Notiziario religioso 3-7 Giugno
2010
Giovedì 3 giugno. Festa del Corpus Domini (in Germania). Invitati al banchetto della Parola e del Pane
Gesù non ci ha
lasciato una sua statua, una sua fotografia, una sua reliquia. Ha voluto
continuare ad essere presente fra i suoi discepoli
come alimento.
Il cibo non è
posto sulla tavola per essere contemplato, ma per essere consumato.
I cristiani che
vanno a Messa, ma non si accostano alla comunione, devono prendere coscienza
che non stanno partecipando pienamente alla celebrazione eucaristica.
Il cibo diviene
parte di noi stessi. Mangiando il corpo e bevendo il sangue di Cristo
accettiamo il suo invito a identificarci con lui. Diciamo a Dio e alla comunità
che intendiamo formare con Cristo un unico corpo, desideriamo assimilare il suo
gesto d’amore e intendiamo donare la nostra vita ai fratelli, com’egli ha
fatto.
Questa scelta
impegnativa non la facciamo da soli, ma assieme a tutta una comunità.
L’eucaristia non è un alimento da consumarsi in solitudine: è pane spezzato e
condiviso tra fratelli.
Non è concepibile
che, da un lato, venga posto il gesto che indica
unità, condivisione, uguaglianza, donazione reciproca e dall’altro sia
tollerato il perpetuarsi di contrasti, odi, gelosie, accaparramento dei beni,
sopraffazione. Una comunità che celebra il rito dello “spezzar del pane” in
queste condizioni indegne mangia e beve – come richiama Paolo – la propria condanna
(1 Cor 11,28-29). E’ una comunità che trasforma il sacramento in menzogna. E’
come una ragazza che, sorridendo, accetta dal fidanzato l’anello, simbolo di un
legame d’amore indissolubile e, contemporaneamente, lo tradisce con altri
amanti.
Prima Lettura (Gen
14,18-20)
In quei giorni, 18 Melchisedek re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote
del Dio altissimo 19 e benedisse Abram con queste parole:
“Sia benedetto Abram dal Dio
altissimo,
creatore del cielo e
della terra,
20 e benedetto sia il Dio altissimo,
che ti ha messo in
mano i tuoi nemici”.
Abram gli diede la decima di tutto.
Il quattordicesimo
capitolo del libro della Genesi dal quale è tratta la nostra lettura è
piuttosto singolare: presenta Abramo nell’insolito ruolo di valoroso guerriero.
Il patriarca si
trova alle Querce di Mamre, nei pressi di Hebron, e viene a sapere che alcuni re venuti dall’oriente hanno catturato suo nipote Lot.
Subito organizza i suoi uomini esperti nelle armi, insegue i rapitori fino a
Dan, all’estremo nord della Palestina, piomba su di loro, li sconfigge,
recupera tutto il bottino e anche Lot, i suoi beni, le sue donne e il suo
popolo.
Sulla via del
ritorno passa nei pressi della città di Salem
(Gerusalemme) dove regna Melchisedec. Costui – che è re e sacerdote del Dio
altissimo – quando viene a sapere che Abramo si sta avvicinando, esce dalla
città e gli offre pane e vino, poi lo benedice invocando il nome del suo Dio.
Per cogliere il
messaggio del brano, va tenuto presente che, al tempo di Abramo, Gerusalemme
era una città abitata da un popolo pagano e tale rimase per molte centinaia
d’anni, fino a quando, verso l’anno 1000 a.C., Davide
la conquistò e ne fece la capitale del suo regno.
Nel racconto
dell’impresa eroica compiuta da Abramo, viene inserita
la scena dell’incontro con Melchisedec, re di Salem, per varie ragioni.
Al tempo in cui
questo racconto è stato scritto (più di mille anni dopo i fatti), gli israeliti
non guardano con simpatia né Gerusalemme, né il suo re, né la sua corte e
pagano malvolentieri le tasse. Con abilità (e cortigianeria) l’autore del brano
cerca allora, citando l’esempio di Abramo (v. 20), di persuaderli a
sottomettersi al re di Gerusalemme e a pagargli le decime (senza troppo
borbottare!). Ho rilevato questo ingegnoso stratagemma dello scriba per
mostrare come, a volte, Dio si serva anche delle motivazioni meno nobili degli
uomini per introdurre nella Bibbia un racconto che è prezioso, perché denso di
simbolismi religiosi.
Non è stato solo
per convincere gli israeliti a pagare le tasse che l’autore sacro ha ricordato
il comportamento umile e devoto di Abramo nei confronti del re di Salem. Egli ha voluto soprattutto insegnare che non
bisognava più guardare in modo ostile gli stranieri. Dio ha mostrato di non
rivelarsi solo agli israeliti, ma anche agli altri uomini.
Melchisedec era un
cananeo, un pagano, eppure egli già rendeva culto al Dio altissimo, creatore
del cielo e della terra e davanti a lui lo stesso patriarca Abramo ha compiuto
un gesto sorprendente: si è inchinato e ne ha ricevuto
la benedizione.
In nessun’altra
pagina dell’AT, un ministro pagano del culto viene
guardato con tanto rispetto e simpatia.
Questo brano del
libro della Genesi è stato scelto come prima lettura perché ha riferimenti
palesi alla festa di oggi.
Anzitutto,
Melchisedec è sempre stato considerato dai cristiani come una figura di Cristo
e dei sacerdoti della nuova Alleanza i quali offrono sull’altare il pane e il
vino.
Ci sono anche
altri elementi che mettono in rapporto con l’eucaristia il gesto compiuto da
questo re‑sacerdote. Egli ha condiviso il suo pane ed
il suo vino con chi aveva fame e il suo comportamento generoso è un richiamo
alla condivisione dei beni con i fratelli.
E’ significativo infine il fatto che il pane e il vino di
Melchisedec siano consumati insieme da due popoli: quello pagano di Salem e
quello eletto dei figli di Abramo, i giudei. E’ come se questi due popoli – pur
così distanti dal punto di vista politico, culturale e religioso – si fossero dati appuntamento attorno ad un’unica mensa. E’ l’immagine
di quanto avviene nella comunità cristiana che si raduna per spezzare il pane
eucaristico: abbiamo l’incontro, l’accoglienza, la condivisione e il reciproco
scambio di benedizioni.
Seconda Lettura (1
Cor 11,23-26)
Fratelli, 23 io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho
trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane
24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è
per voi; fate questo in memoria di me”. 25 Allo stesso modo, dopo aver cenato,
prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la
nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in
memoria di me”. 26 Ogni volta infatti che mangiate di
questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore
finché egli venga.
Per capire questo
importante brano è necessario chiarire il motivo per cui Paolo introduce nella
sua lettera il tema dell’istituzione dell’eucaristia. Poi vedremo di
interpretare il significato del gesto di Gesù.
A Corinto ci sono
problemi molto seri: dissolutezze in campo sessuale, disordini, invidie,
ubriacature e – ciò che è peggio – discordie tra
fratelli. Sono sorti dei partiti, non ci si mette d’accordo sulle scelte
morali, si accetta come normale la divisione in classi: quella dei ricchi e
quella dei poveri, quella dei nobili e quella della gente semplice.
Le divisioni sono
sempre deleterie, ma, quando si manifestano proprio mentre si celebra
l’eucaristia, divengono scandalose.
A Corinto i
cristiani sono soliti prendere un pasto in comune,
come veri fratelli, prima della santa Cena. Sanno bene che, per spezzare
degnamente il pane eucaristico, è necessario condividere prima il pane
materiale.
La santa Cena è
celebrata non in chiese, come succede da noi, ma in case private, messe a
disposizione da qualche membro benestante della comunità.
Ora accade che il
gruppo dei ricchi, dei padroni, dei nobili – che non lavorano,
ma fanno lavorare i loro servi – si danno appuntamento presto, nell’immediato
pomeriggio. Si ritrovano nella villa di uno di loro, passeggiano nel giardino,
discorrono beatamente, si sdraiano su divani e cominciano a gozzovigliare.
Quando poi la sera arrivano i loro fratelli di fede, sfiniti dalla fatica –
sono quelli che appartengono alle classi più umili (i contadini, i braccianti,
gli scaricatori di porto) – i ricchi li accolgono con scherni e battute poco
rispettose. Poi, senza rendersi conto della situazione penosa che si è creata,
cominciano a celebrare l’eucaristia.
Per mostrare
l’assurdità di un simile comportamento, Paolo ricorda ai corinti come Gesù
istituì l’eucaristia.
Le esperienze più
profonde, i messaggi più significativi sono difficili
da tradurre in parole. Per comunicarli noi ricorriamo a gesti: con un sguardo dolce esprimiamo tenerezza, con una prolungata
stretta di mano sottolineiamo il pieno accordo con un amico, con un abbraccio
ci riconciliamo con il fratello, con un brutto gesto sfoghiamo la nostra
incontenibile rabbia.
E’ possibile
riassumere in un solo gesto tutta la vita, tutta l’opera, tutta la persona di
Gesù? Sì, è possibile e il gesto è stato scelto e compiuto da lui, alla vigilia
della sua passione. Durante l’ultima cena prese il pane, lo spezzò e disse:
questo è il mio corpo spezzato; poi prese il vino e disse: questo è il mio
sangue versato.
Ai suoi discepoli
Gesù voleva dire: tutta la mia esistenza è stata un dono agli uomini; per me
non ho trattenuto né un istante della mia vita, né una cellula del mio corpo,
né una goccia del mio sangue. Tutto mi sono offerto, tutto mi sono donato.
Ogni volta che, su
invito del Signore, la comunità cristiana spezza il pane eucaristico, viene ripresentato Gesù che dona la sua vita per amore.
Come possono i
corinti – si chiede Paolo – ripetere questo gesto che indica sacrificio e dono
della vita, unione a Cristo e ai fratelli e poi, in realtà, fomentare
divisioni, coltivare discordie, perpetuare disuguaglianze?
Considerando la
vita non sempre coerente delle nostre comunità cristiane, forse ci siamo
chiesti come in certe situazioni si possa continuare a celebrare l’eucaristia.
E’ un dubbio legittimo. Tuttavia non va dimenticato che il pane eucaristico è
un dono, non un premio meritato e riservato ai buoni. E’ un cibo offerto ai
peccatori, non ai giusti (perché nessuno è giusto). Anche se ci rendiamo conto di essere indegni, continuiamo ad accostarci al
banchetto eucaristico. Esso ci richiama la nostra condizione di peccatori e ci
stimola a divenire ciò che ancora non siamo: pane spezzato e vino versato per i
fratelli.
Vangelo (Lc 9,11b-17)
In quel tempo, 11 Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a
guarire quanti avevan bisogno di cure.
12 Il giorno
cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: “Congeda la
folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e
trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta”.
13 Gesù disse loro: “Dategli voi stessi da mangiare”. Ma essi
risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno
che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente”. 14
C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai
discepoli: “Fateli sedere per gruppi di cinquanta”. 15 Così fecero
e li invitarono a sedersi tutti quanti.
16 Allora egli
prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse,
li spezzò e li diede ai discepoli perché li
distribuissero alla folla. 17 Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti
loro avanzate furono portate via dodici ceste.
Ci sono molti modi
per spiegare cos’è l’eucaristia. Paolo ne sceglie uno: racconta – come abbiamo
visto – la sua istituzione, durante l’ultima cena. Luca ne sceglie un altro:
prende un episodio della vita di Gesù – quello della moltiplicazione dei pani –
e lo rilegge nell’ottica eucaristica. Lo utilizza, cioè, per far capire ai
cristiani delle sue comunità cosa significa il gesto di spezzare il pane che
essi ripetono regolarmente, ogni settimana, nel giorno del Signore.
Se il brano del
Vangelo di oggi viene letto come la cronaca fedele di
un fatto, ci si imbatte in una serie di difficoltà: non si capisce cosa sono
andati a fare in un luogo deserto (v.12) cinquemila uomini e non si sa bene
neppure da dove possano essere venute tante persone (v.14). E’ strano che anche
i pesci vengano spezzati (v.16) e ci sarebbe da
spiegare da dove sbucano fuori le dodici ceste per i resti (v.17); la gente le
aveva portate con sé vuote? Poi è sera tardi (v.12) quando il pasto ha inizio;
come hanno fatto i dodici, al buio, a mettere in ordine tanta gente e a
distribuire pani e pesci?…
Evidentemente non
siamo di fronte a un reportage e non ha senso chiedere come si sono esattamente
svolti i fatti, perché è difficile stabilirlo.
Su un evento della
vita di Gesù, l’evangelista ha costruito una riflessione teologica e a noi, più
che ricostruire l’accaduto, interessa capire qual è il messaggio che egli vuole
trasmettere.
La prima chiave di
lettura che inseriamo è quella dell’AT.
I cristiani delle
comunità di Luca erano abituati al linguaggio biblico e coglievano
immediatamente le allusioni – che a noi possono sfuggire – a fatti, testi,
espressioni, personaggi dell’AT.
Il racconto della
distribuzione dei pani rievocava loro:
- il racconto
della manna, il cibo donato prodigiosamente da Dio al suo popolo nel deserto
(Es 16; Nm 11). Anche il pane dato da Gesù viene dal
cielo;
- la profezia
fatta da Mosè: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi
fratelli, un profeta pari a me” (Dt 18,15). Gesù che ripete uno dei segni fatti
da Mosè è dunque l’atteso profeta;
- le parole di
Isaia: “ Perché spendete denaro per ciò che non è pane e il vostro patrimonio
per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi
e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Preparerà
il Signore degli eserciti, per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto”
(Is 55,1-2.6);
- infine ricorda
la moltiplicazione dei pani operata da Eliseo (2 Re 4,42-44). Il miracolo
compiuto da Gesù sembra esserne una fotocopia ingrandita.
Questi richiami
all’AT vanno ricordati perché ad essi Luca intende
alludere, ma egli fa riferimento anche alla celebrazione dell’eucaristia, così
come si svolge nelle sue comunità.
Cominciamo dal
primo versetto (v.11) che nel nostro lezionario, purtroppo, non è riportato per
intero. Riprendiamo anche la parte che manca: “Gesù accolse le folle e prese a
parlare loro...”.
Solo Luca dice
che, quando le folle arrivano a Betsaida, Gesù le accoglie e parla loro del
regno di Dio. Si è ritirato in disparte con i discepoli, cercando forse un
momento di quiete; ma la gente, bisognosa della sua parola e del suo aiuto, lo
raggiunge ed egli la accoglie, annuncia la buona novella del regno di Dio e
guarisce i malati. Accogliere significa prestare attenzione, lasciarsi coinvolgere
dai bisogni degli altri, mostrare interesse per le loro necessità spirituali e
materiali.
In questo primo
versetto, il riferimento alla celebrazione eucaristica è evidente: la liturgia
del giorno del Signore inizia sempre con il gesto del celebrante che accoglie
la comunità, dà il benvenuto, augura la pace e annuncia il regno di Dio. Come
Gesù anch’egli, accoglie tutti. Benvenuti sono i buoni e benvenuti
sono i peccatori, benvenuti sono i poveri, i malati, i deboli, gli esclusi, chi
cerca una parola di speranza e di perdono; nessuno è allontanato.
Anche Paolo, concludendo il capitolo sull’eucaristia dal quale è tratto
il brano della seconda lettura di oggi, raccomanda questa accoglienza ai
cristiani di Corinto: “Fratelli miei, quando vi radunate per la cena,
accoglietevi a vicenda” (1 Cor 11,33).
Nel v.12 si sottolinea l’ora in cui Gesù distribuisce il suo pane:
“il giorno cominciava a declinare”. Ho notato sopra la difficoltà di intendere
questo dato come un’informazione (del tutto superflua, tra l’altro).
Il giorno
cominciava a declinare è invece un’indicazione preziosa e anche commovente. La
troviamo anche nel racconto dei discepoli di Emmaus. “Rimani con noi – dicono i
due al compagno di viaggio – perché si fa sera e il giorno volge al declino”
(Lc 24,29).
Questo dettaglio
ci informa sull’ora in cui, il sabato sera, nelle comunità di Luca si celebrava
la santa Cena.
Il luogo deserto
(v.12) ha pure un significato teologico: ricorda il cammino del popolo
d’Israele che, lasciata la terra di schiavitù, si è posto in cammino verso la
libertà ed è stato alimentato con la manna.
La comunità che
celebra l’eucaristia è composta da viandanti che
stanno compiendo un esodo. Hanno avuto il coraggio di abbandonare le loro case,
i loro villaggi, gli amici, il tipo di vita che conducevano e si sono messi in
cammino per ascoltare il Maestro ed essere curati da lui. Come Israele, sono
entrati nel deserto e si sono incamminati verso la libertà. Altri – che pure
hanno udito la voce del Signore – hanno preferito rimanere dov’erano, non hanno
voluto correre rischi. Purtroppo per loro, così facendo, si sono privati
dell’alimento che Gesù dona a chi lo segue.
Gesù ordina ai
dodici di dar da mangiare alle folle (vv.12-14).
La prima reazione
dei dodici è lo stupore, la sorpresa, la sensazione di essere chiamati ad un’impresa immane, assurda, impossibile. Avanzano quindi
una proposta che contraddice l’accoglienza messa in atto dal Maestro: suggeriscono di rimandare la gente a casa, di allontanarla,
di disperderla. Ognuno pensi a risolvere da solo, come
meglio può, i propri problemi.
