Notiziario religioso 14-16 Giugno
2010
Lunedì 14 giugno. Il commento al Vangelo. “Ma io vi dico di non opporvi al
malvagio”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 5,38-42) commentato da P. Lino Pedron
38 Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per
dente; 39 ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la
guancia destra, tu porgigli anche l'altra; 40 e a chi ti vuol chiamare in
giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. 41 E se uno ti
costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. 42
Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle.
La frase
"occhio per occhio e dente per dente"
riporta la legge del taglione (Es 19,15-51; 21,24; Lv 24,20). E’ uno dei capisaldi delle legislazioni antiche
(Codice di Hammurabi e Legge delle dodici tavole). Essa
doveva sostituire la legge della vendetta di sangue (Gen
4,23). Al tempo di Gesù la legge del taglione era ancora vigente, ma poteva
essere sostituita con un risarcimento in denaro.
La non-violenza
richiesta da Gesù non è vile rassegnazione, ma forza e
intraprendenza dell’amore. La potenza dell’impotenza ha la sua più alta
manifestazione in Gesù che "fu crocifisso per la
sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio" (2Cor 13,4) e poggia sulla
fede che l’impotenza della croce vince il male.
Con il principio
della non-violenza Gesù contrappone alla mentalità giuridica dell’Antico
Testamento il nuovo ideale dell’amore. Il male perde la sua forza d’urto solo
quando non trova resistenza.
La Chiesa
perseguitata ha assunto questo atteggiamento comandato
da Gesù: "Gli apostoli se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati
oltraggiati per amore del nome di Gesù" (At 5,41).
I quattro esempi
elencati da Matteo hanno lo scopo di illustrare il comandamento: "Ma io vi
dico di non opporvi al malvagio".
Lo schiaffo sulla
guancia destra è particolarmente doloroso e oltraggioso perché è un
manrovescio. Gesù flagellato e schiaffeggiato conferma con il
suo esempio la validità del suo insegnamento (Mt 26,67; Is
50,6).
La lite
giudiziaria con chi pretende la tunica come caparra o come
risarcimento danni non ha più senso per il discepolo di Gesù, anzi, egli non
farà valere per sé neppure il comandamento che vietava il pignoramento del
mantello del povero e il dovere di restituirglielo prima del tramonto del sole (Es 22,25; Dt 24,13): egli darà la
tunica e il mantello senza opporre resistenza.
Il terzo esempio
che mette il discepolo a confronto con la violenza è quello della requisizione
da parte di autorità militari o statali per costringerlo a prestazioni forzate.
Ne abbiamo un esempio in Mt 27,32: "Mentre uscivano, incontrarono un uomo
di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a
prendere su la croce di lui".
Il miglio (=
1478,70 metri) era una misura romana e quindi richiama concretamente la
dominazione dell’impero di Roma al tempo di Gesù e
dell’evangelista. Quando gli saranno imposte queste
prestazioni forzate, il discepolo di Gesù non deve ribellarsi o coltivare astio
nel cuore, ma prestarsi liberamente e di buon animo a fare con gioia il doppio
di quanto esige da lui la prepotenza del malvagio.
Il quarto esempio
ci presenta i poveri e i richiedenti. Essi non sono dei nemici o dei malvagi,
ma possono suscitare una reazione violenta a causa delle cattive esperienze
fatte in precedenza. Leggiamo nel Libro del Siracide 29,4-10: "Molti considerano il prestito come
una cosa trovata e causano fastidi a coloro che li hanno aiutati. Prima
di ricevere, ognuno bacia le mani del creditore, parla con tono umile per
ottenere gli averi dell’amico; ma alla scadenza cerca di guadagnare tempo,
restituisce piagnistei e incolpa le circostanze. Se riesce a pagare, il
creditore riceverà appena la metà e dovrà considerarla come una cosa trovata.
In caso contrario il creditore sarà frodato dei suoi averi e avrà senza motivo
un nuovo nemico; maledizioni e ingiurie gli restituirà,
renderà insulti invece dell’onore dovuto. Tuttavia sii longanime con il misero
e non fargli attendere troppo l’elemosina. Per il comandamento soccorri il
povero secondo la sua necessità, non rimandarlo a mani vuote. Perdi pure denaro per un fratello e amico, non si arrugginisca
inutilmente sotto una pietra".
La motivazione del
comandamento: "Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non
volgere le spalle" sarà evidenziata nel seguito del vangelo da Gesù stesso
che ci comanda la conformità con il comportamento del Padre: "Il Padre
vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano" (Mt
7,11).
Attraverso questi
atteggiamenti i discepoli si dimostrano amici dei loro nemici e tentano di
cooperare con Dio per il ravvedimento degli ingiusti e dei malvagi come ha
fatto Gesù. San Paolo ha sintetizzato questo insegnamento in Rm 12,21: "Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male".
Se questi princìpi e questi comportamenti entrassero nella società,
essa non solo non ne avrebbe un danno, ma vedrebbe migliorare i rapporti umani
più di quanto possono ottenere tutti gli apparati
della giustizia, della prevenzione e della repressione. De.it.press
Martedì 15 giugno. Il commento al Vangelo. “Amate i vostri nemici”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 5,43-48) commentato da P. Lino Pedron
43 Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai
il tuo nemico; 44 ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri
persecutori, 45 perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il
suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra
gli ingiusti. 46 Infatti se amate quelli che vi amano,
quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se date il
saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno
così anche i pagani? 48 Siate voi dunque perfetti come è
perfetto il Padre vostro celeste.
Il comandamento
dell’amore, esteso indistintamente a tutti, è il supremo completamento della
Legge (v. 17). A questa conclusione Gesù è arrivato lentamente dopo aver parlato
dell’astensione dall’ira e dell’immediata riconciliazione (vv. 21-26), del rispetto verso la donna (vv. 27-30) e la propria moglie (vv. 31-32), della verità e sincerità nei rapporti
interpersonali (vv. 33-37), fino
alla rinuncia alla vendetta e alle rivendicazioni (vv.
38-42).
Il principio
dell’amore del prossimo è illustrato con due esemplificazioni pratiche: pregare
per i nemici e salutare tutti senza discriminazione. La più grande sincerità di
amore è chiedere a Dio benedizioni e grazie per il nemico. Questo vertice
dell’ideale evangelico si può comprendere solo alla luce dell’esempio di Cristo
(cfr Lc 23,34) e dei suoi discepoli (cfr At 7,60). Colui che prega per il
suo nemico viene a congiungersi con lui davanti a Dio. In senso cristiano la
preghiera è la ricompensa che il nemico riceve in cambio del male che ha fatto.
Il precetto della
carità non tiene conto delle antipatie personali e dei comportamenti altrui. Il
prossimo di qualsiasi colore, buono o cattivo, benevolo o ingrato dev’essere amato. Il nemico è colui che
ha maggiormente bisogno di aiuto: per questo Gesù ci comanda di offrirgli il
nostro soccorso.
Il comandamento
dell’amore dei nemici rivoluziona i comportamenti tradizionali dell’uomo. La
benevolenza cristiana non è filantropia, ma partecipazione
all’amore di Dio. La sua universalità si giustifica solo in questa luce: "affinché siate figli del Padre vostro (v. 45), e "siate
perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli" (v. 48). Il
cristiano esprime nel modo più sicuro e più vero la sua parentela con Dio
amando indistintamente tutti.
L’amore del nemico
è l’essenza del cristianesimo. Sant’Agostino ci insegna che "la misura
dell’amore è amare senza misura", ossia
infinitamente, come ama Dio.
In quanto figli di Dio i cristiani devono assomigliare al loro
Padre nel modo di essere, di sentire e di agire. L’amore verso i nemici è la
via per raggiungere la sua stessa perfezione.
La perfezione di
cui parla Matteo è l’imitazione dell’amore misericordioso di Dio verso tutti
gli uomini, anche se ingiusti e malvagi. Il cristiano è una nuova creatura (cfr
2Cor 5,17) e non può più agire secondo i suoi istinti e capricci, ma
conformemente alla vita nuova in cui è stato rigenerato.
Gesù pone come
termine della perfezione l’agire del Padre, che è un punto inarrivabile.
L’imitazione del Padre, e conseguentemente di Gesù, è l’unica norma dell’agire
cristiano, l’unica via per superare la morale farisaica. Essere
perfetti come il Padre è in concreto imitare Cristo nella sua piena ed
eroica sottomissione alla volontà del Padre, e nella sua dedizione ai fratelli.
E’ perciò diventando perfetti imitatori di Cristo, che si diventa
perfetti imitatori del Padre. De.it.press
Mercoledì 16 giugno. Il commento al Vangelo. Quando fai l’elemosina, preghi
e digiuni...
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 6,1-6.16-18) commentato da P. Lino Pedron
1 Guardatevi dal
praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati,
altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre
vostro che è nei cieli. 2 Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba
davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere
lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
3 Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la
tua destra, 4 perché la tua elemosina resti segreta; e
il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
5 Quando pregate,
non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e
negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico:
hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6 Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre
tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
16 E quando
digiunate, non assumete aria malinconica come gli
ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano.
In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
17 Tu invece,
quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, 18
perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e
il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Il discorso
riprende l’enunciato di 5,20; "Se la vostra giustizia non supererà quella
degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli". Il termine
giustizia (sedaqah) è usato nella Bibbia per
sintetizzare i rapporti dell’uomo con Dio, la pietà, la religiosità, la fede.
I rapporti con
Dio, nostro Padre, devono essere improntati alla fiducia, alla confidenza e
soprattutto alla sincerità.
L’autentica
giustizia non ha come punto di riferimento gli uomini, ma va esercitata davanti
al Padre che è nei cieli. Farsi notare dagli uomini è perdere ogni ricompensa
presso il Padre.
Matteo sottolinea la vanità di un gesto puramente umano: gli
ipocriti, che cercano l’approvazione, hanno già ricevuto la loro ricompensa.
L’ipocrisia
consiste nel fatto che un’azione, che ha Dio come destinatario, viene deviata dal suo termine. L’elemosina, la preghiera e
il digiuno devono essere fatti per il Padre che vede nel segreto.
Queste azioni
fatte "nel segreto" non significano necessariamente azioni segrete:
indicano ogni azione, anche pubblica, fatta per il
Padre e non per essere visti dagli uomini. E’ l’intenzione profonda che conta
perché la ricompensa si situa a questo livello: la ricompensa è l’autenticità
del rapporto con il Padre.
Il cristiano deve
fare l’elemosina in modo da salvaguardare la rettitudine dell’aiuto prestato al
fratello per amore del Padre.
La
strumentalizzazione della preghiera è la deformazione più inspiegabile della
pietà, perché mette a proprio servizio anche ciò che è essenzialmente di Dio.
Gesù nel suo
intervento non si propone di modificare il rituale della preghiera giudaica,
solo suggerisce un modo più retto di compierla, evitando l’ostentazione, il
formalismo, l’ipocrisia. Gli stessi rabbini insegnavano: "Colui che fa della preghiera un dovere, che ritorna a ora
fissa, non prega con il cuore".
Il richiamo di
Gesù è sulla stessa linea della tradizione profetica e sapienziale e trova
conferma nei suoi successivi insegnamenti e più ancora nella sua vita.
Il digiuno è
un’altra importante pratica della vecchia e della nuova "giustizia".
Esso è un atto penitenziale che completa e aiuta la preghiera.
Gesù, come i
profeti, non condanna il digiuno ma il modo nel quale era fatto. Invece di
esprimere la propria umiliazione, esso diventava una manifestazione di
orgoglio.
Il digiuno
cristiano, come l’elemosina e la preghiera, deve essere compiuto di nascosto.
Il cristiano non deve fare ostentazione della sua penitenza; deve
anzi nasconderla con un atteggiamento gioioso.
Il digiuno, come
ogni altra sofferenza, è una fonte di gioia perché ottiene un maggior
avvicinamento a Dio. L’invito di Gesù ad assumere un atteggiamento giulivo
invece che tetro, sottolinea il significato definitivo
della penitenza cristiana: poter soffrire è una grazia (cfr 1Pt 2,19). De.it.press
Anno sacerdotale. L'abbraccio dei laici
Quasi una lettera
aperta
"Carissimi,
noi vescovi, riuniti in Assemblea Generale, abbiamo avvertito il forte
desiderio di scrivervi mentre l'Anno Sacerdotale si avvia alla
conclusione".
Così inizia il
"Messaggio dei vescovi italiani ai sacerdoti che operano in Italia".
"Carissimi,
anche noi laici sulle strade del mondo, abbiamo avvertito, con i nostri
vescovi, il forte desiderio di scrivervi mentre l'Anno Sacerdotale si avvia
alla conclusione".
Non è l'inizio di
un altro messaggio ai preti ma l'inizio di un breve pensiero mentre si conclude l'Anno che Benedetto XVI ha voluto offrire, non
solo alla Chiesa, come una sosta di riflessione.
C'è
"qualcosa" nel prete che pone domande dentro e fuori i perimetri
ecclesiali.
Anche chi ha
un'altra fede, anche chi non crede ma ama guardare
oltre le siepi dell'ideologia e del conformismo si pone alcune domande
avvertendo nel prete "qualcosa di altro" a partire dallo stesso
celibato che il Papa nella veglia di ieri, 10 giugno, in una straordinaria
piazza San Pietro, ha definito "un grande scandalo" rispetto alla
cultura dominante perché, ha aggiunto, è come una "anticipazione del
futuro".
Perché quella
scelta? Perché quel "sì"? Perché quella vita? Perché quei gesti?
Perché quelle parole?
Perche?
Il far nascere e l'ascoltare domande sono un primo movimento del
"qualcosa di altro" che è nel prete. Comincia da qui il suo bussare
alla porta della coscienza.
Non entra, bussa.
Sta alla porta e attende che qualcuno apra.
Non smette di
bussare, pur con quella delicatezza e fermezza che Benedetto XVI indica come
stile della comunicazione della Chiesa, una comunicazione
diversa da quelle che si sperimentano altrove.
Il prete sa che
bussa a nome di un Altro.
"Carissimi,
noi laici sulle strade del mondo…".
Anche i preti, in
verità, sono sulle strade del mondo.
Il richiamo della
strada arriva loro attraverso i laici, giunge forte
nella Chiesa dove la comunità, guidata dal sacerdote, nasce e cresce accanto
alla Presenza.
Con lo scorrere
del tempo prende vita in questo luogo il dialogo tra le parole e la Parola che
dà significato e forza al camminare sulle strade del mondo in un confronto
permanente tra la fede e la ragione.
È, questo, il
frutto di una prossimità matura tra preti e laici che è tanto più feconda quanto più le due identità si pongono al servizio
della verità comunicandola non con arroganza ma con premurosa attenzione
all'altro perché l'accolga in libertà e con responsabilità.
"Carissimi,
noi laici… abbiamo avvertito il forte desiderio di scrivervi…".
Scrivervi non solo
alla conclusione dell'Anno Sacerdotale, non solo in qualche occasione
particolare, non solo e non tanto con la penna o con la tastiera di un computer.
Scrivervi con la
fatica di ogni giorno per condividere la misura alta delle scelte quotidiane a partire da quella di chi mette senza riserve la propria
vita nella mani di Dio dicendo, così, che solo da questo gesto radicale nasce
ogni altro autentico gesto d'amore.
"Carissimi,
noi laici… mentre l'Anno Sacerdotale si avvia alla
conclusione".
L'Anno si chiude,
un soffio di tempo si esaurisce e si incastona
nell'eternità.
Ed è per il
richiamo all'incontro tra finito e infinito che dai laici viene il grazie
ultimo al prete.
A questo richiamo
che avviene, con parole e gesti, nei momenti più belli come in quelli più
dolorosi della vita, nessuno rimane indifferente, neppure chi non crede.
Soprattutto nei
momenti del perdono, quando la misericordia cancella la miseria con le parole e
il gesto del prete che sono le parole e il gesto dell'Altro.
"Carissimi,
noi laici…".
Paolo Bustaffa
Anno Sacerdotale. "Era da aspettarsi che al 'nemico' non sarebbe
piaciuto"
Bilancio di dodici
mesi di fuoco. Ciò che il papa desiderava e ciò che invece è
accaduto, con l'esplodere dello scandalo della pedofilia. Nell'omelia
conclusiva, Joseph Ratzinger insegna ai preti cattolici come camminare nella
"valle oscura" verso la luce - di Benedetto XVI
Cari confratelli
nel ministero sacerdotale, cari fratelli e sorelle, l’Anno Sacerdotale che
abbiamo celebrato, 150 anni dopo la morte del santo
Curato d’Ars, modello del ministero sacerdotale nel nostro mondo, volge al
termine. Dal Curato d’Ars ci siamo lasciati guidare, per comprendere nuovamente
la grandezza e la bellezza del ministero sacerdotale. Il sacerdote non è
semplicemente il detentore di un ufficio, come quelli di cui ogni società ha
bisogno affinché in essa possano essere adempiute certe funzioni. Egli invece
fa qualcosa che nessun essere umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo
la parola dell’assoluzione dai nostri peccati e cambia così, a
partire da Dio, la situazione della nostra vita. Pronuncia sulle offerte
del pane e del vino le parole di ringraziamento di
Cristo che sono parole di transustanziazione – parole che rendono presente lui
stesso, il Risorto, il suo corpo e suo sangue, e trasformano così gli elementi
del mondo: parole che spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a lui.
Il sacerdozio è
quindi non semplicemente "ufficio", ma sacramento: Dio si serve di un
povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di
agire in loro favore. Questa audacia di Dio, che ad
esseri umani affida se stesso; che, pur conoscendo le nostre debolezze, ritiene
degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua, questa audacia
di Dio è la cosa veramente grande che si nasconde nella parola
"sacerdozio". Che Dio ci ritenga capaci di questo; che egli in tal
modo chiami uomini al suo servizio e così dal di
dentro si leghi ad essi: è ciò che in quest’anno volevamo nuovamente
considerare e comprendere. Volevamo risvegliare la gioia che Dio ci sia così
vicino, e la gratitudine per il fatto che egli si
affidi alla nostra debolezza; che egli ci conduca e ci sostenga giorno per
giorno. Volevamo così anche mostrare nuovamente ai giovani che questa
vocazione, questa comunione di servizio per Dio e con Dio, esiste, anzi, che
Dio è in attesa del nostro "sì". Insieme alla Chiesa volevamo
nuovamente far notare che questa vocazione la dobbiamo chiedere a Dio.
Chiediamo operai per la messe di Dio, e questa richiesta a Dio è, al tempo
stesso, un bussare di Dio al cuore di giovani che si ritengono capaci di ciò di
cui Dio li ritiene capaci.
Era da aspettarsi
che al "nemico" questo nuovo brillare del sacerdozio non sarebbe
piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in fin dei conti
Dio fosse spinto fuori dal mondo. E così è successo che, proprio in questo anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, siano
venuti alla luce i peccati di sacerdoti, soprattutto l’abuso nei confronti dei
piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a vantaggio
dell’uomo viene volto nel suo contrario. Anche noi chiediamo insistentemente
perdono a Dio ed alle persone coinvolte, mentre
intendiamo promettere di voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso
non possa succedere mai più; promettere che nell’ammissione al ministero
sacerdotale e nella formazione durante il cammino di preparazione ad esso
faremo tutto ciò che possiamo per vagliare l’autenticità della vocazione e che
vogliamo ancora di più accompagnare i sacerdoti nel loro cammino, affinché il
Signore li protegga e li custodisca in situazioni penose e nei pericoli della
vita.
