Notiziario religioso 28-30 Giugno
2010
Lunedì 28 giugno. Il commento al Vangelo. “Ti seguirò dovunque
tu andrai”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 8,18-22) commentato da P. Lino Pedron
18 Vedendo Gesù
una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all'altra riva. 19 Allora uno
scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, io ti seguirò dovunque
tu andrai». 20 Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del
cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove
posare il capo».
21 E un altro dei
discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andar
prima a seppellire mio padre». 22 Ma Gesù gli rispose: «Seguimi
e lascia i morti seppellire i loro morti».
I cap. 8 e 9 non contengono solo racconti di miracoli. Questo brano
racconta due episodi di persone che vogliono seguire Gesù.
Diventare discepolo
di Gesù non è semplicemente accettare una dottrina: è condividere il suo
destino, è lasciare tutto e tutti per seguire lui. Il discepolo chiamato da
Gesù deve abbandonare "subito" (Mt 4,19.22) ogni cosa, anche la
famiglia. La chiamata di Gesù non ammette dilazioni o condizioni. La scelta di
Cristo fa passare in second'ordine anche le cose più
sacre come il funerale del proprio padre. Il Dio vivo è più importante del
padre morto. De.it.press
Martedì 29 giugno. Il commento al Vangelo. “Tu sei il Cristo, il Figlio del
Dio vivente“
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 16,13-19) commentato da P. Lino Pedron
13 Essendo giunto
Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente
chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». 14 Risposero:
«Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei
profeti». 15 Disse loro: «Voi chi dite che io sia?».
16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17 E
Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona,
perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta
nei cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa
pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro
di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e
tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che
scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Gesù pone la
domanda fondamentale, sulla quale si decide il destino di ogni uomo: "Voi
chi dite che io sia?". Dire chi è Gesù è collocare la propria esistenza su
un terreno solido, incrollabile.
La risposta di
Pietro è decisa e sicura. Ma il suo discernimento non
deriva dalla "carne" e dal "sangue", cioè dalle proprie
forze, ma dal fatto che ha accolto in sé la fede che il Padre dona.
Gesù costituisce
Pietro come roccia della sua Chiesa: la casa fondata sopra la roccia (cfr 7,24)
comincia a prendere il suo vero significato.
Non è fuori luogo
chiedersi se Pietro era pienamente cosciente di ciò che gli veniva
rivelato e di ciò che diceva. Notiamo il forte contrasto tra questa professione
di fede seguita dall’elogio di Gesù: "Beato te, Simone…"
e l’incomprensione del v. 22: "Dio te ne scampi, Signore…" e infine l’aspro rimprovero di Gesù:
"Via da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non
pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!".
Questo contrasto mette in evidenza la differenza tra la fede apparente e
quella vera: non basta professare la messianicità di Gesù. Bisogna credere e
accettare che il progetto del Padre si realizza attraverso la morte e la
risurrezione del Figlio.
Pietro riceve le
chiavi del regno dei cieli. Le chiavi sono segno di sovranità e di potere.
Pietro dunque insieme alle chiavi riceve piena autorità sul regno dei cieli.
Egli esercita tale autorità sulla terra e non in funzione di portinaio del
cielo, come comunemente si pensa. In qualità di
trasmettitore e garante della dottrina e dei comandamenti di Gesù, la cui
osservanza apre all’uomo il regno dei cieli, egli vincola alla loro osservanza.
Gli scribi e i
farisei, in quanto detentori delle chiavi fino a quel
momento, avevano esercitato la medesima autorità. Ma,
rifiutando il vangelo, essi non fanno altro che chiudere il regno dei cieli
agli uomini. Simon Pietro subentra al loro posto.
Se si considera
attentamente questa contrapposizione, risulta che il compito principale di cui
è incaricato Pietro è quello di aprire il regno dei
cieli. Il suo incarico va descritto in senso positivo.
Non si potrà identificare
la Chiesa con il regno dei cieli. Ma il loro
accostamento in quest’unico brano del vangelo offre l’opportunità di riflettere
sul loro reciproco rapporto. Alla Chiesa, quale popolo di Dio, è affidato il
regno dei cieli (cfr 21,43). In essa vivono gli uomini destinati al Regno.
Pietro assolve il proprio sevizio nella Chiesa quando invita a ricordarsi della
dottrina di Gesù, che permette agli uomini l’ingresso nel Regno.
Nel giudaismo, gli
equivalenti di legare e sciogliere (‘asar e sherà’) hanno il significato specifico di proibire e
permettere, in riferimento ai pronunciamenti
dottrinali. Accanto al potere di magistero si pone quello disciplinare. In
questo campo i due verbi hanno il senso di scomunicare e togliere la scomunica.
Questo duplice
potere viene assegnato a Pietro. Non è il caso di
separare il potere di magistero da quello disciplinare e riferire l’uno a 16,19
e l’altro a 18,18. Ma non è possibile negare che in questo versetto 19 il potere dottrinale, specialmente nel senso della
fissazione della dottrina, sta in primo piano.
Pietro è
presentato come maestro supremo, tuttavia con una differenza non trascurabile
rispetto al giudaismo: il ministero di Pietro non è ordinato alla legge, ma
alla direttiva e all’insegnamento di Gesù.
Il legare e lo
sciogliere di Pietro viene riconosciuto in cielo, cioè
le decisioni di carattere dottrinale prese da Pietro vengono confermate nel
presente da Dio. L’idea del giudizio finale è più lontana, proprio se si includono anche decisioni disciplinari.
Nel vangelo di
Matteo, Pietro viene presentato come il discepolo che
fa da esempio. Ciò che gli è accaduto è trasferibile ad
ogni discepolo. Questo vale sia per i suoi pregi sia per le sue deficienze, che
vengono impietosamente riferite. Ma a Pietro rimane
una funzione esclusiva ed unica: egli è e resta la
roccia della Chiesa del Messia Gesù. Pietro è il garante della tradizione su
Cristo com’è presentata dal vangelo di Matteo.
Nel suo ufficio
egli subentra agli scribi e ai farisei, che finora hanno portato le chiavi del
regno dei cieli. A lui tocca far valere integro l’insegnamento di Gesù in tutta
la sua forza. De.it.press
Mercoledì 30 giugno. Il commento al Vangelo. La guarigione di due
indemoniati
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 8,28-34) commentato da P. Lino Pedron
28 Giunto all'altra riva, nel paese dei Gadarèni,
due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro; erano tanto
furiosi che nessuno poteva più passare per quella strada. 29 Cominciarono
a gridare: «Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?».
30 A qualche
distanza da loro c'era una numerosa mandria di porci a pascolare; 31 e i demòni presero a scongiurarlo
dicendo: «Se ci scacci, mandaci in quella mandria». 32 Egli disse
loro: «Andate!». Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli
dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei
flutti. 33 I mandriani allora fuggirono ed entrati in città
raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati. 34 Tutta la città allora
uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro
territorio.
I discepoli,
salvati dal pericolo di essere sommersi dalle onde del mare, assistono al
miracolo della liberazione di due indemoniati e alla perdizione dei demoni
sommersi nei flutti del mare. La domanda dei demoni: "Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?" significa che la
breve permanenza di Gesù nella terra dei gadareni è
un'anticipazione della vittoria sul maligno che Gesù opererà con la sua morte e
risurrezione.
A differenza dei
discepoli che si pongono la domanda sull'identità di
Gesù, i demoni lo riconoscono subito senza esitazione: è il Figlio di Dio. I
demoni riconoscono la superiorità di Gesù, Figlio di Dio, e cercano una resa,
la meno disastrosa possibile, chiedendo di poter restare sul territorio nei
corpi dei porci. E Gesù disse loro: "Andate!".
Ad una lettura superficiale sembra che Gesù venga a patti
con i demoni. In realtà questa concessione è un tranello che nasconde la
sconfitta definitiva. Il precipitare della mandria di porci posseduti dai
demoni nelle acque del mare ci richiama l'affondamento del faraone e del suo
esercito nel mare (Es 14,28) e la caduta di satana
dal cielo (Ap 12,4).
I demoni, che
avevano cercato scampo entrando nei porci, sono precipitati definitivamente nel
luogo della loro perdizione, negli abissi del mare. L'episodio ci insegna che
non esiste alcuna possibilità di compromesso tra Gesù e satana: sono nemici
irriducibili.
Gesù, che scaccia
i demoni con la potenza della sua parola, resta impotente di fronte agli uomini
che non comprendono il beneficio di liberazione che aveva portato loro. Il
miracolo è accolto con disappunto dalla gente del luogo. Come egli ha cacciato
i demoni, così i gadareni cacciano
lui. L'espressione "lo pregarono che si allontanasse dal loro
territorio" forse indica la gentilezza e le belle maniere che i gadareni usarono verso Gesù perché se ne andasse senza
reagire e senza provocare danni maggiori.
Il grido degli
indemoniati: "Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo
a tormentarci?" (v. 29) manifestava, sostanzialmente, il pensiero di tutti
i gadareni. De.it.press
Fine vita. Germania, sentenza choc. «Sì all'eutanasia passiva»
Staccare il tubo
che serve a tenere in vita un paziente in coma da anni non è
reato. Lo ha sentenziato oggi il "Bundesgerichtshof" (Bgh), la
Corte di Cassazione, che ha assolto un avvocato condannato a nove mesi di
reclusione per aver consigliato a una sua cliente di tagliare il tubo che
serviva ad alimentare artificialmente la madre. L'anziana donna,
ricoverata dall'ottobre 2002 in una casa di riposo di Bad Hersfeld,
nell'Assia, dopo essere entrata in coma in seguito ad
un ictus, aveva in precedenza espresso l'intenzione di non voler essere
mantenuta in vita artificialmente. Rispettando il volere della madre, la figlia
aveva tagliato nel dicembre 2007 la sonda collegata allo stomaco della madre,
ma il personale se ne era accorto in tempo aveva ripristinato
l'alimentazione forzata. Due settimane dopo la paziente era deceduta per
collasso circolatorio.
Nell'aprile del
2009 il tribunale di Fulda aveva
condannato per tentato omicidio a nove mesi di reclusione con la condizionale e
a un'ammenda di 20mila euro l'avvocato bavarese Wolfgang Putz
per aver consigliato alla sua assistita di tagliare il tubo con cui veniva
forzatamente alimentata la madre di 76 anni, per la quale i medici avevano
diagnosticato l'impossibilità di un ritorno a condizioni di coscienza e di
guarigione. Adesso il "Bgh" ha assolto
l'avvocato Putz, motivando la decisione con il fatto
che «l'interruzione del mantenimento in vita in conformità alla volontà
espressa dal paziente non è punibile». Con questa sentenza viene
confermato che l'accanimento terapeutico non può essere esercitato nemmeno su
quei pazienti che non hanno firmato il testamento biologico, la cui validità è
stata confermata lo scorso anno dal Bundestag. In
Germania sono più di 10 milioni le persone che hanno
già sottoscritto un testamento biologico.
La corte tedesca
di ultima istanza ha deciso oggi che ai malati
terminali tenuti in vita artificialmente deve essere garantito il diritto di
morire, se ne hanno espresso la volontà, in una storica sentenza sul suicidio
assistito. Dopo anni di dibattito sull'eutanasia, la Corte Federale di
Giustizia ha accolto il ricorso presentato da Putz.
Il tribunale ha
stabilito che chi ha la tutela del malato deve poter interrompere i supporti
vitali se queste sono le sue volontà. Quando i giudici hanno letto la sentenza,
che medici ed esperti legali hanno definito uno spartiacque, nell'aula di
tribunale di Karlsruhe, nella Germania
sudoccidentale, sono esplosi gli applausi.
«La sentenza di
oggi fornisce chiarezza legale su un aspetto fondamentale del conflitto tra ciò
che è permesso in senso passivo e vietato in quello attivo», ha commentato il
ministro della Giustizia, Sabine Leutheusser- Schnarrenberger. «Parliamo del diritto di una persona a
decidere, e quindi viene toccata una questione
fondamentale: come vivere con dignità». L’Avvenire 26
Pedofilia, Bertone
contro giustizia belga: «Peggio che nel regime comunista»
Il Segretario di
Stato: «Il sequestro dei vescovi fatto inaudito»
CITTÀ DEL VATICANO
- È stato «un sequestro, un fatto inaudito e grave, non ci sono precedenti
nemmeno nei regimi comunisti»: lo ha detto il
segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone,
a proposito dei vescovi belgi trattenuti per 9 ore dagli inquirenti di
Bruxelles nell'ambito delle indagini sulla pedofilia nella Chiesa. «Sono stati
senza mangiare e senza bere», ha denunciato.
Le parole di Bertone arrivano all'indomani delle perquisizioni della polizia nell'arcivescovado di Mechelen
e nella cattedrale di Saint Rombout, con tanto di
apertura delle tombe dei cardinali Jozef-Ernest Van Roey e Leon-Joseph Suenens. Quell'intrusione nella cripta da parte degli
inquirenti belgi, alla ricerca di eventuali documenti segreti sugli abusi nella
diocesi, ha provocato tensioni diplomatiche tra il Vaticano e il Belgio.
Oggi la battaglia
si combatte sulla stampa. «Un blitz nella cripta di
una cattedrale, come fosse il cuore di un'organizzazione criminale - scrive
oggi Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana -. Forzare le
tombe di due vescovi, violarne i sepolcri cercando segreti dossier, che però
non ci sono. Ha il sapore di un film di Dan Brown
quello che è successo a mechelen, in Belgio».
«Era davvero necessario arrivare con i martelli pneumatici
in una cripta mortuaria? - si legge ancora sul giornale dei vescovi - E non
assume invece, un simile assalto, un valore simbolico, il segno di una voglia
di attaccare la Chiesa nella sua totalità?».
«In quel blitz -
prosegue l'editoriale - c'è l'eco di un 'redde rationem', di un rendimento
di conti con la pretesa originaria della Chiesa: cioè di portare Cristo e la
sua verità. Che fastidiosamente, e più che mai in un Paese secolarizzato come
il Belgio, cozza contro la cultura dominate e il suo idolo, l'Io vezzeggiato,
libero da ogni legge che non sia la sua».
«Roma scomunica la
giustizia» belga, titola a tutta pagina il quotidiano fiammingo De Morgen. Anche l'altro principale giornale nerlandofono, De Standaard,
dedica quasi tutta la prima pagina alla vicenda con un fotomontaggio che
richiama le copertine dei libri di Dan Brown e sul
cui sfondo compare l'immagine dell'ex primate del Belgio, il cardinale Godfried Danneels, la cui casa è
stata perquisita mercoledì scorso. Il titolo, con un gioco di parole sempre
basato sulle opere di Brown
recita: «Il codice Danneels». IM 26
Il blitz nella cattedrale belga. Oltraggio che nulla ripara e molto svela
Un blitz nella
cripta di una cattedrale, come fosse il cuore di una organizzazione
criminale. Forzare le tombe di due vescovi, violarne i sepolcri cercando
segreti dossier – che però non ci sono. Ha il sapore di un film di Dan Brown quello che è successo a Mechelen,
in Belgio. Nell’ambito di una inchiesta su casi di
pedofilia nella Chiesa belga un giudice ha ordinato interrogatori di vescovi, e
sequestri di dossier, e anche la perquisizione nella cattedrale, capolavoro
duecentesco che da secoli è il simbolo della città vicina a Bruxelles.
Non è in
discussione la liceità delle indagini, né l’esigenza di arrivare alla verità,
se abusi ci sono stati: da mesi il Papa insiste sulla necessità di riparare al
male fatto. Fatto anche in Belgio. Da singoli uomini. Ma
in questo blitz in cattedrale, nella violazione delle tombe di due arcivescovi
della diocesi di Bruxelles, si legge qualcosa che va oltre la legittima
esigenza di giustizia. Era davvero necessario arrivare, come ha scritto la
stampa belga, con i martelli pneumatici in una cripta mortuaria? E non assume invece, un simile assalto, un valore simbolico, il segno di
una voglia di attaccare la Chiesa nella sua totalità?
"Operazione
Chiesa", è il nome della inchiesta della
magistratura belga, ed è un nome significativo. Un nome che indica il
bersaglio. Non i singoli colpevoli, ma "la" Chiesa.
E non tanto per le colpe terribili e odiose di alcuni suoi ministri, quanto per
ciò che la Chiesa stessa rappresenta, per ciò che "è". C’è l’eco, in
quel blitz sulle tombe, di un di un rendimento di
conti con la pretesa originaria della Chiesa: cioè di portare Cristo, e la sua
verità. Che fastidiosamente, e più che mai in un Paese secolarizzato come il
Belgio, cozza contro la cultura dominante e il suo idolo – l’Io vezzeggiato,
libero da ogni legge che non sia la sua.
Non si spiega altrimenti la brutalità e la voluta vistosità di
questa incursione. Come se si volesse colpire proprio al cuore. Di chiese
aggredite nella storia ce ne sono state tante, e con
ben altra distruttività. In rivoluzioni e tragedie
imparagonabili a questo piccolo blitz di un giudice, incursione legale,
protetta dai timbri di un ordine di perquisizione. E tuttavia, violare
tombe di cardinali in una cattedrale, pur con i crismi della legge, è un gesto
che sa di violenza. Cogliendo la circostanza tragica degli
abusi pedofili, colpire non i colpevoli, ma mirare al cuore.
Al cuore, nelle
viscere di una quelle splendenti cattedrali che
costellano le nostre città d’Europa. A osservarle dall’alto, appaiono come il
centro di una ragnatela di case, di storie, di uomini. Come radici, quei
colossi di marmi, della città attorno; e madri, cui comunque anche da lontano,
o col ricordo, si ritorna. Segni di pietra delle origini del
nostro vivere in comunità.
Per questo il
blitz di un giudice sconosciuto in una piccola città lontana addolora. Quella
chiesa è un cuore. Alla gente è stato detto, in un metalinguaggio trasparente,
che il cuore comune è depositario forse di vergognosi segreti. Lo si è forzato, violato, per cercarli. E anche se niente è
stato trovato il senso di una profanazione rimane,
insieme agli indimostrati ma angosciosi dubbi seminati; come se proprio la
radice di quella città, di quel popolo si volesse incrinare.
Marina Corradi,
Avvenire 26
Il Papa contro i magistrati belgi: «Perquisizioni deplorevoli»
Il ministro della
Giustizia del Belgio: «Un po' esagerata la reazione del cardinale Bertone»
ROMA - Il papa ha
espresso solidarietà ai vescovi belgi definendo «deplorevole e sorprendenti» le
perquisizioni compiute dalla polizia, su ordine della magistratura belga,
nell'arcivescovado di Mechelen-Bruxelles. Intanto il
ministro belga della Giustizia definisce «un po' esagerata» la reazione di Bertone.
«In questo triste
momento - scrive Benedetto XVI in un messaggio al presidente della conferenza
episcopale belga, mons. Andrè-Joseph Leonard -
desidero esprimere la mia particolare vicinanza e solidarietà a Lei, caro
Fratello nell'Episcopato, e a tutti i Vescovi della Chiesa in Belgio, per le
sorprendenti e deplorevoli modalità con cui sono state
condotte le perquisizioni nella Cattedrale di Malines
e nella Sede dove era riunito l'Episcopato belga». I vescovi, sottolinea ancora il papa, erano riuniti «in una Sessione
plenaria che, tra l'altro, avrebbe dovuto trattare anche aspetti legati
all'abuso di minori da parte di Membri del Clero».
Benedetto XVI auspica poi che sui casi di pedofilia in Belgio «la
giustizia faccia il suo corso», ma «nel rispetto della reciproca specificità e
autonomia» della Chiesa. «Più volte - prosegue il papa nel messaggio a mons.
Leonard - io stesso ho ribadito che tali gravi fatti
vanno trattati dall'ordinamento civile e da quello canonico, nel rispetto della
reciproca specificità e autonomia. In tal senso - aggiunge - auspico che la
giustizia faccia il suo corso, a garanzia dei diritti fondamentali delle
persone e delle istituzioni, nel rispetto delle vittime, nel riconoscimento
senza pregiudiziali di quanti si impegnano a
collaborare con essa e nel rifiuto di tutto quanto oscura i nobili compiti ad
essa assegnati».
Il ministro della
Giustizia belga, Stefaan De Clerck,
ha giudicato «un po' esagerata» la reazione di ieri del segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone.
De Clerck ha cercato di sdrammatizzare la situazione.
«Non è il caso di farne un incidente diplomatico, durante la perquisizione, i
vescovi sono stati trattati normalmente». Il commento di Bertone
«si è basato su elementi non corretti». Bertone ieri
aveva criticato il modo in cui la polizia, nel corso della perquisizione,
avrebbe di fatto «sequestrato» per nove ore i vescovi del Belgio. IM 27
Non è che meravigli più di tanto, in questi tempi, che un principe
della Chiesa si trovi nel mezzo di una bufera. Ma che
il cardinale Sepe sia indagato per corruzione
nell’inchiesta sulle Grandi Opere è una notizia che brucia dolorosamente
nell’animo dei credenti. L’attuale arcivescovo di Napoli è stato presidente di
Propaganda Fide, l’organismo che presiede alle attività missionarie in ogni
parte del mondo. L’ente dispone di un patrimonio di
nove miliardi di euro (con 2000 appartamenti a Roma) e la cosa di per sé non
suscita scandalo, dal momento che deve sostenere 1077 delle 2883 circoscrizioni
ecclesiastiche del mondo, quelle delle zone più povere dell’Asia e dell’Africa.
