Notiziario religioso  24-27  Giugno  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Giovedì 24 giugno. Il commento al Vangelo. “Elisabetta ti darà un figlio”  1

2.       Venerdì 25 giugno. Il commento al Vangelo. “Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi”  1

3.       Sabato 26 giugno. Il commento al Vangelo. «Io verrò e lo curerò»  1

4.       Domenica 27 giugno. Il commento al Vangelo. «Ti seguirò dovunque tu vada»  2

5.       Domenica 27. XIII del tempo ordinario. L’invito a “bruciare” il passato  3

6.       Un'identità aperta. Conferenze episcopali d'Europa su crocifisso e Corte di Strasburgo  4

7.       Meeting a Mainz dei giovani delle Missioni italiane in Germania  5

8.       Per una sana democrazia. L'alleanza tra fede e ragione  5

9.       Pomigliano. Ripagare la fiducia. Il vescovo di Nola, Caritas, Acli e Regione sul dopo referendum   5

10.   La fede è viva: il patriarca Naguib parla dell'"Instrumentum Laboris"  6

11.   Cristiani e musulmani. Insieme nell'educare. Il convegno di "Oasis" a Beirut 6

12.   Congresso eucaristico nazionale. Il pane condiviso. Dal 24 al 26 giugno le diocesi d'Italia ad Ancona  7

13.   La parrocchia che cresce. Opera del Vangelo e non dell'ingegneria pastorale  7

14.   L’Aquila. I frutti della solidarietà. La prossimità della Chiesa italiana nelle opere della Caritas  8

15.   Cristiani in Medio Oriente. Chi va, chi viene  8

16.   Penisola arabica. I cristiani con la valigia  9

17.   Card. Sepe. "Vado avanti con serenità". Lettera aperta sulla vicenda giudiziaria in cui è stato coinvolto  11

18.   Il laser svela gli apostoli 11

 

 

1.       Mixa gibt klein bei und verzichtet auf sein Amt 12

2.       Katholische Kirche sucht nach neuer Glaubwürdigkeit 12

3.       Beauftragte für den 2. Ökumenischen Kirchentag: Positive Früchte lassen Nachhaltigkeit erkennen  13

4.       Aus und Amen für Walter Mixa  13

5.       Interview zum Fall Mixa. "Ein Ärgernis für die Gläubigen"  14

6.       Belastend. Bischöfe bestätigen Mixa-Dossier 15

7.       Das Fest des Wegbereiters Christi 15

8.       Libanon: Politische Ideologie ist Parasit von Religion  15

9.       D: Bischöfe haben Rom über Mixa informiert 16

10.   Der Fall Mixa. Unmut in Rom über die deutschen Bischöfe  16

11.   Päpstlicher Hilfsappell am Weltflüchtlingstag  17

12.   Vatikan: Abschiedsinterview mit Botschafter Horstmann  17

13.   Überzeugte bringen Kirche auch in schwerer Zeit weiter 18

14.   Papst warnt Priester vor falschem Ehrgeiz und Prestigestreben  18

15.   Pater Samir: „Christen für Frieden in Nahost unerlässlich“  19

16.   Fulda. Sonntag schützt Grundrechte der Bürger. Katholikenrat fordert Änderung des Ladenöffnungsgesetzes  19

17.   Erzbischof von Neapel unter Korruptionsverdacht 19

18.   Porträt. "Roter Papst" unter Verdacht 19

19.   "Innerkirchlich Brücken bauen statt Mauern"  20

 

 

 

 

Giovedì 24 giugno. Il commento al Vangelo. “Elisabetta ti darà un figlio”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 1,5-17) commentato da P. Lino Pedron 

 

5 Al tempo di Erode, re della Giudea, c'era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abìa, e aveva in moglie una discendente di Aronne chiamata Elisabetta. 6 Erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. 7 Ma non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.

8 Mentre Zaccaria officiava davanti al Signore nel turno della sua classe, 9 secondo l'usanza del servizio sacerdotale, gli toccò in sorte di entrare nel tempio per fare l'offerta dell'incenso. 10 Tutta l'assemblea del popolo pregava fuori nell'ora dell'incenso. 11 Allora gli apparve un angelo del Signore, ritto alla destra dell'altare dell'incenso. 12 Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. 13 Ma l'angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni. 14 Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, 15 poiché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre 16 e ricondurrà molti figli d'Israele al Signore loro Dio. 17 Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto».

Zaccaria ed Elisabetta sono santi perché sono giusti davanti a Dio. Osservano tutti i comandamenti della legge del Signore. Santità equivale a obbedienza a Dio.

La storia di Giovanni Battista inizia nel tempio mentre si prega solennemente. L’inizio della buona notizia viene dal cielo, portata da un angelo. Egli appare alla destra dell’altare: la parte destra è di buon augurio, promette salvezza (cfr Mt 25,33-34).

Quando Dio si rivolge a una persona, inizia a parlare con un incoraggiamento: "Non temere!". Dio vuole incoraggiare l’uomo, metterlo a suo agio, non spaventarlo o opprimerlo.

Le preghiere di Zaccaria per avere un figlio sono state esaudite. Si conclude il tempo delle promesse e trovano compimento ogni speranza e ogni attesa umana.

Dio stabilisce il nome al bambino che nascerà a Zaccaria. Dandogli il nome gli dà la sua missione e il suo potere. Il nome Giovanni significa "Dio fa grazia". Il tempo della visita di Dio portatrice di grazia, è prossimo; Giovanni annunzierà che il tempo della salvezza è vicino.

La sua nascita porterà gioia per l’esaudimento della promessa ed esultanza per la salvezza. Giovanni ha la missione di chiudere il tempo della promessa e di proclamare il nuovo tempo della salvezza, apportatrice di gioia e di giubilo.

"Egli sarà grande davanti al Signore" (v. 15). La sua missione nel piano della salvezza lo eleva al di sopra di tutti i grandi della storia sacra. Quelli vivevano nell’attesa del regno di Dio e della salvezza, Giovanni la precede immediatamente e ne proclama l’inizio.

Poiché "sarà pieno di Spirito Santo" (v. 15) sarà profeta, annunciatore della parola e della volontà di Dio. Gli altri ricevettero il carisma profetico in età adulta, Giovanni è profeta fin dal primo istante della sua vita, già nel seno materno. Egli sarà un profeta di penitenza. Con lui si aprirà un movimento di conversione verso Dio. La predicazione di Giovanni ha lo scopo di preparare la venuta di Dio. Egli avrà lo spirito e la forza di Elia. La sua missione è quella di preparare al Signore che viene a visitare il suo popolo, una comunità di uomini retti e santi, pronti ad accoglierlo. De.it.press

 

 

 

Venerdì 25 giugno. Il commento al Vangelo. “Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 8,1-4) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Quando Gesù fu sceso dal monte, molta folla lo seguiva. 2 Ed ecco venire un lebbroso e prostrarsi a lui dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi». 3 E Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii sanato». E subito la sua lebbra scomparve. 4 Poi Gesù gli disse: «Guardati dal dirlo a qualcuno, ma va’ a mostrarti al sacerdote e presenta l'offerta prescritta da Mosè, e ciò serva come testimonianza per loro».

I cap. 5-7 ci hanno riferito gli insegnamenti di Gesù; i cap. 8-9 ci riferiscono le sue opere meravigliose. Nel discorso della montagna Gesù ci ha insegnato che non basta ascoltare la sua parola, ma bisogna soprattutto fare i fatti. E ora Gesù ci dà l’esempio facendo i fatti. Il messaggio che ha appena finito di esprimere con le parole, ora lo esprime con le opere. Gesù è il Messia della parola e dell’azione.

Secondo Matteo il primo miracolo di Gesù fu per un lebbroso, il secondo per un pagano, il terzo per una donna. Il lebbroso era uno scomunicato, il pagano era considerato un cane o un porco, la donna non aveva alcuna considerazione. Essi sono i rappresentanti di tutte le vittime dei pregiudizi umani.

Guarire dalla lebbra era quasi come risuscitare dalla morte. Il lebbroso, credendo che Gesù ha la capacità di guarirlo, prova di una grande fede.

Secondo la legislazione ebraica, il sacerdote aveva il compito di dichiarare immondo chi era colpito dalla lebbra e di riconoscere, eventualmente, la sua avvenuta guarigione perché potesse ritornare a vivere tra la sua gente (Lv 14).

L’espressione "a testimonianza per loro" forse ha un senso apologetico: vedete che Gesù osserva la Legge. Matteo ha posto il racconto della guarigione del lebbroso qui al primo posto, subito dopo il discorso della montagna, per la sua connessione con la Legge. Gesù ha annunciato il compimento della Legge e non la sua abolizione (Mt 5,17ss.). De.it.press

 

 

 

Sabato 26 giugno. Il commento al Vangelo. «Io verrò e lo curerò»

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 8,5-17) commentato da P. Lino Pedron 

 

5 Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: 6 «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente». 7 Gesù gli rispose: «Io verrò e lo curerò». 8 Ma il centurione riprese: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. 9 Perché anch'io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va', ed egli va; e a un altro; Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa' questo, ed egli lo fa».

10 All'udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. 11 Ora vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, 12 mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti». 13 E Gesù disse al centurione: «Va’, e sia fatto secondo la tua fede». In quell'istante il servo guarì.

14 Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. 15 Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo.

16 Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, 17 perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:

Egli ha preso le nostre infermità

e si è addossato le nostre malattie.

Il centurione era il comandante di una centuria, di un gruppo di cento soldati. Egli non chiede nulla per sé, ma prega Gesù per il suo servo gravemente ammalato. Gesù manifesta tutta la sua disponibilità: "Io verrò e lo curerò" (v. 7). Ma il centurione dichiara di non essere degno di ricevere Gesù in casa propria ed è convinto che non occorre che il Signore vada da lui perché lo ritiene capace di comandare anche a distanza sulle potenze del male.

Il centurione è un pagano che crede senza esitazione nel potere della parola di Dio. E la fede nella parola di Dio permette al Signore di agire in noi.

Il miracolo è un segno dell’amore di Dio che interviene a nostro favore, perché è infinitamente sensibile al nostro male. Egli vuole donarci tutto e soprattutto se stesso. Aspetta solo che glielo chiediamo con fede.

La grande fede del centurione rende manifesta la mancanza di fede in Israele. La semplice appartenenza anagrafica al popolo di Dio non dà a nessuno la certezza di essere salvato: a tutti è richiesta la fede che si manifesta nelle opere.

L’incontro con il centurione offre a Gesù l’occasione per annunciare l’entrata di tutti i popoli nel regno di Dio. I pagani prenderanno posto alla tavola dei patriarchi nel regno dei cieli.

La Chiesa è costituita da coloro che credono nella parola di Dio e la mettono in pratica. Nel regno di Dio entreranno solo i figli, ossia quelli che sono stati rigenerati "dalla parola di Dio viva ed eterna" (1Pt 1,23), dalla parola del vangelo. Il futuro eterno lo si prepara giorno per giorno accogliendo o rifiutando la parola di Gesù. La nostra libertà si esprime pienamente nella fede o nella mancanza di fede, nel nostro acconsentire alla comunione con Dio o nel rifiutarla.

In questo brano compare all’orizzonte il pellegrinaggio di tutti i popoli che affluiranno alla casa del Signore, e l’annuncio finale del vangelo di Matteo: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni" (28,19).

I tre miracoli di guarigione del lebbroso, del servo del centurione e della suocera di Pietro ci devono far capire l'importanza della salute fisica. Gesù non si prende cura solo dell'anima dell'uomo, ma di tutto l'uomo, corpo e anima. Ogni malattia e miseria dell'uomo è così importante da meritare tutta l'attenzione e la premura di Gesù. Tale dev'essere anche l'atteggiamento dei suoi discepoli.

Il racconto della guarigione della suocera di Pietro ci insegna quale dev'essere la reazione di ogni credente quando viene raggiunto dalla forza di salvezza del Cristo: mettersi al suo servizio per sempre. La suocera di Pietro è guarita per servire Gesù.

Con un resoconto sommario e una citazione di Isaia, Matteo riassume i tre racconti di miracoli. La citazione di Is 53,4 ha lo scopo di svelarci il significato profondo dei gesti di Gesù. Le guarigioni operate da lui sono il segno che è arrivato il tempo della salvezza: è arrivato il Servo di Dio che prende su di sé le nostre infermità e si addossa le nostre malattie. De.it.press

 

 

 

Domenica 27 giugno. Il commento al Vangelo. «Ti seguirò dovunque tu vada»

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 9,51-62) commentato da P. Lino Pedron 

 

51 Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme 52 e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui. 53 Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme. 54 Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». 55 Ma Gesù si voltò e li rimproverò. 56 E si avviarono verso un altro villaggio.

57 Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». 58 Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». 59 A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre». 60 Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio». 61 Un altro disse: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa». 62 Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Gesù, che si dirige coraggiosamente verso Gerusalemme, esprime la sua decisione totale di fare la volontà del Padre, morendo per amore sulla croce. Il verbo "sarebbe stato tolto dal mondo" (v. 51) indica il compiersi del disegno di Dio. Gesù viene tolto dal mondo dagli uomini ed elevato fino al cielo da Dio. La stessa parola esprime le due facce di un’unica realtà, vista rispettivamente come azione dell’uomo e come azione di Dio. L’uomo compie il sommo male togliendo di mezzo il Figlio di Dio e Dio compie il sommo bene innalzandolo a sé nella gloria.

Gesù è l’inviato del Padre che accoglie tutti e proprio per questo non viene accolto (quasi) da nessuno. Il peccato di tutti è il non accogliere la piccolezza di Dio in Gesù; è questa piccolezza la sua vera grandezza!

Giacomo e Giovanni si sentono associati con Gesù, ma non capiscono che l’unico suo potere è l’impotenza di uno che si consegna per amore.

Egli non porta il fuoco che brucia i nemici, ma l’amore che li perdona. Lo zelo senza discernimento, principio di tutti i roghi di tutti i tempi, è esattamente il contrario dello Spirito di Cristo. Giovanni, più tardi (At 8,15-17), ritornerà in Samaria con Pietro, e invocherà sugli stessi samaritani l’Amore del Padre e del Figlio: il fuoco dello Spirito, l’unico che Dio conosce e che il discepolo deve invocare sui nemici.

Gesù è la misericordia che vince il male non solo dei samaritani, ma anche e prima ancora, dei suoi discepoli. Egli rivela un Dio di compassione e di tenerezza, ignoto a tutti, ai vicini e ai lontani. Anche se a lunga scadenza, l’impotenza di un Dio che ama avrà l’ultima parola, perché l’ultima parola è Amore.

Luca vuole ricordare l’insuccesso con cui si apre questo ultimo viaggio di Gesù. Il primo viaggio era cominciato con il rifiuto dei galilei, suoi compaesani di Nazaret (4,30), questo con l’ostilità e la mancanza di ospitalità da parte dei samaritani. Questi due fatti anticipano il rifiuto finale degli ebrei di Gerusalemme.

La reazione degli apostoli rispecchia una mentalità bellicosa che Gesù contraddice senza lasciare la ben che minima possibilità di fraintendimenti o di eccezioni. I samaritani respingono il suo invito, ma egli non respinge i samaritani e tanto meno si vendicherà di loro. Egli combatte in modo energico l’opinione dei suoi discepoli che si ostinano a pensare al Messia potente, sempre vittorioso e imbattibile, che dispone di fuoco e fulmini per distruggere tutto e tutti.

Un tale modo di pensare è proprio di satana, che aveva invitato Gesù a ricorrere ai prodigi per imporre la sua credibilità (cfr Lc 4,1-13). Ma egli non ha assecondato l’istigazione del demonio allora, né asseconda quella dei discepoli ora, perché provengono ambedue dalla stessa matrice, quella di imporre il bene con la forza, che è sempre una forma di violenza. Un sistema missionario che Gesù non adotta e non approva, ma che affiorerà di frequente nel corso dei secoli. Il vangelo è una proposta che deve farsi strada da sé, con la forza del suo contenuto, e non con imposizioni esterne fisiche o morali.

Il tale del v. 57 è una persona indeterminata che rappresenta chiunque voglia seguire Gesù che sta camminando verso Gerusalemme per compiere il suo esodo (vv. 31-51). Ha capito che il senso della vita è seguire Gesù. Ma seguire Gesù non è una pretesa umana.

L’uomo pone la sua sicurezza nei beni materiali necessari per vivere. L’uomo religioso invece pone la propria sicurezza in Dio e fa dipendere da lui la sua sussistenza.

Gesù è nato povero, è vissuto ancora più povero ed è morto poverissimo sulla croce. L’apostolo Paolo ha scritto: "Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" (2Cor 8,9).

Il chiamato del v. 59 non mette in questione la chiamata, ma chiede solo una proroga nel tempo. Chiede di fare "prima" la sua volontà e poi quella di Dio. Gesù aveva insegnato: "cercate prima il regno di Dio" (Mt 6,33). Diversamente c’è sempre qualcos’altro prima del Signore e il Signore non è più il Signore.

Seppellire il padre è un dovere di pietà filiale (Es 20,12; Lv 19,3). Ma anche un dovere, posto come prioritario, allontana dal regno di Dio. E’ il dramma della fede di Abramo: prima l’amore per il figlio promesso da Dio o l’amore per il Dio che l’ha promesso? Prima il dono o il Donatore?

Anche Gesù, pur sottomesso a Giuseppe e a Maria che angosciati lo cercano, antepone a loro la necessità di occuparsi delle cose del Padre (Lc 2, 48-49). La scelta è difficile e dura e vorremmo che Dio seguisse la nostra volontà. Ciò che occupa il primo posto nel nostro tempo e nei nostri programmi è l’oggetto principale del nostro amore, è il nostro Dio. Per questo tale, il padre morto era più importante del Dio vivo.

Il discepolo del v. 61 assomma le difficoltà dei primi due. E’ lui che si propone ed è lui che pone la priorità. Questo fatto richiama la vocazione di Eliseo da parte di Elia che concesse al discepolo di congedarsi dai suoi (1Re 1919ss). Ma ora qui c’è ben più di Elia (cfr Lc 11,31-32): c’è il Figlio che va ascoltato (v. 35). La sua presenza esige obbedienza immediata.

La risposta di Gesù parte ancora da un’immagine suggerita dalla vocazione di Eliseo, chiamato mentre stava arando con dodici paia di buoi: egli brucerà il suo aratro e sacrificherà i suoi buoi per un’altra semina: quella della parola di Dio.

Volgersi indietro è l’atteggiamento del rimpianto, dell’esitazione. La scelta per Cristo esige una frattura con il passato. Chi ara e guarda indietro per continuare diritto il solco già tracciato, non è adatto per il regno di Dio. L’obbedienza a Gesù esige che lasciamo il solco tracciato fino a quel momento. Chi è attaccato a cose, a persone o al proprio io, e cerca altre sicurezze che non siano l’obbedienza alla Parola (v. 35), è decisamente messo male per il regno di Dio.

Solo chi supera queste tre tentazioni verrà inviato (Lc 10,1ss), vincerà satana (Lc 10,17ss), sarà depositario della rivelazione del Figlio di Dio ed entrerà nel suo stesso rapporto d’amore col Padre (Lc 10,21ss).

La radice comune di tutte le tentazioni è l’attaccamento al proprio io. Chi supera questa tentazione ha superato anche tutte le altre. Per questo Gesù ha detto: "Se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso" (Lc 9,23). De.it.press

 

 

 

 

Domenica 27. XIII del tempo ordinario. L’invito a “bruciare” il passato

 

L’immagine più usata nella Torah per esprimere l’intervento di Dio è il fuoco. “Dio è un fuoco divorante” – dice Mosè al popolo (Dt 4,24); sul Sinai “il Signore era sceso nel fuoco” (Es 19,18); “davanti a lui cammina il fuoco” (Sal 97,3); la sua parola “è come il fuoco” (Ger 5,14). Ricorre spesso nella Bibbia la locuzione un fuoco uscì dal cospetto del Signore (Nm 16,35) per indicare la purificazione operata dal suo intervento. Dove egli giunge avviene una trasformazione radicale, nulla rimane più come prima.

E’ quanto accade ad ogni uomo, quando nella sua vita entra il Signore: viene bruciato un passato. Viene annientato tutto ciò che è incompatibile con la presenza e la santità di Dio: comportamenti, stili di vita, convinzioni, abitudini, legami, situazioni che vanno chiuse…

Eliseo dà alle fiamme gli attrezzi per arare, simbolo della professione che aveva svolto fino a quel momento, ed entra deciso nella nuova vita alla quale Elia lo ha chiamato.

Gli apostoli, invitati da Gesù a seguirlo, abbandonano le reti e Levi lascia tutto (Lc 5,27). A chi vuole essere suo discepolo, il Signore chiede di “vendere tutto ciò che ha” e di iniziare con lui un nuovo cammino (Lc 18,22), e non ammette tentennamenti, indecisioni, ripensamenti.

Gesù è venuto a portare il fuoco sulla terra (Lc 12,49): ci vuole una gran fede per permettergli di introdurlo nel recinto della nostra vita. Temiamo che consumi tante nostre sicurezze, tante realtà in cui, forse per anni, abbiamo riposto la nostra fiducia e le nostre speranze, che bruci tutto ciò che, fino a quel momento, ha dato senso alla nostra vita.

 

Prima Lettura (1 Re 19,16b.19-21)

 

In quei giorni, disse il Signore ad Elia: 16 “Ungerai Ieu, figlio di Nimsi, come re di Israele e ungerai Eliseo figlio di Safàt, di Abel-Mecola, come profeta al tuo posto”.

19 Partito di lì, Elia incontrò Eliseo figlio di Safàt. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il decimosecondo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. 20 Quegli lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”. Elia disse: “Va’ e torna, perché sai bene che cosa ho fatto di te”.

21 Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con gli attrezzi per arare ne fece cuocere la carne e la diede alla gente, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio.

 

Elia, il profeta “simile al fuoco”, la cui parola “bruciava come fiaccola” (Sir 48,1) vive in tempi di grande benessere economico, ma anche di preoccupante corruzione religiosa e morale. Il re Acab si è sposato con una principessa straniera tanto bella quanto perfida che ha portato in Israele il culto dei suoi dèi.

Gli adoratori del Signore vengono perseguitati ed anche Elia è costretto a fuggire.

E’ in questa situazione difficile per i credenti che è ambientato l’episodio narrato nella lettura di oggi. Elia, ormai vecchio e stanco, ha bisogno di qualcuno che prenda il suo posto e Dio gli indica chi sarà il suo successore: è Eliseo, figlio di Safat, un ricco proprietario terriero (v.16).

Un giorno, mentre questi si trova nei campi intento nel faticoso lavoro dell’aratura, Elia gli si avvicina, prende il proprio mantello e glielo lancia addosso, senza dire una parola, poi continua per la sua strada; non si gira nemmeno per controllare la reazione di Eliseo. Perché si comporta in questo modo?

In quel tempo, il mantello era considerato parte della persona che lo indossava. Si riteneva che in esso fossero concentrati la forza ed i poteri straordinari del suo proprietario. Con il mantello di Elia, infatti, Eliseo compirà in seguito gesti prodigiosi, simili a quelli del maestro (2 Re 2,14).

