Notiziario religioso  17-20  Giugno  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Giovedì 17 giugno. Il commento al Vangelo. “Padre nostro”  1

2.       Venerdi 18 giugno. Il commento al Vangelo. “Accumulatevi tesori nel cielo”  1

3.       Sabato 19 giugno. Il commento al Vangelo. “Nessuno può servire a due padroni”  1

4.       Domenica 20 giugno. Il commento al Vangelo. «Chi sono io secondo la gente?»  2

5.       Domenica 20. XII  del tempo ordinario. L’impresa ardua dei liberatori 3

6.       Vinca l'Africa. Grande occasione o grande illusione?  4

7.       Quel grido di libertà. Si udrà sopra i suoni e le voci degli stadi?  5

8.       Fuga dalla realtà? I problemi dell'Africa e lo spettacolo sportivo  5

9.       Benedetto XVI all’Angelus: “Il sacerdote è un dono per la chiesa e per il mondo”  5

10.   Il papa "ripensa" il celibato del clero. Per rafforzarlo  6

11.   Il coraggio delle scelte. Intervista con l'arcivescovo di Kirkuk, mons. Louis Sako  7

12.   Narducci a “Radio Rai”: l’episodio di intolleranza non fermi il dialogo con la Turchia. 8

13.   La regola suprema. Il discorso del Papa al convegno della diocesi di Roma  8

14.   Immigrazione. Mons. Miccichè: “Europa riscopra la sua anima accogliente”  8

15.   CEI: catechesi - La vita dell'altro. La "lectio magistralis" del card. Bagnasco  9

16.   Mettersi in ascolto. "Questione educativa" e iniziazione cristiana  9

17.   Mons. Padovese - Il definitivo messaggio. Milano: i funerali del vicario di Anatolia  10

 

 

1.       Vatikan im Fußballfieber 10

2.       Ölkatastrophe: Kirche hilft schon jetzt. "Wir beten für diejenigen, deren Existenz gefährdet ist"  11

3.       Eucharistie und Kirche. Von Bischof Heinz Josef Algermissen  11

4.       Italien: Trauerfeier für Padovese mit 40 Bischöfen aus Europa  12

5.       Papst Benedikt XVI.: Eucharistie stiftet Gemeinschaft 12

6.       Papst-Stiftung. International ausgerichtet mit jährlich wechselnden Experten  12

7.       Türkei. Offiziere wegen Mordplänen gegen Christen vor Gericht 13

8.       Papst: „Nuntien sind keine Bürokraten“  13

9.       Mixa erwägt Anrufung des Päpstlichen Gerichtshofs  13

10.   Kirgisistan. Rund 275.000 Menschen verließen die Region fluchtartig  14

11.   Kirgistan: Kirche an vorderster Front 14

12.   Reaktionen auf Mixas Kritik "Die Psychiatrie war ein wichtiger erster Schritt"  14

13.   Mixa spekuliert über Rückkehr nach Augsburg  15

14.   Belgien: Kirche überrascht über Wahlausgang  15

15.   Österreich: Der Bettel-Kongress  15

16.   Jesuit Körner: „Dialog ist kein Missionsersatz“  16

17.   Papstbesuch. Diese Woche werden im ganzen Land Broschüren verteilt 16

 

 

 

 

Giovedì 17 giugno. Il commento al Vangelo. “Padre nostro”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 6,7-15) commentato da P. Lino Pedron 

 

7 Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. 8 Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate.

9 Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome;

10 venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 12 e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13 e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.

14 Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; 15 ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Gesù ci insegna la preghiera cristiana, che si contrappone alla preghiera dei farisei e dei pagani: il Padre nostro.

E’ un testo di grande importanza che ci aiuta a comprendere chi è il cristiano. Il Padre nostro è una parola di Dio rivolta a noi, più che una nostra preghiera rivolta a lui. E’ il riassunto di tutto il vangelo. Non è Dio che deve convertirsi, sollecitato dalle nostre preghiere: siamo noi che dobbiamo convertirci a lui.

Il contenuto di questa preghiera è unico: il regno di Dio. Ciò è in perfetta consonanza con l’insegnamento di Gesù: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33).

Padre nostro. Il discepolo ha diritto di pregare come figlio. E sta in questo nuovo rapporto l’originalità cristiana (cfr Gal 4,6; Rm 8,15). La familiarità nel rapporto con Dio, che nasce dalla consapevolezza di essere figli amati dal Padre, è espressa nel Nuovo Testamento con il termine parresìa che può essere tradotto familiarità disinvolta e confidente (cfr Ef 3,11-12). L’aggettivo nostro esprime l’aspetto comunitario della preghiera. Quando uno prega il Padre, tutti pregano in lui e con lui.

L’espressione che sei nei cieli richiama la trascendenza e la signoria di Dio: egli è vicino e lontano, come noi e diverso da noi, Padre e Signore. Il sapere che Dio è Padre porta alla fiducia, all’ottimismo, al senso della provvidenza (cfr Mt 6,26-33).

Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà. Il verbo della prima invocazione è al passivo: ciò significa che il protagonista è Dio, non l’uomo. La santificazione del nome è opera di Dio. La preghiera è semplicemente un atteggiamento che fa spazio all’azione di Dio, una disponibilità. L’espressione santificare il nome dev’essere intesa alla luce dell’Antico Testamento, in particolare di Ez 36,22-29. Essa indica un permettere a Dio di svelare il suo volto nella storia della salvezza e nella comunità credente. Il discepolo prega perché la comunità diventi un involucro trasparente che lasci intravedere la presenza del Padre.

La venuta del Regno comprende la vittoria definitiva sul male, sulla divisione, sul disordine e sulla morte. Il discepolo chiede e attende tutto questo. Ma la sua preghiera implica contemporaneamente un’assunzione di responsabilità: egli attende il Regno come un dono e insieme chiede il coraggio per costruirlo. La volontà di Dio è il disegno di salvezza che deve realizzarsi nella storia.

Come in cielo, così in terra. Bisogna anticipare qui in terra la vita del mondo che verrà. La città terrestre deve costruirsi a imitazione della città di Dio.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Il nostro pane è frutto della terra e del lavoro dell’uomo, ma è anche, e soprattutto, dono del Padre. Nell’espressione c’è il senso della comunitarietà (il nostro pane) e un senso di sobrietà (il pane per oggi). Il Regno è al primo posto: il resto in funzione del Regno.

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Anche queste tre ultime domande riguardano il regno di Dio, ma dentro di noi. Il Regno è innanzitutto l'avvento della misericordia.

Questa preghiera si apre con il Padre e termina con il maligno. L’uomo è nel mezzo, conteso e sollecitato da entrambi. Nessun pessimismo, però. Il discepolo sa che niente e nessuno lo può separare dall’amore di Dio e strappare dalle mani del Padre.

Matteo commenta il Padre nostro su un solo punto, rimetti a noi i nostri debiti…. Ecco il commento: "Se voi, infatti, perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi...".

Nel capitolo precedente Matteo aveva messo in luce l’amore per tutti. Ora mette in luce la sua concreta manifestazione: il perdono. De.it.press

 

 

 

Venerdi 18 giugno. Il commento al Vangelo. “Accumulatevi tesori nel cielo”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 6,19-23) commentato da P. Lino Pedron 

 

19Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; 20 accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. 21 Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.

22 La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; 23 ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!

In questo brano Gesù ci dà due comandamenti: "Non accumulatevi tesori sulla terra...Accumulatevi invece tesori nel cielo". L’accumulare tesori, il diventare ricco è l’aspirazione di ogni uomo. Nella ricchezza egli cerca di manifestare la sua potenza, la sua superiorità, la sua vanagloria, la sua superbia, ma soprattutto in essa cerca la sicurezza contro tutti i pericoli, compresa la morte, e la possibilità di avere tutte le soddisfazioni che il benessere economico può dare. La ricerca egoistica dei beni materiali sottrae tempo ed energie all’acquisizione dei beni del cielo e rende l’uomo schiavo delle cose che possiede e desidera.

Ognuno deve avere qualcosa o qualcuno a cui dedicare le sue attenzioni e le sue forze. Il problema è la scelta di questo tesoro a cui attaccare il cuore. L’uomo diventa ciò che ama. Se ama le cose diventa come le cose, se ama Dio diventa come Dio.

L’uso delle cose è buono fino a quando non diventa ostacolo per seguire Cristo e amare i fratelli. Il cristiano non può essere schiavo di nulla e di nessuno perché "Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi" (Gal 5,1). Il cristiano dona l’avere per ottenere l’essere: essere come il Padre.

Il detto evangelico della lucerna del corpo ci presenta la necessità della chiarezza nell’orientamento della vita. La vera luce è Gesù (Mt 4,16; Gv 1,9; 8,12; ecc.). L’occhio buono è quello che accoglie la luce della rivelazione di Gesù; l’occhio cattivo, quello che la rifiuta. L’occhio che lascia entrare questa luce immerge tutta la persona nella luce, l’occhio che non lascia entrare questa luce immerge tutta la persona nelle tenebre.

L’occhio viene presentato come il simbolo del cuore, della mente. Il cuore dell’uomo dev’essere orientato a Dio e vivere nella ricerca dei tesori del cielo, allora tutto l’uomo è nella luce. Se invece si perde nella ricerca dei beni materiali diventa cieco e tutta la sua persona è immersa nelle tenebre.

Nella Bibbia l’occhio esprime l’orientamento spirituale della persona. L’occhio buono esprime la giusta relazione con Dio, dal quale l’uomo viene totalmente illuminato (Sal 4,7; 36,10). L’occhio cattivo esprime l’opposizione dello spirito dell’uomo nei confronti di Dio.

Nel vangelo di Matteo l’occhio cattivo è simbolo dell’invidia, dell’avarizia, dell’egoismo (20,15). L’occhio che non accoglie la luce della rivelazione di Gesù diventa ottenebrato. La tenebra totale e definitiva è la perdizione eterna. De.it.press

 

 

 

Sabato 19 giugno. Il commento al Vangelo. “Nessuno può servire a due padroni”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 6,24-34) commentato da P. Lino Pedron 

 

24 Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona.

25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? 28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.

Dio vuole per sé tutto l'uomo e non tollera compromessi: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente" (Mt 22,37). Dietro tutte le forme di idolatria si nasconde il maligno. Egli si nasconde dietro il mammona, che è l’insieme delle cose che possediamo. Chi adora il mammona, adora satana. Il detto intende provocare nell'ascoltatore una decisione chiara: o Dio o il possesso. Quando si cerca di accumulare ricchezza, questa diventa un idolo e Dio viene dimenticato.

Questo detto trova una clamorosa dimostrazione nel racconto di Mt 19,16-30. Il ricco che non accoglie la chiamata di Gesù indica l'impossibilità di vivere secondo il vangelo e di restare contemporaneamente attaccati alle proprie ricchezze. La conquista del mondo è il comando dato da Dio agli uomini (Gen 1,28). L'uso delle cose è legittimo, ma esse devono restare al nostro servizio e non noi al loro. Quando il possesso delle cose impedisce o ritarda il cammino verso Dio e il prossimo, allora abbiamo la riprova che il mammona è più importante di Dio e dei fratelli. Il peccato è amare le creature al posto del Creatore. Tutto deve essere sacrificato per il raggiungimento del fine ultimo che è Dio (Mt 5,29-30).

Chi vive totalmente orientato a Dio, come ci ha insegnato il vangelo fino a questo punto, deve evitare l’affanno per le necessità materiali. Dio che ci ha già dato il più (la vita) ci darà anche il meno (il cibo e il vestito). Affannarsi è mancanza di fede nell'amore infinito e provvidente del Padre. In queste preoccupazioni inutili possono cadere ugualmente, anche se per motivi opposti, il povero e il ricco.

Il senso della vita non può ridursi alla sola ricerca dei beni materiali e all’appagamento dei bisogni fisici. Gesù ci ha già insegnato in Mt 4,4: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio".

I motivi per cui dobbiamo liberarci dai desideri di possedere e dalle preoccupazioni materiali sono due: la conoscenza del vero Dio, nostro Padre, provvidente e buono, e il compito prioritario che Dio ci ha affidato di cercare il suo regno e la sua giustizia.

I pagani sono tutti coloro che non conoscono Dio come loro Padre provvidente e salvatore e di conseguenza si agitano come se fossero degli orfani che devono confidare esclusivamente nelle proprie forze.

Gesù non vuole assolutamente distogliere l'uomo dal lavoro. Sta scritto infatti: "Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gen 2,15). Egli vuole insegnarci a vivere bene, come persone intelligenti e illuminate dalla fede.

Infatti affannarsi è inutile e dannoso. L'affanno guasta l'uomo e gli accorcia la vita: "Quale profitto c'è per l'uomo in tutta la sua fatica e in tutto l'affanno del suo cuore in cui si affatica sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questa è vanità" (Qo 2,22-23).

Dopo averci ripetutamente comandato di non affannarci per l’oggi, Gesù ci comanda di non affannarci neppure per il domani perché è un atteggiamento sciocco: "E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?" (Mt 6,27).

Il Padre nostro celeste, che ha cura del nostro presente, avrà cura anche del nostro domani. De.it.press

 

 

 

Domenica 20 giugno. Il commento al Vangelo. «Chi sono io secondo la gente?»

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 9,18-22) commentato da P. Lino Pedron 

 

18 Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: «Chi sono io secondo la gente?». 19 Essi risposero: «Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto». 20 Allora domandò: «Ma voi chi dite che io sia?». Pietro, prendendo la parola, rispose: «Il Cristo di Dio». 21 Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno.

22 «Il Figlio dell'uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno». 23 Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.

24 Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà.

Fino a questo punto del vangelo erano gli uomini che si interrogavano su Gesù e lo interrogavano. Ora è Gesù che interroga. Egli esige la nostra risposta.

Il nodo centrale di questo brano è il passaggio dalla risposta di Pietro a quella di Cristo: si passa da un messianismo glorioso a quello del Servo sofferente di Dio che si consegna al Padre. E’ il mistero della croce che fa da discriminante nella fede in Gesù. E’ lo scandalo che esige conversione profonda e continua. La fede e la sequela di Cristo si decidono sulla strettoia della croce.

Il discepolo non è colui che mette in questione Gesù, ma colui che si lascia mettere in questione da lui.

La domanda è rivolta ai "voi", ai discepoli nettamente distinti dalla folla. Di conseguenza, la risposta di Pietro è a nome di tutti: egli esprime la fede della Chiesa. Nel vangelo di Luca la funzione di Pietro è assai evidenziata. La sua risposta riconosce in Gesù il Cristo, il Messia atteso, colui che deve venire secondo la promessa di Dio (Lc 23,35).

Ma Dio esaudisce la sua promessa, non i nostri desideri. Per questo Gesù, come Cristo di Dio, deluderà le attese messianiche dell’uomo (Lc 23,35-39; 24,21). E’ il Cristo che viene da Dio e torna a Dio portando con sé anche noi. Questa opera di Cristo, che è la salvezza, compie ciò che noi non osavamo sperare in un modo che non sapevamo pensare.

Sinceramente ognuno di noi avrebbe fatto un progetto diverso da quello di Dio per salvare il mondo e, in buona fede, lo avrebbe ritenuto più intelligente, migliore e più spiccio di quello escogitato dalla sapienza del Padre (cfr 1Cor 1,18-25).

Il problema non è tanto il riconoscere che Gesù è il Cristo di Dio, ma "come" è il Cristo di Dio. Gesù non è il Cristo dell’attesa umana, ma il Figlio dell’uomo che affronta il cammino del Servo sofferente di Dio: è la prima autorivelazione piena di Gesù, il nocciolo della fede cristiana, il suo mistero di morte e di risurrezione redentrice.

Il "bisogna" indica il compimento della volontà di Dio rivelata nella Scrittura. Tale volontà nasce dalla sua essenza, che è il suo amore riversato su di noi peccatori. Dio "deve" morire in croce per noi peccatori, perché ci ama e noi siamo sulla croce.

Il mistero di Gesù è la sofferenza del Servo di Dio che ama il Padre e i fratelli. La croce è il nostro male che lui si addossa perché ci ama: è il suo perdersi per salvarci. La sua sofferenza è prodotta da tutte le forme del male che abbiamo escogitato per salvarci: l’avere, il potere e il sapere o, in altri termini, la ricchezza, la vanagloria e la superbia (cfr 1Gv 2,16). Per questo il potere rifiuta Gesù e poi lo uccide. Ma l’ultima parola non è "morte", ma "risurrezione".

Questo volto di Gesù, il Figlio obbediente di cui qui sono tracciati i lineamenti netti e duri, sarà presentato sempre più chiaramente in tutta la seconda parte del vangelo di Luca. Gesù è il Servo sofferente che si consegna al Padre. La croce è lo scandalo che esige conversione profonda e continua. La fede e la scelta di seguire Cristo si decidono sulla strettoia della croce.

Gesù qui rivela il mistero del pensiero di Dio che l’uomo non può né pensare né accettare. Il problema non è tanto il riconoscere che Gesù è il Cristo di Dio, ma "come" è il Cristo di Dio.

Gesù non è il Cristo dell’attesa umana, ma il Figlio dell’uomo che affronta il cammino del Servo sofferente di Dio. Questa è la prima autorivelazione piena di Gesù, il nocciolo della fede cristiana, il suo mistero di morte e risurrezione.

Il "bisogna" indica il compimento della volontà di Dio rivelata nella Scrittura. Questa volontà è il suo amore riversato su di noi peccatori. Dio "deve" morire in croce per noi, perché ci ama e noi siamo sulla croce. Il mistero di Gesù è la sofferenza del Servo di Dio che ama il Padre e i fratelli. La croce è il nostro male che lui si addossa perché ci ama.

Gesù non salva se stesso (cfr Lc 23,34-39), ma si perde per solidarietà con noi perduti: E’ il Dio-Amore, solidale con il nostro male, che ci dona il suo regno (cfr Lc 23,40-43).

L’invito di Gesù: "Se qualcuno vuol venire dietro a me…" è una chiamata universale a entrare con lui nel suo cammino verso il Padre. Per condividere il destino di Gesù in cammino verso il Padre bisogna rinnegare se stessi e portare ogni giorno la propria croce.

Rinnegare se stessi significa ricevere la propria vita come grazia di cui non si dispone da padroni, portare ogni giorno il peso del servizio ai fratelli e del dono della vita per gli altri, e addossarsi il fardello delle prove, delle contraddizioni e delle persecuzioni.

 

 

 

La via del Regno è quella della croce, sia per Cristo che per i cristiani.

L’unico problema fondamentale per l’uomo è salvare o perdere la vita. Quindi seguire Gesù e rinnegare se stessi è la questione fondamentale della vita: è questione di vita o di morte.

L’uomo non può essere il salvatore di se stesso, non ha in sé la sorgente della propria vita: non è il Creatore, ma una creatura. La salvezza è accettare Dio che mi ama e pensa a me.

