Notiziario religioso  21-23  Giugno  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 21 giugno. Il commento al Vangelo. “Non giudicate, per non essere giudicati”  1

2.       Martedì 22 giugno. Il commento al Vangelo. “Entrate per la porta stretta”  1

3.       Mercoledì 23 giugno.  Il commento al Vangelo. “Dai loro frutti li potrete riconoscere”  1

4.       Comece. Una questione complessa. Documento sul principio di non-discriminazione nella legislazione Ue  1

5.       Papa: il sacerdozio non deve servire per il proprio potere personale  2

6.       Le braccia spalancate. La dichiarazione Cei su crocifisso e Corte di Strasburgo  2

7.       Il segno della croce. La dichiarazione della presidenza Cei 3

8.       Comece. Alla base dei diritti umani. Libertà religiosa: memorandum per l'Ue  3

9.       Catechesi ed educazione. Un nuovo stile. A partire dalla formazione dei formatori 3

10.   Famiglia. Quando è immigrata. Uno dei temi della "Settimana" di formazione (18-22 giugno) 4

11.   Roma. Entrare nel quotidiano. Verifica pastorale su Eucaristia e carità  4

12.   Corruzione, indagati Sepe e Lunardi  - Il cardinale: "Parlerò presto alla città"  5

13.   "In Vaticano amarezza e voglia di reagire - risponderemo alle accuse punto su punto"  5

14.   UGENTO-S.MARIA DI LEUCA-  L'arte di educare  6

15.   John Henry Newman. Il primato della coscienza. Benedetto XVI lo proclamerà beato il 19 settembre a Coventry  6

 

 

1.       Angelus: Papstappell zu Kirgisien und zum Weltflüchtlingstag  7

2.       D: Kirche erreicht die Menschen nicht 7

3.       Migration. „Dialog des Lebens" notwendig, um Misstrauen und Vorurteile zu überwinden  8

4.       Vatikan-Erzbischof: Immer weniger Anerkennung von Flüchtlingen  9

5.       Die Akte Mixa. Papst Benedikt XVI. wusste von Alkoholproblem des Bischofs  9

6.       Schlammschlacht der Gottesmänner. Mixa im "Fegefeuer"  9

7.       Analyse. Mixa ist Täter, nicht Opfer 10

8.       Quo vadis, Ordensleben?  10

9.       Flaggen braucht das Land . Fußball als Identifikationsmotor für Deutschland  10

10.   Südafrika: Missio-Projekte  11

11.   Interview zur neuen Rolle der russisch-orthodoxen Kirche  11

12.   Gretchenfrage für deutsche Katholiken  12

13.   Erstes katholisches Filmfestival in Rom. Wunderbares aus der Filmwelt 12

14.   Kuba: Kardinal zufrieden mit Besuch aus dem Vatikan  13

15.   Käßmann für Freiwilligenarmee - Ex-Bischöfin warnt vor sozialerSchieflage  13

16.   Österreich: Erstmals Bischofstreffen mit Slowenen  14

17.   Kuba. Vatikanvertreter eröffnet 10. Soziale Woche in Havanna  14

 

 

 

 

Lunedì 21 giugno. Il commento al Vangelo. “Non giudicate, per non essere giudicati”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 7,1-5) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Non giudicate, per non essere giudicati; 2 perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. 3 Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? 4 O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? 5 Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.

L’imperativo "Non giudicate, per non essere giudicati da Dio" suona come un principio assoluto. Solo Dio può decidere del destino di ogni uomo. Anche la doverosa correzione fraterna può essere fatta solo nella consapevolezza del proprio peccato.

Per natura siamo più portati a giudicare i difetti degli altri che a correggere i nostri.

Dio pronuncerà su di noi lo stesso giudizio che noi pronunceremo sul prossimo e ci misurerà con la stessa misura con cui noi misuriamo gli altri.

Il rigore e lo zelo sono spesso il contrario della compassione e della misericordia, che sono le virtù tipiche del cristiano, e quindi possono essere manifestazioni di mancanza d'amore ed espressioni di cattiveria.

La psicologia ci insegna che i difetti altrui che più ci irritano sono normalmente proprio i nostri difetti che detestiamo negli altri invece che in noi stessi.

Il fariseo ipocrita che sale al tempio a pregare non solo si vanta di essere pio e osservante, ma si sente in dovere di disprezzare tutti gli altri uomini che egli giudica ladri, ingiusti e adulteri (Lc 18, 9-14).

Nessuno deve giudicare l’altro, perché deve ritenerlo superiore a sé (Fil 2,3). Il giudizio appartiene solo al Signore perché a lui appartengono tutti gli uomini. L'apostolo Paolo ha scritto: "Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone; ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di farcelo stare" (Rm 14, 4). De.it.press

 

 

 

 

Martedì 22 giugno. Il commento al Vangelo. “Entrate per la porta stretta”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 7,6.12-14) commentato da P. Lino Pedron 

 

12 Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.

13 Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; 14 quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!

Il comando del v. 6 è rivolto a tutti coloro che annunciano la parola di Dio. I discepoli devono avere sempre presenti queste due cose: il dovere di predicare il vangelo e il dovere di non esporre alla profanazione la parola di Dio. I cani e i porci sono gli ignoranti, gli empi, i pagani. Le cose sante e le perle sono l’annuncio del regno di Dio. Il vangelo va annunciato a tutti, ma va anche difeso da coloro che lo rifiutano e lo deridono.

La regola d’oro del v. 12 ci spinge verso un’operosità libera e creativa per il bene del prossimo. Essa è espressa in forma positiva e ci sprona a fare tutto il bene possibile a tutti. Ci invita a trasferirci con amore e fantasia nella situazione degli altri, nei panni degli altri. La mancanza di fantasia e di inventiva è mancanza d'amore.

Il verbo "fare" indica un amore concreto e tangibile, come ci insegna anche la 1Gv 316-18: "Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità".

La novità del vangelo sta nella concentrazione di tutta la volontà di Dio nel comandamento dell'amore. Questo amore, manifestato a noi in Cristo, ha la sua sorgente e il suo modello nel Padre (Mt 5,43-48).

La "via" (v. 13) è il simbolo del cammino morale dell'uomo. La "via che conduce alla vita" è quella del vangelo, è Gesù in persona (Gv 14,6). La porta stretta e la via angusta significano le rinunce e le persecuzioni connesse con la scelta di vita cristiana.

L'ingresso attraverso la porta stretta è l’ingresso nel regno di Dio (Mt 5,20; 18,1; ecc.), nella vita (Mt 18, 8-9; 19,17), nella sala delle nozze (Mt 25,10) e nella gioia del Signore (Mt 25,21.23). In questo contesto del discorso della montagna, l'imperativo "entrate" significa: fate la volontà del Padre. Solo facendo la volontà del Padre si entra nel regno di Dio (Mt 7,21).

Il discorso sui "molti" e sui "pochi" si riferisce alla situazione presente e non a quella definitiva dopo il giudizio. La via comoda della mediocrità, del peccato e dell’egoismo è molto affollata. Il sentiero stretto e ripido che porta a Dio, tracciato dal discorso della montagna, sembra poco battuto. Gesù quindi ci esorta: "Entrate per la porta stretta".

Il tema della salvezza sarà ripreso in Mt 19,16-26. Alla domanda dei discepoli: "Chi si potrà dunque salvare?" Gesù risponde: "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile".

Qui, come in 22,14, Matteo recepisce la concezione pessimistica dell'apocalittica extra-biblica: "L'Altissimo ha creato questo mondo per molti, ma quello futuro per pochi" (4 Esd 8, 1) non per ragguagliarci sul numero dei salvati, ma per spronarci all'impegno.

Gesù offre la salvezza a tutti (Mt 26,28), ma tocca ai singoli accoglierla con decisione libera e responsabile. De.it.press

 

 

 

 

Mercoledì 23 giugno.  Il commento al Vangelo. “Dai loro frutti li potrete riconoscere”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 7,15-20) commentato da P. Lino Pedron 

 

15 Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. 16 Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? 17 Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 18 un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. 19 Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 20 Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.

I profeti cristiani sono i missionari e i predicatori itineranti (Mt 10,41), ma sono, ugualmente, i maestri e le guide della comunità.

Criterio pratico per verificare la loro autenticità è la coerenza tra quello che annunciano e quello che vivono.

Il cristiano dev’essere santamente critico anche nei confronti dei maestri e delle guide della comunità. Vera guida è colui che "fa frutti degni di conversione" (Mt 3,8), colui che vive il comandamento di Gesù: "Convertitevi" (Mt 4,17). Se alla sua parola non si accompagna la testimonianza della vita, è un falso profeta.

Falsi profeti sono però anche tutti quei membri della comunità che riducono la fede alle belle parole, ma non vivono una vita coerente col vangelo. De.it.press

 

 

 

 

Comece. Una questione complessa. Documento sul principio di non-discriminazione nella legislazione Ue

 

La parità e la non-discriminazione sono idee "ambigue" in quanto "sono costruite attorno ad una moltitudine di definizioni e concetti che possono avere diversi significati". Ovviamente la legislazione dell'Unione europea non può essere "un forum che provvede a dare risposte esaustive a tutte le questioni sollevate dalla filosofia, teologia e legge". Tuttavia devono essere assunti dei presupposti sulla base di "un principio generale". E cioè che "la legge deve permettere ad ogni legittima differenza di esprimersi. Le differenze di opinione, credo e pratica sono il cuore stesso del concetto democratico. Nel delineare una legislazione, è però essenziale che i provvedimenti designati per promuovere la parità non abbiamo come conseguenza quella di rimuovere o limitare ingiustamente altri diritti e libertà altrettanto fondamentali". Parte da questo presupposto un documento pubblicato in questo mese di giugno dalla Comece su "Lo sviluppo della legislazione Ue sulla non-discriminazione". Ne riportiamo una sintesi.

 

Un presupposto. "Il diritto a non essere discriminati - si legge nel documento della Comece - è solo un riflesso del riconoscimento della dignità umana. La manifestazione e l'implementazione di questo diritto non può essere perseguito in separazione con altri principi, diritti e libertà che appartengono ad ogni essere umano. Tra questi diritti la libertà di religione e la libertà di espressione hanno un posto preminente. Ignorare gli altri diritti e libertà, focalizzandosi esclusivamente sul diritto a non essere discriminati, non rende giustizia alla valutazione morale e legale delle relazioni tra le persone". Secondo il gruppo di lavoro della Comece, deve dunque prevale un principio generale: "anche il diritto a non essere discriminati non può essere a livello di principio e incondizionatamente trattato come superiore ad altri diritti".

 

Una questione complessa. "Nella percezione comune - si legge ancora nel documento - la discriminazione è spesso compresa come quel trattamento riservato ad una persone che è peggiore rispetto ad altre. Tuttavia, nonostante il fatto che un simile comportamento è moralmente e socialmente inaccettabile, esso non è sempre proibito dalla legge. Inoltre, in alcuni casi la legge non solo permette un trattamento differenziato, ma lo richiede". La Comece, dunque, mette in guardia dal rischio di approcciare la questione della parità e della non-discriminazione in maniera "schematica" e semplicistica. E avverte: sono questioni che per raggiungere la "forma" attuale, hanno avuto "un lungo processo". "È una idea complessa che non può essere ristretta alla mera uguaglianza di fronte alla legge che richiede che tutte le persone, a prescindere dalle loro caratteristiche, siano trattate allo stesso modo di fronte alla legge, ma si arricchisce di tanti altri approcci. In linea di principio, la legislazione europea manca di un fondamento teorico, solido e generale, e questa assenza potrebbe portare tensioni in situazioni in cui si confrontano vari diritti e libertà con il diritto a non essere discriminati. La legge dovrebbe quindi essere chiara abbastanza per fornire risposte su come risolvere questi conflitti.

 

La Chiesa. "La Chiesa cattolica - scrive la Comece nel documento - ha un interesse sostanziale nel seguire le questioni relative alla uguaglianza, al trattamento paritario e alla non-discriminazione. Per la sua esperienza di lunga data, ha un contributo importante da dare allo sviluppo di una legislazione che promuova un giusto ed equo trattamento tra le persone. In linea con la sua Dottrina Sociale, la Chiesa si impegna con le istituzioni europee nel difficile compito di arricchire e supportare il processo di costruzione di una legislazione europea sulla non-discriminazione" e il documento della Comece ne è una prova.

 

Libertà di religione. Un paragrafo del documento della Comece è dedicato alla libertà di pensiero, coscienza e religione. Contemplata dalla legislazione internazionale nella sua "dimensione" interna, relativa cioè alla "sfera della coscienza individuale, del credo religioso personale", la Comece  precisa: "la religione non è solo un insieme di idee e convinzioni, è anche una serie di attività come culto, insegnamento, pratica, osservanza di digiuni e rispetto per i giorni di riposo. La libertà di religione quindi copre una dimensione "esterna" che comprende il diritto a manifestare la propria religione e ad agire in linea con le regole religiose". Non solo, contempla anche "il diritto ad esprimere opinioni morali ed etici alla luce delle proprie convinzioni religiose". In una parola, "la libertà di religione può essere esercitata da soli e in privato, ma anche in pubblico e in comunione con altri, con coloro cioè che condividono la stessa fede". Ovvio, aggiunge la Comece, che anche questa libertà sia soggetta a delle "possibili restrizioni" che sono legate alla sfera della sicurezza pubblica, alla protezione dell'ordine pubblico. Sono restrizioni sancite dallo Stato che riflettono quanto sia importante che in una società democratica "possano coesistere diverse religioni e convinzioni". Sir eu

 

 

 

 

Papa: il sacerdozio non deve servire per il proprio potere personale

 

             

 

 

CITTÀ DEL VATICANO - Una dura requisitoria contro quegli ecclesiastici che usano il sacerdozio per acquisire potere e prestigio personale, per soddisfare le «proprio ambizioni» e raggiungere un proprio successo è stata fatta oggi da Papa Benedetto XVI durante la messa a San Pietro per l'ordinazione di 14 nuovi preti della diocesi di Roma. Sullo sfondo delle parole del Papa inevitabile non pensare anche alla vicende giudiziarie che stanno investendo la passata gestione della Congregazione vaticana per l'Evangelizzazione dei popoli,ex Propaganda Fide, e i sospetti di un uso politico e improprio di beni della Chiesa.

 

«Il sacerdozio - ha ammonito Ratzinger con voce grave - non può mai rappresentare un modo per raggiungere la sicurezza nella vita o per conquistarsi una posizione sociale». «Chi aspira al sacerdozio per un accrescimento del proprio prestigio personale e del proprio potere ha frainteso alla radice il senso di questo ministero», ha aggiunto. «Chi vuole soprattutto realizzare una propria ambizione, raggiungere un proprio successo sarà sempre schiavo di stesso e dell'opinione pubblica», ha scandito. «Per essere considerato dovrà adulare; dovrà dire quello che piace alla gente; dovrà adattarsi al mutare delle mode e delle opinioni e, così, si priverà del rapporto vitale con la verità, riducendosi a condannare domani quel che avrà lodato oggi. Un uomo che imposti così la sua vita, un sacerdote che veda in questi termini il proprio ministero, non ama veramente Dio e gli altri, ma solo se stesso e, paradossalmente, finisce per perdere se stesso», ha profetizzato il papa. IM 20

 

 

 

 

 

 

Le braccia spalancate. La dichiarazione Cei su crocifisso e Corte di Strasburgo

 

È segno di speranza e di conforto, è segno di vita e messaggio di bene, per tutti, senza distinzione. Le braccia spalancate del Crocifisso sono pronte ad accogliere tutti. Esporre la croce nelle scuole e nei luoghi pubblici fa bene a tutti. Fa bene alla nostra identità e, nello stesso tempo, fa bene al dialogo, qui in Europa. La presidenza della Cei è tornata sulla questione dell'esposizione di simboli religiosi cristiani nell'imminenza della decisone della Corte europea dei diritti umani.

Il documento della Cei parte e arriva dal valore della libertà religiosa, giustamente negando che possa essere messa in discussione dall'esposizione dei crocifissi, che anzi la dovrebbe garantire. Si tratta di un testo breve ed estremamente rispettoso, che sottolinea il principio di sussidiarietà, la valorizzazione cioè e il rispetto delle diverse realtà nazionali, delle "tradizioni millenarie di ciascun popolo e di ciascuna nazione".

