Notiziario religioso  10-11  Maggio  2010

Archivio

Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 10 maggio. Il commento al Vangelo. “Quando verrà il Consolatore”  1

2.       Martedì 11 maggio.  Il commento al Vangelo. “Quando me ne sarò andato, ve lo manderò”  1

3.       In Portogallo l’11-14 maggio. Nel segno di Maria. L'attesa per la visita di Benedetto XVI 1

4.       Congresso Europeo sulle Migrazioni. Le Conferenze episcopali europee per una Europa accogliente  2

5.       La memoria e l'impegno. Due date storiche per il futuro  2

6.       Ccee. La famiglia è la realtà sociale più fortemente colpita e ferita dalla migrazione  3

7.       Per una libertà responsabile. Con una visione unitaria della vita  3

8.       Mci-Germania. Pubblicati gli atti del convegno nazionale 2009  3

9.       Santa eppure mescolata ai peccatori: la Chiesa del papa teologo  4

10.   "Credo la santa Chiesa cattolica”"  5

11.   CEI: Giornata del creato. Il futuro della terra. Necessaria una conversione ecologica  5

12.   Vangelo dei migranti, con prefazione del Card. Roger Etchegaray  6

13.   Pedofilia, cardinale di Vienna attacca Sodano: «Ha insabbiato e offeso vittime»  6

 

 

1.       Ökumenischer Kirchentag in München. Das Klima ist rauer geworden  6

2.       Vatikan/Deutschland: Papst nimmt Mixas Rücktritt an  7

3.       Keine Kirchenzugehörigkeit zum Nulltarif 8

4.       Bischof dementiert Missbrauch. Vatikan nimmt Mixa-Rücktritt an  8

5.       Missbrauchsvorwurf. Kardinal Lehmann begrüßt Absetzung Mixas  9

6.       Erzbischof stellt Priester-Zölibat in Frage  9

7.       Gefallener Bischof Mixa. Vom Papstliebling zum Paria  10

8.       Gemeinsam beim Ökumenischen Kirchentag: WECF, Mütter gegen Atomkraft e.V. und projekt21plus  11

9.       Verdacht auf sexuellen Missbrauch. Vorermittlungsverfahren gegen Bischof Mixa  11

10.   Kommentar. Walter Mixa, der Fall 11

11.   Vatikan/Belgien: Bischöfe bekräftigen Null-Toleranz-Politik bei Missbrauch  12

12.   Streit der Woche. „Der Steuerzahler zahlt Mixas Pension“  12

13.   Bischof Fürst: „Den Dialog mit Austrittswilligen suchen“  12

14.   Papst: „Belgiens Kirche ist von Sünden geprüft“  12

15.   Brasiliens Bischöfe verurteilen Pädophilie  13

16.   Katholiken hoffen nach Ablösung Mixas auf Neuanfang  13

17.   Päpstliche Akademie warnt vor Krise des Sozialsystems  13

 

 

 

 

Lunedì 10 maggio. Il commento al Vangelo. “Quando verrà il Consolatore”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 15,26—16,4a) commentato da P. Lino Pedron 

 

26 Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; 27 e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio.

16 1 Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. 2 Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. 3 E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. 4 Ma io vi ho detto queste cose perché, quando giungerà la loro ora, ricordiate che ve ne ho parlato.

Gli amici di Gesù non saranno lasciati soli nelle persecuzioni e nelle circostanze dolorose: lo Spirito Santo li renderà abili alla testimonianza, confonderà i nemici del Cristo e lo glorificherà.

La missione specifica dello Spirito consisterà nel rendere testimonianza al Cristo, nel glorificarlo e nel prendere le sue difese davanti al mondo (Gv 16,8 ss).

Nel mandare il Paraclito, Cristo non opera in modo autonomo o indipendente, perché egli lo invia "da presso il Padre" e questa persona divina "procede da presso il Padre". Egli, venendo sui discepoli, svolgerà la sua missione a favore di Gesù, rendendogli testimonianza. Il Paraclito è chiamato "Spirito della verità" perché è lo Spirito di Cristo che è la verità (Gv 14,6) e perché svolge la sua missione a favore di Cristo che è la verità.

I discepoli potranno testimoniare la loro fede in Cristo perché riceveranno nel cuore la testimonianza interiore dello Spirito. Questa persona divina suscita l’adesione vitale al Figlio di Dio (Gv 3, 5 ss) e conferma la fede profonda mediante la quale si riporta vittoria sul mondo incredulo (1Gv 5,5-6).

Gli apostoli potranno rendere testimonianza alla divinità del Cristo perché sono stati con lui fin dall’inizio. Fortificati nella fede dallo Spirito Santo, saranno testimoni del Cristo dinanzi al mondo (Lc 24,48; At 1,8.22).

Con la sua rivelazione sul Paraclito, Gesù vuole prevenire lo scandalo dei discepoli in tempo di prove e di persecuzioni. L’emarginazione dalla società civile e religiosa sarà il primo passo contro i cristiani. L’odio dei nemici di Gesù si manifesterà anche in atti di violenza che giungeranno fino all’assassinio; anzi, chi ucciderà i discepoli del Cristo penserà di rendere culto a Dio, perché non hanno conosciuto né il Padre né il Figlio.

Gesù ha rivelato in anticipo ai suoi amici le persecuzioni degli uomini e la testimonianza dello Spirito perché non si meraviglino e non si spaventino di tanto odio del mondo. De.it.press

 

 

 

 

Martedì 11 maggio.  Il commento al Vangelo. “Quando me ne sarò andato, ve lo manderò”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 16,5-11) commentato da P. Lino Pedron 

 

5 Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: Dove vai? 6 Anzi, perché vi ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. 7 Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. 8 E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. 9 Quanto al peccato, perché non credono in me; 10 quanto alla giustizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più; 11 quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato.

Gesù sta per tornare al Padre e sente il bisogno di premunire i discepoli dalle tentazioni dello sconforto e dell’apostasia. In tali circostanze dolorose i discepoli sperimenteranno angoscia e sofferenza, simili alle doglie del parto, ma la loro tristezza si trasformerà in gioia quando Gesù tornerà a prenderli con sé (Gv 16,21-22). Questa felicità sarà pregustata parzialmente in occasione dell’apparizione del Risorto ai Dodici (Gv 20,20).

Il cuore dei discepoli non deve turbarsi per l’annuncio della partenza di Gesù perché egli farà ritorno ad essi mediante il suo Spirito. La funzione dello Spirito Santo consiste nel convincere il mondo di peccato, di giustizia e di giudizio. Egli fornirà ai discepoli, nell’intimo della loro coscienza, la prova irrefutabile del grave delitto commesso dal mondo incredulo, rifiutando la rivelazione di Gesù e uccidendolo.

Lo Spirito convincerà il mondo di peccato perché non crede in Gesù: il peccato del mondo è l’incredulità. Convincerà il mondo di giustizia perché Gesù ha fatto ritorno al Padre e perché mostrerà che il passaggio di Gesù da questo mondo al Padre non è una sconfitta, ma il trionfo del Cristo sul mondo che l’ha crocifisso pensando di sconfiggerlo per sempre.

Lo Spirito della verità farà giustizia a Gesù facendo rivedere il processo ingiusto nel quale il Cristo è stato condannato iniquamente, anzi, ne capovolgerà la sentenza a suo favore. L’apparente sconfitta di Cristo sulla croce costituisce il suo ritorno glorioso presso Dio, il suo ingresso trionfale nella gloria del Padre.

Lo Spirito infine convincerà il mondo di giudizio "perché il principe di questo mondo è giudicato". Con la revisione del processo di Gesù nell’intimo delle coscienze, lo Spirito della verità mostrerà ai discepoli, nella fede, che il responsabile principale della passione e morte del Cristo, il diavolo, è stato giudicato e condannato proprio quando sembrava che avesse riportato vittoria completa su Gesù facendolo morire.

Il principe di questo mondo è stato sconfitto e cacciato fuori dal mondo con l’esaltazione del Figlio di Dio (Gv 12,31). De.it.press

 

 

 

In Portogallo l’11-14 maggio. Nel segno di Maria. L'attesa per la visita di Benedetto XVI

 

Cresce l’attesa nel Paese lusitano per la visita di Benedetto XVI (11-14 maggio). Nelle scorse settimane, i vescovi portoghesi avevano pubblicato una nota pastorale, nella quale auspicavano che la visita non rimanesse “un avvenimento passeggero, ancorché partecipato e festivo”, ma che al contrario rappresentasse “il seme di un rinnovamento spirituale, apostolico e sociale”. Parole che sembrano essere state ben recepite dai portoghesi, tant’è che il coordinatore generale della visita, mons. Carlos Azevedo, dal sito ufficiale www.bentoxviportugal.pt, ad una settimana dall’arrivo del Papa, parla già di “frutti”.

 

Primi frutti. “Si nota – afferma mons. Azevedo – un’onda di dinamismo crescente e questo è gratificante. Le persone telefonano dicendo che vogliono esserci, vogliono aiutare, vogliono partecipare e sebbene le loro proposte adesso non possano più essere accolte, ciò che importa è l’entusiasmo che si sta generando”. “C’è qualcosa che risuona dentro le persone quando vedono qualcuno che è diverso, perché quel qualcuno non ha solo un peso di governo, ma porta con sé il peso di ciò che rappresenta – dichiara il vescovo ausiliare di Lisbona – e questo è qualcosa che si sente e le persone vibrano, non si sa spiegare come, esplodono di gioia e vibrano e questo può ricrearle. Speriamo che questo entusiasmo non venga indebolito dalle difficoltà economiche che sappiamo in questi giorni preoccupano la vita delle persone”. Per mons. Azevedo, “sarà molto interessante analizzare l’impatto che questa cosa produrrà in molte persone che lavorano nei media e che potranno vedere che c’è un salto qualitativo d’organizzazione della stessa Chiesa e anche della formazione delle persone che adesso stanno diventando più attente e in modo nuovo considereranno ciò che avviene da parte della Chiesa”. Tra gli altri frutti di questi mesi di preparazione anche “la maggior conoscenza che le persone, in generale, ed il popolo cristiano, in particolare, hanno cominciato ad avere attorno alla figura di papa Benedetto XVI”, dice il vescovo, ricordando che “le librerie hanno attualmente circa 50 titoli su Benedetto XVI, tradotti in portoghese”. “Il Papa è stimato ed è apprezzato per le idee. La preparazione già ha reso molte parrocchie e molti cristiani consapevoli di ciò e questo è un frutto che stiamo già raccogliendo prima del suo arrivo”.

 

Parole di speranza. Parole di “speranza” e di “spinta per il futuro”. È quanto si attende il Portogallo da questa visita del Pontefice. Ne è convinto il portoghese padre Duarte da Cunha, segretario generale del Ccee, il Consiglio delle Conferenze episcopali europee. “Negli ultimi tempi – spiega a SIR Europa – il Portogallo è un Paese depresso, sia per la crisi economica sia per la progressiva mancanza di fede. È un popolo che sta perdendo la speranza. La gente ha quindi bisogno di ritrovare motivi di gioia. Ha bisogno di parole di realismo ma anche di spinta per il futuro”. Da poco rientrato dal Portogallo e in attesa di ripartire proprio per seguire il viaggio apostolico, padre Da Cunha conferma quanto il suo Paese “stia prendendo molto seriamente questo viaggio e non solo tra i fedeli della Chiesa ma anche nell’opinione pubblica e a livello statale. Si vede un grande entusiasmo e questa accoglienza è visibile nei cartelloni già messi sulle strade. Si avverte insomma un atteggiamento onesto, non critico”. Padre Duarte da Cunha ritiene inoltre che “la scelta di Benedetto XVI di andare a Lisbona, Fatima e Porto non è casuale. Lisbona è la capitale del Portogallo e qui è previsto l’incontro del Santo Padre con il mondo della cultura al quale si guarda con grande aspettativa soprattutto per quello che il Papa dirà. A Fatima, invece il Papa si farà pellegrino tra i pellegrini, mentre Porto, la capitale del Nord, è la zona del Paese che maggiormente ha risentito della crisi economica. Anche i giovani si stanno mobilitando per accogliere il Papa. Lo faranno dall’aeroporto, seguendo poi Benedetto XVI in tutti gli appuntamenti”. L’11 maggio, giorno del suo arrivo, “hanno addirittura organizzato per il Papa una serenata sotto la nunziatura dove sarà ospite”.

 

Un accento mariano. Il mondo della cultura, i membri del clero e la pastorale sociale saranno questi i tre incontri particolari che Benedetto XVI presiederà nel suo viaggio che avrà come tema "Insieme a te, camminiamo nella speranza". La conferma viene da padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, che il 4 maggio ha illustrato il programma del 15° viaggio apostolico fuori dall'Italia del Pontefice. Nella visita, che avrà un accento spiccatamente mariano, il Papa celebrerà i 10 anni della beatificazione dei pastorelli Jacinta e Francisco Marto, che insieme alla cugina Lúcia dos Santos furono i testimoni delle apparizioni della Madonna di Fatima nel 1917. Per padre Lombardi, Fatima è “un santuario mariano in cui ci sono stati degli eventi di cui Benedetto XVI si è occupato in modo molto approfondito, personalmente, anche proprio dal punto di vista della teologia e della spiritualità e naturalmente. Fatima è un luogo in cui lo sguardo si allarga per una meditazione sulla storia". Benedetto XVI è il terzo Papa a visitare Fatima dopo Paolo VI (1967) e Giovanni Paolo II (1982, 1991 e 2000). sir

 

 

 

 

 

Congresso Europeo sulle Migrazioni. Le Conferenze episcopali europee per una Europa accogliente

 

Malaga – “Aprire i canali della carità di Cristo a quella che è già una moltitudine di nostri fratelli, gli emigranti”. Con queste parole il card. Antonio Maria Rouco Varela, Arcivescovo di Madrid e Presidente della Conferenza Episcopale Spagnola (CES), si è espresso nella omelia che ha concluso il 1 maggio scorso a Malaga l’VIII Congresso Europeo sulle Migrazioni.

Il Congresso ha affrontato, con una riflessione realistica e minuziosa, la problematica della migrazioni in Europa, nella prospettiva e alla luce dell'antropologia cristiana.

L’arcivescovo di Madrid ha esortato le Chiese d’Europa a fare in modo che la vita degli immigrati e quella delle loro famiglie “si sviluppino con quel minimo di benessere che è proprio della dignità umana, in condizioni più propizie di quelle che riescono a ottenere nei loro paesi di provenienza”.

L’incontro si era aperto con un messaggio di Benedetto XVI (ne abbiamo riferito nel numero scorso) letto dal Presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, mons. Antonio Maria Vegliò, che intervenendo successivamente ha parlato di una specie di “deriva etnica istituzionalizzata, che certamente non favorisce né l’approccio sereno degli autoctoni verso gli immigrati e neppure il processo di integrazione degli immigrati nel tessuto delle società di arrivo”. Ciò che preoccupa mons. Vegliò è che “l’Europa sentendosi fortezza assediata, affronta sulla difensiva il fenomeno della mobilità. Viene, così, proposta e ribadita la trilogia inaccettabile immigrazione-criminalità e terrorismo-insicurezza”.

 

“Ecco allora - ha proseguito - che l’obiettivo della politica europea appare quello di limitare il numero degli immigrati, rendendo difficile e quasi impossibile l’arrivo di quelli regolari, e di eliminare gli irregolari”. Il Presidente del dicastero vaticano ha quindi ammonito che le misure “punitive non bastano, spesso nemmeno scoraggiano nuove partenze, le rendono solo più pericolose o costose”. Per mons. Vegliò è ancora “più dannoso portare avanti una strumentalizzazione politica delle migrazioni senza davvero prendere i provvedimenti necessari, anzi scatenando risentimenti xenofobi nella popolazione locale e, di conseguenza, anche reazioni violente che possono trovare addirittura giustificazioni nelle parole di questo o quel politico come 'ci vuole cattiveria con i clandestini'. Piuttosto - ha quindi osservato mons. Vegliò - ci si dovrebbe chiedere come far incontrare la domanda e l'offerta di manodopera senza che i lavoratori stranieri debbano sempre passare per la porta dell'irregolarità”. Il rappresentante del dicastero vaticano ha quindi suggerito una “visione nel segno della positività”, ammonendo che “più le misure sono restrittive e più aumenta il numero dei migranti irregolari e dei trafficanti di manodopera straniera”.

