Notiziario religioso 8-10 Giugno
2010
Martedì 8 giugno. Il commento al Vangelo. “Voi siete il sale della terra“
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 5,13-16) commentato da P. Lino Pedron
13 Voi siete il
sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
14 Voi siete la
luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, 15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio,
ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.
16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre
opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.
Gesù paragona i
discepoli al sale della terra e alla luce del mondo. Essi portano al mondo la
felicità, trasfigurano la vita e danno sapore ad ogni
realtà umana; se vengono meno non possono essere sostituiti da nessuno. Essi
devono essere testimoni trasparenti della luce di Cristo che hanno in sé perché
tutti, dentro e fuori della Chiesa, vedano le loro opere buone e glorifichino
il Padre che è nei cieli.
Il potere del sale
è molteplice. Esso condisce, depura, protegge dalla putrefazione. Nell’Antico
Testamento lo si usava per il sacrificio. Secondo il
Libro del Levitico 2,13 è prescritto che in ogni sacrificio di oblazione si
offra il sale. Nel mondo greco il sale simboleggiava l’ospitalità.
Il significato dei
discepoli per il mondo corrisponde a quello del sale per il cibo: essi sono
insostituibili. Ma l’accento non è posto su questo
punto, ma sulla possibilità di fallire. Il sale può diventare senza sapore e
allora non c’è più nulla con cui si possa salare. Se i discepoli falliscono, se
mancano al proprio compito, non resta loro che attendere il giudizio che gli
uomini pronunciano su di loro. Specialmente in Isaia il giudizio è presentato
come l’essere calpestati (Is 10,6). I cristiani sono
il sale della terra se compiono le opere di misericordia sulle quali saranno
giudicati (Mt 25,34ss).
Ai discepoli viene assegnata, senza limiti, la funzione di luce del mondo
e di città sul monte. La città sopra il monte simboleggia la forza di
attrazione della comunità dei discepoli. Occultando la
luce, i discepoli si rendono colpevoli come il servo infingardo che ha nascosto
il talento sotto terra (Mt 25,18 ss).
Il far risplendere
la luce è la manifestazione della propria fede davanti agli uomini (Mt
10,32-33) e ciò richiede sacrificio. Le direttive del discorso della montagna
mirano a far sì che il comportamento degli uomini sia conforme al comportamento di Dio (Mt 5,48).
I discepoli che
vivono secondo le beatitudini, non vivono per sé,
autosufficienti, nascosti in un angolo del mondo, ma in pubblico, visibili e
accessibili agli uomini e anche esposti alle loro critiche. De.it.press
Mercoledì 9 giugno. Il commento al Vangelo. Venuto per dare compimento alla
Legge
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 5,17-19) commentato da P. Lino Pedron
17 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti;
non son venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non
passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.
19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e
insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei
cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato
grande nel regno dei cieli.
Gesù adempie le
Scritture realizzando nella sua persona ciò che esse dicevano di lui.
L’adempimento della Legge da parte di Gesù non è di ordine puramente
dottrinale: è l’impegno stesso della sua vita e della sua morte.
Egli non è venuto
per frustrare le attese dell’Antico Testamento, ma per realizzarle: non vuota
la Legge del suo contenuto, ma la riempie fino all’ultimo livello, portandola
fino alla sua più alta espressione.
Gesù non è un
avversario di Mosè, ma non è nemmeno un suo discepolo; è al contrario il vero
legislatore che Dio ha inviato agli uomini di tutti i tempi, di cui Mosè era
solo un precursore.
Alla venuta del
Messia, Mosè è invitato a scomparire (cfr Mt 17,8). La Legge era incompleta non
perché non esprimesse la volontà di Dio, ma perché la esprimeva in un modo
imperfetto e inadeguato. Anche i minimi dettagli della Legge conservano il loro
eterno valore, soprattutto se la Legge è quella rinnovata da Cristo (v. 18).
Gesù compie la
Legge, che manifesta la volontà del Padre, amando i fratelli. L’amore non trascura
neanche un minimo dettaglio, anzi manifesta la propria grandezza nelle
attenzioni minime.
Le realtà più
solide, il cielo e la terra, potranno cadere ma non cadrà un
iota, cioè la particella più piccola della Legge, finché non sia attuata. Non
si tratta di salvaguardare l’adempimento del codice fin nelle sue minime
prescrizioni, ma di comprenderne il profondo contenuto che sopravvive nel
Vangelo: l’amore. Con la proclamazione del Vangelo l’Antico Testamento non
finisce, ma si attua nel Nuovo.
De.it.press
Giovedì 10 giugno. Il commento al Vangelo. “Và
prima a riconciliarti con il tuo fratello”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 5,20-26) commentato da P. Lino Pedron
20 Poiché io vi
dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei,
non entrerete nel regno dei cieli.
21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi
avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con
il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello:
stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al
fuoco della Geenna.
23 Se dunque
presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche
cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti
all'altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad
offrire il tuo dono.
25 Mettiti presto
d'accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l'avversario
non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga
gettato in prigione. 26 In verità ti dico: non uscirai
di là finché tu non abbia pagato fino all'ultimo spicciolo!
La concezione
della giustizia secondo Matteo non può essere confusa con quella di Paolo. Per
Paolo la giustizia è la giustificazione di Dio concessa per grazia all’uomo;
per Matteo è il retto agire richiesto da Dio all’uomo.
Gesù ha rimesso in
vigore la Legge come legge di Dio e documento dell’alleanza, ripulita da tutte
le storture e le aggiunte delle tradizioni umane e delle incrostazioni
depositate dai secoli.
La migliore
giustizia, che deve superare quella degli scribi e dei farisei, richiesta da
Cristo ai suoi discepoli sta anche nel fatto che Gesù ha ricondotto i singoli
precetti a un principio dominante: l’esigenza dell’amore di Dio e del prossimo,
da cui dipendono la Legge e i Profeti.
Gesù non propone
una legge diversa, come appare chiaro in Mt 5,17: "Non pensate che io sia
venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono
venuto per abolire, ma per dare compimento".
Gesù parla con
autorità pari a quella di Dio che diede i Dieci Comandamenti. "Ma io vi dico" non contraddice quanto è stato detto, ma
lo chiarisce, lo modifica in ciò che suona concessione, e passa dalle semplici
azioni ai desideri del cuore, da cui tutto promana.
"Ma io vi
dico" non è un’antitesi, ma un completamento: l’uccisione fisica viene da
un’uccisione interna dell’altro: dall’ira, dal disprezzo, dalla rottura della
fraternità nei suoi confronti. L’ira è l’uccisione dell’altro nel proprio cuore. Il disprezzo è
l’uccisione interiore che prepara e permette quella esteriore.
Tutte le guerre
sono precedute da una campagna denigratoria del nemico, considerato indegno di
vivere e meritevole della morte: di conseguenza, ucciderlo è un dovere; anzi, è
un’opera gradita a Dio, come ci ha detto Gesù: "Verrà l’ora in cui
chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a
Dio" (Gv 16,2).
Il comandamento
dell’amore del prossimo è superiore anche a quello del culto. La pace con il
fratello è condizione indispensabile per la pace e l’incontro con il Padre. Ciò
che impedisce il contatto con i fratelli impedisce
anche il contatto con Dio.
Non solo chi ha
offeso, ma anche chi è stato offeso, deve
riconciliarsi col fratello prima di prendere parte a un atto di culto. Non è
questione di ragione o di orto; quando c’è qualcosa che divide due membri della
stessa comunità, tale ostacolo deve scomparire per poter
comunicare con Dio.
La vita è un
cammino di riconciliazione con gli altri. Non importa se si ha
torto o ragione: se non si va d’accordo con i fratelli, non si è figli di Dio.
La realtà di figli di Dio si manifesta necessariamente nel vivere da fratelli
in Cristo.
Se non si passa
dalla logica del debito a quella del dono e del perdono, si perde la vita di
figli del Padre (cfr Mt 18,21-35). De.it.press
Medio Oriente, monito del Papa: "Occupazione israeliana
destabilizzante"
Stretti tra il
fondamentalismo islamico, l'autoritarismo di molti regimi dell'area e
l'occupazione «ingiusta» dei territori palestinesi da parte di Israele, i
cristiani arabi, iraniani, turchi sono costretti alla fuga e la loro scomparsa
mette in pericolo non solo l'identità della Chiesa, che nel Medio Oriente
affonda le sue radici, ma anche un futuro di democrazia e pluralismo per
l'intera area. È il monito di fondo lanciato dal
documento vaticano, l'Instrumentum Laboris del
prossimo Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente, presentato stamane a Cipro da
papa Ratzinger. Nel testo si osserva che dalla capacità di costruire una
convivenza con i musulmani, con i quali i rapporti sono spesso «difficili»,
dipende in gran parte «il nostro futuro». Il documento, una quarantina di
pagine tradotte in inglese, francese, italiano e arabo, invoca l'attenzione del
mondo verso il ruolo fondamentale dei cristiani mediorientali, ma, allo stesso
tempo, chiede alle comunità locali di trasformarsi in «minoranze attive» e non
«ghettizzate», di superare le divisioni liturgiche e le rivalità tra le varie
chiese cattoliche orientali, di migliorare la propria formazione umana e
spirituale, e di recuperare la trasparenza nella gestione del denaro. Denuncia
il fondamentalismo islamico, «una minaccia per tutti», rigetta ogni tentazione
di antisemitismo, ma osserva che il dialogo con gli ebrei «non è facile».
I cristiani del
Medio Oriente rappresentano «una ricchezza» non solo
per la Chiesa ma per l'intero mondo democratico. È dunque una «grave
responsabilità » la loro difesa, spiega il documento,
denunciando come «nel gioco delle politiche internazionali si ignora spesso la
loro esistenza». I cristiani - ricorda l'Instrumentum laboris
- «appartengono a pieno titolo al tessuto sociale e
all'identità stessa» della regione, sono stati «i pionieri della Nazione araba»
e la loro scomparsa rappresenterebbe «una perdita per il pluralismo del Medio
Oriente». In particolare i cattolici - esorta il Vaticano - «sono chiamati a
promuovere il concetto di 'laicità positiva' dello Stato per «alleviare il carattere teocraticodi alcuni governi
e permettere» più uguaglianza tra i cittadini di religioni differenti favorendo
così la promozione di una democrazia sana».
«Le relazioni tra
cristiani e musulmani sono, più o meno spesso,
difficili soprattutto per il fatto che i musulmani non fanno distinzione tra
religione e politica, il che mette i cristiani nella situazione delicata di
non-cittadini», si legge nel testo. Il documento rilancia tuttavia un giudizio
di Benedetto XVI:«il dialogo interreligioso e
interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi ad una scelta
stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da
cui dipende in gran parte il nostro futuro».
OCCUPAZIONE
ISRAELIANA INGIUSTA E DESTABILIZZANTE «Da decenni, la mancata risoluzione del
conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del
diritto internazionale e dei diritti umani, e l'egoismo delle grandi potenze hanno destabilizzato l'equilibrio della regione e imposto
alle popolazioni una violenza che rischia di gettarle nella disperazione»,
denuncia il documento che ribadisce come l'occupazione israeliana sia
»un'ingiustizia politica imposta ai palestinesi«, che nessun cristiano può
giustificare con pretese teologiche, come fanno alcuni movimenti neo-evangelici
sionisti. Nel ribadire la condanna per ogni forma di
antisemitismo, la Chiesa definisce il dialogo con gli ebrei »essenziale, benchè non facile». L’U 6
Le minoranze cristiane nel Medio Oriente. La sindrome dei panda
L’assassinio di
monsignor Luigi Padovese in Turchia e l’attacco di
Israele alla nave di aiuti che faceva rotta su Gaza hanno
avuto la conseguenza imprevista di svelare una rimozione collettiva
dell’Occidente: il destino delle minoranze cristiane nel Medio Oriente. Si tratta
di comunità ormai minuscole, asserragliate nei loro quartieri, se non nelle
loro case: si tratti di Turchia, Iraq, Egitto o Siria. Sono i capri espiatori
degli errori di Usa ed Europa e dei problemi irrisolti fra israeliani e
palestinesi.
Rischiano a tal
punto l’estinzione che per loro si parla di «sindrome dei panda»: quegli
orsetti bianchi e neri, innocui e vegetariani, che ormai riescono a riprodursi
solo in ambienti iperprotetti. Benedetto XVI ha detto a Cipro che quelle minoranze debbono continuare
a poter vivere nei Paesi dove abitano da due millenni. Eppure, il Vaticano sa
che chi resta è in pericolo. L’omicidio di Padovese, che segue quello di quattro anni fa di don Andrea
Santoro sempre in Turchia, non va sottovalutato.
Conferma che
l’habitat cristiano si è progressivamente inaridito fino a circondare le
comunità mediorientali con un deserto ostile. Ancora qualche anno fa la perdita
di fedeli non sembrava irreversibile. Poi è diventata quasi inarrestabile, con
la guerra angloamericana in Iraq come acceleratore di persecuzioni ed esodo.
L’identificazione spesso strumentale fra cristianesimo e Occidente ha finito
per favorire la propaganda del fondamentalismo musulmano e le sue violenze. Ma il fondamentalismo è solo un aspetto. È vero che anche le
chiese di mezza Europa, soprattutto cattoliche, stanno perdendo fedeli. Le
istituzioni religiose additano l’infezione della secolarizzazione, alimentata
dal declino dei valori spirituali e delle strutture sociali tradizionali; con
l’aggiunta recente dello scandalo dei preti pedofili, che compromette la credibilità del Vaticano. In Medio Oriente, però, la
situazione è diversa. L’effetto panda non è figlio di un difetto ma di un
eccesso di religiosità: la presenza pervasiva e sottilmente discriminante dell’Islam.
Esiste un problema
di libertà religiosa, segnalato da tempo senza grandi
successi. Eppure, il pericolo del «bagno di sangue» che minaccia di sancire la
deriva dell'occupazione dei territori palestinesi in Terra Santa, evocato ieri
dal Papa, non sembra allarmare più di tanto
l’Occidente. Il risultato è che in una regione, già destabilizzata, l’alternativa è fra martirio, assimilazione musulmana o
emigrazione: soprattutto in Iraq, dove l’idea di creare «ghetti cristiani»
protetti dagli Usa incontra resistenze.
Sarebbe
l’ammissione dell’isolamento di comunità per lo più arabe, che sono state un
ponte culturale storico fra Oriente e Occidente. La convocazione di un Sinodo
per il Medio Oriente a ottobre con l'assistenza del gesuita egiziano Samir Khalil Samir,
suona come il tentativo estremo di contrastare una situazione
disperata.
Si cerca di
evitare che in quei Paesi i santuari del cristianesimo si riducano, come ha
predetto nel 1994 un diplomatico europeo pessimista o forse solo profetico, a
«Disneyland spirituali». Massimo Franco CdS
7
Anche a Cipro il papa porta la sua croce. Con letizia
Tutti la meritiamo
per i nostri peccati, spiega. Ma grazie a Gesù, agnello innocente, essa è divenuta la speranza del mondo, la definitiva
rivincita su tutti i mali. L'omelia della sera di sabato 5
giugno 2010 a Nicosia - di
Benedetto XVI
Cari fratelli e
sorelle in Cristo, il Figlio dell’Uomo deve essere innalzato, affinché chiunque
crede in lui abbia la vita eterna (cfr. Giovanni 3,
14-15). In questa messa adoriamo e lodiamo il nostro Signore
Gesù Cristo, poiché con la sua santa croce ha redento il mondo. Con la sua
morte e risurrezione ha spalancato le porte del cielo e ci ha preparato un
posto, affinché a noi, suoi seguaci, venga donato di
partecipare alla sua gloria.
Nella gioia della
vittoria redentrice di Cristo, saluto tutti voi riuniti nella chiesa della
Santa Croce e vi ringrazio per la vostra presenza. [...]
Qui a Cipro, terra che fu il primo porto di approdo dei viaggi missionari di
san Paolo attraverso il Mediterraneo, giungo oggi fra
voi, sulle orme di quel grande apostolo, per rinsaldarvi nella vostra fede
cristiana e per predicare il Vangelo che offre vita e speranza al mondo.
Il centro della
celebrazione odierna è la croce di Cristo. Molti potrebbero essere tentati di
chiedere perché noi cristiani celebriamo uno strumento
di tortura, un segno di sofferenza, di sconfitta e di fallimento. È vero che la
croce esprime tutti questi significati. E tuttavia a causa di colui che è stato innalzato sulla croce per la nostra
salvezza, rappresenta anche il definitivo trionfo dell’amore di Dio su tutti i
mali del mondo.