L'assise di Strasburgo deve decidere in seconda istanza e si tratta di una questione rilevante, ben oltre il caso specifico oggetto di ricorso. Investe infatti il tema cruciale, troppe volte eluso dal dibattito politico e culturale continentale, del rapporto delle istanze europee, in questo caso il Consiglio d'Europa, dei singoli Stati e poi in concreto dei diversi popoli, con la propria identità e con il proprio futuro. Vogliamo un avvenire spoglio e falsamente asettico, in cui tutti siano soli con se stessi, oppure vogliamo continuare liberamente ad esprimere "una tradizione che tutti conoscono e riconoscono nel suo alto valore spirituale"? Qualcuno crede davvero oggi, qui, nella nostra realtà iper-garantista dal punto di vista formale, ma spesso vuota di significato, che la presenza di simboli religiosi e in particolare della croce, si possa tradurre in una imposizione, che abbia valore di esclusione?

Il passaggio è delicato ed è tempo di responsabilità e insieme di coraggio e di lungimiranza. Con tutta probabilità il vuoto (anche) di simboli religiosi, invece che far crescere tolleranza, rispetto, pluralismo, rischia di alimentare una percezione di solitudine, di vuoto, di assenza di riferimenti e dunque in prospettiva di conflittualità e violenza. Sono le aporìe della secolarizzazione, che in positivo richiede da tutti gli attori sociali un di più di spinta e di deposito di significato.

Ecco allora che il crocifisso ritorna. Attenzione: non è il segno di un passato che si ostina a restare aggrappato alle magnifiche sorti e progressive di un presente inevitabilmente moderno. È invece un riferimento per poter guardare avanti, progettare, costruire, avendo presente solidi riferimenti.

È questo l'esercizio morale e culturale che in Europa è sempre più urgente, cui il Papa ha dato il nome di "questione educativa". Il crocifisso, ribadiscono i vescovi, rappresenta "un'identità aperta al dialogo con ogni uomo di buona volontà". Per poter parlare francamente di nuovi orizzonti di sviluppo civile. SIR

 

 

 

Il segno della croce. La dichiarazione della presidenza Cei

 

La presidenza della Conferenza episcopale italiana, riunitasi il 16 giugno 2010, ha approvato la seguente dichiarazione sulla questione dell'esposizione di simboli religiosi cristiani nelle scuole, in vista dell'imminente decisione della Corte europea dei diritti umani n. 30814/06 Lautsi c. Italia. Pubblichiamo il testo integrale.

 

In vista dell'imminente decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, intendiamo richiamare l'attenzione sull'importanza che la questione dell'esposizione del crocifisso nelle scuole pubbliche assume in relazione ai sentimenti religiosi delle popolazioni e alle tradizioni delle Nazioni d'Europa.

 

La presenza dei simboli religiosi e in particolare della croce, che riflette il sentimento religioso dei cristiani di qualsiasi denominazione, non si traduce in un'imposizione e non ha valore di esclusione, ma esprime una tradizione che tutti conoscono e riconoscono nel suo alto valore spirituale, e come segno di un'identità aperta al dialogo con ogni uomo di buona volontà, di sostegno a favore dei bisognosi e dei sofferenti, senza distinzione di fede, etnia o nazionalità.

 

Auspichiamo che nell'esame di una questione così delicata si tenga conto dei sentimenti religiosi della popolazione e di questi valori, come pure del fatto che in tutti i Paesi europei si è affermato e si va sviluppando sempre più positivamente il diritto di libertà religiosa, di cui l'esposizione dei simboli religiosi rappresenta un'importante espressione. Le Chiese cristiane favoriscono ovunque il dialogo con altre Chiese e religioni e agiscono come parte integrante delle rispettive realtà nazionali, che in materia di simboli religiosi conoscono normative diverse e un'autonoma evoluzione sociale e giuridica. Una scelta non penalizzante per la simbologia religiosa risulterebbe in linea con il principio di sussidiarietà che presiede al rapporto tra Stati e istituzioni europee, nel rispetto delle tradizioni millenarie di ciascun popolo e di ciascuna Nazione.

 

 

 

 

Comece. Alla base dei diritti umani. Libertà religiosa: memorandum per l'Ue

 

 

"Libertà religiosa, fondamento della politica dei diritti dell'uomo nelle relazioni esterne dell'Unione europea" è il titolo del memorandum approvato dai vescovi della Comece (Commissione degli episcopati della comunità europea). Con il documento, si legge nell'introduzione, dopo la risoluzione del Consiglio Ue (16 novembre 2009) che riserva alla promozione e alla protezione della libertà religiosa "un posto prioritario nel quadro della" sua "politica in materia di diritti dell'uomo", anche "la Chiesa intende arrecare il proprio contributo alla promozione  e alla protezione" di tale diritto "nel quadro delle politiche esterne dell'Ue". Di qui il memorandum, che dopo essersi soffermato sulle persecuzioni religiose nel mondo e sui "doveri" e gli "obblighi" dell'Unione europea al riguardo, formula alcune raccomandazioni alle istituzioni di Bruxelles.

 

Violazioni e persecuzioni. "La promozione del diritto alla libertà religiosa sul piano universale - sottolineano i vescovi - si fonda sulla dignità della persona umana e sul diritto naturale, così come sul rispetto delle libertà fondamentali, sull'amore per il prossimo e la sua ricerca di verità". Purtroppo "in molti Paesi del mondo si verificano violazioni a questa libertà, o addirittura persecuzioni religiose". Il documento cita al riguardo lo Stato indiano dell'Orissa, la Cina, il Myamar, il Laos, il Vietnam e la Corea del Nord dove a soffrire "sono alcune minoranze, in particolare cristiane e/o musulmane". Secondo il memorandum, il 75% delle persecuzioni religiose nel mondo colpisce  i cristiani: "circa 100 milioni", causando una vera e propria "emorragia demografica" soprattutto dal Medio Oriente.

 

Gli obblighi dell'Unione europea. "L'Ue e i suo Stati membri - si legge ancora nel testo - hanno l'obbligo di rispettare e il dovere di promuovere le libertà fondamentali, tra cui la libertà religiosa, al loro interno e nel mondo". Un obbligo, ricorda il memorandum, il cui fondamento giuridico si ritrova nella Carta dei diritti fondamentali dell'Ue (art.10.1) del 2000, che ha ripreso l'art. 9.1 della Convenzione europea sulla salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (1950) il quale, a sua volta, ricalca l'art.18 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948). Di qui "la graduale presa di coscienza dell'Ue" con le risoluzioni del Parlamento europeo del 10 maggio 2007 e del 19 febbraio 2009, per giungere alla già citata risoluzione del Consiglio Ue nello scorso novembre, oltre alla più recente risoluzione dell'Europarlamento (21 gennaio 2010) a seguito degli attentati di inizio anno contro le comunità cristiane in Egitto e Malaysia. "Segni di speranza per chi ha a cuore la libertà religiosa nel mondo" commenta la Comece, auspicando che le istituzioni di Bruxelles "proseguano su questa via" con "politiche concrete".

 

Le raccomandazioni dei vescovi. E proprio alla Commissione, al Consiglio e al Parlamento europei; all'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e al Seae (Servizio di azione esterna) la Comece chiede di "proseguire le politiche di protezione e promozione delle libertà fondamentali nei confronti dei Paesi terzi dove la libertà religiosa è violata", e rivolge alcune raccomandazioni. Anzitutto quella di "far presente ai Paesi terzi" che violano il diritto di libertà religiosa" che esso "costituisce un diritto fondamentale, essenziale da rispettare tra i diritti dell'uomo". Ai Paesi, tra questi, che non hanno ancora sottoscritto o ratificato le convenzioni sui diritti dell'uomo l'invito a farlo, e a quelli che hanno già proceduto alla ratifica, la richiesta di "garantire l'effettività" di tale diritto. Il memorandum chiede inoltre che nel Rapporto annuale dell'Ue sui diritti dell'uomo si proceda ad "un approfondito esame della situazione della libertà religiosa nel mondo e vengano formulate raccomandazioni per migliorarla".

 

Dare voce alle comunità perseguitate. Il sostegno al dialogo con le autorità religiose e alle strutture di dialogo interreligioso nei Paesi terzi "al fine di favorire il rispetto della libertà religiosa e di atteggiamenti di apertura verso le minoranze" è un'ulteriore richiesta della Comece. Per questo, si legge nel memorandum, occorre anche "dare voce ai rappresentanti delle comunità religiose perseguitate". Alle delegazioni interparlamentari del Parlamento europeo con i Paesi terzi che violano la libertà religiosa i vescovi chiedono di dedicare "una parte dell'ordine del giorno delle sessioni di lavoro a questo tema", e al tempo stesso invitano l'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza a creare all'interno del Seae un polo "religione" dedicato a questa libertà e al "ruolo degli attori religiosi nella prevenzione e nella risoluzione dei conflitti". Infine, nel quadro dell'attuazione dell'art. 17 del Trattato di Lisbona, il memorandum raccomanda che il diritto alla libertà religiosa occupi un posto centrale nell'agenda in via di definizione. Sir eu

 

 

 

 

 

Catechesi ed educazione. Un nuovo stile. A partire dalla formazione dei formatori

 

 "Educare è cosa del cuore": per questo bisogna "ritornare al significato più profondo dell'esperienza cristiana come incontro col Cristo verso la santità". Lo ha detto don Guido Benzi, direttore dell'Ufficio catechistico nazionale della Cei (Ucn), concludendo il 44° convegno nazionale dei direttori degli Uffici catechistici diocesani (Ucd), svoltosi in questi giorni a Bologna, sul tema: "La questione educativa nell'iniziazione cristiana per le nuove generazioni" (cfr SIR 44/2010). Tra gli impegni per il futuro, don Benzi ha citato la necessità di alcuni "orientamenti-guida per ridefinire gli itinerari di catechesi dell'iniziazione cristiana a partire dalle sperimentazioni avviate e dai criteri evidenziatesi in questi anni, tenendo conto della dimensione comunitaria della catechesi, in una prospettiva di alleanza educativa". Per il direttore dell'Ucn è urgente, inoltre, un'opera di "verifica e aggiornamento degli strumenti catechistici dell'iniziazione cristiana, con un maturo discernimento dei tempi, delle modalità, delle possibili forme degli strumenti stessi", a partire dalla "situazione peculiare della realtà religiosa italiana". In quest'ottica, va anche ripensata la formazione specifica dei catechisti", con "strumenti di base e con un'attenta formazione dei formatori" che si avvalga anche dell'apporto degli Issr (Istituti superiori di scienze religiose), vere e proprie "agenzie formative delle Chiese locali". Due, infine, le proposte specifiche: una "rivisitazione attenta" del Catechismo degli adulti e la centralità del "primo annuncio" della fede, con un recupero ed eventuale "ripensamento dei catechismi in chiave di itinerari" che accompagnino il primo annuncio nella fascia di età del mondo giovanile. Molto spazio, nei lavori (anche preparatori) del convegno, è stato dato anche alle "esperienze sul campo".

 

Lo "stile catecumenale". Dalla catechesi "in quattro tempi" proposta dalla diocesi di Verona, alla "catechesi familiare" della diocesi di Trento, al "progetto Emmaus" della diocesi di Torino. Sono solo alcuni "modelli" di catechesi in "stile catecumenale" che si stanno sperimentando sul territorio, per cercare di declinare in maniera nuova il rapporto tra catechesi ed educazione, nell'ambito dell'iniziazione cristiana. A parlarne sono stati don Danilo Marin e don Gianfranco Calabrese, rispettivamente direttore dell'Ucd di Genova e direttore dell'Ucd di Chioggia, nella giornata finale del convegno, in cui sono state presentate le sintesi dei lavori di gruppo regionali e dei relativi contributi chiesti dal competente Ufficio Cei in preparazione all'appuntamento sulla "questione educativa" nell'iniziazione cristiana. In Calabria, ad esempio, la diocesi di Locri, a partire dal 2004, sta articolando e sussidiando un progetto d'iniziazione cristiana in stile catecumenale per i fanciulli e i ragazzi, sviluppato intorno ad un'"attenzione particolare agli ambiti di vita ordinaria dei ragazzi, a partire dalle relazioni in famiglia". In Campania, invece, i vescovi hanno indicato come punto di riferimento primario il catecumenato degli adulti, per "un nuovo stile di educazione, di programmazione pastorale e di vita comunitaria", anche se ancora "tali indicazioni trovano difficoltà a diventare prassi pastorale ordinaria nelle comunità parrocchiali".

 

Lavoro "in équipe" e master. Dare a momenti nati semplicemente come "ricreazione", come i "grest" estivi, "una vera tonalità di educazione della fede", applicando "una visione integrata delle varie attività di animazione". Succede in Lombardia, ed è una delle esperienze contenute nel dossier che raccoglie i contributi regionali in preparazione al convegno di Bologna. In alcune diocesi lombarde - come in altre Regioni - sono state avviate "sperimentazioni" dei cammini d'iniziazione cristiana, coinvolgendo le parrocchie: il risultato è stato che "là dove il vescovo ha offerto una linea e ha chiesto adesione, il cambio di mentalità, soprattutto quella dei preti, si è innescato più facilmente". Dove le cose funzionano, si riesce a lavorare il sabato e la domenica, con esperienze di catechesi che prevedono il coinvolgimento dei genitori. Dalle Marche arriva, invece, la proposta di creare "gruppi di catechisti nelle parrocchie, coordinati tra loro e in sintonia con il parroco": naturalmente esperienze del genere già esistono, ma come "pregevoli eccezioni". La regione Piemonte-Valle d'Aosta sta invece mettendo in cantiere un "master" per la formazione dei formatori, che coinvolgerà tutte le diocesi relative.

 

"Generatori di alleanze". L'educazione passa attraverso "catechisti generatori di alleanze educative tra la famiglia, la comunità nella sua molteplice ministerialità, il bambino-ragazzo e tutte le altre componenti sociali che entrano nella sua vita", tra cui la scuola e lo sport. Questa, in sintesi, l'esperienza del Triveneto sul rapporto tra "questione educativa" e rinnovamento dell'iniziazione cristiana delle nuove generazioni. "Anche se persiste una preoccupazione scolastica soprattutto da parte di catechiste e parroci anziani - si legge nel dossier - molta parte ha acquisito la consapevolezza dell'importanza di far fare esperienze per iniziare alla vita cristiana: semmai anzi si tratta di aiutare a trovarne di significative e a disporle lungo un itinerario adeguato all'età e agli obiettivi da raggiungere con i ragazzi".

M.MICHELA NICOLAIS

 

 

 

 

Famiglia. Quando è immigrata. Uno dei temi della "Settimana" di formazione (18-22 giugno)

 

Dal 18 al 22 giugno si svolge a Senigallia (Ancona) la "Settimana estiva di formazione 2010" promossa congiuntamente dagli Uffici Cei per la pastorale della famiglia e per i problemi sociali e il lavoro, sul tema "Dal noi della famiglia al noi del bene comune". Sono previsti numerosi interventi, tra gli altri dei vescovi mons. Enrico Solmi, presidente della Commissione episcopale per la famiglia e la vita, mons. Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, mons. Giuseppe Anfossi, oltre a diversi studiosi e docenti (Tonino Cantelmi, Vera Negri Zamagni, Francesco Belletti e altri). Il SIR ha intervistato Laura Zanfrini, docente di sociologia economica e della convivenza interetnica all'Università Cattolica di Milano, che parlerà su "Un migrante di nome famiglia… la giustizia globale".

 

Le sembra che ci sia consapevolezza tra la gente che la famiglia è anche un soggetto "sociale"?

"Non sempre. E ciò vale in particolare per la famiglia immigrata, o per la famiglia degli immigrati, nel caso in cui essi migrino soli. È impossibile comprendere la scelta di migrare se non collocandola all'interno dell'economia della famiglia, delle sue strategie di sopravvivenza, sviluppo e investimento sulle nuove generazioni. I migranti raramente fuggono dalla miseria estrema; più spesso decidono di trasferirsi all'estero, anche se questo comporta forti costi sul piano individuale, proprio per garantire un maggiore benessere ai familiari. Ed è sempre la famiglia che gestisce e decide come impiegare le rimesse (il cui impatto è decisamente più consistente di quello degli aiuti internazionali allo sviluppo). Ed è ancora la famiglia che condiziona l'evoluzione del progetto migratorio. Con l'arrivo o il costituirsi delle famiglie l'immigrazione non può più essere considerata una questione solo economica, ma diventa una questione politica a tutti gli effetti".

