Notiziario religioso 24-27 Giugno
2010
Giovedì 24 giugno. Il commento al Vangelo. “Elisabetta ti darà un figlio”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 1,5-17) commentato da P. Lino Pedron
5 Al tempo di
Erode, re della Giudea, c'era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abìa, e aveva in moglie una discendente di Aronne chiamata
Elisabetta. 6 Erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le
leggi e le prescrizioni del Signore. 7 Ma non avevano figli, perché Elisabetta
era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.
8 Mentre Zaccaria
officiava davanti al Signore nel turno della sua classe, 9
secondo l'usanza del servizio sacerdotale, gli toccò in sorte di entrare nel
tempio per fare l'offerta dell'incenso. 10 Tutta l'assemblea del popolo pregava
fuori nell'ora dell'incenso. 11 Allora gli apparve un angelo del Signore, ritto
alla destra dell'altare dell'incenso. 12 Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu
preso da timore. 13 Ma l'angelo gli disse: «Non
temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti
darà un figlio, che chiamerai Giovanni. 14 Avrai gioia
ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, 15 poiché egli sarà
grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà pieno di
Spirito Santo fin dal seno di sua madre 16 e ricondurrà molti figli d'Israele
al Signore loro Dio. 17 Gli camminerà innanzi con lo
spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i
ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben
disposto».
Zaccaria ed
Elisabetta sono santi perché sono giusti davanti a Dio. Osservano tutti i
comandamenti della legge del Signore. Santità equivale a obbedienza a Dio.
La storia di
Giovanni Battista inizia nel tempio mentre si prega solennemente. L’inizio
della buona notizia viene dal cielo, portata da un angelo. Egli appare alla
destra dell’altare: la parte destra è di buon augurio, promette salvezza (cfr
Mt 25,33-34).
Quando Dio si
rivolge a una persona, inizia a parlare con un incoraggiamento: "Non
temere!". Dio vuole incoraggiare l’uomo, metterlo a suo
agio, non spaventarlo o opprimerlo.
Le preghiere di
Zaccaria per avere un figlio sono state esaudite. Si conclude
il tempo delle promesse e trovano compimento ogni speranza e ogni attesa umana.
Dio stabilisce il
nome al bambino che nascerà a Zaccaria. Dandogli il
nome gli dà la sua missione e il suo potere. Il nome Giovanni significa
"Dio fa grazia". Il tempo della visita di Dio portatrice di grazia, è prossimo; Giovanni annunzierà che il tempo
della salvezza è vicino.
La sua nascita
porterà gioia per l’esaudimento della promessa ed esultanza per la salvezza.
Giovanni ha la missione di chiudere il tempo della promessa e di proclamare il
nuovo tempo della salvezza, apportatrice di gioia e di giubilo.
"Egli sarà
grande davanti al Signore" (v. 15). La sua missione nel piano della
salvezza lo eleva al di sopra di tutti i grandi della
storia sacra. Quelli vivevano nell’attesa del regno di Dio e della salvezza,
Giovanni la precede immediatamente e ne proclama l’inizio.
Poiché "sarà
pieno di Spirito Santo" (v. 15) sarà profeta, annunciatore della parola e
della volontà di Dio. Gli altri ricevettero il carisma profetico in età adulta,
Giovanni è profeta fin dal primo istante della sua vita, già nel seno materno.
Egli sarà un profeta di penitenza. Con lui si aprirà un movimento di
conversione verso Dio. La predicazione di Giovanni ha lo scopo di preparare la
venuta di Dio. Egli avrà lo spirito e la forza di Elia. La sua missione è quella di preparare al Signore che viene a visitare il suo
popolo, una comunità di uomini retti e santi, pronti ad accoglierlo. De.it.press
Venerdì 25 giugno. Il commento al Vangelo. “Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 8,1-4) commentato da P. Lino Pedron
1 Quando Gesù fu
sceso dal monte, molta folla lo seguiva. 2 Ed ecco venire un lebbroso e
prostrarsi a lui dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi». 3 E Gesù stese
la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii sanato». E subito la sua lebbra
scomparve. 4 Poi Gesù gli disse: «Guardati dal dirlo a
qualcuno, ma va’ a mostrarti al sacerdote e presenta l'offerta prescritta da
Mosè, e ciò serva come testimonianza per loro».
I cap. 5-7 ci
hanno riferito gli insegnamenti di Gesù; i cap. 8-9 ci riferiscono le sue opere
meravigliose. Nel discorso della montagna Gesù ci ha insegnato che non basta
ascoltare la sua parola, ma bisogna soprattutto fare i fatti. E ora Gesù ci dà
l’esempio facendo i fatti. Il messaggio che ha appena finito di esprimere con
le parole, ora lo esprime con le opere. Gesù è il
Messia della parola e dell’azione.
Secondo Matteo il
primo miracolo di Gesù fu per un lebbroso, il secondo per un pagano, il terzo
per una donna. Il lebbroso era uno scomunicato, il pagano era considerato un
cane o un porco, la donna non aveva alcuna considerazione. Essi sono i
rappresentanti di tutte le vittime dei pregiudizi umani.
Guarire dalla
lebbra era quasi come risuscitare dalla morte. Il lebbroso, credendo che Gesù
ha la capacità di guarirlo, dà prova di una grande
fede.
Secondo la
legislazione ebraica, il sacerdote aveva il compito di dichiarare immondo chi
era colpito dalla lebbra e di riconoscere, eventualmente, la sua avvenuta
guarigione perché potesse ritornare a vivere tra la sua gente (Lv 14).
L’espressione
"a testimonianza per loro" forse ha un senso apologetico: vedete che
Gesù osserva la Legge. Matteo ha posto il racconto della guarigione del
lebbroso qui al primo posto, subito dopo il discorso della montagna, per la sua
connessione con la Legge. Gesù ha annunciato il compimento della Legge e non la
sua abolizione (Mt 5,17ss.). De.it.press
Sabato 26 giugno. Il commento al Vangelo. «Io verrò e lo curerò»
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 8,5-17) commentato da P. Lino Pedron
5 Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: 6 «Signore, il mio servo giace in casa
paralizzato e soffre terribilmente». 7 Gesù gli rispose:
«Io verrò e lo curerò». 8 Ma il centurione riprese: «Signore,
io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il
mio servo sarà guarito. 9 Perché anch'io, che sono un subalterno,
ho soldati sotto di me e dico a uno: Va', ed egli va; e a un altro; Vieni, ed
egli viene, e al mio servo: Fa' questo, ed egli lo fa».
10 All'udire ciò,
Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: «In
verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. 11 Ora vi dico che molti verranno dall'oriente e
dall'occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei
cieli, 12 mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove
sarà pianto e stridore di denti». 13 E Gesù disse al
centurione: «Va’, e sia fatto secondo la tua fede». In quell'istante il servo
guarì.
14 Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva
a letto con la febbre. 15 Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si
alzò e si mise a servirlo.
16 Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò
gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, 17 perché si adempisse
ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Egli ha preso le
nostre infermità
e si è addossato le nostre malattie.
Il centurione era
il comandante di una centuria, di un gruppo di cento soldati. Egli non chiede
nulla per sé, ma prega Gesù per il suo servo gravemente ammalato. Gesù
manifesta tutta la sua disponibilità: "Io verrò e lo curerò" (v. 7).
Ma il centurione dichiara di non essere degno di ricevere Gesù in casa propria
ed è convinto che non occorre che il Signore vada da
lui perché lo ritiene capace di comandare anche a distanza sulle potenze del
male.
Il centurione è un
pagano che crede senza esitazione nel potere della parola di Dio. E la fede
nella parola di Dio permette al Signore di agire in noi.
Il miracolo è un
segno dell’amore di Dio che interviene a nostro favore, perché è infinitamente
sensibile al nostro male. Egli vuole donarci tutto e soprattutto se stesso.
Aspetta solo che glielo chiediamo con fede.
La grande fede del
centurione rende manifesta la mancanza di fede in Israele. La semplice
appartenenza anagrafica al popolo di Dio non dà a nessuno la certezza di essere
salvato: a tutti è richiesta la fede che si manifesta nelle opere.
L’incontro con il
centurione offre a Gesù l’occasione per annunciare l’entrata di tutti i popoli
nel regno di Dio. I pagani prenderanno posto alla
tavola dei patriarchi nel regno dei cieli.
La Chiesa è
costituita da coloro che credono nella parola di Dio e
la mettono in pratica. Nel regno di Dio entreranno solo i figli, ossia quelli
che sono stati rigenerati "dalla parola di Dio viva ed eterna" (1Pt
1,23), dalla parola del vangelo. Il futuro eterno lo si
prepara giorno per giorno accogliendo o rifiutando la parola di Gesù. La nostra
libertà si esprime pienamente nella fede o nella mancanza di fede,
nel nostro acconsentire alla comunione con Dio o nel rifiutarla.
In questo brano
compare all’orizzonte il pellegrinaggio di tutti i popoli che affluiranno alla
casa del Signore, e l’annuncio finale del vangelo di Matteo: "Andate e
ammaestrate tutte le nazioni" (28,19).
I tre miracoli di
guarigione del lebbroso, del servo del centurione e della suocera di Pietro ci
devono far capire l'importanza della salute fisica. Gesù non si prende cura
solo dell'anima dell'uomo, ma di tutto l'uomo, corpo e
anima. Ogni malattia e miseria dell'uomo è così importante da meritare tutta
l'attenzione e la premura di Gesù. Tale dev'essere
anche l'atteggiamento dei suoi discepoli.
Il racconto della
guarigione della suocera di Pietro ci insegna quale dev'essere
la reazione di ogni credente quando viene raggiunto
dalla forza di salvezza del Cristo: mettersi al suo servizio per sempre. La
suocera di Pietro è guarita per servire Gesù.
Con un resoconto
sommario e una citazione di Isaia, Matteo riassume i tre racconti di miracoli.
La citazione di Is 53,4 ha lo scopo di svelarci il
significato profondo dei gesti di Gesù. Le guarigioni operate da lui sono il
segno che è arrivato il tempo della salvezza: è arrivato il Servo di Dio che
prende su di sé le nostre infermità e si addossa le
nostre malattie. De.it.press
Domenica 27 giugno. Il commento al Vangelo. «Ti seguirò dovunque
tu vada»
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 9,51-62) commentato da P. Lino Pedron
51 Mentre stavano
compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme 52 e mandò avanti dei
messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un
villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui. 53 Ma essi non vollero
riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme. 54 Quando videro ciò, i
discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi
che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». 55 Ma Gesù si voltò e
li rimproverò. 56 E si avviarono verso un altro villaggio.
57 Mentre andavano
per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque
tu vada». 58 Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro
tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove
posare il capo». 59 A un altro disse: «Seguimi». E
costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre». 60
Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro
morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio». 61 Un altro disse: «Ti seguirò,
Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa». 62 Ma Gesù gli
rispose: «Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è
adatto per il regno di Dio».
Gesù, che si
dirige coraggiosamente verso Gerusalemme, esprime la sua decisione totale di
fare la volontà del Padre, morendo per amore sulla croce. Il verbo
"sarebbe stato tolto dal mondo" (v. 51) indica il compiersi del
disegno di Dio. Gesù viene tolto dal mondo dagli
uomini ed elevato fino al cielo da Dio. La stessa parola esprime le due facce di
un’unica realtà, vista rispettivamente come azione dell’uomo e come azione di Dio. L’uomo compie il sommo male togliendo di
mezzo il Figlio di Dio e Dio compie il sommo bene innalzandolo a sé nella
gloria.
Gesù è l’inviato
del Padre che accoglie tutti e proprio per questo non viene
accolto (quasi) da nessuno. Il peccato di tutti è il non accogliere la
piccolezza di Dio in Gesù; è questa piccolezza la sua vera grandezza!
Giacomo e Giovanni
si sentono associati con Gesù, ma non capiscono che l’unico
suo potere è l’impotenza di uno che si consegna per amore.
Egli non porta il
fuoco che brucia i nemici, ma l’amore che li perdona. Lo zelo senza
discernimento, principio di tutti i roghi di tutti i tempi, è esattamente il contrario dello Spirito di Cristo. Giovanni,
più tardi (At 8,15-17), ritornerà in Samaria con Pietro, e invocherà sugli stessi samaritani
l’Amore del Padre e del Figlio: il fuoco dello Spirito, l’unico che Dio conosce
e che il discepolo deve invocare sui nemici.
Gesù è la
misericordia che vince il male non solo dei samaritani, ma anche e prima
ancora, dei suoi discepoli. Egli rivela un Dio di compassione e di tenerezza,
ignoto a tutti, ai vicini e ai lontani. Anche se a lunga scadenza, l’impotenza
di un Dio che ama avrà l’ultima parola, perché l’ultima
parola è Amore.
Luca vuole
ricordare l’insuccesso con cui si apre questo ultimo
viaggio di Gesù. Il primo viaggio era cominciato con il rifiuto dei galilei,
suoi compaesani di Nazaret (4,30), questo con
l’ostilità e la mancanza di ospitalità da parte dei samaritani. Questi due
fatti anticipano il rifiuto finale degli ebrei di Gerusalemme.
La reazione degli
apostoli rispecchia una mentalità bellicosa che Gesù contraddice senza lasciare
la ben che minima possibilità di fraintendimenti o di eccezioni. I samaritani
respingono il suo invito, ma egli non respinge i samaritani e tanto meno si
vendicherà di loro. Egli combatte in modo energico l’opinione dei suoi
discepoli che si ostinano a pensare al Messia potente, sempre vittorioso e
imbattibile, che dispone di fuoco e fulmini per
distruggere tutto e tutti.
Un tale modo di
pensare è proprio di satana, che aveva invitato Gesù a ricorrere ai prodigi per
imporre la sua credibilità (cfr Lc
4,1-13). Ma egli non ha assecondato l’istigazione del
demonio allora, né asseconda quella dei discepoli ora, perché provengono
ambedue dalla stessa matrice, quella di imporre il bene con la forza, che è
sempre una forma di violenza. Un sistema missionario che Gesù non adotta e non
approva, ma che affiorerà di frequente nel corso dei secoli. Il vangelo è una
proposta che deve farsi strada da sé, con la forza del
suo contenuto, e non con imposizioni esterne fisiche o morali.
Il tale del v. 57 è una persona indeterminata che rappresenta chiunque
voglia seguire Gesù che sta camminando verso Gerusalemme per compiere il suo
esodo (vv. 31-51). Ha capito
che il senso della vita è seguire Gesù. Ma seguire
Gesù non è una pretesa umana.
L’uomo pone la sua
sicurezza nei beni materiali necessari per vivere. L’uomo religioso invece pone
la propria sicurezza in Dio e fa dipendere da lui la sua sussistenza.
Gesù è nato
povero, è vissuto ancora più povero ed è morto
poverissimo sulla croce. L’apostolo Paolo ha scritto: "Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco
che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della
sua povertà" (2Cor 8,9).
Il chiamato del v.
59 non mette in questione la chiamata, ma chiede solo
una proroga nel tempo. Chiede di fare "prima" la sua volontà e poi
quella di Dio. Gesù aveva insegnato: "cercate
prima il regno di Dio" (Mt 6,33). Diversamente c’è sempre qualcos’altro
prima del Signore e il Signore non è più il Signore.
Seppellire il
padre è un dovere di pietà filiale (Es 20,12; Lv 19,3). Ma anche un dovere,
posto come prioritario, allontana dal regno di Dio. E’ il dramma della fede di
Abramo: prima l’amore per il figlio promesso da Dio o l’amore per il Dio che
l’ha promesso? Prima il dono o il Donatore?
Anche Gesù, pur
sottomesso a Giuseppe e a Maria che angosciati lo cercano, antepone a loro la
necessità di occuparsi delle cose del Padre (Lc 2, 48-49). La scelta è difficile e dura e vorremmo che
Dio seguisse la nostra volontà. Ciò che occupa il primo posto nel nostro tempo
e nei nostri programmi è l’oggetto principale del nostro amore, è il nostro
Dio. Per questo tale, il padre morto era più importante del Dio vivo.
Il discepolo del
v. 61 assomma le difficoltà dei primi due. E’ lui che
si propone ed è lui che pone la priorità. Questo fatto richiama la vocazione di
Eliseo da parte di Elia che concesse al discepolo di congedarsi dai suoi (1Re
1919ss). Ma ora qui c’è ben più di Elia (cfr Lc 11,31-32): c’è il Figlio che va ascoltato (v. 35). La
sua presenza esige obbedienza immediata.
La risposta di
Gesù parte ancora da un’immagine suggerita dalla vocazione di Eliseo, chiamato
mentre stava arando con dodici paia di buoi: egli brucerà il suo aratro e
sacrificherà i suoi buoi per un’altra semina: quella della parola di Dio.
Volgersi indietro
è l’atteggiamento del rimpianto, dell’esitazione. La scelta per Cristo esige
una frattura con il passato. Chi ara e guarda indietro per continuare diritto
il solco già tracciato, non è adatto per il regno di Dio. L’obbedienza a Gesù
esige che lasciamo il solco tracciato fino a quel momento. Chi è attaccato a
cose, a persone o al proprio io, e cerca altre sicurezze che non siano
l’obbedienza alla Parola (v. 35), è decisamente messo
male per il regno di Dio.
Solo chi supera
queste tre tentazioni verrà inviato (Lc 10,1ss), vincerà satana (Lc
10,17ss), sarà depositario della rivelazione del Figlio di Dio ed entrerà nel
suo stesso rapporto d’amore col Padre (Lc 10,21ss).
La radice comune
di tutte le tentazioni è l’attaccamento al proprio io. Chi supera questa
tentazione ha superato anche tutte le altre. Per
questo Gesù ha detto: "Se qualcuno vuole venire dietro a
me rinneghi se stesso" (Lc 9,23). De.it.press
Domenica 27. XIII del tempo ordinario. L’invito a “bruciare” il passato
L’immagine più
usata nella Torah per esprimere l’intervento di Dio è il fuoco. “Dio è un fuoco
divorante” – dice Mosè al popolo (Dt 4,24); sul Sinai
“il Signore era sceso nel fuoco” (Es 19,18); “davanti
a lui cammina il fuoco” (Sal 97,3); la sua parola “è
come il fuoco” (Ger 5,14). Ricorre spesso nella
Bibbia la locuzione un fuoco uscì dal cospetto del
Signore (Nm 16,35) per indicare la purificazione
operata dal suo intervento. Dove egli giunge avviene
una trasformazione radicale, nulla rimane più come prima.
E’ quanto accade ad ogni uomo, quando nella sua vita entra il Signore: viene
bruciato un passato. Viene annientato tutto ciò che è
incompatibile con la presenza e la santità di Dio: comportamenti, stili di
vita, convinzioni, abitudini, legami, situazioni che vanno chiuse…
Eliseo dà alle
fiamme gli attrezzi per arare, simbolo della professione che aveva svolto fino
a quel momento, ed entra deciso nella nuova vita alla quale Elia lo ha chiamato.
Gli apostoli,
invitati da Gesù a seguirlo, abbandonano le reti e Levi lascia tutto (Lc 5,27). A chi vuole essere suo discepolo, il Signore
chiede di “vendere tutto ciò che ha” e di iniziare con lui un nuovo cammino (Lc 18,22), e non ammette tentennamenti, indecisioni,
ripensamenti.
Gesù è venuto a
portare il fuoco sulla terra (Lc 12,49): ci vuole una
gran fede per permettergli di introdurlo nel recinto della nostra vita. Temiamo
che consumi tante nostre sicurezze, tante realtà in cui, forse per anni,
abbiamo riposto la nostra fiducia e le nostre speranze, che bruci tutto ciò
che, fino a quel momento, ha dato senso alla nostra
vita.
Prima Lettura (1
Re 19,16b.19-21)
In quei giorni,
disse il Signore ad Elia: 16 “Ungerai Ieu, figlio di Nimsi, come re di
Israele e ungerai Eliseo figlio di Safàt, di Abel-Mecola, come profeta al tuo posto”.
19 Partito di lì, Elia incontrò Eliseo figlio di Safàt. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé,
mentre egli stesso guidava il decimosecondo. Elia, passandogli vicino, gli
gettò addosso il suo mantello. 20 Quegli lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: “Andrò a
baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”. Elia disse: “Va’
e torna, perché sai bene che cosa ho fatto di te”.
21 Allontanatosi
da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con gli attrezzi per arare ne
fece cuocere la carne e la diede alla gente, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio.
Elia, il profeta
“simile al fuoco”, la cui parola “bruciava come fiaccola” (Sir 48,1) vive in
tempi di grande benessere economico, ma anche di preoccupante corruzione
religiosa e morale. Il re Acab si è sposato con una
principessa straniera tanto bella quanto perfida che ha portato in Israele il
culto dei suoi dèi.
Gli adoratori del
Signore vengono perseguitati ed anche Elia è costretto
a fuggire.
E’ in questa
situazione difficile per i credenti che è ambientato
l’episodio narrato nella lettura di oggi. Elia, ormai vecchio e stanco, ha
bisogno di qualcuno che prenda il suo posto e Dio gli
indica chi sarà il suo successore: è Eliseo, figlio di Safat,
un ricco proprietario terriero (v.16).
Un giorno, mentre
questi si trova nei campi intento nel faticoso lavoro
dell’aratura, Elia gli si avvicina, prende il proprio mantello e glielo lancia
addosso, senza dire una parola, poi continua per la sua strada; non si gira
nemmeno per controllare la reazione di Eliseo. Perché si comporta in questo
modo?
In quel tempo, il
mantello era considerato parte della persona che lo
indossava. Si riteneva che in esso fossero concentrati la forza ed i poteri straordinari del suo proprietario. Con il
mantello di Elia, infatti, Eliseo compirà in seguito gesti prodigiosi, simili a
quelli del maestro (2 Re 2,14).
Come risponde
Eliseo alla chiamata? Corre dietro a Elia e gli chiede il permesso di dare
l’addio ai suoi genitori. Elia glielo concede: “Va’,
ma poi torna!” (v.20).
Giunto a casa,
Eliseo uccide due buoi, brucia gli attrezzi della sua antica professione e, su
questo fuoco, arrostisce la carne che distribuisce a tutti i presenti (v.21).
Questo suo gesto è significativo. Indica che egli è
deciso ad abbandonare tutto, che ha rinunciato definitivamente alla vita del
ricco agricoltore e ha abbracciato una nuova professione: quella di profeta al
seguito di Elia.
La chiamata di
Eliseo è un modello di ogni vocazione: anzitutto di quella alla vita cristiana
e poi della chiamata a svolgere un ministero all’interno della propria
comunità.
La risposta di
Eliseo mostra che chi è chiamato non è una persona oziosa. Ha una sua
professione, è in grado di provvedere a sé ed alla
propria famiglia.
Nessun tipo di
vocazione cristiana è compatibile con la poca voglia di lavorare.
Non si svolge un
ministero all’interno della comunità perché non si è capaci di fare altro o per
ottenerne qualche vantaggio. Chi si impegna al
servizio dei fratelli non si deve illudere, non otterrà favori o privilegi, lo
attendono solo sacrifici e rinunce.
Seconda Lettura
(Gal 5,1.13-18)
1 Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non
lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.
13 Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché
questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante
la carità siate a servizio gli uni degli altri. 14
Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un
solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. 15 Ma se vi mordete e
divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli
altri!
16 Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete
portati a soddisfare i desideri della carne; 17 la carne infatti ha desideri
contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose
si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.
18 Ma se vi
lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge.
“Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi... non lasciatevi dunque
imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (v.1). Con questa esortazione inizia
la lettura.
