Notiziario religioso  1-2  Giugno  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Martedì 1 giugno. Il commento al Vangelo. “ E' lecito o no dare il tributo a Cesare?”  1

2.       Mercoledì 2 giugno. Il commento al Vangelo. Il mondo della risurrezione  1

3.       BENEDETTO XVI - Ha preso dimora. La Trinità nella vita del cristiano  1

4.       Tenuta la plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti 2

5.       Questione educativa. Un percorso di maturità. La gente, i preti, la Chiesa  2

6.       ASSEMBLEA CEI - Sul fronte del bene comune. Il comunicato finale  3

7.       Migranti. Corresponsabilità, la parola chiave  3

8.       CIPRO - Nell'isola divisa. I maroniti e i cattolici aspettano Benedetto XVI 4

9.       Ha festeggiato il 50° di sacerdozio p. Mario Salon, rettore della Missione Cattolica Italiana di Münster 4

10.   GIOVANI E PACE - Disarmati all'incontro. Le "Piazze di maggio" di "Rondine"  5

11.   Eunuchi per il Regno dei Cieli. La disputa sul celibato  5

12.   ASSEMBLEA CEI - Il futuro è nell'educare. Gli orientamenti pastorali 2010-2020  6

13.   Pedofilia, inchiesta in Irlanda. Vaticano invierà 4 "commissari"  7

14.   Mi illumino d'incenso  7

15.   Con la crisi della secolarizzazione ritorna la teologia politica. Nuove maschere del superuomo  7

 

 

1.       Papst betet für Hochwasser-Opfer - „Dreifaltigkeit ist Kern unseres Glaubens“  8

2.       Einführung eines islamischen Religionsunterrichts in Deutschland  8

3.       Italien: Kreuz im Kerker 8

4.       Der Hamburger Erzbischof Werner Thissen bittet die Opfer sexuellen Missbrauchs um Entschuldigung. 8

5.       Vor Beginn des Papstbesuches auf Zypern  9

6.       Margot Käßmann. Erster Gottesdienst nach Rücktritt 9

7.       Leitartikel. Genug gebüßt, Frau Käßmann  9

8.       Papst: „Christentum kann China bereichern“  10

9.       Lombardi: „Zypern setzt Heilig-Land-Besuch fort“  10

10.   Italien: Bagnasco räumt mögliche Missbrauch-Vertuschungen ein  10

11.   Deutschland: Kirchenkritik an Berliner Urteil 11

12.   Österreich: Besucherrekord bei „Langer Nacht der Kirchen“  11

13.   Jesuit Dartmann: „Mit den Opfern an den eckigen Tisch“  11

14.   Bischof Shomali: „Christen stiften Frieden im Heiligen Land“  11

15.   Die Zukunft der Weltgemeinschaft beruht auf Dialog und der Zusicherung der Menschenrechte. 12

16.   Ein Meilenstein, viele Stolpersteine…   12

17.   Vatikan: Papst fordert offenen Umgang mit Missbrauchsskandal 12

18.   Missbrauchsbericht: Mindestens 205 Opfer 12

19.   Wie rechtfertigt man deutsche Soldaten in Afghanistan?  13

20.   Vatikan: Dialogkreis mit Atheisten und Ungläubigen eingerichtet 14

21.   2009 sind 123.585 Menschen aus der katholischen Kirche ausgetreten  14

 

 

 

 

Martedì 1 giugno. Il commento al Vangelo. “ E' lecito o no dare il tributo a Cesare?”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 12,13-17) commentato da P. Lino Pedron 

 

13 Gli mandarono però alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel discorso. 14 E venuti, quelli gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio. E' lecito o no dare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?». 15 Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse: «Perché mi tentate? Portatemi un denaro perché io lo veda». 16 Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». 17 Gesù disse loro: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». E rimasero ammirati di lui.

I farisei e gli erodiani cercano di cogliere in fallo Gesù ponendogli una domanda alla quale sembra impossibile rispondere senza incorrere in gravi conseguenze: "E’ lecito o no dare il tributo a Cesare?".

Rispondere di no sarebbe pericoloso perché trasformerebbe Gesù in un sobillatore politico; rispondere di sì sarebbe altrettanto pericoloso perché lo farebbe apparire come un collaborazionista, amico degli odiati occupanti romani.

La risposta supera il livello al quale il problema era stato posto. Gesù non una ricetta per un comportamento civico; non raccomanda né la rassegnazione di fronte all’ordine costituito (punto di vista dei farisei) né il rifiuto (opinione degli zeloti) e neppure benedice lo stato imperiale (tendenza degli erodiani).

La sua duplice dichiarazione constata, da una parte, l’esistenza di regole provvisorie sulla terra e, dall’altra, invita ad adottare nei confronti di esse un atteggiamento critico: distinguere tra l’accessorio e il principale, tra il relativo e l’assoluto, tra il transeunte e l’eterno, tra le realtà penultime e quelle ultime.

La decisione apolitica di Gesù contiene un invito all’azione responsabile in favore della società umana, senza riduzioni o esaltazioni indebite, conformemente alla volontà di Dio.

La risposta di Gesù non è una semplice astuzia per eludere il problema e non cadere nel tranello teso dai farisei e dagli erodiani. Non dice semplicemente: "Date a ciascuno ciò che gli spetta", senza determinare ciò che spetta a ciascuno.

A quei tempi il dominio di un sovrano si estendeva ovunque la sua moneta aveva corso legale. Era ovvio che dove circolava la moneta di Cesare, si sottostava al dominio di Cesare e si rispettavano le regole del gioco, tra le quali quella di pagargli il tributo (cfr Rm 13,1-7; 1Pt 2,13ss).

Per Gesù il problema è un altro: dare a Dio ciò che è di Dio. Come la moneta del tributo porta l’immagine di Cesare e appartiene a Cesare, così l’uomo è immagine di Dio e appartiene a Dio. Il tributo da pagargli è quello di darsi a lui, amando lui con tutto il cuore e il prossimo come se stessi (Mc 12,30-31).

Circa l’autorità civile, è giusto distinguere il contenuto dal modo. Il suo contenuto è quello di servire al bene comune; in questo senso, anche se le sue forme sono storicamente più o meno imperfette, è legittimamente voluta da Dio (cfr Rm 13,1-4).

Normalmente, il modo nel quale è esercitata è quello dei capi delle nazioni (cfr Mc 10,42), che bramano l’avere, il potere e l’apparire. Questo modo non è voluto da Dio. Esso schiavizza tutti, sia chi lo esercita sia chi lo subisce, togliendo a tutti, dominatori e dominati, la libertà, che è proprio ciò per cui siamo a immagine e somiglianza di Dio.

Questo brano ci aiuta a capire il "potere" di Cristo che mette sempre in crisi quello dell’uomo. Esso infatti è amore, servizio e umiltà.

Gesù ci dà un criterio in base al quale fare le nostre scelte: prima dare a Dio ciò che è di Dio. Solo così sapremo cosa dare al Cesare di turno.

L’uso del denaro è l’accettazione implicita del potere di chi l’ha coniato. Gesù non ha con sé la moneta, a differenza dei farisei e degli erodiani. Le loro parole non presentano quindi un vero problema per loro, che possiedono molto volentieri le monete con l’iscrizione di Cesare. Le tasse fanno problema a quelli che hanno i soldi, non ai poveri. Inoltre l’iscrizione sulla moneta porta il nome e il ruolo divino dell’imperatore: Tiberio Cesare Imperatore, figlio del divino Augusto.

Il titolo regale di Gesù non lo troveremo scritto su alcuna moneta, ma sulla croce (Mc 15,26). Chi ha orecchi per intendere, intenda!

Ma il problema fondamentale è che l’uomo, immagine di Dio, è di Dio e deve ritornare a lui. De.it.press

 

 

 

Mercoledì 2 giugno. Il commento al Vangelo. Il mondo della risurrezione

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 12,18-27) commentato da P. Lino Pedron 

 

18 Vennero a lui dei sadducei, i quali dicono che non c'è risurrezione, e lo interrogarono dicendo: 19 «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che se muore il fratello di uno e lascia la moglie senza figli, il fratello ne prenda la moglie per dare discendenti al fratello. 20 C'erano sette fratelli: il primo prese moglie e morì senza lasciare discendenza; 21 allora la prese il secondo, ma morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, 22 e nessuno dei sette lasciò discendenza. Infine, dopo tutti, morì anche la donna. 23 Nella risurrezione, quando risorgeranno, a chi di loro apparterrà la donna? Poiché in sette l'hanno avuta come moglie». 24 Rispose loro Gesù: «Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio? 25 Quando risusciteranno dai morti, infatti, non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. 26 A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe? 27 Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete in grande errore».

Anche i sadducei contestano Gesù: essi non credono alla risurrezione dei morti. La risposta di Gesù considera due momenti. Anzitutto egli fonda la fede nella risurrezione sul rapporto che Dio ha stabilito con gli uomini: un rapporto di alleanza, di amicizia, di solidarietà, di vita. Dio non è impotente di fronte alla morte, "non è il Dio dei morti, ma dei viventi" (v. 27).

Citando Esodo 3, che è un testo su Dio e non sulla risurrezione dei morti, Gesù riconduce il dibattito all’amore di Dio e alla sua fedeltà: se Dio ama l’uomo non può abbandonarlo in potere della morte.

Gesù inoltre corregge l’altro errore dei sadducei che pensano alla risurrezione come a una semplice continuazione della vita attuale, con gli stessi tipi di rapporti. Pensando in questo modo, essi non tengono conto della "potenza di Dio" (v. 24).

La risurrezione non è una semplice continuazione della vita attuale, ma il passaggio a una vita nuova, creata dalla potenza di Dio. Non è la rianimazione di un cadavere: è una trasformazione qualitativa, è una nuova esistenza.

La nostra risurrezione è il centro della vita cristiana. Senza di essa " è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede" scrive Paolo ai Corinti (1Cor 15,14).

I sadducei assomigliano a tanti credenti del nostro tempo. Credono in Dio, ma non nella risurrezione dei morti. Chiusi nel materialismo, non credono, né teoricamente né praticamente, al fine a cui Dio ci ha destinati: la vita eterna. E’ l’alienazione più tragica dell’uomo, che perde ciò per cui è fatto, l’orizzonte che dà senso alla vita. Tentare di superare la morte attraverso la generazione dei figli è un rimedio peggiore del male, una vittoria illusoria, perché non si fa che accrescere il numero dei destinati alla morte.

La generazione dei figli ha senso solamente nella speranza che questi "destinati alla morte" incontrino Dio che dà loro la vita nella risurrezione. De.it.press

 

 

 

 

BENEDETTO XVI - Ha preso dimora. La Trinità nella vita del cristiano

 

Il mistero della Trinità, la cui solennità è stata celebrata domenica 30 maggio, e il prossimo viaggio apostolico a Cipro. Sono due dei temi ai quali Benedetto XVI ha dedicato la sua riflessione prima e dopo l’Angelus da piazza San Pietro, ieri mattina.

 

Dal giorno del Battesimo. Nel “tempo ordinario” l’impegno dei cristiani non deve diminuire, “anzi, entrati nella vita divina mediante i Sacramenti, siamo chiamati quotidianamente ad essere aperti all’azione della Grazia, per progredire nell’amore verso Dio e il prossimo”. Lo ha sottolineato il Papa, prima della recita dell’Angelus. La solennità della Santissima Trinità, ha aggiunto il Pontefice, ricapitola “la rivelazione di Dio avvenuta nei misteri pasquali: morte e risurrezione di Cristo, sua ascensione alla destra del Padre ed effusione dello Spirito Santo”. In realtà, “la mente e il linguaggio umani sono inadeguati a spiegare la relazione esistente tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e tuttavia i Padri della Chiesa hanno cercato di illustrare il mistero di Dio Uno e Trino vivendolo nella propria esistenza con profonda fede”. La Trinità divina, ha chiarito il Pontefice, “prende dimora in noi nel giorno del Battesimo” e il nome di Dio, nel quale siamo stati battezzati, “noi lo ricordiamo ogni volta che tracciamo su noi stessi il segno della croce”. Il Santo Padre ha poi ricordato le parole del teologo Romano Guardini, a proposito del segno della croce: “Lo facciamo prima della preghiera, affinché… ci metta spiritualmente in ordine”; “dopo la preghiera, affinché rimanga in noi quello che Dio ci ha donato”.

 

Nel segno della croce. “Nel segno della croce e nel nome del Dio vivente – ha proseguito Benedetto XVI – è, perciò, contenuto l’annuncio che genera la fede e ispira la preghiera. E, come nel Vangelo Gesù promette agli Apostoli che ‘quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità’, così avviene nella liturgia domenicale, quando i sacerdoti dispensano, di settimana in settimana, il pane della Parola e dell’Eucaristia”. Anche il Santo Curato d’Ars, ha evidenziato il Papa, “lo ricordava ai suoi fedeli:Chi ha accolto la vostra anima – diceva – al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? (…) Sempre il sacerdote’”. Il Pontefice ha quindi esortato a fare “nostra la preghiera di sant’Ilario di Poitiers:Conserva incontaminata questa fede retta che è in me e, fino al mio ultimo respiro, dammi ugualmente questa voce della mia coscienza, affinché io resti sempre fedele a ciò che ho professato nella mia rigenerazione, quando sono stato battezzato nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo’”. Prima di recitare l’Angelus, un’invocazione alla Beata Vergine Maria, “prima creatura pienamente inabitata dalla Santissima Trinità”, per domandarle “la sua protezione per proseguire bene il nostro pellegrinaggio terreno”.

 

Il viaggio a Cipro. Nei saluti dopo Angelus, in francese e in inglese, Benedetto XVI ha ricordato la visita che compirà a Cipro dal 4 al 6 giugno per incontrare i rappresentanti delle Chiese mediorientali in vista del Sinodo di ottobre. “Chiedo – ha detto il Papa in inglese – la vostra preghiera per la pace e la prosperità di tutto il popolo di Cipro, nonché per la preparazione dell'Assemblea speciale”. Sempre dopo l’Angelus il Pontefice ha rivolto un pensiero alla beatificazione, avvenuta ieri mattina, a Roma, nella basilica di Santa Maria Maggiore, di Maria Pierina De Micheli, religiosa dell’Istituto delle Figlie dell’Immacolata Concezione di Buenos Aires: “Giuseppina – questo il suo nome di Battesimo – nacque nel 1890 a Milano, in una famiglia profondamente religiosa, dove fiorirono diverse vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. A 23 anni anche lei imboccò questa strada dedicandosi con passione al servizio educativo, in Argentina e in Italia. Il Signore le donò una straordinaria devozione al suo Santo Volto, che la sostenne sempre nelle prove e nella malattia. Morì nel 1945 e le sue spoglie riposano a Roma nell’Istituto Spirito Santo”. Un saluto anche ai polacchi: “Sono vicino con una speciale preghiera alle persone colpite dall’alluvione – ha detto –. Oggi affidiamo alla Santissima Trinità le nostre difficoltà”.

 

Il "Diario" del card. Costantini. Benedetto XVI ha, quindi, rivolto “con affetto” un saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare “al folto gruppo venuto da Pordenone per onorare la memoria del cardinale Celso Costantini, del quale è stato presentato due giorni fa a Roma il volume del Diario, dal titolo ‘Ai margini della guerra (1938-1947)’”. “Questa pubblicazione – ha osservato il Papa – è di grande interesse storico. Il cardinale Costantini, molto legato al Papa Pio XII, la scrisse quando era segretario della Congregazione di Propaganda Fide. Il suo Diario testimonia l’immensa opera compiuta dalla Santa Sede in quegli anni drammatici per favorire la pace e soccorrere tutti i bisognosi”. Un saluto anche al Movimento dell’Amore Familiare che ha promosso alcuni incontri sulle radici cristiane della famiglia e della società, ai fedeli provenienti da Sardagna di Trento, a quelli di Lallio insieme con i loro amici tedeschi di Schöngeising, alla Fondazione “Gigi Ghirotti” per i malati di tumore e all’Associazione Carabinieri da Firenze. Sir 31

 

 

 

 

 

Tenuta la plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti

 

CITTA’ DEL VATICANO - Si è aperto lo scorso 26 maggio (fino al 28), presso la sede del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, la XIX Sessione Plenaria del dicastero vaticano. Vi partecipano 23 suoi membri (cardinali, arcivescovi e vescovi), provenienti da vari Paesi, coadiuvati da 10 consultori, anch’essi di diverse nazionalità e specialisti in materie inerenti ai settori di mobilità umana affidati alla cura del Pontificio Consiglio.

