Notiziario religioso  8-10  Giugno  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Martedì 8 giugno. Il commento al Vangelo. “Voi siete il sale della terra“  1

2.       Mercoledì 9 giugno. Il commento al Vangelo. Venuto per dare compimento alla Legge  1

3.       Giovedì 10 giugno. Il commento al Vangelo. “Và prima a riconciliarti con il tuo fratello”  1

4.       Medio Oriente, monito del Papa: "Occupazione israeliana destabilizzante"  2

5.       Le minoranze cristiane nel Medio Oriente. La sindrome dei panda  2

6.       Anche a Cipro il papa porta la sua croce. Con letizia  2

7.       Da Cipro il monito del Papa per il M.O. "Stop a tensione, o sarà bagno di sangue"  3

8.       AsiaNews: «Monsignor Padovese è stato vittima di un omicidio rituale islamico»  4

9.       L’intervento alla Plenaria del  PCMI. “Linee oculate e concertate per l’accoglienza e l’integrazione”  4

10.   Turchia, ucciso monsignor Luigi Padovese. E' stato accoltellato in casa dall'autista  5

11.   Lo sguardo a Oriente. L'ultima intervista di mons. Padovese  5

12.   Cei. Presenza e servizio pastorale dei sacerdoti stranieri in Italia  5

13.   La Santa Sede chiede di porre fine ai “fondi avvoltoio”  6

14.   Il buon pastore che pasce il suo gregge  6

15.   Mons. Vegliò: politiche “coerenti” sul fenomeno migratorio  6

16.   Padre Samir: dalla Chiesa, nuovi impulsi al dialogo interreligioso  7

17.   Unità d’Italia. I cattolici e la casa comune. L'attualità di una cultura e di un impegno  7

 

 

1.       Zypernreise des Papstes: Mahnung zum Dialog zwischen Religionen und Konfessionen  8

2.       Papstbesuch in Zypern. Analyse. Heikle Gebete  8

3.       Sorge der Kirchen in Usa: Migranten, Flüchtlingen und Opfer des Menschenhandels  9

4.       Jerzy Popieluszko. Priester des Protests  9

5.       Papst Benedikt trifft in Nicosias lateinischer Pfarrkirche Gläubige aus Nahost und Afrika  10

6.       Türkei: Vorsitzender der Bischofskonferenz erstochen  10

7.       Mord an Bischof Luigi Padovese: Entsetzen und Fassungslosigkeit 11

8.       Abschluss des Priesterjahres: Würdigung und Nachwuchssorgen  11

9.       Weltmissionskonferenz in Edinburgh erinnert an Anfänge der Ökumene  11

10.   Papst Benedikt würdigt Makarios  11

11.   Vorwürfe gegen Zollitsch. Erzbistum Freiburg: Vorwürfe entbehren jeder Grundlage  12

12.   Vorwürfe Zollitsch. Kommentar: Was haben wir gelernt?  12

13.   Eucharistie – Zeichen der Einheit? . Überlegungen zur Ökumene an Fronleichnam   12

14.   Kardinal Lehmann weihte Kapelle der Mainzer Dominikaner ein  13

15.   Staatsrechtler Mückl: „Straßburger Kruzifix-Urteil weist Mängel auf“  13

16.   Studie. Immer mehr Eltern ohne Trauschein  14

17.   Studie. Gläubige Muslime sind deutlich gewaltbereiter 14

 

 

 

 

Martedì 8 giugno. Il commento al Vangelo. “Voi siete il sale della terra“

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 5,13-16) commentato da P. Lino Pedron 

 

13 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.

14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, 15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

Gesù paragona i discepoli al sale della terra e alla luce del mondo. Essi portano al mondo la felicità, trasfigurano la vita e danno sapore ad ogni realtà umana; se vengono meno non possono essere sostituiti da nessuno. Essi devono essere testimoni trasparenti della luce di Cristo che hanno in sé perché tutti, dentro e fuori della Chiesa, vedano le loro opere buone e glorifichino il Padre che è nei cieli.

Il potere del sale è molteplice. Esso condisce, depura, protegge dalla putrefazione. Nell’Antico Testamento lo si usava per il sacrificio. Secondo il Libro del Levitico 2,13 è prescritto che in ogni sacrificio di oblazione si offra il sale. Nel mondo greco il sale simboleggiava l’ospitalità.

Il significato dei discepoli per il mondo corrisponde a quello del sale per il cibo: essi sono insostituibili. Ma l’accento non è posto su questo punto, ma sulla possibilità di fallire. Il sale può diventare senza sapore e allora non c’è più nulla con cui si possa salare. Se i discepoli falliscono, se mancano al proprio compito, non resta loro che attendere il giudizio che gli uomini pronunciano su di loro. Specialmente in Isaia il giudizio è presentato come l’essere calpestati (Is 10,6). I cristiani sono il sale della terra se compiono le opere di misericordia sulle quali saranno giudicati (Mt 25,34ss).

Ai discepoli viene assegnata, senza limiti, la funzione di luce del mondo e di città sul monte. La città sopra il monte simboleggia la forza di attrazione della comunità dei discepoli. Occultando la luce, i discepoli si rendono colpevoli come il servo infingardo che ha nascosto il talento sotto terra (Mt 25,18 ss).

Il far risplendere la luce è la manifestazione della propria fede davanti agli uomini (Mt 10,32-33) e ciò richiede sacrificio. Le direttive del discorso della montagna mirano a far sì che il comportamento degli uomini sia conforme al comportamento di Dio (Mt 5,48).

I discepoli che vivono secondo le beatitudini, non vivono per sé, autosufficienti, nascosti in un angolo del mondo, ma in pubblico, visibili e accessibili agli uomini e anche esposti alle loro critiche. De.it.press

 

 

 

Mercoledì 9 giugno. Il commento al Vangelo. Venuto per dare compimento alla Legge

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 5,17-19) commentato da P. Lino Pedron 

 

17 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. 18 In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Gesù adempie le Scritture realizzando nella sua persona ciò che esse dicevano di lui. L’adempimento della Legge da parte di Gesù non è di ordine puramente dottrinale: è l’impegno stesso della sua vita e della sua morte.

Egli non è venuto per frustrare le attese dell’Antico Testamento, ma per realizzarle: non vuota la Legge del suo contenuto, ma la riempie fino all’ultimo livello, portandola fino alla sua più alta espressione.

Gesù non è un avversario di Mosè, ma non è nemmeno un suo discepolo; è al contrario il vero legislatore che Dio ha inviato agli uomini di tutti i tempi, di cui Mosè era solo un precursore.

Alla venuta del Messia, Mosè è invitato a scomparire (cfr Mt 17,8). La Legge era incompleta non perché non esprimesse la volontà di Dio, ma perché la esprimeva in un modo imperfetto e inadeguato. Anche i minimi dettagli della Legge conservano il loro eterno valore, soprattutto se la Legge è quella rinnovata da Cristo (v. 18).

Gesù compie la Legge, che manifesta la volontà del Padre, amando i fratelli. L’amore non trascura neanche un minimo dettaglio, anzi manifesta la propria grandezza nelle attenzioni minime.

Le realtà più solide, il cielo e la terra, potranno cadere ma non cadrà un iota, cioè la particella più piccola della Legge, finché non sia attuata. Non si tratta di salvaguardare l’adempimento del codice fin nelle sue minime prescrizioni, ma di comprenderne il profondo contenuto che sopravvive nel Vangelo: l’amore. Con la proclamazione del Vangelo l’Antico Testamento non finisce, ma si attua nel Nuovo.

De.it.press

 

 

 

 

Giovedì 10 giugno. Il commento al Vangelo. “ prima a riconciliarti con il tuo fratello”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 5,20-26) commentato da P. Lino Pedron 

 

20 Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.

23 Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all'altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.

25 Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. 26 In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all'ultimo spicciolo!

La concezione della giustizia secondo Matteo non può essere confusa con quella di Paolo. Per Paolo la giustizia è la giustificazione di Dio concessa per grazia all’uomo; per Matteo è il retto agire richiesto da Dio all’uomo.

Gesù ha rimesso in vigore la Legge come legge di Dio e documento dell’alleanza, ripulita da tutte le storture e le aggiunte delle tradizioni umane e delle incrostazioni depositate dai secoli.

La migliore giustizia, che deve superare quella degli scribi e dei farisei, richiesta da Cristo ai suoi discepoli sta anche nel fatto che Gesù ha ricondotto i singoli precetti a un principio dominante: l’esigenza dell’amore di Dio e del prossimo, da cui dipendono la Legge e i Profeti.

Gesù non propone una legge diversa, come appare chiaro in Mt 5,17: "Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento".

Gesù parla con autorità pari a quella di Dio che diede i Dieci Comandamenti. "Ma io vi dico" non contraddice quanto è stato detto, ma lo chiarisce, lo modifica in ciò che suona concessione, e passa dalle semplici azioni ai desideri del cuore, da cui tutto promana.

"Ma io vi dico" non è un’antitesi, ma un completamento: l’uccisione fisica viene da un’uccisione interna dell’altro: dall’ira, dal disprezzo, dalla rottura della fraternità nei suoi confronti. L’ira è l’uccisione dell’altro nel proprio cuore. Il disprezzo è l’uccisione interiore che prepara e permette quella esteriore.

Tutte le guerre sono precedute da una campagna denigratoria del nemico, considerato indegno di vivere e meritevole della morte: di conseguenza, ucciderlo è un dovere; anzi, è un’opera gradita a Dio, come ci ha detto Gesù: "Verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio" (Gv 16,2).

Il comandamento dell’amore del prossimo è superiore anche a quello del culto. La pace con il fratello è condizione indispensabile per la pace e l’incontro con il Padre. Ciò che impedisce il contatto con i fratelli impedisce anche il contatto con Dio.

Non solo chi ha offeso, ma anche chi è stato offeso, deve riconciliarsi col fratello prima di prendere parte a un atto di culto. Non è questione di ragione o di orto; quando c’è qualcosa che divide due membri della stessa comunità, tale ostacolo deve scomparire per poter comunicare con Dio.

La vita è un cammino di riconciliazione con gli altri. Non importa se si ha torto o ragione: se non si va d’accordo con i fratelli, non si è figli di Dio. La realtà di figli di Dio si manifesta necessariamente nel vivere da fratelli in Cristo.

Se non si passa dalla logica del debito a quella del dono e del perdono, si perde la vita di figli del Padre (cfr Mt 18,21-35). De.it.press

 

 

 

 

Medio Oriente, monito del Papa: "Occupazione israeliana destabilizzante"

 

Stretti tra il fondamentalismo islamico, l'autoritarismo di molti regimi dell'area e l'occupazione «ingiusta» dei territori palestinesi da parte di Israele, i cristiani arabi, iraniani, turchi sono costretti alla fuga e la loro scomparsa mette in pericolo non solo l'identità della Chiesa, che nel Medio Oriente affonda le sue radici, ma anche un futuro di democrazia e pluralismo per l'intera area. È il monito di fondo lanciato dal documento vaticano, l'Instrumentum Laboris del prossimo Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente, presentato stamane a Cipro da papa Ratzinger. Nel testo si osserva che dalla capacità di costruire una convivenza con i musulmani, con i quali i rapporti sono spesso «difficili», dipende in gran parte «il nostro futuro». Il documento, una quarantina di pagine tradotte in inglese, francese, italiano e arabo, invoca l'attenzione del mondo verso il ruolo fondamentale dei cristiani mediorientali, ma, allo stesso tempo, chiede alle comunità locali di trasformarsi in «minoranze attive» e non «ghettizzate», di superare le divisioni liturgiche e le rivalità tra le varie chiese cattoliche orientali, di migliorare la propria formazione umana e spirituale, e di recuperare la trasparenza nella gestione del denaro. Denuncia il fondamentalismo islamico, «una minaccia per tutti», rigetta ogni tentazione di antisemitismo, ma osserva che il dialogo con gli ebrei «non è facile».

 

I cristiani del Medio Oriente rappresentano «una ricchezza» non solo per la Chiesa ma per l'intero mondo democratico. È dunque una «grave responsabilità » la loro difesa, spiega il documento, denunciando come «nel gioco delle politiche internazionali si ignora spesso la loro esistenza». I cristiani - ricorda l'Instrumentum laboris - «appartengono a pieno titolo al tessuto sociale e all'identità stessa» della regione, sono stati «i pionieri della Nazione araba» e la loro scomparsa rappresenterebbe «una perdita per il pluralismo del Medio Oriente». In particolare i cattolici - esorta il Vaticano - «sono chiamati a promuovere il concetto di 'laicità positiva' dello Stato per «alleviare il carattere teocraticodi alcuni governi e permettere» più uguaglianza tra i cittadini di religioni differenti favorendo così la promozione di una democrazia sana».

 

«Le relazioni tra cristiani e musulmani sono, più o meno spesso, difficili soprattutto per il fatto che i musulmani non fanno distinzione tra religione e politica, il che mette i cristiani nella situazione delicata di non-cittadini», si legge nel testo. Il documento rilancia tuttavia un giudizio di Benedetto XVI:«il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi ad una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro».

 

OCCUPAZIONE ISRAELIANA INGIUSTA E DESTABILIZZANTE «Da decenni, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e l'egoismo delle grandi potenze hanno destabilizzato l'equilibrio della regione e imposto alle popolazioni una violenza che rischia di gettarle nella disperazione», denuncia il documento che ribadisce come l'occupazione israeliana sia »un'ingiustizia politica imposta ai palestinesi«, che nessun cristiano può giustificare con pretese teologiche, come fanno alcuni movimenti neo-evangelici sionisti. Nel ribadire la condanna per ogni forma di antisemitismo, la Chiesa definisce il dialogo con gli ebrei »essenziale, benchè non facile». L’U 6

 

 

 

 

Le minoranze cristiane nel Medio Oriente. La sindrome dei panda

 

L’assassinio di monsignor Luigi Padovese in Turchia e l’attacco di Israele alla nave di aiuti che faceva rotta su Gaza hanno avuto la conseguenza imprevista di svelare una rimozione collettiva dell’Occidente: il destino delle minoranze cristiane nel Medio Oriente. Si tratta di comunità ormai minuscole, asserragliate nei loro quartieri, se non nelle loro case: si tratti di Turchia, Iraq, Egitto o Siria. Sono i capri espiatori degli errori di Usa ed Europa e dei problemi irrisolti fra israeliani e palestinesi.

Rischiano a tal punto l’estinzione che per loro si parla di «sindrome dei panda»: quegli orsetti bianchi e neri, innocui e vegetariani, che ormai riescono a riprodursi solo in ambienti iperprotetti. Benedetto XVI ha detto a Cipro che quelle minoranze debbono continuare a poter vivere nei Paesi dove abitano da due millenni. Eppure, il Vaticano sa che chi resta è in pericolo. L’omicidio di Padovese, che segue quello di quattro anni fa di don Andrea Santoro sempre in Turchia, non va sottovalutato.

Conferma che l’habitat cristiano si è progressivamente inaridito fino a circondare le comunità mediorientali con un deserto ostile. Ancora qualche anno fa la perdita di fedeli non sembrava irreversibile. Poi è diventata quasi inarrestabile, con la guerra angloamericana in Iraq come acceleratore di persecuzioni ed esodo. L’identificazione spesso strumentale fra cristianesimo e Occidente ha finito per favorire la propaganda del fondamentalismo musulmano e le sue violenze. Ma il fondamentalismo è solo un aspetto. È vero che anche le chiese di mezza Europa, soprattutto cattoliche, stanno perdendo fedeli. Le istituzioni religiose additano l’infezione della secolarizzazione, alimentata dal declino dei valori spirituali e delle strutture sociali tradizionali; con l’aggiunta recente dello scandalo dei preti pedofili, che compromette la credibilità del Vaticano. In Medio Oriente, però, la situazione è diversa. L’effetto panda non è figlio di un difetto ma di un eccesso di religiosità: la presenza pervasiva e sottilmente discriminante dell’Islam.

Esiste un problema di libertà religiosa, segnalato da tempo senza grandi successi. Eppure, il pericolo del «bagno di sangue» che minaccia di sancire la deriva dell'occupazione dei territori palestinesi in Terra Santa, evocato ieri dal Papa, non sembra allarmare più di tanto l’Occidente. Il risultato è che in una regione, già destabilizzata, l’alternativa è fra martirio, assimilazione musulmana o emigrazione: soprattutto in Iraq, dove l’idea di creare «ghetti cristiani» protetti dagli Usa incontra resistenze.

