Notiziario religioso 1-4 Luglio
2010
Giovedì 1 luglio. Il commento al Vangelo. La guarigione del paralitico
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 9,1-8) commentato da P. Lino Pedron
1 Salito su una
barca, Gesù passò all'altra riva e giunse nella sua città. 2 Ed ecco, gli
portarono un paralitico steso su un letto. Gesù, vista la loro fede, disse al
paralitico: «Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». 3 Allora
alcuni scribi cominciarono a pensare: «Costui bestemmia». 4 Ma Gesù, conoscendo
i loro pensieri, disse: «Perché mai pensate cose malvagie nel vostro cuore? 5
Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e
cammina? 6 Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere in terra
di rimettere i peccati: alzati, disse allora il paralitico, prendi il tuo letto
e và a casa tua». 7 Ed egli si alzò e andò a casa sua. 8 A quella vista, la
folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli
uomini.
All'episodio della
liberazione degli indemoniati segue il miracolo del perdono e della guarigione
del paralitico. Matteo tralascia tutti i particolari dell'avvenimento e va
subito all'essenziale: la fede. E' sempre e solo la fede che conta.
Gesù non ha il potere
solo sulle malattie, le forze del creato e i demoni, ma ha anche il potere di
perdonare i peccati. La salvezza consiste nella remissione dei peccati (Mt
1,21; Lc 1,77). E Gesù è il salvatore che perdona i peccati.
Il peccato è
un'offesa a Dio e quindi solo Dio può perdonarlo. Gesù è Dio diventato uomo che
perdona qui in terra i peccati. Lo dice esplicitamente al paralitico: "Ti
sono rimessi i tuoi peccati". Gesù è il figlio dell'uomo al quale sono
stati dati da Dio "il potere, la gloria e il regno" (Dan 7,14). Egli
ha sulla terra il potere di rimettere i peccati.
A giudizio degli
scribi Gesù bestemmia perché è un uomo che si arroga il potere di Dio.
La capacità di
Gesù di conoscere i loro pensieri è una prerogativa divina. Questa sua capacità
conferma che egli è Dio e quindi ha il potere di perdonare i peccati.
Anche in questa
pagina del vangelo si manifesta la bontà misericordiosa di Dio. Le parole di
Gesù: "Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati" danno al
peccatore la certezza di essere già perdonato e la felice sorpresa di essere
amato e capito da Dio nell'umiliazione del suo peccato.
A differenza degli
scribi, dotti conoscitori della parola di Dio, la gente semplice glorifica Dio
che ha dato agli uomini il suo potere di perdonare i peccati.
Matteo scrive il
suo vangelo quando la Chiesa esercitava già da tempo il potere divino di
"legare e sciogliere" (Mt 16,19), il potere di rimettere o di non
rimettere i peccati (Gv 20,23).
La remissione dei
peccati è riammissione del colpevole nella famiglia di Dio, è accoglienza in
casa. Il comando di Gesù al paralitico: "Alzati, prendi il tuo letto e va'
a casa tua" è rivolto ad ogni uomo perdonato e guarito perché ritorni alla
casa del Padre (cfr Lc 15,18). De.it.press
Venerdì 2 luglio. Il commento al Vangelo. La chiamata di Matteo
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 9,9-13) commentato da P. Lino Pedron
9 Andando via di
là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli
disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
10 Mentre Gesù
sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero
a tavola con lui e con i discepoli. 11 Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi
discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai
peccatori?». 12 Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del
medico, ma i malati. 13 Andate dunque e imparate che cosa significhi:
Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i
giusti, ma i peccatori».
In questo testo
Gesù appare come un profeta, un missionario itinerante che passando annuncia la
parola di Dio. La potenza della sua parola si rivela anche nelle trasformazioni
che opera interiormente, nel cuore degli uomini. Questo brano ci insegna quale
dev'essere l'atteggiamento, la disponibilità dell'uomo davanti a Cristo.
L'uomo chiamato da
Dio, in questo caso, è un appaltatore di imposte, un uomo lontano, per
professione, dai problemi religiosi e malvisto da tutti, evitato come peccatore
pubblico e persona di malavita. Gesù, invece, lo sceglie e lo invita a far
parte del gruppo dei suoi discepoli.
La lezione della
chiamata di Matteo viene ribadita e convalidata dal banchetto di addio per i
suoi amici, in casa sua; tutta gente della sua categoria e reputazione a cui
Gesù si associa volentieri.
La scena del
banchetto in casa di Matteo viene turbata dall'intervento dei farisei (v. 11).
Ma Gesù giustifica il suo atteggiamento prima col proverbio:" Non sono i
sani che hanno bisogno del medico, ma i malati" (v. 12), poi con una
citazione biblica:" Misericordia io voglio, e non sacrificio" (Os
6,6).
Gesù si rivolge di
preferenza ai peccatori perché hanno più bisogno della sua presenza e
assistenza, come i malati hanno bisogno del medico più dei sani. I peccatori
sono degli ammalati, cioè persone moralmente malferme e infelici, bisognose di
cure e di guarigione.
La citazione di
Osea 6,6 ripresenta il nucleo centrale della volontà di Dio: la misericordia.
La carità, dunque, ha il primato su tutte le altre leggi. Anzi, Gesù la
antepone allo stesso culto di Dio (v. 13). Il tempio di Dio è l'uomo (cfr 1Cor
3,16), non l'edificio di pietra. L'invito di Gesù a lasciare l'offerta davanti
all'altare per andare a ricercare il fratello offeso, ci impartisce lo stesso
insegnamento (cfr Mt 5,24).
L'uomo è
importante come Dio, con un particolare non trascurabile: che Dio sta bene e
può aspettare, l'uomo sta male e ha bisogno immediato di soccorso.
San Vincenzo de'
Paoli insegnava:" Il servizio dei poveri dev'essere preferito a tutto. Non
ci devono essere ritardi. Se nell'ora dell'orazione avete da portare una
medicina o un soccorso al povero, andatevi tranquillamente. Offrite a Dio la
vostra azione, unendovi l'intenzione dell'orazione. Non dovete preoccuparvi e
credere di aver mancato, se per il servizio dei poveri avete lasciato
l'orazione. Non è lasciare Dio, quando si lascia Dio per Dio, ossia un'opera di
Dio per farne un'altra. Se lasciate l'orazione per assistere un povero,
sappiate che far questo è servire Dio. La carità è superiore a tutte le regole,
e tutto deve riferirsi ad essa".
Se non si tiene
conto del prossimo, il culto diventa un falso servizio a Dio e si rivolge
contro il prossimo. La presunta giustizia dei farisei li rende ingiusti col
prossimo. Il loro presunto amore per Dio li autorizza a odiare il prossimo.
Gesù non è venuto
a chiamare i giusti o a frequentare gli ambienti puliti: è venuto a convertire
i peccatori e a pulire gli ambienti. Egli invita i farisei a confrontarsi con
le Scritture (Os 6,6) per capire se il comportamento giusto è il loro o il suo.
Il confronto, naturalmente, è a favore di Gesù. Solo lui compie in modo
perfetto la parola di Dio e la beatitudine dei misericordiosi (Mt 5,7).
La battuta
finale:" Non sono venuto a chiamare i giusti" (v. 13) sembra
contenere una venatura di "cristiana" ironia nei confronti dei
farisei di allora, che si ritenevano giusti. Essa vale anche per i farisei di
oggi. De.it.press
Sabato 3 luglio. Il commento al Vangelo. Gesù a Tommaso: “Metti qua il tuo
dito”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 20,24-29) commentato da P. Lino Pedron
24 Tommaso, uno
dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dissero
allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro:
«Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto
dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».
26 Otto giorni
dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne
Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 27 Poi
disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua
mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». 28
Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai
veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
Giovanni, dopo
aver descritto il primo incontro di Gesù con i suoi la sera di Pasqua, si
premura di precisare che Tommaso era assente quando venne Gesù (v. 24).
Quest’uomo molto concreto (cfr Gv 11,16; 14,5) vuol vedere con i suoi occhi e
toccare con le sue mani; egli non crederà finché non abbia visto il segno dei
chiodi nelle mani di Gesù e messo il dito al posto dei chiodi e la mano nella
ferita del costato. Questa frase dell'apostolo è aperta dal verbo vedere e
chiusa dal verbo credere. Egli dichiara apertamente: "Se non vedo e non
tocco, non credo".
Nella seconda
apparizione ai discepoli nel cenacolo, otto giorni dopo, Gesù, dopo aver
salutato gli amici col dono della pace, si rivolge all’apostolo non credente
esortandolo a toccare le sue ferite per credere. In questo invito il Signore
prende quasi alla lettera le parole di Tommaso, tralasciando la frase sul
vedere, perché l’apostolo ha davanti a sé il Signore.
L’esortazione del
Signore a non essere incredulo, ma credente, trova la risposta nella professione
di fede di Tommaso che riconosce in Gesù il Signore Dio. L’aggettivo
"mio" davanti a Signore e Dio denota un accento d’amore e di
appartenenza.
Nella sua replica
alle parole di Tommaso, Gesù volge lo sguardo ai futuri discepoli che non si
troveranno nelle condizioni dell’apostolo, perché non avranno la possibilità di
vedere il Risorto: i futuri discepoli che crederanno senza aver visto sono
proclamati beati (v. 29). La frase di Gesù a Tommaso contiene un velato
rimprovero perché la fede pura dovrebbe prescindere dal vedere e dal toccare.
Le ultime parole
di Gesù: "Beati coloro che pur non avendo visto, crederanno"
costituiscono il vertice delle apparizioni del Cristo risorto ai discepoli. Il
messaggio di questa beatitudine evangelica è importante per tutti i cristiani
di tutti i tempi. Alcuni di essi cercano, con una bulimìa insaziabile,
apparizioni, prodigi, messaggi celesti.
La Costituzione
Dogmatica del Concilio Vaticano II sulla Divina Rivelazione ricorda
autorevolmente che non ci si deve aspettare nessun’altra rivelazione pubblica
prima della venuta finale del Signore (DV, 4).
Dio si è
manifestato in modo autentico nella sacra Scrittura, che rappresenta la regola
suprema della fede della Chiesa, il nutrimento sano e sostanzioso della vita
del popolo di Dio (DV, 21). De.it.press
Domenica 4 luglio. Il commento al Vangelo. “La messe è molta, ma gli operai
sono pochi“
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 10,1-12.17-20) commentato da P. Lino Pedron
1 Dopo questi
fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due
avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2 Diceva loro: «La
messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe
perché mandi operai per la sua messe. 3 Andate: ecco io vi mando come agnelli
in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate
nessuno lungo la strada. 5 In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a
questa casa. 6 Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di
lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7 Restate in quella casa, mangiando e
bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non
passate di casa in casa. 8 Quando entrerete in una città e vi accoglieranno,
mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, 9 curate i malati che vi si trovano,
e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. 10 Ma quando entrerete in
una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: 11 Anche la
polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo
contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. 12 Io vi dico che in
quel giorno Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città.
17 I settantadue
tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demoni si sottomettono a
noi nel tuo nome». 18 Egli disse: «Io vedevo satana cadere dal cielo come la
folgore. 19 Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli
scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. 20 Non
rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto
che i vostri nomi sono scritti nei cieli».
Questo brano di
vangelo ci vuole ricordare che anche i discepoli sono stati incaricati e
inviati dal Signore ad annunciare il regno di Dio. Il numero settantadue
ricorda i popoli della "tavola delle nazioni" nel libro della Genesi;
capitolo 10, in pratica tutti gli uomini della terra.
I missionari di
Cristo vanno a due a due per dare maggior credito alla loro predicazione,
perché nella testimonianza di due o tre c’è la garanzia di ogni verità (cfr Dt
17,6; 19,15).
Rispetto
all’estensione del campo e del raccolto che si annuncia, il numero degli operai
del vangelo è sempre esiguo. Bisogna andare con urgenza e andare tutti. I verbi
sono imperativi: "pregate" e "andate" (v. 3).
La missione degli
inviati non è facile, come non è stata facile per Gesù. I messaggeri del
vangelo sono per definizione portatori di buone notizie (cfr Is 52,7-9). Gesù
li paragona agli agnelli, simbolo di mansuetudine, che devono andare in mezzo
ai lupi, cioè in mezzo agli uomini violenti e assassini. Il loro compito è
quello di portare a tutti, casa per casa, la benedizione e la pace.
Gesù manda i suoi
discepoli come il Padre ha mandato lui (cfr Gv 20,21). La missione nasce
dall’amore del Padre per tutti i suoi figli e termina nell’amore dei figli per
il Padre e tra di loro.
L’inizio di questo
brano di vangelo ci invita a grandi cose: "La messe è molta" (v. 2),
cioè tutta l’umanità attende da noi il gioioso annuncio che Dio è Padre e vuole
che tutti gli uomini siano salvati. Chi conosce il cuore del Padre è sollecito
verso tutti i fratelli.
Al ritorno dei 72
discepoli, che aveva mandato in missione, Gesù rivela il senso ultimo
dell’attività missionaria. Essa non è soltanto vittoria sul male e ritorno al
paradiso terrestre, ma è soprattutto iscrizione nel libro della vita,
nell’elenco di coloro che fanno parte della famiglia di Dio, nello stato di
famiglia di Dio. Tutti coloro che accolgono la parola di Dio partecipano al
rapporto ineffabile del Figlio di Dio con il Padre. Non solo sono chiamati
figli di Dio, ma lo sono realmente (cfr 1Gv 3,1). Gesù dice ai suoi discepoli:
"Rallegratevi", perché sono entrati insieme con lui nel seno del
Padre e possono dire a Dio in tutta verità: "Abbà", papà, babbo.
Questo è il fine ultimo della missione.
L’uomo è fatto per
la gioia, perché è fatto per Dio. Diversamente è triste fino a detestare la
vita. Ma dove può trovare la gioia vera? I 72 discepoli l’hanno trovata
nell’andare in missione, nello sconfiggere il demonio, nel diventare realmente
figli di Dio di nome e di fatto. E noi dove la cerchiamo?
Il cristianesimo
riconosce il male che era nell’uomo e che rimane in tutti come possibilità e
tentazione. Ma proclama con forza che Dio "ci ha liberati dal potere della
tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto" (Col 1,13) e
ci ha "liberati dalle mani dei nemici per servirlo senza timore in santità
e giustizia" (Lc 1,75). La fede nella parola di Dio ci sottrae dal potere
della menzogna diabolica. L’annuncio del vangelo ci rende liberi e
responsabili.
Questa caduta di
satana dall’alto ridona all’uomo la possibilità di vedere finalmente il vero
volto di Dio. Il maligno si era frapposto tra noi e Dio e aveva cercato di
sovrapporre la sua immagine a quella di Dio. Questa menzogna, che presenta Dio
con il volto del maligno sta all’origine di ogni peccato. Nella predicazione
della parola di Dio, satana cade dal cielo e Dio torna ad apparire all’uomo con
il suo vero volto, quello dell’amore (cfr 1Gv 4,8.16). de.it.press
Domenica 4 luglio. XIV del tempo ordinario. Vengo a offrirti la pace
“Non ho pace”. E’ la confidenza che, in un
momento di particolare sconforto, più d’uno ci ha fatto. Forse l’amica che ha
interrotto una maternità non desiderata, o il coniuge coinvolto in un altro
legame affettivo ormai ingestibile, o il vicino di casa tormentato dal
desiderio di vendicarsi per un torto subito e impossibilitato a farlo, o la
ragazza di strada umiliata e sfruttata.
“Non ho pace” griderebbero i responsabili
di crimini, di guerre, di commerci di strumenti di morte se non fossero
storditi dal potere e dal denaro. “Non ho pace” ripeterebbe chi si dedica ad
attività immorali e chi commette ingiustizie, ma va avanti con la mente
ottenebrata dal successo, dal denaro e dalle menzogne degli adulatori.
Questo è il mondo
al quale Gesù invia i suoi discepoli non per condannare, per imprecare contro
la corruzione e i cattivi costumi o per minacciare castighi divini, ma per
annunciare quella pace che tutti – i più in modo inconscio – vanno
disperatamente cercando.
Considerando la
realtà in cui viviamo ci vuole davvero una grande fede per immaginare che sia
possibile costruire un mondo in cui regni la pace. E’ più facile credere che
Dio esiste che mantenere la speranza nella pace universale. Eppure è questa la
missione affidata ai discepoli.
I cristiani hanno
cercato di costruire la pace, ma non sempre con i mezzi suggeriti dal Maestro
che li voleva “agnelli in mezzo ai lupi”. A volte hanno preferito ricorrere
alla forza, all’imposizione, all’intolleranza; si sono anche ammantati di
potenza, come i re di questo mondo.
Non sempre hanno
camminato – poveri, miti, indifesi – a fianco degli uomini bisognosi di pace.
Chi – come Francesco d’Assisi – lo ha fatto, ha il suo nome scritto nei cieli.
Prima Lettura (Is
66,10-14c)
10 Rallegratevi
con Gerusalemme,
esultate per essa quanti la amate.
Sfavillate di gioia con essa
voi tutti che avete partecipato al suo lutto.
11 Così succhierete al suo petto
e vi sazierete delle sue consolazioni;
succhierete, deliziandovi,
all’abbondanza del suo seno.
12 Poiché così dice il Signore:
“Ecco io farò scorrere verso di essa,
come un fiume, la prosperità;
come un torrente in piena
la ricchezza dei popoli;
i suoi bimbi saranno portati in braccio,
sulle ginocchia saranno accarezzati.
13 Come una madre consola un figlio
così io vi consolerò;
in Gerusalemme sarete consolati.
14 Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore,
le vostre ossa saran rigogliose come erba
fresca.
La mano del Signore si farà manifesta ai suoi
servi”.
Cinque secoli prima
di Cristo a Babilonia compare fra gli esiliati un profeta che, in nome di Dio,
annuncia un futuro glorioso. Esorta tutti a tornare nella terra dei loro padri
promettendo prosperità, salute e pace! Qualcuno gli crede, ma rimane deluso.
Molti anni dopo il suo ritorno deve ammettere che la profezia non si è
avverata. La gente vive in condizioni miserabili: i terreni sono occupati da
sfruttatori e i poveri non possiedono né casa, né cibo, né vestito.
Ci sono mille
ragioni per diventare scettici.
A questo popolo
scoraggiato viene inviato un altro profeta che pronuncia le parole di conforto
contenute nella lettura di oggi. Egli invita il popolo a rallegrarsi, ad
esultare, a sfavillare di gioia perché il lutto è finito (v.10). Gerusalemme
sarà come una madre che allatta i suoi figli, li porta in braccio, li
accarezza, fa loro succhiare il suo latte. La prosperità e la ricchezza –
assicura – si riverseranno sulla terra d’Israele, come un fiume in piena
(vv.11-12).
A questo punto chi
lo sta ascoltando probabilmente pensa: ecco un altro ciarlatano! Abbiamo
sentito anche troppe promesse vane, occorrono fatti, ci vuole un cambiamento
concreto della situazione!
Il profeta è al
corrente di queste obiezioni, ma continua: Il Signore vi consolerà, si
comporterà come una madre che consola il figlio; “lo vedrete e il vostro cuore
gioirà, le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba fresca” (vv.13-14).
E’ vero che le
condizioni continuano ad essere disastrose, ma è già possibile intravedere
qualche segno del mondo nuovo che è iniziato.
Seconda Lettura
(Gal 6,14-18)
Fratelli, 14
quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù
Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per
il mondo.
15 Non è infatti
la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova
creatura. 16 E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come
su tutto l’Israele di Dio.
17 D’ora innanzi
nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo.
18 La grazia del Signore nostro Gesù Cristo
sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.
Paolo è giunto
alla fine della sua lettera e, in poche parole, riassume il tema che ha
trattato.
Dice: i miei
avversari, coloro che sono aggrappati alle tradizioni degli antichi, si
gloriano di avere nella propria carne il segno della circoncisione e, quando
riescono a convincere qualcuno ad imitarli, non smettono più di gloriarsi (Gal
6,13). Io – continua Paolo – non mi vanto d’altro che della croce del Signore
Gesù (v.14).
Non è un segno
esteriore che caratterizza il discepolo, ma la somiglianza con il Maestro che
ha donato la sua vita per amore. Questa scelta lo rende una nuova creatura
(v.15).
Paolo si augura
che, dopo le spiegazioni date, più nessuno lo coinvolga in simili diatribe che
tanto lo infastidiscono (v.17).
Egli porta nella
sua carne i segni delle sofferenze che ha sopportato per Cristo. Il riferimento
è alle numerose fatiche, alle tribolazioni, alle peripezie, alle persecuzioni
che ha affrontato durante la sua missione. Scrivendo ai corinti ne fa un
drammatico elenco (2 Cor 11,23-28).
La lettera ai
galati è cominciata in modo brusco. Lasciati da parte persino i convenevoli,
Paolo è entrato in argomento con parole dure e polemiche: “Mi meraviglio che
così in fretta siate passati ad un altro Vangelo!” (Gal 1,6).
La conclusione è
diversa, è dolce, conciliante, pacata: “La grazia del Signore nostro Gesù
Cristo sia con il vostro spirito, fratelli” (v.18). Vi traspare la convinzione
dell’apostolo di essere riuscito a rendere inoffensivi i “falsi fratelli” che
turbano i cristiani della Galazia.
Vangelo (Lc
10,1-12.17-20)
1 Dopo questi
fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due
avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
2 Diceva loro: “La
messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe
perché mandi operai per la sua messe. 3 Andate: ecco io vi mando come agnelli
in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate
nessuno lungo la strada. 5 In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a
questa casa. 6 Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di
lui, altrimenti ritornerà su di voi.
7 Restate in
quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è degno
della sua mercede. Non passate di casa in casa. 8 Quando entrerete in una città
e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, 9 curate i
malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.
10 Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze
e dite: 11 Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri
piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è
vicino. 12 Io vi dico che in quel giorno Sòdoma sarà trattata meno duramente di
quella città.
17 I settantadue
tornarono pieni di gioia dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a
noi nel tuo nome”. 18 Egli disse: “Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore.
19 Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni
e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. 20 Non
rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto
che i vostri nomi sono scritti nei cieli”.
“Il Signore
designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni
città e luogo dove stava per recarsi” (v.1.). Così inizia il Vangelo di oggi e
questa informazione è piuttosto sorprendente perché, poco prima, Gesù ha già
inviato i dodici apostoli ad annunciare il regno di Dio ed a curare i malati,
raccomandando loro di non prendere nulla con sé, “né bastone, né bisaccia, né
pane, né denaro, né due tuniche…” (Lc 9,1-6). Chi sono adesso questi
settantadue che compaiono all’improvviso e che non verranno più ricordati in
seguito? Una missione strana la loro, anche perché è difficile immaginare Gesù
che va dietro a ben 36 coppie incaricate di preparargli il terreno.
E’ il racconto di
un’iniziativa apostolica intrapresa da Gesù e riletta dall’evangelista in
funzione della catechesi che intende dare alle sue comunità.
Siamo in Asia
Minore, nella seconda metà del I secolo. Nonostante le difficoltà e le
persecuzioni, i cristiani continuano a impegnarsi nell’annunzio del Vangelo,
tuttavia sono numerosi gli interrogativi che si pongono: Dio rivela il suo
Vangelo mediante visioni, sogni, apparizioni o c’è bisogno che qualcuno lo
proclami? Il messaggio di salvezza è destinato a tutti o è riservato ad alcuni
privilegiati? Che metodi dobbiamo usare per convincere le persone ad
accettarlo? Come presentarci agli uomini e cosa dobbiamo dire loro? Basteranno
le parole o saranno necessari dei segni? Che fare se veniamo rifiutati? La
nostra opera sarà coronata da successo?
