Notiziario religioso  11-13  Giugno  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Venerdì 11 giugno. Il commento al Vangelo. La pecorella smarrita  1

2.       Sabato 12 giugno. Il commento al Vangelo. “Perché mi cercavate?”  1

3.       Domenica 13 giugno.  Il commento al Vangelo. I due debitori 1

4.       Domenica 13. XI del tempo ordinario. Perfetti, ma incapaci di amare  2

5.       Servono ancora le Missioni Cattoliche Italiane in Europa? I nuovi migranti chiedono risposte  4

6.       Il Papa a Cipro. L'abbraccio e il grido. Nell'isola ponte tra Oriente e Occidente  5

7.       Benedetto XVI  a Cipro. Essere lievito. I tre giorni del viaggio apostolico  5

8.       In una Chiesa di martiri, la pazienza di Benedetto  6

9.       Mons. Padovese - Il suo sogno. I funerali del presidente dei vescovi turchi ucciso il 3 giugno  7

10.   Cala l'8 per mille alla Chiesa. Cei: "Reistituire il fondo di riserva"  7

11.   «Divorziati e risposati perché no e quando sì alla Comunione»  8

12.   Vaticano contro le lobby farmaceutiche: medicine siano accessibili nei Paesi poveri 9

13.   Gli uomini d'oro del Vaticano, il finanziere nella cappella Sistina  9

14.   Anno sacerdotale. Esperti di umanità. Preti e laici: "una trama sottile"  10

15.   Il cardinale Walter Kasper sul viaggio apostolico a Cipro. Un deciso passo in avanti nel cammino ecumenico  11

16.   Andiamo avanti insieme. Messaggio dei vescovi ai sacerdoti che operano in Italia  12

17.   Bertone: «La pedofilia ha minato la credibilità della Chiesa»  12

 

 

1.       Papst Benedikt XVI. feiert mit 15.000 Priestern auf dem Petersplatz  12

2.       Treffen der Generalsekretäre der Bischofskonferenzen Europas  13

3.       „Mission: Fußball“  13

4.       Papst empfängt erstmals Zapatero im Vatikan  14

5.       Priesterjahr: Vergebung Gottes ist Quelle für Priestersein  14

6.       Gründungsjubiläum. Eucharistie zentral für salesianische Spiritualität 15

7.       Vatikan: „Im Fall Padovese fehlen uns Informationen“  15

8.       Zypern: Die kleinen Schritte zum Erfolg der Reise  15

9.       Betend nah ich dir… von Bischof Heinz Josef Algermissen  15

10.   Neue Leidenschaft für Gott und die Menschen keimen lassen  16

11.   Umfrage. Deutsche verlieren Vertrauen in Geistliche  17

12.   Bischof Algermissen und Verleger Imhof stellten Buch  „Papst Benedikt und Fulda“ vor 17

13.   Imam-Ausbildung. Mit kleinen Schritten zur großen Lösung  17

14.   Fulda. Neue Caritas Seniorenwohnanlage Haus Maria Feierliche Einweihung  18

15.   Altsyrische Kirche fiebert Nahostsynode entgegen  18

16.   Katholischer Ökonom: „Sparkurs höhlt demokratischen Grundkonsens aus“  18

17.   Gauck: „Auf Dauer hilft Wahrheit!“  18

 

 

 

 

Venerdì 11 giugno. Il commento al Vangelo. La pecorella smarrita

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 15, 3-7) commentato da P. Lino Pedron 

 

3 Allora egli disse loro questa parabola: 4 «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? 5 Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, 6 va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. 7 Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.

I destinatari dell’insegnamento sono gli scribi e i farisei. La parabola è un invito ai giusti perché si convertano dalla propria giustizia che condanna i peccatori, alla giustizia del Padre che li giustifica.

Mentre il peccatore sente il bisogno della misericordia di Dio, il giusto non la vuole né per sé né per gli altri, anzi si irrita grandemente con Dio, come Giona (Gio 4,29). In questo modo rifiuta Dio, che è misericordia, in nome della propria giustizia.

La contrapposizione tra uno e tutti sottolinea la condizione di precedenza di chi è fuori strada, malato e infelice rispetto a chi è al sicuro, in salute e nella gioia.

Nell’Antico Testamento il pastore è Dio (Ger 23,1-6; Ez 34,12-16; Sal 23; ecc.), nel Nuovo è Gesù (Gv 10,11ss). Il cuore del Padre si rivolge tutto verso l’unico figlio che manca. Non basta la presenza di tutti gli altri per consolarlo. Egli ha un amore totale per ognuno. La sofferenza per la perdita di uno solo ci rivela quanto valore ha ognuno di noi ai suoi occhi di Padre.

L’atteggiamento del Padre si rivela nel comportamento di Gesù che cerca l’uomo perduto e invita gli amici e i vicini perché condividano la gioia del ritrovamento.

L’iniziativa della salvezza è di Dio che non attende il ritorno del peccatore smarrito, ma gli va incontro e lo porta a casa sua. La gioia di Dio per il ritorno del peccatore sta nel vedere riconosciuta e accolta la sua misericordia.

La gioia di Dio sarà piena quando tutti, anche i giusti, si convertiranno. Secondo Paolo il punto di arrivo della storia è la conversione d’Israele (Rm 11,25-36). La gioia di Dio per la salvezza di uno solo lascia intravedere la sofferenza divina del Padre fino a quando non vede tutti i suoi figli nella sua casa.

In realtà la pecora non si è convertita. Non siamo noi che ritorniamo a Dio, ma è lui che viene a cercarci. Convertirsi è volgere il nostro sguardo dal proprio io a Dio, dalla nostra nudità all’occhio di colui che da sempre ci guarda con amore. De.it.press

 

 

 

 

 

Sabato 12 giugno. Il commento al Vangelo. “Perché mi cercavate?”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 2, 41-51) commentato da P. Lino Pedron 

 

41 I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 42 Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza; 43 ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. 44 Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45 non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 46 Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. 47 E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 48 Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». 49 Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». 50 Ma essi non compresero le sue parole.

51 Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutti questi fatti nel suo cuore.

Tre volte all’anno c’erano celebrazioni che richiamavano a Gerusalemme i pellegrini, secondo il comando del Signore: "Tre volte all’anno farai festa in mio onore: Osserverai la festa degli azzimi…Osserverai la festa della mietitura…la festa del raccolto, al termine dell’anno, quando raccoglierai il frutto dei tuoi lavori nei campi. Tre volte all’anno ogni tuo maschio comparirà alla presenza del Signore Dio" (Es 23,14-17).

Il figlio Gesù perduto è ritrovato dopo tre giorni nel tempio cioè nella casa del Padre, seduto. Questo fatto è preannuncio della pasqua di Gesù risorto e seduto alla destra del Padre.

Luca narra l’infanzia del Salvatore alla luce degli avvenimenti della sua pasqua di risurrezione. Il racconto che ha sfiorato, con le parole di Simeone, il dramma della passione (la spada), si chiude con l’annuncio della risurrezione. Il quadro dello smarrimento e del ritrovamento presenta anticipatamente il mistero della morte e della risurrezione di Gesù. Maria e Giuseppe rappresentano la comunità cristiana, che ha perso improvvisamente il suo maestro, ma dopo "tre giorni" di attesa e di ricerca riesce a ritrovarlo risuscitato nella gloria del Padre.

Qui Gesù nomina per la prima volta il Padre. Le prime e le ultime parole di Gesù riguardano il Padre (Lc 2,49 e 23,46). La paternità di Dio fa da inclusione a tutto il vangelo di Gesù secondo Luca. Gesù "deve" occuparsi delle cose del Padre, essere presso il Padre, ascoltare il Padre e rispondere a ciò che il Padre ha detto.

Non deve meravigliare che Maria e Giuseppe "non compresero le sue parole" (v. 50). Il cammino della rivelazione è ancora lungo. Siamo solo agli inizi.

Maria non comprende subito il grande mistero dei tre giorni di Gesù col Padre, ma custodisce nel suo cuore i detti e i fatti. In questo ricordo costante della Parola accolta, il cuore progressivamente si illumina nella conoscenza del Signore.

Il racconto dell’infanzia si conclude con il ritorno a Nazaret. Per tutto il resto dell’adolescenza e della giovinezza di Gesù Luca non ha nulla di straordinario da segnalarci all’infuori della sua umile sottomissione ai genitori. Nella famiglia egli ha preso il suo posto di figlio rispettoso e obbediente verso quelli che, per volontà del Padre, hanno la responsabilità su di lui. De.it.press

 

 

 

 

Domenica 13 giugno.  Il commento al Vangelo. I due debitori

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 7,36--8,3) commentato da P. Lino Pedron 

 

36 Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 37 Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; 38 e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.

39 A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. "Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice". 40 Gesù allora gli disse: "Simone, ho una cosa da dirti". Ed egli: "Maestro, dì pure". 41 "Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. 42 Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?". 43 Simone rispose: "Suppongo quello a cui ha condonato di più". Gli disse Gesù: "Hai giudicato bene". 44 E volgendosi verso la donna, disse a Simone: "Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. 47 Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco". 48 Poi disse a lei: "Ti sono perdonati i tuoi peccati". 49 Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: "Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?". 50 Ma egli disse alla donna: "La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!".

8.1 In seguito egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. 2 C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demoni, 3 Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni.

Nella casa del fariseo, dove era stato invitato, Gesù imbandisce il banchetto nuziale per la peccatrice inopportuna e indesiderata. Il fariseo tronfio della sua giustizia non può partecipare alla danza dell’amore se prima non piange il suo peccato.

Il racconto serve per persuadere il giusto di peccato di prostituzione perché vuole meritare l’amore di Dio che è gratuito. Questo peccato di "meretricio", di prostituzione è l’unico peccato diretto contro Dio che è amore.

Questa donna è figura del vero popolo di Dio che si riconosce peccatore e bisognoso di perdono; è il simbolo dell’umanità peccatrice che ritorna al suo sposo, Dio.

La presenza della peccatrice che ama, mostra al giusto il suo peccato profondo, quello di non saper amare. Dalla festa dell’amore resta escluso solo il giusto, che non ama perché non si sente amato, perché crede di non aver bisogno di essere amato. Ma anche il giusto può partecipare al banchetto della vita nella misura in cui si riconosce prostituto, adultero e peccatore.

Il peccato tipico del giusto è quello di comprarsi l’amore di Dio con la moneta sonante delle proprie buone opere. E’ il peccato "naturale" di tutte le religioni, che suppongono un Dio cattivo da imbonire.

Gesù, in casa del fariseo, mostra a tutti la sua bontà: accetta e ama la donna che peccò di prostituzione con gli uomini, accetta e ama il fariseo che pecca di prostituzione nei confronti di Dio. Nei vv. 40-42 Gesù racconta una parabola che mette in gioco tutti. E’ la parabola dei due debitori. Ogni uomo è debitore a Dio di tutto. Il vero peccato è quello di non accettare di essere debitori, ma voler restituire sotto forma di prestazioni di vario tipo, in modo di pareggiare il nostro conto con Dio, per sentirci liberi e indipendenti da lui a cui abbiamo dato tutto il dovuto, per sentirci nostri e non suoi.

E’ il tentativo di non essere più creature, ma di emanciparci dal Creatore per essere Dio come Dio, senza Dio e in contrapposizione a Dio. E’ il peccato originale dell’uomo. Questa è la prostituzione religiosa, frutto della non conoscenza di Dio, che produce tutti i peccati dei giusti e degli ingiusti. Il dono di Dio, al quale tutto dobbiamo, è un amore gratuito da accettare e a cui rispondere con altro amore gratuito.

Il contenuto della parabola è nelle due espressioni "fare grazia" da parte del creditore e "amare di più" da parte del debitore graziato. Il più avvantaggiato in questa situazione è chi ha il debito maggiore, perché riceve un dono maggiore. Chi riceve un dono maggiore, un perdono maggiore fa esperienza di un amore più grande. Davanti a un Dio che riempie gratis del suo amore è una disgrazia essere pieni di sé.

Gesù dà come modello al fariseo la peccatrice perdonata che ama, colei che egli aveva giudicata e condannata, e che avrebbe voluto escludere dalla sua casa.

Gesù è un viandante instancabile. La sua vita si svolge sulla strada. Egli passa attraverso le località grandi e piccole. Il vangelo deve camminare sulle vie del mondo. Nel suo peregrinare lo accompagnano gli apostoli, che sono il primo nucleo del popolo di Dio. Ma anche le donne fanno parte del seguito di Gesù. Queste accompagnatrici, collaboratrici, benefattrici di Gesù svolgono nei confronti del Cristo e del gruppo degli apostoli un’azione assistenziale: mettono a disposizione i loro beni e il loro lavoro.

La caratteristica comune di queste donne che seguono Gesù è l’esperienza della cura che Gesù si è preso di loro. Hanno fatto l’esperienza del dono e del perdono: si sono sentite amate e per questo amano. L’amore si manifesta nel servire l’altro liberandolo dalle sue necessità. Questo amore si manifesta più con i fatti che con le parole. Lo spirito di servizio di queste donne le porterà fino ai piedi della croce e davanti al sepolcro, le farà entrare in esso e diventeranno le prime testimoni del Risorto. Gli apostoli e queste donne sono il piccolo gregge al quale il Padre si è compiaciuto di donare il suo regno (Lc 12,32), cioè Gesù Cristo Signore.

Caratteristica di questi primi cristiani: ascoltano Gesù e stanno con lui. Questo ascoltare Gesù e stare con lui è la qualifica più bella e più profonda del discepolo: sottolinea l’aspetto personale d’amore che lo lega al suo Signore.

Attraverso l’annuncio della parola e i miracoli che Gesù compie, la gente fa esperienza della bontà, della misericordia e della grazia di Dio nei loro riguardi. Il regno di Dio (v. 1) è il nuovo contesto sociale e religioso in cui tutti sono chiamati a vivere liberi dalla paura di Dio, dalle reciproche inimicizie e da ogni forma di male. De.it.press

 

 

 

Domenica 13. XI del tempo ordinario. Perfetti, ma incapaci di amare

 

Il peccato per Gesù non è una macchia da lavare, o una piaga da nascondere, è la condizione di incapacità di corrispondere all’amore del Padre, è il debito d’amore infinito, incolmabile che abbiamo nei confronti di Dio.

Le colpe, le miserie, le debolezze che verifichiamo nella nostra vita e che ci umiliano (per questo cerchiamo di negarle, di nasconderle, di aggredirle quando le scorgiamo negli altri) sono poca cosa: solo un piccolo segno dell’immensa distanza che ci separa dalla perfezione del Padre.

Quando domandiamo al Signore: perdona i nostri debiti non gli chiediamo di dimenticare gli errori che abbiamo commesso, di dare un colpo di spugna al nostro passato, ma di colmare il debito d’amore che abbiamo accumulato nei suoi confronti, gli domandiamo di insegnarci come corrispondere al suo amore. La nostra preghiera, più che al passato, è dunque rivolta al futuro.

In questa prospettiva, gli uomini sono tutti ugualmente debitori davanti a Dio.  La stoltezza (non vogliamo parlare di cattiveria) del fariseo – che si ritiene giusto, perfetto e autorizzato a giudicare gli altri – consiste nel coltivare la convinzione di poter colmare il debito d’amore che lo separa da Dio mediante l’osservanza di qualche precetto o di qualche pratica religiosa.

Ora forse risulta più comprensibile l’affermazione di Gesù: solo colui al quale è stato perdonato molto diviene capace di amare molto.

 

Prima Lettura (2 Sam 12,7-10.13)

 

In quei giorni, 7 Natan disse a Davide: “Tu sei quell’uomo! Così dice il Signore, Dio d’Israele: Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, 8 ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa di Israele e di Giuda e, se questo fosse troppo poco, io vi avrei aggiunto anche altro. 9 Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Uria l’Hittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti. 10 Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l’Hittita.

13 Allora Davide disse a Natan: “Ho peccato contro il Signore!”. Natan rispose a Davide: “Il Signore ha perdonato il tuo peccato; tu non morirai”.

 

Davide era violento e vendicativo.

Fra i suoi molti peccati, l’adulterio con Betsabea e, per nascondere la malefatta, l’uccisione del marito di lei, Uria l’ittita (2 Sam 11), è certamente il più noto.

Venuto a conoscenza del crimine commesso dal re, il profeta Natan, amico di famiglia, va a trovarlo e, fingendo di non saper nulla dell’accaduto, comincia a raccontare la famosa storia della pecorella piccina (2 Sam 12,1-6). Davide segue con molta attenzione il racconto ed alla fine, sdegnato contro colui che ha rapito e ucciso la pecorella del vicino, sentenzia: “Quell’uomo merita la morte!”.

La nostra lettura comincia a questo punto. Natan alza il dito, lo punta contro Davide ed esclama: “Tu sei quell’uomo!” (v.7). Poi elenca i benefici che Dio gli ha concesso e gli rinfaccia l’ingratitudine con cui ha risposto (vv.7-8). Infine annuncia il castigo terribile che colpirà la sua famiglia: “La spada non si allontanerà mai dalla tua casa” (v.10). Il profeta prevede che nella famiglia di Davide non termineranno mai gli odi, le lotte, le violenze, il sangue versato.

Queste ultime parole del profeta vanno chiarite. Dio non può suscitare odi familiari per punire il peccato.

Già nell’AT è chiara l’idea che è lo stesso peccato, non Dio, che castiga l’uomo: “Il male si riverserà su chi lo fa – afferma il Siracide (Sir 27,27) – e Geremia: “La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono” (Ger 2,19).

La profezia di Natan sulle sventure che avrebbero colpito la casa di Davide è nata da una riflessione teologica fatta in seguito dall’autore sacro. Questi, a distanza di molti anni dai fatti, ha verificato che la famiglia di Davide è stata colpita da innumerevoli sventure (tre dei suoi figli: Amnon, Assalonne e Adonia sono morti in modo violento) ed ha interpretato questi fatti drammatici come una punizione di Dio. In realtà egli sapeva molto bene che erano stati provocati dall’incapacità educativa, dall’orgoglio, dallo spirito violento di Davide.

Chiarisco con un esempio. Dopo un’infedeltà coniugale è difficile ricostruire la pace e la serenità familiare, ristabilire l’unità e la fiducia fra marito e moglie, convincerli a non farsi dispetti, a non rinfacciarsi continuamente l’errore commesso. La situazione pesante che si viene a creare, le depressioni, le tensioni, sarebbero presentati, in un linguaggio teologico arcaico, come castighi di Dio. In realtà – è evidente – si tratta di conseguenze del peccato.

Da queste conseguenze non è facile uscire. Dio però non abbandona mai l’uomo. Ecco la ragione per cui, dopo aver parlato di sventura, Natan conclude la sua profezia con un annuncio di speranza. Dice a Davide: “Il Signore ha perdonato il tuo peccato, tu non morirai!” (v.13). Questa è sempre l’ultima parola di Dio: il perdono, non la minaccia.

 

Seconda Lettura (Gal 2,16.19-21)

 

Fratelli, 16 sapendo che l’uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; poiché dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno.

19 In realtà mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere per Dio. 20 Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.

Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. 21 Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano.

 

Una delle idee più radicate anche oggi nella mente di molti cristiani è che in paradiso ci vadano coloro che se lo guadagnano con le buone opere.

Così la pensavano anche i farisei del tempo di Gesù che erano convinti che la salvezza dipendesse dai meriti, dall’osservanza scrupolosa di tutte le disposizioni, anche minime, della legge. Molti di loro si convertirono al cristianesimo (At 15,5), ma non abbandonarono questo modo di intendere la religione e introdussero anche nella chiesa primitiva e diffusero ovunque le loro convinzioni.

Nel brano di oggi, Paolo ricorda ai galati – che avevano dato retta alle chiacchiere di quei farisei divenuti cristiani – che Dio dà all’uomo la salvezza in modo completamente gratuito.

Non siamo noi, con le nostre buone opere, a conquistarci il paradiso, è lui che dona la grazia che ci permette di compiere il bene.

L’efficacia di questa grazia – continua Paolo – può essere verificata osservando ciò che è accaduto in lui. Quando poneva la sua fiducia nella legge continuava ad essere peccatore. La legge non lo salvava, era un giudice severo che denunciava le sue inadempienze. Poi ha incontrato Cristo e la sua grazia. Il suo Spirito, lo ha progressivamente trasformato. Ora può affermare di non essere più lui che vive, ma Cristo che vive in lui.

 

Vangelo (Lc 7,36-8,3)

 

36 Uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 37 Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; 38 e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.

 39 A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice”.

40 Gesù allora gli disse: “Simone, ho una cosa da dirti”. Ed egli: “Maestro, dì pure”. 41 “Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. 42 Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?”. 43 Simone rispose: “Suppongo quello a cui ha condonato di più”. Gli disse Gesù: “Hai giudicato bene”.

44 E volgendosi verso la donna, disse a Simone: “Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. 47 Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco”. 48 Poi disse a lei: “Ti sono perdonati i tuoi peccati”. 49 Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: “Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?”. 50 Ma egli disse alla donna: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!”.

8,1 In seguito egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. 2 C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demoni, 3 Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni.

 

I litigi, i diverbi non sono mai simpatici, ma i più spiacevoli sono quelli che scoppiano durante una festa, mentre si sta mangiando. Ci si raduna per stare in compagnia, non per assistere a discussioni violente, per sentir volare insulti pesanti.

Per evitare queste situazioni di tensione, in Israele gli inviti erano fatti con molta cautela. La norma che si seguiva era rigorosamente questa: i “giusti” la “gente per bene”, i “puri” non devono mischiarsi con i peccatori, con i pubblicani, con i pastori, con la “gente della terra”. Questi erano considerati degli attaccabrighe, degli zotici che non conoscevano le norme della legge e quindi vivevano in costante impurità.

 

Luca ci presenta spesso Gesù seduto a tavola. Egli entra nelle case di tutti, accetta gli inviti dei ricchi e dei poveri, dei sani e dei malati senza preoccuparsi delle norme di purità stabilite dalle guide spirituali del suo popolo. Per lui tutti gli uomini sono puri. Oggi lo troviamo in casa di un fariseo, dunque in un ambiente moralmente elevato. Lì sono entrate solo persone di provata onestà e di costumi angelici. Lì certo non si sentono parole grossolane e non si tengono discorsi sconvenienti.