 

Come si colloca il fenomeno migratorio, in Italia, mentre è in corso un riassestamento nelle politiche sociali e del welfare state?

"Se la crisi ha avuto in molti Paesi conseguenze particolarmente gravi per gli immigrati, che più degli altri hanno perso o rischiato di perdere il proprio lavoro (o visto fallire le proprie attività imprenditoriali), in Italia il suo impatto è risultato attutito proprio perché molti immigrati - e soprattutto molte immigrate - lavorano per le famiglie e svolgono ruoli tanto indispensabili da risultare in buona misura impermeabili agli andamenti del ciclo economico. Il caso tipico è quello dell'immigrata che si occupa di un anziano non autosufficiente. Vero è che in una situazione economica non facile, quando aumenta il numero dei bisognosi e delle famiglie a rischio di povertà, aumenta fatalmente anche la percezione degli immigrati come potenziali concorrenti".

 

Quali parametri occorre tenere presenti, nelle politiche familiari italiane, se si vuole iniziare a parlare di "giustizia globale"?

"Il tema è estremamente complesso, e presenta innumerevoli sfaccettature. Un nodo di fondo è però il fatto che, oggi ancor più di ieri, il benessere degli individui e delle famiglie - e di conseguenza la capacità di costruire una società 'giusta' - si realizza in buona misura attraverso la possibilità che è loro riconosciuta di realizzare un buon equilibrio tra partecipazione al mercato del lavoro retribuito (che è ciò che consente di disporre di un adeguato livello di reddito) e soddisfacimento dei bisogni di cura. Ebbene, proprio attraverso le migrazioni ci rendiamo conto che la società contemporanea è assai lontana dal realizzare una giustizia globale. Per le famiglie italiane, è proprio la disponibilità del lavoro immigrato a consentire di sopperire alle maggiori lacune delle nostre politiche familiari, con particolare riguardo all'accudimento dei bambini e alla cura di anziani e malati. Sull'altro versante, per molte lavoratrici della cura impiegate in Italia il diritto alla conciliazione è un miraggio irrealizzabile (com'è possibile pensare di riunirsi ai propri figli quando si lavora a tempo pieno in coabitazione coi datori di lavoro?). Una controprova, drammatica, è l'altissimo tasso di abortività delle donne straniere in Italia".

 

Cosa registra nelle parrocchie e diocesi italiane circa la capacità di accoglienza verso le famiglie migranti?

"Il mondo delle parrocchie e degli oratori sappiamo essere stato, fin dagli albori della transizione migratoria italiana, uno dei più aperti all'immigrazione; basterebbe pensare alla miriade di iniziative per l'accoglienza e per l'assistenza che vi hanno visto la luce. Laddove forse, però, non si sono ancora fatti passi sufficienti è nella capacità di un effettivo coinvolgimento delle famiglie migranti nell'attività delle parrocchie e delle diocesi. Infine, non si può trascurare che le famiglie immigrate hanno trasformato l'Italia in un Paese non solo multietnico e multiculturale ma anche multireligioso".  LUIGI CRIMELLA

 

 

Roma. Entrare nel quotidiano. Verifica pastorale su Eucaristia e carità

 

Tre giorni di lavoro dedicati al tema "Eucaristia domenicale e testimonianza della carità". Il convegno della diocesi di Roma (15-17 giugno) è stato aperto dall'intervento di Benedetto XVI (cfr SIR 44/2010) e dal saluto del cardinale vicario Agostino Vallini al Pontefice. "Padre Santo i sacerdoti di Roma sono con Lei nella lotta contro il peccato - ha detto il porporato -. Il male spirituale a volte contagia i membri della Chiesa, ma noi vogliamo testimoniare pubblicamente il nostro amore fedele a Cristo e alla Chiesa". Il card. Vallini ha quindi espresso al Papa "affetto e condivisione delle sofferenze di questi ultimi mesi". "Nella celebrazione eucaristica noi non inventiamo qualcosa, ma entriamo in una realtà che ci precede, anzi che abbraccia cielo e terra e quindi anche passato, futuro e presente - ha osservato, tra l'altro, Benedetto XVI -. Questa apertura universale, questo incontro con tutti i figli e le figlie di Dio è la grandezza dell'Eucaristia: andiamo incontro alla realtà di Dio presente nel corpo e sangue del Risorto tra di noi".

 

Entrare nel quotidiano. Nella prima giornata del convegno, oltre all'intervento del Santo Padre, c'è stata la sintesi delle relazioni delle assemblee parrocchiali, a cura di mons. Andrea Lonardo, direttore dell'Ufficio catechistico diocesano. Il secondo giorno ha previsto la relazione del card. Vallini, il terzo le assemblee pastorali parrocchiali. Le relazioni delle assemblee parrocchiali, ha osservato mons. Lonardo, permettono di rendersi conto che "la forza e la bellezza del cristianesimo stanno proprio nell'entrare nel quotidiano, nei rapporti vitali di ogni persona, nelle situazioni più piccole, oltre che nei grandi dinamismi della storia. Molte relazioni sottolineano proprio questo senso positivo della verifica". Un primo dato positivo, secondo il direttore dell'Ufficio catechistico diocesano, è stato l'aumento delle relazioni pervenute rispetto allo scorso anno. Al 14 giugno 2010 "erano 306 dalle parrocchie (30 mancanti), più oltre 150 dalle cappellanie dei migranti, da quelle universitarie, da quelle ospedaliere, da associazioni e movimenti".

 

Conversione pastorale. "Dalle relazioni risulta, a grandissima maggioranza, che il lavoro di formazione nelle prefetture - che prevedeva due incontri sull'Eucaristia domenicale e due sulla testimonianza della carità - è stato largamente apprezzato", ha ricordato mons. Lonardo. Per quanto riguarda la questione più grande che viene sottolineata nei due ambiti dell'Eucaristia e della carità, è "quella che viene indicata come una vera conversione pastorale da compiere: si tratta di proporre la fede, di manifestarne la bellezza e la credibilità, di comunicarne la ragionevolezza e la praticabilità, in un tempo nel quale essa, invece, si vorrebbe relegata da taluni in un angolo o, addirittura, viene contestata fin nelle sue radici". In molte relazioni è chiara, poi, "la coscienza che oggi, a differenza di quanto avveniva nei primi secoli quando la presenza alla liturgia eucaristica era vietata ai non battezzati, spesso il riavvicinarsi alla fede comincia proprio dall'Eucaristia". Si è sottolineato anche "come la cura della liturgia delle feste o del cammino dell'iniziazione cristiana, dei momenti ordinari dell'anno liturgico, così come dei funerali, dei battesimi, dei matrimoni, attrae chi vi partecipa, pur essendovi talvolta giunto inconsapevolmente, quando con sorpresa si rende conto della bellezza e della serietà di ciò che è celebrato nei misteri liturgici".

 

Sorgente di fede. Molte relazioni insistono sul fatto che, se la Messa è certamente "culmen", vertice della vita cristiana, essa è anche soprattutto oggi "fons", sorgente che fa scaturire la fede. "Come sorgente della fede - ha evidenziato mons. Lonardo - viene presentata dalle relazioni anche la testimonianza della carità. Il lavoro negli oratori a sostegno dell'educazione di bambini e ragazzi, il coinvolgimento nelle attività a servizio dei più poveri, la presenza nelle situazioni di solitudine di tanti anziani, l'accoglienza discreta e festosa delle famiglie, anche di quelle irregolari, la proposta delle adozioni a distanza sono tutte realtà attraverso le quali tanti si avvicinano o riavvicinano alla fede". Comunque, "da tutte le voci, appare indubbio che l'Eucaristia domenicale raduna un numero maggiore di persone rispetto a qualsiasi altro appuntamento proposto, anzi che quel numero è incomparabile rispetto ad incontri di altro tipo, tanto è più grande". Molte relazioni affermano che "il giorno del Signore sostiene la vita comunitaria". Una delle esigenze che emerge in maniera più condivisa da tutte le relazioni è, inoltre, "quella di una formazione che aiuti i laici a vivere da credenti nella città, maturando la capacità di far sì che la fede fecondi la cultura del tempo in cui viviamo". Ciò che unisce tutte le relazioni, ha concluso mons. Lonardo, è "l'amore per la vita che si è ricevuta in dono - la vita che ha bisogno della fede per essere pienamente se stessa. Dietro l'incontrarsi, il verificare, il lodare Dio per le sue opere, il progettare, sta l'amore della Chiesa di Roma per la città di Roma ed i suoi abitanti: senza la Chiesa essa non potrebbe nascere alla fede".

 

 

 

Corruzione, indagati Sepe e Lunardi  - Il cardinale: "Parlerò presto alla città"

 

 

L'arcivescovo: «Ho fiducia nei pm, pronto a collaborare»

NAPOLI

Dopo le accuse di corruzioni per presunti accordi con il costruttore Anemone per la ristrutturazione e la vendita di alcuni immobili di Propaganda Fide, il cardinale Crescenzio Sepe conferma di essere disponibile ad essere ascoltato dai magistrati di Perugia: è l’indicazione che trapela dal suo staff. Nessun ricorso, dunque, a questioni procedurali legate al possesso da parte dell’arcivescovo di un passaporto diplomatico.

 

Secondo lo staff non c’è ancora una data fissata per l’interrogatorio, in ogni caso il mutato status giuridico di Sepe - passato nelle ultime ore da persona informata dei fatti a indagato - non ha inciso sulla volontà del cardinale di «chiarire tutto» ai pm. I suoi più stretti collaboratori, che lo hanno incontrato stamane, confermano «l’assoluta serenità» di Sepe legata alla consapevolezza di «aver sempre agito rettamente e secondo coscienza». Il cardinale assicura di voler «parlare presto» alla città. Un cronista gli ha chiesto se avesse fiducia nella magistratura: «Certo», ha risposto. A chi gli ha chiesto di rivolgersi alla città per commentare gli sviluppi dell’inchiesta, Sepe ha concluso: «Parlerò presto».

 

Intanto, in uno dei passaggi dell’omelia pronunciata oggi nella chiesa di Sant’Onofrio dei Vecchi, il cardinale ha affermato: «Quanti martiri ci sono, anche oggi, che in nome della verità e in nome di Cristo rimangono fedeli al suo Vangelo, che vengono torturati, che vengono umiliati e disprezzati. Ma noi che possediamo il Signore, noi che siamo coerenti con la nostra fede non dobbiamo aver paura».

 

«Ricordate il grido del grande papa Giovanni Paolo II? "Non abbiate paura", nonostante queste correnti contro, quelli che tentano di mortificare la fede, quelli che tentano un pò di emarginarla, di sopprimervi, di oscurare la testimonianza dei cristiani, non abbiate paura», ha detto Sepe che, come sempre, ha parlato a braccio sulla base di qualche appunto scritto in precedenza.

 

«Le voci, vedete? - dice - Anche ai tempi di Gesù giravano tante voci. Di tanti tipi. Ma lui si fermava a ciò che sentivano nei cuori, guardava negli occhi i discepoli. E offriva l’orizzonte della sua vita, divideva con loro il mistero del calvario».

 

Poi aggiunge: «Non mi faccio influenzare dalle voci, altrimenti un padre come guida i suoi figli?». «Sono sereno - sottolinea - Molto tranquillo. E quanto prima parlerò. Racconterò. Questo è certo». «Continuerò la mia missione con gioia», aggiunge. «Chi segue il signore - prosegue - non teme nulla. Io camminerò per la strada di sempre». LS 20

 

 

"In Vaticano amarezza e voglia di reagire - risponderemo alle accuse punto su punto"

Parla l'arcivescovo Roberto Sarah, segretario della Congregazione al centro della bufera. "Non staremo zitti ancora a lungo, un documento per sgombrare il campo dai dubbi"

DI ORAZIO LA ROCCA

 

CITTÀ DEL VATICANO - «Propaganda Fide presto risponderà punto su punto agli inquirenti impegnati nell'inchiesta sul G8». L'annuncio - un po' a sorpresa - è del segretario della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli (il ministero vaticano preposto alle missioni, meglio noto con lo storico appellativo di Propaganda Fide), l'arcivescovo Roberto Sarah, che per la prima volta esce allo scoperto forse per controbilanciare i crescenti malumori che negli ultimi giorni stanno prendendo forma nei palazzi vaticani, dove - confessa più di un cardinale - «si è sempre più amareggiati e colpiti per quanto sta succedendo nella Chiesa, prima con la pedofilia, ora con la compravendita e gli affitti facili delle case di Propaganda Fide». E non manca chi invoca «interventi più decisi da parte del Papa per pulire e fare chiarezza all'interno del governo della Chiesa».

 

Monsignor Roberto Sarah, Propaganda Fide è nel mirino dei giudici per la gestione dei suoi immobili. Siete preoccupati?

«No, ma stiamo seriamente meditando sul da farsi. In questi ultimi giorni abbiamo letto tante cose, poco gradevoli, riguardanti la nostra Congregazione, cose che certamente non ci fanno piacere; però non staremo zitti ancora per molto tempo».

 

Gli inquirenti vogliono fare chiarezza su affitti facili e compravendita di immobili stipulati da Propaganda Fide con personaggi inquisiti e molto discussi. Darete delle risposte?

«Certamente.

 

Lo ripeto, non staremo in silenzio. Nei prossimi giorni, dopo una attenta valutazione di tutti i quesiti emersi nelle ultime settimane e una ponderata riflessione, risponderemo con una nota ufficiale della Congregazione per sgombrare il campo da ogni dubbio».

 

Sembra un'ammissione che alcune cose vadano chiarite.

«Siamo sereni e tranquilli, il nostro lavoro per le missioni prosegue come sempre. Certo, siamo anche un po' dispiaciuti per quanto ci viene addebitato. Ma chiariremo tutto, non abbiamo niente da nascondere».

 

Anche il cardinale Renato Raffaele Martino, membro del consiglio cardinalizio di Propaganda Fide, non nasconde una certa preoccupazione perché, dice, «la Congregazione è ingiustamente sotto attacco, come lo è tutta la Chiesa». Martino ne è sicuro: «Tutto sarà chiarito, ma i danni non saranno del tutto ripagati. Basti pensare che l'8 per mille ha già fatto registrare un calo, anche se minimo. Ma Propaganda Fide e la Chiesa, sotto la guida di Benedetto XVI, continueranno sempre il loro cammino per annunciare Cristo e aiutare i poveri». LR 20

 

 

 UGENTO-S.MARIA DI LEUCA-  L'arte di educare

 

 Il cammino pastorale per l'anno 2010-2011

 "Educazione della persona" e "trasmissione della fede". Sono le due parole-chiave che scandiranno il cammino della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca nel prossimo anno pastorale 2010-2011. Per meglio progettare le linee d'impegno e riflessione, la diocesi pugliese sta vivendo in questi giorni il convegno pastorale annuale (16-18 giugno). Appuntamento che, di fatto, "avvia l'anno 2010-2011", precisa mons. Gerardo Antonazzo, amministratore diocesano, ricordando "affettuosamente e caramente mons. Vito De Grisantis, nostro pastore, deceduto all'alba del Giovedì Santo". La diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, spiega mons. Antonazzo, "a partire dal convegno ecclesiale di Verona, ha formulato un piano pastorale diocesano pluriennale (2007-2011), scandito dai temi discussi in quell'assise nazionale della Chiesa italiana e indicati come 'ambiti' (vita affettiva, fragilità umana, cittadinanza, lavoro e festa, tradizione), nei quali la vita ordinaria dei credenti deve imparare a fare esperienza di speranza. Durante quest'anno svilupperemo il quinto ambito: la tradizione".

 

Le coordinate in gioco. "Quali sono le coordinate che entrano in gioco nell'esercizio del 'trasmettere'?", riflette mons. Antonazzo, che sottolinea come "il documento preparatorio al Convegno di Verona" mettesse "al primo posto, non a caso, i mezzi della comunicazione sociale, la scuola e l'università, la famiglia e la comunità cristiana". In questo contesto, aggiunge l'amministratore diocesano, "è evidente che l'esercizio del trasmettere incrocia l'arte di educare". Infatti, "la fatica autentica ed efficace della tradizione-trasmissione deve puntare alla formazione intellettuale e morale delle persone e, soprattutto, all'educazione delle giovani generazioni". A questo punto, nota mons. Antonazzo, "il nostro tema pastorale per l'anno 2010-2011 si collega con gli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il decennio 2010-2020". Da qui la scelta del tema del convegno, che ha come relatori mons. Agostino Superbo, arcivescovo di Potenza e vicepresidente della Cei, mons. Dario E.Viganò, preside dell'Istituto pastorale "Redemptor Hominis" (Università Lateranense), ed Elisabetta Musi, docente all'Università Cattolica di Piacenza. L'obiettivo, dice mons. Antonazzo, è approfondire "l'arte dell'educare", "un processo di 'trasmissione' vitale e non di semplice istruzione o insegnamento di contenuti", "un processo" di cui "gli adulti devono diventare gli artisti".

