponde a
questa domanda: Gesù diventerà “luce delle genti” attraverso la testimonianza
dei suoi discepoli.
Si tratta di un incarico troppo superiore alle
capacità umane. Per svolgere la missione di Cristo non bastano buona volontà e
belle qualità, è necessario poter contare sulla sua stessa forza. Ecco la
ragione della promessa: “Voi restate in città, finché non siate rivestiti di
potenza dall’alto” (v.49).
E’ l’annuncio
dell’invio dello Spirito, Colui che diventerà il
protagonista del tempo della Chiesa. Negli Atti degli Apostoli verrà ricordata spesso la sua presenza nei momenti salienti
e la sua assistenza nelle scelte decisive fatte dai discepoli.
Il Vangelo di Luca
si conclude con il racconto dell’Ascensione (vv.50-53).
Prima di entrare
nella gloria del Padre, Gesù benedice i discepoli (v.51).
Terminate le
celebrazioni liturgiche nel tempio, il sacerdote usciva dal luogo santo e pronunciava
una solenne benedizione sui fedeli radunati per la preghiera (Sir 50,20). Dopo
la benedizione questi tornavano alle loro occupazioni, certi che il Signore avrebbe condotto a buon fine ogni loro sforzo ed ogni loro
fatica. La benedizione di Gesù accompagna la comunità dei suoi discepoli ed è
la promessa e la garanzia del successo pieno dell’opera alla quale stanno per
dare inizio.
Il richiamo finale
non poteva che essere alla gioia: i discepoli “tornarono a Gerusalemme con
grande gioia” (v.52).
Luca è
l’evangelista della gioia. Già nella prima pagina del suo Vangelo si incontra l’angelo del Signore che dice a Zaccaria: “Avrai
gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita” (Lc 1,14). Poco dopo, nel racconto della nascita di Gesù, di
nuovo appare l’angelo che dice ai pastori: “Non temete, ecco vi annuncio una
grande gioia, che sarà di tutto il popolo” (Lc 2,10).
La prima ragione per cui i discepoli gioiscono, pur non avendo più il
Maestro visibilmente con loro, è il fatto di aver compreso che egli non è
rimasto, come i suoi nemici pensavano, prigioniero della morte.
Hanno fatto
l’esperienza della sua risurrezione, sono certi che egli ha attraversato per
primo il “velo del tempio” che separava il mondo degli uomini da quello di Dio.
Così ha mostrato che tutto ciò che avviene sulla terra: successi e
disavventure, ingiustizie, sofferenze ed anche i fatti più assurdi, come quelli
che sono accaduti a lui, non sfuggono al progetto di Dio. Se questo è il
destino di ogni uomo, la morte non fa più paura, Gesù l’ha trasformata in una
nascita alla vita con Dio. Questa è la prima ragione per affrontare con
speranza anche le situazioni più drammatiche e complicate.
La luce delle
Scritture ha fatto loro capire che Gesù non è andato
in un altro luogo, non si è allontanato, ma è rimasto con gli uomini. Il suo
modo di essere presente non è più lo stesso, ma non è meno reale. Prima della
Pasqua egli era condizionato da tutte le limitazioni alle quali noi siamo
soggetti. Ora non più e può stare accanto ad ogni uomo, sempre. Con
l’Ascensione la sua presenza non è diminuita, si è moltiplicata! Ecco la
seconda ragione della gioia dei discepoli e nostra. P. Fernando Armellini, de.it.press
Benedetto XVI. Maria, la prima. Il mese di maggio e il viaggio apostolico
in Portogallo
L’invito alla preghiera
in vista del viaggio apostolico in Portogallo, un pensiero sul mese di Maggio
dedicato a Maria, la benedizione ai partecipanti al prossimo Congresso eucaristico nazionale
del Brasile e l’invito a “tenere alta” la qualità dell’istruzione nelle scuole
cattoliche. Sono gli spunti principali delle parole di Benedetto
XVI prima e dopo la recita del Regina Cæli, in
piazza san Pietro, domenica 8 maggio.
Il fiore più
bello. “Maggio – ha ricordato il Papa – è un mese amato e
giunge gradito per diversi aspetti. Nel nostro
emisfero la primavera avanza con tante e colorate fioriture; il clima è
favorevole alle passeggiate e alle escursioni”. Anche per la liturgia,
“Maggio appartiene sempre al Tempo di Pasqua, il tempo dell’‘alleluia’” e
“dell’attesa dello Spirito Santo” nella Pentecoste. Al contesto
“naturale” e a quello liturgico, “s’intona bene – ha osservato il Pontefice –
la tradizione della Chiesa di dedicare il mese di Maggio alla Vergine Maria. Ella, in effetti, è il fiore più bello sbocciato dalla
creazione, la ‘rosa’ apparsa nella pienezza del tempo, quando Dio, mandando il
suo Figlio, ha donato al mondo una nuova primavera”. Ed è al tempo stesso
“protagonista, umile e discreta, dei primi passi della
Comunità cristiana: Maria ne è il cuore spirituale, perché la sua stessa
presenza in mezzo ai discepoli è memoria vivente del Signore Gesù e pegno del
dono del suo Spirito”. Maria “è la prima e perfetta discepola
di Gesù. Maria infatti ha osservato per prima e
pienamente la parola del suo Figlio, dimostrando così di amarlo non solo come
madre, ma prima ancora come ancella umile e obbediente”.
Invito alla
preghiera. “Per questo – ha detto Benedetto XVI – Dio Padre
l’ha amata e in Lei ha preso dimora la Santissima Trinità. E inoltre, là
dove Gesù promette ai suoi amici che lo Spirito Santo li assisterà aiutandoli a
ricordare ogni sua parola e a comprenderla profondamente, come non pensare a
Maria, che nel suo cuore, tempio dello Spirito, meditava e interpretava
fedelmente tutto ciò che il suo Figlio diceva e
faceva? In questo modo, già prima e soprattutto dopo la
Pasqua, la Madre di Gesù è diventata anche la Madre e il modello della Chiesa”.
“Nel cuore di questo mese mariano – ha ricordato il Papa –, avrò la gioia di
recarmi nei prossimi giorni in Portogallo. Visiterò la capitale Lisbona e
Porto, seconda città del Paese. Meta principale del mio viaggio sarà Fátima”, in occasione del decimo anniversario della
beatificazione dei due pastorelli Giacinta
e Francesco. “Per la prima volta come Successore di Pietro – ha aggiunto – mi
recherò a quel Santuario mariano, tanto caro al venerabile Giovanni Paolo II”. Poi l’esortazione: “Invito tutti ad accompagnarmi in questo
pellegrinaggio, partecipando attivamente con la preghiera: con un cuore solo e
un’anima sola invochiamo l’intercessione della Vergine Maria per la Chiesa, in
particolare per i sacerdoti, e per la pace nel mondo”.
L’Eucaristia al
centro. “Possiate voi tutti, pastori e fedeli, riscoprire che il cuore del
Brasile è l’Eucaristia”. Dopo la recita del Regina Cæli, Benedetto XVI ha rivolto un lungo saluto in lingua
portoghese al popolo brasiliano che, dal 13 al 16 maggio, vivrà l’appuntamento
del 16° Congresso eucaristico nazionale, al quale il Papa ha inviato come suo
rappresentante il card. Claudio Hummes. Il motto del
Congresso, che riporta le parole dei discepoli di Emmaus
“Resta con noi, Signore”, esprime “il desiderio che pulsa nel cuore di ogni
essere umano”, ha sottolineato il Santo Padre. È “proprio nel santissimo sacramento dell’altare che Gesù mostra il
suo desiderio di essere con noi, di vivere in noi, di donarsi a noi – ha
spiegato il Pontefice –. Il suo culto ci porta a
riconoscere il primato di Dio perché Egli solo può trasformare i cuori degli
uomini, portandoli all’unione con Cristo in un solo corpo”. Pensando
alla conclusione dell'Anno Sacerdotale, Benedetto XVI ha invitato tutti i
sacerdoti “a coltivare una profonda spiritualità eucaristica sull’esempio del
Santo Curato Ars”.
Patrimonio
prezioso. “Mi unisco spiritualmente ai partecipanti alla Processione alla Ska?ka (‘Rocchetta’) di Cracovia con le reliquie di san Stanislao, vescovo e martire, patrono di Polonia”, ha
detto il Pontefice, rivolgendosi ai pellegrini polacchi. “Questo
evento – ha continuato – riattualizza oggi la storia della vostra Nazione e
della vostra Chiesa. È segno della vostra fede e del vostro
patriottismo. Che san Stanislao, sacerdote fedele e
testimone della carità, preghi per ottenere le grazie necessarie per la Chiesa,
per la Polonia, per Cracovia e per ognuno di voi”. Salutando “con affetto” i
pellegrini di lingua italiana, il Papa ha ricordato “i partecipanti alla 30ª
Maratona di primavera – Festa della scuola cattolica, guidati dal cardinale
vicario Agostino Vallini”. “Cari amici – dirigenti,
docenti, alunni e genitori delle scuole cattoliche di Roma, del Lazio e di
altre parti d’Italia –, vi auguro di concludere nel
modo migliore l’anno scolastico. Soprattutto – ha sottolineato
il Papa – vi incoraggio a tenere sempre alta la qualità dell’istruzione e
dell’educazione nelle vostre scuole, che sono un patrimonio prezioso per la
Chiesa e per l’Italia. Grazie di essere venuti!”. Sir 11
I
viaggio in Portogallo. Il Papa sui mali della Chiesa: "Questa la profezia
di Fatima"
LISBONA - Le
sofferenze per la pedofilia nella Chiesa erano state annunciate nel Terzo
segreto di Fatima, un peccato «realmente terrificante», una delle «più grandi
persecuzioni» che non viene da fuori, ma «da dentro la chiesa stessa». E allo
scandalo degli abusi è andato il pensiero di papa Benedetto XVI nelle pri-me
battute pronunciate sull’aereo che lo ha condotto
questa mattina in Portogallo, per un viaggio di quattro giorni che lo vedrà a
Lisbona, Fatima e Oporto.
«Il Signore ha detto che la Chiesa sarà sofferente fino
alla fine del mondo. E oggi questo - ha sottolineato
papa Ratzinger - lo vediamo in modo particolare». Una sofferenza riaffermata
nel Terzo segreto, di cui Joseph Ratzinger curò a suo tempo l’interpretazione
teologica. «Oltre alla missione di sofferenza del Papa, che in prima istanza possiamo riferire all’attentato a Giovani Paolo II -
ha spiegato - nel messaggio di Fatima ci sono indicazioni su realtà del futuro
della Chiesa». Ed è vero, ha aggiunto, che «oltre ai momenti indicati nelle
visioni, si parla della realtà di passione della
Chiesa». Elencando poi le «risposte che la Chiesa deve dare», così come già
prospettato nel messaggio di Fatima, il Papa ha citato «la penitenza, la
preghiera, l’accettazione, il perdono che occorre dare, ma anche la necessità
di giustizia, perchè - ha spiegato - il perdono non
sostituisce la giustizia».
Il Papa è stato
accolto all’aeroporto di Lisbona dal presidente della Repubblica Anibal Cavaco Silva e ha dedicato
il suo primo discorso ufficiale in Portogallo ai rapporti tra Stato e Chiesa.
«Da un’ azione sapiente sulla vita e sul mondo deriva
il giusto ordinamento della società», ha detto il pontefice. «Posta nella
storia, la Chiesa è aperta per collaborare con chi non marginalizza nè riduce al privato l’essenziale
considerazione del senso umano della vita». «Non si tratta di un confronto
etico fra un sistema laico e un sistema religioso - ha proseguito - bensì di
una questione di senso alla quale si affida la propria
libertà». LS 11
Il Papa in Portogallo. "Pedofilia, il perdono non si sostituisce alla
giustizia"
In volo per il
Portogallo, il Pontefice considera "terrificante" che gli attacchi
alla Chiesa giungano soprattutto "dai peccati dentro la Chiesa
stessa". Per il Papa, la Vergine di Fatima lo aveva previsto nel terzo
Segreto. Lisbona si appresta a legalizzare il matrimonio omosessuale.
"Questioni etiche e spirituali non sono dominio privato"
LISBONA - Papa
Benedetto XVI, in volo verso il Portogallo per una visita di quattro giorni, sottolinea come, nello scandalo sulla pedofilia, "il
perdono non sostituisce la giustizia. La penitenza, la preghiera,
l'accettazione, il perdono che occorre dare, non soddisfano
la necessità di giustizia, perché il perdono non sostituisce la
giustizia". Ma è "realmente
terrificante", dice Ratzinger rispondendo ai giornalisti, come la Chiesa
oggi "soffra per gli attacchi dal suo interno". "Oggi le più
grandi persecuzioni alla Chiesa non vengono da fuori, ma dai peccati dentro la
Chiesa stessa". Una persecuzione che, secondo Benedetto XVI, la Vergine di
Fatima aveva previsto nel Terzo Segreto.
"Fatima lo
aveva previsto". Fatima aveva previsto anche questo, secondo il Papa, che
conversando con la stampa collega lo scandalo degli abusi alla profezia
affidata dalla Vergine a suor Lucia nel cosiddetto Terzo Segreto. "Insieme
alla sofferenza del Papa, che in prima istanza
possiamo riferire all'attentato a Giovanni Paolo II - premette Ratzinger - nel
messaggio di Fatima ci sono indicazioni su realtà del futuro della Chiesa.
Oltre ai momenti indicati nelle visioni, si parla della realtà di passione della Chiesa. Il Signore ha detto che la Chiesa sarà
sofferente fino alla fine del mondo. E oggi questo lo vediamo
in modo particolare".
Il Papa e
"l'etica" della crisi economica. Secondo il Papa, la crisi economica
ha una sua "componente morale che nessuno
può non vedere", "gli avvenimenti sul mercato in questi ultimi due o
tre anni hanno mostrato che la dimensione etica deve entrare all'interno
dell'agire economico". "Vediamo adesso che un puro pragmatismo
economico crea problemi - dice Ratzinger -. E' il momento di vedere che l'etica
non è una cosa esteriore, ma interiore alla
razionalità e al pragmatismo economico". Il Papa riconosce che "la
fede cattolica, cristiana, era troppo individualistica", lasciava le
"cose concrete, economiche al mondo", pensava solo alla
"salvezza individuale, agli atti religiosi". "Anche qui dobbiamo
entrare in un dialogo concreto - sottolinea il Papa -.
Ho cercato nella mia enciclica 'Catitas in veritate', e tutta la tradizione della dottrina sociale
della Chiesa va in questi senso, di allargare
l'aspetto etico e della fede sopra l'individuo, alla responsabilità del
mondo".
Senso della vita
non è "dominio privato". Al suo arrivo in Portogallo, paese che si
appresta a legalizzare il matrimonio tra omosessuali, alla
presenza del presidente Anibal Cavaco
Silva il Papa afferma come "le questioni etiche e spirituali"
non siano di "dominio privato". "Inserita nella storia - dice Raztinger -, la Chiesa è disposta a collaborare con chi non
marginalizza o non riduce al privato la considerazione essenziale del senso
umano della vita. Non si tratta di un confronto etico fra un sistema laico e un
sistema religioso, bensì di una questione di senso
alla quale si affida la propria libertà. Ciò che distingue è
il valore attribuito alla problematica del senso e la sua implicazione nella
vita pubblica".
Ratzinger:
"Io pellegrino di Fatima". All'eroporto
internazionale Portela di Lisbona, il Pontefice tiene quindi un discorso
durante il quale si professa "pellegrino
della Madonna di Fatima". "La Vergine Maria è venuta dal Cielo per
ricordarci verità del Vangelo che costituiscono sorgente di speranza per
l'umanità, fredda di amore e senza speranza nella salvezza - dice Benedetto XVI
-. A tutti, indipendentemente dalla loro fede e religione va il mio saluto
amichevole, in particolare a quanti non hanno potuto
venire al mio incontro". Il Papa ricorda le apparizioni di Fatima nel
1917. "Un evento successo 93 anni orsono, quando
il Cielo si è aperto proprio sul Portogallo come una finestra di speranza che
Dio apre quando l'uomo Gli chiude la porta". "Non fu la Chiesa a
imporre Fatima, ma fu Fatima che si impose alla
Chiesa", ha rilevato Ratzinger, citando il cardinale Manuel Cerejeira, di "venerata memoria".
Entusiasmo a
Lisbona. Al termine del discorso, la "Papamobile"
ha lasciato l'aeroporto per dirigersi verso il centro di Lisbona, salutata da
migliaia di fedeli, applausi scroscianti, bandierine e fazzoletti agitati al
suo passaggio. Folla ed entusiasmo ancora
maggiori lungo le vie della capitale portoghese. Seduto accanto al patriatrca Josè Policarpo, il
Papa risponde ai saluti con gesto e benedizioni. Dopo una prima tappa alla Nunciatuira, dove stanotte dormirà, Benedetto XVI si
sposterà verso il celebre Monastero dei Jeronimos, sulle rive del Tago, dove è prevista una
cerimonia di benvenuto ufficiale. Poi il pontefice farà visita al palazzo
presidenziale di Belem al capo
dello stato Cavaco Silva.