I discepoli non si
rendono conto del dono che Gesù sta per consegnare nelle loro mani: il pane
della Parola e il pane eucaristico. Non capiscono che
la sua benedizione moltiplicherà all’infinito questo
alimento che sazia ogni fame: la fame di felicità, di amore, di giustizia, di
pace, il bisogno di dare un senso alla vita, l’ansia per un mondo nuovo.
Si tratta di
bisogni così impellenti e irrefrenabili che a volte spingono a cibarsi di ciò
che non sazia, di ciò che può addirittura acuire la fame o provocare nausea.
Per questo il Maestro insiste: è da voi che il mondo si attende il cibo, date
voi stessi da mangiare.
La sua Parola è un
pane che si moltiplica miracolosamente: chi accoglie il Vangelo e con esso
alimenta la propria vita, chi assimila la persona di Cristo cibandosi del pane
eucaristico a sua volta sente il bisogno di fare partecipi anche gli altri
della propria scoperta e della propria gioia e comincia a distribuire anche a
loro il pane che ha saziato la sua fame. Si innesca
così un processo inarrestabile di condivisione e le dodici ceste di resti
rimangono sempre colme e pronte per ricominciare la distribuzione. Più aumentano coloro che si cibano del pane della Parola di
Cristo e dell’eucaristia più si moltiplica il pane distribuito a chi ha fame.
Il v. 14 indica un particolare curioso: Gesù non vuole che il suo
cibo venga consumato in solitudine, ognuno per proprio conto, come si fa al
self‑service. Tuttavia nemmeno i gruppi troppo grandi vanno bene perché
in essi non ci si conosce, non si dialoga, non si possono instaurare rapporti
di amicizia, di aiuto reciproco, di fratellanza.
Al tempo di Luca
cinquanta era forse il numero ideale dei membri di una comunità. Ricordiamo
che, nei primi secoli, l’eucaristia non veniva
celebrata in chiese, ma in grandi sale (At 2,46), per cui il numero dei
partecipanti era necessariamente limitato. Può darsi che una delle ragioni
della pigrizia, della freddezza, della mancanza di iniziativa
di alcune delle comunità di oggi dipenda proprio dal numero elevato dei
partecipanti.
In tutto il NT,
solo Luca usa, per cinque volte, il verbo greco kataklinein, “adagiare a
tavola” (v.15). Indica la posizione che gli uomini liberi assumevano quando partecipavano a un solenne banchetto. Gli israeliti si
sdraiavano così durante la cena pasquale. E’ improprio impiegare questo verbo
in una situazione come quella descritta nel brano evangelico di oggi, cioè,
riferirlo a gente che si trova nel deserto, all’aria aperta e che ha
l’abitudine di sedersi per terra con le gambe incrociate.
Se Luca usa questa
espressione, lo fa per un motivo teologico: per alludere a un altro pasto, a
quello della comunità cristiana seduta attorno alla mensa eucaristica, cena
della nuova Pasqua, consumata da uomini liberi.
La formula con cui
si descrive la moltiplicazione dei pani ci è nota:
“Prese i pani (e i pesci) e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò
e li diede...” (v.16). Sono i gesti compiuti dal celebrante nella celebrazione
dell’eucaristia (Cf. Lc 22,19).
Sembra quasi che
Luca stia un po’ profanando le parole dell’atto sacramentale, confondendo le
cose della terra con quelle del cielo, i bisogni materiali con quelli dello
spirito.
Non è pericolosa
per la fede questa “commistione” di materia e spirito. Pericoloso è il
contrario: slegare l’eucaristia dalla vita degli uomini, portarla fra le nubi.
Sono una menzogna le Eucaristie che non celebrano anche l’impegno
concreto di tutta la comunità perché si moltiplichi il pane materiale, in modo
che ce ne sia per tutti e ne avanzi.
La comunione dei
beni è raffigurata, nella celebrazione eucaristica, dall’offertorio. E’ quello
il momento in cui ogni membro della comunità presenta il suo dono generoso
affinché sia distribuito a chi è nel bisogno.
Ci si chiede
spesso che fine hanno fatto i pesci; tutta l’attenzione sembra concentrata sui
pani. In realtà anche i pesci sono, stranamente, “spezzati” e distribuiti
insieme con il pane (v.16). Nelle comunità del tempo di Luca il pesce era
divenuto il simbolo di Cristo. Le lettere che compongono il termine greco
ichthys (pesce) erano già divenute l’acrostico per Gesù, Cristo, Figlio, di
Dio, Salvatore. Il pesce è dunque Gesù stesso fattosi cibo nell’eucaristia. P.
Fernando Armellini, de.it.press
Giovedì 3 giugno. Il commento al
Vangelo (per l’Italia). Il primo di tutti i comandamenti
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 12,28b-34) commentato da P. Lino Pedron
28 Allora si
accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro
ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29 Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; 30 amerai dunque il
Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la
tua forza. 31 E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non
c'è altro comandamento più importante di questi». 32
Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo
verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui; 33 amarlo
con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo
come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34 Gesù, vedendo
che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei
lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
La domanda che lo
scriba pone a Gesù non è oziosa. Data la molteplicità delle prescrizioni della
legge (se ne contavano 613, ripartite in 365 proibizioni - quanti sono i giorni
dell’anno - e 248 comandamenti positivi, quante si credeva
fossero le parti del corpo umano), ci si poteva legittimamente interrogare sul
loro valore e chiedersi quale fosse il comandamento più grande.
La risposta di
Gesù che pone nell’amore di Dio e del prossimo il centro della legge, non è una
novità assoluta: lo insegnavano anche i rabbini di allora. La novità consiste
nell’avere unificato il testo del Dt 6, 4-5 con il testo del Lv 19,18. Ma per cogliere questo centro sono necessarie due
precisazioni. La Bibbia insegna che il nostro amore per Dio e per il prossimo
suppone un fatto precedente, senza il quale tutto resterebbe incomprensibile:
l’amore di Dio per noi. Qui è l’origine e la misura del nostro amore. L’amore
dell’uomo nasce dall’amore di Dio e deve misurarsi su
di esso. E qui si inserisce la seconda precisazione:
chi è il prossimo da amare? La Bibbia risponde: ogni uomo che Dio ama, cioè
tutti gli uomini, senza alcuna distinzione, perché Dio si è rivelato in Gesù
come amore universale.
La nostra vita è
amare Dio e unirci a lui (Dt 30,20), diventando per grazia ciò che lui è per
natura. Il nostro amore per lui è la via per la nostra
divinizzazione, perché uno diventa ciò che ama. Chi
risponde a questo amore passa dalla morte alla vita,
mentre chi non ama Dio e il prossimo rimane nella morte (1Gv 3,14). Dio è amore
più forte della morte (Ct 8,6). La sua fedeltà dura in eterno (Sal 117,2).
Quando noi moriamo, egli ci ridà la vita. "Riconoscerete che io sono il
Signore quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri
sepolcri" (Ez 37,13). Dio ha creato tutto per l’esistenza, perché è un Dio
amante della vita (cfr Sap 1,14; 11,26).
L’amore per l’uomo
non è in alternativa a quello per Dio, ma scaturisce da esso come dalla sua
sorgente. Si ama veramente il prossimo solo quando lo si
aiuta a diventare se stesso, raggiungendo il fine per cui è stato creato, che è
quello di amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stesso. Alla luce di
questa verità, dobbiamo rivedere radicalmente il nostro modo di amare: molto
del cosiddetto amore, che schiavizza sé e gli altri, è
una contraffazione dell’amore, è egoismo. Quanta purificazione, quanta grazia
di Dio occorrono perché l’amore sia vero amore! de.it.press
Venerdì 4 giugno. Il commento al Vangelo. Gesù insegna nel tempio
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 12,35-37) commentato da P. Lino Pedron
35 Gesù continuava a parlare, insegnando nel tempio: «Come mai
dicono gli scribi che il Messia è figlio di Davide? 36 Davide stesso infatti ha detto, mosso dallo Spirito Santo: Disse il
Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici come sgabello ai tuoi piedi. 37 Davide stesso lo chiama Signore: come dunque può essere
suo figlio?». E la numerosa folla lo ascoltava volentieri.
Nella lettura del
Vangelo di Marco ritorna con insistenza la domanda: Chi è Gesù? E ci è stata
data la risposta con chiarezza: Gesù è il Messia (Mc 8,29). Ma subito si è riproposta un’altra domanda: Che cosa significa per Gesù
essere il Messia e quale relazione ha il Messia con Dio? E la risposta è stata:
Il Messia compirà la sua missione nella sofferenza (tre annunci della
passione); il Messia è l’ultimo inviato di Dio, e il Figlio che Dio tanto ama
(Mc 12,1-8).
Ora qui si ripropone un problema importante: Chi è il Messia? Ogni
ebreo poteva rispondere con semplicità e senza alcun dubbio:
Il Messia è il figlio di Davide. E questa risposta trova il fondamento negli
oracoli dei profeti, a cominciare da Natan (2Sam 7). E tuttavia la risposta è
incompleta. Il Messia non è solamente il figlio di Davide; è il Figlio di Dio.
Gesù fonda il suo
ragionamento sull’interpretazione del salmo 110 , un
salmo che la Bibbia attribuisce a Davide. Dunque è Davide
stesso che parla e dice: "Disse il Signore (cioè Dio stesso) al mio
Signore (cioè al Re-Messia): siedi alla mia destra". Dunque, dice Gesù, Davide chiama il Messia "mio
Signore". Vuol dire, dunque, che il Messia è molto di più che "il
figlio di Davide": è addirittura "il Signore di Davide".
Ne consegue che se
Gesù è il Figlio di Dio, il suo regno non può essere ridotto al regno di Davide. Sarebbe un regno tra i regni
di questo mondo o in alternativa ad essi. Invece il regno di Dio li supera, li
trascende e non è legato alla loro realtà materiale. de.it.press
Sabato 5 giugno. Il commento al Vangelo. L’obolo della vedova
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 12,38-44) commentato da P. Lino Pedron
38 Diceva loro mentre insegnava: «Guardatevi dagli scribi, che
amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39 avere i
primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40 Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe
preghiere; essi riceveranno una condanna più grave».
41 E sedutosi di
fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti
ricchi ne gettavano molte. 42 Ma venuta una povera vedova vi gettò due
spiccioli, cioè un quattrino. 43 Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel
tesoro più di tutti gli altri. 44 Poiché tutti hanno dato del loro superfluo,
essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto
quanto aveva per vivere».
Gesù mette in
guardia la folla perché sta per lasciarsi trascinare dai capi: bisogna che essa
sappia chi sono in realtà i suoi capi. Con poche parole il Maestro fa il
ritratto degli scribi: vanità, sfruttamento delle vedove, ostentazione nella
preghiera. La loro logica è precisa: prima io, poi le donne, infine Dio. Forse
ci aspettavamo un elogio degli scribi: sono gli studiosi della parola di Dio.
Se è vero che la conoscenza è l’origine della virtù, essi dovrebbero essere
molto virtuosi. Al contrario, non ci aspettavamo molto dalla vedova che Gesù,
invece, ci propone come esempio: è limitata, è povera, è costretta ad occuparsi quotidianamente delle solite cose
indispensabili per la sopravvivenza. Cosa può dare a
Dio una persona insignificante come lei?
Ma il giudizio di Dio capovolge le nostre valutazioni. Gli
scribi usano la conoscenza delle Scritture per procurarsi onori umani, si servono della loro pietà religiosa per nascondere la
cupidigia con cui si appropriano dei beni degli altri, in particolare dei beni
dei poveri e degli indifesi. La povera vedova invece, che può mettere nel
tesoro del tempio solo due spiccioli, viene presentata
ai discepoli come il vero esempio da imitare: "Tutti hanno dato del loro
superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto ciò che aveva,
tutto quanto aveva per vivere" (v. 44). Così, con semplicità, questa donna
insignificante, a cui nessuno aveva prestato
attenzione, ha amato Dio con tutto il cuore (cfr Mc 12,30).
Gesù sta per
andarsene dalla scena di questo mondo e non ci lascia come maestri dei
personaggi dalle lunghe maniche e dalle parole altisonanti, ma mette in
cattedra una donnetta discreta, che continua in silenzio la sua lezione: la
vedova che offre a Dio tutta la sua vita. Essa è sola e inosservata, povera e
umile, "getta" tutta la propria vita: è come Gesù che si è fatto
ultimo di tutti e ha dato la sua vita in riscatto per
tutti (cfr Mc 10,43-45).
Il primo miracolo
di Gesù fu la guarigione della suocera di Pietro, perché potesse servire (cfr
Mc 1, 29-31). L’ultimo suo insegnamento, prima del
discorso escatologico, ci presenta questa vedova, che ama veramente Dio con
tutta la sua vita. Sono loro le vere discepole di Gesù, e quindi le nostre
maestre. de.it.press
Domenica 6 giugno. Il commento al Vangelo. La moltiplicazione dei pani
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 9,11b-17) commentato da P. Lino Pedron
11 Egli le accolse e prese a parlar loro del regno di Dio e a guarire
quanti avevan bisogno di cure. 12 Il giorno cominciava a declinare e i Dodici
gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e
nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una
zona deserta». 13 Gesù disse loro: «Dategli voi stessi
da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta
questa gente». 14 C'erano infatti circa cinquemila
uomini. Egli disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta». 15
Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti. 16
Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li
benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li
distribuissero alla folla. 17 Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti
loro avanzate furono portate via dodici ceste.
Questo banchetto
segna il punto d’arrivo della missione degli apostoli: l’attività missionaria infatti porta a conoscere il Signore Gesù e ha il suo
culmine e coronamento nell’eucaristia. Essa è il fondamento e il compimento
della Chiesa, è suo principio e suo fine.
Il racconto ha
come sottofondo il banchetto che Dio imbandì nel deserto per il suo popolo (Is
25,6ss; Os 11,4; Sal 23; ecc.). Tale banchetto (cfr Nm11,4ss; Es 16; Dt 8,13) chiarisce molti dettagli di questo racconto, la
cui struttura è simile alla moltiplicazione dei pani di 2Re 4,42-44. Gesù è
presentato come Dio stesso che sazia e salva.
Gesù accoglie le
folle. Questa accoglienza, che prepara al banchetto,
ha due aspetti: "Parlava loro del regno di Dio" e "guariva
quanti avevano bisogno di cure". Luca mette in evidenza
la cura di Gesù come di un medico verso i bisognosi, gli esclusi, gli infelici,
i malati, i peccatori.
Il declinare del
giorno è l’ora in cui Gesù fu invitato a "rimanere" dai discepoli di
Emmaus (Lc 24,29). E’ la stessa ora del banchetto eucaristico che, come quello
pasquale, si celebra al tramonto del sole.
I Dodici, che in At 6, 2 vedremo deputati al servizio delle mense, ora si
rivolgono a Gesù e lo consigliano di mandare via la gente invece di
accoglierla.
Gesù dà ai
discepoli lo stesso ordine che aveva dato Eliseo (2Re 4,43-44). I discepoli
fanno i calcoli sulle loro possibilità. Non sanno ancora contare sul dono di
Dio.
Per la parola di
Gesù, la folla disordinata diventa popolo ordinato. Il pasto viene
consumato comodamente sdraiati e non più in piedi e in fretta come nel primo
esodo (Es 12,11): con Gesù sono ormai nel riposo della terra promessa.
Questo pane donato
da Gesù è il vertice di tutto il creato perché in esso tutta la materia
inanimata diventa Cristo che si fa nutrimento completo dell’uomo: è il punto di
congiunzione tra creazione e Creatore in Gesù, che si fa pane per unirsi
all’uomo sua creatura prediletta.
Solo mangiando Gesù
l’uomo è sazio di vita e vince la morte. Questo pane lo si
può conservare, a differenza della manna che perisce, perché è il pane della
vita eterna (Gv 6,12). Lo si conserva dandolo e lo si
moltiplica dividendolo. Le dodici ceste di pezzi, una per tribù, indicano che
il pane di Cristo è sovrabbondante: ce n’è per tutti e per sempre. de.it.press
Lunedì 7 giugno. Il commento al Vangelo. Le beatitudini
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 5,1-12) commentato da P. Lino Pedron
1 Vedendo le
folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi
discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
3 «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei
cieli.
4 Beati gli
afflitti, perché saranno consolati.
5 Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
6 Beati quelli che
hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
7 Beati i
misericordiosi, perché troveranno misericordia.
8 Beati i puri di
cuore, perché vedranno Dio.
9 Beati gli
operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i
perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi
quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e,
mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.
In questo brano
Matteo ha un’intenzione precisa: presentare Gesù come il nuovo Mosè, e il
discorso di Gesù sulla montagna come il compimento della legge del Sinai. Il
suo messaggio si concentra sulla parola "beati".
La beatitudine dell’uomo povero e sofferente ha il suo fondamento in Gesù: in
lui Dio ci ha già dato tutto.
Questo discorso
traduce l’esperienza di Cristo, che può e deve diventare l’esperienza del
cristiano. Non suggerisce le condizioni per essere frati o suore, ma
semplicemente per essere cristiani.
Gesù aveva detto
al tentatore: "Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni
parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4,4). Ora Gesù apre solennemente la bocca per dare la vita di Dio agli uomini per mezzo della sua parola.
"Beati i
poveri in spirito". La povertà indica prima di tutto un atteggiamento
spirituale nei confronti di Dio. I poveri in spirito attendono ogni aiuto da
Dio. L’atteggiamento richiesto dalla prima beatitudine è come
quello del bambino: «Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e
disse: "In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i
bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà
piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio,
accoglie me"» (Mt 18,2-5). La beatitudine dei poveri in spirito
afferma in modo inequivocabile il primato della grazia, non quello delle opere.