 

Un patto tra le generazioni. "L'educazione - afferma mons. Agostino Superbo - è parte integrante della missione della Chiesa: l'istanza educativa, infatti, è presente nella Chiesa fin dall'inizio e caratterizza la sua intera azione". Riflettendo sulle "sfide culturali" attuali, l'arcivescovo ribadisce che "il compito educativo necessita di luoghi credibili: la famiglia, la scuola, la parrocchia". In "ognuno di questi ambiti", spiega mons. Superbo, "resta decisiva la qualità della testimonianza, via privilegiata della missione ecclesiale". L'arcivescovo sottolinea poi la necessità di "un patto tra le generazioni dentro e fuori la comunità ecclesiale. Il patto sarà, per se stesso, educativo, in quanto includerà i giovani non soltanto come destinatari, ma come alleati". Un impegno, questo, che riguarda, tra gli altri, "la comunità cristiana, la scuola e l'Università, la società, i mezzi di comunicazione". In modo particolare, conclude l'arcivescovo, "le comunità cristiane sono chiamate continuamente a una conversione missionaria ricalibrando i percorsi formativi, i linguaggi, gli itinerari educativi in base al nuovo contesto e ai nuovi destinatari".

 

Questione di stile. Della necessità di una "nuova progettazione", in particolare nel rapporto educazione-comunicazione, parla anche mons. Dario E.Viganò, il quale puntualizza che "per progettazione si deve intendere il carattere distintivo dell'agire umano, personale e sociale". In altre parole, "progettare pastoralmente non significa tanto assumere una tecnica ma acquisire una mentalità. È una questione di stile". Per mons. Viganò, "il problema è riflettere sul profilo dell'agire credente all'interno di uno scenario non solo per molti aspetti inedito, ma anche profondamente problematico" dal punto di vista antropologico e mediatico. "Essere avvertiti - spiega - agevola la comprensione di soluzioni che sono sempre da comprendere in modo provvisorio". Quello attuale, aggiunge il preside dell'Istituto pastorale, è "il tempo della missione": "Si sono affievoliti, infatti, i tradizionali canali di trasmissione della fede e si deve fare i conti con un sistema mediatico invasivo e pervasivo". Per questo è necessario "superare la tentazione della nostalgia, del pessimismo e dell'adattamento".

 

Impegni per il futuro. Tutto ciò, riprende mons. Antonazzo, "si pone come una vera sfida: il compito educativo, così esigente e delicato, è sempre una sfida educativa che, se non viene colta ed elaborata, diventa un'emergenza". Una sfida che la diocesi pugliese raccoglie con "l'anno pastorale 2010-2011, avviato con questo convegno diocesano". Ad esso, fa sapere l'amministratore diocesano, "seguiranno gli sviluppi possibili in termini di programmazione sia da parte degli Uffici pastorali diocesani, sia da parte dei Consigli foraniali, sia da parte dei singoli Consigli pastorali parrocchiali". Durante l'anno, conclude, "ritorneremo ancora sul tema pastorale con lo svolgimento della Settimana teologica diocesana, all'inizio della Quaresima 2011".

A CURA DI VINCENZO CORRADO

 

John Henry Newman. Il primato della coscienza. Benedetto XVI lo proclamerà beato il 19 settembre a Coventry

 

Mancano tre mesi alla beatificazione di John Henry Newman: avverrà il 19 settembre durante una Messa pubblica a Coventry che sarà celebrata personalmente da Benedetto XVI. La chiesa cattolica inglese gli ha riservato una parte del sito dedicato alla visita del Papa in Inghilterra (www.thepapalvisit.org.uk) e ha scelto un addetto stampa per i rapporti con i media. Si tratta di Jack Valero che, in una intervista, spiega a SIR Europa come i media aspettano il grande evento, quali nuovi studi sono apparsi su Newman, perché viene interpretato in tanti modi diversi e perché sulla sua figura, all'avvicinarsi della beatificazione, si scateneranno polemiche. Jack Valero è anche addetto stampa dell'Opus Dei in Gran Bretagna.

 

Come si è arrivati alla beatificazione?

"Newman è stato riconosciuto venerabile sulla base dei suoi scritti, nel 1991. Dopo questo riconoscimento, è stato riconosciuto un miracolo da lui compiuto che ha aperto la strada per la beatificazione. Perché possa diventare santo è necessario un altro miracolo. Del primo processo si sono occupati i preti dell'Oratorio di Birmingham e Richard Duffield ha fatto il postulatore della causa".

 

Perché ci vuole un miracolo?

"Spesso la vita stessa della persona beatificata è un miracolo in se stesso. Nessuno sa che cosa succede nel cuore di una persona eccetto Dio. Attraverso il miracolo noi abbiamo la conferma che Dio stesso pensa che quella persona è un santo. Quando la gente prega per un miracolo chiede a Dio di confermare la santità di una persona".

 

È un evento straordinario che sia il Papa a dichiararlo beato?

"È stato questo Papa a decidere che sia il vescovo locale ad occuparsi della beatificazione. Nel caso di Newman ha deciso di presiedere lui la cerimonia. Probabilmente lo considera una persona molto importante per la Chiesa e, per questo motivo, ha cambiato la procedura".

 

C'è stato molto interesse, da parte dei media, nei confronti di Newman?

"Nelle ultime settimane sono comparsi alcuni articoli e sono stati pubblicati libri e questo interesse aumenterà con l'avvicinarsi della beatificazione".

 

Perché tanto interesse?

"Un articolo nel 'Times' di metà maggio che si intitolava "La battaglia per l'anima di Newman" della corrispondente religiosa del quotidiano, Ruth Gledhill, spiegava che esiste una lotta attorno alla sua figura che viene interpretata in modi diversi. Alcuni lo vedono come un personaggio tradizionale, ansioso di seguire i dogma e gli insegnamenti delle autorità, altri pensano che, grazie alla sua conversione, ha reso la fede cattolica rispettabile e accettabile dalla mentalità anglicana. Altri ancora ritengono che sia il campione della coscienza progressiva contro l'autorità e che, in questa visione così moderna della fede, abbia anticipato il Concilio Vaticano II. Molti anglicani, infine, lo considerano un eroe che ha rinnovato la chiesa anglicana. Insomma gruppi diversi lo considerano, giustamente, come il loro campione".

 

E chi ha ragione?

"Hanno tutti ragione. Si può dire che molte delle sue idee, un nuovo ruolo per i laici e il primato della coscienza, erano nuove per il XIX secolo nel quale viveva e divennero chiare soltanto nel XX secolo".

 

Scheda

John Henry Newman (Londra, 21 febbraio 1801 - Edgbaston, 11 agosto 1890). TeoloGO, FILOSOFO E CARDINALE. Sicuramente uno dei più grandi prosatori e il più autorevole apologista della fede che la Gran Bretagna ABBIA PRODOTTO.  Sulla sua tomba è scolpito l'epitaffio scritto da lui stesso, che doveva narrare, secondo il suo intento, la storia del suo pellegrinaggio: "Dall'ombra e dai simboli alla verità". John apparteneva ad una famiglia anglicana. Dopo un periodo di studi a Oxford divenne sacerdote della Chiesa anglicana nel 1824. Ebbe l'incarico di seguire gli studenti universitari e nel frattempo si dedicava a studi filosofici e teologici. Fu fondamentale per il suo passaggio al cattolicesimo, lo studio sulle origini del cristianesimo che fu pubblicato nel 1845 intitolato "Sviluppo della dottrina cristiana". Tramite questo studio arrivò alla conclusione che "la Chiesa Cattolica era formalmente dalla parte della ragione". Il 9 ottobre di quello stesso anno fu accolto nella Chiesa Cattolica. Se ne andò da Oxford e si stabilì a Birmingham. Fu ordinato sacerdote cattolico nel 1847 a Roma. Affascinato dalla figura di San Filippo Neri fondò in Inghilterra la Congregazione dell'Oratorio a Edgbaston, presso Birmingham (attualmente è parte integrante di Birmingham), e a Londra. Fu Rettore dell'Università Cattolica di Dublino dal 1851 al 1857. Ritornò in Inghilterra per dedicarsi sia agli studi che all'attività pastorale. Sir eu

 

Bolzano: lei islamica, lui cristiano

Consolato e Comune negano le nozze

Un 30enne italiano e una 26enne nordafricana si sono visti negare la possibilità di sposarsi e per coronare il loro sogno, si sono rivolti al giudice. I due ragazzi, che vivono a Laives da alcuni anni (la giovane donna è in Italia dal 1998), non hanno ottenuto il nulla osta dal consolato marocchino perchè - per la legge del Paese africano - una donna non può sposare un uomo di fede diversa da quella musulmana

di Massimiliano Bona

BOLZANO. Il consolato del Marocco prima e il Comune di Laives, in provincia di Bolzano, hanno negato ad una giovane coppia - un 30enne italiano e una 26enne nordafricana - la possibilità di sposarsi. I due fidanzati, per coronare il loro sogno, si sono rivolti al giudice.

 

I due ragazzi, che vivono a Laives da alcuni anni (la giovane donna è in Italia dal 1998), non hanno ottenuto il nulla osta dal consolato marocchino perchè - per la legge del Paese africano - una donna non può sposare un uomo di fede diversa da quella musulmana.

 

«Sotto il profilo giuridico - spiega l’avvocato trentino Nicola Degaudenz, che assiste la coppia - viene considerato un impedimento alla celebrazione del matrimonio. L’ostacolo si può superare, secondo le norme in vigore, se l’aspirante marito si converte e abbraccia la religione islamica».

 

Il trentenne di Laives non ha ritenuto opportuno cambiare fede e nei giorni scorsi si è presentato in Comune per le pubblicazioni di rito. «Gli impiegati, però, - continua Degaudenz - in mancanza del nulla osta del consolato marocchino hanno opposto il diniego. Ma questa, per certi versi, è stata la fortuna della coppia, perché mi ha consentito di presentare ricorso al Tribunale di Bolzano».

 

Il Comune di Laives, in realtà, si è comportato correttamente. In base all’articolo 116 del Codice Civile, che disciplina il matrimonio di uno straniero nel nostro Paese, un cittadino non italiano «che vuole contrarre matrimonio nello Stato deve presentare all’ufficiale di stato civile una dichiarazione dell’a utorità competente del proprio Paese (in questo caso il consolato), dalla quale risulti che in base alle leggi a cui è sottoposto nulla osta al matrimonio».

 

Il diniego opposto dal Comune era pertanto più che giustificato. Degaudenz, a quel punto, ha deciso di imboccare la stessa strada seguita a Trento alcuni anni fa. In quel caso a rivolgersi a lui è stata una coppia di Cles: lui è un imprenditore agricolo e lei una coetanea tunisina (ma con cittadinanza italiana), bloccati sempre per motivi burocratici. Nel ricorso l’avvocato Degaudenz ha sostenuto che il rifiuto del Comune è contrario all’articolo 19 della Costituzione italiana che sancisce la libertà religiosa.

 

 

 

In quel caso il Tribunale ha scelto una via ancora più diretta per consentire alla coppia di sposarsi: ha dichiarato, infatti, contrario all’ordine pubblico italiano il divieto per una donna musulmana di contrarre matrimonio con un non musulmano. Non si tratta di una legge, ma di un “impedimento“, alla stessa stregua della minore età o dei legami di parentela tra i futuri coniugi. La differenza religiosa non viene nemmeno menzionata.

 

Secondo i giudici «con tale omissione è probabile che il legislatore intendesse abrogare il principio sciaritico. La giurisprudenza ha tuttavia continuato a considerare proibito il matrimonio di una musulmana con un non musulmano». Nel caso della coppia di Laives il Tribunale di Bolzano ha fissato la prima udienza per il primo ottobre 2010. LR 20

 

 

Angelus: Papstappell zu Kirgisien und zum Weltflüchtlingstag

Zum Frieden in Kirgisien aufgerufen hat Papst Benedikt XVI. beim Angelusgebet am Sonntag. Bei dem Mariengebet auf dem Petersplatz sagte er, er hoffe, dass in dem Land bald Sicherheit und Frieden wiederhergestellt einkehrt.

 

„Den Angehörigen der Opfer und allen Notleidenden dieser Tragödie spreche ich meine Betroffenheit und Nähe aus und versichere ihnen mein Gebet. Ich rufe darüber hinaus alle ethnischen Gruppen des Landes auf, auf Provokationen und Gewalt zu verzichten. An die internationale Staatengemeinschaft appelliere ich, sich dafür einzusetzen, dass die humanitären Hilfen bald die betroffene Bevölkerung erreichen.“

 

In dem zentralasiatischen Staat sollen durch die Kämpfe zwischen Kirgisen und Usbeken 2000 Menschen ums Leben gekommen sein. Zehntausende Menschen sind auf der Flucht aus der Unruheregion

Außerdem hat Benedikt sich für Flüchtlinge in den Gastländern stark gemacht und gleichzeitig für mehr gegenseitiges Verständnis geworben. Mit Blick auf den heutigen UNO-Weltflüchtlingstag sagte er:

 

„Die Flüchtlinge hoffen auf Aufnahme und auf Anerkennung ihrer Würde und Grundrechte. Zugleich wollen sie ihren Beitrag leisten für die Gesellschaft, die sie aufnimmt. Beten wir dafür, dass man im Geiste einer rechten Reziprozität angemessen auf ihre Erwartungen antwortet, und dass zugleich die Flüchtlinge den Respekt deutlich machen, den sie für die Identität des Aufnahmelandes hegen.“

 

Außerdem grüßte er, der Gewohnheit gemäß, auch die deutschsprachigen Pilger.

 

„Das Evangelium dieses Sonntags wirft eine Frage auf, die zu allen Zeiten aktuell ist: Für wen halten die Leute Jesus? Wofür halten wir ihn? Wir erkennen Christus, Gottes Sohn, nur wenn wir auch sein Kreuz sehen. Sein Tod am Kreuz offenbart seine grenzenlose Liebe: Er verschenkt sich selbst an uns, um uns mit dem Vater zu versöhnen und uns zum wahren, vollkommenen Leben zu führen. Euer Besuch hier in Rom, wo so viele Heilige gewirkt haben, stärke euren Glauben an Christus und mache euch zu mutigen Zeugen seiner Liebe. Euch allen wünsche ich einen gesegneten Sonntag.” (rv)

 

 

 

D: Kirche erreicht die Menschen nicht

 

„Nun sag, wie hast du’s mit der Religion? Du bist ein herzlich guter Mann, allein ich glaub, du hältst nicht viel davon.“ So lautet die Frage Gretchens an Faust, in „Der Tragödie erster Teil“. Es entwickelt sich eine typische Religionsdiskussion: Er, Faust, hinterfragt ihre Frage, was sie denn genau meine, und sie fühlt sich der Diskussion nicht gewachsen und gibt das Fragen auf, überzeugt, dass diese Hinterfragungen nur verstecken sollen, dass Faust eigentlich nicht glaube.

Das mit den Fragen und den Antworten zu Religion und den eigenen Überzeugungen ist also gar nicht so einfach - es lohnt sich, genauer hinzuschauen.

Die Deutsche Bischofskonferenz hat in dieser Woche eine neue Studie vorgestellt, die sie vom Institut für Demoskopie Allensbach und vom Institut Sinus Sociovision hat erstellen lassen. Letzteres ist bekannt geworden durch die Milieuorientierung seiner Aussagen, die berühmt gewordenen Sinus-Milieus. Welche ästhetisch und duch Zugang zu Bildung geprägten Milieus verhalten sich wie? Wir haben Georg Frericks gefragt. Er ist Unternehmensberater für katholische Medienunternehmen bei der Medien Dienstleistungsgesellschaft der Deutschen Bischofskonferenz, Auftraggeber für den jetzt vorgestellten Trendmonitor religiöse Kommunikation.

