Notiziario religioso 1-2 Giugno
2010
Martedì 1 giugno. Il commento al Vangelo. “ E' lecito o no dare il tributo
a Cesare?”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 12,13-17) commentato da P. Lino Pedron
13 Gli mandarono però alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in
fallo nel discorso. 14 E venuti, quelli gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei
veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi
in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio. E' lecito o no
dare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?». 15
Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse: «Perché
mi tentate? Portatemi un denaro perché io lo veda». 16
Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Di chi è questa immagine e
l'iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». 17 Gesù disse
loro: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». E
rimasero ammirati di lui.
I farisei e gli
erodiani cercano di cogliere in fallo Gesù ponendogli una domanda alla quale
sembra impossibile rispondere senza incorrere in gravi conseguenze: "E’
lecito o no dare il tributo a Cesare?".
Rispondere di no sarebbe pericoloso perché trasformerebbe Gesù in un
sobillatore politico; rispondere di sì sarebbe altrettanto pericoloso perché lo
farebbe apparire come un collaborazionista, amico degli odiati occupanti
romani.
La risposta supera
il livello al quale il problema era stato posto. Gesù non dà
una ricetta per un comportamento civico; non raccomanda né la rassegnazione di
fronte all’ordine costituito (punto di vista dei farisei) né il rifiuto
(opinione degli zeloti) e neppure benedice lo stato imperiale (tendenza degli
erodiani).
La sua duplice
dichiarazione constata, da una parte, l’esistenza di
regole provvisorie sulla terra e, dall’altra, invita ad adottare nei confronti
di esse un atteggiamento critico: distinguere tra l’accessorio e il principale,
tra il relativo e l’assoluto, tra il transeunte e l’eterno, tra le realtà
penultime e quelle ultime.
La decisione
apolitica di Gesù contiene un invito all’azione responsabile in favore della
società umana, senza riduzioni o esaltazioni indebite, conformemente alla
volontà di Dio.
La risposta di
Gesù non è una semplice astuzia per eludere il problema e non cadere nel
tranello teso dai farisei e dagli erodiani. Non dice semplicemente: "Date
a ciascuno ciò che gli spetta", senza determinare ciò che spetta a ciascuno.
A quei tempi il
dominio di un sovrano si estendeva ovunque la sua moneta aveva corso legale.
Era ovvio che dove circolava la moneta di Cesare, si
sottostava al dominio di Cesare e si rispettavano le regole del gioco, tra le
quali quella di pagargli il tributo (cfr Rm 13,1-7; 1Pt 2,13ss).
Per Gesù il
problema è un altro: dare a Dio ciò che è di Dio. Come la moneta del tributo
porta l’immagine di Cesare e appartiene a Cesare, così l’uomo è immagine di Dio
e appartiene a Dio. Il tributo da pagargli è quello di darsi a lui, amando lui
con tutto il cuore e il prossimo come se stessi (Mc 12,30-31).
Circa l’autorità
civile, è giusto distinguere il contenuto dal modo. Il suo contenuto è quello di servire al bene comune; in questo senso, anche se
le sue forme sono storicamente più o meno imperfette, è legittimamente voluta
da Dio (cfr Rm 13,1-4).
Normalmente, il
modo nel quale è esercitata è quello dei capi delle nazioni (cfr Mc 10,42), che
bramano l’avere, il potere e l’apparire. Questo modo non è
voluto da Dio. Esso schiavizza tutti, sia chi lo esercita sia chi lo
subisce, togliendo a tutti, dominatori e dominati, la libertà, che è proprio
ciò per cui siamo a immagine e somiglianza di Dio.
Questo brano ci
aiuta a capire il "potere" di Cristo che mette sempre in crisi quello
dell’uomo. Esso infatti è amore, servizio e umiltà.
Gesù ci dà un
criterio in base al quale fare le nostre scelte: prima
dare a Dio ciò che è di Dio. Solo così sapremo cosa dare al Cesare di turno.
L’uso del denaro è
l’accettazione implicita del potere di chi l’ha coniato. Gesù non ha con sé la
moneta, a differenza dei farisei e degli erodiani. Le loro parole non
presentano quindi un vero problema per loro, che possiedono molto volentieri le
monete con l’iscrizione di Cesare. Le tasse fanno problema a quelli che hanno i
soldi, non ai poveri. Inoltre l’iscrizione sulla moneta porta il nome e il
ruolo divino dell’imperatore: Tiberio Cesare Imperatore, figlio del divino
Augusto.
Il titolo regale
di Gesù non lo troveremo scritto su alcuna moneta, ma
sulla croce (Mc 15,26). Chi ha orecchi per intendere, intenda!
Ma il problema fondamentale è che l’uomo, immagine di Dio,
è di Dio e deve ritornare a lui. De.it.press
Mercoledì 2 giugno. Il commento al Vangelo. Il mondo della risurrezione
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 12,18-27) commentato da P. Lino Pedron
18 Vennero a lui dei sadducei, i quali dicono che non c'è
risurrezione, e lo interrogarono dicendo: 19 «Maestro, Mosè ci ha lasciato
scritto che se muore il fratello di uno e lascia la moglie senza figli, il
fratello ne prenda la moglie per dare discendenti al fratello. 20 C'erano sette
fratelli: il primo prese moglie e morì senza lasciare discendenza; 21 allora la prese il secondo, ma morì senza lasciare
discendenza; e il terzo egualmente, 22 e nessuno dei sette lasciò discendenza.
Infine, dopo tutti, morì anche la donna. 23 Nella
risurrezione, quando risorgeranno, a chi di loro apparterrà la donna? Poiché in
sette l'hanno avuta come moglie». 24 Rispose loro
Gesù: «Non siete voi forse in errore dal momento che
non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio? 25 Quando risusciteranno dai
morti, infatti, non prenderanno moglie né marito, ma
saranno come angeli nei cieli. 26 A riguardo poi dei morti che devono
risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a
proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il
Dio di Isacco e di Giacobbe? 27 Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete
in grande errore».
Anche i sadducei
contestano Gesù: essi non credono alla risurrezione dei morti. La risposta di
Gesù considera due momenti. Anzitutto egli fonda la fede nella risurrezione sul
rapporto che Dio ha stabilito con gli uomini: un rapporto di alleanza, di
amicizia, di solidarietà, di vita. Dio non è impotente di fronte alla morte,
"non è il Dio dei morti, ma dei viventi" (v. 27).
Citando Esodo 3, che è un testo su Dio e non sulla risurrezione dei morti,
Gesù riconduce il dibattito all’amore di Dio e alla sua fedeltà: se Dio ama
l’uomo non può abbandonarlo in potere della morte.
Gesù inoltre
corregge l’altro errore dei sadducei che pensano alla risurrezione come a una
semplice continuazione della vita attuale, con gli stessi tipi di rapporti. Pensando
in questo modo, essi non tengono conto della
"potenza di Dio" (v. 24).
La risurrezione
non è una semplice continuazione della vita attuale, ma il passaggio a una vita
nuova, creata dalla potenza di Dio. Non è la rianimazione di un cadavere: è una
trasformazione qualitativa, è una nuova esistenza.
La nostra
risurrezione è il centro della vita cristiana. Senza di essa " è vana la
nostra predicazione ed è vana anche la vostra
fede" scrive Paolo ai Corinti (1Cor 15,14).
I sadducei
assomigliano a tanti credenti del nostro tempo. Credono in Dio, ma non nella
risurrezione dei morti. Chiusi nel materialismo, non credono, né teoricamente
né praticamente, al fine a cui Dio ci ha destinati: la
vita eterna. E’ l’alienazione più tragica dell’uomo, che perde ciò per cui è
fatto, l’orizzonte che dà senso alla vita. Tentare di
superare la morte attraverso la generazione dei figli è un rimedio peggiore del
male, una vittoria illusoria, perché non si fa che accrescere il numero dei
destinati alla morte.
La generazione dei
figli ha senso solamente nella speranza che questi "destinati alla
morte" incontrino Dio che dà loro la vita nella
risurrezione. De.it.press
BENEDETTO XVI - Ha preso dimora. La Trinità nella vita del cristiano
Il mistero della
Trinità, la cui solennità è stata celebrata domenica 30 maggio, e il prossimo
viaggio apostolico a Cipro. Sono due dei temi ai quali Benedetto XVI ha
dedicato la sua riflessione prima e dopo l’Angelus da piazza San Pietro, ieri
mattina.
Dal giorno del
Battesimo. Nel “tempo ordinario” l’impegno dei cristiani non deve diminuire,
“anzi, entrati nella vita divina mediante i Sacramenti, siamo chiamati
quotidianamente ad essere aperti all’azione della
Grazia, per progredire nell’amore verso Dio e il prossimo”. Lo
ha sottolineato il Papa, prima della recita dell’Angelus. La solennità
della Santissima Trinità, ha aggiunto il Pontefice, ricapitola “la rivelazione
di Dio avvenuta nei misteri pasquali: morte e risurrezione di Cristo, sua
ascensione alla destra del Padre ed effusione dello Spirito Santo”. In realtà,
“la mente e il linguaggio umani sono inadeguati a spiegare la relazione
esistente tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e tuttavia i Padri della
Chiesa hanno cercato di illustrare il mistero di Dio Uno e Trino vivendolo
nella propria esistenza con profonda fede”. La Trinità divina, ha chiarito il
Pontefice, “prende dimora in noi nel giorno del Battesimo” e il nome di Dio,
nel quale siamo stati battezzati, “noi lo ricordiamo ogni volta che tracciamo
su noi stessi il segno della croce”. Il Santo Padre ha poi ricordato le parole
del teologo Romano Guardini, a proposito del segno della croce: “Lo facciamo
prima della preghiera, affinché… ci metta spiritualmente in ordine”; “dopo la
preghiera, affinché rimanga in noi quello che Dio ci ha donato”.
Nel segno della
croce. “Nel segno della croce e nel nome del Dio vivente – ha
proseguito Benedetto XVI – è, perciò, contenuto l’annuncio che genera la fede e
ispira la preghiera. E, come nel Vangelo Gesù promette
agli Apostoli che ‘quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a
tutta la verità’, così avviene nella liturgia domenicale, quando i sacerdoti
dispensano, di settimana in settimana, il pane della Parola e dell’Eucaristia”.
Anche il Santo Curato d’Ars, ha evidenziato il Papa, “lo ricordava ai suoi
fedeli: ‘Chi ha accolto la vostra anima – diceva – al
primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di
compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire
innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? (…) Sempre il sacerdote’”. Il Pontefice ha quindi esortato a
fare “nostra la preghiera di sant’Ilario di Poitiers: ‘Conserva
incontaminata questa fede retta che è in me e, fino al mio ultimo respiro,
dammi ugualmente questa voce della mia coscienza, affinché io resti sempre
fedele a ciò che ho professato nella mia rigenerazione, quando sono stato
battezzato nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo’”. Prima
di recitare l’Angelus, un’invocazione alla Beata Vergine Maria, “prima creatura
pienamente inabitata dalla Santissima Trinità”, per domandarle “la sua
protezione per proseguire bene il nostro pellegrinaggio terreno”.
Il viaggio a
Cipro. Nei saluti dopo Angelus, in francese e in inglese, Benedetto XVI ha ricordato
la visita che compirà a Cipro dal 4 al 6 giugno per incontrare i rappresentanti
delle Chiese mediorientali in vista del Sinodo di
ottobre. “Chiedo – ha detto il Papa in inglese – la vostra preghiera per la
pace e la prosperità di tutto il popolo di Cipro, nonché
per la preparazione dell'Assemblea speciale”. Sempre dopo l’Angelus
il Pontefice ha rivolto un pensiero alla beatificazione, avvenuta ieri
mattina, a Roma, nella basilica di Santa Maria Maggiore, di Maria Pierina De
Micheli, religiosa dell’Istituto delle Figlie dell’Immacolata Concezione di
Buenos Aires: “Giuseppina – questo il suo nome di Battesimo – nacque nel 1890 a
Milano, in una famiglia profondamente religiosa, dove fiorirono diverse
vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. A 23
anni anche lei imboccò questa strada dedicandosi con passione al servizio
educativo, in Argentina e in Italia. Il Signore le donò una straordinaria
devozione al suo Santo Volto, che la sostenne sempre nelle prove e nella
malattia. Morì nel 1945 e le sue spoglie riposano a Roma
nell’Istituto Spirito Santo”. Un saluto anche ai
polacchi: “Sono vicino con una speciale preghiera alle persone colpite
dall’alluvione – ha detto –. Oggi affidiamo alla
Santissima Trinità le nostre difficoltà”.
Il
"Diario" del card. Costantini. Benedetto XVI
ha, quindi, rivolto “con affetto” un saluto ai pellegrini di lingua italiana,
in particolare “al folto gruppo venuto da Pordenone per onorare la memoria del
cardinale Celso Costantini, del quale è stato presentato due giorni fa a Roma
il volume del Diario, dal titolo ‘Ai margini della guerra (1938-1947)’”. “Questa pubblicazione – ha osservato il Papa – è di grande
interesse storico. Il cardinale Costantini, molto legato al Papa Pio
XII, la scrisse quando era segretario della Congregazione di Propaganda Fide. Il suo Diario testimonia l’immensa opera compiuta dalla Santa Sede
in quegli anni drammatici per favorire la pace e soccorrere tutti i bisognosi”.
Un saluto anche al Movimento dell’Amore Familiare che ha promosso alcuni incontri
sulle radici cristiane della famiglia e della società, ai fedeli provenienti da
Sardagna di Trento, a quelli di Lallio insieme con i loro amici tedeschi di
Schöngeising, alla Fondazione “Gigi Ghirotti” per i malati di tumore e
all’Associazione Carabinieri da Firenze. Sir 31
Tenuta la plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti
CITTA’ DEL
VATICANO - Si è aperto lo scorso 26 maggio (fino al
28), presso la sede del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e
gli Itineranti, la XIX Sessione Plenaria del dicastero vaticano. Vi partecipano
23 suoi membri (cardinali, arcivescovi e vescovi),
provenienti da vari Paesi, coadiuvati da 10 consultori, anch’essi di diverse
nazionalità e specialisti in materie inerenti ai settori di mobilità umana
affidati alla cura del Pontificio Consiglio.
Tema della
Plenaria è “Pastorale della mobilità oggi, nel contesto della
corresponsabilità degli Stati e degli Organismi Internazionali”.
“Non vi è dubbio,
in effetti, che la mobilità umana - spiega il Pontificio Consiglio - richieda
oggi un approccio multilaterale, che favorisca l’apporto specifico degli Stati
e degli Organismi Internazionali nel processo di riconoscimento degli strumenti internazionali esistenti per combattere le
diverse forme di discriminazione, razzismo, xenofobia e intolleranza, da una
parte, e promuova, dall’altra, la cooperazione di tutti nello sviluppare
programmi a tutela della dignità e della centralità della persona umana”.
I temi legati alla
mobilità umana internazionale saranno e continueranno ad
essere “senza dubbio nel prossimo futuro in prima pagina nelle discussioni
nazionali e internazionali”. E la Chiesa continuerà a farsi “portavoce delle
persone più vulnerabili ed emarginate”, ha detto in apertura dei lavori mons.
Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli
Itineranti: “gli eventi terroristici del primo
decennio del nuovo millennio (negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Spagna,
in Indonesia e in altri Paesi), assieme a crimini violenti commessi da
immigrati e largamente riportati dai media, hanno suscitato - ha aggiunto -
reazioni di rifiuto verso i migranti, anche con pregiudizio per la sicurezza
nazionale. Di conseguenza, molti Paesi hanno rafforzato il
controllo delle frontiere, hanno ristretto le politiche migratorie e hanno
istituito nuove procedure per controllare chi arriva da determinati Paesi”.
In queste circostanze - è questo il parere di mons. Vegliò - “sembra certo che
nei prossimi anni il dibattito su come meglio gestire i flussi internazionali
diventerà sempre più controverso, suscitando divisioni e antagonismi tra i
Governi e le Organizzazioni internazionali”.
La Chiesa, da
parte sua, continuerà “ad offrire un prezioso
contributo nel complesso e vasto fenomeno della mobilità umana” e lo farà
valorizzando “i migranti e gli itineranti, all’interno della comunità
ecclesiale e della società, come coefficiente importante per l’arricchimento
reciproco e per la costruzione dell’unica famiglia dei popoli, in un fecondo
scambio interculturale”.
Sono due le
direttrici che la Chiesa segue nello specifico campo di intervento
a favore degli immigrati. La prima è quella che “vede le migrazioni sotto il
profilo della povertà, della sofferenza e del disagio” e che agisce con
“interventi di primo soccorso per le numerose emergenze che sorgono
ininterrottamente”. La seconda direttrice è “quella che evidenzia potenzialità
e risorse di cui le persone in mobilità sono portatrici, con la necessità di
accompagnamento verso il progressivo inserimento nel nuovo contesto
socio-culturale, fino alla piena integrazione”. Questi gli impegni che la
Chiesa sente di assumersi “in sinergia - ha aggiunto mons. Vegliò - con le
realtà istituzionali e di volontariato, nel contesto della
corresponsabilità degli Stati e degli Organismi Internazionali che offrono
proprie competenze e risorse per la causa delle persone in mobilità”.
É toccato a mons.
Agostino Marchetto, Segretario del dicastero, fare una panoramica sul pensiero,
l’opera e i cambiamenti avvenuti nel Pontificio Consiglio dalla precedente plenaria. In
particolare, ha sottolineato come esso abbia
“continuato ad attirare l'attenzione della Chiesa universale e del mondo intero
sul crescente fenomeno migratorio, sulle condizioni precarie o disastrose di
tanti rifugiati, circa l'abbandono delle persone che vivono nella strada e
della strada, sugli effetti del turismo e dei pellegrinaggi, circa l’Apostolato
del Mare, i disagi vissuti dai nomadi e la necessità di una cura specifica
anche per gli studenti internazionali, nonché a proposito della pastorale di
agenti e passeggeri dell'aviazione”.
Punto culminante,
a conclusione della Plenaria, è stato l’incontro con Papa Benedetto XVI che ha
ricevuto i partecipanti in Udienza venerdì 28 maggio. (Migranti-press)
Questione educativa. Un percorso di maturità. La gente, i preti, la Chiesa
Di fronte a quanto
avvenuto "si constata la maturità della
larghissima maggioranza dei fedeli" i quali vogliono che "il problema
sia affrontato con decisione per risolverlo e superarlo".
Mons. Mariano
Crociata, rispondendo ai giornalisti in una conferenza stampa nel corso della
61ª assemblea Cei, ha posto "la maturità" come dato significativo nello sconcerto che la comunità cristiana ha
vissuto e vive di fronte ai casi di pedofilia.
Il dato merita un
approfondimento soprattutto alla luce della questione educativa che i vescovi
italiani, sostenuti dalle parole di Benedetto XVI, hanno posto in cima ai loro
pensieri nel corso della 61ª assemblea generale che ha disegnato gli
Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per i prossimi dieci anni.
Quella rilevata
dal segretario generale della Cei è una maturità che ha radici profonde nel
"sentire la Chiesa" e nel "sentirsi
Chiesa" in Italia. Un "sentire" e un "sentirsi" che si
possono toccare con mano nell'entrare nella vita delle diocesi, delle
parrocchie e delle aggregazioni laicali.
C'è una letteratura,
più o meno giornalistica, che sceglie di stare alla
periferia di questa presenza e che ritiene non interessante la quotidianità
della Chiesa e dei cattolici sul territorio.
Così il racconto
di una ferita si avvita su se stesso, si autoconsuma, rimane al palo della
cronaca fine a se stessa mentre la gente, che non chiude gli occhi sul male ma neppure sul bene, guarda anche altrove.
Non a caso e non
in astratto.
La maturità sta in
un educarsi e in un educare che si nutrono della saggezza del taglio dei rami marci e non dell'insensatezza dell'abbattimento
dell'albero.
È, in altre
parole, la capacità di discernimento la meta irrinunciabile, seppur mai
raggiunta una volta per sempre, dell'educare e dell'educarsi.
Benedetto XVI nel discorso ai vescovi italiani torna all'esame di
coscienza sulla tragedia della pedofilia per ripetere che "questa umile e
dolorosa ammissione non deve, però, far dimenticare il servizio gratuito e
appassionato di tanti credenti, a partire dai sacerdoti".
Ecco la
"maturità" sottolineata ai giornalisti da
mons. Crociata.
La gente conosce i
suoi preti, i suoi parroci, li incontra nella chiesa come nella piazza e sulla
strada.
Non c'è solo un
legame di stima e di amicizia personali, c'è qualcosa di più profondo che
unisce una comunità al proprio parroco, qualcosa che viene da una fede vissuta
e pensata. Qualcosa che viene da un'appartenenza ecclesiale adulta, cioè
costruita nella libertà e nella responsabilità.
In tutto questo
c'é il frutto di un percorso educativo che anche nei passaggi più difficili non
si perde nella nebbia del dubbio, non diventa una strada senza uscita.
La storia racconta
di un percorso dove si intravvede un popolo immenso
che avanza verso Dio.
Anche nelle
lacrime.
La maturità si è
formata lungo un sentiero educativo anche oggi da percorrere non
"nonostante tutto" ma per amore del "nonostante tutto"
perché dentro questa espressione un po' pessimistica c'è invece quella
"sete" che Benedetto XVI definisce "domanda di significato e di
rapporti umani autentici, che aiutino a non sentirsi soli davanti alle sfide
della vita".
I preti sono in
questo spazio aperto, la gente lo sa come sa che
qualcuno ha sbagliato e deve assumersi fino in fondo la responsabilità del male
compiuto. Alla gente non sfuggono i tentativi di
provocare una frattura nella Chiesa con il racconto a senso unico del male. La
gente prende atto, pensa e decide da quale parte stare: con
"maturità". Paolo Bustaffa
ASSEMBLEA CEI - Sul fronte del bene comune. Il comunicato finale
Nella loro 61ª
assemblea generale, che si è chiusa oggi in Vaticano, i vescovi italiani hanno
approvato gli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020. Il documento –
si legge nel comunicato finale diffuso al termine dei lavori – è così
articolato: “La lettera di consegna; i quattro capitoli, che evidenziano i
fondamenti biblici, teologici, ecclesiali e i riferimenti socio-culturali
dell’educazione e indicano i percorsi pedagogici e pastorali conseguenti; la
proposta di alcune indicazioni relative a una possibile
agenda pastorale per la scansione del decennio”. Alla presentazione dei
nuovi Orientamenti è seguito il dibattito in aula e nei gruppi di studio.
Ascoltata la sintesi finale, l’assemblea dei vescovi “ha approvato il documento
a larga maggioranza, demandando al gruppo redazionale di integrarlo alla luce
delle osservazioni emerse e degli emendamenti votati”. Il testo definitivo – a cui sarà aggiunto il discorso del Papa rivolto ai vescovi,
ha reso noto ai giornalisti il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei –
sarà presentato nel prossimo settembre al Consiglio episcopale permanente, che
ne autorizzerà la pubblicazione. (Il testo integrale del comunicato è
disponibile su Agensir.it – sezione “Documenti”; per scaricarlo: clicca qui).
“I credenti in
Cristo si sentono tra i soci fondatori di questo Paese”. A ribadirlo,
con le parole utilizzate dal card. Bagnasco nella prolusione, sono i vescovi
italiani. “Con i nuovi Orientamenti pastorali – si legge nel comunicato finale
– la Chiesa aggiunge un altro tassello al proprio impegno sul fronte del bene
comune, forte di una tradizione e di una storia millenarie, che l’hanno vista in prima linea a servizio dell’uomo e del suo
sviluppo integrale”. Nell’assise episcopale, i vescovi
hanno deciso di “individuare un atto comune” in vista dell’imminente ricorrenza
del 150° anniversario dell’unità d’Italia”. “Anche in questo senso – hanno
osservato – la prossima Settimana Sociale, prevista in ottobre a Reggio
Calabria, costituisce un’opportunità preziosa”. Oltre ai
passaggi della prolusione del cardinale presidente dedicati all’unità del
Paese, che “resta una conquista e un ancoraggio irrinunciabili”, i vescovi
italiani hanno condiviso l’analisi del card. Bagnasco su “due realtà
strettamente connesse con il bene del Paese”: la famiglia, con l’auspicio di
una “politica orientata ai figli” al fine di uscire dal “lento suicidio
demografico”, e il lavoro, “preoccupazione che angoscia”, per cui è stato
chiesto “un supplemento di sforzo e di cura all’intera classe dirigente del
Paese”.
“I sacerdoti sono
ogni giorno al servizio di tutti”. È quanto si legge nel comunicato finale, in
cui i vescovi italiani condividono la definizione dei sacerdoti come “gloria
della nostra Chiesa” data dal card. Bagnasco nella prolusione. “I casi di indegnità non possono oscurare il luminoso impegno che il
clero italiano nel suo complesso, da tempo immemore, svolge in ogni anno, nel
Paese”: un riconoscimento, quello del cardinale presidente, “condiviso
dall’assemblea, e tanto più significativo in quanto giunge in un momento in cui
la Chiesa è ferita dal dramma della pedofilia, un problema ‘terrificante’,
affrontato dal Papa ‘in maniera chiara e incisiva’”. “Numerosi interventi –
riferisce il comunicato finale – hanno ribadito la
necessità di una vera penitenza e conversione, unita al coraggio della verità –
che, anche quando è ‘dolorosa e odiosa’, non può essere taciuta o coperta –
senza peraltro lasciarsi intimidire da generalizzazioni strumentali”. “Più
voci” di vescovi, inoltre, “hanno sottolineato la
centralità della formazione – in particolare negli anni del seminario – per la
quale sono richieste precise competenze, unite a un corretto discernimento,
nonché a una costante attenzione alla qualità umana e spirituale della vita del
clero”. A conclusione dei lavori, i vescovi hanno deciso d’indirizzare una
lettera ai presbiteri italiani, “confermando il particolare apprezzamento per
il loro servizio e ribadendo i valori fondamentali
evidenziati nell’Anno Sacerdotale”.
Nuove presenze.
Durante l’ultima assise episcopale, è stato oggetto di
approfondimento specifico la presenza e il servizio dei sacerdoti stranieri in
Italia, che affiancano i 10 mila missionari (di cui 500 sacerdoti diocesani
“fidei donum”) nell’opera di cooperazione tra le Chiese. Tra le “questioni di fondo” analizzate dai vescovi: “Le motivazioni che
soggiacciono a tale presenza; il rischio di impoverire le Chiese di
provenienza, contribuendo nel contempo a raffreddare la disponibilità italiana
alla missione; la necessità di accompagnare attivamente queste nuove presenze”.
Come ogni anno, è stato presentato e approvato il bilancio consuntivo della
Cei, sono stati definiti e approvati i criteri di ripartizione delle somme
derivanti dall’otto per mille per l’anno 2010 ed è stato illustrato il bilancio
consuntivo dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero. Distinte
comunicazioni hanno illustrato la Fondazione Missio e il coordinamento degli
organismi pastorali missionari; l’influsso di Internet nell’azione pastorale
della Chiesa in Italia; l’applicazione agli enti ecclesiastici delle normative
in materia di sicurezza. Infine sono stati presentati alcuni appuntamenti di
rilievo previsti nei prossimi mesi: la 46ª Settimana Sociale dei cattolici
italiani (Reggio Calabria, 14-17 ottobre 2010), la 26 ª Giornata mondiale della
gioventù (Madrid, 16-21 agosto 2011) e il 25° Congresso eucaristico nazionale
(Ancona, 4-11 settembre 2011). L’assemblea ha eletto il vicepresidente per
l’area Nord e i presidenti delle 12 Commissioni
episcopali. Sir 28
Migranti. Corresponsabilità, la parola chiave
Promozione umana,
dialogo, arricchimento reciproco sono concetti chiave
del discorso di monsignor Antonio Maria Vegliò, che mercoledì ha introdotto la
XIX sessione plenaria del Pontificio consiglio della Pastorale per i migranti e
gli itineranti, da egli presieduto. “La Chiesa continua ad
offrire un prezioso contributo nel complesso e vasto fenomeno della mobilità
umana, facendosi portavoce delle persone più vulnerabili ed emarginate, ma
intendendo anche valorizzare i migranti e gli itineranti, all’interno della
comunità ecclesiale e della società, come coefficiente importante per
l’arricchimento reciproco e per la costruzione dell’unica famiglia dei popoli,
in un fecondo scambio interculturale” sottolinea monsignor Vegliò, dando a Roma
il via ai lavori della sessione in programma fino a Venerdì.
Tema della
plenaria quest’anno è la “Pastorale della mobilità umana oggi, nel contesto della corresponsabilità degli Stati e degli
Organismi Internazionali”, e prevede l’analisi dei processi di cooperazione e,
appunto, di “corresponsabilità” tra organismi ecclesiali, statali e
internazionali nell’approccio verso i migranti. Tra gli altri
interventi: padre Peter Balleis, direttore internazionale del Servizio gesuita
per i rifugiati, Peter Schatzer, rappresentante dell’Organizzazione
internazionale delle migrazioni per il Mediterraneo, e diversi rappresentanti
accademici e di organizzazioni d’ispirazione cattolica operanti nei settori
legati alla mobilità umana.
Nel suo discorso
monsignor Vegliò ricorda le due principali direttrici della promozione umana:
“Quella che vede le migrazioni sotto il profilo della povertà, della sofferenza
e del disagio, dove sono richiesti interventi di primo soccorso per le numerose
emergenze che sorgono ininterrottamente, e quella che evidenzia potenzialità e
risorse di cui le persone in mobilità sono portatrici, con la necessità di
accompagnamento verso il progressivo inserimento nel nuovo contesto
socio-culturale, fino alla piena integrazione”. La Chiesa, ha
proseguito, “si sente impegnata in entrambe le direzioni. Anzi, essa
esercita tale sollecitudine in sinergia con le realtà istituzionali e di
volontariato, nel contesto della corresponsabilità
degli Stati e degli Organismi Internazionali che offrono proprie competenze e
risorse per la causa delle persone in mobilità. Con tutti essa cerca di
instaurare un rapporto di intesa, nella convinzione
che gli spostamenti umani, al presente in modo particolare, si presentano anche
come luogo di ideale sintonia e spazio operativo e di collaborazione tra il
mondo ecclesiale e quello sociale-civile, in clima di dialogo, nel rispetto dei
principi di solidarietà e di sussidiarietà”. Il dialogo e lo scambio reciproco
delle esperienze, sottolinea il presidente del Pontificio
consiglio, rafforzano la volontà di collaborare, in spirito di comunione, come
pure di trovare modalità adatte alle varie situazioni: “Proprio nel contesto
del discorso sulla corresponsabilità degli Stati e degli Organismi
Internazionali, è di particolare valore e interesse il tema del dialogo
interculturale, che apre inedite prospettive nell’incontro tra i popoli”.
