Notiziario religioso  28-30  Giugno  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 28 giugno. Il commento al Vangelo. “Ti seguirò dovunque tu andrai”  1

2.       Martedì 29 giugno. Il commento al Vangelo. “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente“  1

3.       Mercoledì 30 giugno. Il commento al Vangelo. La guarigione di due indemoniati 1

4.       Fine vita. Germania, sentenza choc. «Sì all'eutanasia passiva»  2

5.       Pedofilia, Bertone contro giustizia belga: «Peggio che nel regime comunista»  2

6.       Il blitz nella cattedrale belga. Oltraggio che nulla ripara e molto svela  2

7.       Il Papa contro i magistrati belgi: «Perquisizioni deplorevoli»  3

8.       Il passo falso del cardinale  3

9.       Cripte, sepolcri e attacchi dalla Chiesa. Se i magistrati copiano Dan Brown  3

10.   Deceduto don Giambattista Baselli. L’omelia del vescovo di Crema mons. Cantoni 4

11.   Accuse gravi ancora tutte da provare  4

12.   Cattolici ed estate.  Qualche domanda s'impone. La grande adesione alle proposte educative  5

13.   Crocifisso. Laicità e libertà. Incontro alla vigilia dell'udienza della Corte di Strasburgo  5

14.   Iraq. Il nemico invisibile. I cristiani a Mosul: parla il loro arcivescovo  6

15.   Il primo "cortile" di credenti e atei aprirà a Parigi 7

16.   In dialogo nel “cortile dei gentili”. Attraversiamo insieme il deserto  7

17.   Unità pastorali. L'ora dei laici. La corresponsabilità di tutti i credenti nella vita delle parrocchie  8

18.   Verso il Congresso Eucaristico. Riuniti ad Ancona i delegati diocesani 9

19.   Al cimitero inglese  9

20.   25° CEN - Il parlare e l'agire. L'Eucaristia, il cristiano, la storia  10

 

 

1.       UNO: „Religionsfreiheit muss unbequemes Recht bleiben“  10

2.       DBK: „Sterbehilfeurteil bedeutet ethische Verunklarung“  11

3.       Katholische Kirche kritisiert Sterbehilfe-Urteil 11

4.       D: Kein „Wildwest“ am Sterbebett 12

5.       Leitartikel. Die Würde des Todkranken  12

6.       Sterbehilfe. Die Richter haben eine pragmatische Wertung getroffen  13

7.       Hausdurchsuchung beim Erzbischof von Mechelen-Brüssel. Vatikan empört 13

8.       England: Priesterlöcher und Spione – Mission während der Reformation  13

9.       Italien: kulturelle und politische Gründe für Verteidigung des Kruzifixes  14

10.   Der Rücktritt von Bischof Mixa  14

11.   Menschenrechtsexperte Oehring: „Mehr Irak-Flüchtlinge aufnehmen“  15

12.   Pakistan: Christen unter Druck  15

13.   Italien: Nährboden für heilige Ehepaare  15

14.   Benedikt XVI: Glaube ist vernünftig, Vernunft braucht den Glauben  16

15.   Mainz. Begegnung des Generalvikars mit KZ-Überlebenden  16

16.   Österreich: Bischöfe beschließen Maßnahmen gegen Missbrauch  17

17.   "Stiftung Opferschutz" in Österreich. Entschädigung für Missbrauchsopfer 17

18.   Italien: Älteste Aposteldarstellungen entdeckt 17

19.   Arbeitgeber Kirche Bei Kirchenaustritt Kündigung  18

 

 

 

 

Lunedì 28 giugno. Il commento al Vangelo. “Ti seguirò dovunque tu andrai”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 8,18-22) commentato da P. Lino Pedron 

 

18 Vedendo Gesù una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all'altra riva. 19 Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai». 20 Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo».

21 E un altro dei discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre». 22 Ma Gesù gli rispose: «Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti».

I cap. 8 e 9 non contengono solo racconti di miracoli. Questo brano racconta due episodi di persone che vogliono seguire Gesù.

Diventare discepolo di Gesù non è semplicemente accettare una dottrina: è condividere il suo destino, è lasciare tutto e tutti per seguire lui. Il discepolo chiamato da Gesù deve abbandonare "subito" (Mt 4,19.22) ogni cosa, anche la famiglia. La chiamata di Gesù non ammette dilazioni o condizioni. La scelta di Cristo fa passare in second'ordine anche le cose più sacre come il funerale del proprio padre. Il Dio vivo è più importante del padre morto. De.it.press

 

 

 

 

Martedì 29 giugno. Il commento al Vangelo. “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 16,13-19) commentato da P. Lino Pedron 

 

13 Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». 14 Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15 Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». 16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17 E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Gesù pone la domanda fondamentale, sulla quale si decide il destino di ogni uomo: "Voi chi dite che io sia?". Dire chi è Gesù è collocare la propria esistenza su un terreno solido, incrollabile.

La risposta di Pietro è decisa e sicura. Ma il suo discernimento non deriva dalla "carne" e dal "sangue", cioè dalle proprie forze, ma dal fatto che ha accolto in sé la fede che il Padre dona.

Gesù costituisce Pietro come roccia della sua Chiesa: la casa fondata sopra la roccia (cfr 7,24) comincia a prendere il suo vero significato.

Non è fuori luogo chiedersi se Pietro era pienamente cosciente di ciò che gli veniva rivelato e di ciò che diceva. Notiamo il forte contrasto tra questa professione di fede seguita dall’elogio di Gesù: "Beato te, Simone…" e l’incomprensione del v. 22: "Dio te ne scampi, Signore…" e infine l’aspro rimprovero di Gesù: "Via da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!".

Questo contrasto mette in evidenza la differenza tra la fede apparente e quella vera: non basta professare la messianicità di Gesù. Bisogna credere e accettare che il progetto del Padre si realizza attraverso la morte e la risurrezione del Figlio.

Pietro riceve le chiavi del regno dei cieli. Le chiavi sono segno di sovranità e di potere. Pietro dunque insieme alle chiavi riceve piena autorità sul regno dei cieli. Egli esercita tale autorità sulla terra e non in funzione di portinaio del cielo, come comunemente si pensa. In qualità di trasmettitore e garante della dottrina e dei comandamenti di Gesù, la cui osservanza apre all’uomo il regno dei cieli, egli vincola alla loro osservanza.

Gli scribi e i farisei, in quanto detentori delle chiavi fino a quel momento, avevano esercitato la medesima autorità. Ma, rifiutando il vangelo, essi non fanno altro che chiudere il regno dei cieli agli uomini. Simon Pietro subentra al loro posto.

Se si considera attentamente questa contrapposizione, risulta che il compito principale di cui è incaricato Pietro è quello di aprire il regno dei cieli. Il suo incarico va descritto in senso positivo.

Non si potrà identificare la Chiesa con il regno dei cieli. Ma il loro accostamento in quest’unico brano del vangelo offre l’opportunità di riflettere sul loro reciproco rapporto. Alla Chiesa, quale popolo di Dio, è affidato il regno dei cieli (cfr 21,43). In essa vivono gli uomini destinati al Regno. Pietro assolve il proprio sevizio nella Chiesa quando invita a ricordarsi della dottrina di Gesù, che permette agli uomini l’ingresso nel Regno.

Nel giudaismo, gli equivalenti di legare e sciogliere (‘asar e sherà’) hanno il significato specifico di proibire e permettere, in riferimento ai pronunciamenti dottrinali. Accanto al potere di magistero si pone quello disciplinare. In questo campo i due verbi hanno il senso di scomunicare e togliere la scomunica.

Questo duplice potere viene assegnato a Pietro. Non è il caso di separare il potere di magistero da quello disciplinare e riferire l’uno a 16,19 e l’altro a 18,18. Ma non è possibile negare che in questo versetto 19 il potere dottrinale, specialmente nel senso della fissazione della dottrina, sta in primo piano.

Pietro è presentato come maestro supremo, tuttavia con una differenza non trascurabile rispetto al giudaismo: il ministero di Pietro non è ordinato alla legge, ma alla direttiva e all’insegnamento di Gesù.

Il legare e lo sciogliere di Pietro viene riconosciuto in cielo, cioè le decisioni di carattere dottrinale prese da Pietro vengono confermate nel presente da Dio. L’idea del giudizio finale è più lontana, proprio se si includono anche decisioni disciplinari.

Nel vangelo di Matteo, Pietro viene presentato come il discepolo che fa da esempio. Ciò che gli è accaduto è trasferibile ad ogni discepolo. Questo vale sia per i suoi pregi sia per le sue deficienze, che vengono impietosamente riferite. Ma a Pietro rimane una funzione esclusiva ed unica: egli è e resta la roccia della Chiesa del Messia Gesù. Pietro è il garante della tradizione su Cristo com’è presentata dal vangelo di Matteo.

Nel suo ufficio egli subentra agli scribi e ai farisei, che finora hanno portato le chiavi del regno dei cieli. A lui tocca far valere integro l’insegnamento di Gesù in tutta la sua forza. De.it.press

 

 

 

Mercoledì 30 giugno. Il commento al Vangelo. La guarigione di due indemoniati

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 8,28-34) commentato da P. Lino Pedron 

 

28 Giunto all'altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva più passare per quella strada. 29 Cominciarono a gridare: «Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?».

30 A qualche distanza da loro c'era una numerosa mandria di porci a pascolare; 31 e i demòni presero a scongiurarlo dicendo: «Se ci scacci, mandaci in quella mandria». 32 Egli disse loro: «Andate!». Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei flutti. 33 I mandriani allora fuggirono ed entrati in città raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati. 34 Tutta la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio.

I discepoli, salvati dal pericolo di essere sommersi dalle onde del mare, assistono al miracolo della liberazione di due indemoniati e alla perdizione dei demoni sommersi nei flutti del mare. La domanda dei demoni: "Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?" significa che la breve permanenza di Gesù nella terra dei gadareni è un'anticipazione della vittoria sul maligno che Gesù opererà con la sua morte e risurrezione.

A differenza dei discepoli che si pongono la domanda sull'identità di Gesù, i demoni lo riconoscono subito senza esitazione: è il Figlio di Dio. I demoni riconoscono la superiorità di Gesù, Figlio di Dio, e cercano una resa, la meno disastrosa possibile, chiedendo di poter restare sul territorio nei corpi dei porci. E Gesù disse loro: "Andate!".

Ad una lettura superficiale sembra che Gesù venga a patti con i demoni. In realtà questa concessione è un tranello che nasconde la sconfitta definitiva. Il precipitare della mandria di porci posseduti dai demoni nelle acque del mare ci richiama l'affondamento del faraone e del suo esercito nel mare (Es 14,28) e la caduta di satana dal cielo (Ap 12,4).

I demoni, che avevano cercato scampo entrando nei porci, sono precipitati definitivamente nel luogo della loro perdizione, negli abissi del mare. L'episodio ci insegna che non esiste alcuna possibilità di compromesso tra Gesù e satana: sono nemici irriducibili.

Gesù, che scaccia i demoni con la potenza della sua parola, resta impotente di fronte agli uomini che non comprendono il beneficio di liberazione che aveva portato loro. Il miracolo è accolto con disappunto dalla gente del luogo. Come egli ha cacciato i demoni, così i gadareni cacciano lui. L'espressione "lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio" forse indica la gentilezza e le belle maniere che i gadareni usarono verso Gesù perché se ne andasse senza reagire e senza provocare danni maggiori.

Il grido degli indemoniati: "Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?" (v. 29) manifestava, sostanzialmente, il pensiero di tutti i gadareni. De.it.press

 

 

 

 

Fine vita. Germania, sentenza choc. «Sì all'eutanasia passiva»

 

Staccare il tubo che serve a tenere in vita un paziente in coma da anni non è reato. Lo ha sentenziato oggi il "Bundesgerichtshof" (Bgh), la Corte di Cassazione, che ha assolto un avvocato condannato a nove mesi di reclusione per aver consigliato a una sua cliente di tagliare il tubo che serviva ad alimentare artificialmente la madre. L'anziana donna, ricoverata dall'ottobre 2002 in una casa di riposo di Bad Hersfeld, nell'Assia, dopo essere entrata in coma in seguito ad un ictus, aveva in precedenza espresso l'intenzione di non voler essere mantenuta in vita artificialmente. Rispettando il volere della madre, la figlia aveva tagliato nel dicembre 2007 la sonda collegata allo stomaco della madre, ma il personale se ne era accorto in tempo aveva ripristinato l'alimentazione forzata. Due settimane dopo la paziente era deceduta per collasso circolatorio.

 

Nell'aprile del 2009 il tribunale di Fulda aveva condannato per tentato omicidio a nove mesi di reclusione con la condizionale e a un'ammenda di 20mila euro l'avvocato bavarese Wolfgang Putz per aver consigliato alla sua assistita di tagliare il tubo con cui veniva forzatamente alimentata la madre di 76 anni, per la quale i medici avevano diagnosticato l'impossibilità di un ritorno a condizioni di coscienza e di guarigione. Adesso il "Bgh" ha assolto l'avvocato Putz, motivando la decisione con il fatto che «l'interruzione del mantenimento in vita in conformità alla volontà espressa dal paziente non è punibile». Con questa sentenza viene confermato che l'accanimento terapeutico non può essere esercitato nemmeno su quei pazienti che non hanno firmato il testamento biologico, la cui validità è stata confermata lo scorso anno dal Bundestag. In Germania sono più di 10 milioni le persone che hanno già sottoscritto un testamento biologico.

 

La corte tedesca di ultima istanza ha deciso oggi che ai malati terminali tenuti in vita artificialmente deve essere garantito il diritto di morire, se ne hanno espresso la volontà, in una storica sentenza sul suicidio assistito. Dopo anni di dibattito sull'eutanasia, la Corte Federale di Giustizia ha accolto il ricorso presentato da Putz.

 

Il tribunale ha stabilito che chi ha la tutela del malato deve poter interrompere i supporti vitali se queste sono le sue volontà. Quando i giudici hanno letto la sentenza, che medici ed esperti legali hanno definito uno spartiacque, nell'aula di tribunale di Karlsruhe, nella Germania sudoccidentale, sono esplosi gli applausi.

 

«La sentenza di oggi fornisce chiarezza legale su un aspetto fondamentale del conflitto tra ciò che è permesso in senso passivo e vietato in quello attivo», ha commentato il ministro della Giustizia, Sabine Leutheusser- Schnarrenberger. «Parliamo del diritto di una persona a decidere, e quindi viene toccata una questione fondamentale: come vivere con dignità». L’Avvenire 26

 

 

 

 

 

Pedofilia, Bertone contro giustizia belga: «Peggio che nel regime comunista»

 

Il Segretario di Stato: «Il sequestro dei vescovi fatto inaudito»

 

CITTÀ DEL VATICANO - È stato «un sequestro, un fatto inaudito e grave, non ci sono precedenti nemmeno nei regimi comunisti»: lo ha detto il segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, a proposito dei vescovi belgi trattenuti per 9 ore dagli inquirenti di Bruxelles nell'ambito delle indagini sulla pedofilia nella Chiesa. «Sono stati senza mangiare e senza bere», ha denunciato.

 

Le parole di Bertone arrivano all'indomani delle perquisizioni della polizia nell'arcivescovado di Mechelen e nella cattedrale di Saint Rombout, con tanto di apertura delle tombe dei cardinali Jozef-Ernest Van Roey e Leon-Joseph Suenens. Quell'intrusione nella cripta da parte degli inquirenti belgi, alla ricerca di eventuali documenti segreti sugli abusi nella diocesi, ha provocato tensioni diplomatiche tra il Vaticano e il Belgio.

 

Oggi la battaglia si combatte sulla stampa. «Un blitz nella cripta di una cattedrale, come fosse il cuore di un'organizzazione criminale - scrive oggi Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana -. Forzare le tombe di due vescovi, violarne i sepolcri cercando segreti dossier, che però non ci sono. Ha il sapore di un film di Dan Brown quello che è successo a mechelen, in Belgio».

 

«Era davvero necessario arrivare con i martelli pneumatici in una cripta mortuaria? - si legge ancora sul giornale dei vescovi - E non assume invece, un simile assalto, un valore simbolico, il segno di una voglia di attaccare la Chiesa nella sua totalità?».

 

«In quel blitz - prosegue l'editoriale - c'è l'eco di un 'redde rationem', di un rendimento di conti con la pretesa originaria della Chiesa: cioè di portare Cristo e la sua verità. Che fastidiosamente, e più che mai in un Paese secolarizzato come il Belgio, cozza contro la cultura dominate e il suo idolo, l'Io vezzeggiato, libero da ogni legge che non sia la sua».

 

«Roma scomunica la giustizia» belga, titola a tutta pagina il quotidiano fiammingo De Morgen. Anche l'altro principale giornale nerlandofono, De Standaard, dedica quasi tutta la prima pagina alla vicenda con un fotomontaggio che richiama le copertine dei libri di Dan Brown e sul cui sfondo compare l'immagine dell'ex primate del Belgio, il cardinale Godfried Danneels, la cui casa è stata perquisita mercoledì scorso. Il titolo, con un gioco di parole sempre basato sulle opere di Brown recita: «Il codice Danneels». IM 26

 

 

 

 

 

Il blitz nella cattedrale belga. Oltraggio che nulla ripara e molto svela

 

Un blitz nella cripta di una cattedrale, come fosse il cuore di una organizzazione criminale. Forzare le tombe di due vescovi, violarne i sepolcri cercando segreti dossier – che però non ci sono. Ha il sapore di un film di Dan Brown quello che è successo a Mechelen, in Belgio. Nell’ambito di una inchiesta su casi di pedofilia nella Chiesa belga un giudice ha ordinato interrogatori di vescovi, e sequestri di dossier, e anche la perquisizione nella cattedrale, capolavoro duecentesco che da secoli è il simbolo della città vicina a Bruxelles.

 

Non è in discussione la liceità delle indagini, né l’esigenza di arrivare alla verità, se abusi ci sono stati: da mesi il Papa insiste sulla necessità di riparare al male fatto. Fatto anche in Belgio. Da singoli uomini. Ma in questo blitz in cattedrale, nella violazione delle tombe di due arcivescovi della diocesi di Bruxelles, si legge qualcosa che va oltre la legittima esigenza di giustizia. Era davvero necessario arrivare, come ha scritto la stampa belga, con i martelli pneumatici in una cripta mortuaria? E non assume invece, un simile assalto, un valore simbolico, il segno di una voglia di attaccare la Chiesa nella sua totalità?

 

"Operazione Chiesa", è il nome della inchiesta della magistratura belga, ed è un nome significativo. Un nome che indica il bersaglio. Non i singoli colpevoli, ma "la" Chiesa. E non tanto per le colpe terribili e odiose di alcuni suoi ministri, quanto per ciò che la Chiesa stessa rappresenta, per ciò che "è". C’è l’eco, in quel blitz sulle tombe, di un di un rendimento di conti con la pretesa originaria della Chiesa: cioè di portare Cristo, e la sua verità. Che fastidiosamente, e più che mai in un Paese secolarizzato come il Belgio, cozza contro la cultura dominante e il suo idolo – l’Io vezzeggiato, libero da ogni legge che non sia la sua.

 

Non si spiega altrimenti la brutalità e la voluta vistosità di questa incursione. Come se si volesse colpire proprio al cuore. Di chiese aggredite nella storia ce ne sono state tante, e con ben altra distruttività. In rivoluzioni e tragedie imparagonabili a questo piccolo blitz di un giudice, incursione legale, protetta dai timbri di un ordine di perquisizione. E tuttavia, violare tombe di cardinali in una cattedrale, pur con i crismi della legge, è un gesto che sa di violenza. Cogliendo la circostanza tragica degli abusi pedofili, colpire non i colpevoli, ma mirare al cuore.

 

Al cuore, nelle viscere di una quelle splendenti cattedrali che costellano le nostre città d’Europa. A osservarle dall’alto, appaiono come il centro di una ragnatela di case, di storie, di uomini. Come radici, quei colossi di marmi, della città attorno; e madri, cui comunque anche da lontano, o col ricordo, si ritorna. Segni di pietra delle origini del nostro vivere in comunità.

 

Per questo il blitz di un giudice sconosciuto in una piccola città lontana addolora. Quella chiesa è un cuore. Alla gente è stato detto, in un metalinguaggio trasparente, che il cuore comune è depositario forse di vergognosi segreti. Lo si è forzato, violato, per cercarli. E anche se niente è stato trovato il senso di una profanazione rimane, insieme agli indimostrati ma angosciosi dubbi seminati; come se proprio la radice di quella città, di quel popolo si volesse incrinare.

Marina Corradi, Avvenire 26

 

 

 

 

Il Papa contro i magistrati belgi: «Perquisizioni deplorevoli»

 

Il ministro della Giustizia del Belgio: «Un po' esagerata la reazione del cardinale Bertone»

 

ROMA  - Il papa ha espresso solidarietà ai vescovi belgi definendo «deplorevole e sorprendenti» le perquisizioni compiute dalla polizia, su ordine della magistratura belga, nell'arcivescovado di Mechelen-Bruxelles. Intanto il ministro belga della Giustizia definisce «un po' esagerata» la reazione di Bertone.