Il piano per la
sicurezza del Pontefice. Lisbona blindata per l'arrivo del
Papa. Circa 8mila uomini della polizia, dei servizi segreti e delle
forze armate veglieranno sulla sicurezza di Benedetto XVI durante i quattro
giorni della sua visita in Portogallo. Le strade della città nella
quali passerà il Papa sono sgomberate di ogni auto. Secondo il
quotidiano 'Diario de Noticias', attorno al
Pontefice, ovunque si trovi, è stata decretata una zona di esclusione aerea di
un km di diametro. Due caccia F16 la sorvegliano, con mandato di abbattere qualsiasi velivolo
'intruso'. LR 11
Ccee
e migrazioni. Non temere l'incontro. In
un'Europa multiculturale e multireligiosa
Si è svolto a Malaga,
città nel sud della Spagna, "con un piede in Africa ed uno in
Europa", l'ottavo Congresso europeo sulle migrazioni che su iniziativa del
Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa ha riunito dal 27 aprile al 1
maggio circa una cinquantina di partecipanti provenienti da tutta Europa, tra
vescovi incaricati, direttori nazionali ed operatori pastorali della mobilità
umana. L'incontro si è aperto con un messaggio di Benedetto XVI che ha
auspicato che ai migranti sia data "la ferma speranza di vedere
riconosciuti i loro diritti" e favorite le loro possibilità di vivere
"una vita degna in tutti gli aspetti". Benedetto XVI - si legge nel
messaggio - incoraggia i partecipanti all'incontro di Malaga "a proseguire
nei loro sforzi affinché sia posta una adeguata
attenzione pastorale a tutti coloro che soffrono le conseguenze di aver
abbandonato la loro patria o si sentono senza una terra di riferimento".
Le cifre. Le statistiche
parlano di un'Europa sempre più multiculturale e multi religiosa. "Nei 27 Paesi dell'Unione si calcolano attualmente 24 milioni di
immigrati, per lo più provenienti dai Paesi stessi dell'Unione. I due terzi
della presenza straniera sono ospitati da Germania, Francia e Regno Unito,
anche se i Paesi mediterranei registrano costanti aumenti. Più difficile invece avere cifre precise circa gli immigrati irregolari,
ma "secondo valutazioni recenti sarebbero fra i 4,5 e gli 8 milioni, con
un aumento stimato fra i 350 mila e i 500 mila all'anno". I sondaggi
inoltre rivelano che in Europa i flussi migratori siano sempre più percepiti
"in maniera negativa dalla popolazione".
La denuncia. Nel
suo intervento, mons. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio
della pastorale per i migranti e gli itineranti ha parlato di una specie di
"deriva etnica istituzionalizzata, che certamente non favorisce né
l'approccio sereno degli autoctoni verso gli immigrati e neppure il processo di integrazione degli immigrati nel tessuto delle società di
arrivo". Ciò che preoccupa mons. Vegliò è che "l'Europa sentendosi
fortezza assediata, affronta sulla difensiva il fenomeno della mobilità".
"Viene, così, proposta e ribadita la trilogia
inaccettabile 'immigrazione-criminalità e terrorismo-insicurezza'".
"Ecco allora - ha proseguito - che l'obiettivo della politica europea
appare quello di limitare il numero degli immigrati, rendendo difficile e quasi
impossibile l'arrivo di quelli regolari, e di eliminare gli irregolari".
Il presidente del dicastero vaticano ha quindi ammonito: "Le misure
punitive non bastano, spesso nemmeno scoraggiano nuove partenze, le rendono
solo più pericolose o costose". E poi ha aggiunto: "Ancor più dannoso
è portare avanti una strumentalizzazione politica delle migrazioni senza
davvero prendere i provvedimenti necessari, anzi scatenando risentimenti
xenofobi nella popolazione locale e, di conseguenza, anche reazioni violente
che possono trovare addirittura giustificazioni nelle parole di questo o quel
politico come 'ci vuole cattiveria con i clandestini'.
Piuttosto - ha quindi osservato mons. Vegliò - ci si dovrebbe
chiedere come far incontrare la domanda e l'offerta di manodopera senza che i
lavoratori stranieri debbano sempre passare per la porta
dell'irregolarità". Il rappresentante del dicastero vaticano ha
quindi suggerito una "visione nel segno della positività", ammonendo:
"Più le misure sono restrittive e più aumenta il numero dei migranti
irregolari e dei trafficanti di manodopera straniera".
La testimonianza. "Il cristiano - ha detto il card. Josif
Bozanic, arcivescovo di Zagabria e vice presidente
del Ccee - non teme l'incontro con persone, culture e
religioni. Egli per primo si riconosce raggiunto,
incontrato da Cristo". Il quadro che emerge dai
flussi migratori in Europa "è complesso, in alcuni casi si fa addirittura
preoccupante. Sorgono domande, dinanzi a questa nuova configurazione dei
nostri Paesi e si hanno atteggiamenti diversi: accanto alla presenza di interventi di accoglienza generosa", "si
registrano purtroppo anche atteggiamenti di rifiuto, paure, timori,
chiusure". Ma il cristiano "non teme
l'incontro" e la sua testimonianza "passa sempre attraverso
l'esigente cammino di ricerca del bene per i fratelli, che ci spinge a conformare
il nostro comportamento in base ai principi di fraternità e responsabilità, a
promuovere l'incontro, il dialogo, l'accoglienza, l'ospitalità e a guardare
soprattutto al bene integrale della persona, al bene della famiglia, alla
ricerca della vera pace".
L'impegno. Sono propri questi gli intenti espressi dai partecipanti al Papa
in un messaggio di ringraziamento. "Desideriamo raccogliere la sfida di
considerare le migrazioni moderne in luce positiva, come evento che interpella
in modo particolare la responsabilità dei cristiani a svolgere un ruolo attivo
nei progetti di accoglienza e di integrazione,
promuovendo la cooperazione di tutti negli ambiti della politica e
dell'economia". "Vogliamo ribadire che donne
e uomini in emigrazione rappresentano una preziosa risorsa per lo sviluppo
dell'intera famiglia dei popoli, grazie alle potenzialità umano-spirituali e
culturali, di cui ciascuno è depositario". "Siamo consapevoli
dell'importanza di puntare su strategie di integrazione,
rispettando adeguati itinerari di intercultura e di dialogo e salvaguardando le
legittime aspirazioni di tutti alla sicurezza e alla legalità". sir
La Cei boccia il federalismo fiscale
I vescovi «Fallirà
perché rischia di
moltiplicare il centralismo e non apre la porta a sussidiarietà»
ROMA - Il sistema
fiscale «è l’architrave» del processo federalista ma così come
è stato concepito fino ad ora rischia di moltiplicare il centralismo
senza aprire la porta alla sussidiarietà e ai poteri decentrati sul territorio.
È una bocciatura quella che arriva dalla Cei e dal laicato cattolico
organizzato dell’attuale fase di sviluppo del processo
federalista.
La critica è
contenuta nel documento preparatorio della prossime
«Settimane sociali», l’appuntamento storico del cattolicesimo italiano, che si
terranno a Reggio Calabria ad ottobre. Il documento è stato presentato questa
mattina nella sede della Radio Vaticana dal presidente del comitato
organizzatore delle Settimane sociali, mons. Arrigo Miglio, capo della
commissione problemi sociali della Cei, dal vicepresidente del Comitato, il
professor Luca Diotallevi e dal portavoce della
conferenza episcopale, mons. Domenico Pompili.
Il testo, che
prova a delineare un’agenda per l’Italia di domani, fa
il punto su diverse questioni, fra le quali il federalismo. Su questo aspetto dal documento emergono critiche forti: «Nelle
condizioni politico-istituzionali date, trova adeguata soddisfazione il
principio di sussidiarietà?» è la domanda che viene posta e che riceve la
seguente risposta: «Al momento si prevedono dosi massicce di uniformità anche
per i territori fiscalmente autosufficienti, rimettendo in moto un meccanismo
centralistico che non fa crescere poteri e responsabilità, che rende un
servizio incerto al principio di solidarietà e dimentica i pregi sistemici del
principio di sussidiarietà».
«Ciò si manifesta
- si legge ancora - in misura eclatante nel caso della
sanità e richiama più in generale la necessità di garantire i livelli
essenziali delle prestazioni su tutto il territorio nazionale. Il diritto alla
vita diviene un esercizio retorico senza quello a
un’adeguata assistenza sanitaria. Tuttavia si deve a ogni costo evitare che
questa ragione giustifichi il finanziamento dell’inefficienza e della quota
parassitaria dell’interposizione pubblica nei diversi territori».
«La recente legge-delega - prosegue il documento - apre il
dibattito su questo tema, ne traccia i confini, impone il confronto. Ci
troviamo dunque in una fase di passaggio, nella quale sopravvivono spinte contrapposte che si dispiegheranno nella lunga fase
di scrittura dei decreti legislativi e di entrata a regime della riforma». «In
questa fase - si osserva ancora - potrà prevalere una coalizione
di interessi favorevole a un nuovo equilibrio tra promozione delle differenze e
riduzione delle diseguaglianze oppure quella opposta. Abbiamo soggetti e
interessi pronti a sostenere un equilibrato modello italiano di federalismo
fiscale, anche oltre il perimetro degli interessi economici».
«Il mondo cattolico - prosegue il documento - costituisce nel suo insieme uno
di essi: per patrimonio culturale e per configurazione organizzativa, dispone della cultura e delle strutture appropriate per
diventare uno dei principali attori di sostegno del processo di redistribuzione
dei poteri e delle risorse tra i diversi livelli di governo». LS 10
Quali prospettive? Comunità cristiana, società e mobilità umana in Europa
La famiglia? È la
realtà sociale più fortemente colpita e ferita dalla migrazione. Le comunità
cristiane? Le prime ad impegnarsi per testimoniare che
la fratellanza universale è possibile anche a costo di essere oggetto di
stupore e di contestazione. La società? Deve prendere atto che il fenomeno
migratorio non è una fase passeggera di un processo di integrazione
ma una fenomeno permanente. È quanto è emerso a Malaga dove una cinquantina tra
vescovi delegati di tutta Europa, direttori nazionali e operatori di pastorale hanno partecipato al Congresso europeo sulle migrazioni
organizzato dal 27 al 1 maggio dal Consiglio delle Conferenze episcopali
europee su "L'Europa delle persone in movimento. Superare le paure. Disegnare prospettive".
La famiglia.
"In alcuni Paesi, come quelli recentemente usciti dalla dittatura o quelli
della regione balcanica (Sud-Est Europa) - ha detto il vescovo ausiliare di
Bucarest, mons. Cornel Damian
-, la famiglia è solitamente numerosa e di conseguenza povera, senza
prospettive di miglioramento delle condizioni di
vita". In genere, e sempre più spesso "è la giovane madre ad emigrare": "spesso poi cade nelle mani dei
trafficanti". Povertà, violenza in famiglia, mancanza di
un'educazione adeguata, l'influsso negativo di alcune persone.
"Sono tante le cause che feriscono la famiglia". Per queste ragioni,
ha detto mons. Damian, "la famiglia richiede in
genere una cura pastorale speciale sia nel Paese d'origine, sia nel luogo
d'arrivo". Al congresso di Malaga è intervenuto anche padre Gianromano Gnesotto, della Fondazione "Migrantes"
della Conferenza episcopale italiana che ha denunciato la "dolorosa
realtà" dei "ricongiungimenti a rate", specie con i figli.
"Uso il termine 'a rate' - ha spiegato il religioso - per un riferimento
economico legato alla disponibilità di un reddito adeguato per il
ricongiungimento in Italia. La normativa italiana, infatti, pone tra i
requisiti necessari un reddito annuo derivante da fonti lecite, non inferiore
all'importo annuo dell'assegno sociale, se si chiede il ricongiungimento di un
solo familiare, al doppio dell'importo annuo dell'assegno sociale se si chiede
il ricongiungimento di due o tre familiari, il triplo per il ricongiungimento
di quattro o più familiari". Per questo i figli si ricongiungono con il
genitore "a rate" e questo ha delle "ripercussioni psicologiche
e affettive facilmente immaginabili, con faticose ricostruzioni di rapporti di intimità in terra di emigrazione". È un peccato
perché la "famiglia ricongiunta nei territori di accoglienza" si
rivela essere l'ambito principale dove "si elabora l'inclusione sociale"
Le comunità
ecclesiali. "Una Chiesa che vuole essere accogliente nei confronti delle
persone immigrate, diventa, nelle nostre società europee, oggetto di stupore,
talvolta di incomprensione e di contestazione".
Ciò nonostante, "la Chiesa intende assumersi la propria responsabilità per
elaborare una parola di speranza e promuovere un approccio positivo al fenomeno
migratorio". Lo ha detto mons. Jean-Luc Brunin, vescovo di Ajaccio, aprendo la terza giornata dei
lavori dedicata alle implicazioni delle comunità ecclesiali nei flussi
migratori. "Le Chiese - ha detto il vescovo francese - possono trovarsi
oggetto di accuse quando scelgono di fare eco alle parole di sofferenza e di
disperazione dei migranti in situazioni difficili presso i responsabili politici,
i servizi amministrativi o l'opinione pubblica". Tuttavia - ha proseguito
mons. Brunin, "i cristiani devono avere il
coraggio di trasformare la prova della migrazione in un'opportunità da cogliere
per un avvenire armonioso, anche se questo discorso rischia
di non essere immediatamente compreso". Ed ha concluso:
"La credibilità della proposta del Vangelo nelle nostre società europee
esige questa apertura e questa volontà tenace di vivere insieme nella Chiesa,
senza limiti di frontiera, anche se è difficile e va controcorrente rispetto
alle opinioni pubbliche ed alle posizioni politicamente corrette".
La società. I
flussi migratori - esordisce padre Erny Gillen, presidente di Caritas Europa - sono un
"fenomeno permanente di cui prendere atto e non una fase passeggera".
Dunque le migrazioni devono essere percepite come
"parte integrante della formazione e dello sviluppo della società
europea". "Non si tratta quindi - ha detto padre Gillen
a SIR Europa - di inventarsi regole d'eccezione per far fronte a fenomeni eccezionali,
ma di concepire una società dove le persone possono essere accolte e
riconosciute nei loro diritti e doveri". A questo riguardo, il presidente
di Caritas Europa definisce "lodevole" lo sforzo di cooperazione tra
gli Stati membri finora compiuto dall'Unione europea. Questa cooperazione però
- aggiunge padre Gillen - "rischia di accordarsi
su livelli minimi di intervento piuttosto che
deliberare provvedimenti dagli standard elevati". La Caritas Europa ha
cioè "l'impressione che gli Stati membri si muovano
con una certa esitazione. Si ha paura dell'immigrazione ed è questa
ansia a generare le politiche europee per cui prevalgono i Paesi con le
politiche più restrittive rispetto a quelli con politiche più
accoglienti". Alla Chiesa il compito di "ricordare che c'è una
dignità in ogni essere umano e che bisogna vedere gli immigrati non per quello
che rappresentano ma per quello che sono, e cioè come persone che hanno diritti
e doveri". sir
I testi autografi
di Suor Lucia interpretati nel 2000 dall'allora cardinale Joseph Ratzinger. Alla vigilia del suo ritorno in questo santuario mariano, come papa
di Sandro Magister
ROMA – Da domani e per
quattro giorni Benedetto XVI visiterà il Portogallo. La sua prima tappa sarà Lisbona
e l'ultima Porto. Ma nella parte centrale del viaggio
egli sosterà a Fatima, dove sorge uno dei più frequentati santuari mariani del
mondo.
Fatima è il luogo
in cui nel 1917 la Madonna apparve a dei bambini e parlò loro rivelando, tra
l'altro, ciò che fu poi chiamato un "segreto".
Le prime due parti
di questo "segreto" furono rese pubbliche nel 1941 e hanno al centro
una visione dell'inferno e le persecuzioni della Chiesa.
La terza e ultima
parte, tenuta a lungo sotto chiave dalle autorità vaticane, alimentò
forti attese, che non si acquietarono nemmeno dopo che nel 2000 il testo fu
reso pubblico per volontà di Giovanni Paolo II. Tuttora vi è chi sostiene che
vi siano rivelazioni ancora tenute nascoste.
Da cardinale,
Joseph Ratzinger ebbe un ruolo chiave nella pubblicazione della terza parte del
"segreto" di Fatima.
Fu lui, infatti, in qualità di prefetto della congregazione per la dottrina
della fede, a darne l'interpretazione ufficiale, in un "commento
teologico" che accompagnò la pubblicazione del testo.
Un estratto del
suo commento è riprodotto in questa pagina. Ma il
testo integrale è molto più ampio. Un intero capitolo spiega il significato
delle "rivelazioni" private in rapporto alla "Rivelazione"
definitiva che è Gesù Cristo e che trova espressione nell'Antico e nel Nuovo
Testamento. E in più c'è un'analisi della struttura antropologica e psicologica
delle "rivelazioni" private.
