Notiziario religioso  3-7  Giugno  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Giovedì 3 giugno. Festa del Corpus Domini (in Germania). Invitati al banchetto della Parola e del Pane  1

2.       Giovedì 3 giugno. Il commento al Vangelo (per l’Italia). Il primo di tutti i comandamenti 3

3.       Venerdì 4 giugno. Il commento al Vangelo. Gesù insegna nel tempio  3

4.       Sabato 5 giugno. Il commento al Vangelo. L’obolo della vedova  3

5.       Domenica 6 giugno. Il commento al Vangelo. La moltiplicazione dei pani 4

6.       Lunedì 7 giugno. Il commento al Vangelo. Le beatitudini 4

7.       GAZA - Si doveva evitare. L’assalto alla nave dei volontari delle Ong  5

8.       PAPA A CIPRO - Sarà una festa. Il programma illustrato da padre Lombardi 6

9.       Con i lefebvriani fare ecumenismo costa caro  6

10.   La passione educativa. In Vaticano l'Assemblea dei vescovi italiani sul tema dell'educazione  7

11.   È morto don Picchi. Una vita dedicata a Dio e quindi agli altri 8

12.   Non solo per i cattolici. Il Papa in Inghilterra: il punto sulla preparazione  8

13.   Soferenza e fede. Nel tempo difficile. Mons. Zimowski su terapia, etica e religione  9

14.   Monachesimo in Europa. La ricerca di Dio sulle strade del Vecchio Continente  9

 

 

1.       Papst verurteilt israelische Militäraktion gegen Gaza-Hilfskonvoi 10

2.       Katholiken. Das große Aufräumen  10

3.       Papst: Reise nach Zypern. Eine Begegnung mit dem Apostolischen Nuntius Antonio Franco  10

4.       Nahost: Pax Christi kritisiert Angriff auf Solidaritätsflotte  11

5.       Papst besorgt über Eskalation der Gewalt seitens der Israelis  12

6.       Deutschland: Köhlers Rücktritt und die Frage nach Militärmacht und Wirtschaft 12

7.       Augsburg: Walter Mixa Rom-Visite von Mixa  12

8.       Weltmissionskonferenz in Edinburgh erinnert an Anfänge der Ökumene  13

9.       Korea: Hoffnung auf Frieden bleibt 13

10.   Nigerianischer Bischof: „Interreligiöser Dialog hat Priorität“  13

11.   Lehmann: Zeichen der Hoffnung für Kinder 14

12.   Die Kirchen zum Rücktritt von Bundespräsident Horst Köhler: „Respekt und Anerkennung“  14

13.   25. Todestag von Weihbischof Josef Maria Reuß (5.6.) 14

14.   Papst: „Maria zeigt Verantwortung für friedliches Leben“  15

15.   Wegen Beihilfe zum Missbrauch. Ermittlungsverfahren gegen Erzbischof Zollitsch  15

 

 

 

Giovedì 3 giugno. Festa del Corpus Domini (in Germania). Invitati al banchetto della Parola e del Pane

 

Gesù non ci ha lasciato una sua statua, una sua fotografia, una sua reliquia. Ha voluto continuare ad essere presente fra i suoi discepoli come alimento.

Il cibo non è posto sulla tavola per essere contemplato, ma per essere consumato.

I cristiani che vanno a Messa, ma non si accostano alla comunione, devono prendere coscienza che non stanno partecipando pienamente alla celebrazione eucaristica.

Il cibo diviene parte di noi stessi. Mangiando il corpo e bevendo il sangue di Cristo accettiamo il suo invito a identificarci con lui. Diciamo a Dio e alla comunità che intendiamo formare con Cristo un unico corpo, desideriamo assimilare il suo gesto d’amore e intendiamo donare la nostra vita ai fratelli, com’egli ha fatto.

Questa scelta impegnativa non la facciamo da soli, ma assieme a tutta una comunità. L’eucaristia non è un alimento da consumarsi in solitudine: è pane spezzato e condiviso tra fratelli.

Non è concepibile che, da un lato, venga posto il gesto che indica unità, condivisione, uguaglianza, donazione reciproca e dall’altro sia tollerato il perpetuarsi di contrasti, odi, gelosie, accaparramento dei beni, sopraffazione. Una comunità che celebra il rito dello “spezzar del pane” in queste condizioni indegne mangia e beve – come richiama Paolo – la propria condanna (1 Cor 11,28-29). E’ una comunità che trasforma il sacramento in menzogna. E’ come una ragazza che, sorridendo, accetta dal fidanzato l’anello, simbolo di un legame d’amore indissolubile e, contemporaneamente, lo tradisce con altri amanti.

 

Prima Lettura (Gen 14,18-20)

 

In quei giorni, 18 Melchisedek re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo 19 e benedisse Abram con queste parole:

 “Sia benedetto Abram dal Dio altissimo,

 creatore del cielo e della terra,

 20 e benedetto sia il Dio altissimo,

 che ti ha messo in mano i tuoi nemici”.

 Abram gli diede la decima di tutto.

 

Il quattordicesimo capitolo del libro della Genesi dal quale è tratta la nostra lettura è piuttosto singolare: presenta Abramo nell’insolito ruolo di valoroso guerriero.

Il patriarca si trova alle Querce di Mamre, nei pressi di Hebron, e viene a sapere che alcuni re venuti dall’oriente hanno catturato suo nipote Lot. Subito organizza i suoi uomini esperti nelle armi, insegue i rapitori fino a Dan, all’estremo nord della Palestina, piomba su di loro, li sconfigge, recupera tutto il bottino e anche Lot, i suoi beni, le sue donne e il suo popolo.

Sulla via del ritorno passa nei pressi della città di Salem (Gerusalemme) dove regna Melchisedec. Costui – che è re e sacerdote del Dio altissimo – quando viene a sapere che Abramo si sta avvicinando, esce dalla città e gli offre pane e vino, poi lo benedice invocando il nome del suo Dio.

Per cogliere il messaggio del brano, va tenuto presente che, al tempo di Abramo, Gerusalemme era una città abitata da un popolo pagano e tale rimase per molte centinaia d’anni, fino a quando, verso l’anno 1000 a.C., Davide la conquistò e ne fece la capitale del suo regno.

Nel racconto dell’impresa eroica compiuta da Abramo, viene inserita la scena dell’incontro con Melchisedec, re di Salem, per varie ragioni.

Al tempo in cui questo racconto è stato scritto (più di mille anni dopo i fatti), gli israeliti non guardano con simpatia né Gerusalemme, né il suo re, né la sua corte e pagano malvolentieri le tasse. Con abilità (e cortigianeria) l’autore del brano cerca allora, citando l’esempio di Abramo (v. 20), di persuaderli a sottomettersi al re di Gerusalemme e a pagargli le decime (senza troppo borbottare!). Ho rilevato questo ingegnoso stratagemma dello scriba per mostrare come, a volte, Dio si serva anche delle motivazioni meno nobili degli uomini per introdurre nella Bibbia un racconto che è prezioso, perché denso di simbolismi religiosi.

Non è stato solo per convincere gli israeliti a pagare le tasse che l’autore sacro ha ricordato il comportamento umile e devoto di Abramo nei confronti del re di Salem. Egli ha voluto soprattutto insegnare che non bisognava più guardare in modo ostile gli stranieri. Dio ha mostrato di non rivelarsi solo agli israeliti, ma anche agli altri uomini.

Melchisedec era un cananeo, un pagano, eppure egli già rendeva culto al Dio altissimo, creatore del cielo e della terra e davanti a lui lo stesso patriarca Abramo ha compiuto un gesto sorprendente: si è inchinato e ne ha ricevuto la benedizione.

In nessun’altra pagina dell’AT, un ministro pagano del culto viene guardato con tanto rispetto e simpatia.

 

Questo brano del libro della Genesi è stato scelto come prima lettura perché ha riferimenti palesi alla festa di oggi.

Anzitutto, Melchisedec è sempre stato considerato dai cristiani come una figura di Cristo e dei sacerdoti della nuova Alleanza i quali offrono sull’altare il pane e il vino.

Ci sono anche altri elementi che mettono in rapporto con l’eucaristia il gesto compiuto da questo re‑sacerdote. Egli ha condiviso il suo pane ed il suo vino con chi aveva fame e il suo comportamento generoso è un richiamo alla condivisione dei beni con i fratelli.

E’ significativo infine il fatto che il pane e il vino di Melchisedec siano consumati insieme da due popoli: quello pagano di Salem e quello eletto dei figli di Abramo, i giudei. E’ come se questi due popoli – pur così distanti dal punto di vista politico, culturale e religioso – si fossero dati appuntamento attorno ad un’unica mensa. E’ l’immagine di quanto avviene nella comunità cristiana che si raduna per spezzare il pane eucaristico: abbiamo l’incontro, l’accoglienza, la condivisione e il reciproco scambio di benedizioni.

 

Seconda Lettura (1 Cor 11,23-26)

 

Fratelli, 23 io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane 24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. 25 Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. 26 Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.

 

Per capire questo importante brano è necessario chiarire il motivo per cui Paolo introduce nella sua lettera il tema dell’istituzione dell’eucaristia. Poi vedremo di interpretare il significato del gesto di Gesù.

A Corinto ci sono problemi molto seri: dissolutezze in campo sessuale, disordini, invidie, ubriacature e – ciò che è peggio – discordie tra fratelli. Sono sorti dei partiti, non ci si mette d’accordo sulle scelte morali, si accetta come normale la divisione in classi: quella dei ricchi e quella dei poveri, quella dei nobili e quella della gente semplice.

Le divisioni sono sempre deleterie, ma, quando si manifestano proprio mentre si celebra l’eucaristia, divengono scandalose.

A Corinto i cristiani sono soliti prendere un pasto in comune, come veri fratelli, prima della santa Cena. Sanno bene che, per spezzare degnamente il pane eucaristico, è necessario condividere prima il pane materiale.

La santa Cena è celebrata non in chiese, come succede da noi, ma in case private, messe a disposizione da qualche membro benestante della comunità.

Ora accade che il gruppo dei ricchi, dei padroni, dei nobili – che non lavorano, ma fanno lavorare i loro servi – si danno appuntamento presto, nell’immediato pomeriggio. Si ritrovano nella villa di uno di loro, passeggiano nel giardino, discorrono beatamente, si sdraiano su divani e cominciano a gozzovigliare. Quando poi la sera arrivano i loro fratelli di fede, sfiniti dalla fatica – sono quelli che appartengono alle classi più umili (i contadini, i braccianti, gli scaricatori di porto) – i ricchi li accolgono con scherni e battute poco rispettose. Poi, senza rendersi conto della situazione penosa che si è creata, cominciano a celebrare l’eucaristia.

Per mostrare l’assurdità di un simile comportamento, Paolo ricorda ai corinti come Gesù istituì l’eucaristia.

Le esperienze più profonde, i messaggi più significativi sono difficili da tradurre in parole. Per comunicarli noi ricorriamo a gesti: con un sguardo dolce esprimiamo tenerezza, con una prolungata stretta di mano sottolineiamo il pieno accordo con un amico, con un abbraccio ci riconciliamo con il fratello, con un brutto gesto sfoghiamo la nostra incontenibile rabbia.

E’ possibile riassumere in un solo gesto tutta la vita, tutta l’opera, tutta la persona di Gesù? Sì, è possibile e il gesto è stato scelto e compiuto da lui, alla vigilia della sua passione. Durante l’ultima cena prese il pane, lo spezzò e disse: questo è il mio corpo spezzato; poi prese il vino e disse: questo è il mio sangue versato.

Ai suoi discepoli Gesù voleva dire: tutta la mia esistenza è stata un dono agli uomini; per me non ho trattenuto né un istante della mia vita, né una cellula del mio corpo, né una goccia del mio sangue. Tutto mi sono offerto, tutto mi sono donato.

Ogni volta che, su invito del Signore, la comunità cristiana spezza il pane eucaristico, viene ripresentato Gesù che dona la sua vita per amore.

Come possono i corinti – si chiede Paolo – ripetere questo gesto che indica sacrificio e dono della vita, unione a Cristo e ai fratelli e poi, in realtà, fomentare divisioni, coltivare discordie, perpetuare disuguaglianze?

Considerando la vita non sempre coerente delle nostre comunità cristiane, forse ci siamo chiesti come in certe situazioni si possa continuare a celebrare l’eucaristia. E’ un dubbio legittimo. Tuttavia non va dimenticato che il pane eucaristico è un dono, non un premio meritato e riservato ai buoni. E’ un cibo offerto ai peccatori, non ai giusti (perché nessuno è giusto). Anche se ci rendiamo conto di essere indegni, continuiamo ad accostarci al banchetto eucaristico. Esso ci richiama la nostra condizione di peccatori e ci stimola a divenire ciò che ancora non siamo: pane spezzato e vino versato per i fratelli.

 

Vangelo (Lc 9,11b-17)

 

In quel tempo, 11 Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevan bisogno di cure.

12 Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: “Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta”.

13 Gesù disse loro: “Dategli voi stessi da mangiare”. Ma essi risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente”. 14 C’erano infatti circa cinquemila uomini.

Egli disse ai discepoli: “Fateli sedere per gruppi di cinquanta”. 15 Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti.

16 Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 17 Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

 

Ci sono molti modi per spiegare cos’è l’eucaristia. Paolo ne sceglie uno: racconta – come abbiamo visto – la sua istituzione, durante l’ultima cena. Luca ne sceglie un altro: prende un episodio della vita di Gesù – quello della moltiplicazione dei pani – e lo rilegge nell’ottica eucaristica. Lo utilizza, cioè, per far capire ai cristiani delle sue comunità cosa significa il gesto di spezzare il pane che essi ripetono regolarmente, ogni settimana, nel giorno del Signore.

Se il brano del Vangelo di oggi viene letto come la cronaca fedele di un fatto, ci si imbatte in una serie di difficoltà: non si capisce cosa sono andati a fare in un luogo deserto (v.12) cinquemila uomini e non si sa bene neppure da dove possano essere venute tante persone (v.14). E’ strano che anche i pesci vengano spezzati (v.16) e ci sarebbe da spiegare da dove sbucano fuori le dodici ceste per i resti (v.17); la gente le aveva portate con sé vuote? Poi è sera tardi (v.12) quando il pasto ha inizio; come hanno fatto i dodici, al buio, a mettere in ordine tanta gente e a distribuire pani e pesci?…

Evidentemente non siamo di fronte a un reportage e non ha senso chiedere come si sono esattamente svolti i fatti, perché è difficile stabilirlo.

Su un evento della vita di Gesù, l’evangelista ha costruito una riflessione teologica e a noi, più che ricostruire l’accaduto, interessa capire qual è il messaggio che egli vuole trasmettere.

 

La prima chiave di lettura che inseriamo è quella dell’AT.

I cristiani delle comunità di Luca erano abituati al linguaggio biblico e coglievano immediatamente le allusioni – che a noi possono sfuggire – a fatti, testi, espressioni, personaggi dell’AT.

Il racconto della distribuzione dei pani rievocava loro:

- il racconto della manna, il cibo donato prodigiosamente da Dio al suo popolo nel deserto (Es 16; Nm 11). Anche il pane dato da Gesù viene dal cielo;

- la profezia fatta da Mosè: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me” (Dt 18,15). Gesù che ripete uno dei segni fatti da Mosè è dunque l’atteso profeta;

- le parole di Isaia: “ Perché spendete denaro per ciò che non è pane e il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Preparerà il Signore degli eserciti, per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto” (Is 55,1-2.6);

- infine ricorda la moltiplicazione dei pani operata da Eliseo (2 Re 4,42-44). Il miracolo compiuto da Gesù sembra esserne una fotocopia ingrandita.

 

Questi richiami all’AT vanno ricordati perché ad essi Luca intende alludere, ma egli fa riferimento anche alla celebrazione dell’eucaristia, così come si svolge nelle sue comunità.

Cominciamo dal primo versetto (v.11) che nel nostro lezionario, purtroppo, non è riportato per intero. Riprendiamo anche la parte che manca: “Gesù accolse le folle e prese a parlare loro...”.

Solo Luca dice che, quando le folle arrivano a Betsaida, Gesù le accoglie e parla loro del regno di Dio. Si è ritirato in disparte con i discepoli, cercando forse un momento di quiete; ma la gente, bisognosa della sua parola e del suo aiuto, lo raggiunge ed egli la accoglie, annuncia la buona novella del regno di Dio e guarisce i malati. Accogliere significa prestare attenzione, lasciarsi coinvolgere dai bisogni degli altri, mostrare interesse per le loro necessità spirituali e materiali.

In questo primo versetto, il riferimento alla celebrazione eucaristica è evidente: la liturgia del giorno del Signore inizia sempre con il gesto del celebrante che accoglie la comunità, dà il benvenuto, augura la pace e annuncia il regno di Dio. Come Gesù anch’egli, accoglie tutti. Benvenuti sono i buoni e benvenuti sono i peccatori, benvenuti sono i poveri, i malati, i deboli, gli esclusi, chi cerca una parola di speranza e di perdono; nessuno è allontanato.

Anche Paolo, concludendo il capitolo sull’eucaristia dal quale è tratto il brano della seconda lettura di oggi, raccomanda questa accoglienza ai cristiani di Corinto: “Fratelli miei, quando vi radunate per la cena, accoglietevi a vicenda” (1 Cor 11,33).