Come risponde Eliseo alla chiamata? Corre dietro a Elia e gli chiede il permesso di dare l’addio ai suoi genitori. Elia glielo concede: “Va’, ma poi torna!” (v.20).

Giunto a casa, Eliseo uccide due buoi, brucia gli attrezzi della sua antica professione e, su questo fuoco, arrostisce la carne che distribuisce a tutti i presenti (v.21). Questo suo gesto è significativo. Indica che egli è deciso ad abbandonare tutto, che ha rinunciato definitivamente alla vita del ricco agricoltore e ha abbracciato una nuova professione: quella di profeta al seguito di Elia.

La chiamata di Eliseo è un modello di ogni vocazione: anzitutto di quella alla vita cristiana e poi della chiamata a svolgere un ministero all’interno della propria comunità.

La risposta di Eliseo mostra che chi è chiamato non è una persona oziosa. Ha una sua professione, è in grado di provvedere a sé ed alla propria famiglia.

Nessun tipo di vocazione cristiana è compatibile con la poca voglia di lavorare.

Non si svolge un ministero all’interno della comunità perché non si è capaci di fare altro o per ottenerne qualche vantaggio. Chi si impegna al servizio dei fratelli non si deve illudere, non otterrà favori o privilegi, lo attendono solo sacrifici e rinunce.

 

Seconda Lettura (Gal 5,1.13-18)

 

1 Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.

13 Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. 14 Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. 15 Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!

16 Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; 17 la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.

18 Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge.

 

“Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi... non lasciatevi dunque imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (v.1). Con questa esortazione inizia la lettura.

I galati hanno abbracciato con entusiasmo il Vangelo, ma, ingenui come sono, si sono poi lasciati abbindolare da alcuni fanatici che sono venuti a predicare la necessità di tornare all’osservanza di quelle disposizioni e pratiche esteriori imposte dall’antica legge. Paolo si preoccupa perché la fedeltà alle tradizioni farisaiche finisce per far dimenticare l’unico comandamento che conta per un cristiano: l’amore al fratello, comandamento che è la sintesi di tutta la legge (vv.13-14).

I Galati, infatti, si mordono e si divorano a vicenda, si dilaniano al punto che c’è il rischio che si distruggano gli uni con gli altri (v.15).

Ma essere liberi vuol dire che ognuno può fare ciò che vuole? No – risponde Paolo – la libertà non deve divenire un pretesto per vivere secondo la carne (v.13). Ma allora che significa?

Chi crede nel Dio sovrano severo, rigoroso, esigente che impone ai sudditi le sue leggi, non è libero, ma schiavo, vive nell’ansia, nell’angoscia, nel panico di venire punito ad ogni piccola mancanza.

Pur di ricevere uno stipendio, il servo può anche accettare, di malavoglia, di sottomettersi ad un padrone così, ma una sposa non accetterebbe mai di rapportarsi in questo modo con il suo sposo.

La Bibbia ci dice che il rapporto con Dio non è quello del servo che obbedisce a un padrone, ma quello della sposa che segue come unica norma il suo slancio d’amore per lo sposo.

Nell’ultima parte della lettura (vv.16-18) Paolo introduce l’opposizione fra carne e Spirito. Con la parola “carne” egli non intende la concupiscenza sessuale, ma tutte le forze che portano al male. La legge dell’AT non liberava da queste forze negative e quindi lasciava l’uomo irrimediabilmente schiavo del peccato, serviva solo a renderlo cosciente della condizione disperata in cui si trovava.

Ora – dice Paolo – l’uomo ha ricevuto lo Spirito, cioè la forza divina che sottrae al potere del male. Chi si lascia guidare da questo Spirito vive libero, compie il bene senza bisogno di alcuna legge.

 

Vangelo (Lc 9,51-62)

 

51 Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme 52 e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui. 53 Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme. 54 Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. 55 Ma Gesù si voltò e li rimproverò. 56 E si avviarono verso un altro villaggio.

57 Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. 58 Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. 59 A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre”. 60 Gesù replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio”.

61 Un altro disse: “Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa”. 62 Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”.

 

Se un amico ci chiede di seguirlo, subito gli chiediamo: “Dove vai?”. Gesù ha indicato ai discepoli, con tutta chiarezza, qual è la meta del viaggio: va a Gerusalemme per donare la sua vita. Il brano di oggi presenta prima la partenza (v.51), poi la mancata accoglienza da parte dei Samaritani (vv.52-56), infine, in rapida successione, tre episodi di vocazione (vv.57‑62).

I fatti probabilmente non si sono svolti nell’ordine in cui sono raccontati (una serie di tre vocazioni come quelle descritte è piuttosto improbabile). E’ Luca che accosta questi episodi perché gli servono per introdurre la seconda parte del suo Vangelo: quella del lungo viaggio che porterà Gesù a Gerusalemme.

Per comprendere questo testo ricordiamo che l’adesione a Cristo è presentata nei Vangeli con l’immagine del cammino al seguito del Maestro. Credere significa percorrere con lui la stessa strada. Negli Atti degli Apostoli questa immagine verrà ripresa con il termine via: Paolo perseguita “coloro che sono della via” (At 9,2); ad Efeso, alcuni si rifiutano di credere “dicendo male della via” (At 19,9); nella stessa città scoppia “un tumulto non piccolo contro la via” (At 19,23); il procuratore Felice conosce molto bene “le cose riguardanti la via” (At 24,22)...

Questi episodi servono a Luca per dare una risposta agli interrogativi che si pongono i cristiani delle sue comunità: come devono reagire nei confronti di chi ostacola il loro “cammino”, di chi si oppone alla “via”? A chi chiede di unirsi a loro “lungo la via” devono dire subito con chiarezza quali sono le condizioni o è meglio ammorbidire, attenuare un po’ le esigenze della vita cristiana?

 

Cominciamo dalla partenza (v.51). Luca introduce la decisione risoluta di Gesù di andare a Gerusalemme dicendo che egli “fece il volto duro”. E’ un’espressione forte, presa dall’AT. Il profeta Isaia la pone sulla bocca del Servo del Signore che dichiara così la sua determinazione nel portare a compimento la sua missione: “Rendo la mia faccia dura come pietra” (Is 50,7). Come questo Servo, Gesù è dunque deciso ad affrontare il destino di sofferenza, di umiliazione e di morte che lo attende. Non va alla ricerca del dolore, ma sa che il sacrificio è il passaggio obbligato per raggiungere la meta: la manifestazione, attraverso la croce, dell’amore del Padre per l’uomo (Lc 24,26).

Non si fa a cuor leggero una scelta simile, è necessario assumere un volto duro. Finché ci si ferma alle velleità, ai pii desideri, alle buone intenzioni, finché si riduce la fede in Cristo all’adempimento di alcune pratiche religiose non c’è bisogno di fare il volto duro. Ma quando si accetta la sua proposta di vita bisogna avere il coraggio di fare scelte decise e radicali. Chi non ha la forza di fare violenza a se stesso, rimarrà un ammiratore di Gesù, ma non diverrà un suo discepolo.

 

Il viaggio verso Gerusalemme inizia ed ecco che il gruppo incontra qualcuno che intralcia il cammino.

L’opposizione dei Samaritani rappresenta l’ostilità che le comunità cristiane di ogni tempo devono affrontare.

Nel mondo c’è sempre qualcuno che si frappone lungo la via. Sono molti coloro che preferiscono seguire princìpi diversi da quelli del Vangelo. Quale comportamento assumere nei loro confronti?

La reazione sconsiderata di Giacomo e Giovanni indica ciò che non si deve fare.

Essi si ricordano che il profeta Elia ha fatto piovere il fuoco dal cielo sugli empi del suo tempo (2 Re 1,10-14) e sono convinti che si debba fare altrettanto contro chi si oppone al Vangelo. Anche il Battista ha minacciato il fuoco (Lc 3,9.17). Per questo sentono che è giunto il momento di ricorrere alle maniere forti e chiedono al Maestro: “Signore vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Gesù si volta e li rimprovera severamente. Hanno avanzato una proposta folle (vv.52-56).

Il discepolo non è chiamato a lottare contro nessuno, non ha ricevuto l’incombenza di scatenare guerre sante, bandire crociate contro gli infedeli o accendere roghi, ma è chiamato a seguire il Maestro. Il tempo del fanatismo – che compare tanto spesso nell’AT – è finito. L’unico fuoco che scende dal cielo è quello dello Spirito che trasforma i cuori degli uomini. Questo è il fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra (Lc 12,49).

I cristiani non possono reagire con l’aggressività, ma solo con l’amore. Se qualcuno li attacca usando la menzogna, l’inganno, la violenza, non possono che rispondere invocando su di lui le benedizioni di Dio.

A causa del loro atteggiamento bellicoso, i fratelli Giacomo e Giovanni hanno ricevuto da Gesù il nomignolo poco simpatico di figli del tuono (Mc 3,17). Un soprannome che oggi devono sentire come rivolto a loro i cristiani fanatici, integralisti, intolleranti, poco rispettosi di chi la pensa in modo diverso da loro.

 

Dopo questo primo incidente, il viaggio continua ed il Vangelo introduce uno sconosciuto che si avvicina a Gesù e afferma di volerlo seguire ovunque (vv.57-58).

La risposta del Maestro sembra destinata a scoraggiare più che a convincere l’aspirante discepolo.

Chi vuole andare con lui – dice Gesù – non deve sognare una vita comoda: sarà come un viandante che non ha fissa dimora. Dovrà essere disposto a passare la notte sotto le stelle oppure accontentarsi dell’ospitalità che gli viene offerta, anche se si tratta di una sistemazione di fortuna, povera e provvisoria.

Vista questa prospettiva poco allettante annunciata dal Maestro, è difficile capire come possano esserci persone che abbracciano la fede o accettano di svolgere qualche servizio alla comunità al fine di ottenere vantaggi, privilegi, titoli onorifici.

Per strada Gesù incontra un altro tizio e lo invita a seguirlo (vv.59-60). Questi si dice disposto, ma chiede di seppellire prima i genitori. Gesù gli risponde: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annuncia il regno di Dio!”.

Per un giudeo questa è la risposta più scandalosa, più provocatoria, più empia che gli si possa dare. In Israele il dovere più sacro per un figlio è quello di seppellire i propri genitori e, per adempierlo – dicevano i rabbini – si era dispensati da qualunque precetto della legge, perfino da quello del sabato. Il sommo sacerdote – al quale era vietato entrare in un cimitero o anche solo avvicinarsi ad un cadavere – era tenuto ad accompagnare al sepolcro i propri genitori.

Sarebbe insensato prendere alla lettera queste parole di Gesù, ma lo sarebbe altrettanto sminuirne la carica provocatoria.

Ciò che il Maestro intende dire – servendosi di un’immagine indubbiamente paradossale – è che nulla, nemmeno i sentimenti più sacri, come quelli che legano i figli ai genitori, possono frapporsi e impedire la decisione di seguirlo.

Il padre, per i semiti, indica il legame con la tradizione, con il passato, con le consuetudini degli antichi, con l’ambiente culturale in cui si vive. Luca vuole che i cristiani delle sue comunità si rendano conto che la scelta di aderire al Maestro non è dilazionabile, non può essere procrastinata nell’attesa del momento (che non giungerà mai) in cui non si ferirà la sensibilità di un familiare, non si scontenterà un amico, non si urteranno le convinzioni di un collega, non si metteranno in discussione le abitudini di una persona cara.

Lo Spirito esige una disponibilità immediata a rinunciare al vecchio e a convertirsi al nuovo. Non è acqua stagnante, ma acqua viva, cristallina, “che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,13-15), è vento impetuoso “che soffia dove vuole” (Gv 3,8). Chi è animato da questo Spirito guarda con simpatia al nuovo perché è lui che “rinnova la faccia della terra” (Sal 104,30). La fedeltà ai suoi impulsi crea tensioni fra il discepolo e coloro che rimangono caparbiamente aggrappati al passato. Fra costoro ci possono essere anche familiari e amici ai quali si è molto legati. Gesù non accetta tentennamenti. Qualunque laccio che blocca e impedisce di seguirlo è una catena che rende schiavi e va spezzata senza paura.

Un terzo uomo si presenta a Gesù (vv.61-62). E’ facile notare il contrasto fra l’imperativo presente con cui è formulato il precedente invito: “Seguimi” (v.59) e il futuro usato da questo aspirante discepolo: “Ti seguirò, ma...”. Quest’uomo è disposto a seguire Gesù, ma vuole andare prima a dire addio ai suoi familiari, esattamente come ha fatto Eliseo. Non pare stia chiedendo troppo. Eppure Gesù non permette neppure questo. Non ci possono essere dilazioni, incertezze, non sono ammessi i se e i ma, nulla può giustificare un ritardo.

Gesù non si meraviglia che ci sia chi lo rifiuta, anzi, esige sommo rispetto per chi non lo accoglie, ma non accetta di essere messo al secondo posto da chi sceglie di seguirlo.

Naturalmente, anche queste parole di Gesù non vanno prese alla lettera, altrimenti sarebbero in contraddizione con ciò che egli ha insegnato altrove. Ha raccomandato l’osservanza del comandamento che impone di amare ed aiutare i genitori (Mt 15,3‑9) ed ha partecipato alla grande festa di addio alla famiglia ed agli amici offerta da Matteo (Mt 9,9-13). Ma ci sono delle priorità. Tutti gli affetti sono secondari quando c’è da seguire la volontà del Padre e Gesù ne ha dato l’esempio quando, adolescente, ha risposto alla madre: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49).

La missione affidata ai discepoli è molto più urgente e più importante di quella di Eliseo.

L’intera creazione attende con ansia che appaia e si realizzi il regno di Dio. E’ impaziente. Tutti gli istanti sono preziosi.

Anche questo terzo esempio di vocazione serve a Luca per inviare un messaggio alle sue comunità: non possono perdere tempo in pettegolezzi, discussioni inutili, dibattiti su questioni banali, mentre il mondo ha urgente bisogno dell’annuncio del Vangelo. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

 

Un'identità aperta. Conferenze episcopali d'Europa su crocifisso e Corte di Strasburgo

 

È segno di speranza e di conforto, è segno di vita e messaggio di bene, per tutti, senza distinzione. Le braccia spalancate del Crocifisso sono pronte ad accogliere tutti. Esporre la croce nelle scuole e nei luoghi pubblici fa bene a tutti. Fa bene alla nostra identità e, nello stesso tempo, fa bene al dialogo, qui in Europa. Molte Conferenze episcopali europee sono tornate sulla questione dell'esposizione di simboli religiosi cristiani nell'imminenza dell'udienza delle parti che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha fissato per il 30 giugno. La sentenza, come è noto, sarà in tempi successivi.

Tutti i documenti delle Conferenze episcopali partono dal valore della libertà religiosa, giustamente negando che possa essere messa in discussione dall'esposizione dei crocifissi, che anzi la dovrebbe garantire. Si tratta di testi brevi ed estremamente rispettosi, che sottolineano il principio di sussidiarietà, la valorizzazione cioè e il rispetto delle diverse realtà nazionali, delle "tradizioni millenarie di ciascun popolo e di ciascuna nazione".

L'assise di Strasburgo deve decidere in seconda istanza e si tratta di una questione rilevante, ben oltre il caso specifico oggetto di ricorso. Investe infatti il tema cruciale, troppe volte eluso dal dibattito politico e culturale continentale, del rapporto delle istanze europee, in questo caso il Consiglio d'Europa, dei singoli Stati e poi in concreto dei diversi popoli, con la propria identità e con il proprio futuro. Vogliamo un avvenire spoglio e falsamente asettico, in cui tutti siano soli con se stessi, oppure vogliamo continuare liberamente ad esprimere "una tradizione che tutti conoscono e riconoscono nel suo alto valore spirituale"? Qualcuno crede davvero oggi, qui, nella nostra realtà iper-garantista dal punto di vista formale, ma spesso vuota di significato, che la presenza di simboli religiosi e in particolare della croce, si possa tradurre in una imposizione, che abbia valore di esclusione?

Il passaggio è delicato ed è tempo di responsabilità e insieme di coraggio e di lungimiranza. Con tutta probabilità il vuoto (anche) di simboli religiosi, invece che far crescere tolleranza, rispetto, pluralismo, rischia di alimentare una percezione di solitudine, di vuoto, di assenza di riferimenti e dunque in prospettiva di conflittualità e violenza. Sono le aporìe della secolarizzazione, che in positivo richiede da tutti gli attori sociali un di più di spinta e di deposito di significato.

Ecco allora che il crocifisso ritorna. Attenzione: non è il segno di un passato che si ostina a restare aggrappato alle magnifiche sorti e progressive di un presente inevitabilmente moderno. È invece un riferimento per poter guardare avanti, progettare, costruire, avendo presente solidi riferimenti.

È questo l'esercizio morale e culturale che in Europa è sempre più urgente, cui il Papa ha dato il nome di "questione educativa". Il crocifisso, ribadiscono i vescovi, rappresenta "un'identità aperta al dialogo con ogni uomo di buona volontà". Per poter parlare francamente di nuovi orizzonti di sviluppo civile. Sir EU

 

 

 

 

Meeting a Mainz dei giovani delle Missioni italiane in Germania

 

Mainz - Si è tenuto a Mainz, nel week end appena trascorso, nei locali del Willigis-Gymnasium un meeting per giovani oltre i 16 anni dal tema: “Maestro buono cosa devo fare?”.

L’incontro è stato promosso dalla delegazione delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia ed ha avuto lo scopo di far incontrare insieme ragazzi e ragazze impegnati anche dal punto di vista religioso nella Comunità di altra madrelingua.

La due giorni ha previsto l’accoglienza e la presentazione di vari gruppi e uno spettacolo musicale su S. Francesco dal titolo “I Fioretti” promosso da un gruppo tedesco e italiano di Ludwigshafen-Oggersheim. Nella mattinata di domenica ci sono state le testimonianze di giovani che hanno fatto una particolare esperienza di fede e aiuto agli altri in Europa e in Sud America. Il meeting si è concluso con la celebrazione della S. Messa. Grtv

 

 

 

 

Per una sana democrazia. L'alleanza tra fede e ragione

 

La ragione moderna e la fede non sono incompatibili, anzi: "La fede consolida, integra e illumina il patrimonio di verità che la ragione umana acquisisce". Le catechesi del mercoledì contengono momenti squisiti di approfondimento e dopo la patristica, il Papa sta affrontando i grandi protagonisti della teologia. San Tommaso offre a Benedetto XVI l'occasione per ritornare su uno dei punti qualificanti del pontificato e del suo magistero, che è bene rilanciare.

"Tommaso - afferma il Papa - ci propone un concetto della ragione umana largo e fiducioso: largo perché non è limitato agli spazi della cosiddetta ragione empirico-scientifica; e fiducioso perché la ragione umana, soprattutto se accoglie le ispirazioni della fede cristiana, è promotrice di una civiltà che riconosce la dignità della persona, l'intangibilità dei suoi diritti e la cogenza dei suoi doveri".

Del resto "la dottrina circa la dignità della persona, fondamentale per il riconoscimento dell'inviolabilità dei diritti dell'uomo", è maturata proprio raccogliendo l'eredità di san Tommaso.

Siamo alle radici della civiltà giuridica e politica occidentale, cui Benedetto XVI guarda non tacendo gli elementi di preoccupazione. Infatti il rischio è la contraddizione, che finisce col minare le fondamenta: "La difesa dei diritti universali dell'uomo e l'affermazione del valore assoluto della dignità della persona postulano un fondamento". Per il Papa, riprendendo san Tommaso, è il riferimento alla legge naturale, "con i valori non negoziabili che essa indica".

Il punto resta non rassegnarsi ad una deriva di frammentazione: "Quando la legge naturale e la responsabilità che essa implica sono negate, si apre drammaticamente la via al relativismo etico sul piano individuale e al totalitarismo dello Stato sul piano politico". La consapevolezza delle derive e dei pericoli non chiama alla contrapposizione né ad improbabili ipotesi di "restaurazione". Invita piuttosto alla proposta, che il Papa rilancia riprendendo il suo predecessore: "Urge dunque, per l'avvenire della società e lo sviluppo di una sana democrazia, riscoprire l'esistenza di valori umani e morali essenziali e nativi, che scaturiscono dalla verità stessa dell'essere umano, ed esprimono e tutelano la dignità della persona: valori, pertanto, che nessun individuo, nessuna maggioranza e nessuno Stato potranno mai creare, modificare o distruggere, ma dovranno solo riconoscere, rispettare e promuovere".

È l'idea di una laicità positiva, che armoniosamente permetta, nel rispetto degli ambiti, il pieno dispiegarsi di questa alleanza tra fede e ragione, all'origine di un così importante dinamismo di civiltà. La presenza dei simboli cristiani in Europa, oggi che siamo alla vigilia della riunione della Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell'uomo che dovrà riesaminare la sentenza pronunciata da una Camera della stessa Corte di Strasburgo il 3 novembre 2009, contraria alla esposizione del crocifisso nelle scuole pubbliche italiane, dimostra e testimonia questa storia e la sua fecondità di bene, proiettandola serenamente verso il futuro. FRANCESCO BONINI

 

 

 

 

Pomigliano. Ripagare la fiducia. Il vescovo di Nola, Caritas, Acli e Regione sul dopo referendum

 

2.888 sì; 1.673 no; 20 schede bianche; 59 nulle: questo l’esito finale sul referendum relativo all’ipotesi d’accordo tra sindacati metalmeccanici (esclusa la Fiom) e Fiat per lo stabilimento di Pomigliano. La percentuale del consenso corrisponde a più del 60% dei votanti. In una nota ufficiale dell’azienda, resa nota mercoledì 23 giugno, si legge che la Fiat “ha preso atto della impossibilità di trovare condivisione da parte di chi sta ostacolando, con argomentazioni dal nostro punto di vista pretestuose, il piano per il rilancio di Pomigliano”. L'azienda “apprezza il comportamento delle organizzazioni sindacali e dei lavoratori che hanno compreso e condiviso l'impegno e il significato dell'iniziativa di Fiat Group Automobiles per dare prospettive allo stabilimento Giambattista Vico di Pomigliano”, per cui “lavorerà con le parti sindacali che si sono assunte la responsabilità dell'accordo al fine di individuare e attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie per la realizzazione di progetti futuri”.

 

Ripagare la fiducia. “Ora è obbligo morale del management Fiat non fare un solo passo indietro, non fare leva in modo strumentale sui ‘no’ emersi dalla consultazione, e portare a Pomigliano, come promesso, la nuova Panda, investendo in modo massiccio per il rilancio duraturo e stabile dello stabilimento”. Lo scrive il vescovo di Nola, mons. Beniamino Depalma, in una lettera aperta ai lavoratori della Fiat di Pomigliano, dopo il referendum. “Eravate chiamati ad una scelta difficile – ammette il presule, rivolgendosi ai lavoratori -, dalla quale dipendeva il futuro dello stabilimento Giambattista Vico. Avevate tra le mani non solo il vostro destino personale, ma anche quello dei vostri 5mila colleghi e di oltre 10mila persone dell’indotto regionale”. Accettando il piano, sostiene il vescovo, “avete dimostrato coraggio, serietà e senso di responsabilità. Avete dimostrato che il Meridione, lungi da ogni stereotipo, ha sete di lavoro”. Perciò, “ora tocca al management Fiat mettere in campo lo stesso coraggio, la stessa serietà, lo stesso senso di responsabilità”. Anzi, per il vescovo, “proprio la fiducia concessa da operai e impiegati all’impresa deve essere ripagata dalla stessa con una grande e scrupolosa attenzione al futuro produttivo, ai diritti civili e alle condizioni di lavoro”. Anche i sindacati “accolgano questo risultato come un richiamo dei lavoratori ad essere uniti, ad ascoltare le reali esigenze di coloro che rappresentano”. Rivolgendosi ai manager Fiat, il vescovo dice: “Ecco la gente del Sud, ecco la gente che fa la storia caricandosi la propria croce sulle spalle. Non traditela, questa gente. Per amore del Cielo, non traditela.