“Il cristiano - ha detto il card. Josip Bozani?, Arcivescovo di Zagabria e vice-Presidente del Ccee - non teme l’incontro con persone, culture e religioni. Egli per primo si riconosce raggiunto, incontrato da Cristo”. Il quadro che emerge dai flussi migratori in Europa “è complesso, in alcuni casi si fa addirittura preoccupante. Sorgono domande, dinanzi a questa nuova configurazione dei nostri Paesi e si hanno atteggiamenti diversi: accanto alla presenza di interventi di accoglienza generosa”, “si registrano purtroppo anche atteggiamenti di rifiuto, paure, timori, chiusure”. Ma il cristiano “non teme l'incontro” e la sua testimonianza “passa sempre attraverso l'esigente cammino di ricerca del bene per i fratelli, che ci spinge a conformare il nostro comportamento in base ai principi di fraternità e responsabilità, a promuovere l'incontro, il dialogo, l'accoglienza, l'ospitalità e a guardare soprattutto al bene integrale della persona, al bene della famiglia, alla ricerca della vera pace”. (Migranti-press)

 

 

La memoria e l'impegno. Due date storiche per il futuro

 

Le celebrazioni di eventi che hanno cambiato la direzione della storia non possono essere considerate "tempo perso". Nel ricordarlo riferendosi ai 150 anni dell'Unità d'Italia, il presidente della Repubblica, preceduto nella stessa linea di pensiero dal card. Angelo Bagnasco, ha posto all'attenzione dell'opinione pubblica la memoria come valore grande e irrinunciabile per costruire il bene comune e il futuro.

Le difficoltà, le crisi, le fatiche che si stanno vivendo anche in Italia e in Europa non sono motivo per cancellare ma per purificare le manifestazioni celebrative, per dare loro significato e prospettiva dal momento che vengono liberate da formalità e luoghi comuni.

Porsi con indifferenza di fronte a ricorrenze che hanno segnato, anche con il dolore, la vita di persone e popoli, è commettere "il peccato più grande", diceva nei giorni scorsi al Parlamento europeo Wladyslaw Bartoszewski, segretario di Stato della Polonia, sopravvissuto ad Auschwitz.

La memoria non è la nostalgia del passato, ricordare non è fermarsi a un album di fotografie ingiallite.

C'è un travaglio intellettuale che viene avviato da un calendario fatto di date scolpite nel cuore e nella mente. Date del passato, date per il futuro.

Così è anche per l'Europa che il 9 maggio ricorda la Dichiarazione di Schuman mentre in Grecia divampa un incendio che rischia di estendersi ad altri Paesi.

"L'Europa - si legge nella Dichiarazione letta a Parigi alle ore 16 del 9 maggio 1950, nella Sala dell'orologio al ministero degli Esteri in Quai d'Orsay - non potrà farsi in una sola volta, ne sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto".

Che valore possono avere queste parole in un'Unione europea messa a dura prova dalla crisi economica e da comportamenti non del tutto tesi alla costruzione della casa comune?

Utopia, ingenuità, astrattezza?

Le celebrazioni del 60° anniversario della Dichiarazione Schuman ripropongono il "sogno" dei padri fondatori della Comunità europea, quel "sogno" non era fuga dalla realtà ma fuga dalla guerra, dalla distruzione, dall'odio.

Era la grande visione di cui oggi la politica appare priva, di cui ci si sente orfani con il rischio che la rassegnazione vinca il coraggio e faccia dimenticare le tappe di un percorso, quello europeo, che è unico nella storia.

Come accade, purtroppo, per molti media italiani che ancora pongono l'informazione europea nelle pagine degli esteri, come se in questi sessant'anni non fossero state superate le frontiere, non fossero caduti tanti muri, non fosse sorta una casa comune.

È il momento dell'audacia non della resa, lo ricordava il 3 maggio il cardinale Bagnasco a Genova riferendosi ai 150 anni dell'Unità d'Italia: "Servono grandi visioni per nutrire gli spiriti e seminare nuovo ragionevole ottimismo".

Ciò vale anche per l'Unione europea che sempre il presidente della Cei accostava felicemente all'Italia offrendo ancor più forza e prospettiva all'appello per "un nuovo innamoramento del nostro essere italiani".

Innamorati dell'Italia e innamorati dell'Europa.

Come Jean Monnet, uno degli ispiratori della Dichiarazione Schuman: poco prima della morte ai giornalisti che gli chiedevano cosa fare per l'Europa rispondeva: "Continuer, continuer, continuer".

Andare avanti, nonostante tutto: questa é la bella avventura, anche per l'oggi.

Da vivere soprattutto con i giovani, per incoraggiarli ad avere pensieri grandi, a guardare oltre gli scetticismi e gli egoismi che nella storia hanno sempre aperto la strada a brutte avventure. Paolo Bustaffa

 

 

 

 

Ccee. La famiglia è la realtà sociale più fortemente colpita e ferita dalla migrazione

 

Malaga - La famiglia? È la realtà sociale più fortemente colpita e ferita dalla migrazione. Le comunità cristiane? Le prime ad impegnarsi per testimoniare che la fratellanza universale è possibile anche a costo di essere oggetto di stupore e di contestazione. La società? Deve prendere atto che il fenomeno migratorio non è una fase passeggera di un processo di integrazione ma un fenomeno permanente. È quanto è emerso a Malaga durante il Congresso promosso dal CCEE.

“In alcuni Paesi, come quelli recentemente usciti dalla dittatura o quelli della regione balcanica (Sud-Est Europa) - ha detto il vescovo ausiliare di Bucarest, mons. Cornel Damian - la famiglia è solitamente numerosa e di conseguenza povera, senza prospettive di miglioramento delle condizioni di vita”. In genere, e sempre più spesso “è la giovane madre ad emigrare”: “spesso poi cade nelle mani dei trafficanti”. Povertà, violenza in famiglia, mancanza di un'educazione adeguata, l'influsso negativo di alcune persone. “Sono tante le cause che feriscono la famiglia”. Per queste ragioni, ha detto mons. Damian, “la famiglia richiede in genere una cura pastorale speciale sia nel Paese d'origine, sia nel luogo d'arrivo”. Al congresso di Malaga è intervenuto anche padre Gianromano Gnesotto che ha trattato il tema della famiglia migrante a partire dal diritto soggettivo dell’unità familiare (ne parliamo nell’articolo successivo, ndr)

Una Chiesa che vuole essere accogliente nei confronti delle persone immigrate - ha detto mons. Jean-Luc Brunin, Vescovo di Ajaccio - diventa, nelle nostre società europee, “oggetto di stupore, talvolta di incomprensione e di contestazione”. Ciò nonostante, “la Chiesa intende assumersi la propria responsabilità per elaborare una parola di speranza e promuovere un approccio positivo al fenomeno migratorio”. Per mons. Brunin, le Chiese possono trovarsi “oggetto di accuse quando scelgono di fare eco alle parole di sofferenza e di disperazione dei migranti in situazioni difficili presso i responsabili politici, i servizi amministrativi o l'opinione pubblica”. Tuttavia - ha proseguito il presule francese - “i cristiani devono avere il coraggio di trasformare la prova della migrazione in un'opportunità da cogliere per un avvenire armonioso, anche se questo discorso rischia di non essere immediatamente compreso”. Ed ha concluso: “La credibilità della proposta del Vangelo nelle nostre società europee esige questa apertura e questa volontà tenace di vivere insieme nella Chiesa, senza limiti di frontiera, anche se è difficile e va controcorrente rispetto alle opinioni pubbliche ed alle posizioni politicamente corrette”. (Migranti-press)

 

 

 

 

 

Per una libertà responsabile. Con una visione unitaria della vita

 

“La formazione di una identità può avvenire nella misura in cui le principali realtà educanti (dalla famiglia alla scuola, agli ambienti di socializzazione) non cadono vittima del paradigma della neutralità e della frammentarietà”, ma offrono “una proposta educativa sorretta da una visione globale e unitaria della realtà”. Lo ha detto don Andrea Toniolo, preside della Facoltà Teologica del Triveneto, inaugurando il 7 maggio a Padova, presso l’Istituto, il convegno “La questione educativa e la crisi della trasmissione della fede”. Solo in questo modo, ha sottolineato, “le varie spinte educative possono essere raccolte in unità, incidere, sedimentarsi, e i diversi codici di comportamento” possono essere vagliati.

 

Un visione unitaria. Per don Toniolo, “l’educazione nella fede” offre una “possibilità di visione unitaria” e “non asettica” che riesce a “unificare la frammentarietà della vita, e allo stesso tempo promuove la libertà” provocandola a “prendere posizione”. Una dinamica che “sembra innestarsi nel rapporto fra tradizione e identità personale, fra trasmissione di valori” e “scelta personale”. Di qui l’importanza di “una differenziazione maggiore dei progetti educativi” e di “uno stile di comunicazione della fede chiaro e allo stesso tempo attento” alla persona. Per Giuseppe Angelini, docente alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano, “la crisi presente impone” di chiarire il rapporto “tra educazione e fede”. “Nessuno educa nessuno; ci si educa insieme”. Per questo “c’è bisogno di animatori più che di educatori”. “Ingrediente essenziale è l’autorità”, appannatasi soprattutto dopo la “tendenziale scomparsa” della figura del padre, “ingenuamente auspicata nel momento in cui ancora sfuggiva la consistenza effettiva del compito educativo”. Tra le “emergenze” odierne Angelini indica “la pretesa” dei figli di approvazione di ogni loro comportamento da parte dei genitori, “solo per il fatto che essi sono figli”, l’adolescenza “interminabile”, e “il difetto di speranza dei giovani” di fronte al quale “gli adulti fondamentalmente fuggono”. “Occorre – conclude il teologo - smentire il pregiudizio” secondo il quale “per educare occorrerebbe avere occhi soltanto per il minore e trattenere le proprie convinzioni”, e bisogna “sottrarre i genitori alla solitudine nella quale vivono la loro responsabilità educativa”.

 

Nuovi media e annuncio. Oggi i segni linguistici “sono sostituiti dalle immagini mediatiche e di massa”, “la capacità di linguaggio viene decurtata” e “il repertorio spirituale di cui ogni parola del linguaggio religioso si nutre” viene “manipolato e a lungo termine distrutto”. Secondo Klaus Müller, docente all’Università di Münster, con la scomparsa della “sensibilità per i riferimenti e le sfumature”, anche i contenuti “divengono più superficiali” e l’informazione “consumabile”. Ciò rappresenta una seria “sfida per l’annuncio”, resa ulteriormente complessa dall’attuale “processo di estetizzazione del mondo e della vita”. In tale orizzonte, pur sapendo che “il mezzo è il messaggio”, “l’annuncio mediale” non “si lascia sedurre dalla formalità del bello”. Richiamando le controverse foto con le quali Oliviero Toscani affermava di “voler combattere la bugia e le false immagini”, Müller ne ha citato la celebre dichiarazione: “Le chiese, con la croce, possiedono un Logo da nulla superabile ma che siamo del tutto incapaci di usare”. “Qualcosa di questa ‘camminata in cresta’ – conclude Müller – dovrà anche impararlo chi si mette al servizio dell’annuncio cristiano, se desidera, in modo responsabile, prendere parola nell’areopago dei nuovi media”.

 

Un’alleanza “promettente”. Nella vita dei credenti “formazione cristiana e formazione umana procedono insieme e tendono ad essere un'unica cosa. I cristiani offrono con ciò un contributo educativo a chiunque, per l'intrinseco potenziale di umanizzazione connesso alla pratica e al discorso” di fede. Lo ha detto concludendo il convegno Roberto Tommasi (Facoltà Teologica del Triveneto), secondo il quale “un'alleanza educativa tra l'istituzione cristiana e gli altri agenti - familiari, culturali, sociali - dell'educazione, alleanza che rispetti le caratteristiche e l'autonomia di ciascuno e nello stesso tempo sappia mettere a confronto e in rete le diverse esperienze educative, si rivela propizia e promettente per tutti”. Di fronte all’odierna “fragilità delle identità”, sempre “in trasformazione, riprese e rielaborate dai singoli in prima persona perché non derivano più principalmente da prescrizioni e trasmissioni fissate”, educare non è possibile, avverte il teologo, “se non a condizione di attestare e testimoniarsi reciprocamente ciò in cui si crede per vivere”. Spetta ai genitori, primi educatori, “rendere ragione ai figli del carattere promettente della vita che hanno loro dato. Ai cristiani poter dire Dio come promessa per il cammino degli uomini”. Dalla fede che illumina “l'apertura del nascere e del morire” e “l’apertura alle relazioni con l’altro”, emerge “una speranza per la propria vita che è anche speranza per la vita degli altri”. Prospettive dalle quali, conclude Tommasi, “l'educazione esce trasfigurata”.  Sir 7

 

 

 

 

Mci-Germania. Pubblicati gli atti del convegno nazionale 2009

 

 

Tenuto a Ludwigshafen sdal 14 al 18 settembre  sul tema “Le nostre Missioni verso una nuova missione”

 

Francoforte – “Stiamo scoprendo che proprio la nostra condizione di migranti può diventare profezia e chanche di una Chiesa che si fa missionaria, partendo dalle diversità che in Cristo si compongono in evangelica comunione”. É quanto afferma don Pio Visentin, delegato nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia, parlando della pubblicazione degli atti del convegno nazionale svoltosi lo scorso mese di settembre - dal 14 al 18 - sul tema “Le nostre Missioni verso una nuova missione”.

“É stato - spiega don Visentin - il convegno con una chiara apertura ai laici, non per aver parlato di loro, ma per aver riflettuto insieme con loro, sulla Chiesa composta di sacerdoti e laici che si sentono investiti tutti del mandato, con compiti comuni e specifici, di portare la Buona Notizia”.

Affrontando il tema “Le nostre Missioni verso una nuova missione” - aggiunge il delegato delle MCI - “abbiamo tentato di dare risposta ai segni dei tempi, che chiedono la riscoperta di una Chiesa, non ripiegata su se stessa e appagata dell’esistente, ma mobilitata per una nuova evangelizzazione”. (Migranti-press)

 

 

 

 

Santa eppure mescolata ai peccatori: la Chiesa del papa teologo

 

Divampa la polemica sui peccati della Chiesa. Ecco come Ratzinger, da giovane professore, spiegava perché "il divino si presenta così spesso in mani indegne". Una pagina scritta più di quarant'anni fa, ma attualissima - di Sandro Magister

 

ROMA – Il servizio di www.chiesa della scorsa settimana sul concetto di "Chiesa peccatrice" ha suscitato vivaci consensi e dissensi.

 

Tra chi dissente c'è Joseph A. Komonchak, sacerdote dell'arcidiocesi di New York, storico e teologo, curatore dell'edizione americana della "Storia del Vaticano II" diretta da Giuseppe Alberigo, firma di prestigio della rivista "Commonweal".