L’uomo si realizza amando. Amando Dio si realizza come Dio. Ma per amare bisogna essere amati. Il cristiano può amare Gesù e perdere la vita per lui perché Gesù per primo l’ha amato e ha dato se stesso per lui (cfr Gal 2,20). Il credente si affida a lui, nella vita e nella morte, perché Cristo è morto per tutti vincendo le barriere del male e della paura. De.it.press

 

 

 

 

Domenica 20. XII  del tempo ordinario. L’impresa ardua dei liberatori

 

Durante un’animata discussione nel tempio, Gesù dichiara ai giudei: “Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero”.

A chi era convinto di essere discendenza di Abramo e di non essere mai stato schiavo di nessuno, queste parole sono suonate come un’intollerabile provocazione. Prima sono ricorsi all’insulto: “Non diciamo con ragione noi che sei un Samaritano e che sei un pazzo?”, poi sono passati alla violenza: “Raccolsero le pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio” (Gv 8,31-59).

Ciò che sorprende maggiormente in questo episodio è quanto si afferma nel versetto introduttorio: gli oppositori di Gesù non erano i nemici, ma coloro che avevano creduto in lui (Gv 8,31).

E’ dunque possibile credere in Cristo e non capire e rifiutare la liberazione che egli offre.

Ciò accade perché alle schiavitù (ad alcune in modo particolare) facilmente ci si affeziona e non si vuole lasciarle. Ci si adatta, ci si rassegna, non ci si decide a intraprendere un cammino che si prevede troppo impegnativo. E se qualcuno si avvicina per aiutare a trovare una via d’uscita viene allontanato con astio.

La sregolatezza e tutte le forme di corruzione morale sono facilmente riconoscibili come forme di asservimento. Altre schiavitù invece si mimetizzano da condizioni di libertà, appaiono gratificanti (faccio qualche esempio: l’attaccamento morboso ai figli, la certezza di possedere la verità, la convinzione di essere persone per bene, cristiani esemplari e inappuntabili. Anche l’ateismo pratico di chi non vuole rimettere in causa le proprie scelte di vita è una schiavitù…). Sono condizioni di “non vita”, eppure ci si sente infastiditi da coloro che vorrebbero liberarci da tali impedimenti.

Se Gesù avesse combattuto nemici esterni con la spada sarebbe stato riconosciuto come liberatore, ma ha invitato “gli schiavi del peccato” (Rom 6,20) a liberarsi dalla loro vita sbagliata, a far morire in se stessi ciò che è morte. Non è stato capito. La stessa sorte attende chi continua la sua missione.

 

Prima Lettura (Zac 12,10-11)

 

Così dice il Signore: 10 “Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito.

11 In quel giorno grande sarà il lamento in Gerusalemme simile al lamento di Adad-Rimmòn nella pianura di Meghìddo”.

 

Questo brano, preso dal libro di Zaccaria, è un po’ misterioso. Parla di un uomo giusto e innocente che è stato trafitto e lascia intendere che i responsabili di questo crimine sono stati gli abitanti di Gerusalemme. Il Signore però – dice la lettura – inviò presto sul popolo colpevole un profondo sentimento di dispiacere per il male commesso. Tutti si pentirono e guardarono a colui che avevano trafitto. Ci fu un pianto disperato, simile a quello dei genitori che perdono il loro unico figlio, simile al lutto che si fa quando muore un primogenito, simile alle grida disperate dei contadini della pianura di Meghiddo quando invocano la pioggia dal dio Adad‑Rimmòn (v.11).

Chi è quest’uomo e perché è stato ucciso? Il profeta, vissuto due o trecento anni prima di Cristo, si riferiva certamente ad un fatto drammatico accaduto al suo tempo. Non sappiamo altro. Ciò che è importante per noi è che l’evangelista Giovanni ha riconosciuto in questo misterioso personaggio l’immagine di Gesù (Gv 19,37). A Cristo, giustiziato e trafitto sulla croce, guardano infatti, come al loro salvatore, gli uomini di tutto il mondo.

Il pericolo di ripetere gesti folli come quelli compiuti al tempo di Zaccaria ed al tempo di Gesù dagli abitanti di Gerusalemme è sempre attuale. Coloro che si battono per la giustizia e la libertà, propugnano la fratellanza, chiedono la pace, finiscono inevitabilmente per essere trafitti.

Ci si accorge sempre tardi che chi sembrava disturbare il buon ordine, la quiete, l’armonia, le sante tradizioni, in realtà era un profeta che coltivava i sogni di Dio.

 

Seconda Lettura (Gal 3,26-29)

 

26 Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, 27 poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo.

28 Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.

29 E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

 

Come riconoscere i battezzati? Semplice: dal vestito che indossano.

Il cristiano – dice Paolo nella lettura di oggi – deve indossare una divisa e questa non consiste in una tonaca nera o rossa, ma nella persona di Gesù (v.37).

Nella lettera ai Colossesi l’apostolo spiegherà con chiarezza cosa intende dire: voi battezzati “vi siete spogliati dell’uomo vecchio con tutte le sue azioni e avete rivestito il nuovo” (Col 3,9-10).

Guardando il cristiano, ascoltando quello che dice, considerando il modo con cui cerca sempre di capire, di scusare, di aiutare, di andare incontro a chi ha sbagliato, osservando come egli ama anche i propri nemici, tutti devono poter riconoscere in lui la persona di Gesù.

Paolo continua la sua esortazione affermando che quest’abito conferisce a tutti coloro che lo indossano pari valore e identica dignità (v.28). Esso cancella tutte le differenze di classe (schiavi e padroni), di nazionalità (giudei e Greci) e di sesso (uomini e donne).

 

Vangelo (Lc 9,18-24)

 

18 Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: “Chi sono io secondo la gente?”. 19 Essi risposero: “Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto”. 20 Allora domandò: “Ma voi chi dite che io sia?”. Pietro, prendendo la parola, rispose: “Il Cristo di Dio”. 21 Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno.

22 “Il Figlio dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno”.

23 Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.

 24 Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà”.

 

Se si escludono i decenni del regno di Davide e Salomone, il popolo d’Israele non ha mai svolto un ruolo prestigioso sulla scena politica internazionale dell’antichità. E’ sempre stato dominato e oppresso dalle grandi nazioni vicine. In questa situazione di costante soggezione va inserita la promessa dei profeti di un messia liberatore, nato dalla stirpe di Davide.

Al tempo di Gesù l’attesa di questo salvatore era acuta, impaziente, febbrile. I rabbini insegnavano a pregare così: “Signore, fa sorgere il figlio di Davide affinché regni su Israele. Dagli forza perché abbatta i potenti ingiusti e liberi Gerusalemme dai pagani. Possa egli annientare gli empi pagani con una sola parola della sua bocca; i pagani fuggano davanti a lui”.

Per comprendere il Vangelo di oggi è necessario tenere presente queste attese del popolo.

Il Messia sarà – pensavano tutti – un eroe, un guerriero forte come Sansone, un condottiero vittorioso come Davide, un politico intelligente ed abile come Salomone, un re miracolosamente protetto da Dio come Ezechia.

 

Luca nota spesso che Gesù, prima di compiere qualche gesto importante o di dare qualche insegnamento particolarmente significativo, si raccoglie in preghiera (Lc 3,21; 5,16; 6,12; 9,28).

Anche il brano di oggi inizia presentando Gesù in preghiera (vv.18-19). Vuol dire che l’episodio che segue va considerato con particolare attenzione.

Marco e Matteo ambientano la scena dalle parti di Cesarea di Filippo (Mc 8,27; Mt 16,13). Luca tralascia di proposito l’indicazione del luogo forse perché vuole che i suoi lettori – a qualunque nazione essi appartengono – si sentano direttamente interpellati dalle domande del Maestro.

Gesù chiede anzitutto: Chi sono io secondo la gente?

I discepoli rimangono un po’ sorpresi di fronte a un simile quesito, perché egli non ha mai dato l’impressione di interessarsi a quanto si dice in giro su di lui. Comunque rispondono: per alcuni sei il Battista redivivo, per altri Elia, per altri ancora uno dei grandi profeti.

Il popolo accosta Gesù a quei grandi personaggi che – secondo la tradizione dei rabbini – devono precedere la venuta del Messia. Ecco chi è Gesù per la gente: un precursore.

Non lo riconoscono come Messia perché non corrisponde ai loro criteri: non ha nulla del re vincitore e glorioso che si aspettano. Dunque è un precursore, nulla più. Il vero messia va atteso ancora.

Luca sta rivolgendosi ai cristiani delle sue comunità i quali riconoscono in Gesù il grande maestro che ha predicato l’amore, la fratellanza, la pace e la giustizia. Sa che lo ammirano per le sue scelte in favore dei poveri, degli ultimi, degli emarginati; sa che lo apprezzano per il coraggio, la coerenza, la nobiltà d’animo, la fermezza di fronte alla morte.

Tuttavia, se questi cristiani rimangono ancora affascinati dai trionfi dell’imperatore di Roma, se credono che il futuro sia in mano ai generali e alle loro legioni, se invidiano il lusso e lo sfarzo di chi ostenta immense ricchezze, se prestano attenzione agli imbonitori e ai demagoghi che pullulano in ogni angolo dell’impero, se danno credito ai banditori di miti, allora stanno collocando Gesù fra i grandi personaggi della storia del mondo, ma nulla più.

Anche coloro che vedono in Gesù solo un facitore di miracoli, uno al quale si ricorre per ottenere grazie e favori, magari non se ne rendono conto, ma in pratica anch’essi lo abbassano al ruolo di precursore. A lui chiedono un servizio provvisorio, in attesa che giungano medici capaci di curare tutte le malattie, scienziati che controllino le forze della natura e magari – chi lo sa? – scoprano il farmaco dell’eterna giovinezza. Allora ci sarà ancora bisogno di Gesù?

 

La seconda domanda obbliga i discepoli a prendere posizione in modo inequivocabile: Voi chi dite che io sia? (vv.20-21).

Pietro, a nome di tutti, risponde: “Tu sei il Messia di Dio!”. Gesù non lo smentisce, ma impone a tutti, severamente, di non divulgarlo, di non parlarne ad alcuno.

La ragione di questo divieto è semplice: le parole di Pietro sono esatte, ma il contenuto è completamente errato. Gesù sa quale tipo di messia ha in mente Pietro, conosce qual è il sogno che i suoi discepoli stanno cullando: sono convinti che sia solo questione di avere un po’ di pazienza e un giorno – certo non molto lontano – il loro Maestro si deciderà a fare sul serio e, se necessario, ricorrerà anche all’uso della spada.

Sarà un vincitore.

Questo messia è diabolico, è l’opposto del “Messia di Dio”, per cui Gesù non vuole che si parli di lui fino a quando gli avvenimenti della Pasqua non avranno svelato la sua vera identità.

Luca sa quanto è facile prendere abbagli riguardo alla persona di Gesù, come la logica di questo mondo e il modo di pensare degli uomini si infiltrino fra i discepoli nei modi più subdoli. Anche i cristiani delle sue comunità ripetono in modo esatto gli articoli del Credo, ma coltivano idee tutt’altro che evangeliche. Luca li vuole mettere in guardia da questo pericolo mortale.

 

E’ giunto per Gesù il momento di chiarire l’equivoco dal quale i discepoli stentano a liberarsi.

Nella terza parte del Vangelo di oggi egli mostra la sua carta d’identità: “Il figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, essere messo a morte e risorgere il terzo giorno” (vv. 21-22).

Sono parole inquietanti: non lo attende il trionfo, ma l’umiliazione; non la vittoria, ma la sconfitta. Come mai Dio ha scelto questo cammino assurdo? Non certo perché gli sono gradite la sofferenza e la morte. Egli è il Dio della vita. La morte è opera del maligno, cioè di tutte quelle forze negative che sono all’opera nell’uomo. Come mai allora il Signore non ha fatto trionfare suo Figlio? Perché ha permesso che fosse inchiodato su una croce?

Dio non condiziona la libertà degli uomini. Egli rivela la sua grandezza ed il suo amore non impedendo che commettano errori, ma servendosi del loro stesso peccato per costruire la sua storia di salvezza.

In Gesù di Nazareth, egli ha mostrato come sia stato capace di trasformare il più grande crimine in un capolavoro di amore. Il cammino di Gesù in questo mondo si è concluso con la morte, con la sconfitta, ma l’ultima parola l’ha avuta Dio che ha introdotto nella vita il suo Servo fedele.

 

L’ultima parte del brano (vv.23-24) è un’esortazione che Gesù rivolge agli uomini di tutti i tempi: “Ora diceva a tutti” – specifica Luca – quindi non solo ai discepoli e alle folle, ma a tutti.

Credere in lui non significa dichiarare la propria adesione a un pacchetto di verità apprese dal catechismo, ma seguire lui, condividere il suo stesso destino: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”.

Il Maestro pone di fronte ad una scelta. Non invita a fare qualche sacrificio in più degli altri, a cercare le sofferenze, ma esige che non ci si lasci più guidare dalla ricerca del proprio tornaconto e della propria affermazione; chiede di smettere di porre se stessi al centro dell’attenzione.

Chi vuole seguire il Maestro deve, come lui, dimenticare se stesso, non lasciarsi sfiorare da pensieri egoistici.

“Prendere la croce” non significa sopportare con pazienza le piccole o grandi contrarietà della vita, né, ancor meno, è un’esaltazione del dolore come mezzo per piacere a Dio. Il cristiano non cerca la sofferenza, ma l’amore.

La morte in croce è stata per Gesù la conseguenza delle sue scelte di amore. Egli ha rifiutato i princìpi, i valori, i parametri di questo mondo e ha proposto quelli delle Beatitudini. Ha infastidito, disturbato, inquietato le strutture sia religiose sia politiche; non poteva che essere rigettato, perseguitato e tolto di mezzo. I discepoli che intendono seguire i suoi passi non possono aspettarsi gli applausi, i consensi, l’approvazione degli uomini, ma devono essere pronti a incontrare l’opposizione e la croce.

Luca – unico fra gli evangelisti – inserisce nel detto di Gesù l’inciso ogni giorno (v.23). Il dono totale di sé coinvolge il discepolo ogni giorno. Tutti sanno compiere un gesto isolato di generosità, tutti riescono a dimenticare se stessi per un momento. Difficile è mantenere questa disposizione ogni giorno.

Probabilmente Luca vuole richiamare i cristiani delle sue comunità alla perseveranza, alla costanza di fronte alle difficoltà, alle prove e alle seduzioni del mondo che li circonda. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

 

Vinca l'Africa. Grande occasione o grande illusione?

 

I Mondiali di calcio, come ogni altro grande evento sportivo di livello mondiale, sono, si sa, un momento del sistema della comunicazione e del consumo globalizzato, che può restare fine a se stesso, magari semplicemente generando profitti.

Ma non è solo questo. Anche quando la cappa del business sembra non aprire spiragli, quando gli eventi sportivi sembrano delle recite a soggetto su un copione già scritto, rimane, zampilla, nello sport, una dimensione propria, nativa, irriducibile alle logiche economiche. Il fatto propriamente tecnico-sportivo finisce, comunque, per affermare le proprie ragioni. Ma non solo. Il calcio, come ogni grande sport, non è solo praticato, ma anche visto, vissuto: dunque richiama un pubblico, afferma un tessuto d'identità collettive.

Ecco perché, sotto tutti questi profili, il primo Mondiale africano è un grande evento, è una storia importante, così come lo sarà la prima Olimpiade sudamericana, in Brasile, tra sei anni.

L'Africa è, dalla sua "scoperta", il terminale degli imperi e degli imperialismi: non è un caso che da non pochi anni sia ormai oggetto di una attenta e pianificata penetrazione geopolitica e di iniziative economiche da parte della Cina.

Questa realtà di terminale di imperialismi assume la forma delle continue guerre combattute, spesso per procura di interessi esterni. Anche qualora non si arrivi alla logica brutale e mai risolutiva della guerra, dai tempi dell'indipendenza continuano a caratterizzare la storia e l'assetto politico del continente regimi corrotti, capaci di trascinare nella povertà molte, prospere regioni, con risultati talora anche peggiori delle guerre guerreggiate. Tutto questo è vero, ma è altrettanto vero che non si tratta di una situazione irreversibile. Non è un caso che, proprio il giorno dell'apertura dei Mondiali di calcio, a Roma prendeva corpo, per iniziativa della Comunità di Sant'Egidio, l'accordo per la pacifica transizione in Guinea. Si può fare molto, se si testimonia una logica diversa, capace di parlare non agli interessi a corto respiro di piccole cricche, ma al bene comune.

Ecco perché anche il Mondiale, se lo si capisce e lo si vive nella sua realtà, pur contraddittoria, può molto aiutare. Può confermare delle prospettive di auto-sviluppo o, comunque, un partenariato per lo sviluppo veramente di livello planetario.

Ancora non si può dire se le squadre africane supereranno la barriera degli ottavi di finale: non mancano, comunque, segnali positivi. Su un registro che sa utilizzare positivamente le leggi del sistema del consumo e della comunicazione globalizzata, i Mondiali sudafricani segnano un passaggio fondamentale. Ma non bisogna farsi illusioni su presunti automatismi. Senza una cornice adeguata potrebbe ancora una volta rivelarsi un'occasione mancata. FRANCESCO BONINI

 

 

 

 

Quel grido di libertà. Si udrà sopra i suoni e le voci degli stadi?

 

"Nkosi, sikelel' iAfrika. Maluphakamis'upondo lwayo.

Yiva imithandazo yetu. Nkosi sikelela, Thina lusapholwayo".

"Signore, benedici l'Africa e innalza la sua gloria. Ascolta le nostre preghiere e benedici noi, suoi figli". Con queste parole inizia il celeberrimo "Nkosi sikelel' iAfrika", l'inno che per oltre un secolo ha dato voce al grido di libertà dei diseredati e degli oppressi in terra d'Africa. Oggi è inno nazionale, cantato dai Bafana Bafana, la nazionale di calcio, e da tutti i tifosi che stipavano lo stadio di Johannesburg all'inaugurazione dei Mondiali.

La storia di questo inno rappresenta bene il percorso recente del Sudafrica. Nato come canto religioso nel 1897 in lingua xhosa, venne adottato negli anni Venti dall'"African National Congress" (Anc), il partito-movimento protagonista della lotta per l'indipendenza e contro il razzismo nella regione. Zambia e Tanzania indipendenti lo scelsero, con nuove parole, come inno nazionale e Nelson Mandela, divenuto presidente, lo indicò come inno sudafricano nel 1995. Proprio in questo passaggio Mandela stabilì uno degli elementi simbolicamente più importanti del suo "magistero". L'inno precedente non venne abolito, il Sudafrica mantenne due inni ufficiali per un anno, il tempo di scrivere insieme la nuova Costituzione e far diventare "Nkosi, sikelel' iAfrika" titolo e prima strofa del nuovo inno nazionale che integra strofe dell'inno precedente, in afrikaans, con strofe in Zulu, in Sesotho e in inglese. Risolvere l'ingiustizia non significa rivalersi sugli oppressori, significa camminare insieme condividendo canti e lingue di ognuno, vivendo una nuova condizione di fratellanza.