Tema della Plenaria è “Pastorale della mobilità oggi, nel contesto della corresponsabilità degli Stati e degli Organismi Internazionali”.

“Non vi è dubbio, in effetti, che la mobilità umana - spiega il Pontificio Consiglio - richieda oggi un approccio multilaterale, che favorisca l’apporto specifico degli Stati e degli Organismi Internazionali nel processo di riconoscimento degli strumenti internazionali esistenti per combattere le diverse forme di discriminazione, razzismo, xenofobia e intolleranza, da una parte, e promuova, dall’altra, la cooperazione di tutti nello sviluppare programmi a tutela della dignità e della centralità della persona umana”.

I temi legati alla mobilità umana internazionale saranno e continueranno ad essere “senza dubbio nel prossimo futuro in prima pagina nelle discussioni nazionali e internazionali”. E la Chiesa continuerà a farsi “portavoce delle persone più vulnerabili ed emarginate”, ha detto in apertura dei lavori mons. Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti: “gli eventi terroristici del primo decennio del nuovo millennio (negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Spagna, in Indonesia e in altri Paesi), assieme a crimini violenti commessi da immigrati e largamente riportati dai media, hanno suscitato - ha aggiunto - reazioni di rifiuto verso i migranti, anche con pregiudizio per la sicurezza nazionale. Di conseguenza, molti Paesi hanno rafforzato il controllo delle frontiere, hanno ristretto le politiche migratorie e hanno istituito nuove procedure per controllare chi arriva da determinati Paesi”. In queste circostanze - è questo il parere di mons. Vegliò - “sembra certo che nei prossimi anni il dibattito su come meglio gestire i flussi internazionali diventerà sempre più controverso, suscitando divisioni e antagonismi tra i Governi e le Organizzazioni internazionali”.

La Chiesa, da parte sua, continuerà “ad offrire un prezioso contributo nel complesso e vasto fenomeno della mobilità umana” e lo farà valorizzando “i migranti e gli itineranti, all’interno della comunità ecclesiale e della società, come coefficiente importante per l’arricchimento reciproco e per la costruzione dell’unica famiglia dei popoli, in un fecondo scambio interculturale”.

Sono due le direttrici che la Chiesa segue nello specifico campo di intervento a favore degli immigrati. La prima è quella che “vede le migrazioni sotto il profilo della povertà, della sofferenza e del disagio” e che agisce con “interventi di primo soccorso per le numerose emergenze che sorgono ininterrottamente”. La seconda direttrice è “quella che evidenzia potenzialità e risorse di cui le persone in mobilità sono portatrici, con la necessità di accompagnamento verso il progressivo inserimento nel nuovo contesto socio-culturale, fino alla piena integrazione”. Questi gli impegni che la Chiesa sente di assumersi “in sinergia - ha aggiunto mons. Vegliò - con le realtà istituzionali e di volontariato, nel contesto della corresponsabilità degli Stati e degli Organismi Internazionali che offrono proprie competenze e risorse per la causa delle persone in mobilità”.

É toccato a mons. Agostino Marchetto, Segretario del dicastero, fare una panoramica sul pensiero, l’opera e i cambiamenti avvenuti nel Pontificio Consiglio dalla precedente plenaria. In particolare, ha sottolineato come esso abbia “continuato ad attirare l'attenzione della Chiesa universale e del mondo intero sul crescente fenomeno migratorio, sulle condizioni precarie o disastrose di tanti rifugiati, circa l'abbandono delle persone che vivono nella strada e della strada, sugli effetti del turismo e dei pellegrinaggi, circa l’Apostolato del Mare, i disagi vissuti dai nomadi e la necessità di una cura specifica anche per gli studenti internazionali, nonché a proposito della pastorale di agenti e passeggeri dell'aviazione”.

Punto culminante, a conclusione della Plenaria, è stato l’incontro con Papa Benedetto XVI che ha ricevuto i partecipanti in Udienza venerdì 28 maggio. (Migranti-press)

 

 

 

 

Questione educativa. Un percorso di maturità. La gente, i preti, la Chiesa

 

Di fronte a quanto avvenuto "si constata la maturità della larghissima maggioranza dei fedeli" i quali vogliono che "il problema sia affrontato con decisione per risolverlo e superarlo".

Mons. Mariano Crociata, rispondendo ai giornalisti in una conferenza stampa nel corso della 61ª assemblea Cei, ha posto "la maturità" come dato significativo nello sconcerto che la comunità cristiana ha vissuto e vive di fronte ai casi di pedofilia.

Il dato merita un approfondimento soprattutto alla luce della questione educativa che i vescovi italiani, sostenuti dalle parole di Benedetto XVI, hanno posto in cima ai loro pensieri nel corso della 61ª assemblea generale che ha disegnato gli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per i prossimi dieci anni.

Quella rilevata dal segretario generale della Cei è una maturità che ha radici profonde nel "sentire la Chiesa" e nel "sentirsi Chiesa" in Italia. Un "sentire" e un "sentirsi" che si possono toccare con mano nell'entrare nella vita delle diocesi, delle parrocchie e delle aggregazioni laicali.

C'è una letteratura, più o meno giornalistica, che sceglie di stare alla periferia di questa presenza e che ritiene non interessante la quotidianità della Chiesa e dei cattolici sul territorio.

Così il racconto di una ferita si avvita su se stesso, si autoconsuma, rimane al palo della cronaca fine a se stessa mentre la gente, che non chiude gli occhi sul male ma neppure sul bene, guarda anche altrove.

Non a caso e non in astratto.

La maturità sta in un educarsi e in un educare che si nutrono della saggezza del taglio dei rami marci e non dell'insensatezza dell'abbattimento dell'albero.

È, in altre parole, la capacità di discernimento la meta irrinunciabile, seppur mai raggiunta una volta per sempre, dell'educare e dell'educarsi.

Benedetto XVI nel discorso ai vescovi italiani torna all'esame di coscienza sulla tragedia della pedofilia per ripetere che "questa umile e dolorosa ammissione non deve, però, far dimenticare il servizio gratuito e appassionato di tanti credenti, a partire dai sacerdoti".

Ecco la "maturità" sottolineata ai giornalisti da mons. Crociata.

La gente conosce i suoi preti, i suoi parroci, li incontra nella chiesa come nella piazza e sulla strada.

Non c'è solo un legame di stima e di amicizia personali, c'è qualcosa di più profondo che unisce una comunità al proprio parroco, qualcosa che viene da una fede vissuta e pensata. Qualcosa che viene da un'appartenenza ecclesiale adulta, cioè costruita nella libertà e nella responsabilità.

In tutto questo c'é il frutto di un percorso educativo che anche nei passaggi più difficili non si perde nella nebbia del dubbio, non diventa una strada senza uscita.

La storia racconta di un percorso dove si intravvede un popolo immenso che avanza verso Dio.

Anche nelle lacrime.

La maturità si è formata lungo un sentiero educativo anche oggi da percorrere non "nonostante tutto" ma per amore del "nonostante tutto" perché dentro questa espressione un po' pessimistica c'è invece quella "sete" che Benedetto XVI definisce "domanda di significato e di rapporti umani autentici, che aiutino a non sentirsi soli davanti alle sfide della vita".

I preti sono in questo spazio aperto, la gente lo sa come sa che qualcuno ha sbagliato e deve assumersi fino in fondo la responsabilità del male compiuto. Alla gente non sfuggono i tentativi di provocare una frattura nella Chiesa con il racconto a senso unico del male. La gente prende atto, pensa e decide da quale parte stare: con "maturità".  Paolo Bustaffa

 

 

 

 

ASSEMBLEA CEI - Sul fronte del bene comune. Il comunicato finale

 

Nella loro 61ª assemblea generale, che si è chiusa oggi in Vaticano, i vescovi italiani hanno approvato gli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020. Il documento – si legge nel comunicato finale diffuso al termine dei lavori – è così articolato: “La lettera di consegna; i quattro capitoli, che evidenziano i fondamenti biblici, teologici, ecclesiali e i riferimenti socio-culturali dell’educazione e indicano i percorsi pedagogici e pastorali conseguenti; la proposta di alcune indicazioni relative a una possibile agenda pastorale per la scansione del decennio”. Alla presentazione dei nuovi Orientamenti è seguito il dibattito in aula e nei gruppi di studio. Ascoltata la sintesi finale, l’assemblea dei vescovi “ha approvato il documento a larga maggioranza, demandando al gruppo redazionale di integrarlo alla luce delle osservazioni emerse e degli emendamenti votati”. Il testo definitivo – a cui sarà aggiunto il discorso del Papa rivolto ai vescovi, ha reso noto ai giornalisti il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei – sarà presentato nel prossimo settembre al Consiglio episcopale permanente, che ne autorizzerà la pubblicazione. (Il testo integrale del comunicato è disponibile su Agensir.it – sezione “Documenti”; per scaricarlo: clicca qui).

 

“I credenti in Cristo si sentono tra i soci fondatori di questo Paese”. A ribadirlo, con le parole utilizzate dal card. Bagnasco nella prolusione, sono i vescovi italiani. “Con i nuovi Orientamenti pastorali – si legge nel comunicato finale – la Chiesa aggiunge un altro tassello al proprio impegno sul fronte del bene comune, forte di una tradizione e di una storia millenarie, che l’hanno vista in prima linea a servizio dell’uomo e del suo sviluppo integrale”. Nell’assise episcopale, i vescovi hanno deciso di “individuare un atto comune” in vista dell’imminente ricorrenza del 150° anniversario dell’unità d’Italia”. “Anche in questo senso – hanno osservato – la prossima Settimana Sociale, prevista in ottobre a Reggio Calabria, costituisce un’opportunità preziosa”. Oltre ai passaggi della prolusione del cardinale presidente dedicati all’unità del Paese, che “resta una conquista e un ancoraggio irrinunciabili”, i vescovi italiani hanno condiviso l’analisi del card. Bagnasco su “due realtà strettamente connesse con il bene del Paese”: la famiglia, con l’auspicio di una “politica orientata ai figli” al fine di uscire dal “lento suicidio demografico”, e il lavoro, “preoccupazione che angoscia”, per cui è stato chiesto “un supplemento di sforzo e di cura all’intera classe dirigente del Paese”.

 

“I sacerdoti sono ogni giorno al servizio di tutti”. È quanto si legge nel comunicato finale, in cui i vescovi italiani condividono la definizione dei sacerdoti come “gloria della nostra Chiesa” data dal card. Bagnasco nella prolusione. “I casi di indegnità non possono oscurare il luminoso impegno che il clero italiano nel suo complesso, da tempo immemore, svolge in ogni anno, nel Paese”: un riconoscimento, quello del cardinale presidente, “condiviso dall’assemblea, e tanto più significativo in quanto giunge in un momento in cui la Chiesa è ferita dal dramma della pedofilia, un problema ‘terrificante’, affrontato dal Papa ‘in maniera chiara e incisiva’”. “Numerosi interventi – riferisce il comunicato finale – hanno ribadito la necessità di una vera penitenza e conversione, unita al coraggio della verità – che, anche quando è ‘dolorosa e odiosa’, non può essere taciuta o coperta – senza peraltro lasciarsi intimidire da generalizzazioni strumentali”. “Più voci” di vescovi, inoltre, “hanno sottolineato la centralità della formazione – in particolare negli anni del seminario – per la quale sono richieste precise competenze, unite a un corretto discernimento, nonché a una costante attenzione alla qualità umana e spirituale della vita del clero”. A conclusione dei lavori, i vescovi hanno deciso d’indirizzare una lettera ai presbiteri italiani, “confermando il particolare apprezzamento per il loro servizio e ribadendo i valori fondamentali evidenziati nell’Anno Sacerdotale”.

 

Nuove presenze. Durante l’ultima assise episcopale, è stato oggetto di approfondimento specifico la presenza e il servizio dei sacerdoti stranieri in Italia, che affiancano i 10 mila missionari (di cui 500 sacerdoti diocesani “fidei donum”) nell’opera di cooperazione tra le Chiese. Tra le “questioni di fondo” analizzate dai vescovi: “Le motivazioni che soggiacciono a tale presenza; il rischio di impoverire le Chiese di provenienza, contribuendo nel contempo a raffreddare la disponibilità italiana alla missione; la necessità di accompagnare attivamente queste nuove presenze”. Come ogni anno, è stato presentato e approvato il bilancio consuntivo della Cei, sono stati definiti e approvati i criteri di ripartizione delle somme derivanti dall’otto per mille per l’anno 2010 ed è stato illustrato il bilancio consuntivo dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero. Distinte comunicazioni hanno illustrato la Fondazione Missio e il coordinamento degli organismi pastorali missionari; l’influsso di Internet nell’azione pastorale della Chiesa in Italia; l’applicazione agli enti ecclesiastici delle normative in materia di sicurezza. Infine sono stati presentati alcuni appuntamenti di rilievo previsti nei prossimi mesi: la 46ª Settimana Sociale dei cattolici italiani (Reggio Calabria, 14-17 ottobre 2010), la 26 ª Giornata mondiale della gioventù (Madrid, 16-21 agosto 2011) e il 25° Congresso eucaristico nazionale (Ancona, 4-11 settembre 2011). L’assemblea ha eletto il vicepresidente per l’area Nord e i presidenti delle 12 Commissioni episcopali. Sir 28

 

 

 

 

Migranti. Corresponsabilità, la parola chiave

 

Promozione umana, dialogo, arricchimento reciproco sono concetti chiave del discorso di monsignor Antonio Maria Vegliò, che mercoledì ha introdotto la XIX sessione plenaria del Pontificio consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti, da egli presieduto. “La Chiesa continua ad offrire un prezioso contributo nel complesso e vasto fenomeno della mobilità umana, facendosi portavoce delle persone più vulnerabili ed emarginate, ma intendendo anche valorizzare i migranti e gli itineranti, all’interno della comunità ecclesiale e della società, come coefficiente importante per l’arricchimento reciproco e per la costruzione dell’unica famiglia dei popoli, in un fecondo scambio interculturale” sottolinea monsignor Vegliò, dando a Roma il via ai lavori della sessione in programma fino a Venerdì.

Tema della plenaria quest’anno è la “Pastorale della mobilità umana oggi, nel contesto della corresponsabilità degli Stati e degli Organismi Internazionali”, e prevede l’analisi dei processi di cooperazione e, appunto, di “corresponsabilità” tra organismi ecclesiali, statali e internazionali nell’approccio verso i migranti. Tra gli altri interventi: padre Peter Balleis, direttore internazionale del Servizio gesuita per i rifugiati, Peter Schatzer, rappresentante dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni per il Mediterraneo, e diversi rappresentanti accademici e di organizzazioni d’ispirazione cattolica operanti nei settori legati alla mobilità umana.