Perché è stato invitato? Probabilmente perché i farisei che lo considerano un giusto e un maestro saggio, desiderano discorrere con lui su argomenti di alta teologia.

Soprattutto al sabato, all’uscita dalla sinagoga, tutti cercavano di avere fra i propri ospiti colui che aveva fatto l’omelia, per avere l’opportunità, durante il pranzo, di rivolgergli domande e di approfondire il tema delle letture. I farisei ci tenevano molto a queste conversazioni elevate e Gesù sembrava certo la persona più indicata.

Sono dunque seduti a mensa in casa del fariseo, la conversazione ha già preso il verso giusto quando, improvvisamente, ecco comparire in sala una donna di facili costumi. Cosa viene a fare, a rovinare la festa? Ha in mano un vasetto, si volge attorno, con lo sguardo cerca Gesù fra i commensali e, scortolo, si dirige decisa verso di lui. Non dice una parola. Si rannicchia, piangendo, ai suoi piedi, glieli prende, li bagna di lacrime, li asciuga con i suoi capelli, li bacia e li cosparge con l’olio profumato che ha portato (vv.36-39).

Perché si comporta in questo modo? La spiegazione più semplice sembrerebbe questa: la donna ha commesso tanti peccati, ma un giorno è stata colta dal rimorso, si è pentita ed è andata a chiedere perdono a Gesù. Ha cominciato ad amare molto e, con questo amore è riuscita a farsi perdonare le sue colpe.

Ma la questione non pare possa essere posta in questi termini. La parabola che Gesù racconta (vv.40-43) e la sua spiegazione (vv.44-47) orientano verso tutt’altra interpretazione.

Ciò che è in causa non è quanto amore occorre per ottenere il perdono dei propri peccati. Cioè, se i peccati sono molti... prima è necessario manifestare molto amore e poi arriva il perdono; se sono pochi ne basta meno. Il problema è un altro. Si tratta di sapere chi è più disposto ad amare: colui al quale è stato perdonato molto o colui al quale è stato perdonato poco?.

 

I fatti devono essersi svolti più o meno così: la donna certamente già conosceva bene Gesù. Come? Sappiamo che egli accettava spesso gli inviti a cena rivoltigli da peccatori (Lc 7,34; 15,2) e questi non si facevano certo scrupoli di portare con sé qualche amica dai costumi non proprio esemplari. E’ dunque possibile che Gesù e la donna si siano incontrati in una di queste occasioni.

Lo sguardo schietto del giovane Maestro galileo deve averla colpita. Si è resa conto di aver incontrato un uomo straordinario: simpatico, rispettoso, libero; non ha il portamento altezzoso, distaccato e sprezzante dei farisei, veste come tutti e ironizza sugli scribi che si pavoneggiano nelle loro “lunghe vesti” (Lc 20,46). E’ religioso, ma non bigotto e antepone l’amore all’uomo all’osservanza di qualunque legge. Parla sempre di amore, di pace, di riconciliazione, difende i poveri, i deboli, chi ha sbagliato come lei e spesso arriva a dire che costoro sono più vicini a Dio di chi si considera “giusto” (Lc 18,9-14).

Com’è diverso dagli altri uomini! Tutti l’hanno cercata come oggetto di piacere, hanno abusato del suo corpo, comprato la sua bellezza. Egli è stato il primo che l’ha contemplata con occhio puro, senza desiderarla; l’unico che, con uno sguardo, le ha fatto intuire il rispetto e la stima che aveva per lei e da quel giorno ha ripreso fiducia in se stessa, ha riscoperto la sua dignità, ha sentito il cuore aprirsi alla gioia e alla speranza, si è fatta coraggio e ha deciso di ricostruire la vita. Dio le stava accanto, le offriva la sua pace. Ha capito: era perdonata.

Perché è andata da Gesù? Per manifestargli la sua riconoscenza. Da quando lo ha incontrato tutto in lei è cambiato; le sue parole hanno operato in lei il miracolo. Come esprimergli la gioia che prova? Con i gesti che il suo affetto, il suo cuore, la sua sensibilità di donna le suggeriscono: il profumo, i baci, i capelli sciolti, le lacrime. Gesti che sconcertano e scandalizzano i presenti.

Il suo pianto non è dettato – come qualcuno pensa – dal rimorso, ma dalla gioia di sentirsi finalmente capita e amata. Dal momento in cui ha fatto l’esperienza del perdono ha cominciato a costruire una vita fondata sull’amore: ha amato molto – dice Gesù – perché le è stato perdonato molto, colui invece al quale si perdona poco, ama poco.

 

Simone, il padrone di casa, è buono, ma è condizionato dall’educazione che ha ricevuto e dalla mentalità farisaica che ha assimilato. Un profeta – pensa – dovrebbe rendersi conto che il contatto con una peccatrice lo rende impuro e il comportamento della donna è inequivocabile. Gesù dovrebbe sapere che sciogliere i capelli di fronte a un uomo è una ragione sufficiente per giustificare il ripudio.

Simone è un “giusto”, uno al quale non può essere rimproverata alcuna trasgressione alla legge, uno che vive in contemplazione delle proprie opere buone. Nel lungo elenco che Gesù fa delle azioni compiute dalla peccatrice e ignorate dal fariseo, non c’è alcun accenno a inadempienze, non traspaiono scorrettezze compiute da Simone. Egli non ha trascurato nulla di ciò che è obbligatorio, ma si è limitato a quello. La donna invece, guidata dall’amore, è andata oltre.

Simone è chiuso nei suoi pensieri, è aggrappato alle sue convinzioni farisaiche. Non riesce a rinunciare all’idea che i santi debbono essere separati dai peccatori. Secondo lui questa divisione è voluta da Dio e Gesù, se è un profeta, dovrebbe essere d’accordo. Poi non riesce a liberarsi dall’idea che la giustizia si misura dall’osservanza rigorosa dei precetti. Come fargli capire che sta sbagliando tutto?

Per cambiare il cuore di Davide, per renderlo cosciente del suo stato di peccato, Natan racconta una parabola che si conclude con una domanda‑tranello. Davide non se n’avvede e pronuncia la sentenza contro di sé. Natan si serve delle stesse parole del sovrano per dargli la lezione. Anche Gesù racconta una parabola e pone al fariseo un interrogativo: “Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito ad ambedue. Chi di loro lo amerà di più?” (vv. 41-43).

Simone esita, è quasi smarrito. Con riluttanza risponde: “Suppongo...”. Non sembra del tutto convinto, è indeciso, ha paura di venire coinvolto in una logica nuova, misteriosa, che lo sgomenta, che gli toglie tutte le sue sicurezze religiose, che esige il totale abbandono fra le braccia della generosità di Dio.

Non si lascia convertire. Ha peccato poco Simone? Se si prende come metro l’osservanza dei precetti, egli ha certo peccato molto meno della donna. Ma non ha capito nulla di Dio: si intestardisce a considerarlo un giudice di chi sbaglia, un padrone che paga in proporzione ai meriti.

Gesù gli annuncia una santità diversa da quella che lui e i suoi colleghi farisei vanno predicando. Gli mostra che chi ha sbagliato, chi non può vantarsi di una propria “giustizia”, è, paradossalmente, in una posizione privilegiata: può capire prima dei “perfetti” che la “giustizia” non è una conquista dell’uomo, ma un dono gratuito di Dio.

Per potersi aprire all’amore senza confini è necessario che si lasci liberare dall’ansia, dalla tensione di dover a tutti i costi meritare, compiere prestazioni, adempiere precetti. Se non si converte da questo peccato, rimarrà incapace di amare e di gioire.

Raccontando questo episodio, Luca ha presente la situazione delle sue comunità. In esse ci sono anche alcune peccatrici pubbliche che si sono convertite a Cristo. Malgrado conducano una vita esemplare e si dedichino con maggiore generosità degli altri al servizio dei fratelli, vengono emarginate e considerate come dei “paria”. L’evangelista oppone a questo comportamento farisaico e discriminante l’accoglienza e la stima di Gesù per queste persone.

 

L’ultima parte del brano (Lc 8,1-3) ricorda che il gruppo di discepoli di Gesù non era composto solo da uomini. Al suo seguito c’erano anche molte donne. Alcune di queste, ben conosciute nella chiesa primitiva, vengono ricordate per nome. Cosa le ha spinte a dedicare generosamente tutta la loro vita a servizio degli annunciatori del Vangelo?

Anche quando scrive questi versetti, Luca ha presente la situazione delle sue comunità. In esse ci sono molte donne, specialmente vedove, che dedicano tutto il loro tempo ai fratelli. Il Vangelo di oggi dice che questa generosità si spiega con il fatto che esse sanno di aver ricevuto molto dal Signore: “erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità”. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

Servono ancora le Missioni Cattoliche Italiane in Europa? I nuovi migranti chiedono risposte

 

Le prime generazioni, non ancora integrate nelle chiese d'arrivo, e le successive generazioni ai margini delle istituzioni religiose, devono essere destinatarie di una nuova evangelizzazione - di Padre Graziano Tassello

 

«Residuale» è un aggettivo molto in voga presso il governo per giustificare il drastico ridimensionamento delle politiche a favore delle comunità italiane all’estero. L’aggettivo è stato ripreso in ambito ecclesiastico per spiegare non solo la diminuzione dell’invio di nuovi sacerdoti dall’Italia, ma anche per riportare in Italia forze ritenute più necessarie nella penisola. Si va così consolidando l’idea che il prendersi cura degli emigrati italiani, vecchi e nuovi, quali i professionisti, gli studenti e i ricercatori che con sempre maggiore frequenza varcano le frontiere, non faccia parte delle priorità pastorali della chiesa italiana. A ben pensarci, in ambito cristiano non dovrebbe esistere il concetto di residualità. Agli occhi di Dio, ogni singola persona è importante.

Azioni adeguate ai tempi

Confrontati con l’ideologia della residualità, gli operatori pastorali attivi in campo migratorio si sono chiesti se il loro intento sia quello di difendere interessi di parte, riducendo la cura pastorale dei migranti a una difesa etnica della comunità oppure quello di sviluppare un cammino di riflessione teologica e di prassi pastorale innovativa all’interno di un progetto che si propone di vivere la multiculturalità come convivialità delle differenze. Purtroppo si tratta di un approfondimento lasciato spesso ai margini dai teologi di professione, sebbene la nostra sia definita l’era delle migrazioni. Questo disinteresse, oltre a favorire la proliferazione di progetti assistenziali in cui il dilettantismo e le inclinazioni personali hanno il sopravvento, porta a negare una storia densa di significati e che ha inciso profondamente sul volto di numerose chiese locali. La negazione della memoria è preoccupante perché, senza questo stimolo, le chiese locali sono condannate a vivere una monoculturalità che deturpa il volto cattolico della Chiesa. Non si tratta pertanto solo di ridefinire la funzione specifica delle Missioni per gli emigrati. Le Missioni tra gli italiani all’estero costituiscono una memoria storica e un modello di sperimentazione pastorale che, se studiati in profondità, permettono di individuare le linee pastorali da applicare ai nuovi flussi migratori in Italia.

L’accentuazione delle note della cattolicità e della comunione, induce le Missioni a formare i fedeli migranti a vivere la loro vocazione da protagonisti e non da assistiti. Si investe ormai quasi esclusivamente sulla formazione del laicato. Il coordinamento nazionale in Svizzera ha ripreso i corsi di Teologia, frequentati da giovani di seconda e terza generazione. In Germania si moltiplicano gli incontri di formazione per laici a livello nazionale e zonale. Le Missioni si sono messe a servizio della nuova evangelizzazione in un’Europa divenuta indifferente a Dio ma sempre sollecita a osteggiare la religione. Da tempo hanno avviato un cammino di comunione. Tante Missioni in vari cantoni svizzeri sono divenute esemplari per la comunione di intenti con le Missioni viciniori in progetti comuni, quali i corsi di formazione per fidanzati, i corsi per lettori e per i ministri straordinari dell’Eucaristia, l’impegno nel settore giovanile, e per l’unione sempre più salda con le parrocchie locali. Per favorire un contatto capillare con tutti gli emigrati, la stampa cattolica di emigrazione in Europa ha saputo aggiornarsi sia tipograficamente sia come contenuti.

In Svizzera viene pubblicato l’unico settimanale cattolico in lingua italiana al Nord delle Alpi, ora apertosi anche al Belgio. I mensili giungono puntualmente a tutte le famiglie di una determinata zona. Un’attenzione preminente viene data alle coppie vecchie e nuove per sostenerle nel loro amore reciproco con ritiri, incontri per giovani coppie e soprattutto con il contatto personale e la celebrazione di particolari ricorrenze. Il boom della terza età non vede le Missioni impegnate a offrire programmi religiosi e culturali di grande respiro per trasformare questa nuova stagione della vita in un’occasione di fede e di solidarietà. Si punta inoltre a sensibilizzare la società a rispettare i diritti specifici degli emigrati anziani. La sfida delle nuove generazioni assilla i missionari, desiderosi di far scoprire ai giovani la gioia della fede e a vivere tutte le potenzialità di una personalità trans-nazionale.

Occasioni di confronto per i giovani

Oltre all’invio di nuovo personale, sarebbe utile per le comunità residenti all’estero poter usufruire della presenza di giovani italiani che trascorrano l’anno di servizio civile in emigrazione lavorando all’interno dei mezzi di comunicazione sociale, nell’animazione dei gruppi giovanili, nel mondo degli anziani. Occorre chiedersi il motivo per cui nei seminari e nella facoltà di Teologia in Italia, i corsi di Storia ecclesiastica e di Pastorale trascurino il fenomeno delle migrazioni. Serve altresì domandarsi perché non si favoriscano occasioni di confronto tra operatori presenti in emigrazione, e operatori che lavorano tra gli emigrati per scambi di informazioni e per l’approfondimento di quei principi che devono guidare quanti vogliono dare all’accoglienza un volto autenticamente cristiano. Non si comprende perché non vengano favoriti stage tra gli emigrati per i giovani sacerdoti italiani. Don Primo Mazzolari, inviato tra gli emigrati ad Arbon, in Svizzera, da monsignor Geremia Bonomelli, imparò ad aprire gli occhi e il cuore di fronte a questa realtà, e divenne luce della chiesa. I giovani sacerdoti avrebbero la possibilità di apprendere un’altra lingua, di entrare in contatto con un’altra chiesa e di testare la loro educazione alla mondialità. Il cammino europeo che la chiesa italiana incoraggia con una lungimiranza esemplare, non passa forse anche attraverso questa «contaminazione»? Una mentalità meno provinciale aiuterebbe ad avvicinarsi con più umiltà e più gioia alle nuove culture che stanno ridisegnando il volto dell’Italia. L’aver appreso a valicare le frontiere e a confrontarsi con una nuova cultura, come hanno saputo fare gli emigrati, vorrebbe dire immettere una ricchezza impensata nella chiesa locale.

La domanda più vera, però, non verte sul futuro delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa – tema ampiamente discusso, negli ultimi vent’anni, dagli organismi ecclesiali e che è sempre sfociato in ulteriori chiusure. I missionari insistono su «quale volto di chiesa» si intende privilegiare, e in quale tipo di chiesa si vuole praticare la pastorale dell’accoglienza. Occorre insomma una grammatica nuova, reperibile nella Bibbia e nell’ecclesiologia, che faccia spostare l’accento da una pastorale pensata per mantenere e conservare a una pastorale missionaria in cui l’aspetto più importante non sia tanto quello di percorrere la via del rafforzamento delle strutture quanto piuttosto la via debole dell’acquisizione identitaria profetica. Le Missioni invocano una «segnaletica» nuova, che indichi un popolo di Dio che sceglie di vivere la comunione delle differenze e non l’anti-cattolico appiattimento delle diversità.

Mentre qualcuno registra il passaggio dall’impegno alla residualità, altri intravedono nelle Missioni quel minuscolo germe che, sbocciando, indicherà quale debba essere la nuova frontiera della chiesa in Europa: una chiesa dove la differenza è di casa e dove i diversi doni dello Spirito, elargiti ai vari gruppi, non sono da considerarsi un mero ornamento, ma un contributo vitale per il bene comune. Le Missioni per i migranti, minuscolo laboratorio di cattolicità e di comunione, sono un invito alle chiese locali a verificare la loro cattolicità. Il pluralismo etnico e culturale nella Chiesa, infatti, non costituisce una situazione da tollerarsi in quanto transitoria, ma una sua dimensione strutturale.

Messaggero di sant’Antonio, ed. per l’estero, giugno

 

 

 

 

Il Papa a Cipro. L'abbraccio e il grido. Nell'isola ponte tra Oriente e Occidente

 

Viaggio di pace e di dialogo in un’isola-ponte. Così si potrebbero sintetizzare i giorni della visita apostolica di Benedetto XVI a Cipro, un’isola-ponte per diversi motivi. Innanzitutto per il suo essere stata “ponte” tra la Palestina e il resto del Mediterraneo nei tempi della prima predicazione del Vangelo, quando san Paolo, accompagnato da Barnaba, intraprese il suo primo viaggio missionario e si fermò sull’isola. Oggi questa natura di “ponte”, propria dell’isola, è ferita dalla lacerazione tra due parti: quella cipriota, cristiana ortodossa, e quella turca, con abitanti in massima parte musulmani; ma proprio questo muro di divisione potrebbe essere lo stimolo al superamento di divisioni che non sono estranee alla diffidenza europea verso la Turchia: in questo senso Cipro potrebbe costituire un ponte tra l’Unione europea, di cui fa parte, e la Turchia, desiderosa di accedervi. Un’isola-ponte, infine, tra le Chiese d’Europa e quelle del Medio Oriente e tra l’ortodossia e il mondo cattolico. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che è stato particolarmente accentuato da Benedetto XVI nel corso del suo viaggio.

Fin dal primo giorno, alla presenza dell’arcivescovo ortodosso Chrysostomos II, il Papa ha rivolto un forte richiamo alla “comunione reale, benché imperfetta, che già ora ci unisce” e al desiderio di “ripristinare quella piena unione visibile voluta dal Signore per tutti i suoi seguaci”. Quella ortodossa di Cipro è infatti una delle Chiese che, a prescindere del numero relativamente ridotto di fedeli, è da tempo tra le più impegnate nel dialogo ecumenico e lo scorso anno ha anche ospitato i lavori della Commissione teologica cattolico-ortodossa. A questa qualità non è certo estranea la sua storia di Chiesa che affonda le sue radici nella predicazione di san Paolo e che ha visto nel corso dei secoli l’intrecciarsi di incontri, confronti e scontri sulla rotta che metteva in comunicazione l’Europa e Gerusalemme, il mondo cristiano occidentale e quello orientale. Una Chiesa che ormai da decenni si mostra capace di parola e di ascolto dentro e fuori il mondo ortodosso, in vista di una sempre più grande fedeltà alla volontà del Signore. Del resto, ha ricordato il Papa, “l’unità di tutti i discepoli di Cristo è un dono da implorare dal Padre”, ma è anche un anelito affidato alla nostra responsabilità: “Conversione e santità sono i mezzi privilegiati mediante i quali apriamo le menti e i cuori alla volontà del Signore per l’unità della sua Chiesa”.

Ma Cipro come isola-ponte è stato anche il luogo scelto da Benedetto XVI per consegnare a tutti i patriarchi e vescovi delle Chiese orientali l’“Instrumentum laboris” per il prossimo Sinodo dei vescovi, dedicato proprio alla presenza dei cristiani nel Medio Oriente. Occasione preziosa per tutta la Chiesa per riflettere sul presente e il futuro dell’annuncio del Vangelo in quelle terre che hanno ospitato l’esistenza terrena del Signore Gesù e che hanno conosciuto la prima espansione del messaggio cristiano anche al di fuori del nativo ambiente ebraico. Sono Chiese che oggi conoscono prove e difficoltà, la tentazione dell’esodo, a volte l’impossibilità a testimoniare con libertà e serenità la propria fede cristiana, ma sono anche Chiese che, proprio in questa difficile stagione, non cessano di richiamare i propri fedeli e la Chiesa di ogni luogo a un sempre più esigente radicamento nell’essenziale della fede cristiana: l’annuncio della buona notizia della morte e risurrezione di Gesù per la salvezza del mondo.

E proprio ascoltando il grido e la preghiera di queste Chiese mediorientali che noi cristiani d’Occidente possiamo fare nostro l’anelito che animerà i lavori della prossima assise sinodale: “Ricomporre – sono ancora parole di papa Benedetto XVI – la piena e visibile comunione tra le Chiese dell’Oriente e dell’Occidente, una comunione che deve essere vissuta nella fedeltà al Vangelo e alla tradizione apostolica, in modo che apprezzi le legittime tradizioni dell’Oriente e dell’Occidente, e che sia aperta alla diversità dei doni tramite i quali, lo Spirito edifica la Chiesa nell’unità, nella santità e nella pace”. Di questi sentimenti è stato suggello l’abbraccio fraterno tra papa Benedetto XVI e l’arcivescovo Chrysostomos II, promessa di un dialogo nella carità che non mancherà di portare i suoi frutti di grazia. Enzo Bianchi,  priore di Bose

 

 

 

 

 

Benedetto XVI  a Cipro. Essere lievito. I tre giorni del viaggio apostolico

 

Benedetto XVI ha compiuto a Cipro, dal 4 al 6 giugno, il suo sedicesimo viaggio apostolico internazionale. Questo viaggio ha rappresentato un’ideale prosecuzione del suo pellegrinaggio un anno fa in Terra Santa e ha dimostrato il costante interesse del Papa per le comunità cristiane del Medio Oriente. A Cipro, il Pontefice ha consegnato ai vescovi della regione l’“Instrumentum laboris”, tappa importante verso il Sinodo per il Medio Oriente (Vaticano, 10-24 ottobre 2010).

