Notiziario religioso 11-13 Giugno
2010
Venerdì 11 giugno. Il commento al Vangelo. La pecorella smarrita
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 15, 3-7) commentato da P. Lino Pedron
3 Allora egli disse loro questa parabola: 4 «Chi di voi se ha cento pecore
e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella
perduta, finché non la ritrova? 5 Ritrovatala, se la mette in spalla tutto
contento, 6 va a casa, chiama gli amici e i vicini
dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta.
7 Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che
per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
I destinatari
dell’insegnamento sono gli scribi e i farisei. La parabola è un invito ai
giusti perché si convertano dalla propria giustizia che condanna i peccatori,
alla giustizia del Padre che li giustifica.
Mentre il
peccatore sente il bisogno della misericordia di Dio, il giusto non la vuole né
per sé né per gli altri, anzi si irrita grandemente
con Dio, come Giona (Gio
4,29). In questo modo rifiuta Dio, che è misericordia, in nome della propria
giustizia.
La
contrapposizione tra uno e tutti sottolinea la
condizione di precedenza di chi è fuori strada, malato e infelice rispetto a
chi è al sicuro, in salute e nella gioia.
Nell’Antico
Testamento il pastore è Dio (Ger 23,1-6; Ez 34,12-16; Sal 23; ecc.), nel
Nuovo è Gesù (Gv 10,11ss). Il cuore del Padre si
rivolge tutto verso l’unico figlio che manca. Non basta la presenza di tutti
gli altri per consolarlo. Egli ha un amore totale per ognuno. La sofferenza per
la perdita di uno solo ci rivela quanto valore ha ognuno di noi ai suoi occhi
di Padre.
L’atteggiamento
del Padre si rivela nel comportamento di Gesù che cerca l’uomo perduto e invita
gli amici e i vicini perché condividano la gioia del ritrovamento.
L’iniziativa della
salvezza è di Dio che non attende il ritorno del peccatore smarrito, ma gli va
incontro e lo porta a casa sua. La gioia di Dio per il ritorno del peccatore
sta nel vedere riconosciuta e accolta la sua misericordia.
La gioia di Dio
sarà piena quando tutti, anche i giusti, si convertiranno. Secondo Paolo il
punto di arrivo della storia è la conversione d’Israele (Rm
11,25-36). La gioia di Dio per la salvezza di uno solo lascia intravedere la
sofferenza divina del Padre fino a quando non vede tutti i suoi figli nella sua
casa.
In realtà la
pecora non si è convertita. Non siamo noi che ritorniamo a Dio, ma è lui che
viene a cercarci. Convertirsi è volgere il nostro sguardo dal proprio io a Dio,
dalla nostra nudità all’occhio di colui che da sempre
ci guarda con amore. De.it.press
Sabato 12 giugno. Il commento al Vangelo. “Perché mi cercavate?”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 2, 41-51) commentato da P. Lino Pedron
41 I suoi genitori
si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 42 Quando egli
ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo
l'usanza; 43 ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del
ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne
accorgessero. 44 Credendolo nella carovana, fecero una
giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti;
45 non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 46 Dopo tre
giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai
dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. 47 E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e
le sue risposte. 48 Al vederlo restarono stupiti e sua
madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». 49 Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo
occuparmi delle cose del Padre mio?». 50 Ma essi non
compresero le sue parole.
51 Partì dunque
con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso.
Sua madre custodiva tutti questi fatti nel suo cuore.
Tre volte all’anno c’erano celebrazioni che richiamavano a Gerusalemme
i pellegrini, secondo il comando del Signore: "Tre volte all’anno farai
festa in mio onore: Osserverai la festa degli azzimi…Osserverai
la festa della mietitura…la festa del raccolto, al
termine dell’anno, quando raccoglierai il frutto dei tuoi lavori nei campi. Tre
volte all’anno ogni tuo maschio comparirà alla presenza del Signore
Dio" (Es 23,14-17).
Il figlio Gesù
perduto è ritrovato dopo tre giorni nel tempio cioè nella casa del Padre,
seduto. Questo fatto è preannuncio della pasqua di Gesù risorto e seduto alla
destra del Padre.
Luca narra l’infanzia
del Salvatore alla luce degli avvenimenti della sua
pasqua di risurrezione. Il racconto che ha sfiorato, con le parole di Simeone,
il dramma della passione (la spada), si chiude con l’annuncio della
risurrezione. Il quadro dello smarrimento e del ritrovamento presenta
anticipatamente il mistero della morte e della risurrezione di Gesù. Maria e
Giuseppe rappresentano la comunità cristiana, che ha perso improvvisamente il
suo maestro, ma dopo "tre giorni" di attesa e di ricerca riesce a ritrovarlo
risuscitato nella gloria del Padre.
Qui Gesù nomina
per la prima volta il Padre. Le prime e le ultime parole di Gesù riguardano il
Padre (Lc 2,49 e 23,46). La paternità di Dio fa da
inclusione a tutto il vangelo di Gesù secondo Luca. Gesù "deve"
occuparsi delle cose del Padre, essere presso il Padre, ascoltare il Padre e
rispondere a ciò che il Padre ha detto.
Non deve
meravigliare che Maria e Giuseppe "non compresero le sue parole" (v.
50). Il cammino della rivelazione è ancora lungo. Siamo solo agli inizi.
Maria non
comprende subito il grande mistero dei tre giorni di Gesù col Padre, ma
custodisce nel suo cuore i detti e i fatti. In questo ricordo costante della
Parola accolta, il cuore progressivamente si illumina
nella conoscenza del Signore.
Il racconto dell’infanzia
si conclude con il ritorno a Nazaret.
Per tutto il resto dell’adolescenza e della giovinezza di Gesù Luca non ha
nulla di straordinario da segnalarci all’infuori della sua umile sottomissione
ai genitori. Nella famiglia egli ha preso il suo posto
di figlio rispettoso e obbediente verso quelli che, per volontà del Padre,
hanno la responsabilità su di lui. De.it.press
Domenica 13 giugno. Il commento al
Vangelo. I due debitori
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 7,36--8,3) commentato da P. Lino
Pedron
36 Uno dei farisei
lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a
tavola. 37 Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava
nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; 38 e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di
lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li
baciava e li cospargeva di olio profumato.
39 A quella vista
il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. "Se
costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo
tocca: è una peccatrice". 40 Gesù allora gli disse:
"Simone, ho una cosa da dirti". Ed egli: "Maestro, dì
pure". 41 "Un creditore aveva due debitori: l’uno
gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. 42 Non avendo essi da
restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?". 43 Simone
rispose: "Suppongo quello a cui ha condonato di
più". Gli disse Gesù: "Hai giudicato bene". 44
E volgendosi verso la donna, disse a Simone: "Vedi questa donna?
Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato
l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha
asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un
bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. 46
Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma
lei mi ha cosparso di profumo i piedi. 47 Per questo ti dico:
le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco". 48 Poi disse a lei:
"Ti sono perdonati i tuoi peccati". 49 Allora i commensali
cominciarono a dire tra sé: "Chi è quest’uomo che perdona anche i
peccati?". 50 Ma egli disse alla donna: "La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!".
8.1 In seguito
egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona
novella del regno di Dio. 2 C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano
state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala,
dalla quale erano usciti sette demoni, 3 Giovanna,
moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e
molte altre, che li assistevano con i loro beni.
Nella casa del
fariseo, dove era stato invitato, Gesù imbandisce il banchetto nuziale per la
peccatrice inopportuna e indesiderata. Il fariseo tronfio della sua giustizia
non può partecipare alla danza dell’amore se prima non piange il suo peccato.
Il racconto serve
per persuadere il giusto di peccato di prostituzione perché vuole meritare
l’amore di Dio che è gratuito. Questo peccato di "meretricio", di
prostituzione è l’unico peccato diretto contro Dio che è amore.
Questa donna è
figura del vero popolo di Dio che si riconosce
peccatore e bisognoso di perdono; è il simbolo dell’umanità peccatrice che
ritorna al suo sposo, Dio.
La presenza della
peccatrice che ama, mostra al giusto il suo peccato profondo, quello di non
saper amare. Dalla festa dell’amore resta escluso solo il giusto, che non ama
perché non si sente amato, perché crede di non aver bisogno di essere amato. Ma
anche il giusto può partecipare al banchetto della vita nella misura in cui si riconosce prostituto, adultero e
peccatore.
Il peccato tipico
del giusto è quello di comprarsi l’amore di Dio con la
moneta sonante delle proprie buone opere. E’ il peccato "naturale" di
tutte le religioni, che suppongono un Dio cattivo da imbonire.
Gesù, in casa del
fariseo, mostra a tutti la sua bontà: accetta e ama la donna che peccò di
prostituzione con gli uomini, accetta e ama il fariseo che pecca di
prostituzione nei confronti di Dio. Nei vv. 40-42 Gesù racconta una parabola che mette in gioco tutti.
E’ la parabola dei due debitori. Ogni uomo è debitore a Dio di tutto. Il vero
peccato è quello di non accettare di essere debitori,
ma voler restituire sotto forma di prestazioni di vario tipo, in modo di
pareggiare il nostro conto con Dio, per sentirci liberi e indipendenti da lui a
cui abbiamo dato tutto il dovuto, per sentirci nostri e non suoi.
E’ il tentativo di
non essere più creature, ma di emanciparci dal Creatore per essere Dio come
Dio, senza Dio e in contrapposizione a Dio. E’ il peccato originale dell’uomo.
Questa è la prostituzione religiosa, frutto della non conoscenza di Dio, che
produce tutti i peccati dei giusti e degli ingiusti. Il dono di Dio, al quale
tutto dobbiamo, è un amore gratuito da accettare e a
cui rispondere con altro amore gratuito.
Il contenuto della
parabola è nelle due espressioni "fare grazia" da parte del creditore
e "amare di più" da parte del debitore graziato. Il più avvantaggiato
in questa situazione è chi ha il debito maggiore, perché riceve un dono maggiore. Chi riceve un dono maggiore, un perdono maggiore fa esperienza di un amore più grande. Davanti a un
Dio che riempie gratis del suo amore è una disgrazia
essere pieni di sé.
Gesù dà come
modello al fariseo la peccatrice perdonata che ama, colei che egli aveva giudicata e condannata, e che avrebbe voluto escludere dalla
sua casa.
Gesù è un
viandante instancabile. La sua vita si svolge sulla strada. Egli passa
attraverso le località grandi e piccole. Il vangelo deve camminare sulle vie
del mondo. Nel suo peregrinare lo accompagnano gli apostoli, che sono il primo
nucleo del popolo di Dio. Ma anche le donne fanno
parte del seguito di Gesù. Queste accompagnatrici, collaboratrici, benefattrici
di Gesù svolgono nei confronti del Cristo e del gruppo degli apostoli un’azione
assistenziale: mettono a disposizione i loro beni e il
loro lavoro.
La caratteristica
comune di queste donne che seguono Gesù è l’esperienza della cura che Gesù si è
preso di loro. Hanno fatto l’esperienza del dono e del perdono: si sono sentite
amate e per questo amano. L’amore si manifesta nel servire l’altro liberandolo
dalle sue necessità. Questo amore si manifesta più con
i fatti che con le parole. Lo spirito di servizio di queste donne le porterà
fino ai piedi della croce e davanti al sepolcro, le farà entrare in esso e
diventeranno le prime testimoni del Risorto. Gli apostoli e queste donne sono
il piccolo gregge al quale il Padre si è compiaciuto di donare il suo regno (Lc 12,32), cioè Gesù Cristo Signore.
Caratteristica di
questi primi cristiani: ascoltano Gesù e stanno con lui. Questo ascoltare Gesù
e stare con lui è la qualifica più bella e più profonda del discepolo: sottolinea l’aspetto personale d’amore che lo lega al suo
Signore.
Attraverso
l’annuncio della parola e i miracoli che Gesù compie, la gente fa esperienza
della bontà, della misericordia e della grazia di Dio nei loro riguardi. Il
regno di Dio (v. 1) è il nuovo contesto sociale e
religioso in cui tutti sono chiamati a vivere liberi dalla paura di Dio, dalle
reciproche inimicizie e da ogni forma di male. De.it.press
Domenica 13. XI del tempo ordinario. Perfetti,
ma incapaci di amare
Il peccato per
Gesù non è una macchia da lavare, o una piaga da nascondere, è la condizione di incapacità di corrispondere all’amore del Padre, è il
debito d’amore infinito, incolmabile che abbiamo nei confronti di Dio.
Le colpe, le
miserie, le debolezze che verifichiamo nella nostra vita e che ci umiliano (per
questo cerchiamo di negarle, di nasconderle, di aggredirle quando le scorgiamo
negli altri) sono poca cosa: solo un piccolo segno dell’immensa distanza che ci
separa dalla perfezione del Padre.
Quando domandiamo
al Signore: perdona i nostri debiti non gli chiediamo di dimenticare gli errori
che abbiamo commesso, di dare un colpo di spugna al
nostro passato, ma di colmare il debito d’amore che abbiamo accumulato nei suoi
confronti, gli domandiamo di insegnarci come corrispondere al suo amore. La
nostra preghiera, più che al passato, è dunque rivolta al futuro.
In questa
prospettiva, gli uomini sono tutti ugualmente debitori davanti a Dio. La stoltezza (non vogliamo
parlare di cattiveria) del fariseo – che si ritiene giusto, perfetto e
autorizzato a giudicare gli altri – consiste nel coltivare la convinzione di
poter colmare il debito d’amore che lo separa da Dio mediante l’osservanza di
qualche precetto o di qualche pratica religiosa.
Ora forse risulta più comprensibile l’affermazione di Gesù: solo colui
al quale è stato perdonato molto diviene capace di amare molto.
Prima Lettura (2
Sam 12,7-10.13)
In quei giorni, 7 Natan disse a Davide: “Tu sei
quell’uomo! Così dice il Signore, Dio d’Israele: Io ti ho unto re d’Israele e
ti ho liberato dalle mani di Saul, 8 ti ho dato la
casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti
ho dato la casa di Israele e di Giuda e, se questo fosse troppo poco, io vi
avrei aggiunto anche altro. 9 Perché dunque hai disprezzato la parola del
Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Uria
l’Hittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai
ucciso con la spada degli Ammoniti. 10 Ebbene, la spada non si allontanerà mai
dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l’Hittita.
13 Allora Davide disse a Natan: “Ho peccato contro
il Signore!”. Natan rispose a Davide: “Il Signore ha
perdonato il tuo peccato; tu non morirai”.
Davide era
violento e vendicativo.
Fra i suoi molti
peccati, l’adulterio con Betsabea e, per nascondere la malefatta, l’uccisione
del marito di lei, Uria l’ittita (2 Sam 11), è
certamente il più noto.
Venuto a
conoscenza del crimine
commesso dal re, il profeta Natan, amico di famiglia,
va a trovarlo e, fingendo di non saper nulla dell’accaduto, comincia a
raccontare la famosa storia della pecorella piccina (2 Sam 12,1-6). Davide
segue con molta attenzione il racconto ed alla fine,
sdegnato contro colui che ha rapito e ucciso la pecorella del vicino,
sentenzia: “Quell’uomo merita la morte!”.
La nostra lettura
comincia a questo punto. Natan alza il dito, lo punta
contro Davide ed esclama: “Tu sei quell’uomo!” (v.7). Poi elenca i benefici che
Dio gli ha concesso e gli rinfaccia l’ingratitudine con cui ha risposto (vv.7-8). Infine annuncia il castigo terribile che colpirà
la sua famiglia: “La spada non si allontanerà mai dalla tua casa” (v.10). Il
profeta prevede che nella famiglia di Davide non termineranno mai gli odi, le lotte, le violenze, il sangue versato.
Queste ultime
parole del profeta vanno chiarite. Dio non può suscitare odi familiari per
punire il peccato.
Già nell’AT è chiara l’idea che è lo stesso peccato, non Dio, che
castiga l’uomo: “Il male si riverserà su chi lo fa – afferma il Siracide (Sir 27,27) – e Geremia: “La tua stessa malvagità
ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono” (Ger
2,19).
La profezia di Natan sulle sventure che avrebbero colpito la casa di
Davide è nata da una riflessione teologica fatta in seguito dall’autore sacro.
Questi, a distanza di molti anni dai fatti, ha verificato che la famiglia di
Davide è stata colpita da innumerevoli sventure (tre dei suoi figli: Amnon, Assalonne e Adonia sono morti in modo violento) ed ha interpretato
questi fatti drammatici come una punizione di Dio. In realtà egli sapeva molto
bene che erano stati provocati dall’incapacità educativa, dall’orgoglio, dallo
spirito violento di Davide.
Chiarisco con un
esempio. Dopo un’infedeltà coniugale è difficile ricostruire la pace e la serenità
familiare, ristabilire l’unità e la fiducia fra marito e moglie, convincerli a
non farsi dispetti, a non rinfacciarsi continuamente l’errore commesso. La
situazione pesante che si viene a creare, le depressioni, le tensioni,
sarebbero presentati, in un linguaggio teologico
arcaico, come castighi di Dio. In realtà – è evidente – si tratta di
conseguenze del peccato.
Da queste
conseguenze non è facile uscire. Dio però non abbandona mai l’uomo. Ecco la
ragione per cui, dopo aver parlato di sventura, Natan
conclude la sua profezia con un annuncio di speranza.
Dice a Davide: “Il Signore ha perdonato il tuo peccato, tu non morirai!”
(v.13). Questa è sempre l’ultima parola di Dio: il perdono, non la minaccia.
Seconda Lettura
(Gal 2,16.19-21)
Fratelli, 16 sapendo che l’uomo non è giustificato dalle opere della
legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche
noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle
opere della legge; poiché dalle opere della legge non verrà mai giustificato
nessuno.
19 In realtà
mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere
per Dio. 20 Sono stato crocifisso con Cristo e non
sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.
Questa vita nella
carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se
stesso per me. 21 Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti
se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano.
Una delle idee più
radicate anche oggi nella mente di molti cristiani è che in paradiso ci vadano
coloro che se lo guadagnano con le buone opere.
Così la pensavano
anche i farisei del tempo di Gesù che erano convinti che la salvezza dipendesse
dai meriti, dall’osservanza scrupolosa di tutte le disposizioni, anche minime,
della legge. Molti di loro si convertirono al cristianesimo (At
15,5), ma non abbandonarono questo modo di intendere la religione e
introdussero anche nella chiesa primitiva e diffusero ovunque le loro
convinzioni.
Nel brano di oggi,
Paolo ricorda ai galati – che avevano dato retta alle
chiacchiere di quei farisei divenuti cristiani – che Dio dà all’uomo la
salvezza in modo completamente gratuito.
Non siamo noi, con
le nostre buone opere, a conquistarci il paradiso, è lui che dona la grazia che
ci permette di compiere il bene.
L’efficacia di
questa grazia – continua Paolo – può essere verificata
osservando ciò che è accaduto in lui. Quando poneva la sua fiducia nella legge continuava ad essere peccatore. La legge non lo salvava,
era un giudice severo che denunciava le sue inadempienze. Poi ha incontrato
Cristo e la sua grazia. Il suo Spirito, lo ha
progressivamente trasformato. Ora può affermare di non essere più lui che vive,
ma Cristo che vive in lui.
Vangelo (Lc 7,36-8,3)
36 Uno dei farisei
invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a
tavola. 37 Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si
trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; 38 e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di
lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li
baciava e li cospargeva di olio profumato.
39 A quella vista il fariseo che l’aveva
invitato pensò tra sé. “Se costui fosse un profeta,
saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice”.
40 Gesù allora gli
disse: “Simone, ho una cosa da dirti”. Ed egli:
“Maestro, dì pure”. 41 “Un creditore aveva due debitori:
l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. 42 Non avendo
essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?”. 43 Simone rispose:
“Suppongo quello a cui ha condonato di più”. Gli disse
Gesù: “Hai giudicato bene”.
44 E volgendosi
verso la donna, disse a Simone: “Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai
dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li
ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato
un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi.
46 Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato,
ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. 47 Per questo ti dico:
le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco”. 48 Poi disse a lei: “Ti
sono perdonati i tuoi peccati”. 49 Allora i commensali cominciarono a dire tra
sé: “Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?”. 50 Ma egli disse alla
donna: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!”.
8,1 In seguito
egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona
novella del regno di Dio. 2 C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano
state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala,
dalla quale erano usciti sette demoni, 3 Giovanna,
moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e
molte altre, che li assistevano con i loro beni.
I litigi, i
diverbi non sono mai simpatici, ma i più spiacevoli sono quelli che scoppiano
durante una festa, mentre si sta mangiando. Ci si
raduna per stare in compagnia, non per assistere a discussioni violente, per
sentir volare insulti pesanti.
Per evitare queste
situazioni di tensione, in Israele gli inviti erano fatti con molta cautela. La
norma che si seguiva era rigorosamente questa: i “giusti” la “gente per bene”,
i “puri” non devono mischiarsi con i peccatori, con i pubblicani, con i
pastori, con la “gente della terra”. Questi erano considerati degli
attaccabrighe, degli zotici che non conoscevano le norme della legge e quindi
vivevano in costante impurità.
Luca ci presenta
spesso Gesù seduto a tavola. Egli entra nelle case di tutti, accetta gli inviti
dei ricchi e dei poveri, dei sani e dei malati senza preoccuparsi delle norme di purità stabilite dalle guide spirituali del suo popolo.
Per lui tutti gli uomini sono puri. Oggi lo troviamo in casa di un fariseo,
dunque in un ambiente moralmente elevato. Lì sono entrate solo persone di
provata onestà e di costumi angelici. Lì certo non si sentono parole grossolane
e non si tengono discorsi sconvenienti.
Perché è stato
invitato? Probabilmente perché i farisei che lo considerano un giusto e un
maestro saggio, desiderano discorrere con lui su argomenti di alta teologia.
Soprattutto al sabato, all’uscita dalla sinagoga, tutti cercavano di
avere fra i propri ospiti colui che aveva fatto l’omelia, per avere
l’opportunità, durante il pranzo, di rivolgergli domande e di approfondire il
tema delle letture. I farisei ci tenevano molto a queste conversazioni elevate
e Gesù sembrava certo la persona più indicata.
Sono dunque seduti
a mensa in casa del fariseo, la conversazione ha già preso il verso giusto
quando, improvvisamente, ecco comparire in sala una donna di facili costumi. Cosa viene a fare, a rovinare la festa? Ha in mano un
vasetto, si volge attorno, con lo sguardo cerca Gesù fra i commensali e,
scortolo, si dirige decisa verso di lui. Non dice una
parola. Si rannicchia, piangendo, ai suoi piedi, glieli prende, li bagna di
lacrime, li asciuga con i suoi capelli, li bacia e li cosparge con l’olio
profumato che ha portato (vv.36-39).
