Notiziario religioso  1-4  Luglio  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Giovedì 1 luglio. Il commento al Vangelo. La guarigione del paralitico  1

2.       Venerdì 2 luglio. Il commento al Vangelo. La chiamata di Matteo  1

3.       Sabato 3 luglio. Il commento al Vangelo. Gesù a Tommaso: “Metti qua il tuo dito”  1

4.       Domenica 4 luglio. Il commento al Vangelo. “La messe è molta, ma gli operai sono pochi“  2

5.       Domenica 4 luglio. XIV del tempo ordinario. Vengo a offrirti la pace  2

6.       Il futuro delle comunità nella diocesi di Mainz. Le MCI rispondono al Vicario Generale  4

7.       Un annuncio coraggioso.  Chiesa e Anno europeo della lotta alla povertà  6

8.       Strasburgo. L’udienza sul Crocifisso  6

9.       Corte Usa-Vaticano.  Richiesta infondata. La Chiesa non è una multinazionale  6

10.   Nuovo missionario per gli italiani di Albstadt 7

11.   Festa dei santi apostoli Pietro e Paolo. L’omelia del Papa. Garanzia di libertà  7

12.   A Loreto il Corso annuale di pastorale migratoria della Migrantes  7

13.   Cattolici e Ortodossi - Quando Pietro diventa Paolo. Benedetto XVI e la delegazione di Costantinopoli 8

14.   Camminare nella libertà. Angelus e messaggio di solidarietà ai vescovi del Belgio  8

15.   Benedetto XVI striglia Schoenborn. "Solo io posso criticare i cardinali"  9

16.   Belgio. Il pensiero alle vittime. Intervista con Eric de Beukelaer, portavoce dei vescovi 9

17.   L'Aquila, gli affari del vescovo. "Una srl della Curia per ricostruire"  9

18.   Belgio. Un fatto doloroso per tutti. Le reazioni alla perquisizione dell'arcivescovado di Malines-Bruxelles  10

19.   La controversia sul crocifisso in classe ai giudici di Strasburgo l'ardua sentenza  10

20.   Si decide sul crocifisso nelle aule. Oggi udienza a Strasburgo  12

21.   Spagn. Verso la Gmg 2011. Capitale dei giovani. 12

22.   Caritas.  A servizio dei poveri. Rapporto 2009 su progetti e attività in Italia e nel mondo  12

23.   Fine vita. Una legge necessaria. Per la dignità della persona anche nella sua estrema fragilità  13

24.   Caritas in veritate. Docenti universitari "a confronto" ad un anno dall'enciclica  14

 

 

1.       Bistum Mainz. Die italienischen Gemeinden an Generalvikar Prälat Giebelmann  14

2.       Vatikan: Ein Jahr Sozialenzyklika  15

3.       Der Dienst der Gemeindereferentinnen und- referenten. Von Bischof Heinz Josef Algermissen  16

4.       EKHN und Bistum Mainz unterstützen Neubau der Mainzer Synagoge  16

5.       Papst: „Urlaubszeit auch für Kontakt mit Gott nützen“  17

6.       Basiskurs „Soziales Ehrenamt“ im Bistum Fulda  17

7.       Vatikan: Menschenseele dürstet nach Gott 17

8.       Vatikan: Errichtung des Rates für Neuevangelisierung geht voran. 17

9.       Großkundgebungen für den Papst in Köln und München  18

10.   Belgien: Chef von Missbrauchskommission zurückgetreten  18

11.   Katholische Klinik entlässt Arzt Mit der zweiten Ehe kam die Kündigung  18

12.   Vatikan: Papst verleiht Pallium an 38 Erzbischöfe  18

13.   Neuer Ökumene-Minister des Vatikan: Koch folgt Kasper 19

14.   Muslime sollen nicht mehr auf der Straße beten  19

15.   Papst Benedikt: „Lernen, Priester zu sein“  20

16.   Kongregation für die Bischöfe: Kardinal Giovanni Battista Re (76) tritt nach 10 Jahren ab  20

 

 

 

 

Giovedì 1 luglio. Il commento al Vangelo. La guarigione del paralitico

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 9,1-8) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Salito su una barca, Gesù passò all'altra riva e giunse nella sua città. 2 Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». 3 Allora alcuni scribi cominciarono a pensare: «Costui bestemmia». 4 Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché mai pensate cose malvagie nel vostro cuore? 5 Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e cammina? 6 Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: alzati, disse allora il paralitico, prendi il tuo letto e và a casa tua». 7 Ed egli si alzò e andò a casa sua. 8 A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

All'episodio della liberazione degli indemoniati segue il miracolo del perdono e della guarigione del paralitico. Matteo tralascia tutti i particolari dell'avvenimento e va subito all'essenziale: la fede. E' sempre e solo la fede che conta.

Gesù non ha il potere solo sulle malattie, le forze del creato e i demoni, ma ha anche il potere di perdonare i peccati. La salvezza consiste nella remissione dei peccati (Mt 1,21; Lc 1,77). E Gesù è il salvatore che perdona i peccati.

Il peccato è un'offesa a Dio e quindi solo Dio può perdonarlo. Gesù è Dio diventato uomo che perdona qui in terra i peccati. Lo dice esplicitamente al paralitico: "Ti sono rimessi i tuoi peccati". Gesù è il figlio dell'uomo al quale sono stati dati da Dio "il potere, la gloria e il regno" (Dan 7,14). Egli ha sulla terra il potere di rimettere i peccati.

A giudizio degli scribi Gesù bestemmia perché è un uomo che si arroga il potere di Dio.

La capacità di Gesù di conoscere i loro pensieri è una prerogativa divina. Questa sua capacità conferma che egli è Dio e quindi ha il potere di perdonare i peccati.

Anche in questa pagina del vangelo si manifesta la bontà misericordiosa di Dio. Le parole di Gesù: "Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati" danno al peccatore la certezza di essere già perdonato e la felice sorpresa di essere amato e capito da Dio nell'umiliazione del suo peccato.

A differenza degli scribi, dotti conoscitori della parola di Dio, la gente semplice glorifica Dio che ha dato agli uomini il suo potere di perdonare i peccati.

Matteo scrive il suo vangelo quando la Chiesa esercitava già da tempo il potere divino di "legare e sciogliere" (Mt 16,19), il potere di rimettere o di non rimettere i peccati (Gv 20,23).

La remissione dei peccati è riammissione del colpevole nella famiglia di Dio, è accoglienza in casa. Il comando di Gesù al paralitico: "Alzati, prendi il tuo letto e va' a casa tua" è rivolto ad ogni uomo perdonato e guarito perché ritorni alla casa del Padre (cfr Lc 15,18). De.it.press

 

 

 

 

Venerdì 2 luglio. Il commento al Vangelo. La chiamata di Matteo

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 9,9-13) commentato da P. Lino Pedron 

 

9 Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.

10 Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. 11 Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 12 Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. 13 Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

In questo testo Gesù appare come un profeta, un missionario itinerante che passando annuncia la parola di Dio. La potenza della sua parola si rivela anche nelle trasformazioni che opera interiormente, nel cuore degli uomini. Questo brano ci insegna quale dev'essere l'atteggiamento, la disponibilità dell'uomo davanti a Cristo.

L'uomo chiamato da Dio, in questo caso, è un appaltatore di imposte, un uomo lontano, per professione, dai problemi religiosi e malvisto da tutti, evitato come peccatore pubblico e persona di malavita. Gesù, invece, lo sceglie e lo invita a far parte del gruppo dei suoi discepoli.

La lezione della chiamata di Matteo viene ribadita e convalidata dal banchetto di addio per i suoi amici, in casa sua; tutta gente della sua categoria e reputazione a cui Gesù si associa volentieri.

La scena del banchetto in casa di Matteo viene turbata dall'intervento dei farisei (v. 11). Ma Gesù giustifica il suo atteggiamento prima col proverbio:" Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati" (v. 12), poi con una citazione biblica:" Misericordia io voglio, e non sacrificio" (Os 6,6).

Gesù si rivolge di preferenza ai peccatori perché hanno più bisogno della sua presenza e assistenza, come i malati hanno bisogno del medico più dei sani. I peccatori sono degli ammalati, cioè persone moralmente malferme e infelici, bisognose di cure e di guarigione.

La citazione di Osea 6,6 ripresenta il nucleo centrale della volontà di Dio: la misericordia. La carità, dunque, ha il primato su tutte le altre leggi. Anzi, Gesù la antepone allo stesso culto di Dio (v. 13). Il tempio di Dio è l'uomo (cfr 1Cor 3,16), non l'edificio di pietra. L'invito di Gesù a lasciare l'offerta davanti all'altare per andare a ricercare il fratello offeso, ci impartisce lo stesso insegnamento (cfr Mt 5,24).

L'uomo è importante come Dio, con un particolare non trascurabile: che Dio sta bene e può aspettare, l'uomo sta male e ha bisogno immediato di soccorso.

San Vincenzo de' Paoli insegnava:" Il servizio dei poveri dev'essere preferito a tutto. Non ci devono essere ritardi. Se nell'ora dell'orazione avete da portare una medicina o un soccorso al povero, andatevi tranquillamente. Offrite a Dio la vostra azione, unendovi l'intenzione dell'orazione. Non dovete preoccuparvi e credere di aver mancato, se per il servizio dei poveri avete lasciato l'orazione. Non è lasciare Dio, quando si lascia Dio per Dio, ossia un'opera di Dio per farne un'altra. Se lasciate l'orazione per assistere un povero, sappiate che far questo è servire Dio. La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa".

Se non si tiene conto del prossimo, il culto diventa un falso servizio a Dio e si rivolge contro il prossimo. La presunta giustizia dei farisei li rende ingiusti col prossimo. Il loro presunto amore per Dio li autorizza a odiare il prossimo.

Gesù non è venuto a chiamare i giusti o a frequentare gli ambienti puliti: è venuto a convertire i peccatori e a pulire gli ambienti. Egli invita i farisei a confrontarsi con le Scritture (Os 6,6) per capire se il comportamento giusto è il loro o il suo. Il confronto, naturalmente, è a favore di Gesù. Solo lui compie in modo perfetto la parola di Dio e la beatitudine dei misericordiosi (Mt 5,7).

La battuta finale:" Non sono venuto a chiamare i giusti" (v. 13) sembra contenere una venatura di "cristiana" ironia nei confronti dei farisei di allora, che si ritenevano giusti. Essa vale anche per i farisei di oggi. De.it.press

 

 

 

 

Sabato 3 luglio. Il commento al Vangelo. Gesù a Tommaso: “Metti qua il tuo dito”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 20,24-29) commentato da P. Lino Pedron 

 

24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».

26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 27 Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». 28 Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

Giovanni, dopo aver descritto il primo incontro di Gesù con i suoi la sera di Pasqua, si premura di precisare che Tommaso era assente quando venne Gesù (v. 24). Quest’uomo molto concreto (cfr Gv 11,16; 14,5) vuol vedere con i suoi occhi e toccare con le sue mani; egli non crederà finché non abbia visto il segno dei chiodi nelle mani di Gesù e messo il dito al posto dei chiodi e la mano nella ferita del costato. Questa frase dell'apostolo è aperta dal verbo vedere e chiusa dal verbo credere. Egli dichiara apertamente: "Se non vedo e non tocco, non credo".

Nella seconda apparizione ai discepoli nel cenacolo, otto giorni dopo, Gesù, dopo aver salutato gli amici col dono della pace, si rivolge all’apostolo non credente esortandolo a toccare le sue ferite per credere. In questo invito il Signore prende quasi alla lettera le parole di Tommaso, tralasciando la frase sul vedere, perché l’apostolo ha davanti a sé il Signore.

L’esortazione del Signore a non essere incredulo, ma credente, trova la risposta nella professione di fede di Tommaso che riconosce in Gesù il Signore Dio. L’aggettivo "mio" davanti a Signore e Dio denota un accento d’amore e di appartenenza.

Nella sua replica alle parole di Tommaso, Gesù volge lo sguardo ai futuri discepoli che non si troveranno nelle condizioni dell’apostolo, perché non avranno la possibilità di vedere il Risorto: i futuri discepoli che crederanno senza aver visto sono proclamati beati (v. 29). La frase di Gesù a Tommaso contiene un velato rimprovero perché la fede pura dovrebbe prescindere dal vedere e dal toccare.

Le ultime parole di Gesù: "Beati coloro che pur non avendo visto, crederanno" costituiscono il vertice delle apparizioni del Cristo risorto ai discepoli. Il messaggio di questa beatitudine evangelica è importante per tutti i cristiani di tutti i tempi. Alcuni di essi cercano, con una bulimìa insaziabile, apparizioni, prodigi, messaggi celesti.

La Costituzione Dogmatica del Concilio Vaticano II sulla Divina Rivelazione ricorda autorevolmente che non ci si deve aspettare nessun’altra rivelazione pubblica prima della venuta finale del Signore (DV, 4).

Dio si è manifestato in modo autentico nella sacra Scrittura, che rappresenta la regola suprema della fede della Chiesa, il nutrimento sano e sostanzioso della vita del popolo di Dio (DV, 21). De.it.press

 

 

 

Domenica 4 luglio. Il commento al Vangelo. “La messe è molta, ma gli operai sono pochi“

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 10,1-12.17-20) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2 Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. 3 Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. 5 In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. 6 Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7 Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. 8 Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, 9 curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. 10 Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: 11 Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. 12 Io vi dico che in quel giorno Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città.

17 I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome». 18 Egli disse: «Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. 19 Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. 20 Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Questo brano di vangelo ci vuole ricordare che anche i discepoli sono stati incaricati e inviati dal Signore ad annunciare il regno di Dio. Il numero settantadue ricorda i popoli della "tavola delle nazioni" nel libro della Genesi; capitolo 10, in pratica tutti gli uomini della terra.

I missionari di Cristo vanno a due a due per dare maggior credito alla loro predicazione, perché nella testimonianza di due o tre c’è la garanzia di ogni verità (cfr Dt 17,6; 19,15).

Rispetto all’estensione del campo e del raccolto che si annuncia, il numero degli operai del vangelo è sempre esiguo. Bisogna andare con urgenza e andare tutti. I verbi sono imperativi: "pregate" e "andate" (v. 3).

La missione degli inviati non è facile, come non è stata facile per Gesù. I messaggeri del vangelo sono per definizione portatori di buone notizie (cfr Is 52,7-9). Gesù li paragona agli agnelli, simbolo di mansuetudine, che devono andare in mezzo ai lupi, cioè in mezzo agli uomini violenti e assassini. Il loro compito è quello di portare a tutti, casa per casa, la benedizione e la pace.

Gesù manda i suoi discepoli come il Padre ha mandato lui (cfr Gv 20,21). La missione nasce dall’amore del Padre per tutti i suoi figli e termina nell’amore dei figli per il Padre e tra di loro.

L’inizio di questo brano di vangelo ci invita a grandi cose: "La messe è molta" (v. 2), cioè tutta l’umanità attende da noi il gioioso annuncio che Dio è Padre e vuole che tutti gli uomini siano salvati. Chi conosce il cuore del Padre è sollecito verso tutti i fratelli.

Al ritorno dei 72 discepoli, che aveva mandato in missione, Gesù rivela il senso ultimo dell’attività missionaria. Essa non è soltanto vittoria sul male e ritorno al paradiso terrestre, ma è soprattutto iscrizione nel libro della vita, nell’elenco di coloro che fanno parte della famiglia di Dio, nello stato di famiglia di Dio. Tutti coloro che accolgono la parola di Dio partecipano al rapporto ineffabile del Figlio di Dio con il Padre. Non solo sono chiamati figli di Dio, ma lo sono realmente (cfr 1Gv 3,1). Gesù dice ai suoi discepoli: "Rallegratevi", perché sono entrati insieme con lui nel seno del Padre e possono dire a Dio in tutta verità: "Abbà", papà, babbo. Questo è il fine ultimo della missione.

L’uomo è fatto per la gioia, perché è fatto per Dio. Diversamente è triste fino a detestare la vita. Ma dove può trovare la gioia vera? I 72 discepoli l’hanno trovata nell’andare in missione, nello sconfiggere il demonio, nel diventare realmente figli di Dio di nome e di fatto. E noi dove la cerchiamo?

Il cristianesimo riconosce il male che era nell’uomo e che rimane in tutti come possibilità e tentazione. Ma proclama con forza che Dio "ci ha liberati dal potere della tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto" (Col 1,13) e ci ha "liberati dalle mani dei nemici per servirlo senza timore in santità e giustizia" (Lc 1,75). La fede nella parola di Dio ci sottrae dal potere della menzogna diabolica. L’annuncio del vangelo ci rende liberi e responsabili.

Questa caduta di satana dall’alto ridona all’uomo la possibilità di vedere finalmente il vero volto di Dio. Il maligno si era frapposto tra noi e Dio e aveva cercato di sovrapporre la sua immagine a quella di Dio. Questa menzogna, che presenta Dio con il volto del maligno sta all’origine di ogni peccato. Nella predicazione della parola di Dio, satana cade dal cielo e Dio torna ad apparire all’uomo con il suo vero volto, quello dell’amore (cfr 1Gv 4,8.16). de.it.press

 

 

 

Domenica 4 luglio. XIV del tempo ordinario. Vengo a offrirti la pace

 

     “Non ho pace”. E’ la confidenza che, in un momento di particolare sconforto, più d’uno ci ha fatto. Forse l’amica che ha interrotto una maternità non desiderata, o il coniuge coinvolto in un altro legame affettivo ormai ingestibile, o il vicino di casa tormentato dal desiderio di vendicarsi per un torto subito e impossibilitato a farlo, o la ragazza di strada umiliata e sfruttata.

     “Non ho pace” griderebbero i responsabili di crimini, di guerre, di commerci di strumenti di morte se non fossero storditi dal potere e dal denaro. “Non ho pace” ripeterebbe chi si dedica ad attività immorali e chi commette ingiustizie, ma va avanti con la mente ottenebrata dal successo, dal denaro e dalle menzogne degli adulatori.

Questo è il mondo al quale Gesù invia i suoi discepoli non per condannare, per imprecare contro la corruzione e i cattivi costumi o per minacciare castighi divini, ma per annunciare quella pace che tutti – i più in modo inconscio – vanno disperatamente cercando.

Considerando la realtà in cui viviamo ci vuole davvero una grande fede per immaginare che sia possibile costruire un mondo in cui regni la pace. E’ più facile credere che Dio esiste che mantenere la speranza nella pace universale. Eppure è questa la missione affidata ai discepoli.

I cristiani hanno cercato di costruire la pace, ma non sempre con i mezzi suggeriti dal Maestro che li voleva “agnelli in mezzo ai lupi”. A volte hanno preferito ricorrere alla forza, all’imposizione, all’intolleranza; si sono anche ammantati di potenza, come i re di questo mondo.

Non sempre hanno camminato – poveri, miti, indifesi – a fianco degli uomini bisognosi di pace. Chi – come Francesco d’Assisi – lo ha fatto, ha il suo nome scritto nei cieli.

 

Prima Lettura (Is 66,10-14c)

 

10 Rallegratevi con Gerusalemme,

 esultate per essa quanti la amate.

 Sfavillate di gioia con essa

 voi tutti che avete partecipato al suo lutto.

 11 Così succhierete al suo petto

 e vi sazierete delle sue consolazioni;

 succhierete, deliziandovi,

 all’abbondanza del suo seno.

 12 Poiché così dice il Signore:

 “Ecco io farò scorrere verso di essa,

 come un fiume, la prosperità;

 come un torrente in piena

 la ricchezza dei popoli;

 i suoi bimbi saranno portati in braccio,

 sulle ginocchia saranno accarezzati.

 13 Come una madre consola un figlio

 così io vi consolerò;

 in Gerusalemme sarete consolati.

 14 Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore,

 le vostre ossa saran rigogliose come erba fresca.

 La mano del Signore si farà manifesta ai suoi servi”.

 

Cinque secoli prima di Cristo a Babilonia compare fra gli esiliati un profeta che, in nome di Dio, annuncia un futuro glorioso. Esorta tutti a tornare nella terra dei loro padri promettendo prosperità, salute e pace! Qualcuno gli crede, ma rimane deluso. Molti anni dopo il suo ritorno deve ammettere che la profezia non si è avverata. La gente vive in condizioni miserabili: i terreni sono occupati da sfruttatori e i poveri non possiedono né casa, né cibo, né vestito.

Ci sono mille ragioni per diventare scettici.

A questo popolo scoraggiato viene inviato un altro profeta che pronuncia le parole di conforto contenute nella lettura di oggi. Egli invita il popolo a rallegrarsi, ad esultare, a sfavillare di gioia perché il lutto è finito (v.10). Gerusalemme sarà come una madre che allatta i suoi figli, li porta in braccio, li accarezza, fa loro succhiare il suo latte. La prosperità e la ricchezza – assicura – si riverseranno sulla terra d’Israele, come un fiume in piena (vv.11-12).

A questo punto chi lo sta ascoltando probabilmente pensa: ecco un altro ciarlatano! Abbiamo sentito anche troppe promesse vane, occorrono fatti, ci vuole un cambiamento concreto della situazione!

Il profeta è al corrente di queste obiezioni, ma continua: Il Signore vi consolerà, si comporterà come una madre che consola il figlio; “lo vedrete e il vostro cuore gioirà, le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba fresca” (vv.13-14).

E’ vero che le condizioni continuano ad essere disastrose, ma è già possibile intravedere qualche segno del mondo nuovo che è iniziato.

 

Seconda Lettura (Gal 6,14-18)

 

Fratelli, 14 quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo.

15 Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. 16 E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio.

17 D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo.

 18 La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.

 

Paolo è giunto alla fine della sua lettera e, in poche parole, riassume il tema che ha trattato.

Dice: i miei avversari, coloro che sono aggrappati alle tradizioni degli antichi, si gloriano di avere nella propria carne il segno della circoncisione e, quando riescono a convincere qualcuno ad imitarli, non smettono più di gloriarsi (Gal 6,13). Io – continua Paolo – non mi vanto d’altro che della croce del Signore Gesù (v.14).

Non è un segno esteriore che caratterizza il discepolo, ma la somiglianza con il Maestro che ha donato la sua vita per amore. Questa scelta lo rende una nuova creatura (v.15).

Paolo si augura che, dopo le spiegazioni date, più nessuno lo coinvolga in simili diatribe che tanto lo infastidiscono (v.17).

Egli porta nella sua carne i segni delle sofferenze che ha sopportato per Cristo. Il riferimento è alle numerose fatiche, alle tribolazioni, alle peripezie, alle persecuzioni che ha affrontato durante la sua missione. Scrivendo ai corinti ne fa un drammatico elenco (2 Cor 11,23-28).

La lettera ai galati è cominciata in modo brusco. Lasciati da parte persino i convenevoli, Paolo è entrato in argomento con parole dure e polemiche: “Mi meraviglio che così in fretta siate passati ad un altro Vangelo!” (Gal 1,6).

La conclusione è diversa, è dolce, conciliante, pacata: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli” (v.18). Vi traspare la convinzione dell’apostolo di essere riuscito a rendere inoffensivi i “falsi fratelli” che turbano i cristiani della Galazia.