Il povero in
spirito è distaccato non solo dai beni materiali, che sono i meno importanti,
ma anche e soprattutto dai beni superiori dell’intelligenza e della volontà,
dalle proprie idee, dal proprio modo di sentire. Libero da se stesso, dalle sue
vedute e aspirazioni umane, egli è pronto ad accogliere i beni del regno dei
cieli. Questa disposizione interiore è indispensabile per chiunque voglia
mettersi al seguito di Gesù. La salvezza è una realtà troppo grande per essere compresa dalla sola intelligenza umana. Chi
pretende di ragionare troppo, e quindi a sproposito, rimane fuori da essa. Per
questo, chi non è povero non può entrare nel regno dei cieli. Questa
beatitudine è la caratteristica della persona di Gesù che noi dobbiamo imitare:
"Imparate da me che sono povero e umile di cuore" (Mt 11,29).
Poveri in spirito
non si nasce, ma si diventa, combattendo contro le istintive aspirazioni dei
sensi, le pretese dell’intelligenza e le incomprensioni degli altri. Il vero
povero non è colui che Dio ha umiliato, ma colui che
si è abbassato con l’amore di un figlio. La vita del povero è caratterizzata
dall’obbedienza, dalla sottomissione, dalla remissività, dall’abbandono, dal
silenzio. La povertà evangelica presenta l’ideale religioso e spirituale nella
sua duplice relazione. Verso Dio si esprime come umile e fedele sottomissione,
verso il prossimo come pacifica e cordiale accoglienza.
"Beati gli
afflitti". Gesù non è stato mandato solo per annunciare il vangelo ai
poveri, ma anche a consolare gli afflitti (cfr Is 61,2). Essi non sono tali
semplicemente per le disgrazie umane e le tribolazioni che affliggono tutti, ma
soprattutto a causa delle oppressioni e delle ingiustizie subite per
l’attuazione del piano di Dio. Sono afflitti perché il bene è deriso, perché la
comunità cristiana è perseguitata e oppressa, perché Dio non è conosciuto e
amato.
"Beati i
miti". Nell’Antico Testamento Mosè "era molto più mite di ogni uomo
che è sulla terra" (Nm 12,3) e nel Nuovo Testamento Gesù si presenta
"mite e umile di cuore" (Mt 11,29; cfr Mt 21,5). Il mite è colui che realizza in sé l’esortazione del salmo 37,7-11:
"Sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in lui; non irritarti per chi
ha successo, per l’uomo che trama insidie. Desisti dall’ira e deponi lo sdegno,
non irritarti: faresti del male, poiché i malvagi saranno sterminati, ma chi
spera nel Signore possederà la terra. Ancora un poco e l’empio scompare, cerchi il suo posto e più non lo trovi. I miti
invece possederanno la terra e godranno di una grande
pace". Si tratta del possesso pieno e felice della salvezza promessa a
quelli che seguono Gesù "mite e umile di cuore" (Mt 11,29).
"Beati quelli
che hanno fame e sete della giustizia". La giustizia è l’attuazione
completa e generosa della volontà di Dio rivelata nel vangelo di Gesù. La fame e la sete indicano il desiderio di cercare
e di attuare in se stessi questo progetto di Dio attraverso l’esercizio
dell’amore (cfr Mt 25,37). Gli affamati e gli assetati della giustizia sono coloro che hanno fatto del compimento della volontà di Dio
la massima aspirazione della propria vita, a tal punto che per loro la ricerca
del piano di Dio diventa vitale come il mangiare e il bere. La ricompensa per
quelli che hanno desiderato intensamente la giustizia di Dio è la sazietà, che
significa la comunione piena e definitiva con Dio e con i fratelli.
"Beati i
misericordiosi". La prima ed essenziale esigenza del regno di Dio è la
misericordia attiva che ha la sua fonte e il suo modello nell’agire di Dio:
"Siate misericordiosi, come è misericordioso il
Padre vostro" (Lc 6,36). L’amore misericordioso e benevolo di Dio si
manifesta principalmente in due modi: perdona i peccati e soccorre e protegge i
bisognosi. Perciò il giusto davanti a Dio lo imita nel suo agire verso il
prossimo perdonando i torti ricevuti e impegnandosi a soccorrere generosamente
gli indigenti. Questa è la condizione per trovare misericordia presso Dio.
Matteo presenta Gesù come l’incarnazione della bontà compassionevole di Dio nel
modo di agire e nelle scelte che ha compiuto a favore
dei peccatori e dei bisognosi (cfr Mt 9,13; 12,7; 23,23; ecc.).
"Beati i puri
di cuore". Il cuore come simbolo di interiorità
spirituale e morale designa la dimensione profonda e personale della relazione
religiosa con Dio e con il prossimo in contrapposizione alla superficialità e
all’esteriorità delle forme. I puri di cuore sono coloro che
sanno accettare l’insegnamento di Gesù, la persona stessa di Gesù.
Questa beatitudine richiede la piena adesione al vangelo. La visione di Dio
promessa ai puri di cuore è la salvezza definitiva del paradiso dove vedranno
Dio "a faccia a faccia" (1Cor 13,12).
"Beati gli
operatori di pace". Gli operatori di pace sono i continuatori dell’opera
di Gesù, gli annunciatori del messaggio della salvezza. La pace è assenza di
ogni inimicizia, è presenza di grazia e di santità. Solo chi vive nella pace di
Dio può diventare strumento di pace umana. Gli apportatori della pace sono gli
annunciatori del vangelo, tutti coloro che lavorano
per la venuta del regno di Dio sulla terra. Essi meritano l’appellativo di
figli di Dio perché sono animati dagli stessi desideri di salvezza e impegnati
nella sua stessa opera. Solo la concordia e la riconciliazione con i fratelli
rendono il culto accetto a Dio ed efficace la preghiera della comunità (cfr Mt
5,23-24; 18,19-20). L’impegno di fare opera di pace tra le persone è un modo
concreto di attuare l’amore del prossimo. A questi operatori di pace è promessa
la realizzazione del rapporto di piena comunione con Dio: essere riconosciuti
come suoi figli.
"Beati i
perseguitati". Il messaggio della salvezza è imperniato sulla croce: chi
lo annuncia e chi lo riceve dev’essere disposto a
lasciarsi oltraggiare, calunniare, spogliare, crocifiggere. La sofferenza
dell’innocente è un mistero di cui l’uomo dell’Antico Testamento non ha saputo
intravedere la soluzione (cfr Sap 3,4). La beatificazione del dolore che il
Nuovo Testamento ribadisce in numerose occasioni è un
paradosso che non trova la sua giustificazione nella logica umana, ma solo
nell’esempio e nell’insegnamento di Gesù. La persecuzione è l’eredità che Gesù
lascia ai suoi discepoli, il segno che autentica la loro chiamata, ma anche la
via per conseguire la felicità e la gloria. Il testo tocca il messaggio
centrale del cristianesimo: la passione, morte e risurrezione di Cristo. La
beatitudine e il possesso del regno dei cieli è la
Pasqua di risurrezione del cristiano, ma per potervi giungere egli deve prima,
necessariamente, passare attraverso la sofferenza e la morte. L’originalità di
questa beatitudine è costituita dalle motivazioni che devono qualificare lo
stile della perseveranza cristiana: l’assimilazione interiore al destino di
Cristo rifiutato e perseguitato (cfr Mt 10,24-25) e l’adesione integra e
pratica alla volontà di Dio, concretizzata nel
progetto di vita cristiana. La persecuzione dovrebbe provocare l’amarezza e
l’abbattimento, invece produce la gioia per aver sopportato le sofferenze
richieste dalla propria fedeltà alla verità e a Cristo. I fedeli sono invitati
a gioire in mezzo alle persecuzioni perché in essi si compie il mistero di
morte e di risurrezione che Gesù ha realizzato per primo nella sua vita. Essi
sono proclamati beati, felici, fortunati già ora in vista della piena e
definitiva felicità che è loro promessa da Dio.
Le beatitudini
evangeliche hanno il loro modello e la garanzia della loro realizzazione in
Gesù, il "povero e umile di cuore", rifiutato e perseguitato dagli
uomini, ma riabilitato e glorificato da Dio (cfr At
5,31; Fil 2,9-11; ecc.). de.it.press
GAZA - Si doveva evitare. L’assalto alla nave dei volontari delle Ong
“Un fatto molto
doloroso, in particolare per l’inutile perdita di vite umane”. È la reazione della Santa Sede all’assalto della marina
israeliana, il 31 maggio, alla nave turca “Mavi Marmara”, che faceva parte
della Freedom Flotilla, con a bordo volontari delle
Ong di vari Paesi, diretta alla Striscia di Gaza per portare aiuti umanitari.
Nell’assalto, ma le cifre non sono confermate, si contano almeno 19 morti tra gli attivisti e numerosi feriti. Diverse le
ricostruzioni dell’accaduto: i militari israeliani affermano che “dalla nave
hanno sparato sui commando che stavano salendo a bordo”. Gli attivisti parlano
di “attacco illegale in acque internazionali”. La Farnesina ha comunicato che
non ci sarebbero vittime tra gli italiani, cinque, a bordo del convoglio
navale. “Seguiamo la vicenda con attenzione e preoccupazione
– ha affermato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi – la Santa Sede è
sempre contraria all’impiego della violenza, da qualsiasi parte essa venga,
perché rende più difficile la ricerca delle soluzioni pacifiche, che sono le
sole lungimiranti. Benedetto XVI che si recherà fra pochi giorni a
Cipro, proprio nell’area mediorientale, non mancherà di riproporre
con costanza il messaggio di pace”.
Violata legge
internazionale. Numerose e tutte di condanna le reazioni e i commenti all’attacco
che vengono da esponenti della Chiesa di Terra Santa e da Organizzazioni non
governative impegnate nello scenario mediorientale. “Una
tragedia inutile e che si poteva evitare” ha affermato padre Pierbattista
Pizzaballa, custode di Terra Santa, per il quale si è davanti ad “una tragedia
che non aiuterà il cosiddetto processo di pace e che non contribuirà a creare
quell’atmosfera necessaria perché le prospettive di negoziato abbiano un minimo
di fattibilità ciò che è accaduto è un evidente segno che nonostante proclami e
annunci di trattative gli animi di ambo le parti sono avvitati su se stessi e
con poche prospettive. La comunità internazionale sembrerebbe quasi
rassegnata davanti a questa situazione, con poca volontà e desiderio di entrare
in questo ginepraio dove ogni cosa, ogni parola, ogni gesto suscita reazioni
come abbiamo visto anche oggi. È una situazione paralizzata”.
A distanza di qualche ora dall’attacco i toni delle reazioni si sono fatti più
aspri: da una parte il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha offerto tutto
“il pieno sostegno” all’operato delle forze militari,
dall’altra Onu, Usa e Unione europea hanno condannato l’atto chiedendo
chiarezza e l’apertura di una inchiesta. Il presidente del Parlamento europeo,
Jerzy Buzek, ha parlato chiaramente di “chiara e inaccettabile violazione della
legge internazionale, in particolare della quarta convenzione di Ginevra”.
Piazze palestinesi
in subbuglio. La notizia non ha mancato di mandare in subbuglio le piazze
palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia, in particolare a Gaza city dove
gli attivisti della Freedom Flotilla erano attesi. Una conferma in tal senso è arrivata dal parroco della Striscia,
padre Jorge Hernandez, che al SIR ha detto che “è stato indetto un giorno di
lutto” e che “sono in corso in diversi punti della città e della Striscia delle
manifestazioni di protesta. Il clima che si respira è
pesante e i rischi di escalation della violenza sono concreti e per questo si
consiglia di avere molta attenzione e prudenza”. “Una tragedia – ha
dichiarato – accaduta proprio nel pieno della ‘Settimana mondiale per la pace
in Palestina e in Israele’ (29 maggio - 4 giugno ndr.),
promossa su iniziativa del Consiglio mondiale delle Chiese (Wcc). Non so
esprimere il nostro disagio davanti a un fatto del genere che doveva e poteva
essere evitato. Israele aveva detto che avrebbe bloccato ogni tentativo di
avvicinamento a Gaza. Israele ha i mezzi per prevenire e controllare tali
situazioni. Non era necessario arrivare ad uccidere ed
ora il rischio è che violenza chiami altra violenza. C’è già
chi parla di vendetta e di ritorsioni”. Una miscela che rischia di
infiammare di nuovo la Striscia complice anche il blocco dei valichi ad opera di Israele. “Il blocco della Striscia, per quanto
non completo – alcuni prodotti alimentari vengono
fatti entrare da Israele – acuisce la difficoltà della popolazione sottoposta
ad un peggioramento continuo della situazione socioeconomica. L’economia – ha
spiegato il sacerdote – è instabile e i prodotti sono soggetti a continui
sbalzi di prezzi. La gente è sempre più nervosa e incline a mostrare la propria
rabbia. Fatti del genere come l’attacco di oggi rischiano
di innescare una escalation di violenza che però deve essere evitata in ogni
modo. Non è il momento di parlare di musulmani e cristiani, qui a Gaza siamo
tutti palestinesi e nella stessa barca, ma non dobbiamo dimenticare che esiste
un Dio al quale spetta giudicare ogni cosa. Adesso – conclude
– è il tempo di pregare per la pace e perché non sia la violenza ad affermarsi,
anche se siamo di fronte ad un’ingiustizia. È il tempo di ribadire
‘beati gli operatori di pace’”. Anche il Wcc ha fatto sentire
la propria voce attraverso il suo segretario generale, Olav Fykse Tveit, che ha
chiesto a “tutte le parti in causa di fermare la violenza. Questo conflitto ha provocato troppe sofferenze e troppe
ingiustizie”. Sir 31
PAPA A CIPRO - Sarà una festa. Il programma illustrato da padre Lombardi
“Nessun
cambiamento” nel programma della visita di Benedetto XVI a Cipro (4-6 giugno)
dopo il blitz israeliano alla flotta Ong del 31 maggio e “nessuna
preoccupazione” per le voci che vorrebbero “alcuni metropoliti ortodossi”
contrari al viaggio, il primo del Papa in un Paese a maggioranza ortodossa. Lo ha detto il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi,
illustrando, il 1° giugno, ai giornalisti il programma della visita apostolica.
Nella sua presentazione il portavoce ha messo in evidenza
alcuni dei temi principali che emergeranno durante il viaggio nel quale verrà
pubblicato l’“Instrumentum laboris” del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente
che si svolgerà in ottobre (10-24) in Vaticano. Si tratta di fatti tristi e
preoccupanti sul clima dell’area – ha aggiunto p. Lombardi riferendosi
all’assalto – ma non credo che avranno influssi sul viaggio. Sappiamo di andare
in un’area problematica. Il Papa lo sa e vedrà cosa dire. Certamente
darà un messaggio di pace in modo equilibrato ma esplicito”.
Una buona
accoglienza. Il portavoce si è detto certo che il Papa “riceverà una buona
accoglienza”, nonostante la fronda di alcuni metropoliti ortodossi contrari
all’arrivo del Papa. “Sarà un’accoglienza molto buona – ha
dichiarato – sia da parte delle istituzioni sia dell’arcivescovo Chrysostomos,
leader forte e rispettato. Non darei peso alle voci di metropoliti che
non vogliono partecipare all’accoglienza del Pontefice. In tante occasioni
abbiamo sentito parlare di problemi ma poi abbiamo visto una realtà molto
diversa. Sono contestazioni di frange non rappresentative di tutta la Chiesa ortodossa.
Non ci sono preoccupazioni”. Dello stesso avviso anche
padre Umberto Barato, vicario generale patriarcale dei cattolici latini di
Cipro che, parlando al SIR da Nicosia, ha esortato “a non dare peso a queste
critiche” riportate dai media ciprioti nei giorni scorsi, anche perché “la
Chiesa ortodossa cipriota ha approvato all’unanimità la visita”. Secondo le
notizie provenienti da Cipro, infatti, alcuni metropoliti ortodossi si
sarebbero detti contrari alla visita papale ed uno di
loro si è spinto a dichiarare che il Papa è eretico e che non è un vescovo, dal
momento che la Chiesa latina “si è separata dalla vera Chiesa”. L’arcivescovo
ortodosso Chrysostomos II di Nuova Giustiniana e di tutta Cipro ha reagito alle
critiche dichiarando che “tutti i vescovi ortodossi devono accettare il Papa e
devono presenziare al suo ricevimento, ed ha
minacciato di sospensione dalla partecipazione alle riunioni del Sinodo
ortodosso per un anno quanti si rifiuteranno di essere presenti”. Di “atmosfera
di positivo impegno” tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa di Cipro ha
parlato, a sua volta, mons. Eleuterio Fortino, del
Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, dalle colonne
de “L’Osservatore Romano”. Nel quadro delle polemiche
s’inserisce anche l’iniziativa di un’associazione locale che ha accusato il
Pontefice di aver taciuto sugli scandali di alcuni sacerdoti e per questo ha
chiesto al procuratore generale della Repubblica di arrestare il Papa non
appena atterrerà a Cipro. “Accuse che non meritano risposta perché sono dettate
dal pregiudizio”, è stata la secca risposta di padre
Barato che si è detto convinto che la visita del Papa “porterà parole di
speranza, di riconciliazione e di pace. Ci sarà anche un
messaggio di consolazione rivolto ai tanti migranti che vivono qui nell’isola”.
Dialogo ecumenico.