Dietro questi numeri, un occhio scevro di pregiudizi
vede affiorare i volti emaciati degli ultimi della terra, la dedizione di preti
e volontari che divulgano il Vangelo, costruendo scuole, ospedali, opere
caritative. Conta piuttosto il modo con cui si impiegano
le ingenti risorse, inseparabile dallo spirito con cui vengono promosse, senza
lasciarsi contaminare da opportunismi e compromissioni con le potenze di questo
mondo.
Ecco, il
cardinale, che pure è diventato popolare a Napoli per le denunce contro la
camorra e per il suo linguaggio da scugnizzo, è accusato di avere intrattenuto
a suo tempo rapporti, e coltivato interessi di natura finanziaria, con
personaggi dal non limpido profilo etico. Si tratterebbe di uno scambio di
«favori», di una pratica che siamo soliti attribuire alle congreghe della
politica. Stupisce che, assistito dalla millenaria sapienza della Chiesa, non
abbia saputo tenersi alla larga da inaffidabili compagnie, non abbia evitato,
come detta il Catechismo, «le occasioni prossime di peccato». Lascia poi
interdetti, come indizio di una carente prudenza ecclesiale, la sua autodifesa
che chiama in causa, pubblicamente e non nelle segrete stanze o nel confronto
con i magistrati, i suoi nemici «dentro e fuori la Chiesa». Con esplicita
allusione a una lotta di potere che scuote i sacri palazzi. E’ un’altra croce
per Benedetto XVI, per la sua proclamata, inflessibile volontà di fare chiarezza,
di non venire meno al dovere della verità. I credenti, in turbata attesa,
registrano, tra tutti, un episodio minore ma emblematico
della vicenda: la concessione di un alloggio in uso gratuito per anni a Guido
Bertolaso, per metterlo al riparo da certi dissidi familiari. Questo, da parte di Propaganda Fide, e non per un tucul nell’Africa
profonda, ma per un costoso appartamento nel centro di Roma. LORENZO
MONDO
LS 27
Cripte, sepolcri e attacchi dalla Chiesa. Se i magistrati copiano Dan Brown
Belgio: l’azione
degli uomini di legge in un Paese senza governo e secolarizzato
di VITTORIO MESSORI
Dal Belgio, per la
Chiesa cattolica, buone notizie. Buone? Forse sì, almeno in
una prospettiva di Realpolitik. In effetti,
anche chi può aver ragione passa, se esagera, dalla parte del torto. E, poi,
vale pur sempre il detto, secondo il quale ne uccide più il ridicolo che la
spada. Cominciamo dalla esagerazione — non sai se
grottesca o ignobile — della magistratura belga, che invia una brigata di
gendarmi per sequestrare l’intera Conferenza episcopale del Paese. Severi
ufficiali confiscano tutti i telefoni dei prelati e impediscono ogni
comunicazione con l’esterno. Per impedire che cosa? Che i vescovi telefonino in
Vaticano, chiedendo un blitz liberatorio della Guardia Svizzera, reparto
paracadutisti? O che avvertano qualche monsignore, intento a pratiche
disdicevoli nel palazzo stesso, di ricomporsi subito e di congedare il partner
minorenne, visto che in casa sono giunti i severi
custodi della moralità laica? Che telefonino ai complici, nelle singole
diocesi, di far sparire ogni traccia di esercizio sessualmente scorretto, dopo
che ormai da anni in Belgio — e non solo lì — tutto è stato setacciato sia
dalle autorità religiose che da quelle statali?
Da vaudeville
anche il colonnello comandante dell’operazione che, davanti al passaporto
diplomatico del Nunzio apostolico, presente all’adunata episcopale, si consulta
con i superiori, questi con il ministro (virtuale, tra l’altro, da tempo il Belgio non ha più un governo). Alla fine, seppur
con rammarico, il Nunzio è lasciato uscire, pare
addirittura con telefonino. Astuto, e certo fruttuoso, anche l’intervento dei
tecnici informatici per il prelevamento del disco fisso del computer dell’ex
cardinale primate : molto probabile, in effetti, che
l’anziano porporato tenesse proprio lì messaggi e foto compromettenti, magari
scambi di affettuosità con giovanetti adescati su Facebook.
Ma il ridicolo più
devastante, per i magistrati d’assalto belgi, lo si è
raggiunto con le tombe dei due cardinali arcivescovi nella cripta della
millenaria, splendida cattedrale di quella Malines, Mechelen in fiammingo, che per antico privilegio, è tuttora
la metropoli religiosa del Paese. Non escludiamo che, oltre a Dan Brown, anche Umberto Eco possa prendere ispirazione
dall’episodio per aggiungere un capitolo a una nuova edizione de Il pendolo di
Foucault. Che, come si sa, è una beffarda presa in giro di personaggi come
questi giudici, ossessionati da enigmi, misteri, codici segreti: sempre e solo
cattolici, s’intende. Gli inquirenti, evidentemente già creduli di loro, sono
cascati nello scherzo di un buontempone: «Andate nell’antica cattedrale,
scendete nella oscura cripta, aprite i venerati
sepolcri dei Porporati: lì troverete le pergamene che provano il complotto dei
sacerdoti attuali, adepti di culti pederastici come già lo furono i loro
predecessori, i Templari».
Tutti sanno,
infatti, che il modo più rapido e sicuro per nascondere dossier compromettenti
è convocare una squadra di operai, farli lavorare ore attorno a dei sarcofaghi
artistici per staccare il pesantissimo coperchio in pietra senza troppo
danneggiarlo, sollevarlo con apposite macchine e,
prima di richiuderlo e risigillarlo, riempirlo con i documenti che attestano i
riti osceni dei prelati. Il tutto di notte, ovviamente, visto che la cattedrale
di Malines è tra le più frequentate
non solo dai devoti ma anche dai turisti che potrebbero insospettirsi per il va
e vieni di muratori e di mezzi. Ma che fare poi, di
quegli operai? Si sa che gli egizi, terminato e chiuso l’accesso al labirinto
che portava alla camera sepolcrale della piramide, procedevano allo sgozzamento
rituale sul posto di tutti coloro che, avendoci
lavorato, conoscevano il segreto. Ma è cosa che
ricordiamo sottovoce, perché non vorremmo essere presi sul serio dai belgi, che
potrebbero indagare per una possibile strage di muratori ordinata dal Primate.
In ogni caso, al di là di battute amare: quello degli abusi sessuali è un
caso troppo grosso per essere lasciato a simili inquirenti. Il segretario di
Stato ha fatto il suo dovere protestando, ma lasci stare confronti con
bolscevichi russi e anarchici spagnoli, che erano terribilmente seri nella loro
ferocia. Si potrebbe, invece, ricordare cose evidenti ma dimenticate da un
Belgio che si vanta di essere uno dei Paesi più
secolarizzati, dove l’emarginazione dei cattolici è ogni giorno crescente. Lo
Stato nacque, nel 1830, per la libera unione di valloni e fiamminghi: parlavano
lingue diverse, avevano tradizioni e storie diverse,
ma erano uniti da un cattolicesimo solido e fervente. Dunque,
non sopportavano la sottomissione al persecutorio calvinismo olandese. L’unione
è durata sino a quando il Paese si è riconosciuto come cattolico: ora,
quell’unico collante si è dissolto e il Belgio è ormai una finzione
ingovernabile. Forse, anche simili operazioni confermano la confusione di uno
Stato che da anni non riesce a esprimere neppure un governo
ma, almeno nella intellighenzia, sembra unito soltanto dall’avversione
anti-romana. CdS
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Deceduto don Giambattista Baselli.
L’omelia del vescovo di Crema mons. Cantoni
E’ deceduto in
Italia don Giambattista Baselli,
direttore dell’Udep di Francoforte negli anni
70-inizi 80, fino al rientro in diocesi. Mercoledì 9 giugno si sono svolti i
funerali e qui rimprendiamo l’omelia tenuta dal
vescovo di Crema mons. Oscar Cantoni
Fare la volontà di
Dio, fino all’ultimo respiro, anche nella sofferenza e nella prova. Questo fu il vivo desiderio di don Gianbattista, frutto
maturo di un cammino di fede che gli ha permesso di giungere a questa profonda
libertà: quella di consegnarsi, senza rimpianti, a Dio, nella certezza che e in
vita e in morte, niente avrebbe potuto separarlo da Lui.
A conferma dello
stile con cui il cristiano adulto nella fede affronta il futuro accettandolo
come piace a Dio, scrive s.Francesco
di Sales: “Il cuore indifferente è come un blocco di
cera nelle mani di Dio: riceve tutte le forme del beneplacito eterno; un cuore
che non ha scelte, disposto ugualmente a tutto, senza nessun altro oggetto per
la propria volontà che la volontà di Dio”.
Mentre nel suo
corpo, la salute veniva meno e avvertiva un progressivo, lento decadimento, don
Baselli, che voleva essere ancora utile alla sua
Chiesa, da lui tanto amata e alla quale ha donato le sue energie, accettava di
buon grado la volontà di Dio. Più volte mi aveva
confidato: “tutte le mie sofferenze, sono a vantaggio della nostra Chiesa di
Crema, perché si purifichi e si rinnovi nella fedeltà a Dio e all’uomo”.
“Non hai gradito
sacrifici e offerte, un corpo mi hai preparato”, allora ho detto: io vengo”.
Quando non abbiamo
più niente da offrire, ci rimane solo da offrire noi
stessi. E’ l’offerta d’amore che il Padre maggiormente gradisce.
Non è facile per
chi ha vissuto un’intera vita nel ministero pastorale sentirsi inattivo, quando
le forze vengono meno e si è privi di impegni
pastorali diretti. E’ la prova più difficile da accettare, ma se vissuta nella
fede, anche questo momento è un tempo di grazia, perché è comunione con il
Cristo sofferente, sacerdote e vittima, che, conficcato sulla croce, non ha che da offrire per amore il suo corpo e affidarsi alla
fedeltà di Dio padre. Questo stile è quello vissuto da don Baselli
in questi ultimi anni. Voleva tuttavia essere costantemente informato sulla
vita della diocesi; non si sentiva ai margini, perché era cosciente di servire
con un altro qualificato ministero: quello della preghiera e della totale,
libera consegna di sé. E’ questo il dono che egli ci lascia, il segno concreto dell’ amore con cui egli ha accompagnato e sostenuto la
storia recente della nostra Chiesa.
Al vederlo a prima
vista, don Gian Battista poteva apparire un uomo severo e riservato.
Difficilmente, infatti, lasciava emergere i suoi sentimenti profondi, che
dischiudeva invece a quanti godevano della sua
amicizia e fiducia. Certo, non nascose la sua inquietudine, che lo condusse a
cercare la volontà di Dio per sé nelle forme più radicali della vita cristiana, ma questa continua tensione gli ampliò gli
orizzonti, così da mettersi a disposizione della Chiesa in Svizzera e in
Germania; in parrocchia (fu vicario a s.Maria della
croce, parroco a Chieve, cappellano a s.Trinita), ma anche in impegni di grande responsabilità, a
servizio del vescovo Cambiaghi, in seminario, in
azione cattolica, nelle aggregazioni laicali, come assistente dell’istituto
secolare delle figlie di s.Angela, come consulente
dell’Ucid.
Ben si addicono
alla personalità di don Baselli le parole franche di
Gesù a riguardo della sua missione: “sono venuto a
portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49-50) La sua ansia pastorale lo poneva come una
sentinella che scuote i dormienti e propone soluzioni pastorali coraggiose,
adatte all’oggi.
La sua opera più
matura, per cui la diocesi gli è grata, fu però l’animazione del Sinodo
diocesano, (indetto nell’89 e concluso nel 94), che
don Baselli coordinò con intelletto d’amore,
coinvolgendo i laici in un progetto di corresponsabilità piena all’interno
della Chiesa.
L’intento di
questo sinodo fu di aggiornare la vita della Chiesa cremasca agli orientamenti
del Vaticano II e di offrire una risposta alle sfide del nostro tempo mediante
una “nuova evangelizzazione”. Don Baselli
contribuì validamente, con le sue stimolazioni, a leggere “i segni dei tempi,
per riconoscervi in essi la presenza dello Spirito di Dio e insieme per cercare
quale servizio la Chiesa potesse offrire all’uomo contemporaneo.
L’ultimo ministero
che don Baselli espletò fu
quello di essere testimone e diffusore della misericordia divina come
penitenziere in duomo. Qui raccolse le segrete confidenze e le lacrime di
conversione di tanti penitenti, ai quali donò il fuoco vivo dello Spirito, che
rimette i peccati e rigenera a vita nuova.
La comunità
cristiana, con la sua preghiera, lo affida ora, in piena fiducia, alla
misericordia del Padre. In don Giambattista, Dio padre riconosca il volto
gioioso del Cristo, suo Figlio, al quale egli si è identificato lungo tutta la
sua lunga esistenza terrena. (de.it.press)
Accuse gravi ancora tutte da provare
Dopo lo scandalo
dei preti pedofili e le accuse al Papa di correità, arrivano ora quelle di
corruzione e di violenze su drogati. Continua l’attacco
alla Chiesa
Sconforta appurare
che l’Arcivescovo di Napoli, Card. Crescenzio Sepe, dal 2001 al 2006 a capo di Propaganda Fide, sia
indagato dalla Procura di Perugia per “corruzione aggravata”, insieme a Pietro Lunardi, nello stesso periodo Ministro
delle Infrastrutture; e che l’ormai ottantacinquenne don Pierino Gelmini,
incriminato di molestie da alcuni ospiti della Comunità Incontro di Amelia da
lui fondata nel 1963 (oggi conta in Italia 164 sedi e 74 nel resto del mondo),
dovrà affrontare il processo che inizierà (solo!) il 29 marzo 2011. Accuse
gravi che si aggiungono alle denunce, altrettanto recenti, di pedofilia nei
confronti di diversi prelati; o alle critiche rivolte a Benedetto XVI, presunto
autore di “lettere conniventi” (parole degli inquisitori), risultate
invece inesistenti; o ripreso in una fotografia, rivelatasi poi manipolata, in
cui il giovane Ratzinger, compiaciuto e convinto, fa il saluto nazista.
Perdura il continuo buttar fango sugli
ecclesiastici. Un attacco che puzza di laicismo anticlericale; che tende sempre
a generalizzare, come se tutto il clero fosse depravato e vizioso; che trascura il fatto che anche i sacerdoti sono uomini, quindi
soggetti alle debolezze della natura umana; che spinge a pensare che la Chiesa,
forte del suo potere politico ed economico, venga meno al dovere di
testimoniare e diffondere l’amore per il prossimo.
Tra l’altro, alcuni precedenti fanno pensare
ad errori degli inquirenti, a volte dovuti ad
anticlericalismo, quindi a pregiudizio. Anche il Card. Michele Giordano,
predecessore del Card. Sepe a Napoli, tra il 1998 ed il 2000 fu accusato di usura dalla Procura di Lagonegro (Potenza) che fece perquisire la Curia ed attivò
intercettazioni telefoniche sulla sua utenza. Al termine del processo con rito
abbreviato fu però assolto “per non aver commesso il fatto”. Sarà solo un caso, ma titolare dell'inchiesta a suo carico fu, tra gli
altri, il Pm Manuela Comodi, che ora, nella Procura di Perugia, indaga su Sepe.
Pure don Gelmini può rincuorarsi pensando a
Vincenzo Muccioli. Che non era un prete ma, da uomo ispirato ai principi
cristiani del rispetto della vita, della famiglia e della dignità della
persona, costituì la Fondazione San Patrignano, la
più grande comunità europea di terapia dei tossicodipendenti e degli
emarginati. Tuttavia dovette difendersi in due processi, nel 1984 dalla accusa di sequestro di persona e maltrattamenti e nel
1994 da quella di omicidio colposo, conclusisi entrambi con l’assoluzione. Nel
1997, due anni dopo la sua morte, la comunità fu riconosciuta dalle Nazioni Unite quale Organizzazione non Governativa e,
dallo Stato italiano, come Ente Morale per aver garantito a migliaia di giovani
un completo e gratuito servizio riabilitativo, formazione professionale e
ripresa degli studi comprese. Inoltre, molti Comuni, tra i quali Milano,
Verona, Pescara, San Remo e Bologna, gli hanno
dedicato una piazza o una via. Onori tardivi che non hanno potuto alleviare la
sofferenza morale di Muccioli e della sua famiglia. La stessa che sconvolge ora
il Card. Sepe e l’ex don Gelmini sui quali pendono
accuse gravi ancora tutte da provare ma che mal si conciliano con la serenità
che essi dimostrano, sia pure sotto il peso di una croce inattesa e gravosa, nonché con la stima e l’affetto loro dimostrati da chi li
conosce e ne ha apprezzato la dedizione ed il lavoro.
Non intendo entrare nel merito delle
imputazioni loro rivolte che tuttavia sembrano assurde, a giudicare da quanto
affermato dai due incriminati e confermato da testimoni. Sarà anche vero che,
mentre era a capo di Propaganda Fide, il cardinale abbia ceduto a Lunardi, per
2,8 milioni di euro (somma immediatamente trasferita all'Amministrazione
patrimonio sede apostolica, per essere destinata alla attività
missionaria nel mondo), l’immobile in via dei Prefetti, che aveva un valore ben
superiore, ottenendo in cambio - secondo gli inquirenti - il decreto
ministeriale che diede il via libera ad un finanziamento di 2,5 milioni di euro
per il restauro della sede di Propaganda Fide di piazza di Spagna; ma è anche
certo che lo stabile fosse in cattive condizioni, quindi da ristrutturare. Avrà
pure affittato la casa di via Giulia a Guido Bertolaso che però non avrebbe mai
pagato, perché era l’imprenditore Anemone a versare il canone. Ma il cardinale poteva non saperlo, dato che i bilanci erano
sempre approvati dalla Prefettura per gli affari economici e dalla Segreteria
di Stato. Non a caso il Vaticano ha reagito all’avviso di garanzia con
espressioni di stima nei confronti di chi “ha lavorato e lavora per la Chiesa e
per il popolo che gli è affidato… e ha diritto ad essere rispettato e stimato” (parole di padre Federico
Lombardi).
Improbabili anche le incriminazioni rivolte
a don Gelmini, che la Procura di Perugia aveva a suo tempo archiviate
grazie alla testimonianza di migliaia di giovani salvati dall’incubo degli
allucinogeni. L’unica fonte d’imputazione è costituita dalle dichiarazioni,
spesso contraddittorie, di ex drogati alcuni dei quali hanno chiesto denaro in
cambio del ritiro di “accuse false”. Un vero ricatto che gioca a favore di don
Pierino e che la dice lunga, se non su un complotto, quanto
meno sulla voglia di guadagnarci. Senza contare che è impensabile che un
uomo già avanti con l’età possa prevalere su giovanotti
robusti e spesso violenti. Ora c’è solo da augurarsi che la verità venga
fuori. E, soprattutto, che finisca il vergognoso attacco mediatico e
giudiziario alla Chiesa. Egidio Todeschini, de.it.press
Cattolici ed estate. Qualche domanda
s'impone. La grande adesione alle proposte educative
Qualche domanda dovrebbe pur nascere. Dopo
aver doverosamente parlato a più riprese della tremenda ferita della pedofilia ci si trova oggi di fronte alle attività estive
che, iniziate in questi giorni, coinvolgono centinaia di migliaia di bambini,
giovani e adulti nelle parrocchie, nelle diocesi, nelle associazioni.
Si ripete con non
meno partecipazione degli anni precedenti un'esperienza popolare fondata sulla
fiducia, sul senso di responsabilità, sulla condivisione di una proposta
educativa.
È anche questa una
risposta, tra le più significative, all'annuncio
spesso gridato dell'incrinarsi delle relazioni all'interno della Chiesa.
Ciò che sta
accadendo negli oratori, nei campi estivi e nelle mille diverse attività estive della realtà ecclesiale e dell'associazionismo cattolico
mette in discussione la sicurezza di tante valutazioni e previsioni
pessimistiche.
Mettersi in
discussione di fronte all'evidenza è scomodo, anche per i media: meglio tacere
oppure fingere che quanto sta accadendo di bello e positivo sotto gli occhi di
tutti non esista o sia assai poco rilevante.
Quindi nessuna riga, nessuna immagine sull'estate di centinaia
di migliaia di ragazzi, giovani e adulti tranne che accada qualche incidente di
percorso.
È vietato
raccontare la vita normale della Chiesa, cioè la vita
di un popolo che crede e pensa.
Non si attendono
molti segnali di ripensamento. In questo silenzio si può invece leggere la
misura della distanza tra la gente e i media. Una forbice che, prima di un
giudizio, suscita una preoccupazione perché indica l'indebolimento di
un'alleanza indispensabile per la crescita della persona, della società, della
democrazia.
Non è motivo di
soddisfazione registrare la crescente disaffezione della gente nei confronti di
quello che dovrebbe essere un bene comune.
Nessuno è
esonerato dalla responsabilità ma chi ha più potere, in questo caso chi opera
nei media, ha anche più dovere di una verifica delle scelte e dei riflessi che
queste hanno sull'opinione pubblica.
La gente sa che la
ricerca della verità è irrinunciabile, che non deve essere rallentata o
condizionata, ma la stessa gente sa distinguere la volontà di ricerca della
verità dalla volontà di perseguire altri obiettivi.
Un segnale di
questa capacità critica viene anche dalle innumerevoli persone che stanno vivendo
e vivranno nei prossimi mesi le molteplici esperienze
educative e formative proposte dalla Chiesa nell'annuale pausa di distensione e
riposo.
Non si tratta di
una massa anonima di vacanzieri in cerca di qualsiasi svago pur di non pensare,
si tratta di gente che anche alla vacanza intende dare un sapore diverso da
quello proposto dalla cultura del consumo.
