Notiziario religioso 21-23 Giugno
2010
Lunedì 21 giugno. Il commento al Vangelo. “Non giudicate, per non essere
giudicati”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 7,1-5) commentato da P. Lino Pedron
1 Non giudicate,
per non essere giudicati; 2 perché col giudizio con
cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete
misurati. 3 Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre
non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? 4 O come potrai dire al tuo
fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? 5 Ipocrita,
togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la
pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.
L’imperativo
"Non giudicate, per non essere giudicati da Dio" suona come un
principio assoluto. Solo Dio può decidere del destino di ogni uomo. Anche la
doverosa correzione fraterna può essere fatta solo nella consapevolezza del
proprio peccato.
Per natura siamo
più portati a giudicare i difetti degli altri che a correggere i nostri.
Dio pronuncerà su
di noi lo stesso giudizio che noi pronunceremo sul prossimo e ci misurerà con
la stessa misura con cui noi misuriamo gli altri.
Il rigore e lo
zelo sono spesso il contrario della compassione e della misericordia, che sono
le virtù tipiche del cristiano, e quindi possono essere manifestazioni di
mancanza d'amore ed espressioni di cattiveria.
La psicologia ci
insegna che i difetti altrui che più ci irritano sono normalmente proprio i nostri difetti che detestiamo negli altri invece
che in noi stessi.
Il fariseo
ipocrita che sale al tempio a pregare non solo si vanta di essere pio e
osservante, ma si sente in dovere di disprezzare tutti gli altri
uomini che egli giudica ladri, ingiusti e adulteri (Lc
18, 9-14).
Nessuno deve
giudicare l’altro, perché deve ritenerlo superiore a
sé (Fil 2,3). Il giudizio appartiene solo al Signore perché a lui appartengono
tutti gli uomini. L'apostolo Paolo ha scritto: "Chi sei
tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò
riguarda il suo padrone; ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di
farcelo stare" (Rm 14, 4). De.it.press
Martedì 22 giugno. Il commento al Vangelo. “Entrate per la porta stretta”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 7,6.12-14) commentato da P. Lino Pedron
12 Tutto quanto
volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.
13 Entrate per la
porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla
perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; 14
quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e
quanto pochi sono quelli che la trovano!
Il comando del v. 6 è rivolto a tutti coloro che annunciano la parola di Dio.
I discepoli devono avere sempre presenti queste due
cose: il dovere di predicare il vangelo e il dovere di non esporre alla
profanazione la parola di Dio. I cani e i porci sono gli ignoranti, gli empi, i pagani. Le cose sante e le perle sono l’annuncio del
regno di Dio. Il vangelo va annunciato a tutti, ma va
anche difeso da coloro che lo rifiutano e lo deridono.
La regola d’oro
del v. 12 ci spinge verso un’operosità libera e
creativa per il bene del prossimo. Essa è espressa in forma positiva e ci
sprona a fare tutto il bene possibile a tutti. Ci invita a trasferirci con
amore e fantasia nella situazione degli altri, nei panni degli altri. La
mancanza di fantasia e di inventiva è mancanza
d'amore.
Il verbo
"fare" indica un amore concreto e tangibile, come ci insegna anche la 1Gv 316-18: "Da questo abbiamo conosciuto l’amore:
egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i
fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il
suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in
lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità".
La novità del
vangelo sta nella concentrazione di tutta la volontà di Dio nel comandamento
dell'amore. Questo amore, manifestato a noi in Cristo,
ha la sua sorgente e il suo modello nel Padre (Mt 5,43-48).
La "via"
(v. 13) è il simbolo del cammino morale dell'uomo. La "via che conduce
alla vita" è quella del vangelo, è Gesù in persona (Gv 14,6). La porta
stretta e la via angusta significano le rinunce e le persecuzioni connesse con
la scelta di vita cristiana.
L'ingresso
attraverso la porta stretta è l’ingresso nel regno di Dio (Mt 5,20; 18,1;
ecc.), nella vita (Mt 18, 8-9; 19,17), nella sala delle nozze (Mt 25,10) e
nella gioia del Signore (Mt 25,21.23). In questo contesto
del discorso della montagna, l'imperativo "entrate" significa: fate
la volontà del Padre. Solo facendo la volontà del Padre si entra nel regno di
Dio (Mt 7,21).
Il discorso sui "molti"
e sui "pochi" si riferisce alla situazione presente e non a quella
definitiva dopo il giudizio. La via comoda della mediocrità, del peccato e
dell’egoismo è molto affollata. Il sentiero stretto e ripido che porta a Dio,
tracciato dal discorso della montagna, sembra poco battuto. Gesù quindi ci
esorta: "Entrate per la porta stretta".
Il tema della
salvezza sarà ripreso in Mt 19,16-26. Alla domanda dei
discepoli: "Chi si potrà dunque salvare?" Gesù risponde: "Questo
è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile".
Qui, come in
22,14, Matteo recepisce la concezione pessimistica
dell'apocalittica extra-biblica: "L'Altissimo ha creato questo mondo per
molti, ma quello futuro per pochi" (4 Esd 8, 1) non per ragguagliarci sul
numero dei salvati, ma per spronarci all'impegno.
Gesù offre la
salvezza a tutti (Mt 26,28), ma tocca ai singoli accoglierla con decisione
libera e responsabile. De.it.press
Mercoledì
23 giugno. Il commento al Vangelo. “Dai loro frutti li potrete
riconoscere”
"Dacci oggi il
nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 7,15-20) commentato da P. Lino Pedron
15 Guardatevi dai
falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. 16 Dai loro frutti li riconoscerete. Si
raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? 17 Così ogni albero buono
produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 18 un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un
albero cattivo produrre frutti buoni. 19 Ogni albero che non produce frutti
buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 20 Dai loro
frutti dunque li potrete riconoscere.
I profeti
cristiani sono i missionari e i predicatori itineranti (Mt 10,41), ma sono,
ugualmente, i maestri e le guide della comunità.
Criterio pratico
per verificare la loro autenticità è la coerenza tra quello che annunciano e
quello che vivono.
Il cristiano
dev’essere santamente critico anche nei confronti dei maestri e delle guide
della comunità. Vera guida è colui che "fa frutti
degni di conversione" (Mt 3,8), colui che vive il comandamento di Gesù:
"Convertitevi" (Mt 4,17). Se alla sua parola non si accompagna la
testimonianza della vita, è un falso profeta.
Falsi profeti sono
però anche tutti quei membri della comunità che riducono la fede alle belle
parole, ma non vivono una vita coerente col vangelo. De.it.press
La parità e la
non-discriminazione sono idee "ambigue" in quanto
"sono costruite attorno ad una moltitudine di definizioni e concetti che
possono avere diversi significati". Ovviamente la legislazione dell'Unione
europea non può essere "un forum che provvede a
dare risposte esaustive a tutte le questioni sollevate dalla filosofia,
teologia e legge". Tuttavia devono essere assunti dei presupposti sulla base di "un principio generale". E cioè che
"la legge deve permettere ad ogni legittima
differenza di esprimersi. Le differenze di opinione, credo e pratica sono il
cuore stesso del concetto democratico. Nel delineare una legislazione, è però
essenziale che i provvedimenti designati per promuovere la parità non abbiamo come conseguenza quella di rimuovere o limitare
ingiustamente altri diritti e libertà altrettanto fondamentali". Parte da questo presupposto un documento pubblicato in questo mese
di giugno dalla Comece su "Lo sviluppo della legislazione Ue sulla non-discriminazione".
Ne riportiamo una sintesi.
Un presupposto.
"Il diritto a non essere discriminati - si legge
nel documento della Comece - è solo un riflesso del riconoscimento della
dignità umana. La manifestazione e l'implementazione di questo diritto non può essere perseguito in separazione con altri principi,
diritti e libertà che appartengono ad ogni essere umano. Tra questi diritti la
libertà di religione e la libertà di espressione hanno
un posto preminente. Ignorare gli altri diritti e libertà,
focalizzandosi esclusivamente sul diritto a non essere discriminati, non rende
giustizia alla valutazione morale e legale delle relazioni tra le persone".
Secondo il gruppo di lavoro della Comece, deve dunque prevale un principio
generale: "anche il diritto a non essere
discriminati non può essere a livello di principio e incondizionatamente
trattato come superiore ad altri diritti".
Una questione
complessa. "Nella percezione comune - si legge ancora nel documento - la
discriminazione è spesso compresa come quel trattamento riservato ad una persone che è peggiore rispetto ad altre. Tuttavia, nonostante il fatto che un simile comportamento è moralmente
e socialmente inaccettabile, esso non è sempre proibito dalla legge. Inoltre,
in alcuni casi la legge non solo permette un
trattamento differenziato, ma lo richiede". La Comece, dunque, mette in
guardia dal rischio di approcciare la questione della parità e della
non-discriminazione in maniera "schematica" e semplicistica. E
avverte: sono questioni che per raggiungere la "forma" attuale, hanno
avuto "un lungo processo". "È una idea
complessa che non può essere ristretta alla mera uguaglianza di fronte alla
legge che richiede che tutte le persone, a prescindere dalle loro
caratteristiche, siano trattate allo stesso modo di fronte alla legge, ma si
arricchisce di tanti altri approcci. In linea di principio, la legislazione
europea manca di un fondamento teorico, solido e generale, e questa
assenza potrebbe portare tensioni in situazioni in cui si confrontano vari
diritti e libertà con il diritto a non essere discriminati. La legge dovrebbe quindi
essere chiara abbastanza per fornire risposte su come
risolvere questi conflitti.
La Chiesa.
"La Chiesa cattolica - scrive la Comece nel documento - ha un interesse
sostanziale nel seguire le questioni relative alla
uguaglianza, al trattamento paritario e alla non-discriminazione. Per la sua
esperienza di lunga data, ha un contributo importante da dare allo sviluppo di
una legislazione che promuova un giusto ed equo trattamento tra le persone. In
linea con la sua Dottrina Sociale, la Chiesa si impegna
con le istituzioni europee nel difficile compito di arricchire e supportare il
processo di costruzione di una legislazione europea sulla
non-discriminazione" e il documento della Comece ne è una prova.
Libertà di
religione. Un paragrafo del documento della Comece è dedicato alla libertà di
pensiero, coscienza e religione. Contemplata dalla legislazione internazionale
nella sua "dimensione" interna, relativa
cioè alla "sfera della coscienza individuale, del credo religioso
personale", la Comece precisa:
"la religione non è solo un insieme di idee e convinzioni, è anche una
serie di attività come culto, insegnamento, pratica, osservanza di digiuni e
rispetto per i giorni di riposo. La libertà di religione
quindi copre una dimensione "esterna" che comprende il diritto a
manifestare la propria religione e ad agire in linea con le regole
religiose". Non solo, contempla anche "il diritto ad esprimere opinioni morali ed etici alla luce delle
proprie convinzioni religiose". In una parola, "la libertà di religione
può essere esercitata da soli e in privato, ma anche in pubblico e in comunione
con altri, con coloro cioè che condividono la stessa fede". Ovvio,
aggiunge la Comece, che anche questa libertà sia soggetta a delle
"possibili restrizioni" che sono legate alla sfera della sicurezza
pubblica, alla protezione dell'ordine pubblico. Sono
restrizioni sancite dallo Stato che riflettono quanto sia importante che in una
società democratica "possano coesistere diverse religioni e
convinzioni". Sir eu
Papa: il sacerdozio non deve servire per il proprio potere personale
CITTÀ DEL VATICANO
- Una dura requisitoria contro quegli ecclesiastici che usano il sacerdozio per
acquisire potere e prestigio personale, per soddisfare le
«proprio ambizioni» e raggiungere un proprio successo è stata fatta oggi
da Papa Benedetto XVI durante la messa a San Pietro per l'ordinazione di 14
nuovi preti della diocesi di Roma. Sullo sfondo delle parole del Papa
inevitabile non pensare anche alla vicende giudiziarie
che stanno investendo la passata gestione della Congregazione vaticana per
l'Evangelizzazione dei popoli,ex Propaganda Fide, e i sospetti di un uso
politico e improprio di beni della Chiesa.
«Il sacerdozio -
ha ammonito Ratzinger con voce grave - non può mai rappresentare un modo per
raggiungere la sicurezza nella vita o per conquistarsi una posizione sociale».
«Chi aspira al sacerdozio per un accrescimento del proprio prestigio personale
e del proprio potere ha frainteso alla radice il senso di questo ministero», ha
aggiunto. «Chi vuole soprattutto realizzare una propria ambizione, raggiungere
un proprio successo sarà sempre schiavo di sè stesso e
dell'opinione pubblica», ha scandito. «Per essere
considerato dovrà adulare; dovrà dire quello che piace alla gente; dovrà
adattarsi al mutare delle mode e delle opinioni e, così, si priverà del
rapporto vitale con la verità, riducendosi a condannare domani quel che avrà
lodato oggi. Un uomo che imposti così la sua vita, un sacerdote che veda in
questi termini il proprio ministero, non ama veramente Dio e
gli altri, ma solo se stesso e, paradossalmente, finisce per perdere se
stesso», ha profetizzato il papa. IM 20
Le braccia spalancate. La dichiarazione Cei su crocifisso
e Corte di Strasburgo
È segno di speranza
e di conforto, è segno di vita e messaggio di bene, per tutti, senza
distinzione. Le braccia spalancate del Crocifisso sono
pronte ad accogliere tutti. Esporre la croce nelle scuole e nei luoghi pubblici
fa bene a tutti. Fa bene alla nostra identità e, nello stesso tempo, fa bene al
dialogo, qui in Europa. La presidenza della Cei è tornata sulla questione
dell'esposizione di simboli religiosi cristiani nell'imminenza della decisone della Corte europea dei diritti umani.
Il documento della
Cei parte e arriva dal valore della libertà religiosa, giustamente negando che
possa essere messa in discussione dall'esposizione dei crocifissi,
che anzi la dovrebbe garantire. Si tratta di un testo breve ed estremamente rispettoso, che sottolinea il principio di
sussidiarietà, la valorizzazione cioè e il rispetto delle diverse realtà
nazionali, delle "tradizioni millenarie di ciascun popolo e di ciascuna
nazione".
L'assise di Strasburgo deve decidere in seconda istanza e
si tratta di una questione rilevante, ben oltre il caso specifico oggetto di
ricorso. Investe infatti il tema cruciale, troppe
volte eluso dal dibattito politico e culturale continentale, del rapporto delle
istanze europee, in questo caso il Consiglio d'Europa, dei singoli Stati e poi
in concreto dei diversi popoli, con la propria identità e con il proprio
futuro. Vogliamo un avvenire spoglio e falsamente asettico, in cui tutti siano
soli con se stessi, oppure vogliamo continuare liberamente ad
esprimere "una tradizione che tutti conoscono e riconoscono nel suo alto
valore spirituale"? Qualcuno crede davvero oggi, qui, nella nostra realtà
iper-garantista dal punto di vista formale, ma spesso vuota di significato, che
la presenza di simboli religiosi e in particolare della croce, si possa
tradurre in una imposizione, che abbia valore di
esclusione?
Il passaggio è
delicato ed è tempo di responsabilità e insieme di coraggio e di lungimiranza.
Con tutta probabilità il vuoto (anche) di simboli religiosi, invece che far
crescere tolleranza, rispetto, pluralismo, rischia di alimentare una percezione
di solitudine, di vuoto, di assenza di riferimenti e dunque in
prospettiva di conflittualità e violenza. Sono le aporìe della
secolarizzazione, che in positivo richiede da tutti gli attori sociali un di più di spinta e di deposito di significato.
Ecco allora che il
crocifisso ritorna. Attenzione: non è il segno di un
passato che si ostina a restare aggrappato alle magnifiche sorti e progressive
di un presente inevitabilmente moderno. È invece un riferimento per poter guardare avanti, progettare, costruire, avendo
presente solidi riferimenti.
È questo
l'esercizio morale e culturale che in Europa è sempre più urgente, cui il Papa
ha dato il nome di "questione educativa". Il
crocifisso, ribadiscono i vescovi, rappresenta
"un'identità aperta al dialogo con ogni uomo di buona volontà". Per poter parlare francamente di nuovi orizzonti di sviluppo
civile. SIR
Il segno della croce. La dichiarazione della presidenza Cei
La presidenza
della Conferenza episcopale italiana, riunitasi il 16 giugno 2010, ha approvato
la seguente dichiarazione sulla questione dell'esposizione di simboli religiosi
cristiani nelle scuole, in vista dell'imminente decisione della Corte europea dei diritti umani n. 30814/06 Lautsi c. Italia. Pubblichiamo
il testo integrale.
