Notiziario religioso  14-16  Giugno  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 14 giugno. Il commento al Vangelo. “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio”  1

2.       Martedì 15 giugno. Il commento al Vangelo. “Amate i vostri nemici”  1

3.       Mercoledì 16 giugno. Il commento al Vangelo. Quando fai l’elemosina, preghi e digiuni... 2

4.       Anno sacerdotale. L'abbraccio dei laici 2

5.       Anno Sacerdotale. "Era da aspettarsi che al 'nemico' non sarebbe piaciuto"  3

6.       Anno sacerdotale. La duplice fedeltà. Il tema dell'incontro conclusivo con Benedetto XVI 4

7.       Giustizia ed equità per ottenere la pace  5

8.       Crisi. Papa: "Dignità umana unico capitale da salvare. Famiglia centro e scopo dell'economia"  5

9.       Migranti, nei Cie danni fisici e mentali, appello a rispettare i diritti umani 5

10.   Ecumenismo e missione nelle parole del Vescovo Farrell 6

11.   Meeting di Rimini. Questa inquietudine. Desiderio di cose grandi: il tema della XXXI edizione  6

12.   Gaza. Una grande prigione . Intervista alla segretaria generale di Caritas Gerusalemme  7

13.   Obolo di S. Pietro. Una "cartina di tornasole". Il 27 giugno la Giornata per la carità del Papa  7

14.   Terremoto, il richiamo del vescovo dell'Aquila. "Ritardi e pochi fondi, la gente perde speranza"  8

15.   L'AQUILA. Le prime ricostruzioni. Caritas italiana: i segni di una presenza  8

16.   Padova. La fonte della città. Il messaggio del vescovo Antonio per la festa del patrono  9

17.   Coscienza e verità. Il cardinale inglese John Henry Newman e l'Oratorio di san Filippo Neri 9

 

 

1.       Papst: „Priesterjahr – Bewegende Momente der Freude“  10

2.       Missbrauch in der katholischen Kirche. Mit dem Stock des guten Hirten  10

3.       Hilfsorganisationen kritisieren EU-Flüchtlingspolitik  11

4.       Das Sparprogramm der Bundesregierung in der Diskussion  11

5.       Papst bittet Missbrauchsopfer um Vergebung  12

6.       Kommentar. Späte Einsicht des Papstes  12

7.       Papst würdigt Popieluszko  12

8.       Kardinal Tarcisio Bertone erklärt beim Weltkongress der Priester das Gebet zum Rückgrat der Priester 12

9.       Papst beendet Priesterjahr – Vergebungsbitte zu Missbrauchsfällen  13

10.   Mehr als 17.000 Priester zum Nachtgebet mit Papst Benedikt XVI. auf dem Petersplatz  13

11.   Abt Henckel-Donnersmarck: „Zölibatsdiskussion lenkt vom Wesentlichen ab“  14

12.   Weltjugendtag 2011. Website www.wjt.de freigeschaltet 14

13.   Christentum und Säkularisierung, wie geht das zusammen? - Eine Tagung in Wien  15

14.   Spanien: Schreibmaschine unterm Hausaltar - Der erste selige Journalist 15

15.   Erzbischof Tomasi kämpft auf 14. Sitzung des UN-Menschenrechtsrates besonders für Kinderrechte  15

16.   Schweiz: Chatten mit Bischöfe war ein Erfolg  16

17.   Katholische Kirche Mixa kritisiert Verhalten der Kirche  16

 

 

 

 

Lunedì 14 giugno. Il commento al Vangelo. “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 5,38-42) commentato da P. Lino Pedron 

 

38 Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; 39 ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; 40 e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. 41 E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. 42 Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle.

La frase "occhio per occhio e dente per dente" riporta la legge del taglione (Es 19,15-51; 21,24; Lv 24,20). E’ uno dei capisaldi delle legislazioni antiche (Codice di Hammurabi e Legge delle dodici tavole). Essa doveva sostituire la legge della vendetta di sangue (Gen 4,23). Al tempo di Gesù la legge del taglione era ancora vigente, ma poteva essere sostituita con un risarcimento in denaro.

La non-violenza richiesta da Gesù non è vile rassegnazione, ma forza e intraprendenza dell’amore. La potenza dell’impotenza ha la sua più alta manifestazione in Gesù che "fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio" (2Cor 13,4) e poggia sulla fede che l’impotenza della croce vince il male.

Con il principio della non-violenza Gesù contrappone alla mentalità giuridica dell’Antico Testamento il nuovo ideale dell’amore. Il male perde la sua forza d’urto solo quando non trova resistenza.

La Chiesa perseguitata ha assunto questo atteggiamento comandato da Gesù: "Gli apostoli se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù" (At 5,41).

I quattro esempi elencati da Matteo hanno lo scopo di illustrare il comandamento: "Ma io vi dico di non opporvi al malvagio".

Lo schiaffo sulla guancia destra è particolarmente doloroso e oltraggioso perché è un manrovescio. Gesù flagellato e schiaffeggiato conferma con il suo esempio la validità del suo insegnamento (Mt 26,67; Is 50,6).

La lite giudiziaria con chi pretende la tunica come caparra o come risarcimento danni non ha più senso per il discepolo di Gesù, anzi, egli non farà valere per sé neppure il comandamento che vietava il pignoramento del mantello del povero e il dovere di restituirglielo prima del tramonto del sole (Es 22,25; Dt 24,13): egli darà la tunica e il mantello senza opporre resistenza.

Il terzo esempio che mette il discepolo a confronto con la violenza è quello della requisizione da parte di autorità militari o statali per costringerlo a prestazioni forzate. Ne abbiamo un esempio in Mt 27,32: "Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prendere su la croce di lui".

Il miglio (= 1478,70 metri) era una misura romana e quindi richiama concretamente la dominazione dell’impero di Roma al tempo di Gesù e dell’evangelista. Quando gli saranno imposte queste prestazioni forzate, il discepolo di Gesù non deve ribellarsi o coltivare astio nel cuore, ma prestarsi liberamente e di buon animo a fare con gioia il doppio di quanto esige da lui la prepotenza del malvagio.

Il quarto esempio ci presenta i poveri e i richiedenti. Essi non sono dei nemici o dei malvagi, ma possono suscitare una reazione violenta a causa delle cattive esperienze fatte in precedenza. Leggiamo nel Libro del Siracide 29,4-10: "Molti considerano il prestito come una cosa trovata e causano fastidi a coloro che li hanno aiutati. Prima di ricevere, ognuno bacia le mani del creditore, parla con tono umile per ottenere gli averi dell’amico; ma alla scadenza cerca di guadagnare tempo, restituisce piagnistei e incolpa le circostanze. Se riesce a pagare, il creditore riceverà appena la metà e dovrà considerarla come una cosa trovata. In caso contrario il creditore sarà frodato dei suoi averi e avrà senza motivo un nuovo nemico; maledizioni e ingiurie gli restituirà, renderà insulti invece dell’onore dovuto. Tuttavia sii longanime con il misero e non fargli attendere troppo l’elemosina. Per il comandamento soccorri il povero secondo la sua necessità, non rimandarlo a mani vuote. Perdi pure denaro per un fratello e amico, non si arrugginisca inutilmente sotto una pietra".

La motivazione del comandamento: "Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle" sarà evidenziata nel seguito del vangelo da Gesù stesso che ci comanda la conformità con il comportamento del Padre: "Il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano" (Mt 7,11).

Attraverso questi atteggiamenti i discepoli si dimostrano amici dei loro nemici e tentano di cooperare con Dio per il ravvedimento degli ingiusti e dei malvagi come ha fatto Gesù. San Paolo ha sintetizzato questo insegnamento in Rm 12,21: "Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male".

Se questi princìpi e questi comportamenti entrassero nella società, essa non solo non ne avrebbe un danno, ma vedrebbe migliorare i rapporti umani più di quanto possono ottenere tutti gli apparati della giustizia, della prevenzione e della repressione. De.it.press

 

 

 

 

Martedì 15 giugno. Il commento al Vangelo. “Amate i vostri nemici”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 5,43-48) commentato da P. Lino Pedron 

 

43 Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; 44 ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, 45 perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. 46 Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48 Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Il comandamento dell’amore, esteso indistintamente a tutti, è il supremo completamento della Legge (v. 17). A questa conclusione Gesù è arrivato lentamente dopo aver parlato dell’astensione dall’ira e dell’immediata riconciliazione (vv. 21-26), del rispetto verso la donna (vv. 27-30) e la propria moglie (vv. 31-32), della verità e sincerità nei rapporti interpersonali (vv. 33-37), fino alla rinuncia alla vendetta e alle rivendicazioni (vv. 38-42).

Il principio dell’amore del prossimo è illustrato con due esemplificazioni pratiche: pregare per i nemici e salutare tutti senza discriminazione. La più grande sincerità di amore è chiedere a Dio benedizioni e grazie per il nemico. Questo vertice dell’ideale evangelico si può comprendere solo alla luce dell’esempio di Cristo (cfr Lc 23,34) e dei suoi discepoli (cfr At 7,60). Colui che prega per il suo nemico viene a congiungersi con lui davanti a Dio. In senso cristiano la preghiera è la ricompensa che il nemico riceve in cambio del male che ha fatto.

Il precetto della carità non tiene conto delle antipatie personali e dei comportamenti altrui. Il prossimo di qualsiasi colore, buono o cattivo, benevolo o ingrato dev’essere amato. Il nemico è colui che ha maggiormente bisogno di aiuto: per questo Gesù ci comanda di offrirgli il nostro soccorso.

Il comandamento dell’amore dei nemici rivoluziona i comportamenti tradizionali dell’uomo. La benevolenza cristiana non è filantropia, ma partecipazione all’amore di Dio. La sua universalità si giustifica solo in questa luce: "affinché siate figli del Padre vostro (v. 45), e "siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli" (v. 48). Il cristiano esprime nel modo più sicuro e più vero la sua parentela con Dio amando indistintamente tutti.

L’amore del nemico è l’essenza del cristianesimo. Sant’Agostino ci insegna che "la misura dell’amore è amare senza misura", ossia infinitamente, come ama Dio.

In quanto figli di Dio i cristiani devono assomigliare al loro Padre nel modo di essere, di sentire e di agire. L’amore verso i nemici è la via per raggiungere la sua stessa perfezione.

La perfezione di cui parla Matteo è l’imitazione dell’amore misericordioso di Dio verso tutti gli uomini, anche se ingiusti e malvagi. Il cristiano è una nuova creatura (cfr 2Cor 5,17) e non può più agire secondo i suoi istinti e capricci, ma conformemente alla vita nuova in cui è stato rigenerato.

Gesù pone come termine della perfezione l’agire del Padre, che è un punto inarrivabile. L’imitazione del Padre, e conseguentemente di Gesù, è l’unica norma dell’agire cristiano, l’unica via per superare la morale farisaica. Essere perfetti come il Padre è in concreto imitare Cristo nella sua piena ed eroica sottomissione alla volontà del Padre, e nella sua dedizione ai fratelli. E’ perciò diventando perfetti imitatori di Cristo, che si diventa perfetti imitatori del Padre. De.it.press

 

 

 

 

 

Mercoledì 16 giugno. Il commento al Vangelo. Quando fai l’elemosina, preghi e digiuni...

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 6,1-6.16-18) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. 2 Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3 Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4 perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

5 Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6 Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

16 E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.

17 Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, 18 perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Il discorso riprende l’enunciato di 5,20; "Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli". Il termine giustizia (sedaqah) è usato nella Bibbia per sintetizzare i rapporti dell’uomo con Dio, la pietà, la religiosità, la fede.

I rapporti con Dio, nostro Padre, devono essere improntati alla fiducia, alla confidenza e soprattutto alla sincerità.

L’autentica giustizia non ha come punto di riferimento gli uomini, ma va esercitata davanti al Padre che è nei cieli. Farsi notare dagli uomini è perdere ogni ricompensa presso il Padre.

Matteo sottolinea la vanità di un gesto puramente umano: gli ipocriti, che cercano l’approvazione, hanno già ricevuto la loro ricompensa.

L’ipocrisia consiste nel fatto che un’azione, che ha Dio come destinatario, viene deviata dal suo termine. L’elemosina, la preghiera e il digiuno devono essere fatti per il Padre che vede nel segreto.

Queste azioni fatte "nel segreto" non significano necessariamente azioni segrete: indicano ogni azione, anche pubblica, fatta per il Padre e non per essere visti dagli uomini. E’ l’intenzione profonda che conta perché la ricompensa si situa a questo livello: la ricompensa è l’autenticità del rapporto con il Padre.

Il cristiano deve fare l’elemosina in modo da salvaguardare la rettitudine dell’aiuto prestato al fratello per amore del Padre.

La strumentalizzazione della preghiera è la deformazione più inspiegabile della pietà, perché mette a proprio servizio anche ciò che è essenzialmente di Dio.

Gesù nel suo intervento non si propone di modificare il rituale della preghiera giudaica, solo suggerisce un modo più retto di compierla, evitando l’ostentazione, il formalismo, l’ipocrisia. Gli stessi rabbini insegnavano: "Colui che fa della preghiera un dovere, che ritorna a ora fissa, non prega con il cuore".

Il richiamo di Gesù è sulla stessa linea della tradizione profetica e sapienziale e trova conferma nei suoi successivi insegnamenti e più ancora nella sua vita.

Il digiuno è un’altra importante pratica della vecchia e della nuova "giustizia". Esso è un atto penitenziale che completa e aiuta la preghiera.

Gesù, come i profeti, non condanna il digiuno ma il modo nel quale era fatto. Invece di esprimere la propria umiliazione, esso diventava una manifestazione di orgoglio.

Il digiuno cristiano, come l’elemosina e la preghiera, deve essere compiuto di nascosto. Il cristiano non deve fare ostentazione della sua penitenza; deve anzi nasconderla con un atteggiamento gioioso.

Il digiuno, come ogni altra sofferenza, è una fonte di gioia perché ottiene un maggior avvicinamento a Dio. L’invito di Gesù ad assumere un atteggiamento giulivo invece che tetro, sottolinea il significato definitivo della penitenza cristiana: poter soffrire è una grazia (cfr 1Pt 2,19). De.it.press

 

 

 

 

Anno sacerdotale. L'abbraccio dei laici

 

Quasi una lettera aperta

"Carissimi, noi vescovi, riuniti in Assemblea Generale, abbiamo avvertito il forte desiderio di scrivervi mentre l'Anno Sacerdotale si avvia alla conclusione".

Così inizia il "Messaggio dei vescovi italiani ai sacerdoti che operano in Italia".

"Carissimi, anche noi laici sulle strade del mondo, abbiamo avvertito, con i nostri vescovi, il forte desiderio di scrivervi mentre l'Anno Sacerdotale si avvia alla conclusione".

Non è l'inizio di un altro messaggio ai preti ma l'inizio di un breve pensiero mentre si conclude l'Anno che Benedetto XVI ha voluto offrire, non solo alla Chiesa, come una sosta di riflessione.

C'è "qualcosa" nel prete che pone domande dentro e fuori i perimetri ecclesiali.

Anche chi ha un'altra fede, anche chi non crede ma ama guardare oltre le siepi dell'ideologia e del conformismo si pone alcune domande avvertendo nel prete "qualcosa di altro" a partire dallo stesso celibato che il Papa nella veglia di ieri, 10 giugno, in una straordinaria piazza San Pietro, ha definito "un grande scandalo" rispetto alla cultura dominante perché, ha aggiunto, è come una "anticipazione del futuro".

Perché quella scelta? Perché quel "sì"? Perché quella vita? Perché quei gesti? Perché quelle parole?

Perche?

Il far nascere e l'ascoltare domande sono un primo movimento del "qualcosa di altro" che è nel prete. Comincia da qui il suo bussare alla porta della coscienza.

Non entra, bussa. Sta alla porta e attende che qualcuno apra.

Non smette di bussare, pur con quella delicatezza e fermezza che Benedetto XVI indica come stile della comunicazione della Chiesa, una comunicazione diversa da quelle che si sperimentano altrove.

Il prete sa che bussa a nome di un Altro.

"Carissimi, noi laici sulle strade del mondo…".

Anche i preti, in verità, sono sulle strade del mondo.

Il richiamo della strada arriva loro attraverso i laici, giunge forte nella Chiesa dove la comunità, guidata dal sacerdote, nasce e cresce accanto alla Presenza.

Con lo scorrere del tempo prende vita in questo luogo il dialogo tra le parole e la Parola che dà significato e forza al camminare sulle strade del mondo in un confronto permanente tra la fede e la ragione.

È, questo, il frutto di una prossimità matura tra preti e laici che è tanto più feconda quanto più le due identità si pongono al servizio della verità comunicandola non con arroganza ma con premurosa attenzione all'altro perché l'accolga in libertà e con responsabilità.

"Carissimi, noi laici… abbiamo avvertito il forte desiderio di scrivervi…".

Scrivervi non solo alla conclusione dell'Anno Sacerdotale, non solo in qualche occasione particolare, non solo e non tanto con la penna o con la tastiera di un computer.

Scrivervi con la fatica di ogni giorno per condividere la misura alta delle scelte quotidiane a partire da quella di chi mette senza riserve la propria vita nella mani di Dio dicendo, così, che solo da questo gesto radicale nasce ogni altro autentico gesto d'amore.

"Carissimi, noi laici… mentre l'Anno Sacerdotale si avvia alla conclusione".

L'Anno si chiude, un soffio di tempo si esaurisce e si incastona nell'eternità.

Ed è per il richiamo all'incontro tra finito e infinito che dai laici viene il grazie ultimo al prete.

A questo richiamo che avviene, con parole e gesti, nei momenti più belli come in quelli più dolorosi della vita, nessuno rimane indifferente, neppure chi non crede.

Soprattutto nei momenti del perdono, quando la misericordia cancella la miseria con le parole e il gesto del prete che sono le parole e il gesto dell'Altro.

"Carissimi, noi laici…".  Paolo Bustaffa

 

 

 

 

Anno Sacerdotale. "Era da aspettarsi che al 'nemico' non sarebbe piaciuto"

 

Bilancio di dodici mesi di fuoco. Ciò che il papa desiderava e ciò che invece è accaduto, con l'esplodere dello scandalo della pedofilia. Nell'omelia conclusiva, Joseph Ratzinger insegna ai preti cattolici come camminare nella "valle oscura" verso la luce - di Benedetto XVI 

 

Cari confratelli nel ministero sacerdotale, cari fratelli e sorelle, l’Anno Sacerdotale che abbiamo celebrato, 150 anni dopo la morte del santo Curato d’Ars, modello del ministero sacerdotale nel nostro mondo, volge al termine. Dal Curato d’Ars ci siamo lasciati guidare, per comprendere nuovamente la grandezza e la bellezza del ministero sacerdotale. Il sacerdote non è semplicemente il detentore di un ufficio, come quelli di cui ogni società ha bisogno affinché in essa possano essere adempiute certe funzioni. Egli invece fa qualcosa che nessun essere umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo la parola dell’assoluzione dai nostri peccati e cambia così, a partire da Dio, la situazione della nostra vita. Pronuncia sulle offerte del pane e del vino le parole di ringraziamento di Cristo che sono parole di transustanziazione – parole che rendono presente lui stesso, il Risorto, il suo corpo e suo sangue, e trasformano così gli elementi del mondo: parole che spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a lui.