Nel suo discorso monsignor Vegliò ricorda le due principali direttrici della promozione umana: “Quella che vede le migrazioni sotto il profilo della povertà, della sofferenza e del disagio, dove sono richiesti interventi di primo soccorso per le numerose emergenze che sorgono ininterrottamente, e quella che evidenzia potenzialità e risorse di cui le persone in mobilità sono portatrici, con la necessità di accompagnamento verso il progressivo inserimento nel nuovo contesto socio-culturale, fino alla piena integrazione”. La Chiesa, ha proseguito, “si sente impegnata in entrambe le direzioni. Anzi, essa esercita tale sollecitudine in sinergia con le realtà istituzionali e di volontariato, nel contesto della corresponsabilità degli Stati e degli Organismi Internazionali che offrono proprie competenze e risorse per la causa delle persone in mobilità. Con tutti essa cerca di instaurare un rapporto di intesa, nella convinzione che gli spostamenti umani, al presente in modo particolare, si presentano anche come luogo di ideale sintonia e spazio operativo e di collaborazione tra il mondo ecclesiale e quello sociale-civile, in clima di dialogo, nel rispetto dei principi di solidarietà e di sussidiarietà”. Il dialogo e lo scambio reciproco delle esperienze, sottolinea il presidente del Pontificio consiglio, rafforzano la volontà di collaborare, in spirito di comunione, come pure di trovare modalità adatte alle varie situazioni: “Proprio nel contesto del discorso sulla corresponsabilità degli Stati e degli Organismi Internazionali, è di particolare valore e interesse il tema del dialogo interculturale, che apre inedite prospettive nell’incontro tra i popoli”.

 

 Protezione, anche per i dimenticati dal diritto - “Bisogna trattare la questione dell’integrazione e affrontare la lotta alla xenofobia. È un compito importante, un ambito chiave dell’azione della Chiesa, una priorità per il Servizio gesuita per i rifugiati (Jrs)”: lo sottolinea padre Peter Balleis, direttore internazionale del Jrs, durante la XIX sessione plenaria del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti. Dopo un ampio intervento dell’arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio, che ha ripercorso le attività del dicastero dall’ultima assemblea, i lavori sono entrati nel vivo sul tema della corresponsabilità tra stati, organismi internazionali e Chiesa. Come premessa, il direttore del Jrs ricorda che la maggior parte degli spostamenti di popolazioni nel mondo sono forzati, causati da povertà, conflitti, ingiustizie, malgoverno, violazioni dei diritti umani e catastrofi naturali. “Protezione dei diritti umani e assistenza umanitaria sono preoccupazioni comuni alle organizzazioni, agli stati e alla Chiesa” aggiunge Belleis sottolineando però i limiti del diritto, che conferisce una definizione ben precisa dei rifugiati, richiedenti asilo, o sfollati. “Uno dei migliori contributi della Chiesa per la protezione delle persone sfollate – fa notare padre Belleis - è la sua più ampia definizione del termine ‘rifugiati (…) tendendo la mano a individui di cui nessuno si occupa e che necessitano protezione”. Tra le difficoltà vissute dai profughi citate dal gesuita, spiccano la situazione nei campi sfollati che “creano dipendenza e il rischio di un’assimilazione alla detenzione”, gli ostacoli in ambiente urbano, quali “mancanza di assistenza” e “invisibilità” di fatto, o ancora i respingimenti per i richiedenti asilo, come accade ad esempio nel Mediterraneo. Misna 26

 

 

 

CIPRO - Nell'isola divisa. I maroniti e i cattolici aspettano Benedetto XVI

 

Mancano pochi giorni all’atteso viaggio a Cipro di Benedetto XVI che, domenica 30 maggio, all’Angelus, ha chiesto ai fedeli radunati in piazza San Pietro, preghiere per la pace e la prosperità dell’intero Paese e per il prossimo Sinodo per il Medio Oriente. Si tratta della prima visita di un Pontefice nell’Isola: ricco il programma che vede già all’arrivo a Paphos (4 giugno) una celebrazione ecumenica, seguita, il giorno dopo a Nicosia, da una serie di incontri istituzionali e religiosi, tra i quali spicca quello con la comunità cattolica locale. Momento cardine del viaggio apostolico sarà la messa di domenica 6 giugno, con la consegna dell’“Instrumentum laboris” dell’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi (10-24 ottobre). “Un programma pieno di momenti importanti per una visita che lascerà un'impronta profonda in tutta l'Isola”, dice al SIR padre Umberto Barato, vicario patriarcale di Cipro, Isola che ecclesiasticamente appartiene al Patriarcato latino di Gerusalemme. La minoranza cattolica (maroniti e latini), il 3,15% della popolazione che è a maggioranza ortodossa, attende il Papa e si sta preparando nel migliore dei modi a riceverlo. Tutte le parrocchie sono state coinvolte e molti fedeli presteranno opera come volontari. Recentemente, in una nota congiunta, la Chiesa cattolica maronita e quella latina di Cipro, hanno parlato della presenza di Benedetto XVI nell’Isola come di “una benedizione e di una grande opportunità per promuovere i principi e valori umani e cristiani, basati sulla libertà, il perdono, la pace e la riconciliazione”. Ma chi i sono i cattolici ciprioti? Quanti sono e qual è la loro storia? Risponde padre Barato.

 

Tre minoranze. “La Costituzione del 1960 riconosce che Cipro è formato dall’etnia greca e dall’etnia turca. Si riconoscono poi tre minoranze: i maroniti, gli armeni e latini cattolici. Al tempo dell’indipendenza, queste tre minoranze furono invitate a scegliere a quale delle due etnie volessero appartenere e tutte e tre scelsero l’etnia greca. Le tre minoranze hanno il diritto di eleggere un loro rappresentante al Parlamento. Il rappresentante non ha diritto di parola, se non in sede di Commissione o quando ne viene richiesto”.

 

Maroniti. “I maroniti approdarono a Cipro nei secoli VII-VIII. Nel passato erano un’importante componente della popolazione dell’Isola. Arrivarono ad avere circa 60 villaggi, con chiese e istituzioni proprie. Oggi sono poco più di 5 mila persone in 4 villaggi tutti nella parte nord occidentale dell’Isola, quella occupata dai turchi: Kormakiti, Assomatos, Karpasha e Ayía Marina. Durante l’invasione del 1974, la maggior parte dei maroniti, specialmente i giovani, fuggirono dai loro villaggi e si stabilirono nella parte sud dell’isola, dove un po’ alla volta ricostruirono la loro vita. Dal 1988 Cipro dei Maroniti è una diocesi del Patriarcato Maronita del Libano. Mons. Joseph Soueif è l'attuale arcivescovo, che nel prossimo Sinodo per il Medio Oriente ricoprirà la carica di segretario speciale. I maroniti attualmente hanno 8 parrocchie: 3 nella parte nord; 3 nell’area di Nicosia; 1 a Larnaca e 1 a Limassol. Sono servite da 5 sacerdoti diocesani e da 3 monaci antonini. Ci sono anche tre suore antonine libanesi, al servizio dell’arcivescovo. La liturgia viene celebrata in lingua araba e aramaica, ma molte parti sono ora tradotte in greco”.

 

Latini. “La storia dei cattolici latini a Cipro comincia con l’occupazione dell’Isola da parte dei Templari alla fine del secolo decimo per terminare con la prima invasione della Turchia (1571). I turchi allora permisero di rimanere nell’isola solo agli ortodossi e ai maroniti. I cattolici dovettero abbandonare monasteri e chiese, trasformate in moschee, o occupate dagli ortodossi. Nel 1593 i francescani di Terra Santa ottennero dal Sultano di Istanbul di ritornare a Cipro. I latini nativi di Cipro sono pochi e vanno sempre più diminuendo, soprattutto a causa dei matrimoni misti. La Chiesa latina, nell’ultimo scorcio del XX secolo, si è arricchita di nuovi membri dall’Asia, filippini, cingalesi, indiani, soprattutto donne che lavorano presso famiglie cipriote, ambasciate o l’Onu. Difficile accertare il numero preciso dei fedeli latini di Cipro. Sembra che i ciprioti autoctoni siano 350. Secondo le liste elettorali, i latini che possono votare sono 600. A questi si devono aggiungere almeno altre 300 o 400 persone, membri delle loro famiglie. Quindi circa mille persone in tutto. A questo numero bisogna aggiungere un nutrito gruppo di persone, tecnici, professori, uomini d’affari occidentali che vivono a Cipro per qualche anno. Molto probabilmente arrivano a 2 mila persone circa. Poi c’è il rebus dei lavoratori stranieri. I filippini sono quasi tutti cattolici e si suppone che siano 7 mila. I cingalesi sono circa 1.500 e gli indiani circa 300 persone. Ultimamente hanno cominciato ad arrivare molti africani provenienti dal Camerun e dalla Nigeria, qualcuno dal Congo. Molti di loro sono cattolici, ma non è possibile dare un numero esatto. Non si conosce il numero degli illegali. In conclusione, si stima che il numero dei lavoratori stranieri cattolici a Cipro si aggiri tra le 9 e 10 mila persone, poco più”. Sir 31

 

 

 

 

Ha festeggiato il 50° di sacerdozio p. Mario Salon, rettore della Missione Cattolica Italiana di Münster

 

Münster - Ha festeggiato, nelle settimane scorse, il 50° anniversario di sacerdozio padre Mario Salon, rettore della Missione Cattolica Italiana di Münster. Lo scrive il mensile delle Missioni Cattoliche Italiane di Germania e Scandinavia Corriere d’Italia ricordando che p. Salon è nato a Tarvisio (Udine) il 22 gennaio del 1935. Dodicenne è entrato nell’Ordine dei Chierici Regolari Minori e 50 anni fa, a Roma, il Card. Traglia lo ha ordinato sacerdote.

Nel 1972 il religioso è arrivato per la prima volta in Germania. Ha retto la Missione Cattolica Italiana di Wiesbaden fino al 1980. Dopo aver lavorato per un anno come prete operaio in una fabbrica di Bochum, ha assunto nel 1981 la direzione della Missione Cattolica Italiana di Münster in Westfalia. Da allora, con una interruzione di 6 anni, si è dedicato alla pastorale degli emigrati nella Diocesi di Münster. Nel 1988, infatti, è stato eletto Padre Generale del suo Ordine con sede a Roma e in quei 6 anni ha fondato un seminario nell’India del Sud/Kerela. P. Salon ha festeggiato questo importante anniversario - scrive il giornale - in modo semplice con una celebrazione nella cappella della Missione con un piccolo gruppo di famiglie emigrate. Durante la S. Messa un collaboratore della diocesi di Münster ha preso la parola dicendo: “Padre Mario è una vera fortuna per gli italiani e per ogni persona che lui incontra. È una fortuna per la diocesi di Münster e per la Chiesa”. A P. Salon gli auguri della Fondazione Migrantes per un lungo e proficuo apostolato a fianco dei nostri connazionali. (Migranti-press)

 

 

 

GIOVANI E PACE - Disarmati all'incontro. Le "Piazze di maggio" di "Rondine"

 

Le religioni e le "diplomazie popolari" possono essere le nuove strade per risolvere i conflitti. È questo il messaggio giunto dalle prime due giornate di "Piazze di maggio: Viedipace 2010", un itinerario di riflessione e incontri promosso tra Umbria e Toscana, fino al 30 maggio, dall'associazione "Rondine Cittadella della Pace", un'esperienza di studentato internazionale che riunisce ragazzi provenienti da aree in conflitto che condividono un percorso di educazione alla pace. Mercoledì sera, 26 maggio, il percorso si è aperto ad Assisi con una tavola rotonda con rappresentati del mondo cristiano, ebraico e musulmano. "I credenti di religioni diverse contribuiscono concretamente alla pace quando sono capaci di vedere nell'altro un fratello portatore di valori positivi. Per noi cristiani la pace è sempre possibile quando si uniscono sforzi e iniziative per collaborare insieme, perdonare, riconciliare". Lo ha affermato il card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso.

 

Le fedi a confronto. Parlando degli scenari della "crisi planetaria", il card. Turan ha ripreso il pensiero di Benedetto XVI secondo cui il compito delle religioni è oggi decisivo per "ritrovare il senso del bene comune universale" e per "promuovere un vero sviluppo". "Se vogliamo prevenire i conflitti e costruire una società solidale - ha aggiunto il cardinale - tutti i credenti devono unire i loro sforzi accanto a quanti operano a favore del rispetto dei diritti umani". "Vedere l'altro come una possibilità per completarsi", questo concetto racchiuso nella parola ebraica "Shalom", può essere per il presidente dell'Assemblea rabbinica italiana, Rav Elia Ricchetti, la prospettiva per vedere la pace "non come rinuncia di qualcosa di sé per l'altro, ma come l'opportunità di arricchimento". A sua volta Elzir Izzedin, presidente dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche d'Italia), ha insistito sulla necessità di "spogliarsi dai pregiudizi", "sforzarci per capire la sensibilità dell'altro" e "impegnarci a creare spazi per il rispetto delle diversità", come "orizzonte" in cui le religioni possono contribuire alla pace. "Oggi - ha fatto notare - sembra che ci siamo spogliati, al contrario, delle nostre fedi. Ma questo è un errore, perché la religione significa pace e non può essere mai strumento di scontro". E proprio "lo spogliarsi" come "via della pace" per "disporsi al dialogo con l'altro" nel pomeriggio era stato al centro dalla meditazione offerta ai partecipanti da mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino, nella sala dell'episcopio, dove san Francesco si tolse le vesti. Nel dialogo tra le religioni e tra le culture dobbiamo "maturare la capacità di porci in rapporto reciproco con l'umiltà che ci apre all'accoglienza dell'altro". Significa andare all'incontro "disarmati", con una concezione "non aggressiva della propria verità", e tuttavia "non disorientati" che è l'atteggiamento "di chi pensa che la pace si costruisce azzerando ogni verità".

 

Le Università vie di pace. Come costruire nelle Università percorsi di educazione alla pace alla luce dell'esperienza "Venti di pace in Caucaso", è stato il tema dell'incontro di giovedì mattina, 27 maggio, all'Università degli studi di Perugia. Nato durante il conflitto russo-ceceno dal sogno di un gruppo di giovani dello studentato internazionale dell'associazione "Rondine", il progetto ha portato all'elaborazione di un documento di 14 punti per realizzare la pace nell'area, costituendo un esempio di "diplomazia popolare" che mira a risolvere i conflitti partendo direttamente dai giovani e dalla società civile. "L'obiettivo adesso è coinvolgere le Università, affinché, la via di pace che questi ragazzi hanno sperimentato possa essere studiata e accolta dal mondo accademico". Lo ha spiegato il presidente di "Rondine", Franco Vaccari. "Oggi - ha detto - ci troviamo in un mondo in cui l'unico sogno possibile è quello individuale. Ma la possibilità di stare in pace arriva solo da un sogno collettivo, dove le differenze trovano un'armonia e sperimentano una convivenza concreta". È questa - si è detto - la sfida da lanciare alle Università. Mentre "l'importanza di un'educazione ai valori della pace, ricercando le dimensioni che ci fanno uguali" e, comunque, "nell'ottica di una convivenza fondata sui diritti umani", è stata sottolineata dal arcivescovo emerito di Perugia, mons. Giuseppe Chiaretti. "Risaldare il legame tra società civile e istituzioni, all'origine della mancata soluzione di molti conflitti" può essere una pista di lavoro fondamentale per le Università, ha detto Andrea Messeri, dell'Università di Siena. Per sensibilizzare il mondo accademico, i giovani dello studentato di "Rondine" hanno avviato due progetti mirati a coinvolgere una decina di atenei di 4 diverse aree del mondo per promuovere progetti di educazione alla pace e progetti aperti alla cittadinanza. Tra gli strumenti, anche un bando per progetti per attuare concretamente ciascuno dei punti sul "Documento per la pace in Caucaso".  (da Assisi-Perugia) sir

 

 

 

Eunuchi per il Regno dei Cieli. La disputa sul celibato

 

Il cardinale Schönborn propone il "ripensamento" di questo obbligo per il clero cattolico. E così altri vescovi. Benedetto XVI lo vuole invece rafforzare. A suo sostegno ha tutta la storia della Chiesa, fin dal tempo degli apostoli  - di Sandro Magister

 

ROMA – Benedetto XVI si appresta a concludere l'Anno Sacerdotale, da lui voluto per ridare vigore spirituale ai preti cattolici in un'epoca difficile per l'intera Chiesa.