 

Egli ci ha scritto: Caro Sandro Magister,

Nel suo recente post, lei ha affermato che l'attuale papa non ha mai fatta propria l'idea che la Chiesa possa essere definita peccatrice. Ma in realtà, nella sua "Introduzione al cristianesimo", naturalmente scritta prima di diventare papa, egli usa questa formula. Parla anzi del Vaticano II come "troppo timido" nel parlare non più soltanto della Chiesa santa ma della Chiesa peccatrice, "tanto profonda è nella coscienza di noi tutti la sensazione della peccaminosità della Chiesa" (p. 329 dell'ultima edizione italiana). Egli segue qui, credo, la visione di sant'Agostino, ripresa in san Tommaso d'Aquino, secondo cui la Chiesa non sarà "senza macchia o ruga" fino alla fine dei tempi. Entrambi i grandi santi citano la prima lettera di Giovanni 1, 8: "Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi". Ed ogni giorno ed ovunque la Chiesa prega: "Rimetti a noi i nostri debiti". Il cardinale Biffi è nel giusto circa l'uso della frase "casta meretrix", ma, naturalmente, la questione non si riduce a questo. In ogni caso, almeno in una occasione, in una visita a Fatima, papa Giovanni Paolo II parlò della Chiesa come "santa e peccatrice". Sinceramente suo, Joseph A. Komonchak

 

Padre Komonchak ha ragione quando cita Giovanni Paolo II. Nel primo dei suoi tre viaggi a Fatima, quello del 1982, e nel primo dei sette discorsi da lui pronunciati in quella città, egli in effetti disse di essere arrivato lì "pellegrino tra pellegrini, in questa assemblea della Chiesa pellegrina, della Chiesa viva, santa e peccatrice".

 

Ma va notato che, nella mole sterminata dei discorsi di questo papa, questa è l'unica volta in cui si trova l'aggettivo "peccatrice" applicato direttamente alla Chiesa. Una prudenza tanto più rimarchevole in quanto adottata da un papa passato alla storia come colui che chiese ripetutamente e pubblicamente perdono per i peccati dei figli della Chiesa.

 

Sia per Giovanni Paolo II che per il suo prefetto di dottrina cardinale Joseph Ratzinger, infatti, la formula "Chiesa peccatrice" era ritenuta pericolosamente equivoca, per la sua non risolta contraddizione con la professione di fede del Credo nella "Chiesa santa".

 

La prova di questo timore è nella nota  su "La  Chiesa e le colpe del passato" pubblicata il 7 marzo 2000 dalla commissione teologica internazionale sotto l'egida di Ratzinger, a commento e chiarificazione delle richieste di perdono fatte da Giovanni Paolo II in quell'anno giubilare.

 

In essa, c'è un passaggio dedicato proprio a spiegare perché la Chiesa "è in un certo senso anche peccatrice" e a suggerire come esprimere questo concetto con parole non equivoche.

 

È il paragrafo iniziale della terza sezione della nota, dedicata ai "fondamenti teologici" della richiesta di perdono:

 

"È giusto che, mentre il secondo millennio del cristianesimo volge al termine, la Chiesa si faccia carico con più viva consapevolezza del peccato dei suoi figli nel ricordo di tutte quelle circostanze in cui, nell'arco della storia, essi si sono allontanati dallo spirito di Cristo e del suo Vangelo, offrendo al mondo, anziché la testimonianza di una vita ispirata ai valori della fede, lo spettacolo di modi di pensare e di agire che erano vere forme di controtestimonianza e di scandalo. La Chiesa, pur essendo santa per la sua incorporazione a Cristo, non si stanca di fare penitenza: essa riconosce sempre come propri, davanti a Dio e agli uomini, i figli peccatori" (Tertio millennio adveniente, 33). Queste parole di Giovanni Paolo II sottolineano come la Chiesa sia toccata dal peccato dei suoi figli: santa, in quanto resa tale dal Padre mediante il sacrificio del Figlio e il dono dello Spirito, essa è in un certo senso anche peccatrice, in quanto assume realmente su di sé il peccato di coloro che essa stessa ha generato nel battesimo, analogamente a come il Cristo Gesù ha assunto il peccato del mondo (cfr. Romani 8, 3; 2 Corinzi 5, 21; Galati 3, 13; 1 Pietro 2, 24). Appartiene peraltro alla più profonda autocoscienza ecclesiale nel tempo il convincimento che la Chiesa non sia solo una comunità di eletti, ma comprenda nel suo seno giusti e peccatori del presente, come del passato, nell'unità del mistero che la costituisce. Nella grazia, infatti, come nella ferita del peccato, i battezzati di oggi sono vicini e solidali a quelli di ieri. Perciò si può dire che la Chiesa – una nel tempo e nello spazio in Cristo e nello Spirito – è veramente "santa e insieme sempre bisognosa di purificazione" (Lumen gentium, 8). Da questo paradosso – caratteristico del mistero ecclesiale – nasce l'interrogativo su come si concilino i due aspetti: da una parte, l'affermazione di fede della santità della Chiesa; dall'altra, il suo incessante bisogno di penitenza e di purificazione.

 

Nel paragrafo ora citato si richiama anche il passaggio nel quale il Concilio Vaticano II parla dei peccati dei figli della Chiesa. È nel paragrafo 8 della costituzione "Lumen gentium". Dove di nuovo si evita di definire "peccatrice" la Chiesa in quanto tale:

 

"Mentre Cristo, 'santo, innocente, immacolato' (Ebrei 7, 26), non conobbe il peccato (cfr. 2 Corinzi 5, 21) e venne solo allo scopo di espiare i peccati del popolo (cfr. Ebrei 2, 17), la Chiesa, che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento".

 

E allora perché il teologo Ratzinger, nella sua "Introduzione al cristianesimo" del 1968 che è ancora oggi il suo libro di teologia più letto in tutto il mondo, lamentò – come ricorda Komonchak – che il Concilio Vaticano II fu "troppo timido" nel parlare della "peccaminosità della Chiesa", cioè di questa "sensazione tanto profonda nella coscienza di noi tutti"?

 

Per rispondere a questa domanda non resta che rileggere ciò che Ratzinger scrisse in quel suo libro, nell'ultimo capitolo, dedicato proprio a spiegare perché la Chiesa è "santa" pur essendo fatta di peccatori.

 

In effetti, è proprio nel suo rapporto con il peccato e la "sporcizia" del mondo che più risplende la santità della Chiesa. Scritte più di quarant'anni fa, queste argomentazioni di Ratzinger sono di un'attualità stupefacente. Anche nel richiamare il senso e il limite delle accuse portate contro la Chiesa, allora come oggi.

 

Eccone i passaggi principali, ripresi dalle pagine 330-334 dell'ultima edizione italiana di "Introduzione al cristianesimo", Queriniana, Brescia, 2005. Passaggi nei quali, ancora una volta, non compare mai la formula "Chiesa peccatrice". L’Espresso on line 6

 

 

 

 

 

"Credo la santa Chiesa cattolica”"

 

La santità della Chiesa sta in quel potere di santificazione che Dio esercita malgrado la peccaminosità umana. Ci imbattiamo qui nella caratteristica propria della Nuova Alleanza: in Cristo, Dio si è spontaneamente legato agli uomini, si è lasciato legare da loro. La Nuova Alleanza non poggia più sulla mutua osservanza di un patto, ma viene invece donata da Dio come grazia, che permane anche a dispetto dell'infedeltà dell'uomo. Dio continua, nonostante tutto, a essere buono con lui, non cessa di accoglierlo proprio in quanto peccatore, si volge verso di lui, lo santifica e lo ama.

 

In virtù del dono del Signore, mai ritrattato, la Chiesa continua a essere quella che egli ha santificato, in cui la santità del Signore si rende presente tra gli uomini. Ma è sempre realmente la santità del Signore che si fa qui presente, e sceglie anche e proprio le sporche mani degli uomini come contenitore della sua presenza. Questa è la figura paradossale della Chiesa, nella quale il divino si presenta così spesso in mani indegne. [...] Lo sconcertante intreccio di fedeltà di Dio e infedeltà dell'uomo, che caratterizza la struttura della Chiesa, è la drammatica figura della grazia. [...] Si potrebbe dire addirittura che la Chiesa, proprio nella sua paradossale struttura di santità e di miseria, sia la figura della grazia in questo mondo.

 

Invece, nel sogno umano di un mondo salvato, la santità viene immaginata come un non essere toccati dal peccato e dal male, un non mescolarsi con esso. [...] Nell'odierna critica della società e nelle azioni in cui essa sfocia, questo tratto spietato, che molto spesso contraddistingue gli ideali umani, è anche troppo evidente. Ciò che veniva percepito come scandaloso della santità di Cristo, già agli occhi dei suoi contemporanei, era proprio il fatto che ad essa mancava del tutto questo aspetto di condanna: il fatto che egli non faceva scendere il fuoco su chi era indegno, né permetteva agli zelanti di strappare dal campo la zizzania che vi vedevano crescere. Al contrario, la santità di Gesù si manifestava proprio come mescolarsi con i peccatori, che egli attirava a sé; un mescolarsi fina al punto di farsi egli stesso "peccato", accettando la maledizione della legge nel supplizio capitale: piena comunanza di destino con i perduti (cfr. 2 Corinzi 5, 21; Galati 3, 13). Egli ha preso su di sé il peccato, se ne è fatto carico, rivelando così che cosa sia la vera santità: non separazione ma unificazione; non giudizio ma amore redentivo.

 

Ebbene, la Chiesa non è forse semplicemente la prosecuzione di questo abbandonarsi di Dio alla miseria umana? Non è forse la continuazione della comunione di mensa di Gesù con i peccatori, del suo mescolarsi con la povertà del peccato, tanto da sembrare addirittura di affondare in esso? Nella santità della Chiesa, ben poco santa rispetto all'aspettativa umana di assoluta purezza, non si rivela forse la vera santità di Dio che è amore, amore però che non si tiene arroccato nel nobile distacco dell'intangibile purezza, ma si mescola con la sporcizia del mondo per così ripulirla? Tenendo presente questo, la santità della Chiesa può mai essere qualcosa di diverso dal portare gli uni i pesi degli altri, che ovviamente scaturisce per tutti dal fatto che tutti vengono sorretti da Cristo? [...]

 

In fondo, è sempre all'opera un malcelato orgoglio quando la critica alla Chiesa assume quel tono di aspra amarezza che oggi incomincia ormai a diventare un gergo usuale. A essa, purtroppo, si aggiunge poi sin troppo sovente un vuoto spirituale, in cui non si scorge assolutamente più lo specifico della Chiesa, sicché essa viene considerata soltanto come una formazione politica che persegue i suoi interessi, e se ne percepisce l'organizzazione come miseranda o brutale, quasi che la peculiarità della Chiesa non stia oltre l'organizzazione: nella consolazione della Parola di Dio e dei sacramenti che essa assicura nei giorni lieti e tristi. I veri credenti non danno mai eccessivo peso alla lotta per la riorganizzazione delle forme ecclesiali. essi vivono di ciò che la Chiesa è sempre. E se si vuole sapere che cosa sia realmente la Chiesa, bisogna andare da loro. La Chiesa, infatti, non è per lo più là dove si organizza, si riforma, si dirige, bensì è presente in coloro che credono con semplicità, ricevendo in essa il dono della fede, che diviene per loro fonte di vita. [...]

 

Ciò non vuol dire che bisogna lasciare sempre tutto così com'è e sopportarlo così com'è. Il sopportare può essere anche un processo altamente attivo, un lottare per far sì che la Chiesa sempre più diventi essa stessa capace di sorreggere e sopportare. La Chiesa, infatti, non vive che in noi, vive della lotta di chi non è santo per la santità, come del resto tale lotta vive, a sua volta, del dono di Dio, senza il quale non sarebbe nemmeno possibile. Ma la lotta risulterà fruttuosa, costruttiva, soltanto se sarà animata dallo spirito del sopportare, da un autentico e reale amore.

 

Eccoci così arrivati anche al criterio al quale deve sempre commisurarsi la lotta critica per una migliore santità: questa lotta non solo non è in contrasto con il sopportare, ma è da esso esigita. Questo criterio è il costruire. Una critica amara, capace solo di distruggere, si condanna da sé. Una porta violentemente sbattuta può sì essere un segnale che scuote coloro che sono dentro, ma l'illusione che si possa costruire più nell'isolamento che attraverso la collaborazione è appunto un'illusione, esattamente come l'idea di una Chiesa "dei santi" invece di una Chiesa "santa", la quale è santa perché il Signore elargisce in essa il dono della santità, senza alcun merito da parte nostra. Joseph Ratzinger

 

 

 

 

CEI: Giornata del creato. Il futuro della terra. Necessaria una conversione ecologica

 

“La celebrazione della 5ª Giornata per la salvaguardia del creato costituisce per la Chiesa in Italia un’occasione preziosa per accogliere e approfondire, inserendolo nel suo agire pastorale, il profondo legame che intercorre fra la convivenza umana e la custodia della terra, magistralmente trattato dal Santo Padre Benedetto XVI nel messaggio per la 43ª Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2010), intitolato ‘Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato’”. È l’incipit del messaggio della Conferenza episcopale italiana per la Giornata per la salvaguardia del creato 2010, diffuso il 6 maggio. “Custodire il creato, per coltivare la pace”, il titolo del messaggio, che si può scaricare da Agensir.it (clicca qui – formato .pdf).

 

Equa distribuzione dei beni. “La Sacra Scrittura – si legge nel testo, a firma della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace e la Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo – ha uno dei punti focali nell’annuncio della pace, evocata dal termine shalom nella sua realtà articolata: essa interessa tanto l’esistenza personale quanto quella sociale e giunge a coinvolgere lo stesso rapporto col creato”. L’uno e l’altro Testamento convergono “nel sottolineare lo stretto legame che esiste tra la pace e la giustizia”. Nella prospettiva biblica, dunque, “l’abbondanza dei doni della terra offerti dal Creatore fonda la possibilità di una vita sociale caratterizzata da un’equa distribuzione dei beni”. “Benedetto XVI – ricordano i vescovi – ha segnalato più volte quanti ostacoli incontrino oggi i poveri per accedere alle risorse ambientali, comprese quelle fondamentali come l’acqua, il cibo e le fonti energetiche. Spesso, infatti, l’ambiente viene sottoposto a uno sfruttamento così intenso da determinare situazioni di forte degrado, che minacciano l’abitabilità della terra per la generazione presente e ancor più per quelle future. Questioni di apparente portata locale si rivelano connesse con dinamiche più ampie, quali per esempio il mutamento climatico, capaci di incidere sulla qualità della vita e sulla salute anche nei contesti più lontani”. Bisogna anche rimarcare il fatto che in anni recenti “è cresciuto il flusso di risorse naturali ed energetiche che dai Paesi più poveri vanno a sostenere le economie delle Nazioni maggiormente industrializzate”, come denunciato anche nella recente Assembla speciale del Sinodo dei vescovi per l’Africa.

 

Bene comune e dimensione ambientale. Anche le guerre – come del resto la stessa produzione e diffusione di armamenti, con il costo economico e ambientale che comportano – “contribuiscono pesantemente al degrado della terra, determinando altre vittime, che si aggiungono a quelle che causano in maniera diretta”. Pertanto, “pace, giustizia e cura della terra possono crescere solo insieme e la minaccia a una di esse si riflette anche sulle altre”. È in questo contesto che va letto il richiamo del Papa a una responsabilità ad ampio raggio, al “dovere gravissimo di consegnare la terra alle nuove generazioni in uno stato tale che anch’esse possano degnamente abitarla e ulteriormente coltivarla”. Tale dovere, osserva la Cei, “esige una profonda revisione del modello di sviluppo, una vera e propria ‘conversione ecologica’”. È impossibile, infatti, “parlare oggi di bene comune senza considerarne la dimensione ambientale, come pure garantire il rispetto dei diritti fondamentali della persona trascurando quello di vivere in un ambiente sano”. Si tratta di “un impegno di vasta portata, che tocca le grandi scelte politiche e gli orientamenti macro-economici, ma che comporta anche una radicale dimensione morale: costruire la pace nella giustizia significa infatti orientarsi serenamente a stili di vita personali e comunitari più sobri, evitando i consumi superflui e privilegiando le energie rinnovabili. È un’indicazione da realizzare a tutti i livelli, secondo una logica di sussidiarietà: ogni soggetto è invitato a farsi operatore di pace nella responsabilità per il creato, operando con coerenza negli ambiti che gli sono propri”.