Sarebbe l’ammissione dell’isolamento di comunità per lo più arabe, che sono state un ponte culturale storico fra Oriente e Occidente. La convocazione di un Sinodo per il Medio Oriente a ottobre con l'assistenza del gesuita egiziano Samir Khalil Samir, suona come il tentativo estremo di contrastare una situazione disperata.

Si cerca di evitare che in quei Paesi i santuari del cristianesimo si riducano, come ha predetto nel 1994 un diplomatico europeo pessimista o forse solo profetico, a «Disneyland spirituali».  Massimo Franco  CdS 7

 

 

 

Anche a Cipro il papa porta la sua croce. Con letizia

 

Tutti la meritiamo per i nostri peccati, spiega. Ma grazie a Gesù, agnello innocente,  essa è divenuta la speranza del mondo, la definitiva rivincita su tutti i mali. L'omelia della sera di sabato 5 giugno 2010 a Nicosia  - di Benedetto XVI

 

Cari fratelli e sorelle in Cristo, il Figlio dell’Uomo deve essere innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia la vita eterna (cfr. Giovanni 3, 14-15). In questa messa adoriamo e lodiamo il nostro Signore Gesù Cristo, poiché con la sua santa croce ha redento il mondo. Con la sua morte e risurrezione ha spalancato le porte del cielo e ci ha preparato un posto, affinché a noi, suoi seguaci, venga donato di partecipare alla sua gloria.

 

Nella gioia della vittoria redentrice di Cristo, saluto tutti voi riuniti nella chiesa della Santa Croce e vi ringrazio per la vostra presenza. [...] Qui a Cipro, terra che fu il primo porto di approdo dei viaggi missionari di san Paolo attraverso il Mediterraneo, giungo oggi fra voi, sulle orme di quel grande apostolo, per rinsaldarvi nella vostra fede cristiana e per predicare il Vangelo che offre vita e speranza al mondo.

 

 

Il centro della celebrazione odierna è la croce di Cristo. Molti potrebbero essere tentati di chiedere perché noi cristiani celebriamo uno strumento di tortura, un segno di sofferenza, di sconfitta e di fallimento. È vero che la croce esprime tutti questi significati. E tuttavia a causa di colui che è stato innalzato sulla croce per la nostra salvezza, rappresenta anche il definitivo trionfo dell’amore di Dio su tutti i mali del mondo.

 

Vi è un’antica tradizione che il legno della croce sia stato preso da un albero piantato da Seth, figlio di Adamo, nel luogo dove Adamo fu sepolto. In quello stesso luogo, conosciuto come il Golgota, il luogo del cranio, Seth piantò un seme dall’albero della conoscenza del bene e del male, l’albero che si trovava al centro del giardino dell’Eden. Attraverso la provvidenza di Dio, l’opera del Maligno sarebbe stata sconfitta ritorcendo le sue stesse armi contro di lui.

 

Ingannato dal serpente, Adamo ha abbandonato la filiale fiducia in Dio ed ha peccato mangiando i frutti dell’unico albero del giardino che gli era stato proibito. Come conseguenza di quel peccato entrarono nel mondo la sofferenza e la morte. I tragici effetti del peccato, e cioè la sofferenza e la morte, divennero del tutto evidenti nella storia dei discendenti di Adamo. Lo vediamo dalla prima lettura di oggi (Numeri 21, 4-9), che fa eco alla caduta e prefigura la redenzione di Cristo.

 

Come punizione dei propri peccati, il popolo di Israele, mentre languiva nel deserto, venne morso dai serpenti ed avrebbe potuto salvarsi dalla morte solo volgendo lo sguardo al simbolo che Mosè aveva innalzato, prefigurando la croce che avrebbe posto fine al peccato e alla morte una volta per tutte. Vediamo chiaramente che l’uomo non può salvare se stesso dalle conseguenze del proprio peccato. Non può salvare se stesso dalla morte. Soltanto Dio può liberarlo dalla sua schiavitù morale e fisica. E poiché Dio ha amato così tanto il mondo, ha inviato il suo Figlio unigenito non per condannare il mondo – come avrebbe richiesto la giustizia – ma affinché attraverso di lui il mondo potesse essere salvato. L’unigenito Figlio di Dio avrebbe dovuto essere innalzato come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così che quanti avrebbero rivolto lo sguardo a lui con fede potessero avere la vita.

 

Il legno della croce divenne lo strumento per la nostra redenzione, proprio come l’albero dal quale era stato tratto aveva originato la caduta dei nostri progenitori. La sofferenza e la morte, che erano conseguenze del peccato, divennero il mezzo stesso attraverso il quale il peccato fu sconfitto. L’agnello innocente fu sacrificato sull’altare della croce, e tuttavia dall’immolazione della vittima scaturì una vita nuova: il potere del maligno fu distrutto dalla potenza dell’amore che sacrifica se stesso.

 

La croce, pertanto, è qualcosa di più grande e misterioso di quanto a prima vista possa apparire. Indubbiamente è uno strumento di tortura, di sofferenza e di sconfitta, ma allo stesso tempo esprime la completa trasformazione, la definitiva rivincita su questi mali, e questo lo rende il simbolo più eloquente della speranza che il mondo abbia mai visto. Parla a tutti coloro che soffrono – gli oppressi, i malati, i poveri, gli emarginati, le vittime della violenza – ed offre loro la speranza che Dio può trasformare la loro sofferenza in gioia, il loro isolamento in comunione, la loro morte in vita. Offre speranza senza limiti al nostro mondo decaduto.

 

Ecco perché il mondo ha bisogno della croce. Essa non è semplicemente un simbolo privato di devozione, non è un distintivo di appartenenza a qualche gruppo all’interno della società, ed il suo significato più profondo non ha nulla a che fare con l’imposizione forzata di un credo o di una filosofia. Parla di speranza, parla di amore, parla della vittoria della non violenza sull’oppressione, parla di Dio che innalza gli umili, dà forza ai deboli, fa superare le divisioni, e vincere l’odio con l’amore. Un mondo senza croce sarebbe un mondo senza speranza, un mondo in cui la tortura e la brutalità rimarrebbero sfrenati, il debole sarebbe sfruttato e l’avidità avrebbe la parola ultima. L’inumanità dell’uomo nei confronti dell’uomo si manifesterebbe in modi ancor più orrendi, e non ci sarebbe la parola fine al cerchio malefico della violenza. Solo la croce vi pone fine. Mentre nessun potere terreno può salvarci dalle conseguenze del nostro peccato, e nessuna potenza terrena può sconfiggere l’ingiustizia sin dalla sua sorgente, tuttavia l’intervento salvifico del nostro Dio misericordioso ha trasformato la realtà del peccato e della morte nel suo opposto. Questo è quanto celebriamo quando diamo gloria alla croce del Redentore. Giustamente sant’Andrea di Creta descrive la croce come “più nobile e preziosa di qualsiasi cosa sulla terra […], poiché in essa e mediante di essa e per essa tutta la ricchezza della nostra salvezza è stata accumulata e a noi restituita” (Oratio X, PG 97, 1018-1019).

 

Cari fratelli sacerdoti, cari religiosi, cari catechisti, il messaggio della croce è stato affidato a noi, così che possiamo offrire speranza al mondo. Quando proclamiamo Cristo crocifisso, non proclamiamo noi stessi, ma lui. Non offriamo la nostra sapienza al mondo, non parliamo dei nostri propri meriti, ma fungiamo da canali della sua sapienza, del suo amore, dei suoi meriti salvifici. Sappiamo di essere semplicemente dei vasi fatti di creta e, tuttavia, sorprendentemente siamo stati scelti per essere araldi della verità salvifica che il mondo ha bisogno di udire. Non stanchiamoci mai di meravigliarci di fronte alla grazia straordinaria che ci è stata data, non cessiamo mai di riconoscere la nostra indegnità, ma allo stesso tempo sforziamoci sempre di diventare meno indegni della nostra nobile chiamata, in modo da non indebolire mediante i nostri errori e le nostre cadute la credibilità della nostra testimonianza.

 

In questo Anno Sacerdotale permettetemi di rivolgere una parola speciale ai sacerdoti oggi qui presenti e a quanti si preparano all’ordinazione. Riflettete sulle parole pronunciate al novello sacerdote dal Vescovo, mentre gli presenta il calice e la patena: “Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore”.

 

Mentre proclamiamo la croce di Cristo, cerchiamo sempre di imitare l’amore disinteressato di colui che offrì se stesso per noi sull’altare della croce, di colui che è allo stesso tempo sacerdote e vittima, di colui nella cui persona parliamo ed agiamo quando esercitiamo il ministero ricevuto. Nel riflettere sulle nostre mancanze, sia individualmente sia collettivamente, riconosciamo umilmente di aver meritato il castigo che lui, l’Agnello innocente, ha patito in nostra vece. E se, in accordo con quanto abbiamo meritato, avessimo qualche parte nelle sofferenze di Cristo, rallegriamoci, perché ne avremo una felicità ben più grande quando sarà rivelata la sua gloria.

 

Nei miei pensieri e nelle mie preghiere mi ricordo in modo speciale dei molti sacerdoti e religiosi del Medio Oriente che stanno sperimentando in questi momenti una particolare chiamata a conformare le proprie vite al mistero della croce del Signore. Dove i cristiani sono in minoranza, dove soffrono privazioni a causa delle tensioni etniche e religiose, molte famiglie prendono la decisione di andare via, e anche i pastori sono tentati di fare lo stesso. In situazioni come queste, tuttavia, un sacerdote, una comunità religiosa, una parrocchia che rimane salda e continua a dar testimonianza a Cristo è un segno straordinario di speranza non solo per i cristiani, ma anche per quanti vivono nella Regione. La loro sola presenza è un’espressione eloquente del Vangelo della pace, della decisione del Buon Pastore di prendersi cura di tutte le pecore, dell’incrollabile impegno della Chiesa al dialogo, alla riconciliazione e all’amorevole accettazione dell’altro. Abbracciando la croce loro offerta, i sacerdoti e i religiosi del Medio Oriente possono realmente irradiare la speranza che è al cuore del mistero che celebriamo nella liturgia odierna.

 

Rinfranchiamoci con le parole della seconda lettura di oggi  (Filippesi 2, 5-11), che parla così bene del trionfo riservato a Cristo dopo la morte in croce, un trionfo che siamo invitati a condividere. “Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra”. Sì, amati fratelli e sorelle in Cristo, lungi da noi la gloria che non sia quella nella croce di Nostro Signore Gesù Cristo (cfr. Galati 6, 14). Lui è la nostra vita, la nostra salvezza e la nostra risurrezione. Per lui noi siamo stati salvati e resi liberi. Benedetto XVI

 

 

 

 

Da Cipro il monito del Papa per il M.O. "Stop a tensione, o sarà bagno di sangue"

 

Il pontefice presenta l'Instrumentum Laboris, il documento base del prossimo sinodo vaticano dedicato alla regione mediorientale. "L'estremismo islamico è una minaccia per tutti"

 

NICOSIA - Messa di saluto a Cipro, durante la quale il papa invita ad "abbattere le barriere", a dire no a "egoismo, avidità e sfiducia verso gli altri". Ma, soprattutto, un duro monito alle grandi potenze e anche ad Israele sulla pace in Medio Oriente. È il senso dell'"Instrumentum laboris" per il sinodo che si terrà a ottobre in Vaticano, presentato oggi da Benedetto XVI, nel quale si afferma che è necessario porre fine subito alle tensioni, oppure si andrà incontro ad un bagno di sangue. 

 

Il conflitto israelo-palestinese. "Da decenni - si legge nel documento - la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e l'egoismo delle grandi potenze hanno destabilizzato l'equilibrio della regione e imposto alle popolazioni una violenza che rischia di gettarle nella disperazione". Nel testo, che costituisce il documento di lavoro dell'assise dei vescovi (pubblicato in 4 lingue: arabo, francese, inglese e italiano), si ribadisce che l'occupazione israeliana è "un'ingiustizia politica imposta ai palestinesi", che nessun cristiano può giustificare con pretese teologiche.

 

La minaccia dell'estremismo islamico. L'esortazione a cercare la pace, ma anche la denuncia della minaccia che l'estremismo islamico, in continua crescita in tutto il Medio Oriente rappresenta "per tutti, cristiani, ebrei e musulmani": c'è anche quanto nel documento base del prossimo sinodo vaticano dedicato alla regione mediorientale.

 

Gli obiettivi del sinodo. "Confermare e rafforzare i cristiani nella loro identità mediante la parola di Dio e i sacramenti" e "ravvivare la comunione ecclesiale tra le chiese". Sono questi i principali obiettivi del sinodo, in programma in Vaticano dal 10 al 24 ottobre. Ma l'assise dei vescovi sarà anche l'occasione per rafforzare "l'impegno ecumenico e il dialogo con ebrei e musulmani per il bene dell'intera società e perché la religione, soprattutto di quanti professano un unico Dio diventi sempre di più motivo di pace". Il summit "intende fornire ai cristiani le ragioni della loro presenza in una società prevalentemente musulmana, sia essa araba, turca, iraniana o ebrea nello stato di israele". LR 6

 

 

 

 

AsiaNews: «Monsignor Padovese è stato vittima di un omicidio rituale islamico»

 

L'agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere: dopo averlo decapitato Murat gridò «Allah Akbar»

 

MILANO - Monsignor Luigi Padovese potrebbe essere stato ucciso nell'ambito di un omicidio rituale islamico. «Nuovi e agghiaccianti particolari» sull'uccisione del presidente dei vescovi cattolici turchi, sono stati rivelati da AsiaNews, agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere, che sostiene la tesi di un «omicidio rituale», dunque inquadrabile nella visione dell'islam fondamentalista, e ritiene che alla luce dei fatti siano «da rivedere le dichiarazioni del governo turco e le prime convinzioni espresse dal Vaticano, secondo cui l'uccisione non avrebbe risvolti politici e religiosi, fermo restando che, come ha detto Benedetto XVI nell'aereo in viaggio per Cipro, questo assassinio «non può essere attribuito alla Turchia e ai turchi, e non deve oscurare il dialogo».

LE TESTIMONIANZE - «Testimoni - scrive AsiaNews - affermano di aver sentito il vescovo gridare aiuto. Ma ancora più importante, è che essi hanno sentito le urla di Murat subito dopo l'assassinio». Secondo le fonti citate dall'agenzia, egli è salito sul tetto della casa è ha gridato: «Ho ammazzato il grande satana! Allah Akbar!». «Questo grido - sottolinea Asia News - coincide perfettamente con l'idea della decapitazione, facendo intuire che essa è come un sacrificio rituale contro il male. Ciò mette in relazione l'assassinio con i gruppi ultranazionalisti e apparentemente fondamentalisti islamici che vogliono eliminare i cristiani dalla Turchia». Secondo Asianews, «la presunta insanità del 26enne che da oltre quattro anni viveva a fianco del vescovo è ormai indifendibile». «Sono in pochi a credere allo squilibrio mentale dell'omicida», ha dichiarato da parte sua padre Domenico Bertogli, vicario generale di Anatolia. «La cosa non appare così semplice - ha spiegato il vice di Padovese in un'intervista diffusa dal Servizio Informazioen Religiosa - come si potrebbe pensare. Per questo abbiamo chiesto che si faccia piena luce su un omicidio che non può essere subito archiviato come opera di uno squilibrato. Un clichè che ricalca quello già visto in altri fatti analoghi». Ercan Eris, l'avvocato della Conferenza Episcopale Turca, sostiene che l'omicida non può essere diventato depresso in un giorno e che non esiste nessun rapporto sanitario che lo dichiari tale. Ormai è certo che il giovane è sano di mente. «Non c'è alcun certificato medico - riporta AsiaNews - che attesti la sua invalidità mentale. Negli ultimi tempi egli stesso diceva di essere depresso, ma ormai si pensa che questa fosse tutta una strategia per potersi difendere in seguito».