È gente che non
rinuncia a pensare neppure quando è in ferie.
Forse è questo
pensare che disturba contrapponendosi a una strategia
che vorrebbe mandare in dissolvenza i luoghi dove il messaggio cristiano è
vita, è volto, è relazione, è allegria.
Alla tragedia
della pedofilia si è cercato di dare anche una
direzione distruttiva ma l'obiettivo non è stato raggiunto neppure in tempo
d'estate.
Infatti, non fughe
ed esodi come qualcuno prevedeva, ma scelte di restare
per cambiare e di cambiare per restare: quasi uno slogan per tradurre l'appello
di Benedetto XVI alla conversione e a un rinnovato impegno dei cattolici nella
storia.
In questo contesto, in questa prospettiva s'inseriscono la riflessione
e la proposta dei vescovi italiani per il prossimo decennio dedicato
all'educare.
È ancora una volta
la risposta serena e fiduciosa della Chiesa alla domanda di significato che
viene da persone, famiglie, comunità che pensano.
PAOLO BUSTAFFA
Crocifisso.
Laicità e libertà. Incontro alla vigilia dell'udienza della Corte di Strasburgo
"Riconoscere
la legittimità e il valore dell'esposizione del crocifisso
significa garantire il rispetto della libertà religiosa e delle tradizioni dei
popoli, in armonia con il principio di sussidiarietà che presiede al rapporto
tra Stati e istituzioni europee". È la conclusione del messaggio inviato
il 23 giugno dal card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente
della Cei, ai partecipanti alla tavola rotonda promossa dall'associazione
"Umanesimo cristiano" a Roma, sul tema:
"Valori e diritto. Il caso del Crocifisso".
L'incontro si è tenuto alla vigilia dell'udienza delle parti che la Corte
europea dei diritti dell'uomo ha fissato per il 30 giugno. Secondo il
presidente dei vescovi italiani, è opportuno "richiamare l'attenzione
dell'opinione pubblica sull'importanza che l'esposizione del Crocifisso
nelle scuole riveste in relazione ai sentimenti religiosi delle popolazioni e
alle tradizioni delle nazioni d'Europa". Proprio "in tal senso"
si è pronunciata di recente la Presidenza della Cei con una dichiarazione nella
quale viene sottolineato fra l'altro come tale
esposizione "non si traduce in una imposizione e non ha valore di
esclusione, ma esprime una tradizione che tutti conoscono e riconoscono nel suo
alto valore spirituale, e come segno di una identità aperta al dialogo con ogni
uomo di buona volontà, di sostegno a favore di bisognosi e dei sofferenti senza
distinzione di fede, etnia, nazionalità". "La laicità - spiega il
presidente della Cei nel messaggio - non comporta l'esclusione dei simboli
religiosi dai luoghi pubblici: da scuole, tribunali, carceri". Al
contrario, "come c'insegna papa Benedetto XVI" - prosegue il card.
Bagnasco citando il discorso rivolto dal Santo Padre ai partecipanti al 56°
convegno nazionale dei giuristi cattolici italiani - "la 'sana laicità' comporta
che lo Stato non consideri la religione come un semplice sentimento
individuale, che si potrebbe confinare al solo ambito privato, bensì come
presenza comunitaria pubblica". "Non è certo espressione di laicità, ma sua degenerazione in laicismo - puntualizza
ancora il Papa, menzionato dal presidente della Cei - l'ostilità a ogni forma
di rilevanza politica e culturale della religione; alla presenza, in
particolare, di ogni simbolo religioso nelle istituzioni pubbliche".
Laicità e
sussidiarietà. "La laicità dell'Europa non può essere concepita e vissuta
in termini tali da ferire sentimenti popolari, elementari e profondi, bensì
come disponibilità ad accogliere e amalgamare le tradizioni più diverse, senza
escluderne alcuna, in una logica non già di indifferenza
o di esclusione, ma di inclusione e arricchimento reciproco". È quanto si
legge nel messaggio inviato dal presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano, ai partecipanti alla tavola rotonda. Soffermandosi sulla necessità
di "riconoscere la rilevanza pubblica e sociale del fatto religioso e il
valore della laicità dello Stato, a garanzia della libertà religiosa e dei
rapporti tra Confessioni religiose e autorità statuali,
nel segno della reciproca autonomia e dell'accettazione del metodo
democratico", il capo dello Stato ha esortato ad evitare "sterili
contrapposizioni e integralismi" sulla questione del Crocifisso, che
"può essere più opportunamente affrontata dai singoli Stati, in grado di
percepirne la valenza in rapporto ai sentimenti diffusi nelle rispettive popolazioni,
così come la necessità di bilanciamento tra diverse sensibilità e la
salvaguardia di obiezioni di coscienza serie e consistenti in specifiche
situazioni". Anche il segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone, ha inviato un messaggio in cui fa notare che
"l'esposizione dell'icona del Cristo crocifisso è
un'espressione identitaria, strettamente connessa con
il sentimento religioso, la storia e la tradizione dell'Italia, come pure dei
popoli europei". Sempre in un analogo messaggio, il presidente del
Consiglio, Silvio Berlusconi, ha ribadito che la
sentenza di Strasburgo è inaccettabile "non solo per l'Italia e la
stragrande maggioranza degli italiani, ma per buona parte dell'Europa".
Contro quella sentenza, ha ricordato, il governo ha presentato un ricorso che
ha conquistato l'appoggio, a vario titolo, di altri Stati europei.
"Cristofobia" e "inciviltà". "Voler
estromettere questo segno dai luoghi e dalle istituzioni pubbliche in nome di
una presunta neutralità religiosa, sarebbe una manifestazione non soltanto di cristofobia più o meno larvata ma
soprattutto di inciviltà". Lo ha detto il card. Julian Herranz, presidente
emerito del Pontificio Collegio per i testi legislativi, che ha partecipato
all'iniziativa di "Umanesimo cristiano". Riferendosi alla sentenza
emanata nel novembre 2009 dalla Corte europea dei diritti dell'uomo di
Strasburgo, il porporato ha detto che essa va inquadrata in un "contesto di fondamentalismo laicista, benché venga
pretestuosamente e unilateralmente invocato il diritto alla libertà
religiosa". Anche il concetto di "neutralità" religiosa cui si
richiama la sentenza della Corte di Strasburgo, per il cardinale, "è
interpretato nel senso ideologico del relativismo agnostico". "La
neutralità o aconfessionalità dello Stato - ha puntualizzato
infatti il card. Herranz - significa
unicamente che nessuna religione avrà carattere statale, ma non che lo Stato
debba essere anticonfessionale, cioè contrario alla presenza nelle istituzioni
pubbliche di qualsiasi segno o simbolo religioso: tale atteggiamento di rifiuto
della religione in se stessa farebbe dell'ateismo una specie di ideologia o
religione di Stato e, nel nostro caso, del Consiglio di Europa e dell'Unione
europea". Sir
Iraq. Il nemico invisibile. I cristiani a Mosul:
parla il loro arcivescovo
Risale al 2 maggio
l'ultimo grave attacco contro la comunità cristiana di Mosul.
Quel giorno un convoglio di bus che trasportava studenti cristiani dal
villaggio di Qaraqosh all'università di Mosul fu oggetto di un attentato terroristico che provocò
diversi morti e oltre 150 feriti. Nonostante siano passati circa due mesi senza
particolari violenze non si può certo dire che la
comunità cristiana di Mosul viva giorni tranquilli
almeno a sentire le parole dell'arcivescovo caldeo della città, mons. Emil Shimoun Nona, che il SIR ha
intervistato. "Ogni giorno - dice - dobbiamo fronteggiare quel nemico
invisibile che è la paura".
Mons. Nona, si può
parlare di situazione migliorata per i cristiani di Mosul?
"La
situazione negli ultimi due mesi si è un po' calmata, non registriamo
particolari episodi di violenza contro i cristiani. Tuttavia la sensazione è
sempre quella di essere nel mirino di qualcuno, non sappiamo di chi e perché,
che vuole farci del male. La paura di essere colpiti in ogni
momento resta elevata".
Come reagisce la
comunità cristiana locale a questa pressione che di fatto
la blocca in ogni iniziativa e attività anche quotidiana?
"La paura
continua è un nemico invisibile con cui siamo costretti a convivere. Essa
instilla il dubbio verso tutti e tutto, verso ogni persona che incontriamo al
punto da temere che ci possa far male da un momento all'altro. Passerà molto tempo prima che questa paura cessi del tutto".
Avete supporto e
protezione dalla Polizia e dall'Esercito?
"I luoghi
frequentati dai cristiani, come le chiese, sono controllate
e protette. Ora più che in passato proprio per il fatto che
la situazione è un po' più calma e per non rischiare di ripiombare nella
violenza. Rischio che non è mai cessato del tutto".
Questa calma
relativa sta spingendo le famiglie cristiane fuggite per la violenza da Mosul a fare rientro in città?
"Difficile
fare stime, certamente molte famiglie sono tornate. Tuttavia c'è anche chi non
fa più rientro preferendo emigrare direttamente all'estero e sono quelli che
hanno maggiori possibilità economiche o maggiore
istruzione come medici, professionisti e professori. A restare sono le famiglie
più povere quelle che hanno maggiormente bisogno di aiuto e sostegno. Questo
pone delle difficoltà anche sul piano pastorale avendo una comunità sempre più
piccola e a tratti scoraggiata. Oggi a Mosul città ci
sono circa 1.000 famiglie cristiane per un totale di poco meno di 5.000 fedeli.
Nella diocesi intera le famiglie salgono a circa 3.500 per arrivare a circa 10 mila cristiani. Prima eravamo più del
doppio".
Ad alimentare
questa situazione è anche l'assenza di un nuovo governo a circa 4 mesi dal voto del 7 marzo?
"Il vuoto di
potere certamente non aiuta la popolazione e non solo quella cristiana. L'Iraq
ha estremo bisogno di stabilità. Il vuoto si riflette anche
nelle varie province che non hanno la forza di governare, di garantire la
sicurezza e i servizi di base necessari alla vita di tutti i giorni, come
l'erogazione dell'elettricità, per esempio".
È di questi giorni
la notizia che il premier al-Maliki ha accettato le
dimissioni del ministro dell'Elettricità, nell'occhio del ciclone per le
interruzioni di corrente che privano gli iracheni dell'aria condizionata e
dell'acqua durante l'afa estiva…
"Quello
dell'elettricità è un problema grave per gli iracheni. In questa stagione c'è
un caldo opprimente che tocca anche i 45°. L'elettricità viene
erogata solo per 6-8 ore nell'arco della giornata quindi le famiglie sono
costrette a ricorrere a dei generatori o ad acquistare energia elettrica da chi
ne possiede con molte speculazioni sul costo della corrente. Il che è
incredibile se pensiamo che l'Iraq è un Paese ricco di
risorse e di petrolio i cui proventi potrebbero garantire benessere a
tutti".
Da pastore come
vive e affronta questa realtà così difficile?
"Incoraggiando
i miei fedeli a mantenere la fede e la speranza. Per due anni sono stati senza
vescovo, a causa della morte avvenuta durante il suo rapimento di mons. Paulos Farahj Raho,
ed hanno vissuto un periodo molto duro. Ho scelto di vivere
in città con loro e questa presenza è motivo di coraggio e di speranza".
Eccellenza, ha paura per se stesso, usufruisce di una scorta?
"No, non ho
paura. Vivo nella curia
e mi muovo quando c'è da andare per qualche evento o incontro. Non ho una
scorta ma adotto delle precauzioni, quando esco cerco
di dare il meno possibile nell'occhio affidandomi a Dio". DANIELE ROCCHI
Il primo "cortile" di credenti e atei aprirà a Parigi
L'ha voluto papa
Ratzinger, col nome di "cortile dei gentili". Lo inaugurerà il suo
ministro della cultura, l'arcivescovo Ravasi. Sarà
uno spazio di dialogo con i lontani da Dio, primo atto di un più ampio progetto
di nuova evangelizzzazione - di Sandro Magister
ROMA – Proprio mentre la
magistratura italiana scoperchia gli affari della congregazione per
l'evangelizzazione dei popoli, negli anni in cui il suo prefetto era il
cardinale Crescenzio Sepe,
in Vaticano sta per nascere un nuovo – più sobrio – ufficio dedicato a un altro
tipo di evangelizzazione: non nelle terre di missione, ma nei paesi di antica
cristianità in cui la fede si è più affievolita o è scomparsa.
L'idea non è del
tutto nuova. Dopo il Concilio Vaticano II fu creato, e durò qualche anno, un
segretariato per i non credenti, affidato all'epoca al cardinale austriaco
Franz Kõnig. Ora esso rispunta nella forma più solida
di un consiglio pontificio. Benedetto XVI ne ha
discusso con alcuni cardinali: da Ruini a Scola, da Bagnasco a Schönborn. Un "motu
proprio" ne stabilirà la fisionomia e i compiti.
Intanto, però,
qualcosa di concreto già si muove con la stessa finalità di dialogare con i senza fede, ad opera di un consiglio pontificio già in
funzione da tempo, quello della cultura presieduto dall'arcivescovo Gianfranco Ravasi.
L'iniziativa ha il
nome di "Cortile dei gentili". L'idea e la formula sono di Benedetto
XVI, che le lanciò il 21 dicembre del 2009, nel discorso con cui fece gli auguri
di Natale alla curia romana.
L'idea di papa
Joseph Ratzinger – secondo il quale la questione di Dio è la
"priorità" del pontificato – è di aprire un dialogo sistematico con
gli uomini che da Dio sono più lontani, perché tornino ad avvicinarlo
"almeno come Sconosciuto".
Quanto alla
formula "Cortile dei gentili", Benedetto XVI l'ha ripresa dai
Vangeli, da quella pagina in cui Gesù caccia i mercanti dal tempio.
Oggi che la
magistratura italiana impugna la scopa contro l'affarismo della curia vaticana,
fa ancor più impressione rileggere le parole con cui il papa spiegò il suo
progetto, lo scorso 21 dicembre:
"Mi viene in
mente la parola che Gesù cita dal profeta Isaia, che cioè il tempio dovrebbe
essere una casa di preghiera per tutti i popoli (cfr. Isaia 56,
7; Marco 11, 17). Egli pensava al cosiddetto cortile dei gentili, che sgomberò
da affari esteriori perché ci fosse lo spazio libero per i gentili che lì
volevano pregare l’unico Dio, anche se non potevano prendere parte al mistero,
al cui servizio era riservato l’interno del tempio. Spazio di preghiera per
tutti i popoli: si pensava con ciò a persone che conoscono Dio, per così dire,
soltanto da lontano; che sono scontente con i loro dèi, riti,
miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il 'Dio
ignoto' (cfr. Atti 17, 23). Essi dovevano poter pregare il
Dio ignoto e così tuttavia essere in relazione con il Dio vero, anche se in
mezzo ad oscurità di vario genere".
Ma per capire più
a fondo il significato del "Cortile dei gentili", un valente esegeta
è sicuramente l'arcivescovo Ravasi, biblista di fama
mondiale e con una ampia rete di contatti personali
con uomini di cultura più o meno lontani dalla fede.
L'articolo che
segue, Ravasi l'ha pubblicato su "L'Osservatore
Romano" del 2 giugno.
In esso egli
annuncia che l'evento inaugurale del "Cortile dei gentili" avverrà a
Parigi nel marzo del 2011 in tre sedi volutamente slegate da ogni appartenenza
religiosa: la Sorbona, l'UNESCO e l'Académie Française.
All'impresa hanno
già manifestato interesse numerose personalità agnostiche e atee, a cominciare
da Julia Kristeva, semiologa e psicanalista molto attenta a un dialogo con i
credenti.
In un'intervista
del 25 febbraio scorso al quotidiano dei vescovi italiani "Avvenire",
Ravasi ha così descritto le forme di ateismo presenti
oggi sul campo, con cui la Chiesa vuole dialogare:
"Bisogna
tener conto dei diversi ateismi, non riducibili a un unico modello. Da un lato c’è il grande ateismo di Nietzsche e Marx che purtroppo è andato in crisi, costituito da una
spiegazione della realtà alternativa a quella credente, ma con un sua etica, una visione seria e coraggiosa, ad esempio,
nel considerare l’uomo solo nell’universo. Poi c'è un ateismo ironico-sarcastico che prende a bersaglio aspetti marginali
del credere o letture fondamentaliste della Bibbia. È l’ateismo di Onfray, Dawkins e Hitchens. In terzo luogo vi è un’indifferenza assoluta
figlia della secolarizzazione, ben sintetizzata dall’esempio che Charles Taylor
fa in 'L’età secolare' quando afferma che se Dio
venisse oggi in una nostra città, l’unica cosa che succederebbe è che gli
chiederebbero i documenti". L’Espresso on line 24
In dialogo nel “cortile dei gentili”. Attraversiamo insieme il deserto
"Io penso che
la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di 'Cortile dei gentili' dove
gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e
prima che abbiano trovato l'accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita
interna della Chiesa. Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi
soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea,
ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere
semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto".
Queste parole,
indirizzate da Benedetto XVI alla curia romana in occasione degli auguri
natalizi del 2009, hanno prodotto un effetto anche concreto: un dicastero
vaticano, il pontificio consiglio della cultura, ha dato il via a un'istituzione,
denominata appunto "Cortile dei gentili",
per aprire un dialogo serio e rispettoso tra credenti e agnostici o atei.
L'evento
inaugurale avverrà a Parigi nel marzo del prossimo anno in contemporanea in più
sedi: la Sorbona, l'Unesco e l'Académie Française, secondo prospettive diverse. Si deve già
segnalare l'interesse di varie personalità, tra le quali la semiologa,
psicanalista e scrittrice Julia Kristeva.
Vorremmo
innanzitutto spiegare il simbolo usato dal papa, una locuzione non a tutti perspicua,
anche se a molti è noto che il vocabolo "gentili"
designa nel linguaggio ecclesiastico i non-ebrei, ossia i pagani che si erano
accostati al cristianesimo: il termine deriva dal latino "gens" nel
senso di nazionalità straniera in opposizione al "populus
romanus" (in ebraico erano i "goj/gojim", presenti 561
volte nell'Antico Testamento; in greco "èthnos/èthne", un vocabolo che risuona ben 162 volte nel
Nuovo Testamento). È risaputo quanto san Paolo si sia battuto per aprire a
costoro le porte della nuova fede, senza costringerli a passare previamente attraverso la circoncisione e, quindi, l'ebraizzazione, come alcuni esponenti della comunità
cristiana delle origini (i giudeo-cristiani) esigevano. Ma
il "Cortile dei gentili" quale realtà evoca?
Dobbiamo a questo
proposito riferirci alla planimetria del tempio di Gerusalemme, soprattutto
nella tipologia offerta dall'imponente edificio voluto dal re Erode a partire dall'anno 20 prima dell'era cristiana e distrutto
nell'anno 70 dalle armate romane di Tito. Là, infatti, oltre alle aree
riservate alle donne, agli israeliti, ai sacerdoti e al santuario propriamente
detto, si apriva uno spazio al quale potevano accedere appunto i pagani in
visita a Gerusalemme. Era, questo, il "Cortile dei gentili", una
"aulè" in greco a cui
forse fa cenno il libro dell'Apocalisse quando nella misurazione simbolica del
tempio imposta a Giovanni si dichiara: "Il cortile (aulè)
esterno del tempio lascialo da parte e non misurarlo perché è stato consegnato
ai gentili (èthnè) che calpesteranno la città
santa" (11, 2).
La prova concreta
dell'esistenza di questo recinto speciale è in una lapide di 60
centimetri per 90 con un'iscrizione greca, scoperta nel 1871 dall'archeologo
francese Charles Simon Clermont-Ganneau e ora
conservata al museo archeologico di Istanbul (un'altra targa simile, ma solo
frammentaria, è stata rinvenuta nel 1953). In essa si legge un divieto analogo
alle segnalazioni attuali con l'avviso di "pericolo di morte" o di
"zona militare" invalicabile: "Nessuno straniero (alloghenès) penetri al di là della
balaustra e della cinta che circonda l'area sacra (hieròn).
Chi venisse sorpreso in flagrante sarà causa a se
stesso della morte che ne seguirà".
Lo storico giudeo filoromano Giuseppe Flavio, testimone delle vicende della
Terra Santa del primo secolo, nella sua opera
"Antichità giudaiche" conferma questa testimonianza parlando di due
cortili: il primo era quello dei gentili, separato dal secondo – quello degli
ebrei – "da pochi gradini e da una balaustra di pietra ove c'era
un'iscrizione che proibiva l'ingresso agli stranieri sotto pena di morte"
(xv, 417).
Nell'altro suo
scritto più celebre, "La guerra giudaica", lo stesso storico
annotava: "Chi attraversava quell'area per raggiungere il secondo cortile
lo trovava circondato da una balaustra di pietra, alta tre cubiti e finemente
lavorata. Su di essa, a intervalli uguali, erano collocate lapidi che
ricordavano le leggi di purità – per l'accesso al tempio – alcune in lingua
greca, altre in latino, perché nessuno straniero entrasse nel luogo santo"
(v, 193-194).
È curioso notare
che, a quanto si evince dal dettato del divieto, la pena capitale era
automatica, senza regolare processo ma con una sorta di linciaggio affidato
alla folla ebraica. Qualcosa del genere è evocato in connessione col rischio
corso da san Paolo proprio nel tempio di Gerusalemme: la massa dei fedeli tenta
di ucciderlo perché sospettato di "aver introdotto greci nel tempio,
profanando il luogo santo". Infatti, era stato visto poco prima in
compagnia di un pagano, tale Trofimo di Efeso,
attirando su di sé il sospetto di averlo condotto oltre il "Cortile dei
gentili", nell'area sacra off limits per i
pagani (si legga il passo degli Atti degli Apostoli, 21, 27-32).