 

Impegno ecumenico. Tale impegno personale e comunitario per la giustizia ambientale potrà trovare consistenza “contemplando la bellezza della creazione, spazio in cui possiamo cogliere Dio stesso che si prende cura delle sue creature. Siamo, dunque, invitati a guardare con amore alla varietà delle creature, di cui la terra è tanto ricca, scoprendovi il dono del Creatore, che in esse manifesta qualcosa di sé”. “Questa spiritualità della creazione – evidenziano i vescovi – potrà trarre alimento da tanti elementi della tradizione cristiana, a partire dalla celebrazione eucaristica”. “Oggi la stessa pace con il creato è parte di quell’impegno contro la violenza che costituirà il punto focale della grande Convocazione ecumenica prevista nel 2011 a Kingston, in Giamaica. Celebriamo, dunque, la 5ª Giornata per la salvaguardia del creato in spirito di fraternità ecumenica, nel dialogo e nella preghiera comune con i fratelli delle altre confessioni cristiane, uniti nella custodia della creazione di Dio”, concludono i vescovi. sir

 

 

 

 

Vangelo dei migranti, con prefazione del Card. Roger Etchegaray

 

Nel contesto dell’anno 2010, proclamato dalle Nazioni Unite “Anno internazionale per l’avvicinamento delle culture” e dalla Conferenza delle Chiese Europee (Kek)  “Anno europeo per le migrazioni”, un libro che raccoglie le meditazioni di un missionario dei migranti.

I pensieri diventano qui pagine vive, che nascono giorno dopo giorno dall’esperienza della sua parrocchia londinese. È un vero microcosmo. Sono gli emigrati italiani, la cui vita si intreccia, oltre che con quella del Paese ospite, anche con le comunità portoghese, filippina. Per gli uni e per gli altri – per tutti – “emigrare è sempre una lotta. Lo è per il pane e la dignità.”

 

Impegno pastorale e sfida del “vivere insieme” si rivelano particolarmente vivi, stimolanti e attuali. Una lettura tra prosa e poesia che rinvia il lettore alla realtà degli immigrati in Italia oggi e porta a riflettere sulla  nostra condizione attuale di popolo che accoglie. Uno strumento prezioso per capire il mondo multiculturale in cui viviamo..

  

La congregazione scalabriniana è fondata da Mons. G.B. Scalabrini alla fine Ottocento, per sostenere socialmente e spiritualmente i numerosissimi emigrati italiani. Ora i suoi missionari e missionarie sono inviati nel mondo alle comunità di migranti di ogni cultura e nazione, per costruire attraverso le loro vicende causate da ingiustizie o squilibri economico-demografici la solidarietà tra tutti gli uomini.

 

Renato Zilio, nato a Dolo (VE), nel 1950 è missionario scalabriniano con una lunga esperienza al servizio dei migranti. Ha fondato il Centro Interculturale Giovanile di Ecoublay nella Regione Parigina, ha diretto a Ginevra la rivista della comunità italiana Presenza Italiana, ha lavorato presso il Centro Studi Migrazioni Internazionali di Parigi e svolto attività di missione a Gibuti, nel Corno d’Africa. Vive attualmente a Londra presso il Centro Interculturale Scalabrini di Brixton Road.

I suoi ultimi libri: Lettere da Gibuti (Ed. Messaggero Padova, 2008), Parole dal deserto (Ed.Paoline, 2009)

 

La prefazione del Card. Roger Etchegaray

Come lo proclama la Bibbia (Deuteronomio 24,17), ecco un problema antico quanto l’umanità. Il  termine «imbrogliare » è duro, ma esprime bene come un diritto può essere bassamente manipolato  quanto lo può essere un semplice gioco.

A dire il vero, l’emigrazione è diventata oggi di una complessità crescente o piuttosto di  un’ampiezza tale… da non essere sufficiente l’imbroglio! Si dibatte molto in questi tempi, soprattutto in Europa, non senza fatica per cercare un consenso. La riflessione è necessaria per meglio scoprire le radici delle nostre solidarietà universali e questa riflessione  deve inglobare gli emigranti. Ma questo non lo si può fare se non in un clima di reciproca fiducia. L’originalità del libro di Renato Zilio è di analizzare coraggiosamente l’emigrazione in Terra Inglese, terra ideale per trovarvi degli immigrati di tutti i continenti: ciò fa dire al religioso scalabriniano che la sua  parrocchia è il mondo e la sua terra è stata la prima ad accogliere quelli dell’Estremo Oriente. Oggi, ovunque, infatti, Oriente e Occidente si incontrano e si intrecciano insieme. Non dimentichiamo che l’immigrato, come ogni uomo, non vive di solo pane. Per molte famiglie maghrebine, ad esempio, nonostante il contesto di una società secolarizzata, la fedeltà alla loro fede, l’educazione religiosa  dei loro bambini, la celebrazione delle feste religiose sono altrettanto importanti di un contratto di lavoro o di un alloggio decente. Dobbiamo fare il possibile per creare un clima favorevole che permetta loro di darsi dei luoghi di preghiera e di insegnamento coranico. È venuto il momento di prendere coscienza del carattere permanente e non più provvisorio della popolazione straniera. È un fatto nuovo che bisogna affrontare con lucidità. Come altri paesi d’Europa, l’Italia sta diventando  una nazione dove differenti razze, differenti culture, differenti religioni devono avere il loro pieno e legittimo posto. Invece di cedere a un istinto di ripiegamento su noi stessi e di autodifesa di fronte agli stranieri è insieme che dobbiamo scrivere questa nuova pagina della storia del nostro paese.

Non solo a causa del debito di riconoscenza che abbiamo nei loro riguardi, ma prima ancora per senso di giustizia e di solidarietà e in uno spirito di partners, di fratellanza. Il compito è  impegnativo. Comprendiamo meglio, così, la parola della Bibbia: «Non imbroglierai sui diritti di un

immigrato». Che la contemplazione dell’amore infinito di Dio per tutti ci aiuti ad impegnarci  risolutamente sulla via della vita, dove ogni compagno di viaggio, ogni straniero sarà riconosciuto in parole e in atti come un fratello, il nostro fratello.”

Cardinal Roger Etchegaray (de.it.press)

 

 

 

Pedofilia, cardinale di Vienna attacca Sodano: «Ha insabbiato e offeso vittime»

 

L'arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schoenborn, ha accusato, facendo nome e cognome, l'ex segretario di Stato vaticano Angelo Sodano, di aver offeso le vittime degli abusi sessuali, definendo la vicenda «un chiacchericcio» e lo ha rimproverato di aver insabbiato a suo tempo l'inchiesta sugli atti di pedofilia compiuti dall'allora capo della diocesi viennese, Hans Hermann Groer. Il porporato, allievo e amico di papa Ratzinger, ha parlato durante un incontro informale con rappresentanti dei media austriaci, di cui riferisce l'agenzia Kathpress.

 

La conversazione con i giornalisti, avvenuta il 28 aprile scorso, è stata riportata, oltre che dalla Kathpress, anche da giornali austriaci e stranieri. In essa , Schoenborn ha definito una «pesante offesa per le vittime» l'affermazione fatta il giorno di Pasqua dal cardinale Angelo Sodano, ex segretario di Stato Vaticano, secondo il quale le informazioni sugli abusi sessuali su minori perpetrati da preti pedofili sarebbero solo «un chiacchiericcio».

 

Schoenborn ha anche ribadito -riferisce sempre la Kathpress - che Sodano avrebbe impedito 15 anni fa la creazione di una commissione di indagine sul «caso Groer». Già lo scorso 28 marzo, l'attuale arcivescovo di Vienna aveva formulato una simile accusa, senza però citare esplicitamente l'ex segretario di Stato vaticano. In un'intervista al canale televisivo austriaco Orf, aveva sostenuto che nel 1995 Ratzinger si era adoperato energicamente affinchè il Vaticano conducesse un'indagine su Groer: una richiesta che era stata vanificata «dall'altra parte» quella che faceva capo alla diplomazia vaticana. L’U 8

 

 

 

Ökumenischer Kirchentag in München. Das Klima ist rauer geworden

 

Für den Kirchentag werden rund 100.000 christliche Laien erwartet. Trotz hunderter Veranstaltungen werden die Themen Ökumene und Missbrauch im Vordergrund stehen. VON PHILIPP GESSLER

 

BERLIN - Was war das für eine Aufregung. Schon Wochen vor dem 1. Ökumenischen Kirchentag (ÖKT) 2003 geisterte durch die Medien der Plan eines gemeinsamen Abendmahls von Katholiken und Protestanten auf dem großen Christentreffen in Berlin. Kirchenkritische Gruppen hatten angekündigt, diesen - zumindest für die katholische Hierarchie - gezielten Tabubruch am Rande des ÖKT wagen zu wollen.

Tatsächlich fanden die beiden Gottesdienste dann statt, heftige Medienpräsenz eingeschlossen. Die damals daran teilnahmen, erzählen davon, es habe bewegende Momente dabei gegeben. Die zuständigen katholischen Bischöfe aber reagierten knallhart: Die zwei daran beteiligten Priester, einer davon war der Theologe Gotthold Hasenhüttl, wurden später streng gemaßregelt. Auf das bewegte Treffen von über 200.000 einfachen Christinnen und Christen der beiden Volkskirchen war ein mächtiger Schatten gefallen.

Deshalb war klar: Ein gemeinsames Abendmahl würde bei dem am Mittwoch beginnenden 2. ÖKT in München nicht geben - weder im offiziellen Programm, noch am Rande. Einerseits weil man nicht wieder das große Glaubensfest durch diese Frage geprägt sehen wollte. Andererseits wohl auch, um nicht wieder katholische Priester zu halb freiwilligen, halb unfreiwilligen Opfern der Kirchenoberen machen zu wollen.

Zum Kirchentag wird es auch drei Sonderausgaben in der taz geben. Informieren Sie sich hier über die Inhalte.

Der große Eklat wird in München aller Voraussicht also nicht stattfinden, die Spannung ist geringer. Es werden auch weniger Teilnehmerinnen und Teilnehmer erwartet als vor sieben Jahren in Berlin. Die Organisatoren, der Evangelische Kirchentag und das Zentralkomitee der deutschen Katholiken, rechnen mit mindestens 100.000 Gästen. Ist das ein Zeichen, dass die Ökumene den Christen hierzulande nicht mehr so auf den Nägeln brennt?

Geht man nach der Masse an Veranstaltungen auf dem ÖKT zum Thema Ökumene spricht wenig dafür: Nach Schätzungen von Rüdiger Runge, (evangelischer) Pressesprecher des ÖKT, gibt es auf den knapp 3.000 Veranstaltungen in München mehrere Hundert zu Fragen der Ökumene. Zwei Zentren des Kirchentags beschäftigen sich nur oder hauptsächlich mit diesem Thema.

Und tatsächlich gibt es da immer noch einiges zu besprechen: Da ist das Papst-Schreiben "Dominus Jesus" aus dem Jahr 2000, das den protestantischen Kirchen aus katholischer Sicht ihr Kirche-Sein schlicht absprach - ein Papier, das der heutige Papst Benedikt XVI. sogar unnötiger Weise noch einmal bekräftigte. Das Schreiben schmerzt nicht nur die Landesbischöfe der protestantischen Kirchen noch beträchtlich.

Hinzu kam im vergangenen Herbst ein interner Text aus der Zentrale der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) in Hannover zum Stand der Ökumene. Ziemlich abschätzige Bemerkungen fanden sich darin zur Lage der katholischen Kirche in Deutschland und zu Robert Zollitsch, der der Erzbischof von Freiburg und Vorsitzender der deutschen Bischofskonferenz ist. Das hat auf der anderen Seite doch ein wenig weh getan.

Keine Frage: Das ökumenische Klima ist seit dem letzten ÖKT rauer geworden - und es wird spannend sein zu sehen, ob die in München versammelten "Laien" ihren Kirchenoberen in dieser Hinsicht wieder etwas Dampf machen können. Oder ob der gelegentlich anzutreffende Frust, ja der Rückzug auf das alt Bekannte der eigenen Konfession zugenommen hat. Eine große Vesper nach orthodoxem Ritus an 1.000 Tischen mit gemeinsamen Essen gesegneten Brotes auf dem Odeonsplatz in München soll am Freitagabend zumindest für ein Bild der ökumenischen Verbundenheit sorgen.

In jedem Fall steht zu erwarten, dass der Missbrauchsskandal der vergangenen Monate eine große Rolle in den Diskussionen, Gebeten und Meditationen auf dem Kirchentag spielen wird. Es gibt zwar nur wenige Veranstaltungen direkt dazu, nämlich gerade mal eine Handvoll. Das aber ist vor allem der langen Vorlaufzeit bei der Planung des ÖKT geschuldet, wie von den Organisatoren glaubhaft versichert wird. Und absehbar ist auch, dass diese Missbrauchs-Veranstaltungen mit ziemlicher Sicherheit überlaufen sein werden.

Dennoch: Der große Aufstand gegen die (katholische) Hierarchie ist auf dem ÖKT kaum zu erwarten - vor allem weil es ja die Laien sind, die sich hier treffen, die Wut, die Scham und die Empörung über den Skandal werden also kein direktes Gegenüber in München finden, von den paar anreisenden Bischöfen mal abgesehen. Aber ein Stimmungsbarometer auch in dieser Frage wird der Kirchentag sicherlich sein.

Diese beiden schweren Themen, die Ökumene und der Missbrauchsskandal, werden also aller Voraussicht nach den ÖKT in München bestimmen. Und dennoch wird man vor allem den christlichen Glauben über die Konfessionsgrenzen hinweg zu feiern wissen. Die Themen Krieg in Afghanistan und die Krise der Finanzmärkte werden intensiver diskutiert werden, aber es ist unwahrscheinlich, dass sie die Menschen noch so bewegen werden, wie es noch am Anfang des Jahres schien. Insofern hat der Missbrauchsskandal doch schon jetzt den Kirchentag geprägt – zumal seit Freitag nun auch erstmals gegen einen katholischen Oberhirten, den Augsburger Noch-Bischof Walter Mixa, Vorermittlungen der Staatsanwaltschaft wegen des Verdachts sexuellen Missbrauchs begonnen haben.

Und leider ist zu befürchten, dass auch dieses Mal, die Nabelschau der Christen wie schon beim 1. ÖKT in Berlin im Vergleich zur Auseinandersetzung mit den anderen Religionen und Kulturen dominieren wird. Es sieht nicht danach aus, dass diese neuen Wege des intensiveren Dialogs mit den anderen Religionen in München so häufig gegangen werden, wie es erforderlich wäre. Vielleicht wird man dafür ja auf den 3. ÖKT warten müssen. Wenn es denn in sieben Jahren wieder einen gibt. Taz 7

 

 

 

Vatikan/Deutschland: Papst nimmt Mixas Rücktritt an

 

Papst Benedikt XVI. hat an diesem Samstag den Rücktritt Walter Mixas angenommen. Damit ist Mixa nicht mehr Bischof von Augsburg. Auch ist er nicht mehr Militärbischof der Bundeswehr. Der Papst habe Mixas Rücktrittsgesuch „gemäß Artikel 401, Paragraph 2 des kanonischen Rechts“ angenommen, erklärte der vatikanische Pressesaal. Dieser Paragraph sieht den Ruhestand eines Geistlichen wegen Krankheit oder „anderer schwerwiegender Gründe“ vor.