 

Il sacerdozio è quindi non semplicemente "ufficio", ma sacramento: Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore. Questa audacia di Dio, che ad esseri umani affida se stesso; che, pur conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua, questa audacia di Dio è la cosa veramente grande che si nasconde nella parola "sacerdozio". Che Dio ci ritenga capaci di questo; che egli in tal modo chiami uomini al suo servizio e così dal di dentro si leghi ad essi: è ciò che in quest’anno volevamo nuovamente considerare e comprendere. Volevamo risvegliare la gioia che Dio ci sia così vicino, e la gratitudine per il fatto che egli si affidi alla nostra debolezza; che egli ci conduca e ci sostenga giorno per giorno. Volevamo così anche mostrare nuovamente ai giovani che questa vocazione, questa comunione di servizio per Dio e con Dio, esiste, anzi, che Dio è in attesa del nostro "sì". Insieme alla Chiesa volevamo nuovamente far notare che questa vocazione la dobbiamo chiedere a Dio. Chiediamo operai per la messe di Dio, e questa richiesta a Dio è, al tempo stesso, un bussare di Dio al cuore di giovani che si ritengono capaci di ciò di cui Dio li ritiene capaci.

 

Era da aspettarsi che al "nemico" questo nuovo brillare del sacerdozio non sarebbe piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in fin dei conti Dio fosse spinto fuori dal mondo. E così è successo che, proprio in questo anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, siano venuti alla luce i peccati di sacerdoti, soprattutto l’abuso nei confronti dei piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a vantaggio dell’uomo viene volto nel suo contrario. Anche noi chiediamo insistentemente perdono a Dio ed alle persone coinvolte, mentre intendiamo promettere di voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa succedere mai più; promettere che nell’ammissione al ministero sacerdotale e nella formazione durante il cammino di preparazione ad esso faremo tutto ciò che possiamo per vagliare l’autenticità della vocazione e che vogliamo ancora di più accompagnare i sacerdoti nel loro cammino, affinché il Signore li protegga e li custodisca in situazioni penose e nei pericoli della vita.

 

Se l’Anno Sacerdotale avesse dovuto essere una glorificazione della nostra personale prestazione umana, sarebbe stato distrutto da queste vicende. Ma si trattava per noi proprio del contrario: il diventare grati per il dono di Dio, dono che si nasconde “in vasi di creta” e che sempre di nuovo, attraverso tutta la debolezza umana, rende concreto in questo mondo il suo amore. Così consideriamo quanto è avvenuto quale compito di purificazione, un compito che ci accompagna verso il futuro e che, tanto più, ci fa riconoscere ed amare il grande dono di Dio. In questo modo, il dono diventa l’impegno di rispondere al coraggio e all’umiltà di Dio con il nostro coraggio e la nostra umiltà. La parola di Cristo, che abbiamo cantato come canto d’ingresso nella liturgia odierna, può dirci in questa ora che cosa significhi diventare ed essere sacerdote: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Matteo 11, 29).

 

Celebriamo la festa del Sacro Cuore di Gesù e gettiamo con la liturgia, per così dire, uno sguardo dentro il cuore di Gesù, che nella morte fu aperto dalla lancia del soldato romano. Sì, il suo cuore è aperto per noi e davanti a noi, e con ciò ci è aperto il cuore di Dio stesso. La liturgia interpreta per noi il linguaggio del cuore di Gesù, che parla soprattutto di Dio quale pastore degli uomini, e in questo modo ci manifesta il sacerdozio di Gesù, che è radicato nell’intimo del suo cuore; così ci indica il perenne fondamento, come pure il valido criterio, di ogni ministero sacerdotale, che deve sempre essere ancorato al cuore di Gesù ed essere vissuto a partire da esso. Vorrei oggi meditare soprattutto sui testi con i quali la Chiesa orante risponde alla Parola di Dio presentata nelle letture. In quei canti parola e risposta si compenetrano. Da una parte, essi stessi sono tratti dalla Parola di Dio, ma, dall’altra, sono al contempo già la risposta dell’uomo a tale Parola, risposta in cui la Parola stessa si comunica ed entra nella nostra vita.

 

Il più importante di quei testi nell’odierna liturgia è il salmo 23 (22) – “Il Signore è il mio pastore” –, nel quale l’Israele orante ha accolto l’autorivelazione di Dio come pastore, e ne ha fatto l’orientamento per la propria vita.

 

“Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”: in questo primo versetto si esprimono gioia e gratitudine per il fatto che Dio è presente e si occupa dell’uomo. La lettura tratta dal libro di Ezechiele comincia con lo stesso tema: “Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura” (Ezechiele 34, 11). Dio si prende personalmente cura di me, di noi, dell’umanità. Non sono lasciato solo, smarrito nell’universo ed in una società davanti a cui si rimane sempre più disorientati. Egli si prende cura di me. Non è un Dio lontano, per il quale la mia vita conterebbe troppo poco. Le religioni del mondo, per quanto possiamo vedere, hanno sempre saputo che, in ultima analisi, c’è un Dio solo. Ma tale Dio era lontano. Apparentemente egli abbandonava il mondo ad altre potenze e forze, ad altre divinità. Con queste bisognava trovare un accordo. Il Dio unico era buono, ma tuttavia lontano. Non costituiva un pericolo, ma neppure offriva un aiuto. Così non era necessario occuparsi di lui. Egli non dominava. Stranamente, questo pensiero è riemerso nell’Illuminismo. Si comprendeva ancora che il mondo presuppone un Creatore. Questo Dio, però, aveva costruito il mondo e poi si era evidentemente ritirato da esso. Ora il mondo aveva un suo insieme di leggi secondo cui si sviluppava e in cui Dio non interveniva, non poteva intervenire. Dio era solo un’origine remota. Molti forse non desideravano neppure che Dio si prendesse cura di loro. Non volevano essere disturbati da Dio. Ma laddove la premura e l’amore di Dio vengono percepiti come disturbo, lì l’essere umano è stravolto. È bello e consolante sapere che c’è una persona che mi vuol bene e si prende cura di me. Ma è molto più decisivo che esista quel Dio che mi conosce, mi ama e si preoccupa di me.

 

“Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me” (Giovanni 10, 14), dice la Chiesa prima del Vangelo con una parola del Signore. Dio mi conosce, si preoccupa di me. Questo pensiero dovrebbe renderci veramente gioiosi. Lasciamo che esso penetri profondamente nel nostro intimo. Allora comprendiamo anche che cosa significhi: Dio vuole che noi come sacerdoti, in un piccolo punto della storia, condividiamo le sue preoccupazioni per gli uomini. Come sacerdoti, vogliamo essere persone che, in comunione con la sua premura per gli uomini, ci prendiamo cura di loro, rendiamo a loro sperimentabile nel concreto questa premura di Dio. E, riguardo all’ambito a lui affidato, il sacerdote, insieme col Signore, dovrebbe poter dire: “Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. “Conoscere”, nel significato della Sacra Scrittura, non è mai soltanto un sapere esteriore così come si conosce il numero telefonico di una persona. “Conoscere” significa essere interiormente vicino all’altro. Volergli bene. Noi dovremmo cercare di “conoscere” gli uomini da parte di Dio e in vista di Dio; dovremmo cercare di camminare con loro sulla via dell’amicizia con Dio.

 

Ritorniamo al nostro salmo. Lì si dice: “Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (23 [22], 3s). Il pastore indica la strada giusta a coloro che gli sono affidati. Egli precede e li guida. Diciamolo in maniera diversa: il Signore ci mostra come si realizza in modo giusto l’essere uomini. Egli ci insegna l’arte di essere persona. Che cosa devo fare per non precipitare, per non sperperare la mia vita nella mancanza di senso? È, appunto, questa la domanda che ogni uomo deve porsi e che vale in ogni periodo della vita. E quanto buio esiste intorno a tale domanda nel nostro tempo! Sempre di nuovo ci viene in mente la parola di Gesù, il quale aveva compassione per gli uomini, perché erano come pecore senza pastore. Signore, abbi pietà anche di noi! Indicaci la strada! Dal Vangelo sappiamo questo: egli stesso è la via. Vivere con Cristo, seguire lui, questo significa trovare la via giusta, affinché la nostra vita acquisti senso ed affinché un giorno possiamo dire: “Sì, vivere è stata una cosa buona”. Il popolo d’Israele era ed è grato a Dio, perché egli nei comandamenti ha indicato la via della vita. Il grande salmo 119 (118) è un’unica espressione di gioia per questo fatto: noi non brancoliamo nel buio; Dio ci ha mostrato qual è la via, come possiamo camminare nel modo giusto. Ciò che i comandamenti dicono è stato sintetizzato nella vita di Gesù ed è divenuto un modello vivo. Così capiamo che queste direttive di Dio non sono catene, ma sono la via che egli ci indica. Possiamo essere lieti per esse e gioire perché in Cristo stanno davanti a noi come realtà vissuta. Egli stesso ci ha resi lieti. Nel camminare insieme con Cristo facciamo l’esperienza della gioia della Rivelazione, e come sacerdoti dobbiamo comunicare alla gente la gioia per il fatto che ci è stata indicata la via giusta.

 

C’è poi la parola concernente la “valle oscura” attraverso la quale il Signore guida l’uomo. La via di ciascuno di noi ci condurrà un giorno nella valle oscura della morte in cui nessuno può accompagnarci. Ed egli sarà lì. Cristo stesso è disceso nella notte oscura della morte. Anche lì egli non ci abbandona. Anche lì ci guida. “Se scendo negli inferi, eccoti”, dice il salmo 139 (138). Sì, tu sei presente anche nell’ultimo travaglio, e così il nostro salmo responsoriale può dire: pure lì, nella valle oscura, non temo alcun male. Parlando della valle oscura possiamo, però, pensare anche alle valli oscure della tentazione, dello scoraggiamento, della prova, che ogni persona umana deve attraversare. Anche in queste valli tenebrose della vita egli è là. Sì, Signore, nelle oscurità della tentazione, nelle ore dell’oscuramento in cui tutte le luci sembrano spegnersi, mostrami che tu sei là. Aiuta noi sacerdoti, affinché possiamo essere accanto alle persone a noi affidate in tali notti oscure. Affinché possiamo mostrare loro la tua luce.

 

“Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”: il pastore ha bisogno del bastone contro le bestie selvatiche che vogliono irrompere tra il gregge; contro i briganti che cercano il loro bottino. Accanto al bastone c’è il vincastro che dona sostegno ed aiuta ad attraversare passaggi difficili. Ambedue le cose rientrano anche nel ministero della Chiesa, nel ministero del sacerdote. Anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo strappare via. Al tempo stesso, però, il bastone deve sempre di nuovo diventare il vincastro del pastore, vincastro che aiuti gli uomini a poter camminare su sentieri difficili e a seguire il Signore.

 

Alla fine del salmo si parla della mensa preparata, dell’olio con cui viene unto il capo, del calice traboccante, del poter abitare presso il Signore. Nel salmo questo esprime innanzitutto la prospettiva della gioia per la festa di essere con Dio nel tempio, di essere ospitati e serviti da lui stesso, di poter abitare presso di lui. Per noi che preghiamo questo salmo con Cristo e col suo corpo che è la Chiesa, questa prospettiva di speranza ha acquistato un’ampiezza ed una profondità ancora più grandi. Vediamo in queste parole, per così dire, un’anticipazione profetica del mistero dell’eucaristia in cui Dio stesso ci ospita offrendo se stesso a noi come cibo, come quel pane e quel vino squisito che, soli, possono costituire l’ultima risposta all’intima fame e sete dell’uomo. Come non essere lieti di poter ogni giorno essere ospiti alla mensa stessa di Dio, di abitare presso di lui? Come non essere lieti del fatto che egli ci ha comandato: “Fate questo in memoria di me”? Lieti perché Egli ci ha dato di preparare la mensa di Dio per gli uomini, di dare loro il suo corpo e il suo sangue, di offrire loro il dono prezioso della sua stessa presenza. Sì, possiamo con tutto il cuore pregare insieme le parole del salmo: “Bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita” (23 [22], 6).

 

Alla fine gettiamo ancora brevemente uno sguardo sui due canti alla comunione propostici oggi dalla Chiesa nella sua liturgia. C’è anzitutto la parola con cui san Giovanni conclude il racconto della crocifissione di Gesù: “Un soldato gli trafisse il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua” (Giovanni 19, 34). Il cuore di Gesù viene trafitto dalla lancia. Esso viene aperto, e diventa una sorgente: l’acqua e il sangue che ne escono rimandano ai due sacramenti fondamentali dei quali la Chiesa vive: il battesimo e l’eucaristia. Dal costato squarciato del Signore, dal suo cuore aperto scaturisce la sorgente viva che scorre attraverso i secoli e fa la Chiesa. Il cuore aperto è fonte di un nuovo fiume di vita; in questo contesto, Giovanni certamente ha pensato anche alla profezia di Ezechiele che vede sgorgare dal nuovo tempio un fiume che dona fecondità e vita (Ezechiele 47): Gesù stesso è il tempio nuovo, e il suo cuore aperto è la sorgente dalla quale esce un fiume di vita nuova, che si comunica a noi nel battesimo e nell’eucaristia.

 

La liturgia della solennità del Sacro Cuore di Gesù prevede, però, come canto di comunione anche un’altra parola, affine a questa, tratta dal Vangelo di Giovanni: Chi ha sete, venga a me. Beva chi crede in me. La Scrittura dice: “Sgorgheranno da lui fiumi d’acqua viva” (cfr. Giovanni 7, 37s). Nella fede beviamo, per così dire, dall’acqua viva della Parola di Dio. Così il credente diventa egli stesso una sorgente, dona alla terra assetata della storia acqua viva. Lo vediamo nei santi. Lo vediamo in Maria che, quale grande donna di fede e di amore, è diventata lungo i secoli sorgente di fede, amore e vita. Ogni cristiano e ogni sacerdote dovrebbero, a partire da Cristo, diventare sorgente che comunica vita agli altri. Noi dovremmo donare acqua della vita ad un mondo assetato. Signore, noi ti ringraziamo perché hai aperto il tuo cuore per noi; perché nella tua morte e nella tua risurrezione sei diventato fonte di vita. Fa’ che siamo persone viventi, viventi dalla tua fonte, e donaci di poter essere anche noi fonti, in grado di donare a questo nostro tempo acqua della vita. Ti ringraziamo per la grazia del ministero sacerdotale. Signore, benedici noi e benedici tutti gli uomini di questo tempo che sono assetati e in ricerca. Amen.

(Omelia della messa del Sacro Cuore di Gesù, celebrata dal papa in piazza San Pietro con migliaia di preti di tutto il mondo, venerdì 11 giugno 2010, a conclusione dell'Anno Sacerdotale).

 

 

 

Anno sacerdotale. La duplice fedeltà. Il tema dell'incontro conclusivo con Benedetto XVI

 

In una società in cui “si è smarrita in larga misura, a causa della galoppante secolarizzazione, l’idea del sacro e del santo che ha sempre caratterizzato la religiosità popolare e la vita della Chiesa”, il sacerdote è chiamato a riscoprire il “dono della profezia”, in virtù del quale i preti “mai parlano a titolo personale, ma sempre a nome della Chiesa”, e il ruolo pastorale di “guida gerarchica delle comunità e delle persone a noi affidate”. A ribadirlo è stato mons. Mauro Piacenza, segretario della Congregazione del clero, in una meditazione tenuta l’8 giugno, nella basilica di San Giovanni in Laterano, in occasione del Rito promosso dal Rinnovamento carismatico cattolico internazionale (Iccrs) e dalla Fraternità cattolica (The Catholic Fraternity of Charismatic Covenant Communities and Fellowship) in preparazione all’incontro internazionale dei sacerdoti. “Non si tratta – ha puntualizzato il segretario a questo proposito – di una eccellenza umana e morale nei confronti dei fratelli, i quali non di rado sono anche più santi di noi, ma dell’obbedienza ad uno specifico compito, datoci dallo Spirito, ad una vocazione che, laddove non fosse assolta da noi, rimarrebbe incompiuta”. “Fedeltà di Cristo, Fedeltà del Sacerdote” è il tema dell’incontro internazionale dei sacerdoti che si svolge a Roma, dal 9 all’11 giugno, per iniziativa della Congregazione per il clero, in collaborazione con l’Opera romana pellegrinaggi (Orp). Circa 9 mila i partecipanti, provenienti da 91 Paesi del mondo, a conclusione dell’Anno Sacerdotale, indetto dal Papa per il 150° anniversario del “dies natalis” di Giovanni Maria Vianney.

 

Tra i “mali” la crisi della confessione. “La perdita del sacramento della riconciliazione è la radice di molti mali nella vita della Chiesa e nella vita del sacerdote”. Lo ha detto il card. Joachim Meisner, arcivescovo di Colonia, in una meditazione tenuta l’8 giugno nella basilica di San Paolo Fuori le Mura. “Una delle perdite più tragiche, che la nostra Chiesa ha subito, nella seconda metà del 20° secolo, è la perdita dello Spirito Santo nel sacramento della riconciliazione”, ha esordito il cardinale, aggiungendo: “Laddove il sacerdote non è più confessore, diventa operatore sociale religioso”. “Quando il sacerdote si allontana dal confessionale, entra in una grave crisi di identità”, la tesi di fondo dell’arcivescovo, che ha identificato nell’allontanamento dal sacramento della penitenza “una delle cause principali della molteplice crisi in cui il sacerdozio si è venuto a trovare negli ultimi cinquant’anni”. “Un sacerdote che non si trova, con frequenza, sia da un lato sia dall’altro della grata del confessionale subisce danni permanenti alla sua anima e alla sua missione”, ha affermato il porporato, secondo il quale “la maturità spirituale di un candidato al sacerdozio, a ricevere l’ordinazione sacerdotale, diventa evidente nel fatto che egli riceva regolarmente il sacramento della riconciliazione”. “La cosiddetta crisi del sacramento della penitenza – ha spiegato infatti il card. Meisner – non è solo dovuta al fatto che la gente non viene più a confessarsi, ma che noi sacerdoti non siamo più presenti nel confessionale”.

 

“È urgente alzarsi e andare in missione”. È l’ideale “consegna” affidata dal card. Claudio Hummes, prefetto della Congregazione per il clero, alle migliaia di sacerdoti, provenienti da ogni parte del mondo. “Dobbiamo essere molto coscienti dell’attuale urgenza missionaria”, ha detto il porporato nell’omelia della messa celebrata il 9 giugno nella basilica di San Paolo Fuori le Mura: “Bisogna che ci alziamo e andiamo in missione dappertutto”. “I destinatari della nostra missione sono tutti, ma in modo particolare i poveri”, ha proseguito il cardinale, ricordando che “oggi sono ancora centinaia di milioni gli esseri umani che sono costretti a vivere in dura povertà e perfino nella miseria e nella fame”.

