Notiziario religioso 17-20 Giugno
2010
Giovedì 17 giugno. Il commento al Vangelo. “Padre nostro”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 6,7-15) commentato da P. Lino Pedron
7 Pregando poi,
non sprecate parole come i pagani, i quali credono di
venire ascoltati a forza di parole. 8 Non siate dunque come loro, perché il
Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor
prima che gliele chiediate.
9 Voi dunque
pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome;
10 venga il tuo
regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11 Dacci oggi il
nostro pane quotidiano, 12 e rimetti a noi i nostri
debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13 e non ci indurre in
tentazione, ma liberaci dal male.
14 Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre
vostro celeste perdonerà anche a voi; 15 ma se voi non perdonerete agli uomini,
neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.
Gesù ci insegna la
preghiera cristiana, che si contrappone alla preghiera
dei farisei e dei pagani: il Padre nostro.
E’ un testo di
grande importanza che ci aiuta a comprendere chi è il cristiano. Il Padre
nostro è una parola di Dio rivolta a noi, più che una nostra preghiera rivolta
a lui. E’ il riassunto di tutto il vangelo. Non è Dio che deve convertirsi,
sollecitato dalle nostre preghiere: siamo noi che dobbiamo convertirci a lui.
Il contenuto di
questa preghiera è unico: il regno di Dio. Ciò è in perfetta consonanza con
l’insegnamento di Gesù: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia,
e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33).
Padre nostro. Il
discepolo ha diritto di pregare come figlio. E sta in questo nuovo rapporto
l’originalità cristiana (cfr Gal 4,6; Rm 8,15). La
familiarità nel rapporto con Dio, che nasce dalla consapevolezza di essere
figli amati dal Padre, è espressa nel Nuovo Testamento con il termine parresìa che può essere tradotto familiarità disinvolta e
confidente (cfr Ef 3,11-12). L’aggettivo nostro
esprime l’aspetto comunitario della preghiera. Quando uno
prega il Padre, tutti pregano in lui e con lui.
L’espressione che
sei nei cieli richiama la trascendenza e la signoria di Dio: egli è vicino e
lontano, come noi e diverso da noi, Padre e Signore. Il sapere che Dio è Padre
porta alla fiducia, all’ottimismo, al senso della provvidenza (cfr Mt 6,26-33).
Sia santificato il
tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua
volontà. Il verbo della prima invocazione è al passivo: ciò significa che il
protagonista è Dio, non l’uomo. La santificazione del nome è opera di Dio. La
preghiera è semplicemente un atteggiamento che fa spazio all’azione di Dio, una
disponibilità. L’espressione santificare il nome dev’essere
intesa alla luce dell’Antico Testamento, in particolare di Ez
36,22-29. Essa indica un permettere a Dio di svelare il suo volto nella storia
della salvezza e nella comunità credente. Il discepolo prega perché la comunità
diventi un involucro trasparente che lasci intravedere
la presenza del Padre.
La venuta del
Regno comprende la vittoria definitiva sul male, sulla divisione, sul disordine
e sulla morte. Il discepolo chiede e attende tutto questo. Ma
la sua preghiera implica contemporaneamente un’assunzione di responsabilità:
egli attende il Regno come un dono e insieme chiede il coraggio per costruirlo.
La volontà di Dio è il disegno di salvezza che deve realizzarsi nella storia.
Come in cielo,
così in terra. Bisogna anticipare qui in terra la vita del mondo che verrà. La
città terrestre deve costruirsi a imitazione della città di Dio.
Dacci oggi il
nostro pane quotidiano. Il nostro pane è frutto della terra e del lavoro
dell’uomo, ma è anche, e soprattutto, dono del Padre. Nell’espressione c’è il senso della comunitarietà (il
nostro pane) e un senso di sobrietà (il pane per oggi). Il Regno è al primo
posto: il resto in funzione del Regno.
Rimetti a noi i
nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in
tentazione, ma liberaci dal male. Anche queste tre ultime domande riguardano il
regno di Dio, ma dentro di noi. Il Regno è innanzitutto l'avvento della misericordia.
Questa preghiera
si apre con il Padre e termina con il maligno. L’uomo è nel mezzo, conteso e
sollecitato da entrambi. Nessun pessimismo, però. Il discepolo sa che niente e
nessuno lo può separare dall’amore di Dio e strappare dalle mani del Padre.
Matteo commenta il
Padre nostro su un solo punto, rimetti a noi i nostri debiti….
Ecco il commento: "Se voi, infatti, perdonerete agli uomini le loro colpe,
il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi...".
Nel capitolo
precedente Matteo aveva messo in luce l’amore per tutti. Ora mette in luce la
sua concreta manifestazione: il perdono. De.it.press
Venerdi 18 giugno. Il commento al Vangelo. “Accumulatevi tesori nel cielo”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt
6,19-23) commentato da P. Lino Pedron
19Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine
consumano e dove ladri scassinano e rubano; 20 accumulatevi invece tesori nel
cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non
rubano. 21 Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.
22 La lucerna del
corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà
nella luce; 23 ma se il tuo occhio è malato, tutto il
tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto
grande sarà la tenebra!
In questo brano
Gesù ci dà due comandamenti: "Non accumulatevi tesori sulla terra...Accumulatevi invece tesori nel cielo". L’accumulare tesori, il diventare ricco è l’aspirazione di
ogni uomo. Nella ricchezza egli cerca di manifestare la sua potenza, la sua
superiorità, la sua vanagloria, la sua superbia, ma soprattutto in essa cerca
la sicurezza contro tutti i pericoli, compresa la morte, e la possibilità di
avere tutte le soddisfazioni che il benessere economico può dare. La ricerca
egoistica dei beni materiali sottrae tempo ed energie all’acquisizione dei beni
del cielo e rende l’uomo schiavo delle cose che possiede e desidera.
Ognuno deve avere
qualcosa o qualcuno a cui dedicare le sue attenzioni e
le sue forze. Il problema è la scelta di questo tesoro a cui
attaccare il cuore. L’uomo diventa ciò che ama. Se ama le cose
diventa come le cose, se ama Dio diventa come Dio.
L’uso delle cose è
buono fino a quando non diventa ostacolo per seguire Cristo e amare i fratelli.
Il cristiano non può essere schiavo di nulla e di nessuno perché "Cristo
ci ha liberati perché restassimo liberi" (Gal
5,1). Il cristiano dona l’avere per ottenere l’essere: essere come il Padre.
Il detto
evangelico della lucerna del corpo ci presenta la necessità della chiarezza
nell’orientamento della vita. La vera luce è Gesù (Mt 4,16; Gv
1,9; 8,12; ecc.). L’occhio buono è quello che accoglie la luce della rivelazione
di Gesù; l’occhio cattivo, quello che la rifiuta. L’occhio che lascia entrare
questa luce immerge tutta la persona nella luce,
l’occhio che non lascia entrare questa luce immerge tutta la persona nelle
tenebre.
L’occhio viene presentato come il simbolo del cuore, della mente. Il
cuore dell’uomo dev’essere orientato a Dio e vivere
nella ricerca dei tesori del cielo, allora tutto l’uomo è nella luce. Se invece
si perde nella ricerca dei beni materiali diventa
cieco e tutta la sua persona è immersa nelle tenebre.
Nella Bibbia
l’occhio esprime l’orientamento spirituale della persona. L’occhio buono
esprime la giusta relazione con Dio, dal quale l’uomo viene
totalmente illuminato (Sal 4,7; 36,10). L’occhio
cattivo esprime l’opposizione dello spirito dell’uomo nei confronti di Dio.
Nel vangelo di
Matteo l’occhio cattivo è simbolo dell’invidia, dell’avarizia, dell’egoismo
(20,15). L’occhio che non accoglie la luce della rivelazione di Gesù diventa
ottenebrato. La tenebra totale e definitiva è la perdizione eterna. De.it.press
Sabato
19 giugno. Il commento al Vangelo.
“Nessuno può servire a due padroni”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 6,24-34) commentato da P. Lino Pedron
24 Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o
preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona.
25 Perciò vi dico:
per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche
per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del
cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non
seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste
li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia
da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? 28 E perché vi affannate per
il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non
filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria,
vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così
l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai
più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa
mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si
preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti
sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e
tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi dunque per il
domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta
la sua pena.
Dio vuole per sé
tutto l'uomo e non tollera compromessi: "Amerai il Signore
Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua
mente" (Mt 22,37). Dietro tutte le forme di idolatria
si nasconde il maligno. Egli si nasconde dietro il
mammona, che è l’insieme delle cose che possediamo. Chi adora il mammona, adora satana. Il detto intende provocare
nell'ascoltatore una decisione chiara: o Dio o il possesso. Quando si cerca di
accumulare ricchezza, questa diventa un idolo e Dio viene
dimenticato.
Questo detto trova
una clamorosa dimostrazione nel racconto di Mt 19,16-30. Il ricco che non
accoglie la chiamata di Gesù indica l'impossibilità di vivere secondo il
vangelo e di restare contemporaneamente attaccati alle proprie ricchezze. La
conquista del mondo è il comando dato da Dio agli uomini (Gen
1,28). L'uso delle cose è legittimo, ma esse devono restare al nostro servizio
e non noi al loro. Quando il possesso delle cose impedisce o ritarda il cammino
verso Dio e il prossimo, allora abbiamo la riprova che il
mammona è più importante di Dio e dei fratelli. Il peccato è amare le creature
al posto del Creatore. Tutto deve essere sacrificato per il raggiungimento del
fine ultimo che è Dio (Mt 5,29-30).
Chi vive
totalmente orientato a Dio, come ci ha insegnato il vangelo fino a questo
punto, deve evitare l’affanno per le necessità materiali. Dio che ci ha già
dato il più (la vita) ci darà anche il meno (il cibo e
il vestito). Affannarsi è mancanza di fede nell'amore infinito e provvidente
del Padre. In queste preoccupazioni inutili possono cadere ugualmente, anche se
per motivi opposti, il povero e il ricco.
Il senso della
vita non può ridursi alla sola ricerca dei beni materiali e all’appagamento dei
bisogni fisici. Gesù ci ha già insegnato in Mt 4,4: "Non di solo pane
vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio".
I motivi per cui
dobbiamo liberarci dai desideri di possedere e dalle preoccupazioni materiali
sono due: la conoscenza del vero Dio, nostro Padre, provvidente e buono, e il
compito prioritario che Dio ci ha affidato di cercare il suo regno e la sua
giustizia.
I pagani sono
tutti coloro che non conoscono Dio come loro Padre
provvidente e salvatore e di conseguenza si agitano come se fossero degli
orfani che devono confidare esclusivamente nelle proprie forze.
Gesù non vuole
assolutamente distogliere l'uomo dal lavoro. Sta scritto
infatti: "Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di
Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gen
2,15). Egli vuole insegnarci a vivere bene, come persone intelligenti e
illuminate dalla fede.
Infatti affannarsi è inutile e dannoso. L'affanno
guasta l'uomo e gli accorcia la vita: "Quale profitto c'è per l'uomo in
tutta la sua fatica e in tutto l'affanno del suo cuore in cui si affatica sotto
il sole? Tutti i suoi giorni non sono che
dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questa è vanità" (Qo 2,22-23).
Dopo averci
ripetutamente comandato di non affannarci per l’oggi, Gesù ci comanda di non
affannarci neppure per il domani perché è un atteggiamento sciocco: "E chi
di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua
vita?" (Mt 6,27).
Il Padre nostro
celeste, che ha cura del nostro presente, avrà cura
anche del nostro domani. De.it.press
Domenica 20 giugno. Il commento al Vangelo. «Chi sono io secondo la gente?»
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 9,18-22) commentato da P. Lino Pedron
18 Un giorno,
mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con
lui, pose loro questa domanda: «Chi sono io secondo la gente?». 19 Essi
risposero: «Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno
degli antichi profeti che è risorto». 20 Allora domandò: «Ma voi chi dite che
io sia?». Pietro, prendendo la parola, rispose: «Il Cristo di Dio». 21 Egli
allora ordinò loro severamente di non riferirlo a
nessuno.
22 «Il Figlio
dell'uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai
sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo
giorno». 23 Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e
mi segua.
24 Chi vorrà
salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la
propria vita per me, la salverà.
Fino a questo
punto del vangelo erano gli uomini che si interrogavano
su Gesù e lo interrogavano. Ora è Gesù che interroga. Egli esige la nostra
risposta.
Il nodo centrale
di questo brano è il passaggio dalla risposta di Pietro a quella di Cristo: si
passa da un messianismo glorioso a quello del Servo sofferente di Dio che si
consegna al Padre. E’ il mistero della croce che fa da discriminante nella fede
in Gesù. E’ lo scandalo che esige conversione profonda e continua. La fede e la
sequela di Cristo si decidono sulla strettoia della croce.
Il discepolo non è
colui che mette in questione Gesù, ma colui che si
lascia mettere in questione da lui.
La domanda è
rivolta ai "voi", ai discepoli nettamente distinti dalla folla. Di
conseguenza, la risposta di Pietro è a nome di tutti:
egli esprime la fede della Chiesa. Nel vangelo di Luca la funzione di Pietro è
assai evidenziata. La sua risposta riconosce in Gesù il Cristo, il Messia
atteso, colui che deve venire secondo la promessa di
Dio (Lc 23,35).
Ma Dio esaudisce la sua promessa, non i nostri desideri.
Per questo Gesù, come Cristo di Dio, deluderà le attese messianiche dell’uomo (Lc 23,35-39; 24,21). E’ il Cristo che viene da Dio e torna
a Dio portando con sé anche noi. Questa opera di
Cristo, che è la salvezza, compie ciò che noi non osavamo sperare in un modo
che non sapevamo pensare.
Sinceramente ognuno
di noi avrebbe fatto un progetto diverso da quello di Dio per salvare il mondo
e, in buona fede, lo avrebbe ritenuto più intelligente, migliore e più spiccio
di quello escogitato dalla sapienza del Padre (cfr 1Cor 1,18-25).
Il problema non è
tanto il riconoscere che Gesù è il Cristo di Dio, ma "come" è il
Cristo di Dio. Gesù non è il Cristo dell’attesa umana, ma il Figlio dell’uomo
che affronta il cammino del Servo sofferente di Dio: è la prima autorivelazione piena di Gesù, il nocciolo della fede cristiana,
il suo mistero di morte e di risurrezione redentrice.
Il "bisogna" indica il compimento della volontà di Dio rivelata
nella Scrittura. Tale volontà nasce dalla sua essenza, che è il suo amore
riversato su di noi peccatori. Dio "deve" morire in croce per noi
peccatori, perché ci ama e noi siamo sulla croce.
Il mistero di Gesù
è la sofferenza del Servo di Dio che ama il Padre e i fratelli. La croce è il
nostro male che lui si addossa perché ci ama: è il suo perdersi per salvarci.
La sua sofferenza è prodotta da tutte le forme del male che abbiamo escogitato
per salvarci: l’avere, il potere e il sapere o, in altri termini, la ricchezza,
la vanagloria e la superbia (cfr 1Gv 2,16). Per questo il potere rifiuta Gesù e
poi lo uccide. Ma l’ultima parola non è "morte",
ma "risurrezione".
Questo volto di
Gesù, il Figlio obbediente di cui qui sono tracciati i lineamenti netti e duri,
sarà presentato sempre più chiaramente in tutta la seconda parte del vangelo di
Luca. Gesù è il Servo sofferente che si consegna al Padre. La croce è lo
scandalo che esige conversione profonda e continua. La fede e la scelta di
seguire Cristo si decidono sulla strettoia della croce.
Gesù qui rivela il
mistero del pensiero di Dio che l’uomo non può né pensare né accettare. Il
problema non è tanto il riconoscere che Gesù è il Cristo di Dio, ma
"come" è il Cristo di Dio.
Gesù non è il
Cristo dell’attesa umana, ma il Figlio dell’uomo che affronta il cammino del
Servo sofferente di Dio. Questa è la prima autorivelazione
piena di Gesù, il nocciolo della fede cristiana, il suo mistero di morte e
risurrezione.
Il "bisogna" indica il compimento della volontà di Dio rivelata
nella Scrittura. Questa volontà è il suo amore riversato su di noi peccatori.
Dio "deve" morire in croce per noi, perché ci ama e noi siamo sulla
croce. Il mistero di Gesù è la sofferenza del Servo di Dio che ama il Padre e i
fratelli. La croce è il nostro male che lui si addossa perché ci ama.
Gesù non salva se
stesso (cfr Lc 23,34-39), ma si perde
per solidarietà con noi perduti: E’ il Dio-Amore, solidale con il nostro male,
che ci dona il suo regno (cfr Lc 23,40-43).
L’invito di Gesù:
"Se qualcuno vuol venire dietro a me…" è una chiamata universale a entrare con lui nel
suo cammino verso il Padre. Per condividere il destino di Gesù in cammino verso
il Padre bisogna rinnegare se stessi e portare ogni giorno la propria croce.
Rinnegare se stessi significa ricevere la propria vita come grazia di cui
non si dispone da padroni, portare ogni giorno il peso del servizio ai fratelli
e del dono della vita per gli altri, e addossarsi il fardello delle prove,
delle contraddizioni e delle persecuzioni.
La via del Regno è
quella della croce, sia per Cristo che per i
cristiani.
L’unico problema
fondamentale per l’uomo è salvare o perdere la vita. Quindi seguire Gesù e
rinnegare se stessi è la questione fondamentale della
vita: è questione di vita o di morte.
L’uomo non può
essere il salvatore di se stesso, non ha in sé la sorgente della propria vita:
non è il Creatore, ma una creatura. La salvezza è accettare Dio che mi ama e
pensa a me.
L’uomo si realizza
amando. Amando Dio si realizza come Dio. Ma per amare
bisogna essere amati. Il cristiano può amare Gesù e perdere la vita per lui
perché Gesù per primo l’ha amato e ha dato se stesso per lui (cfr Gal 2,20). Il
credente si affida a lui, nella vita e nella morte, perché Cristo è morto per
tutti vincendo le barriere del male e della paura. De.it.press
Domenica 20. XII del tempo ordinario.
L’impresa ardua dei liberatori
Durante un’animata
discussione nel tempio, Gesù dichiara ai giudei: “Se il Figlio vi farà liberi,
sarete liberi davvero”.
A chi era convinto
di essere discendenza di Abramo e di non essere mai stato schiavo di nessuno,
queste parole sono suonate come un’intollerabile provocazione. Prima sono
ricorsi all’insulto: “Non diciamo con ragione noi che sei un Samaritano e che
sei un pazzo?”, poi sono passati alla violenza: “Raccolsero le pietre per
scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio” (Gv 8,31-59).
Ciò che sorprende
maggiormente in questo episodio è quanto si afferma nel versetto introduttorio:
gli oppositori di Gesù non erano i nemici, ma coloro che
avevano creduto in lui (Gv 8,31).
E’ dunque
possibile credere in Cristo e non capire e rifiutare la liberazione che egli
offre.
Ciò accade perché
alle schiavitù (ad alcune in modo particolare) facilmente ci si affeziona e non
si vuole lasciarle. Ci si adatta, ci si rassegna, non ci si decide a
intraprendere un cammino che si prevede troppo impegnativo. E se qualcuno si
avvicina per aiutare a trovare una via d’uscita viene
allontanato con astio.