Se l’Anno
Sacerdotale avesse dovuto essere una glorificazione della nostra personale
prestazione umana, sarebbe stato distrutto da queste vicende. Ma si trattava
per noi proprio del contrario: il diventare grati per
il dono di Dio, dono che si nasconde “in vasi di creta” e che sempre di nuovo,
attraverso tutta la debolezza umana, rende concreto in questo mondo il suo
amore. Così consideriamo quanto è avvenuto quale
compito di purificazione, un compito che ci accompagna verso il futuro e che,
tanto più, ci fa riconoscere ed amare il grande dono di Dio. In questo modo, il
dono diventa l’impegno di rispondere al coraggio e all’umiltà di Dio con il
nostro coraggio e la nostra umiltà. La parola di Cristo, che abbiamo cantato
come canto d’ingresso nella liturgia odierna, può dirci in questa
ora che cosa significhi diventare ed essere sacerdote: “Prendete il mio giogo
sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Matteo 11, 29).
Celebriamo la
festa del Sacro Cuore di Gesù e gettiamo con la liturgia, per così dire, uno
sguardo dentro il cuore di Gesù, che nella morte fu aperto dalla lancia del
soldato romano. Sì, il suo cuore è aperto per noi e davanti a noi, e con ciò ci è aperto il cuore di Dio stesso. La liturgia interpreta
per noi il linguaggio del cuore di Gesù, che parla soprattutto di Dio quale
pastore degli uomini, e in questo modo ci manifesta il sacerdozio di Gesù, che
è radicato nell’intimo del suo cuore; così ci indica il perenne fondamento,
come pure il valido criterio, di ogni ministero sacerdotale, che deve sempre
essere ancorato al cuore di Gesù ed essere vissuto a partire
da esso. Vorrei oggi meditare soprattutto sui testi con i quali la
Chiesa orante risponde alla Parola di Dio presentata nelle letture. In quei
canti parola e risposta si compenetrano. Da una parte, essi stessi sono tratti
dalla Parola di Dio, ma, dall’altra, sono al contempo già la risposta dell’uomo
a tale Parola, risposta in cui la Parola stessa si
comunica ed entra nella nostra vita.
Il più importante di quei testi nell’odierna liturgia è il salmo 23 (22) – “Il
Signore è il mio pastore” –, nel quale l’Israele orante ha accolto l’autorivelazione di Dio come pastore, e ne ha fatto
l’orientamento per la propria vita.
“Il Signore è il
mio pastore: non manco di nulla”: in questo primo versetto si esprimono gioia e
gratitudine per il fatto che Dio è presente e si
occupa dell’uomo. La lettura tratta dal libro di Ezechiele comincia con lo
stesso tema: “Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura” (Ezechiele 34, 11). Dio si prende personalmente cura di me, di noi, dell’umanità.
Non sono lasciato solo, smarrito nell’universo ed in
una società davanti a cui si rimane sempre più disorientati. Egli si prende
cura di me. Non è un Dio lontano, per il quale la mia vita conterebbe troppo
poco. Le religioni del mondo, per quanto possiamo vedere, hanno sempre saputo
che, in ultima analisi, c’è un Dio solo. Ma tale Dio
era lontano. Apparentemente egli abbandonava il mondo ad altre potenze e forze,
ad altre divinità. Con queste bisognava trovare un accordo. Il Dio unico era
buono, ma tuttavia lontano. Non costituiva un
pericolo, ma neppure offriva un aiuto. Così non era necessario occuparsi di
lui. Egli non dominava. Stranamente, questo pensiero è riemerso
nell’Illuminismo. Si comprendeva ancora che il mondo presuppone un Creatore.
Questo Dio, però, aveva costruito il mondo e poi si era evidentemente ritirato
da esso. Ora il mondo aveva un suo insieme di leggi secondo cui si sviluppava e
in cui Dio non interveniva, non poteva intervenire.
Dio era solo un’origine remota. Molti forse non desideravano neppure che Dio si
prendesse cura di loro. Non volevano essere disturbati da Dio. Ma laddove la
premura e l’amore di Dio vengono percepiti come
disturbo, lì l’essere umano è stravolto. È bello e consolante sapere che c’è una persona che mi vuol bene e si prende cura di me. Ma è molto più decisivo che esista quel Dio che mi conosce,
mi ama e si preoccupa di me.
“Io conosco le mie
pecore e le mie pecore conoscono me” (Giovanni 10,
14), dice la Chiesa prima del Vangelo con una parola del Signore. Dio mi
conosce, si preoccupa di me. Questo pensiero dovrebbe renderci veramente
gioiosi. Lasciamo che esso penetri profondamente nel nostro intimo. Allora
comprendiamo anche che cosa significhi: Dio vuole che noi come sacerdoti, in un
piccolo punto della storia, condividiamo le sue preoccupazioni per gli uomini.
Come sacerdoti, vogliamo essere persone che, in comunione con la sua premura
per gli uomini, ci prendiamo cura di loro, rendiamo a loro sperimentabile nel
concreto questa premura di Dio. E, riguardo all’ambito a lui affidato, il
sacerdote, insieme col Signore, dovrebbe poter dire: “Io conosco le mie pecore
e le mie pecore conoscono me”. “Conoscere”, nel
significato della Sacra Scrittura, non è mai soltanto un sapere esteriore così
come si conosce il numero telefonico di una persona. “Conoscere” significa
essere interiormente vicino all’altro. Volergli bene. Noi dovremmo cercare di
“conoscere” gli uomini da parte di Dio e in vista di Dio; dovremmo cercare di
camminare con loro sulla via dell’amicizia con Dio.
Ritorniamo al
nostro salmo. Lì si dice: “Mi guida per il giusto cammino a
motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun
male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza” (23 [22], 3s). Il pastore indica la strada giusta a
coloro che gli sono affidati. Egli precede e li guida. Diciamolo in maniera
diversa: il Signore ci mostra come si realizza in modo giusto l’essere uomini.
Egli ci insegna l’arte di essere persona. Che cosa devo fare per non
precipitare, per non sperperare la mia vita nella mancanza di senso? È,
appunto, questa la domanda che ogni uomo deve porsi e che vale in ogni periodo
della vita. E quanto buio esiste intorno a tale domanda nel nostro tempo!
Sempre di nuovo ci viene in mente la parola di Gesù, il quale aveva compassione
per gli uomini, perché erano come pecore senza pastore. Signore, abbi pietà
anche di noi! Indicaci la strada! Dal Vangelo sappiamo questo: egli stesso è la
via. Vivere con Cristo, seguire lui, questo significa trovare la via giusta,
affinché la nostra vita acquisti senso ed affinché un
giorno possiamo dire: “Sì, vivere è stata una cosa buona”. Il popolo d’Israele
era ed è grato a Dio, perché egli nei comandamenti ha indicato la via della
vita. Il grande salmo 119 (118) è un’unica espressione di gioia per questo
fatto: noi non brancoliamo nel buio; Dio ci ha mostrato qual è la via, come
possiamo camminare nel modo giusto. Ciò che i comandamenti dicono è stato
sintetizzato nella vita di Gesù ed è divenuto un modello vivo. Così capiamo che
queste direttive di Dio non sono catene, ma sono la via che egli ci indica.
Possiamo essere lieti per esse e gioire perché in Cristo stanno davanti a noi
come realtà vissuta. Egli stesso ci ha resi lieti. Nel camminare insieme con Cristo facciamo l’esperienza della gioia della
Rivelazione, e come sacerdoti dobbiamo comunicare alla gente la gioia per il
fatto che ci è stata indicata la via giusta.
C’è poi la parola concernente la “valle oscura” attraverso la quale il Signore
guida l’uomo. La via di ciascuno di noi ci condurrà un giorno nella valle
oscura della morte in cui nessuno può accompagnarci. Ed egli sarà lì. Cristo
stesso è disceso nella notte oscura della morte. Anche lì egli non ci
abbandona. Anche lì ci guida. “Se scendo negli inferi, eccoti”, dice il salmo
139 (138). Sì, tu sei presente anche nell’ultimo travaglio, e così il nostro
salmo responsoriale può dire: pure lì, nella valle oscura, non temo alcun male.
Parlando della valle oscura possiamo, però, pensare anche alle valli oscure
della tentazione, dello scoraggiamento, della prova, che ogni persona umana
deve attraversare. Anche in queste valli tenebrose della vita egli è là. Sì,
Signore, nelle oscurità della tentazione, nelle ore dell’oscuramento in cui tutte
le luci sembrano spegnersi, mostrami che tu sei là. Aiuta noi sacerdoti,
affinché possiamo essere accanto alle persone a noi affidate in tali notti
oscure. Affinché possiamo mostrare loro la tua luce.
“Il tuo bastone e
il tuo vincastro mi danno sicurezza”: il pastore ha bisogno del bastone contro
le bestie selvatiche che vogliono irrompere tra il gregge; contro i briganti
che cercano il loro bottino. Accanto al bastone c’è il vincastro che dona
sostegno ed aiuta ad attraversare passaggi difficili.
Ambedue le cose rientrano anche nel ministero della Chiesa, nel ministero del sacerdote. Anche la Chiesa deve usare il
bastone del pastore, il bastone col quale protegge la
fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà,
disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore.
Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti
indegni della vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se si lascia
proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi
autonomamente inventassimo la fede. Come se non fosse più dono di Dio, la perla
preziosa che non ci lasciamo strappare via. Al tempo stesso, però, il bastone
deve sempre di nuovo diventare il vincastro del pastore, vincastro
che aiuti gli uomini a poter camminare su sentieri difficili e a seguire il
Signore.
Alla fine del
salmo si parla della mensa preparata, dell’olio con cui viene
unto il capo, del calice traboccante, del poter abitare presso il Signore. Nel
salmo questo esprime innanzitutto la prospettiva della gioia per la festa di
essere con Dio nel tempio, di essere ospitati e serviti da lui stesso, di poter
abitare presso di lui. Per noi che preghiamo questo salmo con Cristo e col suo
corpo che è la Chiesa, questa prospettiva di speranza ha acquistato un’ampiezza
ed una profondità ancora più grandi. Vediamo in queste
parole, per così dire, un’anticipazione profetica del mistero dell’eucaristia
in cui Dio stesso ci ospita offrendo se stesso a noi come cibo, come quel pane
e quel vino squisito che, soli, possono costituire
l’ultima risposta all’intima fame e sete dell’uomo. Come non essere lieti di
poter ogni giorno essere ospiti alla mensa stessa di Dio, di abitare presso di
lui? Come non essere lieti del fatto che egli ci ha comandato: “Fate questo in
memoria di me”? Lieti perché Egli ci ha dato di preparare la mensa di Dio per
gli uomini, di dare loro il suo corpo e il suo sangue, di offrire loro il dono
prezioso della sua stessa presenza. Sì, possiamo con tutto il cuore pregare
insieme le parole del salmo: “Bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i
giorni della mia vita” (23 [22], 6).
Alla fine gettiamo
ancora brevemente uno sguardo sui due canti alla comunione propostici oggi
dalla Chiesa nella sua liturgia. C’è anzitutto la parola con cui san Giovanni conclude il racconto della crocifissione di Gesù: “Un
soldato gli trafisse il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua”
(Giovanni 19, 34). Il cuore di Gesù viene trafitto
dalla lancia. Esso viene aperto, e diventa una
sorgente: l’acqua e il sangue che ne escono rimandano ai due sacramenti
fondamentali dei quali la Chiesa vive: il battesimo e l’eucaristia. Dal costato
squarciato del Signore, dal suo cuore aperto scaturisce la sorgente viva che
scorre attraverso i secoli e fa la Chiesa. Il cuore aperto è fonte di un nuovo
fiume di vita; in questo contesto, Giovanni certamente
ha pensato anche alla profezia di Ezechiele che vede sgorgare dal nuovo tempio
un fiume che dona fecondità e vita (Ezechiele 47): Gesù stesso è il tempio
nuovo, e il suo cuore aperto è la sorgente dalla quale esce un fiume di vita
nuova, che si comunica a noi nel battesimo e nell’eucaristia.
La liturgia della
solennità del Sacro Cuore di Gesù prevede, però, come
canto di comunione anche un’altra parola, affine a questa, tratta dal Vangelo
di Giovanni: Chi ha sete, venga a me. Beva chi crede in me. La Scrittura dice:
“Sgorgheranno da lui fiumi d’acqua viva” (cfr. Giovanni 7, 37s). Nella fede
beviamo, per così dire, dall’acqua viva della Parola di Dio. Così il credente
diventa egli stesso una sorgente, dona alla terra assetata della storia acqua
viva. Lo vediamo nei santi. Lo vediamo in Maria che, quale grande donna di fede
e di amore, è diventata lungo i secoli sorgente di
fede, amore e vita. Ogni cristiano e ogni sacerdote dovrebbero, a partire da Cristo, diventare sorgente che comunica vita
agli altri. Noi dovremmo donare acqua della vita ad un
mondo assetato. Signore, noi ti ringraziamo perché hai aperto il tuo cuore per
noi; perché nella tua morte e nella tua risurrezione sei diventato fonte di
vita. Fa’ che siamo persone viventi, viventi dalla tua
fonte, e donaci di poter essere anche noi fonti, in grado di donare a questo
nostro tempo acqua della vita. Ti ringraziamo per la grazia
del ministero sacerdotale. Signore, benedici noi e benedici
tutti gli uomini di questo tempo che sono assetati e in ricerca. Amen.
(Omelia della
messa del Sacro Cuore di Gesù, celebrata dal papa in piazza San Pietro con
migliaia di preti di tutto il mondo, venerdì 11 giugno 2010, a conclusione dell'Anno Sacerdotale).
Anno sacerdotale. La duplice fedeltà. Il tema dell'incontro conclusivo con
Benedetto XVI
In una società in
cui “si è smarrita in larga misura, a causa della galoppante secolarizzazione,
l’idea del sacro e del santo che ha sempre caratterizzato la religiosità
popolare e la vita della Chiesa”, il sacerdote è chiamato a riscoprire il “dono
della profezia”, in virtù del quale i preti “mai parlano
a titolo personale, ma sempre a nome della Chiesa”, e il ruolo pastorale di
“guida gerarchica delle comunità e delle persone a noi affidate”. A ribadirlo è stato mons. Mauro Piacenza, segretario della
Congregazione del clero, in una meditazione tenuta l’8 giugno, nella basilica
di San Giovanni in Laterano, in occasione del Rito promosso dal Rinnovamento
carismatico cattolico internazionale (Iccrs) e dalla
Fraternità cattolica (The Catholic Fraternity of Charismatic
Covenant Communities and Fellowship) in preparazione all’incontro internazionale dei
sacerdoti. “Non si tratta – ha puntualizzato il segretario a questo proposito –
di una eccellenza umana e morale nei confronti dei
fratelli, i quali non di rado sono anche più santi di noi, ma dell’obbedienza
ad uno specifico compito, datoci dallo Spirito, ad una vocazione che, laddove
non fosse assolta da noi, rimarrebbe incompiuta”. “Fedeltà di Cristo, Fedeltà
del Sacerdote” è il tema dell’incontro internazionale dei sacerdoti che si svolge a Roma, dal 9 all’11 giugno, per iniziativa della
Congregazione per il clero, in collaborazione con l’Opera romana pellegrinaggi
(Orp). Circa 9 mila i
partecipanti, provenienti da 91 Paesi del mondo, a conclusione dell’Anno
Sacerdotale, indetto dal Papa per il 150° anniversario del “dies
natalis” di Giovanni Maria Vianney.
Tra i “mali” la
crisi della confessione. “La perdita del sacramento della riconciliazione è la
radice di molti mali nella vita della Chiesa e nella vita
del sacerdote”. Lo ha detto il card. Joachim Meisner, arcivescovo di Colonia, in una meditazione tenuta
l’8 giugno nella basilica di San Paolo Fuori le Mura. “Una delle perdite più
tragiche, che la nostra Chiesa ha subito, nella seconda metà del 20° secolo, è
la perdita dello Spirito Santo nel sacramento della riconciliazione”, ha
esordito il cardinale, aggiungendo: “Laddove il sacerdote non è più confessore,
diventa operatore sociale religioso”. “Quando il sacerdote si allontana dal
confessionale, entra in una grave crisi di identità”,
la tesi di fondo dell’arcivescovo, che ha identificato nell’allontanamento dal
sacramento della penitenza “una delle cause principali della molteplice crisi
in cui il sacerdozio si è venuto a trovare negli ultimi cinquant’anni”. “Un
sacerdote che non si trova, con frequenza, sia da un lato sia dall’altro della
grata del confessionale subisce danni permanenti alla sua anima e alla sua
missione”, ha affermato il porporato, secondo il quale “la maturità spirituale
di un candidato al sacerdozio, a ricevere l’ordinazione sacerdotale, diventa
evidente nel fatto che egli riceva regolarmente il sacramento della
riconciliazione”. “La cosiddetta crisi del sacramento della penitenza – ha
spiegato infatti il card. Meisner
– non è solo dovuta al fatto che la gente non viene più a confessarsi, ma che
noi sacerdoti non siamo più presenti nel confessionale”.
“È urgente alzarsi
e andare in missione”. È l’ideale “consegna” affidata
dal card. Claudio Hummes, prefetto della
Congregazione per il clero, alle migliaia di sacerdoti, provenienti da ogni
parte del mondo. “Dobbiamo essere molto coscienti dell’attuale urgenza
missionaria”, ha detto il porporato nell’omelia della messa celebrata il 9
giugno nella basilica di San Paolo Fuori le Mura: “Bisogna che ci alziamo e
andiamo in missione dappertutto”. “I destinatari della nostra missione sono
tutti, ma in modo particolare i poveri”, ha proseguito il cardinale, ricordando
che “oggi sono ancora centinaia di milioni gli esseri umani che sono costretti
a vivere in dura povertà e perfino nella miseria e nella fame”.
Contestazione
senza precedenti. “Oggi noi assistiamo all’irrompere di
un’ondata di contestazione senza precedenti sulla Chiesa e sul sacerdozio, a
seguito della rivelazione di scandali di cui dobbiamo riconoscere la gravità e
porre riparo con sincerità alle conseguenze. Ma al di
là delle necessarie purificazioni meritate dai nostri peccati, occorre
anche riconoscere nel momento presente un’aperta opposizione al nostro servizio
della verità e degli attacchi dall’esterno e anche dall’interno che minano a
dividere la Chiesa”. È un passo della meditazione del card. Marc Ouellet, arcivescovo di Québec, in Canada, pronunciata il
10 giugno nella basilica di San Paolo fuori le mura. La Chiesa cattolica conta
oggi 408.024 preti suddivisi sui cinque continenti. “400.000 preti è molto ed è poco per più di un miliardo di cattolici”, ha
commentato il cardinale, ricordando che “oggi come alle origini della Chiesa,
le sfide dell’evangelizzazione sono accompagnate dalla prova delle
persecuzioni”. “La credibilità dei discepoli di Cristo
si misura sull’amore reciproco che consente loro di convincere il mondo”, ha
affermato l’arcivescovo.