 

Contestazione senza precedenti. “Oggi noi assistiamo all’irrompere di un’ondata di contestazione senza precedenti sulla Chiesa e sul sacerdozio, a seguito della rivelazione di scandali di cui dobbiamo riconoscere la gravità e porre riparo con sincerità alle conseguenze. Ma al di là delle necessarie purificazioni meritate dai nostri peccati, occorre anche riconoscere nel momento presente un’aperta opposizione al nostro servizio della verità e degli attacchi dall’esterno e anche dall’interno che minano a dividere la Chiesa”. È un passo della meditazione del card. Marc Ouellet, arcivescovo di Québec, in Canada, pronunciata il 10 giugno nella basilica di San Paolo fuori le mura. La Chiesa cattolica conta oggi 408.024 preti suddivisi sui cinque continenti. “400.000 preti è molto ed è poco per più di un miliardo di cattolici”, ha commentato il cardinale, ricordando che “oggi come alle origini della Chiesa, le sfide dell’evangelizzazione sono accompagnate dalla prova delle persecuzioni”. “La credibilità dei discepoli di Cristo si misura sull’amore reciproco che consente loro di convincere il mondo”, ha affermato l’arcivescovo.

 

“Grazie di cuore Santità, per tutto quanto ha fatto, sta facendo e farà per tutti i sacerdoti, anche per quelli smarriti”. È lo speciale saluto rivolto, nella veglia del 10 giugno in piazza San Pietro, dal card. Hummes al Papa, nel momento culminante di chiusura dell’Anno Sacerdotale”.  Sir 11

 

 

 

Giustizia ed equità per ottenere la pace

 

In Terra Santa ed altrove. E’ quanto ha auspicato il Pontefice a Cipro. Ma occorre anche rimuovere i falsi pacifismi e l’antisemitismo 

 

E’ triste, Benedetto XVI, quando arriva a Cipro. A togliergli il suo abituale sorriso e buon umore sono arrivati, a sorpresa e a distanza di pochi giorni, i 9 morti per l’attacco israeliano alla nave Marmara, davanti a Gaza, e l’assassinio, a Iskenderun, di Mons. Padovese, vicario dell'Anatolia. Afflitto ma sempre deciso ad incoraggiare il dialogo, la reciproca comprensione e l’accettazione del diverso: fattori che, insieme ad un più incisivo intervento delle Comunità internazionali, rappresentano l’unico rimedio alle tensioni che travolgono il Medio Oriente ove, ad aver la peggio, sono spesso i civili. Non si fa illusioni, il Papa: sa che gli attuali conflitti tra Arabi ed Ebrei sono “di carattere politico e dunque estranei ad ogni discorso ecclesiale”; è cosciente del fatto che “le relazioni tra Cristiani e Musulmani sono spesso difficili”, gli Islamici negando la libertà religiosa ed i diritti umani; non ignora che il conflitto israelo-palestinese è il “focolaio principale” dei vari scontri mediorientali che cesseranno solo quando quei due popoli potranno “vivere in pace in una patria che sia la loro, all’interno di confini sicuri ed internazionalmente riconosciuti”.

   Ma, forte della sua fede in Cristo e convinto che i Cristiani possono concorrere a “portare uno spirito di riconciliazione basata su giustizia ed equità per le due parti”, Benedetto XVI insiste sulla necessità del dialogo interreligioso tra ebraismo ed Islam, “benché non facile”; esorta i Cristiani del Medio Oriente, soprattutto i religiosi, a non emigrare perché “la loro sola presenza è un'espressione eloquente del Vangelo della pace”; invita a superare le differenze ed alimentare la solidarietà; a portare “riconciliazione dove ci sono i conflitti” ed offrire “al mondo un messaggio di speranza”. Non omette neppure di criticare l'occupazione israeliana della Palestina, asserendo che trattasi di “un'ingiustizia politica” non giustificabile con pretese teologiche; giudizio, questo, presente anche nel documento Instrumentum Laboris, consegnato ai rappresentanti dell'episcopato del Medio Oriente in vista del Sinodo che si terrà a ottobre in Vaticano, ove, tra l’altro, si legge: “Da decenni, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e l'egoismo delle grandi potenze hanno destabilizzato l'equilibrio della regione e imposto alle popolazioni una violenza che rischia di gettarle nella disperazione”.

    Concetti che il Papa ripete anche alle autorità politiche e diplomatiche di Cipro alle quali ricorda che solo con una “chiara visione morale e di coraggio” si ottiene il bene comune e la pace, si promuove “una genuina riconciliazione”, si sconfiggono “le ideologie politiche”. In effetti l’isola, tuttora abitata al Nord dai Musulmani turchi che la invasero nel 1974, al Sud da Ortodossi indigeni, registra da tempo continue turbolenze politiche e religiose. Non a caso, quindi, il Santo Padre invita tutti gli abitanti di Cipro a trovare, “con l'aiuto di Dio la saggezza e la forza di lavorare insieme per una giusta soluzione dei problemi che ancora sono da risolvere”, onde offrire alle “generazioni future una società che si distingua per il rispetto dei diritti di tutti, inclusi i diritti inalienabili alla libertà di coscienza e alla libertà di culto”.

   Un’esortazione saggia e doverosa, alla quale dovrebbero attenersi anche tutti i cosiddetti “pacifisti” filopalestinesi che, in sostanza, dimostrano di essere soprattutto antisemiti e ben poco Cristiani, se arrivano perfino a minacciare gli Ebrei dell’ex ghetto di Roma; ad alterare le foto del conflitto sulla Marmara per dare la responsabilità dell’eccidio ai soli Israeliani;  a scrivere su Facebook offese agli Ebrei, applausi ad Ahmadinejad, inni all’Olocausto e benedizioni a Hitler. Questa gente non si rende conto che, stando dalla parte di chi vuole eliminare Israele ed islamizzare l’Occidente, si rischia di perdere la democrazia e la libertà di opinione e di religione. E pure la vita, come è successo a tanti Cristiani residenti nel mondo arabo (dal 2000, solo fra vescovi, preti, suore, seminaristi e catechisti ne sono stati uccisi 263); anche nella “moderata” Turchia ove Mons. Padovese è l’ultimo della serie, dopo don Andrea Santoro (2006) e padre Adriano Franchini (2007); l’aggressione ai padri Martin Kmetec e Pierre Brunissen; le minacce ai Francescani di Mersin, l’omicidio di tre Protestanti a Malata; o la bomba molotov nella cattedrale di San Policarpo a Smirne e l’assassinio di sei Cristiani copti nel villaggio egiziano di Nag Hammadi. Tutte aggressioni, si dice per minimizzare, fatte da pazzi o instabili, come l’omicida musulmano di Mons. Padovese, che non è affatto malato di mente, essendosi sottoposto ad accertamenti presso l’ambulatorio di psichiatria solo per precostituirsi un alibi.

   Certo, la politica israeliana non sempre è umana e giusta; ma i Palestinesi sono soprattutto prigionieri dei mercanti d’armi (Hamas) che si arricchiscono speculando su aiuti internazionali, borsa nera, traffico d'armi e di droga; si diffonde la falsa idea (anche dal premier turco, Erdogan!) che Israele rappresenti “la principale minaccia per la pace” in Medio Oriente; l’iraniano Ahmadinejad ripete sempre di volerne la distruzione ed annunzia che nuovi convogli diretti a Gaza “porteranno libertà alla nazione palestinese, dopo aver annientato i sionisti”. Pure l’Onu (che ha già condannato Israele 27 volte!) è favorevole ad un’indagine sul blitz israeliano, benché un video mostri che i soldati sbarcati sulla Marmara sono stati accolti a mazzate, coltellate e spari. E si sa che oggi la Turchia fornisce armi ad Hamas. Sembra che l’Occidente non sia allarmato dal fondamentalismo islamico che ha già portato anche nel nostro mondo - come in Medio Oriente - al “bagno di sangue” evocato dal Papa. L’unica alternativa al quale, secondo gli Islamici, sarebbe l’assimilazione musulmana.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

Crisi. Papa: "Dignità umana unico capitale da salvare. Famiglia centro e scopo dell'economia"

 

Il pontefice, ricevendo in Vaticano i partecipanti alla Riunione comune della Banca di sviluppo del Consiglio d'Europa, esorta a una fraternità 'generosa' e al rispetto dei valori cristiani, vero motore per lo sviluppo

 

CITTA' DEL VATICANO - Economia e finanza: due elementi che di per sé non esistono, ma che sono strumenti per la realizzazione della persona umana. Il Papa, che oggi ha ricevuto in udienza in Vaticano i partecipanti alla Riunione comune della Banca di sviluppo del Consiglio d'Europa, parla della crisi economica che l'Europa si trova ad affrontare, ma soprattutto dei valori che devono essere comunque tutelati: "L'economia e la finanza non esistono per se stessi, sono solo uno strumento, un mezzo. Il loro fine è unicamente la persona umana e la sua piena realizzazione nella dignità. E' questo - ha detto il Pontefice - il solo capitale che vale la pena di salvare". Elogiando l'attività della Banca di Sviluppo del Consiglio d'Europa, "una banca con una vocazione esclusivamente sociale" e, portandola ad esempio, Benedetto XVI ha auspicato che la crisi "le permetta di mostrare la sua originalità, rafforzando l'integrazione sociale, la gestione dell'ambiente e lo sviluppo delle infrastrutture pubbliche a vocazione sociale".

 

Dignità umana unico capitale. Il Papa ha richiamato il valore della "fraternita", che "è generosa" e "non calcola", ammettendo la sua incompatibilità con la logica del profitto, un dualismo che, tuttavia, "non è un determinismo assoluto e insormontabile" ma "può essere superato". Bisognerebbe, secondo papa Ratzinger, "introdurre una logica che facesse della persona umana, e più specificamente delle famiglie e di quelli che sono in un grave bisogno, il centro e lo scopo dell'economia". Di fronte alla crisi economica, bisogna dunque ripartire dai valori cristiani, vero motore per un autentico sviluppo.

 

Non solo calcoli.  Dalla caduta del comunismo si è ottenuto solo un progresso economico, secondo il Papa:  "La liberazione dalle ideologie totalitarie" è stata "utilizzata unilateralmente per il solo progresso economico a detrimento di uno sviluppo più umano rispettoso della dignità e della nobiltà dell'uomo", ha aggiunto sollecitando interventi in grado di "correggere gli squilibri in favore di un processo basato sulla giustizia e la solidarietà". Due fattori - ha concluso - "indispensabili per il presente e l'avvenire dell'Europa".  LR 12

 

 

 

 

Migranti, nei Cie danni fisici e mentali, appello a rispettare i diritti umani

 

Si deve ripristinare la possibilità di chiedere protezione in

Italia, in accordo con quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra e dalla

Costituzione, per chi è costretto ad arrivare via mare dalla Libia, Paese in

cui non viene garantito il rispetto dei principali diritti umani". Lo chiede

il Centro Astalli-Servizio dei gesuiti per i rifugiati in Italia, nel

presentare un colloquio sulle migrazioni il prossimo 14 Giugno nella Chiesa

di Sant'Andrea al Quirinale a Roma, a cui parteciperanno monsignor Agostino

Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i

Migranti e gli itineranti e Giuseppe De Rita, presidente del Censis. "Un

numero sempre minore di persone riesce ad arrivare in Europa: le politiche

di controllo dei confini, sempre più aggressive, sbarrano tragicamente la

strada anche a chi fugge da guerre e persecuzioni - denuncia il Centro

Astalli - In particolare, la pratica dei respingimenti in Libia preclude

l'accesso a migliaia di rifugiati africani, molti dei quali vittime di

tortura". Uno studio pubblicato i questi giorni dal Jrs, e che ha coinvolto

organizzazioni non governative di 23 Paesi europei, sui rischi nei Centri

per i migranti, rileva inoltre che la detenzione in tali centri, sparsi in

tutta Europa, provoca "danni alla salute fisica e mentale", soprattutto tra

le categorie più vulnerabili come donne e minori. Richiedenti asilo e

immigrati irregolari soffrono di "ansia, depressione, perdita di peso,

insonnia" dovute allo stress psico-fisico di trovarsi privati della libertà

"senza aver commesso nessun reato", senza contatti con l'esterno, in

condizioni igieniche precarie, nell'incertezza del futuro. L'80% dei

richiedenti asilo, inoltre, "non sa quando potrà uscire dal centro e non

riceve visite di familiari e amici". Molti equiparano il loro centro di

detenzione ad una "prigione" e in molti centri sono stati registrati abusi

fisici e verbali. Dip

 

 

 

 

Ecumenismo e missione nelle parole del Vescovo Farrell

 

"Vivere da cattolici significa vivere della memoria. Noi sentiamo fortemente la

continuità della missione dalle origini. Nella tradizione cattolica, la

missione è connaturale all'essere cristiani: «La Chiesa durante il suo

pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria» (Concilio Vaticano

II, decreto sull'attività missionaria della Chiesa, Ad Gentes, 2)": è uno

stralcio dell'intervento pronunciato dal vescovo segretario del Pontificio

consiglio per la Promozione dell'unità dei cristiani, Brian Farrell, nei

giorni scorsi a Edimburgo in occasione del centenario della Conferenza

missionaria mondiale che nel 1910 radunò 1200 missionari protestanti,

preoccupati del fatto che le divisioni tra i cristiani costituivano un

ostacolo alla predicazione del Vangelo. 'L'Osservatore Romano' in edicola

domani ripropone ampi passaggi dell'intervento del vescovo, che ha

presentato alcune considerazioni sulla missione nella prospettiva cattolica.

Nei cento anni trascorsi dalla Conferenza di Edimburgo si sono succeduti

molti avvenimenti storici e "la missione è stata fortemente influenzata da

questi sviluppi e, come tutti sappiamo, si trova in una fase di complessa

trasformazione" ha detto tra l'altro il vescovo Farrel. "Chiaramente - ha

aggiunto il segretario del Pontificio consiglio - dentro e attraverso il

movimento ecumenico è necessario un profondo ripensamento del modo in cui le

Chiese possono e devono «fare missione». Le cosiddette «terre di missione»

sono alla soglia e all'interno delle nostre stesse comunità". Dopo cento

anni di movimento ecumenico, "non è più concepibile prendere di mira altri

cristiani nell'attività missionaria, non riconoscendoli come «validi»

cristiani" ha osservato ancora il vescovo, ricordando il principio espresso

dal 'Codice di condotta sulla conversione' che il Consiglio ecumenico delle

Chiese e la Chiesa cattolica, con la partecipazione dell'Alleanza evangelica

mondiale, stanno elaborando congiuntamente: "Seppure ciascuno abbia il

diritto d'invitare gli altri alla comprensione della propria fede, questo

diritto non deve essere esercitato violando i diritti e la sensibilità

religiosa degli altri". Dopo 2000 anni, "la missione continua all'interno

della storia umana. Ma ha chiaramente bisogno d'una nuova giustificazione

teologica e di un rinnovato impulso spirituale". Asianews.it 11

 

 

 

 

 

Meeting di Rimini. Questa inquietudine. Desiderio di cose grandi: il tema della XXXI edizione

 

“Il cuore dell’uomo desidera cose grandi, ed è proprio questa inquietudine, questa sete di infinito” che “lo spinge al compimento di sé” contraddicendo “la concezione puramente materialistica della vita” che oggi rischia di cancellarne “l’umanità”. Emilia Guarnieri, da 18 anni presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli, ha spiegato così il 10 giugno a Roma il tema della XXXI edizione dell’evento “Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore”, in programma a Rimini dal 22 al 28 agosto. Oltre cento gli incontri in calendario: dibattiti, conferenze, mostre, spettacoli e manifestazioni sportive. Il dialogo cattolici-ortodossi, la libertà religiosa e la responsabilità “politica” degli Stati, la presenza religiosa nello spazio pubblico, la tutela della vita, l’educazione, l’informazione, la riforma della giustizia e il rapporto tra economia e società saranno alcuni dei temi affrontati. Il programma completo è su www.meetingrimini.org.  

 

Tra Ulisse e Caligola. Inaugurando l’incontro romano, ospitato dall’Ambasciata Italiana presso la Santa Sede, Guarnieri ha affermato, riprendendo il titolo della conversazione in programma il primo giorno del Meeting con la presidente d’Irlanda Mary McAleese: “Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo”. La stessa giornata si concluderà con lo spettacolo “Caligola e la luna”, tratto dal celebre dramma di Albert Camus, nella ricorrenza dei cinquant’anni dalla morte, perché, ha precisato la presidente della Fondazione, “il desiderio della luna di Caligola, così come la volontà dell’Ulisse dantesco di oltrepassare le colonne d’Ercole”, dicono “l’ardente anelito di ricerca che per i cristiani è sostenuto dalla speranza di una risposta intravista, quella della fede”, ma che “è presente in tutti gli uomini e può aiutarli ad incontrarsi”.

 

I sei “segreti. Sei, secondo Joseph H.H.Weiler, University Professor – New York University, da anni affezionato frequentatore del Meeting, i “segreti” del successo dell’appuntamento, “straordinaria combinazione di vitalità e gravitas”. Anzitutto “la sua unicità”, ossia l’essere “una festa per la mente e per l’anima allestita nello spazio e con i numeri di una fiera commerciale”. Quindi “la sua apertura intellettuale” che testimonia “fiducia e impegno nella ricerca della verità”, e il suo spirito “pro-life” nel quale “si incontrano e incrociano tutte le generazioni”. “Una sorta di gravitas, di sottesa serietà”, e la sua “gratuità, espressa in una civiltà dominata prepotentemente dall’io dalla presenza di migliaia di volontari,” sono ulteriori “ingredienti” di successo. Infine “lo spirito di don Giussani che continua ad aleggiare anche grazie al suo successore, don Carrón”.

 

Religione e diplomazia. Sull’importanza del dialogo interreligioso come “strumento di comprensione reciproca tra aree e culture diverse” e, quindi, “di diplomazia preventiva”, si è soffermato il ministro degli Affari esteri, Franco Frattini, definendolo “fondamentale per costruire un concetto di pace adeguato alle sfide del XXI secolo". “Se facessimo nostre le parole del Santo Padre a Cipro – ha aggiunto – daremmo in importante contributo al dialogo israelo-palestinese” e “una garanzia di stabilità al processo di pace”. All’indomani dell’adozione da parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu di nuove sanzioni contro l'Iran, Frattini ha detto che l’'Italia le “sostiene con convinzione, ma riterrebbe catastrofico un attacco militare” contro il Paese. "Approvo – ha dichiarato – la scelta della mano tesa di Obama all'Iran. Il dialogo però non può essere uno strumento per allontanare le proprie responsabilità. Al dialogo vanno unite le pressioni”; in questo caso “le sanzioni intese come strumento per avvicinare, e non per allontanare il negoziato". Dal dialogo interreligioso alla libertà religiosa: "Credo si debba dire con chiarezza – ha sostenuto il titolare della Farnesina – che la questione della libertà religiosa, che non è solo libertà di culto ma anche di espressione pubblica del proprio credo, è una questione che riguarda un diritto fondamentale della persona umana”. Come tale "non può essere rispettato solo in parte: o viene rispettato pienamente o viene violato". Per questo, ha aggiunto, “aspettiamo con fiducia, il 30 giugno, la decisione della Grande Chambre" della Corte europea per i diritti dell’uomo sul ricorso presentato dall'Italia contro la sentenza emessa da quest’ultima, lo scorso novembre, sull’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche. Nel rammentare che altri dieci Paesi europei “vogliono intervenire in giudizio a sostegno della tesi dell’Italia”, Frattini ha criticato la scelta di “grandi Paesi che hanno preferito rimanere in silenzio” e ha ammonito: “Ci battiamo affinché in Europa non sia vietata la costruzione di moschee; dovremmo impegnarci allo stesso modo perché altrove non venga proibita la costruzione di chiese”. Infine l’annuncio che in settembre l’Italia proporrà all’Assemblea generale dell’Onu l’adozione di una risoluzione contro le discriminazioni per motivi religiosi.