 

Primo giorno (4 giugno). La prima tappa del viaggio a Cipro è stata a Paphos. Ad accogliere il Papa in aeroporto sono stati il presidente greco-cipriota, Demitris Christofias, e il capo della Chiesa ortodossa di Cipro, l'arcivescovo Chrysostomos II. Oltre alla cerimonia di benvenuto, altro momento importante della prima giornata è stata la celebrazione ecumenica nell’area archeologica della chiesa di Agia Kiriaki Chrysopolitissa di Paphos. Parlando del viaggio, Benedetto XVI ha affermato di venire “come pellegrino” sulle orme dei santi Paolo e Barnaba e di attendere “di salutare gli altri responsabili religiosi ciprioti” con la speranza di “rafforzare i nostri comuni legami e di ribadire la necessità di consolidare la reciproca fiducia e l'amicizia durevole con tutti quelli che adorano l'unico Dio”. Per il Papa, Cipro è “un luogo appropriato dal quale lanciare la riflessione della nostra Chiesa sul posto della secolare comunità cattolica del Medio Oriente, la nostra solidarietà con tutti i cristiani della regione e la nostra convinzione che essi hanno un insostituibile ruolo da sostenere nella pace e nella riconciliazione fra i suoi popoli”. Nella celebrazione ecumenica il Santo Padre ha sottolineato che la Chiesa in Cipro “si dimostra essere come un ponte fra l’Oriente e l’Occidente”. E ha aggiunto: “La via che conduce all’obiettivo della piena comunione non sarà certamente priva di difficoltà, ma la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa di Cipro sono impegnate a progredire sul cammino del dialogo e della cooperazione fraterna”. (leggi il servizio sul primo giorno del viaggio)

 

Secondo giorno (5 giugno). L’incontro con le autorità civili e il corpo diplomatico nel giardino del palazzo presidenziale, l’incontro con la comunità cattolica di Cipro nel campo sportivo della scuola elementare di St. Maron, la visita a Chrysostomos II, arcivescovo di Cipro nell’arcivescovado ortodosso, la santa messa con sacerdoti, religiosi, religiose, diaconi, catechisti ed esponenti di movimenti ecclesiali di Cipro nella chiesa parrocchiale latina di Santa Croce: a Nicosia sono stati questi i quattro momenti centrali della seconda giornata. Per “promuovere la verità morale nel mondo della politica e della diplomazia a livelli nazionali e internazionali” il Papa ha suggerito tre vie: “Agire in modo responsabile sulla base della conoscenza dei fatti reali”, “destrutturare le ideologie politiche che altrimenti soppianterebbero la verità”, “uno sforzo costante per fondare la legge positiva sui principi etici della legge naturale”. Benedetto XVI ha anche espresso l’auspicio che “le comunità cristiane di Cipro possano trovare un ambito molto fruttuoso per la cooperazione ecumenica, pregando e lavorando insieme per la pace, la riconciliazione e la stabilità nelle terre benedette dalla presenza terrena del Principe della pace”. Poi ha rivolto un pensiero ai “molti sacerdoti e religiosi del Medio Oriente che stanno sperimentando in questi momenti una particolare chiamata a conformare le proprie vite al mistero della croce del Signore”.  (leggi il servizio sul secondo giorno del viaggio)

 

Terzo giorno (6 giugno). La messa in occasione della pubblicazione dell’“Instrumentum Laboris” dell’assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi nel palazzo dello sport Elefteria a Nicosia, la visita alla cattedrale maronita di Cipro a Nicosia e la cerimonia di congedo all’aeroporto internazionale di Larnaca: sono stati i momenti salienti dell’ultimo giorno del viaggio apostolico a Cipro. “Abbattere le barriere tra noi e i nostri vicini è prima premessa per entrare nella vita divina alla quale siamo chiamati. Abbiamo bisogno di essere liberati da tutto quello che ci blocca e ci isola: timore e sfiducia gli uni verso gli altri, avidità ed egoismo, mancanza di volontà di accettare il rischio della vulnerabilità alla quale ci esponiamo quando ci apriamo all’amore”. È l’invito rivolto da Benedetto XVI, per il quale “siamo chiamati a superare le nostre differenze, a portare pace e riconciliazione dove ci sono conflitti, ad offrire al mondo un messaggio di speranza”. “Voi meritate la riconoscenza per il ruolo inestimabile che rivestite. È mia ferma speranza che i vostri diritti siano sempre più rispettati, compreso quello alla libertà di culto e religiosa, e che non soffriate di discriminazioni di alcun tipo”. In queste parole tutta la gratitudine del Pontefice ai cristiani del Medio Oriente, definiti “artigiani della pace”. Secondo il Pontefice, “Cipro può giocare un ruolo particolare nel promuovere il dialogo e la cooperazione”. Il Santo Padre ha anche espresso la speranza che, “insieme, cristiani e musulmani” diventino “un lievito di pace e riconciliazione tra i ciprioti e ciò sarà di esempio per gli altri Paesi”.  Sir 7

 

 

 

In una Chiesa di martiri, la pazienza di Benedetto

 

A Cipro il papa ha visto da vicino il dramma dei cristiani d'Oriente. L'ecumenismo fiorisce, ma dove regna l'islam non c'è libertà di coscienza né di religione. Ultima vittima il vescovo Luigi Padovese, decapitato come san Giovanni - di Sandro Magister

 

ROMA – Della prima visita mai compiuta da un papa nell'isola di Cipro – evangelizzata fin dai tempi apostolici e poi terra di confine e conflitto tra cristianità e islam – i media hanno evidenziato gli spunti geopolitici, peraltro modesti e in larga misura non attribuibili direttamente al papa: in particolare quelli del testo di lavoro su cui discuteranno il prossimo ottobre, a Roma, i patriarchi e i vescovi delle Chiese del Medio Oriente, testo reso pubblico domenica 6 giugno a Nicosia.

 

Ma per capire il senso di questo viaggio nella mente del suo autore, la via più diretta è la viva voce di Benedetto XVI.

 

Papa Joseph Ratzinger ama svelare il suo pensiero su ogni suo viaggio in due momenti prefissati.

 

Con le risposte ai giornalisti sull'aereo in volo verso la destinazione. Nel caso di Cipro, la mattina di venerdì 4 giugno. Con l'udienza generale in Vaticano del mercoledì successivo al ritorno dal viaggio. Nel caso di Cipro mercoledì.

 

E poi, naturalmente, fanno testo i discorsi pronunciati dal papa sul posto. Specie i passaggi in cui è più evidente l'impronta sua personale.

 

Da tutto ciò si ricava che per Benedetto XVI i punti focali del viaggio a Cipro sono stati l'ecumenismo e l'islam. Ma non solo.

 

L'ECUMENISMO - La popolazione di Cipro è in stragrande maggioranza ortodossa. E la sua Chiesa è una delle più antiche e nobili della cristianità bizantina. Tra Benedetto XVI e l'arcivescovo Chrysostomos II intercorre un rapporto anche personale di amicizia e di stima che si è espresso al livello simbolico più alto nell'abbraccio tra i due, durante la messa celebrata dal papa a Nicosia, domenica 6 giugno, con la piccola comunità cattolica dell'isola presente quasi al completo.

 

Nel discorso di congedo da Cipro, papa Ratzinger ha associato questo abbraccio a quello "profetico" del 1964 tra Paolo VI e il patriarca di Costantinopoli Atenagora. E in effetti, il cammino ecumenico da allora compiuto ha registrato con l'attuale papa dei progressi senza precedenti, sul versante dell'Ortodossia.

 

Nel volo d'andata per Cipro, Benedetto XVI ha spiegato che sono tre gli elementi che "fanno sempre più vicine" la Chiesa di Roma e le Chiese d'Oriente.

 

Il primo è la Sacra Scrittura, letta non come un testo che ognuno interpreta a suo piacimento, ma come un libro "cresciuto nel popolo di Dio, che vive in questo comune soggetto e solo qui rimane sempre presente e reale".

 

Il secondo è la tradizione di cui la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse sono portatrici, una tradizione che non solo interpreta la Scrittura ma ha nei vescovi le sue guide e i suoi testimoni sacramentalmente istituiti.

 

E il terzo elemento è la "regola della fede", cioè la dottrina fissata dagli antichi concili, che "è la somma di quanto sta nella Scrittura e apre la porta alla sua interpretazione".

 

È evidente che questi tre elementi, se avvicinano la Chiesa cattolica alle Chiese ortodosse, distanziano però entrambe dal protestantesimo. Ma è questo e non altro l'apporto che dà al cammino ecumenico un papa come Benedetto XVI.

 

La prossimità tra cattolicesimo ed ortodossia è ormai così forte che tra le due parti si è giunti a discutere la questione capitale che li divide, cioè il primato del Vescovo di Roma.

 

Proprio a Cipro, a Paphos, ospitata di Chrysostomos II, si è tenuta lo scorso ottobre una sessione di studio tra cattolici e ortodossi ai massimi livelli, che ha esaminato come veniva vissuto il primato di Roma nel primo millennio, quando le Chiese d’Occidente e d’Oriente erano ancora unite.

 

Dal 20 al 27 settembre di quest’anno, a Vienna, le due delegazioni tornaranno a incontrarsi per proseguire il lavoro.

 

L'arcivescovo di Cipro, Chrysostomos II, è in campo ortodosso uno dei maggiori artefici dell'attuale primavera ecumenica, assieme al patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, al metropolita di Pergamo Joannis Zizioulas e – per la grande Chiesa russa – al patriarca di Mosca Kirill I e al metropolita di Volokolamsk Hilarion.

 

Già la visita compiuta da Chrysostomos II a Roma nel giugno del 2007 era stato uno dei momenti ecumenicamente più fruttuosi degli ultimi anni.

 

Le resistenze alla visita del papa espresse prima del viaggio da un paio di metropoliti dell'isola e appoggiate da frazioni della Chiesa greca non hanno avuto alcun seguito effettivo.

 

L'ISLAM - Quanto al secondo centro focale della visita di Benedetto XVI a Cipro, la foto che apre questa pagina è emblematica.

 

Incamminandosi sabato 5 giugno per la messa nella chiesa cattolica della Santa Croce – che a Nicosia è proprio sul confine con la zona dell'isola occupata dai turchi – Benedetto XVI si è imbattuto in un vecchio sceicco sufi, Mohammed Nazim Abil Al-Haqqani. Si sono salutati. Hanno promesso di pregare l'uno per l'altro. Si sono scambiati piccoli doni: un rosario musulmano, una tavoletta con parole di pace in arabo, un bastone istoriato, una medaglia pontificia.

 

Invece dell'atteso incontro con il mufti di Cipro Yusuf Suicmez, la massima autorità musulmana dell'isola, c'è stato quindi l'incontro del papa con un maestro sufi, cioè con un esponente di un islam mistico, un islam che "presumibilmente per influenze cristiane mette l'accento sull'amore di Dio per l'uomo e dell'uomo per Dio", invece che su un Dio inaccessibile "tra i cui 99 nomi manca quello di Padre".

 

Le parole ora virgolettate sono del vescovo Luigi Padovese, vicario apostolico per l'Anatolia e presidente della conferenza episcopale cattolica di Turchia, ucciso a Iskenderun il 3 giugno, vigilia del viaggio del papa a Cipro, al quale anche lui avrebbe dovuto partecipare.

 

Benedetto XVI ha evitato accuratamente di imprigionare il suo viaggio in questo fatto tragico. La diplomazia vaticana, attentissima a scongiurare qualsiasi attrito con la Turchia e l'islam in generale, ha fatto la sua parte per convincere il papa ad escludere da subito tassativamente che si sia trattato di un assassinio "politico o religioso".

 

Ma questa remissiva e controproducente versione – smentita ogni giorno di più dai fatti, come hanno messo in luce fin da subito il giornale dei vescovi italiani "Avvenire" e l'agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere "Asia News" – non ha impedito a papa Ratzinger di compiere i passi di verità che si era ripromesso di fare verso il mondo musulmano.

 

Il primo passo è stato la denuncia della "triste" situazione reale. Che per Cipro significa l'occupazione da parte della Turchia della parte settentrionale dell'isola, l'espulsione dei cristiani ivi residenti, la distruzione sistematica delle chiese.

 

Accogliendo il papa come ospite, l'arcivescovo Chrysostomos II ha bollato tutto ciò con parole taglienti. E Benedetto XVI gli ha fatto eco così, al termine del viaggio:

 

"Avendo pernottato in questi giorni nella nunziatura apostolica, che si trova nella zona cuscinetto sotto il controllo delle Nazioni Unite, ho potuto vedere di persona qualcosa della triste divisione dell’isola, come pure rendermi conto della perdita di una parte significativa di un’eredità culturale che appartiene a tutta l’umanità. Ho potuto anche ascoltare ciprioti del nord che vorrebbero ritornare in pace alle loro case e ai loro luoghi di culto, e sono stato profondamente toccato dalle loro richieste".

 

A questo riconosciuto stato di cose il papa ha risposto non con l'offrire consigli politici o strategici ma anzitutto esortando a una "pazienza" attiva, anche a proposito delle incessanti esplosioni di violenza che insanguinano l'intero Medio Oriente. Ha detto durante il volo per Cipro:

 

"Dobbiamo quasi imitare Dio, la sua pazienza. Dopo tutti i casi di violenza, non perdere la pazienza, non perdere il coraggio, non perdere la longanimità di ricominciare; creare le disposizioni del cuore per ricominciare sempre di nuovo, nella certezza che possiamo andare avanti, che possiamo arrivare alla pace, che la soluzione non è la violenza, ma la pazienza del bene".

 

In secondo luogo, parlando ai diplomatici e tramite essi ai governi della regione, il papa ha riproposto la sapienza politica di Platone, di Aristotele, degli stoici, poiché "per loro, e per i grandi filosofi islamici e cristiani che hanno seguito i loro passi, la pratica della virtù consisteva nell’agire secondo la retta ragione, nel perseguimento di tutto ciò che è vero, buono e bello", a cominciare da quella "legge naturale propria della nostra comune umanità".

 

Benedetto XVI sa bene che i "grandi filosofi islamici" aperti alla cultura greca appartengono a secoli molto lontani e che dopo Averroè tutto ciò è stato interrotto. Ma richiamando questo precedente storico il papa ha mostrato che anche per l'islam è possibile e doverosa una rivoluzione illuminista analoga a quella vissuta dal cristianesimo. A Ratisbona ha spiegato che l'impresa è estremamente ardua, ma da allora continua a rilanciare al mondo musulmano la proposta di saldare la fede al "logos" e quindi alla libertà di coscienza e di religione, tuttora inesistenti nei paesi islamici, come anche il vescovo Padovese ben sapeva e spiegava, con ragionamenti molto ratzingeriani.

 

Su questo sfondo, l'incontro del papa con il maestro sufi – figura a margine delle correnti islamiche dominanti – ha simboleggiato l'incontro con un "altro" islam, con musulmani che non sono nemici ma "fratelli nonostante le diversità".

 

LA CROCE - Ma non ci sono stati solo l'ecumenismo e l'islam, nell'agenda di viaggio del papa. Sorprendentemente, Benedetto XVI ha dedicato alla croce, la croce di Gesù, la sua meditazione più intensa, predicando in una chiesa dedicata proprio al santo legno.

 

A tutti coloro che soffrono – ha detto – la croce "offre la speranza che Dio può trasformare le loro sofferenze in gioia, la morte in vita". La croce fa ciò di cui nessun potere terreno è capace. "E se, in accordo con quanto abbiamo meritato, avessimo qualche parte nelle sofferenze di Cristo, rallegriamoci, perché ne avremo una felicità ben più grande quando sarà rivelata la sua gloria".

 

Ci vuole coraggio a rivolgersi così a persone che patiscono l'occupazione ingiusta delle loro case e terre, l'esilio forzato, la distruzione dei segni della propria fede, in un quadrante mediorientale nel quale l'unico Stato in cui i cristiani godono di libertà è quello di Israele.

 

Ma la croce è il felice scandalo della fede cristiana. È il vessillo trionfale che papa Benedetto innalza e offre al mondo. L’Espresso on line 9

 

 

 

 

Mons. Padovese - Il suo sogno. I funerali del presidente dei vescovi turchi ucciso il 3 giugno

 

Si sono svolti il 7 giugno, nella cattedrale di Iskenderun, i funerali di mons. Luigi Padovese, vicario apostolico di Anatolia, ucciso il 3 giugno dal suo autista Murat Altun. A presiedere il rito è stato mons. Ruggero Franceschini, arcivescovo metropolita di Smirne, tra i concelebranti il nunzio apostolico in Turchia, mons. Antonio Lucibello, mons. Louis Pelâtre, vicario apostolico di Istanbul, e il coadiutore di Istanbul degli armeni, l’arcivescovo mons. Georges Khazzoum. Presenti, insieme al viceconsole italiano, anche esponenti delle autorità locali, il sindaco, il prefetto e il capo della Polizia. Al rito hanno partecipato anche membri della Caritas Turchia e del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, quest’ultimo rappresentato dal portavoce, Thierry Bonaventura. Dopo i funerali la salma è stata trasferita ad Antalya per sbrigare le formalità di rito per il rimpatrio che dovrebbe avvenire nella giornata di mercoledì 10 giugno. Lunedì 14 (ore 10), in Duomo a Milano, si svolgeranno le esequie presiedute dal card. Dionigi Tettamanzi. Il corpo sarà poi tumulato nella tomba di famiglia.

 

Non abbiate paura. “Non abbiate paura! Non perdetevi di coraggio, siate lieti, come gli Apostoli, di vivere nella sofferenza e nella prova, senza venir meno alla vostra fede, che è il motivo della nostra speranza, che è il fondamento della nostra gioia. Nessuno riuscirà a spegnere questa fiaccola, poiché essa è sostenuta non solo dai tanti martiri e santi di questi luoghi, dalla Vergine Santissima patrona di questa comunità, ma da oggi, da un angelo in più presso il trono di Dio: il vostro, il nostro vescovo Luigi”. È stato l’appello lanciato da mons. Ruggero Franceschini, arcivescovo metropolita di Smirne, ai fedeli durante funerali. Una morte violenta che, ha detto mons. Franceschini, “ci ha lasciati sgomenti, incapaci di capire come potesse essere accaduta una cosa così orribile, soprattutto nei confronti di un uomo di Chiesa, un vescovo molto amico dei turchi e della Turchia”, terra che “si conferma così, ancora una volta, luogo di martirio anche per chi la amava tanto. A noi cristiani questa sua morte ricorda come la fedeltà al Vangelo possa essere pagata con il sangue”. L’arcivescovo di Smirne ha ricordato mons. Padovese come “persona per bene, impegnato negli studi patristici” e nell’ambito della carità. Tra le cose più significative di mons. Padovese, mons. Franceschini ha ricordato “la condivisione del cibo con gli amici musulmani durante le reciproche feste, la creazione di un servizio di distribuzione a domicilio di generi alimentari ad oltre 70 famiglie in difficoltà, di cui una sola cristiana, il personale stesso della casa del vescovo, oltre 10 lavoratori, è composto in maggioranza da persone di religione musulmana, la simpatia verso la cultura islamica, le buone relazioni con le autorità civili”. E poi ancora “gli aiuti profusi alla popolazione nelle alluvioni a Iskenderun e Batman, l’aiuto costante e generoso alle persone colpite dalla malattia, il contributo determinante per la canalizzazione dell’acqua in alcuni villaggi isolati”. “Con lui continueremo a pregare perché su questo Medio Oriente il cielo torni ad essere più sereno e i cuori ritrovino la strada della pace, per una coesistenza armoniosa nella collaborazione per il bene comune. Un sogno di pace che potremo realizzare solo col perdono vicendevole, con la preghiera e col sacrificio”.

 

Fiducia nella giustizia ma… I funerali hanno visto una grande partecipazione di folla, come ha riferito al SIR padre Domenico Bertogli, vicario generale di Anatolia. “Fedeli sono arrivati in bus e mezzi privati da varie parti. Alle esequie erano presenti anche esponenti ortodossi. In questi giorni – ha aggiunto – stiamo ricevendo tanta solidarietà e vicinanza anche dai musulmani”. In particolare “il 6 giugno pomeriggio abbiamo ricevuto la visita del ministro della Giustizia turco che è venuto a portare le condoglianze. Un gesto molto apprezzato. Il ministro ci ha ribadito tutto l’impegno per fare piena luce sulla vicenda. Gli abbiamo espresso tutta la nostra fiducia nella giustizia perché faccia chiarezza su questo omicidio e si sgombri il campo da tante congetture e voci”. Circa la “rivelazione divina”, riferita dall’assassino, che lo avrebbe spinto ad uccidere mons. Padovese, padre Bertogli ha dichiarato che “qui sono in pochi a credere allo squilibrio mentale dell’omicida. La cosa non appare così semplice come si potrebbe pensare. L’omicidio non può essere subito archiviato come opera di uno squilibrato. Un cliché che ricalca quello già visto in altri fatti analoghi”. Una convinzione che sembrerebbe supportata da quanto riportato il 7 giugno dall’agenzia del Pime, Asianews, per la quale quello di mons. Padovese sarebbe un omicidio rituale e non il gesto di uno squilibrato. Le ragioni vanno pertanto ricercate nel fanatismo religioso viste anche le modalità con cui è stato eseguito. L’autopsia condotta sul corpo dell’arcivescovo ha rivelato infatti che la vittima sarebbe stata sgozzata. Inoltre testimoni hanno riferito che l’autore avrebbe urlato: “Ho ammazzato il grande satana! Allah Akbar!”. Sir 7

 

 

 

Cala l'8 per mille alla Chiesa. Cei: "Reistituire il fondo di riserva"

 

Nelle dichiarazioni dei redditi 2007, per il secondo anno consecutivo, calano le firme a favore del clero cattolico. "Dal 2013 sperimenteremo le conseguenze della crisi" spiega un documento diffuso all'Assemblea generale dei vescovi italiani

 

CITTA' DEL VATICANO - La "perdità di credibilità" del clero, ammessa ieri dal cardinal Bertone 1, ha una sua cartina di tornasole anche nella dichiarazione dei redditi degli italiani: calano le firme per la donazione dell'8 per mille alla Chiesa. Ed è il secondo anno consecutivo che accade, tanto che la Cei registra con "preoccupazione" la tendenza.

 

Numeri e percentuali. Da un documento diffuso nel corso dell'Assemblea generale dei vescovi italiani, che si è conclusa il 28 maggio scorso a Roma, risulta che nelle dichiarazioni del 2007, relative alle redditi dell'anno precedente, le firme dell'8 per mille a favore della Chiesa cattolica sono state l'85,01% del totale, contro l'86,05% del 2006 e l'89,82% del 2005. ''Alla Chiesa cattolica - si legge nella relazione ai vescovi presentata dal Segretario generale Cei, monsignor Mariano Crociata - sono andate 14.839.143 adesioni, 95.104 in meno rispetto all'anno precedente: le scelte favorevoli alla Chiesa cattolica sono purtroppo diminuite sia in termini percentuali, sia in valore assoluto''.