 

Il lavoro è prioritario. “L’auspicio è che non sia mortificato questo serbatoio occupazionale notevole per la Campania che è lo stabilimento Fiat di Pomigliano, ma allo stesso tempo che non siano mortificati i diritti dei lavoratori”. È l’opinione di don Carmine Giudici, responsabile uscente della Delegazione Caritas Campania. Quello che conta “è che ora si trovi una soluzione e Pomigliano non chiuda. I sentimenti sono contrastanti: l’impressione è che le condizioni proposte dall’azienda un po’ mortifichino i lavoratori, ma in questi casi vale il principio del male minore e sicuramente la salvaguardia del lavoro, soprattutto nell’attuale contingenza, è prioritaria”.

 

Tutti responsabili. “Adesso più che mai sono necessari una presa di consapevolezza e di responsabilizzazione da parte di tutti e un tavolo di concertazione”. Ad affermarlo è Eleonora Cavallaro, presidente delle Acli Campania, secondo la quale “deve essere chiaro a tutti l’obiettivo: Pomigliano non deve chiudere, il che è possibile con una ripresa strategica delle politiche industriali non solo campane, ma meridionali, italiane ed europee”. Anche se non c’è stato un plebiscito per i sì, “i posti di lavoro a Pomigliano non possono essere persi, nessuno può arrogarsi il diritto di mettere la parola fine”. L’augurio che fa Cavallaro è che “la Fiat molto responsabilmente mantenga le promesse fatte di investire 700 milioni nello stabilimento di Pomigliano”. È necessario anche che “ci sia una ripresa di dialogo tra tutte le parti sindacali e la capacità di coinvolgere tutti i lavoratori in un progetto comune”. È auspicabile, per la presidente delle Acli campane, “un sistema di democrazia partecipativa all’interno dell’azienda e, in questo senso, Pomigliano potrebbe diventare un progetto pilota per altre aziende, sviluppando un dialogo continuo tra azienda, sindacati e lavoratori”. “Se si riesce a capire che l’azienda è una proprietà di tutti – afferma Cavallaro - insieme si concorre per il risultato finale”. E la Regione è pronta a fare la sua parte, come assicura il presidente della Giunta, Stefano Caldoro: “La Regione Campania sarà in campo con tutti gli strumenti amministrativi e legislativi per sostenere il rilancio dell’impianto di Pomigliano secondo l’accordo sottoscritto fra la Fiat e le organizzazioni sindacali, che si è rafforzato con l’esito del referendum”. “Sono certo che l’azienda troverà nel senso di responsabilità dimostrato dai lavoratori un ulteriore stimolo per favorire gli investimenti nella nostra Regione”, conclude il presidente.

 sir

 

 

 

 

La fede è viva: il patriarca Naguib parla dell'"Instrumentum Laboris"

 

Si è aperta il 21 giugno (fino al 25), a Roma, l'83ª assemblea della Roaco, Riunione delle opere di aiuto alle Chiese orientali, interamente dedicata al Sinodo speciale per il Medio Oriente (10-24 ottobre 2010). "Le agenzie di aiuto cattoliche di tutto il mondo - si legge in una nota vaticana - presteranno attenzione alle esigenze dei cristiani presenti in quel territorio nella prospettiva dell''Instrumentum laboris' consegnato da Benedetto XVI nella sua visita a Cipro. Si spera che l'attenzione che il Sinodo attirerà sulla situazione dei cristiani in Medio Oriente, porterà loro frutti di generosità e di sensibilizzazione". Delle prospettive tracciate dall'"Instrumentum Laboris" il SIR ha parlato con il relatore generale del Sinodo, Antonios Naguib, patriarca di Alessandria dei Copti (Egitto).

 

Qual è lo "stato di salute" delle Chiese mediorientali che emerge dall'"Instrumentum Laboris"?

"Le nostre Chiese vivono un momento di grazia e di vitalità molto particolare. Le visite di Benedetto XVI in Terra Santa, gli incontri con i patriarchi, le riunioni con il segretariato generale, il viaggio a Cipro con la consegna dell''Instrumentum Laboris', hanno creato grande entusiasmo e attesa. Il documento ha incontrato molta soddisfazione. Adesso ogni Chiesa lo studierà per suggerire ai vescovi gli elementi per i loro interventi al Sinodo. C'è poi da dire che la Chiesa mediorientale presenta delle varietà e delle diversità. Basti pensare che nel Medio Oriente sono presenti 7 Chiese 'sui iuris', con a capo un patriarca, e alcune norme particolari definite nel proprio diritto particolare approvato da Roma. La vitalità delle nostre Chiese si ritrova nella fedeltà alla fede nonostante persecuzioni e difficoltà, nella presenza attiva e irradiante nonostante il piccolo numero, nella fecondità delle vocazioni sacerdotali e religiose, nell'apertura all'ecumenismo e al dialogo interreligioso, nell'impegno per il servizio dell'uomo senza distinzione, nel servizio dell'educazione e dell'insegnamento nelle numerose scuole e istituzioni educative, nella promozione della donna, nelle opere e nelle istituzioni di servizio sociale, e naturalmente nell'educazione religiosa dei nostri fedeli".

 

Non mancano, tuttavia, problemi che gettano delle ombre su questa vitalità…

"Quanto alle ombre, c'è il difficile contesto socio-politico-religioso con tutte le sue complicazioni, come l'insicurezza e i conflitti in alcuni Paesi come la Palestina, Israele e i Territori Palestinesi, così anche nell'Iraq. Gli altri Paesi non mancano di tensioni e di problemi che toccano tutti i cittadini, particolarmente i cristiani, come il lavoro, la libertà di coscienza cioè di cambiare religione, l'accesso a posti di lavoro. Devo dire però che in alcuni Paesi, come l'Egitto, si nota una maggior libertà di espressione. C'è poi il preoccupante fenomeno dell'emigrazione".

 

Che indicazioni offre il testo per rispondere a queste sfide?

"L''Instrumentum Laboris' incoraggia l'unica via di progresso, il dialogo basato sul rispetto reciproco, l'amore sincero, la collaborazione dove è possibile e l'impegno a partecipare al progresso del proprio Paese. È importante anche sostenere tutto ciò con la preghiera perché quest'azione è opera dello Spirito Santo. La Madonna ha un posto molto importante nelle nostre Chiese, e con l'Islam costituisce un punto notevole di incontro e di dialogo. C'è poi il compito di educare i nostri fedeli, fin dall'infanzia, ai valori evangelici e missionari. Sentiamo la necessità di consacrare più sforzi e mezzi per questo compito pastorale. Il documento raccomanda anche più comunione e collaborazione tra le varie Chiese cattoliche in ogni Paese e nella regione, per il coordinamento dell'attività pastorale nei campi comuni, come catechesi, pastorale giovanile e familiare, media, dialogo. Qualche cosa si fa già, urge rinforzare quest'orientamento".

 

Ravvede delle novità nel quadro delle Chiese descritto nell'"Instrumentum Laboris"?

"Penso che la grande novità sia la descrizione chiara e coraggiosa della situazione delle Chiese nei nostri Paesi, unita alla raccomandazione di rinnovare la liturgia e al suggerimento di un incontro periodico ogni 5 anni dei vescovi della regione. C'è poi la denuncia di proselitismo delle sètte evangeliche e l'ammissione dell'assenza della vita religiosa contemplativa nelle nostre Chiese al punto di incoraggiare questa forma di consacrazione".

 

L'"Instrumentum Laboris" mostra anche come nel suo Paese, l'Egitto, "la crescita dell'Islam politico, da una parte, e il disimpegno, in parte forzato, dei cristiani nei confronti della società civile, dall'altra, rendono la loro vita esposta a serie difficoltà". Che ne pensa?

"È una situazione che si incontra in vari Paesi della nostra regione. In Egitto ci sono due correnti: una aperta alla cittadinanza di tutti i cittadini senza distinzione, sostenuta da un numero rappresentativo di intellettuali. L'altra è maggioritaria e parteggia per uno Stato religioso islamico. Il governo sostiene l'attuale costituzione che stabilisce l'Islam quale religione dello Stato e la legge islamica come fonte principale della legislazione. Nello stesso tempo il regime vorrebbe favorire una più grande democrazia e uguaglianza tra tutti i cittadini ma le difficoltà non mancano".

DANIELE ROCCHI

 

 

 

 

 

Cristiani e musulmani. Insieme nell'educare. Il convegno di "Oasis" a Beirut

 

"Cristiani e musulmani, uniamo i nostri sforzi affinché non manchino uomini e donne che, attraverso il loro coraggio, la loro dolcezza e perseveranza siano in grado di purificare la loro memoria e il loro cuore per far sì che la saggezza umana si incontri con la saggezza di Dio". È l'esortazione del card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, intervenuto al convegno del comitato scientifico della Fondazione internazionale "Oasis", "L'educazione fra fede e cultura. Esperienze cristiane e musulmane a confronto", che si è chiuso il 21 giugno a Beirut. La Fondazione "Oasis" è stata istituita nel 2004 dal cardinale patriarca di Venezia Angelo Scola per promuovere la reciproca conoscenza tra cristiani e musulmani.

 

Educazione e religione. Osservando che di fronte alle due "crisi fondamentali" del nostro tempo, "la crisi dell'intelligenza" e "quella della trasmissione dei valori", si registra "un ritorno del religioso", il card. Tauran ha affermato che le religioni offrono un contributo specifico all'educazione. Esse danno "il gusto della vita interiore" e "la coscienza della propria identità", "favoriscono la pedagogia dell'incontro" e contribuiscono "a garantire il rispetto della persona umana e dei suoi diritti". Non "dovrebbe essere impossibile", ha sottolineato l'esponente della Santa Sede, che fin da ora i leader religiosi "cristiani e musulmani, uniti di fronte alla sfida dell'educazione", sensibilizzino "legislatori e insegnanti all'opportunità di proporre regole di comportamento". Regole quali il rispetto "verso chi cerca la verità di fronte all'enigma della persona umana; il senso critico che permette di scegliere tra il vero e il falso; l'insegnamento di una filosofia umanista che consente risposte umane alle domande sull'uomo, il mondo e Dio". Ma anche "l'apprezzamento e la diffusione delle grandi tradizioni culturali aperte alla trascendenza, che esprimono la nostra aspirazione alla libertà e alla verità". L'educazione nel senso più ampio del termine, ha concluso il card. Tauran, "non può trascurare la dimensione religiosa della persona umana".

 

Verità e libertà. L'educazione è "il migliore antidoto al fondamentalismo e alla violenza", ha detto il card. Angelo Scola aprendo i lavori. Parlare di educazione "in Libano - ha precisato il patriarca di Venezia - è un'opportunità straordinaria perché questo è un Paese che ha scelto di legare le proprie sorti al successo o al fallimento dell'impresa educativa". Secondo il porporato, "per educare occorre un'idea di uomo e soprattutto una pratica dell'humanum"; invece "l'idea di uomo implicita in buona parte della prassi educativa corrente" è "sempre più quella di un soggetto scisso" tra "oggettivismo razionale" e "soggettivismo emotivo". Ma l'educazione non è "addestramento all'uso di una ragione per giunta ridotta alla sua componente strumentale"; per questo occorre ritornare alla "paideia". Tuttavia, ha ammesso il card. Scola, non sempre le religioni "hanno saputo mantenersi al riparo dalla tentazione di immaginarsi portatrici di una verità 'talmente evidente' da rendere del tutto estrinseco e quindi superfluo l'assenso da parte della libertà dell'interlocutore". Da respingere, secondo il patriarca, sia "una libertà svincolata da ogni riferimento" al bene, sia ogni forma di fondamentalismo, "patologia dell'educazione, grave quanto la rinuncia a riconoscere l'obiettiva 'pretesa' della verità". Essa "può arrivare fino all'uso della violenza, nella quale lo spirito di parte lacera la comunità distruggendo il 'bene politico dell'essere insieme': quel bene sociale pratico sul quale il Libano ha scelto di scommettere la sua stessa esistenza". Di qui la proposta dell'educazione come "antidoto", a condizione che essa "sappia tenere insieme verità e libertà".

 

No al fondamentalismo, sì al dialogo. Il ministro libanese dell'informazione, Tareq Mitri, ha ricordato che da quest'anno il Libano ha deciso di fare del 25 marzo, festa cristiana dell'Annunciazione, una festa nazionale per rafforzare il dialogo fra cristiani e musulmani intorno alla devozione alla Vergine Maria. Il Libano, ha affermato, "riconosce il dialogo come uno strumento necessario di 'diplomazia preventiva'per garantire la pace, ma per durare nel tempo esso deve andare a fondo, ri-elaborare la propria esperienza". Lo sceicco Ridwan Al-Sayed ha invece illustrato la formazione degli ulema tra continuità e riforma, non nascondendo un certo pessimismo: "L'insegnamento islamico avviene ormai fuori dai luoghi istituzionali come le moschee, in spazi nuovi come quelli gestiti da predicatori mediatici via satellite. Così prevale tendenzialmente un islam chiuso, non necessariamente violento, ma ripiegato su di sé". Tutti i relatori musulmani, sunniti e sciiti, hanno condannato il fondamentalismo "che semina contrapposizioni e mette a repentaglio la coesistenza libanese", ed hanno evidenziato che la questione educativa costituisce "uno snodo cruciale per il futuro". Di fronte ai "limiti" dei "modelli passati" occorre tuttavia "trovare nuove modalità" per trasmettere la tradizione alle nuove generazioni provocate dalle sfide odierne.  GIOVANNA PASQUALIN TRAVERSA

 

 

 

 

 

Congresso eucaristico nazionale. Il pane condiviso. Dal 24 al 26 giugno le diocesi d'Italia ad Ancona

 

Si svolgerà ad Ancona, dal 24 al 26 giugno, il convegno nazionale dei delegati diocesani in vista del XXV Congresso eucaristico nazionale (Cen) che si terrà nel capoluogo delle Marche, dal 3 all'11 settembre del 2011, sul tema: "Signore da chi andremo? L'Eucaristia per la vita quotidiana". La tre giorni di lavori dei rappresentanti delle diocesi italiane si terrà presso l'auditorium dell'ente fiera di Ancona secondo un fitto programma che è stato illustrato alla stampa lo scorso 19 giugno alla presenza dell'arcivescovo di Ancona-Osimo, mons. Edoardo Menichelli. Il convegno dei delegati è importante anche per costruire quella rete di collegamento con tutte le diocesi italiane, che poi avrà il compito di favorire la presenza di quel mezzo milione di fedeli stimato per l'appuntamento conclusivo dell'anno prossimo. "Vogliamo far vedere che la celebrazione è comunionale - ha detto mons. Edoardo Menichelli - cioè vogliamo mostrare il volto della Chiesa italiana. Inoltre, dobbiamo spiegare ai presenti le due caratteristiche di questo Congresso rispetto agli altri celebrati fino ad oggi: la territorialità e la tematicità".

 

Territorialità e tematicità. Sono cinque le sedi diocesane del territorio della metropolia anconetana coinvolte per il grande evento ecclesiale del 2011: Ancona-Osimo, Jesi, Senigallia, Loreto e Fabriano. In ognuna verranno approfonditi i temi del Convegno di Verona del 2006: cittadinanza, lavoro e festa, tradizione, affettività, fragilità". E mons. Menichelli li ha ripercorsi in conferenza stampa, proponendoli alla luce dell'Eucaristia.

Affettività: "Sappiamo bene - ha detto l'arcivescovo - quanto l'utilizzo della parola amore sia scaduta nel banale. Oggi confondiamo i sentimenti con il piacere e con il consumo. L'Eucaristia ci dà il senso autentico per capire l'affettività che deve essere simile a quello che Cristo ha avuto per l'uomo".

Fragilità: "Al Congresso del 2011 - ha spiegato mons. Menichelli - verrà affrontata quella fisica e la disabilità che può essere sopportata seguendo l'esempio della Croce, che permette a chi non è malato, di riscoprire il valore della solidarietà. Come la Veronica che asciuga le lacrime o Giuseppe d'Arimatea che cede la sua tomba. Ma il medicamento dell'Eucaristia è anche una cura dalle dipendenze come la droga, l'alcool e anche Facebook, che spesso ruba il tempo di tanti giovani".

Lavoro e festa: "Abbiamo perso il significato della festa - ha affermato l'arcivescovo -. Oggi si parla di week-end che non è riposo ma spesso è tempo vuoto. Attraverso l'Eucaristia si può riscoprire il riposo produttivo e fecondo: lo stare in famiglia o con gli amici. Quando celebriamo l'Eucaristia ci riferiamo al pane, 'frutto del lavoro' che si impasta con la fatica dell'uomo. Come possiamo parlare di economia solidale se non siamo capaci di spezzare il pane con l'altro?".

Tradizione: "'Di generazione in generazione', dice la Bibbia - ha ricordato l'arcivescovo -. Ma oggi abbiamo quasi troncato le radici con le precedenti generazioni. Una volta la fede s'imparava a casa, ora è rimasta l'Eucaristia a guidarci: 'Fate questo in memoria di me'. La Chiesa deve saper rappresentare e incarnare Cristo".

Cittadinanza: "La cultura verbale odierna - ha concluso mons. Menichelli - è dissacratoria verso l'uomo. Perché dobbiamo apostrofare una persona come extra-comunitario? Siamo tutti alloggiati gratis in questa terra. Dietro alla cittadinanza c'è il discorso, per alcuni fastidioso, dell'accoglienza e del rispetto. E anche questo ce lo insegna l'Eucaristia".  ROBERTO MAZZOLI

 

 

 

 

La parrocchia che cresce. Opera del Vangelo e non dell'ingegneria pastorale

 

 

Le chiamano unità pastorali, o comunità pastorali. Sono "nuove figure di articolazione della Chiesa" che "comportano la rivisitazione di alcune questioni ecclesiologiche fondamentali" e, tra esse, "la relazione pastorale è uno dei nodi su cui riflettere perché diventi lo 'stile' che caratterizza la vita delle comunità cristiane". È dedicata a "Nuove forme di comunità cristiana. Le relazioni pastorali tra clero, religiosi, laici e territorio" la 60ª Settimana nazionale di aggiornamento pastorale, che si è aperta lunedì 21 giugno a Capiago (Como) e terminerà domani (24 giugno) con la relazione del segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata, e le conclusioni di mons. Domenico Sigalini, presidente della Commissione episcopale Cei per il laicato e presidente del Centro di orientamento pastorale (Cop), organismo promotore dell'iniziativa. La parrocchia è "la nostra ostinazione", ha affermato in apertura dei lavori mons. Gaetano Bonicelli, vescovo emerito di Siena, convinto della "necessità di ridefinirla in funzione dei mutamenti, se non si vuole che rimanga ai margini". Una parrocchia, dunque, che venga "coraggiosamente rivista e completata", evitando l'"eccessiva frammentazione", come pure mere operazioni di "ingegneria pastorale".

 

Una ricerca sulle nuove forme di comunità. Punto di partenza della Settimana, una ricerca curata dal Cop presso le diocesi italiane per "verificare l'identità, le motivazioni, le scelte e le figure delle nuove forme di comunità parrocchiali". "Viviamo un momento storico di movimento della pastorale della parrocchia", ha rilevato don Giovanni Villata, responsabile del Centro studi e documentazione della diocesi di Torino, presentando i risultati dell'indagine. Tra essi, spicca la diffusione delle unità pastorali: il 68% delle diocesi che hanno dichiarato di aver scelto le unità e comunità parrocchiali sono al Nord, il 20% al Centro e il 12% al Sud. Non secondario, tra i motivi che hanno portato a questa scelta, il calo dei sacerdoti. "Le parrocchie senza parroco residente - ha affermato Villata - sono in notevole aumento" e "non sono solo più una faccenda attinente alle piccole parrocchie di campagna, di collina o di montagna (65%), ma un problema che interessa anche le città piccole e grandi (35%)". A chi sono affidate queste parrocchie? I dati dell'indagine rilevano che nella maggior parte dei casi sono curate da un parroco vicino o in solido da più sacerdoti, ma vi è un 15% di cui la responsabilità è affidata a diaconi permanenti, un 8% alle famiglie e il 5% a religiosi e religiose. Analizzando i dati alla luce della propria esperienza pastorale, don Sergio Baravalle, parroco della Divina Provvidenza a Torino, ha evidenziato come il sacerdote per primo sia chiamato a "un cambio di mentalità" e a favorire una "progettualità d'insieme" con i laici, nell'ottica di una "collaborazione effettiva e feconda".

 

Non solo emergenza. Tre, ad avviso del vicario generale della diocesi di Como, mons. Giuliano Zanotta, "le ragioni più significative che giustificano la necessità e l'urgenza" delle "riformulazioni" che interessano le parrocchie, poiché "non si tratta solo di affrontare alcune emergenze, peraltro reali, come la mancanza di sacerdoti o una formazione laicale ancora inadeguata". Il primo motivo viene dall'"ecclesiologia del Vaticano II che considera essenziale la tensione della comunità cristiana a vivere sempre più concretamente una testimonianza di comunione, di fraternità e di missione"; poi l'esigenza "di rispondere sempre più adeguatamente alle domande del territorio"; in terzo luogo "la necessità di favorire e supportare una collaborazione sempre più concreta e costante tra le parrocchie, soprattutto tra quelle di piccole dimensioni".

 

Ritorno alle origini. Riscoprire alcuni tratti del cattolicesimo delle origini è, per il teologo don Erio Castellucci, la strada attraverso cui far passare le comunità cristiane. Come nella Chiesa dei primi secoli c'era un'attenzione alla dimensione familiare dell'esperienza ecclesiale, così oggi è importante "lasciarsi provocare dal 'territorio'", poiché esso, "nella sua neutralità, racchiude tutte le diversità sociali, religiose, culturali, morali: e così la parrocchia rappresenta 'in piccolo' l'universalità della Chiesa". Vi è poi la fraternità e la prossimità: oggi, ha sottolineato il teologo, "senza uno stile di fraternità, di vicinanza, di cura delle relazioni, la comunità cristiana non attrae". Ancora, la necessità di riscoprire "il clima familiare e l'apporto della sensibilità femminile", dal momento che "la cura delle relazioni, fondate oggettivamente sulla parola, l'eucaristia e la carità, conduce una comunità cristiana quasi spontaneamente a valorizzare le famiglie come soggetti e non solo come destinatarie dell'attività parrocchiale". Infine, la riscoperta di carismi e ministeri, a partire dal diaconato. Il diacono, ha concluso, non dovrebbe svolgere "incarichi di mera supplenza", come spesso accade, quanto piuttosto avere "la funzione di 'sveglia' per l'intera comunità", "tenerne desta l'attenzione al servizio, specie dei più disagiati". sir

 

 

 

 

L’Aquila. I frutti della solidarietà. La prossimità della Chiesa italiana nelle opere della Caritas

 

I frutti della solidarietà continuano a maturare. A un anno dal terremoto, sono stati spesi a L'Aquila dalla Caritas quasi 16 milioni di euro, frutto della colletta nazionale per i terremotati promossa dalla Cei la "Domenica in Albis" 2009. Accanto ad aiuti d'urgenza e progetti sociali, sono 29 le strutture finora avviate (17 concluse e 12 in fase di realizzazione): scuole, centri di comunità, strutture di edilizia sociale e abitativa, strutture socio-caritative, ripristino e consolidamento spazi parrocchiali.