 

Nel v.12 si sottolinea l’ora in cui Gesù distribuisce il suo pane: “il giorno cominciava a declinare”. Ho notato sopra la difficoltà di intendere questo dato come un’informazione (del tutto superflua, tra l’altro).

Il giorno cominciava a declinare è invece un’indicazione preziosa e anche commovente. La troviamo anche nel racconto dei discepoli di Emmaus. “Rimani con noi – dicono i due al compagno di viaggio – perché si fa sera e il giorno volge al declino” (Lc 24,29).

Questo dettaglio ci informa sull’ora in cui, il sabato sera, nelle comunità di Luca si celebrava la santa Cena.

Il luogo deserto (v.12) ha pure un significato teologico: ricorda il cammino del popolo d’Israele che, lasciata la terra di schiavitù, si è posto in cammino verso la libertà ed è stato alimentato con la manna.

La comunità che celebra l’eucaristia è composta da viandanti che stanno compiendo un esodo. Hanno avuto il coraggio di abbandonare le loro case, i loro villaggi, gli amici, il tipo di vita che conducevano e si sono messi in cammino per ascoltare il Maestro ed essere curati da lui. Come Israele, sono entrati nel deserto e si sono incamminati verso la libertà. Altri – che pure hanno udito la voce del Signore – hanno preferito rimanere dov’erano, non hanno voluto correre rischi. Purtroppo per loro, così facendo, si sono privati dell’alimento che Gesù dona a chi lo segue.

 

Gesù ordina ai dodici di dar da mangiare alle folle (vv.12-14).

La prima reazione dei dodici è lo stupore, la sorpresa, la sensazione di essere chiamati ad un’impresa immane, assurda, impossibile. Avanzano quindi una proposta che contraddice l’accoglienza messa in atto dal Maestro: suggeriscono di rimandare la gente a casa, di allontanarla, di disperderla. Ognuno pensi a risolvere da solo, come meglio può, i propri problemi.

I discepoli non si rendono conto del dono che Gesù sta per consegnare nelle loro mani: il pane della Parola e il pane eucaristico. Non capiscono che la sua benedizione moltiplicherà all’infinito questo alimento che sazia ogni fame: la fame di felicità, di amore, di giustizia, di pace, il bisogno di dare un senso alla vita, l’ansia per un mondo nuovo.

Si tratta di bisogni così impellenti e irrefrenabili che a volte spingono a cibarsi di ciò che non sazia, di ciò che può addirittura acuire la fame o provocare nausea. Per questo il Maestro insiste: è da voi che il mondo si attende il cibo, date voi stessi da mangiare.

La sua Parola è un pane che si moltiplica miracolosamente: chi accoglie il Vangelo e con esso alimenta la propria vita, chi assimila la persona di Cristo cibandosi del pane eucaristico a sua volta sente il bisogno di fare partecipi anche gli altri della propria scoperta e della propria gioia e comincia a distribuire anche a loro il pane che ha saziato la sua fame. Si innesca così un processo inarrestabile di condivisione e le dodici ceste di resti rimangono sempre colme e pronte per ricominciare la distribuzione. Più aumentano coloro che si cibano del pane della Parola di Cristo e dell’eucaristia più si moltiplica il pane distribuito a chi ha fame.

 

Il v. 14 indica un particolare curioso: Gesù non vuole che il suo cibo venga consumato in solitudine, ognuno per proprio conto, come si fa al self‑service. Tuttavia nemmeno i gruppi troppo grandi vanno bene perché in essi non ci si conosce, non si dialoga, non si possono instaurare rapporti di amicizia, di aiuto reciproco, di fratellanza.

Al tempo di Luca cinquanta era forse il numero ideale dei membri di una comunità. Ricordiamo che, nei primi secoli, l’eucaristia non veniva celebrata in chiese, ma in grandi sale (At 2,46), per cui il numero dei partecipanti era necessariamente limitato. Può darsi che una delle ragioni della pigrizia, della freddezza, della mancanza di iniziativa di alcune delle comunità di oggi dipenda proprio dal numero elevato dei partecipanti.

 

In tutto il NT, solo Luca usa, per cinque volte, il verbo greco kataklinein, “adagiare a tavola” (v.15). Indica la posizione che gli uomini liberi assumevano quando partecipavano a un solenne banchetto. Gli israeliti si sdraiavano così durante la cena pasquale. E’ improprio impiegare questo verbo in una situazione come quella descritta nel brano evangelico di oggi, cioè, riferirlo a gente che si trova nel deserto, all’aria aperta e che ha l’abitudine di sedersi per terra con le gambe incrociate.

Se Luca usa questa espressione, lo fa per un motivo teologico: per alludere a un altro pasto, a quello della comunità cristiana seduta attorno alla mensa eucaristica, cena della nuova Pasqua, consumata da uomini liberi.

 

La formula con cui si descrive la moltiplicazione dei pani ci è nota: “Prese i pani (e i pesci) e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede...” (v.16). Sono i gesti compiuti dal celebrante nella celebrazione dell’eucaristia (Cf. Lc 22,19).

Sembra quasi che Luca stia un po’ profanando le parole dell’atto sacramentale, confondendo le cose della terra con quelle del cielo, i bisogni materiali con quelli dello spirito.

Non è pericolosa per la fede questa “commistione” di materia e spirito. Pericoloso è il contrario: slegare l’eucaristia dalla vita degli uomini, portarla fra le nubi.

Sono una menzogna le Eucaristie che non celebrano anche l’impegno concreto di tutta la comunità perché si moltiplichi il pane materiale, in modo che ce ne sia per tutti e ne avanzi.

La comunione dei beni è raffigurata, nella celebrazione eucaristica, dall’offertorio. E’ quello il momento in cui ogni membro della comunità presenta il suo dono generoso affinché sia distribuito a chi è nel bisogno.

 

Ci si chiede spesso che fine hanno fatto i pesci; tutta l’attenzione sembra concentrata sui pani. In realtà anche i pesci sono, stranamente, “spezzati” e distribuiti insieme con il pane (v.16). Nelle comunità del tempo di Luca il pesce era divenuto il simbolo di Cristo. Le lettere che compongono il termine greco ichthys (pesce) erano già divenute l’acrostico per Gesù, Cristo, Figlio, di Dio, Salvatore. Il pesce è dunque Gesù stesso fattosi cibo nell’eucaristia. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

Giovedì 3 giugno. Il commento al Vangelo (per l’Italia). Il primo di tutti i comandamenti

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 12,28b-34) commentato da P. Lino Pedron 

 

28 Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29 Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; 30 amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31 E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi». 32 Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui; 33 amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34 Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

La domanda che lo scriba pone a Gesù non è oziosa. Data la molteplicità delle prescrizioni della legge (se ne contavano 613, ripartite in 365 proibizioni - quanti sono i giorni dell’anno - e 248 comandamenti positivi, quante si credeva fossero le parti del corpo umano), ci si poteva legittimamente interrogare sul loro valore e chiedersi quale fosse il comandamento più grande.

La risposta di Gesù che pone nell’amore di Dio e del prossimo il centro della legge, non è una novità assoluta: lo insegnavano anche i rabbini di allora. La novità consiste nell’avere unificato il testo del Dt 6, 4-5 con il testo del Lv 19,18. Ma per cogliere questo centro sono necessarie due precisazioni. La Bibbia insegna che il nostro amore per Dio e per il prossimo suppone un fatto precedente, senza il quale tutto resterebbe incomprensibile: l’amore di Dio per noi. Qui è l’origine e la misura del nostro amore. L’amore dell’uomo nasce dall’amore di Dio e deve misurarsi su di esso. E qui si inserisce la seconda precisazione: chi è il prossimo da amare? La Bibbia risponde: ogni uomo che Dio ama, cioè tutti gli uomini, senza alcuna distinzione, perché Dio si è rivelato in Gesù come amore universale.

La nostra vita è amare Dio e unirci a lui (Dt 30,20), diventando per grazia ciò che lui è per natura. Il nostro amore per lui è la via per la nostra divinizzazione, perché uno diventa ciò che ama. Chi risponde a questo amore passa dalla morte alla vita, mentre chi non ama Dio e il prossimo rimane nella morte (1Gv 3,14). Dio è amore più forte della morte (Ct 8,6). La sua fedeltà dura in eterno (Sal 117,2). Quando noi moriamo, egli ci ridà la vita. "Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri" (Ez 37,13). Dio ha creato tutto per l’esistenza, perché è un Dio amante della vita (cfr Sap 1,14; 11,26).

L’amore per l’uomo non è in alternativa a quello per Dio, ma scaturisce da esso come dalla sua sorgente. Si ama veramente il prossimo solo quando lo si aiuta a diventare se stesso, raggiungendo il fine per cui è stato creato, che è quello di amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stesso. Alla luce di questa verità, dobbiamo rivedere radicalmente il nostro modo di amare: molto del cosiddetto amore, che schiavizza sé e gli altri, è una contraffazione dell’amore, è egoismo. Quanta purificazione, quanta grazia di Dio occorrono perché l’amore sia vero amore! de.it.press

 

 

 

 

Venerdì 4 giugno. Il commento al Vangelo. Gesù insegna nel tempio

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 12,35-37) commentato da P. Lino Pedron 

 

35 Gesù continuava a parlare, insegnando nel tempio: «Come mai dicono gli scribi che il Messia è figlio di Davide? 36 Davide stesso infatti ha detto, mosso dallo Spirito Santo: Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra,

finché io ponga i tuoi nemici come sgabello ai tuoi piedi. 37 Davide stesso lo chiama Signore: come dunque può essere suo figlio?». E la numerosa folla lo ascoltava volentieri.

Nella lettura del Vangelo di Marco ritorna con insistenza la domanda: Chi è Gesù? E ci è stata data la risposta con chiarezza: Gesù è il Messia (Mc 8,29). Ma subito si è riproposta un’altra domanda: Che cosa significa per Gesù essere il Messia e quale relazione ha il Messia con Dio? E la risposta è stata: Il Messia compirà la sua missione nella sofferenza (tre annunci della passione); il Messia è l’ultimo inviato di Dio, e il Figlio che Dio tanto ama (Mc 12,1-8).

Ora qui si ripropone un problema importante: Chi è il Messia? Ogni ebreo poteva rispondere con semplicità e senza alcun dubbio: Il Messia è il figlio di Davide. E questa risposta trova il fondamento negli oracoli dei profeti, a cominciare da Natan (2Sam 7). E tuttavia la risposta è incompleta. Il Messia non è solamente il figlio di Davide; è il Figlio di Dio.

Gesù fonda il suo ragionamento sull’interpretazione del salmo 110 , un salmo che la Bibbia attribuisce a Davide. Dunque è Davide stesso che parla e dice: "Disse il Signore (cioè Dio stesso) al mio Signore (cioè al Re-Messia): siedi alla mia destra". Dunque, dice Gesù, Davide chiama il Messia "mio Signore". Vuol dire, dunque, che il Messia è molto di più che "il figlio di Davide": è addirittura "il Signore di Davide".

Ne consegue che se Gesù è il Figlio di Dio, il suo regno non può essere ridotto al regno di Davide. Sarebbe un regno tra i regni di questo mondo o in alternativa ad essi. Invece il regno di Dio li supera, li trascende e non è legato alla loro realtà materiale. de.it.press

 

 

 

 

Sabato 5 giugno. Il commento al Vangelo. L’obolo della vedova

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 12,38-44) commentato da P. Lino Pedron 

 

38 Diceva loro mentre insegnava: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39 avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40 Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave».

41 E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. 42 Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. 43 Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44 Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Gesù mette in guardia la folla perché sta per lasciarsi trascinare dai capi: bisogna che essa sappia chi sono in realtà i suoi capi. Con poche parole il Maestro fa il ritratto degli scribi: vanità, sfruttamento delle vedove, ostentazione nella preghiera. La loro logica è precisa: prima io, poi le donne, infine Dio. Forse ci aspettavamo un elogio degli scribi: sono gli studiosi della parola di Dio. Se è vero che la conoscenza è l’origine della virtù, essi dovrebbero essere molto virtuosi. Al contrario, non ci aspettavamo molto dalla vedova che Gesù, invece, ci propone come esempio: è limitata, è povera, è costretta ad occuparsi quotidianamente delle solite cose indispensabili per la sopravvivenza. Cosa può dare a Dio una persona insignificante come lei?

Ma il giudizio di Dio capovolge le nostre valutazioni. Gli scribi usano la conoscenza delle Scritture per procurarsi onori umani, si servono della loro pietà religiosa per nascondere la cupidigia con cui si appropriano dei beni degli altri, in particolare dei beni dei poveri e degli indifesi. La povera vedova invece, che può mettere nel tesoro del tempio solo due spiccioli, viene presentata ai discepoli come il vero esempio da imitare: "Tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto ciò che aveva, tutto quanto aveva per vivere" (v. 44). Così, con semplicità, questa donna insignificante, a cui nessuno aveva prestato attenzione, ha amato Dio con tutto il cuore (cfr Mc 12,30).

Gesù sta per andarsene dalla scena di questo mondo e non ci lascia come maestri dei personaggi dalle lunghe maniche e dalle parole altisonanti, ma mette in cattedra una donnetta discreta, che continua in silenzio la sua lezione: la vedova che offre a Dio tutta la sua vita. Essa è sola e inosservata, povera e umile, "getta" tutta la propria vita: è come Gesù che si è fatto ultimo di tutti e ha dato la sua vita in riscatto per tutti (cfr Mc 10,43-45).

Il primo miracolo di Gesù fu la guarigione della suocera di Pietro, perché potesse servire (cfr Mc 1, 29-31). L’ultimo suo insegnamento, prima del discorso escatologico, ci presenta questa vedova, che ama veramente Dio con tutta la sua vita. Sono loro le vere discepole di Gesù, e quindi le nostre maestre. de.it.press

 

 

 

 

Domenica 6 giugno. Il commento al Vangelo. La moltiplicazione dei pani

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 9,11b-17) commentato da P. Lino Pedron 

 

11 Egli le accolse e prese a parlar loro del regno di Dio e a guarire quanti avevan bisogno di cure. 12 Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta». 13 Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». 14 C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta». 15 Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti. 16 Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 17 Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

Questo banchetto segna il punto d’arrivo della missione degli apostoli: l’attività missionaria infatti porta a conoscere il Signore Gesù e ha il suo culmine e coronamento nell’eucaristia. Essa è il fondamento e il compimento della Chiesa, è suo principio e suo fine.

Il racconto ha come sottofondo il banchetto che Dio imbandì nel deserto per il suo popolo (Is 25,6ss; Os 11,4; Sal 23; ecc.). Tale banchetto (cfr Nm11,4ss; Es 16; Dt 8,13) chiarisce molti dettagli di questo racconto, la cui struttura è simile alla moltiplicazione dei pani di 2Re 4,42-44. Gesù è presentato come Dio stesso che sazia e salva.

Gesù accoglie le folle. Questa accoglienza, che prepara al banchetto, ha due aspetti: "Parlava loro del regno di Dio" e "guariva quanti avevano bisogno di cure". Luca mette in evidenza la cura di Gesù come di un medico verso i bisognosi, gli esclusi, gli infelici, i malati, i peccatori.

Il declinare del giorno è l’ora in cui Gesù fu invitato a "rimanere" dai discepoli di Emmaus (Lc 24,29). E’ la stessa ora del banchetto eucaristico che, come quello pasquale, si celebra al tramonto del sole.

I Dodici, che in At 6, 2 vedremo deputati al servizio delle mense, ora si rivolgono a Gesù e lo consigliano di mandare via la gente invece di accoglierla.

Gesù dà ai discepoli lo stesso ordine che aveva dato Eliseo (2Re 4,43-44). I discepoli fanno i calcoli sulle loro possibilità. Non sanno ancora contare sul dono di Dio.

 

Per la parola di Gesù, la folla disordinata diventa popolo ordinato. Il pasto viene consumato comodamente sdraiati e non più in piedi e in fretta come nel primo esodo (Es 12,11): con Gesù sono ormai nel riposo della terra promessa.

Questo pane donato da Gesù è il vertice di tutto il creato perché in esso tutta la materia inanimata diventa Cristo che si fa nutrimento completo dell’uomo: è il punto di congiunzione tra creazione e Creatore in Gesù, che si fa pane per unirsi all’uomo sua creatura prediletta.

 

Solo mangiando Gesù l’uomo è sazio di vita e vince la morte. Questo pane lo si può conservare, a differenza della manna che perisce, perché è il pane della vita eterna (Gv 6,12). Lo si conserva dandolo e lo si moltiplica dividendolo. Le dodici ceste di pezzi, una per tribù, indicano che il pane di Cristo è sovrabbondante: ce n’è per tutti e per sempre. de.it.press

 

 

 

 

Lunedì 7 giugno. Il commento al Vangelo. Le beatitudini

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 5,1-12) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

3 «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

4 Beati gli afflitti, perché saranno consolati.

5 Beati i miti, perché erediteranno la terra.

6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

7 Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

8 Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

9 Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,

perché di essi è il regno dei cieli.

11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

In questo brano Matteo ha un’intenzione precisa: presentare Gesù come il nuovo Mosè, e il discorso di Gesù sulla montagna come il compimento della legge del Sinai. Il suo messaggio si concentra sulla parola "beati". La beatitudine dell’uomo povero e sofferente ha il suo fondamento in Gesù: in lui Dio ci ha già dato tutto.

