Notiziario religioso 5
Luglio – 22 agosto 2010
Pausa estiva, buone ferie a tutti
Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Commento al vangelo del giorno,
a cura di P. Lino Pedron
18 Mentre diceva loro queste cose, giunse uno dei capi che gli si
prostrò innanzi e gli disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi
la tua mano sopra di lei ed essa vivrà». 19 Alzatosi, Gesù lo seguiva con i
suoi discepoli.
20 Ed ecco una
donna, che soffriva d'emorragia da dodici anni, gli si
accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. 21 Pensava infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello,
sarò guarita». 22 Gesù, voltatosi, la vide e disse:
«Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita». E in quell'istante la donna
guarì.
23 Arrivato poi
Gesù nella casa del capo e veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse:
24 «Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma
dorme». Quelli si misero a deriderlo. 25 Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò.
26 E se ne sparse la fama in tutta quella regione.
La fede del capo
della sinagoga supera quella del centurione (Mt 8,10).
Egli non chiede la guarigione della figlia, ma la sua risurrezione; ha la
certezza che Gesù può darle di nuovo la vita. La fede è credere in Gesù anche
quando si ha un morto in casa. Nella fede c'è una speranza che supera i confini
della morte.
Anche il
comportamento della donna che soffriva di emorragia da dodici anni è
espressione di fede. La fede è, anzitutto, credere che Gesù è
capace di soccorrere. I miracoli sono sempre legati alla fede: essa ne è
l'unica condizione. La fede è confessare la propria impotenza e proclamare la propria fiducia
nella potenza di Dio.
Il toccare il
lembo del mantello è credere nella potenza di Gesù e sottoporsi alla sua
protezione (cfr Zc 8,23). Le frange del mantello
hanno un significato sacro perché servono a ricordare i comandamenti del
Signore (Nm 15,37-40; 22,12). La mentalità popolare
ha sempre ritenuto che gli oggetti che sono stati a contatto con un uomo di Dio
abbiano degli effetti miracolosi.
Le parole di Gesù:
"Coraggio, figliola, la tua fede ti ha salvata"
rivelano la delicatezza di Gesù che vuole mettere la donna a suo agio e
togliere da lei ogni senso di colpa. Dobbiamo notare che non è il gesto di
toccare il mantello di Gesù che dona la guarigione alla donna, ma la parola che
Gesù le rivolge.
Quando Gesù giunge
alla casa del capo della sinagoga è già cominciato il
lamento funebre. Questo strepito scomposto e spesso prezzolato è in assoluto
contrasto con il modo di pensare e di agire di Gesù.
L'affermazione di
Gesù "la fanciulla non è morta, ma dorme"
indica che per lui la morte è una condizione passeggera come il sonno dal quale
ci si risveglia. La gente lo deride. Le cose come le vede Dio appaiono diverse
da come le vediamo noi. Nella luce dello sguardo di Dio anche la morte cambia i
suoi connotati.
Gesù solleva la fanciulla prendendola per mano. E' la mano di Dio che
soccorre e salva (Dt 6,21; 1Cr 29,12; Sap 11,17; ecc.).
Il verbo greco eghérthe "si alzò" nel vangelo è il termine
tecnico della risurrezione di Gesù (Mt 28,6.7). Con la risurrezione di questa
ragazza Gesù si presenta come il Messia vincitore della morte, il Dio della
risurrezione e della vita.
32 Usciti costoro,
gli presentarono un muto indemoniato. 33 Scacciato il
demonio, quel muto cominciò a parlare e la folla presa da stupore diceva: «Non
si è mai vista una cosa simile in Israele!». 34 Ma i farisei dicevano: «Egli
scaccia i demoni per opera del principe dei demoni».
35 Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando
nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e
infermità. 36 Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano
stanche e sfinite, come pecore senza pastore. 37 Allora disse ai suoi
discepoli: «La messe è molta, ma gli operai sono
pochi! 38 Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!».
Secondo le
credenze antiche la malattia era sempre provocata da un demonio. La guarigione
quindi avviene con la cacciata del demonio. Al miracolo operato da Gesù seguono subito due opposte reazioni: la gente è presa
dallo stupore, i farisei accusano Gesù di "scacciare i demoni per opera
del principe dei demoni".
Il contrasto tra
Gesù e i suoi oppositori si fa sempre più grande. La loro perfidia è palese:
stravolgono perfino il significato dei suoi miracoli. In 12,32, per questa accusa contro Gesù, viene loro attribuito un peccato
imperdonabile.
La reazione
adeguata ai miracoli di Gesù è la fede. La meraviglia e lo stupore sono,
tuttavia, una reazione spontanea nella giusta direzione di chi sa accogliere
almeno un aspetto dell'attività prodigiosa di Gesù.
Nel v. 35 Matteo introduce il secondo dei suoi cinque discorsi,
quello missionario, dandoci una sintesi dell'attività di Gesù per insegnarci
che la missione dei discepoli sarà la continuazione di quella del Maestro. Lo
slancio della missione di Gesù e dei discepoli nasce dal vedere le folle
"stanche e sfinite come pecore senza pastore" e la messe abbondante a cui fa riscontro la scarsità degli operai.
L'attività di Gesù
che "andava per tutte le città e i villaggi" per raggiungere tutti e
salvare tutti è l'esempio che i discepoli inviati in missione devono tenere
sempre davanti agli occhi.
La missione di
Gesù viene riassunta nei tre verbi insegnare,
predicare e curare. Tale sarà anche l'attività dei missionari che egli sta per
mandare "alle pecore perdute della casa d'Israele".
L'immagine del
gregge senza pastore è molto conosciuta nell'Antico Testamento (Nm 27,17; Zc 13,7; Ez 34).
Gesù rivolge
l'accusa ai pastori d'Israele del suo tempo (Mt 11,28). Egli intende essere il
buon pastore del suo popolo (Gv 10), e i suoi
discepoli dovranno continuare la sua opera con dedizione e amore gratuito (Mt
10,8; 1Pt 5,1-4).
Come Giosuè prese il posto di Mosè "affinché la comunità del
Signore non fosse come un gregge senza pastore" (Nm
27,17), così gli apostoli continueranno la missione di Gesù buon pastore.
I discepoli
ricevono il duplice comandamento di pregare il padrone della messe e di andare
a lavorare nella messe (Mt 9,38; 10,5; cfr Lc
10,2-3). La preghiera è adesione al piano di salvezza di Dio e presa di coscienza della chiamata a collaborare
responsabilmente per la sua realizzazione.
1 Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare
gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità.
2 I nomi dei
dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro,
e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni
suo fratello, 3 Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo
di Alfeo e Taddeo, 4 Simone il Cananeo e Giuda
l'Iscariota, che poi lo tradì.
5 Questi dodici
Gesù li inviò dopo averli così istruiti:
«Non andate fra i
pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6
rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. 7 E strada
facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino.
Il numero dodici
ricorda i dodici patriarchi delle tribù d’Israele e quindi ci presenta i dodici
discepoli come i capostipiti spirituali del popolo di Dio che Gesù sta per
ricostituire. La principale fisionomia dei dodici è quella di
essere i continuatori dell’opera di Gesù, quasi il prolungamento della sua
persona.
Il gruppo radunato
da Gesù non sembra molto omogeneo e comprende anche il traditore Giuda. Nella
loro identità e nella loro missione ogni cristiano deve scoprire il senso della
propria vocazione.
Il potere
conferito ai dodici discepoli è quello di cacciare i
demoni e guarire tutte le malattie, quindi di eliminare ogni sofferenza umana.
Dobbiamo però ricordare con forza che in 10,7-8 il comando di predicare il
vangelo del regno di Dio precede nell’ordine tutti gli
altri e li supera per importanza.
Nel capitolo precedente
le folle "erano stanche e sfinite come pecore senza pastore" (9,36).
Ora Gesù dice che sono "pecore perdute" cioè disperse, fuori
dall’ovile. E’ volontà del Padre che il vangelo del regno dei cieli sia
annunziato prima al popolo d’Israele. La delimitazione dell’ambito in cui vengono mandati i dodici è quella stessa del Cristo, inviato
esclusivamente a Israele (Mt 15,21-28). Solo con la sua risurrezione Gesù
riceve dal Padre il potere illimitato in cielo e in terra e quindi dà l’avvio
definitivo alla missione universale dei suoi discepoli (Mt 28,18-20).
La predicazione
degli apostoli riprende e continua l’annuncio del regno dei cieli fatto da Gesù
(4,17) e dal Battista (3,2). Tale annuncio viene fatto
con la parola (v. 7), con le azioni di bene (v. 8a) e con la testimonianza
della vita (vv. 8a-10).
7 E strada
facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. 8 Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi,
cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto,
gratuitamente date. 9 Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle
vostre cinture, 10 né bisaccia da viaggio, né due
tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento.
11 In qualunque
città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e
lì rimanete fino alla vostra partenza. 12 Entrando nella casa, rivolgetele il
saluto. 13 Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa;
ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. 14 Se qualcuno poi non
vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da
quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. 15 In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sodoma e Gomorra avrà una sorte
più sopportabile di quella città.
La predicazione
degli apostoli riprende e continua l'annuncio del regno dei cieli fatto da Gesù
(4,17) e dal Battista (3,2). Tale annuncio viene fatto
con la parola (v. 7), con le azioni di bene (v. 8a) e con la testimonianza
della vita (vv. 8a-10).
La testimonianza
della vita consiste nella gratuità. Gli inviati di Dio non lavorano per il
proprio onore, né per la propria grandezza, né per il proprio arricchimento.
Il disinteresse è
certamente la prova più grande della bontà della causa che essi promuovono
(1Cor 9,18; At 20,33; 1Tm 3,8; ecc.).
Gli annunciatori
del vangelo non devono chiedere nulla e non devono prendere
nulla per il viaggio. La motivazione è questa: il regno dei cieli viene annunciato ai poveri e appartiene ai poveri (Mt 5,3) e
quindi può essere annunciato in modo credibile solo da coloro che dimostrano di
averlo già accolto nella propria vita diventando poveri. Gesù è povero (Mt
8,20).
La povertà e il
distacco dalle preoccupazioni materiali è la
dimostrazione che si è capito e accettato il vangelo della paternità di Dio (Mt
6,32-33). Il missionario deve presentarsi agli uomini spoglio
e umile come è richiesto a chi vuol annunciare in modo coerente i
contenuti del discorso della montagna.
Dovunque
l'apostolo arriverà, dovrà farsi indicare qualche persona degna presso la quale
prendere alloggio (v. 11), cioè un luogo che non susciti pettegolezzi che nuocerebbero
alla predicazione o la renderebbero vana.
La missione
comincia con l'augurio alla pace. Nel linguaggio dell'Antico Testamento la pace
è sinonimo di benessere materiale e spirituale; nel Nuovo Testamento significa
la salvezza portata dal Cristo, anzi, Cristo stesso (Ef
2,14).
L'eventuale
rifiuto dell'annunciatore e delle sue parole non deve scoraggiare l'apostolo né
arrestare l'azione missionaria: egli andrà altrove a portare il dono della
salvezza.
Il gesto di
scuotere la polvere dai piedi non è una maledizione: è un segno di distacco e
di protesta. Era il gesto che ogni israelita compiva rientrando in Palestina da
un luogo pagano, come gesto di totale separazione. Siccome gli inviati stanno
recando il vangelo in terra d'Israele, questo gesto significa che le città e i
villaggi d'Israele che rifiutano gli apostoli di Gesù vanno ritenuti come
territorio di pagani, esclusi dalla comunione di salvezza col popolo di Dio.
Quando l'apostolo
ha compiuto la sua missione in un luogo, non deve fermarsi: non ha tempo da
perdere. Il tempo è così poco e l'annuncio così importante che l'apostolo deve
andare speditamente per le città e i villaggi, come faceva Gesù (Mt 9,35).
Luca riporta anche
il comando di Gesù: "Non salutate nessuno lungo la strada" (10,4)
proprio per sottolineare l'urgenza della missione (cfr
2Re 4,29).
Il compito del
missionario è di presentare l'annuncio chiaro e convincente, e poi affidarlo
alla libertà e alla responsabilità degli ascoltatori.
Le città di Sodoma e Gomorra sono il simbolo
della violazione dei sacri doveri dell'ospitalità (Gen 19,8). Le città che non ospiteranno gli inviati di
Cristo saranno trattate più duramente di Sodoma e di Gomorra nel giorno del giudizio.
16 Ecco: io vi
mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e
semplici come le colombe. 17 Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno
ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; 18
e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare
testimonianza a loro e ai pagani. 19 E quando vi consegneranno nelle loro mani,
non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito
in quel momento ciò che dovrete dire: 20 non siete
infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
21 Il fratello
darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i
figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. 22 E sarete odiati da
tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato. 23
Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un'altra; in verità vi dico:
non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio
dell'uomo.
I missionari di
Cristo, poveri, portatori di pace, che danno tutto gratuitamente, dovrebbero
essere accolti con entusiasmo dappertutto. E invece trovano davanti a sé
avversari violenti e irriducibili. E' Gesù che li ha voluti come pecore in
mezzo ai lupi. L'espressione "Io vi mando" posta all'inizio del brano
vuol mettere in luce proprio l'aspetto di protezione da parte di Gesù buon
pastore (Gv 10). Nel seguito del testo Gesù assicura
la presenza dello Spirito santo (v. 20) e la venuta del figlio dell'uomo (v.
23).
Il regno di Dio è
tanto più potente quanto più viene testimoniato nella
debolezza, come dice il Signore a Paolo: "La mia potenza si manifesta
pienamente nella debolezza" (2Cor 12,9).
Ma pur confidando totalmente nella protezione del buon
pastore è necessario da parte dei discepoli un comportamento che tenga conto
della pericolosità della situazione. La prudenza dei serpenti e la semplicità
delle colombe indicano il buon uso di tutte le doti che Dio ci ha dato e
l'atteggiamento della fiducia in Dio.
Nel Midrash sul Cantico dei cantici leggiamo: «Riferendosi agli
israeliti Dio disse: "Con me sono semplici come le colombe, ma tra i
popoli del mondo sono astuti come i serpenti» (2,14).
Davanti ai
tribunali dei governatori e dei re i discepoli non devono preoccuparsi di che
cosa devono dire. Nel discorso della montagna Gesù
aveva comandato di non preoccuparsi per le necessità materiali (6,25-33), qui
comanda di non preoccuparsi per le risposte da dare agli accusatori. Infatti non saranno i discepoli a parlare, ma lo Spirito del
Padre parlerà in loro. Egli infatti è l'avvocato
difensore dei cristiani (Gv 15,26-27). Ce ne danno
conferma gli Atti a proposito di Stefano: "E non potevano resistere alla
sapienza e allo Spirito con cui egli parlava" (At
6,10).
L'espressione
"Sarete odiati da tutti a causa del mio nome" ci toglie ogni fatua
illusione: Cristo e tutto il mondo che giace sotto il potere del maligno (1 Gv 5,19) sono assolutamente
inconciliabili. Quello però che interessa maggiormente non è il fatto della
persecuzione, ma il comportamento che deve avere il discepolo quando viene perseguitato: deve perseverare fino alla fine. Il
vangelo impegna alla fedeltà a Cristo per sempre.
La persecuzione
dei cristiani non è un fallimento, ma la passione di Cristo che continua. Il
mondo che ha odiato Cristo continua a odiarlo nei suoi
inviati. La ragione di questo odio è sempre la stessa:
"Per causa mia" (v. 18). L'annuncio del vangelo inquieta il mondo:
esso odia i cristiani perché con la loro vita lo contestano radicalmente.
La persecuzione è
una splendida occasione per rendere testimonianza a Cristo davanti a tutti. Ma il cristiano non dev'essere un
fanatico che cerca la morte a tutti i costi. Anche in questa situazione non
deve agire secondo gli ideali eroici (?) del mondo, ma imitando Cristo, il
quale ha affrontato la morte solo quando gli fu
impossibile fuggire (Mt 12,15; Lc 4,30; Gv 8,59; 10,39; 12,36; ecc.) e comprese che era giunta la
sua ora (Gv 13,1; 17,1).
24 Un discepolo
non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone; 25 è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro
e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!
26 Non li temete
dunque, poiché non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di
segreto che non debba essere manifestato. 27 Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio
predicatelo sui tetti. 28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo,
ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui
che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna. 29 Due
passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a
terra senza che il Padre vostro lo voglia.
30 Quanto a voi,
perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; 31
non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!
32 Chi dunque mi
riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio
che è nei cieli; 33 chi invece mi rinnegherà davanti
agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.
I discepoli non
devono cercare o attendersi una sorte diversa da quella toccata al loro
Maestro. Se Gesù è stato calunniato e chiamato Beelzebùl,
il principe dei demoni, quanto più saranno calunniati
i suoi discepoli. Il nome Beelzebùl, dato in senso
dispregiativo a Gesù, significa "padrone della casa". Per questo i
suoi discepoli sono chiamati "i suoi familiari", cioè quelli della
sua casa.
Il comandamento
"Non temete" ripetuto tre volte è un forte
invito al coraggio. Il coraggio deve manifestarsi nel parlare chiaro e nel
gridare coi fatti il messaggio di Cristo, nel non
temere la persecuzione e la morte del corpo, e nel non vergognarsi mai di
Cristo davanti agli uomini.
La paura dei
discepoli nasce dalla mancanza di fede in Dio Padre e dalla mancanza di libertà
nei confronti di se stessi. Per seguire Cristo bisogna rinnegare se stessi (Mt
10,37-39). Chi non rinnega se stesso, rinnega Cristo,
come ha fatto Pietro (Mt 26,69-75).
Riconoscere il
Cristo davanti agli uomini è molto più che parlare di lui o associarsi alla
comunità dei cristiani: è solidarietà totale con il suo mistero di morte e
risurrezione. La morte del martire non è assenza di Dio, ma
realizzazione del progetto di Dio e configurazione al Cristo morto e risorto,
culmine della testimonianza cristiana.
11 luglio 2010: Lc
10,25-37
25 Un dottore
della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per
ereditare la vita eterna?». 26 Gesù gli disse: «Che cosa
sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». 27
Costui rispose: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto
il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua
mente e il prossimo tuo come te stesso». 28 E Gesù: «Hai risposto bene; fa’
questo e vivrai».
29 Ma quegli,
volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». 30 Gesù
riprese:
«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei
briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo
morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando
lo vide passò oltre dall'altra parte. 32 Anche un
levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano,
che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e
n'ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi
olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si
prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede
all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo
rifonderò al mio ritorno. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo
di colui che è incappato nei briganti?». 37 Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse:
«Va’ e anche tu fa’ lo stesso».
Il comandamento
dell’amore è il cardine dell’Antico e del Nuovo Testamento. Definisce la verità
dell’uomo nella sua relazione con Dio, con gli altri e con se stesso (Dt 6,4ss; Lv 19,18). La morte
prodotta dal peccato è l’incapacità di amare. L’uomo è creato per amore ed è
fatto per amare; se non ama è fallito. Tutto il mondo
non vale un atto di amore. "E’ più prezioso per il Signore e per l’anima,
e di maggior profitto per la Chiesa, un briciolo di amore puro che tutte le
altre opere insieme, anche se sembra che l’anima non faccia niente" (San
Giovanni della Croce).
Il problema
fondamentale dell’uomo è la vita eterna (v. 25). Ma ciò che conduce alla vita
eterna non è il semplice sapere qual è il comandamento più grande, ma il
metterlo in pratica: "Fa’ questo e vivrai" (v. 28), "Va’ e anche tu fa’ lo stesso" (v. 37).
L’amore del
prossimo è amore attivo: "Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la
vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore,
come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la
lingua, ma coi fatti e nella verità" (1Gv
3,16-18); "Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non
ha le opere? Forse che questa fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella
sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi e
saziatevi", ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa"
(Gc 3,14-17).
Chi ama
concretamente e si lascia commuovere da ogni bisogno dell’uomo, ama Dio ed è
obbediente al comandamento di Dio.