2009 war der Befragungszeitraum für die Studie; befragt wurden nur Katholiken. Es sollte nach den ersten Studien 1999 und 2002 ein Bild gewonnen werden, wohin sich Kirchlichkeit und Bindung in der deutschen katholischen Kirche entwickelt. Überraschend war vor allem,

 

„...dass die Kirche eigentlich die sogenannte bürgerliche Mitte, also den Mainstream in Deutschland, nicht so gut erreicht, wie wir erhofft hätten. Denn in einer Untersuchung, die wir auf Grundlage der Sinus-Milieus vor fünf Jahren durchgeführt haben, bezeichnete diese bürgerliche Mitte die Kirche noch als Teil ihrer familiären Nahwelt. Irgenwie hat man als Kirche vielleicht noch das Gefühl, dieses Milieu zu erreichen, und nach den Ergebnissen des MDG Trendmonitors muss man jetzt sagen, dass das sicherlich unzureichend der Fall ist.“

 

Die Nachrichten über die Studie hat dominiert, dass die Zustimmung zur Kirche nicht wie vielleicht erwartet zurückgegangen sei - also eigentlich eine gute Nachricht. Das sieht Frericks mit Blick auf die Milieus jedoch anders.

 

„Die Zustimmung zur Kirche bleibt stabil, verbessert sich vielleicht sogar, aber das könnte eben auch – wie jetzt die Soziologen sagen – damit zusammenhängen, dass schon viele der Kirche den Rücken gekehrt haben. Auf der anderen Seite sieht man auch, dass wir eben die progressiveren, jüngeren Milieus als Kirche noch völlig unzureichend erreichen.“

 

Was tun? Traditionelle pastorale Strategien, die sich an die ganze Gemeinde der Gläubigen richten, helfen nicht weiter.

 

„Bischof Gebhard Fürst sagte bei der Präsentation sehr treffend, dass die Kirche eigentlich eine milieuspezifische Kommunikationsstrategie bzw, Strategien bräuchte, um die Milieus in ihrer Ästhetik, aber auch in ihrer inhaltlichen Anschlussfähigkeit auch zu erreichen. Wobei er auch darauf hinwies, dass die Kirche zunächst einmal nicht sich selbst verkauft... in dem Sinne, dass wir nicht fragen sollten, wie sich die Kirche besser darstellen könnte, sondern dass die Kirche eine Botschaft hat.“

 

Und in dieser Orientierung an der Botschaft Christi liege, so Frericks, auch die einzige Chance, kirchenferne und Kirche ablehnende Milieus zu erreichen.

Aber es gibt immer noch eine große Zustimmung zur Kirche und zu ihrer Rolle unter den Katholiken, und das sind auch gute Nachrichten für Benedikt XVI.

 

„Das fällt auch politiv auf, dass die Rolle des Papstes durchaus mehr Einverständnis bekommt als noch 2002, also zum Ende des Pontifikates von Papst Johannes Paul II.; und gleichzeitig aber – und das ist das Schöne – durchaus, nachdem vielleicht eine erste Anfangseuphorie über den deutschen Papst wieder etwas abgeebbt ist und vielleicht auch kirchlicher Alltag eingekehrt ist. Trotzdem ist die Zustimmug um etliches höher als noch 2002.“

 

Was die Konfliktpunkte angeht, habe die Studie spitz formuliert; es wurde nach Abtreibung, Frauenpriestertum, Zölibat und generell zur Sexualmoral gefragt. Es zeigt sich Zustimmung zur Kirche, wenn es um karitative Dinge und Frieden und Gerechtigkeit geht, aber Ablehnung, wenn es um die persöniche Lebensführung geht. Aber auch hier lohnt sich ein genaueres Hinsehen:

 

„Wenn man sich das milieuspezifisch noch einmal anschaut, dann wird das wieder sehr aufschlussreich. Die traditionellen Milieus, die das Rückgrat unserer Noch-Volkskirche in Deutschland bilden, weisen durchaus eine hohe Zustimmung auch zu diesen Punkten auf, während die moderneren, progressiveren, jüngeren Milieus eine noch extremere Ablehnung diese Punkte aufweisen, als wenn man jetzt einfach den statistischen Durchschnitt über die Bevölkerung zieht. Diese Punkte polarisieren sogar sehr stark.“

 

Es gibt die These, dass wir in Beszug auf kirchliche Bindung mittlerweile nicht mehr von einem Schwinden, sondern schon von einem Bruch sprechen müssen. Auch hierzu können wir aus dem Trendmonitor etwas erfahren. Die Sinus-Milieus der Traditionsverwurzelten und Konservativen bieten relativ hohe Zustimmung zu Kirche, auch im Milieu der Etablierten findet sich einiges davon. Im sogenannten postmateriellen Milieu findet sich immerhin noch eine kritische Auseinandersetzung, aber der Rest der Gesellschaft, und das ist die überwiegende Mehrheit (über zwei Drittel der Katholiken sowohl in Deutschland als auch in der Schweiz und in Österreich) ist doch recht weit entfernt von alledem, wofür Kirche steht und was Kirche sein will.

Wie kann man dem entgegenwirken? Wie sehen die milieuspezifischen Kommunikationsstrategien aus, von denen Bischof Fürst sprach? Viel Hoffnung wird hier auf das Internet und auf neue Medien gesetzt - kaum ein Bistum, das in dieser Hinsicht nicht eine Initiative hat:

 

„Das war noch ein wichtiger Aspekt des Trendmonitors, dass die Ursprungsfrage, oder eine der Ursprungsfragen, die wir uns gestellt haben, als der Trendmonitor ins Leben gerufen wurde, lautete: Kann mediale Kommunikation Lücken schließen, die vielleicht in der personalen Kommunikation in der Kirche existieren? Und da muss man ganz klar sagen: Diese Lücken existieren genau so wie vor zehn, wie vor zwanzig Jahren. Die mediale Kommunikation bildet keine Brücke zu Menschen, die die Kirche auf anderem Weg nicht erreicht.“ (rv 19)

 

 

 

Migration. „Dialog des Lebens" notwendig, um Misstrauen und Vorurteile zu überwinden

 

ROM - In der heutigen Situation, die sich immer mehr durch das Phänomen der Migrationen auszeichnet, ist ein „Dialog des Lebens" notwendig, der es gestattet, Misstrauen und Vorurteile zu überwinden.

Dies erklärte der Präsident des Päpstlichen Rates für die Migranten und Menschen unterwegs, Erzbischof Antonio Maria Vegliò, am Nachmittag des gestrigen Donnerstages in seiner Predigt während der ökumenischen Gebetsvigil in der römischen Basilika St. Maria in Trastevere. Die Vigil fand anlässlich des Welttages der Flüchtlinge statt, der am 20. Juni begangen wird.

Der Erzbischof rief in Erinnerung, dass die Migrationen in den letzten Jahren das Ausmaß von richtiggehenden humanitären Krisen angenommen hätten. Dies sei auch auf eine immer stärkere Ausbreitung des Menschenhandels zurückzuführen, von dem rund eine Million Menschen betroffen sei; gleiches gelte für die Zwangsarbeit, den Handel mit menschlichen Organen und den sexuellen Missbrauch von Minderjährigen.

Überall auf der Welt gebe es Menschen, die die Entwurzelung aus ihrem Umfeld ereiden würden und sich in neue „gelobte Länder" aufmachten, so Vegliò.

In diesem Kontext bestehe die Notwendigkeit einer „neuen Art des Dialogs": eines „Dialogs des Lebens" unter Personen unterschiedlicher Kultur und Religion, der sich im alltäglichen Leben realisieren solle.

Dieser Dialog müsse vor allem die Fähigkeit behaupten, mit den anderen zusammenzuleben, auf sie zu hören, sie zu verstehen, sie in ihrer Mentalität zu akzeptieren. So rühre er an das Innerste des Lebens der Menschen.

 

Die Migration werde oft von Armut verursacht, könne jedoch auch deren Ursache sein. Die Migrationen würden die Herkunftsländer wichtiger menschlicher Ressourcen berauben, da in einigen Fällen 60 Prozent der Bevölkerung gehobener Bildung davon betroffen seien. Eine Plage stelle die irreguläre Immigration dar, die zu See und zu Land viele Opfer gefordert habe.

In diesem Zusammenhang fordere die Kirche eine Regulierung der Migrationsströme und erkenne mit großem Realismus, dass die Industrieländer, die die Immigrationswellen nicht immer absorbieren könnten, sich mit geeigneten Maßnahmen ausstatten müssten, durch die Sicherheit und Legalität sowohl für die Gastländer als auch für die Immigranten gewährleistet werden.

Die Kirche beanspruche keine spezifischen Kompetenzen bei der Ausarbeitung derartiger Projekte. Sie behalte es sich jedoch vor, derart einzugreifen, dass sich alle Maßnahmen an den Grundrechten der Person und der großen Tradition der christlichen Zivilisation inspirieren.

Für Erzbischof Vegliò ist eine geduldige und beständige Arbeit der Formung der Mentalität und des Gewissens notwendig, die sich an den Grundprinzipien der Annahme, des Verständnisses, der Solidarität und des Zusammenlebens ausrichten. Gleichzeitig bedürfe es der Kontrolle von Impulsen, die zu Vorurteilen, Intoleranz, Fremdenhass und Rassismus führen.

Abschließend forderte der Erzbischof dazu auf, sich immer mehr der Kraft des positiven Zeugnisses bewusst zu werden. Zenit 18

 

 

 

Vatikan-Erzbischof: Immer weniger Anerkennung von Flüchtlingen

 

Der Leiter des Päpstlichen Migrantenrates wirbt für einheitliche Standards im Umgang mit illegalen Flüchtlingen. Das sagte Erzbischof Antonio Maria Vegliò am Donnerstag in Rom. Es gehe um eine realistische Regelung der Flüchtlingsströme; dabei müssten sowohl die Rechte der Flüchtlinge als auch der Bevölkerung im Gastland bedacht werden. Einfach nur Grenzen dicht zu machen, sei keine Lösung, so Vegliò. Der 20. Juni ist seit zehn Jahren UNO-Weltflüchtlingstag; ursprünglich eingeführt hatte ihn Papst Benedikt XV. 1914 unter dem Eindruck des Ersten Weltkriegs. Neue UNO-Zahlen veranschlagen die Zahl der Flüchtlinge vor Krieg oder Verfolgung weltweit auf über 43 Millionen. Das ist die höchste Zahl seit Mitte der neunziger Jahre.

 

„Natürlich ist die Zahl zunächst einmal beeindruckend“, meint Erzbischof Agostino Marchetto, der Sekretär des Migrantenrates. „Gleichzeitig gibt es auch einen Rückgang bei der konkreten Anerkennung von Flüchtlingen und Asylbewerbern. Was Europa betrifft, ist das Bild sehr gemischt: Das Europäische Parlament hat einen Europäischen Flüchtlingsfonds ins Leben gerufen, aber erst 12 Staaten sind ihm beigetreten. Es gibt in Europa ca. eine halbe Million Flüchtlinge – nicht nur so genannte Wirtschaftsflüchtlinge, sondern auch solche, die zur Flucht gezwungen wurden. Es ist schwer, dafür zu sorgen, dass Hilfsgelder sie auch wirklich erreichen.“

 

Mit Sorge blickt der Vatikan-Mann Richtung Mittelmeer, über das immer wieder Flüchtlinge aus Afrika Europa zu erreichen versuchen.

 

„Erst vor ein paar Tagen gab es wieder so einen Fall von einem großen Flüchtlingsschiff – sogar mit einem Kleinkind an Bord -, bei dem sich Italien und Libyen über die Verantwortung gestritten haben. Ich erinnere daran, dass in der Organisation der Afrikanischen Einheit seit 1969 eine Flüchtlings-Konvention gilt... Immerhin hat vor kurzem die Afrikanische Union über das Thema Flüchtlinge beraten, und zwar auf positive Weise.“ (rv 18)

 

 

 

 

Die Akte Mixa. Papst Benedikt XVI. wusste von Alkoholproblem des Bischofs

 

Der Papst nahm das Rücktrittsgesuch von Bischof Walter Mixa nach Informationen der „Frankfurter Allgemeinen Sonntagszeitung“ an, weil ihm eine Akte mit schwerwiegenden Vorwürfen vorlag. Sie betreffen eine Alkoholkrankheit Mixas und sexuelle Übergriffe auf junge Priester. Von Daniel Deckers

 

Der Vorwurf sexuellen Missbrauchs gegen Walter Mixa war nach Informationen der „Frankfurter Allgemeinen Sonntagszeitung“ (F.A.S.) nicht der Grund für Papst Benedikt XVI., das Rücktrittsgesuch des Augsburger Bischofs anzunehmen. Deshalb spielt die Einstellung des Ermittlungsverfahrens der Augsburger Staatsanwaltschaft in diesem Zusammenhang auch keine Rolle.

Vielmehr stimmte der Papst Mixas ursprünglichem, inzwischen revidiertem Ersuchen zu, weil ihm eine Akte mit schwerwiegenden Vorwürfen gegen den Bischof vorlag. Sie betreffen einerseits die Alkoholkrankheit Mixas und andererseits sexuelle Übergriffe auf junge Priester und Priesteramtskandidaten. Zeugen aus dem engsten persönlichen Umfeld Mixas hatten entsprechende Aussagen über seinen Lebenswandel gemacht, die dieser Akte beilagen. Übermittelt wurden die Unterlagen über die Apostolische Nuntiatur in Berlin. Die F.A.S. berichtet in ihrer Ausgabe vom 20. Juni aus der Akte Mixa.

Darin schildern engste Mitarbeiter Mixas Alltag als den eines schwer alkoholkranken Mannes („Spiegeltrinker“), dessen Arbeits- und auch Wahrnehmungsfähigkeit massiv beeinträchtigt sei. Gute Ratschläge vieler Wohlmeinender seien am Bischof jahrelang abgeprallt. Ebenfalls wird erwähnt, dass Bischof Mixa in aller Öffentlichkeit als Lügner dastehe, weil er sich nicht mehr an die Gewaltexzesse des Stadtpfarrers Mixa (1973-1996) in dem Schrobenhausener Kinderheim erinnern könne. Vor dem Hintergrund der Krankheit wurde dies indes mit neuen Argumenten erklärbar.

Zwei Priester hatten von „weichen Vergewaltigungen“ berichtet

Noch etwas kam hinzu: Zwei Priester, einer aus dem Bistum Eichstätt, ein anderer aus dem Bistum Augsburg, hatten sich unabhängig voneinander genau bezeichneten Personen offenbart und von homosexuellen Übergriffen („weiche Vergewaltigung“) berichtet, die ihnen Mitte der neunziger Jahre gegen ihren Willen, jedoch in einem Zustand emotionaler Abhängigkeit, angetan worden seien.

Die Aktennotiz mit dem Hinweis auf mutmaßlichen sexuellen Missbrauch eines zur Tatzeit womöglich Minderjährigen, die Zollitsch, Losinger und Marx dem Papst am Vormittag des 29. April überbrachten, spielte für die Entscheidung Benedikts keine Rolle mehr. Am 1. Mai fuhren Zollitsch und Marx nach Basel, um Mixa im Auftrag des Papstes zu bewegen, den Rücktritt vom Rücktritt vom Rücktritt zu erklären.

Fas 19

 

 

 

Schlammschlacht der Gottesmänner. Mixa im "Fegefeuer"

 

Rücktritt vom Rücktritt: Walter Mixa will sein Amt als Augsburger Bischof zurück und erwägt den Gang vor den päpstlichen Gerichtshof. Massiv attackiert er die Bischöfe Marx und Zollitsch - eine Schlammschlacht unter Gottesmännern.

 

Augsburg. Bischof Walter Mixa stellt seinen Rücktritt als Augsburger Oberhirte infrage. Er habe die Entscheidung unter großem Druck von außen getroffen, sagte Mixa der Tageszeitung "Die Welt". Der Druck auf ihn sei "wie ein Fegefeuer" gewesen. "Ich wusste in den Tagen weder ein noch aus."

 

Massive Vorwürfe machte er dabei dem Münchner Erzbischof Reinhard Marx und dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch. Mixa erwägt deshalb, die Vorgänge um seinen Rücktritt vom päpstlichen Gerichtshof in Rom untersuchen zu lassen. Im Juli will er noch einmal mit Papst Benedikt XVI. persönlich über seinen Fall sprechen.