NUOVA TESI DIFENSIVA - Ercan Eris, l'avvocato della Conferenza Episcopale Turca, sostiene che l'omicida non può essere diventato depresso in un giorno e che non esiste nessun rapporto sanitario che lo dichiari tale. Ormai è certo che il giovane è sano di mente. «Non c'è alcun certificato medico - riporta AsiaNews - che attesti la sua invalidità mentale. Negli ultimi tempi egli stesso diceva di essere depresso, ma ormai si pensa che questa fosse tutta una strategia per potersi difendere in seguito». Secondo voci nella polizia inoltre, sembra che Murat ora stia offrendo una nuova giustificazione del suo gesto: monsignor Padovese sarebbe un omosessuale e lui, Murat, 26 anni, sarebbe la vittima, «costretta a subire abusi». La strategia difensiva dell'omicida è indirizzata cioè a sostenere l'ipotesi di un atto di «legittima difesa». Secondo esperti del mondo turco citati da AsiaNews, l'uccisione di monsignor Padovese mostra un'evoluzione delle organizzazioni dello «Stato profondo»: è la prima volta che essi mirano così in alto.

«TURCHIA, TERRA DI MARTIRIO» - E Ruggero Franceschini, vescovo di Smirne, che ha presieduto i funerali di monsignor Padovese oggi a Iskanderun lo ha definito «un martire». Nel corso dell'omelia, monsignor Franceschini ha affermato: «La tragica notizia della morte violenta di Monsignor Luigi Padovese ci ha lasciati sgomenti, incapaci di capire come potesse essere accaduta una cosa così orribile, soprattutto nei confronti di un Uomo di Chiesa, un Vescovo molto amico dei Turchi e della Turchia. Questa terra si conferma così, ancora una volta, luogo di martirio anche per chi la amava tanto». CdS 7

 

 

 

 

L’intervento alla Plenaria del  PCMI. “Linee oculate e concertate per l’accoglienza e l’integrazione”

 

CITTÀ DEL VATICANO - Pastorale della mobilità oggi, nel contesto della corresponsabilità degli Stati e degli Organismi Internazionali”. É stato questo il tema della Plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti che si è svolta in Vaticano dal 26 al 28 maggio scorso.

All’incontro hanno partecipato 23 membri del Pontificio Consiglio tra cardinali, arcivescovi e vescovi, provenienti da vari Paesi, coadiuvati da 10 consultori, anch’essi di diverse nazionalità e specialisti in materie inerenti ai settori di mobilità umana affidati alla cura del Pontificio Consiglio.

Momento culminante dell’incontro l’udienza del 28 maggio con Benedetto XVI che nel suo intervento ha sottolineato che per la convivenza tra i popoli servono “linee oculate e concertate per l’accoglienza e l’integrazione, consentendo occasioni di ingresso nella legalità, favorendo il giusto diritto al ricongiungimento familiare, all'asilo e al rifugio, compensando le necessarie misure restrittive e contrastando il deprecabile traffico di persone”.

Per Papa Ratzinger “le diverse organizzazioni a carattere internazionale, in cooperazione tra di loro e con gli Stati, possono fornire il loro peculiare apporto nel conciliare, con varie modalità, il riconoscimento dei diritti della persona e il principio di sovranità nazionale, con specifico riferimento alle esigenze della sicurezza, dell'ordine pubblico e del controllo delle frontiere”.

A proposito delle convenzioni internazionali per garantire la protezione dei diritti umani dei migranti e combattere discriminazione, xenofobia e intolleranza, Benedetto XVI ha apprezzato “lo sforzo di costruire un sistema di norme condivise che contemplino i diritti e i doveri dello straniero, come pure quelli delle comunità di accoglienza”.

“Ovviamente - ha precisato il Pontefice - l’acquisizione di diritti va di pari passo con l’accoglienza di doveri”. “La responsabilità degli Stati e degli Organismi Internazionali si esplica specialmente nell’impegno di incidere su questioni che, fatte salve le competenze del legislatore nazionale, coinvolgono l’intera famiglia dei popoli, ed esigono una concertazione tra i Governi e gli Organismi più direttamente interessati”. Qui ha fatto riferimento, tra l’altro, all’“ingresso” o “allontanamento forzato” dei migranti: “non si deve dimenticare l’importante ruolo di mediazione affinché le risoluzioni nazionali e internazionali, che promuovono il bene comune universale, trovino accoglienza presso le istanze locali e si ripercuotano nella vita quotidiana”, per un “ordine sociale mondiale basato sulla pace, sulla fraternità e sulla cooperazione di tutti, nonostante la fase critica che le istituzioni internazionali stanno attraversando”.

“È vero che, purtroppo, assistiamo al riemergere di istanze particolaristiche in alcune aree del mondo, ma è pure vero che ci sono latitanze ad assumere responsabilità che dovrebbero essere condivise. Inoltre, non si è ancora spento l'anelito di molti ad abbattere i muri che dividono e a stabilire ampie intese, anche mediante disposizioni legislative e prassi amministrative che favoriscano l’integrazione, il mutuo scambio e l’arricchimento reciproco”.

Il testo integrale del discorso di Papa Benedetto XVI è visibile su www.vatican.va e su www.migrantes.it. (Migranti-press)

 

 

 

 

Turchia, ucciso monsignor Luigi Padovese. E' stato accoltellato in casa dall'autista

 

Iskenderun - Monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico per l'Anatolia, e' stato pugnalato a morte nel sud della Turchia. Lo riferisce l'emittente turca Ntv, spiegando che il religioso italiano e' stato accoltellato nella sua casa a Iskenderun, citta' sul Mediterraneo. Trasferito d'emergenza in ospedale, vi e' morto poco dopo a causa delle ferite. Ad ucciderlo, secondo le prime notizie, sarebbe stato il suo autista privato Murat Altun.

Il presunto omicida era da tempo "sotto cura psicologica" ha dichiarato ad Adnkronos l'ambasciatore italiano in Turchia, Carlo Marsili, spiegando che la notizia gli e' giunta dal governatore della provincia di Hatay, in cui si trova Iskenderun, citta' in cui e' avvenuto l'omicidio.

L'uomo, che avrebbe ucciso a pugnalate il vicario apostolico in Anatolia nella sua residenza, "proprio ora e' sottoposto a interrogatorio da parte della polizia di Iskenderun", ha aggiunto l'ambasciatore.

"In base ai primi resoconti, l'omicidio di monsignor Luigi Padovese non ha un movente politico" ha invece sottolineato il governatore della provincia turca di Hatay, Mehmet Celalettin Lekesiz, in una dichiarazione ai media locali.

"E' emerso che il presunto colpevole era sottoposto a un trattamento a causa di disturbi psicologici"-

"Nei giorni scorsi non c'e' stata alcuna situazione di allarme", niente che potesse far pensare all'omicidio di monsignor Padovese. Lo spiega ad Adnkronos. Rinaldo Marmara, portavoce della Conferenza episcopale turca e direttore della Caritas turca. Marmara assicura inoltre che in questo momento la situazione per i crisitiani in Turchia, paese in prevalenza musulmano, e' abbastanza "tranquilla, non c'e' tensione, lavoravamo con serenita' ai preparativi per i festeggiamenti dell'anniversario dei rapporti diplomatici tra Turchia e Santa Sede".

"Siamo colpiti dall'omicidio di una persona cosi' positiva - aggiunge - che dava un grande contributo alla Chiesa in Turchia, su cui si poteva contare. Non riesco a immaginare come potra' essere il futuro dei crisitiani di Turchia".

Sulle dinamiche dell'omicidio, spiega, "sappiamo solo che e' avvenuto questa mattina, si dice per mano del suo autista, ma non se ne conoscono ancora le motivazioni".

Mons. Padovese, 63 anni, che era anche presidente della Conferenza episcopale turca, era molto impegnato nell'ecumenismo e nel dialogo con l'Islam, come anche nel far rivivere le diverse comunita' cristiane turche, ricorda il sito Asianews. Ieri aveva incontrato le autorita' turche per affrontare i problemi legati alle minoranze cristiane. Domani sarebbe andato a Cipro, per incontrare Benedetto XVI, in viaggio sull'isola. Nel 2006 era stato ucciso a Trabzon il sacerdote don Andrea Santoro.

Monsignor Luigi Padovese era nato a Milano il 31 marzo del 1947. Risale al 4 ottobre del 1965 la sua prima professione nei frati cappuccini ed esattamente a tre anni dopo quella solenne. Il 16 giugno del 1973 fu ordinato sacerdote. Professore titolare della cattedra di Patristica alla Pontificia Universita' dell'Antonianum, e' stato per 16 anni direttore dell'Istituto di Spiritualita' nella stessa universita'.

Professore invitato alla Pontificia Universita' Gregoriana e alla Pontificia Accademia Alfonsiana, per dieci anni e' stato visitatore del Collegio Orientale di Roma per la Congregazione delle Chiese Orientali. Era anche consulente della Congregazione per le Cause dei Santi. L'11 ottobre 2004 fu nominato Vicario Apostolico dell'Anatolia e vescovo titolare di Monteverde. Fu consacrato a Iskenderun il 7 novembre dello stesso anno.

La presidenza della Camera si attivera' presso il governo ''perche' possa venire a riferire su questo gravissimo fatto''. Cosi' il presidente di turno di Montecitorio, Maurizio Lupi, accoglie le richieste sollevate in aula da Giovanni Sanga del Pd e da Renato Farina del Pdl per chiedere al governo un'informativa sull'omicidio in Turchia di monsignor Luigi Padovese. Lupi ha espresso il cordoglio di tutti i deputati per ''questo gravissimo fatto'' e ha ricordato la ''grande personalita''' di Padovese, conosciuto con molti colleghi parlamentari durante una visita in Turchia.

Adnkronos 3

 

 

 

 

 

Lo sguardo a Oriente. L'ultima intervista di mons. Padovese

 

Mons. Luigi Padovese, vicario apostolico dell'Anatolia, è stato ucciso il 3 giugno in Turchia. "Un fatto orribile, siamo costernati": queste le prime parole del direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi. Pubblichiamo di seguito l'ultima intervista di mons. Padovese a SIR Europa (del 26 maggio).

 

 

Eccellenza, con l'Anno Paolino, Tarso e Antiochia sono ormai entrate a pieno titolo tra le mete più amate dai pellegrini di tutto il mondo. Eppure non si riesce ancora ad avere la concessione della chiesa di san Paolo…

"Sulla concessione, finora, verbale della chiesa, siamo ancora a livello di trattativa; la situazione non è pienamente risolta. Ciò che di fatto ci interessa non è tanto la proprietà della chiesa o che questa venga data in gestione alla Chiesa cattolica o alla comunità ortodossa. Ci interessa soprattutto la possibilità di celebrare liberamente e cosicché tutti i pellegrini possano andare a Tarso sapendo che possono pregare senza essere disturbati e senza limitazione. Abbiamo gruppi che arrivano quasi quotidianamente e prevedo un sensibile aumento nei prossimi mesi. Tarso, con Antiochia e la Cappadocia, è nei grandi percorsi di pellegrinaggio e questo è un bene anche per la Chiesa turca".

 

Anche alla luce dell'Anno Paolino, con che spirito la Chiesa di Turchia parteciperà al Sinodo per il Medio Oriente di ottobre?

"Ho collaborato alla stesura dei Lineamenta e dell'Instrumentum laboris che verrà consegnato ai vescovi d'Oriente da Benedetto XVI a Cipro il 6 giugno. Al Sinodo ci sarà una Chiesa turca rinvigorita e più consapevole della propria fede. Tra i frutti dell'Anno Paolino e dei tanti pellegrinaggi che qui continuano ad arrivare, c'è anche la maggiore consapevolezza dei cristiani locali della preziosità di questi luoghi per la tradizione cristiana. La presenza dei pellegrini ridesta la certezza di vivere in una Terra Santa. Altro effetto positivo riguarda i musulmani. Essi vedono che giungono cristiani che, lungi dal voler sfruttare turisticamente il posto, si mettono in atteggiamento di preghiera e ciò aiuta a superare diffidenze reciproche che si sono accumulate nel passato. Credo che la testimonianza più bella che si possa dare alla Turchia sia quella di vedere uomini e donne che pregano".

 

In che modo il tema del Sinodo "La Chiesa cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza" interpella la Chiesa cattolica turca?

"Siamo interpellati sia dal punto di vista del dialogo ecumenico sia da quello con l'Islam. Vivendo in un Paese a maggioranza musulmana c'è la necessità da parte dei cristiani di non essere frammentati in tanti ruscelli ma di costituire un fiume, mettendo in evidenza le cose che ci uniscono e dando l'idea alla società islamica che i cristiani non sono divisi ma distinti. E questa è una ricchezza. Va sfatata poi l'impressione che la Chiesa, soprattutto quella latina, stia facendo proselitismo. Siamo una presenza rispettosa delle altre identità confessionali e religiose e vogliamo essere riconosciuti come tali con tutti i diritti. Noi siamo cittadini dei Paesi nei quali viviamo. La nostra forza si appoggia non tanto sulla nostra fede quanto piuttosto sul diritto che ogni Costituzione riconosce ai propri cittadini. Nei Paesi a maggioranza musulmana, dove le Chiese del Medio Oriente vivono, il Cristianesimo è visto come una religione lecita, è permesso essere cristiani però talvolta, in più aspetti, si vive in una situazione di inferiorità rispetto agli altri. Il diritto di rivendicare la piena cittadinanza, specie in Paesi musulmani diventa quanto mai importante".

 

Tra meno di dieci giorni Benedetto XVI si recherà a Cipro, ponte tra l'Europa e la Terra Santa, dove consegnerà l'Instrumentum laboris del Sinodo. A suo parere, cosa potrà dare questo Sinodo alle Chiese europee?

"Avvicinarle alle sorelle orientali. Cipro come la Turchia è una realtà di ponte tra due mondi e due culture e anche tra due religioni. È significativo che la Chiesa cattolica cipriota sia stata da poco riconosciuta come membro effettivo del Ccee, il Consiglio delle Conferenze episcopali europee. La Chiesa turca e cipriota, presenti al Sinodo, essendo realtà di mediazione, potranno favorire uno sguardo più attento e approfondito rivolto alle Chiese d'Oriente". Sir 3

 

 

 

 

 

Cei. Presenza e servizio pastorale dei sacerdoti stranieri in Italia

 

CITTÀ DEL VATICANO - Un’ampia e cordiale partecipazione ha caratterizzato la 61ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, riunita nell’Aula del Sinodo della Città del Vaticano dal 24 al 28 maggio 2010. Hanno preso parte ai lavori 237 membri, 21 Vescovi emeriti, 23 delegati di Conferenze Episcopali Europee, i rappresentanti di religiosi, consacrati e della Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali, nonché alcuni esperti in ragione degli argomenti trattati. Tra i temi pastorali - spiega il comunicato finale dei lavori - è stato oggetto di approfondimento specifico la presenza e il servizio dei sacerdoti stranieri in Italia.

Riportiamo integralmente il paragrafo del comunicato finale su “Presenza e servizio pastorale dei sacerdoti stranieri in Italia

 

“La missione, che non conosce confini, vive di scambio e di cooperazione tra le Chiese. Alla generosa tradizione italiana – che annovera a tutt’oggi circa diecimila missionari, fra cui cinquecento sacerdoti diocesani fidei donum – in tempi recenti si è affiancato anche il fenomeno inverso, che fa registrare una crescente presenza di sacerdoti stranieri, coinvolti a tempo pieno nella pastorale delle diocesi italiane. Tale fenomeno è stato presentato analizzando alcune questioni di fondo: le motivazioni che soggiacciono a tale presenza; il rischio di impoverire le Chiese di provenienza, contribuendo nel contempo a raffreddare la disponibilità italiana alla missione; la necessità di accompagnare attivamente queste nuove presenze”. (Migranti-press)

 

 

 

 

 

La Santa Sede chiede di porre fine ai “fondi avvoltoio

 

Intervenendo alla XIV sessione del Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra, l'Arcivescovo Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l'Ufficio ONU della città svizzera, ha chiesto di porre fine alla speculazione dei cosiddetti “fondi avvoltoio”.

Questi ultimi, ha spiegato in un'intervista rilasciata alla “Radio Vaticana”, sono “dei fondi o degli investimenti che prendono il nome da questo uccello che spolpa le ossa delle carcasse degli altri animali oppure attacca quando un animale è quasi pronto a morire”.

In altre parole, “sono dei fondi speculativi che acquistano a basso prezzo i debiti dei Paesi in via di sviluppo, da creditori pubblici o privati, ma soprattutto dallo Stato. Dopo di che, la compagnia che compra il debito ad un prezzo molto ridotto va a chiedere al Paese debitore, in maniera del tutto legale, il rimborso del credito iniziale, aumentando la richiesta e chiedendo anche gli interessi, in modo che il costo iniziale cresca di molto”.