Perché si comporta
in questo modo? La spiegazione più semplice sembrerebbe questa: la donna ha
commesso tanti peccati, ma un giorno è stata colta dal
rimorso, si è pentita ed è andata a chiedere perdono a Gesù. Ha cominciato ad
amare molto e, con questo amore è riuscita a farsi
perdonare le sue colpe.
Ma la questione non pare possa essere posta in questi
termini. La parabola che Gesù racconta (vv.40-43) e
la sua spiegazione (vv.44-47) orientano
verso tutt’altra interpretazione.
Ciò che è in causa
non è quanto amore occorre per ottenere il perdono dei propri peccati. Cioè, se
i peccati sono molti... prima è necessario manifestare molto amore e poi arriva
il perdono; se sono pochi ne basta meno. Il problema è
un altro. Si tratta di sapere chi è più disposto ad amare: colui al quale è
stato perdonato molto o colui al quale è stato perdonato poco?.
I fatti devono
essersi svolti più o meno così: la donna certamente
già conosceva bene Gesù. Come? Sappiamo che egli accettava spesso gli inviti a
cena rivoltigli da peccatori (Lc 7,34; 15,2) e questi
non si facevano certo scrupoli di portare con sé qualche amica dai costumi non
proprio esemplari. E’ dunque possibile che Gesù e la donna si siano incontrati
in una di queste occasioni.
Lo sguardo
schietto del giovane Maestro galileo deve averla colpita. Si è resa conto di
aver incontrato un uomo straordinario: simpatico, rispettoso, libero; non ha il
portamento altezzoso, distaccato e sprezzante dei farisei, veste come tutti e
ironizza sugli scribi che si pavoneggiano nelle loro “lunghe vesti” (Lc 20,46). E’ religioso, ma non bigotto e antepone l’amore
all’uomo all’osservanza di qualunque legge. Parla sempre di amore, di pace, di
riconciliazione, difende i poveri, i deboli, chi ha
sbagliato come lei e spesso arriva a dire che costoro sono più vicini a Dio di
chi si considera “giusto” (Lc 18,9-14).
Com’è diverso
dagli altri uomini! Tutti l’hanno cercata come oggetto di piacere, hanno
abusato del suo corpo, comprato la sua bellezza. Egli è stato il primo che l’ha
contemplata con occhio puro, senza desiderarla; l’unico che, con uno sguardo,
le ha fatto intuire il rispetto e la stima che aveva per lei e da quel giorno
ha ripreso fiducia in se stessa, ha riscoperto la sua dignità, ha sentito il
cuore aprirsi alla gioia e alla speranza, si è fatta coraggio e ha deciso di
ricostruire la vita. Dio le stava accanto, le offriva la sua pace. Ha capito:
era perdonata.
Perché è andata da
Gesù? Per manifestargli la sua riconoscenza. Da quando lo ha
incontrato tutto in lei è cambiato; le sue parole hanno operato in lei il
miracolo. Come esprimergli la gioia che prova? Con i gesti che il suo affetto,
il suo cuore, la sua sensibilità di donna le suggeriscono:
il profumo, i baci, i capelli sciolti, le lacrime. Gesti che sconcertano e
scandalizzano i presenti.
Il suo pianto non
è dettato – come qualcuno pensa – dal rimorso, ma dalla gioia di sentirsi
finalmente capita e amata. Dal momento in cui ha fatto l’esperienza del perdono ha cominciato a costruire una vita fondata
sull’amore: ha amato molto – dice Gesù – perché le è stato perdonato molto,
colui invece al quale si perdona poco, ama poco.
Simone, il padrone
di casa, è buono, ma è condizionato dall’educazione che ha ricevuto e dalla
mentalità farisaica che ha assimilato. Un profeta – pensa – dovrebbe rendersi
conto che il contatto con una peccatrice lo rende impuro e il comportamento
della donna è inequivocabile. Gesù dovrebbe sapere che sciogliere i capelli di
fronte a un uomo è una ragione sufficiente per giustificare il ripudio.
Simone è un
“giusto”, uno al quale non può essere rimproverata alcuna trasgressione alla
legge, uno che vive in contemplazione delle proprie opere buone. Nel lungo
elenco che Gesù fa delle azioni compiute dalla peccatrice e ignorate dal
fariseo, non c’è alcun accenno a inadempienze, non traspaiono scorrettezze
compiute da Simone. Egli non ha trascurato nulla di ciò che è obbligatorio, ma
si è limitato a quello. La donna invece, guidata dall’amore, è andata oltre.
Simone è chiuso nei
suoi pensieri, è aggrappato alle sue convinzioni farisaiche. Non riesce a
rinunciare all’idea che i santi debbono essere
separati dai peccatori. Secondo lui questa divisione è voluta
da Dio e Gesù, se è un profeta, dovrebbe essere d’accordo. Poi non riesce a
liberarsi dall’idea che la giustizia si misura dall’osservanza rigorosa dei
precetti. Come fargli capire che sta sbagliando tutto?
Per cambiare il
cuore di Davide, per renderlo cosciente del suo stato di peccato, Natan racconta una parabola che si conclude
con una domanda‑tranello. Davide non se n’avvede
e pronuncia la sentenza contro di sé. Natan si serve
delle stesse parole del sovrano per dargli la lezione. Anche
Gesù racconta una parabola e pone al fariseo un interrogativo: “Un creditore
aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta.
Non avendo essi da restituire, condonò il debito ad ambedue. Chi
di loro lo amerà di più?” (vv. 41-43).
Simone esita, è
quasi smarrito. Con riluttanza risponde: “Suppongo...”.
Non sembra del tutto convinto, è indeciso, ha paura di venire
coinvolto in una logica nuova, misteriosa, che lo sgomenta, che gli toglie
tutte le sue sicurezze religiose, che esige il totale abbandono fra le braccia
della generosità di Dio.
Non si lascia
convertire. Ha peccato poco Simone? Se si prende come metro l’osservanza dei
precetti, egli ha certo peccato molto meno della donna. Ma non ha capito nulla
di Dio: si intestardisce a considerarlo un giudice di
chi sbaglia, un padrone che paga in proporzione ai meriti.
Gesù gli annuncia
una santità diversa da quella che lui e i suoi colleghi farisei vanno
predicando. Gli mostra che chi ha sbagliato, chi non può vantarsi di una
propria “giustizia”, è, paradossalmente, in una posizione privilegiata: può
capire prima dei “perfetti” che la “giustizia” non è una conquista dell’uomo,
ma un dono gratuito di Dio.
Per potersi aprire
all’amore senza confini è necessario che si lasci liberare dall’ansia, dalla
tensione di dover a tutti i costi meritare, compiere prestazioni, adempiere precetti.
Se non si converte da questo peccato, rimarrà incapace di amare e di gioire.
Raccontando questo
episodio, Luca ha presente la situazione delle sue comunità. In esse ci sono
anche alcune peccatrici pubbliche che si sono convertite a Cristo. Malgrado
conducano una vita esemplare e si dedichino con
maggiore generosità degli altri al servizio dei fratelli, vengono emarginate e
considerate come dei “paria”. L’evangelista oppone a questo comportamento
farisaico e discriminante l’accoglienza e la stima di Gesù per queste persone.
L’ultima parte del
brano (Lc 8,1-3) ricorda che il gruppo di discepoli
di Gesù non era composto solo da uomini. Al suo seguito c’erano anche molte
donne. Alcune di queste, ben conosciute nella chiesa primitiva, vengono ricordate per nome. Cosa le ha spinte a dedicare
generosamente tutta la loro vita a servizio degli annunciatori del Vangelo?
Anche quando
scrive questi versetti, Luca ha presente la situazione delle sue comunità. In
esse ci sono molte donne, specialmente vedove, che dedicano tutto il loro tempo
ai fratelli. Il Vangelo di oggi dice che questa generosità si spiega con il
fatto che esse sanno di aver ricevuto molto dal Signore: “erano
state guarite da spiriti cattivi e da infermità”. P. Fernando Armellini, de.it.press
Servono ancora le Missioni Cattoliche Italiane in Europa? I nuovi migranti
chiedono risposte
Le prime
generazioni, non ancora integrate nelle chiese d'arrivo, e le successive
generazioni ai margini delle istituzioni religiose, devono essere destinatarie
di una nuova evangelizzazione - di Padre Graziano Tassello
«Residuale» è un
aggettivo molto in voga presso il governo per giustificare il drastico ridimensionamento delle politiche a favore delle
comunità italiane all’estero. L’aggettivo è stato ripreso in ambito
ecclesiastico per spiegare non solo la diminuzione dell’invio di nuovi
sacerdoti dall’Italia, ma anche per riportare in Italia forze ritenute più
necessarie nella penisola. Si va così consolidando l’idea che il prendersi cura
degli emigrati italiani, vecchi e nuovi, quali i professionisti, gli studenti e
i ricercatori che con sempre maggiore frequenza varcano le frontiere, non
faccia parte delle priorità pastorali della chiesa italiana. A ben pensarci, in
ambito cristiano non dovrebbe esistere il concetto di residualità. Agli occhi
di Dio, ogni singola persona è importante.
Azioni adeguate ai
tempi
Confrontati con
l’ideologia della residualità, gli operatori pastorali attivi in campo
migratorio si sono chiesti se il loro intento sia quello di
difendere interessi di parte, riducendo la cura pastorale dei migranti a una
difesa etnica della comunità oppure quello di sviluppare un cammino di
riflessione teologica e di prassi pastorale innovativa all’interno di un
progetto che si propone di vivere la multiculturalità come convivialità delle
differenze. Purtroppo si tratta di un approfondimento lasciato spesso ai
margini dai teologi di professione, sebbene la nostra sia definita
l’era delle migrazioni. Questo disinteresse, oltre a favorire la proliferazione
di progetti assistenziali in cui il dilettantismo e le
inclinazioni personali hanno il sopravvento, porta a negare una storia densa di
significati e che ha inciso profondamente sul volto di numerose chiese locali.
La negazione della memoria è preoccupante perché, senza questo stimolo, le
chiese locali sono condannate a vivere una monoculturalità
che deturpa il volto cattolico della Chiesa. Non si tratta pertanto solo di
ridefinire la funzione specifica delle Missioni per gli emigrati. Le Missioni
tra gli italiani all’estero costituiscono una memoria storica e un modello di
sperimentazione pastorale che, se studiati in profondità, permettono
di individuare le linee pastorali da applicare ai nuovi flussi migratori in
Italia.
L’accentuazione
delle note della cattolicità e della comunione, induce le Missioni a formare i
fedeli migranti a vivere la loro vocazione da protagonisti e non da assistiti. Si investe ormai quasi esclusivamente sulla formazione del
laicato. Il coordinamento nazionale in Svizzera ha ripreso i corsi di Teologia,
frequentati da giovani di seconda e terza generazione. In Germania si
moltiplicano gli incontri di formazione per laici a livello nazionale e zonale.
Le Missioni si sono messe a servizio della nuova evangelizzazione in un’Europa divenuta
indifferente a Dio ma sempre sollecita a osteggiare la religione. Da tempo hanno avviato un cammino di comunione. Tante
Missioni in vari cantoni svizzeri sono divenute esemplari per la comunione di intenti con le Missioni viciniori in progetti comuni,
quali i corsi di formazione per fidanzati, i corsi per lettori e per i ministri
straordinari dell’Eucaristia, l’impegno nel settore giovanile, e per l’unione
sempre più salda con le parrocchie locali. Per favorire un contatto capillare
con tutti gli emigrati, la stampa cattolica di emigrazione in Europa ha saputo
aggiornarsi sia tipograficamente sia come contenuti.
In Svizzera viene pubblicato l’unico settimanale cattolico in lingua
italiana al Nord delle Alpi, ora apertosi anche al Belgio. I mensili giungono
puntualmente a tutte le famiglie di una determinata zona. Un’attenzione
preminente viene data alle coppie vecchie e nuove per
sostenerle nel loro amore reciproco con ritiri, incontri per giovani coppie e
soprattutto con il contatto personale e la celebrazione di particolari
ricorrenze. Il boom della terza età non vede le Missioni impegnate a offrire
programmi religiosi e culturali di grande respiro per trasformare questa nuova
stagione della vita in un’occasione di fede e di solidarietà. Si punta inoltre
a sensibilizzare la società a rispettare i diritti specifici degli emigrati
anziani. La sfida delle nuove generazioni assilla i missionari, desiderosi di
far scoprire ai giovani la gioia della fede e a vivere tutte le potenzialità di
una personalità trans-nazionale.
Occasioni di
confronto per i giovani
Oltre all’invio di
nuovo personale, sarebbe utile per le comunità residenti all’estero poter usufruire
della presenza di giovani italiani che trascorrano l’anno di servizio civile in
emigrazione lavorando all’interno dei mezzi di comunicazione sociale,
nell’animazione dei gruppi giovanili, nel mondo degli anziani. Occorre
chiedersi il motivo per cui nei seminari e nella facoltà di Teologia in Italia,
i corsi di Storia ecclesiastica e di Pastorale trascurino il fenomeno delle
migrazioni. Serve altresì domandarsi perché non si favoriscano occasioni di
confronto tra operatori presenti in emigrazione, e operatori che lavorano tra
gli emigrati per scambi di informazioni e per
l’approfondimento di quei principi che devono guidare quanti vogliono dare
all’accoglienza un volto autenticamente cristiano. Non si comprende perché non vengano favoriti stage tra gli emigrati per i giovani
sacerdoti italiani. Don Primo Mazzolari, inviato tra
gli emigrati ad Arbon, in Svizzera, da monsignor
Geremia Bonomelli, imparò ad aprire gli occhi e il cuore di fronte a questa
realtà, e divenne luce della chiesa. I giovani sacerdoti avrebbero la
possibilità di apprendere un’altra lingua, di entrare in contatto con un’altra
chiesa e di testare la loro educazione alla mondialità. Il cammino europeo che
la chiesa italiana incoraggia con una lungimiranza esemplare, non passa forse anche
attraverso questa «contaminazione»? Una mentalità meno provinciale aiuterebbe
ad avvicinarsi con più umiltà e più gioia alle nuove culture che stanno
ridisegnando il volto dell’Italia. L’aver appreso a valicare le frontiere e a
confrontarsi con una nuova cultura, come hanno saputo fare gli emigrati,
vorrebbe dire immettere una ricchezza impensata nella chiesa locale.
La domanda più
vera, però, non verte sul futuro delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa –
tema ampiamente discusso, negli ultimi vent’anni, dagli organismi ecclesiali e
che è sempre sfociato in ulteriori chiusure. I
missionari insistono su «quale volto di chiesa» si intende
privilegiare, e in quale tipo di chiesa si vuole praticare la pastorale
dell’accoglienza. Occorre insomma una grammatica nuova, reperibile nella Bibbia
e nell’ecclesiologia, che faccia spostare l’accento da una pastorale pensata
per mantenere e conservare a una pastorale missionaria in cui l’aspetto più
importante non sia tanto quello di percorrere la via del rafforzamento delle strutture quanto piuttosto la via debole
dell’acquisizione identitaria profetica. Le Missioni
invocano una «segnaletica» nuova, che indichi un popolo di Dio che sceglie di
vivere la comunione delle differenze e non l’anti-cattolico appiattimento delle
diversità.
Mentre qualcuno
registra il passaggio dall’impegno alla residualità, altri intravedono nelle
Missioni quel minuscolo germe che, sbocciando, indicherà quale debba essere la
nuova frontiera della chiesa in Europa: una chiesa dove la differenza è di casa
e dove i diversi doni dello Spirito, elargiti ai vari gruppi, non sono da considerarsi un mero ornamento, ma un contributo
vitale per il bene comune. Le Missioni per i migranti, minuscolo laboratorio di
cattolicità e di comunione, sono un invito alle chiese locali a verificare la
loro cattolicità. Il pluralismo etnico e culturale nella Chiesa, infatti, non
costituisce una situazione da tollerarsi in quanto
transitoria, ma una sua dimensione strutturale.
Messaggero di
sant’Antonio, ed. per l’estero, giugno
Il Papa a Cipro. L'abbraccio e il grido. Nell'isola ponte tra Oriente e
Occidente
Viaggio di pace e
di dialogo in un’isola-ponte. Così si potrebbero sintetizzare i giorni della
visita apostolica di Benedetto XVI a Cipro, un’isola-ponte per diversi motivi.
Innanzitutto per il suo essere stata “ponte” tra la Palestina e il resto del
Mediterraneo nei tempi della prima predicazione del
Vangelo, quando san Paolo, accompagnato da Barnaba,
intraprese il suo primo viaggio missionario e si fermò sull’isola. Oggi questa
natura di “ponte”, propria dell’isola, è ferita dalla lacerazione tra due
parti: quella cipriota, cristiana ortodossa, e quella turca, con abitanti in
massima parte musulmani; ma proprio questo muro di divisione potrebbe essere lo
stimolo al superamento di divisioni che non sono estranee alla diffidenza
europea verso la Turchia: in questo senso Cipro potrebbe costituire un ponte
tra l’Unione europea, di cui fa parte, e la Turchia, desiderosa di accedervi. Un’isola-ponte, infine, tra le Chiese d’Europa e quelle del Medio
Oriente e tra l’ortodossia e il mondo cattolico. Ed è proprio
quest’ultimo aspetto che è stato particolarmente accentuato da Benedetto XVI
nel corso del suo viaggio.
Fin dal primo
giorno, alla presenza dell’arcivescovo ortodosso Chrysostomos
II, il Papa ha rivolto un forte richiamo alla “comunione reale, benché
imperfetta, che già ora ci unisce” e al desiderio di “ripristinare quella piena
unione visibile voluta dal Signore per tutti i suoi seguaci”. Quella ortodossa
di Cipro è infatti una delle Chiese che, a prescindere
del numero relativamente ridotto di fedeli, è da tempo tra le più impegnate nel
dialogo ecumenico e lo scorso anno ha anche ospitato i lavori della Commissione
teologica cattolico-ortodossa. A questa qualità non è certo
estranea la sua storia di Chiesa che affonda le sue radici nella
predicazione di san Paolo e che ha visto nel corso dei secoli l’intrecciarsi di
incontri, confronti e scontri sulla rotta che metteva in comunicazione l’Europa
e Gerusalemme, il mondo cristiano occidentale e quello orientale. Una Chiesa
che ormai da decenni si mostra capace di parola e di ascolto dentro e fuori il
mondo ortodosso, in vista di una sempre più grande fedeltà alla volontà del
Signore. Del resto, ha ricordato il Papa, “l’unità di tutti i discepoli di
Cristo è un dono da implorare dal Padre”, ma è anche un anelito affidato alla
nostra responsabilità: “Conversione e santità sono i mezzi privilegiati
mediante i quali apriamo le menti e i cuori alla
volontà del Signore per l’unità della sua Chiesa”.
Ma Cipro come isola-ponte è stato anche il luogo scelto da
Benedetto XVI per consegnare a tutti i patriarchi e vescovi delle Chiese
orientali l’“Instrumentum laboris” per il prossimo
Sinodo dei vescovi, dedicato proprio alla presenza dei cristiani nel Medio
Oriente. Occasione preziosa per tutta la Chiesa per riflettere sul presente e
il futuro dell’annuncio del Vangelo in quelle terre che hanno ospitato
l’esistenza terrena del Signore Gesù e che hanno
conosciuto la prima espansione del messaggio cristiano anche al di fuori del
nativo ambiente ebraico. Sono Chiese che oggi conoscono prove e difficoltà, la
tentazione dell’esodo, a volte l’impossibilità a testimoniare con libertà e
serenità la propria fede cristiana, ma sono anche Chiese che, proprio in questa
difficile stagione, non cessano di richiamare i propri fedeli e la Chiesa di
ogni luogo a un sempre più esigente radicamento nell’essenziale della fede
cristiana: l’annuncio della buona notizia della morte e risurrezione di Gesù
per la salvezza del mondo.
E proprio
ascoltando il grido e la preghiera di queste Chiese mediorientali che noi
cristiani d’Occidente possiamo fare nostro l’anelito che animerà i lavori della prossima assise sinodale: “Ricomporre – sono ancora
parole di papa Benedetto XVI – la piena e visibile comunione tra le Chiese
dell’Oriente e dell’Occidente, una comunione che deve essere vissuta nella
fedeltà al Vangelo e alla tradizione apostolica, in modo che apprezzi le
legittime tradizioni dell’Oriente e dell’Occidente, e che sia aperta alla
diversità dei doni tramite i quali, lo Spirito edifica la Chiesa nell’unità,
nella santità e nella pace”. Di questi sentimenti è
stato suggello l’abbraccio fraterno tra papa Benedetto XVI e l’arcivescovo Chrysostomos II, promessa di un dialogo nella carità che
non mancherà di portare i suoi frutti di grazia. Enzo Bianchi, priore di Bose
Benedetto XVI a
Cipro. Essere lievito. I tre giorni del viaggio apostolico
Benedetto XVI ha compiuto a Cipro, dal 4 al 6 giugno, il suo
sedicesimo viaggio apostolico internazionale. Questo viaggio ha rappresentato
un’ideale prosecuzione del suo pellegrinaggio un anno fa in Terra Santa e ha
dimostrato il costante interesse del Papa per le comunità cristiane del Medio
Oriente. A Cipro, il Pontefice ha consegnato ai vescovi della regione
l’“Instrumentum laboris”, tappa importante verso il
Sinodo per il Medio Oriente (Vaticano, 10-24 ottobre 2010).
Primo giorno (4
giugno). La prima tappa del viaggio a Cipro è stata a Paphos.
Ad accogliere il Papa in aeroporto sono stati il presidente greco-cipriota,
Demitris Christofias, e il
capo della Chiesa ortodossa di Cipro, l'arcivescovo Chrysostomos
II. Oltre alla cerimonia di benvenuto, altro momento importante della prima
giornata è stata la celebrazione ecumenica nell’area
archeologica della chiesa di Agia Kiriaki
Chrysopolitissa di Paphos.