Sarà, comunque,
proprio l'apostolo a infliggere un duro colpo a questa concezione così
aspramente "separatista" quando, scrivendo ai cristiani di Efeso,
dichiarerà che Cristo è venuto ad "abbattere il
muro di separazione che divideva" ebrei e gentili, "per creare in se
stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, riconciliando tutti e due
in un solo corpo" (Efesini, 2, 14-16). Quel simbolo di apartheid e di
separatezza sacrale che era il muro del "Cortile dei gentili" è,
quindi, cancellato da Cristo che desidera eliminare le barriere per un incontro
nell'armonia tra i due popoli.
È con questa ulteriore precisazione paolina che ha senso
l'applicazione metaforica del "cortile" suggerita da Benedetto XVI.
Credenti e non credenti stanno su territori
differenti, ma non si devono rinserrare in un isolazionismo sacrale o laico,
ignorandosi o peggio scagliandosi sberleffi o accuse, come vorrebbero i
fondamentalisti di entrambi gli schieramenti. Certo, non si devono appiattire
le differenze, liquidare le diverse concezioni, ignorare le discordanze. Ognuno
ha i piedi piantati in un "cortile" separato, ma i pensieri e le
parole, le opere e le scelte possono confrontarsi e persino incontrarsi.
Ricorrendo a un
gioco di parole assonanti – ma non di etimologie – tra cristiani e gentili si
potrebbe adottare la tecnica del duello (dal latino "bellum"),
in uno scontro all'arma bianca, alla maniera dell'ateo e del gesuita del film
"La Via Lattea" di Luis Buñuel. Quello che
il progetto denominato "Cortile dei gentili" vuole proporre è,
invece, un duetto (dal latino "duo") ove le voci possono appartenere
anche agli antipodi sonori, come un basso e un soprano, eppure riescono a
creare armonia, senza per questo rinunciare alla propria identità, cioè, fuor
di metafora, senza scolorirsi in un vago sincretismo ideologico.
In questo incontro
tra i due "cortili", una scelta previa è quella della purificazione
dei due concetti di base. Da un lato, i
"gentili" devono ritrovare quella nobiltà ideale così com'era
espressa dai grandi sistemi ateistici (pensiamo a un Marx
o alla celebre parabola sul Dio morto della "Gaia scienza" di
Nietzsche), prima che venissero incapsulati in sistemi
politico-ideologici o piombassero nello scetticismo e nell'idolatria delle cose
o degenerassero nell'ateismo sprezzante, sarcastico e infantilmente
dissacratorio.
D'altro lato, la
fede deve ritrovare la sua grandezza, manifestata in secoli di pensiero alto e
in una visione compiuta dell'essere e dell'esistere, evitando le scorciatoie
del devozionalismo o del fondamentalismo e rivelando
che la teologia ha un suo rigoroso statuto epistemologico parallelo e specifico
rispetto a quello della scienza: si pensi alla "teoria dei due
livelli" indipendenti e non conflittuali propugnata da Stephen Gould e
ripresa da Francisco Ayala, entrambi pensatori e scienziati.
Ma oltre a questo, l'incrocio tra le voci diverse può
avvenire attorno a temi comuni – anche se affrontati e risolti con esiti
eterogenei – come l'etica, l'antropologia, la spiritualità, le domande ultime
su vita e morte, bene e male, amore e dolore, verità e menzogna, pace e natura,
trascendenza e immanenza.
Per questa via si
può giungere persino alla domanda sullo Sconosciuto, quell'"Àgnostos Theòs", il Dio
ignoto, a cui faceva cenno san Paolo nel suo celebre
discorso all'Areopago di Atene, e che era ricordato nel brano di Benedetto XVI
da noi citato in apertura.
Come, infatti,
talora il credente può sconfinare nel "Cortile dei gentili", sotto un
cielo spoglio di presenze e privo di Dio, rimanendo nell'attesa che la divinità
infranga il suo silenzio e la sua assenza, così talvolta anche l'ateo può
invocare col poeta Giorgio Caproni: "Ah, mio dio, mio Dio. / Perché non esisti?". Un
interrogativo che Zinov'ev,
l'autore russo di "Cime abissali", così allargava: "Ti supplico,
mio Dio, cerca di esistere, almeno un poco, per me, apri i tuoi occhi, ti
supplico!... Sfòrzati di
vedere: vivere senza testimoni è per noi un inferno! Per
questo io grido e urlo: Padre mio, ti supplico e piango: esisti!".
Senza attesa di
conversioni o di inversioni di cammini esistenziali,
ma soprattutto evitando le diversioni nel vuoto, nella banalità, negli
stereotipi, gentili e cristiani – i cui "cortili" sono contigui nella
città moderna – possono scoprire consonanze e armonie pur nella loro
difformità; possono deporre i linguaggi soltanto autoreferenziali e possono far
alzare lo sguardo a un'umanità spesso troppo curva solo sull'immediato, sulla
superficialità, sull'insignificanza, verso l'Essere nella sua pienezza. Un po'
come suggeriva in uno dei suoi "Canti ultimi" padre David Maria
Turoldo: "Fratello ateo, nobilmente pensoso, / alla ricerca di un Dio /
che io non so darti, / attraversiamo insieme il
deserto. / Di deserto in deserto andiamo oltre / la foresta
delle fedi, / liberi e nudi verso / il Nudo Essere / e là / dove la parola
muore / abbia fine il nostro cammino". Gianfranco Ravasi Oss. Rom. 2
"Ora tocca a
voi papà e mamme, nonni e nonne, ragazzi e giovani tenere viva la vostra
Chiesa, per tenere viva la vostra fede". La
"Lettera ai parrocchiani rimasti senza prete" (testo integrale su
www.centroorientamentopastorale.org) diffusa al termine della 60ª Settimana di
aggiornamento pastorale del Cop
(Centro di orientamento pastorale) riassume il valore della corresponsabilità
tra tutti i credenti nella vita della Chiesa, filo conduttore delle riflessioni
emerse. Dal 21 al 24 giugno a Capiago-Como oltre 220
persone, tra sacerdoti, religiosi, religiose e laici,
hanno partecipato alla Settimana, dedicata a "Nuove forme di comunità
cristiana. Le relazioni pastorali tra clero, religiosi, laici
e territorio" (cfr. altro servizio in SIR 46/2010).
Sacerdoti, re e profeti.
"Non ci può più essere nessuna mamma o papà - si legge nel messaggio,
firmato dagli 'amici del Cop, che fanno comunità anche se non hanno più il prete' - che non insegna
ai suoi figli ad amare Dio e lodarlo con le preghiere, non ci deve essere più
nessun malato che resta solo, senza il conforto della santa comunione".
"Sarà vostra cura - prosegue la lettera - tenere viva la preghiera per
tutti, aprire la chiesetta per trovarvi a lodare il Signore, a invocarlo su
tutta la vostra piccola comunità e a supplicarlo che perdoni tutto il male che
si fa nel mondo, a far risuonare nella vostra vita la
sua Parola, ad ascoltarla per calarla nel vostro cuore. I vostri poveri, le
vostre famiglie rimaste senza nessuno che lavora, devono poter contare ancora
sulla vostra solidarietà, come facevate prima quando era il prete a
chiedervelo. Avete risorse da vendere, perché siete
battezzati, costituiti sacerdoti, re e profeti". D'altra parte
"la Chiesa c'è ancora, fate parte di una diocesi che ha un suo
vescovo" e anzi, "proprio perché siete senza prete e lo apprezzate
ora di più, Dio vi donerà la gioia di sentirvelo ancora più vicino".
La creatività
pastorale della Chiesa. Al centro dell'ultimo giorno di lavori, la relazione di
mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, che ricordando come la
parrocchia sia "espressione significativa e
autorevole, nonché lungamente praticata e profondamente radicata, della
creatività pastorale della Chiesa", ha delineato tre linee prioritarie:
riconoscere "la peculiarità di questa stagione ecclesiale",
"curare la crescita e la maturazione di quanti nella comunità cristiana
condividono responsabilità", prestare attenzione alla "condivisione
del cammino ecclesiale da parte dei laici insieme ai ministri ordinati".
"Raccogliere la sfida del tempo presente - ha sottolineato
mons. Crociata - significa non smettere di lavorare con il cattolicesimo di
popolo senza per questo sottovalutare il processo di erosione che esso
subisce", ricordando che "il carattere popolare non è dato dai grandi
numeri, ma dalla capacità di vivere in un contesto determinato, preso nella sua
interezza e concretezza". In secondo luogo, il segretario della Cei ha
evidenziato la necessità di "curare con maggiore attenzione la crescita e
la maturazione di quanti nella comunità cristiana condividono responsabilità,
dai ministri ordinati a coloro che svolgono le più
svariate forme di collaborazione pastorale". Infine, "riscoprire
l'apostolato dei laici", i quali devono spendere la loro testimonianza
cristiana "non solo nelle parrocchie e nei movimenti, ma nell'impegno nei
mondi della professione, della famiglia, della società e simili".
Una Chiesa-comunione. Riflettendo sull'"evoluzione della
classica struttura di base della parrocchia", in
particolare attraverso formule note come unità o comunità pastorali, mons.
Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina
e presidente del Cop, oltre che presidente della
Commissione episcopale per il laicato della Cei, ha ricordato che "non è
la quantità di preti che fa la Chiesa, ma la collaborazione e la comunione che
si vive tra le persone". "Il punto chiave che oggi ha bisogno di
essere affrontato e impostato correttamente - ha evidenziato - è il vasto mondo
delle relazioni": ciò che conta non sono "contenuti nuovi da
trasmettere o le attività su cui accordarsi, ma la fede autentica vissuta in
una Chiesa-comunione". Eppure, ha rimarcato il
vescovo di Como, mons. Diego Coletti, nella messa di mercoledì 23 giugno in
duomo, "la vita delle nostre comunità troppo spesso
è affannata da funzionalismi che rischiano di essere fini a se stessi".
"Dobbiamo mettere al centro - ha precisato ancora mons. Sigalini - la contemplazione dell'amore di Dio e la
necessaria conversione della vita, invece della pianificazione delle attività;
la risorsa umana, invece delle sole strutture; il guardarsi negli occhi, invece
che guardare alle bacheche degli avvisi o in facebook;
il progettare assieme dopo essersi confrontati, invece delle risposte
privatistiche di sopravvivenza; la stima reciproca tra diversi carismi e
ministeri, invece dell'antagonismo pastorale; la comunione dono da accogliere
sempre da Dio, invece di tavoli di concertazione". Solo così si potrà
"continuare ad essere testimoni credibili della
fede" e "costituire nuove forme di comunità, attente ai tempi e ai
luoghi in cui si radicano". FRANCESCO ROSSI
Verso il Congresso Eucaristico. Riuniti ad Ancona i delegati diocesani
Si è svolto ad
Ancona il convegno nazionale dei delegati diocesani in preparazione al prossimo
Congresso eucaristico nazionale (Cen). La macchina
organizzativa di questo grande evento ecclesiale, che si terrà nella metropolia marchigiana dal 3 all'11 settembre 2011, è in
funzione da quasi due anni ma l'appuntamento di questi giorni rappresenta il
primo vero momento a carattere nazionale. Fino a sabato
26 giugno gli oltre 200 rappresentanti delle Chiese locali hanno iniziato a
familiarizzare con i temi e il territorio del 25° Congresso eucaristico. Per
l'occasione mons. Edoardo Menichelli, arcivescovo
metropolita di Ancona-Osimo, ha rilasciato
un'intervista al SIR.
Mons. Menichelli, quale messaggio si sente di affidare ai
delegati diocesani giunti ad Ancona per preparare il Congresso eucaristico del
2011?
"Anzitutto
accogliere nelle mani e dentro i cuori la giusta
sensibilità all'evento. Saranno loro la rete di collegamento con tutte le
diocesi italiane, che poi avrà il compito di favorire la presenza di quel mezzo
milione di fedeli stimato per l'appuntamento conclusivo dell'anno prossimo. Ho
una grande fiducia in questo primo incontro verso la settimana congressuale del
2011 perché la quasi totalità delle diocesi ha già nominato un proprio
delegato, e questo non era un fatto così scontato. Dunque
un'ampia partecipazione che mi fa credere anche in un'elevata consapevolezza
verso l'evento che attende la Chiesa italiana. Nei prossimi
mesi li incontreremo ancora e via via andremo ad
arricchire sempre più il programma che dovrà caratterizzare la settimana
conclusiva del Cen".
A lei è affidato
il discorso di accoglienza di questa tre giorni d'intensi lavori. Ci può
anticipare i temi che intende trattare e come
presenterà la metropolia di Ancona?
"Nel mio
intervento di avvio toccherò due punti in particolare. Anzitutto mi preme dire
ai delegati diocesani che il Congresso eucaristico è e deve diventare un fatto
ecclesiale, cioè un evento che si celebra in Ancona ma che interessa tutte le
Chiese italiane. Nel secondo punto vorrei far comprendere la caratteristica
della territorialità di questo 25° Cen. Vale a dire il fatto che si tratta di un evento che
coinvolgerà non solo il capoluogo delle Marche, ma anche le altre diocesi della
metropolia. Alla luce dell'Eucaristia proporremo in
ognuna delle cinque sedi metropolitane di Ancona-Osimo,
Loreto, Senigallia, Jesi e Fabriano, i cinque ambiti della vita dell'uomo (vita affettiva, fragilità umana, cittadinanza, lavoro e
festa, tradizione, ndr), richiamati dalla Chiesa italiana al Convegno di Verona
nel 2006. I tre giorni dei delegati diocesani saranno anche un piccolo assaggio
di ciò che il Cen può significare nell'ottica
di una valorizzazione della pastorale del turismo. La Regione Marche, infatti,
è un museo all'aperto. Accanto all'aspetto ecclesiale, il Cen è in grado di promuovere anche interessi turistici,
religiosi, ambientali… E nel nostro territorio tutti
questi aspetti da offrire alla gente non mancano".
A proposito di
territorialità, come sta vivendo l'attesa la comunità
diocesana e quella civile?
"Insieme ai
miei confratelli vescovi delle Marche abbiamo pensato di affidare la preparazione
al Congresso eucaristico alla Madonna di Loreto. Dallo scorso 10 dicembre è
iniziata la 'peregrinatio' dell'immagine della Beata
Vergine Lauretana. Mese dopo mese, fino al 10 dicembre
2010, la statua visiterà le diocesi della Regione per far crescere nelle
comunità il senso della fede e del mistero dell'Eucaristia. E la risposta della
gente è davvero sorprendente. C'è un gran convenire di popolo e si sta creando
una crescente attesa, forse anche perché un evento di tal genere qui non è mai
stato celebrato. Finora abbiamo aperto tante piccole strade che ci hanno fatto
intravedere una curiosità spirituale molto bella. Un'altra iniziativa comune,
studiata come Conferenza episcopale marchigiana, è la pubblicazione, ad inizio anno 2011, di una lettera pastorale
sull'Eucaristia. Ma sono davvero tante le iniziative
fin qui realizzate. Tra queste ricordo che tutti i
convegni nazionali degli Uffici Cei, si terranno fino al 2011 nelle Marche. Va sottolineato poi che la portata del Congresso eucaristico
non è solo ecclesiale. Il Governo lo ha classificato
tra i 'grandi eventi'. Con la Regione Marche abbiamo sottoscritto un protocollo
d'intesa affinché ogni aspetto logistico venga
concordato con le istituzioni. Per la giornata conclusiva dell'11 settembre
2011, l'intenzione è quella di celebrare la Santa
Messa con il Papa al porto di Ancona, sotto la cattedrale di san Ciriaco che
veglia dall'alto il mare Adriatico".
Pensa che
l'attuale crisi economica e sociale possa frenare la partecipazione e il
successo dell'iniziativa?
"Questo può
succedere ma come si dice, e lo ripeto con grande gioia, ci affidiamo a Gesù
Cristo, pane spezzato che, pur nei limiti dell'organizzazione e dell'uomo,
saprà indicarci le giuste strade. Ma debbo dire che stiamo andando avanti con una
mentalità gioiosa. Un esempio? Di recente abbiamo creato un
coro diocesano cui abbiamo affidato un inno del Congresso". ROBERTO
MAZZOLI
“È un funerale di
stato!” si precipita subito a dirmi una donna, appena arrivato. Qui in Inghilterra
la cosa significa proprio il contrario, pur mantenendo
il suo senso letterale. L’incinerazione sarà a spese dello stato. Ma lo è per dei poveri cristi, senza risorse, come questi.
Anche per il servizio religioso nessuno se ne prenderà carico, a meno che un responsabile religioso abbia un po’ di
cuore... La moglie è deceduta l’anno scorso e quest’anno è il giovane uomo, alcoolizzato; qui di fronte il resto della famiglia di
emigranti portoghesi: un adolescente e una ragazza dallo sguardo pietrificato.
Un’immensa pietas, allora, ti prende guardando attorno i
pochi amici di famiglia... Sì, siamo in emigrazione.
Non è un funerale
con i cavalli neri, come quello dell’altro giorno per un emigrato italiano.
Questi aveva preferito qualcosa di old style. Il
defunto, infatti, lo aveva sempre detto e desiderato, “un funerale con i
cavalli,” creando non poche difficoltà per una strada
stretta e trafficosa come la nostra. Qui la
tradizione ancora impera e vecchie abitudini resistono, senza che nessuno se ne
preoccupi tanto. Vecchio e nuovo coesistono a Londra, come la multiculturalità
dai mille volti differenti. Si tratta di pacifica coabitazione, in fondo, che
lascia ad ognuno la volontà di essere se stesso. Con
la sua ambizione. Straordinaria metropoli inglese!
E così, prima del
momento di preghiera al cimitero osservo il prato verde attorno all’antica
cappella gotica. Una piccola croce di cenere è disegnata sull’erba con attorno
deposte con grande cura a raggiera una dozzina di lunghe rose appassite.
Vicino, scorgo un’altra croce di cenere. Sono esseri umani. Destinati a
scomparire alla prima pioggia...
Scomparire nel
nulla. Come l’essenzialità qui di un cimitero musulmano, dove si esalta
unicamente la grandezza di Dio. Così,
una semplice pietra senza nome indica sotto, in profondità, la presenza di un
credente. O solo una ciotola d’acqua sulle tombe di terra, perchè
gli uccelli possano venirvi a cantare e ricordare la vita dell’aldilà.
Semplicità evangelica, diresti, che corona la fine di un’esistenza. Su ogni
cosa, infatti, sovrasta unicamente l’onnipotenza di Dio.
Tutto dice la
provvisorietà di un’esistenza, il senso migrante del vivere che spesso dimentichiamo. L’importanza di camminare con altri compagni in umanità -
differenti da noi - con cui condividere la gioia e la fatica del vivere insieme.
Altra lezione fondamentale di un cristianesimo rivisitato. E ritorna in mente
il senso delle ultime parole del Cristo: “Tutto è compiuto!” Non tanto finito,
quanto piuttosto vissuto, realizzato. E questo si fa stupenda
convinzione per una giovane missionaria, suor Leonella,
martire in terra d’Africa: “Abbiamo una sola vita e dobbiamo viverla
intensamente. Alla fine non resterà nulla. Se non
l’amore.”
Renato Zilio missionario a Londra, de.it.press
25° CEN - Il parlare e l'agire. L'Eucaristia, il cristiano, la storia
“Il nostro parlare, ma insieme il nostro agire ecclesiale, deve
lasciarsi plasmare, modellare dalla logica dell’Eucaristia”: Marco Vergottini è stato tra i relatori al convegno dei delegati
diocesani (Ancona, 24-26 giugno) per il Congresso eucaristico nazionale che si
terrà nella metropolia marchigiana dal 3 all’11
settembre 2011. Nel suo intervento, il docente della Facoltà teologica
dell’Italia settentrionale ha ripercorso la storia dei 24
Congressi svoltisi in Italia, cercando di delineare – nella ricchezza di un
percorso lungo 120 anni – alcune “perle”, intuizioni, punti fermi, attraverso i
quali rileggere il significato complessivo di questi avvenimenti ecclesiali, in
vista del prossimo che avrà per tema “Signore da chi andremo?”.
La processione di
Napoli. “L’idea di dare vita a Napoli al primo
Congresso nazionale”, svoltosi nel 1891, “fu di papa Leone XIII e prontamente
accolta con grande entusiasmo dall’episcopato della Campania”, ha spiegato lo
studioso milanese. “In chiave apologetica si puntò a difendere la verità della
fede nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia e a favorire il conseguente
culto eucaristico pubblico, di cui s’intese celebrarne le glorie”. Ecco, secondo
Vergottini, la prima perla: “La solenne processione
eucaristica che concluse il Congresso per le vie della
città il pomeriggio di domenica 22 novembre, arricchita oltre tutto dal tipico
folklore napoletano”. Il secondo appuntamento si svolse, tre anni più tardi, a
Torino: al centro dell’attenzione fu posta
l’Eucaristia nella devozione privata, nel culto pubblico e nei riguardi dei
sacerdoti. Ne emerse l’idea che “il cattolicesimo non doveva essere più solo
praticante, ma pure militante. Dall’Eucaristia
doveva scaturire una forza nuova per la presenza attiva dei cattolici nei vari
ambiti della vita sociale”.