“Quando il Paese poi non può pagare, specialmente i Paesi in via di sviluppo dell’Africa, questi 'fondi avvoltoio' tentano di prendersi il denaro proveniente dai finanziatori pubblici o da qualche risorsa primaria di questo Paese, come petrolio o altre materie prime, in modo non solo da recuperare la spesa iniziale, ma facendo degli enormi profitti a scapito appunto di questi Paesi”.

In questo contesto, la Santa Sede chiede di eliminare tali speculazioni, “perché vanno a danno dei Paesi più poveri, che hanno diritto invece ad avere il necessario per la loro gente e avviarsi verso lo sviluppo”.

In altre parole, ha sottolineato, “l’economia ha delle conseguenze sociali”, che devono essere “prese in considerazione” e a cui “si deve dare priorità, perché alla fine è il bene comune che stiamo cercando: il bene delle persone è al di sopra dei meccanismi del profitto”.

“Il principio che i debiti devono essere pagati noi lo sosteniamo, ma nello stesso tempo si dice anche che le popolazioni hanno diritto alla sopravvivenza”, ha dichiarato il presule, ricordando che “bisogna garantire l’esercizio dei diritti umani fondamentali”.

Il debito, dunque, “non deve diventare una forma di oppressione, bloccando lo sviluppo e la sopravvivenza”.

“Si devono cercare delle formule per incoraggiare sia i Paesi indebitati ad evitare la mancanza di una gestione trasparente, evitare la corruzione, evitare una programmazione fallimentare, ma dall’altra anche i Paesi ricchi a condonare quando è possibile questi debiti, in modo da garantire una ripresa nuova per questi Paesi”, ha concluso. Zenit 6 

 

 

 

 

Il buon pastore che pasce il suo gregge

 

Fratello, amico, padre spirituale. Il sacerdote è l'espressione vivente dell'amore di Cristo per i suoi figli. Una dimensione che va riscoperta e valorizzata guardando oltre gli scandali di questi mesi. - di Padre Luciano Segafreddo

 

«Il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù», scriveva Giovanni Maria Vianney, un umile parroco di Ars, in Francia, di cui ricorre il 150° della morte. La sua vita e la sua santità hanno ispirato Benedetto XVI a dedicare un anno sacerdotale, che si conclude il prossimo 19 giugno, per «promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti, per una loro più incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi». Non è facile cogliere i valori della missione del sacerdote di fronte all’attuale gogna mediatica a cui la Chiesa si trova sottoposta negli ultimi tempi, e motivata dallo scandalo legato ad alcuni ministri di culto sotto accusa per peccati e reati legati alla pedofilia, che vanno denunciati alle autorità preposte. Si tratta di fatti gravi, ma non per questo possono oscurare la bellezza del sacerdozio che deve recuperare la specificità della sua vocazione, come chiamata divina, consolidata da una formazione umana, e maturata da una spiritualità capace di trasformare la vita del consacrato, come scriveva il Curato d’Ars, in testimonianza dell’«amore del cuore di Gesù». Solo se umanamente maturo e consapevole dei suoi impegni spirituali, il sacerdote può esercitare la sua missione evangelizzatrice: attento alle necessità umane e morali dei fedeli; partecipe delle loro sofferenze e dei loro drammi, senza rimanerne succube perché sorretto da una fede pasquale che dona sempre prospettive e speranza.

La missione del sacerdote «non è una cosa aggiunta alla fede, ma è il dinamismo della fede stessa», ha detto papa Benedetto lo scorso 12 febbraio ai seminaristi romani. E su questo «dinamismo della fede», nella Lettera scritta per l’Anno sacerdotale aggiunge: «Nel contesto della spiritualità alimentata dalla pratica dei consigli evangelici, mi è caro rivolgere ai sacerdoti un particolare invito a saper cogliere la nuova primavera che lo Spirito sta suscitando ai giorni nostri nella Chiesa, non per ultimo attraverso i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità». Tutti constatiamo la grandezza del dono del sacerdozio in tante realtà pastorali, ferventi di fede e d’animazione pastorale. Un dono che diviene annuncio di speranza e di gioia. Don Tonino Bello, compianto vescovo di Molfetta, diceva ai sacerdoti: «Siate gli uomini della festa, gli irriducibili cantori dell’annuncio pasquale».

Un’attenzione particolare va da noi rivolta ai sacerdoti e ai consacrati che operano nelle Missioni cattoliche italiane d’Europa e nelle chiese cattoliche d’altri continenti dove si continuano ad assistere, spiritualmente, le famiglie d’origine italiana e quanti, stimolati oggi dalle alternative offerte dalla mobilità, lasciano l’Italia per motivi di studio o per migliori opportunità professionali. Ma la presenza dei sacerdoti s’allarga maggiormente se lo sguardo raggiunge continenti dove più difficile e arduo è l’impegno per l’evangelizzazione e la promozione umana.

In alcuni Paesi del mondo troviamo un valore aggiunto: la coraggiosa testimonianza del Cristo Risorto da parte di tanti sacerdoti che rischiano, spesso, anche la vita. Solo nel 2009 sono stati uccisi 37 missionari, di cui 30 erano sacerdoti, 2 religiose, 2 seminaristi e 3 volontari laici: il più alto numero di martiri degli ultimi decenni. Dati che generano inquietudine, sgomento, ma nello stesso tempo confermano l’eroica testimonianza d’amore vissuta da tanti sacerdoti inseriti in società tese alla ricerca del profitto, e impegnati a salvaguardare valori che rimangono non negoziabili, come la libertà religiosa ed educativa, la dignità della persona, la tutela della vita, della famiglia e l’insieme dei diritti-doveri legati alla solidarietà e alla giustizia. Messaggero di S. Antonio per l’estero, giugno

 

 

 

 

Mons. Vegliò: politiche “coerenti” sul fenomeno migratorio

 

WASHINGTON D.C./USA - Un appello agli Stati Uniti perché abbiano “la volontà politica di affrontare umanamente l’immigrazione irregolare”, anche attraverso una riforma della legge sull’immigrazione.

É quanto ha chiesto mons. Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, intervenuto il 2 giugno a Washington D.C. alla Consultazione regionale delle Conferenze Episcopali delle Americhe sulla migrazione (2-4 giugno). Negli Usa vivono 38 milioni di immigrati, ma non c’è stata “una crescita nell’accettazione dell’altro e in una disponibilità a un reciproco cambiamento”, ha osservato mons. Vegliò. Il presule ha infatti citato alcuni studi che descrivono la società americana come un Paese di “disuguaglianza e razzismo”.

“L’integrazione - ha constatato mons. Vegliò - è stata ostacolata dal ‘crescente sentimento xenofobo, dalla politica repressiva dei migranti e dalla descrizione negativa dei latini come indesiderati e come una minaccia’”. I migranti irregolari, in particolare, vengono “deportati” nei rispettivi Paesi se trovati privi di permesso di soggiorno.

“Quali saranno le conseguenze per i figli?”, si è chiesto il Presidente del dicastero vaticano ricordando che nel 2008 sono state deportate 350.000 persone ed “uno dei risultati imprevisti in Centro America è stato l’incremento della violenza delle bande giovanili”.

Il presule ha lodato gli sforzi della Chiesa statunitense “per la regolarizzazione dei 12 milioni di immigrati irregolari”. “Ma questo non deve essere forse unito ad una riforma dell’immigrazione che tenga conto delle richieste del mercato del lavoro e specialmente il costante bisogno di lavoratori non specializzato?”.

Riguardo all’accoglienza dei rifugiati negli USA (60.107 nel 2008 e 74.602 nel 2009, anche se il tetto era di 80.000 persone) mons. Vegliò ha lanciato un appello: “Il sussidio è solo per otto mesi e non è davvero di grande utilità. É risaputo che non è efficace. I rifugiati sono privi del sostegno necessario e molti di loro, una volta pagato l’affitto, rimangono con pochi soldi; per questo cadono nella categoria dei poveri americani, condividendone la condizione”. A proposito delle “diverse forme di traffico di esseri umani” (sfruttamento sessuale o lavorativo), il Presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti ha ricordato che “rappresentano violazioni dei diritti umani, che richiedono mezzi e misure specifiche per poter ridare dignità alle vittime”.

Concludendo il suo intervento mons. Vegliò ha chiesto agli Stati “politiche coerenti”, visto che “le forme diverse di migrazione e i suoi aspetti pluridimensionali sono strettamente collegati e influenzati da altre politiche, come gli scambi in borsa e la finanza, la sicurezza, gli affari esteri e l’agricoltura”. (Migranti-press)

 

 

 

 

Padre Samir: dalla Chiesa, nuovi impulsi al dialogo interreligioso

 

Intervista con il consigliere del Papa per il Medio Oriente

 

Quando Papa Benedetto XVI presenterà questa domenica l'“’Instrumentum Laboris” all’Assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente al Palazzo dello Sport Elefteria di Nicosia, sarà presente anche il sacerdote gesuita Samir Khalil Samir.

Il teologo egiziano, filosofo ed esperto dell’Islam svolge il suo incarico sia a Roma che a Beirut. Offre il suo insegnamento sul cristianesimo agli imam e presenta l’islam ai teologi cristiani. Insieme alla Fondazione viennese Pro Oriente ha collaborato in maniera determinante alla stesura dei Lineamenta preparatori per l'“Instrumentum Laboris”.

In un colloquio con Michaela Koller di ZENIT, il professore ha illustrato l’origine dei documenti, i loro importanti contenuti e le ulteriori possibilità di sviluppo. Secondo padre Samir, le Chiese ortodosse d’Oriente presteranno un’attenzione particolare al Sinodo dell'ottobre prossimo, quando si incontreranno a Roma numerosi Vescovi e Patriarchi cattolici.

Lei accompagnerà Papa Benedetto XVI a Cipro, in occasione della presentazione domenica dell'“Instrumentum Laboris” per il Sinodo sul Medio Oriente, che si svolgerà il prossimo ottobre. Lei ha partecipato attivamente alla sua preparazione. Come si è arrivati alla sua stesura finale?

Padre Samir: A dicembre abbiamo inviato i “Lineamenta” a tutti i Patriarchi, che li hanno a loro volta inoltrati ai Vescovi. Alla fine di gennaio, inizio di febbraio, hanno cominciato a tenere delle riunioni nelle varie diocesi e parrocchie, dove si sono incontrati laici, sacerdoti, consacrati, catechisti, per discutere sui 30 punti dei “Lineamenta”. Con ciò si è avviato un processo di riflessione. Alla fine di marzo sono giunti i commenti scritti, provenienti dalle riunioni o da singole persone, per un totale di oltre 100 scritti in quattro lingue. Tutto questo materiale avrebbe fatto da base per il documento, che sottolineava aspetti già presenti nei Lineamenta che andavano però sviluppati ulteriormente. In seguito, il 23 e 24 aprile si sono incontrati a Roma i sette Patriarchi e i due Vescovi (provenienti dall’Iran e dalla Turchia) ed hanno discusso ed elaborato in tre gruppi le tre parti del documento. Io ero presente. Alla fine è scaturito un nuovo testo, cioè l’Instrumentum Laboris. Abbiamo dovuto lavorare in fretta, quasi troppo in fretta, a causa della data di consegna prevista per il viaggio a Cipro del Santo Padre. La gente reagisce lentamente alle domande e perciò non siamo stati in grado di inglobare tutte le reazioni intelligenti e interessanti. Tuttavia il testo è buono. E inoltre, il vero e proprio Sinodo si svolgerà in ottobre e quindi non è detta l’ultima parola.

Cosa succederà poi?

Padre Samir: Nel Sinodo, che durerà due settimane, verranno espresse tutte le opinioni. Solo in seguito una Commissione redigerà una prima bozza per “l’Exhortatio apostolica” (la missiva apostolica) del Papa. Penso che emergeranno alcuni punti che non sono stati ancora formulati.

Quali sono i problemi centrali già nominati dei cristiani in Medio Oriente?

Padre Samir: Il problema principale è l’emigrazione. Se non cambierà nulla, in un secolo o due non vi saranno quasi più cristiani in Medio Oriente, tutt’al più ve ne saranno in Egitto. E' un fenomeno che abbiamo osservato nell'ultimo secolo già in Turchia e in Iran. Tra gli altri problemi che causano l’emigrazione vi è il clima costante di guerra in Medio Oriente, che dura ormai da 60 anni. Le conseguenze per i cristiani sono molto pesanti, in quanto sono una minoranza e la situazione non dipende da loro. Tuttavia i cristiani sono più liberi, poiché nel loro caso non si sovrappongono religione e politica. Perciò credo che essi abbiano sicuramente nella regione una missione per la pace. I cristiani soffrono anche per la mancanza di libertà di fede e di coscienza e della grave situazione dei diritti umani, nonché per il clima di violenza prodotto dall’islamismo in molti paesi del Medio Oriente.

Il teologo ortodosso libanese, il prof. Assaad Elias Kattan di Münster, ha detto ad una manifestazione Pro Oriente in occasione del Kirchentag, alla quale anche lei era presente, che “tutto ciò che la Chiesa cattolica fa in Medio Oriente e nel mondo intero, ha ripercussioni anche sulle altre Chiese”. Questa affermazione riguardava le aspettative ortodosse riguardo al Sinodo cattolico sul Medio Oriente. E’ una valutazione corretta?

Padre Samir: Una volta sono stato a Beirut ad una riunione con alcuni professori di Teologia ortodossi e uno di loro ha detto che ciò che la Chiesa cattolica fa è essenziale per gli ortodossi, sottolineando questa affermazione in maniera ancora più decisa del professor Kattan. All’inizio ero meravigliato da quanto stava dichiarando davanti ad altri teologi ortodossi, ma credo di poterlo spiegare. Da quasi cinquant’anni, le Chiese ortodosse cercano di riunirsi in un Sinodo panortodosso, senza riuscirci. Non hanno un linguaggio comune. Dal punto di vista teologico sono uniti, ma quando si tratta di situazioni pratiche, ognuno ha la propria linea. Ognuno dipende in un certo senso dalla politica. Un ruolo importante è svolto oltre ai problemi politici, anche da questioni nazionali ed etniche. Anche l’aspirazione all’egemonia rende difficile trovare una visione comune.

 

Invece la Chiesa cattolica è organizzata in modo molto efficiente e forma un’unità attraverso il Papa. Già il Concilio Vaticano II è stato di grande aiuto per le Chiese ortodosse nella ricerca di nuovi impulsi. Inoltre, la Chiesa cattolica è molto vicina alle vicissitudini del mondo, è ancorata fermamente al dialogo sui problemi attuali - come le questioni di etica, bioetica, economia e sicurezza politica – sui problemi della pace, della violazione dei diritti umani, dell’emigrazione e della secolarizzazione. Ciò dipende, in parte, dal fatto che essa è ancorata fermamente in Occidente e in parte dal fatto che in America latina, in Asia e in Africa, i cattolici sono ancora più numerosi. Tutti questi temi vengono filtrati ed esaminati attraverso la Chiesa cattolica, il Papa o le singole Chiese locali e si cerca di trovare una risposta dal Vangelo.

La Chiesa cattolica, anche dal punto di vista sociologico, è alquanto universale. Essa dialoga con molte confessioni e religioni, in particolare con l’islam e gli ebrei. Per motivi politici e sociologici ciò è molto più difficile per le Chiese ortodosse e orientali in Medio Oriente. Inoltre per le confessioni protestanti non esiste purtroppo in pratica alcuna relazione. In Oriente, gli ortodossi così come le Chiese orientali cattoliche unite ringraziano Dio per il fatto che la Chiesa cattolica consente a tutti di prendere parte alle sue iniziative.

Per quale motivo viene presentato proprio a Cipro l’“Instrumentum Laboris” del prossimo Sinodo del Medio Oriente?

Padre Samir: Il Papa aveva già progettato un viaggio a Cipro, che non è lontano dalla regione e che rappresenta un’ottima occasione per incontrarsi con i Patriarchi. Sono attesi sette Patriarchi cattolici: dal Libano il cattolico siriano, il melchita, il Patriarca greco-cattolico, l’armeno e il maronita e inoltre rispettivamente dall’Iraq, dalla Terrasanta, da Gerusalemme e dall’Egitto, il caldeo, il latino e il copto. Sarà presente anche l'Arcivescovo caldeo di Teheran, mons. Ramzi Garmou. Zenit 6

 

 

 

Unità d’Italia. I cattolici e la casa comune. L'attualità di una cultura e di un impegno

 

Ricorre il centocinquantesimo dell'unità nazionale realizzata in una stagione, quella risorgimentale, che per tante generazioni ha rappresentato una epopea in cui riconoscersi.