La sregolatezza e
tutte le forme di corruzione morale sono facilmente riconoscibili come forme di
asservimento. Altre schiavitù invece si mimetizzano da condizioni di libertà,
appaiono gratificanti (faccio qualche esempio:
l’attaccamento morboso ai figli, la certezza di possedere la verità, la
convinzione di essere persone per bene, cristiani esemplari e inappuntabili.
Anche l’ateismo pratico di chi non vuole rimettere in causa
le proprie scelte di vita è una schiavitù…).
Sono condizioni di “non vita”, eppure ci si sente infastiditi da coloro che vorrebbero liberarci da tali impedimenti.
Se Gesù avesse
combattuto nemici esterni con la spada sarebbe stato
riconosciuto come liberatore, ma ha invitato “gli schiavi del peccato” (Rom
6,20) a liberarsi dalla loro vita sbagliata, a far morire in se stessi ciò che
è morte. Non è stato capito. La stessa sorte attende chi continua la sua
missione.
Prima Lettura (Zac 12,10-11)
Così dice il
Signore: 10 “Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di
Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si
piange il primogenito.
11 In quel giorno
grande sarà il lamento in Gerusalemme simile al lamento di Adad-Rimmòn
nella pianura di Meghìddo”.
Questo brano,
preso dal libro di Zaccaria, è un po’ misterioso. Parla di un uomo giusto e
innocente che è stato trafitto e lascia intendere che i responsabili di questo
crimine sono stati gli abitanti di Gerusalemme. Il Signore però – dice la
lettura – inviò presto sul popolo colpevole un profondo sentimento di
dispiacere per il male commesso. Tutti si pentirono e guardarono a colui che avevano trafitto. Ci fu un pianto disperato,
simile a quello dei genitori che perdono il loro unico figlio, simile al lutto
che si fa quando muore un primogenito, simile alle grida disperate dei
contadini della pianura di Meghiddo
quando invocano la pioggia dal dio Adad‑Rimmòn
(v.11).
Chi è quest’uomo e
perché è stato ucciso? Il profeta, vissuto due o trecento
anni prima di Cristo, si riferiva certamente ad un fatto drammatico
accaduto al suo tempo. Non sappiamo altro. Ciò che è importante per noi è che
l’evangelista Giovanni ha riconosciuto in questo misterioso personaggio
l’immagine di Gesù (Gv 19,37). A Cristo, giustiziato
e trafitto sulla croce, guardano infatti, come al loro
salvatore, gli uomini di tutto il mondo.
Il pericolo di
ripetere gesti folli come quelli compiuti al tempo di Zaccaria ed al tempo di Gesù dagli abitanti di Gerusalemme è sempre
attuale. Coloro che si battono per la giustizia e la
libertà, propugnano la fratellanza, chiedono la pace, finiscono inevitabilmente
per essere trafitti.
Ci si accorge
sempre tardi che chi sembrava disturbare il buon ordine, la quiete, l’armonia,
le sante tradizioni, in realtà era un profeta che coltivava i sogni di Dio.
Seconda Lettura
(Gal 3,26-29)
26 Tutti voi siete
figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, 27 poiché
quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo.
28 Non c’è più
giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna,
poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.
29 E se
appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la
promessa.
Come riconoscere i
battezzati? Semplice: dal vestito che indossano.
Il cristiano –
dice Paolo nella lettura di oggi – deve indossare una divisa e questa non
consiste in una tonaca nera o rossa, ma nella persona di Gesù (v.37).
Nella lettera ai Colossesi l’apostolo spiegherà con chiarezza cosa intende
dire: voi battezzati “vi siete spogliati dell’uomo vecchio con tutte le sue
azioni e avete rivestito il nuovo” (Col 3,9-10).
Guardando il
cristiano, ascoltando quello che dice, considerando il modo con cui cerca
sempre di capire, di scusare, di aiutare, di andare incontro a chi ha
sbagliato, osservando come egli ama anche i propri nemici, tutti devono poter
riconoscere in lui la persona di Gesù.
Paolo continua la
sua esortazione affermando che quest’abito conferisce a tutti coloro che lo indossano pari valore e identica dignità
(v.28). Esso cancella tutte le differenze di classe (schiavi
e padroni), di nazionalità (giudei e Greci) e di sesso (uomini e donne).
Vangelo (Lc 9,18-24)
18 Un giorno,
mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con
lui, pose loro questa domanda: “Chi sono io secondo la gente?”. 19 Essi
risposero: “Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno
degli antichi profeti che è risorto”. 20 Allora domandò: “Ma voi chi dite che
io sia?”. Pietro, prendendo la parola, rispose: “Il Cristo di Dio”. 21 Egli
allora ordinò loro severamente di non riferirlo a
nessuno.
22 “Il Figlio
dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai
sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo
giorno”.
23 Poi, a tutti,
diceva: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi
se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.
24 Chi vorrà salvare la
propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà”.
Se si escludono i
decenni del regno di Davide e Salomone, il popolo d’Israele non ha mai svolto
un ruolo prestigioso sulla scena politica
internazionale dell’antichità. E’ sempre stato dominato e oppresso dalle grandi
nazioni vicine. In questa situazione di costante soggezione va inserita la
promessa dei profeti di un messia liberatore, nato dalla stirpe di Davide.
Al tempo di Gesù
l’attesa di questo salvatore era acuta, impaziente, febbrile. I rabbini insegnavano a pregare così: “Signore, fa sorgere il
figlio di Davide affinché regni su Israele. Dagli
forza perché abbatta i potenti ingiusti e liberi Gerusalemme dai pagani. Possa egli annientare gli empi pagani con una sola parola della sua
bocca; i pagani fuggano davanti a lui”.
Per comprendere il
Vangelo di oggi è necessario tenere presente queste attese del popolo.
Il Messia sarà –
pensavano tutti – un eroe, un guerriero forte come Sansone, un condottiero
vittorioso come Davide, un politico intelligente ed
abile come Salomone, un re miracolosamente protetto da Dio come Ezechia.
Luca nota spesso
che Gesù, prima di compiere qualche gesto importante o di dare qualche
insegnamento particolarmente significativo, si
raccoglie in preghiera (Lc 3,21; 5,16; 6,12; 9,28).
Anche il brano di
oggi inizia presentando Gesù in preghiera (vv.18-19).
Vuol dire che l’episodio che segue va considerato con particolare attenzione.
Marco e Matteo ambientano la scena dalle parti di Cesarea di Filippo (Mc
8,27; Mt 16,13). Luca tralascia di proposito l’indicazione del luogo forse
perché vuole che i suoi lettori – a qualunque nazione essi appartengono
– si sentano direttamente interpellati dalle domande del Maestro.
Gesù chiede
anzitutto: Chi sono io secondo la gente?
I discepoli
rimangono un po’ sorpresi di fronte a un simile quesito, perché egli non ha mai
dato l’impressione di interessarsi a quanto si dice in giro su di lui. Comunque
rispondono: per alcuni sei il Battista redivivo, per altri Elia, per altri
ancora uno dei grandi profeti.
Il popolo accosta
Gesù a quei grandi personaggi che – secondo la tradizione dei rabbini – devono
precedere la venuta del Messia. Ecco chi è Gesù per la gente: un precursore.
Non lo riconoscono
come Messia perché non corrisponde ai loro criteri: non ha nulla del re
vincitore e glorioso che si aspettano. Dunque è un precursore, nulla più. Il vero messia va atteso
ancora.
Luca sta
rivolgendosi ai cristiani delle sue comunità i quali riconoscono in Gesù il
grande maestro che ha predicato l’amore, la fratellanza, la pace e la
giustizia. Sa che lo ammirano per le sue scelte in favore dei poveri, degli
ultimi, degli emarginati; sa che lo apprezzano per il coraggio, la coerenza, la
nobiltà d’animo, la fermezza di fronte alla morte.
Tuttavia, se
questi cristiani rimangono ancora affascinati dai trionfi dell’imperatore di
Roma, se credono che il futuro sia in mano ai generali e alle loro legioni, se
invidiano il lusso e lo sfarzo di chi ostenta immense ricchezze, se prestano
attenzione agli imbonitori e ai demagoghi che pullulano in ogni angolo
dell’impero, se danno credito ai banditori di miti, allora stanno collocando
Gesù fra i grandi personaggi della storia del mondo, ma
nulla più.
Anche coloro che vedono in Gesù solo un facitore
di miracoli, uno al quale si ricorre per ottenere grazie e favori, magari non
se ne rendono conto, ma in pratica anch’essi lo abbassano al ruolo di
precursore. A lui chiedono un servizio provvisorio, in attesa che giungano
medici capaci di curare tutte le malattie, scienziati che controllino le forze
della natura e magari – chi lo sa? – scoprano il farmaco dell’eterna giovinezza.
Allora ci sarà ancora bisogno di Gesù?
La seconda domanda
obbliga i discepoli a prendere posizione in modo
inequivocabile: Voi chi dite che io sia? (vv.20-21).
Pietro, a nome di tutti, risponde: “Tu sei il Messia di Dio!”. Gesù
non lo smentisce, ma impone a tutti, severamente, di non divulgarlo, di non
parlarne ad alcuno.
La ragione di
questo divieto è semplice: le parole di Pietro sono esatte, ma il contenuto è
completamente errato. Gesù sa quale tipo di messia ha in mente Pietro, conosce
qual è il sogno che i suoi discepoli stanno cullando: sono convinti che sia
solo questione di avere un po’ di pazienza e un giorno – certo non molto
lontano – il loro Maestro si deciderà a fare sul serio e, se necessario,
ricorrerà anche all’uso della spada.
Sarà un vincitore.
Questo messia è
diabolico, è l’opposto del “Messia di Dio”, per cui Gesù non vuole che si parli
di lui fino a quando gli avvenimenti della Pasqua non avranno svelato la sua
vera identità.
Luca sa quanto è
facile prendere abbagli riguardo alla persona di Gesù, come la logica di questo
mondo e il modo di pensare degli uomini si infiltrino
fra i discepoli nei modi più subdoli. Anche i cristiani delle sue comunità
ripetono in modo esatto gli articoli del Credo, ma coltivano idee tutt’altro
che evangeliche. Luca li vuole mettere in guardia da questo pericolo mortale.
E’ giunto per Gesù
il momento di chiarire l’equivoco dal quale i discepoli stentano a liberarsi.
Nella terza parte
del Vangelo di oggi egli mostra la sua carta d’identità: “Il figlio dell’uomo
deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e
dagli scribi, essere messo a morte e risorgere il terzo giorno” (vv. 21-22).
Sono parole
inquietanti: non lo attende il trionfo, ma l’umiliazione; non la vittoria, ma
la sconfitta. Come mai Dio ha scelto questo cammino assurdo? Non certo perché
gli sono gradite la sofferenza e la morte. Egli è il Dio della vita. La morte è
opera del maligno, cioè di tutte quelle forze negative che sono all’opera
nell’uomo. Come mai allora il Signore non ha fatto trionfare suo Figlio? Perché
ha permesso che fosse inchiodato su una croce?
Dio non condiziona
la libertà degli uomini. Egli rivela la sua grandezza ed
il suo amore non impedendo che commettano errori, ma servendosi del loro stesso
peccato per costruire la sua storia di salvezza.
In Gesù di
Nazareth, egli ha mostrato come sia stato capace di trasformare il più grande
crimine in un capolavoro di amore. Il cammino di Gesù in questo mondo si è concluso con la morte, con la sconfitta, ma l’ultima
parola l’ha avuta Dio che ha introdotto nella vita il suo Servo fedele.
L’ultima parte del
brano (vv.23-24) è un’esortazione che Gesù rivolge
agli uomini di tutti i tempi: “Ora diceva a tutti” – specifica Luca – quindi
non solo ai discepoli e alle folle, ma a tutti.
Credere in lui non
significa dichiarare la propria adesione a un pacchetto di verità apprese dal
catechismo, ma seguire lui, condividere il suo stesso destino: “Se qualcuno
vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda
la sua croce ogni giorno e mi segua”.
Il Maestro pone di
fronte ad una scelta. Non invita a fare qualche sacrificio in più degli altri,
a cercare le sofferenze, ma esige che non ci si lasci più guidare dalla ricerca
del proprio tornaconto e della propria affermazione; chiede di smettere di
porre se stessi al centro dell’attenzione.
Chi vuole seguire
il Maestro deve, come lui, dimenticare se stesso, non lasciarsi sfiorare da
pensieri egoistici.
“Prendere la
croce” non significa sopportare con pazienza le piccole o grandi contrarietà
della vita, né, ancor meno, è un’esaltazione del dolore come
mezzo per piacere a Dio. Il cristiano non cerca la sofferenza, ma
l’amore.
La morte in croce
è stata per Gesù la conseguenza delle sue scelte di amore. Egli ha rifiutato i princìpi, i valori, i parametri di questo mondo e ha
proposto quelli delle Beatitudini. Ha infastidito, disturbato, inquietato le
strutture sia religiose sia politiche; non poteva che essere rigettato,
perseguitato e tolto di mezzo. I discepoli che intendono seguire i suoi passi
non possono aspettarsi gli applausi, i consensi, l’approvazione degli uomini,
ma devono essere pronti a incontrare l’opposizione e la croce.
Luca – unico fra
gli evangelisti – inserisce nel detto di Gesù l’inciso ogni giorno (v.23). Il
dono totale di sé coinvolge il discepolo ogni giorno. Tutti sanno compiere un
gesto isolato di generosità, tutti riescono a dimenticare se stessi per un
momento. Difficile è mantenere questa disposizione ogni giorno.
Probabilmente Luca
vuole richiamare i cristiani delle sue comunità alla perseveranza, alla
costanza di fronte alle difficoltà, alle prove e alle seduzioni del mondo che
li circonda. P. Fernando Armellini, de.it.press
Vinca l'Africa. Grande occasione o grande
illusione?
I Mondiali di
calcio, come ogni altro grande evento sportivo di livello mondiale, sono, si
sa, un momento del sistema della comunicazione e del consumo globalizzato, che
può restare fine a se stesso, magari semplicemente generando profitti.
Ma non è solo questo. Anche quando la cappa del business
sembra non aprire spiragli, quando gli eventi sportivi sembrano delle recite a
soggetto su un copione già scritto, rimane, zampilla, nello sport, una
dimensione propria, nativa, irriducibile alle logiche economiche. Il fatto
propriamente tecnico-sportivo finisce, comunque, per affermare le proprie
ragioni. Ma non solo. Il calcio, come ogni grande
sport, non è solo praticato, ma anche visto, vissuto: dunque richiama un
pubblico, afferma un tessuto d'identità collettive.
Ecco perché, sotto
tutti questi profili, il primo Mondiale africano è un grande evento, è una
storia importante, così come lo sarà la prima Olimpiade sudamericana, in
Brasile, tra sei anni.
L'Africa è, dalla
sua "scoperta", il terminale degli imperi e degli imperialismi: non è
un caso che da non pochi anni sia ormai oggetto di una attenta
e pianificata penetrazione geopolitica e di iniziative economiche da parte
della Cina.
Questa realtà di
terminale di imperialismi assume la forma delle
continue guerre combattute, spesso per procura di interessi esterni. Anche
qualora non si arrivi alla logica brutale e mai risolutiva della guerra, dai
tempi dell'indipendenza continuano a caratterizzare la storia e l'assetto
politico del continente regimi corrotti, capaci di
trascinare nella povertà molte, prospere regioni, con risultati talora anche
peggiori delle guerre guerreggiate. Tutto questo è vero, ma è altrettanto vero che non si tratta di una situazione irreversibile. Non
è un caso che, proprio il giorno dell'apertura dei Mondiali di
calcio, a Roma prendeva corpo, per iniziativa della Comunità di Sant'Egidio,
l'accordo per la pacifica transizione in Guinea. Si può fare molto, se si
testimonia una logica diversa, capace di parlare non agli interessi a corto
respiro di piccole cricche, ma al bene comune.
Ecco perché anche
il Mondiale, se lo si capisce e lo si vive nella sua
realtà, pur contraddittoria, può molto aiutare. Può confermare delle
prospettive di auto-sviluppo o, comunque, un partenariato per lo sviluppo veramente
di livello planetario.
Ancora non si può
dire se le squadre africane supereranno la barriera degli ottavi di finale: non
mancano, comunque, segnali positivi. Su un registro che sa utilizzare
positivamente le leggi del sistema del consumo e della comunicazione
globalizzata, i Mondiali sudafricani segnano un passaggio fondamentale. Ma non bisogna farsi illusioni su presunti automatismi.
Senza una cornice adeguata potrebbe ancora una volta rivelarsi un'occasione
mancata. FRANCESCO BONINI
Quel grido di libertà. Si udrà sopra i suoni e le voci degli stadi?
"Nkosi, sikelel' iAfrika. Maluphakamis'upondo lwayo.
Yiva imithandazo yetu. Nkosi sikelela, Thina
lusapholwayo".
"Signore,
benedici l'Africa e innalza la sua gloria. Ascolta le nostre preghiere e benedici noi, suoi figli". Con queste parole inizia il celeberrimo
"Nkosi sikelel' iAfrika", l'inno che per oltre un secolo ha dato voce
al grido di libertà dei diseredati e degli oppressi in terra d'Africa. Oggi è
inno nazionale, cantato dai Bafana Bafana, la nazionale di calcio, e da tutti i tifosi che
stipavano lo stadio di Johannesburg all'inaugurazione dei Mondiali.
La storia di
questo inno rappresenta bene il percorso recente del Sudafrica. Nato come canto
religioso nel 1897 in lingua xhosa, venne adottato negli anni Venti dall'"African National Congress" (Anc), il partito-movimento protagonista della lotta per
l'indipendenza e contro il razzismo nella regione. Zambia e Tanzania
indipendenti lo scelsero, con nuove parole, come inno nazionale e Nelson
Mandela, divenuto presidente, lo indicò come inno sudafricano nel 1995. Proprio
in questo passaggio Mandela stabilì uno degli elementi simbolicamente più
importanti del suo "magistero". L'inno precedente non venne abolito, il Sudafrica mantenne due inni ufficiali per
un anno, il tempo di scrivere insieme la nuova Costituzione e far diventare
"Nkosi, sikelel' iAfrika" titolo e prima strofa del nuovo inno
nazionale che integra strofe dell'inno precedente, in afrikaans, con strofe in
Zulu, in Sesotho e in inglese. Risolvere
l'ingiustizia non significa rivalersi sugli oppressori, significa
camminare insieme condividendo canti e lingue di ognuno, vivendo una nuova
condizione di fratellanza.
Arrivando
all'aeroporto internazionale di Johannesburg, viaggiatori di tutto il mondo
leggono sulla parete degli arrivi una enorme scritta
in inglese: "Sudafrica: più di 40 lingue locali e nemmeno una parola per
dire straniero. Benvenuti nella nazione dell'arcobaleno".
Non sono slogan forzati. Il percorso vissuto dal Sudafrica è straordinario e
autentico. Il grado di umiliazione e violenza che le "Security Force" imponevano ai neri raggiungeva la perversità
dei crimini nazisti. Ma in quel clima due uomini, Nelson Mandela, la vittima simbolo della segregazione, incarcerato per oltre
vent'anni, e un vescovo anglicano, Desmond Tutu, indicano una via di pace.