A queste domande
Luca risponde narrando un invio di discepoli in missione. Il suo non è il
reportage di un cronista, ma un testo teologico in cui sono impiegati anche
degli artifici letterari.
Il numero
settantadue è certamente simbolico. Richiamandosi all’elenco che si trova in
Genesi 10, gli antichi avevano stabilito che i popoli del mondo erano settanta
o settantadue. Nel giorno della festa delle capanne, nel tempio di Gerusalemme
venivano immolati settanta tori per impetrare da Dio la conversione di ognuna delle
nazioni pagane.
Nelle comunità di
Luca i cristiani di origine pagana hanno bisogno, sia di superare i complessi
di inferiorità che alcuni provavano nei confronti dei figli di Abramo, sia di
porre fine a tutte le discriminazioni che essi stessi introducono in base
all’origine etnica, alle tradizioni culturali, alla posizione sociale, al
temperamento, al carattere, ai costumi, allo stile di vita di ognuno.
Dicendo che Gesù
ha inviato settantadue discepoli (v.1), l’evangelista vuole affermare che la
salvezza non è un privilegio riservato a qualcuno, ma è destinata a tutti,
nessuno escluso.
I messaggeri sono
inviati a coppie. Questo indica che l’annuncio del Vangelo non è lasciato
all’inventiva dei singoli, ma è opera di una comunità. Chi parla in nome di Cristo
non agisce in modo indipendente, è in comunione con i fratelli di fede. I primi
missionari – Pietro e Giovanni (At 8,14), Barnaba e Paolo (At 13,1) – non solo
andavano a due a due, ma erano anche “inviati” e sentivano di rappresentare la
loro comunità.
Lo scopo
dell’invio: preparare le città ed i villaggi alla venuta del Signore. Gesù
giunge dopo i suoi messaggeri, non prima. Il compito affidato ad ogni apostolo
non è quello di presentare se stesso, ma disporre le menti e i cuori degli
uomini ad accogliere Cristo nella loro vita.
Per compiere
questa missione il discepolo deve prepararsi. Il modo per farlo lo suggerisce
Gesù: “Pregate il padrone della messe” (v.2).
La preghiera non
ha l’obiettivo di convincere Dio a inviare operai nel suo campo (questo evidentemente
non avrebbe senso), ma ha lo scopo di trasformare il discepolo in apostolo. Gli
dona equilibrio, buona disposizione, pace interiore; lo libera dall’orgoglio,
dalla presunzione; lo rende capace di superare opposizioni, delusioni e
insuccessi; gli rivela, momento per momento, il volere del “padrone della
messe”.
Il lupo è il
simbolo della violenza, della tracotanza.
L’agnello indica
la mansuetudine, la debolezza, la fragilità; può scampare dall’aggressione del
lupo solo se il pastore interviene in sua difesa.
I rabbini dicevano
che il popolo d’Israele era un agnello circondato da settanta lupi (i popoli
pagani) che lo volevano divorare. Gesù applica questo paragone ai suoi
discepoli: dice che devono comportarsi da agnelli (v.3). E’ dunque necessario
che essi vigilino perché non insorgano nel loro cuore i sentimenti dei lupi: la
rabbia, l’ingordigia, il risentimento, la volontà di prevalere e di
prevaricare. Questi sentimenti portano infatti a compiere le azioni dei lupi:
l’abuso di potere, le aggressioni, le violenze, le offese, le menzogne. La
storia della chiesa sta a provare che, quando i cristiani si sono trasformati
in lupi, hanno sempre fallito la loro missione.
Nei tempi brevi,
“comportarsi da lupi” può dare risultati, ma si tratta di un successo effimero
e comunque... Gesù ha salvato il mondo comportandosi da agnello, non da lupo.
La scelta dei
mezzi per la missione è in sintonia con l’immagine dell’agnello debole e
indifeso (v.4). Gesù li enuncia in modo negativo: né borsa, né bisaccia, né
sandali.
Per imporsi, un
movimento politico o un’ideologia ha bisogno di strumenti efficaci: il denaro,
le armi, gli appoggi di persone influenti. L’apostolo deve resistere alla
tentazione di ricorrere a questi mezzi per diffondere il Vangelo e per costruire
il regno di Dio. La chiesa perde di credibilità quando vuole competere con i
poteri politici ed economici. Chi non sa rinunciare a queste sicurezze umane,
chi non ha il coraggio di riporre la sua fiducia unicamente nella forza della
Parola che annuncia e nella protezione del Pastore, non sarà riconosciuto come
testimone del Regno, composto solo da “agnelli”.
Per strada i
discepoli non devono salutare nessuno (v.4). Non si tratta, evidentemente, di
una disposizione da prendere alla lettera, ma di un’indicazione che sottolinea
l’urgenza della missione.
Quando si ritiene
sia giunto il momento opportuno di parlare di Cristo, da dove si deve
cominciare? I messaggi che i non credenti sembrano avere maggiormente recepito
da noi cristiani sono quelli relativi a certe esigenze morali: inammissibilità
del divorzio, obbligo di partecipare alla Messa nelle feste di precetto,
rispetto e sottomissione alla gerarchia ecclesiale, castighi di Dio per chi non
osserva i comandamenti … Sarà da questi argomenti che si deve avviare il
discorso? Affatto.
Il Vangelo è bella
notizia. Ecco le parole con cui il discepolo si presenta: Sono venuto ad
annunciarti la pace; porto la pace a te, alla tua famiglia, alla tua casa
(v.5). Questo è un annuncio che dà conforto, suscita stupore, speranza, gioia!
Se fra chi ascolta ci sarà un “figlio della pace”, se ci sarà qualcuno disposto
ad aprire il proprio cuore a Cristo, su di lui scenderà la pace, pienezza di
vita e di bene (v.6).
Per manifestare la
sua gratitudine, chi ha ascoltato l’annuncio potrebbe invitare il missionario
nella sua casa e offrirgli il suo pane (v.7). L’apostolo – raccomanda Gesù –
accetti l’invito, non avanzi pretese, si accontenti del cibo frugale che gli
viene posto innanzi e si adatti agli usi e costumi di chi lo ospita, senza
guardare con sospetto alle sue abitudini e alle sue tradizioni; non abbia paura
di contaminarsi a causa dei cibi, perché nessun alimento e nessuna creatura è
impura (v.8). Questa istruzione era di grande attualità al tempo di Luca quando
molti esitavano a condividere i pasti con i pagani (Gal 2,11-14; At 11,2-3; 1
Cor 10,27).
In che consiste
l’opera di evangelizzazione? Basta l’annuncio o questo deve essere confermato
da segni?
Le parole – dice
Gesù – devono essere accompagnate da gesti concreti di carità: la cura dei
malati, l’assistenza ai poveri (v.9). Dove non si nota alcun cambiamento,
alcuna trasformazione della condizione dell’uomo e della società, il regno di
Dio non è ancora giunto.
Il Vangelo può
venire accolto, ma anche rifiutato. Come comportasi quando ci si deve
confrontare con l’opposizione? Lo chiarisce Gesù: i missionari si rechino sulla
pubblica piazza e, davanti a tutta la gente, scuotano la polvere dai loro
piedi. Sodoma e Gomorra saranno trattate con minor severità di quella città
(vv.10-12).
Sono parole dure
da capire e più ancora da accettare. Prese alla lettera contraddicono il resto
del Vangelo. Basti pensare alla reazione di Gesù nei confronti di Giacomo e Giovanni
che volevano far scendere il fuoco dal cielo sui Samaritani (Lc 9,55).
Dio non si
arrabbia, non si vendica, non castiga chi non accoglie la sua Parola. Egli è
solo bontà e misericordia e ama sempre e comunque. Gesù impiega qui il
linguaggio e le immagini del suo popolo. Parla di castighi di Dio per indicare
le conseguenze disastrose che comporta il rifiuto del Vangelo. Chi non accetta
la sua parola si rende responsabile della propria infelicità, si priva della
pace. E’ significativo che la scena minacciosa del giudizio pronunciato dagli
evangelizzatori sull’intera città si concluda comunque con una parola di
salvezza: “Sappiate che il regno di Dio è giunto a voi”.
Compiuta la loro
missione, i settantadue ritornano pieni di gioia e riferiscono a Gesù i
risultati ottenuti. Egli risponde: “Vedevo satana cadere dal cielo come la
folgore” (v.18). Quando la Bibbia parla di satana non intende l’essere
spregevole e deforme che viene ancora raffigurato in qualche dipinto. Si
riferisce alle forze del male: l’odio, la violenza, l’ingiustizia, l’orgoglio,
l’attaccamento al denaro, le passioni sregolate...
Dicendo che satana
è caduto dal cielo, Gesù annuncia la vittoria ormai inarrestabile del bene. Con
la proclamazione del Vangelo, il regno del male ha iniziato a crollare.
Poi continua: “Vi
ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni
potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare” (v.19). Ecco un’altra immagine
biblica. Come satana, il serpente e lo scorpione sono simboli del male (Cf. Gen
3,15; Sal 91,13). Gesù non promette che i suoi inviati non incontreranno
opposizioni e difficoltà. Gli animali pericolosi ci saranno, ma verranno
“calpestati” dal discepolo.
Le parole del
Maestro suggeriscono l’idea di una vittoria facile, stupefacente (come
folgore); sembrano ridurre ad una comoda passeggiata la lunga marcia che
conduce l’umanità verso il regno di Dio. La realtà – lo verifichiamo ogni
giorno – non è tanto semplice né tanto allegra.
Il male reagisce
in modo duro e violento, basti pensare quanto costi, per esempio, vincere un
vizio, superare una cattiva abitudine e come continuino a trionfare nel mondo i
furbi, i potenti, i corrotti. Ma Gesù, che guarda al risultato finale, constata
che il male ha già perso il suo vigore. Queste parole suonano a condanna dei
pessimismi, sono una smentita di chi non fa che dolersi e ripetere sconsolato
che il mondo va sempre peggio.
Chi ha dato
fiducia a Cristo e alla sua Parola ha il suo nome scritto nei cieli, cioè è
entrato a far parte del regno di Dio (v.20). E’ questa la ragione della gioia
che prova e che annuncia a tutti. Anche se realisticamente ammette che i
successi sono limitati e faticosi e che il cammino è ancora lungo, egli gioisce
perché già intravede la meta. P. Fernando Armellini, de.it.press
Il futuro delle comunità nella diocesi di Mainz. Le MCI rispondono al
Vicario Generale
Con una relazione
del Vicario Generale Dietmar Giebelmann in occasione della Conferenza delle
Comunità d’altra madre lingua il 23 novembre scorso a Mainz, relazione poi
fatta recapitare per posta alle stesse, la diocesi aveva presentato le future
linee pastorali che intende seguire nei confronti delle parrocchie straniere.
Entro il 2012 esse dovranno stipulare un contratto di collaborazione con una
parrocchia locale tedesca, la quale poi si assumerà ogni responsabilità
giuridica e pastorale anche della comunità straniera una volta che, in un
domani ormai molto prossimo, resterà senza il proprio sacerdote. Dall’estero
non sta venendo infatti più nessuno, almeno dai Paesi latini, Italia compresa,
per cui sembra questa l’univa via per garantire un minimo di futuro alle
attuali missioni.
La relazione del
Vicario Diocesano è stata ampiamente discussa all’interno delle comunità
italiane della Diocesi, sia nei singoli Consigli Pastorali che in incontri
comuni, grazie anche ad una Commissione creata appositamente per affrontare il
problema. A fine maggio è stato stilato un documento che esprime una presa di
posizione comune e che, sotto forma di lettera, a firma dele coordinatore di
zona p. Tobia Bassanelli, è stato spedito al Vicario Generale Giebelmann. Ecco
il testo integrale della risposta (qui in italiano, nell’atra sezione in
tedesco)
Molto reverendo
Vicario Generale,
le comunità di
lingua italiana della Diocesi, dopo aver ricevuto il testo scritto del suo
intervento alla Pastoralkonferenz del 23.11.2009 a Mainz, hanno avviato la
richiesta riflessione all’interno dei rispettivi consigli pastorali e delle
singole comunità parrocchiali.
Il documento è
stato anche al Centro dell’incontro della nostra zona pastorale (con le
Missioni italiane delle diocesi di Limburg e di Fulda) il giorno 11.02.2010 ad
Hanau, al termine del quale è stata costituita una apposita commissione, con il
compito di esprimere alla Diocesi una prima valutazione delle linee proposte e
di preparare una bozza di Kooperationsvertrag da sottoporre al parere delle
diverse comunità e dei rispettivi organismi pastorali.
La Commissione,
riunitasi il 19.2.2010 ed il 12.3.2010 a Dreieich, e sulla base delle
indicazioni raccolte, esprime la soddisfazione delle Missioni italiane per
l’interessamento e la volontà diocesana tesa a garantire alle nostre Comunità
un domani anche in assenza di un sacerdote di lingua madre.
Siamo lieti nel
veder riconosciuto e apprezzato il nostro lavoro pastorale, visto come un
“arricchimento” per la Chiesa diocesana. Non solo non lo si vuole perdere, ma
si desidera valorizzarlo al meglio anche per il futuro, sia pure in contesti
nuovi e strutture diversificate.
La proposta di un
Kooperationsvertrag con una parrocchia locale tedesca, da attuare entro il
2012, ci trova sostanzialmente d’accordo, anche se andrà attuata tenendo conto
delle diversità delle singole comunità. Particolari difficoltà infatti trovano
le comunità della diaspora, con i parrocchiani sparsi su un ampio territorio e
senza un nucleo centrale ben definito. Per loro potrebbero essere ipotizzabili
contratti di collaborazione con più parrocchie.
La Commissione preparerà
una bozza da mettere a disposizione delle nostre Comunità, in modo da aiutarle
nella concretizzazione locale del progetto diocesano. Se al riguardo ci sono
già dei “modelli”, la preghiamo di farceli pervenire.
Ci permetta ora
alcuni rilievi ed alcune domande.
Che il processo di
verifica del personale e degli immobili, per il calo dei sacerdoti e per motivi
di un risparmio obbligato - già attuato nelle parrocchie tedesche ed ora esteso
alle Comunità d’altra madre lingua - ci trova consenzienti, purchè non avvenga
sulla testa delle realtà interessate, ma si realizzi nel dialogo reciproco e
con decisioni condivise. Non vorremmo che alla fine la Diocesi desse
l’impressione di voler risparmiare sui più deboli, cioè sulle briciole.
Come pure siamo
pienamente d’accordo che vada ulteriormente perseguita la collaborazione e la
connessione tra tutte le istituzioni (parroccchie, organismi vari, ecc.)
operanti nella Chiesa, in particolare sul territorio, e che questa
collaborazione trovi una sua formulazione scritta ed impegni vincolanti. Sarà
appunto nel Kooperationsvertrag dove tutto ciò troverà una definizione chiara,
secondo liberi e quindi fattibili accordi, e nel rispetto delle reciproche
identità.
Il punto tre
merita un più approfondita riflessione, e secondo noi una nuova articolazione.
Non è chiaro infatti se si riferisce solo al periodo in cui mancherà il
sacerdote d’altra madre lingua (e allora è contradditorio, perchè questo vi è
invece preso in considerazione), o anche all’immediato futuro, cioè a partire
dal 2012, con l’entrata in vigore del Kooperationsvertrag.
Ci chiediamo: il
modello attuale (la parrocchia d’altra madre lingua pienamente autonoma, alla
pari della parrocchia tedesca) scompare (perchè viene integrata - o trasformata
- in una parrocchia tedesca, secondo una delle tre possibilità descritte nel
suo documento) o rimane nella sua attuale identità, sia pure con un maggiore
aggancio sul territorio, in particolare con un maggior legame ad una parrocchia
locale?
Se non abbiamo
capito male, alla Jareskonferenz del 23.11.09 a Mainz è stata riconosciuta la
validità dell’attuale modello in presenza del sacerdote d’altra madre lingua.
Questa è anche la nostra posizione. E chiediamo che questo modello sia
riconosciuto chiaramente nella nuova stesura delle linee diocesane.
Un ultimo punto da
chiarire riguarda la nostra controparte nella preparazione e nella firma del
Kooperationsvertrag: viene fatto con la Pfarrgemeinde o con le nuove unità
pastorali (Pfarrgruppe, Pfarreienverbund)? O con ambedue?
Come lei ben
ricorda, questo Strukturprozess non è facile, e secondo noi richiederà anche
tempi lunghi. Per cui sarebbe bene prevedere una fase sperimentale, in modo da
arrivar a soluzioni stabili e abbastanza definitive sulla base delle
indicazioni emerse dalla nuova prassi. Non bisogna inoltre dimenticare la
presenza a volte di pregiudizi reciproci, che possono ostacolare questo cammino
ed il cui superamento richiede una frequentazione più ravvicinata e piuttosto
assidua; vale a dire - di nuovo - tempi lunghi.
L’intero processo
non deve riguardare solo le comunità d’altra madre lingua, ma deve coinvolgere
anche le parrocchie tedesche, in particolare quelle con le quali verrà
sottoscritto il Kooperationsvertrag, in modo che possiamo trovare una vera accoglienza,
la collaborazione sia reciproca e funzioni al meglio, il lavoro pastorale
aggiuntivo per la parrocchia locale non venga vissuto come fastidio e peso ma
come nuovo arricchimento e crescita della comunità.
Se in futuro la
cura pastorale dei fedeli d’altra madre lingua sarà sempre più affidata al
clero locale, questo va adeguatamente preparato nel periodo della formazione
teologica. In seminario e nei piani formativi per gli operatori pastorali
(Gemeinde e Pastoral-Referenten) occorre pertanto prevedere corsi adeguati, sia
per trasmettere una mentalitá d’apertura e di accoglienza, sia per rendere
attenti alle diversitá culturali e religiose delle nazionalità maggiormente
presenti in diocesi. L’apprendimento delle loro lingue costituirebbe un ulteriore
prezioso vantaggio per un lavoro pastorale efficace.
Tra le nostre
comunità ci sono regolari contatti (incontri di zona per gli operatori
pastorali, convegno nazionale, esercizi spirituali) ed attivitá comuni
(incontri formativi per i catechisti, giornate per i Consigli ed i
Collaboratori pastorali, per i Gruppi di preghiera, ecc.). Tutte queste
iniziative sono preziose oggi e resteranno tali anche in futuro. Vale a dire il
Kooperationsvertrag non deve cancellare o mortificare quella rete di rapporti e
di collaborazioni pastorali esistenti nelle nostre comunità, la deve anzi
estendere ai nuovi soggetti diventati per loro attivi o competenti.
La tradizione
cattolica italiana affida un grande ruolo al volontariato. Anche nelle nostre
comunità esso ha ampio spazio e sostiene iniziative che altrimenti non
sarebbero possibili. E’ una sensibilità ed una attenzione che non vanno
mortificate. In un periodo di scarsezza di personale e di mezzi economici
riteniamo importante il rilancio della partecipazione dei laici e dell’impegno
del volontariato. E’ un settore dove sicuramente si può fare e investire di
più.
L’aggiornamento -
o la riforma - delle strutture è certamente importante. Ma molto più importante
è l’evangelizzazione. Pensiamo che al primo posto deve sempre stare l’impegno
pastorale, la cura delle anime, che si concretizza soprattutto nell’annuncio
della Parola, la catechesi, la liturgia, la diaconia. Questi sono e devono
rimanere gli obiettivi prioritari, che nessuna ristrutturazione di tipo amministrativo
o economico deve immolare.
Siamo in ogni modo
grati per la riflessione che la Diocesi ha avviato, riflessione che costringe
noi e le nostre comunità a progettare meglio il domani, sicuri che la Chiesa è
una e nel suo interno c’è sempre spazio e futuro per tutti.
Queste
osservazioni riassumono un dibattito di mesi nelle nostre comunità, nei
Consigli Pastorali, nei nostri diversi incontri, tra cui quello di zona del 6
maggio 2010 a Offenbach, e sono state approvate in una assemblea conclusiva il 30
maggio 2010 a Dreieich.
Lieti di poter
dare con la presente il nostro contributo alla riflessione diocesana sulle
comunità d’altra madre lingua, porgiamo i più cordiali saluti.
Le Comunità
italiane della Diocesi (de.it.press)
Un annuncio coraggioso. Chiesa e
Anno europeo della lotta alla povertà
Nato ad Artois, in
Francia, nel 1748, San Benedetto Giuseppe Labre era il primogenito di 15 figli.
Dopo un soggiorno alla Trappa de Sept-Fons nel 1769, all'età di 22 anni,
intraprese un pellegrinaggio di penitenza attraverso l'Europa. Il
pellegrinaggio lo condusse a Roma, dove giunse nel dicembre 1770, a San Giacomo
di Compostela (1773) e nuovamente a Roma nel 1774. Si recò più volte a Lorette
e nel 1778 si stabilì a Roma. Secondo la leggenda, visse sei anni tra le rovine
del Colosseo, prima di morire a 35 anni, il 16 aprile 1783.
Particolarmente
attratto dall'esempio di San Francesco, egli scelse di vivere nella più
assoluta povertà per dedicarsi completamente ad una vita di preghiera e di
adorazione. Divenne così il santo patrono dei mendicanti e delle persone senza
fissa dimora. Canonizzandolo, la Chiesa ha approvato non soltanto una persona
fuori dal comune, ma anche uno stile di vita nella massima povertà se questa è
liberamente scelta. D'altronde è quest'ultimo termine quello che conta.
L'apprezzamento istituzionale della povertà come scelta dovrebbe piuttosto
acuire lo spirito di rivolta dei cristiani di fronte alla povertà subita, di
fronte alla povertà che è frutto dell'ingiustizia e dell'indifferenza.
Per questo motivo,
qualsiasi iniziativa finalizzata ad attirare l'attenzione del pubblico su
situazioni di disagio e di miseria materiale può sperare di trovare un'eco
benevola nei cristiani. L'Anno europeo della lotta alla povertà e
all'esclusione che si celebra nel 2010 fa parte di queste iniziative e le
istanze delle Chiese presenti a Bruxelles non hanno esitato a formare
un'alleanza per contribuire, da parte loro, a questa iniziativa di politica
europea. È in corso di preparazione un testo comune e il 9 luglio prossimo sarà
organizzato un seminario di dialogo con la Commissione europea. Questo
seminario fa parte del dialogo dell'Unione con le Chiese di cui parla il nuovo
Trattato di Lisbona e sarà l'occasione per presentare iniziative d'ispirazione cristiana
per lottare contro la povertà, al fine di sostenere lo scambio di buone
pratiche attraverso l'Europa.
Tale seminario
permetterà inoltre di valutare con la Commissione europea la recente decisione
del Consiglio d'Europa sui cinque obiettivi principali della strategia
"Europa 2020". Due di questi obiettivi hanno infatti un legame
diretto con la lotta contro la povertà e sono probabilmente il fatto più
rilevante dell'Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale.
Essi segnano un grosso passo avanti nella lunga marcia verso un'Europa sociale.