In vista
dell'imminente decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, intendiamo
richiamare l'attenzione sull'importanza che la questione dell'esposizione del crocifisso nelle scuole pubbliche assume in relazione ai
sentimenti religiosi delle popolazioni e alle tradizioni delle Nazioni
d'Europa.
La presenza dei
simboli religiosi e in particolare della croce, che riflette il sentimento
religioso dei cristiani di qualsiasi denominazione, non si traduce in
un'imposizione e non ha valore di esclusione, ma esprime una tradizione che
tutti conoscono e riconoscono nel suo alto valore spirituale, e come segno di
un'identità aperta al dialogo con ogni uomo di buona volontà, di sostegno a
favore dei bisognosi e dei sofferenti, senza distinzione di fede, etnia o
nazionalità.
Auspichiamo che
nell'esame di una questione così delicata si tenga conto dei sentimenti
religiosi della popolazione e di questi valori, come pure del fatto che in
tutti i Paesi europei si è affermato e si va sviluppando sempre più
positivamente il diritto di libertà religiosa, di cui l'esposizione dei simboli
religiosi rappresenta un'importante espressione. Le Chiese cristiane
favoriscono ovunque il dialogo con altre Chiese e religioni e agiscono come
parte integrante delle rispettive realtà nazionali, che in materia di simboli
religiosi conoscono normative diverse e un'autonoma
evoluzione sociale e giuridica. Una scelta non penalizzante per la
simbologia religiosa risulterebbe in linea con il
principio di sussidiarietà che presiede al rapporto tra Stati e istituzioni
europee, nel rispetto delle tradizioni millenarie di ciascun popolo e di
ciascuna Nazione.
Comece. Alla base dei diritti umani. Libertà religiosa: memorandum
per l'Ue
"Libertà
religiosa, fondamento della politica dei diritti dell'uomo nelle relazioni
esterne dell'Unione europea" è il titolo del memorandum
approvato dai vescovi della Comece (Commissione degli episcopati della comunità
europea). Con il documento, si legge nell'introduzione, dopo la risoluzione del
Consiglio Ue (16 novembre 2009) che riserva alla promozione e alla protezione
della libertà religiosa "un posto prioritario nel quadro
della" sua "politica in materia di diritti dell'uomo",
anche "la Chiesa intende arrecare il proprio contributo alla
promozione e alla protezione" di
tale diritto "nel quadro delle politiche esterne dell'Ue". Di qui il memorandum, che dopo essersi soffermato sulle persecuzioni
religiose nel mondo e sui "doveri" e gli "obblighi"
dell'Unione europea al riguardo, formula alcune raccomandazioni alle
istituzioni di Bruxelles.
Violazioni e
persecuzioni. "La promozione del diritto alla
libertà religiosa sul piano universale - sottolineano i vescovi - si fonda
sulla dignità della persona umana e sul diritto naturale, così come sul
rispetto delle libertà fondamentali, sull'amore per il prossimo e la sua
ricerca di verità". Purtroppo "in molti Paesi del mondo si verificano violazioni a questa libertà, o addirittura
persecuzioni religiose". Il documento cita al riguardo lo
Stato indiano dell'Orissa, la Cina, il Myamar, il Laos, il Vietnam e la Corea
del Nord dove a soffrire "sono alcune minoranze, in particolare cristiane
e/o musulmane". Secondo il memorandum, il 75%
delle persecuzioni religiose nel mondo colpisce
i cristiani: "circa 100 milioni", causando una vera e propria
"emorragia demografica" soprattutto dal Medio Oriente.
Gli obblighi
dell'Unione europea. "L'Ue e i suo Stati membri -
si legge ancora nel testo - hanno l'obbligo di rispettare e il dovere di
promuovere le libertà fondamentali, tra cui la libertà religiosa, al loro
interno e nel mondo". Un obbligo, ricorda il memorandum,
il cui fondamento giuridico si ritrova nella Carta dei diritti fondamentali
dell'Ue (art.10.1) del 2000, che ha ripreso l'art. 9.1 della Convenzione
europea sulla salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali
(1950) il quale, a sua volta, ricalca l'art.18 della Dichiarazione universale
dei diritti dell'uomo (1948). Di qui "la graduale presa di coscienza
dell'Ue" con le risoluzioni del Parlamento europeo del 10 maggio 2007 e
del 19 febbraio 2009, per giungere alla già citata risoluzione del Consiglio Ue
nello scorso novembre, oltre alla più recente risoluzione dell'Europarlamento
(21 gennaio 2010) a seguito degli attentati di inizio
anno contro le comunità cristiane in Egitto e Malaysia. "Segni di speranza
per chi ha a cuore la libertà religiosa nel mondo" commenta la Comece, auspicando
che le istituzioni di Bruxelles "proseguano su questa via" con
"politiche concrete".
Le raccomandazioni
dei vescovi. E proprio alla Commissione, al Consiglio e al Parlamento europei;
all'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di
sicurezza e al Seae (Servizio di azione esterna) la Comece chiede di
"proseguire le politiche di protezione e promozione
delle libertà fondamentali nei confronti dei Paesi terzi dove la libertà
religiosa è violata", e rivolge alcune raccomandazioni. Anzitutto
quella di "far presente ai Paesi terzi" che violano il diritto di
libertà religiosa" che esso "costituisce un diritto fondamentale,
essenziale da rispettare tra i diritti dell'uomo". Ai Paesi, tra
questi, che non hanno ancora sottoscritto o ratificato le convenzioni sui
diritti dell'uomo l'invito a farlo, e a quelli che hanno già proceduto alla
ratifica, la richiesta di "garantire l'effettività" di tale diritto.
Il memorandum chiede inoltre che nel Rapporto annuale
dell'Ue sui diritti dell'uomo si proceda ad "un approfondito esame della
situazione della libertà religiosa nel mondo e vengano formulate
raccomandazioni per migliorarla".
Dare voce alle
comunità perseguitate. Il sostegno al dialogo con le autorità religiose e alle
strutture di dialogo interreligioso nei Paesi terzi "al fine di favorire
il rispetto della libertà religiosa e di atteggiamenti di apertura verso le
minoranze" è un'ulteriore richiesta della Comece.
Per questo, si legge nel memorandum, occorre anche
"dare voce ai rappresentanti delle comunità religiose perseguitate".
Alle delegazioni interparlamentari del Parlamento europeo con i Paesi terzi che
violano la libertà religiosa i vescovi chiedono di
dedicare "una parte dell'ordine del giorno delle sessioni di lavoro a
questo tema", e al tempo stesso invitano l'Alto rappresentante dell'Unione
per gli affari esteri e la politica di sicurezza a creare all'interno del Seae
un polo "religione" dedicato a questa libertà e al "ruolo degli
attori religiosi nella prevenzione e nella risoluzione dei conflitti".
Infine, nel quadro dell'attuazione dell'art. 17 del
Trattato di Lisbona, il memorandum raccomanda che il diritto alla libertà
religiosa occupi un posto centrale nell'agenda in via di definizione. Sir eu
Catechesi ed
educazione. Un nuovo stile. A partire dalla formazione
dei formatori
"Educare è cosa del cuore": per
questo bisogna "ritornare al significato più profondo dell'esperienza
cristiana come incontro col Cristo verso la santità". Lo
ha detto don Guido Benzi, direttore dell'Ufficio catechistico nazionale
della Cei (Ucn), concludendo il 44° convegno nazionale dei direttori degli
Uffici catechistici diocesani (Ucd), svoltosi in questi giorni a Bologna, sul
tema: "La questione educativa nell'iniziazione cristiana per le nuove
generazioni" (cfr SIR 44/2010). Tra gli impegni per il futuro, don Benzi
ha citato la necessità di alcuni "orientamenti-guida per ridefinire gli
itinerari di catechesi dell'iniziazione cristiana a partire
dalle sperimentazioni avviate e dai criteri evidenziatesi in questi
anni, tenendo conto della dimensione comunitaria della catechesi, in una
prospettiva di alleanza educativa". Per il direttore dell'Ucn è urgente,
inoltre, un'opera di "verifica e aggiornamento degli strumenti
catechistici dell'iniziazione cristiana, con un maturo discernimento dei tempi,
delle modalità, delle possibili forme degli strumenti
stessi", a partire dalla "situazione peculiare della realtà religiosa
italiana". In quest'ottica, va anche ripensata la
formazione specifica dei catechisti", con "strumenti di base e con
un'attenta formazione dei formatori" che si avvalga anche dell'apporto
degli Issr (Istituti superiori di scienze religiose), vere e proprie
"agenzie formative delle Chiese locali". Due, infine, le
proposte specifiche: una "rivisitazione attenta" del Catechismo degli
adulti e la centralità del "primo annuncio" della fede, con un
recupero ed eventuale "ripensamento dei catechismi in chiave di itinerari" che accompagnino il primo annuncio nella
fascia di età del mondo giovanile. Molto spazio, nei lavori (anche preparatori)
del convegno, è stato dato anche alle "esperienze sul campo".
Lo "stile
catecumenale". Dalla catechesi "in quattro
tempi" proposta dalla diocesi di Verona, alla "catechesi
familiare" della diocesi di Trento, al "progetto Emmaus"
della diocesi di Torino. Sono solo alcuni "modelli" di catechesi in
"stile catecumenale" che si stanno sperimentando sul territorio, per
cercare di declinare in maniera nuova il rapporto tra catechesi ed educazione, nell'ambito dell'iniziazione cristiana. A
parlarne sono stati don Danilo Marin e don Gianfranco
Calabrese, rispettivamente direttore dell'Ucd di Genova e direttore dell'Ucd di
Chioggia, nella giornata finale del convegno, in cui sono state presentate le
sintesi dei lavori di gruppo regionali e dei relativi contributi chiesti dal
competente Ufficio Cei in preparazione all'appuntamento sulla "questione
educativa" nell'iniziazione cristiana. In Calabria, ad esempio, la diocesi
di Locri, a partire dal 2004, sta articolando e
sussidiando un progetto d'iniziazione cristiana in stile catecumenale per i
fanciulli e i ragazzi, sviluppato intorno ad un'"attenzione particolare
agli ambiti di vita ordinaria dei ragazzi, a partire dalle relazioni in famiglia".
In Campania, invece, i vescovi hanno indicato come punto di riferimento
primario il catecumenato degli adulti, per "un nuovo stile di educazione,
di programmazione pastorale e di vita comunitaria", anche se ancora
"tali indicazioni trovano difficoltà a diventare prassi pastorale
ordinaria nelle comunità parrocchiali".
Lavoro "in
équipe" e master. Dare a momenti nati semplicemente come
"ricreazione", come i "grest" estivi, "una vera
tonalità di educazione della fede", applicando "una visione
integrata delle varie attività di animazione". Succede in Lombardia, ed è
una delle esperienze contenute nel dossier che raccoglie i contributi regionali
in preparazione al convegno di Bologna. In alcune diocesi lombarde - come in
altre Regioni - sono state avviate "sperimentazioni" dei cammini
d'iniziazione cristiana, coinvolgendo le parrocchie: il risultato è stato che
"là dove il vescovo ha offerto una linea e ha chiesto adesione, il cambio
di mentalità, soprattutto quella dei preti, si è innescato più facilmente".
Dove le cose funzionano, si riesce a lavorare il sabato e la domenica, con
esperienze di catechesi che prevedono il coinvolgimento dei genitori. Dalle
Marche arriva, invece, la proposta di creare "gruppi di catechisti nelle
parrocchie, coordinati tra loro e in sintonia con il parroco":
naturalmente esperienze del genere già esistono, ma come "pregevoli
eccezioni". La regione Piemonte-Valle d'Aosta sta invece mettendo in
cantiere un "master" per la formazione dei formatori, che coinvolgerà
tutte le diocesi relative.
"Generatori
di alleanze". L'educazione passa attraverso "catechisti generatori di
alleanze educative tra la famiglia, la comunità nella sua molteplice
ministerialità, il bambino-ragazzo e tutte le altre componenti
sociali che entrano nella sua vita", tra cui la scuola e lo sport. Questa, in sintesi, l'esperienza del Triveneto sul rapporto tra
"questione educativa" e rinnovamento dell'iniziazione cristiana delle
nuove generazioni. "Anche se persiste una preoccupazione scolastica
soprattutto da parte di catechiste e parroci anziani - si legge nel dossier -
molta parte ha acquisito la consapevolezza dell'importanza di far fare
esperienze per iniziare alla vita cristiana: semmai anzi si tratta di aiutare a
trovarne di significative e a disporle lungo un
itinerario adeguato all'età e agli obiettivi da raggiungere con i
ragazzi".
M.MICHELA NICOLAIS
Famiglia. Quando è immigrata. Uno dei temi della "Settimana" di
formazione (18-22 giugno)
Dal 18 al 22
giugno si svolge a Senigallia (Ancona) la "Settimana estiva di formazione
2010" promossa congiuntamente dagli Uffici Cei per la pastorale della
famiglia e per i problemi sociali e il lavoro, sul tema "Dal noi della
famiglia al noi del bene comune". Sono previsti numerosi interventi, tra
gli altri dei vescovi mons. Enrico Solmi, presidente della Commissione
episcopale per la famiglia e la vita, mons. Mario Toso, segretario del
Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, mons. Giuseppe Anfossi,
oltre a diversi studiosi e docenti (Tonino Cantelmi, Vera Negri Zamagni,
Francesco Belletti e altri). Il SIR ha intervistato Laura Zanfrini, docente di
sociologia economica e della convivenza interetnica all'Università Cattolica di
Milano, che parlerà su "Un migrante di nome famiglia… la giustizia globale".
Le sembra che ci
sia consapevolezza tra la gente che la famiglia è anche un soggetto
"sociale"?
"Non sempre.
E ciò vale in particolare per la famiglia immigrata, o per la famiglia degli immigrati, nel caso in cui essi migrino soli.
È impossibile comprendere la scelta di migrare se non collocandola all'interno
dell'economia della famiglia, delle sue strategie di sopravvivenza, sviluppo e
investimento sulle nuove generazioni. I migranti raramente fuggono dalla
miseria estrema; più spesso decidono di trasferirsi all'estero, anche se questo
comporta forti costi sul piano individuale, proprio per garantire un maggiore
benessere ai familiari. Ed è sempre la famiglia che gestisce e decide come
impiegare le rimesse (il cui impatto è decisamente più
consistente di quello degli aiuti internazionali allo sviluppo). Ed è ancora la
famiglia che condiziona l'evoluzione del progetto migratorio. Con l'arrivo o il
costituirsi delle famiglie l'immigrazione non può più
essere considerata una questione solo economica, ma diventa una questione
politica a tutti gli effetti".
Come si colloca il
fenomeno migratorio, in Italia, mentre è in corso un riassestamento nelle
politiche sociali e del welfare state?
"Se la crisi
ha avuto in molti Paesi conseguenze particolarmente gravi per gli immigrati,
che più degli altri hanno perso o rischiato di perdere il proprio lavoro (o
visto fallire le proprie attività imprenditoriali), in Italia il suo impatto è risultato attutito proprio perché molti immigrati - e
soprattutto molte immigrate - lavorano per le famiglie e svolgono ruoli tanto
indispensabili da risultare in buona misura impermeabili agli andamenti del
ciclo economico. Il caso tipico è quello dell'immigrata che si occupa di un
anziano non autosufficiente. Vero è che in una situazione
economica non facile, quando aumenta il numero dei bisognosi e delle famiglie a
rischio di povertà, aumenta fatalmente anche la percezione degli immigrati come
potenziali concorrenti".
Quali parametri occorre tenere presenti, nelle politiche familiari italiane,
se si vuole iniziare a parlare di "giustizia globale"?