Questo discorso traduce l’esperienza di Cristo, che può e deve diventare l’esperienza del cristiano. Non suggerisce le condizioni per essere frati o suore, ma semplicemente per essere cristiani.

Gesù aveva detto al tentatore: "Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4,4). Ora Gesù apre solennemente la bocca per dare la vita di Dio agli uomini per mezzo della sua parola.

"Beati i poveri in spirito". La povertà indica prima di tutto un atteggiamento spirituale nei confronti di Dio. I poveri in spirito attendono ogni aiuto da Dio. L’atteggiamento richiesto dalla prima beatitudine è come quello del bambino: «Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: "In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me"» (Mt 18,2-5). La beatitudine dei poveri in spirito afferma in modo inequivocabile il primato della grazia, non quello delle opere.

Il povero in spirito è distaccato non solo dai beni materiali, che sono i meno importanti, ma anche e soprattutto dai beni superiori dell’intelligenza e della volontà, dalle proprie idee, dal proprio modo di sentire. Libero da se stesso, dalle sue vedute e aspirazioni umane, egli è pronto ad accogliere i beni del regno dei cieli. Questa disposizione interiore è indispensabile per chiunque voglia mettersi al seguito di Gesù. La salvezza è una realtà troppo grande per essere compresa dalla sola intelligenza umana. Chi pretende di ragionare troppo, e quindi a sproposito, rimane fuori da essa. Per questo, chi non è povero non può entrare nel regno dei cieli. Questa beatitudine è la caratteristica della persona di Gesù che noi dobbiamo imitare: "Imparate da me che sono povero e umile di cuore" (Mt 11,29).

Poveri in spirito non si nasce, ma si diventa, combattendo contro le istintive aspirazioni dei sensi, le pretese dell’intelligenza e le incomprensioni degli altri. Il vero povero non è colui che Dio ha umiliato, ma colui che si è abbassato con l’amore di un figlio. La vita del povero è caratterizzata dall’obbedienza, dalla sottomissione, dalla remissività, dall’abbandono, dal silenzio. La povertà evangelica presenta l’ideale religioso e spirituale nella sua duplice relazione. Verso Dio si esprime come umile e fedele sottomissione, verso il prossimo come pacifica e cordiale accoglienza.

"Beati gli afflitti". Gesù non è stato mandato solo per annunciare il vangelo ai poveri, ma anche a consolare gli afflitti (cfr Is 61,2). Essi non sono tali semplicemente per le disgrazie umane e le tribolazioni che affliggono tutti, ma soprattutto a causa delle oppressioni e delle ingiustizie subite per l’attuazione del piano di Dio. Sono afflitti perché il bene è deriso, perché la comunità cristiana è perseguitata e oppressa, perché Dio non è conosciuto e amato.

"Beati i miti". Nell’Antico Testamento Mosè "era molto più mite di ogni uomo che è sulla terra" (Nm 12,3) e nel Nuovo Testamento Gesù si presenta "mite e umile di cuore" (Mt 11,29; cfr Mt 21,5). Il mite è colui che realizza in sé l’esortazione del salmo 37,7-11: "Sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in lui; non irritarti per chi ha successo, per l’uomo che trama insidie. Desisti dall’ira e deponi lo sdegno, non irritarti: faresti del male, poiché i malvagi saranno sterminati, ma chi spera nel Signore possederà la terra. Ancora un poco e l’empio scompare, cerchi il suo posto e più non lo trovi. I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande pace". Si tratta del possesso pieno e felice della salvezza promessa a quelli che seguono Gesù "mite e umile di cuore" (Mt 11,29).

"Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia". La giustizia è l’attuazione completa e generosa della volontà di Dio rivelata nel vangelo di Gesù. La fame e la sete indicano il desiderio di cercare e di attuare in se stessi questo progetto di Dio attraverso l’esercizio dell’amore (cfr Mt 25,37). Gli affamati e gli assetati della giustizia sono coloro che hanno fatto del compimento della volontà di Dio la massima aspirazione della propria vita, a tal punto che per loro la ricerca del piano di Dio diventa vitale come il mangiare e il bere. La ricompensa per quelli che hanno desiderato intensamente la giustizia di Dio è la sazietà, che significa la comunione piena e definitiva con Dio e con i fratelli.

"Beati i misericordiosi". La prima ed essenziale esigenza del regno di Dio è la misericordia attiva che ha la sua fonte e il suo modello nell’agire di Dio: "Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro" (Lc 6,36). L’amore misericordioso e benevolo di Dio si manifesta principalmente in due modi: perdona i peccati e soccorre e protegge i bisognosi. Perciò il giusto davanti a Dio lo imita nel suo agire verso il prossimo perdonando i torti ricevuti e impegnandosi a soccorrere generosamente gli indigenti. Questa è la condizione per trovare misericordia presso Dio. Matteo presenta Gesù come l’incarnazione della bontà compassionevole di Dio nel modo di agire e nelle scelte che ha compiuto a favore dei peccatori e dei bisognosi (cfr Mt 9,13; 12,7; 23,23; ecc.).

"Beati i puri di cuore". Il cuore come simbolo di interiorità spirituale e morale designa la dimensione profonda e personale della relazione religiosa con Dio e con il prossimo in contrapposizione alla superficialità e all’esteriorità delle forme. I puri di cuore sono coloro che sanno accettare l’insegnamento di Gesù, la persona stessa di Gesù. Questa beatitudine richiede la piena adesione al vangelo. La visione di Dio promessa ai puri di cuore è la salvezza definitiva del paradiso dove vedranno Dio "a faccia a faccia" (1Cor 13,12).

"Beati gli operatori di pace". Gli operatori di pace sono i continuatori dell’opera di Gesù, gli annunciatori del messaggio della salvezza. La pace è assenza di ogni inimicizia, è presenza di grazia e di santità. Solo chi vive nella pace di Dio può diventare strumento di pace umana. Gli apportatori della pace sono gli annunciatori del vangelo, tutti coloro che lavorano per la venuta del regno di Dio sulla terra. Essi meritano l’appellativo di figli di Dio perché sono animati dagli stessi desideri di salvezza e impegnati nella sua stessa opera. Solo la concordia e la riconciliazione con i fratelli rendono il culto accetto a Dio ed efficace la preghiera della comunità (cfr Mt 5,23-24; 18,19-20). L’impegno di fare opera di pace tra le persone è un modo concreto di attuare l’amore del prossimo. A questi operatori di pace è promessa la realizzazione del rapporto di piena comunione con Dio: essere riconosciuti come suoi figli.

"Beati i perseguitati". Il messaggio della salvezza è imperniato sulla croce: chi lo annuncia e chi lo riceve dev’essere disposto a lasciarsi oltraggiare, calunniare, spogliare, crocifiggere. La sofferenza dell’innocente è un mistero di cui l’uomo dell’Antico Testamento non ha saputo intravedere la soluzione (cfr Sap 3,4). La beatificazione del dolore che il Nuovo Testamento ribadisce in numerose occasioni è un paradosso che non trova la sua giustificazione nella logica umana, ma solo nell’esempio e nell’insegnamento di Gesù. La persecuzione è l’eredità che Gesù lascia ai suoi discepoli, il segno che autentica la loro chiamata, ma anche la via per conseguire la felicità e la gloria. Il testo tocca il messaggio centrale del cristianesimo: la passione, morte e risurrezione di Cristo. La beatitudine e il possesso del regno dei cieli è la Pasqua di risurrezione del cristiano, ma per potervi giungere egli deve prima, necessariamente, passare attraverso la sofferenza e la morte. L’originalità di questa beatitudine è costituita dalle motivazioni che devono qualificare lo stile della perseveranza cristiana: l’assimilazione interiore al destino di Cristo rifiutato e perseguitato (cfr Mt 10,24-25) e l’adesione integra e pratica alla volontà di Dio, concretizzata nel progetto di vita cristiana. La persecuzione dovrebbe provocare l’amarezza e l’abbattimento, invece produce la gioia per aver sopportato le sofferenze richieste dalla propria fedeltà alla verità e a Cristo. I fedeli sono invitati a gioire in mezzo alle persecuzioni perché in essi si compie il mistero di morte e di risurrezione che Gesù ha realizzato per primo nella sua vita. Essi sono proclamati beati, felici, fortunati già ora in vista della piena e definitiva felicità che è loro promessa da Dio.

Le beatitudini evangeliche hanno il loro modello e la garanzia della loro realizzazione in Gesù, il "povero e umile di cuore", rifiutato e perseguitato dagli uomini, ma riabilitato e glorificato da Dio (cfr At 5,31; Fil 2,9-11; ecc.). de.it.press

 

 

 

 

GAZA - Si doveva evitare. L’assalto alla nave dei volontari delle Ong

 

“Un fatto molto doloroso, in particolare per l’inutile perdita di vite umane”. È la reazione della Santa Sede all’assalto della marina israeliana, il 31 maggio, alla nave turca “Mavi Marmara”, che faceva parte della Freedom Flotilla, con a bordo volontari delle Ong di vari Paesi, diretta alla Striscia di Gaza per portare aiuti umanitari. Nell’assalto, ma le cifre non sono confermate, si contano almeno 19 morti tra gli attivisti e numerosi feriti. Diverse le ricostruzioni dell’accaduto: i militari israeliani affermano che “dalla nave hanno sparato sui commando che stavano salendo a bordo”. Gli attivisti parlano di “attacco illegale in acque internazionali”. La Farnesina ha comunicato che non ci sarebbero vittime tra gli italiani, cinque, a bordo del convoglio navale. “Seguiamo la vicenda con attenzione e preoccupazione – ha affermato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi – la Santa Sede è sempre contraria all’impiego della violenza, da qualsiasi parte essa venga, perché rende più difficile la ricerca delle soluzioni pacifiche, che sono le sole lungimiranti. Benedetto XVI che si recherà fra pochi giorni a Cipro, proprio nell’area mediorientale, non mancherà di riproporre con costanza il messaggio di pace”.

 

Violata legge internazionale. Numerose e tutte di condanna le reazioni e i commenti all’attacco che vengono da esponenti della Chiesa di Terra Santa e da Organizzazioni non governative impegnate nello scenario mediorientale. “Una tragedia inutile e che si poteva evitare” ha affermato padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa, per il quale si è davanti ad “una tragedia che non aiuterà il cosiddetto processo di pace e che non contribuirà a creare quell’atmosfera necessaria perché le prospettive di negoziato abbiano un minimo di fattibilità ciò che è accaduto è un evidente segno che nonostante proclami e annunci di trattative gli animi di ambo le parti sono avvitati su se stessi e con poche prospettive. La comunità internazionale sembrerebbe quasi rassegnata davanti a questa situazione, con poca volontà e desiderio di entrare in questo ginepraio dove ogni cosa, ogni parola, ogni gesto suscita reazioni come abbiamo visto anche oggi. È una situazione paralizzata”. A distanza di qualche ora dall’attacco i toni delle reazioni si sono fatti più aspri: da una parte il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha offerto tutto “il pieno sostegno” all’operato delle forze militari, dall’altra Onu, Usa e Unione europea hanno condannato l’atto chiedendo chiarezza e l’apertura di una inchiesta. Il presidente del Parlamento europeo, Jerzy Buzek, ha parlato chiaramente di “chiara e inaccettabile violazione della legge internazionale, in particolare della quarta convenzione di Ginevra”.

 

Piazze palestinesi in subbuglio. La notizia non ha mancato di mandare in subbuglio le piazze palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia, in particolare a Gaza city dove gli attivisti della Freedom Flotilla erano attesi. Una conferma in tal senso è arrivata dal parroco della Striscia, padre Jorge Hernandez, che al SIR ha detto che “è stato indetto un giorno di lutto” e che “sono in corso in diversi punti della città e della Striscia delle manifestazioni di protesta. Il clima che si respira è pesante e i rischi di escalation della violenza sono concreti e per questo si consiglia di avere molta attenzione e prudenza”. “Una tragedia – ha dichiarato – accaduta proprio nel pieno della ‘Settimana mondiale per la pace in Palestina e in Israele’ (29 maggio - 4 giugno ndr.), promossa su iniziativa del Consiglio mondiale delle Chiese (Wcc). Non so esprimere il nostro disagio davanti a un fatto del genere che doveva e poteva essere evitato. Israele aveva detto che avrebbe bloccato ogni tentativo di avvicinamento a Gaza. Israele ha i mezzi per prevenire e controllare tali situazioni. Non era necessario arrivare ad uccidere ed ora il rischio è che violenza chiami altra violenza. C’è già chi parla di vendetta e di ritorsioni”. Una miscela che rischia di infiammare di nuovo la Striscia complice anche il blocco dei valichi ad opera di Israele. “Il blocco della Striscia, per quanto non completo – alcuni prodotti alimentari vengono fatti entrare da Israele – acuisce la difficoltà della popolazione sottoposta ad un peggioramento continuo della situazione socioeconomica. L’economia – ha spiegato il sacerdote – è instabile e i prodotti sono soggetti a continui sbalzi di prezzi. La gente è sempre più nervosa e incline a mostrare la propria rabbia. Fatti del genere come l’attacco di oggi rischiano di innescare una escalation di violenza che però deve essere evitata in ogni modo. Non è il momento di parlare di musulmani e cristiani, qui a Gaza siamo tutti palestinesi e nella stessa barca, ma non dobbiamo dimenticare che esiste un Dio al quale spetta giudicare ogni cosa. Adesso – conclude – è il tempo di pregare per la pace e perché non sia la violenza ad affermarsi, anche se siamo di fronte ad un’ingiustizia. È il tempo di ribadire ‘beati gli operatori di pace’”. Anche il Wcc ha fatto sentire la propria voce attraverso il suo segretario generale, Olav Fykse Tveit, che ha chiesto a “tutte le parti in causa di fermare la violenza. Questo conflitto ha provocato troppe sofferenze e troppe ingiustizie”.  Sir 31

 

 

 

 

PAPA A CIPRO - Sarà una festa. Il programma illustrato da padre Lombardi

 

“Nessun cambiamento” nel programma della visita di Benedetto XVI a Cipro (4-6 giugno) dopo il blitz israeliano alla flotta Ong del 31 maggio e “nessuna preoccupazione” per le voci che vorrebbero “alcuni metropoliti ortodossi” contrari al viaggio, il primo del Papa in un Paese a maggioranza ortodossa. Lo ha detto il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, illustrando, il 1° giugno, ai giornalisti il programma della visita apostolica. Nella sua presentazione il portavoce ha messo in evidenza alcuni dei temi principali che emergeranno durante il viaggio nel quale verrà pubblicato l’“Instrumentum laboris” del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente che si svolgerà in ottobre (10-24) in Vaticano. Si tratta di fatti tristi e preoccupanti sul clima dell’area – ha aggiunto p. Lombardi riferendosi all’assalto – ma non credo che avranno influssi sul viaggio. Sappiamo di andare in un’area problematica. Il Papa lo sa e vedrà cosa dire. Certamente darà un messaggio di pace in modo equilibrato ma esplicito”.

 

Una buona accoglienza. Il portavoce si è detto certo che il Papa “riceverà una buona accoglienza”, nonostante la fronda di alcuni metropoliti ortodossi contrari all’arrivo del Papa. “Sarà un’accoglienza molto buona – ha dichiarato – sia da parte delle istituzioni sia dell’arcivescovo Chrysostomos, leader forte e rispettato. Non darei peso alle voci di metropoliti che non vogliono partecipare all’accoglienza del Pontefice. In tante occasioni abbiamo sentito parlare di problemi ma poi abbiamo visto una realtà molto diversa. Sono contestazioni di frange non rappresentative di tutta la Chiesa ortodossa. Non ci sono preoccupazioni”. Dello stesso avviso anche padre Umberto Barato, vicario generale patriarcale dei cattolici latini di Cipro che, parlando al SIR da Nicosia, ha esortato “a non dare peso a queste critiche” riportate dai media ciprioti nei giorni scorsi, anche perché “la Chiesa ortodossa cipriota ha approvato all’unanimità la visita”. Secondo le notizie provenienti da Cipro, infatti, alcuni metropoliti ortodossi si sarebbero detti contrari alla visita papale ed uno di loro si è spinto a dichiarare che il Papa è eretico e che non è un vescovo, dal momento che la Chiesa latina “si è separata dalla vera Chiesa”. L’arcivescovo ortodosso Chrysostomos II di Nuova Giustiniana e di tutta Cipro ha reagito alle critiche dichiarando che “tutti i vescovi ortodossi devono accettare il Papa e devono presenziare al suo ricevimento, ed ha minacciato di sospensione dalla partecipazione alle riunioni del Sinodo ortodosso per un anno quanti si rifiuteranno di essere presenti”. Di “atmosfera di positivo impegno” tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa di Cipro ha parlato, a sua volta, mons. Eleuterio Fortino, del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, dalle colonne de “L’Osservatore Romano”. Nel quadro delle polemiche s’inserisce anche l’iniziativa di un’associazione locale che ha accusato il Pontefice di aver taciuto sugli scandali di alcuni sacerdoti e per questo ha chiesto al procuratore generale della Repubblica di arrestare il Papa non appena atterrerà a Cipro. “Accuse che non meritano risposta perché sono dettate dal pregiudizio”, è stata la secca risposta di padre Barato che si è detto convinto che la visita del Papa “porterà parole di speranza, di riconciliazione e di pace. Ci sarà anche un messaggio di consolazione rivolto ai tanti migranti che vivono qui nell’isola”.