Spiegano con pazienza e determinazione che occorre cambiare per camminare
insieme, spiegano che il regolamento di conti più sano è quello della verità e
del perdono. Come ebbe a scrivere Paul Ricoeur, il
diritto è contenuto nel "dire". Solo "dire
la verità" permette riconciliazione e crea "diritto" e, quindi,
giustizia. Tutu ebbe il merito di "insegnare" queste cose sul piano
spirituale guidando la Commissione per la verità e la riconciliazione, che ha
reso pubblico quanto era avvenuto, con confessioni
sofferte e terribili che hanno riconciliato il Paese, anziché alimentarne il
rancore. Mandela percorse quel cammino con le scelte
politiche, includendo e mai escludendo. Con loro un terzo uomo, a volte
dimenticato, Willem de Klerk, ultimo presidente del
Sudafrica razzista, che scelse il negoziato con l'Anc
ed evitò il bagno di sangue che molti ancora, tra le "Security Force", cercavano. Con loro il Paese costruì la pace.
Oggi il Sudafrica
esercita un ruolo di guida economica e politica in Africa. Le tensioni razziali
a volte riaffiorano, ma il loro rumore è più forte della loro consistenza. E un
nuovo presidente, Jacob Zuma, guida con autorevolezza il Paese. Certo la sua
figura all'estero suscita perplessità e qualche sorriso. Secondo la cultura
zulu, alla quale orgogliosamente appartiene, è poligamo. È stato indagato più
volte per corruzione e persino per stupro, ma le accuse si sono rivelate
sostanzialmente infondate. Ha confessato candidamente di non temere l'Aids
perché si fa la doccia con frequenza, suscitando le ire di chi è impegnato
nella prevenzione. Molti all'estero prevedevano un tracollo della sua
presidenza, ma in patria è amato e guida il Paese con un abile stile consensuale
che coinvolge davvero tutte le componenti. In realtà
l'uomo è ridicolo solo agli occhi europei. Agli ex colonizzatori, che ridono
quando vedono Zuma in costume leopardato durante le cerimonie zulu,
bisognerebbe chiedere che effetto credono faccia la loro
regina quando festeggia solennemente il compleanno in una data che non è la sua
o, bardata in ermellino, legge senza vergogna discorsi al Parlamento nei quali
non può nemmeno introdurre una virgola.
Il Sudafrica vive
i Mondiali come una consacrazione internazionale definitiva. Ma
non ne ha bisogno. Molte Commissioni per la verità e la riconciliazione sono
state create nel mondo, soprattutto in America Latina, sull'esempio di quella
sudafricana. Il Sudafrica ha dato alla storia etica e politica del mondo un
contributo epocale. Ricordiamocene quando vedremo in
questi giorni i tifosi soffiare nelle loro "vuvuzela"
e cantare ancora una volta "Nkosi sikelela, Thina lusapholwayo".
RICCARDO MORO
Fuga dalla realtà? I problemi dell'Africa e lo spettacolo sportivo
Per un mese si
parlerà un po' in tutto il mondo di Mondiali di calcio e di poco altro. Tutte
le tifoserie nazionali sono ormai in fibrillazione. Ma
soprattutto sono i cinquanta milioni di sudafricani che sembrano impazzire
d'entusiasmo per un campionato del mondo per la prima volta sbarcato in Africa.
In quasi
duecentomila hanno accolto la propria squadra che tornava da un lungo periodo
d'addestramento all'estero. E poiché, dopo i Mondiali in Sudafrica, tutto
sembra possibile, nella fantasia nazionale si dà quasi per ovvio che, dopo aver
ospitato la competizione, ora la si può e la si deve
anche vincere.
Lo sport è sempre
stato una grande passione della cultura nera, che in passato vedeva nel
campione sportivo l'unico eroe della sua gente che poteva essere miracolato dal
successo. Perfino Mandela, l'ex pugile, nei suoi diecimila giorni di prigionia
non smise mai di fare ginnastica nella cella di tre metri per due. E se
finalmente il Sudafrica è riuscito a ottenere i Mondiali
lo si deve al lungo lavoro diplomatico del suo ex-presidente Thabo Mbeki, che ha governato il
Paese fino all'anno scorso, ma soprattutto al fascino enorme di quel mito
vivente che è il novantaduenne Mandela, accompagnato in quest'opera di seduzione
dei potenti del calcio mondiale dagli altri premi Nobel sudafricani come
Desmond Tutu e Frederik De Klerk.
Tuttavia, se da un
lato anche i Mondiali sono almeno in parte una sorta di risarcimento
dell'apartheid durata fino a sedici anni fa, bisogna guardarsi da una retorica
caramellosa, corrente soprattutto in questi giorni, figlia del solito buonismo
sportivo e della stessa euforia sudafricana, per cui sembra che i Mondiali non solo entusiasmino, ma risarciscano, aiutino e
quasi guariscano l'Africa da tutte le sue piaghe storiche. La Federazione del
calcio mondiale non è un'opera di beneficenza e nemmeno una pia organizzazione
umanitaria. Sta attenta ai bisogni del pallone più che a quelli del globo,
guarda allo sport e al fair play fra i popoli che lo rendono possibile, ma
anche ai suoi interessi e in buona parte anche ai suoi soldi. Il primo Mondiale
in Africa ha soprattutto lo scopo promozionale di diffondere il calcio nel
continente nero, così come il Mondiale in Corea del Sud e Giappone di otto anni
fa ebbe lo scopo di diffondere il football in Asia, sostituendolo al baseball.
La Fifa è anche
una delle poche multinazionali che non soffre crisi dal punto di vista
economico. Il suo reddito annuale si è quasi raddoppiato negli ultimi dieci
anni, superando il miliardo di dollari. Negli ultimi vent'anni i profitti che
la Fifa ricava dalla vendita dei diritti televisivi dei Mondiali si sono
moltiplicati per venti, superando ampiamente questa volta i due miliardi di
dollari.
E bisogna
purtroppo aggiungere che la Fifa, come i greci antichi, deve fare paura anche
quando fa regali. Per ottenere i Mondiali
il Sudafrica ha dovuto costruire ben cinque stadi nuovi. Uno solo di
essi, quello del Capo, è costato 440 milioni di euro. Quando fra meno di un
mese lo sballo dei Mondiali sarà passato e questi stadi rimarranno
sottoutilizzati per l'eternità avranno sempre un costo
di manutenzione che è stato calcolato in quindici milioni di euro l'anno. Il
valore di un euro per un sudafricano non è quello che possiamo dargli in
Europa. Noi con due euro non compriamo nemmeno un pacchetto di sigarette; in
Sudafrica due euro sono l'equivalente del reddito medio giornaliero di quattro
persone su dieci. E cinque stadi nuovi di zecca che si aggiungono ai cinque
esistenti sono evidentemente un po' troppi per un Paese che avrebbe bisogno di
almeno sei milioni di abitazioni.
Il Sudafrica spera
di rifarsi almeno in parte con gli introiti del turismo sportivo. Ma anche in questo settore la Fifa ha voluto ridurre la
sovranità sudafricana. Ha in parte assunto la gestione dei soggiorni, si è attribuita il controllo dei marchi e della riproduzione
delle maglie e delle licenze a pagamento della ristorazione nei dintorni degli
stadi, oltre a farsi pagare naturalmente anche dal Sudafrica i salati diritti
televisivi, in gran parte recuperabili solo con le tasse statali. Alla fine,
tutto sommato, si cerca di fare business dentro una realtà fatta in gran parte
di una povertà che esiste, anche se in questi giorni la si
nasconde a chi entra solo negli alberghi e negli stadi. E in fondo si fanno
pagare i grandi sogni di cui la gente ha bisogno per concedersi
nell'immaginazione almeno un mese di ferie dal suo presente.
ROMANELLO CANTINI
Benedetto XVI all’Angelus: “Il sacerdote è un dono per la chiesa e per il
mondo”
“Rendere grazie a
Dio per tutti i benefici che da questo Anno sono
venuti alla Chiesa universale. Nessuno potrà mai misurarli,
ma certamente se ne vedono e ancor più se ne vedranno i frutti”. Così si
è espresso, domenica mattina, Benedetto XVI, prima di guidare la recita
dell’Angelus da piazza San Pietro, facendo riferimento all’Anno Sacerdotale che
si è concluso l’11 giugno scorso. “Qui a Roma – ha
ricordato il Papa – abbiamo vissuto giornate indimenticabili, con la presenza
di oltre quindicimila sacerdoti di ogni parte del mondo”. Per
il Pontefice, “il sacerdote è un dono del cuore di Cristo: un dono per la
Chiesa e per il mondo. Dal cuore del Figlio di Dio, traboccante di
carità, scaturiscono tutti i beni della Chiesa, e in modo particolare trae
origine la vocazione di quegli uomini che, conquistati dal Signore
Gesù, lasciano tutto per dedicarsi interamente al servizio del popolo
cristiano, sull’esempio del Buon Pastore”. Il sacerdote, dunque, “è plasmato
dalla stessa carità di Cristo, quell’amore che spinse Lui a dare
la vita per i suoi amici e anche a perdonare i suoi nemici. Per
questo i sacerdoti sono i primi operai della civiltà dell’amore”. E qui,
ha aggiunto, “penso a tante figure di preti, noti e meno noti,
alcuni elevati all’onore degli altari, altri il cui ricordo rimane indelebile
nei fedeli, magari in una piccola comunità parrocchiale”.
Benedetto XVI ha,
quindi, ricordato il Curato d’Ars san Giovanni Maria Vianney
e don Jerzy Popieluszko.
L’intercessione del primo “ci deve accompagnare ancora di più da ora in
avanti”. “La sua preghiera, il suo ‘Atto di amore’ che tante volte abbiamo
recitato durante l'Anno Sacerdotale, continui ad alimentare il nostro colloquio
con Dio”, è stato l’auspicio del Papa. Di don Popieluszko, proclamato beato domenica
scorsa a Varsavia, il Pontefice ha ricordato: “Ha esercitato il suo
generoso e coraggioso ministero accanto a quanti si impegnavano per la libertà,
per la difesa della vita e la sua dignità. Tale sua opera al
servizio del bene e della verità era un segno di contraddizione per il regime
che governava allora in Polonia”. “L’amore del cuore di Cristo – ha
aggiunto – lo ha portato a dare la vita, e la sua
testimonianza è stata seme di una nuova primavera nella Chiesa e nella
società”. Se guardiamo alla storia, ha osservato il Papa,
“possiamo osservare quante pagine di autentico rinnovamento spirituale e
sociale sono state scritte con l’apporto decisivo di sacerdoti cattolici,
animati soltanto dalla passione per il Vangelo e per l’uomo, per la sua vera
libertà, religiosa e civile. Quante iniziative di
promozione umana integrale sono partite dall’intuizione di un cuore
sacerdotale!”. Infine, ha affidato al Cuore Immacolato di Maria tutti i
sacerdoti del mondo.
Dopo l’Angelus,
Benedetto XVI ha ricordato “con gioia” la
proclamazione di due nuovi beati, entrambi vissuti nel secolo scorso. “Ieri, in
Spagna – ha detto – è stato beatificato Manuel Lozano
Garrido, laico e giornalista; malgrado
la malattia e l’invalidità lavorò con spirito cristiano e con frutto nel campo
della comunicazione sociale. Stamani, invece, in Slovenia, il cardinale Bertone, quale mio legato, ha presieduto la celebrazione
conclusiva del Congresso eucaristico nazionale, nella quale
ha proclamato beato il giovane martire Lojze Grozde”. Egli era “particolarmente devoto dell’Eucaristia,
che alimentava la sua fede incrollabile, la sua capacità di sacrificio per la
salvezza delle anime, il suo apostolato nell’Azione Cattolica per condurre gli
altri giovani a Cristo”. In Lozano Garrido, “i giornalisti – ha aggiunto il Papa nei saluti in
spagnolo – potranno trovare un testimone eloquente del bene che si può fare
quando la penna riflette la grandezza dell’anima e si mette al servizio della
verità e della cause nobili”. Il Pontefice ha anche
dato il benvenuto a Roma alla comunità del Seminario arcidiocesano di Riga,
capitale della Lettonia, e salutato “la Federazione italiana hockey, che
collabora per promuovere lo sport negli oratori italiani”. sir
Il papa "ripensa" il celibato del clero. Per rafforzarlo
È il segno, dice,
che Dio c'è e ci si lascia prendere dalla passione per lui. Per questo è un
grande scandalo e lo si vuol fare sparire. La
trascrizione integrale dell'ultimo intervento di Benedetto XVI sul tema. E di
una sua sorprendente anteprima del 2006 -
di Sandro Magister
ROMA, – A chi si aspettava
un "ripensamento" della regola del celibato del clero latino,
Benedetto XVI è andato incontro. Ma a modo suo.
La sera di giovedì
10 giugno, in piazza San Pietro, nella veglia di chiusura dell'Anno
Sacerdotale, rispondendo a cinque domande di altrettanti preti dei cinque
continenti, papa Joseph Ratzinger ha dedicato una risposta proprio a illustrare
il significato della castità dei sacerdoti. E l'ha fatto in forma originale,
distaccandosi dalla letteratura storica, teologica e spirituale corrente.
La trascrizione
integrale e autenticata della risposta del papa, diffusa dal Vaticano due
giorni dopo e riprodotta più sotto, consente di capire in profondità il suo
ragionamento.
Il celibato – ha
detto il papa – è un'anticipazione "del mondo della risurrezione". È
il segno "che Dio c’è, che Dio c’entra nella mia vita, che posso fondare la mia vita su Cristo, sulla vita
futura".
Per questo – ha
detto ancora – il celibato "è un grande scandalo". Non solo per il
mondo di oggi "in cui Dio non c’entra". Ma
per la stessa cristianità, nella quale "non si pensa più al futuro di Dio
e sembra sufficiente solo il presente di questo mondo".
Basta questo per
capire che un caposaldo di questo pontificato non è l'allentamento del celibato
del clero ma il suo rafforzamento. Strettamente connesso con quella che
Benedetto XVI ha più volte indicato come la "priorità" della sua
missione:
"Nel nostro
tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come
una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al
di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire
agli uomini l'accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha
parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo
[...] in Gesù Cristo crocifisso e risorto".
Così il papa nella
memorabile lettera aperta da lui scritta ai vescovi di tutto il mondo il 10
marzo 2009.
Ma prima ancora, c'è stato un altro importante discorso nel
quale Benedetto XVI ha esplicitamente legato il celibato del clero alla
"priorità" del condurre gli uomini verso Dio, e ha spiegato il perché
di questo legame.
È il discorso che
egli ha rivolto alla curia romana il 22 dicembre 2006, commentando i suoi
viaggi fuori d'Italia di quell'anno.
A proposito del
suo viaggio in Germania di tre mesi prima, quello della celebre lezione di Ratisbona, il papa così esordì:
"Il grande
tema del mio viaggio in Germania era Dio. La Chiesa deve parlare di tante cose: di tutte le
questioni connesse con l’essere uomo, della propria struttura e del proprio
ordinamento e così via. Ma il suo tema vero e – sotto
certi aspetti – unico è 'Dio'. E il grande problema dell’Occidente è la
dimenticanza di Dio: è un oblio che si diffonde. In definitiva, tutti i singoli
problemi possono essere riportati a questa domanda, ne sono convinto. Perciò,
in quel viaggio la mia intenzione principale era di mettere ben in luce il tema
'Dio', memore anche del fatto che in alcune parti della Germania vive una
maggioranza di non-battezzati, per i quali il
cristianesimo e il Dio della fede sembrano cose che appartengono al passato.
"Parlando di
Dio, tocchiamo anche precisamente l'argomento che, nella predicazione terrena
di Gesù, costituiva il suo interesse centrale. Il tema fondamentale di tale
predicazione è il dominio di Dio, il 'Regno di Dio'.
Con ciò non è espresso qualcosa che verrà una volta o l’altra in un futuro
indeterminato. Neppure si intende con ciò quel mondo
migliore che cerchiamo di creare passo passo con le
nostre forze. Nel termine 'Regno di Dio' la parola 'Dio' è un genitivo
soggettivo. Questo significa: Dio non è un’aggiunta al 'Regno',
che forse si potrebbe anche lasciar cadere. Dio è il soggetto. Regno di Dio
vuol dire in realtà: Dio regna. Egli stesso è presente ed è determinante
per gli uomini nel mondo. Egli è il soggetto, e dove manca questo soggetto non resta nulla del messaggio di Gesù. Perciò Gesù
ci dice: il Regno di Dio non viene in modo che si possa, per così dire,
mettersi sul lato della strada ed osservare il suo
arrivo. 'È in mezzo a voi!' (cfr. Lc 17, 20s). Esso
si sviluppa dove viene realizzata la volontà di Dio. È
presente dove vi sono persone che si aprono al suo arrivo e così lasciano che
Dio entri nel mondo. Perciò Gesù è il Regno di Dio in persona: l’uomo nel quale
Dio è in mezzo a noi e attraverso il quale noi possiamo toccare Dio,
avvicinarci a Dio. Dove questo accade, il mondo si
salva".
Detto questo,
Benedetto XVI proseguì legando alla questione di Dio proprio quella del
sacerdozio e del celibato sacerdotale:
"Paolo chiama
Timoteo – e in lui il vescovo e, in genere, il sacerdote – “uomo di Dio” (1 Tim
6, 11). È questo il compito centrale del sacerdote:
portare Dio agli uomini. Certamente può farlo soltanto se egli stesso viene da
Dio, se vive con e da Dio. Ciò è espresso meravigliosamente
in un versetto di un salmo sacerdotale che noi – la vecchia generazione –
abbiamo pronunciato durante l’ammissione allo stato clericale: "Il Signore
è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita” (Sal 16 [15], 5). L’orante-sacerdote di questo salmo
interpreta la sua esistenza a partire dalla forma
della distribuzione del territorio fissata nel Deuteronomio (cfr. 10, 9). Dopo
la presa di possesso della terra ogni tribù ottiene per mezzo del sorteggio la
sua porzione della terra santa e con ciò prende parte al dono promesso al
capostipite Abramo. Solo la tribù di Levi non riceve alcun terreno: la sua
terra è Dio stesso. Questa affermazione aveva
certamente un significato del tutto pratico. I sacerdoti non vivevano, come le
altre tribù, della coltivazione della terra, ma delle offerte. Tuttavia,
l’affermazione va più in profondità. Il vero fondamento della vita del
sacerdote, il suolo della sua esistenza, la terra della sua vita è Dio stesso.
La Chiesa, in questa interpretazione anticotestamentaria
dell’esistenza sacerdotale – un’interpretazione che emerge ripetutamente anche
nel salmo 118 [119] – ha visto con ragione la
spiegazione di ciò che significa la missione sacerdotale nella sequela degli
apostoli, nella comunione con Gesù stesso. Il sacerdote può e deve dire anche
oggi con il levita: “Dominus pars hereditatis meae et calicis
mei”; Dio stesso è la mia
parte di terra, il fondamento esterno ed interno della mia esistenza. Questa teocentricità dell’esistenza sacerdotale è necessaria
proprio nel nostro mondo totalmente funzionalistico,
nel quale tutto è fondato su prestazioni calcolabili e verificabili. Il
sacerdote deve veramente conoscere Dio dal di dentro e
portarlo così agli uomini: è questo il servizio prioritario di cui l'umanità di
oggi ha bisogno. Se in una vita sacerdotale si perde questa centralità di Dio,
si svuota passo passo anche lo zelo dell’agire.