 

Quattro strutture. Nei prossimi mesi è previsto l'avvio di altre 25 strutture per un importo stimato di 15 milioni di euro. La scorsa settimana sono state inaugurate ben 4 strutture. La prima inaugurazione, martedì 15 giugno, è avvenuta nella periferia de L'Aquila, in località Torretta. Si tratta di due edifici realizzati anche con il contributo delle Caritas diocesane della Puglia e dell'Emilia Romagna: il centro minori "Casa Stella Polare"e la casa di accoglienza per le suore Alcantarine. L'opera, collocata su un terreno di proprietà della diocesi aquilana, è costituita da due corpi: uno andrà ad ospitare le suore francescane Alcantarine, che così potranno continuare ad occuparsi della cura e dello sviluppo dei giovani attraverso servizi di accoglienza e di carità; l'altro sarà un nuovo spazio rivolto ai minori. Questo servizio verrà attivato in collaborazione con la diocesi de L'Aquila, l'ordine dei Camilliani, l'Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, che si impegneranno, in primo luogo, a mettere in pratica il progetto "Rainbow", una ricerca condotta su un campione di oltre settemila bambini di età compresa tra i 6 e i 14 anni per verificare gli effetti dello stress post-traumatico causato dal terremoto. Inoltre, saranno promosse attività di formazione rivolte ai pediatri di famiglia e agli insegnanti, agli educatori, agli animatori giovanili. Lo stesso giorno, in località San Giacomo, è stato consegnato, inoltre, un Centro della comunità. Si tratta di una struttura con ampi spazi multifunzionali, adatti per attività sociali, culturali, pastorali e ricreative tese a riaggregare e rafforzare il tessuto sociale. Sono previsti anche due spazi abitativi da destinare alle fasce deboli della popolazione: anziani, donne sole con figli o studenti.

 

Luce per tutti. "Dobbiamo imparare ad essere luce per gli altri, e questo è lo scopo di una scuola che offre una base importantissima per la crescita umana delle persone". Con queste parole mons. Luigi Bressan, arcivescovo di Trento, ha inaugurato nella mattina di sabato 19 giugno, la scuola primaria e dell'infanzia di Poggio di Roio (L'Aquila), dedicata a don Primo Mazzolari. Dopo il terremoto, Caritas italiana ha deciso d'intervenire ricostruendo una scuola che costituirà un punto di riferimento per la ricostruzione del tessuto comunitario; al suo interno si potranno realizzare anche attività socio-culturali e aggregative. La struttura è stata realizzata con il contributo delle Caritas diocesane del Triveneto e della Campania. "Subito dopo il terremoto - ha spiegato mons. Bressan al SIR - attraverso la presenza di più di duecento volontari abbiamo portato aiuto ad una comunità che si trovava in grande difficoltà. Oltre a questo edificio scolastico, stiamo realizzando anche appartamenti e centri di comunità". Presenti all'inaugurazione anche il direttore di Caritas italiana, mons. Vittorio Nozza, i delegati regionali delle Caritas del Triveneto e della Campania, il cancelliere della diocesi de L'Aquila, don Sergio Maggioni, l'assessore comunale Pierluigi Pezzopane. A conclusione della cerimonia, un rappresentante dell'Age (Associazione italiana genitori) ha consegnato al dirigente scolastico una donazione da parte di genitori e insegnanti d'Italia, per l'acquisto di materiale didattico.

 

Reagire con fede. Nel pomeriggio dello stesso giorno (19 giugno) è stato inaugurato anche un Centro di comunità a Bagno, presso la parrocchia di Santa Maria, a pochi chilometri da L'Aquila. Sono state realizzate sale multifunzionali per attività sociali, culturali, pastorali e ricreative, locali per accoglienza, spazi comuni, locali tecnici, cucina e servizi. Il parroco di Bagno, don Luciano Bakale, nel ringraziare la Caritas ha sottolineato che "la vera carità consiste nel dare a chi ha più bisogno. Pensavamo che il terremoto ci avesse tolto tutto. E invece questo centro sarà raggio di luce per l'intera popolazione". All'inaugurazione era presente anche l'arcivescovo de L'Aquila, mons. Giuseppe Molinari, che ha ribadito la necessità di avere luoghi come questo "per permettere alla gente di ritrovarsi e sentirsi ancora comunità". L'arcivescovo ha invitato i presenti a non scoraggiarsi, a distinguersi da chi sa solo lamentarsi, "reagendo con la fede nel cuore, avendo più speranza da donare anche agli altri; perché solo se siamo uniti potremo vincere questa grande sfida. Altrimenti sarà una sconfitta per tutti". Nel consegnare alla comunità questo nuovo centro, don Dionisio Rodriguez, responsabile della Caritas diocesana aquilana, ha dichiarato al SIR che "quanto realizzato è stata una bella esperienza di Chiesa, perché qui la condivisione si è tramutata in un'opera che lascerà un segno sul territorio". Sir

 

 

 

 

Cristiani in Medio Oriente. Chi va, chi viene

 

Le antiche comunità si assottigliano sempre più. Ma dall'Asia e dall'Africa arrivano nuovi fedeli, a milioni, soprattutto nel Golfo e in Arabia Saudita. Dove però la libertà religiosa continua a essere una chimera - di Sandro Magister

 

ROMA – Pochi l'hanno notato. Ma tra i circa 10 mila fedeli, cioè la quasi totalità dei cattolici di Cipro, che hanno assistito alla messa celebrata da Benedetto XVI a Nicosia domenica 6 giugno, la maggior parte non erano ciprioti, ma asiatici, africani, latinoamericani.

 

Lo stesso papa, nella sua omelia, ha rivolto un particolare saluto agli immigrati dalle Filippine e dallo Sri Lanka.

 

Assieme a quelli provenienti dall'India essi costituiscono, infatti, la metà dei circa 30 mila immigrati nell'isola, 60 mila se si comprendono i clandestini.

 

Un buon numero di loro sono cattolici. Affollano le piccole chiese. Battezzano i loro figli. Sono la faccia nuova e meno nota della presenza della Chiesa non solo a Cipro ma in altre aree della Terra Santa e del Medio Oriente.

 

Cipro, che fa parte dell'Unione Europea, è una delle loro mete più ambite. Una volta arrivati in Turchia, gli immigrati sbarcano senza difficoltà nel nord dell'isola sotto occupazione turca. E da lì passano facilmente la linea di confine, verso la repubblica greco-cipriota, che per molti di loro fa da tappa verso altri paesi d'Europa.

 

Allargando lo sguardo a tutta l'area, accade così che mentre il papa convoca un sinodo e lancia appelli accorati perché i cristiani del Medio Oriente – figli delle antiche Chiese dell'area tra il Mediterraneo e il Golfo Persico – non abbandonino le loro terre sotto le pressioni di un islam ostile, come invece stanno facendo in numero crescente, in queste stesse regioni arrivino molti altri cattolici da paesi lontani.

 

Questa ondata migratoria è così forte che spesso i nuovi venuti sovrastano numericamente i cristiani del posto. Inaspettatamente, però, la traccia di lavoro del sinodo dei vescovi per il Medio Oriente convocato a Roma in ottobre dedica a questo fenomeno solo un cenno fugace, nei paragrafi 49 e 50.

 

La Turchia è un caso a sé, ma anch'esso illuminante. Qui nell'ultimo secolo la presenza cristiana è stata quasi annientata. Ad assicurare la sopravvivenza delle piccolissime comunità cattoliche sono sacerdoti e vescovi provenienti anch'essi per la maggior parte da fuori, e in particolare dall'Italia. Lo dicono i nomi degli ultimi martiri: dal sacerdote Andrea Santoro al vescovo Luigi Padovese, quest'ultimo ucciso proprio alla vigilia del viaggio del papa a Cipro.

 

Il vescovo di Smirne e dell'Anatolia Ruggero Franceschini, nel raccogliere il testimone da Padovese, ha invocato che altri sacerdoti e volontari partano dall'Italia in "missione" alla volta della Turchia, al fine di tenere viva la presenza cattolica in questo paese.

 

Ma riguardo al fenomeno più generale della nuova immigrazione cristiana in Medio Oriente, ciò che più colpisce è che essa si concentra proprio dove l'islam ha avuto i natali: in Arabia Saudita, dove i cattolici sfiorano ormai i 2 milioni, e nei paesi del Golfo.

 

Relativamente alla penisola arabica, ecco qui di seguito un'analisi aggiornatissima del mutato paesaggio religioso. L'autore è uno dei maggiori esperti nel campo: Giuseppe Caffulli, direttore delle riviste e del sito web della Custodia di Terra Santa e autore di "Fratelli dimenticati. Viaggio tra i cristiani del Medio Oriente", Àncora, Milano, 2007.

 

L'analisi è uscita sull'ultimo numero di "Vita e Pensiero", la rivista dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. L’Espresso on line 21

 

 

 

 

 

Penisola arabica. I cristiani con la valigia

 

Paradossi del nostro tempo. Da quasi tre decenni la terra che ha dato i natali all’islam e al suo Profeta è in testa alla classifica delle aree del mondo dove la presenza del cristianesimo sta conoscendo il massimo incremento. Non si tratta però di un aumento legato a conversioni: in queste terre la possibilità di abbracciare la fede cristiana continua a essere illegale. L’incremento ha le sue origini in un imponente flusso migratorio che interessa tutti i paesi del Golfo.

 

In Arabia Saudita, su una popolazione di 27 milioni e mezzo di abitanti, si stima che gli immigrati siano oltre 8 milioni. Se si allarga lo sguardo agli Emirati Arabi Uniti (EAU, una federazione di sette emirati: Abu Dhabi, Ajman, Dubai, Al-Fujairah, Ras al-Khaimah, Sharjah e Umm al-Qaiwain, situati lungo la costa centro-orientale della penisola arabica), il quadro è ancora più impressionante: su circa 6 milioni di abitanti, la popolazione locale non è più del 12-14 per cento.

 

Di questi immigrati, provenienti soprattutto dall’Estremo Oriente, fanno parte cristiani appartenenti all’intero arcobaleno confessionale. In termini numerici i cattolici sono oggi la maggioranza tra i cristiani presenti nei paesi della penisola arabica.

 

L’immigrazione in Arabia Saudita e nei paesi del Golfo (oltre ad Arabia ed Emirati, il fenomeno interessa Bahrain, Oman e Qatar) nasce con il boom petrolifero. A partire dagli anni Sessanta la sempre crescente richiesta di greggio e la necessità di sfruttare in maniera sempre più massiccia i pozzi di petrolio rendono necessario l’impiego di manodopera proveniente dall’estero. I primi lavoratori stranieri impiegati in questo nuovo miracolo economico provengono principalmente dal vicino Yemen, il paese che ancora oggi, con i suoi 23 milioni di abitanti, è il vero colosso demografico della regione.

 

LO YEMEN, UN CASO SPECIALE

Fino agli anni Ottanta, i lavoratori yemeniti in Arabia Saudita superano probabilmente il milione. Le rimesse in denaro di questi immigrati costituiscono una parte importante del bilancio dello Stato yemenita. Con la prima guerra del Golfo lo scenario cambia radicalmente. Il governo dello Yemen si schiera a sostegno di Saddam Hussein (che invade il Kuwait) e improvvisamente Riyadh e Sana’a si ritrovano nemiche. Nel 1991 almeno 800 mila lavoratori yemeniti vengono espulsi perché considerati una minaccia per la sicurezza nazionale. Da allora nessun lavoratore yemenita può più ottenere un permesso di lavoro in Arabia Saudita. Amareggiati e disoccupati, i lavoratori yemeniti espulsi diventano vittime di un’altra politica saudita: l’esportazione della dottrina islamica sunnita wahabita. Con il moltiplicarsi nello Yemen di scuole coraniche wahabite (volute e finanziate appunto dall’Arabia Saudita) cresce in maniera significativa anche il coinvolgimento dei giovani yemeniti nelle organizzazioni jihadiste, con una ricaduta nefasta sul fenomeno del terrorismo internazionale di matrice islamica. Un terzo dei detenuti nella base americana di Guantanamo è yemenita. Yemenita è anche la famiglia di Osama Bin Laden, capo di Al Qaeda.

 

Con la cacciata dei lavoratori yemeniti si aprono nel sistema economico dell’Arabia Saudita (e di riflesso nei paesi del Golfo, ugualmente schierati in politica estera su posizioni filo-occidentali) enormi falle. Dai primi anni Novanta il governo di Riyadh si vede costretto, per garantire il livello di produzione del greggio (la voce petrolifera costituisce ancora oggi l’88 per cento delle entrate dello Stato e il 90 per cento delle esportazioni), a favorire l’immigrazione di un numero sempre crescente di lavoratori stranieri dai paesi dell’Estremo Oriente, soprattutto India, Filippine, Pakistan.

 

L’accelerazione dell’economia dei paesi del Golfo (gli Emirati nel 2008 hanno conosciuto una crescita del prodotto interno lordo del 6,8 per cento; l’Arabia Saudita del 4,2), con la pianificazione di grandi infrastrutture e con un’imponente crescita del settore immobiliare, rendono la penisola arabica una delle aree di più forte immigrazione a livello planetario.

 

IL PIÙ GRANDE VICARIATO DEL MONDO

La penisola arabica ricade sotto la giurisdizione del vicariato d’Arabia, la circoscrizione ecclesiastica più grande del mondo: sei nazioni che si estendono su oltre 3 milioni di chilometri quadrati (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar e Yemen), con una popolazione di oltre 60 milioni di persone. Retto dal 2005 da Paul Hinder, cappuccino svizzero, succeduto al confratello italiano Bernardo Gremoli, il vicariato d’Arabia ha superato abbondantemente i cent’anni di vita (la sede di Aden risale al 1888).

 

L’attuale sede si trova ad Abu Dhabi, moderna capitale degli Emirati, e può contare su sessantuno sacerdoti e un centinaio di suore di sei differenti congregazioni. Oltre all’assistenza pastorale diretta, la Chiesa gestisce otto scuole (per un totale di 16 mila studenti, il 60 per cento dei quali musulmani), orfanotrofi e case per portatori di handicap. Fino a pochi decenni fa, il vicariato d’Arabia si occupava principalmente dell’assistenza pastorale di poche migliaia di stranieri che si trovavano a lavorare nella penisola: personale delle ambasciate, impiegati e funzionari di aziende straniere.

 

Con l’arrivo dei lavoratori stranieri, a partire dagli anni Novanta, tutto è cambiato. Non ci sono cifre ufficiali, ma le stime del vicariato di Abu Dhabi (sulla base delle indicazioni delle ambasciate), parlano di circa 1 milione e 400 mila filippini nel solo territorio dell’Arabia Saudita, per l’85 per cento cattolici. Non si conosce con esattezza il numero degli indiani. Ma è plausibile che il numero dei soli cattolici nel regno saudita si avvicini ai 2 milioni.

 

Secondo gli ultimi dati, gli abitanti degli Emirati Arabi Uniti sono circa 6 milioni, di cui 5 costituiti da lavoratori stranieri. La stragrande maggioranza di questi immigrati professa l’islam (circa 3 milioni e 200 mila), ma i cristiani sarebbero oltre un milione e mezzo, di cui 580 mila cattolici. Un buon numero è di lingua araba (oltre 100 mila, 12 mila solo ad Abu Dhabi) e provengono da Libano, Siria, Giordania, Palestina e Iraq. Sono presenti decine di migliaia di cattolici di rito orientale: maroniti, melkiti, armeni, siriani, siro-malabaresi, siro-malankaresi... Le celebrazioni si svolgono, oltre che inglese e in arabo, in malayalam, konkani, tagalog, francese, italiano, tedesco, cingalese e tamil.

 

In Bahrein, su una popolazione di circa un milione di abitanti, i cattolici sono 65 mila. In Oman, su 3 milioni e 200 mila abitanti, i cattolici sono 120 mila. Nel Qatar, dove è stata consacrata nel 2008 la prima chiesa cattolica, su un milione e 200 mila abitanti i cattolici sono 110 mila. Difficile dare statistiche attendibili sulla globalità del fenomeno. Secondo fonti giornalistiche, negli Emirati Arabi Uniti sarebbero presenti circa 750 mila lavoratori provenienti dall’India, 250 mila dal Pakistan, 500 mila dal Bangladesh. Un milione d’immigrati è costituito da iraniani, afghani, malaysiani, indonesiani, cinesi e giapponesi. Mezzo milione sarebbero i filippini. Un altro mezzo milione è formato da africani e sudamericani. Anche per le Chiese cristiane presenti in loco non è facile offrire dati attendibili a causa della grande mobilità della popolazione cattolica (alcuni lavoratori hanno permessi molto brevi). Molti cattolici si trovano poi a lavorare in zone lontanissime dalla parrocchia o dalla comunità cristiana, o vivono in campi di lavoro che impediscono libertà di movimento.

 

LE CONDIZIONI DI LAVORO

La condizione dei lavoratori stranieri nella penisola arabica non è rosea. In Arabia Saudita, uno dei regimi più repressivi del mondo, i lavoratori cristiani devono ogni giorno fare i conti – oltre che con la crisi economica che ha segnato anche qui una diminuzione di posti di lavoro e del livello retributivo – con la polizia religiosa (mutawwa), che non tollera manifestazioni pubbliche della fede. Una situazione che viene costantemente denunciata dagli organismi internazionali che si occupano di diritti umani e libertà religiosa. Non è infrequente che nelle maglie della polizia cadano con accuse il più delle volte false o pretestuose i cristiani che si adoperano per tenere viva la fede nelle comunità cristiane (vedi il caso di Brian Savio O’Connor, un cristiano indiano imprigionato nel 2004 per essere stato trovato in possesso di Bibbie e libri religiosi).

 

A differenza di altri contesti, i lavoratori stranieri in Arabia Saudita e nei paesi del Golfo non cercano l’integrazione. Si trovano in queste terre con l’intenzione di tornare un giorno a casa o di emigrare nuovamente verso USA, Canada o Australia. Una norma prevede poi che non venga rinnovato il permesso di soggiorno per i lavoratori con oltre 60 anni. Ne consegue che la Chiesa d’Arabia non ha un nucleo stabile. È formata oggi da fedeli, in massima parte giovani, che nella migliore delle ipotesi restano cinque, dieci o al massimo vent’anni.

 

Ci sono poi gravi situazioni di squilibrio sociale. Tra i cristiani ci sono pochi facoltosi e una gran massa di poveri, senza alcuna sicurezza sociale. I lavoratori delle fasce più basse hanno scarse tutele, anche se gli EAU, all’inizio di novembre 2009, hanno firmato con il governo di Manila un protocollo d’intesa che offre maggiori protezioni ai lavoratori filippini. C’è poi un vero e proprio traffico di braccia, lavoratori che vengono portati nel Golfo clandestinamente dalle organizzazioni criminali. E ancora la tratta delle donne, specie dalle Filippine e dall’Europa orientale, per la prostituzione. Molte vengono illuse con la promessa di un lavoro e poi si ritrovano schiave. Quelle che fuggono trovano spesso rifugio presso le organizzazioni caritative della Chiesa cattolica, che offre un servizio di assistenza psicologica e legale per chi desidera rientrare nel proprio paese.

 

La crisi sta comunque toccando anche la penisola arabica, con un rallentamento generalizzato dell’economia. Dopo anni d’inflazione attorno all’1 per cento, nel 2008 in Arabia Saudita c’è stata un’impennata dei prezzi che ha portato l’inflazione oltre l’11 per cento. Il governo di Riyadh sta tentando di risolvere questa crisi con un progetto di "saudizzazione". Si vorrebbe limitare per il futuro l’ingresso di nuovi immigrati (favorendo nei fatti anche l’espulsione di milioni di operai presenti nel paese illegalmente) per sostituirli con maestranze locali. Costretti dalla crisi, molti sauditi stanno tornando a svolgere lavori che fino a poco tempo fa ritenevano indegni o troppo faticosi, e che erano quindi affidati a lavoratori stranieri. Questa "saudizzazione" ha un risvolto anche religioso: limitare al massimo l’accesso di immigrati musulmani sciiti, la corrente musulmana da sempre in contrasto con quella sunnita praticata in maniera maggioritaria nella penisola arabica.

 

POCA O NESSUNA LIBERTÀ RELIGIOSA

Quello della libertà religiosa è il tasto dolente in Arabia Saudita. Secondo l’annuale rapporto sulla libertà religiosa pubblicato nel 2009 dalla Commissione USA sulla libertà religiosa internazionale (USCIRF), l’Arabia Saudita rientra tra i cosiddetti paesi che destano "particolare preoccupazione", assieme a Myanmar, Cina, Corea del Nord, Eritrea, Iran, Iraq, Nigeria, Pakistan, Sudan, Turkmenistan, Uzbekistan, Vietnam.

 

Per quanto concerne l’Arabia Saudita, il rapporto riconosce qualche limitata riforma e qualche timida apertura sul versante del dialogo religioso. Ciò nonostante, il governo vieta ancora ogni forma di espressione religiosa pubblica che non rientri nella dottrina islamica sunnita e non ossequi la particolare interpretazione dell’islam wahabita. La Commissione accusa inoltre le autorità saudite di sostenere, a livello internazionale, gruppi che promuovono "un’ideologia estremista che contempla, in qualche caso, violenze contro i non islamici e contro i musulmani di diversa osservanza".

 

Negli Emirati e negli altri paesi del Golfo il panorama è un po' diverso. La situazione è di sostanziale tolleranza religiosa, pur in un quadro di regole ben definite. Testimonianze di questa apertura sono le parrocchie che il vicariato d’Arabia ha istituito nell’area: una parrocchia nel Bahrein, una in Qatar e sette negli Emirati: per l'esattezza due ad Abu Dhabi, due a Dubai, una a Sharjah, una ad Al-Fujairah e una a Ras al-Khaimah. Quattro parrocchie sono nell’Oman, due delle quali a Muscat. Poi ci sono quattro comunità nello Yemen, un paese che registra progressi ma dove sono ancora aperte le ferite degli episodi di violenza nei confronti dei cristiani (basti pensare all’assassinio delle tre suore di Madre Teresa il 27 luglio 1998).