Al cuore
dell'interpretazione di Ratzinger del
"segreto" di Fatima c'è una meditazione cristiana sulla storia. Meditazione
che prevedibilmente egli tornerà a svolgere nelle omelie e nei discorsi dei
prossimi giorni.
Ratzinger, nel suo
commento del 2000, escluse drasticamente che la visione dei bambini a Fatima
fosse "un film anticipato del futuro", e di un futuro
prefissato per sempre, impossibile da cambiare. Al contrario – disse – il
messaggio che scaturisce dalla visione è un invito alla libertà degli uomini,
perché cambi le cose in bene. Giovanni Paolo II – aggiunse – aveva ragione a
ritenersi salvato dalla "mano materna" che deviò il proiettile
mortale diretto contro di lui il 13 maggio 1981. Perché "non esiste un
destino immutabile" e "fede e preghiera sono potenze che possono
influire nella storia".
Invece che
rivelazioni apocalittiche sul futuro, la visioni di Fatima sulle persecuzioni
dei cristiani – disse ancora Ratzinger – sono un messaggio di speranza. Il
sangue dei martiri è seme di purificazione e di rinnovamento.
E soprattutto,
"da quando Dio stesso ha un cuore umano e ha così rivolto la libertà
dell'uomo verso il bene, verso Dio, la libertà per il male non ha più l'ultima
parola".
Siamo in attesa di
ascoltare che cosa dirà Benedetto XVI in Portogallo e a Fatima. L’Espresso on line 10
Sinodo Medio Oriente. Il posto dei cristiani. Incontro con il patriarca di Antiochia
dei Siri (Libano)
Continua senza
sosta il cammino di preparazione verso l’Assemblea Speciale dei vescovi per il
Medio Oriente che si celebrerà dal 10 al 24 ottobre 2010 sul tema “La Chiesa
Cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza. ‘La moltitudine di coloro che erano
diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola’”. Alla fine di aprile,
infatti, si è svolta, a Roma, la terza riunione del Consiglio presinodale che ha visto all’ordine del giorno le
comunicazioni dei singoli membri circa la situazione ecclesiale nel contesto socio-politico delle regioni mediorientali e
soprattutto l’elaborazione della bozza dell’Instrumentum laboris,
documento di lavoro dell’Assemblea Speciale. “Il futuro Sinodo – secondo quanto
riportato dalla Sala Stampa vaticana - sarà un’occasione preziosa per esaminare
a fondo anche la situazione religiosa e sociale, per dare ai cristiani una
visione chiara del senso del loro essere attivi testimoni di Cristo, nel contesto di società a maggioranza musulmana. Si tratterà
di procedere ad una riflessione sulla situazione
presente, non facile a motivo dei conflitti e dell’instabilità, che causano
l’esodo della popolazione, compresi non pochi cristiani”. Tra i partecipanti
alla riunione c’era anche Ignace Youssif
III Younan, Patriarca di Antiochia
dei Siri (Libano), che, insieme al card. Leonardo Sandri,
Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ricoprirà la carica di
Presidente delegato del Sinodo. Il Sir lo ha
intervistato.
La prima volta di
un Sinodo sul Medio Oriente si configura come una vera e propria scelta di
‘geopolitica ecclesiale’: il Medio Oriente diventa a pieno titolo un'area a sé,
con un'attenzione e un'importanza specifiche. Che cosa comporta questa scelta
per la Chiesa universale?
“Il Medio Oriente
essendo la regione dove sono originate le tre religioni: Giudaismo,
Cristianesimo e Islam, ha un posto speciale agli occhi della Chiesa universale,
in quanto luogo privilegiato di dialogo tra le tre
religioni. Questa regione, poi, da anni conosce una crisi che
diventa sempre più complicata e che si sta allargando a dimensioni
internazionali, causate primariamente dal conflitto palestinese-israeliano”.
Qual è
l’importanza che questo Sinodo riveste per le Chiese orientali?
“Per le nostre chiese orientali questo sinodo riveste
un’importanza quasi storica. Il messaggio evangelico, dovendo
incarnarsi nell’ambiente socio-politico, ha bisogno di margini di libertà per
tutti, quindi anche per le cosiddette minoranze cristiane che sono radicate
nella terra d’Oriente da millenni”.
Comunione e
testimonianza sono le parole chiave del Sinodo e che richiamano a due orizzonti
di impegno delle Chiese orientali…
“Le chiese
Orientali stanno vivendo la comunione in modo migliore che in passato. Invece
la testimonianza viene sempre più proibita dalla maggioranza islamica, mi
riferisco particolarmente alla libertà di coscienza e di annunciare
pubblicamente il Vangelo, senza essere accusati di proselitismo. Non basta
parlare in modo generico, per esempio richiamando alla pace e alla mutua
apertura, o essere “politicamente corretti”. Paesi e regimi nel Medio Oriente
dovrebbero convincere il mondo occidentale che i loro cittadini, tutti i cittadini, hanno gli stessi diritti e godono in verità e
nella prassi delle libertà di religione e di coscienza. L’ultima diventa
indispensabile per la sopravvivenza delle comunità cristiane che hanno il
diritto, senza equivoci, di essere rispettate come veri e propri cittadini.
Altrimenti, l’esodo dei cristiani continuerà per diventare estremamente
critico e senza nessun ritorno”.
Alla luce degli
obiettivi che si pone, quali risultati potrebbe, realisticamente, raggiungere
il Sinodo?
“I risultati
dipendono anche dall’autentica risposta dei Paesi che hanno qualche cosa da
dire sulla scena internazionale, visto la loro influenza politica. Ora
realisticamente, per suscitare l’interesse di questi Paesi c’è bisogno di
sforzi coordinati e concreti, per poter passare dagli
auspici ai fatti”.
Nei giorni del
Sinodo, i media si occuperanno più diffusamente della situazione dei cristiani
mediorientali e delle condizioni delle loro chiese. Si può sperare che anche
nei giornali e nei media le informazioni sui cristiani e le loro comunità
saranno più precise e puntuali e meno approssimative?
“Sicuramente i
media hanno un gran ruolo per far conoscere le tragedie dei cristiani nel Medio
Oriente e svelare l’ipocrisia delle grandi potenze. Purtroppo anche la maggior parte dei
media preferisce tacere la verità per convenienza o per paura del terrorismo”.
Nel prossimo
viaggio a Cipro di Benedetto XVI consegnerà ai vescovi orientali l’Instrumentum
laboris. Quali saranno, a suo avviso, i punti
basilari del documento?
“Difficile dirlo
adesso. Certo che l’“instrumentum Laboris” non
potrà dare tutte le soluzioni, ma piuttosto indicherà le piste degli interventi
e delle discussioni da parte dei padri sinodali, durante lo svolgimento dei
lavori”. Sir 11
In rete con competenza. Impegni e progetti dei webmaster cattolici
"I
partecipanti si sentivano protagonisti e non spettatori passivi. Hanno partecipato ad
un'iniziativa che avvertivano come propria, grazie al lavoro di coinvolgimento
avviato diversi mesi prima con diocesi, congregazioni religiose e aggregazioni
laicali. Tutti quei protagonisti dell'impegno pastorale della
Chiesa che vivono l'urgenza di entrare a pieno titolo nel mondo digitale".
A due settimane dalla conclusione del convegno Cei
"Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell'era crossmediale" (Roma, 22-24 aprile), il SIR ha
incontrato Giovanni Silvestri, presidente dell'associazione WeCa
(Webmaster cattolici italiani) che aderisce al Copercom
(Coordinamento delle associazioni per la comunicazione).
Quali aspetti le
sono apparsi più significativi nel convegno
"Testimoni digitali"?
"Il primo
elemento è l'importanza e l'urgenza di essere presenti nell'ambiente digitale,
sia da parte della Chiesa sia dei singoli cristiani. Questa presenza, tuttavia,
è problematica e le modalità non sono così scontate. Essere attivi nei nuovi media richiede impegno e studio.
Nell'affrontare questo impegno, una grande opportunità viene dal fare rete
restando in contatto, in dialogo e in collaborazione. Diverse persone, ad
esempio, sono venute allo stand di WeCa per chiedere
aiuto per i loro progetti all'interno della realtà ecclesiale. Di fronte a
queste possibilità, però, bisogna evitare il rischio di chiudersi e non
comprendere che bisogna frequentare il 'cortile dei
gentili'".
WeCa è un osservatorio privilegiato per valutare l'effettiva
presenza della Chiesa nel mondo digitale…
"Si tratta di
una partecipazione già molto consistente. Soltanto i siti 'cattolici', ad
esempio, sono circa 14 mila. Qualche tempo fa, come WeCa, abbiamo promosso una ricerca scientifica nelle
parrocchie che ha fatto emergere dati quantitativi importanti. Un'occasione
come 'Testimoni digitali', tuttavia, ha stimolato anche una riflessione di tipo
qualitativo. Ed è questo il lavoro che abbiamo davanti per il
futuro, in continuità con le tante iniziative sostenute dalla Chiesa nelle
diverse realtà aggregative".
Come vede il
rapporto tra Chiesa italiana e nuovi media a partire
dal convegno?
"Bisogna
sempre migliorare la presenza sulla Rete con un'attenzione specifica alla
persona e al servizio. La comunicazione semplice e veloce resa possibile da
internet non deve far dimenticare che il nostro
impegno pastorale è di servizio. Talvolta ci si può far prendere la mano da
derive di personalismo e protagonismo ma è necessario evitare che si crei una
comunità nella Rete che sia scollegata da quelle in carne ed
ossa di cui si fa parte nel mondo reale".
I nuovi media sono strumenti utili e molto potenti ma questo non è
sufficiente: bisogna "riempirli" di contenuti…
"È un aspetto
sul quale la Chiesa punta in maniera decisa anche attraverso il progetto
culturale. Non si possono moltiplicare le iniziative senza aver irrobustito la
capacità di offrire contenuti. Il lavoro di contatto e coinvolgimento
quotidiano operato dal progetto culturale è molto prezioso. D'altra parte, come
WeCa, cerchiamo sempre di promuovere un incontro tra
persone che vivono la dimensione pastorale e studiosi
del settore. Dimensione esperienziale e accademica devono essere sempre
presenti. Senza lo studio e l'approfondimento, è più difficile proporre
contenuti validi. Offrire una presenza che sia espressione
del mondo della pastorale vissuta e della riflessione accademica è una
preoccupazione costante da parte di WeCa".
WeCa è impegnata in prima linea
nell'uso delle nuove tecnologie per la pastorale della Chiesa…
"L'associazione
ha il compito di stimolare la crescita di sensibilità rispetto ai temi legati
ai nuovi media. Per il prossimo anno pastorale, gli
impegni di WeCa vanno in tre direzioni. La prima è
quella della ricerca, con attività di studio che verranno
portate avanti insieme a tre università. La seconda dimensione è quella della
formazione, con tre seminari web rivolti agli operatori della pastorale
giovanile, agli insegnanti e ai giornalisti; attraverso i seminari, vogliamo
coinvolgere quelle realtà che si occupano in maniera specifica di determinati
aspetti pastorali della Chiesa e stimolare la riflessione sull'utilizzo dei
nuovi media per poi lasciare che questa prosegua in maniera autonoma. Terza
proposta dell'associazione, è la formazione di una 'community
web' all'interno della quale c'è chi darà la disponibilità di competenze e
professionalità a favore di quanti chiedono un aiuto concreto. Grazie alla
presenza attiva in questo ambiente di scambio, si
vuole stimolare una crescita spontanea nell'incontro tra domanda e offerta di
servizi". RICCARDO BENOTTI
46ª Settimana sociale. Riprendere a crescere. Il "documento
preparatorio"
“L’Italia ha
bisogno di riprendere a crescere”. Lo afferma il Comitato scientifico e
organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani nel “documento
preparatorio” – presentato oggi a Roma (testo integrale in .pdf:
clicca qui) – in vista della 46ª Settimana Sociale (Reggio Calabria, 14-17 ottobre
2010), che ha per tema “Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda
di speranza per il futuro del Paese”.
Italia unita di
fronte alla globalizzazione. Il documento, che si propone di offrire “alcune
buone ragioni perché proceda l’opera di discernimento necessaria alla
declinazione, oggi, in Italia, della nozione di bene comune”, parte da un
accenno alla crisi socio-economica, per uscire dalla
quale è necessario “un uso coraggioso e innovatore dei nuovi assetti e delle
opportunità che la globalizzazione ha prodotto”. Il Comitato
definisce l’Italia “media potenza declinante” di fronte a un processo di
globalizzazione che “procederà (o invertirà il suo cammino) anche senza
attendere il contributo del nostro Paese, e magari anche grazie a contributi di
sue singole espressioni locali o d’interesse. Tuttavia, ciò non esclude
che l’Italia unita in questo passaggio critico potrebbe giocare un ruolo che
nessuna sua singola componente potrebbe svolgere da
sola”.
Flessibilità e
sicurezza nel lavoro. Andando a declinare i punti dell’“agenda”, il documento
parte dal riconoscimento che “nel nostro Paese c’è ancora una riserva di
capacità di lavoro e d’impresa” ed esorta a spingere il mercato del lavoro
verso “una combinazione di flessibilità e sicurezza (flexicurity),
necessariamente declinata in funzione delle caratteristiche e dei vincoli
specifici del contesto italiano”. Il testo denuncia
“ritardi e limiti strutturali” nel sistema produttivo e “criticità relative al funzionamento del mercato del lavoro”, nonché un
“dualismo” tra “un’area di occupazione protetta” e “un’altra priva di tutele o
con tutele diseguali”. Combinare flessibilità e sicurezza, sottolinea
il “documento preparatorio”, richiede “strumenti di sostegno al reddito e di
supporto della ricerca del lavoro da parte di chi ne è privo, così come il
superamento di ogni tipo di ‘rendita di posizione’ e d’irresponsabilità”,
“politiche attive a favore dei soggetti in difficoltà” e “un equo, trasparente
e sostenibile sistema di sussidi di disoccupazione”. Il documento, inoltre,
denuncia “l’iniquità” delle politiche fiscali e sociali verso la famiglia,
“abbandonata a se stessa proprio nei momenti in cui avrebbe più bisogno di
aiuto”.
Scuola, famiglia e
associazionismo per educare. Poi, tra le priorità vi è la questione educativa,
poiché “l’emergenza educativa si manifesta come grave
crisi di bene comune”. Il Comitato fa presente la “sfida educativa” a cui sono sottoposti oggi gli insegnanti, “assai più
impegnativa di quella affrontata dai loro colleghi di qualche decennio fa”, e
più in generale riconosce che “la crisi della famiglia e della scuola
accompagna quella dell’autorità e ne è a un tempo causa ed effetto”. Riguardo
al “corpo docente”, il documento invita a far leva su “formazione” e
“motivazione”. Nell’azione educativa, inoltre, si sottolinea
la necessità del “riconoscimento pubblico” dell’associazionismo, “realtà
esposta più di altre alla crisi e al ripiegamento egoistico”, che “non può
essere difesa professionalizzandola, mitizzandola né semplicemente conservandola”,
ma “va aiutata a produrre innovazione anche nei processi educativi”.
Cittadinanza alle
seconde generazioni. In terzo luogo, “l’Italia è tornata ad
essere un Paese d’immigrazione” e “vivissima è la coscienza diffusa dei rischi
e delle opportunità che comporta l’intensificarsi dei flussi migratori”. Di
fronte a quest’affermazione, il “documento preparatorio” riconosce che “nella
società di domani i figli degli immigrati giocheranno un ruolo importante”, e
“li attendono numerose difficoltà comuni a tutti i giovani in Italia, più una:
quella di riuscire a riconciliare la loro quotidianità italiana con un’identità
costruita nel dubbio di non vedersi riconosciuta la cittadinanza”. Pertanto “il
riconoscimento della cittadinanza da parte dello Stato italiano è solo una
condizione, certo necessaria ma non sufficiente, per una piena
interazione/integrazione delle seconde generazioni nella società italiana”.
Occupazione e
transizione politica. Sul fronte dell’occupazione, invece, il documento invita ad “abbattere le barriere” che impediscono “la crescita
piena” dei giovani, “la mobilità sociale” e “il traffico dei talenti”.
Attenzione viene rivolta pure allo stato
dell’università in Italia, la cui “insufficiente autonomia” e l’“insufficiente
contributo alla ricerca” rappresentano “un’emergenza tanto grave quanto
disattesa”. Infine, la spinta alla partecipazione e
all’innovazione politica: il testo sottolinea che “le istituzioni politiche
devono completare il passaggio a un modello più competitivo” e richiama come
“l’adesione alla prospettiva del bene comune” porti “a riconoscere come
prioritario il problema di una concezione e di una prassi coerentemente
sussidiaria del federalismo”. Sir 11
Dialogo tra religioni. Con lealtà e onestà. Una teologa musulmana all'Angelicum
La conoscenza,
"intesa nella sua accezione più ampia, è un dono divino non confinato alla
sfera di una religione in particolare", e il suo perseguimento "in
tutte le grandi fedi è inestricabilmente legato alle virtù della giustizia,
della speranza e dell'amore". Per questo "forse la nostra salvezza
risiede solo nella conoscenza compiuta: il bene che facciamo ed
il bene per il quale ci impegniamo". Il Corano, dunque, "non nega la
salvezza a ebrei e cristiani che facciano il bene". Lo ha
detto la teologa musulmana Mona Siddiqui,
anglo-pakistana, docente all'Università di Glasgow e commentatrice per la Bbc e
per diverse testate europee, intervenuta il 5 maggio alla "Terza
conferenza annuale sul dialogo tra le religioni" presso la Pontificia Università
Angelicum. L'incontro è stato organizzato a tre anni
dall'istituzione di un insegnamento di studi interreligiosi presso l'Ateneo,
allo scopo, ha spiegato il rettore padre Charles Morerod, di "costruire
ponti di comprensione tra cattolicesimo, ebraismo e altre tradizioni religiose
attraverso la formazione al confronto, alla tolleranza e al dialogo" in un
momento "in cui il conflitto interreligioso è all'ordine del giorno".