“Grazie di cuore
Santità, per tutto quanto ha fatto, sta facendo e farà
per tutti i sacerdoti, anche per quelli smarriti”. È lo
speciale saluto rivolto, nella veglia del 10 giugno in piazza San Pietro, dal
card. Hummes al Papa, nel momento culminante di
chiusura dell’Anno Sacerdotale”.
Sir 11
Giustizia ed equità per ottenere la pace
In Terra Santa ed altrove. E’ quanto ha auspicato il Pontefice a Cipro. Ma
occorre anche rimuovere i falsi pacifismi e l’antisemitismo
E’ triste,
Benedetto XVI, quando arriva a Cipro. A togliergli il suo abituale sorriso e
buon umore sono arrivati, a sorpresa e a distanza di pochi giorni, i 9 morti per l’attacco israeliano alla nave Marmara,
davanti a Gaza, e l’assassinio, a Iskenderun, di
Mons. Padovese, vicario dell'Anatolia. Afflitto ma
sempre deciso ad incoraggiare il dialogo, la reciproca
comprensione e l’accettazione del diverso: fattori che, insieme ad un più
incisivo intervento delle Comunità internazionali, rappresentano l’unico
rimedio alle tensioni che travolgono il Medio Oriente ove, ad aver la peggio,
sono spesso i civili. Non si fa illusioni, il Papa: sa che gli attuali
conflitti tra Arabi ed Ebrei sono “di carattere politico e dunque estranei ad ogni discorso ecclesiale”; è cosciente del fatto che “le
relazioni tra Cristiani e Musulmani sono spesso difficili”, gli Islamici
negando la libertà religiosa ed i diritti umani; non ignora che il conflitto israelo-palestinese è il “focolaio principale” dei vari
scontri mediorientali che cesseranno solo quando quei due popoli potranno
“vivere in pace in una patria che sia la loro, all’interno di confini sicuri ed
internazionalmente riconosciuti”.
Ma, forte della sua fede in Cristo e convinto
che i Cristiani possono concorrere a “portare uno spirito di riconciliazione
basata su giustizia ed equità per le due parti”, Benedetto XVI insiste sulla
necessità del dialogo interreligioso tra ebraismo ed
Islam, “benché non facile”; esorta i Cristiani del Medio Oriente, soprattutto i
religiosi, a non emigrare perché “la loro sola presenza è un'espressione
eloquente del Vangelo della pace”; invita a superare le differenze ed
alimentare la solidarietà; a portare “riconciliazione dove ci sono i conflitti”
ed offrire “al mondo un messaggio di speranza”. Non omette
neppure di criticare l'occupazione israeliana della Palestina, asserendo che
trattasi di “un'ingiustizia politica” non giustificabile con pretese
teologiche; giudizio, questo, presente anche nel documento Instrumentum Laboris, consegnato ai rappresentanti dell'episcopato del
Medio Oriente in vista del Sinodo che si terrà a ottobre in Vaticano, ove, tra
l’altro, si legge: “Da decenni, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del diritto
internazionale e dei diritti umani, e l'egoismo delle grandi potenze hanno
destabilizzato l'equilibrio della regione e imposto alle popolazioni una
violenza che rischia di gettarle nella disperazione”.
Concetti che il Papa ripete anche alle
autorità politiche e diplomatiche di Cipro alle quali ricorda che solo con una
“chiara visione morale e di coraggio” si ottiene il bene comune e la pace, si
promuove “una genuina riconciliazione”, si sconfiggono “le ideologie
politiche”. In effetti l’isola, tuttora abitata al
Nord dai Musulmani turchi che la invasero nel 1974, al Sud da Ortodossi
indigeni, registra da tempo continue turbolenze politiche e religiose. Non a
caso, quindi, il Santo Padre invita tutti gli abitanti di Cipro a trovare, “con
l'aiuto di Dio la saggezza e la forza di lavorare insieme per una giusta
soluzione dei problemi che ancora sono da risolvere”, onde offrire alle
“generazioni future una società che si distingua per il rispetto dei diritti di
tutti, inclusi i diritti inalienabili alla libertà di
coscienza e alla libertà di culto”.
Un’esortazione saggia e doverosa, alla quale
dovrebbero attenersi anche tutti i cosiddetti
“pacifisti” filopalestinesi che, in sostanza,
dimostrano di essere soprattutto antisemiti e ben poco Cristiani, se arrivano
perfino a minacciare gli Ebrei dell’ex ghetto di Roma; ad alterare le foto del
conflitto sulla Marmara per dare la responsabilità dell’eccidio ai soli
Israeliani; a scrivere su Facebook offese agli Ebrei, applausi ad Ahmadinejad,
inni all’Olocausto e benedizioni a Hitler. Questa gente non si rende conto che,
stando dalla parte di chi vuole eliminare Israele ed
islamizzare l’Occidente, si rischia di perdere la democrazia e la libertà di
opinione e di religione. E pure la vita, come è
successo a tanti Cristiani residenti nel mondo arabo (dal 2000, solo fra
vescovi, preti, suore, seminaristi e catechisti ne sono stati uccisi 263);
anche nella “moderata” Turchia ove Mons. Padovese è
l’ultimo della serie, dopo don Andrea Santoro (2006) e padre Adriano Franchini (2007); l’aggressione ai padri Martin Kmetec e Pierre Brunissen; le
minacce ai Francescani di Mersin, l’omicidio di tre
Protestanti a Malata; o la bomba molotov nella cattedrale di San Policarpo a Smirne e l’assassinio di sei Cristiani copti
nel villaggio egiziano di Nag Hammadi.
Tutte aggressioni, si dice per minimizzare, fatte da pazzi o instabili, come
l’omicida musulmano di Mons. Padovese, che non è affatto malato di mente, essendosi sottoposto ad
accertamenti presso l’ambulatorio di psichiatria solo per precostituirsi un
alibi.
Certo, la politica israeliana non sempre è
umana e giusta; ma i Palestinesi sono soprattutto prigionieri dei mercanti
d’armi (Hamas) che si arricchiscono speculando su aiuti internazionali, borsa
nera, traffico d'armi e di droga; si diffonde la falsa idea (anche dal premier
turco, Erdogan!) che Israele rappresenti
“la principale minaccia per la pace” in Medio Oriente; l’iraniano Ahmadinejad ripete sempre di volerne la distruzione ed
annunzia che nuovi convogli diretti a Gaza “porteranno libertà alla nazione
palestinese, dopo aver annientato i sionisti”. Pure l’Onu (che ha già
condannato Israele 27 volte!) è favorevole ad
un’indagine sul blitz israeliano, benché un video mostri che i soldati sbarcati
sulla Marmara sono stati accolti a mazzate, coltellate e spari. E si sa che
oggi la Turchia fornisce armi ad Hamas. Sembra che
l’Occidente non sia allarmato dal fondamentalismo
islamico che ha già portato anche nel nostro mondo - come in Medio Oriente - al
“bagno di sangue” evocato dal Papa. L’unica alternativa
al quale, secondo gli Islamici, sarebbe l’assimilazione musulmana.
Egidio Todeschini, de.it.press
Crisi. Papa: "Dignità umana unico capitale
da salvare. Famiglia centro e
scopo dell'economia"
Il pontefice,
ricevendo in Vaticano i partecipanti alla Riunione comune della Banca di
sviluppo del Consiglio d'Europa, esorta a una fraternità 'generosa' e al
rispetto dei valori cristiani, vero motore per lo sviluppo
CITTA' DEL
VATICANO - Economia e finanza: due elementi che di per sé non esistono, ma che
sono strumenti per la realizzazione della persona umana. Il
Papa, che oggi ha ricevuto in udienza in Vaticano i partecipanti alla Riunione
comune della Banca di sviluppo del Consiglio d'Europa, parla della crisi
economica che l'Europa si trova ad affrontare, ma soprattutto dei valori che
devono essere comunque tutelati: "L'economia e la finanza non esistono per
se stessi, sono solo uno strumento, un mezzo. Il loro fine è unicamente
la persona umana e la sua piena realizzazione nella dignità. E'
questo - ha detto il Pontefice - il solo capitale che vale la pena di
salvare". Elogiando l'attività della Banca di Sviluppo del Consiglio d'Europa, "una banca con una vocazione
esclusivamente sociale" e, portandola ad esempio, Benedetto XVI ha
auspicato che la crisi "le permetta di mostrare la sua originalità,
rafforzando l'integrazione sociale, la gestione dell'ambiente e lo sviluppo
delle infrastrutture pubbliche a vocazione sociale".
Dignità umana
unico capitale. Il Papa ha richiamato il valore della "fraternita",
che "è generosa" e "non calcola",
ammettendo la sua incompatibilità con la logica del profitto, un dualismo che,
tuttavia, "non è un determinismo assoluto e insormontabile" ma
"può essere superato". Bisognerebbe, secondo papa Ratzinger,
"introdurre una logica che facesse della persona umana, e più
specificamente delle famiglie e di quelli che sono in un grave bisogno, il
centro e lo scopo dell'economia". Di fronte alla crisi economica, bisogna
dunque ripartire dai valori cristiani, vero motore per un autentico sviluppo.
Non solo calcoli. Dalla caduta del comunismo si è ottenuto solo un
progresso economico, secondo il Papa: "La liberazione dalle
ideologie totalitarie" è stata "utilizzata unilateralmente per il
solo progresso economico a detrimento di uno sviluppo più umano rispettoso
della dignità e della nobiltà dell'uomo", ha aggiunto sollecitando
interventi in grado di "correggere gli squilibri in favore di un processo
basato sulla giustizia e la solidarietà". Due fattori - ha concluso - "indispensabili per il presente e l'avvenire
dell'Europa". LR 12
Migranti, nei Cie
danni fisici e mentali, appello a rispettare i diritti umani
Si deve
ripristinare la possibilità di chiedere protezione in
Italia, in accordo
con quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra e dalla
Costituzione, per
chi è costretto ad arrivare via mare dalla Libia, Paese in
cui non viene garantito il rispetto dei principali diritti
umani". Lo chiede
il Centro Astalli-Servizio dei
gesuiti per i rifugiati in Italia, nel
presentare un colloquio sulle migrazioni il prossimo 14 Giugno
nella Chiesa
di Sant'Andrea al Quirinale a Roma, a cui parteciperanno
monsignor Agostino
Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per
i
Migranti e gli
itineranti e Giuseppe De Rita, presidente del Censis. "Un
numero sempre minore di persone riesce ad arrivare in Europa:
le politiche
di controllo dei confini, sempre più aggressive, sbarrano
tragicamente la
strada anche a chi fugge da guerre e persecuzioni - denuncia il
Centro
Astalli - In particolare, la pratica dei respingimenti in Libia preclude
l'accesso a migliaia di rifugiati africani, molti dei quali
vittime di
tortura". Uno studio pubblicato i questi
giorni dal Jrs, e che ha coinvolto
organizzazioni non governative di 23 Paesi europei, sui rischi nei
Centri
per i migranti, rileva inoltre che la detenzione in tali
centri, sparsi in
tutta Europa, provoca "danni alla salute fisica e
mentale", soprattutto tra
le categorie più vulnerabili come donne e minori. Richiedenti asilo e
immigrati irregolari soffrono di "ansia, depressione, perdita
di peso,
insonnia" dovute allo stress psico-fisico di trovarsi
privati della libertà
"senza aver
commesso nessun reato", senza contatti con l'esterno, in
condizioni igieniche precarie, nell'incertezza del futuro. L'80% dei
richiedenti asilo, inoltre, "non sa quando potrà uscire dal
centro e non
riceve visite di familiari e amici". Molti equiparano il
loro centro di
detenzione ad una "prigione" e in molti centri sono stati
registrati abusi
fisici e verbali. Dip
Ecumenismo e missione nelle parole del Vescovo Farrell
"Vivere da
cattolici significa vivere della memoria. Noi sentiamo fortemente la
continuità della missione dalle origini. Nella tradizione
cattolica, la
missione è connaturale all'essere cristiani: «La Chiesa durante
il suo
pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria» (Concilio
Vaticano
II, decreto
sull'attività missionaria della Chiesa, Ad Gentes, 2)": è uno
stralcio dell'intervento pronunciato dal vescovo segretario del
Pontificio
consiglio per la Promozione dell'unità dei cristiani, Brian Farrell, nei
giorni scorsi a Edimburgo in occasione del centenario della
Conferenza
missionaria mondiale che nel 1910 radunò 1200 missionari
protestanti,
preoccupati del fatto che le divisioni tra i cristiani costituivano
un
ostacolo alla predicazione del Vangelo. 'L'Osservatore Romano' in
edicola
domani ripropone ampi passaggi dell'intervento del vescovo, che
ha
presentato alcune considerazioni sulla missione nella prospettiva
cattolica.
Nei cento anni
trascorsi dalla Conferenza di Edimburgo si sono
succeduti
molti avvenimenti storici e "la missione è stata
fortemente influenzata da
questi sviluppi e, come tutti sappiamo, si trova in una fase di
complessa
trasformazione" ha detto tra l'altro il vescovo Farrel. "Chiaramente - ha
aggiunto il segretario del Pontificio consiglio - dentro e
attraverso il
movimento
ecumenico è necessario un profondo ripensamento del modo in cui le
Chiese possono e
devono «fare missione». Le cosiddette «terre di missione»
sono alla soglia e all'interno delle nostre stesse
comunità". Dopo cento
anni di movimento ecumenico, "non è più concepibile
prendere di mira altri
cristiani nell'attività missionaria, non riconoscendoli come
«validi»
cristiani" ha osservato ancora il vescovo, ricordando il
principio espresso
dal 'Codice di condotta sulla conversione' che il Consiglio
ecumenico delle
Chiese e la Chiesa
cattolica, con la partecipazione dell'Alleanza evangelica
mondiale, stanno elaborando congiuntamente: "Seppure
ciascuno abbia il
diritto d'invitare gli altri alla comprensione della propria
fede, questo
diritto non deve essere esercitato violando i diritti e la
sensibilità
religiosa degli altri". Dopo 2000 anni, "la missione
continua all'interno
della storia umana. Ma ha chiaramente bisogno d'una nuova giustificazione
teologica e di un rinnovato impulso spirituale". Asianews.it 11
Meeting di Rimini. Questa inquietudine. Desiderio di cose grandi: il tema
della XXXI edizione
“Il cuore
dell’uomo desidera cose grandi, ed è proprio questa inquietudine, questa sete di infinito” che “lo spinge al compimento di sé”
contraddicendo “la concezione puramente materialistica della vita” che oggi
rischia di cancellarne “l’umanità”. Emilia Guarnieri,
da 18 anni presidente della Fondazione Meeting per
l’amicizia fra i popoli, ha spiegato così il 10 giugno a Roma il tema della
XXXI edizione dell’evento “Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi
è il cuore”, in programma a Rimini dal 22 al 28 agosto. Oltre cento gli
incontri in calendario: dibattiti, conferenze, mostre, spettacoli e
manifestazioni sportive. Il dialogo cattolici-ortodossi, la libertà religiosa e
la responsabilità “politica” degli Stati, la presenza religiosa nello spazio
pubblico, la tutela della vita, l’educazione, l’informazione, la riforma della
giustizia e il rapporto tra economia e società saranno alcuni dei temi
affrontati. Il programma completo è su www.meetingrimini.org.
Tra Ulisse e
Caligola. Inaugurando l’incontro romano, ospitato dall’Ambasciata Italiana
presso la Santa Sede, Guarnieri ha affermato,
riprendendo il titolo della conversazione in programma il primo giorno del
Meeting con la presidente d’Irlanda Mary McAleese:
“Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore
dell’uomo”. La stessa giornata si concluderà con lo
spettacolo “Caligola e la luna”, tratto dal celebre dramma di Albert Camus, nella ricorrenza dei cinquant’anni dalla morte,
perché, ha precisato la presidente della Fondazione, “il desiderio della luna
di Caligola, così come la volontà dell’Ulisse dantesco di oltrepassare le
colonne d’Ercole”, dicono “l’ardente anelito di ricerca che per i cristiani è
sostenuto dalla speranza di una risposta intravista, quella della fede”, ma che
“è presente in tutti gli uomini e può aiutarli ad incontrarsi”.
I sei “segreti. Sei, secondo Joseph H.H.Weiler, University Professor
– New York University, da anni affezionato
frequentatore del Meeting, i “segreti” del successo dell’appuntamento,
“straordinaria combinazione di vitalità e gravitas”. Anzitutto “la sua unicità”, ossia l’essere “una festa per la mente
e per l’anima allestita nello spazio e con i numeri di una fiera commerciale”.
Quindi “la sua apertura intellettuale” che testimonia “fiducia e impegno nella
ricerca della verità”, e il suo spirito “pro-life” nel quale “si incontrano e incrociano tutte le generazioni”. “Una sorta
di gravitas, di sottesa serietà”, e la sua “gratuità,
espressa in una civiltà dominata prepotentemente dall’io
dalla presenza di migliaia di volontari,” sono ulteriori “ingredienti” di
successo. Infine “lo spirito di don Giussani che continua ad aleggiare anche
grazie al suo successore, don Carrón”.
Religione e
diplomazia. Sull’importanza del dialogo interreligioso come “strumento di
comprensione reciproca tra aree e culture diverse” e, quindi, “di diplomazia
preventiva”, si è soffermato il ministro degli Affari esteri, Franco Frattini,
definendolo “fondamentale per costruire un concetto di pace adeguato alle sfide
del XXI secolo". “Se facessimo nostre le parole del Santo Padre a Cipro –
ha aggiunto – daremmo in importante contributo al dialogo israelo-palestinese”
e “una garanzia di stabilità al processo di pace”. All’indomani dell’adozione
da parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu di nuove
sanzioni contro l'Iran, Frattini ha detto che l’'Italia le “sostiene con
convinzione, ma riterrebbe catastrofico un attacco militare” contro il Paese. "Approvo – ha dichiarato – la scelta della mano tesa di Obama
all'Iran. Il dialogo però non può essere uno strumento per allontanare
le proprie responsabilità. Al dialogo vanno unite le
pressioni”; in questo caso “le sanzioni intese come strumento per avvicinare, e
non per allontanare il negoziato". Dal dialogo interreligioso alla
libertà religiosa: "Credo si debba dire con chiarezza – ha sostenuto il
titolare della Farnesina – che la questione della libertà religiosa, che non è
solo libertà di culto ma anche di espressione pubblica
del proprio credo, è una questione che riguarda un diritto fondamentale della
persona umana”. Come tale "non può essere rispettato solo in parte: o viene rispettato pienamente o viene violato". Per
questo, ha aggiunto, “aspettiamo con fiducia, il 30 giugno, la decisione della
Grande Chambre" della Corte europea per i diritti dell’uomo sul ricorso
presentato dall'Italia contro la sentenza emessa da quest’ultima, lo scorso
novembre, sull’esposizione del crocifisso nelle aule
scolastiche. Nel rammentare che altri dieci Paesi europei “vogliono intervenire
in giudizio a sostegno della tesi dell’Italia”, Frattini ha criticato la scelta
di “grandi Paesi che hanno preferito rimanere in silenzio” e ha ammonito: “Ci
battiamo affinché in Europa non sia vietata la costruzione di moschee; dovremmo
impegnarci allo stesso modo perché altrove non venga
proibita la costruzione di chiese”. Infine l’annuncio che in settembre l’Italia
proporrà all’Assemblea generale dell’Onu l’adozione di una risoluzione contro
le discriminazioni per motivi religiosi.