Vi è un’antica
tradizione che il legno della croce sia stato preso da un albero piantato da
Seth, figlio di Adamo, nel luogo dove Adamo fu sepolto. In quello stesso luogo,
conosciuto come il Golgota, il luogo
del cranio, Seth piantò un seme dall’albero della conoscenza del bene e del
male, l’albero che si trovava al centro del giardino dell’Eden. Attraverso la
provvidenza di Dio, l’opera del Maligno sarebbe stata sconfitta ritorcendo le
sue stesse armi contro di lui.
Ingannato dal
serpente, Adamo ha abbandonato la filiale fiducia in Dio ed ha peccato
mangiando i frutti dell’unico albero del giardino che gli era stato proibito.
Come conseguenza di quel peccato entrarono nel mondo la sofferenza e la morte.
I tragici effetti del peccato, e cioè la sofferenza e la morte, divennero del
tutto evidenti nella storia dei discendenti di Adamo.
Lo vediamo dalla prima lettura di oggi (Numeri 21, 4-9), che fa eco alla caduta
e prefigura la redenzione di Cristo.
Come punizione dei
propri peccati, il popolo di Israele, mentre languiva nel deserto, venne morso dai serpenti ed avrebbe potuto salvarsi dalla
morte solo volgendo lo sguardo al simbolo che Mosè aveva innalzato,
prefigurando la croce che avrebbe posto fine al peccato e alla morte una volta
per tutte. Vediamo chiaramente che l’uomo non può salvare se stesso dalle
conseguenze del proprio peccato. Non può salvare se stesso dalla morte.
Soltanto Dio può liberarlo dalla sua schiavitù morale e fisica. E poiché Dio ha
amato così tanto il mondo, ha inviato il suo Figlio
unigenito non per condannare il mondo – come avrebbe richiesto la giustizia –
ma affinché attraverso di lui il mondo potesse essere salvato. L’unigenito
Figlio di Dio avrebbe dovuto essere innalzato come
Mosè innalzò il serpente nel deserto, così che quanti avrebbero rivolto lo
sguardo a lui con fede potessero avere la vita.
Il legno della
croce divenne lo strumento per la nostra redenzione, proprio come l’albero dal
quale era stato tratto aveva originato la caduta dei nostri progenitori. La
sofferenza e la morte, che erano conseguenze del peccato, divennero il mezzo
stesso attraverso il quale il peccato fu sconfitto. L’agnello innocente fu
sacrificato sull’altare della croce, e tuttavia dall’immolazione della vittima
scaturì una vita nuova: il potere del maligno fu distrutto dalla potenza dell’amore
che sacrifica se stesso.
La croce,
pertanto, è qualcosa di più grande e misterioso di quanto a prima vista possa
apparire. Indubbiamente è uno strumento di tortura, di sofferenza e di
sconfitta, ma allo stesso tempo esprime la completa trasformazione, la
definitiva rivincita su questi mali, e questo lo rende il simbolo più eloquente
della speranza che il mondo abbia mai visto. Parla a tutti coloro
che soffrono – gli oppressi, i malati, i poveri, gli emarginati, le vittime
della violenza – ed offre loro la speranza che Dio può trasformare la loro
sofferenza in gioia, il loro isolamento in comunione, la loro morte in vita.
Offre speranza senza limiti al nostro mondo decaduto.
Ecco perché il
mondo ha bisogno della croce. Essa non è semplicemente un simbolo privato di
devozione, non è un distintivo di appartenenza a qualche gruppo all’interno
della società, ed il suo significato più profondo non
ha nulla a che fare con l’imposizione forzata di un credo o di una filosofia.
Parla di speranza, parla di amore, parla della
vittoria della non violenza sull’oppressione, parla di Dio che innalza gli
umili, dà forza ai deboli, fa superare le divisioni, e vincere l’odio con
l’amore. Un mondo senza croce sarebbe un mondo senza speranza, un mondo in cui
la tortura e la brutalità rimarrebbero sfrenati, il debole sarebbe sfruttato e
l’avidità avrebbe la parola ultima. L’inumanità
dell’uomo nei confronti dell’uomo si manifesterebbe in modi ancor più orrendi,
e non ci sarebbe la parola fine al cerchio malefico
della violenza. Solo la croce vi pone fine. Mentre nessun potere terreno può
salvarci dalle conseguenze del nostro peccato, e nessuna potenza terrena può
sconfiggere l’ingiustizia sin dalla sua sorgente, tuttavia l’intervento
salvifico del nostro Dio misericordioso ha trasformato la realtà del peccato e
della morte nel suo opposto. Questo è quanto celebriamo quando diamo gloria
alla croce del Redentore. Giustamente sant’Andrea di Creta descrive la croce
come “più nobile e preziosa di qualsiasi cosa sulla
terra […], poiché in essa e mediante di essa e per essa tutta la ricchezza
della nostra salvezza è stata accumulata e a noi restituita” (Oratio X, PG 97, 1018-1019).
Cari fratelli
sacerdoti, cari religiosi, cari catechisti, il
messaggio della croce è stato affidato a noi, così che possiamo offrire
speranza al mondo. Quando proclamiamo Cristo
crocifisso, non proclamiamo noi stessi, ma lui. Non offriamo la nostra sapienza
al mondo, non parliamo dei nostri propri meriti, ma
fungiamo da canali della sua sapienza, del suo amore, dei suoi meriti
salvifici. Sappiamo di essere semplicemente dei vasi fatti di
creta e, tuttavia, sorprendentemente siamo stati scelti per essere araldi della
verità salvifica che il mondo ha bisogno di udire. Non stanchiamoci mai di
meravigliarci di fronte alla grazia straordinaria che ci è stata data, non
cessiamo mai di riconoscere la nostra indegnità, ma allo stesso tempo
sforziamoci sempre di diventare meno indegni della nostra nobile chiamata, in
modo da non indebolire mediante i nostri errori e le nostre cadute
la credibilità della nostra testimonianza.
In questo Anno Sacerdotale permettetemi di rivolgere una parola
speciale ai sacerdoti oggi qui presenti e a quanti si preparano
all’ordinazione. Riflettete sulle parole pronunciate al novello sacerdote dal
Vescovo, mentre gli presenta il calice e la patena: “Renditi conto di ciò che
farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita
al mistero della croce di Cristo Signore”.
Mentre proclamiamo
la croce di Cristo, cerchiamo sempre di imitare l’amore disinteressato di colui che offrì se stesso per noi sull’altare della croce,
di colui che è allo stesso tempo sacerdote e vittima, di colui nella cui
persona parliamo ed agiamo quando esercitiamo il ministero ricevuto. Nel
riflettere sulle nostre mancanze, sia individualmente sia collettivamente,
riconosciamo umilmente di aver meritato il castigo che lui, l’Agnello
innocente, ha patito in nostra vece. E se, in accordo con quanto abbiamo
meritato, avessimo qualche parte nelle sofferenze di Cristo, rallegriamoci,
perché ne avremo una felicità ben più grande quando sarà rivelata la sua
gloria.
Nei miei pensieri
e nelle mie preghiere mi ricordo in modo speciale dei molti sacerdoti e
religiosi del Medio Oriente che stanno sperimentando in questi momenti una particolare
chiamata a conformare le proprie vite al mistero della croce del Signore. Dove
i cristiani sono in minoranza, dove soffrono privazioni a causa delle tensioni
etniche e religiose, molte famiglie prendono la decisione di andare via, e
anche i pastori sono tentati di fare lo stesso. In situazioni come queste,
tuttavia, un sacerdote, una comunità religiosa, una parrocchia che rimane salda
e continua a dar testimonianza a Cristo è un segno straordinario di speranza
non solo per i cristiani, ma anche per quanti vivono nella Regione. La loro
sola presenza è un’espressione eloquente del Vangelo della pace, della
decisione del Buon Pastore di prendersi cura di tutte
le pecore, dell’incrollabile impegno della Chiesa al dialogo, alla
riconciliazione e all’amorevole accettazione dell’altro. Abbracciando la croce
loro offerta, i sacerdoti e i religiosi del Medio Oriente possono realmente
irradiare la speranza che è al cuore del mistero che celebriamo nella liturgia
odierna.
Rinfranchiamoci
con le parole della seconda lettura di oggi (Filippesi
2, 5-11), che parla così bene del trionfo riservato a Cristo dopo la morte in
croce, un trionfo che siamo invitati a condividere. “Per questo Dio lo esaltò e
gli donò il nome che è al di sopra di ogni altro nome,
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto
terra”. Sì, amati fratelli e sorelle in Cristo, lungi da noi la gloria che non
sia quella nella croce di Nostro Signore Gesù Cristo (cfr. Galati
6, 14). Lui è la nostra vita, la nostra salvezza e la
nostra risurrezione. Per lui noi siamo stati salvati e resi liberi. Benedetto
XVI
Da Cipro il monito del Papa per il M.O. "Stop a tensione, o sarà bagno
di sangue"
Il pontefice
presenta l'Instrumentum Laboris, il documento base
del prossimo sinodo vaticano dedicato alla regione mediorientale.
"L'estremismo islamico è una minaccia per tutti"
NICOSIA - Messa di
saluto a Cipro, durante la quale il papa invita ad
"abbattere le barriere", a dire no a "egoismo, avidità e
sfiducia verso gli altri". Ma, soprattutto, un duro monito alle grandi
potenze e anche ad Israele sulla pace in Medio
Oriente. È il senso dell'"Instrumentum laboris"
per il sinodo che si terrà a ottobre in Vaticano, presentato oggi da Benedetto
XVI, nel quale si afferma che è necessario porre fine subito alle tensioni,
oppure si andrà incontro ad un bagno di sangue.
Il conflitto israelo-palestinese. "Da decenni - si legge nel
documento - la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese,
il non rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e l'egoismo
delle grandi potenze hanno destabilizzato l'equilibrio
della regione e imposto alle popolazioni una violenza che rischia di gettarle
nella disperazione". Nel testo, che costituisce il documento di lavoro dell'assise dei vescovi (pubblicato in 4 lingue: arabo,
francese, inglese e italiano), si ribadisce che l'occupazione israeliana è
"un'ingiustizia politica imposta ai palestinesi", che nessun
cristiano può giustificare con pretese teologiche.
La minaccia
dell'estremismo islamico. L'esortazione a cercare la pace, ma anche la denuncia
della minaccia che l'estremismo islamico, in continua crescita in tutto il
Medio Oriente rappresenta "per tutti, cristiani, ebrei e musulmani":
c'è anche quanto nel documento base del prossimo sinodo vaticano dedicato alla
regione mediorientale.
Gli obiettivi del
sinodo. "Confermare e rafforzare i cristiani nella loro
identità mediante la parola di Dio e i sacramenti" e "ravvivare la
comunione ecclesiale tra le chiese". Sono questi i principali
obiettivi del sinodo, in programma in Vaticano dal 10 al 24 ottobre. Ma l'assise dei vescovi sarà anche l'occasione per rafforzare
"l'impegno ecumenico e il dialogo con ebrei e musulmani per il bene
dell'intera società e perché la religione, soprattutto di quanti professano un
unico Dio diventi sempre di più motivo di pace". Il summit "intende
fornire ai cristiani le ragioni della loro presenza in una società prevalentemente
musulmana, sia essa araba, turca, iraniana o ebrea nello stato di israele". LR 6
AsiaNews:
«Monsignor Padovese è stato vittima di un omicidio
rituale islamico»
L'agenzia del
Pontificio Istituto Missioni Estere: dopo averlo decapitato Murat gridò «Allah Akbar»
MILANO - Monsignor
Luigi Padovese potrebbe essere stato ucciso
nell'ambito di un omicidio rituale islamico. «Nuovi e agghiaccianti
particolari» sull'uccisione del presidente dei vescovi cattolici turchi, sono
stati rivelati da AsiaNews, agenzia del Pontificio
Istituto Missioni Estere, che sostiene la tesi di un «omicidio rituale», dunque
inquadrabile nella visione dell'islam fondamentalista, e ritiene che alla luce
dei fatti siano «da rivedere le dichiarazioni del governo turco e le prime convinzioni
espresse dal Vaticano, secondo cui l'uccisione non avrebbe risvolti
politici e religiosi, fermo restando che, come ha detto Benedetto XVI
nell'aereo in viaggio per Cipro, questo assassinio «non può essere attribuito
alla Turchia e ai turchi, e non deve oscurare il dialogo».
LE TESTIMONIANZE -
«Testimoni - scrive AsiaNews
- affermano di aver sentito il vescovo gridare aiuto. Ma
ancora più importante, è che essi hanno sentito le urla di Murat
subito dopo l'assassinio». Secondo le fonti citate dall'agenzia, egli è salito
sul tetto della casa è ha gridato: «Ho ammazzato il
grande satana! Allah Akbar!».
«Questo grido - sottolinea Asia News - coincide
perfettamente con l'idea della decapitazione, facendo intuire che essa è come
un sacrificio rituale contro il male. Ciò mette in relazione l'assassinio con i
gruppi ultranazionalisti e apparentemente fondamentalisti islamici che vogliono
eliminare i cristiani dalla Turchia». Secondo Asianews, «la presunta insanità
del 26enne che da oltre quattro anni viveva a fianco del vescovo è ormai
indifendibile». «Sono in pochi a credere allo squilibrio mentale dell'omicida»,
ha dichiarato da parte sua padre Domenico Bertogli,
vicario generale di Anatolia. «La cosa non appare così
semplice - ha spiegato il vice di Padovese in
un'intervista diffusa dal Servizio Informazioen
Religiosa - come si potrebbe pensare. Per questo abbiamo chiesto che si faccia
piena luce su un omicidio che non può essere subito archiviato come opera di
uno squilibrato. Un clichè che ricalca quello già
visto in altri fatti analoghi». Ercan
Eris, l'avvocato della Conferenza Episcopale Turca,
sostiene che l'omicida non può essere diventato depresso in un giorno e che non
esiste nessun rapporto sanitario che lo dichiari tale. Ormai è certo che il
giovane è sano di mente. «Non c'è alcun certificato
medico - riporta AsiaNews - che attesti la sua
invalidità mentale. Negli ultimi tempi egli stesso diceva di essere depresso,
ma ormai si pensa che questa fosse tutta una strategia per potersi difendere in
seguito».
NUOVA TESI
DIFENSIVA - Ercan Eris,
l'avvocato della Conferenza Episcopale Turca, sostiene che l'omicida non può
essere diventato depresso in un giorno e che non esiste nessun rapporto
sanitario che lo dichiari tale. Ormai è certo che il giovane è sano di mente. «Non c'è alcun certificato medico - riporta AsiaNews - che attesti la sua invalidità mentale. Negli
ultimi tempi egli stesso diceva di essere depresso, ma ormai si pensa che
questa fosse tutta una strategia per potersi difendere in seguito». Secondo voci nella polizia inoltre, sembra che Murat ora stia offrendo una nuova giustificazione del suo
gesto: monsignor Padovese sarebbe un omosessuale e
lui, Murat, 26 anni, sarebbe
la vittima, «costretta a subire abusi». La strategia difensiva dell'omicida è
indirizzata cioè a sostenere l'ipotesi di un atto di «legittima difesa».
Secondo esperti del mondo turco citati da AsiaNews,
l'uccisione di monsignor Padovese mostra
un'evoluzione delle organizzazioni dello «Stato profondo»: è la prima volta che
essi mirano così in alto.
«TURCHIA, TERRA DI MARTIRIO» - E Ruggero Franceschini, vescovo di Smirne,
che ha presieduto i funerali di monsignor Padovese
oggi a Iskanderun lo ha
definito «un martire». Nel corso dell'omelia, monsignor Franceschini ha
affermato: «La tragica notizia della morte violenta di Monsignor Luigi Padovese ci ha lasciati sgomenti,
incapaci di capire come potesse essere accaduta una cosa così orribile,
soprattutto nei confronti di un Uomo di Chiesa, un Vescovo molto amico dei
Turchi e della Turchia. Questa terra si conferma così, ancora una volta, luogo
di martirio anche per chi la amava tanto». CdS 7
L’intervento alla Plenaria del PCMI. “Linee oculate
e concertate per l’accoglienza e l’integrazione”
CITTÀ DEL VATICANO
- Pastorale della mobilità oggi, nel contesto della
corresponsabilità degli Stati e degli Organismi Internazionali”. É stato questo
il tema della Plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti
e gli Itineranti che si è svolta in Vaticano dal 26 al
28 maggio scorso.