 

Vangelo (Lc 10,1-12.17-20)

 

1 Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

2 Diceva loro: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. 3 Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. 5 In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. 6 Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi.

7 Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. 8 Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, 9 curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. 10 Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: 11 Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. 12 Io vi dico che in quel giorno Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città.

17 I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”. 18 Egli disse: “Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. 19 Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. 20 Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli”.

 

“Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi” (v.1.). Così inizia il Vangelo di oggi e questa informazione è piuttosto sorprendente perché, poco prima, Gesù ha già inviato i dodici apostoli ad annunciare il regno di Dio ed a curare i malati, raccomandando loro di non prendere nulla con sé, “né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche…” (Lc 9,1-6). Chi sono adesso questi settantadue che compaiono all’improvviso e che non verranno più ricordati in seguito? Una missione strana la loro, anche perché è difficile immaginare Gesù che va dietro a ben 36 coppie incaricate di preparargli il terreno.

E’ il racconto di un’iniziativa apostolica intrapresa da Gesù e riletta dall’evangelista in funzione della catechesi che intende dare alle sue comunità.

Siamo in Asia Minore, nella seconda metà del I secolo. Nonostante le difficoltà e le persecuzioni, i cristiani continuano a impegnarsi nell’annunzio del Vangelo, tuttavia sono numerosi gli interrogativi che si pongono: Dio rivela il suo Vangelo mediante visioni, sogni, apparizioni o c’è bisogno che qualcuno lo proclami? Il messaggio di salvezza è destinato a tutti o è riservato ad alcuni privilegiati? Che metodi dobbiamo usare per convincere le persone ad accettarlo? Come presentarci agli uomini e cosa dobbiamo dire loro? Basteranno le parole o saranno necessari dei segni? Che fare se veniamo rifiutati? La nostra opera sarà coronata da successo?

A queste domande Luca risponde narrando un invio di discepoli in missione. Il suo non è il reportage di un cronista, ma un testo teologico in cui sono impiegati anche degli artifici letterari.

Il numero settantadue è certamente simbolico. Richiamandosi all’elenco che si trova in Genesi 10, gli antichi avevano stabilito che i popoli del mondo erano settanta o settantadue. Nel giorno della festa delle capanne, nel tempio di Gerusalemme venivano immolati settanta tori per impetrare da Dio la conversione di ognuna delle nazioni pagane.

Nelle comunità di Luca i cristiani di origine pagana hanno bisogno, sia di superare i complessi di inferiorità che alcuni provavano nei confronti dei figli di Abramo, sia di porre fine a tutte le discriminazioni che essi stessi introducono in base all’origine etnica, alle tradizioni culturali, alla posizione sociale, al temperamento, al carattere, ai costumi, allo stile di vita di ognuno.

Dicendo che Gesù ha inviato settantadue discepoli (v.1), l’evangelista vuole affermare che la salvezza non è un privilegio riservato a qualcuno, ma è destinata a tutti, nessuno escluso.

I messaggeri sono inviati a coppie. Questo indica che l’annuncio del Vangelo non è lasciato all’inventiva dei singoli, ma è opera di una comunità. Chi parla in nome di Cristo non agisce in modo indipendente, è in comunione con i fratelli di fede. I primi missionari – Pietro e Giovanni (At 8,14), Barnaba e Paolo (At 13,1) – non solo andavano a due a due, ma erano anche “inviati” e sentivano di rappresentare la loro comunità.

Lo scopo dell’invio: preparare le città ed i villaggi alla venuta del Signore. Gesù giunge dopo i suoi messaggeri, non prima. Il compito affidato ad ogni apostolo non è quello di presentare se stesso, ma disporre le menti e i cuori degli uomini ad accogliere Cristo nella loro vita.

Per compiere questa missione il discepolo deve prepararsi. Il modo per farlo lo suggerisce Gesù: “Pregate il padrone della messe” (v.2).

La preghiera non ha l’obiettivo di convincere Dio a inviare operai nel suo campo (questo evidentemente non avrebbe senso), ma ha lo scopo di trasformare il discepolo in apostolo. Gli dona equilibrio, buona disposizione, pace interiore; lo libera dall’orgoglio, dalla presunzione; lo rende capace di superare opposizioni, delusioni e insuccessi; gli rivela, momento per momento, il volere del “padrone della messe”.

Il lupo è il simbolo della violenza, della tracotanza.

L’agnello indica la mansuetudine, la debolezza, la fragilità; può scampare dall’aggressione del lupo solo se il pastore interviene in sua difesa.

I rabbini dicevano che il popolo d’Israele era un agnello circondato da settanta lupi (i popoli pagani) che lo volevano divorare. Gesù applica questo paragone ai suoi discepoli: dice che devono comportarsi da agnelli (v.3). E’ dunque necessario che essi vigilino perché non insorgano nel loro cuore i sentimenti dei lupi: la rabbia, l’ingordigia, il risentimento, la volontà di prevalere e di prevaricare. Questi sentimenti portano infatti a compiere le azioni dei lupi: l’abuso di potere, le aggressioni, le violenze, le offese, le menzogne. La storia della chiesa sta a provare che, quando i cristiani si sono trasformati in lupi, hanno sempre fallito la loro missione.

Nei tempi brevi, “comportarsi da lupi” può dare risultati, ma si tratta di un successo effimero e comunque... Gesù ha salvato il mondo comportandosi da agnello, non da lupo.

La scelta dei mezzi per la missione è in sintonia con l’immagine dell’agnello debole e indifeso (v.4). Gesù li enuncia in modo negativo: né borsa, né bisaccia, né sandali.

Per imporsi, un movimento politico o un’ideologia ha bisogno di strumenti efficaci: il denaro, le armi, gli appoggi di persone influenti. L’apostolo deve resistere alla tentazione di ricorrere a questi mezzi per diffondere il Vangelo e per costruire il regno di Dio. La chiesa perde di credibilità quando vuole competere con i poteri politici ed economici. Chi non sa rinunciare a queste sicurezze umane, chi non ha il coraggio di riporre la sua fiducia unicamente nella forza della Parola che annuncia e nella protezione del Pastore, non sarà riconosciuto come testimone del Regno, composto solo da “agnelli”.

Per strada i discepoli non devono salutare nessuno (v.4). Non si tratta, evidentemente, di una disposizione da prendere alla lettera, ma di un’indicazione che sottolinea l’urgenza della missione.

 

Quando si ritiene sia giunto il momento opportuno di parlare di Cristo, da dove si deve cominciare? I messaggi che i non credenti sembrano avere maggiormente recepito da noi cristiani sono quelli relativi a certe esigenze morali: inammissibilità del divorzio, obbligo di partecipare alla Messa nelle feste di precetto, rispetto e sottomissione alla gerarchia ecclesiale, castighi di Dio per chi non osserva i comandamenti … Sarà da questi argomenti che si deve avviare il discorso? Affatto.

Il Vangelo è bella notizia. Ecco le parole con cui il discepolo si presenta: Sono venuto ad annunciarti la pace; porto la pace a te, alla tua famiglia, alla tua casa (v.5). Questo è un annuncio che dà conforto, suscita stupore, speranza, gioia! Se fra chi ascolta ci sarà un “figlio della pace”, se ci sarà qualcuno disposto ad aprire il proprio cuore a Cristo, su di lui scenderà la pace, pienezza di vita e di bene (v.6).

Per manifestare la sua gratitudine, chi ha ascoltato l’annuncio potrebbe invitare il missionario nella sua casa e offrirgli il suo pane (v.7). L’apostolo – raccomanda Gesù – accetti l’invito, non avanzi pretese, si accontenti del cibo frugale che gli viene posto innanzi e si adatti agli usi e costumi di chi lo ospita, senza guardare con sospetto alle sue abitudini e alle sue tradizioni; non abbia paura di contaminarsi a causa dei cibi, perché nessun alimento e nessuna creatura è impura (v.8). Questa istruzione era di grande attualità al tempo di Luca quando molti esitavano a condividere i pasti con i pagani (Gal 2,11-14; At 11,2-3; 1 Cor 10,27).

 

In che consiste l’opera di evangelizzazione? Basta l’annuncio o questo deve essere confermato da segni?

Le parole – dice Gesù – devono essere accompagnate da gesti concreti di carità: la cura dei malati, l’assistenza ai poveri (v.9). Dove non si nota alcun cambiamento, alcuna trasformazione della condizione dell’uomo e della società, il regno di Dio non è ancora giunto.

 

Il Vangelo può venire accolto, ma anche rifiutato. Come comportasi quando ci si deve confrontare con l’opposizione? Lo chiarisce Gesù: i missionari si rechino sulla pubblica piazza e, davanti a tutta la gente, scuotano la polvere dai loro piedi. Sodoma e Gomorra saranno trattate con minor severità di quella città (vv.10-12).

Sono parole dure da capire e più ancora da accettare. Prese alla lettera contraddicono il resto del Vangelo. Basti pensare alla reazione di Gesù nei confronti di Giacomo e Giovanni che volevano far scendere il fuoco dal cielo sui Samaritani (Lc 9,55).

Dio non si arrabbia, non si vendica, non castiga chi non accoglie la sua Parola. Egli è solo bontà e misericordia e ama sempre e comunque. Gesù impiega qui il linguaggio e le immagini del suo popolo. Parla di castighi di Dio per indicare le conseguenze disastrose che comporta il rifiuto del Vangelo. Chi non accetta la sua parola si rende responsabile della propria infelicità, si priva della pace. E’ significativo che la scena minacciosa del giudizio pronunciato dagli evangelizzatori sull’intera città si concluda comunque con una parola di salvezza: “Sappiate che il regno di Dio è giunto a voi”.

 

Compiuta la loro missione, i settantadue ritornano pieni di gioia e riferiscono a Gesù i risultati ottenuti. Egli risponde: “Vedevo satana cadere dal cielo come la folgore” (v.18). Quando la Bibbia parla di satana non intende l’essere spregevole e deforme che viene ancora raffigurato in qualche dipinto. Si riferisce alle forze del male: l’odio, la violenza, l’ingiustizia, l’orgoglio, l’attaccamento al denaro, le passioni sregolate...

Dicendo che satana è caduto dal cielo, Gesù annuncia la vittoria ormai inarrestabile del bene. Con la proclamazione del Vangelo, il regno del male ha iniziato a crollare.

Poi continua: “Vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare” (v.19). Ecco un’altra immagine biblica. Come satana, il serpente e lo scorpione sono simboli del male (Cf. Gen 3,15; Sal 91,13). Gesù non promette che i suoi inviati non incontreranno opposizioni e difficoltà. Gli animali pericolosi ci saranno, ma verranno “calpestati” dal discepolo.

Le parole del Maestro suggeriscono l’idea di una vittoria facile, stupefacente (come folgore); sembrano ridurre ad una comoda passeggiata la lunga marcia che conduce l’umanità verso il regno di Dio. La realtà – lo verifichiamo ogni giorno – non è tanto semplice né tanto allegra.

Il male reagisce in modo duro e violento, basti pensare quanto costi, per esempio, vincere un vizio, superare una cattiva abitudine e come continuino a trionfare nel mondo i furbi, i potenti, i corrotti. Ma Gesù, che guarda al risultato finale, constata che il male ha già perso il suo vigore. Queste parole suonano a condanna dei pessimismi, sono una smentita di chi non fa che dolersi e ripetere sconsolato che il mondo va sempre peggio.

Chi ha dato fiducia a Cristo e alla sua Parola ha il suo nome scritto nei cieli, cioè è entrato a far parte del regno di Dio (v.20). E’ questa la ragione della gioia che prova e che annuncia a tutti. Anche se realisticamente ammette che i successi sono limitati e faticosi e che il cammino è ancora lungo, egli gioisce perché già intravede la meta. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

Il futuro delle comunità nella diocesi di Mainz. Le MCI rispondono al Vicario Generale

 

Con una relazione del Vicario Generale Dietmar Giebelmann in occasione della Conferenza delle Comunità d’altra madre lingua il 23 novembre scorso a Mainz, relazione poi fatta recapitare per posta alle stesse, la diocesi aveva presentato le future linee pastorali che intende seguire nei confronti delle parrocchie straniere. Entro il 2012 esse dovranno stipulare un contratto di collaborazione con una parrocchia locale tedesca, la quale poi si assumerà ogni responsabilità giuridica e pastorale anche della comunità straniera una volta che, in un domani ormai molto prossimo, resterà senza il proprio sacerdote. Dall’estero non sta venendo infatti più nessuno, almeno dai Paesi latini, Italia compresa, per cui sembra questa l’univa via per garantire un minimo di futuro alle attuali missioni.

La relazione del Vicario Diocesano è stata ampiamente discussa all’interno delle comunità italiane della Diocesi, sia nei singoli Consigli Pastorali che in incontri comuni, grazie anche ad una Commissione creata appositamente per affrontare il problema. A fine maggio è stato stilato un documento che esprime una presa di posizione comune e che, sotto forma di lettera, a firma dele coordinatore di zona p. Tobia Bassanelli, è stato spedito al Vicario Generale Giebelmann. Ecco il testo integrale della risposta (qui in italiano, nell’atra sezione in tedesco)

 

Molto reverendo Vicario Generale,

le comunità di lingua italiana della Diocesi, dopo aver ricevuto il testo scritto del suo intervento alla Pastoralkonferenz del 23.11.2009 a Mainz, hanno avviato la richiesta riflessione all’interno dei rispettivi consigli pastorali e delle singole comunità parrocchiali.

 

Il documento è stato anche al Centro dell’incontro della nostra zona pastorale (con le Missioni italiane delle diocesi di Limburg e di Fulda) il giorno 11.02.2010 ad Hanau, al termine del quale è stata costituita una apposita commissione, con il compito di esprimere alla Diocesi una prima valutazione delle linee proposte e di preparare una bozza di Kooperationsvertrag da sottoporre al parere delle diverse comunità e dei rispettivi organismi pastorali.

 

La Commissione, riunitasi il 19.2.2010 ed il 12.3.2010 a Dreieich, e sulla base delle indicazioni raccolte, esprime la soddisfazione delle Missioni italiane per l’interessamento e la volontà diocesana tesa a garantire alle nostre Comunità un domani anche in assenza di un sacerdote di lingua madre.

 

Siamo lieti nel veder riconosciuto e apprezzato il nostro lavoro pastorale, visto come un “arricchimento” per la Chiesa diocesana. Non solo non lo si vuole perdere, ma si desidera valorizzarlo al meglio anche per il futuro, sia pure in contesti nuovi e strutture diversificate.

 

La proposta di un Kooperationsvertrag con una parrocchia locale tedesca, da attuare entro il 2012, ci trova sostanzialmente d’accordo, anche se andrà attuata tenendo conto delle diversità delle singole comunità. Particolari difficoltà infatti trovano le comunità della diaspora, con i parrocchiani sparsi su un ampio territorio e senza un nucleo centrale ben definito. Per loro potrebbero essere ipotizzabili contratti di collaborazione con più parrocchie.

 

La Commissione preparerà una bozza da mettere a disposizione delle nostre Comunità, in modo da aiutarle nella concretizzazione locale del progetto diocesano. Se al riguardo ci sono già dei “modelli”, la preghiamo di farceli pervenire.

 

Ci permetta ora alcuni rilievi ed alcune domande.

 

Che il processo di verifica del personale e degli immobili, per il calo dei sacerdoti e per motivi di un risparmio obbligato - già attuato nelle parrocchie tedesche ed ora esteso alle Comunità d’altra madre lingua - ci trova consenzienti, purchè non avvenga sulla testa delle realtà interessate, ma si realizzi nel dialogo reciproco e con decisioni condivise. Non vorremmo che alla fine la Diocesi desse l’impressione di voler risparmiare sui più deboli, cioè sulle briciole.

 

Come pure siamo pienamente d’accordo che vada ulteriormente perseguita la collaborazione e la connessione tra tutte le istituzioni (parroccchie, organismi vari, ecc.) operanti nella Chiesa, in particolare sul territorio, e che questa collaborazione trovi una sua formulazione scritta ed impegni vincolanti. Sarà appunto nel Kooperationsvertrag dove tutto ciò troverà una definizione chiara, secondo liberi e quindi fattibili accordi, e nel rispetto delle reciproche identità.

 

Il punto tre merita un più approfondita riflessione, e secondo noi una nuova articolazione. Non è chiaro infatti se si riferisce solo al periodo in cui mancherà il sacerdote d’altra madre lingua (e allora è contradditorio, perchè questo vi è invece preso in considerazione), o anche all’immediato futuro, cioè a partire dal 2012, con l’entrata in vigore del Kooperationsvertrag.

 

Ci chiediamo: il modello attuale (la parrocchia d’altra madre lingua pienamente autonoma, alla pari della parrocchia tedesca) scompare (perchè viene integrata - o trasformata - in una parrocchia tedesca, secondo una delle tre possibilità descritte nel suo documento) o rimane nella sua attuale identità, sia pure con un maggiore aggancio sul territorio, in particolare con un maggior legame ad una parrocchia locale?

 

Se non abbiamo capito male, alla Jareskonferenz del 23.11.09 a Mainz è stata riconosciuta la validità dell’attuale modello in presenza del sacerdote d’altra madre lingua. Questa è anche la nostra posizione. E chiediamo che questo modello sia riconosciuto chiaramente nella nuova stesura delle linee diocesane.

 

Un ultimo punto da chiarire riguarda la nostra controparte nella preparazione e nella firma del Kooperationsvertrag: viene fatto con la Pfarrgemeinde o con le nuove unità pastorali (Pfarrgruppe, Pfarreienverbund)? O con ambedue?

 

Come lei ben ricorda, questo Strukturprozess non è facile, e secondo noi richiederà anche tempi lunghi. Per cui sarebbe bene prevedere una fase sperimentale, in modo da arrivar a soluzioni stabili e abbastanza definitive sulla base delle indicazioni emerse dalla nuova prassi. Non bisogna inoltre dimenticare la presenza a volte di pregiudizi reciproci, che possono ostacolare questo cammino ed il cui superamento richiede una frequentazione più ravvicinata e piuttosto assidua; vale a dire - di nuovo - tempi lunghi.

 

L’intero processo non deve riguardare solo le comunità d’altra madre lingua, ma deve coinvolgere anche le parrocchie tedesche, in particolare quelle con le quali verrà sottoscritto il Kooperationsvertrag, in modo che possiamo trovare una vera accoglienza, la collaborazione sia reciproca e funzioni al meglio, il lavoro pastorale aggiuntivo per la parrocchia locale non venga vissuto come fastidio e peso ma come nuovo arricchimento e crescita della comunità.

 

Se in futuro la cura pastorale dei fedeli d’altra madre lingua sarà sempre più affidata al clero locale, questo va adeguatamente preparato nel periodo della formazione teologica. In seminario e nei piani formativi per gli operatori pastorali (Gemeinde e Pastoral-Referenten) occorre pertanto prevedere corsi adeguati, sia per trasmettere una mentalitá d’apertura e di accoglienza, sia per rendere attenti alle diversitá culturali e religiose delle nazionalità maggiormente presenti in diocesi. L’apprendimento delle loro lingue costituirebbe un ulteriore prezioso vantaggio per un lavoro pastorale efficace.

 

Tra le nostre comunità ci sono regolari contatti (incontri di zona per gli operatori pastorali, convegno nazionale, esercizi spirituali) ed attivitá comuni (incontri formativi per i catechisti, giornate per i Consigli ed i Collaboratori pastorali, per i Gruppi di preghiera, ecc.). Tutte queste iniziative sono preziose oggi e resteranno tali anche in futuro. Vale a dire il Kooperationsvertrag non deve cancellare o mortificare quella rete di rapporti e di collaborazioni pastorali esistenti nelle nostre comunità, la deve anzi estendere ai nuovi soggetti diventati per loro attivi o competenti.

 

La tradizione cattolica italiana affida un grande ruolo al volontariato. Anche nelle nostre comunità esso ha ampio spazio e sostiene iniziative che altrimenti non sarebbero possibili. E’ una sensibilità ed una attenzione che non vanno mortificate. In un periodo di scarsezza di personale e di mezzi economici riteniamo importante il rilancio della partecipazione dei laici e dell’impegno del volontariato. E’ un settore dove sicuramente si può fare e investire di più.

 

L’aggiornamento - o la riforma - delle strutture è certamente importante. Ma molto più importante è l’evangelizzazione. Pensiamo che al primo posto deve sempre stare l’impegno pastorale, la cura delle anime, che si concretizza soprattutto nell’annuncio della Parola, la catechesi, la liturgia, la diaconia. Questi sono e devono rimanere gli obiettivi prioritari, che nessuna ristrutturazione di tipo amministrativo o economico deve immolare.

 

Siamo in ogni modo grati per la riflessione che la Diocesi ha avviato, riflessione che costringe noi e le nostre comunità a progettare meglio il domani, sicuri che la Chiesa è una e nel suo interno c’è sempre spazio e futuro per tutti.

 

Queste osservazioni riassumono un dibattito di mesi nelle nostre comunità, nei Consigli Pastorali, nei nostri diversi incontri, tra cui quello di zona del 6 maggio 2010 a Offenbach, e sono state approvate in una assemblea conclusiva il 30 maggio 2010 a Dreieich.

 

Lieti di poter dare con la presente il nostro contributo alla riflessione diocesana sulle comunità d’altra madre lingua, porgiamo i più cordiali saluti.

Le Comunità italiane della Diocesi (de.it.press)

 

 

 

 

 

Un annuncio coraggioso.  Chiesa e Anno europeo della lotta alla povertà

 

Nato ad Artois, in Francia, nel 1748, San Benedetto Giuseppe Labre era il primogenito di 15 figli. Dopo un soggiorno alla Trappa de Sept-Fons nel 1769, all'età di 22 anni, intraprese un pellegrinaggio di penitenza attraverso l'Europa. Il pellegrinaggio lo condusse a Roma, dove giunse nel dicembre 1770, a San Giacomo di Compostela (1773) e nuovamente a Roma nel 1774. Si recò più volte a Lorette e nel 1778 si stabilì a Roma. Secondo la leggenda, visse sei anni tra le rovine del Colosseo, prima di morire a 35 anni, il 16 aprile 1783.

Particolarmente attratto dall'esempio di San Francesco, egli scelse di vivere nella più assoluta povertà per dedicarsi completamente ad una vita di preghiera e di adorazione. Divenne così il santo patrono dei mendicanti e delle persone senza fissa dimora. Canonizzandolo, la Chiesa ha approvato non soltanto una persona fuori dal comune, ma anche uno stile di vita nella massima povertà se questa è liberamente scelta. D'altronde è quest'ultimo termine quello che conta. L'apprezzamento istituzionale della povertà come scelta dovrebbe piuttosto acuire lo spirito di rivolta dei cristiani di fronte alla povertà subita, di fronte alla povertà che è frutto dell'ingiustizia e dell'indifferenza.