Nell’eccesso delle cose esterne manca il centro che dà senso
a tutto e lo riconduce all’unità. Lì manca il fondamento della vita, la
'terra', sulla quale tutto questo può stare e prosperare.
"Il celibato,
che vige per i vescovi in tutta la Chiesa orientale ed
occidentale e, secondo una tradizione che risale a un’epoca vicina a quella
degli apostoli, per i sacerdoti in genere nella Chiesa latina, può essere
compreso e vissuto, in definitiva, solo in base a questa impostazione di fondo.
Le ragioni solamente pragmatiche, il riferimento alla maggiore disponibilità,
non bastano: una tale maggiore disponibilità di tempo potrebbe facilmente
diventare anche una forma di egoismo, che si risparmia
i sacrifici e le fatiche richieste dall’accettarsi e dal sopportarsi a vicenda
nel matrimonio; potrebbe così portare ad un impoverimento spirituale o ad una
durezza di cuore. Il vero fondamento del celibato può essere racchiuso solo
nella frase: 'Dominus pars', tu sei la mia terra. Può
essere solo teocentrico. Non può significare il rimanere privi di amore, ma
deve significare il lasciarsi prendere dalla passione per Dio, ed imparare poi grazie ad un più intimo stare con lui a
servire pure gli uomini.
"Il celibato
deve essere una testimonianza di fede: la fede in Dio diventa concreta in quella forma di vita che solo a partire da Dio ha un senso.
Poggiare la vita su di lui, rinunciando al matrimonio ed
alla famiglia, significa che io accolgo e sperimento Dio come realtà e perciò
posso portarlo agli uomini. Il nostro mondo diventato totalmente positivistico,
in cui Dio entra in gioco tutt’al più come ipotesi, ma
non come realtà concreta, ha bisogno di questo poggiare su Dio nel modo più
concreto e radicale possibile. Ha bisogno della testimonianza per Dio che sta
nella decisione di accogliere Dio come 'terra' su cui si fonda la propria
esistenza.
"Per questo
il celibato è così importante proprio oggi, nel nostro mondo attuale, anche se
il suo adempimento in questa nostra epoca è continuamente minacciato e messo in
questione. Occorre una preparazione accurata durante il cammino verso questo obiettivo; un accompagnamento persistente da parte
del vescovo, di amici sacerdoti e di laici, che sostengano insieme questa
testimonianza sacerdotale. Occorre la preghiera che invoca senza tregua Dio
come il Dio vivente e si appoggia a lui nelle ore di confusione come nelle ore della gioia. In questo modo, contrariamente al 'trend' culturale che cerca di convincerci che non siamo
capaci di prendere tali decisioni, questa testimonianza può essere vissuta e
così, nel nostro mondo, può rimettere in gioco Dio come realtà".
Riletto questo
discorso del dicembre 2006, non stupisce che Benedetto XVI continui tuttora a
dedicare tante energie al clero.
L'indizione
dell'Anno Sacerdotale, la proposta di figure esemplari come il santo Curato d'Ars, il rafforzamento del celibato fanno
parte – nella visione del papa – di un disegno coerentissimo,
che fa tutt'uno con "la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del
successore di Pietro in questo tempo", cioè col "condurre gli uomini
verso Dio". L’espresso on line
15
Il coraggio delle scelte. Intervista con l'arcivescovo di Kirkuk, mons. Louis Sako
“Un Sinodo dei
vescovi per le Chiese in Medio Oriente come quelli per l'Asia o per l'Africa”. Con queste parole mons. Louis Sako,
arcivescovo caldeo di Kirkuk (Iraq), annunciava il
suo proposito di chiedere a Benedetto XVI la convocazione di un’assemblea
speciale dei vescovi per il Medio Oriente. Una proposta che lo stesso
arcivescovo presentò di persona al Papa nel corso della visita ad limina dei vescovi caldei, nel gennaio 2009, e che si concretizzò il 19 settembre successivo con l’annuncio dato
da Benedetto XVI ai patriarchi e agli arcivescovi maggiori orientali. Il tema: “La Chiesa cattolica in Medio Oriente: comunione e
testimonianza". Lo scorso 6 giugno a Cipro, Benedetto XVI ha
consegnato l’“Instrumentum Laboris”. Il SIR ne ha
parlato con mons. Sako.
Cosa pensa di questo “Instrumentum laboris”?
“Un lavoro ben
preparato in quanto si è tenuto conto di tutte le
risposte giunte dal clero, dai religiosi e dai vescovi della regione. Tuttavia,
il testo da solo non basta per garantire l’efficacia e la concretezza del
lavoro sinodale. Ad ottobre alle parole
dell’‘Instrumentum’ potrebbero aggiungersene altre ancora da parte dei vescovi.
Per questo chiedo a tutti di avere il coraggio di parlare chiaro altrimenti non
si va avanti. I problemi descritti nel documento, come per esempio l’emigrazione,
la libertà religiosa, la pace, il dialogo e l’ecumenismo, devono essere
affrontati con coraggio, ricercando iniziative concrete per promuovere, in
primis, la nostra comunione che è debole. Ogni Chiesa lavora
per se stessa”.
Cosa serve alla Chiesa mediorientale per muovere passi avanti?
“Modalità nuove di testimonianza dei valori cristiani. Il
mondo islamico, almeno quello moderato, si attende qualcosa da noi in termini
di una presenza responsabile. Nelle nostre Chiese, e l’‘Istrumentum
laboris’ lo riconosce, la tensione missionaria si è
affievolita. Dobbiamo riaccenderla ma per arrivare a questo risultato occorre
ricercare la comunione e l’unità. Senza di queste non c’è futuro per i
cristiani in Medio Oriente. La Chiesa mediorientale deve rinnovarsi per
testimoniare ai fedeli delle altre religioni i valori evangelici. Serve una pastorale comune, in lingua araba”.
Dal documento
sinodale emerge anche la necessità di un rinnovamento liturgico…
“Abbiamo testi datati secoli che non riescono più a parlare all’uomo di
oggi. I nostri riti devono aiutare a pregare e non essere uno show. I fedeli
vogliono capire e la pastorale deve essere modulata per i giovani, per i
bambini, gli adulti, con linguaggi adeguati. Senza dimenticare la formazione
del clero che, a mio avviso, va rivista. Le nostre sono piccole Chiese che per
vivere devono collaborare, senza cooperazione non c’è futuro. Ma abbiamo paura e così ci stiamo ghettizzando. Non si
tratta di uscire in strada e predicare ma di trovare modi diversi per annunciare
il Vangelo nonostante le difficoltà. Nel Sinodo dovremo anche
parlare di questo”.
In che modo si può
evitare il rischio di ghettizzazione dei cristiani?
“Un modo potrebbe
essere quello di promuovere un maggiore impegno sociale da parte dei nostri
fedeli, di parlare della libertà religiosa, del rispetto dei diritti umani,
della cittadinanza. Le nostre Chiese hanno perso l’impegno verso una causa
comune, che non è solo quella del diritto ma anche
quella della pace e della convivenza. In questo ambito
il dialogo con l'islam e l’ebraismo è fondamentale. Ci sono valori condivisi
nel mondo islamico e in quello ebraico. Le Chiese mediorientali possono,
anch’esse, favorire una giusta soluzione al problema israelo-palestinese.
È importante, quindi, che i cristiani orientali rimangano in questa regione, la
loro fuga all’estero è una perdita notevole per tutta la Chiesa e per l’intera
area mediorientale in quanto elementi di moderazione e
di pluralismo religioso”.
Esodo difficile da
frenare se restano le difficoltà attuali segnalate dal testo sinodale. A
riguardo cosa può aiutare i cristiani a rimanere?
“Credo che sia
importante conoscere bene le loro paure e speranze. Le situazioni sono diverse da Paese a Paese. I nostri
fedeli devono riscoprire la loro fede ed identità, ed
essere consapevoli che la loro vocazione è quella di essere nati qui. L’‘Instrumentum’ lo attesta con chiarezza”.
Il testo parla di
modernità come realtà ambigua, attraente da una parte ma anche immorale. È d’accordo
con questa visione che rischia di stridere con la dimensione etnica delle
Chiese orientali?
“La modernità vuol
dire prendere sul serio i cambiamenti che si stanno verificando nel nostro
villaggio globale, veicolati dalle tante tecnologie
disponibili e delle quali bisogna saper approfittare ma anche governare con
criterio e saggezza. Non bisogna restare prigionieri della memoria e della
storia, ma sfruttare la nuova ricchezza per il vero bene dell’uomo. L’etnicità
delle Chiese potrebbe allora rappresentare un pericolo in
quanto potrebbe portare alcune Chiese a sfociare nel nazionalismo. La
Chiesa, per sua natura, è aperta. L’etnicità, allora, va
intesa come patrimonio culturale e di tradizioni e non come nazionalismo”.
Quale futuro
prospetta per le Chiese mediorientali?
“Di speranza
certamente. Ma con realismo
devo pure dire che se anche dopo questo Sinodo non riprenderemo
il cammino missionario, allora la presenza cristiana è a rischio”. Sir 16
Narducci
a “Radio Rai”: l’episodio di intolleranza non fermi il
dialogo con la Turchia.
L’on. Franco Narducci, intervistato durante la trasmissione “radio
anch’io” di Radio Rai a proposito dell’assassinio di
Mons. Padovese, vescovo di Iskenderun,
in Turchia, avvenuto il 3 giugno scorso, ha affermato che è stato un “episodio
sconvolgente anche per il significato che ha assunto in una provincia
storicamente culla della convivenza pacifica tra le confessioni religiose”.
L’on. Narducci durante l’intervista ha sottolineato che “è necessario fare luce fino in fondo
sull’accaduto, oltre la presunta schizofrenia dell’assasino, per il bene di
tutti” convinto anche che il “Governo turco farà ogni sforzo per accertare la
verità dei fatti”.
Narducci riprendendo le parole di Benedetto XVI ha detto che
“questo fatto non deve oscurare il dialogo”, infatti
secondo le parole del deputato del PD “ciò sarebbe contrario all’insegnamento
di mons. Padovese ed anche di don Andrea Santoro,
uomini testimoni veri di quella fede che, vissuta in pienezza, porta
all’incontro con l’altro, al dialogo e a superare ogni forma di intolleranza”.
In questo senso “se da una parte è preoccupante la
presenza di sacche di intolleranza in Turchia -ha affermato Narducci
- allo stesso tempo bisogna accelerare il processo di avvicinamento all’Unione
europea della Turchia stessa, isolando quanti lavorano per una islamizzazione
integralista del grande Paese, porta dell’Asia”. De.it.press
La regola suprema. Il discorso del Papa al convegno della diocesi di Roma
Benedetto XVI ha aperto i lavori del convegno diocesano di Roma, che
ha per tema “Eucaristia domenicale e testimonianza della carità”. “La fede – ha
detto il Papa – non può mai essere presupposta, perché ogni generazione ha
bisogno di ricevere questo dono mediante l’annuncio del Vangelo e di conoscere
la verità che Cristo ci ha rivelato. La Chiesa, pertanto, è sempre impegnata a
proporre a tutti il deposito della fede; in esso è contenuta anche la dottrina
sull’Eucaristia”, che “oggi purtroppo non è sufficientemente compresa
nel suo valore profondo e nella sua importanza per l’esistenza dei credenti. Per questo è importante che una conoscenza più approfondita del
mistero del Corpo e del Sangue del Signore sia avvertita come un’esigenza dalle
diverse comunità cristiane di Roma”.
Un’unica famiglia.
“Nello spirito missionario che vogliamo alimentare – ha evidenziato il
Pontefice –, è necessario che si diffonda l’impegno di annunciare tale fede
eucaristica, perché ogni uomo incontri Gesù Cristo che ci ha rivelato il Dio
‘vicino’, amico dell’umanità, e di testimoniarla con una eloquente
vita di carità”. Secondo il Papa, “la Santa Messa, celebrata nel rispetto delle
norme liturgiche e con un’adeguata valorizzazione della ricchezza dei segni e
dei gesti, favorisce e promuove la crescita della fede eucaristica”. Il Santo
Padre ha quindi rivolto un invito a “riscoprire la fecondità dell’adorazione
eucaristica” per “portare molto frutto” ed “evitare
che la nostra azione apostolica si riduca a uno sterile attivismo, ma sia
invece testimonianza dell’amore di Dio”. È l’Eucaristia, ha ricordato Benedetto
XVI, che “trasforma un semplice gruppo di persone in comunità ecclesiale:
l’Eucaristia fa la Chiesa”. È dunque “fondamentale che la celebrazione della
Santa Messa sia effettivamente il culmine, la ‘struttura portante’
della vita di ogni comunità parrocchiale”. Nutrendoci di
Cristo, ha osservato il Pontefice, “siamo liberati dai vincoli
dell’individualismo e, per mezzo della comunione con Lui, diventiamo una cosa
sola, il suo Corpo mistico. Vengono così
superate le differenze dovute alla professione, al ceto, alla nazionalità,
perché ci scopriamo membri di un’unica grande famiglia, quella dei figli di
Dio, nella quale a ciascuno è donata una grazia particolare per l’utilità
comune”.
Il linguaggio
dell’amore. Per il Santo Padre, “il mondo e gli uomini non hanno bisogno di una ulteriore aggregazione sociale, ma della Chiesa, che è
in Cristo come un sacramento, ‘cioè segno e strumento dell’intima unione con
Dio e dell’unità di tutto il genere umano’, chiamata
a far risplendere su tutte le genti la luce del Signore risorto”. A giudizio di
Benedetto XVI, “quando riceviamo Cristo, l’amore di Dio si espande nel nostro
intimo, modifica radicalmente il nostro cuore e ci rende capaci di gesti che,
per la forza diffusiva del bene, possono trasformare la vita di coloro che ci sono accanto”. “La carità – ha spiegato – è in
grado di generare un cambiamento autentico e permanente della società, agendo
nei cuori e nelle menti degli uomini”. Dunque, “la
testimonianza della carità per il discepolo di Gesù non è un sentimento
passeggero, ma al contrario è ciò che plasma la vita in ogni circostanza”. Di qui l’incoraggiamento “a impegnarsi nel delicato e fondamentale
campo dell’educazione alla carità, come dimensione permanente della vita personale
e comunitaria”. Roma, ha affermato il Papa, “chiede ai
discepoli di Gesù, con un rinnovato annuncio del Vangelo, una più chiara e
limpida testimonianza della carità. È con il
linguaggio dell’amore, desideroso del bene integrale dell’uomo, che la Chiesa
parla agli abitanti di Roma”. Nella capitale sono vari i “luoghi dove la carità è vissuta in modo intenso”. Di qui la
gratitudine per “quanti si impegnano nelle diverse
strutture caritative, per la dedizione e la generosità con le quali servono i
poveri e gli emarginati”.
Gesti di
condivisione. “I bisogni e le povertà di tanti uomini e donne ci interpellano
profondamente: è Cristo stesso che ogni giorno, nei poveri, ci chiede di essere
sfamato e dissetato, visitato negli ospedali e nelle carceri, accolto e
vestito”, ha avvertito Benedetto XVI. “L’Eucaristia celebrata
– ha sostenuto – ci impone e al tempo stesso ci rende capaci di diventare a
nostra volta pane spezzato per i fratelli, venendo incontro alle loro esigenze
e donando noi stessi. Per questo una celebrazione eucaristica che non
conduce ad incontrare gli uomini lì dove essi vivono,
lavorano e soffrono, per portare loro l’amore di Dio non manifesta la verità
che racchiude”. I gesti di condivisione “creano comunione, rinnovano il tessuto
delle relazioni interpersonali, improntandole alla gratuità e al dono, e
permettono la costruzione della civiltà dell’amore”. “In un tempo come il
presente di crisi economica e sociale – è stata l’esortazione –, siamo solidali
con coloro che vivono nell’indigenza per offrire a
tutti la speranza di un domani migliore e degno dell’uomo”. Infine, un invito
ai giovani a non aver paura di “scegliere l’amore come la regola suprema della
vita”, sia “nel sacerdozio” sia nel “formare famiglie cristiane che vivono
l’amore fedele, indissolubile e aperto alla vita!”. Sir 15
Immigrazione. Mons. Miccichè: “Europa riscopra la sua anima accogliente”
Valderice/Trapani. “L’Europa dovrebbe riscoprire la sua anima
accogliente e i singoli Stati affacciati sul Mediterraneo
dovrebbero porsi in una prospettiva meno egoistica e più solidale nei confronti
degli immigrati”: lo ha detto mercoledì pomeriggio mons. Francesco Miccichè,
vescovo di Trapani, aprendo a Valderice (Trapani) il Migramed Forum-2010. L’iniziativa, organizzata dal
Coordinamento nazionale immigrazione di Caritas italiana in collaborazione con
la delegazione regionale delle Caritas della Sicilia, riunisce fino al 18
giugno una ottantina di delegati delle Caritas di
tutta Italia e i rappresentanti delle Caritas di Libia, Algeria, Tunisia,
Turchia, Marocco, Libano, con l’intento di stilare, al termine del convegno, la
cosiddetta “La Carta di Trapani”. Mons. Miccichè ha precisato al SIR che
“l’Unione europea dovrebbe trovare un modo univoco per affrontare il problema
dei respingimenti nel Mediterraneo, magari cercando una soluzione nei Paesi di
provenienza dei tanti migranti che fuggono da situazioni di guerra, fame,
persecuzione”. “Non sarebbe male – ha osservato –, tramite gli Stati e le loro
rappresentanze all’estero, trovare un modo per garantire a queste persone di
essere identificate ed accontentate nella loro
richiesta di ottenere asilo in Italia, per evitare le ‘carrette del mare’ e
tante sofferenze durante i viaggi in balìa dei trafficanti”. “Come
siciliani – ha proseguito il vescovo di Trapani – abbiamo sempre aperto le
porte all’altro e sempre considerato l’accoglienza come un valore. Per questo non abbiamo mai percepito, sul nostro territorio,
l’immigrazione come un problema”. Il centro della Caritas di Trapani che
ospitava fino a 300 immigrati nei periodi di “emergenza sbarchi”, accoglie ora
solo una dozzina di persone. Molti ex-ospiti, soprattutto africani, hanno un
lavoro regolare, insieme a italiani in difficoltà, nelle strutture gestite
dalle cooperative promosse dalla Caritas diocesana, riconvertite per il
turismo. “Ma questo non significa che siamo favorevoli alla
politica dei respingimenti in mare – ha precisato don Sergio Librizzi, direttore della Caritas di Trapani e delegato
regionale delle Caritas della Sicilia -. Anzi, ci preoccupano molto le
notizie terribili che arrivano dall’Africa, di persone che muoiono nel deserto.
Dobbiamo capire le reali cause di questo esodo ed
agire di conseguenza”. Don Librizzi fa anche parte
della Commissione territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato.