Il quarto
obiettivo mira inoltre "Migliorare i livelli d'istruzione, in particolare
mirando a ridurre i tassi di dispersione scolastica al di sotto del 10%",
mentre il quinto riguarda l'impegno dei 27 stati membri a "Promuovere
l'inclusione sociale, in particolare attraverso la riduzione della povertà,
mirando a liberare almeno 20 milioni di persone dal rischio di povertà e di
esclusione"
È tuttavia
importante osservare che questi due obiettivi erano anche quelli più
controversi tra i nostri capi di Stato e di Governo. Quello relativo
all'istruzione poneva problemi di rispetto della sussidiarietà. Per questo
motivo, una nota a piè di pagina nelle conclusioni del Consiglio d'Europa del
17 giugno sottolinea la competenza degli stati membri in materia. Quello
riguardante la riduzione della povertà ha suscitato una disputa in merito agli
indicatori di povertà. Un'altra nota a piè di pagina lascia dunque agli stati
membri la possibilità di scegliere tra tre indicatori diversi (rischio di
povertà, indigenza materiale e il fatto di vivere in un nucleo familiare senza
lavoro). "Gli stati membri [sono] liberi di stabilire i propri obiettivi
nazionali sulla base degli indicatori che essi giudicheranno più appropriati
tra questi", si legge nel testo.
Comunque sia!
Anche se è facile criticare queste esitazioni e si può - come sempre -
affermare che il punto cruciale sarà la messa in opera di questi obiettivi e
non la loro formulazione, il messaggio inviato ai cittadini europei è chiaro:
la strategia macroeconomica dell'Unione europea non si limita più agli
obiettivi di competitività e alla ricerca scientifica, per quanto necessari
essi siano. Essa non si ferma più all'inclusione di un obiettivo in materia di
lotta contro i cambiamenti climatici. Essa ha anche una dimensione sociale, che
enuncia chiaramente un obiettivo quantificato in materia di riduzione della
povertà.
Si stima che il
numero dei poveri nell'Unione europea ammonti a circa 80 milioni di persone. Voler
ridurre questa cifra del 25% in 10 anni è un annuncio coraggioso, soprattutto
nel contesto economico difficile che stiamo vivendo. Basti pensare ai 5,5
milioni di giovani europei sotto i 25 anni che risultavano disoccupati alla
fine del 2009. È anche un incoraggiamento a tutti coloro che si impegnano a
titolo gratuito nella lotta contro la povertà oltre che alle loro
organizzazioni. Gli europei cattolici non dimenticheranno perciò di chiedere
anche l'intercessione di San Benedetto Giuseppe Labre, il santo patrono dei
poveri. STEFAN LUNTE, FRANCIA
Strasburgo. L’udienza sul Crocifisso
Strasburgo– I
giudici della Grande Chambre hanno accolto, nella sede della corte europea dei
diritti dell’uomo, le parti interessate all’udienza dedicata al tema della esposizione
del crocifisso nelle scuole pubbliche italiane. Durante l’udienza (la prima di
tale portata, espressamente dedicata a un simbolo religioso), che durerà tutta
la mattinata, prenderanno la parola: Nicolò Lettieri, magistrato, a nome del
Governo Italiano, che ha fatto ricorso dopo la sentenza del 3 novembre 2009;
gli avvocati della parte ricorrente (Soile Lautsi) e Joseph Weiler a nome dei
governi che hanno sostenuto la posizione italiana. La Corte è presieduta dal
magistrato francese Jean-Paul Costa. Altre parti terze, così definite, che
hanno presentato memorie scritte, sono rappresentate nella sede della Corte, ma
non prenderanno la parola.
“E’ legittima la
presenza del crocifisso nelle scuole pubbliche italiane? Lo Stato italiano è
laico oppure no?”: Nicolò Paoletti avvocato della parte ricorrente (la signora
italiana di origine finlandese Soile Lautsi che aveva chiesto di togliere il
crocifisso dall’aula della classe dei suoi ragazzi), è stato il primo a
prendere la parola questa mattina dinanzi alla Grande Chambre della Corte
europea dei diritti dell’uomo riunita per l’udienza dedicata al tema della
esposizione del crocifisso. Nel suo intervento Paoletti ha aggiunto: “Anche la
Corte Costituzionale italiana ha tolto il crocifisso dall’aula in cui si
ritrova. Lo Stato italiano deve assumere imparzialità e neutralità nei fatti
che riguardano la coscienza dei singoli”. Dopo la posizione sostenuta da
Paoletti per conto della ricorrente, è intervenuto Nicola Lettieri, magistrato
per conto del governo italiano: “Non si tratta di un caso propriamente
giuridico. Questo è un caso politico e ideologico”. Lettieri ha quindi
presentato il ricorso dello Stato italiano contro la sentenza del 3 novembre
2009, assunta da una camera della Corte che dovrebbe obbligare lo Stato
italiano a togliere il crocifisso dalle aule scolastiche. “In questo caso – ha
detto - fa scandalo la difesa della libertà di religione, ottenuta negando la
stessa libertà religiosa”.
Ed ha aggiunto: “Se
lo Stato italiano rimuovesse i simboli religiosi, diventerebbe esso stesso
partigiano di una parte e non il difensore della tolleranza e del pluralismo
necessari in questi casi”. Infine ha preso la parola Joseph Weiler, docente di
diritto all’Università di New York che ha sostenuto la parte assunta da alcuni
Stati (che sono Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Russia e San
Marino ) facenti parte del Consiglio d’Europea che sostengono la posizione del
governo italiano. Weiler ha affermato: “Gli Stati che rappresento, concordano
che la Convenzione dei diritti dell’uomo tuteli la libertà di religione e la
libertà dalla religione. Sono anche d’accordo che l’istruzione nelle scuole
pubbliche debba tendere alla tolleranza e al pluralismo ma nella sentenza è
stata espressa una laicità o una neutralità che non si possono condividere. Non
si è fatta cioè distinzione tra i diritti del privato e l’identità del
pubblico”. Weiler ha ripreso: “Lo Stato e i suoi simboli sono importanti per la
democrazia. Molti di questi simboli oggi in Europa, anche negli Stati che fanno
parte del Consiglio d’Europa, ci vengono dalla nostra storia e spesso si tratta
del croce”. Weiler ha quindi citato diversi casi europei, fra cui al Gran
Bretagna in cui la croce appare nella bandiera nazionale. Sir 29
Corte Usa-Vaticano. Richiesta
infondata. La Chiesa non è una multinazionale
La Corte suprema
degli Stati Uniti ha ritenuto di non dover prendere in esame il ricorso
presentato dalla Santa Sede per contestare una causa avanzata contro di lei
nello Stato dell’Oregon, e ha rinviato il caso alla Corte distrettuale di
questo Stato. Nel procedimento un cittadino dell’Oregon, che afferma di essere
stato da ragazzo vittima di abusi sessuali da parte di un sacerdote, ha chiesto
un risarcimento alla Santa Sede colpevole a suo dire di essersi limitata a
trasferire il religioso, nonostante le accuse di abusi. Il sacerdote in
questione è il reverendo Andrew Ronan, dell’Ordine dei Servi di Maria, dimesso
dallo stato clericale nel 1966 e deceduto nel 1992, quando era sacerdote della
parrocchia di St. Albert a Portland, in Oregon. Ronan a suo tempo aveva ammesso
di avere abusato di minorenni nell’arcidiocesi irlandese di Armagh, e
successivamente nella scuola superiore di St. Philips, a Chicago, prima di
essere trasferito a Portland. Sulla vicenda abbiamo chiesto il parere di
Giuseppe Dalla Torre, rettore della Lumsa e presidente del Tribunale dello
Stato della Città del Vaticano.
“Occorre anzitutto
tener conto – premette il giurista – della particolare concezione della Chiesa
presente nell’ordinamento americano, considerata quale corporation. In
sostanza, anche se in maniera assolutamente impropria, la Chiesa viene
paragonata ad una sorta di multinazionale. Da qui discendono alcune conclusioni
peraltro assolutamente improprie”. Anzitutto, spiega Dalla Torre, “perché la
Chiesa non è una multinazionale; poi perché ogni diocesi ha una sua propria
autonomia; infine – e qui i giudici americani dovrebbero fare un’attenta
riflessione – perché è contraddittorio considerare, da un lato, la Chiesa una
corporation e, dall’altro, intrattenere con la Santa Sede, ossia con il governo
di questa stessa Chiesa, relazioni diplomatiche”. Proprio l’esistenza di tali
relazioni esclude, secondo il rettore della Lumsa, che la Santa Sede possa
essere qualificata “una qualsiasi multinazionale, imputandole delle
responsabilità”. Queste “potrebbero essere eventualmente ascrivibili solo alla
diocesi, laddove peraltro si dimostri che vi sia stata una sua culpa in vigilando,
in quanto, pur essendo a conoscenza di fatti criminosi commessi da un
determinato sacerdote non abbia assunto provvedimenti idonei ad evitare il loro
ripetersi”. È insomma “evidente la totale estraneità della Santa Sede”.
“Le Chiese
particolari – prosegue Dalla Torre – hanno una loro autonomia; ogni prete
secolare è incardinato in una diocesi. Nel caso in questione, inoltre, sembra
che questo sacerdote appartenesse ad un istituto religioso, pertanto il suo
trasferimento poteva essere deciso solo dal superiore di quell’ordine. In
nessun caso, comunque, il diritto canonico prevede che la Santa Sede possa
trasferire d’autorità un prete da una diocesi ad un’altra”. Occorre “peraltro
precisare che in caso di reati commessi da sacerdoti il vescovo diocesano o il
superiore dell’ordine religioso sarebbero responsabili non del fatto criminoso
in sé, ma qualora fossero stati a conoscenza del comportamento penalmente
perseguibile, non avessero adottato provvedimenti tali da impedirne la
reiterazione”. Infine “non è corretto qualificare il rapporto sacerdote-vescovo
o sacerdote-superiore religioso un rapporto di lavoro, né, tantomeno si può
considerare il reverendo Ronan ‘dipendente’ del Vaticano”.
Secondo il
giurista “non è dunque ravvisabile, nel caso di specie, quel ‘rapporto di
dipendenza professionale diretta’” invocato dai difensori del querelante, che
costituirebbe “un’eccezione all’immunità degli Stati sovrani. È pertanto
indubbio – conclude Dalla Torre – che, in quanto Stato sovrano, il Vaticano è
assolutamente immune dal giudizio di un Tribunale straniero”. sir
Nuovo missionario per gli italiani di Albstadt
ALBSTADT - Dopo un
lungo periodo di attesa la Missione Cattolica di Albstadt ha un nuovo
sacerdote. Si tratta di padre Arthur Kaweesa, 40enne, originario dell’Uganda.
“Mi trovo molto bene. L’accoglienza è stata calorosa e meravigliosa”, ha detto.
Dopo gli studi di teologia in Uganda nel 1998 si è trasferito a Roma dove ha
approfondito i suoi studi per conseguire la laurea in Scienze bibliche. Ritornato
in Uganda ha lavorato come docente di filosofia. L’ultima attività pastorale
nella sua patria fu nella parrocchia Kibiri. Da pochi mesi è stato chiamato
alla guida della Comunità sia tedesca che italiana di Tailfingen. Recentemente,
padre Arthur Kaweesa ha festeggiato insieme alla parrocchia italiana il V
anniversario della Comunità dei SS. Sposi Maria e Giuseppe. “Sono entusiasta
del calore che arriva da parte degli italiani “, spiega: “anche la Comunità e
molto contenta del fatto, che finalmente si uniscono i fedeli”. “Si riprende
l’attività sperando che sia la Comunità sia la loro fede spirituale cresca”. Al
nuovo parroco gli auguri di tutti ed in particolare del Consiglio Pastorale
della parrocchia. (Migranti-press)
Festa dei santi apostoli Pietro e Paolo. L’omelia del Papa. Garanzia di
libertà
“Se pensiamo ai
due millenni di storia della Chiesa, possiamo osservare” che “non sono mai
mancate per i cristiani le prove, che in alcuni periodi e luoghi hanno assunto
il carattere di vere e proprie persecuzioni”. Lo ha ricordato Benedetto XVI,
durante l’omelia per la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo (29
giugno). Nella basilica vaticana, il Santo Padre ha avvertito che le prove per
i cristiani “malgrado le sofferenze che provocano, non costituiscono il
pericolo più grave per la Chiesa”: “Il danno maggiore, infatti, essa lo subisce
da ciò che inquina la fede e la vita cristiana dei suoi membri e delle sue
comunità, intaccando l’integrità del Corpo mistico, indebolendo la sua capacità
di profezia e di testimonianza, appannando la bellezza del suo volto”. Le
riflessioni del Papa si sono concentrate attorno alla convinzione che “Dio è
vicino ai suoi fedeli servitori e li libera da ogni male, e libera la Chiesa
dalle potenze negative”. Infatti, “la promessa di Gesù – ‘le potenze degli
inferi non prevarranno’ sulla Chiesa – comprende sì le esperienze storiche di
persecuzione subite da Pietro e Paolo e dagli altri testimoni del Vangelo, ma
va oltre, volendo assicurare la protezione soprattutto contro le minacce di
ordine spirituale”.
Imposizione del
Pallio. Nel corso dell’omelia, il Pontefice ha precisato che vi è “una garanzia
di libertà assicurata da Dio alla Chiesa, libertà sia dai lacci materiali che
cercano di impedirne o coartarne la missione, sia dai mali spirituali e morali,
che possono intaccarne l’autenticità e la credibilità”. Durante le celebrazioni
per la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, Benedetto XVI ha anche
imposto il Pallio ai trentotto arcivescovi metropoliti. Il paramento liturgico
fatto di lana bianca rappresenta il simbolo del buon pastore e, insieme,
dell’Agnello crocifisso per la salvezza dell’umanità. Si tratta di una
tradizione antica: il vescovo di Roma concede il pallio solo ad alcuni
arcivescovi metropoliti e primati a significare la giurisdizione in comunione
con la Santa Sede. Il Papa ha spiegato che “la comunione con Pietro e i suoi
successori” è “garanzia di libertà per i Pastori della Chiesa e per le stesse
Comunità loro affidate” mentre “il ministero petrino è garanzia di libertà nel
senso della piena adesione alla verità, all’autentica tradizione, così che il
Popolo di Dio sia preservato da errori concernenti la fede e la morale”.
L’imposizione del Pallio, dunque, è un “gesto di comunione” e “questo appare
evidente nel caso di Chiese segnate da persecuzioni, oppure sottoposte a
ingerenze politiche o ad altre dure prove” ma “ciò non è meno rilevante nel
caso di Comunità che patiscono l’influenza di dottrine fuorvianti, o di
tendenze ideologiche e pratiche contrarie al Vangelo”. Il pallio degli
arcivescovi metropoliti, nella sua forma attuale, è una stretta fascia di
stoffa di circa cinque centimetri tessuta in lana bianca, incurvata al centro
così da poterlo appoggiare alle spalle sopra la pianeta o casula e con due
lembi neri pendenti davanti e dietro, così che il paramento ricordi la lettera
“Y”. È decorato con sei croci nere di seta, una su ogni coda e quattro
sull’incurvatura, ed è guarnito, davanti e dietro, con tre spille d’oro e
gioielli. La differente forma del pallio papale rispetto a quello dei
metropoliti mette in risalto la diversità di giurisdizione.
Valenza ecumenica.
Per il Santo Padre, le divisioni sono “sintomi della forza del peccato, che continua
ad agire nei membri della Chiesa anche dopo la redenzione”. Tuttavia, “l’unità
della Chiesa è radicata nella sua unione con Cristo, e la causa della piena
unità dei cristiani – sempre da ricercare e da rinnovare, di generazione in
generazione – è pure sostenuta dalla sua preghiera e dalla sua promessa”. E
proprio richiamando la “promessa di Cristo che le potenze degli inferi non
prevarranno sulla sua Chiesa”, il Pontefice ha sottolineato che “queste parole
possono avere anche una significativa valenza ecumenica” perché “uno degli
effetti tipici dell’azione del Maligno è proprio la divisione all’interno della
Comunità ecclesiale”. Con sentimenti di “fiduciosa speranza”, il Papa ha quindi
salutato la delegazione del Patriarcato di Costantinopoli che, “secondo la
bella consuetudine delle visite reciproche, partecipa alle celebrazioni dei
Santi Patroni di Roma”: “Insieme rendiamo grazie a Dio per i progressi nelle
relazioni ecumeniche tra cattolici ed ortodossi, e rinnoviamo l’impegno di
corrispondere generosamente alla grazia di Dio, che ci conduce alla piena
comunione”. Infine, Benedetto XVI si è rivolto ai presenti pregando affinché “i
santi Apostoli Pietro e Paolo vi ottengano di amare sempre più la santa Chiesa,
corpo mistico di Cristo Signore e messaggera di unità e di pace per tutti gli
uomini” e “di offrire con letizia per la sua santità e la sua missione le
fatiche e le sofferenze sopportate per la fedeltà al Vangelo”. sir
A Loreto il Corso annuale di pastorale migratoria della Migrantes
LORETO - “Fornire
una solida base di formazione necessaria per agire efficacemente e in rete
nella pastorale della mobilità umana, attraverso chiavi di lettura
sociologico-ecclesiali e teologico pastorali sulla mobilità”. É questo
l’obiettivo del Corso annuale di pastorale migratoria, in corso dal 28 giugno
al 3 luglio, a Loreto per iniziativa della Fondazione Migrantes sul tema:
“Linee di pastorale migratoria”.
Il Corso -
informano gli organizzatori - prevede relazioni, conoscenza degli strumenti di
documentazione, approfondimenti personali e lavori di gruppo; incontri con
testimoni; valorizzazione del vissuto e delle competenze dei partecipanti;
equilibrio tra tempi di impegno, preghiera, riposo, relazioni di amicizia e di
festa. Il fenomeno della mobilità umana - si legge nella presentazione del
corso - è tra gli aspetti più rilevanti della società contemporanea e presenta
dinamiche sempre più complesse dal punto di vista sociale, culturale, politico,
religioso e pastorale. Le “Linee di pastorale migratoria” - spiegano i
promotori - sono “il supporto necessario per sviluppare l’azione nei cinque
settori della mobilità umana (immigrati stranieri in Italia, italiani
all’estero, marittimi e aeroportuali, Rom e Sinti, circensi e fieranti), dare
organicità alla pastorale migratoria, e preparare chi è interessato al tema
della mobilità umana”.
Migranti-press)
Una coincidenza di
data nel celebrare la festa dei santi apostoli Pietro e Paolo da parte di
cattolici e ortodossi è già sufficiente a spiegare la visita di una delegazione
ortodossa a Roma, in rappresentanza del patriarca ecumenico di Costantinopoli,
Bartolomeo I. Il Papa ha sottolineato che la festa dei due santi apostoli
Pietro e Paolo si celebra nello stesso giorno da molti secoli e rappresenta per
ciò un segno della comune fede, che le nostre Chiese hanno condiviso per molti
secoli. Questa e le altre visite, scambiate in passato tra Roma e Costantinopoli,
non sono semplici atti di cortesia. Benedetto XVI rivolgendosi ai membri della
delegazione ha ricordato l’importanza dei gesti di fraternità che vogliono
esprimere di fronte al mondo l’unità già per molti aspetti esistente e un clima
di grande serenità e rispetto vicendevole. Questa dimensione di fraternità va a
contrastare l’idea della conflittualità religiosa così volutamente marcata
dalle agenzie laiciste della comunicazione di massa.
Queste scambievoli
visite intendono favorire e approfondire la conoscenza reciproca,
l’apprezzamento e la stima e tessere legami sempre più stretti tra le due
Chiese sorelle dell’Occidente e dell’Oriente.
In particolare, in
questo periodo si va verso una maggiore collaborazione ecumenica nel Medio
Oriente dove cattolici e ortodossi soffrono difficoltà e incontrano ostacoli e,
per questo, Benedetto XVI ha indetto il Sinodo dei vescovi cattolici del Medio
Oriente che sarà celebrato il prossimo Ottobre. A questo appuntamento invita
anche gli ortodossi perché possano collaborare nella ricerca di un dialogo con
l’islam e con l’ebraismo, cercando condizioni di vita pacifica in quanto
minoranza cristiana in quei Paesi. Il Papa ha fatto cenno ad alcuni temi, quali
i dialoghi del gruppo misto di studio, cattolici-ortodossi, sull’esercizio del
primato di Roma nel primo millennio in cui Oriente e Occidente formavano una
sola Chiesa. Dalla chiarificazione del ruolo del primato e del suo esercizio
nei primi mille anni di storia si attendono indicazioni per trovare un modo
condiviso per il presente e il futuro del Primus (Protos) tra i pastori della
Chiesa, segno e condizione di comunione visibile dei cristiani in un mondo
globalizzato.
La celebrazione
dei Primi Vespri degli apostoli Pietro e Paolo, nella basilica di san Paolo
fuori le Mura, è stata posta nel segno della nuova evangelizzazione, che
“interpella la Chiesa universale e ci chiede anche di proseguire con impegno la
ricerca della piena unità”. Benedetto XVI collega i gesti di fraternità con il
fine ultimo dell’ecumenismo che è la missione, come si è evidenziato fin
dall’inizio del Movimento ecumenico nella Conferenza missionaria mondiale di
Edimburgo (Scozia) nel 1910. L’apostolato missionario è reso credibile ed
efficace dalla testimonianza di amore e comunione tra tutti i discepoli di
Cristo, che si fregiano del suo nome appellandosi cristiani.
Il legame tra
ecumenismo e missione non appartiene ad una strategia di propaganda, ma alla
volontà di Gesù che ha condizionato la diffusione della fede all’unione della
Chiesa: “Siano uno affinché il mondo creda” (Gv 17,21). Tutto il discorso del
Papa è stato orientato ad illustrare “la vocazione missionaria della Chiesa” e
si è avvalso anche della figura di Paolo VI, il Papa che assunse il nome di
Paolo proprio per dare dinamismo missionario in un orizzonte universale alla
sua azione pastorale. Montini, che non esitò a dire di sé “il nostro nome é
Pietro”, nella visita che fece al Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra
(1969), si è chiamato Paolo, spinto dal soffio dello Spirito Santo, come
l’Apostolo, sulle strade del mondo per “portare a tutti la Buona Notizia”.
“Unità e
universalità”, dice il Papa, sono le due dimensioni che evoca la festa dei
santi apostoli Pietro e Paolo e, in questo momento, si deve privilegiare
“l’universalità”. Trascinati dall’esempio di Paolo e, per dare corpo a questo
progetto missionario, ha costituito il Pontificio Consiglio per la nuova
evangelizzazione, con il quale intende “rendere un efficace servizio non solo
alla Chiesa, ma a tutta l’umanità”. Elio
Bromuri
Camminare nella libertà. Angelus e messaggio di solidarietà ai vescovi del
Belgio
Un messaggio a
mons. André-Joseph Léonard, arcivescovo di Malines-Bruxelles e presidente della
Conferenza episcopale del Belgio, a proposito delle perquisizioni compiute il
24 giugno nella cattedrale di Malines e nella sede dell’arcivescovado, e
l’Angelus da piazza San Pietro, dedicato alla radicalità del Vangelo. Sono i
due interventi di Benedetto XVI, domenica 27 giugno.
Vicinanza e solidarietà.