Per questo motivo, qualsiasi iniziativa finalizzata ad attirare l'attenzione del pubblico su situazioni di disagio e di miseria materiale può sperare di trovare un'eco benevola nei cristiani. L'Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione che si celebra nel 2010 fa parte di queste iniziative e le istanze delle Chiese presenti a Bruxelles non hanno esitato a formare un'alleanza per contribuire, da parte loro, a questa iniziativa di politica europea. È in corso di preparazione un testo comune e il 9 luglio prossimo sarà organizzato un seminario di dialogo con la Commissione europea. Questo seminario fa parte del dialogo dell'Unione con le Chiese di cui parla il nuovo Trattato di Lisbona e sarà l'occasione per presentare iniziative d'ispirazione cristiana per lottare contro la povertà, al fine di sostenere lo scambio di buone pratiche attraverso l'Europa.

Tale seminario permetterà inoltre di valutare con la Commissione europea la recente decisione del Consiglio d'Europa sui cinque obiettivi principali della strategia "Europa 2020". Due di questi obiettivi hanno infatti un legame diretto con la lotta contro la povertà e sono probabilmente il fatto più rilevante dell'Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale. Essi segnano un grosso passo avanti nella lunga marcia verso un'Europa sociale.

Il quarto obiettivo mira inoltre "Migliorare i livelli d'istruzione, in particolare mirando a ridurre i tassi di dispersione scolastica al di sotto del 10%", mentre il quinto riguarda l'impegno dei 27 stati membri a "Promuovere l'inclusione sociale, in particolare attraverso la riduzione della povertà, mirando a liberare almeno 20 milioni di persone dal rischio di povertà e di esclusione"

È tuttavia importante osservare che questi due obiettivi erano anche quelli più controversi tra i nostri capi di Stato e di Governo. Quello relativo all'istruzione poneva problemi di rispetto della sussidiarietà. Per questo motivo, una nota a piè di pagina nelle conclusioni del Consiglio d'Europa del 17 giugno sottolinea la competenza degli stati membri in materia. Quello riguardante la riduzione della povertà ha suscitato una disputa in merito agli indicatori di povertà. Un'altra nota a piè di pagina lascia dunque agli stati membri la possibilità di scegliere tra tre indicatori diversi (rischio di povertà, indigenza materiale e il fatto di vivere in un nucleo familiare senza lavoro). "Gli stati membri [sono] liberi di stabilire i propri obiettivi nazionali sulla base degli indicatori che essi giudicheranno più appropriati tra questi", si legge nel testo.

Comunque sia! Anche se è facile criticare queste esitazioni e si può - come sempre - affermare che il punto cruciale sarà la messa in opera di questi obiettivi e non la loro formulazione, il messaggio inviato ai cittadini europei è chiaro: la strategia macroeconomica dell'Unione europea non si limita più agli obiettivi di competitività e alla ricerca scientifica, per quanto necessari essi siano. Essa non si ferma più all'inclusione di un obiettivo in materia di lotta contro i cambiamenti climatici. Essa ha anche una dimensione sociale, che enuncia chiaramente un obiettivo quantificato in materia di riduzione della povertà.

Si stima che il numero dei poveri nell'Unione europea ammonti a circa 80 milioni di persone. Voler ridurre questa cifra del 25% in 10 anni è un annuncio coraggioso, soprattutto nel contesto economico difficile che stiamo vivendo. Basti pensare ai 5,5 milioni di giovani europei sotto i 25 anni che risultavano disoccupati alla fine del 2009. È anche un incoraggiamento a tutti coloro che si impegnano a titolo gratuito nella lotta contro la povertà oltre che alle loro organizzazioni. Gli europei cattolici non dimenticheranno perciò di chiedere anche l'intercessione di San Benedetto Giuseppe Labre, il santo patrono dei poveri. STEFAN LUNTE, FRANCIA

 

 

 

 

Strasburgo. L’udienza sul Crocifisso

 

Strasburgo– I giudici della Grande Chambre hanno accolto, nella sede della corte europea dei diritti dell’uomo, le parti interessate all’udienza dedicata al tema della esposizione del crocifisso nelle scuole pubbliche italiane. Durante l’udienza (la prima di tale portata, espressamente dedicata a un simbolo religioso), che durerà tutta la mattinata, prenderanno la parola: Nicolò Lettieri, magistrato, a nome del Governo Italiano, che ha fatto ricorso dopo la sentenza del 3 novembre 2009; gli avvocati della parte ricorrente (Soile Lautsi) e Joseph Weiler a nome dei governi che hanno sostenuto la posizione italiana. La Corte è presieduta dal magistrato francese Jean-Paul Costa. Altre parti terze, così definite, che hanno presentato memorie scritte, sono rappresentate nella sede della Corte, ma non prenderanno la parola.

“E’ legittima la presenza del crocifisso nelle scuole pubbliche italiane? Lo Stato italiano è laico oppure no?”: Nicolò Paoletti avvocato della parte ricorrente (la signora italiana di origine finlandese Soile Lautsi che aveva chiesto di togliere il crocifisso dall’aula della classe dei suoi ragazzi), è stato il primo a prendere la parola questa mattina dinanzi alla Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo riunita per l’udienza dedicata al tema della esposizione del crocifisso. Nel suo intervento Paoletti ha aggiunto: “Anche la Corte Costituzionale italiana ha tolto il crocifisso dall’aula in cui si ritrova. Lo Stato italiano deve assumere imparzialità e neutralità nei fatti che riguardano la coscienza dei singoli”. Dopo la posizione sostenuta da Paoletti per conto della ricorrente, è intervenuto Nicola Lettieri, magistrato per conto del governo italiano: “Non si tratta di un caso propriamente giuridico. Questo è un caso politico e ideologico”. Lettieri ha quindi presentato il ricorso dello Stato italiano contro la sentenza del 3 novembre 2009, assunta da una camera della Corte che dovrebbe obbligare lo Stato italiano a togliere il crocifisso dalle aule scolastiche. “In questo caso – ha detto - fa scandalo la difesa della libertà di religione, ottenuta negando la stessa libertà religiosa”.

 

Ed ha aggiunto: “Se lo Stato italiano rimuovesse i simboli religiosi, diventerebbe esso stesso partigiano di una parte e non il difensore della tolleranza e del pluralismo necessari in questi casi”. Infine ha preso la parola Joseph Weiler, docente di diritto all’Università di New York che ha sostenuto la parte assunta da alcuni Stati (che sono Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Russia e San Marino ) facenti parte del Consiglio d’Europea che sostengono la posizione del governo italiano. Weiler ha affermato: “Gli Stati che rappresento, concordano che la Convenzione dei diritti dell’uomo tuteli la libertà di religione e la libertà dalla religione. Sono anche d’accordo che l’istruzione nelle scuole pubbliche debba tendere alla tolleranza e al pluralismo ma nella sentenza è stata espressa una laicità o una neutralità che non si possono condividere. Non si è fatta cioè distinzione tra i diritti del privato e l’identità del pubblico”. Weiler ha ripreso: “Lo Stato e i suoi simboli sono importanti per la democrazia. Molti di questi simboli oggi in Europa, anche negli Stati che fanno parte del Consiglio d’Europa, ci vengono dalla nostra storia e spesso si tratta del croce”. Weiler ha quindi citato diversi casi europei, fra cui al Gran Bretagna in cui la croce appare nella bandiera nazionale. Sir 29

 

 

 

 

Corte Usa-Vaticano.  Richiesta infondata. La Chiesa non è una multinazionale

 

La Corte suprema degli Stati Uniti ha ritenuto di non dover prendere in esame il ricorso presentato dalla Santa Sede per contestare una causa avanzata contro di lei nello Stato dell’Oregon, e ha rinviato il caso alla Corte distrettuale di questo Stato. Nel procedimento un cittadino dell’Oregon, che afferma di essere stato da ragazzo vittima di abusi sessuali da parte di un sacerdote, ha chiesto un risarcimento alla Santa Sede colpevole a suo dire di essersi limitata a trasferire il religioso, nonostante le accuse di abusi. Il sacerdote in questione è il reverendo Andrew Ronan, dell’Ordine dei Servi di Maria, dimesso dallo stato clericale nel 1966 e deceduto nel 1992, quando era sacerdote della parrocchia di St. Albert a Portland, in Oregon. Ronan a suo tempo aveva ammesso di avere abusato di minorenni nell’arcidiocesi irlandese di Armagh, e successivamente nella scuola superiore di St. Philips, a Chicago, prima di essere trasferito a Portland. Sulla vicenda abbiamo chiesto il parere di Giuseppe Dalla Torre, rettore della Lumsa e presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano.

“Occorre anzitutto tener conto – premette il giurista – della particolare concezione della Chiesa presente nell’ordinamento americano, considerata quale corporation. In sostanza, anche se in maniera assolutamente impropria, la Chiesa viene paragonata ad una sorta di multinazionale. Da qui discendono alcune conclusioni peraltro assolutamente improprie”. Anzitutto, spiega Dalla Torre, “perché la Chiesa non è una multinazionale; poi perché ogni diocesi ha una sua propria autonomia; infine – e qui i giudici americani dovrebbero fare un’attenta riflessione – perché è contraddittorio considerare, da un lato, la Chiesa una corporation e, dall’altro, intrattenere con la Santa Sede, ossia con il governo di questa stessa Chiesa, relazioni diplomatiche”. Proprio l’esistenza di tali relazioni esclude, secondo il rettore della Lumsa, che la Santa Sede possa essere qualificata “una qualsiasi multinazionale, imputandole delle responsabilità”. Queste “potrebbero essere eventualmente ascrivibili solo alla diocesi, laddove peraltro si dimostri che vi sia stata una sua culpa in vigilando, in quanto, pur essendo a conoscenza di fatti criminosi commessi da un determinato sacerdote non abbia assunto provvedimenti idonei ad evitare il loro ripetersi”. È insomma “evidente la totale estraneità della Santa Sede”.

“Le Chiese particolari – prosegue Dalla Torre – hanno una loro autonomia; ogni prete secolare è incardinato in una diocesi. Nel caso in questione, inoltre, sembra che questo sacerdote appartenesse ad un istituto religioso, pertanto il suo trasferimento poteva essere deciso solo dal superiore di quell’ordine. In nessun caso, comunque, il diritto canonico prevede che la Santa Sede possa trasferire d’autorità un prete da una diocesi ad un’altra”. Occorre “peraltro precisare che in caso di reati commessi da sacerdoti il vescovo diocesano o il superiore dell’ordine religioso sarebbero responsabili non del fatto criminoso in sé, ma qualora fossero stati a conoscenza del comportamento penalmente perseguibile, non avessero adottato provvedimenti tali da impedirne la reiterazione”. Infine “non è corretto qualificare il rapporto sacerdote-vescovo o sacerdote-superiore religioso un rapporto di lavoro, né, tantomeno si può considerare il reverendo Ronan ‘dipendente’ del Vaticano”.

Secondo il giurista “non è dunque ravvisabile, nel caso di specie, quel ‘rapporto di dipendenza professionale diretta’” invocato dai difensori del querelante, che costituirebbe “un’eccezione all’immunità degli Stati sovrani. È pertanto indubbio – conclude Dalla Torre – che, in quanto Stato sovrano, il Vaticano è assolutamente immune dal giudizio di un Tribunale straniero”.  sir

 

 

 

 

Nuovo missionario per gli italiani di Albstadt

 

ALBSTADT - Dopo un lungo periodo di attesa la Missione Cattolica di Albstadt ha un nuovo sacerdote. Si tratta di padre Arthur Kaweesa, 40enne, originario dell’Uganda. “Mi trovo molto bene. L’accoglienza è stata calorosa e meravigliosa”, ha detto. Dopo gli studi di teologia in Uganda nel 1998 si è trasferito a Roma dove ha approfondito i suoi studi per conseguire la laurea in Scienze bibliche. Ritornato in Uganda ha lavorato come docente di filosofia. L’ultima attività pastorale nella sua patria fu nella parrocchia Kibiri. Da pochi mesi è stato chiamato alla guida della Comunità sia tedesca che italiana di Tailfingen. Recentemente, padre Arthur Kaweesa ha festeggiato insieme alla parrocchia italiana il V anniversario della Comunità dei SS. Sposi Maria e Giuseppe. “Sono entusiasta del calore che arriva da parte degli italiani “, spiega: “anche la Comunità e molto contenta del fatto, che finalmente si uniscono i fedeli”. “Si riprende l’attività sperando che sia la Comunità sia la loro fede spirituale cresca”. Al nuovo parroco gli auguri di tutti ed in particolare del Consiglio Pastorale della parrocchia. (Migranti-press)

 

 

 

 

 

Festa dei santi apostoli Pietro e Paolo. L’omelia del Papa. Garanzia di libertà

 

“Se pensiamo ai due millenni di storia della Chiesa, possiamo osservare” che “non sono mai mancate per i cristiani le prove, che in alcuni periodi e luoghi hanno assunto il carattere di vere e proprie persecuzioni”. Lo ha ricordato Benedetto XVI, durante l’omelia per la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo (29 giugno). Nella basilica vaticana, il Santo Padre ha avvertito che le prove per i cristiani “malgrado le sofferenze che provocano, non costituiscono il pericolo più grave per la Chiesa”: “Il danno maggiore, infatti, essa lo subisce da ciò che inquina la fede e la vita cristiana dei suoi membri e delle sue comunità, intaccando l’integrità del Corpo mistico, indebolendo la sua capacità di profezia e di testimonianza, appannando la bellezza del suo volto”. Le riflessioni del Papa si sono concentrate attorno alla convinzione che “Dio è vicino ai suoi fedeli servitori e li libera da ogni male, e libera la Chiesa dalle potenze negative”. Infatti, “la promessa di Gesù – ‘le potenze degli inferi non prevarranno’ sulla Chiesa – comprende sì le esperienze storiche di persecuzione subite da Pietro e Paolo e dagli altri testimoni del Vangelo, ma va oltre, volendo assicurare la protezione soprattutto contro le minacce di ordine spirituale”.

 

Imposizione del Pallio. Nel corso dell’omelia, il Pontefice ha precisato che vi è “una garanzia di libertà assicurata da Dio alla Chiesa, libertà sia dai lacci materiali che cercano di impedirne o coartarne la missione, sia dai mali spirituali e morali, che possono intaccarne l’autenticità e la credibilità”. Durante le celebrazioni per la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, Benedetto XVI ha anche imposto il Pallio ai trentotto arcivescovi metropoliti. Il paramento liturgico fatto di lana bianca rappresenta il simbolo del buon pastore e, insieme, dell’Agnello crocifisso per la salvezza dell’umanità. Si tratta di una tradizione antica: il vescovo di Roma concede il pallio solo ad alcuni arcivescovi metropoliti e primati a significare la giurisdizione in comunione con la Santa Sede. Il Papa ha spiegato che “la comunione con Pietro e i suoi successori” è “garanzia di libertà per i Pastori della Chiesa e per le stesse Comunità loro affidate” mentre “il ministero petrino è garanzia di libertà nel senso della piena adesione alla verità, all’autentica tradizione, così che il Popolo di Dio sia preservato da errori concernenti la fede e la morale”. L’imposizione del Pallio, dunque, è un “gesto di comunione” e “questo appare evidente nel caso di Chiese segnate da persecuzioni, oppure sottoposte a ingerenze politiche o ad altre dure prove” ma “ciò non è meno rilevante nel caso di Comunità che patiscono l’influenza di dottrine fuorvianti, o di tendenze ideologiche e pratiche contrarie al Vangelo”. Il pallio degli arcivescovi metropoliti, nella sua forma attuale, è una stretta fascia di stoffa di circa cinque centimetri tessuta in lana bianca, incurvata al centro così da poterlo appoggiare alle spalle sopra la pianeta o casula e con due lembi neri pendenti davanti e dietro, così che il paramento ricordi la lettera “Y”. È decorato con sei croci nere di seta, una su ogni coda e quattro sull’incurvatura, ed è guarnito, davanti e dietro, con tre spille d’oro e gioielli. La differente forma del pallio papale rispetto a quello dei metropoliti mette in risalto la diversità di giurisdizione.

 

Valenza ecumenica. Per il Santo Padre, le divisioni sono “sintomi della forza del peccato, che continua ad agire nei membri della Chiesa anche dopo la redenzione”. Tuttavia, “l’unità della Chiesa è radicata nella sua unione con Cristo, e la causa della piena unità dei cristiani – sempre da ricercare e da rinnovare, di generazione in generazione – è pure sostenuta dalla sua preghiera e dalla sua promessa”. E proprio richiamando la “promessa di Cristo che le potenze degli inferi non prevarranno sulla sua Chiesa”, il Pontefice ha sottolineato che “queste parole possono avere anche una significativa valenza ecumenica” perché “uno degli effetti tipici dell’azione del Maligno è proprio la divisione all’interno della Comunità ecclesiale”. Con sentimenti di “fiduciosa speranza”, il Papa ha quindi salutato la delegazione del Patriarcato di Costantinopoli che, “secondo la bella consuetudine delle visite reciproche, partecipa alle celebrazioni dei Santi Patroni di Roma”: “Insieme rendiamo grazie a Dio per i progressi nelle relazioni ecumeniche tra cattolici ed ortodossi, e rinnoviamo l’impegno di corrispondere generosamente alla grazia di Dio, che ci conduce alla piena comunione”. Infine, Benedetto XVI si è rivolto ai presenti pregando affinché “i santi Apostoli Pietro e Paolo vi ottengano di amare sempre più la santa Chiesa, corpo mistico di Cristo Signore e messaggera di unità e di pace per tutti gli uomini” e “di offrire con letizia per la sua santità e la sua missione le fatiche e le sofferenze sopportate per la fedeltà al Vangelo”. sir

 

 

 

 

A Loreto il Corso annuale di pastorale migratoria della Migrantes

 

LORETO - “Fornire una solida base di formazione necessaria per agire efficacemente e in rete nella pastorale della mobilità umana, attraverso chiavi di lettura sociologico-ecclesiali e teologico pastorali sulla mobilità”. É questo l’obiettivo del Corso annuale di pastorale migratoria, in corso dal 28 giugno al 3 luglio, a Loreto per iniziativa della Fondazione Migrantes sul tema: “Linee di pastorale migratoria”.

Il Corso - informano gli organizzatori - prevede relazioni, conoscenza degli strumenti di documentazione, approfondimenti personali e lavori di gruppo; incontri con testimoni; valorizzazione del vissuto e delle competenze dei partecipanti; equilibrio tra tempi di impegno, preghiera, riposo, relazioni di amicizia e di festa. Il fenomeno della mobilità umana - si legge nella presentazione del corso - è tra gli aspetti più rilevanti della società contemporanea e presenta dinamiche sempre più complesse dal punto di vista sociale, culturale, politico, religioso e pastorale. Le “Linee di pastorale migratoria” - spiegano i promotori - sono “il supporto necessario per sviluppare l’azione nei cinque settori della mobilità umana (immigrati stranieri in Italia, italiani all’estero, marittimi e aeroportuali, Rom e Sinti, circensi e fieranti), dare organicità alla pastorale migratoria, e preparare chi è interessato al tema della mobilità umana”.

Migranti-press)

 

 

 

 

Cattolici e Ortodossi - Quando Pietro diventa Paolo. Benedetto XVI e la delegazione di Costantinopoli

 

Una coincidenza di data nel celebrare la festa dei santi apostoli Pietro e Paolo da parte di cattolici e ortodossi è già sufficiente a spiegare la visita di una delegazione ortodossa a Roma, in rappresentanza del patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I. Il Papa ha sottolineato che la festa dei due santi apostoli Pietro e Paolo si celebra nello stesso giorno da molti secoli e rappresenta per ciò un segno della comune fede, che le nostre Chiese hanno condiviso per molti secoli. Questa e le altre visite, scambiate in passato tra Roma e Costantinopoli, non sono semplici atti di cortesia. Benedetto XVI rivolgendosi ai membri della delegazione ha ricordato l’importanza dei gesti di fraternità che vogliono esprimere di fronte al mondo l’unità già per molti aspetti esistente e un clima di grande serenità e rispetto vicendevole. Questa dimensione di fraternità va a contrastare l’idea della conflittualità religiosa così volutamente marcata dalle agenzie laiciste della comunicazione di massa.

Queste scambievoli visite intendono favorire e approfondire la conoscenza reciproca, l’apprezzamento e la stima e tessere legami sempre più stretti tra le due Chiese sorelle dell’Occidente e dell’Oriente.

In particolare, in questo periodo si va verso una maggiore collaborazione ecumenica nel Medio Oriente dove cattolici e ortodossi soffrono difficoltà e incontrano ostacoli e, per questo, Benedetto XVI ha indetto il Sinodo dei vescovi cattolici del Medio Oriente che sarà celebrato il prossimo Ottobre. A questo appuntamento invita anche gli ortodossi perché possano collaborare nella ricerca di un dialogo con l’islam e con l’ebraismo, cercando condizioni di vita pacifica in quanto minoranza cristiana in quei Paesi. Il Papa ha fatto cenno ad alcuni temi, quali i dialoghi del gruppo misto di studio, cattolici-ortodossi, sull’esercizio del primato di Roma nel primo millennio in cui Oriente e Occidente formavano una sola Chiesa. Dalla chiarificazione del ruolo del primato e del suo esercizio nei primi mille anni di storia si attendono indicazioni per trovare un modo condiviso per il presente e il futuro del Primus (Protos) tra i pastori della Chiesa, segno e condizione di comunione visibile dei cristiani in un mondo globalizzato.

La celebrazione dei Primi Vespri degli apostoli Pietro e Paolo, nella basilica di san Paolo fuori le Mura, è stata posta nel segno della nuova evangelizzazione, che “interpella la Chiesa universale e ci chiede anche di proseguire con impegno la ricerca della piena unità”. Benedetto XVI collega i gesti di fraternità con il fine ultimo dell’ecumenismo che è la missione, come si è evidenziato fin dall’inizio del Movimento ecumenico nella Conferenza missionaria mondiale di Edimburgo (Scozia) nel 1910. L’apostolato missionario è reso credibile ed efficace dalla testimonianza di amore e comunione tra tutti i discepoli di Cristo, che si fregiano del suo nome appellandosi cristiani.

Il legame tra ecumenismo e missione non appartiene ad una strategia di propaganda, ma alla volontà di Gesù che ha condizionato la diffusione della fede all’unione della Chiesa: “Siano uno affinché il mondo creda” (Gv 17,21). Tutto il discorso del Papa è stato orientato ad illustrare “la vocazione missionaria della Chiesa” e si è avvalso anche della figura di Paolo VI, il Papa che assunse il nome di Paolo proprio per dare dinamismo missionario in un orizzonte universale alla sua azione pastorale. Montini, che non esitò a dire di sé “il nostro nome é Pietro”, nella visita che fece al Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra (1969), si è chiamato Paolo, spinto dal soffio dello Spirito Santo, come l’Apostolo, sulle strade del mondo per “portare a tutti la Buona Notizia”.