"Il tema è estremamente complesso, e presenta innumerevoli
sfaccettature. Un nodo di fondo è però il fatto che,
oggi ancor più di ieri, il benessere degli individui e delle famiglie - e di
conseguenza la capacità di costruire una società 'giusta' - si realizza in
buona misura attraverso la possibilità che è loro riconosciuta di realizzare un
buon equilibrio tra partecipazione al mercato del lavoro retribuito (che è ciò
che consente di disporre di un adeguato livello di reddito) e soddisfacimento
dei bisogni di cura. Ebbene, proprio attraverso le migrazioni ci rendiamo conto
che la società contemporanea è assai lontana dal realizzare una giustizia
globale. Per le famiglie italiane, è proprio la disponibilità del lavoro
immigrato a consentire di sopperire alle maggiori lacune delle nostre politiche
familiari, con particolare riguardo all'accudimento dei bambini e alla cura di
anziani e malati. Sull'altro versante, per molte lavoratrici della cura
impiegate in Italia il diritto alla conciliazione è un
miraggio irrealizzabile (com'è possibile pensare di riunirsi ai propri figli
quando si lavora a tempo pieno in coabitazione coi datori di lavoro?). Una controprova, drammatica, è l'altissimo tasso di abortività
delle donne straniere in Italia".
Cosa registra nelle parrocchie e diocesi italiane circa la capacità di
accoglienza verso le famiglie migranti?
"Il mondo
delle parrocchie e degli oratori sappiamo essere
stato, fin dagli albori della transizione migratoria italiana, uno dei più
aperti all'immigrazione; basterebbe pensare alla miriade di iniziative per
l'accoglienza e per l'assistenza che vi hanno visto la luce. Laddove forse,
però, non si sono ancora fatti passi sufficienti è
nella capacità di un effettivo coinvolgimento delle famiglie migranti
nell'attività delle parrocchie e delle diocesi. Infine, non
si può trascurare che le famiglie immigrate hanno trasformato l'Italia in un
Paese non solo multietnico e multiculturale ma anche multireligioso". LUIGI CRIMELLA
Roma. Entrare nel quotidiano. Verifica pastorale su Eucaristia e carità
Tre giorni di
lavoro dedicati al tema "Eucaristia domenicale e testimonianza della
carità". Il convegno
della diocesi di Roma (15-17 giugno) è stato aperto dall'intervento di
Benedetto XVI (cfr SIR 44/2010) e dal saluto del cardinale vicario Agostino
Vallini al Pontefice. "Padre Santo i sacerdoti di Roma sono
con Lei nella lotta contro il peccato - ha detto il porporato -. Il male spirituale a volte contagia i membri della Chiesa, ma noi
vogliamo testimoniare pubblicamente il nostro amore fedele a Cristo e alla
Chiesa". Il card. Vallini ha quindi espresso al Papa "affetto
e condivisione delle sofferenze di questi ultimi mesi". "Nella
celebrazione eucaristica noi non inventiamo qualcosa, ma entriamo in una realtà
che ci precede, anzi che abbraccia cielo e terra e quindi anche passato, futuro
e presente - ha osservato, tra l'altro, Benedetto XVI -. Questa apertura universale, questo incontro con tutti i
figli e le figlie di Dio è la grandezza dell'Eucaristia: andiamo incontro alla
realtà di Dio presente nel corpo e sangue del Risorto tra di noi".
Entrare nel
quotidiano. Nella prima giornata del convegno, oltre all'intervento del Santo
Padre, c'è stata la sintesi delle relazioni delle assemblee parrocchiali, a
cura di mons. Andrea Lonardo, direttore dell'Ufficio catechistico diocesano. Il
secondo giorno ha previsto la relazione del card. Vallini, il terzo le
assemblee pastorali parrocchiali. Le relazioni delle
assemblee parrocchiali, ha osservato mons. Lonardo, permettono di rendersi
conto che "la forza e la bellezza del cristianesimo stanno proprio
nell'entrare nel quotidiano, nei rapporti vitali di ogni persona, nelle
situazioni più piccole, oltre che nei grandi dinamismi della storia.
Molte relazioni sottolineano proprio questo senso
positivo della verifica". Un primo dato positivo, secondo il direttore
dell'Ufficio catechistico diocesano, è stato l'aumento delle relazioni
pervenute rispetto allo scorso anno. Al 14 giugno 2010 "erano 306 dalle
parrocchie (30 mancanti), più oltre 150 dalle cappellanie dei migranti, da
quelle universitarie, da quelle ospedaliere, da associazioni e movimenti".
Conversione
pastorale. "Dalle relazioni risulta, a grandissima maggioranza, che il
lavoro di formazione nelle prefetture - che prevedeva due incontri
sull'Eucaristia domenicale e due sulla testimonianza della carità - è stato
largamente apprezzato", ha ricordato mons. Lonardo. Per quanto riguarda la
questione più grande che viene sottolineata nei due
ambiti dell'Eucaristia e della carità, è "quella che viene indicata come
una vera conversione pastorale da compiere: si tratta di proporre la fede, di
manifestarne la bellezza e la credibilità, di comunicarne la ragionevolezza e
la praticabilità, in un tempo nel quale essa, invece, si vorrebbe relegata da
taluni in un angolo o, addirittura, viene contestata fin nelle sue
radici". In molte relazioni è chiara, poi, "la coscienza che oggi, a
differenza di quanto avveniva nei primi secoli quando la presenza alla liturgia
eucaristica era vietata ai non battezzati, spesso il riavvicinarsi alla fede
comincia proprio dall'Eucaristia". Si è sottolineato
anche "come la cura della liturgia delle feste o del cammino
dell'iniziazione cristiana, dei momenti ordinari dell'anno liturgico, così come
dei funerali, dei battesimi, dei matrimoni, attrae chi vi partecipa, pur
essendovi talvolta giunto inconsapevolmente, quando con sorpresa si rende conto
della bellezza e della serietà di ciò che è celebrato nei misteri
liturgici".
Sorgente di fede.
Molte relazioni insistono sul fatto che, se la Messa è certamente
"culmen", vertice della vita cristiana, essa è anche soprattutto oggi
"fons", sorgente che fa scaturire la fede. "Come sorgente della
fede - ha evidenziato mons. Lonardo - viene presentata
dalle relazioni anche la testimonianza della carità. Il
lavoro negli oratori a sostegno dell'educazione di bambini e ragazzi, il
coinvolgimento nelle attività a servizio dei più poveri, la presenza nelle
situazioni di solitudine di tanti anziani, l'accoglienza discreta e festosa
delle famiglie, anche di quelle irregolari, la proposta delle adozioni a
distanza sono tutte realtà attraverso le quali tanti si avvicinano o
riavvicinano alla fede". Comunque, "da tutte le voci, appare
indubbio che l'Eucaristia domenicale raduna un numero maggiore di persone
rispetto a qualsiasi altro appuntamento proposto, anzi che quel numero è
incomparabile rispetto ad incontri di altro tipo,
tanto è più grande". Molte relazioni affermano che "il giorno del
Signore sostiene la vita comunitaria". Una delle esigenze che emerge in
maniera più condivisa da tutte le relazioni è, inoltre, "quella di una
formazione che aiuti i laici a vivere da credenti nella città, maturando la
capacità di far sì che la fede fecondi la cultura del tempo in cui
viviamo". Ciò che unisce tutte le relazioni, ha concluso
mons. Lonardo, è "l'amore per la vita che si è ricevuta in dono - la vita
che ha bisogno della fede per essere pienamente se stessa. Dietro
l'incontrarsi, il verificare, il lodare Dio per le sue opere, il progettare,
sta l'amore della Chiesa di Roma per la città di Roma ed
i suoi abitanti: senza la Chiesa essa non potrebbe nascere alla fede".
Corruzione, indagati Sepe e Lunardi - Il cardinale:
"Parlerò presto alla città"
L'arcivescovo: «Ho
fiducia nei pm, pronto a collaborare»
NAPOLI
Dopo le accuse di
corruzioni per presunti accordi con il costruttore Anemone per la
ristrutturazione e la vendita di alcuni immobili di Propaganda Fide, il
cardinale Crescenzio Sepe conferma di essere disponibile ad
essere ascoltato dai magistrati di Perugia: è l’indicazione che trapela dal suo
staff. Nessun ricorso, dunque, a questioni procedurali legate
al possesso da parte dell’arcivescovo di un passaporto diplomatico.
Secondo lo staff
non c’è ancora una data fissata per l’interrogatorio, in ogni caso il mutato
status giuridico di Sepe - passato nelle ultime ore da persona informata dei
fatti a indagato - non ha inciso sulla volontà del
cardinale di «chiarire tutto» ai pm. I suoi più stretti collaboratori, che lo hanno incontrato stamane, confermano «l’assoluta
serenità» di Sepe legata alla consapevolezza di «aver sempre agito rettamente e
secondo coscienza». Il cardinale assicura di voler «parlare presto» alla città.
Un cronista gli ha chiesto se avesse fiducia nella magistratura: «Certo», ha
risposto. A chi gli ha chiesto di rivolgersi alla città per commentare gli
sviluppi dell’inchiesta, Sepe ha concluso: «Parlerò
presto».
Intanto, in uno
dei passaggi dell’omelia pronunciata oggi nella chiesa di Sant’Onofrio dei
Vecchi, il cardinale ha affermato: «Quanti martiri ci sono, anche oggi, che in
nome della verità e in nome di Cristo rimangono fedeli
al suo Vangelo, che vengono torturati, che vengono umiliati e disprezzati. Ma noi che possediamo il Signore, noi che siamo coerenti con
la nostra fede non dobbiamo aver paura».
«Ricordate il grido del grande papa Giovanni Paolo II?
"Non abbiate paura", nonostante queste correnti contro, quelli che
tentano di mortificare la fede, quelli che tentano un pò di emarginarla, di
sopprimervi, di oscurare la testimonianza dei cristiani, non abbiate paura», ha
detto Sepe che, come sempre, ha parlato a braccio sulla base
di qualche appunto scritto in precedenza.
«Le voci, vedete? - dice - Anche ai tempi di Gesù giravano
tante voci. Di tanti tipi. Ma lui si fermava a ciò che
sentivano nei cuori, guardava negli occhi i discepoli. E offriva l’orizzonte
della sua vita, divideva con loro il mistero del calvario».
Poi aggiunge: «Non
mi faccio influenzare dalle voci, altrimenti un padre come guida i suoi
figli?». «Sono sereno - sottolinea - Molto tranquillo.
E quanto prima parlerò. Racconterò. Questo è certo».
«Continuerò la mia missione con gioia», aggiunge. «Chi
segue il signore - prosegue - non teme nulla. Io camminerò per la strada di
sempre». LS 20
"In Vaticano amarezza e voglia di reagire - risponderemo
alle accuse punto su punto"
Parla
l'arcivescovo Roberto Sarah, segretario della Congregazione al centro della
bufera. "Non staremo zitti ancora a lungo, un documento per sgombrare il
campo dai dubbi"
DI ORAZIO LA ROCCA
CITTÀ DEL VATICANO
- «Propaganda Fide presto risponderà punto su punto
agli inquirenti impegnati nell'inchiesta sul G8». L'annuncio - un po' a
sorpresa - è del segretario della Congregazione per l'evangelizzazione dei
popoli (il ministero vaticano preposto alle missioni, meglio
noto con lo storico appellativo di Propaganda Fide), l'arcivescovo Roberto
Sarah, che per la prima volta esce allo scoperto forse per controbilanciare i
crescenti malumori che negli ultimi giorni stanno prendendo forma nei palazzi
vaticani, dove - confessa più di un cardinale - «si è sempre più amareggiati e
colpiti per quanto sta succedendo nella Chiesa, prima con la pedofilia, ora con
la compravendita e gli affitti facili delle case di Propaganda Fide». E non
manca chi invoca «interventi più decisi da parte del Papa per pulire e fare
chiarezza all'interno del governo della Chiesa».
Monsignor Roberto
Sarah, Propaganda Fide è nel mirino dei giudici per la gestione dei suoi
immobili. Siete preoccupati?
«No, ma stiamo seriamente meditando sul da farsi. In
questi ultimi giorni abbiamo letto tante cose, poco gradevoli, riguardanti la
nostra Congregazione, cose che certamente non ci fanno piacere; però non
staremo zitti ancora per molto tempo».
Gli inquirenti
vogliono fare chiarezza su affitti facili e compravendita di immobili
stipulati da Propaganda Fide con personaggi inquisiti e molto discussi. Darete
delle risposte?
«Certamente.
Lo ripeto, non
staremo in silenzio. Nei prossimi giorni, dopo una attenta
valutazione di tutti i quesiti emersi nelle ultime settimane e una ponderata
riflessione, risponderemo con una nota ufficiale della Congregazione per
sgombrare il campo da ogni dubbio».
Sembra
un'ammissione che alcune cose vadano chiarite.
«Siamo sereni e tranquilli, il nostro lavoro per le
missioni prosegue come sempre. Certo, siamo anche un po' dispiaciuti per quanto
ci viene addebitato. Ma
chiariremo tutto, non abbiamo niente da nascondere».
Anche il cardinale
Renato Raffaele Martino, membro del consiglio cardinalizio di Propaganda Fide,
non nasconde una certa preoccupazione perché, dice, «la Congregazione è
ingiustamente sotto attacco, come lo è tutta la Chiesa». Martino ne è sicuro: «Tutto sarà chiarito, ma i danni non saranno del tutto ripagati.
Basti pensare che l'8 per mille ha già fatto
registrare un calo, anche se minimo. Ma Propaganda
Fide e la Chiesa, sotto la guida di Benedetto XVI, continueranno sempre il loro
cammino per annunciare Cristo e aiutare i poveri». LR 20
UGENTO-S.MARIA DI
LEUCA- L'arte di educare
Il cammino pastorale per l'anno 2010-2011
"Educazione della persona" e
"trasmissione della fede". Sono le due parole-chiave che scandiranno
il cammino della diocesi di Ugento-Santa Maria di
Leuca nel prossimo anno pastorale 2010-2011. Per meglio progettare le linee
d'impegno e riflessione, la diocesi pugliese sta vivendo in questi giorni il
convegno pastorale annuale (16-18 giugno). Appuntamento che, di fatto,
"avvia l'anno 2010-2011", precisa mons. Gerardo Antonazzo, amministratore
diocesano, ricordando "affettuosamente e caramente mons. Vito De
Grisantis, nostro pastore, deceduto all'alba del Giovedì Santo". La
diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, spiega mons. Antonazzo, "a partire dal convegno ecclesiale di Verona, ha formulato un
piano pastorale diocesano pluriennale (2007-2011), scandito dai temi discussi
in quell'assise nazionale della Chiesa italiana e indicati come 'ambiti' (vita
affettiva, fragilità umana, cittadinanza, lavoro e festa, tradizione), nei
quali la vita ordinaria dei credenti deve imparare a fare esperienza di
speranza. Durante quest'anno svilupperemo il quinto ambito:
la tradizione".
Le coordinate in
gioco. "Quali sono le coordinate che entrano in gioco nell'esercizio del 'trasmettere'?", riflette mons. Antonazzo, che
sottolinea come "il documento preparatorio al Convegno di Verona"
mettesse "al primo posto, non a caso, i mezzi della comunicazione sociale,
la scuola e l'università, la famiglia e la comunità cristiana". In questo contesto, aggiunge l'amministratore diocesano, "è
evidente che l'esercizio del trasmettere incrocia l'arte di educare".
Infatti, "la fatica autentica ed efficace della tradizione-trasmissione
deve puntare alla formazione intellettuale e morale delle persone e,
soprattutto, all'educazione delle giovani generazioni". A questo punto,
nota mons. Antonazzo, "il nostro tema pastorale per l'anno 2010-2011 si
collega con gli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il decennio
2010-2020". Da qui la scelta del tema del convegno, che ha come relatori mons. Agostino Superbo, arcivescovo di Potenza e
vicepresidente della Cei, mons. Dario E.Viganò, preside dell'Istituto pastorale
"Redemptor Hominis" (Università Lateranense), ed Elisabetta Musi,
docente all'Università Cattolica di Piacenza. L'obiettivo, dice mons.
Antonazzo, è approfondire "l'arte dell'educare", "un processo di
'trasmissione' vitale e non di semplice istruzione o insegnamento di
contenuti", "un processo" di cui "gli adulti devono diventare
gli artisti".
Un patto tra le
generazioni. "L'educazione - afferma mons. Agostino Superbo - è parte
integrante della missione della Chiesa: l'istanza
educativa, infatti, è presente nella Chiesa fin dall'inizio e caratterizza la
sua intera azione". Riflettendo sulle "sfide culturali" attuali,
l'arcivescovo ribadisce che "il compito educativo
necessita di luoghi credibili: la famiglia, la scuola, la parrocchia". In
"ognuno di questi ambiti", spiega mons. Superbo, "resta decisiva
la qualità della testimonianza, via privilegiata della missione
ecclesiale". L'arcivescovo sottolinea poi la
necessità di "un patto tra le generazioni dentro e fuori la comunità
ecclesiale. Il patto sarà, per se stesso, educativo, in
quanto includerà i giovani non soltanto come destinatari, ma come
alleati". Un impegno, questo, che riguarda, tra gli altri, "la
comunità cristiana, la scuola e l'Università, la società, i mezzi di
comunicazione". In modo particolare, conclude
l'arcivescovo, "le comunità cristiane sono chiamate continuamente a una
conversione missionaria ricalibrando i percorsi formativi, i linguaggi, gli
itinerari educativi in base al nuovo contesto e ai nuovi destinatari".