Arrivando all'aeroporto internazionale di Johannesburg, viaggiatori di tutto il mondo leggono sulla parete degli arrivi una enorme scritta in inglese: "Sudafrica: più di 40 lingue locali e nemmeno una parola per dire straniero. Benvenuti nella nazione dell'arcobaleno". Non sono slogan forzati. Il percorso vissuto dal Sudafrica è straordinario e autentico. Il grado di umiliazione e violenza che le "Security Force" imponevano ai neri raggiungeva la perversità dei crimini nazisti. Ma in quel clima due uomini, Nelson Mandela, la vittima simbolo della segregazione, incarcerato per oltre vent'anni, e un vescovo anglicano, Desmond Tutu, indicano una via di pace. Spiegano con pazienza e determinazione che occorre cambiare per camminare insieme, spiegano che il regolamento di conti più sano è quello della verità e del perdono. Come ebbe a scrivere Paul Ricoeur, il diritto è contenuto nel "dire". Solo "dire la verità" permette riconciliazione e crea "diritto" e, quindi, giustizia. Tutu ebbe il merito di "insegnare" queste cose sul piano spirituale guidando la Commissione per la verità e la riconciliazione, che ha reso pubblico quanto era avvenuto, con confessioni sofferte e terribili che hanno riconciliato il Paese, anziché alimentarne il rancore. Mandela percorse quel cammino con le scelte politiche, includendo e mai escludendo. Con loro un terzo uomo, a volte dimenticato, Willem de Klerk, ultimo presidente del Sudafrica razzista, che scelse il negoziato con l'Anc ed evitò il bagno di sangue che molti ancora, tra le "Security Force", cercavano. Con loro il Paese costruì la pace.

Oggi il Sudafrica esercita un ruolo di guida economica e politica in Africa. Le tensioni razziali a volte riaffiorano, ma il loro rumore è più forte della loro consistenza. E un nuovo presidente, Jacob Zuma, guida con autorevolezza il Paese. Certo la sua figura all'estero suscita perplessità e qualche sorriso. Secondo la cultura zulu, alla quale orgogliosamente appartiene, è poligamo. È stato indagato più volte per corruzione e persino per stupro, ma le accuse si sono rivelate sostanzialmente infondate. Ha confessato candidamente di non temere l'Aids perché si fa la doccia con frequenza, suscitando le ire di chi è impegnato nella prevenzione. Molti all'estero prevedevano un tracollo della sua presidenza, ma in patria è amato e guida il Paese con un abile stile consensuale che coinvolge davvero tutte le componenti. In realtà l'uomo è ridicolo solo agli occhi europei. Agli ex colonizzatori, che ridono quando vedono Zuma in costume leopardato durante le cerimonie zulu, bisognerebbe chiedere che effetto credono faccia la loro regina quando festeggia solennemente il compleanno in una data che non è la sua o, bardata in ermellino, legge senza vergogna discorsi al Parlamento nei quali non può nemmeno introdurre una virgola.

Il Sudafrica vive i Mondiali come una consacrazione internazionale definitiva. Ma non ne ha bisogno. Molte Commissioni per la verità e la riconciliazione sono state create nel mondo, soprattutto in America Latina, sull'esempio di quella sudafricana. Il Sudafrica ha dato alla storia etica e politica del mondo un contributo epocale. Ricordiamocene quando vedremo in questi giorni i tifosi soffiare nelle loro "vuvuzela" e cantare ancora una volta "Nkosi sikelela, Thina lusapholwayo".

 RICCARDO MORO

 

 

 

 

Fuga dalla realtà? I problemi dell'Africa e lo spettacolo sportivo

 

Per un mese si parlerà un po' in tutto il mondo di Mondiali di calcio e di poco altro. Tutte le tifoserie nazionali sono ormai in fibrillazione. Ma soprattutto sono i cinquanta milioni di sudafricani che sembrano impazzire d'entusiasmo per un campionato del mondo per la prima volta sbarcato in Africa.

In quasi duecentomila hanno accolto la propria squadra che tornava da un lungo periodo d'addestramento all'estero. E poiché, dopo i Mondiali in Sudafrica, tutto sembra possibile, nella fantasia nazionale si dà quasi per ovvio che, dopo aver ospitato la competizione, ora la si può e la si deve anche vincere.

Lo sport è sempre stato una grande passione della cultura nera, che in passato vedeva nel campione sportivo l'unico eroe della sua gente che poteva essere miracolato dal successo. Perfino Mandela, l'ex pugile, nei suoi diecimila giorni di prigionia non smise mai di fare ginnastica nella cella di tre metri per due. E se finalmente il Sudafrica è riuscito a ottenere i Mondiali lo si deve al lungo lavoro diplomatico del suo ex-presidente Thabo Mbeki, che ha governato il Paese fino all'anno scorso, ma soprattutto al fascino enorme di quel mito vivente che è il novantaduenne Mandela, accompagnato in quest'opera di seduzione dei potenti del calcio mondiale dagli altri premi Nobel sudafricani come Desmond Tutu e Frederik De Klerk.

Tuttavia, se da un lato anche i Mondiali sono almeno in parte una sorta di risarcimento dell'apartheid durata fino a sedici anni fa, bisogna guardarsi da una retorica caramellosa, corrente soprattutto in questi giorni, figlia del solito buonismo sportivo e della stessa euforia sudafricana, per cui sembra che i Mondiali non solo entusiasmino, ma risarciscano, aiutino e quasi guariscano l'Africa da tutte le sue piaghe storiche. La Federazione del calcio mondiale non è un'opera di beneficenza e nemmeno una pia organizzazione umanitaria. Sta attenta ai bisogni del pallone più che a quelli del globo, guarda allo sport e al fair play fra i popoli che lo rendono possibile, ma anche ai suoi interessi e in buona parte anche ai suoi soldi. Il primo Mondiale in Africa ha soprattutto lo scopo promozionale di diffondere il calcio nel continente nero, così come il Mondiale in Corea del Sud e Giappone di otto anni fa ebbe lo scopo di diffondere il football in Asia, sostituendolo al baseball.

La Fifa è anche una delle poche multinazionali che non soffre crisi dal punto di vista economico. Il suo reddito annuale si è quasi raddoppiato negli ultimi dieci anni, superando il miliardo di dollari. Negli ultimi vent'anni i profitti che la Fifa ricava dalla vendita dei diritti televisivi dei Mondiali si sono moltiplicati per venti, superando ampiamente questa volta i due miliardi di dollari.

E bisogna purtroppo aggiungere che la Fifa, come i greci antichi, deve fare paura anche quando fa regali. Per ottenere i Mondiali il Sudafrica ha dovuto costruire ben cinque stadi nuovi. Uno solo di essi, quello del Capo, è costato 440 milioni di euro. Quando fra meno di un mese lo sballo dei Mondiali sarà passato e questi stadi rimarranno sottoutilizzati per l'eternità avranno sempre un costo di manutenzione che è stato calcolato in quindici milioni di euro l'anno. Il valore di un euro per un sudafricano non è quello che possiamo dargli in Europa. Noi con due euro non compriamo nemmeno un pacchetto di sigarette; in Sudafrica due euro sono l'equivalente del reddito medio giornaliero di quattro persone su dieci. E cinque stadi nuovi di zecca che si aggiungono ai cinque esistenti sono evidentemente un po' troppi per un Paese che avrebbe bisogno di almeno sei milioni di abitazioni.

Il Sudafrica spera di rifarsi almeno in parte con gli introiti del turismo sportivo. Ma anche in questo settore la Fifa ha voluto ridurre la sovranità sudafricana. Ha in parte assunto la gestione dei soggiorni, si è attribuita il controllo dei marchi e della riproduzione delle maglie e delle licenze a pagamento della ristorazione nei dintorni degli stadi, oltre a farsi pagare naturalmente anche dal Sudafrica i salati diritti televisivi, in gran parte recuperabili solo con le tasse statali. Alla fine, tutto sommato, si cerca di fare business dentro una realtà fatta in gran parte di una povertà che esiste, anche se in questi giorni la si nasconde a chi entra solo negli alberghi e negli stadi. E in fondo si fanno pagare i grandi sogni di cui la gente ha bisogno per concedersi nell'immaginazione almeno un mese di ferie dal suo presente.

 ROMANELLO CANTINI

 

 

 

Benedetto XVI all’Angelus: “Il sacerdote è un dono per la chiesa e per il mondo

 

“Rendere grazie a Dio per tutti i benefici che da questo Anno sono venuti alla Chiesa universale. Nessuno potrà mai misurarli, ma certamente se ne vedono e ancor più se ne vedranno i frutti”. Così si è espresso, domenica mattina, Benedetto XVI, prima di guidare la recita dell’Angelus da piazza San Pietro, facendo riferimento all’Anno Sacerdotale che si è concluso l’11 giugno scorso. “Qui a Roma – ha ricordato il Papa – abbiamo vissuto giornate indimenticabili, con la presenza di oltre quindicimila sacerdoti di ogni parte del mondo”. Per il Pontefice, “il sacerdote è un dono del cuore di Cristo: un dono per la Chiesa e per il mondo. Dal cuore del Figlio di Dio, traboccante di carità, scaturiscono tutti i beni della Chiesa, e in modo particolare trae origine la vocazione di quegli uomini che, conquistati dal Signore Gesù, lasciano tutto per dedicarsi interamente al servizio del popolo cristiano, sull’esempio del Buon Pastore”. Il sacerdote, dunque, “è plasmato dalla stessa carità di Cristo, quell’amore che spinse Lui a dare la vita per i suoi amici e anche a perdonare i suoi nemici. Per questo i sacerdoti sono i primi operai della civiltà dell’amore”. E qui, ha aggiunto, “penso a tante figure di preti, noti e meno noti, alcuni elevati all’onore degli altari, altri il cui ricordo rimane indelebile nei fedeli, magari in una piccola comunità parrocchiale”.

Benedetto XVI ha, quindi, ricordato il Curato d’Ars san Giovanni Maria Vianney e don Jerzy Popieluszko. L’intercessione del primo “ci deve accompagnare ancora di più da ora in avanti”. “La sua preghiera, il suo ‘Atto di amore’ che tante volte abbiamo recitato durante l'Anno Sacerdotale, continui ad alimentare il nostro colloquio con Dio”, è stato l’auspicio del Papa. Di don Popieluszko, proclamato beato domenica scorsa a Varsavia, il Pontefice ha ricordato: “Ha esercitato il suo generoso e coraggioso ministero accanto a quanti si impegnavano per la libertà, per la difesa della vita e la sua dignità. Tale sua opera al servizio del bene e della verità era un segno di contraddizione per il regime che governava allora in Polonia”. “L’amore del cuore di Cristo – ha aggiunto – lo ha portato a dare la vita, e la sua testimonianza è stata seme di una nuova primavera nella Chiesa e nella società”. Se guardiamo alla storia, ha osservato il Papa, “possiamo osservare quante pagine di autentico rinnovamento spirituale e sociale sono state scritte con l’apporto decisivo di sacerdoti cattolici, animati soltanto dalla passione per il Vangelo e per l’uomo, per la sua vera libertà, religiosa e civile. Quante iniziative di promozione umana integrale sono partite dall’intuizione di un cuore sacerdotale!”. Infine, ha affidato al Cuore Immacolato di Maria tutti i sacerdoti del mondo.

Dopo l’Angelus, Benedetto XVI ha ricordato “con gioia” la proclamazione di due nuovi beati, entrambi vissuti nel secolo scorso. “Ieri, in Spagna – ha detto – è stato beatificato Manuel Lozano Garrido, laico e giornalista; malgrado la malattia e l’invalidità lavorò con spirito cristiano e con frutto nel campo della comunicazione sociale. Stamani, invece, in Slovenia, il cardinale Bertone, quale mio legato, ha presieduto la celebrazione conclusiva del Congresso eucaristico nazionale, nella quale ha proclamato beato il giovane martire Lojze Grozde”. Egli era “particolarmente devoto dell’Eucaristia, che alimentava la sua fede incrollabile, la sua capacità di sacrificio per la salvezza delle anime, il suo apostolato nell’Azione Cattolica per condurre gli altri giovani a Cristo”. In Lozano Garrido, “i giornalisti – ha aggiunto il Papa nei saluti in spagnolo – potranno trovare un testimone eloquente del bene che si può fare quando la penna riflette la grandezza dell’anima e si mette al servizio della verità e della cause nobili”. Il Pontefice ha anche dato il benvenuto a Roma alla comunità del Seminario arcidiocesano di Riga, capitale della Lettonia, e salutato “la Federazione italiana hockey, che collabora per promuovere lo sport negli oratori italiani”. sir

 

 

 

 

Il papa "ripensa" il celibato del clero. Per rafforzarlo

 

È il segno, dice, che Dio c'è e ci si lascia prendere dalla passione per lui. Per questo è un grande scandalo e lo si vuol fare sparire. La trascrizione integrale dell'ultimo intervento di Benedetto XVI sul tema. E di una sua sorprendente anteprima del 2006  -  di Sandro Magister

 

ROMA,  – A chi si aspettava un "ripensamento" della regola del celibato del clero latino, Benedetto XVI è andato incontro. Ma a modo suo.

 

La sera di giovedì 10 giugno, in piazza San Pietro, nella veglia di chiusura dell'Anno Sacerdotale, rispondendo a cinque domande di altrettanti preti dei cinque continenti, papa Joseph Ratzinger ha dedicato una risposta proprio a illustrare il significato della castità dei sacerdoti. E l'ha fatto in forma originale, distaccandosi dalla letteratura storica, teologica e spirituale corrente.

 

La trascrizione integrale e autenticata della risposta del papa, diffusa dal Vaticano due giorni dopo e riprodotta più sotto, consente di capire in profondità il suo ragionamento.

 

Il celibato – ha detto il papa – è un'anticipazione "del mondo della risurrezione". È il segno "che Dio c’è, che Dio c’entra nella mia vita, che posso fondare la mia vita su Cristo, sulla vita futura".

 

Per questo – ha detto ancora – il celibato "è un grande scandalo". Non solo per il mondo di oggi "in cui Dio non c’entra". Ma per la stessa cristianità, nella quale "non si pensa più al futuro di Dio e sembra sufficiente solo il presente di questo mondo".

 

Basta questo per capire che un caposaldo di questo pontificato non è l'allentamento del celibato del clero ma il suo rafforzamento. Strettamente connesso con quella che Benedetto XVI ha più volte indicato come la "priorità" della sua missione:

 

"Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo [...] in Gesù Cristo crocifisso e risorto".

 

Così il papa nella memorabile lettera aperta da lui scritta ai vescovi di tutto il mondo il 10 marzo 2009.

 

Ma prima ancora, c'è stato un altro importante discorso nel quale Benedetto XVI ha esplicitamente legato il celibato del clero alla "priorità" del condurre gli uomini verso Dio, e ha spiegato il perché di questo legame.

 

È il discorso che egli ha rivolto alla curia romana il 22 dicembre 2006, commentando i suoi viaggi fuori d'Italia di quell'anno.

 

A proposito del suo viaggio in Germania di tre mesi prima, quello della celebre lezione di Ratisbona, il papa così esordì:

 

"Il grande tema del mio viaggio in Germania era Dio. La Chiesa deve parlare di tante cose: di tutte le questioni connesse con l’essere uomo, della propria struttura e del proprio ordinamento e così via. Ma il suo tema vero e – sotto certi aspetti – unico è 'Dio'. E il grande problema dell’Occidente è la dimenticanza di Dio: è un oblio che si diffonde. In definitiva, tutti i singoli problemi possono essere riportati a questa domanda, ne sono convinto. Perciò, in quel viaggio la mia intenzione principale era di mettere ben in luce il tema 'Dio', memore anche del fatto che in alcune parti della Germania vive una maggioranza di non-battezzati, per i quali il cristianesimo e il Dio della fede sembrano cose che appartengono al passato.

 

"Parlando di Dio, tocchiamo anche precisamente l'argomento che, nella predicazione terrena di Gesù, costituiva il suo interesse centrale. Il tema fondamentale di tale predicazione è il dominio di Dio, il 'Regno di Dio'. Con ciò non è espresso qualcosa che verrà una volta o l’altra in un futuro indeterminato. Neppure si intende con ciò quel mondo migliore che cerchiamo di creare passo passo con le nostre forze. Nel termine 'Regno di Dio' la parola 'Dio' è un genitivo soggettivo. Questo significa: Dio non è un’aggiunta al 'Regno', che forse si potrebbe anche lasciar cadere. Dio è il soggetto. Regno di Dio vuol dire in realtà: Dio regna. Egli stesso è presente ed è determinante per gli uomini nel mondo. Egli è il soggetto, e dove manca questo soggetto non resta nulla del messaggio di Gesù. Perciò Gesù ci dice: il Regno di Dio non viene in modo che si possa, per così dire, mettersi sul lato della strada ed osservare il suo arrivo. 'È in mezzo a voi!' (cfr. Lc 17, 20s). Esso si sviluppa dove viene realizzata la volontà di Dio. È presente dove vi sono persone che si aprono al suo arrivo e così lasciano che Dio entri nel mondo. Perciò Gesù è il Regno di Dio in persona: l’uomo nel quale Dio è in mezzo a noi e attraverso il quale noi possiamo toccare Dio, avvicinarci a Dio. Dove questo accade, il mondo si salva".

 

Detto questo, Benedetto XVI proseguì legando alla questione di Dio proprio quella del sacerdozio e del celibato sacerdotale:

 

"Paolo chiama Timoteo – e in lui il vescovo e, in genere, il sacerdote – “uomo di Dio” (1 Tim 6, 11). È questo il compito centrale del sacerdote: portare Dio agli uomini. Certamente può farlo soltanto se egli stesso viene da Dio, se vive con e da Dio. Ciò è espresso meravigliosamente in un versetto di un salmo sacerdotale che noi – la vecchia generazione – abbiamo pronunciato durante l’ammissione allo stato clericale: "Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita” (Sal 16 [15], 5). L’orante-sacerdote di questo salmo interpreta la sua esistenza a partire dalla forma della distribuzione del territorio fissata nel Deuteronomio (cfr. 10, 9). Dopo la presa di possesso della terra ogni tribù ottiene per mezzo del sorteggio la sua porzione della terra santa e con ciò prende parte al dono promesso al capostipite Abramo. Solo la tribù di Levi non riceve alcun terreno: la sua terra è Dio stesso. Questa affermazione aveva certamente un significato del tutto pratico. I sacerdoti non vivevano, come le altre tribù, della coltivazione della terra, ma delle offerte. Tuttavia, l’affermazione va più in profondità. Il vero fondamento della vita del sacerdote, il suolo della sua esistenza, la terra della sua vita è Dio stesso. La Chiesa, in questa interpretazione anticotestamentaria dell’esistenza sacerdotale – un’interpretazione che emerge ripetutamente anche nel salmo 118 [119]  – ha visto con ragione la spiegazione di ciò che significa la missione sacerdotale nella sequela degli apostoli, nella comunione con Gesù stesso. Il sacerdote può e deve dire anche oggi con il levita: “Dominus pars hereditatis meae et calicis mei”; Dio stesso è la mia parte di terra, il fondamento esterno ed interno della mia esistenza. Questa teocentricità dell’esistenza sacerdotale è necessaria proprio nel nostro mondo totalmente funzionalistico, nel quale tutto è fondato su prestazioni calcolabili e verificabili. Il sacerdote deve veramente conoscere Dio dal di dentro e portarlo così agli uomini: è questo il servizio prioritario di cui l'umanità di oggi ha bisogno. Se in una vita sacerdotale si perde questa centralità di Dio, si svuota passo passo anche lo zelo dell’agire. Nell’eccesso delle cose esterne manca il centro che dà senso a tutto e lo riconduce all’unità. Lì manca il fondamento della vita, la 'terra', sulla quale tutto questo può stare e prosperare.