Insieme a Francesco Tortorici,
presidente della Commissione, hanno raccontato le storie e le difficoltà di chi
fugge da situazioni drammatiche.
CEI: catechesi - La vita dell'altro. La "lectio magistralis"
del card. Bagnasco
“La passione
educativa che Gesù mostra in ogni suo incontro non può essere compresa
altrimenti che a partire dal suo amore, dal suo amore
per la vita, per la vita di tutti gli uomini”. Lo ha
detto il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nella “lectio magistralis” tenuta il 15 giugno, al convegno dell’Ufficio
catechistico della Cei, in corso a Bologna (fino al 17 giugno). “Ogni atto
educativo non può avere altra sorgente che l’amore”, ha proseguito il
cardinale, e “la Chiesa, scegliendo di riflettere sul compito dell’educazione,
non ha altra motivazione che l’amore per la vita che ha appreso dal suo Signore.
Si educa perché si ritiene la vita dell’altro meritevole di attenzione, di
cura, perché la si ritiene preziosa, più preziosa
addirittura della propria”. Per il card. Bagnasco, “la riscoperta dei
fondamenti di una educazione è anelito di tanti,
dentro e fuori la Chiesa”, come dimostra “il consenso che si è spontaneamente
creato nel nostro Paese sul tema dell’educazione”, ad esempio in “numerosi
interventi della stampa laica”. Le famiglie, da parte loro, “dichiarano di aver
spesso smarrito i punti di riferimento educativi”, e “lo smarrimento, il
timore, a volte anche la paura di educare” riguarda
anche la scuola, “incapace di scommettere sulla passione e la qualità
dell’educazione”.
Genitori e figli.
“I catechisti, di cui voi siete i responsabili nelle diverse diocesi, sono
un’importante testimonianza dell’amore che la Chiesa ha per la vita”, ha
proseguito il cardinale, secondo il quale “è tramite
il loro servizio che i genitori comprendono di non essere abbandonati dalla
Chiesa quando si trovano a misurarsi con la crescita dei loro figli, bensì
trovano al loro fianco tutto il popolo di Dio che li sostiene nella loro
missione”. “Noi siamo preoccupati – ha affermato il presidente della Cei – del
tenue legame che può esistere tra le famiglie e la Chiesa, ma dobbiamo imparare
ad essere ancor più preoccupati del legame stesso dei
genitori con i loro figli”. Tutto ciò, a partire dalla
consapevolezza che “le famiglie, spesso silenziosamente come ai tempi di Gesù,
domandano oggi un sostegno educativo, desiderano maturare punti di riferimento
per non scoraggiarsi nella loro missione e per non essere travolte dalla
mentalità corrente”. Da qui l’importanza dell’attuale decennio pastorale della
Cei, dedicato all’educazione, per ribadire che “una
delle responsabilità più importanti degli adulti – genitori, catechisti,
l’insieme della società civile – è precisamente quella di trasmettere la vita,
la cultura, i valori, la fede che abbiamo ricevuto in dono”.
Figure autorevoli.
“La società italiana nel suo insieme – ha affermato il presidente della Cei –
ha bisogno di figure autorevoli di genitori, di docenti, di catechisti, di
laici, capaci di porsi come punti di riferimento nel difficile compito
educativo”. Secondo il cardinale, “è palpabile l’attesa di persone preparate ed appassionate che svolgano con grande senso di
responsabilità la loro missione”, e il compito della catechesi consiste nel
“formare” alla fede, non nel presupporla, senza spaventarsi che “il confine tra
primo annuncio e catechesi dell’iniziazione cristiana sia oggi così labile”.
“La fede non può nascere e svilupparsi semplicemente come auto-maturazione o
auto-formazione dell’uomo”, ha ammonito il cardinale, facendo notare che
“proprio nella maturazione delle relazioni più importanti l’uomo ha bisogno dell’autorità”.
Il rapporto educativo è infatti caratterizzato “da una
asimmetria”, in virtù della quale, ad esempio, i genitori non hanno
semplicemente generato i figli, “ma sono all’origine della loro maturazione,
avendoli accompagnati nella loro crescita”.
Le critiche alla Chiesa… “Da un lato la fede, pur essendo profondamente
presente nel popolo italiano è, al contempo, anche
avversata con una critica, come è stato notato da attenti analisti anche laici,
che non mira semplicemente a questo o quell’aspetto odierno della Chiesa, ma la
pone in discussione fin nei suoi fondamenti, a partire dalla stessa messa in
discussione della rilevanza della questione di Dio, dell’opportunità che di lui
si parli nella sfera pubblica”. È l’analisi del card. Bagnasco, che ha fatto
notare che “queste critiche, ma forse ancor più la diffusa ignoranza in
materia, rendono evidente che l’educazione alla fede
deve partire non da argomenti secondari, ma precisamente dai temi più
importanti dell’annuncio cristiano”.
…e la “tradizione italiana”. Senza trascurare, però, la
peculiarità della “tradizione italiana”, che “si caratterizza – e deve
continuare a caratterizzarsi – come compagnia
affidabile, come ambiente in cui maturare la fiducia e l’amore”. Il riferimento
del presidente della Cei è alle parrocchie, agli oratori, alle associazioni e
ai movimenti, ma anche alle attività caritative e alla vita liturgica. M.MICHELA
NICOLAIS
Mettersi in ascolto. "Questione educativa" e iniziazione
cristiana
"L'emergenza
educativa è anche - forse soprattutto - emergenza
catechetica". Lo ha detto, il 14 giugno, il card.
Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, portando il
suo saluto ai partecipanti al 44° convegno nazionale dei direttori degli uffici
catechistici diocesani sul tema "La questione educativa nell'iniziazione
cristiana per le nuove generazioni, a 40 anni dal Documento Base Il
rinnovamento della catechesi", organizzato dall'Ufficio catechistico
nazionale, in collaborazione con l'arcidiocesi di Bologna. Ai lavori, che proseguiranno
fino al 17 giugno, partecipano circa 300 persone, in rappresentanza di 140
diocesi. Secondo il porporato, "l'emergenza educativa ha la sua principale
radice nella separazione, ormai in Occidente consumata, fra l'io e la verità:
più precisamente tra l'affermazione della verità senza l'io e viceversa
l'affermazione dell'io senza verità". Tradotto in
termini catechetici, "questa divisione - fatale per il destino eterno
dell'uomo - significa la sottovalutazione della dimensione veritativa della
fede in ordine all'edificazione del soggetto
cristiano". Insomma, "ciò che si pensa non è di decisiva importanza
per l'edificazione di se stessi in Cristo".
Questioni aperte.
"Riformulare la parola educazione, che oggi a
volte risulta una parola imbarazzante e perfino provocatoria". A lanciare
l'invito è stato il 14 giugno mons. Marcello Semeraro, presidente della
Commissione Cei per la dottrina della fede, l'annuncio e la catechesi. I 40 anni dalla pubblicazione del Documento di base "Il
rinnovamento della catechesi", secondo mons. Semeraro, "invitano a
riconsiderare l'impegno catechistico in Italia nel lungo periodo", a
partire da "alcune questioni aperte", fra cui "il rapporto con
la cultura, la necessità di elaborare nuovi itinerari di fede, il bisogno di
una nuova attenzione ai giovani e agli adulti, la prospettiva della pastorale
integrata". "La parola educazione - ha detto
il vescovo - crea ansia nelle famiglie, negli insegnanti, e così si preferisce
sostituirla con sinonimi come apprendimento, istruzione, abilitazione…".
Al contrario, "l'educazione è una questione di senso e
di significato, fa parte di noi. Siamo intessuti di
educazione, e ciò c'impone di riflettere sul senso dell'educare", in
sintonia con gli Orientamenti pastorali di questo decennio.
Il primato della
comunità educante. "Non è concepibile una comunità cristiana senza
catechesi, così non è pensabile una catechesi senza il
contributo di tutta la comunità". Lo ha detto
Paola Bignardi, membro del Comitato di redazione Editrice La Scuola e membro
del Comitato Cei per il progetto culturale, il 14 giugno. "La qualità
umana, cristiana e sociale della comunità cristiana appare decisiva": di
qui la necessità di chiederci quale immagine diamo di
noi stessi", a partire dalla consapevolezza che "cresce la distanza
tra quanti operano nella pastorale e quei cristiani che giocano la loro
testimonianza nei vari ambiti della difficile realtà secolare". In questo
modo, ha sottolineato Bignardi, "cresce la
distanza tra la comunità cristiana dalla vita, dalla concretezza del vivere di
ogni giorno. La mancanza di ascolto genera mancanza di
empatia, e la comunità cristiana fatica a mettersi in relazione col mondo di
oggi". Tra gli "aspetti cruciali" che
la comunità cristiana deve tener presente per invertire questa tendenza,
Bignardi ha citato lo "sperimentarsi nella cura dei rapporti tra le
persone, per costruire un mondo a misura della dignità di ogni persona. Comunità fredde non possono essere strumento dell'amore di
Dio".
Primo oggetto di
"missione" in parrocchia. "Bisognerebbe che ogni bambino che
accede al catechismo in parrocchia percepisse di avere incontrato lì una nuova
'casa comune', una comunità concreta di appartenenza possibile, di adulti e di
giovani adolescenti, uno spazio educativo che gli si offre come comunità
concreta di appartenenza possibile". Lo ha detto
Maria Teresa Moscato, docente di pedagogia all'Università di Bologna, il 15
giugno. "Oggi a una parrocchia urbana - ha proseguito la docente - può
essere chiesta di fatto la stessa vocazione missionaria
di uno sperduto avamposto nel deserto, e paradossalmente l'educazione, che è la
più basilare forma di promozione umana, diventa il primo oggetto di
missione". Di fronte a "nuove generazioni abbandonate di fatto a se stesse", è la tesi di Moscato, "la
più elementare delle catechesi religiose può offrire un supporto educativo
essenziale per i soggetti tanto giovani". "Nelle relazioni che
s'instaurano con i bambini - ha aggiunto - e a maggior motivo quando i bambini
hanno già sperimentato dei vissuti di perdita e di fiducia tradita, l'educatore
deve comprendere che solo ottenendo fiducia per l'adulto si potranno
accompagnare i bambini a ritrovare fiducia in se stessi".
Iniziazione
cristiana come "stile di vita alternativo". "A fronte di alcuni
aspetti enfatizzati dalla società attuale, quella della competizione anziché
della solidarietà, della priorità dell'interesse privato su quello pubblico e
dell'accumulazione anziché della condivisione, quella del relativismo rispetto
alla possibile verità, il tempo dell'iniziazione cristiana potrebbe costituire
una preziosa opportunità per far maturare nelle nuove generazioni atteggiamenti
e stili di vita diversi, alternativi". Ne è convinta suor Cettina Cacciato, docente alla Pontificia Facoltà di
scienze dell'educazione "Auxilium" di Roma,
intervenuta il 15 giugno. Per la religiosa, nella catechesi "il
riferimento al paradigma catecumenale intende aiutare a superare la prassi che
riduce l'iniziazione cristiana dei ragazzi alla sola istruzione in vista della
ricezione dei sacramenti". MICHELA NICOLAIS
Mons. Padovese
- Il definitivo messaggio. Milano: i funerali del vicario di Anatolia
Alle 10.15 di
lunedì il feretro di mons. Luigi Padovese ha fatto il
suo ingresso nel Duomo di Milano. Ad accompagnarlo, a piedi, 4
confratelli dell'ordine dei cappuccini mentre in Duomo hanno portato la bara,
semplice, in legno chiaro uomini della polizia di Stato. Ad attendere
all’interno la salma del vicario apostolico di Anatolia, ucciso il 3 giugno a Iskenderun, 5.000 fedeli, 40
vescovi e 300 sacerdoti. Molte anche le autorità presenti. Il rito è stato
introdotto dalla lettura, da parte di mons. Giuseppe Bertello,
nunzio apostolico in Italia, di un telegramma di cordoglio di
Benedetto XVI. Nel messaggio, firmato dal segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, il Papa, “profondamente addolorato”, raccomanda
“l’anima nobile di questo amato pastore all’infinita
misericordia di Dio” e rende grazie “per la sua generosa testimonianza al
Vangelo ed il suo fermo impegno per il dialogo e per la riconciliazione che ha
caratterizzato la sua vita sacerdotale ed il suo ministero episcopale”.
“Non un sacrificio
vano”. Le esequie sono state presiedute dall’arcivescovo di Milano, card.
Dionigi Tettamanzi, che nell’omelia ha parlato della morte di mons. Padovese come di “una morte che porterà frutto. Come il chicco di grano che, caduto in terra muore e germoglia,
così è stata la vita di padre Luigi”. “Vero discepolo di Cristo, anche
il vescovo Luigi – ha detto il card. Tettamanzi – ha dato il suo corpo e ha
stretto un’alleanza nel suo sangue, offrendo tutto se stesso per l’annuncio del
Vangelo e per la vita di coloro che gli erano stati affidati”. “In questa terra
turca, che aveva tanto studiato, mons. Padovese ha
voluto inserirsi e lasciarsi macerare, amando questo nobile popolo. Padre Luigi si è fatto chicco di grano diventando guida della
Chiesa di Anatolia, una Chiesa di minoranza, spesso sofferente e provata”, ha
aggiunto l’arcivescovo di Milano che ha voluto ricordare anche l’intensa “attività
di dialogo” del pastore di origine ambrosiana. “Padre Luigi è stato
chicco di grano, che silenziosamente porta frutto, nei suoi incessanti sforzi
di costruire spazi di dialogo e di incontro tra
culture, tra religioni, tra gli stessi cristiani. Ogni uomo di buona volontà
riconosce in questo vescovo mite e sapiente un vero costruttore di pace e di
riconciliazione, a partire dal rispetto reciproco e
dall’accoglienza fraterna”. Il corpo e il sangue di mons. Padovese,
ha sottolineato il card. Tettamanzi, “sono davvero
caduti sulla terra di Turchia e, pur nel dolore e nelle lacrime, ci appaiono
per quello che sono davvero: non più segni di una vita strappata da violenza
insensata e tragica, ma offerta viva di sé. Il corpo dato e
il sangue versato non sono sacrificio vano”. Un ultimo pensiero
l'arcivescovo lo ha rivolto “ai fratelli della Chiesa
turca”: “Da oggi la Chiesa di Milano si sente legata a voi in modo ancora più
profondo e particolare. Vogliamo raccogliere il lamento, che si leva da voi e
dalla vostra terra. Vogliamo, come Chiesa ambrosiana, insieme
a tutte le comunità cristiane, accogliere e affrontare la sfida di essere
sempre più coscienti della nostra identità cristiana perché da questa morte
così cruenta possa rimanere un messaggio per tutta la Chiesa: la speranza è la
parola di vita che possiamo riascoltare da padre Luigi, come il definitivo
messaggio che ci viene dal suo corpo dato e dal suo sangue versato su quel
piccolo lembo di terra turca”.
Fino all’effusione
del sangue. Prima della benedizione finale, ha preso la parola mons. Ruggero
Franceschini, successore di mons. Padovese al
Vicariato apostolico di Anatolia. “Chi ha testimoniato il suo
sangue non ha bisogno di parole e neanche di miracoli – ha affermato – hanno
ucciso il pastore buono. Partito da questa città si
era fatto pellegrino dello spirito e della mente, fino a diventare uno dei più
competenti esperti sulla vita e le opere dei Padri della Chiesa vissuti
nell'attuale Turchia”. Mons. Franceschini ha avuto parole di conforto
anche per la Chiesa turca: “La piccola Chiesa rimasta in Anatolia anche se di
tradizione apostolica è troppo giovane per superare da
sola una tragedia simile, troppo fragile per fronteggiare il male che l'ha
colpita, troppo povera per trovare in se stessa le risorse per continuare a
sperare almeno di esistere”. Da qui la richiesta che le Chiese sorelle diano
alla Turchia “vocazioni: sacerdoti, religiosi e religiose,
per una missione difficilissima, senza sconti e senza compromessi, non voglio
ingannare nessuno davanti a questa bara. Venite a vivere il
Vangelo, venite ad aiutarci a vivere, semplicemente”. Un appello il
vescovo lo ha lanciato ai media: “Tenete aperta una
finestra su questa terra e sul dolore della Chiesa che la abita, siate la voce
di chi non ha nemmeno la libertà di gridare la propria pena”. Un messaggio di
cordoglio è giunto anche dal card. Péter Erd?, arcivescovo di Esztergom-Budapest e presidente del Consiglio delle
Conferenze episcopali d’Europa (Ccee), il quale ha
descritto mons. Padovese come “un uomo umile e
magnanimo, un uomo di dialogo e di pace, che ha sempre mostrato apertura,
amicizia e generosità anche verso coloro che non condividevano la sua fede. Come vescovo e presidente della Conferenza episcopale della Turchia
era pastore premuroso e fedele fino all’effusione del sangue”. sir
Einer aktuellen Studie zufolge wird der
Fußballweltmeisterschafts-Erfolg umso wahrscheinlicher, je größer der
Katholikenanteil in einem Land ausfällt. Man denke hierbei an die Rekordhalter
Brasilien oder Italien. Auf der anderen Seite vermag die Korrelation so hoch
nun auch wieder nicht auszufallen, sonst müsste ja der Vatikan
Rekordweltmeister sein. Das sagte Roland Loy dem „Rheinischen Merkur“ vergangene
Woche. Loy war Berater Franz Beckenbauers beim Titelgewinn 1990 in Italien.
Zwar ist der Vatikan nicht bei der WM dabei, dennoch gibt es hinter den
vatikanischen Mauern Fußballexperten in Hülle und Fülle.
Bertone
für Italien - Unsere Kollegen von der italienischen Zeitschrift „Panorama“
haben mal genauer nachgeforscht. Der wohl fußballverückteste
Kurienmann ist zweifellos Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone.
Als er noch Erzbischof von Genua war, kommentierte er ab und an im
italienischen Fernsehen Fußballspiele. Er gilt als alter Juventus-Turin-Fan.
Fast die Hälfte der italienischen Nationalmannschaft sind Spieler jener
norditalienischen Mannschaft. Sein Fußballherz schlägt eindeutig für Italien.
Etchegaray
für Frankreich - Der ehemalige Vatikan-Diplomat, Kardinal Roger Etchegaray, ist ein großer Frankreich-Fan. Früher sah er
sich alle Spiele seiner Nationalmannschaft im Fernsehen an. Als 87-jähriger
kümmere er sich weniger um Fußball, sagt er mittlerweile. Es sei für ihn die
Zeit gekommen, an Fußballaustragungen im Himmel zu denken, so der französische
Kardinal.
Rodé
für Slowenien - Der Präfekt für die Institute des gottgeweihten Lebens,
Kardinal Franc Rodé, ist glücklich, dass seine
Nationalmannschaft bei der WM in Südafrika dabei ist. Slowenien ist nämlich
erst zum zweiten Mal präsent. Kardinal Rodé kennt
seine Mannschaft gut: Der Star der Slowenen sei klar die Mannschaft. Jeder
kämpfe für jeden. Die Mannschaft sei eine klare Einheit und als solche stark,
so Rodé. Mit dieser Stärke besiegten die Slowenen
übrigens bereits auch stärkere Teams, wie Russland im entscheidenden
WM-Relegationsspiel für die WM-Endrunde in Südafrika.