 

Intanto però un cardinale famoso e tra i più vicini al papa, l'arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn, continua a battere il chiodo di un "ripensamento" della disciplina del celibato del clero latino.

 

Schönborn è persona di buona cultura, ex alunno di Joseph Ratzinger professore di teologia. Negli anni Ottanta collaborò alla scrittura del catechismo della Chiesa cattolica. Ma come uomo di governo, da quando è alla testa di una Chiesa sbandata come l'austriaca, si mostra più attento alle pressioni dell'opinione pubblica che ai suoi doveri di guida.

 

A metà maggio, appena un vescovo suo connazionale, Paul Iby, di Eisenstadt, disse che "i preti dovrebbero essere liberi di scegliere se sposarsi o meno" e che "la Santa sede è troppo timida su tale questione", prontamente il cardinale Schönborn chiosò: "Le preoccupazioni espresse dal vescovo Iby sono le preoccupazioni di tutti noi".

 

E questa è stata solo l'ultima – per ora – di una serie incessante di sortite analoghe. Di Schönborn e di altri cardinali e vescovi di tutto il mondo, per non dire di esponenti del clero e del laicato. Il "superamento" della disciplina del celibato è da tempo il basso continuo della musica dei novatori.

 

Di questa musica, ciò che ordinariamente viene udito e capito sono un paio di cose.

 

La prima è che il celibato del clero è una regola imposta in secoli recenti al solo clero latino.

 

La seconda è che ai sacerdoti cattolici dovrebbe essere consentito di sposarsi "come nella Chiesa primitiva".

 

Il guaio è che queste due cose fanno entrambe a pugni con la storia e con la teologia.

 

Alla radice dell'equivoco c'è anche una cattiva comprensione del concetto di celibato del clero.

 

In tutto il primo millennio e anche dopo, nella Chiesa il celibato del clero era propriamente inteso come "continenza". Cioè come completa rinuncia, dopo l'ordinazione, alla vita di matrimonio, anche per chi si fosse precedentemente sposato.

 

L'ordinazione di uomini sposati, infatti, era una prassi comune, documentata anche dal Nuovo Testamento. Ma nei Vangeli si legge che Pietro dopo la chiamata ad apostolo "lasciò tutto" (Matteo 19, 27). E Gesù disse che per il Regno di Dio c'è chi lascia anche "moglie o figli" (Luca 18, 29).

 

Mentre nell'Antico Testamento l'obbligo della purità sessuale valeva per i sacerdoti solo nei periodi del loro servizio al Tempio, nel Nuovo Testamento la sequela di Gesù nel sacerdozio è totale e investe l'intera persona, sempre.

 

Che fin dall'inizio della Chiesa preti e vescovi fossero tenuti ad astenersi dalla vita di matrimonio è confermato dalle prime regole scritte in materia.

 

Esse compaiono a partire dal secolo IV, dopo la fine delle persecuzioni. Con l'aumento impetuoso del numero dei fedeli aumentano anche le ordinazioni, e con esse le infrazioni alla continenza.

 

Contro queste infrazioni, concili e papi intervengono ripetutamente a riaffermare la disciplina da essi stessi definita "tradizionale". Questo fanno il Concilio di Elvira, nel primo decennio del secolo IV, che sanziona il mancato rispetto della continenza con l'esclusione dal clero; altri concili di un secolo dopo; i papi Siricio e Innocenzo I; e poi ancora altri papi e Padri della Chiesa, da Leone Magno a Gregorio Magno, da Ambrogio ad Agostino a Girolamo.

 

Per molti secoli ancora la Chiesa d'Occidente continuò a ordinare degli uomini sposati, sempre però esigendo la rinuncia alla vita matrimoniale e l'allontanamento della sposa, previo il consenso di questa. Le infrazioni erano punite, ma erano molto frequenti e diffuse. Anche per contrastare questo, la Chiesa cominciò a scegliere di preferenza i suoi sacerdoti tra i celibi.

 

In Oriente, invece, dalla fine del secolo VII in poi la Chiesa tenne fermo l'obbligo assoluto della continenza solo per quanto riguarda i vescovi, scelti sempre più spesso tra i monaci invece che tra gli sposati. Col basso clero accettò che gli sposati continuassero a condurre vita matrimoniale, con obbligo di continenza solo "nei giorni di servizio all'altare e di celebrazione dei sacri misteri". Così stabilì il secondo Concilio di Trullo del 691, un concilio mai riconosciuto come ecumenico dalla Chiesa d'Occidente.

 

Da allora a oggi è questa la disciplina in vigore in Oriente, così come nelle Chiese di rito orientale tornate in comunione con la Chiesa di Roma dopo lo scisma del 1054: continenza assoluta per i vescovi e vita matrimoniale consentita al basso clero. Fermo restando che l'eventuale matrimonio deve sempre precedere la sacra ordinazione e mai seguirla.

 

La tolleranza adottata dalle Chiese d'Oriente per la vita matrimoniale del basso clero fu agevolata – secondo gli storici – dal particolare ordinamento di queste Chiese, costituite in patriarcati e quindi più portate a decisioni autonome sul piano disciplinare, con un ruolo preminente svolto dall'autorità politica.

 

In Occidente, invece, alla grande crisi politica e religiosa dei secoli XI e XII la Chiesa reagì – con la riforma detta gregoriana dal nome di papa Gregorio VII – proprio combattendo con vigore i due mali che dilagavano tra il clero: la simonia, cioè la compravendita degli uffici ecclesiastici, e il concubinato.

 

La riforma gregoriana riconfermò in pieno la disciplina della continenza. Le ordinazioni di uomini celibi furono preferite sempre più a quelle di uomini sposati. Quanto al matrimonio celebrato dopo l'ordinazione – da sempre vietatissimo sia in Oriente che in Occidente – il Concilio Lateranense II del 1139 lo definì non solo illecito, ma invalido.

 

Anche le successive crisi della Chiesa d'Occidente hanno visto in primo piano la questione del celibato del clero. Tra i primi atti della Riforma protestante ci fu proprio l'abolizione del celibato. Al Concilio di Trento vi fu chi spinse per una dispensa dall'obbligo del celibato anche per i preti cattolici. Ma la decisione finale fu di mantenere integralmente in vigore la disciplina tradizionale.

 

Non solo. Il Concilio di Trento obbligò tutte le diocesi a istituire dei seminari per la formazione del clero. La conseguenza fu che le ordinazioni di uomini sposati diminuirono drasticamente, fino a scomparire. Da quattro secoli, nella Chiesa cattolica i preti e i vescovi sono nella quasi totalità celibi, con le sole eccezioni del basso clero delle Chiese di rito orientale unite a Roma e degli ex pastori protestanti con famiglia ordinati sacerdoti, provenienti per lo più dalla Comunione anglicana.

 

Dalla percezione che i preti cattolici sono tutti celibi si è diffusa l'idea corrente che il celibato del clero consista nella proibizione di sposarsi. E quindi che il "superamento" del celibato consista sia nell'ordinare preti degli uomini sposati consentendo loro di continuare a vivere la vita matrimoniale, sia nel permettere ai preti celibi di sposarsi.

 

Dopo il Concilio Vaticano II entrambe queste richieste sono state avanzate ripetutamente nella Chiesa cattolica, anche da vescovi e cardinali.

 

Ma sia l'una che l'altra sono in palese contrasto con l'intera tradizione di questa stessa Chiesa, a partire dall'età apostolica, oltre che – per quanto riguarda la seconda richiesta – con la tradizione delle Chiese d'Oriente e quindi col cammino ecumenico.

 

Che poi un "superamento" del celibato sia la scelta più appropriata per la Chiesa cattolica di oggi è sicuramente un'idea per nulla condivisa dal papa regnante.

 

Stando a ciò che Benedetto XVI dice e fa, la sua volontà è opposta: non superare ma confermare il celibato sacerdotale, come sequela radicale di Gesù per il servizio di tutti, tanto più in un passaggio cruciale di civiltà come il presente.

 

Proprio a questo mira l'Anno Sacerdotale da lui indetto, col santo Curato d'Ars come modello: umile curato di campagna che visse il celibato come dedizione totale per la salvezza delle anime, una vita tutta consumata all'altare e nel confessionale. L’Espresso on line 28

 

 

 

 

ASSEMBLEA CEI - Il futuro è nell'educare. Gli orientamenti pastorali 2010-2020

 

“Il vescovo è servitore di tutti, non è funzionario, né un burocrate, non è un rappresentante del potere, né un manager di un’organizzazione umana, ma un pastore che illumina e incoraggia, è un padre che ama, educa e conforta”. La terza giornata dei lavori della 61ª assemblea dei vescovi italiani (24-28 maggio) si è aperta con il monito del card. Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione per i vescovi, che ha presieduto, nella basilica di san Pietro, una concelebrazione eucaristica.

 

L’educare del vescovo. Nell’omelia il cardinale ha ribadito che questo stile deve essere “accompagnato da tante qualità – dalla saggezza alla fortezza, dalla prudenza all’amabilità, dalla lungimiranza all’attenzione alle piccole cose – ma soprattutto deve essere caratterizzato da un vivo senso di paternità”. Paternità spirituale “verso tutti coloro che gli sono affidati specie verso i sacerdoti”. “Non dobbiamo mai dimenticare che abbiamo davanti delle persone e non degli operatori o, tanto meno, dei ‘numeri’. La paternità episcopale ci chiede di saper incontrare le persone dando attenzione a ciascuna di esse”. Il vescovo deve “lasciarsi illuminare dalla Parola di Dio” e pregare per “non cadere nel rischio di un pericoloso senso di autosufficienza che finisce poi per sconfinare nell’attivismo o nell’autoritarismo. Il ministero che il vescovo è chiamato a svolgere non è un’impresa legata alle forze umane ma all’azione di Dio”. Il servizio del vescovo assume, pertanto, un carattere di “paternità spirituale” verso tutti coloro che gli sono affidati, laici e presbiteri, che qualifica innanzitutto una “relazione”: volere il loro bene “implica il dovere di conoscerli, guidarli, sostenerli come singoli e come presbiterio; richiede al vescovo di essere capace di stimolare e di dare fiducia, di riprendere e di correggere, ma soprattutto di incoraggiare”. In altre parole, educare.

 

In gioco il futuro. E sul tema dell’educazione è tornato mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Vicenza e vicepresidente della Cei, aggiornando il 26 maggio i giornalisti delle discussioni in corso in Vaticano tra i vescovi italiani riuniti in assemblea. Illustrando gli “Orientamenti pastorali” per il prossimo decennio dedicato al tema dell’educazione sul quale è stato redatto un documento votato per la sua approvazione finale, mons. Nosiglia ha affermato che “il campo educativo rappresenta per il nostro Paese la sua miniera d’oro più produttiva a cui attingere e da cui ripartire”. Perché “sull’educazione si gioca il futuro di una società e sappiamo bene che la stessa crescita economica di un Paese aumenta in proporzione all’investimento che si fa sulla formazione”. “Noi riteniamo – ha detto l’arcivescovo – che sia un tema che interessa e coinvolge tutta la società perché investe le famiglia, le parrocchie, le scuole”. Ed ha aggiunto: “L’investimento di personale, risorse e mezzi adeguati al raggiungimento delle finalità dell’educazione rappresenta sia per la Chiesa, sia per la società il primo e indispensabile impegno che non può essere eluso o sminuito da altri pure necessari ambiti di lavoro in campo economico e sociale”.

 

Investire le migliori energie. “È in gioco – ha rimarcato mons. Nosiglia – la conservazione e il rinnovamento di quel patrimonio di qualità del sapere, della cultura e della vita, ricchi di valori umani, spirituali e morali, religiosi e civili e di uomini e donne che li hanno incarnati con genialità”. Il contributo della Chiesa vuole essere un “contributo positivo a tutto il Paese perché – ha sottolineato – affronti unito e si impegni con grande determinazione in questo campo”. “Credo – ha proseguito – che la Chiesa in Italia con questo impegno decennale indica chiaramente a se stessa ma anche al Paese dove puntare la bussola del suo progresso e del suo futuro”. E lo fa rivolgendosi alle famiglie, alle realtà civili, alle comunità cristiane. “Si rivolge infine alle istituzioni politiche, culturali, economiche e sociali perché investano le loro migliori energie in questo ambito che rappresenta il cuore pulsante del Paese”. Ad una domanda sul tipo d’investimento richiesto, mons. Nosiglia ha spiegato che non si tratta solo d’investimento economico ma “di personale, di cultura e soprattutto di mentalità e che chiama in causa i tanti adulti che sulla sfida educativa hanno messo i remi in barca perché possano di nuovo ritrovare fiducia e dare speranza. Ne va del futuro e del presente del Paese. Tutti devono dare il proprio contributo. A ciascuno è chiesto di dare il meglio di se”. Il tema dell’educazione, ha poi concluso, “è un segno di speranza su cui far leva per risolvere il problema pedofilia” in quanto avrà un peso anche “nell’ambito dei seminari e della formazione e della crescita degli educatori”.  Sir 27

 

 

 

 

Pedofilia, inchiesta in Irlanda. Vaticano invierà 4 "commissari"

 

Due cardinali e due arcivescovi in autunno nelle arcidiocesi irlandesi per "aiutare" il clero locale a far fronte alle "tragiche vicende degli abusi"

 

ROMA - Comincerà in autunno la "visita apostolica", ovvero l'indagine della Santa Sede per cercare di riorganizzare e "purificare" la Chiesa irlandese, travolta dallo scandalo della pedofilia. Nell'annunciare la decisione, il papa chiede la collaborazione di tutti, vescovi e preti irlandesi, al lavoro che faranno i quattro incaricati, un cardinale inglese, un cardinale americano e due arcivescovi irlandesi. Si tratta del card. Cormac Murphy O'Connor, arcivescovo emerito di Westminster, per l'arcidiocesi di Armagh; il card. Sean Patrick O'Malley, arcivescovo di Boston, per l'arcidiocesi di Dublino; mons. Thomas Christopher Collins, arcivescovo di Toronto, per l'arcidiocesi di Cashel e Emly; mons. Terrence Thomas Prendergast, Arcivescovo di Ottawa, per l'arcidiocesi di Tuam.

 

"La visita - sottolinea una nota vaticana - inizierà nelle quattro arcidiocesi metropolitane d'Irlanda e sarà poi estesa ad alcune altre diocesi". Con la sua decisione, precisa la Sala Stampa della Santa Sede, il Papa "intende offrire un aiuto ai vescovi, al clero, ai religiosi e ai fedeli laici per affrontare adeguatamente la situazione determinata dalle tragiche vicende degli abusi compiuti da sacerdoti e religiosi nei riguardi dei minori e per contribuire al rinnovamento spirituale e morale desiderato e già avviato con decisione dalla Chiesa in Irlanda".

 

Con la loro indagine, che riguarderà "le diocesi del Paese, i seminari e le congregazioni religiose", i visitatori apostolici, continua il testo, "cercheranno di approfondire le problematiche connesse con la trattazione dei casi di abuso e la dovuta assistenza alle vittime, e di verificare l'efficacia e la possibilità di miglioramento delle attuali modalità di prevenzione degli abusi, avendo come riferimento il Motu proprio pontificio 'Sacramentorum sanctitatis tutela' e le norme dello Safeguarding Children: Standards and Guidance Document for the Catholic Church in Ireland, commissionato e prodotto dal National Board for Safeguarding Children in the Catholic Church".  LR  31

 

 

 

Mi illumino d'incenso

 

La virtù cristiana dell’umiltà è entrata improvvisamente in sciopero a Salerno, dove l’arcivescovo ha inaugurato una statua che lo raffigura. Monsignor Pierro ha voluto pensare ai fedeli più miopi, adoperandosi affinché la scultura fosse alta almeno quattro metri. L’opera che tramanda ai posteri le fattezze di questo servo del Signore è stata eretta nel Seminario metropolitano, là dove i sacerdoti sono soliti svolgere gli esercizi spirituali. Ne trarranno ispirazione per riflettere sulle miserie della natura umana, fra le quali l’ego espanso è in fondo una delle più innocue. Anche delle più diffuse, però: un altro monsignore, a Vallo della Lucania, si è fatto ritrarre in un affresco alla destra di Gesù.