 

Meno firme ma più denaro. Ma c'è un'altra faccia della medaglia: grazie alla crescita del gettito fiscale, al calo delle firme corrisponde un aumento del denaro versato alla Chiesa dallo Stato: nel 2010, grazie al gettito fiscale 2007, alla Chiesa sono andati 1.067 milioni di euro, contro i 967 del 2009: un aumento netto di quasi cento milioni. Dato che però non rassicura la Cei. Per il ''meccanismo di posticipazione a tre anni del calcolo del gettito - spiega monsignor Crociata - solo a partire dal 2013 sperimenteremo le conseguenze dell'attuale crisi economica sul gettito complessivo dell'Ire e quindi anche sulle somme dell'8 per mille''. Per questo la Cei ha destinato 30 milioni di euro alla ricostituzione del ''fondo di riserva'', "un obiettivo primario nel triennio 2010-2012'' secondo monsignor Crociata, svuotato l'anno scorso per far fronte a un calo del gettito.

"Una gestione positiva". A fronte dei dati peoccupanti sull'8 per mille, la relazione sottolinea come sia "particolarmente positiva" la ''gestione finanziaria'' operata dalla Cei nell'anno passato, facendo registrare la "migliore performance dagli ultimi sette anni". Una gestione, spiega Crociata, "caratterizzata da una coerente e attenta strategia di investimento" che "ha saputo monetizzare il forte rimbalzo dei corsi finanziari sopravvenuto alla grande crisi dei mercati del 2008, pur in presenza di un quadro macroeconomico di grande incertezza. Potremo quindi disporre di ulteriori risorse da destinare anche a sostegno della carità del Papa e per i Paesi dell'Est europeo".  LR 10

 

 

 

 

«Divorziati e risposati perché no e quando sì alla Comunione»

 

Separati e divorziati possono fare la Comunione? E se no, perché? Sono le domande che molti si fanno di fronte a una norma della Chiesa cattolica che spesso ha suscitato, anche tra i credenti, non pochi dubbi e dolorose lacerazioni di coscienza. Quando poi alcuni casi di cronaca ripropongono il problema a dimensione mediatica, la questione torna di grande attualità.

Avvenire ha girato le domande più diffuse a monsignor Eugenio Zanetti, patrono stabile presso il Tribunale ecclesiastico regionale lombardo e responsabile del gruppo «La Casa», che nella diocesi di Bergamo fa accompagnamento spirituale e consulenza canonica per persone separate, divorziate o risposate.

Monsignor Zanetti, qual è esattamente la posizione dei separati e dei divorziati di fronte all’accesso ai sacramenti?

È quella descritta molto bene nel Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia e in altri documenti. Occorre distinguere fra coloro che si trovano in una situazione di «separazione», di «divorzio», di «nuova unione». Per i separati (che non hanno in corso una convivenza), soprattutto per chi ha subito la separazione, di per sé non ci sono impedimenti oggettivi ad accedere a Confessione e Comunione. Tuttavia, se un separato ha avuto grosse responsabilità e magari ha fatto del male all’altro coniuge o ai figli, questi per accedere fruttuosamente ai sacramenti dovrà fare un cammino di pentimento e, per quanto possibile, di riparazione del male fatto. Inoltre non vengono meno i suoi doveri nei confronti dei figli. Non bisogna dimenticare che i sacramenti non sono degli atti magici, ma comportano degli autentici cammini di conversione e di fede. Se una persona separata, pur non convivendo, vivesse dissolutamente, non sarebbe nelle condizioni di poter ricevere i sacramenti.

E per chi, dopo la separazione, si trova ora divorziato, che cosa succede?

Parliamo per ora dei divorziati che non hanno avviato una nuova convivenza o un matrimonio civile. Per la Chiesa il matrimonio, una volta celebrato in modo valido, è per sempre, cioè non può esser cancellato da nessuna potestà umana. Per questo, se in certe occasioni e a certe condizioni la Chiesa può riconoscere la legittimità della separazione per evitare mali maggiori, ritiene invece negativo il ricorso al divorzio. Quindi, se una persona è ricorsa al divorzio volendo cancellare definitivamente il suo matrimonio e magari, così facendo, ha causato ulteriore male e dolore all’altro coniuge o ai figli, per accedere ai sacramenti essa dovrà attestare un sincero pentimento e, per quanto possibile, attuare qualche gesto riparatore. Per chi, invece, ha subito il divorzio o ha dovuto accedervi per tutelare legittimi interessi propri o dei figli (senza tuttavia disprezzo verso il matrimonio, ritenuto comunque ancora in essere davanti a Dio e alla Chiesa), non vi sono impedimenti oggettivi per accedere ai sacramenti.

Dunque qual è l’impedimento effettivo: il divorzio in sé o la convivenza con altra persona successiva al divorzio?

Per separati o divorziati ciò che impedisce l’accesso ai sacramenti, oltre a eventuali condizioni morali soggettive non adeguate, è il fatto oggettivo di aver avviato una nuova convivenza o un matrimonio civile. È questa scelta, ulteriore rispetto alla separazione o al divorzio, che pone in una condizione in grave contrasto con il Vangelo del Signore riguardante l’amore fra un uomo e una donna sigillato con il matrimonio. L’insegnamento cristiano che la Chiesa cattolica continua a trasmettere propone agli uomini una scelta matrimoniale unica e indissolubile, fedele e aperta alla vita, per il bene dei coniugi e quello dei figli: un amore che riflette e testimonia la stessa qualità di amore che Dio ha verso gli uomini e che trova nel rapporto di Gesù con la Chiesa il suo riferimento e la sua mediazione ecclesiale. Il matrimonio religioso è una realtà incancellabile, proprio come incancellabile ed eterno è l’amore divino per l’umanità. Chi avvia una nuova unione contraddice con la sua scelta quanto indicato dal Signore e quindi si pone in una condizione oggettiva cosiddetta irregolare. Ed è proprio questa condizione irregolare che non pone i presupposti sufficienti per accedere ai sacramenti. Ciò però non significa emettere un giudizio sulle coscienze, dove solo Dio vede. Inoltre, il fatto di non poter accedere ai sacramenti non è assolutamente un indice di esclusione dalla vita della Chiesa; anche i divorziati risposati possono continuare a fare cammini di fede che li rendano partecipi e attivi nella comunità ecclesiale.

Qualcuno si chiede: perché non può comunicarsi neanche il coniuge che, pur non avendo alle spalle un matrimonio religioso, ha sposato civilmente una persona divorziata? L’impedimento per accedere ai sacramenti è, come già detto, la scelta di avviare un’unione di tipo coniugale non fondata sul matrimonio religioso. Quindi le persone non sposate che decidono di avviare una convivenza o un matrimonio civile con persona separata o divorziata sanno che il loro partner è già legato ad un matrimonio e che quindi non potranno realizzare con esso un matrimonio cristiano; e tuttavia decidono di avviare un’unione con lui. La Chiesa, posta davanti a questa decisione, pur rispettando le persone, deve tuttavia esercitare un servizio di verità, che è anche un atto di carità, nel richiamare queste persone alle conseguenze della loro scelta. Ma anche queste persone possono continuare a fare un cammino nella Chiesa.

Ma perché l’omicida pentito e regolarmente confessato può comunicarsi e il divorziato risposato che eventualmente si riveli ottimo marito e buon genitore non può farlo?

Il giudizio sul fatto che una persona sia nelle condizioni oggettive di accedere o meno ai sacramenti non è da intendersi come un giudizio sulla sua coscienza: giudizio questo che spetta solo a Dio. Perciò, soffermarsi a fare confronti con gli altri non giova; al contrario dovremmo sempre avere a cuore, oltre alla nostra salvezza, anche quella degli altri, come Gesù ci insegna.

Non dobbiamo allora scandalizzarci se un nostro fratello, che ha commesso anche gravi delitti come per esempio l’omicidio, compiendo un autentico cammino di pentimento, revisione e riparazione, riceve il perdono di Dio anche attraverso la Confessione. Anche a chi vive in una situazione matrimoniale irregolare Gesù propone un cammino di conversione; e certamente in questo cammino ha il suo valore un serio impegno nel voler bene alle persone vicine, nell’educare bene i figli, nel partecipare alla vita della comunità, nell’essere attivo nella carità e nell’impegno sociale.

Quanto poi ai mezzi spirituali che la Chiesa è chiamata ad amministrare, coloro che vivono in queste situazioni matrimoniali potranno usufruirne nella misura in cui le loro scelte di vita lo permettono. Se essi decidono di non modificare il loro stile di vita di indole coniugale, contrario quindi all’insegnamento cristiano, non potranno accedere ai sacramenti, poiché i sacramenti per essere ricevuti con frutto esigono appunto il proposito di vivere secondo tale insegnamento. Per loro però ci saranno altri mezzi e cammini penitenziali e di comunione che, sia pur non arrivando attualmente alla pienezza sacramentale, comunque tendono all’incontro con la misericordia e l’amore di Dio.

Che cosa succede se il divorziato risposato cessa la convivenza con la persona sposata in seconde nozze civili? Inoltre può accostarsi alla comunione una persona che pur trovandosi nelle condizioni della domanda precedente abbia notoriamente relazioni extraconiugali o si trovi in una situazione di notorietà personale tale da suscitare scandalo nella comunità ecclesiale?

Non dovremmo mai porci di fronte ai nostri fratelli con un atteggiamento giudicante o condannante; questo, anche perché dall’esterno non sempre è possibile conoscere e valutare la complessità della vita di una persona. Ciò non significa però lasciare tutto al giudizio e alle decisioni private o individualistiche; al contrario tutti devono confrontasi con l’insegnamento della Chiesa ed anche affidarsi all’accompagnamento di sapienti guide spirituali. Se quindi, a un certo punto chi vive una situazione matrimoniale irregolare decide di continuare a vivere insieme, ma astenendosi dai rapporti sessuali; o se cessa la convivenza, c’è separazione o divorzio dal matrimonio civile, o morte di uno dei partner, viene meno un impedimento oggettivo per accedere ai sacramenti.

Tuttavia, occorrerà valutare la globalità della vita morale e religiosa della persona, l’effettivo cammino di conversione in atto, così che l’essere riammessi ai sacramenti si inserisca in un autentico cammino di fede e in una rispettosa vita ecclesiale. In tutto ciò la Chiesa ha a cuore sia il singolo, sia l’attenzione ad evitare che il cammino di questi sia di scandalo per gli altri fedeli. Questo vale per tutti, anche (e forse con maggiore attenzione) per coloro che ricoprono un particolare ruolo pubblico.

Mimmo Muolo, www.avvenire.it

 

 

 

 

Vaticano contro le lobby farmaceutiche: medicine siano accessibili nei Paesi poveri

 

Città del Vaticano - A fronte dell'enorme disparità nell'accesso ai medicinali salvavita, fra Paesi ricchi e Paesi poveri, per esempio nella cura dell'Aids, è necessario ''ristudiare il diritto dei brevetti'' e il ''problema della proprietà intellettuale'' e ''rendere accessibili questi medicinali''. E' questa la posizione espressa dall'arcivescovo Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l'Ufficio Onu di Ginevra, nel corso della 14esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani che si sta svolgendo nella città elvetica.

Tomasi ha anche ricordato che nonostante il diritto alla salute sia riconosciuto dalle leggi internazionali, questo è ''ben lontano dall'essere attuato''; sono infatti oltre due miliardi le persone che non hanno accesso alle medicine essenziali.

Ai microfoni della Radio Vaticana ha precisato la posizione della Santa Sede. ''L'esperienza che abbiamo come Chiesa - ha detto l'arcivescovo - promuoviamo nel mondo più di 5 mila ospedali, 18 mila dispensari e cliniche, 15 mila e più case per anziani e malati cronici, oltre 500 lebbrosari, è che non c'è di fatto l'accesso ai medicinali di cui si avrebbe bisogno, specialmente nei Paesi più poveri e specialmente nelle zone rurali''.

Di conseguenza ha affermato il rappresentante del Papa a Ginevra, ''per rendere accessibili questi medicinali bisogna ristudiare il diritto dei brevetti. La posizione presa è stata quella di dire che davanti a certe esigenze così ferree di compagnie farmaceutiche o di altri interessi economici molto forti, ci debba essere una revisione dei criteri che permettano anche ai Paesi che non hanno la tecnologia sufficientemente sviluppata di avere questi medicinali ad un prezzo modico o di produrli loro stessi''.

Quindi ha fatto un esempio concreto: ''In particolare, prendiamo ad esempio i bambini: si parla di circa due milioni e 100 mila bambini che vivono con l'HIV; solo il 38 per cento di loro riceve, di fatto, i medicinali antiretrovirali che prolungano e salvano la loro vita, perché non c'è interesse o perché non c'è la possibilità da parte dei Paesi poveri di produrre loro stessi questi medicinali. Dobbiamo fare in modo di riequilibrare il rapporto brevetti-diritti e di riaprire la porta sulla questione della proprietà intellettuale, perché si trovi la maniera di rispondere ai bisogni di oltre due miliardi di persone''.

Peraltro la questione dei brevetti, non riguarda solo la salute ma anche l'agricoltura, ha spiegato ancora mons. Tomasi: ''Dobbiamo fare in modo che la scoperta di nuove maniere di incrementare la produzione di cereali o di altri prodotti alimentari necessari per la vita quotidiana delle persone, affinché abbiano cibo a sufficienza, non siano controllati in maniera esclusiva da parte di poche compagnie in modo da diventare poi elemento che blocchi l'accesso al cibo necessario per vivere''. ''Facciamo un altro esempio - ha aggiunto - quella della 'bio-pirateria': è un rischio che esiste. Ci sono compagnie che scoprono prodotti o sementi, nei Paesi in via di sviluppo, li brevettano e poi li vendono ai contadini o alla popolazione del Paese stesso dal quale hanno preso questi prodotti; loro guadagnano molti soldi, mentre la povera gente non ha i mezzi per comprare quello che viene dal loro proprio territorio. Ci sono questi squilibri a cui bisogna fare attenzione!''. Adnkronos 9

 

 

 

 

Gli uomini d'oro del Vaticano, il finanziere nella cappella Sistina

 

 

Dopo Balducci, un altro Gentiluomo di sua Santità al centro di una rete di affari opachi: è Herbert Batliner, benefattore della Chiesa. Il club più esclusivo del mondo, quello dei gentiluomini di Sua Santità, nasconde molti misteri sui rapporti tra conti off-shore e Vaticano - di FERRUCCIO PINOTTI e UDO GÜMPEL

 

NELLE SEGRETE stanze della finanza vaticana più "oscura" non c'è solo il caso di Angelo Balducci, figura chiave del sistema Anemone e degli affari sporchi con la politica: se si scava più a fondo si scopre che il club più esclusivo del mondo, quello dei Gentiluomini di sua Santità, nasconde altre inquietanti verità, che portano a chiedersi come mai Ratzinger, a distanza ormai di cinque anni dall'inizio del suo pontificato, non abbia fatto pulizia negli oscuri meandri della finanza off-shore che prospera all'ombra dello Ior, dell'Apsa (Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica), di Propaganda Fide e di molte società partecipate dal Vaticano. Raztinger, infatti, ha portato alla guida dello Ior un banchiere dell'Opus Dei, Ettore Gotti Tedeschi, inquisito (e poi prosciolto) per il caso Parmalat e molto legato a Gianmario Roveraro, centrale nella quotazione di Parmalat e ucciso poi da strani killer, e il Vaticano sta coprendo una serie di situazioni ancora più strane, che hanno radici lontane ma che presentano analogie col caso Balducci.

 

Per parlarne bisogna illuminare una figura molto legata con San Pietro, il "re" della finanza off-shore in Liechtenstein, Herbert Batliner, un anziano professionista, classe 1928, a sua a volta figlio d'arte. Batliner è il massimo esperto di fiduciarie off-shore, ma anche l'uomo nell'ombra della finanza vaticana. Per avere una fotografia nitida da cui partire per raccontare questa strana storia bisogna fissare una data, il 9 settembre 2006.

 

Una giornata importante, per papa Ratzinger e per Herbert Batliner, presidente di una fondazione con sede in Liechtenstein, la Peter Kaiser Gedächtnisstiftung, che ha come scopo statutario la difesa dei valori cristiani in Europa. Quel giorno lo "gnomo degli gnomi" avrebbe incontrato papa Ratzinger, a Ratisbona, in Baviera, per regalargli un prezioso organo a canne del valore di 730mila euro destinato proprio alla chiesa di Ratisbona.

Era una giornata di gloria che l'avvocato di Vaduz attendeva da tempo, dopo gli anni difficili e le intricate vicende che ne avevano infangato il nome. Per decenni Herbert Batliner, nominato gentiluomo di Sua Santità già da Giovanni Paolo II, aveva operato dietro le quinte, silenziosamente, per il bene dell'Europa cristiana.

 

Ma poi era stato qualificato da un rapporto del Servizio segreto tedesco Bnd e da Der Spiegel come il "re dei fiduciari", la "centrale del lavaggio di denaro sporco", "l'amico di evasori e gangster". Eppure Herbert Batliner  -  pochi lo sanno  -  era e resta un autentico uomo di fiducia del Vaticano da oltre 30 anni. E per questo, quel 9 settembre 2006, era venuto a Ratisbona, per donare quel prezioso organo a Benedetto XVI. Mentre Batliner compiva questa buona azione, tuttavia, qualcuno si stava interessando a lui. Era il Dipartimento 35 della Procura di Bochum, fiore all'occhiello dello stato tedesco nella lotta all'evasione fiscale. Lì, a Bochum, il nome di Batliner era scritto a caratteri cubitali su più di 400 fascicoli aperti a partire dal 2000, ovvero l'anno in cui un dipendente "infedele" del noto avvocato aveva consegnato al fisco tedesco un cd-rom pieno di dati segreti dello studio Batliner.

 

In quel momento si aprì un mondo fino a quel momento completamente sconosciuto, per gli 007 del fisco tedesco. Gli 007 arrivarono a definire il "sistema Batliner" come un meccanismo perfetto che per anni aveva sottratto al fisco tedesco almeno 250 milioni di euro di imponibile. Ed era certo una stima per difetto. Il ruolo di Batliner risultò subito centrale: creava di persona le società paravento, le Anstalt, le Stiftung; e poi le gestiva a nome di clienti di tutto il mondo che cercavano l'anonimato assoluto in Liechtenstein. Il 9 settembre 2006, chi osservò Batliner muoversi nella "Piccola Cappella" di Ratisbona potè notare in lui un certo nervosismo. Ogni tanto il notissimo professionista girava la testa, come per accertarsi se qualcuno lo aspettasse fuori, per capire se la polizia in divisa e gli agenti in borghese si trovavano lì per proteggere il Papa, e non per occuparsi di lui. Le sue paure non erano infondate. Era infatti un vero miracolo che Herbert Batliner potesse incontrare papa Ratzinger: in quel momento, pur risiedendo in Lichtenstein, era formalmente ricercato in Germania.

 

Com'era riuscito Batliner a ottenere di incontrare personalmente Papa Ratzinger? Dopo mesi di serrate trattative e grazie alla "moral suasion" degli ambienti vaticani, la Procura di Bochum aveva ceduto a forti pressioni, garantendo al gentiluomo del Papa un "salvacondotto" per quell'incontro e consentendogli un percorso dal confine austriaco-tedesco fino a Ratisbona e ritorno. La motivazione ufficiale, che poi si è rivelata risibile, era che Batliner era gravemente malato. Solo grazie a questo artificio fu evitato lo scandalo dell'arresto in chiesa di un gentiluomo del Papa: appena un anno dopo, nell'estate del 2007, Batliner ammetteva le sue colpe e scendeva a patti con lo Stato tedesco, accettando il pagamento di una sanzione di due milioni di euro.

 

Il salvacondotto concesso a Batliner per l'incontro con Benedetto XVI destò un vero scandalo in Germania. E ci fu chi ironizzò sulla vicenda accostandola alla storia del predicatore medioevale Tetzel che, durante il papato di Giulio II, vendeva lettere di indulgenza papale per la remissione dei peccati in cambio di denaro che serviva a finanziare la costruzione della basilica di San Pietro: una protesta che aveva segnato nel 1517 l'inizio della Riforma, guidata da Martin Lutero. La cattiva fama di Batliner superò in seguito i confini della Germania e del Liechtenstein. E nel 1999 il Presidente della repubblica austriaca Thomas Klestil rifiutò un assegno di beneficenza di 56 mila franchi perché proveniente proprio da Batliner. Tre anni dopo, la Suprema Corte del Liechtenstein confermò, in una sentenza, che Batliner già nel 1990 era il fiduciario dell'ecuadoriano Hugo Reyes Torres, indicato come boss della droga, nel frattempo condannato. Per conto del barone della droga, segnala The Independent, Batliner avrebbe riciclato 15 milioni di euro.

 

Il gentiluomo di sua santità, il "più noto e discusso fiduciario del Liechtenstein", come lo definisce il settimanale svizzero Weltwoche, sponsor dell'Hockey Club di Davos, forte di un patrimonio stimato in 200 milioni di euro, era diventato noto per la prima volta in Germania all'inizio degli anni Novanta nell'ambito dello scandalo delle casse nere della Democrazia Cristiana tedesca, la Cdu. Un ammanco di oltre 8 milioni di euro. "Appropriazione indebita personale", si giustificò il capo della Cdu dell'Assia Roland Koch, pesantemente coinvolto nella vicenda. Una vicenda che vide Batliner in un ruolo senz'altro centrale, ma di cui le reali implicazioni restano ancora nebulose dato che il Lichtenstein non collabora con le amministrazioni giudiziarie degli altri Paesi, tranne nei casi di omicidio o traffico di droga. Batliner era l'uomo giusto per queste operazioni. Chi cercava un rifugio sicuro per il proprio denaro si rivolgeva a lui, il decano dei fiduciari. Il commento che una volta l'avvocato rilasciò in merito alle pesanti accuse rivoltegli resta lapidario: "Non sono un padre confessore, che deve interrogare i suoi clienti per scoprire se questi rispettano o meno le leggi dei loro rispettivi Paesi d'origine".