Gaza. Una grande prigione
. Intervista alla
segretaria generale di Caritas Gerusalemme
Bibite,
marmellate, insalate, succhi di frutta e dolci, dopo tre anni, potranno entrare
a Gaza. Sembrerebbe allentarsi la morsa israeliana sull’enclave palestinese che
dura ormai dal 2006 e resa ancora più rigida nell’anno successivo, quando Hamas
prese il controllo della Striscia, dopo aver espulso le forze di Fatah fedeli al presidente dell’Anp,
Abu Mazen. Da allora a Gaza fu vietata l’importazione, per motivi di sicurezza,
di apparecchi elettrici, materiale da costruzione ma anche di diversi alimenti
e oggetti d’uso quotidiano. La possibile concessione di Israele, frutto anche
delle pressioni internazionali, nonostante sul blocco
pesa ancora il caso Shalit (il soldato israeliano
nelle mani di Hamas dall’estate 2006, ndr), ha suggerito un certo ottimismo per
le sorti della pace in Medio Oriente, nell’incontro del 9 giugno a Washington,
tra il presidente Usa, Barack Obama, e il leader palestinese Abu Mazen, al
quale, peraltro, è stato garantito un pacchetto di aiuti per 400 milioni di
dollari. La situazione a Gaza, ha detto Obama, “è insostenibile”. Chi sin
dall’inizio del blocco si sta impegnando a Gaza per lenire le sofferenze della
popolazione, in particolare con progetti nel campo sanitario, è la Caritas
Gerusalemme. Il SIR ha intervistato la segretaria generale,
Claudette Habesch.
L’assalto
israeliano alla flottiglia delle Ong ha riproposto Gaza all’attenzione del mondo. Ma
di questi giorni è anche la notizia di un allentamento del blocco da parte
d’Israele. Che ne pensa?
“Il blocco di Gaza
non si addice ad un mondo civilizzato. Come si può
accettare, a livello internazionale, questo blocco che dura da più di tre anni?
È possibile accettare che un milione e mezzo di palestinesi soffrano
per questo, costretti in una prigione, la più grande del mondo, lasciando che
Israele operi al di sopra della legge? Bisogna immediatamente rimuovere il
blocco, liberare il popolo di Gaza e dargli la possibilità di vivere, lavorare,
guadagnarsi la vita con dignità. È una questione di rispetto dei diritti umani
come sancisce la Convenzione di Ginevra, ratificata anche da Israele. Il popolo
palestinese soffre l’occupazione già da 43 anni, la
più lunga del mondo moderno”.
Ma come conciliare le esigenze di sicurezza di Israele con
quelle umanitarie di Gaza?
“Chi ha creato
Hamas e perché Hamas è arrivato a queste posizioni? La sicurezza di Israele non
si raggiunge con il blocco di Gaza, chiudendo le frontiere o mettendo check point. La sicurezza si
raggiunge con la giustizia e la riconciliazione. Bisogna accettare, pertanto,
che il popolo palestinese veda riconosciuti i propri
diritti sanciti dalle leggi internazionali e dalle risoluzioni Onu. Quando si
parla di sicurezza bisogna riferirsi a quella dei due
popoli. Serve mettere in pratica quanto a livello internazionale è stato deciso
per dirimere i problemi sul tappeto. Non possono esserci due pesi e due misure.
La comunità internazionale si mobiliti per un cambiamento concreto, positivo
per i due popoli. Non può esserci la vittoria di un solo popolo. Palestinesi e israeliani o vinceranno insieme la pace o la
perderanno insieme”.
Qual è l’impegno
di Caritas Gerusalemme per la Striscia di Gaza?
“La Caritas di
Gerusalemme è in prima linea nel fronteggiare l’emergenza umanitaria in atto
nella Striscia soprattutto nel campo sanitario. Abbiamo molti progetti in
corso, tra questi una clinica mobile e sei punti di pronto soccorso medico. Oltre a ciò abbiamo allestito un consultorio psicologico per
lavorare soprattutto con le persone più traumatizzate come bambini e anziani.
Sosteniamo migliaia di famiglie in tutta la Striscia anche sul piano alimentare
e igienico. La scorsa settimana abbiamo concluso un
progetto di educazione igienica e sanitaria, con la consegna di prodotti ad
hoc, a 4.500 famiglie. Ci sono molte cose che mancano a Gaza e, per questo,
inviamo camion con derrate alimentari necessarie alla popolazione. Va detto,
comunque, che a Gaza si trovano diversi prodotti, sapone, cioccolata, che arrivano attraverso i tunnel. Purtroppo i prezzi sono molto
alti e quindi inaccessibili per molta parte della popolazione, segnata dalla
disoccupazione. I prodotti disponibili nella Striscia hanno
un prezzo molto più alto degli stessi che si vendono fuori di Gaza”.
Lei chiede di dare
ai palestinesi di Gaza la possibilità di guadagnarsi la vita dignitosamente. Ma come favorire la ripresa del lavoro?
“In questo campo
c’è molto da fare. Il nostro lavoro qui è quello di dare speranza a tutti,
specie ai più giovani e a coloro che devono provvedere
alla loro famiglia. È urgente provvedere alla ricostruzione delle
infrastrutture, delle abitazioni, ma è difficile ottenere finanziamenti per
rispondere a questi bisogni. Cerchiamo quindi di aiutare a trovare soldi per
ricostruire la propria casa. L’economia è bloccata, basti pensare alla pesca,
praticata dagli abitanti della Striscia. Le navi dei pescatori palestinesi
vengono molto spesso bloccate o perquisite dalla flotta israeliana che staziona al largo della costa con grave danno all’economia
locale. Mancano, poi, i materiali utili alla ricostruzione: Israele non
permette l’ingresso di vetro, legno ed altro per
motivi di sicurezza”.
C’è ancora
speranza per Gaza?
“Sì, ma è riposta
nell’azione della Comunità internazionale. Bisogna accompagnare palestinesi e
israeliani sul cammino di pace. Serve che il mondo intero
prema sulle parti per la giustizia e il diritto”.
Obolo di S. Pietro. Una "cartina di tornasole". Il 27 giugno la
Giornata per la carità del Papa
Nonostante
l'attuale crisi economica e finanziaria, l'Obolo di san Pietro "tiene e
cresce". Ad assicurarlo al SIR è mons. Tullio Poli, direttore dell'Ufficio
Obolo di san Pietro, operativo presso la segreteria di Stato vaticana, in vista
della Giornata per la carità del Papa, che si celebra il 27 giugno in tutte le
diocesi italiane. Come ogni anno, a luglio i dati sull'Obolo verranno
sottoposti al Consiglio dei cardinali per lo studio dei problemi organizzativi
ed economici della Santa Sede, prima di essere divulgati ufficialmente. Ferve,
intanto, l'attività di sensibilizzazione alla Giornata, che quest'anno -
afferma mons. Poli - "avrà una connotazione di particolare e significativa solidarietà nei confronti del Santo Padre,
iniziata con la grande manifestazione di affetto e vicinanza a Benedetto XVI
organizzata il 16 maggio scorso dal laicato cattolico in piazza San
Pietro". Il materiale informativo di quest'anno - annuncia mons. Poli -
sarà accompagnato da una lettera di mons. Mariano Crociata, segretario generale
della Cei, ai parroci. I dati della raccolta italiana relativi al 2009 - ha reso noto quest'ultimo ai vescovi, nel corso dell'ultima
assemblea generale della Cei - segnano "un buon recupero" rispetto a
quelli dell'anno precedente, passando da 2.660.585,97 a 3.405.580,21 euro, con
un incremento del 28%. Un risultato, questo, che si avvicina al
"picco" del 2007, quando furono raccolti 3.450.416,04 euro, e per il
segretario generale della Cei è "particolarmente significativo,
se si tiene conto degli effetti della crisi economica e della coincidenza con
talune collette legate a eventi straordinari, primo fra tutti il terremoto in
Abruzzo".
La generosità dei
fedeli italiani. "La generosità manifestata dai nostri fedeli - ha detto
mons. Crociata nel corso dell'ultima assemblea della Cei - è ulteriore
conferma del nostro dovere di promuovere, a livello diocesano e parrocchiale,
adeguate iniziative di sensibilizzazione nei confronti della Giornata del 27
giugno", realizzate anche quest'anno dall'Ufficio nazionale per le
comunicazioni sociali con il supporto della "rete" dei mezzi
d'informazione cattolica: Avvenire, SIR, Tv2000, la rete radiofonica InBlu e i settimanali diocesani, che si occuperanno in
primo luogo della pubblicazione e della diffusione del manifesto e del
pieghevole della Giornata, predisposto come di consueto dall'Ufficio Obolo di
san Pietro. In particolare, quest'anno Avvenire, nel periodo dal 13 al 27
giugno, dedicherà alla Giornata tre pagine intere la
domenica e quattro quarti di pagina, mentre InBlu
effettuerà 67 passaggi radiofonici. Anche i 187 settimanali Fisc
dedicheranno ampio spazio alla Giornata in collaborazione con il SIR.
"Termometro"
della sollecitudine verso il Papa. Anche in tempi di crisi, per mons. Poli,
l'Obolo "è un termometro della sensibilità dei cattolici alla funzione che
il Papa svolge nella Chiesa, una sorta di cartina di tornasole dell'atteggiamento filiale dei credenti nei confronti del
successore di Pietro". "La peculiarità dell'Obolo rispetto a tante
altre forme di solidarietà nei confronti dell'attività caritativa della Chiesa -ricorda - sta nel fatto di non essere
vincolato ad alcuna etichetta o destinazione specifica: è il Papa stesso,
infatti, che ne dispone liberamente, tenendo presente le necessità del mondo
che si manifestano di situazione in situazione, o le emergenze che
straordinariamente bisogna fronteggiare". Al "cuore" dell'Obolo
c'è il "respiro mondiale" che appartiene alla figura del Pontefice
come "pastore della Chiesa universale": "Comunione" e
"corresponsabilità" sono quindi le due parole-chiave per comprendere
la perenne attualità di una pratica antica quanto la Chiesa, all'insegna della
"sollecitudine per tutte le Chiese locali nel mondo".
Le opere
realizzate. Nel 2009 - informa il direttore dell'Ufficio vaticano - i proventi
dell'Obolo sono stati devoluti in gran parte alle popolazioni di Haiti e del
Cile, colpite da devastanti terremoti. Tra le opere già
realizzate e per le quali continua il sostegno della Santa Sede, il "Villaggio-città dei ragazzi Nazareth" a Mbare, in Rwanda, che accoglie
gli orfani abbandonati, per lo più figli di vittime del genocidio e della
guerra civile, e il villaggio per gli orfani dell'Aids di Nuyambani,
in Kenya, fondato dal gesuita e medico italo-americano Angelo D'Agostino, che
dal 1999 offre assistenza medica, formazione e lavoro ai piccoli ospiti ed è
diventato ormai un "centro pilota" per altre aree devastate dalla
pandemia. C'è poi l'ospedale "San Vincenzo de' Paoli" a
Sarajevo, voluto per offrire una struttura sanitaria cattolica (con presenza di
religiose) alla multietnica capitale della Bosnia ed Erzegovina, e - per citare
una realtà realizzata dopo il Giubileo del 2000 - la "Casa di accoglienza
Giovanni Paolo II Opera Don Orione" a Montemario,
ristrutturata e attrezzata per assistere e ospitare i pellegrini disabili che
vengono a Roma. Senza dimenticare il sostegno alle diocesi in via di
costituzione (come in Amazzonia), ai centri di educazione cattolica (con
relative borse di studio), all'attività ordinaria svolta dal Pontificio
Consiglio "Cor Unum" per le emergenze e le
catastrofi naturali che si verificano nelle varie
parti del mondo.
Terremoto, il richiamo del vescovo dell'Aquila. "Ritardi e pochi
fondi, la gente perde speranza"
Il monito di
monsignor Giovanni D’Ercole: «Per la ricostruzione servono risorse e tempi meno
lunghi». Ma il vescovo chiede anche serenità e attacca Report: «Il montaggio di
una mia intervista usato per insinuare che la Curia gestisca le donazioni del
terremoto»
L’AQUILA. La carenza di fondi per la ricostruzione, l’impasse burocratica
e soprattutto la paura della gente di aver lasciato la propria identità fra le
macerie. I gesti e le parole di monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo ausiliare
dell’Aquila, tradiscono la preoccupazione di trovarsi a vivere in una città
ormai sull’orlo di una crisi di nervi.
A servizio della
diocesi aquilana, un sostegno per l’arcivescovo Giuseppe Molinari, D’Ercole ha
dimostrato da subito di avere le idee chiare sulla strada da seguire. «Dopo il
terremoto del 1703 furono i cittadini a prendere in mano la situazione», ha
detto in una delle sue prime omelie, «contribuirono in maniera decisiva alla
ricostruzione della città, così dovrà essere nei giorni nostri». Ma la
consapevolezza è quella di avere davanti un tessuto
sociale disgregato, malgrado le aspettative e le richieste dei cittadini siano
le stesse. L’occasione per tracciare un bilancio, a 14
mesi dal sisma e 6 dal suo insediamento, viene da un’intervista rilasciata a
Paolo Viana del quotidiano cattolico Avvenire.
La ricostruzione
langue e lui dice apertamente: «Mancano i soldi: non si sa quando arriveranno e
quanti. E poi, forse,
troppa lentezza burocratica. Questo» spiega «disorienta la gente che teme di
non tornare più a casa: troppi inverni di ritardo potrebbero completare l’opera
del terremoto, riducendo in macerie gli edifici danneggiati ed esasperando gli
animi sino alla depressione».
Paure che la gente
condivide con i sacerdoti.
«Noi cerchiamo di
fare quello che è possibile», sottolinea, «abbiamo
allestito delle tende, le tende amiche, aperte a tutti, e lì tastiamo il polso
degli aquilani: ringraziano il governo per aver dato loro un tetto, ma vogliono
tornare a casa propria e hanno seri dubbi che ciò possa avvenire in tempi
brevi».
Una situazione
difficile soprattutto per i giovani e gli anziani ancora sulla costa, molti in
condizioni di abbandono. «Io credo»,
prosegue D’Ercole, «che siamo di fronte a una
popolazione che vede trasformarsi la speranza in ansia e preoccupazione: i
terremotati affrontano una seconda estate con i problemi di tutti gli italiani
— mancanza di lavoro, tasse, mutuo da restituire — moltiplicati, però, dalla
tragedia che li ha travolti. Trascurare le loro attese rischia di trasformare
la speranza in protesta».
Ma qualsiasi sforzo, come quello di spalare con il popolo
delle carriole, rischia di essere vanificato dalla diffidenza di molti verso la
chiesa intesa come istituzione.
«C’è chi lavora
contro la Chiesa, che pure cerca in tanti modi di stare accanto alla gente,
diffondendo accuse generiche e spesso false».
Accuse alimentate,
secondo D’Ercole, «da trasmissioni televisive da cui
si evince solo quello che si vuol far dire. Ad esempio, il montaggio di una mia
intervista a Report è servito a insinuare che la Curia dell’Aquila gestisca le
donazioni del terremoto, che addirittura se ne serva per speculazioni
immobiliari e che l’a rcivescovo abbia abbandonato la
città nelle ore più buie. Ma perché dire cose così
false?». LR 13
L'AQUILA. Le prime ricostruzioni. Caritas italiana: i segni di una presenza
All'inizio di
giugno Caritas italiana ha inaugurato la nuova scuola di Ocre che è stata
dedicata a don Lorenzo Milani. Ocre è un piccolo Comune di 900 abitanti, 13 chilometri a sud-est
di L'Aquila, fortemente danneggiato dal terremoto del 6 aprile 2009. Nel suo
programma di ricostruzione Caritas italiana ha deciso di riedificare la scuola
del paese, vista l'inagibilità del vecchio edificio in muratura. La scuola
primaria e dell'infanzia è stata realizzata nella frazione di San Panfilo. La
struttura, prefabbricata in legno, ha tre corridoi su cui si affacciano le
aule, un grande giardino-ingresso, utilizzabile come punto di raccolta in caso
di emergenza, e un angolo giochi, in cui già sono stati allestiti uno scivolo e
altri giochi d'esterno.
La struttura.
L'edificio ha al suo interno due classi riservate alla scuola dell'infanzia e
cinque classi per la scuola elementare, consegnate già arredate e provviste del
materiale necessario per il normale svolgimento delle lezioni. La nuova scuola
dispone anche di un'ampia palestra con spogliatoi (utilizzabile anche come aula
magna), di aule per i laboratori d'informatica e
musica, di una cucina, di una mensa, di una biblioteca, dei servizi igienici e
di un'infermeria. Per favorire il riaggregarsi della popolazione anziana, i
locali della nuova scuola saranno utilizzati anche come centro-anziani in quanto dispongono di sale dove poter svolgere attività
socio-culturali. La realizzazione della scuola - che può ospitare 168 bambini e
copre una superficie di circa 1.300 mq - è costata 2,5
milioni di euro provenienti dalla raccolta di offerte che la Cei ha promosso
nella "domenica in albis" del 2009, e dalle
donazioni di Caritas Lombardia, presente ad Ocre fin dai primi giorni del
terremoto.
Una promessa
realizzata. All'inaugurazione è intervenuto il vescovo ausiliare di L'Aquila, mons. Giovanni D'Ercole, che ha espresso la sua
gratitudine: "Bisogna imparare fin da piccoli a dire 'grazie' e io dico
'grazie' alla Caritas italiana, alle Caritas della Lombardia e alla Caritas
aquilana per aver donato questa scuola che è la risposta concreta a tante
parole a vanvera; una promessa che si è realizzata diventando gesto d'amore.
Grazie anche a San Marino per aver portato la musica donando gli strumenti
musicali e il grazie più grande lo diciamo guardando
in alto a Gesù". Presenti alla cerimonia anche il presidente di Caritas
italiana, mons. Giuseppe Merisi, il direttore, mons.
Vittorio Nozza, e don Roberto Davanzo, rappresentante
della delegazione Caritas Lombardia, che ha detto: "Questa è la nostra
prima realizzazione; sono contento anche perché posso portare in Lombardia i
volti e le foto del risultato della generosità di
questa Regione". Maria Corridore, direttrice dell'istituto comprensivo, e
il sindaco di Ocre, Fausto Fracassi, hanno espresso soddisfazione per il lavoro
compiuto dalla Caritas, sottolineando l'importanza di
una struttura progettata appositamente per i bambini. Agli interventi è seguito
un momento di intrattenimento organizzato dagli stessi
alunni, che hanno suonato gli strumenti musicali donati dalla Repubblica di San
Marino.
Il processo di
ricostruzione. La nuova scuola è un ulteriore
contributo che la Caritas vuole dare alla ricostruzione sociale di L'Aquila
dove vi è urgente bisogno di luoghi di riaggregazione soprattutto per le
categorie più deboli come minori, giovani e anziani. L'inaugurazione della
scuola di San Panfilo d'Ocre segue la riapertura di ben 23
strutture per cui sono stati già spesi 13,5 milioni di euro: 3 scuole
dell'infanzia, 5 centri di comunità, 5 interventi di ripristino degli spazi
parrocchiali e 10 ambienti per la riattivazione dei servizi socio-caritativi.