 

Zum Rücktritt Mixas erklärte der Generalvikar des Bistums Augsburg, Prälat Karlheinz Knebel: „Das Augsburger Domkapitel wird sich an diesem Samstagnachmittag zur Wahl des Diözesanadministrators zusammenfinden, der dann umgehend die Bistumsleitung während der Sedisvakanz übernehmen wird. Das gilt, bis ein neuer Bischof vom Papst ernannt wird. Damit ist die Bistumsleitung bis zur Ernennung eines Nachfolgers für den Augsburger Bischofssitz gewährleistet.“

Mittlerweile wurde der Diözesanadministrator des Bistums Augsburg gewählt: Es handelt sich um Weihbischof Josef Grünwald. Das Bistum Augsburg habe Vorwürfe, die gegen Bischof Mixa erhoben werden, bereits vergangene Woche der Generalstaatsanwaltschaft in München zur Kenntnis gebracht. Über die Zukunft von Bischof Mixa könne erst nach Prüfung und Klärung der gegen ihn in letzter Zeit erhobenen Anschuldigungen entschieden werden, so Knebel.

 

„Damit hat das Bistum, in Übereinstimmung mit den Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz aus dem Jahre 2002, die Verantwortung übernommen, gehandelt und einen Verdachtsfall ohne Ansehen der Person zur Anzeige gebracht. Mit unserem Vorgehen folgen wir dem Anspruch der deutschen Bischöfe nach Transparenz und Wahrheit. Ich bitte die Gläubigen, den Klerus und alle Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter in dieser schwierigen Zeit die Einheit der Kirche zu wahren. Wir sind an einem Neuanfang, den wir gemeinsam versuchen müssen.“

 

Die Bistumsleitung werde generell vor Abschluss aller Untersuchungen und staatsanwaltschaftlicher Ermittlungen keine weiteren Stellungnahmen zu Bischof Mixa abgeben.

 

Zollitsch: „Augsburg hatte es schwer“ - Das Bistum Augsburg hat schwere Tage und Wochen hinter sich. Das sagte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch. Die zügige Entscheidung des Papstes, Mixas Rücktritt anzunehmen, schaffe nun die notwendige Klarheit: Sie gebe allen Beteiligten die Chance zum Neuanfang. Wörtlich sagte Zollitsch:

 

„Ich danke Papst Benedikt für seine Unterstützung der Kirche in Deutschland. Es war richtig, dass Hinweise, die jetzt gegeben wurden, in Übereinstimmung mit den Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz den zuständigen Stellen zur Kenntnis gebracht und angezeigt wurden. Ich hoffe, dass die verschiedenen Vorwürfe in den unterschiedlichen Bereichen von den zuständigen Stellen bald geklärt werden können.“

 

Die Vorgänge der letzten Zeit haben das gesamte Bistum Augsburg und auch die katholische Kirche in Deutschland sehr belastet, so Zollitsch weiter. Der Verlust der Glaubwürdigkeit wiege schwer.

 

„Umso wichtiger ist es, dass wir den eingeschlagenen Weg der Erneuerung fortsetzen. Gemeinsam mit dem gewählten Diözesanadministrator und später mit einem neuen Bischof wollen wir den Weg der inneren Heilung, Beruhigung und des Neuanfangs gehen. Er ist unerlässlich, um Vertrauen und Glaubwürdigkeit zurückzugewinnen.“

Zollitsch danke Bischof Walter Mixa „ für die Impulse, die er als Priester und Bischof gegeben hat“. Er wünsche ihm für die Zukunft Gottes stärkende Nähe und Hilfe.

 

„Wir stehen unmittelbar vor dem Zweiten Ökumenischen Kirchentag; er steht unter dem Leitwort „Damit ihr Hoffnung habt“. Ein Leitwort, das Mut macht und Zuversicht schenkt, Zuversicht, die wir aus dem Glauben schöpfen und gerade derzeit gut gebrauchen können.“

 

Militärgeneralvikar dankt Mixa für Dienst unter Soldaten - Die Katholische Militärseelsorge hat dem zurückgetretenen Militärbischof Walter Mixa „für seinen engagierten Dienst in der Kirche unter den Soldaten“ gedankt. In einer am Samstag in Berlin verbreiteten Erklärung betonte Militärgeneralvikar Walter Wakenhut, es gehe jetzt darum, „Glaubwürdigkeit neu zu gewinnen und wieder Vertrauen zu schaffen“. Die Vorgänge der vergangenen Wochen seien auch für die Katholische Militärseelsorge belastend gewesen, so Wakenhut. Es sei zu hoffen, dass die Vorwürfe in den unterschiedlichen Bereichen geklärt werden könnten. Die Militärseelsorge wünsche Mixa „in diesen schwierigen Tagen und Wochen Gottes stärkende Nähe und Hilfe“. Bis zur Ernennung eines neuen Militärbischofs durch den Heiligen Stuhl übernimmt laut Statuten der Generalvikar die Leitung der Katholischen Militärseelsorge. Pm/kna 8

 

 

 

Keine Kirchenzugehörigkeit zum Nulltarif

 

Das deutsche Kirchensteuersystem kippt bis auf Weiteres doch nicht - Kirchenmitglieder können sich nicht mit einem juristischen Trick um die Kirchensteuer drücken. Ein reiner Kirchensteuer-Austritt ist nicht möglich. Das entschied der Verwaltungsgerichtshof Baden-Württemberg am Dienstag dieser Woche in Mannheim. Ein Kirchenaustritt, so das Gericht, könne nicht auf die Körperschaft des öffentlichen Rechts beschränkt werden. Allerdings, so in der Urteilsbegründung weiter, lege ausschließlich die Kirche fest, welche Folgerungen sie aus einer gegenüber den staatlichen Stellen abgegebenen Kirchenaustrittserklärung zieht (AZ: 1 S 1953/09).

 

Der emeritierte Freiburger Kirchenrechtler Hartmut Zapp war 2007 aus der Kirche als Körperschaft des öffentlichen Rechts ausgetreten. Gleichzeitig hatte er der Kirche gegenüber erklärt, Mitglied der römisch-katholischen Glaubensgemeinschaft bleiben zu wollen. Zapp stellt den deutschen Sonderweg, bei dem der Staat Steuergelder für die Kirchen einzieht, in Frage. Dieses Procedere sei „eine unzulässige Vermischung zwischen der Kirche als Religionsgemeinschaft und dem Staat als Steuereinzieher". Zudem kämpft der Kirchenrechtler gegen die Sicht der katholischen Kirche in Deutschland, wonach ein Kirchenaustritt, der vor einer rein staatlichen Stelle erfolgt, generell als formaler Akt des Glaubensabfalls gewertet wird, der automatisch die Tatstrafe der Exkommunikation nach sich zieht, ohne dass seitens der Kirche eine Prüfung der Motive des Austritts erfolgt ist.

 

Tatsächlich können Katholiken gemäß den von Papst Benedikt XVI. approbierten Normen des Päpstlichen Rates für Gesetzestexte vom 13. März 2006 trotz formalen Kirchenaustritts weiterhin den Willen haben, der Glaubensgemeinschaft anzugehören. Der vor dem Staat erklärte Austritt eines Katholiken aus der Kirche im Sinne einer Körperschaft öffentlichen Rechts habe keineswegs immer die automatisch eintretende Exkommunikation zur Folge.

Das vom Verwaltungsgerichtshof verkündetet Urteil löst somit nicht das generelle kirchliche Dilemma: Die deutschen Bischöfe halten an ihrer zuletzt noch im Jahre 2006 bestätigten Sichtweise des Kirchenaustritts fest. Nach universalkirchlichem Selbstverständnis und päpstlichem Recht jedoch verlässt nicht jeder, der vor den Staat seinen Kirchenaustritt erklärt, automatisch auch die Glaubensgemeinschaft der katholischen Kirche.

 

Hartmut Zapp hat verlauten lassen, dass er sich mit dem Urteil des Verwaltungsgerichtshofes nicht abfinden werde. Er wolle sich nun an Rom wenden. Formal gesehen ist dieser Weg kein Rechtsmittel, sondern eine Bitte um Überprüfung, die das Kirchenrecht im Zweifelsfall ausdrücklich vorsieht.

Zuständig ist der Päpstliche Rat für die Gesetzestexte. Dieser höchste Gesetzgeber selber hat bereits vor vier Jahren mit der erwähnten vom Papst approbierten authentischen Interpretation allen untergeordneten Gesetzgebern den Auftrag erteilt, ihre Partikularnormen bei Bedarf zu korrigieren. In Deutschland ist das bisher noch nicht geschehen - anders als in Österreich und in der Schweiz. Eine von Kirchenrechtler Zapp erbetene Überprüfung und eine Antwort Roms würde somit ohne Frage zur Rechtssicherheit in Deutschland beitragen.

 

Keineswegs sind das alles nur kirchenrechtliche Diskussionen und Theorien fernab des kirchlichen Alltags. Und es wäre sicher gut, wenn die katholische Kirche in Deutschland das in dieser Woche verkündete Urteil nicht unreflektiert und vorlaut als Erfolg verbuchen würde, wie dies etwa der Vorsitzende des Zentralkomitees der deutschen Katholiken, Alois Glück, tat. Kaum ein Zeitpunkt ist geeigneter, jetzt tatsächlich neu über das Kirchensteuergesetz, das aus der Weimarer Zeit stammt, nachzudenken. Denn Fakt ist: Nur wenige Austrittswillige lassen sich durch die automatische Exkommunikation abschrecken. Oft genug ist die vorangegangene Entfremdung von der Kirche dafür zu groß. Die Exkommunikation und der damit verbundene Ausschluss vom sakramentalen Leben der Kirche trifft hingegen viele, die ihre Enttäuschung, Verärgerung oder gar persönlichen Verletzungen durch die Kirche mit ihrem Austritt zum Ausdruck bringen wollen, sich aber gleichwohl der Glaubensgemeinschaft verbunden und zugehörig fühlen. Und die Zahl solch motivierter Austritte sollte nicht unterschätzt werden.

 

Ohne Frage ist eine finanzielle Unterstützung der Glaubensgemeinschaft sinnvoll und notwendig. Die Kirchen leisten unter anderem auf sozialem Gebiet Wertvolles, auf das die Gesellschaft nur unter großem Verlust an Vielfalt, Lebensqualität und Werten verzichten kann. Und Kirche ist weit mehr als ein Verein, Kirchensteuer somit mehr als ein Mitgliedsbeitrag. Sie ist vielmehr ein Ausdruck und eine Konkretisierung der Solidarität, die Christen untereinander und auch über ihren Kreis hinaus üben. Dass es einen Kirchenbeitrag geben muss, ist deshalb unbestritten. Jedoch muss dieser vielleicht nicht zwingend wie eine andere Steuer vom Staat eingetrieben werden.  Die deutschen Diözesen informieren in größtmöglicher Transparenz über die Verwendung der Kirchensteuereinnahmen. Dennoch tun sich selbst manche Kirchenmitglieder schwer mit der Zwangsabgabe. Oft genug würden sie lieber konkrete Projekte unterstützen.

 

Auch sorgt die fiskalische Symbiose von Kirche und Staat nicht selten für kritische Stimmen innerhalb wie außerhalb der Kirche. Gleichwohl gibt es eine Vielzahl von Verträgen, in denen sich der Staat verpflichtet, die Kirchen zu unterstützen. Auch die Eintreibung der Kirchensteuer durch die staatliche Finanzverwaltung kann in diesem Kontext gesehen werden. Zudem verdient der Staat am Inkasso für die Kirchen nicht schlecht. Drei Prozent der erhobenen Kirchensteuereinnahmen darf er für sich behalten. Kein Wunder also, dass bislang noch keiner der Beteiligten einen Anlass sah, das System zu ändern.

 

Fraglich aber ist es vor allem, die Steuerpflicht mit religiösem Druck zu untermauern und sämtliche Kirchenaustritte über einen Kamm zu scheren ohne kirchlicherseits die Motive dieses Schrittes zu hinterfragen. Schon heute werden Kirchenaustritte in vielen Pfarrgemeinden nicht schweigend übergangen und Gespräche angeboten. Auch wenn dieses Angebot nicht oft genutzt wird, ist eine solche Gesprächsbereitschaft ein erster Schritt hin zu einer differenzierteren Sichtweise. Denn jeder Kirchenaustritt  - aus welchen Gründen er auch immer erfolgt - ist derzeit eine ernstzunehmende Anfrage an die Glaubensgemeinschaft.

Andrea Kronsich, kath.de-Redaktion

 

 

 

 

Bischof dementiert Missbrauch. Vatikan nimmt Mixa-Rücktritt an

 

Der zurückgetretene Bischof von Augsburg, Walter Mixa, steht nun auch im Verdacht sexuellen Missbrauchs Minderjähriger. Damit erreicht der Missbrauchsskandal in der deutschen katholischen Kirche erstmals den Episkopat direkt. Die Staatsanwaltschaft Ingolstadt leitete Vorermittlungen ein, nachdem das Bistum Augsburg einschlägige Hinweise aus dem Umfeld des mutmaßlichen Opfers an die Behörden übermittelt hatte - in Übereinstimmung mit den bischöflichen Leitlinien, wie der Generalvikar des Bistums, Karlheinz Knebel, betonte.

 

Nach Informationen der Frankfurter Rundschau steht unterdessen die Annahme des Rücktrittsgesuchs unmittelbar bevor, das Mixa im April an Papst Benedikt XVI. gerichtet hat. Mixa soll von seinem Amt entbunden werden. Dem Papst lagen für seine Entscheidung auch die Informationen über den Missbrauchsvorwurf vor. Dieser bezieht sich auf die Zeit zwischen 1996 und 2005, als der heute 69 Jahre alte Mixa Bischof von Eichstätt war.

 

Mixa bestreitet die Vorwürfe. Sein Anwalt Gerhard Decker sagte der Augsburger Allgemeinen: "Mein Mandant weist die jetzt gegen ihn erhobenen Vorwürfe mit aller Entschiedenheit zurück und wird nach Kräften mit der Staatsanwaltschaft Ingolstadt zusammenarbeiten, um den Fall restlos aufzuklären." Er bemühe sich derzeit um Akteneinsicht.

 

In der vorigen Woche reisten der Vorsitzende der katholischen Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, und der Münchner Erzbischof Reinhard Marx zu Gesprächen mit dem Papst in Rom. Wie es hieß, habe Papst Benedikt über ein ganzes Bündel von Problemen zu befinden gehabt. Zum einen stehen die Vorwürfe ehemaliger Heimkinder im Raum, Mixa habe sie in seiner Zeit als Stadtpfarrer im bayerischen Schrobenhausen (1975 bis 1996) systematisch geprügelt.

 

Mixa bestreitet zwar nach wie vor vehement jegliche Anwendung von Gewalt, will aber andererseits gelegentliche "Watsch´n" nicht ausschließen. Diese als widersprüchlich empfundene Haltung trug dazu bei, dass Zollitsch, Marx und andere Bischöfe ihrem Mitbruder im April eine Auszeit empfahlen und dieses Votum auch öffentlich machten.

 

Aufenthalt in Entzugsklinik  - Daneben stellte ein unabhängiger Sonderermittler Unregelmäßigkeiten im Umgang Mixas mit dem Vermögen der Waisenhausstiftung fest. Die Augsburger Priesterschaft als auch die Bistumsleitung machten dem Bischof in verschiedenen Gesprächen deutlich, dass er unter diesen Umständen nicht im Amt bleiben könne. Mixa fasste daraufhin selbstständig den Entschluss zurückzutreten.

 

Hinzu kommen dem Vernehmen nach Probleme des Bischofs mit übermäßigem Alkoholkonsum, die nach Einschätzung von Insidern eine medizinische Intervention notwendig gemacht hätten. Zurzeit hält sich Mixa in einer Schweizer Fachklinik zum Entzug auf. Dorthin hatte er sich auf Anraten seiner Umgebung direkt nach Einreichen des Rücktrittsgesuchs am 21. April zurückgezogen.