 

Sostanzialmente ogni emiro è libero di fare la sua politica religiosa e i cristiani si trovano a vivere in condizioni diverse a seconda della realtà politica in cui si trovano a operare. Qui la tolleranza religiosa e la libertà di culto non sono paragonabili a quelle dell’Occidente: tutto si concentra negli spazi concessi alla parrocchia, senza possibilità di esporre simboli all’esterno e senza possibilità di fare attività pubblica. Ma per la Chiesa d’Arabia, che per bocca del suo vescovo si definisce "pellegrina", quella vissuta negli Emirati e nei paesi del Golfo è una situazione di relativo privilegio. Viceversa, in Arabia Saudita l’assistenza pastorale è praticamente impossibile. I milioni di fedeli che si trovano al di là della cortina di ferro dell’islam sono raggiunti di tanto in tanto, in maniera spesso rocambolesca, da qualche sacerdote in incognito che assicura la consacrazione del pane eucaristico distribuito poi dai laici nelle varie comunità.

 

COMUNITÀ DISPERSE

Sul piano pastorale l’emergenza principale della Chiesa d’Arabia è legata alla carenza di strutture. Si contano parrocchie con 40 mila, perfino 100 mila fedeli. Spesso è impossibile accogliere tutti i fedeli che desiderano assistere alle celebrazioni o chiedono assistenza pastorale. È poi difficile districarsi tra gli interessi e le sensibilità dei diversi gruppi etnici – almeno 90 – senza provocare tensioni e incomprensioni. Il numero dei sacerdoti è limitato ed è assai difficile strappare nuovi visti per aumentarne il numero. Non è nemmeno facile reperire preti adatti alla missione in quest’area particolare: uno dei requisiti fondamentali è che parlino diverse lingue. Inoltre i fedeli vivono dispersi, lontani dalle parrocchie; molti lavorano in villaggi che sorgono in pieno deserto, oppure sulle piattaforme petrolifere, in zone dove non è assolutamente possibile raggiungerli. La maggior parte non ha mezzi di trasporto o non è in grado di pagare il biglietto o non ottiene il permesso dai rispettivi datori di lavoro. Una delle questioni cruciali – fa sovente notare Paul Hinder – è proprio quella di proteggere questi fedeli dalla tentazione di farsi assorbire dall’islam. Cosa che effettivamente capita: se chi è musulmano trova posti di lavoro migliori e meglio pagati, la conversione diventa per molti una strada comoda e facile di promozione sociale.

 

Quale sarà la sorte di questi lavoratori cristiani nei prossimi anni? Difficile dirlo. Intanto la loro presenza, a livello numerico, dipende dalla situazione politica ed economica che si andrà profilando nell’area. Il mondo in cui vivono – non lo possiamo dimenticare – è totalmente imperniato sull’islam. Tanto che allo stato attuale è difficile pensare a un’apertura sul versante dei diritti umani e della libertà religiosa, anche se la gran massa di lavoratori non musulmani nella penisola arabica è un fatto che non si può più tacere o negare. E, prima o poi, bisognerà che qualcuno inizi a tener conto delle esigenze non solo economiche di questi cristiani con la valigia. Giuseppe Caffulli Vita e Pensiero 1/2010

 

 

 

 

Card. Sepe. "Vado avanti con serenità". Lettera aperta sulla vicenda giudiziaria in cui è stato coinvolto

 

Una lettera alla "amata Chiesa di Napoli" per spiegare come sono andati veramente i fatti. L'ha resa nota, lunedì 21 giugno, in una conferenza stampa, il card. Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, dato che "si trova a essere interpellato, come ampiamente riportato in questi giorni dai mezzi di comunicazione, sul fronte di una vicenda giudiziaria, che nella sua essenza, per la fiducia che si deve alla giustizia e per il rispetto al valore della legalità, impone procedure e chiarimenti".

 

Tre addebiti. "Tre - sottolinea il porporato - sono gli addebiti che mi vengono fatti, per la responsabilità che ho avuto in quanto prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, e riguardano la gestione del patrimonio immobiliare che ho cercato di inventariare, recuperare e valorizzare per rispetto a quanti nel tempo ne sono stati i donatori e per tutelare le finalità, rappresentate dal sostegno alle attività missionarie nei Paesi più poveri e dimenticati della terra". Il primo caso riguarda la concessione in uso di un alloggio a Guido Bertolaso, la cui esigenza venne rappresentata al cardinale da Francesco Silvano. "In prima istanza - racconta -, gli feci avere ospitalità presso il Seminario, ma mi furono rappresentati problemi di inconciliabilità degli orari, per cui incaricai lo stesso Silvano di trovare altra soluzione, della quale non mi sono più occupato".

 

L'effettivo valore. Altro coinvolgimento concerne la vendita a Lunardi di un palazzetto in via dei Prefetti. "Si trattava - chiarisce il card. Sepe - di un immobile che presentava, in maniera evidente e seria, segni di vecchiaia e di precarietà, rappresentati più volte anche dagli stessi inquilini. Fu disposto un sopralluogo ricognitivo eseguito dai tecnici della Congregazione, i quali fecero anche una valutazione dei lavori necessari, preventivando anche la spesa che fu ritenuta troppo onerosa per le casse della Congregazione, per cui venne presa in considerazione l'opportunità della vendita". Gli stessi tecnici "ne stimarono il valore, tenendo conto, evidentemente, delle condizioni dello stabile e del fatto che era occupato da inquilini il che, di per sé, comportava una sensibile decurtazione, come è noto". Fu detto che Lunardi aveva espresso il proprio interesse all'acquisto e "fu avviata una trattativa che si concluse sulla base della valutazione fatta e di quella che si aggiunse attraverso il coinvolgimento di un istituto di credito, per la concessione di un mutuo".

 

Secondo coscienza. La terza questione interessa "i lavori di messa in sicurezza statica di un lato del Palazzo di Propaganda Fide in Piazza di Spagna a Roma, che aveva subito una modificazione strutturale, nel senso che era stato registrato un notevole distacco della parete determinato, secondo gli accertamenti tecnici effettuati, da infiltrazioni di acqua sotto il fabbricato e dalle continue vibrazioni causate dal passaggio della vicina metropolitana. Fu accertata la competenza dello Stato italiano e furono eseguiti lavori di ripristino e ristrutturazione, con onere parzialmente a carico della pubblica amministrazione". In tutta questa attività e rispetto ai casi sopra indicati, il porporato si è sempre avvalso della consulenza specifica di tre persone: De Lise, magistrato; Balducci, all'epoca provveditore alle Opere Pubbliche del Lazio; Silvano, amministratore dell'Ospedale Bambin Gesù. "Tutto ho fatto - precisa il cardinale - nella massima trasparenza, avendo i bilanci puntualmente approvati dalla Prefettura per gli affari economici e dalla Segreteria di Stato, la quale, con una lettera, inviatami a conclusione del mio mandato di prefetto, volle finanche esprimere apprezzamento e stima per la gestione amministrativa". "Dico questo - aggiunge - per amore della verità, nella consapevolezza di avere sempre agito secondo coscienza, avendo come unico obiettivo il bene della Chiesa".

 

La verità vincerà. Questi i fatti, come li ricorda il card. Sepe, che evidenzia: "Neppure una vicenda giudiziaria può giustificare una così fredda elencazione di eventi, senza mettere in campo una serie di altri elementi essenziali, primo fra tutti, il percorso di una vita sacerdotale, nel quale la Croce non è mai un intoppo ma il segno dell'appartenenza a Cristo. Accolgo così, in tutta umiltà, la prova che oggi mi tocca; ma accanto ad essa avverto anche la forza di una serenità che non può nascere a caso, maturata via via attraverso i diversi passaggi" della sua vita sacerdotale. Dopo aver ripercorso le tappe del suo ministero, il porporato ha ricordato che questo viaggio "nasce dall'esempio di mio padre e mia madre, gente di sudore e di terra che conosce il patire e la parola data, che mi hanno insegnato l'onore e il coraggio della verità. Se a loro debbo tanto, innanzitutto la vita, a loro debbo consegnare la fedeltà a quella verità che oggi, senza paura, professo e testimonio". "Vado avanti - chiarisce il cardinale - con serenità, accetto la Croce e perdono, dal profondo del cuore, quanti, dentro e fuori la Chiesa, hanno voluto colpirmi". La verità, conclude, "vincerà! Sono convinto che da questa inattesa prova usciremo tutti più forti, per continuare a compiere insieme la missione che Cristo ci ha affidato! Chiedo a tutti di sostenermi con la preghiera e, con amore di Padre, vi benedico!". Sir

 

 

 

Il laser svela gli apostoli

 

Dopo quelle di Paolo e di Pietro vengono alla luce nelle catacombe di Santa Tecla

le più antiche rappresentazioni iconografiche devozionali di Andrea e Giovanni

Risalgono al IV secolo gli affreschi scoperti sulla via Ostiense grazie a moderne tecniche di indagine

 

Nella mattinata di martedì 22 giugno si è svolta a Roma, presso la basilica di San Paolo fuori le Mura, la conferenza stampa di presentazione delle ultime scoperte archeologiche emerse all'interno delle catacombe romane di Santa Tecla nel corso degli scavi e dei restauri curati dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Pubblichiamo i contributi degli esperti che hanno partecipato all'incontro: Fabrizio Bisconti, sovrintendente archeologico delle catacombe, Barbara Mazzei, responsabile del restauro, e Giovanni Carrù, segretario della commissione. È intervenuto anche l'arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra che, nel testo seguente, illustra i dettagli della scoperta.

 

Il delicato e meticoloso intervento di restauro, avviato due anni orsono, nel cubicolo dipinto delle catacombe romane di Santa Tecla sulla via Ostiense, offrì una importante sorpresa proprio lo scorso giugno, quando si concludevano le celebrazioni dell'anno paolino. In quell'occasione, attraverso le pagine de "L'Osservatore Romano", i responsabili della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, annunciavano la scoperta di una suggestiva raffigurazione di san Paolo, rappresentato in busto, in un clipeo aureo, databile agli ultimi anni del iv secolo o ai primi del seguente, assurgendo, così, agli onori della più antica icona di san Paolo.

L'immagine pensierosa dell'apostolo delle genti fece il giro del mondo, emozionando devoti e studiosi, che cercavano in quel volto il carattere, la sapienza, la psicologia del più raffinato pensatore del cristianesimo della prima ora. Gli occhi spalancati, le rughe di atteggiamento, le guance scavate, la calvizie, la lunga e scura barba appuntita assicurarono anche i più scettici che ci si trovava dinanzi al ritratto volitivo e graffiante di chi cambiò radicalmente il suo stile di vita, in nome di una folgorante conversione.

E proprio mentre il laser, usato dai restauratori per la prima volta in un ambiente catacombale angusto ed estremamente umido, definiva, in tutti i suoi particolari, nel soffitto del cubicolo spuntò un altro clipeo campito dal busto di Pietro, riconoscibile dalle peculiarità fisionomiche tipiche dei più antichi ritratti dell'apostolo-pescatore: la chioma e la barba bianca, il volto squadrato, le sembianze tipiche di un uomo anziano.

I responsabili della Commissione chiesero, a quel punto, alla stampa e agli specialisti il tempo utile per restaurare l'intero cubicolo, promettendo altre importanti scoperte, intuite dagli addetti ai lavori, ma bisognose di verifiche, di studi approfonditi, di ordine iconografico, storico artistico e stilistico.

I restauratori tornarono al lavoro con il prodigioso strumento nel silenzio e nel buio delle catacombe di Santa Tecla. Non è stato semplice, in questi mesi mantenere la tranquillità necessaria per procedere coerentemente nel lavoro di asportazione delle concrezioni scure che avevano obliterato quelle importanti pitture. E non è stato facile neppure mantenere segrete le scoperte che si succedevano, emozionando, prima, i restauratori e, poi, i responsabili scientifici del restauro che, come è evidente, comunicavano solo ai Superiori le novità, che provenivano da quel fortunato intervento conservativo.

Oggi i tempi sono maturi per svelare, nella sua interezza, la scoperta del programma decorativo del cubicolo, che si propone come una sontuosa e decorata tomba di una nobildonna, appartenente all'aristocrazia romana dell'ultimo scorcio del IV secolo, quando a Roma si consumavano gli ultimi tentativi del senato di arroccarsi nella difesa estrema di una religione pagana, che, proprio al tempo di Teodosio, proporrà le sue ultime manifestazioni.

Ebbene, la Roma degli "ultimi pagani" era anche la Roma di una sistematica cristianizzazione, che, appunto, toccherà anche i più alti livelli della gerarchia dell'impero. San Girolamo è molto vicino a un gruppo di pie matrone, che iniziarono a praticare forme di "ascesi domestica", a cominciare da Marcella, che si rinchiuse in periferia nel suo palazzo dell'Aventino, dando avvio ad un tipo di vita religiosa riservata alle matrone della "Roma bene", che intrattenevano con Girolamo un fitto scambio di lettere e che, in qualche caso, la seguirono sino in Terra Santa, alla ricerca dei luoghi della memoria dei patriarchi, dei profeti, del Cristo e degli apostoli.

Le vedove, le vergini, le pie donne dell'aristocrazia romana promossero anche un culto nei confronti dei martiri romani, sulla scia del progetto politico-religioso di Papa Damaso, ma anche nei confronti degli apostoli. Le memorie di questi ultimi, d'altra parte, furono collocate al centro dell'Apostoleion costantinopolitano, voluto da Costantino nella nuova Roma per accogliere le sue stesse spoglie. E sant'Ambrogio, nella basilica apostolorum fatta costruire a Milano sulla via romana, fece sistemare al centro della basilica cruciforme le reliquie degli apostoli provenienti da Concordia, da Aquileia o da Roma.

Il nostro percorso, che ha attraversato i luoghi salienti del culto per gli apostoli e che potrebbe anche toccare Antiochia, Gerasa, Aosta e infiniti altri centri dell'orbis christianus antiquus, ci riporta a Roma e al cubicolo di Santa Tecla. Su quel soffitto, che imitava un prezioso cassettonato, oltre alle immagini di Paolo e di Pietro, sono venute alla luce altri due clipei che accolgono due apostoli ben caratterizzati fisiognomicamente: uno mostra l'irruenza e la potenza di Andrea, l'altro la delicatezza e l'aspetto giovanile di Giovanni. Queste ultime identificazioni, confortate dal confronto con monumenti musivi ravennati (Battistero degli ortodossi, Battistero degli ariani, Cappella arcivescovile, Basilica di San Vitale, Basilica di Sant'Apollinare Nuovo), ma anche orientali (Monastero di Santa Caterina al Sinai), che, spesso, mostravano le didascalie di definizione, ci permettono di considerare i due busti come e le più antiche rappresentazioni di Andrea e Giovanni.

Il laser ha continuato a svelare, in questi mesi, altre immagini, appena intraviste dagli studiosi del passato e, così, nell'ambiente antistante il cubicolo, modificato per l'apertura di un grande lucernario, accanto alle rappresentazioni del Cristo maestro, del paralitico, di Lazzaro, di Daniele tra i leoni è apparso un maestoso collegio apostolico dipinto su uno squillante fondo rosso definito da fasce azzurre e serti fioriti, mentre, ai piedi degli apostoli, è stata scoperta una teoria di sei ovini che si abbeverano, anticipando un tema caro ai grandi scenari musivi dei catini absidali romani, pronti ad accogliere le teofanie di ispirazione apocalittica.

Il cubicolo presenta una semplice pianta quadrata con tre arcosoli ai lati, secondo l'organizzazione dei mausolei nobiliari, che si addensavano attorno ai grandi santuari martiriali del suburbio romano. Ebbene, in uno degli arcosoli è apparsa l'immagine di una nobildonna, sontuosamente abbigliata e ingioiellata, in compagnia della figlia orante, tra due santi che introducono le defunte nell'aldilà. Questa defunta va, presumibilmente identificata con una di quelle nobildonne di cui si diceva in apertura.

Il resto del cubicolo è costellato di scene bibliche (Giona, Daniele, Pietro che fa scaturire l'acqua nel carcere Tulliano, Maria con i Magi, Abramo e Isacco) rappresentate contro fondali neri incorniciati da fasce gialle e rosse, come per emulare l'opus sectile con cui si decoravano i più prestigiosi edifici della tarda antichità.

Il meticoloso intervento di restauro ha, quindi, recuperato uno dei monumenti sepolcrali più tardi e più decorati delle catacombe romane, quando queste stanno per esaurire la loro funzione funeraria, a favore di una stagione devozionale, allorquando i pellegrini dell'intero orbe cristiano si recano a visitare le tombe sante. In questo frangente, alcuni cubicoli monumentali fungono da "mausolei sotterranei", posizionati in una catacomba assai prossima al martyrium paolino, che al tempo dei tre imperatori Teodosio, Valentiniano ii e Arcadio, viene ampliato e decorato, come ricorda Prudenzio (Peristephanon, xii, 24-25), che si sofferma a descrivere proprio il prezioso soffitto, che può aver funzionato come prototipo per la volta del cubicolo di Santa Tecla. Anche i quattro clipei, con le raffigurazioni dei santi Pietro, Paolo e degli appena riscoperti Andrea e Giovanni, in questo senso possono rappresentare uno stralcio di una teoria apostolica o pontificia, di cui conosciamo la redazione leoniana, ma che poteva essere già prevista nell'impianto teodosiano della basilica.

La scelta di sistemare il cubicolo in una catacomba non lontana dalla memoria paolina, che, tra l'altro, assumerà la denominazione di Santa Tecla - così come un piccolo ipogeo scavato nella roccia di san Paolo prenderà il nome significativo di San Timoteo, disegnando una "mappa paolina" attorno al ii miglio della via Ostiense - rappresenta un importante intervento devozionale nei confronti dell'apostolo delle genti che, sin dal pontificato di Papa Damaso (366-384), vedrà potenziato il suo ruolo, nell'ambito di quel progetto politico-religioso che verterà proprio sulla concordia apostolorum e sulla riabilitazione di Paolo, che verrà considerato il promotore della conversione degli ultimi pagani, di cui si diceva in apertura.

Gianfranco Ravasi, L'Osservatore Romano 23

 

 

 

 

 

Mixa gibt klein bei und verzichtet auf sein Amt

 

Einigung mit der Diözese: Der Ex-Bischof stellt seinen Rücktritt nicht mehr in Frage. Außerdem verlässt er seine Wohnung.

 

Der zurückgetretene Augsburger Bischof Walter Mixa verzichtet nun doch auf eine Rückkehr in sein Amt. Das teilten Mixa und führende Vertreter des Augsburger Bistums am Mittwoch nach einem gemeinsamen Gespräch mit. Mixa stellt demnach seine Rücktritt nicht mehr in Frage. Außerdem nehme er seine zuvor geäußerten Vorwürfe, durch eine Intrige zum Rücktritt gedrängt worden zu sein, zurück.

„Für den Druck, den er bei Unterzeichnung seines Rücktritts empfunden hat, macht Bischof em. Dr. Mixa niemand verantwortlich und niemandem Vorwürfe“, heißt es in der gemeinsamen Erklärung. Außerdem wurde darin vereinbart, dass Mixa seine Wohnung im Bischofshaus verlässt und das Bistum Augsburg ihm eine „vorübergehende“ Unterkunft sucht. An dem Gespräch nahmen außer Mixa unter anderem der Augsburger Diözesanadministraor, Weihbischof Josef Grünwald, sowie Weihbischof Anton Losinger sowie Rechtsanwälte beider Seiten teil.

In einem am Mittwoch auf der Internetseite des Bistums veröffentlichten Brief an die Gläubigen bat Mixa „um Verzeihung für alles, was ich nicht recht gemacht habe“. Er sei „in vieler Hinsicht schuldig geworden“, obwohl er „niemanden in irgendeiner Weise verletzen oder beschädigen“ habe wollen. Auf die einzelnen Vorwürfe ging der emeritierte Bischof nicht ein, wandte sich aber gegen jede Form der Beschönigung.

Mixa schreibt, er habe sich „in einer sehr schmerzlichen Situation veranlasst“ gesehen, dem Papst seinen Amtsverzicht anzubieten. Benedikt XVI. habe ihn „in einem sehr liebevollen Brief“ wissen lassen, dass er auch nach seinem Rücktritt weiter Bischof bleibe und als Seelsorger tätig werden könne.

 

Der zurückgetretene Augsburger Bischof Walter Mixa hat bestätigt, er habe sein Rücktrittsgesuch an den Papst wenig später widerrufen. WELT ONLINE nennt wichtige Daten im Fall Mixa. Dabei gibt es teilweise unterschiedliche Informationen und Interpretationen.

 

Von großer Bedeutung sei für ihn jetzt, „dass in unserer Diözese gegenseitige Streitereien und gegenseitige schwerwiegende Vorwürfe abgebaut werden“. Alle sollten wieder „zu einem guten Einverständnis und zum Frieden in der Gemeinschaft der Kirche finden“. Mit dem Brief erfüllte Mixa eine Zusage, die er bei einem Einigungsgespräch der Augsburger Bistumsleitung gegeben hatte.

Mixa hatte am 22. April nach Vorwürfen finanzieller Unregelmäßigkeiten unter seiner Verantwortung sowie Vorwürfen massiver Prügel gegen Waisenhauskinder seinen Rücktritt angeboten. In einem für den Vatikan ungewöhnlich schnellen Verfahren hatte Papst Benedikt XVI. dieses Gesuch am 8. Mai angenommen. Vergangene Woche hatte Mixa den Vorwurf erhoben, über eine Intrige zum Rücktritt gezwungen worden zu sein. Deutsche Kirchenvertreter wiesen dies zurück. Mixa will im Juli mit dem Papst sprechen. Der Vatikan stellte aber bereits klar, dass dies nichts an der Annahme des Rücktrittsgesuchs ändere. Kna 23

 

 

 

Katholische Kirche sucht nach neuer Glaubwürdigkeit

 

Um das Vertrauen zurück zu gewinnen, muss die katholische Kirche bei Skandalen auf Offenheit setzen.  von Gernot Facius

 

Erst die Affäre um die Pius-Brüder, dann die Welle der Missbrauchsvorwürfe und nun die unselige Causa Mixa: In nur anderthalben Jahren schlitterte die katholische Kirche von Skandal zu Skandal. Zwar haben die Fälle unterschiedliche Ursachen, aber gemeinsam ist ihnen das klägliche Krisenmanagement. Peu a peu, meist unter medialem Druck, kamen die Fakten ans Licht.

Der Vertrauensverlust ist enorm. Beim Streit um Mixa kommt hinzu: Es ist den beteiligten Bischöfen nicht gelungen, der Öffentlichkeit glaubwürdig zu vermitteln, dass es um einen, wie Alois Glück vom Zentralkomitee der deutschen Katholiken sich ausdrückte, personenbezogenen Sachverhalt, eine menschliche Tragödie, geht und nicht um einen Richtungskampf.

Verwirrende Berichte über eine „Geheimakte Mixa“, gespickt mit unappetitlichen, bis jetzt nicht hinreichend belegten Details, haben die Spekulationen angeheizt. So konnte auf katholisch-fundamentalistischen Internetportalen fleißig an der Märtyrer-Legende gestrickt werden: Ein glaubenstreuer Oberhirte sei von modernistischen Amtsbrüdern unter Assistenz nachrichtenhungriger Medien zu Fall gebracht worden.

Die Kirche auf dem Irrweg

Freunde und Gegner Mixas beharken sich auf eine Weise, die man bislang nur von Machtrangeleien in politischen Parteien kannte. Aus einem kleinen Schneeball - Vorwürfe wegen angeblicher Prügel in einem Kinderheim und einem problematischem Finanzgebaren - ist eine große Lawine geworden, die über das Augsburger Bistum hinwegfegt und in der gesamten deutschen Kirche Schäden anrichtet.