 

 

 

 

 

Gaza. Una grande prigione . Intervista alla segretaria generale di Caritas Gerusalemme

 

Bibite, marmellate, insalate, succhi di frutta e dolci, dopo tre anni, potranno entrare a Gaza. Sembrerebbe allentarsi la morsa israeliana sull’enclave palestinese che dura ormai dal 2006 e resa ancora più rigida nell’anno successivo, quando Hamas prese il controllo della Striscia, dopo aver espulso le forze di Fatah fedeli al presidente dell’Anp, Abu Mazen. Da allora a Gaza fu vietata l’importazione, per motivi di sicurezza, di apparecchi elettrici, materiale da costruzione ma anche di diversi alimenti e oggetti d’uso quotidiano. La possibile concessione di Israele, frutto anche delle pressioni internazionali, nonostante sul blocco pesa ancora il caso Shalit (il soldato israeliano nelle mani di Hamas dall’estate 2006, ndr), ha suggerito un certo ottimismo per le sorti della pace in Medio Oriente, nell’incontro del 9 giugno a Washington, tra il presidente Usa, Barack Obama, e il leader palestinese Abu Mazen, al quale, peraltro, è stato garantito un pacchetto di aiuti per 400 milioni di dollari. La situazione a Gaza, ha detto Obama, “è insostenibile”. Chi sin dall’inizio del blocco si sta impegnando a Gaza per lenire le sofferenze della popolazione, in particolare con progetti nel campo sanitario, è la Caritas Gerusalemme. Il SIR ha intervistato la segretaria generale, Claudette Habesch.

 

L’assalto israeliano alla flottiglia delle Ong ha riproposto Gaza all’attenzione del mondo. Ma di questi giorni è anche la notizia di un allentamento del blocco da parte d’Israele. Che ne pensa?

“Il blocco di Gaza non si addice ad un mondo civilizzato. Come si può accettare, a livello internazionale, questo blocco che dura da più di tre anni? È possibile accettare che un milione e mezzo di palestinesi soffrano per questo, costretti in una prigione, la più grande del mondo, lasciando che Israele operi al di sopra della legge? Bisogna immediatamente rimuovere il blocco, liberare il popolo di Gaza e dargli la possibilità di vivere, lavorare, guadagnarsi la vita con dignità. È una questione di rispetto dei diritti umani come sancisce la Convenzione di Ginevra, ratificata anche da Israele. Il popolo palestinese soffre l’occupazione già da 43 anni, la più lunga del mondo moderno”.

 

Ma come conciliare le esigenze di sicurezza di Israele con quelle umanitarie di Gaza?

“Chi ha creato Hamas e perché Hamas è arrivato a queste posizioni? La sicurezza di Israele non si raggiunge con il blocco di Gaza, chiudendo le frontiere o mettendo check point. La sicurezza si raggiunge con la giustizia e la riconciliazione. Bisogna accettare, pertanto, che il popolo palestinese veda riconosciuti i propri diritti sanciti dalle leggi internazionali e dalle risoluzioni Onu. Quando si parla di sicurezza bisogna riferirsi a quella dei due popoli. Serve mettere in pratica quanto a livello internazionale è stato deciso per dirimere i problemi sul tappeto. Non possono esserci due pesi e due misure. La comunità internazionale si mobiliti per un cambiamento concreto, positivo per i due popoli. Non può esserci la vittoria di un solo popolo. Palestinesi e israeliani o vinceranno insieme la pace o la perderanno insieme”.

 

Qual è l’impegno di Caritas Gerusalemme per la Striscia di Gaza?

“La Caritas di Gerusalemme è in prima linea nel fronteggiare l’emergenza umanitaria in atto nella Striscia soprattutto nel campo sanitario. Abbiamo molti progetti in corso, tra questi una clinica mobile e sei punti di pronto soccorso medico. Oltre a ciò abbiamo allestito un consultorio psicologico per lavorare soprattutto con le persone più traumatizzate come bambini e anziani. Sosteniamo migliaia di famiglie in tutta la Striscia anche sul piano alimentare e igienico. La scorsa settimana abbiamo concluso un progetto di educazione igienica e sanitaria, con la consegna di prodotti ad hoc, a 4.500 famiglie. Ci sono molte cose che mancano a Gaza e, per questo, inviamo camion con derrate alimentari necessarie alla popolazione. Va detto, comunque, che a Gaza si trovano diversi prodotti, sapone, cioccolata, che arrivano attraverso i tunnel. Purtroppo i prezzi sono molto alti e quindi inaccessibili per molta parte della popolazione, segnata dalla disoccupazione. I prodotti disponibili nella Striscia hanno un prezzo molto più alto degli stessi che si vendono fuori di Gaza”.

 

Lei chiede di dare ai palestinesi di Gaza la possibilità di guadagnarsi la vita dignitosamente. Ma come favorire la ripresa del lavoro?

“In questo campo c’è molto da fare. Il nostro lavoro qui è quello di dare speranza a tutti, specie ai più giovani e a coloro che devono provvedere alla loro famiglia. È urgente provvedere alla ricostruzione delle infrastrutture, delle abitazioni, ma è difficile ottenere finanziamenti per rispondere a questi bisogni. Cerchiamo quindi di aiutare a trovare soldi per ricostruire la propria casa. L’economia è bloccata, basti pensare alla pesca, praticata dagli abitanti della Striscia. Le navi dei pescatori palestinesi vengono molto spesso bloccate o perquisite dalla flotta israeliana che staziona al largo della costa con grave danno all’economia locale. Mancano, poi, i materiali utili alla ricostruzione: Israele non permette l’ingresso di vetro, legno ed altro per motivi di sicurezza”.

 

C’è ancora speranza per Gaza?

“Sì, ma è riposta nell’azione della Comunità internazionale. Bisogna accompagnare palestinesi e israeliani sul cammino di pace. Serve che il mondo intero prema sulle parti per la giustizia e il diritto”.

 

 

 

 

 

Obolo di S. Pietro. Una "cartina di tornasole". Il 27 giugno la Giornata per la carità del Papa

 

Nonostante l'attuale crisi economica e finanziaria, l'Obolo di san Pietro "tiene e cresce". Ad assicurarlo al SIR è mons. Tullio Poli, direttore dell'Ufficio Obolo di san Pietro, operativo presso la segreteria di Stato vaticana, in vista della Giornata per la carità del Papa, che si celebra il 27 giugno in tutte le diocesi italiane. Come ogni anno, a luglio i dati sull'Obolo verranno sottoposti al Consiglio dei cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici della Santa Sede, prima di essere divulgati ufficialmente. Ferve, intanto, l'attività di sensibilizzazione alla Giornata, che quest'anno - afferma mons. Poli - "avrà una connotazione di particolare e significativa solidarietà nei confronti del Santo Padre, iniziata con la grande manifestazione di affetto e vicinanza a Benedetto XVI organizzata il 16 maggio scorso dal laicato cattolico in piazza San Pietro". Il materiale informativo di quest'anno - annuncia mons. Poli - sarà accompagnato da una lettera di mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, ai parroci. I dati della raccolta italiana relativi al 2009 - ha reso noto quest'ultimo ai vescovi, nel corso dell'ultima assemblea generale della Cei - segnano "un buon recupero" rispetto a quelli dell'anno precedente, passando da 2.660.585,97 a 3.405.580,21 euro, con un incremento del 28%. Un risultato, questo, che si avvicina al "picco" del 2007, quando furono raccolti 3.450.416,04 euro, e per il segretario generale della Cei è "particolarmente significativo, se si tiene conto degli effetti della crisi economica e della coincidenza con talune collette legate a eventi straordinari, primo fra tutti il terremoto in Abruzzo".

 

La generosità dei fedeli italiani. "La generosità manifestata dai nostri fedeli - ha detto mons. Crociata nel corso dell'ultima assemblea della Cei - è ulteriore conferma del nostro dovere di promuovere, a livello diocesano e parrocchiale, adeguate iniziative di sensibilizzazione nei confronti della Giornata del 27 giugno", realizzate anche quest'anno dall'Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali con il supporto della "rete" dei mezzi d'informazione cattolica: Avvenire, SIR, Tv2000, la rete radiofonica InBlu e i settimanali diocesani, che si occuperanno in primo luogo della pubblicazione e della diffusione del manifesto e del pieghevole della Giornata, predisposto come di consueto dall'Ufficio Obolo di san Pietro. In particolare, quest'anno Avvenire, nel periodo dal 13 al 27 giugno, dedicherà alla Giornata tre pagine intere la domenica e quattro quarti di pagina, mentre InBlu effettuerà 67 passaggi radiofonici. Anche i 187 settimanali Fisc dedicheranno ampio spazio alla Giornata in collaborazione con il SIR.

 

"Termometro" della sollecitudine verso il Papa. Anche in tempi di crisi, per mons. Poli, l'Obolo "è un termometro della sensibilità dei cattolici alla funzione che il Papa svolge nella Chiesa, una sorta di cartina di tornasole dell'atteggiamento filiale dei credenti nei confronti del successore di Pietro". "La peculiarità dell'Obolo rispetto a tante altre forme di solidarietà nei confronti dell'attività caritativa della Chiesa -ricorda - sta nel fatto di non essere vincolato ad alcuna etichetta o destinazione specifica: è il Papa stesso, infatti, che ne dispone liberamente, tenendo presente le necessità del mondo che si manifestano di situazione in situazione, o le emergenze che straordinariamente bisogna fronteggiare". Al "cuore" dell'Obolo c'è il "respiro mondiale" che appartiene alla figura del Pontefice come "pastore della Chiesa universale": "Comunione" e "corresponsabilità" sono quindi le due parole-chiave per comprendere la perenne attualità di una pratica antica quanto la Chiesa, all'insegna della "sollecitudine per tutte le Chiese locali nel mondo".

 

Le opere realizzate. Nel 2009 - informa il direttore dell'Ufficio vaticano - i proventi dell'Obolo sono stati devoluti in gran parte alle popolazioni di Haiti e del Cile, colpite da devastanti terremoti. Tra le opere già realizzate e per le quali continua il sostegno della Santa Sede, il "Villaggio-città dei ragazzi Nazareth" a Mbare, in Rwanda, che accoglie gli orfani abbandonati, per lo più figli di vittime del genocidio e della guerra civile, e il villaggio per gli orfani dell'Aids di Nuyambani, in Kenya, fondato dal gesuita e medico italo-americano Angelo D'Agostino, che dal 1999 offre assistenza medica, formazione e lavoro ai piccoli ospiti ed è diventato ormai un "centro pilota" per altre aree devastate dalla pandemia. C'è poi l'ospedale "San Vincenzo de' Paoli" a Sarajevo, voluto per offrire una struttura sanitaria cattolica (con presenza di religiose) alla multietnica capitale della Bosnia ed Erzegovina, e - per citare una realtà realizzata dopo il Giubileo del 2000 - la "Casa di accoglienza Giovanni Paolo II Opera Don Orione" a Montemario, ristrutturata e attrezzata per assistere e ospitare i pellegrini disabili che vengono a Roma. Senza dimenticare il sostegno alle diocesi in via di costituzione (come in Amazzonia), ai centri di educazione cattolica (con relative borse di studio), all'attività ordinaria svolta dal Pontificio Consiglio "Cor Unum" per le emergenze e le catastrofi naturali che si verificano nelle varie parti del mondo.

 

 

 

 

Terremoto, il richiamo del vescovo dell'Aquila. "Ritardi e pochi fondi, la gente perde speranza"

 

Il monito di monsignor Giovanni D’Ercole: «Per la ricostruzione servono risorse e tempi meno lunghi». Ma il vescovo chiede anche serenità e attacca Report: «Il montaggio di una mia intervista usato per insinuare che la Curia gestisca le donazioni del terremoto»

 

L’AQUILA. La carenza di fondi per la ricostruzione, l’impasse burocratica e soprattutto la paura della gente di aver lasciato la propria identità fra le macerie. I gesti e le parole di monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo ausiliare dell’Aquila, tradiscono la preoccupazione di trovarsi a vivere in una città ormai sull’orlo di una crisi di nervi.

 

A servizio della diocesi aquilana, un sostegno per l’arcivescovo Giuseppe Molinari, D’Ercole ha dimostrato da subito di avere le idee chiare sulla strada da seguire. «Dopo il terremoto del 1703 furono i cittadini a prendere in mano la situazione», ha detto in una delle sue prime omelie, «contribuirono in maniera decisiva alla ricostruzione della città, così dovrà essere nei giorni nostri». Ma la consapevolezza è quella di avere davanti un tessuto sociale disgregato, malgrado le aspettative e le richieste dei cittadini siano le stesse. L’occasione per tracciare un bilancio, a 14 mesi dal sisma e 6 dal suo insediamento, viene da un’intervista rilasciata a Paolo Viana del quotidiano cattolico Avvenire.

 

La ricostruzione langue e lui dice apertamente: «Mancano i soldi: non si sa quando arriveranno e quanti. E poi, forse, troppa lentezza burocratica. Questo» spiega «disorienta la gente che teme di non tornare più a casa: troppi inverni di ritardo potrebbero completare l’opera del terremoto, riducendo in macerie gli edifici danneggiati ed esasperando gli animi sino alla depressione».

 

Paure che la gente condivide con i sacerdoti.

 

«Noi cerchiamo di fare quello che è possibile», sottolinea, «abbiamo allestito delle tende, le tende amiche, aperte a tutti, e lì tastiamo il polso degli aquilani: ringraziano il governo per aver dato loro un tetto, ma vogliono tornare a casa propria e hanno seri dubbi che ciò possa avvenire in tempi brevi».

 

Una situazione difficile soprattutto per i giovani e gli anziani ancora sulla costa, molti in condizioni di abbandono. «Io credo», prosegue D’Ercole, «che siamo di fronte a una popolazione che vede trasformarsi la speranza in ansia e preoccupazione: i terremotati affrontano una seconda estate con i problemi di tutti gli italiani — mancanza di lavoro, tasse, mutuo da restituire — moltiplicati, però, dalla tragedia che li ha travolti. Trascurare le loro attese rischia di trasformare la speranza in protesta».

 

Ma qualsiasi sforzo, come quello di spalare con il popolo delle carriole, rischia di essere vanificato dalla diffidenza di molti verso la chiesa intesa come istituzione.

 

«C’è chi lavora contro la Chiesa, che pure cerca in tanti modi di stare accanto alla gente, diffondendo accuse generiche e spesso false».

 

Accuse alimentate, secondo D’Ercole, «da trasmissioni televisive da cui si evince solo quello che si vuol far dire. Ad esempio, il montaggio di una mia intervista a Report è servito a insinuare che la Curia dell’Aquila gestisca le donazioni del terremoto, che addirittura se ne serva per speculazioni immobiliari e che l’a rcivescovo abbia abbandonato la città nelle ore più buie. Ma perché dire cose così false?». LR 13

 

 

 

 

L'AQUILA. Le prime ricostruzioni. Caritas italiana: i segni di una presenza

 

All'inizio di giugno Caritas italiana ha inaugurato la nuova scuola di Ocre che è stata dedicata a don Lorenzo Milani. Ocre è un piccolo Comune di 900 abitanti, 13 chilometri a sud-est di L'Aquila, fortemente danneggiato dal terremoto del 6 aprile 2009. Nel suo programma di ricostruzione Caritas italiana ha deciso di riedificare la scuola del paese, vista l'inagibilità del vecchio edificio in muratura. La scuola primaria e dell'infanzia è stata realizzata nella frazione di San Panfilo. La struttura, prefabbricata in legno, ha tre corridoi su cui si affacciano le aule, un grande giardino-ingresso, utilizzabile come punto di raccolta in caso di emergenza, e un angolo giochi, in cui già sono stati allestiti uno scivolo e altri giochi d'esterno.

 

La struttura. L'edificio ha al suo interno due classi riservate alla scuola dell'infanzia e cinque classi per la scuola elementare, consegnate già arredate e provviste del materiale necessario per il normale svolgimento delle lezioni. La nuova scuola dispone anche di un'ampia palestra con spogliatoi (utilizzabile anche come aula magna), di aule per i laboratori d'informatica e musica, di una cucina, di una mensa, di una biblioteca, dei servizi igienici e di un'infermeria. Per favorire il riaggregarsi della popolazione anziana, i locali della nuova scuola saranno utilizzati anche come centro-anziani in quanto dispongono di sale dove poter svolgere attività socio-culturali. La realizzazione della scuola - che può ospitare 168 bambini e copre una superficie di circa 1.300 mq - è costata 2,5 milioni di euro provenienti dalla raccolta di offerte che la Cei ha promosso nella "domenica in albis" del 2009, e dalle donazioni di Caritas Lombardia, presente ad Ocre fin dai primi giorni del terremoto.

 

Una promessa realizzata. All'inaugurazione è intervenuto il vescovo ausiliare di L'Aquila, mons. Giovanni D'Ercole, che ha espresso la sua gratitudine: "Bisogna imparare fin da piccoli a dire 'grazie' e io dico 'grazie' alla Caritas italiana, alle Caritas della Lombardia e alla Caritas aquilana per aver donato questa scuola che è la risposta concreta a tante parole a vanvera; una promessa che si è realizzata diventando gesto d'amore. Grazie anche a San Marino per aver portato la musica donando gli strumenti musicali e il grazie più grande lo diciamo guardando in alto a Gesù". Presenti alla cerimonia anche il presidente di Caritas italiana, mons. Giuseppe Merisi, il direttore, mons. Vittorio Nozza, e don Roberto Davanzo, rappresentante della delegazione Caritas Lombardia, che ha detto: "Questa è la nostra prima realizzazione; sono contento anche perché posso portare in Lombardia i volti e le foto del risultato della generosità di questa Regione". Maria Corridore, direttrice dell'istituto comprensivo, e il sindaco di Ocre, Fausto Fracassi, hanno espresso soddisfazione per il lavoro compiuto dalla Caritas, sottolineando l'importanza di una struttura progettata appositamente per i bambini. Agli interventi è seguito un momento di intrattenimento organizzato dagli stessi alunni, che hanno suonato gli strumenti musicali donati dalla Repubblica di San Marino.