Protezione, anche per i
dimenticati dal diritto - “Bisogna trattare la questione dell’integrazione e
affrontare la lotta alla xenofobia. È un compito importante, un ambito
chiave dell’azione della Chiesa, una priorità per il Servizio gesuita per i
rifugiati (Jrs)”: lo sottolinea padre Peter Balleis,
direttore internazionale del Jrs, durante la XIX sessione plenaria del
Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti. Dopo un
ampio intervento dell’arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio
Consiglio, che ha ripercorso le attività del dicastero dall’ultima assemblea, i
lavori sono entrati nel vivo sul tema della corresponsabilità tra stati,
organismi internazionali e Chiesa. Come premessa, il direttore del Jrs ricorda che la maggior parte degli spostamenti di
popolazioni nel mondo sono forzati, causati da povertà, conflitti, ingiustizie,
malgoverno, violazioni dei diritti umani e catastrofi naturali. “Protezione dei
diritti umani e assistenza umanitaria sono preoccupazioni comuni alle
organizzazioni, agli stati e alla Chiesa” aggiunge Belleis sottolineando
però i limiti del diritto, che conferisce una definizione ben precisa dei
rifugiati, richiedenti asilo, o sfollati. “Uno dei migliori contributi della
Chiesa per la protezione delle persone sfollate – fa notare padre Belleis - è
la sua più ampia definizione del termine ‘rifugiati (…) tendendo la mano a
individui di cui nessuno si occupa e che necessitano protezione”. Tra le
difficoltà vissute dai profughi citate dal gesuita,
spiccano la situazione nei campi sfollati che “creano dipendenza e il rischio
di un’assimilazione alla detenzione”, gli ostacoli in ambiente urbano, quali
“mancanza di assistenza” e “invisibilità” di fatto, o ancora i respingimenti
per i richiedenti asilo, come accade ad esempio nel Mediterraneo. Misna 26
CIPRO - Nell'isola divisa. I maroniti e i cattolici aspettano Benedetto XVI
Mancano pochi
giorni all’atteso viaggio a Cipro di Benedetto XVI che, domenica 30 maggio,
all’Angelus, ha chiesto ai fedeli radunati in piazza San Pietro, preghiere per
la pace e la prosperità dell’intero Paese e per il prossimo Sinodo per il Medio
Oriente. Si tratta della prima visita di un Pontefice nell’Isola: ricco il
programma che vede già all’arrivo a Paphos (4 giugno) una celebrazione
ecumenica, seguita, il giorno dopo a Nicosia, da una serie di
incontri istituzionali e religiosi, tra i quali spicca quello con la
comunità cattolica locale. Momento cardine del viaggio apostolico sarà la messa
di domenica 6 giugno, con la consegna dell’“Instrumentum laboris”
dell’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi (10-24
ottobre). “Un programma pieno di momenti importanti per una visita che lascerà
un'impronta profonda in tutta l'Isola”, dice al SIR padre Umberto Barato,
vicario patriarcale di Cipro, Isola che ecclesiasticamente appartiene al
Patriarcato latino di Gerusalemme. La minoranza cattolica (maroniti
e latini), il 3,15% della popolazione che è a maggioranza ortodossa,
attende il Papa e si sta preparando nel migliore dei modi a riceverlo. Tutte le
parrocchie sono state coinvolte e molti fedeli presteranno opera come
volontari. Recentemente, in una nota congiunta, la Chiesa cattolica maronita e
quella latina di Cipro, hanno parlato della presenza di Benedetto XVI
nell’Isola come di “una benedizione e di una grande opportunità per promuovere
i principi e valori umani e cristiani, basati sulla libertà, il perdono, la
pace e la riconciliazione”. Ma chi i sono i cattolici
ciprioti? Quanti sono e qual è la loro storia? Risponde padre Barato.
Tre minoranze. “La
Costituzione del 1960 riconosce che Cipro è formato
dall’etnia greca e dall’etnia turca. Si riconoscono poi tre minoranze: i
maroniti, gli armeni e latini cattolici. Al tempo dell’indipendenza, queste tre
minoranze furono invitate a scegliere a quale delle due etnie volessero
appartenere e tutte e tre scelsero l’etnia greca. Le tre minoranze hanno il
diritto di eleggere un loro rappresentante al Parlamento. Il rappresentante non
ha diritto di parola, se non in sede di Commissione o quando ne viene richiesto”.
Maroniti. “I maroniti approdarono a Cipro nei secoli VII-VIII. Nel
passato erano un’importante componente della
popolazione dell’Isola. Arrivarono ad avere circa 60
villaggi, con chiese e istituzioni proprie. Oggi sono poco più di 5 mila persone in 4 villaggi tutti nella parte nord
occidentale dell’Isola, quella occupata dai turchi: Kormakiti, Assomatos,
Karpasha e Ayía Marina. Durante l’invasione del 1974, la maggior parte dei
maroniti, specialmente i giovani, fuggirono dai loro
villaggi e si stabilirono nella parte sud dell’isola, dove un po’ alla volta
ricostruirono la loro vita. Dal 1988 Cipro dei Maroniti è una diocesi del
Patriarcato Maronita del Libano. Mons. Joseph Soueif è l'attuale arcivescovo,
che nel prossimo Sinodo per il Medio Oriente ricoprirà la carica di segretario
speciale. I maroniti attualmente hanno 8 parrocchie: 3
nella parte nord; 3 nell’area di Nicosia; 1 a Larnaca e 1 a Limassol. Sono
servite da 5 sacerdoti diocesani e da 3 monaci
antonini. Ci sono anche tre suore antonine libanesi, al servizio
dell’arcivescovo. La liturgia viene celebrata in
lingua araba e aramaica, ma molte parti sono ora tradotte in greco”.
Latini. “La storia dei cattolici latini a Cipro comincia con l’occupazione
dell’Isola da parte dei Templari alla fine del secolo decimo per terminare con
la prima invasione della Turchia (1571). I turchi allora permisero di
rimanere nell’isola solo agli ortodossi e ai maroniti. I cattolici dovettero
abbandonare monasteri e chiese, trasformate in moschee, o occupate dagli
ortodossi. Nel 1593 i francescani di Terra Santa ottennero dal Sultano di
Istanbul di ritornare a Cipro. I latini nativi di Cipro sono pochi e vanno sempre più diminuendo, soprattutto a causa dei
matrimoni misti. La Chiesa latina, nell’ultimo scorcio del XX secolo, si è
arricchita di nuovi membri dall’Asia, filippini, cingalesi, indiani,
soprattutto donne che lavorano presso famiglie cipriote, ambasciate o l’Onu. Difficile accertare il numero preciso dei fedeli latini di Cipro.
Sembra che i ciprioti autoctoni siano 350. Secondo le liste elettorali, i
latini che possono votare sono 600. A questi si devono aggiungere almeno altre
300 o 400 persone, membri delle loro famiglie. Quindi
circa mille persone in tutto. A questo numero bisogna aggiungere un nutrito
gruppo di persone, tecnici, professori, uomini
d’affari occidentali che vivono a Cipro per qualche anno. Molto probabilmente
arrivano a 2 mila persone circa. Poi c’è il rebus dei
lavoratori stranieri. I filippini sono quasi tutti cattolici e si suppone che
siano 7 mila. I cingalesi sono circa 1.500 e gli
indiani circa 300 persone. Ultimamente hanno cominciato ad arrivare molti
africani provenienti dal Camerun e dalla Nigeria, qualcuno dal Congo. Molti di
loro sono cattolici, ma non è possibile dare un numero esatto. Non si conosce
il numero degli illegali. In conclusione, si stima che il numero dei lavoratori
stranieri cattolici a Cipro si aggiri tra le 9 e 10
mila persone, poco più”. Sir 31
Ha festeggiato il 50° di sacerdozio p. Mario Salon, rettore della Missione
Cattolica Italiana di Münster
Münster - Ha
festeggiato, nelle settimane scorse, il 50° anniversario di sacerdozio padre
Mario Salon, rettore della Missione Cattolica Italiana di Münster. Lo scrive il
mensile delle Missioni Cattoliche Italiane di Germania e Scandinavia Corriere
d’Italia ricordando che p. Salon è nato a Tarvisio (Udine) il 22 gennaio del
1935. Dodicenne è entrato nell’Ordine dei Chierici Regolari Minori e 50 anni fa, a Roma, il Card. Traglia lo ha ordinato
sacerdote.
Nel 1972 il
religioso è arrivato per la prima volta in Germania. Ha retto la Missione
Cattolica Italiana di Wiesbaden fino al 1980. Dopo aver lavorato per un anno
come prete operaio in una fabbrica di Bochum, ha assunto nel 1981 la direzione
della Missione Cattolica Italiana di Münster in Westfalia. Da allora, con una interruzione di 6 anni, si è dedicato alla pastorale
degli emigrati nella Diocesi di Münster. Nel 1988, infatti, è stato eletto
Padre Generale del suo Ordine con sede a Roma e in quei 6
anni ha fondato un seminario nell’India del Sud/Kerela. P. Salon ha festeggiato
questo importante anniversario - scrive il giornale - in modo semplice con una
celebrazione nella cappella della Missione con un piccolo gruppo di famiglie
emigrate. Durante la S. Messa un collaboratore della diocesi
di Münster ha preso la parola dicendo: “Padre Mario è una vera fortuna per gli
italiani e per ogni persona che lui incontra. È una
fortuna per la diocesi di Münster e per la Chiesa”. A
P. Salon gli auguri della Fondazione Migrantes per un lungo e proficuo
apostolato a fianco dei nostri connazionali. (Migranti-press)
GIOVANI E PACE - Disarmati all'incontro. Le "Piazze di maggio" di
"Rondine"
Le religioni e le
"diplomazie popolari" possono essere le nuove strade per risolvere i
conflitti. È questo il messaggio giunto dalle prime due giornate di
"Piazze di maggio: Viedipace 2010", un itinerario di riflessione e
incontri promosso tra Umbria e Toscana, fino al 30 maggio, dall'associazione
"Rondine Cittadella della Pace", un'esperienza di studentato
internazionale che riunisce ragazzi provenienti da aree in conflitto che
condividono un percorso di educazione alla pace. Mercoledì sera, 26 maggio, il
percorso si è aperto ad Assisi con una tavola rotonda con rappresentati del
mondo cristiano, ebraico e musulmano. "I credenti di
religioni diverse contribuiscono concretamente alla pace quando sono capaci di
vedere nell'altro un fratello portatore di valori positivi. Per noi cristiani la pace è sempre possibile quando si uniscono
sforzi e iniziative per collaborare insieme, perdonare, riconciliare".
Lo ha affermato il card. Jean-Louis Tauran, presidente
del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso.
Le fedi a
confronto. Parlando degli scenari della "crisi planetaria", il card.
Turan ha ripreso il pensiero di Benedetto XVI secondo cui il compito delle
religioni è oggi decisivo per "ritrovare il senso del bene comune
universale" e per "promuovere un vero sviluppo". "Se
vogliamo prevenire i conflitti e costruire una società solidale - ha aggiunto
il cardinale - tutti i credenti devono unire i loro sforzi accanto a quanti
operano a favore del rispetto dei diritti umani". "Vedere l'altro
come una possibilità per completarsi", questo concetto racchiuso nella
parola ebraica "Shalom", può essere per il presidente dell'Assemblea
rabbinica italiana, Rav Elia Ricchetti, la prospettiva per vedere la pace
"non come rinuncia di qualcosa di sé per l'altro, ma come l'opportunità di
arricchimento". A sua volta Elzir Izzedin, presidente dell'Ucoii (Unione delle
comunità e organizzazioni islamiche d'Italia), ha insistito sulla necessità di
"spogliarsi dai pregiudizi", "sforzarci per capire la
sensibilità dell'altro" e "impegnarci a creare spazi per il rispetto
delle diversità", come "orizzonte" in cui le religioni possono
contribuire alla pace. "Oggi - ha fatto notare - sembra
che ci siamo spogliati, al contrario, delle nostre fedi. Ma questo è un errore, perché la religione significa pace e non può
essere mai strumento di scontro". E proprio "lo
spogliarsi" come "via della pace" per "disporsi al dialogo
con l'altro" nel pomeriggio era stato al centro dalla meditazione offerta
ai partecipanti da mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi - Nocera Umbra
- Gualdo Tadino, nella sala dell'episcopio, dove san Francesco si tolse le
vesti. Nel dialogo tra le religioni e tra le culture dobbiamo "maturare la
capacità di porci in rapporto reciproco con l'umiltà che ci apre
all'accoglienza dell'altro". Significa andare all'incontro
"disarmati", con una concezione "non aggressiva della propria
verità", e tuttavia "non disorientati" che è l'atteggiamento
"di chi pensa che la pace si costruisce azzerando
ogni verità".
Le Università vie
di pace. Come costruire nelle Università percorsi di educazione alla pace alla
luce dell'esperienza "Venti di pace in Caucaso", è stato il tema
dell'incontro di giovedì mattina, 27 maggio, all'Università degli studi di
Perugia. Nato durante il conflitto russo-ceceno dal sogno di un gruppo di giovani
dello studentato internazionale dell'associazione "Rondine", il
progetto ha portato all'elaborazione di un documento di 14
punti per realizzare la pace nell'area, costituendo un esempio di
"diplomazia popolare" che mira a risolvere i conflitti partendo
direttamente dai giovani e dalla società civile. "L'obiettivo adesso è
coinvolgere le Università, affinché, la via di pace che questi ragazzi hanno
sperimentato possa essere studiata e accolta dal mondo accademico". Lo ha spiegato il presidente di "Rondine", Franco
Vaccari. "Oggi - ha detto - ci troviamo in un mondo in
cui l'unico sogno possibile è quello individuale. Ma
la possibilità di stare in pace arriva solo da un sogno collettivo, dove le
differenze trovano un'armonia e sperimentano una convivenza concreta".