Parlando del viaggio, Benedetto XVI ha affermato di venire “come pellegrino”
sulle orme dei santi Paolo e Barnaba
e di attendere “di salutare gli altri responsabili religiosi ciprioti” con la
speranza di “rafforzare i nostri comuni legami e di ribadire la necessità di
consolidare la reciproca fiducia e l'amicizia durevole con tutti quelli che
adorano l'unico Dio”. Per il Papa, Cipro è “un luogo appropriato dal quale
lanciare la riflessione della nostra Chiesa sul posto della secolare comunità
cattolica del Medio Oriente, la nostra solidarietà con tutti i cristiani della
regione e la nostra convinzione che essi hanno un
insostituibile ruolo da sostenere nella pace e nella riconciliazione fra i suoi
popoli”. Nella celebrazione ecumenica il Santo Padre ha sottolineato
che la Chiesa in Cipro “si dimostra essere come un ponte fra l’Oriente e
l’Occidente”. E ha aggiunto: “La via che conduce all’obiettivo della piena
comunione non sarà certamente priva di difficoltà, ma la Chiesa cattolica e la
Chiesa ortodossa di Cipro sono impegnate a progredire sul cammino del dialogo e
della cooperazione fraterna”. (leggi il servizio sul
primo giorno del viaggio)
Secondo giorno (5
giugno). L’incontro con le autorità civili e il corpo diplomatico nel giardino
del palazzo presidenziale, l’incontro con la comunità cattolica di Cipro nel
campo sportivo della scuola elementare di St. Maron,
la visita a Chrysostomos II, arcivescovo di Cipro
nell’arcivescovado ortodosso, la santa messa con sacerdoti, religiosi, religiose, diaconi, catechisti ed esponenti di movimenti
ecclesiali di Cipro nella chiesa parrocchiale latina di Santa Croce: a Nicosia
sono stati questi i quattro momenti centrali della seconda giornata. Per
“promuovere la verità morale nel mondo della politica e della diplomazia a
livelli nazionali e internazionali” il Papa ha suggerito tre vie: “Agire in
modo responsabile sulla base della conoscenza dei fatti reali”, “destrutturare
le ideologie politiche che altrimenti soppianterebbero la verità”, “uno sforzo
costante per fondare la legge positiva sui principi etici della legge naturale”. Benedetto XVI ha
anche espresso l’auspicio che “le comunità cristiane di Cipro possano trovare
un ambito molto fruttuoso per la cooperazione ecumenica, pregando e lavorando
insieme per la pace, la riconciliazione e la stabilità nelle terre benedette
dalla presenza terrena del Principe della pace”. Poi ha rivolto un pensiero ai
“molti sacerdoti e religiosi del Medio Oriente che stanno sperimentando in
questi momenti una particolare chiamata a conformare le proprie vite al mistero
della croce del Signore”. (leggi il servizio sul
secondo giorno del viaggio)
Terzo giorno (6
giugno). La messa in occasione della pubblicazione dell’“Instrumentum Laboris” dell’assemblea speciale per il Medio Oriente del
Sinodo dei vescovi nel palazzo dello sport Elefteria a Nicosia, la visita alla cattedrale maronita di
Cipro a Nicosia e la cerimonia di congedo all’aeroporto internazionale di Larnaca: sono stati i momenti salienti dell’ultimo giorno
del viaggio apostolico a Cipro. “Abbattere le barriere tra
noi e i nostri vicini è prima premessa per entrare nella vita divina alla quale
siamo chiamati. Abbiamo bisogno di essere liberati da
tutto quello che ci blocca e ci isola: timore e sfiducia gli uni verso gli
altri, avidità ed egoismo, mancanza di volontà di accettare il rischio della
vulnerabilità alla quale ci esponiamo quando ci apriamo all’amore”. È
l’invito rivolto da Benedetto XVI, per il quale “siamo
chiamati a superare le nostre differenze, a portare pace e riconciliazione dove
ci sono conflitti, ad offrire al mondo un messaggio di speranza”. “Voi meritate la riconoscenza per il ruolo inestimabile che
rivestite. È mia ferma speranza che i vostri diritti
siano sempre più rispettati, compreso quello alla libertà di culto e religiosa,
e che non soffriate di discriminazioni di alcun tipo”. In queste parole tutta la gratitudine del Pontefice ai cristiani
del Medio Oriente, definiti “artigiani della pace”. Secondo il
Pontefice, “Cipro può giocare un ruolo particolare nel promuovere il dialogo e
la cooperazione”. Il Santo Padre ha anche espresso la speranza che, “insieme,
cristiani e musulmani” diventino “un lievito di pace e riconciliazione tra i
ciprioti e ciò sarà di esempio per gli altri
Paesi”. Sir 7
In una Chiesa di martiri, la pazienza di Benedetto
A Cipro il papa ha
visto da vicino il dramma dei cristiani d'Oriente. L'ecumenismo fiorisce, ma
dove regna l'islam non c'è libertà di coscienza né di religione. Ultima vittima
il vescovo Luigi Padovese, decapitato come san
Giovanni - di Sandro Magister
ROMA – Della prima
visita mai compiuta da un papa nell'isola di Cipro – evangelizzata fin dai
tempi apostolici e poi terra di confine e conflitto tra cristianità e islam – i
media hanno evidenziato gli spunti geopolitici, peraltro modesti e in larga
misura non attribuibili direttamente al papa: in particolare quelli del testo di
lavoro su cui discuteranno il prossimo ottobre, a Roma, i patriarchi e i
vescovi delle Chiese del Medio Oriente, testo reso pubblico domenica 6 giugno a
Nicosia.
Ma per capire il senso di questo viaggio nella mente del
suo autore, la via più diretta è la viva voce di Benedetto XVI.
Papa Joseph
Ratzinger ama svelare il suo pensiero su ogni suo viaggio in due momenti
prefissati.
Con le risposte ai
giornalisti sull'aereo in volo verso la destinazione. Nel caso di Cipro, la mattina di venerdì 4 giugno. Con l'udienza generale in Vaticano del mercoledì successivo al
ritorno dal viaggio. Nel caso di Cipro mercoledì.
E poi,
naturalmente, fanno testo i discorsi pronunciati dal papa sul posto. Specie i
passaggi in cui è più evidente l'impronta sua personale.
Da tutto ciò si
ricava che per Benedetto XVI i punti focali del viaggio a Cipro sono stati
l'ecumenismo e l'islam. Ma non solo.
L'ECUMENISMO - La
popolazione di Cipro è in stragrande maggioranza ortodossa. E la sua Chiesa è
una delle più antiche e nobili della cristianità bizantina. Tra Benedetto XVI e
l'arcivescovo Chrysostomos II intercorre un rapporto
anche personale di amicizia e di stima che si è espresso al livello simbolico
più alto nell'abbraccio tra i due, durante la messa celebrata dal papa a
Nicosia, domenica 6 giugno, con la piccola comunità cattolica dell'isola
presente quasi al completo.
Nel discorso di
congedo da Cipro, papa Ratzinger ha associato questo
abbraccio a quello "profetico" del 1964 tra Paolo VI
e il patriarca di Costantinopoli Atenagora. E in
effetti, il cammino ecumenico da allora compiuto ha registrato con l'attuale
papa dei progressi senza precedenti, sul versante dell'Ortodossia.
Nel volo d'andata
per Cipro, Benedetto XVI ha spiegato che sono tre gli elementi che "fanno
sempre più vicine" la Chiesa di Roma e le Chiese d'Oriente.
Il primo è la
Sacra Scrittura, letta non come un testo che ognuno interpreta a suo
piacimento, ma come un libro "cresciuto nel popolo di Dio, che vive in
questo comune soggetto e solo qui rimane sempre presente e reale".
Il secondo è la
tradizione di cui la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse sono portatrici,
una tradizione che non solo interpreta la Scrittura ma
ha nei vescovi le sue guide e i suoi testimoni sacramentalmente istituiti.
E il terzo
elemento è la "regola della fede", cioè la dottrina fissata dagli
antichi concili, che "è la somma di quanto sta nella Scrittura e apre la
porta alla sua interpretazione".
È evidente che
questi tre elementi, se avvicinano la Chiesa cattolica alle Chiese ortodosse,
distanziano però entrambe dal protestantesimo. Ma è
questo e non altro l'apporto che dà al cammino ecumenico un papa come Benedetto
XVI.
La prossimità tra
cattolicesimo ed ortodossia è ormai così forte che tra
le due parti si è giunti a discutere la questione capitale che li divide, cioè
il primato del Vescovo di Roma.
Proprio a Cipro, a
Paphos, ospitata di Chrysostomos
II, si è tenuta lo scorso ottobre una sessione di studio tra cattolici e
ortodossi ai massimi livelli, che ha esaminato come
veniva vissuto il primato di Roma nel primo millennio, quando le Chiese
d’Occidente e d’Oriente erano ancora unite.
Dal 20 al 27
settembre di quest’anno, a Vienna, le due delegazioni tornaranno
a incontrarsi per proseguire il lavoro.
L'arcivescovo di
Cipro, Chrysostomos II, è in campo ortodosso uno dei
maggiori artefici dell'attuale primavera ecumenica, assieme al patriarca di
Costantinopoli Bartolomeo I, al metropolita di Pergamo Joannis
Zizioulas e – per la grande Chiesa russa – al
patriarca di Mosca Kirill I e al metropolita di Volokolamsk Hilarion.
Già la visita
compiuta da Chrysostomos II a Roma nel giugno del
2007 era stato uno dei momenti ecumenicamente più
fruttuosi degli ultimi anni.
Le resistenze alla
visita del papa espresse prima del viaggio da un paio di metropoliti dell'isola e appoggiate da frazioni della Chiesa greca non
hanno avuto alcun seguito effettivo.
L'ISLAM - Quanto
al secondo centro focale della visita di Benedetto XVI a Cipro, la foto che
apre questa pagina è emblematica.
Incamminandosi
sabato 5 giugno per la messa nella chiesa cattolica della Santa Croce – che a
Nicosia è proprio sul confine con la zona dell'isola occupata dai turchi –
Benedetto XVI si è imbattuto in un vecchio sceicco sufi,
Mohammed Nazim Abil Al-Haqqani. Si sono salutati. Hanno promesso di pregare
l'uno per l'altro. Si sono scambiati piccoli doni: un rosario musulmano, una
tavoletta con parole di pace in arabo, un bastone istoriato, una medaglia
pontificia.
Invece dell'atteso
incontro con il mufti di Cipro Yusuf
Suicmez, la massima autorità musulmana dell'isola,
c'è stato quindi l'incontro del papa con un maestro sufi,
cioè con un esponente di un islam mistico, un islam che "presumibilmente
per influenze cristiane mette l'accento sull'amore di Dio per l'uomo e
dell'uomo per Dio", invece che su un Dio inaccessibile "tra i cui 99 nomi manca quello di Padre".
Le parole ora
virgolettate sono del vescovo Luigi Padovese, vicario
apostolico per l'Anatolia e presidente della conferenza episcopale cattolica di
Turchia, ucciso a Iskenderun il 3 giugno, vigilia del
viaggio del papa a Cipro, al quale anche lui avrebbe dovuto partecipare.
Benedetto XVI ha evitato accuratamente di imprigionare il suo viaggio
in questo fatto tragico. La diplomazia vaticana, attentissima a scongiurare qualsiasi attrito con la Turchia e l'islam in
generale, ha fatto la sua parte per convincere il papa ad escludere da subito
tassativamente che si sia trattato di un assassinio "politico o
religioso".
Ma questa
remissiva e controproducente versione – smentita ogni giorno di più dai fatti,
come hanno messo in luce fin da subito il giornale dei vescovi italiani
"Avvenire" e l'agenzia del Pontificio
Istituto Missioni Estere "Asia News" – non ha impedito a papa
Ratzinger di compiere i passi di verità che si era ripromesso di fare verso il
mondo musulmano.
Il primo passo è
stato la denuncia della "triste" situazione reale. Che per Cipro
significa l'occupazione da parte della Turchia della parte
settentrionale dell'isola, l'espulsione dei cristiani ivi residenti, la
distruzione sistematica delle chiese.
Accogliendo il
papa come ospite, l'arcivescovo Chrysostomos II ha
bollato tutto ciò con parole taglienti. E Benedetto XVI gli ha fatto eco così,
al termine del viaggio:
"Avendo
pernottato in questi giorni nella nunziatura apostolica, che si trova nella
zona cuscinetto sotto il controllo delle Nazioni Unite, ho potuto vedere di
persona qualcosa della triste divisione dell’isola, come pure rendermi conto
della perdita di una parte significativa di un’eredità
culturale che appartiene a tutta l’umanità. Ho potuto anche
ascoltare ciprioti del nord che vorrebbero ritornare in pace alle loro case e
ai loro luoghi di culto, e sono stato profondamente toccato dalle loro
richieste".
A questo
riconosciuto stato di cose il papa ha risposto non con l'offrire consigli
politici o strategici ma anzitutto esortando a una "pazienza" attiva,
anche a proposito delle incessanti esplosioni di violenza che insanguinano
l'intero Medio Oriente. Ha detto durante il volo per Cipro:
"Dobbiamo
quasi imitare Dio, la sua pazienza. Dopo tutti i casi di violenza, non perdere
la pazienza, non perdere il coraggio, non perdere la
longanimità di ricominciare; creare le disposizioni del cuore per ricominciare
sempre di nuovo, nella certezza che possiamo andare avanti, che possiamo
arrivare alla pace, che la soluzione non è la violenza, ma la pazienza del
bene".
In secondo luogo,
parlando ai diplomatici e tramite essi ai governi della regione, il papa ha riproposto la sapienza politica di Platone, di Aristotele,
degli stoici, poiché "per loro, e per i grandi filosofi islamici e
cristiani che hanno seguito i loro passi, la pratica della virtù consisteva
nell’agire secondo la retta ragione, nel perseguimento di tutto ciò che è vero,
buono e bello", a cominciare da quella "legge naturale propria della
nostra comune umanità".
Benedetto XVI sa bene che i "grandi filosofi islamici"
aperti alla cultura greca appartengono a secoli molto lontani e che dopo Averroè tutto ciò è stato interrotto. Ma
richiamando questo precedente storico il papa ha mostrato che anche per l'islam
è possibile e doverosa una rivoluzione illuminista analoga a quella vissuta dal
cristianesimo. A Ratisbona ha spiegato che l'impresa
è estremamente ardua, ma da allora continua a
rilanciare al mondo musulmano la proposta di saldare la fede al
"logos" e quindi alla libertà di coscienza e di religione, tuttora
inesistenti nei paesi islamici, come anche il vescovo Padovese
ben sapeva e spiegava, con ragionamenti molto ratzingeriani.
Su questo sfondo,
l'incontro del papa con il maestro sufi – figura a
margine delle correnti islamiche dominanti – ha simboleggiato l'incontro con un
"altro" islam, con musulmani che non sono nemici ma "fratelli
nonostante le diversità".
LA CROCE - Ma non
ci sono stati solo l'ecumenismo e l'islam, nell'agenda di viaggio del papa. Sorprendentemente,
Benedetto XVI ha dedicato alla croce, la croce di Gesù, la sua meditazione più
intensa, predicando in una chiesa dedicata proprio al santo
legno.
A tutti coloro che soffrono – ha detto – la croce "offre la
speranza che Dio può trasformare le loro sofferenze in gioia, la morte in
vita". La croce fa ciò di cui nessun potere terreno è capace. "E se,
in accordo con quanto abbiamo meritato, avessimo qualche parte nelle sofferenze
di Cristo, rallegriamoci, perché ne avremo una felicità ben più grande quando
sarà rivelata la sua gloria".
Ci vuole coraggio
a rivolgersi così a persone che patiscono l'occupazione ingiusta delle loro
case e terre, l'esilio forzato, la distruzione dei segni della propria fede, in
un quadrante mediorientale nel quale l'unico Stato in cui i cristiani godono di libertà è quello di Israele.
Ma la croce è il felice scandalo della fede cristiana. È il
vessillo trionfale che papa Benedetto innalza e offre al mondo. L’Espresso on line 9
Mons. Padovese
- Il suo sogno. I funerali del presidente dei vescovi turchi ucciso il 3 giugno
Si sono svolti il
7 giugno, nella cattedrale di Iskenderun, i funerali
di mons. Luigi Padovese, vicario apostolico di
Anatolia, ucciso il 3 giugno dal suo autista Murat Altun. A presiedere il rito è stato mons. Ruggero
Franceschini, arcivescovo metropolita di Smirne, tra i concelebranti il nunzio
apostolico in Turchia, mons. Antonio Lucibello, mons.
Louis Pelâtre, vicario apostolico di Istanbul, e il
coadiutore di Istanbul degli armeni, l’arcivescovo
mons. Georges Khazzoum. Presenti,
insieme al viceconsole italiano, anche esponenti delle autorità locali, il
sindaco, il prefetto e il capo della Polizia. Al rito hanno partecipato
anche membri della Caritas Turchia e del Consiglio delle Conferenze episcopali
d’Europa, quest’ultimo rappresentato dal portavoce, Thierry
Bonaventura. Dopo i funerali la
salma è stata trasferita ad Antalya per sbrigare le
formalità di rito per il rimpatrio che dovrebbe avvenire nella giornata di
mercoledì 10 giugno. Lunedì 14 (ore 10), in Duomo a Milano, si svolgeranno le
esequie presiedute dal card. Dionigi Tettamanzi. Il corpo sarà poi tumulato
nella tomba di famiglia.
Non abbiate paura.
“Non abbiate paura! Non perdetevi di coraggio, siate
lieti, come gli Apostoli, di vivere nella sofferenza e nella prova, senza venir
meno alla vostra fede, che è il motivo della nostra speranza, che è il
fondamento della nostra gioia. Nessuno riuscirà a spegnere
questa fiaccola, poiché essa è sostenuta non solo dai tanti martiri e santi di
questi luoghi, dalla Vergine Santissima patrona di questa comunità, ma da oggi,
da un angelo in più presso il trono di Dio: il vostro, il nostro vescovo Luigi”.
È stato l’appello lanciato da mons. Ruggero Franceschini, arcivescovo
metropolita di Smirne, ai fedeli durante funerali. Una morte violenta che, ha
detto mons. Franceschini, “ci ha lasciati sgomenti,
incapaci di capire come potesse essere accaduta una cosa così orribile,
soprattutto nei confronti di un uomo di Chiesa, un vescovo molto amico dei
turchi e della Turchia”, terra che “si conferma così, ancora una volta, luogo
di martirio anche per chi la amava tanto. A noi cristiani
questa sua morte ricorda come la fedeltà al Vangelo possa essere pagata
con il sangue”. L’arcivescovo di Smirne ha ricordato mons. Padovese
come “persona per bene, impegnato negli studi patristici” e nell’ambito della
carità. Tra le cose più significative di mons. Padovese, mons. Franceschini ha ricordato “la condivisione
del cibo con gli amici musulmani durante le reciproche feste, la creazione di
un servizio di distribuzione a domicilio di generi alimentari ad oltre 70
famiglie in difficoltà, di cui una sola cristiana, il personale stesso della
casa del vescovo, oltre 10 lavoratori, è composto in maggioranza da persone di
religione musulmana, la simpatia verso la cultura islamica, le buone relazioni
con le autorità civili”. E poi ancora “gli aiuti profusi alla popolazione nelle
alluvioni a Iskenderun e Batman, l’aiuto costante e
generoso alle persone colpite dalla malattia, il contributo determinante
per la canalizzazione dell’acqua in alcuni villaggi isolati”. “Con lui
continueremo a pregare perché su questo Medio Oriente il cielo torni ad essere più sereno e i cuori ritrovino la strada
della pace, per una coesistenza armoniosa nella collaborazione per il bene
comune. Un sogno di pace che potremo realizzare solo col
perdono vicendevole, con la preghiera e col sacrificio”.
Fiducia nella
giustizia ma… I funerali hanno visto una grande
partecipazione di folla, come ha riferito al SIR padre Domenico Bertogli, vicario generale di Anatolia. “Fedeli
sono arrivati in bus e mezzi privati da varie parti. Alle esequie erano
presenti anche esponenti ortodossi. In questi giorni – ha
aggiunto – stiamo ricevendo tanta solidarietà e vicinanza anche dai musulmani”.
In particolare “il 6 giugno pomeriggio abbiamo
ricevuto la visita del ministro della Giustizia turco che è venuto a portare le
condoglianze. Un gesto molto apprezzato. Il ministro ci ha ribadito
tutto l’impegno per fare piena luce sulla vicenda. Gli abbiamo espresso tutta
la nostra fiducia nella giustizia perché faccia chiarezza su questo
omicidio e si sgombri il campo da tante congetture e voci”. Circa la
“rivelazione divina”, riferita dall’assassino, che lo avrebbe spinto ad uccidere mons. Padovese, padre Bertogli ha dichiarato che “qui sono in pochi a credere
allo squilibrio mentale dell’omicida. La cosa non appare così semplice come si
potrebbe pensare. L’omicidio non può essere subito archiviato come opera di uno
squilibrato. Un cliché che ricalca quello già visto in altri
fatti analoghi”. Una convinzione che sembrerebbe supportata da quanto
riportato il 7 giugno dall’agenzia del Pime, Asianews, per la quale quello di mons. Padovese
sarebbe un omicidio rituale e non il gesto di uno squilibrato. Le ragioni vanno
pertanto ricercate nel fanatismo religioso viste anche le modalità
con cui è stato eseguito. L’autopsia condotta sul corpo dell’arcivescovo ha
rivelato infatti che la vittima sarebbe stata
sgozzata. Inoltre testimoni hanno riferito che l’autore
avrebbe urlato: “Ho ammazzato il grande satana! Allah Akbar!”. Sir 7
Cala l'8
per mille alla Chiesa. Cei: "Reistituire il
fondo di riserva"
Nelle
dichiarazioni dei redditi 2007, per il secondo anno consecutivo, calano le
firme a favore del clero cattolico. "Dal 2013 sperimenteremo le conseguenze
della crisi" spiega un documento diffuso all'Assemblea generale dei
vescovi italiani
CITTA' DEL
VATICANO - La "perdità di credibilità"
del clero, ammessa ieri dal cardinal Bertone 1, ha
una sua cartina di tornasole anche nella dichiarazione dei redditi degli
italiani: calano le firme per la donazione dell'8 per mille alla Chiesa. Ed è
il secondo anno consecutivo che accade, tanto che la Cei registra con
"preoccupazione" la tendenza.
Numeri e
percentuali. Da un documento diffuso nel corso dell'Assemblea generale dei
vescovi italiani, che si è conclusa il 28 maggio
scorso a Roma, risulta che nelle dichiarazioni del 2007, relative alle redditi
dell'anno precedente, le firme dell'8 per mille a favore della Chiesa cattolica
sono state l'85,01% del totale, contro l'86,05% del 2006 e l'89,82% del 2005.
''Alla Chiesa cattolica - si legge nella relazione ai vescovi presentata dal
Segretario generale Cei, monsignor Mariano Crociata - sono andate 14.839.143
adesioni, 95.104 in meno rispetto all'anno precedente: le scelte favorevoli
alla Chiesa cattolica sono purtroppo diminuite sia in termini percentuali, sia
in valore assoluto''.