 

«In questo triste momento - scrive Benedetto XVI in un messaggio al presidente della conferenza episcopale belga, mons. Andrè-Joseph Leonard - desidero esprimere la mia particolare vicinanza e solidarietà a Lei, caro Fratello nell'Episcopato, e a tutti i Vescovi della Chiesa in Belgio, per le sorprendenti e deplorevoli modalità con cui sono state condotte le perquisizioni nella Cattedrale di Malines e nella Sede dove era riunito l'Episcopato belga». I vescovi, sottolinea ancora il papa, erano riuniti «in una Sessione plenaria che, tra l'altro, avrebbe dovuto trattare anche aspetti legati all'abuso di minori da parte di Membri del Clero».

 

Benedetto XVI auspica poi che sui casi di pedofilia in Belgio «la giustizia faccia il suo corso», ma «nel rispetto della reciproca specificità e autonomia» della Chiesa. «Più volte - prosegue il papa nel messaggio a mons. Leonard - io stesso ho ribadito che tali gravi fatti vanno trattati dall'ordinamento civile e da quello canonico, nel rispetto della reciproca specificità e autonomia. In tal senso - aggiunge - auspico che la giustizia faccia il suo corso, a garanzia dei diritti fondamentali delle persone e delle istituzioni, nel rispetto delle vittime, nel riconoscimento senza pregiudiziali di quanti si impegnano a collaborare con essa e nel rifiuto di tutto quanto oscura i nobili compiti ad essa assegnati».

 

Il ministro della Giustizia belga, Stefaan De Clerck, ha giudicato «un po' esagerata» la reazione di ieri del segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone. De Clerck ha cercato di sdrammatizzare la situazione. «Non è il caso di farne un incidente diplomatico, durante la perquisizione, i vescovi sono stati trattati normalmente». Il commento di Bertone «si è basato su elementi non corretti». Bertone ieri aveva criticato il modo in cui la polizia, nel corso della perquisizione, avrebbe di fatto «sequestrato» per nove ore i vescovi del Belgio. IM 27

 

 

 

 

 

Il passo falso del cardinale

 

Non è che meravigli più di tanto, in questi tempi, che un principe della Chiesa si trovi nel mezzo di una bufera. Ma che il cardinale Sepe sia indagato per corruzione nell’inchiesta sulle Grandi Opere è una notizia che brucia dolorosamente nell’animo dei credenti. L’attuale arcivescovo di Napoli è stato presidente di Propaganda Fide, l’organismo che presiede alle attività missionarie in ogni parte del mondo. L’ente dispone di un patrimonio di nove miliardi di euro (con 2000 appartamenti a Roma) e la cosa di per sé non suscita scandalo, dal momento che deve sostenere 1077 delle 2883 circoscrizioni ecclesiastiche del mondo, quelle delle zone più povere dell’Asia e dell’Africa. Dietro questi numeri, un occhio scevro di pregiudizi vede affiorare i volti emaciati degli ultimi della terra, la dedizione di preti e volontari che divulgano il Vangelo, costruendo scuole, ospedali, opere caritative. Conta piuttosto il modo con cui si impiegano le ingenti risorse, inseparabile dallo spirito con cui vengono promosse, senza lasciarsi contaminare da opportunismi e compromissioni con le potenze di questo mondo.

 

Ecco, il cardinale, che pure è diventato popolare a Napoli per le denunce contro la camorra e per il suo linguaggio da scugnizzo, è accusato di avere intrattenuto a suo tempo rapporti, e coltivato interessi di natura finanziaria, con personaggi dal non limpido profilo etico. Si tratterebbe di uno scambio di «favori», di una pratica che siamo soliti attribuire alle congreghe della politica. Stupisce che, assistito dalla millenaria sapienza della Chiesa, non abbia saputo tenersi alla larga da inaffidabili compagnie, non abbia evitato, come detta il Catechismo, «le occasioni prossime di peccato». Lascia poi interdetti, come indizio di una carente prudenza ecclesiale, la sua autodifesa che chiama in causa, pubblicamente e non nelle segrete stanze o nel confronto con i magistrati, i suoi nemici «dentro e fuori la Chiesa». Con esplicita allusione a una lotta di potere che scuote i sacri palazzi. E’ un’altra croce per Benedetto XVI, per la sua proclamata, inflessibile volontà di fare chiarezza, di non venire meno al dovere della verità. I credenti, in turbata attesa, registrano, tra tutti, un episodio minore ma emblematico della vicenda: la concessione di un alloggio in uso gratuito per anni a Guido Bertolaso, per metterlo al riparo da certi dissidi familiari. Questo, da parte di Propaganda Fide, e non per un tucul nell’Africa profonda, ma per un costoso appartamento nel centro di Roma. LORENZO MONDO

 LS 27

 

 

 

 

 

Cripte, sepolcri e attacchi dalla Chiesa. Se i magistrati copiano Dan Brown

 

Belgio: l’azione degli uomini di legge in un Paese senza governo e secolarizzato

di VITTORIO MESSORI

 

Dal Belgio, per la Chiesa cattolica, buone notizie. Buone? Forse sì, almeno in una prospettiva di Realpolitik. In effetti, anche chi può aver ragione passa, se esagera, dalla parte del torto. E, poi, vale pur sempre il detto, secondo il quale ne uccide più il ridicolo che la spada. Cominciamo dalla esagerazione — non sai se grottesca o ignobile — della magistratura belga, che invia una brigata di gendarmi per sequestrare l’intera Conferenza episcopale del Paese. Severi ufficiali confiscano tutti i telefoni dei prelati e impediscono ogni comunicazione con l’esterno. Per impedire che cosa? Che i vescovi telefonino in Vaticano, chiedendo un blitz liberatorio della Guardia Svizzera, reparto paracadutisti? O che avvertano qualche monsignore, intento a pratiche disdicevoli nel palazzo stesso, di ricomporsi subito e di congedare il partner minorenne, visto che in casa sono giunti i severi custodi della moralità laica? Che telefonino ai complici, nelle singole diocesi, di far sparire ogni traccia di esercizio sessualmente scorretto, dopo che ormai da anni in Belgio — e non solo lì — tutto è stato setacciato sia dalle autorità religiose che da quelle statali?

Da vaudeville anche il colonnello comandante dell’operazione che, davanti al passaporto diplomatico del Nunzio apostolico, presente all’adunata episcopale, si consulta con i superiori, questi con il ministro (virtuale, tra l’altro, da tempo il Belgio non ha più un governo). Alla fine, seppur con rammarico, il Nunzio è lasciato uscire, pare addirittura con telefonino. Astuto, e certo fruttuoso, anche l’intervento dei tecnici informatici per il prelevamento del disco fisso del computer dell’ex cardinale primate : molto probabile, in effetti, che l’anziano porporato tenesse proprio lì messaggi e foto compromettenti, magari scambi di affettuosità con giovanetti adescati su Facebook.

Ma il ridicolo più devastante, per i magistrati d’assalto belgi, lo si è raggiunto con le tombe dei due cardinali arcivescovi nella cripta della millenaria, splendida cattedrale di quella Malines, Mechelen in fiammingo, che per antico privilegio, è tuttora la metropoli religiosa del Paese. Non escludiamo che, oltre a Dan Brown, anche Umberto Eco possa prendere ispirazione dall’episodio per aggiungere un capitolo a una nuova edizione de Il pendolo di Foucault. Che, come si sa, è una beffarda presa in giro di personaggi come questi giudici, ossessionati da enigmi, misteri, codici segreti: sempre e solo cattolici, s’intende. Gli inquirenti, evidentemente già creduli di loro, sono cascati nello scherzo di un buontempone: «Andate nell’antica cattedrale, scendete nella oscura cripta, aprite i venerati sepolcri dei Porporati: lì troverete le pergamene che provano il complotto dei sacerdoti attuali, adepti di culti pederastici come già lo furono i loro predecessori, i Templari».

Tutti sanno, infatti, che il modo più rapido e sicuro per nascondere dossier compromettenti è convocare una squadra di operai, farli lavorare ore attorno a dei sarcofaghi artistici per staccare il pesantissimo coperchio in pietra senza troppo danneggiarlo, sollevarlo con apposite macchine e, prima di richiuderlo e risigillarlo, riempirlo con i documenti che attestano i riti osceni dei prelati. Il tutto di notte, ovviamente, visto che la cattedrale di Malines è tra le più frequentate non solo dai devoti ma anche dai turisti che potrebbero insospettirsi per il va e vieni di muratori e di mezzi. Ma che fare poi, di quegli operai? Si sa che gli egizi, terminato e chiuso l’accesso al labirinto che portava alla camera sepolcrale della piramide, procedevano allo sgozzamento rituale sul posto di tutti coloro che, avendoci lavorato, conoscevano il segreto. Ma è cosa che ricordiamo sottovoce, perché non vorremmo essere presi sul serio dai belgi, che potrebbero indagare per una possibile strage di muratori ordinata dal Primate.

In ogni caso, al di là di battute amare: quello degli abusi sessuali è un caso troppo grosso per essere lasciato a simili inquirenti. Il segretario di Stato ha fatto il suo dovere protestando, ma lasci stare confronti con bolscevichi russi e anarchici spagnoli, che erano terribilmente seri nella loro ferocia. Si potrebbe, invece, ricordare cose evidenti ma dimenticate da un Belgio che si vanta di essere uno dei Paesi più secolarizzati, dove l’emarginazione dei cattolici è ogni giorno crescente. Lo Stato nacque, nel 1830, per la libera unione di valloni e fiamminghi: parlavano lingue diverse, avevano tradizioni e storie diverse, ma erano uniti da un cattolicesimo solido e fervente. Dunque, non sopportavano la sottomissione al persecutorio calvinismo olandese. L’unione è durata sino a quando il Paese si è riconosciuto come cattolico: ora, quell’unico collante si è dissolto e il Belgio è ormai una finzione ingovernabile. Forse, anche simili operazioni confermano la confusione di uno Stato che da anni non riesce a esprimere neppure un governo ma, almeno nella intellighenzia, sembra unito soltanto dall’avversione anti-romana.  CdS 27

 

 

 

 

 

Deceduto don Giambattista Baselli. L’omelia del vescovo di Crema mons. Cantoni

 

E’ deceduto in Italia don Giambattista Baselli, direttore dell’Udep di Francoforte negli anni 70-inizi 80, fino al rientro in diocesi. Mercoledì 9 giugno si sono svolti i funerali e qui rimprendiamo l’omelia tenuta dal vescovo di Crema mons. Oscar Cantoni

 

Fare la volontà di Dio, fino all’ultimo respiro, anche nella sofferenza e nella prova. Questo fu il vivo desiderio di don Gianbattista, frutto maturo di un cammino di fede che gli ha permesso di giungere a questa profonda libertà: quella di consegnarsi, senza rimpianti, a Dio, nella certezza che e in vita e in morte, niente avrebbe potuto separarlo da Lui.

 

A conferma dello stile con cui il cristiano adulto nella fede affronta il futuro accettandolo come piace a Dio, scrive s.Francesco di Sales: “Il cuore indifferente è come un blocco di cera nelle mani di Dio: riceve tutte le forme del beneplacito eterno; un cuore che non ha scelte, disposto ugualmente a tutto, senza nessun altro oggetto per la propria volontà che la volontà di Dio”.

Mentre nel suo corpo, la salute veniva meno e avvertiva un progressivo, lento decadimento, don Baselli, che voleva essere ancora utile alla sua Chiesa, da lui tanto amata e alla quale ha donato le sue energie, accettava di buon grado la volontà di Dio. Più volte mi aveva confidato: “tutte le mie sofferenze, sono a vantaggio della nostra Chiesa di Crema, perché si purifichi e si rinnovi nella fedeltà a Dio e all’uomo”.

“Non hai gradito sacrifici e offerte, un corpo mi hai preparato”, allora ho detto: io vengo”.

Quando non abbiamo più niente da offrire, ci rimane solo da offrire noi stessi. E’ l’offerta d’amore che il Padre maggiormente gradisce.

Non è facile per chi ha vissuto un’intera vita nel ministero pastorale sentirsi inattivo, quando le forze vengono meno e si è privi di impegni pastorali diretti. E’ la prova più difficile da accettare, ma se vissuta nella fede, anche questo momento è un tempo di grazia, perché è comunione con il Cristo sofferente, sacerdote e vittima, che, conficcato sulla croce, non ha che da offrire per amore il suo corpo e affidarsi alla fedeltà di Dio padre. Questo stile è quello vissuto da don Baselli in questi ultimi anni. Voleva tuttavia essere costantemente informato sulla vita della diocesi; non si sentiva ai margini, perché era cosciente di servire con un altro qualificato ministero: quello della preghiera e della totale, libera consegna di sé. E’ questo il dono che egli ci lascia, il segno concreto dell’ amore con cui egli ha accompagnato e sostenuto la storia recente della nostra Chiesa.

Al vederlo a prima vista, don Gian Battista poteva apparire un uomo severo e riservato.  Difficilmente, infatti, lasciava emergere i suoi sentimenti profondi, che dischiudeva invece a quanti godevano della sua amicizia e fiducia. Certo, non nascose la sua inquietudine, che lo condusse a cercare la volontà di Dio per sé nelle forme più radicali della vita cristiana, ma questa continua tensione gli ampliò gli orizzonti, così da mettersi a disposizione della Chiesa in Svizzera e in Germania; in parrocchia (fu vicario a s.Maria della croce, parroco a Chieve, cappellano a s.Trinita), ma anche in impegni di grande responsabilità, a servizio del vescovo Cambiaghi, in seminario, in azione cattolica, nelle aggregazioni laicali, come assistente dell’istituto secolare delle figlie di s.Angela, come consulente dell’Ucid.

Ben si addicono alla personalità di don Baselli le parole franche di Gesù a riguardo della sua missione: “sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49-50) La sua ansia pastorale lo poneva come una sentinella che scuote i dormienti e propone soluzioni pastorali coraggiose, adatte all’oggi.

La sua opera più matura, per cui la diocesi gli è grata, fu però l’animazione del Sinodo diocesano, (indetto nell’89 e concluso nel 94), che don Baselli coordinò con intelletto d’amore, coinvolgendo i laici in un progetto di corresponsabilità piena all’interno della Chiesa.

L’intento di questo sinodo fu di aggiornare la vita della Chiesa cremasca agli orientamenti del Vaticano II e di offrire una risposta alle sfide del nostro tempo mediante una “nuova evangelizzazione”. Don Baselli contribuì validamente, con le sue stimolazioni, a leggere “i segni dei tempi, per riconoscervi in essi la presenza dello Spirito di Dio e insieme per cercare quale servizio la Chiesa potesse offrire all’uomo contemporaneo.

L’ultimo ministero che don Baselli espletò fu quello di essere testimone e diffusore della misericordia divina come penitenziere in duomo. Qui raccolse le segrete confidenze e le lacrime di conversione di tanti penitenti, ai quali donò il fuoco vivo dello Spirito, che rimette i peccati e rigenera a vita nuova.

La comunità cristiana, con la sua preghiera, lo affida ora, in piena fiducia, alla misericordia del Padre. In don Giambattista, Dio padre riconosca il volto gioioso del Cristo, suo Figlio, al quale egli si è identificato lungo tutta la sua lunga esistenza terrena. (de.it.press)

 

 

 

 

Accuse gravi ancora tutte da provare

 

Dopo lo scandalo dei preti pedofili e le accuse al Papa di correità, arrivano ora quelle di corruzione e di violenze su drogati. Continua l’attacco alla Chiesa

 

Sconforta appurare che l’Arcivescovo di Napoli, Card. Crescenzio Sepe, dal 2001 al 2006 a capo di Propaganda Fide, sia indagato dalla Procura di Perugia per “corruzione aggravata”, insieme a Pietro Lunardi, nello stesso periodo Ministro delle Infrastrutture; e che l’ormai ottantacinquenne don Pierino Gelmini, incriminato di molestie da alcuni ospiti della Comunità Incontro di Amelia da lui fondata nel 1963 (oggi conta in Italia 164 sedi e 74 nel resto del mondo), dovrà affrontare il processo che inizierà (solo!) il 29 marzo 2011. Accuse gravi che si aggiungono alle denunce, altrettanto recenti, di pedofilia nei confronti di diversi prelati; o alle critiche rivolte a Benedetto XVI, presunto autore di “lettere conniventi” (parole degli inquisitori), risultate invece inesistenti; o ripreso in una fotografia, rivelatasi poi manipolata, in cui il giovane Ratzinger, compiaciuto e convinto, fa il saluto nazista.

 

   Perdura il continuo buttar fango sugli ecclesiastici. Un attacco che puzza di laicismo anticlericale; che tende sempre a generalizzare, come se tutto il clero fosse depravato e vizioso; che trascura il fatto che anche i sacerdoti sono uomini, quindi soggetti alle debolezze della natura umana; che spinge a pensare che la Chiesa, forte del suo potere politico ed economico, venga meno al dovere di testimoniare e diffondere l’amore per il prossimo.

   Tra l’altro, alcuni precedenti fanno pensare ad errori degli inquirenti, a volte dovuti ad anticlericalismo, quindi a pregiudizio. Anche il Card. Michele Giordano, predecessore del Card. Sepe a Napoli, tra il 1998 ed il 2000 fu accusato di usura dalla Procura di Lagonegro (Potenza) che fece perquisire la Curia ed attivò intercettazioni telefoniche sulla sua utenza. Al termine del processo con rito abbreviato fu però assolto “per non aver commesso il fatto”. Sarà solo un caso, ma titolare dell'inchiesta a suo carico fu, tra gli altri, il Pm Manuela Comodi, che ora, nella Procura di Perugia, indaga su Sepe.

   Pure don Gelmini può rincuorarsi pensando a Vincenzo Muccioli. Che non era un prete ma, da uomo ispirato ai principi cristiani del rispetto della vita, della famiglia e della dignità della persona, costituì la Fondazione San Patrignano, la più grande comunità europea di terapia dei tossicodipendenti e degli emarginati. Tuttavia dovette difendersi in due processi, nel 1984 dalla accusa di sequestro di persona e maltrattamenti e nel 1994 da quella di omicidio colposo, conclusisi entrambi con l’assoluzione. Nel 1997, due anni dopo la sua morte, la comunità fu riconosciuta dalle Nazioni Unite quale Organizzazione non Governativa e, dallo Stato italiano, come Ente Morale per aver garantito a migliaia di giovani un completo e gratuito servizio riabilitativo, formazione professionale e ripresa degli studi comprese. Inoltre, molti Comuni, tra i quali Milano, Verona, Pescara, San Remo e Bologna, gli hanno dedicato una piazza o una via. Onori tardivi che non hanno potuto alleviare la sofferenza morale di Muccioli e della sua famiglia. La stessa che sconvolge ora il Card. Sepe e l’ex don Gelmini sui quali pendono accuse gravi ancora tutte da provare ma che mal si conciliano con la serenità che essi dimostrano, sia pure sotto il peso di una croce inattesa e gravosa, nonché con la stima e l’affetto loro dimostrati da chi li conosce e ne ha apprezzato la dedizione ed il lavoro.

   Non intendo entrare nel merito delle imputazioni loro rivolte che tuttavia sembrano assurde, a giudicare da quanto affermato dai due incriminati e confermato da testimoni. Sarà anche vero che, mentre era a capo di Propaganda Fide, il cardinale abbia ceduto a Lunardi, per 2,8 milioni di euro (somma immediatamente trasferita all'Amministrazione patrimonio sede apostolica, per essere destinata alla attività missionaria nel mondo), l’immobile in via dei Prefetti, che aveva un valore ben superiore, ottenendo in cambio - secondo gli inquirenti - il decreto ministeriale che diede il via libera ad un finanziamento di 2,5 milioni di euro per il restauro della sede di Propaganda Fide di piazza di Spagna; ma è anche certo che lo stabile fosse in cattive condizioni, quindi da ristrutturare. Avrà pure affittato la casa di via Giulia a Guido Bertolaso che però non avrebbe mai pagato, perché era l’imprenditore Anemone a versare il canone. Ma il cardinale poteva non saperlo, dato che i bilanci erano sempre approvati dalla Prefettura per gli affari economici e dalla Segreteria di Stato. Non a caso il Vaticano ha reagito all’avviso di garanzia con espressioni di stima nei confronti di chi “ha lavorato e lavora per la Chiesa e per il popolo che gli è affidato… e ha diritto ad essere rispettato e stimato” (parole di padre Federico Lombardi).

   Improbabili anche le incriminazioni rivolte a don Gelmini, che la Procura di Perugia aveva a suo tempo archiviate grazie alla testimonianza di migliaia di giovani salvati dall’incubo degli allucinogeni. L’unica fonte d’imputazione è costituita dalle dichiarazioni, spesso contraddittorie, di ex drogati alcuni dei quali hanno chiesto denaro in cambio del ritiro di “accuse false”. Un vero ricatto che gioca a favore di don Pierino e che la dice lunga, se non su un complotto, quanto meno sulla voglia di guadagnarci. Senza contare che è impensabile che un uomo già avanti con l’età possa prevalere su giovanotti robusti e spesso violenti. Ora c’è solo da augurarsi che la verità venga fuori. E, soprattutto, che finisca il vergognoso attacco mediatico e giudiziario alla Chiesa.  Egidio Todeschini, de.it.press

  

 

 

 

 

Cattolici ed estate.  Qualche domanda s'impone. La grande adesione alle proposte educative

 

 Qualche domanda dovrebbe pur nascere. Dopo aver doverosamente parlato a più riprese della tremenda ferita della pedofilia ci si trova oggi di fronte alle attività estive che, iniziate in questi giorni, coinvolgono centinaia di migliaia di bambini, giovani e adulti nelle parrocchie, nelle diocesi, nelle associazioni.