È questa - si è detto - la sfida da lanciare alle Università. Mentre
"l'importanza di un'educazione ai valori della pace, ricercando le
dimensioni che ci fanno uguali" e, comunque, "nell'ottica
di una convivenza fondata sui diritti umani", è stata sottolineata dal
arcivescovo emerito di Perugia, mons. Giuseppe Chiaretti. "Risaldare il
legame tra società civile e istituzioni, all'origine della mancata soluzione di
molti conflitti" può essere una pista di lavoro fondamentale per le Università,
ha detto Andrea Messeri, dell'Università di Siena. Per
sensibilizzare il mondo accademico, i giovani dello studentato di
"Rondine" hanno avviato due progetti mirati a coinvolgere una decina
di atenei di 4 diverse aree del mondo per promuovere
progetti di educazione alla pace e progetti aperti alla cittadinanza. Tra gli strumenti, anche un bando per progetti per attuare
concretamente ciascuno dei punti sul "Documento per la pace in
Caucaso". (da
Assisi-Perugia) sir
Eunuchi per il Regno dei Cieli. La disputa sul celibato
Il cardinale
Schönborn propone il "ripensamento" di questo
obbligo per il clero cattolico. E così altri vescovi. Benedetto XVI lo vuole invece rafforzare. A suo sostegno ha tutta la
storia della Chiesa, fin dal tempo degli apostoli - di Sandro Magister
ROMA – Benedetto
XVI si appresta a concludere l'Anno Sacerdotale, da
lui voluto per ridare vigore spirituale ai preti cattolici in un'epoca
difficile per l'intera Chiesa.
Intanto però un
cardinale famoso e tra i più vicini al papa, l'arcivescovo di Vienna Christoph
Schönborn, continua a battere il chiodo di un "ripensamento" della disciplina del celibato
del clero latino.
Schönborn è
persona di buona cultura, ex alunno di Joseph Ratzinger professore di teologia.
Negli anni Ottanta collaborò alla scrittura del catechismo della Chiesa
cattolica. Ma come uomo di governo, da quando è alla
testa di una Chiesa sbandata come l'austriaca, si mostra più attento alle
pressioni dell'opinione pubblica che ai suoi doveri di guida.
A metà maggio,
appena un vescovo suo connazionale, Paul Iby, di Eisenstadt, disse che "i
preti dovrebbero essere liberi di scegliere se sposarsi o
meno" e che "la Santa sede è troppo timida su tale
questione", prontamente il cardinale Schönborn chiosò: "Le
preoccupazioni espresse dal vescovo Iby sono le preoccupazioni di tutti
noi".
E questa è stata
solo l'ultima – per ora – di una serie incessante di sortite analoghe. Di Schönborn e di altri cardinali e vescovi di tutto il mondo, per
non dire di esponenti del clero e del laicato. Il
"superamento" della disciplina del celibato è da
tempo il basso continuo della musica dei novatori.
Di questa musica,
ciò che ordinariamente viene udito e capito sono un
paio di cose.
La prima è che il
celibato del clero è una regola imposta in secoli recenti al solo clero latino.
La seconda è che
ai sacerdoti cattolici dovrebbe essere consentito di sposarsi "come nella
Chiesa primitiva".
Il guaio è che
queste due cose fanno entrambe a pugni con la storia e con la teologia.
Alla radice
dell'equivoco c'è anche una cattiva comprensione del concetto di celibato del clero.
In tutto il primo
millennio e anche dopo, nella Chiesa il celibato del clero era propriamente
inteso come "continenza". Cioè come completa rinuncia, dopo
l'ordinazione, alla vita di matrimonio, anche per chi si fosse precedentemente sposato.
L'ordinazione di
uomini sposati, infatti, era una prassi comune, documentata anche dal Nuovo
Testamento. Ma nei Vangeli si legge che Pietro dopo la chiamata ad apostolo
"lasciò tutto" (Matteo 19, 27). E Gesù disse
che per il Regno di Dio c'è chi lascia anche "moglie o figli" (Luca 18, 29).
Mentre nell'Antico
Testamento l'obbligo della purità sessuale valeva per i sacerdoti solo nei
periodi del loro servizio al Tempio, nel Nuovo Testamento la sequela di Gesù
nel sacerdozio è totale e investe l'intera persona, sempre.
Che fin
dall'inizio della Chiesa preti e vescovi fossero tenuti ad astenersi dalla vita
di matrimonio è confermato dalle prime regole scritte in materia.
Esse compaiono a partire dal secolo IV, dopo la fine delle persecuzioni.
Con l'aumento impetuoso del numero dei fedeli aumentano anche le ordinazioni, e
con esse le infrazioni alla continenza.
Contro queste
infrazioni, concili e papi intervengono ripetutamente a riaffermare la
disciplina da essi stessi definita "tradizionale". Questo fanno il Concilio di Elvira, nel primo decennio del secolo
IV, che sanziona il mancato rispetto della continenza con l'esclusione dal
clero; altri concili di un secolo dopo; i papi Siricio e Innocenzo I; e poi
ancora altri papi e Padri della Chiesa, da Leone Magno a Gregorio Magno, da
Ambrogio ad Agostino a Girolamo.
Per molti secoli
ancora la Chiesa d'Occidente continuò a ordinare degli uomini sposati, sempre però esigendo la rinuncia alla vita matrimoniale e
l'allontanamento della sposa, previo il consenso di questa. Le infrazioni erano
punite, ma erano molto frequenti e diffuse. Anche per contrastare questo, la
Chiesa cominciò a scegliere di preferenza i suoi sacerdoti tra i celibi.
In Oriente,
invece, dalla fine del secolo VII in poi la Chiesa tenne fermo l'obbligo
assoluto della continenza solo per quanto riguarda i vescovi, scelti sempre più
spesso tra i monaci invece che tra gli sposati. Col basso clero accettò che gli
sposati continuassero a condurre vita matrimoniale, con obbligo di continenza
solo "nei giorni di servizio all'altare e di celebrazione dei sacri
misteri". Così stabilì il secondo Concilio di Trullo del 691, un concilio
mai riconosciuto come ecumenico dalla Chiesa d'Occidente.
Da allora a oggi è
questa la disciplina in vigore in Oriente, così come nelle Chiese di rito
orientale tornate in comunione con la Chiesa di Roma dopo lo scisma del 1054:
continenza assoluta per i vescovi e vita matrimoniale consentita al basso
clero. Fermo restando che l'eventuale matrimonio deve sempre precedere la sacra
ordinazione e mai seguirla.
La tolleranza
adottata dalle Chiese d'Oriente per la vita matrimoniale del basso clero fu
agevolata – secondo gli storici – dal particolare ordinamento di queste Chiese,
costituite in patriarcati e quindi più portate a decisioni autonome sul piano
disciplinare, con un ruolo preminente svolto dall'autorità politica.
In Occidente,
invece, alla grande crisi politica e religiosa dei secoli XI e XII la Chiesa
reagì – con la riforma detta gregoriana dal nome di papa Gregorio VII – proprio
combattendo con vigore i due mali che dilagavano tra il clero: la simonia, cioè
la compravendita degli uffici ecclesiastici, e il concubinato.
La riforma
gregoriana riconfermò in pieno la disciplina della continenza. Le ordinazioni
di uomini celibi furono preferite sempre più a quelle di uomini sposati. Quanto
al matrimonio celebrato dopo l'ordinazione – da sempre vietatissimo sia in
Oriente che in Occidente – il Concilio Lateranense II
del 1139 lo definì non solo illecito, ma invalido.
Anche le
successive crisi della Chiesa d'Occidente hanno visto in primo piano la
questione del celibato del clero. Tra i primi atti della Riforma protestante ci
fu proprio l'abolizione del celibato. Al Concilio di Trento vi fu chi spinse
per una dispensa dall'obbligo del celibato anche per i preti cattolici. Ma la decisione finale fu di mantenere integralmente in
vigore la disciplina tradizionale.
Non solo. Il
Concilio di Trento obbligò tutte le diocesi a istituire dei seminari per la
formazione del clero. La conseguenza fu che le ordinazioni di uomini sposati
diminuirono drasticamente, fino a scomparire. Da quattro secoli, nella Chiesa
cattolica i preti e i vescovi sono nella quasi totalità
celibi, con le sole eccezioni del basso clero delle Chiese di rito
orientale unite a Roma e degli ex pastori protestanti con famiglia ordinati
sacerdoti, provenienti per lo più dalla Comunione anglicana.
Dalla percezione
che i preti cattolici sono tutti celibi si è diffusa
l'idea corrente che il celibato del clero consista nella proibizione di
sposarsi. E quindi che il "superamento" del celibato consista sia
nell'ordinare preti degli uomini sposati consentendo loro di continuare a
vivere la vita matrimoniale, sia nel permettere ai preti celibi di sposarsi.
Dopo il Concilio
Vaticano II entrambe queste richieste sono state avanzate ripetutamente nella
Chiesa cattolica, anche da vescovi e cardinali.
Ma sia l'una che l'altra sono in palese contrasto con l'intera tradizione
di questa stessa Chiesa, a partire dall'età apostolica, oltre che – per quanto
riguarda la seconda richiesta – con la tradizione delle Chiese d'Oriente e
quindi col cammino ecumenico.
Che poi un
"superamento" del celibato sia la scelta più appropriata per la
Chiesa cattolica di oggi è sicuramente un'idea per nulla condivisa dal papa
regnante.
Stando a ciò che
Benedetto XVI dice e fa, la sua volontà è opposta: non superare ma confermare
il celibato sacerdotale, come sequela radicale di Gesù per il servizio di
tutti, tanto più in un passaggio cruciale di civiltà come il presente.
Proprio a questo
mira l'Anno Sacerdotale da lui indetto, col santo
Curato d'Ars come modello: umile curato di campagna che visse il celibato come
dedizione totale per la salvezza delle anime, una vita tutta consumata
all'altare e nel confessionale. L’Espresso on line 28
ASSEMBLEA CEI - Il futuro è nell'educare. Gli orientamenti pastorali
2010-2020
“Il vescovo è
servitore di tutti, non è funzionario, né un burocrate, non è un rappresentante
del potere, né un manager di un’organizzazione umana, ma un pastore che
illumina e incoraggia, è un padre che ama, educa e conforta”. La terza giornata
dei lavori della 61ª assemblea dei vescovi italiani
(24-28 maggio) si è aperta con il monito del card. Giovanni Battista Re,
prefetto della Congregazione per i vescovi, che ha presieduto, nella basilica
di san Pietro, una concelebrazione eucaristica.
L’educare del
vescovo. Nell’omelia il cardinale ha ribadito che
questo stile deve essere “accompagnato da tante qualità – dalla saggezza alla
fortezza, dalla prudenza all’amabilità, dalla lungimiranza all’attenzione alle
piccole cose – ma soprattutto deve essere caratterizzato da un vivo senso di
paternità”. Paternità spirituale “verso tutti coloro
che gli sono affidati specie verso i sacerdoti”. “Non
dobbiamo mai dimenticare che abbiamo davanti delle persone e non degli
operatori o, tanto meno, dei ‘numeri’. La paternità
episcopale ci chiede di saper incontrare le persone dando attenzione a ciascuna
di esse”. Il vescovo deve “lasciarsi illuminare dalla
Parola di Dio” e pregare per “non cadere nel rischio di un pericoloso senso di
autosufficienza che finisce poi per sconfinare nell’attivismo o
nell’autoritarismo. Il ministero che il vescovo è
chiamato a svolgere non è un’impresa legata alle forze umane ma all’azione di
Dio”. Il servizio del vescovo assume, pertanto, un carattere di
“paternità spirituale” verso tutti coloro che gli sono
affidati, laici e presbiteri, che qualifica innanzitutto una “relazione”:
volere il loro bene “implica il dovere di conoscerli, guidarli, sostenerli come
singoli e come presbiterio; richiede al vescovo di essere capace di stimolare e
di dare fiducia, di riprendere e di correggere, ma soprattutto di
incoraggiare”. In altre parole, educare.
In gioco il
futuro. E sul tema dell’educazione è tornato mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo
di Vicenza e vicepresidente della Cei, aggiornando il 26 maggio i giornalisti
delle discussioni in corso in Vaticano tra i vescovi italiani riuniti in
assemblea. Illustrando gli “Orientamenti pastorali” per il prossimo decennio
dedicato al tema dell’educazione sul quale è stato redatto un documento votato
per la sua approvazione finale, mons. Nosiglia ha affermato che “il campo
educativo rappresenta per il nostro Paese la sua miniera d’oro più produttiva a cui attingere e da cui ripartire”. Perché “sull’educazione
si gioca il futuro di una società e sappiamo bene che la stessa crescita
economica di un Paese aumenta in proporzione all’investimento che si fa sulla
formazione”. “Noi riteniamo – ha detto l’arcivescovo – che sia un tema che
interessa e coinvolge tutta la società perché investe le
famiglia, le parrocchie, le scuole”. Ed ha aggiunto: “L’investimento di
personale, risorse e mezzi adeguati al raggiungimento
delle finalità dell’educazione rappresenta sia per la Chiesa, sia per la
società il primo e indispensabile impegno che non può essere eluso o sminuito
da altri pure necessari ambiti di lavoro in campo economico e sociale”.
Investire le
migliori energie. “È in gioco – ha rimarcato mons. Nosiglia – la conservazione
e il rinnovamento di quel patrimonio di qualità del
sapere, della cultura e della vita, ricchi di valori umani, spirituali e
morali, religiosi e civili e di uomini e donne che li hanno incarnati con
genialità”. Il contributo della Chiesa vuole essere un “contributo positivo a
tutto il Paese perché – ha sottolineato – affronti
unito e si impegni con grande determinazione in questo campo”. “Credo – ha
proseguito – che la Chiesa in Italia con questo impegno decennale indica
chiaramente a se stessa ma anche al Paese dove puntare la bussola del suo
progresso e del suo futuro”. E lo fa rivolgendosi alle famiglie, alle realtà
civili, alle comunità cristiane. “Si rivolge infine alle istituzioni politiche,
culturali, economiche e sociali perché investano le loro migliori energie in questo ambito che rappresenta il cuore pulsante del Paese”. Ad una domanda sul tipo d’investimento richiesto, mons.
Nosiglia ha spiegato che non si tratta solo d’investimento economico ma “di
personale, di cultura e soprattutto di mentalità e che chiama in causa i tanti
adulti che sulla sfida educativa hanno messo i remi in barca perché possano di
nuovo ritrovare fiducia e dare speranza. Ne va del futuro e del presente del
Paese. Tutti devono dare il proprio contributo. A ciascuno è
chiesto di dare il meglio di se”. Il tema dell’educazione, ha poi concluso, “è un segno di speranza su cui far leva per
risolvere il problema pedofilia” in quanto avrà un peso anche “nell’ambito dei
seminari e della formazione e della crescita degli educatori”. Sir 27
Pedofilia, inchiesta in Irlanda. Vaticano invierà 4 "commissari"
Due cardinali e
due arcivescovi in autunno nelle arcidiocesi irlandesi
per "aiutare" il clero locale a far fronte alle "tragiche
vicende degli abusi"
ROMA - Comincerà
in autunno la "visita apostolica", ovvero
l'indagine della Santa Sede per cercare di riorganizzare e
"purificare" la Chiesa irlandese, travolta dallo scandalo della
pedofilia. Nell'annunciare la decisione, il papa chiede la collaborazione di
tutti, vescovi e preti irlandesi, al lavoro che faranno i quattro incaricati,
un cardinale inglese, un cardinale americano e due arcivescovi irlandesi. Si
tratta del card. Cormac Murphy O'Connor, arcivescovo emerito di Westminster,
per l'arcidiocesi di Armagh; il card. Sean Patrick O'Malley, arcivescovo di
Boston, per l'arcidiocesi di Dublino; mons. Thomas Christopher Collins,
arcivescovo di Toronto, per l'arcidiocesi di Cashel e
Emly; mons. Terrence Thomas Prendergast, Arcivescovo di Ottawa, per
l'arcidiocesi di Tuam.