I galati hanno abbracciato con entusiasmo il Vangelo, ma,
ingenui come sono, si sono poi lasciati abbindolare da alcuni fanatici che sono
venuti a predicare la necessità di tornare all’osservanza di quelle
disposizioni e pratiche esteriori imposte dall’antica legge. Paolo si preoccupa
perché la fedeltà alle tradizioni farisaiche finisce per far dimenticare
l’unico comandamento che conta per un cristiano: l’amore al fratello,
comandamento che è la sintesi di tutta la legge (vv.13-14).
I Galati, infatti, si mordono e si divorano a vicenda, si
dilaniano al punto che c’è il rischio che si distruggano gli uni con gli altri
(v.15).
Ma essere liberi vuol dire che ognuno può fare ciò che
vuole? No – risponde Paolo – la libertà non deve divenire un pretesto per
vivere secondo la carne (v.13). Ma allora che
significa?
Chi crede nel Dio
sovrano severo, rigoroso, esigente che impone ai sudditi le sue leggi, non è libero, ma schiavo, vive nell’ansia, nell’angoscia, nel
panico di venire punito ad ogni piccola mancanza.
Pur di ricevere
uno stipendio, il servo può anche accettare, di malavoglia, di sottomettersi ad un padrone così, ma una sposa non accetterebbe mai di
rapportarsi in questo modo con il suo sposo.
La Bibbia ci dice
che il rapporto con Dio non è quello del servo che obbedisce a un padrone, ma
quello della sposa che segue come unica norma il suo slancio d’amore per lo
sposo.
Nell’ultima parte
della lettura (vv.16-18) Paolo introduce
l’opposizione fra carne e Spirito. Con la parola “carne” egli non intende la
concupiscenza sessuale, ma tutte le forze che portano al male. La legge dell’AT non liberava da queste forze negative e quindi lasciava
l’uomo irrimediabilmente schiavo del peccato, serviva solo a renderlo cosciente
della condizione disperata in cui si trovava.
Ora – dice Paolo –
l’uomo ha ricevuto lo Spirito, cioè la forza divina che sottrae al potere del
male. Chi si lascia guidare da questo Spirito vive libero, compie il bene senza
bisogno di alcuna legge.
Vangelo (Lc 9,51-62)
51 Mentre stavano
compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme 52 e mandò avanti dei messaggeri.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio
di Samaritani per fare i preparativi per lui. 53 Ma essi non vollero riceverlo,
perché era diretto verso Gerusalemme. 54 Quando videro ciò, i discepoli Giacomo
e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che
scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. 55 Ma Gesù si voltò e li rimproverò.
56 E si avviarono verso un altro villaggio.
57 Mentre andavano
per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque
tu vada”. 58 Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro
tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove
posare il capo”. 59 A un altro disse: “Seguimi”. E
costui rispose: “Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre”. 60
Gesù replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro
morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio”.
61 Un altro disse:
“Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa”. 62
Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge
indietro, è adatto per il regno di Dio”.
Se un amico ci
chiede di seguirlo, subito gli chiediamo: “Dove vai?”.
Gesù ha indicato ai discepoli, con tutta chiarezza, qual è la meta del viaggio:
va a Gerusalemme per donare la sua vita. Il brano di oggi presenta prima la
partenza (v.51), poi la mancata accoglienza da parte dei Samaritani (vv.52-56), infine, in rapida successione, tre episodi di
vocazione (vv.57‑62).
I fatti
probabilmente non si sono svolti nell’ordine in cui sono raccontati (una serie
di tre vocazioni come quelle descritte è piuttosto
improbabile). E’ Luca che accosta questi episodi perché gli servono per
introdurre la seconda parte del suo Vangelo: quella del lungo viaggio che
porterà Gesù a Gerusalemme.
Per comprendere
questo testo ricordiamo che l’adesione a Cristo è presentata nei Vangeli con
l’immagine del cammino al seguito del Maestro. Credere significa percorrere con
lui la stessa strada. Negli Atti degli Apostoli questa immagine verrà ripresa con il termine via: Paolo perseguita “coloro
che sono della via” (At 9,2); ad Efeso, alcuni si rifiutano di credere “dicendo
male della via” (At 19,9); nella stessa città scoppia “un tumulto non piccolo
contro la via” (At 19,23); il procuratore Felice conosce molto bene “le cose
riguardanti la via” (At 24,22)...
Questi episodi
servono a Luca per dare una risposta agli interrogativi che si pongono i
cristiani delle sue comunità: come devono reagire nei confronti di chi ostacola
il loro “cammino”, di chi si oppone alla “via”? A chi chiede di unirsi a loro
“lungo la via” devono dire subito con chiarezza quali sono le condizioni o è
meglio ammorbidire, attenuare un po’ le esigenze della vita cristiana?
Cominciamo dalla
partenza (v.51). Luca introduce la decisione risoluta di Gesù di andare a
Gerusalemme dicendo che egli “fece il volto duro”. E’ un’espressione forte,
presa dall’AT. Il profeta Isaia la pone sulla bocca
del Servo del Signore che dichiara così la sua determinazione nel portare a
compimento la sua missione: “Rendo la mia faccia dura come pietra” (Is 50,7). Come questo Servo, Gesù è dunque deciso ad
affrontare il destino di sofferenza, di umiliazione e di morte che lo attende.
Non va alla ricerca del dolore, ma sa che il sacrificio è il passaggio
obbligato per raggiungere la meta: la manifestazione, attraverso la croce,
dell’amore del Padre per l’uomo (Lc 24,26).
Non si fa a cuor
leggero una scelta simile, è necessario assumere un volto duro. Finché ci si
ferma alle velleità, ai pii desideri, alle buone intenzioni, finché si riduce
la fede in Cristo all’adempimento di alcune pratiche religiose
non c’è bisogno di fare il volto duro. Ma quando si accetta la sua proposta di vita bisogna avere il coraggio di fare scelte decise e
radicali. Chi non ha la forza di fare violenza a se stesso, rimarrà un
ammiratore di Gesù, ma non diverrà un suo discepolo.
Il viaggio verso
Gerusalemme inizia ed ecco che il gruppo incontra qualcuno che intralcia il
cammino.
L’opposizione dei
Samaritani rappresenta l’ostilità che le comunità cristiane di ogni tempo
devono affrontare.
Nel mondo c’è sempre
qualcuno che si frappone lungo la via. Sono molti coloro che
preferiscono seguire princìpi diversi da
quelli del Vangelo. Quale comportamento assumere nei loro confronti?
La reazione
sconsiderata di Giacomo e Giovanni indica ciò che non si deve fare.
Essi si ricordano
che il profeta Elia ha fatto piovere il fuoco dal cielo sugli empi del suo
tempo (2 Re 1,10-14) e sono convinti che si debba fare altrettanto contro chi
si oppone al Vangelo. Anche il Battista ha minacciato il fuoco (Lc 3,9.17). Per questo sentono che è giunto il momento di
ricorrere alle maniere forti e chiedono al Maestro: “Signore vuoi che diciamo
che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Gesù si volta e li rimprovera
severamente. Hanno avanzato una proposta folle (vv.52-56).
Il discepolo non è
chiamato a lottare contro nessuno, non ha ricevuto l’incombenza di scatenare
guerre sante, bandire crociate contro gli infedeli o accendere roghi, ma è
chiamato a seguire il Maestro. Il tempo del fanatismo – che compare tanto
spesso nell’AT – è finito. L’unico fuoco che scende
dal cielo è quello dello Spirito che trasforma i cuori degli uomini. Questo è
il fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra (Lc
12,49).
I cristiani non
possono reagire con l’aggressività, ma solo con l’amore. Se qualcuno li attacca
usando la menzogna, l’inganno, la violenza, non
possono che rispondere invocando su di lui le benedizioni di Dio.
A causa del loro
atteggiamento bellicoso, i fratelli Giacomo e Giovanni hanno ricevuto da Gesù
il nomignolo poco simpatico di figli del tuono (Mc 3,17). Un soprannome che
oggi devono sentire come rivolto a loro i cristiani
fanatici, integralisti, intolleranti, poco rispettosi di chi la pensa in modo
diverso da loro.
Dopo questo primo
incidente, il viaggio continua ed il Vangelo introduce
uno sconosciuto che si avvicina a Gesù e afferma di volerlo seguire ovunque (vv.57-58).
La risposta del
Maestro sembra destinata a scoraggiare più che a convincere l’aspirante
discepolo.
Chi vuole andare
con lui – dice Gesù – non deve sognare una vita comoda: sarà come un viandante
che non ha fissa dimora. Dovrà essere disposto a
passare la notte sotto le stelle oppure accontentarsi dell’ospitalità che gli viene offerta, anche se si tratta di una sistemazione di
fortuna, povera e provvisoria.
Vista questa
prospettiva poco allettante annunciata dal Maestro, è difficile capire come
possano esserci persone che abbracciano la fede o accettano di svolgere qualche
servizio alla comunità al fine di ottenere vantaggi, privilegi, titoli
onorifici.
Per strada Gesù incontra un altro tizio e lo invita a seguirlo (vv.59-60). Questi si dice disposto, ma chiede di seppellire
prima i genitori. Gesù gli risponde: “Lascia che i morti seppelliscano i loro
morti; tu va’ e annuncia il regno di Dio!”.
Per un giudeo
questa è la risposta più scandalosa, più provocatoria, più empia che gli si possa dare. In Israele il dovere più sacro per un
figlio è quello di seppellire i propri genitori e, per
adempierlo – dicevano i rabbini – si era dispensati da qualunque precetto della
legge, perfino da quello del sabato. Il sommo sacerdote – al quale era vietato
entrare in un cimitero o anche solo avvicinarsi ad un
cadavere – era tenuto ad accompagnare al sepolcro i propri genitori.
Sarebbe insensato
prendere alla lettera queste parole di Gesù, ma lo sarebbe altrettanto
sminuirne la carica provocatoria.
Ciò che il Maestro
intende dire – servendosi di un’immagine indubbiamente paradossale – è che
nulla, nemmeno i sentimenti più sacri, come quelli che legano i figli ai
genitori, possono frapporsi e impedire la decisione di
seguirlo.
Il padre, per i
semiti, indica il legame con la tradizione, con il passato, con le consuetudini
degli antichi, con l’ambiente culturale in cui si vive. Luca vuole che i
cristiani delle sue comunità si rendano conto che la scelta
di aderire al Maestro non è dilazionabile, non può essere procrastinata
nell’attesa del momento (che non giungerà mai) in cui non si ferirà la
sensibilità di un familiare, non si scontenterà un amico, non si urteranno le
convinzioni di un collega, non si metteranno in discussione le abitudini di una
persona cara.
Lo Spirito esige
una disponibilità immediata a rinunciare al vecchio e a convertirsi al nuovo.
Non è acqua stagnante, ma acqua viva, cristallina,
“che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,13-15), è
vento impetuoso “che soffia dove vuole” (Gv 3,8). Chi
è animato da questo Spirito guarda con simpatia al nuovo perché è lui che
“rinnova la faccia della terra” (Sal 104,30). La
fedeltà ai suoi impulsi crea tensioni fra il discepolo e coloro
che rimangono caparbiamente aggrappati al passato. Fra costoro ci
possono essere anche familiari e amici ai quali si è molto legati. Gesù non
accetta tentennamenti. Qualunque laccio che blocca e impedisce di seguirlo è
una catena che rende schiavi e va spezzata senza
paura.
Un terzo uomo si
presenta a Gesù (vv.61-62). E’ facile notare il
contrasto fra l’imperativo presente con cui è formulato il precedente invito: “Seguimi” (v.59) e il futuro usato da questo
aspirante discepolo: “Ti seguirò, ma...”. Quest’uomo è disposto a seguire Gesù,
ma vuole andare prima a dire addio ai suoi familiari, esattamente come ha fatto
Eliseo. Non pare stia chiedendo troppo. Eppure Gesù non permette neppure
questo. Non ci possono essere dilazioni, incertezze, non sono ammessi i se e i
ma, nulla può giustificare un ritardo.
Gesù non si
meraviglia che ci sia chi lo rifiuta, anzi, esige sommo rispetto per chi non lo
accoglie, ma non accetta di essere messo al secondo posto da chi sceglie di
seguirlo.
Naturalmente,
anche queste parole di Gesù non vanno prese alla lettera, altrimenti sarebbero
in contraddizione con ciò che egli ha insegnato altrove. Ha raccomandato
l’osservanza del comandamento che impone di amare ed
aiutare i genitori (Mt 15,3‑9) ed ha partecipato alla grande festa di
addio alla famiglia ed agli amici offerta da Matteo (Mt 9,9-13). Ma ci sono delle priorità. Tutti gli
affetti sono secondari quando c’è da seguire la volontà del Padre e Gesù ne ha
dato l’esempio quando, adolescente, ha risposto alla madre: “Perché mi
cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle
cose del Padre mio?” (Lc 2,49).
La missione
affidata ai discepoli è molto più urgente e più importante di quella di Eliseo.
L’intera creazione
attende con ansia che appaia e si realizzi il regno di Dio. E’ impaziente.
Tutti gli istanti sono preziosi.
Anche questo terzo
esempio di vocazione serve a Luca per inviare un messaggio alle sue comunità:
non possono perdere tempo in pettegolezzi, discussioni inutili, dibattiti su
questioni banali, mentre il mondo ha urgente bisogno dell’annuncio del Vangelo.
P. Fernando Armellini, de.it.press
Un'identità aperta. Conferenze episcopali d'Europa su crocifisso
e Corte di Strasburgo
È segno di
speranza e di conforto, è segno di vita e messaggio di bene, per tutti, senza
distinzione. Le braccia spalancate del Crocifisso sono
pronte ad accogliere tutti. Esporre la croce nelle scuole e nei luoghi pubblici
fa bene a tutti. Fa bene alla nostra identità e, nello stesso tempo, fa bene al
dialogo, qui in Europa. Molte Conferenze episcopali europee sono tornate sulla
questione dell'esposizione di simboli religiosi cristiani nell'imminenza
dell'udienza delle parti che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha fissato
per il 30 giugno. La sentenza, come è noto, sarà in
tempi successivi.
Tutti i documenti
delle Conferenze episcopali partono dal valore della libertà religiosa,
giustamente negando che possa essere messa in discussione dall'esposizione dei crocifissi, che anzi la dovrebbe garantire. Si tratta di
testi brevi ed estremamente rispettosi, che
sottolineano il principio di sussidiarietà, la valorizzazione cioè e il
rispetto delle diverse realtà nazionali, delle "tradizioni millenarie di
ciascun popolo e di ciascuna nazione".
L'assise di Strasburgo deve decidere in seconda istanza e
si tratta di una questione rilevante, ben oltre il caso specifico oggetto di
ricorso. Investe infatti il tema cruciale, troppe
volte eluso dal dibattito politico e culturale continentale, del rapporto delle
istanze europee, in questo caso il Consiglio d'Europa, dei singoli Stati e poi
in concreto dei diversi popoli, con la propria identità e con il proprio
futuro. Vogliamo un avvenire spoglio e falsamente asettico, in cui tutti siano
soli con se stessi, oppure vogliamo continuare liberamente ad
esprimere "una tradizione che tutti conoscono e riconoscono nel suo alto
valore spirituale"? Qualcuno crede davvero oggi, qui, nella nostra realtà iper-garantista dal punto di vista formale, ma spesso vuota
di significato, che la presenza di simboli religiosi e in particolare della
croce, si possa tradurre in una imposizione, che abbia
valore di esclusione?
Il passaggio è
delicato ed è tempo di responsabilità e insieme di coraggio e di lungimiranza.
Con tutta probabilità il vuoto (anche) di simboli religiosi, invece che far
crescere tolleranza, rispetto, pluralismo, rischia di alimentare una percezione
di solitudine, di vuoto, di assenza di riferimenti e dunque in
prospettiva di conflittualità e violenza. Sono le aporìe
della secolarizzazione, che in positivo richiede da tutti gli attori sociali un di più di spinta e di deposito di significato.
Ecco allora che il
crocifisso ritorna. Attenzione: non è il segno di un
passato che si ostina a restare aggrappato alle magnifiche sorti e progressive
di un presente inevitabilmente moderno. È invece un riferimento per poter guardare avanti, progettare, costruire, avendo
presente solidi riferimenti.
È questo
l'esercizio morale e culturale che in Europa è sempre più urgente, cui il Papa
ha dato il nome di "questione educativa". Il
crocifisso, ribadiscono i vescovi, rappresenta
"un'identità aperta al dialogo con ogni uomo di buona volontà". Per poter parlare francamente di nuovi orizzonti di sviluppo
civile. Sir EU
Meeting a Mainz
dei giovani delle Missioni italiane in Germania
Mainz - Si è tenuto a Mainz, nel
week end appena trascorso, nei locali del Willigis-Gymnasium
un meeting per giovani oltre i 16 anni dal tema:
“Maestro buono cosa devo fare?”.
L’incontro è stato
promosso dalla delegazione delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e
Scandinavia ed ha avuto lo scopo di far incontrare insieme ragazzi e ragazze
impegnati anche dal punto di vista religioso nella Comunità di altra
madrelingua.
La due giorni ha previsto l’accoglienza e la presentazione
di vari gruppi e uno spettacolo musicale su S. Francesco dal titolo “I
Fioretti” promosso da un gruppo tedesco e italiano di Ludwigshafen-Oggersheim.
Nella mattinata di domenica ci sono state le testimonianze di giovani che hanno
fatto una particolare esperienza di fede e aiuto agli altri in Europa e in Sud America. Il meeting si è concluso
con la celebrazione della S. Messa. Grtv
Per una sana democrazia. L'alleanza tra fede e ragione
La ragione moderna
e la fede non sono incompatibili, anzi: "La fede
consolida, integra e illumina il patrimonio di verità che la ragione umana
acquisisce". Le catechesi del mercoledì contengono momenti squisiti di
approfondimento e dopo la patristica, il Papa sta affrontando i grandi protagonisti
della teologia. San Tommaso offre a Benedetto XVI l'occasione per ritornare su
uno dei punti qualificanti del pontificato e del suo magistero, che è bene
rilanciare.
"Tommaso -
afferma il Papa - ci propone un concetto della ragione umana largo e fiducioso:
largo perché non è limitato agli spazi della
cosiddetta ragione empirico-scientifica; e fiducioso
perché la ragione umana, soprattutto se accoglie le ispirazioni della fede
cristiana, è promotrice di una civiltà che riconosce la dignità della persona,
l'intangibilità dei suoi diritti e la cogenza dei suoi doveri".
Del resto "la
dottrina circa la dignità della persona, fondamentale per il riconoscimento
dell'inviolabilità dei diritti dell'uomo", è
maturata proprio raccogliendo l'eredità di san Tommaso.
Siamo alle radici
della civiltà giuridica e politica occidentale, cui Benedetto XVI guarda non
tacendo gli elementi di preoccupazione. Infatti il
rischio è la contraddizione, che finisce col minare le fondamenta: "La
difesa dei diritti universali dell'uomo e l'affermazione del valore assoluto
della dignità della persona postulano un fondamento". Per il Papa,
riprendendo san Tommaso, è il riferimento alla legge naturale, "con i
valori non negoziabili che essa indica".
Il punto resta non
rassegnarsi ad una deriva di frammentazione:
"Quando la legge naturale e la responsabilità che essa implica sono
negate, si apre drammaticamente la via al relativismo etico sul piano
individuale e al totalitarismo dello Stato sul piano politico". La
consapevolezza delle derive e dei pericoli non chiama alla contrapposizione né ad improbabili ipotesi di "restaurazione". Invita piuttosto alla proposta, che il Papa rilancia riprendendo il
suo predecessore: "Urge dunque, per l'avvenire della società e lo sviluppo
di una sana democrazia, riscoprire l'esistenza di valori umani e morali
essenziali e nativi, che scaturiscono dalla verità stessa dell'essere umano, ed
esprimono e tutelano la dignità della persona: valori, pertanto, che nessun
individuo, nessuna maggioranza e nessuno Stato potranno mai creare, modificare
o distruggere, ma dovranno solo riconoscere, rispettare e promuovere".
È l'idea di una
laicità positiva, che armoniosamente permetta, nel rispetto degli ambiti, il
pieno dispiegarsi di questa alleanza tra fede e ragione,
all'origine di un così importante dinamismo di civiltà. La presenza dei simboli
cristiani in Europa, oggi che siamo alla vigilia della riunione della Grande
Chambre della Corte europea dei diritti dell'uomo che dovrà riesaminare la
sentenza pronunciata da una Camera della stessa Corte di Strasburgo il 3
novembre 2009, contraria alla esposizione del
crocifisso nelle scuole pubbliche italiane, dimostra e testimonia questa storia
e la sua fecondità di bene, proiettandola serenamente verso il futuro. FRANCESCO
BONINI
Pomigliano.
Ripagare la fiducia. Il vescovo di Nola, Caritas, Acli e Regione sul dopo
referendum
2.888 sì; 1.673
no; 20 schede bianche; 59 nulle: questo l’esito finale
sul referendum relativo all’ipotesi d’accordo tra sindacati metalmeccanici
(esclusa la Fiom) e Fiat per lo stabilimento di Pomigliano.
La percentuale del consenso corrisponde a più del 60% dei
votanti. In una nota ufficiale dell’azienda, resa nota mercoledì 23 giugno, si
legge che la Fiat “ha preso atto della impossibilità
di trovare condivisione da parte di chi sta ostacolando, con argomentazioni dal
nostro punto di vista pretestuose, il piano per il rilancio di Pomigliano”. L'azienda “apprezza il comportamento delle
organizzazioni sindacali e dei lavoratori che hanno compreso e condiviso
l'impegno e il significato dell'iniziativa di Fiat Group Automobiles
per dare prospettive allo stabilimento Giambattista Vico di Pomigliano”,
per cui “lavorerà con le parti sindacali che si sono assunte la responsabilità
dell'accordo al fine di individuare e attuare insieme le condizioni di
governabilità necessarie per la realizzazione di progetti futuri”.
Ripagare la
fiducia. “Ora è obbligo morale del management Fiat non fare un solo passo
indietro, non fare leva in modo strumentale sui ‘no’
emersi dalla consultazione, e portare a Pomigliano,
come promesso, la nuova Panda, investendo in modo massiccio per il rilancio
duraturo e stabile dello stabilimento”. Lo scrive il vescovo di Nola, mons.
Beniamino Depalma, in una lettera aperta ai
lavoratori della Fiat di Pomigliano, dopo il
referendum. “Eravate chiamati ad una scelta difficile
– ammette il presule, rivolgendosi ai lavoratori -, dalla quale dipendeva il
futuro dello stabilimento Giambattista Vico. Avevate tra le
mani non solo il vostro destino personale, ma anche quello dei vostri 5mila
colleghi e di oltre 10mila persone dell’indotto regionale”. Accettando il piano, sostiene il vescovo, “avete dimostrato
coraggio, serietà e senso di responsabilità. Avete dimostrato
che il Meridione, lungi da ogni stereotipo, ha sete di lavoro”. Perciò,
“ora tocca al management Fiat mettere in campo lo stesso coraggio, la stessa serietà, lo stesso senso di responsabilità”. Anzi,
per il vescovo, “proprio la fiducia concessa da operai e impiegati all’impresa
deve essere ripagata dalla stessa con una grande e scrupolosa attenzione al
futuro produttivo, ai diritti civili e alle condizioni di lavoro”. Anche i
sindacati “accolgano questo risultato come un richiamo dei lavoratori ad essere uniti, ad ascoltare le reali esigenze di coloro
che rappresentano”. Rivolgendosi ai manager Fiat, il vescovo
dice: “Ecco la gente del Sud, ecco la gente che fa la storia caricandosi la
propria croce sulle spalle. Non traditela, questa gente. Per amore del Cielo, non traditela”.