 

Dialogo ecumenico. Nel corso del briefing, padre Lombardi ha parlato anche di “un possibile incontro con i musulmani locali” ma ha precisato che “non c’è niente di sicuro”. È sul versante ecumenico che il programma presenta momenti importanti e in questo ambito, ha avvertito il portavoce, “va tenuto presente l’eccellente rapporto tra la Chiesa ortodossa cipriota e il patriarcato di Mosca”. Il Papa oltre alla celebrazione ecumenica del 4 giugno a Paphos, visiterà a Nicosia, presso l’arcivescovado ortodosso, “il museo delle icone e l’appartamento dell’arcivescovo Makarios che fu il primo presidente della Repubblica di Cipro dopo l’indipendenza”. A sottolineare l’aspetto ecumenico del viaggio è anche mons. Fortino: “La Chiesa di Cipro partecipa attivamente alle iniziative ecumeniche in Medio Oriente, nelle commissioni interortodosse, nell'ambito di consiglio ecumenico delle Chiese. Con la Chiesa cattolica ha mantenuto, con perseveranza contatti positivi e calorosi”, accogliendo a Paphos l’ultimo incontro della Commissione mista internazionale.

 

In segno di pace. Nella capitale il Pontefice alloggerà in nunziatura che si trova proprio sulla Linea di demarcazione tra la Repubblica greco-cipriota e i territori occupati dalla Turchia nel 1974. Per questo, quando in nunziatura, “la protezione del Papa sarà affidata alle truppe della missione Onu”. Momento importante del viaggio sarà la pubblicazione, nella messa di domenica 6 giugno, dell’“Instrumentum laboris” del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente il cui schema ricalca quello dei “Lineamenta” arricchiti dalle risposte arrivate nel frattempo. Dal portavoce vaticano infine un gesto del Papa: “All’arrivo e alla partenza benedirà un ulivo in segno di pace”.  Sir 1

 

 

 

 

 

Con i lefebvriani fare ecumenismo costa caro

 

Chi dialoga con loro rischia l'accusa di tradire il Concilio Vaticano II. Il papa ci prova e un teologo tedesco torna a criticarlo. Ma intanto, molti gruppi tradizionalisti hanno già fatto pace con la Chiesa - di Sandro Magister

 

ROMA – Tra due giorni Benedetto XVI viaggerà alla volta di Cipro. Sarà la prima volta che un papa visiterà l'isola, invitato e accolto dalla locale Chiesa ortodossa. Nemmeno Giovanni Paolo II vi era riuscito.

 

Questa visita sarà l'ennesima prova dei progressi senza precedenti che l'ecumenismo di papa Joseph Ratzinger ha prodotto in pochi anni ad Oriente, col vasto mondo dell'ortodossia.

 

Ma c'è anche un altro versante ecumenico sul quale Benedetto XVI è impegnato.

 

È quello con i seguaci dell'arcivescovo Marcel Lefebvre, tuttora in stato di scisma con la Chiesa di Roma a motivo del loro rifiuto dell'integralità del Concilio Vaticano II.

 

All'inizio del 2009, la decisione del papa di cancellare la scomunica ai quattro vescovi ordinati illecitamente da Lefebvre (vedi foto) – decisione mal comunicata e mal compresa dentro e fuori la Chiesa – provocò un uragano di fraintendimenti e di polemiche.

 

Per chiarire il senso del suo gesto, il 10 marzo dell'anno scorso Benedetto XVI scrisse una lettera ai vescovi. Nella quale spiegò che la revoca della scomunica era un richiamo "al pentimento e al ritorno all'unità". E ribadì che il cammino di riconciliazione restava ancora tutto da compiere, poiché il dissidio era di natura dottrinale e riguardava l'accettazione del Concilio Vaticano II e il magistero post-conciliare dei papi.

 

A conferma di questa natura dottrinale del dissidio, il papa collegò strettamente la pontificia commissione "Ecclesia Dei" – incaricata di dialogare con i lefebvriani e con altri gruppi affini – con la congregazione per la dottrina della fede.

 

Nella stessa lettera ai vescovi, Benedetto XVI spiegò che il richiamo all'unità di fede deve valere con tutti i cristiani. E che quindi non ha senso "lasciare andare alla deriva lontani dalla Chiesa" i 491 sacerdoti, i 215 seminaristi, i 6 seminari, le 88 scuole, i 2 istituti universitari, i 117 frati, le 164 suore e le migliaia di fedeli che compongono la comunità lefebvriana.

 

Ma il papa fece anche notare, con rammarico, che nella Chiesa scatta contro i lefebvriani un'intolleranza che colpisce sia loro sia quelli che "osano avvicinarglisi".

 

Lo stesso Benedetto XVI è bersaglio di questa intolleranza. Ai vescovi ha scritto che a motivo dei suoi sforzi di riconciliare i lefebvriani alla Chiesa "alcuni hanno accusato apertamente il papa di voler tornare indietro a prima del Concilio Vaticano II".

 

Queste critiche sono tornate ad affiorare di recente anche in forme teologicamente sofisticate. Ad esempio in un dotto commento scritto da Eberhard Schockenhoff, professore di teologia morale all'università di Friburgo, sul numero di aprile del 2010 della rivista dei gesuiti tedeschi "Stimmen der Zeit", riprodotto integralmente in italiano sull'ultimo numero di "Il Regno".

 

Schockenhoff è professore di teologia morale all'università di Friburgo ed è stato discepolo ed assistente di Walter Kasper, oggi cardinale e presidente del pontificio consiglio per l'unità dei cristiani.

 

Nel suo commento, giustamente Schockenhoff scrive che il vero dissidio tra la Chiesa di Roma e i lefebvriani non riguarda la messa in latino ma la dottrina del Vaticano II, specie sull'ecclesiologia e sulla libertà di coscienza e di religione.

 

Ma scrive anche che Roma sbaglia a escogitare interpretazioni restrittive dei testi conciliari da offrire ai lefebvriani nella speranza che siano accettate da loro. Perché a giudizio di Schockenhoff è proprio questo che starebbe accadendo, negli incontri a porte chiuse promossi dalla "Ecclesia Dei".

 

Roma – scrive Schockenhoff – vorrebbe strappare un riconoscimento verbale della libertà di coscienza e di religione, cioè dei capisaldi cella cultura moderna, proprio da gente come i lefebvriani che sono i nemici più irriducibili della modernità. Ma fare ciò è come tentare "la quadratura del cerchio", cioè l'impossibile. Nessuno crederà mai alla sincerità di una simile riconciliazione, anche qualora fosse sottoscritta.

 

Nel denunciare il "funambolismo ermeneutico" con cui la Chiesa di Roma vorrebbe riconciliare a sé i lefebvriani con grave danno della giusta interpretazione del Concilio, Schockenhoff cita ripetutamente il teologo Ratzinger e la sua "concezione platonico-agostiniana della coscienza": una concezione "troppo diversa" – scrive – da quella della dichiarazione conciliare "Dignitatis humanae" sulla libertà religiosa.

 

Il saggio di Ratzinger citato è del 1992. Inspiegabilmente, però, Schockenhoff non cita un testo molto più pertinente e recente dello stesso Ratzinger, nel frattempo divenuto papa.

 

Questo testo capitale è la parte conclusiva del memorabile discorso tenuto da Benedetto XVI alla curia romana il 22 dicembre 2005, sull'interpretazione del Concilio Vaticano II.

 

Nello spiegare come interpretare correttamente il Concilio, Benedetto XVI mostra come esso abbia segnato sì delle novità rispetto al passato, ma sempre in continuità con "il patrimonio più profondo della Chiesa".

 

E come esempio riuscito di questo intreccio fra novità e continuità il papa illustra proprio le tesi conciliari sulla libertà di religione: cioè il punto principale di rottura tra la Chiesa e i lefebvriani.

 

Da questo suo discorso in poi, risulta evidente che per Benedetto XVI i lefebvriani potranno riconciliarsi con la Chiesa solo se accetteranno in tutto ciò che scrive la "Dignitatis humanae" nell'interpretazione che ne ha dato lo stesso papa, e non in un'altra interpretazione più restrittiva, o "platonico-agostiniana". L’Espresso on line 2

 

 

 

 

La passione educativa. In Vaticano l'Assemblea dei vescovi italiani sul tema dell'educazione

 

Risvegliare nelle comunità cristiane la "passione educativa". Lo ha chiesto Benedetto XVI ai vescovi italiani incontrandoli il 27 maggio nella aula sinodale in Vaticano dove sono stati riuniti per l'Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. La Chiesa italiana ha scelto di dedicare alla sfida educativa gli orientamenti pastorali per il prossimo decennio e proprio su questo argomento il Papa ha parlato nel suo intervento.

 

Vicinanza, lealtà, fiducia. "Falsa idea di autonomia", "scetticismo", "relativismo". "Pur consapevoli del peso di queste difficoltà - ha detto il Santo Padre -, non possiamo cedere alla sfiducia e alla rassegnazione. Educare non è mai stato facile, ma non dobbiamo arrenderci". "Risvegliamo piuttosto nelle nostre comunità quella passione educativa, che non si risolve in una didattica che non si risolve in una didattica, in un insieme di tecniche e nemmeno nella trasmissione di principi aridi. Educare è formare le nuove generazioni, perché sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di una memoria significativa". Nel cuore del papa ci sono i giovani. "La sete che i giovani portano nel cuore - ha detto - è una domanda di significato e di rapporti umani autentici, che aiutino a non sentirsi soli davanti alle sfide della vita". I giovani hanno bisogno di "una compagnia sicura e affidabile, che si accosta a ciascuno con delicatezza e rispetto, proponendo valori saldi a partire dai quali crescere verso traguardi alti, ma raggiungibili". Ecco perché la proposta cristiana passa "attraverso relazioni di vicinanza, lealtà e fiducia". Il papa ha quindi incoraggiato i presuli ad andare "incontro" ai giovani, "a frequentarne gli ambienti di vita, compreso quello costituito dalle nuove tecnologie di comunicazione, che ormai permeano la cultura in ogni sua espressione. Non si tratta di adeguare il Vangelo al mondo - ha detto il Papa -, ma di attingere dal Vangelo quella perenne novità, che consente in ogni tempo di trovare le forme adatte per annunciare la Parola che non passa, fecondando e servendo l'umana esistenza".

 

Le responsabilità degli adulti. Sul tema educativo è intervenuto anche il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nella sua prolusione. Bisogna - ha detto - che "si affermi una generazione di adulti che non fuggano dalle proprie responsabilità perché disposti a mettersi in gioco, a onorare le scelte qualificanti e definitive, a cogliere - loro per primi - la differenza abissale tra il vivere e il vivacchiare". A parere del cardinale, si è "oramai in una situazione in cui il vuoto di valori sfocia immediatamente, senza più stadi intermedi, nel disagio se non nella disintegrazione sociale. Guai però se in simili contesti, che sembrano in espansione, vengono ipotizzate risposte semplicemente disciplinari o emergenziali; la sfida educativa non ammette surrogati: se va disertata è la comunità che - a segmenti - si decompone. Come dire che l'impegno volto all'educare - di cui gli Orientamenti pastorali per il prossimo decennio dovranno essere una declinazione esemplare - è qualcosa di decisivo sotto il profilo non solo evangelico e dunque ecclesiale, ma anche storico, sociale e politico".

 

Spendere nell'educazione le migliori energie. Il campo educativo - ha detto mons. Cesare Nosiglia, vice-presidente della Cei parlando con i giornalisti - rappresenta per un Paese "la sua miniera d'oro più produttiva a cui attingere e da cui ripartire". Perché "sull'educazione si gioca il futuro di una società e sappiamo bene che la stessa crescita economica di un Paese aumenta in proporzione all'investimento che si fa sulla formazione". "Noi riteniamo - ha detto l'arcivescovo - che sia un tema che interessa e coinvolge tutta la società perché investe le famiglia, le parrocchie, le scuole". Ed ha aggiunto: "L'investimento di personale, risorse e mezzi adeguati al raggiungimento delle finalità dell'educazione rappresenta sia per la Chiesa, sia per la società il primo e indispensabile impegno che non può essere eluso o sminuito da altri pure necessari ambiti di lavoro in campo economico e sociale". "È in gioco - ha detto mons. Nosiglia - la conservazione e il rinnovamento di quel patrimonio di qualità del sapere, della cultura e della vita, ricchi di valori umani, spirituali e morali, religiosi e civili e di uomini e donne che li hanno incarnati con genialità". "Credo - ha proseguito - che la Chiesa in Italia con questo impegno decennale indica chiaramente a se stessa ma anche al Paese dove puntare la bussola del suo progresso e del suo futuro". E lo fa rivolgendosi alle famiglie, alle realtà civili, alle comunità cristiane. "Si rivolge infine alle istituzioni politiche, culturali, economiche e sociali perché investano le loro migliori energie in questo ambito che rappresenta il cuore pulsante del Paese". " Ne va del futuro e del presente del Paese. Tutti devono dare il proprio contributo. A ciascuno è chiesto di dare il meglio di se". Sir eu

 

 

 

È morto don Picchi. Una vita dedicata a Dio e quindi agli altri

 

È morto all’ospedale Fatebenefratelli di Roma nel pomeriggio di sabato 29 maggio don Mario Picchi, fondatore e presidente del Centro italiano di solidarietà (Ceis). Aveva 80 anni.

 

Amico e padre. Don Mario Picchi “ha accolto tutti, la sua porta era sempre aperta, si è immedesimato nelle sofferenze dei giovani e si è fatto amico e padre, per amore ha creato progetti di redenzione umana e con amore li ha portati avanti”. Così il card. Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, lo ha ricordato nella messa esequiale, celebrata il 1°giugno nella basilica di San Giovanni in Laterano. “Non capiremmo fino in fondo la motivazione profonda del suo essere prete – ha aggiunto il card. Vallini –, il suo sforzo creativo di mettere tutto se stesso e schiere di volontari, uomini e donne, a servizio di chi soffre, le sue battaglie a favore della dignità di ogni uomo (“Dietro la droga un uomo”, è il titolo di un suo libro del 1991), se non mettiamo a fondamento dell’avventura terrena di don Mario la sua fede nella risurrezione”. Proprio “i frutti della fede che don Mario ha sperimentato in se stesso e nella sua azione sacerdotale – ha precisato il cardinale vicario –, lo convincevano che ogni debolezza umana poteva essere redenta e che ogni persona è destinata ad una vita riuscita e felice, perché Dio ha impresso in ognuno il sigillo della sua potenza creatrice. E così ha lottato per modificare le stesse strutture della società, perché fossero più giuste e più umane, e il mondo, creato da Dio per la felicità dell’uomo, ma reso spesso poco abitabile a causa dell’egoismo umano e del peccato, potesse essere liberato dalla schiavitù della corruzione”.

 

Lottò contro la tossicodipendenza. Nato a Pavia nel 1930, sacerdote dal 1957, dopo 10 anni in Piemonte viene chiamato a Roma come cappellano del lavoro presso la Pontificia opera di assistenza. Nel 1968 comincia a riunire e animare i primi gruppi di volontariato da cui prende corpo il Ceis. Negli anni settanta la sua attenzione si dirige principalmente verso la tossicodipendenza: a Roma e nei comuni limitrofi attiva servizi e programmi educativo-terapeutici per persone tossicodipendenti e per i loro familiari, ispirati a una precisa filosofia d’intervento, chiamata “Progetto Uomo”. L’esperienza e i sistemi formativi del Ceis promuovono in molti Paesi la nascita di decine di programmi e associazioni che si collegano al “Progetto Uomo”. In Italia la maggior parte di queste associazioni è riunita nella Federazione italiana comunità terapeutiche (Fict), di cui il sacerdote sarà presidente fino al 1994. Don Picchi viene chiamato a far parte di commissioni istituite dal Governo e da Enti locali. Nel 1985 il Ceis è riconosciuto come organizzazione non governativa dal Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite.

 

Ha vissuto per gli altri. “La gratitudine della Chiesa di Roma per don Mario è grande per il bene che ha compiuto nella sua vita: ha vissuto spendendosi per gli altri, in modo speciale per i più poveri ed emarginati, in una carità operosa che ha posto al centro la persona umana nella sua integralità”. Così il vicariato di Roma, in una nota, esprime “il cordoglio e il dolore della comunità diocesana” per la morte di don Picchi. “Cordoglio e fraterna comunione” giungono anche dall’Opera don Orione, che in un comunicato a firma del superiore generale, don Flavio Peloso, ricorda come don Picchi fosse “della diocesi di Tortona, come san Luigi Orione”, e “come lui visse la passione per il riscatto di chi è ferito e rifiutato”. “Mi legava a don Mario – afferma don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e di Libera,- l'essere partiti in quegli anni dalla strada, ma anche la fedeltà a una Chiesa davvero al servizio dei poveri, dei fragili, degli esclusi”. “L'ultima immagine che conservo di lui – conclude – è quella di una persona che affronta con grande dignità la malattia: con quella bombola di ossigeno che si portava sempre appresso, ma che non gli ha impedito, anche negli ultimi tratti della vita, di continuare a dare ossigeno, e speranza, ai progetti e alle persone”.