"La visita - sottolinea una nota vaticana - inizierà nelle quattro
arcidiocesi metropolitane d'Irlanda e sarà poi estesa ad alcune altre
diocesi". Con la sua decisione, precisa la Sala Stampa della Santa Sede,
il Papa "intende offrire un aiuto ai vescovi, al clero, ai religiosi e ai
fedeli laici per affrontare adeguatamente la situazione determinata dalle
tragiche vicende degli abusi compiuti da sacerdoti e religiosi nei riguardi dei
minori e per contribuire al rinnovamento spirituale e morale
desiderato e già avviato con decisione dalla Chiesa in Irlanda".
Con la loro
indagine, che riguarderà "le diocesi del Paese, i seminari e le
congregazioni religiose", i visitatori apostolici, continua il testo,
"cercheranno di approfondire le problematiche connesse con la trattazione
dei casi di abuso e la dovuta assistenza alle vittime, e di verificare
l'efficacia e la possibilità di miglioramento delle attuali modalità
di prevenzione degli abusi, avendo come riferimento il Motu proprio pontificio
'Sacramentorum sanctitatis tutela' e le norme dello Safeguarding Children:
Standards and Guidance Document for the Catholic Church in Ireland,
commissionato e prodotto dal National Board for Safeguarding Children in the
Catholic Church". LR 31
La virtù cristiana
dell’umiltà è entrata improvvisamente in sciopero a Salerno, dove l’arcivescovo
ha inaugurato una statua che lo raffigura. Monsignor Pierro ha voluto pensare
ai fedeli più miopi, adoperandosi affinché la scultura fosse alta almeno quattro metri. L’opera che tramanda ai posteri le fattezze
di questo servo del Signore è stata eretta nel Seminario metropolitano, là dove
i sacerdoti sono soliti svolgere gli esercizi spirituali. Ne trarranno
ispirazione per riflettere sulle miserie della natura umana, fra le quali l’ego
espanso è in fondo una delle più innocue. Anche delle più diffuse, però: un
altro monsignore, a Vallo della Lucania, si è fatto ritrarre in un affresco
alla destra di Gesù.
Siamo convinti che
il vescovo di Salerno raccolga schiere di devoti che lo vorrebbero santo subito
e immortalato nella Cappella Sistina accanto ad Adamo. Eppure nemmeno a loro
dispiacerebbe sapere con quali denari Sua Eminenza ha commissionato il
capolavoro che fissa i suoi nobili lineamenti nel marmo di Carrara. Non ricordo
che la scultura venisse citata nella pubblicità
dell’otto per mille. Mentre mi pare di ricordare che il monsignore andrà presto
a giudizio, con l’accusa d’aver attinto ai fondi pubblici per ristrutturare una
colonia per bambini bisognosi che un miracolo ha successivamente
trasformato in albergo a cinque stelle. Di sicuro sono storie come questa che inducono a credere nell’origine divina della Chiesa: non si
capirebbe, altrimenti, come possa sopravvivere da duemila anni a certi
preti.
Massimo Gramellini
LS 29
Con la crisi della secolarizzazione ritorna la teologia politica. Nuove
maschere del superuomo
Una delle grandi
narrazioni su cui si è fondato l'Occidente moderno è quella che è stata
presentata esemplarmente da Max Weber come il processo di razionalizzazione e
disincantamento del mondo. Questo modello di auto comprensione secolare della
modernità ha comportato come risultato non solo il dissolversi della metafisica
nelle scienze particolari, ma altresì la riduzione della religione, e più in
generale dei valori e delle norme morali, alla sfera privata della coscienza
individuale. Al positivismo scientistico orientato al paradigma di razionalità
di una scienza neutrale rispetto ai valori, ha fatto così da pendant la perdita
della dimensione pubblica della religione, ridotta, in modo analogo all'etica,
a questione privata. Di contro alla razionalità
tecnico-scientifica, le scelte etiche e religiose erano decisioni individuali,
frutto di sentimenti personali, in ultima istanza irrazionali.
Da tempo l'etica cerca di affrancarsi da questo schema. Sia
sufficiente qui richiamare i tentativi posti in essere
da John Rawls con la sua teoria della giustizia, da Hans Jonas con il suo
principio di responsabilità, per giungere sino all'etica del discorso di
Karl-Otto Apel, dove massimo è lo sforzo per sviluppare una fondazione ultima
razionale dell'etica. Questi tentativi di "stabilizzazione della filosofia
pratica" (con la parziale eccezione di Jonas) si stagliano in un orizzonte
privo di presupposti trascendenti. Il buon Dio sembrava così continuare ad aver
esaurito la sua funzione e il paradigma weberiano a non essere revocato in
dubbio almeno per quel che riguardava la religione. L'etica poteva pure
diventare pubblica, ma la religione restava confinata alla sfera privata.
Il fatto
incontrovertibile dell'irruzione della religiosità che, in forme diverse,
sperimentiamo negli ultimi anni sulla scena pubblica, ha messo in crisi questo
modo di pensare. Da questo nuovo fenomeno scaturisce quella che si potrebbe
definire la "riabilitazione della teologia politica". Per molti
questo significa un pericoloso ritorno al passato e addirittura un grosso
rischio per la democrazia. A dire il vero, credo che altri siano i rischi per
la democrazia, se è appena sufficiente che un'agenzia di rating americana alzi
un po' la voce per mettere in ginocchio l'Unione degli Stati europei. Come che
sia, non passa quasi giorno che sui giornali non appaia un appello a favore
della ragione laica, dove si rispolverano in senso neoilluministico
cianfrusaglie ideologiche del tutto inadeguate a cogliere la realtà che abbiamo
di fronte.
La questione
cruciale può essere così formulata: l'Occidente è minacciato da questo ritorno
della teologia politica o non è piuttosto il paradigma della secolarizzazione
che spinto all'estremo rischia di collassare? Proponiamo un tentativo, sia pure
soltanto abbozzato, di risposta. Si vuol riempire l'assenza di Dio, o
quantomeno il suo ritrarsi dalle vicende umane, trasferendo la sua (perduta)
onnipotenza all'homo creator. Questo è l'ultimo ardito passo della
secolarizzazione. La volontà umana diventa la controfigura di quella divina. La
liberazione della libertà da ogni dipendenza esteriore che la modernità ha
tenacemente perseguito si rivela, nella tarda modernità in cui stiamo vivendo,
come il delirio di una libertà assoluta che genera i mostri di una volontà di
potenza nei confronti non più soltanto della natura esterna, ma persino di
quella interna, della natura umana.
L'affrancamento
dalla trascendenza, l'assolutizzazione dell'immanente, sta avendo come
paradossale conseguenza il rimpicciolimento dell'uomo: per dirla con Nietzsche,
"l'uomo è finito su un piano inclinato e ormai va
rotolando, sempre più rapidamente, lontano dal punto centrale". Da soggetto
di dominio l'uomo è divenuto oggetto del dominio, strumento passivo e inerte di
sperimentazioni tecniche sempre più raffinate e sconvolgenti. Questo è il
programma dell'ingegneria genetica e dei suoi molti adulatori, ed è questo il
rischio più grande del nostro tempo, quello che mette seriamente a repentaglio
la sopravvivenza dell'uomo sulla terra.
Siamo tutti in
rete, ma anche tutti intrappolati nella rete.
Dappertutto e in nessun luogo, abbiamo già perso la cognizione dello spazio. E
ora stiamo rischiando di perdere anche la cognizione del tempo. La specie umana
sembra arrivata al capolinea della sua evoluzione e già si delinea
all'orizzonte una nuova realtà: il post-umano, la creazione di una nuova specie
mediante l'intervento diretto sul codice genetico di quella esistente.
È possibile
contrastare questa folle corsa verso il nulla? L'etica e il diritto dimostrano,
al riguardo, tutta la loro fragilità: con il "patriottismo
costituzionale" possiamo soltanto fare degli impacchi a un malato di cancro.
Di fronte al pericolo estremo, infatti, c'è bisogno di un antidoto più
efficace. L'apertura alla trascendenza, un rimosso in fondo sempre presente,
non può forse di nuovo ritornare a offrire una importante
risorsa motivazionale? Come fondare l'indisponibilità dell'integrità umana, se
non recuperando, al limite nella forma di una teologia
negativa, quella categoria del sacro troppo frettolosamente data per spacciata?
Prima di assurgere a soggetto con Cartesio, l'uomo non ha mai trovato in sé,
nel fundamentum inconcussum della propria certezza di sé, la misura che lo
costituisce: l'ha trovata soltanto nello spazio religioso. Per impedire, oggi,
che il processo di assolutizzazione dell'uomo, il mito del superuomo,
paradossalmente si rovesci nel suo totale annichilimento, occorre recuperare il
senso religioso del limite, riscoprire il brivido del sacro, come orizzonte
ultimo di senso.
E il senso del
sacro, per l'occidente giudaico-cristiano, comincia con Dio che crea l'uomo
"a sua immagine", dotandoci in questo modo di una dignitas
trascendente, che ci colloca in una posizione speciale nella natura. Il
richiamo a questo residuo punto religioso può essere la nostra salvezza. La
razionalità da sola non basta, ha bisogno di nutrirsi di sostanze che non
riesce a generare da sé. Hic Rhodus, hic saltus! “
Paolo Becchi,
Università di Genova, Osservatore Romano 30
Papst betet für Hochwasser-Opfer - „Dreifaltigkeit ist Kern unseres Glaubens“
Tausende von Menschen haben an diesem
Sonntag am Mittagsgebet von Papst Benedikt auf dem Petersplatz teilgenommen.
Vom Fenster seines Arbeitszimmers aus betete der Papst u.a. für alle, die unter
dem Hochwasser an Oder und Weichsel in Polen leiden. Wörtlich meinte Benedikt
in polnischer Sprache:
„Ich bin allen, die von den
Überschwemmungen betroffen sind, nahe. Wir wollen alle unsere Schwierigkeiten
der heiligsten Dreifaltigkeit anvertrauen und versuchen, den Plan der
göttlichen Vorsehung zu verstehen. Denken wir an das Wort Hiobs: Wenn wir von
Gott das Gute annehmen, warum akzeptieren wir nicht auch das Schlechte? Alles
ist im göttlichen Heilsplan eingeschlossen...“
In seinem englischen Redeteil warf der
Papst einen Blick voraus auf seine Reise nach Zypern nächste Woche. Er wünsche
der Insel Frieden und Wohlstand; seine Visite gelte den katholischen wie auch
den orthodoxen Gläubigen. Auf italienisch fand
Benedikt XVI. einige Worte zu Pius XII., dem Papst in der Zeit des
Nationalsozialismus, für den ein Seligsprechungsverfahren im Gange ist.
„Vor zwei Tagen ist in Rom ein Band der
Tagebücher von Kardinal Celso Costantini veröffentlicht worden, der den Titel
trägt: Am Rand des Krieges, 1938-1947. Diese Veröffentlichung ist von großem
historischem Interesse. Kardinal Costantini war sehr mit Papst Pius XII.
verbunden; er schrieb dieses Tagebuch, als er Sekretär der Missionskongregation
war. Sein Tagebuch bezeugt den immensen Einsatz für Frieden und für die
Unterstützung aller Bedürftiger, den der Heilige Stuhl in diesen dramatischen
Jahren geleistet hat.“ Ähnlich lobend hat sich am Wochenende auch
Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone über Pius XII. geäußert. In einer
Botschaft, die in der Vatikanzeitung abgedruckt wurde, schreibt Bertone, dass
Papst Benedikt seinen Vorgänger aus der Zeit des Zweiten Weltkriegs für seine
Entschlossenheit bewundere. Statt seine Aktivitäten während des Krieges
„einzuschränken und sich in der Trauer zu verschließen, hat er die Aktivitäten
stattdessen vervielfältigt“. Auf die Kontroverse über die Haltung von Papst
Pius zum Holocaust gingen weder Bertone noch an diesem Sonntag Papst Benedikt
ein.
Auf deutsch
erinnerte der Papst an den theologischen Inhalt des Dreifaltigkeits-Sonntags.
„Der Kern unseres christlichen Glaubens ist das Geheimnis der heiligsten
Dreifaltigkeit. Gott offenbart sich als Vater, Sohn und Heiliger Geist, der
alles erschaffen hat, erlöst und heiligt. Durch die Taufe auf den Namen des
dreieinigen Gottes erhalten wir Anteil am Leben der göttlichen Dreifaltigkeit.
Wir wollen dieser Gemeinschaft mit Gott stets treu bleiben und mithelfen, sein
Reich der Gerechtigkeit, der Liebe und des Friedens aufzubauen.“ (rv 30)
Einführung eines islamischen Religionsunterrichts in Deutschland
Die CDU-Politiker Hermann Gröhe und
Annette Schavan haben sich für die Einführung eines islamischen
Religionsunterrichts in Deutschland ausgesprochen. Sie stellten sich damit beim
Treffen der „Schüler Union Deutschlands“ in Mannheim gegen die Position des
Nachwuchses von CDU und CSU. Die „Schüler Union“ lehnt islamischen
Religionsunterricht an deutschen Schulen nämlich ab. Angehörige anderer
Religionen, wie etwa Juden oder Muslime, sollten den Ethikunterricht besuchen,
sagte der scheidende Bundesvorsitzende Younes Ouaqasse am Samstag. Begründet
wird das Nein zum islamischen Religionsunterricht damit, dass dem Staat zur
Klärung der Unterrichtsinhalte Ansprechpartner auf muslimischer Seite fehlten.
Der 21-jährige Ouaqasse ist Sohn marokkanischer Eltern und selbst Muslim. Er
war erster muslimischer Vorsitzender der Organisation. Die stellvertretende CDU-Bundesvorsitzende
und Bildungsministerin Schavan sagte, es sei eine
„friedensstiftende Aufgabe der Bildungspolitik“, den Respekt voreinander zu
lehren. „Christdemokraten sollten dafür stehen, dass - egal wie groß das
Spektrum der Religionen ist - Religion zur Allgemeinbildung gehört.“ Wer mit
anderen Religionen ins Gespräch kommen wolle, brauche aber zunächst einen
eigenen Standpunkt und Kenntnis der eigenen Religion, betonte sie. Deshalb sei
ein konfessioneller Religionsunterricht so bedeutsam. CDU-Generalsekretär Gröhe
sagte, er sei sich mit der evangelischen und der katholischen Kirche einig,
dass über einen islamischen Religionsunterricht nachgedacht werden müsse. „Die
Länder müssen diese Idee angehen“, meinte er. kna 30
Das so genannte „Kreuz der
Weltjugendtage“ hat schon viel erlebt: Schließlich reist es seit über einem
Vierteljahrhundert im Umfeld der kirchlichen Weltjugendtage durch die ganze
Welt. Am Samstag Morgen hat es nun einen Besuch im
Gefängnis gemacht, und zwar in der römischen Haftanstalt Rebibbia, einer der
größten und bestbewachten von ganz Italien. Die etwa 300 Häftlinge kommen
mehrheitlich aus Süditalien; auch einige Mafiosi sind darunter. Bei einem
Gebetsgottesdienst vor dem Kreuz konnten die Insassen von Rebibbia Fürbitten
formulieren oder beichten.