Amare Dio e amare
il prossimo è la stessa cosa. Chi ama i propri simili ama Dio, anche se non lo sa. La misura dell’amore verso Dio
è l’uomo, che dobbiamo amare come noi stessi e come Cristo lo ama (cfr Gv 15,12).
Il "
prossimo" designa tutti gli uomini e le donne, ma in particolare i più
colpiti, i più bisognosi. Bisogna avvicinarsi a essi fino a identificarsi con
loro, come fossero noi stessi: perché sono noi stessi.
La parabola vuole
cogliere ed evidenziare la reazione di tre passanti davanti a un infelice
"spogliato, percosso e mezzo morto" (v. 30). Il primo e il secondo,
il sacerdote e il levita, vedono e passano oltre. Essi sono assenti dove Dio ha
bisogno di collaboratori e sono presenti nel tempio dove Dio non ha bisogno di
nulla. Questo atteggiamento religioso non è fede, ma
alienazione, cioè vivere fuori dalla realtà di Dio e dell’uomo.
L’attenzione della
parabola è rivolta soprattutto al terzo passante, a un samaritano, il quale fa
prevalere la pietà, la compassione verso il ferito. Egli agisce in base a ciò che la situazione richiede e non secondo leggi
e norme umane che spesso servono più per impedire il bene che per farlo. La sua
legge è la regola d’oro: "Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche
voi fatelo a loro" (Lc
6,31).
Secondo l’opinione
dei giudei, il samaritano non era un ortodosso, cioè non aveva idee esatte su
Dio, non celebrava il culto nella forma dovuta; era un eretico, uno scismatico.
Ma, contro le apparenti valutazioni, nel suo cuore e
nel suo agire è l’unico dei tre in piena comunione con Dio, perché sa cogliere
il richiamo della sua voce che lo spinge a soccorrere un uomo in estrema
necessità. Non solo interrompe il suo viaggio e tramanda i suoi orari e i suoi
affari, ma spende il suo denaro per soccorrerlo: egli ama questo sconosciuto
come se stesso.
L’amore del
prossimo, in cui si trova il segreto della vita eterna, richiede di avvicinarsi
agli altri, soprattutto a quelli che sono in difficoltà, per offrire loro il
nostro aiuto generoso e gratuito anche a scapito della nostra tranquillità e
dei nostri interessi. Non bastano e non contano le idee esatte su Dio e sulla
religione per entrare nella vita eterna: ciò che conta sono le opere
dell’amore.
Il samaritano è
l’unico credente della parabola perché ha compiuto l’opera che Dio stesso
avrebbe fatto se si fosse trovato a passare in quel
momento e su quella strada. Il servizio di Dio è servizio
al prossimo. Chi non vuole rendersi conto di quello che accade sulle strade del
mondo, per portarvi il necessario soccorso, non ha la fede, non ha la carità.
Il samaritano è la
figura ideale del cristiano. Egli vive nella sua persona i comportamenti di
Gesù, che ha dato la vita per gli altri, amici e
nemici. Gesù ha amato veramente tutti, senza chiedere a nessuno la carta
d’identità razziale o religiosa, o il certificato di buona condotta e di
profitto spirituale.
La Chiesa è
rappresentata in questa locanda (nel testo originale greco pandochèion
che significa luogo che accoglie tutti) e ognuno di noi è rappresentato da
questo locandiere (in greco pandòcos che significa colui che accoglie tutti). Questa piccola locanda-chiesa è
presente nel mondo, ovunque uno è disposto ad accogliere tutti gli altri.
Questa locanda-chiesa è l’anticipo della Gerusalemme celeste che accoglierà in
sé tutti quelli che hanno accolto gli altri. "Venite,
benedetti del Padre mio… ogni volta che avete fatto
queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a
me" (Mt 25,35-40).
Prima di
andarsene, il samaritano-Gesù ci ha lasciato due
denari, che sono il prezzo dell’amore del Padre e dei
fratelli pagato di persona da lui. E’ quanto basta
per vivere fino al suo ritorno. Egli che ci ha amato per primo, ha dato anche a
noi la sua capacità di amare Dio e il prossimo e così ereditare la vita eterna.
Il fare
misericordia è la sintesi di tutta l’azione storica di Dio verso l’uomo (cfr Sal 136) ed è il senso della missione di Gesù. Egli infatti "passò beneficando e risanando tutti coloro
che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui" (At
10,38).
Con Gesù è scesa
sulla terra la misericordia stessa del Padre. Vicino ad
ogni uomo che scende da Gerusalemme a Gerico, ad ogni uomo che compie il
viaggio della vita, c’è uno che vede e fa misericordia.
I due
comandamenti: "Va’ e anche tu fa’ lo stesso"
(v. 37) mettono il cristiano al seguito di Cristo e lo fanno collaboratore
della sua stessa missione. Questo impegno durerà fino alla fine del tempo, fino
a quando tutti i fratelli saranno portati nel pandochèion,
nella casa del Padre.
34 Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non
sono venuto a portare pace, ma una spada. 35 Sono
venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora
dalla suocera:
36 e i nemici
dell'uomo saranno quelli della sua casa.
37 Chi ama il
padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più
di me non è degno di me; 38 chi non prende la sua
croce e non mi segue, non è degno di me. 39 Chi avrà trovato la sua vita, la
perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia,
la troverà.
40 Chi accoglie
voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che
mi ha mandato. 41 Chi accoglie un profeta come profeta,
avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la
ricompensa del giusto. 42 E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua
fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
11.1 Quando Gesù
ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là
per insegnare e predicare nelle loro città.
Gesù non è venuto
a suscitare guerre fratricide, ma a portare un messaggio d'amore e di salvezza.
Egli non ha mandato i suoi discepoli a portare la spada, ma la pace (Mt 5,9; 10,12-13),
il perdono (Mt 6,14-15), la riconciliazione (Mt 5,23-26), la mitezza (Mt
5,39-42; 10,16) e l'amore dei nemici (Mt 5,43-48). Ma
davanti a questo splendido messaggio di bontà gli uomini possono reagire in due
modi: accogliendo o rifiutando il vangelo. Quelli che si oppongono in modo
violento al vangelo e agli evangelizzatori producono la rottura e la divisione.
E ciò può avvenire anche all'interno della stessa famiglia.
Gesù è venuto a
portare la spada del giudizio di Dio che separa il bene dal male, coloro che credono in lui da coloro che lo rifiutano. La
parola di Dio è come una spada che penetra nell'intimo di ogni persona e la
giudica mettendo in evidenza le sue vere intenzioni (Eb 4,12-13).
Di fronte a questa
scelta radicale, pro o contro Cristo, il discepolo deve essere disposto a
prendere la croce della rottura con i familiari e a seguire Cristo. E'
questione di vita o di morte. E per avere la vita
eterna bisogna essere disposti a perdere la vita temporale.
Cristo è Dio che dev'essere amato più di ogni altra persona, perfino più di
se stessi. Il linguaggio di Gesù è comprensibile per chi crede che Dio risuscita i morti e dà la vita eterna a chi ha perduto la
vita per causa di Cristo.
La conclusione del
discorso missionario non è rivolta ai missionari, ma a coloro che li accolgono.
Chi accoglie i missionari accoglie Cristo e il Padre
che li ha mandati. Accoglierli come profeti significa
prima di tutto ascoltarli e accettare il messaggio che annunciano. Accoglierli
come giusti significa non considerarli come semplici viandanti che chiedono
ospitalità, ma come uomini di Dio. Accoglierli come piccoli significa
considerarli deboli e bisognosi.
E' il Signore che
li ha mandati senza soldi e senza mezzi (Mt 10,9-10): essi hanno affidato il
problema del loro sostentamento alla provvidenza del Padre e all'accoglienza
dei fratelli. E coloro che li accolgono devono preoccuparsi perché, se sono dei
veri missionari, si accontenteranno di poco (un bicchiere d'acqua fresca), di
quel minimo indispensabile per riprendere il viaggio e l'annuncio del regno di
Dio.
Nella conclusione
del discorso, Matteo vuole mettere in evidenza che
quanto ha scritto è il documento ufficiale della missione apostolica per tutti
i discepoli di tutti i tempi.
20 Allora si mise
a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di
miracoli, perché non si erano convertite: 21 «Guai a
te, Corazin! Guai a te, Betsàida.
Perché, se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i
miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo
avrebbero fatto penitenza, ravvolte nel cilicio e nella cenere. 22 Ebbene io ve
lo dico: Tiro e Sidone nel giorno del giudizio
avranno una sorte meno dura della vostra. 23 E tu, Cafarnao,
sarai forse innalzata fino al cielo?
Fino agli inferi
precipiterai!
Perché, se in Sòdoma fossero avvenuti i miracoli compiuti in te, oggi
ancora essa esisterebbe! 24 Ebbene io vi dico: Nel giorno del giudizio avrà una
sorte meno dura della tua!».
I contemporanei di
Gesù, che non hanno voluto credere alle sue parole, non si sono lasciati
persuadere neppure dalle sue opere prodigiose. Il rifiuto delle città del lago
strappa a Gesù un’esclamazione di sofferenza e di indignazione,
come un lamento che sale alle labbra di fronte a una disgrazia che poteva
essere evitata.
Le città
fortificate della Galilea furono le prime ad essere
assediate ed espugnate dai romani, fin dal 67, durante la rivolta del 67-70,
che culminò nella distruzione di Gerusalemme.
L’evangelista ci
vuole ricordare la maggiore prontezza dei pagani nell’accogliere il vangelo in
confronto con il popolo di Israele. L’alternativa al giudizio di condanna è la
conversione a Cristo. Non esiste una terza possibilità. Il rifiuto cosciente
della fede rende l’uomo colpevole.
25 In quel tempo
Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e
della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli
intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, o Padre, perché così è piaciuto
a te. 27 Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno
conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio
e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
I brani precedenti
presentavano il rifiuto incontrato da Gesù. Ora egli volge lo sguardo a quelli
che lo accolgono. La missione fondamentale di Gesù consiste nella rivelazione
definitiva di Dio.
Il brano si divide
in tre parti. La prima (vv.
25-26) è una lode al Padre. Nella seconda (v. 27) Gesù
parla di sé del suo rapporto con il Padre e con gli uomini. La terza parte (vv. 28-30)
è un invito rivolto a tutti ed espresso attraverso tre imperativi: venite a me,
prendete il mio giogo sopra di voi, imparate da me.
Gesù benedice il
Padre perché nasconde la vera conoscenza di Dio ai sapienti e agli intelligenti
e la manifesta ai piccoli.
I sapienti e gli
intelligenti sono i responsabili della religione ebraica, i sommi sacerdoti,
gli scribi e i farisei di allora, i sapienti di questo mondo, le persone che
confidano nella loro scienza e pratica religiosa. Tutti costoro si escludono
dalla nuova e definitiva rivelazione di Dio per la loro superbia e la loro
sapienza umana.
I piccoli sono i
discepoli di Gesù che hanno accolto la rivelazione di
Dio come dono del suo amore.
L’espressione "queste
cose" indica l’intero vangelo, cioè quella nuova
conoscenza di Dio e della sua volontà che si manifesta nei comportamenti e
nelle parole di Gesù. La conoscenza del Padre e del Figlio non è, anzitutto,
una conoscenza intellettuale ma interpersonale: un dono di vita e di amore.
28 Venite a me,
voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi
ristorerò. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono
mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».
Gli affaticati e
gli oppressi sono coloro che penavano sotto le pesanti
prescrizioni della legge e che si sentivano smarriti davanti alla dottrina
difficile e complicata dei rabbini. Gesù invita tutti costoro a cercare nel suo
vangelo la vera volontà di Dio: una volontà esigente, ma
lineare e semplice, alla portata di tutti.
Gesù si definisce
mite e umile di cuore. Mite significa l’atteggiamento di Gesù nei confronti
degli uomini, un atteggiamento lineare, coraggioso ma non violento;
misericordioso, tollerante, pronto al perdono, ma anche severo ed esigente.
Umile indica l’atteggiamento ubbidiente e docile alla volontà del Padre: un
atteggiamento interiore, libero e voluto.
Il
"riposo" che Gesù offre, corrisponde alla promessa biblica di pace e
felicità. Al seguito di Gesù, la volontà di Dio non è più un giogo oppressivo e
duro, ma genera già ora quella pace gioiosa promessa agli umili e ai miti,
garanzia della salvezza definitiva.
Gli insegnamenti
degli scribi e dei farisei, invece, sono "pesanti fardelli che impongono
sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un
dito" (Mt 23,4) e producono allontanamento da Dio e disperazione di
potersi salvare.
Questo brano
contiene un forte richiamo alla conversione rivolto a tutti, ma specialmente ai
teologi. La rivelazione della sapienza di Dio incontra l’uomo non nella sua
sapienza e assennatezza, ma dove smette di fare affidamento sulla propria
sapienza. Dio dona la sua rivelazione a modo suo.
Il cuore umano
trova riposo quando accoglie come dono la bontà e l’amore di Dio e quando
percorre deciso il cammino nel quale Cristo l’ha preceduto: il cammino della
croce.
1 In quel tempo
Gesù passò tra le messi in giorno di sabato, e i suoi discepoli ebbero fame e
cominciarono a cogliere spighe e le mangiavano. 2 Ciò vedendo, i farisei gli
dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato». 3 Ed egli rispose:
«Non avete letto quello che fece Davide quando ebbe fame insieme ai suoi
compagni? 4 Come entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell'offerta, che
non era lecito mangiare né a lui né ai suoi compagni,
ma solo ai sacerdoti? 5 O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato
i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e tuttavia sono senza colpa? 6 Ora io vi dico che qui c'è qualcosa più grande del tempio.
7 Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non
sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa. 8 Perché il Figlio
dell'uomo è signore del sabato».
Gesù riporta il
sabato alla sua vera funzione di spazio dell’azione di
Dio nella storia dell’uomo. La vera misura dell’osservanza del sabato, cioè del
proprio rapporto con Dio, non è il culto con tutte le sue prescrizioni ma la
misericordia che si manifesta nelle opere d’amore verso i bisognosi.
Gesù è il figlio
dell’uomo signore del sabato: è lui l’inviato di Dio autorizzato a dirci cosa
Dio vuole o non vuole, che cosa è più importante o meno
importante. Per Dio la realtà più importante è l’uomo. L’uomo è più
importante del tempio e più importante del sabato (Mt
2,27).
I farisei di
allora e quelli di tutti i tempi partivano da un principio che sembra
assolutamente giusto, ma che è completamente sbagliato: Dio è superiore
all’uomo, quindi prima viene l’onore di Dio, poi il bene dell’uomo.
A questo
ragionamento soggiace la convinzione che l’onore di Dio, che è amore, possa
trovarsi in conflitto col bene dell’uomo. La gloria di Dio, invece, è sempre il
bene dell’uomo, come ci ricorda sant’Ireneo: "La
gloria di Dio è l’uomo vivente". La signoria di Dio, padrone del sabato,
si manifesta nell’amore e quindi la vera osservanza del sabato dev’essere una celebrazione dell’amore di Dio per l’uomo e
dell’uomo verso il suo simile.
La religione non
consiste nell’osservanza arida e ossessiva della legge, ma nell’accogliere la
misericordia di Dio e nel donarla agli altri. I farisei non hanno misericordia
verso i discepoli di Gesù che hanno fame. La misericordia che si preoccupa
della fame del prossimo è più importante del sacrificio, cioè dell'osservanza
puramente letterale della legge del sabato.
Il comandamento
dell’amore è il criterio sul quale vanno valutati tutti gli altri: o sono
manifestazioni d’amore o decadono. Il sabato (la domenica per noi cristiani) dev’essere il giorno della misericordia accolta e donata.
14 I farisei però,
usciti, tennero consiglio contro di lui per toglierlo
di mezzo.
15 Ma Gesù,
saputolo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli guarì tutti, 16 ordinando loro di non divulgarlo, 17 perché si adempisse
ciò che era stato detto dal profeta Isaia:
18 Ecco il mio
servo che io ho scelto;
il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto.
Porrò il mio
spirito sopra di lui
e annunzierà la giustizia alle genti.
19 Non contenderà,
né griderà,
né si udrà sulle piazze la sua voce.
20 La canna
infranta non spezzerà,
non spegnerà il lucignolo fumigante,
finché abbia fatto trionfare la giustizia;
21 nel suo nome spereranno le genti.
I farisei tennero
consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo .
Decidono di uccidere Dio perché ama l’uomo.
La notizia della
decisione dei farisei di far morire Gesù ci introduce
nella comprensione della sua messianicità: egli non è il messia spettacolare,
ma il Servo sofferente del Signore, "mite e umile di cuore" (Mt
11,29) e benevolo verso tutti i malati e i peccatori.
Egli non affronta
direttamente i suoi avversari, ma si ritira. Questo è lo stile di Gesù quando viene minacciato (Mt 4,12; 14,13). Egli non desidera lo
scontro frontale perché non è venuto per sconfiggere l’uomo, ma per salvarlo.
La missione di
Gesù non corrisponde alle attese di un messia vincente e acclamato. Egli porta
a compimento tutte le promesse della storia della salvezza come Servo
sofferente del Signore usando unicamente i mezzi dell’amore.
I verbi del testo
di Isaia "non contenderà, non griderà, non spezzerà, non spegnerà" ci
assicurano che Gesù non ha fatto del male a nessuno. Il suo amore per gli
uomini non gli ha permesso di essere come lo avrebbero voluto il Battista e i
suoi connazionali: pieno di zelo nel combattere i nemici, insignito di tutti i
poteri, battagliero, travolgente. E’ stato invece mite, umile, buono e
comprensivo con tutti.
Egli non è un
conquistatore di popoli che travolge tutto e tutti, ma salva la vita e rianima
la speranza dei più deboli.
L’umanità malata e
peccatrice non ha bisogno di urla e di minacce, ma di conforto e di
misericordia.
Gesù è la
manifestazione della bontà di Dio per tutti gli uomini (cfr. Tt 2,11).
18 luglio 2010: Lc
10,38-42
38 Mentre erano in
cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome
Marta, lo accolse nella sua casa. 39 Essa aveva una
sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua
parola; 40 Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi
avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata
sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». 41 Ma Gesù
le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, 42 ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è
scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».
Ci sono molti
impegni verso Dio e verso il prossimo, ma tra i tanti, il più importante è
ascoltare la parola di Dio e metterla in pratica (Lc
6,47; 8,21; 11,28). L’importanza assoluta del servizio della parola di Dio emerge chiaramente anche dagli Atti degli apostoli:
"Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle
mense" (6,2).
Il vangelo non
vuole assolutamente frenare l’impegno delle buone opere, ma purificare l’azione
nella contemplazione. Per essere come Gesù, dobbiamo essere "contemplativi
nell’azione".
Maria che ascolta
e vede Gesù, realizza in sé la beatitudine del discepolo: "Beati gli occhi
che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi
vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono"
(Lc 10, 23-24).
Il vero discepolo
ricorda l’insegnamento di Dio: "Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni
parola che esce dalla bocca del Signore" (cfr Dt
8,3; Lc 4,4).
Questo brano
insegna che la "parte buona" riservata ai leviti (Dt
10,9; Gs 18,7; Sal 16,5-6), ossia il culto
dell’Antico Testamento, è sostituita con la
"parte buona" del culto del Nuovo Testamento, che è l’ascolto della
parola di Dio in ogni luogo dove qualcuno è disposto a riceverla.
Maria è la prima
che obbedisce alla voce del Padre: "Questi è il mio Figlio, l’eletto:
ascoltatelo" (Lc 9,35). La contemplazione e l’ascolto ai piedi del Signore è l’azione più grande dell’uomo: lo genera figlio di Dio
(cfr 1Pt 1,23) e lo associa alla missione stessa di Gesù. Ogni missione parte
da Gesù e ritorna ai piedi di Gesù.