 

“Semplicemente prete…”. “In questo Anno sacerdotale” don Mimmo Battaglia, presidente della Fict, rivolgendosi idealmente a don Picchi sottolinea “il bisogno di dire grazie al Dio della vita per la bellezza del tuo essere prete… semplicemente prete… Il tuo ministero è stato il luogo” per fare “dell’incontro con i poveri, dell’attenzione, dell’accoglienza, della solidarietà, nel nome della speranza, la profezia autentica del vangelo”. Diceva don Picchi: “Siamo un gruppo di poveri per le strade del mondo. E un giorno vedrò questo gruppo allontanarsi da me e proseguire il suo cammino. Vorrei che fosse sempre presente, in questo continuo andare, la fede nella capacità dell’uomo, di qualsiasi uomo; la speranza che ha origine dalla convinzione di poter fare bene se ci s’impegna davvero; la carità che nasce dall’amore per l’incontro e dall’attenzione per ogni sorriso e per ogni carezza che si può dare e ricevere”. “È questo ora – affermano quanti hanno lavorato con lui al Ceis – il nostro impegno nel tuo nome e nel segno delProgetto Uomo’, con l’aiuto di Dio e di tutti gli uomini di buona volontà”.  Sir 1

 

 

 

 

Non solo per i cattolici. Il Papa in Inghilterra: il punto sulla preparazione

 

Un momento storico, da preparare nei minimi dettagli, e non solo dal punto di vista spirituale. L'attesa per la visita di Benedetto XVI in Inghilterra a settembre sta crescendo come testimoniano il primate cattolico mons. Vincent Nichols, l'addetto stampa dei vescovi inglesi Alexander des Forges ed il capo della polizia Meredydd Hughes, che nei giorni scorsi hanno fatto il punto sulla visita.

 

Messaggio di speranza. Il Papa viene non solo a trovare i cattolici ma a dare una testimonianza del messaggio cristiano. Lo scrive il primate cattolico di Inghilterra e Galles, mons. Vincent Nichols in un messaggio indirizzato ai cattolici britannici, pubblicato dal settimanale cattolico "The Universe", riguardante la visita (16-19 settembre). Il 23 maggio ai cattolici di tutta la Gran Bretagna è stato chiesto di contribuire per coprire i costi della visita del Papa: obiettivo 1 milione di sterline. Per mons. Nichols i cattolici britannici potrebbero essere convinti che "il Papa verrà a trovare la comunità cattolica, ma il suo compito principale non è esattamente questo. Verrà per offrire alla nostra società una testimonianza del Vangelo come messaggio di speranza e di amore, come base ferma e affidabile per la vita moderna". Si tratta di una visita "storica", importantissima per il futuro dei cattolici in Gran Bretagna. "Storica" perché, scrive il presule, si tratta della "prima visita di Stato di un Papa, della prima beatificazione ad avere luogo in questo Paese, il card. Newman è il primo confessore della fede ad essere beatificato in oltre 600 anni. Benedetto XVI arriva con il compito delicato di presentare alla nostra società, nella sua maniera ragionata ed elegante, l'importanza cruciale per il nostro mondo della fede in Dio e dell'arricchimento che essa porta con sé". Un obbiettivo difficile "se si considerano le tensioni sociali e le voci stizzite alle quali siamo abituati oggi". Per Nichols la visita è anche un modo per ricordare ai cittadini britannici che sono "esseri spirituali, molto più della somma totale dei nostri risultati materiali, portati all'amore e alla bellezza e capaci di amare Dio". In un momento di austerità economica come quello attuale "la qualità dei rapporti tra tutte le persone diventa molto importante per il nostro benessere comune". Il presidente dei vescovi inglesi non ha dubbi: "il compito dei cattolici britannici è sostenere il Pontefice, essergli vicino, dare credibilità al messaggio che offre a tutti con la testimonianza di vita".

 

Una visita anche virtuale. Saranno solo 400 mila i cattolici in grado di partecipare fisicamente ai momenti più importanti del viaggio papale, per questo spiega Alexander des Forges, responsabile delle relazioni con i media britannici e esteri, per la visita "parrocchie, associazioni e scuole potrebbero organizzarsi per garantire un accesso tecnologico e permettere così a tutti i loro fedeli di seguire ogni fase della visita almeno in modo virtuale". Una convinzione rafforzatasi dopo la partecipazione di Des Forges alla visita del Papa in Portogallo "per capire come gestire quella del Regno Unito. A Londra - dice - molti immigrati cattolici di Paesi come l'Italia, la Polonia, il Brasile e le Filippine saluteranno il Papa mentre passa in auto. La maggior parte dei 6 milioni di cattolici britannici e chiunque altro lo desideri, potrà seguire e partecipare agli eventi papali nelle scuole, nei conventi e in altre luoghi ecumenici grazie a un collegamento televisivo garantito dal "Catholic Media Centre", l'Ufficio stampa della Chiesa cattolica e che sarà attivo dal momento dell'arrivo del Papa fino a quello della sua partenza. Secondo Des Forges la "visita virtuale" può essere organizzata a corsi contenuti come verrà presto spiegato agli addetti stampa delle varie diocesi e ai parroci grazie anche ai tanti volontari che lavorano nei media britannici e nelle relazioni pubbliche che si sono offerti per rendere questa visita fruibile ai più.

 

La sicurezza. Di ritorno dal Portogallo, dove ha preso visione delle misure di sicurezza della polizia locale in vista di settembre, Meredydd Hughes, capo della polizia del South Yorkshire che coordina la sicurezza per la visita del Papa ha spiegato al settimanale cattolico "The Tablet" che "a Benedetto XVI verrà evitato il contatto con le folle perché si prevedono proteste di vari gruppi per temi come contraccezione, aborto, omosessualità e pedofilia". Le misure di sicurezza in Gran Bretagna saranno più severe di quelle in Portogallo perché "il Regno Unito è più a rischio ad attacchi terroristici", ha detto Hughes. Per questo motivo Benedetto XVI farà grande uso della 'Papamobile'. "Il pubblico potrà avvicinarsi il necessario per vederlo ma restando a distanza di sicurezza". Chi vorrà protestare potrà far sentire la propria voce senza disturbare messe e veglie. Intanto i movimenti cattolici intensificano la preparazione. La charity "Aid to the church in need" (Aiuto alla chiesa che soffre) ha lanciato un appello perché si celebrino messe per la visita del Papa. Sir eu

 

 

 

 

 

Soferenza e fede. Nel tempo difficile. Mons. Zimowski su terapia, etica e religione

 

 "Malattia vs religione tra antico e moderno" è il tema delle "Giornate genovesi di cultura cristiana", promosse dall'Università degli studi di Genova, in collaborazione con il Policlinico Gemelli di Roma - Facoltà di medicina e chirurgia (fino al 29 maggio). Dopo l'apertura del 26 maggio presso il complesso monumentale di Santo Spirito in Sassia a Roma, i lavori proseguono presso l'aula Brasca del Policlinico Gemelli, con l'intervento di diversi studiosi e relatori. Proponiamo alcuni spunti dalla prolusione generale del convegno svolta da mons. Zygmunt Zimowski, arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, che ha parlato su "Terapia, etica, religione".

 

Cosa fa la malattia. "Malattia e sofferenza sono fenomeni che, se scrutati a fondo, pongono sempre interrogativi che vanno al di là della stessa medicina per toccare l'essenza della condizione umana". Sono le parole con cui mons. Zimowski ha aperto la sua prolusione. "La malattia è più di un fatto clinico, medicalmente circoscrivibile - ha detto -. È sempre la condizione di un uomo, è una esperienza traumatica che attenta l'integrità fisica e psichica dell'uomo e della donna, comporta un brusco arresto d'interessi, fa percepire esistenzialmente la fragilità della natura umana; determina una diversa immagine di se stessi e del mondo circostante. Chi soffre è facilmente soggetto a sentimenti di timore, di dipendenza e di scoraggiamento. A causa della malattia e della sofferenza sono messe a dura prova non solo la sua fiducia nella vita, ma anche la sua stessa fede in Dio e nel suo amore di Padre".

 

Viaggio interiore. "Qual è il cammino spirituale del malato cristiano? La malattia non è oggetto di libera scelta e l'atteggiamento di fronte ad essa deve essere caratterizzato da due momenti: lotta contro le sue cause e conseguenze; adeguamento della vita spirituale a quanto appare ineluttabile. Primo dovere del malato è allora la ricerca della guarigione, con l'accettazione della sua situazione di vita. In ciò si santifica, compiendo la volontà di Dio". Così mons. Zimowski ha illustrato il rapporto del cristiano con la malattia. "La malattia è la necessità o l'urgenza di compiere un viaggio interiore. In questo viaggio si è costretti ad incontrare le proprie paure, a prenderne coscienza e cercare di ricomporre la propria unità interiore: solo allora la guarigione è possibile. Si tratta allora di capire, attraverso l'esperienza della debolezza, che la vita viene da Dio, il Vivente. Si tratta di un abbandono nella fiducia, di una speranza concreta, nella consapevolezza che proprio le sofferenze hanno uno scopo, anche se umanamente non comprensibile".

 

Un nuovo rapporto con Dio. "Il tempo della malattia può divenire così il tempo di un rapporto più profondo con Dio, un abbandono, un liberarsi, un accettare ciò che è definitivo, pur in un processo sempre doloroso, con molti 'se' e 'ma' che rendono sofferto questo cammino - ha proseguito il presidente -. L'atto per cui un uomo o una donna arrivano a dotare di senso cristiano la loro malattia è un incontro dello Spirito di Dio con lo Spirito dell'uomo (Rm 8,16), è un'azione dello Spirito di Dio che si innesta su di un itinerario di assunzione della malattia che è pieno di incognite, fatto di progressi e regressioni, sconforto e volontà di vivere, rassegnazione e lotta".

 

Tre atteggiamenti del malato. Mons. Zimowski ha poi sviluppato la parte spirituale della meditazione su fede e malattia. "Da questa risignificazione cristiana questo stesso uomo può essere aiutato a sviluppare verso la malattia un triplice atteggiamento: la coscienza della sua realtà, senza minimizzarla e senza esagerarla; l'accettazione, non la rassegnazione più o meno cieca, ma nella serena consapevolezza che il Signore può, vuole ricavare il bene dal male; l'oblazione, compiuta per amore del Signore e dei fratelli. Allora, anche se non c'è più alcuna prospettiva che il corpo torni a stare meglio, si può sperare in una guarigione". Mons. Zimowski ha quindi aggiunto che "per guarigione non si deve intendere solo il recupero fisico, si deve intendere anche la pacificazione psicologica, la forza interiore, la fede, la capacità di non andare alla deriva anche se il corpo si sgretola. È così che, se anche non esiste più alcuna prospettiva che il corpo guarisca, si può sperare che la 'gloria di Dio' diventi visibile, già ora, nel contesto della malattia".

Una pastorale "risanatrice". Il presidente del Pontificio Consiglio ha quindi proposto la parte "attiva" che il malato credente può sviluppare, pur nella condizione dolorosa in cui si trova: "Elaborare la malattia, facendola diventare un momento significativo della propria vita, è un'opera più delicata e difficile che la semplice lotta ad oltranza contro di essa; è forse anche l'opera di creatività più personale che l'essere umano possa fare nel frammento di storia che è chiamato a vivere. La concezione cristiana della guarigione contempla sempre il desiderio della medicina di debellare malattie fisiche e sofferenze morali, e in questo modo non fa che conferire forma concreta all'intenzione  guaritrice di Dio, che è 'amico della vita'". "Una pastorale 'risanatrice' significa invece - ha concluso mons. Zimowski -, molto più compiutamente, stare insieme ai malati e ai sani in modo tale, che essi, compreso l'operatore pastorale, imparino ad accettarsi, alla luce della grazia divina, come esseri limitati aventi difetti anche incurabili e tanti lati oscuri".  LUIGI CRIMELLA

 

 

 

 

Monachesimo in Europa. La ricerca di Dio sulle strade del Vecchio Continente

 

"Per molti, Dio è diventato veramente il grande Sconosciuto (...). Una cultura meramente positivista, che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell'umanesimo". Così termina il discorso pronunciato da Benedetto XVI al mondo della cultura francese, il 12 settembre 2008, durante la visita apostolica in Francia. In quell'occasione il Santo Padre parlò "delle origini della teologia occidentale e delle radici della cultura europea", sottolineando il ruolo del monachesimo e ricordando che la motivazione prima dei monaci non era "creare una cultura", bensì "quaerere Deum", usando come via "la sua Parola". A partire da queste parole del Pontefice ha preso il via nei giorni scorsi nell'Abbazia di San Miniato al Monte (Firenze - Italia) un convegno sul tema "Ricerca di Dio e ragioni della fede. Monachesimo e Vangelo per l'Europa", promosso dall'Associazione Scienza & Vita di Firenze. A margine dell'appuntamento, SIR Europa ha rivolto alcune domande a don Andrea Bellandi, docente di teologia fondamentale alla Facoltà teologica dell'Italia centrale, sul valore del monachesimo nella storia e nella società contemporanea.

 

Quale significato si può dare oggi al monachesimo?

"Credo che abbia sempre un valore paradigmatico: in un clima culturale in cui l'immanentismo la fa da padrone avere persone ed esperienze che 'dietro le cose provvisorie cercano il definitivo' può aiutare questa società a non chiudersi alla trascendenza".

 

Quali sono le motivazioni alla base del monachesimo cristiano?

"Fondamentalmente è l'affermazione che la fede basta alla vita: Dio è l'oggetto ultimo del desiderio del cuore umano, e quindi l'incontro con lui in un rapporto di familiarità, con un'esperienza affettiva totalizzante, è ciò che appaga. È questo valore assoluto che il monaco cerca. All'inizio dell'esperienza monastica questa ricerca si è manifestata nelle forme eremitiche, poi - con san Benedetto - ha assunto una dimensione più comunitaria, dove comunque il cuore resta la volontà di vivere un rapporto totalizzante con il mistero di Dio, attraverso la mediazione di Cristo".

 

Il monachesimo, fin dalle origini, ha una dimensione europea. Come vengono percepite oggi queste radici?

"Storicamente il monachesimo è stato il punto d'incontro tra l'impero romano e le popolazioni barbariche che abitavano il Nord dell'Europa: la sua opera di cristianizzazione presso quei popoli ha portato alla costruzione di una civiltà europea. Solo una visione miope, che abbia paura di riconoscere questa radice cristiana, lo può minimizzare. Oggi l'esperienza del monachesimo può aiutare l'Europa a non far prevalere la dimensione economica, ma coltivare un allargamento della ragione, portando avanti l'idea che una convivenza sociale può sussistere solo laddove si riconosce un fattore trascendente".

 

L'ora et labora di san Benedetto…

"Sì: c'è distinzione, ma non separazione fra questi ambiti. In fondo è quello che il Papa, nella 'Caritas in veritate', dice a proposito di etica ed economia: l'uomo che cerca il benessere economico non può prescindere dall'etica".

 

Convivenza sociale, ricerca del trascendente, radici cristiane: concetti che sembrano messi da parte da una secolarizzazione crescente. È così?

"Probabilmente occorrerà immaginare anche forme nuove per un'esperienza radicale come quella di tipo monastico. Penso a quei carismi che oggi la Chiesa vede al suo interno, espressi in movimenti e aggregazioni dove si rivive in qualche modo l'ideale monastico, talora proprio nella verginità consacrata, ma più diffusamente con laici che vivono la loro vocazione cristiana dentro al mondo. Il monachesimo continuerà ad avere il suo ruolo, seppur 'di nicchia' all'interno della società, ma i valori e le indicazioni che esso offre possono essere vissuti anche a livello più generale, in esperienze ecclesiali fortemente motivate".

 

Il monachesimo è stato, ed è tuttora, un ponte tra Oriente e Occidente, tra il mondo cattolico e quello ortodosso. Che ruolo ha, in chiave ecumenica, per il dialogo tra le Chiese cristiane?

"Le differenze di confessione e tradizione non possono annullare il terreno di unità più profondo, che è il battesimo. Il monachesimo vive la radicalità della vocazione battesimale. Puntare a questa base comune è già un ecumenismo reale. E così assistiamo anche a esperienze in cui monaci provenienti da confessioni cristiane diverse vivono la medesima spiritualità".

 

Il contributo dato nel passato dal monachesimo alla cultura è valido ancora oggi? Cosa ci può dire in ordine alla formazione della coscienza?

"Proprio il Santo Padre, a Parigi, ricordò che i monaci hanno creato una cultura avendo come intenzione la ricerca di Dio. Il cristianesimo si può comprendere come antropologia compiuta: incontrando Cristo 'l'uomo diventa più uomo', per usare un'espressione di Giovanni Paolo II. Allora un uomo siffatto sarà appassionato a ogni tentativo fatto, nella scienza come nell'arte o nella letteratura, per valorizzare e portare a maturazione quei germi di verità, quelle scintille di umanità che lì sono presenti". Sir eu

 

 

 

Papst verurteilt israelische Militäraktion gegen Gaza-Hilfskonvoi

 

Rom. Papst Benedikt XVI. hat den israelischen Angriff auf die Hilfsflotte für Gaza verurteilt. Gewalt löse keine Streitigkeiten, sondern schüre nur neue Gewalt, sagte das Kirchenoberhaupt am Mittwoch bei der Generalaudienz in Rom. Am Montag hatten israelische Elitesoldaten eine Flottille mit Hilfsgütern für den abgeriegelten Gaza-Streifen gestürmt. Mindestens neun pro-palästinensische Aktivisten wurden getötet.