Si ripete con non meno partecipazione degli anni precedenti un'esperienza popolare fondata sulla fiducia, sul senso di responsabilità, sulla condivisione di una proposta educativa.

È anche questa una risposta, tra le più significative, all'annuncio spesso gridato dell'incrinarsi delle relazioni all'interno della Chiesa.

Ciò che sta accadendo negli oratori, nei campi estivi e nelle mille diverse attività estive della realtà ecclesiale e dell'associazionismo cattolico mette in discussione la sicurezza di tante valutazioni e previsioni pessimistiche.

Mettersi in discussione di fronte all'evidenza è scomodo, anche per i media: meglio tacere oppure fingere che quanto sta accadendo di bello e positivo sotto gli occhi di tutti non esista o sia assai poco rilevante.

Quindi nessuna riga, nessuna immagine sull'estate di centinaia di migliaia di ragazzi, giovani e adulti tranne che accada qualche incidente di percorso.

È vietato raccontare la vita normale della Chiesa, cioè la vita di un popolo che crede e pensa.

Non si attendono molti segnali di ripensamento. In questo silenzio si può invece leggere la misura della distanza tra la gente e i media. Una forbice che, prima di un giudizio, suscita una preoccupazione perché indica l'indebolimento di un'alleanza indispensabile per la crescita della persona, della società, della democrazia.

Non è motivo di soddisfazione registrare la crescente disaffezione della gente nei confronti di quello che dovrebbe essere un bene comune.

Nessuno è esonerato dalla responsabilità ma chi ha più potere, in questo caso chi opera nei media, ha anche più dovere di una verifica delle scelte e dei riflessi che queste hanno sull'opinione pubblica.

La gente sa che la ricerca della verità è irrinunciabile, che non deve essere rallentata o condizionata, ma la stessa gente sa distinguere la volontà di ricerca della verità dalla volontà di perseguire altri obiettivi.

Un segnale di questa capacità critica viene anche dalle innumerevoli persone che stanno vivendo e vivranno nei prossimi mesi le molteplici esperienze educative e formative proposte dalla Chiesa nell'annuale pausa di distensione e riposo.

Non si tratta di una massa anonima di vacanzieri in cerca di qualsiasi svago pur di non pensare, si tratta di gente che anche alla vacanza intende dare un sapore diverso da quello proposto dalla cultura del consumo.

È gente che non rinuncia a pensare neppure quando è in ferie.

Forse è questo pensare che disturba contrapponendosi a una strategia che vorrebbe mandare in dissolvenza i luoghi dove il messaggio cristiano è vita, è volto, è relazione, è allegria.

Alla tragedia della pedofilia si è cercato di dare anche una direzione distruttiva ma l'obiettivo non è stato raggiunto neppure in tempo d'estate.

Infatti, non fughe ed esodi come qualcuno prevedeva, ma scelte di restare per cambiare e di cambiare per restare: quasi uno slogan per tradurre l'appello di Benedetto XVI alla conversione e a un rinnovato impegno dei cattolici nella storia.

In questo contesto, in questa prospettiva s'inseriscono la riflessione e la proposta dei vescovi italiani per il prossimo decennio dedicato all'educare.

È ancora una volta la risposta serena e fiduciosa della Chiesa alla domanda di significato che viene da persone, famiglie, comunità che pensano.

PAOLO BUSTAFFA

 

 

 

 

Crocifisso. Laicità e libertà. Incontro alla vigilia dell'udienza della Corte di Strasburgo

 

"Riconoscere la legittimità e il valore dell'esposizione del crocifisso significa garantire il rispetto della libertà religiosa e delle tradizioni dei popoli, in armonia con il principio di sussidiarietà che presiede al rapporto tra Stati e istituzioni europee". È la conclusione del messaggio inviato il 23 giugno dal card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, ai partecipanti alla tavola rotonda promossa dall'associazione "Umanesimo cristiano" a Roma, sul tema: "Valori e diritto. Il caso del Crocifisso". L'incontro si è tenuto alla vigilia dell'udienza delle parti che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha fissato per il 30 giugno. Secondo il presidente dei vescovi italiani, è opportuno "richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sull'importanza che l'esposizione del Crocifisso nelle scuole riveste in relazione ai sentimenti religiosi delle popolazioni e alle tradizioni delle nazioni d'Europa". Proprio "in tal senso" si è pronunciata di recente la Presidenza della Cei con una dichiarazione nella quale viene sottolineato fra l'altro come tale esposizione "non si traduce in una imposizione e non ha valore di esclusione, ma esprime una tradizione che tutti conoscono e riconoscono nel suo alto valore spirituale, e come segno di una identità aperta al dialogo con ogni uomo di buona volontà, di sostegno a favore di bisognosi e dei sofferenti senza distinzione di fede, etnia, nazionalità". "La laicità - spiega il presidente della Cei nel messaggio - non comporta l'esclusione dei simboli religiosi dai luoghi pubblici: da scuole, tribunali, carceri". Al contrario, "come c'insegna papa Benedetto XVI" - prosegue il card. Bagnasco citando il discorso rivolto dal Santo Padre ai partecipanti al 56° convegno nazionale dei giuristi cattolici italiani - "la 'sana laicità' comporta che lo Stato non consideri la religione come un semplice sentimento individuale, che si potrebbe confinare al solo ambito privato, bensì come presenza comunitaria pubblica". "Non è certo espressione di laicità, ma sua degenerazione in laicismo - puntualizza ancora il Papa, menzionato dal presidente della Cei - l'ostilità a ogni forma di rilevanza politica e culturale della religione; alla presenza, in particolare, di ogni simbolo religioso nelle istituzioni pubbliche".

 

Laicità e sussidiarietà. "La laicità dell'Europa non può essere concepita e vissuta in termini tali da ferire sentimenti popolari, elementari e profondi, bensì come disponibilità ad accogliere e amalgamare le tradizioni più diverse, senza escluderne alcuna, in una logica non già di indifferenza o di esclusione, ma di inclusione e arricchimento reciproco". È quanto si legge nel messaggio inviato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ai partecipanti alla tavola rotonda. Soffermandosi sulla necessità di "riconoscere la rilevanza pubblica e sociale del fatto religioso e il valore della laicità dello Stato, a garanzia della libertà religiosa e dei rapporti tra Confessioni religiose e autorità statuali, nel segno della reciproca autonomia e dell'accettazione del metodo democratico", il capo dello Stato ha esortato ad evitare "sterili contrapposizioni e integralismi" sulla questione del Crocifisso, che "può essere più opportunamente affrontata dai singoli Stati, in grado di percepirne la valenza in rapporto ai sentimenti diffusi nelle rispettive popolazioni, così come la necessità di bilanciamento tra diverse sensibilità e la salvaguardia di obiezioni di coscienza serie e consistenti in specifiche situazioni". Anche il segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone, ha inviato un messaggio in cui fa notare che "l'esposizione dell'icona del Cristo crocifisso è un'espressione identitaria, strettamente connessa con il sentimento religioso, la storia e la tradizione dell'Italia, come pure dei popoli europei". Sempre in un analogo messaggio, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha ribadito che la sentenza di Strasburgo è inaccettabile "non solo per l'Italia e la stragrande maggioranza degli italiani, ma per buona parte dell'Europa". Contro quella sentenza, ha ricordato, il governo ha presentato un ricorso che ha conquistato l'appoggio, a vario titolo, di altri Stati europei.

 

"Cristofobia" e "inciviltà". "Voler estromettere questo segno dai luoghi e dalle istituzioni pubbliche in nome di una presunta neutralità religiosa, sarebbe una manifestazione non soltanto di cristofobia più o meno larvata ma soprattutto di inciviltà". Lo ha detto il card. Julian Herranz, presidente emerito del Pontificio Collegio per i testi legislativi, che ha partecipato all'iniziativa di "Umanesimo cristiano". Riferendosi alla sentenza emanata nel novembre 2009 dalla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, il porporato ha detto che essa va inquadrata in un "contesto di fondamentalismo laicista, benché venga pretestuosamente e unilateralmente invocato il diritto alla libertà religiosa". Anche il concetto di "neutralità" religiosa cui si richiama la sentenza della Corte di Strasburgo, per il cardinale, "è interpretato nel senso ideologico del relativismo agnostico". "La neutralità o aconfessionalità dello Stato - ha puntualizzato infatti il card. Herranz - significa unicamente che nessuna religione avrà carattere statale, ma non che lo Stato debba essere anticonfessionale, cioè contrario alla presenza nelle istituzioni pubbliche di qualsiasi segno o simbolo religioso: tale atteggiamento di rifiuto della religione in se stessa farebbe dell'ateismo una specie di ideologia o religione di Stato e, nel nostro caso, del Consiglio di Europa e dell'Unione europea". Sir

 

 

 

 

Iraq. Il nemico invisibile. I cristiani a Mosul: parla il loro arcivescovo

 

Risale al 2 maggio l'ultimo grave attacco contro la comunità cristiana di Mosul. Quel giorno un convoglio di bus che trasportava studenti cristiani dal villaggio di Qaraqosh all'università di Mosul fu oggetto di un attentato terroristico che provocò diversi morti e oltre 150 feriti. Nonostante siano passati circa due mesi senza particolari violenze non si può certo dire che la comunità cristiana di Mosul viva giorni tranquilli almeno a sentire le parole dell'arcivescovo caldeo della città, mons. Emil Shimoun Nona, che il SIR ha intervistato. "Ogni giorno - dice - dobbiamo fronteggiare quel nemico invisibile che è la paura".

 

Mons. Nona, si può parlare di situazione migliorata per i cristiani di Mosul?

"La situazione negli ultimi due mesi si è un po' calmata, non registriamo particolari episodi di violenza contro i cristiani. Tuttavia la sensazione è sempre quella di essere nel mirino di qualcuno, non sappiamo di chi e perché, che vuole farci del male. La paura di essere colpiti in ogni momento resta elevata".

 

Come reagisce la comunità cristiana locale a questa pressione che di fatto la blocca in ogni iniziativa e attività anche quotidiana?

"La paura continua è un nemico invisibile con cui siamo costretti a convivere. Essa instilla il dubbio verso tutti e tutto, verso ogni persona che incontriamo al punto da temere che ci possa far male da un momento all'altro. Passerà molto tempo prima che questa paura cessi del tutto".

 

Avete supporto e protezione dalla Polizia e dall'Esercito?

"I luoghi frequentati dai cristiani, come le chiese, sono controllate e protette. Ora più che in passato proprio per il fatto che la situazione è un po' più calma e per non rischiare di ripiombare nella violenza. Rischio che non è mai cessato del tutto".

 

Questa calma relativa sta spingendo le famiglie cristiane fuggite per la violenza da Mosul a fare rientro in città?

"Difficile fare stime, certamente molte famiglie sono tornate. Tuttavia c'è anche chi non fa più rientro preferendo emigrare direttamente all'estero e sono quelli che hanno maggiori possibilità economiche o maggiore istruzione come medici, professionisti e professori. A restare sono le famiglie più povere quelle che hanno maggiormente bisogno di aiuto e sostegno. Questo pone delle difficoltà anche sul piano pastorale avendo una comunità sempre più piccola e a tratti scoraggiata. Oggi a Mosul città ci sono circa 1.000 famiglie cristiane per un totale di poco meno di 5.000 fedeli. Nella diocesi intera le famiglie salgono a circa 3.500 per arrivare a circa 10 mila cristiani. Prima eravamo più del doppio".

 

Ad alimentare questa situazione è anche l'assenza di un nuovo governo a circa 4 mesi dal voto del 7 marzo?

"Il vuoto di potere certamente non aiuta la popolazione e non solo quella cristiana. L'Iraq ha estremo bisogno di stabilità. Il vuoto si riflette anche nelle varie province che non hanno la forza di governare, di garantire la sicurezza e i servizi di base necessari alla vita di tutti i giorni, come l'erogazione dell'elettricità, per esempio".

 

È di questi giorni la notizia che il premier al-Maliki ha accettato le dimissioni del ministro dell'Elettricità, nell'occhio del ciclone per le interruzioni di corrente che privano gli iracheni dell'aria condizionata e dell'acqua durante l'afa estiva…

"Quello dell'elettricità è un problema grave per gli iracheni. In questa stagione c'è un caldo opprimente che tocca anche i 45°. L'elettricità viene erogata solo per 6-8 ore nell'arco della giornata quindi le famiglie sono costrette a ricorrere a dei generatori o ad acquistare energia elettrica da chi ne possiede con molte speculazioni sul costo della corrente. Il che è incredibile se pensiamo che l'Iraq è un Paese ricco di risorse e di petrolio i cui proventi potrebbero garantire benessere a tutti".

 

Da pastore come vive e affronta questa realtà così difficile?

"Incoraggiando i miei fedeli a mantenere la fede e la speranza. Per due anni sono stati senza vescovo, a causa della morte avvenuta durante il suo rapimento di mons. Paulos Farahj Raho, ed hanno vissuto un periodo molto duro. Ho scelto di vivere in città con loro e questa presenza è motivo di coraggio e di speranza".

 

Eccellenza, ha paura per se stesso, usufruisce di una scorta?

"No, non ho paura. Vivo nella curia e mi muovo quando c'è da andare per qualche evento o incontro. Non ho una scorta ma adotto delle precauzioni, quando esco cerco di dare il meno possibile nell'occhio affidandomi a Dio". DANIELE ROCCHI

 

 

 

Il primo "cortile" di credenti e atei aprirà a Parigi

 

L'ha voluto papa Ratzinger, col nome di "cortile dei gentili". Lo inaugurerà il suo ministro della cultura, l'arcivescovo Ravasi. Sarà uno spazio di dialogo con i lontani da Dio, primo atto di un più ampio progetto di nuova evangelizzzazione  - di Sandro Magister

 

ROMA  – Proprio mentre la magistratura italiana scoperchia gli affari della congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, negli anni in cui il suo prefetto era il cardinale Crescenzio Sepe, in Vaticano sta per nascere un nuovo – più sobrio – ufficio dedicato a un altro tipo di evangelizzazione: non nelle terre di missione, ma nei paesi di antica cristianità in cui la fede si è più affievolita o è scomparsa.

 

L'idea non è del tutto nuova. Dopo il Concilio Vaticano II fu creato, e durò qualche anno, un segretariato per i non credenti, affidato all'epoca al cardinale austriaco Franz Kõnig. Ora esso rispunta nella forma più solida di un consiglio pontificio. Benedetto XVI ne ha discusso con alcuni cardinali: da Ruini a Scola, da Bagnasco a Schönborn. Un "motu proprio" ne stabilirà la fisionomia e i compiti.

 

Intanto, però, qualcosa di concreto già si muove con la stessa finalità di dialogare con i senza fede, ad opera di un consiglio pontificio già in funzione da tempo, quello della cultura presieduto dall'arcivescovo Gianfranco Ravasi.

 

L'iniziativa ha il nome di "Cortile dei gentili". L'idea e la formula sono di Benedetto XVI, che le lanciò il 21 dicembre del 2009, nel discorso con cui fece gli auguri di Natale alla curia romana.

 

L'idea di papa Joseph Ratzinger – secondo il quale la questione di Dio è la "priorità" del pontificato – è di aprire un dialogo sistematico con gli uomini che da Dio sono più lontani, perché tornino ad avvicinarlo "almeno come Sconosciuto".

 

Quanto alla formula "Cortile dei gentili", Benedetto XVI l'ha ripresa dai Vangeli, da quella pagina in cui Gesù caccia i mercanti dal tempio.

 

Oggi che la magistratura italiana impugna la scopa contro l'affarismo della curia vaticana, fa ancor più impressione rileggere le parole con cui il papa spiegò il suo progetto, lo scorso 21 dicembre:

 

"Mi viene in mente la parola che Gesù cita dal profeta Isaia, che cioè il tempio dovrebbe essere una casa di preghiera per tutti i popoli (cfr. Isaia 56, 7; Marco 11, 17). Egli pensava al cosiddetto cortile dei gentili, che sgomberò da affari esteriori perché ci fosse lo spazio libero per i gentili che lì volevano pregare l’unico Dio, anche se non potevano prendere parte al mistero, al cui servizio era riservato l’interno del tempio. Spazio di preghiera per tutti i popoli: si pensava con ciò a persone che conoscono Dio, per così dire, soltanto da lontano; che sono scontente con i loro dèi, riti, miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il 'Dio ignoto' (cfr. Atti 17, 23). Essi dovevano poter pregare il Dio ignoto e così tuttavia essere in relazione con il Dio vero, anche se in mezzo ad oscurità di vario genere".

 

Ma per capire più a fondo il significato del "Cortile dei gentili", un valente esegeta è sicuramente l'arcivescovo Ravasi, biblista di fama mondiale e con una ampia rete di contatti personali con uomini di cultura più o meno lontani dalla fede.

 

L'articolo che segue, Ravasi l'ha pubblicato su "L'Osservatore Romano" del 2 giugno.

 

In esso egli annuncia che l'evento inaugurale del "Cortile dei gentili" avverrà a Parigi nel marzo del 2011 in tre sedi volutamente slegate da ogni appartenenza religiosa: la Sorbona, l'UNESCO e l'Académie Française.

 

All'impresa hanno già manifestato interesse numerose personalità agnostiche e atee, a cominciare da Julia Kristeva, semiologa e psicanalista molto attenta a un dialogo con i credenti.

 

In un'intervista del 25 febbraio scorso al quotidiano dei vescovi italiani "Avvenire", Ravasi ha così descritto le forme di ateismo presenti oggi sul campo, con cui la Chiesa vuole dialogare:

 

"Bisogna tener conto dei diversi ateismi, non riducibili a un unico modello. Da un lato c’è il grande ateismo di Nietzsche e Marx che purtroppo è andato in crisi, costituito da una spiegazione della realtà alternativa a quella credente, ma con un sua etica, una visione seria e coraggiosa, ad esempio, nel considerare l’uomo solo nell’universo. Poi c'è un ateismo ironico-sarcastico che prende a bersaglio aspetti marginali del credere o letture fondamentaliste della Bibbia. È l’ateismo di Onfray, Dawkins e Hitchens. In terzo luogo vi è un’indifferenza assoluta figlia della secolarizzazione, ben sintetizzata dall’esempio che Charles Taylor fa in 'L’età secolare' quando afferma che se Dio venisse oggi in una nostra città, l’unica cosa che succederebbe è che gli chiederebbero i documenti". L’Espresso on line 24

 

 

 

 

 

In dialogo nel “cortile dei gentili”. Attraversiamo insieme il deserto

 

"Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di 'Cortile dei gentili' dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l'accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa. Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto".

 

Queste parole, indirizzate da Benedetto XVI alla curia romana in occasione degli auguri natalizi del 2009, hanno prodotto un effetto anche concreto: un dicastero vaticano, il pontificio consiglio della cultura, ha dato il via a un'istituzione, denominata appunto "Cortile dei gentili", per aprire un dialogo serio e rispettoso tra credenti e agnostici o atei.

 

L'evento inaugurale avverrà a Parigi nel marzo del prossimo anno in contemporanea in più sedi: la Sorbona, l'Unesco e l'Académie Française, secondo prospettive diverse. Si deve già segnalare l'interesse di varie personalità, tra le quali la semiologa, psicanalista e scrittrice Julia Kristeva.

 

Vorremmo innanzitutto spiegare il simbolo usato dal papa, una locuzione non a tutti perspicua, anche se a molti è noto che il vocabolo "gentili" designa nel linguaggio ecclesiastico i non-ebrei, ossia i pagani che si erano accostati al cristianesimo: il termine deriva dal latino "gens" nel senso di nazionalità straniera in opposizione al "populus romanus" (in ebraico erano i "goj/gojim", presenti 561 volte nell'Antico Testamento; in greco "èthnos/èthne", un vocabolo che risuona ben 162 volte nel Nuovo Testamento). È risaputo quanto san Paolo si sia battuto per aprire a costoro le porte della nuova fede, senza costringerli a passare previamente attraverso la circoncisione e, quindi, l'ebraizzazione, come alcuni esponenti della comunità cristiana delle origini (i giudeo-cristiani) esigevano. Ma il "Cortile dei gentili" quale realtà evoca?

 

Dobbiamo a questo proposito riferirci alla planimetria del tempio di Gerusalemme, soprattutto nella tipologia offerta dall'imponente edificio voluto dal re Erode a partire dall'anno 20 prima dell'era cristiana e distrutto nell'anno 70 dalle armate romane di Tito. Là, infatti, oltre alle aree riservate alle donne, agli israeliti, ai sacerdoti e al santuario propriamente detto, si apriva uno spazio al quale potevano accedere appunto i pagani in visita a Gerusalemme. Era, questo, il "Cortile dei gentili", una "aulè" in greco a cui forse fa cenno il libro dell'Apocalisse quando nella misurazione simbolica del tempio imposta a Giovanni si dichiara: "Il cortile (aulè) esterno del tempio lascialo da parte e non misurarlo perché è stato consegnato ai gentili (èthnè) che calpesteranno la città santa" (11, 2).

 

La prova concreta dell'esistenza di questo recinto speciale è in una lapide di 60 centimetri per 90 con un'iscrizione greca, scoperta nel 1871 dall'archeologo francese Charles Simon Clermont-Ganneau e ora conservata al museo archeologico di Istanbul (un'altra targa simile, ma solo frammentaria, è stata rinvenuta nel 1953). In essa si legge un divieto analogo alle segnalazioni attuali con l'avviso di "pericolo di morte" o di "zona militare" invalicabile: "Nessuno straniero (alloghenès) penetri al di là della balaustra e della cinta che circonda l'area sacra (hieròn). Chi venisse sorpreso in flagrante sarà causa a se stesso della morte che ne seguirà".