Musulmani e
società civile. "L'unità e la diversità dell'umanità - ha precisato Siddiqui rivolgendosi ai cristiani, ebrei e musulmani
presenti - sono temi che coesistono nel Corano e possono essere interpretati a
supporto tanto di rivendicazioni inclusiviste, quanto esclusiviste". Tuttavia secondo la studiosa
"la questione non è che l'ebraica e la cristiana non siano religioni
riconosciute" perché la "domanda essenziale" è un'altra: "Nel contesto della società civile, come vedono i musulmani
il loro essere cittadini di maggioranza e/o di minoranza, e a quali risorse
attingono? Sarà l'esperienza umana di vivere e lavorare con
popoli e culture differenti il fattore ultimo nel determinare" lo sviluppo
del pluralismo, oppure "le diverse letture testuali del Corano"
diranno "che il non credente, cioè il non musulmano, non potrà mai essere
considerato come un omologo spirituale?".
Dialogo
interreligioso e volontà politica. Con
riferimento al dialogo tra le religioni, Siddiqui
mette in guardia da "una sorta di mafia interreligiosa che ne ha fatto un
business", e si dice convinta di non essere "l'unica a ritenere che
dove c'è conflitto fra i popoli, il dialogo interreligioso da solo non possa
condurre alla pace e alla riconciliazione. Che funzione può avere il
dialogo quando le persone vengono fatte saltare in
aria e le loro famiglie e le loro case vengono distrutte?". Se "non è
sostenuto dalla volontà politica di arrivare ad un
cambiamento" esso "rimane solo un nobile esercizio con un limitato
effetto riconciliatorio". Per la studiosa "il
lavoro interreligioso può essere un simbolo di unità tra le civiltà e può anche
essere sentito tra i seguaci della fede. Ma funziona meglio quando ci
sono sia il testo sia il contesto, ossia quando il
dibattito teoretico si accompagna ad uno stile di vita pratico". Più che
il dialogo interreligioso, tuttavia, a preoccupare Siddiqui
è il "dialogo intrafede" all'interno del
mondo islamico. "A differenza che in Occidente - ammette - in Oriente non
abbiamo grandi islamisti" e, soprattutto, "non abbiamo un'unica
voce".
Sacrificio,
pazienza e condivisione. "Per me - nondimeno assicura -
l'ebraismo, il cristianesimo e l'islam sono il compimento di un messaggio
rivelato. Tutti noi a volte abbiamo sbagliato, e continueremo a
sbagliare se non pensiamo ed agiamo con
compassione", e questa "non è un'astrazione teologica. Se per me,
musulmana, Dio è definito come l'essere più
misericordioso, come vivo questa pietà nella mia vita quotidiana, circondata
per la maggior parte del tempo da gente di fede diversa o senza fede?".
"La nostra ricerca di Dio - chiarisce la studiosa - non è una metafora,
risiede nel nostro modo di vivere la relazione con gli altri; richiede
sacrificio e pazienza, ma soprattutto la gioia di saper condividere e vivere
insieme, nonostante il conflitto, che è parte della condizione umana". Secondo Siddiqui, del resto, "il
lavoro interreligioso non è mai stato, implicitamente o esplicitamente,
finalizzato alla conversione. Da musulmana che ha vissuto gran parte
della sua vita in Occidente, ho imparato che la fede parla alla fede in un processo di apprendimento e accettazione,
interrogazione e apprezzamento, dubbio e umiltà. La cosa più
importante è stata il comprendere che parlare di umanità comune richiede una
grande generosità nel confronto con le differenze". "Sono
convinto - ha osservato scherzosamente il rettore Morerod
- che anche noi possiamo imparare dai nostri
'avversari' a diventare più cristiani". "In che modo - ha poi chiesto
a Siddiqui - possiamo contribuire individualmente,
come cattolici, al miglioramento delle nostre relazioni?". "Più che a livello teologico - è la replica della teologa -
possiamo illuminarci l'un l'altro a livello pratico. Senza dettare
condizioni 'dogmatiche', ma venendoci incontro con lealtà e onestà fino a dove
è possibile. Si può fare molto, sia a livello personale, sia
a livello professionale".
GIOVANNA PASQUALIN TRAVERSA
Al suo seguito. Un libro che racconta circa 100 viaggi di papa Wojtyla
Un fedele e
intenso racconto di un viaggio lungo 27 anni che ha
cambiato la storia. Tappa dopo tappa, i ricordi, le istantanee, le impressioni
di un giornalista che ha seguito Giovanni Paolo II in Italia e all'estero,
lungo tutto l'arco del suo pontificato. Da quel 16 ottobre 1978 quando il nuovo
Papa si affacciò per la prima volta dalla Loggia. "C'ero anche io quella sera d'ottobre in piazza San Pietro".
Il giornalista che scrive è Fabio Zavattaro, inviato
del Tg1. I ricordi dei suoi circa 100 viaggi "al seguito papale" li ha raccolti nel libro "Un santo di nome
Giovanni. In viaggio con Karol Wojtyla, il papa che ha
cambiato la storia" (Ed. Aliberti) che nei
giorni scorsi è stato presentato a Roma.
Un ritratto
inedito. A cinque anni dalla morte del Papa polacco che la Chiesa si appresta a
proclamare santo, il libro offre un ritratto "inedito e ricco di
sfumature" del suo intenso pontificato. Un racconto che "si distingue
per il taglio sentito", dove "lo sguardo del giornalista s'intreccia
con quello dell'uomo", ha spiegato Fabio Salvatore, curatore per la casa
editrice della "Collana Clio" dedicata ai
grandi personaggi. E dove l'occhio dell'autore "si muove da vicino",
riportando molti eventi memorabili. Dall'attentato che ha cambiato la
percezione del papato, mostrando che anche un vicario di Cristo è vulnerabile. Al commovente gesto della mano di Wojtyla sul braccio del suo
attentatore. Dall'incontro del 2002 ad Assisi con i
leader delle confessioni religiose, alla vicinanza ai giovani, alle Gmg… Dal grido contro la mafia nella Valle dei
Templi di Agrigento, fino all'ultimo capitolo della malattia e della sofferenza
vissute sotto i riflettori dei media.
In dialogo con
tutti. "Questo libro nasce come un grazie a Giovanni Paolo II perché nei 27 anni in cui ho avuto il dono di seguirlo ho potuto
assistere, viaggio dopo viaggio, ad un pezzo di storia", ha spiegato Zavattaro. "Camminando per le vie del mondo egli ci ha
aperto orizzonti che nemmeno immaginavamo. Possiamo perciò leggere la sua
santità, proprio in questa capacità di vivere la spiritualità intensamente, ma
al tempo stesso di dialogare con ogni uomo: donne, giovani, anziani, bambini
che ovunque nei sui viaggi ha voluto incontrare".
Il cronista ha cercato, perciò, di raccontare quel Papa che "ha accompagnato"
e che "ha vissuto", "tirando via dal taccuino - ha detto - anche
quelle cose non scritte, non dette", scegliendo alcune date, luoghi e
avvenimenti, che la memoria di viaggiatore ha portato con sé. "La sera del
2 aprile 2005, nella piazza gremita di gente per l'ultimo saluto - ha affermato
- è stata sicuramente tra queste esperienze, quella che più mi ha coinvolto e
che ho scritto per prima".
Un mistico sul
palcoscenico del mondo. Giovanni Paolo II è stato un Papa che "ha
attraversato i continenti dello spirito" portando la Chiesa "oltre se
stessa, incontro al mondo e a tutti". Questo - secondo il vaticanista
Giuseppe De Carli - "il distillato" che
emerge dal libro di Zavattaro, il quale
"attraverso una sorta di diario di viaggio personale ci restituisce la
grandezza del suo pontificato". Con lo sguardo "limpido e
attento" del cronista l'autore arricchisce ogni viaggio di dettagli
importanti e così, "fra il racconto e la citazione diretta, lo stupore e
la riflessione pensosa", riesce a "condensare" tutto ciò che ha
visto "traducendo le immagini in parola". De Carli
ha tracciato a sua volta un ricordo di Wojtyla: la capacità di ascolto, l'intessere subito il rapporto con gli altri, il donarsi
completamente. "L'ultimo capitolo della malattia - ha
raccontato - è quello che ci ha coinvolto di più come giornalisti. Ci mancava poco che mettessimo le telecamere nella stanza da letto
del Papa, perché lui veramente ha voluto donarci tutto fino alla fine".
Il vaticanista ha poi ricordato quelle immagini ancora vive dei pellegrinaggi
sulla tomba del Papa di milioni di persone, "il fenomeno di adesione più
massiccio della storia della Chiesa", lo ha
definito, e "che continua tutt'ora". "Negli ultimi anni del suo
pontificato - ha concluso De Carli
- ho avuto l'impressione, come tanti di noi che facevano la telecronaca, di
avere di fronte un mistico sul palcoscenico del mondo. L'impressione di
trovarci di fronte alla spiritualità di un santo. Io credo che anche l'autore del libro abbia sentito questa santità,
e l'abbia saputa tradurre in un racconto che è anche di affetto e di
ammirazione". MICHELA CUBELLIS
Polonia. Una lingua comune. Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa in dialogo
Sulla scia delle
emozioni suscitate dalla sciagura aerea di Smolensk s'impone sempre più la necessità di
migliorare i rapporti tra Mosca e Varsavia. La Chiesa polacca, ispirandosi
all'idea di un'Europa che respira con due polmoni lanciata da Giovanni Paolo
II, da tempo ormai lavora per il ravvicinamento tra i
due popoli. A gennaio di quest'anno è iniziata la discussione di un documento
comune che, sulle orme della lettera dei vescovi polacchi a quelli tedeschi del
novembre del 1965, dovrebbe contenere l'appello al reciproco perdono. Un
incontro bilaterale è in programma a Varsavia il 25 e 26
giugno prossimi. Dai primi di marzo sono all'opera i gruppi di lavoro,
russo e polacco, cui compito è stilare la bozza del
documento da firmare entro la fine dell'anno da esponenti della Chiesa
ortodossa russa e della Chiesa cattolica in Polonia. "Di fronte alle sfide del mondo attuale, se vogliamo che
la nostra voce conti, dobbiamo unire le forze in virtù della comune eredità
cristiana" ha detto mons. Stanislaw Budzik, segretario della Conferenza episcopale polacca, sottolineando che "entrambe le Chiese necessitano di
una riflessione comune sui valori che non possiamo perdere in un'Europa che ha
bisogno che tutti i popoli cristiani parlino una lingua comune". Delle
difficoltà tra Chiesa polacca e Patriarcato di Mosca parla a SIR Europa padre Stanislaw Opiela SI, che negli
anni 1992 - 2000 è stato superiore della Provincia russa della Compagnia di
Gesù e rettore del Collegio di San Tommaso d'Acquino
a Mosca nonché segretario dell'episcopato russo, e di
seguito ha prestato la sua opera presso l'Ocipe di Strasburgo
e Bruxelles.
Quali sono i
principali elementi distintivi del patriarcato di Mosca?
"In Russia al giorno d'oggi l'ortodossia svolge funzione di collante e
dopo il crollo del comunismo è l'unica idea capace di unire il popolo. E non
bisogna dimenticare che è un popolo multietnico, sparso su un territorio
vastissimo. Nella storia,il patriarcato di Mosca è
stato subordinato al potere temporaneo degli zar. Attualmente,
con la divisione dei poteri tra lo Stato e la Chiesa, non è più assoggettato al
presidente, ma questi - in considerazione della disomogeneità della società
russa - ha ancora più bisogno del suo sostegno. La Chiesa cattolica ha
strutture proprie diverse da quelle della Chiesa ortodossa, ma gli ortodossi
vogliono l'esclusività e considerano il cattolicesimo
una confessione per gli stranieri, i non-russi".
La Chiesa
cattolica è spesso accusata del proselitismo…
"Un'accusa
sostanzialmente infondata. Quando sono andato in Russia dopo la caduta del
comunismo per rintracciare una decina dei nostri confratelli gesuiti che
avevano operato in totale clandestinità, mi sono convinto che ci avrebbero accusati di proselitismo, anche se non avessimo fatto nulla.
I gesuiti accolti in Russia da Caterina II potettero istituire due parrocchie
in Siberia, a Tomsk e a Irkutsk,
a condizione di lavorare solo tra i deportati polacchi e altri e di non
accettare le conversioni da parte delle popolazioni indigene. Quando noi, dopo
aver ottemperato a tutti gli obblighi di legge, abbiamo aperto un orfanotrofio
a Novosibirsk, non volendo essere accusati di
separatismo abbiamo deciso di accogliere bambini provenienti sia da ambienti
cattolici che ortodossi. E allora
siamo stati accusati di proselitismo".
Si parla invece di
collaborazione tra sacerdoti cattolici e ortodossi a livello di parrocchie..
"Molti
sacerdoti ortodossi in Russia hanno un atteggiamento positivo nei confronti
della Chiesa cattolica. Quando ero rettore del Collegio
ne ho assunto alcuni come docenti. Inoltre, il nostro collegio è aperto agli
studenti ortodossi. Ci sono anche alcuni vescovi ortodossi favorevoli ai
cattolici ma tali ambienti sono piuttosto ristretti e non possono influenzare
il patriarca o i metropoliti. Quando ero in Russia ho
spesso sentito da ortodossi praticanti che il patriarcato era più interessato a
rinforzare le proprie strutture e istituzioni che ad aiutare la gente".
Qual è
l'atteggiamento dei russi nei confronti dei polacchi? Dopo la catastrofe di Smolensk, l'episcopato e le autorità polacchi hanno più
volte ringraziato la Russia per la solidarietà dimostrata alla Polonia…
"Tra la
popolazione non ho riscontrato atteggiamenti ostili verso i polacchi. Qualche volta qualcuno alludeva all'idea del
panslavismo o all'antico potere della nobiltà terriera polacca, ma niente più.
Ci sono tuttavia in Russia ambienti nazionalisti o addirittura sciovinisti,
legati anche alla Chiesa ortodossa, a carattere antieuropeo e antipolacco. La
Polonia è vista come l'occidente, tradizionalmente considerato dai russi come
marcio. La Russia non vuole una democrazia all'occidentale, ma d'altro canto
non può farcela senza l'Occidente, e se non dialoga con l'Ue
non ci saranno in Russia investimenti occidentali. Se poi l'Ue avrà una
politica estera comune e un esercito, la Russia non potrà dimenticarlo. In
Polonia invece penso ci siano degli atteggiamenti russofobi. Ma
forse è l'eredità della nostra storia così dolorosa". Sir eu
"Ora di religione nel credito". Gelmini esulta per la sentenza
La notizia della
decisione dei giudici diffusa dal ministero di viale Trastevere. Cambia la valutazione alla vigilia degli scrutini - di
SALVO INTRAVAIA
LA Religione
contribuirà alla determinazione del credito scolastico. Ne dà
notizia lo stesso ministro dell'Istruzione, Mariastella
Gelmini, che dichiara: il "Consiglio di Stato accoglie le nostre
posizioni". Il ministro "accoglie con soddisfazione la notizia",
in quanto i giudici amministrativi ribaltano la
sentenza del Tar Lazio che la scorsa estate bloccò le ordinanze emanate dall'ex
ministro, Giuseppe Fioroni, nelle quali si afferma che anche la Religione
cattolica contribuisce alla dote in punti che i ragazzi raccolgono nell'ultimo
triennio in vista della maturità.
Il Consiglio di
stato "ha riconosciuto la legittimità -
continua viale Trastevere - delle ordinanze nelle quali si
stabiliva che ai fini dell'attribuzione del credito scolastico, determinato
dalla media dei voti riportata dall'alunno, occorreva tener conto anche del
giudizio espresso dal docente di religione". Il perché è presto detto.
"Il Consiglio di Stato infatti ha stabilito che,
nel caso l'alunno scelga di avvalersi di questo insegnamento, la materia
diventa per lo studente obbligatoria e concorre quindi all'attribuzione del
credito scolastico".
Con la sentenza
numero 7076 dello scorso mese di agosto il Tar Lazio accolse i ricorsi
presentati, a partire dal 2007, da alcuni studenti,
supportati da diverse associazioni laiche e di confessioni religiose non
cattoliche, che chiedevano appunto l'annullamento delle ordinanze ministeriali
firmate da Fioroni e adottate durante gli esami di Stato del 2007 e 2008. In
quell'occasione manifestò il suo dissenso la
parlamentare del Pd, Paola Binetti, che adesso si
prende la sua rivincita. Cosa accadrà adesso?