Meno firme ma più
denaro. Ma c'è un'altra faccia della medaglia: grazie alla crescita del gettito
fiscale, al calo delle firme corrisponde un aumento del denaro versato alla
Chiesa dallo Stato: nel 2010, grazie al gettito fiscale 2007, alla Chiesa sono andati 1.067 milioni di euro, contro i 967 del
2009: un aumento netto di quasi cento milioni. Dato che però non rassicura la
Cei. Per il ''meccanismo di posticipazione a tre anni
del calcolo del gettito - spiega monsignor Crociata - solo a partire dal 2013
sperimenteremo le conseguenze dell'attuale crisi economica sul gettito
complessivo dell'Ire e quindi anche sulle somme dell'8 per mille''. Per questo
la Cei ha destinato 30 milioni di euro alla ricostituzione del ''fondo di riserva'', "un obiettivo primario nel
triennio 2010-2012'' secondo monsignor Crociata, svuotato l'anno scorso per far
fronte a un calo del gettito.
"Una gestione
positiva". A fronte dei dati peoccupanti sull'8 per mille, la relazione sottolinea come sia
"particolarmente positiva" la ''gestione finanziaria'' operata dalla
Cei nell'anno passato, facendo registrare la "migliore performance dagli
ultimi sette anni". Una gestione, spiega Crociata, "caratterizzata da
una coerente e attenta strategia di investimento"
che "ha saputo monetizzare il forte rimbalzo dei corsi finanziari
sopravvenuto alla grande crisi dei mercati del 2008, pur in presenza di un
quadro macroeconomico di grande incertezza. Potremo quindi disporre
di ulteriori risorse da destinare anche a sostegno della carità del Papa
e per i Paesi dell'Est europeo". LR
10
«Divorziati e risposati perché no e quando sì alla Comunione»
Separati e
divorziati possono fare la Comunione? E se no, perché? Sono le domande che
molti si fanno di fronte a una norma della Chiesa cattolica che spesso ha
suscitato, anche tra i credenti, non pochi dubbi e dolorose lacerazioni di
coscienza. Quando poi alcuni casi di cronaca ripropongono
il problema a dimensione mediatica, la questione torna di grande attualità.
Avvenire ha girato
le domande più diffuse a monsignor Eugenio Zanetti,
patrono stabile presso il Tribunale ecclesiastico regionale lombardo e
responsabile del gruppo «La Casa», che nella diocesi di Bergamo fa
accompagnamento spirituale e consulenza canonica per persone separate,
divorziate o risposate.
Monsignor Zanetti, qual è esattamente la posizione dei separati e dei
divorziati di fronte all’accesso ai sacramenti?
È quella descritta
molto bene nel Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia e in
altri documenti. Occorre distinguere fra coloro che si trovano in una
situazione di «separazione», di «divorzio», di «nuova unione». Per i separati
(che non hanno in corso una convivenza), soprattutto per chi ha subito la
separazione, di per sé non ci sono impedimenti oggettivi ad accedere a
Confessione e Comunione. Tuttavia, se un separato ha avuto grosse
responsabilità e magari ha fatto del male all’altro coniuge o ai figli, questi
per accedere fruttuosamente ai sacramenti dovrà fare
un cammino di pentimento e, per quanto possibile, di riparazione del male
fatto. Inoltre non vengono meno i suoi doveri nei confronti dei figli. Non
bisogna dimenticare che i sacramenti non sono degli atti magici, ma comportano
degli autentici cammini di conversione e di fede. Se una persona separata, pur
non convivendo, vivesse dissolutamente, non sarebbe nelle condizioni di poter
ricevere i sacramenti.
E per chi, dopo la
separazione, si trova ora divorziato, che cosa succede?
Parliamo per ora
dei divorziati che non hanno avviato una nuova convivenza o un matrimonio
civile. Per la Chiesa il matrimonio, una volta celebrato in modo valido, è per
sempre, cioè non può esser cancellato da nessuna potestà umana. Per questo, se
in certe occasioni e a certe condizioni la Chiesa può riconoscere la
legittimità della separazione per evitare mali maggiori, ritiene invece
negativo il ricorso al divorzio. Quindi, se una persona è ricorsa al divorzio
volendo cancellare definitivamente il suo matrimonio e magari, così facendo, ha
causato ulteriore male e dolore all’altro coniuge o ai
figli, per accedere ai sacramenti essa dovrà attestare un sincero pentimento e,
per quanto possibile, attuare qualche gesto riparatore. Per chi, invece, ha
subito il divorzio o ha dovuto accedervi per tutelare legittimi interessi
propri o dei figli (senza tuttavia disprezzo verso il matrimonio, ritenuto
comunque ancora in essere davanti a Dio e alla Chiesa), non vi sono impedimenti
oggettivi per accedere ai sacramenti.
Dunque qual è l’impedimento effettivo: il divorzio in sé o la
convivenza con altra persona successiva al divorzio?
Per separati o
divorziati ciò che impedisce l’accesso ai sacramenti, oltre a eventuali
condizioni morali soggettive non adeguate, è il fatto oggettivo di aver avviato
una nuova convivenza o un matrimonio civile. È questa scelta, ulteriore rispetto alla separazione o al divorzio, che pone
in una condizione in grave contrasto con il Vangelo del Signore riguardante
l’amore fra un uomo e una donna sigillato con il matrimonio. L’insegnamento
cristiano che la Chiesa cattolica continua a trasmettere propone agli uomini
una scelta matrimoniale unica e indissolubile, fedele e aperta alla vita, per
il bene dei coniugi e quello dei figli: un amore che riflette e testimonia la
stessa qualità di amore che Dio ha verso gli uomini e che trova nel rapporto di
Gesù con la Chiesa il suo riferimento e la sua mediazione ecclesiale. Il
matrimonio religioso è una realtà incancellabile, proprio come incancellabile ed eterno è l’amore divino per l’umanità. Chi
avvia una nuova unione contraddice con la sua scelta quanto indicato dal
Signore e quindi si pone in una condizione oggettiva cosiddetta irregolare. Ed
è proprio questa condizione irregolare che non pone i presupposti sufficienti
per accedere ai sacramenti. Ciò però non significa emettere un giudizio sulle
coscienze, dove solo Dio vede. Inoltre, il fatto di non poter accedere ai
sacramenti non è assolutamente un indice di esclusione dalla vita della Chiesa;
anche i divorziati risposati possono continuare a fare cammini di fede che li
rendano partecipi e attivi nella comunità ecclesiale.
Qualcuno si
chiede: perché non può comunicarsi neanche il coniuge che, pur non avendo alle
spalle un matrimonio religioso, ha sposato civilmente una persona divorziata?
L’impedimento per accedere ai sacramenti è, come già detto, la scelta di
avviare un’unione di tipo coniugale non fondata sul matrimonio religioso. Quindi
le persone non sposate che decidono di avviare una convivenza o un matrimonio
civile con persona separata o divorziata sanno che il
loro partner è già legato ad un matrimonio e che quindi non potranno realizzare
con esso un matrimonio cristiano; e tuttavia decidono di avviare un’unione con
lui. La Chiesa, posta davanti a questa decisione, pur rispettando le persone,
deve tuttavia esercitare un servizio di verità, che è anche un atto di carità,
nel richiamare queste persone alle conseguenze della loro scelta. Ma anche queste persone possono continuare a fare un cammino
nella Chiesa.
Ma perché l’omicida pentito e regolarmente confessato può
comunicarsi e il divorziato risposato che eventualmente si riveli ottimo marito
e buon genitore non può farlo?
Il giudizio sul
fatto che una persona sia nelle condizioni oggettive di accedere o meno ai sacramenti non è da intendersi come un giudizio
sulla sua coscienza: giudizio questo che spetta solo a Dio. Perciò, soffermarsi
a fare confronti con gli altri non giova; al contrario dovremmo sempre avere a
cuore, oltre alla nostra salvezza, anche quella degli altri, come Gesù ci
insegna.
Non dobbiamo
allora scandalizzarci se un nostro fratello, che ha commesso anche gravi
delitti come per esempio l’omicidio, compiendo un autentico cammino di
pentimento, revisione e riparazione, riceve il perdono
di Dio anche attraverso la Confessione. Anche a chi vive in una situazione
matrimoniale irregolare Gesù propone un cammino di
conversione; e certamente in questo cammino ha il suo valore un serio impegno
nel voler bene alle persone vicine, nell’educare bene i figli, nel partecipare
alla vita della comunità, nell’essere attivo nella carità e nell’impegno
sociale.
Quanto poi ai
mezzi spirituali che la Chiesa è chiamata ad amministrare, coloro
che vivono in queste situazioni matrimoniali potranno usufruirne nella
misura in cui le loro scelte di vita lo permettono. Se essi decidono di non
modificare il loro stile di vita di indole coniugale,
contrario quindi all’insegnamento cristiano, non potranno accedere ai
sacramenti, poiché i sacramenti per essere ricevuti con frutto esigono appunto
il proposito di vivere secondo tale insegnamento. Per loro però ci saranno
altri mezzi e cammini penitenziali e di comunione che, sia pur non arrivando attualmente alla pienezza sacramentale, comunque tendono
all’incontro con la misericordia e l’amore di Dio.
Che cosa succede
se il divorziato risposato cessa la convivenza con la
persona sposata in seconde nozze civili? Inoltre può accostarsi alla comunione
una persona che pur trovandosi nelle condizioni della domanda precedente abbia
notoriamente relazioni extraconiugali o si trovi in
una situazione di notorietà personale tale da suscitare scandalo nella comunità
ecclesiale?
Non dovremmo mai
porci di fronte ai nostri fratelli con un atteggiamento giudicante o
condannante; questo, anche perché dall’esterno non sempre è possibile conoscere
e valutare la complessità della vita di una persona. Ciò non significa però
lasciare tutto al giudizio e alle decisioni private o
individualistiche; al contrario tutti devono confrontasi con
l’insegnamento della Chiesa ed anche affidarsi all’accompagnamento di sapienti
guide spirituali. Se quindi, a un certo punto chi vive una situazione
matrimoniale irregolare decide di continuare a vivere insieme, ma astenendosi
dai rapporti sessuali; o se cessa la convivenza, c’è separazione o divorzio dal
matrimonio civile, o morte di uno dei partner, viene meno un impedimento
oggettivo per accedere ai sacramenti.
Tuttavia,
occorrerà valutare la globalità della vita morale e religiosa della persona,
l’effettivo cammino di conversione in atto, così che l’essere riammessi ai
sacramenti si inserisca in un autentico cammino di
fede e in una rispettosa vita ecclesiale. In tutto ciò la Chiesa ha a cuore sia
il singolo, sia l’attenzione ad evitare che il cammino
di questi sia di scandalo per gli altri fedeli. Questo vale per tutti, anche (e
forse con maggiore attenzione) per coloro che ricoprono
un particolare ruolo pubblico.
Mimmo Muolo, www.avvenire.it
Vaticano contro le lobby farmaceutiche: medicine siano accessibili nei
Paesi poveri
Città del Vaticano
- A fronte dell'enorme disparità nell'accesso ai medicinali salvavita, fra
Paesi ricchi e Paesi poveri, per esempio nella cura dell'Aids, è necessario
''ristudiare il diritto dei brevetti'' e il ''problema
della proprietà intellettuale'' e ''rendere accessibili questi medicinali''. E'
questa la posizione espressa dall'arcivescovo Silvano Maria Tomasi,
osservatore permanente della Santa Sede presso l'Ufficio Onu di Ginevra, nel
corso della 14esima sessione del Consiglio dei Diritti
Umani che si sta svolgendo nella città elvetica.
Tomasi ha anche ricordato che nonostante il diritto alla salute
sia riconosciuto dalle leggi internazionali, questo è ''ben lontano dall'essere
attuato''; sono infatti oltre due miliardi le persone
che non hanno accesso alle medicine essenziali.
Ai microfoni della
Radio Vaticana ha precisato la posizione della Santa Sede. ''L'esperienza che
abbiamo come Chiesa - ha detto l'arcivescovo - promuoviamo nel mondo più di 5 mila ospedali, 18 mila dispensari e cliniche, 15 mila e
più case per anziani e malati cronici, oltre 500 lebbrosari, è che non c'è di
fatto l'accesso ai medicinali di cui si avrebbe bisogno, specialmente nei Paesi
più poveri e specialmente nelle zone rurali''.
Di conseguenza ha
affermato il rappresentante del Papa a Ginevra, ''per
rendere accessibili questi medicinali bisogna ristudiare il diritto dei
brevetti. La posizione presa è stata quella di dire che davanti a certe
esigenze così ferree di compagnie farmaceutiche o di altri interessi economici
molto forti, ci debba essere una revisione dei criteri
che permettano anche ai Paesi che non hanno la tecnologia sufficientemente
sviluppata di avere questi medicinali ad un prezzo modico o di produrli loro
stessi''.
Quindi ha fatto un
esempio concreto: ''In particolare, prendiamo ad
esempio i bambini: si parla di circa due milioni e 100 mila bambini che vivono
con l'HIV; solo il 38 per cento di loro riceve, di fatto, i medicinali antiretrovirali che prolungano e salvano la loro vita,
perché non c'è interesse o perché non c'è la possibilità da parte dei Paesi
poveri di produrre loro stessi questi medicinali. Dobbiamo fare in modo di
riequilibrare il rapporto brevetti-diritti e di riaprire la porta sulla
questione della proprietà intellettuale, perché si trovi la maniera di
rispondere ai bisogni di oltre due miliardi di persone''.
Peraltro la
questione dei brevetti, non riguarda solo la salute ma anche l'agricoltura, ha
spiegato ancora mons. Tomasi: ''Dobbiamo
fare in modo che la scoperta di nuove maniere di incrementare la produzione di
cereali o di altri prodotti alimentari necessari per la vita quotidiana delle
persone, affinché abbiano cibo a sufficienza, non siano controllati in maniera
esclusiva da parte di poche compagnie in modo da diventare poi elemento che
blocchi l'accesso al cibo necessario per vivere''. ''Facciamo un altro esempio
- ha aggiunto - quella della 'bio-pirateria': è un
rischio che esiste. Ci sono compagnie che scoprono prodotti o sementi, nei
Paesi in via di sviluppo, li brevettano e poi li vendono ai contadini o alla
popolazione del Paese stesso dal quale hanno preso questi prodotti; loro
guadagnano molti soldi, mentre la povera gente non ha i mezzi per comprare
quello che viene dal loro proprio territorio. Ci sono
questi squilibri a cui bisogna fare attenzione!''. Adnkronos 9
Gli uomini d'oro del Vaticano, il finanziere nella cappella Sistina
Dopo Balducci, un altro Gentiluomo di sua Santità al centro di
una rete di affari opachi: è Herbert Batliner,
benefattore della Chiesa. Il club più esclusivo del mondo, quello dei
gentiluomini di Sua Santità, nasconde molti misteri sui rapporti tra conti off-shore
e Vaticano - di FERRUCCIO PINOTTI e UDO GÜMPEL
NELLE SEGRETE
stanze della finanza vaticana più "oscura" non c'è solo il caso di
Angelo Balducci, figura chiave del sistema Anemone e
degli affari sporchi con la politica: se si scava più a fondo
si scopre che il club più esclusivo del mondo, quello dei Gentiluomini di sua
Santità, nasconde altre inquietanti verità, che portano a chiedersi come mai
Ratzinger, a distanza ormai di cinque anni dall'inizio del suo pontificato, non
abbia fatto pulizia negli oscuri meandri della finanza off-shore che prospera
all'ombra dello Ior, dell'Apsa
(Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica), di Propaganda Fide e di molte
società partecipate dal Vaticano. Raztinger, infatti,
ha portato alla guida dello Ior un banchiere
dell'Opus Dei, Ettore Gotti Tedeschi, inquisito (e poi prosciolto) per il caso
Parmalat e molto legato a Gianmario Roveraro,
centrale nella quotazione di Parmalat e ucciso poi da strani killer, e il
Vaticano sta coprendo una serie di situazioni ancora più strane, che hanno
radici lontane ma che presentano analogie col caso Balducci.
Per parlarne
bisogna illuminare una figura molto legata con San Pietro, il "re"
della finanza off-shore in Liechtenstein, Herbert Batliner,
un anziano professionista, classe 1928, a sua a volta
figlio d'arte. Batliner è il massimo esperto di fiduciarie off-shore, ma anche l'uomo nell'ombra della
finanza vaticana. Per avere una fotografia nitida da cui partire per raccontare
questa strana storia bisogna fissare una data, il 9 settembre 2006.
Una giornata
importante, per papa Ratzinger e per Herbert Batliner,
presidente di una fondazione con sede in Liechtenstein, la
Peter Kaiser Gedächtnisstiftung, che ha come
scopo statutario la difesa dei valori cristiani in Europa. Quel giorno lo
"gnomo degli gnomi" avrebbe incontrato papa
Ratzinger, a Ratisbona, in Baviera, per regalargli un
prezioso organo a canne del valore di 730mila euro destinato proprio alla
chiesa di Ratisbona.
Era una giornata
di gloria che l'avvocato di Vaduz attendeva da tempo,
dopo gli anni difficili e le intricate vicende che ne avevano infangato il
nome. Per decenni Herbert Batliner, nominato
gentiluomo di Sua Santità già da Giovanni Paolo II, aveva operato dietro le quinte, silenziosamente, per il bene dell'Europa
cristiana.
Ma poi era stato qualificato da un rapporto del Servizio
segreto tedesco Bnd e da Der
Spiegel come il "re dei fiduciari", la
"centrale del lavaggio di denaro sporco", "l'amico di evasori e
gangster". Eppure Herbert Batliner - pochi lo sanno - era e resta un
autentico uomo di fiducia del Vaticano da oltre 30 anni. E per questo, quel 9
settembre 2006, era venuto a Ratisbona, per donare
quel prezioso organo a Benedetto XVI. Mentre Batliner
compiva questa buona azione, tuttavia, qualcuno si stava interessando a lui.
Era il Dipartimento 35 della Procura di Bochum, fiore all'occhiello dello stato tedesco nella lotta
all'evasione fiscale. Lì, a Bochum, il nome di Batliner era scritto a caratteri cubitali su più di 400
fascicoli aperti a partire dal 2000, ovvero l'anno in
cui un dipendente "infedele" del noto avvocato aveva consegnato al
fisco tedesco un cd-rom pieno di dati segreti dello studio Batliner.
In quel momento si
aprì un mondo fino a quel momento completamente sconosciuto, per gli 007 del
fisco tedesco. Gli 007 arrivarono a definire il "sistema Batliner" come un meccanismo perfetto che per anni
aveva sottratto al fisco tedesco almeno 250 milioni di euro di
imponibile. Ed era certo una stima per difetto. Il ruolo di Batliner risultò subito centrale:
creava di persona le società paravento, le Anstalt,
le Stiftung; e poi le gestiva a nome di clienti di
tutto il mondo che cercavano l'anonimato assoluto in Liechtenstein. Il 9
settembre 2006, chi osservò Batliner muoversi nella
"Piccola Cappella" di Ratisbona potè notare in lui un certo nervosismo. Ogni tanto il
notissimo professionista girava la testa, come per accertarsi se qualcuno lo
aspettasse fuori, per capire se la polizia in divisa e gli agenti in borghese
si trovavano lì per proteggere il Papa, e non per occuparsi di lui. Le sue
paure non erano infondate. Era infatti un vero
miracolo che Herbert Batliner potesse incontrare papa
Ratzinger: in quel momento, pur risiedendo in Lichtenstein,
era formalmente ricercato in Germania.
Com'era riuscito Batliner a ottenere di incontrare personalmente Papa
Ratzinger? Dopo mesi di serrate trattative e grazie alla "moral suasion" degli ambienti vaticani, la Procura di Bochum aveva ceduto a forti pressioni, garantendo al
gentiluomo del Papa un "salvacondotto" per quell'incontro e
consentendogli un percorso dal confine austriaco-tedesco fino a Ratisbona e ritorno. La motivazione ufficiale, che poi si è
rivelata risibile, era che Batliner era gravemente
malato. Solo grazie a questo artificio fu evitato lo
scandalo dell'arresto in chiesa di un gentiluomo del Papa: appena un anno dopo,
nell'estate del 2007, Batliner ammetteva le sue colpe
e scendeva a patti con lo Stato tedesco, accettando il pagamento di una
sanzione di due milioni di euro.
Il salvacondotto
concesso a Batliner per l'incontro con Benedetto XVI
destò un vero scandalo in Germania. E ci fu chi ironizzò sulla vicenda
accostandola alla storia del predicatore medioevale Tetzel
che, durante il papato di Giulio II, vendeva lettere di indulgenza
papale per la remissione dei peccati in cambio di denaro che serviva a
finanziare la costruzione della basilica di San Pietro: una protesta che aveva
segnato nel 1517 l'inizio della Riforma, guidata da Martin Lutero. La cattiva
fama di Batliner superò in seguito i confini della
Germania e del Liechtenstein. E nel 1999 il Presidente della repubblica
austriaca Thomas Klestil rifiutò un assegno di beneficenza di 56 mila franchi
perché proveniente proprio da Batliner. Tre anni
dopo, la Suprema Corte del Liechtenstein confermò, in una sentenza, che Batliner già nel 1990 era il fiduciario dell'ecuadoriano
Hugo Reyes Torres, indicato come boss della droga,
nel frattempo condannato. Per conto del barone della droga, segnala The Independent, Batliner avrebbe
riciclato 15 milioni di euro.
Il gentiluomo di
sua santità, il "più noto e discusso fiduciario del Liechtenstein",
come lo definisce il settimanale svizzero Weltwoche,
sponsor dell'Hockey Club di Davos, forte di un
patrimonio stimato in 200 milioni di euro, era diventato noto per la prima
volta in Germania all'inizio degli anni Novanta nell'ambito dello scandalo delle casse nere della Democrazia Cristiana tedesca, la Cdu.
Un ammanco di oltre 8 milioni di euro. "Appropriazione indebita personale", si giustificò il capo della Cdu dell'Assia Roland Koch, pesantemente coinvolto nella vicenda.
Una vicenda che vide Batliner in un ruolo senz'altro
centrale, ma di cui le reali implicazioni restano ancora nebulose dato che il Lichtenstein non
collabora con le amministrazioni giudiziarie degli altri Paesi, tranne nei casi
di omicidio o traffico di droga. Batliner era l'uomo
giusto per queste operazioni. Chi cercava un rifugio sicuro per il proprio
denaro si rivolgeva a lui, il decano dei fiduciari. Il commento che una volta l'avvocato
rilasciò in merito alle pesanti accuse rivoltegli resta
lapidario: "Non sono un padre confessore, che deve interrogare i
suoi clienti per scoprire se questi rispettano o meno le leggi dei loro
rispettivi Paesi d'origine".