Nel corso del briefing, padre Lombardi ha parlato anche di “un possibile
incontro con i musulmani locali” ma ha precisato che “non c’è niente di
sicuro”. È sul versante ecumenico che il programma presenta momenti importanti
e in questo ambito, ha avvertito il portavoce, “va
tenuto presente l’eccellente rapporto tra la Chiesa ortodossa cipriota e il
patriarcato di Mosca”. Il Papa oltre alla celebrazione ecumenica del 4 giugno a
Paphos, visiterà a Nicosia, presso l’arcivescovado ortodosso, “il museo delle
icone e l’appartamento dell’arcivescovo Makarios che fu il primo presidente
della Repubblica di Cipro dopo l’indipendenza”. A sottolineare
l’aspetto ecumenico del viaggio è anche mons. Fortino: “La Chiesa di Cipro
partecipa attivamente alle iniziative ecumeniche in Medio Oriente, nelle
commissioni interortodosse, nell'ambito di consiglio ecumenico delle Chiese. Con la Chiesa cattolica ha mantenuto, con perseveranza contatti
positivi e calorosi”, accogliendo a Paphos l’ultimo incontro della Commissione
mista internazionale.
In segno di pace.
Nella capitale il Pontefice alloggerà in nunziatura che si trova proprio sulla
Linea di demarcazione tra la Repubblica greco-cipriota e i territori occupati
dalla Turchia nel 1974. Per questo, quando in nunziatura, “la protezione del
Papa sarà affidata alle truppe della missione Onu”. Momento importante del
viaggio sarà la pubblicazione, nella messa di domenica 6 giugno,
dell’“Instrumentum laboris” del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente il cui
schema ricalca quello dei “Lineamenta” arricchiti dalle risposte arrivate nel
frattempo. Dal portavoce vaticano infine un gesto del Papa: “All’arrivo e alla
partenza benedirà un ulivo in segno di pace”.
Sir 1
Con i lefebvriani fare ecumenismo costa caro
Chi dialoga con
loro rischia l'accusa di tradire il Concilio Vaticano II. Il papa ci prova e un
teologo tedesco torna a criticarlo. Ma intanto, molti gruppi tradizionalisti
hanno già fatto pace con la Chiesa - di Sandro Magister
ROMA – Tra due
giorni Benedetto XVI viaggerà alla volta di Cipro. Sarà la prima volta che un
papa visiterà l'isola, invitato e accolto dalla locale Chiesa ortodossa.
Nemmeno Giovanni Paolo II vi era riuscito.
Questa visita sarà
l'ennesima prova dei progressi senza precedenti che l'ecumenismo di papa Joseph
Ratzinger ha prodotto in pochi anni ad Oriente, col
vasto mondo dell'ortodossia.
Ma c'è anche un altro versante ecumenico sul quale
Benedetto XVI è impegnato.
È quello con i
seguaci dell'arcivescovo Marcel Lefebvre, tuttora in stato di scisma con la
Chiesa di Roma a motivo del loro rifiuto
dell'integralità del Concilio Vaticano II.
All'inizio del
2009, la decisione del papa di cancellare la scomunica ai quattro vescovi ordinati
illecitamente da Lefebvre (vedi foto) – decisione mal
comunicata e mal compresa dentro e fuori la Chiesa – provocò un uragano di
fraintendimenti e di polemiche.
Per chiarire il
senso del suo gesto, il 10 marzo dell'anno scorso Benedetto XVI scrisse una
lettera ai vescovi. Nella quale spiegò che la revoca della scomunica era un
richiamo "al pentimento e al ritorno all'unità". E ribadì
che il cammino di riconciliazione restava ancora tutto da compiere, poiché il
dissidio era di natura dottrinale e riguardava l'accettazione del Concilio
Vaticano II e il magistero post-conciliare dei papi.
A conferma di
questa natura dottrinale del dissidio, il papa collegò strettamente la
pontificia commissione "Ecclesia Dei" – incaricata di dialogare con i
lefebvriani e con altri gruppi affini – con la congregazione per la dottrina
della fede.
Nella stessa
lettera ai vescovi, Benedetto XVI spiegò che il richiamo all'unità di fede deve
valere con tutti i cristiani. E che quindi non ha senso "lasciare andare
alla deriva lontani dalla Chiesa" i 491 sacerdoti, i 215 seminaristi, i 6 seminari, le 88 scuole, i 2 istituti universitari, i 117
frati, le 164 suore e le migliaia di fedeli che compongono la comunità
lefebvriana.
Ma il papa fece
anche notare, con rammarico, che nella Chiesa scatta contro i lefebvriani un'intolleranza che colpisce sia loro sia quelli
che "osano avvicinarglisi".
Lo stesso
Benedetto XVI è bersaglio di questa intolleranza. Ai vescovi ha scritto che a motivo dei suoi sforzi di riconciliare i lefebvriani alla
Chiesa "alcuni hanno accusato apertamente il papa di voler tornare
indietro a prima del Concilio Vaticano II".
Queste critiche
sono tornate ad affiorare di recente anche in forme teologicamente sofisticate. Ad esempio in un dotto
commento scritto da Eberhard Schockenhoff, professore di teologia morale
all'università di Friburgo, sul numero di aprile del 2010 della rivista
dei gesuiti tedeschi "Stimmen der Zeit", riprodotto integralmente in
italiano sull'ultimo numero di "Il Regno".
Schockenhoff è
professore di teologia morale all'università di Friburgo ed è stato discepolo ed assistente di Walter Kasper, oggi cardinale e presidente
del pontificio consiglio per l'unità dei cristiani.
Nel suo commento,
giustamente Schockenhoff scrive che il vero dissidio tra la Chiesa di Roma e i
lefebvriani non riguarda la messa in latino ma la dottrina del Vaticano II,
specie sull'ecclesiologia e sulla libertà di coscienza e di religione.
Ma scrive anche
che Roma sbaglia a escogitare interpretazioni restrittive dei testi conciliari
da offrire ai lefebvriani nella speranza che siano accettate
da loro. Perché a giudizio di Schockenhoff è proprio questo che starebbe
accadendo, negli incontri a porte chiuse promossi dalla "Ecclesia
Dei".
Roma – scrive
Schockenhoff – vorrebbe strappare un riconoscimento verbale della libertà di
coscienza e di religione, cioè dei capisaldi cella cultura moderna, proprio da
gente come i lefebvriani che sono i nemici più irriducibili della modernità. Ma fare ciò è come tentare "la quadratura del
cerchio", cioè l'impossibile. Nessuno crederà mai alla sincerità di una
simile riconciliazione, anche qualora fosse sottoscritta.
Nel denunciare il
"funambolismo ermeneutico" con cui la Chiesa di Roma vorrebbe
riconciliare a sé i lefebvriani con grave danno della giusta interpretazione
del Concilio, Schockenhoff cita ripetutamente il teologo Ratzinger e la sua
"concezione platonico-agostiniana della coscienza": una concezione "troppo diversa" – scrive – da quella
della dichiarazione conciliare "Dignitatis humanae" sulla libertà
religiosa.
Il saggio di
Ratzinger citato è del 1992. Inspiegabilmente, però, Schockenhoff non cita un
testo molto più pertinente e recente dello stesso Ratzinger, nel frattempo
divenuto papa.
Questo testo
capitale è la parte conclusiva del memorabile discorso tenuto da Benedetto XVI
alla curia romana il 22 dicembre 2005, sull'interpretazione del Concilio
Vaticano II.
Nello spiegare
come interpretare correttamente il Concilio, Benedetto XVI mostra come esso
abbia segnato sì delle novità rispetto al passato, ma sempre in continuità con
"il patrimonio più profondo della Chiesa".
E come esempio
riuscito di questo intreccio fra novità e continuità il papa illustra proprio
le tesi conciliari sulla libertà di religione: cioè il punto principale di
rottura tra la Chiesa e i lefebvriani.
Da questo suo
discorso in poi, risulta evidente che per Benedetto
XVI i lefebvriani potranno riconciliarsi con la Chiesa solo se accetteranno in
tutto ciò che scrive la "Dignitatis humanae" nell'interpretazione che
ne ha dato lo stesso papa, e non in un'altra interpretazione più restrittiva, o
"platonico-agostiniana". L’Espresso on line 2
La passione educativa. In Vaticano l'Assemblea dei vescovi italiani sul
tema dell'educazione
Risvegliare nelle
comunità cristiane la "passione educativa". Lo ha
chiesto Benedetto XVI ai vescovi italiani incontrandoli il 27 maggio nella aula
sinodale in Vaticano dove sono stati riuniti per l'Assemblea generale della
Conferenza episcopale italiana. La Chiesa italiana ha scelto di dedicare alla
sfida educativa gli orientamenti pastorali per il prossimo decennio e proprio
su questo argomento il Papa ha parlato nel suo
intervento.
Vicinanza, lealtà,
fiducia. "Falsa idea di autonomia", "scetticismo",
"relativismo". "Pur consapevoli del peso di
queste difficoltà - ha detto il Santo Padre -, non possiamo cedere alla
sfiducia e alla rassegnazione. Educare non è mai stato
facile, ma non dobbiamo arrenderci". "Risvegliamo piuttosto
nelle nostre comunità quella passione educativa, che non si risolve in una
didattica che non si risolve in una didattica, in un insieme di tecniche e
nemmeno nella trasmissione di principi aridi. Educare è formare le nuove
generazioni, perché sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di una
memoria significativa". Nel cuore del papa ci
sono i giovani. "La sete che i giovani portano nel cuore - ha detto - è
una domanda di significato e di rapporti umani autentici, che aiutino a non
sentirsi soli davanti alle sfide della vita". I giovani hanno bisogno di
"una compagnia sicura e affidabile, che si accosta a ciascuno con
delicatezza e rispetto, proponendo valori saldi a partire dai
quali crescere verso traguardi alti, ma raggiungibili". Ecco perché la
proposta cristiana passa "attraverso relazioni di vicinanza, lealtà e
fiducia". Il papa ha quindi incoraggiato i presuli ad
andare "incontro" ai giovani, "a frequentarne gli ambienti di
vita, compreso quello costituito dalle nuove tecnologie di comunicazione, che
ormai permeano la cultura in ogni sua espressione. Non
si tratta di adeguare il Vangelo al mondo - ha detto il Papa -, ma di attingere
dal Vangelo quella perenne novità, che consente in ogni tempo di trovare le
forme adatte per annunciare la Parola che non passa, fecondando e servendo l'umana
esistenza".
Le responsabilità
degli adulti. Sul tema educativo è intervenuto anche il card. Angelo Bagnasco,
presidente della Cei, nella sua prolusione. Bisogna - ha detto - che "si
affermi una generazione di adulti che non fuggano dalle proprie responsabilità
perché disposti a mettersi in gioco, a onorare le scelte qualificanti e
definitive, a cogliere - loro per primi - la differenza abissale tra il vivere
e il vivacchiare". A parere del cardinale, si è "oramai in una
situazione in cui il vuoto di valori sfocia immediatamente, senza
più stadi intermedi, nel disagio se non nella disintegrazione sociale.
Guai però se in simili contesti, che sembrano in
espansione, vengono ipotizzate risposte semplicemente disciplinari o
emergenziali; la sfida educativa non ammette surrogati: se va disertata è la
comunità che - a segmenti - si decompone. Come dire che
l'impegno volto all'educare - di cui gli Orientamenti pastorali per il prossimo
decennio dovranno essere una declinazione esemplare - è qualcosa di decisivo
sotto il profilo non solo evangelico e dunque ecclesiale, ma anche storico,
sociale e politico".
Spendere
nell'educazione le migliori energie. Il campo educativo - ha detto mons. Cesare
Nosiglia, vice-presidente della Cei parlando con i giornalisti - rappresenta
per un Paese "la sua miniera d'oro più produttiva a cui
attingere e da cui ripartire". Perché "sull'educazione si gioca il
futuro di una società e sappiamo bene che la stessa crescita economica di un
Paese aumenta in proporzione all'investimento che si fa sulla formazione".
"Noi riteniamo - ha detto l'arcivescovo - che sia un tema che interessa e
coinvolge tutta la società perché investe le famiglia,
le parrocchie, le scuole". Ed ha aggiunto: "L'investimento di
personale, risorse e mezzi adeguati al raggiungimento
delle finalità dell'educazione rappresenta sia per la Chiesa, sia per la
società il primo e indispensabile impegno che non può essere eluso o sminuito
da altri pure necessari ambiti di lavoro in campo economico e sociale".
"È in gioco - ha detto mons. Nosiglia - la conservazione e il rinnovamento
di quel patrimonio di qualità del sapere, della
cultura e della vita, ricchi di valori umani, spirituali e morali, religiosi e
civili e di uomini e donne che li hanno incarnati con genialità". "Credo
- ha proseguito - che la Chiesa in Italia con questo impegno decennale indica
chiaramente a se stessa ma anche al Paese dove puntare la bussola del suo
progresso e del suo futuro". E lo fa rivolgendosi alle famiglie, alle
realtà civili, alle comunità cristiane. "Si rivolge infine alle
istituzioni politiche, culturali, economiche e sociali perché investano le loro
migliori energie in questo ambito che rappresenta il
cuore pulsante del Paese". " Ne va del futuro e del
presente del Paese. Tutti devono dare il proprio contributo. A ciascuno è chiesto di dare il meglio di se". Sir eu
È morto don Picchi. Una vita dedicata a Dio e quindi agli altri
È morto all’ospedale
Fatebenefratelli di Roma nel pomeriggio di sabato 29 maggio
don Mario Picchi, fondatore e presidente del Centro italiano di
solidarietà (Ceis). Aveva 80 anni.
Amico e padre. Don
Mario Picchi “ha accolto tutti, la sua porta era sempre aperta, si è
immedesimato nelle sofferenze dei giovani e si è fatto amico e padre, per amore
ha creato progetti di redenzione umana e con amore li ha portati avanti”. Così
il card. Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, lo ha ricordato nella messa esequiale, celebrata il 1°giugno
nella basilica di San Giovanni in Laterano. “Non capiremmo fino in fondo la
motivazione profonda del suo essere prete – ha aggiunto il card. Vallini –, il
suo sforzo creativo di mettere tutto se stesso e schiere di volontari, uomini e
donne, a servizio di chi soffre, le sue battaglie a favore della dignità di
ogni uomo (“Dietro la droga un uomo”, è il titolo di
un suo libro del 1991), se non mettiamo a fondamento dell’avventura terrena di
don Mario la sua fede nella risurrezione”. Proprio “i frutti della fede che don
Mario ha sperimentato in se stesso e nella sua azione sacerdotale – ha
precisato il cardinale vicario –, lo convincevano che ogni debolezza umana
poteva essere redenta e che ogni persona è destinata ad
una vita riuscita e felice, perché Dio ha impresso in ognuno il sigillo della
sua potenza creatrice. E così ha lottato per modificare le stesse strutture
della società, perché fossero più giuste e più umane, e il mondo, creato da Dio
per la felicità dell’uomo, ma reso spesso poco
abitabile a causa dell’egoismo umano e del peccato, potesse essere liberato
dalla schiavitù della corruzione”.
Lottò contro la
tossicodipendenza. Nato a Pavia nel 1930, sacerdote dal 1957, dopo 10 anni in Piemonte viene chiamato a Roma come cappellano
del lavoro presso la Pontificia opera di assistenza. Nel 1968 comincia a
riunire e animare i primi gruppi di volontariato da cui prende corpo il Ceis.
Negli anni settanta la sua attenzione si dirige principalmente verso la
tossicodipendenza: a Roma e nei comuni limitrofi attiva servizi e programmi
educativo-terapeutici per persone tossicodipendenti e per i loro familiari,
ispirati a una precisa filosofia d’intervento, chiamata “Progetto Uomo”.
L’esperienza e i sistemi formativi del Ceis promuovono in molti Paesi la
nascita di decine di programmi e associazioni che si collegano al “Progetto
Uomo”. In Italia la maggior parte di queste associazioni è riunita nella
Federazione italiana comunità terapeutiche (Fict), di cui il sacerdote sarà
presidente fino al 1994. Don Picchi viene chiamato a
far parte di commissioni istituite dal Governo e da Enti locali. Nel 1985 il
Ceis è riconosciuto come organizzazione non governativa dal Consiglio economico
e sociale delle Nazioni Unite.
Ha vissuto per gli
altri. “La gratitudine della Chiesa di Roma per don Mario è grande per il bene
che ha compiuto nella sua vita: ha vissuto spendendosi per gli altri, in modo
speciale per i più poveri ed emarginati, in una carità operosa che ha posto al
centro la persona umana nella sua integralità”. Così il vicariato di Roma, in
una nota, esprime “il cordoglio e il dolore della comunità diocesana” per la
morte di don Picchi. “Cordoglio e fraterna comunione” giungono anche dall’Opera
don Orione, che in un comunicato a firma del superiore generale, don Flavio
Peloso, ricorda come don Picchi fosse “della diocesi
di Tortona, come san Luigi Orione”, e “come lui visse la passione per il
riscatto di chi è ferito e rifiutato”. “Mi legava a don Mario – afferma don
Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e di Libera,-
l'essere partiti in quegli anni dalla strada, ma anche la fedeltà a una Chiesa
davvero al servizio dei poveri, dei fragili, degli esclusi”. “L'ultima immagine
che conservo di lui – conclude – è quella di una
persona che affronta con grande dignità la malattia: con quella bombola di
ossigeno che si portava sempre appresso, ma che non gli ha impedito, anche
negli ultimi tratti della vita, di continuare a dare ossigeno, e speranza, ai
progetti e alle persone”.