L'anno scolastico
è agli sgoccioli e, durante gli scrutini, i Consigli di classe dovranno
attribuire il credito scolastico (8 punti per la terza, 8
per la quarta e 9 per la quinta) in vista degli esami di stato. Secondo quanto
comunicato dal ministero, il giudizio dei prof di Religione dovrebbe concorrere
alla determinazione del credito, ma solo per chi si avvale di questo
insegnamento. Coloro che non seguono le lezioni di religione, ovviamente, non
avranno né giudizio né credito. Sarà nei prossimi giorni lo stesso ministero a
chiarire le modalità di applicazione del
provvedimento. LR 10
Der Papst in Portugal. Unterwegs als Fatima-Pilger und Missionar
Nicht die Kirche hat Fatima eingesetzt,
Fatima selbst hat zur Kirche gefunden. Das hat Papst Benedikt XVI. gleich zu
Beginn seiner Portugal-Reise auf dem Flughafen von Lissabon unterstrichen. In
seiner Ansprache betonte er, dass er seinen Besuch vor allem als Fatima-Pilger
angetreten habe.
„Die Jungfrau ist vom Himmel herab
gekommen, um uns an die Wahrheit des Evangeliums zu erinnern, das für Humanität
steht. Denn ohne die Liebe und die Hoffnung auf Rettung würde jede Quelle der
Hoffnung versiegen. Diese Hoffnung ist nicht zuerst horizontaler, sondern ganz
entschieden vertikaler und transzendentaler Natur. Die Beziehung zu Gott ist
bestimmend für den Menschen, der von Gott geschaffen und auf ihn hingeordnet ist. Mit seinem Verstand sucht er die Wahrheit,
in seinem Wollen strebt er nach dem Guten und von der ästhetischen Dimension
des Schönen ist er angezogen. Je nach dem, wie sehr
wir uns der Fülle des Lebens und der Weisheit öffnen, die Jesus Christus für
uns ist, erweist sich unser Bewusstsein demnach als christlich.“
Die Trennung von Staat und Kirche vor
100 Jahren, hätte für die Kirche in Portugal nicht nur eine große
Herausforderung bedeutet, sondern ihr auch neue Spielräume eröffnet.
„In einem pluralen
System mit verschiedenen Wertvorstellungen und ethischen Ausrichtungen zu
leben, bedeutet eine Reise zum Innersten der eigenen Identität und dem Kern des
Christentums. So erstarkt wieder die Bedeutung des Glaubenszeugnisses und der
Ruf der Mission, bis hin zur radikalsten Form im Martyrium.“
Papst: „Die Feinde der Kirche sind im
Inneren“ - Die größte Verfolgung der Kirche kommt nicht von außerhalb, sondern
„entsteht aus der Sünde innerhalb der Kirche“. Das sagte Papst Benedikt XVI.
während seines Flugs nach Lissabon am Dienstag vor mitreisenden Journalisten.
Dabei bezog er sich auf die Krise, die durch sexuellen Missbrauch Minderjähriger
durch Kleriker ausgelöst wurde.
„Die Leiden der Kirche kommen gerade
aus dem Innern. Die Sünde existiert im Innern der Kirche. Nötig ist deshalb die
Bereitschaft zu Buße und Reinigung, aber auch zu einer juristischen
Aufarbeitung und Vergebung. Man muss realistisch sein und anerkennen, dass es
immer Attacken des Bösen geben wird; am Ende jedoch ist Christus aber stärker.“
Das sogenannte dritte Geheimnis von
Fatima, in dem von Angriffen auf einen in Weiß gekleideten Bischof die Rede
ist, habe sich in erster Linie auf Johannes Paul II. bezogen, erklärte Benedikt
XVI.
„Die „Notwendigkeit des Leidens der
Kirche ist aber für die ganze Kirche zu verstehen. Bezeichnend ist, dass Fatima
auf diese Prophezeiung eine allgemeine Antwort gibt: den Aufruf zu dauernder
Bekehrung, Buße und Gebet.“
In den Visionen der drei Seherkinder im
Jahr 1917 gebe es einen „übernatürlichen Impuls“. Die Erscheinungen stammten
nicht aus der Einbildungskraft der Seher, sondern kämen von der Gottesmutter
Maria, betonte der Papst.
Wirtschaftspositivismus und Ethik
Im Blick auf die auch Portugal
betreffende Wirtschafts- und Finanzkrise warnte der Papst vor einer nach seiner
Auffassung falschen Trennung zwischen einem Wirtschaftspositivismus einerseits
und Ethik andererseits. Die Krise zeige, „dass ein reiner ökonomischer
Pragmatismus, der von der Wirklichkeit des Menschen als ethisches Wesen
absieht, nicht gut ausgeht, sondern unlösbare Probleme schafft“. Ethik stehe
nicht außerhalb von Vernunft und pragmatischem Handeln, sondern liege in deren
Innerem, so der Papst.
Das Geheimnis von Fatima - Es begann
mit drei Kindern: Lucia dos Santos und Jacinta und Francisco Marto hatten vom 13. Mai 1917 an bis in den Oktober des
Jahres hinein nahe dem portugiesischen Ort Fatima Visionen. Eine von ihnen,
Lucia – später Schwester Lucia – schrieb diese Visionen 1944 auf unter der
Bedingung, dass sie bis 1960 nicht veröffentlicht würden, mehrere Päpste – Pius
XII., bis Paul VI. – haben die Texte gelesen und sich entschieden, das dritte
Geheimnis nicht zu veröffentlichen. 1981 – direkt nach dem Attentat auf ihn –
hat sich Papst Johannes Paul die Schrift geben lassen, 2000 hat er dann alle
drei Texte der sogenannten Geheimnisse von Fatima veröffentlich, gemeinsam mit
einer Auslegung durch den damaligen Präfekten der Glaubenskongregation,
Kardinal Joseph Ratzinger.
Viel ist spekuliert worden über die
Aktualität der Visionen und darüber, was sie vorhersagen: war wirklich das
Attentat auf Papst Johannes Paul II. gemeint oder nicht? Hier bietet der
damalige Präfekt der Glaubenskongregation eine Lesart an:
„Der Sinn der Schauung
ist es eben nicht, einen Film über die unabänderlich fixierte Zukunft zu
zeigen. Ihr Sinn ist genau umgekehrt, die Kräfte der Veränderung hin zu Guten
zu mobilisieren. Deswegen gehen fatalistische Deutungen des Geheimnisses völlig
an der Sache vorbei, die zum Beispiel sagen, der Attentäter vom 13. Mai 1981
sei nun einmal ein von der Vorsehung gelenktes Werkzeug göttlichen Planens
gewesen und habe daher gar nicht frei handeln können, oder was sonst an
ähnlichen Ideen umläuft.“
Anlass der Reise ist der 10. Jahrestag
der Seligsprechung von Jacinta und Francisco Marto,
der Hirtenkinder von Fatima. Das internationale Medieninteresse an der Reise
ist enorm, da der Papst auch die Themen der aktuellen Verschuldungs- und
Finanzkrise, der Kirchenkrise und der Glaubenskrise ansprechen dürfte. Von der
Verschuldungskrise ist Portugal neben Griechenland am meisten betroffen.
Landesweit gibt es aktuell Proteste der linken Gewerkschaften gegen den in
Kraft getretenen Lohn- und Einstellungstopp im aufgeblähten öffentlichen Sektor
des Landes. Daher wird vielerorts ein deutliches Papstwort im Blick auf die
Krise erwartet. Auch der Präsidentenamts-Minister in der Regierung, Pedro Silva
Pereira, hatte dies erklärt und dabei an die Enzyklika "Caritas in Veritate" (2009) erinnert. Nach der Ankunft am
Dienstag um 11 Uhr in Lissabon und nach der Willkommenszeremonie im Jeronimos-Kloster absolvierte der Papst zuerst einen
Höflichkeitsbesuch bei Staatspräsident Anibal Cavaco Silva im Palacio de Belem. Nach einer Pause war ein Gottesdienst mit
mehreren Zehntausend Gläubigen am Terreiro do Paco
geplant. (kap/rv 11)
Im Schatten der Krise. 2. Ökumenischer Kirchentag
Vor dem 2. Ökumenischen Kirchentag mahnt
Bundespräsident Köhler Katholiken und Protestanten zu mehr Gemeinsamkeit - Von
Rainer Clos (epd)
München. Vor dem 2. Ökumenischen
Kirchentag, der an diesem Mittwoch in München beginnt, bedauern die
Organisatoren fast den Medienrummel um die Kirchen. "Was unter anderen
Vorzeichen gut wäre, diesmal wünschte ich, es wäre still um beide
Kirchen", notierte die evangelische Theologin und
Kirchentags-Generalsekretärin Ellen Ueberschär.
Im Blick hatte sie dabei die
öffentliche Aufmerksamkeit, die sich auf beide christliche Kirchen in den
zurückliegenden Wochen und Monaten richtete. Für Schlagzeilen sorgte neben dem Rücktritt von Margot Käßmann
als herausragende Repräsentantin der evangelischen Kirche nach einem offen
eingestandenen Fehlverhalten auch die Enthüllungen sexueller Übergriffe in
kirchlichen, vor allem katholischen Einrichtungen.
Massive Glaubwürdigkeitskrise der
Katholischen Kirche
Die katholische Kirche in Deutschland
befindet sich in einer massiven Glaubwürdigkeitskrise, wie selbst Bischöfe ganz
offen einräumen. Dass der Vertrauensverlust alarmierende Ausmaße annimmt,
zeigen auch die Zahlen. Die Austritte sind in einigen Bistümern steil in die
Höhe geschnellt. Vor einem Monat ergab ein Umfrage,
dass die katholische Kirche in Deutschland noch weniger Vertrauen genießt als
Großbanken und Parteien.
Wenige Tage vor dem Ökumenischen
Kirchentag zog Papst Benedikt XVI. mit der Annahme des Rücktrittsgesuchs des
bisherigen Augsburger Bischofs Walter Mixa einen
Schlussstrich unter ein belastendes Kapitel. Nun biete sich die Chance für
einen Neuanfang, der Weg der Erneuerung müsse fortgesetzt werden, wirbt der
Vorsitzende der katholischen Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch. Mit seinem Leitwort "Damit ihr Hoffnung
habt" könne dazu auch der Ökumenische Kirchentag beitragen, dessen 3.000
Veranstaltungen umfassendes Programm um zwei Podien zum Thema Missbrauch
ergänzt wurde.
Die katholische Kirche befinde sich
derzeit in einer schlechteren Position, räumte der Bamberger Erzbischof Ludwig
Schick im "Spiegel" ein. Und der Oberhirte fügte hinzu: "Ich
freue mich auch, wenn die evangelische Kirche gut dasteht." Von
Triumphgefühlen ist bei den Vertretern der evangelischen Kirche dennoch nichts
zu spüren.
Zuspruch aus der Politik
Stattdessen gibt es von prominenten
Protestanten Zuspruch für die katholische Kirche. "Moralintriumphale
Besserwisserei-Äußerungen" seien fehl am Platze, sagt Bundesinnenminister
Thomas de Maizière (CDU), Präsidiumsmitglied des Deutschen Evangelischen
Kirchentages, dem epd. Die Kraft, mit der in der katholischen Kirche über das
Missbrauchsthema diskutiert werde, verdiene Respekt.
Die evangelische Kirche folgt dem
Ratschlag, den EKD-Kirchenamtspräsident Hermann Barth einmal gab: "Die
Kirchen brauchen einander, weil sie sich gegenseitig ergänzen und korrigieren.
Die Stärken sollten wir uns zum Vorbild nehmen und mit den Schwächen barmherzig
umgehen."
Generalsekretär Stefan Vesper vom
Zentralkomitee der deutschen Katholiken findet, das Miteinander der beiden
Konfessionen vor dem Kirchentag sei jederzeit fair gewesen. Der gute Draht, der
zwischen Landesbischof Johannes Friedrich und Erzbischof Reinhard Marx als
Gastgebern besteht, trug dazu gewiss bei. "Wir sind in der Gesellschaft
umso stärker und überzeugender, wenn wir gemeinsam auftreten", ist Vesper
überzeugt. Dies wird nach Erwartung der Veranstalter der Kirchentag unter
Beweis stellen, wenn es um die Weltverantwortung der Christen angesichts der
großen Zukunftsfragen geht.
Kein gemeinsames Abendmahl
Ein gemeinsames Abendmahl von
Katholiken und Protestanten, das sich viele wünschen, wird es in München
allerdings nicht geben. Im Programmheft bitten der katholische ÖKT-Präsident
Alois Glück und sein evangelischer Kollege Eckhard Nagel die Besucher, auf
Provokationen wie auf dem 1. Ökumenischen Kirchentag 2003 in Berlin zu
verzichten und "während des Ökumenischen Kirchentages in München die in
den Kirchen gültigen Regeln zu achten und in Bezug auf Eucharistiefeier und
Abendmahl in ökumenischer Sensibilität miteinander umzugehen".
Unmittelbar vor dem Großereignis mahnte
Bundespräsident Horst Köhler dennoch zu Fortschritten im Miteinander der
christlichen Konfessionen. Angesichts der Suche nach religiöser Orientierung
empfahl der Protestant den Kirchen, eine neue innere
Mission zu starten. (epd)
Ökumenischer Kirchentag in München Bischof Friedrich im Chat
Johannes Friedrich, Landesbischof der
Evangelisch-Lutherischen Kirche in Bayern, beantwortet Ihre Fragen zu Kirche
und Glaube. Heute im Chat auf sueddeutsche.de
Gibt es noch Hoffnung? Angesichts der
Skandale, die in den vergangenen Wochen und Monaten vor allem die katholische,
aber auch die evangelische Kirche erschütterten, wirkt das Motto des
Ökumenischen Kirchentages mehr als mutig: "Auf dass ihr Hoffnung
habt", lautet die Überschrift über dem viertägigen Event, zu dem mehr als
100.000 Besucher in München erwartet werden.
Zum Auftakt des Zweiten Ökumenischen Kirchentags,
der am Mittwoch beginnt, stellt sich Johannes Friedrich, Landesbischof der
Evangelisch-Lutherischen Kirche in Bayern, Ihren Fragen zu Kirche und Glaube:
heute im Chat von 11:15 bis 12 Uhr.
Hier geht's zum Chat:
www.chat.sueddeutsche.de
Ab Mittwoch berichtet sueddeutsche.de
dann live vom Kirchtentag: Politiker wollen
Bibelarbeiten halten, Margot Käßmann möchte erstmals
nach ihrem Rücktritt öffentlich auftreten, es soll über sexuellen Missbrauch
diskutiert werden und die Gläubigen treffen sich, um gemeinsam zu feiern.
Berichte, Reportagen, Interviews und Bilder vom Ökumenischen Kirchentag finden
Sie unter www.sueddeutsche.de/oekt2010. SZ 11
Zum Ökumenischen Kirchentag werden bis Sonntag in München mehr als 110.000 Dauerteilnehmer erwartet
Fest eingeplant ist die Teilnahme von
Bundespräsident Horst Köhler sowie von Bundeskanzlerin Angela Merkel und
Bundestagspräsident Norbert Lammert. Auch mehrere Berliner Kabinettsmitglieder
haben ihr Kommen zugesagt. Geplant sind fast 3.000 Veranstaltungen an 500 Orten
zu den vier Themenschwerpunkten Wirtschafts- und Finanzkrise, Krieg und
Frieden, interkultureller und interreligiöser Dialog sowie Kirchen und Ökumene.
Einen in dieser Form einmaligen Kirchentagsgottesdienst
gibt es am Freitagabend auf dem Odeonsplatz. 10.000
Mitfeiernde werden an 1.000 eigens dafür aufgestellten Biertischen Brot
miteinander teilen, das zuvor bei einem orthodoxen Ritus gesegnet wurde. – Der
2. ÖKT in München steht unter dem Motto „Damit ihr Hoffnung habt“. Veranstaltet
wird das Christentreffen wieder von dem in Bonn ansässigen Zentralkomitee der
deutschen Katholiken (ZdK) und vom Deutschen
Evangelischen Kirchentag (DEKT) mit Sitz in Fulda gemeinsam mit den
gastgebenden Ortskirchen, also dem Erzbistum München und Freising und der Evangelisch-lutherischen
Kirche in Bayern. Evangelischer Präsident des ÖKT ist der Mediziner Eckhard
Nagel, katholischer Präsident ist der frühere bayerische Landtagspräsident
Alois Glück, der an der Spitze des ZdK steht.