 

Il processo di ricostruzione. La nuova scuola è un ulteriore contributo che la Caritas vuole dare alla ricostruzione sociale di L'Aquila dove vi è urgente bisogno di luoghi di riaggregazione soprattutto per le categorie più deboli come minori, giovani e anziani. L'inaugurazione della scuola di San Panfilo d'Ocre segue la riapertura di ben 23 strutture per cui sono stati già spesi 13,5 milioni di euro: 3 scuole dell'infanzia, 5 centri di comunità, 5 interventi di ripristino degli spazi parrocchiali e 10 ambienti per la riattivazione dei servizi socio-caritativi. Nel frattempo si è già pronti per altre inaugurazioni in tre paesi dell'aquilano: il 15 giugno si comincerà con l'apertura del Centro di comunità nella frazione di San Giacomo, assistita dalle delegazioni Caritas di Emilia Romagna e Puglia. Il Centro polifunzionale è composto da un salone che sarà utilizzato anche come chiesa, una sala per le attività pastorali e due appartamenti, uno per il parroco e l'altro per i volontari Caritas. Nel frattempo il parroco don Jesus, colombiano, ha espresso così la sua gioia: "Nonostante le difficoltà e i tanti imprevisti si è lavorato giorno e notte, sotto la pioggia e con la neve, per offrire alla comunità un luogo di aggregazione, dove poter pregare e stare insieme". Le inaugurazioni continueranno il 19 giugno con la consegna della scuola dell'infanzia di Roio Poggio e del Centro di comunità di Bagno Grande. L'impegno della Caritas non si ferma qui. Nei prossimi mesi è infatti prevista la realizzazione di ulteriori 25 strutture per un importo di 15 milioni di euro. Sul sito diocesano www.chiesadilaquila.it (anche su www.caritasitaliana.it) è possibile vedere il video "Con la gente" realizzato da Tv2000 e Caritas italiana sull'operato della Caritas a L'Aquila dallo scorso 6 aprile ad oggi. Intanto, nell'ambito del recupero del patrimonio culturale danneggiato dal sisma, l'11 giugno è stata inaugurata anche la facciata della basilica di Collemaggio. LUCA CAPANNOLO

 

 

 

 

Padova. La fonte della città. Il messaggio del vescovo Antonio per la festa del patrono

 

Un invito a rinnovare le radici della propria fede anche in funzione di una vita sociale e civile rivolta al bene comune, sulle orme e sul modello di sant'Antonio, che ottocento anni fa scosse le coscienze e ancora oggi attrae le folle, come ha dimostrato la recente ostensione straordinaria delle reliquie. È il cuore del messaggio rivolto dal vescovo di Padova, mons. Antonio Mattiazzo, alla città in occasione della festa del patrono (13 giugno). "La linfa del Vangelo per una rinnovata vita cittadina" il titolo del testo, pubblicato sul numero in uscita del settimanale diocesano "La Difesa del Popolo" e sul sito www.diocesipadova.it.

 

Un "amico" vicino a Dio. Sant'Antonio, esordisce il vescovo, ha offerto a Padova "una splendida testimonianza di vita evangelica che dalla fonte del Vangelo ha attinto e profuso sulla città la grazia di un rinnovamento profondo dei cuori, delle coscienze, delle relazioni sociali, fondate sulla giustizia e la solidarietà, aperte su orizzonti di universalità e di speranza". Mons. Mattiazzo ricorda poi il "numero elevato di persone - calcolate in centinaia di migliaia - dalle più diverse provenienze" accorse a febbraio, in occasione dell'ostensione del corpo del Santo, per venerare le reliquie, nonché il raduno degli immigrati cingalesi lo scorso 1° maggio. "Un fenomeno - sottolinea - che ha suscitato sorpresa in una società e per una cultura spesso appiattite su una visione orizzontale e materiale della vita". "Che cosa muove nell'intimo tutte queste persone?", è la domanda di fondo. "Esse - risponde - percepiscono sant'Antonio come un 'amico' vicino a Dio". "È l'espressione di una fede semplice, concreta, ma non per questo meno genuina, molto simile a quella delle folle che accorrevano a Gesù per trovar guarigione e una luce di conforto e di speranza".

 

Senza Dio la vita "non ha consistenza". Quanti si rivolgono a sant'Antonio, prosegue mons. Mattiazzo, "intuiscono che le risorse puramente umane della società, anche le più progredite, non sono in grado di rispondere ai bisogni e alle aspettative più profonde della vita, perché la persona non è riducibile alla sola sfera mondana. In verità, la fede non è evasione dalla realtà, è realismo totale e fiducioso; non è orgogliosa autosufficienza, ma umile apertura a Dio, a cui nulla è impossibile". "La mia impressione - aggiunge - è che la società stia soffrendo le conseguenze di scelte sbagliate e ambigue fatte negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso nel nome di una libertà concepita come autonomia assoluta del soggetto, che si considera unico autore di se stesso, della propria vita e dei valori. Sono un errore e una presunzione che si pagano a caro prezzo. Senza la relazione a Dio, la vita dell'uomo non ha vera consistenza; senza la Sua grazia, la vita morale è un fallimento, il male finisce per diventare necessario ed essere giustificato".

 

Vincere l'idolatria del profitto. Il vescovo si sofferma quindi sulle difficoltà della vita della gente, sulle fatiche, sui disagi, sulla crisi che "è anzitutto di ordine spirituale e quindi morale e ci domanda una conversione". Serve, infatti, una "conversione di ordine spirituale e morale - rimarca - se si vuol vincere l'idolatria del profitto materiale, mali sociali quali la disoccupazione, la diffusione tragica della droga, la disgregazione della famiglia". Nel messaggio anche un appello "perché sia affrontato seriamente il declino demografico della città" e la vicinanza del vescovo alla sofferenza di "tante persone depresse" o che portano "dentro l'anima ferite laceranti e profondi sensi di colpa che invano cercano di rimuovere e alleviare con evasioni o terapie psicologiche".

 

Una ricarica di speranza. La città di Padova, rilancia il vescovo nel suo messaggio, "ha bisogno di un profondo rinnovamento spirituale" e "di una ricarica di speranza vera". "Scuotiamoci dalla pigrizia spirituale, liberiamoci dalle dipendenze sbagliate, dagli stereotipi che ci rendono prigionieri; tendiamo alla verità con libertà e coraggio interiore", esorta guardando alle 68 comunità parrocchiali cittadine e alle "comunità etniche che si sono formate in questi anni con la guida di un sacerdote della madre patria". Le parrocchie, precisa, sono "una grande risorsa di rinnovamento", "case di comunione, scuole di formazione, ponti aperti sul territorio"; loro compito è "rispondere al profondo bisogno e all'esigenza, non di una religiosità vaga e superficiale, ma di un'esperienza autentica di Dio". In questa prospettiva mons. Mattiazzo invita a considerare "con gratitudine" l'impegno pastorale dei sacerdoti "che vivono in mezzo al popolo, nel servizio del Vangelo, in prima linea con i poveri, nell'accoglienza degli immigrati, nella vicinanza agli anziani e malati, nella passione educativa verso le famiglie e le nuove generazioni, nella proposta impegnativa dei centri parrocchiali, nei campi scuola e nelle associazioni". "Il bene immenso che fanno, la speranza che infondono - conclude - non dovrebbero essere oscurati dai pochi casi connessi con l'infermità della natura umana". sir

 

 

 

 

Coscienza e verità. Il cardinale inglese John Henry Newman e l'Oratorio di san Filippo Neri

 

Tra la varie iniziative organizzate in occasione della prossima beatificazione del cardinale John Henry Newman, grazie alla collaborazione tra l'editore Cantagalli e le Congregazioni italiane dell'Oratorio di san Filippo Neri, sono stati recentemente pubblicati i suoi "Scritti Oratoriani", un'opera che si propone di far conoscere lo stretto legame tra Newman (che verrà proclamato beato da Benedetto XVI il 19 settembre nella contea inglese di West Midlands) e l'Oratorio. Il volume, a cura del monaco benedettino Placid Murray, è stato tradotto per la prima volta in italiano, e l'8 giugno ha avuto la presentazione nazionale a Genova. Per l'occasione sono intervenuti padre Edoardo Aldo Cerrato, procuratore generale della Confederazione dell'Oratorio, e padre Mauro De Gioia, direttore dell'Ufficio per la cultura della diocesi di Genova. All'iniziativa era presente il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei. Al termine della presentazione, il card. Bagnasco ha ricordato che "il cristiano è chiamato ad essere libero ma non indipendente", in particolar modo, "in un momento storico e culturale come quello che stiamo vivendo nel quale l'indipendenza culturale sembra essere il contrario della verità, quasi come se l'indipendenza personale fosse più importante della verità".

 

Sacrario e scrigno. "Nel clima storico nel quale viviamo - ha aggiunto il card. Bagnasco - si assiste ad un capovolgimento di categorie" per cui "l'indipendenza personale sembra più importante della verità al punto che, per la cultura, avere un legame con la verità, con il bene, con il criterio morale, sembra essere un fatto negativo". I cristiani, ha affermato il cardinale, "devono essere intelligentemente critici" e non farsi influenzare dalle visioni del mondo e dalle mode correnti. Il porporato ha parlato inoltre della coscienza, spiegando che "oggi viene intesa come una scatola da riempire a beneplacito dell'individuo". Ma la coscienza, ha aggiunto, "è un sacrario, dove Dio ha deposto l'eco di stesso, ed uno scrigno, che deve però essere continuamente purificato dai miasmi delle opinioni comuni che rischiano di oscurarla e soffocarla".

 

Da anglicano a cattolico. L'opera presentata a Genova permette di seguire da vicino il percorso vocazionale che ha portato Newman a lasciare il ruolo di ministro della Chiesa anglicana per abbracciare il sacerdozio cattolico e la vita oratoriana. Il volume rappresenta quindi una documentazione completa in merito al rapporto tra Newman e l'Oratorio e permette di comprendere a fondo l'identità e la continuità della sua vita sacerdotale. Gli scritti, per la maggior parte finora inediti in Italia, fanno comprendere come la sua scelta non fu semplicemente di ordine pratico, ma l'esito maturo di una riflessione profonda sulla vocazione personale e quella del gruppo dei discepoli che si erano raccolti intorno a lui. L'idea di sacerdote che emerge a tutto tondo dalle riflessioni di Newman, fedele all'impostazione di san Filippo Neri, è una profonda espressione del suo cammino spirituale. Lo studio di padre Murray ha messo inoltre in risalto un aspetto non secondario, ossia la prospettiva ecumenica, perché Newman prete oratoriano, non ha mai inteso il suo sacerdozio come una rottura con la sua passata esperienza di ministro anglicano.

 

La vocazione oratoriana. "I testi di Newman sull'Oratorio - ha affermato padre Edoardo Aldo Cerrato durante la presentazione - mostrano chiaramente quanto la vocazione oratoriana abbia segnato la vita e l'opera del prossimo beato e quanto profonda sia stata la sua appartenenza all'Oratorio". Un'appartenenza che ha segnato molti anni della sua esistenza. "Infatti - ha proseguito padre Cerrato - il cardinale ha vissuto metà della sua vita, dentro la Chiesa cattolica, ed il suo ministero e la sua opera pastorale, come sacerdote cattolico, sono indissolubilmente legati all'Oratorio e all'opera di San Filippo". "Il futuro Beato - ha proseguito il procuratore generale - fu oratoriano con la profondità che caratterizzò ogni scelta della sua vita e ogni opera intrapresa" tanto che fu sempre forte il suo desiderio "di svolgere la propria vita in una comunità caratterizzata da un acuto senso della cultura e dal gusto innato per l'umanesimo, dal rispetto per le persone". Il cardinale Newman, ha affermato ancora padre Cerrato, ha mostrato "un'intelligenza poderosa e una spiritualità profonda" ed ha realizzato una "sintesi nuova tra 'devozione' e 'ragione'". Per padre Cerrato, infine, "san Filippo Neri e l'Oratorio, facilitarono la sua felice sintesi tra pietà e cultura di cui egli trovò altissima espressione nell''Umanesimo Devoto' di san Francesco di Sales tanto che non è senza significato che il cardinale abbia posto l'immagine del Santo sopra l'altare della sua cappella privata nell'Oratorio di Birmingham come non è senza rilievo che, proprio da un testo del Santo, Newman abbia tratto per il suo stemma cardinalizio il motto 'Cor ad cor loquitur'".

 

Una singolare similitudine. Nel suo saluto introduttivo, il direttore dell'Ufficio per la cultura della diocesi di Genova, padre Mauro De Gioia, ha definito il volume "uno strumento prezioso per conoscere vita, opere di Newman e Oratorio" ed ha ricordato come per Newman "lo stile familiare dell'Oratorio fosse quello per lui più congeniale dal punto di vista pratico, in quanto il più simile a quello di un college inglese".

ADRIANO TORTI

 

 

 

 

Papst: „Priesterjahr – Bewegende Momente der Freude“

 

Benedikt XVI. zieht eine positive Bilanz des „Jahres der Priester“. Das sagte er am Sonntag beim Angelusgebet in Rom. „Am vergangenen Freitag, dem Herz-Jesu-Fest, hat das Priesterjahr mit der Gebetsvigil und der Meßfeier mit vielen Tausenden Priestern aus aller Welt seinen Abschluß gefunden. Ich bin dem Herrn für diese bewegenden Momente der Freude, der Brüderlichkeit und der gegenseitigen Stärkung dankbar. Die Kirche und die Welt brauchen Priester, die sich ganz von Jesus Christus formen lassen und den Menschen die Quelle der göttlichen Liebe aufschließen und das Wasser des Lebens schenken. Unterstützt weiterhin die Priester in ihrem Dienst mit eurer Mithilfe und eurem Gebet!“

Der Münchner Erzbischof Reinhard Marx lobt die Aussagen von Papst Benedikt XVI. zum Thema Missbrauch beim Abschluss des Priesterjahrs. „Ich glaube, der Papst hat den richtigen Ton gefunden“, sagte Marx am Sonntag in Rom. Er habe das Thema nicht zum Zentrum des ganzen Treffens gemacht, aber er habe es auch nicht verschwiegen. Wie in den vergangenen Monaten schon mehrfach habe er

„deutlich gemacht, dass die Kirche auf diese dunklen Seiten schauen muss. Dies hat er in einer Art und Weise getan, die nach vorne weist.“ Benedikt XVI. habe den Priestern eine positive Botschaft vermittelt, die „den Blick auf die Zukunft und die Erneuerung richtet, ohne die Verfehlungen der Vergangenheit auszublenden“. Marx räumte ein, anfangs etwas skeptisch gewesen zu sein gegenüber der Initiative des Priesterjahrs. Diese Bedenken hätten sich jedoch für ihn selbst rasch als „kleinlich“ herausgestellt. Jetzt habe er die Erfahrung gemacht, dass die Priester dankbar dafür seien, dass ihr Dienst durch die Initiative des Papstes eine besondere Wertschätzung erfahren habe.

Auch Kardinal Claudio Hummes ist tief beeindruckt vom Abschluss des Priesterjahres. Er hätte nie mit so vielen Teilnehmern an der Papstmesse von Freitag gerechnet, meinte der aus Brasilien stammende Präfekt der vatikanischen Kleruskongregation im Gespräch mit uns. „15.000 Priester aus aller Welt – das ist doch wirklich etwas Außerordentliches! Das war eine schöne und deutliche Antwort von seiten der Priester. Mich hat auch der Geist, in dem sie mitgemacht haben, berührt – aber bestimmt war das die zahlenmäßig größte Konzelebration in der Geschichte: 15.000 Priester mit dem Papst!”

Er sehe das Priesterjahr – auch wenn es von kirchlichen Missbrauchsskandalen überschattet wurde – als einen großen Erfolg, so Hummes. „Es ist ja auch in den einzelnen Gemeinschaften vor Ort gefeiert worden. Von Anfang an gab es viel Einsatz, damit das Priesterjahr vor Ort bei den Leuten ankommt... und das ist weltweit gelungen.“  kna 13

 

 

 

 

Missbrauch in der katholischen Kirche. Mit dem Stock des guten Hirten

 

Zum Ende des Priesterjahres bittet Papst Benedikt XVI. die Opfer pädophiler Priester um Vergebung. Was ein Jahr der Freude über das Sakrament des Priestertums sein sollte, habe die „Sünden von Priestern“ ans Licht gebracht, so der Papst. Von Jörg Bremer, Rom

 

Es ist von Pädophilie und Nachwuchsmangel die Rede, von Klerikalismus und Priestermord. Aus allen Enden der Welt kamen dieser Tage diese Probleme der katholischen Kirche nach Rom. Fast 10.000 Priester brachten sie aus ihren bald hundert Ländern mit, um sie mit Amtsbrüdern und ihrem Chef zu teilen. Am 19. Juni 2009 hatte Papst Benedikt XVI. ein Priesterjahr ausgerufen; am Freitag zum Herz-Jesu-Fest füllte sich der Petersplatz im liturgischen Weiß der Geistlichen, als der Papst vor etwa 15.000 Priestern die Abschlusspredigt hielt und seine Abgesandten unter sengender Sonne neuerlich auf ihre Versprechen zur Priesterweihe festlegte. Das Priesterjahr hätte ein Jahr der Freude über das Sakrament des Priestertums sein sollen, sagte er. Doch stattdessen habe es die „Sünden von Priestern“ ans Licht gebracht, „vor allem den Missbrauch an den Kleinen, in dem das Priestertum als Auftrag der Sorge Gottes um den Menschen in sein Gegenteil verkehrt wird“.

Wie schon bei seinen verschiedenen Treffen mit Missbrauchsopfern, zuletzt im April auf Malta, bat Benedikt „Gott und die betroffenen Menschen inständig um Vergebung“ und versprach, „dass wir alles tun wollen, um solchen Missbrauch nicht wieder vorkommen zu lassen; dass wir bei der Zulassung zum Dienst als Priester und bei der Formung auf dem Weg dahin alles tun werden, was wir können“. Der Papst wehrte sich aber gegen den Vorwurf, dass sich damit das Priesteramt seiner Würde entleert habe. Im Gegenteil, Priester seien als Menschen nur „irdene Gefäße“, die das Geschehene als Auftrag zur Reinigung, Mut und Demut annehmen müssten. Das Priesteramt bleibe trotz aller menschlichen Schwäche als Geschenk der Liebe Gottes erhalten.