All’incontro hanno
partecipato 23 membri del Pontificio Consiglio tra
cardinali, arcivescovi e vescovi, provenienti da vari Paesi, coadiuvati da 10
consultori, anch’essi di diverse nazionalità e specialisti in materie inerenti
ai settori di mobilità umana affidati alla cura del Pontificio Consiglio.
Momento culminante
dell’incontro l’udienza del 28 maggio con Benedetto XVI che nel suo intervento
ha sottolineato che per la convivenza tra i popoli
servono “linee oculate e concertate per l’accoglienza e l’integrazione,
consentendo occasioni di ingresso nella legalità, favorendo il giusto diritto
al ricongiungimento familiare, all'asilo e al rifugio, compensando le
necessarie misure restrittive e contrastando il deprecabile traffico di
persone”.
Per Papa Ratzinger
“le diverse organizzazioni a carattere internazionale, in cooperazione tra di
loro e con gli Stati, possono fornire il loro peculiare apporto nel conciliare,
con varie modalità, il riconoscimento dei diritti della
persona e il principio di sovranità nazionale, con specifico riferimento alle
esigenze della sicurezza, dell'ordine pubblico e del controllo delle
frontiere”.
A proposito delle
convenzioni internazionali per garantire la protezione dei diritti umani dei
migranti e combattere discriminazione, xenofobia e intolleranza, Benedetto XVI
ha apprezzato “lo sforzo di costruire un sistema di norme condivise che
contemplino i diritti e i doveri dello straniero, come pure quelli delle
comunità di accoglienza”.
“Ovviamente - ha
precisato il Pontefice - l’acquisizione di diritti va di pari passo con
l’accoglienza di doveri”. “La responsabilità degli Stati e degli Organismi
Internazionali si esplica specialmente nell’impegno di
incidere su questioni che, fatte salve le competenze del legislatore nazionale,
coinvolgono l’intera famiglia dei popoli, ed esigono una concertazione tra i
Governi e gli Organismi più direttamente interessati”. Qui ha fatto
riferimento, tra l’altro, all’“ingresso” o “allontanamento forzato” dei
migranti: “non si deve dimenticare l’importante ruolo
di mediazione affinché le risoluzioni nazionali e internazionali, che
promuovono il bene comune universale, trovino accoglienza presso le istanze
locali e si ripercuotano nella vita quotidiana”, per un “ordine sociale
mondiale basato sulla pace, sulla fraternità e sulla cooperazione di tutti,
nonostante la fase critica che le istituzioni internazionali stanno
attraversando”.
“È vero che,
purtroppo, assistiamo al riemergere di istanze
particolaristiche in alcune aree del mondo, ma è pure vero che ci sono
latitanze ad assumere responsabilità che dovrebbero essere condivise. Inoltre, non si è ancora spento l'anelito di molti ad abbattere i
muri che dividono e a stabilire ampie intese, anche mediante disposizioni
legislative e prassi amministrative che favoriscano l’integrazione, il mutuo
scambio e l’arricchimento reciproco”.
Il testo integrale
del discorso di Papa Benedetto XVI è visibile su www.vatican.va e su
www.migrantes.it. (Migranti-press)
Turchia, ucciso monsignor Luigi Padovese.
E' stato accoltellato in casa dall'autista
Iskenderun - Monsignor Luigi Padovese,
vicario apostolico per l'Anatolia, e' stato pugnalato
a morte nel sud della Turchia. Lo riferisce l'emittente turca Ntv, spiegando che il religioso italiano e'
stato accoltellato nella sua casa a Iskenderun, citta' sul Mediterraneo. Trasferito d'emergenza in
ospedale, vi e' morto poco dopo a causa delle ferite. Ad ucciderlo, secondo le prime notizie, sarebbe stato il suo
autista privato Murat Altun.
Il presunto
omicida era da tempo "sotto cura
psicologica" ha dichiarato ad Adnkronos
l'ambasciatore italiano in Turchia, Carlo Marsili,
spiegando che la notizia gli e' giunta dal governatore della provincia di Hatay, in cui si trova Iskenderun,
citta' in cui e' avvenuto l'omicidio.
L'uomo, che
avrebbe ucciso a pugnalate il vicario apostolico in Anatolia nella sua
residenza, "proprio ora e' sottoposto a
interrogatorio da parte della polizia di Iskenderun",
ha aggiunto l'ambasciatore.
"In base ai
primi resoconti, l'omicidio di monsignor Luigi Padovese
non ha un movente politico" ha invece sottolineato
il governatore della provincia turca di Hatay, Mehmet Celalettin Lekesiz, in una dichiarazione ai media locali.
"E' emerso
che il presunto colpevole era sottoposto a un trattamento a causa di disturbi
psicologici"-
"Nei giorni
scorsi non c'e' stata alcuna situazione di allarme", niente che potesse
far pensare all'omicidio di monsignor Padovese. Lo
spiega ad Adnkronos. Rinaldo
Marmara, portavoce della Conferenza episcopale turca e direttore della Caritas
turca. Marmara assicura inoltre che in questo momento la situazione per
i crisitiani in Turchia, paese in prevalenza
musulmano, e' abbastanza "tranquilla, non c'e'
tensione, lavoravamo con serenita' ai preparativi per
i festeggiamenti dell'anniversario dei rapporti diplomatici tra Turchia e Santa
Sede".
"Siamo
colpiti dall'omicidio di una persona cosi' positiva -
aggiunge - che dava un grande contributo alla Chiesa in Turchia, su cui si
poteva contare. Non riesco a immaginare come potra'
essere il futuro dei crisitiani di Turchia".
Sulle dinamiche
dell'omicidio, spiega, "sappiamo solo che e'
avvenuto questa mattina, si dice per mano del suo autista, ma non se ne
conoscono ancora le motivazioni".
Mons. Padovese, 63 anni, che era anche
presidente della Conferenza episcopale turca, era molto impegnato
nell'ecumenismo e nel dialogo con l'Islam, come anche nel far rivivere le
diverse comunita' cristiane turche, ricorda il sito Asianews. Ieri aveva incontrato le autorita'
turche per affrontare i problemi legati alle minoranze cristiane. Domani
sarebbe andato a Cipro, per incontrare Benedetto XVI, in viaggio sull'isola.
Nel 2006 era stato ucciso a Trabzon il sacerdote don
Andrea Santoro.
Monsignor Luigi Padovese era nato a Milano il 31 marzo del 1947. Risale al
4 ottobre del 1965 la sua prima professione nei frati cappuccini ed esattamente
a tre anni dopo quella solenne. Il 16 giugno del 1973
fu ordinato sacerdote. Professore titolare della cattedra di Patristica alla
Pontificia Universita' dell'Antonianum, e' stato per 16
anni direttore dell'Istituto di Spiritualita' nella
stessa universita'.
Professore
invitato alla Pontificia Universita' Gregoriana e
alla Pontificia Accademia Alfonsiana, per dieci anni e' stato visitatore del Collegio Orientale di Roma per la
Congregazione delle Chiese Orientali. Era anche consulente della Congregazione
per le Cause dei Santi. L'11 ottobre 2004 fu nominato
Vicario Apostolico dell'Anatolia e vescovo titolare di Monteverde.
Fu consacrato a Iskenderun il 7 novembre dello stesso
anno.
La presidenza
della Camera si attivera' presso il governo ''perche'
possa venire a riferire su questo gravissimo fatto''. Cosi'
il presidente di turno di Montecitorio, Maurizio Lupi, accoglie le richieste
sollevate in aula da Giovanni Sanga del Pd e da
Renato Farina del Pdl per chiedere al governo
un'informativa sull'omicidio in Turchia di monsignor Luigi Padovese.
Lupi ha espresso il cordoglio di tutti i deputati per
''questo gravissimo fatto'' e ha ricordato la ''grande personalita'''
di Padovese, conosciuto con molti colleghi
parlamentari durante una visita in Turchia.
Adnkronos 3
Lo sguardo a Oriente. L'ultima intervista di mons. Padovese
Mons. Luigi Padovese, vicario apostolico dell'Anatolia, è stato ucciso
il 3 giugno in Turchia. "Un fatto orribile, siamo costernati": queste
le prime parole del direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico
Lombardi. Pubblichiamo di seguito l'ultima intervista di mons. Padovese a SIR Europa (del 26 maggio).
Eccellenza, con
l'Anno Paolino, Tarso e Antiochia sono
ormai entrate a pieno titolo tra le mete più amate dai pellegrini di tutto il
mondo. Eppure non si riesce ancora ad avere la concessione della chiesa di san Paolo…
"Sulla
concessione, finora, verbale della chiesa, siamo ancora a livello di
trattativa; la situazione non è pienamente risolta. Ciò che
di fatto ci interessa non è tanto la proprietà della chiesa o che questa
venga data in gestione alla Chiesa cattolica o alla comunità ortodossa. Ci
interessa soprattutto la possibilità di celebrare liberamente e cosicché tutti
i pellegrini possano andare a Tarso sapendo che possono
pregare senza essere disturbati e senza limitazione. Abbiamo gruppi che arrivano quasi quotidianamente e prevedo un sensibile
aumento nei prossimi mesi. Tarso, con Antiochia
e la Cappadocia, è nei grandi percorsi di
pellegrinaggio e questo è un bene anche per la Chiesa turca".
Anche alla luce
dell'Anno Paolino, con che spirito la Chiesa di Turchia parteciperà al Sinodo
per il Medio Oriente di ottobre?
"Ho
collaborato alla stesura dei Lineamenta e
dell'Instrumentum laboris che verrà
consegnato ai vescovi d'Oriente da Benedetto XVI a Cipro il 6 giugno. Al Sinodo
ci sarà una Chiesa turca rinvigorita e più consapevole della propria fede. Tra
i frutti dell'Anno Paolino e dei tanti pellegrinaggi che qui continuano ad
arrivare, c'è anche la maggiore consapevolezza dei cristiani locali della
preziosità di questi luoghi per la tradizione
cristiana. La presenza dei pellegrini ridesta la certezza di vivere in una
Terra Santa. Altro effetto positivo riguarda i musulmani. Essi vedono che
giungono cristiani che, lungi dal voler sfruttare turisticamente il posto, si
mettono in atteggiamento di preghiera e ciò aiuta a superare diffidenze
reciproche che si sono accumulate nel passato. Credo che la
testimonianza più bella che si possa dare alla Turchia sia quella di vedere
uomini e donne che pregano".
In che modo il
tema del Sinodo "La Chiesa cattolica nel Medio Oriente: comunione e
testimonianza" interpella la Chiesa cattolica turca?
"Siamo
interpellati sia dal punto di vista del dialogo ecumenico sia da quello con
l'Islam. Vivendo in un Paese a maggioranza musulmana c'è la necessità da parte
dei cristiani di non essere frammentati in tanti ruscelli ma di costituire un
fiume, mettendo in evidenza le cose che ci uniscono e
dando l'idea alla società islamica che i cristiani non sono divisi ma distinti.
E questa è una ricchezza. Va sfatata poi l'impressione che la Chiesa,
soprattutto quella latina, stia facendo proselitismo. Siamo una presenza
rispettosa delle altre identità confessionali e religiose e vogliamo essere
riconosciuti come tali con tutti i diritti. Noi siamo cittadini dei Paesi nei quali
viviamo. La nostra forza si appoggia non tanto sulla nostra fede quanto
piuttosto sul diritto che ogni Costituzione riconosce ai propri cittadini. Nei
Paesi a maggioranza musulmana, dove le Chiese del Medio Oriente vivono, il
Cristianesimo è visto come una religione lecita, è permesso essere cristiani
però talvolta, in più aspetti, si vive in una situazione di inferiorità
rispetto agli altri. Il diritto di rivendicare la piena
cittadinanza, specie in Paesi musulmani diventa quanto mai importante".
Tra meno di dieci
giorni Benedetto XVI si recherà a Cipro, ponte tra l'Europa e la Terra Santa,
dove consegnerà l'Instrumentum laboris del Sinodo. A
suo parere, cosa potrà dare questo Sinodo alle Chiese europee?
"Avvicinarle
alle sorelle orientali. Cipro come la
Turchia è una realtà di ponte tra due mondi e due culture e anche tra due
religioni. È significativo che la Chiesa cattolica
cipriota sia stata da poco riconosciuta come membro effettivo del Ccee, il Consiglio delle Conferenze episcopali europee. La Chiesa turca e cipriota, presenti al Sinodo, essendo realtà di
mediazione, potranno favorire uno sguardo più attento e approfondito rivolto
alle Chiese d'Oriente". Sir 3
Cei. Presenza e servizio pastorale dei sacerdoti stranieri in Italia
CITTÀ DEL VATICANO
- Un’ampia e cordiale partecipazione ha caratterizzato la 61ª Assemblea
Generale della Conferenza Episcopale Italiana, riunita nell’Aula del Sinodo
della Città del Vaticano dal 24 al 28 maggio 2010.
Hanno preso parte ai lavori 237 membri, 21 Vescovi
emeriti, 23 delegati di Conferenze Episcopali Europee, i rappresentanti di
religiosi, consacrati e della Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali,
nonché alcuni esperti in ragione degli argomenti trattati. Tra i temi pastorali
- spiega il comunicato finale dei lavori - è stato
oggetto di approfondimento specifico la presenza e il servizio dei sacerdoti
stranieri in Italia.
Riportiamo
integralmente il paragrafo del comunicato finale su “Presenza e servizio
pastorale dei sacerdoti stranieri in Italia”
“La missione, che
non conosce confini, vive di scambio e di cooperazione tra le Chiese. Alla generosa tradizione italiana – che annovera a
tutt’oggi circa diecimila missionari, fra cui cinquecento sacerdoti diocesani fidei donum – in tempi recenti si
è affiancato anche il fenomeno inverso, che fa registrare una crescente
presenza di sacerdoti stranieri, coinvolti a tempo pieno nella pastorale delle
diocesi italiane. Tale fenomeno è stato presentato analizzando alcune questioni
di fondo: le motivazioni che soggiacciono a tale
presenza; il rischio di impoverire le Chiese di provenienza, contribuendo nel
contempo a raffreddare la disponibilità italiana alla missione; la necessità di
accompagnare attivamente queste nuove presenze”. (Migranti-press)
La Santa Sede chiede di porre fine ai “fondi avvoltoio”
Intervenendo alla
XIV sessione del Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra, l'Arcivescovo Silvano
Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede
presso l'Ufficio ONU della città svizzera, ha chiesto di porre fine alla
speculazione dei cosiddetti “fondi avvoltoio”.
Questi ultimi, ha
spiegato in un'intervista rilasciata alla “Radio Vaticana”, sono “dei fondi o
degli investimenti che prendono il nome da questo
uccello che spolpa le ossa delle carcasse degli altri animali oppure attacca
quando un animale è quasi pronto a morire”.
In altre parole,
“sono dei fondi speculativi che acquistano a basso prezzo i debiti dei Paesi in
via di sviluppo, da creditori pubblici o privati, ma soprattutto dallo Stato. Dopo di che, la compagnia che compra il debito ad un prezzo molto ridotto va a chiedere al Paese debitore,
in maniera del tutto legale, il rimborso del credito iniziale, aumentando la
richiesta e chiedendo anche gli interessi, in modo che il costo iniziale cresca
di molto”.
“Quando il Paese
poi non può pagare, specialmente i Paesi in via di sviluppo dell’Africa, questi
'fondi avvoltoio' tentano di prendersi il denaro
proveniente dai finanziatori pubblici o da qualche risorsa primaria di questo
Paese, come petrolio o altre materie prime, in modo non solo da recuperare la
spesa iniziale, ma facendo degli enormi profitti a scapito appunto di questi
Paesi”.
In questo contesto, la Santa Sede chiede di eliminare tali
speculazioni, “perché vanno a danno dei Paesi più poveri, che hanno diritto
invece ad avere il necessario per la loro gente e avviarsi verso lo sviluppo”.
In altre parole,
ha sottolineato, “l’economia ha delle conseguenze
sociali”, che devono essere “prese in considerazione” e a cui “si deve dare
priorità, perché alla fine è il bene comune che stiamo cercando: il bene delle
persone è al di sopra dei meccanismi del profitto”.
“Il principio che
i debiti devono essere pagati noi lo sosteniamo, ma nello stesso tempo si dice
anche che le popolazioni hanno diritto alla sopravvivenza”, ha dichiarato il
presule, ricordando che “bisogna garantire l’esercizio dei diritti umani
fondamentali”.