 

Lo storico giudeo filoromano Giuseppe Flavio, testimone delle vicende della Terra Santa del primo secolo, nella sua opera "Antichità giudaiche" conferma questa testimonianza parlando di due cortili: il primo era quello dei gentili, separato dal secondo – quello degli ebrei – "da pochi gradini e da una balaustra di pietra ove c'era un'iscrizione che proibiva l'ingresso agli stranieri sotto pena di morte" (xv, 417).

 

Nell'altro suo scritto più celebre, "La guerra giudaica", lo stesso storico annotava: "Chi attraversava quell'area per raggiungere il secondo cortile lo trovava circondato da una balaustra di pietra, alta tre cubiti e finemente lavorata. Su di essa, a intervalli uguali, erano collocate lapidi che ricordavano le leggi di purità – per l'accesso al tempio – alcune in lingua greca, altre in latino, perché nessuno straniero entrasse nel luogo santo" (v, 193-194).

 

È curioso notare che, a quanto si evince dal dettato del divieto, la pena capitale era automatica, senza regolare processo ma con una sorta di linciaggio affidato alla folla ebraica. Qualcosa del genere è evocato in connessione col rischio corso da san Paolo proprio nel tempio di Gerusalemme: la massa dei fedeli tenta di ucciderlo perché sospettato di "aver introdotto greci nel tempio, profanando il luogo santo". Infatti, era stato visto poco prima in compagnia di un pagano, tale Trofimo di Efeso, attirando su di sé il sospetto di averlo condotto oltre il "Cortile dei gentili", nell'area sacra off limits per i pagani (si legga il passo degli Atti degli Apostoli, 21, 27-32).

 

Sarà, comunque, proprio l'apostolo a infliggere un duro colpo a questa concezione così aspramente "separatista" quando, scrivendo ai cristiani di Efeso, dichiarerà che Cristo è venuto ad "abbattere il muro di separazione che divideva" ebrei e gentili, "per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, riconciliando tutti e due in un solo corpo" (Efesini, 2, 14-16). Quel simbolo di apartheid e di separatezza sacrale che era il muro del "Cortile dei gentili" è, quindi, cancellato da Cristo che desidera eliminare le barriere per un incontro nell'armonia tra i due popoli.

 

È con questa ulteriore precisazione paolina che ha senso l'applicazione metaforica del "cortile" suggerita da Benedetto XVI. Credenti e non credenti stanno su territori differenti, ma non si devono rinserrare in un isolazionismo sacrale o laico, ignorandosi o peggio scagliandosi sberleffi o accuse, come vorrebbero i fondamentalisti di entrambi gli schieramenti. Certo, non si devono appiattire le differenze, liquidare le diverse concezioni, ignorare le discordanze. Ognuno ha i piedi piantati in un "cortile" separato, ma i pensieri e le parole, le opere e le scelte possono confrontarsi e persino incontrarsi.

 

Ricorrendo a un gioco di parole assonanti – ma non di etimologie – tra cristiani e gentili si potrebbe adottare la tecnica del duello (dal latino "bellum"), in uno scontro all'arma bianca, alla maniera dell'ateo e del gesuita del film "La Via Lattea" di Luis Buñuel. Quello che il progetto denominato "Cortile dei gentili" vuole proporre è, invece, un duetto (dal latino "duo") ove le voci possono appartenere anche agli antipodi sonori, come un basso e un soprano, eppure riescono a creare armonia, senza per questo rinunciare alla propria identità, cioè, fuor di metafora, senza scolorirsi in un vago sincretismo ideologico.

 

In questo incontro tra i due "cortili", una scelta previa è quella della purificazione dei due concetti di base. Da un lato, i "gentili" devono ritrovare quella nobiltà ideale così com'era espressa dai grandi sistemi ateistici (pensiamo a un Marx o alla celebre parabola sul Dio morto della "Gaia scienza" di Nietzsche), prima che venissero incapsulati in sistemi politico-ideologici o piombassero nello scetticismo e nell'idolatria delle cose o degenerassero nell'ateismo sprezzante, sarcastico e infantilmente dissacratorio.

 

D'altro lato, la fede deve ritrovare la sua grandezza, manifestata in secoli di pensiero alto e in una visione compiuta dell'essere e dell'esistere, evitando le scorciatoie del devozionalismo o del fondamentalismo e rivelando che la teologia ha un suo rigoroso statuto epistemologico parallelo e specifico rispetto a quello della scienza: si pensi alla "teoria dei due livelli" indipendenti e non conflittuali propugnata da Stephen Gould e ripresa da Francisco Ayala, entrambi pensatori e scienziati.

 

Ma oltre a questo, l'incrocio tra le voci diverse può avvenire attorno a temi comuni – anche se affrontati e risolti con esiti eterogenei – come l'etica, l'antropologia, la spiritualità, le domande ultime su vita e morte, bene e male, amore e dolore, verità e menzogna, pace e natura, trascendenza e immanenza.

 

Per questa via si può giungere persino alla domanda sullo Sconosciuto, quell'"Àgnostos Theòs", il Dio ignoto, a cui faceva cenno san Paolo nel suo celebre discorso all'Areopago di Atene, e che era ricordato nel brano di Benedetto XVI da noi citato in apertura.

 

Come, infatti, talora il credente può sconfinare nel "Cortile dei gentili", sotto un cielo spoglio di presenze e privo di Dio, rimanendo nell'attesa che la divinità infranga il suo silenzio e la sua assenza, così talvolta anche l'ateo può invocare col poeta Giorgio Caproni: "Ah, mio dio, mio Dio. / Perché non esisti?". Un interrogativo che Zinov'ev, l'autore russo di "Cime abissali", così allargava: "Ti supplico, mio Dio, cerca di esistere, almeno un poco, per me, apri i tuoi occhi, ti supplico!... Sfòrzati di vedere: vivere senza testimoni è per noi un inferno! Per questo io grido e urlo: Padre mio, ti supplico e piango: esisti!".

 

Senza attesa di conversioni o di inversioni di cammini esistenziali, ma soprattutto evitando le diversioni nel vuoto, nella banalità, negli stereotipi, gentili e cristiani – i cui "cortili" sono contigui nella città moderna – possono scoprire consonanze e armonie pur nella loro difformità; possono deporre i linguaggi soltanto autoreferenziali e possono far alzare lo sguardo a un'umanità spesso troppo curva solo sull'immediato, sulla superficialità, sull'insignificanza, verso l'Essere nella sua pienezza. Un po' come suggeriva in uno dei suoi "Canti ultimi" padre David Maria Turoldo: "Fratello ateo, nobilmente pensoso, / alla ricerca di un Dio / che io non so darti, / attraversiamo insieme il deserto. / Di deserto in deserto andiamo oltre / la foresta delle fedi, / liberi e nudi verso / il Nudo Essere / e là / dove la parola muore / abbia fine il nostro cammino". Gianfranco Ravasi Oss. Rom. 2

 

 

 

 

Unità pastorali. L'ora dei laici. La corresponsabilità di tutti i credenti nella vita delle parrocchie

 

"Ora tocca a voi papà e mamme, nonni e nonne, ragazzi e giovani tenere viva la vostra Chiesa, per tenere viva la vostra fede". La "Lettera ai parrocchiani rimasti senza prete" (testo integrale su www.centroorientamentopastorale.org) diffusa al termine della 60ª Settimana di aggiornamento pastorale del Cop (Centro di orientamento pastorale) riassume il valore della corresponsabilità tra tutti i credenti nella vita della Chiesa, filo conduttore delle riflessioni emerse. Dal 21 al 24 giugno a Capiago-Como oltre 220 persone, tra sacerdoti, religiosi, religiose e laici, hanno partecipato alla Settimana, dedicata a "Nuove forme di comunità cristiana. Le relazioni pastorali tra clero, religiosi, laici e territorio" (cfr. altro servizio in SIR 46/2010).

 

Sacerdoti, re e profeti. "Non ci può più essere nessuna mamma o papà - si legge nel messaggio, firmato dagli 'amici del Cop, che fanno comunità anche se non hanno più il prete' - che non insegna ai suoi figli ad amare Dio e lodarlo con le preghiere, non ci deve essere più nessun malato che resta solo, senza il conforto della santa comunione". "Sarà vostra cura - prosegue la lettera - tenere viva la preghiera per tutti, aprire la chiesetta per trovarvi a lodare il Signore, a invocarlo su tutta la vostra piccola comunità e a supplicarlo che perdoni tutto il male che si fa nel mondo, a far risuonare nella vostra vita la sua Parola, ad ascoltarla per calarla nel vostro cuore. I vostri poveri, le vostre famiglie rimaste senza nessuno che lavora, devono poter contare ancora sulla vostra solidarietà, come facevate prima quando era il prete a chiedervelo. Avete risorse da vendere, perché siete battezzati, costituiti sacerdoti, re e profeti". D'altra parte "la Chiesa c'è ancora, fate parte di una diocesi che ha un suo vescovo" e anzi, "proprio perché siete senza prete e lo apprezzate ora di più, Dio vi donerà la gioia di sentirvelo ancora più vicino".

 

La creatività pastorale della Chiesa. Al centro dell'ultimo giorno di lavori, la relazione di mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, che ricordando come la parrocchia sia "espressione significativa e autorevole, nonché lungamente praticata e profondamente radicata, della creatività pastorale della Chiesa", ha delineato tre linee prioritarie: riconoscere "la peculiarità di questa stagione ecclesiale", "curare la crescita e la maturazione di quanti nella comunità cristiana condividono responsabilità", prestare attenzione alla "condivisione del cammino ecclesiale da parte dei laici insieme ai ministri ordinati". "Raccogliere la sfida del tempo presente - ha sottolineato mons. Crociata - significa non smettere di lavorare con il cattolicesimo di popolo senza per questo sottovalutare il processo di erosione che esso subisce", ricordando che "il carattere popolare non è dato dai grandi numeri, ma dalla capacità di vivere in un contesto determinato, preso nella sua interezza e concretezza". In secondo luogo, il segretario della Cei ha evidenziato la necessità di "curare con maggiore attenzione la crescita e la maturazione di quanti nella comunità cristiana condividono responsabilità, dai ministri ordinati a coloro che svolgono le più svariate forme di collaborazione pastorale". Infine, "riscoprire l'apostolato dei laici", i quali devono spendere la loro testimonianza cristiana "non solo nelle parrocchie e nei movimenti, ma nell'impegno nei mondi della professione, della famiglia, della società e simili".

 

Una Chiesa-comunione. Riflettendo sull'"evoluzione della classica struttura di base della parrocchia", in particolare attraverso formule note come unità o comunità pastorali, mons. Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e presidente del Cop, oltre che presidente della Commissione episcopale per il laicato della Cei, ha ricordato che "non è la quantità di preti che fa la Chiesa, ma la collaborazione e la comunione che si vive tra le persone". "Il punto chiave che oggi ha bisogno di essere affrontato e impostato correttamente - ha evidenziato - è il vasto mondo delle relazioni": ciò che conta non sono "contenuti nuovi da trasmettere o le attività su cui accordarsi, ma la fede autentica vissuta in una Chiesa-comunione". Eppure, ha rimarcato il vescovo di Como, mons. Diego Coletti, nella messa di mercoledì 23 giugno in duomo, "la vita delle nostre comunità troppo spesso è affannata da funzionalismi che rischiano di essere fini a se stessi". "Dobbiamo mettere al centro - ha precisato ancora mons. Sigalini - la contemplazione dell'amore di Dio e la necessaria conversione della vita, invece della pianificazione delle attività; la risorsa umana, invece delle sole strutture; il guardarsi negli occhi, invece che guardare alle bacheche degli avvisi o in facebook; il progettare assieme dopo essersi confrontati, invece delle risposte privatistiche di sopravvivenza; la stima reciproca tra diversi carismi e ministeri, invece dell'antagonismo pastorale; la comunione dono da accogliere sempre da Dio, invece di tavoli di concertazione". Solo così si potrà "continuare ad essere testimoni credibili della fede" e "costituire nuove forme di comunità, attente ai tempi e ai luoghi in cui si radicano". FRANCESCO ROSSI

 

 

 

 

Verso il Congresso Eucaristico. Riuniti ad Ancona i delegati diocesani

 

Si è svolto ad Ancona il convegno nazionale dei delegati diocesani in preparazione al prossimo Congresso eucaristico nazionale (Cen). La macchina organizzativa di questo grande evento ecclesiale, che si terrà nella metropolia marchigiana dal 3 all'11 settembre 2011, è in funzione da quasi due anni ma l'appuntamento di questi giorni rappresenta il primo vero momento a carattere nazionale. Fino a sabato 26 giugno gli oltre 200 rappresentanti delle Chiese locali hanno iniziato a familiarizzare con i temi e il territorio del 25° Congresso eucaristico. Per l'occasione mons. Edoardo Menichelli, arcivescovo metropolita di Ancona-Osimo, ha rilasciato un'intervista al SIR.

 

Mons. Menichelli, quale messaggio si sente di affidare ai delegati diocesani giunti ad Ancona per preparare il Congresso eucaristico del 2011?

"Anzitutto accogliere nelle mani e dentro i cuori la giusta sensibilità all'evento. Saranno loro la rete di collegamento con tutte le diocesi italiane, che poi avrà il compito di favorire la presenza di quel mezzo milione di fedeli stimato per l'appuntamento conclusivo dell'anno prossimo. Ho una grande fiducia in questo primo incontro verso la settimana congressuale del 2011 perché la quasi totalità delle diocesi ha già nominato un proprio delegato, e questo non era un fatto così scontato. Dunque un'ampia partecipazione che mi fa credere anche in un'elevata consapevolezza verso l'evento che attende la Chiesa italiana. Nei prossimi mesi li incontreremo ancora e via via andremo ad arricchire sempre più il programma che dovrà caratterizzare la settimana conclusiva del Cen".

 

A lei è affidato il discorso di accoglienza di questa tre giorni d'intensi lavori. Ci può anticipare i temi che intende trattare e come presenterà la metropolia di Ancona?

"Nel mio intervento di avvio toccherò due punti in particolare. Anzitutto mi preme dire ai delegati diocesani che il Congresso eucaristico è e deve diventare un fatto ecclesiale, cioè un evento che si celebra in Ancona ma che interessa tutte le Chiese italiane. Nel secondo punto vorrei far comprendere la caratteristica della territorialità di questo 25° Cen. Vale a dire il fatto che si tratta di un evento che coinvolgerà non solo il capoluogo delle Marche, ma anche le altre diocesi della metropolia. Alla luce dell'Eucaristia proporremo in ognuna delle cinque sedi metropolitane di Ancona-Osimo, Loreto, Senigallia, Jesi e Fabriano, i cinque ambiti della vita dell'uomo (vita affettiva, fragilità umana, cittadinanza, lavoro e festa, tradizione, ndr), richiamati dalla Chiesa italiana al Convegno di Verona nel 2006. I tre giorni dei delegati diocesani saranno anche un piccolo assaggio di ciò che il Cen può significare nell'ottica di una valorizzazione della pastorale del turismo. La Regione Marche, infatti, è un museo all'aperto. Accanto all'aspetto ecclesiale, il Cen è in grado di promuovere anche interessi turistici, religiosi, ambientali… E nel nostro territorio tutti questi aspetti da offrire alla gente non mancano".

 

A proposito di territorialità, come sta vivendo l'attesa la comunità diocesana e quella civile?

"Insieme ai miei confratelli vescovi delle Marche abbiamo pensato di affidare la preparazione al Congresso eucaristico alla Madonna di Loreto. Dallo scorso 10 dicembre è iniziata la 'peregrinatio' dell'immagine della Beata Vergine Lauretana. Mese dopo mese, fino al 10 dicembre 2010, la statua visiterà le diocesi della Regione per far crescere nelle comunità il senso della fede e del mistero dell'Eucaristia. E la risposta della gente è davvero sorprendente. C'è un gran convenire di popolo e si sta creando una crescente attesa, forse anche perché un evento di tal genere qui non è mai stato celebrato. Finora abbiamo aperto tante piccole strade che ci hanno fatto intravedere una curiosità spirituale molto bella. Un'altra iniziativa comune, studiata come Conferenza episcopale marchigiana, è la pubblicazione, ad inizio anno 2011, di una lettera pastorale sull'Eucaristia. Ma sono davvero tante le iniziative fin qui realizzate. Tra queste ricordo che tutti i convegni nazionali degli Uffici Cei, si terranno fino al 2011 nelle Marche. Va sottolineato poi che la portata del Congresso eucaristico non è solo ecclesiale. Il Governo lo ha classificato tra i 'grandi eventi'. Con la Regione Marche abbiamo sottoscritto un protocollo d'intesa affinché ogni aspetto logistico venga concordato con le istituzioni. Per la giornata conclusiva dell'11 settembre 2011, l'intenzione è quella di celebrare la Santa Messa con il Papa al porto di Ancona, sotto la cattedrale di san Ciriaco che veglia dall'alto il mare Adriatico".

 

Pensa che l'attuale crisi economica e sociale possa frenare la partecipazione e il successo dell'iniziativa?

"Questo può succedere ma come si dice, e lo ripeto con grande gioia, ci affidiamo a Gesù Cristo, pane spezzato che, pur nei limiti dell'organizzazione e dell'uomo, saprà indicarci le giuste strade. Ma debbo dire che stiamo andando avanti con una mentalità gioiosa. Un esempio? Di recente abbiamo creato un coro diocesano cui abbiamo affidato un inno del Congresso". ROBERTO MAZZOLI

 

 

 

Al cimitero inglese

 

“È un funerale di stato!” si precipita subito a dirmi una donna, appena arrivato. Qui in Inghilterra la cosa significa proprio il contrario, pur mantenendo il suo senso letterale. L’incinerazione sarà a spese dello stato. Ma lo è per dei poveri cristi, senza risorse, come questi. Anche per il servizio religioso nessuno se ne prenderà carico, a meno che un responsabile religioso abbia un po’ di cuore... La moglie è deceduta l’anno scorso e quest’anno è il giovane uomo, alcoolizzato; qui di fronte il resto della famiglia di emigranti portoghesi: un adolescente e una ragazza dallo sguardo pietrificato. Un’immensa pietas, allora, ti prende guardando attorno i pochi amici di famiglia... Sì, siamo in emigrazione.

Non è un funerale con i cavalli neri, come quello dell’altro giorno per un emigrato italiano. Questi aveva preferito qualcosa di old style. Il defunto, infatti, lo aveva sempre detto e desiderato, “un funerale con i cavalli,” creando non poche difficoltà per una strada stretta e trafficosa come la nostra. Qui la tradizione ancora impera e vecchie abitudini resistono, senza che nessuno se ne preoccupi tanto. Vecchio e nuovo coesistono a Londra, come la multiculturalità dai mille volti differenti. Si tratta di pacifica coabitazione, in fondo, che lascia ad ognuno la volontà di essere se stesso. Con la sua ambizione. Straordinaria metropoli inglese!

E così, prima del momento di preghiera al cimitero osservo il prato verde attorno all’antica cappella gotica. Una piccola croce di cenere è disegnata sull’erba con attorno deposte con grande cura a raggiera una dozzina di lunghe rose appassite. Vicino, scorgo un’altra croce di cenere. Sono esseri umani. Destinati a scomparire alla prima pioggia...

Scomparire nel nulla. Come l’essenzialità qui di un cimitero musulmano, dove si esalta unicamente la grandezza di Dio.  Così, una semplice pietra senza nome indica sotto, in profondità, la presenza di un credente. O solo una ciotola d’acqua sulle tombe di terra, perchè gli uccelli possano venirvi a cantare e ricordare la vita dell’aldilà. Semplicità evangelica, diresti, che corona la fine di un’esistenza. Su ogni cosa, infatti, sovrasta unicamente l’onnipotenza di Dio.

Tutto dice la provvisorietà di un’esistenza, il senso migrante del vivere che spesso  dimentichiamo. L’importanza di camminare con altri compagni in umanità - differenti da noi - con cui condividere la gioia e la fatica del vivere insieme. Altra lezione fondamentale di un cristianesimo rivisitato. E ritorna in mente il senso delle ultime parole del Cristo: “Tutto è compiuto!” Non tanto finito, quanto piuttosto vissuto, realizzato. E questo si fa stupenda convinzione per una giovane missionaria, suor Leonella, martire in terra d’Africa: “Abbiamo una sola vita e dobbiamo viverla intensamente. Alla fine non resterà nulla. Se non l’amore.”

Renato Zilio missionario a Londra, de.it.press

 

 

 

25° CEN - Il parlare e l'agire. L'Eucaristia, il cristiano, la storia

 

“Il nostro parlare, ma insieme il nostro agire ecclesiale, deve lasciarsi plasmare, modellare dalla logica dell’Eucaristia”: Marco Vergottini è stato tra i relatori al convegno dei delegati diocesani (Ancona, 24-26 giugno) per il Congresso eucaristico nazionale che si terrà nella metropolia marchigiana dal 3 all’11 settembre 2011. Nel suo intervento, il docente della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale ha ripercorso la storia dei 24 Congressi svoltisi in Italia, cercando di delineare – nella ricchezza di un percorso lungo 120 anni – alcune “perle”, intuizioni, punti fermi, attraverso i quali rileggere il significato complessivo di questi avvenimenti ecclesiali, in vista del prossimo che avrà per tema “Signore da chi andremo?”.