Questione di
stile. Della necessità di una "nuova progettazione", in particolare
nel rapporto educazione-comunicazione, parla anche mons. Dario E.Viganò, il quale puntualizza che "per progettazione
si deve intendere il carattere distintivo dell'agire umano, personale e
sociale". In altre parole, "progettare
pastoralmente non significa tanto assumere una tecnica ma acquisire una mentalità.
È una questione di stile". Per mons. Viganò,
"il problema è riflettere sul profilo dell'agire credente all'interno di
uno scenario non solo per molti aspetti inedito, ma
anche profondamente problematico" dal punto di vista antropologico e
mediatico. "Essere avvertiti - spiega - agevola la comprensione di
soluzioni che sono sempre da comprendere in modo provvisorio". Quello
attuale, aggiunge il preside dell'Istituto pastorale, è "il tempo della
missione": "Si sono affievoliti, infatti, i tradizionali canali di
trasmissione della fede e si deve fare i conti con un sistema mediatico
invasivo e pervasivo". Per questo è necessario "superare la
tentazione della nostalgia, del pessimismo e dell'adattamento".
Impegni per il
futuro. Tutto ciò, riprende mons. Antonazzo, "si pone come una vera sfida:
il compito educativo, così esigente e delicato, è sempre una sfida educativa
che, se non viene colta ed elaborata, diventa
un'emergenza". Una sfida che la diocesi pugliese raccoglie con
"l'anno pastorale 2010-2011, avviato con questo convegno diocesano". Ad esso, fa sapere l'amministratore diocesano,
"seguiranno gli sviluppi possibili in termini di programmazione sia da
parte degli Uffici pastorali diocesani, sia da parte dei Consigli foraniali,
sia da parte dei singoli Consigli pastorali parrocchiali". Durante l'anno,
conclude, "ritorneremo ancora sul tema pastorale
con lo svolgimento della Settimana teologica diocesana, all'inizio della
Quaresima 2011".
A CURA DI VINCENZO
CORRADO
John Henry Newman. Il primato della coscienza. Benedetto XVI lo proclamerà beato
il 19 settembre a Coventry
Mancano tre mesi
alla beatificazione di John Henry Newman: avverrà il 19 settembre durante una
Messa pubblica a Coventry che sarà celebrata personalmente da Benedetto XVI. La
chiesa cattolica inglese gli ha riservato una parte del sito dedicato alla
visita del Papa in Inghilterra (www.thepapalvisit.org.uk) e ha scelto un
addetto stampa per i rapporti con i media. Si tratta di Jack Valero che, in una intervista, spiega a SIR Europa come i media aspettano
il grande evento, quali nuovi studi sono apparsi su Newman, perché viene
interpretato in tanti modi diversi e perché sulla sua figura, all'avvicinarsi
della beatificazione, si scateneranno polemiche. Jack Valero è anche addetto
stampa dell'Opus Dei in Gran Bretagna.
Come si è arrivati
alla beatificazione?
"Newman è
stato riconosciuto venerabile sulla base dei suoi scritti, nel 1991. Dopo
questo riconoscimento, è stato riconosciuto un miracolo da lui compiuto che ha
aperto la strada per la beatificazione. Perché possa diventare santo è necessario un altro miracolo. Del
primo processo si sono occupati i preti dell'Oratorio di Birmingham e Richard
Duffield ha fatto il postulatore della causa".
Perché ci vuole un
miracolo?
"Spesso la
vita stessa della persona beatificata è un miracolo in se stesso. Nessuno sa
che cosa succede nel cuore di una persona eccetto Dio. Attraverso il miracolo
noi abbiamo la conferma che Dio stesso pensa che quella persona è un santo. Quando la gente prega per un miracolo
chiede a Dio di confermare la santità di una persona".
È un evento
straordinario che sia il Papa a dichiararlo beato?
"È stato
questo Papa a decidere che sia il vescovo locale ad
occuparsi della beatificazione. Nel caso di Newman ha deciso di presiedere lui
la cerimonia. Probabilmente lo considera una persona molto
importante per la Chiesa e, per questo motivo, ha cambiato la procedura".
C'è stato molto
interesse, da parte dei media, nei confronti di Newman?
"Nelle ultime
settimane sono comparsi alcuni articoli e sono stati pubblicati libri e questo
interesse aumenterà con l'avvicinarsi della beatificazione".
Perché tanto
interesse?
"Un articolo
nel 'Times' di metà maggio che si intitolava "La
battaglia per l'anima di Newman" della corrispondente religiosa del
quotidiano, Ruth Gledhill, spiegava che esiste una lotta attorno alla sua
figura che viene interpretata in modi diversi. Alcuni lo vedono come un
personaggio tradizionale, ansioso di seguire i dogma e
gli insegnamenti delle autorità, altri pensano che, grazie alla sua
conversione, ha reso la fede cattolica rispettabile e accettabile dalla
mentalità anglicana. Altri ancora ritengono che sia il
campione della coscienza progressiva contro l'autorità e che, in questa visione
così moderna della fede, abbia anticipato il Concilio Vaticano II. Molti
anglicani, infine, lo considerano un eroe che ha
rinnovato la chiesa anglicana. Insomma gruppi diversi lo
considerano, giustamente, come il loro campione".
E chi ha ragione?
"Hanno tutti ragione. Si può dire che molte delle
sue idee, un nuovo ruolo per i laici e il primato della coscienza, erano nuove
per il XIX secolo nel quale viveva e divennero chiare soltanto nel XX
secolo".
Scheda
John Henry Newman
(Londra, 21 febbraio 1801 - Edgbaston, 11 agosto 1890). TeoloGO, FILOSOFO E
CARDINALE. Sicuramente uno dei più grandi prosatori e il più
autorevole apologista della fede che la Gran Bretagna ABBIA PRODOTTO. Sulla sua tomba è scolpito l'epitaffio
scritto da lui stesso, che doveva narrare, secondo il suo intento, la storia
del suo pellegrinaggio: "Dall'ombra e dai simboli alla verità". John
apparteneva ad una famiglia anglicana. Dopo un periodo
di studi a Oxford divenne sacerdote della Chiesa anglicana nel 1824. Ebbe
l'incarico di seguire gli studenti universitari e nel frattempo si dedicava a
studi filosofici e teologici. Fu fondamentale per il suo passaggio al
cattolicesimo, lo studio sulle origini del cristianesimo che fu pubblicato nel
1845 intitolato "Sviluppo della dottrina cristiana". Tramite questo
studio arrivò alla conclusione che "la Chiesa Cattolica era formalmente
dalla parte della ragione". Il 9 ottobre di quello stesso anno fu accolto
nella Chiesa Cattolica. Se ne andò da Oxford e si stabilì a Birmingham. Fu
ordinato sacerdote cattolico nel 1847 a Roma. Affascinato dalla figura di San
Filippo Neri fondò in Inghilterra la Congregazione
dell'Oratorio a Edgbaston, presso Birmingham (attualmente è parte integrante di
Birmingham), e a Londra. Fu Rettore dell'Università Cattolica di Dublino dal
1851 al 1857. Ritornò in Inghilterra per dedicarsi sia agli studi che all'attività pastorale. Sir eu
Bolzano: lei
islamica, lui cristiano
Consolato e Comune
negano le nozze
Un 30enne italiano
e una 26enne nordafricana si sono visti negare la possibilità di sposarsi e per
coronare il loro sogno, si sono rivolti al giudice. I due ragazzi, che vivono a
Laives da alcuni anni (la giovane donna è in Italia dal 1998), non hanno
ottenuto il nulla osta dal consolato marocchino perchè - per la legge del Paese
africano - una donna non può sposare un uomo di fede diversa da quella musulmana
di Massimiliano Bona
BOLZANO. Il
consolato del Marocco prima e il Comune di Laives, in
provincia di Bolzano, hanno negato ad una giovane coppia - un 30enne italiano e
una 26enne nordafricana - la possibilità di sposarsi. I due fidanzati, per
coronare il loro sogno, si sono rivolti al giudice.
I due ragazzi, che
vivono a Laives da alcuni anni (la giovane donna è in Italia dal 1998), non
hanno ottenuto il nulla osta dal consolato marocchino perchè - per la legge del
Paese africano - una donna non può sposare un uomo di fede diversa da quella
musulmana.
«Sotto il profilo
giuridico - spiega l’avvocato trentino Nicola Degaudenz, che assiste la coppia
- viene considerato un impedimento alla celebrazione
del matrimonio. L’ostacolo si può superare, secondo le norme in vigore, se
l’aspirante marito si converte e abbraccia la religione islamica».
Il trentenne di
Laives non ha ritenuto opportuno cambiare fede e nei giorni scorsi si è presentato
in Comune per le pubblicazioni di rito. «Gli
impiegati, però, - continua Degaudenz - in mancanza del nulla osta del
consolato marocchino hanno opposto il diniego. Ma
questa, per certi versi, è stata la fortuna della coppia, perché mi ha consentito
di presentare ricorso al Tribunale di Bolzano».
Il Comune di
Laives, in realtà, si è comportato correttamente. In base all’articolo 116 del
Codice Civile, che disciplina il matrimonio di uno straniero nel nostro Paese,
un cittadino non italiano «che vuole contrarre matrimonio nello Stato deve presentare all’ufficiale di stato civile una
dichiarazione dell’a utorità competente del proprio Paese (in questo caso il
consolato), dalla quale risulti che in base alle leggi a cui è sottoposto nulla
osta al matrimonio».
Il diniego opposto
dal Comune era pertanto più che giustificato. Degaudenz, a quel punto, ha
deciso di imboccare la stessa strada seguita a Trento alcuni anni fa. In quel
caso a rivolgersi a lui è stata una coppia di Cles: lui è un imprenditore
agricolo e lei una coetanea tunisina (ma con cittadinanza italiana), bloccati
sempre per motivi burocratici. Nel ricorso l’avvocato Degaudenz ha sostenuto
che il rifiuto del Comune è contrario all’articolo 19
della Costituzione italiana che sancisce la libertà religiosa.
In quel caso il
Tribunale ha scelto una via ancora più diretta per consentire alla coppia di
sposarsi: ha dichiarato, infatti, contrario all’ordine pubblico italiano il
divieto per una donna musulmana di contrarre matrimonio con un non musulmano.
Non si tratta di una legge, ma di un “impedimento“, alla stessa stregua della
minore età o dei legami di parentela tra i futuri coniugi. La differenza
religiosa non viene nemmeno menzionata.
Secondo i giudici «con tale omissione è probabile che il legislatore
intendesse abrogare il principio sciaritico. La giurisprudenza ha tuttavia
continuato a considerare proibito il matrimonio di una musulmana con un non
musulmano». Nel caso della coppia di Laives il
Tribunale di Bolzano ha fissato la prima udienza per
il primo ottobre 2010. LR 20
Angelus: Papstappell zu Kirgisien und zum Weltflüchtlingstag
Zum Frieden in Kirgisien aufgerufen hat
Papst Benedikt XVI. beim Angelusgebet am Sonntag. Bei dem Mariengebet auf dem
Petersplatz sagte er, er hoffe, dass in dem Land bald Sicherheit und Frieden
wiederhergestellt einkehrt.
„Den Angehörigen der Opfer und allen
Notleidenden dieser Tragödie spreche ich meine Betroffenheit und Nähe aus und
versichere ihnen mein Gebet. Ich rufe darüber hinaus alle ethnischen Gruppen
des Landes auf, auf Provokationen und Gewalt zu verzichten. An die
internationale Staatengemeinschaft appelliere ich, sich dafür einzusetzen, dass
die humanitären Hilfen bald die betroffene Bevölkerung erreichen.“
In dem zentralasiatischen Staat sollen
durch die Kämpfe zwischen Kirgisen und Usbeken 2000 Menschen ums Leben gekommen
sein. Zehntausende Menschen sind auf der Flucht aus der Unruheregion
Außerdem hat Benedikt sich für
Flüchtlinge in den Gastländern stark gemacht und gleichzeitig für mehr
gegenseitiges Verständnis geworben. Mit Blick auf den heutigen
UNO-Weltflüchtlingstag sagte er:
„Die Flüchtlinge hoffen auf Aufnahme
und auf Anerkennung ihrer Würde und Grundrechte. Zugleich wollen sie ihren
Beitrag leisten für die Gesellschaft, die sie aufnimmt. Beten wir dafür, dass
man im Geiste einer rechten Reziprozität angemessen auf ihre Erwartungen
antwortet, und dass zugleich die Flüchtlinge den Respekt deutlich machen, den
sie für die Identität des Aufnahmelandes hegen.“
Außerdem grüßte er, der Gewohnheit
gemäß, auch die deutschsprachigen Pilger.
„Das Evangelium dieses Sonntags wirft
eine Frage auf, die zu allen Zeiten aktuell ist: Für wen halten die Leute
Jesus? Wofür halten wir ihn? Wir erkennen Christus, Gottes Sohn, nur wenn wir
auch sein Kreuz sehen. Sein Tod am Kreuz offenbart seine grenzenlose Liebe: Er
verschenkt sich selbst an uns, um uns mit dem Vater zu versöhnen und uns zum
wahren, vollkommenen Leben zu führen. Euer Besuch hier in Rom, wo so viele
Heilige gewirkt haben, stärke euren Glauben an Christus und mache euch zu
mutigen Zeugen seiner Liebe. Euch allen wünsche ich einen gesegneten Sonntag.”
(rv)
D: Kirche erreicht die Menschen nicht
„Nun sag, wie hast du’s mit der
Religion? Du bist ein herzlich guter Mann, allein ich glaub, du hältst nicht
viel davon.“ So lautet die Frage Gretchens an Faust, in „Der Tragödie erster
Teil“. Es entwickelt sich eine typische Religionsdiskussion: Er, Faust,
hinterfragt ihre Frage, was sie denn genau meine, und sie fühlt sich der
Diskussion nicht gewachsen und gibt das Fragen auf, überzeugt, dass diese
Hinterfragungen nur verstecken sollen, dass Faust eigentlich nicht glaube.
Das mit den Fragen und den Antworten zu
Religion und den eigenen Überzeugungen ist also gar nicht so einfach - es lohnt
sich, genauer hinzuschauen.
Die Deutsche Bischofskonferenz hat in
dieser Woche eine neue Studie vorgestellt, die sie vom Institut für Demoskopie
Allensbach und vom Institut Sinus Sociovision hat erstellen lassen. Letzteres
ist bekannt geworden durch die Milieuorientierung seiner Aussagen, die berühmt
gewordenen Sinus-Milieus. Welche ästhetisch und duch Zugang zu Bildung
geprägten Milieus verhalten sich wie? Wir haben Georg Frericks gefragt. Er ist
Unternehmensberater für katholische Medienunternehmen bei der Medien
Dienstleistungsgesellschaft der Deutschen Bischofskonferenz, Auftraggeber für
den jetzt vorgestellten Trendmonitor religiöse Kommunikation.
2009 war der Befragungszeitraum für die
Studie; befragt wurden nur Katholiken. Es sollte nach den ersten Studien 1999
und 2002 ein Bild gewonnen werden, wohin sich Kirchlichkeit und Bindung in der
deutschen katholischen Kirche entwickelt. Überraschend war vor allem,
„...dass die Kirche eigentlich die
sogenannte bürgerliche Mitte, also den Mainstream in Deutschland, nicht so gut
erreicht, wie wir erhofft hätten. Denn in einer Untersuchung, die wir auf
Grundlage der Sinus-Milieus vor fünf Jahren durchgeführt haben, bezeichnete
diese bürgerliche Mitte die Kirche noch als Teil ihrer familiären Nahwelt.
Irgenwie hat man als Kirche vielleicht noch das Gefühl, dieses Milieu zu
erreichen, und nach den Ergebnissen des MDG Trendmonitors muss man jetzt sagen,
dass das sicherlich unzureichend der Fall ist.“
Die Nachrichten über die Studie hat
dominiert, dass die Zustimmung zur Kirche nicht wie vielleicht erwartet
zurückgegangen sei - also eigentlich eine gute Nachricht. Das sieht Frericks
mit Blick auf die Milieus jedoch anders.