 

L'incontro a Ratisbona fu per Herbert Batliner senz'altro uno dei momenti più alti della sua vita. Le cronache dell'incontro ci restituiscono l'atmosfera. L'organo comincia a suonare. L'organista intona un brano di Bach. Herbert Batliner è raggiante e sembra abbia esclamato: "Se gli angeli suonano per Dio, scelgono Bach. Se suonano per se stessi, scelgono Mozart". Ma quell'organo non era il primo che il benefattore del Liechtenstein avrebbe regalato alla Chiesa cattolica: il 14 dicembre 2002 il Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato e Vice Decano del Collegio Cardinalizio, presiedeva il rito di benedizione del nuovo organo della Cappella Sistina, regalato anche in questo caso dallo stesso Batliner. Il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Piero Marini, si rivolgeva direttamente al benefattore affermando solennemente: "Il nostro ringraziamento va al Prof. Dott. Herbert Batliner, Presidente della Fondazione Gedächnisstiftung Peter Kaiser e Gentiluomo di Sua Santità".

 

L'avvocato di Vaduz, questo è certo, godeva della massima fiducia dei Papi: già nel 1998 Giovanni Paolo II lo aveva nominato Gentiluomo di Sua Santità, il più alto rango che un laico può raggiungere in Vaticano. La prima onorificenza papale, la croce "Komturkreuz des Päpstlichen Silberordens mit Stern", gli però era stata conferita già nel lontano 1970. Nel 1993 seguì il "segno d'oro" della diocesi di Innsbruck, per meriti speciali. Alla nomina di Gentiluomo di Sua Santità si aggiungeva, nel 2001, anche la Gran Croce dell'Ordine Papale di San Gregorio: Herbert Batliner era ed è uno dei laici più decorati in Vaticano.

 

Dal 1994, inoltre, Batliner è Presidente del Consiglio della Fondazione della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. È curioso ciò che scriveva l'1 gennaio 1994 papa Giovanni Paolo II nel documento di nomina: "I membri dell'Accademia sono scelti dal Pontefice in base alla loro competenza e alla loro integrità morale". A questo punto s'impongono alcune domande: in base a quale competenza "morale" è stato scelto il re dei fiduciari vaticani nel Lichtenstein? Dal 1990 era noto il coinvolgimento di Batliner nello scandalo delle casse nere dei democristiani tedeschi; dal 2000 in poi il suo nome era associato al più grande scandalo di evasione fiscale in Germania. È difficile decifrare i motivi di un comportamento "ad alto rischio di vergogna" come il rapporto strettissimo e inspiegabile del Vaticano con Herbert Batliner, di vago sapore nibelunghiano.

 

Tra l'altro, i suoi guai legali sono proseguiti anche in seguito. Nel gennaio 2009 il tribunale del Liechtenstein si è dovuto occupare del vecchio "tesoro" dei democristiani tedeschi dell'Assia nella fondazione Alma Mater, gestita da Batliner. Oltre ai sei milioni di marchi spariti dai conti, restano ancora aperte alcune domande degli inquirenti: quanti soldi neri giacevano ancora sui conti dell'Alma Mater e chi esattamente aveva versato i soldi? Ufficialmente, come intestataria della società, figurava una vedova di nome Christa Buwert. Ma nel processo davanti alla Corte del Lichtenstein si sono scoperti fatti sorprendenti: per esempio che Batliner, fiduciario della fondazione, nel 1998 avrebbe effettuato un versamento di 10 milioni di franchi svizzeri da questi fondi ai propri conti personali. Un anno dopo quel versamento Batliner riceveva dalla vedova (nel frattempo ammalatasi di demenza senile) 1,2 milioni di franchi per comperare un quadro. La Corte del Liechtenstein, su istanza dell'avvocato d'ufficio della vedova, ha però costretto Batliner a restituire quei soldi. Batliner si è lamentato di questa sentenza, perché il "quadro aveva un alto valore emozionale, fatto di ricordi".

 

Batliner è l'uomo chiave anche in una strana, piccola banca italiana: la Banca Rasini, l'istituto di credito che finanziò gli inizi di Silvio Berlusconi e che era diretto dal padre Luigi. Batliner era infatti l'uomo che gestiva e rappresentava tre misteriose società che erano azioniste forti della Rasini: si tratta della Wootz Anstalt di Eschen, della Brittener Anstalt di Mauren e della Manlands Financiere S. A. di Schaan, tutte situate del Liechtenstein. Batliner ne era rappresentante legale insieme a un altro "gnomo" della finanza vaticana, Alex Wiederkehr. Wiederkehr è anch'egli membro dell'inner circle della finanza vaticana e fa parte di una nota famiglia di gnomi svizzeri. Insieme a Wiederkehr, Batliner era una figura chiave nella Banca Rasini, coinvolta nel blitz di San Valentino del 14 febbraio 1983 che portò all'arresto di molti mafiosi di stanza a Milano; una banca indicata dallo stesso Sindona come la banca della mafia a Milano. La riprova che Batliner fosse l'uomo della finanza vaticana nella Rasini viene anche dal fatto che altri importanti azionisti della Rasini, gli Azzaretto, erano fiduciari della finanza vaticana sin dai tempi di Papa Pacelli, come recentemente ammesso da Dario Azzaretto in una intervista a chi scrive.

 

Un "dettaglio" altrettanto interessante e inquietante è che Batliner, gentiluomo del Papa e longa manus del Vaticano nella Banca Rasini, è anche coinvolto nella vicenda del tesoro nascosto della Fiat. Batliner è infatti il fondatore della Prokuration Anstalt, che a sua volta controlla il First Advisory Group, il quale ha materialmente costituito il Trust Alkyone, la principale cassaforte offshore destinata a raccogliere il patrimonio estero dell'avvocato Agnelli. E nel consiglio di amministrazione di Alkyone compaiono la moglie dell'avvocato Batliner, Angelica Moosleithner, Ivan Ackermann e Norbert Maxer della Prokuration Anstalt. Nel 2001 venivano inoltre nominati, accanto ai consiglieri di amministrazione, i protettori del Trust: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e, naturalmente, Gianni Agnelli.

 

Oggi Herbert Batliner si divide tra la sua clientela "top" e i campi da hockey di Davos. Nonostante sia stato accusato di essere l'uomo del riciclaggio dei fondi neri della politica ed abbia riconosciuto di essere uno dei maggiori esperti di evasione fiscale, Ratzinger non fa nulla per rimuoverlo. Dopo l'esplosione del caso Balducci-Anemone, il Vaticano ha dichiarato formalmente che i gentiluomini di sua santità sono "professionisti di indubbia moralità e qualora si dimostri il contrario le dimissioni dall'incarico sono doverose". Eppure, se si entra nella fornitissima libreria del Vaticano situata accanto a piazza San Pietro e si acquista il gigantesco Annuario Pontificio, si scopre, a pagina 1822, che Herbert Batliner è sempre lì, nel cuore dell'organigramma del potere vaticano, come presidente del Consiglio della Fondazione per la Promozione delle Scienze Sociali. I vecchi amici non si abbandonano mai. LR 10

 

 

 

Anno sacerdotale. Esperti di umanità. Preti e laici: "una trama sottile"

 

Si concluderà ufficialmente l’11 giugno, solennità del Sacro Cuore di Gesù, l’Anno Sacerdotale indetto dal Papa lo scorso 19 giugno. Per Franco Miano, presidente nazionale dell’Azione Cattolica italiana, esso ha costituito “un’occasione privilegiata di preghiera e riflessione sul sacerdozio”. Nel corso del convegno delle presidenze diocesane (Roma 30 aprile - 2 maggio) l’Ac ha diffuso una lettera ai presbiteri, "collaboratori della nostra gioia", per esprimere loro, rammenta il presidente, “tutta la nostra riconoscenza per il bene che costantemente offrono alla Chiesa”. Gratitudine, invito a perseverare e incoraggiamento sono stati formulati nel “Messaggio dei vescovi italiani ai sacerdoti che operano in Italia”, diffuso l’8 giugno dalla Cei. A Miano, che guida l’Ac dal 2008, il SIR ha posto alcune domande.

 

Dal punto di vista “laicale” quale primo bilancio trarre dell’Anno Sacerdotale?

“Esso non ha creato nulla di nuovo, ma ha indubbiamente contribuito a rammentare ai laici l’importanza e la bellezza dell’apporto dei sacerdoti per la loro vita, tutto il bene che essi offrono all’intera Chiesa. I laici impegnati in parrocchia, movimenti o associazioni collaborano costantemente con i preti; tuttavia il non dare tutto per scontato e l’accendere i riflettori sul sacerdozio è utile a portare alla luce e valorizzare ciò che già esiste, ma forse non è abbastanza conosciuto e apprezzato. La conclusione dell’Anno Sacerdotale non intende certo mettere la parola ‘fine’ a questa riflessione ma piuttosto segnarne un nuovo inizio”.

 

L’Ac ha vissuto e continua a vivere i legami tra laici e presbiteri in una duplice dimensione: comunione che si nutre di amicizia spirituale e corresponsabilità del servizio alla missione della Chiesa…

“Due aspetti decisivi. L’amicizia spirituale tra laici e sacerdoti è una trama sottile ma fondamentale che regge i diversi cammini presenti nella vita della Chiesa. Senza questa amicizia che fa coltivare insieme i grandi ideali e innerva l’impegno comune per perseguire le mete più alte dell’esistenza, tutto diventerebbe asettico e formale. Ad essa si unisce il senso della corresponsabilità, idea sviluppatasi con forza a partire dal Concilio che, nel rispetto dei carismi e dei ministeri propri di ciascuno ha fatto crescere la convinzione che la Chiesa è opera del Signore ma richiede il contributo di tutti: uno slancio in più richiesto ad ognuno in risposta alla propria vocazione”.

 

Quale il ruolo del prete in una comunità educante?

“Nella vita di ogni esperienza ecclesiale egli ha anzitutto il compito di additare le grandi mete che discendono dal Vangelo; un’indicazione di ideali che deve coniugarsi con la capacità di accompagnare la vita delle persone. L’educazione non è una tecnica né il risultato di competenze o metodi particolari; essa si inserisce in una dimensione di relazione. Proprio la relazione è il veicolo della testimonianza e della ricerca di significato che ciascuno compie, e il prete deve essere anzitutto un testimone di fede e di umanità: solo così può affiancare il cammino delle persone che gli sono affidate coniugando, appunto, Vangelo e vita quotidiana, suscitando in loro la speranza – perché educare significa amare il futuro – e testimoniando l’amore – perché educare è anzitutto una scelta del cuore –. Educare è prima di ogni cosa educare alla fede, cioè educare alla vita ed educare la vita”.

 

Come possono i preti offrire ragioni di senso e di speranza ai giovani?

“Questo è uno dei compiti sacerdotali più importanti e delicati, e si realizza principalmente testimoniando la bellezza di una vita cristiana e, quindi, di una vocazione vissuta nella pienezza e nella gioia, cioè di una vita che ha un senso. Oggi i giovani fanno spesso fatica a operare scelte di lungo periodo, che valgano per sempre. Compito del sacerdote è mostrare che ciò è possibile; la testimonianza delle ragioni di senso e di speranza supera anche le difficoltà e i confini tra le generazioni. Ma questo ‘essere guida’ richiede ai preti un grande investimento di tempo, ossia la capacità di ‘perdere tempo’ con i giovani ascoltandoli, accogliendoli e dialogando con loro”.

 

Quale contributo possono offrire, a loro volta, i laici alla formazione e alla testimonianza dei preti?

“Un contributo decisivo se i laici sono tali fino in fondo e, come il Concilio ha spesso ricordato, riescono a portare nella vita della Chiesa la vita reale di tutti i giorni. In questo senso, grazie al loro tramite, la formazione dei preti non rimane asettica ma si mette in relazione con il vissuto quotidiano della gente. Il ministero cui sono chiamati i sacerdoti richiede infatti una conoscenza della vita a tutto campo, conseguibile su un duplice binario. In un primo tempo attraverso una maggiore presenza dei laici nei seminari e nelle facoltà teologiche con spazi più ampi da dedicare alle questioni legate al mondo laicale; successivamente attraverso un costante e reciproco esercizio di accompagnamento all’interno del quale i laici immettano e condividano il senso vivo dei problemi che vivono. Una dimensione relazionale che spinge inevitabilmente alla testimonianza: se il prete sa cogliere ciò che più tocca la gente e ne attraversa il vissuto, se in altre parole è ‘esperto di umanità’, la sua testimonianza diventa più credibile ed efficace”.  sir

 

 

 

 

 

Il cardinale Walter Kasper sul viaggio apostolico a Cipro. Un deciso passo in avanti nel cammino ecumenico

 

Il viaggio del Papa a Cipro è stato un grande passo in avanti nel cammino di avvicinamento tra la Chiesa cattolica e quella greco-ortodossa, i cui frutti non mancheranno di farsi sentire anche nel dialogo con il Patriarcato di Mosca. Ne è sicuro il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, che ha seguito da vicino Benedetto XVI nei tre giorni della visita. "Porto con me - dice tra l'altro il cardinale in questa intervista rilasciata al nostro giornale - l'immagine della gioia di un popolo che ha confidenza quotidiana con la sofferenza".

Quale significato ecumenico attribuisce al viaggio del Pontefice a Cipro?

Si è trattato di una visita molto importante innanzitutto dal punto di vista pastorale. Le Chiese cattoliche in Medio Oriente vivono una situazione particolare e difficile. Dunque, è stato per loro un bene sentire, anche fisicamente accanto il Papa. Si è trattato, però, di un avvenimento davvero rilevante dal punto di vista ecumenico e anche politico - pur non essendo questo lo scopo del viaggio - vista la situazione di divisione dell'isola.

Alla vigilia si era creato un clima di grandi attese per gli incontri ecumenici: si era addirittura avanzata l'ipotesi di una possibile mediazione da parte dell'arcivescovo ortodosso di Cipro Crisostomo ii per eventuali sviluppi nei rapporti tra Chiesa cattolica e Patriarcato ortodosso di Mosca.

Non c'è nulla di vero in tutto ciò. Non c'è bisogno di alcuna opera di mediazione con il Patriarcato di Mosca, perché i rapporti sono diretti, molto rispettosi e molto ben avviati. Anzi, direi che siamo sulla strada della normalizzazione dei nostri rapporti con Mosca. Un processo, questo, che del resto si era già messo in moto prima dell'elezione di Benedetto XVI. Durante i funerali di Giovanni Paolo ii, per esempio, il Patriarcato di Mosca ci era stato molto vicino. Non so su cosa si fondassero le attese alla vigilia di questo viaggio a Cipro. Certamente Crisostomo ii parlerà con il Patriarca Cirillo di questa visita e credo che ne parlerà molto bene. Tutto qui. La visita di Benedetto XVI a Cipro, i suoi incontri con la Chiesa ortodossa, vanno considerati per quello che realmente sono stati, cioè dei passi significativi nel cammino di avvicinamento tra le due Chiese, che è già a un buon punto. In sostanza, ha confermato quanto ormai siamo vicini e quanto le differenze vadano sempre più assottigliandosi. L'arcivescovo ortodosso di Cipro è una persona molto forte, decisa, intelligente. Ma soprattutto è una persona aperta, capace di guardare attorno a sé e di capire le situazioni. Con Benedetto XVI c'è un'ottima sintonia: è stato così fin dall'inizio. Quando è venuto a Roma è rimasto sorpreso dalla familiarità con la quale è stato accolto, e non solo dal Papa. E la cortesia con la quale ci ha accolto qui in casa sua è stata straordinaria. Con il Pontefice poi ha un rapporto particolare. Ne ha dato dimostrazione davanti a tutti quando proprio durante la messa al palazzo dello sport di Nicosia, al momento dello scambio del gesto di pace, è salito all'altare e ha fraternamente abbracciato e baciato il Papa. La stessa cosa aveva fatto accogliendolo a Paphos. Sono gesti significativi.

Non le sembra che abbia anche mostrato grande fiducia nel ruolo che il Pontefice assume nello scacchiere internazionale per la sua autorità morale, tanto da chiedergli aiuto per le sofferenze che patiscono gli ortodossi ciprioti a causa della divisione dell'isola?

L'arcivescovo, lo ripeto, è una persona intelligente e aperta. Sa che in questo momento i cristiani si trovano a vivere una situazione molto difficile. In tutto il Medio Oriente sono in minoranza e rischiano di esserlo sempre di più a causa dell'emigrazione. Dunque sa bene che è meglio che i cristiani affrontino uniti questo momento. Nessuna Chiesa può confrontarsi con certe situazioni se resta sola. Ha bisogno della solidarietà delle altre Chiese sorelle. In questa ottica, per esempio, per le Chiese cattoliche del Medio Oriente sarà molto importante la prossima assemblea speciale del Sinodo dei vescovi. Esse saranno chiamate a riflettere proprio sul senso del loro stare insieme, del loro essere effettivamente in comunione, sul senso della testimonianza che esse sono chiamate a dare insieme. Sono questi i motivi che spingono anche gli ortodossi a guardare con attenzione alla prossima assemblea, alla quale tra l'altro parteciperanno con i loro delegati.

Da che cosa ha potuto percepire i frutti positivi che questo incontro ha portato nell'immediato?

Dalla familiarità del rapporto tra il Pontefice e l'arcivescovo, dalla disponibilità di tutto il santo Sinodo nei confronti del Papa e del seguito papale. Io personalmente sono stato a Cipro già altre due volte nei mesi scorsi e ho potuto sperimentare il progredire dell'intesa tra le due Chiese, soprattutto la determinazione con la quale proprio Crisostomo ii persegue questo obiettivo: lo scorso anno, per esempio, ho partecipato all'incontro della commissione teologica internazionale a Paphos, dove ho potuto costatare la sua convinzione e la sua forza, anche davanti alle immancabili contestazioni. C'è veramente la voglia di unità.

Ha avuto la stessa impressione per quanto riguarda i rapporti tra le Chiese cattoliche in Medio Oriente?

Effettivamente qualche problema c'è stato, qualche momento di incomprensione: nulla di eclatante, ma credo che anche per questo sia molto importante l'assemblea sinodale. Sono Chiese che vivono lontane tra loro e non si incontrano troppo spesso. Dunque sarà importante che comincino a farlo proprio grazie a questa riunione sinodale. Su questo argomento posso dare una testimonianza personale, poiché ogni anno mi reco a Gerusalemme e partecipo a incontri tra i patriarchi di queste Chiese, i quali, proprio in queste circostanze, prendono effettivamente coscienza della comunanza di certe problematiche. A me chiedono di interessare la Chiesa cattolica universale perché non manchi la solidarietà internazionale.

Cosa porta a Roma con sé di questo viaggio?

Innanzitutto l'immagine della grande gioia segnata sui volti della gente accorsa attorno al Papa. Se è vero che i cristiani sono una minoranza, è anche vero che sono stati in grado di offrire una dimostrazione di grande entusiasmo, capace di accendere gli animi anche dei non cattolici. E mi hanno assicurato che, al di là delle cerimonie ufficiali, non c'era niente di preparato e preconfezionato. Dunque si è trattato soprattutto di gesti spontanei. Ecco, porto con me la gioia di un popolo che solitamente deve confrontarsi con la sofferenza.

 Mario Ponzi Osservatore Romano 9

 

 

 

 

Andiamo avanti insieme. Messaggio dei vescovi ai sacerdoti che operano in Italia

 

Pubblichiamo il testo integrale del “Messaggio dei vescovi italiani ai sacerdoti che operano in Italia”, diffuso l’8 giugno 2010. Il testo era stato approvato nel corso della 61ª assemblea generale della Cei (Roma, 24-28 maggio).

 

Carissimi, noi Vescovi, riuniti in Assemblea Generale, abbiamo avvertito il forte desiderio di scrivervi mentre l’Anno Sacerdotale si avvia alla conclusione. Il nostro primo pensiero è sempre per voi, e lo è stato ancora di più in questi mesi. Incalzati da accuse generalizzate, che hanno prodotto amarezza e dolore e gettato il sospetto su tutti, abbiamo pregato e invitato a pregare per voi. Non sono mancate occasioni di ascolto e di dialogo per condividere la grazia e la benedizione del ministero ordinato. Ora, tutti insieme vogliamo esprimervi la nostra cordiale stima e vicinanza, ispirata dalla comune responsabilità ecclesiale.

La nostra vuole essere, anzitutto, una parola di gratitudine. La gloria di Dio risplende nella vostra vita consumata nella fedeltà al Signore e all’uomo, perché siete pazienti nelle tribolazioni, perseveranti nella prova, animati da carità, fede e speranza. Noi siamo fieri di voi! Il bene che offrite alle nostre comunità nell’esercizio ordinario del ministero è incalcolabile e, insieme ai fedeli, noi ve ne siamo grati. La vostra consolazione non dipenda dai risultati pastorali, ma attinga alla presenza amica dello Spirito Paraclito e alla partecipazione al calice del Signore, dal cui amore siamo stati conquistati.

 

 

 

È anche una parola con cui ci invitiamo a vicenda a perseverare nel cammino di conversione e di penitenza. La vocazione alla santità ci spinge a non rassegnarci alle fragilità e al peccato. Essa è un appello accorato di Gesù e un imperativo per tutti: venite a me!... rimanete in me!... seguitemi! Questa irresistibile sollecitazione ci commuove e ci spinge ad andare avanti, ci aiuta a non adagiarci sulle comodità, a non lasciarci distogliere dall’essenziale, a non rassegnarci a ciò che è solo abituale nel ministero.

La Chiesa ci affida il Vangelo che illumina i nostri passi, corregge le nostre derive, ispira i pensieri e i sentimenti del cuore e sostiene il desiderio di bene presente nell’animo di ciascuno. Accogliamo con gioia la sua parola di speranza e di verità, desiderosi di lasciarci educare da lui. Davanti a noi sta una promessa: «Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). La chiamata che ci ha afferrato e plasmato ci aiuterà a superare anche le tribolazioni di questo tempo, corrispondendo con rinnovato slancio al mandato che ci è stato affidato.

È, infine, una parola di incoraggiamento. Quando il Signore ha inviato i discepoli in missione ha detto loro: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Non ci ha promesso una vita facile, ma una presenza che non verrà mai meno. Senza di lui siamo nulla e non possiamo fare niente; dimorando in lui i nostri frutti saranno abbondanti e duraturi. La sua compagnia non ci mette al sicuro dagli attacchi del maligno né ci rende impeccabili, ma ci assicura che il male non avrà mai l’ultima parola, perché chi si fa carico del proprio peccato può sempre rialzarsi e riprendere il cammino. Vi sostenga la comunione del presbiterio, la nostra paternità, la certezza della presenza del Signore Risorto che rende possibile attraversare ogni prova.