“In questo triste momento, desidero esprimere la mia particolare vicinanza e
solidarietà a lei, caro fratello nell’episcopato, e a tutti i vescovi della
Chiesa in Belgio, per le sorprendenti e deplorevoli modalità con cui sono state
condotte le perquisizioni nella cattedrale di Malines e nella sede dove era
riunito l’episcopato belga in una sessione plenaria che, tra l’altro, avrebbe
dovuto trattare anche aspetti legati all’abuso di minori da parte di membri del
clero”. È quanto ha scritto il Papa a mons. Léonard. “Più volte io stesso ho
ribadito che tali gravi fatti vanno trattati dall’ordinamento civile e da
quello canonico, nel rispetto della reciproca specificità e autonomia. In tal
senso – ha aggiunto –, auspico che la giustizia faccia il suo corso, a garanzia
dei diritti fondamentali delle persone e delle istituzioni, nel rispetto delle
vittime, nel riconoscimento senza pregiudiziali di quanti si impegnano a
collaborare con essa e nel rifiuto di tutto quanto oscura i nobili compiti ad
essa assegnati”.
Una chiamata
esigente. “Chi ha la fortuna di conoscere un giovane o una ragazza che lascia
la famiglia di origine, gli studi o il lavoro per consacrarsi a Dio, sa bene di
che cosa si tratta, perché ha davanti un esempio vivente di risposta radicale
alla vocazione divina”. Lo ha affermato Benedetto XVI, prima di recitare
l’Angelus, soffermandosi sul tema della chiamata di Cristo e delle sue
esigenze. Secondo il Papa, è “una delle esperienze più belle che si fanno nella
Chiesa: vedere, toccare con mano l’azione del Signore nella vita delle persone;
sperimentare che Dio non è un’entità astratta, ma una Realtà così grande e
forte da riempire in modo sovrabbondante il cuore dell’uomo, una Persona
vivente e vicina, che ci ama e chiede di essere amata. Nel passo del Vangelo
domenicale, Luca ha presentato l’incontro di Gesù con alcuni uomini,
probabilmente giovani, i quali promettono di seguirlo dovunque vada”. “Con
costoro – ha sottolineato il Pontefice – Egli si mostra molto esigente”.
“Queste esigenze – ha ammesso il Santo Padre – possono apparire troppo dure, ma
in realtà esprimono la novità e la priorità assoluta del Regno di Dio che si fa
presente nella Persona stessa di Gesù Cristo. In ultima analisi, si tratta di
quella radicalità che è dovuta all’Amore di Dio, al quale Gesù stesso per primo
obbedisce”.
Libertà e amore.
“Chi rinuncia a tutto, persino a se stesso, per seguire Gesù – ha spiegato
Benedetto XVI –, entra in una nuova dimensione della libertà, che san Paolo
definisce ‘camminare secondo lo Spirito’. ‘Cristo ci ha liberati per la
libertà!’ – scrive l’Apostolo – e spiega che questa nuova forma di libertà
acquistataci da Cristo consiste nell’essere ‘a servizio gli uni degli altri’.
Libertà e amore coincidono! Al contrario, obbedire al proprio egoismo conduce a
rivalità e conflitti”. Il Papa ha quindi ricordato che “volge ormai al termine
il mese di giugno, caratterizzato dalla devozione al Sacro Cuore di Cristo.
Proprio nella festa del Sacro Cuore abbiamo rinnovato con i sacerdoti del mondo
intero il nostro impegno di santificazione”. “Oggi – ha aggiunto - vorrei
invitare tutti a contemplare il mistero del Cuore divino-umano del Signore
Gesù, per attingere alla fonte stessa dell’Amore di Dio. Chi fissa lo sguardo
su quel Cuore trafitto e sempre aperto per amore nostro, sente la verità di
questa invocazione: ‘Sei tu, Signore, l’unico mio bene’, ed è pronto a lasciare
tutto per seguire il Signore”.
Un nuovo beato.
“Stamani (27 giugno, ndr), in Libano, è stato proclamato beato Estéphan Nehmé, al
secolo Joseph, religioso dell’Ordine Libanese Maronita, vissuto in Libano tra
la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Mi rallegro di cuore con
i fratelli e le sorelle libanesi, e li affido con grande affetto alla
protezione del nuovo beato”. Lo ha ricordato Benedetto XVI, dopo la recita
dell’Angelus. “In questa domenica che precede la solennità dei Santi Pietro e
Paolo – ha proseguito il Santo Padre – ricorre in Italia e in altri Paesi la
Giornata della carità del Papa”. Perciò, il Pontefice ha espresso la sua “viva
gratitudine a quanti, con la preghiera e le offerte, sostengono l’azione
apostolica e caritativa del Successore di Pietro e favore della Chiesa
universale e di tanti fratelli vicini e lontani”. Nei saluti nella varie lingue
ai pellegrini presenti in piazza San Pietro, rivolgendosi ai polacchi, il Papa
ha detto: “Si avvicina il periodo delle vacanze. Per tanti esso sarà tempo di
riposo. Auguro che gli incontri con la natura, con nuove persone, con i frutti
della creatività umana siano un’occasione non solo di recupero delle forze
fisiche e dello sviluppo intellettuale, ma anche di un più intensivo contatto
con Dio e di rafforzamento nella fede. Dio vi benedica!”. Sir
Benedetto XVI striglia Schoenborn. "Solo io posso criticare i
cardinali"
Inedita
dichiarazione del Vaticano sull'udienza concessa all'arcivescovo di Vienna. Il
Pontefice ribadisce che tocca soltanto a lui muovere appunti ai porporati.
All'incontro hanno partecipato anche il segretario di Stato Tarcisio Bertone e
il suo predecessore Angelo Sodano, duramemte attaccato dal presule
austriaco
Papa Benedetto XVI
Solo il Papa può
criticare o muovere accuse a un cardinale: è quanto è stato ricordato
all'arcivescovo di Vienna, cardinal Christoph Schoenborn, che nelle settimane
scorse aveva rimproverato all'allora segretario di Stato, Angelo Sodano, di
aver protetto il precedente capo della diocesi viennese, Hans Hermann
Groer, alla fine dimesso per le accuse di pedofilia.
Con un comunicato
assolutamente inedito nella storia del protocollo vaticano, la Santa Sede ha
riferito nei dettagli l'udienza avvenuta tra il Papa e il cardinale di Vienna,
Christoph Schoenborn, a cui si sono aggiunti anche l'ex segretario di Stato
vaticano e attuale decano del collegio cardinalizio, Angelo Sodano
(criticato in passato da Schoenborn per aver difeso un porporato pedofilo), e
il segretario di Stato vaticano in carica, Tracisio Bertone.
Schoenborn
"aveva chiesto di poter riferire personalmente al Pontefice circa la
presente situazione della Chiesa in Austria. In particolare, il cardinale
Christoph Schoenborn ha voluto chiarire - si legge nella nota
dell'Ufficio stampa - il senso esatto di sue recenti dichiarazioni circa alcuni
aspetti dell'attuale disciplina ecclesiastica, come pure taluni giudizi
sull'atteggiamento tenuto dalla Segreteria di Stato, ed in particolare
dall'allora stretto collaboratore del Papa Giovanni Paolo I, nei riguardi del
compianto cardinale Hans Hermann Gror, arcivescovo di Vienna dal 1986 al
1995".
"Successivamente
aggiunge il comunicato vaticano - sono stati invitati all'incontro Angelo
Sodano, decano del Collegio cardinalizio, e Tarcisio Bertone, attuale
segretario di Stato. Nella seconda parte dell'udienza, sono stati chiariti e
risolti alcuni equivoci molto diffusi e in parte derivati da alcune espressioni
di Christoph Schoenborn, il quale esprime il suo dispiacere per le
interpretazioni date".
"In
particolare- precisa il Vaticano-: a) si ricorda che nella Chiesa, quando si
tratta di accuse contro un cardinale, la competenza spetta unicamente al Papa;
le altre istanze possono avere una funzione di consulenza, sempre con il dovuto
rispetto per le persone. b) La parola "chiacchiericcio" è stata
interpretata erroneamente come una mancanza di rispetto per le vittime degli
abusi sessuali, per le quali il cardinale Angelo Sodano nutre gli stessi
sentimenti di compassione e di condanna del male, come espressi in diversi
interventi del Santo Padre".
"Tale parola,
pronunciata nell'indirizzo pasquale al papa Benedetto XVI, era presa
letteralmente - ricorda la nota - dall'omelia pontificia della domenica delle
Palme ed era riferita al "coraggio che non si lascia intimidire dal
chiacchiericcio delle opinioni dominanti". LR 28
Belgio. Il pensiero alle vittime. Intervista con Eric de Beukelaer,
portavoce dei vescovi
La “gratitudine”
dei vescovi belgi per le parole di “vicinanza” espresse dal Papa in seguito
alla perquisizione della polizia all’arcivescovado di Malines-Bruxelles. A
parlare è Eric de Beukelaer, portavoce della Conferenza episcopale belga,
secondo il quale il messaggio inviato domenica 27 giugno dal Papa a mons. André
Joseph Léonard, arcivescovo di Malines-Bruxelles e presidente della Conferenza
episcopale, mette “le cose nella giusta prospettiva”. Ne parliamo con lui in
questa intervista.
Come hanno accolto
i vescovi il messaggio del Papa?
“Con gratitudine,
perché pensiamo che questo messaggio metta le cose nella giusta prospettiva. La
Chiesa belga ha vissuto una situazione per così dire inusuale, e cioè una
perquisizione in arcivescovado. L’immagine è stata forte anche perché la
perquisizione è stata fatta durante la riunione di tutti i vescovi del Belgio.
Non mi era mai successo, almeno da quando sono portavoce, di ricevere
telefonate anche dall’estero per chiedermi che cosa stava succedendo in Belgio.
Ed io ho sempre risposto che magari pur non essendo d’accordo su tutto, la
giustizia ha il dovere di fare il suo lavoro. Credo che il fatto che il Santo
Padre lo riaffermi nel suo messaggio, dicendo che pur non essendo d’accordo
sulle modalità, la giustizia debba continuare a fare il suo lavoro, sia un buon
contributo. Il messaggio poi è segno che il Santo Padre pensa a noi, non ci
abbandona, anzi dimostra di voler mostrare la sua vicinanza, come fa un padre
di una famiglia”.
Ma come sono state
accolte le sue parole dal Paese?
“Lo posso dire
rifacendomi a quanto pubblicato sui media. Abbiamo assistito a due
atteggiamenti. Quello di coloro che fin dall’inizio hanno difeso l’intervento
della giustizia, dicendo che la giustizia deve fare il suo lavoro e che la
Chiesa non è al di sopra della legge. Che è poi quello che abbiamo sempre detto
anche noi. E quello di coloro che hanno avuto cura di leggere il messaggio nella
sua interezza ed hanno notato che il Papa si rivolge ai vescovi. Non è quindi
il messaggio del Papa in quanto capo di uno Stato ma è il messaggio del Papa in
quanto successore di Pietro ai suoi fratelli, vescovi del Belgio. E nel
messaggio il Papa dice anche tutta una serie di cose. Parla ovviamente di
modalità sorprendenti e deplorevoli, anche perché sono stati perquisiti e
sequestrati tutti i dossier della Commissione che, comunque, stava facendo un
ottimo lavoro e alla quale si erano rivolte delle persone in tutta fiducia. E
allo stesso tempo, come anche i nostri vescovi hanno voluto sottolineare, si
ribadisce che se questo può fare avanzare il lavoro della giustizia, si è
pronti a collaborare. È una linea che questo messaggio riprende. Ora bisogna
riportare la serenità”.
Come fare ora per
ricostruire la fiducia tra la Chiesa e la giustizia civile?
“Non si tratta di
costituire serenità tra la Chiesa e la giustizia. Il professore Peter
Adriaenssens lavora in una Commissione interna alla Chiesa. La Commissione
tratta dossier molto delicati, e questo lo fa in una rapporto di profonda
fiducia da parte delle autorità giudiziarie. Ora si ha come l’impressione che
questa fiducia non ci sia più, c’è come il sospetto che si nascondano questi
dossier alla giustizia civile. Per cui la Commissione si sta chiedendo come può
continuare il suo lavoro”.
Come si prospetta
il futuro?
“Come si fa a
dirlo? È troppo presto. Bisognerà vedere. In ogni caso, se si deciderà che la
Commissione dovrà fermare il suo lavoro, sarebbe un grande danno, perché sta
facendo un lavoro notevole e lo sta facendo soprattutto a fianco delle vittime.
Non siamo assolutamente in concorrenza con la giustizia. Ci sono casi che non
arriverebbero mai davanti alla polizia o alla giustizia civile. Ci sono persone
che vogliono far ascoltare le loro storie, sarebbe un grande peccato non
poterglielo permettere. Oggettivamente questo sarebbe il danno più grande:
certo non è piacevole essere trattenuti tutto un giorno, non è piacevole che
telefonini, agende e computer siano stati requisiti, ma tutto ciò è nulla
rispetto alla sofferenza delle vittime. Bisogna quindi pensare alle vittime, a
quelle vittime che hanno fiducia e si sono rivolte alla Commissione”. sir
L'Aquila, gli affari del vescovo. "Una srl della Curia per
ricostruire"
Si chiama
"Aquilakalo's", serve a garantire alla Chiesa una presenza attiva
nella ricostruzione della città dopo il terremoto. Alla presidenza il vescovo
ausiliare Giovanni D'Ercole, che ora dice: "Lascio la presidenza, non voglio
grane" - dal nostro inviato ANTONELLO CAPORALE
L'AQUILA -
"Aspettano i soldi, ma se non c'è il seme...". Il seme. Un'idea, un
piano di rinascita, un progetto di ricostruzione. La classe politica aquilana
non ce l'ha, la Chiesa sì. Idee chiare, cioè un master plan, e strumenti
innovativi per un vescovo: una società privata, una srl, con il compito di
costruire e vendere, chiedere finanziamenti e concederne. Lottizzare,
espropriare, partecipare ad affari con altre società, ricevere naturalmente
contributi statali, anche utilizzando l'istituto della concessione, e - insomma
- erogare servizi di "global service".
Nata tre giorni
prima di Natale dell'anno scorso "Aquilakalo's srl" ha un capitale
sociale di diecimila euro, la sede presso la Curia arcivescovile e un
presidente del consiglio di amministrazione che è il vescovo ausiliare della
città: Giovanni D'Ercole. Nel consiglio un giovane sacerdote e un imprenditore
locale. D'Ercole è il rappresentante del Vaticano inviato a L'Aquila per
garantire alla Chiesa la presenza attiva nella ricostruzione della città, opera
che non è stata ritenuta alla portata dell'arcivescovo titolare, l'anziano
Giuseppe Molinari.
E D'Ercole ci sta
riuscendo. Ogni giorno i suoi uffici sfornano progetti e piani di investimento.
Indicano aree su cui costruire, terreni da preservare. È un vescovo del fare:
"Ho ancora tredici milioni da spendere, sono soldi della Caritas, e il
municipio non mi spiega, non indica dove, non mi dà la possibilità di
investirli per il bene della comunità. Ho dato un ultimatum: entro giugno
devono darmi le autorizzazioni, altrimenti li rimando via". Nel master
plan che la Curia sotto la sua direzione ha prodotto (Piano strategico di
restauro e rifunzionalizzazione del centro storico) le idee fondanti della rinascita
sono stese attorno ad assi strategici e gli interessi ecclesiastici delineati
con chiarezza. "Quasi tutto il patrimonio artistico è nostro". Chiese
e monumenti, ma anche negozi, e case, e terreni. Dunque e perciò: lottizzazioni
e investimenti.
D'Ercole è
giovane, a suo agio con la tv (ha condotto per anni in Rai un programma
religioso) e le pubbliche relazioni. Ora il grande passo: l'attività
immobiliare complessiva, un'attività quasi commissariale in una città ancora
stordita. Le carriole a testimoniare la protesta dei residenti per l'inerzia
della classe politica, i puntellamenti a fotografare uno stallo
incomprensibile. È questo il clima che consiglia alla Curia di far da sola,
avanzare anziché attendere. Una srl con cui prendere le misure dei progetti e
tenerli nelle proprie mani. La società del vescovo. "Non è così, mi sono
dimesso". Dimesso? Dalla visura camerale non risulta, fino a tre giorni fa
era lei il presidente. "Da domani non lo sarò più". Domani vedremo. "Solo
tre mesi sono stato alla guida (sei, secondo le visure, ndr) e non ho
intenzione di ritrovarmi impelagato tra due o tre anni in qualche cosa".
La Curia adesso ha
sede in un'area industriale, come una linda fabbrichetta della periferia
abruzzese. Al pian terreno si opera per il bene comune. È un open space:
"Venga, le mostro il nostro grande ufficio tecnico". Geometri,
ingegneri, architetti. Sviluppo edilizio, piani di recupero, restauri, ma anche
valorizzazioni fondiarie, piani urbanistici. Preghiere e mattoni. Al primo
piano c'è lui, D'Ercole: "Sa quanta gente è passata in questa stanza
offrendomi sponsorizzazioni?". Si riferisce a imprenditori che si
proponevano alla chiesa per prendersi cura, gratuitamente, dei suoi edifici di
culto? "Uno scambio: io ti offro questo e tu un domani mi dai quest'altro.
Ma non si può fare. Ci sono le gare d'appalto, massima legalità e trasparenza.
Così ci siamo dotati di questa società di servizi, consigliati da persone
competenti. Anche altre diocesi lo fanno". Non s'era mai visto un vescovo
a presiedere una srl. "Io mi dimetto, lascio". Lascia a chi? "A
un sacerdote. È chiaro che il controllo resta qui dentro. Adesso ci stiamo
specializzando nella diagnostica ingegneristica".
Idee avanzate.
"Tre miliardi e mezzo, ed è una cifra sottostimata, la valutazione dei
nostri beni da ricostruire. È una bella cifra a cui noi dobbiamo rispondere con
efficienza e puntualità". Profilo da imprenditore: "Oggi L'Aquila è
una città conosciuta in tutto il mondo. È un'occasione pubblica che dovremmo raccogliere
al volo invece di piangerci addosso. Stiamo divenendo antipatici con la
richiesta quotidiana di aiuti, i soldi ci sono ma servono prima le
idee".
I semi della Curia
sono raccolti in cento pagine. E il sindaco dell'Aquila? "Fa troppe cose:
la maggioranza e l'opposizione. L'uno e il suo doppio. Dovrà scegliere: o di là
o di qua". Fin troppo chiaro. La Chiesa corre, il vescovo prega e promette
opere di bene. Si prenderà cura delle anime e anche del resto. Per l'appunto,
un global service. LR 29
Tutto è successo
giovedì 24 giugno mentre i vescovi del Belgio erano riuniti per la riunione
mensile. Verso le 10.30 le autorità giudiziarie e le forze di polizia sono
entrate e hanno detto che ci sarebbe stata una perquisizione dell’arcivescovado
di Malines-Bruxelles, in seguito a delle denunce per abuso sessuale nel
territorio dell’arcidiocesi. Non è stata data nessun’altra spiegazione, ma
tutti i documenti e i telefoni portatili sono stati confiscati ed è stato detto
che nessuno poteva lasciare l’edificio. Questo stato di fatto è durato fino
alle 19.30 circa. Tutti sono stati interrogati, sia i membri della Conferenza
episcopale, sia i membri del personale. “Non è stata un’esperienza piacevole –
ha poi detto Eric de Beukelaer, portavoce della Conferenza episcopale belga –
ma tutto si è svolto in modo corretto”.
Le parole del
Papa. Benedetto XVI ha voluto esprimere la sua “particolare vicinanza e
solidarietà” ai vescovi del Belgio, rivolgendo un messaggio a mons. André
Joseph Léonard, arcivescovo di Malines-Bruxelles e presidente della Conferenza
episcopale. Il Papa definisce “sorprendenti e deplorevoli” le modalità con cui
“sono state condotte le perquisizioni nella cattedrale di Malines e nella sede
dove era riunito l’episcopato belga in una Sessione plenaria che, tra l’altro –
aggiunge – avrebbe dovuto trattare anche aspetti legati all’abuso di minori da
parte di membri del clero”. “Più volte – prosegue il Santo Padre – io stesso ho
ribadito che tali gravi fatti vanno trattati dall’ordinamento civile e da
quello canonico, nel rispetto della reciproca specificità e autonomia. In tal
senso, auspico che la giustizia faccia il suo corso, a garanzia dei diritti fondamentali
delle persone e delle istituzioni, nel rispetto delle vittime, nel
riconoscimento senza pregiudiziali di quanti si impegnano a collaborare con
essa e nel rifiuto di tutto quanto oscura i nobili compiti ad essa assegnati”.
La reazione dei
vescovi belgi. I vescovi del Belgio in una dichiarazione, rilasciata il giorno
dopo dalla Santa Sede, esprimono la loro massima “fiducia nella giustizia e nel
suo lavoro” come d’altronde hanno sempre fatto negli ultimi mesi. “La presente
perquisizione – spiega il portavoce della Conferenza episcopale – viene accolta
con la stessa fiducia e perciò, per il momento, essi si astengono dal fare
ulteriori commenti. Al contrario, assieme al professor Peter Adriaensses,
presidente della Commissione per il trattamento degli abusi sessuali nel quadro
di una relazione pastorale, si rammaricano del fatto che, durante un’altra
perquisizione, tutti i dossier della Commissione sono stati sequestrati”. Ciò
“va contro il diritto alla riservatezza di cui devono beneficiare le vittime
che hanno scelto di indirizzarsi a questa Commissione. Tale azione lede dunque
gravemente il necessario ed eccellente lavoro di questa Commissione”.
La reazione della
Commissione. Dopo le prime indiscrezioni apparse sulla stampa arriva la
conferma ufficiale della Conferenza episcopale in cui si annuncia con una nota
che il presidente Peter Adriaenssens e i membri della “Commissione per il
trattamento delle denunce di abuso sessuale” si dimettono in seguito alla
perquisizione subita giovedì scorso. “In primo luogo perché – si legge nella
nota – la Commissione si trova nella impossibilità materiale di lavorare in
quanto tutti i dossier e i documenti di lavoro sono stati sequestrati giovedì
24 giugno. Inoltre, e cosa più importante, la Commissione ritiene che la base
per il suo funzionamento non esiste più, e cioè la fiducia indispensabile fra
la giustizia e la Commissione, necessarie per salvaguardare la fiducia tra le
vittime e la Commissione”. Ed aggiungono: “475 cittadini non avrebbero mai
affidato i loro dati senza fiducia a questa Commissione”. Nella nota si fa
sapere che i presidente e i membri della Commissione daranno ufficialmente le
loro dimissioni giovedì 1° luglio a mons. Guy Harpigny, vescovo di Tournai e
referente per la Commissione. “Spetta ora ai vescovi prendersi cura delle
vittime e assicurare il prosieguo delle loro denunce”.
Le reazioni del
Vaticano. A prendere per prima la parola è stata la Segreteria di Stato, in una
nota pubblicata subito dopo la perquisizione dell’arcivescovado di Malines-Bruxelles.