Il lavoro è
prioritario. “L’auspicio è che non sia mortificato questo serbatoio
occupazionale notevole per la Campania che è lo stabilimento Fiat di Pomigliano, ma allo stesso tempo che non siano mortificati
i diritti dei lavoratori”. È l’opinione di don Carmine Giudici, responsabile
uscente della Delegazione Caritas Campania. Quello che conta
“è che ora si trovi una soluzione e Pomigliano non
chiuda. I sentimenti sono contrastanti: l’impressione è che le
condizioni proposte dall’azienda un po’ mortifichino i lavoratori, ma in questi
casi vale il principio del male minore e sicuramente la salvaguardia
del lavoro, soprattutto nell’attuale contingenza, è prioritaria”.
Tutti
responsabili. “Adesso più che mai sono necessari una presa
di consapevolezza e di responsabilizzazione da parte di tutti e un tavolo di
concertazione”. Ad affermarlo è Eleonora Cavallaro,
presidente delle Acli Campania, secondo la quale “deve essere chiaro a tutti
l’obiettivo: Pomigliano non deve chiudere, il che è possibile con una ripresa strategica delle politiche
industriali non solo campane, ma meridionali, italiane ed europee”. Anche se
non c’è stato un plebiscito per i sì, “i posti di lavoro a Pomigliano
non possono essere persi, nessuno può arrogarsi il
diritto di mettere la parola fine”. L’augurio che fa Cavallaro
è che “la Fiat molto responsabilmente mantenga le promesse fatte di investire
700 milioni nello stabilimento di Pomigliano”. È
necessario anche che “ci sia una ripresa di dialogo tra tutte le parti
sindacali e la capacità di coinvolgere tutti i lavoratori in un progetto
comune”. È auspicabile, per la presidente delle Acli campane, “un sistema di
democrazia partecipativa all’interno dell’azienda e, in questo senso, Pomigliano potrebbe diventare un progetto pilota per altre
aziende, sviluppando un dialogo continuo tra azienda,
sindacati e lavoratori”. “Se si riesce a capire che l’azienda è una proprietà
di tutti – afferma Cavallaro - insieme si concorre
per il risultato finale”. E la Regione è pronta a fare la sua parte, come
assicura il presidente della Giunta, Stefano Caldoro:
“La Regione Campania sarà in campo con tutti gli strumenti amministrativi e
legislativi per sostenere il rilancio dell’impianto di Pomigliano
secondo l’accordo sottoscritto fra la Fiat e le organizzazioni sindacali, che
si è rafforzato con l’esito del referendum”. “Sono
certo che l’azienda troverà nel senso di responsabilità dimostrato dai
lavoratori un ulteriore stimolo per favorire gli
investimenti nella nostra Regione”, conclude il presidente.
sir
La fede è viva: il patriarca Naguib
parla dell'"Instrumentum Laboris"
Si è aperta il 21 giugno (fino al 25), a Roma, l'83ª assemblea
della Roaco, Riunione delle opere di aiuto alle
Chiese orientali, interamente dedicata al Sinodo speciale per il Medio Oriente
(10-24 ottobre 2010). "Le agenzie di aiuto cattoliche di
tutto il mondo - si legge in una nota vaticana - presteranno attenzione alle
esigenze dei cristiani presenti in quel territorio nella prospettiva
dell''Instrumentum laboris' consegnato da Benedetto
XVI nella sua visita a Cipro. Si spera che
l'attenzione che il Sinodo attirerà sulla situazione dei cristiani in Medio
Oriente, porterà loro frutti di generosità e di sensibilizzazione".
Delle prospettive tracciate dall'"Instrumentum Laboris" il SIR ha parlato con il relatore generale del
Sinodo, Antonios Naguib,
patriarca di Alessandria dei Copti (Egitto).
Qual è lo
"stato di salute" delle Chiese mediorientali che emerge
dall'"Instrumentum Laboris"?
"Le nostre
Chiese vivono un momento di grazia e di vitalità molto particolare. Le visite
di Benedetto XVI in Terra Santa, gli incontri con i patriarchi, le riunioni con
il segretariato generale, il viaggio a Cipro con la consegna dell''Instrumentum
Laboris', hanno creato grande entusiasmo e attesa. Il
documento ha incontrato molta soddisfazione. Adesso ogni Chiesa lo studierà per
suggerire ai vescovi gli elementi per i loro interventi al Sinodo. C'è poi da
dire che la Chiesa mediorientale presenta delle varietà e delle diversità.
Basti pensare che nel Medio Oriente sono presenti 7
Chiese 'sui iuris', con a capo un patriarca, e alcune
norme particolari definite nel proprio diritto particolare approvato da Roma.
La vitalità delle nostre Chiese si ritrova nella fedeltà alla fede nonostante
persecuzioni e difficoltà, nella presenza attiva e irradiante nonostante il
piccolo numero, nella fecondità delle vocazioni sacerdotali e religiose,
nell'apertura all'ecumenismo e al dialogo interreligioso, nell'impegno per il
servizio dell'uomo senza distinzione, nel servizio dell'educazione e
dell'insegnamento nelle numerose scuole e istituzioni educative, nella promozione della donna, nelle opere e nelle istituzioni di
servizio sociale, e naturalmente nell'educazione religiosa dei nostri fedeli".
Non mancano,
tuttavia, problemi che gettano delle ombre su questa vitalità…
"Quanto alle
ombre, c'è il difficile contesto socio-politico-religioso
con tutte le sue complicazioni, come l'insicurezza e i conflitti in alcuni
Paesi come la Palestina, Israele e i Territori Palestinesi, così anche
nell'Iraq. Gli altri Paesi non mancano di tensioni e di problemi che toccano
tutti i cittadini, particolarmente i cristiani, come il lavoro, la libertà di
coscienza cioè di cambiare religione, l'accesso a posti di lavoro. Devo dire
però che in alcuni Paesi, come l'Egitto, si nota una maggior libertà di
espressione. C'è poi il preoccupante fenomeno
dell'emigrazione".
Che indicazioni
offre il testo per rispondere a queste sfide?
"L''Instrumentum
Laboris' incoraggia l'unica via di progresso, il
dialogo basato sul rispetto reciproco, l'amore sincero, la collaborazione dove
è possibile e l'impegno a partecipare al progresso del proprio Paese. È
importante anche sostenere tutto ciò con la preghiera perché quest'azione è
opera dello Spirito Santo. La Madonna ha un posto molto importante nelle nostre
Chiese, e con l'Islam costituisce un punto notevole di incontro
e di dialogo. C'è poi il compito di educare i nostri fedeli, fin dall'infanzia,
ai valori evangelici e missionari. Sentiamo la necessità di consacrare più
sforzi e mezzi per questo compito pastorale. Il documento raccomanda anche più
comunione e collaborazione tra le varie Chiese cattoliche in ogni Paese e nella
regione, per il coordinamento dell'attività pastorale nei campi comuni, come
catechesi, pastorale giovanile e familiare, media, dialogo. Qualche
cosa si fa già, urge rinforzare quest'orientamento".
Ravvede delle
novità nel quadro delle Chiese descritto
nell'"Instrumentum Laboris"?
"Penso che la
grande novità sia la descrizione chiara e coraggiosa della situazione delle
Chiese nei nostri Paesi, unita alla raccomandazione di rinnovare la liturgia e
al suggerimento di un incontro periodico ogni 5 anni
dei vescovi della regione. C'è poi la denuncia di
proselitismo delle sètte evangeliche e l'ammissione dell'assenza della vita
religiosa contemplativa nelle nostre Chiese al punto di incoraggiare questa
forma di consacrazione".
L'"Instrumentum
Laboris" mostra anche come nel suo Paese, l'Egitto,
"la crescita dell'Islam politico, da una parte, e il disimpegno,
in parte forzato, dei cristiani nei confronti della società civile, dall'altra,
rendono la loro vita esposta a serie difficoltà". Che ne pensa?
"È una
situazione che si incontra in vari Paesi della nostra
regione. In Egitto ci sono due correnti: una aperta
alla cittadinanza di tutti i cittadini senza distinzione, sostenuta da un
numero rappresentativo di intellettuali. L'altra è maggioritaria e parteggia
per uno Stato religioso islamico. Il governo sostiene l'attuale costituzione
che stabilisce l'Islam quale religione dello Stato e la legge islamica come
fonte principale della legislazione. Nello stesso tempo il
regime vorrebbe favorire una più grande democrazia e uguaglianza tra tutti i cittadini
ma le difficoltà non mancano".
DANIELE ROCCHI
Cristiani e musulmani. Insieme nell'educare. Il convegno di "Oasis" a Beirut
"Cristiani e
musulmani, uniamo i nostri sforzi affinché non manchino uomini e donne che,
attraverso il loro coraggio, la loro dolcezza e perseveranza siano in grado di
purificare la loro memoria e il loro cuore per far sì che la saggezza umana si incontri con la saggezza di Dio". È
l'esortazione del card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo
interreligioso, intervenuto al convegno del comitato scientifico della
Fondazione internazionale "Oasis",
"L'educazione fra fede e cultura. Esperienze
cristiane e musulmane a confronto", che si è chiuso il 21 giugno a Beirut.
La Fondazione "Oasis" è
stata istituita nel 2004 dal cardinale patriarca di Venezia Angelo Scola per
promuovere la reciproca conoscenza tra cristiani e musulmani.
Educazione e
religione. Osservando che di fronte alle due "crisi fondamentali" del
nostro tempo, "la crisi dell'intelligenza" e
"quella della trasmissione dei valori", si registra "un ritorno
del religioso", il card. Tauran ha affermato che
le religioni offrono un contributo specifico all'educazione. Esse danno
"il gusto della vita interiore" e "la coscienza della propria
identità", "favoriscono la pedagogia dell'incontro" e
contribuiscono "a garantire il rispetto della persona umana e dei suoi
diritti". Non "dovrebbe essere impossibile", ha sottolineato l'esponente della Santa Sede, che fin da ora i
leader religiosi "cristiani e musulmani, uniti di fronte alla sfida
dell'educazione", sensibilizzino "legislatori e insegnanti
all'opportunità di proporre regole di comportamento". Regole quali il
rispetto "verso chi cerca la verità di fronte all'enigma della persona
umana; il senso critico che permette di scegliere tra il vero e il falso;
l'insegnamento di una filosofia umanista che consente risposte umane alle
domande sull'uomo, il mondo e Dio". Ma anche
"l'apprezzamento e la diffusione delle grandi tradizioni culturali aperte
alla trascendenza, che esprimono la nostra aspirazione alla libertà e alla
verità". L'educazione nel senso più ampio del termine, ha concluso il card. Tauran,
"non può trascurare la dimensione religiosa della persona umana".
Verità e libertà.
L'educazione è "il migliore antidoto al fondamentalismo e alla
violenza", ha detto il card. Angelo Scola aprendo i lavori. Parlare di
educazione "in Libano - ha precisato il patriarca di Venezia - è
un'opportunità straordinaria perché questo è un Paese che ha scelto di legare
le proprie sorti al successo o al fallimento dell'impresa educativa".
Secondo il porporato, "per educare occorre
un'idea di uomo e soprattutto una pratica dell'humanum";
invece "l'idea di uomo implicita in buona parte della prassi educativa corrente"
è "sempre più quella di un soggetto scisso" tra "oggettivismo
razionale" e "soggettivismo emotivo". Ma l'educazione non è
"addestramento all'uso di una ragione per giunta ridotta alla sua componente strumentale"; per questo occorre ritornare
alla "paideia". Tuttavia, ha ammesso il
card. Scola, non sempre le religioni "hanno saputo mantenersi al riparo
dalla tentazione di immaginarsi portatrici di una verità 'talmente evidente' da
rendere del tutto estrinseco e quindi superfluo l'assenso da parte della
libertà dell'interlocutore". Da respingere, secondo il
patriarca, sia "una libertà svincolata da ogni riferimento" al bene,
sia ogni forma di fondamentalismo, "patologia dell'educazione,
grave quanto la rinuncia a riconoscere l'obiettiva 'pretesa' della
verità". Essa "può arrivare fino all'uso della violenza, nella quale
lo spirito di parte lacera la comunità distruggendo il 'bene
politico dell'essere insieme': quel bene sociale pratico sul quale il Libano ha
scelto di scommettere la sua stessa esistenza". Di qui la proposta
dell'educazione come "antidoto", a condizione che essa "sappia
tenere insieme verità e libertà".
No al
fondamentalismo, sì al dialogo. Il ministro libanese dell'informazione, Tareq Mitri, ha ricordato che da quest'anno il Libano ha deciso
di fare del 25 marzo, festa cristiana dell'Annunciazione, una festa nazionale per rafforzare il dialogo fra cristiani e
musulmani intorno alla devozione alla Vergine Maria. Il Libano, ha affermato,
"riconosce il dialogo come uno strumento necessario di 'diplomazia
preventiva'per garantire la pace, ma per durare nel tempo esso deve andare a
fondo, ri-elaborare la propria esperienza". Lo sceicco Ridwan Al-Sayed ha invece
illustrato la formazione degli ulema tra continuità e riforma, non nascondendo
un certo pessimismo: "L'insegnamento islamico avviene ormai fuori dai
luoghi istituzionali come le moschee, in spazi nuovi come quelli gestiti da
predicatori mediatici via satellite. Così prevale tendenzialmente un
islam chiuso, non necessariamente violento, ma
ripiegato su di sé". Tutti i relatori musulmani, sunniti e sciiti, hanno
condannato il fondamentalismo "che semina contrapposizioni e mette a
repentaglio la coesistenza libanese", ed hanno
evidenziato che la questione educativa costituisce "uno snodo cruciale per
il futuro". Di fronte ai "limiti" dei "modelli
passati" occorre tuttavia "trovare nuove modalità"
per trasmettere la tradizione alle nuove generazioni provocate dalle sfide
odierne. GIOVANNA PASQUALIN TRAVERSA
Si svolgerà ad
Ancona, dal 24 al 26 giugno, il convegno nazionale dei delegati diocesani in
vista del XXV Congresso eucaristico nazionale (Cen)
che si terrà nel capoluogo delle Marche, dal 3 all'11 settembre del 2011, sul
tema: "Signore da chi andremo? L'Eucaristia
per la vita quotidiana". La tre giorni di
lavori dei rappresentanti delle diocesi italiane si terrà presso l'auditorium
dell'ente fiera di Ancona secondo un fitto programma che è stato illustrato
alla stampa lo scorso 19 giugno alla presenza dell'arcivescovo di Ancona-Osimo, mons. Edoardo Menichelli.
Il convegno dei delegati è importante anche per costruire quella rete di
collegamento con tutte le diocesi italiane, che poi avrà il compito di favorire
la presenza di quel mezzo milione di fedeli stimato per l'appuntamento
conclusivo dell'anno prossimo. "Vogliamo far vedere che
la celebrazione è comunionale - ha detto mons.
Edoardo Menichelli - cioè vogliamo mostrare il volto
della Chiesa italiana. Inoltre, dobbiamo spiegare ai
presenti le due caratteristiche di questo Congresso rispetto agli altri
celebrati fino ad oggi: la territorialità e la tematicità".
Territorialità e tematicità. Sono cinque le sedi diocesane del territorio
della metropolia anconetana coinvolte per il grande
evento ecclesiale del 2011: Ancona-Osimo, Jesi,
Senigallia, Loreto e Fabriano. In ognuna verranno
approfonditi i temi del Convegno di Verona del 2006: cittadinanza, lavoro e
festa, tradizione, affettività, fragilità". E mons. Menichelli
li ha ripercorsi in conferenza stampa, proponendoli alla luce dell'Eucaristia.
Affettività:
"Sappiamo bene - ha detto l'arcivescovo - quanto l'utilizzo della parola amore sia scaduta nel banale. Oggi confondiamo i sentimenti
con il piacere e con il consumo. L'Eucaristia ci dà il senso
autentico per capire l'affettività che deve essere simile a quello che Cristo
ha avuto per l'uomo".
Fragilità:
"Al Congresso del 2011 - ha spiegato mons. Menichelli
- verrà affrontata quella fisica e la disabilità che
può essere sopportata seguendo l'esempio della Croce, che permette a chi non è
malato, di riscoprire il valore della solidarietà. Come la Veronica che asciuga
le lacrime o Giuseppe d'Arimatea che cede la sua
tomba. Ma il medicamento dell'Eucaristia è anche una cura
dalle dipendenze come la droga, l'alcool e anche Facebook,
che spesso ruba il tempo di tanti giovani".
Lavoro e festa:
"Abbiamo perso il significato della festa - ha affermato l'arcivescovo -. Oggi si parla di week-end che non è riposo
ma spesso è tempo vuoto. Attraverso l'Eucaristia si può riscoprire il riposo
produttivo e fecondo: lo stare in famiglia o con gli amici. Quando celebriamo
l'Eucaristia ci riferiamo al pane, 'frutto del lavoro' che si impasta con la fatica dell'uomo. Come possiamo parlare di economia solidale se non siamo capaci di
spezzare il pane con l'altro?".
Tradizione:
"'Di generazione in generazione', dice la Bibbia - ha ricordato
l'arcivescovo -. Ma oggi abbiamo quasi troncato le radici con le precedenti
generazioni. Una volta la fede s'imparava a casa, ora è rimasta l'Eucaristia a
guidarci: 'Fate questo in memoria di me'. La Chiesa deve saper rappresentare e incarnare Cristo".
Cittadinanza:
"La cultura verbale odierna - ha concluso mons. Menichelli - è dissacratoria verso l'uomo. Perché dobbiamo
apostrofare una persona come extra-comunitario? Siamo tutti alloggiati gratis
in questa terra. Dietro alla cittadinanza c'è il discorso, per alcuni fastidioso, dell'accoglienza e del rispetto. E anche questo ce lo insegna l'Eucaristia". ROBERTO MAZZOLI
La parrocchia che cresce. Opera del Vangelo e non dell'ingegneria pastorale
Le chiamano unità
pastorali, o comunità pastorali. Sono "nuove
figure di articolazione della Chiesa" che "comportano la
rivisitazione di alcune questioni ecclesiologiche fondamentali" e, tra
esse, "la relazione pastorale è uno dei nodi su
cui riflettere perché diventi lo 'stile' che caratterizza la vita delle
comunità cristiane". È dedicata a "Nuove forme di
comunità cristiana. Le relazioni pastorali tra clero,
religiosi, laici e territorio" la 60ª Settimana nazionale di aggiornamento
pastorale, che si è aperta lunedì 21 giugno a Capiago
(Como) e terminerà domani (24 giugno) con la relazione del segretario generale
della Cei, mons. Mariano Crociata, e le conclusioni di mons. Domenico Sigalini, presidente della Commissione episcopale Cei per
il laicato e presidente del Centro di orientamento pastorale (Cop), organismo promotore dell'iniziativa. La
parrocchia è "la nostra ostinazione", ha affermato in apertura dei
lavori mons. Gaetano Bonicelli, vescovo emerito di
Siena, convinto della "necessità di ridefinirla in funzione dei mutamenti,
se non si vuole che rimanga ai margini". Una parrocchia, dunque, che venga
"coraggiosamente rivista e completata", evitando l'"eccessiva
frammentazione", come pure mere operazioni di "ingegneria
pastorale".
Una ricerca sulle
nuove forme di comunità. Punto di partenza della Settimana,
una ricerca curata dal Cop presso le diocesi italiane
per "verificare l'identità, le motivazioni, le scelte e le figure
delle nuove forme di comunità parrocchiali". "Viviamo un momento
storico di movimento della pastorale della
parrocchia", ha rilevato don Giovanni Villata,
responsabile del Centro studi e documentazione della diocesi di Torino,
presentando i risultati dell'indagine. Tra essi, spicca la diffusione delle
unità pastorali: il 68% delle diocesi che hanno dichiarato di aver scelto le
unità e comunità parrocchiali sono al Nord, il 20% al
Centro e il 12% al Sud. Non secondario, tra i motivi che hanno portato a questa
scelta, il calo dei sacerdoti. "Le parrocchie senza parroco residente - ha
affermato Villata - sono in notevole aumento" e
"non sono solo più una faccenda attinente alle piccole parrocchie di
campagna, di collina o di montagna (65%), ma un problema che interessa anche le
città piccole e grandi (35%)". A chi sono
affidate queste parrocchie? I dati dell'indagine rilevano che nella maggior
parte dei casi sono curate da un parroco vicino o in solido da più sacerdoti, ma vi è un 15% di cui la responsabilità è
affidata a diaconi permanenti, un 8% alle famiglie e il 5% a religiosi e
religiose. Analizzando i dati alla luce della propria esperienza pastorale, don
Sergio Baravalle, parroco della Divina Provvidenza a
Torino, ha evidenziato come il sacerdote per primo sia chiamato a "un
cambio di mentalità" e a favorire una "progettualità
d'insieme" con i laici, nell'ottica di una "collaborazione effettiva
e feconda".
Non solo emergenza. Tre, ad avviso del vicario generale della
diocesi di Como, mons. Giuliano Zanotta, "le
ragioni più significative che giustificano la
necessità e l'urgenza" delle "riformulazioni" che interessano le
parrocchie, poiché "non si tratta solo di affrontare alcune emergenze,
peraltro reali, come la mancanza di sacerdoti o una formazione laicale ancora
inadeguata". Il primo motivo viene dall'"ecclesiologia del Vaticano
II che considera essenziale la tensione della comunità cristiana a vivere
sempre più concretamente una testimonianza di comunione, di fraternità e di
missione"; poi l'esigenza "di rispondere sempre più adeguatamente
alle domande del territorio"; in terzo luogo "la necessità di
favorire e supportare una collaborazione sempre più concreta e costante tra le
parrocchie, soprattutto tra quelle di piccole dimensioni".
Ritorno alle
origini. Riscoprire alcuni tratti del cattolicesimo delle origini è, per il
teologo don Erio Castellucci,
la strada attraverso cui far passare le comunità cristiane. Come nella Chiesa
dei primi secoli c'era un'attenzione alla dimensione familiare dell'esperienza
ecclesiale, così oggi è importante "lasciarsi provocare dal 'territorio'", poiché esso, "nella sua
neutralità, racchiude tutte le diversità sociali, religiose, culturali, morali:
e così la parrocchia rappresenta 'in piccolo' l'universalità della
Chiesa". Vi è poi la fraternità e la prossimità:
oggi, ha sottolineato il teologo, "senza uno stile di fraternità, di
vicinanza, di cura delle relazioni, la comunità cristiana non attrae".
Ancora, la necessità di riscoprire "il clima familiare e l'apporto della
sensibilità femminile", dal momento che "la
cura delle relazioni, fondate oggettivamente sulla parola, l'eucaristia e la
carità, conduce una comunità cristiana quasi spontaneamente a valorizzare le
famiglie come soggetti e non solo come destinatarie dell'attività
parrocchiale". Infine, la riscoperta di carismi e ministeri, a partire dal diaconato. Il diacono, ha concluso,
non dovrebbe svolgere "incarichi di mera supplenza", come spesso
accade, quanto piuttosto avere "la funzione di 'sveglia' per l'intera
comunità", "tenerne desta l'attenzione al servizio, specie dei più
disagiati". sir
L’Aquila. I frutti della solidarietà. La prossimità della Chiesa italiana
nelle opere della Caritas
I frutti della
solidarietà continuano a maturare. A un anno dal terremoto, sono stati spesi a L'Aquila dalla Caritas quasi 16 milioni di euro, frutto
della colletta nazionale per i terremotati promossa dalla Cei la "Domenica
in Albis" 2009. Accanto ad aiuti d'urgenza e
progetti sociali, sono 29 le strutture finora avviate
(17 concluse e 12 in fase di realizzazione): scuole, centri di comunità,
strutture di edilizia sociale e abitativa, strutture socio-caritative,
ripristino e consolidamento spazi parrocchiali.