„Die jungen Leute haben das gut
aufgenommen“, berichtet Bischofsdelegat Nicola Filippi hinterher. „Man merkt,
dass es ihnen guttut zu spüren, dass ihnen jemand nahe ist und ihnen Hoffnung
macht – denn das Gefängnis ist ja ansonsten ein Ort tiefer Einsamkeit. Es gibt
viele junge Katholiken, die ehrenamtlich im Innern von Rebibbia arbeiten und
sich um die Häftlinge kümmern; der Besuch des Weltjugendtags-Kreuzes ging auf
ihre Initiative zurück. Ich muss sagen, dass auch die Häftlinge diesen jungen
Freiwilligen etwas sehr Wichtiges zeigen: Das Gefängnis ist ja ein Ort, der
einem dabei hilft, über das wirklich Wesentliche im Leben nachzudenken.“
„Natürlich ist jede Art von Kontakt zur
Außenwelt sehr wichtig für Menschen, die in so einer Struktur einsitzen”, sagt
Gefängnisdirektor Stefano Ricca. „Die Menschen hier hängen von diesem Kontakt
nach draußen ab. Sie hoffen darauf, sich später wieder in ein normales Leben
einzugliedern, und bei den Schwierigkeiten, die sie haben, können der Glaube
und das Glauben an sich wirklich eine große Hilfe sein...“ (rv 30)
Der Hamburger Erzbischof Werner Thissen bittet die Opfer sexuellen Missbrauchs um Entschuldigung.
In einem Brief ans Erzbistum Hamburg,
der an diesem Wochenende in allen Gemeinden verlesen wird, schreibt Thissen:
„Wir müssen bekennen, dass sich Priester und Mitarbeiter der Kirche schwer an
Kindern und Jugendlichen versündigt haben.“ Das Missbrauchsverhalten Einzelner
liege „wie ein dunkler Schatten auf uns allen“, so Thissen. Vielen werde es
dadurch zur Zeit schwer, mit Freude und Vertrauen den
Glauben zu leben und ihn öffentlich zu bezeugen. Der Erzbischof wörtlich: „Es
beschämt uns, dass das Vertrauensverhältnis, ohne das Seelsorge nicht möglich
ist, verraten worden ist.“ Die Kirche habe sich in der Vergangenheit zu wenig
um die Opfer gekümmert: „Uns war erschreckend wenig bewusst, wie sehr
Kindesmissbrauch Wunden für ein ganzes Leben schlagen kann“, schreibt Thissen.
„Wir bekennen uns dazu, dass die Opfer noch mehr unserer Sorge anvertraut sind
als die Täter oder der gute Ruf der Kirche.“ Bei aller Belastung und Scham sei
ihm aber die jetzige Situation lieber, als wenn „die Eiterbeule des Missbrauchs
nicht offengelegt worden wäre und nicht bearbeitet würde“. Denn jetzt hätte die
Kirche die Möglichkeit, einen neuen Anfang zu setzen. - Das Erzbistum Hamburg
hat seit dem 15. März 2010 dreizehn Missbrauchsvorwürfe an die zuständigen
Staatsanwaltschaften weitergeleitet. Die Vorwürfe beziehen sich auf den Zeitraum
von 1950 bis in die 1990er-Jahre. Insgesamt richten sich die
Missbrauchsvorwürfe gegen acht Priester, die im Gebiet des heutigen Erzbistums
Hamburg tätig waren oder Priester des Erzbistums Hamburg sind. Von diesen acht
Priestern sind vier verstorben, zwei leben im Ruhestand. Zwei weitere Priester
sind aufgrund der gegen sie erhobenen Vorwürfe in den vergangenen Wochen in den
Ruhestand versetzt worden. (pm 30)
Vor Beginn des Papstbesuches auf Zypern
Wenige Tage vor Beginn des
Papstbesuches auf Zypern kommen auf einmal Störsignale aus der orthodoxen
Kirche auf der Insel. Der orthodoxe Bischof der zweitgrößten Stadt der Insel,
Limassol, will Benedikt boykottieren: Wer immer in dogmatischen Fragen von der
orthodoxen Lehre abweiche, der sei als Häretiker anzusehen, so Metropolit
Georgios von Paphos. Heißt das, es stimmt etwas nicht in den Beziehungen
zwischen Katholiken und Orthodoxen auf Zypern?
Nein, im Gegenteil – die Kontakte und
der Umgangston sind exzellent. Das sagt Pater David Jaeger von der Kustodie des
Heiligen Landes, die auch für die katholische Kirche auf Zypern zuständig ist.
„Die Beziehungen zwischen Katholiken
und der orthodoxen Kirche auf Zypern sind gut – es gibt keine besonderen
Spannungen, soweit das Gedächtnis zurückreicht. Was die Kirche im ganzen Nahen
Osten betrifft, über Zypern hinaus, da war der Umgang zwischen dem niederen
orthodoxen Klerus bzw. den orthodoxen Gläubigen und den Katholiken immer
freundlich. Es hat im Nahen Osten nie diese Bitternis der gewollten Spaltung
gegeben, die wir seit dem späten 15. Jahrhundert im europäischen Teil der
Orthodoxie erlebt haben.“
Die Bitterkeit hatte viel damit zu tun,
dass Orthodoxe dem Westen vorwarfen, er habe nicht genug getan, um den Fall von
Konstantinopel-Byzanz zu verhindern. Dieser Fall ereignete sich nur wenige
Jahre nach einer Beinahe-Wiederversöhnung mit Rom; er traf eine orthodoxe
Kirche, die vom Bosporus aus viele Missionserfolge vorweisen konnte.
Konstantinopel, das war der letzte Dominostein, der kippte; vorher waren schon
die alten orthodoxen Patriarchate Alexandrien, Antiochien und Jerusalem unter
islamische Herrschaft geraten.
„Die Ostkirchen des Nahen Ostens haben
sich zum Beispiell am Unionskonzil von Florenz 1439 beteiligt – sie haben die
Union sogar unterschrieben. Sie haben die Union dann auch nie willentlich
verlassen; stattdessen war es die veränderte Lage nach der türkischen Eroberung
von Konstantinopel 1453, die zur Auflösung der Kirchenunion führte. Es gibt
also im Nahen Osten da keine Überreste von Ressentiment gegenüber der
katholischen Kirche –anders als das in Kleinasien oder in Griechenland gewesen
sein mag, wenn man an die Geschehnisse in Konstantinopel 1204 dachte oder an
das Versagen der Fürsten – nicht des Papstes! – im katholischen Europa, die dem
belagerten Konstantinopel nicht zur Hilfe kamen.“
Die „Geschehnisse von 1204“ – das meint
die Erstürmung und Plünderung von Konstantinopel durch katholische Ritter auf
dem irregeleiteten Vierten Kreuzzug. Von dieser Schwächung hat sich die alte
Kaiser- und Patriarchenstadt bis zu ihrer Eroberung durch die Türken nicht mehr
richtig erholt. Doch wie Jaeger sagt: Orthodoxe in Nahost oder auf Zypern haben
in dieser Hinsicht nie anti-katholische Ressentiments gehegt.
„Also – die Beziehungen sind gut, und
wir haben allen Grund zu denken, dass der Besuch des Heiligen Vaters auf Zypern
sie vertiefen und stärken wird!“
Zumindest die Beziehungen zur orthoxen
Kirchenspitze: Denn natürlich denkt Erzbischof Chrysostomos II. überhaupt nicht
an einen Boykott der Visite. Er soll den „Abtrünnigen“ bereits aufgefordert
haben, seine Haltung zu korrigieren, weil ihm sonst sogar der Ausschluss aus
der Bischofssynode drohe. Die Gegner der Ökumene gelten auf Zypern als kleine,
aber scharfe Minderheit. Vor allem Mönche vom griechischen Berg Athos führten
zuletzt Proteste gegen eine katholisch-orthodoxe Annäherung an. Dort, auf dem
Athos, erhielt auch der jetzige Bischof von Limassol seine Ausbildung... (rv
30)
Margot Käßmann. Erster Gottesdienst nach Rücktritt
Hannover. Die frühere EKD-Vorsitzende
Margot Käßmann hat am Sonntag erstmals nach ihrem Rücktritt wieder einen
Gottesdienst in Hannover gehalten. Mehr als 1200 Menschen verfolgten ihre
Predigt in der überfüllten Marktkirche. Viele Teilnehmer standen schon Stunden
vorher an, um noch einen Platz zu bekommen. Wegen des großen Andrangs wurde der
Gottesdienst auch über Lautsprecher nach außen übertragen.
Als die frühere Landesbischöfin in der
Kirche eintraf, brandete Beifall auf. Pastorin Hanna Kreisel Liebermann bat
Käßmann zu Beginn des Gottesdienstes, auch in Zukunft in der Marktkirche zu
predigen. Die frühere EKD-Vorsitzende nahm in ihrer Predigt auf ihren Rücktritt
indirekt Bezug. Sie sagte, oft falle "es uns nicht leicht Barmherzigkeit
zu üben, weil wir uns manchmal unsere Fehler und Verfehlungen selbst am
wenigsten vergeben könnten".
Zum Abschluss des etwa einstündigen
Gottesdienstes sprachen sich viele Zuhörer für die Rückkehr Käßmanns aus. Auf
Flugblättern forderten sie, der ehemaligen Landesbischöfin nach ihrem Rücktritt
"eine zweite Amtszeit" zu geben.
Der Predigttext Käßmanns war ein in der
Luther-Bibel mit "Lobpreis der Wunderwege Gottes" überschriebenes
Kapitel (Römer 11, 33-36). Musikalisch begleitet wurde der Gottesdienst unter
anderem durch den Mädchenchor Hannover.
Käßmann hatte in der Nacht zum 21.
Februar betrunken mit ihrem Dienstwagen eine rote Ampel überfahren und war
dabei von der Polizei gestoppt worden. Sie trat wenige Tage später von ihren
leitenden kirchlichen Ämtern zurück. (ddp 30)
Leitartikel. Genug gebüßt, Frau Käßmann
Das Kirchenvolk hat entschieden. Es hat
Margot Käßmann, die vor einem Vierteljahr von allen Ämtern zurückgetreten war,
als "Bischöfin der Herzen" zurückgeholt. 30.000 Menschen feierten die
frühere EKD-Ratsvorsitzende auf dem Ökumenischen Kirchentag. Ihr Buch über
Frauen in der Lebensmitte ist ein Bestseller. Und am Sonntag pilgerten 1500
Gläubige zum ersten Gottesdienst, den die 51-Jährige als einfache Pastorin in
Hannover hielt. Nur drei Tage später soll Käßmann offiziell verabschiedet
werden. Verkehrte (Kirchen-)Welt! Für die Christen in Deutschland ist Käßmann
eine Leitfigur. Doch leitende Geistliche soll sie nicht mehr sein.
Dieser Widerspruch ist auflösbar - und
zwar denkbar einfach. Die Bischofsneuwahl soll Ende November sein. Bis dahin
hat die hannoversche Landeskirche reichlich Zeit, ihrer Bischöfin a.D. eine
erneute Kandidatur anzutragen. Ein solcher Schritt wäre ohne Beispiel. Aber wer
könnte besser mit diesem Präzedenzfall umgehen als Margot Käßmann, die so oft
in ihrem Leben die Jüngste, die Erste, die Einzige war?
Eine Wiederwahl zur Bischöfin wäre die
naheliegende Lösung für die unbeholfen-verkrampfte Suche nach Käßmanns
künftiger Rolle. Insider ergehen sich in Metaphern: Für diesen Schatz müsse jetzt
eine Vitrine gefunden werden. Dieses Gefäß hat die Kirche längst: Den Glauben
verkünden, Menschen begeistern, Orientierung geben - das sind die vornehmsten
Aufgaben des Bischofs. Und wenn die Maxime gilt, dass die Wahl stets auf den
Besten fallen sollte, müsste die Sache in Hannover klar sein.
Zugegeben, für das Establishment, das
sich gerade auf die Zeit nach Käßmann einstellt und aus dem heraus sich die
Nachfolger in Stellung bringen, ist ein Rücktritt vom Rücktritt kein einfacher
Gedanke. Ihn mit Totschlagsargumenten - Wie soll das denn gehen? Das gab´s ja
noch nie! - abzutun, wäre allerdings eher ein Zeichen von Kleingeisterei als
von evangelischer Freiheit. Es wäre übrigens auch traditionsvergessen: Ein
"Plebiszit für Käßmann" ist keineswegs neumodisches
basisdemokratisches Tamtam, sondern eine uralte Praxis. Es sind spektakuläre
Fälle überliefert, wie Gemeinden ihre Wunschkandidaten auf den Bischofssitz
applaudierten. So kam 373 der Kirchenlehrer Ambrosius von Mailand "per
Akklamation" in Amt und Würden, obwohl er nicht einmal getauft war.
Aber hat nicht Käßmann nach ihrer
Promillefahrt selbst den Schnitt gemacht? Kann sie überhaupt ihre Entscheidung
revidieren, ohne als wankelmütig, zweideutig oder gar doppelzüngig dazustehen -
was sie ja gerade verhindern wollte? Sie sprach damals von einem schweren
Fehler, den sie zutiefst bereue. Um ihrer Integrität willen müsse sie die
Konsequenzen ziehen.
Das war so folgerichtig wie
folgenreich. Die berechtigte Debatte über den Autoritätsverlust einer
"trunkenen Bischöfin" samt ihren hämischen Untertönen ist flugs
umgeschlagen in Anerkennung und Lob: Da ist eine, die es erst gar nicht
probiert mit der "Methode Pattex", sondern die in der Tradition Luthers
"Ich kann nicht anders" sagt und geht. Damit war ihre Autorität just
in dem Moment wiederhergestellt, in dem sie am meisten angekratzt war.
Unterdessen hat sich auch erwiesen, dass der Fehltritt vom Februar ihre
Glaubwürdigkeit nicht überschattet. Sie hat in München genauso scharf über den
Afghanistan-Krieg geurteilt wie in ihrer Neujahrspredigt; sie hat dabei in
Erinnerung gerufen, welcher Gegenwind ihr entgegenschlug - und hat eben dafür
stürmischen Beifall bekommen.
Damit sind die wesentlichen Gründe für
den Rücktritt entfallen. Es hat sich zudem gefügt, dass der Augsburger Bischof
Walter Mixa nur kurze Zeit später den Gegenentwurf in Sachen "Würde"
geliefert hat: leugnen, lügen, lavieren - und sich am Ende von oben aus dem Amt
drängen lassen. Im Kontrast ist Käßmanns Verhalten umso charaktervoller - und
umso rollenbewusster. Jedenfalls sind Mäkeleien speziell aus dem katholischen
Lager längst verstummt, Käßmann habe ihr hohes geistliches Amt sausenlassen wie
irgendein Pöstchen.