La Segreteria di Stato esprime “vivo stupore per le modalità in cui sono
avvenute alcune perquisizioni condotte dalle Autorità giudiziarie belghe e il
suo sdegno per il fatto che ci sia stata addirittura la violazione delle tombe
dei cardinali Jozef-Ernest Van Roey e Léon-Joseph Suenens, defunti arcivescovi
di Malines-Bruxelles. Allo sgomento per tali azioni, si aggiunge il rammarico
per alcune infrazioni della confidenzialità, a cui hanno diritto proprio quelle
vittime per le quali sono state condotte le perquisizioni”. Parlando ai
giornalisti il segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone, ha usato
parole molto forti: “Non ci sono precedenti, neanche nei regimi comunisti di
antica esperienza”. È stato “un sequestro, un fatto inaudito e grave”. Sir
La controversia sul crocifisso in classe ai giudici di Strasburgo l'ardua
sentenza
La vicenda
giudiziaria iniziata otto anni fa è arrivata all'esame della Corte europea dei diritti
dell'uomo: l'Italia ha fatto ricorso contro la sentenza della Corte europea
secondo cui lo Stato non può imporre simboli religiosi nelle scuole. E in
Spagna si discute una legge che lo eliminerebbe da tutti gli edifici pubblici -
di RITA CELI
LA PRESENZA del
crocifisso nelle scuole pubbliche è la scottante questione affidata ai giudici
della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo, che dovranno
decidere in via definitiva sulla legimittimità o meno dell'esposizione del
simbolo religioso nelle aule italiane. La questione è arrivata oggi alla Grande
Camera dopo il ricorso del governo italiano contro la sentenza 1 emessa il 3
novembre con la quale la Corte di Strasburgo non ha imposto di togliere il
crocifisso, ma ha sostenuto che lo Stato non può imporre l'esposizione di
simboli religiosi nelle scuole pubbliche. I giudici internazionali
riprenderanno in considerazione tutta la questione, come se la prima sentenza
non fosse mai stata pronunciata, ma occorreranno mesi per arrivare al verdetto.
Tutto questo mentre in Spagna si discute della legge sulla "libertà
religiosa" promossa dal governo di José Luis Zapatero, che oltre a
togliere i crocifissi dalle aule e dagli uffici pubblici, prevede cerimonie non
religiose in occasione di funerali di Stato, finora celebrate con rito
cattolico.
Nel nostro Paese
la questione del crocifisso in classe è stata più volte al centro di infuocati
dibattiti e scontri. Tra gli episodi più eclatanti quello del giudice Luigi
Tosti 2, "colpevole" di aver rifiutato di celebrare udienze in
un'aula dove era affisso un crocifisso, preceduto dal caso di Adel Smith 3,
presidente dell'Unione musulmani d'Italia che si è rivolto al tribunale
dell'Aquila per rimuovere la croce dalla classe dei suoi figli. Fino alla clamorosa
sentenza dello scorso novembre con cui la Corte europea per i diritti dell'uomo
4 ha bocciato l'Italia, sostenendo che il crocifisso in classe è una violazione
della libertà dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e
della libertà di religione degli alunni. Il governo italiano ha presentato
ricorso e la Corte di Strasburgo ha deciso di rimettere la decisione finale
alla Grande Camera 5, che oggi ha iniziato a esaminare la questione.
Le norme del Regio
Decreto. L'obbligo di esporre il crocifisso nelle scuole italiane risale agli
anni 20 con due norme, mai abrogate, riguardanti l'arredo delle classi: per
ogni istituto di istruzione viene fornita una bandiera italiana e, in ogni
aula, accanto al simbolo religioso deve essere appeso anche il ritratto del re.
In particolare si tratta dell'articolo 118 del Regio Decreto 30 aprile 1924,
numero 965, che prevede disposizioni sull'ordinamento interno degli istituti di
istruzione elementare e media e dell'articolo 119 del Regio Decreto 26 aprile 1928,
numero 1297 riferito agli istituti di istruzione elementare. Da allora il
ritratto del re è sparito dalle aule scolastiche mentre il crocifisso è rimasto
lì, appeso sulla parete sopra la cattedra delle scuole pubbliche, e non solo.
La protesta di una
madre ad Abano Terme. La vicenda che ha portato la questione del crocifisso
nelle scuole davanti ai giudici della Corte europea ha avuto un lungo iter
giudiziario iniziato otto anni fa. Tutto comincia il 27 maggio 2002 quando il
consiglio d'istituto della scuola Vittorino da Feltre di Abano Terme (Padova)
respinge il ricorso della madre di due alunne (battaglia intrapresa con il
sostegno dell'Uaar, Unione atei e agnostici razionalisti) e decide che i
simboli religiosi possono essere lasciati esposti nelle aule scolastiche, in
particolare il crocifisso, unico simbolo esposto. Tale decisione viene
impugnata dalla madre delle due alunne, Soile Lautsi, italiana di origine
finlandese, davanti al Tar per il Veneto. Nel ricorso si sostiene che la
decisione del consiglio d'istituto sarebbe stata presa in violazione del
principio di laicità dello Stato, che impedirebbe l'esposizione del crocifisso
e di altri simboli religiosi nelle aule scolastiche, perché violerebbe la
"parità che deve essere garantita a tutte le religioni e a tutte le
credenze, anche areligiose".
Dal Tar alla
Consulta. Il ministero dell'Istruzione, costituitosi nel giudizio, sottolinea
che l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche è prevista da
disposizioni regolamentari contenute in due regi decreti e che tali norme, per
quanto lontane nel tempo, sarebbero tuttora in vigore, come confermato dal
parere reso dal Consiglio di Stato. Il Tar compie un approfondito esame delle
norme regolamentari sull'esposizione del crocifisso a scuola e conclude che
queste sono tuttora in vigore. Estende, tuttavia, l'esame alla valutazione di
altri profili della vicenda e rimette gli atti alla Corte costituzionale 6. La
norma che prescrive l'obbligo di esposizione del crocifisso - scrivono i
giudici - sembra delineare "una disciplina di favore per la religione
cristiana, rispetto alle altre confessioni, attribuendole una posizione di
privilegio", che apparirebbe in contrasto con il principio di laicità
dello Stato. La Consulta dichiara inammissibile 7 il ricorso: le norme
sull'esposizione del crocifisso a scuola sono "norme regolamentari",
prive "di forza di legge" e su di esse "non può essere invocato
un sindacato di legittimità costituzionale, né, conseguentemente, un intervento
interpretativo" della Corte.
Tar:
"Crocifisso in aula conferma laicità dello Stato". Gli atti tornano
quindi al Tar che, nel marzo 2005, rigetta il ricorso della madre della due
alunne di Abano Terme. Il tribunale regionale sentenzia che il crocifisso,
"inteso come simbolo di una particolare storia, cultura e identità
nazionale (...) oltre che espressione di alcuni principi laici della comunità
(...) può essere legittimamente collocato nelle aule della scuola pubblica, in
quanto non solo non contrastante ma addirittura affermativo e confermativo del
principio della laicità dello Stato repubblicano".
Il rigetto
definitivo del Consiglio di Stato. Alla decisione del Tar si affianca quella
del Consiglio di Stato 8 che chiude la parte italiana della vicenda, con il
rigetto definitivo del ricorso della madre delle due alunne. Il crocifisso -
scrivono i giudici - non va rimosso dalle aule scolastiche perché ha "una
funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione
professata dagli alunni"; non è né una "suppellettile", né solo
"un oggetto di culto", ma un simbolo "idoneo a esprimere
l'elevato fondamento dei valori civili" - tolleranza, rispetto reciproco,
valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti, riguardo alla sua
libertà, autonomia della coscienza morale nei confronti dell'autorità,
solidarietà umana, rifiuto di ogni discriminazione - che hanno un'origine
religiosa ma che, sottolineano, "sono poi i valori che delineano la
laicità nell'attuale ordinamento dello Stato".
La sentenza della
Corte europea. Il 3 novembre 2009 la Corte europea per i diritti dell'uomo
cambia le carte in tavola e boccia l'Italia sostenendo che il crocifisso appeso
nelle aule scolastiche è una violazione della libertà dei genitori a educare i
figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni.
Secondo la Corte, l'obbligo di esporre il crocifisso viola l'articolo 2 del
protocollo numero 1 della convenzione europea dei diritti del'uomo, riguardante
il diritto all'istruzione, e l'articolo 9 della stessa convenzione, che
concerne la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La sentenza non
impone di togliere il crocifisso dalle aule scolastiche pubbliche, ma sostiene
che lo Stato non può imporre l'esposizione di simboli religiosi. L'Italia non
si arrende e fa ricorso chiedendo l'annullamento della sentenza. La Corte
europea decide quindi di affidare la soluzione del caso alla Grande Camera, cui
spetta ora il compito di riesaminare la vicenda e dire una parola definitiva in
merito.
Il ricorso del
governo italiano. L'Italia si rivolge ai giudizi internazionali motivando il
ricorso con tre argomenti. Il primo: l'Italia dice no a un'Europa che vuol far
sbiadire i segni identificativi della propria identità, espressi anche nel
segno della croce. Il secondo: il crocifisso in Italia non è il frutto di un
principio confessionista, ma è stato posto nelle scuole dai liberali dell'epoca
risorgimentale e della sua unificazione, mai è stato tolto e mai è stato
oggetto di contrattazione con la chiesa, tanto forte è il suo significato
religioso, culturale e popolare. Il terzo: il principio supremo di laicità
dello Stato italiano propone una "laicità positiva" che implica non
indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni (come, ad esempio, in Francia),
ma "la serena accoglienza" di tutte le fedi, le ideologie, i simboli.
Il sostegno di
Napolitano e Berlusconi. Contro la decisione di Strasburgo, oltre che il
Vaticano, si sono esposti anche il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e il
premier Silvio Berlusconi. Su questioni quale l'esposizione del crocifisso
negli uffici e nelle scuole pubbliche sarebbe meglio che decidessero i singoli
Stati e non le corti europee, ha dichiarato di recente il presidente della
Repubblica sottolineando che, in ogni caso, le decisioni definitive di organi
sovranazionali devono essere "accettate". Nei giorni scorsi il
presidente del Consiglio ha ribadito che la decisione presa lo scorso novembre
a Strasburgo è inaccettabile "non solo per l'Italia e la stragrande
maggioranza degli italiani, ma per buona parte dell'Ue". Anche perché, ha
aggiunto, in Europa ''non possiamo non dirci cristiani''.
L'udienza della
Grande Camera. Questa mattina i giudici della Grande Camera hanno accolto le
parti interessate all'udienza, la prima espressamente dedicata a un simbolo
religioso (ma non l'unica, visto che la Corte ha reso noto che è già stato
depositato un ricorso contro la Romania per la presenza nelle scuole delle
icone ortodosse). I venti giudici hanno ascoltato le ragioni della ricorrente,
la madre delle due alunne, rappresentata dall'avvocato Nicolò Paoletti; quelle
del governo italiano, con il giudice Nicola Lettieri e l'avvocato di Stato
Giuseppe Albenzio; quelle del professor Joseph Weiler a nome dei Paesi che
hanno deciso di sostenere lo Stato italiano (Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia,
Lituania, Malta, Russia e San Marino). Anche Serbia, Moldavia, Ucraina e
Albania, hanno manifestato l'intenzione di appoggiare l'Italia attraverso una
lettera inviata al Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa.
Gli argomenti
delle parti. "E' legittima la presenza del crocifisso nelle scuole
pubbliche italiane? Lo Stato italiano è laico oppure no?", ha detto
l'avvocato Paoletti durante il suo intervento, ricordando che "anche la
Corte costituzionale italiana ha tolto il crocifisso dall'aula in cui si
ritrova. Lo Stato italiano deve assumere imparzialità e neutralità nei fatti
che riguardano la coscienza dei singoli". Per conto del governo itlaiano
ha replicato Lettieri: "Non si tratta di un caso propriamente giuridico.
Questo è un caso politico e ideologico". Quindi, facendo riferimento alla
precedente sentenza, il magistrato ha aggiunto: "Fa scandalo la difesa
della libertà di religione, ottenuta negando la stessa libertà religiosa".
La parola è poi passata a Weiler la cui tesi assomiglia molto a quella esposta
nella memoria del governo italiano: se si leva il crocifisso, poi si dovrà
intervenire in mille altre circostanze per levare croci dalle bandiere, parole
dagli inni nazionali, foto di capi di Stato dalle aule. "Lo Stato e i suoi
simboli sono importanti per la democrazia. Molti di questi simboli oggi in
Europa ci vengono dalla nostra storia e spesso si tratta della croce", ha
aggiunto Weiler citando diversi casi europei, fra cui la Gran Bretagna in cui
la croce appare nella bandiera nazionale.
La battaglia di
Zapatero. Fin qui la questione italiana. La Spagna invece discute della legge
sulla "libertà di religione" che vieterà, in nome della neutralità
dello Stato in materia religiosa, l'esposizione di crocifissi nelle scuole
pubbliche e in altri edifici pubblici. Malgrado una legge del 1978 affermi il
principio del carattere aconfessionale dello Stato, dopo che la dittatura di
Francisco Franco aveva fatto del cattolicesimo la "religione di
Stato", i simboli religiosi sono onnipresenti in Spagna. Il progetto di
legge, annunciato dal governo Zapatero 9 nel 2008, è "in
preparazione" secondo la stampa spagnola, e prevede anche che i funerali
di Stato, che oggi si svolgono secondo il rito cattolico, non abbiano un
"cerimoniale di carattere religioso". I pubblici poteri, scrive El
País, dovranno rispettare un rigido principio di "neutralità di fronte a
religione credenze, evitando qualsiasi confusione fra funzione pubblica e
attività religiosa". Oltre che nelle scuole pubbliche, i crocifissi
saranno vietati anche negli ospedali e negli altri edifici pubblici e i
funzionari pubblici non presteranno più giuramento davanti alla croce. Il
dibattito si è aperto e contro la proposta di legge che il parlamento di Madrid
deve esaminare questa estate si è opposta la Conferenza episcopale spagnola
(Cee) chiedendo che il crocifisso rimanga nelle scuole pubbliche per
trasmettere ai giovani "identità e valori". LR 28
Si decide sul crocifisso nelle aule. Oggi udienza a Strasburgo
Dieci governi a
sostegno delle tesi di quello italiano - Tre giudici chiedono l'esonero
Tra le memorie
scritte una è stata presentata dalle Acli - La sentenza fra sei mesi
STRASBURGO - Oggi
il caso del crocifisso nelle scuole italiane torna alla ribalta a Strasburgo
durante l’udienza pubblica che si terrà davanti alla Grande Camera della Corte
europea dei diritti dell’uomo. Ai 17 giudici che siederanno alla Grande Chambre
spetta il compito di ascoltare le ragioni del governo italiano che ha fatto
ricorso contro la sentenza emessa il 3 novembre scorso da una delle Camere
della Corte. Nella sentenza si affermava che la presenza del crocifisso nelle
aule delle scuole pubbliche costituisce una violazione dei diritti dei genitori
a educare i figli secondo coscienza e allo stesso tempo una limitazione della
libertà religiosa degli alunni.
Alla vigilia
dell’udienza fonti vicine alla Corte hanno reso noto che tre dei togati scelti
per il delicato incarico hanno chiesto di essere esonerati. L’ufficio stampa
della Corte non ha voluto commentare l’indiscrezione. Nella Corte c'è anche il
giudice italiano Guido Raimondi. Come è consuetudine, l’udienza si aprirà con
una richiesta dei giudici prima al governo e poi al rappresentante legale del
ricorrente di esporre le loro argomentazioni.
Quelle del governo
italiano, che mirano a convincere la Corte dell’infondatezza della prima
sentenza, saranno presentate dal giudice Nicola Lettieri, mentre per la
ricorrente, Soile Lautsi, interverrà l’avvocato Nicola Paoletti. L’attenzione a
quel punto si sposterà sui giudici e le domande che in genere pongono alle
parti su aspetti specifici inerenti il caso. La Corte ascolterà inoltre le
argomentazioni, presentate dal professor Joseph Weiler, di otto dei dieci
governi che hanno deciso di intervenire a sostegno del governo italiano. Si
tratta di Armenia, Bulgaria, Cipro, Gracia, Lituania, Malta, San Marino e
Russia.
Non verranno
invece ascoltate in aula le tesi del governo di Monaco e Romania, sempre a
favore dell’Italia, che hanno invece depositato una memoria scritta. Se
l’elevato numero di Stati che hanno deciso di intervenire a favore di Roma,
indica l’importanza che la questione ha anche per altri paesi europei, non è la
prima volta che la Corte riceve tante richieste. Già nel 2002 otto Stati, tra
cui l’Italia, intervennero come terze parti in un ricorso contro la Gran
Bretagna che concerneva l’immunità parlamentare.
Ma il caso del
crocefisso registra una prima assoluta. Non era mai successo che la Corte
ricevesse e accettasse la richiesta di parlamentari europei a intervenire come
terze parti.
Il gruppo, che ha
presentato una memoria scritta, è composto da 33 parlamentari di 11 paesi
europei tra cui spiccano 13 italiani (tra loro Mario Mauro, Ppe-Pdl) e 8
polacchi. L’unico parlamentare del gruppo che sinora ha fatto richiesta formale
di poter assistere all’udienza è l’italiano Mario Borghezio, Eld-Ln. La Corte
ha ricevuto anche altre 6 memorie scritte presentate da organizzazioni non
governative: tre a favore della presenza del crocifisso, come quella delle
Acli, e altrettante contro, tra cui spicca quella del Greek Helsinki Monitor,
l’unica ong a essere intervenuta come terza parte durante il procedimento che
portò alla prima sentenza.
Alla conclusione
dell’udienza i giudici si ritireranno per deliberare ma, fanno sapere dalla
Corte, trascorreranno dai sei mesi a un anno come minimo, prima che la sentenza
venga resa pubblica. LS 30
Spagn. Verso la Gmg 2011. Capitale dei giovani.
"Madrid sarà
la capitale dei giovani di tutto il mondo". Con queste parole
l'arcivescovo di Madrid, il card. Antonio Maria Rouco Varela, ha commentato la
sigla, avvenuta il 22 giugno, di un accordo di cooperazione tra il Comitato
organizzatore della Gmg e la Comunità autonoma della città, rappresentata da
Esperanza Aguirre. "L'accordo agevolerà la preparazione e lo svolgimento
della Gmg che siamo certi sarà un successo", ha dichiarato il cardinale
spiegando che questo prevede la collaborazione tra i due enti firmatari in
materia di sicurezza, sanità, trasporti e alloggio. La Comunità autonoma di
Madrid, secondo l'accordo, metterà a disposizione tra l'altro, ostelli, scuole
e istituti pubblici per la sistemazione dei pellegrini e darà "particolare
attenzione" alle aree del trasporto, sicurezza e sanità "per fare
fronte agli imprevisti che potrebbero verificarsi". Alla realizzazione
della Gmg collabora, con il Comitato organizzatore e la Comunità di Madrid,
anche il Governo.
Il cammino di
Santiago. Una lettera per invitare i giovani galiziani al pellegrinaggio a
Santiago de Compostela nell'agosto 2010 e alla Gmg di Madrid del 2011. A
scriverla sono i vescovi della Galizia. "Si tratta - afferma il vescovo di
Lugo, mons. Alfonso Carrasco, responsabile della pastorale giovanile della
regione - di due grandi opportunità per sperimentare in prima persona
l'appartenenza alla Chiesa e testimoniare la propria fede grazie anche alla
presenza di tanti altri vostri coetanei". Il pellegrinaggio dei giovani a
Compostela sarà dal 5all'8 agosto 2010. "Nel 2011 - continua poi la
lettera - la Gmg ci darà l'opportunità di incontrare a Madrid Benedetto XVI". In attesa di questi
appuntamenti le diocesi galiziane (Santiago, Lugo, Tui-Vigo, Orense e
Mondonedo-Ferrol) accoglieranno tra il 10 luglio e l'8 agosto la Croce, simbolo
delle Gmg.
Iniziative varie.
Un itinerario mensile di catechesi per accompagnare i giovani verso Madrid
2011. L'iniziativa è della diocesi di Alcalà. Le catechesi propongono temi
collegati dal filo rosso della storia della salvezza, annunciati anche da video
disponibili su You Tube. Le catechesi permettono un cammino comune per tutte le
parrocchie, i movimenti e le associazioni ecclesiali. I contenuti sono
scaricabili dal sito /www.paramilavidaescristo.es/formacion.html. Anche le
opere salesiane di Madrid si stanno preparando ad accogliere le migliaia di
giovani che parteciperanno all'incontro con il Papa nell'agosto 2011. Un'équipe
formata dai responsabili della pastorale dei Salesiani e della Figlie di Maria
Ausiliatrice sta preparando le infrastrutture logistiche per ospitare i
giovani. La pastorale salesiana del prossimo anno negli istituti, parrocchie e
centri giovanili sarà correlata alla Gmg. Si prevedono temi di riflessione
inerenti il motto e le catechesi della Gmg, per "incentivare i giovani a sentirsi
membri della Chiesa e perché abbiano consapevolezza della loro vocazione
cristiana", affermano i responsabili della pastorale salesiana. Valori
come l'ecclesialità, la comunione e l'internazionalità saranno parte delle
celebrazioni, delle campagne e dei materiali della pastorale lungo tutto il
prossimo anno. Sir eu
Caritas. A servizio dei poveri.
Rapporto 2009 su progetti e attività in Italia e nel mondo
Circa 32 milioni di euro (31.713.990) utilizzati
nel 2009 per progetti e attività in Italia e nel mondo, per rispondere alle
grandi emergenze economico-sociali e umanitarie e ad una quotidianità di
vicinanza a chi soffre. Sono le cifre contenute nel Rapporto annuale 2009 di
Caritas italiana, presentato nei giorni scorsi a Roma durante la riunione di
presidenza e il Consiglio nazionale Caritas. Di questi 32 milioni, 19.542.041
sono stati utilizzati in Italia, 8.725.797 nel mondo, 3.446.151 per le spese
complessive di gestione. Caritas italiana ha cercato di concretizzare, nel
corso del 2009, il tema dell'anno pastorale: "Scegliere di animare.
Percorsi di discernimento per parrocchie e territori". Un anno intenso di
lavoro a servizio dei poveri.
Tremila volontari
in Abruzzo. Dai numeri contenuti nel Rapporto emerge che il 97% delle Caritas
diocesane ha attivato un Centro d'ascolto, mentre il 71% ha attivato un
Osservatorio delle povertà e il 69% il Laboratorio Caritas parrocchiali. Sono
stati 3.089 i volontari inviati dalle 16 Delegazioni regionali Caritas nelle
tendopoli e tra le popolazioni abruzzesi terremotate, da aprile 2009 a marzo
2010. 23.032 persone hanno fatto offerte a Caritas italiana per il terremoto in
Abruzzo, consentendole di raccogliere e impiegare (anche per gli anni futuri)
32.075.520 di euro. Tra le strutture realizzate o in fase di realizzazione,
centri di comunità, edilizia sociale abitativa, scuole, edifici per servizi
sociali e caritativi, centri sociali parrocchiali. In Italia 1.273 giovani
prestano servizio civile in 82 Caritas diocesane, a cui si aggiungono 56
all'estero, mentre in autunno sono stati immessi in servizio altri 987 giovani
in Italia e 76 all'estero.