“Semplicemente
prete…”. “In questo Anno sacerdotale” don Mimmo
Battaglia, presidente della Fict, rivolgendosi idealmente a don Picchi
sottolinea “il bisogno di dire grazie al Dio della vita per la bellezza del tuo
essere prete… semplicemente prete… Il tuo ministero è stato il luogo” per fare
“dell’incontro con i poveri, dell’attenzione, dell’accoglienza, della
solidarietà, nel nome della speranza, la profezia autentica del vangelo”. Diceva don Picchi: “Siamo un gruppo di poveri per le strade del
mondo. E un giorno vedrò questo gruppo
allontanarsi da me e proseguire il suo cammino. Vorrei che
fosse sempre presente, in questo continuo andare, la fede nella capacità
dell’uomo, di qualsiasi uomo; la speranza che ha origine dalla convinzione di
poter fare bene se ci s’impegna davvero; la carità che nasce dall’amore per
l’incontro e dall’attenzione per ogni sorriso e per ogni carezza che si può
dare e ricevere”. “È questo ora – affermano quanti hanno lavorato con
lui al Ceis – il nostro impegno nel tuo nome e nel segno del
‘Progetto Uomo’, con l’aiuto di Dio e di tutti gli uomini di buona
volontà”. Sir 1
Non solo per i cattolici. Il Papa in Inghilterra: il punto sulla
preparazione
Un momento
storico, da preparare nei minimi dettagli, e non solo dal punto di vista
spirituale. L'attesa per la
visita di Benedetto XVI in Inghilterra a settembre sta crescendo come
testimoniano il primate cattolico mons. Vincent Nichols, l'addetto stampa dei
vescovi inglesi Alexander des Forges ed il capo della
polizia Meredydd Hughes, che nei giorni scorsi hanno fatto il punto sulla
visita.
Messaggio di
speranza. Il Papa viene non solo a trovare i cattolici ma a dare una
testimonianza del messaggio cristiano. Lo scrive il primate cattolico di
Inghilterra e Galles, mons. Vincent Nichols in un messaggio indirizzato ai
cattolici britannici, pubblicato dal settimanale cattolico
"The Universe", riguardante la visita (16-19 settembre). Il 23 maggio
ai cattolici di tutta la Gran Bretagna è stato chiesto di contribuire per
coprire i costi della visita del Papa: obiettivo 1
milione di sterline. Per mons. Nichols i cattolici britannici
potrebbero essere convinti che "il Papa verrà a trovare la comunità
cattolica, ma il suo compito principale non è esattamente questo. Verrà per offrire alla nostra società una testimonianza del Vangelo
come messaggio di speranza e di amore, come base ferma e affidabile per la vita
moderna". Si tratta di una visita "storica",
importantissima per il futuro dei cattolici in Gran Bretagna.
"Storica" perché, scrive il presule, si tratta della "prima
visita di Stato di un Papa, della prima beatificazione ad avere luogo in questo
Paese, il card. Newman è il primo confessore della fede ad
essere beatificato in oltre 600 anni. Benedetto XVI
arriva con il compito delicato di presentare alla nostra società, nella sua
maniera ragionata ed elegante, l'importanza cruciale per il nostro mondo della
fede in Dio e dell'arricchimento che essa porta con sé". Un obbiettivo difficile "se si considerano le tensioni
sociali e le voci stizzite alle quali siamo abituati oggi". Per Nichols la
visita è anche un modo per ricordare ai cittadini britannici che sono
"esseri spirituali, molto più della somma totale dei nostri risultati
materiali, portati all'amore e alla bellezza e capaci di amare Dio". In un
momento di austerità economica come quello attuale "la qualità dei
rapporti tra tutte le persone diventa molto importante per il nostro benessere
comune". Il presidente dei vescovi inglesi non ha dubbi: "il compito dei cattolici britannici è sostenere il Pontefice,
essergli vicino, dare credibilità al messaggio che offre a tutti con la
testimonianza di vita".
Una visita anche
virtuale. Saranno solo 400 mila i cattolici in grado di partecipare fisicamente
ai momenti più importanti del viaggio papale, per questo
spiega Alexander des Forges, responsabile delle relazioni con i media
britannici e esteri, per la visita "parrocchie, associazioni e scuole
potrebbero organizzarsi per garantire un accesso tecnologico e permettere così
a tutti i loro fedeli di seguire ogni fase della visita almeno in modo
virtuale". Una convinzione rafforzatasi dopo la
partecipazione di Des Forges alla visita del Papa in Portogallo "per
capire come gestire quella del Regno Unito. A Londra - dice - molti
immigrati cattolici di Paesi come l'Italia, la Polonia, il Brasile e le
Filippine saluteranno il Papa mentre passa in auto. La maggior parte dei 6 milioni di cattolici britannici e chiunque altro lo
desideri, potrà seguire e partecipare agli eventi papali nelle scuole, nei
conventi e in altre luoghi ecumenici grazie a un collegamento televisivo
garantito dal "Catholic Media Centre", l'Ufficio stampa della Chiesa
cattolica e che sarà attivo dal momento dell'arrivo del Papa fino a quello
della sua partenza. Secondo Des Forges la "visita virtuale" può
essere organizzata a corsi contenuti come verrà presto
spiegato agli addetti stampa delle varie diocesi e ai parroci grazie anche ai
tanti volontari che lavorano nei media britannici e nelle relazioni pubbliche
che si sono offerti per rendere questa visita fruibile ai più.
La sicurezza. Di
ritorno dal Portogallo, dove ha preso visione delle misure di sicurezza della
polizia locale in vista di settembre, Meredydd Hughes, capo della polizia del
South Yorkshire che coordina la sicurezza per la visita del Papa ha spiegato al
settimanale cattolico "The Tablet" che "a Benedetto XVI verrà evitato il contatto con le folle perché si prevedono
proteste di vari gruppi per temi come contraccezione, aborto, omosessualità e
pedofilia". Le misure di sicurezza in Gran Bretagna saranno più severe di
quelle in Portogallo perché "il Regno Unito è più a rischio ad attacchi
terroristici", ha detto Hughes. Per questo motivo Benedetto XVI farà
grande uso della 'Papamobile'. "Il pubblico potrà
avvicinarsi il necessario per vederlo ma restando a distanza di
sicurezza". Chi vorrà protestare potrà far sentire la propria voce senza
disturbare messe e veglie. Intanto i movimenti cattolici intensificano la
preparazione. La charity "Aid to the church in need" (Aiuto alla
chiesa che soffre) ha lanciato un appello perché si celebrino
messe per la visita del Papa. Sir eu
Soferenza e fede. Nel tempo difficile. Mons. Zimowski su terapia, etica e religione
"Malattia vs religione tra antico e
moderno" è il tema delle "Giornate genovesi di cultura
cristiana", promosse dall'Università degli studi di Genova, in
collaborazione con il Policlinico Gemelli di Roma - Facoltà di medicina e
chirurgia (fino al 29 maggio). Dopo l'apertura del 26 maggio presso il complesso
monumentale di Santo Spirito in Sassia a Roma, i lavori proseguono presso
l'aula Brasca del Policlinico Gemelli, con l'intervento di diversi studiosi e
relatori. Proponiamo alcuni spunti dalla prolusione generale del convegno
svolta da mons. Zygmunt Zimowski, arcivescovo presidente del Pontificio
Consiglio per gli operatori sanitari, che ha parlato su "Terapia, etica,
religione".
Cosa fa la
malattia. "Malattia e sofferenza sono fenomeni che, se scrutati a fondo,
pongono sempre interrogativi che vanno al di là della
stessa medicina per toccare l'essenza della condizione umana". Sono le
parole con cui mons. Zimowski ha aperto la sua prolusione. "La
malattia è più di un fatto clinico, medicalmente circoscrivibile - ha detto -.
È sempre la condizione di un uomo, è una esperienza
traumatica che attenta l'integrità fisica e psichica dell'uomo e della donna,
comporta un brusco arresto d'interessi, fa percepire esistenzialmente la
fragilità della natura umana; determina una diversa immagine di se stessi e del
mondo circostante. Chi soffre è facilmente soggetto a sentimenti di timore, di
dipendenza e di scoraggiamento. A causa della malattia e della sofferenza sono messe a dura prova non solo la sua fiducia nella vita,
ma anche la sua stessa fede in Dio e nel suo amore di Padre".
Viaggio interiore.
"Qual è il cammino spirituale del malato cristiano?
La malattia non è oggetto di libera scelta e
l'atteggiamento di fronte ad essa deve essere caratterizzato da due momenti:
lotta contro le sue cause e conseguenze; adeguamento della vita spirituale a
quanto appare ineluttabile. Primo dovere del malato è allora la ricerca della
guarigione, con l'accettazione della sua situazione di vita. In
ciò si santifica, compiendo la volontà di Dio". Così mons. Zimowski
ha illustrato il rapporto del cristiano con la malattia. "La
malattia è la necessità o l'urgenza di compiere un viaggio interiore. In
questo viaggio si è costretti ad incontrare le proprie
paure, a prenderne coscienza e cercare di ricomporre la propria unità interiore:
solo allora la guarigione è possibile. Si tratta allora di capire, attraverso
l'esperienza della debolezza, che la vita viene da Dio, il Vivente. Si tratta di un abbandono nella fiducia, di una speranza concreta,
nella consapevolezza che proprio le sofferenze hanno uno scopo, anche se
umanamente non comprensibile".
Un nuovo rapporto
con Dio. "Il tempo della malattia può divenire così il tempo di un
rapporto più profondo con Dio, un abbandono, un liberarsi, un accettare ciò che
è definitivo, pur in un processo sempre doloroso, con molti 'se' e 'ma' che rendono sofferto questo cammino - ha proseguito il
presidente -. L'atto per cui un uomo o una donna arrivano a dotare di senso
cristiano la loro malattia è un incontro dello Spirito di Dio con lo Spirito dell'uomo
(Rm 8,16), è un'azione dello Spirito di Dio che si innesta
su di un itinerario di assunzione della malattia che è pieno di incognite,
fatto di progressi e regressioni, sconforto e volontà di vivere, rassegnazione
e lotta".
Tre atteggiamenti
del malato. Mons. Zimowski ha poi sviluppato la parte spirituale della
meditazione su fede e malattia. "Da questa risignificazione cristiana questo stesso uomo può essere aiutato a sviluppare
verso la malattia un triplice atteggiamento: la coscienza della sua realtà,
senza minimizzarla e senza esagerarla; l'accettazione, non la rassegnazione più
o meno cieca, ma nella serena consapevolezza che il Signore può, vuole ricavare
il bene dal male; l'oblazione, compiuta per amore del Signore e dei fratelli.
Allora, anche se non c'è più alcuna prospettiva che il
corpo torni a stare meglio, si può sperare in una guarigione". Mons. Zimowski ha quindi aggiunto che "per guarigione non si
deve intendere solo il recupero fisico, si deve intendere anche la
pacificazione psicologica, la forza interiore, la fede, la capacità di non
andare alla deriva anche se il corpo si sgretola. È così che, se anche
non esiste più alcuna prospettiva che il corpo
guarisca, si può sperare che la 'gloria di Dio' diventi visibile, già ora, nel
contesto della malattia".
Una pastorale
"risanatrice". Il presidente del Pontificio Consiglio ha quindi
proposto la parte "attiva" che il malato credente può sviluppare, pur
nella condizione dolorosa in cui si trova: "Elaborare la malattia,
facendola diventare un momento significativo della
propria vita, è un'opera più delicata e difficile che la semplice lotta ad
oltranza contro di essa; è forse anche l'opera di creatività più personale che
l'essere umano possa fare nel frammento di storia che è chiamato a vivere. La
concezione cristiana della guarigione contempla sempre il desiderio della
medicina di debellare malattie fisiche e sofferenze morali, e in questo modo
non fa che conferire forma concreta all'intenzione guaritrice di Dio, che è 'amico della
vita'". "Una pastorale 'risanatrice' significa invece - ha concluso mons. Zimowski -, molto più compiutamente, stare
insieme ai malati e ai sani in modo tale, che essi, compreso l'operatore
pastorale, imparino ad accettarsi, alla luce della grazia divina, come esseri
limitati aventi difetti anche incurabili e tanti lati oscuri". LUIGI CRIMELLA
Monachesimo in Europa. La ricerca di Dio sulle strade del Vecchio
Continente
"Per molti,
Dio è diventato veramente il grande Sconosciuto (...). Una cultura meramente positivista, che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa
Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità
più alte e quindi un tracollo dell'umanesimo". Così termina il discorso
pronunciato da Benedetto XVI al mondo della cultura francese, il 12 settembre
2008, durante la visita apostolica in Francia. In quell'occasione il Santo
Padre parlò "delle origini della teologia occidentale e delle radici della
cultura europea", sottolineando il ruolo del monachesimo
e ricordando che la motivazione prima dei monaci non era "creare una
cultura", bensì "quaerere Deum", usando come via "la sua
Parola". A partire da queste parole del Pontefice
ha preso il via nei giorni scorsi nell'Abbazia di San Miniato al Monte (Firenze
- Italia) un convegno sul tema "Ricerca di Dio e ragioni della fede. Monachesimo e Vangelo per l'Europa", promosso
dall'Associazione Scienza & Vita di Firenze. A margine
dell'appuntamento, SIR Europa ha rivolto alcune domande a don Andrea Bellandi,
docente di teologia fondamentale alla Facoltà teologica dell'Italia centrale,
sul valore del monachesimo nella storia e nella società contemporanea.
Quale significato
si può dare oggi al monachesimo?
"Credo che
abbia sempre un valore paradigmatico: in un clima culturale in cui
l'immanentismo la fa da padrone avere persone ed esperienze che 'dietro le cose
provvisorie cercano il definitivo' può aiutare questa società a non chiudersi
alla trascendenza".
Quali sono le
motivazioni alla base del monachesimo cristiano?
"Fondamentalmente
è l'affermazione che la fede basta alla vita: Dio è l'oggetto ultimo del
desiderio del cuore umano, e quindi l'incontro con lui in un rapporto di
familiarità, con un'esperienza affettiva totalizzante, è ciò che appaga. È questo
valore assoluto che il monaco cerca. All'inizio
dell'esperienza monastica questa ricerca si è manifestata nelle forme
eremitiche, poi - con san Benedetto - ha assunto una dimensione più
comunitaria, dove comunque il cuore resta la volontà di vivere un rapporto
totalizzante con il mistero di Dio, attraverso la mediazione di Cristo".
Il monachesimo,
fin dalle origini, ha una dimensione europea. Come vengono
percepite oggi queste radici?
"Storicamente
il monachesimo è stato il punto d'incontro tra l'impero romano e le popolazioni
barbariche che abitavano il Nord dell'Europa: la sua opera di cristianizzazione
presso quei popoli ha portato alla costruzione di una civiltà europea. Solo una
visione miope, che abbia paura di riconoscere questa radice cristiana, lo può
minimizzare. Oggi l'esperienza del monachesimo può aiutare l'Europa a non far
prevalere la dimensione economica, ma coltivare un allargamento della ragione,
portando avanti l'idea che una convivenza sociale può sussistere
solo laddove si riconosce un fattore trascendente".
L'ora et labora di
san Benedetto…
"Sì: c'è
distinzione, ma non separazione fra questi ambiti. In fondo è quello che il
Papa, nella 'Caritas in veritate', dice a proposito di etica ed economia:
l'uomo che cerca il benessere economico non può prescindere dall'etica".
Convivenza sociale, ricerca del trascendente, radici cristiane:
concetti che sembrano messi da parte da una secolarizzazione crescente. È così?
"Probabilmente
occorrerà immaginare anche forme nuove per un'esperienza radicale come quella
di tipo monastico. Penso a quei carismi che oggi la Chiesa vede al suo interno, espressi in movimenti e aggregazioni dove si
rivive in qualche modo l'ideale monastico, talora proprio nella verginità
consacrata, ma più diffusamente con laici che vivono la loro vocazione
cristiana dentro al mondo. Il monachesimo continuerà ad avere il suo ruolo,
seppur 'di nicchia' all'interno della società, ma i
valori e le indicazioni che esso offre possono essere vissuti anche a livello
più generale, in esperienze ecclesiali fortemente motivate".
Il monachesimo è
stato, ed è tuttora, un ponte tra Oriente e Occidente, tra il mondo cattolico e
quello ortodosso. Che ruolo ha, in chiave ecumenica, per il dialogo tra le
Chiese cristiane?
"Le
differenze di confessione e tradizione non possono annullare il terreno di
unità più profondo, che è il battesimo. Il monachesimo vive la radicalità della vocazione
battesimale. Puntare a questa base comune è già un ecumenismo reale. E così assistiamo anche a esperienze in cui monaci provenienti da
confessioni cristiane diverse vivono la medesima spiritualità".
Il contributo dato
nel passato dal monachesimo alla cultura è valido ancora oggi? Cosa ci può dire
in ordine alla formazione della coscienza?
"Proprio il
Santo Padre, a Parigi, ricordò che i monaci hanno creato una cultura avendo
come intenzione la ricerca di Dio. Il cristianesimo si può comprendere come antropologia compiuta:
incontrando Cristo 'l'uomo diventa più uomo', per usare un'espressione di
Giovanni Paolo II. Allora un uomo siffatto sarà appassionato
a ogni tentativo fatto, nella scienza come nell'arte o nella letteratura, per
valorizzare e portare a maturazione quei germi di verità, quelle scintille di
umanità che lì sono presenti". Sir eu
Papst verurteilt israelische Militäraktion gegen Gaza-Hilfskonvoi
Rom. Papst Benedikt XVI. hat den
israelischen Angriff auf die Hilfsflotte für Gaza verurteilt. Gewalt löse keine
Streitigkeiten, sondern schüre nur neue Gewalt, sagte das Kirchenoberhaupt am
Mittwoch bei der Generalaudienz in Rom. Am Montag hatten israelische
Elitesoldaten eine Flottille mit Hilfsgütern für den abgeriegelten Gaza-Streifen
gestürmt. Mindestens neun pro-palästinensische Aktivisten wurden getötet.