Der Bund der Deutschen Katholischen Jugend
(BDKJ) bezeichnete vor Beginn des 2. Ökumenischen Kirchentages junge Menschen
als Motor der Ökumene. „Für junge Menschen ist Ökumene kein Aufreger,
keine Frage von theologisch widerstreitenden Positionen. Für die meisten jungen
Menschen ist Ökumene einfach selbstverständlich“, so der BDKJ-Bundesvorsitzende
Dirk Tänzler am Montag in Düsseldorf. Für den BDKJ
gelte die Ökumene-Haltung: „Wir wollen alles gemeinsam tun, was geht. Das was
wir getrennt tun, müssen wir begründen.“
Der Magdeburger Bischof Gerhard Feige
betonte zwar, die Kirchen seien „zu neuen Ufern aufgebrochen“. Es mangele
jedoch an einer „konkreten Vision“, so Feige in einem Interview der
katholischen Kirchenzeitung „Tag des Herrn“. Während die katholische Kirche
eine sichtbare Einheit erst nach vorheriger Lösung zentraler Fragen anstrebe,
favorisiere die evangelische Kirche zunehmend eine wechselseitige Anerkennung
bei bleibenden Differenzen, so Feige, der Mitglied der Ökumene-Kommission der
Deutschen Bischofskonferenz ist.
Der evangelische Theologe Friedrich
Schorlemmer äußerte unterdessen mit Blick auf die Ökumene, er habe „die
freundlichen Worte satt“ und verlangte Änderungen von katholischer Seite.
Solange ausdrücklich ausgeschlossen sei, dass Katholiken der Einladung zum
Abendmahl folgen können oder Protestanten der Einladung zur Eucharistie, bleibe
er beim Begriff „Etikettenschwindel“ für die Ökumene, sagte Schorlemmer in
einem Interview der Ulmer „Südwest Presse“ von diesem Dienstag. kipa/kna 11
Missbrauchsskandale. Papst beklagt "Angriff von innen" auf die Kirche
Papst Benedikt XVI. besucht Portugal.
Im Mittelpunkt der Reise steht die Erinnerung an die Marienerscheinung in
Fátima. Doch die internationale Debatte um sexuellen Missbrauch durch Priester
verfolgt den Papst auch hierher. Er beklagt die Vorfälle als "Angriff aus
dem Innern" und fordert "Sühne und Vergebung".
Überschattet von den
Missbrauchsskandalen in der katholischen Kirche hat Papst Benedikt XVI. am
Dienstag einen viertägigen Besuch in Portugal begonnen. „Der größte Angriff auf
die Kirche kommt heute aus dem Innern der Kirche selbst – durch die Sünde“,
sagte der Papst auf dem Flug von Rom nach Lissabon. „Heute sehen wir das in
einer wirklich erschreckenden Weise.“
Benedikt antwortete im Flugzeug auf
Fragen von Journalisten zu den Missbrauchsskandalen vor allem in Irland und
Deutschland, die seit Monaten die katholische Kirche schwer belasten. Die
Kirche müsse durch „Sühne, Gebet, Akzeptanz und auch Vergebung“ einen Weg aus
den Skandalen finden. „Die Vergebung ersetzt nicht die notwendige
Gerechtigkeit“, sagte der Papst weiter.
Das Flugzeug des Papstes landete am
Vormittag auf dem Militärflughafen Figo Maduro in der Hauptstadt Lissabon. Der Pontifex wurde von
Portugals Präsident Anibal Cavaco Silva sowie von Ministerpräsident José
Sócrates und den Spitzen der portugiesischen Kirche empfangen. Eine „Botschaft
der Hoffnung“ sei in „diesen Zeiten der Ungewissheit“ nötig, sagte Cavaco Silva
in seiner Begrüßungsrede in Anspielung auf die schwere Wirtschaftskrise in
Portugal.
In seiner ersten Rede auf dem Flughafen
erwähnte der Papst die in Portugal umstrittene Liberalisierung des
Abtreibungsgesetzes und die jüngst vom Parlament gebilligte Einführung der
Homo-Ehe nicht direkt. Er sagte, bei der Beteiligung der Katholiken am
öffentlichen Leben gehe es nicht um einen „ethischen Streit zwischen einem
weltlichen und einem religiösen System“. Danach fuhr Benedikt im Papamobil unter massiven Sicherheitsvorkehrungen in die
Innenstadt. Tausende säumten die Straßen und jubelten dem Besucher zu.
Im Mittelpunkt der 15. Auslandsreise
von Benedikt steht ein Besuch in Fátima. Der Marienwallfahrtsort etwa 120
Kilometer nördlich von Lissabon zählt neben Lourdes in Frankreich und Santiago
de Compostela in Spanien zu den bekanntesten
katholischen Pilgerstätten Europas. Dort will der Papst am Donnerstag an den
Feierlichkeiten zum Jahrestag der Marienerscheinung von 1917 teilnehmen.
Am Dienstagabend wollte der Papst auf
dem Platz Terreiro do Paço
am Tejo-Fluss im Zentrum von Lissabon eine Messe
feiern. Zu dem Gottesdienst wurden zwischen 150.000 und 200.000 Menschen
erwartet. Nach Fátima besucht Benedikt zum Abschluss seines Aufenthalts auch
die nordportugiesische Stadt Porto. Dpa 11
Seid Ihr bereit…? von Bischof Heinz Josef Algermissen
„Wie mich der Vater gesandt hat, so
sende ich euch.“ (Joh 20, 21). „Wer euch hört, hört
mich.“ (Lk 10, 16).
Es gehört zum Kern der Botschaft Jesu,
dass er Menschen beruft und aussendet, weiter zu tun, was er getan, weiterzusagen,
was er gesagt hat. Mit diesen Menschen identifiziert er sich, und auch sie
sollen sich mit ihm identifizieren. Sie sollen „in persona
Christi“ handeln, ihn in der Welt darstellen.
Am dichtesten ist diese Übertragung
seines eigenen Handelns auf Menschen bei den Aposteln, dem Zwölferkreis, der
das Fundament der Kirche bildet. Er ist die erste Gemeinschaft, der erste
„Lebensraum“, in dem Jesus weiter unter den Menschen da sein will. Im
Markus-Evangelium wird das feierlich beschrieben: „Jesus stieg auf einen Berg
und rief die zu sich, die er erwählt hatte, und sie kamen zu ihm. Und er setzte
zwölf ein, die er bei sich haben und die er dann aussenden wollte, damit sie
predigten und mit seiner Vollmacht Dämonen austrieben.“ (Mk
3, 13f). Danach werden die Zwölf beim Namen genannt.
Das Wort „einsetzen“ entspricht im
Griechischen dem Schöpfungswort zu Beginn der Bibel: Wie Gott Himmel und Erde
schuf, so schafft Jesus die Gemeinschaft der Zwölf. Er selbst wählt sie aus und
will, dass sie mit ihm seien und er sie sende. Das ist für das Verständnis des
Amtes in der Kirche entscheidend, ob es sich im Bischof, im Priester oder im
Diakon zeigt, immer gilt: Berufen von Ihm, eingesetzt von Ihm, in innerer Nähe
zu Ihm und von Ihm ausgesandt zu den Menschen. Nicht nur in sakramentalen
Zeichen will Jesus Christus unter uns sein und gegenwärtig bleiben, sondern
auch durch konkrete Menschen mit Gesicht, Herz und Händen. Menschen, die in
seiner Vollmacht über Brot und Wein sprechen: „Das ist mein Leib, das ist mein
Blut!“ Und die das Wort der Vergebung im Bußsakrament und das Wort der
Aufrichtung in der Krankensalbung in seinem Namen aussprechen. „Wie mich der
Vater gesandt hat, so sende ich euch… Wem ihr die Sünden vergebt, dem sind sie
vergeben.“ (Joh 20, 21, 23).
Unabhängig von ihren Schwächen und
Fehlern wirkt Jesus Christus durch die von ihm Beanspruchten, die sich um
Glaubwürdigkeit bemühen und den Heiland und Erlöser transparent machen sollen.
„Bedenke, was du tust, ahme nach, was du vollziehst, und stelle dein Leben unter
das Geheimnis des Kreuzes“, so wird der Kandidat in der Priesterweihe
eindrücklich angesprochen.
Vorher hat der Bischof dem
Weihekandidaten unter Schweigen die Hände aufgelegt und im großen Weihegebet
die Kraft des Hl. Geistes auf ihn herab gerufen. Die Salbung der Handflächen
verstärkt noch einmal diese Gabe des Geistes, die er nicht für sich selbst
empfängt, sondern zum Weiterschenken durch sein Leben und die Spendung der
Sakramente. Mit den Getauften und den Gefirmten soll er Christ sein und für sie
Priester. „Wo mich in Schrecken hält, was ich für euch bin, da macht mir Mut,
was ich mit euch bin. Denn für euch bin ich Bischof, mit euch zusammen bin ich
Christ. Das eine ist der Name des Amtes, das andere bedeutet die Gnade. Das
eine bezeichnet die Gefahr, das andere schenkt das Heil“, so drückt es der Hl.
Augustinus aus (Sermo 340, 1).
Die jedem Christen eingeprägte Signatur
„Im Namen des Vaters und des Sohnes und des Hl. Geistes“ wird beim Priester in
besonderer Weise zur Signatur seines Dienstes: Im Namen des Vaters, des immer
Größeren, im Namen des Sohnes, der sich ganz an die Menschen hingibt, im Namen
des Hl. Geistes, der die Gläubigen zur Kirche eint und die verschiedenen Gaben
und Fähigkeiten in ihnen ausprägt. In der Vollmacht des Vaters, in der Hingabe
des Sohnes, in der einenden Kraft des Geistes vollzieht er seinen Dienst.
Die ganze Beanspruchung durch Jesus
Christus und die tiefe Hingabe an die Menschen soll der Priester unterstreichen
durch einen Lebensstil, wie Jesus ihn uns, durch die Evangelien bezeugt,
vorgelebt hat: einfach, ehelos und gehorsam. Deshalb weiht die westliche, die
lateinische Kirche nur die Männer zu Priestern, die auch zur Ehelosigkeit
berufen sind. Dieses heute vielfach umstrittene Zeichen bleibt eine gültige
Herausforderung, die deutlich macht, wie christusverbunden und verfügbar der
Priester für die Menschen leben soll.
Aus ihrer langen Geschichte weiß die
Kirche, dass religiöse Neuaufbrüche ihre Quelle nicht in einem Weniger, sondern
in einem Mehr an radikaler Jesus-Nachfolge haben. Die Väter des Konzils haben
darum einmütig ihrer gläubigen Überzeugung Ausdruck gegeben, dass die
priesterliche Ehelosigkeit um des Himmelreiches willen ein kostbares Geschenk
des Geistes an unsere Kirche sei.
Durch die enge Rückbindung an die
Berufung der Apostel sieht sich die Kirche auch nicht berechtigt, Frauen zu
Priesterinnen zu weihen, da Jesus Christus zum Apostelamt nur Männer berufen
hat, obwohl viele Frauen in seiner engen Umgebung waren. Auf diesem Hintergrund
ist ein gutes Miteinander von Männern und Frauen, von Geweihten, Getauften und
Gefirmten, vom Priestertum des Dienstes und dem gemeinsamen Priestertum aller
besonders wichtig. Denn so werden die verschiedenen Talente und Berufungen
gemeinsam ins Spiel gebracht und dienen dem „Aufbau der Gemeinde“ (vgl. Röm 14, 19; 1 Kor 14, 12).
In Erwartung der Priesterweihe am
kommenden Samstag im Hohen Dom zu Fulda sollten wir den Herrn der Ernte bitten,
dass er in den Gemeinden unseres Bistums die Bereitschaft weckt, priesterliche
Berufungen anzunehmen und zu fördern.
Bonifatiusbote“
16.
Beschädigtes Vertrauen bei den
Gläubigen wiedergewinnen: Das sieht der Augsburger Diözesanadministrator Weihbischof
Josef Grünwald als seine wichtigste Aufgabe an. Das sei nach dem Rücktritt von
Bischof Walter Mixa aber nicht einfach „machbar“,
sondern gehe nur mit Selbstkritik, betonte Grünwald am Montag in Augsburg.
Zugleich kündigte er offene und transparente Entscheidungen der Bistumsleitung
an. Weihbischöfe und Domkapitel müssten auf die Gläubigen zugehen. Auch die
Priesterschaft gelte es wieder zu einen. Dies gehe alles nur im Gespräch.
Grünwald sagte, er habe mit „Bereitschaft und Bangen“ das Amt des Administrators
angenommen. Es sei für ihn schon das zweite Mal nach 2004 bis 2005, dass er die
Diözese in der Sedisvakanz führe. Mit dem zurückgetretenen Bischof Mixa habe er bereits telefoniert. Dieser habe ihm alles
Gute für seine Aufgabe gewünscht. Mixa ist wegen
Vorwürfen der Misshandlung von Kindern und der Veruntreuung von Geldern
zurückgetreten; außerdem wird gegen ihn auch wegen sexuellen Missbrauchs
ermittelt. – Das Domkapitel werde bald eine Dreierliste mit möglichen
Kandidaten für den Bischofsstuhl beim Vatikan einreichen, sagte Grünwald. kna 10
Renovabis-Pfingstaktion. Bischof Algermissen ruft zur Osteuropahilfe auf
Fulda. Zu einer großherzigen Gabe am
Pfingstsonntag, 23. Mai, für die Anliegen von „Renovabis“,
der Solidaritätsaktion der deutschen Katholiken mit den Menschen in Mittel-
Ost- und Südosteuropa, hat Bischof Heinz Josef Algermissen
aufgerufen. Die diesjährige Pfingstaktion steht unter dem Leitwort „Alle sollen
eins sein“ (Joh 17, 21). Die 18. Pfingstaktion von Renovabis ist am 25. April im Dom zu Frankfurt (Bistum
Limburg) eröffnet worden und findet zu Pfingsten ihren Abschluß
in Eichstätt.
In einem Bischofswort, das am 16. Mai
in den Gottesdiensten verlesen wird, betont der Oberhirte, daß
trotz des Aufbruchs in den Ländern des Ostens Europas 20 Jahre nach dem Sturz
des Kommunismus auch viel Armut und Not, vor allem bei Familien, Kindern, Alten
und Kranken, herrsche. Wo niemand sonst mehr helfe, seien die Kirchen vor Ort
gefragt, mit denen Renovabis in lebendigem Austausch
stehe. „Denn als Christen der östlichen und der westlichen Tradition ist uns
das gemeinsame Zeugnis für ein christlich geprägtes und sozial gerechtes Europa
aufgetragen“, so der Bischof weiter. Es gehe um die Verkündigung des Glaubens
und um eine Nächstenliebe, die besonders den schwächsten Gliedern der
Gesellschaft zugute komme. „Bei der diesjährigen
Pfingstaktion von Renovabis soll unserem
Zusammenwirken mit den kirchlichen Partnern in Osteuropa besondere
Aufmerksamkeit zugewandt werden“, unterstreicht Bischof Algermissen.
Bei der Renovabis-Pfingstkollekte
2009 haben die Katholiken im Bistum Fulda 125.791,77 Euro gespendet. Insgesamt
sind durch Kollekten und Spenden 2009 aus der Diözese 243.969,18 Euro bei Renovabis eingegangen. In 2009 konnte das
Osteuropahilfswerk eine um 1 Prozent geringere Summe an Spenden und Kollekten
in Deutschland einwerben als im Vorjahr. Das Gesamtaufkommen an Spenden und
Kollekten lag im Vergleich zu 2008 (12,48 Millionen Euro) bei rund 12,39
Millionen Euro. Im Jahr 2009 wurden 846 sozial-caritative, kirchlich-pastorale
sowie Bildungs- und Medienprojekte in 29 Ländern Mittel-, Ost- und
Südosteuropas mit einer Summe von insgesamt 27,38 Millionen Euro gefördert. (bpf)
Erzbischof Marx: „Kirche will ihre Hausaufgaben machen“
Am Mittwoch startet in München der
Zweite Ökumenische Kirchentag – eine Chance für die Ökumene und auch für die
katholische Kirche, aus einem Tal herauszukommen. Gastgebender Erzbischof ist
auf katholischer Seite Reinhard Marx von München-Freising. Er betonte am
Sonntag, dass an dem ökumenischen Großereignis zum ersten Mal „in dieser
Intensität die Orthodoxen teilnehmen“.
„Und ich hoffe, dass die Menschen, die
nach Hause gehen, nach dem ökumenischen Kirchentag sagen: Es hat uns noch mal
Rückenwind gegeben für unseren Glauben, für unsere Hoffnung, die wir leben
wollen im Alltag.“
Erzbischof Marx hofft, dass es
angesichts der immer noch fehlenden Abendmahlsgemeinschaft
zwischen Katholiken und den Kirchen der Reformation nicht zu
Provokationen kommt.
„Das wird man nie genau kontrollieren
können. Wir leben ja nicht hier in einer Diktatur, wo man das befehlen kann.