Nel frattempo si è già pronti per altre inaugurazioni in tre paesi
dell'aquilano: il 15 giugno si comincerà con l'apertura del Centro di comunità
nella frazione di San Giacomo, assistita dalle
delegazioni Caritas di Emilia Romagna e Puglia. Il Centro polifunzionale è
composto da un salone che sarà utilizzato anche come
chiesa, una sala per le attività pastorali e due appartamenti, uno per il
parroco e l'altro per i volontari Caritas. Nel frattempo il parroco don Jesus, colombiano, ha espresso così la sua gioia:
"Nonostante le difficoltà e i tanti imprevisti si è lavorato giorno e
notte, sotto la pioggia e con la neve, per offrire alla comunità un luogo di aggregazione, dove poter pregare e stare insieme". Le
inaugurazioni continueranno il 19 giugno con la consegna della scuola
dell'infanzia di Roio Poggio
e del Centro di comunità di Bagno Grande. L'impegno della Caritas non si ferma
qui. Nei prossimi mesi è infatti prevista la
realizzazione di ulteriori 25 strutture per un importo di 15 milioni di euro.
Sul sito diocesano www.chiesadilaquila.it (anche su www.caritasitaliana.it) è
possibile vedere il video "Con la gente" realizzato da Tv2000 e
Caritas italiana sull'operato della Caritas a L'Aquila
dallo scorso 6 aprile ad oggi. Intanto, nell'ambito del recupero del patrimonio
culturale danneggiato dal sisma, l'11 giugno è stata inaugurata anche la
facciata della basilica di Collemaggio. LUCA CAPANNOLO
Padova. La fonte della città. Il messaggio del vescovo Antonio per la festa
del patrono
Un invito a
rinnovare le radici della propria fede anche in funzione di una vita sociale e
civile rivolta al bene comune, sulle orme e sul modello di sant'Antonio, che ottocento anni fa scosse le coscienze e ancora oggi attrae
le folle, come ha dimostrato la recente ostensione straordinaria delle
reliquie. È il cuore del messaggio rivolto dal vescovo di Padova, mons. Antonio
Mattiazzo, alla città in occasione della festa del
patrono (13 giugno). "La linfa del Vangelo per una
rinnovata vita cittadina" il titolo del testo, pubblicato sul numero in
uscita del settimanale diocesano "La Difesa del Popolo" e sul
sito www.diocesipadova.it.
Un
"amico" vicino a Dio. Sant'Antonio, esordisce il vescovo, ha offerto
a Padova "una splendida testimonianza di vita evangelica che dalla fonte
del Vangelo ha attinto e profuso sulla città la grazia di un
rinnovamento profondo dei cuori, delle coscienze, delle relazioni
sociali, fondate sulla giustizia e la solidarietà, aperte su orizzonti di
universalità e di speranza". Mons. Mattiazzo
ricorda poi il "numero elevato di persone - calcolate in centinaia di
migliaia - dalle più diverse provenienze" accorse a febbraio, in occasione
dell'ostensione del corpo del Santo, per venerare le reliquie, nonché il raduno degli immigrati cingalesi lo scorso 1°
maggio. "Un fenomeno - sottolinea - che ha
suscitato sorpresa in una società e per una cultura spesso appiattite su una
visione orizzontale e materiale della vita". "Che cosa muove nell'intimo tutte queste persone?", è la domanda di
fondo. "Esse - risponde - percepiscono sant'Antonio come un 'amico' vicino a Dio". "È l'espressione di una
fede semplice, concreta, ma non per questo meno genuina, molto simile a quella
delle folle che accorrevano a Gesù per trovar guarigione e una luce di conforto
e di speranza".
Senza Dio la vita
"non ha consistenza". Quanti si rivolgono a sant'Antonio, prosegue
mons. Mattiazzo, "intuiscono che le risorse
puramente umane della società, anche le più progredite, non sono in grado di
rispondere ai bisogni e alle aspettative più profonde
della vita, perché la persona non è riducibile alla sola sfera mondana. In
verità, la fede non è evasione dalla realtà, è realismo totale e fiducioso; non
è orgogliosa autosufficienza, ma umile apertura a Dio,
a cui nulla è impossibile". "La mia impressione - aggiunge - è che la
società stia soffrendo le conseguenze di scelte sbagliate e ambigue fatte negli
anni Sessanta e Settanta del secolo scorso nel nome di una libertà concepita
come autonomia assoluta del soggetto, che si considera unico autore di se
stesso, della propria vita e dei valori. Sono un errore e una presunzione che
si pagano a caro prezzo. Senza la relazione a Dio, la vita dell'uomo non ha
vera consistenza; senza la Sua grazia, la vita morale è un fallimento, il male
finisce per diventare necessario ed essere giustificato".
Vincere
l'idolatria del profitto. Il vescovo si sofferma quindi sulle difficoltà della
vita della gente, sulle fatiche, sui disagi, sulla crisi che "è anzitutto
di ordine spirituale e quindi morale e ci domanda una conversione". Serve,
infatti, una "conversione di ordine spirituale e morale - rimarca - se si
vuol vincere l'idolatria del profitto materiale, mali sociali quali la
disoccupazione, la diffusione tragica della droga, la disgregazione della
famiglia". Nel messaggio anche un appello "perché sia affrontato
seriamente il declino demografico della città" e la vicinanza del vescovo
alla sofferenza di "tante persone depresse" o che portano
"dentro l'anima ferite laceranti e profondi sensi di colpa che invano
cercano di rimuovere e alleviare con evasioni o terapie psicologiche".
Una ricarica di
speranza. La città di Padova, rilancia il vescovo nel suo messaggio, "ha
bisogno di un profondo rinnovamento spirituale" e "di una ricarica di
speranza vera". "Scuotiamoci dalla pigrizia spirituale, liberiamoci
dalle dipendenze sbagliate, dagli stereotipi che ci rendono prigionieri;
tendiamo alla verità con libertà e coraggio interiore", esorta guardando
alle 68 comunità parrocchiali cittadine e alle
"comunità etniche che si sono formate in questi anni con la guida di un
sacerdote della madre patria". Le parrocchie, precisa, sono "una
grande risorsa di rinnovamento", "case di comunione, scuole di
formazione, ponti aperti sul territorio"; loro compito è "rispondere
al profondo bisogno e all'esigenza, non di una religiosità vaga e superficiale,
ma di un'esperienza autentica di Dio". In questa prospettiva mons. Mattiazzo invita a considerare "con gratitudine"
l'impegno pastorale dei sacerdoti "che vivono in mezzo al popolo, nel
servizio del Vangelo, in prima linea con i poveri, nell'accoglienza degli
immigrati, nella vicinanza agli anziani e malati, nella passione educativa
verso le famiglie e le nuove generazioni, nella proposta impegnativa dei centri
parrocchiali, nei campi scuola e nelle associazioni". "Il bene
immenso che fanno, la speranza che infondono -
conclude - non dovrebbero essere oscurati dai pochi casi connessi con
l'infermità della natura umana". sir
Coscienza e verità. Il cardinale inglese
John Henry Newman e l'Oratorio di san Filippo Neri
Tra la varie iniziative organizzate in occasione della prossima
beatificazione del cardinale John Henry Newman, grazie alla collaborazione tra
l'editore Cantagalli e le Congregazioni italiane
dell'Oratorio di san Filippo Neri, sono stati recentemente pubblicati i suoi
"Scritti Oratoriani", un'opera che si propone di far conoscere lo
stretto legame tra Newman (che verrà proclamato beato da Benedetto XVI il 19
settembre nella contea inglese di West Midlands) e
l'Oratorio. Il volume, a cura del monaco benedettino Placid
Murray, è stato tradotto per la prima volta in italiano, e l'8 giugno ha avuto
la presentazione nazionale a Genova. Per l'occasione sono intervenuti padre
Edoardo Aldo Cerrato, procuratore generale della
Confederazione dell'Oratorio, e padre Mauro De Gioia, direttore dell'Ufficio per
la cultura della diocesi di Genova. All'iniziativa era presente il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di
Genova e presidente della Cei. Al termine della presentazione, il card.
Bagnasco ha ricordato che "il cristiano è chiamato ad
essere libero ma non indipendente", in particolar modo, "in un
momento storico e culturale come quello che stiamo vivendo nel quale
l'indipendenza culturale sembra essere il contrario della verità, quasi come se
l'indipendenza personale fosse più importante della verità".
Sacrario e
scrigno. "Nel clima storico nel quale viviamo - ha aggiunto il card.
Bagnasco - si assiste ad un capovolgimento di
categorie" per cui "l'indipendenza personale sembra più importante
della verità al punto che, per la cultura, avere un legame con la verità, con
il bene, con il criterio morale, sembra essere un fatto negativo". I
cristiani, ha affermato il cardinale, "devono essere intelligentemente
critici" e non farsi influenzare dalle visioni del mondo e dalle mode
correnti. Il porporato ha parlato inoltre della coscienza, spiegando che
"oggi viene intesa come una scatola da riempire a
beneplacito dell'individuo". Ma la coscienza, ha aggiunto, "è un
sacrario, dove Dio ha deposto l'eco di sé stesso, ed
uno scrigno, che deve però essere continuamente purificato dai miasmi delle
opinioni comuni che rischiano di oscurarla e soffocarla".
Da anglicano a
cattolico. L'opera presentata a Genova permette di seguire da vicino il
percorso vocazionale che ha portato Newman a lasciare il ruolo di ministro
della Chiesa anglicana per abbracciare il sacerdozio cattolico e la vita oratoriana. Il volume rappresenta quindi una documentazione
completa in merito al rapporto tra Newman e l'Oratorio e permette di
comprendere a fondo l'identità e la continuità della sua vita sacerdotale. Gli
scritti, per la maggior parte finora inediti in
Italia, fanno comprendere come la sua scelta non fu semplicemente di ordine
pratico, ma l'esito maturo di una riflessione profonda sulla vocazione
personale e quella del gruppo dei discepoli che si erano raccolti intorno a
lui. L'idea di sacerdote che emerge a tutto tondo dalle riflessioni di Newman,
fedele all'impostazione di san Filippo Neri, è una profonda espressione del suo
cammino spirituale. Lo studio di padre Murray ha messo inoltre in risalto un
aspetto non secondario, ossia la prospettiva ecumenica, perché Newman prete
oratoriano, non ha mai inteso il suo sacerdozio come una rottura con la sua
passata esperienza di ministro anglicano.
La vocazione oratoriana. "I testi di Newman sull'Oratorio - ha
affermato padre Edoardo Aldo Cerrato durante la
presentazione - mostrano chiaramente quanto la vocazione oratoriana
abbia segnato la vita e l'opera del prossimo beato e quanto profonda sia stata
la sua appartenenza all'Oratorio". Un'appartenenza che ha segnato molti
anni della sua esistenza. "Infatti - ha proseguito padre Cerrato - il cardinale ha vissuto metà della sua vita,
dentro la Chiesa cattolica, ed il suo ministero e la
sua opera pastorale, come sacerdote cattolico, sono indissolubilmente legati
all'Oratorio e all'opera di San Filippo". "Il futuro Beato - ha
proseguito il procuratore generale - fu oratoriano con la profondità che
caratterizzò ogni scelta della sua vita e ogni opera intrapresa" tanto che
fu sempre forte il suo desiderio "di svolgere la propria vita in una
comunità caratterizzata da un acuto senso della cultura e dal gusto innato per
l'umanesimo, dal rispetto per le persone". Il cardinale Newman, ha
affermato ancora padre Cerrato, ha mostrato
"un'intelligenza poderosa e una spiritualità profonda" ed ha
realizzato una "sintesi nuova tra 'devozione' e 'ragione'". Per padre
Cerrato, infine, "san Filippo Neri e l'Oratorio,
facilitarono la sua felice sintesi tra pietà e cultura di cui egli trovò
altissima espressione nell''Umanesimo Devoto' di san
Francesco di Sales tanto che non è senza significato
che il cardinale abbia posto l'immagine del Santo sopra l'altare della sua
cappella privata nell'Oratorio di Birmingham come non è senza rilievo che,
proprio da un testo del Santo, Newman abbia tratto per il suo stemma
cardinalizio il motto 'Cor ad cor
loquitur'".
Una singolare
similitudine. Nel suo saluto introduttivo, il direttore dell'Ufficio per la
cultura della diocesi di Genova, padre Mauro De Gioia, ha definito il volume
"uno strumento prezioso per conoscere vita, opere di Newman e
Oratorio" ed ha ricordato come per Newman "lo stile familiare
dell'Oratorio fosse quello per lui più congeniale dal
punto di vista pratico, in quanto il più simile a quello di un college
inglese".
ADRIANO TORTI
Papst: „Priesterjahr – Bewegende Momente der Freude“
Benedikt XVI. zieht eine positive
Bilanz des „Jahres der Priester“. Das sagte er am Sonntag beim Angelusgebet in Rom. „Am vergangenen Freitag, dem
Herz-Jesu-Fest, hat das Priesterjahr mit der Gebetsvigil und der Meßfeier mit vielen Tausenden Priestern aus aller Welt
seinen Abschluß gefunden. Ich bin dem Herrn für diese
bewegenden Momente der Freude, der Brüderlichkeit und der gegenseitigen
Stärkung dankbar. Die Kirche und die Welt brauchen Priester, die sich ganz von
Jesus Christus formen lassen und den Menschen die Quelle der göttlichen Liebe
aufschließen und das Wasser des Lebens schenken. Unterstützt weiterhin die
Priester in ihrem Dienst mit eurer Mithilfe und eurem Gebet!“
Der Münchner Erzbischof Reinhard Marx
lobt die Aussagen von Papst Benedikt XVI. zum Thema Missbrauch beim Abschluss
des Priesterjahrs. „Ich glaube, der Papst hat den richtigen Ton gefunden“,
sagte Marx am Sonntag in Rom. Er habe das Thema nicht zum Zentrum des ganzen
Treffens gemacht, aber er habe es auch nicht verschwiegen. Wie in den
vergangenen Monaten schon mehrfach habe er
„deutlich gemacht, dass die Kirche auf
diese dunklen Seiten schauen muss. Dies hat er in einer Art und Weise getan,
die nach vorne weist.“ Benedikt XVI. habe den Priestern eine positive Botschaft
vermittelt, die „den Blick auf die Zukunft und die Erneuerung richtet, ohne die
Verfehlungen der Vergangenheit auszublenden“. Marx räumte ein, anfangs etwas
skeptisch gewesen zu sein gegenüber der Initiative des Priesterjahrs. Diese
Bedenken hätten sich jedoch für ihn selbst rasch als „kleinlich“
herausgestellt. Jetzt habe er die Erfahrung gemacht, dass die Priester dankbar
dafür seien, dass ihr Dienst durch die Initiative des Papstes eine besondere
Wertschätzung erfahren habe.
Auch Kardinal Claudio Hummes ist tief beeindruckt vom Abschluss des
Priesterjahres. Er hätte nie mit so vielen Teilnehmern an der Papstmesse von
Freitag gerechnet, meinte der aus Brasilien stammende Präfekt der vatikanischen
Kleruskongregation im Gespräch mit uns. „15.000
Priester aus aller Welt – das ist doch wirklich etwas Außerordentliches! Das
war eine schöne und deutliche Antwort von seiten der
Priester. Mich hat auch der Geist, in dem sie mitgemacht haben, berührt – aber
bestimmt war das die zahlenmäßig größte Konzelebration in der Geschichte:
15.000 Priester mit dem Papst!”
Er sehe das Priesterjahr – auch wenn es
von kirchlichen Missbrauchsskandalen überschattet wurde – als einen großen
Erfolg, so Hummes. „Es ist ja auch in den einzelnen
Gemeinschaften vor Ort gefeiert worden. Von Anfang an gab es viel Einsatz,
damit das Priesterjahr vor Ort bei den Leuten ankommt... und das ist weltweit
gelungen.“ kna
13
Missbrauch in der katholischen Kirche. Mit dem Stock des guten Hirten
Zum Ende des Priesterjahres bittet
Papst Benedikt XVI. die Opfer pädophiler Priester um Vergebung. Was ein Jahr
der Freude über das Sakrament des Priestertums sein sollte, habe die „Sünden
von Priestern“ ans Licht gebracht, so der Papst. Von Jörg Bremer, Rom
Es ist von Pädophilie und
Nachwuchsmangel die Rede, von Klerikalismus und Priestermord. Aus allen Enden
der Welt kamen dieser Tage diese Probleme der katholischen Kirche nach Rom. Fast
10.000 Priester brachten sie aus ihren bald hundert Ländern mit, um sie mit
Amtsbrüdern und ihrem Chef zu teilen. Am 19. Juni 2009 hatte Papst Benedikt
XVI. ein Priesterjahr ausgerufen; am Freitag zum Herz-Jesu-Fest füllte sich der
Petersplatz im liturgischen Weiß der Geistlichen, als der Papst vor etwa 15.000
Priestern die Abschlusspredigt hielt und seine Abgesandten unter sengender
Sonne neuerlich auf ihre Versprechen zur Priesterweihe festlegte. Das
Priesterjahr hätte ein Jahr der Freude über das Sakrament des Priestertums sein
sollen, sagte er. Doch stattdessen habe es die „Sünden von Priestern“ ans Licht
gebracht, „vor allem den Missbrauch an den Kleinen, in dem das Priestertum als
Auftrag der Sorge Gottes um den Menschen in sein Gegenteil verkehrt wird“.
Wie schon bei seinen verschiedenen
Treffen mit Missbrauchsopfern, zuletzt im April auf Malta, bat Benedikt „Gott
und die betroffenen Menschen inständig um Vergebung“ und versprach, „dass wir
alles tun wollen, um solchen Missbrauch nicht wieder vorkommen zu lassen; dass
wir bei der Zulassung zum Dienst als Priester und bei der Formung auf dem Weg
dahin alles tun werden, was wir können“. Der Papst wehrte sich aber gegen den
Vorwurf, dass sich damit das Priesteramt seiner Würde entleert habe. Im Gegenteil,
Priester seien als Menschen nur „irdene Gefäße“, die das Geschehene als Auftrag
zur Reinigung, Mut und Demut annehmen müssten. Das Priesteramt bleibe trotz
aller menschlichen Schwäche als Geschenk der Liebe Gottes erhalten.