Gratitudine, conversione, incoraggiamento: questo vi diciamo per essere ancora più uniti nel condividere l’impegno e la gioia del ministero a servizio delle nostre Chiese e del Paese.

Ci protegga la Vergine Maria. Ci benedica Dio che dona senza misura la consolazione di sperimentarlo vivo nella fede. Sir 8

 

 

 

 

Bertone: «La pedofilia ha minato la credibilità della Chiesa»

 

Lo scandalo ha però anche portato «alla presa di coscienza sulla necessità di un rinnovamento spirituale» - Il segretario di Stato Vaticano è intervenuto al convegno "Sacerdoti oggi"

 

CITTA' DEL VTICANO - Lo scandalo della pedofilia ha inciso negativamente sulla "credibilità" della Chiesa ma ha anche portato alla "presa di coscienza provvidenziale" circa la necessità di un "rinnovamento spirituale", secondo il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano. «Cari amici sacerdoti! In questo tempo, ci siamo dovuti far carico del dolore per le infedeltà, a volte anche gravi, di alcuni membri del clero, che hanno inciso così negativamente sulla credibilità della Chiesa, per cui il Papa rispondendo ai giornalisti durante il recente viaggio in Portogallo, ha parlato di una "persecuzione" che nasce dall’interno stesso della Chiesa", ha detto Bertone intervenendo al convegno "Sacerdoti oggi" organizzato dai focolarini in Vaticano in occasione della conclusione dell’anno sacerdotale.

«Da questo dolore - ha proseguito Bertone - scaturisce una presa di coscienza provvidenziale: occorre vivere "una stagione di rinascita e di rinnovamento spirituale", seguire con coraggio la via della conversione, della purificazione e della riconciliazione’,trovare nuove vie per trasmettere ai giovani la bellezza e la ricchezza dell’amicizia con Gesù Cristo nella comunione della sua Chiesa’ come ci ha invitato a fare Benedetto XVI con la sua lettera ai cattolici dell’Irlanda". I sacerdoti, ha detto ancora il Segretario di Stato vaticano, "sono fratelli di ogni persona umana, degli uomini e delle donne, da amare e da servire con totale dedizione, senza nessun attaccamento, senza ricerca del proprio interesse. Allora - ha aggiunto il porporato - si comprende l’attualità e la bellezza del celibato". CdS 9

 

 

 

 

Papst Benedikt XVI. feiert mit 15.000 Priestern auf dem Petersplatz

 

ROM - Priester aus aller Welt durchstreifen die Kirchen und Plätze Roms. Rund 6.000 Priester waren offiziell angemeldet für den Vorkongress der Kleruskongregation, 3.000 Priester aus 84 Ländern, die in Geistlichen Gemeinschaften und Bewegungen verbunden sind, versammelten sich gestern abend in der Aula Paul VI., eine Priesterkonferenz im Athenäum Regina Apostolrum sammelt hunderte Priester der Internationalen Priesterbewegung Sacerdos. Die Deutsche Bischofskonferenz spricht von 1.000 priesterlichen Rompilgern.

Heute Abend um 20.30 Uhr wird Papst Benedikt XVI. sich im Rahmen einer Vigilfeier auf dem Petersplatz mit ihnen allen zum Abschluss des Priesterjahres treffen.

Um die 15.000 Priester sind es geworden, die zum internationalen Priestertreffen unter dem Thema „Treue Christi - Treue des Priesters" vom 9. bis 11. Juni nach Rom gekommen sind. Sie alle werden zusammen mit dem Papst in die Nacht hineinbeten, um sich so auf die feierliche Messe am morgigen Vormittag, dem Hochfest des Heiligsten Herzens Jesu vorzubereiten.

Benedikts XVI. wird heute Abend keine Ansprache halten, sondern in freier Rede auf einige Fragen antworten, die ihm von Priestern gestellt werden. So hält es der Papst in seinen familären Treffen mit seinen Mitbrüdern im priesterlichen Dienst. Auch heute Abend soll es so sein.

Benedikt XVI. hatte das besondere den Priestern geweihte Jahr am 19. Juni 2009 aus Anlass des 150. Todestages des heiligen Pfarrers von Ars, Jean Marie Vianney, ausgerufen.

Während des vergangenen Jahres ging Benedikt XVI. mehrmals auf die wichtige Bedeutung des Priesterjahres und das Wesen des Priestertums ein. Das Jahr sollte für ihn dazu beitragen, „das Engagement einer inneren Erneuerung aller Priester für ein noch stärkeres und wirksameres Zeugnis für das Evangelium in der Welt von heute zu fördern"(Schreiben zu Beginn des Priesterjahres).

Das Priesterjahr war für den Papst ein Jahr der Gnade, während dessen er die Christen aufrief, sich „innerlich angerührt und dankbar bewusst zu werden, welch unermessliches Geschenk die Priester nicht nur für die Kirche, sondern auch für die Menschheit überhaupt sind" (ebd.).

Die Kirche brauche „heilige Priester; Priester, die den Gläubigen helfen, die barmherzige Liebe des Herrn zu erfahren, und die deren überzeugte Zeugen sind", so Benedikt XVI. in seiner Predigt am 19. Juni 2009 während der zweiten Vesper zur Eröffnung des Priesterjahres. Der Papst betonte: „Wir haben eine für die Kirche und die Welt unverzichtbare Sendung, die vollkommene Treue zu Christus und unablässige Einheit mit ihm erfordert; das heißt dieses in seiner Liebe Bleiben verlangt, dass wir ständig nach der Heiligkeit streben, nach diesem Bleiben in Ihm".

Das Priesterjahr hat sich gerade in einer Zeit, in der der Klerus in verschiedenen Ländern der Welt durch Missbrauchsskandale betroffen ist, als einzigartige Prophetie Benedikts XVI. erwiesen, der nicht zögerte, bereits im Juni 2009 auch auf die offene Wunde im Leib des Herrn, die Sünde der geweihten Diener Gottes einzugehen.

„Sogar unsere Mängel, unsere Grenzen und Schwächen müssen uns zum Herzen Jesu zurückführen. Wenn es nämlich wahr ist, dass die Sünder in der Betrachtung Jesu von ihm den notwendigen ‚Schmerz und die Reue über die Sünden' lernen müssen, was sie zum Vater zurückführt, so gilt dies noch mehr für die geistlichen Amtsträger. Wie sollte in diesem Zusammenhang vergessen werden, dass nichts die Kirche, den Leib Christi, so sehr leiden lässt wie die Sünden ihrer Hirten, vor allem jener, die sich in ‚Schafsdiebe' verwandeln (Joh 10,1ff.), entweder weil sie sie mit ihren privaten Lehren vom Weg abbringen, oder weil sie sie mit Schlingen der Sünde und des Todes fesseln? Auch für uns, liebe Priester, gilt die Mahnung zur Umkehr und zur Zuflucht zur Göttlichen Barmherzigkeit, und gleichermaßen müssen wir in Demut die tiefempfundene und unablässige Bitte an das Herz Jesu richten, dass er uns vor der schrecklichen Gefahr bewahre, jenen Schaden zuzufügen, die zu retten unsere Pflicht ist" (Schreiben zum Beginn des Priesterjahres).

Benedikt XVI. rief unermüdlich dazu auf, neu bei der Gestalt des heiligen Pfarrers von Ars anzufangen, der sich als Mann Gottes bewusst gewesen sei, dass im Herzen Christi der „Wesenkern des Christentum" ausgedrückt ist. Wie Jean Marie Vianney sind die Priester für den Papst berufen, Diener und nicht Herren des Wortes des Evangeliums und so Priester bis zum Ende zu sein.

Die ganze Existenz des heilige Pfarrers von Ars bezeichnete der Papst als „eine lebendige Katechese, die ganz besondere Wirkkraft bekam, wenn die Menschen sahen, wie er die Messe feierte, in Anbetung vor dem Tabernakel kniete oder viele Stunden im Beichtstuhl verbrachte" (Generalaudienz 5. August 2009). Jean Marie Vianney habe in der Praxis des Bußsakraments „die logische und natürliche Erfüllung des priesterlichen Apostolats" erkannt, „gehorsam gegenüber dem Auftrag Christi: ‚Wem ihr die Sünden vergebt, dem sind sie vergeben; wem ihr die Vergebung verweigert, dem ist sie verweigert' (Joh 20,23)" (ebd.)

Die Herzmitte des priesterlichen Lebens des heiligen Pfarrers von Ars erkannte Benedikt XVI, darin, dass dieser „in Christus verliebt" gewesen sei. „Das wahre Geheimnis seines pastoralen Erfolgs war seine Liebe zum verkündigten, gefeierten und gelebten eucharistischen Geheimnis. Sie wurde zur Liebe für die Herde Christi, für die Christen und für alle Menschen, die Gott suchen" (ebd.).

Der Papst ruft die Priester dazu auf, wie der heilige Pfarrer von Ars jeden Tag die persönliche Vereinigung und Freundschaft mit Christus wachsen zu lassen: „Liebe Brüder im Priesteramt, in der Zeit, in der wir leben, ist es besonders wichtig, dass der Ruf, im geweihten Dienst an dem einen Priestertum Christi teilzuhaben, im ‚Charisma der Prophezeiung' erblühe: Es besteht großer Bedarf an Priestern, die zur Welt von Gott sprechen und Gott die Welt vorstellen; Männer, die nicht kurzlebigen kulturellen Moden unterworfen, sondern fähig sind, jene Freiheit glaubwürdig zu leben, die allein die Gewissheit der Zugehörigkeit zu Gott zu schenken vermag" (Ansprache an die Teilnehmer des von der Kongregation organisierten theologischen Kongresses zum Priesterjahr, 12. März 2010).

Priestertum und Leben in der Wahrheit sind für Benedikt XVI. untrennbar. Daher erinnert der Papst die Priester daran, dass sie alle Sorge darauf verwenden müssen, „sich der vorherrschenden Mentalität zu entziehen, die dahin tendiert, den Wert des Priesters nicht mit seinem Sein, sondern mit seiner Funktion zu verbinden, wobei das Werk Gottes verkannt wird, das in die tiefe Identität der Person des Priesters einschneidet und ihn sich auf endgültige Weise gleichgestaltet" (ebd.).

Dem Priester eignet die Aufgabe des Lehrens: „Das ist die Funktion des Priesters ‚in persona Christi': in der Verwirrung und Orientierungslosigkeit unserer Zeit das Licht des Wortes Gottes gegenwärtig zu machen, das Licht, das Christus selbst in dieser unserer Welt ist. Der Priester lehrt also keine eigenen Ideen, keine Philosophie, die er selbst erfunden hat, gefunden hat oder die ihm gefällt; der Priester spricht nicht aus sich heraus, er spricht nicht für sich, um sich vielleicht Bewunderer oder eine eigene Partei zu verschaffen; er sagt keine eigenen Dinge, keine eigenen Erfindungen, sondern inmitten der Verwirrung der ganzen Philosophien lehrt der Priester im Namen des gegenwärtigen Christus. Er bietet die Wahrheit an, die Christus selbst ist, sein Wort, seine Art, zu leben und voranzugehen" (Generalaudienz 14. April 2010).

Der Priester heiligt: durch die Sakramente, durch die Feier der Liturgie, um den Glauben an die Heilswirksamkeit der Sakramente und an den wirklichen Christus wach zu halten. Der Gottesdienst ist der Mittelpunkt des Lebens der Kirche, das Sakrament ist der Mittelpunkt des Gottesdienstes. Heiligen heißt für Benedikt XVI.: das allem Handeln des Menschen vorausgehende Handeln Gottes gegenwärtig machen. Vom Altar und vom Beichtstuhl aus fließt die göttliche Kraft in das aufgrund der Sünde bedürftige Herz des Menschen. Dabei warnt der Papst: „Es ist notwendig, darüber nachzudenken, ob die Unterbewertung der treuen Ausübung des ‚munus sanctificandi' nicht vielleicht eine Schwächung des Glaubens an die Heilswirksamkeit der Sakramente und letztlich an das gegenwärtige Wirken Christi und seines Geistes durch die Kirche in der Welt dargestellt hat" (Generalaudienz 5. Mai 2010)

„Ich möchte jeden Priester einladen, die Eucharistie intensiv zu feiern und zu leben. Sie steht im Mittelpunkt der Aufgabe des Heiligens; sie ist Jesus, der bei uns sein, in uns leben, sich uns hinschenken, uns die unendliche Barmherzigkeit und Liebe Gottes zeigen will; sie ist das einzigartige Liebesopfer Christi, der gegenwärtig wird, sich unter uns verwirklicht und bis zum Thron der Gnade gelangt, zur Gegenwart Gottes, die Menschheit umfasst und uns mit ihm vereint" (ebd.)

Der Priester leitet: Leitung und Gemeinschaft, Hierarchie und „communio" sind einander nicht entgegengesetzt. Die „Hierarchie" ist keine Form der Machtausübung - auch wenn Missbräuche zu diesem Verständnis führen können. Hierarchie heißt aus dem heiligen Ursprung heraus leiten. Nicht die Vollmacht des sich selbst behauptenden Subjekts ist der Sinn des Leitens, so der Papst sondern die Verwirklichung der Vollmacht, die sich aus der freien Hingabe an den Willen Gottes ergibt. Der leitende Priester dient Gott und damit dem Menschen. Beim Leiten geht es darum, „Christus in den Gläubigen durch jenen Prozess der Heiligung Gestalt annehmen zu lassen, der in der Bekehrung der Maßstäbe, der Werteskala, der Einstellungen besteht.(Generalaudienz 26.5.2010).

Das Priesterjahr - ein Geschenk des Heiligen Geistes im Zeichen des Kreuzes, eine Zeit, in der das läuternde Feuer, das nicht verzehrt, aber in Brand setzt, hoch auflodert und das Heilige in seinem Glanz hervortreten lässt:

„Wer sich Jesus anvertraut, erfährt bereits in diesem Leben den Frieden und die Freude des Herzens, welche die Welt nicht geben und nicht einmal nehmen kann, da es Gott ist, der sie uns geschenkt hat. Es lohnt sich also, sich vom Feuer des Heiligen Geistes berühren zu lassen! Der Schmerz, den dies bereitet, ist für unsere Verwandlung notwendig. Das ist die Wirklichkeit des Kreuzes: Nicht umsonst ist in der Sprache Jesu das ‚Feuer' vor allem ein Bild des Kreuzesgeheimnisses, ohne das es kein Christentum gibt. Daher erheben wir erleuchtet und gestärkt durch diese Worte des Lebens unser Gebet: Komm, Heiliger Geist! Entzünde in uns das Feuer deiner Liebe! Wir wissen, dass dies ein kühnes Gebet ist, mit dem wir darum bitten, von der Flamme Gottes berührt zu werden; doch wir wissen vor allem, dass diese Flamme - und sie allein - die Macht hat, uns zu retten" (Predigt zum Hochfest Pfingsten 2010). Armin Schwibach, Zenit 10

 

 

 

Treffen der Generalsekretäre der Bischofskonferenzen Europas

 

Anlässlich des Priesterjahres treffen sich die Generalsekretäre der

Bischofskonferenzen Europas vom 10. bis zum 13. Juni 2010 in den Räumlichkeiten der Italienischen Bischofskonferenz in Rom. Die Jahrestagung, die vom Rat der Europäischen Bischofskonferenzen gefördert wird, wird von Bischof Mariano Crociata ausgerichtet. Der Generalsekretär der italienischen Bischofskonferenz (CEI) lud die Generalsekretäre nach Rom ein. Im Mittelpunkt des Treffens stehen die Herausforderungen, denen sich kirchliche Zusammenarbeit heute gegenüber sieht. Analysiert werden soll auch das Thema sexueller Missbrauch von Minderjährigen – dank der Beiträge von Bischof Luís Ladaria und Robert Deeley, dem Sekretär und dem Mitarbeiter der Kongregation für die Glaubenslehre. Abschließend tragen alle anwesenden Generalsekretäre die aktuellsten Themen aus ihren jeweiligen Ländern vor und berichten über die Initiativen der jeweiligen Bischofskonferenzen. – Mitglieder des Rates der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) sind die derzeit 33 Bischofskonferenzen Europas. Das Sekretariat hat seinen Sitz in St. Gallen in der Schweiz. (pm 9)

 

 

 

„Mission: Fußball“

 

ROM -Der Steyler Missionar Bruder Othmar Jessberger hat jahrzehntelang Fußballmannschaften auf der indonesischen Insel Flores trainiert. Markus Frädrich, Medienredakteur der Steyler Missionsprokur, hat den "Fußballmissionar" in seinem Heimaturlaub in Sankt Augustin getroffen.

 

Der Fußballplatz von Sankt Augustin ist menschenleer. Allein auf der Trainerbank hat ein älterer Herr Platz genommen. Langsam schweift sein Blick über das Spielfeld. Den Ball auf seinem Schoß hält er fest umklammert.

Als Jugendlicher, sagt Othmar Jessberger, hätte er gerne so einen Ball gehabt. "Aber kurz nach dem Krieg konnten sich meine Eltern einen solchen Luxus nicht leisten", erinnert er sich. "So habe ich mit Tennisbällen Fußball gespielt. Später habe ich mir aus Papier und Schnüren selbst Bälle gebastelt. Es gab nur einen Jungen in der Nachbarschaft mit einem richtigen Lederball. Und der war der König im Dorf."

Seit er denken kann, ist der Fußball Othmar Jessbergers große Leidenschaft. "Ich kann mich an keinen Tag erinnern, an dem ich als Junge nicht auf dem Bolzplatz gewesen bin", erzählt der gebürtige Unterfranke schmunzelnd. "Meine Freunde und ich waren eine fußballverrückte Clique, sehr zum Leidwesen unserer Eltern. Denn wir haben uns beim Kicken immer die Schuhe kaputt gemacht. Und einen Ersatz gab es damals nicht."

 

Auf dem Bolzplatz ist Jessberger auch an jenem Tag des Jahres 1950, als zwei Steyler Missionare an die Tür seines Elternhauses klopfen. Wie verabredet seien sie gekommen, um dem Jungen eine Mitfahrgelegenheit ins Kloster nach Ingolstadt anzubieten. Die Schwester holt Jessberger aus einem laufenden Spiel, wenig später stehen sich ein verschwitzt-schmutziger Stürmer und zwei verblüffte Missionare gegenüber. "Ich habe dem Jungen nur ein kleines Köfferchen gepackt", erklärt die Mutter den Ordensleuten lächelnd zum Abschied. "Der bleibt eh nicht lange, wo er täglich nicht mindestens drei Stunden Fußball spielen kann."

 

Doch Othmar Jessberger bleibt - erst recht, als er entdeckt, dass er dem Fußball auch hinter Klostermauern treu bleiben kann. "Ob als Novizen oder Brüder - wir hatten immer unsere eigene Mannschaft", erinnert er sich. Nebenher macht er eine Ausbildung zum Gärtner, pflegt im Anschluss die Grünflächen und Parkanlagen mehrerer Steyler Häuser in der Süddeutschen Ordensprovinz.

"Als ich dann ins Ausland gehen sollte, dachte ich: Jetzt ist es wohl endgültig vorbei mit dem Fußball", sagt Jessberger. "Dabei fing es gerade erst richtig an!"

Denn Jessberger wird auf die indonesische Insel Flores versetzt, übernimmt dort die Leitung des landwirtschaftlichen Groß- und Ausbildungsbetriebs Mataloko in der Erzdiözese Ende. Zur Verpflegung der 400 Seminaristen und Lehrer des Priesterseminars wird Obst, Gemüse und Getreide angebaut, dazu Vieh gehalten. Schnell merkt Jessberger, dass seine jungen Arbeiter nach der knochenharten Plackerei in den Stallungen und auf dem Feld einen Ausgleich brauchen. "Da traf es sich gut, dass ich meinen Fußball mitgebracht hatte", erzählt er mit einem verschmitzen Lächeln. "Nur so für alle Fälle."

 

Jessberger prescht vor, bleibt am Ball und beginnt bald, erste Mannschaften zu gründen. "Aber ich habe nicht nur einfach einen Ball in die Mitte gelegt - wir haben richtig und ernsthaft trainiert", erinnert er sich. Aufwärmübungen, Ausdauerläufe, Sprints: Der Missionar trainiert seine Spieler systematisch. "Und obwohl die Jungs so etwas überhaupt nicht kannten, haben sie mitgezogen", sagt Jessberger. Die Folge: Siege am laufenden Band. "Wir sind  in unserer Gegend eingeschlagen wie eine Bombe", sagt Jessberger. "Wir haben so oft gewonnen, dass ich manchmal richtig froh war, wenn wir verloren haben. Damit die Mannschaft auch lernte, mit Niederlagen umzugehen."

 

Fußball, ist der Steyler Missionar überzeugt, fördert den Charakter und das Selbstbewusstsein - und bereichert die Menschen in der Mission mehr als jede Predigt. "Unsere Mannschaft bestand aus einfachen Bauernjungs, und wir haben sowohl die Polizeimannschaft als auch die Soldatenmannschaft ,abgezogen'. Das waren für die Leute Erfahrungen von unschätzbarem Wert. Die haben gesehen, dass sie auch etwas können!" Oft wurden die Spieler auch außerhalb des Spielfeldes noch mit ihren Trikotnummern angesprochen. "Es hieß auf der Straße: Guck mal, da läuft die Nummer fünf, die hat heute wieder gut gespielt", sagt Jessberger. "Das hat den Jungs gut getan und sie zu ungeheurem Eifer angetrieben."

 

Gleichzeitig habe der Fußball dazu beitragen, die Jugendlichen an ihre Heimat zu binden. "In vielen Dörfern auf Flores war es die Regel, dass die Jugendlichen von zu Hause weggelaufen sind, weil dort nichts los war, weil sie sich langweilten und ihre Berufschancen in der Provinz als gering einschätzten", so Jessberger. "Aber der Fußball hat die Jugendlichen als Gruppe zusammengeschweißt und bei ihren Familien gehalten."