Das Kirchenoberhaupt appellierte an Israel und die internationale Gemeinschaft, eine gerechte Verhandlungslösung für den Nahost-Konflikt zu suchen. Nötig sei ein Dialog, um bessere Lebensbedingungen für die Völker in der Region zu garantieren. Vor 30.000 Gläubigen auf dem römischen Petersplatz forderte das Kirchenoberhaupt Unterstützung für diejenigen, die sich im Nahen Osten "unermüdlich um Frieden und Versöhnung bemühen". Epd 2

 

 

 

Katholiken. Das große Aufräumen

 

Am Anfang waren Zorn und Erschütterung. Jetzt beginnt in der Katholischen Kirche das große Aufräumen. "Katholische Kirche - wohin?" lautete der Titel einer spannenden und sehr ernsthaft geführten Diskussion am Montagabend im voll besetzten katholischen Kultur- und Begegnungszentrum des Bistums Limburg, dem "Haus am Dom" in Frankfurt. Der Befund nach zwei Stunden sachlicher Debatte über sexuellen Missbrauch in der Kirche: ernüchternd, doch nicht ohne Hoffnung. Die Kirche, sagte Wiesbadens Stadtdekan Johannes zu Eltz, durchlebe gerade eine schmerzhafte Art der Reinigung, doch sie "geht dadurch nicht kaputt".

 

Vor den Scherben ihres Lebens stehen häufig die Opfer. Und der Wunsch, endlich gehört zu werden, ist groß. Allein 8000 Anrufe habe man am ersten Tag der Anfang April geschalteten Opfer-Hotline der Deutschen Bischofskonferenz gezählt, berichtete Andreas Zimmer, der die Hotline verantwortet. Nur die Wenigsten seien anfangs durchgekommen. "Das ist inzwischen anders; wir haben bislang mehr als 2300 Telefonate mit Betroffenen geführt."

 

Wie die Opfer in der Debatte eine Stimme bekommen sollen, ist freilich strittig. Wie in München auf dem Kirchentag waren Opfer auch in Frankfurt nicht auf dem Podium vertreten. Dagegen protestierten einige am Eingang mit Flugblättern. "Die Selbstorganisation der Opfer beginnt ja erst", verteidigte Haus-am-Dom-Direktor Joachim Valentin das Vorgehen. "Gibt es jemand, der schon Kraft genug hat, um mit seiner Geschichte in der Öffentlichkeit aufzutreten?"

 

Während die Opfer für Gerechtigkeit kämpfen, ringt die Kirche um Glaubwürdigkeit. Der Vertrauensverlust ist gewaltig, vieles kommt jetzt auf den Prüfstand. "Fragetabus und Anworttabus darf es nicht mehr geben", sagte Dekan zu Eltz - und sprach vom Zölibat. Obwohl es seiner Ansicht nach keinen Zusammenhang zwischen Ehelosigkeit und pädophilen Neigungen gibt, löse die zöllibatäre Lebensform heute großes Misstrauen aus. "Also müssen wir an die Frage ran."

 

Andere Themen sind ebenso drängend: Heinz Wilhelm Brockmann, hessischer Kultus-Staassekretär und im Zentralkomitee der deutschen Katholiken, kritisierte die Praxis des systematischen Nicht-Hinguckens und Vertuschens. Die Frage, welche strukturellen Konsequenzen aus der Missbrauchsdebatte gezogen werden, hält er für entscheidend für die Zukunft der Kirche.

 

Die Laien sollen ran - Seine Forderung: mehr Mitwirkungsrechte in den Gemeinden für Laien. "Wir müssen jetzt die Chance nutzen, um auch über Macht zu reden." Klaus Baumann, Freiburger Psychotherapeut und Professor für Caritaswissenschaft, pflichtete bei: "Wir haben in der Kirche Strukturen, die Missbrauch begünstigen."

 

Geschlossene Einheiten, fehlende Kontrollen, rabiate Uneinsitigkeit und selbstherrliches Verhalten der Täter - Brockmann zog Parallelen zum Skandal in der Odenwaldschule. Doch wie kann Kinderschutz ausgebaut werden? Wie können Kirchen präventiv wirken? "Die Kirche muss sich natürlich fragen: wie gehe ich mit meinen Mitarbeitern um?", sagte Petra Knörzele, Mitglied der evangelischen Missbrauchskommission in Hessen und Nassau. Mut zur Offenheit hat die katholische Kirche in Frankfurt bewiesen. Ein erster Anfang ist gemacht.

VOLKER TRUNK FR 2

 

 

 

 

Papst: Reise nach Zypern. Eine Begegnung mit dem Apostolischen Nuntius Antonio Franco

 

NICOSIA - Der schmale, vierkantige Turm der römisch-katholische Heilig-Kreuz-Pfarrkirche in Zyperns Hauptstadt Nicosia ragt hoch über den Dächern der benachbarten Gebäude empor. Es ist ein weithin sichtbarer Wegweiser zur römisch-katholischen Präsenz in orthodoxer Umgebung, in der Kirchen für gewöhnlich durch Rotunden und Ziegeldächer auffallen. Aus demselben gelben Stein, der in Jerusalem so dominiert, ist dieses Gotteshaus errichtet. Das wird kein Zufall sein, zählt die franziskanisch geführte Pfarrei doch zur Jerusalemer Diözese.

Die Fahnen an den zwei Masten davor geben weiter Auskunft. Links weht das rote Jerusalemkreuz auf weißem Grund und zur Rechten, die des Gastes, für den hier wenige Tage vor seiner Ankunft emsig Vorbereitungen getroffen werden: Am Samstag wird Papst Benedikt XVI. in der Heilig-Kreuz Kirche mit Priestern, Ordensleuten, Diakonen; Katecheten und Vertretern der kirchlichen Bewegungen Zyperns an diesem Ort zusammen treffen, um mit ihnen eine Heilige Messe zu feiern.

 

In der Straße, die zur Kirche führt, prescht plötzlich ein Jeep vor, voll beladen mit frischen Topfblumen, die wohl noch schnell den Eingangsbereich  noch farbenfroher ausschmücken sollen. Der Bleifuß des Fahrers zwingt Fußgänger zum Ausweichen: Mit Vollgas werden die letzten Vorbereitungen getroffen. Im Innern verbirgt sich eine vergleichsweise schmuckarme Kirche, hebt sich dadurch auch im Innern vom orthodoxen goldenen Prunk ab.

 

Auffallend ist allein die durch reichlich Grün dominierte Glasarbeit. Ein Arbeiter befestigt darunter rote Auslegware, misst ab, schneidet, klebt etwas nach, ein Kollege montiert noch einen letzten Ventilator an der Wand. Vor einem Seitenaltar links  daneben steht ein Sessel, noch ganz in Wellpappe verpackt, nur golden lackierte Füße aus Holz lassen erahnen, um was für ein Möbelstück es sich handelt: Von hier aus wird der Petrusnachfolger zu der kleinen katholischen Gemeinschaft Zyperns sprechen.

 

Während vorne der Kustos im Heiligen Land, Pater Pierbattista Pizzaballa, die Vorbereitungen überwacht, kniet hinten links im letzten Drittel betend eine Frau mit asiatischen Gesichtszügen. Nur auf etwa 2.000 bis 3.000 schätzt Nuntius Erzbischof Antonio Franco die Gesamtzahl der katholischen Gläubigen, die auf der Mittelmeerinsel leben. ZENIT trifft ihn auf dem Gelände der Heilig-Kreuz-Pfarrei an, wo sich die offizielle diplomatische Vertretung des Heiligen Stuhls in der Republik Zypern befindet. Der erste Präsident der Republik Zypern, der orthodoxe Erzbischof Makarios III. bahnte die diplomatischen Beziehungen zum Vatikan an, die 1973, im Jahr vor dem Einmarsch der Türken im Nordteil, aufgenommen wurden. Die Nuntiatur hier sieht der Nuntius nicht alle Tage, ist er doch auch noch für Israel, Jerusalem und die palästinensischen Gebiete zuständig ist und sich meist in Jaffa, Israel, aufhält.

 

Zu den Katholiken, von denen er spricht, zählen viele Filipinos und Filipinas, die das Glück haben, nicht in Saudi-Arabien, sondern in diesem urchristlichen Land arbeiten zu dürfen. "Es gibt auch eine beachtliche Zahl von Kamerunern hier. Wenn Sie am Sonntag hier her kommen, werden Sie alles voll von Leuten von den Philippinen und aus Kamerun vorfinden." Gut dreimal so stark, die Angaben variieren da zwischen 5.000 und 7.000, ist die Gemeinschaft der mit Rom unierten Maroniten. Aber auf sie trifft der Papst nicht an dieser Stelle, sondern bei zwei anderen Gelegenheiten während seines kurzen, aber vielseitigen Aufenthaltes.

 

"Es gibt drei Dimensionen dieser Reise", erklärt der Apostolische Nuntius  mit ruhiger Stimme, bedächtig sprechend, wie ein Fels in Brandung inmitten hektischer Vorbereitungen. "Zypern ist einer der zentralen Orte in der Geschichte der Christenheit", sagt er im Gespräch mit ZENIT. Bereits Papst Benedikts Vorgänger, Johannes Paul II., habe einen Aufenthalt auf Zypern geplant, die aber nie zustande kam. "Das ist die missionarische Dimension der Reise, in den Fußstapfen des heiligen Paulus zu wandeln und in diesem Geiste missionarische Aktivitäten zu betonen, zu unterstützen, dazu zu ermutigen, die Botschaft zu verbreiten", so der Vatikandiplomat weiter.

 

Darüber hinaus gebe es noch einen pastoralen Aspekt, der den Pontifex auf die Insel im südöstlichen Mittelmeer führe, der sich an die Katholiken Zypern richte, aber klar darüber hinaus in die Region des Nahen Ostens verweise, in diese traumatisierte Region, in der doch die Wiege des Christentums stehe: Für die sieben mit Rom unierten Patriarchen, die an der im Oktober bevorstehenden Nahost-Sondersynode teilnehmen, sei die Anreise nach Zypern leicht. Im Sportpalast Elefteria von Nicosia wird das katholische Oberhaupt am Sonntag während einer Heiligen Messe das Instrumentum Laboris für diese Synode vorstellen.

 

"Und da gibt es noch die ökumenische Dimension", fährt der Nuntius fort. "Die orthodoxe Kirche von Zypern ist eine wichtige Kirche im ökumenischen Dialog, die traditionell der katholischen Kirche sehr nahe ist." Sehr bedeutungsvoll sei daher die Begegnung zwischen Papst Benedikt und Erzbischof Chrysostomos, die bereits im Jahr 2007 in einer gemeinsamen Erklärung schrieben:

 

"Bei dem glücklichen Anlass unserer brüderlichen Begegnung an den Gräbern der Heiligen Petrus und Paulus, der "Koryphäen" der Apostel, wie sie die liturgische Überlieferung nennt, wollen wir im Gehorsam gegenüber dem Willen Unseres Herrn Jesus Christus in gemeinsamer Übereinstimmung unsere aufrichtige und feste Bereitschaft erklären, die Suche nach der vollen Einheit unter allen Christen zu verstärken und hierzu jede uns mögliche und für das Leben unserer Gemeinden für nützlich gehaltene Kraft aufzuwenden."

 

Genau in der Erinnerung an den Heiligen Paulus und an dessen Evangelisierung sieht der Nuntius auch bei der bevorstehenden Apostolischen Reise das Verbindende zwischen beiden Konfessionen. "Ja", sagt er, "die Dimensionen sind auch untereinander verbunden". Er betont die ökumenische Feier gleich zu Beginn des Aufenthaltes, auf dem archäologischen Gelände der Kirche von Agia Kiriaki Chrysopolitissa in Paphos, wo auch die berühmte Säule des heilige Paulus steht. Dort ist der Völkerapostel der Überlieferung zufolge einst ausgepeitscht worden. Vor dem Hintergrund der Herausforderungen bei der Evangelisierung, die Beiden gemeinsam ist, ist dieses Ereignis in der Tat symbolisch.

 

Ganz konkret auf Zypern sind sich Katholiken aber auch in ihren Sorgen und ihrem Schicksal nahe, wie von dem Vatikandiplomaten Antonio Franco zu erfahren ist: "Viele Kirchengemeinden und Klöster im Nordteil, ob von Katholiken oder von Orthodoxen, leiden unter der Situation der Besatzung", sagt er frei heraus. Für die Maroniten sei speziell eine Kirche, die Ayia Marina, noch immer nicht zugänglich, weil sich dort eine Sperrzone des türkischen Militärs befinde. "Das ist eine der Wunden in unserer Welt, die immer noch bluten", bemerkt Seine Exzellenz metaphorisch. Der Heilige Stuhl werde weiterhin mehr Respekt für die Orte und Zeichen der Präsenz und des Erbes der Christen auf Zypern einfordern.

 

Und schließlich kommt er noch einmal auf die Christen in der weiteren Region zu sprechen: "Welche Mission haben sie hier überhaupt und welche Mühe müssen wir auf den Erhalt verwenden", fragt Erzbischof Franco schließlich nachdenklich. "Diese Gegenwart ist bedeutsam an dem Ort, wo das Christentum geboren wurde," stellt er abschließend fest. Ab Freitag steht zunächst einmal mit Zypern eine Insel im Westen des Heiligen Landes der Bibel im Fokus der katholischen Weltöffentlichkeit.

Michaela Koller, Zenit 2

 

 

 

 

Nahost: Pax Christi kritisiert Angriff auf Solidaritätsflotte

 

Betroffen und schockiert haben Kirchenvertreter, Politiker und Hilfsorganisationen aus der ganzen Welt auf die israelische Attacke auf die Solidaritätsflotte vor der Küste Gazas reagiert. Bei der blutigen Auseinandersetzung auf hoher See zwischen israelischen Militärs und Teilen der Besatzung des Hilfskonvois wurden mutmaßlich über 10 Menschen getötet und bis zu 50 teilweise schwer verletzt. Die Ankunft der sechs Schiffe, beladen mit humanitären Gütern für die Menschen im abgeriegelten Gazastreifen, sei schon lange geplant gewesen. Darauf verweist der Vize-Präsident von Pax Christi Deutschland, Johannes Schnettler, im Gespräch mit Radio Vatikan.

 

„Insofern muss eine erfahrene Armee in der Lage sein, eine solche Flotte entsprechend einzuschätzen und deeskalierend zu agieren. Es stellt sich zum Beispiel die Frage, warum denn in der neutralen Zone schon angegriffen worden ist und die Schiffe nicht auf andere Weise gestoppt worden sind.“

 

Auf der Solidaritätsflotte befanden sich Vertreter ziviler Organisationen aus fast 40 Nationen; treibende Kraft der Aktion sei die US-amerikanische Organisation Freies Gaza. Die Menschenrechtsaktivisten hätten das israelische Militär provoziert und attackiert, hieß es zuletzt von israelischer Seite. Diesen Vorwurf gelte es jetzt sorgfältig zu prüfen, so Schnettler:

 

„Wenn es zu solchen Provokationen gekommen ist, müssen wir uns natürlich selbstkritisch auch fragen, ist das mit den Zielen einer gewaltfreien Aktion konsequent eingehalten. Andererseits ist natürlich auch vor dem Hintergrund des Einsatzes die Verhältnismäßigkeit des israelischen Einsatzes zu kritisieren.“

 

Auch die Papstreise nach Zypern könne hier ein Zeichen der Hoffnung sein, und eine deutliche Botschaft an beide Konfliktparteien in der Region:

 

„Der Papst ist das moralische Gewissen der Weltgemeinschaft und er kann sowohl Israel als auch Palästina eine deutliche Botschaft schicken, dass es zum Frieden keine Alternative gibt. Das heißt Israel muss den Umgang mit den israelischen Gebieten neu überdenken und die palästinensische Bevölkerung muss sich darüber klar werden, dass sie in einem friedlichen Miteinander mit Israel wird leben müssen und jedwede Drohung auf den Staat Israel unterlassen muss. Wenn der Papst die Kraft hat diese Botschaft in beide Richtungen zu sprechen, dann ist Zypern dafür ein guter symbolischer Ort, weil von dort aus ja auch die Flotte gestartet ist, die die humanitäre Aktion zum Ziel bringen wollte.“ (rv 1)

 

 

 

 

 

Papst besorgt über Eskalation der Gewalt seitens der Israelis

 

"Es sollten alle Grenzübergänge Tag und Nacht für Gesunde und Kranke geöffnet werden", forderte der Lateinische Patriarch von Jerusalem, Fouad Twal

 

ROM - „Mit tiefer Sorge verfolge ich die tragischen Vorfälle, zu denen es in der Nähe des Gazastreifens gekommen ist. Ich habe das Bedürfnis, mein aufrichtiges Beileid für die Opfer dieser so schmerzhaften Ereignisse zum Ausdruck zu bringen, die all jenen Sorge bereiten, denen der Frieden in der Region am Herzen liegt", erklärte Papst Benedikt XVI.  heute vor 30.000 Pilgern in Rom.