L'incontro a Ratisbona fu per Herbert Batliner
senz'altro uno dei momenti più alti della sua vita. Le cronache dell'incontro
ci restituiscono l'atmosfera. L'organo comincia a suonare. L'organista intona
un brano di Bach. Herbert Batliner
è raggiante e sembra abbia esclamato: "Se gli angeli suonano per Dio,
scelgono Bach. Se suonano per se stessi, scelgono
Mozart". Ma quell'organo non era il primo che il benefattore del
Liechtenstein avrebbe regalato alla Chiesa cattolica: il 14 dicembre 2002 il Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato e Vice
Decano del Collegio Cardinalizio, presiedeva il rito di benedizione del nuovo
organo della Cappella Sistina, regalato anche in questo caso dallo stesso Batliner. Il maestro delle celebrazioni liturgiche
pontificie, monsignor Piero Marini, si rivolgeva direttamente al benefattore
affermando solennemente: "Il nostro ringraziamento va al Prof. Dott.
Herbert Batliner, Presidente della
Fondazione Gedächnisstiftung Peter Kaiser e
Gentiluomo di Sua Santità".
L'avvocato di
Vaduz, questo è certo, godeva della massima fiducia
dei Papi: già nel 1998 Giovanni Paolo II lo aveva nominato Gentiluomo di Sua
Santità, il più alto rango che un laico può raggiungere in Vaticano. La prima
onorificenza papale, la croce "Komturkreuz des Päpstlichen Silberordens mit Stern", gli però era stata conferita già nel
lontano 1970. Nel 1993 seguì il "segno d'oro" della diocesi di
Innsbruck, per meriti speciali. Alla nomina di Gentiluomo di Sua Santità si
aggiungeva, nel 2001, anche la Gran Croce dell'Ordine Papale
di San Gregorio: Herbert Batliner era ed è uno dei
laici più decorati in Vaticano.
Dal 1994, inoltre,
Batliner è Presidente del Consiglio della Fondazione della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. È curioso
ciò che scriveva l'1 gennaio 1994 papa Giovanni Paolo II nel documento di
nomina: "I membri dell'Accademia sono scelti dal Pontefice in base alla
loro competenza e alla loro integrità morale". A questo punto s'impongono
alcune domande: in base a quale competenza
"morale" è stato scelto il re dei fiduciari vaticani nel Lichtenstein? Dal 1990 era noto il coinvolgimento di Batliner nello scandalo delle casse nere dei
democristiani tedeschi; dal 2000 in poi il suo nome era associato al più grande
scandalo di evasione fiscale in Germania. È difficile decifrare i motivi di un
comportamento "ad alto rischio di vergogna" come il rapporto
strettissimo e inspiegabile del Vaticano con Herbert Batliner,
di vago sapore nibelunghiano.
Tra l'altro, i
suoi guai legali sono proseguiti anche in seguito. Nel gennaio 2009 il
tribunale del Liechtenstein si è dovuto occupare del vecchio "tesoro"
dei democristiani tedeschi dell'Assia nella
fondazione Alma Mater, gestita da Batliner. Oltre ai
sei milioni di marchi spariti dai conti, restano ancora aperte alcune domande
degli inquirenti: quanti soldi neri giacevano ancora sui conti dell'Alma Mater
e chi esattamente aveva versato i soldi? Ufficialmente, come intestataria della
società, figurava una vedova di nome Christa Buwert. Ma nel processo davanti alla Corte del Lichtenstein si sono scoperti fatti sorprendenti: per
esempio che Batliner, fiduciario della fondazione,
nel 1998 avrebbe effettuato un versamento di 10
milioni di franchi svizzeri da questi fondi ai propri conti personali. Un anno
dopo quel versamento Batliner riceveva dalla vedova
(nel frattempo ammalatasi di demenza senile) 1,2 milioni di franchi per comperare un quadro. La Corte del Liechtenstein, su istanza dell'avvocato d'ufficio della vedova, ha però
costretto Batliner a restituire quei soldi. Batliner si è lamentato di questa sentenza, perché il
"quadro aveva un alto valore emozionale, fatto di ricordi".
Batliner è l'uomo chiave anche in una
strana, piccola banca italiana: la Banca Rasini,
l'istituto di credito che finanziò gli inizi di Silvio Berlusconi e che era
diretto dal padre Luigi. Batliner era infatti l'uomo che gestiva e rappresentava tre misteriose
società che erano azioniste forti della Rasini: si
tratta della Wootz Anstalt
di Eschen, della Brittener Anstalt di Mauren e della Manlands Financiere S. A. di Schaan, tutte situate del Liechtenstein. Batliner ne era rappresentante legale insieme a un altro
"gnomo" della finanza vaticana, Alex Wiederkehr.
Wiederkehr è anch'egli membro dell'inner circle della finanza vaticana
e fa parte di una nota famiglia di gnomi svizzeri. Insieme a Wiederkehr, Batliner era una
figura chiave nella Banca Rasini, coinvolta nel blitz
di San Valentino del 14 febbraio 1983 che portò all'arresto di molti mafiosi di
stanza a Milano; una banca indicata dallo stesso Sindona come la banca della
mafia a Milano. La riprova che Batliner fosse l'uomo
della finanza vaticana nella Rasini viene anche dal
fatto che altri importanti azionisti della Rasini,
gli Azzaretto, erano fiduciari della finanza vaticana
sin dai tempi di Papa Pacelli, come recentemente ammesso da Dario Azzaretto in una intervista a chi
scrive.
Un
"dettaglio" altrettanto interessante e inquietante è che Batliner, gentiluomo del Papa e longa
manus del Vaticano nella Banca Rasini,
è anche coinvolto nella vicenda del tesoro nascosto della Fiat. Batliner è infatti il fondatore
della Prokuration Anstalt,
che a sua volta controlla il First Advisory Group, il
quale ha materialmente costituito il Trust Alkyone,
la principale cassaforte offshore destinata a raccogliere il patrimonio estero
dell'avvocato Agnelli. E nel consiglio di amministrazione di Alkyone compaiono la moglie
dell'avvocato Batliner, Angelica Moosleithner,
Ivan Ackermann e Norbert Maxer della Prokuration Anstalt. Nel 2001 venivano inoltre
nominati, accanto ai consiglieri di amministrazione, i protettori del Trust:
Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e,
naturalmente, Gianni Agnelli.
Oggi Herbert Batliner si divide tra la sua clientela "top" e i
campi da hockey di Davos. Nonostante sia stato
accusato di essere l'uomo del riciclaggio dei fondi neri della politica ed abbia riconosciuto di essere uno dei maggiori esperti di
evasione fiscale, Ratzinger non fa nulla per rimuoverlo. Dopo l'esplosione del
caso Balducci-Anemone, il Vaticano ha dichiarato
formalmente che i gentiluomini di sua santità sono "professionisti di indubbia moralità e qualora si dimostri il contrario le
dimissioni dall'incarico sono doverose". Eppure, se si entra nella fornitissima libreria del Vaticano situata accanto a piazza
San Pietro e si acquista il gigantesco Annuario Pontificio, si scopre, a pagina
1822, che Herbert Batliner è sempre lì, nel cuore
dell'organigramma del potere vaticano, come presidente del Consiglio della
Fondazione per la Promozione delle Scienze Sociali. I
vecchi amici non si abbandonano mai. LR 10
Anno sacerdotale. Esperti di umanità. Preti e laici: "una trama sottile"
Si concluderà ufficialmente l’11 giugno, solennità del Sacro
Cuore di Gesù, l’Anno Sacerdotale indetto dal Papa lo scorso 19 giugno. Per
Franco Miano, presidente nazionale dell’Azione
Cattolica italiana, esso ha costituito “un’occasione privilegiata di preghiera
e riflessione sul sacerdozio”. Nel corso del convegno delle presidenze
diocesane (Roma 30 aprile - 2 maggio) l’Ac ha diffuso
una lettera ai presbiteri, "collaboratori della nostra gioia", per
esprimere loro, rammenta il presidente, “tutta la
nostra riconoscenza per il bene che costantemente offrono alla Chiesa”.
Gratitudine, invito a perseverare e incoraggiamento sono
stati formulati nel “Messaggio dei vescovi italiani ai sacerdoti che operano in
Italia”, diffuso l’8 giugno dalla Cei. A Miano, che
guida l’Ac dal 2008, il SIR ha posto alcune domande.
Dal punto di vista
“laicale” quale primo bilancio trarre dell’Anno Sacerdotale?
“Esso non ha
creato nulla di nuovo, ma ha indubbiamente contribuito a rammentare ai laici
l’importanza e la bellezza dell’apporto dei sacerdoti per la loro vita, tutto
il bene che essi offrono all’intera Chiesa. I laici impegnati in parrocchia,
movimenti o associazioni collaborano costantemente con i preti; tuttavia il non
dare tutto per scontato e l’accendere i riflettori sul sacerdozio è utile a
portare alla luce e valorizzare ciò che già esiste, ma forse non è abbastanza
conosciuto e apprezzato. La conclusione dell’Anno Sacerdotale non intende certo
mettere la parola ‘fine’ a questa riflessione ma piuttosto segnarne un nuovo inizio”.
L’Ac ha vissuto e continua a vivere
i legami tra laici e presbiteri in una duplice dimensione: comunione che si
nutre di amicizia spirituale e corresponsabilità del servizio alla missione
della Chiesa…
“Due aspetti
decisivi. L’amicizia spirituale tra laici e sacerdoti è una trama sottile ma
fondamentale che regge i diversi cammini presenti nella vita della Chiesa.
Senza questa amicizia che fa coltivare insieme i
grandi ideali e innerva l’impegno comune per perseguire le mete più alte
dell’esistenza, tutto diventerebbe asettico e formale. Ad
essa si unisce il senso della corresponsabilità, idea sviluppatasi con forza a
partire dal Concilio che, nel rispetto dei carismi e dei ministeri propri di
ciascuno ha fatto crescere la convinzione che la Chiesa è opera del Signore ma
richiede il contributo di tutti: uno slancio in più richiesto ad ognuno in
risposta alla propria vocazione”.
Quale il ruolo del
prete in una comunità educante?
“Nella vita di
ogni esperienza ecclesiale egli ha anzitutto il compito di additare le grandi
mete che discendono dal Vangelo; un’indicazione di ideali
che deve coniugarsi con la capacità di accompagnare la vita delle persone.
L’educazione non è una tecnica né il risultato di competenze o metodi
particolari; essa si inserisce in una dimensione di
relazione. Proprio la relazione è il veicolo della testimonianza e della
ricerca di significato che ciascuno compie, e il prete deve essere anzitutto un
testimone di fede e di umanità: solo così può affiancare il cammino delle
persone che gli sono affidate coniugando, appunto, Vangelo e vita quotidiana,
suscitando in loro la speranza – perché educare
significa amare il futuro – e testimoniando l’amore – perché educare è
anzitutto una scelta del cuore –. Educare è prima di ogni cosa educare alla
fede, cioè educare alla vita ed educare la vita”.
Come possono i
preti offrire ragioni di senso e di speranza ai giovani?
“Questo è uno dei
compiti sacerdotali più importanti e delicati, e si realizza principalmente
testimoniando la bellezza di una vita cristiana e, quindi, di una vocazione
vissuta nella pienezza e nella gioia, cioè di una vita che ha un senso. Oggi i
giovani fanno spesso fatica a operare scelte di lungo
periodo, che valgano per sempre. Compito del sacerdote è mostrare che ciò è
possibile; la testimonianza delle ragioni di senso e di speranza supera anche
le difficoltà e i confini tra le generazioni. Ma questo
‘essere guida’ richiede ai preti un grande investimento di tempo, ossia la
capacità di ‘perdere tempo’ con i giovani ascoltandoli, accogliendoli e
dialogando con loro”.
Quale contributo
possono offrire, a loro volta, i laici alla formazione e alla testimonianza dei
preti?
“Un contributo
decisivo se i laici sono tali fino in fondo e, come il Concilio ha spesso
ricordato, riescono a portare nella vita della Chiesa
la vita reale di tutti i giorni. In questo senso, grazie al loro tramite, la formazione
dei preti non rimane asettica ma si mette in relazione con il vissuto
quotidiano della gente. Il ministero cui sono chiamati i sacerdoti richiede infatti una conoscenza della vita a tutto campo,
conseguibile su un duplice binario. In un primo tempo attraverso una maggiore
presenza dei laici nei seminari e nelle facoltà teologiche con spazi più ampi
da dedicare alle questioni legate al mondo laicale; successivamente
attraverso un costante e reciproco esercizio di accompagnamento all’interno del
quale i laici immettano e condividano il senso vivo dei problemi che vivono. Una dimensione relazionale che spinge inevitabilmente alla
testimonianza: se il prete sa cogliere ciò che più tocca la gente e ne
attraversa il vissuto, se in altre parole è ‘esperto di umanità’, la sua
testimonianza diventa più credibile ed efficace”. sir
Il cardinale Walter Kasper
sul viaggio apostolico a Cipro. Un deciso passo in avanti nel cammino ecumenico
Il viaggio del
Papa a Cipro è stato un grande passo in avanti nel cammino di avvicinamento tra
la Chiesa cattolica e quella greco-ortodossa, i cui frutti non mancheranno di
farsi sentire anche nel dialogo con il Patriarcato di Mosca. Ne è sicuro il
cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio
Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani,
che ha seguito da vicino Benedetto XVI nei tre giorni della visita. "Porto
con me - dice tra l'altro il cardinale in questa intervista rilasciata al
nostro giornale - l'immagine della gioia di un popolo che ha confidenza
quotidiana con la sofferenza".
Quale significato
ecumenico attribuisce al viaggio del Pontefice a Cipro?
Si è trattato di
una visita molto importante innanzitutto dal punto di vista pastorale. Le
Chiese cattoliche in Medio Oriente vivono una situazione particolare e
difficile. Dunque, è stato per loro un bene sentire, anche fisicamente accanto il Papa. Si è trattato, però, di un avvenimento
davvero rilevante dal punto di vista ecumenico e anche politico - pur non
essendo questo lo scopo del viaggio - vista la situazione di divisione
dell'isola.
Alla vigilia si
era creato un clima di grandi attese per gli incontri ecumenici: si era
addirittura avanzata l'ipotesi di una possibile
mediazione da parte dell'arcivescovo ortodosso di Cipro Crisostomo
ii per eventuali sviluppi nei rapporti tra Chiesa
cattolica e Patriarcato ortodosso di Mosca.
Non c'è nulla di
vero in tutto ciò. Non c'è bisogno di alcuna opera di mediazione con il
Patriarcato di Mosca, perché i rapporti sono diretti, molto rispettosi e molto
ben avviati. Anzi, direi che siamo sulla strada della normalizzazione dei
nostri rapporti con Mosca. Un processo, questo, che del resto si era già messo
in moto prima dell'elezione di Benedetto XVI. Durante i funerali di Giovanni
Paolo ii, per esempio, il Patriarcato di Mosca ci era
stato molto vicino. Non so su cosa si fondassero le attese alla vigilia di
questo viaggio a Cipro. Certamente Crisostomo ii parlerà con il Patriarca Cirillo di questa visita e
credo che ne parlerà molto bene. Tutto qui. La visita di Benedetto XVI a Cipro,
i suoi incontri con la Chiesa ortodossa, vanno
considerati per quello che realmente sono stati, cioè dei passi significativi
nel cammino di avvicinamento tra le due Chiese, che è già a un buon punto. In
sostanza, ha confermato quanto ormai siamo vicini e quanto
le differenze vadano sempre più assottigliandosi. L'arcivescovo ortodosso di
Cipro è una persona molto forte, decisa, intelligente. Ma
soprattutto è una persona aperta, capace di guardare attorno a sé e di capire
le situazioni. Con Benedetto XVI c'è un'ottima sintonia: è stato così fin
dall'inizio. Quando è venuto a Roma è rimasto sorpreso
dalla familiarità con la quale è stato accolto, e non solo dal Papa. E la
cortesia con la quale ci ha accolto qui in casa sua è stata straordinaria. Con
il Pontefice poi ha un rapporto particolare. Ne ha dato
dimostrazione davanti a tutti quando proprio durante la messa al palazzo dello
sport di Nicosia, al momento dello scambio del gesto di pace, è salito all'altare
e ha fraternamente abbracciato e baciato il Papa. La stessa cosa aveva fatto
accogliendolo a Paphos. Sono gesti significativi.
Non le sembra che
abbia anche mostrato grande fiducia nel ruolo che il Pontefice assume nello
scacchiere internazionale per la sua autorità morale, tanto da chiedergli aiuto
per le sofferenze che patiscono gli ortodossi ciprioti a causa della divisione
dell'isola?
L'arcivescovo, lo
ripeto, è una persona intelligente e aperta. Sa che in questo momento i
cristiani si trovano a vivere una situazione molto difficile. In tutto il Medio
Oriente sono in minoranza e rischiano di esserlo sempre di più a causa dell'emigrazione. Dunque sa bene
che è meglio che i cristiani affrontino uniti questo momento. Nessuna Chiesa
può confrontarsi con certe situazioni se resta sola. Ha bisogno della
solidarietà delle altre Chiese sorelle. In questa
ottica, per esempio, per le Chiese cattoliche del Medio Oriente sarà molto
importante la prossima assemblea speciale del Sinodo dei vescovi. Esse saranno
chiamate a riflettere proprio sul senso del loro stare insieme, del loro essere
effettivamente in comunione, sul senso della testimonianza che esse sono
chiamate a dare insieme. Sono questi i motivi che spingono anche gli ortodossi
a guardare con attenzione alla prossima assemblea, alla quale tra l'altro
parteciperanno con i loro delegati.
Da che cosa ha
potuto percepire i frutti positivi che questo incontro ha portato
nell'immediato?
Dalla familiarità
del rapporto tra il Pontefice e l'arcivescovo, dalla disponibilità di tutto il santo Sinodo nei confronti del Papa e del seguito papale. Io
personalmente sono stato a Cipro già altre due volte nei mesi scorsi e ho
potuto sperimentare il progredire dell'intesa tra le due Chiese, soprattutto la
determinazione con la quale proprio Crisostomo ii persegue questo obiettivo: lo
scorso anno, per esempio, ho partecipato all'incontro della commissione
teologica internazionale a Paphos, dove ho potuto
costatare la sua convinzione e la sua forza, anche davanti alle immancabili
contestazioni. C'è veramente la voglia di unità.
Ha avuto la stessa
impressione per quanto riguarda i rapporti tra le Chiese cattoliche in Medio
Oriente?
Effettivamente
qualche problema c'è stato, qualche momento di incomprensione:
nulla di eclatante, ma credo che anche per questo sia molto importante
l'assemblea sinodale. Sono Chiese che vivono lontane tra loro e non si incontrano troppo spesso. Dunque
sarà importante che comincino a farlo proprio grazie a questa riunione
sinodale. Su questo argomento posso dare una
testimonianza personale, poiché ogni anno mi reco a Gerusalemme e partecipo a
incontri tra i patriarchi di queste Chiese, i quali, proprio in queste
circostanze, prendono effettivamente coscienza della comunanza di certe
problematiche. A me chiedono di interessare la Chiesa cattolica universale
perché non manchi la solidarietà internazionale.
Cosa porta a Roma con sé di questo viaggio?
Innanzitutto
l'immagine della grande gioia segnata sui volti della gente accorsa attorno al
Papa. Se è vero che i
cristiani sono una minoranza, è anche vero che sono stati in grado di offrire
una dimostrazione di grande entusiasmo, capace di accendere gli animi anche dei
non cattolici. E mi hanno assicurato che, al di là delle
cerimonie ufficiali, non c'era niente di preparato e preconfezionato. Dunque si è trattato soprattutto di gesti spontanei. Ecco,
porto con me la gioia di un popolo che solitamente deve confrontarsi con la
sofferenza.
Mario Ponzi Osservatore Romano 9
Andiamo avanti insieme. Messaggio dei vescovi ai sacerdoti che operano in Italia
Pubblichiamo il
testo integrale del “Messaggio dei vescovi italiani ai sacerdoti che operano in
Italia”, diffuso l’8 giugno 2010. Il testo era stato approvato nel corso della
61ª assemblea generale della Cei (Roma, 24-28 maggio).
Carissimi, noi
Vescovi, riuniti in Assemblea Generale, abbiamo avvertito il forte desiderio di
scrivervi mentre l’Anno Sacerdotale si avvia alla conclusione. Il nostro primo
pensiero è sempre per voi, e lo è stato ancora di più in questi mesi. Incalzati
da accuse generalizzate, che hanno prodotto amarezza e dolore e gettato il
sospetto su tutti, abbiamo pregato e invitato a pregare
per voi. Non sono mancate occasioni di ascolto e di dialogo per condividere la
grazia e la benedizione del ministero ordinato. Ora, tutti insieme vogliamo
esprimervi la nostra cordiale stima e vicinanza, ispirata dalla comune
responsabilità ecclesiale.
La nostra vuole
essere, anzitutto, una parola di gratitudine. La gloria di Dio risplende nella
vostra vita consumata nella fedeltà al Signore e all’uomo, perché siete
pazienti nelle tribolazioni, perseveranti nella prova, animati da carità, fede
e speranza. Noi siamo fieri di voi! Il bene che offrite alle nostre comunità
nell’esercizio ordinario del ministero è incalcolabile e, insieme ai fedeli,
noi ve ne siamo grati. La vostra consolazione non dipenda dai risultati
pastorali, ma attinga alla presenza amica dello Spirito Paraclito
e alla partecipazione al calice del Signore, dal cui amore siamo stati
conquistati.
È anche una parola
con cui ci invitiamo a vicenda a perseverare nel cammino di conversione e di
penitenza. La vocazione alla santità ci spinge a non rassegnarci alle fragilità
e al peccato. Essa è un appello accorato di Gesù e un imperativo per tutti:
venite a me!... rimanete in me!... seguitemi! Questa
irresistibile sollecitazione ci commuove e ci spinge ad andare avanti, ci aiuta
a non adagiarci sulle comodità, a non lasciarci distogliere dall’essenziale, a
non rassegnarci a ciò che è solo abituale nel ministero.
La Chiesa ci
affida il Vangelo che illumina i nostri passi, corregge le nostre derive, ispira i pensieri e i sentimenti del cuore e sostiene il
desiderio di bene presente nell’animo di ciascuno. Accogliamo con gioia la sua
parola di speranza e di verità, desiderosi di lasciarci educare da lui. Davanti
a noi sta una promessa: «Ecco sto alla porta e busso.
Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con
lui ed egli con me» (Ap
3,20). La chiamata che ci ha afferrato e plasmato ci aiuterà a superare anche
le tribolazioni di questo tempo, corrispondendo con rinnovato slancio al
mandato che ci è stato affidato.