Ein Dienst der Liebe - Das Priestertum
Jesu bleibe der gültige Maßstab für jeden priesterlichen Dienst, sagte der
Papst. Jesus „ist kein fremder Gott. Er kümmert sich um uns“. Der gute Hirte
habe seinen Stock, um nach dem Psalmwort für uns den
rechten Weg in tiefer Schlucht zu finden. Jesus zeige so, „wie man das
Menschsein richtig macht, damit ich mit meinem Leben nichts Sinnloses tue“,
predigte der Papst und forderte die Priester dazu auf, gegen den Missbrauch
aufzustehen und den Glauben auch gegen Irrlehren zu verteidigen. Der Stock sei
nämlich auch dazu da, gegen die wilden Tiere zu helfen, die die Herden reißen
könnten. Der Priester müsse den Stock gegen „Verfälscher“ des Glaubens nutzen,
so gegen geistliche „Führungen, die Verführungen sind“. Auch das sei ein Dienst
der Liebe. „Heute sehen wir, dass es keine Liebe ist, wenn ein für das
priesterliche Leben unwürdiges Verhalten geduldet wird. So ist es auch nicht
Liebe, wenn man die Irrlehre, die Entstellung und Auflösung des Glaubens
wuchern lässt, als ob wir den Glauben selbst erfänden.“
Seine theologische und geistliche
Führungsrolle hatte der Papst schon am Donnerstagabend auf dem Petersplatz
deutlich gemacht, wo sich die Priester unter dem Bild des heiligen Pfarrers von
Ars an der Stirnseite des Petersdoms versammelt
hatten. Jener Jean-Marie Vianney (1786 bis 1859)
sollte eigentlich zum „Patron der Priester“ proklamiert werden. Dann aber
teilte der Heilige Stuhl mit, der Papst wolle ihn weiter als „Patron der
Gemeindepfarrer“ verehrt wissen; denn das sei das Amt gewesen, das er mustergültig
erfüllt habe. In freier Rede ging der Papst auf die Fragen von fünf jungen
Geistlichen aus den fünf Kontinenten ein. Wie könne denn so eine geplagte
Kirche heute noch Anwärter für sich werben? Man könnte natürlich das
Priestertum einfach nur noch als Job begreifen und die Kirche könnte sich ihre
Angestellten suchen, antwortete der Papst. Aber damit sei das Problem nicht
gelöst. Der Papst forderte den Mut, sich „ganz und gar dem Dienst am Nächsten
zu schenken“. Das Vorbild mache die Berufung deutlich und den Beruf dann auch
verlockend.
Tatsächlich nehmen die Zahlen der
Priester nur in Europa ab. Nach dem Päpstlichen Jahrbuch stieg zwischen 2000
und 2008 die Priesterschaft weltweit sogar leicht um rund ein Prozent auf etwa
409.000 an. Die Zahl der Priester nahm in Asien um rund ein Viertel, in Afrika
sogar um rund ein Drittel zu, während sie in Europa um sieben Prozent und in
Ozeanien um vier Prozent abnahm. Junge Priester werden gerade in Deutschland
zur Ausnahme.
Dazu passte es, dass die päpstliche
Regie eine deutsche Familie ausgewählt hatte, um ein Gegenbeispiel zu geben.
Der Anwalt und Malteser Johannes von Heereman sowie
seine Frau Michaela berichteten vor vielen tausend Menschen von den Treppen des
Petersdoms herab, wie wohl ihre eigene Erziehung, Ausbildung und ihr Vorbild
als Eheleute dazu geführt hatten, dass sich zwei ihrer Söhne entschlossen
hätten, Priester zu werden und sich auch eine Tochter für ein zölibatäres Leben
entschied. Das geschah selbstkritisch und nicht ohne Humor. Dass die beiden
Söhne aber ausgerichtet „Legionäre Christi“ wurden und damit jenem Orden
beitraten, den der Papst wegen des vielfachen Vorwurfes des Missbrauchs durch
den Ordensgründer visitieren ließ, wurde nicht gesagt, das Leiden der Familie Heereman unter diesen Ordensproblemen verschwiegen.
„K ein Jahr des Schreckens“
Wie könne denn ein Priester heute noch
bei all den Anfeindungen seiner Aufgabe treu sein, fragte ein anderer junger
Geistlicher. Er solle einfach die Liebe leben, die Eucharistie und die Lehre
vom Wort Gottes in den Vordergrund stellen, sagte Benedikt. Überdies solle er
auch den Mut haben einzugestehen, dass er nur ein Mensch sei und sich den „Mut
zur Muße“ bewahren. Der Zölibat sei kein Skandal, sagte der Papst auf eine
weitere Frage hin. Er sei ein Zeichen für den Glauben an die Präsenz Gottes in
der Welt, „ein Akt des Vertrauens und der Treue zu Gott“. Der wirkliche Skandal
sei, dass viele die Existenz Gottes ablehnten. Übrigens sei die Frage nach dem
Zölibat gerade in einer Zeit seltsam, wo doch die meisten „Singles“ seien,
sagte der Papst. Freilich seien das Menschen, die nur an sich selbst dächten,
während der Priester wie eine verheiratete Person eine eheähnliche Beziehung zu
Gott eingehe und damit Verpflichtungen.
Wo sei denn das rechte Maß zwischen
Theologie und Spiritualität, wollte ein anderer Geistlicher wissen. Er habe
sich nun seit 1946, seit bald drei Generationen, mit Theologie befasst, sagte
Benedikt: „Die je neuesten Ideen sind mittlerweile veraltet und ohne Grundlage,
manche erscheinen lächerlich.“ Der Papst wandte sich gegen die „Arroganz der
Vernunft“ und den „Missbrauch an Theologie“, denn die Suche nach Wahrheit und
Wahrhaftigkeit, die ja stets auch zur Theologie gehört habe, bleibe und müsse
im Zentrum der Suche nach Gott stehen.
Noch vor Wochen hatte Kardinal Claudio Hummes, der Präfekt der Kleruskongregation,
um möglichst zahlreichen Besuch der Priester gebeten. Tatsächlich kamen mehr
als erwartet, angezogen im Vertrauen darauf, für ein paar Tage die feindlich
erscheinende Welt mit Rom vertauschen zu können, wo ihre Sprache gesprochen
wird. Manches wurde freilich nur hinter verschlossenen Türen erörtert. An
Montag wird Erzbischof Luigi Padovese, der vergangene
Woche in der Türkei ermordet worden war, in seiner italienischen Heimat als
„Märtyrer“ beerdigt. Wie soll die Kirche damit umgehen, wenn sie einerseits
ihre Geistlichen in aller Welt schützen, aber andererseits auch unter Muslimen
das christliche Zeugnis ablegen will? Das wird das Thema der
Nahost-Sondersynode sein, zu der der Papst im Oktober Repräsentanten aller
christlichen Denominationen des Nahen Ostens einlädt.
Das Priesterjahr, so schrieb jetzt die
Vatikan-Zeitung „Osservatore Romano“, sei „kein Jahr
des Schreckens“, sondern eines der Gnade gewesen, da der Samen für die innere
Erneuerung der Priester gesät wurde. Die Wunde werde aber Zeit zum Heilen
brauchen; und nichts werde mehr sein, wie es war. F.A.Z. 11
Hilfsorganisationen kritisieren EU-Flüchtlingspolitik
Berlin. Menschenrechtsorganisationen,
Hilfswerke und Juristen haben von den Staaten der Europäischen Union einen
besseren Schutz von Flüchtlingen gefordert. Wegen "gravierender
Unterschiede" und "katastrophaler Zustände in manchen
Mitgliedstaaten" existiere nach wie vor kein gemeinsames europäisches
Asylsystem, heiß es in einer am Sonntag in Berlin verbreiteten gemeinsamen
Erklärung.
Die Initiative forderte die
Bundesregierung auf, wichtige Vorschläge der EU-Kommission zur Neufassung
bestehender Richtlinien, "die zumindest in Teilbereichen Verbesserungen am
Asylrecht vorsehen", nicht länger zu blockieren. Unterzeichnet ist die
Erklärung unter anderem von Amnesty International, Pro Asyl, der Neuen
Richtervereinigung, dem Bundesverband der Arbeiterwohlfahrt und dem
Diakonischen Werk der Evangelischen Kirche in Deutschland.
Bei der Verteilung der Verantwortung
für die Flüchtlinge müssten die EU-Mitgliedstaaten solidarischer miteinander
umgehen, hieß es weiter. Die bisherige Verteilung der Flüchtlinge sei dringend
reformbedürftig. So sollte beispielsweise kein Flüchtling mehr nach
Griechenland überstellt werden, solange dort kein funktionierendes Asylsystem
existiert.
Weiter kritisieren die Organisationen,
dass die EU bei der Kontrolle der Einwanderung verstärkt auf die Kooperation
mit Drittstaaten setzt. Dabei werde Entwicklungshilfe daran geknüpft, inwiefern
diese Staaten ihre Grenzkontrollen verstärkten. Damit wälze die EU ihre
Verantwortung für den Schutz der Flüchtlinge ab. Drittstaaten wie Libyen seien
"weder in der Lage noch willens", die
Flüchtlinge zu schützen, Massiver Menschenrechtsverletzungen seien die Folge,
betonte die Initiative. Epd 13
Das Sparprogramm der Bundesregierung in der Diskussion
Mit Unverständnis und Kritik reagieren
in den vergangenen Tagen Politiker sämtlicher Parteien, Gewerkschaften und
Kirchen gleichermaßen auf das am Montag dieser Woche von der Bundesregierung
vorgeschlagene Sparprogramm. So viel Einigkeit erlebt man selten. Selbst aus
den Reihen der Regierungskoalition regt sich inzwischen Widerstand gegen die
Sparpläne. Kirchliche Vertreter und Sozialverbände sprechen von falschen
Signalen und warnen vor den fatalen Folgen einer massiven Kürzung der
Sozialleistungen.
Es lohnt sich ein differenzierter Blick
auf die derzeit aktuelle Diskussion und fernab aller teilweise emotionalen
Äußerungen auch auf das tatsächliche Problem, vor dem unser Land steht und vor
dem die Bundesregierung nicht mehr länger die Augen verschließen darf.
Falsches Sparen kann - das bestreitet
niemand - teuer werden. Investitionen, die die Zukunft des Landes sichern, wie
der Bildungsbereich oder die Infrastruktur, sind ohne Frage zwingend
erforderlich. Übersehen werden aber darf dabei nicht: Selbst bei einer vollen
Umsetzung des geplanten Sparpaketes spart der Staat keineswegs. Er versinkt nur
nicht mehr ganz so schnell in seinem immensen Schuldenberg.
Im vergangenen Jahr war ein Sechstel
der Summe des Bundeshaushaltes geliehen, in diesem Jahr wird es sogar ein
Viertel sein – und zwar bei ständig wachsendem Haushaltsvolumen. Es stellt sich
also keineswegs die Frage, ob die Neuverschuldung des Staates so weitergehen
darf. Zumindest dann nicht, wenn die Verantwortung für die nachfolgenden
Generationen und die Stabilität des Staates im Mittelpunkt politischen Handels
stehen sollen. Das Sparprogramm nimmt zurecht den
Generationenvertrag ernst.
Die noch viel zu zögerliche
Kurskorrektur der Regierung ist bei aller Kritik ohne Alternative, ebenso wie
ihr Bemühen, endlich einmal gegen die Ausgabenflut anzugehen. Das sollte
sinnvoller Weise auch - aber nicht nur - dort geschehen, wo der Großteil der
Schulden aufgezehrt wird, ohne dass den Generationen, die dafür bezahlen
werden, irgendetwas bliebe. Und das ist tatsächlich der Sozialetat mit einem
Volumen von 130 Milliarden Euro, der fast 45 Prozent des gesamten
Bundeshaushaltes ausmacht. Selbst dieser Etat darf in Zeiten leerer Kassen kein
Tabu sein.
Mittel- und langfristige
Sozialleistungen auf Pump bringen unweigerlich den Sozialabbau in der Zukunft
mit sich. Dieses Ziel wird niemand wirklich anstreben. Das geplante und eher
moderate Sparprogramm ist daher überfällig, so hart die Folgen der Kürzungen im
Einzelfall auch sind. Ohne Frage gefährden unüberlegte Kürzungen im
Sozialbereich die Stabilität eines Staates, indem sie die Schere zwischen Arm
und Reich noch weiter auseinanderklaffen lassen. Fakt aber ist auch: Der
Versorgungsstaat ist nicht das Modell der Zukunft, Wohlstand und
Wohlfahrtsstaat lassen sich mit ihm nicht auf Dauer sichern.
Auch die Einführung neuer Steuern oder
Steuererhöhungen sind nur bedingt Lösungen zur Konsolidierung des
Bundeshaushaltes. Vor allem Letztere mindern, wenn sie eine breite
Bevölkerungsschicht treffen, in der Regel die Kaufkraft und würden das
derzeitige Wirtschaftswachstum eher hemmen. Gleichwohl aber sind die
Forderungen nach einer stärkeren Belastung der Reichen, wie sie von
Bundestagspräsident Norbert Lammert (CDU) oder dem saarländischen
Ministerpräsidenten Peter Müller im Laufe dieser Woche geäußert wurden, ohne Frage
gerechtfertigt. Die geplanten Kürzungen sollten tatsächlich nicht nur Haushalte
mit geringen oder mittleren Einkommen treffen, sondern von allen
Bevölkerungsschichten getragen werden. Die meisten Bürger sehen ein, dass der
Gürtel enger geschnallt werden muss – wenn es irgendwie alle trifft. Fatal wäre
es, wenn der bittere Beigeschmack entstünde, dass die Lasten einseitig auf die
Schwachen abgewälzt werden. Die ohnehin schon evidente Politikverdrossenheit
würde weiter zunehmen.
Zugleich muss die Bundesregierung
darauf achten, dass politische Leitlinien erkennbar bleiben. Wenn etwa das
Elterngeld gekürzt werden soll, stellt das einen der wesentlichen Eckpfeiler
der CDU-Politik in den vergangenen Jahren infrage. Das zeigt nicht nur, wie
dramatisch die Haushaltslage ist, sondern schmälert zugleich massiv die
Glaubwürdigkeit.
Als vor erst wenigen Wochen
Griechenland vor dem finanziellen Abgrund stand, wurden die Zustände dort
überaus kritisch und teilweise mit Häme kommentiert. Jetzt, da wir auch unsere
Haushalte konsolidieren müssen, können wir keine anderen Maßstäbe anlegen. Alle
Länder der Eurozone sind aufgefordert zu sparen, um die Stabilität der
gemeinsamen Währung nicht zu gefährden. Die Grenzen des Wachstums, aber auch
des Versorgungsstaates sind schon lange erreicht - und das letzte Wort in
Sachen Sparprogramm hoffentlich noch nicht gesprochen.
Andrea Kronisch
kath.de - Redaktion
Papst bittet Missbrauchsopfer um Vergebung
Papst Benedikt XVI. hat die
Missbrauchsopfer in der katholischen Kirche bei einer Messe um Vergebung
gebeten. Er werde alles nur Mögliche tun, um Kinder vor sexueller Belästigung
durch Priester zu schützen. Bislang hatte sich der Papst nur in einem
Hirtenbrief entschuldigt. Gleichzeitig verteidigte er Zölibat und Priesteramt.
Papst Benedikt XVI. hat die Opfer von
Kindesmissbrauch durch katholische Geistliche im
Vergebung gebeten. Bei einer feierlichen Messe zum Abschluss des Priesterjahres
auf dem Petersplatz in Rom sagte er, durch die Übergriffe werde das Priestertum
„als Auftrag der Sorge Gottes um den Menschen“ in sein Gegenteil verkehrt. „Wir
bitten Gott und die betroffenen Menschen inständig um Vergebung und versprechen
zugleich, dass wir alles tun wollen, um solchen Missbrauch nicht wieder
vorkommen zu lassen“, sagte das Kirchenoberhaupt.
Es sei zu erwarten gewesen, dass dem
„Feind“ die Tugenden des Priestertums zuwider sein würden und dass dieser „es
lieber aussterben sehen möchte, damit letztlich Gott aus der Welt
hinausgedrängt wird“, betonte der Papst in seiner Predigt vor 15.000 Priestern.
Gleichzeitig trat Benedikt den Geistlichen zur Seite. Das Priestertum sei
„nicht einfach Amt, sondern Sakrament“. Mit dem Priester bediene sich Gott
„eines armseligen Menschen“, um „durch alle menschliche Schwachheit hindurch
seine Liebe in dieser Welt praktisch werden“ zu lassen, sagte der Papst.
Zugleich äußerte er die Hoffnung, dass auch künftig junge Männer wieder für den
Priesterberuf als „Dienstgemeinschaft für Gott“ gewonnen werden könnten.
Am Donnerstagabend hatte Benedikt das
Pflichtzölibat für Priester gegen Forderungen nach dessen Lockerung verteidigt.
Ungläubige könnten das Keuschheitsgebot als „Skandal“ begreifen, sagte er bei
einer Gebetswache auf dem Petersplatz. Als „Akt des Vertrauens und der Treue zu
Gott“ sei das Zölibat aber ein zentrales Element des Priestertums.
Angesichts der schweren
Missbrauchsskandale in kirchlichen Einrichtungen war der Zölibat in den
vergangenen Monaten nicht zuletzt auch in Deutschland aufs Neue heftig diskutiert
worden. Neben anderen hatte sich vor kurzem auch der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, für
eine Lockerung des Zölibats ausgesprochen. Faz.net 11
Kommentar. Späte Einsicht des Papstes
Nichts, schrieb die Vatikan-Zeitung Osservatore Romano zum Abschluss des Priesterjahrs
bedauernd, werde in der Kirche mehr so sein wie zuvor. Es ging um das Thema,
das man so gern ignorieren würde in Rom: die Skandale um sexuelle Übergriffe
von Priestern an ihren minderjährigen Schützlingen, die die Kirche in ihre
größte Krise der jüngeren Geschichte gestürzt haben. So eindeutig wie bisher
noch nicht hat Papst Benedikt XVI. gestern die Opfer um Vergebung gebeten.
Öffentlich. Alle. Endlich.
Viel zu lange hat es gedauert, bis
wenigstens dieser Satz gefallen ist, auf den vor allem die Opfer, aber auch
Millionen von Gläubigen gewartet hatten. An Zeichen
seiner Betroffenheit und seiner Abscheu über derartige Fälle hat es nicht
gemangelt, wohl aber an Zeichen von Einsicht, dass es sich nicht nur um
Verfehlungen Einzelner handelt, sondern auch um ein Versagen der Kirche
insgesamt. Mit seinem Zaudern hat der Papst deren enormen Verlust an
Glaubwürdigkeit mit verursacht. Sie zurückzugewinnen, wird nur möglich sein,
wenn in der Kirche wirklich nichts mehr ist wie zuvor. Kordula Doerfler FR 12
Papst würdigt Popieluszko
Benedikt XVI. hat Jerzy Popieluszko gewürdigt – den Solidarnosc-Priester, der 1984
vom damaligen kommunistischen Geheimdienst entführt und ermordet wurde. Bei
seinem Angelusgebet an diesem Sonntag erinnerte der
Papst in Rom an die Seligsprechung des Priesters; sie hat letzten Sonntag in
Warschau mit überwältigender öffentlicher Beteiligung stattgefunden. Auch die
Mutter des neuen Seligen, die hundert Jahre alt ist, nahm an den Warschauer
Feiern teil.