 

"Il celibato, che vige per i vescovi in tutta la Chiesa orientale ed occidentale e, secondo una tradizione che risale a un’epoca vicina a quella degli apostoli, per i sacerdoti in genere nella Chiesa latina, può essere compreso e vissuto, in definitiva, solo in base a questa impostazione di fondo. Le ragioni solamente pragmatiche, il riferimento alla maggiore disponibilità, non bastano: una tale maggiore disponibilità di tempo potrebbe facilmente diventare anche una forma di egoismo, che si risparmia i sacrifici e le fatiche richieste dall’accettarsi e dal sopportarsi a vicenda nel matrimonio; potrebbe così portare ad un impoverimento spirituale o ad una durezza di cuore. Il vero fondamento del celibato può essere racchiuso solo nella frase: 'Dominus pars', tu sei la mia terra. Può essere solo teocentrico. Non può significare il rimanere privi di amore, ma deve significare il lasciarsi prendere dalla passione per Dio, ed imparare poi grazie ad un più intimo stare con lui a servire pure gli uomini.

 

"Il celibato deve essere una testimonianza di fede: la fede in Dio diventa concreta in quella forma di vita che solo a partire da Dio ha un senso. Poggiare la vita su di lui, rinunciando al matrimonio ed alla famiglia, significa che io accolgo e sperimento Dio come realtà e perciò posso portarlo agli uomini. Il nostro mondo diventato totalmente positivistico, in cui Dio entra in gioco tutt’al più come ipotesi, ma non come realtà concreta, ha bisogno di questo poggiare su Dio nel modo più concreto e radicale possibile. Ha bisogno della testimonianza per Dio che sta nella decisione di accogliere Dio come 'terra' su cui si fonda la propria esistenza.

 

"Per questo il celibato è così importante proprio oggi, nel nostro mondo attuale, anche se il suo adempimento in questa nostra epoca è continuamente minacciato e messo in questione. Occorre una preparazione accurata durante il cammino verso questo obiettivo; un accompagnamento persistente da parte del vescovo, di amici sacerdoti e di laici, che sostengano insieme questa testimonianza sacerdotale. Occorre la preghiera che invoca senza tregua Dio come il Dio vivente e si appoggia a lui nelle ore di confusione come nelle ore della gioia. In questo modo, contrariamente al 'trend' culturale che cerca di convincerci che non siamo capaci di prendere tali decisioni, questa testimonianza può essere vissuta e così, nel nostro mondo, può rimettere in gioco Dio come realtà".

 

Riletto questo discorso del dicembre 2006, non stupisce che Benedetto XVI continui tuttora a dedicare tante energie al clero.

 

L'indizione dell'Anno Sacerdotale, la proposta di figure esemplari come il santo Curato d'Ars, il rafforzamento del celibato fanno parte – nella visione del papa – di un disegno coerentissimo, che fa tutt'uno con "la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del successore di Pietro in questo tempo", cioè col "condurre gli uomini verso Dio". L’espresso on line 15

 

 

 

 

Il coraggio delle scelte. Intervista con l'arcivescovo di Kirkuk, mons. Louis Sako

 

“Un Sinodo dei vescovi per le Chiese in Medio Oriente come quelli per l'Asia o per l'Africa”. Con queste parole mons. Louis Sako, arcivescovo caldeo di Kirkuk (Iraq), annunciava il suo proposito di chiedere a Benedetto XVI la convocazione di un’assemblea speciale dei vescovi per il Medio Oriente. Una proposta che lo stesso arcivescovo presentò di persona al Papa nel corso della visita ad limina dei vescovi caldei, nel gennaio 2009, e che si concretizzò il 19 settembre successivo con l’annuncio dato da Benedetto XVI ai patriarchi e agli arcivescovi maggiori orientali. Il tema: “La Chiesa cattolica in Medio Oriente: comunione e testimonianza". Lo scorso 6 giugno a Cipro, Benedetto XVI ha consegnato l’“Instrumentum Laboris”. Il SIR ne ha parlato con mons. Sako.

 

Cosa pensa di questo “Instrumentum laboris”?

“Un lavoro ben preparato in quanto si è tenuto conto di tutte le risposte giunte dal clero, dai religiosi e dai vescovi della regione. Tuttavia, il testo da solo non basta per garantire l’efficacia e la concretezza del lavoro sinodale. Ad ottobre alle parole dell’‘Instrumentum’ potrebbero aggiungersene altre ancora da parte dei vescovi. Per questo chiedo a tutti di avere il coraggio di parlare chiaro altrimenti non si va avanti. I problemi descritti nel documento, come per esempio l’emigrazione, la libertà religiosa, la pace, il dialogo e l’ecumenismo, devono essere affrontati con coraggio, ricercando iniziative concrete per promuovere, in primis, la nostra comunione che è debole. Ogni Chiesa lavora per se stessa”.

 

Cosa serve alla Chiesa mediorientale per muovere passi avanti?

Modalità nuove di testimonianza dei valori cristiani. Il mondo islamico, almeno quello moderato, si attende qualcosa da noi in termini di una presenza responsabile. Nelle nostre Chiese, e l’‘Istrumentum laboris’ lo riconosce, la tensione missionaria si è affievolita. Dobbiamo riaccenderla ma per arrivare a questo risultato occorre ricercare la comunione e l’unità. Senza di queste non c’è futuro per i cristiani in Medio Oriente. La Chiesa mediorientale deve rinnovarsi per testimoniare ai fedeli delle altre religioni i valori evangelici. Serve una pastorale comune, in lingua araba”.

 

Dal documento sinodale emerge anche la necessità di un rinnovamento liturgico…

“Abbiamo testi datati secoli che non riescono più a parlare all’uomo di oggi. I nostri riti devono aiutare a pregare e non essere uno show. I fedeli vogliono capire e la pastorale deve essere modulata per i giovani, per i bambini, gli adulti, con linguaggi adeguati. Senza dimenticare la formazione del clero che, a mio avviso, va rivista. Le nostre sono piccole Chiese che per vivere devono collaborare, senza cooperazione non c’è futuro. Ma abbiamo paura e così ci stiamo ghettizzando. Non si tratta di uscire in strada e predicare ma di trovare modi diversi per annunciare il Vangelo nonostante le difficoltà. Nel Sinodo dovremo anche parlare di questo”.

 

In che modo si può evitare il rischio di ghettizzazione dei cristiani?

“Un modo potrebbe essere quello di promuovere un maggiore impegno sociale da parte dei nostri fedeli, di parlare della libertà religiosa, del rispetto dei diritti umani, della cittadinanza. Le nostre Chiese hanno perso l’impegno verso una causa comune, che non è solo quella del diritto ma anche quella della pace e della convivenza. In questo ambito il dialogo con l'islam e l’ebraismo è fondamentale. Ci sono valori condivisi nel mondo islamico e in quello ebraico. Le Chiese mediorientali possono, anch’esse, favorire una giusta soluzione al problema israelo-palestinese. È importante, quindi, che i cristiani orientali rimangano in questa regione, la loro fuga all’estero è una perdita notevole per tutta la Chiesa e per l’intera area mediorientale in quanto elementi di moderazione e di pluralismo religioso”.

 

Esodo difficile da frenare se restano le difficoltà attuali segnalate dal testo sinodale. A riguardo cosa può aiutare i cristiani a rimanere?

“Credo che sia importante conoscere bene le loro paure e speranze. Le situazioni sono diverse da Paese a Paese. I nostri fedeli devono riscoprire la loro fede ed identità, ed essere consapevoli che la loro vocazione è quella di essere nati qui. L’‘Instrumentum’ lo attesta con chiarezza”.

 

Il testo parla di modernità come realtà ambigua, attraente da una parte ma anche immorale. È d’accordo con questa visione che rischia di stridere con la dimensione etnica delle Chiese orientali?

“La modernità vuol dire prendere sul serio i cambiamenti che si stanno verificando nel nostro villaggio globale, veicolati dalle tante tecnologie disponibili e delle quali bisogna saper approfittare ma anche governare con criterio e saggezza. Non bisogna restare prigionieri della memoria e della storia, ma sfruttare la nuova ricchezza per il vero bene dell’uomo. L’etnicità delle Chiese potrebbe allora rappresentare un pericolo in quanto potrebbe portare alcune Chiese a sfociare nel nazionalismo. La Chiesa, per sua natura, è aperta. L’etnicità, allora, va intesa come patrimonio culturale e di tradizioni e non come nazionalismo”.

 

Quale futuro prospetta per le Chiese mediorientali?

“Di speranza certamente. Ma con realismo devo pure dire che se anche dopo questo Sinodo non riprenderemo il cammino missionario, allora la presenza cristiana è a rischio”. Sir 16

 

 

 

 

 

Narducci a “Radio Rai”: l’episodio di intolleranza non fermi il dialogo con la Turchia.

 

L’on. Franco Narducci, intervistato durante la trasmissione “radio anch’io” di Radio Rai a proposito dell’assassinio di Mons. Padovese, vescovo di Iskenderun, in Turchia, avvenuto il 3 giugno scorso, ha affermato che è stato un “episodio sconvolgente anche per il significato che ha assunto in una provincia storicamente culla della convivenza pacifica tra le confessioni religiose”. L’on. Narducci durante l’intervista ha sottolineato che “è necessario fare luce fino in fondo sull’accaduto, oltre la presunta schizofrenia dell’assasino, per il bene di tutti” convinto anche che il “Governo turco farà ogni sforzo per accertare la verità dei fatti”.

Narducci riprendendo le parole di Benedetto XVI ha detto che “questo fatto non deve oscurare il dialogo”, infatti secondo le parole del deputato del PD “ciò sarebbe contrario all’insegnamento di mons. Padovese ed anche di don Andrea Santoro, uomini testimoni veri di quella fede che, vissuta in pienezza, porta all’incontro con l’altro, al dialogo e a superare ogni forma di intolleranza”. In questo senso “se da una parte è preoccupante la presenza di sacche di intolleranza in Turchia -ha affermato Narducci - allo stesso tempo bisogna accelerare il processo di avvicinamento all’Unione europea della Turchia stessa, isolando quanti lavorano per una islamizzazione integralista del grande Paese, porta dell’Asia”. De.it.press

 

 

 

 

 

La regola suprema. Il discorso del Papa al convegno della diocesi di Roma

 

Benedetto XVI ha aperto i lavori del convegno diocesano di Roma, che ha per tema “Eucaristia domenicale e testimonianza della carità”. “La fede – ha detto il Papa – non può mai essere presupposta, perché ogni generazione ha bisogno di ricevere questo dono mediante l’annuncio del Vangelo e di conoscere la verità che Cristo ci ha rivelato. La Chiesa, pertanto, è sempre impegnata a proporre a tutti il deposito della fede; in esso è contenuta anche la dottrina sull’Eucaristia”, che “oggi purtroppo non è sufficientemente compresa nel suo valore profondo e nella sua importanza per l’esistenza dei credenti. Per questo è importante che una conoscenza più approfondita del mistero del Corpo e del Sangue del Signore sia avvertita come un’esigenza dalle diverse comunità cristiane di Roma”.

 

Un’unica famiglia. “Nello spirito missionario che vogliamo alimentare – ha evidenziato il Pontefice –, è necessario che si diffonda l’impegno di annunciare tale fede eucaristica, perché ogni uomo incontri Gesù Cristo che ci ha rivelato il Dio ‘vicino’, amico dell’umanità, e di testimoniarla con una eloquente vita di carità”. Secondo il Papa, “la Santa Messa, celebrata nel rispetto delle norme liturgiche e con un’adeguata valorizzazione della ricchezza dei segni e dei gesti, favorisce e promuove la crescita della fede eucaristica”. Il Santo Padre ha quindi rivolto un invito a “riscoprire la fecondità dell’adorazione eucaristica” per “portare molto frutto” ed “evitare che la nostra azione apostolica si riduca a uno sterile attivismo, ma sia invece testimonianza dell’amore di Dio”. È l’Eucaristia, ha ricordato Benedetto XVI, che “trasforma un semplice gruppo di persone in comunità ecclesiale: l’Eucaristia fa la Chiesa”. È dunque “fondamentale che la celebrazione della Santa Messa sia effettivamente il culmine, la ‘struttura portante’ della vita di ogni comunità parrocchiale”. Nutrendoci di Cristo, ha osservato il Pontefice, “siamo liberati dai vincoli dell’individualismo e, per mezzo della comunione con Lui, diventiamo una cosa sola, il suo Corpo mistico. Vengono così superate le differenze dovute alla professione, al ceto, alla nazionalità, perché ci scopriamo membri di un’unica grande famiglia, quella dei figli di Dio, nella quale a ciascuno è donata una grazia particolare per l’utilità comune”.

 

Il linguaggio dell’amore. Per il Santo Padre, “il mondo e gli uomini non hanno bisogno di una ulteriore aggregazione sociale, ma della Chiesa, che è in Cristo come un sacramento, ‘cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano’, chiamata a far risplendere su tutte le genti la luce del Signore risorto”. A giudizio di Benedetto XVI, “quando riceviamo Cristo, l’amore di Dio si espande nel nostro intimo, modifica radicalmente il nostro cuore e ci rende capaci di gesti che, per la forza diffusiva del bene, possono trasformare la vita di coloro che ci sono accanto”. “La carità – ha spiegato – è in grado di generare un cambiamento autentico e permanente della società, agendo nei cuori e nelle menti degli uomini”. Dunque, “la testimonianza della carità per il discepolo di Gesù non è un sentimento passeggero, ma al contrario è ciò che plasma la vita in ogni circostanza”. Di qui l’incoraggiamento “a impegnarsi nel delicato e fondamentale campo dell’educazione alla carità, come dimensione permanente della vita personale e comunitaria”. Roma, ha affermato il Papa, “chiede ai discepoli di Gesù, con un rinnovato annuncio del Vangelo, una più chiara e limpida testimonianza della carità. È con il linguaggio dell’amore, desideroso del bene integrale dell’uomo, che la Chiesa parla agli abitanti di Roma”. Nella capitale sono vari i “luoghi dove la carità è vissuta in modo intenso”. Di qui la gratitudine per “quanti si impegnano nelle diverse strutture caritative, per la dedizione e la generosità con le quali servono i poveri e gli emarginati”.

 

Gesti di condivisione. “I bisogni e le povertà di tanti uomini e donne ci interpellano profondamente: è Cristo stesso che ogni giorno, nei poveri, ci chiede di essere sfamato e dissetato, visitato negli ospedali e nelle carceri, accolto e vestito”, ha avvertito Benedetto XVI. “L’Eucaristia celebrata – ha sostenuto – ci impone e al tempo stesso ci rende capaci di diventare a nostra volta pane spezzato per i fratelli, venendo incontro alle loro esigenze e donando noi stessi. Per questo una celebrazione eucaristica che non conduce ad incontrare gli uomini lì dove essi vivono, lavorano e soffrono, per portare loro l’amore di Dio non manifesta la verità che racchiude”. I gesti di condivisione “creano comunione, rinnovano il tessuto delle relazioni interpersonali, improntandole alla gratuità e al dono, e permettono la costruzione della civiltà dell’amore”. “In un tempo come il presente di crisi economica e sociale – è stata l’esortazione –, siamo solidali con coloro che vivono nell’indigenza per offrire a tutti la speranza di un domani migliore e degno dell’uomo”. Infine, un invito ai giovani a non aver paura di “scegliere l’amore come la regola suprema della vita”, sia “nel sacerdozio” sia nel “formare famiglie cristiane che vivono l’amore fedele, indissolubile e aperto alla vita!”. Sir 15

 

 

 

 

 

Immigrazione. Mons. Miccichè: “Europa riscopra la sua anima accogliente

 

Valderice/Trapani. “L’Europa dovrebbe riscoprire la sua anima accogliente e i singoli Stati affacciati sul Mediterraneo dovrebbero porsi in una prospettiva meno egoistica e più solidale nei confronti degli immigrati”: lo ha detto mercoledì pomeriggio mons. Francesco Miccichè, vescovo di Trapani, aprendo a Valderice (Trapani) il Migramed Forum-2010. L’iniziativa, organizzata dal Coordinamento nazionale immigrazione di Caritas italiana in collaborazione con la delegazione regionale delle Caritas della Sicilia, riunisce fino al 18 giugno una ottantina di delegati delle Caritas di tutta Italia e i rappresentanti delle Caritas di Libia, Algeria, Tunisia, Turchia, Marocco, Libano, con l’intento di stilare, al termine del convegno, la cosiddetta “La Carta di Trapani”. Mons. Miccichè ha precisato al SIR che “l’Unione europea dovrebbe trovare un modo univoco per affrontare il problema dei respingimenti nel Mediterraneo, magari cercando una soluzione nei Paesi di provenienza dei tanti migranti che fuggono da situazioni di guerra, fame, persecuzione”. “Non sarebbe male – ha osservato –, tramite gli Stati e le loro rappresentanze all’estero, trovare un modo per garantire a queste persone di essere identificate ed accontentate nella loro richiesta di ottenere asilo in Italia, per evitare le ‘carrette del mare’ e tante sofferenze durante i viaggi in balìa dei trafficanti”. “Come siciliani – ha proseguito il vescovo di Trapani – abbiamo sempre aperto le porte all’altro e sempre considerato l’accoglienza come un valore. Per questo non abbiamo mai percepito, sul nostro territorio, l’immigrazione come un problema”. Il centro della Caritas di Trapani che ospitava fino a 300 immigrati nei periodi di “emergenza sbarchi”, accoglie ora solo una dozzina di persone. Molti ex-ospiti, soprattutto africani, hanno un lavoro regolare, insieme a italiani in difficoltà, nelle strutture gestite dalle cooperative promosse dalla Caritas diocesana, riconvertite per il turismo. “Ma questo non significa che siamo favorevoli alla politica dei respingimenti in mare – ha precisato don Sergio Librizzi, direttore della Caritas di Trapani e delegato regionale delle Caritas della Sicilia -. Anzi, ci preoccupano molto le notizie terribili che arrivano dall’Africa, di persone che muoiono nel deserto. Dobbiamo capire le reali cause di questo esodo ed agire di conseguenza”. Don Librizzi fa anche parte della Commissione territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato. Insieme a Francesco Tortorici, presidente della Commissione, hanno raccontato le storie e le difficoltà di chi fugge da situazioni drammatiche.