Il debito, dunque,
“non deve diventare una forma di oppressione, bloccando lo sviluppo e la
sopravvivenza”.
“Si devono cercare
delle formule per incoraggiare sia i Paesi indebitati ad
evitare la mancanza di una gestione trasparente, evitare la corruzione, evitare
una programmazione fallimentare, ma dall’altra anche i Paesi ricchi a condonare
quando è possibile questi debiti, in modo da garantire una ripresa nuova per
questi Paesi”, ha concluso. Zenit 6
Il buon pastore che pasce il suo gregge
Fratello, amico,
padre spirituale. Il sacerdote è l'espressione vivente dell'amore di Cristo per
i suoi figli. Una dimensione che va riscoperta e valorizzata guardando oltre
gli scandali di questi mesi. - di Padre Luciano Segafreddo
«Il sacerdozio è
l’amore del cuore di Gesù», scriveva Giovanni Maria Vianney,
un umile parroco di Ars, in Francia, di cui ricorre il 150° della morte. La sua
vita e la sua santità hanno ispirato Benedetto XVI a dedicare un anno
sacerdotale, che si conclude il prossimo 19 giugno,
per «promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti, per
una loro più incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi». Non è facile
cogliere i valori della missione del sacerdote di fronte all’attuale gogna
mediatica a cui la Chiesa si trova sottoposta negli
ultimi tempi, e motivata dallo scandalo legato ad alcuni ministri di culto
sotto accusa per peccati e reati legati alla pedofilia, che vanno denunciati
alle autorità preposte. Si tratta di fatti gravi, ma non per questo possono
oscurare la bellezza del sacerdozio che deve recuperare la specificità della
sua vocazione, come chiamata divina, consolidata da una formazione umana, e
maturata da una spiritualità capace di trasformare la vita del consacrato, come
scriveva il Curato d’Ars, in testimonianza dell’«amore del cuore di Gesù». Solo
se umanamente maturo e consapevole dei suoi impegni spirituali, il sacerdote
può esercitare la sua missione evangelizzatrice: attento alle necessità umane e
morali dei fedeli; partecipe delle loro sofferenze e dei loro drammi, senza
rimanerne succube perché sorretto da una fede pasquale che dona sempre
prospettive e speranza.
La missione del
sacerdote «non è una cosa aggiunta alla fede, ma è il dinamismo della fede stessa», ha detto papa Benedetto lo scorso 12 febbraio
ai seminaristi romani. E su questo «dinamismo della fede», nella Lettera
scritta per l’Anno sacerdotale aggiunge: «Nel contesto
della spiritualità alimentata dalla pratica dei consigli evangelici, mi è caro
rivolgere ai sacerdoti un particolare invito a saper cogliere la nuova
primavera che lo Spirito sta suscitando ai giorni nostri nella Chiesa, non per
ultimo attraverso i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità». Tutti constatiamo la grandezza del dono del sacerdozio in tante
realtà pastorali, ferventi di fede e d’animazione pastorale. Un dono che
diviene annuncio di speranza e di gioia. Don Tonino Bello, compianto vescovo di
Molfetta, diceva ai sacerdoti: «Siate gli uomini della festa, gli irriducibili
cantori dell’annuncio pasquale».
Un’attenzione
particolare va da noi rivolta ai sacerdoti e ai consacrati che operano nelle
Missioni cattoliche italiane d’Europa e nelle chiese cattoliche d’altri
continenti dove si continuano ad assistere, spiritualmente, le famiglie
d’origine italiana e quanti, stimolati oggi dalle alternative
offerte dalla mobilità, lasciano l’Italia per motivi di studio o per migliori
opportunità professionali. Ma la presenza dei sacerdoti s’allarga
maggiormente se lo sguardo raggiunge continenti dove più difficile e arduo è
l’impegno per l’evangelizzazione e la promozione umana.
In alcuni Paesi
del mondo troviamo un valore aggiunto: la coraggiosa testimonianza del Cristo
Risorto da parte di tanti sacerdoti che rischiano, spesso, anche la vita. Solo
nel 2009 sono stati uccisi 37 missionari, di cui 30
erano sacerdoti, 2 religiose, 2 seminaristi e 3 volontari laici: il più alto
numero di martiri degli ultimi decenni. Dati che generano inquietudine,
sgomento, ma nello stesso tempo confermano l’eroica testimonianza d’amore
vissuta da tanti sacerdoti inseriti in società tese alla ricerca del profitto,
e impegnati a salvaguardare valori che rimangono non negoziabili, come la
libertà religiosa ed educativa, la dignità della
persona, la tutela della vita, della famiglia e l’insieme dei diritti-doveri
legati alla solidarietà e alla giustizia. Messaggero di S. Antonio per
l’estero, giugno
Mons. Vegliò: politiche “coerenti” sul fenomeno migratorio
WASHINGTON
D.C./USA - Un appello agli Stati Uniti perché abbiano “la volontà politica di affrontare umanamente l’immigrazione
irregolare”, anche attraverso una riforma della legge sull’immigrazione.
É quanto ha
chiesto mons. Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio della
Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, intervenuto il 2 giugno a Washington
D.C. alla Consultazione regionale delle Conferenze Episcopali delle Americhe sulla migrazione (2-4 giugno). Negli Usa vivono 38 milioni di immigrati, ma non c’è stata “una crescita
nell’accettazione dell’altro e in una disponibilità a un reciproco
cambiamento”, ha osservato mons. Vegliò. Il presule ha
infatti citato alcuni studi che descrivono la società americana come un
Paese di “disuguaglianza e razzismo”.
“L’integrazione -
ha constatato mons. Vegliò - è stata ostacolata dal
‘crescente sentimento xenofobo, dalla politica repressiva dei migranti e dalla
descrizione negativa dei latini come indesiderati e come una minaccia’”. I
migranti irregolari, in particolare, vengono “deportati” nei rispettivi Paesi
se trovati privi di permesso di soggiorno.
“Quali saranno le
conseguenze per i figli?”, si è chiesto il Presidente del dicastero vaticano
ricordando che nel 2008 sono state deportate 350.000 persone ed
“uno dei risultati imprevisti in Centro America è stato l’incremento della
violenza delle bande giovanili”.
Il presule ha
lodato gli sforzi della Chiesa statunitense “per la regolarizzazione
dei 12 milioni di immigrati irregolari”. “Ma questo non deve essere forse unito
ad una riforma dell’immigrazione che tenga conto delle
richieste del mercato del lavoro e specialmente il costante bisogno di
lavoratori non specializzato?”.
Riguardo
all’accoglienza dei rifugiati negli USA (60.107 nel 2008 e 74.602 nel 2009,
anche se il tetto era di 80.000 persone) mons. Vegliò ha
lanciato un appello: “Il sussidio è solo per otto mesi e non è davvero di grande
utilità. É risaputo che non è efficace. I rifugiati sono
privi del sostegno necessario e molti di loro, una volta pagato l’affitto,
rimangono con pochi soldi; per questo cadono nella categoria dei poveri
americani, condividendone la condizione”. A proposito delle “diverse
forme di traffico di esseri umani” (sfruttamento sessuale o lavorativo), il
Presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti ha ricordato che “rappresentano violazioni dei diritti
umani, che richiedono mezzi e misure specifiche per poter ridare dignità alle
vittime”.
Concludendo il suo intervento mons. Vegliò ha chiesto agli Stati
“politiche coerenti”, visto che “le forme diverse di migrazione e i suoi
aspetti pluridimensionali sono strettamente collegati e influenzati da altre
politiche, come gli scambi in borsa e la finanza, la sicurezza, gli affari
esteri e l’agricoltura”. (Migranti-press)
Padre Samir:
dalla Chiesa, nuovi impulsi al dialogo interreligioso
Intervista con il
consigliere del Papa per il Medio Oriente
Quando Papa
Benedetto XVI presenterà questa domenica l'“’Instrumentum Laboris”
all’Assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente al
Palazzo dello Sport Elefteria di Nicosia, sarà
presente anche il sacerdote gesuita Samir Khalil Samir.
Il teologo
egiziano, filosofo ed esperto dell’Islam svolge il suo
incarico sia a Roma che a Beirut. Offre il suo insegnamento sul cristianesimo
agli imam e presenta l’islam ai teologi cristiani. Insieme alla Fondazione
viennese Pro Oriente ha collaborato in maniera determinante
alla stesura dei Lineamenta preparatori per
l'“Instrumentum Laboris”.
In un colloquio
con Michaela Koller di ZENIT, il
professore ha illustrato l’origine dei documenti, i loro importanti
contenuti e le ulteriori possibilità di sviluppo. Secondo padre Samir, le Chiese ortodosse d’Oriente presteranno
un’attenzione particolare al Sinodo dell'ottobre prossimo, quando si incontreranno a Roma numerosi Vescovi e Patriarchi
cattolici.
Lei accompagnerà
Papa Benedetto XVI a Cipro, in occasione della presentazione domenica
dell'“Instrumentum Laboris” per il Sinodo sul Medio
Oriente, che si svolgerà il prossimo ottobre. Lei ha partecipato attivamente
alla sua preparazione. Come si è arrivati alla sua stesura finale?
Padre Samir: A dicembre abbiamo inviato i “Lineamenta”
a tutti i Patriarchi, che li hanno a loro volta inoltrati ai Vescovi. Alla fine
di gennaio, inizio di febbraio, hanno cominciato a tenere delle riunioni nelle
varie diocesi e parrocchie, dove si sono incontrati laici, sacerdoti,
consacrati, catechisti, per discutere sui 30 punti dei
“Lineamenta”. Con ciò si è avviato un processo di
riflessione. Alla fine di marzo sono giunti i commenti scritti, provenienti
dalle riunioni o da singole persone, per un totale di oltre 100 scritti in
quattro lingue. Tutto questo materiale avrebbe fatto da base per il documento,
che sottolineava aspetti già presenti nei Lineamenta che andavano però sviluppati ulteriormente. In
seguito, il 23 e 24 aprile si sono incontrati a Roma i sette Patriarchi e i due
Vescovi (provenienti dall’Iran e dalla Turchia) ed hanno discusso ed elaborato
in tre gruppi le tre parti del documento. Io ero presente. Alla fine è scaturito un nuovo testo, cioè l’Instrumentum Laboris. Abbiamo dovuto lavorare in fretta, quasi troppo in
fretta, a causa della data di consegna prevista per il
viaggio a Cipro del Santo Padre. La gente reagisce lentamente alle domande e
perciò non siamo stati in grado di inglobare tutte le reazioni intelligenti e
interessanti. Tuttavia il testo è buono. E inoltre, il vero e proprio Sinodo si
svolgerà in ottobre e quindi non è detta l’ultima parola.
Cosa succederà poi?
Padre Samir: Nel Sinodo, che durerà due settimane, verranno espresse tutte le opinioni. Solo in seguito una
Commissione redigerà una prima bozza per “l’Exhortatio
apostolica” (la missiva apostolica) del Papa. Penso
che emergeranno alcuni punti che non sono stati ancora formulati.
Quali sono i
problemi centrali già nominati dei cristiani in Medio Oriente?
Padre Samir: Il problema principale è l’emigrazione. Se non
cambierà nulla, in un secolo o due non vi saranno quasi più cristiani in Medio
Oriente, tutt’al più ve ne saranno in Egitto. E' un
fenomeno che abbiamo osservato nell'ultimo secolo già in Turchia e in Iran. Tra
gli altri problemi che causano l’emigrazione vi è il
clima costante di guerra in Medio Oriente, che dura ormai da 60 anni. Le
conseguenze per i cristiani sono molto pesanti, in quanto
sono una minoranza e la situazione non dipende da loro. Tuttavia i cristiani
sono più liberi, poiché nel loro caso non si sovrappongono religione e
politica. Perciò credo che essi abbiano sicuramente nella regione una missione
per la pace. I cristiani soffrono anche per la mancanza di libertà di fede e di
coscienza e della grave situazione dei diritti umani, nonché
per il clima di violenza prodotto dall’islamismo in molti paesi del Medio
Oriente.
Il teologo
ortodosso libanese, il prof. Assaad Elias Kattan di Münster, ha detto ad una manifestazione Pro Oriente in occasione del Kirchentag, alla quale anche lei era presente, che “tutto
ciò che la Chiesa cattolica fa in Medio Oriente e nel mondo intero, ha
ripercussioni anche sulle altre Chiese”. Questa
affermazione riguardava le aspettative ortodosse riguardo al Sinodo cattolico
sul Medio Oriente. E’ una valutazione corretta?
Padre Samir: Una volta sono stato a Beirut ad
una riunione con alcuni professori di Teologia ortodossi e uno di loro ha detto
che ciò che la Chiesa cattolica fa è essenziale per gli ortodossi, sottolineando
questa affermazione in maniera ancora più decisa del professor Kattan. All’inizio ero meravigliato da quanto stava
dichiarando davanti ad altri teologi ortodossi, ma credo di poterlo spiegare.
Da quasi cinquant’anni, le Chiese ortodosse cercano di riunirsi in un Sinodo panortodosso, senza riuscirci. Non hanno un linguaggio
comune. Dal punto di vista teologico sono uniti, ma quando si tratta di
situazioni pratiche, ognuno ha la propria linea. Ognuno dipende in un certo
senso dalla politica. Un ruolo importante è svolto oltre ai problemi politici,
anche da questioni nazionali ed etniche. Anche l’aspirazione all’egemonia rende
difficile trovare una visione comune.
Invece la Chiesa
cattolica è organizzata in modo molto efficiente e forma un’unità attraverso il
Papa. Già il Concilio Vaticano II è stato di grande aiuto per le Chiese
ortodosse nella ricerca di nuovi impulsi. Inoltre, la Chiesa cattolica è molto
vicina alle vicissitudini del mondo, è ancorata fermamente al dialogo sui
problemi attuali - come le questioni di etica, bioetica, economia e sicurezza
politica – sui problemi della pace, della violazione dei diritti umani,
dell’emigrazione e della secolarizzazione. Ciò dipende, in parte, dal fatto che
essa è ancorata fermamente in Occidente e in parte dal fatto che in America
latina, in Asia e in Africa, i cattolici sono ancora più numerosi. Tutti questi
temi vengono filtrati ed esaminati attraverso la
Chiesa cattolica, il Papa o le singole Chiese locali e si cerca di trovare una
risposta dal Vangelo.
La Chiesa
cattolica, anche dal punto di vista sociologico, è
alquanto universale. Essa dialoga con molte confessioni e religioni, in
particolare con l’islam e gli ebrei. Per motivi politici e sociologici ciò è
molto più difficile per le Chiese ortodosse e orientali in Medio Oriente.
Inoltre per le confessioni protestanti non esiste purtroppo in pratica alcuna
relazione. In Oriente, gli ortodossi così come le Chiese orientali cattoliche
unite ringraziano Dio per il fatto che la Chiesa
cattolica consente a tutti di prendere parte alle sue iniziative.
Per quale motivo viene presentato proprio a Cipro l’“Instrumentum Laboris” del prossimo Sinodo del Medio Oriente?
Padre Samir: Il Papa aveva già progettato un viaggio a Cipro, che
non è lontano dalla regione e che rappresenta un’ottima occasione per
incontrarsi con i Patriarchi. Sono attesi sette Patriarchi cattolici: dal
Libano il cattolico siriano, il melchita, il Patriarca greco-cattolico,
l’armeno e il maronita e inoltre rispettivamente dall’Iraq, dalla Terrasanta,
da Gerusalemme e dall’Egitto, il caldeo, il latino e il copto. Sarà presente anche l'Arcivescovo caldeo di Teheran, mons. Ramzi Garmou. Zenit 6
Unità d’Italia. I cattolici e la casa comune. L'attualità di una cultura e
di un impegno
Ricorre il
centocinquantesimo dell'unità nazionale realizzata in una stagione, quella
risorgimentale, che per tante generazioni ha rappresentato una
epopea in cui riconoscersi.
Un anniversario
che cade in un momento particolare, con un quadro sociale e politico carico di
difficoltà, in cui alcuni accarezzano ipotesi federaliste che, se attuate in
forma estrema, potrebbero minare l'unità conseguita.
È singolare che i
cattolici, così come è accaduto per altri temi, giunti
in ritardo (la pagina risorgimentale fu scritta "a scapito" di quel
potere temporale della Chiesa ritenuto come condizione e garanzia
dell'esercizio della potestà spirituale), si trovino oggi a difendere la
dimensione unitaria, vista come opportunità solidale, da leggere peraltro in un
contesto sempre più europeo e globale.