Quattro strutture.
Nei prossimi mesi è previsto l'avvio di altre 25
strutture per un importo stimato di 15 milioni di euro. La scorsa settimana
sono state inaugurate ben 4 strutture. La prima
inaugurazione, martedì 15 giugno, è avvenuta nella periferia de
L'Aquila, in località Torretta. Si tratta di due edifici realizzati
anche con il contributo delle Caritas diocesane della Puglia e dell'Emilia
Romagna: il centro minori "Casa Stella
Polare"e la casa di accoglienza per le suore Alcantarine.
L'opera, collocata su un terreno di proprietà della diocesi aquilana, è
costituita da due corpi: uno andrà ad ospitare le
suore francescane Alcantarine, che così potranno
continuare ad occuparsi della cura e dello sviluppo dei giovani attraverso
servizi di accoglienza e di carità; l'altro sarà un nuovo spazio rivolto ai
minori. Questo servizio verrà attivato in
collaborazione con la diocesi de L'Aquila, l'ordine dei Camilliani,
l'Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, che si impegneranno, in primo
luogo, a mettere in pratica il progetto "Rainbow",
una ricerca condotta su un campione di oltre settemila bambini di età compresa
tra i 6 e i 14 anni per verificare gli effetti dello stress post-traumatico
causato dal terremoto. Inoltre, saranno promosse attività di formazione rivolte
ai pediatri di famiglia e agli insegnanti, agli educatori, agli animatori
giovanili. Lo stesso giorno, in località San Giacomo, è stato consegnato,
inoltre, un Centro della comunità. Si tratta di una struttura con ampi spazi
multifunzionali, adatti per attività sociali, culturali, pastorali e ricreative
tese a riaggregare e rafforzare il tessuto sociale.
Sono previsti anche due spazi abitativi da destinare alle fasce deboli della
popolazione: anziani, donne sole con figli o studenti.
Luce per tutti.
"Dobbiamo imparare ad essere luce per gli altri,
e questo è lo scopo di una scuola che offre una base importantissima per la
crescita umana delle persone". Con queste parole mons. Luigi Bressan, arcivescovo di Trento, ha inaugurato nella mattina
di sabato 19 giugno, la scuola primaria e
dell'infanzia di Poggio di Roio (L'Aquila), dedicata
a don Primo Mazzolari. Dopo il terremoto, Caritas
italiana ha deciso d'intervenire ricostruendo una scuola che costituirà un
punto di riferimento per la ricostruzione del tessuto comunitario; al suo
interno si potranno realizzare anche attività
socio-culturali e aggregative. La struttura è stata realizzata con il
contributo delle Caritas diocesane del Triveneto e della Campania. "Subito
dopo il terremoto - ha spiegato mons. Bressan al SIR
- attraverso la presenza di più di duecento volontari abbiamo
portato aiuto ad una comunità che si trovava in grande difficoltà. Oltre a questo edificio scolastico, stiamo realizzando anche
appartamenti e centri di comunità". Presenti all'inaugurazione
anche il direttore di Caritas italiana, mons. Vittorio Nozza,
i delegati regionali delle Caritas del Triveneto e della Campania, il
cancelliere della diocesi de L'Aquila, don Sergio Maggioni, l'assessore comunale Pierluigi Pezzopane. A conclusione della cerimonia, un rappresentante
dell'Age (Associazione italiana genitori) ha
consegnato al dirigente scolastico una donazione da parte di genitori e
insegnanti d'Italia, per l'acquisto di materiale didattico.
Reagire con fede.
Nel pomeriggio dello stesso giorno (19 giugno) è stato inaugurato anche un
Centro di comunità a Bagno, presso la parrocchia di Santa Maria, a pochi
chilometri da L'Aquila. Sono state realizzate sale
multifunzionali per attività sociali, culturali, pastorali e ricreative, locali
per accoglienza, spazi comuni, locali tecnici, cucina
e servizi. Il parroco di Bagno, don Luciano Bakale,
nel ringraziare la Caritas ha sottolineato che "la
vera carità consiste nel dare a chi ha più bisogno. Pensavamo che il terremoto
ci avesse tolto tutto. E invece questo centro sarà raggio di
luce per l'intera popolazione". All'inaugurazione era presente
anche l'arcivescovo de L'Aquila, mons. Giuseppe Molinari,
che ha ribadito la necessità di avere luoghi come questo "per permettere
alla gente di ritrovarsi e sentirsi ancora comunità". L'arcivescovo ha
invitato i presenti a non scoraggiarsi, a distinguersi da chi sa solo
lamentarsi, "reagendo con la fede nel cuore, avendo più speranza da donare
anche agli altri; perché solo se siamo uniti potremo
vincere questa grande sfida. Altrimenti sarà una sconfitta
per tutti". Nel consegnare alla comunità questo nuovo centro, don
Dionisio Rodriguez, responsabile della Caritas diocesana aquilana, ha
dichiarato al SIR che "quanto realizzato è stata una bella esperienza di
Chiesa, perché qui la condivisione si è tramutata in un'opera che lascerà un
segno sul territorio". Sir
Cristiani in Medio Oriente. Chi va, chi viene
Le antiche
comunità si assottigliano sempre più. Ma dall'Asia e
dall'Africa arrivano nuovi fedeli, a milioni, soprattutto nel Golfo e in Arabia
Saudita. Dove però la libertà religiosa continua a essere una chimera - di
Sandro Magister
ROMA – Pochi l'hanno notato. Ma tra i circa 10
mila fedeli, cioè la quasi totalità dei cattolici di Cipro, che hanno assistito
alla messa celebrata da Benedetto XVI a Nicosia domenica 6 giugno, la maggior
parte non erano ciprioti, ma asiatici, africani, latinoamericani.
Lo stesso papa,
nella sua omelia, ha rivolto un particolare saluto agli immigrati dalle
Filippine e dallo Sri Lanka.
Assieme a quelli
provenienti dall'India essi costituiscono, infatti, la metà dei circa 30 mila immigrati nell'isola, 60 mila se si comprendono i
clandestini.
Un buon numero di
loro sono cattolici. Affollano le piccole chiese. Battezzano i loro figli. Sono
la faccia nuova e meno nota della presenza della Chiesa non solo a Cipro ma in
altre aree della Terra Santa e del Medio Oriente.
Cipro, che fa
parte dell'Unione Europea, è una delle loro mete più ambite. Una volta arrivati
in Turchia, gli immigrati sbarcano senza difficoltà nel nord dell'isola sotto
occupazione turca. E da lì passano facilmente la linea di confine, verso la
repubblica greco-cipriota, che per molti di loro fa
da tappa verso altri paesi d'Europa.
Allargando lo
sguardo a tutta l'area, accade così che mentre il papa convoca un sinodo e
lancia appelli accorati perché i cristiani del Medio Oriente – figli delle
antiche Chiese dell'area tra il Mediterraneo e il Golfo Persico – non
abbandonino le loro terre sotto le pressioni di un islam ostile, come invece stanno facendo in numero crescente, in queste stesse regioni
arrivino molti altri cattolici da paesi lontani.
Questa ondata migratoria è così forte che spesso i nuovi venuti
sovrastano numericamente i cristiani del posto. Inaspettatamente, però, la
traccia di lavoro del sinodo dei vescovi per il Medio Oriente convocato a Roma
in ottobre dedica a questo fenomeno solo un cenno fugace, nei paragrafi 49 e 50.
La Turchia è un
caso a sé, ma anch'esso illuminante. Qui nell'ultimo secolo la presenza
cristiana è stata quasi annientata. Ad assicurare la sopravvivenza delle
piccolissime comunità cattoliche sono sacerdoti e vescovi provenienti anch'essi
per la maggior parte da fuori, e in particolare dall'Italia. Lo dicono i nomi
degli ultimi martiri: dal sacerdote Andrea Santoro al vescovo Luigi Padovese, quest'ultimo ucciso proprio alla vigilia del
viaggio del papa a Cipro.
Il vescovo di
Smirne e dell'Anatolia Ruggero Franceschini, nel raccogliere il testimone da Padovese, ha invocato che altri sacerdoti e volontari
partano dall'Italia in "missione" alla volta della Turchia, al fine
di tenere viva la presenza cattolica in questo paese.
Ma riguardo al
fenomeno più generale della nuova immigrazione cristiana in Medio Oriente, ciò
che più colpisce è che essa si concentra proprio dove l'islam ha avuto i
natali: in Arabia Saudita, dove i cattolici sfiorano ormai i 2
milioni, e nei paesi del Golfo.
Relativamente alla penisola arabica, ecco qui di seguito un'analisi
aggiornatissima del mutato paesaggio religioso. L'autore è
uno dei maggiori esperti nel campo: Giuseppe Caffulli,
direttore delle riviste e del sito web della Custodia di Terra Santa e autore
di "Fratelli dimenticati. Viaggio tra i cristiani
del Medio Oriente", Àncora, Milano, 2007.
L'analisi è uscita
sull'ultimo numero di "Vita e Pensiero", la rivista dell'Università
Cattolica del Sacro Cuore. L’Espresso on line 21
Penisola arabica. I cristiani con la valigia
Paradossi del
nostro tempo. Da quasi tre decenni la terra che ha dato i natali all’islam e al
suo Profeta è in testa alla classifica delle aree del mondo dove la presenza
del cristianesimo sta conoscendo il massimo incremento. Non si tratta però di
un aumento legato a conversioni: in queste terre la possibilità di abbracciare
la fede cristiana continua a essere illegale. L’incremento ha le sue origini in
un imponente flusso migratorio che interessa tutti i paesi del Golfo.
In Arabia Saudita,
su una popolazione di 27 milioni e mezzo di abitanti,
si stima che gli immigrati siano oltre 8 milioni. Se si allarga lo sguardo agli
Emirati Arabi Uniti (EAU, una federazione di sette emirati: Abu Dhabi, Ajman, Dubai, Al-Fujairah, Ras al-Khaimah, Sharjah e Umm al-Qaiwain, situati lungo la costa centro-orientale della
penisola arabica), il quadro è ancora più impressionante: su circa 6 milioni di abitanti, la popolazione locale non è più del
12-14 per cento.
Di questi
immigrati, provenienti soprattutto dall’Estremo Oriente, fanno parte cristiani
appartenenti all’intero arcobaleno confessionale. In termini numerici i
cattolici sono oggi la maggioranza tra i cristiani presenti nei paesi della
penisola arabica.
L’immigrazione in
Arabia Saudita e nei paesi del Golfo (oltre ad Arabia ed Emirati, il fenomeno
interessa Bahrain, Oman e Qatar) nasce con il boom petrolifero. A partire dagli anni Sessanta la sempre crescente richiesta
di greggio e la necessità di sfruttare in maniera sempre più massiccia i pozzi
di petrolio rendono necessario l’impiego di manodopera proveniente dall’estero.
I primi lavoratori stranieri impiegati in questo nuovo miracolo economico
provengono principalmente dal vicino Yemen, il paese che ancora oggi, con i
suoi 23 milioni di abitanti, è il vero colosso
demografico della regione.
LO YEMEN, UN CASO SPECIALE
Fino agli anni
Ottanta, i lavoratori yemeniti in Arabia Saudita superano probabilmente il
milione. Le rimesse in denaro di questi immigrati costituiscono una parte
importante del bilancio dello Stato yemenita. Con la prima guerra del Golfo lo
scenario cambia radicalmente. Il governo dello Yemen
si schiera a sostegno di Saddam Hussein (che invade il Kuwait) e
improvvisamente Riyadh e Sana’a si ritrovano nemiche. Nel 1991 almeno 800 mila
lavoratori yemeniti vengono espulsi perché considerati
una minaccia per la sicurezza nazionale. Da allora nessun lavoratore yemenita
può più ottenere un permesso di lavoro in Arabia Saudita. Amareggiati e
disoccupati, i lavoratori yemeniti espulsi diventano vittime di un’altra
politica saudita: l’esportazione della dottrina islamica sunnita wahabita. Con
il moltiplicarsi nello Yemen di scuole coraniche
wahabite (volute e finanziate appunto dall’Arabia Saudita) cresce in maniera
significativa anche il coinvolgimento dei giovani yemeniti nelle organizzazioni
jihadiste, con una ricaduta nefasta sul fenomeno del
terrorismo internazionale di matrice islamica. Un terzo dei detenuti nella base
americana di Guantanamo è yemenita. Yemenita è anche la famiglia di Osama Bin Laden, capo di Al Qaeda.
Con la cacciata
dei lavoratori yemeniti si aprono nel sistema economico dell’Arabia Saudita (e
di riflesso nei paesi del Golfo, ugualmente schierati in politica estera su
posizioni filo-occidentali) enormi falle. Dai primi anni Novanta il governo di
Riyadh si vede costretto, per garantire il livello di produzione del greggio
(la voce petrolifera costituisce ancora oggi l’88 per
cento delle entrate dello Stato e il 90 per cento delle esportazioni), a favorire
l’immigrazione di un numero sempre crescente di lavoratori stranieri dai paesi
dell’Estremo Oriente, soprattutto India, Filippine, Pakistan.
L’accelerazione
dell’economia dei paesi del Golfo (gli Emirati nel 2008 hanno conosciuto una
crescita del prodotto interno lordo del 6,8 per cento; l’Arabia Saudita del
4,2), con la pianificazione di grandi infrastrutture e con un’imponente
crescita del settore immobiliare, rendono la penisola
arabica una delle aree di più forte immigrazione a livello planetario.
IL PIÙ GRANDE
VICARIATO DEL MONDO
La penisola
arabica ricade sotto la giurisdizione del vicariato d’Arabia, la circoscrizione
ecclesiastica più grande del mondo: sei nazioni che si estendono su oltre 3 milioni di chilometri quadrati (Arabia Saudita, Bahrein,
Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar e Yemen), con una popolazione di oltre 60
milioni di persone. Retto dal 2005 da Paul Hinder,
cappuccino svizzero, succeduto al confratello italiano Bernardo Gremoli, il vicariato d’Arabia ha superato abbondantemente
i cent’anni di vita (la sede di Aden risale al 1888).
L’attuale sede si
trova ad Abu Dhabi, moderna capitale degli Emirati, e può contare su sessantuno
sacerdoti e un centinaio di suore di sei differenti congregazioni. Oltre
all’assistenza pastorale diretta, la Chiesa gestisce otto scuole (per un totale
di 16 mila studenti, il 60 per cento dei quali
musulmani), orfanotrofi e case per portatori di handicap. Fino a pochi decenni
fa, il vicariato d’Arabia si occupava principalmente dell’assistenza pastorale
di poche migliaia di stranieri che si trovavano a
lavorare nella penisola: personale delle ambasciate, impiegati e funzionari di
aziende straniere.
Con l’arrivo dei
lavoratori stranieri, a partire dagli anni Novanta,
tutto è cambiato. Non ci sono cifre ufficiali, ma le stime del vicariato di Abu
Dhabi (sulla base delle indicazioni delle ambasciate), parlano di circa 1 milione e 400 mila filippini nel solo territorio
dell’Arabia Saudita, per l’85 per cento cattolici. Non si conosce con esattezza
il numero degli indiani. Ma è plausibile che il numero dei soli cattolici nel
regno saudita si avvicini ai 2 milioni.
Secondo gli ultimi
dati, gli abitanti degli Emirati Arabi Uniti sono circa 6
milioni, di cui 5 costituiti da lavoratori stranieri. La stragrande maggioranza
di questi immigrati professa l’islam (circa 3 milioni
e 200 mila), ma i cristiani sarebbero oltre un milione e mezzo, di cui 580 mila
cattolici. Un buon numero è di lingua araba (oltre 100 mila, 12
mila solo ad Abu Dhabi) e provengono da Libano, Siria, Giordania, Palestina e
Iraq. Sono presenti decine di migliaia di cattolici di
rito orientale: maroniti, melkiti, armeni, siriani, siro-malabaresi,
siro-malankaresi... Le celebrazioni si svolgono,
oltre che inglese e in arabo, in malayalam, konkani, tagalog, francese,
italiano, tedesco, cingalese e tamil.
In Bahrein, su una
popolazione di circa un milione di abitanti, i cattolici sono 65 mila. In Oman, su 3 milioni e
200 mila abitanti, i cattolici sono 120 mila. Nel Qatar, dove è stata
consacrata nel 2008 la prima chiesa cattolica, su un milione e 200 mila
abitanti i cattolici sono 110 mila. Difficile dare
statistiche attendibili sulla globalità del fenomeno. Secondo fonti giornalistiche, negli Emirati Arabi Uniti sarebbero
presenti circa 750 mila lavoratori provenienti dall’India, 250 mila dal
Pakistan, 500 mila dal Bangladesh. Un milione d’immigrati è costituito da
iraniani, afghani, malaysiani, indonesiani, cinesi e giapponesi. Mezzo milione
sarebbero i filippini. Un altro mezzo milione è formato da africani e
sudamericani. Anche per le Chiese cristiane presenti in loco non è facile
offrire dati attendibili a causa della grande mobilità della popolazione
cattolica (alcuni lavoratori hanno permessi molto
brevi). Molti cattolici si trovano poi a lavorare in zone lontanissime dalla
parrocchia o dalla comunità cristiana, o vivono in campi di lavoro che
impediscono libertà di movimento.
LE CONDIZIONI DI LAVORO
La condizione dei
lavoratori stranieri nella penisola arabica non è rosea. In Arabia Saudita, uno
dei regimi più repressivi del mondo, i lavoratori cristiani devono ogni giorno
fare i conti – oltre che con la crisi economica che ha segnato anche qui una
diminuzione di posti di lavoro e del livello retributivo – con la polizia
religiosa (mutawwa), che non tollera manifestazioni
pubbliche della fede. Una situazione che viene
costantemente denunciata dagli organismi internazionali che si occupano di
diritti umani e libertà religiosa. Non è infrequente che nelle maglie della
polizia cadano con accuse il più delle volte false o pretestuose i cristiani
che si adoperano per tenere viva la fede nelle comunità cristiane (vedi il caso
di Brian Savio O’Connor, un cristiano indiano
imprigionato nel 2004 per essere stato trovato in possesso di Bibbie e libri
religiosi).
A differenza di
altri contesti, i lavoratori stranieri in Arabia
Saudita e nei paesi del Golfo non cercano l’integrazione. Si trovano in queste
terre con l’intenzione di tornare un giorno a casa o di emigrare nuovamente
verso USA, Canada o Australia. Una norma prevede poi che non venga
rinnovato il permesso di soggiorno per i lavoratori con oltre 60 anni. Ne
consegue che la Chiesa d’Arabia non ha un nucleo stabile. È formata oggi da
fedeli, in massima parte giovani, che nella migliore delle ipotesi restano
cinque, dieci o al massimo vent’anni.
Ci sono poi gravi
situazioni di squilibrio sociale. Tra i cristiani ci sono pochi facoltosi e una
gran massa di poveri, senza alcuna sicurezza sociale. I lavoratori delle fasce
più basse hanno scarse tutele, anche se gli EAU, all’inizio di novembre 2009,
hanno firmato con il governo di Manila un protocollo d’intesa che offre
maggiori protezioni ai lavoratori filippini. C’è poi un vero e proprio traffico
di braccia, lavoratori che vengono portati nel Golfo
clandestinamente dalle organizzazioni criminali. E ancora la
tratta delle donne, specie dalle Filippine e dall’Europa orientale, per la
prostituzione. Molte vengono illuse con la
promessa di un lavoro e poi si ritrovano schiave. Quelle che fuggono trovano
spesso rifugio presso le organizzazioni caritative della Chiesa cattolica, che
offre un servizio di assistenza psicologica e legale per chi desidera rientrare
nel proprio paese.
La crisi sta
comunque toccando anche la penisola arabica, con un rallentamento generalizzato
dell’economia. Dopo anni d’inflazione attorno all’1 per cento, nel 2008 in
Arabia Saudita c’è stata un’impennata dei prezzi che ha portato l’inflazione
oltre l’11 per cento. Il governo di Riyadh sta
tentando di risolvere questa crisi con un progetto di "saudizzazione".
Si vorrebbe limitare per il futuro l’ingresso di nuovi immigrati (favorendo nei
fatti anche l’espulsione di milioni di operai presenti nel paese illegalmente)
per sostituirli con maestranze locali. Costretti dalla crisi, molti sauditi
stanno tornando a svolgere lavori che fino a poco tempo fa ritenevano indegni o
troppo faticosi, e che erano quindi affidati a lavoratori stranieri. Questa
"saudizzazione" ha un risvolto
anche religioso: limitare al massimo l’accesso di immigrati musulmani sciiti,
la corrente musulmana da sempre in contrasto con quella sunnita praticata in
maniera maggioritaria nella penisola arabica.
POCA O NESSUNA
LIBERTÀ RELIGIOSA
Quello della
libertà religiosa è il tasto dolente in Arabia Saudita. Secondo l’annuale
rapporto sulla libertà religiosa pubblicato nel 2009 dalla Commissione USA
sulla libertà religiosa internazionale (USCIRF), l’Arabia Saudita rientra tra i
cosiddetti paesi che destano "particolare preoccupazione", assieme a
Myanmar, Cina, Corea del Nord, Eritrea, Iran, Iraq, Nigeria, Pakistan, Sudan,
Turkmenistan, Uzbekistan, Vietnam.
Per quanto
concerne l’Arabia Saudita, il rapporto riconosce qualche limitata riforma e
qualche timida apertura sul versante del dialogo religioso. Ciò nonostante, il
governo vieta ancora ogni forma di espressione religiosa pubblica che non
rientri nella dottrina islamica sunnita e non ossequi la particolare
interpretazione dell’islam wahabita. La Commissione accusa inoltre le autorità
saudite di sostenere, a livello internazionale, gruppi che promuovono
"un’ideologia estremista che contempla, in qualche caso, violenze contro i
non islamici e contro i musulmani di diversa osservanza".
Negli Emirati e
negli altri paesi del Golfo il panorama è un po' diverso. La situazione è di
sostanziale tolleranza religiosa, pur in un quadro di regole ben definite.
Testimonianze di questa apertura sono le parrocchie
che il vicariato d’Arabia ha istituito nell’area: una parrocchia nel Bahrein,
una in Qatar e sette negli Emirati: per l'esattezza due ad Abu Dhabi, due a
Dubai, una a Sharjah, una ad Al-Fujairah e una a Ras al-Khaimah. Quattro parrocchie sono nell’Oman, due delle
quali a Muscat. Poi ci sono quattro comunità nello Yemen, un paese che registra progressi ma dove sono
ancora aperte le ferite degli episodi di violenza nei confronti dei cristiani
(basti pensare all’assassinio delle tre suore di Madre Teresa il 27 luglio
1998).
Sostanzialmente
ogni emiro è libero di fare la sua politica religiosa e i cristiani si trovano
a vivere in condizioni diverse a seconda della realtà
politica in cui si trovano a operare. Qui la tolleranza religiosa e la libertà
di culto non sono paragonabili a quelle dell’Occidente: tutto si concentra
negli spazi concessi alla parrocchia, senza possibilità di esporre simboli
all’esterno e senza possibilità di fare attività pubblica. Ma
per la Chiesa d’Arabia, che per bocca del suo vescovo si definisce
"pellegrina", quella vissuta negli Emirati e nei paesi del Golfo è
una situazione di relativo privilegio. Viceversa, in Arabia Saudita
l’assistenza pastorale è praticamente impossibile. I
milioni di fedeli che si trovano al di là della
cortina di ferro dell’islam sono raggiunti di tanto in tanto, in maniera spesso
rocambolesca, da qualche sacerdote in incognito che assicura la consacrazione
del pane eucaristico distribuito poi dai laici nelle varie comunità.