Fox Napier für Südafrika - Als
Gastgeber gilt Kardinal Wilfrid Fox Napier: Der Erzbischof von Durban wird alle
Spiele im TV anschauen. Er ist zuversichtlich, dass die Bafana
Bafana sehr weit kommen werden. Die südafrikanische
Mannschaft bestehe aus guten Kickern, so Kardinal Fox Napier.
P. Funes
hofft auf Argentinien - Der argentinische Stürmerstar Lionel Messi hat auch im Vatikan viele Anhänger. Unter ihnen ist
sein Landsmann Jesuitenpater José Gabriel Funes. Der
Direktor der vatikanischen Sternwarte liebt Fußball. Maradona sei ein guter
Trainer und könne die Spieler sicher gut motivieren.
Monteiro de Castro für Portugal - Der
Sekretär der Bischofskongregation, Erzbischof Manuel Monteiro de Castro, trägt
selber einen Namen, der nach Kickerstar klingt. Der
Portugiese spielte einmal selber Fußball. Seinen größten Triumph erlebte er
aber als Nuntius in Madrid. Da konnte er nämlich seinen Lieblingsspieler
persönlich treffen: Cristiano Ronaldo wurde damals frisch von Manchester United
eingekauft. Wichtig ist dem Kurienmitarbeiter aber, dass alle Spieler bei der
WM korrekt, fair und spielstark auf dem Spielfeld sind. (panorama/rv 16)
Ölkatastrophe: Kirche hilft schon jetzt. "Wir beten für diejenigen, deren Existenz gefährdet ist"
ST. PETERSBURG, FLORIDA - Die
Ölkatastrophe im Golf von Mexiko bedroht viele Bewohner der südöstlichen US-Küstenstaaten
in ihrer wirtschaftlichen Existenz. Bislang ist ungewiss, wie viele weitere
Regionen vom Öl betroffen sein werden. Schon jetzt sind aber kirchliche
Organisationen bereit zu helfen. Die Sozialinitiative der katholischen Bischöfe
der USA, die Catholic Campaign
for Human Development, stellt 300.000 US-Dollar an
Unterstützung für die vom Ölteppich Betroffenen bereit.Das
Geld soll gezielt einkommensschwachen Menschen über die Runden helfen. Allein
die Fischereinunternehmer verlieren Schätzung 2,5 Milliarden
US-Dollar aufgrund des Ölteppichs. Der Präsident der Initiative, Bischof Roger Morin von Biloxi in Mississippi,
betonte, dass die Katastrophe zu schweren menschlichen, ökologischen und
wirtschaftlichen Verlusten führe. „Als Kirche trauern wir um den Verlust des
Lebens. Wir beten für diejenigen, deren Existenz gefährdet ist", sagte der
Bischof.
Mit den Hilfen wolle die Kirche
konkrete Hilfe anbieten, für die notwendigen Aufgaben, die bei der
Unterstützung zur Selbsthilfe der betroffenen Gemeinden anfallen. Es sei ein
deutliches Signal der grundlegenden Sendung der Catholic
Campaign for Human
Development. Erzbischof Gregory Aymond von New
Orleans sagte, in seiner Erzdiözese seien die Menschen für diese Großzügigkeit
dankbar.
Die Sozialeinrichtung unterstütze so
auch die katholische Kirche dabei, „ein Zeichen Christi Mitleids und seiner
Hoffnung" für die Gemeinden, die von der Fischerei leben, zu sein. Die
kirchliche Einrichtung tritt in diesem Fall in Vorleistung, da sich die
Auszahlung finanzieller Entschädigungen noch geraume Zeit hinziehen kann. Auch
weltweite kirchliche Institutionen, wie Caritas International, wollen helfen,
sobald konkrete Anfragen aus den USA vorliegen, wie ein Caritassprecher
auf Anfrage zusicherte.
Am 20. April war die Ölplattform Deepwater Horizon vor der Küste Lousianas wegen menschlicher und technischer Fehler
explodiert und zwei Tage darauf gesunken. Das aus dem Bohrloch austretende Öl
verursacht einer der schwersten Umweltkatastrophen in der Geschichte. Die
US-Regierung verlangt zur Entschädigung die Einrichtung eines Treuhandfonds
Ölkonzern BP, der dafür als Verantwortlicher ausgemacht wurde. (mk, Zenit 16)
Eucharistie und Kirche. Von Bischof Heinz Josef Algermissen
In der Feier der Hl. Eucharistie
begegnen wir dem auferstandenen und in der Kraft seines Geistes gegenwärtigen
Christus selbst. Mit dieser Überzeugung steht oder fällt unser christlicher
Glaube. Ohne diese Glaubensüberzeugung wäre die Feier der Eucharistie nichts
anderes als Totenkult und damit ein weiterer Ausdruck unserer Trauer über die
Macht des Todes in der heutigen Welt.
In der Feier der Eucharistie begegnet
uns aber auch der Auferstandene selbst und ist in seinem Geist gegenwärtig.
Christus ist der eigentliche Vorsteher der eucharistischen Liturgie.
Die Kirche ist deshalb im Kern
Eucharistie. Und von der Eucharistie her wird Kirche immer wieder neu
aufgebaut. Denn die Einheit der vielen Glaubenden in der Gemeinschaft der
Kirche kommt von dem einen eucharistischen Brot und damit von dem einen
Christus her. Christus schenkt uns seinen Leib, damit wir selbst zum Leib
Christi werden. In der Eucharistie gehen wir in das über, was wir empfangen.
Wir empfangen den Leib Christi, um immer deutlicher und glaubwürdiger den Leib
Christi in der Welt darzustellen und zu bilden.
Die Eucharistie wirkt deshalb über den
Abschluss der liturgischen Feier hinaus. In der Leibhaftigkeit, die Christi
Gegenwart in den eucharistischen Gaben angenommen hat, wird die Kirche von Christus
auch weiterhin begleitet. Er geht sozusagen mit ihr auf ihrem Weg in den
Alltag, wie wir es ja bei den Prozessionen zeichenhaft darstellen.
Das katholische Verständnis sieht in
der Feier der Eucharistie und der in ihr dargereichten und empfangenen eucharistischen
Gabe eine Wirklichkeit, die nicht nur persönlich „die Seele mit Gnade erfüllt“,
sondern Kirche konstituiert. Darin schließt es sich an Paulus an, der im
Brechen des einen Brotes und im Teilen des einen Kelches den Leib Christi, also
die Kirche, dargestellt weiß. Die grundlegende Aussage dazu findet sich im 1.
Korintherbrief: „Ist der Kelch des Segens, über den wir den Segen sprechen,
nicht Teilhabe am Blut Christi? Ist das Brot, das wir brechen, nicht Teilhabe
am Leib Christi? Ein Brot ist es, darum sind wir viele ein Leib; denn wir alle
haben teil an dem einen Brot.“ (1 Kor 10, 16f).
Die Gemeinschaft an Leib und Blut
Christi und das Sein und die Einheit der Kirche sind innig verbunden. Ohne
Eucharistie gibt es keine Kirche. Ohne Kirche gibt es keine Eucharistie.
Kirchliche Gemeinschaft und eucharistische Gemeinschaft gehören untrennbar
zusammen.
Darin offenbart sich uns das innerste
Wesen der Kirche. Kirche ist nicht eine Organisation, die Menschen von sich aus
gründen, so wie Gleichgesinnte einen Verein bilden.
Kirche ist vielmehr ein von Gott her durch Jesus Christus eröffneter
Lebensraum, in dem wir - aus Gnade - durch Glaube und Taufe hineingerufen
werden. Niemand kann sich von selbst diese Gemeinschaft einfach erzwingen.
Selbst wenn sich heute ein Erwachsener zur Taufe entschließt und scheinbar aus
eigenem Entschluss in die Kirche eintritt, geht diesem Entschluss ein Anruf,
eine „Berufung“ Gottes voraus. Unser Ja zu Gott und zur Kirche ist immer
Antwort auf Gottes schon zuvor ergangenen Ruf.
Das erklärt auch und daraus ergibt sich
folgerichtig, warum die katholische Kirche an der Überzeugung festhält: Die
volle Teilnahme an der Eucharistie setzt die sakramentale Gemeinschaft der
Kirche voraus. Konkret: Für das Verständnis der katholischen Position in der
Frage der Zulassung von nicht katholischen Christen zum Empfang der Eucharistie
ist die festgehaltene Grundüberzeugung der alten Kirche entscheidend, dass
Kommuniongemeinschaft und Kirchengemeinschaft wesentlich zusammengehören.
Nach katholischem Verständnis ist die
Feier der Eucharistie Darstellung des Wesens der Kirche. Christus schafft sich
in diesem heiligen Zeichen seine Kirche je und je neu. Er sammelt sie in allen
Generationen gleichsam „hinter“ sich, um alle zum Vater zu führen. Wo Getaufte
und an Christus Glaubende, um den geweihten Priester geschart, Eucharistie
feiern, da ist Kirche! Und wo Kirche ist, da wird Eucharistie gefeiert -- „bis
Christus kommen wird in Herrlichkeit“. „Bonifatiusbote“
20
Italien: Trauerfeier für Padovese mit 40 Bischöfen aus Europa
Rund 5.000 Gläubige haben sich am
Montag mit einer Trauerfeier von Bischof Luigi Padovese
verabschiedet. Im Mailänder Dom waren unter ihnen auch 40 Bischöfe aus ganz
Europa. Die Totenmesse für den am 3. Juni im südtürkischen Iskenderun
getöteten 63 Jahre alten Vorsitzenden der türkischen Bischofskonferenz wurde
vom Mailänder Kardinal Dionigi Tettamanzi
geleitet. In seiner Predigt würdigte Tettamanzi den
Kapuziner Padovese als „Freund des Friedens“ und
„Bruder aller Menschen“.
„Er war ein wahrer Brückenbauer der
Versöhnung und des Friedens. Er ging immer vom gegenseitigen Respekt und von
der brüderlichen Aufnahme aus. Sein Leben war ein Weizenkorn, der auf die Erde
gefallen ist und so seinen Dienst als Bischof von Anatolien leitete. Auf dieser
türkischen Erde, die er so tiefgründig studiert hatte, wollte Bischof Padovese seine Früchte bringen, indem er dieses edle Volk
so innig liebte.“
Zugleich bekundete Tettamanzi
die Verbundenheit des Erzbistums Mailand - es ist das größte Europas - mit den
Katholiken in der Türkei. Papst Benedikt XVI. hob in einer während der
Trauerfeier verlesenen Botschaft den unermüdlichen Einsatz Padoveses
für Dialog und Versöhnung hervor.
„Meine Gedanken sind auch auf unsere Geschwistern in der Türkei gerichtet, die so hart
durch die Ermordung ihres Bischofs getroffen sind. Die Kirche Mailands ist ab
heute in besonderer Weise mit diesen Mitchristen verbunden. Wir sind Gott dafür
dankbar, dass die kleine Herde in der Türkei uns immer wieder an die Wurzeln
des Glaubens erinnert.“
Der Heilige Stuhl wurde durch den
früheren Apostolischen Nuntius in der Türkei, Erzbischof Edmond Farhat,
vertreten. Der Vorsitzende des Rates der europäischen Bischofskonferenzen, der
Budapester Kardinal Peter Erdö, hatte in einem
Beileidstelegramm an Tettamanzi betont, dass sich Padovese auch gegenüber Nichtkatholiken stets offen,
großzügig und freundschaftlich gezeigt habe. Der deutsche
Weltkirchen-Erzbischof Ludwig Schick sagte am Rande der Trauerfeierlichkeiten, Padovese sei ein Mensch gewesen, der stets für Integration
eingetreten sei und „mit allen, unabhängig von Rasse, Hautfarbe oder Religion,
gute Beziehungen pflegte“.
Nach der Begräbnisfeier wurde der
Leichnam Padoveses auf seinen ausdrücklichen Wunsch
hin im Grab seiner Familie in Mailand beigesetzt. Die Hintergründe des Mordes
sind weiterhin unklar. Religiöse oder politische Motive wurden von Seiten der
Kirche und des Staates ausgeschlossen. In der vergangenen Woche wurden jedoch
in der Presse auch Zweifel an dieser offiziellen Version des Geschehens
geäußert.
Trauerfeier in Iskenderun
- Die türkischen Katholiken hatten sich schon am vergangenen Montag mit einer
Trauerfeier in Iskenderun von Padovese
verabschiedet. Am Freitag waren die sterblichen Überreste des Apostolischen
Vikars von Anatolien in Italien eingetroffen und auf dem Flughafen
Mailand-Malpensa von einem Kapuzinerpater in Empfang genommen worden.
Anschließend wurde der Leichnam zu einer weiteren Autopsie in ein
gerichtsmedizinisches Institut gebracht.
Am Samstag betraute Papst Benedikt XVI.
den Erzbischof von Izmir, Ruggero Franceschini, mit der vorübergehenden Leitung
des nach Padoveses Tod vakanten Apostolischen
Vikariats von Anatolien. Er ernannte Franceschini zum Apostolischen
Administrator für diesen kirchlichen Verwaltungsbezirk, in dem rund 4.500
Katholiken leben. (kap 14)
Papst Benedikt XVI.: Eucharistie stiftet Gemeinschaft
Die Bedeutung von Eucharistie und
Barmherzigkeit stand im Mittelpunkt des Treffens zwischen Papst Benedikt XVI.
und Vertretern der römischen Diözesankonferenz am Dienstagabend. Bei der
Zusammenkunft in der Lateran-Basilika fand ein Austausch über die
Seelsorgetätigkeit in der Ewigen Stadt statt. Eröffnet wurde das Treffen von
Kardinalvikar Agostino Vallini. Papst Benedikt XVI.
hob in seiner Ansprache an die römischen Diözesanvertreter die Gemeinschaft
stiftende Bedeutung der Eucharistie hervor:
„Die Eucharistie verwandelt eine
einfache Gruppe in eine kirchliche Gemeinschaft: Die Eucharistie schafft die
Kirche. Deshalb ist es grundlegend, dass die Feier der Heiligen Messe der
Höhepunkt und die tragende Struktur des Glaubenslebens einer jeden Diözese
ist.“
Der Papst rief die Priester dazu auf,
die Eucharistie mit „innerer Überzeugung“ zu feiern. In der solchermaßen
erneuerten und gestärkten Glaubensgemeinschaft würden soziale und nationale
Grenzen überwunden, so Benedikt XVI.:
„Denn wir entdecken, dass wir
Mitglieder einer großen Familie sind, Kinder Gottes - wobei jedem einzelnen
eine besondere Gabe zum Wohl aller gegeben ist. Die Welt und die Menschen
brauchen nicht einfach eine weitere soziale Gruppierung, sondern die Kirche.“
Der heute „ungeliebte“ Begriff des
Opfers, die Hingabe und Präsenz Christi im Sakrament der Eucharistie, müsse vor
allem Kindern und Jugendlichen nahe gebracht werden, so der Papst. Er
unterstrich die Wichtigkeit einer Erziehung zur Barmherzigkeit:
„Das Zeugnis der Barmherzigkeit ist für
den Jünger Gottes kein vorübergehendes Gefühl, sondern im Gegenteil das, was
das Leben unter jeder Bedingung prägt. Ich ermutige alle, insbesondere die
Caritas und die Diakone, sich im delikaten und grundlegenden Bereich der
Erziehung zur Barmherzigkeit einzusetzen, dieser bleibenden Dimension des
persönlichen und gemeinschaftlichen Lebens.“
Angesichts von Wirtschaftskrise und
sozialen Problemen sei Solidarität vor allem mit Bedürftigen notwendig, so der
Papst weiter. Es gehe hier um Eucharistie im Alltag und persönliche Hingabe an
die Menschen:
„Eucharistie, die nicht zur Begegnung
mit Menschen an den Orten führt, an denen sie leben, arbeiten und leiden, und
ihnen nicht Gottes Liebe bringt, offenbart nicht ihre Wahrheit.“ (rv 16)
Papst-Stiftung. International ausgerichtet mit jährlich wechselnden Experten
REGENSBURG - Die Universität Regensburg
und die „Joseph Ratzinger Papst Benedikt XVI.-Stiftung" haben den
gemeinsamen Beschluss zur Einrichtung einer Gastprofessur an der Fakultät für
Katholische Theologie der Universität Regensburg gefasst.
Die jährlich an einen Experten zu
vergebende, international ausgerichtete Gastprofessur soll dazu beitragen, die
Theologie im Geiste von Joseph Ratzinger/Papst Benedikt XVI. zu fördern und
sein wissenschaftliches Werk sowie sein spirituelles Erbe zu erschließen und zu
verbreiten.
Heute wurde im Großen Sitzungssaal
innerhalb der Philosophischen Fakultäten auf dem Regensburger Campus während
einer Pressekonferenz von Herrn Prof. Dr. Thomas Strothotte
dem Rektor der Universität Regensburg.
International besetzt, ihrem ehemaligen
Lehrer Professor Joseph Ratzinger in Freundschaft verbunden und mit Blick auf
die zukünftigen Theologengenerationen präsentierte sich im November 2008 in der
Katholischen Akademie in München eine neue Stiftung des
Ratzinger-Schülerkreises, der sich seit der Tübinger Lehrzeit des Papstes
alljährlich trifft. Ihren für die Medien recht langen Namen, verriet damals
Prälat Dr. Michael Hofmann gegenüber ZENIT, verdanke die neue Einrichtung
dem Papst selber.
Der Dekan der Fakultät für Katholische
Theologie der Universität Regensburg, Prof. Dr. Bernhard Laux hat heute Mittag
nun zusammen dem Vorstand der recht jungen „Joseph Ratzinger Papst Benedikt
XVI.-Stiftung" die Initiative zur Einrichtung der Gastprofessur
präsentiert.
Darüber hinaus wurden die sich daraus
ergebenden Chancen und Perspektiven vorgestellt. Zusammen mit Prof. Dr.
Christoph Dohmen vom Lehrstuhl für Exegese und Hermeneutik des Alten Testaments
an der Universität Regensburg, Prof. Dr. Stephan Horn SDS, dem ersten
Vorsitzenden der „Joseph Ratzinger Papst Benedikt XVI.-Stiftung" und OStR Wolfram Schmidt, dem Stellvertretenden Vorsitzender
der „Joseph Ratzinger Papst Benedikt XVI.-Stiftung", stellten sie sich
danach der Presse.
Mittlerweile ist dies nun in
Deutschland die fünfte Einrichtung, die einem solchen Vermächtnis gerecht
werden wollen. Da gibt es neben der der Joseph-Ratzinger/
Papst-Benedikt-XVI.-Stiftung die Benedictus-Stiftung, das Institut Benedikt
XVI. aus Regensburg unter der Führung von Prof. Dr. Vorderholzer und eine
Stiftung, die sich um das Projekt des Geburtshauses von Joseph Ratzinger in Marktl am Inn kümmert. Zenit 16
Türkei. Offiziere wegen Mordplänen gegen Christen vor Gericht
Ein Gerichtsverfahren gegen einen der
höchsten Militärs wäre überall außergewöhnlich. In der Türkei ist es eine
Sensation. In Istanbul muss Admiral Sagdic vor
Gericht und sich als potenzieller Gewalttäter und Umstürzler bezeichnen lassen.