È, infine, una
parola di incoraggiamento. Quando il Signore ha
inviato i discepoli in missione ha detto loro: «Io
sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Non ci ha
promesso una vita facile, ma una presenza che non verrà mai meno. Senza di lui
siamo nulla e non possiamo fare niente; dimorando in lui i nostri frutti
saranno abbondanti e duraturi. La sua compagnia non ci mette al sicuro dagli
attacchi del maligno né ci rende impeccabili, ma ci assicura che il male non
avrà mai l’ultima parola, perché chi si fa carico del proprio peccato può sempre rialzarsi e riprendere il cammino. Vi
sostenga la comunione del presbiterio, la nostra paternità, la certezza della
presenza del Signore Risorto che rende possibile
attraversare ogni prova.
Gratitudine,
conversione, incoraggiamento: questo vi diciamo per
essere ancora più uniti nel condividere l’impegno e la gioia del ministero a
servizio delle nostre Chiese e del Paese.
Ci protegga la
Vergine Maria. Ci benedica Dio che dona senza misura la consolazione di
sperimentarlo vivo nella fede. Sir 8
Bertone:
«La pedofilia ha minato la credibilità della Chiesa»
Lo scandalo ha
però anche portato «alla presa di coscienza sulla necessità di un rinnovamento
spirituale» - Il segretario di Stato Vaticano è intervenuto al convegno
"Sacerdoti oggi"
CITTA' DEL VTICANO
- Lo scandalo della pedofilia ha inciso negativamente sulla "credibilità" della Chiesa ma ha anche portato alla
"presa di coscienza provvidenziale" circa la necessità di un
"rinnovamento spirituale", secondo il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano. «Cari
amici sacerdoti! In questo tempo, ci siamo dovuti far carico del dolore per le
infedeltà, a volte anche gravi, di alcuni membri del clero, che hanno inciso
così negativamente sulla credibilità della Chiesa, per
cui il Papa rispondendo ai giornalisti durante il recente viaggio in
Portogallo, ha parlato di una "persecuzione" che nasce dall’interno
stesso della Chiesa", ha detto Bertone
intervenendo al convegno "Sacerdoti oggi" organizzato dai focolarini in Vaticano in occasione della conclusione dell’anno
sacerdotale.
«Da questo dolore
- ha proseguito Bertone - scaturisce una presa di
coscienza provvidenziale: occorre vivere "una stagione di rinascita e di
rinnovamento spirituale", seguire con coraggio la via della conversione,
della purificazione e della riconciliazione’, ’trovare
nuove vie per trasmettere ai giovani la bellezza e la ricchezza dell’amicizia
con Gesù Cristo nella comunione della sua Chiesa’ come ci ha invitato a fare
Benedetto XVI con la sua lettera ai cattolici dell’Irlanda". I sacerdoti, ha detto ancora il Segretario di Stato vaticano,
"sono fratelli di ogni persona umana, degli uomini e delle donne, da amare
e da servire con totale dedizione, senza nessun attaccamento, senza ricerca del
proprio interesse. Allora - ha aggiunto il porporato - si comprende l’attualità e la bellezza del celibato". CdS 9
Papst Benedikt XVI. feiert mit 15.000 Priestern auf dem Petersplatz
ROM - Priester aus aller Welt
durchstreifen die Kirchen und Plätze Roms. Rund 6.000 Priester waren offiziell
angemeldet für den Vorkongress der Kleruskongregation,
3.000 Priester aus 84 Ländern, die in Geistlichen Gemeinschaften und Bewegungen
verbunden sind, versammelten sich gestern abend in
der Aula Paul VI., eine Priesterkonferenz im Athenäum Regina Apostolrum sammelt hunderte Priester der Internationalen
Priesterbewegung Sacerdos. Die Deutsche
Bischofskonferenz spricht von 1.000 priesterlichen Rompilgern.
Heute Abend um 20.30 Uhr wird Papst
Benedikt XVI. sich im Rahmen einer Vigilfeier auf dem
Petersplatz mit ihnen allen zum Abschluss des Priesterjahres treffen.
Um die 15.000 Priester sind es
geworden, die zum internationalen Priestertreffen unter dem Thema „Treue
Christi - Treue des Priesters" vom 9. bis 11. Juni nach Rom gekommen sind.
Sie alle werden zusammen mit dem Papst in die Nacht hineinbeten,
um sich so auf die feierliche Messe am morgigen Vormittag, dem Hochfest des Heiligsten Herzens Jesu vorzubereiten.
Benedikts XVI. wird heute Abend keine
Ansprache halten, sondern in freier Rede auf einige Fragen antworten, die ihm
von Priestern gestellt werden. So hält es der Papst in seinen familären Treffen mit seinen Mitbrüdern im priesterlichen
Dienst. Auch heute Abend soll es so sein.
Benedikt XVI. hatte das besondere den
Priestern geweihte Jahr am 19. Juni 2009 aus Anlass des 150. Todestages des
heiligen Pfarrers von Ars, Jean Marie Vianney,
ausgerufen.
Während des vergangenen Jahres ging
Benedikt XVI. mehrmals auf die wichtige Bedeutung des Priesterjahres und das
Wesen des Priestertums ein. Das Jahr sollte für ihn dazu beitragen, „das
Engagement einer inneren Erneuerung aller Priester für ein noch stärkeres und
wirksameres Zeugnis für das Evangelium in der Welt von heute zu
fördern"(Schreiben zu Beginn des Priesterjahres).
Das Priesterjahr war für den Papst ein
Jahr der Gnade, während dessen er die Christen aufrief, sich „innerlich
angerührt und dankbar bewusst zu werden, welch unermessliches Geschenk die
Priester nicht nur für die Kirche, sondern auch für die Menschheit überhaupt
sind" (ebd.).
Die Kirche brauche „heilige Priester;
Priester, die den Gläubigen helfen, die barmherzige Liebe des Herrn zu
erfahren, und die deren überzeugte Zeugen sind", so Benedikt XVI. in
seiner Predigt am 19. Juni 2009 während der zweiten Vesper zur Eröffnung des Priesterjahres.
Der Papst betonte: „Wir haben eine für die Kirche und die Welt unverzichtbare
Sendung, die vollkommene Treue zu Christus und unablässige Einheit mit ihm
erfordert; das heißt dieses in seiner Liebe Bleiben verlangt, dass wir ständig
nach der Heiligkeit streben, nach diesem Bleiben in Ihm".
Das Priesterjahr hat sich gerade in
einer Zeit, in der der Klerus in verschiedenen Ländern der Welt durch
Missbrauchsskandale betroffen ist, als einzigartige Prophetie Benedikts XVI.
erwiesen, der nicht zögerte, bereits im Juni 2009 auch auf die offene Wunde im
Leib des Herrn, die Sünde der geweihten Diener Gottes einzugehen.
„Sogar unsere Mängel, unsere Grenzen
und Schwächen müssen uns zum Herzen Jesu zurückführen. Wenn es nämlich wahr
ist, dass die Sünder in der Betrachtung Jesu von ihm den notwendigen ‚Schmerz
und die Reue über die Sünden' lernen müssen, was sie zum Vater zurückführt, so
gilt dies noch mehr für die geistlichen Amtsträger. Wie sollte in diesem
Zusammenhang vergessen werden, dass nichts die Kirche, den Leib Christi, so
sehr leiden lässt wie die Sünden ihrer Hirten, vor allem jener, die sich in
‚Schafsdiebe' verwandeln (Joh 10,1ff.), entweder weil
sie sie mit ihren privaten Lehren vom Weg abbringen, oder weil sie sie mit
Schlingen der Sünde und des Todes fesseln? Auch für uns, liebe Priester, gilt
die Mahnung zur Umkehr und zur Zuflucht zur Göttlichen Barmherzigkeit, und
gleichermaßen müssen wir in Demut die tiefempfundene und unablässige Bitte an
das Herz Jesu richten, dass er uns vor der schrecklichen Gefahr bewahre, jenen
Schaden zuzufügen, die zu retten unsere Pflicht ist" (Schreiben zum Beginn
des Priesterjahres).
Benedikt XVI. rief unermüdlich dazu
auf, neu bei der Gestalt des heiligen Pfarrers von Ars anzufangen, der sich als
Mann Gottes bewusst gewesen sei, dass im Herzen Christi der „Wesenkern des Christentum" ausgedrückt ist. Wie Jean
Marie Vianney sind die Priester für den Papst
berufen, Diener und nicht Herren des Wortes des Evangeliums und so Priester bis
zum Ende zu sein.
Die ganze Existenz des heilige Pfarrers
von Ars bezeichnete der Papst als „eine lebendige Katechese, die ganz besondere
Wirkkraft bekam, wenn die Menschen sahen, wie er die Messe feierte, in Anbetung
vor dem Tabernakel kniete oder viele Stunden im Beichtstuhl verbrachte"
(Generalaudienz 5. August 2009). Jean Marie Vianney
habe in der Praxis des Bußsakraments „die logische und natürliche Erfüllung des
priesterlichen Apostolats" erkannt, „gehorsam gegenüber dem Auftrag
Christi: ‚Wem ihr die Sünden vergebt, dem sind sie vergeben; wem ihr die
Vergebung verweigert, dem ist sie verweigert' (Joh
20,23)" (ebd.)
Die Herzmitte des priesterlichen Lebens
des heiligen Pfarrers von Ars erkannte Benedikt XVI,
darin, dass dieser „in Christus verliebt" gewesen sei. „Das wahre
Geheimnis seines pastoralen Erfolgs war seine Liebe zum verkündigten,
gefeierten und gelebten eucharistischen Geheimnis. Sie wurde zur Liebe für die
Herde Christi, für die Christen und für alle Menschen, die Gott suchen"
(ebd.).
Der Papst ruft die Priester dazu auf,
wie der heilige Pfarrer von Ars jeden Tag die persönliche Vereinigung und
Freundschaft mit Christus wachsen zu lassen: „Liebe Brüder im Priesteramt, in
der Zeit, in der wir leben, ist es besonders wichtig, dass der Ruf, im
geweihten Dienst an dem einen Priestertum Christi teilzuhaben, im ‚Charisma der
Prophezeiung' erblühe: Es besteht großer Bedarf an Priestern, die zur Welt von
Gott sprechen und Gott die Welt vorstellen; Männer, die nicht kurzlebigen
kulturellen Moden unterworfen, sondern fähig sind, jene Freiheit glaubwürdig zu
leben, die allein die Gewissheit der Zugehörigkeit zu Gott zu schenken
vermag" (Ansprache an die Teilnehmer des von der Kongregation
organisierten theologischen Kongresses zum Priesterjahr, 12. März 2010).
Priestertum und Leben in der Wahrheit
sind für Benedikt XVI. untrennbar. Daher erinnert der Papst die Priester daran,
dass sie alle Sorge darauf verwenden müssen, „sich der vorherrschenden
Mentalität zu entziehen, die dahin tendiert, den Wert des Priesters nicht mit
seinem Sein, sondern mit seiner Funktion zu verbinden, wobei das Werk Gottes
verkannt wird, das in die tiefe Identität der Person des Priesters einschneidet
und ihn sich auf endgültige Weise gleichgestaltet" (ebd.).
Dem Priester eignet die Aufgabe des
Lehrens: „Das ist die Funktion des Priesters ‚in persona
Christi': in der Verwirrung und Orientierungslosigkeit unserer Zeit das Licht
des Wortes Gottes gegenwärtig zu machen, das Licht, das Christus selbst in
dieser unserer Welt ist. Der Priester lehrt also keine eigenen Ideen, keine
Philosophie, die er selbst erfunden hat, gefunden hat oder die ihm gefällt; der
Priester spricht nicht aus sich heraus, er spricht nicht für sich, um sich
vielleicht Bewunderer oder eine eigene Partei zu verschaffen; er sagt keine
eigenen Dinge, keine eigenen Erfindungen, sondern inmitten der Verwirrung der
ganzen Philosophien lehrt der Priester im Namen des gegenwärtigen Christus. Er
bietet die Wahrheit an, die Christus selbst ist, sein Wort, seine Art, zu leben
und voranzugehen" (Generalaudienz 14. April 2010).
Der Priester heiligt: durch die
Sakramente, durch die Feier der Liturgie, um den Glauben an die
Heilswirksamkeit der Sakramente und an den wirklichen Christus wach zu halten.
Der Gottesdienst ist der Mittelpunkt des Lebens der Kirche, das Sakrament ist
der Mittelpunkt des Gottesdienstes. Heiligen heißt für Benedikt XVI.: das allem
Handeln des Menschen vorausgehende Handeln Gottes gegenwärtig machen. Vom Altar
und vom Beichtstuhl aus fließt die göttliche Kraft in das aufgrund der Sünde bedürftige
Herz des Menschen. Dabei warnt der Papst: „Es ist notwendig, darüber
nachzudenken, ob die Unterbewertung der treuen Ausübung des ‚munus sanctificandi' nicht
vielleicht eine Schwächung des Glaubens an die Heilswirksamkeit der Sakramente
und letztlich an das gegenwärtige Wirken Christi und seines Geistes durch die
Kirche in der Welt dargestellt hat" (Generalaudienz 5. Mai 2010)
„Ich möchte jeden Priester einladen,
die Eucharistie intensiv zu feiern und zu leben. Sie steht im Mittelpunkt der
Aufgabe des Heiligens; sie ist Jesus, der bei uns sein, in uns leben, sich uns hinschenken, uns die unendliche Barmherzigkeit und Liebe
Gottes zeigen will; sie ist das einzigartige Liebesopfer Christi, der
gegenwärtig wird, sich unter uns verwirklicht und bis zum Thron der Gnade
gelangt, zur Gegenwart Gottes, die Menschheit umfasst und uns mit ihm
vereint" (ebd.)
Der Priester leitet: Leitung und
Gemeinschaft, Hierarchie und „communio" sind
einander nicht entgegengesetzt. Die „Hierarchie" ist keine Form der
Machtausübung - auch wenn Missbräuche zu diesem Verständnis führen können.
Hierarchie heißt aus dem heiligen Ursprung heraus leiten. Nicht die Vollmacht
des sich selbst behauptenden Subjekts ist der Sinn des Leitens, so der Papst
sondern die Verwirklichung der Vollmacht, die sich aus der freien Hingabe an
den Willen Gottes ergibt. Der leitende Priester dient Gott und damit dem
Menschen. Beim Leiten geht es darum, „Christus in den Gläubigen durch jenen
Prozess der Heiligung Gestalt annehmen zu lassen, der in der Bekehrung der
Maßstäbe, der Werteskala, der Einstellungen besteht.(Generalaudienz
26.5.2010).
Das Priesterjahr - ein Geschenk des
Heiligen Geistes im Zeichen des Kreuzes, eine Zeit, in der das läuternde Feuer,
das nicht verzehrt, aber in Brand setzt, hoch auflodert und das Heilige in
seinem Glanz hervortreten lässt:
„Wer sich Jesus anvertraut, erfährt
bereits in diesem Leben den Frieden und die Freude des Herzens, welche die Welt
nicht geben und nicht einmal nehmen kann, da es Gott ist, der sie uns geschenkt
hat. Es lohnt sich also, sich vom Feuer des Heiligen Geistes berühren zu
lassen! Der Schmerz, den dies bereitet, ist für unsere Verwandlung notwendig.
Das ist die Wirklichkeit des Kreuzes: Nicht umsonst ist in der Sprache Jesu das
‚Feuer' vor allem ein Bild des Kreuzesgeheimnisses, ohne das es kein
Christentum gibt. Daher erheben wir erleuchtet und gestärkt durch diese Worte
des Lebens unser Gebet: Komm, Heiliger Geist! Entzünde in uns das Feuer deiner
Liebe! Wir wissen, dass dies ein kühnes Gebet ist, mit dem wir darum bitten,
von der Flamme Gottes berührt zu werden; doch wir wissen vor allem, dass diese
Flamme - und sie allein - die Macht hat, uns zu retten" (Predigt zum Hochfest Pfingsten 2010). Armin Schwibach,
Zenit 10
Treffen der Generalsekretäre der Bischofskonferenzen Europas
Anlässlich des Priesterjahres treffen
sich die Generalsekretäre der
Bischofskonferenzen Europas vom 10. bis
zum 13. Juni 2010 in den Räumlichkeiten der Italienischen Bischofskonferenz in
Rom. Die Jahrestagung, die vom Rat der Europäischen Bischofskonferenzen
gefördert wird, wird von Bischof Mariano Crociata
ausgerichtet. Der Generalsekretär der italienischen Bischofskonferenz (CEI) lud
die Generalsekretäre nach Rom ein. Im Mittelpunkt des Treffens stehen die
Herausforderungen, denen sich kirchliche Zusammenarbeit heute gegenüber sieht.
Analysiert werden soll auch das Thema sexueller Missbrauch von Minderjährigen –
dank der Beiträge von Bischof Luís Ladaria und Robert
Deeley, dem Sekretär und dem Mitarbeiter der
Kongregation für die Glaubenslehre. Abschließend tragen alle anwesenden
Generalsekretäre die aktuellsten Themen aus ihren jeweiligen Ländern vor und
berichten über die Initiativen der jeweiligen Bischofskonferenzen. – Mitglieder
des Rates der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) sind die derzeit 33
Bischofskonferenzen Europas. Das Sekretariat hat seinen Sitz in St. Gallen in
der Schweiz. (pm 9)
ROM -Der Steyler
Missionar Bruder Othmar Jessberger hat jahrzehntelang
Fußballmannschaften auf der indonesischen Insel Flores trainiert. Markus Frädrich, Medienredakteur der Steyler
Missionsprokur, hat den "Fußballmissionar" in seinem Heimaturlaub in
Sankt Augustin getroffen.
Der Fußballplatz von Sankt Augustin ist
menschenleer. Allein auf der Trainerbank hat ein
älterer Herr Platz genommen. Langsam schweift sein Blick über das Spielfeld.
Den Ball auf seinem Schoß hält er fest umklammert.
Als Jugendlicher, sagt Othmar Jessberger, hätte er gerne so einen Ball gehabt. "Aber
kurz nach dem Krieg konnten sich meine Eltern einen solchen Luxus nicht
leisten", erinnert er sich. "So habe ich mit Tennisbällen Fußball
gespielt. Später habe ich mir aus Papier und Schnüren selbst Bälle gebastelt.
Es gab nur einen Jungen in der Nachbarschaft mit einem richtigen Lederball. Und
der war der König im Dorf."
Seit er denken kann, ist der Fußball
Othmar Jessbergers große Leidenschaft. "Ich kann
mich an keinen Tag erinnern, an dem ich als Junge nicht auf dem Bolzplatz
gewesen bin", erzählt der gebürtige Unterfranke schmunzelnd. "Meine
Freunde und ich waren eine fußballverrückte Clique, sehr zum Leidwesen unserer
Eltern. Denn wir haben uns beim Kicken immer die Schuhe kaputt gemacht. Und
einen Ersatz gab es damals nicht."
Auf dem Bolzplatz ist Jessberger auch an jenem Tag des Jahres 1950, als zwei Steyler Missionare an die Tür seines Elternhauses klopfen.
Wie verabredet seien sie gekommen, um dem Jungen eine Mitfahrgelegenheit ins
Kloster nach Ingolstadt anzubieten. Die Schwester holt Jessberger
aus einem laufenden Spiel, wenig später stehen sich ein verschwitzt-schmutziger
Stürmer und zwei verblüffte Missionare gegenüber. "Ich habe dem Jungen nur
ein kleines Köfferchen gepackt", erklärt die Mutter den Ordensleuten
lächelnd zum Abschied. "Der bleibt eh nicht lange, wo er täglich nicht
mindestens drei Stunden Fußball spielen kann."
Doch Othmar Jessberger
bleibt - erst recht, als er entdeckt, dass er dem Fußball auch hinter
Klostermauern treu bleiben kann. "Ob als Novizen oder Brüder - wir hatten
immer unsere eigene Mannschaft", erinnert er sich. Nebenher macht er eine
Ausbildung zum Gärtner, pflegt im Anschluss die Grünflächen und Parkanlagen
mehrerer Steyler Häuser in der Süddeutschen
Ordensprovinz.
"Als ich dann ins Ausland gehen
sollte, dachte ich: Jetzt ist es wohl endgültig vorbei mit dem Fußball",
sagt Jessberger. "Dabei fing es gerade erst
richtig an!"
Denn Jessberger
wird auf die indonesische Insel Flores versetzt, übernimmt dort die Leitung des
landwirtschaftlichen Groß- und Ausbildungsbetriebs Mataloko
in der Erzdiözese Ende. Zur Verpflegung der 400 Seminaristen und Lehrer des
Priesterseminars wird Obst, Gemüse und Getreide angebaut, dazu Vieh gehalten.
Schnell merkt Jessberger, dass seine jungen Arbeiter
nach der knochenharten Plackerei in den Stallungen und auf dem Feld einen
Ausgleich brauchen. "Da traf es sich gut, dass ich meinen Fußball
mitgebracht hatte", erzählt er mit einem verschmitzen
Lächeln. "Nur so für alle Fälle."
Jessberger
prescht vor, bleibt am Ball und beginnt bald, erste Mannschaften zu gründen.
"Aber ich habe nicht nur einfach einen Ball in die Mitte gelegt - wir
haben richtig und ernsthaft trainiert", erinnert er sich. Aufwärmübungen,
Ausdauerläufe, Sprints: Der Missionar trainiert seine Spieler systematisch.
"Und obwohl die Jungs so etwas überhaupt nicht kannten, haben sie
mitgezogen", sagt Jessberger. Die Folge: Siege
am laufenden Band. "Wir sind in unserer Gegend eingeschlagen wie
eine Bombe", sagt Jessberger. "Wir haben so
oft gewonnen, dass ich manchmal richtig froh war, wenn wir verloren haben.
Damit die Mannschaft auch lernte, mit Niederlagen umzugehen."
Fußball, ist der Steyler
Missionar überzeugt, fördert den Charakter und das Selbstbewusstsein - und
bereichert die Menschen in der Mission mehr als jede Predigt. "Unsere Mannschaft
bestand aus einfachen Bauernjungs, und wir haben sowohl die Polizeimannschaft
als auch die Soldatenmannschaft ,abgezogen'. Das waren
für die Leute Erfahrungen von unschätzbarem Wert. Die haben gesehen, dass sie
auch etwas können!" Oft wurden die Spieler auch außerhalb des Spielfeldes
noch mit ihren Trikotnummern angesprochen. "Es hieß auf der Straße: Guck
mal, da läuft die Nummer fünf, die hat heute wieder gut gespielt", sagt Jessberger. "Das hat den Jungs gut getan und sie zu
ungeheurem Eifer angetrieben."
Gleichzeitig habe der Fußball dazu
beitragen, die Jugendlichen an ihre Heimat zu binden. "In vielen Dörfern
auf Flores war es die Regel, dass die Jugendlichen von zu Hause weggelaufen
sind, weil dort nichts los war, weil sie sich langweilten und ihre
Berufschancen in der Provinz als gering einschätzten", so Jessberger. "Aber der Fußball hat die Jugendlichen als
Gruppe zusammengeschweißt und bei ihren Familien gehalten."