Das Kirchenoberhaupt appellierte an
Israel und die internationale Gemeinschaft, eine gerechte Verhandlungslösung
für den Nahost-Konflikt zu suchen. Nötig sei ein Dialog, um bessere
Lebensbedingungen für die Völker in der Region zu garantieren. Vor 30.000
Gläubigen auf dem römischen Petersplatz forderte das Kirchenoberhaupt
Unterstützung für diejenigen, die sich im Nahen Osten "unermüdlich um
Frieden und Versöhnung bemühen". Epd 2
Katholiken. Das große Aufräumen
Am Anfang waren Zorn und Erschütterung.
Jetzt beginnt in der Katholischen Kirche das große Aufräumen. "Katholische
Kirche - wohin?" lautete der Titel einer spannenden und sehr ernsthaft
geführten Diskussion am Montagabend im voll besetzten katholischen Kultur- und
Begegnungszentrum des Bistums Limburg, dem "Haus am Dom" in
Frankfurt. Der Befund nach zwei Stunden sachlicher Debatte über sexuellen
Missbrauch in der Kirche: ernüchternd, doch nicht ohne Hoffnung. Die Kirche,
sagte Wiesbadens Stadtdekan Johannes zu Eltz, durchlebe gerade eine
schmerzhafte Art der Reinigung, doch sie "geht dadurch nicht kaputt".
Vor den Scherben ihres Lebens stehen
häufig die Opfer. Und der Wunsch, endlich gehört zu werden, ist groß. Allein
8000 Anrufe habe man am ersten Tag der Anfang April geschalteten Opfer-Hotline
der Deutschen Bischofskonferenz gezählt, berichtete Andreas Zimmer, der die
Hotline verantwortet. Nur die Wenigsten seien anfangs durchgekommen. "Das
ist inzwischen anders; wir haben bislang mehr als 2300 Telefonate mit
Betroffenen geführt."
Wie die Opfer in der Debatte eine
Stimme bekommen sollen, ist freilich strittig. Wie in München auf dem
Kirchentag waren Opfer auch in Frankfurt nicht auf dem Podium vertreten.
Dagegen protestierten einige am Eingang mit Flugblättern. "Die
Selbstorganisation der Opfer beginnt ja erst", verteidigte
Haus-am-Dom-Direktor Joachim Valentin das Vorgehen. "Gibt es jemand, der
schon Kraft genug hat, um mit seiner Geschichte in der Öffentlichkeit aufzutreten?"
Während die Opfer für Gerechtigkeit
kämpfen, ringt die Kirche um Glaubwürdigkeit. Der Vertrauensverlust ist
gewaltig, vieles kommt jetzt auf den Prüfstand. "Fragetabus und
Anworttabus darf es nicht mehr geben", sagte Dekan zu Eltz - und sprach
vom Zölibat. Obwohl es seiner Ansicht nach keinen Zusammenhang zwischen
Ehelosigkeit und pädophilen Neigungen gibt, löse die zöllibatäre Lebensform heute
großes Misstrauen aus. "Also müssen wir an die Frage ran."
Andere Themen sind ebenso drängend:
Heinz Wilhelm Brockmann, hessischer Kultus-Staassekretär und im Zentralkomitee
der deutschen Katholiken, kritisierte die Praxis des systematischen
Nicht-Hinguckens und Vertuschens. Die Frage, welche strukturellen Konsequenzen
aus der Missbrauchsdebatte gezogen werden, hält er für entscheidend für die
Zukunft der Kirche.
Die Laien sollen ran - Seine Forderung:
mehr Mitwirkungsrechte in den Gemeinden für Laien. "Wir müssen jetzt die
Chance nutzen, um auch über Macht zu reden." Klaus Baumann, Freiburger
Psychotherapeut und Professor für Caritaswissenschaft, pflichtete bei:
"Wir haben in der Kirche Strukturen, die Missbrauch begünstigen."
Geschlossene Einheiten, fehlende
Kontrollen, rabiate Uneinsitigkeit und selbstherrliches Verhalten der Täter -
Brockmann zog Parallelen zum Skandal in der Odenwaldschule. Doch wie kann
Kinderschutz ausgebaut werden? Wie können Kirchen präventiv wirken? "Die
Kirche muss sich natürlich fragen: wie gehe ich mit meinen Mitarbeitern
um?", sagte Petra Knörzele, Mitglied der evangelischen
Missbrauchskommission in Hessen und Nassau. Mut zur Offenheit hat die
katholische Kirche in Frankfurt bewiesen. Ein erster Anfang ist gemacht.
VOLKER TRUNK FR 2
Papst: Reise nach Zypern. Eine Begegnung mit dem Apostolischen Nuntius Antonio Franco
NICOSIA - Der schmale, vierkantige Turm
der römisch-katholische Heilig-Kreuz-Pfarrkirche in
Zyperns Hauptstadt Nicosia ragt hoch über den Dächern der benachbarten Gebäude
empor. Es ist ein weithin sichtbarer Wegweiser zur römisch-katholischen Präsenz
in orthodoxer Umgebung, in der Kirchen für gewöhnlich durch Rotunden und
Ziegeldächer auffallen. Aus demselben gelben Stein, der in Jerusalem so
dominiert, ist dieses Gotteshaus errichtet. Das wird kein Zufall sein, zählt
die franziskanisch geführte Pfarrei doch zur Jerusalemer Diözese.
Die Fahnen an den zwei Masten davor
geben weiter Auskunft. Links weht das rote Jerusalemkreuz auf weißem Grund und
zur Rechten, die des Gastes, für den hier wenige Tage vor seiner Ankunft emsig
Vorbereitungen getroffen werden: Am Samstag wird Papst Benedikt XVI. in der
Heilig-Kreuz Kirche mit Priestern, Ordensleuten, Diakonen; Katecheten und
Vertretern der kirchlichen Bewegungen Zyperns an diesem Ort zusammen treffen,
um mit ihnen eine Heilige Messe zu feiern.
In der Straße, die zur Kirche führt,
prescht plötzlich ein Jeep vor, voll beladen mit frischen Topfblumen, die wohl
noch schnell den Eingangsbereich noch farbenfroher ausschmücken sollen.
Der Bleifuß des Fahrers zwingt Fußgänger zum Ausweichen: Mit Vollgas werden die
letzten Vorbereitungen getroffen. Im Innern verbirgt sich eine vergleichsweise
schmuckarme Kirche, hebt sich dadurch auch im Innern vom orthodoxen goldenen
Prunk ab.
Auffallend ist allein die durch
reichlich Grün dominierte Glasarbeit. Ein Arbeiter befestigt darunter rote
Auslegware, misst ab, schneidet, klebt etwas nach, ein Kollege montiert noch
einen letzten Ventilator an der Wand. Vor einem Seitenaltar links daneben
steht ein Sessel, noch ganz in Wellpappe verpackt, nur golden lackierte Füße
aus Holz lassen erahnen, um was für ein Möbelstück es sich handelt: Von hier
aus wird der Petrusnachfolger zu der kleinen katholischen Gemeinschaft Zyperns
sprechen.
Während vorne der Kustos im Heiligen
Land, Pater Pierbattista Pizzaballa, die Vorbereitungen überwacht, kniet hinten
links im letzten Drittel betend eine Frau mit asiatischen Gesichtszügen. Nur
auf etwa 2.000 bis 3.000 schätzt Nuntius Erzbischof Antonio Franco die
Gesamtzahl der katholischen Gläubigen, die auf der Mittelmeerinsel leben. ZENIT
trifft ihn auf dem Gelände der Heilig-Kreuz-Pfarrei an, wo sich die offizielle
diplomatische Vertretung des Heiligen Stuhls in der Republik Zypern befindet.
Der erste Präsident der Republik Zypern, der orthodoxe Erzbischof Makarios III.
bahnte die diplomatischen Beziehungen zum Vatikan an, die 1973, im Jahr vor dem
Einmarsch der Türken im Nordteil, aufgenommen wurden. Die Nuntiatur hier sieht
der Nuntius nicht alle Tage, ist er doch auch noch für Israel, Jerusalem und
die palästinensischen Gebiete zuständig ist und sich meist in Jaffa, Israel,
aufhält.
Zu den Katholiken, von denen er
spricht, zählen viele Filipinos und Filipinas, die das Glück haben, nicht in
Saudi-Arabien, sondern in diesem urchristlichen Land arbeiten zu dürfen.
"Es gibt auch eine beachtliche Zahl von Kamerunern hier. Wenn Sie am
Sonntag hier her kommen, werden Sie alles voll von Leuten von den Philippinen
und aus Kamerun vorfinden." Gut dreimal so stark, die Angaben variieren da
zwischen 5.000 und 7.000, ist die Gemeinschaft der mit Rom unierten Maroniten.
Aber auf sie trifft der Papst nicht an dieser Stelle, sondern bei zwei anderen
Gelegenheiten während seines kurzen, aber vielseitigen Aufenthaltes.
"Es gibt drei Dimensionen dieser
Reise", erklärt der Apostolische Nuntius mit ruhiger Stimme,
bedächtig sprechend, wie ein Fels in Brandung inmitten hektischer
Vorbereitungen. "Zypern ist einer der zentralen Orte in der Geschichte der
Christenheit", sagt er im Gespräch mit ZENIT. Bereits Papst Benedikts
Vorgänger, Johannes Paul II., habe einen Aufenthalt auf Zypern geplant, die
aber nie zustande kam. "Das ist die missionarische Dimension der Reise, in
den Fußstapfen des heiligen Paulus zu wandeln und in diesem Geiste
missionarische Aktivitäten zu betonen, zu unterstützen, dazu zu ermutigen, die
Botschaft zu verbreiten", so der Vatikandiplomat weiter.
Darüber hinaus gebe es noch einen
pastoralen Aspekt, der den Pontifex auf die Insel im südöstlichen Mittelmeer
führe, der sich an die Katholiken Zypern richte, aber klar darüber hinaus in
die Region des Nahen Ostens verweise, in diese traumatisierte Region, in der
doch die Wiege des Christentums stehe: Für die sieben mit Rom unierten
Patriarchen, die an der im Oktober bevorstehenden Nahost-Sondersynode
teilnehmen, sei die Anreise nach Zypern leicht. Im Sportpalast Elefteria von
Nicosia wird das katholische Oberhaupt am Sonntag während einer Heiligen Messe
das Instrumentum Laboris für diese Synode vorstellen.
"Und da gibt es noch die
ökumenische Dimension", fährt der Nuntius fort. "Die orthodoxe Kirche
von Zypern ist eine wichtige Kirche im ökumenischen Dialog, die traditionell
der katholischen Kirche sehr nahe ist." Sehr bedeutungsvoll sei daher die
Begegnung zwischen Papst Benedikt und Erzbischof Chrysostomos, die bereits im
Jahr 2007 in einer gemeinsamen Erklärung schrieben:
"Bei dem glücklichen Anlass
unserer brüderlichen Begegnung an den Gräbern der Heiligen Petrus und Paulus,
der "Koryphäen" der Apostel, wie sie die liturgische Überlieferung
nennt, wollen wir im Gehorsam gegenüber dem Willen Unseres Herrn Jesus Christus
in gemeinsamer Übereinstimmung unsere aufrichtige und feste Bereitschaft
erklären, die Suche nach der vollen Einheit unter allen Christen zu verstärken
und hierzu jede uns mögliche und für das Leben unserer Gemeinden für nützlich
gehaltene Kraft aufzuwenden."
Genau in der Erinnerung an den Heiligen
Paulus und an dessen Evangelisierung sieht der Nuntius auch bei der
bevorstehenden Apostolischen Reise das Verbindende zwischen beiden
Konfessionen. "Ja", sagt er, "die Dimensionen sind auch
untereinander verbunden". Er betont die ökumenische Feier gleich zu Beginn
des Aufenthaltes, auf dem archäologischen Gelände der Kirche von Agia Kiriaki
Chrysopolitissa in Paphos, wo auch die berühmte Säule des heilige
Paulus steht. Dort ist der Völkerapostel der Überlieferung zufolge einst
ausgepeitscht worden. Vor dem Hintergrund der Herausforderungen bei der
Evangelisierung, die Beiden gemeinsam ist, ist dieses Ereignis in der Tat
symbolisch.
Ganz konkret auf Zypern sind sich
Katholiken aber auch in ihren Sorgen und ihrem Schicksal nahe, wie von dem
Vatikandiplomaten Antonio Franco zu erfahren ist: "Viele Kirchengemeinden
und Klöster im Nordteil, ob von Katholiken oder von Orthodoxen, leiden unter
der Situation der Besatzung", sagt er frei heraus. Für die Maroniten sei
speziell eine Kirche, die Ayia Marina, noch immer nicht zugänglich, weil sich
dort eine Sperrzone des türkischen Militärs befinde. "Das ist eine der
Wunden in unserer Welt, die immer noch bluten", bemerkt Seine Exzellenz
metaphorisch. Der Heilige Stuhl werde weiterhin mehr Respekt für die Orte und
Zeichen der Präsenz und des Erbes der Christen auf Zypern einfordern.
Und schließlich kommt er noch einmal
auf die Christen in der weiteren Region zu sprechen: "Welche Mission haben
sie hier überhaupt und welche Mühe müssen wir auf den Erhalt verwenden",
fragt Erzbischof Franco schließlich nachdenklich. "Diese Gegenwart ist
bedeutsam an dem Ort, wo das Christentum geboren wurde,"
stellt er abschließend fest. Ab Freitag steht zunächst einmal mit Zypern eine
Insel im Westen des Heiligen Landes der Bibel im Fokus der katholischen
Weltöffentlichkeit.
Michaela Koller, Zenit 2
Nahost: Pax Christi kritisiert Angriff auf Solidaritätsflotte
Betroffen und schockiert haben
Kirchenvertreter, Politiker und Hilfsorganisationen aus der ganzen Welt auf die
israelische Attacke auf die Solidaritätsflotte vor der Küste Gazas reagiert.
Bei der blutigen Auseinandersetzung auf hoher See zwischen israelischen
Militärs und Teilen der Besatzung des Hilfskonvois wurden mutmaßlich über 10
Menschen getötet und bis zu 50 teilweise schwer verletzt. Die Ankunft der sechs
Schiffe, beladen mit humanitären Gütern für die Menschen im abgeriegelten
Gazastreifen, sei schon lange geplant gewesen. Darauf verweist der
Vize-Präsident von Pax Christi Deutschland, Johannes Schnettler, im Gespräch
mit Radio Vatikan.
„Insofern muss eine erfahrene Armee in
der Lage sein, eine solche Flotte entsprechend einzuschätzen und deeskalierend
zu agieren. Es stellt sich zum Beispiel die Frage, warum denn in der neutralen
Zone schon angegriffen worden ist und die Schiffe nicht auf andere Weise
gestoppt worden sind.“
Auf der Solidaritätsflotte befanden
sich Vertreter ziviler Organisationen aus fast 40 Nationen; treibende Kraft der
Aktion sei die US-amerikanische Organisation Freies Gaza. Die
Menschenrechtsaktivisten hätten das israelische Militär provoziert und
attackiert, hieß es zuletzt von israelischer Seite. Diesen Vorwurf gelte es
jetzt sorgfältig zu prüfen, so Schnettler:
„Wenn es zu solchen Provokationen
gekommen ist, müssen wir uns natürlich selbstkritisch auch fragen, ist das mit
den Zielen einer gewaltfreien Aktion konsequent eingehalten. Andererseits ist
natürlich auch vor dem Hintergrund des Einsatzes die Verhältnismäßigkeit des
israelischen Einsatzes zu kritisieren.“
Auch die Papstreise nach Zypern könne
hier ein Zeichen der Hoffnung sein, und eine deutliche Botschaft an beide
Konfliktparteien in der Region:
„Der Papst ist das moralische Gewissen
der Weltgemeinschaft und er kann sowohl Israel als auch Palästina eine
deutliche Botschaft schicken, dass es zum Frieden keine Alternative gibt. Das
heißt Israel muss den Umgang mit den israelischen Gebieten neu überdenken und
die palästinensische Bevölkerung muss sich darüber klar werden, dass sie in
einem friedlichen Miteinander mit Israel wird leben müssen und jedwede Drohung
auf den Staat Israel unterlassen muss. Wenn der Papst die Kraft hat diese
Botschaft in beide Richtungen zu sprechen, dann ist Zypern dafür ein guter
symbolischer Ort, weil von dort aus ja auch die Flotte gestartet ist, die die
humanitäre Aktion zum Ziel bringen wollte.“ (rv 1)
Papst besorgt über Eskalation der Gewalt seitens der Israelis
"Es sollten alle Grenzübergänge
Tag und Nacht für Gesunde und Kranke geöffnet werden", forderte der
Lateinische Patriarch von Jerusalem, Fouad Twal
ROM - „Mit tiefer Sorge verfolge ich
die tragischen Vorfälle, zu denen es in der Nähe des Gazastreifens gekommen
ist. Ich habe das Bedürfnis, mein aufrichtiges Beileid für die Opfer dieser so
schmerzhaften Ereignisse zum Ausdruck zu bringen, die all jenen Sorge bereiten,
denen der Frieden in der Region am Herzen liegt", erklärte Papst Benedikt
XVI. heute vor 30.000 Pilgern in Rom.
„Erneut wiederhole ich eindringlich,
dass die Gewalt die Kontroversen nicht löst, sondern nur die dramatischen
Konsequenzen anwachsen lässt und weitere Gewalt erzeugt.