Seine mitangeklagten Untergebenen
erhoben sich von ihren Plätzen, als Admiral Kadir Sagdic,
Kommandant des Südabschnitts der türkischen Kriegsflotte, zu Beginn des
Verfahrens im Saal erschien. Mit einer Handbewegung befahl er ihnen, sich
wieder hinzusetzen. Von Staatsanwälten und Richtern kann Sagdic
nicht so viel Ehrerbietung erwarten. Denn für die Anklage ist Sagdic der Anführer einer Bande, die Morde auf Christen und
Juden plante, um diese anschließend der religiös-konservativen Regierung von
Ministerpräsident Recep Tayyip Erdogan in die Schuhe
zu schieben. Für 15 Jahre sollen die mutmaßlichen Verschwörer ins Gefängnis.
„Kafes“ –
Käfig – nannten Sagdic und seine Komplizen ihren
Aktionsplan, sagt die Staatsanwaltschaft. Die Anklage geht von engen
Verbindungen zwischen der „Kafes“-Bande und dem
Geheimbund Ergenekon aus, dessen Mitglieder wegen der
Planung eines bewaffneten Umsturzes bereits seit Herbst 2008 vor Gericht
stehen.
Auf 65 Seiten beschreiben die Ankläger
nun, was Admiral Sagdic und seine Helfer vorgehabt
haben sollen. Von einer Kampagne gegen religiöse Minderheiten ist die Rede, von
Drohungen gegen Juden und Christen, von Anschlägen auf den Prinzeninseln vor
Istanbul, wo viele Nicht-Muslime wohnen. Prominente Verfechter von Reformen
zugunsten der Minderheiten sollten mit Attentaten aus dem Weg geräumt werden.
Damit sollte Erdogans Regierung diskreditiert werden.
In einem Istanbuler Technik-Museum
wollten die Militärs laut Anklage außerdem eine Bombe in einem ausgestellten
U-Boot zünden – und zwar während eines Besuches von Schulkindern. Auch dieser
Anschlag sollte Erdogan schaden, denn das U-Boot gehörte einmal den türkischen
Streitkräften: Die Bombenexplosion sollte aussehen wie ein Racheakt religiöser
Fanatiker gegen die Armee.
Alles
Lüge, sagen die Angeklagten. Aber die Militärs verhalten sich nicht so, als
wäre ihnen viel an einer raschen Aufklärung der Vorwürfe gelegen. Der Sprengstoff
im U-Boot zum Beispiel wurde kurzerhand von Soldaten abgeholt, als das Komplott
aufflog, und anschließend vernichtet. Die zivile Justiz bekam keine
Gelegenheit, den Sprengsatz untersuchen zu lassen, um etwas über seine Herkunft
zu erfahren.
Schwer wiegen auch Passagen im „Kafes“-Plan, in dem nicht von Vorhaben der Bande die Rede
ist, sondern von bereits verübten Gewalttaten. Morde an Christen in den
vergangenen Jahren werden darin als gelungene „Operationen“ bezeichnet. Erwähnt
werden der Mord an dem katholischen Priester Andrea Santoro im Jahr 2006, der
Tod von drei protestantischen Missionare in Malatya ein Jahr später sowie der
Mord an dem türkisch-armenischen Journalisten Hrant Dink ebenfalls im Jahr 2007.
Möglicherweise bietet das „Kafes“-Verfahren die Gelegenheit, die Frage zu klären, ob
türkische Sicherheitskräfte in die Verbrechen gegen die Christen verwickelt
waren. Was weiß Admiral Sagdic über die Morde an
Santoro, den Missionaren und an Dink? Fethiye Cetin will es herausfinden. Die Anwältin von Dinks Wochenzeitung „Agos“ wurde
am Dienstag zum Auftakt des „Kafes“-Prozesses als
Vertreterin der Nebenklage zugelassen.
Das wäre an einem Militärgericht sicher
nicht passiert. Deshalb beantragte einer der Angeklagten rasch, das gesamte
Verfahren der Militärjustiz zu übergeben, die für schnelle Freisprüche bei
mutmaßlichen Verbrechen von Soldaten bekannt ist. Doch die Istanbuler Richter
lehnten ab. Admiral Sagdic wird sich vor Zivilisten
verantworten müssen. Tsp 16
Papst: „Nuntien sind keine Bürokraten“
Vatikanvertreter sind keine Bürokraten.
Daran erinnerte der Papst an diesem Montag die künftigen Apostolischen Nuntien
bei einem Empfang im Vatikan. Er sprach nämlich vor den Mitgliedern der
Päpstlichen Diplomaten-Akademie. Der Dienst eines Nuntius sei tiefgründig und
eben nicht bürokratisch, so der Papst.
„Als Vertreter des Heiligen Stuhls bei
den Ortskirchen und den weltlichen Behörden müssen die Apostolischen Nuntien
die Normen und Richtlinien der Kirche nicht einfach als Gesetze verbreiten,
sondern als Zeichen der Liebe gegenüber der Kirche verkünden. Deshalb müssen
Vatikan-Diplomaten einen gepflegten Lebensstil an den Tag legen. Das heißt, sie
sollten eine Leidenschaft für die kirchliche Gemeinschaft entwickeln.“
Selbstverständlich zähle auch die Treue
gegenüber dem Papst zu den Qualitäten eines Nuntius. Es gehe in erster Linie
nicht um formale Richtlinien, fügte der Papst aus.
„Meistens stellt man sich die
Diplomatenarbeit als eine Tätigkeit vor, die einzig mit Äußerlichkeiten zu
habe. Doch die Arbeit eines Nuntius besteht gerade darin, persönliche Ansprüche
beiseite zu stellen und einen priesterlichen Dienst auszuüben. Besonders unter
schwierigen Umständen ist es wichtig, die Verbindung mit dem Stuhl Petri und
der Gemeinschaft mit der Kirche herzustellen.“
Hintergrund - Die 1701 gegründete
päpstliche Diplomatenakademie ist ein Ausbildungsinstitut für angehende
Botschafter des Heiligen Stuhls. In einem zweijährigen Aufbaustudiengang werden
die Priester auf ihre künftige Aufgabe als Vatikandiplomat vorbereitet.
Schwerpunkte des Studiums sind Völkerrecht, Diplomatiegeschichte
sowie Fremdsprachen. Ein Ausbildungsjahrgang umfasst rund zehn Kleriker. Seit
dem Wiener Kongress 1815 steht der Apostolische Nuntius im Rang eines
Botschafters. Außerdem vertritt er den Papst bei den jeweiligen
Bischofskonferenzen. Ein Nuntius muss wie jeder Diplomat vom aufnehmenden Staat
akkreditiert werden. Ist der Gesandte des Papstes nicht beim Staatsoberhaupt
oder bei der Regierung des Aufnahmestaates akkreditiert, sondern pflegt nur den
Kontakt zu den kirchlichen Institutionen und Personen, so heißt er
Apostolischer Delegat. (rv 14)
Mixa erwägt Anrufung des Päpstlichen Gerichtshofs
Der emeritierte Augsburger Bischof
Walter Mixa überlegt, die Vorgänge um seinen Rücktritt
vom päpstlichen Gerichtshof untersuchen zu lassen. Der Druck auf ihn sei damals
„wie ein Fegefeuer“ gewesen.
Die katholische Kirche im Bistum
Augsburg kommt auch nach dem Rücktritt des umstrittenen Bischofs Walter Mixa nicht zur Ruhe. Mixa erwägt
jetzt, die Vorgänge um seinen Rücktritt vom päpstlichen Gerichtshof in Rom
untersuchen zu lassen. Das sei ein „ganz guter Gedanke, den ich sehr wohl
erwäge und bedenke“, sagte der 69 Jahre alte Mixa der
Tageszeitung „Die Welt“.
Er bezieht sich dabei auf das Kirchenrecht,
nach dem Handlungen als nicht vorgenommen gelten, sofern sie unter äußerem
Zwang zustande kamen. Einem solchen Zwang fühlte sich Mixa
vor seinem Rücktrittsgesuch ausgesetzt: Der Druck auf ihn sei „wie ein
Fegefeuer“ gewesen, sagte er. Schon mit der Rückkehr in seine Wohnung im
Bischöflichen Palais am vergangenen Samstag hatte Mixa
für neue Unruhe und Unverständnis gesorgt.
„Damit durften die doch nicht den Papst unter
Zugzwang setzen“
Mixa
hatte am 21. April nach Prügelvorwürfen ehemaliger Heimkinder und Vorwürfen
einer Zweckentfremdung von Stiftungsgeldern für Waisenhauskinder bei Papst
Benedikt XVI. um seine Amtsentpflichtung nachgesucht. Diese wurde offiziell am
8. Mai vom Vatikan angenommen. Vorermittlungen zu Missbrauchsvorwürfen hat die Staatsanwaltschaft
eingestellt; die Prügelvorwürfe aus seiner Zeit als Stadtpfarrer von
Schrobenhausen bestehen aber weiter. Diese Vorgänge sind strafrechtlich aber
verjährt.
Mixa
will im Juli noch einmal mit Papst Benedikt XVI. persönlich über seinen Fall sprechen.
„Er hat mich ja zum Gespräch eingeladen“, sagte Mixa
der Zeitung. „Vor allem will ich mit ihm also besprechen, wie sich die
Situation weiter entwickeln soll.“ Der frühere Augsburger Oberhirte plant eine
Rückkehr ins Priesteramt. „Ich möchte auf jeden Fall in irgendeiner Weise
wieder in der Seelsorge tätig sein. Auch mit den Gläubigen feiern, Sakramente
spenden.“
Mixa
warf dem Vorsitzenden der katholischen Bischöfe in Bayern, dem Münchner
Erzbischof Reinhard Marx, sowie dem Vorsitzenden der katholischen Deutschen
Bischofskonferenz, dem Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch,
vor, deren Verhalten „hätte brüderlicher sein müssen“. Stattdessen seien sie
„zum Papst geeilt und haben ihm den sogenannten Missbrauchsfall vorgetragen,
der de facto auf nichts mehr beruhte als auf acht handschriftlichten Sätzen
einer höchst dubios hingekritzelten Notiz“. Der
Inhalt sei haltlos gewesen, wie die eingeschaltete Staatsanwaltschaft
festgestellt habe. „Damit durften die doch nicht den Papst unter Zugzwang
setzen.“ Dpa 16
Kirgisistan. Rund 275.000 Menschen verließen die Region fluchtartig
BISCHEK/KIRGISTAN -Im südkirgisischen
Gebiet um Osch und Jalalabad wurden bei den
schwersten ethnischen Unruhen der vergangenen Jahre zwischen der kirgisischen
und der usbekischen Volksgruppe mindestens 170 Menschen getötet. Rund 275.000
Menschen verließen die Region fluchtartig. In den betroffenen Städten fehlen
Strom-, Gas- und Wasserzugang und lebensnotwendige Güter und
Lebensmittel."Es wird neue Gewalt befürchtet", so die Sorge des
Apostolischen Administrator in Kirgisistan, Bischof
Nikolaus Messmer SJ gegenüber dem Fidesdienst.
„Es hat den Anschein, als habe sich die
Situation beruhigt. Am heutigen von den Behörden ausgerufenen offiziellen Tag
der Staatstrauer haben sich in der Hauptstadt viele Bürger auf dem zentralen
Platz versammelt, um der Opfer der jüngsten Unruhen zu gedenken. Natürlich sind
im ganzen Land die Eindrücke der jüngsten tragischen Ereignisse noch sehr
stark".
Dabei betont der Bischof wie wichtig
für die muslimische Bevölkerung das Gedenken an die Toten und das Gebet für die
Verstorbenen ist. „Es ist schwierig, genaue Informationen zur Lage in den
betroffen Regionen um Osch und Jalalabad zu
bekommen", so Bischof Messmer weiter, „Auch über die Zahl der Toten und
Verletzten unter der usbekischen Volksgruppe gibt es keine genauen Angaben. Da
die Menschen Angst vor weiteren Übergriffen haben, ziehen es viele vor, die
Verletzten zuhause zu versorgen und sie nicht in den Krankenhäusern behandeln
zu lassen. Die Toten werden im Stillen beigesetzt".
Viele baten katholische Einrichtungen
um Schutz und Hilfe. Von den rund 5 Millionen Einwohner des Landes sind etwa
500 Katholiken. Es gibt 3 Pfarreien, 19 Kirchen, 6 Priester, 6 Ordensleute und
4 Ordensschwestern.
Nach den jüngsten bürgerkriegsähnlichen
Unruhen und den damit verbundenen Plünderungen baten die Behörden auch die
verschiedenen christlichen Konfessionen des Landes um humanitäre Hilfe: „Unsere
Gläubigen folgten dem Spendenaufruf", so der Apostolische Administrator,
„und wir konnten bereits erste Lebensmitteltransporte für die betroffene
Bevölkerung organisieren. Die Hilfsmittel werden mit Flugzeugen aus der
Hauptstadt in die rund 600 bis 800 Kilometer entfernten Städte im Süden des Landes
transportiert, von denen uns eine Gebirgskette trennt. Im Hinblick auf eine
mögliche Lösung der Krise sagt der Bischof abschließend: „Es wurden zwar
Gespräche auf den Weg gebracht, doch es bleibt abzuwarten, inwiefern die
Ergebnisse auf kurze Sicht umgesetzt werden können. Wir werden wahrscheinlich
die Entwicklung in den kommenden Monaten abwarten müssen". Zenit 16
Kirgistan: Kirche an vorderster Front
Im Süden Kirgistan herrscht
Bürgerkrieg. Es ist von 75.000 Flüchtlingen die Rede, die die Grenze nach
Usbekistan überschritten haben. Auch die katholische
Kirche in dem Land ist von dem Konflikt betroffen. Besonders in der Stadt Jalalabad sei es für die Katholiken schwierig, sagt uns der
Bischof und Apostolische Administrator in Kirgistan, Nikolaus Messmer.
„Wir haben Priester dort, genauer
gesagt Jesuiten, die sehr unter dem Konflikt leiden. Wir beten, dass dort rasch
wieder Friede herrscht. Wir rufen die Kirgisen auf, als Muslime in den Moscheen
und wir Christen in den Kirchen für die Gerechtigkeit zu beten. Wir hoffen,
dass Gott unser Land segnet und Auswege aus dieser Situation zeigt.“
Bei dem Konflikt geht es in erster
Linie um Auseinandersetzungen zwischen der einheimischen kirgisischen
Bevölkerung und der usbekischen Minderheit, so Bischof Messmer.
„Es gab Provokationen von der
Verwandtschaft und den Anhängern des ehemaligen Präsidenten Bakijew...
An unsere Jesuitenpatres in jener Krisenregion haben
sich einige usbekische Familien gewendet. Sie baten die Jesuiten um
Schutz“.
Es geht also nicht um Glaube oder Geld,
sondern um politische Macht. Dabei haben die Menschen in der Region eigentlich
ganz andere Sorgen.
„Was den Menschen hier am meisten
fehlt, ist der fehlende Strom-, Gas- und Wasserzugang. Es fehlen schlichtweg
Produkte. Sie hatten nirgendwo die Möglichkeit, Brot zu kaufen. Das hat mir der
Pfarrer von Jalalabad gesagt. Heute hat mich Caritas
USA angerufen und gefragt, wie sie helfen könnten. Im Moment ist der Zugang zu
den Produkten ein Schwerpunkt für die Kirgisen in den Städten und Dörfern im
Süden des Landes.“
Hintergrund
Im südkirgischen
Gebiet um Osch und Jalalabad gehört etwa die Hälfte
der Bevölkerung der usbekischen Volksgruppe an; im ganzen Land sind es knapp 15
Prozent der Bevölkerung. Bei den schwersten ethnischen Unruhen seit zwei
Jahrzehnten in Kirgistan wurden nach Angaben des Gesundheitsministeriums bisher
117 Personen getötet und mehr als 1.400 verletzt. Die Usbeken geben die Zahl
der Toten mit über 500 an. (reuters 14)
Reaktionen auf Mixas Kritik "Die Psychiatrie war ein wichtiger erster Schritt"
Auf die Vorwürfe des ehemaligen
Augsburger Oberhirten Walter Mixa reagiert man im
Erzbistum München mit Unmut. Doch zum Schutze Mixas
will man davon absehen, "Einzelheiten öffentlich auszubreiten".
Die katholische Kirche kommt auch nach
dem Rücktritt des umstrittenen Bischofs Walter Mixa
nicht zur Ruhe. Mixa erwägt jetzt, die Vorgänge um
seinen Rücktritt vom päpstlichen Gerichtshof in Rom untersuchen zu lassen. Dies
sei ein "ganz guter Gedanke, den ich sehr wohl erwäge und bedenke",
sagte der 69-Jährige der Welt. Er bezieht sich dabei auf das Kirchenrecht, nach
dem Handlungen als nicht vorgenommen gelten, sofern sie unter äußerem Zwang
zustande kamen. Einem solchen Zwang fühlte sich Mixa
vor seinem Rücktrittsgesuch ausgesetzt: Der Druck auf ihn sei "wie ein
Fegefeuer" gewesen, sagte Mixa dem Blatt.
Mixa
sagte, man habe ihn zu diesem Schritt gedrängt, und er habe die
Rücktrittserklärung ("vorgefertigte Resignation") nicht selbst
geschrieben. "Drei Tage später habe ich sie in einem Schreiben an den
Papst widerrufen. Ich wusste in den Tagen weder ein noch aus", erklärte
der ultrakonservative Hardliner.
Mixa
warf dem Vorsitzenden der katholischen Bischöfe in Bayern, dem Münchner
Erzbischof Reinhard Marx, sowie dem Vorsitzenden der katholischen Deutschen
Bischofskonferenz (DBK), dem Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch,
vor, deren Verhalten "hätte brüderlicher sein müssen". Stattdessen
seien sie "zum Papst geeilt und haben ihm den sogenannten Missbrauchsfall
vorgetragen, der de facto auf nichts mehr beruhte als auf acht
handschriftlichten Sätzen einer höchst dubios hingekritzelten
Notiz". Der Inhalt sei haltlos gewesen, wie die eingeschaltete
Staatsanwaltschaft festgestellt habe. "Damit durften die doch nicht den Papst
unter Zugzwang setzen."
Auch dem Augsburger Weihbischof Anton Losinger und dem Domkapitular Karlheinz Knebel warf Mixa vor, Hintergrundgespräche mit der Presse geführt zu
haben, bevor mit ihm geredet wurde.
Der Sprecher des Erzbistums München und
Freising, Bernhard Kellner, kommentierte Mixas
Vorwürfe kurz angebunden mit dem Hinweis, alles sei rechtmäßig gelaufen.
"Nicht zuletzt zum Schutz von Bischof Emeritus Mixa
sehen wir davon ab, Einzelheiten öffentlich auszubreiten", sagte Kellner
sueddeutsche.de. "Wir wünschen ihm gute Besserung. Sein Aufenhalt in der psychiatrischen Klinik war ein wichtiger
erster Schritt."