 

 

 

 

 

 

CEI: catechesi - La vita dell'altro. La "lectio magistralis" del card. Bagnasco

 

“La passione educativa che Gesù mostra in ogni suo incontro non può essere compresa altrimenti che a partire dal suo amore, dal suo amore per la vita, per la vita di tutti gli uomini”. Lo ha detto il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nella “lectio magistralis” tenuta il 15 giugno, al convegno dell’Ufficio catechistico della Cei, in corso a Bologna (fino al 17 giugno). “Ogni atto educativo non può avere altra sorgente che l’amore”, ha proseguito il cardinale, e “la Chiesa, scegliendo di riflettere sul compito dell’educazione, non ha altra motivazione che l’amore per la vita che ha appreso dal suo Signore. Si educa perché si ritiene la vita dell’altro meritevole di attenzione, di cura, perché la si ritiene preziosa, più preziosa addirittura della propria”. Per il card. Bagnasco, “la riscoperta dei fondamenti di una educazione è anelito di tanti, dentro e fuori la Chiesa”, come dimostra “il consenso che si è spontaneamente creato nel nostro Paese sul tema dell’educazione”, ad esempio in “numerosi interventi della stampa laica”. Le famiglie, da parte loro, “dichiarano di aver spesso smarrito i punti di riferimento educativi”, e “lo smarrimento, il timore, a volte anche la paura di educare” riguarda anche la scuola, “incapace di scommettere sulla passione e la qualità dell’educazione”.

 

Genitori e figli. “I catechisti, di cui voi siete i responsabili nelle diverse diocesi, sono un’importante testimonianza dell’amore che la Chiesa ha per la vita”, ha proseguito il cardinale, secondo il quale “è tramite il loro servizio che i genitori comprendono di non essere abbandonati dalla Chiesa quando si trovano a misurarsi con la crescita dei loro figli, bensì trovano al loro fianco tutto il popolo di Dio che li sostiene nella loro missione”. “Noi siamo preoccupati – ha affermato il presidente della Cei – del tenue legame che può esistere tra le famiglie e la Chiesa, ma dobbiamo imparare ad essere ancor più preoccupati del legame stesso dei genitori con i loro figli”. Tutto ciò, a partire dalla consapevolezza che “le famiglie, spesso silenziosamente come ai tempi di Gesù, domandano oggi un sostegno educativo, desiderano maturare punti di riferimento per non scoraggiarsi nella loro missione e per non essere travolte dalla mentalità corrente”. Da qui l’importanza dell’attuale decennio pastorale della Cei, dedicato all’educazione, per ribadire che “una delle responsabilità più importanti degli adulti – genitori, catechisti, l’insieme della società civile – è precisamente quella di trasmettere la vita, la cultura, i valori, la fede che abbiamo ricevuto in dono”.

 

Figure autorevoli. “La società italiana nel suo insieme – ha affermato il presidente della Cei – ha bisogno di figure autorevoli di genitori, di docenti, di catechisti, di laici, capaci di porsi come punti di riferimento nel difficile compito educativo”. Secondo il cardinale, “è palpabile l’attesa di persone preparate ed appassionate che svolgano con grande senso di responsabilità la loro missione”, e il compito della catechesi consiste nel “formare” alla fede, non nel presupporla, senza spaventarsi che “il confine tra primo annuncio e catechesi dell’iniziazione cristiana sia oggi così labile”. “La fede non può nascere e svilupparsi semplicemente come auto-maturazione o auto-formazione dell’uomo”, ha ammonito il cardinale, facendo notare che “proprio nella maturazione delle relazioni più importanti l’uomo ha bisogno dell’autorità”. Il rapporto educativo è infatti caratterizzato “da una asimmetria”, in virtù della quale, ad esempio, i genitori non hanno semplicemente generato i figli, “ma sono all’origine della loro maturazione, avendoli accompagnati nella loro crescita”.

 

Le critiche alla Chiesa… “Da un lato la fede, pur essendo profondamente presente nel popolo italiano è, al contempo, anche avversata con una critica, come è stato notato da attenti analisti anche laici, che non mira semplicemente a questo o quell’aspetto odierno della Chiesa, ma la pone in discussione fin nei suoi fondamenti, a partire dalla stessa messa in discussione della rilevanza della questione di Dio, dell’opportunità che di lui si parli nella sfera pubblica”. È l’analisi del card. Bagnasco, che ha fatto notare che “queste critiche, ma forse ancor più la diffusa ignoranza in materia, rendono evidente che l’educazione alla fede deve partire non da argomenti secondari, ma precisamente dai temi più importanti dell’annuncio cristiano”.

 

…e la “tradizione italiana”. Senza trascurare, però, la peculiarità della “tradizione italiana”, che “si caratterizza – e deve continuare a caratterizzarsi – come compagnia affidabile, come ambiente in cui maturare la fiducia e l’amore”. Il riferimento del presidente della Cei è alle parrocchie, agli oratori, alle associazioni e ai movimenti, ma anche alle attività caritative e alla vita liturgica.  M.MICHELA NICOLAIS

 

 

 

 

Mettersi in ascolto. "Questione educativa" e iniziazione cristiana

 

"L'emergenza educativa è anche - forse soprattutto - emergenza catechetica". Lo ha detto, il 14 giugno, il card. Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, portando il suo saluto ai partecipanti al 44° convegno nazionale dei direttori degli uffici catechistici diocesani sul tema "La questione educativa nell'iniziazione cristiana per le nuove generazioni, a 40 anni dal Documento Base Il rinnovamento della catechesi", organizzato dall'Ufficio catechistico nazionale, in collaborazione con l'arcidiocesi di Bologna. Ai lavori, che proseguiranno fino al 17 giugno, partecipano circa 300 persone, in rappresentanza di 140 diocesi. Secondo il porporato, "l'emergenza educativa ha la sua principale radice nella separazione, ormai in Occidente consumata, fra l'io e la verità: più precisamente tra l'affermazione della verità senza l'io e viceversa l'affermazione dell'io senza verità". Tradotto in termini catechetici, "questa divisione - fatale per il destino eterno dell'uomo - significa la sottovalutazione della dimensione veritativa della fede in ordine all'edificazione del soggetto cristiano". Insomma, "ciò che si pensa non è di decisiva importanza per l'edificazione di se stessi in Cristo".

 

Questioni aperte. "Riformulare la parola educazione, che oggi a volte risulta una parola imbarazzante e perfino provocatoria". A lanciare l'invito è stato il 14 giugno mons. Marcello Semeraro, presidente della Commissione Cei per la dottrina della fede, l'annuncio e la catechesi. I 40 anni dalla pubblicazione del Documento di base "Il rinnovamento della catechesi", secondo mons. Semeraro, "invitano a riconsiderare l'impegno catechistico in Italia nel lungo periodo", a partire da "alcune questioni aperte", fra cui "il rapporto con la cultura, la necessità di elaborare nuovi itinerari di fede, il bisogno di una nuova attenzione ai giovani e agli adulti, la prospettiva della pastorale integrata". "La parola educazione - ha detto il vescovo - crea ansia nelle famiglie, negli insegnanti, e così si preferisce sostituirla con sinonimi come apprendimento, istruzione, abilitazione…". Al contrario, "l'educazione è una questione di senso e di significato, fa parte di noi. Siamo intessuti di educazione, e ciò c'impone di riflettere sul senso dell'educare", in sintonia con gli Orientamenti pastorali di questo decennio. 

 

Il primato della comunità educante. "Non è concepibile una comunità cristiana senza catechesi, così non è pensabile una catechesi senza il contributo di tutta la comunità". Lo ha detto Paola Bignardi, membro del Comitato di redazione Editrice La Scuola e membro del Comitato Cei per il progetto culturale, il 14 giugno. "La qualità umana, cristiana e sociale della comunità cristiana appare decisiva": di qui la necessità di chiederci quale immagine diamo di noi stessi", a partire dalla consapevolezza che "cresce la distanza tra quanti operano nella pastorale e quei cristiani che giocano la loro testimonianza nei vari ambiti della difficile realtà secolare". In questo modo, ha sottolineato Bignardi, "cresce la distanza tra la comunità cristiana dalla vita, dalla concretezza del vivere di ogni giorno. La mancanza di ascolto genera mancanza di empatia, e la comunità cristiana fatica a mettersi in relazione col mondo di oggi". Tra gli "aspetti cruciali" che la comunità cristiana deve tener presente per invertire questa tendenza, Bignardi ha citato lo "sperimentarsi nella cura dei rapporti tra le persone, per costruire un mondo a misura della dignità di ogni persona. Comunità fredde non possono essere strumento dell'amore di Dio".

 

Primo oggetto di "missione" in parrocchia. "Bisognerebbe che ogni bambino che accede al catechismo in parrocchia percepisse di avere incontrato lì una nuova 'casa comune', una comunità concreta di appartenenza possibile, di adulti e di giovani adolescenti, uno spazio educativo che gli si offre come comunità concreta di appartenenza possibile". Lo ha detto Maria Teresa Moscato, docente di pedagogia all'Università di Bologna, il 15 giugno. "Oggi a una parrocchia urbana - ha proseguito la docente - può essere chiesta di fatto la stessa vocazione missionaria di uno sperduto avamposto nel deserto, e paradossalmente l'educazione, che è la più basilare forma di promozione umana, diventa il primo oggetto di missione". Di fronte a "nuove generazioni abbandonate di fatto a se stesse", è la tesi di Moscato, "la più elementare delle catechesi religiose può offrire un supporto educativo essenziale per i soggetti tanto giovani". "Nelle relazioni che s'instaurano con i bambini - ha aggiunto - e a maggior motivo quando i bambini hanno già sperimentato dei vissuti di perdita e di fiducia tradita, l'educatore deve comprendere che solo ottenendo fiducia per l'adulto si potranno accompagnare i bambini a ritrovare fiducia in se stessi".

 

Iniziazione cristiana come "stile di vita alternativo". "A fronte di alcuni aspetti enfatizzati dalla società attuale, quella della competizione anziché della solidarietà, della priorità dell'interesse privato su quello pubblico e dell'accumulazione anziché della condivisione, quella del relativismo rispetto alla possibile verità, il tempo dell'iniziazione cristiana potrebbe costituire una preziosa opportunità per far maturare nelle nuove generazioni atteggiamenti e stili di vita diversi, alternativi". Ne è convinta suor Cettina Cacciato, docente alla Pontificia Facoltà di scienze dell'educazione "Auxilium" di Roma, intervenuta il 15 giugno. Per la religiosa, nella catechesi "il riferimento al paradigma catecumenale intende aiutare a superare la prassi che riduce l'iniziazione cristiana dei ragazzi alla sola istruzione in vista della ricezione dei sacramenti". MICHELA NICOLAIS

 

 

 

 

Mons. Padovese - Il definitivo messaggio. Milano: i funerali del vicario di Anatolia

 

Alle 10.15 di lunedì il feretro di mons. Luigi Padovese ha fatto il suo ingresso nel Duomo di Milano. Ad accompagnarlo, a piedi, 4 confratelli dell'ordine dei cappuccini mentre in Duomo hanno portato la bara, semplice, in legno chiaro uomini della polizia di Stato. Ad attendere all’interno la salma del vicario apostolico di Anatolia, ucciso il 3 giugno a Iskenderun, 5.000 fedeli, 40 vescovi e 300 sacerdoti. Molte anche le autorità presenti. Il rito è stato introdotto dalla lettura, da parte di mons. Giuseppe Bertello, nunzio apostolico in Italia, di un telegramma di cordoglio di Benedetto XVI. Nel messaggio, firmato dal segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, il Papa, “profondamente addolorato”, raccomanda “l’anima nobile di questo amato pastore all’infinita misericordia di Dio” e rende grazie “per la sua generosa testimonianza al Vangelo ed il suo fermo impegno per il dialogo e per la riconciliazione che ha caratterizzato la sua vita sacerdotale ed il suo ministero episcopale”.

 

“Non un sacrificio vano”. Le esequie sono state presiedute dall’arcivescovo di Milano, card. Dionigi Tettamanzi, che nell’omelia ha parlato della morte di mons. Padovese come di “una morte che porterà frutto. Come il chicco di grano che, caduto in terra muore e germoglia, così è stata la vita di padre Luigi”. “Vero discepolo di Cristo, anche il vescovo Luigi – ha detto il card. Tettamanzi – ha dato il suo corpo e ha stretto un’alleanza nel suo sangue, offrendo tutto se stesso per l’annuncio del Vangelo e per la vita di coloro che gli erano stati affidati”. “In questa terra turca, che aveva tanto studiato, mons. Padovese ha voluto inserirsi e lasciarsi macerare, amando questo nobile popolo. Padre Luigi si è fatto chicco di grano diventando guida della Chiesa di Anatolia, una Chiesa di minoranza, spesso sofferente e provata”, ha aggiunto l’arcivescovo di Milano che ha voluto ricordare anche l’intensa “attività di dialogo” del pastore di origine ambrosiana. “Padre Luigi è stato chicco di grano, che silenziosamente porta frutto, nei suoi incessanti sforzi di costruire spazi di dialogo e di incontro tra culture, tra religioni, tra gli stessi cristiani. Ogni uomo di buona volontà riconosce in questo vescovo mite e sapiente un vero costruttore di pace e di riconciliazione, a partire dal rispetto reciproco e dall’accoglienza fraterna”. Il corpo e il sangue di mons. Padovese, ha sottolineato il card. Tettamanzi, “sono davvero caduti sulla terra di Turchia e, pur nel dolore e nelle lacrime, ci appaiono per quello che sono davvero: non più segni di una vita strappata da violenza insensata e tragica, ma offerta viva di sé. Il corpo dato e il sangue versato non sono sacrificio vano”. Un ultimo pensiero l'arcivescovo lo ha rivolto “ai fratelli della Chiesa turca”: “Da oggi la Chiesa di Milano si sente legata a voi in modo ancora più profondo e particolare. Vogliamo raccogliere il lamento, che si leva da voi e dalla vostra terra. Vogliamo, come Chiesa ambrosiana, insieme a tutte le comunità cristiane, accogliere e affrontare la sfida di essere sempre più coscienti della nostra identità cristiana perché da questa morte così cruenta possa rimanere un messaggio per tutta la Chiesa: la speranza è la parola di vita che possiamo riascoltare da padre Luigi, come il definitivo messaggio che ci viene dal suo corpo dato e dal suo sangue versato su quel piccolo lembo di terra turca”.

 

Fino all’effusione del sangue. Prima della benedizione finale, ha preso la parola mons. Ruggero Franceschini, successore di mons. Padovese al Vicariato apostolico di Anatolia. “Chi ha testimoniato il suo sangue non ha bisogno di parole e neanche di miracoli – ha affermato – hanno ucciso il pastore buono. Partito da questa città si era fatto pellegrino dello spirito e della mente, fino a diventare uno dei più competenti esperti sulla vita e le opere dei Padri della Chiesa vissuti nell'attuale Turchia”. Mons. Franceschini ha avuto parole di conforto anche per la Chiesa turca: “La piccola Chiesa rimasta in Anatolia anche se di tradizione apostolica è troppo giovane per superare da sola una tragedia simile, troppo fragile per fronteggiare il male che l'ha colpita, troppo povera per trovare in se stessa le risorse per continuare a sperare almeno di esistere”. Da qui la richiesta che le Chiese sorelle diano alla Turchia “vocazioni: sacerdoti, religiosi e religiose, per una missione difficilissima, senza sconti e senza compromessi, non voglio ingannare nessuno davanti a questa bara. Venite a vivere il Vangelo, venite ad aiutarci a vivere, semplicemente”. Un appello il vescovo lo ha lanciato ai media: “Tenete aperta una finestra su questa terra e sul dolore della Chiesa che la abita, siate la voce di chi non ha nemmeno la libertà di gridare la propria pena”. Un messaggio di cordoglio è giunto anche dal card. Péter Erd?, arcivescovo di Esztergom-Budapest e presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee), il quale ha descritto mons. Padovese come “un uomo umile e magnanimo, un uomo di dialogo e di pace, che ha sempre mostrato apertura, amicizia e generosità anche verso coloro che non condividevano la sua fede. Come vescovo e presidente della Conferenza episcopale della Turchia era pastore premuroso e fedele fino all’effusione del sangue”.  sir

 

 

 

 

Vatikan im Fußballfieber

 

Einer aktuellen Studie zufolge wird der Fußballweltmeisterschafts-Erfolg umso wahrscheinlicher, je größer der Katholikenanteil in einem Land ausfällt. Man denke hierbei an die Rekordhalter Brasilien oder Italien. Auf der anderen Seite vermag die Korrelation so hoch nun auch wieder nicht auszufallen, sonst müsste ja der Vatikan Rekordweltmeister sein. Das sagte Roland Loy dem „Rheinischen Merkur“ vergangene Woche. Loy war Berater Franz Beckenbauers beim Titelgewinn 1990 in Italien. Zwar ist der Vatikan nicht bei der WM dabei, dennoch gibt es hinter den vatikanischen Mauern Fußballexperten in Hülle und Fülle.

 

Bertone für Italien - Unsere Kollegen von der italienischen Zeitschrift „Panorama“ haben mal genauer nachgeforscht. Der wohl fußballverückteste Kurienmann ist zweifellos Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone. Als er noch Erzbischof von Genua war, kommentierte er ab und an im italienischen Fernsehen Fußballspiele. Er gilt als alter Juventus-Turin-Fan. Fast die Hälfte der italienischen Nationalmannschaft sind Spieler jener norditalienischen Mannschaft. Sein Fußballherz schlägt eindeutig für Italien.

 

Etchegaray für Frankreich - Der ehemalige Vatikan-Diplomat, Kardinal Roger Etchegaray, ist ein großer Frankreich-Fan. Früher sah er sich alle Spiele seiner Nationalmannschaft im Fernsehen an. Als 87-jähriger kümmere er sich weniger um Fußball, sagt er mittlerweile. Es sei für ihn die Zeit gekommen, an Fußballaustragungen im Himmel zu denken, so der französische Kardinal.

 

Rodé für Slowenien - Der Präfekt für die Institute des gottgeweihten Lebens, Kardinal Franc Rodé, ist glücklich, dass seine Nationalmannschaft bei der WM in Südafrika dabei ist. Slowenien ist nämlich erst zum zweiten Mal präsent. Kardinal Rodé kennt seine Mannschaft gut: Der Star der Slowenen sei klar die Mannschaft. Jeder kämpfe für jeden. Die Mannschaft sei eine klare Einheit und als solche stark, so Rodé. Mit dieser Stärke besiegten die Slowenen übrigens bereits auch stärkere Teams, wie Russland im entscheidenden WM-Relegationsspiel für die WM-Endrunde in Südafrika.