 

La processione di Napoli. “L’idea di dare vita a Napoli al primo Congresso nazionale”, svoltosi nel 1891, “fu di papa Leone XIII e prontamente accolta con grande entusiasmo dall’episcopato della Campania”, ha spiegato lo studioso milanese. “In chiave apologetica si puntò a difendere la verità della fede nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia e a favorire il conseguente culto eucaristico pubblico, di cui s’intese celebrarne le glorie”. Ecco, secondo Vergottini, la prima perla: “La solenne processione eucaristica che concluse il Congresso per le vie della città il pomeriggio di domenica 22 novembre, arricchita oltre tutto dal tipico folklore napoletano”. Il secondo appuntamento si svolse, tre anni più tardi, a Torino: al centro dell’attenzione fu posta l’Eucaristia nella devozione privata, nel culto pubblico e nei riguardi dei sacerdoti. Ne emerse l’idea che “il cattolicesimo non doveva essere più solo praticante, ma pure militante. Dall’Eucaristia doveva scaturire una forza nuova per la presenza attiva dei cattolici nei vari ambiti della vita sociale”.

 

Apostolato e testimonianza. Dopo gli incontri di Milano, Orvieto e Venezia, celebrati a cadenze regolari, si giunge nel 1920 a Bergamo. In questo caso la processione, con il carro sormontato da un baldacchino d’oro con la scritta “Christus vincit, Christus imperat” e “in cui era conservato il Santissimo Sacramento, fu ritenuta un vero trionfo eucaristico”. Eppure, ha sottolineato il teologo, “al Congresso si avvertì che tale manifestazione sociale della fede doveva puntare alla promozione di un impegno responsabile di apostolato e di testimonianza di fronte a una società incredula. In questo senso, di realismo critico, è da leggere nel corpo ecclesiale uno stato di smarrimento e di travaglio per i mali di una società che pareva organizzarsi senza più riferimento a Dio” (abbandono della pratica religiosa, stampa immorale, lotta di classe…).

 

La famiglia al centro. Gli anni del fascismo non interruppero la serie dei Congressi, ma certo la Chiesa italiana avvertiva le difficoltà del momento. Nel 1930 la sede dell’incontro fu Loreto: “Il santuario della Santa Casa di Nazareth, legato al ricordo della vita in famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria, favorì – per il relatore – la coltivazione di spunti di catechesi eucaristica orientati all’incremento della mentalità cristiana della famiglia, nonché l’occasione propizia per una divulgazione della nuova legislazione concordataria sul tema”. Ecco dunque “il vero gioiello: mettere in luce il valore dell’Eucaristia come vincolo e presidio dell’unità della famiglia, scuola di educazione e fonte di vita soprannaturale”. Anche nelle edizioni che seguirono, i Congressi eucaristici si incrociarono con le vicende dell’epoca, con le trasformazioni della mentalità, con i mutamenti che stavano avvenendo in campo politico, sociale, culturale. Così, nel 1953, a Torino, al secondo Congresso del dopoguerra, il tema affrontato rifletteva le preoccupazioni di episcopato e clero piemontesi “per la crisi religiosa di una delle regioni maggiormente industrializzate e secolarizzate”. L’attenzione ai problemi della classe operaia “traspariva da due iniziative: la Messa celebrata dal cardinal Schuster negli stabilimenti Fiat e l’arrivo” nel capoluogo piemontese “di oltre 30 pullman carichi di operai, provenienti da tutta Italia, per pregare davanti al santissimo Sacramento, solennemente esposto in un auto adibita a cappella”.

 

Celebrare insieme. Vergottini ha proseguito trattando brevemente degli eventi tenutisi a Lecce, Catania, Pisa, Udine e quindi in altre città, fra cui Pescara nel 1977 (“un’esperienza di Chiesa entusiasta, ottimista e giovane, che si caratterizzò per la presenza della variegata e complessa realtà del cattolicesimo italiano”, con le “toccanti testimonianze di personalità quali madre Teresa di Calcutta, Roger Schulz e del padre Arrupe”). Le date più recenti passano per Reggio Calabria, Siena, Bologna, fino all’ultimo Congresso di Bari, la cui “perla” è rappresentata secondo Marco Vergottini dal titolo: “Senza la domenica non possiamo vivere”. “Non possiamo né essere né tanto meno vivere da cristiani senza riunirci la domenica per celebrare l’Eucaristia”, ha spiegato il teologo, in quanto “il giorno del Risorto costituisce il centro della vita della Chiesa, della sua missione nel mondo e nell’unità tra i cristiani”. Sir 25

 

 

 

UNO: „Religionsfreiheit muss unbequemes Recht bleiben“

 

Ein Deutscher soll künftig dafür sogen, dass Religion und Weltanschauung innerhalb der Vereinten Nationen frei ausgeübt werden können. Der neue UNO-Sonderberichterstatter für Glaubens- und Gewissensfreiheit heißt Heiner Bielefeldt und ist auch noch katholischer Theologe. Vor genau einer Woche hat der Menschenrechtsrat der Vereinten Nationen mit Sitz in Genf den Professor für Menschenrechtspolitik aus Erlangen ernannt. Von 2003 bis 2009 war Bielefeldt Rektor des Deutschen Instituts für Menschenrechte in Berlin, nun soll er also vor allem die Religionsfreiheit rund um den Globus stärken – und auch in Europa gibt es da Ansatzpunkte, erklärt Bielefeldt im Gespräch mit Radio Vatikan:

 

„Wenn es Probleme in Europa gibt, dann haben die vor allem etwas zu tun mit der Gleichberechtigung von religiösen Gruppen oder der verschiedenen religiösen Orientierungen. Und da kann man in der Tat Tendenzen beschreiben, auch in Deutschland, die Gleichberechtigung von Muslimen etwas an den Rand zu drücken. Indem man etwa sagt: Wir sind kein christlicher Staat, sondern wir sind eine christlich geprägte Kultur. Da rutscht also der Kulturbegriff ab und zu dazwischen und wird in manchen Interpretationen der Religionsfreiheit so gelesen, dass es danach klingt, als ob die hier traditionell etablierten religiösen Gruppen einen höherrangigen Anspruch hätten als Minderheiten, die erst in jüngerer Zeit etwas stärker geworden sind.“

  

Aber trotz seiner Sorge um den Missbrauch des Kulturbegriffs relativiert Bielefeldt:

 

„In diesem Sinne Religionsfreiheit unter Kulturvorbehalt zu stellen, unter Leitkulturvorbehalt, das ist problematisch. Aber, damit die Proportionen nicht verschwimmen, sei das einmal gesagt: Insgesamt sieht es in Europa hinsichtlich der Verwirklichung der Religionsfreiheit schon günstiger aus, als in manchen anderen Regionen der Welt.“

  

Besondere Herausforderungen sieht Bielefeldt in Ländern wie dem Iran, wo die Religion fester Bestandteil der staatlichen Ordnungs- und Identitätspolitik sei. Bedenklich seien Bestrebungen einiger Staaten im Menschenrechtsrat, die islamische Religion als kulturelle Identität darzustellen, neben der andere Religionen und Menschenrechte zurückzustehen hätten:

 

„Es gibt seit Jahren im UNO-Kontext immer wieder Bestrebungen, Resolutionen zu verabschieden zum Thema Diffamierung der Religionen – also zur Bekämpfung der Religionsdiffamierung. Und dass dabei der Begriff der Religionsfreiheit nicht hinweg geschoben wird in Richtung einer Identitätspolitik, manchmal sogar einer autoritären Identitätspolitik, die dann dazu führt, dass die geistige Auseinandersetzung in den Fragen um Religion auf der Strecke bleibt, das ist überaus wichtig!“

  

Deshalb fordert der Wissenschaftler vehement:

„Innerhalb der Religionsfreiheit müssen geistige Auseinandersetzung und Sinnsuche auch für diejenigen Menschen möglich sein, die nicht unbedingt immer mit den herrschenden Orthodoxien übereinstimmen und die auch nicht politischen Bestrebungen nach Homogenität in der Bevölkerung entsprechen. Das muss möglich sein! Und da gibt es auch gerade bei der Organisation der islamischen Konferenz gelegentlich problematische Stimmen, immer wieder auch Versuche, das Religionsthema ganz anders zu besetzen, von der Religionsfreiheit weg in erster Linie hin zur Religionsdiffamierung. Und wenn der Diffamierungsbegriff nicht präzise definiert wird, dann kann das sehr schnell hinaus laufen auf neue Formen auch staatlicher Zensur. Und das darf nicht sein! Da darf das Thema Religion ganz allgemein nicht dafür herhalten!“

  

In seiner Arbeit will der Menschenrechtsexperte den Kurs seiner Amtsvorgängerin, der pakistanischen Rechtsanwältin Asma Jahangir, fortsetzen. Beispielsweise in der Debatte um die Mohammed-Karikaturen habe sie sich eindeutig für ein liberales Verständnis der Religionsfreiheit ausgesprochen.

 

„Es gab damals Versuche, die Debatte zum Anlass zu nehmen, um tatsächlich die Religionsfreiheit neu zu interpretieren. Und da muss man dagegen halten! Religionsfreiheit ist und bleibt ein Freiheitsrecht von Menschen, und ist, wie jedes Freiheitsrecht, ein unbequemes Recht. Weil es bedeutet, dass Menschen sich für Religion aussprechen, aber auch kritisch zu Religion äußern können. Und das gilt es auch gegen manche Vorstellungen anzugehen, wonach ein Religionenfrieden wichtiger wäre, als die Religionsfreiheit. Die Verständigung zwischen den Religionen ist ganz wichtig, ebenso die Überwindung von Stereotypen – gerade auch im Gespräch zwischen Christentum und Islam, zwischen westlicher und islamischer Welt. Aber die Religionsfreiheit darf dabei nicht in falscher Weise aufgeweicht werden. Sie bleibt das Freiheitsrecht von Menschen, sich in religiösen und weltanschaulichen Fragen so zu orientieren, dass es manchmal auch den großen Religionsgemeinschaften in die Quere kommt.“

  

Die derzeit etwa 40 Sonderberichterstatter sind unabhängige Experten, die ehrenamtlich zu bestimmten Menschenrechtsthemen oder Ländern arbeiten. Ihre Ergebnisse dokumentieren sie in öffentlich zugänglichen Jahresberichten. Viele von ihnen nehmen während ihres Mandats auch individuelle Beschwerden an. (rv 26)

 

 

 

 

DBK: „Sterbehilfeurteil bedeutet ethische Verunklarung

 

In einer ersten Reaktion auf das am Freitag gesprochene Sterbehilfe-Urteil mahnt die Deutsche Bischofskonferenz zwischen aktiver und passiver Sterbehilfe stärker zu unterscheiden. Das sei für die katholische Kirche maßgebend, heißt es in einer Mitteilung. Eine differenzierte Analyse sei zum jetzigen Zeitpunkt nicht möglich, aber die Differenzierung scheint „uns in dem Urteil nicht genügend berücksichtigt zu sein“, so die Oberhirten „Wir fürchten durch diese Verunklarung sensible ethische Folgeprobleme.“ Im Fall eines Wachkoma-Patienten werfe die Unterscheidung von aktiver und passiver Sterbehilfe zusätzliche Probleme auf. Die Bischofskonferenz kündigte eine „sehr sorgfältige und differenzierte“ Analyse des Urteils an. – Als aktive Sterbehilfe wird die Tötung eines Patienten auf dessen ausdrücklichen oder vermeintlichen Willen durch Eingreifen von außen, meist durch einen Arzt, bezeichnet. Sie ist in Deutschland verboten. Unter passiver Sterbehilfe versteht man die Unterlassung oder einen Abbruch lebensverlängernder Maßnahme wie eine künstliche Ernährung und Beatmung oder den Verzicht auf Behandlung mit Antibiotika. Sie ist unter Umständen auch für eine Phase erlaubt, in welcher der Sterbeprozess noch nicht eingesetzt hat. Entscheidendes Kriterium dabei ist der geäußerte oder mutmaßliche Wunsch des Patienten. Seit Herbst 2009 gibt es in Deutschland gesetzliche Regeln für Patientenverfügungen. (pm/kna 25)

 

 

 

Katholische Kirche kritisiert Sterbehilfe-Urteil

 

Update In einem Prozess um Grundsatzfragen der Sterbehilfe hat der Bundesgerichtshof einen wegen versuchten Totschlags angeklagten Rechtsanwalt freigesprochen. Die Reaktionen auf das Urteil sind gemischt.

Der Abbruch einer lebenserhaltenden Behandlung sei nicht strafbar, wenn ein entsprechender klarer Patientenwille vorliege, entschied der Bundesgerichtshof (BGH) am Freitag in Karlsruhe. In diesem Fall könne nicht nur ein Behandlungsabbruch durch bloßes Unterlassen weiterer Ernährung, sondern auch durch „aktives Tun“ wie etwa der Entfernung einer Ernährungssonde gerechtfertigt sein. Der BGH hob die Verurteilung des Medizinrechtlers Wolfgang Putz wegen versuchten Totschlags auf und sprach ihn frei.

Der Münchner Rechtsanwalt hatte im Dezember 2007 Angehörigen geraten, ihre im Wachkoma liegende Mutter sterben zu lassen, indem sie die Magensonde durchschneiden und damit die künstliche Ernährung beenden sollten. Das Landgericht Fulda hatte darin eine verbotene aktive Sterbehilfe gesehen und hatte Putz im April 2009 deshalb zu neun Monaten auf Bewährung verurteilt.

Die dagegen gerichtete Revision des Angeklagten hatte nun Erfolg. Es liege „keine rechtswidrige Tötungshandlung“ vor, entschied der BGH. Der Revisionsanwalt von Putz, Gunter Widmaier, sprach von einem „Urteil von epochaler Bedeutung“.

Patientin wollte keine lebensverlängernden Maßnahmen

Die 1931 geborene Mutter lag seit Oktober 2002 nach einer Hirnblutung im Wachkoma. Sie wurde in einem Pflegeheim in Bad Hersfeld über einen Zugang in der Bauchdecke mit Hilfe einer „PEG-Sonde“ künstlich ernährt. Eine Besserung ihres Gesundheitszustandes war nicht mehr zu erwarten. Kurz vor der Hirnblutung - im September 2002 - hatte die alte Frau ihrer Tochter mündlich gesagt, dass sie im Ernstfall keine lebensverlängernden Maßnahmen durch künstliche Ernährung wolle, schriftlich hatte sie dies aber nicht fixiert.

Tochter und Sohn bemühten sich um die Einstellung der künstlichen Ernährung, scheiterten damit aber kurz vor Weihnachten 2007 am Widerstand der Geschäftsleitung des Pflegeheims. Daraufhin riet Anwalt Putz der Tochter, den Schlauch der Sonde über der Bauchdecke zu durchtrennen, was diese schließlich tat. Nachdem das Heimpersonal dies entdeckt und die Heimleitung die Polizei eingeschaltet hatte, wurde die Mutter gegen den Willen ihrer Kinder in ein Krankenhaus gebracht, wo ihr eine neue PEG-Sonde gelegt wurde. Sie starb dort zwei Wochen darauf eines natürlichen Todes aufgrund ihrer Erkrankungen.

Justizministerin: Sterbehilfe-Urteil schafft Rechtssicherheit

Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) hat das Sterbehilfe-Urteil des Bundesgerichtshofs (BGH) begrüßt. Die Entscheidung schaffe „Rechtssicherheit“ im Spannungsfeld zwischen zulässiger passiver und verbotener aktiver Sterbehilfe, betonte die Ministerin am Freitag in Berlin. Der Bundesgerichtshof habe dem Selbstbestimmungsrecht des Menschen „zurecht einen besonders hohen Stellenwert eingeräumt“.

Der BGH stelle klar, dass der freiverantwortlich gefasste Wille des Menschen in allen Lebenslagen beachtet werden müsse. „Es gibt keine Zwangsbehandlung gegen den Willen des Menschen“, sagte die Ministerin. „Niemand macht sich strafbar, der dem explizit geäußerten oder dem klar festgestellten mutmaßlichen Willen des Patienten, auf lebensverlängernde Maßnahmen zu verzichten, Beachtung schenkt“, erläuterte sie.

Dabei verwies Leutheusser-Schnarrenberger auf die Bedeutung der Patientenverfügung. Diese helfe dabei, „dass der freiverantwortlich gefasste Wille des Menschen bis zuletzt beachtet werden kann - auch und gerade dann, wenn der Mensch nicht mehr entscheidungsfähig ist“.

Auch Bayerns Justizministerin Beate Merk (CSU) sieht nun „eine wichtige Grenze zwischen erlaubter und strafbarer Sterbehilfe gezogen.“ Wolfgang Neskovic, Mitglied des Vorstands der Linksfraktion im Bundestag, betonte, das Urteil werde “der Würde des Menschen gerecht„. Es orientiere sich an der Lebenswirklichkeit vieler Angehöriger von Sterbenskranken. “Diesen Menschen wurde heute eine große Last von den Schultern genommen„, erklärte Neskovic.

Die katholische deutsche Bischofskonferenz sprach hingegen von “Grundbedenken„ gegen das Urteil. Für die katholische Kirche sei die grundlegende Unterscheidung zwischen aktiver und passiver Sterbehilfe maßgebend. “Sie ist eine unentbehrliche ethische Entscheidungshilfe und scheint uns in dem Urteil nicht genügend berücksichtigt zu sein„, heißt es in einer ersten Erklärung der Bischöfe. “Wir fürchten durch diese Verunklarung sensible ethische Folgeprobleme„, betonte die Bischofskonferenz.

Die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) erklärte hingegen, das Urteil trage “zu einer größeren Rechtssicherheit bei Ärzten, Pflegepersonal und Angehörigen bei„. In der christlichen Ethik gebe es “keine Verpflichtung des Menschen zur Lebensverlängerung um jeden Preis und auch kein ethisches Gebot, die therapeutischen Möglichkeiten der Medizin bis zum Letzten auszuschöpfen„. Einen Menschen sterben lassen sei bei vorher verfügtem Patientenwillen “nicht nur gerechtfertigt, sondern geboten„. Demgegenüber bleibe die gezielte Tötung eines Menschen in der letzten Lebensphase aus christlicher Sicht ethisch nicht vertretbar, auch wenn sie auf seinen ausdrücklichen Wunsch hin erfolgt.

Der Marburger Bund warnte Angehörige von Patienten davor, das Urteil misszuverstehen. Es sei „kein Freibrief für eigenmächtiges Vorgehen bei der Entscheidung über die Fortsetzung von lebenserhaltenden Maßnahmen“, sagte der Erste Vorsitzende der Ärztegewerkschaft, Rudolf Henke.

Auch die Deutsche Hospiz Stiftung mahnte: „Nicht alles, was straflos bleibt, ist auch geboten“. Ohne Patientenverfügung dürften lebenserhaltende Maßnahmen nur eingestellt werden, „wenn der Betroffene früher glasklar gesagt hat, was er will und was nicht“, betonte der Geschäftsführende Vorstand der Patientenschutzorganisation, Eugen Brysch. (ddp/dpa 26)

 

 

 

D: Kein „Wildwest“ am Sterbebett

 

In einem Grundsatzurteil zur Sterbehilfe hat der Bundesgerichtshof (BGH) am Freitag einen Rechtsanwalt vom Vorwurf des versuchten Totschlags freigesprochen. Auf der Grundlage eines Patientenwillens, auch wenn dieser mündlich geäußert ist, ist der Abbruch einer lebenserhaltenden Behandlung nicht strafbar, so das Urteil. Der geschäftsführende Vorstand der Deutschen Hospiz Stiftung Eugen Brysch sagte kurz nach der Urteilsverkündung gegenüber dem domradio:

 

„Ich glaube, wir sollten genau hinschauen, auch wenn der Anwalt heute freigesprochen worden ist. Aber nicht alles, was straflos bleibt, ist auch geboten. Ich glaube, Wildwest darf am Sterbebett und erst recht bei Sterbenskranken keine Rolle spielen.“

 

Der Rechtsanwalt hatte seiner Mandantin dazu geraten, den Schlauch zur künstlichen Ernährung zu durchtrennen, um so die seit vielen Jahren im Wachkoma liegende Mutter sterben zu lassen. Die Mutter hatte für einen solchen Fall zuvor mündlich den Wunsch geäußert, die künstliche Ernährung einzustellen.