„Jerzy Popieluszko
hat einen großzügigen und mutigen Dienst geleistet – an der Seite derer, die
für Freiheit, Lebensschutz und Würde eintraten“, so der Papst. „Seine Arbeit im
Dienst am Guten und an der Wahrheit war ein Zeichen des Widerspruchs für das
damalige Regime in Polen. Die Liebe zum Herzen Jesu ging bei ihm so weit, dass
er sein Leben hingab, und sein Zeugnis war der Samen eines neuen Frühlings in
der Kirche und der Gesellschaft. Wenn wir jetzt auf die Geschichte blicken,
stellen wir fest, wieviele Seiten echter Erneuerung
im Spirituellen und Sozialen doch geschrieben wurden mit dem entscheidenden
Beitrag katholischer Priester, deren einzige Motivation die Leidenschaft für
das Evangelium und für den Menschen war, für seine wahre Freiheit, ob in
religiöser oder bürgerlicher Hinsicht. Wieviele
Initiativen zur Förderung des Menschen sind doch aus der Intuition von
Priestern entstanden!“
Benedikt grüßte von Rom aus auch die
Teilnehmer von zwei weiteren Seligsprechungen. In Spanien wurde am Samstag ein
katholischer Journalist ins Buch der Seligen eingeschrieben, und an diesem
Sonntag leitete Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone
in Slowenien die Seligsprechung eines jungen Märtyrers. Rv
13
Kardinal Tarcisio Bertone erklärt beim Weltkongress der Priester das Gebet zum Rückgrat der Priester
ROM - Gebet und Läuterung reagiert
werde, äußerte Kardinal Marc Ouellet vor fast
zehntausend Priestern.
Der Erzbischof von Quebec sprach am
Donnerstagmorgen bei seiner Betrachtung auf dem internationalen Kongress der
Priester zum Abschluss des Priesterjahres vom „Ausbruch einer beispiellosen
Welle von Erschütterungen für Kirche und Priestertum nach den Enthüllungen der
Skandale, deren Ernsthaftigkeit wir anzuerkennen und deren Folgen wir mit
Aufrichtigkeit gutzumachen haben".
Der kanadische Kardinal erinnerte
daran, dass es in der katholischen Kirche weltweit 408.024 Priester gebe. Rund
vierhunderttausend Priester seien viel und zugleich wenig für eine Milliarde
Katholiken. Es gebe vierhunderttausend Männer im priesterlichen Dienst, jedoch
nur den einen Priester: Jesus Christus, erklärte Quellet.
„Durch unsere Vermittlung bleibt Jesus
Christus gegenwärtig wie am ersten Tag und sogar noch mehr als am ersten Tag,
weil er uns versprochen hat, wir würden größere Dinge tun, als er. Christus
brach zur Begegnung mit seinen Brüdern und Schwestern auf, den Weg zum Kreuz
hin gehend. Wir, seine Priester, gehen unserer Brüder und Schwestern in seinem
Namen entgegen und in der Kraft seiner Auferstehung. Wir sind an alle Orte der
Welt gesandt".
Papst Benedikt XVI zitierend, sprach
Kardinal Ouellet davon, dass „der Priester ‚in persona Christi capitis' und in
Vertretung des Herrn handelt. Er wirkt nie im Namen eines Abwesenden, sondern
in der Person des auferstandenen Christus, der gegenwärtig wird mittels seines
wirksamen Handelns".
Daher gab der Kardinal den zuhörenden
Priestern den Rat, das lebendige Bewusstsein dafür zu bewahren, in Person
Christi zu handeln.
„Ohne dieses Bewusstsein verliert die
Nahrung, die wir den Gläubigen reichen, den Geschmack des Geheimnisses und das
Salz unseres priesterlichen Lebens wird schal. Möge unser Leben den Geschmack
des Geheimnisses bewahren und sei von daher zuallererst eine Freundschaft mit
Christus".
Kardinal Tarcisio Bertone
unterstrich in seiner Predigt in der Basilika von St. Paul, dass der Priester
vor allem ein Mann des tiefen Gebets sein müsse, um die Schönheit des Zölibats
tief leben zu können.
„Wir wissen, wie wichtig und vorrangig
die betende Dimension unseres Dienstes und unseres Seins ist. Wir bekleiden das
Priesteramt vor allem, um Gebete für alle uns anvertrauten Menschen vor Gott zu
tragen". Diese Dimension „ist nicht nur eine Aufgabe, sondern das
‚Rückgrat' unserer Existenz, ihre Seele und ihr Atem".
Der Kardinal betonte, dass das Zölibat
ein Zeichen sei und zugleich Treibkraft der pastoralen Liebe und besondere
Quelle der Fruchtbarkeit in der Welt.
Der Wert des Zölibats sei klar
anerkannt und auch von der Tradition der Ostkirchen mit großen Ehren
wertgeschätzt, die gleichzeitig auch die Möglichkeit eines Priesteramtes von
Verheirateten anerkennten. Zenit 11
Papst beendet Priesterjahr – Vergebungsbitte zu Missbrauchsfällen
Mit einer großen Messe auf dem
römischen Petersplatz ist das „Jahr der Priester“ zu Ende gegangen. Mit
Benedikt XVI. konzelebrierten 15.000 Priester aus aller Welt; der Papst
ermutigte sie, auch in schwierigen Zeiten ihrer Berufung treu zu bleiben. Und:
Er bat Gott und die Menschen um Vergebung für kirchliche Missbrauchsskandale.
Ein Priester sei „nicht einfach ein Amtsträger“, so der Papst:
„Er tut vielmehr etwas, das kein Mensch
aus sich heraus kann: Er spricht in Christi Namen das Wort der Vergebung für
unsere Sünden und ändert so von Gott her den Zustand unseres Lebens. Er spricht
über die Gaben von Brot und Wein die Dankesworte Christi, die Wandlungsworte
sind, (welche) die Elemente der Welt verändern: Die Welt auf Gott hin aufreißen
und mit ihm zusammenfügen. So ist Priestertum nicht einfach „Amt“, sondern
Sakrament: Gott bedient sich eines armseligen Menschen, um durch ihn für die
Menschen da zu sein und zu handeln. Diese Kühnheit Gottes, der sich Menschen
anvertraut, Menschen zutraut, für ihn zu handeln und da zu sein, obwohl er
unsere Schwächen kennt – die ist das wirklich Große, das sich im Wort
Priestertum verbirgt.“
Ohne Umschweife erinnerte Benedikt XVI.
aber auch an die Missbrauchsskandale, die der Kirche gerade in den letzten
Monaten zu schaffen gemacht haben:
„Es war zu erwarten, dass dem bösen
Feind das neue Leuchten des Priestertums nicht gefallen würde... So ist es
geschehen, dass gerade in diesem Jahr der Freude über das Sakrament des
Priestertums die Sünden von Priestern bekannt wurden – vor allem der Missbrauch
der Kleinen, in dem das Priestertum als Auftrag der Sorge Gottes um den
Menschen in sein Gegenteil verkehrt wird. Auch wir bitten Gott und die
betroffenen Menschen inständig um Vergebung und versprechen zugleich, dass wir
alles tun wollen, um solchen Missbrauch nicht wieder vorkommen zu lassen; dass
wir bei der Zulassung zum priesterlichen Dienst und bei der Formung auf dem Weg
dahin alles tun werden, was wir können, um die Rechtheit
der Berufung zu prüfen, und dass wir die Priester mehr noch auf ihrem Weg
begleiten wollen, damit der Herr sie in Bedrängnissen und Gefahren des Lebens
schütze und behüte.“
„Heutige Gesellschaft sieht Zölibat als
Skandal an“ - Der Zölibat bleibt ein Grundpfeiler der katholischen Kirche. Daran
erinnerte Papst Benedikt XVI. zum Abschluss des Priesterjahres. Rund 15.000
Priester aus 97 Ländern und weitere 10.000 Pilger und Gläubige nahmen am
Donnerstagabend an einer Gebetswache mit dem katholischen Kirchenoberhaupt auf
dem Petersplatz teil. Die dreistündige Feier bestand aus zwei Teilen. Im ersten
Teil wurden Zeugnisse aus der Weltkirche vorgetragen. Dieser Teil wurde von der
Klerusorganisation organisiert. Um 21.30 Uhr erschien
dann der Papst auf dem Platz und betete mit den Anwesenden die Vigil.
Lehren, Heiligen, Leiten – Der
Papst zum Ende des Priesterjahres - „Es war der Auferstandene, der die Jünger
gerufen hat, zu taufen, Menschen zu lehren und zu Jüngern zu machen, es war der
Auferstandene, der ihnen die Vollmacht erteilt hat, Sünden zu vergeben.“ Mit
diesen Auftragsworten aus den Evangelien des Matthäus und des Johannes hat
Papst Benedikt XVI. seine Katechesen zum Priesterjahr eingeleitet. Den
Abschluss des Priesterjahres feierten in der vergangenen Woche über 9.000
Priester aus 91 Ländern in Rom. Ein Höhepunkt war am Freitag eine Messe zum
Herz-Jesu-Fest gemeinsam mit Papst Benedikt XVI. unter dem Leitspruch
„Erneuerung, Buße, Gemeinschaft“. In den zurückliegenden Katechesen hatte der
Papst besonders die drei priesterlichen Aufgaben betont. Mit den Worten
Benedikts XVI. folgt eine Rückschau auf die Aufgaben: Lehren, Heiligen, Leiten.
(rv 11)
Mehr als 17.000 Priester zum Nachtgebet mit Papst Benedikt XVI. auf dem Petersplatz
Papst teilt hautnah Freud und Leid
seiner Mitbrüder im priesterlichen Dienst
ROM -Mehr als 17.000 Priester hatte
sich gestern Abend zum Nachtgebet mit Papst Benedikt XVI. auf dem Petersplatz
versammelt. Es herrschte eine festliche, familiäre Stimmung bei der Vigil, die
den Abschluss des Priesterjahres einläutete, der heute mit einer
Eucharistiefeier, der größten Konzelebration auf dem Petersplatz abgeschlossen
worden ist.
Die Feier bot Raum für
leidenschaftliche Zeugnisse von Priestern, für Fragen und Antworten des
Papstes. Sie erzählten vom Gemeindeleben auf den fünf Kontinenten, ihrem
Einsatz in den Pfarreien, unter Armen und Drogenabhängigen und in der Mission.
Das Zentrum des Nachtgebets bildete das
geteilte Schweigen, die große Stille während der eucharistischen Anbetung auf
dem Petersplatz. Papst Benedikt XVI. betete zusammen mit den Priestern vor dem
Eucharistischen Leib des Herrn, der in der Monstranz zum Gebet einlud.
Zum Abschluss der tiefen Anbetung
betete der Papst zusammen mit allen seinen tausenden von Mitbrüdern im
priesterlichen Dienst das „Gebet für das Priesterjahr".
Nach dem Grußwort des Präfekten der
Kongregation für den Klerus, Kardinal Claudio Hummes
zu Beginn der Feier, kamen Priester aus allen Kontinenten zu Wort.
Ein brasilianischer Priester, der
mehrere Pfarreien zu betreuen hat, erzählte dem Papst und allen Anwesenden
Mitbrüdern von seinem Leid, „in einer Welt arbeiten zu müssen, die nicht mehr
in ihrem Innersten christlich ist".
Benedikt XVI. ermutigte ihn mit dem
Hinweis, sich mit besonderer Aufmerksamkeit den tragenden „Säulen" seiner
priesterlichen Einsatz zuzuwenden. Er solle sich davor hüten, sich von Angst
packen zu lassen oder zu meinen, alles selber tun zu müssen.
Die tragenden Säulen „sind die
Eucharistiefeier, die mindestens am Sonntag zelebriert werden sollte; die Verkündigung
des Wortes Gottes und die Predigt; die Liebe zu den Armen, den Kindern und den
Leidenden".
Menschen sollten nicht nur einen
Priester zu sehen bekommen, der seine Stunden abarbeitet und dann für sich
alleine lebt. Sie solltenb vielmehr einen Mann sehen
dürfen, der entbrannt und voller Liebe zum Herrn und zu den Seinen ist. Dazu
gehöre, so der Papst auch die Erholung, etwas „auszuruhen", ohne den
Anspruch zu haben, immer alles Geforderte erledigen zu können.
Ein Priester von der Elfenbeinküste sprach
das Problem einer Theologie an, in deren Zentrum nicht mehr Christus stehe und
welche die katholische Wahrheit mit „Meinungen" kompromittiere.
Der Papst erklärte dazu, daß es in der Tat eine „Theologie der Arroganz" gebe,
„die den Glauben nicht nährt und die Gegenwart Gottes in der Welt
verdunkelt". Dieser stehe eine Theologie gegenüber, die von der Liebe zum
Geliebten motiviertt sei und den Geliebten besser
kennen lernen wolle.
Benedikt XVI. kritisierte eine Form von
Theologie, für die nur eine positivistische Rationalität als einzig wahre
Vernunft gelte. Der Papst ermutigte die Priester, auf eine „geweitete
Vernunft" zu setzen. So könnten sie den jeweiligen Modeideen entgehen.
„Viele Theologien der 60ger Jahre schienen sehr wissenschaftlich zu sein. Jetzt
erscheinen sie überwunden, ja sogar lächerlich." Der Papst riet allen,
immer den Katechismus der Katholischen Kirche zu lesen und in Einheit mit den
Bischöfen und dem Papst zu leben.
Ein Priester aus der Slowakei, der als
Missionar in Rußland arbeitet, stellte dem Papst die
Frage über den Sinn des Zölibats. Benedikt XVI. hob vor allem hervor, daß im Mittelpunkt des Zölibats die völlige Weggabe seiner selbst an Christus stehe. In der Feier der
Eucharistie gestatte es Christus dem Priester, sein „Ich" zu benutzen, das
zu ihm ziehe und den Priester mit ihm vereine. „So vereint sich unser Ich mit
dem seinen und es verwirklicht sich das eine immerwährende Priestertum".
Für eine Welt, in der Gott von keiner
Wichtigkeit sei, bilde der Zölibat „einen großen Skandal". Dieselbe Welt,
die den Zölibat kritisiere, sei auch die Welt, in der der Mut zur Ehe fehle,
„da man unfähig zu endgültigen Entscheidungen wird". Die Entscheidung für
den Zölibat überlasse das eigene Leben Christus und sei ein „definitives
Ja", welches „das definitive Ja der Ehe bestätigt". Ohne den Zölibat
und folglich ohne die Ehe „verschwindet unsere Kultur".
Benedikt XVI. verwies auf die
Wichtigkeit des „Skandals des Zölibats" als Waffe gegen die „sekundären
Skandale", die das Bild Christi verfinsterten.
Ein japanischer Priester fragte, wie
man der Versuchung zum Klerikalismus entgehen könne, wenn man ja doch gelobt
habe, sich nicht den Kriterien der Welt zu beugen. Benedikt XVI. verwies auf
die Feier der Eucharistie, wo Gott demütig seine Herrlichkeit aufgibt, am Kreuz
sterbe und so die Welt rettet. Die Eucharistie müsse den Priester zur Offenheit
für alle erziehen. Ein ernsthaftes Leben aus der Eucharistie bilde „die
sicherste Verteidigung gegen die Versuchung des Klerikalismus".
Abschließend sprach ein Priester aus
Ozeanien von den leeren Seminaren und der Notwendigkeit, neue Berufungen zum
Priestertum wachsen zu lassen. Der Papst warnte davor, das Problem des
Priestermangels mit „professionellen" Lösungen angehen zu wollen. Wichtiger
sei es, „an die Tür Gottes zu klopfen, auf daß er uns
die Berufungen gebe, derer wir bedürfen".
Benedikt XVI. ermutigte die anwesenden
Priester, ihr Priestertum überzeugend zu leben. „Keiner von uns wäre Priester
geworden, wenn er nicht einem Priester begegnet wäre, in dem das Feuer der
Liebe Christi brannte." Der Papst riet den Priestern, jungen Menschen zum
Beistand zu werden und sie hin zur Erkenntnis der Wertschätzung ihrer Berufung
zu begleiten. Junge Menschen müßten erleben dürfen,
das ein priesterliche Leben „zum Vorbild für die Gesellschaft" werden kann
und es so würdigen lernen dürfen. Zenit 11
Abt Henckel-Donnersmarck: „Zölibatsdiskussion lenkt vom Wesentlichen ab“
Das Priesterjahr ist an diesem Freitag
feierlich beendet worden, die Diskussionen um den Zölibat gehen aber weiter.
Als „nebensächliche Strukturfragen“ nimmt der Heiligenkreuzer Abt Gregor
Henckel-Donnersmarck die Rede über den Pflichtzölibat, das Frauenpriestertum
und Vorgangsweisen bei Bischofsbestellungen wahr. Diese Fragen würden „vollkommen
am zentralen Thema des Glaubens und der Religion vorbeigehen“, so der Abt
wörtlich. Er äußerte sich anlässlich der Präsentation seines neuen Buches „ora @ labora - Über Gott und die
Welt und das Paradies auf Erden“ in dieser Woche in Wien.
„Kardinal König hat immer die
Dreierfrage gestellt: Woher kommen wir, wohin gehen wir, was ist der Sinn
unseres Lebens. Das sind entscheidende religiöse Fragen, die wir im Gebet, in
Meditation, aus der heiligen Schrift und im Feiern
der Sakramente irgendwie annäherungsweise finden. Wenn sich der Papst
"morgen an das Fenster im Vatikan stellt und sagt 'Bischöfe werden
gewählt, Frauen werden geweiht und Priester dürfen heiraten', dann ist für
Ihren und meinen Glauben überhaupt nichts geschehen. Für das, was Religion
wirklich ausmacht, ist das völlig belanglos“ Wir werden abgelenkt bis zur
Dummheit!“
Die zentrale Frage des Glaubens und der
Religion sei der „persönliche Weg durch das Leben auf Gott zu“, so
Henckel-Donnersmarck. In seinem neuen Buch lässt der Heiligenkreuzer Abt im
Gespräch mit der Journalistin Judith Grohmann 33 Jahre Wirtschaftsleben und 33
Jahre Klosterleben Revue passieren. Auch Papst Benedikt XVI. sind zentrale
Passagen gewidmet. Zur Finanz- und Wirtschaftskrise sagte der Abt im Gespräch
mit der Nachrichtenagentur kathpress:
„Ich glaube, die Wirtschaftskrise
könnte auch als Chance verstanden werden, wenn man eben sagt: Wir wollen ganz
bewusst wieder die Werte der katholischen Soziallehre – Personalprinzip,
Solidarität, Subsidiarität – neue entdecken, um aus dieser tieferen
theologisch-philosophischen Reflektion Lösungsansätze zu finden.“
(kap 12)
Weltjugendtag 2011. Website www.wjt.de freigeschaltet
ROM - In gut 12 Monaten werden
Millionen von Jugendlichen und jungen Erwachsenen aus allen Ländern der Welt,
sich rüsten um sich zu einem Fest des Glaubens aufzumachen, das mitten in
Madrid, der spanischen Hauptstadt ein unvergessliches und prägendes Erlebnis
bieten wird.
Papst Benedikt XVI. hat die Jugend der
Welt nächstes Jahr im August wieder zum Weltjugendtag eingeladen.
Unter dem Motto: "Verwurzelt in
Christus und gegründet auf ihm, fest im Glauben" (vgl. Kol 2,7) wird der
Weltjugendtag vom 15.-21. August in Madrid stattfinden. Die Vorbereitungen auf
den großen Jugendevent im Jahr 2011 laufen nicht nur bereits in Spanien auf
Hochtouren, sondern haben am letzten Samstag im Mai offiziell auch in der
Schweiz und in Österreich begonnen.
Die Arbeitsstelle für Jugendarbeit (AfJ) der Deutschen Bischofskonferenz startet in der dritten
Juniwoche ihre Geistliche Kampagne zum Weltjugendtag 2011. Vor kurzem wurde die
Website www.wjt.de freigeschaltet, die allen Interessierten erlaubt, für ihren
Vorbereitungsweg nach Madrid sowohl praktische als auch geistliche Impulse zu
bekommen.