„Die Zustimmung zur Kirche bleibt
stabil, verbessert sich vielleicht sogar, aber das könnte eben auch – wie jetzt
die Soziologen sagen – damit zusammenhängen, dass schon viele der Kirche den
Rücken gekehrt haben. Auf der anderen Seite sieht man auch, dass wir eben die
progressiveren, jüngeren Milieus als Kirche noch völlig unzureichend
erreichen.“
Was tun? Traditionelle pastorale
Strategien, die sich an die ganze Gemeinde der Gläubigen richten, helfen nicht
weiter.
„Bischof Gebhard Fürst sagte bei der
Präsentation sehr treffend, dass die Kirche eigentlich eine milieuspezifische
Kommunikationsstrategie bzw, Strategien bräuchte, um die Milieus in ihrer
Ästhetik, aber auch in ihrer inhaltlichen Anschlussfähigkeit auch zu erreichen.
Wobei er auch darauf hinwies, dass die Kirche zunächst einmal nicht sich selbst
verkauft... in dem Sinne, dass wir nicht fragen sollten, wie sich die Kirche
besser darstellen könnte, sondern dass die Kirche eine Botschaft hat.“
Und in dieser Orientierung an der
Botschaft Christi liege, so Frericks, auch die einzige Chance, kirchenferne und
Kirche ablehnende Milieus zu erreichen.
Aber es gibt immer noch eine große
Zustimmung zur Kirche und zu ihrer Rolle unter den Katholiken, und das sind
auch gute Nachrichten für Benedikt XVI.
„Das fällt auch politiv auf, dass die
Rolle des Papstes durchaus mehr Einverständnis bekommt als noch 2002, also zum
Ende des Pontifikates von Papst Johannes Paul II.; und gleichzeitig aber – und
das ist das Schöne – durchaus, nachdem vielleicht eine erste Anfangseuphorie
über den deutschen Papst wieder etwas abgeebbt ist und vielleicht auch
kirchlicher Alltag eingekehrt ist. Trotzdem ist die Zustimmug um etliches höher
als noch 2002.“
Was die Konfliktpunkte angeht, habe die
Studie spitz formuliert; es wurde nach Abtreibung, Frauenpriestertum, Zölibat
und generell zur Sexualmoral gefragt. Es zeigt sich Zustimmung zur Kirche, wenn
es um karitative Dinge und Frieden und Gerechtigkeit geht, aber Ablehnung, wenn
es um die persöniche Lebensführung geht. Aber auch hier lohnt sich ein genaueres
Hinsehen:
„Wenn man sich das milieuspezifisch
noch einmal anschaut, dann wird das wieder sehr aufschlussreich. Die
traditionellen Milieus, die das Rückgrat unserer Noch-Volkskirche in
Deutschland bilden, weisen durchaus eine hohe Zustimmung auch zu diesen Punkten
auf, während die moderneren, progressiveren, jüngeren Milieus eine noch
extremere Ablehnung diese Punkte aufweisen, als wenn man jetzt einfach den
statistischen Durchschnitt über die Bevölkerung zieht. Diese Punkte
polarisieren sogar sehr stark.“
Es gibt die These, dass wir in Beszug
auf kirchliche Bindung mittlerweile nicht mehr von einem Schwinden, sondern
schon von einem Bruch sprechen müssen. Auch hierzu können wir aus dem
Trendmonitor etwas erfahren. Die Sinus-Milieus der Traditionsverwurzelten und
Konservativen bieten relativ hohe Zustimmung zu Kirche, auch im Milieu der
Etablierten findet sich einiges davon. Im sogenannten postmateriellen Milieu
findet sich immerhin noch eine kritische Auseinandersetzung, aber der Rest der
Gesellschaft, und das ist die überwiegende Mehrheit (über zwei Drittel der
Katholiken sowohl in Deutschland als auch in der Schweiz und in Österreich) ist
doch recht weit entfernt von alledem, wofür Kirche steht und was Kirche sein
will.
Wie kann man dem entgegenwirken? Wie
sehen die milieuspezifischen Kommunikationsstrategien aus, von denen Bischof
Fürst sprach? Viel Hoffnung wird hier auf das Internet und auf neue Medien
gesetzt - kaum ein Bistum, das in dieser Hinsicht nicht eine Initiative hat:
„Das war noch ein wichtiger Aspekt des
Trendmonitors, dass die Ursprungsfrage, oder eine der Ursprungsfragen, die wir
uns gestellt haben, als der Trendmonitor ins Leben gerufen wurde, lautete: Kann
mediale Kommunikation Lücken schließen, die vielleicht in der personalen
Kommunikation in der Kirche existieren? Und da muss man ganz klar sagen: Diese
Lücken existieren genau so wie vor zehn, wie vor zwanzig Jahren. Die mediale
Kommunikation bildet keine Brücke zu Menschen, die die Kirche auf anderem Weg
nicht erreicht.“ (rv 19)
Migration. „Dialog des Lebens" notwendig, um Misstrauen und Vorurteile zu überwinden
ROM - In der heutigen Situation, die
sich immer mehr durch das Phänomen der Migrationen auszeichnet, ist ein „Dialog
des Lebens" notwendig, der es gestattet, Misstrauen und Vorurteile zu
überwinden.
Dies erklärte der Präsident des
Päpstlichen Rates für die Migranten und Menschen unterwegs, Erzbischof Antonio
Maria Vegliò, am Nachmittag des gestrigen Donnerstages in seiner Predigt
während der ökumenischen Gebetsvigil in der römischen Basilika St. Maria in
Trastevere. Die Vigil fand anlässlich des Welttages der Flüchtlinge statt, der
am 20. Juni begangen wird.
Der Erzbischof rief in Erinnerung, dass
die Migrationen in den letzten Jahren das Ausmaß von richtiggehenden humanitären
Krisen angenommen hätten. Dies sei auch auf eine immer stärkere Ausbreitung des
Menschenhandels zurückzuführen, von dem rund eine Million Menschen betroffen
sei; gleiches gelte für die Zwangsarbeit, den Handel mit menschlichen Organen
und den sexuellen Missbrauch von Minderjährigen.
Überall auf der Welt gebe es Menschen,
die die Entwurzelung aus ihrem Umfeld ereiden würden und sich in neue „gelobte
Länder" aufmachten, so Vegliò.
In diesem Kontext bestehe die
Notwendigkeit einer „neuen Art des Dialogs": eines „Dialogs des
Lebens" unter Personen unterschiedlicher Kultur und Religion, der sich im
alltäglichen Leben realisieren solle.
Dieser Dialog müsse vor allem die
Fähigkeit behaupten, mit den anderen zusammenzuleben, auf sie zu hören, sie zu
verstehen, sie in ihrer Mentalität zu akzeptieren. So rühre er an das Innerste
des Lebens der Menschen.
Die Migration werde oft von Armut
verursacht, könne jedoch auch deren Ursache sein. Die Migrationen würden die
Herkunftsländer wichtiger menschlicher Ressourcen berauben, da in einigen
Fällen 60 Prozent der Bevölkerung gehobener Bildung davon betroffen seien. Eine
Plage stelle die irreguläre Immigration dar, die zu See und zu Land viele Opfer
gefordert habe.
In diesem Zusammenhang fordere die
Kirche eine Regulierung der Migrationsströme und erkenne mit großem Realismus,
dass die Industrieländer, die die Immigrationswellen nicht immer absorbieren
könnten, sich mit geeigneten Maßnahmen ausstatten müssten, durch die Sicherheit
und Legalität sowohl für die Gastländer als auch für die Immigranten
gewährleistet werden.
Die Kirche beanspruche keine
spezifischen Kompetenzen bei der Ausarbeitung derartiger Projekte. Sie behalte
es sich jedoch vor, derart einzugreifen, dass sich alle Maßnahmen an den
Grundrechten der Person und der großen Tradition der christlichen Zivilisation
inspirieren.
Für Erzbischof Vegliò ist eine
geduldige und beständige Arbeit der Formung der Mentalität und des Gewissens
notwendig, die sich an den Grundprinzipien der Annahme, des Verständnisses, der
Solidarität und des Zusammenlebens ausrichten. Gleichzeitig bedürfe es der
Kontrolle von Impulsen, die zu Vorurteilen, Intoleranz, Fremdenhass und
Rassismus führen.
Abschließend forderte der Erzbischof
dazu auf, sich immer mehr der Kraft des positiven Zeugnisses bewusst zu werden.
Zenit 18
Vatikan-Erzbischof: Immer weniger Anerkennung von Flüchtlingen
Der Leiter des Päpstlichen
Migrantenrates wirbt für einheitliche Standards im Umgang mit illegalen
Flüchtlingen. Das sagte Erzbischof Antonio Maria Vegliò am Donnerstag in Rom.
Es gehe um eine realistische Regelung der Flüchtlingsströme; dabei müssten
sowohl die Rechte der Flüchtlinge als auch der Bevölkerung im Gastland bedacht
werden. Einfach nur Grenzen dicht zu machen, sei keine Lösung, so Vegliò. Der 20.
Juni ist seit zehn Jahren UNO-Weltflüchtlingstag; ursprünglich eingeführt hatte
ihn Papst Benedikt XV. 1914 unter dem Eindruck des Ersten Weltkriegs. Neue
UNO-Zahlen veranschlagen die Zahl der Flüchtlinge vor Krieg oder Verfolgung
weltweit auf über 43 Millionen. Das ist die höchste Zahl seit Mitte der
neunziger Jahre.
„Natürlich ist die Zahl zunächst einmal
beeindruckend“, meint Erzbischof Agostino Marchetto, der Sekretär des
Migrantenrates. „Gleichzeitig gibt es auch einen Rückgang bei der konkreten Anerkennung
von Flüchtlingen und Asylbewerbern. Was Europa betrifft, ist das Bild sehr
gemischt: Das Europäische Parlament hat einen Europäischen Flüchtlingsfonds ins
Leben gerufen, aber erst 12 Staaten sind ihm beigetreten. Es gibt in Europa ca.
eine halbe Million Flüchtlinge – nicht nur so genannte Wirtschaftsflüchtlinge,
sondern auch solche, die zur Flucht gezwungen wurden. Es ist schwer, dafür zu
sorgen, dass Hilfsgelder sie auch wirklich erreichen.“
Mit Sorge blickt der Vatikan-Mann
Richtung Mittelmeer, über das immer wieder Flüchtlinge aus Afrika Europa zu
erreichen versuchen.
„Erst vor ein paar Tagen gab es wieder
so einen Fall von einem großen Flüchtlingsschiff – sogar mit einem Kleinkind an
Bord -, bei dem sich Italien und Libyen über die Verantwortung gestritten
haben. Ich erinnere daran, dass in der Organisation der Afrikanischen Einheit
seit 1969 eine Flüchtlings-Konvention gilt... Immerhin hat vor kurzem die
Afrikanische Union über das Thema Flüchtlinge beraten, und zwar auf positive
Weise.“ (rv 18)
Die Akte Mixa. Papst Benedikt XVI. wusste von Alkoholproblem des Bischofs
Der Papst nahm das Rücktrittsgesuch von
Bischof Walter Mixa nach Informationen der „Frankfurter Allgemeinen
Sonntagszeitung“ an, weil ihm eine Akte mit schwerwiegenden Vorwürfen vorlag.
Sie betreffen eine Alkoholkrankheit Mixas und sexuelle Übergriffe auf junge
Priester. Von Daniel Deckers
Der Vorwurf sexuellen Missbrauchs gegen
Walter Mixa war nach Informationen der „Frankfurter Allgemeinen
Sonntagszeitung“ (F.A.S.) nicht der Grund für Papst Benedikt XVI., das
Rücktrittsgesuch des Augsburger Bischofs anzunehmen. Deshalb spielt die
Einstellung des Ermittlungsverfahrens der Augsburger Staatsanwaltschaft in
diesem Zusammenhang auch keine Rolle.
Vielmehr stimmte der Papst Mixas
ursprünglichem, inzwischen revidiertem Ersuchen zu, weil ihm eine Akte mit
schwerwiegenden Vorwürfen gegen den Bischof vorlag. Sie betreffen einerseits
die Alkoholkrankheit Mixas und andererseits sexuelle Übergriffe auf junge
Priester und Priesteramtskandidaten. Zeugen aus dem engsten persönlichen Umfeld
Mixas hatten entsprechende Aussagen über seinen Lebenswandel gemacht, die
dieser Akte beilagen. Übermittelt wurden die Unterlagen über die Apostolische
Nuntiatur in Berlin. Die F.A.S. berichtet in ihrer Ausgabe vom 20. Juni aus der
Akte Mixa.
Darin schildern engste Mitarbeiter
Mixas Alltag als den eines schwer alkoholkranken Mannes („Spiegeltrinker“),
dessen Arbeits- und auch Wahrnehmungsfähigkeit massiv beeinträchtigt sei. Gute
Ratschläge vieler Wohlmeinender seien am Bischof jahrelang abgeprallt.
Ebenfalls wird erwähnt, dass Bischof Mixa in aller Öffentlichkeit als Lügner
dastehe, weil er sich nicht mehr an die Gewaltexzesse des Stadtpfarrers Mixa
(1973-1996) in dem Schrobenhausener Kinderheim erinnern könne. Vor dem
Hintergrund der Krankheit wurde dies indes mit neuen Argumenten erklärbar.
Zwei Priester hatten von „weichen
Vergewaltigungen“ berichtet
Noch etwas kam hinzu: Zwei Priester,
einer aus dem Bistum Eichstätt, ein anderer aus dem Bistum Augsburg, hatten
sich unabhängig voneinander genau bezeichneten Personen offenbart und von
homosexuellen Übergriffen („weiche Vergewaltigung“) berichtet, die ihnen Mitte
der neunziger Jahre gegen ihren Willen, jedoch in einem Zustand emotionaler
Abhängigkeit, angetan worden seien.
Die Aktennotiz mit dem Hinweis auf
mutmaßlichen sexuellen Missbrauch eines zur Tatzeit womöglich Minderjährigen,
die Zollitsch, Losinger und Marx dem Papst am Vormittag des 29. April
überbrachten, spielte für die Entscheidung Benedikts keine Rolle mehr. Am 1.
Mai fuhren Zollitsch und Marx nach Basel, um Mixa im Auftrag des Papstes zu
bewegen, den Rücktritt vom Rücktritt vom Rücktritt zu erklären.
Fas 19
Schlammschlacht der Gottesmänner. Mixa im "Fegefeuer"
Rücktritt vom Rücktritt: Walter Mixa
will sein Amt als Augsburger Bischof zurück und erwägt den Gang vor den
päpstlichen Gerichtshof. Massiv attackiert er die Bischöfe Marx und Zollitsch -
eine Schlammschlacht unter Gottesmännern.
Augsburg. Bischof Walter Mixa stellt
seinen Rücktritt als Augsburger Oberhirte infrage. Er habe die Entscheidung
unter großem Druck von außen getroffen, sagte Mixa der Tageszeitung "Die
Welt". Der Druck auf ihn sei "wie ein Fegefeuer" gewesen.
"Ich wusste in den Tagen weder ein noch aus."
Massive Vorwürfe machte er dabei dem
Münchner Erzbischof Reinhard Marx und dem Vorsitzenden der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch. Mixa erwägt deshalb, die
Vorgänge um seinen Rücktritt vom päpstlichen Gerichtshof in Rom untersuchen zu
lassen. Im Juli will er noch einmal mit Papst Benedikt XVI. persönlich über
seinen Fall sprechen.
Er habe am 21. April eine bereits
vorgefertigte Rücktrittserklärung unterschrieben. "Drei Tage später habe
ich sie in einem Schreiben an den Papst widerrufen", sagte Mixa. Der
Vatikan schwieg am Mittwoch zum angeblichen Rücktritt vom Rücktritt. "Dazu
können wir nichts sagen", kommentierte ein Pressesprecher in Rom auf
Anfrage der Deutschen Presse-Agentur.
Sexueller Missbrauch - Der Augsburger
Diözesanrats-Vorsitzende Helmut Mangold verwies darauf, dass Mixas Widerruf
Papst Benedikt XVI. vorgelegen habe, aber bei dessen Annahme des
Rücktrittsgesuchs am 8. Mai offenbar keine wesentliche Rolle gespielt habe.