 

„Ich glaube, dass der Bundesgerichtshof außer Acht gelassen hat, dass beim Nichtvorliegen einer Patientenverfügung und darum ging es, lebenserhaltende Maßnahmen nur dann eingestellt werden dürfen, wenn dies zweifelsfrei der Patientenwille ist. Hier war eigentlich nur ein Vieraugengespräch Bestandteil, en passant mal eben zwischen der Tochter und der Mutter. Ich finde, das darf nicht ausreichen.“

 

Im Nachhinein lässt sich schlecht nachweisen, wie explizit sich die Mutter gegenüber der Tochter geäußert hat. Brysch fragt: Wenn die Mutter doch keine lebenserhaltenden Maßnahmen wünschte, warum wurde sie dann überhaupt künstlich ernährt? Auf die Frage, ob mit dem Zerschneiden des Schlauches eine aktive Sterbehilfe vorliegt, sagt Brysch:

 

„Niemand stirbt dadurch, dass ein Schlauch durchgeschnitten wird. Das war allen bekannt, auch dem Anwalt. Denn wenn sie kurzfristig die Ernährung einstellen, sind sie nicht innerhalb von einer Stunde tot. Am Ende hat der Anwalt, der sich jetzt als Sieger sieht, nur Verlierer übergelassen: Die Mutter wurde ohne ihre Tochter in ein Krankenhaus verlegt, bekam eine neue Magensonde. Die Tochter durfte ihre Mutter nie mehr sehen und der Sohn hat sich wenige Monate danach das Leben genommen. Also das ist Wüste und nicht das, was wir uns vorstellen in einer guten umfassenden Sterbebegleitung, wo palliative Therapie so etwas auch real werden lassen kann.“

 

Um den Angehörigen ein solches Dilemma zu ersparen, rät Brysch zu einer schriftlichen Patientenverfügung. Sie muss hinreichend konkret formuliert und auf die Krankheitszustände und die medizinischen Maßnahmen abgestimmt sein. An die Politik stellt der Vorsitzende der Hospiz Stiftung folgende Forderung:

 

„Der Gesetzgeber ist gefordert, Regelungen zu treffen, die den Patientenwillen von Schwerstkranken nicht zum Spielball fremder Interessen und erst recht Mutmaßungen anderer machen lässt. Hier muss das Patientenverfügungsgesetz eindeutige Regeln vorschreiben, dass mehrere Angehörige zu befragen sind, grundsätzlich diese Dinge auf den Krankheitszustand angewiesen werden sollen und dass darüber auch eine klare Dokumentation erfolgt. – Das ist in diesem Fall alles nicht geschehen.“  (domradio/kna 25)

 

 

 

 

Leitartikel. Die Würde des Todkranken

 

Der Schutz der Menschenwürde verbietet die Folter und die Sklaverei, er verbietet die Diskriminierung ethnischer Gruppen und nichtehelicher Kinder, die Ausbeutung der Lebenden und die Schändung der Toten - nur die Entmündigung des sterbenskranken Menschen, seine Verdinglichung als Objekt der zur Verlängerung seines Lebens eingesetzten Apparate verbot der Schutz der Menschenwürde bisher in Deutschland nicht. Er verbot es nicht, selbst wenn der Mensch noch bei wachem Verstand und bester Gesundheit unmissverständlich verfügt hatte, im Falle einer tödlichen Erkrankung unter keinen Umständen Gegenstand lebensverlängernder Maßnahmen werden zu wollen.

 

Zwar macht sich der Hausarzt strafbar, der einem Kranken ohne dessen Zustimmung die Spritze setzt, zwar wird der Chirurg wegen Körperverletzung verurteilt, wenn er den Bauch des Patienten öffnet, ohne ihn um sein Einverständnis gebeten zu haben. Aber am Bett des unwiderruflich Komatösen, des Moribunden, dessen Leben nur an einer Magensonde hängt, hatte das Selbstbestimmungsrecht des Menschen, also der Schutz seiner Würde, bisher ausgespielt. Vom deutschen Aufklärer Theodor Gottlieb von Hippel (1741-1796) stammt das Wort: "Ein jeder Mensch auf der ganzen Welt verliert, wenn auch nur ein einziger zur Sache sich erniedrigen lässt." Der Satz klingt, als hätte von Hippel ihn als Warnung vor der Apparatemedizin der Gegenwart geschrieben.

 

Das war, das ist keine Folge ärztlicher Hybris, die im schwerstkranken Patienten nur den Organismus erkennt, eine vegetative Wucherung, psychisch und intellektuell bedeutungslos, physisch aber unter allen Umständen am Leben zu erhalten. Die fehlende Bereitschaft vieler Ärzte, sich dem Willen der Patienten zu fügen, war vielmehr Ausdruck und Folge ihrer Angst, sich mit dem Abbruch der Behandlung strafbar zu machen und wegen aktiver Sterbehilfe verurteilt zu werden.

 

In einer grundlegenden Entscheidung hat der Bundesgerichtshof gestern endlich für Klarheit gesorgt und dem freien Willen des Patienten zu seinem Recht verholfen. Kein Arzt, sagen die Karlsruher Richter, mache sich strafbar, der den unmissverständlich geäußerten Willen des Patienten respektiere, auf lebensverlängernde Maßnahmen zu verzichten.

 

Zugleich beendet der 2. Strafsenat mit seinem Urteil eine ebenso spitzfindige wie unergiebige juristische Debatte. Sie betraf die Frage, wann im Abbruch der Behandlung eher eine - straflose - Unterlassung oder eher eine - möglicherweise strafbare - Handlung gesehen werden könne. Einerseits wurden mit dieser Distinktion Generationen von Jura-Studenten in Klausuren malträtiert, andererseits scherte sie sich offenkundig nicht um den Patientenwillen. Darum schreibt der Bundesgerichtshof zu Recht: "Eine nur an den Äußerlichkeiten von Tun oder Unterlassen orientierte Unterscheidung der straflosen Sterbehilfe vom strafbaren Töten des Patienten wird dem sachlichen Unterschied zwischen der auf eine Lebensbeendigung gerichteten Tötung und Verhaltensweisen nicht gerecht, die dem krankheitsbedingten Sterbenlassen mit Einwilligung des Betroffenen seinen Lauf lassen."

 

Das Urteil ist erfreulich; es entlastet die Angehörigen schwerstkranker Patienten ebenso wie die Ärzte und die Pflegekräfte. Aber überraschend ist es nicht; denn der Bundesgerichtshof holt lediglich im Strafrecht nach, was der Bundestag 2009 im zivilrechtlichen Patientenverfügungsgesetz vorgemacht hatte. Das Gesetz garantiert, dass der Patientenwille bis zum Lebensende verbindlich bleibt und von den Ärzten zu befolgen ist. Danach ist ein Beatmungsgerät ab- oder die künstliche Ernährung einzustellen, selbst wenn der Patient dadurch stirbt. Aber was nützt eine zivilrechtliche Garantie, wenn der Mediziner, der für sie einzustehen hat, mit einer strafrechtlichen Verurteilung rechnen muss. Diesen Widerspruch hat der 2. Strafsenat mit seiner Entscheidung beseitigt. Das ist viel, aber es ist noch nicht genug.

 

Die Unsicherheit, wo die zulässige passive Sterbehilfe aufhört und die strafbare Sterbehilfe beginnt, ist nicht nur in der Ärzteschaft verbreitet, auch die Gerichte tasten - wie der Ausgangsfall der BGH-Entscheidung bedrückend belegt - in der Finsternis. Mit seinem Urteil hat der Bundesgerichtshof gestern ein Lichtlein entzündet. Aber das Dunkel verjagen kann nur die Fackel des Gesetzgebers. Ärzte und Patienten haben Anspruch auf gesetzliche Klarheit. FR 26

 

 

 

 

Sterbehilfe. Die Richter haben eine pragmatische Wertung getroffen

 

Kein Gesetz und keine ethische oder religiöse Maxime ist stärker als der Wille des Patienten. Dies hat das Urteil klargestellt. Es ist wahr, das Leben hat dadurch etwas von seiner heiligen Unverfügbarkeit eingebüßt. Aber er ist alles, was wir haben.

Wenn das Wort vom Härtefall je eine Berechtigung hatte, dann hier. Eine Frau Mitte siebzig, fünf Jahre im Wachkoma, ausgezehrt, darbend, wundgelegen. Ein morscher Mensch, todgeweiht, am spärlichen Leben gehalten nur durch den Nährstoff einer Magensonde. Um ihn zu wiegen, spannte man ihn in ein Gestell. Ob jemand Qualen leidet, nichts mehr fühlt oder irgendwas dazwischen, keiner weiß es. Sicher ist nur, dass es so weitergehen und irgendwann zu Ende sein wird.

Das Geschehenlassen ist vielen unerträglich geworden, weil der Abschied dann kein Abschied mehr ist, sondern das kalte Freischalten eines Menschenlebens in die Endlosschleife der Apparatemedizin. Für das Leben Erwartende, Hoffende kann sie ein Segen sein, für Moribunde und ihre Angehörigen kündigt sich darin nur allzu oft die Vorhölle an. In dieser Schicksalszone manövrieren seit jeher Ärzte und Juristen zwischen Patienten, Betreuern und Verwandten; ihre Aufgaben sind nur schwieriger geworden, seit die Technik es vermag, mit dem letzten Funken Leben einen bedrohlich langen Weg in den Tod auszuleuchten. Der Bundesgerichtshof, das ist die zentrale Botschaft des gestrigen Urteils, möchte den Beteiligten in dieser Situation helfen, möchte Halt und Orientierung geben auf unsicherem Grund – was er nicht möchte ist, aktive Sterbehilfe zu erleichtern, sie zu fördern oder ihr irgendwelche Rechte einzuräumen. Es geht bei dem Urteil nur um Respekt vor Höchstpersönlichem.

Hard cases make bad law, lautet ein britisches Juristensprichwort, harte Fälle schaffen schlechtes Recht. Mancher mag daran Anstoß nehmen, dass die Richter in Karlsruhe die Trennlinie zwischen aktivem Tun und Unterlassen aufgeweicht haben. Doch hat der Härtefall auch gezeigt, dass die fein gewirkten dogmatischen Grenzen der Konfrontation mit dem Schicksal nicht standhalten. Es wäre deshalb ebenfalls fragwürdig, sie gewissermaßen künstlich am Leben zu erhalten, nur um den Preis des Symbols, dass jede Form tätlichen Tötens verboten sein soll.

Tatsächlich ist es keine Frage, dass der Medizinrechtler Wolfgang Putz mit seinem Rat, den Schlauch zu kappen, einen Tötungsvorschlag unterbreitet hatte, dem die Tochter folgte. Aber es war eine – versuchte – Tötung, kein strafbarer Totschlag, und es gab nur einen Patienten ohne Hoffnung und kein Opfer. Und es gab, wichtiger noch als alles, den erklärten Wunsch, eine aussichtslose medizinische Behandlung abzubrechen. Ob dies ein Schnitt ist oder das Umlegen eines Hebels am Beatmungsgerät, ist an diesem allerletzten Ende zweitrangig.

Das geschehene Unrecht reduziert sich darauf, dass es für Patientin wie Anwalt zumutbar gewesen wäre, eine gerichtliche Klärung abzuwarten. Aber das reicht eben nicht, um jemanden wegen eines Tötungsdelikts zu verurteilen. Die Grenze zur Tötung auf Verlangen bleibt gewahrt und die Beihilfe zum Suizid straflos wie eh und je. Statt sich weiter in überkomplexer Theorie zu verirren, haben die Richter am Freitag eine pragmatische Wertung getroffen, die sie im Gesetz verankern können. Nicht mehr und nicht weniger war ihre Aufgabe. Kein Gesetz und keine ethische oder religiöse Maxime ist stärker als der Wille des Patienten. Dies hatte der Bundestag beschlossen, und das Urteil hat es klargestellt. Es ist wahr, das Leben hat dadurch etwas von seiner heiligen Unverfügbarkeit eingebüßt, und jener mündlich oder schriftlich niedergelegte Wille ist manchmal weniger stark und überzeugend, als er daherkommt. Aber er ist alles, was wir haben. Christian Bommarius Tsp 26

 

 

 

Hausdurchsuchung beim Erzbischof von Mechelen-Brüssel. Vatikan empört

 

ROM - Mit einer heute veröffentlichten Note bringt das Staatsekretariat des Heiligen Stuhls sein „großes Erstaunen über die Modalitäten" zum Ausdruck, „unter denen es am gestrigen Vormittag zu einigen Hausdurchsuchungen durch die belgische Polizei gekommen ist". Gleichzeitig betont die Note die Empörung des Vatikans über die Tatsache, dass es sogar zur Verletzung der Gräber der Kardinäle und ehemaligen Erzbischöfe von Mechelen-Brüssel Jozef-Ernest Van Roey und Leon-Joseph Suenens gekommen ist.

Die Brüsseler Staatsanwaltschaft hatte am gestrigen Donnerstag um 10.30 Uhr Durchsuchungen am Sitz des Erzbistums Mechelen-Brüssel und bei anderen kirchlichen Einrichtungen vornehmen lassen. Dabei wurde gegenüber den dort versammelten Bischöfen der Bischofskonferenz keine Erklärungen abgegeben. Alle Dokumente und Handys der Bischöfe wurden beschlagnahmt. Die Bischöfe durften das Gebäude bis zum Ende der Durchsuchung um 19.30 Uhr nicht verlassen. Als Grund hierzu wurde die Suche nach Beweismaterial in Missbrauchsfällen angegeben. Die Staatsanwaltschaft hätte neue Erkenntnisse erlangt, wonach Minderjährige von kirchlichen Mitarbeitern sexuell missbraucht worden seien. Ziel der Ermittlungen sei es gewesen, belastendes oder entlastendes Material zu finden.

Alle Anwesenden (die Mitglieder der Bischofskonferenz sowie das Personal) wurden verhört. Wie die Bischofskonferenz heute miteilte, habe es sich dabei um keine „angenehme Erfahrung" gehandelt; alles sei jedoch korrekt verlaufen. „Die Bischöfe haben immer in die Justiz und ihre Arbeit Vertrauen gehabt", so eine Mitteilung. Aus diesem Grund würde sich die Bischofskonferenz im jetzigen Moment weiterer Kommentare enthalten.

Auch die Wohnung des emeritierten Erzbischofs der Erzdiözese, Kardinal Godfried Danneels, sowie die Kathedrale mit den Gräbern der ehemaligen Erzbischöfe und die unabhängige von der Kirche eingesetzte Kommission für Missbrauchsfälle waren Gegenstand der Durchsuchung. Alle Dossiers der Kommission wurden dabei beschlagnahmt.

Der Pressesprecher der belgischen Bischofskonferenz betonte zusammen mit dem Vorsitzenden der Kommission, Prof. Peter Adriaensses, dass dieses Vorgehen gegen das Recht auf Diskretion verstosse, auf das die Opfer, die sich an die Kommission gewandt haben, einen Anspruch hätten. „Ein derartiges Vorgehen fügt somit der notwendigen und hervorragenden Arbeit der Kommission schweren Schaden zu", so die Bischofskonferenz.

Heute wurde der Botschafter beim Heiligen Stuhl des Königreichs Belgiens, Charles Ghislain, zum Gespräch vorgeladen. Ihm gegenüber brachte der Sekretär für die Beziehungen mit den Staaten, Erzbischof Dominique Mamberti, die Entrüstung über das Verhalten der belgischen Behörden zum Ausdruck.

Dabei betonte das Staatssekretariat erneut seine eindeutige Verurteilung von jedem Fall sexuellen Missbrauchs von Minderjährigen durch Mitglieder des Klerus. Diese seien „sündhaft und kriminell". Gleichzeitig wurde die Notwendigkeit wiederholt, derartigen Taten entsprechend den Anforderungen der Justiz und den Lehren des Evangeliums zu begegnen.

Neben der Entrüstung über das zitierte Vorgehen betont das Staatsekretariat jedoch im Besonderen sein Bedauern hinsichtlich der Verletzung der Persönlichkeitsrechte der Opfer. Zenit 25

 

 

 

 

England: Priesterlöcher und Spione – Mission während der Reformation

 

Vom 16. bis 19. September wird Papst Benedikt XVI. seine erste Reise nach Großbritannien antreten. Dass eine englische Königin den Papst aus Rom empfängt, wäre Ende des 16. Jahrhundert unvorstellbar gewesen. Besonders unter Königin Elisabeth I. (1533-1603) lebte die feindliche Gesinnung gegenüber der katholischen Kirche auf. Das englische Seminar in Rom hat eine Ausstellung über die vermutlich schwerste Zeit für britische Katholiken auf die Beine gestellt. Mit allen Sinnen sollen Besucher erleben, was Pilgerwesen und Mission damals bedeuteten.

 

„Wenn Sie ein Auge schließen, dann erscheint es von diesem Punkt aus zweidimensional“: Der Leiter des englischen Seminares in Rom, Andrew Headon, steht vor dem Kern der Ausstellung „Non angli sed angeli“ (Zu Deutsch: Keine Angelsachsen sondern Engel), dem Märtyrerbild. Als Trompe l´oeil können die Besucher das Bild zweidimensional erleben. Es zeigt den verwundeten Christus und zu seinen Füßen die beiden englischen Märtyrer: Den Heiligen Thomas von Canterbury und den Heiligen Edmund. Sie laden dazu ein, durch das Nordtor Roms, der Porta Flaminia, nach England zu ziehen und in den Himmel, wie Headon ergänzt. Seit der Reformationszeit ruft das Bild britische Seminaristen dazu auf, als Missionar gen Nord auszuziehen, hinaus aus dem sicheren Rom gen Norden.

„Wann immer die Seminaristen hörten, dass einer ihre Brüder einen Märtyrertod gestorben war, versammelten sie sich vor diesem Bild. Das gilt auch schon für die ersten Seminaristen. Sie kamen dann vor dem Bild zusammen, sangen das Te Deum und lobten Gott.“

Zwischen 1581 bis 1679 starben 42 englische Seminaristen als Märtyrer. Begonnen hatte der Wandel des einst katholischen Britanniens mit der Exkommunikation von Heinrich VIII. Er hatte sich ohne päpstliche Erlaubnis wiederverheiratet. Über die Exkommunikation durch Papst Clemens VII. erbost, setzte er sich zum Oberhaupt der Church of England ein.

„Ich glaube, 400 Jahre nach der Reformation lässt sich nur schwer beurteilen, wie damals die Situation war, vor allem die politische Situation. Für die normale Bevölkerung galt damals, wer nicht zur anglikanischen Messe ging, musste eine Steuer bezahlen, wurde bestraft. Es lässt sich leicht sagen, sie hätten gegenüber dem Papst loyal bleiben sollen. Es gab damals einen so großen Druck auf das Volk.“

Der Ausstellungstitel „non angli sed angeli“ spielt auf eine Äußerung von Papst Gregor I. (ca. 540 – 604) an. Er soll beim Anblick britischer Sklaven gesagt haben, das sind keine Angelsachsen, sondern Engel. Später schickte er Missionare zu den britischen Inseln. Die Ausstellung beschreibt die beschwerliche Route, die Via Francigenia, die viele britische Pilger von Canterbury nach Rom nahmen. Headon erzählt von den damaligen Strapazen der Pilgerreise. Als Fremde waren die Pilger unterwegs, oftmals ohne Kenntnisse der Sprache vor Ort, wilde Tiere und Räuber lauerten am Wegesrand, es gab immer wieder regionale Kriege, von denen der Pilger aber nur ungefähre Informationen besaß. Auf die Rückkehrer, die als Missionare von Rom aus in die andere Richtung loszogen, lauerten zudem vielerorts Spione. Die Königin hatte sie scharenweise ausgesetzt. Schafften es die Missionare dennoch in Britannien anzukommen, war es für sie nicht leicht zwischen Feind und Freund zu unterscheiden. Sie mussten sich auf die in Rom genannten Kontaktdaten und Ansprechpartner verlassen. Messen wurden im Geheimen gefeiert. Falls sich ein Geistlicher schnell verstecken musste, gab es für den Ernstfall so genannte Priesterlöcher.

„Die Priesterlöcher waren verdeckt von hölzernen Vertäfelungen oder sie befanden sich in Kaminen. So dass jemand, der vor dem Haus stand, diese verborgenen Räume nicht sehen konnte. Wenn der Priester sich plötzlich verstecken musste, konnte er das innerhalb des Hauses tun und das manchmal auch für viele Tage.“

Das englische Seminar in Rom ist die älteste britische Einrichtung im Ausland, erklärt der Leiter des Priesterseminars. Headon hat die Ausstellung mitorganisiert. Die Wurzeln des Seminars reichen zurück bis in Jahr 1362. Damals befand sich in dem Gebäude eine britische Pilgerherberge. Forscher seien in den alten Haushalts- und Gästebüchern der Herberge auf interessante Notizen gestoßen. So könnte zum Beispiel der britische Schriftsteller William Shakespeare Gast der Pilgerunterkunft gewesen sein:

„Es gibt eine Theorie, dass William Shakespeare hierher als Gast gekommen sein könnte. Zu Zeiten als das Seminar noch eine Pilgerstätte war. Es gibt unbekannte Jahre in Shakespeares Leben, wo wir nicht genau wissen, was er damals gemacht hat. Eine Möglichkeit ist, dass er damals in Italien war. Schließlich spielen einige seiner Stücke in Verona oder Venedig. Wenn er damals auch nach Rom gekommen ist, dann wäre die britische Herberge doch mit Sicherheit eine Anlaufstelle gewesen.“

Die entsprechenden Einträge, die auf Shakespeares möglichen Aufenthalt in Rom hindeuten, sind in einem der kleinen Ausstellungsräume zu sehen. Die ganze Schau führt durch Kellergewölbe, die unterhalb des weitläufigen englischen Seminars in einer der römischen Altstadtgassen liegen. Gregorianische Klänge füllen die Räume. Auf dem Fußboden ist die Pilgerroute, die Via Francigenia, wie ein alter Kartendruck abgebildet. Dazu gibt es Videofilme, ein kleines begehbares Priesterversteck. Herzraum der Ausstellung ist die Krypta unterhalb der Seminarkirche. In der Mitte des hellverklinkerten Gewölbes steht eine Dreifaltigkeitsstatue. Dahinter ist auf einer Leinwand ein Mann projiziert, der in klassischer Pilgerkleidung im dunklen Kapuzenumhang und mit einem Stock durch einen Wald wandert. Hier lädt die Ausstellung zur Meditation ein, betont Seminarleiter Headon.