Für Markus Hartmann, den Referenten für
Glaubensbildung der AfJ, ist der Camino unterwegs zum
WJT 2011 ein wichtiges Anliegen. So ermuntert er gerade Verantwortliche der
Jugendarbeit, sich durch die Teilnahme an Vorbereitungsseminaren miteinander zu
vernetzen.
Dazu wird zum Auftakt im Tagungshaus
des Bistums Würzburg Schmerlenbach eine Tagung für alle angeboten, die beim WJT
als verantwortliche Hauptamtliche beteiligt sein werden.
Jeweils am Dienstag, 22. und Mittwoch,
23. Juni 2010 (Block I) und am Mittwoch, 23. bis Freitag, 25. Juni 2010 (Block
II) findet ein Block mit Elementen statt, an denen wahlweise teilgenommen
werden kann.
Block I schafft theologische und
spirituelle Grundlagen zum Motto: „Verwurzelt in Jesus Christus und auf ihn
gegründet, fest im Glauben" (Kol. 2,7) und leitet davon konkrete
Projektideen und Umsetzungsmöglichkeiten für die Praxis vor Ort ab.
Die geistliche Ausrichtung auf das
Motto des WJTs soll Zugänge zum Thema auf dialogische Weise im Rahmen einer
Wanderung (ähnlich Wanderexerzitien) eröffnen: beispielsweise 5 Impulse
hergeleitet aus dem Motto, passend zu Themen, die Jugendliche bewegen und
passend zu Aktionen in der geistlichen Vorbereitung, die vor Ort durchgeführt
werden können.
Block II bietet neben neuesten
Informationen aus Madrid einen Rahmen, sich mit anderen Verantwortlichenüber
Aktionen im Vorfeld abzustimmen und auszutauschen. Dazu dienen Workshops, sich
mit Fragen und Problemen der Vorbereitung auseinanderzusetzen und konkrete
Arbeitshilfen, Ideen und Impulse zum Mitnehmen anbieten.
Ein Hauptanliegen der Arbeitsstelle des
WJT der AfJ ist die Nachbereitung der Fahrt und die
frühzeitige Weichenstellung für die Nachhaltigkeit. Daneben sollen Ideen für
eine christliche Gruppenkultur geboten werden, die helfen, eine Atmosphäre des
christlichen Umgangs zu schaffen, in der religiöse Themen zur Sprache kommen.
Daneben wird es eine Liturgie-Werkstatt
geben, und es ist eine Arbeitshilfe „Katechesen leicht gemacht" für
Bischöfe und Leiter der Animationsteams in Planung. Ar Zenit 11
Christentum und Säkularisierung, wie geht das zusammen? - Eine Tagung in Wien
Christentum und Säkularisierung – wie
geht das zusammen? Sehr gut, meint Kardinal Christoph Schönborn. Die
Errungenschaften des Christentums würden heute aber in einer Verkehrung gegen
die Kirche verteidigt. Das gab der Wiener Erzbischof bei einer
Podiumsdiskussion im Wiener „Institut für die Wissenschaft vom Menschen“ an
diesem Donnerstag zu bedenken. Mit dabei war der kanadische Philosoph Charles
Taylor, Autor des Buches „A secular age“, zu deutsch
„Ein säkulares Zeitalter“.
Es brauche eine Annäherung von beiden
Seiten – so ungefähr lassen sich die Worte von Kardinal Christoph Schönborn
zusammenfassen. Die moderne Gesellschaft vergesse die Errungenschaften des
Christentums – zum Beispiel die Wertschätzung von Emotionalität, Gefühl und
Individuum, die Autonomie des Individuums auch gegen Gott – ,
ja sie bemächtige sich ihrer und meine sie gegen die Kirche selbst verteidigen
zu müssen, führte Schönborn aus. Andererseits, so der Kardinal, ist aber auch
bei Christen eine Angst vor Säkularisierung spürbar. Warum die säkulare
Gesellschaft nicht als Chance begreifen, so der Appell des Erzbischofs. Als
Chance für Dialog und Auseinandersetzung mit Menschen, ob sie nun gläubig sind
oder nicht?
„Unsere Religion ist eine Religion des
Logos, wir brauchen keine Angst vor Logos, Argumenten, dem Geist zu haben!
Warum sollten wir die säkulare Gesellschaft fürchten?“
Papst Benedikt XVI. sei das beste
Beispiel für diese argumentative Kraft, hob der Kardinal hervor. Im Bereich des
interreligiösen Dialoges mit dem Islam hätte diese Fähigkeit zum Beispiel zu
Fortschritten geführt. Die säkularisierte Gesellschaft fordere die Christen
gerade dazu heraus, auf andere Menschen zuzugehen:
„Wir müssen neu lernen, zuzuhören - vor
allem jenen Menschen, die sagen, dass sie ohne Transzendenzbezug, ohne Religion
auskommen und die eine Erfahrung von Lebensfülle außerhalb der religiösen Suche
machen. Ich denke, das kann zu einem echten Dialog führen – diese große Vielfalt
an Erfahrungen, an Suchenden.“
Diese Offenheit sei „die Grundbedingung
jedes gelingenden Dialogs“ und jedes Gesprächs über Religion heute. Sicher -
dem Begriff der Säkularisierung gilt es mit Vorsicht zu begegnen – darüber
zeigten Schönborn und Taylor Einigkeit. Trotzdessen sei die Frage der Religion
aber in den vergangenen Jahrzehnten immer stärker in den Vordergrund getreten,
so Schönborn:
„Der Frage nach der Religion im
öffentlichen Raum kann heute niemand ausweichen. Aber das ist auch faszinierend.
Ich denke, das ist eine unerwartete Entwicklung für meine Generation: Wir
hätten nie gedacht, dass die Frage nach der Religion zum Schlüsselthema würde
für die Weltpolitik und die Entwicklung der Gesellschaft.“
Offenbar gebe es säkulare Angebote, die
diesen Geschmack den Religionen nachempfinden könnten, gab Schönborn zu. Wohin
treibt es also die „Suchenden“ und warum treibt es sie aus der Kirche hinaus?
Diese Frage beschäftigt auch den kanadischen Philosophen Taylor. Er hat
folgende Antwort: „Die Abkehr der Menschen von den traditionellen Institutionen
wie der Kirche resultiert aus der Erfahrung, dass es darin zu einer „Verengung
des Spirituellen“ gekommen ist. Indem das Lehramt die Weite des Spirituellen
begrenzt und klare Grenzen setzt, stellt dies für die spirituelle Suche des
Menschen einen „Kollateralschaden“ dar. Das Problem für mich ist das Lehramt,
so hart das auch klingen mag.“
Um
so drängender müssten die Kirchen eine
Antwort auf die Frage finden, wie sie mit ausufernden spirituellen Suchbewegungen
umgehen, gab der Philosoph zu bedenken. Die vielfältigen Suchbewegungen - seien
sie nun spirituell oder nicht - gelte es sozusagen „zu bündeln“. Wichtig dabei,
so eine Ergänzung von Kardinal Schönborn, sei die Frage nach der Freiheit. Aber
richtig gestellt:
„Wo finden wir wirkliche Freiheit? Wo
kann der Suchende heute den wirklichen Geschmack der Freiheit finden? Das ist
für mich der Schlüssel der biblischen Offenbarung. Wir müssen fragen: Bringt
ein säkulares Zeitalter die Freiheit voran?“ (kap 11)
Spanien: Schreibmaschine unterm Hausaltar - Der erste selige Journalist
Er ist der erste selige Journalist: Der
Spanier Manuel Lozano Garrido wird an diesem Samstag
in seiner Heimatstadt, dem andalusischen Linares, zur
Ehre der Altäre erhoben. Die Zeremonie wird vom Präfekten der vatikanischen
Heiligsprechungskongregation, Erzbischof Angelo Amato, in Stellvertretung von
Papst Benedikt XVI. durchgeführt. Als unermüdlicher Wahrheitssucher bezeichnet
der Leiter des vatikanischen Medienrates, Erzbischof Claudio Maria Celli, den
Journalisten. Im Interview mit Radio Vatikan sagte der Erzbischof:
„Was mich beeindruckt: Er war ein Mann,
der intensiv nach der Wahrheit suchte. Er war kein einfacher oder bequemer
Journalist, sondern ein Mann, der Leidenschaft in diese Suche steckte. Mir hat
sehr seine Glaubensstärke gefallen: Als zum ersten Mal eine Messe in seinem
Haus gefeiert wurde, da war er schon krank, ließ er seine Schreibmaschine unter
den Altar stellen. Er sagte: Ich wünsche mir, dass das Kreuz in meinem
Schreiben Früchte trägt.“
„Ein guter Journalist zu sein ist
einfach, ein christlicher dagegen heldenhaft“, so der Postulator
des Seligsprechungsverfahrens, Pater Rafael Higueras,
mit Blick auf das bewegte Leben des Journalisten und Freundes. Schon als
Jugendlicher trat der im Jahr 1920 geborene Garrido der Katholischen Aktion
bei. Während des spanischen Bürgerkrieges brachte er
Kriegsgefangenen die Kommunion, wurde dabei zeitweise selbst gefangen genommen.
Sein Haus wurde in dieser schweren Zeit zum Zentrum für Verfolgte und
Bedürftige. Auch am Ende seines Lebens ging der Journalist, der 1942 an Spondilitis (einem schweren Rückenleiden) erkrankte, seiner
Berufung nach. In der Tat wurde Garrido, der 1971 verstarb, für viele seiner
Werke dieser Jahre posthum mit Preisen überhäuft. Erzbischof Celli:
„Er hat am Ende seines Lebens, das von
Krankheit gezeichnet war, intensiv diese Berufung gelebt, hat gelitten, Zeuge
der Wahrheit zu sein. Er war jedoch ein glücklicher Kranker – das ist beeindruckend
– denn ihm gelang es, sein Leiden in der Einheit mit Christus in Liebe zu
verwandeln.“
Manuel Lozano
Garrido schrieb für Tageszeitungen, katholische Zeitschriften und
Presseagenturen. Er gründete die Zeitschrift Sinai und wurde 1969 mit dem
„Bravo“-Preis für Journalismus ausgezeichnet. Zudem ist er Autor von 9 Büchern
zu Themen der Spiritualität. Im Dezember letzten Jahres wurde das Wunder, das
durch die Fürsprache Lolos erwirkt worden sein soll,
von Papst Benedikt XVI. anerkannt: 1972 wurde ein zweijähriges Kind auf
„wissenschaftlich unerklärbare Weise“ von einer Multiorganischen Insuffizienz
geheilt. (fides 12)
Erzbischof Tomasi kämpft auf 14. Sitzung des UN-Menschenrechtsrates besonders für Kinderrechte
GENF - Der Vatikan kämpft auf der 14. Sitzung
des UN-Menschenrechtsrates besonders für Kinderrechte im Bereich Gesundheit und
Arzneimittelversorgung. „Eine Gruppe, die ganz besonders unter dem mangelnden
Zugang zu Arzneimitteln leidet, sind die Kinder", erklärte Erzbischof
Silvano Tomasi am 8. Juni in Genf.
„Viele notwenige Medikamente werden
nicht mit der geeigneten Formel oder spezifischen Dosierungen hergestellt, die
für die Kindermedizin geeignet sind. Diese tragische Tatsache kann zum Verlust
des Lebens oder zur Entstehung chronischer Krankheiten bei Kindern führen. Von
den 2,1 Millionen Kindern, die mit HIV infiziert sind, hatten Ende 2008 nur 38
Prozent antiretrovirale Medikamente erhalten", so der Ständige Beobachter
des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen in Genf, in seiner Ansprache an
bei einer Debatte zu Menschenrechtsfragen, bei der es vor allem um das Recht
auf Zugang zu Arzneimitteln und Diagnosegeräte für alle Menschen ging.
Zu den größten Hindernissen bei der
Verwirklichung dieser Rechte gehöre der „Mangel an Zugang zu Medikamenten
zugänglichen Preisen und zu Diagnosegeräten", so Erzbischof Tomasi weiter, der auch daran erinnerte, dass die
„Krankheiten der Armut" immer noch 50 Prozent der Krankheiten in den
Entwicklungsländern darstellen und damit zehnmal so oft vorkommen als in
Industrieländern. Über 100 Millionen Menschen werden jedes Jahr arm, weil sie
ihre Gesundheitskosten selbst traben müssen; fast 2
Milliarden Menschen haben keinen Zugang zu notwendigen Arzneimitteln, mahnte
Erzbischof Silvano M. Tomasi auf der letzten Sitzung
des UN-Menschenrechtsrates unter der belgischen Präsidentschaft, die am 31. Mai
in Genf eröffnet worden ist und bis zum 16. Juni dauern wird.
Die katholische Kirche leistet einen
wichtigen Beitrag zum Gesundheitswesen in aller Welt - durch die Ortskirchen,
religiöse Institutionen und private Einrichtungen, die eigenverantwortlich und
unter Achtung der jeweiligen Landesgesetze - wo sie mit 5.378 Krankenhäusern,
18.088 Krankenstationen und Kliniken, 521 Leprastationen und 15.448
Altersheimen und Heimen für chronisch Kranke und Behinderte tätig sind.
Der Erzbischof betonte, dass die
kirchlichen Einrichtungen, die in einigen der ärmsten, oft isolierten und
ausgegrenzten Gegenden tätig sind, darüber informieren, dass die in den
internationalen Dokumenten festgelegten Rechte „weit davon entfernt sind,
gewährleistet zu sein".
Der Ständige Beobachter des Heiligen
Stuhls betonte in diesem Zusammenhang, er sei sich der Komplexität im
Zusammenhang mit intellektuellem Eigentum im Hinblick auf den Zugang zu Arzneimitteln
bewußt. Trotzdem forderte er den Menschenrechtesrat
der Vereinten Nationen auf, „sich weiterhin darum zu bemühen, dass das Recht
auf Gesundheit geschützt wird, indem ein gleichberechtigter Zugang zu
notwendigen Arzneimitteln gewährleistet wird." Ar Zenit 11
Schweiz: Chatten mit Bischöfe war ein Erfolg
Die Schweizer Bischöfe nützen auch die
neuen Möglichkeiten der Online-Kommunikation. Diese Woche suchten mehrere
Oberhirten auf dem katholischen Internetportal kath.ch den Dialog in einem
Chat-Forum. Bewusst hätten die Bischöfe diese moderne Kommunikationsform
gesucht, um einen möglichst großen Teil der Bevölkerung zu erreichen und mit
ihm ins Gespräch zu kommen, sagt uns Charles Martig.
Er ist Geschäftsführer vom katholischen Mediendienst in Zürich, der das
Internetportal führt.
„Der Grund hierfür ist die Situation
der letzten Monate. Die Krise, die entstanden ist, durch die Missbrauchsfälle
sowie die Abwesenheit der offiziellen Kirchenstimmen. Wir haben uns in der
Schweiz überlegt, welche Möglichkeiten es gibt, den Dialog zwischen den
Bischöfen und den Gläubigen zu öffnen.“
Die Chats fanden von Montag bis Freitag
jeweils über Mittag statt. Am Montag war Bischof Markus Büchel von St. Gallen
im Netz. Es folgten am Mittwoch der Churer Weihbischof Marian Eleganti und am Freitag Abt Martin Werlen
von Einsiedeln.
„Das Ziel eines solchen Chats ist es,
neue Kanäle zu öffenen und da zu sein. In einem
solchen Forum kann man über einfache Sachen bis hin zu komplexen theologischen
Fragen angehen. Es ist ein sehr offenes Forum, dass hier geöffnet wird.“
Und wie sieht die Bilanz aus? Das
fragten wir Charles Martig vom katholischen
Mediendienst in Zürich.
„Wir sind sehr überrascht und sehr
zufrieden. Es waren 30 bis 40 Chattern dabei. Es gab
ein reger Austausch. Ich sehe zwei Effekte: Einerseits haben die Bischöfe, die
erstmals chatten, etwas Neues gelernt. Sie haben gemerkt, wie spannend das ist.
Andererseits gibt es ein Außensignal. Man sieht, wie die Bischöfe bereit sein
können, auf Jugendliche zuzugehen. Das ist positiv und es gibt bereits
Berichterstattung darüber.“
Der Bischofs-Chat soll aber nicht
institutionalisiert werden, erläutert Martig weiter.
(rv 11)
Katholische Kirche Mixa kritisiert Verhalten der Kirche
Offenbar waren kirchliche Würdenträger
an den unbestätigten Missbrauchsvorwürfen gegen Bischof Walter Mixa beteiligt. Mixa zeigt sich
enttäuscht.
Fünf Wochen nach der Annahme seines
Rücktrittsgesuchs durch den Vatikan hat sich der ehemalige Augsburger Bischof
Walter Mixa enttäuscht über das Vorgehen der
Kirchen-Verantwortlichen gezeigt. Er bezog sich dabei auf den gegen ihn
geäußerten Missbrauchsverdacht, der sich nicht bestätigt hatte - die
Staatsanwaltschaft hatte die Vorermittlungen eingestellt.
Mit Blick auf das vermeintliche
Missbrauchsopfer sagte Mixa der Welt am Sonntag:
"Hätte man mit dem jungen Mann gesprochen, hätte sich sofort herausgestellt,
dass es kein Opfer gibt, und sich eine Anzeige ersparen können."
Mixa
reagierte damit auf Recherchen des Blattes, nach denen höchste Würdenträger der
Kirche maßgeblich daran beteiligt waren, dass der Geistliche zu Unrecht unter
Verdacht geriet. "Diese Zusammenhänge kannte ich so noch nicht. Ich bin
enttäuscht über das Verhalten der Verantwortlichen in der Kirche für diese
Affäre", sagte Mixa.
Wie das Blatt unter Berufung auf
Ermittlungsergebnisse berichtet, beruhte die falsche Anschuldigung gegen Mixa auf einer acht Sätze langen Notiz des Bistums
Augsburg, die keinen konkreten Hinweise auf eine
Straftat enthielt. Der Augsburger Weihbischof Anton Losinger
habe das Papier am 3. Mai dem Münchner Generalstaatsanwalt übergeben. Das
angebliche Missbrauchsopfer habe erst nach Presseberichten von dem Fall
erfahren und den Verdacht umgehend als unbegründet zurückgewiesen.
Mixa
hatte am 21. April nach Prügel- und Untreuevorwürfen
bei Papst Benedikt XVI. um seine Entlassung gebeten, die offiziell am 8. Mai
angenommen wurde.
Der Missbrauchsvorwurf gegen Mixa ist zwar vom Tisch, aber die Prügelvorwürfe gegen den
Geistlichen aus seiner Zeit als Stadtpfarrer von Schrobenhausen bestehen
weiter. In seinem Mitte Mai vorgestellten Bericht hielt ein unabhängiger
Sonderermittler Mixa "schwere körperliche
Züchtigungen" von Heimkindern vor. Mixa soll die
Kinder mit Faust, Stock und Gürtel geschlagen haben. Die Taten erfüllten unter
anderem den Tatbestand der schweren Körperverletzung und der Misshandlung
Schutzbefohlener - seien aber verjährt. (sueddeutsche.de 12)