Deshalb dürfe der Rücktritt jetzt nicht wieder in Zweifel gezogen werden, sagte
Mangold der Nachrichtenagentur dpa. In dieser Frage gebe es kein Zurück mehr,
weil ansonsten die Autorität päpstlicher Entscheidungen beschädigt würde.
Mixa hatte nach Prügelvorwürfen
ehemaliger Heimkinder und Vorwürfen einer Zweckentfremdung von Stiftungsgeldern
für Waisenhauskinder beim Papst um seine Amtsentpflichtung gebeten. Diese wurde
offiziell am 8. Mai vom Vatikan angenommen.
Vorermittlungen zu Missbrauchsvorwürfen
hat die Staatsanwaltschaft eingestellt, die Prügelvorwürfe aus seiner Zeit als
Stadtpfarrer von Schrobenhausen bestehen aber weiter. Diese Vorgänge sind
strafrechtlich aber verjährt.
Mixa warf Erzbischof Marx als
Vorsitzenden der katholischen Bischöfe in Bayern sowie Erzbischof Zollitsch
vor, deren Verhalten "hätte brüderlicher sein müssen". Stattdessen
seien sie "zum Papst geeilt und haben ihm den sogenannten Missbrauchsfall
vorgetragen, der de facto auf nichts mehr beruhte als auf acht handschriftlichen
Sätzen einer höchst dubios hingekritzelten Notiz". Der Inhalt sei haltlos
gewesen, wie die eingeschaltete Staatsanwaltschaft festgestellt habe.
"Damit durften die doch nicht den Papst unter Zugzwang setzen."
Marx ließ diese Vorwürfe scharf
zurückweisen: "Es ist alles rechtmäßig gelaufen, darüber hinaus gibt es
nichts zu sagen", sagte der Sprecher des Münchner Erzbistums und der
bayerischen Bischofskonferenz, Bernhard Kellner, der Nachrichtenagentur dpa.
"Nicht zuletzt im Interesse von Bischof emeritus Mixa sehen wir davon ab,
Einzelheiten öffentlich auszubreiten." Man wünsche Mixa gute Genesung:
"Sein Aufenthalt in der psychiatrischen Klinik war ein wichtiger erster
Schritt." Mixa hatte sich nach seinem Rücktritt vorübergehend in ein
Schweizer Sanatorium begeben.
Die Reformbewegung "Wir sind
Kirche" appellierte an Mixa einzusehen, dass er nicht zur Belastung für
die ganze katholische Kirche in Deutschland werden dürfe. Man habe den
Eindruck, dass sich Mixa weiterhin von miserablen Beratern beeinflussen lasse.
Er müsse einsehen, dass das Wohlergehen seiner früheren Diözesen Eichstätt und
Augsburg wichtiger sei als seine persönlichen Ambitionen, sagte "Wir sind
Kirche"-Sprecher Christian Weisner.
Der Papst hat nach Darstellung Mixas
ihn zum Gespräch eingeladen. "Vor allem will ich mit ihm also besprechen,
wie sich die Situation weiter entwickeln soll." Der frühere Augsburger
Oberhirte plant ein Comeback als Priester. "Ich möchte auf jeden Fall in
irgendeiner Weise wieder in der Seelsorge tätig sein. Auch mit den Gläubigen
feiern, Sakramente spenden."
"Wir sind Kirche"-Sprecher
Weisner äußerte Verständnis für Mixas Wunsch nach einer Rückkehr in die
Seelsorge. Diese sei aber in Mixas früheren Bistümern Eichstätt und Augsburg
völlig undenkbar. Zudem dürfe es zu keinen neuen Polarisierungen durch Mixa und
zu keinen Problemen durch seine angebliche Alkoholabhängigkeit kommen, sagte
Weisner. (dpa)
Analyse. Mixa ist Täter, nicht Opfer
Ein unappetitliches Schauspiel führen
die alten katholischen Männer für die deutsche Öffentlichkeit gerade auf. Der
Augsburger Bischof Walter Mixa verbreitet die Theorie über eine Intrige seiner
"Mitbrüder" Robert Zollitsch und Reinhard Marx, die ihn zu Fall
gebracht hätten. Die Beschuldigen wiederum bedanken sich per Pressesprecher mit
dem dezenten Hinweis, der geschasste Bischof komme gerade aus der Psychiatrie.
Keine Spur von Nächstenliebe unter den Oberhirten.
Schön ist das Schauspiel nicht. Aber es
führt allen vor Augen, dass wir es in der Bischofskonferenz eben nicht mit
einer Schar Heiliger zu tun haben, sondern mit Politikern, mit
Kirchenpolitikern. Und der Umgang mit Mixa war Politik.
In der tiefsten Krise der katholischen
Kirche in der deutschen Nachkriegsgeschichte schlüpfte der Augsburger
Kirchenfürst in die Rolle des Dauer-Provokateurs. Zuerst gab er den 68ern die
Schuld am sexuellen Missbrauch in katholischen Internaten und Heimen.
Als Prügelvorwürfe gegen ihn
bekanntwurden, bestritt er sie zunächst, dann gab er die Gewalttaten zu und
relativierte sie zugleich als "Watsch´n". Ein Zeichen der Reue gab es
nicht, stattdessen verbreitete sein Bistum Solidaritätsbekundungen mit Mixa.
Mit so einem Menschen in einer Führungsposition drohten alle Bemühungen der
Kirche, sich dem Missbrauchsskandal zu stellen, zur Farce zu werden. Das
wussten Mixas Bischofskollegen Zollitsch und Marx. Und sie zogen alle Register,
um ihn loszuwerden. Gehörte auch die Anzeige wegen sexuellen Missbrauchs dazu?
Bestandteil einer Intrige, um Mixa
endgültig zu diskreditieren, war sie sicher nicht. Die Anzeige steht im
Einklang mit den strengen Richtlinien der Freisinger Bischofskonferenz, die
Mixa selbst kurz zuvor noch mit beschlossen hatte. Ungelegen kamen die Vorwürfe
aber sicher nicht, weshalb sie dann auch sehr schnell den Weg aus den
Kirchenmauern in die Öffentlichkeit fanden. Dass sich Mixa vehement gegen die
offenbar falschen Beschuldigungen wehrte und wehrt, ist verständlich. Wer
könnte schon mit solchen Vorwürfen leben?
Aber der Augsburger Bischof ist alles
andere als das Opfer, als das er sich inszeniert. Ausführlich breitet der
Bischof medial seine Verschwörungstheorie aus, wer warum den Verdacht auf
sexuellen Missbrauch lanciert hat. Doch er verliert kein Wort über seine
Prügelorgien als Stadtpfarrer von Schrobenhausen. Die geraten in der Diskussion
zu leicht in Vergessenheit.
Deshalb zur Erinnerung: Mit Fäusten,
Stock und Gürtel habe Mixa damals Waisenkinder verprügelt, fand ein vom Heim
beauftragter Sonderermittler heraus. Den Satan wollte er ihnen austreiben. Im
Bericht ist von schwerer Körperverletzung und der Misshandlung Schutzbefohlener
die Rede, alles bereits verjährt. Eine Frau, die als Kind in dem Heim lebte,
braucht bis heute therapeutische Hilfe, ein Mann ist Alkoholiker. Was mag in
diesen Menschen vorgehen, wenn sie sehen, wie sich Mixa als Unschuldslamm
inszeniert. Die Waisenkinder von Schrobenhausen sind die Opfer, Mixa - so
belegt es der Bericht - ist ein Täter.
Die Ablösung Mixas als Bischof von
Augsburg war überfällig. Eigentlich hätte er nie in ein solches Führungsamt
kommen dürfen. Möglicherweise kam sein Rücktritt unter starkem Druck zustande.
Das ändert nichts daran, dass er richtig war. Wolfgang Wagner FR 19
Das Ordensleben ist in letzter Zeit vor
allem wegen Missbrauchsfällen und Vertuschungsvorwürfen in den Blick der
Öffentlichkeit gerückt. Das ist Grund genug, um dieses Thema auch zum
Gegenstand der Beratungen der deutschen Ordensoberenkonferenz zu machen. Eine
weitere, ebenfalls spannungsreiche Frage des Treffens in Vallendar berührt die
Beziehungen zwischen den Ordensgemeinschaften und den Bistümern. Um die
Zusammenarbeit besser organisieren zu können, wurde ein gemeinsam besetztes
Gremium gegründet. Dies sei aber nicht dazu da, dass die Bischöfe nun auch die
Orden regieren würden, so der neu gewählte Vorsitzende, der
Prämonstratenser-Abt Hermann-Josef Kugler:
„Diese Koordinierungskommission ist
eine Kommission, die eigentlich schon das päpstliche Schreiben Vita Consacrata
den Ländern empfohlen hat. Es ist eine Plattform, wo sich Bischöfe und
Ordensobere über gemeinsame Dinge austauschen können, da sind die Ordensoberen
mit Bischöfen auf Augenhöhe.“
Geringe Mitgliedszahlen, Austritte und
das Schließen von Klöstern, Häusern und ganzen Gemeinschaften – diese
Rückschläge bestimmten einerseits natürlich die Wahrnehmung und auch das Leben
in den Gemeinschaften. Abt Hermann-Josef sieht aber trotz allem hoffnungsvoll
in die Ordens-Zukunft:
„Sowohl Kirche als auch Orden sind
natürlich im Übergang, es verändert sich sehr viel in der Ordenslandschaft, in
jedem Fall werden wir kleiner, wir werden weniger - aber ich denke, dass das
Ordensleben und die Form des Ordenslebens eine Alternative bleiben wird. Ich
bin überzeugt, dass es auch in Zukunft junge Leute, Männer und Frauen, geben
wird, die den Weg der evangelischen Räte gehen werden.“ (rv 17)
Flaggen braucht das Land . Fußball als Identifikationsmotor für Deutschland
Deutschland ist in diesen Tagen ein
schwarz-rot-goldenes Fahnenmeer. Waren es 2006 zur Fußballweltmeisterschaft im
eigenen Land nur ein paar wenige Fahnen, die sich erst mit den Finalspielen auf
Autodächern etablierten, so kann man bereits jetzt schon in der Vorrundenphase
Dutzende Deutschlandfahnen beobachten. Die deutsche Trikolore hat sich zum
Verkaufsschlager entwickelt, zum Beispiel als Mülltonnenummantelung,
Auto-Spiegelüberzug oder im Glas schwarz-rot-goldenem Deutschlandbier. Die
Anzahl der Flaggen auf einem Auto, die bei einem Mannheimer die stolze Zahl von
22 erreichte, gibt Auskunft über die Fußballliebe seines Besitzers. Ist die
ausgedehnte Verwendung der Flagge auch Ausdruck von Patriotismus und
Nationalstolz?
Negativ: Die Vereinsfahne der
Nationalmannschaft
Viele Fahnenbesitzer würden die Frage
verneinen. Sie drücken mit der Flagge lediglich ihre Sympathie und
Unterstützung der deutschen Nationalmannschaft aus. So wie Fußballfans der
Bundesligavereine T-Shirts und Fan-Schale kaufen, tragen die Fans der deutschen
Mannschaft Schwarz-Rot-Gold. Die Fahne ist weniger Ausdruck von Nationalstolz,
sondern von Verbundenheit zu einer Mannschaft. Auch die Nationalhymne, die im
Zusammenhang mit dem gegenwärtigen sportlichen Großereignis mehrfach erklingt,
ist zunächst keine Identifikation mit Deutschland, sondern eher das Singen der
Vereinshymne. Mit dieser Deutung lässt sich auch das Phänomen erklären, dass
gerade junge Menschen mit Migrationshintergrund die Fahne an ihrem Auto
angebracht haben. Einige unterstützen die deutsche Nationalelf lautstark,
würden sich aber nie dazu bekennen, stolz auf Deutschland zu sein. Die
Unterstützung ist in ihren Augen also lediglich auf den „Fußballverein
Deutschland“ beschränkt, nicht auf das Land, seine Geschichte, Tradition und
Kultur.
Positiv: Mut zum Flagge-Zeigen
Dem Fahnenmeer ist aber auch
Gutes abzugewinnen. Die Deutschen haben Mut, ihre Bundesflagge überhaupt zu
zeigen. Diese Tatsache wäre vor zehn oder zwanzig Jahren in einem solchen
Ausmaß nicht denkbar gewesen. Noch im Jahr 2000 gab es eine Nationalstolz-Debatte,
die um den Umgang mit der deutschen Geschichte rang. Im Zuge der
deutsch-deutschen Wiedervereinigung kennen wir zwar die fröhliche Verwendung
der Flagge als Zeichen der Einheit, dennoch lastet das schreckliche Erbe des
Nationalsozialismus auf unserer Fahne. In Hitler-Deutschland war eine exzessive
Verwendung der Nationalfahne im öffentlichen Leben selbstverständlich und große
Kundgebungen und Parteitage wurden mit einem Fahnenmeer inszeniert. Auch wenn
im NS-Regime Fahnen mit Hakenkreuz aufgehängt wurden, so ging diese schwere
„geschichtliche Hypothek“ auch auf die heutige Bundesflagge über. Diesen
Umstand konnte ich persönlich noch im Jahre 2002 beim Weltjugendtag im
kanadischen Toronto erfahren. Ich trug als Gruppenleiter eine Deutschlandfahne
als Erkennungszeichen und wurde von einer Frau energisch angesprochen, wie ich
denn stolz auf Deutschland sein und diese Flagge tragen könne. Bei diesem
Ereignis wurde mir deutlich, wie sehr Flagge-Zeigen auch Identifikation mit der
Nation und ihrer Geschichte bedeutet.
Fußball schafft Identifikation
Die Fußballweltmeisterschaften in
Deutschland und aktuell in Südafrika waren und sind ein Motor dafür, dass
Deutsche sich wieder mit ihrer Nationalflagge identifizieren. Nicht nur
eingefleischte Fußballer, sondern auch normale Bürger packt die Faszination der
WM und macht viele stolz auf die Nationalelf. Dies belegte schon eine Studie im
Jahr 2009. Auch der zurückgetretene Bundespräsident Horst Köhler sagte zur
Fußball-WM 2006 in einem Interview, dass er stolz auf Deutschland ist und es
gut finde, nicht mehr als einzigster mit Flagge am Auto durch das Land zu
fahren. Der neue Mut zur Flagge öffnet den Weg zur Versöhnung mit der eigenen
Nation und ihrer Geschichte. Dabei geht es nicht darum, den mahnenden Charakter
des Holocaust zu vergessen, sondern in einem angemessenen Verhältnis
anzunehmen. Aktuelles Beispiel für ein solches Handeln ist die Verlängerung des
Libanon-Einsatzes, in dem deutsche Soldaten Waffenschmuggel verhindern sollen
und so helfen, Israel und den Nahen Osten zu schützen. Für eine gelingende
Identifikation braucht es also Versöhnung mit der Geschichte, denn nicht der
Blick in die Vergangenheit richtet eine Nation auf, sondern der hoffnungsvolle
Blick in die Zukunft, der um die Fehler der Vergangenheit weis.
Fußball als Beispiel für Integration
Zusätzlich zur Identifikation leistet
Fußball auch einen Beitrag zur Integration. Mehrere Spieler aus dem Kader der
Nationalelf haben ausländischen Migrationshintergrund und sind so Vorbild für
eine gelingende Einheit angesichts verschiedener Kulturen in Deutschland. Aber
auch die Zusammensetzung der Mannschaft aus Spielern verschiedener
Bundesligavereinen kann Vorbildwirkung haben. Trotz der Verschiedenheit und
gesunder Konkurrenz im Innern kann ein einheitliches Bild nach außen entstehen.
Es gibt viele Gründe, um stolz auf Deutschland zu sein und Flagge zu
zeigen. Sebastian Pilz kath.de -
Redaktion
Eine gute Woche läuft die erste
Fußball-Weltmeisterschaft auf afrikanischem Boden, gut sieht es für die Bafana
Bafana, also die Nationalmannschaft Südafrikas, nicht aus. Trotzdem: Die
Fußballbegeisterung ist ungebrochen, das ganze Land fiebert mit, wer am Ende
den Pokal mit nach Hause nimmt. Doch abseits der glitzernden Welt von Stadien,
Fanmeilen und Werbespektakeln zeigt sich die Zerrissenheit des Landes, in dem
rund ein Drittel der Bevölkerung in Armut lebt, 5,7 Millionen Menschen mit dem
HI-Virus infiziert sind und rund tausend Menschen täglich an AIDS sterben.