COMUNITÀ DISPERSE
Sul piano
pastorale l’emergenza principale della Chiesa d’Arabia è legata alla carenza di strutture. Si contano parrocchie con 40 mila, perfino 100 mila fedeli. Spesso è impossibile
accogliere tutti i fedeli che desiderano assistere alle celebrazioni o chiedono
assistenza pastorale. È poi difficile districarsi tra gli interessi e le
sensibilità dei diversi gruppi etnici – almeno 90 – senza provocare tensioni e
incomprensioni. Il numero dei sacerdoti è limitato ed è assai difficile
strappare nuovi visti per aumentarne il numero. Non è nemmeno facile reperire preti adatti alla missione in quest’area
particolare: uno dei requisiti fondamentali è che parlino diverse lingue.
Inoltre i fedeli vivono dispersi, lontani dalle parrocchie; molti lavorano in
villaggi che sorgono in pieno deserto, oppure sulle piattaforme petrolifere, in
zone dove non è assolutamente possibile raggiungerli. La maggior parte non ha
mezzi di trasporto o non è in grado di pagare il biglietto o non ottiene il
permesso dai rispettivi datori di lavoro. Una delle questioni cruciali – fa
sovente notare Paul Hinder – è proprio
quella di proteggere questi fedeli dalla tentazione di farsi assorbire
dall’islam. Cosa che effettivamente capita: se chi è
musulmano trova posti di lavoro migliori e meglio pagati, la conversione
diventa per molti una strada comoda e facile di promozione sociale.
Quale sarà la
sorte di questi lavoratori cristiani nei prossimi anni? Difficile dirlo.
Intanto la loro presenza, a livello numerico, dipende dalla situazione politica
ed economica che si andrà profilando nell’area. Il mondo in cui vivono – non lo
possiamo dimenticare – è totalmente imperniato sull’islam. Tanto che allo stato
attuale è difficile pensare a un’apertura sul versante dei diritti umani e
della libertà religiosa, anche se la gran massa di lavoratori non musulmani
nella penisola arabica è un fatto che non si può più tacere o negare. E, prima o poi, bisognerà che qualcuno inizi a tener conto
delle esigenze non solo economiche di questi cristiani con la valigia. Giuseppe
Caffulli Vita e Pensiero 1/2010
Card. Sepe.
"Vado avanti con serenità". Lettera aperta sulla vicenda giudiziaria
in cui è stato coinvolto
Una lettera alla
"amata Chiesa di Napoli" per spiegare come sono andati veramente i
fatti. L'ha resa nota, lunedì 21 giugno, in una conferenza stampa, il card. Crescenzio Sepe, arcivescovo di
Napoli, dato che "si trova a essere interpellato,
come ampiamente riportato in questi giorni dai mezzi di comunicazione, sul
fronte di una vicenda giudiziaria, che nella sua essenza, per la fiducia che si
deve alla giustizia e per il rispetto al valore della legalità, impone
procedure e chiarimenti".
Tre addebiti.
"Tre - sottolinea il porporato - sono gli
addebiti che mi vengono fatti, per la responsabilità che ho avuto in quanto
prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, e riguardano la gestione del
patrimonio immobiliare che ho cercato di inventariare, recuperare e valorizzare
per rispetto a quanti nel tempo ne sono stati i donatori e per tutelare le
finalità, rappresentate dal sostegno alle attività missionarie nei Paesi più
poveri e dimenticati della terra". Il primo caso riguarda la concessione
in uso di un alloggio a Guido Bertolaso, la cui esigenza venne
rappresentata al cardinale da Francesco Silvano. "In prima istanza - racconta -, gli feci avere ospitalità presso il Seminario,
ma mi furono rappresentati problemi di inconciliabilità degli orari, per cui
incaricai lo stesso Silvano di trovare altra soluzione, della quale non mi sono
più occupato".
L'effettivo
valore. Altro coinvolgimento concerne la vendita a Lunardi di un palazzetto in
via dei Prefetti. "Si trattava - chiarisce il card. Sepe - di un immobile che presentava, in maniera evidente e
seria, segni di vecchiaia e di precarietà, rappresentati più volte anche dagli
stessi inquilini. Fu disposto un sopralluogo ricognitivo eseguito dai
tecnici della Congregazione, i quali fecero anche una valutazione dei lavori
necessari, preventivando anche la spesa che fu ritenuta troppo onerosa per le
casse della Congregazione, per cui venne presa in
considerazione l'opportunità della vendita". Gli stessi tecnici "ne
stimarono il valore, tenendo conto, evidentemente, delle condizioni dello
stabile e del fatto che era occupato da inquilini il che, di per sé, comportava
una sensibile decurtazione, come è noto". Fu
detto che Lunardi aveva espresso il proprio interesse all'acquisto e "fu
avviata una trattativa che si concluse sulla base
della valutazione fatta e di quella che si aggiunse attraverso il
coinvolgimento di un istituto di credito, per la concessione di un mutuo".
Secondo coscienza.
La terza questione interessa "i lavori di messa in
sicurezza statica di un lato del Palazzo di Propaganda Fide in Piazza di Spagna
a Roma, che aveva subito una modificazione strutturale, nel senso che era stato
registrato un notevole distacco della parete determinato, secondo gli
accertamenti tecnici effettuati, da infiltrazioni di acqua sotto il fabbricato
e dalle continue vibrazioni causate dal passaggio della vicina metropolitana.
Fu accertata la competenza dello Stato italiano e furono
eseguiti lavori di ripristino e ristrutturazione, con onere parzialmente a
carico della pubblica amministrazione". In tutta questa
attività e rispetto ai casi sopra indicati, il porporato si è sempre avvalso
della consulenza specifica di tre persone: De Lise, magistrato; Balducci, all'epoca provveditore alle Opere Pubbliche del
Lazio; Silvano, amministratore dell'Ospedale Bambin
Gesù. "Tutto ho fatto - precisa il cardinale -
nella massima trasparenza, avendo i bilanci puntualmente approvati dalla
Prefettura per gli affari economici e dalla Segreteria di Stato, la quale, con
una lettera, inviatami a conclusione del mio mandato di prefetto, volle
finanche esprimere apprezzamento e stima per la gestione amministrativa".
"Dico questo - aggiunge - per amore della verità, nella consapevolezza di
avere sempre agito secondo coscienza, avendo come unico obiettivo il bene della
Chiesa".
La verità vincerà.
Questi i fatti, come li ricorda il card. Sepe,
che evidenzia: "Neppure una vicenda giudiziaria può giustificare una così
fredda elencazione di eventi, senza mettere in campo una serie di altri
elementi essenziali, primo fra tutti, il percorso di una vita sacerdotale, nel
quale la Croce non è mai un intoppo ma il segno dell'appartenenza a Cristo.
Accolgo così, in tutta umiltà, la prova che oggi mi tocca; ma
accanto ad essa avverto anche la forza di una serenità che non può nascere a
caso, maturata via via attraverso i diversi
passaggi" della sua vita sacerdotale. Dopo aver ripercorso le tappe
del suo ministero, il porporato ha ricordato che questo viaggio "nasce
dall'esempio di mio padre e mia madre, gente di sudore e di terra che conosce
il patire e la parola data, che mi hanno insegnato
l'onore e il coraggio della verità. Se a loro debbo
tanto, innanzitutto la vita, a loro debbo consegnare la fedeltà a quella verità
che oggi, senza paura, professo e testimonio". "Vado avanti -
chiarisce il cardinale - con serenità, accetto la Croce e perdono, dal profondo del cuore, quanti, dentro e fuori la Chiesa, hanno
voluto colpirmi". La verità, conclude,
"vincerà! Sono convinto che da questa inattesa prova usciremo tutti più
forti, per continuare a compiere insieme la missione che Cristo ci ha affidato!
Chiedo a tutti di sostenermi con la preghiera e, con amore di
Padre, vi benedico!". Sir
Dopo quelle di Paolo e di Pietro vengono alla luce nelle
catacombe di Santa Tecla
le più antiche rappresentazioni iconografiche devozionali
di Andrea e Giovanni
Risalgono al IV
secolo gli affreschi scoperti sulla via Ostiense grazie a moderne tecniche di indagine
Nella mattinata di
martedì 22 giugno si è svolta a Roma, presso la basilica di San Paolo fuori le
Mura, la conferenza stampa di presentazione delle ultime scoperte archeologiche
emerse all'interno delle catacombe romane di Santa Tecla
nel corso degli scavi e dei restauri curati dalla Pontificia Commissione di
Archeologia Sacra. Pubblichiamo i contributi degli esperti che hanno
partecipato all'incontro: Fabrizio Bisconti,
sovrintendente archeologico delle catacombe, Barbara Mazzei,
responsabile del restauro, e Giovanni Carrù,
segretario della commissione. È intervenuto anche l'arcivescovo presidente del
Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione di
Archeologia Sacra che, nel testo seguente, illustra i dettagli della scoperta.
Il delicato e
meticoloso intervento di restauro, avviato due anni orsono, nel cubicolo
dipinto delle catacombe romane di Santa Tecla sulla
via Ostiense, offrì una importante sorpresa proprio lo
scorso giugno, quando si concludevano le celebrazioni dell'anno paolino. In
quell'occasione, attraverso le pagine de "L'Osservatore Romano", i
responsabili della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, annunciavano la
scoperta di una suggestiva raffigurazione di san
Paolo, rappresentato in busto, in un clipeo aureo, databile agli ultimi anni
del iv secolo o ai primi del seguente, assurgendo,
così, agli onori della più antica icona di san Paolo.
L'immagine
pensierosa dell'apostolo delle genti fece il giro del mondo, emozionando devoti
e studiosi, che cercavano in quel volto il carattere, la sapienza, la
psicologia del più raffinato pensatore del cristianesimo della
prima ora. Gli occhi spalancati, le rughe di atteggiamento, le guance scavate,
la calvizie, la lunga e scura barba appuntita assicurarono
anche i più scettici che ci si trovava dinanzi al ritratto volitivo e
graffiante di chi cambiò radicalmente il suo stile di vita, in nome di una
folgorante conversione.
E proprio mentre
il laser, usato dai restauratori per la prima volta in un ambiente catacombale
angusto ed estremamente umido, definiva, in tutti i
suoi particolari, nel soffitto del cubicolo spuntò un altro clipeo campito dal
busto di Pietro, riconoscibile dalle peculiarità fisionomiche tipiche dei più
antichi ritratti dell'apostolo-pescatore: la chioma e la barba bianca, il volto
squadrato, le sembianze tipiche di un uomo anziano.
I responsabili
della Commissione chiesero, a quel punto, alla stampa e agli specialisti il
tempo utile per restaurare l'intero cubicolo, promettendo altre importanti
scoperte, intuite dagli addetti ai lavori, ma bisognose di verifiche, di studi
approfonditi, di ordine iconografico, storico artistico e stilistico.
I restauratori
tornarono al lavoro con il prodigioso strumento nel silenzio e nel buio delle
catacombe di Santa Tecla. Non è stato semplice, in
questi mesi mantenere la tranquillità necessaria per procedere coerentemente
nel lavoro di asportazione delle concrezioni scure che avevano obliterato quelle importanti pitture. E non è stato facile
neppure mantenere segrete le scoperte che si succedevano, emozionando, prima, i
restauratori e, poi, i responsabili scientifici del restauro che, come è evidente, comunicavano solo ai Superiori le novità,
che provenivano da quel fortunato intervento conservativo.
Oggi i tempi sono maturi per svelare, nella sua interezza, la
scoperta del programma decorativo del cubicolo, che si propone come una
sontuosa e decorata tomba di una nobildonna, appartenente all'aristocrazia
romana dell'ultimo scorcio del IV secolo, quando a Roma si consumavano gli
ultimi tentativi del senato di arroccarsi nella difesa estrema di una religione
pagana, che, proprio al tempo di Teodosio, proporrà le sue ultime manifestazioni.
Ebbene, la Roma
degli "ultimi pagani" era anche la Roma di una sistematica
cristianizzazione, che, appunto, toccherà anche i più alti livelli della
gerarchia dell'impero. San Girolamo è molto vicino a un gruppo di pie matrone, che iniziarono a praticare forme di
"ascesi domestica", a cominciare da Marcella, che si rinchiuse in
periferia nel suo palazzo dell'Aventino, dando avvio ad un tipo di vita
religiosa riservata alle matrone della "Roma bene", che
intrattenevano con Girolamo un fitto scambio di lettere e che, in qualche caso,
la seguirono sino in Terra Santa, alla ricerca dei luoghi della memoria dei
patriarchi, dei profeti, del Cristo e degli apostoli.
Le vedove, le
vergini, le pie donne dell'aristocrazia romana
promossero anche un culto nei confronti dei martiri romani, sulla scia del
progetto politico-religioso di Papa Damaso, ma anche
nei confronti degli apostoli. Le memorie di questi ultimi, d'altra parte,
furono collocate al centro dell'Apostoleion costantinopolitano, voluto da Costantino nella nuova Roma
per accogliere le sue stesse spoglie. E sant'Ambrogio, nella basilica apostolorum fatta costruire a Milano sulla via romana, fece
sistemare al centro della basilica cruciforme le reliquie degli apostoli
provenienti da Concordia, da Aquileia o da Roma.
Il nostro
percorso, che ha attraversato i luoghi salienti del culto per gli apostoli e
che potrebbe anche toccare Antiochia, Gerasa, Aosta e infiniti altri
centri dell'orbis christianus
antiquus, ci riporta a Roma e al cubicolo di Santa Tecla. Su quel soffitto, che imitava un prezioso cassettonato, oltre alle immagini di Paolo e di Pietro,
sono venute alla luce altri due clipei che accolgono
due apostoli ben caratterizzati fisiognomicamente: uno mostra l'irruenza e la
potenza di Andrea, l'altro la delicatezza e l'aspetto giovanile di Giovanni.
Queste ultime identificazioni, confortate dal confronto con monumenti musivi
ravennati (Battistero degli ortodossi, Battistero degli ariani, Cappella
arcivescovile, Basilica di San Vitale, Basilica di Sant'Apollinare Nuovo), ma
anche orientali (Monastero di Santa Caterina al Sinai), che, spesso, mostravano
le didascalie di definizione, ci permettono di considerare i due busti come e
le più antiche rappresentazioni di Andrea e Giovanni.
Il laser ha continuato
a svelare, in questi mesi, altre immagini, appena intraviste dagli studiosi del
passato e, così, nell'ambiente antistante il cubicolo,
modificato per l'apertura di un grande lucernario, accanto alle
rappresentazioni del Cristo maestro, del paralitico, di Lazzaro, di Daniele tra
i leoni è apparso un maestoso collegio apostolico dipinto su uno squillante
fondo rosso definito da fasce azzurre e serti fioriti, mentre, ai piedi degli
apostoli, è stata scoperta una teoria di sei ovini che si abbeverano, anticipando
un tema caro ai grandi scenari musivi dei catini absidali romani, pronti ad
accogliere le teofanie di ispirazione apocalittica.
Il cubicolo
presenta una semplice pianta quadrata con tre arcosoli
ai lati, secondo l'organizzazione dei mausolei nobiliari, che si addensavano
attorno ai grandi santuari martiriali del suburbio
romano. Ebbene, in uno degli arcosoli è apparsa
l'immagine di una nobildonna, sontuosamente abbigliata e ingioiellata, in
compagnia della figlia orante, tra due santi che introducono le defunte
nell'aldilà. Questa defunta va, presumibilmente identificata con una di quelle
nobildonne di cui si diceva in apertura.
Il resto del
cubicolo è costellato di scene bibliche (Giona,
Daniele, Pietro che fa scaturire l'acqua nel carcere Tulliano, Maria con i
Magi, Abramo e Isacco) rappresentate contro fondali neri incorniciati da fasce
gialle e rosse, come per emulare l'opus sectile con
cui si decoravano i più prestigiosi edifici della
tarda antichità.
Il meticoloso
intervento di restauro ha, quindi, recuperato uno dei monumenti sepolcrali più
tardi e più decorati delle catacombe romane, quando queste stanno per esaurire
la loro funzione funeraria, a favore di una stagione devozionale,
allorquando i pellegrini dell'intero orbe cristiano si recano a visitare le
tombe sante. In questo frangente, alcuni cubicoli monumentali fungono da
"mausolei sotterranei", posizionati in una
catacomba assai prossima al martyrium paolino, che al
tempo dei tre imperatori Teodosio, Valentiniano ii e Arcadio, viene ampliato e
decorato, come ricorda Prudenzio (Peristephanon,
xii, 24-25), che si sofferma a descrivere proprio il
prezioso soffitto, che può aver funzionato come prototipo per la volta del
cubicolo di Santa Tecla. Anche i quattro clipei, con
le raffigurazioni dei santi Pietro, Paolo e degli
appena riscoperti Andrea e Giovanni, in questo senso possono rappresentare uno
stralcio di una teoria apostolica o pontificia, di cui conosciamo la redazione leoniana, ma che poteva essere già prevista nell'impianto
teodosiano della basilica.
La scelta di
sistemare il cubicolo in una catacomba non lontana dalla memoria paolina, che,
tra l'altro, assumerà la denominazione di Santa Tecla
- così come un piccolo ipogeo scavato nella roccia di san Paolo prenderà il
nome significativo di San Timoteo, disegnando una
"mappa paolina" attorno al ii miglio della
via Ostiense - rappresenta un importante intervento devozionale nei confronti
dell'apostolo delle genti che, sin dal pontificato di Papa Damaso
(366-384), vedrà potenziato il suo ruolo, nell'ambito di quel progetto
politico-religioso che verterà proprio sulla concordia apostolorum
e sulla riabilitazione di Paolo, che verrà considerato il promotore della
conversione degli ultimi pagani, di cui si diceva in apertura.
Gianfranco Ravasi,
L'Osservatore Romano 23
Mixa gibt klein bei und verzichtet auf sein Amt
Einigung mit der Diözese: Der
Ex-Bischof stellt seinen Rücktritt nicht mehr in Frage. Außerdem verlässt er
seine Wohnung.
Der zurückgetretene Augsburger Bischof
Walter Mixa verzichtet nun doch auf eine Rückkehr in
sein Amt. Das teilten Mixa und führende Vertreter des
Augsburger Bistums am Mittwoch nach einem gemeinsamen Gespräch mit. Mixa stellt demnach seine
Rücktritt nicht mehr in Frage. Außerdem nehme er seine zuvor geäußerten
Vorwürfe, durch eine Intrige zum Rücktritt gedrängt worden zu sein, zurück.
„Für den Druck, den er bei
Unterzeichnung seines Rücktritts empfunden hat, macht Bischof em. Dr. Mixa niemand
verantwortlich und niemandem Vorwürfe“, heißt es in der gemeinsamen Erklärung.
Außerdem wurde darin vereinbart, dass Mixa seine
Wohnung im Bischofshaus verlässt und das Bistum Augsburg ihm eine
„vorübergehende“ Unterkunft sucht. An dem Gespräch nahmen außer Mixa unter anderem der Augsburger Diözesanadministraor,
Weihbischof Josef Grünwald, sowie Weihbischof Anton Losinger
sowie Rechtsanwälte beider Seiten teil.
In einem am Mittwoch auf der
Internetseite des Bistums veröffentlichten Brief an die Gläubigen bat Mixa „um Verzeihung für alles, was ich nicht recht gemacht
habe“. Er sei „in vieler Hinsicht schuldig geworden“, obwohl er „niemanden in
irgendeiner Weise verletzen oder beschädigen“ habe wollen.
Auf die einzelnen Vorwürfe ging der emeritierte Bischof nicht ein, wandte sich
aber gegen jede Form der Beschönigung.
Mixa
schreibt, er habe sich „in einer sehr schmerzlichen Situation veranlasst“
gesehen, dem Papst seinen Amtsverzicht anzubieten. Benedikt XVI. habe ihn „in
einem sehr liebevollen Brief“ wissen lassen, dass er auch nach seinem Rücktritt
weiter Bischof bleibe und als Seelsorger tätig werden könne.
Der zurückgetretene Augsburger Bischof
Walter Mixa hat bestätigt, er habe sein
Rücktrittsgesuch an den Papst wenig später widerrufen. WELT ONLINE nennt
wichtige Daten im Fall Mixa. Dabei gibt es teilweise
unterschiedliche Informationen und Interpretationen.
Von großer Bedeutung sei für ihn jetzt,
„dass in unserer Diözese gegenseitige Streitereien und gegenseitige
schwerwiegende Vorwürfe abgebaut werden“. Alle sollten wieder „zu einem guten
Einverständnis und zum Frieden in der Gemeinschaft der Kirche finden“. Mit dem
Brief erfüllte Mixa eine Zusage, die er bei einem
Einigungsgespräch der Augsburger Bistumsleitung gegeben hatte.
Mixa
hatte am 22. April nach Vorwürfen finanzieller Unregelmäßigkeiten unter seiner
Verantwortung sowie Vorwürfen massiver Prügel gegen Waisenhauskinder seinen
Rücktritt angeboten. In einem für den Vatikan ungewöhnlich schnellen Verfahren
hatte Papst Benedikt XVI. dieses Gesuch am 8. Mai angenommen. Vergangene Woche
hatte Mixa den Vorwurf erhoben, über eine Intrige zum
Rücktritt gezwungen worden zu sein. Deutsche Kirchenvertreter wiesen dies
zurück. Mixa will im Juli mit dem Papst sprechen. Der
Vatikan stellte aber bereits klar, dass dies nichts an der Annahme des
Rücktrittsgesuchs ändere. Kna 23
Katholische Kirche sucht nach neuer Glaubwürdigkeit
Um das Vertrauen zurück zu gewinnen,
muss die katholische Kirche bei Skandalen auf Offenheit setzen. von Gernot Facius
Erst die Affäre um die Pius-Brüder,
dann die Welle der Missbrauchsvorwürfe und nun die unselige Causa Mixa: In nur anderthalben Jahren
schlitterte die katholische Kirche von Skandal zu Skandal. Zwar haben die Fälle
unterschiedliche Ursachen, aber gemeinsam ist ihnen das klägliche
Krisenmanagement. Peu a peu,
meist unter medialem Druck, kamen die Fakten ans Licht.
Der Vertrauensverlust ist enorm. Beim
Streit um Mixa kommt hinzu: Es ist den beteiligten
Bischöfen nicht gelungen, der Öffentlichkeit glaubwürdig zu vermitteln, dass es
um einen, wie Alois Glück vom Zentralkomitee der deutschen Katholiken sich
ausdrückte, personenbezogenen Sachverhalt, eine menschliche Tragödie, geht und
nicht um einen Richtungskampf.
Verwirrende Berichte über eine
„Geheimakte Mixa“, gespickt mit unappetitlichen, bis
jetzt nicht hinreichend belegten Details, haben die Spekulationen angeheizt. So
konnte auf katholisch-fundamentalistischen Internetportalen fleißig an der
Märtyrer-Legende gestrickt werden: Ein glaubenstreuer Oberhirte sei von
modernistischen Amtsbrüdern unter Assistenz nachrichtenhungriger Medien zu Fall
gebracht worden.