Apostolato e
testimonianza. Dopo gli incontri di Milano, Orvieto e Venezia, celebrati a
cadenze regolari, si giunge nel 1920 a Bergamo. In questo caso la processione,
con il carro sormontato da un baldacchino d’oro con la scritta “Christus vincit, Christus imperat” e “in cui era
conservato il Santissimo Sacramento, fu ritenuta un vero trionfo eucaristico”.
Eppure, ha sottolineato il teologo, “al Congresso si
avvertì che tale manifestazione sociale della fede doveva puntare alla
promozione di un impegno responsabile di apostolato e di testimonianza di
fronte a una società incredula. In questo senso, di realismo critico, è da
leggere nel corpo ecclesiale uno stato di smarrimento e di travaglio per i mali
di una società che pareva organizzarsi senza più
riferimento a Dio” (abbandono della pratica religiosa, stampa immorale, lotta
di classe…).
La famiglia al
centro. Gli anni del fascismo non interruppero la serie
dei Congressi, ma certo la Chiesa italiana avvertiva le difficoltà del momento.
Nel 1930 la sede dell’incontro fu Loreto: “Il santuario della Santa Casa di
Nazareth, legato al ricordo della vita in famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria,
favorì – per il relatore – la coltivazione di spunti di catechesi eucaristica
orientati all’incremento della mentalità cristiana della famiglia, nonché l’occasione propizia per una divulgazione della nuova
legislazione concordataria sul tema”. Ecco dunque “il vero gioiello: mettere in
luce il valore dell’Eucaristia come vincolo e presidio dell’unità della
famiglia, scuola di educazione e fonte di vita soprannaturale”. Anche nelle
edizioni che seguirono, i Congressi eucaristici si incrociarono
con le vicende dell’epoca, con le trasformazioni della mentalità, con i
mutamenti che stavano avvenendo in campo politico, sociale, culturale. Così,
nel 1953, a Torino, al secondo Congresso del dopoguerra, il tema affrontato
rifletteva le preoccupazioni di episcopato e clero piemontesi “per la crisi
religiosa di una delle regioni maggiormente industrializzate e secolarizzate”.
L’attenzione ai problemi della classe operaia “traspariva da due iniziative: la
Messa celebrata dal cardinal Schuster negli
stabilimenti Fiat e l’arrivo” nel capoluogo piemontese “di oltre 30 pullman carichi di operai, provenienti da tutta Italia,
per pregare davanti al santissimo Sacramento, solennemente esposto in un auto
adibita a cappella”.
Celebrare insieme.
Vergottini ha proseguito trattando brevemente degli
eventi tenutisi a Lecce, Catania, Pisa, Udine e quindi in altre città, fra cui
Pescara nel 1977 (“un’esperienza di Chiesa entusiasta, ottimista e giovane, che
si caratterizzò per la presenza della variegata e complessa realtà del
cattolicesimo italiano”, con le “toccanti testimonianze di personalità quali
madre Teresa di Calcutta, Roger Schulz e del padre Arrupe”).
Le date più recenti passano per Reggio Calabria, Siena, Bologna, fino
all’ultimo Congresso di Bari, la cui “perla” è rappresentata secondo Marco Vergottini dal titolo: “Senza la domenica non possiamo
vivere”. “Non possiamo né essere né tanto meno vivere da cristiani senza
riunirci la domenica per celebrare l’Eucaristia”, ha spiegato il teologo, in quanto “il giorno del Risorto costituisce il centro della
vita della Chiesa, della sua missione nel mondo e nell’unità tra i cristiani”. Sir
25
UNO: „Religionsfreiheit muss unbequemes Recht bleiben“
Ein Deutscher soll künftig dafür sogen, dass Religion und Weltanschauung innerhalb der
Vereinten Nationen frei ausgeübt werden können. Der neue
UNO-Sonderberichterstatter für Glaubens- und Gewissensfreiheit heißt Heiner
Bielefeldt und ist auch noch katholischer Theologe. Vor genau einer Woche hat
der Menschenrechtsrat der Vereinten Nationen mit Sitz in Genf den Professor für
Menschenrechtspolitik aus Erlangen ernannt. Von 2003 bis 2009 war Bielefeldt
Rektor des Deutschen Instituts für Menschenrechte in Berlin, nun soll er also
vor allem die Religionsfreiheit rund um den Globus stärken – und auch in Europa
gibt es da Ansatzpunkte, erklärt Bielefeldt im Gespräch mit Radio Vatikan:
„Wenn es Probleme in Europa gibt, dann
haben die vor allem etwas zu tun mit der Gleichberechtigung von religiösen
Gruppen oder der verschiedenen religiösen Orientierungen. Und da kann man in
der Tat Tendenzen beschreiben, auch in Deutschland, die Gleichberechtigung von
Muslimen etwas an den Rand zu drücken. Indem man etwa sagt: Wir sind kein
christlicher Staat, sondern wir sind eine christlich geprägte Kultur. Da
rutscht also der Kulturbegriff ab und zu dazwischen und wird in manchen
Interpretationen der Religionsfreiheit so gelesen, dass es danach klingt, als
ob die hier traditionell etablierten religiösen Gruppen einen höherrangigen
Anspruch hätten als Minderheiten, die erst in jüngerer Zeit etwas stärker
geworden sind.“
Aber trotz seiner Sorge um den
Missbrauch des Kulturbegriffs relativiert Bielefeldt:
„In diesem Sinne Religionsfreiheit
unter Kulturvorbehalt zu stellen, unter Leitkulturvorbehalt, das ist
problematisch. Aber, damit die Proportionen nicht verschwimmen, sei das einmal
gesagt: Insgesamt sieht es in Europa hinsichtlich der Verwirklichung der
Religionsfreiheit schon günstiger aus, als in manchen anderen Regionen der
Welt.“
Besondere Herausforderungen sieht
Bielefeldt in Ländern wie dem Iran, wo die Religion fester Bestandteil der
staatlichen Ordnungs- und Identitätspolitik sei. Bedenklich seien Bestrebungen
einiger Staaten im Menschenrechtsrat, die islamische Religion als kulturelle
Identität darzustellen, neben der andere Religionen und Menschenrechte
zurückzustehen hätten:
„Es gibt seit Jahren im UNO-Kontext
immer wieder Bestrebungen, Resolutionen zu verabschieden zum Thema Diffamierung
der Religionen – also zur Bekämpfung der Religionsdiffamierung. Und dass dabei
der Begriff der Religionsfreiheit nicht hinweg geschoben wird in Richtung einer
Identitätspolitik, manchmal sogar einer autoritären Identitätspolitik, die dann
dazu führt, dass die geistige Auseinandersetzung in den Fragen um Religion auf
der Strecke bleibt, das ist überaus wichtig!“
Deshalb fordert der Wissenschaftler
vehement:
„Innerhalb der Religionsfreiheit müssen
geistige Auseinandersetzung und Sinnsuche auch für diejenigen Menschen möglich
sein, die nicht unbedingt immer mit den herrschenden Orthodoxien
übereinstimmen und die auch nicht politischen Bestrebungen nach Homogenität in
der Bevölkerung entsprechen. Das muss möglich sein! Und da gibt es auch gerade
bei der Organisation der islamischen Konferenz gelegentlich problematische
Stimmen, immer wieder auch Versuche, das Religionsthema ganz anders zu
besetzen, von der Religionsfreiheit weg in erster Linie hin zur
Religionsdiffamierung. Und wenn der Diffamierungsbegriff nicht präzise
definiert wird, dann kann das sehr schnell hinaus laufen auf neue Formen auch
staatlicher Zensur. Und das darf nicht sein! Da darf das Thema Religion ganz
allgemein nicht dafür herhalten!“
In seiner Arbeit will der
Menschenrechtsexperte den Kurs seiner Amtsvorgängerin, der pakistanischen
Rechtsanwältin Asma Jahangir, fortsetzen.
Beispielsweise in der Debatte um die Mohammed-Karikaturen habe sie sich
eindeutig für ein liberales Verständnis der Religionsfreiheit ausgesprochen.
„Es gab damals Versuche, die Debatte
zum Anlass zu nehmen, um tatsächlich die Religionsfreiheit neu zu
interpretieren. Und da muss man dagegen halten! Religionsfreiheit ist und
bleibt ein Freiheitsrecht von Menschen, und ist, wie jedes Freiheitsrecht, ein
unbequemes Recht. Weil es bedeutet, dass Menschen sich für Religion aussprechen,
aber auch kritisch zu Religion äußern können. Und das gilt es auch gegen manche
Vorstellungen anzugehen, wonach ein Religionenfrieden
wichtiger wäre, als die Religionsfreiheit. Die Verständigung zwischen den
Religionen ist ganz wichtig, ebenso die Überwindung von Stereotypen – gerade
auch im Gespräch zwischen Christentum und Islam, zwischen westlicher und
islamischer Welt. Aber die Religionsfreiheit darf dabei nicht in falscher Weise
aufgeweicht werden. Sie bleibt das Freiheitsrecht von Menschen, sich in
religiösen und weltanschaulichen Fragen so zu orientieren, dass es manchmal
auch den großen Religionsgemeinschaften in die Quere kommt.“
Die derzeit etwa 40
Sonderberichterstatter sind unabhängige Experten, die ehrenamtlich zu
bestimmten Menschenrechtsthemen oder Ländern arbeiten. Ihre Ergebnisse
dokumentieren sie in öffentlich zugänglichen Jahresberichten. Viele von ihnen
nehmen während ihres Mandats auch individuelle Beschwerden an. (rv 26)
DBK: „Sterbehilfeurteil bedeutet ethische Verunklarung“
In einer ersten Reaktion auf das am
Freitag gesprochene Sterbehilfe-Urteil mahnt die Deutsche Bischofskonferenz
zwischen aktiver und passiver Sterbehilfe stärker zu unterscheiden. Das sei für
die katholische Kirche maßgebend, heißt es in einer Mitteilung. Eine
differenzierte Analyse sei zum jetzigen Zeitpunkt nicht möglich, aber die
Differenzierung scheint „uns in dem Urteil nicht genügend berücksichtigt zu
sein“, so die Oberhirten „Wir fürchten durch diese Verunklarung
sensible ethische Folgeprobleme.“ Im Fall eines Wachkoma-Patienten werfe die
Unterscheidung von aktiver und passiver Sterbehilfe zusätzliche Probleme auf.
Die Bischofskonferenz kündigte eine „sehr sorgfältige und differenzierte“
Analyse des Urteils an. – Als aktive Sterbehilfe wird die Tötung eines
Patienten auf dessen ausdrücklichen oder vermeintlichen Willen durch Eingreifen
von außen, meist durch einen Arzt, bezeichnet. Sie ist in Deutschland verboten.
Unter passiver Sterbehilfe versteht man die Unterlassung oder einen Abbruch lebensverlängernder
Maßnahme wie eine künstliche Ernährung und Beatmung oder den Verzicht auf
Behandlung mit Antibiotika. Sie ist unter Umständen auch für eine Phase
erlaubt, in welcher der Sterbeprozess noch nicht eingesetzt hat. Entscheidendes
Kriterium dabei ist der geäußerte oder mutmaßliche Wunsch des Patienten. Seit
Herbst 2009 gibt es in Deutschland gesetzliche Regeln für Patientenverfügungen.
(pm/kna 25)
Katholische Kirche kritisiert Sterbehilfe-Urteil
Update In einem Prozess um
Grundsatzfragen der Sterbehilfe hat der Bundesgerichtshof einen wegen
versuchten Totschlags angeklagten Rechtsanwalt freigesprochen. Die Reaktionen
auf das Urteil sind gemischt.
Der Abbruch einer lebenserhaltenden
Behandlung sei nicht strafbar, wenn ein entsprechender klarer Patientenwille
vorliege, entschied der Bundesgerichtshof (BGH) am Freitag in Karlsruhe. In
diesem Fall könne nicht nur ein Behandlungsabbruch durch bloßes Unterlassen
weiterer Ernährung, sondern auch durch „aktives Tun“ wie etwa der Entfernung
einer Ernährungssonde gerechtfertigt sein. Der BGH hob die Verurteilung des Medizinrechtlers Wolfgang Putz wegen versuchten Totschlags
auf und sprach ihn frei.
Der Münchner Rechtsanwalt hatte im
Dezember 2007 Angehörigen geraten, ihre im Wachkoma liegende Mutter sterben zu
lassen, indem sie die Magensonde durchschneiden und damit die künstliche
Ernährung beenden sollten. Das Landgericht Fulda hatte darin eine verbotene
aktive Sterbehilfe gesehen und hatte Putz im April 2009 deshalb zu neun Monaten
auf Bewährung verurteilt.
Die dagegen gerichtete Revision des
Angeklagten hatte nun Erfolg. Es liege „keine rechtswidrige Tötungshandlung“
vor, entschied der BGH. Der Revisionsanwalt von Putz, Gunter Widmaier, sprach
von einem „Urteil von epochaler Bedeutung“.
Patientin wollte keine
lebensverlängernden Maßnahmen
Die 1931 geborene Mutter lag seit
Oktober 2002 nach einer Hirnblutung im Wachkoma. Sie wurde in einem Pflegeheim
in Bad Hersfeld über einen Zugang in der Bauchdecke mit Hilfe einer „PEG-Sonde“
künstlich ernährt. Eine Besserung ihres Gesundheitszustandes war nicht mehr zu
erwarten. Kurz vor der Hirnblutung - im September 2002 - hatte die alte Frau
ihrer Tochter mündlich gesagt, dass sie im Ernstfall keine lebensverlängernden
Maßnahmen durch künstliche Ernährung wolle, schriftlich hatte sie dies aber
nicht fixiert.
Tochter und Sohn bemühten sich um die
Einstellung der künstlichen Ernährung, scheiterten damit aber kurz vor
Weihnachten 2007 am Widerstand der Geschäftsleitung des Pflegeheims. Daraufhin
riet Anwalt Putz der Tochter, den Schlauch der Sonde über der Bauchdecke zu
durchtrennen, was diese schließlich tat. Nachdem das Heimpersonal dies entdeckt
und die Heimleitung die Polizei eingeschaltet hatte, wurde die Mutter gegen den
Willen ihrer Kinder in ein Krankenhaus gebracht, wo ihr eine neue PEG-Sonde
gelegt wurde. Sie starb dort zwei Wochen darauf eines natürlichen Todes
aufgrund ihrer Erkrankungen.
Justizministerin: Sterbehilfe-Urteil
schafft Rechtssicherheit
Bundesjustizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) hat das Sterbehilfe-Urteil des
Bundesgerichtshofs (BGH) begrüßt. Die Entscheidung schaffe „Rechtssicherheit“
im Spannungsfeld zwischen zulässiger passiver und verbotener aktiver
Sterbehilfe, betonte die Ministerin am Freitag in Berlin. Der Bundesgerichtshof
habe dem Selbstbestimmungsrecht des Menschen „zurecht einen besonders hohen
Stellenwert eingeräumt“.
Der BGH stelle klar, dass der
freiverantwortlich gefasste Wille des Menschen in allen Lebenslagen beachtet
werden müsse. „Es gibt keine Zwangsbehandlung gegen den Willen des Menschen“,
sagte die Ministerin. „Niemand macht sich strafbar, der dem explizit geäußerten
oder dem klar festgestellten mutmaßlichen Willen des Patienten, auf
lebensverlängernde Maßnahmen zu verzichten, Beachtung schenkt“, erläuterte sie.
Dabei verwies
Leutheusser-Schnarrenberger auf die Bedeutung der Patientenverfügung. Diese
helfe dabei, „dass der freiverantwortlich gefasste Wille des Menschen bis
zuletzt beachtet werden kann - auch und gerade dann, wenn der Mensch nicht mehr
entscheidungsfähig ist“.
Auch Bayerns Justizministerin Beate
Merk (CSU) sieht nun „eine wichtige Grenze zwischen erlaubter und strafbarer
Sterbehilfe gezogen.“ Wolfgang Neskovic, Mitglied des Vorstands der
Linksfraktion im Bundestag, betonte, das Urteil werde “der Würde des Menschen
gerecht„. Es orientiere sich an der Lebenswirklichkeit vieler Angehöriger von
Sterbenskranken. “Diesen Menschen wurde heute eine große Last von den Schultern
genommen„, erklärte Neskovic.
Die katholische deutsche
Bischofskonferenz sprach hingegen von “Grundbedenken„ gegen das Urteil. Für die
katholische Kirche sei die grundlegende Unterscheidung zwischen aktiver und
passiver Sterbehilfe maßgebend. “Sie ist eine
unentbehrliche ethische Entscheidungshilfe und scheint uns in dem Urteil nicht
genügend berücksichtigt zu sein„, heißt es in einer ersten Erklärung der
Bischöfe. “Wir fürchten durch diese Verunklarung
sensible ethische Folgeprobleme„, betonte die Bischofskonferenz.
Die Evangelische Kirche in Deutschland
(EKD) erklärte hingegen, das Urteil trage “zu einer größeren Rechtssicherheit
bei Ärzten, Pflegepersonal und Angehörigen bei„. In der christlichen Ethik gebe
es “keine Verpflichtung des Menschen zur Lebensverlängerung um jeden Preis und
auch kein ethisches Gebot, die therapeutischen Möglichkeiten der Medizin bis
zum Letzten auszuschöpfen„. Einen Menschen sterben lassen sei bei vorher
verfügtem Patientenwillen “nicht nur gerechtfertigt, sondern geboten„.
Demgegenüber bleibe die gezielte Tötung eines Menschen in der letzten Lebensphase
aus christlicher Sicht ethisch nicht vertretbar, auch wenn sie auf seinen
ausdrücklichen Wunsch hin erfolgt.
Der Marburger Bund warnte Angehörige
von Patienten davor, das Urteil misszuverstehen. Es
sei „kein Freibrief für eigenmächtiges Vorgehen bei der Entscheidung über die
Fortsetzung von lebenserhaltenden Maßnahmen“, sagte der Erste Vorsitzende der
Ärztegewerkschaft, Rudolf Henke.
Auch die Deutsche Hospiz Stiftung
mahnte: „Nicht alles, was straflos bleibt, ist auch geboten“. Ohne
Patientenverfügung dürften lebenserhaltende Maßnahmen nur eingestellt werden,
„wenn der Betroffene früher glasklar gesagt hat, was er will und was nicht“,
betonte der Geschäftsführende Vorstand der Patientenschutzorganisation, Eugen Brysch. (ddp/dpa 26)
D: Kein „Wildwest“ am Sterbebett
In einem Grundsatzurteil zur
Sterbehilfe hat der Bundesgerichtshof (BGH) am Freitag einen Rechtsanwalt vom
Vorwurf des versuchten Totschlags freigesprochen. Auf der Grundlage eines
Patientenwillens, auch wenn dieser mündlich geäußert ist, ist der Abbruch einer
lebenserhaltenden Behandlung nicht strafbar, so das Urteil. Der
geschäftsführende Vorstand der Deutschen Hospiz Stiftung Eugen Brysch sagte kurz nach der Urteilsverkündung gegenüber dem domradio:
„Ich glaube, wir sollten genau
hinschauen, auch wenn der Anwalt heute freigesprochen worden ist. Aber nicht
alles, was straflos bleibt, ist auch geboten. Ich glaube, Wildwest darf am
Sterbebett und erst recht bei Sterbenskranken keine Rolle spielen.“
Der Rechtsanwalt hatte seiner Mandantin
dazu geraten, den Schlauch zur künstlichen Ernährung zu durchtrennen, um so die
seit vielen Jahren im Wachkoma liegende Mutter sterben zu lassen. Die Mutter
hatte für einen solchen Fall zuvor mündlich den Wunsch geäußert, die künstliche
Ernährung einzustellen.
„Ich glaube, dass der Bundesgerichtshof
außer Acht gelassen hat, dass beim Nichtvorliegen einer Patientenverfügung und
darum ging es, lebenserhaltende Maßnahmen nur dann eingestellt werden dürfen,
wenn dies zweifelsfrei der Patientenwille ist. Hier war eigentlich nur ein
Vieraugengespräch Bestandteil, en passant mal eben
zwischen der Tochter und der Mutter. Ich finde, das darf nicht ausreichen.“
Im Nachhinein lässt sich schlecht
nachweisen, wie explizit sich die Mutter gegenüber der Tochter geäußert hat. Brysch fragt: Wenn die Mutter doch keine lebenserhaltenden
Maßnahmen wünschte, warum wurde sie dann überhaupt künstlich ernährt? Auf die
Frage, ob mit dem Zerschneiden des Schlauches eine aktive Sterbehilfe vorliegt,
sagt Brysch:
„Niemand stirbt dadurch, dass ein
Schlauch durchgeschnitten wird. Das war allen bekannt, auch dem Anwalt. Denn
wenn sie kurzfristig die Ernährung einstellen, sind sie nicht innerhalb von
einer Stunde tot. Am Ende hat der Anwalt, der sich jetzt als Sieger sieht, nur
Verlierer übergelassen: Die Mutter wurde ohne ihre Tochter in ein Krankenhaus
verlegt, bekam eine neue Magensonde. Die Tochter durfte ihre Mutter nie mehr
sehen und der Sohn hat sich wenige Monate danach das Leben genommen. Also das
ist Wüste und nicht das, was wir uns vorstellen in einer guten umfassenden
Sterbebegleitung, wo palliative Therapie so etwas auch real werden lassen
kann.“
Um den Angehörigen ein solches Dilemma
zu ersparen, rät Brysch zu einer schriftlichen
Patientenverfügung. Sie muss hinreichend konkret formuliert und auf die
Krankheitszustände und die medizinischen Maßnahmen abgestimmt sein. An die
Politik stellt der Vorsitzende der Hospiz Stiftung folgende Forderung:
„Der Gesetzgeber ist gefordert,
Regelungen zu treffen, die den Patientenwillen von Schwerstkranken nicht zum
Spielball fremder Interessen und erst recht Mutmaßungen anderer machen lässt.