 

Er habe am 21. April eine bereits vorgefertigte Rücktrittserklärung unterschrieben. "Drei Tage später habe ich sie in einem Schreiben an den Papst widerrufen", sagte Mixa. Der Vatikan schwieg am Mittwoch zum angeblichen Rücktritt vom Rücktritt. "Dazu können wir nichts sagen", kommentierte ein Pressesprecher in Rom auf Anfrage der Deutschen Presse-Agentur.

 

Sexueller Missbrauch - Der Augsburger Diözesanrats-Vorsitzende Helmut Mangold verwies darauf, dass Mixas Widerruf Papst Benedikt XVI. vorgelegen habe, aber bei dessen Annahme des Rücktrittsgesuchs am 8. Mai offenbar keine wesentliche Rolle gespielt habe. Deshalb dürfe der Rücktritt jetzt nicht wieder in Zweifel gezogen werden, sagte Mangold der Nachrichtenagentur dpa. In dieser Frage gebe es kein Zurück mehr, weil ansonsten die Autorität päpstlicher Entscheidungen beschädigt würde.

 

Mixa hatte nach Prügelvorwürfen ehemaliger Heimkinder und Vorwürfen einer Zweckentfremdung von Stiftungsgeldern für Waisenhauskinder beim Papst um seine Amtsentpflichtung gebeten. Diese wurde offiziell am 8. Mai vom Vatikan angenommen.

 

Vorermittlungen zu Missbrauchsvorwürfen hat die Staatsanwaltschaft eingestellt, die Prügelvorwürfe aus seiner Zeit als Stadtpfarrer von Schrobenhausen bestehen aber weiter. Diese Vorgänge sind strafrechtlich aber verjährt.

 

Mixa warf Erzbischof Marx als Vorsitzenden der katholischen Bischöfe in Bayern sowie Erzbischof Zollitsch vor, deren Verhalten "hätte brüderlicher sein müssen". Stattdessen seien sie "zum Papst geeilt und haben ihm den sogenannten Missbrauchsfall vorgetragen, der de facto auf nichts mehr beruhte als auf acht handschriftlichen Sätzen einer höchst dubios hingekritzelten Notiz". Der Inhalt sei haltlos gewesen, wie die eingeschaltete Staatsanwaltschaft festgestellt habe. "Damit durften die doch nicht den Papst unter Zugzwang setzen."

 

Marx ließ diese Vorwürfe scharf zurückweisen: "Es ist alles rechtmäßig gelaufen, darüber hinaus gibt es nichts zu sagen", sagte der Sprecher des Münchner Erzbistums und der bayerischen Bischofskonferenz, Bernhard Kellner, der Nachrichtenagentur dpa. "Nicht zuletzt im Interesse von Bischof emeritus Mixa sehen wir davon ab, Einzelheiten öffentlich auszubreiten." Man wünsche Mixa gute Genesung: "Sein Aufenthalt in der psychiatrischen Klinik war ein wichtiger erster Schritt." Mixa hatte sich nach seinem Rücktritt vorübergehend in ein Schweizer Sanatorium begeben.

 

Die Reformbewegung "Wir sind Kirche" appellierte an Mixa einzusehen, dass er nicht zur Belastung für die ganze katholische Kirche in Deutschland werden dürfe. Man habe den Eindruck, dass sich Mixa weiterhin von miserablen Beratern beeinflussen lasse. Er müsse einsehen, dass das Wohlergehen seiner früheren Diözesen Eichstätt und Augsburg wichtiger sei als seine persönlichen Ambitionen, sagte "Wir sind Kirche"-Sprecher Christian Weisner.

 

Der Papst hat nach Darstellung Mixas ihn zum Gespräch eingeladen. "Vor allem will ich mit ihm also besprechen, wie sich die Situation weiter entwickeln soll." Der frühere Augsburger Oberhirte plant ein Comeback als Priester. "Ich möchte auf jeden Fall in irgendeiner Weise wieder in der Seelsorge tätig sein. Auch mit den Gläubigen feiern, Sakramente spenden."

 

"Wir sind Kirche"-Sprecher Weisner äußerte Verständnis für Mixas Wunsch nach einer Rückkehr in die Seelsorge. Diese sei aber in Mixas früheren Bistümern Eichstätt und Augsburg völlig undenkbar. Zudem dürfe es zu keinen neuen Polarisierungen durch Mixa und zu keinen Problemen durch seine angebliche Alkoholabhängigkeit kommen, sagte Weisner. (dpa)

 

 

 

 

Analyse. Mixa ist Täter, nicht Opfer

 

Ein unappetitliches Schauspiel führen die alten katholischen Männer für die deutsche Öffentlichkeit gerade auf. Der Augsburger Bischof Walter Mixa verbreitet die Theorie über eine Intrige seiner "Mitbrüder" Robert Zollitsch und Reinhard Marx, die ihn zu Fall gebracht hätten. Die Beschuldigen wiederum bedanken sich per Pressesprecher mit dem dezenten Hinweis, der geschasste Bischof komme gerade aus der Psychiatrie. Keine Spur von Nächstenliebe unter den Oberhirten.

 

Schön ist das Schauspiel nicht. Aber es führt allen vor Augen, dass wir es in der Bischofskonferenz eben nicht mit einer Schar Heiliger zu tun haben, sondern mit Politikern, mit Kirchenpolitikern. Und der Umgang mit Mixa war Politik.

 

In der tiefsten Krise der katholischen Kirche in der deutschen Nachkriegsgeschichte schlüpfte der Augsburger Kirchenfürst in die Rolle des Dauer-Provokateurs. Zuerst gab er den 68ern die Schuld am sexuellen Missbrauch in katholischen Internaten und Heimen.

 

Als Prügelvorwürfe gegen ihn bekanntwurden, bestritt er sie zunächst, dann gab er die Gewalttaten zu und relativierte sie zugleich als "Watsch´n". Ein Zeichen der Reue gab es nicht, stattdessen verbreitete sein Bistum Solidaritätsbekundungen mit Mixa. Mit so einem Menschen in einer Führungsposition drohten alle Bemühungen der Kirche, sich dem Missbrauchsskandal zu stellen, zur Farce zu werden. Das wussten Mixas Bischofskollegen Zollitsch und Marx. Und sie zogen alle Register, um ihn loszuwerden. Gehörte auch die Anzeige wegen sexuellen Missbrauchs dazu?

 

Bestandteil einer Intrige, um Mixa endgültig zu diskreditieren, war sie sicher nicht. Die Anzeige steht im Einklang mit den strengen Richtlinien der Freisinger Bischofskonferenz, die Mixa selbst kurz zuvor noch mit beschlossen hatte. Ungelegen kamen die Vorwürfe aber sicher nicht, weshalb sie dann auch sehr schnell den Weg aus den Kirchenmauern in die Öffentlichkeit fanden. Dass sich Mixa vehement gegen die offenbar falschen Beschuldigungen wehrte und wehrt, ist verständlich. Wer könnte schon mit solchen Vorwürfen leben?

 

Aber der Augsburger Bischof ist alles andere als das Opfer, als das er sich inszeniert. Ausführlich breitet der Bischof medial seine Verschwörungstheorie aus, wer warum den Verdacht auf sexuellen Missbrauch lanciert hat. Doch er verliert kein Wort über seine Prügelorgien als Stadtpfarrer von Schrobenhausen. Die geraten in der Diskussion zu leicht in Vergessenheit.

 

Deshalb zur Erinnerung: Mit Fäusten, Stock und Gürtel habe Mixa damals Waisenkinder verprügelt, fand ein vom Heim beauftragter Sonderermittler heraus. Den Satan wollte er ihnen austreiben. Im Bericht ist von schwerer Körperverletzung und der Misshandlung Schutzbefohlener die Rede, alles bereits verjährt. Eine Frau, die als Kind in dem Heim lebte, braucht bis heute therapeutische Hilfe, ein Mann ist Alkoholiker. Was mag in diesen Menschen vorgehen, wenn sie sehen, wie sich Mixa als Unschuldslamm inszeniert. Die Waisenkinder von Schrobenhausen sind die Opfer, Mixa - so belegt es der Bericht - ist ein Täter.

 

Die Ablösung Mixas als Bischof von Augsburg war überfällig. Eigentlich hätte er nie in ein solches Führungsamt kommen dürfen. Möglicherweise kam sein Rücktritt unter starkem Druck zustande. Das ändert nichts daran, dass er richtig war. Wolfgang Wagner FR 19

 

 

 

 

 

Quo vadis, Ordensleben?

 

Das Ordensleben ist in letzter Zeit vor allem wegen Missbrauchsfällen und Vertuschungsvorwürfen in den Blick der Öffentlichkeit gerückt. Das ist Grund genug, um dieses Thema auch zum Gegenstand der Beratungen der deutschen Ordensoberenkonferenz zu machen. Eine weitere, ebenfalls spannungsreiche Frage des Treffens in Vallendar berührt die Beziehungen zwischen den Ordensgemeinschaften und den Bistümern. Um die Zusammenarbeit besser organisieren zu können, wurde ein gemeinsam besetztes Gremium gegründet. Dies sei aber nicht dazu da, dass die Bischöfe nun auch die Orden regieren würden, so der neu gewählte Vorsitzende, der Prämonstratenser-Abt Hermann-Josef Kugler:

 

„Diese Koordinierungskommission ist eine Kommission, die eigentlich schon das päpstliche Schreiben Vita Consacrata den Ländern empfohlen hat. Es ist eine Plattform, wo sich Bischöfe und Ordensobere über gemeinsame Dinge austauschen können, da sind die Ordensoberen mit Bischöfen auf Augenhöhe.“

 

Geringe Mitgliedszahlen, Austritte und das Schließen von Klöstern, Häusern und ganzen Gemeinschaften – diese Rückschläge bestimmten einerseits natürlich die Wahrnehmung und auch das Leben in den Gemeinschaften. Abt Hermann-Josef sieht aber trotz allem hoffnungsvoll in die Ordens-Zukunft:

 

„Sowohl Kirche als auch Orden sind natürlich im Übergang, es verändert sich sehr viel in der Ordenslandschaft, in jedem Fall werden wir kleiner, wir werden weniger - aber ich denke, dass das Ordensleben und die Form des Ordenslebens eine Alternative bleiben wird. Ich bin überzeugt, dass es auch in Zukunft junge Leute, Männer und Frauen, geben wird, die den Weg der evangelischen Räte gehen werden.“ (rv 17)

 

 

 

 

Flaggen braucht das Land . Fußball als Identifikationsmotor für Deutschland

 

Deutschland ist in diesen Tagen ein schwarz-rot-goldenes Fahnenmeer. Waren es 2006 zur Fußballweltmeisterschaft im eigenen Land nur ein paar wenige Fahnen, die sich erst mit den Finalspielen auf Autodächern etablierten, so kann man bereits jetzt schon in der Vorrundenphase Dutzende Deutschlandfahnen beobachten. Die deutsche Trikolore hat sich zum Verkaufsschlager entwickelt, zum Beispiel als Mülltonnenummantelung, Auto-Spiegelüberzug oder im Glas schwarz-rot-goldenem Deutschlandbier. Die Anzahl der Flaggen auf einem Auto, die bei einem Mannheimer die stolze Zahl von 22 erreichte, gibt Auskunft über die Fußballliebe seines Besitzers. Ist die ausgedehnte Verwendung der Flagge auch Ausdruck von Patriotismus und Nationalstolz?

 

Negativ: Die Vereinsfahne der Nationalmannschaft

Viele Fahnenbesitzer würden die Frage verneinen. Sie drücken mit der Flagge lediglich ihre Sympathie und Unterstützung der deutschen Nationalmannschaft aus. So wie Fußballfans der Bundesligavereine T-Shirts und Fan-Schale kaufen, tragen die Fans der deutschen Mannschaft Schwarz-Rot-Gold. Die Fahne ist weniger Ausdruck von Nationalstolz, sondern von Verbundenheit zu einer Mannschaft. Auch die Nationalhymne, die im Zusammenhang mit dem gegenwärtigen sportlichen Großereignis mehrfach erklingt, ist zunächst keine Identifikation mit Deutschland, sondern eher das Singen der Vereinshymne. Mit dieser Deutung lässt sich auch das Phänomen erklären, dass gerade junge Menschen mit Migrationshintergrund die Fahne an ihrem Auto angebracht haben. Einige unterstützen die deutsche Nationalelf lautstark, würden sich aber nie dazu bekennen, stolz auf Deutschland zu sein. Die Unterstützung ist in ihren Augen also lediglich auf den „Fußballverein Deutschland“ beschränkt, nicht auf das Land, seine Geschichte, Tradition und Kultur.

 

Positiv: Mut zum Flagge-Zeigen

 Dem Fahnenmeer ist aber auch Gutes abzugewinnen. Die Deutschen haben Mut, ihre Bundesflagge überhaupt zu zeigen. Diese Tatsache wäre vor zehn oder zwanzig Jahren in einem solchen Ausmaß nicht denkbar gewesen. Noch im Jahr 2000 gab es eine Nationalstolz-Debatte, die um den Umgang mit der deutschen Geschichte rang. Im Zuge der deutsch-deutschen Wiedervereinigung kennen wir zwar die fröhliche Verwendung der Flagge als Zeichen der Einheit, dennoch lastet das schreckliche Erbe des Nationalsozialismus auf unserer Fahne. In Hitler-Deutschland war eine exzessive Verwendung der Nationalfahne im öffentlichen Leben selbstverständlich und große Kundgebungen und Parteitage wurden mit einem Fahnenmeer inszeniert. Auch wenn im NS-Regime Fahnen mit Hakenkreuz aufgehängt wurden, so ging diese schwere „geschichtliche Hypothek“ auch auf die heutige Bundesflagge über. Diesen Umstand konnte ich persönlich noch im Jahre 2002 beim Weltjugendtag im kanadischen Toronto erfahren. Ich trug als Gruppenleiter eine Deutschlandfahne als Erkennungszeichen und wurde von einer Frau energisch angesprochen, wie ich denn stolz auf Deutschland sein und diese Flagge tragen könne. Bei diesem Ereignis wurde mir deutlich, wie sehr Flagge-Zeigen auch Identifikation mit der Nation und ihrer Geschichte bedeutet.

 

Fußball schafft Identifikation

Die Fußballweltmeisterschaften in Deutschland und aktuell in Südafrika waren und sind ein Motor dafür, dass Deutsche sich wieder mit ihrer Nationalflagge identifizieren. Nicht nur eingefleischte Fußballer, sondern auch normale Bürger packt die Faszination der WM und macht viele stolz auf die Nationalelf. Dies belegte schon eine Studie im Jahr 2009. Auch der zurückgetretene Bundespräsident Horst Köhler sagte zur Fußball-WM 2006 in einem Interview, dass er stolz auf Deutschland ist und es gut finde, nicht mehr als einzigster mit Flagge am Auto durch das Land zu fahren. Der neue Mut zur Flagge öffnet den Weg zur Versöhnung mit der eigenen Nation und ihrer Geschichte. Dabei geht es nicht darum, den mahnenden Charakter des Holocaust zu vergessen, sondern in einem angemessenen Verhältnis anzunehmen. Aktuelles Beispiel für ein solches Handeln ist die Verlängerung des Libanon-Einsatzes, in dem deutsche Soldaten Waffenschmuggel verhindern sollen und so helfen, Israel und den Nahen Osten zu schützen. Für eine gelingende Identifikation braucht es also Versöhnung mit der Geschichte, denn nicht der Blick in die Vergangenheit richtet eine Nation auf, sondern der hoffnungsvolle Blick in die Zukunft, der um die Fehler der Vergangenheit weis.

 

Fußball als Beispiel für Integration

Zusätzlich zur Identifikation leistet Fußball auch einen Beitrag zur Integration. Mehrere Spieler aus dem Kader der Nationalelf haben ausländischen Migrationshintergrund und sind so Vorbild für eine gelingende Einheit angesichts verschiedener Kulturen in Deutschland. Aber auch die Zusammensetzung der Mannschaft aus Spielern verschiedener Bundesligavereinen kann Vorbildwirkung haben. Trotz der Verschiedenheit und gesunder Konkurrenz im Innern kann ein einheitliches Bild nach außen entstehen. Es gibt viele Gründe, um stolz auf Deutschland zu sein und Flagge zu zeigen.  Sebastian Pilz kath.de - Redaktion

 

 

 

Südafrika: Missio-Projekte

 

Eine gute Woche läuft die erste Fußball-Weltmeisterschaft auf afrikanischem Boden, gut sieht es für die Bafana Bafana, also die Nationalmannschaft Südafrikas, nicht aus. Trotzdem: Die Fußballbegeisterung ist ungebrochen, das ganze Land fiebert mit, wer am Ende den Pokal mit nach Hause nimmt. Doch abseits der glitzernden Welt von Stadien, Fanmeilen und Werbespektakeln zeigt sich die Zerrissenheit des Landes, in dem rund ein Drittel der Bevölkerung in Armut lebt, 5,7 Millionen Menschen mit dem HI-Virus infiziert sind und rund tausend Menschen täglich an AIDS sterben.