Die Kirche auf dem Irrweg
Freunde und Gegner Mixas
beharken sich auf eine Weise, die man bislang nur von Machtrangeleien in
politischen Parteien kannte. Aus einem kleinen Schneeball - Vorwürfe wegen
angeblicher Prügel in einem Kinderheim und einem problematischem Finanzgebaren
- ist eine große Lawine geworden, die über das Augsburger Bistum hinwegfegt und
in der gesamten deutschen Kirche Schäden anrichtet.
Es ist längst - trotz aller
Personenbezogenheit - mehr als nur eine bizarre lokale Affäre. Denn es geht um
die Kardinalfragen nach einer Vertrauenskultur, die innerkirchliche Gräben und
Mauern überwinden hilft und nach der Positionierung der Kirche in einer mehr
und mehr säkularisierten Welt. Wenn hierauf bald eine glaubwürdige Antwort
gefunden würde, dann könnte die Causa Mixa, so
traurig sie ist, ein heilsamer Schock gewesen sein. Und käme es zu der von
Erzbischof Zollitsch angemahnten Versöhnung, nur dann
könnten Spaltungstendenzen im Keim erstickt und innerkirchliche „Kreuzzüge“
abgewendet werden.
Das geht freilich nicht ohne den
mutigen Willen zur Transparenz. An Transparenz und Offenheit hat es in den
jüngsten Affären meist gefehlt. In Rom und in Deutschland. Doch die Kirche
erweist sich allen Unkenrufen zum Trotz durchaus als beratungsfähig. Aus den
Fällen sexuellen Missbrauchs hat sie die Lehre gezogen: Die Institution zu
schützen und alles sie Belastende zu vertuschen, ist ein Irrweg. Er treibt die Menschen
von ihr weg. Die Kirche ist nicht nur eine Gemeinschaft von Heiligen, sondern
auch eine der Sünder. Auch Sünder, heißen sie nun Mixa
oder anders, müssen auf Gnade hoffen dürfen.
Akzeptanz in der gesamten Diözese
Davon kann es Dispens nicht geben. Nach
dem Augsburger Trauerspiel wird vieles neu bedacht werden müssen. Es steht die
Ernennung eines Nachfolgers für den abgelösten Diözesanbischof an. Natürlich
lässt sich unter heutigen Bedingungen nicht nach dem Grundsatz der kleinen
Urkirche verfahren, wer für alle da sein soll, muss von allen gewählt werden.
Muss das aber bedeuten, die Auswahl unbedingt dem Papst allein zu überlassen,
wie es im Augsburger Fall durch das Bayernkonkordat mit dem Vatikan möglich
ist? Oder sollten zumindest Priesterräte und Vertretungen von Laien in den
Entscheidungsprozess einbezogen werden, um wenigstens die Meinung des
Kirchenvolkes zu erkunden?
Ein solches informelles Verfahren würde
keineswegs das Konkordat aushebeln. Ein Bischof muss von der ganzen Diözese
akzeptiert werden. Walter Mixa wurde 2005 von Papst
Benedikt XVI. gegen den Willen des Domkapitels und gegen Vorbehalte in der
Deutschen Bischofskonferenz von Eichstätt nach Augsburg „transferiert“. Es war
die erste Bischofsernennung im deutschsprachigen Raum durch den Pontifex aus
Bayern. Er sieht sich jetzt, zu Recht oder zu Unrecht, dem Vorwurf ausgesetzt,
die Causa Mixa sei auch eine Causa Benedikt.
Kommt jetzt die große Stunde der Laien?
Das anzunehmen wäre verfrüht. Doch der unglückliche Fall Augsburg gibt dem auf
Mitsprache pochenden Zentralkomitee der deutschen Katholiken und der
amtskirchenkritischen Kirchenvolksbewegung ein neues, gewichtiges Argument an
die Hand. Zumal selbst der Papst neuerdings betont, die Laien seien nicht nur
Mitarbeiter des Klerus, sondern Mitverantwortliche für die Kirche. DW 23
Beauftragte für den 2. Ökumenischen Kirchentag: Positive Früchte lassen Nachhaltigkeit erkennen
MÜNCHEN - Vier Wochen ist es nun schon
her, dass in München den 2. Ökumenischen Kirchentag zu Gast war. Fünf Tage
wurden über Christsein in einer globalisierten Welt und das Miteinander von
Christen in unserer Gesellschaft, die Zukunft der Kirchen und der Ökumene
diskutiert, Tausende haben miteinander gesungen und gebetet, sich vom
biblischen Wort aufrütteln und ermuntern lassen.
Das Magazin „Die Hoffnung trägt"
der Erzdiözese dokumentiert die wichtigsten Stationen des
Vorbereitungsprozesses, den das Erzbistum zusammen mit der
Evangelisch-Lutherischen Kirche in Bayern durchgeführt hat. Darüber hinaus
machen in dem 60-seitigen Heft Mitwirkende deutlich, welche Impulse vom
Ökumenischen Kirchentag ausgegangen sind.
Für Andrea Wagner-Pinggéra
und Dr. Armin Wouters, die beiden scheidenden Beauftragten für den 2.
Ökumenischen Kirchentag seitens der gastgebenden bayrischen Diözese, steht
schon jetzt fest: „Viele Christen der Erzdiözese München Freising haben sich
unglaublich engagiert sei es in Projekten auf dem Weg zum 2. Ökumenischen
Kirchentag, durch die die Ökumene vor Ort gestärkt wurde, sei es am Abend der
Begegnung, der zu einem großartigen Erfolg wurde, sei es in Veranstaltungen,
auf der Agora, am Gastgeberstand oder bei den vielen kleinen und großen Dingen,
die sonst noch zu tun waren".
Ab jetzt wird der 2. Ökumenische
Kirchentag ausgewertet, da die Frage bewegt, ob bei dem Großereignis auch
gelungen ist, das eigentliche Ziel zu erreichen. Wurde die Ökumene gestärkt und
wenn ja wodurch? Um Antworten auf diese Fragen zu finden, wurde die Katholische
Stiftungsfachhochschule in München als wissenschaftlicher Partner dieser
Evaluation gewonnen .
„Die Auswertung wird nun in mehreren
Schritten durchgeführt:", so die Beauftragten für den 2. Ökumenischen
Kirchentag in einer Stellungnahme, die ZENIT vorliegt. „Direkt in der Woche
nach dem ÖKT wurden qualitative Interviews mit nach sozialwissenschaftlichen
Kriterien ausgewählten Vertretern aus der Diözesanleitung, den Verbänden, den
Projektkommissions-Mitgliedern, den Ökumenebeauftragten
in den Dekanaten, dem Vorstand des Diözesanrats und Haupt- und Ehrenamtlichen
auf Pfarreiebene geführt. Auf dieser Grundlage wurde nun ein passgenauer
Fragebogen erstellt, der in der zweiten Junihälfte knapp 800 Mal an die oben
genannten Gruppen versandt wird, um so ein umfassendes Bild der ökumenischen
Situation nach dem 2. Ökumenischen Kirchentag in der Erzdiözese
München-Freising zu gewinnen".
Die Ergebnisse dieser Befragung werden
dann wissenschaftlich ausgewertet und bis Ende September der Diözese vorgelegt.
Anschließend sollen sie in geeigneter Form veröffentlicht werden. Ziel ist es,
damit nicht nur den Kirchentag auszuwerten, sondern auch die zukünftige
ökumenische Arbeit weiter zu optimieren.
Erfahrungen mit dem 2. Ökumenischen
Kirchentag sind auf der Startseite von www.bayern-oekumenisch.de abrufbar. Angela
Reddemann, Zenit 30
Die Bischofskonferenz hat die Existenz
der Papst-Akte über Walter Mixa bestätigt. Damit ist
klar: Es kann keine Rückkehr des Skandalbischofs nach Augsburg geben. Dort soll
nun wieder Friede einkehren - doch das könnte Mixa noch
verhindern. Von Matthias Drobinski
Um kurz vor zwei Uhr am
Dienstagnachmittag endet Walter Mixas Kampf ums
Bischofsamt in Augsburg. Dann schickt die Pressestelle der Deutschen
Bischofskonferenz eine kurze Mitteilung an die Redaktionen; sie lautet:
"Bei ihrer regulären Sitzung in Würzburg haben die deutschen Bischöfe in
großer Betroffenheit über die Geschehnisse und offenen Fragen hinsichtlich
ihres Mitbruders Walter Mixa gesprochen. Sie
bestätigen, dass die in den Medien jetzt bekannt gewordenen Vorwürfe gegen ihn
im April 2010 nach Rom weitergeleitet worden sind. Papst Benedikt XVI. hat
daraufhin gehandelt und das Rücktrittsgesuch von Bischof Mixa angenommen."
Alle deutschen Bischöfe bestätigen: Ja,
es gibt die Akte Mixa, in der Zeugen aus dem Umfeld des
Bischofs von Alkoholproblemen und von sexuellen Übergriffen reden, vom
zunehmenden Wirklichkeitsverlust eines Menschen, der zunehmend um sich selber
kreist. Ja, diese Vorwürfe überzeugten den Papst, dass Mixa
das Amt eines Bischofs nicht mehr ordnungsgemäß ausüben kann. Es kann nun keine
Rückkehr des Zurückgetretenen nach Augsburg mehr geben.
Mit der Erklärung aus dem Würzburger
Kloster Himmelspforten, wo die Bischöfe zwei Tage berieten - "bewegt,
getroffen, erschüttert" - wie es hieß, ist der vorläufige Abschluss einer
Auseinandersetzung, wie sie die Katholische Kirche in der Bundesrepublik noch
nicht erlebt hat.
In keinem guten Licht - Da ist ein
Bischof, der nicht wahr haben will, was ihm mit immer neuen Belegen vorgeworfen
wird; der zurücktritt, dann vom Rücktritt zurücktritt, in einem eigentümlichen
Interview die Erzbischöfe Robert Zollitsch und
Reinhard Marx angreift, die ihn aus dem Amt gemobbt hätten. Da ist der Sprecher
von Erzbischof Marx, der Mixas Aufenthalt in einer
psychiatrischen Klinik offiziell bestätigt, was in München inoffiziell als ein
Akt der Notwehr interpretiert wird: Wie sonst hätten wir auf Mixas Vorwürfe reagieren sollen?
Da gerät am Ende die Akte an den Papst
in die Öffentlichkeit; sie lässt alle deutschen Bischöfe und auch den Vatikan
in keinem guten Licht dastehen: Wenn die seelischen und die
Persönlichkeits-Probleme Mixas schon länger bekannt
waren - wieso konnte er nach Augsburg befördert werden, wieso hat niemand die
Notbremse gezogen?
Jetzt also soll Friede einziehen - nach
einem Bericht der Augsburger Allgemeinen soll sich auch Mixas
Anwalt mit den Verantwortlichen im Bistum Augsburg getroffen haben, um eine
Erklärung zu formulieren, die die Wogen im Bistum glätten soll. Ob dieser
Friede jedoch von Dauer ist, bezweifelt indes auch mancher der in Würzburg
versammelten Bischöfe. "Es gibt zwei große Unbekannte: Bischof Mixa und den Papst", sagt ein Insider.
"Auf einem guten Weg" - Mixa, weil niemand weiß, ob nicht doch wieder mit seiner
Version der Geschichte an die Öffentlichkeit geht. Und der Papst, weil zwar
selbst Mixas Unterstützer nicht mehr ernsthaft an
eine Rückkehr als Diözesanbischof glauben, weil es aber doch in Rom und der
Weltkirche viele schöne Posten gäbe, auf die der Bischof nach einer Schamfrist
befördert werden könnte. Das wäre eine Ohrfeige für die Deutschen, deshalb
blicken viele Bischöfe mit Bangen auf das Treffen Mixas
mit dem Papst Anfang Juli.
Die Turbulenzen um Walter Mixa haben das eigentliche Thema des Treffens in Würzburg
in den Hintergrund gedrängt: Die Bischöfe berieten weiter die Reform jener
Leitlinien zum Umgang mit Fällen von sexuellem Missbrauch, die sie im Jahr 2002
beschlossen hatten. Im Frühjahr hieß es noch, die neuen Leitlinien seien bis
Juni fertig, nun sagt Bischofskonferenz-Sprecher Matthias Kopp, im
"Spätsommer" wäre man so weit, vielleicht schon im August, sicher
aber zur Herbst-Vollversammlung Ende September in Fulda. Wie die Leitlinien
genau geändert würden, könne er noch nicht sagen. Die Materie sei schwierig,
man wolle gründlich sein, die Bischöfe hätten zahlreiche Experten zu Rate
gezogen: Juristen, Psychologen, die Opferverbände. Aber man sei "auf einem
guten Weg".
Wenn nicht wieder ein Bischof Mixa dazwischenkommt, von dem es heißt, er kenne die
Wirklichkeit nicht mehr. SZ 23
Interview zum Fall Mixa. "Ein Ärgernis für die Gläubigen"
Hans Joachim Meyer spricht im
FR-Interview über den Fall Mixa, die Intransparenz
kirchlicher Entscheidungen und die Notwendigkeit, Laien stärker zu beteiligen.
Er war früher Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken. Zur
Person
Hans Joachim Meyer, 73, war in den
Jahren 1997 bis 2009 Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken.
Der CDU-Politiker ist studierter Sprachwissenschaftler. Er gehörte in der
Endzeit der DDR dem Kabinett de Maizière als Minister für Bildung und
Wissenschaft an (April bis Oktober 1990 ). Von 1990
bis 2002 war Meyer dann Staatsminister für Wissenschaft und Kunst in Sachsen.
FR
Herr Meyer, was sagen Sie zur
Performance der Bischöfe im Fall Mixa?
Ich finde das – wie jeder Katholik, dem
an seiner Kirche liegt – alles ganz schrecklich. Es ist aber die Folge der
allgemeinen Intransparenz kirchlicher Entscheidungen. Der einzelne, überaus
bedrückende Fall muss Mahnung und Anstoß sein, die grundsätzlichen Mängel
abzustellen.
Nämlich?
Bei der Besetzung leitender Ämter
herrschen Undurchschaubarkeit und Willkür – ob in den Bistümern oder in Rom.
Die Geschehnisse in Augsburg zeigen überdeutlich, dass Reformen überfällig sind
– und zwar Reformen, die sich aus dem Selbstbild, das die Kirche im Zweiten
Vatikanischen Konzil von sich gezeichnet hat, zwingend ergeben. Und das immer
schon falsche Argument, es komme in der Kirche allein auf den Glauben an,
Strukturfragen seien höchst nebensächlich, hat sich jetzt endgültig erledigt.
Welche Reformen konkret?
Die Laien müssen an der Auswahl der
Bischöfe beteiligt werden. Die Kirche lebt als Gemeinschaft vor Ort und
weltweit. Diese doppelte Dimension muss sich in der Art widerspiegeln, wie ein
Bischof in sein Amt gelangt.
Mehr Demokratie in der Kirche?
Ich rede mit Bedacht nicht von
Demokratie. Das könnte so gedeutet werden, als sollte der Kirche etwas Fremdes
übergestülpt werden. Die Kirche heute braucht nur aus ihrer eigenen Geschichte
zu lernen, in der synodale Strukturen gute Tradition haben. Wenn sie zugleich
aus den Erfahrungen der Gegenwart lernt, in der man lebt – umso besser!
Was also lernt die Kirche für die
Auswahl von Bischöfen?
Ein Bischof braucht das Vertrauen des
Kirchenvolkes vor Ort in gleicher Weise wie das Vertrauen Roms und des
Bischofskollegiums. Ich kann mir selbstverständlich keinen katholischen Bischof
vorstellen, der gegen den Willen des Papstes berufen wird. Aber den Rückhalt
der Gläubigen halte ich für ebenso wesentlich.
Mehrheiten sichern aber nicht die
Auswahl der Besten. Auch das lehrt die Demokratie.
Diesen Einwand können Sie gegen jedes
Verfahren vorbringen. Garantien gibt es ohnehin keine. Aber ob Menschen sich
beteiligt fühlen und Entscheidungen mittragen, das ist schon wesentlich.
Wie soll die Beteiligung genau
funktionieren?
Dazu werde ich jetzt nichts sagen, weil
solch ein konkreter Vorschlag dann sofort zerredet wird, statt den Grundsatz
anzuerkennen: die Beteiligung der Ortskirchen. Aus der Kirchengeschichte ist
aber auch völlig klar: Wo ein Wille ist, ist ein Weg. Und wer nach Augsburg
schaut, dem springt doch ins Auge: Mit Beteiligung des Volkes wäre dieser
Bischof ebenso wenig jemals in sein Amt gekommen, wie er jetzt um sein Amt
gekommen ist.
Wieso das?
Ja, nun. Da verschwindet ein Bischof
aus seinem Amt, und die Diözese muss einfach zusehen! Das ist ein einziges
Ärgernis für die Gläubigen. Sie sind es in einer freien Gesellschaft gewohnt,
ernst genommen und in entscheidenden Fragen nach ihrer Meinung gefragt zu
werden. Hier dagegen wird ihnen das Kommen und Gehen eines Bischofs gleichsam
als ein schicksalhaftes Ereignis zugemutet.
Frau Käßmann
hat auch niemanden gefragt, ob sie ihr Bischofsamt aufgibt oder nicht.
Ich bitte Sie! Natürlich kann jeder
Amtsträger aus persönlichen Gründen zurücktreten. Der Fall Mixa
aber geht weit über diese Ebene hinaus.
War es richtig, dass die deutschen
Bischöfe Mixa zu einer "Auszeit" gedrängt
und damit den Konflikt öffentlich gemacht haben?
Ich denke, die beteiligten Bischöfe
haben verantwortungsvoll gehandelt. Ohne ihr offenes Handeln wäre alles noch
viel schlimmer. Der Intransparenz mit neuer Undurchsichtigkeit zu begegnen -
wohin hätte das führen sollen? Und machen wir uns nichts vor: Öffentlich wären
die Dinge sowieso geworden. Das haben die vergangenen Tage doch gezeigt mit den
erschütternden Berichten über Mixas Lebenswandel.
Welche weiteren Reformen fordern Sie?
Die Zölibatsverpflichtung
für alle Geistlichen muss fallen. Es ist doch unübersehbar, dass die Kirche an
diesem Kirchengesetz zugrunde zu gehen droht, weil sie ihren pastoralen
Aufgaben gar nicht mehr nachkommen kann. Offenkundig zielt der Pflichtzölibat
auf Menschen, die eine bestimmte Einstellung zur Sexualität haben. Ich will
nicht missverstanden werden: Es gibt das große Ideal von der "Ehelosigkeit
um des Himmelreiches willen". Aber schon Jesus hat dazu gesagt: "Wer
es fassen kann, der fasse es." Daraus lässt sich keine
allgemeinverbindliche Norm machen. Wir müssen also darüber nachdenken, in
welchen anderen Lebensformen priesterliche Existenz heute möglich ist. Aber da
wird bislang ja jeder gedeckelt, der den Mund aufmacht. Und ein weiteres ganz
großes Thema steht an…
… die Frauenfrage?
Ja. Die jetzige Stellung der Frauen mit
dem Ausschluss von den geistlichen Ämtern ist weder überzeugend noch
befriedigend. Mit Gesprächsverboten geht die Kirchenleitung genau den falschen
Weg. Das Problem lässt sich nicht verbuddeln. Es
kommt immer wieder an die Oberfläche.
Mit Frauen in leitenden Ämtern kein
Missbrauchsskandal?
Das ist mir zu holzschnittartig. Aber
dass die Lebensklugheit von Frauen ein Schatz ist, den die Kirche bisher nur
sehr begrenzt hebt, das ist offenkundig. Wer sich einen solchen Schatz entgehen
lässt, zahlt immer einen Preis.
Interview: Joachim Frank FR 23
Belastend. Bischöfe bestätigen Mixa-Dossier
Würzburg/Augsburg. Die katholische
Deutsche Bischofskonferenz (DBK) hat die Existenz eines belastenden Dossiers
über den zurückgetretenen Augsburger Bischof Walter Mixa
bestätigt. Eine entsprechende Akte liege bereits seit April in Rom vor, wurde
am Dienstag nach einer Sitzung des Ständigen DBK-Rates in Würzburg mitgeteilt.
Die in den Medien bekanntgewordenen Vorwürfe gegen Mixa
- angebliche Alkoholabhängigkeit sowie angebliche homosexuelle
Annäherungsversuche - seien damals nach Rom weitergeleitet worden.
"Papst Benedikt XVI. hat daraufhin
gehandelt und das Rücktrittsgesuch von Bischof Mixa
angenommen", hieß es weiter in der DBK-Mitteilung. Der Papst hatte am 8.
Mai seine Entscheidung bekanntgeben lassen. Im Vordergrund stehe jetzt die
persönliche Zukunft von Bischof Mixa, hieß es.
"Vor allem die bayerischen Bischöfe sind darüber mit ihm im
Gespräch."
Mixa
hatte in einem Interview vor einigen Tagen seinen Rücktritt wieder infrage
gestellt und erklärt, er habe diesen nur unter massivem Druck seiner deutschen
Amtsbrüder dem Vatikan angeboten. Eine Wiedereinsetzung Mixas
als Bischof hat der Vatikan jedoch ausgeschlossen. Mixa
wird Anfang Juli eine Audienz beim Papst haben.
Der Diözesanrat im Bistum Augsburg
appellierte an Mixa, sich zu seinen weiteren Plänen
zu erklären. "Das würde viel Überdruck aus dem Kessel nehmen", sagte
Diözesanratsvorsitzender Helmut Mangold der Nachrichtenagentur dpa. Nach einem
Bericht der Tageszeitung "Augsburger Allgemeine" (Dienstag) gibt es
Gespräche von Kirchenverantwortlichen mit Mixa und
dessen Anwalt Gerhard Decker. Ziel sei eine Erklärung des ehemaligen Augsburger
Bischofs, um die die Wogen im Bistum zu glätten, schreibt das Blatt. Die
Pressestelle des Ordinariats äußerte sich dazu nicht.
Nach Ansicht von Mangold wäre es
wünschenswert, wenn Mixa erklären würde, dass er
nicht wieder auf den Augsburger Bischofsstuhl zurückkehren wolle. Im Grunde
müsse Mixa ja wissen, dass dies ohnehin nicht möglich
sei. Das Augsburger Domkapitel hat inzwischen eine Vorschlagsliste für die
Besetzung des vakanten Bischofsstuhls in Augsburg an den apostolischen Nuntius
in Berlin abgeschickt. Dies bestätigte das Augsburger Ordinariat am
Dienstag, ohne nähere Angaben über die Anzahl der Vorschläge zu machen.
Die Debatte um den Fall Mixa zeigt nach Ansicht der Reformbewegung "Wir sind
Kirche" massive Strukturprobleme der katholischen Kirche und einen
riesigen Reformbedarf. Der Fall Mixa sei ein
Lehrbeispiel für die Defizite und die mangelnde Transparenz bei
Bischofsernennungen, sagte "Wir-sind-Kirche"-Sprecher Christian Weisner. Mixa, damals noch
Bischof von Eichstätt, war im Juli 2005 von Papst Benedikt XVI. zum Bischof von
Augsburg berufen worden. Dies sei eine der ersten Bischofsernennungen des
jetzigen Papstes und damit auch "eine seiner ersten
Fehlentscheidungen" gewesen: "Die Causa Mixa
ist auch eine Causa Benedikt."