Ich appelliere an alle, die auf lokaler
und internationaler Ebene die politische Verantwortung tragen, damit ohne
Unterlass durch den Dialog gerechte Lösungen gesucht werden, um der Bevölkerung
der Gegend bessere Lebensbedingungen in Eintracht und Frieden zu gewährleisten",
so das Oberhaupt von einer Milliarde Katholiken während der Generalaudienz am
heutigen Vormittag zum jüngsten Vorfall des israelischen Angriffs auf einen
Pazifisten-Konvoi „Pro Gaza", durch den in den vergangenen Tagen neun
Menschen ums Leben gekommen sind.
„Ich lade euch ein, euch mir im Gebet
für die Opfer, ihre Familienangehörigen und alle Leidenden anzuschließen. Der
Herr unterstütze die Anstrengungen all derer, die es nicht müde werden, für die
Versöhnung und den Frieden zu wirken."
In Israel forderte der Lateinische
Patriarch von Jerusalem, Fouad Twal, in der Kontroverse zum Innehalten und
Nachdenken auf. "Es sollten alle Grenzübergänge Tag und Nacht für Gesunde
und Kranke geöffnet werden", erklärte der Patriarch in einem Interview mit
der KNA. "Die Menschen in Gaza versorgen sich seit drei Jahren wie die
Ratten durch Tunnels. Offen gestanden bewundere ich ihren Lebenswillen. Man hat
ihnen alle Öffnungen zur Außenwelt zugesperrt und lässt gnädig nur das
Lebensnotwendigste durch - wenn sie Glück haben. Darum haben sie die Tunnel
gegraben. Aber drei Jahre zu leben wie die Ratten, ist lang genug. Jetzt sollte
man endlich die Türen, die Fenster, die Herzen und die Köpfe öffnen. Man sollte
Gesten des Friedens und des Vertrauens setzen. Um in Frieden leben zu können,
müssen wir den Hass und die Rache eindämmen und dem Vertrauen Raum geben".
Zenit 2
Deutschland: Köhlers Rücktritt und die Frage nach Militärmacht und Wirtschaft
Die katholische Kirche in Deutschland
hat auf den Rücktritt von Bundespräsident Horst Köhler mit großem Bedauern
reagiert. Köhler habe „viel für unser Land geleistet. Wir sind ihm dankbar für
wertvolle Debatten, die er angestoßen hat.“ Das erklärte der Vorsitzende der
Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, am Montag in Bonn.
Die Bischöfe seien Köhler „zutiefst dankbar für das, was er für die
Bundesrepublik Deutschland getan hat“, so der Erzbischof weiter. Auch das
Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) zeigte sich bestürzt. „Er war ein
starker und unabhängiger Anwalt der Menschen in unserem Land, ein bürgernaher
Bundespräsident, der nicht zuletzt deswegen auch große Zustimmung in der
Bevölkerung erfahren hat“, erklärte ZdK-Präsident Alois Glück in Bonn.
Nach dem Rücktritt des
Bundespräsidenten dreht sich die Diskussion in Deutschland vor allem um seine
Gründe und um die Schwäche der Koalition, die jetzt noch eine weitere Krise
dazu bekommt. Bremens Bürgermeister Jens Böhrnsen – als Bundesratspräsident
amtierendes Staatsoberhaupt – forderte gestern alle Beteiligten auf, nicht vor
Mittwoch über einen Nachfolger zu spekulieren. Ein verzweifelter Versuch, das
politische Spiel der Namen und Posten wenigstens einen Tag lang aufzuschieben.
Der Direktor des Instituts für
Theologie und Frieden in Hamburg, Heinz-Gerhard Justenhoven, meint, dass wir
auch jenseits der Frage, ob der Bundespräsident missverstanden worden ist oder nicht, darüber diskutieren müssen, ob es sinnvoll
sei, für wirtschaftliche Interessen militärische Macht einzusetzen.
„In der Tat hat und soll jeder Staat
Interessen haben, zu diesen Interessen zählen natürlich auch wirtschaftliche
Interessen. Die spannende Frage ist, wie solche Interessen in einer ethisch
vertretbaren Weise durchgesetzt werden dürfen, nämlich dass wir dies auf der
Basis einer Rechtsordnung tun und das wir dies unter der Wahrung der legitimen
Interessen anderer tun. Wenn wir diesen Gedanken übertragen, und er liegt
eigentlich im Kern des internationalen Rechts, dann müssen wir sagen, dass wir
natürlich unsere Sicherheitsinteressen und auch unsere ökonomischen Interessen
international vertreten dürfen, aber doch bitte nicht einseitig und schon gar
nicht mit militärischer Macht.“ (kipa 1)
Augsburg: Walter Mixa Rom-Visite von Mixa
Unerwartert erscheint der zurückgetretene
Augsburger Bischof Mixa im Vatikan - ein Besuch, der Fragen aufwirft. Und noch
ein Alleingang sorgt für Unruhe. Von Stefan Mayr
Vor sechs Wochen hat der Augsburger
Bischof Walter Mixa seinen Rücktritt angeboten - seit vier Wochen ist er emeritiert.
Aber bis heute belastet er sein Bistum - jüngst mit zwei überraschenden
Alleingängen. Offiziell hat Mixa seinen Sanatoriumsaufenthalt in der Schweiz
beendet und sich in den Urlaub Richtung Toscana verabschiedet. Doch am Freitag
tauchte Mixa plötzlich in Rom auf.
Nach Informationen der Süddeutschen
Zeitung traf er sich dort nicht mit Freunden zum gemütlichen Pizza-Essen. Er
sprach vielmehr im Vatikan bei der Bischofskongregation vor. Dieses Gremium ist
nicht nur mächtig, sondern auch für alle die Bischöfe betreffenden
Angelegenheiten zuständig. Mixas Rom-Visite sprach sich rasch auch in Augsburg
herum und warf Fragen auf. Im Bistum rätselt man jetzt, was der gescheiterte
Hirte mit seinem Alleingang im Vatikan erreichen wollte.
Strebt er nach einer für einen
emeritierten Bischof angemessenen neuen Wirkungsstätte? Oder bemüht sich Mixa
immer noch um den Nachweis seiner Unschuld, obwohl selbst die Bistumsleitung
daran nicht mehr glaubt? Sie hat sich mittlerweile bei den ehemaligen
Heimkindern in Schrobenhausen entschuldigt, die dem Bischof vorgeworfen hatten,
sie in seiner Zeit als Stadtpfarrer verprügelt zu haben.
Fordert er seine Rehabilitierung vom
Vorwurf der Untreue, obwohl inzwischen als gesichert gelten kann, dass Mixa als
Kuratoriumschef des Kinderheimes für finanzielle Unregelmäßigkeiten
verantwortlich war? Oder will er gar den Rücktritt vom Rücktritt erwirken?
Geistliche halten es für möglich, dass Mixa in seiner Verzweiflung noch immer
dieses Ziel verfolgt. In Bistumskreisen wird sogar gemunkelt, Mixa habe wegen
einer Audienz bei Papst Benedikt XVI. angefragt - und einen Korb kassiert.
Welches Ergebnis die Unterredung mit
der Bischofskongregation hatte, ist bislang nicht bekannt. Fakt ist aber, dass
Mixas Besuch mit dem Bistum Augsburg nicht abgestimmt war. Prälat Karlheinz
Knebel, der zweite Mann in der Interims-Bistumsleitung, bestätigt zwar, dass
Mixa in Rom war. "Näheres ist mir dazu jedoch nicht bekannt", sagt
er. Auch Knebel geht davon aus, dass Mixa "in Erholungsurlaub" ist.
Doch das trifft offenbar nicht zu.
Anstatt sich von der Affäre um Prügel und Untreue zu erholen und seine
Knieverletzung auszukurieren, ist der 69-Jährige weiterhin überaus aktiv - in
eigener Sache. Dabei scheint er im Kampf um seine Reputation nicht vor einem
Konflikt mit der neuen Bistumsleitung zurückzuschrecken. Denn neben seinem
Rom-Ausflug hat ein weiterer Alleingang Mixas für Unruhe in der Diözese
gesorgt: Für den Sommer hat er eine große Feier seines 40-jährigen
Priesterjubiläums geplant - ausgerechnet in der umstrittenen Gebetsstätte
Wigratzbad bei Lindau, in der die erzkonservative Petrusbruderschaft
ansässig ist.
Weihbischof Josef Grünwald, der das
Bistum vorübergehend leitet, musste ein Machtwort sprechen, um die Mixa-Feier
zu verhindern. Ursprünglich war eine Jubiläumsfeier am 18. Juli im Augsburger
Dom geplant, doch dieser Termin wurde im Zuge der Prügelaffäre abgesagt.
Viele Priester fragen sich
kopfschüttelnd, warum Mixa angesichts der Vorkommnisse um seine Person nicht
auf eine Feier verzichten will - zumal der 40.Jahrestag der Weihe viel weniger
Bedeutung hat als der 25. oder 50. Doch die Bistumsleitung scheint sich damit
abgefunden zu haben, dass sich Mixa als emeritierter Bischof seine Feier nicht
nehmen lassen wird. "Wo und wann das Jubiläum gefeiert wird, ist noch
nicht entschieden", sagt Prälat Knebel. Nur eines sei sicher: "Nicht
in Wigratzbad."
Offenbar befürchtet die Bistumsleitung
ein großes Fest mit zahlreichen Solidaritätsbekundungen für Mixa, dessen
Anhänger nach wie vor zahlreich sind. Weihbischof Grünwald hat deshalb alle
Hände voll zu tun, um eine weitere Spaltung des Bistums zu verhindern - und die
vorhandenen Gräben nicht allzu deutlich in Erscheinung treten zu lassen.
Dies war wohl auch seine Motivation
dafür, dass er sich am Dienstag von der sogenannten Augsburger Pfingsterklärung
in Teilen distanzierte. In dem Papier fordern Geistliche und Laien einen
Neuanfang im Bistum, eine kritische Analyse der Missstände auf Führungsebene
sowie Rücknahmen von umstrittenen Personalentscheidungen Mixas.
Nach Angaben der Initiatoren haben
bislang 1600 Menschen unterschrieben, darunter vier Regionaldekane und etliche
Dekane. Doch Weihbischof Grünwald kann sich die Erklärung nach eigenen Angaben
"nicht zu eigen machen". Sie enthalte zwar "durchaus positive Anregungen",
doch er kritisiert auch: "So kann kein Weg der inneren Heilung und des
Neuanfangs beginnen."
Einen kleinen, versöhnlichen
Hoffnungsschimmer gibt es jedoch aus Kempten: Dort hat Dekan Michael Lechner
inzwischen seinen Rücktritt zurückgenommen. Er hatte sein Amt aus Protest gegen
die "erschreckend perspektivlose" Wahl von Grünwald zum
Diözesanadministrator niedergelegt. Auch die Zahl der Kirchenaustritte geht
langsam zurück: Im April hatten sich in Augsburg 289 Christen von der Kirche abgewendet
- das war neuer Rekord. Im Mai waren es "nur noch" 249 Austritte. Das
sind aber immer noch 160 mehr als im Vorjahr. SZ 2
Weltmissionskonferenz in Edinburgh erinnert an Anfänge der Ökumene
Frankfurt a.M./Edinburgh. Im
schottischen Edinburgh hat am Mittwoch eine fünftägige Weltmissionskonferenz
begonnen. Bei der Tagung unter dem Leitwort "Christus heute bezeugen"
wird an die Anfänge der ökumenischen Bewegung vor 100 Jahren erinnert. Mehr als
300 Delegierte aus dem gesamten Spektrum christlicher Konfessionen wollen bis
Sonntag über eine Neuausrichtung der Mission beraten.
Die erste Weltmissionskonferenz im Juni
1910 in der schottischen Hauptstadt gilt als Ausgangspunkt der Zusammenarbeit
zwischen den Konfessionen. Teilnehmer waren damals vor allem Vertreter von
Missionsgesellschaften aus dem Protestantismus und der anglikanischen Kirche.
Kurz vor Konferenzbeginn wurde nach
Angaben des ökumenischen Informationsdienstes ENI der internationale Direktor
der Weltmissionskonferenz suspendiert. Der aus Südafrika stammende Daryl Balia,
der seit drei Jahren die Konferenz vorbereite, wurde von der Universität von
Edinburgh, die mit der schottischen Kirche Gastgeber des Treffens ist,
einstweilen seines Amtes enthoben. Eine Universitätssprecherin lehnte es mit
Hinweis auf eine Untersuchung ab, nähere Einzelheiten zu nennen. Balia ist
Pfarrer der methodistischen Kirche und lehrte Missionswissenschaft. Er
studierte Theologie und Verwaltungswissenschaft in Südafrika, Deutschland und
den USA.
An der aktuellen Konferenz beteiligen
sich Orthodoxe, Anglikaner, Lutheraner, Reformierte, Methodisten, Baptisten,
Siebenten-Tags-Adventisten, Katholiken, Evangelikale, Pfingstler und weitere
unabhängige Freikirchen. Die Konferenz wurde vorbereitet von Kirchen,
theologischen Einrichtungen und Missionswerken in aller Welt. Zum feierlichen
Schlussgottesdienst am Sonntag wird der anglikanische Erzbischof von York, John
Sentamu, erwartet. Epd 2
Korea: Hoffnung auf Frieden bleibt
Ein Konflikt will nicht enden. Immer
wieder gab es kleiner und größere Konflikte, kleinere und größere
Kampfaktionen, und das schon seit Ende des Koreakrieges 1953. Die beiden
Bruderstaaten – die kommunistische Diktatur im Norden und die demokratisch orientierte
Republik im Süden – schützen sich mit Waffengewalt gegeneinander. Es ist dabei
vor allem der in völliger Armut lebende Norden, der durch Provokationen und
durch den Versuch des Baus von Atomwaffen sich vor dem Zusammenbruch retten
will. Im Arsenal von Diktator Kim Jong-Il sind dabei immer wieder auch
Kriegshandlungen, trauriger Höhepunkt war die Versenkung der südkoreanischen
Fregatte Cheon An am 26. März.
Während der Süden jahrelang auf
Entspannung gesetzt hatte, ist jetzt die Kriegsangst in den Alltag
zurückgekehrt. Malte Rhinow ist der Pfarrer der deutschsprachigen evangelischen
Gemeinde in Seoul. Uns gegenüber spricht er von der Allgegenwart dieses Themas
in der Gesellschaft und den Medien.
„Am Mittwoch stehen Kommunal- und
Provinzwahlen an, so dass so etwas immer sehr ausgeschlachtet wird von der
regierenden Partei, die sehr nordkoreakritisch ist und die das für sich sehr
geschickt ausgenutzt hat. Während die Opposition immer wieder in Frage stellt,
ob denn die Daten so korrekt sind, ob die Angaben stimmen und ob die
Schlussfolgerungen plausibel sind.“ (rv 1)
Nigerianischer Bischof: „Interreligiöser Dialog hat Priorität“
ROM -Mit Blick auf die wiederholt
auftretenden gewalttätigen Konflikte zwischen Christen und Muslimen in seinem
Land hat der Erzbischof der zentralnigerianischen Stadt Abuja, John Onaiyekan,
vor einer Instrumentalisierung der Religion gewarnt. Bei einer Veranstaltung
des weltweiten katholischen Hilfswerks „Kirche in Not" in der Akademie
Klausenhof in Hamminkeln-Dingden (Kreis Wesel) sagte er, dass das bürgerliche
Strafrecht für alle Nigerianer gleich gelte und darüber hinaus in bestimmten
Regionen des Landes kein weiteres bestehen sollte.
In zwölf Bundesstaaten im Norden
Nigerias ist die Scharia, das religiös begründete Gesetz des Islam, eingeführt
worden. Der Bischof sagte, dass die nigerianische Bischofskonferenz die
Einführung der Scharia zwar als Gewohnheitsrecht respektiere, aber als eine
allgemeingültige Gesetzgebung für alle Einwohner Nigerias ablehne. Der Anteil der
christlichen und muslimischen Gläubigen in dem afrikanischen Land ist mit
jeweils 70 Millionen ähnlich groß.
Aufgrund der hohen Geburtenrate im Land
wachsen sowohl das Christentum als auch der Islam. Während der vergleichsweise
wohlhabende Süden Nigerias mehrheitlich christlich geprägt ist, leben Muslime
vor allem im Norden des Landes. In Zukunft müsse man daher an einem starken,
gemeinsamen Nigeria arbeiten, betonte Erzbischof Onaiyekan. Er verglich die
Situation mit siamesischen Zwillingen: Wenn man sie gewaltsam voneinander
trenne, stürben beide. Um die immer wieder vorkommenden teilweise gewalttätigen
Kämpfe zwischen beiden Religionsgruppen einzudämmen, bedürfe es eines
interreligiösen Dialogs des gegenseitigen Respekts. Erzbischof Onaiyekan
berichtete, dass dieser höchste Priorität in Nigeria habe, da es in keinem
anderen Land der Welt eine ähnliche Situation mit fast gleich großen
christlichen und muslimischen Bevölkerungsanteilen gebe.
In der Ausbildung von Priestern und
Katecheten werde daher besonders auf die Information über die anderen
Religionen geachtet. Seit neun Jahren gebe es auch einen interreligiösen Rat,
in dem Christen und Muslime über gemeinsame Ziele diskutierten.
Auch wenn man bereits vieles erreicht
habe, sei man weiterhin auf die Hilfe der internationalen Gesellschaft und
Hilfswerke angewiesen, betonte Prälat Prof. Obiora Ike aus der
südnigerianischen Stadt Enugu. Trotz des Erdölreichtums im Land gebe es viele
arme Menschen.