 

Für einen psychisch labilen Zustand des Bischofs spricht, dass er offenbar zeitweilig einen Rücktritt vom Rücktritt erwog. Zollitsch und Marx reisten eigens in die Schweiz, um Mixa von diesem Schritt abzubringen. Ob er damit in Rom Erfolg gehabt hätte, ist freilich mehr als zweifelhaft.

 

Zur Unruhe und Besorgnis unter den deutschen Bischöfe tragen nicht zuletzt Informationen über eine unangemessene Nähe Mixas zu Priesteramtskandidaten und auch Priestern bei, die - wie es heißt - die authentische Amtsführung eines Bischofs als fragwürdig erscheinen ließen. In Medienberichten war dies wiederholt angedeutet worden. Trotzdem lösten die nun bekanntgewordenen Vorwürfe mitsamt den Ermittlungen der Staatsanwaltschaft eine Schockwelle in der Kirchenführung aus.

 

Der Rücktritt eines Bischofs wird nach dem Kirchenrecht erst wirksam, wenn der Papst es annimmt. Bis zur Ernennung eines neuen Bischofs wählt das Domkapitel einen "Diözesanadministrator", der dann die Amtsgeschäfte führt.

JOACHIM FRANK FR 8

 

 

 

Missbrauchsvorwurf. Kardinal Lehmann begrüßt Absetzung Mixas

 

Ungewöhnlich schnell nahm Papst Benedikt XVI. den Rücktrittsgesuch des Augsburger Bischofs Walter Mixa an. Kardinal Lehmann begrüßte den Entschluss und will nun einen Neuanfang. Mixa lässt über seinen Anwalt verkünden, dass der Missbrauchsvorwurf "unzutreffend" sei und befindet sich angeblich in einer speziellen Schweizer Klinik.

 Schluss für Walter Mixa: Papst Benedikt XVI. hat den Rücktritt des umstrittenen Augsburger Bischofs angenommen. Das teilte der Vatikan am Samstag mit. Der 69-Jährige bleibt damit zwar formell geweihter Bischof auf Lebenszeit, hat aber keine Diözese mehr und ist auch nicht länger Militärbischof der Bundeswehr.

Nach wochenlanger Kritik und Gewaltvorwürfen früherer Heimkinder hatte Mixa am 21. April Rom seinen Rücktritt angeboten. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz (DBK), Robert Zollitsch, begrüßte die zügige Entscheidung des Papstes.

Zollitschs Vorgänger, der Mainzer Bischof Kardinal Karl Lehmann erhob schwere Vorwürfe gegen Mixa. Es gebe leider immer wieder Menschen, die ihren Aufgaben in der Kirche nicht genügten. „Es bleibt eine erhebliche Verletzung des Vertrauens“, sagte er dem ZDF-„heute journal“. Auch die Reformbewegung „Wir sind Kirche“ zeigte sich von der Papst- Entscheidung erleichtert. Weihbischof Josef Grünwald wird das Augsburger Bistum vorläufig leiten.

Am Freitag war bekanntgeworden, dass die Staatsanwaltschaft Ingolstadt Vorermittlungen wegen des Verdachts auf sexuellen Missbrauch gegen Mixa eingeleitet hat. Nach Medienberichten soll es sich dabei um einen Missbrauchsfall aus Mixas Zeit als Eichstätter Bischof zwischen 1996 bis 2005 handeln.

 

Damit steht erstmals in Deutschland ein katholischer Bischof unter dem Verdacht des sexuellen Missbrauchs. Der Papst soll von den neuen Vorwürfen gegen Mixa gewusst haben, bevor er seine erwartete Entscheidung traf.

 

Mixa ließ die Vorwürfe über einen Augsburger Anwalt als unzutreffend zurückweisen und erklärte sich zur Zusammenarbeit mit den Ermittlern bereit. Nach Informationen aus Kirchenkreisen soll sich der 69-Jährige in der Schweiz aufhalten, um sich wegen eines angeblichen Alkoholproblems behandeln zu lassen.

Der damalige Papst Johannes Paul II. hatte Mixa im August 2000 zum katholischen Militärbischof für die Bundeswehr ernannt; im Juli 2005 berief ihn Papst Benedikt XVI. zum Bischof von Augsburg. Benedikt verwies bei der Annahme des Rücktrittsgesuchs auf einen Paragrafen des kanonischen Rechts, der den Ruhestand eines Geistlichen wegen Krankheit oder „anderer schwerwiegender Gründe“ vorsieht.

 

Ein Bischof kann seinen Rücktritt nur anbieten, der Papst muss dem Schritt zustimmen. Das Kirchenoberhaupt hatte am 29. April mit DBK-Chef Zollitsch im Vatikan über den Fall Mixa beraten. Diese Begegnung dürfte den Grundstein für die Annahme des Gesuchs gelegt haben. Damit handelte Benedikt vergleichsweise rasch – in der Vertuschungsaffäre des irischen Missbrauchsskandals dauerte es teilweise Monate, bis der Papst Rücktrittsgesuche annahm. Zollitsch: Wir brauchen Neuanfang

 

Zollitsch sagte, die Entscheidung gebe allen Beteiligten die Chance zum Neubeginn: „Einen Neuanfang, den wir dringend brauchen.“ Die Vorgänge der jüngsten Zeit hätten das Bistum Augsburg und auch die katholische Kirche in Deutschland sehr belastet. „Der Verlust der Glaubwürdigkeit wiegt schwer“, sagte der Erzbischof. „Wir wollen den Weg der inneren Heilung, Beruhigung und des Neuanfangs gehen“, erklärte Zollitsch weiter, der sich auf eine schriftlich vorbereitete Erklärung stützte und keine Fragen beantwortete.

Der Erzbischof von München und Freising, Reinhard Marx, zeigte sich ebenfalls erleichtert. Damit werde eine Zeit der Unsicherheit im Bistum Augsburg beendet, sagte Marx laut Mitteilung in München. Die Bewegung „Wir sind Kirche“ forderte eine umfassende und rasche Prüfung aller Vorwürfe gegen den Mixa. „Dabei darf es keinen Bischofs-Bonus geben, auch wenn zunächst von der Unschuldsvermutung auszugehen ist – die das römisch-katholische Kirchenrecht selber allerdings nicht kennt.“

 

Auf die Frage, ob schon die Berufung Mixas zum Bischof ein Fehler gewesen sei, wies Lehmann Verantwortung der Deutschen Bischofskonferenz zurück, deren Vorsitzender er von 1987 bis 2008 war. „Da ist unmittelbar der Papst über den Apostolischen Nuntius zuständig, und da wird es schwer, das bis ins Einzelne zu kontrollieren“. Er selbst müsse gestehen, von Gerüchten über Mixas Lebenswandel gehört zu haben, aber „die waren in Teilen so unbestimmt und verunglimpfend, dass ich mir selbst kein Bild machen konnte“, sagte Lehmann.

Das Domkapitel der Diözese Augsburg wählte den Weihbischof Grünwald am Samstagnachmittag zum sogenannten Diözesan-Administrator, wie das Ordinariat mitteilte. Grünwald wird bis zu einer Neubesetzung des Bischofsstuhls in Augsburg die Diözese leiten. Erfahrungsgemäß dauert es rund zwölf Monate bis zur Ernennung eines neuen Bischofs. Der 73-Jährige bestellte den bisherigen Generalvikar der Diözese, Domkapitular Karlheinz Knebel, zu seinem Vertreter. Knebel rief die Gläubigen zum Zusammenhalt in „dieser schwierigen Zeit“ auf: „Wir sind an einem Neuanfang, den wir gemeinsam versuchen müssen.“

Der Vorsitzende des Augsburger Diözesanrates, Helmut Mangold, sagte, der Fall Mixa sei zu einem logischen Abschluss gekommen. Nun müsse man einen Neuanfang im Bistum organisieren. Dazu gehöre die umfassende Aufklärung aller Vorwürfe gegen Mixa. „Das darf nicht so stehen bleiben, alles muss ganz klar auf den Tisch gelegt werden“, sagte Mangold.  Dpa 9

 

 

 

 

Erzbischof stellt Priester-Zölibat in Frage

 

Bamberger Erzbischof Ludwig Schick: "Die Kirche insgesamt muss offener werden"

Kritik am Zölibat aus höchsten Kirchenkreisen: Der Bamberger Erzbischof Schick fordert im Gespräch mit dem SPIEGEL eine Diskussion über das Ende der Enthaltsamkeit für Priester. Unterdessen steht die Ablösung des Augsburger Bischofs Walter Mixa von seinem Amt offenbar unmittelbar bevor.

Augsburg/München - In der Debatte um sexuellen Missbrauch in der katholischen Kirche kommt immer wieder auch der Zölibat ins Spiel: Ist die verordnete Enthaltsamkeit für Priester einer der Gründe für die in den vergangenen Monaten bekannt gewordenen Fälle? Jetzt fordert ein hoher Würdenträger eine Diskussion über den Zölibat: "Ich wäre dafür, dass man darüber nachdenkt", sagte der Bamberger Erzbischof Ludwig Schick im Gespräch mit dem SPIEGEL. Sein Vorschlag: Nur Bischöfe, Ordensleute und Domkapitulare sollten sich zur Ehelosigkeit verpflichten.

 

Als Lehre aus dem Missbrauchskandal verlangt Schick generell einen Kurswechsel im Klerus: "Die Kirche insgesamt muss offener werden." Dazu gehöre mehr Verantwortung für die Laien. "Sie müssen von den Amtsträgern mehr einbezogen und gehört werden. Und sie müssen mehr in Entscheidungsgremien mitwirken", sagt Schick, "da muss in den Bistumsleitungen und sicherlich auch auf Weltkirchenebene mehr geschehen." Auch sollten "Frauen mehr in der Kirche mitwirken, und zwar in der Pastorale als Gemeindereferentinnen und Pastoralreferentinnen - aber auch in unseren Leitungsgremien".

Schick, der sich als katholischer 68er versteht, rät besonders seinen konservativen Amtsbrüdern zum Kurswechsel. "Es hat in der Kirche auch Rückschritte gegeben. Es gab Verfestigungen und Verkrustungen, Angst vor der bösen Welt." Konservativen und Liberalen in der Kirche sei es "in den letzten Jahren nicht gelungen, gut im Dialog zu sein. Den Dialog müssen wir wiederaufnehmen".

Entscheidung des Vatikans über Mixa steht bevor

Unterdessen wird mit Spannung das weitere Vorgehen des Vatikans im Fall des Augsburger Bischofs Walter Mixa erwartet. Nach Medienberichten hat Papst Benedikt XVI. das Rücktrittsangebot angenommen, das Mixa am 21. April eingereicht hatte. Eine Bestätigung aus Rom gab es dafür zunächst nicht. Den Berichten zufolge will der Vatikan die Entscheidung am Samstagmittag bekanntgeben. Mixa hatte nach wochenlanger Kritik um eine Prügel- und Finanzaffäre seinen Rücktritt angeboten. Am Freitag waren zusätzlich Vorwürfe des sexuellen Missbrauchs gegen den Augsburger Oberhirten bekannt geworden.

 

Unmittelbar nach einer Annahme des Rücktritts muss das Augsburger Domkapitel zusammentreten und einen sogenannten Diözesan-Administrator aus seinen Reihen wählen, der das Bistum bis zur Ernennung eines neuen Bischofs leitet. Als aussichtsreicher Kandidat wird Weihbischof Anton Losinger gehandelt. Gleichzeitig verlieren dann nach dem Kirchenrecht der Priesterrat und Generalvikar Karlheinz Knebel automatisch ihre Funktionen, da sie unmittelbar dem Bischof unterstellt sind. Erfahrungsgemäß dauert die Neubesetzung eines Bischofsstuhls rund ein Jahr.

Die Ingolstädter Staatsanwaltschaft hatte Vorermittlungen wegen sexuellen Missbrauchs eines Minderjährigen gegen Mixa aufgenommen. Inzwischen sind weitere belastende Details bekannt geworden. Nach Informationen des SPIEGEL soll der 69-Jährige in seiner Zeit als Bischof von Eichstätt häufig junge Seminaristen des Priesterseminars "Collegium Willibaldinum" mit in seine Privaträume im Bischofshaus eingeladen und mit ihnen gemeinsame Saunabesuche unternommen haben.

Mixa, der für eine Stellungnahme nicht zu erreichen war und über seinen Augsburger Anwalt die Vorwürfe "mit aller Entschiedenheit" zurückweisen ließ, soll, so heißt es in Kirchenkreisen, homosexuelle Neigungen gehabt haben. In der Szene wurde über seinen Spitznamen "Monsi" - abgeleitet von Monsignore - gespottet.

Schon seit längerem hatte im Kirchenmilieu darüber Verwunderung geherrscht, wie es Mixa gelang, auffallend viele junge Männer in seine Priesterseminare zu locken, selbst solche, die in anderen Bistümern als ungeeignet abgelehnt worden waren. Mixa, von 1996 bis 2005 Bischof in Eichstätt, hatte in öffentlichen Appellen jungen Seminaristen geraten, "auf sexuelle Kontakte, sei es mit Andersgeschlechtlichen oder Gleichgeschlechtlichen, zu verzichten".

Überdies hatte Mixa wiederholt die Lesben- und Schwulenparade "Christopher Street Day" und Lebensgemeinschaften von Schwulen und Lesben kritisiert. Mixas mögliche sexuelle Verfehlungen sollen vorvergangene Woche bereits beim Gespräch zwischen dem Papst und drei ranghohen deutschen Kirchenvertretern in Rom eine Rolle gespielt haben, da man innerhalb der Augsburger Kirche offenbar schon länger darüber Bescheid wusste. mbe/dpa 8

 

 

 

 

Gefallener Bischof Mixa. Vom Papstliebling zum Paria

 

Als Augsburger Bischof vertrat Walter Mixa eine Kirche, wie sie sich Papst Benedikt XVI. wünscht: fundamentalistisch, Rom ergeben, rückwärtsgewandt. Der Staat muss sich fragen, wie lange er eine katholische Parallelwelt dieses Zuschnitts noch alimentieren will.

So, das war dann das Kapitel Walter Mixa, oder? Mit der Annahme des Rücktrittsgesuches hat der Papst seine Kirche heute von einer schwärenden Wunde erlöst. Wirklich?

 

Die Hütte brennt, die Flammen sind gelöscht, ja, aber es schwelt noch weiter im Gebälk, und die Brandursachen sind noch längst nicht wirklich klar. Derselbe Papst, der Mixa jetzt entlassen hat, der hat ihn auch vor fünf Jahren zum Bischof von Augsburg ernannt, zum Chef über 1,5 Millionen Katholiken. Es war die erste Personalentscheidung des deutschen Papstes in seiner Heimat.

Empfohlen hatte sich Mixa damals durch seine besondere Liebe zur Förderung junger Priester und durch die Disziplinierung eines Pfarrers, der beim Ökumenischen Kirchentag an einem evangelischen Abendmahl teilgenommen hatte - trotz großer Widerstände der Kirchenbasis. Noch zwei Wochen vor der Beförderung durch den Papst im Juli 2005 war der gebürtige Schlesier in seinem Wohnhaus die Treppe heruntergestürzt und hatte sich die Nase gebrochen. Heute muss seine Exzellenz die Entscheidung des Papstes im derzeitigen Refugium, einer Klinik für Alkoholiker in der Schweiz, entgegennehmen.

Scheinheilig in einer vergoldeten Parallelwelt

Bischof Walter Mixa war für Benedikt XVI., alias Joseph Ratzinger, ein wichtiger Mann zur Durchsetzung seiner kirchenpolitischen Linie in Deutschland. Er bezeichnete sich selbst als "kultivierten Konservativen". Mixa verkörperte eine Kirche, wie sie der Papst will. Ein Fundamentalist, ein Hardliner, ein Rückwärtsgewandter - doch der papsttreue Stadtpfarrer von Schrobenhausen hat sich als Scheinheiliger enttarnt.