Es könne nicht angehen, dass jetzt nach
diversen Vorwürfen der Zeigefinger nur auf Mixa
gerichtet werde. Die entscheidende Frage sei: "Wer kann in der
katholischen Kirche Bischof werden?" Die Reformbewegung "Wir sind
Kirche" hält hierbei mehr Mitsprache der Ortskirchen für überfällig. Der
Fall Mixa offenbart nach Ansicht von Weisner zugleich das Fehlen eines geeigneten
Krisenmanagements in der katholischen Kirche. (dpa)
Das Fest des Wegbereiters Christi
ROM - Am Donnerstag, 24. Juni, begeht
die Kirche das Hochfest der Geburt des heiligen
Johannes des Täufers. Auf den Namen des Wegbereiters Christi ist die
Bischofskirche von Rom, die Päpstliche Basilia St. Johann im Lateran - „omnium ecclesiarum urbis et orbis mater - die Mutter
aller Kirchen der Stadt und des Weltkreises" - geweiht, in deren Schatten
deshalb auch jährlich zum Festtag ein großes Volksfest stattfindet. Mit der
heutigen Nacht schreiten wir in die Sommersonnenwende hinein. Das Brauchtum
dieser kürzesten Nacht des Jahres, die morgen gefeiert wird ist vielfältig.
Den Römern ist das Johannis-Fest
besonders teuer, an dem der Tradition gemäß Säckchen mit den ersten
getrockneten Lavendelblüten des Jahres verkauft werden, die heute wie gestern
dazu dienen, der Wäsche in den Schränken einen besonderen Duft zu verleihen. Im
Jahr 2007 fiel das Fest der Geburt des Wegbereiters auf einen Sonntag. Daher
hatte Papst Benedikt XVI. die Gelegenheit ergriffen und seine Ansprache vor dem
Angelusgebet dem letzten der Propheten gewidmet. Der
Papst erklärte, dass das festliche Gedenken an seine Geburt in Wirklichkeit die
Feier Christi, der Erfüllung der Verheißungen aller Propheten, gewesen sei.
Als echter Prophet habe Johannes ohne
Kompromisse Zeugnis von der Wahrheit gegeben und die Überschreitungen der
Gebote Gottes auch dann angeklagt, wenn die Verantwortlichen die Mächtigen
waren. „So zahlte er mit dem Leben, als er Herodes und Herodias des Ehebruchs
anklagte, und er besiegelte mit dem Martyrium seinen Dienst an Christus, der
die Wahrheit in Person ist."
„Alle Evangelien beginnen die Erzählung
des öffentlichen Lebens Jesu mit dem Bericht über seine Taufe durch Johannes im
Fluss Jordan", so der Papst. „Der hl. Lukas fügt das Auftreten des Täufers
in einen feierlichen geschichtlichen Rahmen ein. Auch am Anfang meines Buches
‚Jesus von Nazareth' steht die Taufe Jesu im Jordan, ein Ereignis, das zu
seiner Zeit großes Aufsehen erregte. Von Jerusalem und aus allen Teilen Judäas
eilten die Menschen herbei, um Johannes den Täufer zu hören, sich von ihm im
Fluss taufen zu lassen und dabei ihre Sünden zu bekennen (vgl. Mk 1,5)".
Der Ruf des Propheten und Täufers sei
in einem Maß angewachsen, dass viele sich fragten, ob
er der Messias sei. „Er aber - so hebt der Evangelist hervor - wies dies
entschieden zurück: ‚Ich bin nicht der Messias' (Joh
1,20)."
Johannes „bleibt auf jeden Fall der
erste ‚Zeuge' Jesu, da er den Hinweis auf ihn vom Himmel erhalten hat: ‚Auf wen
du den Geist herabkommen siehst und auf wem er bleibt, der ist es, der mit dem
Heiligen Geist tauft' (Joh 1,33)".
Genau dies sei geschehen, als Jesus
nach dem Empfang der Taufe aus dem Wasser stieg: „Johannes sah auf ihn den
Geist wie eine Taube herabkommen. Da ‚erkannte' er die volle Wirklichkeit des
Jesus von Nazaret, er begann, ‚Israel mit ihm
bekanntzumachen' (Joh 1,31) und wies ihn als Sohn
Gottes und Erlöser des Menschen aus: ‚Seht, das Lamm Gottes, das die Sünde der
Welt hinwegnimmt' (Joh
1,29)." Armin Schwibach, Zenit 23
Libanon: Politische Ideologie ist Parasit von Religion
Das „Oasis“-Zentrum
hat sich dem Ziel verschrieben, Menschen der Kirche und der Wissenschaft
zusammenzubringen. Gemeinsam sollen sie Wege entwickeln, die den Dialog und das
Zusammenleben von Christen und Muslimen fördern. Einmal im Jahr trifft sich der
wissenschaftliche Ausschuss der Stiftung abwechselnd in Venedig und einem
überwiegend muslimischen Land. In diesem Jahr tagt der Ausschuss in Beirut, im
Libanon, vom 21. bis 22. Juni.
Radio Vatikan hat über das Treffen mit
Kardinal Angelo Scola, dem Patriarchen von Venedig, gesprochen. Er hatte die
Gründung der „Oasis“-Stiftung 2004 angestoßen. Die
Situation im Nahen Osten bewertet er momentan als sehr kritisch. Wir stünden
knapp vor einem Punkt ohne Umkehr, kritisierte der Kardinal und erklärt, dass
vor allem beim Nachwuchs jetzt angesetzt werden müsse:
„Wir sind davon überzeugt, dass wir
gerade jetzt in dieser Situation Abhilfe schaffen müssen. Denn wir befinden uns
knapp vor einem Absturz. Bei unserem letzten Treffen haben wir über die
Weitergabe von Traditionen gesprochen und die Erziehung. Nehmen wir da zum
Beispiel das libanesische Schulsystem, da gibt es auch Probleme im Dialog, in
der Integration und das nicht nur zwischen Christen und Muslimen, sondern auch
mit den Drusen und auch innerhalb der christlichen Gemeinschaft – also das
Erziehungswesen ist in diesem Jahr unser Ausgangspunkt, um uns dem Problem des
friedlichen Zusammenlebens zwischen Muslimen und Christen, zwischen Okzident
und Orient auch in diesem extrem delikaten Moment zu nähern.“
Das Thema der diesjährigen Oasis-Tagung lautet „Erziehung wie paideia:
Ein Vorschlag für unsere Zeit.“ Der griechische Begriff paideia
- Erziehung, Bildung - stand in der antiken Kultur für eine intellektuelle und
ethische Erziehung und Bildung und darüber hinaus aber auch für das Ergebnis
des Erziehungsprozesses: Der Mensch wendet sich hin zum Denken des
Maßgeblichen.
Kardinal Scola ist davon überzeugt,
dass die Wiege der Integration und des Dialoges in den Schulen steht:
„Aber es gibt solche Schulen und
solche. In dem gleichen Libanon, in dem viele Universitäten stehen, in dem es
bisweilen auch ein recht fortschrittliches Schulsystem gibt, sowohl bei
privaten als auch staatlichen Einrichtungen - in diesem Libanon gibt es aber
eben auch Schulen, die gewaltbereite Milizen hervorbringen, aber eben auch
Männer des Friedens.“
Scola warnt vor einer Indoktrination an
Schulen:
„Die Ideologie darf nicht zum Parasit
der Religion werden. Die Religion fällt ab zum Fundamentalismus, wenn man nicht
mehr klar die Beziehung zwischen Wahrheit und Freiheit sieht. Genau das
geschieht, wenn eine politische Ideologie zum Parasit der Religion wird, wenn
mit Religion ein bestimmtes Ziel verfolgt wird. Und Erziehung, eine wirkliche
Erziehung, ist das beste Gegengift gegen dieses Risiko: Gegen eine parasitäre
politische Ideologie der Religion.“ Rv 22
D: Bischöfe haben Rom über Mixa informiert
Die deutschen Bischöfe haben an diesem
Dienstag bestätigt, „dass die in den Medien jetzt bekannt gewordenen Vorwürfe
gegen ihn - das meint Bischof Walter Mixa - im April
2010 nach Rom weitergeleitet worden sind.“ So erklärt es der Ständige Rat der
Deutschen Bischofskonferenz zum Abschluss seiner Sitzung und fügt hinzu: „Papst
Benedikt XVI. hat daraufhin gehandelt und das Rücktrittsgesuch von Bischof Mixa angenommen.“ Mit den Vorwürfen, die die Bischöfe
ansprechen, sind die in der FAZ und in der SZ genannten Vorwürfe zum
Privatleben des emeritierten Bischofs von Augsburg gemeint. Die Bischöfe hätten
„in großer Betroffenheit“ über die Causa Mixa und
auch über offene Fragen gesprochen; im Vordergrund stehe jetzt für sie die
persönliche Zukunft von Bischof Mixa. Vor allem die
bayerischen Bischöfe seien darüber mit ihm im Gespräch, heißt es in einer
Pressemitteilung der Bischofskonferenz. – Beim Ständigen Rat handelt es sich um
eine Institution der Bischofskonferenz, in der jede Diözese durch den Bischof
mit Sitz und Stimme vertreten ist. Der Ständige Rat kommt jährlich fünf- bis
sechsmal zu einer Sitzung zusammen, um die Vollversammlung von laufenden
Aufgaben zu entlasten und eine kontinuierliche Beratung der Diözesanbischöfe zu
gewährleisten. Pm 22
Der Fall Mixa. Unmut in Rom über die deutschen Bischöfe
Im Vatikan wird die Verärgerung darüber
immer größer, dass es den deutschen Bischöfen nicht gelingt, Walter Mixa das Ende seiner Amtszeit unmissverständlich klar zu
machen. Dem früheren Bischof werden Trunkenheit, Veruntreuung, „Watschn“ und homosexuelle Annäherungen vorgeworfen. Von
Jörg Bremer, Rom
Die Deutsche Bischofskonferenz hat am
Dienstag die Berichterstattung auch der F.A.Z. offiziell bestätigt, nach der
die Vorwürfe gegen den früheren Augsburger Bischof Walter Mixa,
er sei homosexuell übergriffig geworden und zudem alkoholkrank, im April dem
Vatikan zugeleitet worden waren. Die Kirche teilte mit, die bayerischen
Bischöfe seien mit Walter Mixa über dessen
persönliche Zukunft im Gespräch. Papst Benedikt XVI. wird den früheren Bischof
von Augsburg Walter Mixa am Freitag, dem 2. Juli zu
einer Audienz empfangen.
Nur das Datum ist neu; schon in seinem
Brief zur Begründung für die Annahme der Entpflichtung Mixas
am 8. Mai hatte der Papst angekündigt, diesen „zu gegebener Zeit“ sehen zu
wollen. Das sollte freilich in ruhiger Stimmung geschehen. Jetzt könnte es so
scheinen, als reagiere Benedikt XVI. mit seiner Audienz auf die anhaltenden
Meldungen um den 69 Jahre alten Mixa, seine Augsburger
Diözese und die deutschen Bischöfe; doch sieht sich der Vatikan vielmehr „in
der Pflicht, dem Menschen Mixa zu helfen“. Mit der
Audienz wird keine Veränderung von dessen Status verbunden sein. Der Papst habe
seinerzeit nach eingehenden Überlegungen Mixas Bitte
um Entpflichtung angenommen „und dabei bleibt es“, heißt es beim Heiligen
Stuhl.
Zugleich wird in Rom Unwillen darüber
spürbar, dass es die deutschen Bischöfe nicht alleine schaffen, ihren
bisherigen Kollegen Mixa rund um die Vorwürfe von
Trunkenheit, Veruntreuung, „Watschn“ und
homosexuellen Annäherungen in die Wirklichkeit seines Amtsendes zu führen.
Ungehalten ist Rom auch darüber, dass Mixa in der
Presse immer neue Anklagen erhebt und das dem „von der anderen Seite“
Stellungnahmen folgen, die „neues Öl in das Feuer gießen“.
Damit ist wohl vor allem die Äußerung
des Sprechers des Münchner Erzbischofs Reinhard Marx gemeint, Mixas „Aufenthalt in der psychiatrischen Klinik war ein
wichtiger erster Schritt“. Dieser Satz folgte auf ein Gespräch Mixas mit der Zeitung „Welt“ am vergangenen Mittwoch, das
voller Anklagen gegen Bischofskollegen war. Rom könnte nun Mixa
jede Wortmeldung in der Presse verbieten. Doch aus Respekt vor der Person soll
es keinen Maulkorb geben.
Es gibt kein „Geheimdossier Mixa“
Es gibt bei der Bischofskongregation
kein „Geheimdossier Mixa“, wie es am Montag bisweilen
hieß. Allerdings erhielt sie am 27. April über den Nuntius des Heiligen Stuhls
in Berlin, den schweizerischen Erzbischof Jean-Claude Perisset,
Unterlagen. Die stammten vom Bistum Augsburg und waren nach Rom weitergeschickt
worden. Das ist der übliche diplomatische Weg zwischen den nationalen Kirchen
und Rom. Mithin wissen die Verantwortlichen in Augsburg, was im vermeintlichen
Geheimdossier steht. Damit sei auch die Quelle klar, heißt es in Rom, wenn
heute so geheimnisvoll aus dieser Akte zitiert werde.
Freilich ist diese Akte nur Teil des
Materials gewesen, das den Papst dazu veranlasste, Mixas
Rücktrittsgesuch anzunehmen. Viel mehr Unterlagen brachten offenbar der Vorsitzende
der Bischofskonferenz, der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch,
der Münchner Erzbischof Reinhard Marx und der Augsburger Weihbischof Anton Losinger am 29. April nach Rom. Der Papst hatte sie eilig
nach Rom gebeten, um sich Klarheit zu verschaffen.
Aus der Kur verkündete Mixa den Rücktritt vom Rücktritt
Am 21. April hatte Mixa
handschriftlich per Fax den Papst um Entpflichtung gebeten, „um weiteren
Schaden von der Kirche abzuwenden“, wie er bei einer Pressekonferenz gesagt
hatte. Danach reiste Mixa nach Basel, wo er sich
einer Kur unterzog, um sein Alkoholproblem in den Griff zu bekommen. Von dort
aus soll er drei Tage später beim Heiligen Stuhl angerufen haben, um seinen
„Rücktritt vom Rücktritt“ durchzugeben. Er habe unter Druck und falschen Vorwürfen
entschieden. Mixa wurde auf den schriftlichen Weg
verwiesen, und es kam tatsächlich wieder ein Fax.
Der Papst bat daraufhin Zollitsch und Marx, in Basel mit Mixa
zu sprechen. Von beiden Seiten sei dieses Treffen vom 1. Mai gut bewertet
worden, heißt es: Mixa habe eingesehen, dass allein
die erste Willensbekundung seines Wunsches nach Entpflichtung gelte, wird Zollitsch zitiert. Auch Mixa
berichtete per Telefon nach Rom, das Treffen sei gut gewesen. Seine Gäste seien
noch zum Abendessen geblieben.
Der Papst reagierte schneller als
gewöhnlich
Auf dieser Grundlage reagierte der
Papst schneller als gewöhnlich und nahm die Bitte um Entpflichtung an. Es
sollte Ruhe einkehren. Der Nuntius reiste mit dieser Botschaft von Berlin nach
Basel und brachte den zweieinhalb Seiten langen Brief Benedikts mit. So ein
Brief sei keine Selbstverständlichkeit, heißt es. In ihm standen wohl nicht die
einzelnen Vorwürfe gegen Mixa im Vordergrund, sondern
der Umstand, dass der Bischof aus fehlender Aufrichtigkeit seine Glaubwürdigkeit
verloren habe und so eine fruchtbare Weiterarbeit nicht mehr möglich sei.
Walter Mixa dürfe sicher sein, hieß es in dem Brief
offenbar, dass sich der Papst bei der Annahme der Entpflichtung nicht dem Druck
der Presse beuge.
Freilich sind beim Heiligen Stuhl alle
Vorwürfe gegen Mixa bekannt und aktenkundig. Der
Papst entscheide nicht so einfach mal über das Schicksal eines Bischofs. So
weiß der Heilige Stuhl von den finanziellen Unregelmäßigkeiten bei
Stiftungsgeldern im Waisenhaus von Schrobenhausen, wo Mixa
zwischen 1973 und 1996 Stadtpfarrer war. Weniger gewichtig erscheint in Rom die
Frage, ob Mixa damals nur „Watschn“
verteilt oder richtig zugeschlagen habe. Entscheidend sei für den Papst
gewesen, dass sich Mixa so lange vor der Wahrheit
gebogen und jede Aggression geleugnet habe.
Mixa
könne „schön über den Durst trinken“
Bekannt seien aus den Augsburger
Unterlagen auch zwei homosexuelle Annäherungen aus der Mitte der neunziger
Jahre. So habe Mixa während eines Urlaubs den Kontakt
zu einem Priester gesucht („Ich brauche deine Liebe“). Die Aussage stamme
allerdings nicht von dem Priester, sondern einem Ohrenzeugen. Dass „Mixa schön über den Durst trinken“ könne, habe man in Rom
länger schon gewusst; doch erst jetzt sei bekannt geworden, dass es sich hier
offenbar um ein medizinisches Problem handele. Der Vorwurf von
Kindesmissbrauch, dessentwegen kurzfristig gegen Mixa
ermittelt worden war, habe in Rom keine Rolle gespielt, heißt es; er stand
offenbar auch nicht in den Augsburger Unterlagen für die Bischofskongregation.
Der Papst wolle Mixa
eine Brücke in die Wirklichkeit bauen. Der frühere Bischof von Augsburg habe
wohl die Wahl zwischen einem Ruhesitz in seiner Heimat und in der Toskana; aber
er solle sich nun in jedem Falle zurückziehen. Schon Anfang des Monats hätte Mixa seinen Kampf aufgeben können, heißt es schließlich,
als er beim Chef der Bischofskongregation Kardinal Giovanni Re vorsprach, seine
Rehabilitierung einforderte und über den Gang zum Päpstlichen Gerichtshof
spekulierte. Beim Heiligen Stuhl hatte man gehofft, Res Antwort sei klar genug
gewesen. Das war offenbar nicht der Fall. Faz 22
Päpstlicher Hilfsappell am Weltflüchtlingstag
ROM - Papst Benedikt XVI. hat gestern
in Rom dazu aufgerufen, sich jener wachsenden Zahl von Menschen anzunehmen, die
sich auf der Flucht befinden.
Vor dem Gebet des Angelus, der am
Sonntagmittag auf dem Petersplatz. stattfand, appellierte der Heilige Vater aus
Anlass des Weltflüchtlingstages, der jedes Jahr am 20. Juni begangen wird, dass
die „Sorge um die Probleme all jener jene, die gezwungen worden sind, aus ihren
Ländern und ihrer gewohnten Umgebung zu fliehen", in der öffentlichen
Meinung nicht nachlassen möge.
„Flüchtlinge sehnen sich danach
aufgenommen zu werden und mit ihrer Würde und Grundrechten anerkannt zu
werden", bekräftigte Benedikt XVI. „Gleichzeitig versuchen sie ja auch
ihren Beitrag für die Gesellschaft zu leisten, die sie aufnimmt."
Der Bischof von Rom äußerte seinen
tiefen, von Herzen kommenden Wunsch, „dass diesen unseren Brüdern und
Schwestern, die schwer vom Leid getroffen worden sind, Asyl gewährt und die
Anerkennung ihrer Rechte sichergestellt wird". Er appellierte „an die
Verantwortlichen der Nationen, allen Schutz anzubieten, die sich in derart
heiklen Notsituationen befinden".
Der Hohe Flüchtlingskommissar der
Vereinten Nationen gab letzte Woche bekannt, dass die im vergangenen Jahr sind
so wenige Flüchtlinge freiwillig in ihre Heimat zurückgekehrt wie seit 20
Jahren nicht mehr.
Das Flüchtlingshilfswerk UNHCR
bezifferte ihre Zahl auf lediglich etwa 250.000. Anhaltende Konflikte wie in
Afghanistan, Somalia und der Demokratischen Republik Kongo hätten offenbar
viele Menschen von einer Rückkehr abgehalten. Im zurückliegenden Jahrzehnt
waren es nach UN-Angaben im Schnitt rund eine Million Flüchtlinge pro Jahr, die
in ihre Heimat zurückgingen. Ende 2009 waren weltweit offiziell mehr als 43
Millionen Flüchtlinge registriert.
Die UNHCR-Zahlen berücksichtigen nicht
die 4,3 Millionen palästinensischen Flüchtlinge in Jordanien, Libanon, Syrien
und Palästinensisch besetzten Gebieten. Diese fallen unter das Mandat einer
anderen UN-Organisation, dem UN-Hilfswerk für Palästina-Flüchtlinge (UNRWA).
Wenn man sie dazurechnet, wird die 14-Millionen-Marke überschritten.
Abgesehen von Flüchtlingen kümmert sich
UNHCR seit einigen Jahren auch verstärkt um so genannte Binnenvertriebene:
Menschen, die ihre Heimatregion zwar auch aus Furcht um ihre Sicherheit
verlassen, aber keine international anerkannte Landesgrenze überschreiten.
Die Zahl der Binnenflüchtlinge,
einschließlich der Menschen in ähnlichen Situationen, die vom UNHCR betreut
werden lag Ende 2009 bei 15,6 Millionen Menschen. Dies ist eine Rekordzahl und
bedeutet einen Anstieg um 1,2 Millionen im Vergleich zum Vorjahr (14,4
Millionen) und eine Verdopplung im Vergleich zur ersten statistischen Erhebung
im Jahr 2005. Damals lag die Zahl bei 6,6 Millionen. In Kolumbien, das die Zahl
der Binnenflüchtlinge seit 1997 erhebt, sind derzeit 3,3 Millionen
Binnenflüchtlinge registriert. Zenit 20
Vatikan: Abschiedsinterview mit Botschafter Horstmann
In wenigen Tagen steht der offizielle
Stabwechsel in der Deutschen Botschaft beim Heiligen Stuhl an. Dann löst Walter
Jürgen Schmid Hans-Henning Horstmann als Botschafter ab. Radio Vatikan hat mit
dem aus Garmisch-Partenkirchen stammenden Diplomaten Horstmann auf die
vergangenen knapp vier Jahre zurückgeblickt. Von Benedikt XVI. hatte sich der
Protestant bereits am vergangenen Freitag verabschiedet. Der Papst empfing ihn
in Privataudienz.
„Es war einmal mehr eine der
Begegnungen, die mir viel Kraft und Mut gegeben haben. Ich habe Papst Benedikt
XVI. am 28.09.2006 mein Beglaubigungsschreiben überreicht und von diesem ersten
Meinungsaustausch bis jetzt zu dem am Freitag waren es Gespräche, die mir nicht
nur viel gegeben haben, sondern wo immer auch klar wurde, was Benedikt XVI.
auszeichnet: Wahrhaftigkeit, Wesentlichkeit und Güte. Das sind Eigenschaften,
die mich immer wieder bewegt haben und die mich künftig auch bewegen werden.“
Es war eine erfüllte Zeit und vor allem
ein sehr abwechslungsreicher Abschnitt seines Diplomatenlebens, resümiert
Horstmann. Höhepunkte waren für ihn die Treffen mit dem Papst und Ende des
vergangenen Jahres das Weihnachtsoratorium von Bach in der sixtinischen
Kapelle. Ein Geschenk des damaligen Bundespräsidenten Köhler an Benedikt XVI..
„Darüber hinaus die persönlichen
Begegnungen mit Mitgliedern der Kurie. – Sei es das Bildungswesen, Einheit der
Christen, sei es der interreligiöse Dialog auch mit den Prälaten und Monsignore haben mich so bereichert, haben gebildet. Es
gibt eigentlich keine Frage, die nicht angesprochen worden ist.“
Doch Horstmann hat auch außerhalb der
vatikanischen Mauern viele Kontakte gepflegt. Begeistert spricht er von den
vielen deutschen wissenschaftlichen und kulturellen Institutionen in Rom. An
erster Stelle nennt er die Villa Massimo und ein von ihm mitangestoßenes
Kooperationsprojekt. Die Künstler der deutschen Akademie in Rom treffen dabei
jeweils mit einem Kirchenvertreter zum Gespräch zusammen. Die Bereitschaft zum
Dialog hat der Botschafter von Seiten der Kirche selbst erfahren:
„Bei den Antrittsbesuchen stellte sich
sehr schnell heraus ein gegenseitiges Interesse. Diese Gespräche sind geprägt
von einer Offenheit im Vertrauen darauf, dass diskret damit umgegangen wird.