 

Siamo convinti che il vescovo di Salerno raccolga schiere di devoti che lo vorrebbero santo subito e immortalato nella Cappella Sistina accanto ad Adamo. Eppure nemmeno a loro dispiacerebbe sapere con quali denari Sua Eminenza ha commissionato il capolavoro che fissa i suoi nobili lineamenti nel marmo di Carrara. Non ricordo che la scultura venisse citata nella pubblicità dell’otto per mille. Mentre mi pare di ricordare che il monsignore andrà presto a giudizio, con l’accusa d’aver attinto ai fondi pubblici per ristrutturare una colonia per bambini bisognosi che un miracolo ha successivamente trasformato in albergo a cinque stelle. Di sicuro sono storie come questa che inducono a credere nell’origine divina della Chiesa: non si capirebbe, altrimenti, come possa sopravvivere da duemila anni a certi preti. 

Massimo Gramellini LS 29

 

 

 

Con la crisi della secolarizzazione ritorna la teologia politica. Nuove maschere del superuomo

 

Una delle grandi narrazioni su cui si è fondato l'Occidente moderno è quella che è stata presentata esemplarmente da Max Weber come il processo di razionalizzazione e disincantamento del mondo. Questo modello di auto comprensione secolare della modernità ha comportato come risultato non solo il dissolversi della metafisica nelle scienze particolari, ma altresì la riduzione della religione, e più in generale dei valori e delle norme morali, alla sfera privata della coscienza individuale. Al positivismo scientistico orientato al paradigma di razionalità di una scienza neutrale rispetto ai valori, ha fatto così da pendant la perdita della dimensione pubblica della religione, ridotta, in modo analogo all'etica, a questione privata. Di contro alla razionalità tecnico-scientifica, le scelte etiche e religiose erano decisioni individuali, frutto di sentimenti personali, in ultima istanza irrazionali.

Da tempo l'etica cerca di affrancarsi da questo schema. Sia sufficiente qui richiamare i tentativi posti in essere da John Rawls con la sua teoria della giustizia, da Hans Jonas con il suo principio di responsabilità, per giungere sino all'etica del discorso di Karl-Otto Apel, dove massimo è lo sforzo per sviluppare una fondazione ultima razionale dell'etica. Questi tentativi di "stabilizzazione della filosofia pratica" (con la parziale eccezione di Jonas) si stagliano in un orizzonte privo di presupposti trascendenti. Il buon Dio sembrava così continuare ad aver esaurito la sua funzione e il paradigma weberiano a non essere revocato in dubbio almeno per quel che riguardava la religione. L'etica poteva pure diventare pubblica, ma la religione restava confinata alla sfera privata.

Il fatto incontrovertibile dell'irruzione della religiosità che, in forme diverse, sperimentiamo negli ultimi anni sulla scena pubblica, ha messo in crisi questo modo di pensare. Da questo nuovo fenomeno scaturisce quella che si potrebbe definire la "riabilitazione della teologia politica". Per molti questo significa un pericoloso ritorno al passato e addirittura un grosso rischio per la democrazia. A dire il vero, credo che altri siano i rischi per la democrazia, se è appena sufficiente che un'agenzia di rating americana alzi un po' la voce per mettere in ginocchio l'Unione degli Stati europei. Come che sia, non passa quasi giorno che sui giornali non appaia un appello a favore della ragione laica, dove si rispolverano in senso neoilluministico cianfrusaglie ideologiche del tutto inadeguate a cogliere la realtà che abbiamo di fronte.

La questione cruciale può essere così formulata: l'Occidente è minacciato da questo ritorno della teologia politica o non è piuttosto il paradigma della secolarizzazione che spinto all'estremo rischia di collassare? Proponiamo un tentativo, sia pure soltanto abbozzato, di risposta. Si vuol riempire l'assenza di Dio, o quantomeno il suo ritrarsi dalle vicende umane, trasferendo la sua (perduta) onnipotenza all'homo creator. Questo è l'ultimo ardito passo della secolarizzazione. La volontà umana diventa la controfigura di quella divina. La liberazione della libertà da ogni dipendenza esteriore che la modernità ha tenacemente perseguito si rivela, nella tarda modernità in cui stiamo vivendo, come il delirio di una libertà assoluta che genera i mostri di una volontà di potenza nei confronti non più soltanto della natura esterna, ma persino di quella interna, della natura umana.

L'affrancamento dalla trascendenza, l'assolutizzazione dell'immanente, sta avendo come paradossale conseguenza il rimpicciolimento dell'uomo: per dirla con Nietzsche, "l'uomo è finito su un piano inclinato e ormai va rotolando, sempre più rapidamente, lontano dal punto centrale". Da soggetto di dominio l'uomo è divenuto oggetto del dominio, strumento passivo e inerte di sperimentazioni tecniche sempre più raffinate e sconvolgenti. Questo è il programma dell'ingegneria genetica e dei suoi molti adulatori, ed è questo il rischio più grande del nostro tempo, quello che mette seriamente a repentaglio la sopravvivenza dell'uomo sulla terra.

Siamo tutti in rete, ma anche tutti intrappolati nella rete. Dappertutto e in nessun luogo, abbiamo già perso la cognizione dello spazio. E ora stiamo rischiando di perdere anche la cognizione del tempo. La specie umana sembra arrivata al capolinea della sua evoluzione e già si delinea all'orizzonte una nuova realtà: il post-umano, la creazione di una nuova specie mediante l'intervento diretto sul codice genetico di quella esistente.

È possibile contrastare questa folle corsa verso il nulla? L'etica e il diritto dimostrano, al riguardo, tutta la loro fragilità: con il "patriottismo costituzionale" possiamo soltanto fare degli impacchi a un malato di cancro. Di fronte al pericolo estremo, infatti, c'è bisogno di un antidoto più efficace. L'apertura alla trascendenza, un rimosso in fondo sempre presente, non può forse di nuovo ritornare a offrire una importante risorsa motivazionale? Come fondare l'indisponibilità dell'integrità umana, se non recuperando, al limite nella forma di una teologia negativa, quella categoria del sacro troppo frettolosamente data per spacciata? Prima di assurgere a soggetto con Cartesio, l'uomo non ha mai trovato in sé, nel fundamentum inconcussum della propria certezza di sé, la misura che lo costituisce: l'ha trovata soltanto nello spazio religioso. Per impedire, oggi, che il processo di assolutizzazione dell'uomo, il mito del superuomo, paradossalmente si rovesci nel suo totale annichilimento, occorre recuperare il senso religioso del limite, riscoprire il brivido del sacro, come orizzonte ultimo di senso.

E il senso del sacro, per l'occidente giudaico-cristiano, comincia con Dio che crea l'uomo "a sua immagine", dotandoci in questo modo di una dignitas trascendente, che ci colloca in una posizione speciale nella natura. Il richiamo a questo residuo punto religioso può essere la nostra salvezza. La razionalità da sola non basta, ha bisogno di nutrirsi di sostanze che non riesce a generare da sé. Hic Rhodus, hic saltus!

Paolo Becchi, Università di Genova, Osservatore Romano 30

 

 

 

Papst betet für Hochwasser-Opfer - „Dreifaltigkeit ist Kern unseres Glaubens“

 

Tausende von Menschen haben an diesem Sonntag am Mittagsgebet von Papst Benedikt auf dem Petersplatz teilgenommen. Vom Fenster seines Arbeitszimmers aus betete der Papst u.a. für alle, die unter dem Hochwasser an Oder und Weichsel in Polen leiden. Wörtlich meinte Benedikt in polnischer Sprache:

 

„Ich bin allen, die von den Überschwemmungen betroffen sind, nahe. Wir wollen alle unsere Schwierigkeiten der heiligsten Dreifaltigkeit anvertrauen und versuchen, den Plan der göttlichen Vorsehung zu verstehen. Denken wir an das Wort Hiobs: Wenn wir von Gott das Gute annehmen, warum akzeptieren wir nicht auch das Schlechte? Alles ist im göttlichen Heilsplan eingeschlossen...“

 

In seinem englischen Redeteil warf der Papst einen Blick voraus auf seine Reise nach Zypern nächste Woche. Er wünsche der Insel Frieden und Wohlstand; seine Visite gelte den katholischen wie auch den orthodoxen Gläubigen. Auf italienisch fand Benedikt XVI. einige Worte zu Pius XII., dem Papst in der Zeit des Nationalsozialismus, für den ein Seligsprechungsverfahren im Gange ist.

 

„Vor zwei Tagen ist in Rom ein Band der Tagebücher von Kardinal Celso Costantini veröffentlicht worden, der den Titel trägt: Am Rand des Krieges, 1938-1947. Diese Veröffentlichung ist von großem historischem Interesse. Kardinal Costantini war sehr mit Papst Pius XII. verbunden; er schrieb dieses Tagebuch, als er Sekretär der Missionskongregation war. Sein Tagebuch bezeugt den immensen Einsatz für Frieden und für die Unterstützung aller Bedürftiger, den der Heilige Stuhl in diesen dramatischen Jahren geleistet hat.“ Ähnlich lobend hat sich am Wochenende auch Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone über Pius XII. geäußert. In einer Botschaft, die in der Vatikanzeitung abgedruckt wurde, schreibt Bertone, dass Papst Benedikt seinen Vorgänger aus der Zeit des Zweiten Weltkriegs für seine Entschlossenheit bewundere. Statt seine Aktivitäten während des Krieges „einzuschränken und sich in der Trauer zu verschließen, hat er die Aktivitäten stattdessen vervielfältigt“. Auf die Kontroverse über die Haltung von Papst Pius zum Holocaust gingen weder Bertone noch an diesem Sonntag Papst Benedikt ein.

 

Auf deutsch erinnerte der Papst an den theologischen Inhalt des Dreifaltigkeits-Sonntags. „Der Kern unseres christlichen Glaubens ist das Geheimnis der heiligsten Dreifaltigkeit. Gott offenbart sich als Vater, Sohn und Heiliger Geist, der alles erschaffen hat, erlöst und heiligt. Durch die Taufe auf den Namen des dreieinigen Gottes erhalten wir Anteil am Leben der göttlichen Dreifaltigkeit. Wir wollen dieser Gemeinschaft mit Gott stets treu bleiben und mithelfen, sein Reich der Gerechtigkeit, der Liebe und des Friedens aufzubauen.“ (rv 30)

 

 

 

Einführung eines islamischen Religionsunterrichts in Deutschland

 

Die CDU-Politiker Hermann Gröhe und Annette Schavan haben sich für die Einführung eines islamischen Religionsunterrichts in Deutschland ausgesprochen. Sie stellten sich damit beim Treffen der „Schüler Union Deutschlands“ in Mannheim gegen die Position des Nachwuchses von CDU und CSU. Die „Schüler Union“ lehnt islamischen Religionsunterricht an deutschen Schulen nämlich ab. Angehörige anderer Religionen, wie etwa Juden oder Muslime, sollten den Ethikunterricht besuchen, sagte der scheidende Bundesvorsitzende Younes Ouaqasse am Samstag. Begründet wird das Nein zum islamischen Religionsunterricht damit, dass dem Staat zur Klärung der Unterrichtsinhalte Ansprechpartner auf muslimischer Seite fehlten. Der 21-jährige Ouaqasse ist Sohn marokkanischer Eltern und selbst Muslim. Er war erster muslimischer Vorsitzender der Organisation. Die stellvertretende CDU-Bundesvorsitzende und Bildungsministerin Schavan sagte, es sei eine „friedensstiftende Aufgabe der Bildungspolitik“, den Respekt voreinander zu lehren. „Christdemokraten sollten dafür stehen, dass - egal wie groß das Spektrum der Religionen ist - Religion zur Allgemeinbildung gehört.“ Wer mit anderen Religionen ins Gespräch kommen wolle, brauche aber zunächst einen eigenen Standpunkt und Kenntnis der eigenen Religion, betonte sie. Deshalb sei ein konfessioneller Religionsunterricht so bedeutsam. CDU-Generalsekretär Gröhe sagte, er sei sich mit der evangelischen und der katholischen Kirche einig, dass über einen islamischen Religionsunterricht nachgedacht werden müsse. „Die Länder müssen diese Idee angehen“, meinte er. kna 30

 

 

 

Italien: Kreuz im Kerker

 

Das so genannte „Kreuz der Weltjugendtage“ hat schon viel erlebt: Schließlich reist es seit über einem Vierteljahrhundert im Umfeld der kirchlichen Weltjugendtage durch die ganze Welt. Am Samstag Morgen hat es nun einen Besuch im Gefängnis gemacht, und zwar in der römischen Haftanstalt Rebibbia, einer der größten und bestbewachten von ganz Italien. Die etwa 300 Häftlinge kommen mehrheitlich aus Süditalien; auch einige Mafiosi sind darunter. Bei einem Gebetsgottesdienst vor dem Kreuz konnten die Insassen von Rebibbia Fürbitten formulieren oder beichten.

 

„Die jungen Leute haben das gut aufgenommen“, berichtet Bischofsdelegat Nicola Filippi hinterher. „Man merkt, dass es ihnen guttut zu spüren, dass ihnen jemand nahe ist und ihnen Hoffnung macht – denn das Gefängnis ist ja ansonsten ein Ort tiefer Einsamkeit. Es gibt viele junge Katholiken, die ehrenamtlich im Innern von Rebibbia arbeiten und sich um die Häftlinge kümmern; der Besuch des Weltjugendtags-Kreuzes ging auf ihre Initiative zurück. Ich muss sagen, dass auch die Häftlinge diesen jungen Freiwilligen etwas sehr Wichtiges zeigen: Das Gefängnis ist ja ein Ort, der einem dabei hilft, über das wirklich Wesentliche im Leben nachzudenken.“

 

„Natürlich ist jede Art von Kontakt zur Außenwelt sehr wichtig für Menschen, die in so einer Struktur einsitzen”, sagt Gefängnisdirektor Stefano Ricca. „Die Menschen hier hängen von diesem Kontakt nach draußen ab. Sie hoffen darauf, sich später wieder in ein normales Leben einzugliedern, und bei den Schwierigkeiten, die sie haben, können der Glaube und das Glauben an sich wirklich eine große Hilfe sein...“ (rv 30)

 

 

 

Der Hamburger Erzbischof Werner Thissen bittet die Opfer sexuellen Missbrauchs um Entschuldigung.