Marta è
"tutta presa dai molti servizi". Gesù le dice: "Marta, Marta, tu
ti preoccupi e ti agiti per molte cose" (v.41). Gesù non rimprovera Marta,
ma la esorta a diventare come Maria. Principio del servizio di Marta, fino a
quando non diventa come Maria, è il proprio io. L’io religioso è il più duro a
convertirsi: si ritiene nel giusto perché cerca di piacere a Dio e di sacrificarsi
per lui. Si può arrivare anche all’eroismo di morire per gli altri (cfr Lc 22,23; 1Cor 13,3) pur di affermare il proprio io. Ma la
salvezza non è morire per Dio, ma Dio che muore per
noi.
La peggiore
empietà è quella del giusto che agisce per compiacere se stesso, condannando il
prossimo e cercando anche l’approvazione di Dio (cfr Lc
18,9-14). E questo atteggiamento farisaico è presente
anche in Marta (v. 40).
Nel capitolo 12 di questo vangelo Gesù insegnerà a tutti di non
affannarsi per il mangiare e il bere: "Non cercate perciò che cosa
mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia: di tutte queste cose si
preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno"
(12,29). E ricalcherà anche l’insegnamento dell’"unica cosa di cui c’è
bisogno"(v. 42), dicendo: "Cercate piuttosto
il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta" (Lc 12,31).
Commentando questo
brano di vangelo, sant’Agostino mette sulla bocca di Gesù queste parole,
rivolte a Marta nei confronti della sorella Maria: "Tu navighi, essa è in
porto".
Il cuore di Maria
è già dov’è il suo tesoro (cfr Lc 12,34). Il suo bene
è stare vicino a Dio (cfr Sal 73,28).
38 Allora alcuni
scribi e farisei lo interrogarono: «Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere
un segno». Ed egli rispose: 39 «Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno
le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. 40
Come infatti Giona rimase
tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà
tre giorni e tre notti nel cuore della terra. 41 Quelli di Nìnive
si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si
convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora
qui c'è più di Giona! 42 La regina del sud si leverà
a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne
dall'estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui
c'è più di Salomone!
Alcuni scribi e
farisei chiedono a Gesù di vedere un segno. Evidentemente chiedono un segno più
convincente di quelli che egli ha compiuto finora. Ma Gesù rifiuta
sdegnosamente questa pretesa: non darà loro alcun
segno, se non il segno di Giona profeta.
Nella interpretazione di Matteo il segno di Giona
profeta è la risurrezione: "come Giona rimase
tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà
tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (12,40). Ma
fatta questa precisazione, il pensiero va subito in un’altra direzione: cioè
all’accoglienza che ha la predicazione di Gesù.
Il confronto è
seguito da una severa condanna e dalla constatazione che l’evangelista ha già
fatto altre volte: i pagani sono più disponibili dei giudei alla parola di Dio
e alla conversione.
Gesù scaccia i
demoni e dimostra che questo è il segno dell’arrivo del regno di Dio vittorioso sulle forze del male. Tuttavia il tempo di
satana continua. Una volta scacciato, torna.
Gesù avverte che
la venuta del regno di Dio non sottrae gli uomini dalla possibilità di ricadere
sotto il dominio di satana. Di fronte alla venuta di Gesù, satana intensifica i
suoi attacchi e, se gli riesce di ritornare là donde
Cristo l’aveva scacciato, ci si trova in una condizione peggiore di prima. Come
appunto avvenne ai contemporanei di Gesù.
Il rimprovero di
Gesù: "generazione malvagia e adultera" si
riferisce all’idea dell’alleanza con Jahwè, che
Israele non ha rispettato, diventando così una meretrice. Con la richiesta di
un segno i farisei dimostrano di essere tali. Essa è l’espressione della
mancanza di fede e dell’abbandono dello sposo Jahwè.
Il rimprovero appare limitato al gruppo degli scribi e dei farisei, anche se
finisce per riguardare tutto il popolo (17,17).
Gesù, nel
riferirsi ancora alla figura di Giona e appellandosi
al giudizio finale, condanna questa generazione di cui i capi sono
responsabili. Se alla predicazione di Giona gli
abitanti di Ninive, pur essendo pagani, si sono
convertiti, alla predicazione di Gesù il popolo d’Israele non ha dato alcun
segno di conversione. E nel giudizio finale gli abitanti di Ninive,
in maniera paradossale, giudicheranno l’incredulità del popolo eletto da Dio,
Israele.
Il secondo
annuncio di giudizio ricorre all’episodio biblico della " regina del
sud" (1Re 10,1-13; 2Cr 9,1-12), anch’essa pagana, la quale è venuta da
molto lontano per ascoltare la sapienza di Salomone. I giudei hanno potuto
ascoltare un profeta ben più grande di Giona e un
maestro ben più sapiente di Salomone, e non si sono convertiti.
46 Mentre egli
parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in
disparte, cercavano di parlargli. 47 Qualcuno gli disse: «Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che
vogliono parlarti». 48 Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 49 Poi
stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei
fratelli; 50 perché chiunque fa la volontà del Padre
mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre».
Il confronto di
Gesù con gli scribi e i farisei ci ha mostrato a quale
profondità il regno di Dio mette in questione l’uomo, giudicandolo sulle
motivazioni ultime del suo agire. Ora Matteo riporta la nostra attenzione verso
le folle e la parentela di Gesù. L’intervento di Gesù ci presenta di nuovo la
rottura che il regno dei cieli produce nei confronti dei legami umani di
parentela. La parentela che viene dal Padre è più importante di quella che
deriva dai legami di sangue: questa è umana e temporale, quella è divina ed
eterna.
Una nuova famiglia
nasce attorno a Gesù. L’immagine di questa nuova cerchia familiare è rafforzata
dal fatto che Matteo designa Dio col nome di Padre. Chi fa la volontà del Padre
come Gesù, diventa per lui fratello, sorella e madre. Questa comunione ha sopra
di sé il Padre celeste e, in mezzo, Gesù come fratello di tutti (18,20).
Essere discepoli
di Gesù è qualcosa di diverso dal possedere un certificato di battesimo. Il
discepolo si mostra tale compiendo la volontà del Padre, così come Gesù l’ha
annunciata. Solo coloro che sono disposti a impegnarsi
totalmente per accogliere e vivere la parola di Gesù appartengono alla famiglia
di Gesù.
La fraternità
ecclesiale non è frutto di un impegno moralistico o di uno spirito corporativo,
ma trae origine e significato dalla fede in Cristo.
1 Quel giorno Gesù
uscì di casa e si sedette in riva al mare. 2 Si
cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una
barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia.
3 Egli parlò loro di molte cose in parabole.
E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4 E mentre seminava
una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. 5
Un'altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c'era molta terra; subito
germogliò, perché il terreno non era profondo. 6 Ma, spuntato il sole, restò
bruciata e non avendo radici si seccò. 7 Un'altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. 8 Un'altra parte cadde
sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il
trenta. 9 Chi ha orecchi intenda».
Questa parabola viene raccontata da Gesù dopo aver subito il rifiuto dei suoi
contemporanei. Egli ha annunciato il regno di Dio, l’intervento di Dio in
favore del suo popolo, ed è stato contestato. Proclamando questa parabola ci
insegna che, nonostante l’apparente insuccesso della sua missione, ci sono
anche coloro che l’hanno riconosciuto e accolto: i piccoli, i peccatori, i
discepoli.
Gesù ha
rivoluzionato i criteri della predicazione corrente (farisaica) comunicando il
messaggio di Dio a ogni sorta di persone. Non si è rivolto solo ai
"buoni" o ai "migliori" (il terreno buono
del v. 8), ma a tutti. La sua missione non è stata coronata da successi
immediati, ma non si è arreso davanti alle delusioni; ha sempre continuato a
sperare e a portare avanti la sua opera. Il seminatore Gesù ha pensato di avere
sempre davanti a sé un terreno buono, altrimenti non vi avrebbe sparso il seme.
Egli ha creduto che anche gli abitanti di Ninive e
gli stessi abitanti di Sodoma
e di Gomorra avrebbero potuto cogliere con profitto
la parola di salvezza (Mt 11,23-24; 12,41), per questo non l’ha rifiutata a
nessuno e l’ha offerta a tutti. Egli che è stato chiamato l’amico dei peccatori
(Mt 11,19) e che vede i pubblicani e le prostitute al primo posto nel regno dei
cieli (Mt 21,31-32), ha dimostrato che anche il terreno più infruttuoso può
diventare buono. La parabola annuncia una legge che sottostà alla nuova
economia della salvezza: il successo nasce dall’insuccesso, la croce è garanzia
di risurrezione.
Ogni pagina del
vangelo può essere letta in due dimensioni: la situazione originaria del tempo
di Gesù e la sua attualizzazione nel tempo della Chiesa. L’insegnamento della
parabola del seminatore, secondo la situazione originaria del tempo di Gesù,
non riguarda anzitutto gli ascoltatori, ma i predicatori. La parabola attira
l’attenzione sul lavoro del seminatore, un lavoro
abbondante, senza misura, senza distinzioni, che in un primo momento sembra
inutile, infruttuoso, sprecato. Ma il fallimento è
solo apparente: nel regno di Dio non c’è lavoro inutile, non c’è spreco. Il
lavoro della semina non deve essere calcolato: bisogna seminare senza risparmio
e senza distinzioni. Noi non sappiamo quali terreni daranno frutto: per questo
non possiamo anticipare il giudizio di Dio.
La frase finale:
" Chi ha orecchi, intenda " è un grido di
risveglio. È un avvertimento e un comando a non perdere il significato della
parabola e le sue conseguenze nella vita dell’ascoltatore.
22 luglio 2010: Gv 20,1-2.11-18
1 Nel giorno dopo
il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di
buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata
dal sepolcro. 2 Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo,
quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal
sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!". ___
11 Maria invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva.
Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro 12 e vide
due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei
piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13 Ed essi le dissero: «Donna,
perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». 14 Detto
questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che
era Gesù. 15 Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi
cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del
giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto
e io andrò a prenderlo». 16 Gesù le disse:
«Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in
ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro!
17 Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono
ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre
mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». 18 Maria di
Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho
visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.
Maria Maddalena si
reca al sepolcro per rimanere presso la tomba di Gesù, come una persona che non
vuole separarsi da colui che ama intensamente neppure
dopo la morte. Questa discepola è animata da un forte amore umano per Gesù come
dimostra eloquentemente il suo pianto inconsolabile presso il sepolcro del
Signore.
L’annotazione
"mentre era ancora buio" potrebbe avere un
significato simbolico, per indicare le tenebre provocate dall’assenza di Gesù. Ma ben presto apparirà il Cristo-luce
che illumina il mondo e sarà contemplato per prima proprio da Maria Maddalena.
La Maddalena,
giunta al sepolcro, constata che la pietra della tomba
di Gesù è stata rimossa e, pensando a una manomissione del sepolcro, corre da
Simone Pietro e dal discepolo che Gesù amava.
Maria rimase
presso il sepolcro e piangeva. Agli angeli che le chiedono la ragione del suo
pianto, essa rispose: "Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto" (v. 13).
A questo punto
entra in scena Gesù, fuori dal sepolcro, in piedi, ma
Maria non lo riconosce. Non solo qui, ma anche nel brano della pesca miracolosa
il Risorto non è conosciuto immediatamente. Gesù si fa conoscere da Maria
chiamandola per nome: egli è il buon pastore che conosce le sue pecore e le
chiama per nome (cfr Gv 10,3-4.27).
Maria, appena sentito il suo nome, riconosce subito Gesù e gli dice: "Rabbunì" che significa "Maestro mio".
Matteo narra che
le pie donne abbracciarono i piedi di Gesù, appena lo
incontrarono (Mt 28, 9). Giovanni fa intendere un gesto simile da parte della
Maddalena, perché il Risorto le dice: "Non trattenermi, infatti
non sono ancora salito al Padre" (v. 17). Quindi
Gesù affida alla discepola una missione per i suoi discepoli: annunziare loro
che sta per ascendere al Padre. I discepoli sono fratelli di Gesù, perciò Dio è
il Padre dei credenti in Cristo.
Maria Maddalena
esegue l’ordine affidatole dal Risorto, annunziando ai discepoli: "Ho
visto il Signore" e raccontando quello che le aveva detto (V. 18). Questo
lieto messaggio costituisce il vertice di tutto il brano Gv
20, 1-18. Esso si è aperto con l’esclamazione dolorosa:
"Hanno portato via il Signore" (v. 2) e si chiude con l’esplosione
gioiosa: "Ho visto il Signore" (v. 18).
L’incontro di Gesù
con la Maddalena e l’annuncio fatto dalla donna ai fratelli contengono un
grande messaggio per il discepolo di ogni tempo: il Signore è vivo e ognuno
deve cercarlo in un cammino di fede, sicuro che se farà la sua parte, il
Signore non tarderà a venirgli incontro e a farsi conoscere.
Un monaco del XIII
secolo descrive questo incontro tra Cristo e Maria, mettendo sulla bocca di
Gesù queste parole: "Donna, perché piangi? Chi cerchi? Colui che tu
cerchi, già lo possiedi e non lo sai? Tu hai la vera ed eterna gioia e ancora
tu piangi? Questa gioia è nel più intimo del tuo essere e tu ancora la cerchi al di fuori? Tu sei là, fuori, a piangere presso
la tomba: Il tuo cuore è la mia tomba. E lì io non sto morto,
ma riposo vivo per sempre. La tua anima è il mio giardino. Avevi ragione
di pensare che io fossi il giardiniere. Io sono il nuovo Adamo. Lavoro nel mio
paradiso e sorveglio tutto ciò che qui accade. Le tue lacrime, il tuo amore, il
tuo desiderio, tutte queste cose sono opera mia. Tu mi possiedi nel più intimo
di te stessa senza saperlo ed è per questo che tu mi
cerchi fuori. E’ dunque anche fuori che io ti apparirò, e così ti farò
ritornare in te stessa, per farti trovare nell’intimo del tuo essere colui che tu cerchi altrove" (Anonimo, Meditazione
sulla passione e risurrezione di Cristo, 38: PL 184, 766).
23 luglio 2010: Gv
15,1-8
1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni
tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3 Voi siete già
mondi, per la parola che vi ho annunziato. 4 Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far
frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in
me. 5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e
io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6 Chi non
rimane in me viene gettato via come il tralcio e si
secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7 Se rimanete
in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà
dato. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e
diventiate miei discepoli.
In questo brano
Gesù scongiura i suoi amici di rimanere in lui, nel
suo amore, per portare molto frutto e per godere la gioia in pienezza.
L’espressione dominante di questo testo è "rimanere in", che ricorre sette volte.
Gesù si presenta
come la vite della verità: in questo modo afferma di essere il Cristo, il
profeta definitivo atteso dagli ebrei e la fonte della rivelazione piena e
perfetta.
Nell’Antico
Testamento la vite ha simboleggiato il popolo d’Israele. Il salmo 80 canta la storia del popolo di Dio utilizzando l’immagine
della vite che Dio ha divelto dall’Egitto per trapiantarla in Palestina, dopo
averle preparato il terreno.
La presentazione
del Padre, come l’agricoltore che coltiva la vita identificata con Gesù,
richiama il canto d’amore di Isaia 5,1-7 nel quale il Signore è descritto come
il vignaiolo che cura la casa d’Israele.
La vite-Gesù produce numerosi tralci; non tutti però danno
frutto. Il portare frutto dipende dal rapporto personale del discepolo con
Gesù, dall’unione intima con il Cristo. L’opera purificatrice di Dio nei
discepoli di Gesù ha come scopo una fecondità maggiore.
Dio purifica i
discepoli dal male e dal peccato per mezzo della parola di Gesù. Per Giovanni
la purificazione è legata alla parola di Cristo, cioè all’adesione, per mezzo
della fede, alla sua rivelazione.
Gesù parla della
mutua immanenza tra lui e i suoi amici. Nel passo finale del discorso di Cafarnao, egli aveva fatto dipendere questa comunione
perfetta tra lui e i suoi discepoli dal mangiare la sua carne e dal bere il suo
sangue (Gv 6,56). La finalità della comunione intima
con Gesù, il frutto che ogni tralcio deve portare è la salvezza.
L’uomo separato da
Cristo, che è la fonte della vita, si trova nell’incapacità di vivere e operare
nella vita divina. Senza l’azione dello Spirito Santo è impossibile entrare nel
regno di Dio (Gv 3, 5); senza l’attrazione del Padre,
nessuno può andare verso il Cristo e credere in lui (Gv
6,44.65).
Come il mondo
incredulo si trova nell’incapacità totale di credere (Gv
12, 39) e di ricevere la Spirito della verità (Gv
14,17), così i discepoli, se non rimangono uniti al Cristo, non possono operare
nulla sul piano della fede e della grazia (v. 5).
Chi non rimane in
Cristo, vite della verità, non solo è sterile, ma subirà la condanna del
giudizio finale (v. 6).
Una conseguenza
benefica del rimanere in Gesù è l’esaudimento delle preghiere dei discepoli da
parte del Padre. L’unione intima e profonda con Gesù
rende molto fecondi nella vita di fede e capaci di glorificare Dio Padre (v.
8).
24 Un'altra
parabola espose loro così: «Il regno dei cieli si può
paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. 25 Ma mentre
tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne
andò. 26 Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania.
27 Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai
seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? 28 Ed
egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i
servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? 29 No, rispose,
perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il
grano. 30 Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e
al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete
prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece
riponetelo nel mio granaio».
La parabola del
grano e della zizzania insegna che nel campo del mondo ci sono i buoni e i
cattivi e che esistono in tutti i tempi dei servi impazienti che vorrebbero
anticipare il giudizio di Dio. Ma gli uomini non sanno
giudicare perché non conoscono né il metro di Dio né il cuore dell’uomo.
Il bene e il male
devono crescere fino alla completa maturazione. Il centro della parabola non
sta nella scoperta della zizzania e neppure nel giudizio finale della
separazione del grano dalla zizzania, ma più propriamente nell’ordine di non
stappare la zizzania. La meraviglia e lo scandalo dei servi sta
proprio in questo atteggiamento paziente e lungimirante di Dio.
La Chiesa di tutti
i tempi è sempre stata agitata dagli scandali e dai peccati dei cristiani. Per ogni situazione problematica vale il detto di Paolo: "Non
vogliate giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le
intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio" (1Cor 4,5).
Al tempo di Gesù
c’erano i farisei che pretendevano di essere santi e
perciò si separavano dalla moltitudine dei peccatori. C’era il movimento di Qumran con la sua idea di rigida santità che esigeva il
rifiuto di tutti gli impuri. C’era Giovanni il Battista che annunciava il
messia che avrebbe separato il grano dalla pula (Mt 3,12).
Viene Gesù e si
mescola con i peccatori, li accoglie e mangia con loro (cfr Lc
15,2). Addirittura ha un traditore nel gruppo dei dodici che si è scelto.
Possiamo dunque dire che zeloti, farisei e tanti altri pretendevano che il
regno di Dio intervenisse in modo netto, chiaro e definitivo. In questo contesto si capisce la forza polemica della parabola di
Gesù: la politica del regno di Dio è divina, fatta di tolleranza e di
misericordia.
L’elemento della
sorpresa da parte dei servitori quando scoprono la zizzania fa pensare che la
parabola si applichi alla comunità cristiana che scopre nel suo seno
imperfezioni e controtestimonianze al vangelo.
La Chiesa non deve
diventare una comunità di puri e di perfetti, estromettendo i deboli e gli
inadempienti. Buon grano e zizzania devono crescere insieme fino alla
mietitura. Anche perché Dio solo sa chi è buon grano e chi è zizzania.
25 luglio 2010: Lc
11,1-13
1 Un giorno Gesù
si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito
uno dei discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni
ha insegnato ai suoi discepoli». 2 Ed egli disse loro:
«Quando pregate, dite:
Padre, sia
santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
3 dacci ogni
giorno il nostro pane quotidiano,
4 e perdonaci i
nostri peccati,
perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore,
e non ci indurre in tentazione».