„Ich wollte eine lebendige Schau und die Geschichte des Instituts erzählen, aber ich wollte den Besuchern auch einen Eindruck von dem Pilgerwesen und der Mission geben. Die Ausstellung ist nicht nur interaktiv, weil es ein begehbares Priesterloch gibt, nein, die Ausstellung ist zum Beispiel mit der Meditation in derKrypta wie eine Pilgerreise angelegt, der Weg von Rom und wieder zurück.“

Die Ausstellung „Non angli sed angeli – a pilgrimage and a mission“ ist noch bis Ende Juli in Rom zu sehen. (rv 24)

 

 

 

 

Italien: kulturelle und politische Gründe für Verteidigung des Kruzifixes

 

Die Entscheidung des Straßburger Gerichtshofs zu dieser Frage wird am nächsten Dienstag gefällt - Von Carmen Elena Villa

 

ROM - „Ein europäischer Säkularismus, der die elementaren und tiefen Empfindungen eines Volkes verletzt, ist unvorstellbar", erklärte gestern der italienische Staatspräsident Giorgio Napolitano.

Auf einer in Rom abgehaltenen Podiumsdiskussion des Nationalrats über das Kulturerbe, gab der italienische Präsident eine Botschaft mit dem Titel Valori e diritto - Il caso del Crocifisso (Werte und Rechte - der Fall des Kruzifixes) heraus.

Präsident Napolitano erklärte, dass er in keinster Weise versuche, die Befugnisse der Gerichtsbehörden zu untergraben. Jedoch wolle er den Bildungsauftrag der verschiedenen Institutionen deutlich unterstreichen, die in verschiedenen Umgebungen, auf verschiedenen Ebenen und in völliger Unabhängigkeit voneinander, die Achtung der grundlegenden, von allen Menschen anerkannten, ethischen Prinzipien fördern würden, und ohne denen das soziale Netz schlichtweg zerfallen würde.

Deshalb betonte der italienische Präsident, dass es wichtig sei, das „traditionelle, identitätsstiftende Erbe und die Werte zu schützen und hochzuschätzen, insbesondere jene, die in den europäischen Ländern und in unserem Land durch die jahrtausende alte christliche und katholische Präsenz zum Ausdruck kommen."

Die Haltung zu religiösen Symbolen, müsse angemessener ausfallen, beanstandete Napolitano und verwies auf die Notwendigkeit eines Kompromisses zwischen den unterschiedlichen Sensibilitäten und die Verpflichtung, einen ernsten und bewussten Einspruch aus Gewissensgründen in besonderen Situationen zu schützen.

[Übersetzung aus dem Spanischen von Susanne Czupy] Zenit 25

 

 

 

 

Der Rücktritt von Bischof Mixa

 

Der Einfluss der Medien auf das kirchliche Handeln hat deutlich zugenommen

 

Bischof Mixa hat sich zurückgezogen, räumlich aus dem Augsburger Bischofspalais, juristisch mit seinem Vorhaben, ein päpstliches Gericht zu bemühen. Er zieht auch den Vorwurf zurück, er sei zum Rücktritt gedrängt worden. Ein versöhnlicher Abschiedsbrief an das Bistum zeigt, wo die Qualitäten dieses Bischofs liegen.

Aber es ging nicht ohne Einschaltung der Medien. Bei dem ersten Rücktritt im April hatten der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz und der Vorsitzende der Bayerischen Konferenz den Augsburger Bischof über die Medien aufgefordert, eine „Auszeit“ zu nehmen. Jetzt scheinen die Berichte, die Bischof Mixa noch mehr belasten als die Vorgänge um das Kinderheim in Schrobenhausen, von kirchlicher Seite in Deutschland den Medien zugespielt worden zu sein. Wenigstens haben Korrespondenten deutscher Zeitungen das aus dem Vatikan bedeutet bekommen. Es ist auch deutlich geworden, dass der Papst sich des Problems früher angenommen hatte und die Vorsitzenden der Deutschen wie der Bayerischen Bischofskonferenz sowie den Augsburger Weihbischof Losinger nach Rom einbestellt hatte. Welche Handlungsmöglichkeiten hatte der Papst aber tatsächlich?

 

Die begrenzte Macht des Papstes

Der Papst kann einen Bischof aus schwerwiegenden Gründen absetzen. Das ist im kirchlichen Gesetzbuch im Canon 193 allgemein festgelegt. Die Frage ist, warum der Papst von seiner Vollmacht nicht Gebrauch gemacht hat. Ein Grund liegt darin, dass der Papst die Solidarität der Bischöfe braucht. Würde er Bischöfe absetzen, so wie der amerikanische Präsident gerade einen Kommandanten entlassen hat oder der französische Staatspräsident Minister und Ministerinnen entlässt, würde er einen Aufruhr unter den Katholiken auslösen.

 

Johannes Paul II. hatte auf Wunsch der französischen Bischöfe 1995 den Bischof von Évreux, Jaques Gaillot, in ein Wüstenbistum „versetzt“. Dieser stand für das linke Spektrum des Katholizismus. Stimmen wurden sehr laut, die das als ungerechtfertigten Eingriff des Papstes bezeichneten, obwohl dieser doch nur den Bitten der Bischofskollegen nachgekommen war. Denn Bischof Gaillot verhielt sich in der Regel so, dass er in der Konferenz nichts sagte, nachher aber vor die Medien trat.

Nicht so verschieden waren die Auftritte des Augsburger Bischofs, z.B. in Fragen der Familienpolitik. Er machte sich zum Sprecher unter den Bischöfen für diese Fragen, was eigentlich Sache des Vorsitzenden der entsprechenden Kommission der Bischofskonferenz gewesen wäre. Es können aber nicht zwei Bischöfe auftreten und evtl. unterschiedliche Meinungen vertreten. Deshalb war dem Berliner Kardinal, Vorsitzender der entsprechenden Kommission, der Mund sozusagen verbunden.

Hätte Benedikt XVI. Bischof Mixa abgesetzt, wäre einen Sturm der Entrüstung entfesselt worden, zumal der Papst die Gründe, die den Augsburger Bischof persönlich belasten, nicht hätte nennen können. Würde er das tun, wären die Verfahren, die in der Politik üblich sind, um unliebsame Parteimitglieder loszuwerden, in der Kirche in Gebrauch gekommen. Was dem amerikanischen wie dem französischen Präsidenten zugebilligt wird, würde dem Papst als Willkürherrschaft angelastet, ob von Rechts oder von Links, auf jeden Fall in den Medien.

Wenn man über Jahre die Vollmachten des Papstes in Frage stellt, wie dies beispielsweise Hans Küng und viele andere tun, kann man nicht erwarten, dass der Papst seine Vollmachten ausüben kann, wenn es einmal wirklich für die deutsche Kirche notwendig ist. Aber auch mit der Papsttreue der Konservativen ist es nicht weit her.

 

Die Krise des konservativen Lagers in der katholischen Kirche

Was hat Bischof Mixa den Rückhalt gegeben, dass er wieder in sein Amt zurückkehren wollte? Es sind seine Anhänger, die über die letzten Wochen hinweg gegen die Annahme seines Rücktritts durch den Papst polemisiert haben. Nicht nur Kreuz.net, sondern auch kath.net boten dafür eine Plattform. Zweifellos war und ist Bischof Mixa noch eine Identifikationsperson für konservative kirchliche Strömungen im deutschsprachigen Raum. Es sind aber diejenigen, die den Papst in den letzten Jahren gegen die ständige Kritik aus dem linken katholischen Milieu verteidigt haben, die jetzt gegen den Papst antreten. Denn entscheidet der Papst einmal nicht im Sinne dieser Richtung, dann ist er plötzlich nicht mehr Papst. Von den Alkoholproblemen des Bischofs konnte man wissen, es gab mehrfach Andeutungen in den Medien, nicht nur im Zusammenhang mit der hohen Weinrechnung in Schrobenhausen. Muss man dem Papst nicht zugestehen, dass er in Personalfragen entscheidet, ohne alle Gründe auf den Tisch zu legen? Sonst müsste er ja die Person, die er absetzt, noch mehr beschädigen, würde er alle Gründe öffentlich nennen. Auch die Konservativen sollten eingestehen, dass sie Probleme in der katholischen Kirche den Medien zur Erledigung weiter reichen.

Als Sprecher der konservativen Richtung hat Bischof Mixa seinen Anhängern einen schlechten Dienst erwiesen. Es waren ja nicht nur Probleme mit dem Alkohol, sondern auch in der Priesterausbildung. Zu erinnern ist an den Wiener Kardinal Groer, der nach langem Hin und Her, das die österreichische Kirche sehr belastete, zum Rücktritt gedrängt werden konnte. St. Pölten mit Bischof Krenn war ebenso belastend. Die Umstände, warum der Bischof von Roermond, Johannes Gijsen, nämlich wegen der Zustände im Priesterseminar von Rolduc, 1996 nach Island versetzt wurde, sind schon vergessen. Anhängig ist immer noch das Doppelleben des Gründers der Ordensgemeinschaft der Legionäre Christi, Marcial Maciel Degollado, der 2008 gestorben ist. Ihm werden Missbrauch von Menschen, Unterschlagung von Geldern und ein Doppelleben vorgeworfen.

Es scheint fast so, dass die persönliche Lebensführung nicht zwingend mit dem moralischen Anspruch zusammengehen muss. Da die konservativen Leitfiguren sich gerade in der Frage der Priesterausbildung von anderen Trends in der Kirche abheben, führen Distanzlosigkeiten der Vorgesetzten zu schweren Fehlorientierungen beim Priesternachwuchs. Wie es dem linken Spektrum der katholischen Welt nicht zusteht, sich vor Schadenfreude die Hände zu reiben und die Kritik am Papst noch weiter zu verschärfen, so täte es dem konservativen Lager gut, den Schaden zu bekennen, den ihre Protagonisten der Kirche zugefügt haben und von dem hohen Ross der Einbildung herunterzusteigen, gerade sie würden die Kirche auf den richtigen Weg zurückführen. 

 

Die deutschen Kardinäle

Eine letzte Frage an die Verfasstheit der Kirche in Deutschland: In den wochenlangen Auseinandersetzungen war die Stimme der deutschen Kardinäle nicht zu hören, als würden sie auch zu denen gehören, die mit angehaltenem Atem zusehen, wie der Papst und die Vorsitzenden der Deutschen wie der Bayerischen Bischofskonferenz mit dem Problem fertig werden. Dem Kölner Kardinal wird eine größere Nähe zu Bischof Mixa zugetraut. Konnten er und andere Kardinäle nicht aktiv werden, haben sie doch andere Möglichkeiten als ein Vorsitzender?

Eckhard Bieger S.J. kath.de-Redaktion

 

 

 

 

 

Menschenrechtsexperte Oehring: „Mehr Irak-Flüchtlinge aufnehmen“

 

Seit dem „offiziellen“ Ende des Krieges ging im Irak der Krieg erst richtig los. Fast tagtäglich hören wir von neuen Anschlägen, Terror und Gewalt sind in Städten wie Mossul und Bagdad an der Tagesordnung. Vor allem Christen fallen den Anschlägen von Fanatikern zum Opfer, sie fliehen scharenweise aus der Region. Deutschland hat zuletzt 2.500 von solchen Irak-Flüchtlingen aufgenommen; damit ist das mit der EU vereinbarte Kontingent des Landes ausgeschöpft. Für den Strom der Irakflüchtlinge ist dies aber nur einen Tropfen auf den heißen Stein, meint Otmar Oehring, Experte für Menschenrechte beim kirchlichen Hilfswerk „missio“. Er hat sich in den letzten Jahren massiv für Irakflüchtlinge eingesetzt. Im Interview mit uns fragt Oehring:

 

„Was passiert mit den in der Region verbliebenen, ungefähr 60.000 christlichen Flüchtlingen? Es ist zu hoffen, dass im politischen Bereich Offenheit dafür besteht, über die Aufnahme von weiteren Christen und allgemein von Flüchtlingen aus den Nachbarländern des Irak nachzudenken. Jüngst war eine Delegation von Bundestagsabgeordneten und Kirchenvertretern in der Türkei, und dabei ist auch die chaldäische Gemeinde besucht worden, um sich vor Ort in Istanbul über die Situation der irakischen Flüchtlinge in der Türkei zu informieren. Ich hoffe, dass das dann auch Einfluss haben wird auf die Entscheidungsfindung der Bundesregierung in Deutschland.“

 

Zuletzt habe es in Deutschland parteiübergreifend Signale gegeben, mehr Flüchtlinge aufzunehmen, so Oehring hoffnungsvoll. Von den bereits in Deutschland lebenden Irak-Flüchtlingen hat der Experte Positives zu berichten:

 

„Man kann schon erste Integrationsschritte bei diesen Menschen sehen. Es ist durchaus guter Wille bei einem Großteil dieser Flüchtlinge zu sehen, sich in die deutsche Gesellschaft zu integrieren. Sie sind sich alle der Tatsache bewusst, dass das Leben und damit natürlich auch die Integration in die deutsche Gesellschaft ihre Zukunft ist, dass sie praktisch gar keine andere Möglichkeit haben. Zurück können sie nicht. Grundvoraussetzung ist natürlich das Erlernen der deutschen Sprache, was insbesondere bei den Jugendlichen, die nach Deutschland als Flüchtlinge gekommen sind, schon deutlich zu erkennen ist. Kleine Kinder und Jugendliche sprechen zum Teil schon ganz gut deutsch, wenn sie ein Jahr schon da sind. Bei den anderen wird das wahrscheinlich nicht anders sein.“ (rv 24)

 

 

 

 

Pakistan: Christen unter Druck

 

Dem Gesetz nach gibt es sie, die Religionsfreiheit in der islamischen Republik Pakistan, die Wirklichkeit sieht jedoch anders aus. Nur noch ein „Mythos“ sei die freie Religionsausübung, stellt die katholische Bischofskonferenz Pakistans in einem Bericht von diesem Donnerstag fest. Vor allem der „Blasphemieparagraph“ in der pakistanischen Verfassung hängt wie ein Damoklesschwert über der christlichen Minderheit im Land: Jede Beleidigung des Koran oder des Propheten Mohammed kann mit lebenslanger Haft oder gar dem Tod bestraft werden. Fundamentalisten missbrauchten oftmals dieses Gesetz, um Christen zu verfolgen, heißt es in dem Bericht weiter.

Der Bischof von Faisalabad, Joseph Coutts, ist zur Zeit in Polen unterwegs. Er berichtete unseren Kollegen über den Druck, dem die christliche Minderheit in Pakistan zur Zeit standhalten muss.

 

„Wir brauchen Eure Gebete jetzt gerade, wo die Lage für uns in Pakistan schwieriger wird. Gerade in den letzten Jahren ist die Bereitschaft zur Toleranz im Land stark gesunken. Das hat mit dem Krieg in Afghanistan zu tun und natürlich mit den Taliban, dieser extremistischen und militanten Gruppe. Das erlebt aber nicht nur die Kirche, sondern ganz Pakistan.“

95 Prozent der Muslime unterstützen eine Abschaffung des Blasphemiegesetzes, es sind die religiösen Fundamentalisten, die den Christen im Land Sorgen bereiten. Vor allem der Konflikt mit den radikalislamischen Taliban im Nachbarland Afghanistan erschwert die Lage. Bischof Coutts erzählt:

„Momentan greifen sie nicht direkt Christen an, die Taliban sind in erster Linie gegen die Regierung. Sie wollen da einen Wechsel und die Einführung des islamischen Systems. Aber wenn sie das schaffen sollten, dann würde uns das sehr stark betreffen und sehr negative Folgen haben. Denn nach ihren Vorstellungen von einem islamischen Staat wären wir keine gleichberechtigten Bürger mehr, wir müssten die islamischen Regeln befolgen und das wären nur einige Schwierigkeiten, die uns begegnen, wenn sie an die Macht kommen sollten.“ (kna 25)

 

 

 

 

Italien: Nährboden für heilige Ehepaare

 

Seligsprechungsprozess für römisches Ehepaar vor sechs Jahren eröffnet

 

ROM - Italien ist wahrhaftig ein Nährboden für heilige Ehepaare. Luigi und Maria Beltrame Quattrocchi, ein Ehepaar aus Rom der ersten Hälfte des 20. Jahrhunderts, waren das erste verheiratete Paar der Kirchengeschichte, das gemeinsam seliggesprochen worden ist. Die Seligsprechung erfolgte im Oktober 2001 anlässlich der 20-Jahr-Feier des apostolischen Schreibens „Familiaris Consortio". In verschiedenen Diözesen von Catania in Italien geht die diözesane Phase des Seligsprechungsprozesses von Marcello und Anna Maria Inguscio, den Eltern zweier Töchter ins neunte Jahr.

Vor genau sechs Jahren eröffnete Kardinal Camillo Ruini vor dem Diözesangericht des römischen Vikariats die diözesane Phase des Seligsprechungsprozesses von Lelia Cossidente und Ulisse Amendolagine. Vier ihrer noch lebenden Kindern (eines starb bereits) Teresa, Francesco, Giuseppe und Roberto - die letzten beiden sind Priester - waren dabei. Beide Eheleute wurden 1893 geboren - Ulisse in Salerno und Lelia in Potenza - und zogen mit ihren jeweiligen Familien in die italienische Hauptstadt. Ulisse arbeitete im Innenministerium und war Mitglied des dritten Ordens der Karmeliten. Lalia gehörte zur Gemeinschaft des Heiligen Skapuliers. (Video in: http://it.gloria.tv/?media=44938)

Sie trafen sich 1929. Ein Jahr später wurden sie in der Pfarre Santa Teresa am Corso de Italia getraut, die von den Karmelitern betreut wird. Diese Pfarre wurde der Bezugspunkt der Familie. Im Januar gab es einen Gedenkgottesdienst in Rom in San Giuda Taddeo und die fünf Kinder konnten eindrücklich über das Leben ihrer Eltern berichten.

Der Bischofsvikar von Rom berichtete dem Diözesangericht damals, dass es zumindest zwei Gründe gebe, weshalb man das Leben der beiden als beispielhaft ansehen könne.

„Der erste Grund ist die Art, wie die beiden ihre Berufung und Sendung gelebt haben, ihren fünf Kindern eine christliche Erziehung zu geben", sagte der Kardinal. „Der zweite Grund ist das Beispiel, das sie mit ihrem Leben in der Phase höchsten Leides boten." „Dies festigte die Bindung zwischen diesen beiden Herzen und ihren menschlichen Qualitäten, besonders die Entdeckung eines gemeinsamen Glaubens, der das Fundament ihrer Ehe war", betonte Kardinal Ruini bei der Eröffnung des Verfahrens.

Lelia und Ulisse hatten fünf Kinder. Beide „verbreiteten in ihrer Umwelt etwas von dieser göttlichen Ahnung und dem Transzendenten, und bezeugten dies durch ihre ständige Bereitschaft, großzügig und diskret zu helfen und jene zu retten, die in Not geraten waren". Ein besonderes Zeugnis für ihren Glauben gaben sie im Zweiten Weltkrieg, als sie im anhaltenden Bombenhagel und Hunger aus Rom fliehen mussten.

Lelia starb am 3. Juli 1951 nach einem zwei Jahre lange dauernden Leiden an einem Tumor. In ihren letzten Tagen flüsterte sie unablässig den letzen Teil des Ave Maria: „Jetzt und in der Stunde unseres Todes" . Ulisse, der an einer Lähmung litt, starb am 30. Mai 1969. Auf ihren Gräbern steht auf Wunsch von Ulisse: „Wir werden auferstehen".

Kardinal Ruini unterstrich, dass diese beiden Diener Gottes ein christliches und ein Familienleben gelebt hätten aufgrund ihrer intensiven Gemeinschaft, die „in der Gnade des Ehesakramentes wurzelte". Zenit 25

 

 

 

 

Benedikt XVI: Glaube ist vernünftig, Vernunft braucht den Glauben

 

In seiner losen Folge von Katechesen zu großen Theologen der Geschichte kam Papst Benedikt XVI. an diesem Mittwoch zu einem Höhepunkt christlicher Theologie: die Summa Theologiae des Thomas von Aquin, in der der Heilige eine Zusammenschau der gesamten Theologie seiner Zeit bieten will.

 

„Sie ist aufgebaut in der Methode der quaestio: Fragen - Einwände - Antwort - Lösung der Probleme. Es handelt sich um wirkliche Fragen, sie sich stellen, die durchgeknetet werden. Das denkerische Durchdringen der christlichen Offenbarung, der Einblick in den Zusammenhang von Vernunft und Glaube und das konkrete Handeln der Gläubigen aus dieser Erkenntnis gehören zusammen. Es geht nicht um irgendeine Theorie über Gott oder den Menschen, sondern es geht darum, den Menschen von Gott her zu erkennen und damit zugleich eine praktische Wirklichkeit zu finden. Es geht um die Frage, was glauben wir? Was beten wir? Wie leben wir als Christen?"