 

Jessbergers Stimme überschlägt sich beinahe, als er erzählt, wie er sonntags auf Flores mit seinen Spielern in die Nachbardörfer ausgeritten ist, um dort gegen die Lokalelf anzutreten. Wie die Zuschauer in Scharen kamen, und das Spektakel genossen, auf das sie sich schon die ganze Woche gefreut hatten. Und wie Vereine aus dem Umland versuchten, die besten seiner Spieler für ihren Kader zu gewinnen.

 

Und schließlich erzählt der Missionar von "seinen Mädchen" - dem Höhepunkt seiner Trainerkarriere. "Ich ging schon auf die 70 zu", erinnert sich Jessberger. "Da kam eines Tages eine Ordensschwester zu mir und sagte: Für die Männer bist du inzwischen zu alt, aber willst du es nicht mal mit einer Mädchenmannschaft ausprobieren?"

Der Missionar lässt sich nicht lange bitten und übernimmt bald eine ganz besondere Mannschaft. Erstens besteht sie ausschließlich aus jungen Frauen. Zweitens stammt die eine Hälfte dieser Frauen aus katholischen, die andere aus muslimischen Verhältnissen.

 

"Wir haben jede Woche zweimal trainiert, mittwochs und samstags", sagt Jessberger. "Die Mädchen waren immer schon vor mir auf dem Platz und haben mit einer Begeisterung gespielt, die einmalig war. Normalerweise stehen Frauen in der indonesischen Gesellschaft ein wenig zurück. Aber diese Mädchen wurden von ihren Männern mit dem Motorrad zum Sportplatz gebracht, ihre Familie war stolz auf sie und hat sie sogar bei den Spielen angefeuert."

 

Darüber hinaus empfinden viele Bewohner von Flores diese Initiative als einen guten Beitrag zur Ökumene. "Durch die Mannschaft waren Christen und Muslime ein Herz und eine Seele", sagt der Steyler Missionar. "Wann immer ich in ein muslimisch geprägtes Dorf kam, drängten sich die Leute um mich. Alle wollten in meine Mannschaft. Das war wirklich eine ganz tolle Sache."

 

Zwei Schlaganfälle sorgen vor ein paar Jahren dafür, dass Othmar Jessberger die Mädchenmannschaft schweren Herzens abgeben muss. Seine Zeit als aktiver Spieler ist vorbei - "fußballverrückt", so ist er sich sicher, wird er dagegen immer bleiben. Die WM-Spiele 2010 hat er sich bereits rot im Kalender eingetragen, die Daumen drückt der Steyler Missionar - auch nach über 45 Jahren in Indonesien - dem deutschen Team. "Obwohl ich es auch den Afrikanern gönnen würde, im eigenen Land zu gewinnen."

 

Noch immer hält Othmar Jessberger den Ball auf seinem Schoß fest umklammert. Die Trainerbank auf dem Sportplatz Sankt Augustin hat ihm so viele Erinnerungen an seine Zeit als Fußball-Missionar zurück ins Gedächtnis gerufen. Ein bisschen, sagt er, möchte er noch bleiben. Markus Frädrich, Zenit 10

 

 

 

Papst empfängt erstmals Zapatero im Vatikan

 

Rom. Papst Benedikt XVI. hat den spanischen Ministerpräsidenten José Luis Rodríguez Zapatero erstmals im Vatikan in Audienz empfangen. Bei dem halbstündigen Gespräch am Donnerstag ging es Vatikanangaben zufolge um die internationale Wirtschaftskrise sowie um die Lage in Nahost und auf Kuba. Zapatero und der spanische Außenminister Miguel Ángel Moratinos trafen anschließend mit Kardinal-Staatssekretär Tarcisio Bertone und dem vatikanischen "Außenminister" Dominique Mamberti zusammen.

Bei den Gesprächen ging es den Angaben zufolge auch um ein geplantes Gesetz zur Religionsfreiheit in Spanien sowie um Lebensschutz und Erziehung. Das Verhältnis zwischen der katholischen Kirche und der sozialistischen Regierung in Madrid gilt vor allem wegen der Einführung der sogenannten Homo-Ehe in Spanien als gespannt. Die Bischöfe des Landes hatten deshalb bei den letzten Parlamentswahlen 2008 eine Wahlempfehlung zugunsten der oppositionellen Volkspartei ausgesprochen.

Im November wird Benedikt XVI. zu einem Besuch in Barcelona und Santiago erwartet. Die letzte Reise des katholischen Kirchenoberhauptes nach Spanien fand 2006 statt. Epd 10

 

 

 

Priesterjahr: Vergebung Gottes ist Quelle für Priestersein

 

„Umkehr und Mission ist mein Thema, ein wichtiges Thema für uns als Priester. Ich möchte mich zusammen mit Ihnen allen vom Evangelium selbst zur Umkehr führen lassen, um dann vom Heiligen Geist gesendet den Menschen als Missionar die Botschaft Jesu Christi zu überbringen.“

 

Unter diesen Grundgedanken stellte der Erzbischof von Köln, Joachim Kardinal Meisner, seine Ausführungen zum Priesterjahr. Sankt Paul vor den Mauern, hier in Rom, war bis auf den letzten Platz gefüllt – vor allem mit Priestern, die zu den Feiern zum Abschluss des Priesterjahres in die Ewige Stadt gekommen waren. Zentrales Thema der Ansprache war das Sakrament der Beichte, Umkehr, Reue und Buße. Es komme auf ständige Besinnung an, persönlich wie auch als Kirche. Die Kirche reformiere sich ständig, so Meisner, hier liege die Verbindung zwischen Umkehr und Mission:

 

„Die Kirche ist die Ecclesia Semper Reformanda, und ihr Priester auch! Ihr seid Preti Reformandi! Liebe Mitbrüder, wie der Apostel Paulus vom hohen Ross heruntergestürzt wurde, so müssen auch wir immer von unseren hohen Rössern heruntergestürzt werden, um in die Arme des barmherzigen Gottes zu fallen, der uns dann in die Welt hinein sendet.“

 

Beispiel für dieses Zugehen auf die Vergebung Gottes, das Voraussetzung sei für eine erfüllte priesterliche Tätigkeit, gebe das Gleichnis des verlorenen Sohnes. Der Vater sei das Bild der Vergebung, auch wenn wir nicht wirklich überzeugt, sondern nur aus Not zu ihm kämen. Zum Abschluss gab Meisner den versammelten Priestern eine Frage zur Reflexion mit auf den Weg, die er aus der schwierigen Situation des Priesterseins heute heraus stellte:

 

„Uns laufen die Menschen oft davon, sie drängen sich nicht mehr um uns, um mit uns in Berührung zu kommen. Im Gegenteil, sie laufen uns davon. Damit das nicht geschieht, müssen wir uns konkret fragen: Was berühren die Menschen denn, wenn sie mit mir in Berührung kommen? – Jesus Christus in seiner unermesslichen Liebe zu den Menschen, oder irgendwelche theologischen Privatmeinungen oder Gejammer über die Zustände in der Kirche und der Welt? Berühren sie bei uns Jesus Christus?“ (rv 9)

 

 

 

 

Gründungsjubiläum. Eucharistie zentral für salesianische Spiritualität

 

ANNECY - Genau 400 Jahre nach Gründung ihres Ordens haben rund 70 Heimsuchungsschwestern in Gemeinschaft mit mehreren Hundert Gästen am vergangenen Sonntag am Ursprungsort im französischen Annecy der Entstehung ihrer Kongregation gedacht. Rund 70 Schwestern aus Europa, Nord- und Südamerika, Afrika, Asien vertraten den weltweit präsenten Orden. Aus Anlaß des Jubiläums waren zudem Vertreter anderer Ordensgemeinschaften der salesianischen Familie angereist. Das zentrale Ereignis war der Festgottesdienst in der Basilika der Heimsuchung, der vom französischen Fernsehen live für rund 800.000 Zuschauer in Frankreich und Belgien übertragen wurde.

Bischof Yves Boivineau von Annecy erinnerte in seiner Predigt daran, dass für Franz von Sales die Eucharistie die „Sonne der geistlichen Übungen" war, das „Zentrum der christlichen Religion". Ähnlich sah es auch die heilige Johanna Franziska von Chantal, die von Jugend an die Gegenwart Christi in der Eucharistie verteidigte und verehrte. Und in den Klöstern der Heimsuchung wird der eucharistischen Anbetung ein zentraler Stellenwert eingeräumt. Die heilige Margareta Maria Alacoque (1647-1690), auf die die Herz-Jesu-Verehrung zurück geht, war zudem ein Heimsuchungsschwester.

 

Der Orden der Heimsuchungsschwestern wurde vom heiligen Franz von Sales und Johanna Franziska von Chantal gegründet, die sich im März 1604 kennenlernten. Zwischen ihnen entwickelte sich eine einzigartige geistliche Freundschaft, aus der die Idee erwuchs, in Annecy eine Gemeinschaft von Frauen zu gründen, die einerseits sich dem Gebet widmen, andererseits den Armen helfen und Kranke pflegen. Sechs Jahre später, am 6. Juni 1610, konnte Johanna Franziska von Chantal mit drei weiteren Schwestern ein gemeinsames Ordensleben beginnen. Im Jahr 1618 erhielt die Gründung die kirchliche Anerkennung als klassisch-kontemplative Schwesterngemeinschaft. Als Franz von Sales 1622 starb, gab es 13 Heimsuchungsklöster, bis zum Tod der Gründerin 1641 schon 87. Michaela Koller

Zenit 10

 

 

Vatikan: „Im Fall Padovese fehlen uns Informationen“

 

Hat der Mord an Bischof Luigi Padovese im türkischen Iskenderun doch einen islamistischen Hintergrund? Das hat Vatikansprecher Federico Lombardi zuletzt nicht mehr eindeutig ausgeschlossen. Nach Angaben der Nachrichtenagentur kipa reagiert Pater Lombardi ausweichend auf jüngste Berichte renommierter Medien aus Rom und Madrid, wonach der Mord vom letzten Donnerstag doch nicht die Tat eines Geistesgestörten gewesen sei, sondern einen eindeutig islamistischen Hintergrund habe. Nach Medienberichten soll der mutmaßliche Mörder des aus Italien stammenden Bischofs, Murat Altun, nach der Tat laut eine islamische Dankformel gerufen haben.

Luigi Padovese war am 6. Juni in seinem Haus in der südosttürkischen Hafenstadt Iskenderun erstochen worden. Gegen den 26-jährigen Altun wurde von der türkischen Justiz Anklage erhoben. (kipa 9)

 

 

 

Zypern: Die kleinen Schritte zum Erfolg der Reise

 

Der Zypernbesuch des Papstes am letzten Wochenende war ein Besuch im Nahen Osten, aber er war sicherlich viel einfacher als der im Heiligen Land vor einem Jahr. Dennoch war es ein wichtiger Besuch: Die Einladung an den Papst ging nicht nur vom zyprischen Präsidenten aus, sondern auch vom Oberhaupt der orthodoxen Kirche der Mittelmeerinsel. Der Schwerpunkt lag also von Anfang an auf der Ökumene. Franziskanerpater Pierbattista Pizzaballa ist Kustos des Heiligen Landes und somit in der katholischen Kirche auch für Zypern zuständig. Im Rückblick auf die Reise betont er nicht die Irritationen, die es im Vorfeld unter einigen orthodoxen Bischöfen der Insel gab, sondern viele kleine Gesten, die Benedikts Besuch auf Zypern zu einem Erfolg werden ließen. Im Interview mit unserer Korrespondentin Gabi Fröhlich sagte Pizzaballa:

 

„Im Gegenteil glaube ich, die Sensibilitäten der griechisch-orthodoxen Kirche kennend, dass es sehr schöne Gesten gab. Etwa das gemeinsame Vaterunser-Gebet am ersten Tag in Paphos. Das ist durchaus nicht üblich. Der Erzbischof, der während der Messe am Sonntag auf das Präsbiterium stieg, um den Papst zu grüßen – und viele weitere kleine Gesten. Die ständige Präsenz des Erzbischofs zu allen wichtigen Momenten der Reise. Das sind Elemente, die zeigen, wie die griechisch-orthodoxe Kirche nah und aufrichtig Freundin war für den Papst und die Kirche Roms. Die Polemiken einzelner Fanatiker und Extremisten können daher den absolut positiven Akzent, den dieser Besuch in den Beziehungen mit der griechisch-orthodoxen Kirche setzte, nicht überdecken.“ (rv 9)

 

 

 

 

Betend nah ich dir… von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

Wenn ich in eine mir bisher unbekannte katholische Kirche komme, geht mein Blick in einer ersten Orientierung zum Altar und zum Kreuz und dann zum Tabernakel mit dem Ewigen Licht. Dorthin richtet sich meine Kniebeuge. Der Tabernakel ist ein ganz wichtiger und heiliger Ort in jeder Kirche. Er dient einem doppelten Zweck. In der Kirchweihe segnet der Bischof den Tabernakel und betet dabei: „Herr Jesus Christus, sei im Brot des Lebens den Sterbenden Kraft auf ihrem letzten Weg, den Kranken Trost in ihrem Leiden und sei allen, die dich hier anbeten, in deiner liebenden Hingabe nahe!“ Im Tabernakel wird der Leib des Herrn aus der Eucharistiefeier aufbewahrt für die Krankenkommunion und die Anbetung.

 

Die eucharistische Anbetung hat eine ehrwürdige Tradition in unserer Kirche. Das gilt für die private Form, wenn jemand persönlich eine Kirche aufsucht, vor dem Tabernakel den gegenwärtigen Herrn mit einer Kniebeuge ehrt und dort anbetend verweilt. Wir kennen auch die gemeinsame Form der Anbetung in der eucharistischen Andacht und in der feierlichen Prozession.

 

Wir müssen allerdings feststellen, dass die verschiedenen Weisen der eucharistischen Anbetung in den letzten Jahren in unseren Gemeinden mehr und mehr verschwinden. Es gibt Gemeindeglieder, die das leicht nehmen, weil sie die eucharistische Anbetung zu den zeitbedingten Ausprägungen der Volksfrömmigkeit rechnen, die im geschichtlichen Auf und Ab hervortreten und zurücktreten können, ohne dass damit die Substanz christlichen Betens berührt sei.

 

Ich glaube, dass man bei tieferem Zusehen sich damit überhaupt nicht beruhigen kann. Die eucharistische Anbetung ist innerlich eng mit der Kommunionfrömmigkeit verbunden. Die Praxis der eucharistischen Anbetung gibt dem Kommunionempfang erst geistliche Tiefe und bewahrt ihn vor oberflächlicher Routine. Es ist für mich eine große pastorale Sorge, dass manchen „Gottesdienstbesuchern“, wie wir bezeichnend formulieren, der Sinn für die Gegenwart des Herrn abhanden zu kommen scheint. Manche befürchten, es breite sich eine Gedankenlosigkeit aus mit der Gefahr, den Leib des Herrn ähnlich unaufmerksam zu nehmen wie das Weihwasser an den Kirchentüren. Viele haben die ehrfürchtige Kniebeuge vor dem Tabernakel längst vergessen. Solcher Oberflächlichkeit, diesem Ehrfurchtsverlust gilt es unbedingt zu wehren.

 

Ein gutes Beispiel dafür, wie das möglich sein kann, erlebte ich vor kurzem bei einem Gespräch mit Firmbewerbern, die mir von ihrer Vorbereitungszeit berichteten. Auf die Frage nach starken und vermutlich unvergesslichen Erfahrungen auf diesem Weg erzählten sie von einer Gebetsstunde. Als ihre Priester und Katechetinnen entdeckten, dass diesen Jugendlichen die eucharistische Anbetung unbekannt war, machten sie sich mit ihnen daran, eine solche Gebetsstunde vorzubereiten und feierten sie miteinander. Einige von den Firmbewerbern meinten, sie würde ihnen unvergesslich bleiben. Am stärksten empfanden sie, mit dem Glauben auf den wahrhaft und wirklich gegenwärtigen Christus zu stoßen und ihn direkt und unmittelbar im Gebet anzusprechen: „Gottheit tief verborgen, betend nah ich dir. Unter diesen Zeichen bist du wahrhaft hier. Sieh, mit ganzem Herzen schenk ich dir mich hin, weil vor solchem Wunder ich nur Armut bin.“ (Gotteslob 546, 1). Ich bin der Überzeugung, dass wir unseren Firmanden ebenso wie den Erstkommunionkindern diese Anbetungserfahrung nicht schuldig bleiben dürfen.

 

Mit dem Rückgang der persönlichen und gemeinsamen eucharistischen Frömmigkeit droht in unserer Kirche ein Schwund der Anbetung überhaupt, der die Substanz kirchlichen Betens und Lebens berührt. Es darf in unserem Bistum keine Gemeinde geben, in der die eucharistische Anbetung in Vergessenheit gerät. Unbeeindruckt von kleinen und kleinsten Zahlen bei Anbetungsstunden und Segensandachten sollen wir sie hegen und pflegen wie kleine Feuerstellen, die nicht erlöschen dürfen, wenn Glaube, Hoffnung und Liebe eine Chance behalten sollen, neu angezündet zu werden.  Bonifatiusbote“ 13

 

 

 

 

Neue Leidenschaft für Gott und die Menschen keimen lassen

 

Limburger Bischof predigte beim Bonifatiusfest – Feierliche Eröffnung der traditionellen Bonifatiuswallfahrten

 

Fulda. „Das Evangelium Jesu Christi, unser Glaube, versteht sich wie eine Gegenstromanlage in einer säkularen Gesellschaft: sie fordert heraus und kräftigt das Stehvermögen von Menschen, die für Gott eintreten wollen“, betonte der Bischof von Limburg, Dr. Franz-Peter Tebartz-van Elst, am Sonntag in Fulda vor über 14.000 Wallfahrern bei der Eröffnung der traditionellen Bonifatiuswallfahrten. In den Herausforderungen, die die Kirche heute zu bestehen habe, sei bei manchen Christen die Versuchung groß, sich vom „Wind der Meinungen verwehen zu lassen“, auszutreten oder sich zurückzuziehen. Gerade in solchen Stürmen brauche es Menschen mit der Festigkeit von „Felsen in der Brandung“, wie sie den hl. Bonifatius ausgezeichnet habe. Der Limburger Oberhirte gab zu bedenken, daß pauschale Verurteilungen gegenüber der Kirche notwendige Umkehr ersticken könnten, denn „Läuterung braucht die Luft der Liebe“, damit eine neue Leidenschaft für Gott und die Menschen keimen könne.

 

Auch der Fuldaer Bischof Heinz Josef Algermissen, der dem feierlichen Pontifikalamt auf dem Fuldaer Domplatz vorstand, nahm auf die schwierigen Monate, die die Kirche im Zusammenhang mit den Mißbrauchsfällen erlebt hat, Bezug und rief dazu auf, der Kirche treu zu bleiben. Die große Zahl von Wallfahrern, die der Kirche ihre Verbundenheit zeigte – darunter auch über 800 Ministranten und mehrere hundert Mitglieder des Cartellverbandes – , hatte Algermissen als Gastgeber herzlich willkommen geheißen und als „Kirche auf dem Weg“ bezeichnet. Das „Bild einer bunten Kirche“ wurde von Wallfahrern und Gruppen aus Nigeria und Uganda, aus Oberitalien und den Niederlanden vervollständigt. Nach den schwierigen letzten Monaten, in denen sich Schattenseiten der Kirche zeigten, werde nun auch der „Glanz der Kirche“ deutlich sichtbar.

 

Zu Beginn seiner Predigt hatte der bischöfliche Gast aus Limburg deutlich gemacht, daß die Herbstvollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz in Fulda auch eine Begegnung mit dem Apostel der Deutschen, dem hl. Bonifatius, im Gebet sei. Zeugnisse des Glaubens würden zum Fundament für neue Erfahrungen mit dem Evangelium, die sich aus bestandenen Herausforderungen bildeten. „Unser Glaube basiert auf Gewißheiten, für die Menschen vor uns einstehen. Wer sich an das Grab des hl. Bonifatius begibt, begreift, daß seine Mission die Grundlage ist für ein Bekenntnis zu Jesus Christus und seiner Kirche gerade in stürmischen Zeiten.“ Bonifatius habe die Erfahrung von Gegenwind gekannt. „Es ist eine Zeit des Umbruchs im gesellschaftlichen Leben, der auch die Kirche nicht unberührt läßt. Es ist eine Zeit mit Meinungen und Mentalitäten, die versuchen, der Kirche Gottes durch Menschen ‚habhaft’ zu werden, sie ‚passend’ zu machen im gesellschaftlichen Mainstream; sie anzugleichen, damit sie nicht quer steht zu dem, was Politiker und Potentaten wollen.“ Gegen solche Bestrebungen habe Bonifatius auf eine innere Kirchenreform gesetzt. Er habe gewußt, daß innere Erneuerung nicht über Strukturen und Strategien zu erreichen sei, die darauf setzten, die Kirche mit der Gesellschaft zu egalisieren. Sein Einsatz für die „mit Rom verbundene Landeskirche“ sei eine innere Treue, die sich das Bekenntnis des Petrus zu Jesus als dem Messias und Herrn zu eigen mache.