 

In einem Brief ans Erzbistum Hamburg, der an diesem Wochenende in allen Gemeinden verlesen wird, schreibt Thissen: „Wir müssen bekennen, dass sich Priester und Mitarbeiter der Kirche schwer an Kindern und Jugendlichen versündigt haben.“ Das Missbrauchsverhalten Einzelner liege „wie ein dunkler Schatten auf uns allen“, so Thissen. Vielen werde es dadurch zur Zeit schwer, mit Freude und Vertrauen den Glauben zu leben und ihn öffentlich zu bezeugen. Der Erzbischof wörtlich: „Es beschämt uns, dass das Vertrauensverhältnis, ohne das Seelsorge nicht möglich ist, verraten worden ist.“ Die Kirche habe sich in der Vergangenheit zu wenig um die Opfer gekümmert: „Uns war erschreckend wenig bewusst, wie sehr Kindesmissbrauch Wunden für ein ganzes Leben schlagen kann“, schreibt Thissen. „Wir bekennen uns dazu, dass die Opfer noch mehr unserer Sorge anvertraut sind als die Täter oder der gute Ruf der Kirche.“ Bei aller Belastung und Scham sei ihm aber die jetzige Situation lieber, als wenn „die Eiterbeule des Missbrauchs nicht offengelegt worden wäre und nicht bearbeitet würde“. Denn jetzt hätte die Kirche die Möglichkeit, einen neuen Anfang zu setzen. - Das Erzbistum Hamburg hat seit dem 15. März 2010 dreizehn Missbrauchsvorwürfe an die zuständigen Staatsanwaltschaften weitergeleitet. Die Vorwürfe beziehen sich auf den Zeitraum von 1950 bis in die 1990er-Jahre. Insgesamt richten sich die Missbrauchsvorwürfe gegen acht Priester, die im Gebiet des heutigen Erzbistums Hamburg tätig waren oder Priester des Erzbistums Hamburg sind. Von diesen acht Priestern sind vier verstorben, zwei leben im Ruhestand. Zwei weitere Priester sind aufgrund der gegen sie erhobenen Vorwürfe in den vergangenen Wochen in den Ruhestand versetzt worden. (pm 30)

 

 

 

 

 Vor Beginn des Papstbesuches auf Zypern

 

Wenige Tage vor Beginn des Papstbesuches auf Zypern kommen auf einmal Störsignale aus der orthodoxen Kirche auf der Insel. Der orthodoxe Bischof der zweitgrößten Stadt der Insel, Limassol, will Benedikt boykottieren: Wer immer in dogmatischen Fragen von der orthodoxen Lehre abweiche, der sei als Häretiker anzusehen, so Metropolit Georgios von Paphos. Heißt das, es stimmt etwas nicht in den Beziehungen zwischen Katholiken und Orthodoxen auf Zypern?

 

Nein, im Gegenteil – die Kontakte und der Umgangston sind exzellent. Das sagt Pater David Jaeger von der Kustodie des Heiligen Landes, die auch für die katholische Kirche auf Zypern zuständig ist.

 

„Die Beziehungen zwischen Katholiken und der orthodoxen Kirche auf Zypern sind gut – es gibt keine besonderen Spannungen, soweit das Gedächtnis zurückreicht. Was die Kirche im ganzen Nahen Osten betrifft, über Zypern hinaus, da war der Umgang zwischen dem niederen orthodoxen Klerus bzw. den orthodoxen Gläubigen und den Katholiken immer freundlich. Es hat im Nahen Osten nie diese Bitternis der gewollten Spaltung gegeben, die wir seit dem späten 15. Jahrhundert im europäischen Teil der Orthodoxie erlebt haben.“

 

Die Bitterkeit hatte viel damit zu tun, dass Orthodoxe dem Westen vorwarfen, er habe nicht genug getan, um den Fall von Konstantinopel-Byzanz zu verhindern. Dieser Fall ereignete sich nur wenige Jahre nach einer Beinahe-Wiederversöhnung mit Rom; er traf eine orthodoxe Kirche, die vom Bosporus aus viele Missionserfolge vorweisen konnte. Konstantinopel, das war der letzte Dominostein, der kippte; vorher waren schon die alten orthodoxen Patriarchate Alexandrien, Antiochien und Jerusalem unter islamische Herrschaft geraten.

 

„Die Ostkirchen des Nahen Ostens haben sich zum Beispiell am Unionskonzil von Florenz 1439 beteiligt – sie haben die Union sogar unterschrieben. Sie haben die Union dann auch nie willentlich verlassen; stattdessen war es die veränderte Lage nach der türkischen Eroberung von Konstantinopel 1453, die zur Auflösung der Kirchenunion führte. Es gibt also im Nahen Osten da keine Überreste von Ressentiment gegenüber der katholischen Kirche –anders als das in Kleinasien oder in Griechenland gewesen sein mag, wenn man an die Geschehnisse in Konstantinopel 1204 dachte oder an das Versagen der Fürsten – nicht des Papstes! – im katholischen Europa, die dem belagerten Konstantinopel nicht zur Hilfe kamen.“

Die „Geschehnisse von 1204“ – das meint die Erstürmung und Plünderung von Konstantinopel durch katholische Ritter auf dem irregeleiteten Vierten Kreuzzug. Von dieser Schwächung hat sich die alte Kaiser- und Patriarchenstadt bis zu ihrer Eroberung durch die Türken nicht mehr richtig erholt. Doch wie Jaeger sagt: Orthodoxe in Nahost oder auf Zypern haben in dieser Hinsicht nie anti-katholische Ressentiments gehegt.

 

„Also – die Beziehungen sind gut, und wir haben allen Grund zu denken, dass der Besuch des Heiligen Vaters auf Zypern sie vertiefen und stärken wird!“

 

Zumindest die Beziehungen zur orthoxen Kirchenspitze: Denn natürlich denkt Erzbischof Chrysostomos II. überhaupt nicht an einen Boykott der Visite. Er soll den „Abtrünnigen“ bereits aufgefordert haben, seine Haltung zu korrigieren, weil ihm sonst sogar der Ausschluss aus der Bischofssynode drohe. Die Gegner der Ökumene gelten auf Zypern als kleine, aber scharfe Minderheit. Vor allem Mönche vom griechischen Berg Athos führten zuletzt Proteste gegen eine katholisch-orthodoxe Annäherung an. Dort, auf dem Athos, erhielt auch der jetzige Bischof von Limassol seine Ausbildung... (rv 30)

 

 

 

 

 

Margot Käßmann. Erster Gottesdienst nach Rücktritt

 

Hannover. Die frühere EKD-Vorsitzende Margot Käßmann hat am Sonntag erstmals nach ihrem Rücktritt wieder einen Gottesdienst in Hannover gehalten. Mehr als 1200 Menschen verfolgten ihre Predigt in der überfüllten Marktkirche. Viele Teilnehmer standen schon Stunden vorher an, um noch einen Platz zu bekommen. Wegen des großen Andrangs wurde der Gottesdienst auch über Lautsprecher nach außen übertragen.

 

Als die frühere Landesbischöfin in der Kirche eintraf, brandete Beifall auf. Pastorin Hanna Kreisel Liebermann bat Käßmann zu Beginn des Gottesdienstes, auch in Zukunft in der Marktkirche zu predigen. Die frühere EKD-Vorsitzende nahm in ihrer Predigt auf ihren Rücktritt indirekt Bezug. Sie sagte, oft falle "es uns nicht leicht Barmherzigkeit zu üben, weil wir uns manchmal unsere Fehler und Verfehlungen selbst am wenigsten vergeben könnten".

 

Zum Abschluss des etwa einstündigen Gottesdienstes sprachen sich viele Zuhörer für die Rückkehr Käßmanns aus. Auf Flugblättern forderten sie, der ehemaligen Landesbischöfin nach ihrem Rücktritt "eine zweite Amtszeit" zu geben.

 

Der Predigttext Käßmanns war ein in der Luther-Bibel mit "Lobpreis der Wunderwege Gottes" überschriebenes Kapitel (Römer 11, 33-36). Musikalisch begleitet wurde der Gottesdienst unter anderem durch den Mädchenchor Hannover.

 

Käßmann hatte in der Nacht zum 21. Februar betrunken mit ihrem Dienstwagen eine rote Ampel überfahren und war dabei von der Polizei gestoppt worden. Sie trat wenige Tage später von ihren leitenden kirchlichen Ämtern zurück. (ddp 30)

 

 

 

 

 

Leitartikel. Genug gebüßt, Frau Käßmann

 

Das Kirchenvolk hat entschieden. Es hat Margot Käßmann, die vor einem Vierteljahr von allen Ämtern zurückgetreten war, als "Bischöfin der Herzen" zurückgeholt. 30.000 Menschen feierten die frühere EKD-Ratsvorsitzende auf dem Ökumenischen Kirchentag. Ihr Buch über Frauen in der Lebensmitte ist ein Bestseller. Und am Sonntag pilgerten 1500 Gläubige zum ersten Gottesdienst, den die 51-Jährige als einfache Pastorin in Hannover hielt. Nur drei Tage später soll Käßmann offiziell verabschiedet werden. Verkehrte (Kirchen-)Welt! Für die Christen in Deutschland ist Käßmann eine Leitfigur. Doch leitende Geistliche soll sie nicht mehr sein.

 

Dieser Widerspruch ist auflösbar - und zwar denkbar einfach. Die Bischofsneuwahl soll Ende November sein. Bis dahin hat die hannoversche Landeskirche reichlich Zeit, ihrer Bischöfin a.D. eine erneute Kandidatur anzutragen. Ein solcher Schritt wäre ohne Beispiel. Aber wer könnte besser mit diesem Präzedenzfall umgehen als Margot Käßmann, die so oft in ihrem Leben die Jüngste, die Erste, die Einzige war?

 

Eine Wiederwahl zur Bischöfin wäre die naheliegende Lösung für die unbeholfen-verkrampfte Suche nach Käßmanns künftiger Rolle. Insider ergehen sich in Metaphern: Für diesen Schatz müsse jetzt eine Vitrine gefunden werden. Dieses Gefäß hat die Kirche längst: Den Glauben verkünden, Menschen begeistern, Orientierung geben - das sind die vornehmsten Aufgaben des Bischofs. Und wenn die Maxime gilt, dass die Wahl stets auf den Besten fallen sollte, müsste die Sache in Hannover klar sein.

 

Zugegeben, für das Establishment, das sich gerade auf die Zeit nach Käßmann einstellt und aus dem heraus sich die Nachfolger in Stellung bringen, ist ein Rücktritt vom Rücktritt kein einfacher Gedanke. Ihn mit Totschlagsargumenten - Wie soll das denn gehen? Das gab´s ja noch nie! - abzutun, wäre allerdings eher ein Zeichen von Kleingeisterei als von evangelischer Freiheit. Es wäre übrigens auch traditionsvergessen: Ein "Plebiszit für Käßmann" ist keineswegs neumodisches basisdemokratisches Tamtam, sondern eine uralte Praxis. Es sind spektakuläre Fälle überliefert, wie Gemeinden ihre Wunschkandidaten auf den Bischofssitz applaudierten. So kam 373 der Kirchenlehrer Ambrosius von Mailand "per Akklamation" in Amt und Würden, obwohl er nicht einmal getauft war.

 

Aber hat nicht Käßmann nach ihrer Promillefahrt selbst den Schnitt gemacht? Kann sie überhaupt ihre Entscheidung revidieren, ohne als wankelmütig, zweideutig oder gar doppelzüngig dazustehen - was sie ja gerade verhindern wollte? Sie sprach damals von einem schweren Fehler, den sie zutiefst bereue. Um ihrer Integrität willen müsse sie die Konsequenzen ziehen.

 

Das war so folgerichtig wie folgenreich. Die berechtigte Debatte über den Autoritätsverlust einer "trunkenen Bischöfin" samt ihren hämischen Untertönen ist flugs umgeschlagen in Anerkennung und Lob: Da ist eine, die es erst gar nicht probiert mit der "Methode Pattex", sondern die in der Tradition Luthers "Ich kann nicht anders" sagt und geht. Damit war ihre Autorität just in dem Moment wiederhergestellt, in dem sie am meisten angekratzt war. Unterdessen hat sich auch erwiesen, dass der Fehltritt vom Februar ihre Glaubwürdigkeit nicht überschattet. Sie hat in München genauso scharf über den Afghanistan-Krieg geurteilt wie in ihrer Neujahrspredigt; sie hat dabei in Erinnerung gerufen, welcher Gegenwind ihr entgegenschlug - und hat eben dafür stürmischen Beifall bekommen.

 

Damit sind die wesentlichen Gründe für den Rücktritt entfallen. Es hat sich zudem gefügt, dass der Augsburger Bischof Walter Mixa nur kurze Zeit später den Gegenentwurf in Sachen "Würde" geliefert hat: leugnen, lügen, lavieren - und sich am Ende von oben aus dem Amt drängen lassen. Im Kontrast ist Käßmanns Verhalten umso charaktervoller - und umso rollenbewusster. Jedenfalls sind Mäkeleien speziell aus dem katholischen Lager längst verstummt, Käßmann habe ihr hohes geistliches Amt sausenlassen wie irgendein Pöstchen.

 

Weil Käßmann ohne einen Plan B gegangen ist, hat ihr Wort von der Reue Bestand - auch wenn sie zurückkäme. Gerade im Vergleich mit einem Mixa gilt unterdessen doch auch: Genug gebüßt, Frau Käßmann! Für die Kirche wäre ihre Rückkehr ins Amt der beste Beleg für das, was sie predigt. Glaubwürdigkeit ist nicht mit Fehlerlosigkeit zu verwechseln. Und: Es gibt die zweite Chance - kein billiges "Weiter so", sondern ein reflektiertes "Auf ein Neues". Joachim Frank FR 31

 

 

 

 

Papst: „Christentum kann China bereichern“

 

Eine Wiederentdeckung des Christentums in China kann dem Reich der Mitte viel Gutes bringen. Das betonte Papst Benedikt XVI. an diesem Samstagmittag. In der Audienzhalle sprach der Papst vor rund 7.000 Pilgern und Besuchern anlässlich des 400. Todestages von Jesuitenpater Matteo Ricci (1552 bis 1610). Die Audienz war von den italienischen Diözesen der Region Marken organisiert. Ricci stammte aus dieser Region. Er war als Missionar in China tätig und setzte vor allem auf einen langfristigen Dialog. Benedikt XVI.:

 

„Auch ich drücke, wie Pater Matteo Ricci, meine tiefe Bewunderung gegenüber dem chinesischen Volk und seiner tausendjährigen Kultur aus. Ich bin davon überzeugt, dass das Christentum gute Früchte bringen sowie ein friedliches Zusammenleben zwischen den Völkern fördern kann. Erinnern wir uns daran, dass der Jesuitenpater zu einem echten Chinesen unter den Einheimnischen wurde.“

 

Die Bewunderung für den Jesuitenpionier Ricci schmälere aber nicht den eigenen ideellen Reichtum Chinas, so Benedikt XVI.