 

Ein Dienst der Liebe - Das Priestertum Jesu bleibe der gültige Maßstab für jeden priesterlichen Dienst, sagte der Papst. Jesus „ist kein fremder Gott. Er kümmert sich um uns“. Der gute Hirte habe seinen Stock, um nach dem Psalmwort für uns den rechten Weg in tiefer Schlucht zu finden. Jesus zeige so, „wie man das Menschsein richtig macht, damit ich mit meinem Leben nichts Sinnloses tue“, predigte der Papst und forderte die Priester dazu auf, gegen den Missbrauch aufzustehen und den Glauben auch gegen Irrlehren zu verteidigen. Der Stock sei nämlich auch dazu da, gegen die wilden Tiere zu helfen, die die Herden reißen könnten. Der Priester müsse den Stock gegen „Verfälscher“ des Glaubens nutzen, so gegen geistliche „Führungen, die Verführungen sind“. Auch das sei ein Dienst der Liebe. „Heute sehen wir, dass es keine Liebe ist, wenn ein für das priesterliche Leben unwürdiges Verhalten geduldet wird. So ist es auch nicht Liebe, wenn man die Irrlehre, die Entstellung und Auflösung des Glaubens wuchern lässt, als ob wir den Glauben selbst erfänden.“

Seine theologische und geistliche Führungsrolle hatte der Papst schon am Donnerstagabend auf dem Petersplatz deutlich gemacht, wo sich die Priester unter dem Bild des heiligen Pfarrers von Ars an der Stirnseite des Petersdoms versammelt hatten. Jener Jean-Marie Vianney (1786 bis 1859) sollte eigentlich zum „Patron der Priester“ proklamiert werden. Dann aber teilte der Heilige Stuhl mit, der Papst wolle ihn weiter als „Patron der Gemeindepfarrer“ verehrt wissen; denn das sei das Amt gewesen, das er mustergültig erfüllt habe. In freier Rede ging der Papst auf die Fragen von fünf jungen Geistlichen aus den fünf Kontinenten ein. Wie könne denn so eine geplagte Kirche heute noch Anwärter für sich werben? Man könnte natürlich das Priestertum einfach nur noch als Job begreifen und die Kirche könnte sich ihre Angestellten suchen, antwortete der Papst. Aber damit sei das Problem nicht gelöst. Der Papst forderte den Mut, sich „ganz und gar dem Dienst am Nächsten zu schenken“. Das Vorbild mache die Berufung deutlich und den Beruf dann auch verlockend.

Tatsächlich nehmen die Zahlen der Priester nur in Europa ab. Nach dem Päpstlichen Jahrbuch stieg zwischen 2000 und 2008 die Priesterschaft weltweit sogar leicht um rund ein Prozent auf etwa 409.000 an. Die Zahl der Priester nahm in Asien um rund ein Viertel, in Afrika sogar um rund ein Drittel zu, während sie in Europa um sieben Prozent und in Ozeanien um vier Prozent abnahm. Junge Priester werden gerade in Deutschland zur Ausnahme.

Dazu passte es, dass die päpstliche Regie eine deutsche Familie ausgewählt hatte, um ein Gegenbeispiel zu geben. Der Anwalt und Malteser Johannes von Heereman sowie seine Frau Michaela berichteten vor vielen tausend Menschen von den Treppen des Petersdoms herab, wie wohl ihre eigene Erziehung, Ausbildung und ihr Vorbild als Eheleute dazu geführt hatten, dass sich zwei ihrer Söhne entschlossen hätten, Priester zu werden und sich auch eine Tochter für ein zölibatäres Leben entschied. Das geschah selbstkritisch und nicht ohne Humor. Dass die beiden Söhne aber ausgerichtet „Legionäre Christi“ wurden und damit jenem Orden beitraten, den der Papst wegen des vielfachen Vorwurfes des Missbrauchs durch den Ordensgründer visitieren ließ, wurde nicht gesagt, das Leiden der Familie Heereman unter diesen Ordensproblemen verschwiegen.

„K ein Jahr des Schreckens“

Wie könne denn ein Priester heute noch bei all den Anfeindungen seiner Aufgabe treu sein, fragte ein anderer junger Geistlicher. Er solle einfach die Liebe leben, die Eucharistie und die Lehre vom Wort Gottes in den Vordergrund stellen, sagte Benedikt. Überdies solle er auch den Mut haben einzugestehen, dass er nur ein Mensch sei und sich den „Mut zur Muße“ bewahren. Der Zölibat sei kein Skandal, sagte der Papst auf eine weitere Frage hin. Er sei ein Zeichen für den Glauben an die Präsenz Gottes in der Welt, „ein Akt des Vertrauens und der Treue zu Gott“. Der wirkliche Skandal sei, dass viele die Existenz Gottes ablehnten. Übrigens sei die Frage nach dem Zölibat gerade in einer Zeit seltsam, wo doch die meisten „Singles“ seien, sagte der Papst. Freilich seien das Menschen, die nur an sich selbst dächten, während der Priester wie eine verheiratete Person eine eheähnliche Beziehung zu Gott eingehe und damit Verpflichtungen.

Wo sei denn das rechte Maß zwischen Theologie und Spiritualität, wollte ein anderer Geistlicher wissen. Er habe sich nun seit 1946, seit bald drei Generationen, mit Theologie befasst, sagte Benedikt: „Die je neuesten Ideen sind mittlerweile veraltet und ohne Grundlage, manche erscheinen lächerlich.“ Der Papst wandte sich gegen die „Arroganz der Vernunft“ und den „Missbrauch an Theologie“, denn die Suche nach Wahrheit und Wahrhaftigkeit, die ja stets auch zur Theologie gehört habe, bleibe und müsse im Zentrum der Suche nach Gott stehen.

Noch vor Wochen hatte Kardinal Claudio Hummes, der Präfekt der Kleruskongregation, um möglichst zahlreichen Besuch der Priester gebeten. Tatsächlich kamen mehr als erwartet, angezogen im Vertrauen darauf, für ein paar Tage die feindlich erscheinende Welt mit Rom vertauschen zu können, wo ihre Sprache gesprochen wird. Manches wurde freilich nur hinter verschlossenen Türen erörtert. An Montag wird Erzbischof Luigi Padovese, der vergangene Woche in der Türkei ermordet worden war, in seiner italienischen Heimat als „Märtyrer“ beerdigt. Wie soll die Kirche damit umgehen, wenn sie einerseits ihre Geistlichen in aller Welt schützen, aber andererseits auch unter Muslimen das christliche Zeugnis ablegen will? Das wird das Thema der Nahost-Sondersynode sein, zu der der Papst im Oktober Repräsentanten aller christlichen Denominationen des Nahen Ostens einlädt.

Das Priesterjahr, so schrieb jetzt die Vatikan-Zeitung „Osservatore Romano“, sei „kein Jahr des Schreckens“, sondern eines der Gnade gewesen, da der Samen für die innere Erneuerung der Priester gesät wurde. Die Wunde werde aber Zeit zum Heilen brauchen; und nichts werde mehr sein, wie es war. F.A.Z. 11

 

 

 

Hilfsorganisationen kritisieren EU-Flüchtlingspolitik

 

Berlin. Menschenrechtsorganisationen, Hilfswerke und Juristen haben von den Staaten der Europäischen Union einen besseren Schutz von Flüchtlingen gefordert. Wegen "gravierender Unterschiede" und "katastrophaler Zustände in manchen Mitgliedstaaten" existiere nach wie vor kein gemeinsames europäisches Asylsystem, heiß es in einer am Sonntag in Berlin verbreiteten gemeinsamen Erklärung.

Die Initiative forderte die Bundesregierung auf, wichtige Vorschläge der EU-Kommission zur Neufassung bestehender Richtlinien, "die zumindest in Teilbereichen Verbesserungen am Asylrecht vorsehen", nicht länger zu blockieren. Unterzeichnet ist die Erklärung unter anderem von Amnesty International, Pro Asyl, der Neuen Richtervereinigung, dem Bundesverband der Arbeiterwohlfahrt und dem Diakonischen Werk der Evangelischen Kirche in Deutschland.

Bei der Verteilung der Verantwortung für die Flüchtlinge müssten die EU-Mitgliedstaaten solidarischer miteinander umgehen, hieß es weiter. Die bisherige Verteilung der Flüchtlinge sei dringend reformbedürftig. So sollte beispielsweise kein Flüchtling mehr nach Griechenland überstellt werden, solange dort kein funktionierendes Asylsystem existiert.

Weiter kritisieren die Organisationen, dass die EU bei der Kontrolle der Einwanderung verstärkt auf die Kooperation mit Drittstaaten setzt. Dabei werde Entwicklungshilfe daran geknüpft, inwiefern diese Staaten ihre Grenzkontrollen verstärkten. Damit wälze die EU ihre Verantwortung für den Schutz der Flüchtlinge ab. Drittstaaten wie Libyen seien "weder in der Lage noch willens", die Flüchtlinge zu schützen, Massiver Menschenrechtsverletzungen seien die Folge, betonte die Initiative. Epd 13

 

 

 

Das Sparprogramm der Bundesregierung in der Diskussion

 

Mit Unverständnis und Kritik reagieren in den vergangenen Tagen Politiker sämtlicher Parteien, Gewerkschaften und Kirchen gleichermaßen auf das am Montag dieser Woche von der Bundesregierung vorgeschlagene Sparprogramm. So viel Einigkeit erlebt man selten. Selbst aus den Reihen der Regierungskoalition regt sich inzwischen Widerstand gegen die Sparpläne. Kirchliche Vertreter und Sozialverbände sprechen von falschen Signalen und warnen vor den fatalen Folgen einer massiven Kürzung der Sozialleistungen.

Es lohnt sich ein differenzierter Blick auf die derzeit aktuelle Diskussion und fernab aller teilweise emotionalen Äußerungen auch auf das tatsächliche Problem, vor dem unser Land steht und vor dem die Bundesregierung nicht mehr länger die Augen verschließen darf.

 

Falsches Sparen kann - das bestreitet niemand - teuer werden. Investitionen, die die Zukunft des Landes sichern, wie der Bildungsbereich oder die Infrastruktur, sind ohne Frage zwingend erforderlich. Übersehen werden aber darf dabei nicht: Selbst bei einer vollen Umsetzung des geplanten Sparpaketes spart der Staat keineswegs. Er versinkt nur nicht mehr ganz so schnell in seinem immensen Schuldenberg.

 

Im vergangenen Jahr war ein Sechstel der Summe des Bundeshaushaltes geliehen, in diesem Jahr wird es sogar ein Viertel sein – und zwar bei ständig wachsendem Haushaltsvolumen. Es stellt sich also keineswegs die Frage, ob die Neuverschuldung des Staates so weitergehen darf. Zumindest dann nicht, wenn die Verantwortung für die nachfolgenden Generationen und die Stabilität des Staates im Mittelpunkt politischen Handels stehen sollen. Das Sparprogramm nimmt zurecht den Generationenvertrag ernst.

 

Die noch viel zu zögerliche Kurskorrektur der Regierung ist bei aller Kritik ohne Alternative, ebenso wie ihr Bemühen, endlich einmal gegen die Ausgabenflut anzugehen. Das sollte sinnvoller Weise auch - aber nicht nur - dort geschehen, wo der Großteil der Schulden aufgezehrt wird, ohne dass den Generationen, die dafür bezahlen werden, irgendetwas bliebe. Und das ist tatsächlich der Sozialetat mit einem Volumen von 130 Milliarden Euro, der fast 45 Prozent des gesamten Bundeshaushaltes ausmacht. Selbst dieser Etat darf in Zeiten leerer Kassen kein Tabu sein.

 

Mittel- und langfristige Sozialleistungen auf Pump bringen unweigerlich den Sozialabbau in der Zukunft mit sich. Dieses Ziel wird niemand wirklich anstreben. Das geplante und eher moderate Sparprogramm ist daher überfällig, so hart die Folgen der Kürzungen im Einzelfall auch sind. Ohne Frage gefährden unüberlegte Kürzungen im Sozialbereich die Stabilität eines Staates, indem sie die Schere zwischen Arm und Reich noch weiter auseinanderklaffen lassen. Fakt aber ist auch: Der Versorgungsstaat ist nicht das Modell der Zukunft, Wohlstand und Wohlfahrtsstaat lassen sich mit ihm nicht auf Dauer sichern.

 

Auch die Einführung neuer Steuern oder Steuererhöhungen sind nur bedingt Lösungen zur Konsolidierung des Bundeshaushaltes. Vor allem Letztere mindern, wenn sie eine breite Bevölkerungsschicht treffen, in der Regel die Kaufkraft und würden das derzeitige Wirtschaftswachstum eher hemmen. Gleichwohl aber sind die Forderungen nach einer stärkeren Belastung der Reichen, wie sie von Bundestagspräsident Norbert Lammert (CDU) oder dem saarländischen Ministerpräsidenten Peter Müller im Laufe dieser Woche geäußert wurden, ohne Frage gerechtfertigt. Die geplanten Kürzungen sollten tatsächlich nicht nur Haushalte mit geringen oder mittleren Einkommen treffen, sondern von allen Bevölkerungsschichten getragen werden. Die meisten Bürger sehen ein, dass der Gürtel enger geschnallt werden muss – wenn es irgendwie alle trifft. Fatal wäre es, wenn der bittere Beigeschmack entstünde, dass die Lasten einseitig auf die Schwachen abgewälzt werden. Die ohnehin schon evidente Politikverdrossenheit würde weiter zunehmen.

Zugleich muss die Bundesregierung darauf achten, dass politische Leitlinien erkennbar bleiben. Wenn etwa das Elterngeld gekürzt werden soll, stellt das einen der wesentlichen Eckpfeiler der CDU-Politik in den vergangenen Jahren infrage. Das zeigt nicht nur, wie dramatisch die Haushaltslage ist, sondern schmälert zugleich massiv die Glaubwürdigkeit.

Als vor erst wenigen Wochen Griechenland vor dem finanziellen Abgrund stand, wurden die Zustände dort überaus kritisch und teilweise mit Häme kommentiert. Jetzt, da wir auch unsere Haushalte konsolidieren müssen, können wir keine anderen Maßstäbe anlegen. Alle Länder der Eurozone sind aufgefordert zu sparen, um die Stabilität der gemeinsamen Währung nicht zu gefährden. Die Grenzen des Wachstums, aber auch des Versorgungsstaates sind schon lange erreicht - und das letzte Wort in Sachen Sparprogramm hoffentlich noch nicht gesprochen.

Andrea Kronisch kath.de - Redaktion

 

 

 

Papst bittet Missbrauchsopfer um Vergebung

 

Papst Benedikt XVI. hat die Missbrauchsopfer in der katholischen Kirche bei einer Messe um Vergebung gebeten. Er werde alles nur Mögliche tun, um Kinder vor sexueller Belästigung durch Priester zu schützen. Bislang hatte sich der Papst nur in einem Hirtenbrief entschuldigt. Gleichzeitig verteidigte er Zölibat und Priesteramt.

 

Papst Benedikt XVI. hat die Opfer von Kindesmissbrauch durch katholische Geistliche im Vergebung gebeten. Bei einer feierlichen Messe zum Abschluss des Priesterjahres auf dem Petersplatz in Rom sagte er, durch die Übergriffe werde das Priestertum „als Auftrag der Sorge Gottes um den Menschen“ in sein Gegenteil verkehrt. „Wir bitten Gott und die betroffenen Menschen inständig um Vergebung und versprechen zugleich, dass wir alles tun wollen, um solchen Missbrauch nicht wieder vorkommen zu lassen“, sagte das Kirchenoberhaupt.

Es sei zu erwarten gewesen, dass dem „Feind“ die Tugenden des Priestertums zuwider sein würden und dass dieser „es lieber aussterben sehen möchte, damit letztlich Gott aus der Welt hinausgedrängt wird“, betonte der Papst in seiner Predigt vor 15.000 Priestern. Gleichzeitig trat Benedikt den Geistlichen zur Seite. Das Priestertum sei „nicht einfach Amt, sondern Sakrament“. Mit dem Priester bediene sich Gott „eines armseligen Menschen“, um „durch alle menschliche Schwachheit hindurch seine Liebe in dieser Welt praktisch werden“ zu lassen, sagte der Papst. Zugleich äußerte er die Hoffnung, dass auch künftig junge Männer wieder für den Priesterberuf als „Dienstgemeinschaft für Gott“ gewonnen werden könnten.

Am Donnerstagabend hatte Benedikt das Pflichtzölibat für Priester gegen Forderungen nach dessen Lockerung verteidigt. Ungläubige könnten das Keuschheitsgebot als „Skandal“ begreifen, sagte er bei einer Gebetswache auf dem Petersplatz. Als „Akt des Vertrauens und der Treue zu Gott“ sei das Zölibat aber ein zentrales Element des Priestertums.

Angesichts der schweren Missbrauchsskandale in kirchlichen Einrichtungen war der Zölibat in den vergangenen Monaten nicht zuletzt auch in Deutschland aufs Neue heftig diskutiert worden. Neben anderen hatte sich vor kurzem auch der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, für eine Lockerung des Zölibats ausgesprochen. Faz.net 11

 

 

 

 

 

Kommentar. Späte Einsicht des Papstes

 

Nichts, schrieb die Vatikan-Zeitung Osservatore Romano zum Abschluss des Priesterjahrs bedauernd, werde in der Kirche mehr so sein wie zuvor. Es ging um das Thema, das man so gern ignorieren würde in Rom: die Skandale um sexuelle Übergriffe von Priestern an ihren minderjährigen Schützlingen, die die Kirche in ihre größte Krise der jüngeren Geschichte gestürzt haben. So eindeutig wie bisher noch nicht hat Papst Benedikt XVI. gestern die Opfer um Vergebung gebeten. Öffentlich. Alle. Endlich.

 

Viel zu lange hat es gedauert, bis wenigstens dieser Satz gefallen ist, auf den vor allem die Opfer, aber auch Millionen von Gläubigen gewartet hatten. An Zeichen seiner Betroffenheit und seiner Abscheu über derartige Fälle hat es nicht gemangelt, wohl aber an Zeichen von Einsicht, dass es sich nicht nur um Verfehlungen Einzelner handelt, sondern auch um ein Versagen der Kirche insgesamt. Mit seinem Zaudern hat der Papst deren enormen Verlust an Glaubwürdigkeit mit verursacht. Sie zurückzugewinnen, wird nur möglich sein, wenn in der Kirche wirklich nichts mehr ist wie zuvor. Kordula Doerfler FR 12

 

 

 

Papst würdigt Popieluszko

 

Benedikt XVI. hat Jerzy Popieluszko gewürdigt – den Solidarnosc-Priester, der 1984 vom damaligen kommunistischen Geheimdienst entführt und ermordet wurde. Bei seinem Angelusgebet an diesem Sonntag erinnerte der Papst in Rom an die Seligsprechung des Priesters; sie hat letzten Sonntag in Warschau mit überwältigender öffentlicher Beteiligung stattgefunden. Auch die Mutter des neuen Seligen, die hundert Jahre alt ist, nahm an den Warschauer Feiern teil.