Non è un caso che
nei giorni scorsi il presidente della Cei abbia richiamato che "l'unità
del Paese resta una conquista e un ancoraggio irrinunciabili: ogni auspicabile
riforma condivisa, a partire da quella federalista,
per essere un approdo giovevole, dovrà storicizzare il vincolo unitario e
coerentemente farlo evolvere per il meglio di tutti".
Riflettere su questo anniversario può essere un'occasione per ripensare
non tanto al modo in cui si è realizzata l'unificazione nazionale quanto a come
è stata vissuta nella nostra storia per poter uscire dall'attuale fase di
transizione, da quella galassia di schegge sempre più molecolarizzate
che descrive il nostro presente: con una cittadinanza debole dalle forti
pulsioni individuali che si riconoscono anche nell'insorgere di localismi
ancora più ingiustificati se si pensa al quadro europeo.
Chiesa e
associazionismo: un apporto originale nel "fare gli italiani". Se
l'Italia del Risorgimento è stata unita con le guerre di indipendenza,
per "fare gli italiani" era necessario qualcosa di più duraturo e
profondo: una cultura condivisa. Possiamo così ripercorrere la storia del Paese
cercando di riconoscere quella traccia che la Chiesa, ma anche il movimento
cattolico organizzato, vi hanno lasciato, contribuendo
a formare la coscienza civile degli italiani. È storia in gran parte non
scritta.
Quale è stato il ruolo dei cattolici in questi decenni, da
estranei a sempre più coinvolti, da protagonisti nella sintesi costituzionale
del secondo dopoguerra fino alla attuale difficoltà, culturale prima che
politica, di offrire una elaborazione capace di orientare il Paese?
Guardando alla
storia vi è, intanto, da riconoscere, sul piano della funzione culturale e
civile e dell'associazionismo, che la situazione è profondamente modificata.
Pure in questo caso si può riconoscere all'associazionismo il ruolo avuto
nell'unificare persone di Regioni diverse affratellate da un unico sentire
"dalle Alpi nevose all'Isola ardente", come cantava una canzone della
Gioventù femminile. Una funzione che dispiegava i suoi effetti ben oltre
l'associazionismo e che, a ben vedere, costituisce un indubbio debito di
riconoscenza per l'intero Paese.
Come non
riconoscere poi, in sede storiografica, il ruolo del partito di
ispirazione cristiana che nel secondo dopoguerra ha tenuto insieme il
Paese evitando le spinte disgregative, non solo tra Nord e Sud ma anche tra
diverse culture, armonizzando in una positiva laicità dello Stato lo stesso
rapporto con la Chiesa cattolica? Erano quelli i tempi della repubblica dei
partiti i quali erano, appunto, chiamati a svolgere una funzione di sintesi; la
situazione attuale è ben diversa e non lascia illusioni circa la tensione
unitiva che essi possono esercitare.
A metà degli anni
Settanta, quando l'Azione Cattolica cercava di superare il rischio del
dissolvimento, una lettera della Cei la invitava a divenire "movimento di
opinione e di azione". L'indicazione non contravveniva alla scelta
religiosa, semmai la completava e indicava una direzione in piena linea con la
storia integrale dell'associazione. Una storia non a caso
nata a ridosso dell'evento unitario, di quella proclamazione avvenuta a Torino
il 17 marzo 1861.
Nell'ora presente.
Il centocinquantesimo non è, dunque, solo o tanto un'occasione per una
riflessione storiografica. Riguarda il presente. In che misura l'azione
formativa dell'associazionismo è ancora un valore nel costruire un senso di
cittadinanza che faccia amare e sentire casa comune il Paese che si abita,
senza per questo dimenticare una corretta apertura internazionale, un
atteggiamento inclusivo e proteso a valorizzare la multiculturalità? Quale
apporto possono offrire i cattolici al Paese? Se sono superati i grandi
problemi dell'analfabetismo, del divario sociale, della divaricazione città/campagna sappiamo che l'agenda politica del Paese presenta
non pochi snodi.
Ciò che più può
offrire il credente alla vita di tutti è un contributo di speranza per il bene
comune, è un apporto al disegno di nuovi orizzonti che consentano la convivenza
pacifica, lo sviluppo della qualità della vita, l'inclusione di nuovi segmenti
della popolazione mantenendo alta la tensione verso la giustizia.
Ernesto Preziosi,
presidente del Censses (Centro studi storici e
sociali)
Zypernreise des Papstes: Mahnung zum Dialog zwischen Religionen und Konfessionen
NICOSIA - Papst Benedikt XVI. hat bei
seiner Apostolischen Reise nach Zypern Botschaften des Friedens ausgesendet.
Dieser Auffassung ist der Gründer der Gemeinschaft Sant‘Egidio,
die für ihre rege und erfolgreiche Friedensarbeit weltweit bekannt und
geschätzt wird. „Dies war ein bedeutsamer Tag", sagte der
Geschichtsprofessor auf Anfrage am Samstagabend in Nicosia, wo er derzeit den
Aufenthalt Papst Benedikts verfolgt. „Der Papst sandte eine große Botschaft für
den Frieden aus."
Papst Benedikt XVI. hat bei seinem
Besuch Zyperns und der Übergabe des Instrumentum Laboris der Sonderbischofssynode zu Nahost Botschaften des
Friedens ausgesendet. Dieser Auffassung ist der Gründer der Gemeinschaft Sant‘Egidio, die für ihre rege und erfolgreiche
Friedensarbeit weltweit bekannt ist. „Dies war ein bedeutsamer Tag", sagte
der Geschichtsprofessor auf Anfrage in Nicosia, wo er derzeit den Aufenthalt
Papst Benedikts verfolgt. „Der Papst sandte eine große Botschaft für den
Frieden aus."
Der Pontifex war dort von Freitag bis
Sonntag, als er am Abend das Land wieder mit Kurs auf Rom verließ, mit starken
politischen Erwartungen konfrontiert. „Er antwortete darauf in sehr
ausgewogener Weise", kommentierte Vatikansprecher Pater Federico Lombardi
die Reaktion des Pontifex. Die Erwartungen lagen einerseits in der 36 Jahre
andauernden Teilung der Mittelmeerinsel und vorausgegangenen Vertreibung aus
dem Nordteil begründet. Andererseits mischte sich auch die Sorge wegen der
derzeitigen Nahostkrise in die Ansprachen, da Patriarchen, Bischöfe, Priester
und andere Gläubige aus der benachbarten Region angereist waren, um die
Vorstellung des Instrumentum Laboris
zur Nahostsynode mitzuerleben.
Papst Benedikt XVI. war sogar zu einer
spontanen Begegnung mit dem Mufti der muslimischen Türken im Nordteil der Insel
bereit gewesen, und damit auf den Wunsch des muslimischen Würdenträgers
eingegangen. Ein Treffen war tatsächlich für vier Uhr am Sonntag anberaumt worden,
kam jedoch wegen höherer Gewalt nicht zustande, die den Mufti an einer
rechtzeitigen Ankunft hinderten, wie Vatikansprecher Pater Federico Lombardi
mitteilte.
Bei seinem Besuch auf dem Sportplatz
der Schule Sankt Maron hielt er die dort versammelten katholischen Glaubigen an, trotz ihrer bitteren Erfahrungen mit
muslimischen Türken infolge des Zypernkonflikts ausdrücklich zum
interreligiösen Dialog an. „Ich bitte euch dringend mitzuhelfen, solch
gegenseitiges Vertrauen zwischen Christen und Nicht-Christen zu schaffen als
Grundlage zum Aufbau dauerhaften Friedens und bleibender Eintracht zwischen den
Menschen verschiedener Religionen, politischer Regionen und kultureller Herkünfte. „ Auch wies er ihnen eine besondere Rolle in der
ökumenischen Begegnung zu. „Angesichts eurer Lebensumstände seid ihr fähig, in
eurem Alltag euren persönlichen Beitrag zum Ziel einer größeren Einheit der
Christen zu erbringen", sagte der Papst.
Gegen Ende seiner Ansprache ging er
dann noch ausdrücklich auf die Probleme der maronitischen Gemeinschaft ein:
„Besonders möchte ich diese Botschaft den Anwesenden aus Kormakiti,
Asomatos; Karpasha und Agia Marina übergeben. Ich weiß von euren Sehnsüchten und
euren Leiden. Und ich bitte euch, meinen Segen, meine Nähe im Gebet und meine
Zuneigung allen zu bringen, die aus euren Dörfern kommen, wo Christen ein Volk
der Hoffnung bilden." Während der Zeremonie hatte er zudem vier Ölbäume
gesegnet. Die Maroniten möchten diese einmal in allen vier Dörfern, aus denen
sie vertrieben wurden, anpflanzen können. Jedoch sind nur zwei dieser
Ortschaften überhaupt für sie zugänglich. Nun hoffen sie, dass Papst Benedikt
XVI. ihnen dabei hilft, dort doch bald einmal wieder die Erde berühren zu
dürfen.
Michaela Koller, Zenit 7
Papstbesuch in Zypern. Analyse. Heikle Gebete
Von seinem Zimmer im
Franziskanerkloster Santa Croce an der Demarkationslinie im geteilten Nikosia
konnte Papst Benedikt XVI. hinübersehen in den türkisch kontrollierten Norden
Zyperns. Von dort flohen vor fast 36 Jahren rund 150000 griechische Zyprer vor
der türkischen Invasionsarmee. Hunderte christliche Kirchen im Norden wurden
geplündert, die Gebäude verfallen oder werden als Ställe benutzt.
Aber das geteilte Zypern, das war schon
vor Ankunft des Papstes klar, ist nicht das Thema dieses Besuchs. Zypern ist
nur die Bühne. Benedikts Blick richtet sich auf den Nahen Osten und die
schwierige Situation der Christen in der von Kriegen und Konflikten zerrissenen
Region. Im Oktober sollen etwa 150 Bischöfe aus dem Nahen Osten zur Synode im
Vatikan zusammenkommen. Vor allem der Vorbereitung dieses Treffens diente der
Papstbesuch in Zypern.
Etwa 17 Millionen Christen leben in den
Ländern des Nahen Ostens - und "leiden für ihren Glauben", wie der
Papst gestern in Nikosia sagte. Sie stehen nicht nur zwischen den Fronten
religiöser und ethnischer Konflikte. Eine zunehmende Bedrohung sei das
Erstarken des "politischen Islam mit seinen extremistischen
Strömungen", heißt es in einem Arbeitspapier, das zum Abschluss des
Papstbesuchs veröffentlicht wurde und der Vorbereitung der Nahost-Synode dient.
Es wäre ein Verlust für die Weltkirche, wenn das Christentum genau von hier, wo
es geboren wurde, verschwände, heißt es in dem Papier, das auch die israelische
Besetzung der Palästinensergebiete deutlich kritisiert. Viele tausend Christen
haben die Länder das Nahen Ostens wegen der politischen Instabilität oder aus
wirtschaftlicher Not verlassen. "Die Geschichte hat uns zu einer kleinen
Herde gemacht", sagte Benedikt. Er beschwor die Christen, trotz des schweren
Stands ihre Heimat nicht zu verlassen. "Wir müssen den Dialog mit unseren
muslimischen Brüdern suchen und für eine fruchtbare Koexistenz arbeiten",
forderte der Papst.
Wie schwer das sein kann, zeigt sich
auf Zypern. Der orthodoxe Erzbischof Chrysostomos II. nutzte den Papstbesuch
für eine giftige Attacke: Die Türkei betreibe im Inselnorden "ethnische
Säuberungen" und arbeite auf eine Annexion ganz Zyperns hin. Zyperns
erzkonservative und nationalistische orthodoxe Kirche steht den Bemühungen um
eine Lösung der Zypernfrage skeptisch bis ablehnend gegenüber. Sie war eine der
treibenden Kräfte hinter dem Nein der Inselgriechen zum Vereinigungsplan des
damaligen UN-Generalsekretärs Kofi Annan im Jahr 2004. Der Papst war sichtlich
bemüht, das heikle Thema zu meiden. Schon im Flugzeug hatte er unterstrichen,
er komme nicht mit einer politischen, sondern mit einer geistlichen Botschaft.
Den Norden besuchte Benedikt nicht, zur
Genugtuung seiner griechisch-zyprischen Gastgeber. Ganz ausblenden konnte
Benedikt die Realität der Inselteilung aber nicht. Und so kam es am Sonntag zu
einer flüchtigen inszenierten Begegnung mit einem türkischen Zyprer: Vor der
Heiligkreuzkirche traf der Papst mit Scheich Nazim zusammen. Der 89-Jährige ist
der Führer einer bedeutenden muslimischen Bruderschaft. Das im Stehen geführte
Gespräch der beiden Geistlichen habe "etwa drei bis vier Minuten"
gedauert, teilte Vatikan-Sprecher Federico Lombardi mit. Es endete mit einer
Umarmung und dem beiderseitigen Versprechen: "Ich bete für Sie, und Sie
beten für mich." GERD HÖHLER FR 7
Sorge der Kirchen in Usa: Migranten, Flüchtlingen und Opfer des Menschenhandels
Erzbischof Veglio:
Sie sind Menschen wie wir, haben einen Namen, Träume und Hoffnungen, Ängste und
Sorgen
ROM -„Ausgangspunkt für die Arbeit mit
Migranten, Flüchtlingen und Opfer des Menschenhandels, ist es ihre Situation
unter allen Aspekten (was persönliche, soziale, wirtschaftliche und politische
Belange anbelangt) im Licht Gottes zu verstehen und daran teilzunehmen. Dabei
sollte man sich auch mit jenen Faktoren auseinandersetzen, die zu ihrer
Entwurzelung geführt haben. Bei dieser Aufgabe ist die Kirche von ‚Prinzipien
der eigenen Lehre' geleitet, die das Herz der katholischen Soziallehre
darstellen", so der Präsident des Päpstlichen Rates für Migranten,
Erzbischof Antonio Maria Vegliò, in seiner Ansprache
an die Teilnehmer der Regionalen Beratungen der amerikanischen
Bischofskonferenzen zum Thema Migration, die unter dem Motto „Renewing Hope, Seeking
Justice" in Washington vom 2. bis 4. Juni tagte.
Die Beratungen. Befassen sich vor allem
mit den Anliegen von Migranten und Flüchtlingen auf dem amerikanischen
Kontinent und mit den Ursachen der Migration zur besseren Koordinierung der
Dienstleistungen, der pastoralen und politischen Betreuung und der
Rechtsberatung.
Erzbischof Vegliò
erinnert daran, dass allein in den Vereinigten Staaten insgesamt 38 Millionen
Zuwanderer leben und „die Vereinigten Staaten dank der harten Arbeit entstanden
sind, die Zuwanderer nicht nur in der Vergangenheit, sondern auch heute
leisteten und noch leisten. Migranten sind heute notwendig für die
US-amerikanische Volkswirtschaft, da sie einen Großteil der Arbeitskräfte
stellen". Der Wandel in der heutigen Gesellschaft - die Zunahme der spanischsprachigen Mitglieder in den Gemeinden, die
seelsorgerische Betreuung durch ausländische Priester, die hohe Anzahl von
ausländischen Restaurants in den verschiedenen Stadtteilen - „zeugt nicht von
einer gegenseitigen Annahme oder der Bereitschaft zum Austausch, sowohl bei den
Ankommenden als auch bei den Gastländern".
Zu den Belangen der „illegalen
Zuwanderern" erinnert der Erzbischof daran, dass „viele bereits jahrelang
in einen Land leben und arbeiten und zur Volkswirtschaft beitragen". Die
Zahl der Ausweisungen lag 2008 bei über 350.000 und „zu den unvorhersehbaren
Folgen in Mittelamerika gehört die Zunahme der Gewalt in den Jugendbanden".
Die Kinder von Zuwanderern, die in den Vereinigten Staaten aufgewachsen sind
und für die dies das einzige Land ist, das sie kennen, sehen ihre Zukunft
gefährdet, da sie oft die eigene Schulbildung nicht abschließen können. Die
Kirche unterstütz sie durch das so genannte
DREAM-Projekt und bemüht sich die Situation von rund 12 Millionen illegalen
Einwanderern zu verbessern, indem zumindest die Anerkennung ihrer Identität
durchgeführt wird". „Doch dies", so der Erzbischof weiter, „muss Hand
in Hand mit einer Reform der Zuwanderungsbestimmungen gehen, die nicht auf den
politischen Willen zu einer Änderung der humanitären Lage illegaler Zuwanderer
verzichten kann".