Das katholische Hilfswerk missio ist
seit mehreren Jahren im „Hinterland“ Südafrikas aktiv. Unter dem Dach der
Erzdiözese Kapstadt sind eine Reihe von Projekten
entstanden, die von missio unterstützt werden. P. Eric Englert, Präsident von
missio, war zu Beginn der WM dort und hat diese Projekte besucht:
„Wir haben am Freitag das Township
Nyanga besucht, es ist das Township mit der größten Kriminalitätsrate in der
Gegend von Kapstadt. Dort waren wir in der Pfarrei St. Mary’s, ein Ort des
Friedens, an dem die Menschen, die dort ja sehr stark von Gewalt und anderen
Problemen behaftet sind, einen Hort der Ruhe und des Ausatmens bieten kann. Wir haben mit Jugendlichen gesprochen, die uns das
bestätigt haben. Sie kommen dort in die Pfarrei, nehmen teil an einem Programm,
das „Education for Life“ heißt, das ist ein Werteseminar oder eine
Werteweiterbildung: Sie beschäftigen sich mit ihrer Situation, drücken diese in
ganz verschiedener Art und Weise aus, sei es mit Theaterstücken, Musik, im
Gespräch."
An niemandem gehe die WM vorbei, selbst
in den Townships hätte jeder die Möglichkeit, die Spiele zu verfolgen, erzählt
P. Englert. Die Hoffnungen der Ärmsten auf konkrete Verbesserungen blieben
jedoch gering:
„Das haben die Jugendlichen in Nyanga
mir auch sehr deutlich zum Ausdruck gebracht. Sie haben wörtlich gesagt „Unsere
Situation wird sich durch die WM nicht ändern, im Gegenteil, wir erleben, dass
Dinge des täglichen Lebens sogar teurer geworden sind, wir selber haben keinen
Zugang zu Karten z.B., um zu Spielen zu gehen. Wir erwarten von der WM keine
Änderung unserer Situation, sondern das ist etwas, was wir selber in die Hand
nehmen können."
Was bleibt, ist die Hoffnung, dass
Südafrika durch die Fußball-Euphorie näher zusammenrückt, dass
der Stolz auf das gemeinsam Erreichte zur Einheit der „Regenbogennation“ führt:
„Mir ist das sehr bewegend deutlich
geworden, als am Vorabend der WM in Kapstadt vor dem Rathaus die große Fanmeile
eröffnet wurde. Da wurde ein Filmausschnitt gezeigt – Nelson Mandela, wie er
gerade aus dem Gefängnis entlassen wird, zur Nation spricht und sie zur Einheit
ruft. Das war ein Moment, wo die Vuvuzelas, die einem sonst die Ohren
volldröhnten, verstummt sind, die Menschheit bewegt dagestanden hat. Als die
Filmsequenz zu Ende war, sind alle in großen Jubel ausgebrochen. Das Streben,
der Wille danach, dass die Nation zusammenkommt, ist tatsächlich vorhanden und
man kann sich nur wünschen, dass das mehr und mehr Wirklichkeit wird." (rv
18)
Interview zur neuen Rolle der russisch-orthodoxen Kirche
WIEN - Das Oberhaupt der
russisch-orthodoxen Kirche, Patriarch Kyrill I. von Moskau, war vorige Woche in
Katyn, wo 1940 Einheiten des sowjetischen Innenministeriums NKWD auf Befehl
Stalins rund 22.000 polnische Offiziere, Polizisten und Intellektuelle ermordeten.
Der Patriarch rief dort zur Versöhnung zwischen Russen und Polen auf. Michaela
Koller nahm diesen bedeutsamen Schritt zum Anlass, für ZENIT den Experten für
die russisch-orthodoxe Kirche, Universitätsprofessor Rudolf Prokschi, zum
Wirken des Patriarchen zu befragen, im Verhältnis zu den Nachbarn, aber auch
innerhalb der Orthodoxie.
ZENIT: Was führte zu diesem
symbolischen Akt?
--Prof. Rudolf Prokschi: Patriarch
Kyrill kennt Katyn als Metropolit von Smolensk und Kaliningrad. Er hat dort
erlebt, wie die Russen eingestanden, dass dies eben nicht die Deutschen waren,
sondern sie, die dort gemordet haben. Meiner Einschätzung nach ist Patriarch
Kyrill ein durchaus politischer Mensch, der jetzt natürlich den tragischen
Flugzeugabsturz mitverfolgt hat, bei dem ja aus allen Kirchen hochrangige
Vertreter auch mit in der Maschine saßen, auch der Orthodoxie. Er wählt diesen
Kairos, um hier deutlich ein Zeichen zu setzen, für die Aussöhnung, hier
speziell zwischen Polen und Russen. Auch war schon ein Besuch von Metropolit
Hilarion, Leiter der Abteilung für kirchliche Außenbeziehungen des Moskauer
Patriarchats, in Warschau anberaumt, der aber verschoben wurde. Es scheint
doch, dass die russisch-orthodoxe Kirche auch mit Polen eine Annäherung sucht,
um die alten Gräben zu überwinden.
ZENIT: Wird der Patriarch darin auch
von der gesamten russisch-orthodoxen Kirche unterstützt?
--Prof. Rudolf Prokschi: Der Patriarch
hat sich in den letzten zwei Jahren sehr darum bemüht, doch in der eigenen
Kirche einen guten Stand zu bekommen. Die russisch-orthodoxe Kirche ist nicht
so einheitlich, auch in Bezug auf das ökumenische Engagement. Ich kann mir
daher gut vorstellen, dass es schon auch kritische Stimmen gibt. Er wirft
sozusagen seine ganze geistliche Autorität in die Waagschale, in der
Überzeugung, dass er das Wort ergreifen muss, wo es um Aussöhnung, um Werte
geht, die das Christentum wesentlich prägen. Da nimmt er dann keine Rücksicht,
wenn es kritische Stimmen gibt.
ZENIT: Welche Auswirkungen könnte der
Schritt über die Völkerverständigung hinaus auf den ökumensichen Dialog haben?
--Prof. Rudolf Prokschi: Es wird sicher
Auswirkungen haben auf das Verhältnis zur katholischen Kirche haben, aufgrund
der mehrheitlich katholischen Prägung Polens. Das war in der Vergangenheit auch
immer ein Spannungselement. Auf der einen Seite das katholische Polen, auf der
anderen Seite die russische Orthodoxie. Beide Seiten haben aus der Geschichte
heraus immer wieder die Ereignisse betont, die für das eine wie für das andere
Volk tragisch waren. Mit diesen Versöhnungsschritt
könnte sich auch das Verhältnis zur katholischen Kirche Polens bessern. Noch
nicht ablesbar ist, welche Auswirkungen er auf einen größeren Kontext hat.
ZENIT: Auch inner-orthodox zeigt sich
Patriarch Kyrill versöhnlich: Seine erste Auslandsreise im Amt als Patriarch
führte ihn nach Istanbul zum Phanar, eine zweite Begegnung mit dem Ökumenischen
Patriarchen Bartholomaios fand jetzt im Mai in Moskau statt...
--Prof. Rudolf Prokschi: Mit der Reise
folgte er zunächst einmal der altkirchlichen Tradition, dem Protos, dem Ersten,
einen Antrittsbesuch zu machen. Es stimmt aber, dass das Verhältnis zwischen
Moskau und Konstantinopel belastet war, und es zugleich ein Versöhnungszeichen
war, zuerst dorthin zu fahren und damit Patriarch Bartholomaios als Primus
inter pares, als Ersten unter Gleichen, anzuerkennen. Beim Gegenbesuch, der
recht positiv verlief, hat man gespürt, dass diese Achse zwischen Moskau und
Konstantinopel hält. Ja, es wurde eine panorthodoxe Synode angekündigt. Das
wurde schon vor vielen Jahrzehnten angegangen und noch nicht verwirklicht. Eine
solche Synode ist für die Orthodoxie wichtig und notwendig.
ZENIT: Wie stehen die Chancen dafür?
--Prof. Rudolf Prokschi: Ich bin
überzeugt, wenn beide Patriarchen, Bartholomaios als Ehrenprimas und Kyrill als
Oberhaupt der größten orthodoxen Kirche gemeinsam dies wollen, werden sie dies
zustande bringen. Es wurde zwar jetzt schon für das Jahr 2011 angekündigt, aber
da bin ich ein wenig skeptisch. Es braucht doch einen größeren Vorlauf.
Inzwischen wirken die verschiedenen orthodoxen Landeskirchen in der Diaspora in
einigen Ländern in einer gemeinsamen Bischofskonferenz zusammen. In Deutschland
gibt es schon eine solche Bischofskonferenz, in Österreich soll sie im Herbst
starten und für Frankreich ist dies ebenso in Planung. Das ist schon ein guter
Schritt vorwärts.
ZENIT: Wie sah es mit dem Thema Estland
aus, wo es eine selbständige orthodoxe Kirche Estlands gibt, aber zugleich die
estnisch-orthodoxe Kirche? Die Auseinandersetzung belastete ja selbst die
Sitzung der gemischten Internationalen Kommission für den theologischen Dialog
zwischen der katholischen Kirche und den orthodoxen Kirchen im Oktober 2007 im
italienischen Ravenna...
--Prof. Rudolf Prokschi: Fakt ist, dass
es parallel zwei orthodoxe Kirchen in Estland gibt. Wir haben auch zwei
Kirchenoberhäupter mit den Titel „Metropolit von Tallinn und
ganz Estland". Der eine ist Grieche, der andere Russe. Die eine
Kirche erkennt den Ökumenischen Patriarchen als Oberhaupt an, die andere den
Moskauer Patriarchen. Es gibt parallele Strukturen. Jede Gemeinde durfte
abstimmen, zu welcher Jurisdiktion sie gehören wollte. Die Esten wollten nach
der wiedererlangten nationalen Unabhängigkeit auch die kirchliche
Unabhängigkeit von Moskau. Sie knüpften dann an eine ehemals in den zwanziger Jahre schon bestandene Zugehörigkeit zum
Ökumenischen Patriarchat an. Aber weil in Estland aber auch viele Russen leben,
wollten diese beim Moskauer Patriarchat bleiben.
Die Schwierigkeit bestand auch darin,
dass der Vorgänger von Kyrill, Patriarch Alexej II. aus Estland stammte und
dort auch Metropolit war und sich daher besonders schwer tat. Das Problem ist
noch nicht gelöst. In Ravenna war es so, dass die russische Delegation deshalb
am zweiten Tag der Zusammenkunft abreiste, weil ein Grieche als Vertreter der
estnisch-orthodoxen Kirche am offiziellen Dialog teilnahm. Man hat sich jetzt
so geeinigt, dass an diesen ökumenischen Verhandlungen die autonomen Kirchen
nicht mehr teilnehmen, sondern nur noch die 14 autokephalen Kirchen vertreten
sind. So ist es in Zypern voriges Jahr weiter gegangen und es wird auch in Wien
so sein, wo der offizielle Dialog vom 20. bis 27. September tagen wird.
ZENIT: Welche Probleme belasten das
Verhältnis noch?
--Prof. Rudolf Prokschi: Ganz an erster
Stelle steht sicher das Problem in der Ukraine. Dahin führte ja auch gleich der
zweite Auslandsbesuch von Patriarch Kyrill. Für 20. bis 28. Juli ist wieder
eine Visite dort angesagt. Die Orthodoxie ist in der Ukraine in mindestens drei
Jurisdiktionen aufgespalten, wobei nur die ukrainisch-orthodoxe Kirche des
Moskauer Patriarchat kanonisch anerkannt ist. Es gibt
das „Kiewer Patriarchat", wie es sich bezeichnet und noch eine dritte
Gruppe, die sich autokephale ukrainisch-orthodoxe Kirche nennt. Der „Kiewer
Patriarch" hofft, dass ihn wiederum der Ökumenische Patriarch unterstützt.
Das Streben der ukrainischen Orthodoxen nach Selbständigkeit zieht sich schon
über 100 Jahre lang hin. Nach der Wende hat sich dieses Problem wieder zugespitzt.
[Univ.-Prof. Mag. Dr. Rudolf Prokschi
ist Professor für Patrologie und Ostkirchenkunde an der
Katholisch-Theologischen Fakultät der Universität Wien. Er forschte Mitte der
neunziger Jahre im Staatlichen Archiv der Russischen Föderation und wirkte
zugleich als Seelsorger für die Deutschsprachige Katholische Gemeinde in
Moskau.] Zenit 18
Gretchenfrage für deutsche Katholiken
Die Gretchenfrage: Wie hältst du es mit
der Religion? Die Deutsche Bischofskonferenz wollte es genauer wissen und hat
das Institut für Demoskopie Allensbach und Institut Sinus SocioVision mit einer
Studie zu dieser Frage beauftragt: den Trendmonitor religiöse Kommunikation. Am
Mittwoch wurde er in Freiburg vorgestellt.
Petra Dierkes arbeitet für die
Medienzentrale des Erzbistums Köln und berichtet dem Kölner Domradio von der
Studie.
„Es gibt keinen Aufschwung, keinen
Trend zum Religiösen. Gefragt wurden im letzten Jahr 2.050 Katholiken - und die
sagen, wir sind nicht religiöser geworden. Es bleibt allerdings konstant, es
gibt also auch keinen Abbruch. Um zukunftsgerichtet weiter arbeiten zu können,
hat Bischof Fürst deutlich gesagt, dass es wichtig ist, das Internetengagement
der katholischen Kirche weiter zu verbessern, um auch die Jüngeren weiter gut
zu bedienen, gut zu erreichen. Wichtig ist zudem, und das sagt die Trendstudie
hier aus, dass wir in den säkularen Formaten, in den Talkshows oder auch in den
Serien, weiterhin vorkommen. Und ganz wichtig sind die Pfarrbriefe, die ja eine
ganz wichtige Informationsquelle für die Katholiken sind - die sollten wir
nicht aus dem Blick lassen.“
Die Gesellschaft Katholischer
Publizisten Deutschlands reagiert auf diesen Trendmonitor mit der Aufforderung,
Konsequenzen aus dem vorgelegten Datenmaterial zu ziehen und ein umfangreiches
und differenziertes Konzept zu entwickeln. Zum einen müssten bestehende
Angebote für die Zielgruppen weiter entwickelt werden, zum anderen sei es aber
auch wichtig, die sich bereits seit Jahren abzeichnende Entfremdung der jungen
Generation und der Kirchendistanzierten ernst zu nehmen. Das erklärt die
Vorsitzende der GKP, Hildegard Mathies in einer Presseerklärung. Es gelte,
durch neue Ideen und durch zielgruppenorientierte Produkte diesen Menschen
Information anzubieten. Es sei fatal, wenn Menschen nicht mehr erwarten würden,
dass sie auf ihre Sinn- und Lebensfragen Antworten von der Kirche bekommen
könnten, so Mathies weiter - Die Gesellschaft Katholischer Publizisten
Deutschlands ist ein Zusammenschluss von über 560 Medienschaffenden.
(domradio/pm 17)
Erstes katholisches Filmfestival in Rom. Wunderbares aus der Filmwelt
ROM - Filmfestivals neigen dazu, meine
zynische Seite wachzurufen. Ob in Cannes, Venedig oder Sundance, es scheint
immer, dass Preise und Werbung auf diejenigen Filme niederprasseln, die ‚die
großen Drei' des Medientrends begünstigen: Abtreibung, homosexuelle
Lebensgemeinschaften und Euthanasie. Fügen sie dann noch eine Prise banalen
antikatholischen Stereotyps hinzu und voilà, sie haben einen
Grand-Prix-Triumph. Abgesehen vom schlechten Geschmack und der offensichtlichen
Anstößigkeit, das ganze Geschäft der Filmpreise fängt an, geradezu langweilig
zu werden.
Was, fragt man sich, geschah an den
Tagen, an denen Filme wie „Beckett" und „A Man for All Seasons" oder
sogar „A Sound of Music" die Preise nur so wegfegten.
Eine katholische Filmemacherin, Liana
Marabini, beschloss, diese Festivals mit einem eigenen zu kontern, und letzte
Woche fand in Rom im Auditorium an der Via della Concilliazione das erste katholische Filmfestival statt. Unter der
Schirmherrschaft des Päpstlichen Rates für Kultur wurden auf diesem einwöchigen
Festival Filme, Dokumentarfilme und Fernsehproduktionen vorgestellt, die
„universellen moralischen Werte und positive Vorbilder" veranschaulichen.