 

Es ist längst - trotz aller Personenbezogenheit - mehr als nur eine bizarre lokale Affäre. Denn es geht um die Kardinalfragen nach einer Vertrauenskultur, die innerkirchliche Gräben und Mauern überwinden hilft und nach der Positionierung der Kirche in einer mehr und mehr säkularisierten Welt. Wenn hierauf bald eine glaubwürdige Antwort gefunden würde, dann könnte die Causa Mixa, so traurig sie ist, ein heilsamer Schock gewesen sein. Und käme es zu der von Erzbischof Zollitsch angemahnten Versöhnung, nur dann könnten Spaltungstendenzen im Keim erstickt und innerkirchliche „Kreuzzüge“ abgewendet werden.

Das geht freilich nicht ohne den mutigen Willen zur Transparenz. An Transparenz und Offenheit hat es in den jüngsten Affären meist gefehlt. In Rom und in Deutschland. Doch die Kirche erweist sich allen Unkenrufen zum Trotz durchaus als beratungsfähig. Aus den Fällen sexuellen Missbrauchs hat sie die Lehre gezogen: Die Institution zu schützen und alles sie Belastende zu vertuschen, ist ein Irrweg. Er treibt die Menschen von ihr weg. Die Kirche ist nicht nur eine Gemeinschaft von Heiligen, sondern auch eine der Sünder. Auch Sünder, heißen sie nun Mixa oder anders, müssen auf Gnade hoffen dürfen.

Akzeptanz in der gesamten Diözese

Davon kann es Dispens nicht geben. Nach dem Augsburger Trauerspiel wird vieles neu bedacht werden müssen. Es steht die Ernennung eines Nachfolgers für den abgelösten Diözesanbischof an. Natürlich lässt sich unter heutigen Bedingungen nicht nach dem Grundsatz der kleinen Urkirche verfahren, wer für alle da sein soll, muss von allen gewählt werden. Muss das aber bedeuten, die Auswahl unbedingt dem Papst allein zu überlassen, wie es im Augsburger Fall durch das Bayernkonkordat mit dem Vatikan möglich ist? Oder sollten zumindest Priesterräte und Vertretungen von Laien in den Entscheidungsprozess einbezogen werden, um wenigstens die Meinung des Kirchenvolkes zu erkunden?

 

Ein solches informelles Verfahren würde keineswegs das Konkordat aushebeln. Ein Bischof muss von der ganzen Diözese akzeptiert werden. Walter Mixa wurde 2005 von Papst Benedikt XVI. gegen den Willen des Domkapitels und gegen Vorbehalte in der Deutschen Bischofskonferenz von Eichstätt nach Augsburg „transferiert“. Es war die erste Bischofsernennung im deutschsprachigen Raum durch den Pontifex aus Bayern. Er sieht sich jetzt, zu Recht oder zu Unrecht, dem Vorwurf ausgesetzt, die Causa Mixa sei auch eine Causa Benedikt.

Kommt jetzt die große Stunde der Laien? Das anzunehmen wäre verfrüht. Doch der unglückliche Fall Augsburg gibt dem auf Mitsprache pochenden Zentralkomitee der deutschen Katholiken und der amtskirchenkritischen Kirchenvolksbewegung ein neues, gewichtiges Argument an die Hand. Zumal selbst der Papst neuerdings betont, die Laien seien nicht nur Mitarbeiter des Klerus, sondern Mitverantwortliche für die Kirche.  DW 23

 

 

 

Beauftragte für den 2. Ökumenischen Kirchentag: Positive Früchte lassen Nachhaltigkeit erkennen

 

MÜNCHEN - Vier Wochen ist es nun schon her, dass in München den 2. Ökumenischen Kirchentag zu Gast war. Fünf Tage wurden über Christsein in einer globalisierten Welt und das Miteinander von Christen in unserer Gesellschaft, die Zukunft der Kirchen und der Ökumene diskutiert, Tausende haben miteinander gesungen und gebetet, sich vom biblischen Wort aufrütteln und ermuntern lassen.

Das Magazin „Die Hoffnung trägt" der Erzdiözese dokumentiert die wichtigsten Stationen des Vorbereitungsprozesses, den das Erzbistum zusammen mit der Evangelisch-Lutherischen Kirche in Bayern durchgeführt hat. Darüber hinaus machen in dem 60-seitigen Heft Mitwirkende deutlich, welche Impulse vom Ökumenischen Kirchentag ausgegangen sind.

Für Andrea Wagner-Pinggéra  und Dr. Armin Wouters, die beiden scheidenden Beauftragten für den 2. Ökumenischen Kirchentag seitens der gastgebenden bayrischen Diözese, steht schon jetzt fest: „Viele Christen der Erzdiözese München Freising haben sich unglaublich engagiert sei es in Projekten auf dem Weg zum 2. Ökumenischen Kirchentag, durch die die Ökumene vor Ort gestärkt wurde, sei es am Abend der Begegnung, der zu einem großartigen Erfolg wurde, sei es in Veranstaltungen, auf der Agora, am Gastgeberstand oder bei den vielen kleinen und großen Dingen, die sonst noch zu tun waren".

Ab jetzt wird der 2. Ökumenische Kirchentag ausgewertet, da die Frage bewegt, ob bei dem Großereignis auch gelungen ist, das eigentliche Ziel zu erreichen. Wurde die Ökumene gestärkt und wenn ja wodurch? Um Antworten auf diese Fragen zu finden, wurde die Katholische Stiftungsfachhochschule in München als wissenschaftlicher Partner dieser Evaluation gewonnen .

„Die Auswertung wird nun in mehreren Schritten durchgeführt:", so die Beauftragten für den 2. Ökumenischen Kirchentag in einer Stellungnahme, die ZENIT vorliegt. „Direkt in der Woche nach dem ÖKT wurden qualitative Interviews mit nach sozialwissenschaftlichen Kriterien ausgewählten Vertretern aus der Diözesanleitung, den Verbänden, den Projektkommissions-Mitgliedern, den Ökumenebeauftragten in den Dekanaten, dem Vorstand des Diözesanrats und Haupt- und Ehrenamtlichen auf Pfarreiebene geführt. Auf dieser Grundlage wurde nun ein passgenauer Fragebogen erstellt, der in der zweiten Junihälfte knapp 800 Mal an die oben genannten Gruppen versandt wird, um so ein umfassendes Bild der ökumenischen Situation nach dem 2. Ökumenischen Kirchentag in der Erzdiözese München-Freising zu gewinnen".

Die Ergebnisse dieser Befragung werden dann wissenschaftlich ausgewertet und bis Ende September der Diözese vorgelegt. Anschließend sollen sie in geeigneter Form veröffentlicht werden. Ziel ist es, damit nicht nur den Kirchentag auszuwerten, sondern auch die zukünftige ökumenische Arbeit weiter zu optimieren.

Erfahrungen mit dem 2. Ökumenischen Kirchentag sind auf der Startseite von www.bayern-oekumenisch.de abrufbar. Angela Reddemann, Zenit 30

 

 

 

Aus und Amen für Walter Mixa

 

Die Bischofskonferenz hat die Existenz der Papst-Akte über Walter Mixa bestätigt. Damit ist klar: Es kann keine Rückkehr des Skandalbischofs nach Augsburg geben. Dort soll nun wieder Friede einkehren - doch das könnte Mixa noch verhindern. Von Matthias Drobinski

 

Um kurz vor zwei Uhr am Dienstagnachmittag endet Walter Mixas Kampf ums Bischofsamt in Augsburg. Dann schickt die Pressestelle der Deutschen Bischofskonferenz eine kurze Mitteilung an die Redaktionen; sie lautet: "Bei ihrer regulären Sitzung in Würzburg haben die deutschen Bischöfe in großer Betroffenheit über die Geschehnisse und offenen Fragen hinsichtlich ihres Mitbruders Walter Mixa gesprochen. Sie bestätigen, dass die in den Medien jetzt bekannt gewordenen Vorwürfe gegen ihn im April 2010 nach Rom weitergeleitet worden sind. Papst Benedikt XVI. hat daraufhin gehandelt und das Rücktrittsgesuch von Bischof Mixa angenommen."

Alle deutschen Bischöfe bestätigen: Ja, es gibt die Akte Mixa, in der Zeugen aus dem Umfeld des Bischofs von Alkoholproblemen und von sexuellen Übergriffen reden, vom zunehmenden Wirklichkeitsverlust eines Menschen, der zunehmend um sich selber kreist. Ja, diese Vorwürfe überzeugten den Papst, dass Mixa das Amt eines Bischofs nicht mehr ordnungsgemäß ausüben kann. Es kann nun keine Rückkehr des Zurückgetretenen nach Augsburg mehr geben.

Mit der Erklärung aus dem Würzburger Kloster Himmelspforten, wo die Bischöfe zwei Tage berieten - "bewegt, getroffen, erschüttert" - wie es hieß, ist der vorläufige Abschluss einer Auseinandersetzung, wie sie die Katholische Kirche in der Bundesrepublik noch nicht erlebt hat.

 

In keinem guten Licht - Da ist ein Bischof, der nicht wahr haben will, was ihm mit immer neuen Belegen vorgeworfen wird; der zurücktritt, dann vom Rücktritt zurücktritt, in einem eigentümlichen Interview die Erzbischöfe Robert Zollitsch und Reinhard Marx angreift, die ihn aus dem Amt gemobbt hätten. Da ist der Sprecher von Erzbischof Marx, der Mixas Aufenthalt in einer psychiatrischen Klinik offiziell bestätigt, was in München inoffiziell als ein Akt der Notwehr interpretiert wird: Wie sonst hätten wir auf Mixas Vorwürfe reagieren sollen?

Da gerät am Ende die Akte an den Papst in die Öffentlichkeit; sie lässt alle deutschen Bischöfe und auch den Vatikan in keinem guten Licht dastehen: Wenn die seelischen und die Persönlichkeits-Probleme Mixas schon länger bekannt waren - wieso konnte er nach Augsburg befördert werden, wieso hat niemand die Notbremse gezogen?

Jetzt also soll Friede einziehen - nach einem Bericht der Augsburger Allgemeinen soll sich auch Mixas Anwalt mit den Verantwortlichen im Bistum Augsburg getroffen haben, um eine Erklärung zu formulieren, die die Wogen im Bistum glätten soll. Ob dieser Friede jedoch von Dauer ist, bezweifelt indes auch mancher der in Würzburg versammelten Bischöfe. "Es gibt zwei große Unbekannte: Bischof Mixa und den Papst", sagt ein Insider.

 

"Auf einem guten Weg" - Mixa, weil niemand weiß, ob nicht doch wieder mit seiner Version der Geschichte an die Öffentlichkeit geht. Und der Papst, weil zwar selbst Mixas Unterstützer nicht mehr ernsthaft an eine Rückkehr als Diözesanbischof glauben, weil es aber doch in Rom und der Weltkirche viele schöne Posten gäbe, auf die der Bischof nach einer Schamfrist befördert werden könnte. Das wäre eine Ohrfeige für die Deutschen, deshalb blicken viele Bischöfe mit Bangen auf das Treffen Mixas mit dem Papst Anfang Juli.

Die Turbulenzen um Walter Mixa haben das eigentliche Thema des Treffens in Würzburg in den Hintergrund gedrängt: Die Bischöfe berieten weiter die Reform jener Leitlinien zum Umgang mit Fällen von sexuellem Missbrauch, die sie im Jahr 2002 beschlossen hatten. Im Frühjahr hieß es noch, die neuen Leitlinien seien bis Juni fertig, nun sagt Bischofskonferenz-Sprecher Matthias Kopp, im "Spätsommer" wäre man so weit, vielleicht schon im August, sicher aber zur Herbst-Vollversammlung Ende September in Fulda. Wie die Leitlinien genau geändert würden, könne er noch nicht sagen. Die Materie sei schwierig, man wolle gründlich sein, die Bischöfe hätten zahlreiche Experten zu Rate gezogen: Juristen, Psychologen, die Opferverbände. Aber man sei "auf einem guten Weg".

Wenn nicht wieder ein Bischof Mixa dazwischenkommt, von dem es heißt, er kenne die Wirklichkeit nicht mehr. SZ 23

 

 

 

 

 

Interview zum Fall Mixa. "Ein Ärgernis für die Gläubigen"

 

Hans Joachim Meyer spricht im FR-Interview über den Fall Mixa, die Intransparenz kirchlicher Entscheidungen und die Notwendigkeit, Laien stärker zu beteiligen. Er war früher Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken. Zur Person

Hans Joachim Meyer, 73, war in den Jahren 1997 bis 2009 Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken. Der CDU-Politiker ist studierter Sprachwissenschaftler. Er gehörte in der Endzeit der DDR dem Kabinett de Maizière als Minister für Bildung und Wissenschaft an (April bis Oktober 1990 ). Von 1990 bis 2002 war Meyer dann Staatsminister für Wissenschaft und Kunst in Sachsen. FR

 

Herr Meyer, was sagen Sie zur Performance der Bischöfe im Fall Mixa?

 

Ich finde das – wie jeder Katholik, dem an seiner Kirche liegt – alles ganz schrecklich. Es ist aber die Folge der allgemeinen Intransparenz kirchlicher Entscheidungen. Der einzelne, überaus bedrückende Fall muss Mahnung und Anstoß sein, die grundsätzlichen Mängel abzustellen.

 

Nämlich?

 

Bei der Besetzung leitender Ämter herrschen Undurchschaubarkeit und Willkür – ob in den Bistümern oder in Rom. Die Geschehnisse in Augsburg zeigen überdeutlich, dass Reformen überfällig sind – und zwar Reformen, die sich aus dem Selbstbild, das die Kirche im Zweiten Vatikanischen Konzil von sich gezeichnet hat, zwingend ergeben. Und das immer schon falsche Argument, es komme in der Kirche allein auf den Glauben an, Strukturfragen seien höchst nebensächlich, hat sich jetzt endgültig erledigt.

 

Welche Reformen konkret?

 

Die Laien müssen an der Auswahl der Bischöfe beteiligt werden. Die Kirche lebt als Gemeinschaft vor Ort und weltweit. Diese doppelte Dimension muss sich in der Art widerspiegeln, wie ein Bischof in sein Amt gelangt.

 

Mehr Demokratie in der Kirche?

 

Ich rede mit Bedacht nicht von Demokratie. Das könnte so gedeutet werden, als sollte der Kirche etwas Fremdes übergestülpt werden. Die Kirche heute braucht nur aus ihrer eigenen Geschichte zu lernen, in der synodale Strukturen gute Tradition haben. Wenn sie zugleich aus den Erfahrungen der Gegenwart lernt, in der man lebt – umso besser!

 

Was also lernt die Kirche für die Auswahl von Bischöfen?

 

Ein Bischof braucht das Vertrauen des Kirchenvolkes vor Ort in gleicher Weise wie das Vertrauen Roms und des Bischofskollegiums. Ich kann mir selbstverständlich keinen katholischen Bischof vorstellen, der gegen den Willen des Papstes berufen wird. Aber den Rückhalt der Gläubigen halte ich für ebenso wesentlich.

 

Mehrheiten sichern aber nicht die Auswahl der Besten. Auch das lehrt die Demokratie.

 

Diesen Einwand können Sie gegen jedes Verfahren vorbringen. Garantien gibt es ohnehin keine. Aber ob Menschen sich beteiligt fühlen und Entscheidungen mittragen, das ist schon wesentlich.

 

Wie soll die Beteiligung genau funktionieren?

 

Dazu werde ich jetzt nichts sagen, weil solch ein konkreter Vorschlag dann sofort zerredet wird, statt den Grundsatz anzuerkennen: die Beteiligung der Ortskirchen. Aus der Kirchengeschichte ist aber auch völlig klar: Wo ein Wille ist, ist ein Weg. Und wer nach Augsburg schaut, dem springt doch ins Auge: Mit Beteiligung des Volkes wäre dieser Bischof ebenso wenig jemals in sein Amt gekommen, wie er jetzt um sein Amt gekommen ist.

 

Wieso das?

 

Ja, nun. Da verschwindet ein Bischof aus seinem Amt, und die Diözese muss einfach zusehen! Das ist ein einziges Ärgernis für die Gläubigen. Sie sind es in einer freien Gesellschaft gewohnt, ernst genommen und in entscheidenden Fragen nach ihrer Meinung gefragt zu werden. Hier dagegen wird ihnen das Kommen und Gehen eines Bischofs gleichsam als ein schicksalhaftes Ereignis zugemutet.

 

Frau Käßmann hat auch niemanden gefragt, ob sie ihr Bischofsamt aufgibt oder nicht.

 

Ich bitte Sie! Natürlich kann jeder Amtsträger aus persönlichen Gründen zurücktreten. Der Fall Mixa aber geht weit über diese Ebene hinaus.

 

War es richtig, dass die deutschen Bischöfe Mixa zu einer "Auszeit" gedrängt und damit den Konflikt öffentlich gemacht haben?

 

Ich denke, die beteiligten Bischöfe haben verantwortungsvoll gehandelt. Ohne ihr offenes Handeln wäre alles noch viel schlimmer. Der Intransparenz mit neuer Undurchsichtigkeit zu begegnen - wohin hätte das führen sollen? Und machen wir uns nichts vor: Öffentlich wären die Dinge sowieso geworden. Das haben die vergangenen Tage doch gezeigt mit den erschütternden Berichten über Mixas Lebenswandel.

 

Welche weiteren Reformen fordern Sie?

 

Die Zölibatsverpflichtung für alle Geistlichen muss fallen. Es ist doch unübersehbar, dass die Kirche an diesem Kirchengesetz zugrunde zu gehen droht, weil sie ihren pastoralen Aufgaben gar nicht mehr nachkommen kann. Offenkundig zielt der Pflichtzölibat auf Menschen, die eine bestimmte Einstellung zur Sexualität haben. Ich will nicht missverstanden werden: Es gibt das große Ideal von der "Ehelosigkeit um des Himmelreiches willen". Aber schon Jesus hat dazu gesagt: "Wer es fassen kann, der fasse es." Daraus lässt sich keine allgemeinverbindliche Norm machen. Wir müssen also darüber nachdenken, in welchen anderen Lebensformen priesterliche Existenz heute möglich ist. Aber da wird bislang ja jeder gedeckelt, der den Mund aufmacht. Und ein weiteres ganz großes Thema steht an…

 

… die Frauenfrage?

 

Ja. Die jetzige Stellung der Frauen mit dem Ausschluss von den geistlichen Ämtern ist weder überzeugend noch befriedigend. Mit Gesprächsverboten geht die Kirchenleitung genau den falschen Weg. Das Problem lässt sich nicht verbuddeln. Es kommt immer wieder an die Oberfläche.

 

Mit Frauen in leitenden Ämtern kein Missbrauchsskandal?

 

Das ist mir zu holzschnittartig. Aber dass die Lebensklugheit von Frauen ein Schatz ist, den die Kirche bisher nur sehr begrenzt hebt, das ist offenkundig. Wer sich einen solchen Schatz entgehen lässt, zahlt immer einen Preis.

Interview: Joachim Frank FR 23

 

 

 

 

Belastend. Bischöfe bestätigen Mixa-Dossier

 

Würzburg/Augsburg. Die katholische Deutsche Bischofskonferenz (DBK) hat die Existenz eines belastenden Dossiers über den zurückgetretenen Augsburger Bischof Walter Mixa bestätigt. Eine entsprechende Akte liege bereits seit April in Rom vor, wurde am Dienstag nach einer Sitzung des Ständigen DBK-Rates in Würzburg mitgeteilt. Die in den Medien bekanntgewordenen Vorwürfe gegen Mixa - angebliche Alkoholabhängigkeit sowie angebliche homosexuelle Annäherungsversuche - seien damals nach Rom weitergeleitet worden.

 

"Papst Benedikt XVI. hat daraufhin gehandelt und das Rücktrittsgesuch von Bischof Mixa angenommen", hieß es weiter in der DBK-Mitteilung. Der Papst hatte am 8. Mai seine Entscheidung bekanntgeben lassen. Im Vordergrund stehe jetzt die persönliche Zukunft von Bischof Mixa, hieß es. "Vor allem die bayerischen Bischöfe sind darüber mit ihm im Gespräch."

 

Mixa hatte in einem Interview vor einigen Tagen seinen Rücktritt wieder infrage gestellt und erklärt, er habe diesen nur unter massivem Druck seiner deutschen Amtsbrüder dem Vatikan angeboten. Eine Wiedereinsetzung Mixas als Bischof hat der Vatikan jedoch ausgeschlossen. Mixa wird Anfang Juli eine Audienz beim Papst haben.

 

Der Diözesanrat im Bistum Augsburg appellierte an Mixa, sich zu seinen weiteren Plänen zu erklären. "Das würde viel Überdruck aus dem Kessel nehmen", sagte Diözesanratsvorsitzender Helmut Mangold der Nachrichtenagentur dpa. Nach einem Bericht der Tageszeitung "Augsburger Allgemeine" (Dienstag) gibt es Gespräche von Kirchenverantwortlichen mit Mixa und dessen Anwalt Gerhard Decker. Ziel sei eine Erklärung des ehemaligen Augsburger Bischofs, um die die Wogen im Bistum zu glätten, schreibt das Blatt. Die Pressestelle des Ordinariats äußerte sich dazu nicht.

 

Nach Ansicht von Mangold wäre es wünschenswert, wenn Mixa erklären würde, dass er nicht wieder auf den Augsburger Bischofsstuhl zurückkehren wolle. Im Grunde müsse Mixa ja wissen, dass dies ohnehin nicht möglich sei. Das Augsburger Domkapitel hat inzwischen eine Vorschlagsliste für die Besetzung des vakanten Bischofsstuhls in Augsburg an den apostolischen Nuntius in Berlin abgeschickt. Dies bestätigte das Augsburger Ordinariat am Dienstag, ohne nähere Angaben über die Anzahl der Vorschläge zu machen.

 

Die Debatte um den Fall Mixa zeigt nach Ansicht der Reformbewegung "Wir sind Kirche" massive Strukturprobleme der katholischen Kirche und einen riesigen Reformbedarf. Der Fall Mixa sei ein Lehrbeispiel für die Defizite und die mangelnde Transparenz bei Bischofsernennungen, sagte "Wir-sind-Kirche"-Sprecher Christian Weisner. Mixa, damals noch Bischof von Eichstätt, war im Juli 2005 von Papst Benedikt XVI. zum Bischof von Augsburg berufen worden. Dies sei eine der ersten Bischofsernennungen des jetzigen Papstes und damit auch "eine seiner ersten Fehlentscheidungen" gewesen: "Die Causa Mixa ist auch eine Causa Benedikt."