5 Poi aggiunse:
«Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami
tre pani, 6 perché è giunto da me un amico da un
viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; 7 e se quegli dall'interno gli
risponde: Non m'importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a
letto con me, non posso alzarmi per darteli; 8 vi dico che, se anche non si
alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono
almeno per la sua insistenza.
9 Ebbene io vi
dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10
Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi
bussa sarà aperto. 11 Quale padre tra voi, se il
figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? 12 O se gli chiede un
uovo, gli darà uno scorpione? 13 Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare
cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito
Santo a coloro che glielo chiedono!».
Questa preghiera è
un rapporto diretto tra un "Tu" che è il Padre e un "noi"
che è il nostro vero io, in quanto siamo in comunione
con il Figlio e con i fratelli. La fraternità tra gli uomini si fonda
unicamente sulla paternità di Dio. Di conseguenza, non si può stare davanti al
Padre separati dal Figlio e dai fratelli: sarebbe negare la sua paternità
proprio mentre lo chiamiamo "Padre". Per questo se non amiamo e non
perdoniamo i fratelli, non amiamo il Padre e non accettiamo il suo amore e il
suo perdono.
Tutto quanto
chiediamo con questa preghiera al Padre, egli ce lo ha
già donato nel suo Figlio e, quindi, la preghiera è aprire la nostra persona ad
accogliere quanto Dio ha già realizzato per noi.
La preghiera è
comunione con Gesù e con i fratelli per vivere la vera fraternità e la vera filialità in Cristo ed entrare nel dialogo di Gesù con il
Padre. Nella preghiera troviamo la sorgente della nostra vita, il Padre; per
questo, chi prega vive e chi non prega muore, secondo
il detto di sant’Alfonso de’ Liguori: "Chi prega
si salva e chi non prega si danna". E sant’Agostino ci insegna: "Chi
impara a pregare, impara a vivere". Si impara a pregare pregando Gesù perché ci insegni a
pregare: "Signore, insegnaci a pregare" (v. 1). Solamente imparando
da Cristo, i cristiani pregano da cristiani, figli del
Padre e fratelli di Cristo, e vivono secondo il vangelo.
La preghiera
insegnataci da Cristo ci rivela la nostra vera identità di figli nel Figlio. Il
Padre ci ama come ama il Figlio; ci ama più di se stesso: "Egli non ha
risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti
noi" (Rm 8,32).
Avvolti dalla
tenerezza di questo amore infinito, possiamo vivere
nella serenità e nella fiducia. L’olio e il vino che guariscono le nostre
ferite mortali (cfr Lc 10,34) è
l’amore di Dio riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è
stato dato (cfr Rm 5,5). Dio sarà sempre nostro
Padre, perché il Figlio si è fatto per sempre nostro fratello.
"Sia
santificato il tuo nome" significa glorificare la
persona del Padre nella nostra vita, dando a lui l’importanza che ha e, di
conseguenza, amandolo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente
e con tutte le forze.
Il nome di Dio è
santificato quando accogliamo il suo amore e la sua paternità e accettiamo di
essere suoi figli senza paura del nostro limite e
della nostra morte. Chi rifiuta la paternità di Dio cerca di essere padre a se
stesso, glorificando il proprio nome. Da questo rifiuto, che è la radice del
peccato, nasce l’orgoglio e l’ansia, la paura che ci
allontana da lui e ci divide tra noi, la voracità che ci separa dai fratelli e
distrugge il creato. Tutti quelli che cercano la propria gloria, non possono
credere in Gesù e quindi rifiutano anche il Padre: "Come potete credere,
voi che prendete la gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che
viene da Dio solo?" (Gv 5,44).
"Venga il tuo
regno". Il regno di Dio è la liberazione dal potere del diavolo e dalla
dannazione eterna; è la sovranità di Dio nostro Padre che ci libera da ogni
schiavitù e ingiustizia, da ogni inquietudine e tristezza.
Il regno di Dio è
già venuto nella persona di Gesù, viene in ogni
istante della nostra vita e della storia quando accogliamo Gesù, e verrà nella
pienezza della sua gloria quando tutti gli uomini saranno figli del Padre e Dio
sarà tutto in tutti (cfr 1Cor 15,28). Il regno di Dio viene ogni volta che
accogliamo la misericordia e la compassione di Dio e doniamo ai fratelli la
misericordia e la compassione ricevuta da Dio.
"Dacci ogni
giorno il nostro pane quotidiano". Chiediamo al Padre il pane per la vita
umana e per la vita divina, per la vita presente e per
la vita eterna. Dietro ogni pane c’è la mano del Padre che ce
lo porge come dono del suo amore.
Il pane
"nostro" è dono del Padre per tutti i suoi figli e va condiviso con
tutti i fratelli. Chi defrauda l’altro non gli è fratello e non si comporta da
figlio di Dio.
Dopo il peccato,
il pane va guadagnato con il sudore della fronte (Gen
3,19; 2Ts 3,6-13), diversamente è rubato. Il pane di cui l’uomo
vive è l’amore di Dio, ed è concesso gratuitamente ad ogni figlio, anche
indegno e perverso, perché Dio non ci ama per i nostri meriti ma per il nostro
bisogno.
"Perdonaci i
nostri peccati". Dio ci ha creato per dono del suo amore e ci ricrea col
per-dono della sua misericordia. E questo secondo dono è più grande del primo,
è un super-dono.
Il cristiano non è
e non si crede un giusto, ma un giustificato. San Luca ha centrato giustamente
tutto il suo vangelo sulla misericordia del Padre che si manifesta nella vita
del Figlio Gesù. Il credente in Gesù perdona perché è stato perdonato
da Dio. Chi non perdona, non conosce né il Figlio né il Padre. L’unico peccato
imperdonabile è quello di chi non perdona e ritiene di non dover essere
perdonato per questo. La cecità di chi si ritiene giusto (cfr Lc 9,41) e non conosce il perdono da dare e da ricevere, è
il peccato contro lo Spirito.
Il cristiano non è
perfetto, ma misericordioso; non è sicuro di non
cadere, ma compassionevole verso chi è caduto. Per questo non condanna, ma
perdona. La sola condizione per il perdono del Padre è il perdono
dato ai fratelli.
"Non
c’indurre in tentazione". Non chiediamo a Dio di non essere tentati, ma di
non cadere quando siamo tentati. Anche a questo riguardo la
parola di Dio ci rassicura: "Dio è fedele e non permetterà che siate
tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via di
uscita e la forza per sopportarla" (1Cor 10,13).
La tentazione più
grande è quella di perdere la fiducia nel Padre. Il credente è tentato
soprattutto dalla mancanza di fede nella misericordia di Dio: non riesce ad
accettare che Dio sia così buono, soprattutto nei confronti degli altri. Ma la vittoria che ha vinto il mondo è proprio la nostra
fede nell’infinita misericordia di Dio.
La parabola
sull’efficacia della preghiera (vv.
9-13) è un commento al v. 3: "Dacci oggi il
nostro pane quotidiano". Ci esorta a una preghiera coraggiosa, a una fede senza
esitazioni. Potrebbe essere riassunta con il detto ebraico, che recita così:
"L’importuno vince il cattivo, tanto più Dio infinitamente buono".
Gesù ci assicura
che Dio esaudisce ogni preghiera. Egli non è sordo alle richieste dell’uomo. Non
si nasconde davanti a lui. E questo, perché ama infinitamente l’uomo, suo
figlio. Quindi il problema non esiste da parte di Dio
ma, eventualmente, da parte dell’uomo. L’uomo prega solo se si sente veramente
bisognoso: i sazi e i buontemponi non sentono il bisogno di pregare. La prima
condizione per la preghiera è la consapevolezza della propria povertà.
L’unica condizione
che Gesù pone per l’esaudimento delle nostre preghiere presso Dio è la fiducia,
anzi, la certezza di essere ascoltati. Se l’uomo si commuove davanti alle
necessità di un amico o di un figlio, tanto più Dio.
Le parole
"molestia" e "importunità" sottolineano l’insistenza e il coraggio del
richiedente. Se già gli uomini egoisti, falsi amici, ecc. alla fine si
scomodano ed esaudiscono, quanto più dobbiamo avere piena fiducia in Dio. Egli
non ci ascolta per togliersi d’attorno uno
scocciatore, ma perché è il vero nostro amico: è il nostro papà.
Le preghiere
rivolte a Dio possono assomigliare a quelle di un figlio verso il padre umano.
E’ impensabile che questi risponda con cattiverie alle richieste di cibo del
figlio. Non c’è un padre così spietato tra gli uomini, tanto meno si può
pensare che un tale comportamento sia possibile in Dio.
Gli uomini sono
cattivi, Dio è buono. Se un padre umano, che è cattivo, sa dare cose buone a
suo figlio, quanto più il Padre del cielo darà tutto, cioè lo Spirito Santo, a
coloro che glielo chiedono.
Nel vangelo di san
Matteo, Dio dà "cose buone" (7,11), cioè i beni della salvezza, in
san Luca dà lo Spirito Santo, che è il Dono dei doni.
La differenza tra i due testi è meno rilevante di
quanto potrebbe sembrare.
L’uomo si
raccomanda per il pane e Dio gli dona anche lo Spirito Santo, che è il Dono che
contiene tutti gli altri doni.
Solo Dio può
riempire il cuore dell’uomo. Egli ci dà "molto di più di quanto possiamo
domandare o pensare" (Ef 3,20): si dona a
ciascuno secondo il suo desiderio. L’unica misura del dono è data dal nostro
desiderio: che desidera poco, riceve poco; chi desidera
tutto, riceve tutto.
Il tema dominante è
la paternità di Dio che si esprime nel dare. Noi dobbiamo chiedere non perché
lui ignori il nostro bisogno, ma perché il dono può essere ricevuto solo da chi
lo desidera. Quanti doni di Dio abbiamo rispedito al mittente!
Questo brano ci
esorta a grandi desideri che ci fanno capaci di ricevere il dono più grande: lo
Spirito Santo.
Quando il Padre
sembra restio a dare, è perché non ci dà ciò che
vogliamo, ma ciò che è giusto. Di solito chiediamo a Dio che soddisfi i nostri
bisogni immediati e superficiali, ma egli vuol farci scoprire e colmare il
nostro bene essenziale: essere suoi figli. Ci nasconde
i suoi doni, affinché cerchiamo lui che è il Donatore.
Egli esaudisce
sempre le nostre preghiere quando sono secondo la sua volontà; e ci fa proprio
un grande piacere a non esaudirle quando non sono secondo la sua volontà,
perché farebbe il nostro male.
Quando preghiamo succede sempre qualcosa di buono, anche se non
sempre sappiamo che cosa.
31 Un'altra
parabola espose loro: «Il regno dei cieli si può
paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo
campo. 32 Esso è il più piccolo di tutti i semi ma,
una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto
che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami».
33 Un'altra
parabola disse loro: «Il regno dei cieli si può
paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di
farina perché tutta si fermenti».
34 Tutte queste
cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava
ad essa se non in parabole, 35 perché si adempisse ciò che era stato detto dal
profeta:
Aprirò la mia
bocca in parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.
La parabola del
granello di senape presenta il contrasto tra la piccolezza del seme e la
grandezza della pianta che produce: un albero che offre ospitalità agli
uccelli. La piccolezza del granellino sottolinea
l’aspetto insignificante e addirittura deludente degli inizi dell’avvento del
regno di Dio: la venuta di Gesù corrisponde ben poco alle attese che gli ebrei
avevano nei confronti del messia(cfr Mt 3,13-14; 11,2-3).
La parabola del
lievito ci insegna che il regno di Dio è presente nel mondo come un fermento
che lo trasforma totalmente.
Il regno dei cieli
non ha gli inizi sognati dagli apocalittici e sperati dal popolo. Esso si inserirà nella storia quasi inavvertitamente(cfr 11,2-3;
12,20), ma si affermerà ugualmente. Il regno dei cieli è ai suoi inizi storici
un seme di senape, ma non sarà tale al suo stadio finale. La parabola è perciò
un annuncio di consolazione e di conforto per quanti non riescono a vedere
nell’opera del Cristo la realizzazione delle attese messianiche. Essa fa eco
alle parole rivolte da Gesù ai discepoli:" Non
temete, piccolo gregge, perché piacque al Padre vostro dare a voi il
Regno"(Lc 12,32).
La parabola
illustra un fatto (l’azione messianica di Gesù), ma soprattutto enuncia una
legge (la paradossalità dell’agire di Dio). Essa sottolinea
non solo che l’affermazione del Regno avviene nonostante i suoi umili inizi, ma
proprio per essi.
Ciò che era uno
scandalo è invece il segreto del piano di Dio: la piccolezza e la debolezza non
pregiudicano la riuscita futura ma, anzi, ne sono le condizioni necessarie. La
debolezza degli uomini del Regno è la loro forza, perché solo allora trovano in
Dio tutta la loro confidenza e tutto il necessario appoggio. Il Regno sarà
grande nella debolezza (cfr 2Cor 12,9).
Bisogna che i
credenti abbandonino i loro appoggi terreni, diventino poveri, umili, deboli
per far sì che la Chiesa acquisti i caratteri voluti dal suo fondatore. Chi
riceve il Regno come un granello di senape deve uniformare il proprio animo
alla lezione che viene dal piccolo seme. Ritorna ancora una volta il messaggio
della povertà con cui si apre il discorso della montagna (Mt 5,3).
Il discorso in
parabole viene nuovamente e con forza definito come discorso destinato al
popolo. Per capirlo non è necessaria una conoscenza speciale. Il salmo 78,2 viene citato proprio perché identifica nelle
"parole" uno strumento adeguato per rivelare "cose nascoste fin
dalla fondazione del mondo".
Il salmo 78 presenta un abbozzo della storia della salvezza di
Israele dall’esodo alla conquista della terra promessa e all’elezione di
Davide. Designando l’esposizione della storia, la parabola ci vuol dire che
occorre comprenderne, con la riflessione e la meditazione, il senso: l’essenza
e la fedeltà di Dio, il peccato dell’uomo e la conseguente esortazione alla
fedeltà e all’obbedienza.
Ciò che Cristo
proclama risale al tempo che precede la creazione. Per Matteo il regno di Dio è
una realtà preesistente. Nel tempo essa fu affidata a Israele ed è divenuta
realtà definitiva in Gesù.
La preesistenza
del regno di Dio è confermata da Mt 25,34.
36 Poi Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si
accostarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». 37 Ed
egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il
Figlio dell'uomo. 38 Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno;
la zizzania sono i figli del maligno, 39 e il nemico
che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i
mietitori sono gli angeli. 40 Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia
nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 41 Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno
tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità 42 e li getteranno nella
fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. 43 Allora i giusti
splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!
I discepoli
chiedono esplicitamente la spiegazione della parabola. Segue una spiegazione
che si presenta singolare nella tradizione evangelica.
Anzitutto viene data, come in una lista, l’identificazione di quasi
tutti gli elementi della parabola. Si riconosce già da questa enumerazione che
il centro d’interesse della spiegazione è essenzialmente differente da quello
della parabola. In questa si trattava della decisione del padrone di lasciare crescere nel tempo presente grano e zizzania.
Nella spiegazione invece si tratta della mietitura finale, del destino finale del grano e della zizzania. La spiegazione rende
esplicito ciò che nella parabola era implicito: il dramma del giudizio finale.
La spiegazione
della parabola ci insegna che il male non trionferà e che il diavolo e tutti
gli operatori di iniquità saranno condannati.
Infine la parabola
ci pone un problema: discernere se siamo veramente figli del Regno o figli del maligno.
44 Il regno dei
cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde
di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel
campo.
45 Il regno dei
cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46 trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i
suoi averi e la compra.
Le parabole del
tesoro e della perla di grande valore ci ricordano che Gesù è il nostro tesoro:
per possedere lui bisogna essere disposti a lasciare tutto e tutti. Possiamo
rappresentarci questo tesoro come un cassone o un vaso di terracotta pieno di
monete d’oro o di argento. Sotterrare tesori nel campo era considerato un
deposito sicuro in tempi di guerra o di incertezza.
Tesori nascosti potevano essere dimenticati per la morte dei legittimi
proprietari che portavano con sé il segreto nella tomba.
L’unico modo
possibile per il lavoratore del campo per giungere a un possesso giuridicamente
non impugnabile è l’acquisto del campo. Così egli vende tutto ciò che possiede
per acquistare il campo e quindi il tesoro.
Il regno di Dio è
un tesoro già presente, sperimentabile, trasmissibile nella parola e nell’opera
di Gesù. Esso viene incontro all’uomo per suscitare la sua gioia. L’uomo vende
tutto ciò che ha perché orienta in modo nuovo la sua vita. Ai tesori della
terra sostituisce il tesoro del regno dei cieli.
Il vertice della
parabola sta nella decisione dell’uomo davanti alla scoperta del tesoro: egli
vende tutto ciò che ha allo scopo di ottenere il campo e di impossessarsi del
tesoro.
Esemplari in
questa decisione immediata e senza ripensamenti sono i discepoli che,
incontrando Gesù, sono disposti a lasciare tutto per seguirlo (Mt 4,18-22;
8,21-22; 9,9; 19,16-29).
Si può immaginare
con quale affanno si sia messo all’opera e di quanto ridicolo si sia coperto
agli occhi dei benpensanti quest’uomo che vende tutto, casa e averi, per
acquistare un pezzo di terra di poco o nessun valore, com’è ordinariamente in
Palestina, brulla e infruttuosa.
Alla stessa
derisione sono condannati i figli del Regno. Essi hanno sì acquistato un bene di inestimabile valore, ma esteriormente, agli occhi degli
altri, appaiono dei falliti, degli illusi. La loro ricchezza è sconfinata ma nascosta,
traspare solo dalla grande gioia che trabocca dai loro cuori.
La gioia, segno di
ottimismo e di speranza, è il punto culminante del racconto L’espropriazione
dei beni non è stata un sacrificio, ma un guadagno.
Anche nella
parabola della perla preziosa viene evidenziato il
valore straordinario del regno dei cieli in rapporto ad ogni altro bene (cfr Mt
6,33). Anche qui il culmine del racconto sta nella decisione presa dal mercante
di vendere tutto quello che possiede per comperarla.
E’ da notare che
nella parabola del tesoro nascosto l’uomo lo trova
casualmente, mentre nella parabola della perla preziosa è l’uomo che va in
cerca. Nella vita alcuni hanno incontrato Cristo senza averlo cercato (cfr Mt
4,18-22; At, 9,1-9), altri lo hanno cercato, come Nicodemo
(Gv 3,1-15). In ogni caso il cuore dell’uomo è
inquieto finché non trova il suo tesoro e la sua perla preziosa che è Cristo.
Essere cristiano è
la grazia più grande. Di conseguenza la gioia dovrebbe essere il dato
esistenziale cristiano, affinché non risulti vero
l’amaro sarcasmo di Nietzsche: "Dovrebbero rivolgermi uno sguardo più
redento, se vogliono che io creda al loro redentore".
29 luglio 2010: Gv 11,19-27
19 E molti Giudei
erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. 20 Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò
incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21 Marta
disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!
22 Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio,
egli te la concederà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello
risusciterà». 24 Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno». 25
Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi
crede in me, anche se muore, vivrà; 26 chiunque vive e crede in me, non morrà in
eterno. Credi tu questo?». 27 Gli rispose: «Sì, o
Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di
Dio che deve venire nel mondo».
La presenza di
tanti avversari di Gesù a Betania in questa
circostanza è molto importante: mette in risalto la colpevolezza
dell’incredulità dei giudei.
Marta alla
presenza del Signore professa la sua fede nella potenza divina di Gesù: con la
sua presenza Gesù avrebbe potuto impedire la morte di Lazzaro. Con la sua
professione di fede, Marta non richiede la risurrezione del fratello, ma
insinua un intervento speciale di Gesù a suo favore.