Un anniversario che cade in un momento particolare, con un quadro sociale e politico carico di difficoltà, in cui alcuni accarezzano ipotesi federaliste che, se attuate in forma estrema, potrebbero minare l'unità conseguita.

È singolare che i cattolici, così come è accaduto per altri temi, giunti in ritardo (la pagina risorgimentale fu scritta "a scapito" di quel potere temporale della Chiesa ritenuto come condizione e garanzia dell'esercizio della potestà spirituale), si trovino oggi a difendere la dimensione unitaria, vista come opportunità solidale, da leggere peraltro in un contesto sempre più europeo e globale.

Non è un caso che nei giorni scorsi il presidente della Cei abbia richiamato che "l'unità del Paese resta una conquista e un ancoraggio irrinunciabili: ogni auspicabile riforma condivisa, a partire da quella federalista, per essere un approdo giovevole, dovrà storicizzare il vincolo unitario e coerentemente farlo evolvere per il meglio di tutti".

Riflettere su questo anniversario può essere un'occasione per ripensare non tanto al modo in cui si è realizzata l'unificazione nazionale quanto a come è stata vissuta nella nostra storia per poter uscire dall'attuale fase di transizione, da quella galassia di schegge sempre più molecolarizzate che descrive il nostro presente: con una cittadinanza debole dalle forti pulsioni individuali che si riconoscono anche nell'insorgere di localismi ancora più ingiustificati se si pensa al quadro europeo.

 

Chiesa e associazionismo: un apporto originale nel "fare gli italiani". Se l'Italia del Risorgimento è stata unita con le guerre di indipendenza, per "fare gli italiani" era necessario qualcosa di più duraturo e profondo: una cultura condivisa. Possiamo così ripercorrere la storia del Paese cercando di riconoscere quella traccia che la Chiesa, ma anche il movimento cattolico organizzato, vi hanno lasciato, contribuendo a formare la coscienza civile degli italiani. È storia in gran parte non scritta.

Quale è stato il ruolo dei cattolici in questi decenni, da estranei a sempre più coinvolti, da protagonisti nella sintesi costituzionale del secondo dopoguerra fino alla attuale difficoltà, culturale prima che politica, di offrire una elaborazione capace di orientare il Paese?

Guardando alla storia vi è, intanto, da riconoscere, sul piano della funzione culturale e civile e dell'associazionismo, che la situazione è profondamente modificata. Pure in questo caso si può riconoscere all'associazionismo il ruolo avuto nell'unificare persone di Regioni diverse affratellate da un unico sentire "dalle Alpi nevose all'Isola ardente", come cantava una canzone della Gioventù femminile. Una funzione che dispiegava i suoi effetti ben oltre l'associazionismo e che, a ben vedere, costituisce un indubbio debito di riconoscenza per l'intero Paese.

Come non riconoscere poi, in sede storiografica, il ruolo del partito di ispirazione cristiana che nel secondo dopoguerra ha tenuto insieme il Paese evitando le spinte disgregative, non solo tra Nord e Sud ma anche tra diverse culture, armonizzando in una positiva laicità dello Stato lo stesso rapporto con la Chiesa cattolica? Erano quelli i tempi della repubblica dei partiti i quali erano, appunto, chiamati a svolgere una funzione di sintesi; la situazione attuale è ben diversa e non lascia illusioni circa la tensione unitiva che essi possono esercitare.

A metà degli anni Settanta, quando l'Azione Cattolica cercava di superare il rischio del dissolvimento, una lettera della Cei la invitava a divenire "movimento di opinione e di azione". L'indicazione non contravveniva alla scelta religiosa, semmai la completava e indicava una direzione in piena linea con la storia integrale dell'associazione. Una storia non a caso nata a ridosso dell'evento unitario, di quella proclamazione avvenuta a Torino il 17 marzo 1861.

 

Nell'ora presente. Il centocinquantesimo non è, dunque, solo o tanto un'occasione per una riflessione storiografica. Riguarda il presente. In che misura l'azione formativa dell'associazionismo è ancora un valore nel costruire un senso di cittadinanza che faccia amare e sentire casa comune il Paese che si abita, senza per questo dimenticare una corretta apertura internazionale, un atteggiamento inclusivo e proteso a valorizzare la multiculturalità? Quale apporto possono offrire i cattolici al Paese? Se sono superati i grandi problemi dell'analfabetismo, del divario sociale, della divaricazione città/campagna sappiamo che l'agenda politica del Paese presenta non pochi snodi.

Ciò che più può offrire il credente alla vita di tutti è un contributo di speranza per il bene comune, è un apporto al disegno di nuovi orizzonti che consentano la convivenza pacifica, lo sviluppo della qualità della vita, l'inclusione di nuovi segmenti della popolazione mantenendo alta la tensione verso la giustizia.

Ernesto Preziosi, presidente del Censses (Centro studi storici e sociali)

 

 

 

 

Zypernreise des Papstes: Mahnung zum Dialog zwischen Religionen und Konfessionen

 

NICOSIA - Papst Benedikt XVI. hat bei seiner Apostolischen Reise nach Zypern Botschaften des Friedens ausgesendet. Dieser Auffassung ist der Gründer der Gemeinschaft Sant‘Egidio, die für ihre rege und erfolgreiche Friedensarbeit weltweit bekannt und geschätzt wird. „Dies war ein bedeutsamer Tag", sagte der Geschichtsprofessor auf Anfrage am Samstagabend in Nicosia, wo er derzeit den Aufenthalt Papst Benedikts verfolgt. „Der Papst sandte eine große Botschaft für den Frieden aus."

Papst Benedikt XVI. hat bei seinem Besuch Zyperns und der Übergabe des Instrumentum Laboris der Sonderbischofssynode zu Nahost Botschaften des Friedens ausgesendet. Dieser Auffassung ist der Gründer der Gemeinschaft Sant‘Egidio, die für ihre rege und erfolgreiche Friedensarbeit weltweit bekannt ist. „Dies war ein bedeutsamer Tag", sagte der Geschichtsprofessor auf Anfrage in Nicosia, wo er derzeit den Aufenthalt Papst Benedikts verfolgt. „Der Papst sandte eine große Botschaft für den Frieden aus."

Der Pontifex war dort von Freitag bis Sonntag, als er am Abend das Land wieder mit Kurs auf Rom verließ, mit starken politischen Erwartungen konfrontiert. „Er antwortete darauf in sehr ausgewogener Weise", kommentierte Vatikansprecher Pater Federico Lombardi die Reaktion des Pontifex. Die Erwartungen lagen einerseits in der 36 Jahre andauernden Teilung der Mittelmeerinsel und vorausgegangenen Vertreibung aus dem Nordteil begründet. Andererseits mischte sich auch die Sorge wegen der derzeitigen Nahostkrise in die Ansprachen, da Patriarchen, Bischöfe, Priester und andere Gläubige aus der benachbarten Region angereist waren, um die Vorstellung des Instrumentum Laboris zur Nahostsynode mitzuerleben.

 

Papst Benedikt XVI. war sogar zu einer spontanen Begegnung mit dem Mufti der muslimischen Türken im Nordteil der Insel bereit gewesen, und damit auf den Wunsch des muslimischen Würdenträgers eingegangen. Ein Treffen war tatsächlich für vier Uhr am Sonntag anberaumt worden, kam jedoch wegen höherer Gewalt nicht zustande, die den Mufti an einer rechtzeitigen Ankunft hinderten, wie Vatikansprecher Pater Federico Lombardi mitteilte.

 

Bei seinem Besuch auf dem Sportplatz der Schule Sankt Maron hielt er die dort versammelten katholischen Glaubigen an, trotz ihrer bitteren Erfahrungen mit muslimischen Türken infolge des Zypernkonflikts ausdrücklich zum interreligiösen Dialog an. „Ich bitte euch dringend mitzuhelfen, solch gegenseitiges Vertrauen zwischen Christen und Nicht-Christen zu schaffen als Grundlage zum Aufbau dauerhaften Friedens und bleibender Eintracht zwischen den Menschen verschiedener Religionen, politischer Regionen und kultureller Herkünfte. „ Auch wies er ihnen eine besondere Rolle in der ökumenischen Begegnung zu. „Angesichts eurer Lebensumstände seid ihr fähig, in eurem Alltag euren persönlichen Beitrag zum Ziel einer größeren Einheit der Christen zu erbringen", sagte der Papst.

 

Gegen Ende seiner Ansprache ging er dann noch ausdrücklich auf die Probleme der maronitischen Gemeinschaft ein: „Besonders möchte ich diese Botschaft den Anwesenden aus Kormakiti, Asomatos; Karpasha und Agia Marina übergeben. Ich weiß von euren Sehnsüchten und euren Leiden. Und ich bitte euch, meinen Segen, meine Nähe im Gebet und meine Zuneigung allen zu bringen, die aus euren Dörfern kommen, wo Christen ein Volk der Hoffnung bilden." Während der Zeremonie hatte er zudem vier Ölbäume gesegnet. Die Maroniten möchten diese einmal in allen vier Dörfern, aus denen sie vertrieben wurden, anpflanzen können. Jedoch sind nur zwei dieser Ortschaften überhaupt für sie zugänglich. Nun hoffen sie, dass Papst Benedikt XVI. ihnen dabei hilft, dort doch bald einmal wieder die Erde berühren zu dürfen.

Michaela Koller, Zenit 7

 

 

 

Papstbesuch in Zypern. Analyse. Heikle Gebete

 

Von seinem Zimmer im Franziskanerkloster Santa Croce an der Demarkationslinie im geteilten Nikosia konnte Papst Benedikt XVI. hinübersehen in den türkisch kontrollierten Norden Zyperns. Von dort flohen vor fast 36 Jahren rund 150000 griechische Zyprer vor der türkischen Invasionsarmee. Hunderte christliche Kirchen im Norden wurden geplündert, die Gebäude verfallen oder werden als Ställe benutzt.

 

Aber das geteilte Zypern, das war schon vor Ankunft des Papstes klar, ist nicht das Thema dieses Besuchs. Zypern ist nur die Bühne. Benedikts Blick richtet sich auf den Nahen Osten und die schwierige Situation der Christen in der von Kriegen und Konflikten zerrissenen Region. Im Oktober sollen etwa 150 Bischöfe aus dem Nahen Osten zur Synode im Vatikan zusammenkommen. Vor allem der Vorbereitung dieses Treffens diente der Papstbesuch in Zypern.

 

Etwa 17 Millionen Christen leben in den Ländern des Nahen Ostens - und "leiden für ihren Glauben", wie der Papst gestern in Nikosia sagte. Sie stehen nicht nur zwischen den Fronten religiöser und ethnischer Konflikte. Eine zunehmende Bedrohung sei das Erstarken des "politischen Islam mit seinen extremistischen Strömungen", heißt es in einem Arbeitspapier, das zum Abschluss des Papstbesuchs veröffentlicht wurde und der Vorbereitung der Nahost-Synode dient. Es wäre ein Verlust für die Weltkirche, wenn das Christentum genau von hier, wo es geboren wurde, verschwände, heißt es in dem Papier, das auch die israelische Besetzung der Palästinensergebiete deutlich kritisiert. Viele tausend Christen haben die Länder das Nahen Ostens wegen der politischen Instabilität oder aus wirtschaftlicher Not verlassen. "Die Geschichte hat uns zu einer kleinen Herde gemacht", sagte Benedikt. Er beschwor die Christen, trotz des schweren Stands ihre Heimat nicht zu verlassen. "Wir müssen den Dialog mit unseren muslimischen Brüdern suchen und für eine fruchtbare Koexistenz arbeiten", forderte der Papst.

 

Wie schwer das sein kann, zeigt sich auf Zypern. Der orthodoxe Erzbischof Chrysostomos II. nutzte den Papstbesuch für eine giftige Attacke: Die Türkei betreibe im Inselnorden "ethnische Säuberungen" und arbeite auf eine Annexion ganz Zyperns hin. Zyperns erzkonservative und nationalistische orthodoxe Kirche steht den Bemühungen um eine Lösung der Zypernfrage skeptisch bis ablehnend gegenüber. Sie war eine der treibenden Kräfte hinter dem Nein der Inselgriechen zum Vereinigungsplan des damaligen UN-Generalsekretärs Kofi Annan im Jahr 2004. Der Papst war sichtlich bemüht, das heikle Thema zu meiden. Schon im Flugzeug hatte er unterstrichen, er komme nicht mit einer politischen, sondern mit einer geistlichen Botschaft.

 

Den Norden besuchte Benedikt nicht, zur Genugtuung seiner griechisch-zyprischen Gastgeber. Ganz ausblenden konnte Benedikt die Realität der Inselteilung aber nicht. Und so kam es am Sonntag zu einer flüchtigen inszenierten Begegnung mit einem türkischen Zyprer: Vor der Heiligkreuzkirche traf der Papst mit Scheich Nazim zusammen. Der 89-Jährige ist der Führer einer bedeutenden muslimischen Bruderschaft. Das im Stehen geführte Gespräch der beiden Geistlichen habe "etwa drei bis vier Minuten" gedauert, teilte Vatikan-Sprecher Federico Lombardi mit. Es endete mit einer Umarmung und dem beiderseitigen Versprechen: "Ich bete für Sie, und Sie beten für mich."  GERD HÖHLER FR 7

 

 

 

Sorge der Kirchen in Usa: Migranten, Flüchtlingen und Opfer des Menschenhandels

 

Erzbischof Veglio: Sie sind Menschen wie wir, haben einen Namen, Träume und Hoffnungen, Ängste und Sorgen

 

ROM -„Ausgangspunkt für die Arbeit mit Migranten, Flüchtlingen und Opfer des Menschenhandels, ist es ihre Situation unter allen Aspekten (was persönliche, soziale, wirtschaftliche und politische Belange anbelangt) im Licht Gottes zu verstehen und daran teilzunehmen. Dabei sollte man sich auch mit jenen Faktoren auseinandersetzen, die zu ihrer Entwurzelung geführt haben. Bei dieser Aufgabe ist die Kirche von ‚Prinzipien der eigenen Lehre' geleitet, die das Herz der katholischen Soziallehre darstellen", so der Präsident des Päpstlichen Rates für Migranten, Erzbischof Antonio Maria Vegliò, in seiner Ansprache an die Teilnehmer der Regionalen Beratungen der amerikanischen Bischofskonferenzen zum Thema Migration, die unter dem Motto „Renewing Hope, Seeking Justice" in Washington vom 2. bis 4. Juni tagte.

Die Beratungen. Befassen sich vor allem mit den Anliegen von Migranten und Flüchtlingen auf dem amerikanischen Kontinent und mit den Ursachen der Migration zur besseren Koordinierung der Dienstleistungen, der pastoralen und politischen Betreuung und der Rechtsberatung.

 

Erzbischof Vegliò erinnert daran, dass allein in den Vereinigten Staaten insgesamt 38 Millionen Zuwanderer leben und „die Vereinigten Staaten dank der harten Arbeit entstanden sind, die Zuwanderer nicht nur in der Vergangenheit, sondern auch heute leisteten und noch leisten. Migranten sind heute notwendig für die US-amerikanische Volkswirtschaft, da sie einen Großteil der Arbeitskräfte stellen". Der Wandel in der heutigen Gesellschaft - die Zunahme der spanischsprachigen Mitglieder in den Gemeinden, die seelsorgerische Betreuung durch ausländische Priester, die hohe Anzahl von ausländischen Restaurants in den verschiedenen Stadtteilen - „zeugt nicht von einer gegenseitigen Annahme oder der Bereitschaft zum Austausch, sowohl bei den Ankommenden als auch bei den Gastländern".