 

Es könne nicht angehen, dass jetzt nach diversen Vorwürfen der Zeigefinger nur auf Mixa gerichtet werde. Die entscheidende Frage sei: "Wer kann in der katholischen Kirche Bischof werden?" Die Reformbewegung "Wir sind Kirche" hält hierbei mehr Mitsprache der Ortskirchen für überfällig. Der Fall Mixa offenbart nach Ansicht von Weisner zugleich das Fehlen eines geeigneten Krisenmanagements in der katholischen Kirche. (dpa)

 

 

 

 

Das Fest des Wegbereiters Christi

 

ROM - Am Donnerstag, 24. Juni, begeht die Kirche das Hochfest der Geburt des heiligen Johannes des Täufers. Auf den Namen des Wegbereiters Christi ist die Bischofskirche von Rom, die Päpstliche Basilia St. Johann im Lateran - „omnium ecclesiarum urbis et orbis mater - die Mutter aller Kirchen der Stadt und des Weltkreises" - geweiht, in deren Schatten deshalb auch jährlich zum Festtag ein großes Volksfest stattfindet. Mit der heutigen Nacht schreiten wir in die Sommersonnenwende hinein. Das Brauchtum dieser kürzesten Nacht des Jahres, die morgen gefeiert wird ist vielfältig.

Den Römern ist das Johannis-Fest besonders teuer, an dem der Tradition gemäß Säckchen mit den ersten getrockneten Lavendelblüten des Jahres verkauft werden, die heute wie gestern dazu dienen, der Wäsche in den Schränken einen besonderen Duft zu verleihen. Im Jahr 2007 fiel das Fest der Geburt des Wegbereiters auf einen Sonntag. Daher hatte Papst Benedikt XVI. die Gelegenheit ergriffen und seine Ansprache vor dem Angelusgebet dem letzten der Propheten gewidmet. Der Papst erklärte, dass das festliche Gedenken an seine Geburt in Wirklichkeit die Feier Christi, der Erfüllung der Verheißungen aller Propheten, gewesen sei.

Als echter Prophet habe Johannes ohne Kompromisse Zeugnis von der Wahrheit gegeben und die Überschreitungen der Gebote Gottes auch dann angeklagt, wenn die Verantwortlichen die Mächtigen waren. „So zahlte er mit dem Leben, als er Herodes und Herodias des Ehebruchs anklagte, und er besiegelte mit dem Martyrium seinen Dienst an Christus, der die Wahrheit in Person ist."

„Alle Evangelien beginnen die Erzählung des öffentlichen Lebens Jesu mit dem Bericht über seine Taufe durch Johannes im Fluss Jordan", so der Papst. „Der hl. Lukas fügt das Auftreten des Täufers in einen feierlichen geschichtlichen Rahmen ein. Auch am Anfang meines Buches ‚Jesus von Nazareth' steht die Taufe Jesu im Jordan, ein Ereignis, das zu seiner Zeit großes Aufsehen erregte. Von Jerusalem und aus allen Teilen Judäas eilten die Menschen herbei, um Johannes den Täufer zu hören, sich von ihm im Fluss taufen zu lassen und dabei ihre Sünden zu bekennen (vgl. Mk 1,5)".

Der Ruf des Propheten und Täufers sei in einem Maß angewachsen, dass viele sich fragten, ob er der Messias sei. „Er aber - so hebt der Evangelist hervor - wies dies entschieden zurück: ‚Ich bin nicht der Messias' (Joh 1,20)."

Johannes „bleibt auf jeden Fall der erste ‚Zeuge' Jesu, da er den Hinweis auf ihn vom Himmel erhalten hat: ‚Auf wen du den Geist herabkommen siehst und auf wem er bleibt, der ist es, der mit dem Heiligen Geist tauft' (Joh 1,33)".

Genau dies sei geschehen, als Jesus nach dem Empfang der Taufe aus dem Wasser stieg: „Johannes sah auf ihn den Geist wie eine Taube herabkommen. Da ‚erkannte' er die volle Wirklichkeit des Jesus von Nazaret, er begann, ‚Israel mit ihm bekanntzumachen' (Joh 1,31) und wies ihn als Sohn Gottes und Erlöser des Menschen aus: ‚Seht, das Lamm Gottes, das die Sünde der Welt hinwegnimmt' (Joh 1,29)." Armin Schwibach, Zenit 23

 

 

 

Libanon: Politische Ideologie ist Parasit von Religion

 

Das „Oasis“-Zentrum hat sich dem Ziel verschrieben, Menschen der Kirche und der Wissenschaft zusammenzubringen. Gemeinsam sollen sie Wege entwickeln, die den Dialog und das Zusammenleben von Christen und Muslimen fördern. Einmal im Jahr trifft sich der wissenschaftliche Ausschuss der Stiftung abwechselnd in Venedig und einem überwiegend muslimischen Land. In diesem Jahr tagt der Ausschuss in Beirut, im Libanon, vom 21. bis 22. Juni.

 

Radio Vatikan hat über das Treffen mit Kardinal Angelo Scola, dem Patriarchen von Venedig, gesprochen. Er hatte die Gründung der „Oasis“-Stiftung 2004 angestoßen. Die Situation im Nahen Osten bewertet er momentan als sehr kritisch. Wir stünden knapp vor einem Punkt ohne Umkehr, kritisierte der Kardinal und erklärt, dass vor allem beim Nachwuchs jetzt angesetzt werden müsse:

 

„Wir sind davon überzeugt, dass wir gerade jetzt in dieser Situation Abhilfe schaffen müssen. Denn wir befinden uns knapp vor einem Absturz. Bei unserem letzten Treffen haben wir über die Weitergabe von Traditionen gesprochen und die Erziehung. Nehmen wir da zum Beispiel das libanesische Schulsystem, da gibt es auch Probleme im Dialog, in der Integration und das nicht nur zwischen Christen und Muslimen, sondern auch mit den Drusen und auch innerhalb der christlichen Gemeinschaft – also das Erziehungswesen ist in diesem Jahr unser Ausgangspunkt, um uns dem Problem des friedlichen Zusammenlebens zwischen Muslimen und Christen, zwischen Okzident und Orient auch in diesem extrem delikaten Moment zu nähern.“ 

Das Thema der diesjährigen Oasis-Tagung lautet „Erziehung wie paideia: Ein Vorschlag für unsere Zeit.“ Der griechische Begriff paideia - Erziehung, Bildung - stand in der antiken Kultur für eine intellektuelle und ethische Erziehung und Bildung und darüber hinaus aber auch für das Ergebnis des Erziehungsprozesses: Der Mensch wendet sich hin zum Denken des Maßgeblichen.

 

Kardinal Scola ist davon überzeugt, dass die Wiege der Integration und des Dialoges in den Schulen steht:

 

„Aber es gibt solche Schulen und solche. In dem gleichen Libanon, in dem viele Universitäten stehen, in dem es bisweilen auch ein recht fortschrittliches Schulsystem gibt, sowohl bei privaten als auch staatlichen Einrichtungen - in diesem Libanon gibt es aber eben auch Schulen, die gewaltbereite Milizen hervorbringen, aber eben auch Männer des Friedens.“ 

Scola warnt vor einer Indoktrination an Schulen:

 

„Die Ideologie darf nicht zum Parasit der Religion werden. Die Religion fällt ab zum Fundamentalismus, wenn man nicht mehr klar die Beziehung zwischen Wahrheit und Freiheit sieht. Genau das geschieht, wenn eine politische Ideologie zum Parasit der Religion wird, wenn mit Religion ein bestimmtes Ziel verfolgt wird. Und Erziehung, eine wirkliche Erziehung, ist das beste Gegengift gegen dieses Risiko: Gegen eine parasitäre politische Ideologie der Religion.“ Rv 22

 

 

 

 

D: Bischöfe haben Rom über Mixa informiert

 

Die deutschen Bischöfe haben an diesem Dienstag bestätigt, „dass die in den Medien jetzt bekannt gewordenen Vorwürfe gegen ihn - das meint Bischof Walter Mixa - im April 2010 nach Rom weitergeleitet worden sind.“ So erklärt es der Ständige Rat der Deutschen Bischofskonferenz zum Abschluss seiner Sitzung und fügt hinzu: „Papst Benedikt XVI. hat daraufhin gehandelt und das Rücktrittsgesuch von Bischof Mixa angenommen.“ Mit den Vorwürfen, die die Bischöfe ansprechen, sind die in der FAZ und in der SZ genannten Vorwürfe zum Privatleben des emeritierten Bischofs von Augsburg gemeint. Die Bischöfe hätten „in großer Betroffenheit“ über die Causa Mixa und auch über offene Fragen gesprochen; im Vordergrund stehe jetzt für sie die persönliche Zukunft von Bischof Mixa. Vor allem die bayerischen Bischöfe seien darüber mit ihm im Gespräch, heißt es in einer Pressemitteilung der Bischofskonferenz. – Beim Ständigen Rat handelt es sich um eine Institution der Bischofskonferenz, in der jede Diözese durch den Bischof mit Sitz und Stimme vertreten ist. Der Ständige Rat kommt jährlich fünf- bis sechsmal zu einer Sitzung zusammen, um die Vollversammlung von laufenden Aufgaben zu entlasten und eine kontinuierliche Beratung der Diözesanbischöfe zu gewährleisten. Pm 22

 

 

 

 

 

Der Fall Mixa. Unmut in Rom über die deutschen Bischöfe

 

Im Vatikan wird die Verärgerung darüber immer größer, dass es den deutschen Bischöfen nicht gelingt, Walter Mixa das Ende seiner Amtszeit unmissverständlich klar zu machen. Dem früheren Bischof werden Trunkenheit, Veruntreuung, „Watschn“ und homosexuelle Annäherungen vorgeworfen. Von Jörg Bremer, Rom

 

Die Deutsche Bischofskonferenz hat am Dienstag die Berichterstattung auch der F.A.Z. offiziell bestätigt, nach der die Vorwürfe gegen den früheren Augsburger Bischof Walter Mixa, er sei homosexuell übergriffig geworden und zudem alkoholkrank, im April dem Vatikan zugeleitet worden waren. Die Kirche teilte mit, die bayerischen Bischöfe seien mit Walter Mixa über dessen persönliche Zukunft im Gespräch. Papst Benedikt XVI. wird den früheren Bischof von Augsburg Walter Mixa am Freitag, dem 2. Juli zu einer Audienz empfangen.

Nur das Datum ist neu; schon in seinem Brief zur Begründung für die Annahme der Entpflichtung Mixas am 8. Mai hatte der Papst angekündigt, diesen „zu gegebener Zeit“ sehen zu wollen. Das sollte freilich in ruhiger Stimmung geschehen. Jetzt könnte es so scheinen, als reagiere Benedikt XVI. mit seiner Audienz auf die anhaltenden Meldungen um den 69 Jahre alten Mixa, seine Augsburger Diözese und die deutschen Bischöfe; doch sieht sich der Vatikan vielmehr „in der Pflicht, dem Menschen Mixa zu helfen“. Mit der Audienz wird keine Veränderung von dessen Status verbunden sein. Der Papst habe seinerzeit nach eingehenden Überlegungen Mixas Bitte um Entpflichtung angenommen „und dabei bleibt es“, heißt es beim Heiligen Stuhl.

Zugleich wird in Rom Unwillen darüber spürbar, dass es die deutschen Bischöfe nicht alleine schaffen, ihren bisherigen Kollegen Mixa rund um die Vorwürfe von Trunkenheit, Veruntreuung, „Watschn“ und homosexuellen Annäherungen in die Wirklichkeit seines Amtsendes zu führen. Ungehalten ist Rom auch darüber, dass Mixa in der Presse immer neue Anklagen erhebt und das dem „von der anderen Seite“ Stellungnahmen folgen, die „neues Öl in das Feuer gießen“.

Damit ist wohl vor allem die Äußerung des Sprechers des Münchner Erzbischofs Reinhard Marx gemeint, Mixas „Aufenthalt in der psychiatrischen Klinik war ein wichtiger erster Schritt“. Dieser Satz folgte auf ein Gespräch Mixas mit der Zeitung „Welt“ am vergangenen Mittwoch, das voller Anklagen gegen Bischofskollegen war. Rom könnte nun Mixa jede Wortmeldung in der Presse verbieten. Doch aus Respekt vor der Person soll es keinen Maulkorb geben.

Es gibt kein „Geheimdossier Mixa

Es gibt bei der Bischofskongregation kein „Geheimdossier Mixa“, wie es am Montag bisweilen hieß. Allerdings erhielt sie am 27. April über den Nuntius des Heiligen Stuhls in Berlin, den schweizerischen Erzbischof Jean-Claude Perisset, Unterlagen. Die stammten vom Bistum Augsburg und waren nach Rom weitergeschickt worden. Das ist der übliche diplomatische Weg zwischen den nationalen Kirchen und Rom. Mithin wissen die Verantwortlichen in Augsburg, was im vermeintlichen Geheimdossier steht. Damit sei auch die Quelle klar, heißt es in Rom, wenn heute so geheimnisvoll aus dieser Akte zitiert werde.

Freilich ist diese Akte nur Teil des Materials gewesen, das den Papst dazu veranlasste, Mixas Rücktrittsgesuch anzunehmen. Viel mehr Unterlagen brachten offenbar der Vorsitzende der Bischofskonferenz, der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch, der Münchner Erzbischof Reinhard Marx und der Augsburger Weihbischof Anton Losinger am 29. April nach Rom. Der Papst hatte sie eilig nach Rom gebeten, um sich Klarheit zu verschaffen.

Aus der Kur verkündete Mixa den Rücktritt vom Rücktritt

Am 21. April hatte Mixa handschriftlich per Fax den Papst um Entpflichtung gebeten, „um weiteren Schaden von der Kirche abzuwenden“, wie er bei einer Pressekonferenz gesagt hatte. Danach reiste Mixa nach Basel, wo er sich einer Kur unterzog, um sein Alkoholproblem in den Griff zu bekommen. Von dort aus soll er drei Tage später beim Heiligen Stuhl angerufen haben, um seinen „Rücktritt vom Rücktritt“ durchzugeben. Er habe unter Druck und falschen Vorwürfen entschieden. Mixa wurde auf den schriftlichen Weg verwiesen, und es kam tatsächlich wieder ein Fax.

Der Papst bat daraufhin Zollitsch und Marx, in Basel mit Mixa zu sprechen. Von beiden Seiten sei dieses Treffen vom 1. Mai gut bewertet worden, heißt es: Mixa habe eingesehen, dass allein die erste Willensbekundung seines Wunsches nach Entpflichtung gelte, wird Zollitsch zitiert. Auch Mixa berichtete per Telefon nach Rom, das Treffen sei gut gewesen. Seine Gäste seien noch zum Abendessen geblieben.

Der Papst reagierte schneller als gewöhnlich

Auf dieser Grundlage reagierte der Papst schneller als gewöhnlich und nahm die Bitte um Entpflichtung an. Es sollte Ruhe einkehren. Der Nuntius reiste mit dieser Botschaft von Berlin nach Basel und brachte den zweieinhalb Seiten langen Brief Benedikts mit. So ein Brief sei keine Selbstverständlichkeit, heißt es. In ihm standen wohl nicht die einzelnen Vorwürfe gegen Mixa im Vordergrund, sondern der Umstand, dass der Bischof aus fehlender Aufrichtigkeit seine Glaubwürdigkeit verloren habe und so eine fruchtbare Weiterarbeit nicht mehr möglich sei. Walter Mixa dürfe sicher sein, hieß es in dem Brief offenbar, dass sich der Papst bei der Annahme der Entpflichtung nicht dem Druck der Presse beuge.

Freilich sind beim Heiligen Stuhl alle Vorwürfe gegen Mixa bekannt und aktenkundig. Der Papst entscheide nicht so einfach mal über das Schicksal eines Bischofs. So weiß der Heilige Stuhl von den finanziellen Unregelmäßigkeiten bei Stiftungsgeldern im Waisenhaus von Schrobenhausen, wo Mixa zwischen 1973 und 1996 Stadtpfarrer war. Weniger gewichtig erscheint in Rom die Frage, ob Mixa damals nur „Watschn“ verteilt oder richtig zugeschlagen habe. Entscheidend sei für den Papst gewesen, dass sich Mixa so lange vor der Wahrheit gebogen und jede Aggression geleugnet habe.

Mixa könne „schön über den Durst trinken“

Bekannt seien aus den Augsburger Unterlagen auch zwei homosexuelle Annäherungen aus der Mitte der neunziger Jahre. So habe Mixa während eines Urlaubs den Kontakt zu einem Priester gesucht („Ich brauche deine Liebe“). Die Aussage stamme allerdings nicht von dem Priester, sondern einem Ohrenzeugen. Dass „Mixa schön über den Durst trinken“ könne, habe man in Rom länger schon gewusst; doch erst jetzt sei bekannt geworden, dass es sich hier offenbar um ein medizinisches Problem handele. Der Vorwurf von Kindesmissbrauch, dessentwegen kurzfristig gegen Mixa ermittelt worden war, habe in Rom keine Rolle gespielt, heißt es; er stand offenbar auch nicht in den Augsburger Unterlagen für die Bischofskongregation.

Der Papst wolle Mixa eine Brücke in die Wirklichkeit bauen. Der frühere Bischof von Augsburg habe wohl die Wahl zwischen einem Ruhesitz in seiner Heimat und in der Toskana; aber er solle sich nun in jedem Falle zurückziehen. Schon Anfang des Monats hätte Mixa seinen Kampf aufgeben können, heißt es schließlich, als er beim Chef der Bischofskongregation Kardinal Giovanni Re vorsprach, seine Rehabilitierung einforderte und über den Gang zum Päpstlichen Gerichtshof spekulierte. Beim Heiligen Stuhl hatte man gehofft, Res Antwort sei klar genug gewesen. Das war offenbar nicht der Fall. Faz 22

 

 

 

 

Päpstlicher Hilfsappell am Weltflüchtlingstag

 

ROM - Papst Benedikt XVI. hat gestern in Rom dazu aufgerufen, sich jener wachsenden Zahl von Menschen anzunehmen, die sich auf der Flucht befinden.

 

Vor dem Gebet des Angelus, der am Sonntagmittag auf dem Petersplatz. stattfand, appellierte der Heilige Vater aus Anlass des Weltflüchtlingstages, der jedes Jahr am 20. Juni begangen wird, dass die „Sorge um die Probleme all jener jene, die gezwungen worden sind, aus ihren Ländern und ihrer gewohnten Umgebung zu fliehen", in der öffentlichen Meinung nicht nachlassen möge.

 

„Flüchtlinge sehnen sich danach aufgenommen zu werden und mit ihrer Würde und Grundrechten anerkannt zu werden", bekräftigte Benedikt XVI. „Gleichzeitig versuchen sie ja auch ihren Beitrag für die Gesellschaft zu leisten, die sie aufnimmt."

 

Der Bischof von Rom äußerte seinen tiefen, von Herzen kommenden Wunsch, „dass diesen unseren Brüdern und Schwestern, die schwer vom Leid getroffen worden sind, Asyl gewährt und die Anerkennung ihrer Rechte sichergestellt wird". Er appellierte „an die Verantwortlichen der Nationen, allen Schutz anzubieten, die sich in derart heiklen Notsituationen befinden".

 

Der Hohe Flüchtlingskommissar der Vereinten Nationen gab letzte Woche bekannt, dass die im vergangenen Jahr sind so wenige Flüchtlinge freiwillig in ihre Heimat zurückgekehrt wie seit 20 Jahren nicht mehr.

Das Flüchtlingshilfswerk UNHCR bezifferte ihre Zahl auf lediglich etwa 250.000. Anhaltende Konflikte wie in Afghanistan, Somalia und der Demokratischen Republik Kongo hätten offenbar viele Menschen von einer Rückkehr abgehalten. Im zurückliegenden Jahrzehnt waren es nach UN-Angaben im Schnitt rund eine Million Flüchtlinge pro Jahr, die in ihre Heimat zurückgingen. Ende 2009 waren weltweit offiziell mehr als 43 Millionen Flüchtlinge registriert.

Die UNHCR-Zahlen berücksichtigen nicht die 4,3 Millionen palästinensischen Flüchtlinge in Jordanien, Libanon, Syrien und Palästinensisch besetzten Gebieten. Diese fallen unter das Mandat einer anderen UN-Organisation, dem UN-Hilfswerk für Palästina-Flüchtlinge (UNRWA). Wenn man sie dazurechnet, wird die 14-Millionen-Marke überschritten.

Abgesehen von Flüchtlingen kümmert sich UNHCR seit einigen Jahren auch verstärkt um so genannte Binnenvertriebene: Menschen, die ihre Heimatregion zwar auch aus Furcht um ihre Sicherheit verlassen, aber keine international anerkannte Landesgrenze überschreiten.

Die Zahl der Binnenflüchtlinge, einschließlich der Menschen in ähnlichen Situationen, die vom UNHCR betreut werden lag Ende 2009 bei 15,6 Millionen Menschen. Dies ist eine Rekordzahl und bedeutet einen Anstieg um 1,2 Millionen im Vergleich zum Vorjahr (14,4 Millionen) und eine Verdopplung im Vergleich zur ersten statistischen Erhebung im Jahr 2005. Damals lag die Zahl bei 6,6 Millionen. In Kolumbien, das die Zahl der Binnenflüchtlinge seit 1997 erhebt, sind derzeit 3,3 Millionen Binnenflüchtlinge registriert. Zenit 20

 

 

 

Vatikan: Abschiedsinterview mit Botschafter Horstmann

 

In wenigen Tagen steht der offizielle Stabwechsel in der Deutschen Botschaft beim Heiligen Stuhl an. Dann löst Walter Jürgen Schmid Hans-Henning Horstmann als Botschafter ab. Radio Vatikan hat mit dem aus Garmisch-Partenkirchen stammenden Diplomaten Horstmann auf die vergangenen knapp vier Jahre zurückgeblickt. Von Benedikt XVI. hatte sich der Protestant bereits am vergangenen Freitag verabschiedet. Der Papst empfing ihn in Privataudienz.

 

„Es war einmal mehr eine der Begegnungen, die mir viel Kraft und Mut gegeben haben. Ich habe Papst Benedikt XVI. am 28.09.2006 mein Beglaubigungsschreiben überreicht und von diesem ersten Meinungsaustausch bis jetzt zu dem am Freitag waren es Gespräche, die mir nicht nur viel gegeben haben, sondern wo immer auch klar wurde, was Benedikt XVI. auszeichnet: Wahrhaftigkeit, Wesentlichkeit und Güte. Das sind Eigenschaften, die mich immer wieder bewegt haben und die mich künftig auch bewegen werden.“

 

Es war eine erfüllte Zeit und vor allem ein sehr abwechslungsreicher Abschnitt seines Diplomatenlebens, resümiert Horstmann. Höhepunkte waren für ihn die Treffen mit dem Papst und Ende des vergangenen Jahres das Weihnachtsoratorium von Bach in der sixtinischen Kapelle. Ein Geschenk des damaligen Bundespräsidenten Köhler an Benedikt XVI..