Aber im Rahmen des ökumenischen Kirchentages haben wir sehr, sehr verlässliche,
gute Absprachen. Das ist sozusagen das Fundament der Ökumene. Sonst ist Ökumene
gar nicht möglich, wenn man nicht das Selbstverständnis des anderen achtet…“
Der Erzbischof von München und Freising
sieht im Gespräch mit dem Deutschlandfunk immer noch deutliche Differenzen
zwischen den Kirchen, etwa, was das Ziel der Ökumene betrifft:
„Im evangelischen Bereich hat sich
jetzt stärker die Vorstellung einer Anerkennung der verschiedenen Kirchen als
Kirchen durchgesetzt - und dann ist es eigentlich auch gut. Und da sagen wir
von der katholischen und auch von der orthodoxen Seite: Das ist uns nicht
ausreichend genug. Wir wollen wirklich eine sichtbare Einheit, wo man nicht nur
äußerlich sich anerkennt und sagt, Ihr glaubt das, wir glauben jenes - das
wollen wir da mal so stehen lassen -, sondern wir wollen tiefer gehen.“ (dlf 10)
Zollitsch stärkt Priestern den Rücken
Der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, ruft angesichts
des Missbrauchsskandals Priester und Gläubige dazu auf, ihr Leben immer wieder
neu an der Botschaft Jesu auszurichten. Bei einer Priesterweihe in Freiburg
bedauerte der Erzbischof, dass „gerade im Jahr des Priesters die schrecklichen
Verfehlungen sichtbar wurden, die auch in der Kirche und von Priestern verübt
wurden“. Dies mache deutlich: „Es gibt für uns alle mit der Weihe keinen
Automatismus, der von alleine alles in die rechten Bahnen lenkt. Wir haben uns
stets neu auszurichten am Evangelium Jesu Christi...“ Auch Zollitschs
Vorgänger im Amt des Bischofskonferenz-Vorsitzenden, Kardinal Karl Lehmann von
Mainz, sprach am Wochenende von einem Ansehensverlust, unter dem die
katholische Kirche in Deutschland zu leiden habe. Zugleich bedauerte Lehman im
„heute journal“, dass die Diskussion über den Zölibat
im Zusammenhang mit der Missbrauchsdebatte geführt werde. Er sei allerdings
sicher, dass Papst Benedikt XVI. auch über den Zölibat nachdenke.
Der Tübinger Theologe Hans Küng
erneuerte am Sonntag seine grundsätzliche Kritik an der priesterlichen
Ehelosigkeit. Im Zwangszölibat kulminiere „die verklemmte Haltung der Kirche
zur Sexualität“, so der Theologe, dem Rom 1979 die kirchliche Lehrerlaubnis
entzogen hatte.
Der Kölner Kardinal Joachim Meisner
überlegt unterdessen, sich mit einem eigenen Hirtenbrief speziell an Kinder zu
wenden. Vor der Vollversammlung des Diözesanrats der Katholiken im Erzbistum
Köln äußerte Meisner erneut Fassungslosigkeit und Scham über die Vergehen von
Priestern. Zum Umgang mit den Tätern meinte der Kardinal, der erste Weg zur
Therapie führe über eine Anzeige des Geschehens. Es dürfe nichts mehr unter den
Teppich gekehrt und keine „fromme Soße“ über verbrecherische Taten gegossen
werden. Der Kardinal appellierte an die Täter, ihre Opfer um Vergebung zu
bitten. Engagierte Katholiken sollten aber angesichts der jetzigen Skandale
nicht resignieren. Meisner wörtlich: „Wir dürfen jetzt nicht hocken bleiben und
uns selbst bedauern.“ (kna/pm/domradio 10)
Fulda. Am 6. Juni werden die traditionsreichen Bonifatiuswallfahrten eröffnet
Fulda. Mit einem feierlichen
Pontifikalamt werden am Sonntag, 6. Juni, in Fulda die traditionsreichen Bonifatiuswallfahrten eröffnet. Hauptzelebrant des
Festgottesdienstes um 9.30 Uhr auf dem Domplatz ist Bischof Heinz Josef Algermissen. Festprediger ist Bischof Franz-Peter Tebartz-van Elst aus Limburg.
Konzelebrieren werden der Bischof von Groningen-Leeuwarden,
Gerard Johannes de Korte, die Fuldaer Weihbischöfe Prof. Dr. Karlheinz Diez und
Johannes Kapp, Generalvikar Prof. Dr. Gerhard Stanke
sowie die Pfarrer Paul Verheijen aus Dokkum (Niederlande) und Rogers Birija
und Joseph Ndiraba (beide Hoima/Uganda).
Zur zentralen Meßfeier
werden wieder mehrere tausend Gläubige erwartet, die von Domdechant Prof. Dr.
Werner Kathrein begrüßt werden. Alle Pfarreien des
Fuldaer Stadtdekanates werden traditionsgemäß wieder
in einer Sternwallfahrt zur Kathedralkirche ziehen. Hinzu kommen zahlreiche
Fußwallfahrten von Pfarrgemeinden des Fuldaer Landes, um bei der Verehrung des
Apostels der Deutschen ihr christliches Zeugnis in der Welt zu geben und für
die Kirche Gottes in dieser Zeit zu beten.
Der Fuldaer Jugendkathedralchor unter
Leitung von Domkapellmeister Franz-Peter Huber wird bei dem Pontifikalamt auf
dem Domplatz Chorsätze von D. J. Evans und aus Taizé
sowie Gottesloblieder im Wechsel mit der Gemeinde singen. Musikalisch wird der
Gottesdienst ferner wieder von einem großen Bläserensemble mitgestaltet,
bestehend aus drei Musikvereinen mit an 150 Bläsern, davon viele Jugendliche.
Unter Leitung von Regionalkantor Ulrich Moormann
musizieren: Musikverein St. Antonius Künzell,
Musikverein Steinau/Steinhaus und Musikverein Zella/Rhön. Auch ein Chor aus Uganda wird mitwirken. An der
Orgel, deren Klänge wieder auf den Domplatz übertragen werden, Domorganist
Prof. Hans-Jürgen Kaiser. Nach dem Schlußlied folgt
noch ein Gesang aus dem Bonifatiusmusical.
Nach dem Gottesdienst ist im Hof der
Domdechanei/Dechaneigarten wieder ein Platzkonzert
und die Möglichkeit der Begegnung. Für die Wallfahrer besteht Gelegenheit,
einen Imbiß einzunehmen, und auch für Getränke ist
gesorgt. Auch die geistlichen Gemeinschaften beteiligen sich mit einem Programm
am Bonifatiusfest. Um 18 Uhr findet in der
Michaelskirche ein Lobpreisgottesdienst der Jugend statt.
Bereits am Vorabend des Bonifatiusfestes, Samstag, 5. Juni, werden um 20 Uhr die
Glocken sämtlicher Fuldaer Pfarrkirchen und aller beteiligten Gemeinden den
Festtag des Bistums feierlich einläuten. (bpf)
Medienberichte über angebliches Opfer. Verwirrung um Mixa
Augsburg. Die Staatsanwaltschaft will
die Namen möglicher Missbrauchsopfer von Walter Mixa
unter Verschluss halten. Die Behörde stellte klar, dass eine Person, die im
Internet fälschlicherweise als vermeintliches Missbrauchsopfer des
zurückgetretenen Augsburger Bischofs genannt wurde, nicht Teil der Untersuchungsakten
sei. Das teilte der leitende Oberstaatsanwalt in Ingolstadt mit.
Der im Internet benannte 26-Jährige
ließ nach einem Bericht des Donaukuriers über einen Anwalt verbreiten, er habe
mit dem Fall Mixa nichts zu tun. Der Donaukurier
hatte am Wochenende einen katholisch-konservativen Internetdienst zitiert, dem
zufolge der Mann als angebliches Mixa-Opfer den
Missbrauch bestritten habe. Gegen Mixa laufen
Vorermittlungen wegen des Verdachts auf sexuellen Missbrauch eines
Minderjährigen. Papst Benedikt XVI. hatte am Samstag das Rücktrittsangebot Mixas vom 21. April angenommen.
Der neue Diözesanadministrator des
Bistums, Weihbischof Josef Grünwald (73), forderte am Montag von der Kirche
"ehrliche Selbstkritik und Selbsterkenntnis". Die Vorwürfe müssten
geklärt werden. Grünwald verneinte die Frage, ob das Bistum Mixa
angezeigt habe. Man habe aber nach den Leitlinien der Deutschen
Bischofskonferenz gehandelt und Verdachtsfälle der Generalstaatsanwaltschaft
München zur Prüfung übergeben.
Grünwald war am Samstag vom Domkapitel
zum Administrator gewählt worden. Er leitet das Bistum, bis der Papst einen
Nachfolger für Mixa beruft. (dpa/epd 11)
Regina Caeli zum Marienmonat Mai
Den Marienmonat Mai hat Papst Benedikt
XVI. in den Mittelpunkt seiner Ansprache zum Gebet des Regina Caeli gestellt. Maria sei die erste und vollkommenste
Jüngerin Jesu gewesen. Sie habe zuerst das Wort Ihres Sohnes gehört und ihn
zugleich als Mutter und demütige und gehorsame Magd geliebt. Hier sein Gruß an
die deutschen Pilger:
„Ein herzliches „Grüß Gott“ sage ich
allen Gläubigen und Besuchern deutscher Sprache. Besonders grüße ich heute die
Teilnehmer und Unterstützer des Etappen-Laufs NCL Charity
Run von Berlin nach Rom zugunsten von Kindern, die an der unheilbaren
Stoffwechselkrankheit NCL leiden. – In der Osterzeit lädt uns das Gebet Regina cæli ein, uns mit Maria über die Auferstehung ihres Sohnes
zu freuen und sie um ihre Fürbitte anzurufen. „Bitt Gott für uns, Maria“: So
dürfen wir gerade im Marienmonat Mai unsere Anliegen der Gottesmutter
anvertrauen, und dies will ich in besonderer Weise tun, wenn ich diese Woche
während meiner Apostolischen Reise nach Portugal als Pilger nach Fatima komme.
Maria begleite uns und unsere Lieben mit ihrer mütterlichen Fürsprache.“
In Fatima will Benedikt des 10.
Jahrestages der Seligsprechung der Seherkinder gedenken. Die Abreise ist für
Dienstag geplant. Im brasilianischen Teil seiner Grußworte grüßte Benedikt die
Teilnehmer des Eucharistischen Kongresses in der Hauptstadt Brasilia. (rv 9)
Kommentar. Mixa als Bauernopfer?
Der Missbrauchsvorwurf gegen Walter Mixa wird Benedikt XVI. an seinem Schreibtisch in Rom blass
gemacht haben. Doch auch ohne diese jüngste Eskalation war die Amtszeit des
Augsburger Bischofs besiegelt. Mixas Eingeständnis
gelegentlicher "Watschn" im Kinderheim von
Schrobenhausen ließ alle vorherigen Beteuerungen von Gewaltlosigkeit,
priesterlichem Ethos und reinem Herzen als doppelzüngig, wenn nicht als glatt
gelogen erscheinen.
Jede Äußerung Mixas
hatte für die von Papst und Bischöfen versprochene Erneuerung die gleiche
Wirkung wie Schwefelsäure im Blumenwasser. Als die Bischofskonferenz Mixa dann öffentlich zum Rücktritt drängte, war das stille
Einvernehmen mit dem Vatikan klar. Diesen beispiellosen Schritt geht ein
katholischer Bischof niemals auf eigenes Risiko.
Die eigene Dynamik des
Missbrauchsskandals hat Rom, das sonst gern "in Jahrhunderten zu
denken" beliebt, ungewohnt schnell reagieren lassen. Das ist gut, aber
keineswegs beruhigend. Immer noch gibt es in der Kirchenleitung viele, die sich
unter dem Druck einer völlig überzogenen (Medien-)Kampagne sehen.
Nur die Bereitschaft zu Strukturreformen
– in der Priesterausbildung ebenso wie in der Auswahl von Bischöfen – kann dem
Eindruck wehren, einer wie Mixa sei bloß ein
bedauernswertes Bauernopfer. Joachim Frank Fr 11
EU: Aktion „Steuern gegen Armut“
Die Griechenland-Hilfe ist in Deutschland
unter Dach und Fach. Der Nürnberger Jesuit und Soziologe P. Jörg Alt warnt nun
die Politik davor, nach der Ablehnung einer Finanztransaktionssteuer im Zuge
der Griechenland-Hilfe die Märkte weiter gewähren zu lassen. Ansonsten
diskutiere Deutschland „bald über Finanzhilfen für Portugal und Spanien“, so
der Jesuit in Nürnberg. Er ist einer der Mitinitiatoren der Kampagne „Steuer
gegen Armut“. Der Vorschlag einer Steuer auf Transaktionen an den Börsen bleibe
aktuell.
„Die derzeitige Situation ist eine, wo
die Politik von den Märkten getrieben wird und keine, wo die Politik
gestalterisch tätig ist. Von daher begrüße ich den Versuch der Opposition, in
dieser Situation nicht nur Griechenland zu helfen, sondern gleichzeitig
Festlegungen zu finden, wie die Märkte an Kosten beteiligt werden bzw. wie
Spekulation ein Riegel vorgeschoben werden kann.“
Wer sind die Verlierer bzw. die
Gewinner in der gegenwärtigen Situation?
„Verlierer sind die Griechen, die dem
Druck der Märkte nicht standhalten konnten. Verlierer sind die europäischen
Steuerzahler, die wieder mal die Rechnung begleichen müssen. Verlierer sind die
europäischen Staaten, die sich noch höher verschulden mussten und gegen deren
Verschuldung nun noch besser spekuliert werden kann. Siehe die Absicht von Moodys, Portugal noch weiter herunterzustufen. Gewinner
sind all jene, die mit spekulativen Aktionen gegen den Euro Gewinne
einstreichen und behalten konnten.“
Was würden Sie der Bundesregierung
empfehlen?
„Die Politik muss den Primat über die
Märkte haben und sozialschädliches Verhalten wie etwa der Handel mit bestimmten
Produkten, z.B. Leerverkäufen oder kurzfristige Spekulation wie
computergestütztes Day Trading verboten werden,
welches der realen Wirtschaft nichts nützt sondern nur den Spekulanten. FTS
verteuert kurzfristige Spekulation. Man muss nicht auf alle warten, man kann es
auch EU- oder Euro-weit machen. Technische Voraussetzungen sind da. Es fehlt
nur politischer Wille.“(rv 9)
Menschenrechte. "Der Koran verlangt keine Genital-Beschneidung"
Es ist der wohl schlimmste Tag ihres
Lebens: Etwa 8000 Mädchen täglich werden die Genitalien verstümmelt. Geschätzte
140 Millionen Frauen weltweit sind betroffen. Bianca Schimmel hat bei der
Gesellschaft für technische Zusammenarbeit ein Projekt zur Überwindung dieses
grausamen Rituals geleitet.
WELT ONLINE: Frau Schimmel, wie
gravierend ist der Eingriff?
Bianca Schimmel: Meist wird er von
traditionellen Beschneiderinnen gemacht, alten Frauen
die hohes Ansehen genießen. Es passiert in Hütten in den Dörfern, aber auch in
den Städten. Die Mädchen werden meist nicht darauf vorbereitet, was sie genau
erwartet, ihnen wird erzählt, ihnen zu Ehren werde ein Fest gefeiert. Der
Eingriff erfolgt mit Rasierklingen, Messern, Scheren, zum Teil mit Glasscherben
oder Deckeln von Konservendosen. Ohne Narkose. Anschließend werden dem Mädchen
die Beine zusammengebunden, damit die Wunde heilt oder – bei der schwersten
Variante – zuwächst.
WELT ONLINE: Was sind die Auswirkungen?
Schimmel: Kurzfristig kann es aufgrund
von schlechten hygienischen Bedingungen zu Infektionen kommen – vielleicht ist
die Rasierklinge desinfiziert, vielleicht auch nicht –, die im Extremfall zum
Tod führen. Es kann auch HIV übertragen werden. Der Eingriff wird zunehmend in
Krankenhäusern oder Gesundheitsstationen vorgenommen, in Guinea beispielsweise
bei etwa 25 Prozent der Verstümmelungen. Man spricht von Medikalisierung,
aber das ändert nichts an der Schwere des Eingriffs.
WELT ONLINE: Ist also die vorwiegend
medizinische Aufklärung der vergangenen Jahre der falsche Weg gewesen?
Schimmel: Das ist vielleicht zu
pauschal, aber es gab schon eine einseitige Betrachtung. Da Verstümmelung ein
sensibles Thema ist, ist es einfacher, über die gesundheitlichen Folgen zu
sprechen als zu versuchen, die Traditionen, die Machtverhältnisse zu ändern. Es
ist ein guter Einstieg, aber man braucht Begleitmaßnahmen: eine aktive
Kooperation mit dem Gesundheitspersonal, religiösen Führern und auch Schulen.
Problematisch ist, dass die Verstümmelungen Zusatzeinkünfte für die oft
unterbezahlten Ärzte oder Schwestern darstellen.
WELT ONLINE: Ist der Anteil
genitalverstümmelter Frauen dort geringer, wo der Bildungsgrad höher ist?
Schimmel: Das ist grundsätzlich
richtig, wobei zum Beispiel Ägypten, wo die Verbreitung trotz eines
vergleichsweise hohen Bildungsniveaus der Bevölkerung bei 90 Prozent liegt, dem
widerspricht. Aber Bildung ist ein großer Schlüssel. Was sich bewährt hat ist,
die Aufklärung in den Schulen durch die Arbeit mit Familien und Gemeinden zu
unterstützen. Wir entwickeln auch Module für Schulen. Dazu müssen natürlich
erst mal die Lehrer sensibilisiert und ausgebildet werden. Aber ich war in
Burkina Faso bei einem Projekt dabei und es war beeindruckend, wie offen die
Lehrer mit dem Thema umgehen und sogar Bilder zeigen.