 

Fox Napier für Südafrika - Als Gastgeber gilt Kardinal Wilfrid Fox Napier: Der Erzbischof von Durban wird alle Spiele im TV anschauen. Er ist zuversichtlich, dass die Bafana Bafana sehr weit kommen werden. Die südafrikanische Mannschaft bestehe aus guten Kickern, so Kardinal Fox Napier.

 

P. Funes hofft auf Argentinien - Der argentinische Stürmerstar Lionel Messi hat auch im Vatikan viele Anhänger. Unter ihnen ist sein Landsmann Jesuitenpater José Gabriel Funes. Der Direktor der vatikanischen Sternwarte liebt Fußball. Maradona sei ein guter Trainer und könne die Spieler sicher gut motivieren.

 

Monteiro de Castro für Portugal - Der Sekretär der Bischofskongregation, Erzbischof Manuel Monteiro de Castro, trägt selber einen Namen, der nach Kickerstar klingt. Der Portugiese spielte einmal selber Fußball. Seinen größten Triumph erlebte er aber als Nuntius in Madrid. Da konnte er nämlich seinen Lieblingsspieler persönlich treffen: Cristiano Ronaldo wurde damals frisch von Manchester United eingekauft. Wichtig ist dem Kurienmitarbeiter aber, dass alle Spieler bei der WM korrekt, fair und spielstark auf dem Spielfeld sind. (panorama/rv 16)

 

 

 

 

Ölkatastrophe: Kirche hilft schon jetzt. "Wir beten für diejenigen, deren Existenz gefährdet ist"

 

ST. PETERSBURG, FLORIDA - Die Ölkatastrophe im Golf von Mexiko bedroht viele Bewohner der südöstlichen US-Küstenstaaten in ihrer wirtschaftlichen Existenz. Bislang ist ungewiss, wie viele weitere Regionen vom Öl betroffen sein werden. Schon jetzt sind aber kirchliche Organisationen bereit zu helfen. Die Sozialinitiative der katholischen Bischöfe der USA, die Catholic Campaign for Human Development, stellt 300.000 US-Dollar an Unterstützung für die vom Ölteppich Betroffenen bereit.Das Geld soll gezielt einkommensschwachen Menschen über die Runden helfen. Allein die Fischereinunternehmer verlieren Schätzung 2,5 Milliarden US-Dollar aufgrund des Ölteppichs. Der Präsident der Initiative, Bischof Roger Morin von Biloxi in Mississippi, betonte, dass die Katastrophe zu schweren menschlichen, ökologischen und wirtschaftlichen Verlusten führe. „Als Kirche trauern wir um den Verlust des Lebens. Wir beten für diejenigen, deren Existenz gefährdet ist", sagte der Bischof.

 

Mit den Hilfen wolle die Kirche konkrete Hilfe anbieten, für die notwendigen Aufgaben, die bei der Unterstützung zur Selbsthilfe der betroffenen Gemeinden anfallen. Es sei ein deutliches Signal der grundlegenden Sendung der Catholic Campaign for Human Development. Erzbischof Gregory Aymond von New Orleans sagte, in seiner Erzdiözese seien die Menschen für diese Großzügigkeit dankbar.

 

Die Sozialeinrichtung unterstütze so auch die katholische Kirche dabei, „ein Zeichen Christi Mitleids und seiner Hoffnung" für die Gemeinden, die von der Fischerei leben, zu sein. Die kirchliche Einrichtung tritt in diesem Fall in Vorleistung, da sich die Auszahlung finanzieller Entschädigungen noch geraume Zeit hinziehen kann. Auch weltweite kirchliche Institutionen, wie Caritas International, wollen helfen, sobald konkrete Anfragen aus den USA vorliegen, wie ein Caritassprecher auf Anfrage zusicherte.

 

Am 20. April war die Ölplattform Deepwater Horizon vor der Küste Lousianas wegen menschlicher und technischer Fehler explodiert und zwei Tage darauf gesunken. Das aus dem Bohrloch austretende Öl verursacht einer der schwersten Umweltkatastrophen in der Geschichte. Die US-Regierung verlangt zur Entschädigung die Einrichtung eines Treuhandfonds Ölkonzern BP, der dafür als Verantwortlicher ausgemacht wurde. (mk, Zenit 16)

 

 

 

Eucharistie und Kirche. Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

In der Feier der Hl. Eucharistie begegnen wir dem auferstandenen und in der Kraft seines Geistes gegenwärtigen Christus selbst. Mit dieser Überzeugung steht oder fällt unser christlicher Glaube. Ohne diese Glaubensüberzeugung wäre die Feier der Eucharistie nichts anderes als Totenkult und damit ein weiterer Ausdruck unserer Trauer über die Macht des Todes in der heutigen Welt.

In der Feier der Eucharistie begegnet uns aber auch der Auferstandene selbst und ist in seinem Geist gegenwärtig. Christus ist der eigentliche Vorsteher der eucharistischen Liturgie.

Die Kirche ist deshalb im Kern Eucharistie. Und von der Eucharistie her wird Kirche immer wieder neu aufgebaut. Denn die Einheit der vielen Glaubenden in der Gemeinschaft der Kirche kommt von dem einen eucharistischen Brot und damit von dem einen Christus her. Christus schenkt uns seinen Leib, damit wir selbst zum Leib Christi werden. In der Eucharistie gehen wir in das über, was wir empfangen. Wir empfangen den Leib Christi, um immer deutlicher und glaubwürdiger den Leib Christi in der Welt darzustellen und zu bilden.

Die Eucharistie wirkt deshalb über den Abschluss der liturgischen Feier hinaus. In der Leibhaftigkeit, die Christi Gegenwart in den eucharistischen Gaben angenommen hat, wird die Kirche von Christus auch weiterhin begleitet. Er geht sozusagen mit ihr auf ihrem Weg in den Alltag, wie wir es ja bei den Prozessionen zeichenhaft darstellen.

 

Das katholische Verständnis sieht in der Feier der Eucharistie und der in ihr dargereichten und empfangenen eucharistischen Gabe eine Wirklichkeit, die nicht nur persönlich „die Seele mit Gnade erfüllt“, sondern Kirche konstituiert. Darin schließt es sich an Paulus an, der im Brechen des einen Brotes und im Teilen des einen Kelches den Leib Christi, also die Kirche, dargestellt weiß. Die grundlegende Aussage dazu findet sich im 1. Korintherbrief: „Ist der Kelch des Segens, über den wir den Segen sprechen, nicht Teilhabe am Blut Christi? Ist das Brot, das wir brechen, nicht Teilhabe am Leib Christi? Ein Brot ist es, darum sind wir viele ein Leib; denn wir alle haben teil an dem einen Brot.“ (1 Kor 10, 16f).

 

Die Gemeinschaft an Leib und Blut Christi und das Sein und die Einheit der Kirche sind innig verbunden. Ohne Eucharistie gibt es keine Kirche. Ohne Kirche gibt es keine Eucharistie. Kirchliche Gemeinschaft und eucharistische Gemeinschaft gehören untrennbar zusammen.

 

Darin offenbart sich uns das innerste Wesen der Kirche. Kirche ist nicht eine Organisation, die Menschen von sich aus gründen, so wie Gleichgesinnte einen Verein bilden. Kirche ist vielmehr ein von Gott her durch Jesus Christus eröffneter Lebensraum, in dem wir - aus Gnade - durch Glaube und Taufe hineingerufen werden. Niemand kann sich von selbst diese Gemeinschaft einfach erzwingen. Selbst wenn sich heute ein Erwachsener zur Taufe entschließt und scheinbar aus eigenem Entschluss in die Kirche eintritt, geht diesem Entschluss ein Anruf, eine „Berufung“ Gottes voraus. Unser Ja zu Gott und zur Kirche ist immer Antwort auf Gottes schon zuvor ergangenen Ruf.

 

Das erklärt auch und daraus ergibt sich folgerichtig, warum die katholische Kirche an der Überzeugung festhält: Die volle Teilnahme an der Eucharistie setzt die sakramentale Gemeinschaft der Kirche voraus. Konkret: Für das Verständnis der katholischen Position in der Frage der Zulassung von nicht katholischen Christen zum Empfang der Eucharistie ist die festgehaltene Grundüberzeugung der alten Kirche entscheidend, dass Kommuniongemeinschaft und Kirchengemeinschaft wesentlich zusammengehören.

 

Nach katholischem Verständnis ist die Feier der Eucharistie Darstellung des Wesens der Kirche. Christus schafft sich in diesem heiligen Zeichen seine Kirche je und je neu. Er sammelt sie in allen Generationen gleichsam „hinter“ sich, um alle zum Vater zu führen. Wo Getaufte und an Christus Glaubende, um den geweihten Priester geschart, Eucharistie feiern, da ist Kirche! Und wo Kirche ist, da wird Eucharistie gefeiert -- „bis Christus kommen wird in Herrlichkeit“. „Bonifatiusbote“ 20

 

 

 

 

Italien: Trauerfeier für Padovese mit 40 Bischöfen aus Europa

 

Rund 5.000 Gläubige haben sich am Montag mit einer Trauerfeier von Bischof Luigi Padovese verabschiedet. Im Mailänder Dom waren unter ihnen auch 40 Bischöfe aus ganz Europa. Die Totenmesse für den am 3. Juni im südtürkischen Iskenderun getöteten 63 Jahre alten Vorsitzenden der türkischen Bischofskonferenz wurde vom Mailänder Kardinal Dionigi Tettamanzi geleitet. In seiner Predigt würdigte Tettamanzi den Kapuziner Padovese als „Freund des Friedens“ und „Bruder aller Menschen“.

 

„Er war ein wahrer Brückenbauer der Versöhnung und des Friedens. Er ging immer vom gegenseitigen Respekt und von der brüderlichen Aufnahme aus. Sein Leben war ein Weizenkorn, der auf die Erde gefallen ist und so seinen Dienst als Bischof von Anatolien leitete. Auf dieser türkischen Erde, die er so tiefgründig studiert hatte, wollte Bischof Padovese seine Früchte bringen, indem er dieses edle Volk so innig liebte.“ 

 

Zugleich bekundete Tettamanzi die Verbundenheit des Erzbistums Mailand - es ist das größte Europas - mit den Katholiken in der Türkei. Papst Benedikt XVI. hob in einer während der Trauerfeier verlesenen Botschaft den unermüdlichen Einsatz Padoveses für Dialog und Versöhnung hervor.

 

„Meine Gedanken sind auch auf unsere Geschwistern in der Türkei gerichtet, die so hart durch die Ermordung ihres Bischofs getroffen sind. Die Kirche Mailands ist ab heute in besonderer Weise mit diesen Mitchristen verbunden. Wir sind Gott dafür dankbar, dass die kleine Herde in der Türkei uns immer wieder an die Wurzeln des Glaubens erinnert.“ 

 

Der Heilige Stuhl wurde durch den früheren Apostolischen Nuntius in der Türkei, Erzbischof Edmond Farhat, vertreten. Der Vorsitzende des Rates der europäischen Bischofskonferenzen, der Budapester Kardinal Peter Erdö, hatte in einem Beileidstelegramm an Tettamanzi betont, dass sich Padovese auch gegenüber Nichtkatholiken stets offen, großzügig und freundschaftlich gezeigt habe. Der deutsche Weltkirchen-Erzbischof Ludwig Schick sagte am Rande der Trauerfeierlichkeiten, Padovese sei ein Mensch gewesen, der stets für Integration eingetreten sei und „mit allen, unabhängig von Rasse, Hautfarbe oder Religion, gute Beziehungen pflegte“.

 

Nach der Begräbnisfeier wurde der Leichnam Padoveses auf seinen ausdrücklichen Wunsch hin im Grab seiner Familie in Mailand beigesetzt. Die Hintergründe des Mordes sind weiterhin unklar. Religiöse oder politische Motive wurden von Seiten der Kirche und des Staates ausgeschlossen. In der vergangenen Woche wurden jedoch in der Presse auch Zweifel an dieser offiziellen Version des Geschehens geäußert.

 

Trauerfeier in Iskenderun - Die türkischen Katholiken hatten sich schon am vergangenen Montag mit einer Trauerfeier in Iskenderun von Padovese verabschiedet. Am Freitag waren die sterblichen Überreste des Apostolischen Vikars von Anatolien in Italien eingetroffen und auf dem Flughafen Mailand-Malpensa von einem Kapuzinerpater in Empfang genommen worden. Anschließend wurde der Leichnam zu einer weiteren Autopsie in ein gerichtsmedizinisches Institut gebracht.

 

Am Samstag betraute Papst Benedikt XVI. den Erzbischof von Izmir, Ruggero Franceschini, mit der vorübergehenden Leitung des nach Padoveses Tod vakanten Apostolischen Vikariats von Anatolien. Er ernannte Franceschini zum Apostolischen Administrator für diesen kirchlichen Verwaltungsbezirk, in dem rund 4.500 Katholiken leben. (kap 14)

 

 

 

Papst Benedikt XVI.: Eucharistie stiftet Gemeinschaft

 

Die Bedeutung von Eucharistie und Barmherzigkeit stand im Mittelpunkt des Treffens zwischen Papst Benedikt XVI. und Vertretern der römischen Diözesankonferenz am Dienstagabend. Bei der Zusammenkunft in der Lateran-Basilika fand ein Austausch über die Seelsorgetätigkeit in der Ewigen Stadt statt. Eröffnet wurde das Treffen von Kardinalvikar Agostino Vallini. Papst Benedikt XVI. hob in seiner Ansprache an die römischen Diözesanvertreter die Gemeinschaft stiftende Bedeutung der Eucharistie hervor:

 

„Die Eucharistie verwandelt eine einfache Gruppe in eine kirchliche Gemeinschaft: Die Eucharistie schafft die Kirche. Deshalb ist es grundlegend, dass die Feier der Heiligen Messe der Höhepunkt und die tragende Struktur des Glaubenslebens einer jeden Diözese ist.“

 

Der Papst rief die Priester dazu auf, die Eucharistie mit „innerer Überzeugung“ zu feiern. In der solchermaßen erneuerten und gestärkten Glaubensgemeinschaft würden soziale und nationale Grenzen überwunden, so Benedikt XVI.:

 

„Denn wir entdecken, dass wir Mitglieder einer großen Familie sind, Kinder Gottes - wobei jedem einzelnen eine besondere Gabe zum Wohl aller gegeben ist. Die Welt und die Menschen brauchen nicht einfach eine weitere soziale Gruppierung, sondern die Kirche.“

 

Der heute „ungeliebte“ Begriff des Opfers, die Hingabe und Präsenz Christi im Sakrament der Eucharistie, müsse vor allem Kindern und Jugendlichen nahe gebracht werden, so der Papst. Er unterstrich die Wichtigkeit einer Erziehung zur Barmherzigkeit:

 

„Das Zeugnis der Barmherzigkeit ist für den Jünger Gottes kein vorübergehendes Gefühl, sondern im Gegenteil das, was das Leben unter jeder Bedingung prägt. Ich ermutige alle, insbesondere die Caritas und die Diakone, sich im delikaten und grundlegenden Bereich der Erziehung zur Barmherzigkeit einzusetzen, dieser bleibenden Dimension des persönlichen und gemeinschaftlichen Lebens.“

 

Angesichts von Wirtschaftskrise und sozialen Problemen sei Solidarität vor allem mit Bedürftigen notwendig, so der Papst weiter. Es gehe hier um Eucharistie im Alltag und persönliche Hingabe an die Menschen:

 

„Eucharistie, die nicht zur Begegnung mit Menschen an den Orten führt, an denen sie leben, arbeiten und leiden, und ihnen nicht Gottes Liebe bringt, offenbart nicht ihre Wahrheit.“ (rv 16)

 

 

 

 

Papst-Stiftung. International ausgerichtet mit jährlich wechselnden Experten

 

REGENSBURG - Die Universität Regensburg und die „Joseph Ratzinger Papst Benedikt XVI.-Stiftung" haben den gemeinsamen Beschluss zur Einrichtung einer Gastprofessur an der Fakultät für Katholische Theologie der Universität Regensburg gefasst.

Die jährlich an einen Experten zu vergebende, international ausgerichtete Gastprofessur soll dazu beitragen, die Theologie im Geiste von Joseph Ratzinger/Papst Benedikt XVI. zu fördern und sein wissenschaftliches Werk sowie sein spirituelles Erbe zu erschließen und zu verbreiten.

Heute wurde im Großen Sitzungssaal innerhalb der Philosophischen Fakultäten auf dem Regensburger Campus während einer Pressekonferenz von Herrn Prof. Dr. Thomas Strothotte dem Rektor der Universität Regensburg.

International besetzt, ihrem ehemaligen Lehrer Professor Joseph Ratzinger in Freundschaft verbunden und mit Blick auf die zukünftigen Theologengenerationen präsentierte sich im November 2008 in der Katholischen Akademie in München eine neue Stiftung des Ratzinger-Schülerkreises, der sich seit der Tübinger Lehrzeit des Papstes alljährlich trifft. Ihren für die Medien recht langen Namen, verriet damals Prälat Dr. Michael Hofmann  gegenüber ZENIT, verdanke die neue Einrichtung dem Papst selber.

Der Dekan der Fakultät für Katholische Theologie der Universität Regensburg, Prof. Dr. Bernhard Laux hat heute Mittag nun zusammen dem Vorstand der recht jungen „Joseph Ratzinger Papst Benedikt XVI.-Stiftung" die Initiative zur Einrichtung der Gastprofessur präsentiert.

Darüber hinaus wurden die sich daraus ergebenden Chancen und Perspektiven vorgestellt. Zusammen mit Prof. Dr. Christoph Dohmen vom Lehrstuhl für Exegese und Hermeneutik des Alten Testaments an der Universität Regensburg, Prof. Dr. Stephan Horn SDS, dem ersten Vorsitzenden der „Joseph Ratzinger Papst Benedikt XVI.-Stiftung" und OStR Wolfram Schmidt, dem Stellvertretenden Vorsitzender der „Joseph Ratzinger Papst Benedikt XVI.-Stiftung", stellten sie sich danach der Presse.

Mittlerweile ist dies nun in Deutschland die fünfte Einrichtung, die einem solchen Vermächtnis gerecht werden wollen. Da gibt es neben der der Joseph-Ratzinger/ Papst-Benedikt-XVI.-Stiftung die Benedictus-Stiftung, das Institut Benedikt XVI. aus Regensburg unter der Führung von Prof. Dr. Vorderholzer und eine Stiftung, die sich um das Projekt des Geburtshauses von Joseph Ratzinger in Marktl am Inn kümmert. Zenit 16

 

 

 

Türkei. Offiziere wegen Mordplänen gegen Christen vor Gericht

 

Ein Gerichtsverfahren gegen einen der höchsten Militärs wäre überall außergewöhnlich. In der Türkei ist es eine Sensation. In Istanbul muss Admiral Sagdic vor Gericht und sich als potenzieller Gewalttäter und Umstürzler bezeichnen lassen.