In den vergangenen 30 Jahren haben sich
auch über 2 Millionen Flüchtlinge in den Vereinigten Staaten niedergelassen,
von denen jeder ein eigenes kulturelles Erbe und eine jeweils eigene
Ausgangssituation mitbringen. „die Programme der Regierung für ihre Aufnahme
und Unterbringung sehen nur eine befristete Zeit vor, wobei sie auch nur einen
einmaligen finanziellen Zuschuss erhalten", so der Erzbischof. Danach sei
man der Ansicht, dass sie sich selbst versorgen können. Doch es sei bekannt,
dass viele, die keine Zuschüsse erhalten, schnell in die Kategorie der armen
Staatsbürger geraten und mit ihnen das Leid teilen...
„Wir müssen die Bedürfnisse und
Erfahrungen der einzelnen Individuen berücksichtigen und unterschiedliche
Programme entwickeln, die eine längerfristige Unterstützung erfordern. Dadurch
werden diese Menschen einen Arbeitsplatz finden und sich in das Land
integrieren können, womit sie zu effektiven Mitgliedern der Gesellschaft
gehören".
Das Drama des Menschenhandels betreffe
heute fast alle Länder, „und dabei handelt es sich sowohl um sexuelle
Ausbeutung aber auch um Zwangsarbeit, die Rekrutierung von Kindersoldaten oder
missbräuchliche Formen der Adoption". „Die wahren Gründe für den
Menschenhandel", so der Erzbischof, „sind nicht nur Armut und
Arbeitslosigkeit in den weniger entwickelten Ländern, sondern vor allem auch
die Nachfrage nach billigen Arbeitskräften und billigen Produkten oder
‚exotischen' sexuellen Praktiken. Die verschiedenen Formen des Menschenhandels
stellen einen Verstoß gegen die Menschenrechte dar und erfordern deshalb
spezifische Maßnahmen, die die Menschenwürde der Betroffenen wieder
herstellen."
Es entwickle sich auch eine neue Form
der unfreiwilligen Umsiedlung, so der Präsident des Päpstlichen Rates für die
Migranten: „Menschen siedeln um, weil durch die Ausbreitung der Wüstengebiete
das Wasser immer knapper wird, oder infolge des Anstiegs des Meeresspiegels und
des steigenden Salzgehaltes des Ackerlandes. Diese neue Form der
Zwangsumsiedelung wird in den kommenden Jahrzehnten enorme Auswirkungen haben.
Nach anerkannten Schätzungen werden rund 200 Millionen Menschen sich gezwungen
sehen bis zum Jahr 2050 infolge des Klimawandels umzusiedeln, was das
gigantische Ausmaß des Phänomens verdeutlicht. Die Migration wird damit mit
Sicherheit zu den bedeutendsten Folgen des Klimawandels gehören."
Abschließend erinnert Erzbischof Vegliò daran, dass sich die Kirche
und ihre Diözesen seit langem in diesem Bereich engagiert und zahlreich
Projekte und Aktivitäten unterstützt. Gerade aus diesem Grund „besteht das
Risiko, dass wir so von unseren Aktivitäten in Anspruch genommen sind, dass wir
Auswanderer nur als eine Aufgabe oder als einen zu bearbeitenden Fall
betrachten. Doch es handelt sich nicht so sehr um eine Aufgabe als vielmehr um
eine Lebensform und ein Zusammenleben. Annahme, Mitgefühl und die
gleichberechtigte Behandlung sind Teil des christlichen Ansatzes, der zum
Einsturz der sozialen Barrieren beitragen wird. Es geht dabei um eine Antwort
auf die Bedürfnisse der Menschen aber auch um die Anerkennung ihres Wertes und
ihrer Menschlichkeit" Zenit 7
Jerzy Popieluszko. Priester des Protests
Der Vatikan spricht Jerzy Popieluszko selig – und 100.000 Polen sind in Warschau mit
dabei. Popieluszko ist für viele Polen ein Symbol des
gemeinsamen Kampfes der demokratischen Opposition und der katholischen Kirche
gegen die Unterdrückung unter der kommunistischen Herrschaft.
Sein Seligsprechungsprozess hat erst
spät eingesetzt und war schwierig. Im vergangenen Jahr jedoch vollstreckte
Papst Benedikt XVI. den Willen seines polnischen Vorgängers und erkannte dem
bescheidenen Priester Jerzy Popieluszko den
heroischen Tugendgrad zu.
„Solidarnosc kämpft auf den Knien und
mit dem Rosenkranz in der Hand“, pflegte Jerzy Popieluszko
immer zu sagen. Vier Jahre lang kämpfte er an der Seite der polnischen
Arbeiter, dann wurde er vom Geheimdienst ermordet. Am Sonntag sprach ihn der
päpstliche Gesandte Angelo Amato in Warschau selig. Papst Benedikt XVI., der
gerade auf Zypern weilt, würdigte Popieluszko als
Vorbild für die katholischen Geistlichen Polens. „Sein unermüdlicher Dienst und
sein Martyrium sind ein besonderes Zeichen für den Sieg des Guten über das
Böse“, sagte der Papst in einem polnischen Grußwort während eines
Gottesdienstes auf Zypern am Sonntag.
Da der Innenhof seiner einstigen
Dienstkirche die Massenveranstaltung nicht fassen konnte, wurde auf dem
zentralen Warschauer Pilsudcki-Platz gebetet, zuletzt
Schauplatz der Trauerfeiern für das Präsidentenpaar Lech und Maria Kaczynski.
Neben 250 000 Gläubigen waren etwa 100 Bischöfe und 1600 Priester anwesend, die
danach mit seinen Reliquien durch Warschau paradierten.
Dabei hatte lange nichts für eine
besondere Karriere Jerzy Popieluszkos gesprochen. Der
einfache Bauernsohn aus Ostpolen trat als 18-Jähriger in ein Warschauer
Priesterseminar ein. Nach seiner Weihe 1972 diente er in verschiedenen Vororten
und wurde Geistlicher für das Medizinische Personal der polnischen Hauptstadt.
Doch dann kam Anfang August 1980 der Streik in der
Danziger „Leninwerft“ und mit ihm die Solidaritätsstreiks im ganzen Land. Ende
August meldete sich Popieluszko als Freiwilliger für
eine Messe in der von Arbeitern besetzten „Warschauer Stahlhütte“, einer
Kaderschmiede der Kommunistischen Partei. „Pater Jerzy predigte einfach, er war
volksnah und ehrlich“, erinnert sich der damalige Vize-Streikchef Karol Szadurski. Die Stahlhütte habe ihm eine neue Welt eröffnet.
Popieluszko identifizierte sich schnell mit den
Arbeiterforderungen, ließ sich selbst ins
Solidarnosc-Betriebskomitees wählen. Keine zehn Wochen nach Einführung
des Kriegsrechts begann er seine regierungskritischen „Messen für das
Vaterland“ zu lesen, was immer mehr Oppositionelle in die Stanislaw
Kostka-Kirche lockte. Im September 1983 wurde ein Verfahren wegen Sabotage
gegen ihn eröffnet, dann aber fallen gelassen. Die Untergrund-Solidarnosc habe
um sein Leben gefürchtet und den polnischen Primas um einen Studienaufenthalt
in Rom gebeten, heißt es. „Er wollte nicht“, sagt der damalige Primas Jozef
Glemp in einem Interview mit Newsweek Polska. Ein
erster Anschlag missrät Mitte Oktober 1984. Am 19. Oktober halten als
Polizisten verkleidete Geheimdienstagenten seinen Wagen bei Torun auf. Popieluszko hat gerade in Bydgoszcz eine glühende Predigt
gegen die Machthaber und für christliche Werte gehalten, nun wird er
niedergeschlagen, gefoltert und mit Steinen beschwert in einen Stausee bei Wroclawek geworfen. Der Volkszorn nach dem Leichenfund elf
Tage später lässt das Regime schleunigst vier Schuldige finden und zu langen
Haftstrafen verurteilen. Die Staatsanwaltschaft fordert sogar die Todesstrafe.
Die Hintermänner sind bis heute
unbekannt. Vermutet werden sie in den höchsten Etagen der Macht, im engen
Umfeld General Jaruzelskis. Doch bewiesen ist nichts – zumal die kommunistische
Staatsmacht ihrerseits auf Kollaborateure in der Kirchenhierarchie zählen
konnte. Doch statt einen Kritiker aus dem Wege zu schaffen, hatte sich das
kommunistische Regime einen Martyrer geschaffen. Bis
zu einer halben Million Polen waren im November 1984 zu seinem Begräbnis
gekommen.
Der erst 1997 begonnene
Seligsprechungsprozess sei immer wieder torpediert worden, klagt die
Kirchengelehrte und Popieluszko-Biografin Ewa Czaczkowska in der Zeitung „Rzeczpospolita“.
Es sei versucht worden, den Solidarnosc-Priester als Schachfigur in einer
politischen Auseinandersetzung darzustellen. Doch Ende gut, alles gut: „Ich
fühle mich sehr glücklich“, freute sich die eben erst 100 Jahre alt gewordene
Marianna Popieluszko, Jerzys Mutter. Tsp 7
Papst Benedikt trifft in Nicosias lateinischer Pfarrkirche Gläubige aus Nahost und Afrika
NICOSIA - Bei der heiligen Messe in der
lateinischen Pfarrkirche Heilig Kreuz in Zyperns Hauptstadt Nicosia lenkte
Papst Benedikt XVI. am Samstagabend ganz denn Blick der versammelten Gemeinde
auf das Kreuz. Christi, das den "endgültigen Triumph der Liebe
Gottes" über alles Böse in der Welt darstelle. "Die Macht des Bösen
war durch die Macht sich selbst opfernder Liebe zerstört worden", sagte er
in seiner Predigt vor höchstens 400 geladenen Gästen: Priestern, Ordensleuten,
Diakonen, Katecheten und Vertretern der kirchlichen Bewegungen Zyperns. Das
Kreuz spreche von Hoffnung, von Liebe, vom Sieg der Gewaltlosigkeit über die
Unterdrückung, es spreche von Gott, der die Niedrigen erhöhe, die Schwachen
stärke, Spaltungen beseitige und den Hass durch die Liebe überwinde.
Der Lateinische Patriarch von Jerusalem
Fouad Twal hatte sich angesichts der kritischen Lage
in Nahost mit einer eindringlichen Bitte zu Beginn des Gottesdienstes an den
Pontifex gewandt: "Wir schauen auf Sie, Heiliger Vater, weil wir von Ihnen
ein Wort des Trostes erhoffen." Dabei sprach er auch für die zypriotischen
Gastgeber der Papstes und seiner Entourage. Direkt vor dem Eingang zu der
mittelgroßen Pfarrkirche war für die Mitfeiernden die Realität der Teilung
allzu sichtbar: Blauhelmsoldaten und Polizisten der UN-Friedensmission in
Zypern kontrollierten den Einlass und überwachten auf den Balkonen der
gegenüberliegenden Gebäude im gleißenden Sonnenlicht stehend die Situation.
Den politischen Erwartungen auf Zypern
begegnete Benedikt XVI. mit Antworten auf der Grundlage des gemeinsamen
philosophischen und religiösen Erbes. In der lateinischen Pfarrkirche von
Nicosia bot er nichts Geringeres als den Kern der christlichen Botschaft als
Hoffnung an: "Eine Welt ohne das Kreuz wäre eine Welt ohne Hoffnung, eine
Welt, in der Folter und Brutalität ungehindert weitergehen würden, in der die
Schwachen ausgenutzt und die Gier das letzte Wort haben würden. Die
Unmenschlichkeit unter den Menschen würde sich auf immer schrecklichere Weise
zeigen, und der Teufelskreis der Gewalt nähme kein Ende. Allein das Kreuz macht
damit Schluss."
Gegen Ende seiner Predigt stellte der
Papst den Bezug zur konkreten Realität in Zyperns Nachbarregion her. In seine
Gedanken und Gebete beziehe er vor allem an die vielen Priester und Ordensleute
im Nahen Osten mit ein, „die gerade einen besonderen Ruf erfahren, ihr Leben
unter das Geheimnis des Kreuzes Christi zu stellen". Wo Christen in der
Minderheit seien, wo sie Bedrängnis aufgrund von ethnischen oder religiösen
Spannungen erlitten, wanderten viele Familien ab und die Geistlichen stünden
ebenso vor der Entscheidung, ob sie emigrieren sollten. „In Situationen dieser
Art jedoch bedeuten ein Priester, eine religiöse Gemeinschaft oder eine
Pfarrgemeinde, die dableibt und weiter Zeugnis für Christus gibt, ein
außerordentliches Hoffnungszeichen - nicht nur für die Christen, sondern auch
für alle, die in der Region leben", fuhr er fort.
Ihre bloße Gegenwart sei ein beredter
Ausdruck für das Evangelium des Friedens, für die Bestimmung des Guten Hirten,
seine Schafe zu hüten. „Indem sie das Kreuz annehmen, das ihnen hingehalten
wird, können die Priester und Ordensleute im Nahen Osten wirklich die Hoffnung
ausstrahlen, die im Zentrum des Geheimnisses liegt, das wir in unserer Liturgie
heute feiern". Die Erinnerung an den am Donnerstag in der Türkei
erstochenen Bischof Luigi Padovese drängte sich dabei
auf: Auch er war, obwohl Italiener aus Mailand, trotz mindestens eines früheren
Anschlags auf sein Leben als Hirte bei seiner Herde geblieben.
Zypern ist nicht nur die Brücke
zwischen Nahost und Europa, sondern wegen seiner geographischen Nähe zu Afrika
auch Zielland von Migrationsbewegungen aus dem Süden. So gehören zu den
Gemeindemitgliedern der römisch-katholischen Pfarrei Heilig Kreuz Pfarrei
zahlreiche Kameruner: In traditionell bunt-gemusterten Hemden und Kleidern nahm
eine Gruppe von ihnen auch an der Heiligen Messe am Samstagabend teil und
verabschiedete die Gläubigen nach der Messe auf der Straße tanzend, singend und
trommelnd. Was die Präsenz des katholischen Oberhauptes für diese Migranten
wohl bedeutet, lässt sich anhand einer Szene erahnen, die sich beim Auszug
ereignete: Eine kräftigere Kamerunerin stand gleich links neben der Kirchtür, mit ihrem wenige Monate alten Kind auf dem Arm.
Der Papst segne das Kleine, die Mutter hielt einen Moment inne und brach dann
heftig in Freudentränen aus. Michaela Koller, Zenit 7
Türkei: Vorsitzender der Bischofskonferenz erstochen
Erzbischof Luigi Padovese,
Vorsitzender der Türkischen Bischofskonferenz, ist in seinem Haus erstochen
worden. Das bestätigt die türkische Bischofskonferenz am Donnerstag.
Vatikansprecher Federico Lombardi erklärt dazu: „Es handelt sich um eine
schreckliche Nachricht, die uns sehr tief bewegt und natürlich sehr traurig
macht.“ Der am 31. März 1947 in Mailand geborene Padovese,
der dem Franziskanerorden angehörte, wurde 2004 von Papst Johannes Paul II. zum
Apostolischen Vikar ernannt und empfing die Bischofsweihe. Zuvor war er
Professor an der Franziskaner-Universität „Antonianum“
in Rom. Er war für die rund 4.500 Katholiken im Süden und Osten der Türkei
zuständig.
Deutsche Bischofskonferenz: Ein
brutaler Mord - Die katholischen deutschen Bischöfe haben nach dem Mord an
Bischof Luigi Padovese die türkische Justiz zur
zügigen und „lückenlosen Aufklärung“ aufgefordert. Der Vorsitzende der
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch,
sprach in einer in Bonn veröffentlichten Erklärung von einem „brutalen und
feigen Mord“ und zeigte sich erschüttert. Zollitsch
würdigte den Bischof als „großen Seelsorger und Hirten der katholischen
Kirche“. Padovese habe seit 2004 „als Bischof viel
für die Christen in der Türkei gewirkt“. Er sei mit der Trauer der Gläubigen in
Anatolien und der ganzen Türkei verbunden, so Zollitsch.