Vielleicht unterscheidet das diese Welt im Vatikan von dem Wirken in einem
Staat, in Regierungen. Die Öffentlichkeit wird nicht gesucht, es wird gesucht
gemeinsam, wie finden wir Lösungen, gerade das Gespräch über Einheit der
Christen, was einen Protestanten besonders bewegt. Der interreligiöse Dialog,
der ja auch imminent politische Komponenten hat... Es ist schon eine
einzigartige Welt.“
Ihn hat besonders das internationale
Wirken der Kirche im Hintergrund beeindruckt:
„Es war in diesen vier Jahren für mich
großartig zu erleben, wie die römisch-katholische Weltkirche im
Globalisierungsprozess segensreich wirkt, sehr oft still und es wird in der
Kurie wahrgenommen, aber dann v.a. in den Ländern, wo Priester und wo Kirche
arbeitet, sei es in Bildung, sei es im Karitativen, sei es in Mediation, um
Konflikte zu entschärfen. Das war eine großartige Erfahrung.“
Und so verabschiedet sich Horstmann von
Rom aus in die Rente. Seine Worte können trotz sorgsamer Wahl die Rührung nicht
verbergen.
„Ich nehme viele Freundschaften mit,
ich nehme die Kraft von Weltkirche mit und was ich an Kulturellem erleben
durfte, ist eine Erfahrung, die mich lange begleiten wird. Ich habe auf
verschiedenen Posten Dienst getan, die Posten haben mich immer erfüllt. Ich
habe mich auf meine Aufgabe als deutscher Botschafter beim Heiligen Stuhl
gefreut. Ich gehe erfüllt von diesem Krönungsposten nach Hause.“ (rv 21)
Überzeugte bringen Kirche auch in schwerer Zeit weiter
Traditioneller Priestertag im Hotel
Maritim– Mainzer Pastoraltheologe Pater Sievernich
sprach vor über 170 Geistlichen
Fulda/Hanau/Kassel/Marburg. Die Zahl
der Gläubigen in der katholischen Kirche sei kleiner geworden und werde es in
Zukunft noch deutlicher sein, auch dadurch, daß
Menschen enttäuscht die Kirche verließen. Davon zeigte sich Bischof Heinz Josef
Algermissen am Mittwoch im Fuldaer Dom überzeugt. Der
Bischof dankte den über 170 Priestern und Diakonen für ihre Bereitschaft, Jesus
Christus zu suchen und ihn „in ihrer Mitte wohnen zu lassen“ sowie die Menschen
immer wieder zu dieser Mitte mit hinzuziehen. Denn nur überzeugte Priester
könnten die Kirche weiterbringen, wie Papst Benedikt XVI. jüngst zum Ende des
Priesterjahres in Rom betont habe. Macht und Einfluß
der Kirche hätten abgenommen, und die Priester seien „zu neuer Demut gerufen“.
Die Kraft überzeugender Menschen bleibe nach wie vor von vielen ersehnt und
gesucht.
„Jesus Christus muß
die entscheidende Notwendigkeit unserer Existenz und die Mitte unseres
priesterlichen Lebens sein. In seiner Person handeln können wir glaubwürdig
nur, wenn wir aus der Mitte der Begegnung mit Christus leben und bereit sind,
mit ihm in der Mitte der Menschen zu wohnen, um sie in ihren Herzen zu
berühren“, hatte Algermissen eingangs hervorgehoben.
Nichts sei schlimmer in der Kirche als „laue, graue und kraftlose
Mittelmäßigkeit“, insbesondere bei Amtsträgern. „Die Mitte unseres Glaubens ist
kein kleinster gemeinsamer Nenner, den irgendwie die meisten noch mitmachen
können, sondern eine Fülle, die es immer neu zu ermessen gilt“, betonte der
Oberhirte. In der Eucharistie versammle der Priester die Menschen zur Mitte und
lasse Christus in ihr Innerstes gelangen; im Bußsakrament trage er dazu bei, daß Menschen mit sich und Gott ins reine kämen; in der
Krankensalbung richte er wie Jesus den Kranken im Herzen wieder auf.
Vortrag über Neuevangelisierung im
Kontext der späten Moderne
Generalvikar Prof. Dr. Gerhard Stanke kam in seiner Begrüßung der im Anschluß
an den Gottesdienst in der Orangerie (Hotel Maritim) versammelten Geistlichen
auf die Herausforderungen an die Kirche und den vom Bischof von den Gemeinden
erbetenen „Brief der Hoffnung“ zu sprechen. Besonders begrüßte er die
diesjährigen Jubilare unter den Geistlichen sowie die Missionare, neugeweihten
Priester und Diakone und die Pensionäre. „Es bedarf einer neuen Aufmerksamkeit
für die Gaben der einzelnen Personen, um die vorhandenen humanen und
spirituellen Ressourcen ins Spiel zu bringen. Wir haben die einmalige Chance,
einen Prozeß der Reform in Gang zu setzen, der auch
eine spirituelle Erneuerung impliziert und die passiven Mitglieder mit ihren
Talenten ernstnimmt und vor ihre Verantwortung stellt.“ Dies stellte Pater
Prof. Dr. Michael Sievernich SJ in seinem
anschließenden Festvortrag über die „Neuevangelisierung in der späten Moderne“
heraus. Der Mainzer Professor für Pastoraltheologie legte in seinem Vortrag
dar, daß die Kirche für ihren missionarischen Auftrag
den zeitgenössischen Kontext ins Auge fassen müsse, da ihre Symbole und Gesten
nicht mehr ohne weiteres verstanden würden.
Veränderte religiöse Landschaft und
neue Figuren
Eine neue religiöse Landschaft habe
sich dadurch herausgebildet, daß die kirchenbezogene
Religiosität zurückgegangen sei, es aber auch eine gegenläufige Tendenz einer
religiösen Revitalisierung gebe. Neue Religionsformen seien oft auf
unmittelbare Lebensbedürfnisse zugeschnitten, aber „nicht mehr am moralischen
Kanon des Christentums orientiert“. Das bedeute letztendlich eine Entkonkretisierung und Entpersonalisierung der Religion, so
Prof. Sievernich. Wie schon Pater Alfred Delp 1941
festgestellt habe, sei eine neue Inkulturation im
„Missionsland Deutschland“ erforderlich. In der religiösen Landschaft seien
neue Phänomene und Figuren aufgetaucht, so die „globale Neujustierung“ der
katholischen Kirche in der Welt, mit dem Rückgang der Kirche in Europa, und die
Entstehung neuer christlicher Gruppierungen außerhalb des klassischen
Pfarreimodells. Die Jugend, „der eigentliche Schatz der Gesellschaft und der
Kirche“, weise neue Einstellungen auf, die eine zunehmende Familienorientierung
und mehrheitlich konfessionelle Bindung ebenso beinhalteten wie eine überraschende
Kirchenakzeptanz. Dabei meinten viele Jugendlichen jedoch, daß
die Kirche sich ändern müsse, wenn sie eine Zukunft haben wolle, und daß sie oft keine Antworten auf ihre Fragen habe.
Neue evangelisierende Pastoral
Neben den „klassischen Typus des
praktizierenden Katholiken“ seien neue Figuren getreten, die Prof. Sievernich im folgenden
charakterisierte. Da sei zum einen der „Bastler“, der sich auf verschiedene Art
mit Teilaspekten – emotional, kulturell, humanitär, politisch, humanistisch
oder ästhetisch – des Christentums identifiziere. „Diese sechs Typen der
religiösen Zugehörigkeit geben ein hilfreiches Instrument der Wahrnehmung und
Interpretation an die Hand, um die heutige junge Generation besser zu
verstehen“, zeigte sich der Referent überzeugt. Sodann nannte er die Figur des
„Pilgers“, der eine mobil, autonom, freiwillig, individuell geprägte religiöse
Kultur pflege. Als weiteren Typ charakterisierte er den „Konvertiten“, der in
der Kirche eine neue Heimat suche bzw. zu ihr zurückkehre. All dies mache
deutlich, daß die zukünftige Sozialform des
Christentums diversifiziert werden müsse. Eine „neue evangelisierende Pastoral“
müsse sich diesem Kontext anpassen, also nicht nur die klassische, sondern auch
die Seelsorge an Fernstehenden, Nichtpraktizierenden und Un-
bzw. Halbgläubigen in Angriff nehmen. Das sei laut Sievernich
durch eine entsprechende liturgische und spirituelle Präsenz, entsprechend den
Gaben der einzelnen Personen, durch eine pastorale und diakonale
Präsenz, besonders durch den Beruf des Priesters als konkreten Ansprechpartners
vor Ort, und eine missionarische und interkulturelle Präsenz, bezogen auf die
Lebenswelt der Menschen, erreichbar. Bpf 21
Papst warnt Priester vor falschem Ehrgeiz und Prestigestreben
Vatikanstadt - Papst Benedikt XVI. hat
die Priester aufgerufen, in ihrem Dienst nicht nach persönlichem Prestige und
sozialer Absicherung, sondern nach der Verwirklichung des Willens Gottes zu
streben. Wer als Priester vor allem seinen eigenen Ehrgeiz verwirklichen wolle,
sei stets "Sklave seiner selbst und der öffentlichen Meinung" und
habe den Sinn seines Dienstes "gänzlich falsch verstanden", sagte der
Papst am Sonntag während einer Priesterweihe im Petersdom. Ein Priester dürfe nicht
die allgemeine Zustimmung zum Maßstab seiner Worte machen und "morgen
verurteilen, was er heute lobt". Er müsse vielmehr den Mut besitzen, der
Wahrheit Gottes standfest zu folgen, sagte der Papst.
Während des Gottesdienstes weihte Benedikt XVI. insgesamt 14 Diakone der Diözese Rom zu
Priestern, unter ihnen ein Südtiroler und ein Japaner. An der feierlichen Messe
im Petersdom nahmen unter anderen Kardinalvikar Agostino Vallini,
der Stellvertreter des Papstes für das Bistum Rom, die Weihbischöfe der Diözese
sowie die Seminarleiter und Heimatpfarrer der Neupriester teil. In seiner
Eigenschaft als Bischof von Rom weiht der Papst jährlich Diakone seiner Diözese
zu Priestern.
Kirgistan: Friedensappell des Papstes
Nach dem Mittagsgebet am Sonntag am
Petersplatz hat sich Papst Benedikt XVI. mit einem Friedensappell an die
Konfliktparteien in Kirgistan gewendet. "Ich rufe alle ethnischen
Gemeinschaften des Landes auf, auf jede weitere Provokation oder Gewalt zu
verzichten", so der Papst. Zugleich forderte er die internationale Gemeinschaft
auf, dafür zu sorgen, dass die humanitäre Hilfe die betroffene Bevölkerung
unverzüglich erreiche. Die Opfer und Angehörigen der Auseinandersetzungen
versicherte das Kirchenoberhaupt seines Gebets.
Weltflüchtlingstag: Rechte der
Migranten wahren
Schließlich hat sich Benedikt XVI. in
seiner Ansprache nach dem Mittagsgebet auch zum heutigen Weltflüchtlingstag
geäußert und zur Achtung der Rechte der Migranten aufgerufen. Diese müssten
eine menschenwürdige Aufnahme finden; zugleich hätten die Flüchtlinge jedoch
auch einen Beitrag für die Gesellschaft ihres Aufnahmelandes zu leisten und
müssten dessen Identität respektieren. Diese Rechte und Pflichten müssten in
einem ausgewogenen Verhältnis zueinander stehen, forderte der Papst. Der
Weltflüchtlingstag wird seit 10 Jahren jährlich am 20. Juni begangen. Kap 20
Pater Samir: „Christen für Frieden in Nahost unerlässlich“
Die Blockade des Gazastreifens ist
gelockert, endlich können Hilfsgüter in das humanitäre Katastrophengebiet
gebracht werden. Der Nahostkonflikt schwelt jedoch weiter – zu tief sind die
Wunden der Vergangenheit auf beiden Seiten, zu stark das Gefühl, sich vor der
anderen Seite schützen zu müssen. Die Christen im Nahen Osten – sie geraten in
die Mühlen des Konfliktes und fliehen aus der Region. Dabei sind gerade sie für
Frieden und Versöhnung unerlässlich, und zwar deshalb, weil sie das Prinzip der
Vergebung leben. Daran erinnert der libanesische Jesuitenpater Samir Khalil
Samir im Interview mit Radio Vatikan:
„Der Moslem von heute hat das
israelisch-palästinensische Problem islamisiert und ebenso die Juden. Die einen
sagen: Dieses Land gehört mir, denn es ist Teil der islamischen Ummah, also Gemeinschaft. Israel beansprucht das gleiche;
auch wenn sie nicht direkt von Gott sprechen, meinen sie indirekt: Dieses Land
ist unseres, denn Gott hat es uns gegeben. Es ist sehr schwer – aber nicht
unmöglich – für einen Moslem und einen Juden, nicht in solchen Begriffen zu
denken. Für den Frieden müssen aber Ungerechtigkeiten akzeptiert und es muss
vergeben werden – im Bewusstsein, dass man selbst auch Ungerechtigkeiten
begangen hat. Und meine Erfahrung sagt mir, dass in diesem letzten Punkt nur
der Christ den Frieden als überragendes Gut stärken kann: Kein Frieden ohne
Gerechtigkeit, keine Gerechtigkeit ohne Dialog und ohne Zugeständnisse.“ (rv 21)
Fulda, Hanau, Marburg, Kassel - Mit
einem Schreiben an Ministerpräsident Roland Koch und Innenminister Volker Bouffier fordert der Fuldaer Katholikenrat die Hessische
Landesregierung auf, das hessische Ladenöffnungsgesetz zu ändern. Kern der
Forderung ist der Schutz des Sonntags und die Verringerung der zunehmenden
Ladenöffnungen an Sonn- und Feiertagen.
„Die inhaltlichen Leitlinien, die das
Bundesverfassungsgericht am 1. Dezember vergangenen Jahres bezüglich der
Ladenöffnung an den vier Berliner Adventssonntagen formuliert hat, setzen
deutliche Grenzen für die Länderregelungen, nach denen bis zu vier Sonntage im
Jahr die Geschäfte geöffnet werden dürfen“, so Martin Graefe (Guxhagen). Ausnahmen von dem in der Verfassung unmittelbar
verankerten Schutz der Arbeitsruhe dürften nicht mit dem Umsatzinteresse von
Ladeninhabern oder dem Erwerbsinteresse potentieller Käufer gerechtfertigt
werden. Nur ein öffentliches Interesse von besonderer Bedeutung könne eine
solche Ausnahmeregelung rechtfertigenerklärt der
Sprecher des Projektes Berufs- und Arbeitswelt im Fuldaer Katholikenrat.
„Es ist jetzt an der Zeit, die
Entscheidungskriterien des Bundesverfassungsgerichtes im § 6 des Hessischen
Ladenöffnungsgesetzes verbindlich einzubringen. Mit einem solchen Vorgehen
schützt die Hessische Landesregierung nicht nur die ungehinderte Religionsausübung
sondern eine Reihe weiterer Rechte, die den Bürgern laut Grundgesetz zukommen.
Dem Katholikenrat liegt vor allen Dingen der Schutz
von Ehe und Familie und die Möglichkeit, das soziale Zusammenleben zu
gestalten, am Herzen.
„Der Schutz des Sonntags hat eine
soziale Komponente, die wir in unserer Gesellschaft nicht übersehen dürfen“, so
Martin Graefe. „Mit der Umsetzung der Entscheidung des
Bundesverfassungsgerichtes in hessisches Landesrecht, kommt die Hessische
Landesregierung ihrer Verantwortung den Bürgerinnen und Bürger gegenüber nach“,
so Graefe abschließend. Mz 21
Erzbischof von Neapel unter Korruptionsverdacht
Kardinal Crescenzio
Sepe, den Erzbischof von Neapel, steht wegen
Korruptionsvorwürfen im Visier der italienischen Staatsanwaltschaft. Die
Vorwürfe gehen auf die Zeit zurück, als Sepe Präfekt
der päpstlichen Glaubenskongregation im Vatikan war.
Die Staatsanwaltschaft im
mittelitalienischen Perugia hat Korruptionsermittlungen gegen Kardinal Crescenzio Sepe, den Erzbischof
von Neapel, aufgenommen. Wie die italienische Nachrichtenagentur Ansa in der
Nacht zum Samstag berichtete, gehen die Vorwürfe gegen Sepe
auf die Zeit zurück, in der dieser Präfekt der päpstlichen Glaubenskongregation
war (2001-06).
Nach den bisherigen Ermittlungen soll Sepe eine Immobilie im Vatikan zu Vorzugsbedingungen an den
italienischen Zivilschutz-Chef Guido Bertolaso
vermietet haben. Sowohl gegen Bertolaso als auch
gegen den italienischen Ex-Minister Pietro Lunardi
laufen ebenfalls Korruptionsermittlungen. Sepe wurde
am Samstag offiziell über das Ermittlungsverfahren informiert. Die Ermittlungen
beziehen sich auf ein weitverzweigtes Netz öffentlicher Bauaufträge, bei denen
Schmiergelder gezahlt worden sein sollen.
Bertolaso
hatte vor der Staatsanwaltschaft in Perugia am Mittwoch ausgesagt, die
Immobilie im Vatikan sei ihm von der Glaubenskongregation gratis zur Verfügung
gestellt worden. Allerdings stellte sich heraus, dass in Wahrheit Mietbeträge
überwiesen wurden. Die Staatsanwaltschaft hegt den Verdacht, dass es dabei um
Geldwäsche aus dem Vermögen des römischen Bauunternehmers Diego Anemone ging,
der im Zentrum eines zum Teil bereits aufgeklärten Korruptionsskandals steht. Anemones Unternehmen erhielten offenbar Aufträge, um die
fragliche Immobilie zu renovieren. Focus online 20
Porträt. "Roter Papst" unter Verdacht
Seine Eminenz, der Erzbischof von
Neapel, ist ein einflussreicher Mann. Wenn Crescenzio
Sepe gegen die Einwanderungspolitik der Regierung
Berlusconi wettert, bleibt das in Rom nicht unbeachtet, und seine Verdienste im
Kampf gegen Armut und die Camorra würdigt sogar der im Untergrund lebende Autor
Roberto Saviano. Am Wochenende aber ging ein
Schriftstück in der erzbischöflichen Residenz ein, das Italien in Atem hält:
Die Staatsanwaltschaft von Perugia ließ mitteilen, dass gegen Seine Eminenz
ermittelt werde.
Die Vorwürfe sind Teil jenes Skandals
um milliardenschwere Bauaufträge, Gefallen und Gegengefallen, über den die
Italiener täglich neue schockierende Details erfahren. Im Zentrum stehen der
römische Bauunternehmer Diego Anemone und ein hoher Beamter, die ein Dickicht
der Korruption schufen.
Nun führt die Spur direkt in den
Vatikan, und dort ist man alles andere als erfreut über die Vorwürfe gegen Sepe. Dem 67-jährigen Kardinal wird vorgeworfen, in dubiose
Immobiliengeschäfte verwickelt zu sein und dem schwer belasteten Chef des
Zivilschutzes, Guido Bertolaso, eine feine Wohnung in
Rom vermittelt zu haben, als dieser wegen familiärer Probleme eine Bleibe
brauchte, mietfrei natürlich. Auch Pietro Lunardi,
Ex-Minister Berlusconis, verdankt dem Kardinal offenbar einen sehr preiswerten
Palazzo mit tausend Quadratmeter Wohnfläche aus Kirchenbesitz. Er revanchierte
sich mit Millionenbeträgen für die Renovierung von kirchlichen Besitztümern.
Sepe
war von 2001 bis 2006 Präfekt der Propaganda Fide,
der Kongregation zur "Evangelisierung der Völker". Das Missionswerk
verfügt über ein weltweites Imperium - und umfangreiche Immobilien mit dem
geschätzten Wert von 9 Milliarden Euro, die keinerlei weltlicher
Kontrolle unterliegen. Sepe, der aus einem
Dorf in Kampanien stammt und dessen Organisationstalent gerühmt wird, wurde als
Chef der Kongregation als "Roter Papst" ebenso mächtig wie
gefürchtet. Sein Ehrgeiz auf höhere Ämter wurde jedoch gebremst, als ihn Papst
Benedikt XVI. 2006 als Erzbischof nach Neapel schickte.
Sepe
bestreitet alle Korruptionsvorwürfe. "Die Wahrheit wird ans Licht
kommen", sagt er und beteuert, nur "zum Wohl der Kirche" gewirkt
zu haben. Alle Transaktionen seien vom Staatssekretariat des Papstes gebilligt
worden, und er sei jederzeit zu einer Aussage bereit. Als hoher Geistlicher mit
Diplomatenpass untersteht der Kardinal nicht der italienischen Rechtsprechung,
doch im Vatikan beeilte man sich zu beteuern, dass man im Sinne des Konkordats
zu voller Kooperation bereit sei. Kaum etwas fürchtet man dort so wie einen
neuen Skandal um das undurchsichtige Finanzgebaren des Kirchenstaats. KORDULA
DOERFLER FR 23
"Innerkirchlich Brücken bauen statt Mauern"
Erzbischof Zollitsch
hat die Katholiken aufgerufen: "Nicht selten werden Gräben aufgerissen und
Mauern errichtet, wo es notwendig wäre, Brücken zu bauen. Reichen wir einander
die Hand zur Versöhnung."
Freiburg / Andechs.
Erzbischof Dr. Robert Zollitsch hat die Katholiken zu
gemeinsamem Engagement für die Zukunft des christlichen Glaubens aufgerufen. In
einer Predigt beim Dreihostienfest im Kloster Andechs
(Bistum Augsburg) sagte der Erzbischof von Freiburg am Sonntag (20.):
"Nicht selten bläst uns gesellschaftlicher Gegenwind ins Gesicht oder
werden gar innerkirchlich Gräben aufgerissen und Mauern errichtet, wo es doch
so notwendig wäre, Brücken zu bauen. Reichen wir einander die Hand zur
Versöhnung."
Jesus will nach den Worten von
Erzbischof Zollitsch "Gemeinschaft, keine
Ansammlung von Individualisten und Einzelkämpfern". Der Erzbischof von
Freiburg erklärte im Kloster Andechs: "Wir sind
gemeinsam auf dem Weg." Das mache auch die Wallfahrt zum Dreihostienfest
deutlich. Zollitsch rief dazu auf, die Worte ernst zu
nehmen, die Papst Benedikt bei seinem Besuch in Bayern im Jahr 2006 zugerufen
hatte: „Gott geht auf uns zu. Gehen auch wir Gott entgegen, dann gehen wir
aufeinander zu.“. Das sei das Entscheidende für die Zukunft des christlichen
Glaubens in unserem Land. Der Glaube sei kein Lippenbekenntnis: "Er ist
ein Lebensbekenntnis: gelebt mitten im Alltag in Verbindung und Beziehung zu
Gott – ob in der Ehe, der Familie oder in der Nachbarschaft, ob am Arbeitsplatz
oder in der Freizeit." Christsein drücke sich in der Art des Umgangs
miteinander aus, im konkreten Reden und Tun. (rge)