Mixa
will im Juli noch einmal mit Papst Benedikt XVI. persönlich über seinen Fall
sprechen. "Er hat mich ja zum Gespräch eingeladen", sagte Mixa dem Blatt. "Vor allem will ich mit ihm also
besprechen, wie sich die Situation weiter entwickeln soll." Der frühere
Augsburger Oberhirte plant ein Comeback als Priester. "Ich möchte auf
jeden Fall in irgendeiner Weise wieder in der Seelsorge tätig sein. Auch mit
den Gläubigen feiern, Sakramente spenden."
"Wir sind Kirche"-Sprecher
Christian Weisner äußerte Verständnis für Mixas Wunsch nach einer Rückkehr in die Seelsorge. Diese
sei aber in Mixas früheren Bistümern Eichstätt und
Augsburg völlig undenkbar. "Das sollte um des Friedens in der Diözese und
der Autorität seines Nachfolgers Willlen lieber
außerhalb seines bisherigen Wirkungsbereichs erfolgen."
Angesichts des derzeit ohnehin großen
Vertrauensverlustes der katholischen Amtsträger solle Mixa
sich nicht als Märtyrer fühlen, forderte Weisner.
Vielmehr müsste er sich bewusst werden, dass nicht die zum Glück unbestätigten
Vorwürfe des sexuellen Missbrauchs, sondern seine früheren Prügelstrafen, deren
Leugnen und die finanziellen Unregelmäßigkeiten der Waisenhausstiftung unter
seiner Verantwortung die Gründe seines Rücktritts waren.
Er appellierte an den Bischof, nicht
zur Belastung für die ganze katholische Kirche in Deutschland werden.
Bereits mit der Rückkehr in seine
Wohnung im Bischöflichen Palais am vergangenen Samstag hatte Mixa für neue Unruhe und Unverständnis gesorgt.
Mixa
hatte am 21. April nach Prügelvorwürfen ehemaliger Heimkinder und Vorwürfen
einer Zweckentfremdung von Stiftungsgeldern für Waisenhauskinder bei Papst
Benedikt XVI. um seine Amtsentpflichtung gebeten. Diese wurde offiziell am 8.
Mai vom Vatikan angenommen. Vorermittlungen zu Missbrauchsvorwürfen hat die
Staatsanwaltschaft eingestellt, die Prügelvorwürfe aus seiner Zeit als
Stadtpfarrer von Schrobenhausen bestehen aber weiter. Diese Vorgänge sind
strafrechtlich jedoch verjährt. Dpa 16
Mixa spekuliert über Rückkehr nach Augsburg
Es will nicht ruhig werden um den
zurückgetretenen Augsburger Bischof Walter Mixa.
Nachdem er am 22. April Papst Benedikt XVI. seinen Rücktritt angeboten hatte,
den der Papst am 8. Mai angenommen hat, will Mixa nun
den Vorgang wieder rückgängig machen.
Es war ein Interview in der
Online-Version der Zeitung ‚Die Welt’, in der Bischof emeritus
Walter Mixa seine Sicht der Dinge klarzustellen
versucht. Er sei in Wirklichkeit Opfer einer Intrige, nicht Täter, heißt es in
dem Interview. An Prügeleien könne er sich „beim besten Willen“ nicht erinnern,
außerdem seien sie üblich und bis 1980 auch rechtens gewesen. Und dann
wiederholt er den Vorwurf, deutsche Bischöfe seien mit falschen Vorwürfen,
nämlich mit Vorwürfen des sexuellen Missbrauchs, nach Rom gefahren, um Druck
auf ihn aufzubauen und ihn zum Rücktritt zu zwingen.
Dazu erklärt der Diözesanadministrator
des Bistums Augsburg, Weihbischof Josef Grünwald, an diesem Mittwoch: „Der an
die Staatsanwaltschaft gegebene Anfangsverdacht war zum Zeitpunkt der
Unterzeichnung der Rücktrittserklärung durch Bischof em.
Dr. Walter Mixa der Diözese Augsburg noch nicht
bekannt.“
In dem Interview erhebt Mixa ebenfalls gegen seinen ehemaligen Generalvikar
Karlheinz Knebel und gegen Weihbischof Anton Losinger
den Vorwurf, an einer Intrige gegen ihn beteiligt gewesen zu sein, indem sie
Vorwürfe an die Öffentlichkeit gegeben hätten. Auch hierzu stellt
Diözesanadministrator Grünwald fest: „Die Diözese Augsburg dementiert
ausdrücklich, dass sie den Missbrauchsvorwurf an die Öffentlichkeit gegeben
hat.“
Mixa
sieht sich als Opfer, denn er sei Vertreter einer ‚kultiviert-konservativen’
Richtung im Bistum, die nicht allen gefallen habe. Ferner spekuliert Mixa im Interview, das Kirchenrecht könne ihm zu Hilfe
kommen: Canon 125 sehe vor, dass unter Druck vorgenommene Handlungen als nicht
geschehen gelten könnten. So könne er – über den päpstlichen Gerichtshof –
vielleicht wieder als Bischof zurück nach Augsburg, er würde dies „erwägen und
bedenken“. Er kündigte an, im Juli selbst mit Papst Benedikt XVI. darüber
sprechen zu wollen, schließlich habe er drei Tage nach der Unterschrift den
Rücktritt selber wieder zurückgenommen.
Vatikansprecher Pater Federico Lombardi
bestätigt gegenüber Radio Vatikan, dass der Papst Bischof Mixa
in den nächsten Wochen in Audienz empfangen werde. Es sei aber „nicht
anzunehmen, dass die Entscheidung des Papstes noch einmal geändert werde“, so
Lombardi weiter.
Die bayrische Bischofskonferenz unter
Erzbischof Reinhard Marx weist die Vorwürfe ebenfalls scharf zurück. Sprecher
Bernhard Kellner fasst die Stellungnahme im Münchner Kirchenradio
folgendermaßen zusammen:
„Es ist alles rechtmäßig gelaufen,
darüber hinaus gibt es nichts zu sagen. Nicht zuletzt zum Schutz von Bischof emeritus Mixa sehen wir davon ab,
Einzelheiten öffentlich auszubreiten. Wir wünschen Bischof emeritus
Mixa weiterhin gute Genesung, sein Aufenthalt in der
psychiatrischen Klinik war ein wichtiger erster Schritt.“ (die Welt/pm 16)
Belgien: Kirche überrascht über Wahlausgang
Die katholische Kirche in Belgien ist
überrascht über den Wahlausgang am Sonntag. Das Land steht nach der
Parlamentswahl vor einer Zerreißprobe. Mit einem Erdrutschsieg steigt die
separatistische Neu-Flämische Allianz (N-VA), die offen für die
Selbstständigkeit Flanderns eintritt, zur stärksten Kraft im Land auf. Die
Christdemokraten von Premier Yves Leterme wurden
schwer geschlagen. Der Bischof von Lüttich, Aloys Jousten,
wünscht sich dennoch eines von den gewählten Politikern:
„Als katholische Christen wünschen wir,
dass das Land eine gute Regierung bekommt. Sie muss die verschiedenen Regionen
und Sprachgemeinschaften zusammenhalten. Das ist auch im Sinne des Reiches
Gottes, und zwar den Menschen zum gemeinsamen Auskommen verhelfen. Das Resultat
ist natürlich eine gewisse Überraschung gewesen, aber man konnte voraussehen,
dass die nationalistische Bewegung in Flandern fast 30 Prozent der Stimmen
erreichen würde. Nun geht es darum, die Bedeutung dieses Resultats anzuschauen.
Heißt das, sie sind einfach mit dem Programm einverstanden, oder ist es nicht
vielmehr eine gewisse Unzufriedenheit mit der Vergangenheit, und nun sagt der
Wähler: Es reicht.“
Die Bischöfe werden sich aber strikt
aus dem politischen Tagesgeschäft heraushalten, betont Bischof Jousten.
„Was ich mir als Bischöfe wünsche, ist,
dass sich die Christen – und natürlich insbesondere die Katholiken – dessen
bewusst sind, welche politische Verantwortung sie als Bürger oder Politiker
übernehmen. Sie sollen dieses Anliegen vom Glauben her fördern und spüren.
Zusammengehen ist immer etwas, was im Sinne des Reiches Gottes ist.“
Erstmals siegte bei einer Wahl auf
nationaler Ebene eine Partei mit dem Ziel der Aufspaltung Belgiens: Die Neue
Flämische Allianz (N-VA) des 39-jährigen Bart de Wever
will auf lange Sicht das wohlhabendere Flandern im Norden, wo Niederländisch
gesprochen wird, vom frankophonen Wallonien mit seiner besonders hohen
Arbeitslosenrate trennen. Die N-VA verfügt nach dem ersten Ergebnis über 27
Sitze und damit über ein Mandat mehr als die Sozialisten (PS). Die PS wurde in
Wallonien stärkste Kraft und könnte mit den Parteifreunden aus Flandern die
größte Fraktion im nationalen Parlament stellen. (agenturen 14)
Österreich: Der Bettel-Kongress
Gibt es gute und schlechte Bettler? In
Österreich schwillt seit einiger Zeit eine Debatte um das Betteln an. So ist in
Wien seit rund zwei Wochen das gewerbsmäßige Bitten um Geld verboten und kann
mit einer Strafe von bis zu 700 Euro geahndet werden. Jede österreichische
Region oder Stadt hat ihre eigene Regelung. In manchen Gegenden dürfen sich
Bettler etwa nicht auf potentielle Spender zubewegen, sondern nur im Sitzen
bitten. An diesem Wochenende hat es am Institut für Moraltheologie an der
Universität in Wien zum Thema Betteln einen Kongress gegeben. Hier diskutierten
Juristen, Soziologen, Historiker und Theologen unter anderem über die Ursachen
der starken Ablehnung von Bettlern. Für den Dekan der Universität, Martin Jäggle, steht fest:
„Betteln gehört zu den Grundrechten.
Die kirchlichen Bettelorden signalisieren ja auch, dass Betteln nicht etwas
Unschickliches ist, sondern einfach auch ein Recht.“
Bettelmönche, der Name spricht Bände.
Gerade für Ordensmitglieder gehört das Betteln zur Lebensphilosophie, die von
Bescheidenheit und der Annahme von Spenden bestimmt ist. Im Alten Testament sei
die Rede von der „Sünde, dass es Bettler unter euch gibt“. Mit einem
Bettelei-Verbot werde „auch die Wahrnehmung realer Armut ausgesperrt“, mahnt Jäggle.
„Alle Gesellschaften, soweit ich das
überblicke, kennen Betteln, und nur bestimmte Gesellschaften versuchen es aus
dem Bereich der Öffentlichkeit zurückzudrängen; das Kennzeichen dieser Gesellschaft
ist, dass die sozialen Gegensätze zunehmen, dass sogenannte Wohlstandsregionen
„bettelfrei“ sein wollen, also sich im Konsum nicht behindern lassen wollen.“
Scharfe Kritik übt der Grazer
„Obdachlosenpfarrer“ Wolfgang Pucher an rechtspopulistischen Politikern. Sie
gingen oft gegen besseres Wissen - mit Unterstellungen gegenüber den Roma - auf
Stimmenfang. Der Pfarrer berichtete an der Universität von Untersuchungen in
Graz. Dort habe eine sechsmonatige Recherche der Polizei, ob es vor Ort „organisierte
Bettelei“ mit dahinter stehenden kriminellen Ausbeutern gibt, keine Hinweise
erbracht, so Pucher. Vorurteile gegen Roma hätten sich jedoch über Jahrzehnte
hinweg verfestigt, berichtet Pucher aus eigener Erfahrung.
„Ich muss zugeben, dieses Vorurteil
habe ich selbst als Kind noch mitbekommen. In meiner Heimat hieß es, wenn die
Roma durch mein Dorf gekommen sind: ´Sperrt die Hühner ein, nehmt die Wäsche
ab, tut die Kinder ins Haus, denn die Roma stehlen alles.´
Ich gebe zu, dass ich das selber geglaubt habe. Und jetzt ist in Graz seit dem
Jahre 1996 diese Gruppe in einer großen Zahl vertreten, und bis vor kurzem hat
es nicht eine einzige Anzeige bei der Polizei wegen Diebstahls gegeben.“
Bei dem Workshop „Betteln in Wien“
waren weitere Themen die grundrechtlichen Bedenken gegenüber Bettelverboten und
rassistische Ressentiments gegenüber bettelnden Roma. Die Teilnehmer planen ein
längerfristiges interdisziplinäres Forschungsprojekt. Kap 15
Jesuit Körner: „Dialog ist kein Missionsersatz“
Den eigenen Glauben im Dialog mit
Muslimen nicht zu relativieren - dazu ruft der Jesuit Pater Felix Körner
Menschen christlichen Glaubens auf. In einem Beitrag für die „Frankfurter
Allgemeine Zeitung“ (Dienstag) zeichnet der Islamkenner Stationen des
katholischen Verhältnisses zum Islam nach und benennt klare Grenzlinien
zwischen den beiden Religionen. Hier eine Zusammenfassung des Beitrags von
Pater Felix Körner.
Klare Trennlinie
Der Glaube an die Göttlichkeit Jesus
Christi, die der Islam bestreitet, bilde eine klare Trennlinie zwischen beiden
Religionen: „Der Koran widerspricht ... dem Zeugnis des alten
Testamentes, da er Jesus nicht als die Eröffnung der Gemeinschaft mit Gott
gelten lässt." Der Wahrheitsanspruch des Islams widerspreche damit
rundheraus dem Christentum, so Körner, der Mitglied der Jesuitenkommunität in
Ankara ist. Körner wendet sich weiter dagegen, den islamischen Religionsstifter
Mohammed als Propheten anzuerkennen. „Propheten bereiten auf die Begegnung mit
Christus vor. Eine derartige Vorbereitung geschah nun aber weder durch die von
Mohammed überbrachte Schrift noch durch seine Lebensführung.“ Mohammed sei ein
einflussreicher Mann „mit einer für göttliche gehaltenen Botschaft“ gewesen,
der Menschen zu Monotheismus und geordneteren
Lebensstrukturen geführt habe. Das Spezifische des christlichen
Glaubensbekenntnisses liege gerade im gottesdienstlichen Nachvollzug des Lebens
Jesu durch „Sakramente der Erlösung“, so Körner: „Christlich ist das Bekenntnis
nicht dann, wenn es die Existenz Gottes benennt, sondern wenn es die Geschichte
Gottes bekennt.“
„Dialog ist kein Missionsersatz“
Das Zweite Vatikanische Konzil
(1962-1965), so der Wissenschaftler, habe zwar die Hochachtung vor dem Islam
betont, jedoch keineswegs andere Religionen als Erlösungswege anerkannt. Manche
Kommentatoren läsen Dinge in die Konzilstexte hinein, „die darin nicht
standen“. „Respekt heißt nicht Relativismus. Den Wert des anderen betonen heißt
nicht, Gleichwertigkeit aller Lebensentwürfe zu behaupten.“ Dementsprechend
könne Dialog auch kein Missionsersatz sein, meint Körner. Er sei vielmehr deren
Rahmenbedingung: „Die Kirche hofft, dass Nichtchristen die Wahrheit des
Christentums erkennen. Aber sie kann das nur hoffen, nicht mit List oder Druck
bewirken. Dialogisch handelt, wer Freiheit ermöglicht. In dieser Freiheit ist
Bekehrung als Einsicht möglich.“ Hinter jeder religiösen Lebensform stehe das
„Bedürfnis nach Ganzheit“, so der Jesuit weiter. Die Konzilsväter hätten
formuliert, dass Nichtchristen auf die Kirche hingeordnet
seien.
Das katholische Verhältnis zum Islam
Das katholische Verhältnis zum Islam
hat sich nach Körners Worten von einer Phase des Wohlwollens unter Papst
Johannes Paul II. hin zu einer wissenschaftlichen Auseinandersetzung unter seinem
Nachfolger Benedikt XVI. entwickelt: „Mit Respekt vor dem Islam als Ausdruck
nichtchristlicher Frömmigkeit äußerten sich Bischöfe und Theologen in der
Geschichte der Kirche nur dann, wenn sie unmittelbar zu Muslimen sprachen.
Jetzt aber findet eine anerkennende innerkirchliche Reflexion über
Andersgläubige statt“, so der Jesuit wörtlich. Benedikt XVI. habe nach seiner
umstrittenen „Regensburger Rede“ eigens ein Katholisch-Muslimisches Forum ins
Leben rief, erinnert Körner. In der Rede vom September 2006 hatte der Papst die
Frage nach einer Nähe von Glaube und Gewalt im Islam aufgeworfen. Nach heftigen
Protesten in der islamischen Welt bedauerte das Kirchenoberhaupt
Missverständnisse um seine Rede. kna 16
Papstbesuch. Diese Woche werden im ganzen Land Broschüren verteilt
LONDON- In weniger als hundert Tagen
findet die apostolische Reise des Papstes nach England und Schottland statt.
Die beiden Bischofskonferenzen haben bereits begonnen, anhand von zwei
Broschüren, die in dieser Woche verteilt werden sollen, die Gläubigen in den
Pfarreien auf diesen Besuch vorzubereiten.
Dies erklärte heute der Koordinator des
Papstbesuches, Monsignore Andrew Summersgill,
in einer Bekanntmachung durch das Informationsbüro der Bischofskonferenz von
England und Wales.
Die erste Broschüre sei ein einfaches
„Paket" für die Pfarreien, um die Vorbereitung der Reise zu erleichtern:
was der Papst in England tun wird, wie man an Veranstaltungen teilnehmen kann,
oder auch, wie man diese Tage mitfeiern kann, wenn man nicht persönlich an den
Begegnungen teilnehmen kann.
Vor allem aber, betonte Monsignore Summersgill, soll es
eine Vorbereitung im Gebet sein, und bezog sich damit auf die Worte von Papst
Benedikt XVI., die er den Bischöfen im Frühjahr diesen Jahres auf ihrem Besuch
in Rom auf den Weg mitgegeben hatte: „Regt eure Leute an zum Gebet und es wird
eine Zeit der Gnade für die ganze katholische Gemeinschaft werden.
"Die zweite Broschüre, erläuterte
der Prälat, sei eine viel ausführlichere Einführung in den Papstbesuch. Sie
enthalte eine Reihe von Artikeln, behandle jeden einzelnen Moment des Besuches
und versuche einige grundlegende Fragen zu beantworten, zum Beispiel: Warum
wird sich der Papst mit der Königin treffen? Welchen Beitrag kann die Kirche in
der Gesellschaft leisten? Was geschieht mit den katholischen Schulen? Diese
zweite Broschüre richte sich an ein viel weiteres Publikum als die Pfarreien
und sei informativer, fügte er hinzu.
Des Weiteren berichtete Monsignore Andrew Summersgill von
einem kürzlichen Vorbereitungstreffen mit Bischof
Vincent Nichols, Erzbischof von Westminster, Lord
Patten, dem zivilen Koordinator des Besuchs und seinen Assistenten, und sagte,
„es gibt noch viel zu tun, was die Strecken, die Sicherheit, die Logistik von
Massenveranstaltungen, die Berichterstattung in den Medien, den Zugang für
Menschen mit Behinderungen und andere Details anbelangt."
Mehr Informationen:
http://www.thepapalvisit.org.uk
[Übersetzung aus dem Englischen von
Susanne Czupy] Zenit 16