(kna/pm 3)
Mord an Bischof Luigi Padovese: Entsetzen und Fassungslosigkeit
Der Vorsitzende der Türkischen
Bischofskonferenz ist am Donnerstag in Iskanderun
erstochen worden. Tatverdächtiger ist sein Fahrer Murat A. Er wurde offenbar
mit der Tatwaffe festgenommen. Der Fahrer, der kurdischer Herkunft und
katholisch ist, arbeitete offenbar seit viereinhalb Jahren für den Bischof; er
soll in psychologischer Behandlung gewesen sein. Nach türkischen
Medienberichten gibt der 26-Jährige an, er habe aus einer „göttlichen Eingebung
heraus“ gehandelt. Die türkischen Behörden vermuten „persönliche Motive“ hinter
der Bluttat. Aus aller Welt kommen erschütterte Reaktionen auf die Bluttat in
der Türkei. Unterwegs nach Zypern sagte Papst Benedikt XVI. im Flugzeug:
„Selbstverständlich bin ich tief
erschüttert über den Mord an Monsignore Padovese. Er hatte einen großen Anteil an den
Vorbereitungen der Synode gehabt. Auch in der Synode selbst sollte er eine
elementare Rolle übernehmen. Wir vertrauen Gott seine Seele an... Dieser
Schatten hat nichts zu tun mit den wirklichen Themen der Reise, wir dürfen
diese Tat nicht der Türkei oder den Türken zuschreiben. Es ist eine Tat, über
die wir noch sehr wenig wissen. Sicher ist nur, dass es kein politisches oder
religiöses Attentat war, sondern es handelt sich um persönliche Motive. Wir
warten das vollständige Bild ab, aber wir dürfen diese tragische Situation
jetzt nicht mit dem Dialog mit dem Islam vermengen und anderen Problemen
unserer Reise. Es ist ein so trauriger Vorfall, aber er darf in keiner Weise
den Dialog verdunkeln, der das Thema und die Intention dieser Reise ist."
Die Deutsche Bischofskonferenz fordert
eine zügige und lückenlose Aufklärung des Mordes. Der Konferenzvorsitzende
Erzbischof Robert Zollitsch spricht in einem
Statement von einem „brutalen und feigen Mord“. Der Kölner Kardinal Joachim
Meisner bewertet den Tod Padoveses als großen Verlust
für die Katholiken in der Türkei. Der Rat der Europäischen Bischofskonferenzen
(CCEE) zeigt sich „zutiefst erschüttert“. Der Mord an Bischof Padovese ist eine „doppelte Katastrophe“, meint der Missio-Experte in der Türkei, Ottmar Oehring:
„Es ist eine menschliche Tragödie, es
ist aber auch eine Katastrophe für die Kirche und damit für die Gläubigen. Sie
sind jetzt in gewisser Weise führungslos.“
Oehring
ist fest davon überzeugt, dass die Tat persönlich motiviert war, auch wenn die
äußeren Umstände zunächst auf einen antichristlichen Mord hinwiesen.
(diverse 4)
Abschluss des Priesterjahres: Würdigung und Nachwuchssorgen
Im Vatikan wird ein Priesteransturm
erwartet: Mehrere tausend katholische Geistliche aus der ganzen Welt wollen von
Mittwoch bis Freitag zusammen kommen, um das von Papst Benedikt XVI.
ausgerufene Priesterjahr feierlich zu beschließen. Zum Abschluss des
Priesterjahres gibt es einige Bilanzen zu ziehen, so zum Beispiel über die
Probleme beim Nachwuchs. Laut Päpstlichem Jahrbuch stieg zwischen den Jahren
2000 und 2008 die Priesterschaft weltweit um rund ein Prozent auf etwa 409.000
leicht an. Dieser Anstieg verteilt sich jedoch sehr ungleich auf die
Kontinente. Die Zahl der Priester nahm in Asien um rund ein Viertel, in Afrika
sogar um rund ein Drittel zu, während sie in Europa um sieben Prozent abnahm.
Der Kärntner Diözesanbischof Alois
Schwarz ist bei der österreichischen Bischofskonferenz unter anderem für die
Bereiche Priesterseminare, Allgemeine Pastoral und das Laienapostolat
zuständig. Er sei, so Bischof Schwarz, froh darüber, dass Papst Benedikt XVI.
im diesjährigen weltweiten „Jahr der Priester“ dazu ermuntere und
herausfordere, die Situation der Priester näher zu betrachten. Damit setze man
auch ein Zeichen des Dankes und der Wertschätzung gegenüber den Priestern. Im
Interview mit unserem Redaktionsleiter Pater Bernd Hagenkord
geht Bischof Schwarz auf die Probleme der heutigen Priester ein. kna 7
Weltmissionskonferenz in Edinburgh erinnert an Anfänge der Ökumene
Frankfurt a.M./Edinburgh. Im
schottischen Edinburgh hat am Mittwoch eine fünftägige Weltmissionskonferenz
begonnen. Bei der Tagung unter dem Leitwort "Christus heute bezeugen"
wird an die Anfänge der ökumenischen Bewegung vor 100 Jahren erinnert. Mehr als
300 Delegierte aus dem gesamten Spektrum christlicher Konfessionen wollen bis
Sonntag über eine Neuausrichtung der Mission beraten.
Die erste Weltmissionskonferenz im Juni
1910 in der schottischen Hauptstadt gilt als Ausgangspunkt der Zusammenarbeit
zwischen den Konfessionen. Teilnehmer waren damals vor allem Vertreter von
Missionsgesellschaften aus dem Protestantismus und der anglikanischen Kirche.
Kurz vor Konferenzbeginn wurde nach
Angaben des ökumenischen Informationsdienstes ENI der internationale Direktor
der Weltmissionskonferenz suspendiert. Der aus Südafrika stammende Daryl Balia, der seit drei Jahren die Konferenz vorbereite, wurde
von der Universität von Edinburgh, die mit der schottischen Kirche Gastgeber
des Treffens ist, einstweilen seines Amtes enthoben. Eine
Universitätssprecherin lehnte es mit Hinweis auf eine Untersuchung ab, nähere
Einzelheiten zu nennen. Balia ist Pfarrer der
methodistischen Kirche und lehrte Missionswissenschaft. Er studierte Theologie
und Verwaltungswissenschaft in Südafrika, Deutschland und den USA.
An der aktuellen Konferenz beteiligen
sich Orthodoxe, Anglikaner, Lutheraner, Reformierte, Methodisten, Baptisten,
Siebenten-Tags-Adventisten, Katholiken, Evangelikale, Pfingstler
und weitere unabhängige Freikirchen. Die Konferenz wurde vorbereitet von
Kirchen, theologischen Einrichtungen und Missionswerken in aller Welt. Zum
feierlichen Schlussgottesdienst am Sonntag wird der anglikanische Erzbischof
von York, John Sentamu, erwartet. epd
Papst Benedikt würdigt Makarios
Für die Geschichte der Republik Zypern
spielt Makarios III. (1913-1977) eine große Rolle.
Der orthodoxe Erzbischof war nach der Unabhängigkeit Zyperns 1960 auch erster
Präsident des Landes. Im Garten des Präsidentenpalastes befindet sich ihm zu
Ehren ein Denkmal. Vor diesem Denkmal legte Papst Benedikt am Samstagmorgen
einen Kranz ab. Makarios Wirken würdigte Benedikt in
einer Rede vor dem amtierenden Präsidenten und hochrangigen Diplomaten:
„Soeben habe ich an der Gedenkstätte
für den verstorbenen Erzbischof Makarios, den ersten
Präsidenten der Republik Zypern, einen Kranz niedergelegt. Wie er muss sich
jeder von Ihnen im öffentlichen Dienst für das Wohl der Anderen in der
Gesellschaft einsetzen, sei es auf lokaler, auf nationaler oder internationaler
Ebene. Das ist eine edle, von der Kirche mit Wertschätzung bedachte Berufung.
Wenn der öffentliche Dienst gewissenhaft ausgeführt wird, kann er uns einen
Gewinn an Weisheit, Redlichkeit und persönlicher Erfüllung eintragen.“
Der Besuch des Papstes in der
maronitischen Schule - Papst Benedikt XVI. strahlte über das ganze Gesicht, als
die Schüler einer maronitischen Schule auf Zypern am Samstagvormittag für ihn
sangen, tanzten, kleine Theaterstücke aufführten. Auf Griechisch rief er ihnen
zu: „Seid stark im Glauben, froh im
Dienst für Gott und großzügig mit eurer Zeit und euren Talenten! Helft, eine
bessere Zukunft für die Kirche und für euer Land aufzubauen, indem ihr das Wohl
der Anderen vor das eigene stellt.“
Rund 2.000 Personen waren in der Schule
zusammengekommen - trotz großer Hitze. Auf über 30 Grad Celsius kletterte die
Thermometeranzeige in Zyperns Hauptstadt Nikosia. Es war eine atemberaubende
Kulisse, vor der Benedikt sprach. Hinter der Schule öffnete sich die weite
hügelige Landschaft Zyperns.
„Bei diesem historischen Anlass, dem
ersten Besuch des Bischofs von Rom in Zypern, komme ich, um euch im Glauben an
Jesus Christus zu stärken und euch zu ermutigen, in Treue zur apostolischen
Tradition ein Herz und eine Seele zu bleiben (Apg
4,32). Als Nachfolger Petri bin ich heute unter euch, um euch meine
Unterstützung, meine Nähe im Gebet und meine Ermutigung zu versichern.“
Papst fordert Hilfe für Christen in
Nahost - Niemand kann gegenüber den Christen im Nahen Osten gleichgültig
bleiben. Das betonte Papst Benedikt XVI. an diesem Samstagmittag in Nikosia bei
einem Treffen mit dem orthodoxen Erzbischof Chrysostomos II. Die Gläubigen in
dieser Region lebten unter schwierigen Umständen, so der Papst. Das katholische
Kirchenoberhaupt ruft deshalb zu einer stärkeren Unterstützung der Christen im
Nahen Osten auf.
„Zypern wird traditionell als ein Teil
des Heiligen Landes angesehen, und die fortdauernde Konfliktsituation im Nahen
Osten muss für alle, die Christus nachfolgen, ein Anlass zur Sorge sein. ...
Die christlichen Gemeinschaften Zyperns können ein sehr fruchtbares Feld
ökumenischer Zusammenarbeit finden, indem sie gemeinsam für Frieden, Versöhnung
und Stabilität in jenen Ländern beten und arbeiten, die durch die Gegenwart des
Friedensfürsten während seines irdischen Lebens gesegnet wurden.“
Des Weiteren lobte der Papst den
Einsatz der orthodoxen Kirche Zyperns für den ökumenischen Dialog. rv/kna 5
Vorwürfe gegen Zollitsch. Erzbistum Freiburg: Vorwürfe entbehren jeder Grundlage
Die Staatsanwaltschaft hat ein
Ermittlungsverfahren gegen den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz,
Erzbischof Robert Zollitsch, eingeleitet. Das war an
diesem Mittwoch bekannt geworden. Zollitsch wird der
Beihilfe zu sexuellem Missbrauch beschuldigt. Die Vorwürfe sind „substanzlos“,
so wehrt sich die Erzdiözese Freiburg. Im Interview mit dem Kölner domradio sagte der Sprecher des Erzbistums, Robert Eberle:
„Das Erzbistum Freiburg ist in Kontakt
mit der Staatsanwaltschaft, damit die Substanzlosigkeit dieser Vorwürfe gegen
Erzbischof Zollitsch rasch dokumentiert werden kann.
Das Ordinariat in Freiburg hat schon vor vielen Monaten deutlich gemacht, dass
es nach dem Bekanntwerden eines Vorwurfs gegen den jetzt beschuldigten
Zisterzienserpater rasch gehandelt hat. Der Orden wurde eingeschaltet und der
Zisterzienserorden ist auch auf die zu ziehenden Konsequenzen hingewiesen
worden. Die Vorwürfe treffen also nicht zu.“
Abtei Wettingen-Mehrerau:
Zollitsch hat mit Missbrauch auf der Birnau nichts zu tun - Der Abt der Zisterzienserabtei
Wettingen-Mehrerau, Anselm van der Linde, hat einen
„nicht adäquaten Umgang“ seines Ordens mit Tätern und Opfern sexuellen
Missbrauchs eingeräumt. In einer am Donnerstag von dem Kloster veröffentlichten
Erklärung bedauert der Abt, dass der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch „plötzlich und völlig grundlos“ mit dem sexuellen
Missbrauch eines Ordensmitglieds in Verbindung gebracht werde. Zollitsch habe mit den Vorgängen am Bodensee „nichts zu
tun“. Der Abt erklärte, das Priorat Birnau am
deutschen Teil des Bodenseeufers gehöre kirchenrechtlich zu der Abtei bei
Bregenz. Zudem seien die Zisterzienser ein Orden päpstlichen Rechts und
unterständen nicht dem Ortsbischof, sondern dem Papst. Anselm betonte, er könne
das geschehene Unrecht nicht ungeschehen machen. Er appellierte zugleich an die
Opfer, „mit den staatlichen Behörden und, so es ihnen möglich ist, mit mir
Kontakt aufzunehmen“.
Anzeige wegen Beihilfe - Am Mittwoch
war durch einen Bericht von „Report Mainz“ bekannt geworden, dass ein Mann
Anzeige gegen Zollitsch wegen Beihilfe zum Missbrauch
erstattet hatte. Zollitsch, so der Vorwurf, habe als
früherer Personalreferent der Erzdiözese Freiburg 1987 die Anstellung eines
Paters in der Wallfahrtskirche am Bodensee „veranlasst“, obwohl bekannt gewesen
sei, dass es durch den Mann bereits früher zu sexuellen Übergriffen gekommen
sei. Das Erzbistum betonte, Zollitsch habe von den
der Anzeige zugrundeliegenden Vorwürfen aus den 1960er Jahren erst 2006
erfahren und rasch gehandelt. Man habe den Zisterzienserorden eingeschaltet und
auf die zu ziehenden Konsequenzen hingewiesen. (pm/kipa 3)
Vorwürfe Zollitsch. Kommentar: Was haben wir gelernt?
Zu der Berichterstattung über die
Vorwürfe gegen Erzbischof Robert Zollitsch ein
Kommentar von unserem Redaktionsleiter Pater Bernd Hagenkord.
Wenn wir in den Vorgängen der letzten
Monate etwas gelernt haben, dann doch wohl das, dass es sich lohnt, um der
Wahrheit willen genauer hinzuschauen. Der Kirche ist zu Recht vorgeworfen
worden, dass sie nicht immer und nicht überall genug getan habe, und diese
bittere Lektion wurde gelernt. Der Kirche ist auch vorgeworfen worden, sich zu
sehr um den Ruf der Institution gekümmert zu haben. Nun darf ich aber fragen:
Macht die mediale Öffentlichkeit nicht dasselbe, wenn einem Verdacht, der sich
bei genauem Hinsehen verflüchtigt, gleich der Rücktrittsgedanke folgt? … (rv 3)
Eucharistie – Zeichen der Einheit? . Überlegungen zur Ökumene an Fronleichnam
„Rosstäuscher mögen es, Denker winken
ab und Gläubige beten lieber, als den Watschenmann
abzugeben“ so das Urteil des katholischen Kulturanalytikers Alexander Kissel
über das ökumenische Gespräch, zu lesen in TheEuropean.
Ökumene funktioniere deshalb nicht, weil allzu leidenschaftslos und
leichtfertig die katholische Identität demontiert werde und gutgemeinte
Ahnungslosigkeit den Gesprächston bestimme.
Die Feststellung Kissels, dass das
ökumenische Gespräch nur von Rosstäuschern gemocht werde, weckt aber
Widerspruch. Die Beobachtung, dass Denker abwinken und Gläubige lieber beten
als sich am ökumenischen Gespräch zu beteiligen, lässt aufhorchen und
provoziert Fragen.
Sind die „noch aktiven“ Ökumeniker tatsächlich Rosstäuscher? Welche Gründe haben
die Denker, sich aus dem ökumenischen Gespräch zu verabschieden? Welche die
Gläubigen, lieber zu beten, als über Ökumene zu reden?
Kissler
lässt sich herausfordern von jenen, die von einer Ökumene der Profile reden -
und gerät dadurch allzu sehr in ihr Fahrwasser. Als Beispiel kann Margot Käßmann gelten, die meinte, in einer katholischen Kirche sagen
zu müssen, die Pille sei ein Geschenk Gottes.