“Unità e universalità”, dice il Papa, sono le due dimensioni che evoca la festa dei santi apostoli Pietro e Paolo e, in questo momento, si deve privilegiare “l’universalità”. Trascinati dall’esempio di Paolo e, per dare corpo a questo progetto missionario, ha costituito il Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione, con il quale intende “rendere un efficace servizio non solo alla Chiesa, ma a tutta l’umanità”.  Elio Bromuri

 

 

 

 

Camminare nella libertà. Angelus e messaggio di solidarietà ai vescovi del Belgio

 

Un messaggio a mons. André-Joseph Léonard, arcivescovo di Malines-Bruxelles e presidente della Conferenza episcopale del Belgio, a proposito delle perquisizioni compiute il 24 giugno nella cattedrale di Malines e nella sede dell’arcivescovado, e l’Angelus da piazza San Pietro, dedicato alla radicalità del Vangelo. Sono i due interventi di Benedetto XVI, domenica 27 giugno.

 

Vicinanza e solidarietà. “In questo triste momento, desidero esprimere la mia particolare vicinanza e solidarietà a lei, caro fratello nell’episcopato, e a tutti i vescovi della Chiesa in Belgio, per le sorprendenti e deplorevoli modalità con cui sono state condotte le perquisizioni nella cattedrale di Malines e nella sede dove era riunito l’episcopato belga in una sessione plenaria che, tra l’altro, avrebbe dovuto trattare anche aspetti legati all’abuso di minori da parte di membri del clero”. È quanto ha scritto il Papa a mons. Léonard. “Più volte io stesso ho ribadito che tali gravi fatti vanno trattati dall’ordinamento civile e da quello canonico, nel rispetto della reciproca specificità e autonomia. In tal senso – ha aggiunto –, auspico che la giustizia faccia il suo corso, a garanzia dei diritti fondamentali delle persone e delle istituzioni, nel rispetto delle vittime, nel riconoscimento senza pregiudiziali di quanti si impegnano a collaborare con essa e nel rifiuto di tutto quanto oscura i nobili compiti ad essa assegnati”.

 

Una chiamata esigente. “Chi ha la fortuna di conoscere un giovane o una ragazza che lascia la famiglia di origine, gli studi o il lavoro per consacrarsi a Dio, sa bene di che cosa si tratta, perché ha davanti un esempio vivente di risposta radicale alla vocazione divina”. Lo ha affermato Benedetto XVI, prima di recitare l’Angelus, soffermandosi sul tema della chiamata di Cristo e delle sue esigenze. Secondo il Papa, è “una delle esperienze più belle che si fanno nella Chiesa: vedere, toccare con mano l’azione del Signore nella vita delle persone; sperimentare che Dio non è un’entità astratta, ma una Realtà così grande e forte da riempire in modo sovrabbondante il cuore dell’uomo, una Persona vivente e vicina, che ci ama e chiede di essere amata. Nel passo del Vangelo domenicale, Luca ha presentato l’incontro di Gesù con alcuni uomini, probabilmente giovani, i quali promettono di seguirlo dovunque vada”. “Con costoro – ha sottolineato il Pontefice – Egli si mostra molto esigente”. “Queste esigenze – ha ammesso il Santo Padre – possono apparire troppo dure, ma in realtà esprimono la novità e la priorità assoluta del Regno di Dio che si fa presente nella Persona stessa di Gesù Cristo. In ultima analisi, si tratta di quella radicalità che è dovuta all’Amore di Dio, al quale Gesù stesso per primo obbedisce”.

 

Libertà e amore. “Chi rinuncia a tutto, persino a se stesso, per seguire Gesù – ha spiegato Benedetto XVI –, entra in una nuova dimensione della libertà, che san Paolo definisce ‘camminare secondo lo Spirito’. ‘Cristo ci ha liberati per la libertà!’ – scrive l’Apostolo – e spiega che questa nuova forma di libertà acquistataci da Cristo consiste nell’essere ‘a servizio gli uni degli altri’. Libertà e amore coincidono! Al contrario, obbedire al proprio egoismo conduce a rivalità e conflitti”. Il Papa ha quindi ricordato che “volge ormai al termine il mese di giugno, caratterizzato dalla devozione al Sacro Cuore di Cristo. Proprio nella festa del Sacro Cuore abbiamo rinnovato con i sacerdoti del mondo intero il nostro impegno di santificazione”. “Oggi – ha aggiunto - vorrei invitare tutti a contemplare il mistero del Cuore divino-umano del Signore Gesù, per attingere alla fonte stessa dell’Amore di Dio. Chi fissa lo sguardo su quel Cuore trafitto e sempre aperto per amore nostro, sente la verità di questa invocazione: ‘Sei tu, Signore, l’unico mio bene’, ed è pronto a lasciare tutto per seguire il Signore”.

 

Un nuovo beato. “Stamani (27 giugno, ndr), in Libano, è stato proclamato beato Estéphan Nehmé, al secolo Joseph, religioso dell’Ordine Libanese Maronita, vissuto in Libano tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Mi rallegro di cuore con i fratelli e le sorelle libanesi, e li affido con grande affetto alla protezione del nuovo beato”. Lo ha ricordato Benedetto XVI, dopo la recita dell’Angelus. “In questa domenica che precede la solennità dei Santi Pietro e Paolo – ha proseguito il Santo Padre – ricorre in Italia e in altri Paesi la Giornata della carità del Papa”. Perciò, il Pontefice ha espresso la sua “viva gratitudine a quanti, con la preghiera e le offerte, sostengono l’azione apostolica e caritativa del Successore di Pietro e favore della Chiesa universale e di tanti fratelli vicini e lontani”. Nei saluti nella varie lingue ai pellegrini presenti in piazza San Pietro, rivolgendosi ai polacchi, il Papa ha detto: “Si avvicina il periodo delle vacanze. Per tanti esso sarà tempo di riposo. Auguro che gli incontri con la natura, con nuove persone, con i frutti della creatività umana siano un’occasione non solo di recupero delle forze fisiche e dello sviluppo intellettuale, ma anche di un più intensivo contatto con Dio e di rafforzamento nella fede. Dio vi benedica!”.  Sir

 

 

 

Benedetto XVI striglia Schoenborn. "Solo io posso criticare i cardinali"

 

Inedita dichiarazione del Vaticano sull'udienza concessa all'arcivescovo di Vienna. Il Pontefice ribadisce che tocca soltanto a lui muovere appunti ai porporati. All'incontro hanno partecipato anche il segretario di Stato Tarcisio Bertone e il suo predecessore Angelo Sodano, duramemte attaccato dal presule austriaco     

Papa Benedetto XVI

 

Solo il Papa può criticare o muovere accuse a un cardinale: è quanto è stato ricordato  all'arcivescovo di Vienna, cardinal Christoph Schoenborn, che nelle settimane scorse aveva rimproverato all'allora segretario di Stato, Angelo Sodano, di aver protetto  il precedente capo della diocesi viennese, Hans Hermann Groer, alla fine dimesso per le accuse di pedofilia.

 

Con un comunicato assolutamente inedito nella storia del protocollo vaticano, la Santa Sede ha riferito nei dettagli l'udienza avvenuta tra il Papa e il cardinale di Vienna, Christoph Schoenborn, a cui si sono aggiunti anche l'ex segretario di Stato vaticano e attuale decano del collegio cardinalizio,  Angelo Sodano (criticato in passato da Schoenborn per aver difeso un porporato pedofilo), e il segretario di Stato vaticano in carica, Tracisio Bertone.

 

Schoenborn "aveva chiesto di poter riferire personalmente al Pontefice circa la presente situazione della Chiesa in Austria. In particolare, il cardinale Christoph Schoenborn ha voluto chiarire  - si legge nella nota dell'Ufficio stampa - il senso esatto di sue recenti dichiarazioni circa alcuni aspetti dell'attuale disciplina ecclesiastica, come pure taluni giudizi sull'atteggiamento tenuto dalla Segreteria di Stato, ed in particolare dall'allora stretto collaboratore del Papa Giovanni Paolo I, nei riguardi del compianto cardinale Hans Hermann Gror, arcivescovo di Vienna dal 1986 al 1995".

 

"Successivamente aggiunge il comunicato vaticano -  sono stati invitati all'incontro Angelo Sodano, decano del Collegio cardinalizio, e Tarcisio Bertone, attuale segretario di Stato. Nella seconda parte dell'udienza, sono stati chiariti e risolti alcuni equivoci molto diffusi e in parte derivati da alcune espressioni di Christoph Schoenborn, il quale esprime il suo dispiacere per le interpretazioni date".

 

"In particolare- precisa il Vaticano-: a) si ricorda che nella Chiesa, quando si tratta di accuse contro un cardinale, la competenza spetta unicamente al Papa; le altre istanze possono avere una funzione di consulenza, sempre con il dovuto rispetto per le persone. b) La parola "chiacchiericcio" è stata interpretata erroneamente come una mancanza di rispetto per le vittime degli abusi sessuali, per le quali il cardinale Angelo Sodano nutre gli stessi sentimenti di compassione e di condanna del male, come espressi in diversi interventi del Santo Padre".

 

"Tale parola, pronunciata nell'indirizzo pasquale al papa Benedetto XVI, era presa letteralmente - ricorda la nota - dall'omelia pontificia della domenica delle Palme ed era riferita al "coraggio che non si lascia intimidire dal chiacchiericcio delle opinioni dominanti". LR 28

 

 

 

 

Belgio. Il pensiero alle vittime. Intervista con Eric de Beukelaer, portavoce dei vescovi

 

La “gratitudine” dei vescovi belgi per le parole di “vicinanza” espresse dal Papa in seguito alla perquisizione della polizia all’arcivescovado di Malines-Bruxelles. A parlare è Eric de Beukelaer, portavoce della Conferenza episcopale belga, secondo il quale il messaggio inviato domenica 27 giugno dal Papa a mons. André Joseph Léonard, arcivescovo di Malines-Bruxelles e presidente della Conferenza episcopale, mette “le cose nella giusta prospettiva”. Ne parliamo con lui in questa intervista.

 

Come hanno accolto i vescovi il messaggio del Papa?

“Con gratitudine, perché pensiamo che questo messaggio metta le cose nella giusta prospettiva. La Chiesa belga ha vissuto una situazione per così dire inusuale, e cioè una perquisizione in arcivescovado. L’immagine è stata forte anche perché la perquisizione è stata fatta durante la riunione di tutti i vescovi del Belgio. Non mi era mai successo, almeno da quando sono portavoce, di ricevere telefonate anche dall’estero per chiedermi che cosa stava succedendo in Belgio. Ed io ho sempre risposto che magari pur non essendo d’accordo su tutto, la giustizia ha il dovere di fare il suo lavoro. Credo che il fatto che il Santo Padre lo riaffermi nel suo messaggio, dicendo che pur non essendo d’accordo sulle modalità, la giustizia debba continuare a fare il suo lavoro, sia un buon contributo. Il messaggio poi è segno che il Santo Padre pensa a noi, non ci abbandona, anzi dimostra di voler mostrare la sua vicinanza, come fa un padre di una famiglia”.

 

Ma come sono state accolte le sue parole dal Paese?

“Lo posso dire rifacendomi a quanto pubblicato sui media. Abbiamo assistito a due atteggiamenti. Quello di coloro che fin dall’inizio hanno difeso l’intervento della giustizia, dicendo che la giustizia deve fare il suo lavoro e che la Chiesa non è al di sopra della legge. Che è poi quello che abbiamo sempre detto anche noi. E quello di coloro che hanno avuto cura di leggere il messaggio nella sua interezza ed hanno notato che il Papa si rivolge ai vescovi. Non è quindi il messaggio del Papa in quanto capo di uno Stato ma è il messaggio del Papa in quanto successore di Pietro ai suoi fratelli, vescovi del Belgio. E nel messaggio il Papa dice anche tutta una serie di cose. Parla ovviamente di modalità sorprendenti e deplorevoli, anche perché sono stati perquisiti e sequestrati tutti i dossier della Commissione che, comunque, stava facendo un ottimo lavoro e alla quale si erano rivolte delle persone in tutta fiducia. E allo stesso tempo, come anche i nostri vescovi hanno voluto sottolineare, si ribadisce che se questo può fare avanzare il lavoro della giustizia, si è pronti a collaborare. È una linea che questo messaggio riprende. Ora bisogna riportare la serenità”.

 

Come fare ora per ricostruire la fiducia tra la Chiesa e la giustizia civile?

“Non si tratta di costituire serenità tra la Chiesa e la giustizia. Il professore Peter Adriaenssens lavora in una Commissione interna alla Chiesa. La Commissione tratta dossier molto delicati, e questo lo fa in una rapporto di profonda fiducia da parte delle autorità giudiziarie. Ora si ha come l’impressione che questa fiducia non ci sia più, c’è come il sospetto che si nascondano questi dossier alla giustizia civile. Per cui la Commissione si sta chiedendo come può continuare il suo lavoro”.

 

Come si prospetta il futuro?

“Come si fa a dirlo? È troppo presto. Bisognerà vedere. In ogni caso, se si deciderà che la Commissione dovrà fermare il suo lavoro, sarebbe un grande danno, perché sta facendo un lavoro notevole e lo sta facendo soprattutto a fianco delle vittime. Non siamo assolutamente in concorrenza con la giustizia. Ci sono casi che non arriverebbero mai davanti alla polizia o alla giustizia civile. Ci sono persone che vogliono far ascoltare le loro storie, sarebbe un grande peccato non poterglielo permettere. Oggettivamente questo sarebbe il danno più grande: certo non è piacevole essere trattenuti tutto un giorno, non è piacevole che telefonini, agende e computer siano stati requisiti, ma tutto ciò è nulla rispetto alla sofferenza delle vittime. Bisogna quindi pensare alle vittime, a quelle vittime che hanno fiducia e si sono rivolte alla Commissione”. sir

 

 

 

 

L'Aquila, gli affari del vescovo. "Una srl della Curia per ricostruire"

 

Si chiama "Aquilakalo's", serve a garantire alla Chiesa una presenza attiva nella ricostruzione della città dopo il terremoto. Alla presidenza il vescovo ausiliare Giovanni D'Ercole, che ora dice: "Lascio la presidenza, non voglio grane" - dal nostro inviato ANTONELLO CAPORALE

 

L'AQUILA - "Aspettano i soldi, ma se non c'è il seme...". Il seme. Un'idea, un piano di rinascita, un progetto di ricostruzione. La classe politica aquilana non ce l'ha, la Chiesa sì. Idee chiare, cioè un master plan, e strumenti innovativi per un vescovo: una società privata, una srl, con il compito di costruire e vendere, chiedere finanziamenti e concederne. Lottizzare, espropriare, partecipare ad affari con altre società, ricevere naturalmente contributi statali, anche utilizzando l'istituto della concessione, e - insomma - erogare servizi di "global service".

Nata tre giorni prima di Natale dell'anno scorso "Aquilakalo's srl" ha un capitale sociale di diecimila euro, la sede presso la Curia arcivescovile e un presidente del consiglio di amministrazione che è il vescovo ausiliare della città: Giovanni D'Ercole. Nel consiglio un giovane sacerdote e un imprenditore locale. D'Ercole è il rappresentante del Vaticano inviato a L'Aquila per garantire alla Chiesa la presenza attiva nella ricostruzione della città, opera che non è stata ritenuta alla portata dell'arcivescovo titolare, l'anziano Giuseppe Molinari.

 

E D'Ercole ci sta riuscendo. Ogni giorno i suoi uffici sfornano progetti e piani di investimento. Indicano aree su cui costruire, terreni da preservare. È un vescovo del fare: "Ho ancora tredici milioni da spendere, sono soldi della Caritas, e il municipio non mi spiega, non indica dove, non mi dà la possibilità di investirli per il bene della comunità. Ho dato un ultimatum: entro giugno devono darmi le autorizzazioni, altrimenti li rimando via". Nel master plan che la Curia sotto la sua direzione ha prodotto (Piano strategico di restauro e rifunzionalizzazione del centro storico) le idee fondanti della rinascita sono stese attorno ad assi strategici e gli interessi ecclesiastici delineati con chiarezza. "Quasi tutto il patrimonio artistico è nostro". Chiese e monumenti, ma anche negozi, e case, e terreni. Dunque e perciò: lottizzazioni e investimenti.

 

D'Ercole è giovane, a suo agio con la tv (ha condotto per anni in Rai un programma religioso) e le pubbliche relazioni.  Ora il grande passo: l'attività immobiliare complessiva, un'attività quasi commissariale in una città ancora stordita. Le carriole a testimoniare la protesta dei residenti per l'inerzia della classe politica, i puntellamenti a fotografare uno stallo incomprensibile. È questo il clima che consiglia alla Curia di far da sola, avanzare anziché attendere. Una srl con cui prendere le misure dei progetti e tenerli nelle proprie mani. La società del vescovo. "Non è così, mi sono dimesso". Dimesso? Dalla visura camerale non risulta, fino a tre giorni fa era lei il presidente. "Da domani non lo sarò più". Domani vedremo. "Solo tre mesi sono stato alla guida (sei, secondo le visure, ndr) e non ho intenzione di ritrovarmi impelagato tra due o tre anni in qualche cosa".

 

La Curia adesso ha sede in un'area industriale, come una linda fabbrichetta della periferia abruzzese. Al pian terreno si opera per il bene comune. È un open space: "Venga, le mostro il nostro grande ufficio tecnico". Geometri, ingegneri, architetti. Sviluppo edilizio, piani di recupero, restauri, ma anche valorizzazioni fondiarie, piani urbanistici. Preghiere e mattoni. Al primo piano c'è lui, D'Ercole: "Sa quanta gente è passata in questa stanza offrendomi sponsorizzazioni?". Si riferisce a imprenditori che si proponevano alla chiesa per prendersi cura, gratuitamente, dei suoi edifici di culto? "Uno scambio: io ti offro questo e tu un domani mi dai quest'altro. Ma non si può fare. Ci sono le gare d'appalto, massima legalità e trasparenza. Così ci siamo dotati di questa società di servizi, consigliati da persone competenti. Anche altre diocesi lo fanno". Non s'era mai visto un vescovo a presiedere una srl. "Io mi dimetto, lascio". Lascia a chi? "A un sacerdote. È chiaro che il controllo resta qui dentro. Adesso ci stiamo specializzando nella diagnostica ingegneristica".

 

Idee avanzate. "Tre miliardi e mezzo, ed è una cifra sottostimata, la valutazione dei nostri beni da ricostruire. È una bella cifra a cui noi dobbiamo rispondere con efficienza e puntualità". Profilo da imprenditore: "Oggi L'Aquila è una città conosciuta in tutto il mondo. È un'occasione pubblica che dovremmo raccogliere al volo invece di piangerci addosso. Stiamo divenendo antipatici con la richiesta quotidiana di aiuti, i  soldi ci sono ma servono prima le idee".

 

I semi della Curia sono raccolti in cento pagine. E il sindaco dell'Aquila? "Fa troppe cose: la maggioranza e l'opposizione. L'uno e il suo doppio. Dovrà scegliere: o di là o di qua". Fin troppo chiaro. La Chiesa corre, il vescovo prega e promette opere di bene. Si prenderà cura delle anime e anche del resto. Per l'appunto, un global service. LR 29

 

 

 

 

Belgio. Un fatto doloroso per tutti. Le reazioni alla perquisizione dell'arcivescovado di Malines-Bruxelles

 

Tutto è successo giovedì 24 giugno mentre i vescovi del Belgio erano riuniti per la riunione mensile. Verso le 10.30 le autorità giudiziarie e le forze di polizia sono entrate e hanno detto che ci sarebbe stata una perquisizione dell’arcivescovado di Malines-Bruxelles, in seguito a delle denunce per abuso sessuale nel territorio dell’arcidiocesi. Non è stata data nessun’altra spiegazione, ma tutti i documenti e i telefoni portatili sono stati confiscati ed è stato detto che nessuno poteva lasciare l’edificio. Questo stato di fatto è durato fino alle 19.30 circa. Tutti sono stati interrogati, sia i membri della Conferenza episcopale, sia i membri del personale. “Non è stata un’esperienza piacevole – ha poi detto Eric de Beukelaer, portavoce della Conferenza episcopale belga – ma tutto si è svolto in modo corretto”.

 

Le parole del Papa. Benedetto XVI ha voluto esprimere la sua “particolare vicinanza e solidarietà” ai vescovi del Belgio, rivolgendo un messaggio a mons. André Joseph Léonard, arcivescovo di Malines-Bruxelles e presidente della Conferenza episcopale. Il Papa definisce “sorprendenti e deplorevoli” le modalità con cui “sono state condotte le perquisizioni nella cattedrale di Malines e nella sede dove era riunito l’episcopato belga in una Sessione plenaria che, tra l’altro – aggiunge – avrebbe dovuto trattare anche aspetti legati all’abuso di minori da parte di membri del clero”. “Più volte – prosegue il Santo Padre – io stesso ho ribadito che tali gravi fatti vanno trattati dall’ordinamento civile e da quello canonico, nel rispetto della reciproca specificità e autonomia. In tal senso, auspico che la giustizia faccia il suo corso, a garanzia dei diritti fondamentali delle persone e delle istituzioni, nel rispetto delle vittime, nel riconoscimento senza pregiudiziali di quanti si impegnano a collaborare con essa e nel rifiuto di tutto quanto oscura i nobili compiti ad essa assegnati”.

 

La reazione dei vescovi belgi. I vescovi del Belgio in una dichiarazione, rilasciata il giorno dopo dalla Santa Sede, esprimono la loro massima “fiducia nella giustizia e nel suo lavoro” come d’altronde hanno sempre fatto negli ultimi mesi. “La presente perquisizione – spiega il portavoce della Conferenza episcopale – viene accolta con la stessa fiducia e perciò, per il momento, essi si astengono dal fare ulteriori commenti. Al contrario, assieme al professor Peter Adriaensses, presidente della Commissione per il trattamento degli abusi sessuali nel quadro di una relazione pastorale, si rammaricano del fatto che, durante un’altra perquisizione, tutti i dossier della Commissione sono stati sequestrati”. Ciò “va contro il diritto alla riservatezza di cui devono beneficiare le vittime che hanno scelto di indirizzarsi a questa Commissione. Tale azione lede dunque gravemente il necessario ed eccellente lavoro di questa Commissione”.

 

La reazione della Commissione. Dopo le prime indiscrezioni apparse sulla stampa arriva la conferma ufficiale della Conferenza episcopale in cui si annuncia con una nota che il presidente Peter Adriaenssens e i membri della “Commissione per il trattamento delle denunce di abuso sessuale” si dimettono in seguito alla perquisizione subita giovedì scorso. “In primo luogo perché – si legge nella nota – la Commissione si trova nella impossibilità materiale di lavorare in quanto tutti i dossier e i documenti di lavoro sono stati sequestrati giovedì 24 giugno. Inoltre, e cosa più importante, la Commissione ritiene che la base per il suo funzionamento non esiste più, e cioè la fiducia indispensabile fra la giustizia e la Commissione, necessarie per salvaguardare la fiducia tra le vittime e la Commissione”. Ed aggiungono: “475 cittadini non avrebbero mai affidato i loro dati senza fiducia a questa Commissione”. Nella nota si fa sapere che i presidente e i membri della Commissione daranno ufficialmente le loro dimissioni giovedì 1° luglio a mons. Guy Harpigny, vescovo di Tournai e referente per la Commissione. “Spetta ora ai vescovi prendersi cura delle vittime e assicurare il prosieguo delle loro denunce”.