125 progetti
anti-crisi. Sono stati invece 195 i progetti otto per mille presentati da 114
Caritas diocesane, per un valore di circa 12 milioni di euro richiesti alla Cei
e una compartecipazione delle diocesi di 9,5 milioni di euro. 125 progetti
specifici sono stati monitorati da Caritas italiana e realizzati dalle Caritas
diocesane nel 2009, per far fronte alle conseguenze della crisi su persone e
famiglie. Sono state, inoltre, organizzate 50 giornate di formazione. Sul
fronte "comunicazione" spicca l'aumento del 109,5% degli accessi al
sito www.caritasitaliana.it rispetto al 2008 (pari a una media di 1.521 utenti
unici quotidiani) e le oltre 3 mila presenze Caritas su carta stampata,
radio-tv e internet. Sul versante delle politiche sociali, è entrata nel vivo
l'attività dei tavoli di lavoro su Aids; rom, sinti e camminanti; salute
mentale e ospedali psichiatrici giudiziari. Nel 2009 sono state condotte due
ricerche sul rapporto tra giovani e volontariato e tra famiglie e crisi. È
stato anche promosso, insieme a Fondazione culturale Responsabilità etica e
Centro culturale Ferrari, l'Osservatorio regionale e nazionale sul costo del
credito, promotore di una ricerca sull'accesso al credito legato ai mutui per
la casa. Riguardo al complesso fenomeno dell'immigrazione, un evento
significativo è stato, in maggio, l'incontro del Coordinamento nazionale
immigrazione a Lampedusa, proprio nel periodo delle discussioni più infuocate
sull'approvazione del "pacchetto sicurezza".
"Zero
poverty" in Europa e progetti in 80 Paesi. Il 2009 è stato anche l'anno
della preparazione, nell'ambito della rete di Caritas Europa, della campagna
"Zero Poverty", lanciata in vista del 2010, Anno europeo di lotta
alla povertà e all'esclusione sociale. Sul versante internazionale, in 80 Paesi
del mondo sono stati realizzati decine di progetti e 280 microprogetti. Caritas
italiana ha anche aderito all'iniziativa "Stand Up!", della Campagna
Onu del millennio, che ha portato 820.800 di italiani ad alzarsi alzandosi in
piedi contro la povertà nell'ottobre 2009. Il lavoro di animazione ha trovato
espressione anche nella partecipazione alla campagna "Crea un clima di
giustizia", dedicata alle relazioni tra crisi ambientali, povertà e
conflitti e lanciata da Caritas internationalis e Cidse su scala globale. La
campagna è culminata nelle azioni di sollecitazione e pressione sui governi
partecipanti alla Conferenza Onu sul clima, svoltasi in dicembre a Copenaghen.
Due esempi di
microprogetti. In Mongolia è stata realizzata una cucina per i ragazzi di
strada nella periferia di Ulan-Bator. Una piccola comunità religiosa accoglie i
minori che vivono sulla strada, offrendo loro cibo, un letto e un cammino
educativo, anche di formazione professionale. Il progetto, costato 3.700 euro,
è consistito nell'acquisto di una cucina elettrica e di pentole per un
laboratorio di gastronomia tradizionale, utile anche per la mensa per i bambini
di strada. In Italia, in provincia di Roma, è stato finanziato un progetto che
coinvolge più di 30 immigrati, richiedenti asilo e rifugiati politici,
provenienti da diversi Paesi: sono stati accolti, formati e avviati al lavoro
nell'azienda agricola biologica "La Sonnina" di Genazzano. Il
progetto è nato dalla collaborazione tra la Caritas diocesana di Palestrina e
la cooperativa che gestisce l'azienda agricola, di proprietà della diocesi. Al
termine del periodo di formazione, usufruendo di borse lavoro, hanno svolto
periodi di apprendistato; in seguito, molti sono stati assunti da alcune
aziende. sir
Fine vita. Una legge necessaria. Per la dignità della persona anche nella
sua estrema fragilità
"Un testo
modificato rispetto a quello uscito dal Senato ma abbastanza equilibrato;
continueremo tuttavia a vigilare perché vogliamo una legge che rispetti la
dignità della vita". Domenico Di Virgilio, relatore della proposta di
legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), giudica così il
testo approvato dalla Commissione Affari sociali di Montecitorio e attualmente
al vaglio delle altre Commissioni competenti, calendarizzato in aula per il
mese di luglio "ma dove verosimilmente non approderà prima di
settembre". Di Virgilio è intervenuto il 23 giugno alla presentazione a
Roma (Camera dei deputati) del volume "La comunità familiare e le scelte
di fine vita", edito da Cantagalli e curato da Luisa Santolini, frutto dei
laboratori voluti dalla Fondazione sublacense Vita e Famiglia, costituitasi a
Subiaco nel 2001 e da lei presieduta.
Politica e
questione antropologica. Tre, sottolinea Di Virgilio, "i punti
qualificanti" della proposta di legge: l'alleanza terapeutica, il consenso
informato e le dichiarazioni di trattamento. Per Giuseppe Fioroni, coordinatore
del Forum sul Welfare del Pd, "è molto difficile affidare alle tre righe
di un articolo di legge l'interpretazione di ciò che un medico ritiene di dover
fare in scienza e coscienza". "Sì, un comma non può stabilire il bene
o il male di un malato - replica Luisa Santolini -, ma occorre riconoscere che
la legge si è resa necessaria per le incursioni di certi giudici che hanno
ritenuto di riempire ciò che hanno definito un 'vuoto legislativo', e la
vicenda Englaro ne è una dimostrazione". Di legge sul fine vita come
"passaggio necessario di fronte al vuoto politico che altrimenti rischia
di essere occupato da altri soggetti" parla il sottosegretario al
ministero della, Salute Eugenia Roccella, secondo la quale sull'argomento è in
corso "una forzatura politica e ideologica" di cui sono espressione
anche i registri dei testamenti biologici, "del tutto inutili, istituiti
da diversi Comuni con criteri piuttosto fantasiosi". "La biopolitica
- osserva - è entrata ancora troppo poco nell'agenda dei politici, ma richiede
risposte serie e non può più attendere". Di fronte alle incertezze della
politica il "coraggio" della Chiesa: "Considerata da sempre
troppo timida nei confronti della modernità, si è viceversa rivelata all'avanguardia
nel porre la questione antropologica che è al cuore di questi temi e sulla
quale anche la politica dovrebbe interrogarsi".
Orizzonti di
senso. "Nell'esperienza giuridica e normativa ogni pretesa di arrivare a
definizioni incrollabili è rischiosa, ma non possiamo non individuare orizzonti
di senso da assumere come incrollabili, quali l'affermazione che la vita è
sempre e comunque un bene e la sua tutela è un'esigenza fondamentale e un
diritto naturale" nei cui confronti "non si può far valere il cosiddetto
principio di autodeterminazione". Il richiamo è di Francesco D'Agostino,
presidente dell'Unione giuristi cattolici italiani e coordinatore del Comitato
scientifico della Fondazione sublacense. "La politica - osserva il
giurista - ha da tempo messo le mani su verità antropologiche stravolgendole
completamente", e questo perché "nella dialettica persona-individuo
prevale il paradigma ideologico dell'individualità, utilizzato anche per
interpretare principi della Costituzione che hanno invece valenza personalistica".
Ma in bioetica, "e soprattutto quando entrano in gioco il bene della vita
e della salute, questo tipo di approccio è antropologicamente errato"
perché "in tale ambito non esiste l'individuo. Esiste la rete di
relazioni: la famiglia è relazione". "Guai - afferma D'Agostino - a
burocratizzare le dinamiche di fine vita affidandole a moduli e ad
ospedali"; "poco senso può avere anche il riconoscimento giuridico di
figure come quella del fiduciario". Ciò che occorre è "valorizzare
l'alleanza paziente-medico-famiglia".
Accompagnamento e
cura. Centrale, anche per il vicepresidente della Camera, Rocco Buttiglione,
"la questione antropologica, il chiedersi che cosa è l'uomo". Di
fronte al fine vita, sostiene, "non si può affermare di appartenere solo a
se stessi e decidere di morire. Il suicida lo fa, ma il suo gesto è al di fuori
dell'ordinamento giuridico che non riconosce il diritto al suicidio".
Secondo Buttiglione, è sconcertante che da questo stesso ordinamento "si
pretenda il diritto di imporre ad altri di dare la morte a qualcuno". Dal
rischio che le dichiarazioni anticipate di trattamento si trasformino in
"uno strumento burocratico all'interno di una concezione contrattualistica
del rapporto medico-paziente", secondo la quale il primo "si riduce a
mero esecutore" delle scelte del secondo, "incluse quelle che
contrastano con la sua coscienza professionale", mette in guardia Gian
Luigi Gigli, neurologo e membro del Comitato scientifico della Fondazione.
Secondo il medico, "è importante riaffermare che non è la malattia a
togliere dignità al malato, bensì il modo in cui questi viene accolto".
Pertanto, anziché "partecipare al tentativo in atto di graduare dignità e
diritti della persona secondo schemi decisi da altri", la medicina è
chiamata a valorizzare "gli aspetti dell'accompagnamento e della
cura".
GIOVANNA PASQUALIN
TRAVERSA
Caritas in veritate. Docenti universitari "a confronto" ad un
anno dall'enciclica
"L'abbassamento
del livello di tutela dei diritti dei lavoratori o la rinuncia a meccanismi di ridistribuzione
del reddito per far acquisire al Paese maggiore competitività internazionale
impediscono l'affermarsi di uno sviluppo di lunga durata". Per questo
"vanno attentamente valutate le conseguenze sulle persone delle tendenze
attuali verso un'economia del breve, talvolta brevissimo termine". Lo ha
detto mons. Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio della giustizia e
della pace, aprendo il VII Simposio internazionale dei docenti universitari, in
corso a Roma - per iniziativa del citato Pontificio Consiglio e dell'Ufficio di
pastorale universitaria del Vicariato di Roma - sul tema: "Caritas in
Veritate. Verso un'economia a servizio della famiglia umana. Persona, società,
istituzioni". A un anno circa dalla pubblicazione della terza enciclica del
Papa, mons. Toso fa notare come la "Caritas in Veritate" indichi
"non solo l'obiettivo da raggiungere - l'accesso al lavoro e il suo
mantenimento per tutti - ma anche la strada da percorrere: una nuova e
approfondita riflessione sul senso dell'economia e dei suoi fini, nonché una
revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo", come si legge
al n.32 dell'enciclica.
I costi umani sono
sempre costi economici. "L'aumento sistemico delle ineguaglianze tra
gruppi sociali all'interno di un medesimo Paese e tra le popolazioni dei vari
Paesi, ossia l'aumento massiccio della povertà in senso relativo - ha spiegato
mons. Toso - non solamente tende a erodere la coesione sociale, e per questa
via mette a rischio la democrazia, ma ha anche un impatto negativo sul piano
economico, attraverso la progressiva erosione del capitale sociale, ossia di
quell'insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle
regole, indispensabili ad ogni convivenza civile". In altri termini,
"una strutturale situazione di insicurezza genera atteggiamenti
antiproduttivi e di spreco di risorse umane, in quanto il lavoratore tende ad
adattarsi passivamente ai meccanismi automatici, anziché liberare
creatività". "I costi umani sono sempre anche costi economici",
ammonisce il Papa nella "Caritas in Veritate". Senza contare che
"l'appiattimento delle culture sulla dimensione tecnologica, se nel breve
periodo può favorire l'aumento di profitti, nel lungo periodo ostacola
l'arricchimento reciproco e le dinamiche collaborative". Per un'economia,
quale quella auspicata dal Papa, che sappia mettere al centro la persona - ha
affermato l'esponente vaticano - ci vuole "una nuova sintesi
umanistica", che parta dalla capacità di "assumere con realismo,
fiducia e speranza le nuove responsabilità a cui chiama lo scenario di un mondo
che ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di
valori di fondo su cui costruire un futuro migliore".
Etica, non
marketing. "L'etica non deve diventare una nuova forma di marketing per le
imprese, ma una diversa politica di mercato, finalizzata alla giustizia sociale
e distributiva, secondo i canoni tradizionali della dottrina della
Chiesa". Lo ha detto Giuseppe Di Taranto, docente di storia dell'impresa e
dell'organizzazione aziendale all'Università Luiss "Guido Carli".
"Dall'inizio del terzo millennio - ha fatto notare il docente - le prime
200 multinazionali al mondo hanno realizzato, fino alla crisi finanziaria
scoppiata nell'estate del 2007, un fatturato superiore al reddito di tutti gli
Stati del mondo, esclusi i 9 maggiormente industrializzati", mentre
"nei Paesi del Terzo mondo coloro che soffrono la fame sono passati da
circa 920 milioni nel 2007 a oltre un miliardo attualmente". Ciò significa
che "l'economia deve fondarsi sull'etica per il suo corretto
funzionamento": oggi, invece - è l'annotazione dell'esperto - si nota
"un abuso di questo termine, che si presta a contenuti molto diversi, al
punto di far passare sotto la sua copertura decisioni e scelte contrarie alla
giustizia e al vero bene dell'uomo, rintracciabile anche nella salvaguardia
dell'ambiente e nell'equa distribuzione delle risorse, specie di quelle non
rinnovabili". La Caritas in Veritate, ha osservato Di Taranto, "è
un'enciclica a forte impatto economico, che interpreta la realtà sociale del
ventesimo secolo attraverso una visione diacronica del mercato, iniziata nove
anni prima del Novecento, con la 'Rerum Novarum' del 1891, e terminata nove
anni dopo la sua fine - la data ufficiale di pubblicazione della 'Caritas in
veritate' è il 29 giugno 2009 - con una valutazione fortemente critica del
processo di globalizzazione". E proprio il processo di globalizzazione,
oggi, ha mostrato alcuni "aspetti nichilisti", che possono
sintetizzarsi "nell'attuale crisi dei mercati e nella riproposizione di un
sistema libero concorrenziale le cui regole - o meglio la loro assenza - sono
state alla base dei nuovi paradigmi della teoria economica, che
progressivamente hanno fatto sopravanzare lo Stato dal mercato e la sua sovranità
dalla transnazionalità del potere economico". Risultato: il mercato è oggi
lo "scenario globale sul quale le nazioni, prima appartenenti ai diversi
sistemi economici, vanno a confrontarsi", e nel quale dominano
"conflittualità e competitività" che inaspriscono, invece che
attenuare, le condizioni di disuguaglianza e povertà. Sir
Bistum Mainz. Die italienischen Gemeinden an Generalvikar Prälat Giebelmann
Ehrwürdiger Herr Generalvikar,
Die italienischen Gemeinden der Diözese
haben – nachdem sie den Text Ihrer Stellungnahme von der Pastoralkonferenz am
23.11. 2009 erhalten haben – in einem internen Reflexionsprozess in den
einzelnen Pfarrgemeinderäten und Pfarrgemeinden diesbezüglich Überlegungen
angestellt.
Das Dokument war ebenfalls Hauptthema
unseres regionalen pastoralen Treffens (unter Beteiligung der italienischen
Missionen der Diözesen Limburg und Fulda) am 11.2.2010 in Hanau, bei dem eine
eigens dafür vorgesehene Kommission gegründet wurde, mit der Aufgabe eine erste
Einschätzung der bislang besprochenen Vorschläge als Antwort an die Diözese zum
Ausdruck zu bringen und den Entwurf eines Kooperationsvertrags
vorzubereiten, der den verschiedenen
Gemeinden und entsprechenden pastoralen Gremien unterbreitet werden kann.
Die Kommission kam am 19.2.2010 und am
12.3.2010 in Dreieich zusammen und möchte zunächst – auf Grundlage der
erfassten Meinungen – die Zufriedenheit
der italienischen Missionen für das Interesse und die Entschlossenheit
der Diözese bekunden, unseren Gemeinden - auch ohne einen Priester der
entsprechenden Muttersprache - eine Zukunft zu zusichern.
Wir sind darüber erfreut, dass unsere
Gemeindearbeit als Bereicherung für die Ortskirche geschätzt und anerkannt
wird. Nicht nur dass man sie nicht verlieren möchte, sondern auch dass ihrer
Wertschätzung in Zukunft Ausdruck verliehen wird, auch wenn dies möglicherweise
in neuen Zusammenhängen und unter veränderten Strukturen der Fall sein wird.
Der Vorschlag einen Kooperationsvertrag
mit einer deutschen Gemeinde vor Ort bis zum Jahr 2012 auszuführen, stößt
grundsätzlich auf Einverständnis, auch wenn bei der Umsetzung der Unterschiedlichkeit der
einzelnen Gemeinden Rechnung getragen werden muss. Besondere Schwierigkeiten
gibt es vor allem bei den
Diasporagemeinden mit einem weiten Gebiet, ohne einen erkennbaren
zentralen Bezugspunkt. Für sie wäre eine vertragliche Zusammenarbeit mit
mehreren Gemeinden denkbar.
Die Kommission bereitet einen Entwurf
vor, der unseren Gemeinden auf lokaler Ebene als Hilfestellung für die
Konkretisierung des Diözesanprojekts zur
Verfügung gestellt wird. Wenn in Hinblick dessen bereits „Modelle“ existieren,
bitten wir, darauf aufmerksam zu machen.
An dieser Stelle erlauben Sie uns
einige Bemerkungen und Fragen.
Wenn der Prozess der Überprüfung des Personalstands
und der Immobilien – wegen der Abnahme der Priester und notwendiger
Sparmaßnahmen – in deutschen Gemeinden
bereits ausgeführt und jetzt auf die Gemeinden anderer Muttersprachen
ausgedehnt wird – findet dies Konsens,
sofern es nicht als willkürliche
Interessensentscheidung
vonstatten geht, sondern im
gegenseitigen Dialog und gemeinsamen Einvernehmen erfolgt. Wir möchten nicht, dass am Ende der Eindruck
entsteht, die Diözese spart an den „Schwächsten“, an den „Krümchen“.
Wir sind ebenfalls vollends damit einverstanden, dass die
Zusammenarbeit und Vernetzung von allen (Gemeinde, verschiedene Gruppen etc.),
die in der Kirche vor Ort tätig sind, in schriftlicher Form mit verbindlichen
Aufgaben festgehalten wird. Im Kooperationsvertrag muss es eigenständig zu
klaren, durchführbaren Vereinbarungen - unter Berücksichtigung der jeweils
eigenen Identität - kommen.
Punkt drei bedarf einer gründlicheren
Betrachtung und unserer Meinung nach einer neuen Artikulation. Es ist unklar,
ob es sich lediglich darauf bezieht, wenn kein Priester anderer Muttersprache
zur Verfügung steht (es ist nicht eindeutig, wie das in Erwägung gezogen wird) oder auch in
unmittelbarer Zukunft, beginnend ab 2012 mit Inkrafttreten des
Kooperationsvertrags.
Wir fragen uns: entfällt das
gegenwärtige Modell (die Gemeinde anderer Muttersprache ist ebenso wie die
deutsche Gemeinde vollkommen eigenständig), wird die Gemeinde anderer
Muttersprache - analog zu den drei im Schriftstück aufgeführten Möglichkeiten - in eine deutsche Gemeinde integriert oder
umgeformt, oder bleibt sie in ihrer bisherigen Identität bestehen, wenn auch
mit stärkerer Anbindung vor Ort, insbesondere in enger Verbindung zur örtlichen
Gemeinde?
Wenn wir es richtig verstanden haben,
wurde auf der Jahreskonferenz am 23.11.09 in Mainz die Wirksamkeit des
gegenwärtigen Modells - einen Priester anderer Muttersprache zur Verfügung zu
haben, erkannt. Das entspricht auch
unserer Vorstellung. Und wir bitten darum, dass dieses Modell deutlich in der
neuen Abfassung der Diözesanrichtlinien bestätigt wird.
Ein letzter Aspekt, den es zu klären
gilt betrifft unsere Position in der Vorbereitung und Unterzeichnung des
Kooperationsvertrags: wird er mit der Pfarrgemeinde oder mit den neuen
pastoralen Einheiten (Pfarrgruppe, Pfarreiverbund) oder mit beiden
abgeschlossen?
Wie Sie sich vorstellen können, ist
dieser Strukturprozess nicht einfach und erfordert unserer Meinung nach auch
einen langen Zeitraum. Deshalb wäre es ratsam, eine Experimentierphase
vorzuschalten, um zu verlässlichen und klar definierten Anhaltspunkten, die aus
der Praxis hervorgehen, zu gelangen. Man darf auch nicht die gegenseitigen
Vorurteile außer Acht lassen, die diesen Prozess behindern können und dessen
Überwindung eines sich langsam annähernden und kontinuierlichen Umgangs bedarf.
Deshalb betonen wir nochmals die lange Zeitspanne.
Wenn in Zukunft die pastorale Arbeit
der Gläubigen der Gemeinden anderer Muttersprachen zusehends dem örtlichen
Klerus anvertraut wird, ist dies in der theologischen Ausbildung entsprechend
vorzubereiten. Im Priesterseminar und in den Ausbildungsplänen für die
pastoralen Mitarbeiter (Gemeinde- und Pastoralreferenten) ist es deshalb
erforderlich, entsprechende Kurse zu planen, sei es um die Einstellung zu
Offenheit und Zugehörigkeit zu vermitteln oder auch um auf Unterschiede im
kulturellen und religiösen Verständnis der verschiedenen großen Nationen der
Diözese aufmerksam zu machen. Die Kenntnis der jeweiligen Sprache wäre ein
zusätzlicher wertvoller Vorteil für eine wirkungsvolle Pastoralarbeit.
Zwischen unseren Gemeinden bestehen
regelmäßige Kontakte (regionale Treffen der pastoralen Mitarbeiter, nationale
Kongresse, Exerzitien) und gemeinsame Aktivitäten (Treffen der Katecheten, Tage
für die Pfarrgemeinderäte und pastoralen Mitarbeiter, für Gebetsgruppen etc.).
All diese Initiativen sind heutzutage kostbar und müssen auch in Zukunft
bestehen bleiben. Es ist wichtig zu bekräftigen, dass der Kooperationsvertrag
dieses Netz der Beziehungen der pastoralen Mitarbeiter in unseren Gemeinden
nicht auslöscht oder abqualifiziert, sondern vielmehr anstrebt, sie auf neue
Personen, die aktiv oder kompetent sind, auszudehnen.
Die italienische katholische Tradition
setzt in hohem Maße auf das ehrenamtliche Engagement. Auch in unseren Gemeinden
nimmt dies einen hohen Stellenwert ein und ermöglicht Initiativen, die
ansonsten nicht machbar wären. Dies bedarf ein hohes Maß an Einfühlungsvermögen
und Aufmerksamkeit, um es nicht zu entwerten. In einer Zeit des Mangels an
Personal und an wirtschaftlichen Mitteln halten wir den Rückgriff auf die
Beteiligung der Laien und die ehrenamtliche Arbeit für überaus wichtig. Es ist
mit Sicherheit ein Bereich, der ausbaufähig ist und in den es sich lohnt zu
investieren.
Die Aktualisierung oder Reform der
Strukturen ist sicherlich bedeutsam. Wesentlich wichtiger ist jedoch die
Evangelisierung. Bedenken wir, dass an erster Stelle immer die pastorale
Arbeit stehen muss, die Seelsorge, die
sich vor allem in der Verkündigung des Wort Gottes definiert, die Katechese,
die Liturgie, die Diakonie. Dies muss
eindeutig Priorität haben und darf durch keinen administrativen oder
wirtschaftlichen Strukturprozess aufgeopfert werden.
Wir sind in jeglicher Weise dafür
dankbar, dass die Diözese diese Überlegungen angeregt hat. Sie veranlassen uns
und unsere Gemeinden die bestmöglichste Planung für die kommende Zeit
vorzunehmen, in der Gewissheit, dass die Kirche eine ist und es immer Platz für
die Zukunft aller gibt.