 

„Jerzy Popieluszko hat einen großzügigen und mutigen Dienst geleistet – an der Seite derer, die für Freiheit, Lebensschutz und Würde eintraten“, so der Papst. „Seine Arbeit im Dienst am Guten und an der Wahrheit war ein Zeichen des Widerspruchs für das damalige Regime in Polen. Die Liebe zum Herzen Jesu ging bei ihm so weit, dass er sein Leben hingab, und sein Zeugnis war der Samen eines neuen Frühlings in der Kirche und der Gesellschaft. Wenn wir jetzt auf die Geschichte blicken, stellen wir fest, wieviele Seiten echter Erneuerung im Spirituellen und Sozialen doch geschrieben wurden mit dem entscheidenden Beitrag katholischer Priester, deren einzige Motivation die Leidenschaft für das Evangelium und für den Menschen war, für seine wahre Freiheit, ob in religiöser oder bürgerlicher Hinsicht. Wieviele Initiativen zur Förderung des Menschen sind doch aus der Intuition von Priestern entstanden!“

 

Benedikt grüßte von Rom aus auch die Teilnehmer von zwei weiteren Seligsprechungen. In Spanien wurde am Samstag ein katholischer Journalist ins Buch der Seligen eingeschrieben, und an diesem Sonntag leitete Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone in Slowenien die Seligsprechung eines jungen Märtyrers. Rv 13

 

 

 

Kardinal Tarcisio Bertone erklärt beim Weltkongress der Priester das Gebet zum Rückgrat der Priester

 

ROM - Gebet und Läuterung reagiert werde, äußerte Kardinal Marc Ouellet vor fast zehntausend Priestern.

Der Erzbischof von Quebec sprach am Donnerstagmorgen bei seiner Betrachtung auf dem internationalen Kongress der Priester zum Abschluss des Priesterjahres vom „Ausbruch einer beispiellosen Welle von Erschütterungen für Kirche und Priestertum nach den Enthüllungen der Skandale, deren Ernsthaftigkeit wir anzuerkennen und deren Folgen wir mit Aufrichtigkeit gutzumachen haben".

Der kanadische Kardinal erinnerte daran, dass es in der katholischen Kirche weltweit 408.024 Priester gebe. Rund vierhunderttausend Priester seien viel und zugleich wenig für eine Milliarde Katholiken. Es gebe vierhunderttausend Männer im priesterlichen Dienst, jedoch nur den einen Priester: Jesus Christus, erklärte Quellet.

„Durch unsere Vermittlung bleibt Jesus Christus gegenwärtig wie am ersten Tag und sogar noch mehr als am ersten Tag, weil er uns versprochen hat, wir würden größere Dinge tun, als er. Christus brach zur Begegnung mit seinen Brüdern und Schwestern auf, den Weg zum Kreuz hin gehend. Wir, seine Priester, gehen unserer Brüder und Schwestern in seinem Namen entgegen und in der Kraft seiner Auferstehung. Wir sind an alle Orte der Welt gesandt".

Papst Benedikt XVI zitierend, sprach Kardinal Ouellet davon, dass „der Priester ‚in persona Christi capitis' und in Vertretung des Herrn handelt. Er wirkt nie im Namen eines Abwesenden, sondern in der Person des auferstandenen Christus, der gegenwärtig wird mittels seines wirksamen Handelns".

Daher gab der Kardinal den zuhörenden Priestern den Rat, das lebendige Bewusstsein dafür zu bewahren, in Person Christi zu handeln.

„Ohne dieses Bewusstsein verliert die Nahrung, die wir den Gläubigen reichen, den Geschmack des Geheimnisses und das Salz unseres priesterlichen Lebens wird schal. Möge unser Leben den Geschmack des Geheimnisses bewahren und sei von daher zuallererst eine Freundschaft mit Christus".

Kardinal Tarcisio Bertone unterstrich in seiner Predigt in der Basilika von St. Paul, dass der Priester vor allem ein Mann des tiefen Gebets sein müsse, um die Schönheit des Zölibats tief leben zu können.

„Wir wissen, wie wichtig und vorrangig die betende Dimension unseres Dienstes und unseres Seins ist. Wir bekleiden das Priesteramt vor allem, um Gebete für alle uns anvertrauten Menschen vor Gott zu tragen". Diese Dimension „ist nicht nur eine Aufgabe, sondern das ‚Rückgrat' unserer Existenz, ihre Seele und ihr Atem".

Der Kardinal betonte, dass das Zölibat ein Zeichen sei und zugleich Treibkraft der pastoralen Liebe und besondere Quelle der Fruchtbarkeit in der Welt.

Der Wert des Zölibats sei klar anerkannt und auch von der Tradition der Ostkirchen mit großen Ehren wertgeschätzt, die gleichzeitig auch die Möglichkeit eines Priesteramtes von Verheirateten anerkennten. Zenit 11

 

 

 

Papst beendet Priesterjahr – Vergebungsbitte zu Missbrauchsfällen

 

Mit einer großen Messe auf dem römischen Petersplatz ist das „Jahr der Priester“ zu Ende gegangen. Mit Benedikt XVI. konzelebrierten 15.000 Priester aus aller Welt; der Papst ermutigte sie, auch in schwierigen Zeiten ihrer Berufung treu zu bleiben. Und: Er bat Gott und die Menschen um Vergebung für kirchliche Missbrauchsskandale. Ein Priester sei „nicht einfach ein Amtsträger“, so der Papst:

 

„Er tut vielmehr etwas, das kein Mensch aus sich heraus kann: Er spricht in Christi Namen das Wort der Vergebung für unsere Sünden und ändert so von Gott her den Zustand unseres Lebens. Er spricht über die Gaben von Brot und Wein die Dankesworte Christi, die Wandlungsworte sind, (welche) die Elemente der Welt verändern: Die Welt auf Gott hin aufreißen und mit ihm zusammenfügen. So ist Priestertum nicht einfach „Amt“, sondern Sakrament: Gott bedient sich eines armseligen Menschen, um durch ihn für die Menschen da zu sein und zu handeln. Diese Kühnheit Gottes, der sich Menschen anvertraut, Menschen zutraut, für ihn zu handeln und da zu sein, obwohl er unsere Schwächen kennt – die ist das wirklich Große, das sich im Wort Priestertum verbirgt.“

 

Ohne Umschweife erinnerte Benedikt XVI. aber auch an die Missbrauchsskandale, die der Kirche gerade in den letzten Monaten zu schaffen gemacht haben:

 

„Es war zu erwarten, dass dem bösen Feind das neue Leuchten des Priestertums nicht gefallen würde... So ist es geschehen, dass gerade in diesem Jahr der Freude über das Sakrament des Priestertums die Sünden von Priestern bekannt wurden – vor allem der Missbrauch der Kleinen, in dem das Priestertum als Auftrag der Sorge Gottes um den Menschen in sein Gegenteil verkehrt wird. Auch wir bitten Gott und die betroffenen Menschen inständig um Vergebung und versprechen zugleich, dass wir alles tun wollen, um solchen Missbrauch nicht wieder vorkommen zu lassen; dass wir bei der Zulassung zum priesterlichen Dienst und bei der Formung auf dem Weg dahin alles tun werden, was wir können, um die Rechtheit der Berufung zu prüfen, und dass wir die Priester mehr noch auf ihrem Weg begleiten wollen, damit der Herr sie in Bedrängnissen und Gefahren des Lebens schütze und behüte.“

 

 „Heutige Gesellschaft sieht Zölibat als Skandal an“ - Der Zölibat bleibt ein Grundpfeiler der katholischen Kirche. Daran erinnerte Papst Benedikt XVI. zum Abschluss des Priesterjahres. Rund 15.000 Priester aus 97 Ländern und weitere 10.000 Pilger und Gläubige nahmen am Donnerstagabend an einer Gebetswache mit dem katholischen Kirchenoberhaupt auf dem Petersplatz teil. Die dreistündige Feier bestand aus zwei Teilen. Im ersten Teil wurden Zeugnisse aus der Weltkirche vorgetragen. Dieser Teil wurde von der Klerusorganisation organisiert. Um 21.30 Uhr erschien dann der Papst auf dem Platz und betete mit den Anwesenden die Vigil.

 

 Lehren, Heiligen, Leiten – Der Papst zum Ende des Priesterjahres - „Es war der Auferstandene, der die Jünger gerufen hat, zu taufen, Menschen zu lehren und zu Jüngern zu machen, es war der Auferstandene, der ihnen die Vollmacht erteilt hat, Sünden zu vergeben.“ Mit diesen Auftragsworten aus den Evangelien des Matthäus und des Johannes hat Papst Benedikt XVI. seine Katechesen zum Priesterjahr eingeleitet. Den Abschluss des Priesterjahres feierten in der vergangenen Woche über 9.000 Priester aus 91 Ländern in Rom. Ein Höhepunkt war am Freitag eine Messe zum Herz-Jesu-Fest gemeinsam mit Papst Benedikt XVI. unter dem Leitspruch „Erneuerung, Buße, Gemeinschaft“. In den zurückliegenden Katechesen hatte der Papst besonders die drei priesterlichen Aufgaben betont. Mit den Worten Benedikts XVI. folgt eine Rückschau auf die Aufgaben: Lehren, Heiligen, Leiten. (rv 11)

 

 

 

 

Mehr als 17.000 Priester zum Nachtgebet mit Papst Benedikt XVI. auf dem Petersplatz

 

Papst teilt hautnah Freud und Leid seiner Mitbrüder im priesterlichen Dienst

 

ROM -Mehr als 17.000 Priester hatte sich gestern Abend zum Nachtgebet mit Papst Benedikt XVI. auf dem Petersplatz versammelt. Es herrschte eine festliche, familiäre Stimmung bei der Vigil, die den Abschluss des Priesterjahres einläutete, der heute mit einer Eucharistiefeier, der größten Konzelebration auf dem Petersplatz abgeschlossen worden ist.

Die Feier bot Raum für leidenschaftliche Zeugnisse von Priestern, für Fragen und Antworten des Papstes. Sie erzählten vom Gemeindeleben auf den fünf Kontinenten, ihrem Einsatz in den Pfarreien, unter Armen und Drogenabhängigen und in der Mission.

Das Zentrum des Nachtgebets bildete das geteilte Schweigen, die große Stille während der eucharistischen Anbetung auf dem Petersplatz. Papst Benedikt XVI. betete zusammen mit den Priestern vor dem Eucharistischen Leib des Herrn, der in der Monstranz zum Gebet einlud.

Zum Abschluss der tiefen Anbetung betete der Papst zusammen mit allen seinen tausenden von Mitbrüdern im priesterlichen Dienst das „Gebet für das Priesterjahr".

 

Nach dem Grußwort des Präfekten der Kongregation für den Klerus, Kardinal Claudio Hummes zu Beginn der Feier, kamen Priester aus allen Kontinenten zu Wort.

Ein brasilianischer Priester, der mehrere Pfarreien zu betreuen hat, erzählte dem Papst und allen Anwesenden Mitbrüdern von seinem Leid, „in einer Welt arbeiten zu müssen, die nicht mehr in ihrem Innersten christlich ist".

Benedikt XVI. ermutigte ihn mit dem Hinweis, sich mit besonderer Aufmerksamkeit den tragenden „Säulen" seiner priesterlichen Einsatz zuzuwenden. Er solle sich davor hüten, sich von Angst packen zu lassen oder zu meinen, alles selber tun zu müssen.

Die tragenden Säulen „sind die Eucharistiefeier, die mindestens am Sonntag zelebriert werden sollte; die Verkündigung des Wortes Gottes und die Predigt; die Liebe zu den Armen, den Kindern und den Leidenden".

Menschen sollten nicht nur einen Priester zu sehen bekommen, der seine Stunden abarbeitet und dann für sich alleine lebt. Sie solltenb vielmehr einen Mann sehen dürfen, der entbrannt und voller Liebe zum Herrn und zu den Seinen ist. Dazu gehöre, so der Papst auch die Erholung, etwas „auszuruhen", ohne den Anspruch zu haben, immer alles Geforderte erledigen zu können.

 

Ein Priester von der Elfenbeinküste sprach das Problem einer Theologie an, in deren Zentrum nicht mehr Christus stehe und welche die katholische Wahrheit mit „Meinungen" kompromittiere.

Der Papst erklärte dazu, daß es in der Tat eine „Theologie der Arroganz" gebe, „die den Glauben nicht nährt und die Gegenwart Gottes in der Welt verdunkelt". Dieser stehe eine Theologie gegenüber, die von der Liebe zum Geliebten motiviertt sei und den Geliebten besser kennen lernen wolle.

Benedikt XVI. kritisierte eine Form von Theologie, für die nur eine positivistische Rationalität als einzig wahre Vernunft gelte. Der Papst ermutigte die Priester, auf eine „geweitete Vernunft" zu setzen. So könnten sie den jeweiligen Modeideen entgehen. „Viele Theologien der 60ger Jahre schienen sehr wissenschaftlich zu sein. Jetzt erscheinen sie überwunden, ja sogar lächerlich." Der Papst riet allen, immer den Katechismus der Katholischen Kirche zu lesen und in Einheit mit den Bischöfen und dem Papst zu leben.

 

Ein Priester aus der Slowakei, der als Missionar in Rußland arbeitet, stellte dem Papst die Frage über den Sinn des Zölibats. Benedikt XVI. hob vor allem hervor, daß im Mittelpunkt des Zölibats die völlige Weggabe seiner selbst an Christus stehe. In der Feier der Eucharistie gestatte es Christus dem Priester, sein „Ich" zu benutzen, das zu ihm ziehe und den Priester mit ihm vereine. „So vereint sich unser Ich mit dem seinen und es verwirklicht sich das eine immerwährende Priestertum".

 

Für eine Welt, in der Gott von keiner Wichtigkeit sei, bilde der Zölibat „einen großen Skandal". Dieselbe Welt, die den Zölibat kritisiere, sei auch die Welt, in der der Mut zur Ehe fehle, „da man unfähig zu endgültigen Entscheidungen wird". Die Entscheidung für den Zölibat überlasse das eigene Leben Christus und sei ein „definitives Ja", welches „das definitive Ja der Ehe bestätigt". Ohne den Zölibat und folglich ohne die Ehe „verschwindet unsere Kultur".

 

Benedikt XVI. verwies auf die Wichtigkeit des „Skandals des Zölibats" als Waffe gegen die „sekundären Skandale", die das Bild Christi verfinsterten.

 

Ein japanischer Priester fragte, wie man der Versuchung zum Klerikalismus entgehen könne, wenn man ja doch gelobt habe, sich nicht den Kriterien der Welt zu beugen. Benedikt XVI. verwies auf die Feier der Eucharistie, wo Gott demütig seine Herrlichkeit aufgibt, am Kreuz sterbe und so die Welt rettet. Die Eucharistie müsse den Priester zur Offenheit für alle erziehen. Ein ernsthaftes Leben aus der Eucharistie bilde „die sicherste Verteidigung gegen die Versuchung des Klerikalismus".

 

Abschließend sprach ein Priester aus Ozeanien von den leeren Seminaren und der Notwendigkeit, neue Berufungen zum Priestertum wachsen zu lassen. Der Papst warnte davor, das Problem des Priestermangels mit „professionellen" Lösungen angehen zu wollen. Wichtiger sei es, „an die Tür Gottes zu klopfen, auf daß er uns die Berufungen gebe, derer wir bedürfen".

 

Benedikt XVI. ermutigte die anwesenden Priester, ihr Priestertum überzeugend zu leben. „Keiner von uns wäre Priester geworden, wenn er nicht einem Priester begegnet wäre, in dem das Feuer der Liebe Christi brannte." Der Papst riet den Priestern, jungen Menschen zum Beistand zu werden und sie hin zur Erkenntnis der Wertschätzung ihrer Berufung zu begleiten. Junge Menschen müßten erleben dürfen, das ein priesterliche Leben „zum Vorbild für die Gesellschaft" werden kann und es so würdigen lernen dürfen. Zenit 11

 

 

 

 

Abt Henckel-Donnersmarck: „Zölibatsdiskussion lenkt vom Wesentlichen ab“

 

Das Priesterjahr ist an diesem Freitag feierlich beendet worden, die Diskussionen um den Zölibat gehen aber weiter. Als „nebensächliche Strukturfragen“ nimmt der Heiligenkreuzer Abt Gregor Henckel-Donnersmarck die Rede über den Pflichtzölibat, das Frauenpriestertum und Vorgangsweisen bei Bischofsbestellungen wahr. Diese Fragen würden „vollkommen am zentralen Thema des Glaubens und der Religion vorbeigehen“, so der Abt wörtlich. Er äußerte sich anlässlich der Präsentation seines neuen Buches „ora @ labora - Über Gott und die Welt und das Paradies auf Erden“ in dieser Woche in Wien.

„Kardinal König hat immer die Dreierfrage gestellt: Woher kommen wir, wohin gehen wir, was ist der Sinn unseres Lebens. Das sind entscheidende religiöse Fragen, die wir im Gebet, in Meditation, aus der heiligen Schrift und im Feiern der Sakramente irgendwie annäherungsweise finden. Wenn sich der Papst "morgen an das Fenster im Vatikan stellt und sagt 'Bischöfe werden gewählt, Frauen werden geweiht und Priester dürfen heiraten', dann ist für Ihren und meinen Glauben überhaupt nichts geschehen. Für das, was Religion wirklich ausmacht, ist das völlig belanglos“ Wir werden abgelenkt bis zur Dummheit!“

Die zentrale Frage des Glaubens und der Religion sei der „persönliche Weg durch das Leben auf Gott zu“, so Henckel-Donnersmarck. In seinem neuen Buch lässt der Heiligenkreuzer Abt im Gespräch mit der Journalistin Judith Grohmann 33 Jahre Wirtschaftsleben und 33 Jahre Klosterleben Revue passieren. Auch Papst Benedikt XVI. sind zentrale Passagen gewidmet. Zur Finanz- und Wirtschaftskrise sagte der Abt im Gespräch mit der Nachrichtenagentur kathpress:

 

„Ich glaube, die Wirtschaftskrise könnte auch als Chance verstanden werden, wenn man eben sagt: Wir wollen ganz bewusst wieder die Werte der katholischen Soziallehre – Personalprinzip, Solidarität, Subsidiarität – neue entdecken, um aus dieser tieferen theologisch-philosophischen Reflektion Lösungsansätze zu finden.“  

(kap 12)

 

 

 

 

Weltjugendtag 2011. Website www.wjt.de freigeschaltet

 

ROM - In gut 12 Monaten werden Millionen von Jugendlichen und jungen Erwachsenen aus allen Ländern der Welt, sich rüsten um sich zu einem Fest des Glaubens aufzumachen, das mitten in Madrid, der spanischen Hauptstadt ein unvergessliches und prägendes Erlebnis bieten wird.

Papst Benedikt XVI. hat die Jugend der Welt nächstes Jahr im August wieder zum Weltjugendtag eingeladen.

Unter dem Motto: "Verwurzelt in Christus und gegründet auf ihm, fest im Glauben" (vgl. Kol 2,7) wird der Weltjugendtag vom 15.-21. August in Madrid stattfinden. Die Vorbereitungen auf den großen Jugendevent im Jahr 2011 laufen nicht nur bereits in Spanien auf Hochtouren, sondern haben am letzten Samstag im Mai offiziell auch in der Schweiz und in Österreich begonnen.