Seine mitangeklagten Untergebenen erhoben sich von ihren Plätzen, als Admiral Kadir Sagdic, Kommandant des Südabschnitts der türkischen Kriegsflotte, zu Beginn des Verfahrens im Saal erschien. Mit einer Handbewegung befahl er ihnen, sich wieder hinzusetzen. Von Staatsanwälten und Richtern kann Sagdic nicht so viel Ehrerbietung erwarten. Denn für die Anklage ist Sagdic der Anführer einer Bande, die Morde auf Christen und Juden plante, um diese anschließend der religiös-konservativen Regierung von Ministerpräsident Recep Tayyip Erdogan in die Schuhe zu schieben. Für 15 Jahre sollen die mutmaßlichen Verschwörer ins Gefängnis.

Kafes“ – Käfig – nannten Sagdic und seine Komplizen ihren Aktionsplan, sagt die Staatsanwaltschaft. Die Anklage geht von engen Verbindungen zwischen der „Kafes“-Bande und dem Geheimbund Ergenekon aus, dessen Mitglieder wegen der Planung eines bewaffneten Umsturzes bereits seit Herbst 2008 vor Gericht stehen.

Auf 65 Seiten beschreiben die Ankläger nun, was Admiral Sagdic und seine Helfer vorgehabt haben sollen. Von einer Kampagne gegen religiöse Minderheiten ist die Rede, von Drohungen gegen Juden und Christen, von Anschlägen auf den Prinzeninseln vor Istanbul, wo viele Nicht-Muslime wohnen. Prominente Verfechter von Reformen zugunsten der Minderheiten sollten mit Attentaten aus dem Weg geräumt werden. Damit sollte Erdogans Regierung diskreditiert werden.

In einem Istanbuler Technik-Museum wollten die Militärs laut Anklage außerdem eine Bombe in einem ausgestellten U-Boot zünden – und zwar während eines Besuches von Schulkindern. Auch dieser Anschlag sollte Erdogan schaden, denn das U-Boot gehörte einmal den türkischen Streitkräften: Die Bombenexplosion sollte aussehen wie ein Racheakt religiöser Fanatiker gegen die Armee.

Alles Lüge, sagen die Angeklagten. Aber die Militärs verhalten sich nicht so, als wäre ihnen viel an einer raschen Aufklärung der Vorwürfe gelegen. Der Sprengstoff im U-Boot zum Beispiel wurde kurzerhand von Soldaten abgeholt, als das Komplott aufflog, und anschließend vernichtet. Die zivile Justiz bekam keine Gelegenheit, den Sprengsatz untersuchen zu lassen, um etwas über seine Herkunft zu erfahren.

Schwer wiegen auch Passagen im „Kafes“-Plan, in dem nicht von Vorhaben der Bande die Rede ist, sondern von bereits verübten Gewalttaten. Morde an Christen in den vergangenen Jahren werden darin als gelungene „Operationen“ bezeichnet. Erwähnt werden der Mord an dem katholischen Priester Andrea Santoro im Jahr 2006, der Tod von drei protestantischen Missionare in Malatya ein Jahr später sowie der Mord an dem türkisch-armenischen Journalisten Hrant Dink ebenfalls im Jahr 2007.

Möglicherweise bietet das „Kafes“-Verfahren die Gelegenheit, die Frage zu klären, ob türkische Sicherheitskräfte in die Verbrechen gegen die Christen verwickelt waren. Was weiß Admiral Sagdic über die Morde an Santoro, den Missionaren und an Dink? Fethiye Cetin will es herausfinden. Die Anwältin von Dinks Wochenzeitung „Agos“ wurde am Dienstag zum Auftakt des „Kafes“-Prozesses als Vertreterin der Nebenklage zugelassen.

Das wäre an einem Militärgericht sicher nicht passiert. Deshalb beantragte einer der Angeklagten rasch, das gesamte Verfahren der Militärjustiz zu übergeben, die für schnelle Freisprüche bei mutmaßlichen Verbrechen von Soldaten bekannt ist. Doch die Istanbuler Richter lehnten ab. Admiral Sagdic wird sich vor Zivilisten verantworten müssen. Tsp 16

 

 

 

Papst: „Nuntien sind keine Bürokraten“

 

Vatikanvertreter sind keine Bürokraten. Daran erinnerte der Papst an diesem Montag die künftigen Apostolischen Nuntien bei einem Empfang im Vatikan. Er sprach nämlich vor den Mitgliedern der Päpstlichen Diplomaten-Akademie. Der Dienst eines Nuntius sei tiefgründig und eben nicht bürokratisch, so der Papst.

 

„Als Vertreter des Heiligen Stuhls bei den Ortskirchen und den weltlichen Behörden müssen die Apostolischen Nuntien die Normen und Richtlinien der Kirche nicht einfach als Gesetze verbreiten, sondern als Zeichen der Liebe gegenüber der Kirche verkünden. Deshalb müssen Vatikan-Diplomaten einen gepflegten Lebensstil an den Tag legen. Das heißt, sie sollten eine Leidenschaft für die kirchliche Gemeinschaft entwickeln.“ 

 

Selbstverständlich zähle auch die Treue gegenüber dem Papst zu den Qualitäten eines Nuntius. Es gehe in erster Linie nicht um formale Richtlinien, fügte der Papst aus.

 

„Meistens stellt man sich die Diplomatenarbeit als eine Tätigkeit vor, die einzig mit Äußerlichkeiten zu habe. Doch die Arbeit eines Nuntius besteht gerade darin, persönliche Ansprüche beiseite zu stellen und einen priesterlichen Dienst auszuüben. Besonders unter schwierigen Umständen ist es wichtig, die Verbindung mit dem Stuhl Petri und der Gemeinschaft mit der Kirche herzustellen.“ 

 

Hintergrund - Die 1701 gegründete päpstliche Diplomatenakademie ist ein Ausbildungsinstitut für angehende Botschafter des Heiligen Stuhls. In einem zweijährigen Aufbaustudiengang werden die Priester auf ihre künftige Aufgabe als Vatikandiplomat vorbereitet. Schwerpunkte des Studiums sind Völkerrecht, Diplomatiegeschichte sowie Fremdsprachen. Ein Ausbildungsjahrgang umfasst rund zehn Kleriker. Seit dem Wiener Kongress 1815 steht der Apostolische Nuntius im Rang eines Botschafters. Außerdem vertritt er den Papst bei den jeweiligen Bischofskonferenzen. Ein Nuntius muss wie jeder Diplomat vom aufnehmenden Staat akkreditiert werden. Ist der Gesandte des Papstes nicht beim Staatsoberhaupt oder bei der Regierung des Aufnahmestaates akkreditiert, sondern pflegt nur den Kontakt zu den kirchlichen Institutionen und Personen, so heißt er Apostolischer Delegat. (rv 14)

 

 

 

 

Mixa erwägt Anrufung des Päpstlichen Gerichtshofs

 

Der emeritierte Augsburger Bischof Walter Mixa überlegt, die Vorgänge um seinen Rücktritt vom päpstlichen Gerichtshof untersuchen zu lassen. Der Druck auf ihn sei damals „wie ein Fegefeuer“ gewesen.

 

Die katholische Kirche im Bistum Augsburg kommt auch nach dem Rücktritt des umstrittenen Bischofs Walter Mixa nicht zur Ruhe. Mixa erwägt jetzt, die Vorgänge um seinen Rücktritt vom päpstlichen Gerichtshof in Rom untersuchen zu lassen. Das sei ein „ganz guter Gedanke, den ich sehr wohl erwäge und bedenke“, sagte der 69 Jahre alte Mixa der Tageszeitung „Die Welt“.

Er bezieht sich dabei auf das Kirchenrecht, nach dem Handlungen als nicht vorgenommen gelten, sofern sie unter äußerem Zwang zustande kamen. Einem solchen Zwang fühlte sich Mixa vor seinem Rücktrittsgesuch ausgesetzt: Der Druck auf ihn sei „wie ein Fegefeuer“ gewesen, sagte er. Schon mit der Rückkehr in seine Wohnung im Bischöflichen Palais am vergangenen Samstag hatte Mixa für neue Unruhe und Unverständnis gesorgt.

 „Damit durften die doch nicht den Papst unter Zugzwang setzen“

Mixa hatte am 21. April nach Prügelvorwürfen ehemaliger Heimkinder und Vorwürfen einer Zweckentfremdung von Stiftungsgeldern für Waisenhauskinder bei Papst Benedikt XVI. um seine Amtsentpflichtung nachgesucht. Diese wurde offiziell am 8. Mai vom Vatikan angenommen. Vorermittlungen zu Missbrauchsvorwürfen hat die Staatsanwaltschaft eingestellt; die Prügelvorwürfe aus seiner Zeit als Stadtpfarrer von Schrobenhausen bestehen aber weiter. Diese Vorgänge sind strafrechtlich aber verjährt.

Mixa will im Juli noch einmal mit Papst Benedikt XVI. persönlich über seinen Fall sprechen. „Er hat mich ja zum Gespräch eingeladen“, sagte Mixa der Zeitung. „Vor allem will ich mit ihm also besprechen, wie sich die Situation weiter entwickeln soll.“ Der frühere Augsburger Oberhirte plant eine Rückkehr ins Priesteramt. „Ich möchte auf jeden Fall in irgendeiner Weise wieder in der Seelsorge tätig sein. Auch mit den Gläubigen feiern, Sakramente spenden.“

Mixa warf dem Vorsitzenden der katholischen Bischöfe in Bayern, dem Münchner Erzbischof Reinhard Marx, sowie dem Vorsitzenden der katholischen Deutschen Bischofskonferenz, dem Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch, vor, deren Verhalten „hätte brüderlicher sein müssen“. Stattdessen seien sie „zum Papst geeilt und haben ihm den sogenannten Missbrauchsfall vorgetragen, der de facto auf nichts mehr beruhte als auf acht handschriftlichten Sätzen einer höchst dubios hingekritzelten Notiz“. Der Inhalt sei haltlos gewesen, wie die eingeschaltete Staatsanwaltschaft festgestellt habe. „Damit durften die doch nicht den Papst unter Zugzwang setzen.“ Dpa 16

 

 

 

 

Kirgisistan. Rund 275.000 Menschen verließen die Region fluchtartig

 

BISCHEK/KIRGISTAN -Im südkirgisischen Gebiet um Osch und Jalalabad wurden bei den schwersten ethnischen Unruhen der vergangenen Jahre zwischen der kirgisischen und der usbekischen Volksgruppe mindestens 170 Menschen getötet. Rund 275.000 Menschen verließen die Region fluchtartig. In den betroffenen Städten fehlen Strom-, Gas- und Wasserzugang und lebensnotwendige Güter und Lebensmittel."Es wird neue Gewalt befürchtet", so die Sorge des Apostolischen Administrator in Kirgisistan, Bischof Nikolaus Messmer SJ gegenüber dem Fidesdienst.

„Es hat den Anschein, als habe sich die Situation beruhigt. Am heutigen von den Behörden ausgerufenen offiziellen Tag der Staatstrauer haben sich in der Hauptstadt viele Bürger auf dem zentralen Platz versammelt, um der Opfer der jüngsten Unruhen zu gedenken. Natürlich sind im ganzen Land die Eindrücke der jüngsten tragischen Ereignisse noch sehr stark".

Dabei betont der Bischof wie wichtig für die muslimische Bevölkerung das Gedenken an die Toten und das Gebet für die Verstorbenen ist. „Es ist schwierig, genaue Informationen zur Lage in den betroffen Regionen um Osch und Jalalabad zu bekommen", so Bischof Messmer weiter, „Auch über die Zahl der Toten und Verletzten unter der usbekischen Volksgruppe gibt es keine genauen Angaben. Da die Menschen Angst vor weiteren Übergriffen haben, ziehen es viele vor, die Verletzten zuhause zu versorgen und sie nicht in den Krankenhäusern behandeln zu lassen. Die Toten werden im Stillen beigesetzt".

Viele baten katholische Einrichtungen um Schutz und Hilfe. Von den rund 5 Millionen Einwohner des Landes sind etwa 500 Katholiken. Es gibt 3 Pfarreien, 19 Kirchen, 6 Priester, 6 Ordensleute und 4 Ordensschwestern.

 

Nach den jüngsten bürgerkriegsähnlichen Unruhen und den damit verbundenen Plünderungen baten die Behörden auch die verschiedenen christlichen Konfessionen des Landes um humanitäre Hilfe: „Unsere Gläubigen folgten dem Spendenaufruf", so der Apostolische Administrator, „und wir konnten bereits erste Lebensmitteltransporte für die betroffene Bevölkerung organisieren. Die Hilfsmittel werden mit Flugzeugen aus der Hauptstadt in die rund 600 bis 800 Kilometer entfernten Städte im Süden des Landes transportiert, von denen uns eine Gebirgskette trennt. Im Hinblick auf eine mögliche Lösung der Krise sagt der Bischof abschließend: „Es wurden zwar Gespräche auf den Weg gebracht, doch es bleibt abzuwarten, inwiefern die Ergebnisse auf kurze Sicht umgesetzt werden können. Wir werden wahrscheinlich die Entwicklung in den kommenden Monaten abwarten müssen". Zenit 16

 

 

 

Kirgistan: Kirche an vorderster Front

 

Im Süden Kirgistan herrscht Bürgerkrieg. Es ist von 75.000 Flüchtlingen die Rede, die die Grenze nach Usbekistan überschritten haben. Auch die katholische Kirche in dem Land ist von dem Konflikt betroffen. Besonders in der Stadt Jalalabad sei es für die Katholiken schwierig, sagt uns der Bischof und Apostolische Administrator in Kirgistan, Nikolaus Messmer.

 

„Wir haben Priester dort, genauer gesagt Jesuiten, die sehr unter dem Konflikt leiden. Wir beten, dass dort rasch wieder Friede herrscht. Wir rufen die Kirgisen auf, als Muslime in den Moscheen und wir Christen in den Kirchen für die Gerechtigkeit zu beten. Wir hoffen, dass Gott unser Land segnet und Auswege aus dieser Situation zeigt.“ 

Bei dem Konflikt geht es in erster Linie um Auseinandersetzungen zwischen der einheimischen kirgisischen Bevölkerung und der usbekischen Minderheit, so Bischof Messmer.

 

„Es gab Provokationen von der Verwandtschaft und den Anhängern des ehemaligen Präsidenten Bakijew... An unsere Jesuitenpatres in jener Krisenregion haben sich einige usbekische Familien gewendet. Sie baten die Jesuiten um Schutz“. 

Es geht also nicht um Glaube oder Geld, sondern um politische Macht. Dabei haben die Menschen in der Region eigentlich ganz andere Sorgen.

 

„Was den Menschen hier am meisten fehlt, ist der fehlende Strom-, Gas- und Wasserzugang. Es fehlen schlichtweg Produkte. Sie hatten nirgendwo die Möglichkeit, Brot zu kaufen. Das hat mir der Pfarrer von Jalalabad gesagt. Heute hat mich Caritas USA angerufen und gefragt, wie sie helfen könnten. Im Moment ist der Zugang zu den Produkten ein Schwerpunkt für die Kirgisen in den Städten und Dörfern im Süden des Landes.“ 

Hintergrund

Im südkirgischen Gebiet um Osch und Jalalabad gehört etwa die Hälfte der Bevölkerung der usbekischen Volksgruppe an; im ganzen Land sind es knapp 15 Prozent der Bevölkerung. Bei den schwersten ethnischen Unruhen seit zwei Jahrzehnten in Kirgistan wurden nach Angaben des Gesundheitsministeriums bisher 117 Personen getötet und mehr als 1.400 verletzt. Die Usbeken geben die Zahl der Toten mit über 500 an.  (reuters 14)

 

 

 

Reaktionen auf Mixas Kritik "Die Psychiatrie war ein wichtiger erster Schritt"

 

Auf die Vorwürfe des ehemaligen Augsburger Oberhirten Walter Mixa reagiert man im Erzbistum München mit Unmut. Doch zum Schutze Mixas will man davon absehen, "Einzelheiten öffentlich auszubreiten".

 

Die katholische Kirche kommt auch nach dem Rücktritt des umstrittenen Bischofs Walter Mixa nicht zur Ruhe. Mixa erwägt jetzt, die Vorgänge um seinen Rücktritt vom päpstlichen Gerichtshof in Rom untersuchen zu lassen. Dies sei ein "ganz guter Gedanke, den ich sehr wohl erwäge und bedenke", sagte der 69-Jährige der Welt. Er bezieht sich dabei auf das Kirchenrecht, nach dem Handlungen als nicht vorgenommen gelten, sofern sie unter äußerem Zwang zustande kamen. Einem solchen Zwang fühlte sich Mixa vor seinem Rücktrittsgesuch ausgesetzt: Der Druck auf ihn sei "wie ein Fegefeuer" gewesen, sagte Mixa dem Blatt.

Mixa sagte, man habe ihn zu diesem Schritt gedrängt, und er habe die Rücktrittserklärung ("vorgefertigte Resignation") nicht selbst geschrieben. "Drei Tage später habe ich sie in einem Schreiben an den Papst widerrufen. Ich wusste in den Tagen weder ein noch aus", erklärte der ultrakonservative Hardliner.

Mixa warf dem Vorsitzenden der katholischen Bischöfe in Bayern, dem Münchner Erzbischof Reinhard Marx, sowie dem Vorsitzenden der katholischen Deutschen Bischofskonferenz (DBK), dem Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch, vor, deren Verhalten "hätte brüderlicher sein müssen". Stattdessen seien sie "zum Papst geeilt und haben ihm den sogenannten Missbrauchsfall vorgetragen, der de facto auf nichts mehr beruhte als auf acht handschriftlichten Sätzen einer höchst dubios hingekritzelten Notiz". Der Inhalt sei haltlos gewesen, wie die eingeschaltete Staatsanwaltschaft festgestellt habe. "Damit durften die doch nicht den Papst unter Zugzwang setzen."

 

Auch dem Augsburger Weihbischof Anton Losinger und dem Domkapitular Karlheinz Knebel warf Mixa vor, Hintergrundgespräche mit der Presse geführt zu haben, bevor mit ihm geredet wurde.

Der Sprecher des Erzbistums München und Freising, Bernhard Kellner, kommentierte Mixas Vorwürfe kurz angebunden mit dem Hinweis, alles sei rechtmäßig gelaufen. "Nicht zuletzt zum Schutz von Bischof Emeritus Mixa sehen wir davon ab, Einzelheiten öffentlich auszubreiten", sagte Kellner sueddeutsche.de. "Wir wünschen ihm gute Besserung. Sein Aufenhalt in der psychiatrischen Klinik war ein wichtiger erster Schritt."