Hier muss das Patientenverfügungsgesetz eindeutige Regeln vorschreiben, dass
mehrere Angehörige zu befragen sind, grundsätzlich diese Dinge auf den
Krankheitszustand angewiesen werden sollen und dass darüber auch eine klare
Dokumentation erfolgt. – Das ist in diesem Fall alles nicht geschehen.“ (domradio/kna 25)
Leitartikel. Die Würde des Todkranken
Der Schutz der Menschenwürde verbietet
die Folter und die Sklaverei, er verbietet die Diskriminierung ethnischer
Gruppen und nichtehelicher Kinder, die Ausbeutung der Lebenden und die
Schändung der Toten - nur die Entmündigung des sterbenskranken Menschen, seine
Verdinglichung als Objekt der zur Verlängerung seines Lebens eingesetzten
Apparate verbot der Schutz der Menschenwürde bisher in Deutschland nicht. Er
verbot es nicht, selbst wenn der Mensch noch bei wachem Verstand und bester
Gesundheit unmissverständlich verfügt hatte, im Falle einer tödlichen
Erkrankung unter keinen Umständen Gegenstand lebensverlängernder Maßnahmen
werden zu wollen.
Zwar macht sich der Hausarzt strafbar,
der einem Kranken ohne dessen Zustimmung die Spritze setzt, zwar wird der
Chirurg wegen Körperverletzung verurteilt, wenn er den Bauch des Patienten
öffnet, ohne ihn um sein Einverständnis gebeten zu haben. Aber am Bett des
unwiderruflich Komatösen, des Moribunden, dessen Leben nur an einer Magensonde
hängt, hatte das Selbstbestimmungsrecht des Menschen, also der Schutz seiner
Würde, bisher ausgespielt. Vom deutschen Aufklärer Theodor Gottlieb von Hippel
(1741-1796) stammt das Wort: "Ein jeder Mensch auf der ganzen Welt
verliert, wenn auch nur ein einziger zur Sache sich erniedrigen lässt."
Der Satz klingt, als hätte von Hippel ihn als Warnung vor der Apparatemedizin
der Gegenwart geschrieben.
Das war, das ist keine Folge ärztlicher
Hybris, die im schwerstkranken Patienten nur den Organismus erkennt, eine
vegetative Wucherung, psychisch und intellektuell bedeutungslos, physisch aber
unter allen Umständen am Leben zu erhalten. Die fehlende Bereitschaft vieler
Ärzte, sich dem Willen der Patienten zu fügen, war vielmehr Ausdruck und Folge
ihrer Angst, sich mit dem Abbruch der Behandlung strafbar zu machen und wegen
aktiver Sterbehilfe verurteilt zu werden.
In einer grundlegenden Entscheidung hat
der Bundesgerichtshof gestern endlich für Klarheit gesorgt und dem freien
Willen des Patienten zu seinem Recht verholfen. Kein Arzt, sagen die Karlsruher
Richter, mache sich strafbar, der den unmissverständlich geäußerten Willen des
Patienten respektiere, auf lebensverlängernde Maßnahmen zu verzichten.
Zugleich beendet der 2. Strafsenat mit
seinem Urteil eine ebenso spitzfindige wie unergiebige juristische Debatte. Sie
betraf die Frage, wann im Abbruch der Behandlung eher eine - straflose -
Unterlassung oder eher eine - möglicherweise strafbare - Handlung gesehen
werden könne. Einerseits wurden mit dieser Distinktion Generationen von
Jura-Studenten in Klausuren malträtiert, andererseits scherte sie sich
offenkundig nicht um den Patientenwillen. Darum schreibt der Bundesgerichtshof
zu Recht: "Eine nur an den Äußerlichkeiten von Tun oder Unterlassen
orientierte Unterscheidung der straflosen Sterbehilfe vom strafbaren Töten des
Patienten wird dem sachlichen Unterschied zwischen der auf eine
Lebensbeendigung gerichteten Tötung und Verhaltensweisen nicht gerecht, die dem
krankheitsbedingten Sterbenlassen mit Einwilligung des Betroffenen seinen Lauf
lassen."
Das Urteil ist erfreulich; es entlastet
die Angehörigen schwerstkranker Patienten ebenso wie die Ärzte und die
Pflegekräfte. Aber überraschend ist es nicht; denn der Bundesgerichtshof holt
lediglich im Strafrecht nach, was der Bundestag 2009 im zivilrechtlichen Patientenverfügungsgesetz
vorgemacht hatte. Das Gesetz garantiert, dass der Patientenwille bis zum
Lebensende verbindlich bleibt und von den Ärzten zu befolgen ist. Danach ist
ein Beatmungsgerät ab- oder die künstliche Ernährung einzustellen, selbst wenn der
Patient dadurch stirbt. Aber was nützt eine zivilrechtliche Garantie, wenn der
Mediziner, der für sie einzustehen hat, mit einer strafrechtlichen Verurteilung
rechnen muss. Diesen Widerspruch hat der 2. Strafsenat mit seiner Entscheidung
beseitigt. Das ist viel, aber es ist noch nicht genug.
Die Unsicherheit, wo die zulässige
passive Sterbehilfe aufhört und die strafbare Sterbehilfe beginnt, ist nicht
nur in der Ärzteschaft verbreitet, auch die Gerichte tasten - wie der
Ausgangsfall der BGH-Entscheidung bedrückend belegt - in der Finsternis. Mit
seinem Urteil hat der Bundesgerichtshof gestern ein Lichtlein entzündet. Aber
das Dunkel verjagen kann nur die Fackel des Gesetzgebers. Ärzte und Patienten
haben Anspruch auf gesetzliche Klarheit. FR 26
Sterbehilfe. Die Richter haben eine pragmatische Wertung getroffen
Kein Gesetz und keine ethische oder
religiöse Maxime ist stärker als der Wille des
Patienten. Dies hat das Urteil klargestellt. Es ist wahr, das Leben hat dadurch
etwas von seiner heiligen Unverfügbarkeit eingebüßt.
Aber er ist alles, was wir haben.
Wenn das Wort vom Härtefall je eine
Berechtigung hatte, dann hier. Eine Frau Mitte siebzig, fünf Jahre im Wachkoma,
ausgezehrt, darbend, wundgelegen. Ein morscher Mensch, todgeweiht, am
spärlichen Leben gehalten nur durch den Nährstoff einer Magensonde. Um ihn zu
wiegen, spannte man ihn in ein Gestell. Ob jemand Qualen leidet, nichts mehr
fühlt oder irgendwas dazwischen, keiner weiß es. Sicher ist nur, dass es so
weitergehen und irgendwann zu Ende sein wird.
Das Geschehenlassen
ist vielen unerträglich geworden, weil der Abschied dann kein Abschied mehr
ist, sondern das kalte Freischalten eines Menschenlebens in die Endlosschleife
der Apparatemedizin. Für das Leben Erwartende, Hoffende kann sie ein Segen
sein, für Moribunde und ihre Angehörigen kündigt sich darin nur allzu oft die
Vorhölle an. In dieser Schicksalszone manövrieren seit jeher Ärzte und Juristen
zwischen Patienten, Betreuern und Verwandten; ihre Aufgaben sind nur
schwieriger geworden, seit die Technik es vermag, mit dem letzten Funken Leben
einen bedrohlich langen Weg in den Tod auszuleuchten. Der Bundesgerichtshof,
das ist die zentrale Botschaft des gestrigen Urteils, möchte den Beteiligten in
dieser Situation helfen, möchte Halt und Orientierung geben auf unsicherem
Grund – was er nicht möchte ist, aktive Sterbehilfe zu erleichtern, sie zu
fördern oder ihr irgendwelche Rechte einzuräumen. Es geht bei dem Urteil nur um
Respekt vor Höchstpersönlichem.
Hard
cases make bad law, lautet ein britisches
Juristensprichwort, harte Fälle schaffen schlechtes Recht. Mancher mag daran
Anstoß nehmen, dass die Richter in Karlsruhe die Trennlinie zwischen aktivem
Tun und Unterlassen aufgeweicht haben. Doch hat der Härtefall auch gezeigt,
dass die fein gewirkten dogmatischen Grenzen der Konfrontation mit dem
Schicksal nicht standhalten. Es wäre deshalb ebenfalls fragwürdig, sie
gewissermaßen künstlich am Leben zu erhalten, nur um den Preis des Symbols,
dass jede Form tätlichen Tötens verboten sein soll.
Tatsächlich ist es keine Frage, dass
der Medizinrechtler Wolfgang Putz mit seinem Rat, den
Schlauch zu kappen, einen Tötungsvorschlag unterbreitet hatte, dem die Tochter
folgte. Aber es war eine – versuchte – Tötung, kein strafbarer Totschlag, und
es gab nur einen Patienten ohne Hoffnung und kein Opfer. Und es gab, wichtiger
noch als alles, den erklärten Wunsch, eine aussichtslose medizinische
Behandlung abzubrechen. Ob dies ein Schnitt ist oder das Umlegen eines Hebels
am Beatmungsgerät, ist an diesem allerletzten Ende zweitrangig.
Das geschehene Unrecht reduziert sich
darauf, dass es für Patientin wie Anwalt zumutbar gewesen wäre, eine
gerichtliche Klärung abzuwarten. Aber das reicht eben nicht, um jemanden wegen
eines Tötungsdelikts zu verurteilen. Die Grenze zur Tötung auf Verlangen bleibt
gewahrt und die Beihilfe zum Suizid straflos wie eh und je. Statt sich weiter
in überkomplexer Theorie zu verirren, haben die Richter am Freitag eine
pragmatische Wertung getroffen, die sie im Gesetz verankern können. Nicht mehr
und nicht weniger war ihre Aufgabe. Kein Gesetz und keine ethische oder
religiöse Maxime ist stärker als der Wille des
Patienten. Dies hatte der Bundestag beschlossen, und das Urteil hat es
klargestellt. Es ist wahr, das Leben hat dadurch etwas von seiner heiligen Unverfügbarkeit eingebüßt, und jener mündlich oder
schriftlich niedergelegte Wille ist manchmal weniger stark und überzeugend, als
er daherkommt. Aber er ist alles, was wir haben. Christian Bommarius
Tsp 26
Hausdurchsuchung beim Erzbischof von Mechelen-Brüssel. Vatikan empört
ROM - Mit einer heute veröffentlichten
Note bringt das Staatsekretariat des Heiligen Stuhls sein „großes Erstaunen
über die Modalitäten" zum Ausdruck, „unter denen es am gestrigen Vormittag
zu einigen Hausdurchsuchungen durch die belgische Polizei gekommen ist".
Gleichzeitig betont die Note die Empörung des Vatikans über die Tatsache, dass
es sogar zur Verletzung der Gräber der Kardinäle und ehemaligen Erzbischöfe von
Mechelen-Brüssel Jozef-Ernest Van Roey
und Leon-Joseph Suenens gekommen ist.
Die Brüsseler Staatsanwaltschaft hatte
am gestrigen Donnerstag um 10.30 Uhr Durchsuchungen am Sitz des Erzbistums Mechelen-Brüssel und bei anderen kirchlichen Einrichtungen
vornehmen lassen. Dabei wurde gegenüber den dort versammelten Bischöfen der
Bischofskonferenz keine Erklärungen abgegeben. Alle Dokumente und Handys der
Bischöfe wurden beschlagnahmt. Die Bischöfe durften das Gebäude bis zum Ende
der Durchsuchung um 19.30 Uhr nicht verlassen. Als Grund hierzu wurde die Suche
nach Beweismaterial in Missbrauchsfällen angegeben. Die Staatsanwaltschaft
hätte neue Erkenntnisse erlangt, wonach Minderjährige von kirchlichen
Mitarbeitern sexuell missbraucht worden seien. Ziel der Ermittlungen sei es
gewesen, belastendes oder entlastendes Material zu finden.
Alle Anwesenden (die Mitglieder der
Bischofskonferenz sowie das Personal) wurden verhört. Wie die Bischofskonferenz
heute miteilte, habe es sich dabei um keine „angenehme
Erfahrung" gehandelt; alles sei jedoch korrekt verlaufen. „Die Bischöfe
haben immer in die Justiz und ihre Arbeit Vertrauen gehabt", so eine
Mitteilung. Aus diesem Grund würde sich die Bischofskonferenz im jetzigen
Moment weiterer Kommentare enthalten.
Auch die Wohnung des emeritierten
Erzbischofs der Erzdiözese, Kardinal Godfried Danneels, sowie die Kathedrale mit den Gräbern der
ehemaligen Erzbischöfe und die unabhängige von der Kirche eingesetzte
Kommission für Missbrauchsfälle waren Gegenstand der Durchsuchung. Alle
Dossiers der Kommission wurden dabei beschlagnahmt.
Der Pressesprecher der belgischen
Bischofskonferenz betonte zusammen mit dem Vorsitzenden der Kommission, Prof.
Peter Adriaensses, dass dieses Vorgehen gegen das
Recht auf Diskretion verstosse, auf das die Opfer,
die sich an die Kommission gewandt haben, einen Anspruch hätten. „Ein
derartiges Vorgehen fügt somit der notwendigen und hervorragenden Arbeit der
Kommission schweren Schaden zu", so die Bischofskonferenz.
Heute wurde der Botschafter beim
Heiligen Stuhl des Königreichs Belgiens, Charles Ghislain, zum Gespräch
vorgeladen. Ihm gegenüber brachte der Sekretär für die Beziehungen mit den
Staaten, Erzbischof Dominique Mamberti, die
Entrüstung über das Verhalten der belgischen Behörden zum Ausdruck.
Dabei betonte das Staatssekretariat
erneut seine eindeutige Verurteilung von jedem Fall sexuellen Missbrauchs von
Minderjährigen durch Mitglieder des Klerus. Diese seien „sündhaft und
kriminell". Gleichzeitig wurde die Notwendigkeit wiederholt, derartigen
Taten entsprechend den Anforderungen der Justiz und den Lehren des Evangeliums
zu begegnen.
Neben der Entrüstung über das zitierte
Vorgehen betont das Staatsekretariat jedoch im Besonderen sein Bedauern
hinsichtlich der Verletzung der Persönlichkeitsrechte der Opfer. Zenit 25
England: Priesterlöcher und Spione – Mission während der Reformation
Vom 16. bis 19. September wird Papst
Benedikt XVI. seine erste Reise nach Großbritannien antreten. Dass eine
englische Königin den Papst aus Rom empfängt, wäre Ende des 16. Jahrhundert
unvorstellbar gewesen. Besonders unter Königin Elisabeth I. (1533-1603) lebte
die feindliche Gesinnung gegenüber der katholischen Kirche auf. Das englische
Seminar in Rom hat eine Ausstellung über die vermutlich schwerste Zeit für
britische Katholiken auf die Beine gestellt. Mit allen Sinnen sollen Besucher
erleben, was Pilgerwesen und Mission damals bedeuteten.
„Wenn Sie ein Auge schließen, dann
erscheint es von diesem Punkt aus zweidimensional“: Der Leiter des englischen
Seminares in Rom, Andrew Headon, steht vor dem Kern
der Ausstellung „Non angli sed
angeli“ (Zu Deutsch: Keine Angelsachsen sondern
Engel), dem Märtyrerbild. Als Trompe l´oeil können
die Besucher das Bild zweidimensional erleben. Es zeigt den verwundeten
Christus und zu seinen Füßen die beiden englischen Märtyrer: Den Heiligen
Thomas von Canterbury und den Heiligen Edmund. Sie laden dazu ein, durch das Nordtor Roms, der Porta Flaminia,
nach England zu ziehen und in den Himmel, wie Headon
ergänzt. Seit der Reformationszeit ruft das Bild britische Seminaristen dazu
auf, als Missionar gen Nord auszuziehen, hinaus aus dem sicheren Rom gen
Norden.
„Wann immer die Seminaristen hörten,
dass einer ihre Brüder einen Märtyrertod gestorben war, versammelten sie sich
vor diesem Bild. Das gilt auch schon für die ersten Seminaristen. Sie kamen
dann vor dem Bild zusammen, sangen das Te Deum und lobten Gott.“
Zwischen 1581 bis 1679 starben 42
englische Seminaristen als Märtyrer. Begonnen hatte der Wandel des einst katholischen
Britanniens mit der Exkommunikation von Heinrich VIII. Er hatte sich ohne
päpstliche Erlaubnis wiederverheiratet. Über die Exkommunikation durch Papst
Clemens VII. erbost, setzte er sich zum Oberhaupt der Church of England ein.
„Ich glaube, 400 Jahre nach der
Reformation lässt sich nur schwer beurteilen, wie damals die Situation war, vor
allem die politische Situation. Für die normale Bevölkerung galt damals, wer
nicht zur anglikanischen Messe ging, musste eine Steuer bezahlen, wurde
bestraft. Es lässt sich leicht sagen, sie hätten gegenüber dem Papst loyal
bleiben sollen. Es gab damals einen so großen Druck auf das Volk.“
Der Ausstellungstitel „non angli sed angeli“
spielt auf eine Äußerung von Papst Gregor I. (ca. 540 – 604) an. Er soll beim
Anblick britischer Sklaven gesagt haben, das sind keine Angelsachsen, sondern
Engel. Später schickte er Missionare zu den britischen Inseln. Die Ausstellung
beschreibt die beschwerliche Route, die Via Francigenia,
die viele britische Pilger von Canterbury nach Rom nahmen. Headon
erzählt von den damaligen Strapazen der Pilgerreise. Als Fremde waren die
Pilger unterwegs, oftmals ohne Kenntnisse der Sprache vor Ort, wilde Tiere und
Räuber lauerten am Wegesrand, es gab immer wieder regionale Kriege, von denen
der Pilger aber nur ungefähre Informationen besaß. Auf die Rückkehrer, die als
Missionare von Rom aus in die andere Richtung loszogen, lauerten zudem
vielerorts Spione. Die Königin hatte sie scharenweise ausgesetzt. Schafften es
die Missionare dennoch in Britannien anzukommen, war es für sie nicht leicht
zwischen Feind und Freund zu unterscheiden. Sie mussten sich auf die in Rom
genannten Kontaktdaten und Ansprechpartner verlassen. Messen wurden im Geheimen
gefeiert. Falls sich ein Geistlicher schnell verstecken musste, gab es für den
Ernstfall so genannte Priesterlöcher.
„Die Priesterlöcher waren verdeckt von
hölzernen Vertäfelungen oder sie befanden sich in Kaminen. So dass jemand, der
vor dem Haus stand, diese verborgenen Räume nicht sehen konnte. Wenn der Priester
sich plötzlich verstecken musste, konnte er das innerhalb des Hauses tun und
das manchmal auch für viele Tage.“
Das englische Seminar in Rom ist die
älteste britische Einrichtung im Ausland, erklärt der Leiter des
Priesterseminars. Headon hat die Ausstellung mitorganisiert. Die Wurzeln des Seminars reichen zurück bis
in Jahr 1362. Damals befand sich in dem Gebäude eine britische Pilgerherberge.
Forscher seien in den alten Haushalts- und Gästebüchern der Herberge auf
interessante Notizen gestoßen. So könnte zum Beispiel der britische
Schriftsteller William Shakespeare Gast der Pilgerunterkunft gewesen sein:
„Es gibt eine Theorie, dass William
Shakespeare hierher als Gast gekommen sein könnte. Zu Zeiten als das Seminar
noch eine Pilgerstätte war. Es gibt unbekannte Jahre in Shakespeares Leben, wo
wir nicht genau wissen, was er damals gemacht hat. Eine Möglichkeit ist, dass
er damals in Italien war. Schließlich spielen einige seiner Stücke in Verona
oder Venedig. Wenn er damals auch nach Rom gekommen ist, dann wäre die
britische Herberge doch mit Sicherheit eine Anlaufstelle gewesen.“
Die entsprechenden Einträge, die auf
Shakespeares möglichen Aufenthalt in Rom hindeuten, sind in einem der kleinen
Ausstellungsräume zu sehen. Die ganze Schau führt durch Kellergewölbe, die
unterhalb des weitläufigen englischen Seminars in einer der römischen
Altstadtgassen liegen. Gregorianische Klänge füllen die Räume. Auf dem Fußboden
ist die Pilgerroute, die Via Francigenia, wie ein
alter Kartendruck abgebildet. Dazu gibt es Videofilme, ein kleines begehbares
Priesterversteck. Herzraum der Ausstellung ist die
Krypta unterhalb der Seminarkirche. In der Mitte des hellverklinkerten
Gewölbes steht eine Dreifaltigkeitsstatue. Dahinter ist auf einer Leinwand ein
Mann projiziert, der in klassischer Pilgerkleidung im dunklen Kapuzenumhang und
mit einem Stock durch einen Wald wandert. Hier lädt die Ausstellung zur
Meditation ein, betont Seminarleiter Headon.