Man brauche weiterhin die Unterstützung
vor allem beim Aufbau der Entwicklungshilfe und Infrastruktur sowie bei
Gesprächen zur sozialen Gerechtigkeit. Prälat Ike kritisierte die teilweise
nicht korrekt wiedergegebene Berichterstattung der westlichen Medien über das
Verhältnis von Muslimen und Christen in Nigeria. Ein oft aus privaten Gründen
entstandener Streit zwischen Gläubigen beider Religionen werde zu einem
Religionskonflikt hochstilisiert.
In Wirklichkeit sei das Verhältnis der
Gläubigen beider Weltreligionen im Alltag überwiegend friedlich. "Es geht
nicht um eine religiöse Identität, sondern um die Menschen insgesamt",
sagte Ike. Schließlich sei auch dem Islam die Achtung
des Menschen und der Gerechtigkeit sowie der Respekt für die Schöpfung wichtig.
In den vergangenen Monaten kam es wiederholt zu heftigen, oft blutigen
Konflikten zwischen Christen und Muslimen, vor allem rund um die
zentralnigerianische Stadt Jos. Dabei kamen bereits mehrere hundert Menschen
ums Leben. Nigeria ist mit 150 Millionen Einwohnern das bevölkerungsreichste
Land Afrikas. Christen und Muslime bilden etwa gleich große
Bevölkerungsgruppen. Etwa vierzig Prozent der 70 Millionen Christen sind
katholisch. Zenit 2
Lehmann: Zeichen der Hoffnung für Kinder
Eröffnung der
Caritas-Solidaritätsaktion „Eine Million Sterne – damit Kinder leben“
Mainz. Der Bischof von Mainz, Kardinal
Karl Lehmann, hat die Solidaritätsaktion „Eine Million Sterne - damit Kinder
leben“ zur Bekämpfung von Kinder- und Jugendarmut eröffnet. Die Aktion der
Caritasverbände findet nach der Premiere im vergangenen Jahr zum zweiten Mal
statt; diesmal in Zusammenarbeit mit Caritas International, dem Bund der
Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) und der Diözesanstelle Pfarrgemeinde-,
Seelsorge- und Dekanatsräte des Bischöflichen Ordinariates.
„Die Aktion ist ein Zeichen der Hoffnung für
Kinder", sagte Lehmann, der Schirmherr der Aktion ist, am Dienstag, 1.
Juni, vor Journalisten im Bischöflichen Ordinariat in Mainz. „Nach dem guten
Echo auf die erste Aktion, aber auch wegen der großen Not von Kindern und Jugendlichen
ist es uns ein Anliegen, die Aktion weiterzuführen." Mit der
Solidaritätsaktion wollen die Caritasverbände im Bistum Mainz gemeinsam mit dem
BDKJ und den Pfarrgemeinden ein sichtbares Zeichen für solidarisches Handeln
mit armen Kindern und ihren Familien in der Diözese und in der Weltkirche
setzen.
Mit einer Spende von drei Euro werden
„Lichteraktionen" am 12. November in verschiedenen Städten des Bistums
unterstützt: Neben einer zentralen „Lichteraktionen" mit Kardinal Lehmann
in Darmstadt sind in diesem Jahr unter anderem in Dietzenbach, Gießen, Langen,
Nider-Olm und Worms Aktionen geplant. Die Spender erhalten einen
Streichholzbrief mit Informationen zur Aktion. Die Streichholzbriefe in
Postkartengröße sind gegen eine Spende von drei Euro bei den Caritasverbänden,
bei den Kindertagesstätten und bei den Pfarrgemeinden im Bistum Mainz
erhältlich.
Ziel der Aktion „Eine Million
Sterne" sei es, die Menschen zur Solidarität mit armen Kindern und
Jugendlichen aufzurufen, sie aufzufordern, selbst in Projekten dagegen aktiv zu
werden und Verbindung mit Betroffenen zu schaffen, sagte
Diözesancaritasdirektor Thomas Domnick. Er wies darauf hin, dass in diesem Jahr
auch besonders die Kindertagesstätten im Bistum zur Teilnahme an der Aktion
aufgefordert werden sollen. Inhaltlich sei die Aktion „Eine Million
Sterne" mit der Aktion „Zero Poverty" der Caritas in Europa
verbunden, sagte Domnick.
Im Rahmen der „Lichteraktionen"
wird für jede Spende eine Kerze als Zeichen der Solidarität aufgestellt.
Jeweils ein Euro fließt in Projekte mit und für arme Kinder und ihre Familien
im Bistum Mainz sowie in ein Kinder- und Jugendprojekt von Caritas
International. Dr. Werner Veith, Bezirkscaritasdirektor aus Darmstadt, wies
darauf hin, dass das Geld im Bistum Mittagstischen für Kinder und Jugendliche
in sozialen Brennpunkten zu Gute kommt. Auf Seiten von Caritas International
werde das Geld für Projekte auf der Insel Flores in Indonesien verwendet.
BDKJ-Vorsitzender Eric Niekisch
betonte, dass der BDKJ im Rahmen der Aktion „Lobbyarbeit für Kinder und
Jugendliche bei der Politik und in der Öffentlichkeit" machen wolle.
Besonders angesprochen werden sollen in diesem Jahr auch die Pfarrgemeinde- und
Seelsorgeräte sagte Ulrich Janson, Referent der Diözesanstelle Pfarrgemeinde-,
Seelsorge- und Dekanatsräte des Bischöflichen Ordinariates. „Ich spüre, dass in
den Gemeinden das Bewusstsein dafür größer wird, dass Verkündigung auch im
diakonischen Bereich geschehen muss", sagte Janson.
Hinweis: Weitere Informationen auch im
Internet unter http://www.caritas-bistum-mainz.de/ tob (MBN)
Die Kirchen zum Rücktritt von Bundespräsident Horst Köhler: „Respekt und Anerkennung“
Der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Robert Zollitsch, erklärt zum Rücktritt des
Bundespräsidenten der Bundesrepublik Deutschland:
„Mit großem Respekt und Anerkennung
habe ich die Entscheidung des Herrn Bundespräsidenten zur Kenntnis genommen,
mit sofortiger Wirkung vom Amt des Bundespräsidenten zurückzutreten. Ich
bedauere die Entscheidung, denn Bundespräsident Horst Köhler hat viel für unser
Land geleistet. Wir sind ihm dankbar für wertvolle Debatten, die er angestoßen
hat. Ich bedaure sehr, dass uns in Bundespräsident Horst Köhler eine Person mit
hohem Vorbildcharakter, allgemeiner Anerkennung in der Öffentlichkeit und einem
besonderen Interesse für die christlichen Kirchen in unserem Land verlässt. Die
Deutsche Bischofskonferenz ist Bundespräsident Horst Köhler zutiefst dankbar
für das, was er für die Bundesrepublik Deutschland getan hat. Persönlich
empfinde ich seinen Rücktritt als herben Verlust.“
Der amtierende Ratsvorsitzender
der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Präses Nikolaus Schneider, hat
mit Bedauern und Respekt auf den Rücktritt von Bundespräsident Horst Köhler
reagiert. Die politische Verantwortung für das Wohl aller Menschen habe Köhler
aus seinem christlichen Glauben heraus wahrgenommen, sagte Schneider am Montag
in Hannover. "Er ist damit im besten Sinne ein öffentlicher Protestant
gewesen."
Gleichzeitig forderte Schneider eine
gesellschaftliche Debatte, in der es um die Balance zwischen dem notwendigen
Respekt vor dem höchsten Amt des Staates und der an Sachfragen orientierten
Kritik gehen müsse. Köhler habe sich um Deutschland und um das an Nächstenliebe
und Gerechtigkeit orientierte Zusammenleben der Völker verdient gemacht.
Bundespräsident Horst Köhler hatte am
Nachmittag in Berlin seinen Rücktritt vom Präsidentenamt erklärt. Seine
Entscheidung begründete er mit der Kritik an seinen Äußerungen im Zusammenhang mit
dem Afghanistan-Einsatz der Bundeswehr. Es ist das erste Mal, dass ein
deutscher Bundespräsident während seiner Amtszeit zurücktritt. Epd/de.it.press
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25. Todestag von Weihbischof Josef Maria Reuß (5.6.)
Erster Weihbischof des Bistums Mainz
nach der Säkularisation
Mainz. Am Samstag, 5. Juni, jährt sich
der Todestag des Mainzer Weihbischofs Josef Maria Reuß (1906-1985) zum 25. Mal.
Er hat fast 25 Jahre im Bistum als Bischof gewirkt und war nach Ende des
Zweiten Weltkriegs bis 1968 als Regens des Mainzer Priesterseminars und
Professor für Pastoraltheologie prägend für eine ganze Generation von Priestern
der Diözese Mainz.
Anlässlich seines 100. Geburtstages im
Jahr 2006 hatte der Mainzer Bischof, Kardinal Karl Lehmann, Reuß' Bemühen gewürdigt,
die Priesteramtskandidaten zu „selbstverantwortlicher Freiheit" zu
erziehen.
Wörtlich sagte der Kardinal bei der
Akademietagung über Reuß: „Es war das Außerordentliche dieses Menschen, dass er
trotz der unbeirrbaren Gewissheit, die er ausstrahlte, eine ungewöhnliche
Fähigkeit zum Gespräch besaß. Er konnte zuhören wie kaum ein anderer. Mit einer
ungewöhnlichen Zuwendung und einer seltenen Eindringlichkeit ging er auf
Menschen zu. Der persönliche Einsatz kannte gerade hier keine Grenzen. In einem
großen Ringen hat Reuß sich immer wieder den Fragen und Nöten seiner
Gesprächspartner gestellt." Reuß war im Jahr 1954 zum ersten Weihbischof
des 1802 wiedergegründeten Bistums Mainz geweiht worden. Im Erzbistum Mainz,
das mit der Säkularisation aufgelöst worden war, hatten die Weihbischöfe eine
große Rolle gespielt.
Josef Maria Reuß wurde am 13. Dezember
1906 in Limburg an der Lahn geboren. Nach dem Studium der Philosophie und
Theologie in Freiburg/Breisgau und in Innsbruck wurde er am 6. April 1930 in
Innsbruck durch Bischof Georg Waitz zum Priester geweiht. Bis 1934 war er
Hausgeistlicher im Krankenhaus der Barmherzigen Brüder in Kreckelmoos in Tirol.
Nach seiner theologischen Promotion („Adam Tanner und die Lehre des Vatikanums
vom Glaubensabfall und Glaubenszweifel eines Katholiken") im Jahr 1934
wurde er Kaplan in Hanau-Steinheim-St. Nikolaus. 1935 wechselte er als Kaplan
nach Steinheim-St. Johann und im darauffolgenden Jahr an den Dom in Worms.
Im Jahr 1938 wurde Reuß Rektor des
Exerzitienhauses in Braunshardt; 1939 wurde er Rektor der Mainzer Alumnen im
Priesterseminar Fulda. In den Jahren 1940 bis 1945 war er Kriegspfarrer. Im
Jahr 1942 mussten ihm bei seinem Einsatz in der Ukraine aufgrund von
Erfrierungen der linke Mittelfuß und sämtliche Zehen des rechten Fußes
amputiert werden. Im Jahr 1945 wurde er Regens des Mainzer Priesterseminars und
Professor für Pastoraltheologie am Priesterseminar. Im Jahr 1954 erfolgte am
19. November die Ernennung zum Titularbischof von Sinope und Weihbischof von
Mainz und schließlich am 21. Dezember die Bischofsweihe durch den Mainzer
Bischof Albert Stohr.
Reuß war zeitweise Vorsitzender der
Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz (DBK) sowie Mitglied der
Kommission für Priesterfragen der DBK. Darüber hinaus war er Mitglied in der
Päpstlichen Kommission zu Fragen des Bevölkerungswachstums und der
Geburtenregelung (1963-1966). Außerdem war er Teilnehmer am Zweiten
Vatikanischen Konzil (1962-1965) und Mitglied der Gemeinsamen Synode der
Bistümer in Deutschland (1971-1975). Im Jahr 1977 erhielt er die Ehrenpromotion
zum Doktor der Theologie durch den Fachbereich Katholische Theologie der
Johannes Gutenberg-Universität in Mainz. Seine Emeritierung als Weihbischof
erfolgte 1978. Reuß starb am 5. Juni 1985 in Mainz und wurde am 12. Juni in der
Bischofsgruft des Mainzer Doms beerdigt.
Hinweis: Zum 100. Geburtstag von
Weihbischof Reuß im Jahr 2006 ist das Jahrbuch des Bistums Mainz über ihn
erschienen:
„Weihbischof Josef Maria Reuß zum 100.
Geburtstag", herausgegeben von Peter Reifenberg und Annette Wiesheu. (In
der Reihe: Neues Jahrbuch für das Bistum Mainz - Beiträge zur Zeit- und
Kulturgeschichte der Diözese 2007). Publikationen Bistum Mainz, 216 Seiten,
12,80 Euro. ISBN 978-3-934450-28-8, ISSN: 1432-3389. Der Band ist erhältlich im
Infoladen des Bistums Mainz in der Heiliggrabgasse 8, Tel.: 06131/253-888, oder
im Buchhandel. tob (MBN)
Papst: „Maria zeigt Verantwortung für friedliches Leben“
Mit einer Andacht hat Papst Benedikt
XVI. am frühen Montagabend offiziell den Marienmonat Mai beendet. Bei
strahlendem Sonnenschein führte die traditionelle Prozession mit Musik und
Rosenkranzgebeten einmal quer durch die vatikanischen Gärten, vom Petersdom bis
hinauf zur Lourdesgrotte im oberen Teil der Anlagen. Anlässlich des Gedenktages
„Mariä Heimsuchung“ sprach der Papst über den Besuch Marias bei Elisabeth. An
der Grotte sagte das Kirchenoberhaupt zu den Gottesdienstteilnehmern:
„In der Jungfrau Maria, die ihre
Verwandte Elisabeth besucht, erkennen wir das klarste Beispiel und die wahrste
Bedeutung unseres Weges als Gläubige und den Weg der Kirche selbst. Die Kirche
ist durch ihre Natur missionarisch und sie ist gerufen, das Evangelium für alle
und immer zu verkünden, den Glauben jedem Mann und jeder Frau weiterzugeben, in
jede Kultur.“
Maria – das authentische Bild der
Pilgerin – sei wie gerufen auf einem Weg, der aus uns selbst herausführt: Sie
sei das Bild der Helferin, die bei der schwangeren, aber schon alten Elisabeth
bleibt. In dem Gruß werde auch das eigentliche Herzstück der Evangelisation
deutlich, so der Papst:
„Jesus ist der wahre Schatz, den wir
der Welt zu geben haben. Und nach ihm haben die Männer und Frauen von heute
eine tiefe Sehnsucht, auch wenn sie ihn zu ignorieren oder abzulehnen scheinen.
Und ihn braucht die Gesellschaft, in der wir leben, Europa, die ganze Welt. Uns
ist diese Verantwortung gegeben. Leben wir sie mit Freude und mit Engagement,
so dass unsere Gesellschaft eine sei, in der Wahrheit, Gerechtigkeit, Freiheit
und Liebe regieren, die festen und unaufgebbaren Säulen eines echten geordneten
und friedlichen Zusammenlebens.“ (rv 1)
Wegen Beihilfe zum Missbrauch. Ermittlungsverfahren gegen Erzbischof Zollitsch
Die Staatsanwaltschaft Freiburg hat
gegen Erzbischof Robert Zollitsch ein Strafverfahren wegen Beihilfe zum
Kindesmissbrauch eingeleitet. Der Geistliche wurde angezeigt, als
Personalreferent 1987 die Anstellung eines Paters veranlasst zu haben, obwohl
dieser sexuelle Übergriffe begangen habe.
Gegen den Vorsitzenden der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, wird wegen Beihilfe zum
sexuellen Missbrauch von Kindern ermittelt. Die Staatsanwaltschaft in Freiburg
bestätigte am Mittwoch entsprechende Berichte von ARD und „Südkurier“.
Grundlage des Ermittlungsverfahrens ist
demnach eine Strafanzeige, die bei der Staatsanwaltschaft Freiburg eingegangen
ist. Anzeigenerstatter ist ein mutmaßliches Opfer, das in den Sechziger Jahren
von einem Pater im Kloster Birnau im Erzbistum Freiburg missbraucht worden sein
soll. Zollitsch habe als damals zuständiger Personalreferent der Erzdiözese
Freiburg im Jahr 1987 gleichwohl die erneute Anstellung des Paters in der
Kirchengemeinde Birnau am Bodensee veranlasst.
Erzdiözese Freiburg weist Vorwürfe
zurück
Das erzbischöfliche Ordinariat Freiburg
wies die Vorwürfe gegenüber dem ARD-Magazin „Report Mainz“ als
„sensationsheischend“ zurück. Außerdem sei dieser Missbrauchsfall der
Erzdiözese Freiburg erst seit Ende 2006 bekannt gewesen. Der frühere
Personalreferent Zollitsch habe also weder von den Vorwürfen aus den Sechziger
Jahren, noch von einem erneuten Einsatz dieses Paters gewusst und einen solchen
Einsatz schon gar nicht veranlasst.
Nach Angaben der Staatsanwaltschaft
Freiburg wurde das Verfahren zwischenzeitlich an die Staatsanwaltschaft
Konstanz weitergeleitet. Nach Recherchen von „Report Mainz“ wird dort bereits
seit längerem gegen den beschuldigten Pater ermittelt. Faz.net 2