 

Zu den Belangen der „illegalen Zuwanderern" erinnert der Erzbischof daran, dass „viele bereits jahrelang in einen Land leben und arbeiten und zur Volkswirtschaft beitragen". Die Zahl der Ausweisungen lag 2008 bei über 350.000 und „zu den unvorhersehbaren Folgen in Mittelamerika gehört die Zunahme der Gewalt in den Jugendbanden". Die Kinder von Zuwanderern, die in den Vereinigten Staaten aufgewachsen sind und für die dies das einzige Land ist, das sie kennen, sehen ihre Zukunft gefährdet, da sie oft die eigene Schulbildung nicht abschließen können. Die Kirche unterstütz sie durch das so genannte DREAM-Projekt und bemüht sich die Situation von rund 12 Millionen illegalen Einwanderern zu verbessern, indem zumindest die Anerkennung ihrer Identität durchgeführt wird". „Doch dies", so der Erzbischof weiter, „muss Hand in Hand mit einer Reform der Zuwanderungsbestimmungen gehen, die nicht auf den politischen Willen zu einer Änderung der humanitären Lage illegaler Zuwanderer verzichten kann".

 

In den vergangenen 30 Jahren haben sich auch über 2 Millionen Flüchtlinge in den Vereinigten Staaten niedergelassen, von denen jeder ein eigenes kulturelles Erbe und eine jeweils eigene Ausgangssituation mitbringen. „die Programme der Regierung für ihre Aufnahme und Unterbringung sehen nur eine befristete Zeit vor, wobei sie auch nur einen einmaligen finanziellen Zuschuss erhalten", so der Erzbischof. Danach sei man der Ansicht, dass sie sich selbst versorgen können. Doch es sei bekannt, dass viele, die keine Zuschüsse erhalten, schnell in die Kategorie der armen Staatsbürger geraten und mit ihnen das Leid teilen...

„Wir müssen die Bedürfnisse und Erfahrungen der einzelnen Individuen berücksichtigen und unterschiedliche Programme entwickeln, die eine längerfristige Unterstützung erfordern. Dadurch werden diese Menschen einen Arbeitsplatz finden und sich in das Land integrieren können, womit sie zu effektiven Mitgliedern der Gesellschaft gehören".

Das Drama des Menschenhandels betreffe heute fast alle Länder, „und dabei handelt es sich sowohl um sexuelle Ausbeutung aber auch um Zwangsarbeit, die Rekrutierung von Kindersoldaten oder missbräuchliche Formen der Adoption". „Die wahren Gründe für den Menschenhandel", so der Erzbischof, „sind nicht nur Armut und Arbeitslosigkeit in den weniger entwickelten Ländern, sondern vor allem auch die Nachfrage nach billigen Arbeitskräften und billigen Produkten oder ‚exotischen' sexuellen Praktiken. Die verschiedenen Formen des Menschenhandels stellen einen Verstoß gegen die Menschenrechte dar und erfordern deshalb spezifische Maßnahmen, die die Menschenwürde der Betroffenen wieder herstellen."

 

Es entwickle sich auch eine neue Form der unfreiwilligen Umsiedlung, so der Präsident des Päpstlichen Rates für die Migranten: „Menschen siedeln um, weil durch die Ausbreitung der Wüstengebiete das Wasser immer knapper wird, oder infolge des Anstiegs des Meeresspiegels und des steigenden Salzgehaltes des Ackerlandes. Diese neue Form der Zwangsumsiedelung wird in den kommenden Jahrzehnten enorme Auswirkungen haben. Nach anerkannten Schätzungen werden rund 200 Millionen Menschen sich gezwungen sehen bis zum Jahr 2050 infolge des Klimawandels umzusiedeln, was das gigantische Ausmaß des Phänomens verdeutlicht. Die Migration wird damit mit Sicherheit zu den bedeutendsten Folgen des Klimawandels gehören."

 

Abschließend erinnert Erzbischof Vegliò daran, dass sich die Kirche und ihre Diözesen seit langem in diesem Bereich engagiert und zahlreich Projekte und Aktivitäten unterstützt. Gerade aus diesem Grund „besteht das Risiko, dass wir so von unseren Aktivitäten in Anspruch genommen sind, dass wir Auswanderer nur als eine Aufgabe oder als einen zu bearbeitenden Fall betrachten. Doch es handelt sich nicht so sehr um eine Aufgabe als vielmehr um eine Lebensform und ein Zusammenleben. Annahme, Mitgefühl und die gleichberechtigte Behandlung sind Teil des christlichen Ansatzes, der zum Einsturz der sozialen Barrieren beitragen wird. Es geht dabei um eine Antwort auf die Bedürfnisse der Menschen aber auch um die Anerkennung ihres Wertes und ihrer Menschlichkeit" Zenit 7

 

 

 

 

Jerzy Popieluszko. Priester des Protests

 

Der Vatikan spricht Jerzy Popieluszko selig – und 100.000 Polen sind in Warschau mit dabei. Popieluszko ist für viele Polen ein Symbol des gemeinsamen Kampfes der demokratischen Opposition und der katholischen Kirche gegen die Unterdrückung unter der kommunistischen Herrschaft.

Sein Seligsprechungsprozess hat erst spät eingesetzt und war schwierig. Im vergangenen Jahr jedoch vollstreckte Papst Benedikt XVI. den Willen seines polnischen Vorgängers und erkannte dem bescheidenen Priester Jerzy Popieluszko den heroischen Tugendgrad zu.

„Solidarnosc kämpft auf den Knien und mit dem Rosenkranz in der Hand“, pflegte Jerzy Popieluszko immer zu sagen. Vier Jahre lang kämpfte er an der Seite der polnischen Arbeiter, dann wurde er vom Geheimdienst ermordet. Am Sonntag sprach ihn der päpstliche Gesandte Angelo Amato in Warschau selig. Papst Benedikt XVI., der gerade auf Zypern weilt, würdigte Popieluszko als Vorbild für die katholischen Geistlichen Polens. „Sein unermüdlicher Dienst und sein Martyrium sind ein besonderes Zeichen für den Sieg des Guten über das Böse“, sagte der Papst in einem polnischen Grußwort während eines Gottesdienstes auf Zypern am Sonntag.

Da der Innenhof seiner einstigen Dienstkirche die Massenveranstaltung nicht fassen konnte, wurde auf dem zentralen Warschauer Pilsudcki-Platz gebetet, zuletzt Schauplatz der Trauerfeiern für das Präsidentenpaar Lech und Maria Kaczynski. Neben 250 000 Gläubigen waren etwa 100 Bischöfe und 1600 Priester anwesend, die danach mit seinen Reliquien durch Warschau paradierten.

Dabei hatte lange nichts für eine besondere Karriere Jerzy Popieluszkos gesprochen. Der einfache Bauernsohn aus Ostpolen trat als 18-Jähriger in ein Warschauer Priesterseminar ein. Nach seiner Weihe 1972 diente er in verschiedenen Vororten und wurde Geistlicher für das Medizinische Personal der polnischen Hauptstadt. Doch dann kam Anfang August 1980 der Streik in der Danziger „Leninwerft“ und mit ihm die Solidaritätsstreiks im ganzen Land. Ende August meldete sich Popieluszko als Freiwilliger für eine Messe in der von Arbeitern besetzten „Warschauer Stahlhütte“, einer Kaderschmiede der Kommunistischen Partei. „Pater Jerzy predigte einfach, er war volksnah und ehrlich“, erinnert sich der damalige Vize-Streikchef Karol Szadurski. Die Stahlhütte habe ihm eine neue Welt eröffnet. Popieluszko identifizierte sich schnell mit den Arbeiterforderungen, ließ sich selbst ins Solidarnosc-Betriebskomitees wählen. Keine zehn Wochen nach Einführung des Kriegsrechts begann er seine regierungskritischen „Messen für das Vaterland“ zu lesen, was immer mehr Oppositionelle in die Stanislaw Kostka-Kirche lockte. Im September 1983 wurde ein Verfahren wegen Sabotage gegen ihn eröffnet, dann aber fallen gelassen. Die Untergrund-Solidarnosc habe um sein Leben gefürchtet und den polnischen Primas um einen Studienaufenthalt in Rom gebeten, heißt es. „Er wollte nicht“, sagt der damalige Primas Jozef Glemp in einem Interview mit Newsweek Polska. Ein erster Anschlag missrät Mitte Oktober 1984. Am 19. Oktober halten als Polizisten verkleidete Geheimdienstagenten seinen Wagen bei Torun auf. Popieluszko hat gerade in Bydgoszcz eine glühende Predigt gegen die Machthaber und für christliche Werte gehalten, nun wird er niedergeschlagen, gefoltert und mit Steinen beschwert in einen Stausee bei Wroclawek geworfen. Der Volkszorn nach dem Leichenfund elf Tage später lässt das Regime schleunigst vier Schuldige finden und zu langen Haftstrafen verurteilen. Die Staatsanwaltschaft fordert sogar die Todesstrafe.

Die Hintermänner sind bis heute unbekannt. Vermutet werden sie in den höchsten Etagen der Macht, im engen Umfeld General Jaruzelskis. Doch bewiesen ist nichts – zumal die kommunistische Staatsmacht ihrerseits auf Kollaborateure in der Kirchenhierarchie zählen konnte. Doch statt einen Kritiker aus dem Wege zu schaffen, hatte sich das kommunistische Regime einen Martyrer geschaffen. Bis zu einer halben Million Polen waren im November 1984 zu seinem Begräbnis gekommen.

Der erst 1997 begonnene Seligsprechungsprozess sei immer wieder torpediert worden, klagt die Kirchengelehrte und Popieluszko-Biografin Ewa Czaczkowska in der Zeitung „Rzeczpospolita“. Es sei versucht worden, den Solidarnosc-Priester als Schachfigur in einer politischen Auseinandersetzung darzustellen. Doch Ende gut, alles gut: „Ich fühle mich sehr glücklich“, freute sich die eben erst 100 Jahre alt gewordene Marianna Popieluszko, Jerzys Mutter. Tsp 7

 

 

 

 

Papst Benedikt trifft in Nicosias lateinischer Pfarrkirche Gläubige aus Nahost und Afrika

 

NICOSIA - Bei der heiligen Messe in der lateinischen Pfarrkirche Heilig Kreuz in Zyperns Hauptstadt Nicosia lenkte Papst Benedikt XVI. am Samstagabend ganz denn Blick der versammelten Gemeinde auf das Kreuz. Christi, das den "endgültigen Triumph der Liebe Gottes" über alles Böse in der Welt darstelle. "Die Macht des Bösen war durch die Macht sich selbst opfernder Liebe zerstört worden", sagte er in seiner Predigt vor höchstens 400 geladenen Gästen: Priestern, Ordensleuten, Diakonen, Katecheten und Vertretern der kirchlichen Bewegungen Zyperns. Das Kreuz spreche von Hoffnung, von Liebe, vom Sieg der Gewaltlosigkeit über die Unterdrückung, es spreche von Gott, der die Niedrigen erhöhe, die Schwachen stärke, Spaltungen beseitige und den Hass durch die Liebe überwinde.

Der Lateinische Patriarch von Jerusalem Fouad Twal hatte sich angesichts der kritischen Lage in Nahost mit einer eindringlichen Bitte zu Beginn des Gottesdienstes an den Pontifex gewandt: "Wir schauen auf Sie, Heiliger Vater, weil wir von Ihnen ein Wort des Trostes erhoffen." Dabei sprach er auch für die zypriotischen Gastgeber der Papstes und seiner Entourage. Direkt vor dem Eingang zu der mittelgroßen Pfarrkirche war für die Mitfeiernden die Realität der Teilung allzu sichtbar: Blauhelmsoldaten und Polizisten der UN-Friedensmission in Zypern kontrollierten den Einlass und überwachten auf den Balkonen der gegenüberliegenden Gebäude im gleißenden Sonnenlicht stehend die Situation.

 

Den politischen Erwartungen auf Zypern begegnete Benedikt XVI. mit Antworten auf der Grundlage des gemeinsamen philosophischen und religiösen Erbes. In der lateinischen Pfarrkirche von Nicosia bot er nichts Geringeres als den Kern der christlichen Botschaft als Hoffnung an: "Eine Welt ohne das Kreuz wäre eine Welt ohne Hoffnung, eine Welt, in der Folter und Brutalität ungehindert weitergehen würden, in der die Schwachen ausgenutzt und die Gier das letzte Wort haben würden. Die Unmenschlichkeit unter den Menschen würde sich auf immer schrecklichere Weise zeigen, und der Teufelskreis der Gewalt nähme kein Ende. Allein das Kreuz macht damit Schluss."

 

Gegen Ende seiner Predigt stellte der Papst den Bezug zur konkreten Realität in Zyperns Nachbarregion her. In seine Gedanken und Gebete beziehe er vor allem an die vielen Priester und Ordensleute im Nahen Osten mit ein, „die gerade einen besonderen Ruf erfahren, ihr Leben unter das Geheimnis des Kreuzes Christi zu stellen". Wo Christen in der Minderheit seien, wo sie Bedrängnis aufgrund von ethnischen oder religiösen Spannungen erlitten, wanderten viele Familien ab und die Geistlichen stünden ebenso vor der Entscheidung, ob sie emigrieren sollten. „In Situationen dieser Art jedoch bedeuten ein Priester, eine religiöse Gemeinschaft oder eine Pfarrgemeinde, die dableibt und weiter Zeugnis für Christus gibt, ein außerordentliches Hoffnungszeichen - nicht nur für die Christen, sondern auch für alle, die in der Region leben", fuhr er fort.

 

Ihre bloße Gegenwart sei ein beredter Ausdruck für das Evangelium des Friedens, für die Bestimmung des Guten Hirten, seine Schafe zu hüten. „Indem sie das Kreuz annehmen, das ihnen hingehalten wird, können die Priester und Ordensleute im Nahen Osten wirklich die Hoffnung ausstrahlen, die im Zentrum des Geheimnisses liegt, das wir in unserer Liturgie heute feiern". Die Erinnerung an den am Donnerstag in der Türkei erstochenen Bischof Luigi Padovese drängte sich dabei auf: Auch er war, obwohl Italiener aus Mailand, trotz mindestens eines früheren Anschlags auf sein Leben als Hirte bei seiner Herde geblieben.

Zypern ist nicht nur die Brücke zwischen Nahost und Europa, sondern wegen seiner geographischen Nähe zu Afrika auch Zielland von Migrationsbewegungen aus dem Süden. So gehören zu den Gemeindemitgliedern der römisch-katholischen Pfarrei Heilig Kreuz Pfarrei zahlreiche Kameruner: In traditionell bunt-gemusterten Hemden und Kleidern nahm eine Gruppe von ihnen auch an der Heiligen Messe am Samstagabend teil und verabschiedete die Gläubigen nach der Messe auf der Straße tanzend, singend und trommelnd. Was die Präsenz des katholischen Oberhauptes für diese Migranten wohl bedeutet, lässt sich anhand einer Szene erahnen, die sich beim Auszug ereignete: Eine kräftigere Kamerunerin stand gleich links neben der Kirchtür, mit ihrem wenige Monate alten Kind auf dem Arm. Der Papst segne das Kleine, die Mutter hielt einen Moment inne und brach dann heftig in Freudentränen aus. Michaela Koller, Zenit 7

 

 

 

Türkei: Vorsitzender der Bischofskonferenz erstochen

 

Erzbischof Luigi Padovese, Vorsitzender der Türkischen Bischofskonferenz, ist in seinem Haus erstochen worden. Das bestätigt die türkische Bischofskonferenz am Donnerstag. Vatikansprecher Federico Lombardi erklärt dazu: „Es handelt sich um eine schreckliche Nachricht, die uns sehr tief bewegt und natürlich sehr traurig macht.“ Der am 31. März 1947 in Mailand geborene Padovese, der dem Franziskanerorden angehörte, wurde 2004 von Papst Johannes Paul II. zum Apostolischen Vikar ernannt und empfing die Bischofsweihe. Zuvor war er Professor an der Franziskaner-Universität „Antonianum“ in Rom. Er war für die rund 4.500 Katholiken im Süden und Osten der Türkei zuständig.