Das katholische Hilfswerk missio ist seit mehreren Jahren im „Hinterland“ Südafrikas aktiv. Unter dem Dach der Erzdiözese Kapstadt sind eine Reihe von Projekten entstanden, die von missio unterstützt werden. P. Eric Englert, Präsident von missio, war zu Beginn der WM dort und hat diese Projekte besucht:

 

„Wir haben am Freitag das Township Nyanga besucht, es ist das Township mit der größten Kriminalitätsrate in der Gegend von Kapstadt. Dort waren wir in der Pfarrei St. Mary’s, ein Ort des Friedens, an dem die Menschen, die dort ja sehr stark von Gewalt und anderen Problemen behaftet sind, einen Hort der Ruhe und des Ausatmens bieten kann. Wir haben mit Jugendlichen gesprochen, die uns das bestätigt haben. Sie kommen dort in die Pfarrei, nehmen teil an einem Programm, das „Education for Life“ heißt, das ist ein Werteseminar oder eine Werteweiterbildung: Sie beschäftigen sich mit ihrer Situation, drücken diese in ganz verschiedener Art und Weise aus, sei es mit Theaterstücken, Musik, im Gespräch." 

 

An niemandem gehe die WM vorbei, selbst in den Townships hätte jeder die Möglichkeit, die Spiele zu verfolgen, erzählt P. Englert. Die Hoffnungen der Ärmsten auf konkrete Verbesserungen blieben jedoch gering:

 

„Das haben die Jugendlichen in Nyanga mir auch sehr deutlich zum Ausdruck gebracht. Sie haben wörtlich gesagt „Unsere Situation wird sich durch die WM nicht ändern, im Gegenteil, wir erleben, dass Dinge des täglichen Lebens sogar teurer geworden sind, wir selber haben keinen Zugang zu Karten z.B., um zu Spielen zu gehen. Wir erwarten von der WM keine Änderung unserer Situation, sondern das ist etwas, was wir selber in die Hand nehmen können." 

 

Was bleibt, ist die Hoffnung, dass Südafrika durch die Fußball-Euphorie näher zusammenrückt, dass der Stolz auf das gemeinsam Erreichte zur Einheit der „Regenbogennation“ führt:

 

„Mir ist das sehr bewegend deutlich geworden, als am Vorabend der WM in Kapstadt vor dem Rathaus die große Fanmeile eröffnet wurde. Da wurde ein Filmausschnitt gezeigt – Nelson Mandela, wie er gerade aus dem Gefängnis entlassen wird, zur Nation spricht und sie zur Einheit ruft. Das war ein Moment, wo die Vuvuzelas, die einem sonst die Ohren volldröhnten, verstummt sind, die Menschheit bewegt dagestanden hat. Als die Filmsequenz zu Ende war, sind alle in großen Jubel ausgebrochen. Das Streben, der Wille danach, dass die Nation zusammenkommt, ist tatsächlich vorhanden und man kann sich nur wünschen, dass das mehr und mehr Wirklichkeit wird." (rv 18)

 

 

 

 

Interview zur neuen Rolle der russisch-orthodoxen Kirche

 

WIEN - Das Oberhaupt der russisch-orthodoxen Kirche, Patriarch Kyrill I. von Moskau, war vorige Woche in Katyn, wo 1940 Einheiten des sowjetischen Innenministeriums NKWD auf Befehl Stalins rund 22.000 polnische Offiziere, Polizisten und Intellektuelle ermordeten. Der Patriarch rief dort zur Versöhnung zwischen Russen und Polen auf. Michaela Koller nahm diesen bedeutsamen Schritt zum Anlass, für ZENIT den Experten für die russisch-orthodoxe Kirche, Universitätsprofessor Rudolf Prokschi, zum Wirken des Patriarchen zu befragen, im Verhältnis zu den Nachbarn, aber auch innerhalb der Orthodoxie.

ZENIT: Was führte zu diesem symbolischen Akt?

--Prof. Rudolf Prokschi: Patriarch Kyrill kennt Katyn als Metropolit von Smolensk und Kaliningrad. Er hat dort erlebt, wie die Russen eingestanden, dass dies eben nicht die Deutschen waren, sondern sie, die dort gemordet haben. Meiner Einschätzung nach ist Patriarch Kyrill ein durchaus politischer Mensch, der jetzt natürlich den tragischen Flugzeugabsturz mitverfolgt hat, bei dem ja aus allen Kirchen hochrangige Vertreter auch mit in der Maschine saßen, auch der Orthodoxie. Er wählt diesen Kairos, um hier deutlich ein Zeichen zu setzen, für die Aussöhnung, hier speziell zwischen Polen und Russen. Auch war schon ein Besuch von Metropolit Hilarion, Leiter der Abteilung für kirchliche Außenbeziehungen des Moskauer Patriarchats, in Warschau anberaumt, der aber verschoben wurde. Es scheint doch, dass die russisch-orthodoxe Kirche auch mit Polen eine Annäherung sucht, um die alten Gräben zu überwinden.

ZENIT: Wird der Patriarch darin auch von der gesamten russisch-orthodoxen Kirche unterstützt?

--Prof. Rudolf Prokschi: Der Patriarch hat sich in den letzten zwei Jahren sehr darum bemüht, doch in der eigenen Kirche einen guten Stand zu bekommen. Die russisch-orthodoxe Kirche ist nicht so einheitlich, auch in Bezug auf das ökumenische Engagement. Ich kann mir daher gut vorstellen, dass es schon auch kritische Stimmen gibt. Er wirft sozusagen seine ganze geistliche Autorität in die Waagschale, in der Überzeugung, dass er das Wort ergreifen muss, wo es um Aussöhnung, um Werte geht, die das Christentum wesentlich prägen. Da nimmt er dann keine Rücksicht, wenn es kritische Stimmen gibt.

ZENIT: Welche Auswirkungen könnte der Schritt über die Völkerverständigung hinaus auf den ökumensichen Dialog haben?

--Prof. Rudolf Prokschi: Es wird sicher Auswirkungen haben auf das Verhältnis zur katholischen Kirche haben, aufgrund der mehrheitlich katholischen Prägung Polens. Das war in der Vergangenheit auch immer ein Spannungselement. Auf der einen Seite das katholische Polen, auf der anderen Seite die russische Orthodoxie. Beide Seiten haben aus der Geschichte heraus immer wieder die Ereignisse betont, die für das eine wie für das andere Volk tragisch waren. Mit diesen Versöhnungsschritt könnte sich auch das Verhältnis zur katholischen Kirche Polens bessern. Noch nicht ablesbar ist, welche Auswirkungen er auf einen größeren Kontext hat.

ZENIT: Auch inner-orthodox zeigt sich Patriarch Kyrill versöhnlich: Seine erste Auslandsreise im Amt als Patriarch führte ihn nach Istanbul zum Phanar, eine zweite Begegnung mit dem Ökumenischen Patriarchen Bartholomaios fand jetzt im Mai in Moskau statt...

--Prof. Rudolf Prokschi: Mit der Reise folgte er zunächst einmal der altkirchlichen Tradition, dem Protos, dem Ersten, einen Antrittsbesuch zu machen. Es stimmt aber, dass das Verhältnis zwischen Moskau und Konstantinopel belastet war, und es zugleich ein Versöhnungszeichen war, zuerst dorthin zu fahren und damit Patriarch Bartholomaios als Primus inter pares, als Ersten unter Gleichen, anzuerkennen. Beim Gegenbesuch, der recht positiv verlief, hat man gespürt, dass diese Achse zwischen Moskau und Konstantinopel hält. Ja, es wurde eine panorthodoxe Synode angekündigt. Das wurde schon vor vielen Jahrzehnten angegangen und noch nicht verwirklicht. Eine solche Synode ist für die Orthodoxie wichtig und notwendig.

ZENIT: Wie stehen die Chancen dafür?

--Prof. Rudolf Prokschi: Ich bin überzeugt, wenn beide Patriarchen, Bartholomaios als Ehrenprimas und Kyrill als Oberhaupt der größten orthodoxen Kirche gemeinsam dies wollen, werden sie dies zustande bringen. Es wurde zwar jetzt schon für das Jahr 2011 angekündigt, aber da bin ich ein wenig skeptisch. Es braucht doch einen größeren Vorlauf. Inzwischen wirken die verschiedenen orthodoxen Landeskirchen in der Diaspora in einigen Ländern in einer gemeinsamen Bischofskonferenz zusammen. In Deutschland gibt es schon eine solche Bischofskonferenz, in Österreich soll sie im Herbst starten und für Frankreich ist dies ebenso in Planung. Das ist schon ein guter Schritt vorwärts.

ZENIT: Wie sah es mit dem Thema Estland aus, wo es eine selbständige orthodoxe Kirche Estlands gibt, aber zugleich die estnisch-orthodoxe Kirche? Die Auseinandersetzung belastete ja selbst die Sitzung der gemischten Internationalen Kommission für den theologischen Dialog zwischen der katholischen Kirche und den orthodoxen Kirchen im Oktober 2007 im italienischen Ravenna...

--Prof. Rudolf Prokschi: Fakt ist, dass es parallel zwei orthodoxe Kirchen in Estland gibt. Wir haben auch zwei Kirchenoberhäupter mit den Titel „Metropolit von Tallinn und ganz Estland". Der eine ist Grieche, der andere Russe. Die eine Kirche erkennt den Ökumenischen Patriarchen als Oberhaupt an, die andere den Moskauer Patriarchen. Es gibt parallele Strukturen. Jede Gemeinde durfte abstimmen, zu welcher Jurisdiktion sie gehören wollte. Die Esten wollten nach der wiedererlangten nationalen Unabhängigkeit auch die kirchliche Unabhängigkeit von Moskau. Sie knüpften dann an eine ehemals in den zwanziger Jahre schon bestandene Zugehörigkeit zum Ökumenischen Patriarchat an. Aber weil in Estland aber auch viele Russen leben, wollten diese beim Moskauer Patriarchat bleiben.

Die Schwierigkeit bestand auch darin, dass der Vorgänger von Kyrill, Patriarch Alexej II. aus Estland stammte und dort auch Metropolit war und sich daher besonders schwer tat. Das Problem ist noch nicht gelöst. In Ravenna war es so, dass die russische Delegation deshalb am zweiten Tag der Zusammenkunft abreiste, weil ein Grieche als Vertreter der estnisch-orthodoxen Kirche am offiziellen Dialog teilnahm. Man hat sich jetzt so geeinigt, dass an diesen ökumenischen Verhandlungen die autonomen Kirchen nicht mehr teilnehmen, sondern nur noch die 14 autokephalen Kirchen vertreten sind. So ist es in Zypern voriges Jahr weiter gegangen und es wird auch in Wien so sein, wo der offizielle Dialog vom 20. bis 27. September tagen wird.

ZENIT: Welche Probleme belasten das Verhältnis noch?

--Prof. Rudolf Prokschi: Ganz an erster Stelle steht sicher das Problem in der Ukraine. Dahin führte ja auch gleich der zweite Auslandsbesuch von Patriarch Kyrill. Für 20. bis 28. Juli ist wieder eine Visite dort angesagt. Die Orthodoxie ist in der Ukraine in mindestens drei Jurisdiktionen aufgespalten, wobei nur die ukrainisch-orthodoxe Kirche des Moskauer Patriarchat kanonisch anerkannt ist. Es gibt das „Kiewer Patriarchat", wie es sich bezeichnet und noch eine dritte Gruppe, die sich autokephale ukrainisch-orthodoxe Kirche nennt. Der „Kiewer Patriarch" hofft, dass ihn wiederum der Ökumenische Patriarch unterstützt. Das Streben der ukrainischen Orthodoxen nach Selbständigkeit zieht sich schon über 100 Jahre lang hin. Nach der Wende hat sich dieses Problem wieder zugespitzt.

[Univ.-Prof. Mag. Dr. Rudolf Prokschi ist Professor für Patrologie und Ostkirchenkunde an der Katholisch-Theologischen Fakultät der Universität Wien. Er forschte Mitte der neunziger Jahre im Staatlichen Archiv der Russischen Föderation und wirkte zugleich als Seelsorger für die Deutschsprachige Katholische Gemeinde in Moskau.] Zenit 18

 

 

 

 

Gretchenfrage für deutsche Katholiken

 

Die Gretchenfrage: Wie hältst du es mit der Religion? Die Deutsche Bischofskonferenz wollte es genauer wissen und hat das Institut für Demoskopie Allensbach und Institut Sinus SocioVision mit einer Studie zu dieser Frage beauftragt: den Trendmonitor religiöse Kommunikation. Am Mittwoch wurde er in Freiburg vorgestellt.

Petra Dierkes arbeitet für die Medienzentrale des Erzbistums Köln und berichtet dem Kölner Domradio von der Studie.

 

„Es gibt keinen Aufschwung, keinen Trend zum Religiösen. Gefragt wurden im letzten Jahr 2.050 Katholiken - und die sagen, wir sind nicht religiöser geworden. Es bleibt allerdings konstant, es gibt also auch keinen Abbruch. Um zukunftsgerichtet weiter arbeiten zu können, hat Bischof Fürst deutlich gesagt, dass es wichtig ist, das Internetengagement der katholischen Kirche weiter zu verbessern, um auch die Jüngeren weiter gut zu bedienen, gut zu erreichen. Wichtig ist zudem, und das sagt die Trendstudie hier aus, dass wir in den säkularen Formaten, in den Talkshows oder auch in den Serien, weiterhin vorkommen. Und ganz wichtig sind die Pfarrbriefe, die ja eine ganz wichtige Informationsquelle für die Katholiken sind - die sollten wir nicht aus dem Blick lassen.“

 

Die Gesellschaft Katholischer Publizisten Deutschlands reagiert auf diesen Trendmonitor mit der Aufforderung, Konsequenzen aus dem vorgelegten Datenmaterial zu ziehen und ein umfangreiches und differenziertes Konzept zu entwickeln. Zum einen müssten bestehende Angebote für die Zielgruppen weiter entwickelt werden, zum anderen sei es aber auch wichtig, die sich bereits seit Jahren abzeichnende Entfremdung der jungen Generation und der Kirchendistanzierten ernst zu nehmen. Das erklärt die Vorsitzende der GKP, Hildegard Mathies in einer Presseerklärung. Es gelte, durch neue Ideen und durch zielgruppenorientierte Produkte diesen Menschen Information anzubieten. Es sei fatal, wenn Menschen nicht mehr erwarten würden, dass sie auf ihre Sinn- und Lebensfragen Antworten von der Kirche bekommen könnten, so Mathies weiter - Die Gesellschaft Katholischer Publizisten Deutschlands ist ein Zusammenschluss von über 560 Medienschaffenden. (domradio/pm 17)

 

 

 

 

Erstes katholisches Filmfestival in Rom. Wunderbares aus der Filmwelt

 

 

ROM - Filmfestivals neigen dazu, meine zynische Seite wachzurufen. Ob in Cannes, Venedig oder Sundance, es scheint immer, dass Preise und Werbung auf diejenigen Filme niederprasseln, die ‚die großen Drei' des Medientrends begünstigen: Abtreibung, homosexuelle Lebensgemeinschaften und Euthanasie. Fügen sie dann noch eine Prise banalen antikatholischen Stereotyps hinzu und voilà, sie haben einen Grand-Prix-Triumph. Abgesehen vom schlechten Geschmack und der offensichtlichen Anstößigkeit, das ganze Geschäft der Filmpreise fängt an, geradezu langweilig zu werden.

Was, fragt man sich, geschah an den Tagen, an denen Filme wie „Beckett" und „A Man for All Seasons" oder sogar „A Sound of Music" die Preise nur so wegfegten.