Das Festival, genannt Mirabile Dictu
(lateinisch für „Wunderbares sagen"), wählt Filme aus der ganzen Welt für
die Teilnahme an der Endrunde aus. Eine fünfköpfige Jury, bestehend aus
Schauspielern, Drehbuchautoren, Produzenten und einem Theologen, entscheidet
über die sechs Preise für den besten Film, Dokumentarfilm, Kurzfilm,
Schauspieler und Regisseur. Der Preis für die bedeutendste Karriereleistung
ging an Giancarlo Giannini, der mit Luchino Visconti, Rainer Werner Fassbinder
und Lina Wertmüller sowie mit Tony und Ridley Scott zusammengearbeitet hat, und
mit Daniel Craig in dem neuen James-Bond-Film zu sehen ist.
Die Gewinner wurden am 10. Juni bei
einer Gala auf der Panoramaterrasse der Kapitolinischen Museen mit Blick auf die
Kuppeln und Dächer der Stadt bekannt gegeben. Der Preis für den besten Film
wurde an Désobéir vergeben, einen französischen Film aus dem Jahre 2009 von
Joel Santoni, der die Geschichte von Aristides de Sousa Mendes erzählt, der das
Leben von Tausenden Juden während des Zweiten Weltkrieges rettete, in dem er
ihnen Visa nach Portugal aushändigte. Dabei wiedersetzte sich Mendes seiner
eigenen Regierung und starb in Armut und Schande. Der Star des Films, Bernard
Le Coq, gewann auch den Preis für den besten Schauspieler.
Beste Regie ging an den irischen
Filmemacher Paul Brady für seinen Film „Janey Mary" aus dem Jahre 2007,
die Geschichte eines 5-jährigen Mädchen in den Straßen von Dublin in den 40er
Jahren des 20. Jahrhunderts. Die Rationen der Kriegszeit ließen das Volk
hungern und eine trostlose Depression lag auf der Stadt. Die Freundschaft
zwischen dem kleinen Mädchen und einem Augustiner-Priester ist genau die Art
jener aufbauenden Geschichte, die man gerade jetzt aus Irland hören möchte.
Ein überraschender Film erhielt keine
Auszeichnung, gab aber einen kleinen Hoffnungsschimmer für das US-Kino: „The
Good Shepherd" von Regisseur Lewin Webb und mit Christian Slater als
Hauptdarsteller.
Slater spielt Pater Daniel Clemens,
einen cleveren Öffentlichkeitsarbeitsspezialisten für seine Erzdiözese. Als er
einen inhaftierten Priester besucht, der sich weigerte das Beichtgeheimnis zu
brechen, wird seine eigene weltliche Lebensweise in Frage gestellt, als er
erkennt, was es wirklich bedeutet, der Kirche zu dienen. Obwohl der Film schon
im Jahre 2004 veröffentlicht wurde, hat er nie viel Verbreitung gefunden.
Mirabile Dictu entdeckte diesen ansonst vergessenen
Film und ermöglichte, dass seine gute Botschaft übermittelt werden konnte und
dass das Publikum Christian Slater in seiner ersten, wohl erbaulichen Filmrolle
genießen konnte.
Das Filmfestival Mirabile Dictu ist
nicht das erste seiner Art. Das älteste Internationale Katholische Film- und
Multimedia-Festival findet jährlich in Polen in Niepokalanow statt und feiert
in diesem Jahr seinen 25. Geburtstag. Im Jahr 2009 debütierte das JP2-Internationale-Filmfestival in Miami mit großem
Erfolg. Jedoch hier in Rom, zwischen den Festivals von Cannes und Venedig
gelegen, ist Mirabile Dictu bereit, das ‚Caput Mundi' des katholischen Kinos zu
werden.
[Aus dem Englischen übersetzt von Iria
Staat] Elizabeth Lev, Zenit 18
Kuba: Kardinal zufrieden mit Besuch aus dem Vatikan
Kardinal Jaime Ortega von Havanna ist
sehr zufrieden mit dem Besuch des vatikanischen Außenministers. Das Treffen von
Erzbischof Dominique Mamberti mit dem kubanischen Außenminister Bruno Rodriguez
sei „sehr vielversprechend verlaufen“, meinte der Kardinal im Gespräch mit uns:
„Das kann nur gut sein für die Kirche von Kuba.“ Ortega deutete auch an, dass
die Kirche sich weiter für Freilassung oder Hafterleichterung der politischen
Gefangenen auf Kuba einsetzen wird; am letzten Wochenende hatte sie bei diesen
Verhandlungen mit der Regierung einen ersten Erfolg verzeichnen können.
„Ich glaube, das geht gut voran. Es ist
ein Prozess, der hoffnungsvoll verläuft – er wird in den nächsten Tagen
weitergehen. Ein Prozess, der erst vor kurzem angefangen hat, aber der wirklich
zu begründeten Erwartungen berechtigt. Man darf darauf vertrauen, dass er noch
viele Erleichterungen für Häftlinge erbringt.“
Die kubanische Kirche veranstaltet in
diesen Tagen zum zehnten Mal ihre „Soziale Woche“ – das war auch der
eigentliche Anlass für den Besuch von Erzbischof Mamberti aus dem Vatikan.
„Die Soziale Woche hat großen Wert für
alle Bistümer, die sich daran beteiligen. Dieses Jahr haben wir kubanische
Experten aus dem US-Exil dazu eingeladen und Experten aus Lateinamerika; sie
können uns in der Lage, in der Kuba im Moment ist, manchen guten Rat geben. Vor
allem, weil es auf sozialem und wirtschaftlichem Gebiet auf kurz oder lang zu
einigen Neuerungen auf Kuba kommen soll… da brauchen alle, die sich in der
Sozialpastoral unserer Kirche engagieren, Rückendeckung.“
In einem Vortrag, bei dem auch
Regimevertreter teilnahmen hat Erzbischof Mamberti ausgeführt, was aus
Vatikan-Sicht eine „gesunde Laizität“ des Staates ist. „Für Christen ist es
völlig klar, dass Religion und Glauben nicht Politik sind, sondern eine andere
Sphäre des menschlichen Lebens“, so Mamberti wörtlich. „Und die Politik, der
Staat sind keine Religion, sondern eine weltliche Realität mit spezifischer
Mission“. Beide Realitäten müssten „aufeinander zu geöffnet“ sein. Übrigens
komme auch der Begriff „Laizität“ ursprünglich aus dem kirchlichen Bereich, so
der Vatikanmann. (rv 18)
Käßmann für Freiwilligenarmee - Ex-Bischöfin warnt vor sozialerSchieflage
Hannover. Ex-Bischöfin Margot Käßmann
hat sich für eine Abschaffung der Wehrpflicht ausgesprochen. Wenn von den
jungen Männern weniger als die Hälfte Wehr- oder Zivildienst leisten, könne von
Wehrgerechtigkeit keine Rede mehr sein. "Unter den jetzigen Umständen
macht eine Freiwilligenarmee wesentlich mehr Sinn", sagte Käßmann in einem
epd-Interview.
Um den Wegfall des Zivildienstes
auszugleichen, müssten aus Sicht der ehemaligen Ratsvorsitzenden der
Evangelischen Kirche in Deutschland die Freiwilligendienste attraktiver werden
und mehr Vollzeitstellen im Sozialwesen geschaffen werden. "Das Geld, das
für die bürokratische Organisation von Zivil- und Wehrdienst ausgegeben wird,
sollte besser an die sozialen Träger fließen, um Beschäftigungsmöglichkeiten zu
schaffen", sagte die 52-Jährige. Die Präsidentin der Zentralstelle für
Recht und Schutz der Kriegsdienstverweigerer hält eine allgemeine Dienstpflicht
für absurd. "Sie können in ein Altenheim nicht junge Leute stellen, die
sagen: Ich habe keinen Bock", sagte Käßmann. Das wäre unzumutbar für die
Hilfsbedürftigen.
Scharfe Kritik äußerte die ehemalige
hannoversche Landesbischöfin am Sparpaket der Bundesregierung. "Die Schere
zwischen Arm und Reich geht immer weiter auseinander", sagte Käßmann. Es
dürfe nicht sein, dass gerade Hartz-IV-Familien und Wohngeldempfänger belastet
werden. "Der soziale Frieden ist in Gefahr, wenn viele Menschen immer ärmer
werden."
Käßmann bekräftigte in einem der ersten
Interviews nach ihrem Rücktritt ihre Kritik am Militäreinsatz in Afghanistan.
Ihre öffentlich teils scharf kritisierte Neujahrspredigt mit dem Satz
"Nichts ist gut in Afghanistan" würde sie jederzeit wiederholen.
"Dass die Kirche zum Frieden ruft, ist doch überhaupt nicht
überraschend", sagte sie. Es freue sie, dass Verteidigungsminister
Karl-Theodor zu Guttenberg (CSU) inzwischen davon spreche, dass die Predigt
eine wichtige Diskussion angestoßen habe.
Käßmann hatte im Februar alle
kirchlichen Leitungsämter niedergelegt und damit die Konsequenz aus einer
Alkoholfahrt am Steuer ihres Dienstwagens gezogen. Im August geht sie zu einem
viermonatigen Studienaufenthalt in die USA. Nach eigenen Worten hat sie über
ihre weitere berufliche Zukunft noch nicht entschieden. Epd 19
Österreich: Erstmals Bischofstreffen mit Slowenen
Während die deutschen Bischöfe ihre
Vollversammlung traditionell im Frühjahr und Herbst abhalten, haben die
österreichischen Kollegen die warmen Sommertage für ihr Treffen gewählt. Am
kommenden Montag beginnt in Mariazell ihr Bischofstreffen.Erstmals halten die
österreichischen Bischöfe ihre Vollversammlung gemeinsam mit ihren Kollegen aus
Slowenien ab. Ein besonderes Ereignis, meint der Sprecher der österreichischen
Bischofskonferenz Paul Wuthe:
„Hier geht es vor allem um ein
Kennenlernen, um das Verbessern der Zusammenarbeit, um einen
Erfahrungsaustausch vor allem um jene Fragen, die beide Bischofskonferenzen
betreffen. Das sind oft Fragen im Zusammenhang mit dem Verhältnis
Staat-Kirche.“
Als Beispiele nennt der Sprecher der
österreichischen Bischofskonferenz da das Schulwesen und allem voran den
Religionsunterricht.
„Es wird sicherlich auch um Fragen der
Seelsorge an den Slowenen in Österreich gehen, aber auch um die Frage, wie die
Kirche auch auf europäischer Ebene besser zusammenarbeiten kann bei jenen
Themen, die uns alle betreffen. Ein Beispiel wäre sicherlich die
Arbeitszeitrichtlinie oder eine Allianz für den Sonntag.“
Ganz klar: Bei dem Treffen wird der
Umgang der Kirche mit Missbrauchsfällen ein zentrales Thema sein, kündigt Paul
Wuthe an.
„Bei der letzten Vollversammlung haben
die Bischöfe einen ganz klaren Arbeitsauftrag gegeben, was bis zum Sommer getan
werden muss. Es gibt eine Projektgruppe, die versucht hat, hier österreichweite
Standards vorzuschlagen; die Projektgruppe hat intensiv gearbeitet. Es haben
über 300 Experten aus der Kirche und außerhalb der Kirche mitgearbeitet: Diese
Ergebnisse liegen nun vor und werden jetzt sicherlich der Hauptpunkt der
Beratungen der Bischofskonferenz sein.“ (rv 19)
Kuba. Vatikanvertreter eröffnet 10. Soziale Woche in Havanna
HAVANNA. Kardinal Jaime Ortega von
Havanna ist sehr zufrieden mit dem Besuch von Erzbischof Dominique Mamberti,
dem Sekretär für die Außenbeziehungen im vatikanischen Staatssekretariat.Das
Treffen mit dem kubanischen Außenminister Bruno Rodriguez sei „sehr
vielversprechend verlaufen", meinte der Kardinal im Gespräch mit Radio
Vatikan: „Das kann nur gut sein für die Kirche von Kuba." Ortega deutete
auch an, dass die Kirche sich weiter für Freilassung oder Hafterleichterung der
politischen Gefangenen auf Kuba einsetzen wird; am letzten Wochenende hatte sie
bei diesen Verhandlungen mit der Regierung einen ersten Erfolg verzeichnen
können.
Anlass von Mambertis derzeitigem Besuch
sind Feiern zum 75. Jahrestag der Aufnahme diplomatischer Beziehungen zwischen
dem Vatikan und Kuba. Zudem eröffnete der Sekretär für die Außenbeziehungen im
vatikanischen Staatssekretariat die "10. Soziale Woche" der
kubanischen Kirche.
Kubas Behörden hatten erst letzte Woche
einen querschnittsgelähmten Dissidenten freigelassen. Der 47-jährige
Ariel Sigler, der seit bald zwei Jahren an den Rollstuhl gefesselt ist, wurde
mit dem Krankenwagen von Havanna aus in seinen Heimatort gefahren. Dies teilte
seine Familie mit. Nach Auskunft der Erzdiözese von Havanna werden ferner sechs
inhaftierte Regimekritiker in Gefängnisse in ihren Heimatregionen verlegt. Die
Häftlinge gehören zu einer Gruppe von 75 Oppositionellen, die 2003 wegen -
Zitat - "Söldnertums im Dienste der USA" zu Gefängnisstrafen
von bis zu 28 Jahren verurteilt worden waren. - Die Erleichterungen für die
Regimekritiker gehen auf Verhandlungen der katholischen Kirche mit Kubas
kommunistischer Führung zurück. Mitte Mai war auch Präsident Raul Castro
erstmals mit ranghohen Kirchenvertretern zusammengetroffen.
„Ich glaube, das geht gut voran. Es ist
ein Prozess, der hoffnungsvoll verläuft - er wird in den nächsten Tagen
weitergehen", erklärte Kardinal Jaime Ortega von Havanna. Ein Prozess, der
erst vor kurzem angefangen hat, aber der wirklich zu begründeten Erwartungen
berechtigt. Man darf darauf vertrauen, dass er noch viele Erleichterungen für
Häftlinge erbringt."
Der Vatikan sieht laut Mamberti
positive Signale für das Verhältnis zwischen der katholischen Kirche und Kuba.
Die Beziehungen seien derzeit in einer "wichtigen Phase", sagte er
zum Auftakt seiner Reise in einem Zeitungsinterview.
Der Botschafter Kubas beim Heiligen
Stuhl, Eduardo Delgado Bermúdez, hatte erst im Februar in einem Gespräch
mit ZENIT Hoffnungen auf Religionsfreiheit in seinem Land geweckt. Die
Regierung unter Staatschef Raúl Castro sei bereit, sich mit einer
"wachsenden Zahl konkreter Zeichen der Offenheit" zu bewegen, sagte
der Diplomat damals. Papst Benedikt XVI. hatte im vergangenen Dezember
anlässlich Bermúdez' Akkreditierung eine Öffnung eingefordert.
Eines dieser konkreten Zeichen der
Offenheit könne eine größere Präsenz der Kirche in den Medien sein. Bei Besuchen
von hochrangigen Vatikan-Vertretern in der Vergangenheit, wie des
Kardinalstaatssekretärs Tarcisio Bertone sowie des Präsidenten des Päpstlichen
Rates für die Sozialen Kommunikationsmittel, Erzbischof Claudio Celli, hatten
diese eine größere Präsenz angemahnt.
In der kubanischen Verfassung wird zwar
die Religionsfreiheit garantiert, jedoch sehen sich
Menschenrechtsorganisationen wie die Internationale Gesellschaft für
Menschenrechte in Frankfurt weiterhin gezwungen, diese einzufordern. Beobachter
der kirchlichen Entwicklung bestätigen aber, dass sich seit dem Amtsantritt von
Raúl Castro immerhin eine Beziehung zur Kirche entwickelt habe, in der Katholiken und andere Christen nicht gleich als
Staatsfeinde angesehen werden.
In den kommenden zwei Jahren feiert die
kubanische Kirche das 400-jährige Bestehen des nationalen Marienheiligtums
Senora de la Caridad del Cobre. Der Überlieferung zufolge fanden um 1606 drei
Fischer am Strand ein Marienstandbild und brachten es 1611 nach El Cobre. Die
Verehrung der Senora de la Caridad del Cobre reicht in Kuba weit über die
Grenzen der katholischen Kirche hinaus.
(AR, Zenit 18)