Gesù esaudisce
subito il desiderio di questa amica, anzi supera di
molto le attese, perché l’assicura della risurrezione del fratello. Gesù,
essendo stato frainteso da Marta, dichiara esplicitamente di essere la
risurrezione e la vita in persona (v. 25). La risurrezione è quindi un evento
presente: essa si identifica con il Cristo. Cristo può
risuscitare chi vuole e quando vuole (Gv 5,21), egli è il Signore della vita e della morte.
La risurrezione di
Lazzaro anticipa la risurrezione finale e mostra concretamente come essa avverrà: il Figlio di Dio richiama in vita i morti con
il suo grido, con un suo comando (Gv 5,25.28; 11,43).
Gesù è la
risurrezione e la vita in persona: chi muore vivrà in lui. Per mezzo suo si
evita la morte eterna (vv.
25-26). Per ottenere la risurrezione e la vita eterna
bisogna aderire esistenzialmente alla persona di
Gesù: chi crede in lui vivrà nonostante la morte. In questo modo il desiderio
più profondo dell’uomo è soddisfatto.
La professione di
fede di Marta è completa. Questa donna è presentata come il modello di tutti i
discepoli, i quali dovranno credere che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio (v.
31). Questa perfetta professione di fede costituisce il vertice del brano che
stiamo leggendo: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il
Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo" (v. 27).
54 e venuto nella
sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva:
«Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi
miracoli? 55 Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si
chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? 56 E le sue
sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?». 57 E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua
patria e in casa sua». 58 E non fece molti miracoli a causa della loro
incredulità.
Il racconto
dell’arrivo e dell’insegnamento di Gesù a Nazaret è
seguito da cinque domande incredule dei nazaretani.
Essi chiedono da dove ha origine Gesù.
La gente resta
strabiliata dall’insegnamento di Gesù. Questa reazione non è ancora ostile, ma indica già
incomprensione nei suoi riguardi. Forse gli abitanti di Nazaret
sono venuti nella sinagoga più per studiare il loro concittadino che per
ascoltare con fede la sua parola.
Siccome la
sapienza si apprende a scuola o dagli scribi, ma ad
essi non risulta che Gesù abbia frequentato né questa né quelli, la conseguenza
è presto tratta: non può avere alcun diritto di arrogarsi quell’autorità che
gli viene riconosciuta per la sua parola e per i suoi gesti potenti.
I nomi dei quattro
fratelli di Gesù sono conservati dalla tradizione perché hanno avuto un ruolo
nella prima Chiesa di Gerusalemme, soprattutto Giacomo, noto come il
"fratello del Signore".
La tradizione
evangelica, riferita anche da Matteo, conosce il nome della madre di Giacomo e
di suo fratello Giuseppe: Maria (Mt 27,56). Se questa Maria, moglie di Cleofa, è sorella di Maria, madre di Gesù, allora i due
primi "fratelli" sono in realtà suoi cugini (cfr Gv
19,25). Lo stesso si può ragionevolmente pensare anche degli altri due
"fratelli" e delle "sorelle".
Lo scandalo o
crisi di rigetto dei giudei nei confronti di Gesù
deriva dalla loro immagine trionfalistica dell’inviato di Dio. Gesù si appella
a un’altra immagine, quella del profeta contestato, rifiutato e perseguitato da
quelli ai quali è inviato. Il proverbio popolare del
v. 57, citato da Gesù, diventa un annuncio del suo
destino che si colloca nella storia degli inviati di Dio rifiutati e osteggiati
dal popolo (cfr Mt 5,11-12; 21,34-35; 23,29-32).
La conclusione
dice espressamente che Gesù non fece molti miracoli nella sua patria a causa
dell’incredulità dei suoi abitanti. Il miracolo infatti
è legato all’apertura e alla fiducia dell’uomo. Solo a chi ha adempiuto la
condizione fondamentale di un udire volonteroso e aperto, viene
aggiunto tutto il resto.
Gesù non compie
miracoli per farsi pubblicità e accaparrarsi una folla di seguaci, ma per
confermare l’esperienza della fede. Solo all’interno di questa logica è
comprensibile la sua attività terapeutica.
La ragione dello
scandalo, di questo impedimento a credere "ragionevolmente" in Gesù è
data dalla condizione stessa di Gesù: dal fatto di essersi fatto uomo e
dell’aver scelto un’esistenza umile e povera.
31 luglio 2010: Mt
14,1-12
1 In quel tempo il
tetrarca Erode ebbe notizia della fama di Gesù. 2 Egli disse
ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; per
ciò la potenza dei miracoli opera in lui».
3 Erode aveva
arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione per causa
di Erodìade, moglie di Filippo suo fratello. 4
Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito
tenerla!». 5 Benché Erode volesse farlo morire, temeva il popolo perché lo
considerava un profeta.
6 Venuto il
compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in
pubblico e piacque tanto a Erode 7 che egli le promise
con giuramento di darle tutto quello che avesse domandato. 8 Ed essa, istigata
dalla madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio, la
testa di Giovanni il Battista». 9 Il re ne fu contristato, ma a causa del
giuramento e dei commensali ordinò che le fosse data 10
e mandò a decapitare Giovanni nel carcere. 11 La sua testa venne
portata su un vassoio e fu data alla fanciulla, ed ella la portò a sua madre.
12 I suoi discepoli andarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono
a informarne Gesù.
Il racconto della
morte del Battista continua la tematica dell’episodio
precedente. Sebbene parli con parole autorevoli e compia gesti potenti (cfr Mt
13,54.58; 14,2), Gesù è il profeta contestato e la sua sorte viene
prefigurata da quella del Battista.
Il motivo dell’arresto
e dell’uccisione del Battista è ricordato nei vv. 3-4. Un profeta non può
essere catturato se non per il disturbo che arrecano le sue parole o i suoi
gesti.
Elia era
perseguitato da Acab e da Gezabele
(1Re 19-21) perché aveva loro rimproverato l’uccisione di un innocente
cittadino di Samaria e si erano appropriati del suo
podere.
Erode aveva
sottratto la moglie a suo fratello e aveva ripudiato la propria. Un doppio
delitto davanti al quale Giovanni non ha taciuto. Il "non ti è
lecito!" dà un’impostazione concreta alla sua azione missionaria.
Se l’annuncio non viene applicato ai fatti, tradotto nelle situazioni
concrete, è, troppe volte, un grido inutile. Se il Battista e Gesù si fossero
accontentati di puntare il dito contro il male e non contro i malfattori, come
fanno i filosofi e non solo i filosofi, non sarebbero
finiti in prigione e al patibolo.
1 agosto 2010: Lc
12,13-21
13 Uno della folla
gli disse: «Maestro, dì a mio fratello che divida con me l'eredità». 14 Ma egli
rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». 15 E
disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se
uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi
beni». 16 Disse poi una parabola: «La campagna di un
uomo ricco aveva dato un buon raccolto. 17 Egli ragionava
tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? 18 E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di
più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19 Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni,
per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. 20 Ma Dio gli disse:
Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai
preparato di chi sarà? 21 Così è di chi accumula tesori per sé, e non
arricchisce davanti a Dio».
Questa parabola
descrive l’uomo che fa consistere la propria sicurezza nell’accumulo dei beni.
Cristo e i suoi discepoli, invece, pongono la loro sicurezza nell’amore del
Padre. La loro vita non sta nei beni, ma in colui che
li dona: Dio. I beni di questo mondo non devono essere né adorati né
demonizzati: vanno usati secondo la volontà del Donatore.
Con l’accumulo dei
beni l’uomo crede di essersi assicurate la felicità e una lunga vita. Ma così facendo si rivela stolto, perché non ha messo nel
conto l’incognita della morte. Ha ragionato come se fosse padrone della propria
vita, allo stesso modo che si sente padrone del suo raccolto.
La drammaticità
della situazione sta appunto nell’estrema insicurezza della vita. Accanto ai
granai si possono mettere tutti gli altri beni: la salute, il potere, il
denaro. Non contano nulla per vivere bene, per vivere
a lungo, perché la durata della vita non dipende da queste cose.
Il problema
suscitato da questo tale diventa un’occasione di insegnamento
per tutti, perché tutti siamo vittime dello stesso male.
Ciò che divide i
fratelli è la spartizione di ciò che di per sé
dovrebbe unirli: i beni della terra, che sono doni di Dio per la fraternità e
la condivisione nell’amore. Questa è la causa di tutte le guerre, di tutte le
lotte sindacali e sociali e di tutte le inimicizie familiari che sorgono in
occasione delle divisioni dell’eredità. L’amore per le cose di cui appropriarsi
sostituisce quello per il Padre e per i fratelli.
Questo litigio per
l’eredità è l’emblema della situazione umana: dimenticando il Padre, gli uomini
litigano per arraffare la roba. L’avidità di vita, nata dalla paura della
morte, trasforma in causa di odio e di morte ciò che in realtà è dono di amore.
In questo modo è stravolto tutto il senso della creazione.
La controproposta
che Gesù fa è ugualmente incentrata sull’accumulare tesori, ma non per sé, ma
per arricchire davanti a Dio (v. 21). La ricchezza che conta è quella
accumulata nei cieli ed è costituita dai beni dello spirito, dalla rettitudine,
dalla giustizia, dalla carità. Nel capitolo 16 di
questo vangelo Gesù ci insegna: "Procuratevi amici con la disonesta
ricchezza, perché, quando essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore
eterne" (v. 9). In definitiva si è ricchi solo di ciò che si dà.
Il destino
dell’uomo dipende dall’uso corretto delle creature: o sono mezzi per amare Dio
e il prossimo o diventano fine e surrogato di Dio.
Il progetto
dell’uomo che non conosce l’amore del Padre è ingrandire il proprio granaio per
avere sempre di più. Più uno ha e più aumenta il desiderio di avere. La
stoltezza poi arriva al culmine quando ci si compiace
dei beni, facendo di essi la propria vita e la propria sicurezza. Dall’uso
delle cose materiali deriva la realizzazione o il fallimento dell’uomo.
I beni del mondo
danno la morte quando sono accumulati per paura della morte; danno
la vita quando sono condivisi coi fratelli per amore del Padre.
2 agosto 2010: Mt
14,13-21
13 Udito ciò, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in
disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo,
lo seguì a piedi dalle città. 14 Egli, sceso dalla barca, vide
una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
15 Sul far della
sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è
ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da
mangiare». 16 Ma Gesù rispose: «Non occorre che vadano; date loro voi stessi da
mangiare». 17 Gli risposero: «Non abbiamo che cinque
pani e due pesci!». 18 Ed egli disse: «Portatemeli
qua». 19 E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque
pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò
la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono
alla folla. 20 Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste
piene di pezzi avanzati. 21 Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila
uomini, senza contare le donne e i bambini.
Il racconto della
moltiplicazione dei pani è uno degli episodi
maggiormente attestati dai vangeli. L’episodio ha quindi un elevato grado di
attendibilità ed è importante per comprendere la missione di Gesù e il compito
dei discepoli. La folla segue Gesù perché ha bisogno di lui. Ed egli sente
compassione per tutta quella gente. Questo
atteggiamento manifesta la misericordia che nasce da una commozione interna,
viscerale.
Nel vangelo di
Matteo questo atteggiamento caratteristico di Gesù lo
spinge a soccorrere il popolo, chiamando i dodici alla missione ( 9,36), o
guarendo i malati (15,32; 20,34). In questa situazione, la compassione di Gesù
non è solo il movente della sua azione terapeutica, ma anche della donazione
dei pani.
L’atteggiamento
dei discepoli ricorda le resistenze e l’incredulità del popolo d’Israele nei
confronti della potenza di Dio che si concretizza in
azioni gratuite per l’uomo(Es 16,3-4; 1Re 17,12; 2Re
4,2; Sal 78,19).
Secondo l’uso
tradizionale ebraico, Gesù prende il pane e pronuncia la benedizione con la
quale si inizia il pasto.
Il significato
eucaristico dell’episodio è sottolineato in modo particolare: il v. 19 anticipa in modo preciso il testo della consacrazione
eucaristica. Il modello dell’Antico Testamento di questo racconto è la
moltiplicazione dei pani del profeta Eliseo (2Re 4,42-44). Nelle mani di Gesù
il poco diventa molto, ce n’è per tutti, e ne avanza.
Naturalmente i
discepoli non possono saziare la folla. Essi possono ben poco, come vedremo nel
seguito del vangelo a proposito della guarigione del fanciullo
epilettico (Mt 17, 14-20). Davanti alle folle i discepoli si trovano a mani
vuote. Anche i pastori della Chiesa stanno davanti al popolo a mani vuote: essi
possono solamente distribuire quel pane che Gesù porge
loro.
22 Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di
precederlo sull'altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. 23
Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne
stava ancora solo lassù.
24 La barca
intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa
del vento contrario. 25 Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. 26 I discepoli, a vederlo
camminare sul mare, furono turbati e dissero: «E' un
fantasma» e si misero a gridare dalla paura. 27 Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». 28 Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io
venga da te sulle acque». 29 Ed egli disse: «Vieni!».
Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso
Gesù. 30 Ma per la violenza del vento, s'impaurì e, cominciando ad affondare,
gridò: «Signore, salvami!». 31 E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli
disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
32 Appena saliti
sulla barca, il vento cessò. 33 Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono
davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!».
34 Compiuta la
traversata, approdarono a Genèsaret.
35 E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione;
gli portarono tutti i malati, 36 e lo pregavano di
poter toccare almeno l'orlo del suo mantello. E quanti lo toccavano guarivano.
Il versetto
introduttivo richiama il clima che doveva essersi creato nei discepoli e nella
folla dopo il miracolo dei pani.
L’intervento
energico di Gesù sui discepoli e sulla folla lascia comprendere quale piega
avesse preso la situazione. Gli apostoli, trovatisi improvvisamente al centro
di una inaudita vicenda, cominciano a ricoprirsi di
una facile gloria e di un’euforia difficilmente controllabile L’evangelista
Giovanni ricorda che la gente che aveva mangiato i pani volevano rapire Gesù
per farlo re (Gv 6,14-15) Davanti a questa situazione
Gesù fa imbarcare gli apostoli, manda a casa la gente e sale sul monte a
pregare (v. 23; Gv 6,15).
Il monte è il
luogo dell’incontro con Dio. Gesù è il Figlio e quindi ha un’esigenza infinita
di stare col Padre. Gesù è uomo e nel confronto con il Padre trova
costantemente la chiarezza e il coraggio per compiere la sua missione.
In questo testo si
possono cogliere alcune reminiscenze del cantico di Mosè dopo il passaggio del
mare dei giunchi: il mare che fa affondare, le onde che si innalzano,
la mano tesa, il timore e il turbamento (Es 15).
Queste annotazioni ci inducono a leggere questo brano come una teofania rivolta
a "quelli della barca", cioè alla Chiesa del Risorto. Il Dio
salvatore dell’Esodo salva nuovamente il suo popolo. L’episodio è un simbolo
della comunità cristiana perseguitata: essa non deve temere, perché il Signore
è presente.
Una riflessione
particolare merita l’episodio di Pietro. La sua possibilità di camminare sulle
acque dipende unicamente dalla parola del Signore: "vieni!",
e la sua forza sta tutta nella fede in Gesù. Con la fede ogni discepolo può
ripetere gli stessi miracoli del suo Signore. Ma se la fede viene a mancare, il
discepolo torna ad essere facile preda delle forze del
male (rappresentate nella Bibbia dalle acque impetuose).
Il vento
rappresenta il momento della prova (Mt 7,25.27) e il mare indica le forze del
caos (cfr Gb 7,12; Sal 89,10-11; ecc.) sulle quali
Dio esercita il suo potere (Sal 107,25-30) sia nella
creazione (Gen 1,7), sia nell’esperienza della
liberazione (Es 14,15-31).Gesù
si rivela alla comunità dei suoi discepoli in mezzo alle difficoltà di un mare
agitato e ne conferma la fede, liberandoli dalla paura e dal dubbio.
L’episodio di
Pietro è una specie di catechesi sulla realtà del discepolo invitato ad
affidarsi totalmente al suo Signore anche nelle situazioni che mettono in crisi
la sua adesione incrollabile di fede. In questo racconto c’è certamente un
anticipo del rinnegamento e della conversione di Pietro nella burrascosa notte della settimana di passione (Mt 26,69-75), ma egli è ormai
per sempre riabilitato e la sua fede è diventata esemplare come lo è stata la
sua diffidenza.
Solo alla fine la
comunità dei discepoli, educata nella fede in mezzo alle sue prove, fa la professione
esplicita di fede in Gesù: "Tu sei veramente il Figlio di Dio".
Il tema centrale
del brano è, dunque, la fede. La situazione di Pietro dimostra chiaramente che
la fede in Gesù non è esclusivamente ragionevolezza o avvedutezza razionale.
Credere è osare. Chi osa credere è sorretto da colui nel quale crede. La fede è
obbedienza (vv. 28-29). Chi pratica l’obbedienza della fede ottiene di
partecipare all’essere, ai poteri di Cristo.
Gesù, nonostante
la crescente ostilità dei capi, è circondato da innumerevoli persone che nella
loro miseria fisica fanno assegnamento su di lui. Il racconto mette in chiaro
che il farsi carico della miseria umana costituisce un presupposto
indispensabile per una trasmissione del vangelo degna di fede.
Il v. 35 precisa che la gente del luogo riconosce Gesù e diffonde
la notizia in tutta la regione: il conoscere Gesù muove all’apostolato.
L’orlo del
mantello era destinato a riportare continuamente alla memoria la fedeltà ai
comandamenti (Nm 15,37-39). Il profeta Zaccaria aveva
annunziato che, nei tempi messianici, dieci uomini (di tutte le lingue del
mondo, secondo la traduzione dei LXX ) avrebbero
afferrato un ebreo per il lembo del mantello, dicendo: "Vogliamo venire
con te, perché abbiamo compreso che Dio è con voi" (Zc
8,23 ). E’ probabile che Matteo pensi a questo testo: nel momento in cui la
patria di Gesù non lo riconosce e si chiude alla comprensione del Regno, i
popoli pagani lo riconoscono e gli fanno guarire i loro malati.
La missione di
Gesù viene ribadita e ricordata ai discepoli Egli è un
profeta, ma soprattutto è un terapeuta. L’annuncio del vangelo non è solo la
presentazione di una dottrina, ma soprattutto un progetto di salvezza in cui si
realizza la fine del peccato, delle malattie, della sofferenza, del dolore. La
lotta al male è il primo impegno che Gesù si assume e comanda ai suoi
discepoli. Dimenticarlo, con la scusa degli impegni superiori dello spirito, è
tradire la volontà di Dio. Il banco di prova della fede proclamata dalla Chiesa
è l’impegno fattivo sul piano umano e storico (cfr Mt 7,21-23; 25,35-46).
Gesù, Signore
della natura e della storia, libera dal male e dalla morte, paure che
attanagliano e bloccano l’uomo. Per superare queste angosce bisogna avere una
fede adulta che conduce a una visione fiduciosa della storia che viene portata a compimento da Dio.
4 agosto 2010: Mt
15,21-28
21 Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. 22 Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me,
Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». 23 Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i discepoli
gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». 24 Ma
egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di
Israele». 25 Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore,
aiutami!». 26 Ed egli rispose: «Non è bene prendere il
pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». 27 «E' vero, Signore, disse la
donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola
dei loro padroni». 28 Allora Gesù le replicò: «Donna,
davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri».
E da quell'istante sua figlia fu guarita.
Dopo l’aspra
controversia con i farisei e gli scribi, ai quali aveva rimproverato
l’ipocrisia e la lontananza da Dio, Gesù incontra in terra pagana una donna che
gli dimostra una grande fede.
I discepoli, come al solito (cfr Mt 14,15; 19,13), non amano il prossimo, non
vogliono seccature e chiedono a Gesù di mandare via la donna, escludendo così
un intervento di soccorso e reagendo sgarbatamente alle sue grida.
In questo brano
sono messi a confronto Israele e i pagani. Gesù dimostra di essere il vero
Messia d’Israele perché sa di essere inviato, nel suo cammino terreno, solo a
questo popolo.