 

„Gerade Riccis Art des Dialogs, der weder wirtschaftlich noch politisch motiviert war, sondern rein freundschaftliche Ziele verfolgte, macht aus ihm und seinen Nachfolgern wahre Brückenbauer zwischen China und dem Westen. Sie und die ersten Konvertiten sind die Säulen der Kirche in China.“ (rv 28)

 

 

 

 

Lombardi: „Zypern setzt Heilig-Land-Besuch fort“

 

Die Papstreise nach Zypern ist eine Fortsetzung des Heilig-Land-Besuchs. Das sagt Vatikansprecher Federico Lombardi in seinem wöchentlichen Editorial für Radio Vatikan. Zypern, die erste Station der christlichen Missionierung durch die Apostel, sei heute ein wichtiges Zentrum des ökumenischen Dialogs, betonte der Jesuit:

 

„Zypern gehört zum Heiligen Land und durch diese geografische Lage wird deshalb der Papst hier den Grundstein für die bevorstehende Nahostsynode legen, indem er in Nikosia deren Arbeitsprogramm veröffentlicht. Von Zypern aus richtet sich der Blick auf das Heilige Land und den Nahen Osten, der den Gläubigen vieler Religionen sehr am Herzen liegt, aber Leiden und Spaltungen ausgesetzt ist. Auf der Insel im östlichen Mittelmeer wird besonders deutlich, dass das Evangelium Quelle des Dialogs, der kirchlichen Gemeinschaft, der menschlichen Förderung und des Friedens für alle sein muss.“

 

Kasper: Zypernreise wichtiger Dialogbeitrag - Die Förderung des katholisch-orthodoxen Gesprächs ist nach den Worten von Kardinal Walter Kasper ein wesentliches Anliegen der bevorstehenden Zypernreise des Papstes. „Die Beziehungen zu den orthodoxen Kirchen liegen dem Papst sehr am Herzen. In dieser Hinsicht ist es ein ganz wichtiger Punkt, dass Benedikt XVI. jetzt erstmals ein Land mit mehrheitlich orthodoxer Bevölkerung besucht“, sagte der Präsident des Päpstlichen Einheitsrates am Freitag in einem Interview der Katholischen Nachrichten-Agentur in Rom. Das Verhältnis zur Orthodoxie habe sich seit dem ersten Papstbesuch in einem orthodoxen Land – Johannes Pauls II. 1999 in Rumänien – „sehr zum Positiven“ verändert, sagte Kasper. Zum Ökumenischen Patriarchat habe man wieder „sehr gute, ja freundschaftliche Beziehungen“ aufgebaut. Auch das Verhältnis zur russisch-orthodoxen Kirche habe sich „stark verbessert“. Gleiches gelte in letzter Zeit für die Kontakte zur serbisch-orthodoxen Kirche. Die Beziehungen zu den übrigen orthodoxen Kirchen, die er besucht habe, seien „ordentlich“. Als „bedauerlich und abwegig“ bezeichnete Kasper die von zwei orthodoxen zypriotischen Bischöfen entfachte Debatte über einen Boykott des Papstbesuches. Dies sei jedoch ein „Zypern-internes, innerorthodoxes Problem“. Die große Mehrheit des zypriotischen Episkopats stehe dem Besuch positiv gegenüber, hob Kasper hervor. Zurückhaltend äußerte sich der Kurienkardinal über mögliche Fortschritte auf dem Weg zur Wiedervereinigung der seit 1974 geteilten Insel durch den Papstbesuch. In jedem Fall werde die Reise aber dazu beitragen, dieses Thema wieder auf die Tagesordnung der Weltpolitik zu bringen, sagte Kasper. – Benedikt XVI. reist vom 4. bis zum 6. Juni nach Zypern. Höhepunkt seiner 16. Auslandsreise ist die Vorstellung des Arbeitspapiers für die Bischofssynode über den Nahen Osten im Herbst. (Rv/kap 29)

 

 

 

Italien: Bagnasco räumt mögliche Missbrauch-Vertuschungen ein

 

Der Vorsitzende der Italienischen Bischofskonferenz, Kardinal Angelo Bagnasco, hat eine mögliche Vertuschung von Missbrauchsfällen in der Kirche seines Landes eingeräumt. Es bestehe „die Möglichkeit“, dass auch einige Bischöfe einschlägige Delikte von Priestern verborgen hätten, sagte Bagnasco am Freitag während einer Pressekonferenz zum Abschluss der Frühjahrsvollversammlung der Konferenz in Rom. Dazu sagte Bagnasco:

 

„Es handelt sich um ein falsches Verhalten, das korrigiert und überwunden werden muss. Die Sorge der Bischöfe gilt dem Wohl der Opfer. Dies muss leitend für alle Beurteilungen und Maßnahmen sein. Hingegen sind eigene nationale Leitlinien für den Umgang mit Missbrauchsfällen in der Kirche aus unserer Sicht nicht notwendig. Die entsprechenden vatikanischen Normen von 2001 sind der konkreteste Bezugsrahmen, um sich angesichts dieses erschreckenden Phänomens zu orientieren.“

 

Eine Sonderkommission für die Aufarbeitung der Missbrauchsfälle ist nach seiner Ansicht ebenfalls nicht notwendig. In seiner Eröffnungsrede vor der Bischofsvollversammlung hatte Kardinal Bagnasco am Dienstag ein kompromissloses Vorgehen gegen sexuellen Missbrauch angekündigt. Zudem hatte die Bischofskonferenz Italiens erstmals die Zahl der Missbrauchsfälle in der italienischen Kirche beziffert und von 100 kirchenrechtlichen Verfahren gegen Priester in den vergangenen zehn Jahren gesprochen.

 

Papst Benedikt XVI. hatte in seiner Ansprache vor den italienischen Bischöfen am Donnerstag zu einem offenen Umgang mit dem Missbrauchsskandal aufgerufen. (kipa 29)

 

 

 

Deutschland: Kirchenkritik an Berliner Urteil

 

Ein muslimischer Gymnasiast darf sein Mittagsgebet nicht auf dem Schulgelände verrichten. Das gefährde den Schulfrieden, entschied das Berliner Oberverwaltungsgericht. Die Türkische Gemeinde begrüßt das Urteil. Die katholische Kirche hingegen zieht eine gemischte Bilanz. Einerseits erkenne man die Schwierigkeiten von Schulen an, den Wunsch von Schülern nach Gebetsmöglichkeiten mit dem eigenen Anspruch auf Neutralität vereinbaren zu müssen, so Stefan Förner, Sprecher des Erzbistums Berlin gegenüber dem Kölner Domradio. Man müsse aber auch „beten dürfen.“ Förner:

 

„Nach der Entscheidung des Verwaltungsgerichts, das anders entschieden und die Religionsfreiheit an höchster Stelle gewichtet hat, sind wir überrascht. Das Oberverwaltungsgericht hat nun gesagt, man müsse hier eine Einschränkung der Religionsfreiheit in Kauf nehmen - zum Schutz anderer Verfassungsgüter. Das ist im Prinzip eine Umkehrung der Argumentation. Das kam unerwartet für uns, das kann man anders nicht sagen. Weil: Beten muss man dürfen.“

 

Das Oberverwaltungsgericht Berlin-Brandenburg begründete sein Urteil unter anderem damit, dass die Erlaubnis für Ritualgebete für Schüler anderer Glaubensrichtungen oder für Nichtgläubige eine „Einschränkung“ bedeute. (domradio 29)

 

 

 

 

 

Österreich: Besucherrekord bei „Langer Nacht der Kirchen“

 

Die „Lange Nacht der Kirchen“ hat ein kräftiges Lebenszeichen der christlichen Kirchen in Österreich gesetzt. Rund 350.000 Menschen – davon mehr als 130.000 alleine in Wien – haben nach ersten Schätzungen am Freitagabend die „Lange Nacht“ besucht. 2009 waren es 310.000 gewesen. Mehr als 3.500 Veranstaltungen in 744 Kirchen zwischen Bodensee und Neusiedlersee bot die „Lange Nacht“ dieses Jahr. Die Besucher zeigten sich in ersten Reaktionen von den unterschiedlichen Programmpunkten spiritueller, musikalischer und kultureller Art begeistert. Die „Lange Nacht der Kirchen“ – ein gemeinsames Projekt aller 14 christlichen Glaubensgemeinschaften des Landes – war in diesem Jahr bereits zum zweiten Mal in allen österreichischen Diözesen veranstaltet worden. In allen Diözesen begann die „Lange Nacht“ mit einem zehnminütigen Glockengeläut um 17.50 Uhr. Besuchermagnet Nummer eins in Wien war einmal mehr der Stephansdom. Mehr als 40.000 Menschen bestaunten im Lauf des Abends die Lichtinstallation von Veit Schiffmann und Max Nemec. Mit Laserlicht wurde der Dom in unterschiedliche Farben getaucht. Im Dom musizierten der Stuttgarter Knabenchor „Collegium iuvenum“ und die Wiener Dommusik. – Der Termin für nächste „Lange Nacht der Kirchen“ steht bereits fest: Es ist der 27. Mai 2011. (kipa 29)

 

 

 

 

Jesuit Dartmann: „Mit den Opfern an den eckigen Tisch“

 

Der deutsche Jesuitenorden will verstärkt das Gespräch mit Missbrauchsopfern suchen. Das sagte der Leiter der Deutschen Jesuitenprovinz, Pater Stefan Dartmann, am Donnerstag in München. Dort war der offizielle Bericht zu den Missbrauchsfällen in Jesuiten-Einrichtungen vorgestellt worden. Über Jahre hinweg habe man im Orden die Opferperspektive nicht eingenommen, räumte Dartmann ein. Die Aufklärung müsse nun weitergehen; angesichts eines „Skandals, dessen Umfang kaum zu erahnen war“, habe auch er selbst viel dazugelernt. Dartmann:

 

„Wir müssen uns der Aufarbeitung noch mehr stellen. Wir sind noch nicht durch, wir können das, was geschehen ist, nicht einfach zur Vergangenheit erklären. Wir müssen an einzelnen Schulen, im Orden selber und unter Mitbrüdern die Dinge immer wieder ins Gespräch bringen. Aber wir müssen vor allen Dingen, das sehe ich ein und heute stärker als am Anfang, wirklich das Gespräch mit den Opfern suchen – ob das jetzt in Form des eckigen Tisches ist, ob das in persönlichen Gesprächen ist, das sei noch mal dahingestellt, aber der Dialog mit den Opfern ist wichtig.“

 

Der „eckige Tisch“ war von Missbrauchsopfern in Anspielung auf die „Runden Tische“ der Bundesregierung ins Leben gerufen worden; ihm gehören ehemalige Schüler der vier deutschen Jesuiten-Gymnasien an. Ein erstes Treffen zwischen Ordensvertretern und Mitgliedern der Vereinigung findet am Samstag in Berlin statt. Neben Dartmann werden auch dessen designierter Nachfolger Stefan Kiechle sowie Klaus Mertes vom Berliner Canisius-Kolleg und Johannes Siebner vom Kolleg Sankt Blasien dabei sein.

 

Missbrauchsopfer finden nun auch Hilfe bei einer Telefonberatung der Bundesregierung. Gestartet wurde die neue Hotline an diesem Freitag in Berlin von der Missbrauchsbeauftragten der Bundesregierung, Christine Bergmann. Insgesamt 65 Experten nehmen dort Anrufe von Betroffenen oder ihren Angehörigen entgegen, so Bergmann vor Journalisten. Derzeit sei das Telefon 30 Stunden pro Woche geschaltet; je nach Nachfrage könnten die Beratungszeiten aber verlängert oder gekürzt werden. Bei Einrichtung der Anlaufstelle habe man sich auf die Erfahrungen der Hotline der katholischen Kirche gestützt, so Bergmann weiter. Auch eine eigene Homepage der Missbrauchsbeauftragten wird an diesem Freitagnachmittag frei geschaltet. – Die telefonische Anlaufstelle der Missbrauchsbeauftragten der Bundesregierung ist montags von 8 bis 14 Uhr, dienstags, mittwochs und freitags von 16 bis 22 Uhr und sonntags von 14 bis 20 Uhr geschaltet. Die Homepage ist unter www.beauftragte-missbrauch.de abrufbar. (kna/pm 28)

 

 

 

 

Bischof Shomali: „Christen stiften Frieden im Heiligen Land“

 

In mehr als 20 Ländern beginnt an diesem Samstag die diesjährige „Weltwoche für Frieden in Palästina und Israel“. Unter dem Motto „Es ist Zeit“ beteiligen sich Kirchen aller Konfessionen und christliche Menschenrechtsorganisationen an der vom Weltkirchenrat (ÖRK) ins Leben gerufenen Aktionswoche. Mit Gebeten und anderen Initiativen setzen sich die Veranstaltungen für einen gerechten Frieden im Nahen Osten ein. Derweil verwies William Hanna Shomali, neuer Weihbischof des lateinischen Patriarchates in Jerusalem, im Interview mit uns auf die friedensstiftende Funktion der Christen im Heiligen Land. Für die Region sei gerade deshalb ihre verstärkte Abwanderung fatal:

 

„Die meisten Exilanten aus dem Heiligen Land sind Christen; zum Beispiel gibt es in Chile 300.000 Christen palästinensischer Herkunft. Wenn die wenigen Verbliebenen auch noch abwandern, bedeutet das eine Armut für das ganze Land. Wir haben nämlich einen mäßigenden Einfluss auf diese Region und das wissen alle: Auch die Moslems und die Juden. Deshalb müssen wir unsere Gemeinschaften davon überzeugen, dass ihre Präsenz hier kein Verhängnis ist, sondern eine Gnade, eine Mission, eine Berufung.“ (kna) 28

 

 

 

 

 

Die Zukunft der Weltgemeinschaft beruht auf Dialog und der Zusicherung der Menschenrechte.

 

Das hat Papst Benedikt XVI. bei der Vollversammlung des Päpstlichen Rates zur Seelsorge für die Migranten und Menschen unterwegs an diesem Freitag im Vatikan betont. Der Papst mahnte, jedem Menschen stünden seine universellen Rechte zu, sie seien unverletzbar und unveräußerbar. In der Verantwortung, das zu garantieren, stünden Regierungen und internationale Organisationen. „Die Zukunft unserer Gesellschaft basiert auf der Begegnung unter den Völkern, sie basiert auf einem Dialog zwischen den Kulturen, der die jeweilige Identität und Differenzen respektiert.“ Die Kirche müsse getreu dem Evangelium nicht nur dem einzelnen Migrant zur Seite stehen, sondern auch eine wahre Integration ermöglichen und dabei vor allem auch die Familie des Migranten und sein Umfeld mit bedenken. Benedikt XVI. dankte den Mitarbeitern, die sich den Anliegen von Migranten widmeten. Dieser Pastoralbereich sei ein immer weiter anwachsendes Phänomen. „Ich bitte um das Licht des Heiligen Geistes und den mütterlichen Schutz der Madonna und danke euch für euren Einsatz, welcher der Kirche und der Gesellschaft zu Gute kommt“, so der Papst abschließend. (rv 28)

 

 

 

 

Ein Meilenstein, viele Stolpersteine…

 

…so lässt sich das Ergebnis des Jahresberichts 2010 von Amnesty International (AI) zur Situation der Menschenrechte beschreiben, der am Donnerstag in Berlin veröffentlicht wurde. Die Weltwirtschaftskrise habe die Situation von Minderheiten in zahlreichen Ländern der Erde verschärft, hält die Menschenrechtsorganisation fest. Die Angst vor dem Abschwung habe auch in vielen europäischen Ländern zu verstärkten rassistischen Tendenzen geführt. Doch auch in den USA gebe es hinsichtlich der Menschenrechte Verbesserungsbedarf, sagte die Generalsekretärin von Amnesty International in Deutschland, Monika Lüke, gegenüber dem Kölner Domradio. Obwohl Präsident Barack Obama Menschenrechte wieder zum Maßstab der nationalen Politik erklärt habe, müsse auch der amerikanische Präsident noch einige bedenkliche Situationen im eigenen Land lösen:

 

„Er hat das Lager in Guantanamo immer noch nicht geschlossen, obwohl das bis Januar geplant war. Und tatsächlich plant er jetzt, 50 der Männer, die dort in Guantanamo ohne Gerichtsverfahren sitzen, einfach in ein anderes Gefängnis zu bringen und dort weiter ohne Verfahren festzuhalten. Ein weiteres Manko: Die Geständnisse, die unter Folter erpresst wurden, dürfen immer noch in Gerichtsverfahren benutzt werden. Erst in der vergangenen Woche hat ein US-Berufungsgericht entschieden, dass Gefangene, die in US-Lagern in Bagram in Afghanistan festsitzen, keinen Zugang zu Gerichten in den Vereinigten Staaten haben.“

 

Weitere Ergebnisse des Amnesty-Berichtes beziehen sich auf die Glaubensfreiheit. Die Ausübung des Glaubens bleibe für Angehörige aller Religionen immer noch mit erheblichen Risiken, Folter, Haft und sogar Tod verbunden, so die traurige Bilanz. Das gelte besonders für Staaten wie China und den Iran. In Europa hätten besonders islamische Gruppen in diesem Punkt Misstrauen auf sich gezogen - zum Teil unter Verletzung grundlegender Rechte, kritisiert AI. pm/kna 28

 

 

 

Vatikan: Papst fordert offenen Umgang mit Missbrauchsskandal

 