 

Le reazioni del Vaticano. A prendere per prima la parola è stata la Segreteria di Stato, in una nota pubblicata subito dopo la perquisizione dell’arcivescovado di Malines-Bruxelles. La Segreteria di Stato esprime “vivo stupore per le modalità in cui sono avvenute alcune perquisizioni condotte dalle Autorità giudiziarie belghe e il suo sdegno per il fatto che ci sia stata addirittura la violazione delle tombe dei cardinali Jozef-Ernest Van Roey e Léon-Joseph Suenens, defunti arcivescovi di Malines-Bruxelles. Allo sgomento per tali azioni, si aggiunge il rammarico per alcune infrazioni della confidenzialità, a cui hanno diritto proprio quelle vittime per le quali sono state condotte le perquisizioni”. Parlando ai giornalisti il segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone, ha usato parole molto forti: “Non ci sono precedenti, neanche nei regimi comunisti di antica esperienza”. È stato “un sequestro, un fatto inaudito e grave”. Sir

 

 

 

 

La controversia sul crocifisso in classe ai giudici di Strasburgo l'ardua sentenza

 

La vicenda giudiziaria iniziata otto anni fa è arrivata all'esame della Corte europea dei diritti dell'uomo: l'Italia ha fatto ricorso contro la sentenza della Corte europea secondo cui lo Stato non può imporre simboli religiosi nelle scuole. E in Spagna si discute una legge che lo eliminerebbe da tutti gli edifici pubblici - di RITA CELI

 

LA PRESENZA del crocifisso nelle scuole pubbliche è la scottante questione affidata ai giudici della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo, che dovranno decidere in via definitiva sulla legimittimità o meno dell'esposizione del simbolo religioso nelle aule italiane. La questione è arrivata oggi alla Grande Camera dopo il ricorso del governo italiano contro la sentenza 1 emessa il 3 novembre con la quale la Corte di Strasburgo non ha imposto di togliere il crocifisso, ma ha sostenuto che lo Stato non può imporre l'esposizione di simboli religiosi nelle scuole pubbliche. I giudici internazionali riprenderanno in considerazione tutta la questione, come se la prima sentenza non fosse mai stata pronunciata, ma occorreranno mesi per arrivare al verdetto. Tutto questo mentre in Spagna si discute della legge sulla "libertà religiosa" promossa dal governo di José Luis Zapatero, che oltre a togliere i crocifissi dalle aule e dagli uffici pubblici, prevede cerimonie non religiose in occasione di funerali di Stato, finora celebrate con rito cattolico.

 

Nel nostro Paese la questione del crocifisso in classe è stata più volte al centro di infuocati dibattiti e scontri. Tra gli episodi più eclatanti quello del giudice Luigi Tosti 2, "colpevole" di aver rifiutato di celebrare udienze in un'aula dove era affisso un crocifisso, preceduto dal caso di Adel Smith 3, presidente dell'Unione musulmani d'Italia che si è rivolto al tribunale dell'Aquila per rimuovere la croce dalla classe dei suoi figli. Fino alla clamorosa sentenza dello scorso novembre con cui la Corte europea per i diritti dell'uomo 4 ha bocciato l'Italia, sostenendo che il crocifisso in classe è una violazione della libertà dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni. Il governo italiano ha presentato ricorso e la Corte di Strasburgo ha deciso di rimettere la decisione finale alla Grande Camera 5, che oggi ha iniziato a esaminare la questione.

 

Le norme del Regio Decreto. L'obbligo di esporre il crocifisso nelle scuole italiane risale agli anni 20 con due norme, mai abrogate, riguardanti l'arredo delle classi: per ogni istituto di istruzione viene fornita una bandiera italiana e, in ogni aula, accanto al simbolo religioso deve essere appeso anche il ritratto del re. In particolare si tratta dell'articolo 118 del Regio Decreto 30 aprile 1924, numero 965, che prevede disposizioni sull'ordinamento interno degli istituti di istruzione elementare e media e dell'articolo 119 del Regio Decreto 26 aprile 1928, numero 1297 riferito agli istituti di istruzione elementare. Da allora il ritratto del re è sparito dalle aule scolastiche mentre il crocifisso è rimasto lì, appeso sulla parete sopra la cattedra delle scuole pubbliche, e non solo.

 

La protesta di una madre ad Abano Terme. La vicenda che ha portato la questione del crocifisso nelle scuole davanti ai giudici della Corte europea ha avuto un lungo iter giudiziario iniziato otto anni fa. Tutto comincia il 27 maggio 2002 quando il consiglio d'istituto della scuola Vittorino da Feltre di Abano Terme (Padova) respinge il ricorso della madre di due alunne (battaglia intrapresa con il sostegno dell'Uaar, Unione atei e agnostici razionalisti) e decide che i simboli religiosi possono essere lasciati esposti nelle aule scolastiche, in particolare il crocifisso, unico simbolo esposto. Tale decisione viene impugnata dalla madre delle due alunne, Soile Lautsi, italiana di origine finlandese, davanti al Tar per il Veneto. Nel ricorso si sostiene che la decisione del consiglio d'istituto sarebbe stata presa in violazione del principio di laicità dello Stato, che impedirebbe l'esposizione del crocifisso e di altri simboli religiosi nelle aule scolastiche, perché violerebbe la "parità che deve essere garantita a tutte le religioni e a tutte le credenze, anche areligiose".

 

Dal Tar alla Consulta. Il ministero dell'Istruzione, costituitosi nel giudizio, sottolinea che l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche è prevista da disposizioni regolamentari contenute in due regi decreti e che tali norme, per quanto lontane nel tempo, sarebbero tuttora in vigore, come confermato dal parere reso dal Consiglio di Stato. Il Tar compie un approfondito esame delle norme regolamentari sull'esposizione del crocifisso a scuola e conclude che queste sono tuttora in vigore. Estende, tuttavia, l'esame alla valutazione di altri profili della vicenda e rimette gli atti alla Corte costituzionale 6. La norma che prescrive l'obbligo di esposizione del crocifisso - scrivono i giudici - sembra delineare "una disciplina di favore per la religione cristiana, rispetto alle altre confessioni, attribuendole una posizione di privilegio", che apparirebbe in contrasto con il principio di laicità dello Stato. La Consulta dichiara inammissibile 7 il ricorso: le norme sull'esposizione del crocifisso a scuola sono "norme regolamentari", prive "di forza di legge" e su di esse "non può essere invocato un sindacato di legittimità costituzionale, né, conseguentemente, un intervento interpretativo" della Corte.

 

Tar: "Crocifisso in aula conferma laicità dello Stato". Gli atti tornano quindi al Tar che, nel marzo 2005, rigetta il ricorso della madre della due alunne di Abano Terme. Il tribunale regionale sentenzia che il crocifisso, "inteso come simbolo di una particolare storia, cultura e identità nazionale (...) oltre che espressione di alcuni principi laici della comunità (...) può essere legittimamente collocato nelle aule della scuola pubblica, in quanto non solo non contrastante ma addirittura affermativo e confermativo del principio della laicità dello Stato repubblicano".

 

Il rigetto definitivo del Consiglio di Stato. Alla decisione del Tar si affianca quella del Consiglio di Stato 8 che chiude la parte italiana della vicenda, con il rigetto definitivo del ricorso della madre delle due alunne. Il crocifisso - scrivono i giudici - non va rimosso dalle aule scolastiche perché ha "una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni"; non è né una "suppellettile", né solo "un oggetto di culto", ma un simbolo "idoneo a esprimere l'elevato fondamento dei valori civili" - tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti, riguardo alla sua libertà, autonomia della coscienza morale nei confronti dell'autorità, solidarietà umana, rifiuto di ogni discriminazione - che hanno un'origine religiosa ma che, sottolineano, "sono poi i valori che delineano la laicità nell'attuale ordinamento dello Stato".

 

La sentenza della Corte europea. Il 3 novembre 2009 la Corte europea per i diritti dell'uomo cambia le carte in tavola e boccia l'Italia sostenendo che il crocifisso appeso nelle aule scolastiche è una violazione della libertà dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni. Secondo la Corte, l'obbligo di esporre il crocifisso viola l'articolo 2 del protocollo numero 1 della convenzione europea dei diritti del'uomo, riguardante il diritto all'istruzione, e l'articolo 9 della stessa convenzione, che concerne la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La sentenza non impone di togliere il crocifisso dalle aule scolastiche pubbliche, ma sostiene che lo Stato non può imporre l'esposizione di simboli religiosi. L'Italia non si arrende e fa ricorso chiedendo l'annullamento della sentenza. La Corte europea decide quindi di affidare la soluzione del caso alla Grande Camera, cui spetta ora il compito di riesaminare la vicenda e dire una parola definitiva in merito.

 

Il ricorso del governo italiano. L'Italia si rivolge ai giudizi internazionali motivando il ricorso con tre argomenti. Il primo: l'Italia dice no a un'Europa che vuol far sbiadire i segni identificativi della propria identità, espressi anche nel segno della croce. Il secondo: il crocifisso in Italia non è il frutto di un principio confessionista, ma è stato posto nelle scuole dai liberali dell'epoca risorgimentale e della sua unificazione, mai è stato tolto e mai è stato oggetto di contrattazione con la chiesa, tanto forte è il suo significato religioso, culturale e popolare. Il terzo: il principio supremo di laicità dello Stato italiano propone una "laicità positiva" che implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni (come, ad esempio, in Francia), ma "la serena accoglienza" di tutte le fedi, le ideologie, i simboli.

 

Il sostegno di Napolitano e Berlusconi. Contro la decisione di Strasburgo, oltre che il Vaticano, si sono esposti anche il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e il premier Silvio Berlusconi. Su questioni quale l'esposizione del crocifisso negli uffici e nelle scuole pubbliche sarebbe meglio che decidessero i singoli Stati e non le corti europee, ha dichiarato di recente il presidente della Repubblica sottolineando che, in ogni caso, le decisioni definitive di organi sovranazionali devono essere "accettate". Nei giorni scorsi il presidente del Consiglio ha ribadito che la decisione presa lo scorso novembre a Strasburgo è inaccettabile "non solo per l'Italia e la stragrande maggioranza degli italiani, ma per buona parte dell'Ue". Anche perché, ha aggiunto, in Europa ''non possiamo non dirci cristiani''.

 

L'udienza della Grande Camera. Questa mattina i giudici della Grande Camera hanno accolto le parti interessate all'udienza, la prima espressamente dedicata a un simbolo religioso (ma non l'unica, visto che la Corte ha reso noto che è già stato depositato un ricorso contro la Romania per la presenza nelle scuole delle icone ortodosse). I venti giudici hanno ascoltato le ragioni della ricorrente, la madre delle due alunne, rappresentata dall'avvocato Nicolò Paoletti; quelle del governo italiano, con il giudice Nicola Lettieri e l'avvocato di Stato Giuseppe Albenzio; quelle del professor Joseph Weiler a nome dei Paesi che hanno deciso di sostenere lo Stato italiano (Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Russia e San Marino). Anche Serbia, Moldavia, Ucraina e Albania, hanno manifestato l'intenzione di appoggiare l'Italia attraverso una lettera inviata al Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa.

 

Gli argomenti delle parti. "E' legittima la presenza del crocifisso nelle scuole pubbliche italiane? Lo Stato italiano è laico oppure no?", ha detto l'avvocato Paoletti durante il suo intervento, ricordando che "anche la Corte costituzionale italiana ha tolto il crocifisso dall'aula in cui si ritrova. Lo Stato italiano deve assumere imparzialità e neutralità nei fatti che riguardano la coscienza dei singoli". Per conto del governo itlaiano ha replicato Lettieri: "Non si tratta di un caso propriamente giuridico. Questo è un caso politico e ideologico". Quindi, facendo riferimento alla precedente sentenza, il magistrato ha aggiunto: "Fa scandalo la difesa della libertà di religione, ottenuta negando la stessa libertà religiosa". La parola è poi passata a Weiler la cui tesi assomiglia molto a quella esposta nella memoria del governo italiano: se si leva il crocifisso, poi si dovrà intervenire in mille altre circostanze per levare croci dalle bandiere, parole dagli inni nazionali, foto di capi di Stato dalle aule. "Lo Stato e i suoi simboli sono importanti per la democrazia. Molti di questi simboli oggi in Europa ci vengono dalla nostra storia e spesso si tratta della croce", ha aggiunto Weiler citando diversi casi europei, fra cui la Gran Bretagna in cui la croce appare nella bandiera nazionale.

 

La battaglia di Zapatero. Fin qui la questione italiana. La Spagna invece discute della legge sulla "libertà di religione" che vieterà, in nome della neutralità dello Stato in materia religiosa, l'esposizione di crocifissi nelle scuole pubbliche e in altri edifici pubblici. Malgrado una legge del 1978 affermi il principio del carattere aconfessionale dello Stato, dopo che la dittatura di Francisco Franco aveva fatto del cattolicesimo la "religione di Stato", i simboli religiosi sono onnipresenti in Spagna. Il progetto di legge, annunciato dal governo Zapatero 9 nel 2008, è "in preparazione" secondo la stampa spagnola, e prevede anche che i funerali di Stato, che oggi si svolgono secondo il rito cattolico, non abbiano un "cerimoniale di carattere religioso". I pubblici poteri, scrive El País, dovranno rispettare un rigido principio di "neutralità di fronte a religione credenze, evitando qualsiasi confusione fra funzione pubblica e attività religiosa". Oltre che nelle scuole pubbliche, i crocifissi saranno vietati anche negli ospedali e negli altri edifici pubblici e i funzionari pubblici non presteranno più giuramento davanti alla croce. Il dibattito si è aperto e contro la proposta di legge che il parlamento di Madrid deve esaminare questa estate si è opposta la Conferenza episcopale spagnola (Cee) chiedendo che il crocifisso rimanga nelle scuole pubbliche per trasmettere ai giovani "identità e valori".  LR 28

 

 

 

 

Si decide sul crocifisso nelle aule. Oggi udienza a Strasburgo

 

Dieci governi a sostegno delle tesi di quello italiano - Tre giudici chiedono l'esonero

Tra le memorie scritte una è stata presentata dalle Acli - La sentenza fra sei mesi

 

STRASBURGO - Oggi il caso del crocifisso nelle scuole italiane torna alla ribalta a Strasburgo durante l’udienza pubblica che si terrà davanti alla Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo. Ai 17 giudici che siederanno alla Grande Chambre spetta il compito di ascoltare le ragioni del governo italiano che ha fatto ricorso contro la sentenza emessa il 3 novembre scorso da una delle Camere della Corte. Nella sentenza si affermava che la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche costituisce una violazione dei diritti dei genitori a educare i figli secondo coscienza e allo stesso tempo una limitazione della libertà religiosa degli alunni.

 

Alla vigilia dell’udienza fonti vicine alla Corte hanno reso noto che tre dei togati scelti per il delicato incarico hanno chiesto di essere esonerati. L’ufficio stampa della Corte non ha voluto commentare l’indiscrezione. Nella Corte c'è anche il giudice italiano Guido Raimondi. Come è consuetudine, l’udienza si aprirà con una richiesta dei giudici prima al governo e poi al rappresentante legale del ricorrente di esporre le loro argomentazioni.

 

Quelle del governo italiano, che mirano a convincere la Corte dell’infondatezza della prima sentenza, saranno presentate dal giudice Nicola Lettieri, mentre per la ricorrente, Soile Lautsi, interverrà l’avvocato Nicola Paoletti. L’attenzione a quel punto si sposterà sui giudici e le domande che in genere pongono alle parti su aspetti specifici inerenti il caso. La Corte ascolterà inoltre le argomentazioni, presentate dal professor Joseph Weiler, di otto dei dieci governi che hanno deciso di intervenire a sostegno del governo italiano. Si tratta di Armenia, Bulgaria, Cipro, Gracia, Lituania, Malta, San Marino e Russia.

 

Non verranno invece ascoltate in aula le tesi del governo di Monaco e Romania, sempre a favore dell’Italia, che hanno invece depositato una memoria scritta. Se l’elevato numero di Stati che hanno deciso di intervenire a favore di Roma, indica l’importanza che la questione ha anche per altri paesi europei, non è la prima volta che la Corte riceve tante richieste. Già nel 2002 otto Stati, tra cui l’Italia, intervennero come terze parti in un ricorso contro la Gran Bretagna che concerneva l’immunità parlamentare.

 

Ma il caso del crocefisso registra una prima assoluta. Non era mai successo che la Corte ricevesse e accettasse la richiesta di parlamentari europei a intervenire come terze parti.

 

Il gruppo, che ha presentato una memoria scritta, è composto da 33 parlamentari di 11 paesi europei tra cui spiccano 13 italiani (tra loro Mario Mauro, Ppe-Pdl) e 8 polacchi. L’unico parlamentare del gruppo che sinora ha fatto richiesta formale di poter assistere all’udienza è l’italiano Mario Borghezio, Eld-Ln. La Corte ha ricevuto anche altre 6 memorie scritte presentate da organizzazioni non governative: tre a favore della presenza del crocifisso, come quella delle Acli, e altrettante contro, tra cui spicca quella del Greek Helsinki Monitor, l’unica ong a essere intervenuta come terza parte durante il procedimento che portò alla prima sentenza.

 

Alla conclusione dell’udienza i giudici si ritireranno per deliberare ma, fanno sapere dalla Corte, trascorreranno dai sei mesi a un anno come minimo, prima che la sentenza venga resa pubblica. LS 30

 

 

 

 

Spagn. Verso la Gmg 2011. Capitale dei giovani.

 

"Madrid sarà la capitale dei giovani di tutto il mondo". Con queste parole l'arcivescovo di Madrid, il card. Antonio Maria Rouco Varela, ha commentato la sigla, avvenuta il 22 giugno, di un accordo di cooperazione tra il Comitato organizzatore della Gmg e la Comunità autonoma della città, rappresentata da Esperanza Aguirre. "L'accordo agevolerà la preparazione e lo svolgimento della Gmg che siamo certi sarà un successo", ha dichiarato il cardinale spiegando che questo prevede la collaborazione tra i due enti firmatari in materia di sicurezza, sanità, trasporti e alloggio. La Comunità autonoma di Madrid, secondo l'accordo, metterà a disposizione tra l'altro, ostelli, scuole e istituti pubblici per la sistemazione dei pellegrini e darà "particolare attenzione" alle aree del trasporto, sicurezza e sanità "per fare fronte agli imprevisti che potrebbero verificarsi". Alla realizzazione della Gmg collabora, con il Comitato organizzatore e la Comunità di Madrid, anche il Governo.

Il cammino di Santiago. Una lettera per invitare i giovani galiziani al pellegrinaggio a Santiago de Compostela nell'agosto 2010 e alla Gmg di Madrid del 2011. A scriverla sono i vescovi della Galizia. "Si tratta - afferma il vescovo di Lugo, mons. Alfonso Carrasco, responsabile della pastorale giovanile della regione - di due grandi opportunità per sperimentare in prima persona l'appartenenza alla Chiesa e testimoniare la propria fede grazie anche alla presenza di tanti altri vostri coetanei". Il pellegrinaggio dei giovani a Compostela sarà dal 5all'8 agosto 2010. "Nel 2011 - continua poi la lettera - la Gmg ci darà l'opportunità di incontrare a Madrid  Benedetto XVI". In attesa di questi appuntamenti le diocesi galiziane (Santiago, Lugo, Tui-Vigo, Orense e Mondonedo-Ferrol) accoglieranno tra il 10 luglio e l'8 agosto la Croce, simbolo delle Gmg.

Iniziative varie. Un itinerario mensile di catechesi per accompagnare i giovani verso Madrid 2011. L'iniziativa è della diocesi di Alcalà. Le catechesi propongono temi collegati dal filo rosso della storia della salvezza, annunciati anche da video disponibili su You Tube. Le catechesi permettono un cammino comune per tutte le parrocchie, i movimenti e le associazioni ecclesiali. I contenuti sono scaricabili dal sito /www.paramilavidaescristo.es/formacion.html. Anche le opere salesiane di Madrid si stanno preparando ad accogliere le migliaia di giovani che parteciperanno all'incontro con il Papa nell'agosto 2011. Un'équipe formata dai responsabili della pastorale dei Salesiani e della Figlie di Maria Ausiliatrice sta preparando le infrastrutture logistiche per ospitare i giovani. La pastorale salesiana del prossimo anno negli istituti, parrocchie e centri giovanili sarà correlata alla Gmg. Si prevedono temi di riflessione inerenti il motto e le catechesi della Gmg, per "incentivare i giovani a sentirsi membri della Chiesa e perché abbiano consapevolezza della loro vocazione cristiana", affermano i responsabili della pastorale salesiana. Valori come l'ecclesialità, la comunione e l'internazionalità saranno parte delle celebrazioni, delle campagne e dei materiali della pastorale lungo tutto il prossimo anno. Sir eu

 

 

 

 

Caritas.  A servizio dei poveri. Rapporto 2009 su progetti e attività in Italia e nel mondo

 

 Circa 32 milioni di euro (31.713.990) utilizzati nel 2009 per progetti e attività in Italia e nel mondo, per rispondere alle grandi emergenze economico-sociali e umanitarie e ad una quotidianità di vicinanza a chi soffre. Sono le cifre contenute nel Rapporto annuale 2009 di Caritas italiana, presentato nei giorni scorsi a Roma durante la riunione di presidenza e il Consiglio nazionale Caritas. Di questi 32 milioni, 19.542.041 sono stati utilizzati in Italia, 8.725.797 nel mondo, 3.446.151 per le spese complessive di gestione. Caritas italiana ha cercato di concretizzare, nel corso del 2009, il tema dell'anno pastorale: "Scegliere di animare. Percorsi di discernimento per parrocchie e territori". Un anno intenso di lavoro a servizio dei poveri.

 

Tremila volontari in Abruzzo. Dai numeri contenuti nel Rapporto emerge che il 97% delle Caritas diocesane ha attivato un Centro d'ascolto, mentre il 71% ha attivato un Osservatorio delle povertà e il 69% il Laboratorio Caritas parrocchiali. Sono stati 3.089 i volontari inviati dalle 16 Delegazioni regionali Caritas nelle tendopoli e tra le popolazioni abruzzesi terremotate, da aprile 2009 a marzo 2010. 23.032 persone hanno fatto offerte a Caritas italiana per il terremoto in Abruzzo, consentendole di raccogliere e impiegare (anche per gli anni futuri) 32.075.520 di euro. Tra le strutture realizzate o in fase di realizzazione, centri di comunità, edilizia sociale abitativa, scuole, edifici per servizi sociali e caritativi, centri sociali parrocchiali. In Italia 1.273 giovani prestano servizio civile in 82 Caritas diocesane, a cui si aggiungono 56 all'estero, mentre in autunno sono stati immessi in servizio altri 987 giovani in Italia e 76 all'estero.