„Erneut wiederhole ich eindringlich, dass die Gewalt die Kontroversen nicht löst, sondern nur die dramatischen Konsequenzen anwachsen lässt und weitere Gewalt erzeugt.

Ich appelliere an alle, die auf lokaler und internationaler Ebene die politische Verantwortung tragen, damit ohne Unterlass durch den Dialog gerechte Lösungen gesucht werden, um der Bevölkerung der Gegend bessere Lebensbedingungen in Eintracht und Frieden zu gewährleisten", so das Oberhaupt von einer Milliarde Katholiken während der Generalaudienz am heutigen Vormittag zum jüngsten Vorfall des israelischen Angriffs auf einen Pazifisten-Konvoi „Pro Gaza", durch den in den vergangenen Tagen neun Menschen ums Leben gekommen sind.

„Ich lade euch ein, euch mir im Gebet für die Opfer, ihre Familienangehörigen und alle Leidenden anzuschließen. Der Herr unterstütze die Anstrengungen all derer, die es nicht müde werden, für die Versöhnung und den Frieden zu wirken."

In Israel forderte der Lateinische Patriarch von Jerusalem, Fouad Twal, in der Kontroverse zum Innehalten und Nachdenken auf. "Es sollten alle Grenzübergänge Tag und Nacht für Gesunde und Kranke geöffnet werden", erklärte der Patriarch in einem Interview mit der KNA. "Die Menschen in Gaza versorgen sich seit drei Jahren wie die Ratten durch Tunnels. Offen gestanden bewundere ich ihren Lebenswillen. Man hat ihnen alle Öffnungen zur Außenwelt zugesperrt und lässt gnädig nur das Lebensnotwendigste durch - wenn sie Glück haben. Darum haben sie die Tunnel gegraben. Aber drei Jahre zu leben wie die Ratten, ist lang genug. Jetzt sollte man endlich die Türen, die Fenster, die Herzen und die Köpfe öffnen. Man sollte Gesten des Friedens und des Vertrauens setzen. Um in Frieden leben zu können, müssen wir den Hass und die Rache eindämmen und dem Vertrauen Raum geben". Zenit 2

 

 

 

 

Deutschland: Köhlers Rücktritt und die Frage nach Militärmacht und Wirtschaft

 

Die katholische Kirche in Deutschland hat auf den Rücktritt von Bundespräsident Horst Köhler mit großem Bedauern reagiert. Köhler habe „viel für unser Land geleistet. Wir sind ihm dankbar für wertvolle Debatten, die er angestoßen hat.“ Das erklärte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, am Montag in Bonn. Die Bischöfe seien Köhler „zutiefst dankbar für das, was er für die Bundesrepublik Deutschland getan hat“, so der Erzbischof weiter. Auch das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) zeigte sich bestürzt. „Er war ein starker und unabhängiger Anwalt der Menschen in unserem Land, ein bürgernaher Bundespräsident, der nicht zuletzt deswegen auch große Zustimmung in der Bevölkerung erfahren hat“, erklärte ZdK-Präsident Alois Glück in Bonn.

 

Nach dem Rücktritt des Bundespräsidenten dreht sich die Diskussion in Deutschland vor allem um seine Gründe und um die Schwäche der Koalition, die jetzt noch eine weitere Krise dazu bekommt. Bremens Bürgermeister Jens Böhrnsen – als Bundesratspräsident amtierendes Staatsoberhaupt – forderte gestern alle Beteiligten auf, nicht vor Mittwoch über einen Nachfolger zu spekulieren. Ein verzweifelter Versuch, das politische Spiel der Namen und Posten wenigstens einen Tag lang aufzuschieben.

 

Der Direktor des Instituts für Theologie und Frieden in Hamburg, Heinz-Gerhard Justenhoven, meint, dass wir auch jenseits der Frage, ob der Bundespräsident missverstanden worden ist oder nicht, darüber diskutieren müssen, ob es sinnvoll sei, für wirtschaftliche Interessen militärische Macht einzusetzen.

 

„In der Tat hat und soll jeder Staat Interessen haben, zu diesen Interessen zählen natürlich auch wirtschaftliche Interessen. Die spannende Frage ist, wie solche Interessen in einer ethisch vertretbaren Weise durchgesetzt werden dürfen, nämlich dass wir dies auf der Basis einer Rechtsordnung tun und das wir dies unter der Wahrung der legitimen Interessen anderer tun. Wenn wir diesen Gedanken übertragen, und er liegt eigentlich im Kern des internationalen Rechts, dann müssen wir sagen, dass wir natürlich unsere Sicherheitsinteressen und auch unsere ökonomischen Interessen international vertreten dürfen, aber doch bitte nicht einseitig und schon gar nicht mit militärischer Macht.“ (kipa 1)

 

 

 

Augsburg: Walter Mixa Rom-Visite von Mixa

 

Unerwartert erscheint der zurückgetretene Augsburger Bischof Mixa im Vatikan - ein Besuch, der Fragen aufwirft. Und noch ein Alleingang sorgt für Unruhe. Von Stefan Mayr

 

Vor sechs Wochen hat der Augsburger Bischof Walter Mixa seinen Rücktritt angeboten - seit vier Wochen ist er emeritiert. Aber bis heute belastet er sein Bistum - jüngst mit zwei überraschenden Alleingängen. Offiziell hat Mixa seinen Sanatoriumsaufenthalt in der Schweiz beendet und sich in den Urlaub Richtung Toscana verabschiedet. Doch am Freitag tauchte Mixa plötzlich in Rom auf.

Nach Informationen der Süddeutschen Zeitung traf er sich dort nicht mit Freunden zum gemütlichen Pizza-Essen. Er sprach vielmehr im Vatikan bei der Bischofskongregation vor. Dieses Gremium ist nicht nur mächtig, sondern auch für alle die Bischöfe betreffenden Angelegenheiten zuständig. Mixas Rom-Visite sprach sich rasch auch in Augsburg herum und warf Fragen auf. Im Bistum rätselt man jetzt, was der gescheiterte Hirte mit seinem Alleingang im Vatikan erreichen wollte.

Strebt er nach einer für einen emeritierten Bischof angemessenen neuen Wirkungsstätte? Oder bemüht sich Mixa immer noch um den Nachweis seiner Unschuld, obwohl selbst die Bistumsleitung daran nicht mehr glaubt? Sie hat sich mittlerweile bei den ehemaligen Heimkindern in Schrobenhausen entschuldigt, die dem Bischof vorgeworfen hatten, sie in seiner Zeit als Stadtpfarrer verprügelt zu haben.

 

Fordert er seine Rehabilitierung vom Vorwurf der Untreue, obwohl inzwischen als gesichert gelten kann, dass Mixa als Kuratoriumschef des Kinderheimes für finanzielle Unregelmäßigkeiten verantwortlich war? Oder will er gar den Rücktritt vom Rücktritt erwirken? Geistliche halten es für möglich, dass Mixa in seiner Verzweiflung noch immer dieses Ziel verfolgt. In Bistumskreisen wird sogar gemunkelt, Mixa habe wegen einer Audienz bei Papst Benedikt XVI. angefragt - und einen Korb kassiert.

Welches Ergebnis die Unterredung mit der Bischofskongregation hatte, ist bislang nicht bekannt. Fakt ist aber, dass Mixas Besuch mit dem Bistum Augsburg nicht abgestimmt war. Prälat Karlheinz Knebel, der zweite Mann in der Interims-Bistumsleitung, bestätigt zwar, dass Mixa in Rom war. "Näheres ist mir dazu jedoch nicht bekannt", sagt er. Auch Knebel geht davon aus, dass Mixa "in Erholungsurlaub" ist.

Doch das trifft offenbar nicht zu. Anstatt sich von der Affäre um Prügel und Untreue zu erholen und seine Knieverletzung auszukurieren, ist der 69-Jährige weiterhin überaus aktiv - in eigener Sache. Dabei scheint er im Kampf um seine Reputation nicht vor einem Konflikt mit der neuen Bistumsleitung zurückzuschrecken. Denn neben seinem Rom-Ausflug hat ein weiterer Alleingang Mixas für Unruhe in der Diözese gesorgt: Für den Sommer hat er eine große Feier seines 40-jährigen Priesterjubiläums geplant - ausgerechnet in der umstrittenen Gebetsstätte Wigratzbad bei Lindau, in der die erzkonservative Petrusbruderschaft ansässig ist.

Weihbischof Josef Grünwald, der das Bistum vorübergehend leitet, musste ein Machtwort sprechen, um die Mixa-Feier zu verhindern. Ursprünglich war eine Jubiläumsfeier am 18. Juli im Augsburger Dom geplant, doch dieser Termin wurde im Zuge der Prügelaffäre abgesagt.

 

Viele Priester fragen sich kopfschüttelnd, warum Mixa angesichts der Vorkommnisse um seine Person nicht auf eine Feier verzichten will - zumal der 40.Jahrestag der Weihe viel weniger Bedeutung hat als der 25. oder 50. Doch die Bistumsleitung scheint sich damit abgefunden zu haben, dass sich Mixa als emeritierter Bischof seine Feier nicht nehmen lassen wird. "Wo und wann das Jubiläum gefeiert wird, ist noch nicht entschieden", sagt Prälat Knebel. Nur eines sei sicher: "Nicht in Wigratzbad."

Offenbar befürchtet die Bistumsleitung ein großes Fest mit zahlreichen Solidaritätsbekundungen für Mixa, dessen Anhänger nach wie vor zahlreich sind. Weihbischof Grünwald hat deshalb alle Hände voll zu tun, um eine weitere Spaltung des Bistums zu verhindern - und die vorhandenen Gräben nicht allzu deutlich in Erscheinung treten zu lassen.

Dies war wohl auch seine Motivation dafür, dass er sich am Dienstag von der sogenannten Augsburger Pfingsterklärung in Teilen distanzierte. In dem Papier fordern Geistliche und Laien einen Neuanfang im Bistum, eine kritische Analyse der Missstände auf Führungsebene sowie Rücknahmen von umstrittenen Personalentscheidungen Mixas.

Nach Angaben der Initiatoren haben bislang 1600 Menschen unterschrieben, darunter vier Regionaldekane und etliche Dekane. Doch Weihbischof Grünwald kann sich die Erklärung nach eigenen Angaben "nicht zu eigen machen". Sie enthalte zwar "durchaus positive Anregungen", doch er kritisiert auch: "So kann kein Weg der inneren Heilung und des Neuanfangs beginnen."

Einen kleinen, versöhnlichen Hoffnungsschimmer gibt es jedoch aus Kempten: Dort hat Dekan Michael Lechner inzwischen seinen Rücktritt zurückgenommen. Er hatte sein Amt aus Protest gegen die "erschreckend perspektivlose" Wahl von Grünwald zum Diözesanadministrator niedergelegt. Auch die Zahl der Kirchenaustritte geht langsam zurück: Im April hatten sich in Augsburg 289 Christen von der Kirche abgewendet - das war neuer Rekord. Im Mai waren es "nur noch" 249 Austritte. Das sind aber immer noch 160 mehr als im Vorjahr. SZ 2

 

 

 

 

Weltmissionskonferenz in Edinburgh erinnert an Anfänge der Ökumene

 

Frankfurt a.M./Edinburgh. Im schottischen Edinburgh hat am Mittwoch eine fünftägige Weltmissionskonferenz begonnen. Bei der Tagung unter dem Leitwort "Christus heute bezeugen" wird an die Anfänge der ökumenischen Bewegung vor 100 Jahren erinnert. Mehr als 300 Delegierte aus dem gesamten Spektrum christlicher Konfessionen wollen bis Sonntag über eine Neuausrichtung der Mission beraten.

Die erste Weltmissionskonferenz im Juni 1910 in der schottischen Hauptstadt gilt als Ausgangspunkt der Zusammenarbeit zwischen den Konfessionen. Teilnehmer waren damals vor allem Vertreter von Missionsgesellschaften aus dem Protestantismus und der anglikanischen Kirche.

Kurz vor Konferenzbeginn wurde nach Angaben des ökumenischen Informationsdienstes ENI der internationale Direktor der Weltmissionskonferenz suspendiert. Der aus Südafrika stammende Daryl Balia, der seit drei Jahren die Konferenz vorbereite, wurde von der Universität von Edinburgh, die mit der schottischen Kirche Gastgeber des Treffens ist, einstweilen seines Amtes enthoben. Eine Universitätssprecherin lehnte es mit Hinweis auf eine Untersuchung ab, nähere Einzelheiten zu nennen. Balia ist Pfarrer der methodistischen Kirche und lehrte Missionswissenschaft. Er studierte Theologie und Verwaltungswissenschaft in Südafrika, Deutschland und den USA.

An der aktuellen Konferenz beteiligen sich Orthodoxe, Anglikaner, Lutheraner, Reformierte, Methodisten, Baptisten, Siebenten-Tags-Adventisten, Katholiken, Evangelikale, Pfingstler und weitere unabhängige Freikirchen. Die Konferenz wurde vorbereitet von Kirchen, theologischen Einrichtungen und Missionswerken in aller Welt. Zum feierlichen Schlussgottesdienst am Sonntag wird der anglikanische Erzbischof von York, John Sentamu, erwartet. Epd 2

 

 

 

 

Korea: Hoffnung auf Frieden bleibt

 

Ein Konflikt will nicht enden. Immer wieder gab es kleiner und größere Konflikte, kleinere und größere Kampfaktionen, und das schon seit Ende des Koreakrieges 1953. Die beiden Bruderstaaten – die kommunistische Diktatur im Norden und die demokratisch orientierte Republik im Süden – schützen sich mit Waffengewalt gegeneinander. Es ist dabei vor allem der in völliger Armut lebende Norden, der durch Provokationen und durch den Versuch des Baus von Atomwaffen sich vor dem Zusammenbruch retten will. Im Arsenal von Diktator Kim Jong-Il sind dabei immer wieder auch Kriegshandlungen, trauriger Höhepunkt war die Versenkung der südkoreanischen Fregatte Cheon An am 26. März.

 

Während der Süden jahrelang auf Entspannung gesetzt hatte, ist jetzt die Kriegsangst in den Alltag zurückgekehrt. Malte Rhinow ist der Pfarrer der deutschsprachigen evangelischen Gemeinde in Seoul. Uns gegenüber spricht er von der Allgegenwart dieses Themas in der Gesellschaft und den Medien.

 

„Am Mittwoch stehen Kommunal- und Provinzwahlen an, so dass so etwas immer sehr ausgeschlachtet wird von der regierenden Partei, die sehr nordkoreakritisch ist und die das für sich sehr geschickt ausgenutzt hat. Während die Opposition immer wieder in Frage stellt, ob denn die Daten so korrekt sind, ob die Angaben stimmen und ob die Schlussfolgerungen plausibel sind.“ (rv 1)

 

 

 

 

Nigerianischer Bischof: „Interreligiöser Dialog hat Priorität“

 

ROM -Mit Blick auf die wiederholt auftretenden gewalttätigen Konflikte zwischen Christen und Muslimen in seinem Land hat der Erzbischof der zentralnigerianischen Stadt Abuja, John Onaiyekan, vor einer Instrumentalisierung der Religion gewarnt. Bei einer Veranstaltung des weltweiten katholischen Hilfswerks „Kirche in Not" in der Akademie Klausenhof in Hamminkeln-Dingden (Kreis Wesel) sagte er, dass das bürgerliche Strafrecht für alle Nigerianer gleich gelte und darüber hinaus in bestimmten Regionen des Landes kein weiteres bestehen sollte.

In zwölf Bundesstaaten im Norden Nigerias ist die Scharia, das religiös begründete Gesetz des Islam, eingeführt worden. Der Bischof sagte, dass die nigerianische Bischofskonferenz die Einführung der Scharia zwar als Gewohnheitsrecht respektiere, aber als eine allgemeingültige Gesetzgebung für alle Einwohner Nigerias ablehne. Der Anteil der christlichen und muslimischen Gläubigen in dem afrikanischen Land ist mit jeweils 70 Millionen ähnlich groß.

Aufgrund der hohen Geburtenrate im Land wachsen sowohl das Christentum als auch der Islam. Während der vergleichsweise wohlhabende Süden Nigerias mehrheitlich christlich geprägt ist, leben Muslime vor allem im Norden des Landes. In Zukunft müsse man daher an einem starken, gemeinsamen Nigeria arbeiten, betonte Erzbischof Onaiyekan. Er verglich die Situation mit siamesischen Zwillingen: Wenn man sie gewaltsam voneinander trenne, stürben beide. Um die immer wieder vorkommenden teilweise gewalttätigen Kämpfe zwischen beiden Religionsgruppen einzudämmen, bedürfe es eines interreligiösen Dialogs des gegenseitigen Respekts. Erzbischof Onaiyekan berichtete, dass dieser höchste Priorität in Nigeria habe, da es in keinem anderen Land der Welt eine ähnliche Situation mit fast gleich großen christlichen und muslimischen Bevölkerungsanteilen gebe.

In der Ausbildung von Priestern und Katecheten werde daher besonders auf die Information über die anderen Religionen geachtet. Seit neun Jahren gebe es auch einen interreligiösen Rat, in dem Christen und Muslime über gemeinsame Ziele diskutierten.

Auch wenn man bereits vieles erreicht habe, sei man weiterhin auf die Hilfe der internationalen Gesellschaft und Hilfswerke angewiesen, betonte Prälat Prof. Obiora Ike aus der südnigerianischen Stadt Enugu. Trotz des Erdölreichtums im Land gebe es viele arme Menschen.