 

Deutsche Bischofskonferenz: Ein brutaler Mord - Die katholischen deutschen Bischöfe haben nach dem Mord an Bischof Luigi Padovese die türkische Justiz zur zügigen und „lückenlosen Aufklärung“ aufgefordert. Der Vorsitzende der Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, sprach in einer in Bonn veröffentlichten Erklärung von einem „brutalen und feigen Mord“ und zeigte sich erschüttert. Zollitsch würdigte den Bischof als „großen Seelsorger und Hirten der katholischen Kirche“. Padovese habe seit 2004 „als Bischof viel für die Christen in der Türkei gewirkt“. Er sei mit der Trauer der Gläubigen in Anatolien und der ganzen Türkei verbunden, so Zollitsch. (kna/pm 3)

 

 

 

Mord an Bischof Luigi Padovese: Entsetzen und Fassungslosigkeit

 

Der Vorsitzende der Türkischen Bischofskonferenz ist am Donnerstag in Iskanderun erstochen worden. Tatverdächtiger ist sein Fahrer Murat A. Er wurde offenbar mit der Tatwaffe festgenommen. Der Fahrer, der kurdischer Herkunft und katholisch ist, arbeitete offenbar seit viereinhalb Jahren für den Bischof; er soll in psychologischer Behandlung gewesen sein. Nach türkischen Medienberichten gibt der 26-Jährige an, er habe aus einer „göttlichen Eingebung heraus“ gehandelt. Die türkischen Behörden vermuten „persönliche Motive“ hinter der Bluttat. Aus aller Welt kommen erschütterte Reaktionen auf die Bluttat in der Türkei. Unterwegs nach Zypern sagte Papst Benedikt XVI. im Flugzeug:

 

„Selbstverständlich bin ich tief erschüttert über den Mord an Monsignore Padovese. Er hatte einen großen Anteil an den Vorbereitungen der Synode gehabt. Auch in der Synode selbst sollte er eine elementare Rolle übernehmen. Wir vertrauen Gott seine Seele an... Dieser Schatten hat nichts zu tun mit den wirklichen Themen der Reise, wir dürfen diese Tat nicht der Türkei oder den Türken zuschreiben. Es ist eine Tat, über die wir noch sehr wenig wissen. Sicher ist nur, dass es kein politisches oder religiöses Attentat war, sondern es handelt sich um persönliche Motive. Wir warten das vollständige Bild ab, aber wir dürfen diese tragische Situation jetzt nicht mit dem Dialog mit dem Islam vermengen und anderen Problemen unserer Reise. Es ist ein so trauriger Vorfall, aber er darf in keiner Weise den Dialog verdunkeln, der das Thema und die Intention dieser Reise ist."

 

Die Deutsche Bischofskonferenz fordert eine zügige und lückenlose Aufklärung des Mordes. Der Konferenzvorsitzende Erzbischof Robert Zollitsch spricht in einem Statement von einem „brutalen und feigen Mord“. Der Kölner Kardinal Joachim Meisner bewertet den Tod Padoveses als großen Verlust für die Katholiken in der Türkei. Der Rat der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) zeigt sich „zutiefst erschüttert“. Der Mord an Bischof Padovese ist eine „doppelte Katastrophe“, meint der Missio-Experte in der Türkei, Ottmar Oehring:

 

„Es ist eine menschliche Tragödie, es ist aber auch eine Katastrophe für die Kirche und damit für die Gläubigen. Sie sind jetzt in gewisser Weise führungslos.“

Oehring ist fest davon überzeugt, dass die Tat persönlich motiviert war, auch wenn die äußeren Umstände zunächst auf einen antichristlichen Mord hinwiesen.

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Abschluss des Priesterjahres: Würdigung und Nachwuchssorgen

 

Im Vatikan wird ein Priesteransturm erwartet: Mehrere tausend katholische Geistliche aus der ganzen Welt wollen von Mittwoch bis Freitag zusammen kommen, um das von Papst Benedikt XVI. ausgerufene Priesterjahr feierlich zu beschließen. Zum Abschluss des Priesterjahres gibt es einige Bilanzen zu ziehen, so zum Beispiel über die Probleme beim Nachwuchs. Laut Päpstlichem Jahrbuch stieg zwischen den Jahren 2000 und 2008 die Priesterschaft weltweit um rund ein Prozent auf etwa 409.000 leicht an. Dieser Anstieg verteilt sich jedoch sehr ungleich auf die Kontinente. Die Zahl der Priester nahm in Asien um rund ein Viertel, in Afrika sogar um rund ein Drittel zu, während sie in Europa um sieben Prozent abnahm.

Der Kärntner Diözesanbischof Alois Schwarz ist bei der österreichischen Bischofskonferenz unter anderem für die Bereiche Priesterseminare, Allgemeine Pastoral und das Laienapostolat zuständig. Er sei, so Bischof Schwarz, froh darüber, dass Papst Benedikt XVI. im diesjährigen weltweiten „Jahr der Priester“ dazu ermuntere und herausfordere, die Situation der Priester näher zu betrachten. Damit setze man auch ein Zeichen des Dankes und der Wertschätzung gegenüber den Priestern. Im Interview mit unserem Redaktionsleiter Pater Bernd Hagenkord geht Bischof Schwarz auf die Probleme der heutigen Priester ein. kna 7

 

 

 

Weltmissionskonferenz in Edinburgh erinnert an Anfänge der Ökumene

 

Frankfurt a.M./Edinburgh. Im schottischen Edinburgh hat am Mittwoch eine fünftägige Weltmissionskonferenz begonnen. Bei der Tagung unter dem Leitwort "Christus heute bezeugen" wird an die Anfänge der ökumenischen Bewegung vor 100 Jahren erinnert. Mehr als 300 Delegierte aus dem gesamten Spektrum christlicher Konfessionen wollen bis Sonntag über eine Neuausrichtung der Mission beraten.

Die erste Weltmissionskonferenz im Juni 1910 in der schottischen Hauptstadt gilt als Ausgangspunkt der Zusammenarbeit zwischen den Konfessionen. Teilnehmer waren damals vor allem Vertreter von Missionsgesellschaften aus dem Protestantismus und der anglikanischen Kirche.

Kurz vor Konferenzbeginn wurde nach Angaben des ökumenischen Informationsdienstes ENI der internationale Direktor der Weltmissionskonferenz suspendiert. Der aus Südafrika stammende Daryl Balia, der seit drei Jahren die Konferenz vorbereite, wurde von der Universität von Edinburgh, die mit der schottischen Kirche Gastgeber des Treffens ist, einstweilen seines Amtes enthoben. Eine Universitätssprecherin lehnte es mit Hinweis auf eine Untersuchung ab, nähere Einzelheiten zu nennen. Balia ist Pfarrer der methodistischen Kirche und lehrte Missionswissenschaft. Er studierte Theologie und Verwaltungswissenschaft in Südafrika, Deutschland und den USA.

An der aktuellen Konferenz beteiligen sich Orthodoxe, Anglikaner, Lutheraner, Reformierte, Methodisten, Baptisten, Siebenten-Tags-Adventisten, Katholiken, Evangelikale, Pfingstler und weitere unabhängige Freikirchen. Die Konferenz wurde vorbereitet von Kirchen, theologischen Einrichtungen und Missionswerken in aller Welt. Zum feierlichen Schlussgottesdienst am Sonntag wird der anglikanische Erzbischof von York, John Sentamu, erwartet. epd

 

 

 

Papst Benedikt würdigt Makarios

 

Für die Geschichte der Republik Zypern spielt Makarios III. (1913-1977) eine große Rolle. Der orthodoxe Erzbischof war nach der Unabhängigkeit Zyperns 1960 auch erster Präsident des Landes. Im Garten des Präsidentenpalastes befindet sich ihm zu Ehren ein Denkmal. Vor diesem Denkmal legte Papst Benedikt am Samstagmorgen einen Kranz ab. Makarios Wirken würdigte Benedikt in einer Rede vor dem amtierenden Präsidenten und hochrangigen Diplomaten:

 

„Soeben habe ich an der Gedenkstätte für den verstorbenen Erzbischof Makarios, den ersten Präsidenten der Republik Zypern, einen Kranz niedergelegt. Wie er muss sich jeder von Ihnen im öffentlichen Dienst für das Wohl der Anderen in der Gesellschaft einsetzen, sei es auf lokaler, auf nationaler oder internationaler Ebene. Das ist eine edle, von der Kirche mit Wertschätzung bedachte Berufung. Wenn der öffentliche Dienst gewissenhaft ausgeführt wird, kann er uns einen Gewinn an Weisheit, Redlichkeit und persönlicher Erfüllung eintragen.“ 

 

Der Besuch des Papstes in der maronitischen Schule - Papst Benedikt XVI. strahlte über das ganze Gesicht, als die Schüler einer maronitischen Schule auf Zypern am Samstagvormittag für ihn sangen, tanzten, kleine Theaterstücke aufführten. Auf Griechisch rief er ihnen zu:  „Seid stark im Glauben, froh im Dienst für Gott und großzügig mit eurer Zeit und euren Talenten! Helft, eine bessere Zukunft für die Kirche und für euer Land aufzubauen, indem ihr das Wohl der Anderen vor das eigene stellt.“

 

Rund 2.000 Personen waren in der Schule zusammengekommen - trotz großer Hitze. Auf über 30 Grad Celsius kletterte die Thermometeranzeige in Zyperns Hauptstadt Nikosia. Es war eine atemberaubende Kulisse, vor der Benedikt sprach. Hinter der Schule öffnete sich die weite hügelige Landschaft Zyperns.

 

„Bei diesem historischen Anlass, dem ersten Besuch des Bischofs von Rom in Zypern, komme ich, um euch im Glauben an Jesus Christus zu stärken und euch zu ermutigen, in Treue zur apostolischen Tradition ein Herz und eine Seele zu bleiben (Apg 4,32). Als Nachfolger Petri bin ich heute unter euch, um euch meine Unterstützung, meine Nähe im Gebet und meine Ermutigung zu versichern.“

 

Papst fordert Hilfe für Christen in Nahost - Niemand kann gegenüber den Christen im Nahen Osten gleichgültig bleiben. Das betonte Papst Benedikt XVI. an diesem Samstagmittag in Nikosia bei einem Treffen mit dem orthodoxen Erzbischof Chrysostomos II. Die Gläubigen in dieser Region lebten unter schwierigen Umständen, so der Papst. Das katholische Kirchenoberhaupt ruft deshalb zu einer stärkeren Unterstützung der Christen im Nahen Osten auf.

 

„Zypern wird traditionell als ein Teil des Heiligen Landes angesehen, und die fortdauernde Konfliktsituation im Nahen Osten muss für alle, die Christus nachfolgen, ein Anlass zur Sorge sein. ... Die christlichen Gemeinschaften Zyperns können ein sehr fruchtbares Feld ökumenischer Zusammenarbeit finden, indem sie gemeinsam für Frieden, Versöhnung und Stabilität in jenen Ländern beten und arbeiten, die durch die Gegenwart des Friedensfürsten während seines irdischen Lebens gesegnet wurden.“

Des Weiteren lobte der Papst den Einsatz der orthodoxen Kirche Zyperns für den ökumenischen Dialog. rv/kna 5

 

 

 

 

 

 

Vorwürfe gegen Zollitsch. Erzbistum Freiburg: Vorwürfe entbehren jeder Grundlage

 

Die Staatsanwaltschaft hat ein Ermittlungsverfahren gegen den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, eingeleitet. Das war an diesem Mittwoch bekannt geworden. Zollitsch wird der Beihilfe zu sexuellem Missbrauch beschuldigt. Die Vorwürfe sind „substanzlos“, so wehrt sich die Erzdiözese Freiburg. Im Interview mit dem Kölner domradio sagte der Sprecher des Erzbistums, Robert Eberle:

 

„Das Erzbistum Freiburg ist in Kontakt mit der Staatsanwaltschaft, damit die Substanzlosigkeit dieser Vorwürfe gegen Erzbischof Zollitsch rasch dokumentiert werden kann. Das Ordinariat in Freiburg hat schon vor vielen Monaten deutlich gemacht, dass es nach dem Bekanntwerden eines Vorwurfs gegen den jetzt beschuldigten Zisterzienserpater rasch gehandelt hat. Der Orden wurde eingeschaltet und der Zisterzienserorden ist auch auf die zu ziehenden Konsequenzen hingewiesen worden. Die Vorwürfe treffen also nicht zu.“

 

Abtei Wettingen-Mehrerau: Zollitsch hat mit Missbrauch auf der Birnau nichts zu tun - Der Abt der Zisterzienserabtei Wettingen-Mehrerau, Anselm van der Linde, hat einen „nicht adäquaten Umgang“ seines Ordens mit Tätern und Opfern sexuellen Missbrauchs eingeräumt. In einer am Donnerstag von dem Kloster veröffentlichten Erklärung bedauert der Abt, dass der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch „plötzlich und völlig grundlos“ mit dem sexuellen Missbrauch eines Ordensmitglieds in Verbindung gebracht werde. Zollitsch habe mit den Vorgängen am Bodensee „nichts zu tun“. Der Abt erklärte, das Priorat Birnau am deutschen Teil des Bodenseeufers gehöre kirchenrechtlich zu der Abtei bei Bregenz. Zudem seien die Zisterzienser ein Orden päpstlichen Rechts und unterständen nicht dem Ortsbischof, sondern dem Papst. Anselm betonte, er könne das geschehene Unrecht nicht ungeschehen machen. Er appellierte zugleich an die Opfer, „mit den staatlichen Behörden und, so es ihnen möglich ist, mit mir Kontakt aufzunehmen“.

 

Anzeige wegen Beihilfe - Am Mittwoch war durch einen Bericht von „Report Mainz“ bekannt geworden, dass ein Mann Anzeige gegen Zollitsch wegen Beihilfe zum Missbrauch erstattet hatte. Zollitsch, so der Vorwurf, habe als früherer Personalreferent der Erzdiözese Freiburg 1987 die Anstellung eines Paters in der Wallfahrtskirche am Bodensee „veranlasst“, obwohl bekannt gewesen sei, dass es durch den Mann bereits früher zu sexuellen Übergriffen gekommen sei. Das Erzbistum betonte, Zollitsch habe von den der Anzeige zugrundeliegenden Vorwürfen aus den 1960er Jahren erst 2006 erfahren und rasch gehandelt. Man habe den Zisterzienserorden eingeschaltet und auf die zu ziehenden Konsequenzen hingewiesen. (pm/kipa 3)

 

 

 

Vorwürfe Zollitsch. Kommentar: Was haben wir gelernt?

 

Zu der Berichterstattung über die Vorwürfe gegen Erzbischof Robert Zollitsch ein Kommentar von unserem Redaktionsleiter Pater Bernd Hagenkord.

 

Wenn wir in den Vorgängen der letzten Monate etwas gelernt haben, dann doch wohl das, dass es sich lohnt, um der Wahrheit willen genauer hinzuschauen. Der Kirche ist zu Recht vorgeworfen worden, dass sie nicht immer und nicht überall genug getan habe, und diese bittere Lektion wurde gelernt. Der Kirche ist auch vorgeworfen worden, sich zu sehr um den Ruf der Institution gekümmert zu haben. Nun darf ich aber fragen: Macht die mediale Öffentlichkeit nicht dasselbe, wenn einem Verdacht, der sich bei genauem Hinsehen verflüchtigt, gleich der Rücktrittsgedanke folgt? … (rv 3)

 

 

 

 

 

Eucharistie – Zeichen der Einheit? . Überlegungen zur Ökumene an Fronleichnam

 

„Rosstäuscher mögen es, Denker winken ab und Gläubige beten lieber, als den Watschenmann abzugeben“ so das Urteil des katholischen Kulturanalytikers Alexander Kissel über das ökumenische Gespräch, zu lesen in TheEuropean.   Ökumene funktioniere deshalb nicht, weil allzu leidenschaftslos und leichtfertig die katholische Identität demontiert werde und gutgemeinte Ahnungslosigkeit den Gesprächston bestimme.

Die Feststellung Kissels, dass das ökumenische Gespräch nur von Rosstäuschern gemocht werde, weckt aber Widerspruch. Die Beobachtung, dass Denker abwinken und Gläubige lieber beten als sich am ökumenischen Gespräch zu beteiligen, lässt aufhorchen und provoziert Fragen.

Sind die „noch aktiven“ Ökumeniker tatsächlich Rosstäuscher? Welche Gründe haben die Denker, sich aus dem ökumenischen Gespräch zu verabschieden? Welche die Gläubigen, lieber zu beten, als über Ökumene zu reden?

Kissler lässt sich herausfordern von jenen, die von einer Ökumene der Profile reden - und gerät dadurch allzu sehr in ihr Fahrwasser. Als Beispiel kann Margot Käßmann gelten, die meinte, in einer katholischen Kirche sagen zu müssen, die Pille sei ein Geschenk Gottes.