Jessbergers
Stimme überschlägt sich beinahe, als er erzählt, wie er sonntags auf Flores mit
seinen Spielern in die Nachbardörfer ausgeritten ist, um dort gegen die Lokalelf anzutreten. Wie die Zuschauer in Scharen kamen,
und das Spektakel genossen, auf das sie sich schon die ganze Woche gefreut
hatten. Und wie Vereine aus dem Umland versuchten, die besten seiner Spieler
für ihren Kader zu gewinnen.
Und schließlich erzählt der Missionar
von "seinen Mädchen" - dem Höhepunkt seiner Trainerkarriere.
"Ich ging schon auf die 70 zu", erinnert sich Jessberger.
"Da kam eines Tages eine Ordensschwester zu mir und sagte: Für die Männer
bist du inzwischen zu alt, aber willst du es nicht mal mit einer
Mädchenmannschaft ausprobieren?"
Der Missionar lässt sich nicht lange
bitten und übernimmt bald eine ganz besondere Mannschaft. Erstens besteht sie
ausschließlich aus jungen Frauen. Zweitens stammt die eine Hälfte dieser Frauen
aus katholischen, die andere aus muslimischen Verhältnissen.
"Wir haben jede Woche zweimal
trainiert, mittwochs und samstags", sagt Jessberger.
"Die Mädchen waren immer schon vor mir auf dem Platz und haben mit einer
Begeisterung gespielt, die einmalig war. Normalerweise stehen Frauen in der
indonesischen Gesellschaft ein wenig zurück. Aber diese Mädchen wurden von
ihren Männern mit dem Motorrad zum Sportplatz gebracht, ihre Familie war stolz
auf sie und hat sie sogar bei den Spielen angefeuert."
Darüber hinaus empfinden viele Bewohner
von Flores diese Initiative als einen guten Beitrag zur Ökumene. "Durch
die Mannschaft waren Christen und Muslime ein Herz und eine Seele", sagt
der Steyler Missionar. "Wann immer ich in ein
muslimisch geprägtes Dorf kam, drängten sich die Leute um mich. Alle wollten in
meine Mannschaft. Das war wirklich eine ganz tolle Sache."
Zwei Schlaganfälle sorgen vor ein paar
Jahren dafür, dass Othmar Jessberger die
Mädchenmannschaft schweren Herzens abgeben muss. Seine Zeit als aktiver Spieler
ist vorbei - "fußballverrückt", so ist er sich sicher, wird er
dagegen immer bleiben. Die WM-Spiele 2010 hat er sich bereits rot im Kalender
eingetragen, die Daumen drückt der Steyler Missionar
- auch nach über 45 Jahren in Indonesien - dem deutschen Team. "Obwohl ich
es auch den Afrikanern gönnen würde, im eigenen Land
zu gewinnen."
Noch immer hält Othmar Jessberger den Ball auf seinem Schoß fest umklammert. Die Trainerbank auf dem Sportplatz Sankt Augustin hat ihm so
viele Erinnerungen an seine Zeit als Fußball-Missionar zurück ins Gedächtnis
gerufen. Ein bisschen, sagt er, möchte er noch bleiben. Markus Frädrich, Zenit 10
Papst empfängt erstmals Zapatero im Vatikan
Rom. Papst Benedikt XVI. hat den
spanischen Ministerpräsidenten José Luis Rodríguez Zapatero
erstmals im Vatikan in Audienz empfangen. Bei dem halbstündigen Gespräch am
Donnerstag ging es Vatikanangaben zufolge um die internationale
Wirtschaftskrise sowie um die Lage in Nahost und auf Kuba. Zapatero
und der spanische Außenminister Miguel Ángel Moratinos
trafen anschließend mit Kardinal-Staatssekretär Tarcisio Bertone
und dem vatikanischen "Außenminister" Dominique Mamberti
zusammen.
Bei den Gesprächen ging es den Angaben
zufolge auch um ein geplantes Gesetz zur Religionsfreiheit in Spanien sowie um
Lebensschutz und Erziehung. Das Verhältnis zwischen der katholischen Kirche und
der sozialistischen Regierung in Madrid gilt vor allem wegen der Einführung der
sogenannten Homo-Ehe in Spanien als gespannt. Die Bischöfe des Landes hatten
deshalb bei den letzten Parlamentswahlen 2008 eine Wahlempfehlung zugunsten der
oppositionellen Volkspartei ausgesprochen.
Im November wird Benedikt XVI. zu einem
Besuch in Barcelona und Santiago erwartet. Die letzte Reise des katholischen
Kirchenoberhauptes nach Spanien fand 2006 statt. Epd 10
Priesterjahr: Vergebung Gottes ist Quelle für Priestersein
„Umkehr und Mission ist mein Thema, ein
wichtiges Thema für uns als Priester. Ich möchte mich zusammen mit Ihnen allen
vom Evangelium selbst zur Umkehr führen lassen, um dann vom Heiligen Geist
gesendet den Menschen als Missionar die Botschaft Jesu Christi zu überbringen.“
Unter diesen Grundgedanken stellte der
Erzbischof von Köln, Joachim Kardinal Meisner, seine Ausführungen zum
Priesterjahr. Sankt Paul vor den Mauern, hier in Rom, war bis auf den letzten
Platz gefüllt – vor allem mit Priestern, die zu den Feiern zum Abschluss des
Priesterjahres in die Ewige Stadt gekommen waren. Zentrales Thema der Ansprache
war das Sakrament der Beichte, Umkehr, Reue und Buße. Es komme auf ständige
Besinnung an, persönlich wie auch als Kirche. Die Kirche reformiere sich
ständig, so Meisner, hier liege die Verbindung zwischen Umkehr und Mission:
„Die Kirche ist die Ecclesia Semper
Reformanda, und ihr Priester auch! Ihr seid Preti Reformandi! Liebe Mitbrüder, wie der Apostel Paulus vom
hohen Ross heruntergestürzt wurde, so müssen auch wir immer von unseren hohen Rössern
heruntergestürzt werden, um in die Arme des barmherzigen Gottes zu fallen, der
uns dann in die Welt hinein sendet.“
Beispiel für dieses Zugehen auf die
Vergebung Gottes, das Voraussetzung sei für eine erfüllte priesterliche
Tätigkeit, gebe das Gleichnis des verlorenen Sohnes. Der Vater sei das Bild der
Vergebung, auch wenn wir nicht wirklich überzeugt, sondern nur aus Not zu ihm
kämen. Zum Abschluss gab Meisner den versammelten Priestern eine Frage zur
Reflexion mit auf den Weg, die er aus der schwierigen Situation des
Priesterseins heute heraus stellte:
„Uns laufen die Menschen oft davon, sie
drängen sich nicht mehr um uns, um mit uns in Berührung zu kommen. Im
Gegenteil, sie laufen uns davon. Damit das nicht geschieht, müssen wir uns
konkret fragen: Was berühren die Menschen denn, wenn sie mit mir in Berührung
kommen? – Jesus Christus in seiner unermesslichen Liebe zu den Menschen, oder
irgendwelche theologischen Privatmeinungen oder Gejammer über die Zustände in
der Kirche und der Welt? Berühren sie bei uns Jesus Christus?“ (rv 9)
Gründungsjubiläum. Eucharistie zentral für salesianische Spiritualität
ANNECY - Genau 400 Jahre nach Gründung
ihres Ordens haben rund 70 Heimsuchungsschwestern in Gemeinschaft mit mehreren
Hundert Gästen am vergangenen Sonntag am Ursprungsort im französischen Annecy der Entstehung ihrer Kongregation gedacht. Rund 70
Schwestern aus Europa, Nord- und Südamerika, Afrika, Asien vertraten den
weltweit präsenten Orden. Aus Anlaß des Jubiläums
waren zudem Vertreter anderer Ordensgemeinschaften der salesianischen
Familie angereist. Das zentrale Ereignis war der Festgottesdienst in der
Basilika der Heimsuchung, der vom französischen Fernsehen live für rund 800.000
Zuschauer in Frankreich und Belgien übertragen wurde.
Bischof Yves Boivineau
von Annecy erinnerte in seiner Predigt daran, dass
für Franz von Sales die Eucharistie die „Sonne der geistlichen Übungen"
war, das „Zentrum der christlichen Religion". Ähnlich sah es auch die
heilige Johanna Franziska von Chantal, die von Jugend an die Gegenwart Christi
in der Eucharistie verteidigte und verehrte. Und in den Klöstern der
Heimsuchung wird der eucharistischen Anbetung ein zentraler Stellenwert
eingeräumt. Die heilige Margareta Maria Alacoque
(1647-1690), auf die die Herz-Jesu-Verehrung zurück geht, war zudem ein Heimsuchungsschwester.
Der Orden der Heimsuchungsschwestern
wurde vom heiligen Franz von Sales und Johanna Franziska von Chantal gegründet,
die sich im März 1604 kennenlernten. Zwischen ihnen entwickelte sich eine
einzigartige geistliche Freundschaft, aus der die Idee erwuchs, in Annecy eine Gemeinschaft von Frauen zu gründen, die
einerseits sich dem Gebet widmen, andererseits den Armen helfen und Kranke
pflegen. Sechs Jahre später, am 6. Juni 1610, konnte Johanna Franziska von
Chantal mit drei weiteren Schwestern ein gemeinsames Ordensleben beginnen. Im
Jahr 1618 erhielt die Gründung die kirchliche Anerkennung als
klassisch-kontemplative Schwesterngemeinschaft. Als Franz von Sales 1622 starb,
gab es 13 Heimsuchungsklöster, bis zum Tod der Gründerin 1641 schon 87. Michaela
Koller
Zenit 10
Vatikan: „Im Fall Padovese fehlen uns Informationen“
Hat der Mord an Bischof Luigi Padovese im türkischen Iskenderun
doch einen islamistischen Hintergrund? Das hat Vatikansprecher Federico
Lombardi zuletzt nicht mehr eindeutig ausgeschlossen. Nach Angaben der
Nachrichtenagentur kipa reagiert Pater Lombardi
ausweichend auf jüngste Berichte renommierter Medien aus Rom und Madrid, wonach
der Mord vom letzten Donnerstag doch nicht die Tat eines Geistesgestörten
gewesen sei, sondern einen eindeutig islamistischen Hintergrund habe. Nach
Medienberichten soll der mutmaßliche Mörder des aus Italien stammenden
Bischofs, Murat Altun, nach der Tat laut eine islamische Dankformel gerufen
haben.
Luigi Padovese
war am 6. Juni in seinem Haus in der südosttürkischen Hafenstadt Iskenderun erstochen worden. Gegen den 26-jährigen Altun
wurde von der türkischen Justiz Anklage erhoben. (kipa
9)
Zypern: Die kleinen Schritte zum Erfolg der Reise
Der Zypernbesuch des Papstes am letzten
Wochenende war ein Besuch im Nahen Osten, aber er war sicherlich viel einfacher
als der im Heiligen Land vor einem Jahr. Dennoch war es ein wichtiger Besuch:
Die Einladung an den Papst ging nicht nur vom zyprischen Präsidenten aus,
sondern auch vom Oberhaupt der orthodoxen Kirche der Mittelmeerinsel. Der
Schwerpunkt lag also von Anfang an auf der Ökumene. Franziskanerpater Pierbattista Pizzaballa ist Kustos des Heiligen Landes und
somit in der katholischen Kirche auch für Zypern zuständig. Im Rückblick auf
die Reise betont er nicht die Irritationen, die es im Vorfeld unter einigen
orthodoxen Bischöfen der Insel gab, sondern viele kleine Gesten, die Benedikts
Besuch auf Zypern zu einem Erfolg werden ließen. Im Interview mit unserer
Korrespondentin Gabi Fröhlich sagte Pizzaballa:
„Im Gegenteil glaube ich, die
Sensibilitäten der griechisch-orthodoxen Kirche kennend, dass es sehr schöne
Gesten gab. Etwa das gemeinsame Vaterunser-Gebet am ersten Tag in Paphos. Das ist durchaus nicht üblich. Der Erzbischof, der
während der Messe am Sonntag auf das Präsbiterium
stieg, um den Papst zu grüßen – und viele weitere kleine Gesten. Die ständige
Präsenz des Erzbischofs zu allen wichtigen Momenten der Reise. Das sind Elemente,
die zeigen, wie die griechisch-orthodoxe Kirche nah und aufrichtig Freundin war
für den Papst und die Kirche Roms. Die Polemiken einzelner Fanatiker und
Extremisten können daher den absolut positiven Akzent, den dieser Besuch in den
Beziehungen mit der griechisch-orthodoxen Kirche setzte, nicht überdecken.“ (rv 9)
Betend nah ich dir… von Bischof Heinz Josef Algermissen
Wenn ich in eine mir bisher unbekannte
katholische Kirche komme, geht mein Blick in einer ersten Orientierung zum
Altar und zum Kreuz und dann zum Tabernakel mit dem Ewigen Licht. Dorthin
richtet sich meine Kniebeuge. Der Tabernakel ist ein ganz wichtiger und
heiliger Ort in jeder Kirche. Er dient einem doppelten Zweck. In der Kirchweihe
segnet der Bischof den Tabernakel und betet dabei: „Herr Jesus Christus, sei im
Brot des Lebens den Sterbenden Kraft auf ihrem letzten Weg, den Kranken Trost
in ihrem Leiden und sei allen, die dich hier anbeten, in deiner liebenden
Hingabe nahe!“ Im Tabernakel wird der Leib des Herrn aus der Eucharistiefeier
aufbewahrt für die Krankenkommunion und die Anbetung.
Die eucharistische Anbetung hat eine
ehrwürdige Tradition in unserer Kirche. Das gilt für die private Form, wenn
jemand persönlich eine Kirche aufsucht, vor dem Tabernakel den gegenwärtigen
Herrn mit einer Kniebeuge ehrt und dort anbetend verweilt. Wir kennen auch die
gemeinsame Form der Anbetung in der eucharistischen Andacht und in der
feierlichen Prozession.
Wir müssen allerdings feststellen, dass
die verschiedenen Weisen der eucharistischen Anbetung in den letzten Jahren in
unseren Gemeinden mehr und mehr verschwinden. Es gibt Gemeindeglieder, die das
leicht nehmen, weil sie die eucharistische Anbetung zu den zeitbedingten
Ausprägungen der Volksfrömmigkeit rechnen, die im geschichtlichen Auf und Ab
hervortreten und zurücktreten können, ohne dass damit die Substanz christlichen
Betens berührt sei.
Ich glaube, dass man bei tieferem
Zusehen sich damit überhaupt nicht beruhigen kann. Die eucharistische Anbetung
ist innerlich eng mit der Kommunionfrömmigkeit verbunden. Die Praxis der
eucharistischen Anbetung gibt dem Kommunionempfang erst geistliche Tiefe und
bewahrt ihn vor oberflächlicher Routine. Es ist für mich eine große pastorale
Sorge, dass manchen „Gottesdienstbesuchern“, wie wir bezeichnend formulieren,
der Sinn für die Gegenwart des Herrn abhanden zu kommen scheint. Manche
befürchten, es breite sich eine Gedankenlosigkeit aus mit der Gefahr, den Leib
des Herrn ähnlich unaufmerksam zu nehmen wie das Weihwasser an den
Kirchentüren. Viele haben die ehrfürchtige Kniebeuge vor dem Tabernakel längst
vergessen. Solcher Oberflächlichkeit, diesem Ehrfurchtsverlust gilt es
unbedingt zu wehren.
Ein gutes Beispiel dafür, wie das
möglich sein kann, erlebte ich vor kurzem bei einem Gespräch mit Firmbewerbern, die mir von ihrer Vorbereitungszeit
berichteten. Auf die Frage nach starken und vermutlich unvergesslichen
Erfahrungen auf diesem Weg erzählten sie von einer Gebetsstunde. Als ihre
Priester und Katechetinnen entdeckten, dass diesen Jugendlichen die
eucharistische Anbetung unbekannt war, machten sie sich mit ihnen daran, eine
solche Gebetsstunde vorzubereiten und feierten sie miteinander. Einige von den Firmbewerbern meinten, sie würde ihnen unvergesslich
bleiben. Am stärksten empfanden sie, mit dem Glauben auf den wahrhaft und
wirklich gegenwärtigen Christus zu stoßen und ihn direkt und unmittelbar im
Gebet anzusprechen: „Gottheit tief verborgen, betend nah ich dir. Unter diesen
Zeichen bist du wahrhaft hier. Sieh, mit ganzem Herzen schenk ich dir mich hin,
weil vor solchem Wunder ich nur Armut bin.“ (Gotteslob 546, 1). Ich bin der
Überzeugung, dass wir unseren Firmanden ebenso wie
den Erstkommunionkindern diese Anbetungserfahrung nicht schuldig bleiben
dürfen.
Mit dem Rückgang der persönlichen und
gemeinsamen eucharistischen Frömmigkeit droht in unserer Kirche ein Schwund der
Anbetung überhaupt, der die Substanz kirchlichen Betens und Lebens berührt. Es
darf in unserem Bistum keine Gemeinde geben, in der die eucharistische Anbetung
in Vergessenheit gerät. Unbeeindruckt von kleinen und kleinsten Zahlen bei
Anbetungsstunden und Segensandachten sollen wir sie hegen und pflegen wie
kleine Feuerstellen, die nicht erlöschen dürfen, wenn Glaube, Hoffnung und
Liebe eine Chance behalten sollen, neu angezündet zu werden. „Bonifatiusbote“ 13
Neue Leidenschaft für Gott und die Menschen keimen lassen
Limburger Bischof predigte beim Bonifatiusfest – Feierliche Eröffnung der traditionellen Bonifatiuswallfahrten
Fulda. „Das Evangelium Jesu Christi,
unser Glaube, versteht sich wie eine Gegenstromanlage in einer säkularen
Gesellschaft: sie fordert heraus und kräftigt das Stehvermögen von Menschen,
die für Gott eintreten wollen“, betonte der Bischof von Limburg, Dr.
Franz-Peter Tebartz-van Elst,
am Sonntag in Fulda vor über 14.000 Wallfahrern bei der Eröffnung der
traditionellen Bonifatiuswallfahrten. In den
Herausforderungen, die die Kirche heute zu bestehen habe, sei bei manchen
Christen die Versuchung groß, sich vom „Wind der Meinungen verwehen zu lassen“,
auszutreten oder sich zurückzuziehen. Gerade in solchen Stürmen brauche es
Menschen mit der Festigkeit von „Felsen in der Brandung“, wie sie den hl. Bonifatius ausgezeichnet habe. Der Limburger Oberhirte gab
zu bedenken, daß pauschale Verurteilungen gegenüber
der Kirche notwendige Umkehr ersticken könnten, denn „Läuterung braucht die
Luft der Liebe“, damit eine neue Leidenschaft für Gott und die Menschen keimen
könne.
Auch der Fuldaer Bischof Heinz Josef Algermissen, der dem feierlichen Pontifikalamt auf dem
Fuldaer Domplatz vorstand, nahm auf die schwierigen Monate, die die Kirche im
Zusammenhang mit den Mißbrauchsfällen erlebt hat,
Bezug und rief dazu auf, der Kirche treu zu bleiben. Die große Zahl von
Wallfahrern, die der Kirche ihre Verbundenheit zeigte – darunter auch über 800
Ministranten und mehrere hundert Mitglieder des Cartellverbandes – , hatte Algermissen als Gastgeber herzlich willkommen geheißen und
als „Kirche auf dem Weg“ bezeichnet. Das „Bild einer bunten Kirche“ wurde von
Wallfahrern und Gruppen aus Nigeria und Uganda, aus Oberitalien und den
Niederlanden vervollständigt. Nach den schwierigen letzten Monaten, in denen
sich Schattenseiten der Kirche zeigten, werde nun auch der „Glanz der Kirche“
deutlich sichtbar.
Zu Beginn seiner Predigt hatte der
bischöfliche Gast aus Limburg deutlich gemacht, daß
die Herbstvollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz in Fulda auch eine
Begegnung mit dem Apostel der Deutschen, dem hl. Bonifatius,
im Gebet sei. Zeugnisse des Glaubens würden zum Fundament für neue Erfahrungen
mit dem Evangelium, die sich aus bestandenen Herausforderungen bildeten. „Unser
Glaube basiert auf Gewißheiten, für die Menschen vor
uns einstehen. Wer sich an das Grab des hl. Bonifatius
begibt, begreift, daß seine Mission die Grundlage ist
für ein Bekenntnis zu Jesus Christus und seiner Kirche gerade in stürmischen
Zeiten.“ Bonifatius habe die Erfahrung von Gegenwind
gekannt. „Es ist eine Zeit des Umbruchs im gesellschaftlichen Leben, der auch
die Kirche nicht unberührt läßt. Es ist eine Zeit mit
Meinungen und Mentalitäten, die versuchen, der Kirche Gottes durch Menschen
‚habhaft’ zu werden, sie ‚passend’ zu machen im gesellschaftlichen Mainstream;
sie anzugleichen, damit sie nicht quer steht zu dem, was Politiker und
Potentaten wollen.“ Gegen solche Bestrebungen habe Bonifatius
auf eine innere Kirchenreform gesetzt. Er habe gewußt,
daß innere Erneuerung nicht über Strukturen und
Strategien zu erreichen sei, die darauf setzten, die Kirche mit der
Gesellschaft zu egalisieren. Sein Einsatz für die „mit Rom verbundene
Landeskirche“ sei eine innere Treue, die sich das Bekenntnis des Petrus zu
Jesus als dem Messias und Herrn zu eigen mache.
Bischof Tebartz-van
Elst kam sodann auf Grenzerfahrungen zu sprechen, die
sich im Horizont des Glaubens zum Gebot der Stunde wandeln könnten. Da sei
zunächst die Versuchung zur Hysterie angesichts von Meinungen, die „gemacht“
würden, so daß es schwer sei, sich mit gebotener
Einsicht und notwendiger Differenzierung den wirklichen Problemen zu stellen.
Weil Hysterie zur Apathie führe, brauche unsere Gesellschaft den Geist des Bonifatius, der ein Klima der Verständigung schaffe. Nur wo
Gott beim Namen genannt werde, könnten auch die Wunden der Kirche so
ausgesprochen werden, daß Heilung in Gang komme. „Aus
der Lauterkeit sicherlich gebotener, aber konstruktiver Kritik erwächst die
Läuterung zur gottgewollten Erneuerung“, stellte der Bischof heraus.