Eine katholische Filmemacherin, Liana Marabini, beschloss, diese Festivals mit einem eigenen zu kontern, und letzte Woche fand in Rom im Auditorium an der Via della Concilliazione das erste katholische Filmfestival statt. Unter der Schirmherrschaft des Päpstlichen Rates für Kultur wurden auf diesem einwöchigen Festival Filme, Dokumentarfilme und Fernsehproduktionen vorgestellt, die „universellen moralischen Werte und positive Vorbilder" veranschaulichen.

 

Das Festival, genannt Mirabile Dictu (lateinisch für „Wunderbares sagen"), wählt Filme aus der ganzen Welt für die Teilnahme an der Endrunde aus. Eine fünfköpfige Jury, bestehend aus Schauspielern, Drehbuchautoren, Produzenten und einem Theologen, entscheidet über die sechs Preise für den besten Film, Dokumentarfilm, Kurzfilm, Schauspieler und Regisseur. Der Preis für die bedeutendste Karriereleistung ging an Giancarlo Giannini, der mit Luchino Visconti, Rainer Werner Fassbinder und Lina Wertmüller sowie mit Tony und Ridley Scott zusammengearbeitet hat, und mit Daniel Craig in dem neuen James-Bond-Film zu sehen ist.

Die Gewinner wurden am 10. Juni bei einer Gala auf der Panoramaterrasse der Kapitolinischen Museen mit Blick auf die Kuppeln und Dächer der Stadt bekannt gegeben. Der Preis für den besten Film wurde an Désobéir vergeben, einen französischen Film aus dem Jahre 2009 von Joel Santoni, der die Geschichte von Aristides de Sousa Mendes erzählt, der das Leben von Tausenden Juden während des Zweiten Weltkrieges rettete, in dem er ihnen Visa nach Portugal aushändigte. Dabei wiedersetzte sich Mendes seiner eigenen Regierung und starb in Armut und Schande. Der Star des Films, Bernard Le Coq, gewann auch den Preis für den besten Schauspieler.

Beste Regie ging an den irischen Filmemacher Paul Brady für seinen Film „Janey Mary" aus dem Jahre 2007, die Geschichte eines 5-jährigen Mädchen in den Straßen von Dublin in den 40er Jahren des 20. Jahrhunderts. Die Rationen der Kriegszeit ließen das Volk hungern und eine trostlose Depression lag auf der Stadt. Die Freundschaft zwischen dem kleinen Mädchen und einem Augustiner-Priester ist genau die Art jener aufbauenden Geschichte, die man gerade jetzt aus Irland hören möchte.

Ein überraschender Film erhielt keine Auszeichnung, gab aber einen kleinen Hoffnungsschimmer für das US-Kino: „The Good Shepherd" von Regisseur Lewin Webb und mit Christian Slater als Hauptdarsteller.

Slater spielt Pater Daniel Clemens, einen cleveren Öffentlichkeitsarbeitsspezialisten für seine Erzdiözese. Als er einen inhaftierten Priester besucht, der sich weigerte das Beichtgeheimnis zu brechen, wird seine eigene weltliche Lebensweise in Frage gestellt, als er erkennt, was es wirklich bedeutet, der Kirche zu dienen. Obwohl der Film schon im Jahre 2004 veröffentlicht wurde, hat er nie viel Verbreitung gefunden. Mirabile Dictu entdeckte diesen ansonst vergessenen Film und ermöglichte, dass seine gute Botschaft übermittelt werden konnte und dass das Publikum Christian Slater in seiner ersten, wohl erbaulichen Filmrolle genießen konnte.

Das Filmfestival Mirabile Dictu ist nicht das erste seiner Art. Das älteste Internationale Katholische Film- und Multimedia-Festival findet jährlich in Polen in Niepokalanow statt und feiert in diesem Jahr seinen 25. Geburtstag. Im Jahr 2009 debütierte das JP2-Internationale-Filmfestival in Miami mit großem Erfolg. Jedoch hier in Rom, zwischen den Festivals von Cannes und Venedig gelegen, ist Mirabile Dictu bereit, das ‚Caput Mundi' des katholischen Kinos zu werden.

[Aus dem Englischen übersetzt von Iria Staat] Elizabeth Lev, Zenit 18

 

 

 

Kuba: Kardinal zufrieden mit Besuch aus dem Vatikan

 

Kardinal Jaime Ortega von Havanna ist sehr zufrieden mit dem Besuch des vatikanischen Außenministers. Das Treffen von Erzbischof Dominique Mamberti mit dem kubanischen Außenminister Bruno Rodriguez sei „sehr vielversprechend verlaufen“, meinte der Kardinal im Gespräch mit uns: „Das kann nur gut sein für die Kirche von Kuba.“ Ortega deutete auch an, dass die Kirche sich weiter für Freilassung oder Hafterleichterung der politischen Gefangenen auf Kuba einsetzen wird; am letzten Wochenende hatte sie bei diesen Verhandlungen mit der Regierung einen ersten Erfolg verzeichnen können.

 

„Ich glaube, das geht gut voran. Es ist ein Prozess, der hoffnungsvoll verläuft – er wird in den nächsten Tagen weitergehen. Ein Prozess, der erst vor kurzem angefangen hat, aber der wirklich zu begründeten Erwartungen berechtigt. Man darf darauf vertrauen, dass er noch viele Erleichterungen für Häftlinge erbringt.“

 

Die kubanische Kirche veranstaltet in diesen Tagen zum zehnten Mal ihre „Soziale Woche“ – das war auch der eigentliche Anlass für den Besuch von Erzbischof Mamberti aus dem Vatikan.

 

„Die Soziale Woche hat großen Wert für alle Bistümer, die sich daran beteiligen. Dieses Jahr haben wir kubanische Experten aus dem US-Exil dazu eingeladen und Experten aus Lateinamerika; sie können uns in der Lage, in der Kuba im Moment ist, manchen guten Rat geben. Vor allem, weil es auf sozialem und wirtschaftlichem Gebiet auf kurz oder lang zu einigen Neuerungen auf Kuba kommen soll… da brauchen alle, die sich in der Sozialpastoral unserer Kirche engagieren, Rückendeckung.“

 

In einem Vortrag, bei dem auch Regimevertreter teilnahmen hat Erzbischof Mamberti ausgeführt, was aus Vatikan-Sicht eine „gesunde Laizität“ des Staates ist. „Für Christen ist es völlig klar, dass Religion und Glauben nicht Politik sind, sondern eine andere Sphäre des menschlichen Lebens“, so Mamberti wörtlich. „Und die Politik, der Staat sind keine Religion, sondern eine weltliche Realität mit spezifischer Mission“. Beide Realitäten müssten „aufeinander zu geöffnet“ sein. Übrigens komme auch der Begriff „Laizität“ ursprünglich aus dem kirchlichen Bereich, so der Vatikanmann. (rv 18)

 

 

 

Käßmann für Freiwilligenarmee - Ex-Bischöfin warnt vor sozialerSchieflage

 

 

Hannover. Ex-Bischöfin Margot Käßmann hat sich für eine Abschaffung der Wehrpflicht ausgesprochen. Wenn von den jungen Männern weniger als die Hälfte Wehr- oder Zivildienst leisten, könne von Wehrgerechtigkeit keine Rede mehr sein. "Unter den jetzigen Umständen macht eine Freiwilligenarmee wesentlich mehr Sinn", sagte Käßmann in einem epd-Interview.

Um den Wegfall des Zivildienstes auszugleichen, müssten aus Sicht der ehemaligen Ratsvorsitzenden der Evangelischen Kirche in Deutschland die Freiwilligendienste attraktiver werden und mehr Vollzeitstellen im Sozialwesen geschaffen werden. "Das Geld, das für die bürokratische Organisation von Zivil- und Wehrdienst ausgegeben wird, sollte besser an die sozialen Träger fließen, um Beschäftigungsmöglichkeiten zu schaffen", sagte die 52-Jährige. Die Präsidentin der Zentralstelle für Recht und Schutz der Kriegsdienstverweigerer hält eine allgemeine Dienstpflicht für absurd. "Sie können in ein Altenheim nicht junge Leute stellen, die sagen: Ich habe keinen Bock", sagte Käßmann. Das wäre unzumutbar für die Hilfsbedürftigen.

Scharfe Kritik äußerte die ehemalige hannoversche Landesbischöfin am Sparpaket der Bundesregierung. "Die Schere zwischen Arm und Reich geht immer weiter auseinander", sagte Käßmann. Es dürfe nicht sein, dass gerade Hartz-IV-Familien und Wohngeldempfänger belastet werden. "Der soziale Frieden ist in Gefahr, wenn viele Menschen immer ärmer werden."

Käßmann bekräftigte in einem der ersten Interviews nach ihrem Rücktritt ihre Kritik am Militäreinsatz in Afghanistan. Ihre öffentlich teils scharf kritisierte Neujahrspredigt mit dem Satz "Nichts ist gut in Afghanistan" würde sie jederzeit wiederholen. "Dass die Kirche zum Frieden ruft, ist doch überhaupt nicht überraschend", sagte sie. Es freue sie, dass Verteidigungsminister Karl-Theodor zu Guttenberg (CSU) inzwischen davon spreche, dass die Predigt eine wichtige Diskussion angestoßen habe.

Käßmann hatte im Februar alle kirchlichen Leitungsämter niedergelegt und damit die Konsequenz aus einer Alkoholfahrt am Steuer ihres Dienstwagens gezogen. Im August geht sie zu einem viermonatigen Studienaufenthalt in die USA. Nach eigenen Worten hat sie über ihre weitere berufliche Zukunft noch nicht entschieden. Epd 19

 

 

 

 

Österreich: Erstmals Bischofstreffen mit Slowenen

 

Während die deutschen Bischöfe ihre Vollversammlung traditionell im Frühjahr und Herbst abhalten, haben die österreichischen Kollegen die warmen Sommertage für ihr Treffen gewählt. Am kommenden Montag beginnt in Mariazell ihr Bischofstreffen.Erstmals halten die österreichischen Bischöfe ihre Vollversammlung gemeinsam mit ihren Kollegen aus Slowenien ab. Ein besonderes Ereignis, meint der Sprecher der österreichischen Bischofskonferenz Paul Wuthe:

 

„Hier geht es vor allem um ein Kennenlernen, um das Verbessern der Zusammenarbeit, um einen Erfahrungsaustausch vor allem um jene Fragen, die beide Bischofskonferenzen betreffen. Das sind oft Fragen im Zusammenhang mit dem Verhältnis Staat-Kirche.“

 

Als Beispiele nennt der Sprecher der österreichischen Bischofskonferenz da das Schulwesen und allem voran den Religionsunterricht.

 

„Es wird sicherlich auch um Fragen der Seelsorge an den Slowenen in Österreich gehen, aber auch um die Frage, wie die Kirche auch auf europäischer Ebene besser zusammenarbeiten kann bei jenen Themen, die uns alle betreffen. Ein Beispiel wäre sicherlich die Arbeitszeitrichtlinie oder eine Allianz für den Sonntag.“

 

Ganz klar: Bei dem Treffen wird der Umgang der Kirche mit Missbrauchsfällen ein zentrales Thema sein, kündigt Paul Wuthe an.

 

„Bei der letzten Vollversammlung haben die Bischöfe einen ganz klaren Arbeitsauftrag gegeben, was bis zum Sommer getan werden muss. Es gibt eine Projektgruppe, die versucht hat, hier österreichweite Standards vorzuschlagen; die Projektgruppe hat intensiv gearbeitet. Es haben über 300 Experten aus der Kirche und außerhalb der Kirche mitgearbeitet: Diese Ergebnisse liegen nun vor und werden jetzt sicherlich der Hauptpunkt der Beratungen der Bischofskonferenz sein.“ (rv 19)

 

 

 

 

 

Kuba. Vatikanvertreter eröffnet 10. Soziale Woche in Havanna

 

HAVANNA. Kardinal Jaime Ortega von Havanna ist sehr zufrieden mit dem Besuch von Erzbischof Dominique Mamberti, dem Sekretär für die Außenbeziehungen im vatikanischen Staatssekretariat.Das Treffen mit dem kubanischen Außenminister Bruno Rodriguez sei „sehr vielversprechend verlaufen", meinte der Kardinal im Gespräch mit Radio Vatikan: „Das kann nur gut sein für die Kirche von Kuba." Ortega deutete auch an, dass die Kirche sich weiter für Freilassung oder Hafterleichterung der politischen Gefangenen auf Kuba einsetzen wird; am letzten Wochenende hatte sie bei diesen Verhandlungen mit der Regierung einen ersten Erfolg verzeichnen können.

Anlass von Mambertis derzeitigem Besuch sind Feiern zum 75. Jahrestag der Aufnahme diplomatischer Beziehungen zwischen dem Vatikan und Kuba. Zudem eröffnete der Sekretär für die Außenbeziehungen im vatikanischen Staatssekretariat die "10. Soziale Woche" der kubanischen Kirche.

Kubas Behörden hatten erst letzte Woche einen querschnittsgelähmten Dissidenten freigelassen. Der 47-jährige  Ariel Sigler, der seit bald zwei Jahren an den Rollstuhl gefesselt ist, wurde mit dem Krankenwagen von Havanna aus in seinen Heimatort gefahren. Dies teilte seine Familie mit. Nach Auskunft der Erzdiözese von Havanna werden ferner sechs inhaftierte Regimekritiker in Gefängnisse in ihren Heimatregionen verlegt. Die Häftlinge gehören zu einer Gruppe von 75 Oppositionellen, die 2003 wegen - Zitat - "Söldnertums im Dienste der USA"  zu Gefängnisstrafen von bis zu 28 Jahren verurteilt worden waren. - Die Erleichterungen für die Regimekritiker gehen auf Verhandlungen der katholischen Kirche mit Kubas kommunistischer Führung  zurück. Mitte Mai war auch Präsident Raul Castro erstmals mit ranghohen Kirchenvertretern zusammengetroffen.

„Ich glaube, das geht gut voran. Es ist ein Prozess, der hoffnungsvoll verläuft - er wird in den nächsten Tagen weitergehen", erklärte Kardinal Jaime Ortega von Havanna. Ein Prozess, der erst vor kurzem angefangen hat, aber der wirklich zu begründeten Erwartungen berechtigt. Man darf darauf vertrauen, dass er noch viele Erleichterungen für Häftlinge erbringt."

Der Vatikan sieht laut Mamberti positive Signale für das Verhältnis zwischen der katholischen Kirche und Kuba. Die Beziehungen seien derzeit in einer "wichtigen Phase", sagte er zum Auftakt seiner Reise in einem Zeitungsinterview.

Der Botschafter Kubas beim Heiligen Stuhl, Eduardo Delgado Bermúdez, hatte erst im Februar  in einem Gespräch mit ZENIT Hoffnungen auf Religionsfreiheit in seinem Land geweckt. Die Regierung unter Staatschef Raúl Castro sei bereit, sich mit einer "wachsenden Zahl konkreter Zeichen der Offenheit" zu bewegen, sagte der Diplomat damals. Papst Benedikt XVI. hatte im vergangenen Dezember anlässlich Bermúdez' Akkreditierung eine Öffnung eingefordert.

Eines dieser konkreten Zeichen der Offenheit könne eine größere Präsenz der Kirche in den Medien sein. Bei Besuchen von hochrangigen Vatikan-Vertretern in der Vergangenheit, wie des Kardinalstaatssekretärs Tarcisio Bertone sowie des Präsidenten des Päpstlichen Rates für die Sozialen Kommunikationsmittel, Erzbischof Claudio Celli, hatten diese eine größere Präsenz angemahnt.

In der kubanischen Verfassung wird zwar die Religionsfreiheit garantiert, jedoch sehen sich Menschenrechtsorganisationen wie die Internationale Gesellschaft für Menschenrechte in Frankfurt weiterhin gezwungen, diese einzufordern. Beobachter der kirchlichen Entwicklung bestätigen aber, dass sich seit dem Amtsantritt von Raúl Castro immerhin eine Beziehung zur Kirche entwickelt habe, in der Katholiken und andere Christen nicht gleich als Staatsfeinde angesehen werden.

In den kommenden zwei Jahren feiert die kubanische Kirche das 400-jährige Bestehen des nationalen Marienheiligtums Senora de la Caridad del Cobre. Der Überlieferung zufolge fanden um 1606 drei Fischer am Strand ein Marienstandbild und brachten es 1611 nach El Cobre. Die Verehrung der Senora de la Caridad del Cobre reicht in Kuba weit über die Grenzen der katholischen Kirche hinaus.

(AR, Zenit 18)