Sie mag damit geäußert haben, was viele Katholiken denken, im Sinne der Ökumene war es trotzdem nicht. Solches Tun ist eher vergleichbar einem Raucher, der eine Zigarette in einer Nichtraucherzone anzündet. Dieses hier zum Ausdruck kommende Verständnis von Ökumene offenbart sich als Etikettenschwindel. Besser wäre, von konfessionellen Provokationsspielen zu reden. Diese haben zweifelsohne einen intellektuell-unterhaltsamen Wert. Ein Anspruch jedoch, über das Unterhaltsame und über die Selbstprofilierung hinaus, etwas für das Zusammenwachsen der Kirchen zu tun, ist schwer nur zu erkennen. Hier steht wohl eine Entscheidung an: Selbstprofilierung anhand der Ökumene oder seriöse Ökumene. Ersteres ist hat seinen Reiz, das Zweite ist ein mühsames Geschäft.

 

Ökumene ist zuerst eine Christenpflicht angesichts des Vermächtnisses Jesu: Ich will, dass sie eins sind. (Joh 17, 21) Und Ökumene ist eine Notwendigkeit der praktisch-christlichen Lebensgestaltung.

Da ist die theologisch unbedarfte Mutter, die nicht in einem festgefügten konfessionellen Milieu aufgewachsen ist. Sie versteht nicht und weiß nicht, wie sie ihrem achtjährigen Kind erklären soll: Wir Menschen sind vor Gott alle gleich, alle ausgestattet mit der gleichen Würde, mit den gleichen Rechten. Um dies aber zu begreifen musst du jetzt in den katholischen und deine Freundin in den evangelischen Religionsunterricht gehen. Alles andere geht miteinander, aber Religion nicht.

Wie sollen das Kind und die Mutter Gott als den erfahren, der alle Menschen mit gleicher Würde und gleichem Recht ausstattet? Wenn Gott so ist, sollte es doch wohl eher umgekehrt sein: Alles andere mag nicht miteinander gehen, aber Religion auf jeden Fall?

Oder sind die Partner in einer gemischtkonfessionellen Ehe, denen bei der Trauung gesagt wurde, ihr Lebensbund sei ein Abbild der Liebe Gottes zu den Menschen, abwegig, weil sie nach einer Möglichkeit verlangen, diese ihnen zugesagte und von ihnen geglaubte Gottesebenbildlichkeit durch die uneingeschränkte Teilnahme am katholischen sonntäglichen Gottesdienst miteinander zu bezeugen und zu bestärken?

Der Wunsch, als Christen untereinander zwar nicht gleich, aber dennoch einig zu sein, ist im Sinn von Jesus Christus und ist im Sinn einer christlichen Lebensgestaltung. Dieser Wunsch darf jedoch nicht übersehen, dass sich ein solches Unternehmen in einer 2000jährigen Geschichte als äußerst schwierig erwiesen hat. Unterschiedliche territoriale und kulturelle Prägungen führten zu Trennungen und Spaltungen – und zu untereinander unversöhnlich scheinenden kulturellen Ausprägungen. Auch folgende Überlegung erscheint plausibel:

 

Ein afrikanischer Priester aus dem Kongo feiert in schlechtem Deutsch, in einer abgelegenen Landgemeinde, eine katholische Eucharistiefeier. Im Lauf dieser Feier entsteht ein starkes Empfinden von Gemeinschaft und Vertrauen, obwohl dabei Menschen gegenwärtig sind, die noch niemals auch nur in Ansätzen in interkulturelles Experiment versucht haben.

Ist hier nicht genau das verwirklicht, worum es der Ökumene geht? Dass nämlich in dieser Feier ganz unterschiedliche Kulturen, Mentalitäten, Sprachen und Menschen zu einer gemeinsamen Mitte finden, die ihnen weder Freiheit noch Identität raubt?

Wer dies nachvollziehen kann, der weiß, als welch hohes spirituelles und gemeinschaftliches Gut die katholische Kirche die Eucharistiefeier schätzt. Der wird auch verstehen, dass hier der Glaube an die Gegenwart Jesu Christi in Brot und Wein, im Wort und in der versammelten Gemeinde in einem Ritual seinen Ausdruck findet, über das ebenso wenig verfügt werden kann wie über das Geschenk der Gegenwart Gottes selbst. Dieses Ritual ist deshalb so wertvoll, weil es allen, die an die Gegenwart Gottes glauben, die Möglichkeit bietet, Gott zu begegnen, weitgehend unabhängig vom Vermögen des Vorstehers und vom eigenen Können?  

Kann man verübeln, dass äußere Form und geglaubter Inhalt dieses Gutes vor Oberflächlichkeit und Geringschätzung bewahrt werden will?

 

Wie aber können so unversöhnbar scheinende Positionen, wie das dringende Bedürfnis, miteinander Eucharistie zu feiern und dabei die bewährte Form nicht über Bord zu werfen, überein kommen? Ist  Ökumene also zum Scheitern verurteilt? Nein, wenn sie in Achtung des Glaubensverständnisses angestrebt wird. Ökumene kann nicht so gelingen, dass die Katholiken das im Hochmittelalter gewonnene Eucharistieverständnis über Bord werfen und z.B. darauf verzichten, die konsekrierten Hostien im Tabernakel aufzubewahren und vor dem in der Gestalt des Brotes gegenwärtigen Christus zu beten. Von Protestanten kann man dieses Eucharistieverständnis erwarten, wenn sie an einem katholischen eucharistischen Mahl teilnehmen wollen. Es ist wie bei einer Essenseinladung. Wenn Messer und Gabel am Teller liegen, benutzt man diese und isst nicht mit den Fingern. Es gibt Schritte in diese Richtung.

Auf dem Ökumenischen Kirchentag und anderenorts hat sich gezeigt, dass die betenden Gläubigen eher Lösungen finden, die einerseits den Respekt vor dem Bewährten und andererseits den Mut zur aktuellen Herausforderung vereinen.

Begeistert erzählen Teilnehmer von der ökumenischen Vesper mit anschließendem Agapemahl, die von der orthodoxen Kirche auf dem ökumenischen Kirchentag veranstaltet wurde. Dies war zwar keine Eucharistiefeier, aber ein gemeinsamer und starken Ausdruck der Einheit von verschiedenen christlichen Kirchen.

Ein starkes Bild war es auch, als der damalige Kardinal Ratzinger dem evangelischen Gründer der Brüdergemeinschaft von Taize auf dem Petersplatz in der Eucharistiefeier beim Begräbnis von Papst Johannes Paul II. die Kommunion reichte.

Und ein starkes Wort ist das eines Pfarrers, dem eine evangelische Christin ihre Seelennot klagte, nicht zu Kommunion gehen zu dürfen. „Ich darf sie nicht einladen, aber Christus lädt sie ein. Kommen sie, ich werde sie nicht abweisen.“

In diesen Bildern und Worten kommen die Sackgassen zum Ausdruck, in die sich Menschen hineinmanövriert haben. Aber gleichzeitig brechen Grenzzäune auf und Wege zeichnen sich ab, wie Ökumene gelingen kann.   Theo Hipp kath.de-Redaktion

 

 

 

 

Kardinal Lehmann weihte Kapelle der Mainzer Dominikaner ein

 

Künstlerische Gestaltung durch den Heilbronner Glaskünstler Raphael Seitz

Mainz. Der Mainzer Bischof, Kardinal Karl Lehmann, hat die Hauskapelle des Dominikanerklosters in der Mainzer Neustadt eingeweiht. Bei der Altarweihe am Freitag, 4. Juni, dankte Lehmann den Dominikanern für ihr Wirken im Bistum Mainz, „und besonders dafür, dass sie den Standort in Worms so eindrucksvoll wiederbelebt haben“.

Es sei „ein besonderes Geschenk", dass die Dominikaner ihr Studentat nach Mainz verlegt hätten, sagte Lehmann. In seiner Predigt betonte er, dass das ganze Haus dadurch ausgezeichnet werde, dass es in der neuen Kapelle „Herz und Mitte" habe. Er erinnerte daran, dass der Altar Christus symbolisiere. Bei einem „Tag der offenen Tür" konnte die Kapelle am Sonntag, 6. Juni, besichtigt werden.

An der Feier nahm auch Dominikaner-Provinzial, Pater Dr. Johannes Bunnenberg OP, aus Köln teil. Mit der Einweihung finde „eine wichtige Etappe der jüngeren Geschichte der Dominikaner in Mainz ihren Abschluss", sagte er. Der selbständige Konvent sei mittlerweile das Kloster „mit der größten Brüderschar im deutschsprachigen Raum". Er bedankte sich beim Bistum Mainz für die Unterstützung des Klosters. Der Prior des Mainzer Konventes, Pater Josef kleine Bornhorst OP, hatte die Gäste in der Kapelle begrüßt. Er hoffe, dass das Kloster „ein geistliches Zentrum für Stadt und Bistum" werde, sagte Pater Josef kleine Bornhorst.

Gestaltet wurde die Kapelle von dem Heilbronner Glaskünstler Raphael Seitz. Zwei Seiten des Raumes sind mit Glaswänden verkleidet; außerdem befindet sich der Tabernakel in einer Glasstele. Seitz bezeichnete das umgesetzte Konzept der Kapelle als „lichte Weite, weil das für mich das Wesen der Dominikaner zum Ausdruck bringt". Als Glaskünstler versuche er immer ein Licht zu ermöglichen ,„dass unsere Sehnsucht zur Hoffnung beflügelt", sagte Seitz.

„Die Herausforderung für alle bestand darin, aus dem Profanraum des ehemaligen Kindergartens einen Sakralraum zu gestalten, der eine Weite und eine Intimität ermöglicht und der dem neuen Kloster inmitten der Mainzer Neustadt eine besondere geistliche und künstlerische Komponente aufweist", erläuterte Pater Josef kleine Bornhorst OP. Und weiter: „Die Glaselemente ermöglichen Licht und Weite für den doch relativ kleinen Raum und geben durch einige farbige Lichtstreifen dem Raum eine besondere Stimmung." Gefertigt wurden die Glasarbeiten vom Glasstudio Derix in Taunusstein.

Die Dominikaner hatten den Neubau in der Gartenfeldstraße im Sommer 2008 bezogen. In dem Kloster, das auch Ausbildungshaus der Dominikanerprovinz Teutonia ist, leben zurzeit 17 Brüder, zehn davon gehören dem Studentat an, das heißt sie befinden sich in Ausbildung oder Studium. Das fünfgeschossige Haus ist damit voll belegt. In Mainz werden die Dominikaner erstmals 1257 urkundlich erwähnt, wo sie zunächst bis 1789 ansässig waren. Nach über 200 Jahren kehrte der Orden im Jahr 1993 nach Mainz zurück, wo die Gemeinschaft zunächst die Pfarrseelsorge von St. Bonifaz übernahm. An die lange Tradition der Dominikaner in Mainz erinnert noch die Dominikanerstraße in der Nähe des Staatstheaters.

Hinweis: http://www.dominikaner-mainz.de/ tob (MBN)

 

 

 

Staatsrechtler Mückl: „Straßburger Kruzifix-Urteil weist Mängel auf“

 

Im November 2009 wertete der Europäische Menschenrechtsgerichtshof Kruzifixe an italienischen Schulen als Verstoß gegen das Erziehungsrecht der Eltern. Italien erhob Einspruch; Ende Juli kommt das Urteil erneut zur Verhandlung. Ein solches Kruzifix-Verbot „aus der Ferne“ ist vielen Europäern unverständlich. Der Streit um das Schulkreuz werde sowieso viel zu wenig als öffentliche Debatte geführt. Das bemängelt der Freiburger Staatsrechtler Stefan Mückl, der als Dozent an der Päpstlichen Universität „Santa Croce“ lehrt. Er hat sich das umstrittene Kruzifix-Urteil des Straßburger Gerichtes einmal näher angesehen.

Mückl weist den Straßburger Richtern Fehlschlüsse und schwere handwerkliche Mängel nach. Der supranationale Gerichtshof stütze sich bei seiner Entscheidung auf das Kruzifixurteil des deutschen Bundesverfassungsgerichtes (1995), ohne jedoch Fehler und die Besonderheiten des deutschen Urteils zu berücksichtigen:

 

„Alle Schwachpunkte der Kruzifix-Entscheidung des Bundesverfassungsgerichtes finden sich nun wieder in der Entscheidung des Europäischen Menschenrechtsgerichtshofes“. (rv 3)

 

 

 

 

 

Studie. Immer mehr Eltern ohne Trauschein

 

Frankfurt/Main. Ein uneheliches Kind hat eine alleinerziehende Mutter - diese Gleichung stimmt nach einer Studie des Max-Planck-Instituts für demografische Forschung in Rostock nicht mehr.

 

Vielmehr lebten heute auch uneheliche Kinder meist bei Vater und Mutter statt bei einem alleinerziehenden Elternteil, berichtet die "Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung" aus der noch unveröffentlichten Studie des Instituts. Grund sei der Trend junger Paare zu einer Partnerschaft ohne Trauschein. Die Forscher hatten dazu Familienstand und Geburten bei 12.000 Frauen der Jahrgänge 1971 bis 1973 erhoben.

 

Ergebnis: In nichtehelichen Gemeinschaften lebten bei der Geburt des ersten Kindes 25 Prozent der West-Frauen und 45 Prozent der Ost- Frauen. Das waren deutlich mehr als jene, die bei der ersten Geburt alleinerziehend waren - 12 Prozent im Westen und 20 Prozent im Osten.

 

Die Mehrzahl unehelicher Kinder lebe damit in eheähnlichen Partnerschaften, erklärten die Forscher die Daten. Als eine Ursache nannten sie die Reform des Kindschaftsrechts 1998, die auch unverheirateten Eltern das gemeinsame Sorgerecht ermögliche. (dpa 7)

 

 

 

 

Studie. Gläubige Muslime sind deutlich gewaltbereiter

 

Muslimische Jungendliche neigen zum mehr Gewalt als Migranten anderer Konfessionen. Dies wird auf ihre Männlichkeits-Vorstellungen zurückgeführt.

Jugendliche aus muslimischen Zuwanderer-Familien sind nach einer neuen Studie deutlich gewaltbereiter als Migranten anderer Konfessionen. Bei der Befragung von 45.000 Schülern seien insbesondere gläubige Muslime durch jugendtypische Delikte wie Körperverletzung oder Raub aufgefallen, berichtete die „Süddeutsche Zeitung“ unter Berufung auf eine ihr vorliegende Studie des Kriminologischen Forschungsinstituts Niedersachsen.

Zurückgeführt wird dies demnach vor allem auf unterschiedliche Männlichkeits-Vorstellungen: „Die muslimische Religiosität fördert die Akzeptanz der Machokultur“, sagte Instituts-Direktor Christian Pfeiffer.

Pfeiffer warnte angesichts der Ergebnisse jedoch vor einer pauschalen Verurteilung des Islams. Nötig sei vielmehr eine „viel radikalere Integration“, forderte er. Für die Studie befragten die Forscher 45.000 Jugendliche zwischen 14 und 16 Jahren, unter ihnen gut 10.000 Migranten. Vor allem Jungen aus muslimischen Zuwanderer-Familien begingen demnach nach eigenen Angaben – und nach Angaben von Opfern – häufiger Delikte wie Körperverletzung und Raub.

Die Kriminologen stellten nach eigenen Angaben bei ihren Umfragen unter muslimischen Jugendlichen einen signifikanten Zusammenhang zwischen Religiosität und Gewaltbereitschaft fest. Häufiges Beten und Moscheebesuche bremsten die Gewaltbereitschaft nicht. Wer besonders religiös lebe, schlage sogar häufiger zu, heißt es in der Studie.

Bei evangelischen und katholischen Jugendlichen zeigte sich indes eine gegenläufige Tendenz: Wer seinen Glauben lebe, begehe seltener jugendtypische Straftaten. Dies gilt demnach gerade auch für christliche Zuwanderer, die meist aus Polen oder der ehemaligen Sowjetunion stammen.

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Eine entscheidende Ursache des Problems sieht die Studie in der Vermittlung des muslimischen Glaubens durch Imame, die ohne Sprach- und Kulturkenntnisse aus dem Ausland nach Deutschland kommen und mitunter „reaktionäre Männlichkeitsvorstellungen“ vermittelten. Zudem befördere die Ausgrenzung von Muslimen durch einheimische Deutsche deren Rückzug in die eigene Gruppe, sagte Pfeiffer.  AFP 7