Con questo
episodio Gesù insegna che il vangelo della salvezza è aperto anche ai pagani. Ma la salvezza di Dio deve seguire un itinerario storico e
geografico prima di raggiungere la totalità dei popoli.
Gesù chiede alla
donna cananea il riconoscimento della priorità d’Israele alla salvezza, perché
questa è la volontà di Dio manifestata attraverso la storia e le scelte
dell’Antico Testamento.
Il dialogo
didattico tra Gesù e la cananea culmina nella fede. La fede in Gesù deciderà il
cammino d’Israele e dei popoli.
13 Essendo giunto
Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente
chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». 14 Risposero:
«Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei
profeti». 15 Disse loro: «Voi chi dite che io sia?».
16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17 E
Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona,
perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta
nei cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa
pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro
di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e
tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che
scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
20 Allora ordinò
ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
21 Da allora Gesù
cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e
soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e
venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. 22 Ma Pietro lo trasse in disparte
e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti
accadrà mai». 23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi
da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo
gli uomini!».
Gesù pone la
domanda fondamentale, sulla quale si decide il destino di ogni uomo: "Voi
chi dite che io sia?". Dire chi è Gesù è collocare la propria esistenza su
un terreno solido, incrollabile.
La risposta di
Pietro è decisa e sicura. Ma il suo discernimento non
deriva dalla "carne" e dal "sangue", cioè dalle proprie
forze, ma dal fatto che ha accolto in sé la fede che il Padre dona.
Gesù costituisce
Pietro come roccia della sua Chiesa: la casa fondata sopra la roccia (cfr 7,24)
comincia a prendere il suo vero significato.
Non è fuori luogo
chiedersi se Pietro era pienamente cosciente di ciò che gli veniva
rivelato e di ciò che diceva. Notiamo il forte contrasto tra questa professione
di fede seguita dall’elogio di Gesù: "Beato te, Simone…"
e l’incomprensione del v. 22: "Dio te ne scampi, Signore…" e infine l’aspro rimprovero di Gesù:
"Via da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non
pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!".
Questo contrasto mette in evidenza la differenza tra la fede apparente e
quella vera: non basta professare la messianicità di Gesù. Bisogna credere e
accettare che il progetto del Padre si realizza attraverso la morte e la
risurrezione del Figlio.
Pietro riceve le
chiavi del regno dei cieli. Le chiavi sono segno di sovranità e di potere.
Pietro dunque insieme alle chiavi riceve piena autorità sul regno dei cieli.
Egli esercita tale autorità sulla terra e non in funzione di portinaio del
cielo, come comunemente si pensa. In qualità di
trasmettitore e garante della dottrina e dei comandamenti di Gesù, la cui
osservanza apre all’uomo il regno dei cieli, egli vincola alla loro osservanza.
Gli scribi e i
farisei, in quanto detentori delle chiavi fino a quel
momento, avevano esercitato la medesima autorità. Ma,
rifiutando il vangelo, essi non fanno altro che chiudere il regno dei cieli
agli uomini. Simon Pietro subentra al loro posto.
Se si considera
attentamente questa contrapposizione, risulta che il compito principale di cui
è incaricato Pietro è quello di aprire il regno dei
cieli. Il suo incarico va descritto in senso positivo.
Non si potrà
identificare la Chiesa con il regno dei cieli. Ma il
loro accostamento in quest’unico brano del vangelo offre l’opportunità di
riflettere sul loro reciproco rapporto. Alla Chiesa, quale popolo di Dio, è
affidato il regno dei cieli (cfr 21,43). In essa vivono gli uomini destinati al
Regno. Pietro assolve il proprio sevizio nella Chiesa quando invita a
ricordarsi della dottrina di Gesù, che permette agli uomini l’ingresso nel
Regno.
Nel giudaismo, gli
equivalenti di legare e sciogliere (‘asar e sherà’) hanno il significato specifico di proibire e
permettere, in riferimento ai pronunciamenti
dottrinali. Accanto al potere di magistero si pone quello disciplinare. In
questo campo i due verbi hanno il senso di scomunicare e togliere la scomunica.
Questo duplice
potere viene assegnato a Pietro. Non è il caso di
separare il potere di magistero da quello disciplinare e riferire l’uno a 16,19
e l’altro a 18,18. Ma non è possibile negare che in questo versetto 19 il potere dottrinale, specialmente nel senso della
fissazione della dottrina, sta in primo piano.
Pietro è
presentato come maestro supremo, tuttavia con una differenza non trascurabile
rispetto al giudaismo: il ministero di Pietro non è ordinato alla legge, ma
alla direttiva e all’insegnamento di Gesù.
Il legare e lo
sciogliere di Pietro viene riconosciuto in cielo, cioè
le decisioni di carattere dottrinale prese da Pietro vengono confermate nel
presente da Dio. L’idea del giudizio finale è più lontana, proprio se si includono anche decisioni disciplinari.
Nel vangelo di
Matteo, Pietro viene presentato come il discepolo che
fa da esempio. Ciò che gli è accaduto è trasferibile ad
ogni discepolo. Questo vale sia per i suoi pregi sia per le sue deficienze, che
vengono impietosamente riferite. Ma a Pietro rimane
una funzione esclusiva ed unica: egli è e resta la
roccia della Chiesa del Messia Gesù. Pietro è il garante della tradizione su
Cristo com’è presentata dal vangelo di Matteo.
Nel suo ufficio
egli subentra agli scribi e ai farisei, che finora hanno portato le chiavi del
regno dei cieli. A lui tocca far valere integro l’insegnamento di Gesù in tutta
la sua forza.
Dopo aver
comandato ai suoi discepoli di non dire che egli era il Cristo, perché la loro
concezione del Messia non era ancora adeguata, Gesù compie un passo avanti
decisivo nella sua vita: annuncia che è giunta l’ora della sua passione, della
sua morte e della sua risurrezione.
La dichiarazione
di Gesù costituisce un’autentica tentazione per Pietro che protesta e sgrida
Gesù. Questa idea di un Messia sofferente è insopportabile per Pietro, e non
solo per Pietro. Invece di accettare la rivelazione del Padre (v. 17) ossia il
pensiero di Dio (v. 23), egli proietta su Gesù la propria concezione del
Messia. Facendo da maestro a Gesù e anteponendosi a lui, egli diviene satana,
tentatore del suo Signore.
Non è per nulla
casuale la presenza nel medesimo brano di due aspetti fortemente
contrastanti: la professione di fede di Pietro e la sua incomprensione del
mistero di Gesù, l’autorità affidata a Pietro e il rimprovero rivoltogli da
Gesù.
L’evangelista sottolinea intenzionalmente questo contrasto per indicarci
che Pietro è la roccia sulla quale Cristo fonda la sua Chiesa non per le sue
qualità naturali, ma per grazia e per elezione divina.
6 agosto 2010: Lc
9,28-36
28 Circa otto
giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul
monte a pregare. 29 E, mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua
veste divenne candida e sfolgorante. 30 Ed ecco due uomini parlavano con lui:
erano Mosè ed Elia, 31 apparsi nella loro gloria, e
parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. 32 Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno;
tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con
lui. 33 Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una
per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva
quel che diceva. 34 Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all'entrare
in quella nube, ebbero paura. 35 E dalla nube uscì una voce, che diceva:
«Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo». 36 Appena la voce cessò, Gesù
restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che
avevano visto.
La trasfigurazione
svela il mistero di Gesù. Egli è il Figlio del Padre, l’eletto. Il Padre ordina
a tutti: "Ascoltatelo!". L’obbedienza a "Gesù solo" (v. 36)
è il culmine del racconto. Ora sappiamo chi è Gesù e perché lo dobbiamo
ascoltare.
L’ordine di
ascoltarlo riguarda particolarmente quanto Gesù ha detto nel brano precedente,
dove rivela la necessità della croce per lui e per noi.
I tre discepoli
hanno una visione anticipata della gloria per affrontare il passaggio obbligato
della croce appena annunciata da Gesù (v. 22). Pietro, Giovanni e Giacomo sono
gli stessi testimoni della risurrezione della figlia di
Giairo. Per Matteo e Marco sono anche i testimoni
dell’agonia di Gesù nel Getsemani.
La definitività e l’importanza di questa rivelazione è richiamata dalla Seconda Lettera di Pietro: "Non per
essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto
conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché
siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa
gloria gli fu rivolta questa voce: ‘Questi è il Figlio mio prediletto, nel
quale mi sono compiaciuto’. Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo
mentre eravamo con lui sul santo monte. E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti…" (1,16-19).
Il monte nella
tradizione biblica è il luogo privilegiato dell’incontro dell’uomo con Dio.
Luca precisa che Gesù salì sul monte a pregare. La trasfigurazione di Gesù è
comprovata dall’apparizione dei due personaggi più noti della storia biblica,
Mosè ed Elia. La presenza dei due esponenti dell’Antico Testamento non è
fortuita. Essi sono venuti per rendere testimonianza a Cristo. Egli è la
conclusione e il punto di arrivo della Legge e dei Profeti.
Mosè ed Elia
parlavano con Gesù del suo prossimo esodo che doveva compiersi in Gerusalemme.
La morte di Gesù non è la fine, ma l’esodo verso la gloria. La passione e morte
è un episodio, la gloria della risurrezione sarà lo stato reale e definitivo di
Cristo.
La proposta di
Pietro (v. 33) parte da una interpretazione
superficiale dell’avvenimento. Ha visto il fascino di un mondo raggiunto senza
troppa fatica e vorrebbe entrarvi a farne parte subito e, ciò che è peggio, vorrebbe circoscriverlo a una cerchia limitata di
persone. Egli vorrebbe conseguire la salvezza senza la morte di croce.
La visione non
finisce con la scomparsa di Mosè e di Elia, ma entra in una seconda fase.
L’interrogativo "chi è Gesù?" trova risposta da Dio stesso:
"Questi è il Figlio mio, l’eletto" (v. 35).
Alla fine sulla
scena rimane solo Gesù davanti ai discepoli. La sottolineatura "Gesù
solo" è intenzionale. Non c’è nessun altro maestro o profeta all’infuori
di lui: egli è assoluto e unico.
La trasfigurazione
è un’anticipazione e un’esplicazione dell’annuncio della risurrezione di cui l’evangelista aveva parlato al termine della profezia
della passione (v. 22).
14 Appena
ritornati presso la folla, si avvicinò a Gesù un uomo 15
che, gettatosi in ginocchio, gli disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio.
Egli è epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e spesso anche
nell'acqua; 16 l'ho già portato dai tuoi discepoli, ma
non hanno potuto guarirlo». 17 E Gesù rispose: «O
generazione incredula e perversa! Fino a quando starò con voi? Fino a quando
dovrò sopportarvi? Portatemelo qui». 18 E Gesù gli parlò minacciosamente, e il demonio uscì da lui e da quel
momento il ragazzo fu guarito.
19 Allora i
discepoli, accostatisi a Gesù in disparte, gli chiesero:
«Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?». 20 Ed egli rispose:
«Per la vostra poca fede. In verità vi dico: se avrete fede pari a un
granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed
esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile.
Il brano si
articola sull’impotenza dei discepoli di guarire il fanciullo
a causa della loro poca fede (v. 20), nel mezzo di una generazione senza fede
(v. 17) e conclude presentando la potenza della vera fede (v. 20).
Per Matteo questo
ragazzo è simbolo del popolo d’Israele incredulo (cfr Dt
32,5) che non ha percepito la presenza di Dio in mezzo a sé (v. 17).
I discepoli non
possono scacciare il demonio con le loro forze, ma solo con la potenza di Dio.
La fede è l’unico mezzo per mettersi in contatto con Dio e usufruire della sua
potenza.
Matteo richiama la
parabola del granello di senapa (13,31-32) la cui crescita va molto al di là delle attese iniziali.
Questo testo
sembra contenere una contraddizione. Gesù rimprovera i discepoli per la loro
poca fede e poi dice che un granellino di fede sposta le montagne.
Alcuni codici non
parlano di poca fede (oligopistìa), ma di
"nessuna fede" o di "incredulità".
Comunque si voglia leggere il testo, si tratta nel primo caso di "nessuna
fede" o di "poca fede" esitante,
contraddittoria e dubbiosa; nel secondo caso si parla di un granellino di fede
autentica.
8 agosto 2010: Lc
12,32-48
32 Non temere,
piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno. 33
Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano,
un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non
consuma. 34 Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
35 Siate pronti,
con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; 36
siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per
aprirgli subito, appena arriva e bussa. 37 Beati quei servi che il padrone al
suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà
le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38 E se, giungendo
nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! 39 Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che
ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40 Anche voi tenetevi
pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate».
41 Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per
tutti?». 42 Il Signore rispose: «Qual è dunque
l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua
servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? 43
Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. 44 In
verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi
averi. 45 Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e
cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi,
46 il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui
meno se l'aspetta e in un'ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli
il posto fra gli infedeli. 47 Il servo che, conoscendo la volontà del padrone,
non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose
meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà
chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.
La paura è il
contrario della fede (Lc 8,24-25.50).
Il timore di Dio è il tenere conto della sua paternità nella nostra vita
quotidiana.
La Chiesa resterà
sempre un piccolo gregge e non avrà mai la pretesa di diventare forte. Tante
pecore insieme non faranno mai un lupo!
Il nostro vero
bisogno, ciò che risolve tutti i nostri problemi, è essere figli del Padre:
questo è il regno che egli ci ha donato in Gesù.
Il vangelo tiene
conto che i cristiani vivono in una storia concreta dove ci sono beni e denaro,
ricchi e poveri. La soluzione proposta non è rigettare i beni come se fossero
cattivi, ma farne l’uso opposto a quello dettato dalla paura della morte. In
questo modo tornano ad essere come Dio li aveva
pensati: da possesso di una eredità che divide i fratelli (Lc
12,13) diventano dono che li unisce tra di loro e con il Padre.
Luca, sulla linea
dell’Antico Testamento, propone ai cristiani l’elemosina come soluzione per
vivere con giustizia in un mondo ingiusto (Lc 3,11;
5,11-28; 6,30; ecc.). L’elemosina può essere interpretata male da chi
contrappone giustizia e carità e vede l’elemosina come l’avallo
dell’ingiustizia. Ma nella lingua ebraica l’elemosina
(sedaqah) significa proprio giustizia.
Per la Bibbia non
è giusto che uno possieda e l’altro sia nella penuria, perché siamo fratelli. E
se siamo fratelli e figli dello stesso Padre, i diritti e i doveri non sono
uguali: i diritti sono proporzionati a quanto uno non ha, i doveri a quanto uno
ha.
L’elemosina
biblica è esigenza di una giustizia superiore, dettata dalla misericordia. Il
vangelo chiede una nuova moralità. Di conseguenza la nostra azione ha un nuovo
fondamento: il comportamento di Dio Padre.
Gesù ha proibito
ai discepoli di portare borse per mettervi le ricchezze di questo mondo (Lc 10,4; 22,35). Ora comanda loro di farsi delle borse per
mettervi le ricchezze del regno di Dio. In queste borse si ripone solo ciò che
si tira fuori, e si accumula solo ciò che si dona.
Chi accumula
tesori per sé perde la vita e non arricchisce della ricchezza stessa di Dio che
è ricco di misericordia (Ef 2,4). Il tesoro vero non
è ciò che abbiamo, ma ciò che diamo.
L’errore dell’uomo
è di non avere il cuore dov’è il suo tesoro: Dio.
L’insegnamento
sulla fugacità e insicurezza dei beni terreni ha riportato l’attenzione verso
il regno di Dio e i tesori del cielo.
I cristiani devono
tenersi pronti per la venuta inattesa e improvvisa di Gesù. Essa è prospettata ad essi come un punto di costante riferimento per tenere
sveglie le loro responsabilità e la loro dedizione al regno del Signore. Gesù è
la guida invisibile della Chiesa; nessuno sa quando si manifesterà apertamente,
ma tutti sanno che è presente e sollecita la massima collaborazione da parte di
ognuno. L’insicurezza del ritorno del Signore deve tenere costantemente desta
l’attenzione e l’operosità dei suoi cristiani.
Il servo fedele
deve dare prova di aspettare il suo padrone anche
nelle ore insolite, quando normalmente tutti dormono. Il sacrificio può
apparire grande, ma la ricompensa sarà ancora più grande. Il richiamo alla
venuta del Signore è essenziale nel vangelo. La vita del cristiano è un’attesa
del Signore che viene. Il credente è colui che sa
aspettarlo e sta ad aspettarlo. Egli veglia nella notte del mondo per far
risplendere con le sue opere la luce di Dio.
La cintura ai
fianchi è la tenuta di lavoro, di servizio e di viaggio prescritta per la cena
pasquale (cfr Es 12,11). Questo è l’atteggiamento corretto
per attendere il Signore. Non bisogna guardarlo in cielo, ma testimoniarlo
sulla terra (cfr At 1,11). Il Signore che viene e
bussa alla porta è un’allusione all’eucaristia; il Signore si
invita a cena a casa nostra: "Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da
lui, cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3,20).
La sua venuta finale è vissuta quotidianamente nella cena eucaristica. La
beatitudine del cristiano è vivere una vita pasquale, di cui la sorgente è
l’eucaristia (cfr Lc 14,15), dove la storia di Gesù
si fa nostro presente e ci introduce nel nostro futuro.
L’esistenza
cristiana è attesa dello Sposo che viene per prenderci definitivamente con sé.
Il cristiano non ha qui la sua patria. La casa della sua nostalgia è altrove.
Straniero e pellegrino sulla terra (cfr 1Pt 2,11) non ha quaggiù una città
stabile, ma cerca quella futura (cfr Eb 13,14).
"La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo
come salvatore il Signore Gesù Cristo (Fil 3,20). Il suo ritorno sarà nella
notte, figura della morte personale.
Il credente,
giorno dopo giorno, non si stanca del ritardo del suo
Signore, non si distrae, non perde la fiducia dell’incontro beatificante con
lui.
La necessità della
vigilanza viene nuovamente ribadita nella parabola del
ladro e dalla successiva esortazione. Occorre saper attendere il Signore con lo
stesso impegno che si richiede per prevenire un furto: il ladro non manda
preavvisi (v. 39). Anche per i responsabili della comunità si prospetta la
possibilità di un servizio fedele e intelligente o di un comportamento
irresponsabile o dispotico. Come nell’assenza del padrone i servi rischiano di
addormentarsi, così anche l’amministratore posto a capo della servitù può
trascurare i suoi compiti e abusare del suo ufficio di provvedere alla servitù
il necessario sostentamento.
Il tempo presente
richiede un grande senso di responsabilità, perché è gravido di eternità. Chi
fa dipendere la sua vita dalle cose che ha, considera la morte come un ladro.
Chi attende il Signore considera la morte come l’incontro desiderato con lo
Sposo. Tutta la vita è una preparazione a questo incontro.
L’uomo non è un
possidente, ma un amministratore di beni non propri. Tutto ciò che è e ha è
dono di Dio, e tale deve restare. L’amministratore fedele e saggio è colui che comprende la volontà di Dio e la mette in pratica.
I capi della comunità sono responsabili soprattutto di non lasciar mancare il
pane, il pane della Parola e il pane dell’Eucaristia.
Essi sono servi dei fratelli e della loro fede, non padroni.
La ricompensa
dell’amministratore fedele e saggio è di avere in dono tutto quanto appartiene
a Dio, cioè Dio stesso. Questa è la vita eterna.
Ognuno è
responsabile in proporzione della conoscenza della volontà di
Dio. Anche chi crede di aver ricevuto poco, sappia che ha ricevuto
tanto, e gli è chiesto e gli sarà chiesto tanto. Il cristiano è chiamato a
prendere coscienza seriamente delle sue responsabilità davanti a Dio e ai
fratelli.
1 Il regno dei
cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono
incontro allo sposo. 2 Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 3 le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio;
4 le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli
vasi. 5 Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. 6 A
mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! 7 Allora tutte
quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. 8 E le stolte dissero
alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. 9 Ma
le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate
piuttosto dai venditori e compratevene. 10 Ora, mentre
quelle andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano
pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più tardi
arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore,
aprici! 12 Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi
conosco. 13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.