 

125 progetti anti-crisi. Sono stati invece 195 i progetti otto per mille presentati da 114 Caritas diocesane, per un valore di circa 12 milioni di euro richiesti alla Cei e una compartecipazione delle diocesi di 9,5 milioni di euro. 125 progetti specifici sono stati monitorati da Caritas italiana e realizzati dalle Caritas diocesane nel 2009, per far fronte alle conseguenze della crisi su persone e famiglie. Sono state, inoltre, organizzate 50 giornate di formazione. Sul fronte "comunicazione" spicca l'aumento del 109,5% degli accessi al sito www.caritasitaliana.it rispetto al 2008 (pari a una media di 1.521 utenti unici quotidiani) e le oltre 3 mila presenze Caritas su carta stampata, radio-tv e internet. Sul versante delle politiche sociali, è entrata nel vivo l'attività dei tavoli di lavoro su Aids; rom, sinti e camminanti; salute mentale e ospedali psichiatrici giudiziari. Nel 2009 sono state condotte due ricerche sul rapporto tra giovani e volontariato e tra famiglie e crisi. È stato anche promosso, insieme a Fondazione culturale Responsabilità etica e Centro culturale Ferrari, l'Osservatorio regionale e nazionale sul costo del credito, promotore di una ricerca sull'accesso al credito legato ai mutui per la casa. Riguardo al complesso fenomeno dell'immigrazione, un evento significativo è stato, in maggio, l'incontro del Coordinamento nazionale immigrazione a Lampedusa, proprio nel periodo delle discussioni più infuocate sull'approvazione del "pacchetto sicurezza".

 

"Zero poverty" in Europa e progetti in 80 Paesi. Il 2009 è stato anche l'anno della preparazione, nell'ambito della rete di Caritas Europa, della campagna "Zero Poverty", lanciata in vista del 2010, Anno europeo di lotta alla povertà e all'esclusione sociale. Sul versante internazionale, in 80 Paesi del mondo sono stati realizzati decine di progetti e 280 microprogetti. Caritas italiana ha anche aderito all'iniziativa "Stand Up!", della Campagna Onu del millennio, che ha portato 820.800 di italiani ad alzarsi alzandosi in piedi contro la povertà nell'ottobre 2009. Il lavoro di animazione ha trovato espressione anche nella partecipazione alla campagna "Crea un clima di giustizia", dedicata alle relazioni tra crisi ambientali, povertà e conflitti e lanciata da Caritas internationalis e Cidse su scala globale. La campagna è culminata nelle azioni di sollecitazione e pressione sui governi partecipanti alla Conferenza Onu sul clima, svoltasi in dicembre a Copenaghen.

 

Due esempi di microprogetti. In Mongolia è stata realizzata una cucina per i ragazzi di strada nella periferia di Ulan-Bator. Una piccola comunità religiosa accoglie i minori che vivono sulla strada, offrendo loro cibo, un letto e un cammino educativo, anche di formazione professionale. Il progetto, costato 3.700 euro, è consistito nell'acquisto di una cucina elettrica e di pentole per un laboratorio di gastronomia tradizionale, utile anche per la mensa per i bambini di strada. In Italia, in provincia di Roma, è stato finanziato un progetto che coinvolge più di 30 immigrati, richiedenti asilo e rifugiati politici, provenienti da diversi Paesi: sono stati accolti, formati e avviati al lavoro nell'azienda agricola biologica "La Sonnina" di Genazzano. Il progetto è nato dalla collaborazione tra la Caritas diocesana di Palestrina e la cooperativa che gestisce l'azienda agricola, di proprietà della diocesi. Al termine del periodo di formazione, usufruendo di borse lavoro, hanno svolto periodi di apprendistato; in seguito, molti sono stati assunti da alcune aziende. sir

 

 

 

 

Fine vita. Una legge necessaria. Per la dignità della persona anche nella sua estrema fragilità

 

"Un testo modificato rispetto a quello uscito dal Senato ma abbastanza equilibrato; continueremo tuttavia a vigilare perché vogliamo una legge che rispetti la dignità della vita". Domenico Di Virgilio, relatore della proposta di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), giudica così il testo approvato dalla Commissione Affari sociali di Montecitorio e attualmente al vaglio delle altre Commissioni competenti, calendarizzato in aula per il mese di luglio "ma dove verosimilmente non approderà prima di settembre". Di Virgilio è intervenuto il 23 giugno alla presentazione a Roma (Camera dei deputati) del volume "La comunità familiare e le scelte di fine vita", edito da Cantagalli e curato da Luisa Santolini, frutto dei laboratori voluti dalla Fondazione sublacense Vita e Famiglia, costituitasi a Subiaco nel 2001 e da lei presieduta.

 

Politica e questione antropologica. Tre, sottolinea Di Virgilio, "i punti qualificanti" della proposta di legge: l'alleanza terapeutica, il consenso informato e le dichiarazioni di trattamento. Per Giuseppe Fioroni, coordinatore del Forum sul Welfare del Pd, "è molto difficile affidare alle tre righe di un articolo di legge l'interpretazione di ciò che un medico ritiene di dover fare in scienza e coscienza". "Sì, un comma non può stabilire il bene o il male di un malato - replica Luisa Santolini -, ma occorre riconoscere che la legge si è resa necessaria per le incursioni di certi giudici che hanno ritenuto di riempire ciò che hanno definito un 'vuoto legislativo', e la vicenda Englaro ne è una dimostrazione". Di legge sul fine vita come "passaggio necessario di fronte al vuoto politico che altrimenti rischia di essere occupato da altri soggetti" parla il sottosegretario al ministero della, Salute Eugenia Roccella, secondo la quale sull'argomento è in corso "una forzatura politica e ideologica" di cui sono espressione anche i registri dei testamenti biologici, "del tutto inutili, istituiti da diversi Comuni con criteri piuttosto fantasiosi". "La biopolitica - osserva - è entrata ancora troppo poco nell'agenda dei politici, ma richiede risposte serie e non può più attendere". Di fronte alle incertezze della politica il "coraggio" della Chiesa: "Considerata da sempre troppo timida nei confronti della modernità, si è viceversa rivelata all'avanguardia nel porre la questione antropologica che è al cuore di questi temi e sulla quale anche la politica dovrebbe interrogarsi".

 

Orizzonti di senso. "Nell'esperienza giuridica e normativa ogni pretesa di arrivare a definizioni incrollabili è rischiosa, ma non possiamo non individuare orizzonti di senso da assumere come incrollabili, quali l'affermazione che la vita è sempre e comunque un bene e la sua tutela è un'esigenza fondamentale e un diritto naturale" nei cui confronti "non si può far valere il cosiddetto principio di autodeterminazione". Il richiamo è di Francesco D'Agostino, presidente dell'Unione giuristi cattolici italiani e coordinatore del Comitato scientifico della Fondazione sublacense. "La politica - osserva il giurista - ha da tempo messo le mani su verità antropologiche stravolgendole completamente", e questo perché "nella dialettica persona-individuo prevale il paradigma ideologico dell'individualità, utilizzato anche per interpretare principi della Costituzione che hanno invece valenza personalistica". Ma in bioetica, "e soprattutto quando entrano in gioco il bene della vita e della salute, questo tipo di approccio è antropologicamente errato" perché "in tale ambito non esiste l'individuo. Esiste la rete di relazioni: la famiglia è relazione". "Guai - afferma D'Agostino - a burocratizzare le dinamiche di fine vita affidandole a moduli e ad ospedali"; "poco senso può avere anche il riconoscimento giuridico di figure come quella del fiduciario". Ciò che occorre è "valorizzare l'alleanza paziente-medico-famiglia".

 

Accompagnamento e cura. Centrale, anche per il vicepresidente della Camera, Rocco Buttiglione, "la questione antropologica, il chiedersi che cosa è l'uomo". Di fronte al fine vita, sostiene, "non si può affermare di appartenere solo a se stessi e decidere di morire. Il suicida lo fa, ma il suo gesto è al di fuori dell'ordinamento giuridico che non riconosce il diritto al suicidio". Secondo Buttiglione, è sconcertante che da questo stesso ordinamento "si pretenda il diritto di imporre ad altri di dare la morte a qualcuno". Dal rischio che le dichiarazioni anticipate di trattamento si trasformino in "uno strumento burocratico all'interno di una concezione contrattualistica del rapporto medico-paziente", secondo la quale il primo "si riduce a mero esecutore" delle scelte del secondo, "incluse quelle che contrastano con la sua coscienza professionale", mette in guardia Gian Luigi Gigli, neurologo e membro del Comitato scientifico della Fondazione. Secondo il medico, "è importante riaffermare che non è la malattia a togliere dignità al malato, bensì il modo in cui questi viene accolto". Pertanto, anziché "partecipare al tentativo in atto di graduare dignità e diritti della persona secondo schemi decisi da altri", la medicina è chiamata a valorizzare "gli aspetti dell'accompagnamento e della cura".

GIOVANNA PASQUALIN TRAVERSA

 

 

 

 

Caritas in veritate. Docenti universitari "a confronto" ad un anno dall'enciclica

 

"L'abbassamento del livello di tutela dei diritti dei lavoratori o la rinuncia a meccanismi di ridistribuzione del reddito per far acquisire al Paese maggiore competitività internazionale impediscono l'affermarsi di uno sviluppo di lunga durata". Per questo "vanno attentamente valutate le conseguenze sulle persone delle tendenze attuali verso un'economia del breve, talvolta brevissimo termine". Lo ha detto mons. Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, aprendo il VII Simposio internazionale dei docenti universitari, in corso a Roma - per iniziativa del citato Pontificio Consiglio e dell'Ufficio di pastorale universitaria del Vicariato di Roma - sul tema: "Caritas in Veritate. Verso un'economia a servizio della famiglia umana. Persona, società, istituzioni". A un anno circa dalla pubblicazione della terza enciclica del Papa, mons. Toso fa notare come la "Caritas in Veritate" indichi "non solo l'obiettivo da raggiungere - l'accesso al lavoro e il suo mantenimento per tutti - ma anche la strada da percorrere: una nuova e approfondita riflessione sul senso dell'economia e dei suoi fini, nonché una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo", come si legge al n.32 dell'enciclica.

 

I costi umani sono sempre costi economici. "L'aumento sistemico delle ineguaglianze tra gruppi sociali all'interno di un medesimo Paese e tra le popolazioni dei vari Paesi, ossia l'aumento massiccio della povertà in senso relativo - ha spiegato mons. Toso - non solamente tende a erodere la coesione sociale, e per questa via mette a rischio la democrazia, ma ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del capitale sociale, ossia di quell'insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile". In altri termini, "una strutturale situazione di insicurezza genera atteggiamenti antiproduttivi e di spreco di risorse umane, in quanto il lavoratore tende ad adattarsi passivamente ai meccanismi automatici, anziché liberare creatività". "I costi umani sono sempre anche costi economici", ammonisce il Papa nella "Caritas in Veritate". Senza contare che "l'appiattimento delle culture sulla dimensione tecnologica, se nel breve periodo può favorire l'aumento di profitti, nel lungo periodo ostacola l'arricchimento reciproco e le dinamiche collaborative". Per un'economia, quale quella auspicata dal Papa, che sappia mettere al centro la persona - ha affermato l'esponente vaticano - ci vuole "una nuova sintesi umanistica", che parta dalla capacità di "assumere con realismo, fiducia e speranza le nuove responsabilità a cui chiama lo scenario di un mondo che ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore".

 

Etica, non marketing. "L'etica non deve diventare una nuova forma di marketing per le imprese, ma una diversa politica di mercato, finalizzata alla giustizia sociale e distributiva, secondo i canoni tradizionali della dottrina della Chiesa". Lo ha detto Giuseppe Di Taranto, docente di storia dell'impresa e dell'organizzazione aziendale all'Università Luiss "Guido Carli". "Dall'inizio del terzo millennio - ha fatto notare il docente - le prime 200 multinazionali al mondo hanno realizzato, fino alla crisi finanziaria scoppiata nell'estate del 2007, un fatturato superiore al reddito di tutti gli Stati del mondo, esclusi i 9 maggiormente industrializzati", mentre "nei Paesi del Terzo mondo coloro che soffrono la fame sono passati da circa 920 milioni nel 2007 a oltre un miliardo attualmente". Ciò significa che "l'economia deve fondarsi sull'etica per il suo corretto funzionamento": oggi, invece - è l'annotazione dell'esperto - si nota "un abuso di questo termine, che si presta a contenuti molto diversi, al punto di far passare sotto la sua copertura decisioni e scelte contrarie alla giustizia e al vero bene dell'uomo, rintracciabile anche nella salvaguardia dell'ambiente e nell'equa distribuzione delle risorse, specie di quelle non rinnovabili". La Caritas in Veritate, ha osservato Di Taranto, "è un'enciclica a forte impatto economico, che interpreta la realtà sociale del ventesimo secolo attraverso una visione diacronica del mercato, iniziata nove anni prima del Novecento, con la 'Rerum Novarum' del 1891, e terminata nove anni dopo la sua fine - la data ufficiale di pubblicazione della 'Caritas in veritate' è il 29 giugno 2009 - con una valutazione fortemente critica del processo di globalizzazione". E proprio il processo di globalizzazione, oggi, ha mostrato alcuni "aspetti nichilisti", che possono sintetizzarsi "nell'attuale crisi dei mercati e nella riproposizione di un sistema libero concorrenziale le cui regole - o meglio la loro assenza - sono state alla base dei nuovi paradigmi della teoria economica, che progressivamente hanno fatto sopravanzare lo Stato dal mercato e la sua sovranità dalla transnazionalità del potere economico". Risultato: il mercato è oggi lo "scenario globale sul quale le nazioni, prima appartenenti ai diversi sistemi economici, vanno a confrontarsi", e nel quale dominano "conflittualità e competitività" che inaspriscono, invece che attenuare, le condizioni di disuguaglianza e povertà. Sir

 

 

 

 

Bistum Mainz. Die italienischen Gemeinden an Generalvikar Prälat Giebelmann

 

Ehrwürdiger Herr Generalvikar,

Die italienischen Gemeinden der Diözese haben – nachdem sie den Text Ihrer Stellungnahme von der Pastoralkonferenz am 23.11. 2009 erhalten haben – in einem internen Reflexionsprozess in den einzelnen Pfarrgemeinderäten und Pfarrgemeinden diesbezüglich Überlegungen angestellt.

 

Das Dokument war ebenfalls Hauptthema unseres regionalen pastoralen Treffens (unter Beteiligung der italienischen Missionen der Diözesen Limburg und Fulda) am 11.2.2010 in Hanau, bei dem eine eigens dafür vorgesehene Kommission gegründet wurde, mit der Aufgabe eine erste Einschätzung der bislang besprochenen Vorschläge als Antwort an die Diözese zum Ausdruck zu bringen und den Entwurf eines Kooperationsvertrags vorzubereiten,  der den verschiedenen Gemeinden und entsprechenden pastoralen Gremien unterbreitet werden kann.

 

Die Kommission kam am 19.2.2010 und am 12.3.2010 in Dreieich zusammen und möchte zunächst – auf Grundlage der erfassten Meinungen – die Zufriedenheit  der italienischen Missionen für das Interesse und die Entschlossenheit der Diözese bekunden, unseren Gemeinden - auch ohne einen Priester der entsprechenden Muttersprache - eine Zukunft zu zusichern.

 

Wir sind darüber erfreut, dass unsere Gemeindearbeit als Bereicherung für die Ortskirche geschätzt und anerkannt wird. Nicht nur dass man sie nicht verlieren möchte, sondern auch dass ihrer Wertschätzung in Zukunft Ausdruck verliehen wird, auch wenn dies möglicherweise in neuen Zusammenhängen und unter veränderten Strukturen der Fall sein wird.

 

Der Vorschlag einen Kooperationsvertrag mit einer deutschen Gemeinde vor Ort bis zum Jahr 2012 auszuführen, stößt grundsätzlich auf Einverständnis, auch wenn bei der  Umsetzung der Unterschiedlichkeit der einzelnen Gemeinden Rechnung getragen werden muss. Besondere Schwierigkeiten gibt es vor allem bei den  Diasporagemeinden mit einem weiten Gebiet, ohne einen erkennbaren zentralen Bezugspunkt. Für sie wäre eine vertragliche Zusammenarbeit mit mehreren Gemeinden denkbar.

 

Die Kommission bereitet einen Entwurf vor, der unseren Gemeinden auf lokaler Ebene als Hilfestellung für die Konkretisierung  des Diözesanprojekts zur Verfügung gestellt wird. Wenn in Hinblick dessen bereits „Modelle“ existieren, bitten wir, darauf aufmerksam zu machen.

 

An dieser Stelle erlauben Sie uns einige Bemerkungen und Fragen.

 

Wenn der Prozess der Überprüfung des Personalstands und der Immobilien – wegen der Abnahme der Priester und notwendiger Sparmaßnahmen – in  deutschen Gemeinden bereits ausgeführt und jetzt auf die Gemeinden anderer Muttersprachen ausgedehnt  wird – findet dies Konsens, sofern es nicht als willkürliche  Interessensentscheidung  vonstatten geht, sondern  im gegenseitigen Dialog und gemeinsamen Einvernehmen erfolgt.  Wir möchten nicht, dass am Ende der Eindruck entsteht, die Diözese spart an den „Schwächsten“, an den „Krümchen“.

 

Wir sind ebenfalls  vollends damit einverstanden, dass die Zusammenarbeit und Vernetzung von allen (Gemeinde, verschiedene Gruppen etc.), die in der Kirche vor Ort tätig sind, in schriftlicher Form mit verbindlichen Aufgaben festgehalten wird. Im Kooperationsvertrag muss es eigenständig zu klaren, durchführbaren Vereinbarungen - unter Berücksichtigung der jeweils eigenen Identität - kommen.

 

Punkt drei bedarf einer gründlicheren Betrachtung und unserer Meinung nach einer neuen Artikulation. Es ist unklar, ob es sich lediglich darauf bezieht, wenn kein Priester anderer Muttersprache zur Verfügung steht (es ist nicht eindeutig, wie das  in Erwägung gezogen wird) oder auch in unmittelbarer Zukunft, beginnend ab 2012 mit Inkrafttreten des Kooperationsvertrags.

 

Wir fragen uns: entfällt das gegenwärtige Modell (die Gemeinde anderer Muttersprache ist ebenso wie die deutsche Gemeinde vollkommen eigenständig), wird die Gemeinde anderer Muttersprache - analog zu den drei im Schriftstück aufgeführten Möglichkeiten -   in eine deutsche Gemeinde integriert oder umgeformt, oder bleibt sie in ihrer bisherigen Identität bestehen, wenn auch mit stärkerer Anbindung vor Ort, insbesondere in enger Verbindung zur örtlichen Gemeinde?

 

Wenn wir es richtig verstanden haben, wurde auf der Jahreskonferenz am 23.11.09 in Mainz die Wirksamkeit des gegenwärtigen Modells - einen Priester anderer Muttersprache zur Verfügung zu haben, erkannt.  Das entspricht auch unserer Vorstellung. Und wir bitten darum, dass dieses Modell deutlich in der neuen Abfassung der Diözesanrichtlinien bestätigt wird.

 

Ein letzter Aspekt, den es zu klären gilt betrifft unsere Position in der Vorbereitung und Unterzeichnung des Kooperationsvertrags: wird er mit der Pfarrgemeinde oder mit den neuen pastoralen Einheiten (Pfarrgruppe, Pfarreiverbund) oder mit beiden abgeschlossen?

 

Wie Sie sich vorstellen können, ist dieser Strukturprozess nicht einfach und erfordert unserer Meinung nach auch einen langen Zeitraum. Deshalb wäre es ratsam, eine Experimentierphase vorzuschalten, um zu verlässlichen und klar definierten Anhaltspunkten, die aus der Praxis hervorgehen, zu gelangen. Man darf auch nicht die gegenseitigen Vorurteile außer Acht lassen, die diesen Prozess behindern können und dessen Überwindung eines sich langsam annähernden und kontinuierlichen Umgangs bedarf. Deshalb betonen wir nochmals die lange Zeitspanne.

 

Wenn in Zukunft die pastorale Arbeit der Gläubigen der Gemeinden anderer Muttersprachen zusehends dem örtlichen Klerus anvertraut wird, ist dies in der theologischen Ausbildung entsprechend vorzubereiten. Im Priesterseminar und in den Ausbildungsplänen für die pastoralen Mitarbeiter (Gemeinde- und Pastoralreferenten) ist es deshalb erforderlich, entsprechende Kurse zu planen, sei es um die Einstellung zu Offenheit und Zugehörigkeit zu vermitteln oder auch um auf Unterschiede im kulturellen und religiösen Verständnis der verschiedenen großen Nationen der Diözese aufmerksam zu machen. Die Kenntnis der jeweiligen Sprache wäre ein zusätzlicher wertvoller Vorteil für eine wirkungsvolle Pastoralarbeit.

 

Zwischen unseren Gemeinden bestehen regelmäßige Kontakte (regionale Treffen der pastoralen Mitarbeiter, nationale Kongresse, Exerzitien) und gemeinsame Aktivitäten (Treffen der Katecheten, Tage für die Pfarrgemeinderäte und pastoralen Mitarbeiter, für Gebetsgruppen etc.). All diese Initiativen sind heutzutage kostbar und müssen auch in Zukunft bestehen bleiben. Es ist wichtig zu bekräftigen, dass der Kooperationsvertrag dieses Netz der Beziehungen der pastoralen Mitarbeiter in unseren Gemeinden nicht auslöscht oder abqualifiziert, sondern vielmehr anstrebt, sie auf neue Personen, die aktiv oder kompetent sind, auszudehnen.

 

Die italienische katholische Tradition setzt in hohem Maße auf das ehrenamtliche Engagement. Auch in unseren Gemeinden nimmt dies einen hohen Stellenwert ein und ermöglicht Initiativen, die ansonsten nicht machbar wären. Dies bedarf ein hohes Maß an Einfühlungsvermögen und Aufmerksamkeit, um es nicht zu entwerten. In einer Zeit des Mangels an Personal und an wirtschaftlichen Mitteln halten wir den Rückgriff auf die Beteiligung der Laien und die ehrenamtliche Arbeit für überaus wichtig. Es ist mit Sicherheit ein Bereich, der ausbaufähig ist und in den es sich lohnt zu investieren.

 

Die Aktualisierung oder Reform der Strukturen ist sicherlich bedeutsam. Wesentlich wichtiger ist jedoch die Evangelisierung. Bedenken wir, dass an erster Stelle immer die pastorale Arbeit  stehen muss, die Seelsorge, die sich vor allem in der Verkündigung des Wort Gottes definiert, die Katechese, die Liturgie, die Diakonie.  Dies muss eindeutig Priorität haben und darf durch keinen administrativen oder wirtschaftlichen Strukturprozess aufgeopfert werden.