 

Bischof Tebartz-van Elst kam sodann auf Grenzerfahrungen zu sprechen, die sich im Horizont des Glaubens zum Gebot der Stunde wandeln könnten. Da sei zunächst die Versuchung zur Hysterie angesichts von Meinungen, die „gemacht“ würden, so daß es schwer sei, sich mit gebotener Einsicht und notwendiger Differenzierung den wirklichen Problemen zu stellen. Weil Hysterie zur Apathie führe, brauche unsere Gesellschaft den Geist des Bonifatius, der ein Klima der Verständigung schaffe. Nur wo Gott beim Namen genannt werde, könnten auch die Wunden der Kirche so ausgesprochen werden, daß Heilung in Gang komme. „Aus der Lauterkeit sicherlich gebotener, aber konstruktiver Kritik erwächst die Läuterung zur gottgewollten Erneuerung“, stellte der Bischof heraus. Besonnenheit sei es, die ordne und orientiere. Der Versuchung, „das Schiff zu verlassen“, stellte Tebartz-van Elst sodann die Einladung zum Bleiben entgegen. Wenn Menschen eine Freundschaft, eine Gruppe oder eine Aufgabe aus Unzufriedenheit aufkündigten, merkten sie oft erst mit der Zeit, daß dies vielleicht dem ersten Ärger Luft gemacht habe, der Seele aber doch keinen Frieden gebe. „Nur wer bleibt, kann verändern. Wer geht, fehlt, wenn es darum gehen muß, unserem Glauben wieder ein lebendiges Gesicht zu geben. Diese innere Stärke, zu bleiben, wo andere gehen, zeichnet wahre Jüngerschaft aus.“

 

Die Ministranten lobte der Limburger Bischof für ihr treues Engagement in den Gemeinden und die Wallfahrt nach Rom, die „ein starkes Zeichen und Zeugnis für eure treue Verbundenheit mit Christus“ sei. Ihr unbeirrter Dienst mache der ganzen Kirche Mut. „Weil Ihr bleibt, wird Kirche jung! Mit eurer Begeisterung wird Kirche lebendig! Eure Treue gibt der ganzen Kirche Zuversicht!“ Zu bleiben, wo andere gingen, sei das stärkste Zeichen einer Freundschaft, von dem die Menschen und auch die Kirche zu allen Zeiten lebten. Man vergesse im Leben nicht, wer geblieben sei, als andere gingen. Mit der gelebten Treue im Glauben sei es wie mit einem Diamanten: sie funkele und strahle aus, sie ziehe an, wo sie erlebt werde. „Mission in der Intention des hl. Bonifatius: das ist eine innere Treue, die um Gottes Zukunft auch für seine Kirche weiß.“ Dann fügte Tebartz-van Elst an, daß die Gefahr bestehe, sich von den Wellen treiben zu lassen und zu kentern. „Christen, die sich der Strömung, dem Mainstream einer säkularen Gesellschaft überlassen, werden irgendwann untergehen“, gab er zu bedenken.

 

Die Chargierten im Cartellverband CV ansprechend, deren Prinzipien Glaube, Wissenschaft und Freundschaft darauf verwiesen, wie sich das Gemeinwohl einer Gesellschaft ansteuern lasse, wies der Bischof sodann darauf hin, wie sehr die Krypta mit dem Grab des Apostels der Deutschen die Geborgenheit und den Zusammenhalt eines Glaubens freilege, der Gesellschaft mitgestalten wolle. „Missionarischer Glaube braucht Christen, die bereit sind, in Verantwortung zusammenzustehen, damit der Kurs der Kirche im Glauben Orientierung geben kann.“ Zu allen Zeiten beginne die Erneuerung der Kirche mit Christen, die sich aus Leidenschaft und Liebe für die Sache Jesu, für seine Kirche, zu eigen machen, was der hl. Bonifatius schreibe: „Laßt uns nicht wie stumme Hunde sein, nicht wie Menschen, die nur zusehen und schweigen. Laßt uns nicht wie Mietlinge sein, die fliehen, wenn der Wolf kommt.“ Nicht zusehen, sondern hinsehen; nicht kritisieren, sondern engagieren; nicht lamentieren, sondern motivieren: diese Mentalität des hl. Bonifatius zeige, welchen Mut zur Mission die Kirche auch heute brauche.

 

Den Festgottesdienst feierte Fuldas Bischof Heinz Josef Algermissen in Konzelebration mit Bischof Tebartz van Elst, Bischof Gerard de Korte (Groningen-Leeuwarden, Niederlande), Bischof Anthony Adaji (Idah, Nigeria), Weihbischof Dr. Karlheinz Diez und Weihbischof Johannes Kapp sowie Generalvikar Apostolischer Protonotar Dr. Gerhard Stanke, dem Seelsorger des CV, Domkapitular Ulrich Bonin (Berlin), den Pfarrern Paul Verheijen und Jan Alfink aus Holland, Don Giovanni Battista Quadri (Como) und den Priestern Rogers Birija und Joseph Ndiraba (Hoima, Uganda). Musikalisch wurde die Meßfeier vom Fuldaer Jugendkathedralchor unter Leitung von Domkapellmeister Franz-Peter Huber, die Chorsätze von D. J. Evans und aus Taizé sowie Gottesloblieder im Wechsel mit der Gemeinde sangen, sowie einem großen, aus mehreren Blasorchestern bestehenden Instrumentalensemble unter Leitung von Regionalkantor Ulrich Moormann mitgestaltet.

 

Zu Beginn des Gottesdienstes hatte Bischof Algermissen bei strahlendem Sonnenschein die Gläubigen und besonders die Konzelebranten und Gäste aus dem Ausland begrüßt. Dabei eröffnete er auch ein „Jahr des Ehrenamtes“, das bis zum Bonifatiusjahr 2011 gehen und den freiwilligen Einsatz für Kirche und Gesellschaft würdigen soll. Domdechant Prof. Dr. Werner Kathrein hatte vor Beginn des Gottesdienstes die Wallfahrer aus den Pastoralverbünden und Pfarreien des Bistums und darüber hinaus die „treuen Gäste“ aus Italien, den Niederlanden und Afrika willkommen geheißen. (bpf)

 

 

 

Umfrage. Deutsche verlieren Vertrauen in Geistliche

 

Hamburg. Nach den zahlreichen Missbrauchsskandalen ist das Vertrauen in Geistliche einer Umfrage zufolge massiv gesunken. Vor einem Jahr hatten noch 72 Prozent der Deutschen Vertrauen in Geistliche, 2010 waren es nur noch 55 Prozent.

 

Das sagte der Vorsitzende der Nürnberger Gesellschaft für Konsumforschung (GfK), Klaus Wübbenhorst, der Nachrichtenagentur dpa. Innerhalb Europas reicht die Spannbreite von 86 Prozent in Rumänien bis 33 Prozent in Frankreich. Für die repräsentative Umfrage über das Ansehen der verschiedenen Berufe hatte die GfK zum siebten Mal in Folge knapp 19 000 Menschen in 20 Ländern befragt.

 

Der Beruf des Priesters hat nach Ansicht des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, Zukunft. "Auch wenn die Diskussion um die Missbrauchsfälle das Priesterjahr teilweise überschattete, bin ich dankbar, dass uns viele Gläubige ermutigt haben, die von Priestern berichten, die ihren Dienst gut und gewissenhaft leisten", erklärte Zollitsch in einer Pressemitteilung der Bischofskonferenz vom Mittwoch.

 

An diesem Freitag endet das von Papst Benedikt XVI. vor einem Jahr ausgerufene "Jahr des Priesters". Höhepunkt ist derzeit eine internationale Wallfahrt von Priestern und Bischöfen aus über 90 Nationen nach Rom. Mehrere Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz und rund 1000 Priester aus Deutschland beteiligen sich an dieser Wallfahrt. (dpa 10)

 

 

 

 

Bischof Algermissen und Verleger Imhof stellten Buch  „Papst Benedikt und Fulda“ vor

 

Fulda. „Ich freue mich darüber, der Öffentlichkeit rechtzeitig zum Bonifatiusfest das Buch ‚Papst Benedikt und Fulda’ vorstellen zu können“, sagte der Fuldaer Bischof Heinz Josef Algermissen am Freitag vor Journalisten in der Bonifatiusstadt. Zusammen mit Verleger Dr. Michael Imhof präsentierte der Oberhirte die Neuerscheinung, die drei Predigten und einen Vortrag dokumentiert, die Papst Benedikt XVI. – noch als Kardinal Joseph Ratzinger – in den Jahren 1979, 1984, 1994 und 2002 in Fulda gehalten hat. Der Heilige Vater zeige sich in diesen Texten als ein „Meister der Sprache“, betonte Algermissen, der es sich wünscht, daß die Texte von vielen gelesen werden und geistliche Frucht tragen mögen. Dr. Imhof bekundete seine Freude darüber, daß er das Buch gemeinsam mit dem Bistum produzieren konnte. Beide hoben die engen kirchlichen und kunsthistorischen Bindungen Fuldas an Rom hervor, von den Zeiten des hl. Bonifatius bis heute. Bischofssekretär Kaplan Dirk Gärtner, der zusammen mit Pressesprecher Christof Ohnesorge die Einleitung zu dem Band verfaßte, machte besonders darauf aufmerksam, daß in den vier Texten bereits die großen Linien des Pontifikats Benedikts XVI. vorgezeichnet seien.

 

Die Texte entstanden aus verschiedenen Anlässen: So sprach der Papst am 27. September 1979 als Erzbischof von München und Freising zum Abschluß der Herbstvollversammlung der Deutschen Bischöfe im Dom. Fünf Jahre später, am 22. Oktober 1984, hielt Kardinal Ratzinger im Fürstensaal des Fuldaer Stadtschlosses den Festvortrag zur Festakademie „400 Jahre Päpstliches Seminar und 250 Jahre Universität Fulda“. „Ich will, daß ihr hingeht und Frucht bringt“ war seine Predigt überschrieben, die er am 5. Juni 1994 anläßlich der Bonifatiuswallfahrten im Fuldaer Dom hielt. Im Rahmen des zweiten Kongresses „Freude am Glauben“ hielt er schließlich am 22. Juni 2002 eine Predigt, in der er auch an Erzbischof Dr. Johannes Dyba erinnerte. Der Band bietet diese Texte erstmals in voller Länge dar.

 

Heinz Josef Algermissen (Hrsg.), Papst Benedikt und Fulda. Mit einer Einleitung von Dirk Gärtner und Christof Ohnesorge, Petersberg, Michael Imhof Verlag, 2010, 48 Seiten, 10 schwarz-weiße Abbildungen, ISBN 978-3-86568-607-7, 6,80 Euro. (bpf)

 

 

 

 

Imam-Ausbildung. Mit kleinen Schritten zur großen Lösung

 

Die Islamverbände äußern laute Zweifel, Religionswissenschaftler warnen vor vereinfachenden Schlüssen: Die kriminologische Studie zur Gewaltbereitschaft muslimischer Jugendlicher befeuert die Debatte um Integration und Imame. Je religiöser die Jugendlichen, desto größer ihre Neigung zu Gewalt, lautet die komprimierte Aussage der Verfasser.

 

Vertreter des Islamrats und des Zentralrats der Muslime widersprechen vehement. Ebenso wie Religionsoziologen der Universität Münster sehen sie Erfahrungen von Diskriminierung und Frustration als Auslöser für die Gewalt. Erfahrungen, die die Jugendlichen in ihre religiösen Gemeinschaften tragen. Und die dort von den Imamen allzu häufig nicht aufgefangen werden können.

 

Der Religionspädagoge Rauf Ceylan hat regelmäßig mit den islamischen Vorbetern zu tun. Die Ergebnisse seines Buch "Prediger des Islam" sind in der Studie der Kriminologen Christian Pfeiffer zitiert. Ceylan identifizierte auf Grundlage von Interviews viele Imame als "Fremde" in der Gesellschaft. Männlichkeit, Ehre und Tradition bestimmten häufig ihre Rolle. Doch Ceylan verteidigt die Imame zugleich. "Sie sind überhaupt nicht in der Lage, die Probleme der Jugendlichen zu kompensieren." Der Schlüssel liege in der Ausbildung der Imame.

 

Erst Anfang des Jahres hatte der Wissenschaftsrat die Empfehlung gegeben, entsprechende Studiengänge an deutschen Unis aufzubauen. Spätestens 2012 sollen in Osnabrück sechs neue Lehrstühle entstanden sein. In Münster hat der neu berufene Islamwissenschaftler Mouhanad Khorchide ebenfalls angekündigt, sich für die Imam-Ausbildung einzusetzen.

 

Doch so lange die Umsetzung dieser Pläne noch unklar ist, hilft nur eine Politik der kleinen Schritte. So ist Ceylan regelmäßig in Ankara und Bursa, um dort angehende Imame auf ihre Zeit in Deutschland vorzubereiten. "Es gibt immer viele Fragen. Und die deutliche Mehrheit hat nach diesen Kursen ein differenzierteres Deutschland-Bild", sagt der Professor. Zudem kommen die Vorbeter und ehrenamtlichen Helfer aus Moscheen in ganz Deutschland zu Weiterbildungen nach Osnabrück.

Islamische Religionsstunden

 

"Das ist die kleine Lösung", meint Ceylan. Ein Vorschlag für die große Lösung liegt längst auf dem Tisch. "Wir brauchen islamischen Religionsunterricht für die 900000 Schüler dieses Glaubens", sagt Ceylan. Eine Haltung, die sämtliche Islamverbände sowie die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Maria Böhmer, unterstützen. Die Forderung ist nicht neu, passiert ist aber noch wenig. Seit Ende der 90er Jahre laufen in NRW und Niedersachsen erfolgreiche Schulversuche. "Aber die müssen auch irgendwann einmal enden", meint Ceylan. Letztlich geht es bei der Debatte aber auch um den Umgang der Deutschen mit dem Thema Migration. "Der Islam wird immer noch als Ausländerreligion wahrgenommen. Dabei ist er hier längst heimisch geworden", sagt Ceylan. Sein Ziel lautet deshalb: "Normalität". FELIX GUTH FR 10

 

 

 

 

Fulda. Neue Caritas Seniorenwohnanlage Haus Maria Feierliche Einweihung

 

Fulda.  Zur feierlichen Einweihung der neuen Seniorenwohnanlage Haus Maria in der Fuldaer Buseckstraße neben dem Altenpflegeheim St. Josef hatte der Caritasverband für die Diözese Fulda in das Auditorium seiner Altenpflegeeinrichtung eingeladen. Das Zeremoniell der Einweihung nahm dabei Bischof Heinz Josef Algermissen vor. In seiner Ansprache erinnerte das Fuldaer Kirchenoberhaupt zunächst daran, dass er erst vor wenigen Jahren an derselben Stelle einen Gottesdienst zelebriert hatte, um anschließend das Altenpflegeheim St. Josef mit dem bischöflichen Segen seiner Bestimmung zu übergeben. Nun sei er erneut vor Ort, um eine Einweihung einer Einrichtung für ältere Menschen vorzunehmen. Das Alter habe im Leben des Menschen einen Eigenwert. Traditionell kümmere sich dabei die Kirche um alte und kranke Menschen – Altenhilfe sei gewissermaßen eine „Erfindung“ der Kirche. In diesem Sinne lebten verbandliche Caritas und Pfarrcaritas mit ihrem Tun tagtäglich Kirche, unterstrich Bischof Algermissen.

Im Rahmen des Weihevorgangs bei seinem anschließenden Rundgang durch das neue Haus wurde der Bischof von mehreren Bewohnern ausdrücklich in die Wohnungen gebeten. An das Zeremoniell schloss sich ein kleiner Festakt – wieder im Altenpflegeheim St. Josef – an. Nach einer Begrüßung durch den Caritas-Aufsichtsratsvorsitzenden Ordinariatsrat Elmar Gurk stellte Diözesan-Caritasdirektor Dr. Markus Juch kurz das Konzept der Caritas-Altenhilfe vor: Die Caritas, so Juch, betrachte ihre  Seniorenwohnanlage für eigenständiges Wohnen in seniorengerechten Wohnungen und den flankierenden Hilfsangeboten wie Beratung und verschiedenen individuell abrufbaren Dienstleistungen als sinnvollen Lückenschluss in der Angebotspalette zwischen Ambulanter Pflege in der eigenen Wohnung und der stationären Aufnahme in das Altenpflegeheim. Das Konzept habe sich bereits an verschiedenen Orten im Bistum in ähnlicher Weise bewähren können, betonte der Caritasdirektor. Grußworte kamen u. a. vom Fuldaer Oberbürgermeister Gerhard Möller – die Stadt hatte das notwendige Baugrundstück an die Caritas veräußert und den Bau finanziell unterstützt –, von Andreas Ruf, dem Geschäftsführer des Gemeinnützigen Siedlungswerkes GSW, das für die Durchführung der Baumaßnahme verantwortlich zeichnete, sowie vom Vorstandsvorsitzenden des Caritasverbandes für die Regionen Fulda und Geisa, Dr. Dagobert Vonderau: Der Regional-Caritasverband übernimmt als Partner des Diözesan-Caritasverbandes die Betreuung und Beratung der Bewohner in der Wohnanlage.

Bevor die Feier mit einem gemeinsamen Mittagessen ausklang, sorgte noch eine Kindergruppe aus dem Kindergarten St. Andreas mit einem Tanzspiel für Unterhaltung. (cif)

 

 

 

Altsyrische Kirche fiebert Nahostsynode entgegen

 

Das Instrumentum laboris lässt die hohen Erwartungen an die Nahostsynode weiter ansteigen. Zu diesem Ergebnis kommt der Salzburger Kirchenhistoriker Dietmar Winkler nach einer Tagung der Wiener Stiftung „Pro Oriente“ im irakisch-kurdischen Sulaimaniyah. Dort seien bei den Kirchen altsyrischer Tradition vor allem zwei Hoffnungen aufgekommen, berichtet Winkler:

 

„Die erste ist natürlich, dass die Situation im Nahen Osten mehr ins Licht der Öffentlichkeit und ins Bewusstsein rückt. Das wird im Übrigen auch der katholischen Kirche hoch angerechnet, dass sie auf diesem Gebiet Initiative gezeigt hat. Denn alles, was die katholische Kirche verändert, verändert die anderen Kirchen auch. Darin lässt sich die Bedeutung der katholischen Kirche ablesen – trotz mancher schwieriger Herausforderungen hinsichtlich der Ökumene. Der zweite Punkt schließlich ist, dass speziell die Ostkirchen in den Diskussionsprozess der Sondersynode voll eingebunden werden. Das ist ein Wunsch, den sie wirklich haben: Nicht nur Beobachter oder Zuschauer zu sein, sondern vollwertig in den Diskussionsprozess eingebunden zu werden.“

 

Die lokale Politik beeinflusst unweigerlich die Ökumene-Bestrebungen in Nahost, unterstreicht Dialogexperte Winkler, der an der Entstehung des Instrumentum laboris beteiligt war. Papst Benedikt hatte das Arbeitspapier zur Synode am Sonntag zum Abschluss seiner Zypernreise vorgestellt. (kap 8)

 

 

 

 

Katholischer Ökonom: „Sparkurs höhlt demokratischen Grundkonsens aus“

 

Die Sparpläne der deutschen Regierung setzen den Zusammenhalt der Gesellschaft aufs Spiel. Im Zuge der angekündigten Sparmaßnahmen von CDU und FDP befürchten das nicht allein Gewerkschaften und die Opposition – auch die Kirche hat Bedenken. Es ist das größte Sparpaket in der Geschichte der Bundesrepublik: Die Einsparungen von – wie angekündigt – 80 Milliarden Euro gefährden die deutsche Demokratie. Das meint Wolf Gero Reichert vom katholischen Oswald von Nell-Breuning Institut für Wirtschafts- und Gesellschaftsethik. Im Interview mit dem domradio warnte Reichert:

 

„Wenn diese Sparpläne durchgehen, wird wirklich bei denjenigen gekürzt, die sowieso die schwierigsten Voraussetzungen haben, sich in dieser Gesellschaft beteiligen und entfalten zu können. Aber darüber hinaus – jenseits der einzelnen Beträge – ist vor allem das Signal, das dabei ausgesandt wird, am gefährlichsten: Es ist ein hochgradig Demokratie gefährdendes Signal, was ausgesendet wird. Zum einen sendet die Regierung das Signal aus: Sie reagieren dann, wenn Lobby-Gruppen etwas fordern, wie zum Beispiel die Hoteliers, die jetzt steuerlich besser gestellt wurden, und auf der anderen Seite setzen sie dort den Rotstift an, wo eben diejenigen sitzen, die sich nicht wehren können, die keine Lobby haben.“

 

Deshalb mahnt Reichert angesichts der massiven Kürzungen: „Diese Reformen werden eher dazu beitragen, dass die Chancen und Möglichkeiten in unserer Gesellschaft noch ungleicher verteilt werden. Und es zehrt vor allem den demokratischen Grundkonsens unserer Gesellschaft aus: dass jeder eigentlich gleiche Lebens- und Beteiligungschancen haben sollte.“ (domradio 8)

 

 

 

Gauck: „Auf Dauer hilft Wahrheit!“

 

Joachim Gauck heißt der Mann der Stunde auf der Bühne der deutschen Bundespolitik. Der von SPD und Grünen für die Bundespräsidentenwahl nominierte Kandidat stielt derzeit Christian Wulff die Schau – sogar der Landesvorsitzende der FDP Sachsen, Holger Zastrow, würdigt den ehemaligen DDR-Bürgerrechtler als moralische Instanz und Liberalen. Und obwohl eine Mehrheit für Gauck in der Bundesversammlung Ende Juni trotzdem unwahrscheinlich ist, sind die breiten Sympathiebekundungen für den protestantischen Pfarrer aus Rostock Grund genug, im Radio Vatikan Tonarchiv zu stöbern. Im Oktober 2009 war Joachim Gauck in Rom zu Gast und hat sich dazu geäußert, ob der Vatikan Akteneinsicht in seine Dokumentenlager gewähren soll:

 

„Die Kirchen sollten sich immer fragen, ob Imagepflege das letztgültige Argument ist, wenn sie Entscheidungen suchen. Und ich denke, dass sie das nicht ist, um es ganz deutlich zu sagen! Es ist so, dass sich Verantwortungsträger der Kirche heute scheuen mögen, problematische Unterlagen ihrer Amtsvorgänger oder von Bischöfen oder Gemeindemitgliedern zu veröffentlichen, und das kann man verstehen. Sie haben Sympathie mit ihren Vorgängern und etwas dagegen, dass diese in den Schmutz gezogen werden. Aber auf Dauer hilft Wahrheit!“

 

Als Bundesbeauftragter für die Unterlagen des Staatssicherheitsdienstes der ehemaligen DDR war Gauck für die Aufarbeitung von 180 Regalkilometer Spitzelakten verantwortlich. Der Archivalien-Fachmann hatte im Oktober letzen Jahres nicht wissen können, wie vehement diese Forderung ein halbes Jahr später von verschiedenen Seiten an die Kirche herangetragen werden würde. Fest stand für den Politiker in ganz generellem Sinn aber schon damals:

 

„Es käme darauf an, dass eine Kirche, die sich heute diese Offenheit leistet, in der Lage wäre, die Fehler und Irrtümer und auch die Schuld von Vorgängern öffentlich zu besprechen. Und die Wahrheit von heutigen Akteuren würde darin bestehen, dass sie die Geschehnisse von einst nicht mehr verbirgt, sondern eingesteht: Ja, es war so! Und vielleicht war es falsch, vielleicht war es sogar Sünde.“ (diverse 8)