Weil Käßmann ohne einen Plan B gegangen
ist, hat ihr Wort von der Reue Bestand - auch wenn sie zurückkäme. Gerade im
Vergleich mit einem Mixa gilt unterdessen doch auch: Genug gebüßt, Frau
Käßmann! Für die Kirche wäre ihre Rückkehr ins Amt der beste Beleg für das, was
sie predigt. Glaubwürdigkeit ist nicht mit Fehlerlosigkeit zu verwechseln. Und:
Es gibt die zweite Chance - kein billiges "Weiter so", sondern ein
reflektiertes "Auf ein Neues". Joachim Frank FR 31
Papst: „Christentum kann China bereichern“
Eine Wiederentdeckung des Christentums
in China kann dem Reich der Mitte viel Gutes bringen. Das betonte Papst
Benedikt XVI. an diesem Samstagmittag. In der Audienzhalle sprach der Papst vor
rund 7.000 Pilgern und Besuchern anlässlich des 400. Todestages von
Jesuitenpater Matteo Ricci (1552 bis 1610). Die Audienz war von den
italienischen Diözesen der Region Marken organisiert. Ricci stammte aus dieser
Region. Er war als Missionar in China tätig und setzte vor allem auf einen
langfristigen Dialog. Benedikt XVI.:
„Auch ich drücke, wie Pater Matteo
Ricci, meine tiefe Bewunderung gegenüber dem chinesischen Volk und seiner
tausendjährigen Kultur aus. Ich bin davon überzeugt, dass das Christentum gute
Früchte bringen sowie ein friedliches Zusammenleben zwischen den Völkern
fördern kann. Erinnern wir uns daran, dass der Jesuitenpater zu einem echten
Chinesen unter den Einheimnischen wurde.“
Die Bewunderung für den Jesuitenpionier
Ricci schmälere aber nicht den eigenen ideellen Reichtum Chinas, so Benedikt
XVI.
„Gerade Riccis Art des Dialogs, der
weder wirtschaftlich noch politisch motiviert war, sondern rein
freundschaftliche Ziele verfolgte, macht aus ihm und seinen Nachfolgern wahre
Brückenbauer zwischen China und dem Westen. Sie und die ersten Konvertiten sind
die Säulen der Kirche in China.“ (rv 28)
Lombardi: „Zypern setzt Heilig-Land-Besuch fort“
Die Papstreise nach Zypern ist eine
Fortsetzung des Heilig-Land-Besuchs. Das sagt Vatikansprecher Federico Lombardi
in seinem wöchentlichen Editorial für Radio Vatikan. Zypern, die erste Station
der christlichen Missionierung durch die Apostel, sei heute ein wichtiges
Zentrum des ökumenischen Dialogs, betonte der Jesuit:
„Zypern gehört zum Heiligen Land und
durch diese geografische Lage wird deshalb der Papst hier den Grundstein für
die bevorstehende Nahostsynode legen, indem er in Nikosia deren Arbeitsprogramm
veröffentlicht. Von Zypern aus richtet sich der Blick auf das Heilige Land und
den Nahen Osten, der den Gläubigen vieler Religionen sehr am Herzen liegt, aber
Leiden und Spaltungen ausgesetzt ist. Auf der Insel im östlichen Mittelmeer
wird besonders deutlich, dass das Evangelium Quelle des Dialogs, der
kirchlichen Gemeinschaft, der menschlichen Förderung und des Friedens für alle
sein muss.“
Kasper: Zypernreise wichtiger
Dialogbeitrag - Die Förderung des katholisch-orthodoxen Gesprächs ist nach den
Worten von Kardinal Walter Kasper ein wesentliches Anliegen der bevorstehenden
Zypernreise des Papstes. „Die Beziehungen zu den orthodoxen Kirchen liegen dem
Papst sehr am Herzen. In dieser Hinsicht ist es ein ganz wichtiger Punkt, dass
Benedikt XVI. jetzt erstmals ein Land mit mehrheitlich orthodoxer Bevölkerung
besucht“, sagte der Präsident des Päpstlichen Einheitsrates am Freitag in einem
Interview der Katholischen Nachrichten-Agentur in Rom. Das Verhältnis zur
Orthodoxie habe sich seit dem ersten Papstbesuch in einem orthodoxen Land –
Johannes Pauls II. 1999 in Rumänien – „sehr zum Positiven“ verändert, sagte
Kasper. Zum Ökumenischen Patriarchat habe man wieder „sehr gute, ja
freundschaftliche Beziehungen“ aufgebaut. Auch das Verhältnis zur
russisch-orthodoxen Kirche habe sich „stark verbessert“. Gleiches gelte in
letzter Zeit für die Kontakte zur serbisch-orthodoxen Kirche. Die Beziehungen
zu den übrigen orthodoxen Kirchen, die er besucht habe, seien „ordentlich“. Als
„bedauerlich und abwegig“ bezeichnete Kasper die von zwei orthodoxen
zypriotischen Bischöfen entfachte Debatte über einen Boykott des Papstbesuches.
Dies sei jedoch ein „Zypern-internes, innerorthodoxes Problem“. Die große
Mehrheit des zypriotischen Episkopats stehe dem Besuch positiv gegenüber, hob
Kasper hervor. Zurückhaltend äußerte sich der Kurienkardinal über mögliche
Fortschritte auf dem Weg zur Wiedervereinigung der seit 1974 geteilten Insel
durch den Papstbesuch. In jedem Fall werde die Reise aber dazu beitragen,
dieses Thema wieder auf die Tagesordnung der Weltpolitik zu bringen, sagte
Kasper. – Benedikt XVI. reist vom 4. bis zum 6. Juni nach Zypern. Höhepunkt
seiner 16. Auslandsreise ist die Vorstellung des Arbeitspapiers für die
Bischofssynode über den Nahen Osten im Herbst. (Rv/kap 29)
Italien: Bagnasco räumt mögliche Missbrauch-Vertuschungen ein
Der Vorsitzende der Italienischen
Bischofskonferenz, Kardinal Angelo Bagnasco, hat eine mögliche Vertuschung von
Missbrauchsfällen in der Kirche seines Landes eingeräumt. Es bestehe „die
Möglichkeit“, dass auch einige Bischöfe einschlägige Delikte von Priestern
verborgen hätten, sagte Bagnasco am Freitag während einer Pressekonferenz zum
Abschluss der Frühjahrsvollversammlung der Konferenz in Rom. Dazu sagte
Bagnasco:
„Es handelt sich um ein falsches
Verhalten, das korrigiert und überwunden werden muss. Die Sorge der Bischöfe
gilt dem Wohl der Opfer. Dies muss leitend für alle Beurteilungen und Maßnahmen
sein. Hingegen sind eigene nationale Leitlinien für den Umgang mit
Missbrauchsfällen in der Kirche aus unserer Sicht nicht notwendig. Die
entsprechenden vatikanischen Normen von 2001 sind der konkreteste Bezugsrahmen,
um sich angesichts dieses erschreckenden Phänomens zu orientieren.“
Eine Sonderkommission für die
Aufarbeitung der Missbrauchsfälle ist nach seiner Ansicht ebenfalls nicht
notwendig. In seiner Eröffnungsrede vor der Bischofsvollversammlung hatte
Kardinal Bagnasco am Dienstag ein kompromissloses Vorgehen gegen sexuellen
Missbrauch angekündigt. Zudem hatte die Bischofskonferenz Italiens erstmals die
Zahl der Missbrauchsfälle in der italienischen Kirche beziffert und von 100
kirchenrechtlichen Verfahren gegen Priester in den vergangenen zehn Jahren
gesprochen.
Papst Benedikt XVI. hatte in seiner
Ansprache vor den italienischen Bischöfen am Donnerstag zu einem offenen Umgang
mit dem Missbrauchsskandal aufgerufen. (kipa 29)
Deutschland: Kirchenkritik an Berliner Urteil
Ein muslimischer Gymnasiast darf sein
Mittagsgebet nicht auf dem Schulgelände verrichten. Das gefährde den
Schulfrieden, entschied das Berliner Oberverwaltungsgericht. Die Türkische
Gemeinde begrüßt das Urteil. Die katholische Kirche hingegen zieht eine
gemischte Bilanz. Einerseits erkenne man die Schwierigkeiten von Schulen an,
den Wunsch von Schülern nach Gebetsmöglichkeiten mit dem eigenen Anspruch auf
Neutralität vereinbaren zu müssen, so Stefan Förner, Sprecher des Erzbistums
Berlin gegenüber dem Kölner Domradio. Man müsse aber auch „beten dürfen.“
Förner:
„Nach der Entscheidung des
Verwaltungsgerichts, das anders entschieden und die Religionsfreiheit an
höchster Stelle gewichtet hat, sind wir überrascht. Das Oberverwaltungsgericht
hat nun gesagt, man müsse hier eine Einschränkung der Religionsfreiheit in Kauf
nehmen - zum Schutz anderer Verfassungsgüter. Das ist im Prinzip eine Umkehrung
der Argumentation. Das kam unerwartet für uns, das kann man anders nicht sagen.
Weil: Beten muss man dürfen.“
Das Oberverwaltungsgericht
Berlin-Brandenburg begründete sein Urteil unter anderem damit, dass die
Erlaubnis für Ritualgebete für Schüler anderer Glaubensrichtungen oder für
Nichtgläubige eine „Einschränkung“ bedeute. (domradio 29)
Österreich: Besucherrekord bei „Langer Nacht der Kirchen“
Die „Lange Nacht der Kirchen“ hat ein
kräftiges Lebenszeichen der christlichen Kirchen in Österreich gesetzt. Rund
350.000 Menschen – davon mehr als 130.000 alleine in Wien – haben nach ersten
Schätzungen am Freitagabend die „Lange Nacht“ besucht. 2009 waren es 310.000
gewesen. Mehr als 3.500 Veranstaltungen in 744 Kirchen zwischen Bodensee und
Neusiedlersee bot die „Lange Nacht“ dieses Jahr. Die Besucher zeigten sich in
ersten Reaktionen von den unterschiedlichen Programmpunkten spiritueller,
musikalischer und kultureller Art begeistert. Die „Lange Nacht der Kirchen“ –
ein gemeinsames Projekt aller 14 christlichen Glaubensgemeinschaften des Landes
– war in diesem Jahr bereits zum zweiten Mal in allen österreichischen Diözesen
veranstaltet worden. In allen Diözesen begann die „Lange Nacht“ mit einem
zehnminütigen Glockengeläut um 17.50 Uhr. Besuchermagnet Nummer eins in Wien
war einmal mehr der Stephansdom. Mehr als 40.000 Menschen bestaunten im Lauf des
Abends die Lichtinstallation von Veit Schiffmann und Max Nemec. Mit Laserlicht
wurde der Dom in unterschiedliche Farben getaucht. Im Dom musizierten der
Stuttgarter Knabenchor „Collegium iuvenum“ und die Wiener Dommusik. – Der
Termin für nächste „Lange Nacht der Kirchen“ steht bereits fest: Es ist der 27.
Mai 2011. (kipa 29)
Jesuit Dartmann: „Mit den Opfern an den eckigen Tisch“
Der deutsche Jesuitenorden will
verstärkt das Gespräch mit Missbrauchsopfern suchen. Das sagte der Leiter der
Deutschen Jesuitenprovinz, Pater Stefan Dartmann, am Donnerstag in München.
Dort war der offizielle Bericht zu den Missbrauchsfällen in
Jesuiten-Einrichtungen vorgestellt worden. Über Jahre hinweg habe man im Orden
die Opferperspektive nicht eingenommen, räumte Dartmann ein. Die Aufklärung
müsse nun weitergehen; angesichts eines „Skandals, dessen Umfang kaum zu
erahnen war“, habe auch er selbst viel dazugelernt. Dartmann:
„Wir müssen uns der Aufarbeitung noch
mehr stellen. Wir sind noch nicht durch, wir können das, was geschehen ist,
nicht einfach zur Vergangenheit erklären. Wir müssen an einzelnen Schulen, im
Orden selber und unter Mitbrüdern die Dinge immer wieder ins Gespräch bringen.
Aber wir müssen vor allen Dingen, das sehe ich ein und heute stärker als am Anfang,
wirklich das Gespräch mit den Opfern suchen – ob das jetzt in Form des eckigen
Tisches ist, ob das in persönlichen Gesprächen ist, das sei noch mal
dahingestellt, aber der Dialog mit den Opfern ist wichtig.“
Der „eckige Tisch“ war von
Missbrauchsopfern in Anspielung auf die „Runden Tische“ der Bundesregierung ins
Leben gerufen worden; ihm gehören ehemalige Schüler der vier deutschen
Jesuiten-Gymnasien an. Ein erstes Treffen zwischen Ordensvertretern und
Mitgliedern der Vereinigung findet am Samstag in Berlin statt. Neben Dartmann
werden auch dessen designierter Nachfolger Stefan Kiechle sowie Klaus Mertes
vom Berliner Canisius-Kolleg und Johannes Siebner vom Kolleg Sankt Blasien
dabei sein.
Missbrauchsopfer finden nun auch Hilfe
bei einer Telefonberatung der Bundesregierung. Gestartet wurde die neue Hotline
an diesem Freitag in Berlin von der Missbrauchsbeauftragten der
Bundesregierung, Christine Bergmann. Insgesamt 65 Experten nehmen dort Anrufe
von Betroffenen oder ihren Angehörigen entgegen, so Bergmann vor Journalisten.
Derzeit sei das Telefon 30 Stunden pro Woche geschaltet; je nach Nachfrage
könnten die Beratungszeiten aber verlängert oder gekürzt werden. Bei
Einrichtung der Anlaufstelle habe man sich auf die Erfahrungen der Hotline der
katholischen Kirche gestützt, so Bergmann weiter. Auch eine eigene Homepage der
Missbrauchsbeauftragten wird an diesem Freitagnachmittag frei geschaltet. – Die
telefonische Anlaufstelle der Missbrauchsbeauftragten der Bundesregierung ist
montags von 8 bis 14 Uhr, dienstags, mittwochs und freitags von 16 bis 22 Uhr
und sonntags von 14 bis 20 Uhr geschaltet. Die Homepage ist unter
www.beauftragte-missbrauch.de abrufbar. (kna/pm 28)
Bischof Shomali: „Christen stiften Frieden im Heiligen Land“
In mehr als 20 Ländern beginnt an
diesem Samstag die diesjährige „Weltwoche für Frieden in Palästina und Israel“.
Unter dem Motto „Es ist Zeit“ beteiligen sich Kirchen aller Konfessionen und
christliche Menschenrechtsorganisationen an der vom Weltkirchenrat (ÖRK) ins
Leben gerufenen Aktionswoche. Mit Gebeten und anderen Initiativen setzen sich
die Veranstaltungen für einen gerechten Frieden im Nahen Osten ein. Derweil
verwies William Hanna Shomali, neuer Weihbischof des lateinischen Patriarchates
in Jerusalem, im Interview mit uns auf die friedensstiftende Funktion der
Christen im Heiligen Land. Für die Region sei gerade deshalb ihre verstärkte
Abwanderung fatal:
„Die meisten Exilanten aus dem Heiligen
Land sind Christen; zum Beispiel gibt es in Chile 300.000 Christen palästinensischer
Herkunft. Wenn die wenigen Verbliebenen auch noch abwandern, bedeutet das eine
Armut für das ganze Land. Wir haben nämlich einen mäßigenden Einfluss auf diese
Region und das wissen alle: Auch die Moslems und die Juden. Deshalb müssen wir
unsere Gemeinschaften davon überzeugen, dass ihre Präsenz hier kein Verhängnis
ist, sondern eine Gnade, eine Mission, eine Berufung.“ (kna) 28
Die Zukunft der Weltgemeinschaft beruht auf Dialog und der Zusicherung der Menschenrechte.