Besonnenheit sei es, die ordne und orientiere. Der Versuchung, „das Schiff zu
verlassen“, stellte Tebartz-van Elst
sodann die Einladung zum Bleiben entgegen. Wenn Menschen eine Freundschaft,
eine Gruppe oder eine Aufgabe aus Unzufriedenheit aufkündigten, merkten sie oft
erst mit der Zeit, daß dies vielleicht dem ersten
Ärger Luft gemacht habe, der Seele aber doch keinen Frieden gebe. „Nur wer
bleibt, kann verändern. Wer geht, fehlt, wenn es darum gehen muß, unserem Glauben wieder ein lebendiges Gesicht zu
geben. Diese innere Stärke, zu bleiben, wo andere gehen, zeichnet wahre
Jüngerschaft aus.“
Die Ministranten lobte der Limburger
Bischof für ihr treues Engagement in den Gemeinden und die Wallfahrt nach Rom,
die „ein starkes Zeichen und Zeugnis für eure treue Verbundenheit mit Christus“
sei. Ihr unbeirrter Dienst mache der ganzen Kirche Mut. „Weil Ihr bleibt, wird
Kirche jung! Mit eurer Begeisterung wird Kirche lebendig! Eure Treue gibt der
ganzen Kirche Zuversicht!“ Zu bleiben, wo andere gingen, sei das stärkste
Zeichen einer Freundschaft, von dem die Menschen und auch die Kirche zu allen
Zeiten lebten. Man vergesse im Leben nicht, wer geblieben sei, als andere
gingen. Mit der gelebten Treue im Glauben sei es wie mit einem Diamanten: sie
funkele und strahle aus, sie ziehe an, wo sie erlebt werde. „Mission in der
Intention des hl. Bonifatius: das ist eine innere
Treue, die um Gottes Zukunft auch für seine Kirche weiß.“ Dann fügte Tebartz-van Elst an, daß die Gefahr bestehe, sich von
den Wellen treiben zu lassen und zu kentern. „Christen, die sich der Strömung,
dem Mainstream einer säkularen Gesellschaft überlassen, werden irgendwann
untergehen“, gab er zu bedenken.
Die Chargierten im Cartellverband CV
ansprechend, deren Prinzipien Glaube, Wissenschaft und Freundschaft darauf
verwiesen, wie sich das Gemeinwohl einer Gesellschaft ansteuern lasse, wies der
Bischof sodann darauf hin, wie sehr die Krypta mit dem Grab des Apostels der
Deutschen die Geborgenheit und den Zusammenhalt eines Glaubens freilege, der
Gesellschaft mitgestalten wolle. „Missionarischer Glaube braucht Christen, die
bereit sind, in Verantwortung zusammenzustehen, damit der Kurs der Kirche im
Glauben Orientierung geben kann.“ Zu allen Zeiten beginne die Erneuerung der
Kirche mit Christen, die sich aus Leidenschaft und Liebe für die Sache Jesu,
für seine Kirche, zu eigen machen, was der hl. Bonifatius
schreibe: „Laßt uns nicht wie stumme Hunde sein,
nicht wie Menschen, die nur zusehen und schweigen. Laßt
uns nicht wie Mietlinge sein, die fliehen, wenn der Wolf kommt.“ Nicht zusehen,
sondern hinsehen; nicht kritisieren, sondern engagieren; nicht lamentieren,
sondern motivieren: diese Mentalität des hl. Bonifatius
zeige, welchen Mut zur Mission die Kirche auch heute brauche.
Den Festgottesdienst feierte Fuldas
Bischof Heinz Josef Algermissen in Konzelebration mit
Bischof Tebartz van Elst,
Bischof Gerard de Korte (Groningen-Leeuwarden,
Niederlande), Bischof Anthony Adaji (Idah, Nigeria), Weihbischof Dr. Karlheinz Diez und
Weihbischof Johannes Kapp sowie Generalvikar Apostolischer Protonotar Dr.
Gerhard Stanke, dem Seelsorger des CV, Domkapitular
Ulrich Bonin (Berlin), den Pfarrern Paul Verheijen und Jan Alfink aus
Holland, Don Giovanni Battista Quadri (Como) und den Priestern Rogers Birija
und Joseph Ndiraba (Hoima,
Uganda). Musikalisch wurde die Meßfeier vom Fuldaer
Jugendkathedralchor unter Leitung von Domkapellmeister Franz-Peter Huber, die
Chorsätze von D. J. Evans und aus Taizé sowie
Gottesloblieder im Wechsel mit der Gemeinde sangen, sowie einem großen, aus
mehreren Blasorchestern bestehenden Instrumentalensemble unter Leitung von
Regionalkantor Ulrich Moormann mitgestaltet.
Zu Beginn des Gottesdienstes hatte
Bischof Algermissen bei strahlendem Sonnenschein die
Gläubigen und besonders die Konzelebranten und Gäste aus dem Ausland begrüßt.
Dabei eröffnete er auch ein „Jahr des Ehrenamtes“, das bis zum Bonifatiusjahr 2011 gehen und den freiwilligen Einsatz für
Kirche und Gesellschaft würdigen soll. Domdechant Prof. Dr. Werner Kathrein hatte vor Beginn des Gottesdienstes die Wallfahrer
aus den Pastoralverbünden und Pfarreien des Bistums und darüber hinaus die
„treuen Gäste“ aus Italien, den Niederlanden und Afrika willkommen geheißen. (bpf)
Umfrage. Deutsche verlieren Vertrauen in Geistliche
Hamburg. Nach den zahlreichen
Missbrauchsskandalen ist das Vertrauen in Geistliche einer Umfrage zufolge
massiv gesunken. Vor einem Jahr hatten noch 72 Prozent der
Deutschen Vertrauen in Geistliche, 2010 waren es nur noch 55 Prozent.
Das sagte der Vorsitzende der
Nürnberger Gesellschaft für Konsumforschung (GfK), Klaus Wübbenhorst,
der Nachrichtenagentur dpa. Innerhalb Europas reicht die Spannbreite von 86
Prozent in Rumänien bis 33 Prozent in Frankreich. Für die repräsentative
Umfrage über das Ansehen der verschiedenen Berufe hatte die GfK zum siebten Mal
in Folge knapp 19 000 Menschen in 20 Ländern befragt.
Der Beruf des Priesters hat nach
Ansicht des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, Zukunft. "Auch wenn die Diskussion um die
Missbrauchsfälle das Priesterjahr teilweise überschattete, bin ich dankbar,
dass uns viele Gläubige ermutigt haben, die von Priestern berichten, die ihren
Dienst gut und gewissenhaft leisten", erklärte Zollitsch
in einer Pressemitteilung der Bischofskonferenz vom Mittwoch.
An diesem Freitag endet das von Papst
Benedikt XVI. vor einem Jahr ausgerufene "Jahr des Priesters".
Höhepunkt ist derzeit eine internationale Wallfahrt von Priestern und Bischöfen
aus über 90 Nationen nach Rom. Mehrere Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz
und rund 1000 Priester aus Deutschland beteiligen sich an dieser Wallfahrt.
(dpa 10)
Bischof Algermissen und Verleger Imhof stellten Buch „Papst Benedikt und Fulda“ vor
Fulda. „Ich freue mich darüber, der
Öffentlichkeit rechtzeitig zum Bonifatiusfest das Buch
‚Papst Benedikt und Fulda’ vorstellen zu können“, sagte der Fuldaer Bischof
Heinz Josef Algermissen am Freitag vor Journalisten
in der Bonifatiusstadt. Zusammen mit Verleger Dr.
Michael Imhof präsentierte der Oberhirte die Neuerscheinung, die drei Predigten
und einen Vortrag dokumentiert, die Papst Benedikt XVI. – noch als Kardinal
Joseph Ratzinger – in den Jahren 1979, 1984, 1994 und 2002 in Fulda gehalten
hat. Der Heilige Vater zeige sich in diesen Texten als ein „Meister der
Sprache“, betonte Algermissen, der es sich wünscht, daß die Texte von vielen gelesen werden und geistliche
Frucht tragen mögen. Dr. Imhof bekundete seine Freude darüber, daß er das Buch gemeinsam mit dem Bistum produzieren
konnte. Beide hoben die engen kirchlichen und kunsthistorischen Bindungen
Fuldas an Rom hervor, von den Zeiten des hl. Bonifatius
bis heute. Bischofssekretär Kaplan Dirk Gärtner, der zusammen mit
Pressesprecher Christof Ohnesorge die Einleitung zu dem Band verfaßte, machte besonders darauf aufmerksam, daß in den vier Texten bereits die großen Linien des
Pontifikats Benedikts XVI. vorgezeichnet seien.
Die Texte entstanden aus verschiedenen
Anlässen: So sprach der Papst am 27. September 1979 als Erzbischof von München
und Freising zum Abschluß der Herbstvollversammlung
der Deutschen Bischöfe im Dom. Fünf Jahre später, am
22. Oktober 1984, hielt Kardinal Ratzinger im Fürstensaal des Fuldaer
Stadtschlosses den Festvortrag zur Festakademie „400 Jahre Päpstliches Seminar
und 250 Jahre Universität Fulda“. „Ich will, daß ihr
hingeht und Frucht bringt“ war seine Predigt überschrieben, die er am 5. Juni
1994 anläßlich der Bonifatiuswallfahrten
im Fuldaer Dom hielt. Im Rahmen des zweiten Kongresses „Freude am Glauben“
hielt er schließlich am 22. Juni 2002 eine Predigt, in der er auch an
Erzbischof Dr. Johannes Dyba erinnerte. Der Band bietet diese Texte erstmals in
voller Länge dar.
Heinz Josef Algermissen
(Hrsg.), Papst Benedikt und Fulda. Mit einer Einleitung von Dirk Gärtner und
Christof Ohnesorge, Petersberg, Michael Imhof Verlag, 2010, 48 Seiten, 10
schwarz-weiße Abbildungen, ISBN 978-3-86568-607-7, 6,80 Euro. (bpf)
Imam-Ausbildung. Mit kleinen Schritten zur großen Lösung
Die Islamverbände äußern laute Zweifel,
Religionswissenschaftler warnen vor vereinfachenden Schlüssen: Die
kriminologische Studie zur Gewaltbereitschaft muslimischer Jugendlicher
befeuert die Debatte um Integration und Imame. Je religiöser die Jugendlichen,
desto größer ihre Neigung zu Gewalt, lautet die komprimierte Aussage der
Verfasser.
Vertreter des Islamrats und des
Zentralrats der Muslime widersprechen vehement. Ebenso wie Religionsoziologen
der Universität Münster sehen sie Erfahrungen von Diskriminierung und
Frustration als Auslöser für die Gewalt. Erfahrungen, die die Jugendlichen in
ihre religiösen Gemeinschaften tragen. Und die dort von den Imamen allzu häufig
nicht aufgefangen werden können.
Der Religionspädagoge Rauf Ceylan hat
regelmäßig mit den islamischen Vorbetern zu tun. Die Ergebnisse seines Buch "Prediger des Islam" sind in der Studie der
Kriminologen Christian Pfeiffer zitiert. Ceylan identifizierte auf Grundlage
von Interviews viele Imame als "Fremde" in der Gesellschaft.
Männlichkeit, Ehre und Tradition bestimmten häufig ihre Rolle. Doch Ceylan
verteidigt die Imame zugleich. "Sie sind überhaupt nicht in der Lage, die
Probleme der Jugendlichen zu kompensieren." Der Schlüssel liege in der
Ausbildung der Imame.
Erst Anfang des Jahres hatte der
Wissenschaftsrat die Empfehlung gegeben, entsprechende Studiengänge an
deutschen Unis aufzubauen. Spätestens 2012 sollen in Osnabrück sechs neue
Lehrstühle entstanden sein. In Münster hat der neu berufene
Islamwissenschaftler Mouhanad Khorchide
ebenfalls angekündigt, sich für die Imam-Ausbildung einzusetzen.
Doch so lange
die Umsetzung dieser Pläne noch unklar ist, hilft nur eine Politik der kleinen
Schritte. So ist Ceylan regelmäßig in Ankara und Bursa, um dort angehende Imame
auf ihre Zeit in Deutschland vorzubereiten. "Es gibt immer viele Fragen.
Und die deutliche Mehrheit hat nach diesen Kursen ein differenzierteres
Deutschland-Bild", sagt der Professor. Zudem kommen die Vorbeter und
ehrenamtlichen Helfer aus Moscheen in ganz Deutschland zu Weiterbildungen nach
Osnabrück.
Islamische Religionsstunden
"Das ist die kleine Lösung",
meint Ceylan. Ein Vorschlag für die große Lösung liegt längst auf dem Tisch.
"Wir brauchen islamischen Religionsunterricht für die 900000 Schüler
dieses Glaubens", sagt Ceylan. Eine Haltung, die sämtliche Islamverbände
sowie die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Maria Böhmer,
unterstützen. Die Forderung ist nicht neu, passiert ist aber noch wenig. Seit
Ende der 90er Jahre laufen in NRW und Niedersachsen erfolgreiche Schulversuche.
"Aber die müssen auch irgendwann einmal enden", meint Ceylan. Letztlich
geht es bei der Debatte aber auch um den Umgang der Deutschen mit dem Thema
Migration. "Der Islam wird immer noch als Ausländerreligion wahrgenommen.
Dabei ist er hier längst heimisch geworden", sagt Ceylan. Sein Ziel lautet
deshalb: "Normalität". FELIX GUTH FR 10
Fulda. Neue Caritas Seniorenwohnanlage Haus Maria Feierliche Einweihung
Fulda.
Zur feierlichen Einweihung der neuen Seniorenwohnanlage Haus Maria in
der Fuldaer Buseckstraße neben dem Altenpflegeheim St. Josef hatte der
Caritasverband für die Diözese Fulda in das Auditorium seiner
Altenpflegeeinrichtung eingeladen. Das Zeremoniell der Einweihung nahm dabei
Bischof Heinz Josef Algermissen vor. In seiner
Ansprache erinnerte das Fuldaer Kirchenoberhaupt zunächst daran, dass er erst
vor wenigen Jahren an derselben Stelle einen Gottesdienst zelebriert hatte, um
anschließend das Altenpflegeheim St. Josef mit dem bischöflichen Segen seiner
Bestimmung zu übergeben. Nun sei er erneut vor Ort, um eine Einweihung einer
Einrichtung für ältere Menschen vorzunehmen. Das Alter habe im Leben des
Menschen einen Eigenwert. Traditionell kümmere sich dabei die Kirche um alte
und kranke Menschen – Altenhilfe sei gewissermaßen eine „Erfindung“ der Kirche.
In diesem Sinne lebten verbandliche Caritas und Pfarrcaritas mit ihrem Tun
tagtäglich Kirche, unterstrich Bischof Algermissen.
Im Rahmen des Weihevorgangs bei seinem
anschließenden Rundgang durch das neue Haus wurde der Bischof von mehreren
Bewohnern ausdrücklich in die Wohnungen gebeten. An das Zeremoniell schloss
sich ein kleiner Festakt – wieder im Altenpflegeheim St. Josef – an. Nach einer
Begrüßung durch den Caritas-Aufsichtsratsvorsitzenden Ordinariatsrat
Elmar Gurk stellte Diözesan-Caritasdirektor Dr.
Markus Juch kurz das Konzept der Caritas-Altenhilfe vor: Die Caritas, so Juch,
betrachte ihre Seniorenwohnanlage für
eigenständiges Wohnen in seniorengerechten Wohnungen und den flankierenden
Hilfsangeboten wie Beratung und verschiedenen individuell abrufbaren
Dienstleistungen als sinnvollen Lückenschluss in der Angebotspalette zwischen
Ambulanter Pflege in der eigenen Wohnung und der stationären Aufnahme in das
Altenpflegeheim. Das Konzept habe sich bereits an verschiedenen Orten im Bistum
in ähnlicher Weise bewähren können, betonte der Caritasdirektor.
Grußworte kamen u. a. vom Fuldaer Oberbürgermeister Gerhard Möller – die Stadt
hatte das notwendige Baugrundstück an die Caritas veräußert und den Bau
finanziell unterstützt –, von Andreas Ruf, dem Geschäftsführer des
Gemeinnützigen Siedlungswerkes GSW, das für die Durchführung der Baumaßnahme
verantwortlich zeichnete, sowie vom Vorstandsvorsitzenden des Caritasverbandes
für die Regionen Fulda und Geisa, Dr. Dagobert Vonderau:
Der Regional-Caritasverband übernimmt als Partner des Diözesan-Caritasverbandes
die Betreuung und Beratung der Bewohner in der Wohnanlage.
Bevor die Feier mit einem gemeinsamen
Mittagessen ausklang, sorgte noch eine Kindergruppe aus dem Kindergarten St.
Andreas mit einem Tanzspiel für Unterhaltung. (cif)
Altsyrische Kirche fiebert Nahostsynode entgegen
Das Instrumentum
laboris lässt die hohen Erwartungen an die
Nahostsynode weiter ansteigen. Zu diesem Ergebnis kommt der Salzburger
Kirchenhistoriker Dietmar Winkler nach einer Tagung der Wiener Stiftung „Pro Oriente“ im irakisch-kurdischen Sulaimaniyah.
Dort seien bei den Kirchen altsyrischer Tradition vor allem zwei Hoffnungen
aufgekommen, berichtet Winkler:
„Die erste ist natürlich, dass die
Situation im Nahen Osten mehr ins Licht der Öffentlichkeit und ins Bewusstsein
rückt. Das wird im Übrigen auch der katholischen Kirche hoch angerechnet, dass
sie auf diesem Gebiet Initiative gezeigt hat. Denn alles, was die katholische
Kirche verändert, verändert die anderen Kirchen auch. Darin lässt sich die
Bedeutung der katholischen Kirche ablesen – trotz mancher schwieriger
Herausforderungen hinsichtlich der Ökumene. Der zweite Punkt schließlich ist,
dass speziell die Ostkirchen in den Diskussionsprozess der Sondersynode voll
eingebunden werden. Das ist ein Wunsch, den sie wirklich haben: Nicht nur Beobachter
oder Zuschauer zu sein, sondern vollwertig in den Diskussionsprozess
eingebunden zu werden.“
Die lokale Politik beeinflusst
unweigerlich die Ökumene-Bestrebungen in Nahost, unterstreicht Dialogexperte
Winkler, der an der Entstehung des Instrumentum laboris beteiligt war. Papst Benedikt hatte das
Arbeitspapier zur Synode am Sonntag zum Abschluss seiner Zypernreise
vorgestellt. (kap 8)
Katholischer Ökonom: „Sparkurs höhlt demokratischen Grundkonsens aus“
Die Sparpläne der deutschen Regierung
setzen den Zusammenhalt der Gesellschaft aufs Spiel. Im Zuge der angekündigten
Sparmaßnahmen von CDU und FDP befürchten das nicht allein Gewerkschaften und
die Opposition – auch die Kirche hat Bedenken. Es ist das größte Sparpaket in
der Geschichte der Bundesrepublik: Die Einsparungen von – wie angekündigt – 80
Milliarden Euro gefährden die deutsche Demokratie. Das meint Wolf Gero Reichert
vom katholischen Oswald von Nell-Breuning Institut
für Wirtschafts- und Gesellschaftsethik. Im Interview mit dem domradio warnte Reichert:
„Wenn diese Sparpläne durchgehen, wird
wirklich bei denjenigen gekürzt, die sowieso die schwierigsten Voraussetzungen
haben, sich in dieser Gesellschaft beteiligen und entfalten zu können. Aber
darüber hinaus – jenseits der einzelnen Beträge – ist vor allem das Signal, das
dabei ausgesandt wird, am gefährlichsten: Es ist ein hochgradig Demokratie
gefährdendes Signal, was ausgesendet wird. Zum einen sendet die Regierung das
Signal aus: Sie reagieren dann, wenn Lobby-Gruppen etwas fordern, wie zum
Beispiel die Hoteliers, die jetzt steuerlich besser gestellt wurden, und auf
der anderen Seite setzen sie dort den Rotstift an, wo eben diejenigen sitzen,
die sich nicht wehren können, die keine Lobby haben.“
Deshalb mahnt Reichert angesichts der
massiven Kürzungen: „Diese Reformen werden eher dazu beitragen, dass die
Chancen und Möglichkeiten in unserer Gesellschaft noch ungleicher verteilt
werden. Und es zehrt vor allem den demokratischen Grundkonsens unserer
Gesellschaft aus: dass jeder eigentlich gleiche Lebens- und Beteiligungschancen
haben sollte.“ (domradio 8)
Gauck: „Auf Dauer hilft Wahrheit!“
Joachim Gauck heißt der Mann der Stunde
auf der Bühne der deutschen Bundespolitik. Der von SPD und Grünen für die
Bundespräsidentenwahl nominierte Kandidat stielt derzeit Christian Wulff die
Schau – sogar der Landesvorsitzende der FDP Sachsen, Holger Zastrow,
würdigt den ehemaligen DDR-Bürgerrechtler als moralische Instanz und Liberalen.
Und obwohl eine Mehrheit für Gauck in der Bundesversammlung Ende Juni trotzdem
unwahrscheinlich ist, sind die breiten Sympathiebekundungen für den
protestantischen Pfarrer aus Rostock Grund genug, im Radio Vatikan Tonarchiv zu
stöbern. Im Oktober 2009 war Joachim Gauck in Rom zu Gast und hat sich dazu geäußert,
ob der Vatikan Akteneinsicht in seine Dokumentenlager gewähren soll:
„Die Kirchen sollten sich immer fragen,
ob Imagepflege das letztgültige Argument ist, wenn sie Entscheidungen suchen.
Und ich denke, dass sie das nicht ist, um es ganz deutlich zu sagen! Es ist so,
dass sich Verantwortungsträger der Kirche heute scheuen mögen, problematische
Unterlagen ihrer Amtsvorgänger oder von Bischöfen oder Gemeindemitgliedern zu
veröffentlichen, und das kann man verstehen. Sie haben Sympathie mit ihren Vorgängern
und etwas dagegen, dass diese in den Schmutz gezogen werden. Aber auf Dauer
hilft Wahrheit!“
Als Bundesbeauftragter für die
Unterlagen des Staatssicherheitsdienstes der ehemaligen DDR war Gauck für die
Aufarbeitung von 180 Regalkilometer Spitzelakten verantwortlich. Der
Archivalien-Fachmann hatte im Oktober letzen Jahres nicht wissen können, wie
vehement diese Forderung ein halbes Jahr später von verschiedenen Seiten an die
Kirche herangetragen werden würde. Fest stand für den Politiker in ganz generellem
Sinn aber schon damals:
„Es käme darauf an, dass eine Kirche,
die sich heute diese Offenheit leistet, in der Lage wäre, die Fehler und
Irrtümer und auch die Schuld von Vorgängern öffentlich zu besprechen. Und die
Wahrheit von heutigen Akteuren würde darin bestehen, dass sie die Geschehnisse
von einst nicht mehr verbirgt, sondern eingesteht: Ja, es war so! Und
vielleicht war es falsch, vielleicht war es sogar Sünde.“ (diverse 8)