Je frommer und schriller seine Sprüche wurden, desto größer wurde die Kluft zu Mixas Parallelwelt, in der er lebte und sich dazu auch noch ganz komfortabel mit Wein, Solarium und Blattgold eingerichtet hatte. Bischöfe wie Mixa sind das Ergebnis einer negativen Auslese: Nicht seelsorgerliche oder theologische Qualifikationen entschieden über ihren Aufstieg, sondern Papsttreue und blindes Befolgen römischer Anweisungen.

Für den verstoßenen Papstliebling ist die Sache nicht ausgestanden. In der Causa Mixa wird vielerorts weiter ermittelt: Ein Sonderermittler soll nächste Woche Neues über Griffe in die Kinderheimkasse von Schrobenhausen berichten und auch über Mixas Gewalt gegen Kinder. Ein Staatsanwalt in Ingolstadt muss klären, ob er ein Sexualstraftäter ist.

Doch die katholische Kirche muss noch etwas anderes klären: Warum konnte sich das System Mixa so lange halten? Warum gab und gibt es eine nahezu irrationale Angst, Probleme in der Kirche offen auszusprechen und anzugehen? Über Mixa und seine Umtriebe gab es seit Jahren Gerede nicht nur in den bayerischen Gemeinden, sondern auch in der Bischofskonferenz. Doch das von Mixa geschaffene System, auf das man auch bei anderen Bischöfen stoßen kann, tastete niemand an.

Ein eitler, selbstherrlicher Kaiser ohne Kleider

Er machte aus dem Haus des Bischofs ein "Bischofspalais", aus Terminen wurden "Audienzen", und er umgab sich mit einem Hofstaat von Jasagern, selbstherrlich und unangreifbar. Niemand wagte zu sagen, dass der Kaiser in Wahrheit gar keine Kleider trug. Noch heute feiern ihn Rechtskatholiken und Weihrauchnostalgiker als "Märtyrer" und wollen die Wahrheit nicht wissen, nur "zur Kirche halten".

Wie groß ist eigentlich die Angst vor Hierarchie und falscher Amtsautorität, die in der Kirche endlich überwunden werden muss?

Die Gesellschaft und der Staat aber sollten sich fragen, warum sie einem wie Mixa aus Steuergeldern eigentlich das Gehalt bezahlt haben und wie lange man noch die Parallelwelt der katholischen Kirche alimentieren will - eine Institution, in der es nach eigenem Selbstverständnis keine Demokratie gibt, keine Frauen in Leitungsämtern, keine wirkliche finanzielle Transparenz - dafür aber Ausgrenzung und Diffamierung von ganzen gesellschaftlichen Gruppen wie Homosexuelle und obendrein noch geheimgehaltene schwarze Kassen wie die des "Bischöflichen Stuhls".

Die Politik muss die Implementierung gesellschaftlicher Standards in der katholischen Kirche verlangen - warum sollte man sonst eine zentralistisch bestimmte Parallelwelt weiter bezahlen?

Das Ende des Systems Mixas könnte für die Kirche mehr als das Scheitern der Personalpolitik des Papstes signalisieren. Zwangsläufig geraten auch andere Vertreter eines autoritären Kirchenbildes in Konflikt mit den Gläubigen an der Kirchenbasis und mit der offenen, demokratischen Gesellschaft.

"Eine Grundsanierung des gesamten Systems" steht auf der Tagesordnung - beim Ökumenischen Kirchentag, der in wenigen Tagen in München beginnt, dürfte nicht nur bei der "Kirche von unten" darüber gesprochen werden. Eine Kirche, die sich von Mixas verblieben Freunden im Geiste weiterhin prägen lässt, verspielt mehr als ihre Glaubwürdigkeit, sie verspielt ihre Zukunft. Peter Wensierski Der Spiegel 9

 

 

 

 

Gemeinsam beim Ökumenischen Kirchentag: WECF, Mütter gegen Atomkraft e.V. und projekt21plus

 

Nachhaltiges Leben, Wirtschaften und der Klimawandel sind Schwerpunktthemen auf dem ökumenischen Kirchentag in München. Mit einem Gemeinschaftsstand auf dem Messegelände zeigen drei Umweltgruppen, wie ökologische Gefahren und deren Lösungswege miteinander vernetzt sind. In einer großen Postkartenaktion an Bundeskanzlerin Angela Merkel können die Besucherinnen und Besucher ihre Meinung in der aktuellen Energiedebatte einbringen. Die Umwelt- und Frauenorganisation Women in Europe for a Common Future (WECF) setzt sich dafür ein, osteuropäische Staaten nicht als künftige Atommüll-Lager für westeuropäische Atomkraftwerke zu degradieren. Denn die Gefahr besteht, dass die wirtschaftlich mächtigen Atomkraftwerks-Betreiber sich das ungelöste Problem der Endlagerung mit viel Geld aber ohne Verantwortung vom Hals schaffen wollen. Wer würde von einer Laufzeitverlängerung für deutsche Atomreaktoren profitieren, will der Verein Mütter gegen Atomkraft e.V. von den politisch Verantwortlichen wissen. Eine atomare Katastrophe, wie sie 1986 im ukrainischen Tschernobyl passierte, könnte jederzeit auch in einem gealterten Reaktor mitten in Deutschland, Frankreich oder der Schweiz geschehen – mit noch schrecklicheren Folgen. Vulkanasche legte den europäischen Flugverkehr lahm. Doch eine atomare Wolke würde dicht besiedelte Regionen unbewohnbar machen. Auch darum erachtet die dritte gemeinschaftliche Gruppe, Projekt21plus, die weitere Entwicklung bei den Erneuerbaren Energien für absolut notwendig. Als Beraterin für Ökostrom und nachhaltige Investitionen sieht Trudel Meier-Staude den umweltpolitischen Crashkurs der Bundesregierung als verhängnisvollen Schritt in die falsche Richtung.

Eine der sieben Selbstverpflichtungen für Besucher des Kirchentages bezieht sich auf den Bibelsatz „Wir wissen, dass die gesamte Schöpfung bis zum heutigen Tag seufzt“ (Röm. 8,22). Darüber in einen Dialog zu treten, bietet sich an den drei Tagen vom 13. bis 15. Mai am Stand E 25 in Halle B4 auf der Messe Riem eine günstige Gelegenheit. De.it.press

 

 

 

 

Verdacht auf sexuellen Missbrauch. Vorermittlungsverfahren gegen Bischof Mixa

 

Die Staatsanwaltschaft Ingolstadt hat nach Angaben des bayerischen Justizministeriums Vorermittlungen wegen des Verdachts des sexuellen Missbrauchs Minderjähriger gegen Bischof Walter Mixa eingeleitet. Von Daniel Deckers und Albert Schäffer, München

 

Die Staatsanwaltschaft Ingolstadt hat Vorermittlungen gegen den Bischof von Augsburg, Mixa, wegen des Verdachts sexueller Übergriffe auf Minderjährige aufgenommen. Dieser hat die Vorwürfe am Freitag bestritten. Nach Informationen der Frankfurter Allgemeinen Zeitung hat das Bistum Augsburg die Staatsanwaltschaft zu Beginn dieser Woche über entsprechende Vorwürfe in Kenntnis gesetzt. Wegen der öffentlichen Stellung des Beschuldigten wurde auch die Münchner Generalstaatsanwaltschaft informiert.

Zuvor waren dem für Fälle sexuellen Missbrauchs in der Diözese Augsburg zuständigen Arbeitsstab Hinweise zugetragen worden, die diesen Schritt nach den Leitlinien der katholischen Kirche unausweichlich machten. Mixa hatte Papst Benedikt XVI. schon in der vorvergangenen Woche den Amtsverzicht angeboten. Dem 67 Jahre alte Geistlichen wurde zu diesem Zeitpunkt vorgehalten, als Stadtpfarrer von Schrobenhausen Kinder geschlagen und Geld einer Waisenhausstiftung veruntreut zu haben.

Die Zuständigkeit der Staatsanwaltschaft Ingolstadt deutet darauf hin, dass sich die Vorwürfe gegen den Bischof auf den Zeitraum zwischen 1996 und 2005 beziehen. 1996 war der gebürtige Oberschlesier von Papst Johannes Paul II. zum Bischof von Eichstätt ernannt worden. Die Versetzung aus dem Bistum Eichstätt in die größere Diözese Augsburg im Sommer 2005 war die erste Bischofsernennung in Deutschland, die Papst Benedikt XVI. vornahm.

Der Höhepunkt einer Serie von Mutmaßungen

Benedikt XVI. hatte sich am Freitag vergangener Woche in einem Gespräch mit dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Zollitsch, dem Münchner Erzbischof Marx und dem Augsburger Weihbischof Losinger ein Bild von den Umständen gemacht, die Mixa veranlasst hatten, um Amtsverzicht nachzusuchen. Dabei kam dem Vernehmen nach auch der Verdacht sexueller Übergriffe zur Sprache. Gemeinsam mit unübersehbaren Hinweisen auf übermäßigen Alkoholgebrauch bildet der Verdacht sexueller Übergriffe den Höhepunkt einer Serie von Mutmaßungen über einen eines Geistlichen unwürdigen Lebensstil, in die sich Mixa durch Leugnen und Eingeständnisse immer tiefer verstrickt hat.

Angesichts des Schadens, den die Kirche zu nehmen drohte, brachen Zollitsch und Marx am Mittwoch vorvergangener Woche ein Tabu und forderten Mixa öffentlich auf, sein Amt ruhen zu lassen. Sie taten dies im Einvernehmen mit dem Kölner Kardinal Meisner, der 1996 zusammen mit dem damaligen Bischof von Fulda, Dyba, maßgeblich dazu beigetragen hatte, dass Mixa Eichstätter Bischof wurde. Mixas erster Versuch, Bischof zu werden, war 1993 am Widerstand des Augsburger Domkapitels und des damaligen Nuntius Lajos Kada gescheitert.

Über die Vorhaltungen gegen den früheren Schrobenhausener Stadtpfarrer, die in den vergangenen Wochen laut wurden, war dem Domkapitel zu Beginn der neunziger Jahre nach Aussage eines Zeitzeugen nichts bekannt. Der Ernennung Mixas zum Militärbischof im Herbst 2000 wie auch der Beförderung nach Augsburg fünf Jahre später standen offenbar keine in der Lebensführung wurzelnde Gründe entgegen.

Nach der Bitte um Amtsverzicht, an deren Formulierung Mixa selbst mitwirkte, begab sich dieser am Donnerstag vorvergangener Woche in eine Schweizer Klinik. Von dort aus hielt er Kontakt mit Vertrauten und wurde von diesen auf dem Laufenden gehalten. Die Einflussnahme auf den psychisch wie physisch labilen Mann ging so weit, dass Zollitsch und Marx vor wenigen Tagen in die Schweiz reisten, um Mixa davon abzuhalten, an die Öffentlichkeit zu gehen und womöglich seine Bitte um Amtsverzicht zurückzuziehen. Jetzt ist damit zu rechnen, dass Papst Benedikt den Amtsverzicht Mixas binnen kurzem annehmen wird. Faz.net 7

 

 

 

 

Kommentar. Walter Mixa, der Fall

 

Von einem Bild zu reden, das sich rundet, läge nahe. Schließlich sprach schon die hilflose, ja selbstzerstörerische Vorwärtsverteidigung, mit der Walter Mixa den Prügel- und Untreuevorwürfen zu begegnen suchte, für eine Form von Wirklichkeitsverweigerung. Nun kommt zu alledem der Verdacht des sexuellen Missbrauchs. Wenn der Bischof auch nur im Ansatz geglaubt haben sollte, er würde genau dieser Eskalation entgehen können, müsste er ein Meister des Verdrängens sein - oder eben des Realitätsverlusts.

 

Damit aber wird die kühle Metapher vom "runden Bild" dem Sturz eines Mannes nicht gerecht, der sich als konservative Galionsfigur profilieren, mit provokativen Thesen Krawall schlagen und doch irgendwie als liebenswürdig erscheinen wollte. Mixa ist kein "tragischer Fall", wohl aber einer, bei dem nun ein wenig die Beißhemmung der Kritiker einsetzen könnte. Der Papst wird sein Rücktrittsgesuch binnen kürzester Zeit annehmen. Die deutschen Bischöfe werden erleichtert sein, dass ein Teil des Drucks aus dem Skandalkessel entweicht - praktischerweise wenige Tage vor dem Münchner Kirchentag. Und die Schar von Mixas Getreuen wird unter dem Eindruck der neuen Vorwürfe weiter schwinden.

 

Der "Fall Mixa" indes ist nicht erledigt. Wenn ein Mann mit solcher Vorgeschichte, die offenbar allzu vielen kein Geheimnis war, in höchste Ämter gelangen konnte, dann haben Rekrutierung und Rekruteure der kirchlichen Führung versagt. Wieder fällt dabei ein Schatten auf Benedikt XVI.: Die erste Personalentscheidung des deutschen Papstes für sein Heimatland war - die Ernennung Walter Mixas zum Bischof von Augsburg. Joachim Frank FR 8

 

 

 

 

Vatikan/Belgien: Bischöfe bekräftigen Null-Toleranz-Politik bei Missbrauch

 

Der Schock des Rücktritts des Bischofs von Brügge in Belgien sitzt noch tief; in diesen Tagen ist die Bischofskonferenz des Landes zum Ad-Limina-Besuch in Rom, turnusgemäß und nicht außerplanmäßig. Aber natürlich spielt der Fall des als Priester und auch noch als Bischof Täter gewordene Roger Vangheluwe eine prägende Rolle.

In einem Interview für der Vatikanzeitung „L’Osservatore Romano“ äußerte sich der Vorsitzende der belgischen Bischofskonferenz und Bischof von Brüssel, André-Mutien Joseph Léonard, an diesem Freitag zu der Null-Toleranz-Politik, zu der er stehe und die sich vollständig mit der Politik des Papstes in diesen Fragen decke.

Aber man müsse auch in die Zukunft blicken, und vor allem in die Zukunft des Priesteramtes, das stark in der Kritik stehe. Das zu Grunde liegende Problem bei sexuellem Missbrauch sei in der persönlichen Entwicklung des Individuums zu suchen, bei der Beurteilung von Kandidaten für das Priestersamt müsse aufmerksam auf das seelische Gleichgewicht geachtet werden. (or 7)

 

 

 

 

Streit der Woche. „Der Steuerzahler zahlt Mixas Pension“

 

Staat und Kirche sind zu eng verflochten, sagt SPD-Politikerin Ingrid Matthäus-Maier. Stimmt nicht, die Kirche will unsere Freiheit bewahren, antwortet Günther Beckstein (CSU). VON JOHANNES GERNERT

 

BERLIN - Wenige Tage vor dem Beginn des Ökumenischen Kirchentags kritisiert die frühere SPD-Finanzpolitikerin und Bankmanagerin Ingrid Matthäus-Maier den Einfluss der Kirchen auf den deutschen Staat. Gott regiere zwar nicht selbst, „denn es gibt ihn nicht“, schreibt Matthäus-Maier im Streit der Woche der sonntaz. Dafür sei aber sein „selbsternanntes Bodenpersonal“ viel zu einflussreich.

Der Staat besolde nach wie vor Bischöfe. „Mixas Gehalt und Pension zahlt der Steuerzahler“, schreibt Matthäus-Maier. Gegen den scheidende Augsburger Bischof Walter Mixa, der nach einem Misshandlungs-Skandal seinen Rücktritt angeboten hatte, werden nun auch Vorwürfe wegen sexuellen Missbrauchs erhoben. Matthäus-Maier weist in der sonntaz darauf hin, dass sie das Ende dieser Besoldungs-Praxis schon 1974 in einem FDP-Papier gefordert habe. Die Privilegien für Kirchen widersprächen dem Verfassungssatz "Es besteht keine Staatskirche", moniert Matthäus-Maier, die im Beirat der humanistischen Giordano-Bruno-Stiftung sitzt.