Papst Benedikt XVI. hat die Bischöfe Italiens zu einem offenen Umgang mit dem Missbrauchsskandal aufgefordert. „Der Wille zu einem neuen Zeitalter der Evangelisierung verbirgt nicht die Wunden, von denen die Kirche aufgrund der Schwäche und Sünde einiger Mitglieder gezeichnet ist“, sagte er am Donnerstag vor der Italienischen Bischofskonferenz im Vatikan. Dieses „demütige und schmerzhafte Eingeständnis“ dürfe jedoch nicht den Einsatz zahlreicher Gläubigen und Priester vergessen lassen. Auch in Italien gebe es Anzeichen für eine „kulturelle Krise“. Als Beispiele nannte er eine Verunsicherung über moralische Werte sowie die Schwierigkeiten vieler Erwachsener, ihren Verpflichtungen in der Erziehung nachzukommen. Diese kulturelle Krise sei „ebenso ernst wie die wirtschaftliche“. Angesichts der Gefahr, dass große Traditionen zum toten Buchstaben würden, müsse die Kirche ihre Bemühungen um christliche Bildung und Erziehung verstärken. Dabei spiele die Familie eine unverzichtbare Rolle. Die Italienische Bischofkonferenz hält von Montag bis Freitag ihre Frühjahrsvollversammlung im Vatikan ab. Zugleich würdigte der Papst die verstärkten Bemühungen der italienischen Bischöfe um Bildung und Erziehung. kna 27

 

 

 

 

Missbrauchsbericht: Mindestens 205 Opfer

 

An diesem Donnerstagmittag hat die Missbrauchsbeauftragte Ursula Raue ihren Abschlussbericht ihrer Untersuchungen vorgestellt. In München trat die im Februar vom Jesuitenorden eingesetzte Berliner Rechtsanwältin mit den Ergebnissen ihrer unabhängigen Untersuchung zum Missbrauch im Orden vor die Journalisten:

 

„Bis vorgestern haben sich bei mir 205 Leute gemeldet. Dabei kamen ganz unterschiedliche Vorwürfe zur Sprache. Von Aussagen wie „ich weiß, dass es anderen geschehen ist“ bis hin zu „ich muss Ihnen jetzt einfach sagen, wie schlimm das für mich selber war“, gibt es die ganze Bandbreite. Teilweise haben sich auch Geschwister von Opfern gemeldet, die sich selbst nicht gemeldet haben, und mitgeteilt, was sie wussten. Da war also alles drunter.“

 

Verdächtigt werden 46 Patres, weltliche Lehrer und Erzieher des Ordens, gab die Missbrauchsbeauftragte an. Neben den Übergriffen an Jesuiten-Einrichtungen seien ihr fünfzig weitere, meist an katholischen Einrichtungen geschehene Übergriffe gemeldet worden, so Raue weiter. Als Orte des Missbrauchs nannte Raue neben dem Canisius-Kolleg in Berlin das Kolleg Sankt Blasien, das Aloisiuskolleg in Bad Godesberg, die Sankt-Ansgar-Schule in Hamburg, ein ehemaliges Kolleg im westfälischen Büren sowie Jugendeinrichtungen in Hannover und Göttingen. Wichtig sei nun vor allem, dass ihre Arbeit Konsequenzen hat, betonte Raue:

 

„Es müssen Supervisionen in die Schulen eingebaut werden, damit man sexuelle Übergriffe schneller als solche bemerkt. Es ist innerhalb des Ordens besser und offener mit Sexualität umzugehen. Es muss einfach eine gute und faire Kommunikation her. An der hat es, das hat meine Untersuchung an vielen Stellen ergeben, oft gehapert.“ (rv 27)

 

 

 

 

Wie rechtfertigt man deutsche Soldaten in Afghanistan?

 

Über die falsche  Kosten-Nutzen-Rechnung als politischer Sinn von Auslandseinsätzen

 

Bundespräsident Horst Köhler war als erstes deutsches Staatsoberhaupt zu einem Truppenbesuch in Afghanistan. Doch aus der Solidaritätsbekundung mit den Soldaten wurde nach seinen Äußerungen auf dem Rückflug in die deutsche Heimat eine innenpolitische Diskussion über den Sinn von Auslandseinsätzen. 65 Prozent der Bevölkerung ist laut einer aktuellen Allensbach-Umfrage im Auftrag der FAZ dafür, dass sich Deutschland in Zukunft nicht mehr in Afghanistan beteiligt. Der Mehrheit der Deutschen ist also der Sinn des Einsatzes für die Freiheit und Sicherheit unseres Landes nicht klar. Die Politik versucht nun, um der Akzeptanz des Einsatzes und der Soldaten willen, Begründungen für die Sinnhaftigkeit zu finden. Aber wie?

 

Afghanistan: Für unsere Sicherheit?

 

Köhler bekräftigte gegenüber Deutschlandradio, dass der Einsatz am Hindukusch dem zivilen Aufbau dient, den letztlich das Militär nicht leisten kann. Weiterhin sagte der Bundespräsident wörtlich: „Wir kämpfen dort auch für unsere Sicherheit in Deutschland, wir kämpfen dort im Bündnis mit Alliierten auf der Basis eines Mandats der Vereinten Nationen. Alles das heißt, wir haben Verantwortung.“

 

Der erste Mann im Staat definiert die Verantwortung Deutschlands, indem er den Nutzen für unser Land herausstellt. Köhler will den Bürgern sagen: Mit dem Einsatz deutscher Truppen werden terroristische Vereinigungen bereits vor Ort bei Ausbildung und Planung von Anschlägen gestört. Deutsche Soldaten machen in Afghanistan Deutschland sicherer. Köhler verwendet eine Argumentation, die ausschließlich auf den eigenen Nutzen für Deutschland rekurriert. In diesem Denken verhaftet formulierte Köhler die missverständliche Aussage, dass „unser Land mit seiner Außenhandelsorientierung und damit auch seiner Außenhandelsabhängigkeit auch wissen muss, dass im Notfall auch militärischer Einsatz notwendig sei, um unsere Interessen zu wahren“, so der Präsident wörtlich.

 

Beispiel Irak: Für das Öl

 

Dass Kriege auch wirtschaftliche Interessen verfolgen, ist keine neue Erkenntnis. Die Weltgeschichte kennt eine Fülle von Beispielen, das prominenteste der Gegenwart ist wohl der Irak-Krieg. Die Befreiung von einem unmenschlichen Diktator galt lange Zeit als das politische Argument zur Rechtfertigung einer gewaltsamen Intervention. Aber angesichts fehlender Beweise für Massenvernichtungswaffen kamen nach und nach Fragen nach wirtschaftlichen Interessen rund um das schwarze Gold auf. Heute sind die irakischen Ölquellen fest in Händen von US-Firmen, doch die schwierige Sicherheitslage beschert den US-Truppen bis heute schwere Verluste. Der neue Präsident Barack Obama machte deshalb im Wahlkampf das Versprechen, alle Truppen bis Ende 2011 aus dem Irak abzuziehen. Das Versprechen zwingt ihn, langfristig den für die US-Wirtschaft so wichtigen Rohstoff Öl auch unabhängig vom Nahen Osten garantieren zu können. Somit ist der Truppenabzug einer von vielen Gründen, die für eine Erschließung von Ölquellen vor der US-Küste sprechen. Leider macht ihm die große Öl-Katastrophe im Golf von Mexiko einen Strich durch die Rechnung. Gestern gab Obama bekannt, auf die Erschließung neuer Tiefsee-Ölfelder bis 2011 zu verzichten. Danach ist die Sicherheitslage im Irak noch offen und damit auch die Entscheidung, über neue Bohrungen.

 

Eine Kosten-Nutzen-Rechnung funktioniert nicht

 

Die Verknüpfung von Krieg und wirtschaftliche Interessen treffen für Deutschland in Afghanistan nicht zu. Die internationale Gemeinschaft mit den USA an der Spitze drang im Gefolge der Anschläge vom 11. September 2001 auf das Word Trade Center in das Land am Hindukusch ein. Bis heute verhindert die schlechte Sicherheitslage und Infrastruktur einen Abbau der Bodenschätze im großen Stil. Dennoch nutzte Horst Köhler die wirtschaftliche Argumentation zur Legitimierung von militärischen Auslandseinsätzen. Wahrscheinlich schien ihm die bedrohte Konjunktur und die derzeit schwelende Finanzkrise ein gutes Argument für das Engagement der Bundeswehr im Ausland zu sein.

Damit scheiterte Köhler aber. Er müsste erklären, wie der Militäreinsatz in Afghanistan den deutschen Export sichert. Die bloße wirtschaftliche Kosten-Nutzen-Rechnung geht bei solchen Einsätzen nämlich nicht auf. Afghanistan ist kein Gläubiger, der in zehn oder zwanzig Jahren die Kosten für den deutschen Truppeneinsatz anhand von Wirtschaftsverträgen mit deutschen Firmen wieder zurückzahlen wird. Auch afrikanische Länder können Einsätze der westlichen Welt nicht „zurückzahlen“. Vielleicht sind deshalb auch von 7200 deutschen Auslandssoldaten nur etwa 40 auf dem afrikanischen Kontinent im Einsatz.

 

Humanitäres Interesse und internationale Verantwortung

 

Der deutsche Militärgeneralvikar Walter Wakenhut sprach sich in dieser Woche in Lourdes gegen einen raschen Abzug der deutschen Truppen aus Afghanistan aus. Er benannte klar den Sinn des Engagements in Asien: Einsatz für Menschenrechte in internationaler Verantwortung. Auch Papst Benedikt XVI. bekräftigte in einem anderen Zusammenhang, dass ethische Prinzipien wie Solidarität das Handeln bestimmen und die Globalisierung im Dienst des Allgemeinwohls stehen müssten.

Nur in der Argumentation auf ethische und im eigentlichen christliche Prinzipien lässt sich das Handeln der Bundeswehr vernünftig rechtfertigen. Der humanitäre Dienst zum Schutz der dort lebenden Menschen kann militärische Hilfe glaubhaft machen. Diese Argumentation ist gewiss weniger reizvoll, weil sie keinen wirtschaftlichen Profit in sich birgt. Aber sie ist besser: Sie verfolgt nämlich das Gute um des Guten willens. Im Mittelpunkt steht Afghanistan und nicht der reine Nutzen für Deutschland. Genau diese Argumentation findet sich auch im Bundestags-Mandat für den ISAF-Einsatz, das bis zum Dezember 2010 läuft. Die vier wichtigsten Ziele sind der Schutz der Bevölkerung, der Aufbau der afghanischen Sicherheitskräfte, die Unterstützung der afghanischen Regierung zur Verwirklichung guter Regierungsführung sowie die bessere Einbindung Pakistans bei der Lösung des Konflikts. Dass die Bevölkerung den Kampf der Taliban ablehnt, ist eine wichtige Voraussetzung für den Sinn des Militäreinsatzes, denn der Guerillakrieg der Taliban wird auf dem Rücken der Bevölkerung ausgetragen.

Jeder Soldat trägt diese Punkte des ISAF-Konzeptes auf einer kleinen Taschenkarte mit sich. Vielleicht hätte Horst Köhler einfach einen Soldaten nach der Begründung des Einsatzes fragen sollen.  Sebastian Pilz kath.de-Redaktion

 

 

 

Türkei: „Politik der Öffnung“ in Tarsus

 

Im türkischen Tarsus soll es Christen künftig leichter möglich sein, Gottesdienst zu feiern. So soll etwa der Eintritt für die gegenwärtig als Museum genutzte Kirche wegfallen, wie die Türkische Bischofskonferenz an diesem Mittwoch vermelden ließ. Diese neue Richtung im Umgang mit dem Gotteshaus sei vor allem durch eine „Politik der Öffnung“ von Ministerpräsident Recep Tayyip Erdogan ermöglicht worden, heißt es. Das hält auch der Jesuitenpater Felix Körner für wahrscheinlich, der an der Päpstlichen Hochschule Gregoriana in Rom Theologie der Religionen unterrichtet und auf die christlich-muslimische Begegnung spezialisiert ist. Erdogans Initiative, die Verschiedenheit der türkischen Geschichte und der Bevölkerung ernst zu nehmen, sei ein „wirklich spannender Schritt hin zur Nationenwerdung“, betont der Türkeikenner:

 

„Denn am Anfang war die Türkei ja auf der Idee gegründet worden, 1923: Wir sind eine einheitliche Nation, und zwar auch ethnisch und religiös. Und da hatten die Christen gar keinen Platz. Man wusste gar nicht, wie in diese Nation auch Andersgläubige hineingehören. Und jetzt, mit einem Ministerpräsidenten, der sich selber als religiöser Mensch versteht, und weiß, was religiös sein auch an Bindung und persönlicher Wahl und Entscheidung bedeutet, findet man in der Regierung und hinuntersickernd auch mehr und mehr in der Gesellschaft, dass in dieses Projekt „Neue Türkei“ auch die Buntheit von Religionen und ihr Recht auf private und öffentliche Religionsausübung hineingehören.“

 

Die öffentliche Wahrnehmung, meint der Jesuitenpater, sei besonders durch die zahlreichen christlichen Pilger für dieses Thema sensibilisiert worden:

 

„Dass zum Beispiel Menschen aus den USA, aus Korea, vor allem aber aus Europa kommen, um die Frühgeschichte der Türkei zu besichtigen, hat den Türken auch einen neuen Stolz gegeben: Wir haben hier etwas anzubieten, das nicht nur unser Boden, sondern unsere Identität ist!“ (kipa 27)

 

 

 

 

Vatikan: Dialogkreis mit Atheisten und Ungläubigen eingerichtet

 

Es ist ein unerwarteter, aber sehr lebensnaher Vorstoß, von dem der Präsident des Päpstlichen Kulturrates, Erzbischof Gianfranco Ravasi, nun spricht: Katholische Christen sollen verstärkt mit Nichtglaubenden und Atheisten in Dialog treten, aber nicht irgendwie oder einfach so: Der Vatikan habe, im Dunstkreis des Kulturrats, bereits eine eigene Stiftung für das Gespräch mit den Atheisten und Nichtglaubenden ins Leben gerufen. Das berichtet der Erzbischof in der Mittwochausgabe der italienischen Tageszeitung „La Repubblica“. Die Idee zur Einrichtung der Stiftung sei von Papst Benedikt selbst gekommen; ihr Name, „Vorhof der Heiden“, knüpfe an die Tradition des antiken Tempels von Jerusalem an - auch dort habe es einen Ort der Begegnung gegeben zwischen gläubigen Juden, Andersgläubigen und Agnostikern, so Ravasi. Die Idee habe folglich schon eine erste Form angenommen, auch wenn organisatorische Details noch geklärt werden müssten. Eigene Statuten etwa besitze der Gesprächszirkel noch nicht. Ein erster Sitzungstermin ist allerdings schon fixiert: Am 24. und 25. März 2011 wird in Paris – der Symbolstadt der Laizität, wohlgemerkt – getagt. (LR 27)

 

 

 

2009 sind 123.585 Menschen aus der katholischen Kirche ausgetreten

 

Diese Zahl fasst die Kirchenaustritte in allen 27 deutschen Bistümern zusammen. Bei den Taufen hat es in 2009 einen leichten Rückgang gegeben, allerdings bleibt die Zahl mit rund 178.000 Taufen hoch. Gleichzeitig sind in den deutschen Bistümern fast 4.000 Eintritte in die katholische Kirche und rund 8.500 Wiederaufnahmen verzeichnet worden. Diese Zahlen sind erste Ergebnisse der Jahresstatistik der Deutschen Bischofskonferenz, die wie jedes Jahr im Sommer fertiggestellt werden wird. - Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, sieht die Zahl der Austritte mit Sorge, warnt aber auch vor Übertreibungen: „Ich bin besorgt über die erneut hohe Kirchenaustrittszahl im Jahre 2009. Positiv ist, dass die Zahl im Vergleich zum Vorjahr nicht wesentlich angestiegen ist.“ Gleichzeitig machten ihm die hohen Taufzahlen Mut, so Zollitsch. Sie zeugten von einer nach wie vor lebendigen Kirche. „Die Weichen für eine lebendige Zukunft müssen wir gemeinsam stellen, weshalb wir möglichst viele Gläubige dafür gewinnen wollen, weiter in der Kirche – trotz schwerer Zeiten – aktiv mitzuwirken“, so der Erzbischof. Wie das möglich sei, werde die Bischofskonferenz erörtern.

(pm 27)