 

„Darüber hinaus die persönlichen Begegnungen mit Mitgliedern der Kurie. – Sei es das Bildungswesen, Einheit der Christen, sei es der interreligiöse Dialog auch mit den Prälaten und Monsignore haben mich so bereichert, haben gebildet. Es gibt eigentlich keine Frage, die nicht angesprochen worden ist.“ 

 

Doch Horstmann hat auch außerhalb der vatikanischen Mauern viele Kontakte gepflegt. Begeistert spricht er von den vielen deutschen wissenschaftlichen und kulturellen Institutionen in Rom. An erster Stelle nennt er die Villa Massimo und ein von ihm mitangestoßenes Kooperationsprojekt. Die Künstler der deutschen Akademie in Rom treffen dabei jeweils mit einem Kirchenvertreter zum Gespräch zusammen. Die Bereitschaft zum Dialog hat der Botschafter von Seiten der Kirche selbst erfahren:

 

„Bei den Antrittsbesuchen stellte sich sehr schnell heraus ein gegenseitiges Interesse. Diese Gespräche sind geprägt von einer Offenheit im Vertrauen darauf, dass diskret damit umgegangen wird. Vielleicht unterscheidet das diese Welt im Vatikan von dem Wirken in einem Staat, in Regierungen. Die Öffentlichkeit wird nicht gesucht, es wird gesucht gemeinsam, wie finden wir Lösungen, gerade das Gespräch über Einheit der Christen, was einen Protestanten besonders bewegt. Der interreligiöse Dialog, der ja auch imminent politische Komponenten hat... Es ist schon eine einzigartige Welt.“ 

 

Ihn hat besonders das internationale Wirken der Kirche im Hintergrund beeindruckt:

 

„Es war in diesen vier Jahren für mich großartig zu erleben, wie die römisch-katholische Weltkirche im Globalisierungsprozess segensreich wirkt, sehr oft still und es wird in der Kurie wahrgenommen, aber dann v.a. in den Ländern, wo Priester und wo Kirche arbeitet, sei es in Bildung, sei es im Karitativen, sei es in Mediation, um Konflikte zu entschärfen. Das war eine großartige Erfahrung.“ 

 

Und so verabschiedet sich Horstmann von Rom aus in die Rente. Seine Worte können trotz sorgsamer Wahl die Rührung nicht verbergen.

 

„Ich nehme viele Freundschaften mit, ich nehme die Kraft von Weltkirche mit und was ich an Kulturellem erleben durfte, ist eine Erfahrung, die mich lange begleiten wird. Ich habe auf verschiedenen Posten Dienst getan, die Posten haben mich immer erfüllt. Ich habe mich auf meine Aufgabe als deutscher Botschafter beim Heiligen Stuhl gefreut. Ich gehe erfüllt von diesem Krönungsposten nach Hause.“  (rv 21)

 

 

 

 

Überzeugte bringen Kirche auch in schwerer Zeit weiter

 

Traditioneller Priestertag im Hotel Maritim– Mainzer Pastoraltheologe Pater Sievernich sprach vor über 170 Geistlichen

 

Fulda/Hanau/Kassel/Marburg. Die Zahl der Gläubigen in der katholischen Kirche sei kleiner geworden und werde es in Zukunft noch deutlicher sein, auch dadurch, daß Menschen enttäuscht die Kirche verließen. Davon zeigte sich Bischof Heinz Josef Algermissen am Mittwoch im Fuldaer Dom überzeugt. Der Bischof dankte den über 170 Priestern und Diakonen für ihre Bereitschaft, Jesus Christus zu suchen und ihn „in ihrer Mitte wohnen zu lassen“ sowie die Menschen immer wieder zu dieser Mitte mit hinzuziehen. Denn nur überzeugte Priester könnten die Kirche weiterbringen, wie Papst Benedikt XVI. jüngst zum Ende des Priesterjahres in Rom betont habe. Macht und Einfluß der Kirche hätten abgenommen, und die Priester seien „zu neuer Demut gerufen“. Die Kraft überzeugender Menschen bleibe nach wie vor von vielen ersehnt und gesucht.

 

„Jesus Christus muß die entscheidende Notwendigkeit unserer Existenz und die Mitte unseres priesterlichen Lebens sein. In seiner Person handeln können wir glaubwürdig nur, wenn wir aus der Mitte der Begegnung mit Christus leben und bereit sind, mit ihm in der Mitte der Menschen zu wohnen, um sie in ihren Herzen zu berühren“, hatte Algermissen eingangs hervorgehoben. Nichts sei schlimmer in der Kirche als „laue, graue und kraftlose Mittelmäßigkeit“, insbesondere bei Amtsträgern. „Die Mitte unseres Glaubens ist kein kleinster gemeinsamer Nenner, den irgendwie die meisten noch mitmachen können, sondern eine Fülle, die es immer neu zu ermessen gilt“, betonte der Oberhirte. In der Eucharistie versammle der Priester die Menschen zur Mitte und lasse Christus in ihr Innerstes gelangen; im Bußsakrament trage er dazu bei, daß Menschen mit sich und Gott ins reine kämen; in der Krankensalbung richte er wie Jesus den Kranken im Herzen wieder auf.

 

Vortrag über Neuevangelisierung im Kontext der späten Moderne

Generalvikar Prof. Dr. Gerhard Stanke kam in seiner Begrüßung der im Anschluß an den Gottesdienst in der Orangerie (Hotel Maritim) versammelten Geistlichen auf die Herausforderungen an die Kirche und den vom Bischof von den Gemeinden erbetenen „Brief der Hoffnung“ zu sprechen. Besonders begrüßte er die diesjährigen Jubilare unter den Geistlichen sowie die Missionare, neugeweihten Priester und Diakone und die Pensionäre. „Es bedarf einer neuen Aufmerksamkeit für die Gaben der einzelnen Personen, um die vorhandenen humanen und spirituellen Ressourcen ins Spiel zu bringen. Wir haben die einmalige Chance, einen Prozeß der Reform in Gang zu setzen, der auch eine spirituelle Erneuerung impliziert und die passiven Mitglieder mit ihren Talenten ernstnimmt und vor ihre Verantwortung stellt.“ Dies stellte Pater Prof. Dr. Michael Sievernich SJ in seinem anschließenden Festvortrag über die „Neuevangelisierung in der späten Moderne“ heraus. Der Mainzer Professor für Pastoraltheologie legte in seinem Vortrag dar, daß die Kirche für ihren missionarischen Auftrag den zeitgenössischen Kontext ins Auge fassen müsse, da ihre Symbole und Gesten nicht mehr ohne weiteres verstanden würden.

 

Veränderte religiöse Landschaft und neue Figuren

Eine neue religiöse Landschaft habe sich dadurch herausgebildet, daß die kirchenbezogene Religiosität zurückgegangen sei, es aber auch eine gegenläufige Tendenz einer religiösen Revitalisierung gebe. Neue Religionsformen seien oft auf unmittelbare Lebensbedürfnisse zugeschnitten, aber „nicht mehr am moralischen Kanon des Christentums orientiert“. Das bedeute letztendlich eine Entkonkretisierung und Entpersonalisierung der Religion, so Prof. Sievernich. Wie schon Pater Alfred Delp 1941 festgestellt habe, sei eine neue Inkulturation im „Missionsland Deutschland“ erforderlich. In der religiösen Landschaft seien neue Phänomene und Figuren aufgetaucht, so die „globale Neujustierung“ der katholischen Kirche in der Welt, mit dem Rückgang der Kirche in Europa, und die Entstehung neuer christlicher Gruppierungen außerhalb des klassischen Pfarreimodells. Die Jugend, „der eigentliche Schatz der Gesellschaft und der Kirche“, weise neue Einstellungen auf, die eine zunehmende Familienorientierung und mehrheitlich konfessionelle Bindung ebenso beinhalteten wie eine überraschende Kirchenakzeptanz. Dabei meinten viele Jugendlichen jedoch, daß die Kirche sich ändern müsse, wenn sie eine Zukunft haben wolle, und daß sie oft keine Antworten auf ihre Fragen habe.

 

Neue evangelisierende Pastoral

Neben den „klassischen Typus des praktizierenden Katholiken“ seien neue Figuren getreten, die Prof. Sievernich im folgenden charakterisierte. Da sei zum einen der „Bastler“, der sich auf verschiedene Art mit Teilaspekten – emotional, kulturell, humanitär, politisch, humanistisch oder ästhetisch – des Christentums identifiziere. „Diese sechs Typen der religiösen Zugehörigkeit geben ein hilfreiches Instrument der Wahrnehmung und Interpretation an die Hand, um die heutige junge Generation besser zu verstehen“, zeigte sich der Referent überzeugt. Sodann nannte er die Figur des „Pilgers“, der eine mobil, autonom, freiwillig, individuell geprägte religiöse Kultur pflege. Als weiteren Typ charakterisierte er den „Konvertiten“, der in der Kirche eine neue Heimat suche bzw. zu ihr zurückkehre. All dies mache deutlich, daß die zukünftige Sozialform des Christentums diversifiziert werden müsse. Eine „neue evangelisierende Pastoral“ müsse sich diesem Kontext anpassen, also nicht nur die klassische, sondern auch die Seelsorge an Fernstehenden, Nichtpraktizierenden und Un- bzw. Halbgläubigen in Angriff nehmen. Das sei laut Sievernich durch eine entsprechende liturgische und spirituelle Präsenz, entsprechend den Gaben der einzelnen Personen, durch eine pastorale und diakonale Präsenz, besonders durch den Beruf des Priesters als konkreten Ansprechpartners vor Ort, und eine missionarische und interkulturelle Präsenz, bezogen auf die Lebenswelt der Menschen, erreichbar. Bpf 21

 

 

 

Papst warnt Priester vor falschem Ehrgeiz und Prestigestreben

 

Vatikanstadt - Papst Benedikt XVI. hat die Priester aufgerufen, in ihrem Dienst nicht nach persönlichem Prestige und sozialer Absicherung, sondern nach der Verwirklichung des Willens Gottes zu streben. Wer als Priester vor allem seinen eigenen Ehrgeiz verwirklichen wolle, sei stets "Sklave seiner selbst und der öffentlichen Meinung" und habe den Sinn seines Dienstes "gänzlich falsch verstanden", sagte der Papst am Sonntag während einer Priesterweihe im Petersdom. Ein Priester dürfe nicht die allgemeine Zustimmung zum Maßstab seiner Worte machen und "morgen verurteilen, was er heute lobt". Er müsse vielmehr den Mut besitzen, der Wahrheit Gottes standfest zu folgen, sagte der Papst.

 

Während des Gottesdienstes weihte Benedikt XVI. insgesamt 14 Diakone der Diözese Rom zu Priestern, unter ihnen ein Südtiroler und ein Japaner. An der feierlichen Messe im Petersdom nahmen unter anderen Kardinalvikar Agostino Vallini, der Stellvertreter des Papstes für das Bistum Rom, die Weihbischöfe der Diözese sowie die Seminarleiter und Heimatpfarrer der Neupriester teil. In seiner Eigenschaft als Bischof von Rom weiht der Papst jährlich Diakone seiner Diözese zu Priestern.

 

Kirgistan: Friedensappell des Papstes

 

Nach dem Mittagsgebet am Sonntag am Petersplatz hat sich Papst Benedikt XVI. mit einem Friedensappell an die Konfliktparteien in Kirgistan gewendet. "Ich rufe alle ethnischen Gemeinschaften des Landes auf, auf jede weitere Provokation oder Gewalt zu verzichten", so der Papst. Zugleich forderte er die internationale Gemeinschaft auf, dafür zu sorgen, dass die humanitäre Hilfe die betroffene Bevölkerung unverzüglich erreiche. Die Opfer und Angehörigen der Auseinandersetzungen versicherte das Kirchenoberhaupt seines Gebets.

 

Weltflüchtlingstag: Rechte der Migranten wahren

 

Schließlich hat sich Benedikt XVI. in seiner Ansprache nach dem Mittagsgebet auch zum heutigen Weltflüchtlingstag geäußert und zur Achtung der Rechte der Migranten aufgerufen. Diese müssten eine menschenwürdige Aufnahme finden; zugleich hätten die Flüchtlinge jedoch auch einen Beitrag für die Gesellschaft ihres Aufnahmelandes zu leisten und müssten dessen Identität respektieren. Diese Rechte und Pflichten müssten in einem ausgewogenen Verhältnis zueinander stehen, forderte der Papst. Der Weltflüchtlingstag wird seit 10 Jahren jährlich am 20. Juni begangen. Kap 20

 

 

 

 

Pater Samir: „Christen für Frieden in Nahost unerlässlich“

 

Die Blockade des Gazastreifens ist gelockert, endlich können Hilfsgüter in das humanitäre Katastrophengebiet gebracht werden. Der Nahostkonflikt schwelt jedoch weiter – zu tief sind die Wunden der Vergangenheit auf beiden Seiten, zu stark das Gefühl, sich vor der anderen Seite schützen zu müssen. Die Christen im Nahen Osten – sie geraten in die Mühlen des Konfliktes und fliehen aus der Region. Dabei sind gerade sie für Frieden und Versöhnung unerlässlich, und zwar deshalb, weil sie das Prinzip der Vergebung leben. Daran erinnert der libanesische Jesuitenpater Samir Khalil Samir im Interview mit Radio Vatikan:

 

„Der Moslem von heute hat das israelisch-palästinensische Problem islamisiert und ebenso die Juden. Die einen sagen: Dieses Land gehört mir, denn es ist Teil der islamischen Ummah, also Gemeinschaft. Israel beansprucht das gleiche; auch wenn sie nicht direkt von Gott sprechen, meinen sie indirekt: Dieses Land ist unseres, denn Gott hat es uns gegeben. Es ist sehr schwer – aber nicht unmöglich – für einen Moslem und einen Juden, nicht in solchen Begriffen zu denken. Für den Frieden müssen aber Ungerechtigkeiten akzeptiert und es muss vergeben werden – im Bewusstsein, dass man selbst auch Ungerechtigkeiten begangen hat. Und meine Erfahrung sagt mir, dass in diesem letzten Punkt nur der Christ den Frieden als überragendes Gut stärken kann: Kein Frieden ohne Gerechtigkeit, keine Gerechtigkeit ohne Dialog und ohne Zugeständnisse.“ (rv 21)

 

 

 

 

Fulda. Sonntag schützt Grundrechte der Bürger. Katholikenrat fordert Änderung des Ladenöffnungsgesetzes

 

Fulda, Hanau, Marburg, Kassel - Mit einem Schreiben an Ministerpräsident Roland Koch und Innenminister Volker Bouffier fordert der Fuldaer Katholikenrat die Hessische Landesregierung auf, das hessische Ladenöffnungsgesetz zu ändern. Kern der Forderung ist der Schutz des Sonntags und die Verringerung der zunehmenden Ladenöffnungen an Sonn- und Feiertagen.

 

„Die inhaltlichen Leitlinien, die das Bundesverfassungsgericht am 1. Dezember vergangenen Jahres bezüglich der Ladenöffnung an den vier Berliner Adventssonntagen formuliert hat, setzen deutliche Grenzen für die Länderregelungen, nach denen bis zu vier Sonntage im Jahr die Geschäfte geöffnet werden dürfen“, so Martin Graefe (Guxhagen). Ausnahmen von dem in der Verfassung unmittelbar verankerten Schutz der Arbeitsruhe dürften nicht mit dem Umsatzinteresse von Ladeninhabern oder dem Erwerbsinteresse potentieller Käufer gerechtfertigt werden. Nur ein öffentliches Interesse von besonderer Bedeutung könne eine solche Ausnahmeregelung rechtfertigenerklärt der Sprecher des Projektes Berufs- und Arbeitswelt im Fuldaer Katholikenrat.

 

„Es ist jetzt an der Zeit, die Entscheidungskriterien des Bundesverfassungsgerichtes im § 6 des Hessischen Ladenöffnungsgesetzes verbindlich einzubringen. Mit einem solchen Vorgehen schützt die Hessische Landesregierung nicht nur die ungehinderte Religionsausübung sondern eine Reihe weiterer Rechte, die den Bürgern laut Grundgesetz zukommen. Dem Katholikenrat liegt vor allen Dingen der Schutz von Ehe und Familie und die Möglichkeit, das soziale Zusammenleben zu gestalten, am Herzen.

 

„Der Schutz des Sonntags hat eine soziale Komponente, die wir in unserer Gesellschaft nicht übersehen dürfen“, so Martin Graefe. „Mit der Umsetzung der Entscheidung des Bundesverfassungsgerichtes in hessisches Landesrecht, kommt die Hessische Landesregierung ihrer Verantwortung den Bürgerinnen und Bürger gegenüber nach“, so Graefe abschließend.  Mz 21

 

 

 

 

Erzbischof von Neapel unter Korruptionsverdacht

 

Kardinal Crescenzio Sepe, den Erzbischof von Neapel, steht wegen Korruptionsvorwürfen im Visier der italienischen Staatsanwaltschaft. Die Vorwürfe gehen auf die Zeit zurück, als Sepe Präfekt der päpstlichen Glaubenskongregation im Vatikan war.

Die Staatsanwaltschaft im mittelitalienischen Perugia hat Korruptionsermittlungen gegen Kardinal Crescenzio Sepe, den Erzbischof von Neapel, aufgenommen. Wie die italienische Nachrichtenagentur Ansa in der Nacht zum Samstag berichtete, gehen die Vorwürfe gegen Sepe auf die Zeit zurück, in der dieser Präfekt der päpstlichen Glaubenskongregation war (2001-06).

 

Nach den bisherigen Ermittlungen soll Sepe eine Immobilie im Vatikan zu Vorzugsbedingungen an den italienischen Zivilschutz-Chef Guido Bertolaso vermietet haben. Sowohl gegen Bertolaso als auch gegen den italienischen Ex-Minister Pietro Lunardi laufen ebenfalls Korruptionsermittlungen. Sepe wurde am Samstag offiziell über das Ermittlungsverfahren informiert. Die Ermittlungen beziehen sich auf ein weitverzweigtes Netz öffentlicher Bauaufträge, bei denen Schmiergelder gezahlt worden sein sollen.

 

Bertolaso hatte vor der Staatsanwaltschaft in Perugia am Mittwoch ausgesagt, die Immobilie im Vatikan sei ihm von der Glaubenskongregation gratis zur Verfügung gestellt worden. Allerdings stellte sich heraus, dass in Wahrheit Mietbeträge überwiesen wurden. Die Staatsanwaltschaft hegt den Verdacht, dass es dabei um Geldwäsche aus dem Vermögen des römischen Bauunternehmers Diego Anemone ging, der im Zentrum eines zum Teil bereits aufgeklärten Korruptionsskandals steht. Anemones Unternehmen erhielten offenbar Aufträge, um die fragliche Immobilie zu renovieren. Focus online 20

 

 

 

 

 

Porträt. "Roter Papst" unter Verdacht

 

Seine Eminenz, der Erzbischof von Neapel, ist ein einflussreicher Mann. Wenn Crescenzio Sepe gegen die Einwanderungspolitik der Regierung Berlusconi wettert, bleibt das in Rom nicht unbeachtet, und seine Verdienste im Kampf gegen Armut und die Camorra würdigt sogar der im Untergrund lebende Autor Roberto Saviano. Am Wochenende aber ging ein Schriftstück in der erzbischöflichen Residenz ein, das Italien in Atem hält: Die Staatsanwaltschaft von Perugia ließ mitteilen, dass gegen Seine Eminenz ermittelt werde.

 

Die Vorwürfe sind Teil jenes Skandals um milliardenschwere Bauaufträge, Gefallen und Gegengefallen, über den die Italiener täglich neue schockierende Details erfahren. Im Zentrum stehen der römische Bauunternehmer Diego Anemone und ein hoher Beamter, die ein Dickicht der Korruption schufen.

 

Nun führt die Spur direkt in den Vatikan, und dort ist man alles andere als erfreut über die Vorwürfe gegen Sepe. Dem 67-jährigen Kardinal wird vorgeworfen, in dubiose Immobiliengeschäfte verwickelt zu sein und dem schwer belasteten Chef des Zivilschutzes, Guido Bertolaso, eine feine Wohnung in Rom vermittelt zu haben, als dieser wegen familiärer Probleme eine Bleibe brauchte, mietfrei natürlich. Auch Pietro Lunardi, Ex-Minister Berlusconis, verdankt dem Kardinal offenbar einen sehr preiswerten Palazzo mit tausend Quadratmeter Wohnfläche aus Kirchenbesitz. Er revanchierte sich mit Millionenbeträgen für die Renovierung von kirchlichen Besitztümern.

 

Sepe war von 2001 bis 2006 Präfekt der Propaganda Fide, der Kongregation zur "Evangelisierung der Völker". Das Missionswerk verfügt über ein weltweites Imperium - und umfangreiche Immobilien mit dem geschätzten Wert von 9 Milliarden Euro, die keinerlei weltlicher Kontrolle unterliegen. Sepe, der aus einem Dorf in Kampanien stammt und dessen Organisationstalent gerühmt wird, wurde als Chef der Kongregation als "Roter Papst" ebenso mächtig wie gefürchtet. Sein Ehrgeiz auf höhere Ämter wurde jedoch gebremst, als ihn Papst Benedikt XVI. 2006 als Erzbischof nach Neapel schickte.

 

Sepe bestreitet alle Korruptionsvorwürfe. "Die Wahrheit wird ans Licht kommen", sagt er und beteuert, nur "zum Wohl der Kirche" gewirkt zu haben. Alle Transaktionen seien vom Staatssekretariat des Papstes gebilligt worden, und er sei jederzeit zu einer Aussage bereit. Als hoher Geistlicher mit Diplomatenpass untersteht der Kardinal nicht der italienischen Rechtsprechung, doch im Vatikan beeilte man sich zu beteuern, dass man im Sinne des Konkordats zu voller Kooperation bereit sei. Kaum etwas fürchtet man dort so wie einen neuen Skandal um das undurchsichtige Finanzgebaren des Kirchenstaats. KORDULA DOERFLER FR 23

 

 

 

"Innerkirchlich Brücken bauen statt Mauern"

 

Erzbischof Zollitsch hat die Katholiken aufgerufen: "Nicht selten werden Gräben aufgerissen und Mauern errichtet, wo es notwendig wäre, Brücken zu bauen. Reichen wir einander die Hand zur Versöhnung."

 

Freiburg / Andechs.  Erzbischof Dr. Robert Zollitsch hat die Katholiken zu gemeinsamem Engagement für die Zukunft des christlichen Glaubens aufgerufen. In einer Predigt beim Dreihostienfest im Kloster Andechs (Bistum Augsburg) sagte der Erzbischof von Freiburg am Sonntag (20.):  "Nicht selten bläst uns gesellschaftlicher Gegenwind ins Gesicht oder werden gar innerkirchlich Gräben aufgerissen und Mauern errichtet, wo es doch so notwendig wäre, Brücken zu bauen. Reichen wir einander die Hand zur Versöhnung."

 

Jesus will nach den Worten von Erzbischof Zollitsch "Gemeinschaft, keine Ansammlung von Individualisten und Einzelkämpfern". Der Erzbischof von Freiburg erklärte im Kloster Andechs: "Wir sind gemeinsam auf dem Weg." Das mache auch die Wallfahrt zum Dreihostienfest deutlich. Zollitsch rief dazu auf, die Worte ernst zu nehmen, die Papst Benedikt bei seinem Besuch in Bayern im Jahr 2006 zugerufen hatte: „Gott geht auf uns zu. Gehen auch wir Gott entgegen, dann gehen wir aufeinander zu.“. Das sei das Entscheidende für die Zukunft des christlichen Glaubens in unserem Land. Der Glaube sei kein Lippenbekenntnis: "Er ist ein Lebensbekenntnis: gelebt mitten im Alltag in Verbindung und Beziehung zu Gott – ob in der Ehe, der Familie oder in der Nachbarschaft, ob am Arbeitsplatz oder in der Freizeit." Christsein drücke sich in der Art des Umgangs miteinander aus, im konkreten Reden und Tun. (rge)