Der CSU-Politiker Günther Beckstein widerspricht: „Wer allen Ernstes behauptet, Kirche und Religion regierten heimlich mit in Deutschland, der sei dezent auf die Gottesstaaten unserer Gegenwart verwiesen: den Iran, den Jemen oder auch Katar.“ Dort sei die Scharia die Basis einer mittelalterlichen Rechtssprechung. In Deutschland wollten Kirchen nicht „Herrscher im Lande“ sein, „sondern Volkskirche im Wortsinn und damit Lordsiegelbewahrer unserer Freiheit“, sagt Beckstein, der auch Vizepräses der Evangelischen Kirche in Deutschland ist. Er wird ab Mittwoch mit zehntausenden anderen Christen in München auf dem Ökumenischen Kirchentag beten und diskutieren.

 

Den gesamten Streit der Woche lesen Sie in der aktuellen sonntaz vom 8./9. Mai 2010 – ab Sonnabend zusammen mit der taz am Kiosk. Foto: taz

In ihrem Beitrag in der sonntaz sieht die Sängerin Nina Hagen in Deutschland ein „Volk Gottes“ an der Macht, das basisdemokratisch in seinem Geiste mitregiere. Schon beim Mauerfall habe dieses Volk ein „wahres Wunder“ vom Stapel gelassen.

 

Im Streit der Woche diskutieren außerdem Raju Sharma, der religionspolitische Sprecher der Linken im Bundestag, der Vizevorsitzende der Allevitischen Gemeinde in Deutschland, Ali Ertan Topra, taz.de-Leser Dirk Ossenberg und Rudolf Ladwig, der zweite Vorsitzende des Internationalen Bunds der Konfessionslosen und Atheisten. Taz 7

 

 

 

 

Bischof Fürst: „Den Dialog mit Austrittswilligen suchen“

 

Der Anlass waren die Austrittszahlen des Bistums Rottenburg Stuttgart für Februar und März dieses Jahres: 3.500 Menschen wollen keine Kirchenmitglieder mehr sein, eine erheblich höhere Zahl als im letzten Jahr. Bischof Gebhard Fürst wollte das nicht einfach so stehen lassen, sondern wissen, woran das liegt, wo die einzelnen Motivationen liegen:

 

„Jetzt habe ich alle angeschrieben, mit persönlichem Namen und persönlicher Adresse, also keine anonyme Postwurfsendung oder so etwas, sondern ich habe alle angeschrieben und sie eingeladen, zu einem Gespräch mit dem Bischof – eines im Mai, ein Termin im Juni und im Juli, auch an verschiedenen Orten unserer Diözese – um einfach zu hören, was sie auf dem Herzen haben, was sie bewegt hat, der Kirche den Rücken zu kehren; um ihnen auch zu signalisieren, dass ich das sehr ernst nehme. Es ist sicher auch über die Personen, die ich eingeladen habe, hinaus ein Zeichen, dass ich mit dieser Vertrauenskrise irgendwie umgehen möchte.“

Katholische Jugend berät auch zu Missbrauchsfällen - 650.000 in Verbänden organisierte Jugendliche und junge Erwachsene, das ist ein sehr großer Teil der kirchlichen Jugendarbeit in Deutschland. Organisiert sind sie bei Pfadfindern, der Katholischen Studierenden Jugend, der Katholischen Jungen Gemeinde, der Landjugend und vielen anderen. Ihnen gemeinsam ist der Dachverband: der Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ). Mit den Missbrauchsfällen haben die Verbände ein Pflicht-Thema bei ihrer diesjährigen Jahreshauptversammlung. Dazu sagt uns Dirk Tänzler, Bundesvorsitzender des BDKJ: „Wir machen schon seit etwa zehn Jahren eine - wie ich finde – hervorragende, aber leider nie so groß wahrgenommene Präventionsarbeit in den Jugendverbänden, in der DPSG, bei der KSJ, bei der KJG. Da kann Kirche auch von Jugendverbandsarbeit lernen.“ (rv 7)

 

 

 

 

 

Papst: „Belgiens Kirche ist von Sünden geprüft“

 

Benedikt XVI. hat die Bischöfe Belgiens dazu ermuntert, sich gegenseitig besser zu unterstützen. Das gelte insbesondere in der gegenwärtigen schwierigen Zeit, so der Papst in einer Rede an die belgischen Oberhirten. Diese besuchten an diesem Samstagmittag das katholische Kirchenoberhaupt anlässlich ihres Ad Limina-Besuchs im Vatikan. Die katholische Kirche in Belgien sei durch die Sünden der Missbrauchsfälle beschädigt, so der Papst. Benedikt XVI. rief deshalb die belgischen Bischöfe und die gesamte Kirche des Landes zu Mut und Geschlossenheit in der aktuellen schwierigen Situation auf.

„Eure Kirche ist von Sünden geprüft. Nur Christus kann wieder die Ruhe nach dem Sturm herbeiführen. Nur Er kann wieder Mut und Kraft spenden. Ich bitte deshalb die Bischöfe darum, dass sie den Priester und Ordensleuten, aber auch den Laien meine Ermutigung weiterreichen.“

Beim Treffen wurden auch andere Probleme angesprochen, wie der Rückgang an Taufen und der Mangel an Priesterberufungen. Die Kirche Belgiens stehe derzeit vor einer Vielzahl von Herausforderungen, führte Benedikt XVI. in seiner Ansprache aus.

„Der Rückgang an Priestern sollte aber nicht als unausweichlicher Prozess angesehen werden. Das Zweite Vatikanische Konzil hat ganz klar und bewusst festgehalten, dass die Kirche ohne die Priester nicht auskommen kann. Deshalb ist es wichtig und dringend notwendig, dass dem Priester seine wahre Stellung und seine sakramentale Bedeutung zuerkannt wird.“

In seiner Grußadresse an den Papst verwies Erzbischof Andre-Joseph Leonard von Brüssel ausdrücklich auf die Missbrauchsfälle durch katholische Priester, an denen die Kirche Belgiens leide. Besonders gravierend sei der nach einem schweren Skandal erzwungene Rücktritt eines Mitbischofs, hob er hervor. Damit meinte er den Bischof von Brügge, der den Missbrauch eines Jugendlichen zugegeben hat. Die Kirche Belgiens leide, aber sie sei zugleich entschlossen, diese Probleme entschieden und in Klarheit zu lösen, so Leonard.

 

Belgiens Bischöfe: „Wir sind mit dem Papst einig“ - Die belgischen Oberhirten sind sich in Sachen Missbrauchsbekämpfung mit dem Papst einig. Das betonte im Anschluss an das Papsttreffen an diesem Samstag der Primas, Erzbischof Andre-Joseph Leonard von Brüssel. Bei einem Treffen mit Journalisten im Vatikanischen Pressesaal sagte er, dass der Papst wisse, wie gut die Kirche in Belgien auf die Missbrauchsfälle reagiert habe. Mit Benedikt XVI. habe man nicht explizit auf den Fall des Bischofs von Brügge gesprochen, so Leonard. Benedikt XVI. hatte am 23. April das Rücktrittsgesuch des Bischofs von Brügge, Roger Vangheluwe, angenommen. Vangheluwe hatte zugegeben, vor und nach seiner Ernennung zum Bischof einen jungen Mann aus seinem Umfeld über mehrere Jahre hinweg missbraucht zu haben.

Auf deutsch sagte der Bischof von Lüttich, Aloys Jousten:

„Ich war sehr angetan von dem, was der Heilige Vater sagte in Bezug auf das, was wir Bischöfe zu verwirklichen versuchen. Es geht um das Wachsen im Glauben und die Katechese bei den Erwachsenen. Mir ist des weiteren aufgefallen, dass er die Priester ermutigt; ich hoffe, dass wir als Bischöfe ebenfalls den Priestern Mut zusprechen. Weiter ist mir aufgefallen: Der Papst hat die Laien ermutigt, echte und erwachsene Christen zu werden. Er ermutigt sie, in der Gesellschaft die Werte des Evangeliums zu vertreten und daraus zu leben.“ (rv/kap 8)

 

 

 

 

Brasiliens Bischöfe verurteilen Pädophilie

 

Wenn sie sich treffen, brauchen sie immer viel Platz: Die brasilianische Bischofskonferenz ist mit weit über vierhundert Mitgliedern die größte der Welt. Und sie trifft sich derzeit in der Hauptstadt Brasilia – aus zwei Gründen, wie Kardinal Odilo Scherer erzählt: „Weil nach dieser Vollversammlung sofort auch der Eucharistische Kongress beginnt. Und wir feiern auch mit der Kirche hier das fünfzigjährige Jubiläum der Gründung dieses Erzbistums und auch dieser Stadt, die im Jahr 1960 eingeweiht worden ist.“

Offizielles Thema der Beratungen ist „das Wort Gottes“ – ein Wort, das nicht nur der Kirche selbst gehört, wie der Kardinal von Sao Paolo betont: „Wir wollen, dass das Wort Gottes in die brasilianische Gesellschaft ausstrahlt, um die vielen Probleme zu lösen, die wir haben. Das Sozial- und wirtschaftliche Leben wollen wir durch das Wort Gottes beeinflussen – das Licht Gottes soll der ganzen Gesellschaft helfen, nicht nur der Kirche als solcher!“

 

Allerdings hat auch die Kirche selbst Hilfe nötig – denn auch in Brasilien steckt sie in Missbrauchs-Turbulenzen. Das liegt u.a. am Erzbischof von Porto Alegre, Dadeus Grings. Dieser hielt zwar unmissverständlich fest, dass die Kirche keine Toleranz mit Missbrauchs-Tätern kennt: „Das ist ein äußerstes Verbrechen – besonders mit Kindern! Die Kinder werden dadurch in ihrer Entwicklung gestört, sie verlieren sozusagen ihr Leben.“ (rv 6)

 

 

 

 

Katholiken hoffen nach Ablösung Mixas auf Neuanfang

Rom/Freiburg - Die deutschen Katholiken haben die Ablösung des unter Missbrauchsverdacht stehenden Augsburger Bischofs Walter Mixa als Schritt zur Klarheit und Chance zu einem Neuanfang begrüßt.

Papst Benedikt XVI. akzeptierte am Samstag das Rücktrittsgesuch Mixas, der nach anfänglich geleugneten Prügel-Vorwürfen um die Entbindung vom Amt gebeten hatte. Zuletzt war zudem der Verdacht publik geworden, der Bischof habe einen Minderjährigen sexuell missbraucht. Hochrangige Katholiken sprachen sich angesichts der Krise der Kirche für eine Debatte über des Pflichtzölibats aus.

"Die Vorgänge der letzten Zeit haben das gesamte Bistum Augsburg und auch die katholische Kirche in Deutschland sehr belastet", erklärte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch. Der dadurch erlittene Verlust der Glaubwürdigkeit wiege schwer. "Die zügige Entscheidung des Papstes schafft die notwendige Klarheit. Sie gibt allen Beteiligten die Chance zum Neuanfang."

Noch am Samstag wählte das Augsburger Domkapitel den Weihbischof Josef Grünwald zum Diözesan-Administrator, der die Bistumsleitung übernehmen soll, bis vom Papst ein neuer Bischof ernannt wird. Grünwald kündigte an, "an der zügigen und besonnenen, klaren und transparenten Aufarbeitung" der Vorwürfe gegen den Bischof mitzuwirken. Nur so könne ein wirklicher Neuanfang gelingen.

Die Kirchenvolksbewegung "Wir sind Kirche" nahm die Entscheidung des Papstes "mit Erleichterung" zur Kenntnis. "Um den durch das lange Taktieren von Bischof Mixa entstandenen Ansehens- und Glaubwürdigkeitsverlust der katholischen Kirche weit über das Bistum hinaus nicht noch zu vergrößern, bleibt es notwendig, alle Vorwürfe umfassend und möglichst schnell aufzuklären", teilte die Gruppe mit.

Der Bamberger Erzbischof Ludwig Schick sprach sich im "Spiegel" dafür aus zu überlegen, ob man einfachen Pfarrern die Ehe erlaube. "Ich wäre dafür, dass man ernsthaft darüber nachdenkt", sagte er. Auch in der Kirchenführung werde darüber gesprochen: "Ich bin nicht der Einzige." Das Zölibat gehöre aber zur Kirche und müsse nach seiner Meinung von Bischöfen, Ordensleuten und Domkapitularen gelebt werden. Laut dem ehemaligen Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Karl Lehmann, ist derzeit zwar der falsche Zeitpunkt für eine Debatte über den Pflichtzölibat. Er glaube aber, dass der Papst längst über das Thema nachdenke, sagte Lehmann im ZDF.

Die Staatsanwaltschaft Ingolstadt hatte am Freitag bestätigt, dass sie Vorermittlungen gegen Mixa eingeleitet habe. Medienberichten zufolge ging es um den Vorwurf, Mixa habe als Eichstätter Bischof einen Jungen missbraucht. Der Anwalt des Bischofs wies die Anschuldigungen zurück. Das Bistum Augsburg erklärte, es habe die Vorwürfe dem Generalstaatsanwalt in München selbst zur Kenntnis gebracht. Zollitsch bezeichnete dies "in Übereinstimmung mit den Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz" ausdrücklich als richtig.

Laut "Spiegel" soll Mixa in seiner Zeit als Eichstätter Bischof häufig junge Seminaristen in seine Privaträume im Bischofshaus eingeladen und mit ihnen gemeinsame Saunabesuche unternommen haben. Dem Kleriker seien homosexuelle Neigungen nachgesagt worden, hieß es in dem Bericht unter Berufung auf Kirchenkreise weiter. Dem Magazin zufolge wies sein Anwalt die Vorwürfe "mit aller Entschiedenheit" zurück. Mixa war von 1996 bis 2005 Bischof von Eichstätt, danach wurde er Bischof in Augsburg.

Im April hatte Mixa nach anfänglichem Leugnen zugegeben, als Stadtpfarrer von Schrobenhausen Kinder geschlagen zu haben. Während der Kirchenmann von Ohrfeigen oder "Watschen" sprach, werfen ihm ehemalige Heimkinder vor, er habe sie teilweise mit voller Wucht ins Gesicht geschlagen. Der strikte Abtreibungsgegner stand wegen seiner sehr konservativen Ansichten häufig in der politischen Kritik. (Reuters 9)

 

 

 

Päpstliche Akademie warnt vor Krise des Sozialsystems

 

Die Weltgemeinschaft braucht eine neue gerechtere soziale Ordnung. Das ist das Fazit der Päpstlichen Akademie für Sozialwissenschaften zum Abschluss ihrer jüngsten Vollversammlung im Vatikan. Die Präsidentin der Päpstlichen Akademie, Mary Ann Glendon, warnte vor einer tief greifenden Krise staatlicher Sozialfürsorge. Angesichts des Geburtenrückgangs und der Überalterung vieler Gesellschaften könne diese in ihrem heutigen Umfang schon bald nicht mehr finanziert werden, sagte Glendon:

 

„Eine solche Krise der Sozialversicherungssysteme wird nicht so dramatisch wie die gegenwärtige Finanzkrise sein. Diese kann jedoch zu einem schwerwiegenden Konflikt zwischen den Generationen führen. Zugleich ist auf die Schwierigkeiten einer politischen Regulierung der Weltwirtschaft hinzuweisen. Die Wissenschaft kann in vielen Fällen nicht zuverlässig vorhersagen, welche langfristigen Folgen ein bestimmter Eingriff in das globale wirtschaftliche Gefüge hat. Wie wenig man über die ökonomischen Mechanismen weiß, hat nicht zuletzt die Finanzkrise gezeigt. Diese ist in ihrem Ausmaß auch von renommierten Fachleuten nicht vorhergesehen worden.“ (kap 6)