„Ich wollte eine lebendige Schau und
die Geschichte des Instituts erzählen, aber ich wollte den Besuchern auch einen
Eindruck von dem Pilgerwesen und der Mission geben. Die Ausstellung ist nicht
nur interaktiv, weil es ein begehbares Priesterloch gibt, nein, die Ausstellung
ist zum Beispiel mit der Meditation in derKrypta wie
eine Pilgerreise angelegt, der Weg von Rom und wieder zurück.“
Die Ausstellung „Non angli sed angeli
– a pilgrimage and a mission“ ist noch bis Ende Juli in Rom zu sehen. (rv 24)
Italien: kulturelle und politische Gründe für Verteidigung des Kruzifixes
Die Entscheidung des Straßburger
Gerichtshofs zu dieser Frage wird am nächsten Dienstag gefällt - Von Carmen
Elena Villa
ROM - „Ein europäischer Säkularismus,
der die elementaren und tiefen Empfindungen eines Volkes verletzt, ist
unvorstellbar", erklärte gestern der italienische Staatspräsident Giorgio
Napolitano.
Auf einer in Rom abgehaltenen
Podiumsdiskussion des Nationalrats über das Kulturerbe, gab der italienische
Präsident eine Botschaft mit dem Titel Valori e diritto - Il caso del Crocifisso (Werte und Rechte - der Fall des Kruzifixes)
heraus.
Präsident Napolitano erklärte, dass er
in keinster Weise versuche, die Befugnisse der Gerichtsbehörden zu untergraben.
Jedoch wolle er den Bildungsauftrag der verschiedenen Institutionen deutlich
unterstreichen, die in verschiedenen Umgebungen, auf verschiedenen Ebenen und
in völliger Unabhängigkeit voneinander, die Achtung der grundlegenden, von
allen Menschen anerkannten, ethischen Prinzipien fördern würden, und ohne denen
das soziale Netz schlichtweg zerfallen würde.
Deshalb betonte der italienische
Präsident, dass es wichtig sei, das „traditionelle, identitätsstiftende Erbe
und die Werte zu schützen und hochzuschätzen, insbesondere jene, die in den
europäischen Ländern und in unserem Land durch die jahrtausende
alte christliche und katholische Präsenz zum Ausdruck kommen."
Die Haltung zu religiösen Symbolen,
müsse angemessener ausfallen, beanstandete Napolitano und verwies auf die
Notwendigkeit eines Kompromisses zwischen den unterschiedlichen Sensibilitäten
und die Verpflichtung, einen ernsten und bewussten Einspruch aus
Gewissensgründen in besonderen Situationen zu schützen.
[Übersetzung aus dem Spanischen von
Susanne Czupy] Zenit 25
Der Rücktritt von Bischof Mixa
Der Einfluss der Medien auf das kirchliche
Handeln hat deutlich zugenommen
Bischof Mixa
hat sich zurückgezogen, räumlich aus dem Augsburger Bischofspalais, juristisch
mit seinem Vorhaben, ein päpstliches Gericht zu bemühen. Er zieht auch den
Vorwurf zurück, er sei zum Rücktritt gedrängt worden. Ein versöhnlicher
Abschiedsbrief an das Bistum zeigt, wo die Qualitäten dieses Bischofs liegen.
Aber es ging nicht ohne Einschaltung
der Medien. Bei dem ersten Rücktritt im April hatten der Vorsitzende der
Deutschen Bischofskonferenz und der Vorsitzende der Bayerischen Konferenz den
Augsburger Bischof über die Medien aufgefordert, eine „Auszeit“ zu nehmen.
Jetzt scheinen die Berichte, die Bischof Mixa noch
mehr belasten als die Vorgänge um das Kinderheim in Schrobenhausen, von
kirchlicher Seite in Deutschland den Medien zugespielt worden zu sein.
Wenigstens haben Korrespondenten deutscher Zeitungen das aus dem Vatikan
bedeutet bekommen. Es ist auch deutlich geworden, dass der Papst sich des
Problems früher angenommen hatte und die Vorsitzenden der Deutschen wie der
Bayerischen Bischofskonferenz sowie den Augsburger Weihbischof Losinger nach Rom einbestellt hatte. Welche
Handlungsmöglichkeiten hatte der Papst aber tatsächlich?
Die begrenzte Macht des Papstes
Der Papst kann einen Bischof aus
schwerwiegenden Gründen absetzen. Das ist im kirchlichen Gesetzbuch im Canon
193 allgemein festgelegt. Die Frage ist, warum der Papst von seiner Vollmacht
nicht Gebrauch gemacht hat. Ein Grund liegt darin, dass der Papst die
Solidarität der Bischöfe braucht. Würde er Bischöfe absetzen, so wie der
amerikanische Präsident gerade einen Kommandanten entlassen hat oder der
französische Staatspräsident Minister und Ministerinnen entlässt, würde er
einen Aufruhr unter den Katholiken auslösen.
Johannes Paul II. hatte auf Wunsch der
französischen Bischöfe 1995 den Bischof von Évreux,
Jaques Gaillot, in ein Wüstenbistum „versetzt“. Dieser stand für das linke
Spektrum des Katholizismus. Stimmen wurden sehr laut, die das als
ungerechtfertigten Eingriff des Papstes bezeichneten, obwohl dieser doch nur
den Bitten der Bischofskollegen nachgekommen war. Denn Bischof Gaillot verhielt
sich in der Regel so, dass er in der Konferenz nichts sagte, nachher aber vor
die Medien trat.
Nicht so verschieden waren die
Auftritte des Augsburger Bischofs, z.B. in Fragen der Familienpolitik. Er
machte sich zum Sprecher unter den Bischöfen für diese Fragen, was eigentlich
Sache des Vorsitzenden der entsprechenden Kommission der Bischofskonferenz
gewesen wäre. Es können aber nicht zwei Bischöfe auftreten und evtl.
unterschiedliche Meinungen vertreten. Deshalb war dem Berliner Kardinal,
Vorsitzender der entsprechenden Kommission, der Mund sozusagen verbunden.
Hätte Benedikt XVI. Bischof Mixa abgesetzt, wäre einen Sturm der Entrüstung entfesselt
worden, zumal der Papst die Gründe, die den Augsburger Bischof persönlich
belasten, nicht hätte nennen können. Würde er das tun, wären die Verfahren, die
in der Politik üblich sind, um unliebsame Parteimitglieder loszuwerden, in der
Kirche in Gebrauch gekommen. Was dem amerikanischen wie dem französischen
Präsidenten zugebilligt wird, würde dem Papst als Willkürherrschaft angelastet,
ob von Rechts oder von Links,
auf jeden Fall in den Medien.
Wenn man über Jahre die Vollmachten des
Papstes in Frage stellt, wie dies beispielsweise Hans Küng und viele andere
tun, kann man nicht erwarten, dass der Papst seine Vollmachten ausüben kann,
wenn es einmal wirklich für die deutsche Kirche notwendig ist. Aber auch mit
der Papsttreue der Konservativen ist es nicht weit her.
Die Krise des konservativen Lagers in
der katholischen Kirche
Was hat Bischof Mixa
den Rückhalt gegeben, dass er wieder in sein Amt zurückkehren wollte? Es sind
seine Anhänger, die über die letzten Wochen hinweg gegen die Annahme seines
Rücktritts durch den Papst polemisiert haben. Nicht nur Kreuz.net, sondern auch
kath.net boten dafür eine Plattform. Zweifellos war und ist Bischof Mixa noch eine Identifikationsperson für konservative
kirchliche Strömungen im deutschsprachigen Raum. Es sind aber diejenigen, die
den Papst in den letzten Jahren gegen die ständige Kritik aus dem linken
katholischen Milieu verteidigt haben, die jetzt gegen den Papst antreten. Denn
entscheidet der Papst einmal nicht im Sinne dieser Richtung, dann ist er
plötzlich nicht mehr Papst. Von den Alkoholproblemen des Bischofs konnte man
wissen, es gab mehrfach Andeutungen in den Medien, nicht nur im Zusammenhang
mit der hohen Weinrechnung in Schrobenhausen. Muss man dem Papst nicht
zugestehen, dass er in Personalfragen entscheidet, ohne alle Gründe auf den
Tisch zu legen? Sonst müsste er ja die Person, die er absetzt, noch mehr
beschädigen, würde er alle Gründe öffentlich nennen. Auch die Konservativen
sollten eingestehen, dass sie Probleme in der katholischen Kirche den Medien
zur Erledigung weiter reichen.
Als Sprecher der konservativen Richtung
hat Bischof Mixa seinen Anhängern einen schlechten
Dienst erwiesen. Es waren ja nicht nur Probleme mit dem Alkohol, sondern auch
in der Priesterausbildung. Zu erinnern ist an den Wiener Kardinal Groer, der
nach langem Hin und Her, das die österreichische Kirche sehr belastete, zum
Rücktritt gedrängt werden konnte. St. Pölten mit Bischof Krenn war ebenso
belastend. Die Umstände, warum der Bischof von Roermond,
Johannes Gijsen, nämlich wegen der Zustände im
Priesterseminar von Rolduc, 1996 nach Island versetzt
wurde, sind schon vergessen. Anhängig ist immer noch das Doppelleben des
Gründers der Ordensgemeinschaft der Legionäre Christi, Marcial Maciel Degollado, der 2008
gestorben ist. Ihm werden Missbrauch von Menschen, Unterschlagung von Geldern
und ein Doppelleben vorgeworfen.
Es scheint fast so, dass die
persönliche Lebensführung nicht zwingend mit dem moralischen Anspruch
zusammengehen muss. Da die konservativen Leitfiguren sich gerade in der Frage
der Priesterausbildung von anderen Trends in der Kirche abheben, führen
Distanzlosigkeiten der Vorgesetzten zu schweren Fehlorientierungen beim
Priesternachwuchs. Wie es dem linken Spektrum der katholischen Welt nicht
zusteht, sich vor Schadenfreude die Hände zu reiben und die Kritik am Papst
noch weiter zu verschärfen, so täte es dem konservativen Lager gut, den Schaden
zu bekennen, den ihre Protagonisten der Kirche zugefügt haben und von dem hohen
Ross der Einbildung herunterzusteigen, gerade sie würden die Kirche auf den
richtigen Weg zurückführen.
Die deutschen Kardinäle
Eine letzte Frage an die Verfasstheit
der Kirche in Deutschland: In den wochenlangen Auseinandersetzungen war die Stimme
der deutschen Kardinäle nicht zu hören, als würden sie auch zu denen gehören,
die mit angehaltenem Atem zusehen, wie der Papst und die Vorsitzenden der
Deutschen wie der Bayerischen Bischofskonferenz mit dem Problem fertig werden.
Dem Kölner Kardinal wird eine größere Nähe zu Bischof Mixa
zugetraut. Konnten er und andere Kardinäle nicht aktiv werden, haben sie doch
andere Möglichkeiten als ein Vorsitzender?
Eckhard Bieger
S.J. kath.de-Redaktion
Menschenrechtsexperte Oehring: „Mehr Irak-Flüchtlinge aufnehmen“
Seit dem „offiziellen“ Ende des Krieges
ging im Irak der Krieg erst richtig los. Fast tagtäglich hören wir von neuen
Anschlägen, Terror und Gewalt sind in Städten wie Mossul
und Bagdad an der Tagesordnung. Vor allem Christen fallen den Anschlägen von
Fanatikern zum Opfer, sie fliehen scharenweise aus der Region. Deutschland hat
zuletzt 2.500 von solchen Irak-Flüchtlingen aufgenommen; damit ist das mit der
EU vereinbarte Kontingent des Landes ausgeschöpft. Für den Strom der
Irakflüchtlinge ist dies aber nur einen Tropfen auf den heißen Stein, meint
Otmar Oehring, Experte für Menschenrechte beim
kirchlichen Hilfswerk „missio“. Er hat sich in den
letzten Jahren massiv für Irakflüchtlinge eingesetzt. Im Interview mit uns
fragt Oehring:
„Was passiert mit den in der Region
verbliebenen, ungefähr 60.000 christlichen Flüchtlingen? Es ist zu hoffen, dass
im politischen Bereich Offenheit dafür besteht, über die Aufnahme von weiteren
Christen und allgemein von Flüchtlingen aus den Nachbarländern des Irak
nachzudenken. Jüngst war eine Delegation von Bundestagsabgeordneten und
Kirchenvertretern in der Türkei, und dabei ist auch die chaldäische Gemeinde
besucht worden, um sich vor Ort in Istanbul über die Situation der irakischen
Flüchtlinge in der Türkei zu informieren. Ich hoffe, dass das dann auch
Einfluss haben wird auf die Entscheidungsfindung der Bundesregierung in
Deutschland.“
Zuletzt habe es in Deutschland
parteiübergreifend Signale gegeben, mehr Flüchtlinge aufzunehmen, so Oehring hoffnungsvoll. Von den bereits in Deutschland
lebenden Irak-Flüchtlingen hat der Experte Positives zu berichten:
„Man kann schon erste
Integrationsschritte bei diesen Menschen sehen. Es ist durchaus guter Wille bei
einem Großteil dieser Flüchtlinge zu sehen, sich in die deutsche Gesellschaft
zu integrieren. Sie sind sich alle der Tatsache bewusst, dass das Leben und
damit natürlich auch die Integration in die deutsche Gesellschaft ihre Zukunft
ist, dass sie praktisch gar keine andere Möglichkeit haben. Zurück können sie nicht.
Grundvoraussetzung ist natürlich das Erlernen der deutschen Sprache, was
insbesondere bei den Jugendlichen, die nach Deutschland als Flüchtlinge
gekommen sind, schon deutlich zu erkennen ist. Kleine Kinder und Jugendliche
sprechen zum Teil schon ganz gut deutsch, wenn sie
ein Jahr schon da sind. Bei den anderen wird das wahrscheinlich nicht anders
sein.“ (rv 24)
Pakistan: Christen unter Druck
Dem Gesetz nach gibt es sie, die
Religionsfreiheit in der islamischen Republik Pakistan, die Wirklichkeit sieht
jedoch anders aus. Nur noch ein „Mythos“ sei die freie Religionsausübung,
stellt die katholische Bischofskonferenz Pakistans in einem Bericht von diesem
Donnerstag fest. Vor allem der „Blasphemieparagraph“
in der pakistanischen Verfassung hängt wie ein Damoklesschwert über der
christlichen Minderheit im Land: Jede Beleidigung des Koran oder des Propheten
Mohammed kann mit lebenslanger Haft oder gar dem Tod bestraft werden.
Fundamentalisten missbrauchten oftmals dieses Gesetz, um Christen zu verfolgen,
heißt es in dem Bericht weiter.
Der Bischof von Faisalabad, Joseph Coutts, ist zur Zeit in Polen
unterwegs. Er berichtete unseren Kollegen über den Druck, dem die christliche
Minderheit in Pakistan zur Zeit standhalten muss.
„Wir brauchen Eure Gebete jetzt gerade,
wo die Lage für uns in Pakistan schwieriger wird. Gerade in den letzten Jahren
ist die Bereitschaft zur Toleranz im Land stark gesunken. Das hat mit dem Krieg
in Afghanistan zu tun und natürlich mit den Taliban, dieser extremistischen und
militanten Gruppe. Das erlebt aber nicht nur die Kirche, sondern ganz
Pakistan.“
95 Prozent der Muslime unterstützen
eine Abschaffung des Blasphemiegesetzes, es sind die
religiösen Fundamentalisten, die den Christen im Land Sorgen bereiten. Vor
allem der Konflikt mit den radikalislamischen Taliban im Nachbarland
Afghanistan erschwert die Lage. Bischof Coutts
erzählt:
„Momentan greifen sie nicht direkt
Christen an, die Taliban sind in erster Linie gegen die Regierung. Sie wollen
da einen Wechsel und die Einführung des islamischen Systems. Aber wenn sie das
schaffen sollten, dann würde uns das sehr stark betreffen und sehr negative
Folgen haben. Denn nach ihren Vorstellungen von einem islamischen Staat wären
wir keine gleichberechtigten Bürger mehr, wir müssten die islamischen Regeln
befolgen und das wären nur einige Schwierigkeiten, die uns begegnen, wenn sie
an die Macht kommen sollten.“ (kna 25)
Italien: Nährboden für heilige Ehepaare
Seligsprechungsprozess für römisches
Ehepaar vor sechs Jahren eröffnet
ROM - Italien ist wahrhaftig ein
Nährboden für heilige Ehepaare. Luigi und Maria Beltrame
Quattrocchi, ein Ehepaar aus Rom der ersten Hälfte
des 20. Jahrhunderts, waren das erste verheiratete Paar der Kirchengeschichte,
das gemeinsam seliggesprochen worden ist. Die Seligsprechung erfolgte im
Oktober 2001 anlässlich der 20-Jahr-Feier des apostolischen Schreibens „Familiaris Consortio". In
verschiedenen Diözesen von Catania in Italien geht die diözesane Phase des
Seligsprechungsprozesses von Marcello und Anna Maria Inguscio,
den Eltern zweier Töchter ins neunte Jahr.
Vor genau sechs Jahren eröffnete
Kardinal Camillo Ruini vor dem Diözesangericht des
römischen Vikariats die diözesane Phase des Seligsprechungsprozesses von Lelia Cossidente und Ulisse Amendolagine. Vier ihrer
noch lebenden Kindern (eines starb bereits) Teresa, Francesco, Giuseppe und
Roberto - die letzten beiden sind Priester - waren dabei. Beide Eheleute wurden
1893 geboren - Ulisse in Salerno und Lelia in Potenza - und zogen mit
ihren jeweiligen Familien in die italienische Hauptstadt. Ulisse
arbeitete im Innenministerium und war Mitglied des dritten Ordens der
Karmeliten. Lalia gehörte zur Gemeinschaft des
Heiligen Skapuliers. (Video in: http://it.gloria.tv/?media=44938)
Sie trafen sich 1929. Ein Jahr später
wurden sie in der Pfarre Santa Teresa am Corso de Italia getraut, die von den
Karmelitern betreut wird. Diese Pfarre wurde der Bezugspunkt der Familie. Im
Januar gab es einen Gedenkgottesdienst in Rom in San Giuda
Taddeo und die fünf Kinder konnten eindrücklich über
das Leben ihrer Eltern berichten.
Der Bischofsvikar von Rom berichtete
dem Diözesangericht damals, dass es zumindest zwei Gründe gebe, weshalb man das
Leben der beiden als beispielhaft ansehen könne.
„Der erste Grund ist die Art, wie die
beiden ihre Berufung und Sendung gelebt haben, ihren fünf Kindern eine
christliche Erziehung zu geben", sagte der Kardinal. „Der zweite Grund ist
das Beispiel, das sie mit ihrem Leben in der Phase höchsten Leides boten."
„Dies festigte die Bindung zwischen diesen beiden Herzen und ihren menschlichen
Qualitäten, besonders die Entdeckung eines gemeinsamen Glaubens, der das
Fundament ihrer Ehe war", betonte Kardinal Ruini
bei der Eröffnung des Verfahrens.
Lelia
und Ulisse hatten fünf Kinder. Beide „verbreiteten in
ihrer Umwelt etwas von dieser göttlichen Ahnung und dem Transzendenten, und
bezeugten dies durch ihre ständige Bereitschaft, großzügig und diskret zu
helfen und jene zu retten, die in Not geraten waren". Ein besonderes
Zeugnis für ihren Glauben gaben sie im Zweiten Weltkrieg, als sie im
anhaltenden Bombenhagel und Hunger aus Rom fliehen mussten.
Lelia
starb am 3. Juli 1951 nach einem zwei Jahre lange dauernden Leiden an einem
Tumor. In ihren letzten Tagen flüsterte sie unablässig den letzen Teil des Ave
Maria: „Jetzt und in der Stunde unseres Todes" . Ulisse, der an einer Lähmung litt, starb am 30. Mai 1969.
Auf ihren Gräbern steht auf Wunsch von Ulisse: „Wir
werden auferstehen".
Kardinal Ruini
unterstrich, dass diese beiden Diener Gottes ein christliches und ein
Familienleben gelebt hätten aufgrund ihrer intensiven Gemeinschaft, die „in der
Gnade des Ehesakramentes wurzelte". Zenit 25
Benedikt XVI: Glaube ist vernünftig, Vernunft braucht den Glauben
In seiner losen Folge von Katechesen zu
großen Theologen der Geschichte kam Papst Benedikt XVI. an diesem Mittwoch zu
einem Höhepunkt christlicher Theologie: die Summa Theologiae
des Thomas von Aquin, in der der Heilige eine Zusammenschau der gesamten
Theologie seiner Zeit bieten will.
„Sie ist aufgebaut in der Methode der quaestio: Fragen - Einwände - Antwort - Lösung der Probleme.
Es handelt sich um wirkliche Fragen, sie sich stellen, die durchgeknetet
werden. Das denkerische Durchdringen der christlichen Offenbarung, der Einblick
in den Zusammenhang von Vernunft und Glaube und das konkrete Handeln der
Gläubigen aus dieser Erkenntnis gehören zusammen. Es geht nicht um irgendeine
Theorie über Gott oder den Menschen, sondern es geht darum, den Menschen von
Gott her zu erkennen und damit zugleich eine praktische Wirklichkeit zu finden.
Es geht um die Frage, was glauben wir? Was beten wir? Wie leben wir als
Christen?"
Besonderes Augenmerk richtete Benedikt
dabei auf eines seiner eigenen großen Themen, das Zusammengehen von Glaube und
Vernunft:
„Immer wieder hebt Thomas den Wert des
Glaubens hervor: Die menschliche Vernunft reicht nicht aus, um die sichtbare
und unsichtbare Welt in ihrem Zusammenhang zu erkennen. Es ist vernünftig, Gott
Glauben zu schenken, der sich den Aposteln als der Grund und die Fülle des
Lebens offenbart hat. Thomas verdeutlicht dies mit einem einfachen Vergleich:
Wenn der Bruder eines Königs in der Ferne wäre, würde er sich danach sehnen,
bei ihm zu sein. Für uns ist Christus der Bruder. Wir müssen also seine Nähe
wünschen, danach streben, ein Herz und eine Seele mit ihm zu werden“. (rv 23)
Mainz. Begegnung des Generalvikars mit KZ-Überlebenden
Ockenheim.