 

Wir sind in jeglicher Weise dafür dankbar, dass die Diözese diese Überlegungen angeregt hat. Sie veranlassen uns und unsere Gemeinden die bestmöglichste Planung für die kommende Zeit vorzunehmen, in der Gewissheit, dass die Kirche eine ist und es immer Platz für die Zukunft aller gibt.

 

Diese Betrachtungen fassen eine Debatte zusammen, die seit Monaten Thema in unseren Gemeinden, in den Pfarrgemeinderäten, bei unseren verschieden Treffen, unter anderem dem Regionaltreffen am 6. Mai 2010 in Offenbach war und  letztlich auf einer abschließenden Versammlung am 30. Mai 2010 in Dreieich gebilligt wurde.

 

Erfreut, Ihnen hiermit einen Beitrag zu den Überlegungen der Diözese bezüglich der Gemeinden anderer Muttersprachen darlegen zu dürfen.

 

Hochachtungsvoll

Die italienischen Gemeinden der Diözese

P. Tobia Bassanelli, Regionaler Koordinator (de.it.press)       

 

 

 

 

Vatikan: Ein Jahr Sozialenzyklika

 

Sie war nicht wegen der Wirtschafts- und Finanzkrise geschrieben worden, sondern von langer Hand geplant, kam aber dennoch genau zur richtigen Zeit: Heute vor genau einem Jahr unterschrieb Papst Benedikt XVI. seine Sozialenzyklika „Caritas in veritate“. Am Tag darauf sagte er damals:

 

„Gestern wurde meine neue Enzyklika „Caritas in veritate“ – die Liebe in der Wahrheit – veröffentlicht. In dieser Enzyklika über die ganzheitliche Entwicklung des Menschen geht es nicht darum, technisch-praktische Lösungen für die großen wirtschaftlichen Probleme unserer Zeit anzubieten. Die wichtigen Fragen unserer Gesellschaft reichen weit über die rein operative Ebene hinaus und müssen im größeren Gesamtzusammenhang gesehen werden. Daher wollte ich in Erinnerung rufen, dass die umfassende Entwicklung eines jeden Menschen und der ganzen Menschheit nur in Christus und auf Christus hin erfolgen kann. Der hauptsächliche Antrieb dazu ist die Liebe in der Wahrheit, nämlich die Bereitschaft, sich auf die Logik des unentgeltlichen Schenkens einzulassen und das wirtschaftliche und soziale Leben nach den bleibenden großen Prinzipien auszurichten...“ 

Und diese großen Prinzipien sind für den Papst:

 

„Die Achtung vor dem menschlichen Leben, die wahren Menschenrechte und -pflichten, die notwendige Tugendhaftigkeit der Wirtschaftstreibenden und der Verantwortlichen in der Politik, das Streben nach dem Gemeinwohl, auch auf weltweiter Ebene, der ethische Umgang mit der Technologie und den Medien. Die Erneuerung unserer Gesellschaft, die vielerorts krankt, bedarf eines ernsthaften Nachdenkens über den tiefen Sinn der Wirtschaft, der Finanzen und der Politik. Dieses Nachdenken muss auf der Wahrheit über den Menschen als solchen und seiner Beziehung zu den Mitmenschen beruhen. Dazu gehört, dass der Mensch nicht nur Leib, sondern auch Seele ist und seine ganzheitliche Entwicklung daher das geistige Wachstum einschließt.“

 

Aus Anlass des einjährigen Jubiläums von „Caritas in veritate“ waren in den vergangenen Tagen Wissenschaftler an der römischen Universität zusammengekommen, um über eine Umsetzung von Benedikts Forderungen und Denkanstößen zu diskutieren. Michele Bagella ist Vorsitzender der Wirtschaftsfakultät an der Universität Rom.

 

„Ich glaube, dass man nach den letzten Tagen der Diskussion einen Weg zur Weiterarbeit ausmachen kann, einen Weg der vertretbaren Finanzen. Die Krise, die wir erlebt haben, prangert in vielerlei Hinsicht eine substanzielle Unsicherheit an. Wir müssen dagegen anarbeiten. Es stimmt, dass auf dem Finanzmarkt viele Dinge nicht funktionieren, andere funktionieren dagegen. Wir müssen uns darum insgesamt um eine Besserung bemühen und in die Zukunft blicken. Im Vordergrund sollten dabei die Themen Transparenz, bewusstes Handeln, Verantwortung und Kontrolle stehen. Wenn wir dort ankommen, in den Unternehmen, in den Banken, aber auch in den einzelnen Ländern und öffentlichen Einrichtungen, wenn wir auf Grund dieser Prinzipien einen Neuanfang schaffen, dann sind wir meiner Meinung nach auf dem richtigen Weg.“

 

„Caritas in veritate. Über eine Wirtschaft, die im Dienst der Menschheitsfamilie steht. Mensch, Gesellschaft und Institutionen“, so lautet der Titel des Kongresses, den der päpstliche Rat für Gerechtigkeit und Frieden mitorganisiert hat. Kardinal Kodwo Appiah Turkson ist Präsident des Rates. Er sagte mit Blick auf die parallel zu der Veranstaltung in Rom tagende Gruppe der Acht in Kanada:

 

„Es ist sehr wichtig, dass diese Personen in der Enzyklika Inspiration suchen für ihre Arbeit. Es gibt schon viele, die sich von der Enzyklika inspirieren lassen. Ich weiß zum Beispiel, dass sich in London einige Direktoren von großen Banken getroffen haben, um „Caritas in veritate“ gemeinsam zu studieren. Schon seit Beginn des Jahres hat es 4000 Veranstaltungen gegeben, bei denen die Enzyklika im Mittelpunkt stand. Wir versuchen also, eine Einladung auszusprechen, sich Gedanken zu machen, sich inspirieren zu lassen von einigen Ideen, die in der Enzyklika ausgedrückt sind.“

(rv 29)

 

 

 

Der Dienst der Gemeindereferentinnen und- referenten. Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

In diesen Wochen werden viele Priester und Gemeindereferentinnen und -referenten ihren Dienst in den Gemeinden des Bistums Fulda neu oder nach Versetzung in anderen Gemeinden beginnen. Ich nehme das zum Anlass, Ihnen, liebe Leserinnen und Leser, einige Gedanken zum Dienst unserer Gemeindereferentinnen und Gemeindereferenten zu schreiben.

 

Ihr Dienst hat eine lange Vorgeschichte. Es begann mit den Seelsorgehelferinnen in den 20er Jahren des letzten Jahrhunderts, die besonders in den weit verstreuten Diasporagemeinden zu einem großen Segen wurden. Deren Dienst war mehr als eine vorübergehende Aushilfe für fehlende Priester.

Das Zweite Vatikanische Konzil leitete neue Entwicklungen ein. Es lehrte, dass alle Christinnen und Christen zusammen das „Volk Gottes“ bilden und gemeinsam die Verantwortung für das Heilswerk Christi in dieser Welt tragen. Dieser Grundgedanke geht allen Unterscheidungen von Ämtern und Diensten voraus. Das führte zu einer neuen Wahrnehmung des biblischen Bildes von der Kirche als „Leib Christi und seinen Gliedern“. Alle Christen sind berufen, mit ihrer Person und ihrem Leben eine unersetzliche Gabe des Geistes zum Aufbau der Kirche zu sein. Dieser Impuls weckte das Bewusstsein vieler Frauen und Männer um die ehrenamtliche Verantwortung. Ihre Mitwirkung in vielen Bereichen der Kirche ist heute ein unverzichtbares Element lebendiger Gemeinden. Die neue Fülle und Vielfalt ehrenamtlicher Dienste verlangte nach qualifizierter Vorbereitung und Begleitung.

 

Die deutschen Bischöfe stellten bereits 1977 fest: „Es muss in den Gemeinden jedoch nicht nur viele Einzelne und Gruppen geben, die selber einen Dienst ausüben, sondern auch solche, die andere zum Dienst anleiten. Wie die Dienste selbst, so soll auch der Dienst an Diensten so weit möglich ehrenamtlich geleistet werden. Aber die Gemeinden benötigen hierzu auch die Hilfe hauptberuflicher Dienste. Es braucht in den Pfarrgemeinden und Pfarrverbänden zunächst Kräfte mit einer pastoralen Grundausbildung. Für spezielle Aufgaben, die vor allem in großen Pfarreien und Pfarrverbänden anstehen, braucht es überdies Kräfte mit abgeschlossenem Theologiestudium und evtl. mit einer Zusatzausbildung.“ (Zur Ordnung der Pastoralen Dienste, Die Deutschen Bischöfe, Nr. 11).

 

Damit war die entscheidende Wegmarkierung vollzogen für die neuen Dienste der Gemeinde- und Pastoralreferenten und -referentinnen.

Diese Entwicklung ist nicht als reines Menschenwerk zu verstehen. In seiner Ansprache an die Laien im kirchlichen Dienst vom 18. November 1980 im Dom zu Fulda hat Papst Johannes Paul II. gesagt: „Wir glauben ja alle daran, dass ein und derselbe Geist sowohl die Gemeinden und die Herzen der Menschen lenkt als auch euren Dienst in der Kirche ins Leben gerufen hat.“ Die neuen pastoralen Berufe sind eine Frucht des Hl. Geistes, sein Geschenk, das zur Lebendigkeit unserer Gemeinden und der Kirche beitragen soll.

 

Die meisten Frauen und Männer, die in unserem Bistum heute als Gemeindereferentinnen und -referenten tätig sind, haben aus der Erfahrung des ehrenamtlichen Engagements den Entschluss gefasst, auch hauptberuflich in der Kirche zu dienen. Sie verstehen sich nicht als Ersatzkapläne und erfüllen keine verkürzten priesterlichen Aufgaben, die dem Weiheamt zugeordnet sind. Vielmehr entscheiden sie sich als Laien zum Dienst in der Kirche. Sie lassen sich eine besondere Verantwortung auferlegen im Bereich der Aufgaben, die allen Getauften und Gefirmten für die Kirche aufgegeben sind.

 

Ihr Dienst hat sich in den vergangenen Jahren bewährt und ist in vielen Gemeinden selbstverständlich geworden. Die Tätigkeiten reichen von den Grundaufgaben in einer Gemeinde bis zu den speziellen Arbeitsfeldern in der Seelsorge an Kranken und Gefangenen, an Schulen und Universitäten. Die pastoralen Berufe stehen Frauen und Männern, Verheirateten und Unverheirateten offen. Beide Geschlechter prägen die Berufsbilder und bringen sie lebendig und vielgestaltig zum Ausdruck.

 

Ich möchte nun einige vordringliche Aufgaben zur Sprache bringen, über die Sie in Ihren Pfarrgemeinderäten und Gemeindegruppen sprechen sollten:

* Wir müssen die Frauen und Männer mit ihrem oft leisen und mitunter verborgenen pastoralen Dienst in unseren Gemeinden noch aufmerksamer wahrnehmen, herzlicher aufnehmen und solidarischer mittragen. Das kann den Boden des gemeindlichen Bewusstseins für diese Berufe fruchtbar machen.       

* Ich bitte Sie um das inständige Gebet um pastorale Berufe. Sie sind ein Geschenk des Hl. Geistes.       

* Eine lebendige Kirche braucht junge Menschen, die mit Herz und Verstand, mit Phantasie und Engagement Gott und den Menschen dienen. Ich möchte den Jungen zurufen: „Lasst Euch in Anspruch nehmen für Aufgaben in Gemeinden, Gruppen und Verbänden. Prüft Euch und erwägt im Gebet mit Christus, ob er Euch vielleicht auf einen bestimmten Weg führen will. Scheut Euch nicht, zur Klärung den Rat der Priester und erfahrener Christen in Anspruch zu nehmen.“   

* Ich bitte unsere Gemeinden: Seien Sie darum besorgt, jungen Menschen bei der Suche nach der richtigen Lebensspur mit Rat und Tat zur Seite zu stehen. Ermutigen und unterstützen Sie die tastenden Versuche, nach der persönlichen Berufung durch Christus zu fragen. Helfen Sie mit, ihnen fachkundige Ratgeber und Begleiter in der Gemeinde und im Bistum zu vermitteln.    

* Zudem möchte ich Sie nochmals an das „Bündnis für Berufungen“ erinnern, das ich in meinem Fastenhirtenbrief 2003 angestoßen habe. Ich weiß sicher, eine den Berufungen förderliche Atmosphäre in unseren Gemeinden kommt allen zugute, selbstverständlich auch der Berufung zum Priester, der durch niemanden und nichts zu ersetzen ist, einzig durch einen Priester. „Bonifatiusbote“ 4

 

 

 

 

EKHN und Bistum Mainz unterstützen Neubau der Mainzer Synagoge

 

Kirchen übernehmen die Kosten für die Anschaffung des Toraschrankes

 

Mainz. Die Evangelische Kirche in Hessen und Nassau (EKHN) und das Bistum Mainz unterstützen den Neubau der Mainzer Synagoge. Gemeinsam übernehmen katholische und evangelische Kirche die Kosten für die Anschaffung des Toraschrankes für die Synagoge, die gerade nach den Plänen von Architekt Manuel Herz verwirklicht wird. Im Toraschrank wird die Torarolle in der Synagoge aufbewahrt. Bei einem Treffen vor dem Neubau am Mittwoch, 30. Juni, dankte die Vorsitzende der Jüdischen Gemeinde in Mainz, Stella Schindler-Siegreich, dem Mainzer Bischof, Kardinal Karl Lehmann, und dem Kirchenpräsidenten der EKHN, Dr. Volker Jung, für ihr Engagement.

Kirche durch untrennbares Band mit dem Judentum verbunden

Kardinal Lehmann erinnerte daran, dass Mainz durch bedeutende Rabbiner zu einem Zentrum der jüdischen Lehre und Schriftauslegung geworden sei und zusammen mit Worms und Speyer zu den so genannten Schum-Städten gezählt wurde, den wichtigsten Städten des abendländischen Judentums. Diese große Kultur sei von den Nationalsozialisten zerstört worden, ganz konkret auch im Brand der Mainzer Synagoge. „Ich bin deshalb sehr froh, dass mit dem jetzt entstehenden Neubau der Synagoge ein Gotteshaus entsteht, das dieser überregionalen Bedeutung gerecht wird." Weiter sagte Lehmann: „Die Kirche ist durch ein untrennbares Band mit dem Judentum verbunden. Die Herkunft Jesu aus dem Judentum bestimmt uns Christen. Deshalb sind wie dankbar, heute der jüdischen Gemeinde in Mainz als unseren älteren Brüdern und Schwestern mit dem Toraschrank ein besonderes Zeichen unserer Verbundenheit übergeben zu können."

Erkennbarer jüdischer Ort im Stadtbild/Absage an jede Form des Antisemitismus

Kirchenpräsident Jung  zeigte sich sehr erfreut darüber, dass die jüdische Gemeinde wieder ein Zentrum für Gottesdienst, Unterricht, Bildung und Gemeindeleben errichtet und betonte dessen Bedeutung für die Stadt: „Die jüdische Gemeinde Mainz hat mit dieser Synagoge endlich wieder einen deutlich erkennbaren Ort im Stadtbild, der einen beachtlichen Beitrag zum gesamten städtischen Leben leistet. Wir hoffen, dass dieses Gotteshaus, ein Segen für das Gemeindeleben der jüdischen Gemeinde in Mainz wird, so wie die Silhouette der Synagoge den hebräischen Buchstaben des Wortes Keduscha (= Segensspruch) nachempfunden ist. Wir sind dankbar, dass wir zu diesem Neuanfang beitragen können." Der evangelische Beitrag zum Toraschrank der neuen Synagoge sei „ein konkretes Beispiel unserer Bemühungen, unser Verhältnis zu den jüdischen Schwestern und Brüdern weiter zu verbessern und zu vertiefen". Jung wies darauf hin, dass der Toraschrank „das Zentrum einer jeden Synagoge" sei, da hier „das Herzstück jüdischen Glaubens, die Tora" aufbewahrt werde. Deshalb hätten die Angriffe der Nationalsozialisten im Dritten Reich insbesondere auf die Toraschrank in den Synagogen gezielt. Das Geschenk eines neuen Toraschrankes dafür sei deshalb auch „ein bewusstes Zeichen der Absage an jede Form des Antisemitismus".  tob (MBN)

 

 

 

Papst: „Urlaubszeit auch für Kontakt mit Gott nützen“

 

Die jetzt beginnende Urlaubszeit soll auch dafür genutzt werden, mit Gott in Kontakt zu kommen. Das regte Papst Benedikt XVI. am Sonntag bei seinem Angelusgebet auf dem Petersplatz an. Unter strahlendem Sonnenschein betete das katholische Kirchenoberhaupt vor mehreren tausend Pilgern und Besuchern das Mittagsgebet.

 

„Die Ferientage bieten eine gute Gelegenheit zur Begegnung mit der Natur und mit anderen Menschen und geben Anlass zur Kreativität. Neben der physischen Erholung und der intellektuellen Weiterentwicklung können sie aber auch ein Moment sein, um das Gebet zu intensivieren und den Glauben zu stärken. Dies wird sich auch positiv auf das soziale Leben auswirken.“ 

 

Nach dem Mittagsgebet analysierte der Papst das Sonntagsevangelium. Darin stünden wichtige Weisungen für die Nachfolge Jesu: Der ganze Mensch wird gefordert. Dazu sagte der Papst den Besuchern und Pilgern deutscher Sprache auf dem Petersplatz:

„Am heutigen Sonntag hören wir im Evangelium, wie Jesus einige seiner Jünger aufruft, auf jeglichen irdischen Besitz zu verzichten und sogar die eigene Familie zu verlassen, um ihm nachzufolgen; denn wie Jesus selbst sollen sie nicht nur mit ihren Worten, sondern mit ihrem ganzen Leben Zeugnis für das Reich Gottes ablegen. Beten wir für alle, die Christus in seine besondere Nachfolge ruft, und erforschen wir uns zugleich selbst, ob Gott auch in unserem Leben stets den ersten Platz einnimmt. Der Herr segne euch und eure Familien.“ Rv 27

 

 

 

 

Basiskurs „Soziales Ehrenamt“ im Bistum Fulda

 

Fulda. Die Erkenntnis hat sich bis in die hohe Politik durchgesetzt: Angesichts der zunehmenden sozialen Verwerfungen in der Gesellschaft in Folge der Wirtschaftskrise ist bürgerliches Engagement wichtiger denn je. Denn Menschen, die freiwillig soziale Aufgaben übernehmen, nehmen ihr Umfeld wahr, machen sich Gedanken zur eigenen Lebenssituation und zur politischen und gesellschaftlichen Entwicklung. Freiwillig Engagierte sind wertvolle, weil aufgeweckte Mitglieder der Gesellschaft.

 

Da ehrenamtliche Tätigkeit ein so wertvolles Gut ist, haben die katholischen Institutionen Seelsorgeamt, Caritasverband, Sozialdienst katholischer Frauen (SKF), Katholikenrat und Bonifatiushaus entschieden, Teile ihrer Freiwilligen-Betreuung zusammen zu führen und den Ehrenamtlichen einen Kurs anzubieten, der ihnen Orientierung und Hilfesstellung bei ihrem Engagement gibt. Der neue Basiskurs „Soziales Ehrenamt“ wendet sich gleichermaßen an bereits tätige Ehrenamtliche und Personen, die erst noch ein freiwilliges Engagement übernehmen wollen. An zwei Wochenenden im Herbst geht es um Möglichkeiten zum Handeln, um Motivation, um gesellschaftliche Rahmenbedingungen, um Supervision und Netzwerkaufbau, denn jedes Ehrenamt funktioniert am besten als Teil einer vernetzten Hilfe.

 

Der Kurs im Bonifatiushaus Fulda findet in zwei Blöcken am 25./26. September und 20./21. November statt. Die Teilnahme ist selbstverständlich kostenlos. Interessierte erhalten unverbindlich den Flyer mit weiteren Kurs-Informationen und dem Anmeldekoupon beim Caritasverband für die Diözese Fulda, Ressort Soziale Dienste/Gemeindecaritas, Wilhelmstraße 2, 36037 Fulda, Tel. 0661/2428-111, E-Mail armin.schomberg@caritas-fulda.de. (cif)

 

 

 

 

Vatikan: Menschenseele dürstet nach Gott

 

So etwas passiert nicht alle Tage: Der Vatikan bekommt einen neuen Päpstlichen Rat. Das hat Benedikt XVI. an diesem Montag bei der Vesper in Sankt Paul vor den Mauern angekündigt.

 

Der Papst hatte für seine Neuigkeiten einen besonderen Ort und ein besonderes Datum gewählt: Die Kirche des ersten großen christlichen Missionars und Völkerapostels Paulus und den Beginn der Feierlichkeiten zu Sankt Peter und Paul. Vor diesem Hintergrund versprach er den neuen Päpstlichen Rat. Dieser Rat ist der Neuevangelisierung der säkularisierten Nationen gewidmet.

 

„Auch der Mensch des dritten Jahrtausends will ein authentisches und erfülltes Leben, braucht die Wahrheit, die wirkliche Freiheit, die selbstlose Liebe. Auch in den Wüsten der säkularisierten Welt hat die Seele des Menschen Durst nach Gott, nach dem lebendigen Gott. Deswegen schrieb Johannes Paul II.: „Die Sendung Christi, des Erlösers, die der Kirche anvertraut ist, ist noch weit davon entfernt, vollendet zu sein.“ Und er fügte hinzu: „Ein Blick auf die Menschheit insgesamt am Ende des zweiten Jahrtausends zeigt uns, dass diese Sendung noch in den Anfängen steckt und dass wir uns mit allen Kräften für den Dienst an dieser Sendung einsetzen müssen.“ (Enzyklika Redemptoris Missio, 1).”

 

Die Kirche stehe heute vor allem vor spirituellen Herausforderungen, sagte Papst Benedikt XVI..

 

„Es gibt Gegenden der Welt, die auf eine erste Evangelisierung warten. Andere haben sie schon erhalten, brauchen aber die Mühe der Vertiefung; in anderen wiederum hat das Evangelium tiefe Wurzeln geschlagen und so Orte einer echten christlichen Tradition geschaffen, aber in den letzten Jahrhunderten – durch komplexe Bewegungen – hat der Prozess der Säkularisierung eine schwere Krise des christlichen Glaubens und der Erscheinung der Kirche hervorgerufen.“ 

Mit welchen Mitteln lässt sich dieser schweren Krise begegnen? Benedikt XVI. wandte sich mit seinen Worten auch an Bartholomäus I. Eine hochrangige Delegation des ökumenischen Patriarchen von Konstantinopel war am Montag in den Vatikan und zu der Vesper gekommen. Die Herausforderung der Neuevangelisierung verlange Fortschritte hin zu einer vollen Einheit der Christen.

 

„Aus dieser Perspektive heraus habe ich entschieden, einen neuen Organismus in der Form eines päpstlichen Rates ins Leben zu rufen, der die Aufgabe hat, eine erneuerte Evangelisation in den Ländern zu fördern, in denen die erste Verkündigung des Evangeliums schon erklungen ist und die Kirchen alter Gründung sind, aber unter einer fortgeschrittenen Säkularisierung der Gesellschaft und einer Art von Verdunkelung des Sinnes für Gott leiden. Diese stellen die Herausforderung, angemessene Mittel zu finden, die ewige Wahrheit des Evangeliums Jesu Christi neu zu verkünden.”  (rv 29)

 

 

 

Vatikan: Errichtung des Rates für Neuevangelisierung geht voran.