La storia
raccontata in questo pezzo di vangelo ci presenta dieci ragazze che attendono
lo sposo.
Chi è lo sposo e
chi sono le dieci ragazze? Lo sposo è Cristo, le dieci ragazze sono la comunità
cristiana. La storia non parla della sposa, perché le dieci ragazze sono la
sposa e attendono l'arrivo non di uno sposo, ma del loro sposo.
Queste dieci ragazze sono la sposa di Cristo, la Chiesa (cfr Ef 5,22-32).
Queste dieci
ragazze si dividono in due categorie: cinque sono sagge e cinque sono stolte.
In che cosa si manifesta la saggezza delle prime cinque? Hanno calcolato che
l'attesa dello sposo sarebbe andata per le lunghe: per questo" insieme con
le lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi" (v. 4).
Avevano capito che
la vita ha una durata troppo lunga per poter
conservare sempre la stessa carica di fede e di carità senza fare rifornimento.
Le lampade accese significano la costante vigilanza che occorre per non
perdersi nella notte della dimenticanza e dell'infedeltà in questo mondo.
Tema di questo
racconto è l'attesa del Signore che viene. Ciò non significa che la vita
presente sia una sala d'attesa della vita eterna, ma che deve essere vissuta
come vita responsabilizzata in vista del Signore che viene. L'attendere
Dio presuppone la fede. L'olio delle lampade è la fede con le opere.
Le cinque ragazze
sagge, che rappresentano i buoni cristiani, non sembrano poi tanto buone, anzi,
sembrano decisamente scostanti e cattivelle. Alle
amiche stolte che le supplicano: "Dateci del vostro olio, perché le nostre
lampade si spengono rispondono: "No, che non
abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e
compratevene" (vv.8-9).
Le ragazze sagge
non possono dare il loro olio alle stolte perché nessuno può essere vigilante
al posto di un altro, nessuno può amare Cristo al posto di un altro: è un
affare personale, è un assegno"non trasferibile".
Questo racconto
istruttivo ha lo scopo di esortare a tenersi pronti all'arrivo del Signore: un arrivo di cui non conosciamo né il giorno né l'ora, ma che
non è lontano ed è certissimo e inevitabile.
Queste ragazze
stolte che chiamano Gesù: "Signore, Signore" ( v.
11) hanno dimenticato l'insegnamento che egli aveva già impartito al capitolo
7, 22-23 di questo vangelo:" Molti mi diranno in quel giorno (il giorno
del giudizio finale): Signore, Signore ... Io però dichiarerò loro: Non vi ho
mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità".
Queste parole non
condannano la preghiera, non proibiscono di invocare Cristo come
"Signore", ma ci insegnano che la preghiera deve essere congiunta
alla pratica della vita cristiana. Bisogna fare la volontà del Padre,
diversamente la preghiera non serve.
Nell'attesa del
grande giorno della venuta del Signore bisogna vegliare
e non comportarsi come i cristiani di Tessalonica che
nel prolungarsi dell'attesa della venuta del Signore cominciarono a darsi
all'ozio e al vagabondaggio (1Ts 4,11; 2Ts 3,6-12). Così le ragazze del
racconto evangelico (cioè noi cristiani!) devono essere impegnate, operose e
diligenti.
Matteo ha dato a
questo racconto edificante una conclusione che concorda con la finale del
discorso della montagna (Matteo, capitoli 5-6-7).
Anche là troviamo la contrapposizione tra il saggio e lo stolto.
Nel discorso della
montagna essere saggio significa: non limitarsi ad ascoltare le parole di Gesù,
ma metterle anche in pratica. Questa disposizione viene
trasferita anche al presente racconto delle dieci ragazze che rappresentano la
comunità cristiana. Sono pronti ad andare incontro al Signore quei cristiani
che fanno la volontà di Dio come l'ha insegnata Gesù nel discorso della
montagna.
Vigilare
nell'attesa del Signore che viene in maniera improvvisa, vuol dire essere
pronti; ed essere pronti significa essere fedeli alla volontà del Padre,
facendo quelle opere di amore sulla base delle quali verrà
fatto il giudizio finale. Questa è la vera "saggezza" cristiana:
attuare con perseveranza la volontà del Padre che il Signore
Gesù ha definitivamente rivelato.
Nella parabola del
giudizio finale ( Matteo 25,31-46) il Signore ci
indicherà dettagliatamente quali sono le opere buone che dobbiamo fare
nell'attesa della sua venuta.
10 agosto 2010: Gv
12,24-26
24 In verità, in
verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra
non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25 Chi ama la
sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo
la conserverà per la vita eterna. 26 Se uno mi vuol servire mi segua, e dove
sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà.
Gesù spiega come
si realizzerà il disegno paradossale della vita tramite la morte e come egli
porterà a compimento la sua missione.
La piccola
parabola del seme che cade nel terreno e muore è assai espressiva e semplice:
il seme è Gesù che, come il chicco di grano, deve morire per diventare sorgente
di vita per tutti.
Senza la morte non
c’è fecondità, vita nuova e abbondanza di frutti. La
vita nuova che Gesù dona è la conseguenza della sua disponibilità e della sua
morte.
La strada percorsa
dal Maestro diviene la stessa che deve percorrere il discepolo, perché è
partecipando alla sua morte che si raggiunge la gloria della vita. Solo chi si
perde, si realizza.
Il più grande
ostacolo alla piena donazione, e conseguentemente alla realizzazione di sé, è
il timore di perdersi e di sacrificarsi in questo mondo. Gesù avverte
chiaramente ogni discepolo: l’attaccamento a se stesso conduce al compromesso,
mentre la completa maturità consiste nell’attività dell’amore, nella donazione
che è servizio ad ogni fratello. Solo chi dona
totalmente se stesso per amore, porta frutto e si apre ad
un destino pieno di vita eterna.
Il detto sul
servizio del v. 26 richiede al discepolo identità di
vedute e di ideali con Gesù, collaborazione alla sua stessa missione,
imitazione fino alla sofferenza e alla morte.
Questo orientamento di vita al seguito di Gesù è legato ad una
ricompensa assicurata: la certezza di stare uniti con lui, di dimorare nell’amore
del Padre (cfr Gv 14,3; 17,24) e di ricevere una
"gloria" simile a quella del Figlio. Se il mondo disprezzerà i
discepoli di Gesù, il Padre stesso li onorerà e li tratterà da figli (cfr Gv 5,44) rivelando loro il suo amore (Gv
17,24-26).
15 Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te
e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16 se non ti
ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla
parola di due o tre testimoni. 17 Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo
all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un
pagano e un pubblicano. 18 In verità vi dico: tutto
quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello
che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.
19 In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno
per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. 20
Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».
Nel brano della
correzione fraterna e della preghiera concorde Matteo sviluppa l’iniziativa di colui che vuole aiutare il peccatore a ritrovare la
comunione fraterna. L’espressione "tuo fratello" (vv. 15.21) manifesta l’intenzione
teologica di Matteo: la Chiesa è una comunità di fratelli.
Il passo da
compiere si esprime in una triplice gradazione: se il colloquio da solo a solo
non porta il frutto sperato, si potrà fare appello ai fratelli e solo in ultima
istanza si deve ricorrere a tutta la comunità.
Alla luce della
parabola precedente (vv.
12-14: la pecora perduta), il triplice passo va inteso come uno sforzo per
riportare nella comunità colui che si era allontanato:
è una traduzione umana della pazienza di Dio.
Colui che rifiuta dev’essere considerato
come un pagano o un pubblicano, ossia come persona di fronte alla quale i
fedeli si trovano impotenti. Nei confronti di questo fratello che rifiuta di
ascoltare, il cristiano ha ancora un dovere da compiere, il più importante:
affidarlo alle mani del Padre, riconoscendo che l’aiuto di cui necessita
sorpassa totalmente le possibilità della comunità. Dove falliscono
gli uomini può riuscire Dio.
La Chiesa è dunque
una comunità nella quale i fratelli sono responsabili della fede dei loro
fratelli. Ma questa comunità dipende meno dagli sforzi
umani, che possono finire in un insuccesso, che dal Padre che è nei cieli: è
lui il Pastore che va in cerca della pecora perduta.
L’espressione
"Io sono in mezzo a loro" (v. 20) richiama l’inizio del vangelo
(1,23: Gesù è il "Dio con noi") e la fine (28,20: "Io sono con
voi tutti i giorni fino alla fine del tempo"). Con questa frase Matteo ci indica dove
possiamo trovare Dio e fare un’autentica esperienza della sua presenza: dove
c’è la comunità riunita nel suo nome, lì c’è Dio.
12 agosto 2010: Mt
18,21—19, 1
21 Allora Pietro
gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte
dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». 22 E Gesù gli rispose: «Non ti
dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
23 A proposito, il
regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 24
Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila
talenti. 25 Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò
che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e
saldasse così il debito. 26 Allora quel servo, gettatosi a terra, lo
supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. 27
Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito.
28 Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come
lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga
quel che devi! 29 Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo:
Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. 30 Ma egli non volle esaudirlo,
andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
31 Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e
andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 32 Allora il padrone fece
chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il
debito perché mi hai pregato. 33 Non dovevi forse
anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? 34 E,
sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse
restituito tutto il dovuto. 35 Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno
di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».
19 1 Terminati
questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea, al di là del Giordano.
Pietro ritiene di
entrare ampiamente nello spirito di Gesù perdonando sette volte. Anche i
rabbini discutevano questa questione; partendo da Amos (2,4), da Giobbe (33,29)
e dalla triplice preghiera di Giuseppe (Gen 50,17) pensavano che si potesse arrivare a perdonare fino a tre
volte.
La risposta di
Gesù è chiara. Rovesciando il canto di Lamech:
"Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settanta volte sette" (Gen
4,24), Gesù svela le risorse insospettate di misericordia generate dall’avvento
del regno dei cieli.
Davanti a Dio
tutti siamo debitori insolvibili. La parabola di oggi ci insegna che il perdono
di Dio è il motivo e la misura del perdono fraterno. Dobbiamo perdonare senza
misura perché Dio ci ha perdonato senza misura. Il perdono ai fratelli è segno
dell’efficacia del perdono di Dio in noi: se non
perdoniamo, non abbiamo accolto realmente il perdono di Dio. Il servo è
condannato perché tiene il perdono per sé e non permette che il suo perdono
diventi gioia per gli altri. Bisogna imitare il comportamento di Dio (Mt
5,43-48).
Il fondamento del
mio rapporto con l’altro è l’imitazione del rapporto che Dio ha con me. Gesù ha
detto di amarci a vicenda come lui ha amato noi (Gv 13.34); e Paolo dice di graziarci l’un l’altro come il
Padre ha graziato noi in Cristo (Ef 4,32).
La giustizia di
Dio non è quella che ristabilisce la parità, secondo la regola: chi sbaglia,
paga. E’ una giustizia superiore, propria di chi ama, che è sempre in debito
verso tutti: all’avversario deve la riconciliazione, al piccolo l’accoglienza,
allo smarrito la ricerca, al colpevole la correzione, al debitore il condono.
Diecimila era la
cifra più grossa in lingua greca e il talento la
misura più grande. Diecimila talenti è una cifra
enorme. Il talento corrisponde a 36 kg di metallo prezioso. Diecimila talenti
corrispondono a 360 tonnellate di oro o di argento. Un talento è pari a 6.000
giornate lavorative; 10.000 talenti è pari a
60.000.000 di stipendi quotidiani. Per pagare questo debito il servo dovrebbe
lavorare circa 200.000 anni. La cifra esagerata è in realtà una pallida idea di
ciò che Dio ci ha dato.
Cento danari corrispondono allo stipendio di cento giornate
lavorative. Una cifra discreta, ma del tutto trascurabile
rispetto al debito appena condonato di diecimila talenti.
Pensare al proprio
debito condonato ci rende tolleranti verso gli altri e
magnanimi. Perdonare è una questione di cuore: è ricordare l’amore che il Padre
ha per me e per il fratello.
3 Allora gli si
avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «E' lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi
motivo?». 4 Ed egli rispose: «Non avete letto che il
Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: 5 Per questo l'uomo
lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne
sola? 6 Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha
congiunto, l'uomo non lo separi». 7 Gli obiettarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto
di ripudio e mandarla via ?». 8 Rispose loro Gesù: «Per
la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli,
ma da principio non fu così. 9 Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria
moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un'altra
commette adulterio».
10 Gli dissero i discepoli: «Se questa è la condizione dell'uomo
rispetto alla donna, non conviene sposarsi». 11 Egli rispose
loro: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. 12
Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre
della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi
sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».
Con la domanda dei
farisei sul divorzio appare lo scacco dell’amore in seno alla coppia. E’ questa infatti la prima
cellula dove "due sono uniti nel nome di Cristo" (Mt 18,20).
L’intervento dei farisei mette sotto accusa Gesù e la novità del Regno.
La domanda
"E’ lecito a un uomo ripudiare la propria moglie
per qualsiasi motivo?" è importante. Al tempo di Gesù l’interpretazione di
Dt 24,1 contrapponeva i seguaci di due scuole
rabbiniche, quella di Hillel che ammetteva il
divorzio per qualsiasi motivo, e quella di Shammai
che richiedeva, come minimo, una cattiva condotta comprovata, anzi, un
adulterio da parte della moglie.
La risposta di
Gesù supera subito la disputa interpretativa tra i seguaci di Hillel e di Shammai. Alla maniera
rabbinica, egli cita i brani di Gen 1,17 e 2,24
situando così la discussione a livello superiore: quello della volontà del
Creatore. La distinzione tra i sessi trova quindi la sua origine nel Creatore:
è più un’intenzione creatrice vissuta e rivelata che un semplice fenomeno di
natura.
Gesù cita Gen 2,24: "L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si
unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola" (v. 5) per sottolineare che è la volontà creatrice di Dio che unisce
l’uomo e la donna. Quando si uniscono, è Dio che li unisce:
la congiunzione dell’uomo e della donna è l’effetto della parola di Dio.
La risposta di
Gesù è quindi chiara: per volontà esplicita di Dio
creatore il matrimonio è indissolubile, non si può divorziare per nessun
motivo. Un testo di Malachia (2,13-16) dichiarava già
prima di Cristo che ripudiare la propria moglie è
rompere l’alleanza di Dio con il suo popolo (cfr anche Os
1-3; Is 1,21-26; Ger 2,3;
3,1.6-12; Ez 16 e 23; Is
54,6-10; 60-62).
Questa risposta di
Gesù pare tuttavia in contraddizione con la legge di Mosè, che permetteva di
dare un attestato di divorzio. Gesù, nuovo Mosè, riporta con forza la questione
nei suoi giusti termini: all’amore di Dio che fa alleanza con l’uomo e gli dà
la capacità di superare la durezza del cuore (v. 8), cioè la mancanza di
docilità alla parola di Dio. La legge espressa in Gen
1,27 e 2,24 non è mai stata modificata o abolita.
Di fronte a questo
"amore impossibile" i discepoli reagiscono violentemente: "Se
questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene
sposarsi" (v. 10). Essi indietreggiano davanti all’insopportabile esigenza
dell’indissolubilità del matrimonio: impossibile da capire dagli uomini chiusi
alla rivelazione di Dio, ma possibile per quelli che
ricevono da Dio la grazia di capire.
Agli eunuchi per
nascita o resi tali dagli uomini, Gesù aggiunge una terza categoria: quelli
"che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli" (v. 12). L’eunuco
è colui che non può compiere l’atto della generazione.
Gli eunuchi per il regno dei cieli sono, anzitutto, coloro che, separati dal
coniuge, continuano a vivere nella continenza, saldamente fedeli al vincolo
matrimoniale.
Anche là dove la
legge di Mosè permetteva qualche indulgenza, il regno dei cieli esige e
promette la comunione indissolubile d’amore in seno alla coppia e disapprova
ogni atto che tende a distruggere l’unità sacra del matrimonio come è stata istituita dal Creatore.
13 Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e
pregasse; ma i discepoli li sgridavano. 14 Gesù però disse
loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei
cieli». 15 E dopo avere imposto loro le mani, se ne partì.
Questo brano
sull’accoglienza dei bambini illumina ulteriormente il brano precedente
sull’indissolubilità del matrimonio.
Per entrare nel
regno dei cieli bisogna diventare come bambini (Mt 18,3-4), ma i discepoli non
l’hanno capito perché respingono i bambini con la stessa incomprensione con cui
altri ripudiano la propria sposa.
Solo Gesù può
donare l’amore fedele e accogliente, ma per accoglierlo bisogna diventare
piccoli, entrando nella logica della fede.
Nell’agire di Gesù
si nota una dedizione diretta e immediata ai bambini. E’ un aspetto
caratteristico della sua attività. Sullo sfondo della posizione insignificante
del bambino questo atteggiamento va visto come offerta
di grazia a coloro che non hanno nulla e come una critica ai pregiudizi del
mondo degli adulti.
Il bambino viene preso seriamente come interlocutore di Dio. L’essenza dell’essere bambini sta in questo: soltanto l’amore fornisce
al bambino il criterio di misura di ciò che gli è vicino e di ciò che gli è
estraneo. "Anche se gli si mostrasse una regina con il suo diadema, egli
preferirebbe la sua mamma anche se fosse vestita di
stracci" (san Giovanni Crisostomo). Coloro che
sono diventati come bambini preferiscono il loro Signore umiliato e morto in
croce a tutte le lusinghe del mondo.
I bambini si
aprono con spontaneità alla benedizione di Dio che Gesù dona
loro. Con ciò viene comunicata loro, già ora, una
felicità sincera.
15 agosto 2010: Lc
1,39-56
39 In quei giorni
Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di
Giuda. 40 Entrata nella casa di Zaccaria, salutò
Elisabetta. 41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le
sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo 42
ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del
tuo grembo! 43 A che debbo che la madre del mio
Signore venga a me? 44 Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei
orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. 45 E beata colei che
ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore».
46 Allora Maria disse:
«L'anima mia magnifica il Signore
47 e il mio
spirito esulta in Dio, mio salvatore,
48 perché ha
guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte
le generazioni mi chiameranno beata.
49 Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome:
50 di generazione
in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
51 Ha spiegato la
potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
52 ha rovesciato i
potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
53 ha ricolmato di
beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
54 Ha soccorso
Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
55 come aveva
promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza,
per sempre».
56 Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Dopo
l’annunciazione dell’angelo, Maria si mette in cammino verso la montagna, con
sollecitudine. Per Gesù è il primo viaggio missionario compiuto per mezzo della
madre, che anticipa l’azione evangelizzatrice della comunità cristiana. Prende
qui l’avvio il grande andare, che riempie tutto il
vangelo di Luca e gli Atti degli apostoli. La parola di Dio va dal cielo alla
terra, da Nazaret a Gerusalemme, da Gerusalemme in
Giudea e fino ai confini della terra; va senza esitazioni, sempre in fretta.
Nel saluto di
Maria, che porta Gesù nel grembo, Elisabetta e Giovanni
incontrano il Salvatore. L’arrivo di Maria in casa di Elisabetta suscita grande
sorpresa e Elisabetta esprime la propria meraviglia
con le parole pronunciate da Davide al sopraggiungere dell’Arca dell’Alleanza:
"Come potrà venire da me l’arca del Signore?" (2Sam 6,9).
Nella casa di
Zaccaria si realizza ciò che avverrà a Gerusalemme
dopo la risurrezione del Signore. "Negli ultimi giorni, dice il Signore,
io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre
figlie profeteranno" (At 2,17-21; Gl 3,1-5). La storia dell’infanzia della Chiesa sarà la
ripetizione e la continuazione dell’infanzia di Gesù.
Elisabetta,
"piena di Spirito Santo" (v. 41), conosce il segreto di Maria, e la proclama: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il
frutto del tuo grembo" (v. 42). Dio ha benedetto Maria con la pienezza di
tutte le benedizioni che sono in Cristo (cfr Ef 1,3).