Der Mainzer Generalvikar, Prälat Dietmar Giebelmann, hat ehemaligen
KZ-Häftlingen, die auf Einladung des Maximilian Kolbe-Werkes und der Diözese
Mainz als „Zeitzeugen" im Bistum unterwegs waren, auch im Namen von
Kardinal Karl Lehmann sehr herzlich für ihren Dienst der Versöhnung gedankt.
Bei einer Begegnung mit den sechs Überlebenden aus nationalsozialistischen
Konzentrationslagern am Dienstagabend, 15. Juni, im Kloster Jakobsberg in Ockenheim würdigte er sie mit den Worten: „Sie leisten
einen wichtigen Dienst, gehen in Schulen und in die Universität. Ihr Einsatz
ist mehr als Erzählen und mehr als ein Geschichtsunterricht: Es ist das
Angebot, Versöhnung zu schaffen und mitzuhelfen, dass so Schreckliches nicht
mehr geschehen kann."
Als Zeitzeugen seien sie wichtige
„Grenzgänger" und leisteten „Aufklärung im wahrsten Sinn",
unterstrich der Generalvikar und fügte hinzu, er hoffe, dass sie dies noch
lange tun könnten. Die jungen Menschen sollten „sehen, wer sie führt und wer
sie verführt".
Giebelmann dankte auch dem Referenten
für Gerechtigkeit und Frieden im Bischöflichen Ordinariat, Alois Bauer, der
seit Jahren die Zeitzeugen, die das Bistum Mainz besuchen, betreut, sowie der
Sozialpädagogin Katja Steiner von der Fachstelle Freiwilligendienste des
Bischöflichen Jugendamtes und den weiteren Begleitpersonen für die Betreuung
sowie dem gastgebenden Kloster der Missionsbenediktiner, vertreten durch P.
Rochus Wiedemann OSB, der das Jugendhaus St. Georg auf dem Jakobsberg leitet.
Die sechs Zeitzeugen im Alter zwischen
72 und 82 Jahren berichteten dem Generalvikar, dass sie vom Interesse und der
Freundlichkeit der jugendlichen Gesprächspartner sehr angetan seien. „Sie haben
keinen Grund sich für das zu schämen, was damals geschehen ist", betonte
Ruta Wermuth-Burak. Sie hatte überlebt, weil ihr
Vater sie nach der Auflösung des Ghettos in Kolomea
aus dem Todeszug nach Belzec
warf. „Ich hatte viele Jahre Hass, aber ich habe gelernt, den Verstand zu
gebrauchen", bekannte sie und hob hervor, sie sei erstaunt darüber, wie
verantwortungsvoll die Jugendlichen seien, denen sie begegnete. Auf die Frage,
warum sie ins „Land der Täter" komme, sagte die aus Polen stammende
jüdische Malerin Henriette Kretz, die in Belgien
lebt: „Wenn wir Gefühle von Hass und Rache hätten, wären wir den Tätern zu
ähnlich." Es sei wichtig, die Mechanismen von Indoktrinierung zu erkennen
und zu überwinden, betonte sie.
Witold Stefanowicz,
der 1944 als sechsjähriges Kind mit seiner Familie ins KZ Ravensbrück
deportiert wurde, berichtete, er habe 50 Jahre lang seine Gefühle und
Erinnerungen verdrängt und Bücher und Filme über die NS-Zeit gemieden. Vor
einigen Jahren habe er seine Angst überwunden und an Gesprächen mit deutschen
Jugendlichen teilgenommen. Der Journalist und Wirtschaftsexperte, der mehrere
Jahre als Handelsattaché in der Polnischen Botschaft
in Moskau tätig war, übergab dem Generalvikar als Geschenk CD's
mit Fotos und Musik aus Krakau. Die Ärztin Brygida Czekanowska
aus Gedansk erklärte: „Ich habe niemals die Deutschen
gehasst, wohl die Aufseher." Aber die deutsche Sprache habe sie sehr lange
nicht hören und auch nicht benutzen wollen. Mit ihren Kindern habe sie nie über
ihre Erfahrungen im KZ gesprochen. „Ich wollte bei ihnen keinen Hass auslösen."
Seit ihren positiven Erfahrungen mit deutschen Jugendlichen bei ihrem ersten
Besuch komme sie gerne nach Deutschland.
Die drei Zeitzeuginnen aus Polen
verwiesen nachdrücklich auf den heldenhaften Einsatz der Krankenschwester Irena
Sendler, die mit ihren Helfern mehr als 2.500 jüdische Kinder aus dem
Warschauer Getto gerettet und in polnischen Familien, Klöstern und Kinderheimen
untergebracht hat. Jerzy Michnol aus Kattowitz erinnerte an seine Befreiung aus dem
Konzentrationslager Ebensee in Österreich vor 65
Jahren. Bei der Gedenkfeier Anfang Mai in Ebensee
habe er dankbar festgestellt, dass es zwischen den Völkern Europas keinen Krieg
mehr geben werde. Generalvikar Giebelmann merkte an, es sei überraschend, wie
sich Lebenslinien treffen können. Er habe vor zwei Jahren zum ersten Mal wieder
polnischen Boden betreten, wo er geboren wurde, und neben Oppeln
auch Kattowitz besucht.
In der Zeit vom 12. bis 19. Juni
führten die Zeitzeugen Gespräche mit Schülerinnen und Schülern der Hildegardisschule in Bingen, der Maria Ward-Schule in
Mainz, des Gutenberg-Gymnasiums in Mainz, der Gymnasien in Nieder-Olm, Ingelheim und Alzey und der
Immanuel Kant-Schule in Rüsselsheim. Darüber hinaus gab es Begegnungen mit
Studierenden der Mainzer Universität und Teilnehmern am Freiwilligen Sozialen
Jahr. Sk (MBN)
Österreich: Bischöfe beschließen Maßnahmen gegen Missbrauch
Österreichs Bischöfe haben ein
umfassendes Paket an Maßnahmen und Regelungen zur Aufarbeitung und Prävention
von Missbrauch und Gewalt in der Kirche beschlossen. Die neue Rahmenordnung
gegen Missbrauch trägt den Titel „Die Wahrheit wird euch frei machen“. Sie
wurde am Mittwoch vom Wiener Kardinal Christoph Schönborn der Presse
vorgestellt, nach Abschluss der Sommervollversammlung der Oberhirten in Mariazell. Geregelt werden darin Entschädigungszahlungen
für Missbrauchsopfer und Prävention.
Ombudsstellen
und finanzielle Entschädigungen
Konkret sieht die Rahmenordnung eine
österreichweit einheitliche Gestaltung der diözesanen Ombudsstellen
vor. Diese sollen von unabhängigen Fachleuten geleitet werden, die ihre
Tätigkeit weisungsfrei ausführen. Die Ombudsstellen
sind für den Erstkontakt und eine erste Klärung von Verdachtsfällen sowie für
die Rechtsberatung und Begleitung der Opfer zuständig. Sie übernehmen auch
Therapiekosten für Opfer von Missbrauch. Kardinal Christoph Schönborn zu den
weiteren finanziellen Maßnahmen:
„Wir haben gestern eine Stiftung
Opferschutz errichtet, die die erforderlichen Geldmittel zur Verfügung stellen
soll, die möglichst rasch, unbürokratisch und menschlich angemessen helfen
sollen. Die Zuweisungen von finanziellen Unterstützungen werden sich nicht nach
dem richten, was der ein oder andere Rechtsanwalt in freier Initiative
vorschlägt oder wünscht, sondern wir werden uns an das halten, was die
unabhängige Opferschutzanwaltschaft uns in angemessener Weise empfiehlt.“
Die Zahlungen würden nicht aus dem
Kirchenbeitrag finanziert, sondern in der Folge beim Täter oder bei einer
verantwortlichen Institution eingefordert, präzisiert Schönborn.
Umgang mit mutmaßlichen
Missbrauchstätern
Als Beispiel konkreter Prävention
nannten die Bischöfe den Umgang mit mutmaßlichen Missbrauchstätern. Diese
würden bei begründetem Verdacht bis zur endgültigen Klärung dienstfrei
gestellt, und zwar „in enger Kooperation mit staatlichen Stellen“. Erhärte sich
der Verdacht, empfiehlt die Ombudsstelle dem Opfer,
Anzeige zu erstatten. „Die kirchlichen Leitungsverantwortlichen werden in
solchem Fall den mutmaßlichen Täter zur Selbstanzeige auffordern. Besteht
außerdem die Gefahr, dass durch den mutmaßlichen Täter weitere Personen zu
Schaden kommen könnten, ist deren Schutz vorrangig. In diesem Fall wird auf
Initiative der Kirche der Sachverhalt zur Anzeige gebracht“, stellten die
Bischöfe klar.
Auch mit einer besseren Auswahl von
Kirchenpersonal und einer effektiveren Aus- und Weiterbildung wolle man
Missbrauch vorbeugen, hieß es weiter. Außerdem werde in jeder Diözese eine
Stabsstelle „Kinder- und Jugendschutz“ eingerichtet, die Jugendlichen jeweils
Orientierungshilfen gegen Missbrauch und Gewalt geben kann.
Missbrauchsskandal markiert „Neuanfang“
Insgesamt zogen die Bischöfe zum
Abschluss ihrer Sitzung ein positives Fazit. Sie seien dankbar, dass die „Mauer
des Schweigens aufgebrochen und der befeienden
Wahrheit Raum gegeben wurde“, so die Oberhirten wörtlich: „Die Berichte der
Opfer sind erschütternd. Gemeinsam mit Papst Benedikt XVI. bitten wir Gott und
die betroffenen Menschen inständig um Vergebung und versprechen zugleich, dass
wir alles tun wollen, um solchen Missbrauch nicht wieder vorkommen zu
lassen." Kardinal Schönborn benannte den Missbrauchsskandal als Neuanfang:
„Der ganze Vorgang, den wir jetzt
erleben, ist auch ein Prozess der Reinigung. Die Kirche hat sich in den letzten
Monaten schon auch verändert, im Bewusstsein und in der Entschiedenheit, mit
der wir hier vorgegangen sind. Und ich glaube, das ist auch international
beachtet worden, dass wir in Österreich einen sehr klaren und entschiedenen Weg
gehen. Und den werden wir sicher weitergehen. Es ist, wenn ich das große Wort
gebrauchen darf, schon auch so etwas wie ein Neuaufbruch.“
Die neuen Vorgaben treten zum 1. Juli
2010 in Kraft. Sie gelten sowohl für hauptamtliche als auch ehrenamtliche
Mitarbeiter und sollen bis spätestens zum 31. März 2011 in allen
österreichischen Diözesen umgesetzt sein.
(kap 24)
"Stiftung Opferschutz" in Österreich. Entschädigung für Missbrauchsopfer
Die Bischofskonferenz beschließt die
Einrichtung einer "Stiftung Opferschutz". Gelder aus dem Fonds sollen
als Missbrauchsopfer fließen. Kritiker fordern Reformen und eine neue
Kirchenverfassung. VON RALF LEONHARD
WIEN taz | In Krisenzeiten und bei
privatem Unglück rufen Gläubige in Österreich bevorzugt die Madonna von Mariazell an. Das mag auch die Motivation für die
katholische Bischofskonferenz gewesen sein, ihre Tagung im Wallfahrtsort in der
Steiermark abzuhalten. Schließlich bedeutet das Auffliegen einer Serie von
Misshandlungsskandalen eine gewaltige Katastrophe, die bis Jahresende - so die
finstere Prognose - zu 80.000 Austritten aus der Glaubensgemeinschaft führen
kann.
Der himmlische Beistand dürfte geholfen
haben. Nach drei Tagen konnte Kardinal Christoph Schönborn am Mittwoch
Ergebnisse verkünden. Es soll eine "Stiftung Opferschutz" eingerichtet
werden, aus der Therapiekosten und Schmerzensgeldzahlungen für Opfer sexueller
oder physischer Gewalt durch Kirchenleute bestritten werden. Sie soll zu
gleichen Teilen von den Diözesen und den Ordensgemeinschaften dotiert werden.
Kirchenbeiträge würden dafür nicht herangezogen, versicherte Schönborn.
Vielmehr sollen die Gelder "beim Täter oder bei einer verantwortlichen
Institution eingefordert" werden. Zur Höhe des Fonds sagte er nichts.
Eine mehr als 60 Seiten starke
"Rahmenordnung" verlangt eine Anzeige mutmaßlicher Missbrauchstäter
nur "bei Gefahr im Verzug", wenn "weitere Personen zu Schaden
kommen könnten". Allerdings wird den Tätern zur Selbstanzeige geraten.
Das Ergebnis der Tagung wurde allgemein
positiv aufgenommen. Allerdings sehen kirchenkritische Organisationen darin nur
einen Anfang. Der Kinderpsychologe Holger Eich vermisste im Ö1 Radio die
Analyse. "Wie ist es möglich, dass solche Dinge passiert sind?". Es
müsse die "extrem verquere Meinung" der
Kirche zur Sexualität hinterfragt werden.
Der katholische Publizist Hubert Feichtlbauer sieht die Glaubwürdigkeit der Kirche als
zentrale Frage. Die Missbrauchsskandale seien nur Auslöser, nicht Ursache der
massiven Kirchenaustritte. Die Zeit sei reif für echte Reformen. "Wenn man
jetzt nicht den Mut hat, diese Strukturen der autoritären Gehorsamspflicht und
unumschränkte Macht des Papstes zu ändern, dann ist für lange Zeit die Chance
vertan."
Donnerstag meldeten sich drei
Organisationen, darunter die Plattform "Wir sind Kirche", zu Wort und
forderten eine neue Kirchenverfassung mit mehr Demokratie und Gewaltenteilung.
Bischöfe sollten vom Volk gewählt werden, der Zölibat für Weltpriester nicht
länger verpflichtend sein. Bischofs- und Papstamt seien auf fünf oder sechs
Jahre zu beschränken. Taz 25
Italien: Älteste Aposteldarstellungen entdeckt
Es ist eine kleine archäologische
Sensation: In Rom sind die ältesten bekanntesten Bilder der Apostel Petrus,
Andreas und Johannes entdeckt worden. An diesem Mittwochmorgen stellte der
Präsident der päpstlichen Archäologiekommission,
Erzbischof Gianfranco Ravasi, die Funde vor. Bei
Restaurierungsarbeiten in den Thekla-Katakomben in der Nähe der Sankt
Paulus-Basilika stießen die Archäologen auf die Darstellungen vom Ende des
vierten Jahrhunderts. Mit Hilfe von Lasern legten die Forscher die Bilder frei,
die über Jahrhunderte hinweg in einem Cubiculum
verborgen waren. Sie zeigen die Apostel mit den bekannten Eigenschaften: Petrus
mit langem Haar und weißem Bart; der ungestüme und machtvolle Andreas; der
zarte und jugendliche Johannes. Fabrizio Bisconti,
Chefarchäologe der Thekla-Katakomben, erzählte uns:
„Wir wussten überhaupt nicht, dass
bereits am Ende des vierten Jahrhunderts die Gesichtszüge der Apostel mit
diesen Charakteristiken definiert waren. Wir kannten Bilder der Apostel aus
Ravenna, aber die stammen aus dem fünften, wenn nicht sogar sechsten
Jahrhundert oder später.“
Bereits im Paulusjahr 2009 hatten die
Archäologen eine Darstellung des Apostels Paulus vom Ende des vierten
Jahrhunderts entdeckt. Dass die Apostel ein beliebtes Motiv in der römischen
Spätantike waren, erklärt Bisconti so:
„Zu Ende des vierten Jahrhunderts
entstanden in Rom unter den Adligen eine Reihe von kulturellen Zirkeln. Diese
hatten sich der Askese und dem Denken des Kirchenvaters Hieronymus
verschrieben. Die Adligen folgten Hieronymus bis ins Heilige Land, zur Wiege
des Christentums und der somit der Apostel.“
Erzbischof Ravasi
mahnte dazu an, alles dafür zu tun, „dass diese Kunstwerke auch heute noch zu
uns sprechen und in ihrer Stimme ihre Werte und Schönheit widerhallen.“ (rv 23)
Arbeitgeber Kirche Bei Kirchenaustritt Kündigung
Wenn Religion mehr als Privatsache ist:
Nicht nur Pfleger und Erzieher im Dienste der Kirche riskieren ihren Job, wenn
sie gegen die christlichen Grundsätze verstoßen.
"Nun sag, wie hast Du's mit
der Religion?" In Bewerbungsgesprächen ist diese Gretchenfrage
normalerweise verboten. In kirchlichen Einrichtungen gelten aber Sonderregeln
für Arbeitnehmer. Denn sie sind - ähnlich wie Parteiorganisationen - sogenannte
Tendenzbetriebe. Das sind Betriebe, die nicht nur wirtschaftliche Ziele
verfolgen, sondern eben auch politische oder religiöse. Sie dürfen verlangen,
dass ihre Mitarbeiter mit diesen Zielen übereinstimmen.
Bewerber müssen sich deshalb auch
Fragen nach ihrer Konfession gefallen lassen. "Ein katholischer
Kindergarten darf verlangen, dass eine Kindergärtnerin katholisch ist",
erklärt der Arbeitsrechtler Jobst-Hubertus Bauer aus Stuttgart. Es sei
zulässig, Bewerber anderer Konfessionen für eine solche Stelle abzulehnen. Ein
Verstoß gegen das gesetzliche Diskriminierungsverbot liege dann nicht vor.
Allerdings gelte das nur für
"verkündungsnahe" Tätigkeiten, führt Bauer aus. Das sind solche, die
einen direkten Bezug zur kirchlichen Glaubensrichtung haben. Die Arbeit als
Erzieherin gehöre dazu: "In einem katholischen Kindergarten soll ja eine
katholische Erziehung gewährleistet sein", erläutert Bauer, der
Vorsitzender der Arbeitsgemeinschaft Arbeitsrecht im Deutschen Anwaltverein ist. Anders sehe es bei der Putzfrau im
gleichen Kindergarten aus: Sie muss nicht katholisch sein. Denn sie sei kein
"Tendenzträger", der die Werte des Hauses verkörpert. Genau abgrenzen
lasse sich das aber nicht: "'Verkündungsnah' ist natürlich ein dehnbarer Begriff."
Kindergärtner und Sozialarbeiter im
Dienst der Kirche haben außerdem weitreichende Loyalitätspflichten: Sie müssen
die christlichen Glaubensgrundsätze auch in ihrem Privatleben beachten.
Andernfalls droht ihnen die Entlassung. "Ein Kirchenaustritt zum Beispiel
ist ein Kündigungsgrund", sagt Prof. Ulrich Hammer, Arbeitsrechtler aus
Hildesheim. Er verweist auf ein Urteil des Landesarbeitsgerichts
Rheinland-Pfalz in Mainz (Az.: 7 Sa 250/08). Darin erklärten die Richter es für
zulässig, dass ein kirchliches Altenheim eine Pflegerin entlassen darf, wenn
sie aus der Kirche austritt.
Dies stehe weder im Widerspruch zur
Glaubensfreiheit, noch verstoße es gegen das Allgemeine
Gleichbehandlungsgesetz. Die Kirchen hätten vielmehr das Recht, von
Mitarbeitern "ein loyales und aufrichtiges Verhalten" im Sinne ihres
eigenen Selbstverständnisses zu verlangen.
Wilde Ehe ist ok, zweite Ehe verboten -
Ärzte in einem Krankenhaus der Caritas oder der Diakonie riskierten außerdem
ihren Job, wenn sie sich öffentlich für Abtreibungen aussprechen, ergänzt
Kirchenrechtsexperte Hammer. Im Streit um dieses Thema hatte das
Bundesverfassungsgericht 1985 im Sinne der Kirche entschieden (Az.: 2 BvR 1703/83). Seitdem folgen auch die Arbeitsgerichte
dieser Linie. "Das wäre also auch heute noch ein Grund für eine
Entlassung", sagt Hammer. Denn Ärzte seien als Autoritätspersonen zu den
"verkündungsnahen" Personen zu zählen.
Letztlich müsse sich aber selbst der
Pförtner oder Archivar einer kirchlichen Einrichtung mit solchen Äußerungen
vorsehen. "Er kann sich zumindest nicht sicher sein, dass es ihm keinen
Ärger bringt." Auch erneut zu heiraten, kann kirchlich Beschäftigten den
Job kosten, wie das Bundesarbeitsgericht 2004 entschieden hat. In dem Fall war
die zweite Ehe eines katholischen Kirchenmusikers erst nach seiner Einstellung
bekanntgeworden. Prompt wurde ihm gekündigt - zu Recht, wie die Richter
urteilten. Denn nach den Regeln der Kirche sei es ein schwerwiegender Verstoß,
eine Ehe einzugehen, die nach dem Verständnis der Kirche ungültig ist (Az.: 2
AZR 447/03).
Laut Hammer führt das zu einer
grotesken Situation für kirchlich Beschäftigte: Es hat keine Folgen, wenn ihre
Ehe aus ist und sie einen neuen Partner haben. "Aber sobald sie wieder
heiraten, droht die Kündigung." Eine Ehescheidung allein rechtfertige beim
Beispiel der Erzieherin im katholischen Kindergarten dagegen keine Entlassung,
meint Rechtsanwalt Bauer. "Das war vielleicht vor 20 Jahren mal anders.
Aber heute würde ich sagen: Da muss man auch mal die Kirche im Dorf lassen."
Tobias Schormann/dpa 26