Sie mag damit geäußert haben, was viele
Katholiken denken, im Sinne der Ökumene war es trotzdem nicht. Solches Tun ist
eher vergleichbar einem Raucher, der eine Zigarette in einer Nichtraucherzone
anzündet. Dieses hier zum Ausdruck kommende Verständnis von Ökumene offenbart
sich als Etikettenschwindel. Besser wäre, von konfessionellen
Provokationsspielen zu reden. Diese haben zweifelsohne einen
intellektuell-unterhaltsamen Wert. Ein Anspruch jedoch, über das Unterhaltsame
und über die Selbstprofilierung hinaus, etwas für das Zusammenwachsen der
Kirchen zu tun, ist schwer nur zu erkennen. Hier steht wohl eine Entscheidung
an: Selbstprofilierung anhand der Ökumene oder seriöse Ökumene. Ersteres ist
hat seinen Reiz, das Zweite ist ein mühsames
Geschäft.
Ökumene ist zuerst eine Christenpflicht
angesichts des Vermächtnisses Jesu: Ich will, dass sie eins sind. (Joh 17, 21) Und Ökumene ist eine Notwendigkeit der
praktisch-christlichen Lebensgestaltung.
Da ist die theologisch unbedarfte
Mutter, die nicht in einem festgefügten konfessionellen Milieu aufgewachsen
ist. Sie versteht nicht und weiß nicht, wie sie ihrem achtjährigen Kind
erklären soll: Wir Menschen sind vor Gott alle gleich, alle ausgestattet mit
der gleichen Würde, mit den gleichen Rechten. Um dies aber zu begreifen musst
du jetzt in den katholischen und deine Freundin in den evangelischen
Religionsunterricht gehen. Alles andere geht miteinander, aber Religion nicht.
Wie sollen das Kind und die Mutter Gott
als den erfahren, der alle Menschen mit gleicher Würde und gleichem Recht
ausstattet? Wenn Gott so ist, sollte es doch wohl eher umgekehrt sein: Alles
andere mag nicht miteinander gehen, aber Religion auf jeden Fall?
Oder sind die Partner in einer
gemischtkonfessionellen Ehe, denen bei der Trauung gesagt wurde, ihr Lebensbund
sei ein Abbild der Liebe Gottes zu den Menschen, abwegig, weil sie nach einer
Möglichkeit verlangen, diese ihnen zugesagte und von ihnen geglaubte
Gottesebenbildlichkeit durch die uneingeschränkte Teilnahme am katholischen
sonntäglichen Gottesdienst miteinander zu bezeugen und zu bestärken?
Der Wunsch, als Christen untereinander
zwar nicht gleich, aber dennoch einig zu sein, ist im Sinn von Jesus Christus
und ist im Sinn einer christlichen Lebensgestaltung. Dieser Wunsch darf jedoch
nicht übersehen, dass sich ein solches Unternehmen in einer 2000jährigen
Geschichte als äußerst schwierig erwiesen hat. Unterschiedliche territoriale
und kulturelle Prägungen führten zu Trennungen und Spaltungen – und zu
untereinander unversöhnlich scheinenden kulturellen Ausprägungen. Auch folgende
Überlegung erscheint plausibel:
Ein afrikanischer Priester aus dem
Kongo feiert in schlechtem Deutsch, in einer abgelegenen Landgemeinde, eine katholische
Eucharistiefeier. Im Lauf dieser Feier entsteht ein starkes Empfinden von
Gemeinschaft und Vertrauen, obwohl dabei Menschen gegenwärtig sind, die noch
niemals auch nur in Ansätzen in interkulturelles Experiment versucht haben.
Ist hier nicht genau das verwirklicht,
worum es der Ökumene geht? Dass nämlich in dieser Feier ganz unterschiedliche
Kulturen, Mentalitäten, Sprachen und Menschen zu einer gemeinsamen Mitte
finden, die ihnen weder Freiheit noch Identität raubt?
Wer dies nachvollziehen kann, der weiß,
als welch hohes spirituelles und gemeinschaftliches Gut die katholische Kirche
die Eucharistiefeier schätzt. Der wird auch verstehen, dass hier der Glaube an
die Gegenwart Jesu Christi in Brot und Wein, im Wort und in der versammelten
Gemeinde in einem Ritual seinen Ausdruck findet, über das ebenso wenig verfügt
werden kann wie über das Geschenk der Gegenwart Gottes selbst. Dieses Ritual
ist deshalb so wertvoll, weil es allen, die an die Gegenwart Gottes glauben,
die Möglichkeit bietet, Gott zu begegnen, weitgehend unabhängig vom Vermögen
des Vorstehers und vom eigenen Können?
Kann man verübeln, dass äußere Form und
geglaubter Inhalt dieses Gutes vor Oberflächlichkeit und Geringschätzung
bewahrt werden will?
Wie aber können so unversöhnbar
scheinende Positionen, wie das dringende Bedürfnis, miteinander Eucharistie zu
feiern und dabei die bewährte Form nicht über Bord zu werfen, überein kommen?
Ist Ökumene also zum Scheitern verurteilt? Nein, wenn sie in Achtung des
Glaubensverständnisses angestrebt wird. Ökumene kann nicht so gelingen, dass
die Katholiken das im Hochmittelalter gewonnene Eucharistieverständnis über
Bord werfen und z.B. darauf verzichten, die konsekrierten Hostien im Tabernakel
aufzubewahren und vor dem in der Gestalt des Brotes gegenwärtigen Christus zu
beten. Von Protestanten kann man dieses Eucharistieverständnis erwarten, wenn
sie an einem katholischen eucharistischen Mahl teilnehmen wollen. Es ist wie
bei einer Essenseinladung. Wenn Messer und Gabel am Teller liegen, benutzt man
diese und isst nicht mit den Fingern. Es gibt Schritte in diese Richtung.
Auf dem Ökumenischen Kirchentag und
anderenorts hat sich gezeigt, dass die betenden Gläubigen eher Lösungen finden,
die einerseits den Respekt vor dem Bewährten und andererseits den Mut zur
aktuellen Herausforderung vereinen.
Begeistert erzählen Teilnehmer von der
ökumenischen Vesper mit anschließendem Agapemahl, die
von der orthodoxen Kirche auf dem ökumenischen Kirchentag veranstaltet wurde.
Dies war zwar keine Eucharistiefeier, aber ein gemeinsamer und starken Ausdruck
der Einheit von verschiedenen christlichen Kirchen.
Ein starkes Bild war es auch, als der
damalige Kardinal Ratzinger dem evangelischen Gründer der Brüdergemeinschaft
von Taize auf dem Petersplatz in der Eucharistiefeier
beim Begräbnis von Papst Johannes Paul II. die Kommunion reichte.
Und ein starkes Wort ist das eines
Pfarrers, dem eine evangelische Christin ihre Seelennot klagte, nicht zu
Kommunion gehen zu dürfen. „Ich darf sie nicht einladen, aber Christus lädt sie
ein. Kommen sie, ich werde sie nicht abweisen.“
In diesen Bildern und Worten kommen die
Sackgassen zum Ausdruck, in die sich Menschen hineinmanövriert haben. Aber
gleichzeitig brechen Grenzzäune auf und Wege zeichnen sich ab, wie Ökumene gelingen
kann. Theo Hipp kath.de-Redaktion
Kardinal Lehmann weihte Kapelle der Mainzer Dominikaner ein
Künstlerische Gestaltung durch den
Heilbronner Glaskünstler Raphael Seitz
Mainz. Der Mainzer Bischof, Kardinal
Karl Lehmann, hat die Hauskapelle des Dominikanerklosters in der Mainzer
Neustadt eingeweiht. Bei der Altarweihe am Freitag, 4. Juni, dankte Lehmann den
Dominikanern für ihr Wirken im Bistum Mainz, „und besonders dafür, dass sie den
Standort in Worms so eindrucksvoll wiederbelebt haben“.
Es sei „ein besonderes Geschenk",
dass die Dominikaner ihr Studentat nach Mainz verlegt
hätten, sagte Lehmann. In seiner Predigt betonte er, dass das ganze Haus
dadurch ausgezeichnet werde, dass es in der neuen Kapelle „Herz und Mitte"
habe. Er erinnerte daran, dass der Altar Christus symbolisiere. Bei einem „Tag
der offenen Tür" konnte die Kapelle am Sonntag, 6. Juni, besichtigt
werden.
An der Feier nahm auch
Dominikaner-Provinzial, Pater Dr. Johannes Bunnenberg
OP, aus Köln teil. Mit der Einweihung finde „eine wichtige Etappe der jüngeren
Geschichte der Dominikaner in Mainz ihren Abschluss", sagte er. Der
selbständige Konvent sei mittlerweile das Kloster „mit der größten Brüderschar
im deutschsprachigen Raum". Er bedankte sich beim Bistum Mainz für die
Unterstützung des Klosters. Der Prior des Mainzer Konventes, Pater Josef kleine
Bornhorst OP, hatte die Gäste in der Kapelle begrüßt.
Er hoffe, dass das Kloster „ein geistliches Zentrum für Stadt und Bistum"
werde, sagte Pater Josef kleine Bornhorst.
Gestaltet wurde die Kapelle von dem
Heilbronner Glaskünstler Raphael Seitz. Zwei Seiten des Raumes sind mit
Glaswänden verkleidet; außerdem befindet sich der Tabernakel in einer Glasstele. Seitz bezeichnete das umgesetzte Konzept der
Kapelle als „lichte Weite, weil das für mich das Wesen der Dominikaner zum
Ausdruck bringt". Als Glaskünstler versuche er immer ein Licht zu ermöglichen ,„dass unsere Sehnsucht zur Hoffnung
beflügelt", sagte Seitz.
„Die Herausforderung für alle bestand
darin, aus dem Profanraum des ehemaligen Kindergartens einen Sakralraum zu
gestalten, der eine Weite und eine Intimität ermöglicht und der dem neuen
Kloster inmitten der Mainzer Neustadt eine besondere geistliche und
künstlerische Komponente aufweist", erläuterte Pater Josef kleine Bornhorst OP. Und weiter: „Die Glaselemente ermöglichen
Licht und Weite für den doch relativ kleinen Raum und geben durch einige
farbige Lichtstreifen dem Raum eine besondere Stimmung." Gefertigt wurden
die Glasarbeiten vom Glasstudio Derix in Taunusstein.
Die Dominikaner hatten den Neubau in
der Gartenfeldstraße im Sommer 2008 bezogen. In dem Kloster, das auch
Ausbildungshaus der Dominikanerprovinz Teutonia ist, leben zurzeit 17 Brüder,
zehn davon gehören dem Studentat an, das heißt sie
befinden sich in Ausbildung oder Studium. Das fünfgeschossige Haus ist damit
voll belegt. In Mainz werden die Dominikaner erstmals 1257 urkundlich erwähnt,
wo sie zunächst bis 1789 ansässig waren. Nach über 200 Jahren kehrte der Orden
im Jahr 1993 nach Mainz zurück, wo die Gemeinschaft zunächst die Pfarrseelsorge
von St. Bonifaz übernahm. An die lange Tradition der
Dominikaner in Mainz erinnert noch die Dominikanerstraße in der Nähe des
Staatstheaters.
Hinweis:
http://www.dominikaner-mainz.de/ tob (MBN)
Staatsrechtler Mückl: „Straßburger Kruzifix-Urteil weist Mängel auf“
Im November 2009 wertete der
Europäische Menschenrechtsgerichtshof Kruzifixe an italienischen Schulen als
Verstoß gegen das Erziehungsrecht der Eltern. Italien erhob Einspruch; Ende
Juli kommt das Urteil erneut zur Verhandlung. Ein solches Kruzifix-Verbot „aus
der Ferne“ ist vielen Europäern unverständlich. Der Streit um das Schulkreuz
werde sowieso viel zu wenig als öffentliche Debatte geführt. Das bemängelt der
Freiburger Staatsrechtler Stefan Mückl, der als
Dozent an der Päpstlichen Universität „Santa Croce“ lehrt. Er hat sich das
umstrittene Kruzifix-Urteil des Straßburger Gerichtes einmal näher angesehen.
Mückl
weist den Straßburger Richtern Fehlschlüsse und schwere handwerkliche Mängel
nach. Der supranationale Gerichtshof stütze sich bei seiner Entscheidung auf
das Kruzifixurteil des deutschen
Bundesverfassungsgerichtes (1995), ohne jedoch Fehler und die Besonderheiten
des deutschen Urteils zu berücksichtigen:
„Alle Schwachpunkte der
Kruzifix-Entscheidung des Bundesverfassungsgerichtes finden sich nun wieder in
der Entscheidung des Europäischen Menschenrechtsgerichtshofes“. (rv 3)
Studie. Immer mehr Eltern ohne Trauschein
Frankfurt/Main. Ein uneheliches Kind
hat eine alleinerziehende Mutter - diese Gleichung stimmt nach einer Studie des
Max-Planck-Instituts für demografische Forschung in Rostock nicht mehr.
Vielmehr lebten heute auch uneheliche
Kinder meist bei Vater und Mutter statt bei einem alleinerziehenden Elternteil,
berichtet die "Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung" aus der noch
unveröffentlichten Studie des Instituts. Grund sei der Trend junger Paare zu
einer Partnerschaft ohne Trauschein. Die Forscher hatten dazu Familienstand und
Geburten bei 12.000 Frauen der Jahrgänge 1971 bis 1973 erhoben.
Ergebnis: In nichtehelichen
Gemeinschaften lebten bei der Geburt des ersten Kindes 25 Prozent der
West-Frauen und 45 Prozent der Ost- Frauen. Das waren deutlich mehr als jene,
die bei der ersten Geburt alleinerziehend waren - 12 Prozent im Westen und 20
Prozent im Osten.
Die Mehrzahl unehelicher Kinder lebe
damit in eheähnlichen Partnerschaften, erklärten die Forscher die Daten. Als
eine Ursache nannten sie die Reform des Kindschaftsrechts
1998, die auch unverheirateten Eltern das gemeinsame Sorgerecht ermögliche.
(dpa 7)
Studie. Gläubige Muslime sind deutlich gewaltbereiter
Muslimische Jungendliche neigen zum
mehr Gewalt als Migranten anderer Konfessionen. Dies wird auf ihre
Männlichkeits-Vorstellungen zurückgeführt.
Jugendliche aus muslimischen
Zuwanderer-Familien sind nach einer neuen Studie deutlich gewaltbereiter als
Migranten anderer Konfessionen. Bei der Befragung von 45.000 Schülern seien
insbesondere gläubige Muslime durch jugendtypische Delikte wie Körperverletzung
oder Raub aufgefallen, berichtete die „Süddeutsche Zeitung“ unter Berufung auf
eine ihr vorliegende Studie des Kriminologischen Forschungsinstituts
Niedersachsen.
Zurückgeführt wird dies demnach vor
allem auf unterschiedliche Männlichkeits-Vorstellungen: „Die muslimische
Religiosität fördert die Akzeptanz der Machokultur“, sagte Instituts-Direktor
Christian Pfeiffer.
Pfeiffer warnte angesichts der
Ergebnisse jedoch vor einer pauschalen Verurteilung des Islams. Nötig sei
vielmehr eine „viel radikalere Integration“, forderte er. Für die Studie
befragten die Forscher 45.000 Jugendliche zwischen 14
und 16 Jahren, unter ihnen gut 10.000 Migranten. Vor allem Jungen aus
muslimischen Zuwanderer-Familien begingen demnach nach eigenen Angaben – und
nach Angaben von Opfern – häufiger Delikte wie Körperverletzung und Raub.
Die Kriminologen stellten nach eigenen
Angaben bei ihren Umfragen unter muslimischen Jugendlichen einen signifikanten
Zusammenhang zwischen Religiosität und Gewaltbereitschaft fest. Häufiges Beten
und Moscheebesuche bremsten die Gewaltbereitschaft
nicht. Wer besonders religiös lebe, schlage sogar häufiger zu, heißt es in der
Studie.
Bei evangelischen und katholischen
Jugendlichen zeigte sich indes eine gegenläufige Tendenz: Wer seinen Glauben lebe,
begehe seltener jugendtypische Straftaten. Dies gilt demnach gerade auch für
christliche Zuwanderer, die meist aus Polen oder der ehemaligen Sowjetunion
stammen.
Anzeige
Eine entscheidende Ursache des Problems
sieht die Studie in der Vermittlung des muslimischen Glaubens durch Imame, die
ohne Sprach- und Kulturkenntnisse aus dem Ausland nach Deutschland kommen und
mitunter „reaktionäre Männlichkeitsvorstellungen“ vermittelten. Zudem befördere
die Ausgrenzung von Muslimen durch einheimische Deutsche deren Rückzug in die
eigene Gruppe, sagte Pfeiffer. AFP 7