Diese Betrachtungen fassen eine Debatte
zusammen, die seit Monaten Thema in unseren Gemeinden, in den
Pfarrgemeinderäten, bei unseren verschieden Treffen, unter anderem dem
Regionaltreffen am 6. Mai 2010 in Offenbach war und letztlich auf einer abschließenden Versammlung
am 30. Mai 2010 in Dreieich gebilligt wurde.
Erfreut, Ihnen hiermit einen Beitrag zu
den Überlegungen der Diözese bezüglich der Gemeinden anderer Muttersprachen
darlegen zu dürfen.
Hochachtungsvoll
Die italienischen Gemeinden der Diözese
P. Tobia Bassanelli,
Regionaler Koordinator (de.it.press)
Vatikan: Ein Jahr Sozialenzyklika
Sie war nicht wegen der Wirtschafts-
und Finanzkrise geschrieben worden, sondern von langer Hand geplant, kam aber
dennoch genau zur richtigen Zeit: Heute vor genau einem Jahr unterschrieb Papst
Benedikt XVI. seine Sozialenzyklika „Caritas in veritate“. Am Tag darauf sagte
er damals:
„Gestern wurde meine neue Enzyklika
„Caritas in veritate“ – die Liebe in der Wahrheit – veröffentlicht. In dieser
Enzyklika über die ganzheitliche Entwicklung des Menschen geht es nicht darum,
technisch-praktische Lösungen für die großen wirtschaftlichen Probleme unserer
Zeit anzubieten. Die wichtigen Fragen unserer Gesellschaft reichen weit über
die rein operative Ebene hinaus und müssen im größeren Gesamtzusammenhang
gesehen werden. Daher wollte ich in Erinnerung rufen, dass die umfassende
Entwicklung eines jeden Menschen und der ganzen Menschheit nur in Christus und
auf Christus hin erfolgen kann. Der hauptsächliche Antrieb dazu ist die Liebe
in der Wahrheit, nämlich die Bereitschaft, sich auf die Logik des
unentgeltlichen Schenkens einzulassen und das wirtschaftliche und soziale Leben
nach den bleibenden großen Prinzipien auszurichten...“
Und diese großen Prinzipien sind für
den Papst:
„Die Achtung vor dem menschlichen
Leben, die wahren Menschenrechte und -pflichten, die notwendige
Tugendhaftigkeit der Wirtschaftstreibenden und der Verantwortlichen in der
Politik, das Streben nach dem Gemeinwohl, auch auf weltweiter Ebene, der ethische
Umgang mit der Technologie und den Medien. Die Erneuerung unserer Gesellschaft,
die vielerorts krankt, bedarf eines ernsthaften Nachdenkens über den tiefen
Sinn der Wirtschaft, der Finanzen und der Politik. Dieses Nachdenken muss auf
der Wahrheit über den Menschen als solchen und seiner Beziehung zu den
Mitmenschen beruhen. Dazu gehört, dass der Mensch nicht nur Leib, sondern auch
Seele ist und seine ganzheitliche Entwicklung daher das geistige Wachstum
einschließt.“
Aus Anlass des einjährigen Jubiläums
von „Caritas in veritate“ waren in den vergangenen Tagen Wissenschaftler an der
römischen Universität zusammengekommen, um über eine Umsetzung von Benedikts
Forderungen und Denkanstößen zu diskutieren. Michele Bagella ist Vorsitzender
der Wirtschaftsfakultät an der Universität Rom.
„Ich glaube, dass man nach den letzten
Tagen der Diskussion einen Weg zur Weiterarbeit ausmachen kann, einen Weg der
vertretbaren Finanzen. Die Krise, die wir erlebt haben, prangert in vielerlei
Hinsicht eine substanzielle Unsicherheit an. Wir müssen dagegen anarbeiten. Es
stimmt, dass auf dem Finanzmarkt viele Dinge nicht funktionieren, andere
funktionieren dagegen. Wir müssen uns darum insgesamt um eine Besserung bemühen
und in die Zukunft blicken. Im Vordergrund sollten dabei die Themen
Transparenz, bewusstes Handeln, Verantwortung und Kontrolle stehen. Wenn wir
dort ankommen, in den Unternehmen, in den Banken, aber auch in den einzelnen
Ländern und öffentlichen Einrichtungen, wenn wir auf Grund dieser Prinzipien
einen Neuanfang schaffen, dann sind wir meiner Meinung nach auf dem richtigen
Weg.“
„Caritas in veritate. Über eine
Wirtschaft, die im Dienst der Menschheitsfamilie steht. Mensch, Gesellschaft
und Institutionen“, so lautet der Titel des Kongresses, den der päpstliche Rat
für Gerechtigkeit und Frieden mitorganisiert hat. Kardinal Kodwo Appiah Turkson
ist Präsident des Rates. Er sagte mit Blick auf die parallel zu der
Veranstaltung in Rom tagende Gruppe der Acht in Kanada:
„Es ist sehr wichtig, dass diese
Personen in der Enzyklika Inspiration suchen für ihre Arbeit. Es gibt schon
viele, die sich von der Enzyklika inspirieren lassen. Ich weiß zum Beispiel,
dass sich in London einige Direktoren von großen Banken getroffen haben, um
„Caritas in veritate“ gemeinsam zu studieren. Schon seit Beginn des Jahres hat
es 4000 Veranstaltungen gegeben, bei denen die Enzyklika im Mittelpunkt stand.
Wir versuchen also, eine Einladung auszusprechen, sich Gedanken zu machen, sich
inspirieren zu lassen von einigen Ideen, die in der Enzyklika ausgedrückt
sind.“
(rv 29)
Der Dienst der Gemeindereferentinnen und- referenten. Von Bischof Heinz Josef Algermissen
In diesen Wochen werden viele Priester
und Gemeindereferentinnen und -referenten ihren Dienst in den Gemeinden des Bistums
Fulda neu oder nach Versetzung in anderen Gemeinden beginnen. Ich nehme das zum
Anlass, Ihnen, liebe Leserinnen und Leser, einige Gedanken zum Dienst unserer
Gemeindereferentinnen und Gemeindereferenten zu schreiben.
Ihr Dienst hat eine lange Vorgeschichte.
Es begann mit den Seelsorgehelferinnen in den 20er Jahren des letzten
Jahrhunderts, die besonders in den weit verstreuten Diasporagemeinden zu einem
großen Segen wurden. Deren Dienst war mehr als eine vorübergehende Aushilfe für
fehlende Priester.
Das Zweite Vatikanische Konzil leitete
neue Entwicklungen ein. Es lehrte, dass alle Christinnen und Christen zusammen
das „Volk Gottes“ bilden und gemeinsam die Verantwortung für das Heilswerk
Christi in dieser Welt tragen. Dieser Grundgedanke geht allen Unterscheidungen
von Ämtern und Diensten voraus. Das führte zu einer neuen Wahrnehmung des
biblischen Bildes von der Kirche als „Leib Christi und seinen Gliedern“. Alle
Christen sind berufen, mit ihrer Person und ihrem Leben eine unersetzliche Gabe
des Geistes zum Aufbau der Kirche zu sein. Dieser Impuls weckte das Bewusstsein
vieler Frauen und Männer um die ehrenamtliche Verantwortung. Ihre Mitwirkung in
vielen Bereichen der Kirche ist heute ein unverzichtbares Element lebendiger
Gemeinden. Die neue Fülle und Vielfalt ehrenamtlicher Dienste verlangte nach
qualifizierter Vorbereitung und Begleitung.
Die deutschen Bischöfe stellten bereits
1977 fest: „Es muss in den Gemeinden jedoch nicht nur viele Einzelne und
Gruppen geben, die selber einen Dienst ausüben, sondern auch solche, die andere
zum Dienst anleiten. Wie die Dienste selbst, so soll auch der Dienst an
Diensten so weit möglich ehrenamtlich geleistet werden. Aber die Gemeinden
benötigen hierzu auch die Hilfe hauptberuflicher Dienste. Es braucht in den
Pfarrgemeinden und Pfarrverbänden zunächst Kräfte mit einer pastoralen
Grundausbildung. Für spezielle Aufgaben, die vor allem in großen Pfarreien und
Pfarrverbänden anstehen, braucht es überdies Kräfte mit abgeschlossenem
Theologiestudium und evtl. mit einer Zusatzausbildung.“ (Zur Ordnung der
Pastoralen Dienste, Die Deutschen Bischöfe, Nr. 11).
Damit war die entscheidende
Wegmarkierung vollzogen für die neuen Dienste der Gemeinde- und
Pastoralreferenten und -referentinnen.
Diese Entwicklung ist nicht als reines
Menschenwerk zu verstehen. In seiner Ansprache an die Laien im kirchlichen
Dienst vom 18. November 1980 im Dom zu Fulda hat Papst Johannes Paul II.
gesagt: „Wir glauben ja alle daran, dass ein und derselbe Geist sowohl die
Gemeinden und die Herzen der Menschen lenkt als auch euren Dienst in der Kirche
ins Leben gerufen hat.“ Die neuen pastoralen Berufe sind eine Frucht des Hl.
Geistes, sein Geschenk, das zur Lebendigkeit unserer Gemeinden und der Kirche
beitragen soll.
Die meisten Frauen und Männer, die in
unserem Bistum heute als Gemeindereferentinnen und -referenten tätig sind,
haben aus der Erfahrung des ehrenamtlichen Engagements den Entschluss gefasst,
auch hauptberuflich in der Kirche zu dienen. Sie verstehen sich nicht als
Ersatzkapläne und erfüllen keine verkürzten priesterlichen Aufgaben, die dem
Weiheamt zugeordnet sind. Vielmehr entscheiden sie sich als Laien zum Dienst in
der Kirche. Sie lassen sich eine besondere Verantwortung auferlegen im Bereich
der Aufgaben, die allen Getauften und Gefirmten für die Kirche aufgegeben sind.
Ihr Dienst hat sich in den vergangenen
Jahren bewährt und ist in vielen Gemeinden selbstverständlich geworden. Die
Tätigkeiten reichen von den Grundaufgaben in einer Gemeinde bis zu den
speziellen Arbeitsfeldern in der Seelsorge an Kranken und Gefangenen, an
Schulen und Universitäten. Die pastoralen Berufe stehen Frauen und Männern,
Verheirateten und Unverheirateten offen. Beide Geschlechter prägen die
Berufsbilder und bringen sie lebendig und vielgestaltig zum Ausdruck.
Ich möchte nun einige vordringliche
Aufgaben zur Sprache bringen, über die Sie in Ihren Pfarrgemeinderäten und
Gemeindegruppen sprechen sollten:
* Wir müssen die Frauen und Männer mit
ihrem oft leisen und mitunter verborgenen pastoralen Dienst in unseren
Gemeinden noch aufmerksamer wahrnehmen, herzlicher aufnehmen und solidarischer
mittragen. Das kann den Boden des gemeindlichen Bewusstseins für diese Berufe
fruchtbar machen.
* Ich bitte Sie um das inständige Gebet
um pastorale Berufe. Sie sind ein Geschenk des Hl. Geistes.
* Eine lebendige Kirche braucht junge
Menschen, die mit Herz und Verstand, mit Phantasie und Engagement Gott und den
Menschen dienen. Ich möchte den Jungen zurufen: „Lasst Euch in Anspruch nehmen
für Aufgaben in Gemeinden, Gruppen und Verbänden. Prüft Euch und erwägt im
Gebet mit Christus, ob er Euch vielleicht auf einen bestimmten Weg führen will.
Scheut Euch nicht, zur Klärung den Rat der Priester und erfahrener Christen in
Anspruch zu nehmen.“
* Ich bitte unsere Gemeinden: Seien Sie
darum besorgt, jungen Menschen bei der Suche nach der richtigen Lebensspur mit
Rat und Tat zur Seite zu stehen. Ermutigen und unterstützen Sie die tastenden
Versuche, nach der persönlichen Berufung durch Christus zu fragen. Helfen Sie
mit, ihnen fachkundige Ratgeber und Begleiter in der Gemeinde und im Bistum zu
vermitteln.
* Zudem möchte ich Sie nochmals an das
„Bündnis für Berufungen“ erinnern, das ich in meinem Fastenhirtenbrief 2003
angestoßen habe. Ich weiß sicher, eine den Berufungen förderliche Atmosphäre in
unseren Gemeinden kommt allen zugute, selbstverständlich auch der Berufung zum
Priester, der durch niemanden und nichts zu ersetzen ist, einzig durch einen
Priester. „Bonifatiusbote“ 4
EKHN und Bistum Mainz unterstützen Neubau der Mainzer Synagoge
Kirchen übernehmen die Kosten für die
Anschaffung des Toraschrankes
Mainz. Die Evangelische Kirche in
Hessen und Nassau (EKHN) und das Bistum Mainz unterstützen den Neubau der Mainzer
Synagoge. Gemeinsam übernehmen katholische und evangelische Kirche die Kosten
für die Anschaffung des Toraschrankes für die Synagoge, die gerade nach den
Plänen von Architekt Manuel Herz verwirklicht wird. Im Toraschrank wird die
Torarolle in der Synagoge aufbewahrt. Bei einem Treffen vor dem Neubau am
Mittwoch, 30. Juni, dankte die Vorsitzende der Jüdischen Gemeinde in Mainz,
Stella Schindler-Siegreich, dem Mainzer Bischof, Kardinal Karl Lehmann, und dem
Kirchenpräsidenten der EKHN, Dr. Volker Jung, für ihr Engagement.
Kirche durch untrennbares Band mit dem
Judentum verbunden
Kardinal Lehmann erinnerte daran, dass
Mainz durch bedeutende Rabbiner zu einem Zentrum der jüdischen Lehre und
Schriftauslegung geworden sei und zusammen mit Worms und Speyer zu den so
genannten Schum-Städten gezählt wurde, den wichtigsten Städten des
abendländischen Judentums. Diese große Kultur sei von den Nationalsozialisten
zerstört worden, ganz konkret auch im Brand der Mainzer Synagoge. „Ich bin
deshalb sehr froh, dass mit dem jetzt entstehenden Neubau der Synagoge ein
Gotteshaus entsteht, das dieser überregionalen Bedeutung gerecht wird."
Weiter sagte Lehmann: „Die Kirche ist durch ein untrennbares Band mit dem
Judentum verbunden. Die Herkunft Jesu aus dem Judentum bestimmt uns Christen.
Deshalb sind wie dankbar, heute der jüdischen Gemeinde in Mainz als unseren
älteren Brüdern und Schwestern mit dem Toraschrank ein besonderes Zeichen
unserer Verbundenheit übergeben zu können."
Erkennbarer jüdischer Ort im
Stadtbild/Absage an jede Form des Antisemitismus
Kirchenpräsident Jung zeigte sich
sehr erfreut darüber, dass die jüdische Gemeinde wieder ein Zentrum für
Gottesdienst, Unterricht, Bildung und Gemeindeleben errichtet und betonte
dessen Bedeutung für die Stadt: „Die jüdische Gemeinde Mainz hat mit dieser
Synagoge endlich wieder einen deutlich erkennbaren Ort im Stadtbild, der einen
beachtlichen Beitrag zum gesamten städtischen Leben leistet. Wir hoffen, dass
dieses Gotteshaus, ein Segen für das Gemeindeleben der jüdischen Gemeinde in
Mainz wird, so wie die Silhouette der Synagoge den hebräischen Buchstaben des
Wortes Keduscha (= Segensspruch) nachempfunden ist. Wir sind dankbar, dass wir
zu diesem Neuanfang beitragen können." Der evangelische Beitrag zum
Toraschrank der neuen Synagoge sei „ein konkretes Beispiel unserer Bemühungen,
unser Verhältnis zu den jüdischen Schwestern und Brüdern weiter zu verbessern
und zu vertiefen". Jung wies darauf hin, dass der Toraschrank „das Zentrum
einer jeden Synagoge" sei, da hier „das Herzstück jüdischen Glaubens, die
Tora" aufbewahrt werde. Deshalb hätten die Angriffe der
Nationalsozialisten im Dritten Reich insbesondere auf die Toraschrank in den
Synagogen gezielt. Das Geschenk eines neuen Toraschrankes dafür sei
deshalb auch „ein bewusstes Zeichen der Absage an jede Form des
Antisemitismus". tob (MBN)
Papst: „Urlaubszeit auch für Kontakt mit Gott nützen“
Die jetzt beginnende Urlaubszeit soll
auch dafür genutzt werden, mit Gott in Kontakt zu kommen. Das regte Papst
Benedikt XVI. am Sonntag bei seinem Angelusgebet auf dem Petersplatz an. Unter
strahlendem Sonnenschein betete das katholische Kirchenoberhaupt vor mehreren
tausend Pilgern und Besuchern das Mittagsgebet.
„Die Ferientage bieten eine gute
Gelegenheit zur Begegnung mit der Natur und mit anderen Menschen und geben
Anlass zur Kreativität. Neben der physischen Erholung und der intellektuellen
Weiterentwicklung können sie aber auch ein Moment sein, um das Gebet zu
intensivieren und den Glauben zu stärken. Dies wird sich auch positiv auf das
soziale Leben auswirken.“
Nach dem Mittagsgebet analysierte der
Papst das Sonntagsevangelium. Darin stünden wichtige Weisungen für die
Nachfolge Jesu: Der ganze Mensch wird gefordert. Dazu sagte der Papst den
Besuchern und Pilgern deutscher Sprache auf dem Petersplatz:
„Am heutigen Sonntag hören wir im
Evangelium, wie Jesus einige seiner Jünger aufruft, auf jeglichen irdischen
Besitz zu verzichten und sogar die eigene Familie zu verlassen, um ihm
nachzufolgen; denn wie Jesus selbst sollen sie nicht nur mit ihren Worten,
sondern mit ihrem ganzen Leben Zeugnis für das Reich Gottes ablegen. Beten wir
für alle, die Christus in seine besondere Nachfolge ruft, und erforschen wir
uns zugleich selbst, ob Gott auch in unserem Leben stets den ersten Platz
einnimmt. Der Herr segne euch und eure Familien.“ Rv 27
Basiskurs „Soziales Ehrenamt“ im Bistum Fulda
Fulda. Die Erkenntnis hat sich bis in
die hohe Politik durchgesetzt: Angesichts der zunehmenden sozialen Verwerfungen
in der Gesellschaft in Folge der Wirtschaftskrise ist bürgerliches Engagement
wichtiger denn je. Denn Menschen, die freiwillig soziale Aufgaben übernehmen,
nehmen ihr Umfeld wahr, machen sich Gedanken zur eigenen Lebenssituation und
zur politischen und gesellschaftlichen Entwicklung. Freiwillig Engagierte sind
wertvolle, weil aufgeweckte Mitglieder der Gesellschaft.
Da ehrenamtliche Tätigkeit ein so
wertvolles Gut ist, haben die katholischen Institutionen Seelsorgeamt,
Caritasverband, Sozialdienst katholischer Frauen (SKF), Katholikenrat und
Bonifatiushaus entschieden, Teile ihrer Freiwilligen-Betreuung zusammen zu
führen und den Ehrenamtlichen einen Kurs anzubieten, der ihnen Orientierung und
Hilfesstellung bei ihrem Engagement gibt. Der neue Basiskurs „Soziales
Ehrenamt“ wendet sich gleichermaßen an bereits tätige Ehrenamtliche und
Personen, die erst noch ein freiwilliges Engagement übernehmen wollen. An zwei
Wochenenden im Herbst geht es um Möglichkeiten zum Handeln, um Motivation, um
gesellschaftliche Rahmenbedingungen, um Supervision und Netzwerkaufbau, denn
jedes Ehrenamt funktioniert am besten als Teil einer vernetzten Hilfe.
Der Kurs im Bonifatiushaus Fulda findet
in zwei Blöcken am 25./26. September und 20./21. November statt. Die Teilnahme
ist selbstverständlich kostenlos. Interessierte erhalten unverbindlich den
Flyer mit weiteren Kurs-Informationen und dem Anmeldekoupon beim Caritasverband
für die Diözese Fulda, Ressort Soziale Dienste/Gemeindecaritas, Wilhelmstraße
2, 36037 Fulda, Tel. 0661/2428-111, E-Mail armin.schomberg@caritas-fulda.de.
(cif)
Vatikan: Menschenseele dürstet nach Gott
So etwas passiert nicht alle Tage: Der
Vatikan bekommt einen neuen Päpstlichen Rat. Das hat Benedikt XVI. an diesem
Montag bei der Vesper in Sankt Paul vor den Mauern angekündigt.
Der Papst hatte für seine Neuigkeiten
einen besonderen Ort und ein besonderes Datum gewählt: Die Kirche des ersten
großen christlichen Missionars und Völkerapostels Paulus und den Beginn der
Feierlichkeiten zu Sankt Peter und Paul. Vor diesem Hintergrund versprach er
den neuen Päpstlichen Rat. Dieser Rat ist der Neuevangelisierung der
säkularisierten Nationen gewidmet.
„Auch der Mensch des dritten
Jahrtausends will ein authentisches und erfülltes Leben, braucht die Wahrheit,
die wirkliche Freiheit, die selbstlose Liebe. Auch in den Wüsten der
säkularisierten Welt hat die Seele des Menschen Durst nach Gott, nach dem
lebendigen Gott. Deswegen schrieb Johannes Paul II.: „Die Sendung Christi, des
Erlösers, die der Kirche anvertraut ist, ist noch weit davon entfernt,
vollendet zu sein.“ Und er fügte hinzu: „Ein Blick auf die Menschheit insgesamt
am Ende des zweiten Jahrtausends zeigt uns, dass diese Sendung noch in den
Anfängen steckt und dass wir uns mit allen Kräften für den Dienst an dieser
Sendung einsetzen müssen.“ (Enzyklika Redemptoris Missio, 1).”
Die Kirche stehe heute vor allem vor
spirituellen Herausforderungen, sagte Papst Benedikt XVI..
„Es gibt Gegenden der Welt, die auf
eine erste Evangelisierung warten. Andere haben sie schon erhalten, brauchen aber
die Mühe der Vertiefung; in anderen wiederum hat das Evangelium tiefe Wurzeln
geschlagen und so Orte einer echten christlichen Tradition geschaffen, aber in
den letzten Jahrhunderten – durch komplexe Bewegungen – hat der Prozess der
Säkularisierung eine schwere Krise des christlichen Glaubens und der
Erscheinung der Kirche hervorgerufen.“
Mit welchen Mitteln lässt sich dieser
schweren Krise begegnen? Benedikt XVI. wandte sich mit seinen Worten auch an
Bartholomäus I. Eine hochrangige Delegation des ökumenischen Patriarchen von
Konstantinopel war am Montag in den Vatikan und zu der Vesper gekommen. Die
Herausforderung der Neuevangelisierung verlange Fortschritte hin zu einer
vollen Einheit der Christen.
„Aus dieser Perspektive heraus habe ich
entschieden, einen neuen Organismus in der Form eines päpstlichen Rates ins
Leben zu rufen, der die Aufgabe hat, eine erneuerte Evangelisation in den
Ländern zu fördern, in denen die erste Verkündigung des Evangeliums schon
erklungen ist und die Kirchen alter Gründung sind, aber unter einer
fortgeschrittenen Säkularisierung der Gesellschaft und einer Art von
Verdunkelung des Sinnes für Gott leiden. Diese stellen die Herausforderung,
angemessene Mittel zu finden, die ewige Wahrheit des Evangeliums Jesu Christi
neu zu verkünden.” (rv 29)
Vatikan: Errichtung des Rates für Neuevangelisierung geht voran.