WELT ONLINE: Warum tut eine Mutter, die
den Schmerz und die Gesundheitsschäden aus eigener Erfahrung kennt, ihrer
Tochter so etwas an?
Schimmel: Ich habe mich auch gefragt,
wie kann das sein? Wir betrachten das als Menschenrechtsverletzung, aber in den
betreffenden Ländern wird das als gesellschaftliche Norm gesehen. Es geht um
Tradition, um Respekt vor der älteren Generation, aber vor allem um
Gruppenzugehörigkeit. Wenn ein Dorf so ein Ritual hat, verleiht es auch Identität.
Und gerade dort, wo Gruppensolidarität wichtig ist für das Überleben, kann eine
Ausgrenzung extreme Folgen haben. Ich habe in Gesprächen mit Frauen oft gehört
„Ja, ich weiß, ich habe diesen Schmerz selbst erlebt, aber ich möchte nicht
dass meine Tochter ausgegrenzt wird und keinen Mann findet.“ Und die
Heiratsfähigkeit der Tochter ist eben häufig noch ein großes Kapital für die
ganze Familie.
WELT ONLINE: Welche Rolle spielen die
Männer?
Schimmel: Es geht auch um weibliche
Sexualität, um Mythen, die sich darum ranken: Eine unbeschnittene
Frau gilt als unkontrollierbar, wird als Hure abgestempelt. Es geht um die
Verringerung des weiblichen Sexualverlangens, die Kontrolle der weiblichen
Sexualität. Das alles sitzt tief, deshalb ist es wichtig, das Thema aus der
Tabuzone und in die gesellschaftliche Debatte zu holen.
WELT ONLINE: Funktioniert das? Auch in
islamisch geprägten Ländern, wo eine Offenheit wie Sie sie aus Burkina Faso
beschrieben haben, undenkbar wäre?
Schimmel: Mauretanien ist da ein ganz
gutes Beispiel. Viel ist durch den ergänzenden Dialog mit religiösen Führern
erreicht worden. Dort wurde Anfang 2010 eine Fatwa (Rechtsgutachten von
islamischen Gelehrten; d.Red.) verabschiedet, in der
das Forum der islamischen Führer erklären, dass der Koran keine Beschneidung
oder Verstümmelung verlangt und gesundheitsschädliche Praktiken verurteilt. Es
gab immer wieder Kolloquien, die auch von der GTZ unterstützt wurden, in der
Islamgelehrte, Mediziner, Vertreter des öffentlichen Lebens, aber auch der Zivilgesellschaft
debattiert haben. Mauretanien ist ein sehr debattierfreudiges Land.
WELT ONLINE: Wie sieht es im Vergleich
dazu in Mali aus?
Schimmel: In Mali begleiten wir die
Integration des Themas weibliche Genitalverstümmelung in den Schulunterricht
durch außerschulischen Dialog. So ist auch sichergestellt, dass nicht nur
Schülerinnen und Schüler, sondern auch deren Familien und Heimatgemeinden
erreicht werden. Eine Studie im vergangenen Jahr hat den Erfolg dieses
Vorgehens belegt: Dort, wo diese sogenannten Generationendialoge durchgeführt
wurden, sind die Eltern offen dafür, dass ihre Kinder in der Schule über
Genitalverstümmelung unterrichtet werden. Und nur noch wenige von ihnen haben
vor, ihre Tochter verstümmeln zu lassen. Allerdings müssen wir mit einem
Erstarken des Fundamentalismus auch Rückschläge hinnehmen. Im Gegensatz zu
Mauretanien ist die gesellschaftliche Debatte schwieriger. Der Dialog mit den
islamischen Gelehrten ist ins Stocken geraten. Deshalb fördern wir den
Austausch zwischen den beiden Ländern.
WELT ONLINE: Wie zuverlässig sind denn
Umfragen? Schließlich ist Genitalverstümmelung in vielen Ländern offiziell
verboten.
Schimmel: Die muss man natürlich mit
einer gewissen Vorsicht betrachten. Wir haben die Problematik, dass die Mädchen
zum Zeitpunkt des Eingriffs immer jünger sind, um Verbot und Kontrolle zu
umgehen. Es gibt einen regelrechten Verstümmelungstourismus aus Ländern mit
gesetzlichen Verboten in solche ohne. Genauere Zahlen gibt es immer nur bei
neuen statistischen Erhebungen zu Demografie und Gesundheit, bei denen auch
Daten in Krankenhäusern und Gesundheitsstationen erhoben werden.
WELT ONLINE: Es gibt Ansätze, die
Verstümmelung als Initiation junger Mädchen durch andere Riten zu ersetzen. Ist
das erfolgreich?
Schimmel: Nur dort, wo die Beschneidung
noch rituellen Charakter hat. Das ist zum Beispiel in Sierra Leone der Fall,
aber auch in Kenia, wo es einige Erfolge mit alternativen Riten gibt: Sie
bewahren die Traditionen, aber ersparen den Mädchen die Verstümmelung. Allerdings
stellen wir auch fest, dass der Eingriff immer häufiger von der Initiation
losgelöst ist. Jens Wiegmann DW 10
Italien: Dialogbereiter Islam?
Nicht nur Hardliner glauben nicht so
recht an den interreligiösen Dialog mit dem Islam. Zu unterschiedlich seien
dafür die Vorstellungen von Staat und Religion. Dass es aber Strömungen im
Islam gibt, die genau diesen Dialog mit Juden und Christen wollen, das wurde
jetzt in Rom bei einer Tagung der Päpstlichen Universität „Angelicum“
deutlich. Moa Siddiqui ist eine junge anglo-pakistianische Theologin und leitet in Glasgow das „Center of Study of Islam“. Sie sieht den
gegenwärtigen Pluralismus als Herausforderung an, der sich bereits der Koran
gestellt habe, so die Theologin bei einem Vortrag an der Dominikaner-Uni. Die
zutiefst islamische Idee der „Kompassion“, des
Mitleids, sei eine mögliche Basis des praktisch gelebten Dialogs.
Einseitigkeiten müssten auf beiden Seiten überwunden werden.
„Ich bin in Pakistan geboren und in
Großbritannien aufgewachsen, und ich kenne die Situation von religiösen
Minderheiten in islamischen Staaten. In westlichen Ländern wird leider nur
wahrgenommen, dass der Islam die Religionsausübung von Andersgläubigen
behindert. Viele Moslems sehen das aber ganz anders, und diese einfache
Botschaft muss immer wieder gesagt werden. Wie kann also auf beiden Seiten ein
Geist der Großzügigkeit gewonnen werden?“
Auch die Idee der gemeinsamen Wurzel in
Gott hebele die Vorstellung vom „Ungläubigen“ aus, so die Theologin, und damit
die geistigen Voraussetzungen für Heilige Kriege und andere interreligiöse
Konflikte. (rv 9)
"Les Prêtres" in Frankreich. Die Boygroup Gottes
Drei singende Priester verdrängen Lady Gaga von der Hitparadenspitze in
Frankreich. Die Kirche findet's gut – schließlich
hilft es gegen ihr lädiertes Image. VON RUDOLF BALMER
Halleluja! Das Publikum ist begeistert.
Früher galt mal die Regel, dass in der Kirche nicht applaudiert wird. Doch an
diesem Abend endet in der Basilika Sacré-Coeur von
Marseille das Konzert mit einer stehenden Ovation. "Das wäre wunderbar,
wenn es jeden Abend bei der Messe so viel Leute gäbe", träumt der
Hausherr, Pfarrer Jean-Pierre Ellul. Ihr Wunder
bringen in seinem Gotteshaus drei Sänger mit ihren Stimmen zustande. "Les Prêtres" (Die Priester) nennt sich das Trio. In
wenigen Wochen hat es die Spitze der französischen Hitparade erobert und
Madonna, Lady Gaga oder auch international weniger
bekannte französische Chanson-Stars auf die hinteren Plätze verwiesen.
Frankreichs Kirche kann sich über diese
unerwartete Begeisterung freuen. Sie ist Balsam für ein von weltweit platzenden
Pädophilie-Skandalen lädiertes Image der katholischen Priester. Papst Benedikts
französische "Boys Band", wie sich die singenden Geistlichen mit Sinn
für Selbstironie bezeichnen, versöhnt sowohl praktizierende Katholiken wie auch
viele nichtgläubige Fans mit der Religion und einem spirituellen Repertoire,
das ein wenig aus der Mode gekommen war. Über den Geschmack der Interpretation
von Händels "Sarabande" auf ihrem Opus "Spiritus Dei" dagegen lässt sich streiten.
Der "Manager" des
Erfolgstrios ist kein anderer als ihr Bischof in Gap, Msgr.
Jean-Michel di Falco. Zusammen mit seinem Freund, dem
Musiker Didier Barbelivien, organisierte er nach dem
Vorbild der irischen Gruppe The Priests ein Casting, bei dem ein Pfarrer, ein Vikar und ein Seminarist
den Wettbewerb gewannen. Der Glaube, der die drei gewiss beseelt, erklärt
allein allerdings nicht ihren Triumph. Frankreichs größte Fernsehgruppe TF1
sorgt als Produzent dafür, dass auf ihren Sendern entsprechend Werbung gemacht
wird. Bei TF1 glaubt man vor allem an bewährte Erfolgsrezepte. Obschon die
Tantiemen der Sänger, die zu einer Tournee von fünf Konzerten starten, für
wohltätige Werke ihres Bischofs bestimmt sind, fließt die Hauptsache der
Gewinne in die Tasche der schnöden Tempelkrämer von TF1 und der assoziierten
Vertriebsgesellschaft Universal. Mit dem Segen des Bischofs. Tsp 10
Pius XII.: „Retten statt Reden“
Die Katholische Kirche und das Dritte
Reich: Das Thema ist heiß umstritten und bis heute von zahllosen Kontroversen
und Debatten gekennzeichnet. Anpassung oder Widerstand, Kollaboration oder
Distanz - das sind die Pole der Kontroversen. Besonders heftig ist der Streit
um Papst Pius XII. und den Holocaust. Aldo Parmeggiani
hat Dr. Karl-Joseph Hummel, Direktor der Kommission für Zeitgeschichte an der
Forschungsstelle Bonn, gesprochen. Auf die Frage, ob es wahr ist, dass Papst
Pius XII. geschwiegen hat, obwohl er hätte reden können, sagt er:
„Wir hatten in der Vergangenheit die
Situation, dass Pius XII. reduziert worden ist auf die Frage: Der Papst und der
Holocaust. Durch die Öffnung der vatikanischen Archive wissen wir, dass hier
sehr viel mehr Perspektiven eine Rolle spielen. Hier kann man eine letztlich
gültige Antwort erst geben, wenn wir die Akten zur Verfügung haben bis 1945
oder 1958. Aber man kann soviel bereits sagen, dass
es wahrscheinlich ein vatikanisches Konzept gegeben hat mit der Bezeichnung 'retten
statt reden'. Wenn man die vielfältigen Aktivitäten sieht, die über die
Nuntiaturen unternommen worden sind, um Juden zu retten, dann hat dieses
Konzept 'retten statt reden' eben zur Folge, dass es unterhalb der
Aufmerksamkeit der Öffentlichkeit stattfindet und das wäre eine Erklärung für
das öffentliche, diplomatische Schweigen des Papstes. Weil das die
Voraussetzung für Rettung von Juden gewesen ist.“ (rv
9)
Augsburger Domkapital berät über Mixa-Nachfolger
„Es soll ein Bischof sein, der eint, der
volksnah ist, und eine Persönlichkeit darstellt.“ So stellt sich der Augsburger
Diözesanadministrator, Weihbischof Josef Grünwald, den Nachfolger von Walter Mixa auf dem Bischofsstuhl vor. Bald werde das Domkapitel
eine Liste mit drei möglichen Kandidaten für die Amtsnachfolge beim Vatikan
einreichen, so Grünwald. Nach vorn blicken, laute das Motto - dazu will er auch
die Katholiken in Augsburg ermutigen:
„Die Menschen sind aufgewühlt, sind zum
Teil enttäuscht. Aber es muss weitergehen! Wir sind Kirche, Kirche auf dem Weg.
Und es ist unser Auftrag, das Evangelium auch unter schwierigen Verhältnissen
zu verkünden.“
Unterdessen scheinen sich die gegen den
zurückgetretenen Augsburger Bischof Mixa erhobenen
Vorwürfe nach ersten Vorermittlungen nicht zu bestätigen. Der mit den
Vorermittlungen befasste Ingolstädter Leitende Oberstaatsanwalt Helmut Walter
sagte dem Bayerischen Rundfunk, die Hinweise reichten nicht aus, um einen
„konkreten Straftatbestand zu benennen“. Auch sei seiner Behörde bisher kein mögliches
Opfer namentlich bekannt. (dlf/domradio
11)
Katholische Kirche auf dem Hessentag 2010
Bistum Fulda und katholische
Pfarrgemeinden in Stadtallendorf präsentieren vielfältiges Kirchenprogramm
Fulda/Stadtallendorf. „Das Bistum Fulda
freut sich, dass auch in diesem Jahr der Hessentag in unserer Diözese
stattfindet“, dies hat der Hessentagsbeauftragte des
Bistums Fulda, Ordinariatsrat Monsignore
Christof Steinert, bei der Vorstellung des katholischen Kirchenprogramms in
Stadtallendorf deutlich gemacht. Der Hessentag findet hier in der Zeit vom 28.
Mai bis 6. Juni statt.
Hessentag und katholische Kirche – das
heißt in Stadtallendorf: Bistum Fulda und seine katholischen Pfarrgemeinden vor
Ort. Die Stadtkernpfarreien St. Michael, St. Katharina und Christkönig
präsentieren gemeinsam mit der Diözese Fulda ein vielfältiges und
abwechslungsreiches Kirchenprogramm.
Im Bistumszelt auf der Hessentagsstraße laden katholische Verbände, Einrichtungen
und Ordensgemeinschaften an jedem Tag zum Kennen lernen und zum Gespräch ein.
Mit dabei sind: Stiftsschule St. Johann Amöneburg,
Referat Neuevangelisierung „church factory“, BDKJ, Malteser Hilfsdienst, Sozialdienst
katholischer Frauen, Caritas im Bistum Fulda, Katholische Frauengemeinschaft
Deutschlands (Stadtallendorf), Barmherzige Schwestern vom h. Vinzenz von Paul,
Schönstatt-Bewegung, Katholikenrat im Bistum Fulda, Bonifatiushaus
– Bildungshaus und Akademie des Bistum Fulda.
In der katholischen Kirche St. Michael finden
Veranstaltungen, Gottesdienste und Aktionen der katholischen Gemeinden
statt. So gibt es „Rund um St. Michael“
ein Kirchencafé, ein „Zelt der Stille“, immer wieder Gottesdienste und
Gebetszeiten mit Musik, Chorkonzerte und eine interessante Ausstellung zum
Thema „Kirchenjahr“, die von Schülerinnen und Schülern der Stiftsschule St.
Johann, Amöneburg, konzipiert wurde. Die Ausstellung
führt in 12 Stationen durch das Kirchenjahr: Taufe, Advent, Weihnachten,
Aschermittwoch, Fastenzeit, Palmsonntag, Ostern, Weißer Sonntag/Fronleichnam,
Christi Himmelfahrt, Pfingsten, Erntedank/Kirchweihfest, Allerheiligen.
Ein Höhepunkt wird der ökumenische
Festgottesdienst mit Bischof Heinz Josef Algermissen
und dem evangelischen Bischof Dr. Martin Hein am 30. Mai um 11.30 Uhr in der
Stadthalle sein. Am Nachmittag des gleichen Tages beginnt in St. Michael um 16
Uhr ein Mundartgottesdienst in „hessischem Platt“.
Der Fronleichnamstag am 3. Juni wird
mit einer Sternprozession der Stadtallendorfer Kernstadtgemeinden
eröffnet, um 10 Uhr findet des Fronleichnamsgottesdienst im Hessenpalace statt,
im Anschluss daran führt die Prozession über die Hessentagsstraße
zur Pfarrkirche St. Michael.
Angebote für die „Kleinsten“ bietet das
Kinderprogramm der katholischen Kirche: Am 29. Mai eine Bibelentdeckertour,
alles zum Thema „Schöpfung“ steht am 1. Juni auf dem Programm und am 5. Juni
lädt der Kinderliedermacher Uwe Lal um
„Kinder-Mitmach-Konzert“ ein – Motto: Eine Reise durch die Bibel.
Das vollständige Programm des Bistums
Fulda auf dem Hessentag findet sich im Internet unter
www.hessentag.bistum-fulda.de oder kann bei der Stabsstelle
Öffentlichkeitsarbeit-Internet-Organisation, Paulustor 5, 36037 Fulda, bestellt
werden. (bpf)