Die Arbeitsstelle für Jugendarbeit (AfJ) der Deutschen Bischofskonferenz startet in der dritten Juniwoche ihre Geistliche Kampagne zum Weltjugendtag 2011. Vor kurzem wurde die Website www.wjt.de freigeschaltet, die allen Interessierten erlaubt, für ihren Vorbereitungsweg nach Madrid sowohl praktische als auch geistliche Impulse zu bekommen.

Für Markus Hartmann, den Referenten für Glaubensbildung der AfJ, ist der Camino unterwegs zum WJT 2011 ein wichtiges Anliegen. So ermuntert er gerade Verantwortliche der Jugendarbeit, sich durch die Teilnahme an Vorbereitungsseminaren miteinander zu vernetzen.

Dazu wird zum Auftakt im Tagungshaus des Bistums Würzburg Schmerlenbach eine Tagung für alle angeboten, die beim WJT als verantwortliche Hauptamtliche beteiligt sein werden.

Jeweils am Dienstag, 22. und Mittwoch, 23. Juni 2010 (Block I) und am Mittwoch, 23. bis Freitag, 25. Juni 2010 (Block II) findet ein Block mit Elementen statt, an denen wahlweise teilgenommen werden kann.

Block I schafft theologische und spirituelle Grundlagen zum Motto: „Verwurzelt in Jesus Christus und auf ihn gegründet, fest im Glauben" (Kol. 2,7) und leitet davon konkrete Projektideen und Umsetzungsmöglichkeiten für die Praxis vor Ort ab.

Die geistliche Ausrichtung auf das Motto des WJTs soll Zugänge zum Thema auf dialogische Weise im Rahmen einer Wanderung (ähnlich Wanderexerzitien) eröffnen: beispielsweise 5 Impulse hergeleitet aus dem Motto, passend zu Themen, die Jugendliche bewegen und passend zu Aktionen in der geistlichen Vorbereitung, die vor Ort durchgeführt werden können.

Block II bietet neben neuesten Informationen aus Madrid einen Rahmen, sich mit anderen Verantwortlichenüber Aktionen im Vorfeld abzustimmen und auszutauschen. Dazu dienen Workshops, sich mit Fragen und Problemen der Vorbereitung auseinanderzusetzen und konkrete Arbeitshilfen, Ideen und Impulse zum Mitnehmen anbieten.

Ein Hauptanliegen der Arbeitsstelle des WJT der AfJ ist die Nachbereitung der Fahrt und die frühzeitige Weichenstellung für die Nachhaltigkeit. Daneben sollen Ideen für eine christliche Gruppenkultur geboten werden, die helfen, eine Atmosphäre des christlichen Umgangs zu schaffen, in der religiöse Themen zur Sprache kommen.

Daneben wird es eine Liturgie-Werkstatt geben, und es ist eine Arbeitshilfe „Katechesen leicht gemacht" für Bischöfe und Leiter der Animationsteams in Planung. Ar  Zenit 11

 

 

 

Christentum und Säkularisierung, wie geht das zusammen? - Eine Tagung in Wien

 

Christentum und Säkularisierung – wie geht das zusammen? Sehr gut, meint Kardinal Christoph Schönborn. Die Errungenschaften des Christentums würden heute aber in einer Verkehrung gegen die Kirche verteidigt. Das gab der Wiener Erzbischof bei einer Podiumsdiskussion im Wiener „Institut für die Wissenschaft vom Menschen“ an diesem Donnerstag zu bedenken. Mit dabei war der kanadische Philosoph Charles Taylor, Autor des Buches „A secular age“, zu deutsch „Ein säkulares Zeitalter“.

 

Es brauche eine Annäherung von beiden Seiten – so ungefähr lassen sich die Worte von Kardinal Christoph Schönborn zusammenfassen. Die moderne Gesellschaft vergesse die Errungenschaften des Christentums – zum Beispiel die Wertschätzung von Emotionalität, Gefühl und Individuum, die Autonomie des Individuums auch gegen Gott – , ja sie bemächtige sich ihrer und meine sie gegen die Kirche selbst verteidigen zu müssen, führte Schönborn aus. Andererseits, so der Kardinal, ist aber auch bei Christen eine Angst vor Säkularisierung spürbar. Warum die säkulare Gesellschaft nicht als Chance begreifen, so der Appell des Erzbischofs. Als Chance für Dialog und Auseinandersetzung mit Menschen, ob sie nun gläubig sind oder nicht?

 

„Unsere Religion ist eine Religion des Logos, wir brauchen keine Angst vor Logos, Argumenten, dem Geist zu haben! Warum sollten wir die säkulare Gesellschaft fürchten?“

 

Papst Benedikt XVI. sei das beste Beispiel für diese argumentative Kraft, hob der Kardinal hervor. Im Bereich des interreligiösen Dialoges mit dem Islam hätte diese Fähigkeit zum Beispiel zu Fortschritten geführt. Die säkularisierte Gesellschaft fordere die Christen gerade dazu heraus, auf andere Menschen zuzugehen:

 

„Wir müssen neu lernen, zuzuhören - vor allem jenen Menschen, die sagen, dass sie ohne Transzendenzbezug, ohne Religion auskommen und die eine Erfahrung von Lebensfülle außerhalb der religiösen Suche machen. Ich denke, das kann zu einem echten Dialog führen – diese große Vielfalt an Erfahrungen, an Suchenden.“

 

Diese Offenheit sei „die Grundbedingung jedes gelingenden Dialogs“ und jedes Gesprächs über Religion heute. Sicher - dem Begriff der Säkularisierung gilt es mit Vorsicht zu begegnen – darüber zeigten Schönborn und Taylor Einigkeit. Trotzdessen sei die Frage der Religion aber in den vergangenen Jahrzehnten immer stärker in den Vordergrund getreten, so Schönborn:

 

„Der Frage nach der Religion im öffentlichen Raum kann heute niemand ausweichen. Aber das ist auch faszinierend. Ich denke, das ist eine unerwartete Entwicklung für meine Generation: Wir hätten nie gedacht, dass die Frage nach der Religion zum Schlüsselthema würde für die Weltpolitik und die Entwicklung der Gesellschaft.“

 

Offenbar gebe es säkulare Angebote, die diesen Geschmack den Religionen nachempfinden könnten, gab Schönborn zu. Wohin treibt es also die „Suchenden“ und warum treibt es sie aus der Kirche hinaus? Diese Frage beschäftigt auch den kanadischen Philosophen Taylor. Er hat folgende Antwort: „Die Abkehr der Menschen von den traditionellen Institutionen wie der Kirche resultiert aus der Erfahrung, dass es darin zu einer „Verengung des Spirituellen“ gekommen ist. Indem das Lehramt die Weite des Spirituellen begrenzt und klare Grenzen setzt, stellt dies für die spirituelle Suche des Menschen einen „Kollateralschaden“ dar. Das Problem für mich ist das Lehramt, so hart das auch klingen mag.“

 

Um so drängender müssten die Kirchen eine Antwort auf die Frage finden, wie sie mit ausufernden spirituellen Suchbewegungen umgehen, gab der Philosoph zu bedenken. Die vielfältigen Suchbewegungen - seien sie nun spirituell oder nicht - gelte es sozusagen „zu bündeln“. Wichtig dabei, so eine Ergänzung von Kardinal Schönborn, sei die Frage nach der Freiheit. Aber richtig gestellt:

 

„Wo finden wir wirkliche Freiheit? Wo kann der Suchende heute den wirklichen Geschmack der Freiheit finden? Das ist für mich der Schlüssel der biblischen Offenbarung. Wir müssen fragen: Bringt ein säkulares Zeitalter die Freiheit voran?“ (kap 11)

 

 

 

Spanien: Schreibmaschine unterm Hausaltar - Der erste selige Journalist

 

Er ist der erste selige Journalist: Der Spanier Manuel Lozano Garrido wird an diesem Samstag in seiner Heimatstadt, dem andalusischen Linares, zur Ehre der Altäre erhoben. Die Zeremonie wird vom Präfekten der vatikanischen Heiligsprechungskongregation, Erzbischof Angelo Amato, in Stellvertretung von Papst Benedikt XVI. durchgeführt. Als unermüdlicher Wahrheitssucher bezeichnet der Leiter des vatikanischen Medienrates, Erzbischof Claudio Maria Celli, den Journalisten. Im Interview mit Radio Vatikan sagte der Erzbischof:

 

 

„Was mich beeindruckt: Er war ein Mann, der intensiv nach der Wahrheit suchte. Er war kein einfacher oder bequemer Journalist, sondern ein Mann, der Leidenschaft in diese Suche steckte. Mir hat sehr seine Glaubensstärke gefallen: Als zum ersten Mal eine Messe in seinem Haus gefeiert wurde, da war er schon krank, ließ er seine Schreibmaschine unter den Altar stellen. Er sagte: Ich wünsche mir, dass das Kreuz in meinem Schreiben Früchte trägt.“

 

„Ein guter Journalist zu sein ist einfach, ein christlicher dagegen heldenhaft“, so der Postulator des Seligsprechungsverfahrens, Pater Rafael Higueras, mit Blick auf das bewegte Leben des Journalisten und Freundes. Schon als Jugendlicher trat der im Jahr 1920 geborene Garrido der Katholischen Aktion bei. Während des spanischen Bürgerkrieges brachte er Kriegsgefangenen die Kommunion, wurde dabei zeitweise selbst gefangen genommen. Sein Haus wurde in dieser schweren Zeit zum Zentrum für Verfolgte und Bedürftige. Auch am Ende seines Lebens ging der Journalist, der 1942 an Spondilitis (einem schweren Rückenleiden) erkrankte, seiner Berufung nach. In der Tat wurde Garrido, der 1971 verstarb, für viele seiner Werke dieser Jahre posthum mit Preisen überhäuft. Erzbischof Celli:

 

„Er hat am Ende seines Lebens, das von Krankheit gezeichnet war, intensiv diese Berufung gelebt, hat gelitten, Zeuge der Wahrheit zu sein. Er war jedoch ein glücklicher Kranker – das ist beeindruckend – denn ihm gelang es, sein Leiden in der Einheit mit Christus in Liebe zu verwandeln.“ 

Manuel Lozano Garrido schrieb für Tageszeitungen, katholische Zeitschriften und Presseagenturen. Er gründete die Zeitschrift Sinai und wurde 1969 mit dem „Bravo“-Preis für Journalismus ausgezeichnet. Zudem ist er Autor von 9 Büchern zu Themen der Spiritualität. Im Dezember letzten Jahres wurde das Wunder, das durch die Fürsprache Lolos erwirkt worden sein soll, von Papst Benedikt XVI. anerkannt: 1972 wurde ein zweijähriges Kind auf „wissenschaftlich unerklärbare Weise“ von einer Multiorganischen Insuffizienz geheilt. (fides 12)

 

 

 

 

Erzbischof Tomasi kämpft auf 14. Sitzung des UN-Menschenrechtsrates besonders für Kinderrechte

 

GENF - Der Vatikan kämpft auf der 14. Sitzung des UN-Menschenrechtsrates besonders für Kinderrechte im Bereich Gesundheit und Arzneimittelversorgung. „Eine Gruppe, die ganz besonders unter dem mangelnden Zugang zu Arzneimitteln leidet, sind die Kinder", erklärte Erzbischof Silvano Tomasi am 8. Juni in Genf.

„Viele notwenige Medikamente werden nicht mit der geeigneten Formel oder spezifischen Dosierungen hergestellt, die für die Kindermedizin geeignet sind. Diese tragische Tatsache kann zum Verlust des Lebens oder zur Entstehung chronischer Krankheiten bei Kindern führen. Von den 2,1 Millionen Kindern, die mit HIV infiziert sind, hatten Ende 2008 nur 38 Prozent antiretrovirale Medikamente erhalten", so der Ständige Beobachter des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen in Genf, in seiner Ansprache an bei einer Debatte zu Menschenrechtsfragen, bei der es vor allem um das Recht auf Zugang zu Arzneimitteln und Diagnosegeräte für alle Menschen ging.

Zu den größten Hindernissen bei der Verwirklichung dieser Rechte gehöre der „Mangel an Zugang zu Medikamenten zugänglichen Preisen und zu Diagnosegeräten", so Erzbischof Tomasi weiter, der auch daran erinnerte, dass die „Krankheiten der Armut" immer noch 50 Prozent der Krankheiten in den Entwicklungsländern darstellen und damit zehnmal so oft vorkommen als in Industrieländern. Über 100 Millionen Menschen werden jedes Jahr arm, weil sie ihre Gesundheitskosten selbst traben müssen; fast 2 Milliarden Menschen haben keinen Zugang zu notwendigen Arzneimitteln, mahnte Erzbischof Silvano M. Tomasi auf der letzten Sitzung des UN-Menschenrechtsrates unter der belgischen Präsidentschaft, die am 31. Mai in Genf eröffnet worden ist und bis zum 16. Juni dauern wird.

Die katholische Kirche leistet einen wichtigen Beitrag zum Gesundheitswesen in aller Welt - durch die Ortskirchen, religiöse Institutionen und private Einrichtungen, die eigenverantwortlich und unter Achtung der jeweiligen Landesgesetze - wo sie mit 5.378 Krankenhäusern, 18.088 Krankenstationen und Kliniken, 521 Leprastationen und 15.448 Altersheimen und Heimen für chronisch Kranke und Behinderte tätig sind.

Der Erzbischof betonte, dass die kirchlichen Einrichtungen, die in einigen der ärmsten, oft isolierten und ausgegrenzten Gegenden tätig sind, darüber informieren, dass die in den internationalen Dokumenten festgelegten Rechte „weit davon entfernt sind, gewährleistet zu sein".

Der Ständige Beobachter des Heiligen Stuhls betonte in diesem Zusammenhang, er sei sich der Komplexität im Zusammenhang mit intellektuellem Eigentum im Hinblick auf den Zugang zu Arzneimitteln bewußt. Trotzdem forderte er den Menschenrechtesrat der Vereinten Nationen auf, „sich weiterhin darum zu bemühen, dass das Recht auf Gesundheit geschützt wird, indem ein gleichberechtigter Zugang zu notwendigen Arzneimitteln gewährleistet wird." Ar Zenit 11

 

 

 

Schweiz: Chatten mit Bischöfe war ein Erfolg

 

Die Schweizer Bischöfe nützen auch die neuen Möglichkeiten der Online-Kommunikation. Diese Woche suchten mehrere Oberhirten auf dem katholischen Internetportal kath.ch den Dialog in einem Chat-Forum. Bewusst hätten die Bischöfe diese moderne Kommunikationsform gesucht, um einen möglichst großen Teil der Bevölkerung zu erreichen und mit ihm ins Gespräch zu kommen, sagt uns Charles Martig. Er ist Geschäftsführer vom katholischen Mediendienst in Zürich, der das Internetportal führt.

„Der Grund hierfür ist die Situation der letzten Monate. Die Krise, die entstanden ist, durch die Missbrauchsfälle sowie die Abwesenheit der offiziellen Kirchenstimmen. Wir haben uns in der Schweiz überlegt, welche Möglichkeiten es gibt, den Dialog zwischen den Bischöfen und den Gläubigen zu öffnen.“ 

Die Chats fanden von Montag bis Freitag jeweils über Mittag statt. Am Montag war Bischof Markus Büchel von St. Gallen im Netz. Es folgten am Mittwoch der Churer Weihbischof Marian Eleganti und am Freitag Abt Martin Werlen von Einsiedeln.

 

„Das Ziel eines solchen Chats ist es, neue Kanäle zu öffenen und da zu sein. In einem solchen Forum kann man über einfache Sachen bis hin zu komplexen theologischen Fragen angehen. Es ist ein sehr offenes Forum, dass hier geöffnet wird.“ 

Und wie sieht die Bilanz aus? Das fragten wir Charles Martig vom katholischen Mediendienst in Zürich.

 

„Wir sind sehr überrascht und sehr zufrieden. Es waren 30 bis 40 Chattern dabei. Es gab ein reger Austausch. Ich sehe zwei Effekte: Einerseits haben die Bischöfe, die erstmals chatten, etwas Neues gelernt. Sie haben gemerkt, wie spannend das ist. Andererseits gibt es ein Außensignal. Man sieht, wie die Bischöfe bereit sein können, auf Jugendliche zuzugehen. Das ist positiv und es gibt bereits Berichterstattung darüber.“ 

Der Bischofs-Chat soll aber nicht institutionalisiert werden, erläutert Martig weiter.

(rv 11)

 

 

 

Katholische Kirche Mixa kritisiert Verhalten der Kirche

 

Offenbar waren kirchliche Würdenträger an den unbestätigten Missbrauchsvorwürfen gegen Bischof Walter Mixa beteiligt. Mixa zeigt sich enttäuscht.

Fünf Wochen nach der Annahme seines Rücktrittsgesuchs durch den Vatikan hat sich der ehemalige Augsburger Bischof Walter Mixa enttäuscht über das Vorgehen der Kirchen-Verantwortlichen gezeigt. Er bezog sich dabei auf den gegen ihn geäußerten Missbrauchsverdacht, der sich nicht bestätigt hatte - die Staatsanwaltschaft hatte die Vorermittlungen eingestellt.

Mit Blick auf das vermeintliche Missbrauchsopfer sagte Mixa der Welt am Sonntag: "Hätte man mit dem jungen Mann gesprochen, hätte sich sofort herausgestellt, dass es kein Opfer gibt, und sich eine Anzeige ersparen können."

Mixa reagierte damit auf Recherchen des Blattes, nach denen höchste Würdenträger der Kirche maßgeblich daran beteiligt waren, dass der Geistliche zu Unrecht unter Verdacht geriet. "Diese Zusammenhänge kannte ich so noch nicht. Ich bin enttäuscht über das Verhalten der Verantwortlichen in der Kirche für diese Affäre", sagte Mixa.

 

Wie das Blatt unter Berufung auf Ermittlungsergebnisse berichtet, beruhte die falsche Anschuldigung gegen Mixa auf einer acht Sätze langen Notiz des Bistums Augsburg, die keinen konkreten Hinweise auf eine Straftat enthielt. Der Augsburger Weihbischof Anton Losinger habe das Papier am 3. Mai dem Münchner Generalstaatsanwalt übergeben. Das angebliche Missbrauchsopfer habe erst nach Presseberichten von dem Fall erfahren und den Verdacht umgehend als unbegründet zurückgewiesen.

Mixa hatte am 21. April nach Prügel- und Untreuevorwürfen bei Papst Benedikt XVI. um seine Entlassung gebeten, die offiziell am 8. Mai angenommen wurde.

Der Missbrauchsvorwurf gegen Mixa ist zwar vom Tisch, aber die Prügelvorwürfe gegen den Geistlichen aus seiner Zeit als Stadtpfarrer von Schrobenhausen bestehen weiter. In seinem Mitte Mai vorgestellten Bericht hielt ein unabhängiger Sonderermittler Mixa "schwere körperliche Züchtigungen" von Heimkindern vor. Mixa soll die Kinder mit Faust, Stock und Gürtel geschlagen haben. Die Taten erfüllten unter anderem den Tatbestand der schweren Körperverletzung und der Misshandlung Schutzbefohlener - seien aber verjährt. (sueddeutsche.de 12)