Zum Fest Peter und Paul hatte Papst
Benedikt XVI. die Gründung des Rates für die erneute Evangelisierung
angekündigt, an diesem Mittwoch gab der Vatikan den ersten Leiter dieser neuen
Vatikanbehörde bekannt. Es ist Erzbischof Rino Fisichella, bisher Leiter der
Päpstlichen Akademie für das Leben. In dieser Aufgabe folgt ihm der bisherige
Kanzler der Akademie, Ignacio Carrasco de Paula, nach. Erzbischof Fisichella
war ebenfalls Rektor der Päpstlichen Lateran-Universität, in diesem Amt folgt
ihm der Professor für christlich-griechische Literatur, Salesianerpater Enrico
dal Covolo, nach.
Der frisch ins Leben gerufene
päpstliche Rat für die erneuerte Evangelisierung nimmt Formen an. Es soll um
unsere Länder gehen, um die weitgehend säkularisierten westlichen Christen,
auch um die Schweiz, Österreich und Deutschland. Aber wie reagieren die Kirchen
dort? Dem Domradio in Köln gab der Bischof von Erfurt, Joachim Wanke, eine erste
Antwort:
„Ich freue mich sehr über diese
Initiative des Papstes und freue mich ausdrücklich. Natürlich kann eine solche
Behörde nicht unmittelbar und massiv eine Wende herbeiführen, dazu sind die
Ursachen für die Säkularisierung der westlichen Länder zu komplex. Aber es ist
ein Anstoß, der Mut macht, die große Aufgabe der Verkündigung des Evangeliums
neu anzugehen. Ich sehe in der heutigen Zeit auch Chancen für eine
Neuevangelisierung. Die erste Chance besteht darin, dass für Viele das
Christentum so fremd geworden ist, dass es wieder als eine Neuheit erfahren
wird. Und das zweite, was ich als Chance sehe: Heute kommt es sehr auf das
persönliche Zeugnis von Menschen an. Das ist gefragt. Dann wird auch das Gehör
finden, was dem Papst ein Anliegen ist.“ (domradio 30)
Großkundgebungen für den Papst in Köln und München
Am Sonntag, den 11. Juli, wollen in
Köln und München Tausende Katholiken ihre Verbundenheit mit Papst Benedikt XVI.
zeigen. „Am Namenstag des heiligen Benedikt wollen wir sichtbar machen, dass es
in Deutschland viele Katholiken gibt, die in Liebe und Treue zu ihrem Papst und
ihrer Kirche stehen“, sagt die Initiatorin dieser Initiative, Sabine Beschmann.
Die 41jährige Empfangssekretärin aus Ludwigsburg bei Stuttgart hatte erst im
Mai über das Internet zu der Aktion aufgerufen. Wie man der Seite
www.deutschland-pro-papa.de entnehmen kann, haben sich inzwischen viele
katholische Medien, Organisationen und Einzelpersonen der Initiative
angeschlossen. Insgesamt fast zehntausend Teilnehmer an den beiden zentralen
Kundgebungen sind bereits registriert. Hunderte kämen täglich hinzu,
heißt es bei den Organisatoren, von denen keiner beruflich für die Kirche tätig
ist.
In München treffen sich die Teilnehmer
um 10.45 Uhr zur Heiligen Messe mit Prälat Herbert Jung in der Kirche St. Peter
am Marienplatz oder, alternativ, um 10.30 Uhr zur Lateinischen Messe in der
Theatinerkirche am Odeonsplatz. Um 12.15 Uhr beginnt auf dem Odeonsplatz die
Kundgebung. Dort wird auch die bekannte Sängerin Kathy Kelly für den Papst
auftreten.
In Köln feiert Weihbischof Klaus Dick
um 12 Uhr im Dom mit den Teilnehmern die Heilige Messe. Anschließend beginnt
die Kundgebung mit dem Angelus-Gebet auf dem Roncalliplatz. Der aus dem
Kölner Karneval bekannte Diakon Wilibert Pauels wird „sein kabarettistisches
Loblied auf den Papst zum Besten geben“.
Die Organisatoren hoffen auf eine
eindrucksvolle, entspannte und fröhliche Demonstration der Verbundenheit
deutscher Katholiken mit ihrem Papst und ihrer Kirche. Unter
www.deutschland-pro-papa.de kann man sich näher informieren, Flyer und Plakate
bestellen und sich zu den Kundgebungen anmelden.
Für Rückfragen zu den Kundgebungen:
Sabine Beschmann, Richard-Wagner-Str. 17, 71638 Ludwigsburg, Telefon: 01 51 - 5
46 05 32 bene@benedetta-online.de
www.deutschland-pro-papa.de
(de.it.press)
Belgien: Chef von Missbrauchskommission zurückgetreten
Der belgische Psychiater Peter
Adriaenssens ist als Präsident der unabhängigen Untersuchungskommission von
Missbrauchsfällen zurückgetreten. Die Kommission wolle nun darüber entscheiden,
ob sie ihre Arbeit überhaupt fortführt. Das berichten belgische Medien an
diesem Montag. Der Rücktritts Adriaenssens steht im Zusammenhang mit dem
Vorgehen der staatlichen Justiz am vergangenen Donnerstag. Im Zuge der
Ermittlungen zu Missbrauchsfällen in der Kirche hatte die Polizei die in
Brüssel versammelten Bischöfe für neun Stunden festgesetzt. Adriaenssens
bezeichnete dieses Vorgehen als „eklatanten Akt des Misstrauens“. Unter diesen
Umständen sei eine Fortsetzung seiner Arbeit weder sinnvoll noch möglich. Der
Vorsitzende der Belgischen Bischofskonferenz, Erzbischof André-Joseph Léonard,
ist weiterhin nach der Polizeiaktion der belgischen Behörden entsetzt.
Gegenüber Radio Vatikan sagt er:
„Hier in Belgien scheint es so, als ob
das polizeiliche Vorgehen normal gewesen sei. In einem anderen Land hätten
solche Ermittlungsmaßnahmen einen großen Aufschrei ausgelöst. Doch in Belgien
hat das zu keinem nennenswerten Aufsehen geführt. Nicht einmal der Aufbruch der
Gräber zweier Kardinäle gilt als Schande. Sicher, wir Bischöfe respektieren die
Arbeit der Justizbehörden. Wir kritisieren aber scharf, wie vorgegangen wurde.“
Am Sonntag hatte der Papst den
belgischen Bischöfen seine Solidarität angesichts des „verwunderlichen und
beklagenswerten“ Vorgehens der staatlichen Justiz bekundet. (rv 28)
Katholische Klinik entlässt Arzt Mit der zweiten Ehe kam die Kündigung
Rigoroser Kampf gegen den Sittenverfall
der Belegschaft: Der Chefarzt einer katholischen Klinik wurde entlassen, weil
er nach seiner Scheidung erneut geheiratet hatte.
Beim Arbeitgeber Kirche gelten andere Gesetze:
Rigoros geht die katholische Kirche jetzt gegen den "Sittenverfall"
in den eigenen Reihen vor: Dem Chefarzt eines katholischen Krankenhauses in
Düsseldorf wurde gekündigt, weil er nach einer Scheidung erneut geheiratet
hatte. Damit habe er gegen die katholische Glaubens- und Sittenlehre verstoßen,
argumentiert sein Arbeitgeber, der kirchliche Träger der Klinik.
Der Mediziner wehrte sich gegen seinen
Rauswurf und bekam vor dem Düsseldorfer Arbeitsgericht zunächst recht. Doch der
kirchliche Arbeitgeber lässt nicht locker und ist vor das Landesarbeitsgericht
gezogen. Dort geht der Rechtsstreit am kommenden Donnerstag in die vermutlich
entscheidende Runde.
Mit der zweiten Heirat habe der Arzt
durchaus eine Pflichtverletzung begangen, die nach katholischem Kirchenrecht
zur Kündigung berechtigt, ließ das Gericht bereits erkennen. Ausschlaggebend
ist aber, ob der Arbeitgeber von der zweiten Ehe schon länger gewusst und diese
eine Weile toleriert haben könnte. In dem Fall könnte die Kündigung unwirksam sein.
(sueddeutsche.de/dpa 29)
Vatikan: Papst verleiht Pallium an 38 Erzbischöfe
Während der 29. Juni in weiten Teilen
der deutschsprachigen Länder sang- und klanglos vorüberzieht, hat Rom den
beiden Heiligen Peter und Paul große Ehre erwiesen. Am Montagabend ließ die
Stadt über der Engelsburg ein gigantisches Feuerwerk für die beiden
Stadtpatrone krachen. Höhepunkt war aber der große Gottesdienst am Dienstag im
Petersdom, der es in Dauer und Pracht fast schon mit der Weihnachtsmesse
aufnehmen konnte. Die berühmte Statue des Apostels Petrus war zum Feiertag
nicht nur festlich gekleidet, sondern sogar mit der funkelnden Papst-Tiara
gekrönt.
Während der feierlichen Messe verlieh
Benedikt XVI. an 38 Erzbischöfe das Pallium. Der Papst hatte die Männer im
vergangenen Jahr zu Metropoliten-Erzbischöfen ernannt. Unter ihnen waren zum
Beispiel der neue Prager Erzbischof Dominik Duka und aus Brüssel André-Mutien
Léonard.
„Die Freiheit der Kirche, die Petrus
durch Christus garantiert wurde, steht auch in einem besonderen Zusammenhang
mit der Vergabe des Pallium. Heute erneuern wir diese Vergabe für 38
Metropoliten-Erzbischöfe. Damit beziehen wir auch all diejenigen liebevoll mit
ein, die die Erzbischöfe auf ihrer Pilgerreise begleiten.“
Das Pallium ist ein besonderes Zeichen
der Verbundenheit mit dem Bischof von Rom. Es ist eine Art Stola, die über dem
Messgewand getragen wird. In das Pallium sind sechs schwarze Kreuze
eingestickt. Zu seinem Amtsantritt hatte Benedikt XVI. den Symbolgehalt
erklärt. Das Pallium sei Zeichen des „Joches Christi“. Es stelle das „verirrte
Lamm oder auch das kranke und schwache Lamm“ dar, „das der Hirte auf seine
Schultern nimmt und zu den Wassern des Lebens trägt“.
„Dass die neuen Metropoliten jedes Jahr
nach Rom kommen, um aus den Händen des Papstes das Pallium zu empfangen, ist
eine Geste der Gemeinschaft. Das Thema der Freiheit der Kirche liefert uns
einen wichtigen Schlüssel zum Verständnis des Pallium. Das wird nicht nur im
Fall von verfolgten oder politisch bedrängten Kirchen deutlich, sondern gilt
auch im Fall von Gemeinden, die unter einer fehlgeleiteten Glaubenslehre oder
einer Ideologie leiden, die nicht dem Evangelium entspricht. Das Pallium ist
das Unterpfand der Freiheit, das Jesus uns einlädt, genau wie Sein „Joch“ auf
unsere Schultern zu nehmen. Christi Gebote sind fordernd, und dennoch lasten
sie nicht auf den Schultern ihres Trägers, sondern erleichtern ihn. Genau so
ist die Bindung zum Apostolischen Stuhl fordernd, aber trägt dennoch den
Hirten, macht ihn freier und stärker.“
Wie bereits am Vorabend bei der Vesper
in St. Paul vor den Mauern, war auch am Dienstagmorgen wieder die hochrangige
Delegation des ökumenischen Patriarchen von Konstantinopel, Bartholomaios I.,
gekommen. Es ist ein Gegenbesuch der Delegation. Zum Andreasfest war bereits
eine Vatikan-Delegation nach Istanbul gereist.
„In Hoffnung und voller Vertrauen grüße
ich die Delegation des Patriarchats von Konstantinopel, die der schönen
Tradition gegenseitiger Besuche folgt und an der Feier der heiligen Stadtpatrone
Roms teilnimmt. Gemeinsam danken wir Gott für die Fortschritten in den
ökumenischen Beziehungen zwischen Katholiken und Orthodoxen. Wir erneuern die
Anstrengungen, um Gottes Gnade zu entsprechen, der uns zur vollständigen
Einheit führt.“ (rv/zenit 29)
Neuer Ökumene-Minister des Vatikan: Koch folgt Kasper
Rom. Papst Benedikt XVI. hat am
Mittwoch wichtige Führungsposten der römischen Kurie neu besetzt. Die
Änderungen betreffen die Vatikan-Behörden für Ökumene, Bischofsernennungen
sowie Neuevangelisierung. Als Nachfolger des deutschen Kardinals Walter Kasper
(77) im Amt des Präsidenten des Päpstlichen Rates zur Förderung der Einheit der
Christen ernannte Benedikt den Baseler Bischof Kurt Koch (60).
Dieses Amt werde Koch an diesem
Donnerstag antreten, teilte der Baseler Bischof in einem Brief an sein Bistum
mit. Koch steht dann an der Spitze des Rates, der für das Gespräch mit anderen
christlichen Kirchen und mit dem Judentum zuständig ist.
Kasper hatte schon vor zwei Jahren, den
Vorgaben des Kirchenrechts entsprechend, seinen Rücktritt angeboten. Offiziell
angenommen wurde dieser Rücktritt noch nicht, doch wird im Vatikan spätestens
am 1. Juli mit der entsprechenden Mitteilung gerechnet. Auch die Berufung Kochs
zum "Ökumene-Minister" wurde vom Vatikan noch nicht offiziell
bekanntgegeben, doch gilt das als Formsache.
Koch ist seit 1995 Bischof von Basel.
In seinem Brief vom 29. Juni zitiert er aus einem Brief Benedikts XVI. an ihn:
Dem Papst sei es wichtig, dass der neue Ökumene-Verantwortliche im Vatikan die
Kirchen der Reformation nicht nur aus der Literatur, sondern "aus der
unmittelbaren Erfahrung" kenne, so Koch. Damit mache der Papst deutlich,
dass ihm nicht nur die ökumenischen Beziehungen zu den orthodoxen Christen,
sondern auch die zu den Protestanten sehr wichtig seien.
Am Mittwoch nahm Benedikt XVI. zudem
den altersbedingten Rücktritt von Kardinal Giovanni Battista Re (76) als
Präfekt der Kongregation für die Bischöfe an. Re gibt auch das Amt des
Präsidenten der Päpstlichen Lateinamerika-Kommission auf. Zu seinem Nachfolger
als Leiter der Bischofskongregation, einer der wichtigsten Behörden im Vatikan,
ernannte der Papst den bisherigen Erzbischof von Québec, Kardinal Marc Ouellet
(66).
An die Spitze seines neugeschaffenen Päpstlichen
Rates für die Förderung der Neuevangelisierung berief Benedikt den Präsidenten
der Päpstlichen Akademie für das Leben und Rektor der Päpstlichen
Lateran-Universität, Erzbischof Salvatore ("Rino") Fisichella (58).
Zu Fisichellas Nachfolger an der
Lebens-Akademie wird ihr bisheriger Kanzler, Ignacio Carrasco de Paula, während
der Salesianerpater Enrico dal Covolo Fisichella auf dem Posten des Rektors der
Lateran-Universität nachfolgt. Der bisherige Ständige Beobachter des Heiligen
Stuhls bei den Vereinten Nationen in New York, Erzbischof Celestino Migliore,
geht als neuer Vatikan-Botschafter ("Nuntius") in die polnische
Hauptstadt Warschau. Epd 30
Muslime sollen nicht mehr auf der Straße beten
Francois Fillon will ein besseres
Verhältnis zu Muslimen. Erstmals hat der französische Premier eine Moschee in
seinem Land eingeweiht. von Sascha Lehnartz
Erstmals in der Geschichte der V.
Republik hat ein französischer Premierminister der Einweihung einer Moschee auf
französischem Boden beigewohnt. François Fillon nahm an den Feierlichkeiten zur
Fertigstellung der neuen Moschee im Pariser Vorort Argenteuil teil, die bis zu
2000 Gläubigen Platz bieten wird. Fillons Geste ist auch ein Versuch, die
Beziehungen zu den rund fünf Millionen Muslimen, die in Frankreich leben, zu
entspannen. „Die französische Flagge ist groß genug für jeden mit all seinen
Unterschieden“, sagte Fillon in seiner Rede, in der er das Toleranzprinzip der
Republik unterstrich.
Im Zuge der von der Regierung im
vergangenen Jahr angeregten Debatte um die „nationale Identität“, die teilweise
ziemlich aus dem Ruder lief, sowie der heftigen Diskussionen über die
Einführung eines Gesetzes, das den Ganzkörperschleier im öffentlichen Raum
verbieten soll, hatten viele französische Muslime über antimuslimische
Stimmungsmache geklagt. In ganz Frankreich gibt es bislang nur etwa 2000
Moscheen und Gebetshäuser.
Bei den meisten handelt es sich eher um
umgewandelte Lagerhäuser oder Baracken. In Frankreichs zweitgrößter Stadt
Marseille, die traditionell einen großen muslimischen Bevölkerungsanteil hat –
wurde erst vor wenigen Wochen mit dem Bau einer „Großen Moschee“ begonnen. An
hohen muslimischen Feiertagen sieht man in manchen Vierteln französischer
Großstädte nicht selten Muslime auf der Straße beten – weil es in den
Gebetshäusern nicht genug Platz gibt.
Um allen Muslimen in Frankreich
regelmäßig einen Platz zum Beten anbieten zu können, so schätzt der Leiter der
Moschee von Paris, Dalil Boubakar, bräuchte man insgesamt etwa 4000 Moscheen –
2000 müssten also noch gebaut werden. Boukar ist bewusst, dass dies bei den
Nicht-Muslimen in Frankreich nicht nur Begeisterung hervorrufen würde:
Kirchen, Moscheen - „Jedes
Moschee-Projekt sorgt erst einmal für ein gewisses Unwohlsein in der
Bevölkerung. Ich verstehe sehr wohl, dass ein Minarett in der französischen
Landschaft auffällt wie eine Nase im Gesicht. Es ist etwas, das die
traditionelle Landschaft erst einmal stört. Aber vom Minarett der Pariser
Moschee sagt man nur Gutes und niemand fragt sich mehr „Was soll das Ding da?“,
sagt Boubakeur. Die Große Moschee von Paris wurde 1922 mit Hilfe des
französischen Staates errichtet.
Premier Fillon erinnerte in seiner Rede
an die Muslime, die für Frankreich gefallen seien und beklagte die Zahl
antimuslimischer Gewalttaten in Frankreich. 30 Prozent aller rassistischen
Übergriffe richteten sich gegen Muslime. Zugleich jedoch verteidigte Fillon das
Gesetz gegen den Ganzkörperschleier: „Wenn man den Islamismus bekämpft,
stigmatisiert man nicht den Islam“, so der Premier. Die Burqa sei eine
„Karikatur“ des Islam.
Wie sich muslimische Frauen verhüllen -
Ein Islam, der im Einklang mit den republikanischen Werten sei, habe mit diesem
Extremismus nichts zu tun, so Fillon. „In dem sie ein düsteres und
sektiererisches Bild liefern, stehen diese Leute, die unter dem Vorwand des
Glaubens ihr Gesicht verbergen, bewusst oder unbewusst in Opposition zu dem
jenem Islam Frankreichs, den sie hier geholfen haben aufzubauen“, rief Fillon
den Gläubigen in Argenteuil zu. DW 28
Papst Benedikt: „Lernen, Priester zu sein“
Das Priesterjahr ist vorbei, das Thema,
wie heute echt und authentisch Priester sein, aber weiter aktuell. Auch für
Papst Benedikt ist dieses Thema alles andere als abgehakt. In der heutigen
Generalaudienz sprach er von der Wichtigkeit, das Priestersein zu erlernen. Er
stellte einen Priester-Lehrer vor, den heiligen Giuseppe Cafasso. Dessen
berühmter Schüler Don Bosco hatte über ihn gesagt, seine Ausbildung sei
wirklich eine, wo „man lernte, Priester zu sein.“
„Seine Lehre war nicht abstrakt aus
Büchern geholt, sondern kam aus der lebendigen Erfahrung der Barmherzigkeit
Gottes und aus seiner tiefen Kenntnis des menschlichen Herzens. Dabei hatte er
ein einfaches, zugleich ganz wirkungsvolles „Geheimnis“: Ein Mensch Gottes zu
sein und in den kleinen Dingen des täglichen Lebens immer zu suchen das zu tun,
was Gottes Willen entspricht und was den Menschen hilft.”
Für 25 Jahre war Cafasso Beichtvater
und geistlicher Begleiter Don Boscos, und diese Begleitung hat Früchte getragen.
Grund genug für Benedikt XVI., auf die Bedeutung dieser beiden Elemente des
Glaubenslebens noch einmal deutlich hinzuweisen:
“Der heilige Giuseppe Cafasso zeigt
uns, wie wichtig die Beichte und geistliche Führung sind, um zu erkennen, was Gott
konkret von einem jeden Einzelnen von uns will. Bitten wir den Herrn um gute
Priester, die uns auf dem Weg der Heiligkeit, auf dem Weg zu Gott weiterhelfen.
Der Herr schenke euch seine Gnade und seine Liebe und die Freude, ihn zu
kennen.” (rv 30)
Kongregation für die Bischöfe: Kardinal Giovanni Battista Re (76) tritt nach 10 Jahren ab
ROM - Kardinal Giovanni Battista Re
(76) hat nach 10 Jahren als Präfekt der Kongregation für die Bischöfe jetzt
altersbedingt um seine Entpflichtung gebeten. Ihm war gleichzeitig auch die
Päpstliche Kommission für Laterinamerika unterstellt.
Giovanni Battista
Re wurde am 30. Januar 1934 in Borno (Diözese Brescia,
Italien), in der Heimat von Papst Paul VI., geboren und am 3. März 1957 zum
Priester geweiht.
Anschließend studierte er an der
päpstlichen Universität Gregoriana in Rom, wo er im Fach Kirchenrecht
promovierte. Der Priester lehrte zunächst am Theologischen Seminar seines
Heimat-Bistums Brescia, war aber zugleich als Kaplan in der Seelsorge tätig.
Später besuchte er die vatikanische
Diplomatenschule. Er wirkte an den Nuntiaturen in Panama und im Iran. 1971
kehrte er nach Rom zurück, um im Staatssekretariat in der Abteilung für
"Allgemeine Angelegenheiten" der Kirche zu arbeiten. Der Priester
erwarb sich den Ruf eines Mannes, der ohne Unterlass zu arbeiten versteht und
dabei auch seine Mitarbeiter zu großen Leistungen anspornen kann.
Am 1. Dezember 1979 wurde er Assessor
des vatikanischen Staatssekretariats, 1987 ernannte ihn Johannes Paul II. zum
Sekretär der Kongregation für die Bischöfe und zum Titularerzbischof von
Vescovio. Am 9. Oktober dieses Jahres wurde Gioanni Battista Re zum Bischof
geweiht. Ab 1989 wirkte er als Substitut im Staatssekretariat, im Jahr 2000
löste er Kardinal Neves als Präfekt der Kongregation für die Bischöfe ab. Ein
Jahr später verlieh ihm Papst Johannes Paul II. die Kardinalswürde. Zenit 30