 

Besonderes Augenmerk richtete Benedikt dabei auf eines seiner eigenen großen Themen, das Zusammengehen von Glaube und Vernunft:

 

„Immer wieder hebt Thomas den Wert des Glaubens hervor: Die menschliche Vernunft reicht nicht aus, um die sichtbare und unsichtbare Welt in ihrem Zusammenhang zu erkennen. Es ist vernünftig, Gott Glauben zu schenken, der sich den Aposteln als der Grund und die Fülle des Lebens offenbart hat. Thomas verdeutlicht dies mit einem einfachen Vergleich: Wenn der Bruder eines Königs in der Ferne wäre, würde er sich danach sehnen, bei ihm zu sein. Für uns ist Christus der Bruder. Wir müssen also seine Nähe wünschen, danach streben, ein Herz und eine Seele mit ihm zu werden“. (rv 23)

 

 

 

Mainz. Begegnung des Generalvikars mit KZ-Überlebenden

 

Ockenheim. Der Mainzer Generalvikar, Prälat Dietmar Giebelmann, hat ehemaligen KZ-Häftlingen, die auf Einladung des Maximilian Kolbe-Werkes und der Diözese Mainz als „Zeitzeugen" im Bistum unterwegs waren, auch im Namen von Kardinal Karl Lehmann sehr herzlich für ihren Dienst der Versöhnung gedankt. Bei einer Begegnung mit den sechs Überlebenden aus nationalsozialistischen Konzentrationslagern am Dienstagabend, 15. Juni, im Kloster Jakobsberg in Ockenheim würdigte er sie mit den Worten: „Sie leisten einen wichtigen Dienst, gehen in Schulen und in die Universität. Ihr Einsatz ist mehr als Erzählen und mehr als ein Geschichtsunterricht: Es ist das Angebot, Versöhnung zu schaffen und mitzuhelfen, dass so Schreckliches nicht mehr geschehen kann."

Als Zeitzeugen seien sie wichtige „Grenzgänger" und leisteten „Aufklärung im wahrsten Sinn", unterstrich der Generalvikar und fügte hinzu, er hoffe, dass sie dies noch lange tun könnten. Die jungen Menschen sollten „sehen, wer sie führt und wer sie verführt".

Giebelmann dankte auch dem Referenten für Gerechtigkeit und Frieden im Bischöflichen Ordinariat, Alois Bauer, der seit Jahren die Zeitzeugen, die das Bistum Mainz besuchen, betreut, sowie der Sozialpädagogin Katja Steiner von der Fachstelle Freiwilligendienste des Bischöflichen Jugendamtes und den weiteren Begleitpersonen für die Betreuung sowie dem gastgebenden Kloster der Missionsbenediktiner, vertreten durch P. Rochus Wiedemann OSB, der das Jugendhaus St. Georg auf dem Jakobsberg leitet.

Die sechs Zeitzeugen im Alter zwischen 72 und 82 Jahren berichteten dem Generalvikar, dass sie vom Interesse und der Freundlichkeit der jugendlichen Gesprächspartner sehr angetan seien. „Sie haben keinen Grund sich für das zu schämen, was damals geschehen ist", betonte Ruta Wermuth-Burak. Sie hatte überlebt, weil ihr Vater sie nach der Auflösung des Ghettos in Kolomea aus dem Todeszug nach Belzec warf. „Ich hatte viele Jahre Hass, aber ich habe gelernt, den Verstand zu gebrauchen", bekannte sie und hob hervor, sie sei erstaunt darüber, wie verantwortungsvoll die Jugendlichen seien, denen sie begegnete. Auf die Frage, warum sie ins „Land der Täter" komme, sagte die aus Polen stammende jüdische Malerin Henriette Kretz, die in Belgien lebt: „Wenn wir Gefühle von Hass und Rache hätten, wären wir den Tätern zu ähnlich." Es sei wichtig, die Mechanismen von Indoktrinierung zu erkennen und zu überwinden, betonte sie.

Witold Stefanowicz, der 1944 als sechsjähriges Kind mit seiner Familie ins KZ Ravensbrück deportiert wurde, berichtete, er habe 50 Jahre lang seine Gefühle und Erinnerungen verdrängt und Bücher und Filme über die NS-Zeit gemieden. Vor einigen Jahren habe er seine Angst überwunden und an Gesprächen mit deutschen Jugendlichen teilgenommen. Der Journalist und Wirtschaftsexperte, der mehrere Jahre als Handelsattaché in der Polnischen Botschaft in Moskau tätig war, übergab dem Generalvikar als Geschenk CD's mit Fotos und Musik aus Krakau. Die Ärztin Brygida Czekanowska aus Gedansk erklärte: „Ich habe niemals die Deutschen gehasst, wohl die Aufseher." Aber die deutsche Sprache habe sie sehr lange nicht hören und auch nicht benutzen wollen. Mit ihren Kindern habe sie nie über ihre Erfahrungen im KZ gesprochen. „Ich wollte bei ihnen keinen Hass auslösen." Seit ihren positiven Erfahrungen mit deutschen Jugendlichen bei ihrem ersten Besuch komme sie gerne nach Deutschland.

Die drei Zeitzeuginnen aus Polen verwiesen nachdrücklich auf den heldenhaften Einsatz der Krankenschwester Irena Sendler, die mit ihren Helfern mehr als 2.500 jüdische Kinder aus dem Warschauer Getto gerettet und in polnischen Familien, Klöstern und Kinderheimen untergebracht hat. Jerzy Michnol aus Kattowitz erinnerte an seine Befreiung aus dem Konzentrationslager Ebensee in Österreich vor 65 Jahren. Bei der Gedenkfeier Anfang Mai in Ebensee habe er dankbar festgestellt, dass es zwischen den Völkern Europas keinen Krieg mehr geben werde. Generalvikar Giebelmann merkte an, es sei überraschend, wie sich Lebenslinien treffen können. Er habe vor zwei Jahren zum ersten Mal wieder polnischen Boden betreten, wo er geboren wurde, und neben Oppeln auch Kattowitz besucht.

In der Zeit vom 12. bis 19. Juni führten die Zeitzeugen Gespräche mit Schülerinnen und Schülern der Hildegardisschule in Bingen, der Maria Ward-Schule in Mainz, des Gutenberg-Gymnasiums in Mainz, der Gymnasien in Nieder-Olm, Ingelheim und Alzey und der Immanuel Kant-Schule in Rüsselsheim. Darüber hinaus gab es Begegnungen mit Studierenden der Mainzer Universität und Teilnehmern am Freiwilligen Sozialen Jahr.  Sk (MBN)

 

 

 

 

Österreich: Bischöfe beschließen Maßnahmen gegen Missbrauch

 

Österreichs Bischöfe haben ein umfassendes Paket an Maßnahmen und Regelungen zur Aufarbeitung und Prävention von Missbrauch und Gewalt in der Kirche beschlossen. Die neue Rahmenordnung gegen Missbrauch trägt den Titel „Die Wahrheit wird euch frei machen“. Sie wurde am Mittwoch vom Wiener Kardinal Christoph Schönborn der Presse vorgestellt, nach Abschluss der Sommervollversammlung der Oberhirten in Mariazell. Geregelt werden darin Entschädigungszahlungen für Missbrauchsopfer und Prävention.

 

Ombudsstellen und finanzielle Entschädigungen

Konkret sieht die Rahmenordnung eine österreichweit einheitliche Gestaltung der diözesanen Ombudsstellen vor. Diese sollen von unabhängigen Fachleuten geleitet werden, die ihre Tätigkeit weisungsfrei ausführen. Die Ombudsstellen sind für den Erstkontakt und eine erste Klärung von Verdachtsfällen sowie für die Rechtsberatung und Begleitung der Opfer zuständig. Sie übernehmen auch Therapiekosten für Opfer von Missbrauch. Kardinal Christoph Schönborn zu den weiteren finanziellen Maßnahmen:

 

„Wir haben gestern eine Stiftung Opferschutz errichtet, die die erforderlichen Geldmittel zur Verfügung stellen soll, die möglichst rasch, unbürokratisch und menschlich angemessen helfen sollen. Die Zuweisungen von finanziellen Unterstützungen werden sich nicht nach dem richten, was der ein oder andere Rechtsanwalt in freier Initiative vorschlägt oder wünscht, sondern wir werden uns an das halten, was die unabhängige Opferschutzanwaltschaft uns in angemessener Weise empfiehlt.“

 

Die Zahlungen würden nicht aus dem Kirchenbeitrag finanziert, sondern in der Folge beim Täter oder bei einer verantwortlichen Institution eingefordert, präzisiert Schönborn.

 

Umgang mit mutmaßlichen Missbrauchstätern

Als Beispiel konkreter Prävention nannten die Bischöfe den Umgang mit mutmaßlichen Missbrauchstätern. Diese würden bei begründetem Verdacht bis zur endgültigen Klärung dienstfrei gestellt, und zwar „in enger Kooperation mit staatlichen Stellen“. Erhärte sich der Verdacht, empfiehlt die Ombudsstelle dem Opfer, Anzeige zu erstatten. „Die kirchlichen Leitungsverantwortlichen werden in solchem Fall den mutmaßlichen Täter zur Selbstanzeige auffordern. Besteht außerdem die Gefahr, dass durch den mutmaßlichen Täter weitere Personen zu Schaden kommen könnten, ist deren Schutz vorrangig. In diesem Fall wird auf Initiative der Kirche der Sachverhalt zur Anzeige gebracht“, stellten die Bischöfe klar.

 

Auch mit einer besseren Auswahl von Kirchenpersonal und einer effektiveren Aus- und Weiterbildung wolle man Missbrauch vorbeugen, hieß es weiter. Außerdem werde in jeder Diözese eine Stabsstelle „Kinder- und Jugendschutz“ eingerichtet, die Jugendlichen jeweils Orientierungshilfen gegen Missbrauch und Gewalt geben kann.

 

Missbrauchsskandal markiert „Neuanfang“

Insgesamt zogen die Bischöfe zum Abschluss ihrer Sitzung ein positives Fazit. Sie seien dankbar, dass die „Mauer des Schweigens aufgebrochen und der befeienden Wahrheit Raum gegeben wurde“, so die Oberhirten wörtlich: „Die Berichte der Opfer sind erschütternd. Gemeinsam mit Papst Benedikt XVI. bitten wir Gott und die betroffenen Menschen inständig um Vergebung und versprechen zugleich, dass wir alles tun wollen, um solchen Missbrauch nicht wieder vorkommen zu lassen." Kardinal Schönborn benannte den Missbrauchsskandal als Neuanfang:

 

„Der ganze Vorgang, den wir jetzt erleben, ist auch ein Prozess der Reinigung. Die Kirche hat sich in den letzten Monaten schon auch verändert, im Bewusstsein und in der Entschiedenheit, mit der wir hier vorgegangen sind. Und ich glaube, das ist auch international beachtet worden, dass wir in Österreich einen sehr klaren und entschiedenen Weg gehen. Und den werden wir sicher weitergehen. Es ist, wenn ich das große Wort gebrauchen darf, schon auch so etwas wie ein Neuaufbruch.“

 

Die neuen Vorgaben treten zum 1. Juli 2010 in Kraft. Sie gelten sowohl für hauptamtliche als auch ehrenamtliche Mitarbeiter und sollen bis spätestens zum 31. März 2011 in allen österreichischen Diözesen umgesetzt sein.  (kap 24)

 

 

 

 

"Stiftung Opferschutz" in Österreich. Entschädigung für Missbrauchsopfer

 

Die Bischofskonferenz beschließt die Einrichtung einer "Stiftung Opferschutz". Gelder aus dem Fonds sollen als Missbrauchsopfer fließen. Kritiker fordern Reformen und eine neue Kirchenverfassung. VON RALF LEONHARD

WIEN taz | In Krisenzeiten und bei privatem Unglück rufen Gläubige in Österreich bevorzugt die Madonna von Mariazell an. Das mag auch die Motivation für die katholische Bischofskonferenz gewesen sein, ihre Tagung im Wallfahrtsort in der Steiermark abzuhalten. Schließlich bedeutet das Auffliegen einer Serie von Misshandlungsskandalen eine gewaltige Katastrophe, die bis Jahresende - so die finstere Prognose - zu 80.000 Austritten aus der Glaubensgemeinschaft führen kann.

Der himmlische Beistand dürfte geholfen haben. Nach drei Tagen konnte Kardinal Christoph Schönborn am Mittwoch Ergebnisse verkünden. Es soll eine "Stiftung Opferschutz" eingerichtet werden, aus der Therapiekosten und Schmerzensgeldzahlungen für Opfer sexueller oder physischer Gewalt durch Kirchenleute bestritten werden. Sie soll zu gleichen Teilen von den Diözesen und den Ordensgemeinschaften dotiert werden. Kirchenbeiträge würden dafür nicht herangezogen, versicherte Schönborn. Vielmehr sollen die Gelder "beim Täter oder bei einer verantwortlichen Institution eingefordert" werden. Zur Höhe des Fonds sagte er nichts.

Eine mehr als 60 Seiten starke "Rahmenordnung" verlangt eine Anzeige mutmaßlicher Missbrauchstäter nur "bei Gefahr im Verzug", wenn "weitere Personen zu Schaden kommen könnten". Allerdings wird den Tätern zur Selbstanzeige geraten.

Das Ergebnis der Tagung wurde allgemein positiv aufgenommen. Allerdings sehen kirchenkritische Organisationen darin nur einen Anfang. Der Kinderpsychologe Holger Eich vermisste im Ö1 Radio die Analyse. "Wie ist es möglich, dass solche Dinge passiert sind?". Es müsse die "extrem verquere Meinung" der Kirche zur Sexualität hinterfragt werden.

Der katholische Publizist Hubert Feichtlbauer sieht die Glaubwürdigkeit der Kirche als zentrale Frage. Die Missbrauchsskandale seien nur Auslöser, nicht Ursache der massiven Kirchenaustritte. Die Zeit sei reif für echte Reformen. "Wenn man jetzt nicht den Mut hat, diese Strukturen der autoritären Gehorsamspflicht und unumschränkte Macht des Papstes zu ändern, dann ist für lange Zeit die Chance vertan."

Donnerstag meldeten sich drei Organisationen, darunter die Plattform "Wir sind Kirche", zu Wort und forderten eine neue Kirchenverfassung mit mehr Demokratie und Gewaltenteilung. Bischöfe sollten vom Volk gewählt werden, der Zölibat für Weltpriester nicht länger verpflichtend sein. Bischofs- und Papstamt seien auf fünf oder sechs Jahre zu beschränken. Taz 25

 

 

 

 

Italien: Älteste Aposteldarstellungen entdeckt

 

Es ist eine kleine archäologische Sensation: In Rom sind die ältesten bekanntesten Bilder der Apostel Petrus, Andreas und Johannes entdeckt worden. An diesem Mittwochmorgen stellte der Präsident der päpstlichen Archäologiekommission, Erzbischof Gianfranco Ravasi, die Funde vor. Bei Restaurierungsarbeiten in den Thekla-Katakomben in der Nähe der Sankt Paulus-Basilika stießen die Archäologen auf die Darstellungen vom Ende des vierten Jahrhunderts. Mit Hilfe von Lasern legten die Forscher die Bilder frei, die über Jahrhunderte hinweg in einem Cubiculum verborgen waren. Sie zeigen die Apostel mit den bekannten Eigenschaften: Petrus mit langem Haar und weißem Bart; der ungestüme und machtvolle Andreas; der zarte und jugendliche Johannes. Fabrizio Bisconti, Chefarchäologe der Thekla-Katakomben, erzählte uns:

 

„Wir wussten überhaupt nicht, dass bereits am Ende des vierten Jahrhunderts die Gesichtszüge der Apostel mit diesen Charakteristiken definiert waren. Wir kannten Bilder der Apostel aus Ravenna, aber die stammen aus dem fünften, wenn nicht sogar sechsten Jahrhundert oder später.“

 

Bereits im Paulusjahr 2009 hatten die Archäologen eine Darstellung des Apostels Paulus vom Ende des vierten Jahrhunderts entdeckt. Dass die Apostel ein beliebtes Motiv in der römischen Spätantike waren, erklärt Bisconti so:

 

„Zu Ende des vierten Jahrhunderts entstanden in Rom unter den Adligen eine Reihe von kulturellen Zirkeln. Diese hatten sich der Askese und dem Denken des Kirchenvaters Hieronymus verschrieben. Die Adligen folgten Hieronymus bis ins Heilige Land, zur Wiege des Christentums und der somit der Apostel.“

 

Erzbischof Ravasi mahnte dazu an, alles dafür zu tun, „dass diese Kunstwerke auch heute noch zu uns sprechen und in ihrer Stimme ihre Werte und Schönheit widerhallen.“ (rv 23)

 

 

 

 

Arbeitgeber Kirche Bei Kirchenaustritt Kündigung

 

Wenn Religion mehr als Privatsache ist: Nicht nur Pfleger und Erzieher im Dienste der Kirche riskieren ihren Job, wenn sie gegen die christlichen Grundsätze verstoßen.

 "Nun sag, wie hast Du's mit der Religion?" In Bewerbungsgesprächen ist diese Gretchenfrage normalerweise verboten. In kirchlichen Einrichtungen gelten aber Sonderregeln für Arbeitnehmer. Denn sie sind - ähnlich wie Parteiorganisationen - sogenannte Tendenzbetriebe. Das sind Betriebe, die nicht nur wirtschaftliche Ziele verfolgen, sondern eben auch politische oder religiöse. Sie dürfen verlangen, dass ihre Mitarbeiter mit diesen Zielen übereinstimmen.

Bewerber müssen sich deshalb auch Fragen nach ihrer Konfession gefallen lassen. "Ein katholischer Kindergarten darf verlangen, dass eine Kindergärtnerin katholisch ist", erklärt der Arbeitsrechtler Jobst-Hubertus Bauer aus Stuttgart. Es sei zulässig, Bewerber anderer Konfessionen für eine solche Stelle abzulehnen. Ein Verstoß gegen das gesetzliche Diskriminierungsverbot liege dann nicht vor.

Allerdings gelte das nur für "verkündungsnahe" Tätigkeiten, führt Bauer aus. Das sind solche, die einen direkten Bezug zur kirchlichen Glaubensrichtung haben. Die Arbeit als Erzieherin gehöre dazu: "In einem katholischen Kindergarten soll ja eine katholische Erziehung gewährleistet sein", erläutert Bauer, der Vorsitzender der Arbeitsgemeinschaft Arbeitsrecht im Deutschen Anwaltverein ist. Anders sehe es bei der Putzfrau im gleichen Kindergarten aus: Sie muss nicht katholisch sein. Denn sie sei kein "Tendenzträger", der die Werte des Hauses verkörpert. Genau abgrenzen lasse sich das aber nicht: "'Verkündungsnah' ist natürlich ein dehnbarer Begriff."

 

Kindergärtner und Sozialarbeiter im Dienst der Kirche haben außerdem weitreichende Loyalitätspflichten: Sie müssen die christlichen Glaubensgrundsätze auch in ihrem Privatleben beachten. Andernfalls droht ihnen die Entlassung. "Ein Kirchenaustritt zum Beispiel ist ein Kündigungsgrund", sagt Prof. Ulrich Hammer, Arbeitsrechtler aus Hildesheim. Er verweist auf ein Urteil des Landesarbeitsgerichts Rheinland-Pfalz in Mainz (Az.: 7 Sa 250/08). Darin erklärten die Richter es für zulässig, dass ein kirchliches Altenheim eine Pflegerin entlassen darf, wenn sie aus der Kirche austritt.

Dies stehe weder im Widerspruch zur Glaubensfreiheit, noch verstoße es gegen das Allgemeine Gleichbehandlungsgesetz. Die Kirchen hätten vielmehr das Recht, von Mitarbeitern "ein loyales und aufrichtiges Verhalten" im Sinne ihres eigenen Selbstverständnisses zu verlangen.

 

Wilde Ehe ist ok, zweite Ehe verboten - Ärzte in einem Krankenhaus der Caritas oder der Diakonie riskierten außerdem ihren Job, wenn sie sich öffentlich für Abtreibungen aussprechen, ergänzt Kirchenrechtsexperte Hammer. Im Streit um dieses Thema hatte das Bundesverfassungsgericht 1985 im Sinne der Kirche entschieden (Az.: 2 BvR 1703/83). Seitdem folgen auch die Arbeitsgerichte dieser Linie. "Das wäre also auch heute noch ein Grund für eine Entlassung", sagt Hammer. Denn Ärzte seien als Autoritätspersonen zu den "verkündungsnahen" Personen zu zählen.

Letztlich müsse sich aber selbst der Pförtner oder Archivar einer kirchlichen Einrichtung mit solchen Äußerungen vorsehen. "Er kann sich zumindest nicht sicher sein, dass es ihm keinen Ärger bringt." Auch erneut zu heiraten, kann kirchlich Beschäftigten den Job kosten, wie das Bundesarbeitsgericht 2004 entschieden hat. In dem Fall war die zweite Ehe eines katholischen Kirchenmusikers erst nach seiner Einstellung bekanntgeworden. Prompt wurde ihm gekündigt - zu Recht, wie die Richter urteilten. Denn nach den Regeln der Kirche sei es ein schwerwiegender Verstoß, eine Ehe einzugehen, die nach dem Verständnis der Kirche ungültig ist (Az.: 2 AZR 447/03).

Laut Hammer führt das zu einer grotesken Situation für kirchlich Beschäftigte: Es hat keine Folgen, wenn ihre Ehe aus ist und sie einen neuen Partner haben. "Aber sobald sie wieder heiraten, droht die Kündigung." Eine Ehescheidung allein rechtfertige beim Beispiel der Erzieherin im katholischen Kindergarten dagegen keine Entlassung, meint Rechtsanwalt Bauer. "Das war vielleicht vor 20 Jahren mal anders. Aber heute würde ich sagen: Da muss man auch mal die Kirche im Dorf lassen." Tobias Schormann/dpa 26