Maria viene considerata come l’arca dell’Alleanza del Nuovo
Testamento: nel suo grembo porta il Santo, la rivelazione di Dio, la fonte di
ogni benedizione, la causa prima della gioia della salvezza, il centro del
nuovo culto.
Il saluto di Maria
provoca l’esultanza di Giovanni Battista. Il tempo della salvezza è il tempo della gioia.
Il cantico di lode
di Elisabetta finisce con le parole che esaltano Maria: "Beata colei che
ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore" (v. 45). Maria è
diventata la madre di Gesù perché ha obbedito alla parola di Dio. E quando una
donna del popolo, rivolgendosi a Gesù, la proclamerà beata: "Beato il
grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il
latte!", Gesù preciserà e completerà l’espressione di lode, dicendo:
"Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la
osservano!" (Lc 11,27-28).
Con un atto di fede
comincia la storia della salvezza d’Israele; Abramo parte per un paese
sconosciuto con la moglie sterile, solo, perché Dio lo chiama e gli promette
una discendenza benedetta (Gen 12). Con un atto di
fede comincia la storia della salvezza del mondo; Maria crede alla parola del
Signore: vergine, diventa la madre di Dio.
La prima
beatitudine del vangelo di Luca è l’esaltazione della fede di Maria. La fede è
la virtù che ha accompagnato Maria nel suo cammino e l’ha radicata
profondamente nel progetto di salvezza di Dio.
Il cantico di
Maria è molto vicino a quello che intonerà Gesù quando, esultando nello Spirito
Santo, scoprirà che la benevolenza del Padre si rivela ai piccoli (Lc 10,21-22). Maria esalta l’opera di salvezza che Dio sta
realizzando tra gli uomini.
Questo inno si
sviluppa come un mosaico di citazioni e di allusioni bibliche, che trova un
parallelo nel cantico di Anna (1Sam 2,1-10), considerato generalmente come la
sua fonte principale sia dal punto di vista della situazione che della tematica e della formulazione. Qualche esegeta suggerisce di
leggere questo cantico di Maria sullo sfondo della grande liberazione dell’Esodo e in particolare del celebre Cantico del mare (Es 15,1-18.21).
Maria canta la
grandezza di Dio. Riconosce che Dio è Dio. La conseguenza della scoperta di Dio
grande nell’amore è l’esultanza dello spirito. La scoperta dell’amore immenso
di Dio per noi vince la paura. Chi conosce il vero Dio, gioisce della sua
stessa gioia.
Il motivo del dono
di Dio a Maria non è il suo merito, ma il suo demerito, la sua umiltà (da humus=terra, parola da cui deriva anche "uomo").
Maria è il nulla assoluto, che solo è in grado di ricevere il Tutto.
Dio è amore.
L’amore è dono. Il dono è tale solo nella misura in cui non è meritato. Dio
quindi è accolto in noi come amore e dono solo nella misura della coscienza del
nostro demerito, della nostra lontananza, della nostra piccolezza e umiltà
oggettive. Maria è il primo essere umano che riconosce il proprio nulla e la
propria distanza infinita da Dio in modo pieno e assoluto. Il merito
fondamentale di Maria è la coscienza del proprio demerito: ella
riconosce la propria infinita nullità.
Per questo,
giustamente, la Chiesa proclama Maria esentata dal peccato originale, che
consiste nella menzogna antica che impedisce all’uomo questa
umiltà fiduciosa, che dovrebbe essere tipica della creatura (cfr Sal 131).
L’umiltà di Maria
non è quella virtù che porta ad abbassarsi. La sua non è virtù, ma la verità
essenziale di ogni creatura, che lei riconosce e accetta: il proprio nulla, il
proprio essere terra-terra. Tutte le generazioni gioiranno con lei della sua
stessa gioia di Dio, perché in lei l’abisso di tutta l’umanità è stato colmato
di luce e si è rivelato come capacità di concepire Dio, il Dono dei doni.
Dio è amore
onnipotente. Lo ha mostrato donando totalmente se
stesso. Il suo nome (la sua persona) è conosciuto e glorificato tra gli uomini
perché Dio stesso santifica il suo nome rivelandosi e donandosi al povero.
Maria sintetizza
in una sola parola tutti gli attributi di colui che ha
già chiamato Signore, Dio, Salvatore, Potente, Santo: il nome di Dio è
Misericordia. Dio è amore che non può non amare. E’ misericordia che non può
non sentire tenerezza verso la miseria delle sue creature. San
Clemente di Alessandria afferma che "per la sua misteriosa divinità Dio è
Padre. Ma la tenerezza che ha per noi lo fa
diventare Madre. Amando, il Padre diventa
femminile" (Dal Quis dives
salvetur, 37, 2).
Maria descrive la
storia biblica della salvezza in sette azioni di Dio. La descrizione con i
verbi al passato significa quello che Dio ha già fatto nell’Antico Testamento,
ma anche quello che ha compiuto nel Nuovo, perché il Cantico, composto dalla
comunità cristiana, canta l’operato di Dio alla luce
della risurrezione di Cristo già avvenuta.
A proposito di
questa rivoluzione operata da Dio, che rovescia i potenti dai troni e manda a
mani vuote i ricchi, notiamo che anche questa è un’opera grandiosa e commovente
della misericordia di Dio: quando il potente cade nella polvere e il sazio
prova l’indigenza, essi sono posti nella condizione per essere rialzati e
saziati da Dio. Nell’esperienza del vuoto e nel crollo degli idoli, l’uomo si
trova nella condizione migliore per cercare Dio.
In Maria è
presente Dio fatto uomo. In lui si realizzano le promesse di Dio. E’ per la
fede in Cristo che si è discendenza di Abramo (Lc 3,8). Il compimento della promessa fatta da Dio ad
Abramo è definitivo: "In te si diranno benedette tutte le famiglie della
terra" (Gen 12,3).
16 Ed ecco un tale
gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo
fare di buono per ottenere la vita eterna?». 17 Egli rispose:
«Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare
nella vita, osserva i comandamenti». 18 Ed egli
chiese: «Quali?». Gesù rispose « Non uccidere, non
commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, 19 onora il padre
e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». 20 Il giovane gli disse: «Ho
sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». 21 Gli disse Gesù:
«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che
possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». 22 Udito questo, il
giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze.
Per avere parte
alla vita eterna bisogna vivere secondo Dio, secondo i suoi comandamenti.
La povertà
evangelica richiesta a questa persona non è un consiglio, ma un ordine,
altrettanto impellente quanto quello dell’amore indissolubile che rende eunuchi
per il regno dei cieli.
La povertà non
rappresenta una via migliore e più sicura, che si può percorrere se si vuole e
che Gesù si accontenterebbe di raccomandare, ma la condizione assoluta della
perfezione obbligatoria, ogni volta che il mantenimento dei beni diventa un
ostacolo alla salvezza.
Anche qui, come
nel brano precedente, non si tratta direttamente di un appello alla vita
religiosa o di speciale consacrazione – anche se l’episodio può servire a
illustrarla – ma di un invito rivolto ad ogni uomo a
ricevere l’amore e a viverlo nel distacco, ad abbandonare la parte che si
possiede per ricevere il tutto che Gesù offre.
La risposta data a
Gesù da questo tale: "Ho sempre osservato tutte queste cose" (v. 20)
è un atto di presunzione. Il comandamento dell’amore del prossimo, che egli
afferma di osservare, richiede la volontà di donazione e di impegno
totali, separandosi dai beni e donando il ricavato ai poveri. Ma egli "aveva molte ricchezze" (v. 22).
La rinuncia ai
possedimenti non è richiesta per motivi di santità, come a Qumran,
o come espressione di autodominio, come avveniva
presso i cinici o gli stoici, ma assume il carattere specificamente cristiano
di espressione dell’amore del prossimo, che dona ciò
che ha ai poveri.
L’assicurazione
della ricompensa, un tesoro nei cieli, resta salvaguardata dal malinteso
dell’"io ti do affinché tu mi dia", se viene
intesa nel suo vero significato, come ricompensa di grazia.
Questo tale
rifiuta l’invito a seguire Gesù perché non accetta le condizioni poste dal
Maestro. La tristezza che lo affligge ha le sue radici nell’amore di sé e del
mondo.
23 Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente
un ricco entrerà nel regno dei cieli. 24 Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco
entri nel regno dei cieli». 25 A queste parole i discepoli rimasero costernati
e chiesero: «Chi si potrà dunque salvare?». 26 E Gesù, fissando su di loro lo
sguardo, disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma
a Dio tutto è possibile».
27 Allora Pietro
prendendo la parola disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato
tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?». 28 E Gesù disse loro: «In verità vi dico: voi che mi avete seguito,
nella nuova creazione, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della
sua gloria, sederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di
Israele. 29 Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o
sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento
volte tanto e avrà in eredità la vita eterna.
30 Molti dei primi
saranno ultimi e gli ultimi i primi».
Il tale di cui
parla questo brano del vangelo aveva chiesto a Gesù che cosa doveva
"fare" per "avere" la vita eterna (v. 16); nella sua
risposta ai discepoli, Gesù rovescia la prospettiva: bisogna
"lasciare" per "avere" (v. 29).
Questa
impossibilità di farsi piccoli per entrare nel Regno è sottolineata
da Gesù (vv. 23-24) e ripresa dai discepoli
costernati: "Chi si potrà dunque salvare?" (v. 25).
Gesù insiste:
"Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile" (v. 26; cfr Gen 18,14; Gb 42,2; Zc 8,6). Il Regno non è un bene che si guadagna o si
possiede; bisogna riceverlo come dono da Dio.
Siamo nel cuore
della Rivelazione del Regno e della scelta che richiede (cfr Mt 16,23): o si
muore a se stessi per ricevere tutto da Dio o si rende impossibile in noi la venuta
del regno dei cieli. L’uomo, ricco o povero, non può salvare se stesso, ma deve
accogliere la salvezza come dono di Dio.
Pietro pone la
domanda circa la ricompensa riservata a coloro che seguono
Cristo. Egli non chiede solo per sé, ma per tutti. La domanda è umanamente comprensibile, ma insensata, perché non tiene conto che la
ricompensa divina è sempre grazia. Il seguire Gesù conduce alla partecipazione
della sua gloria in paradiso.
Con la domanda di
Pietro, Matteo prepara la parabola che segue (Mt 20,1-16).
Lutero,
commentando questo brano in una predica del 1517, diceva: "Senza la
rinuncia alle cose, non si ottiene nulla".
1 «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì
all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2 Accordatosi con
loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua
vigna. 3 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla
piazza disoccupati 4 e disse loro: Andate anche voi
nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. 5 Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece
altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano
là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno
oziosi? 7 Gli risposero: Perché nessuno ci ha
presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi
nella mia vigna.
8 Quando fu sera,
il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la
paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. 9 Venuti quelli delle cinque
del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10
Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero
ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero un denaro
per ciascuno. 11 Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: 12 Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai
trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. 13
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto.
Non hai forse convenuto con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io
voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te. 15 Non posso fare delle mie cose
quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? 16 Così gli
ultimi saranno primi, e i primi ultimi».
I due detti di
Gesù: "Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi" (Mt
19,30) e "così gli ultimi saranno primi e i primi gli ultimi" (Mt
20,16) servono come inclusione della parabola degli operai della
vigna.
Il messaggio è
questo: rinunciare ad essere grandi per diventare
piccoli, accettare che l’ultimo riceva quanto il primo. Il Regno è un dono
gratuito, una grazia da accogliere.
Spontaneamente
siamo tentati anche noi di mormorare contro il Signore della vigna, perché il suo
modo di agire mette a soqquadro i nostri criteri di valutazione, di
retribuzione equa, di giustizia sociale, di merito. Ma
trasferendo le nostre misure sul piano della salvezza, noi poniamo il problema
in modo sbagliato: essere ingaggiati nella vigna del Signore, essere chiamati
al Regno è una grazia, un onore, una gioia, una fortuna.
E se Dio chiama
tutti e a tutte le ore e accorda il medesimo dono straordinario e gratuito che
è la salvezza, ciò deve farci straordinariamente felici, anche perché, erroneamente,
tutti riteniamo di essere operai della prima ora che
reclamano la salvezza come un diritto, mentre in realtà ci viene concessa come
dono.
Dio si riserva la
libertà dalla scelta per grazia, che abbatte la presunzione umana. A imitazione
di Dio, i "primi" sono invitati a guardare agli "ultimi"
con bontà e non con cuore cattivo.
L’amore di Dio
raggiunge tutti gli uomini e non fa differenze. Il salario è sempre lo stesso e
non può essere diviso perché il premio della vita è Gesù Cristo.
1 Gesù riprese a
parlar loro in parabole e disse: 2 «Il regno dei cieli
è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. 3 Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma
questi non vollero venire. 4 Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho
preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già
macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. 5 Ma costoro non se ne curarono
e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6
altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.
7 Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini
e diede alle fiamme la loro città. 8 Poi disse ai suoi servi: Il banchetto
nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; 9
andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli
alle nozze. 10 Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono,
buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. 11 Il re entrò per vedere i
commensali e, scorto un tale che non indossava l'abito nuziale, 12 gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz'abito
nuziale? Ed egli ammutolì. 13 Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e
piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. 14
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Il banchetto è
organizzato da un re per le nozze del figlio. I primi invitati, il popolo
d’Israele, manifestano indifferenza colpevole (v. 5). I vv. 6-7 sono ispirati alla
parabola dei vignaioli. Probabilmente Matteo ha presente le persecuzioni contro
i predicatori cristiani e la distruzione di Gerusalemme nell’anno 70.
Dopo il rifiuto
dei primi chiamati, l’invito è rivolto a tutti, "buoni e cattivi" (v.
10).La sala piena di commensali è immagine della
Chiesa.
La parabola è un
appello a tutti perché sappiano che il momento è decisivo e non si può
differire: "Tutto è pronto" (v. 4). Di
fronte alla chiamata del vangelo non c’è niente di più importante da fare.
Per stare nella
sala del banchetto (la Chiesa) bisogna accettare di ricevere il vestito di
nozze: la conversione, la fede. la grazia. La comparsa
del re nella sala significa il giudizio dei convitati. Il giudizio non riguarda
solo i primi invitati che hanno rifiutato l’invito alle nozze. I secondi non si illudano che basti essere nella Chiesa per essere
salvati.
L’avvertimento
finale della parabola ricorda ai convitati della comunità cristiana l’esigenza
della loro vita secondo il battesimo e la serietà del loro impegno.
La chiamata di Dio
non pone condizioni preliminari: la Chiesa è il luogo del grande raduno e gli
invitati sono tutti peccatori. Ma peccatori che si
convertono.
Il detto
riguardante i chiamati e gli eletti non invita a fare i conti sui salvati e i
dannati: sarebbe in contraddizione con l’uno senza abito di nozze tra i tanti
invitati che riempivano la sala. Questa frase è una interpellanza
personale all’ascoltatore perché cerchi di non essere nella condizione di colui
che viene gettato nelle tenebre.
34 Allora i farisei,
udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono
insieme 35 e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo
alla prova: 36 «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». 37
Gli rispose: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il
cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 38 Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. 39 E il secondo
è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te
stesso. 40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la
Legge e i Profeti».
Questa terza
controversia tocca un argomento scottante per il
giudaismo. I rabbini ripartivano i 613 precetti della Legge in 365 proibizioni
(numero dei giorni dell’anno) e in 248 comandamenti (numero delle componenti del corpo umano). Si trattava di sapere qual era
il precetto fondamentale.
La risposta di
Gesù unisce tra loro l’amore di Dio e l’amore del
prossimo (Dt 6,5 e Lv
19,18). Tutta la Legge è adempiuta in questi due amori che diventano un solo amore in Gesù, nel quale Dio e l’uomo si uniscono in una
sola persona. E’ nella capacità di tenerli uniti anche nella vita del cristiano
che si misura la fede.
L’unione
dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo come
culmine della Legge è un concetto specificamente cristiano e costituisce la
sostanza di questo brano e di tutto il vangelo di Gesù. Occorre però ricordare
che Gesù ha ridefinito il concetto di prossimo (cfr Lc
10,30-37). L’amore del prossimo ha come presupposto l’amore di se stessi. Ma l’amore evangelico di se stessi!
In Cristo si è
manifestato l’amore di Dio e del prossimo in forma assoluta ed esemplare. E’
lui l’unico modello.
1 Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 «Sulla
cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro
opere, perché dicono e non fanno. 4 Legano infatti
pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono
muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere
ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6 amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle
sinagoghe 7 e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì'' dalla gente. 8 Ma voi non fatevi
chiamare "rabbì'', perché uno solo è il vostro
maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno
"padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del
cielo. 10 E non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il
vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà
sarà innalzato.
Ogni pagina del
vangelo è scritta per la Chiesa. Gli scribi e farisei siamo noi, invitati a
riconoscerci in loro. Il problema presentato da questo brano è sempre lo
stesso: al centro di tutto poniamo Dio o il nostro io?
Gesù critica gli
scribi e i farisei, e noi con loro, perché fanno tutto per essere visti e
lodati: "Fanno tutte le loro opere per essere visti dagli uomini" (v.
5). Si preoccupano di recitare la parte dell’uomo pio e devoto più che di
vivere un sincero rapporto con Dio.
La falsità è
abbinata ovviamente a una buona dose di vanità e di orgoglio. In un mondo in
cui la religione è tenuta in considerazione, le persone religiose acquistano
automaticamente la massima reputazione. Esse occupano, quasi per convenzione
comune, il posto di onore dovuto a Dio. Difatti gli scribi e i farisei con la
loro pietà simulata hanno posti di riguardo nelle
sinagoghe e nei conviti, e quando appaiono in pubblico ricevono da ogni parte
inchini, ossequi e saluti nei quali vengono scanditi con esattezza i loro
titoli onorifici.
Anche i discepoli
di Gesù sono esortati a rifuggire da questi comportamenti segnalati nei farisei
e negli scribi. I titoli onorifici e le rivendicazioni di potere sono fuori
luogo perché essi sono tutti fratelli, figli dello stesso Padre (v. 8) e sono
guidati dallo stesso Cristo presente in loro (v. 10).
Nella comunità
cristiana i più grandi sono gli ultimi e l’unico primato che conta è quello dell’abbassamento e del servizio (v. 11). In essa non
devono nemmeno circolare gli appellativi che indicano distinzione e
discriminazione che mettono in evidenza un preteso
diritto di controllo e di dominio di alcuni sugli altri. Spesso succede che il
nostro Signore, al quale diamo del tu, è predicato da signori ai quali diamo
del lei.
Alla fine Gesù
deve ricorrere ai comandi (sia vostro servo: v. 11) e alle minacce per
abbassare chi si era elevato al di sopra degli altri
(v. 12).
Matteo sta
mettendo a confronto due immagini di Chiesa. L’una farisaica,
pomposa, appariscente e vuota, dominata da capi avidi di onore e di potere;
l’altra cristiana, costituita da amici e da fratelli. Quest’ultima non è
anarchica, perché è guidata direttamente da Cristo e dal Padre, di cui tutti
sono ugualmente figli. Coloro che vi esercitano funzioni o incarichi sono
chiamati a testimoniare con le opere più che con le parole (cfr v. 3) la
presenza invisibile del Padre, non a sostituirla. Perché egli non è mai
assente.
La Chiesa di
Cristo è una comunità di uguali, una fraternità che ha come criterio di
discernimento il servizio. In essa esiste una diversità di ruoli e di
responsabilità, che però devono essere svolti come servizio. Questo stile ha
come modello Gesù stesso, il quale è venuto per servire (cfr Mt 20,26).
La logica dei
rapporti che deve regolare la comunità cristiana è quella dell’umiltà. La
condizione dettata da Gesù: "se non vi
convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei
cieli" (Mt 18,3) è l’atteggiamento esattamente opposto a quello
dell’autoesaltazione degli scribi e dei farisei.
22 agosto 2010: Lc 13,22-30
22 Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme. 23 Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Rispose: 24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. 25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. 26 Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e