Mixa will im Juli noch einmal mit Papst Benedikt XVI. persönlich über seinen Fall sprechen. "Er hat mich ja zum Gespräch eingeladen", sagte Mixa dem Blatt. "Vor allem will ich mit ihm also besprechen, wie sich die Situation weiter entwickeln soll." Der frühere Augsburger Oberhirte plant ein Comeback als Priester. "Ich möchte auf jeden Fall in irgendeiner Weise wieder in der Seelsorge tätig sein. Auch mit den Gläubigen feiern, Sakramente spenden."

"Wir sind Kirche"-Sprecher Christian Weisner äußerte Verständnis für Mixas Wunsch nach einer Rückkehr in die Seelsorge. Diese sei aber in Mixas früheren Bistümern Eichstätt und Augsburg völlig undenkbar. "Das sollte um des Friedens in der Diözese und der Autorität seines Nachfolgers Willlen lieber außerhalb seines bisherigen Wirkungsbereichs erfolgen."

Angesichts des derzeit ohnehin großen Vertrauensverlustes der katholischen Amtsträger solle Mixa sich nicht als Märtyrer fühlen, forderte Weisner. Vielmehr müsste er sich bewusst werden, dass nicht die zum Glück unbestätigten Vorwürfe des sexuellen Missbrauchs, sondern seine früheren Prügelstrafen, deren Leugnen und die finanziellen Unregelmäßigkeiten der Waisenhausstiftung unter seiner Verantwortung die Gründe seines Rücktritts waren.

Er appellierte an den Bischof, nicht zur Belastung für die ganze katholische Kirche in Deutschland werden.

Bereits mit der Rückkehr in seine Wohnung im Bischöflichen Palais am vergangenen Samstag hatte Mixa für neue Unruhe und Unverständnis gesorgt. 

Mixa hatte am 21. April nach Prügelvorwürfen ehemaliger Heimkinder und Vorwürfen einer Zweckentfremdung von Stiftungsgeldern für Waisenhauskinder bei Papst Benedikt XVI. um seine Amtsentpflichtung gebeten. Diese wurde offiziell am 8. Mai vom Vatikan angenommen. Vorermittlungen zu Missbrauchsvorwürfen hat die Staatsanwaltschaft eingestellt, die Prügelvorwürfe aus seiner Zeit als Stadtpfarrer von Schrobenhausen bestehen aber weiter. Diese Vorgänge sind strafrechtlich jedoch verjährt. Dpa 16

 

 

 

 

Mixa spekuliert über Rückkehr nach Augsburg

 

 

Es will nicht ruhig werden um den zurückgetretenen Augsburger Bischof Walter Mixa. Nachdem er am 22. April Papst Benedikt XVI. seinen Rücktritt angeboten hatte, den der Papst am 8. Mai angenommen hat, will Mixa nun den Vorgang wieder rückgängig machen.

Es war ein Interview in der Online-Version der Zeitung ‚Die Welt’, in der Bischof emeritus Walter Mixa seine Sicht der Dinge klarzustellen versucht. Er sei in Wirklichkeit Opfer einer Intrige, nicht Täter, heißt es in dem Interview. An Prügeleien könne er sich „beim besten Willen“ nicht erinnern, außerdem seien sie üblich und bis 1980 auch rechtens gewesen. Und dann wiederholt er den Vorwurf, deutsche Bischöfe seien mit falschen Vorwürfen, nämlich mit Vorwürfen des sexuellen Missbrauchs, nach Rom gefahren, um Druck auf ihn aufzubauen und ihn zum Rücktritt zu zwingen.

Dazu erklärt der Diözesanadministrator des Bistums Augsburg, Weihbischof Josef Grünwald, an diesem Mittwoch: „Der an die Staatsanwaltschaft gegebene Anfangsverdacht war zum Zeitpunkt der Unterzeichnung der Rücktrittserklärung durch Bischof em. Dr. Walter Mixa der Diözese Augsburg noch nicht bekannt.“

In dem Interview erhebt Mixa ebenfalls gegen seinen ehemaligen Generalvikar Karlheinz Knebel und gegen Weihbischof Anton Losinger den Vorwurf, an einer Intrige gegen ihn beteiligt gewesen zu sein, indem sie Vorwürfe an die Öffentlichkeit gegeben hätten. Auch hierzu stellt Diözesanadministrator Grünwald fest: „Die Diözese Augsburg dementiert ausdrücklich, dass sie den Missbrauchsvorwurf an die Öffentlichkeit gegeben hat.“

Mixa sieht sich als Opfer, denn er sei Vertreter einer ‚kultiviert-konservativen’ Richtung im Bistum, die nicht allen gefallen habe. Ferner spekuliert Mixa im Interview, das Kirchenrecht könne ihm zu Hilfe kommen: Canon 125 sehe vor, dass unter Druck vorgenommene Handlungen als nicht geschehen gelten könnten. So könne er – über den päpstlichen Gerichtshof – vielleicht wieder als Bischof zurück nach Augsburg, er würde dies „erwägen und bedenken“. Er kündigte an, im Juli selbst mit Papst Benedikt XVI. darüber sprechen zu wollen, schließlich habe er drei Tage nach der Unterschrift den Rücktritt selber wieder zurückgenommen.

Vatikansprecher Pater Federico Lombardi bestätigt gegenüber Radio Vatikan, dass der Papst Bischof Mixa in den nächsten Wochen in Audienz empfangen werde. Es sei aber „nicht anzunehmen, dass die Entscheidung des Papstes noch einmal geändert werde“, so Lombardi weiter.

Die bayrische Bischofskonferenz unter Erzbischof Reinhard Marx weist die Vorwürfe ebenfalls scharf zurück. Sprecher Bernhard Kellner fasst die Stellungnahme im Münchner Kirchenradio folgendermaßen zusammen:

„Es ist alles rechtmäßig gelaufen, darüber hinaus gibt es nichts zu sagen. Nicht zuletzt zum Schutz von Bischof emeritus Mixa sehen wir davon ab, Einzelheiten öffentlich auszubreiten. Wir wünschen Bischof emeritus Mixa weiterhin gute Genesung, sein Aufenthalt in der psychiatrischen Klinik war ein wichtiger erster Schritt.“  (die Welt/pm 16)

 

 

 

 

Belgien: Kirche überrascht über Wahlausgang

 

Die katholische Kirche in Belgien ist überrascht über den Wahlausgang am Sonntag. Das Land steht nach der Parlamentswahl vor einer Zerreißprobe. Mit einem Erdrutschsieg steigt die separatistische Neu-Flämische Allianz (N-VA), die offen für die Selbstständigkeit Flanderns eintritt, zur stärksten Kraft im Land auf. Die Christdemokraten von Premier Yves Leterme wurden schwer geschlagen. Der Bischof von Lüttich, Aloys Jousten, wünscht sich dennoch eines von den gewählten Politikern:

 

„Als katholische Christen wünschen wir, dass das Land eine gute Regierung bekommt. Sie muss die verschiedenen Regionen und Sprachgemeinschaften zusammenhalten. Das ist auch im Sinne des Reiches Gottes, und zwar den Menschen zum gemeinsamen Auskommen verhelfen. Das Resultat ist natürlich eine gewisse Überraschung gewesen, aber man konnte voraussehen, dass die nationalistische Bewegung in Flandern fast 30 Prozent der Stimmen erreichen würde. Nun geht es darum, die Bedeutung dieses Resultats anzuschauen. Heißt das, sie sind einfach mit dem Programm einverstanden, oder ist es nicht vielmehr eine gewisse Unzufriedenheit mit der Vergangenheit, und nun sagt der Wähler: Es reicht.“ 

Die Bischöfe werden sich aber strikt aus dem politischen Tagesgeschäft heraushalten, betont Bischof Jousten.

 

„Was ich mir als Bischöfe wünsche, ist, dass sich die Christen – und natürlich insbesondere die Katholiken – dessen bewusst sind, welche politische Verantwortung sie als Bürger oder Politiker übernehmen. Sie sollen dieses Anliegen vom Glauben her fördern und spüren. Zusammengehen ist immer etwas, was im Sinne des Reiches Gottes ist.“ 

Erstmals siegte bei einer Wahl auf nationaler Ebene eine Partei mit dem Ziel der Aufspaltung Belgiens: Die Neue Flämische Allianz (N-VA) des 39-jährigen Bart de Wever will auf lange Sicht das wohlhabendere Flandern im Norden, wo Niederländisch gesprochen wird, vom frankophonen Wallonien mit seiner besonders hohen Arbeitslosenrate trennen. Die N-VA verfügt nach dem ersten Ergebnis über 27 Sitze und damit über ein Mandat mehr als die Sozialisten (PS). Die PS wurde in Wallonien stärkste Kraft und könnte mit den Parteifreunden aus Flandern die größte Fraktion im nationalen Parlament stellen.  (agenturen 14)

 

 

 

Österreich: Der Bettel-Kongress

 

Gibt es gute und schlechte Bettler? In Österreich schwillt seit einiger Zeit eine Debatte um das Betteln an. So ist in Wien seit rund zwei Wochen das gewerbsmäßige Bitten um Geld verboten und kann mit einer Strafe von bis zu 700 Euro geahndet werden. Jede österreichische Region oder Stadt hat ihre eigene Regelung. In manchen Gegenden dürfen sich Bettler etwa nicht auf potentielle Spender zubewegen, sondern nur im Sitzen bitten. An diesem Wochenende hat es am Institut für Moraltheologie an der Universität in Wien zum Thema Betteln einen Kongress gegeben. Hier diskutierten Juristen, Soziologen, Historiker und Theologen unter anderem über die Ursachen der starken Ablehnung von Bettlern. Für den Dekan der Universität, Martin Jäggle, steht fest:

 

„Betteln gehört zu den Grundrechten. Die kirchlichen Bettelorden signalisieren ja auch, dass Betteln nicht etwas Unschickliches ist, sondern einfach auch ein Recht.“

 

Bettelmönche, der Name spricht Bände. Gerade für Ordensmitglieder gehört das Betteln zur Lebensphilosophie, die von Bescheidenheit und der Annahme von Spenden bestimmt ist. Im Alten Testament sei die Rede von der „Sünde, dass es Bettler unter euch gibt“. Mit einem Bettelei-Verbot werde „auch die Wahrnehmung realer Armut ausgesperrt“, mahnt Jäggle.

 

„Alle Gesellschaften, soweit ich das überblicke, kennen Betteln, und nur bestimmte Gesellschaften versuchen es aus dem Bereich der Öffentlichkeit zurückzudrängen; das Kennzeichen dieser Gesellschaft ist, dass die sozialen Gegensätze zunehmen, dass sogenannte Wohlstandsregionen „bettelfrei“ sein wollen, also sich im Konsum nicht behindern lassen wollen.“

 

Scharfe Kritik übt der Grazer „Obdachlosenpfarrer“ Wolfgang Pucher an rechtspopulistischen Politikern. Sie gingen oft gegen besseres Wissen - mit Unterstellungen gegenüber den Roma - auf Stimmenfang. Der Pfarrer berichtete an der Universität von Untersuchungen in Graz. Dort habe eine sechsmonatige Recherche der Polizei, ob es vor Ort „organisierte Bettelei“ mit dahinter stehenden kriminellen Ausbeutern gibt, keine Hinweise erbracht, so Pucher. Vorurteile gegen Roma hätten sich jedoch über Jahrzehnte hinweg verfestigt, berichtet Pucher aus eigener Erfahrung.

 

„Ich muss zugeben, dieses Vorurteil habe ich selbst als Kind noch mitbekommen. In meiner Heimat hieß es, wenn die Roma durch mein Dorf gekommen sind: ´Sperrt die Hühner ein, nehmt die Wäsche ab, tut die Kinder ins Haus, denn die Roma stehlen alles Ich gebe zu, dass ich das selber geglaubt habe. Und jetzt ist in Graz seit dem Jahre 1996 diese Gruppe in einer großen Zahl vertreten, und bis vor kurzem hat es nicht eine einzige Anzeige bei der Polizei wegen Diebstahls gegeben.“

 

Bei dem Workshop „Betteln in Wien“ waren weitere Themen die grundrechtlichen Bedenken gegenüber Bettelverboten und rassistische Ressentiments gegenüber bettelnden Roma. Die Teilnehmer planen ein längerfristiges interdisziplinäres Forschungsprojekt. Kap 15

 

 

 

Jesuit Körner: „Dialog ist kein Missionsersatz“

 

Den eigenen Glauben im Dialog mit Muslimen nicht zu relativieren - dazu ruft der Jesuit Pater Felix Körner Menschen christlichen Glaubens auf. In einem Beitrag für die „Frankfurter Allgemeine Zeitung“ (Dienstag) zeichnet der Islamkenner Stationen des katholischen Verhältnisses zum Islam nach und benennt klare Grenzlinien zwischen den beiden Religionen. Hier eine Zusammenfassung des Beitrags von Pater Felix Körner.

 

Klare Trennlinie

Der Glaube an die Göttlichkeit Jesus Christi, die der Islam bestreitet, bilde eine klare Trennlinie zwischen beiden Religionen: „Der Koran widerspricht ... dem Zeugnis des alten Testamentes, da er Jesus nicht als die Eröffnung der Gemeinschaft mit Gott gelten lässt." Der Wahrheitsanspruch des Islams widerspreche damit rundheraus dem Christentum, so Körner, der Mitglied der Jesuitenkommunität in Ankara ist. Körner wendet sich weiter dagegen, den islamischen Religionsstifter Mohammed als Propheten anzuerkennen. „Propheten bereiten auf die Begegnung mit Christus vor. Eine derartige Vorbereitung geschah nun aber weder durch die von Mohammed überbrachte Schrift noch durch seine Lebensführung.“ Mohammed sei ein einflussreicher Mann „mit einer für göttliche gehaltenen Botschaft“ gewesen, der Menschen zu Monotheismus und geordneteren Lebensstrukturen geführt habe. Das Spezifische des christlichen Glaubensbekenntnisses liege gerade im gottesdienstlichen Nachvollzug des Lebens Jesu durch „Sakramente der Erlösung“, so Körner: „Christlich ist das Bekenntnis nicht dann, wenn es die Existenz Gottes benennt, sondern wenn es die Geschichte Gottes bekennt.“

 

„Dialog ist kein Missionsersatz“

Das Zweite Vatikanische Konzil (1962-1965), so der Wissenschaftler, habe zwar die Hochachtung vor dem Islam betont, jedoch keineswegs andere Religionen als Erlösungswege anerkannt. Manche Kommentatoren läsen Dinge in die Konzilstexte hinein, „die darin nicht standen“. „Respekt heißt nicht Relativismus. Den Wert des anderen betonen heißt nicht, Gleichwertigkeit aller Lebensentwürfe zu behaupten.“ Dementsprechend könne Dialog auch kein Missionsersatz sein, meint Körner. Er sei vielmehr deren Rahmenbedingung: „Die Kirche hofft, dass Nichtchristen die Wahrheit des Christentums erkennen. Aber sie kann das nur hoffen, nicht mit List oder Druck bewirken. Dialogisch handelt, wer Freiheit ermöglicht. In dieser Freiheit ist Bekehrung als Einsicht möglich.“ Hinter jeder religiösen Lebensform stehe das „Bedürfnis nach Ganzheit“, so der Jesuit weiter. Die Konzilsväter hätten formuliert, dass Nichtchristen auf die Kirche hingeordnet seien.

 

Das katholische Verhältnis zum Islam

Das katholische Verhältnis zum Islam hat sich nach Körners Worten von einer Phase des Wohlwollens unter Papst Johannes Paul II. hin zu einer wissenschaftlichen Auseinandersetzung unter seinem Nachfolger Benedikt XVI. entwickelt: „Mit Respekt vor dem Islam als Ausdruck nichtchristlicher Frömmigkeit äußerten sich Bischöfe und Theologen in der Geschichte der Kirche nur dann, wenn sie unmittelbar zu Muslimen sprachen. Jetzt aber findet eine anerkennende innerkirchliche Reflexion über Andersgläubige statt“, so der Jesuit wörtlich. Benedikt XVI. habe nach seiner umstrittenen „Regensburger Rede“ eigens ein Katholisch-Muslimisches Forum ins Leben rief, erinnert Körner. In der Rede vom September 2006 hatte der Papst die Frage nach einer Nähe von Glaube und Gewalt im Islam aufgeworfen. Nach heftigen Protesten in der islamischen Welt bedauerte das Kirchenoberhaupt Missverständnisse um seine Rede. kna 16

 

 

 

 

 

Papstbesuch. Diese Woche werden im ganzen Land Broschüren verteilt

 

LONDON- In weniger als hundert Tagen findet die apostolische Reise des Papstes nach England und Schottland statt. Die beiden Bischofskonferenzen haben bereits begonnen, anhand von zwei Broschüren, die in dieser Woche verteilt werden sollen, die Gläubigen in den Pfarreien auf diesen Besuch vorzubereiten.

Dies erklärte heute der Koordinator des Papstbesuches, Monsignore Andrew Summersgill, in einer Bekanntmachung durch das Informationsbüro der Bischofskonferenz von England und Wales.

Die erste Broschüre sei ein einfaches „Paket" für die Pfarreien, um die Vorbereitung der Reise zu erleichtern: was der Papst in England tun wird, wie man an Veranstaltungen teilnehmen kann, oder auch, wie man diese Tage mitfeiern kann, wenn man nicht persönlich an den Begegnungen teilnehmen kann.

 

Vor allem aber, betonte Monsignore Summersgill, soll es eine Vorbereitung im Gebet sein, und bezog sich damit auf die Worte von Papst Benedikt XVI., die er den Bischöfen im Frühjahr diesen Jahres auf ihrem Besuch in Rom auf den Weg mitgegeben hatte: „Regt eure Leute an zum Gebet und es wird eine Zeit der Gnade für die ganze katholische Gemeinschaft werden.

"Die zweite Broschüre, erläuterte der Prälat, sei eine viel ausführlichere Einführung in den Papstbesuch. Sie enthalte eine Reihe von Artikeln, behandle jeden einzelnen Moment des Besuches und versuche einige grundlegende Fragen zu beantworten, zum Beispiel: Warum wird sich der Papst mit der Königin treffen? Welchen Beitrag kann die Kirche in der Gesellschaft leisten? Was geschieht mit den katholischen Schulen? Diese zweite Broschüre richte sich an ein viel weiteres Publikum als die Pfarreien und sei informativer, fügte er hinzu.

Des Weiteren berichtete Monsignore Andrew Summersgill von einem kürzlichen Vorbereitungstreffen mit Bischof Vincent Nichols, Erzbischof von Westminster, Lord Patten, dem zivilen Koordinator des Besuchs und seinen Assistenten, und sagte, „es gibt noch viel zu tun, was die Strecken, die Sicherheit, die Logistik von Massenveranstaltungen, die Berichterstattung in den Medien, den Zugang für Menschen mit Behinderungen und andere Details anbelangt."

Mehr Informationen: http://www.thepapalvisit.org.uk

[Übersetzung aus dem Englischen von Susanne Czupy] Zenit 16