 

Zum Fest Peter und Paul hatte Papst Benedikt XVI. die Gründung des Rates für die erneute Evangelisierung angekündigt, an diesem Mittwoch gab der Vatikan den ersten Leiter dieser neuen Vatikanbehörde bekannt. Es ist Erzbischof Rino Fisichella, bisher Leiter der Päpstlichen Akademie für das Leben. In dieser Aufgabe folgt ihm der bisherige Kanzler der Akademie, Ignacio Carrasco de Paula, nach. Erzbischof Fisichella war ebenfalls Rektor der Päpstlichen Lateran-Universität, in diesem Amt folgt ihm der Professor für christlich-griechische Literatur, Salesianerpater Enrico dal Covolo, nach.

 

Der frisch ins Leben gerufene päpstliche Rat für die erneuerte Evangelisierung nimmt Formen an. Es soll um unsere Länder gehen, um die weitgehend säkularisierten westlichen Christen, auch um die Schweiz, Österreich und Deutschland. Aber wie reagieren die Kirchen dort? Dem Domradio in Köln gab der Bischof von Erfurt, Joachim Wanke, eine erste Antwort:

 

„Ich freue mich sehr über diese Initiative des Papstes und freue mich ausdrücklich. Natürlich kann eine solche Behörde nicht unmittelbar und massiv eine Wende herbeiführen, dazu sind die Ursachen für die Säkularisierung der westlichen Länder zu komplex. Aber es ist ein Anstoß, der Mut macht, die große Aufgabe der Verkündigung des Evangeliums neu anzugehen. Ich sehe in der heutigen Zeit auch Chancen für eine Neuevangelisierung. Die erste Chance besteht darin, dass für Viele das Christentum so fremd geworden ist, dass es wieder als eine Neuheit erfahren wird. Und das zweite, was ich als Chance sehe: Heute kommt es sehr auf das persönliche Zeugnis von Menschen an. Das ist gefragt. Dann wird auch das Gehör finden, was dem Papst ein Anliegen ist.“ (domradio 30)

 

 

 

 

Großkundgebungen für den Papst in Köln und München

 

Am Sonntag, den 11. Juli, wollen in Köln und München Tausende Katholiken ihre Verbundenheit mit Papst Benedikt XVI. zeigen. „Am Namenstag des heiligen Benedikt wollen wir sichtbar machen, dass es in Deutschland viele Katholiken gibt, die in Liebe und Treue zu ihrem Papst und ihrer Kirche stehen“, sagt die Initiatorin dieser Initiative, Sabine Beschmann. Die 41jährige Empfangssekretärin aus Ludwigsburg bei Stuttgart hatte erst im Mai über das Internet zu der Aktion aufgerufen. Wie man der Seite www.deutschland-pro-papa.de entnehmen kann, haben sich inzwischen viele katholische Medien, Organisationen und Einzelpersonen der Initiative angeschlossen. Insgesamt fast zehntausend Teilnehmer an den beiden zentralen Kundgebungen sind bereits registriert.  Hunderte kämen täglich hinzu, heißt es bei den Organisatoren, von denen keiner beruflich für die Kirche tätig ist.

 

In München treffen sich die Teilnehmer um 10.45 Uhr zur Heiligen Messe mit Prälat Herbert Jung in der Kirche St. Peter am Marienplatz oder, alternativ, um 10.30 Uhr zur Lateinischen Messe in der Theatinerkirche am Odeonsplatz. Um 12.15 Uhr beginnt auf dem Odeonsplatz die Kundgebung. Dort wird auch die bekannte Sängerin Kathy Kelly für den Papst auftreten.

 

In Köln feiert Weihbischof Klaus Dick um 12 Uhr im Dom mit den Teilnehmern die Heilige Messe. Anschließend beginnt die Kundgebung mit dem  Angelus-Gebet auf dem Roncalliplatz. Der aus dem Kölner Karneval bekannte Diakon Wilibert Pauels wird „sein kabarettistisches Loblied auf den Papst zum Besten geben“.

 

Die Organisatoren hoffen auf eine eindrucksvolle, entspannte und fröhliche  Demonstration der Verbundenheit deutscher Katholiken mit ihrem Papst und ihrer Kirche. Unter www.deutschland-pro-papa.de kann man sich näher informieren, Flyer und Plakate bestellen und sich zu den Kundgebungen anmelden.

Für Rückfragen zu den Kundgebungen: Sabine Beschmann, Richard-Wagner-Str. 17, 71638 Ludwigsburg, Telefon: 01 51 - 5 46 05 32 bene@benedetta-online.de

www.deutschland-pro-papa.de (de.it.press)

 

 

 

 

Belgien: Chef von Missbrauchskommission zurückgetreten

 

Der belgische Psychiater Peter Adriaenssens ist als Präsident der unabhängigen Untersuchungskommission von Missbrauchsfällen zurückgetreten. Die Kommission wolle nun darüber entscheiden, ob sie ihre Arbeit überhaupt fortführt. Das berichten belgische Medien an diesem Montag. Der Rücktritts Adriaenssens steht im Zusammenhang mit dem Vorgehen der staatlichen Justiz am vergangenen Donnerstag. Im Zuge der Ermittlungen zu Missbrauchsfällen in der Kirche hatte die Polizei die in Brüssel versammelten Bischöfe für neun Stunden festgesetzt. Adriaenssens bezeichnete dieses Vorgehen als „eklatanten Akt des Misstrauens“. Unter diesen Umständen sei eine Fortsetzung seiner Arbeit weder sinnvoll noch möglich. Der Vorsitzende der Belgischen Bischofskonferenz, Erzbischof André-Joseph Léonard, ist weiterhin nach der Polizeiaktion der belgischen Behörden entsetzt. Gegenüber Radio Vatikan sagt er:

 

„Hier in Belgien scheint es so, als ob das polizeiliche Vorgehen normal gewesen sei. In einem anderen Land hätten solche Ermittlungsmaßnahmen einen großen Aufschrei ausgelöst. Doch in Belgien hat das zu keinem nennenswerten Aufsehen geführt. Nicht einmal der Aufbruch der Gräber zweier Kardinäle gilt als Schande. Sicher, wir Bischöfe respektieren die Arbeit der Justizbehörden. Wir kritisieren aber scharf, wie vorgegangen wurde.“

 

Am Sonntag hatte der Papst den belgischen Bischöfen seine Solidarität angesichts des „verwunderlichen und beklagenswerten“ Vorgehens der staatlichen Justiz bekundet. (rv 28)

 

 

 

Katholische Klinik entlässt Arzt Mit der zweiten Ehe kam die Kündigung

 

Rigoroser Kampf gegen den Sittenverfall der Belegschaft: Der Chefarzt einer katholischen Klinik wurde entlassen, weil er nach seiner Scheidung erneut geheiratet hatte.

Beim Arbeitgeber Kirche gelten andere Gesetze: Rigoros geht die katholische Kirche jetzt gegen den "Sittenverfall" in den eigenen Reihen vor: Dem Chefarzt eines katholischen Krankenhauses in Düsseldorf wurde gekündigt, weil er nach einer Scheidung erneut geheiratet hatte. Damit habe er gegen die katholische Glaubens- und Sittenlehre verstoßen, argumentiert sein Arbeitgeber, der kirchliche Träger der Klinik.

Der Mediziner wehrte sich gegen seinen Rauswurf und bekam vor dem Düsseldorfer Arbeitsgericht zunächst recht. Doch der kirchliche Arbeitgeber lässt nicht locker und ist vor das Landesarbeitsgericht gezogen. Dort geht der Rechtsstreit am kommenden Donnerstag in die vermutlich entscheidende Runde.

Mit der zweiten Heirat habe der Arzt durchaus eine Pflichtverletzung begangen, die nach katholischem Kirchenrecht zur Kündigung berechtigt, ließ das Gericht bereits erkennen. Ausschlaggebend ist aber, ob der Arbeitgeber von der zweiten Ehe schon länger gewusst und diese eine Weile toleriert haben könnte. In dem Fall könnte die Kündigung unwirksam sein. (sueddeutsche.de/dpa 29)

 

 

 

Vatikan: Papst verleiht Pallium an 38 Erzbischöfe

 

Während der 29. Juni in weiten Teilen der deutschsprachigen Länder sang- und klanglos vorüberzieht, hat Rom den beiden Heiligen Peter und Paul große Ehre erwiesen. Am Montagabend ließ die Stadt über der Engelsburg ein gigantisches Feuerwerk für die beiden Stadtpatrone krachen. Höhepunkt war aber der große Gottesdienst am Dienstag im Petersdom, der es in Dauer und Pracht fast schon mit der Weihnachtsmesse aufnehmen konnte. Die berühmte Statue des Apostels Petrus war zum Feiertag nicht nur festlich gekleidet, sondern sogar mit der funkelnden Papst-Tiara gekrönt.

Während der feierlichen Messe verlieh Benedikt XVI. an 38 Erzbischöfe das Pallium. Der Papst hatte die Männer im vergangenen Jahr zu Metropoliten-Erzbischöfen ernannt. Unter ihnen waren zum Beispiel der neue Prager Erzbischof Dominik Duka und aus Brüssel André-Mutien Léonard.

 

„Die Freiheit der Kirche, die Petrus durch Christus garantiert wurde, steht auch in einem besonderen Zusammenhang mit der Vergabe des Pallium. Heute erneuern wir diese Vergabe für 38 Metropoliten-Erzbischöfe. Damit beziehen wir auch all diejenigen liebevoll mit ein, die die Erzbischöfe auf ihrer Pilgerreise begleiten.“ 

Das Pallium ist ein besonderes Zeichen der Verbundenheit mit dem Bischof von Rom. Es ist eine Art Stola, die über dem Messgewand getragen wird. In das Pallium sind sechs schwarze Kreuze eingestickt. Zu seinem Amtsantritt hatte Benedikt XVI. den Symbolgehalt erklärt. Das Pallium sei Zeichen des „Joches Christi“. Es stelle das „verirrte Lamm oder auch das kranke und schwache Lamm“ dar, „das der Hirte auf seine Schultern nimmt und zu den Wassern des Lebens trägt“.

 

„Dass die neuen Metropoliten jedes Jahr nach Rom kommen, um aus den Händen des Papstes das Pallium zu empfangen, ist eine Geste der Gemeinschaft. Das Thema der Freiheit der Kirche liefert uns einen wichtigen Schlüssel zum Verständnis des Pallium. Das wird nicht nur im Fall von verfolgten oder politisch bedrängten Kirchen deutlich, sondern gilt auch im Fall von Gemeinden, die unter einer fehlgeleiteten Glaubenslehre oder einer Ideologie leiden, die nicht dem Evangelium entspricht. Das Pallium ist das Unterpfand der Freiheit, das Jesus uns einlädt, genau wie Sein „Joch“ auf unsere Schultern zu nehmen. Christi Gebote sind fordernd, und dennoch lasten sie nicht auf den Schultern ihres Trägers, sondern erleichtern ihn. Genau so ist die Bindung zum Apostolischen Stuhl fordernd, aber trägt dennoch den Hirten, macht ihn freier und stärker.“ 

Wie bereits am Vorabend bei der Vesper in St. Paul vor den Mauern, war auch am Dienstagmorgen wieder die hochrangige Delegation des ökumenischen Patriarchen von Konstantinopel, Bartholomaios I., gekommen. Es ist ein Gegenbesuch der Delegation. Zum Andreasfest war bereits eine Vatikan-Delegation nach Istanbul gereist.

 

„In Hoffnung und voller Vertrauen grüße ich die Delegation des Patriarchats von Konstantinopel, die der schönen Tradition gegenseitiger Besuche folgt und an der Feier der heiligen Stadtpatrone Roms teilnimmt. Gemeinsam danken wir Gott für die Fortschritten in den ökumenischen Beziehungen zwischen Katholiken und Orthodoxen. Wir erneuern die Anstrengungen, um Gottes Gnade zu entsprechen, der uns zur vollständigen Einheit führt.“ (rv/zenit 29)

 

 

 

Neuer Ökumene-Minister des Vatikan: Koch folgt Kasper

 

Rom. Papst Benedikt XVI. hat am Mittwoch wichtige Führungsposten der römischen Kurie neu besetzt. Die Änderungen betreffen die Vatikan-Behörden für Ökumene, Bischofsernennungen sowie Neuevangelisierung. Als Nachfolger des deutschen Kardinals Walter Kasper (77) im Amt des Präsidenten des Päpstlichen Rates zur Förderung der Einheit der Christen ernannte Benedikt den Baseler Bischof Kurt Koch (60).

Dieses Amt werde Koch an diesem Donnerstag antreten, teilte der Baseler Bischof in einem Brief an sein Bistum mit. Koch steht dann an der Spitze des Rates, der für das Gespräch mit anderen christlichen Kirchen und mit dem Judentum zuständig ist.

Kasper hatte schon vor zwei Jahren, den Vorgaben des Kirchenrechts entsprechend, seinen Rücktritt angeboten. Offiziell angenommen wurde dieser Rücktritt noch nicht, doch wird im Vatikan spätestens am 1. Juli mit der entsprechenden Mitteilung gerechnet. Auch die Berufung Kochs zum "Ökumene-Minister" wurde vom Vatikan noch nicht offiziell bekanntgegeben, doch gilt das als Formsache.

Koch ist seit 1995 Bischof von Basel. In seinem Brief vom 29. Juni zitiert er aus einem Brief Benedikts XVI. an ihn: Dem Papst sei es wichtig, dass der neue Ökumene-Verantwortliche im Vatikan die Kirchen der Reformation nicht nur aus der Literatur, sondern "aus der unmittelbaren Erfahrung" kenne, so Koch. Damit mache der Papst deutlich, dass ihm nicht nur die ökumenischen Beziehungen zu den orthodoxen Christen, sondern auch die zu den Protestanten sehr wichtig seien.

Am Mittwoch nahm Benedikt XVI. zudem den altersbedingten Rücktritt von Kardinal Giovanni Battista Re (76) als Präfekt der Kongregation für die Bischöfe an. Re gibt auch das Amt des Präsidenten der Päpstlichen Lateinamerika-Kommission auf. Zu seinem Nachfolger als Leiter der Bischofskongregation, einer der wichtigsten Behörden im Vatikan, ernannte der Papst den bisherigen Erzbischof von Québec, Kardinal Marc Ouellet (66).

An die Spitze seines neugeschaffenen Päpstlichen Rates für die Förderung der Neuevangelisierung berief Benedikt den Präsidenten der Päpstlichen Akademie für das Leben und Rektor der Päpstlichen Lateran-Universität, Erzbischof Salvatore ("Rino") Fisichella (58).

Zu Fisichellas Nachfolger an der Lebens-Akademie wird ihr bisheriger Kanzler, Ignacio Carrasco de Paula, während der Salesianerpater Enrico dal Covolo Fisichella auf dem Posten des Rektors der Lateran-Universität nachfolgt. Der bisherige Ständige Beobachter des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen in New York, Erzbischof Celestino Migliore, geht als neuer Vatikan-Botschafter ("Nuntius") in die polnische Hauptstadt Warschau. Epd 30

 

 

 

Muslime sollen nicht mehr auf der Straße beten

 

Francois Fillon will ein besseres Verhältnis zu Muslimen. Erstmals hat der französische Premier eine Moschee in seinem Land eingeweiht. von Sascha Lehnartz

 

Erstmals in der Geschichte der V. Republik hat ein französischer Premierminister der Einweihung einer Moschee auf französischem Boden beigewohnt. François Fillon nahm an den Feierlichkeiten zur Fertigstellung der neuen Moschee im Pariser Vorort Argenteuil teil, die bis zu 2000 Gläubigen Platz bieten wird. Fillons Geste ist auch ein Versuch, die Beziehungen zu den rund fünf Millionen Muslimen, die in Frankreich leben, zu entspannen. „Die französische Flagge ist groß genug für jeden mit all seinen Unterschieden“, sagte Fillon in seiner Rede, in der er das Toleranzprinzip der Republik unterstrich.

Im Zuge der von der Regierung im vergangenen Jahr angeregten Debatte um die „nationale Identität“, die teilweise ziemlich aus dem Ruder lief, sowie der heftigen Diskussionen über die Einführung eines Gesetzes, das den Ganzkörperschleier im öffentlichen Raum verbieten soll, hatten viele französische Muslime über antimuslimische Stimmungsmache geklagt. In ganz Frankreich gibt es bislang nur etwa 2000 Moscheen und Gebetshäuser.

Bei den meisten handelt es sich eher um umgewandelte Lagerhäuser oder Baracken. In Frankreichs zweitgrößter Stadt Marseille, die traditionell einen großen muslimischen Bevölkerungsanteil hat – wurde erst vor wenigen Wochen mit dem Bau einer „Großen Moschee“ begonnen. An hohen muslimischen Feiertagen sieht man in manchen Vierteln französischer Großstädte nicht selten Muslime auf der Straße beten – weil es in den Gebetshäusern nicht genug Platz gibt.

Um allen Muslimen in Frankreich regelmäßig einen Platz zum Beten anbieten zu können, so schätzt der Leiter der Moschee von Paris, Dalil Boubakar, bräuchte man insgesamt etwa 4000 Moscheen – 2000 müssten also noch gebaut werden. Boukar ist bewusst, dass dies bei den Nicht-Muslimen in Frankreich nicht nur Begeisterung hervorrufen würde:

 

Kirchen, Moscheen - „Jedes Moschee-Projekt sorgt erst einmal für ein gewisses Unwohlsein in der Bevölkerung. Ich verstehe sehr wohl, dass ein Minarett in der französischen Landschaft auffällt wie eine Nase im Gesicht. Es ist etwas, das die traditionelle Landschaft erst einmal stört. Aber vom Minarett der Pariser Moschee sagt man nur Gutes und niemand fragt sich mehr „Was soll das Ding da?“, sagt Boubakeur. Die Große Moschee von Paris wurde 1922 mit Hilfe des französischen Staates errichtet.

Premier Fillon erinnerte in seiner Rede an die Muslime, die für Frankreich gefallen seien und beklagte die Zahl antimuslimischer Gewalttaten in Frankreich. 30 Prozent aller rassistischen Übergriffe richteten sich gegen Muslime. Zugleich jedoch verteidigte Fillon das Gesetz gegen den Ganzkörperschleier: „Wenn man den Islamismus bekämpft, stigmatisiert man nicht den Islam“, so der Premier. Die Burqa sei eine „Karikatur“ des Islam.

 

Wie sich muslimische Frauen verhüllen - Ein Islam, der im Einklang mit den republikanischen Werten sei, habe mit diesem Extremismus nichts zu tun, so Fillon. „In dem sie ein düsteres und sektiererisches Bild liefern, stehen diese Leute, die unter dem Vorwand des Glaubens ihr Gesicht verbergen, bewusst oder unbewusst in Opposition zu dem jenem Islam Frankreichs, den sie hier geholfen haben aufzubauen“, rief Fillon den Gläubigen in Argenteuil zu.  DW 28

 

 

 

Papst Benedikt: „Lernen, Priester zu sein“

 

Das Priesterjahr ist vorbei, das Thema, wie heute echt und authentisch Priester sein, aber weiter aktuell. Auch für Papst Benedikt ist dieses Thema alles andere als abgehakt. In der heutigen Generalaudienz sprach er von der Wichtigkeit, das Priestersein zu erlernen. Er stellte einen Priester-Lehrer vor, den heiligen Giuseppe Cafasso. Dessen berühmter Schüler Don Bosco hatte über ihn gesagt, seine Ausbildung sei wirklich eine, wo „man lernte, Priester zu sein.“

 

„Seine Lehre war nicht abstrakt aus Büchern geholt, sondern kam aus der lebendigen Erfahrung der Barmherzigkeit Gottes und aus seiner tiefen Kenntnis des menschlichen Herzens. Dabei hatte er ein einfaches, zugleich ganz wirkungsvolles „Geheimnis“: Ein Mensch Gottes zu sein und in den kleinen Dingen des täglichen Lebens immer zu suchen das zu tun, was Gottes Willen entspricht und was den Menschen hilft.”

 

Für 25 Jahre war Cafasso Beichtvater und geistlicher Begleiter Don Boscos, und diese Begleitung hat Früchte getragen. Grund genug für Benedikt XVI., auf die Bedeutung dieser beiden Elemente des Glaubenslebens noch einmal deutlich hinzuweisen:

 

“Der heilige Giuseppe Cafasso zeigt uns, wie wichtig die Beichte und geistliche Führung sind, um zu erkennen, was Gott konkret von einem jeden Einzelnen von uns will. Bitten wir den Herrn um gute Priester, die uns auf dem Weg der Heiligkeit, auf dem Weg zu Gott weiterhelfen. Der Herr schenke euch seine Gnade und seine Liebe und die Freude, ihn zu kennen.” (rv 30)

 

 

 

Kongregation für die Bischöfe: Kardinal Giovanni Battista Re (76) tritt nach 10 Jahren ab

 

ROM - Kardinal Giovanni Battista Re (76) hat nach 10 Jahren als Präfekt der Kongregation für die Bischöfe jetzt altersbedingt um seine Entpflichtung gebeten. Ihm war gleichzeitig auch die Päpstliche Kommission für Laterinamerika unterstellt.

Giovanni Battista Re wurde am 30. Januar 1934 in Borno (Diözese Brescia, Italien), in der Heimat von Papst Paul VI., geboren und am 3. März 1957 zum Priester geweiht.

Anschließend studierte er an der päpstlichen Universität Gregoriana in Rom, wo er im Fach Kirchenrecht promovierte. Der Priester lehrte zunächst am Theologischen Seminar seines Heimat-Bistums Brescia, war aber zugleich als Kaplan in der Seelsorge tätig.

Später besuchte er die vatikanische Diplomatenschule. Er wirkte an den Nuntiaturen in Panama und im Iran. 1971 kehrte er nach Rom zurück, um im Staatssekretariat in der Abteilung für "Allgemeine Angelegenheiten" der Kirche zu arbeiten. Der Priester erwarb sich den Ruf eines Mannes, der ohne Unterlass zu arbeiten versteht und dabei auch seine Mitarbeiter zu großen Leistungen anspornen kann.

Am 1. Dezember 1979 wurde er Assessor des vatikanischen Staatssekretariats, 1987 ernannte ihn Johannes Paul II. zum Sekretär der Kongregation für die Bischöfe und zum Titularerzbischof von Vescovio. Am 9. Oktober dieses Jahres wurde Gioanni Battista Re zum Bischof geweiht. Ab 1989 wirkte er als Substitut im Staatssekretariat, im Jahr 2000 löste er Kardinal Neves als Präfekt der Kongregation für die Bischöfe ab. Ein Jahr später verlieh ihm Papst Johannes Paul II. die Kardinalswürde. Zenit 30