Man brauche weiterhin die Unterstützung vor allem beim Aufbau der Entwicklungshilfe und Infrastruktur sowie bei Gesprächen zur sozialen Gerechtigkeit. Prälat Ike kritisierte die teilweise nicht korrekt wiedergegebene Berichterstattung der westlichen Medien über das Verhältnis von Muslimen und Christen in Nigeria. Ein oft aus privaten Gründen entstandener Streit zwischen Gläubigen beider Religionen werde zu einem Religionskonflikt hochstilisiert.

In Wirklichkeit sei das Verhältnis der Gläubigen beider Weltreligionen im Alltag überwiegend friedlich. "Es geht nicht um eine religiöse Identität, sondern um die Menschen insgesamt", sagte Ike. Schließlich sei auch dem Islam die Achtung des Menschen und der Gerechtigkeit sowie der Respekt für die Schöpfung wichtig. In den vergangenen Monaten kam es wiederholt zu heftigen, oft blutigen Konflikten zwischen Christen und Muslimen, vor allem rund um die zentralnigerianische Stadt Jos. Dabei kamen bereits mehrere hundert Menschen ums Leben. Nigeria ist mit 150 Millionen Einwohnern das bevölkerungsreichste Land Afrikas. Christen und Muslime bilden etwa gleich große Bevölkerungsgruppen. Etwa vierzig Prozent der 70 Millionen Christen sind katholisch. Zenit 2

 

 

 

 

Lehmann: Zeichen der Hoffnung für Kinder

 

Eröffnung der Caritas-Solidaritätsaktion „Eine Million Sterne – damit Kinder leben“

 

Mainz. Der Bischof von Mainz, Kardinal Karl Lehmann, hat die Solidaritätsaktion „Eine Million Sterne - damit Kinder leben“ zur Bekämpfung von Kinder- und Jugendarmut eröffnet. Die Aktion der Caritasverbände findet nach der Premiere im vergangenen Jahr zum zweiten Mal statt; diesmal in Zusammenarbeit mit Caritas International, dem Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) und der Diözesanstelle Pfarrgemeinde-, Seelsorge- und Dekanatsräte des Bischöflichen Ordinariates.

 „Die Aktion ist ein Zeichen der Hoffnung für Kinder", sagte Lehmann, der Schirmherr der Aktion ist, am Dienstag, 1. Juni, vor Journalisten im Bischöflichen Ordinariat in Mainz. „Nach dem guten Echo auf die erste Aktion, aber auch wegen der großen Not von Kindern und Jugendlichen ist es uns ein Anliegen, die Aktion weiterzuführen." Mit der Solidaritätsaktion wollen die Caritasverbände im Bistum Mainz gemeinsam mit dem BDKJ und den Pfarrgemeinden ein sichtbares Zeichen für solidarisches Handeln mit armen Kindern und ihren Familien in der Diözese und in der Weltkirche setzen.

Mit einer Spende von drei Euro werden „Lichteraktionen" am 12. November in verschiedenen Städten des Bistums unterstützt: Neben einer zentralen „Lichteraktionen" mit Kardinal Lehmann in Darmstadt sind in diesem Jahr unter anderem in Dietzenbach, Gießen, Langen, Nider-Olm und Worms Aktionen geplant. Die Spender erhalten einen Streichholzbrief mit Informationen zur Aktion. Die Streichholzbriefe in Postkartengröße sind gegen eine Spende von drei Euro bei den Caritasverbänden, bei den Kindertagesstätten und bei den Pfarrgemeinden im Bistum Mainz erhältlich.

Ziel der Aktion „Eine Million Sterne" sei es, die Menschen zur Solidarität mit armen Kindern und Jugendlichen aufzurufen, sie aufzufordern, selbst in Projekten dagegen aktiv zu werden und Verbindung mit Betroffenen zu schaffen, sagte Diözesancaritasdirektor Thomas Domnick. Er wies darauf hin, dass in diesem Jahr auch besonders die Kindertagesstätten im Bistum zur Teilnahme an der Aktion aufgefordert werden sollen. Inhaltlich sei die Aktion „Eine Million Sterne" mit der Aktion „Zero Poverty" der Caritas in Europa verbunden, sagte Domnick.

Im Rahmen der „Lichteraktionen" wird für jede Spende eine Kerze als Zeichen der Solidarität aufgestellt. Jeweils ein Euro fließt in Projekte mit und für arme Kinder und ihre Familien im Bistum Mainz sowie in ein Kinder- und Jugendprojekt von Caritas International. Dr. Werner Veith, Bezirkscaritasdirektor aus Darmstadt, wies darauf hin, dass das Geld im Bistum Mittagstischen für Kinder und Jugendliche in sozialen Brennpunkten zu Gute kommt. Auf Seiten von Caritas International werde das Geld für Projekte auf der Insel Flores in Indonesien verwendet.

BDKJ-Vorsitzender Eric Niekisch betonte, dass der BDKJ im Rahmen der Aktion „Lobbyarbeit für Kinder und Jugendliche bei der Politik und in der Öffentlichkeit" machen wolle. Besonders angesprochen werden sollen in diesem Jahr auch die Pfarrgemeinde- und Seelsorgeräte sagte Ulrich Janson, Referent der Diözesanstelle Pfarrgemeinde-, Seelsorge- und Dekanatsräte des Bischöflichen Ordinariates. „Ich spüre, dass in den Gemeinden das Bewusstsein dafür größer wird, dass Verkündigung auch im diakonischen Bereich geschehen muss", sagte Janson.

Hinweis: Weitere Informationen auch im Internet unter http://www.caritas-bistum-mainz.de/   tob (MBN) 

 

 

 

Die Kirchen zum Rücktritt von Bundespräsident Horst Köhler: „Respekt und Anerkennung“

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Robert Zollitsch, erklärt zum Rücktritt des Bundespräsidenten der Bundesrepublik Deutschland:

„Mit großem Respekt und Anerkennung habe ich die Entscheidung des Herrn Bundespräsidenten zur Kenntnis genommen, mit sofortiger Wirkung vom Amt des Bundespräsidenten zurückzutreten. Ich bedauere die Entscheidung, denn Bundespräsident Horst Köhler hat viel für unser Land geleistet. Wir sind ihm dankbar für wertvolle Debatten, die er angestoßen hat. Ich bedaure sehr, dass uns in Bundespräsident Horst Köhler eine Person mit hohem Vorbildcharakter, allgemeiner Anerkennung in der Öffentlichkeit und einem besonderen Interesse für die christlichen Kirchen in unserem Land verlässt. Die Deutsche Bischofskonferenz ist Bundespräsident Horst Köhler zutiefst dankbar für das, was er für die Bundesrepublik Deutschland getan hat. Persönlich empfinde ich seinen Rücktritt als herben Verlust.“

 

Der amtierende Ratsvorsitzender der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Präses Nikolaus Schneider, hat mit Bedauern und Respekt auf den Rücktritt von Bundespräsident Horst Köhler reagiert. Die politische Verantwortung für das Wohl aller Menschen habe Köhler aus seinem christlichen Glauben heraus wahrgenommen, sagte Schneider am Montag in Hannover. "Er ist damit im besten Sinne ein öffentlicher Protestant gewesen."

Gleichzeitig forderte Schneider eine gesellschaftliche Debatte, in der es um die Balance zwischen dem notwendigen Respekt vor dem höchsten Amt des Staates und der an Sachfragen orientierten Kritik gehen müsse. Köhler habe sich um Deutschland und um das an Nächstenliebe und Gerechtigkeit orientierte Zusammenleben der Völker verdient gemacht.

Bundespräsident Horst Köhler hatte am Nachmittag in Berlin seinen Rücktritt vom Präsidentenamt erklärt. Seine Entscheidung begründete er mit der Kritik an seinen Äußerungen im Zusammenhang mit dem Afghanistan-Einsatz der Bundeswehr. Es ist das erste Mal, dass ein deutscher Bundespräsident während seiner Amtszeit zurücktritt. Epd/de.it.press 1

 

 

 

 

25. Todestag von Weihbischof Josef Maria Reuß (5.6.)

 

Erster Weihbischof des Bistums Mainz nach der Säkularisation

 

Mainz. Am Samstag, 5. Juni, jährt sich der Todestag des Mainzer Weihbischofs Josef Maria Reuß (1906-1985) zum 25. Mal. Er hat fast 25 Jahre im Bistum als Bischof gewirkt und war nach Ende des Zweiten Weltkriegs bis 1968 als Regens des Mainzer Priesterseminars und Professor für Pastoraltheologie prägend für eine ganze Generation von Priestern der Diözese Mainz.

Anlässlich seines 100. Geburtstages im Jahr 2006 hatte der Mainzer Bischof, Kardinal Karl Lehmann, Reuß' Bemühen gewürdigt, die Priesteramtskandidaten zu „selbstverantwortlicher Freiheit" zu erziehen.

Wörtlich sagte der Kardinal bei der Akademietagung über Reuß: „Es war das Außerordentliche dieses Menschen, dass er trotz der unbeirrbaren Gewissheit, die er ausstrahlte, eine ungewöhnliche Fähigkeit zum Gespräch besaß. Er konnte zuhören wie kaum ein anderer. Mit einer ungewöhnlichen Zuwendung und einer seltenen Eindringlichkeit ging er auf Menschen zu. Der persönliche Einsatz kannte gerade hier keine Grenzen. In einem großen Ringen hat Reuß sich immer wieder den Fragen und Nöten seiner Gesprächspartner gestellt." Reuß war im Jahr 1954 zum ersten Weihbischof des 1802 wiedergegründeten Bistums Mainz geweiht worden. Im Erzbistum Mainz, das mit der Säkularisation aufgelöst worden war, hatten die Weihbischöfe eine große Rolle gespielt.

Josef Maria Reuß wurde am 13. Dezember 1906 in Limburg an der Lahn geboren. Nach dem Studium der Philosophie und Theologie in Freiburg/Breisgau und in Innsbruck wurde er am 6. April 1930 in Innsbruck durch Bischof Georg Waitz zum Priester geweiht. Bis 1934 war er Hausgeistlicher im Krankenhaus der Barmherzigen Brüder in Kreckelmoos in Tirol. Nach seiner theologischen Promotion („Adam Tanner und die Lehre des Vatikanums vom Glaubensabfall und Glaubenszweifel eines Katholiken") im Jahr 1934 wurde er Kaplan in Hanau-Steinheim-St. Nikolaus. 1935 wechselte er als Kaplan nach Steinheim-St. Johann und im darauffolgenden Jahr an den Dom in Worms.

Im Jahr 1938 wurde Reuß Rektor des Exerzitienhauses in Braunshardt; 1939 wurde er Rektor der Mainzer Alumnen im Priesterseminar Fulda. In den Jahren 1940 bis 1945 war er Kriegspfarrer. Im Jahr 1942 mussten ihm bei seinem Einsatz in der Ukraine aufgrund  von Erfrierungen der linke Mittelfuß und sämtliche Zehen des rechten Fußes amputiert werden. Im Jahr 1945 wurde er Regens des Mainzer Priesterseminars und Professor für Pastoraltheologie am Priesterseminar. Im Jahr 1954 erfolgte am 19. November die Ernennung zum Titularbischof von Sinope und Weihbischof von Mainz und schließlich am 21. Dezember die Bischofsweihe durch den Mainzer Bischof Albert Stohr.

Reuß war zeitweise Vorsitzender der Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz (DBK) sowie Mitglied der Kommission für Priesterfragen der DBK. Darüber hinaus war er Mitglied in der Päpstlichen Kommission zu Fragen des Bevölkerungswachstums und der Geburtenregelung (1963-1966). Außerdem war er Teilnehmer am Zweiten Vatikanischen Konzil (1962-1965) und Mitglied der Gemeinsamen Synode der Bistümer in Deutschland (1971-1975). Im Jahr 1977 erhielt er die Ehrenpromotion zum Doktor der Theologie durch den Fachbereich Katholische Theologie der Johannes Gutenberg-Universität in Mainz. Seine Emeritierung als Weihbischof erfolgte 1978. Reuß starb am 5. Juni 1985 in Mainz und wurde am 12. Juni in der Bischofsgruft des Mainzer Doms beerdigt.

Hinweis: Zum 100. Geburtstag von Weihbischof Reuß im Jahr 2006 ist das Jahrbuch des Bistums Mainz über ihn erschienen:

„Weihbischof Josef Maria Reuß zum 100. Geburtstag", herausgegeben von Peter Reifenberg und Annette Wiesheu. (In der Reihe: Neues Jahrbuch für das Bistum Mainz - Beiträge zur Zeit- und Kulturgeschichte der Diözese 2007). Publikationen Bistum Mainz, 216 Seiten, 12,80 Euro. ISBN 978-3-934450-28-8, ISSN: 1432-3389. Der Band ist erhältlich im Infoladen des Bistums Mainz in der Heiliggrabgasse 8, Tel.: 06131/253-888, oder im Buchhandel.  tob (MBN)

 

 

 

Papst: „Maria zeigt Verantwortung für friedliches Leben“

 

Mit einer Andacht hat Papst Benedikt XVI. am frühen Montagabend offiziell den Marienmonat Mai beendet. Bei strahlendem Sonnenschein führte die traditionelle Prozession mit Musik und Rosenkranzgebeten einmal quer durch die vatikanischen Gärten, vom Petersdom bis hinauf zur Lourdesgrotte im oberen Teil der Anlagen. Anlässlich des Gedenktages „Mariä Heimsuchung“ sprach der Papst über den Besuch Marias bei Elisabeth. An der Grotte sagte das Kirchenoberhaupt zu den Gottesdienstteilnehmern:

 

„In der Jungfrau Maria, die ihre Verwandte Elisabeth besucht, erkennen wir das klarste Beispiel und die wahrste Bedeutung unseres Weges als Gläubige und den Weg der Kirche selbst. Die Kirche ist durch ihre Natur missionarisch und sie ist gerufen, das Evangelium für alle und immer zu verkünden, den Glauben jedem Mann und jeder Frau weiterzugeben, in jede Kultur.“

 

Maria – das authentische Bild der Pilgerin – sei wie gerufen auf einem Weg, der aus uns selbst herausführt: Sie sei das Bild der Helferin, die bei der schwangeren, aber schon alten Elisabeth bleibt. In dem Gruß werde auch das eigentliche Herzstück der Evangelisation deutlich, so der Papst:

 

„Jesus ist der wahre Schatz, den wir der Welt zu geben haben. Und nach ihm haben die Männer und Frauen von heute eine tiefe Sehnsucht, auch wenn sie ihn zu ignorieren oder abzulehnen scheinen. Und ihn braucht die Gesellschaft, in der wir leben, Europa, die ganze Welt. Uns ist diese Verantwortung gegeben. Leben wir sie mit Freude und mit Engagement, so dass unsere Gesellschaft eine sei, in der Wahrheit, Gerechtigkeit, Freiheit und Liebe regieren, die festen und unaufgebbaren Säulen eines echten geordneten und friedlichen Zusammenlebens.“ (rv 1)

 

 

 

Wegen Beihilfe zum Missbrauch. Ermittlungsverfahren gegen Erzbischof Zollitsch

 

Die Staatsanwaltschaft Freiburg hat gegen Erzbischof Robert Zollitsch ein Strafverfahren wegen Beihilfe zum Kindesmissbrauch eingeleitet. Der Geistliche wurde angezeigt, als Personalreferent 1987 die Anstellung eines Paters veranlasst zu haben, obwohl dieser sexuelle Übergriffe begangen habe.

 

Gegen den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, wird wegen Beihilfe zum sexuellen Missbrauch von Kindern ermittelt. Die Staatsanwaltschaft in Freiburg bestätigte am Mittwoch entsprechende Berichte von ARD und „Südkurier“.

Grundlage des Ermittlungsverfahrens ist demnach eine Strafanzeige, die bei der Staatsanwaltschaft Freiburg eingegangen ist. Anzeigenerstatter ist ein mutmaßliches Opfer, das in den Sechziger Jahren von einem Pater im Kloster Birnau im Erzbistum Freiburg missbraucht worden sein soll. Zollitsch habe als damals zuständiger Personalreferent der Erzdiözese Freiburg im Jahr 1987 gleichwohl die erneute Anstellung des Paters in der Kirchengemeinde Birnau am Bodensee veranlasst.

Erzdiözese Freiburg weist Vorwürfe zurück

Das erzbischöfliche Ordinariat Freiburg wies die Vorwürfe gegenüber dem ARD-Magazin „Report Mainz“ als „sensationsheischend“ zurück. Außerdem sei dieser Missbrauchsfall der Erzdiözese Freiburg erst seit Ende 2006 bekannt gewesen. Der frühere Personalreferent Zollitsch habe also weder von den Vorwürfen aus den Sechziger Jahren, noch von einem erneuten Einsatz dieses Paters gewusst und einen solchen Einsatz schon gar nicht veranlasst.

Nach Angaben der Staatsanwaltschaft Freiburg wurde das Verfahren zwischenzeitlich an die Staatsanwaltschaft Konstanz weitergeleitet. Nach Recherchen von „Report Mainz“ wird dort bereits seit längerem gegen den beschuldigten Pater ermittelt. Faz.net 2