Das hat Papst Benedikt XVI. bei der
Vollversammlung des Päpstlichen Rates zur Seelsorge für die Migranten und
Menschen unterwegs an diesem Freitag im Vatikan betont. Der Papst mahnte, jedem
Menschen stünden seine universellen Rechte zu, sie seien unverletzbar und
unveräußerbar. In der Verantwortung, das zu garantieren, stünden Regierungen
und internationale Organisationen. „Die Zukunft unserer Gesellschaft basiert
auf der Begegnung unter den Völkern, sie basiert auf einem Dialog zwischen den
Kulturen, der die jeweilige Identität und Differenzen respektiert.“ Die Kirche
müsse getreu dem Evangelium nicht nur dem einzelnen Migrant zur Seite stehen,
sondern auch eine wahre Integration ermöglichen und dabei vor allem auch die
Familie des Migranten und sein Umfeld mit bedenken. Benedikt XVI. dankte den
Mitarbeitern, die sich den Anliegen von Migranten widmeten. Dieser
Pastoralbereich sei ein immer weiter anwachsendes Phänomen. „Ich bitte um das
Licht des Heiligen Geistes und den mütterlichen Schutz der Madonna und danke
euch für euren Einsatz, welcher der Kirche und der Gesellschaft zu Gute kommt“,
so der Papst abschließend. (rv 28)
Ein Meilenstein, viele Stolpersteine…
…so lässt sich das Ergebnis des
Jahresberichts 2010 von Amnesty International (AI) zur Situation der
Menschenrechte beschreiben, der am Donnerstag in Berlin veröffentlicht wurde.
Die Weltwirtschaftskrise habe die Situation von Minderheiten in zahlreichen
Ländern der Erde verschärft, hält die Menschenrechtsorganisation fest. Die
Angst vor dem Abschwung habe auch in vielen europäischen Ländern zu verstärkten
rassistischen Tendenzen geführt. Doch auch in den USA gebe es hinsichtlich der
Menschenrechte Verbesserungsbedarf, sagte die Generalsekretärin von Amnesty
International in Deutschland, Monika Lüke, gegenüber dem Kölner Domradio.
Obwohl Präsident Barack Obama Menschenrechte wieder zum Maßstab der nationalen
Politik erklärt habe, müsse auch der amerikanische Präsident noch einige
bedenkliche Situationen im eigenen Land lösen:
„Er hat das Lager in Guantanamo immer
noch nicht geschlossen, obwohl das bis Januar geplant war. Und tatsächlich
plant er jetzt, 50 der Männer, die dort in Guantanamo ohne Gerichtsverfahren
sitzen, einfach in ein anderes Gefängnis zu bringen und dort weiter ohne
Verfahren festzuhalten. Ein weiteres Manko: Die Geständnisse, die unter Folter
erpresst wurden, dürfen immer noch in Gerichtsverfahren benutzt werden. Erst in
der vergangenen Woche hat ein US-Berufungsgericht entschieden, dass Gefangene,
die in US-Lagern in Bagram in Afghanistan festsitzen, keinen Zugang zu
Gerichten in den Vereinigten Staaten haben.“
Weitere Ergebnisse des
Amnesty-Berichtes beziehen sich auf die Glaubensfreiheit. Die Ausübung des
Glaubens bleibe für Angehörige aller Religionen immer noch mit erheblichen
Risiken, Folter, Haft und sogar Tod verbunden, so die traurige Bilanz. Das
gelte besonders für Staaten wie China und den Iran. In Europa hätten besonders
islamische Gruppen in diesem Punkt Misstrauen auf sich gezogen - zum Teil unter
Verletzung grundlegender Rechte, kritisiert AI. pm/kna 28
Vatikan: Papst fordert offenen Umgang mit Missbrauchsskandal
Papst Benedikt XVI. hat die Bischöfe
Italiens zu einem offenen Umgang mit dem Missbrauchsskandal aufgefordert. „Der
Wille zu einem neuen Zeitalter der Evangelisierung verbirgt nicht die Wunden,
von denen die Kirche aufgrund der Schwäche und Sünde einiger Mitglieder
gezeichnet ist“, sagte er am Donnerstag vor der Italienischen Bischofskonferenz
im Vatikan. Dieses „demütige und schmerzhafte Eingeständnis“ dürfe jedoch nicht
den Einsatz zahlreicher Gläubigen und Priester vergessen lassen. Auch in
Italien gebe es Anzeichen für eine „kulturelle Krise“. Als Beispiele nannte er
eine Verunsicherung über moralische Werte sowie die Schwierigkeiten vieler Erwachsener,
ihren Verpflichtungen in der Erziehung nachzukommen. Diese kulturelle Krise sei
„ebenso ernst wie die wirtschaftliche“. Angesichts der Gefahr, dass große
Traditionen zum toten Buchstaben würden, müsse die Kirche ihre Bemühungen um
christliche Bildung und Erziehung verstärken. Dabei spiele die Familie eine
unverzichtbare Rolle. Die Italienische Bischofkonferenz hält von Montag bis
Freitag ihre Frühjahrsvollversammlung im Vatikan ab. Zugleich würdigte der
Papst die verstärkten Bemühungen der italienischen Bischöfe um Bildung und
Erziehung. kna 27
Missbrauchsbericht: Mindestens 205 Opfer
An diesem Donnerstagmittag hat die
Missbrauchsbeauftragte Ursula Raue ihren Abschlussbericht ihrer Untersuchungen
vorgestellt. In München trat die im Februar vom Jesuitenorden eingesetzte
Berliner Rechtsanwältin mit den Ergebnissen ihrer unabhängigen Untersuchung zum
Missbrauch im Orden vor die Journalisten:
„Bis vorgestern haben sich bei mir 205
Leute gemeldet. Dabei kamen ganz unterschiedliche Vorwürfe zur Sprache. Von
Aussagen wie „ich weiß, dass es anderen geschehen ist“ bis hin zu „ich muss
Ihnen jetzt einfach sagen, wie schlimm das für mich selber war“, gibt es die
ganze Bandbreite. Teilweise haben sich auch Geschwister von Opfern gemeldet,
die sich selbst nicht gemeldet haben, und mitgeteilt, was sie wussten. Da war
also alles drunter.“
Verdächtigt werden 46 Patres, weltliche
Lehrer und Erzieher des Ordens, gab die Missbrauchsbeauftragte an. Neben den
Übergriffen an Jesuiten-Einrichtungen seien ihr fünfzig weitere, meist an
katholischen Einrichtungen geschehene Übergriffe gemeldet worden, so Raue
weiter. Als Orte des Missbrauchs nannte Raue neben dem Canisius-Kolleg in
Berlin das Kolleg Sankt Blasien, das Aloisiuskolleg in Bad Godesberg, die Sankt-Ansgar-Schule
in Hamburg, ein ehemaliges Kolleg im westfälischen Büren sowie
Jugendeinrichtungen in Hannover und Göttingen. Wichtig sei nun vor allem, dass
ihre Arbeit Konsequenzen hat, betonte Raue:
„Es müssen Supervisionen in die Schulen
eingebaut werden, damit man sexuelle Übergriffe schneller als solche bemerkt.
Es ist innerhalb des Ordens besser und offener mit Sexualität umzugehen. Es
muss einfach eine gute und faire Kommunikation her. An der hat es, das hat
meine Untersuchung an vielen Stellen ergeben, oft gehapert.“ (rv 27)
Wie rechtfertigt man deutsche Soldaten in Afghanistan?
Über die falsche
Kosten-Nutzen-Rechnung als politischer Sinn von Auslandseinsätzen
Bundespräsident Horst Köhler war als
erstes deutsches Staatsoberhaupt zu einem Truppenbesuch in Afghanistan. Doch
aus der Solidaritätsbekundung mit den Soldaten wurde nach seinen Äußerungen auf
dem Rückflug in die deutsche Heimat eine innenpolitische Diskussion über den
Sinn von Auslandseinsätzen. 65 Prozent der Bevölkerung ist laut einer aktuellen
Allensbach-Umfrage im Auftrag der FAZ dafür, dass sich Deutschland in Zukunft
nicht mehr in Afghanistan beteiligt. Der Mehrheit der Deutschen ist also der
Sinn des Einsatzes für die Freiheit und Sicherheit unseres Landes nicht klar. Die
Politik versucht nun, um der Akzeptanz des Einsatzes und der Soldaten willen,
Begründungen für die Sinnhaftigkeit zu finden. Aber wie?
Afghanistan: Für unsere Sicherheit?
Köhler bekräftigte gegenüber
Deutschlandradio, dass der Einsatz am Hindukusch dem zivilen Aufbau dient, den
letztlich das Militär nicht leisten kann. Weiterhin sagte der Bundespräsident
wörtlich: „Wir kämpfen dort auch für unsere Sicherheit in Deutschland, wir
kämpfen dort im Bündnis mit Alliierten auf der Basis eines Mandats der
Vereinten Nationen. Alles das heißt, wir haben Verantwortung.“
Der erste Mann im Staat definiert die
Verantwortung Deutschlands, indem er den Nutzen für unser Land herausstellt.
Köhler will den Bürgern sagen: Mit dem Einsatz deutscher Truppen werden terroristische
Vereinigungen bereits vor Ort bei Ausbildung und Planung von Anschlägen
gestört. Deutsche Soldaten machen in Afghanistan Deutschland sicherer. Köhler
verwendet eine Argumentation, die ausschließlich auf den eigenen Nutzen für
Deutschland rekurriert. In diesem Denken verhaftet formulierte Köhler die
missverständliche Aussage, dass „unser Land mit seiner Außenhandelsorientierung
und damit auch seiner Außenhandelsabhängigkeit auch wissen muss, dass im
Notfall auch militärischer Einsatz notwendig sei, um unsere Interessen zu
wahren“, so der Präsident wörtlich.
Beispiel Irak: Für das Öl
Dass Kriege auch wirtschaftliche
Interessen verfolgen, ist keine neue Erkenntnis. Die Weltgeschichte kennt eine
Fülle von Beispielen, das prominenteste der Gegenwart ist wohl der Irak-Krieg.
Die Befreiung von einem unmenschlichen Diktator galt lange Zeit als das
politische Argument zur Rechtfertigung einer gewaltsamen Intervention. Aber
angesichts fehlender Beweise für Massenvernichtungswaffen kamen nach und nach
Fragen nach wirtschaftlichen Interessen rund um das schwarze Gold auf. Heute
sind die irakischen Ölquellen fest in Händen von US-Firmen, doch die schwierige
Sicherheitslage beschert den US-Truppen bis heute schwere Verluste. Der neue
Präsident Barack Obama machte deshalb im Wahlkampf das Versprechen, alle
Truppen bis Ende 2011 aus dem Irak abzuziehen. Das Versprechen zwingt ihn,
langfristig den für die US-Wirtschaft so wichtigen Rohstoff Öl auch unabhängig
vom Nahen Osten garantieren zu können. Somit ist der Truppenabzug einer von
vielen Gründen, die für eine Erschließung von Ölquellen vor der US-Küste
sprechen. Leider macht ihm die große Öl-Katastrophe im Golf von Mexiko einen
Strich durch die Rechnung. Gestern gab Obama bekannt, auf die Erschließung neuer
Tiefsee-Ölfelder bis 2011 zu verzichten. Danach ist die Sicherheitslage im Irak
noch offen und damit auch die Entscheidung, über neue Bohrungen.
Eine Kosten-Nutzen-Rechnung
funktioniert nicht
Die Verknüpfung von Krieg und
wirtschaftliche Interessen treffen für Deutschland in Afghanistan nicht zu. Die
internationale Gemeinschaft mit den USA an der Spitze drang im Gefolge der
Anschläge vom 11. September 2001 auf das Word Trade Center in das Land am
Hindukusch ein. Bis heute verhindert die schlechte Sicherheitslage und
Infrastruktur einen Abbau der Bodenschätze im großen Stil. Dennoch nutzte Horst
Köhler die wirtschaftliche Argumentation zur Legitimierung von militärischen
Auslandseinsätzen. Wahrscheinlich schien ihm die bedrohte Konjunktur und die
derzeit schwelende Finanzkrise ein gutes Argument für das Engagement der
Bundeswehr im Ausland zu sein.
Damit scheiterte Köhler aber. Er müsste
erklären, wie der Militäreinsatz in Afghanistan den deutschen Export sichert.
Die bloße wirtschaftliche Kosten-Nutzen-Rechnung geht bei solchen Einsätzen
nämlich nicht auf. Afghanistan ist kein Gläubiger, der in zehn oder zwanzig
Jahren die Kosten für den deutschen Truppeneinsatz anhand von
Wirtschaftsverträgen mit deutschen Firmen wieder zurückzahlen wird. Auch afrikanische
Länder können Einsätze der westlichen Welt nicht „zurückzahlen“. Vielleicht
sind deshalb auch von 7200 deutschen Auslandssoldaten nur etwa 40 auf dem
afrikanischen Kontinent im Einsatz.
Humanitäres Interesse und
internationale Verantwortung
Der deutsche Militärgeneralvikar Walter
Wakenhut sprach sich in dieser Woche in Lourdes gegen einen raschen Abzug der
deutschen Truppen aus Afghanistan aus. Er benannte klar den Sinn des
Engagements in Asien: Einsatz für Menschenrechte in internationaler Verantwortung.
Auch Papst Benedikt XVI. bekräftigte in einem anderen Zusammenhang, dass
ethische Prinzipien wie Solidarität das Handeln bestimmen und die
Globalisierung im Dienst des Allgemeinwohls stehen müssten.
Nur in der Argumentation auf ethische
und im eigentlichen christliche Prinzipien lässt sich das Handeln der
Bundeswehr vernünftig rechtfertigen. Der humanitäre Dienst zum Schutz der dort
lebenden Menschen kann militärische Hilfe glaubhaft machen. Diese Argumentation
ist gewiss weniger reizvoll, weil sie keinen wirtschaftlichen Profit in sich
birgt. Aber sie ist besser: Sie verfolgt nämlich das Gute um des Guten willens.
Im Mittelpunkt steht Afghanistan und nicht der reine Nutzen für Deutschland.
Genau diese Argumentation findet sich auch im Bundestags-Mandat für den
ISAF-Einsatz, das bis zum Dezember 2010 läuft. Die vier wichtigsten Ziele sind
der Schutz der Bevölkerung, der Aufbau der afghanischen Sicherheitskräfte, die
Unterstützung der afghanischen Regierung zur Verwirklichung guter Regierungsführung
sowie die bessere Einbindung Pakistans bei der Lösung des Konflikts. Dass die
Bevölkerung den Kampf der Taliban ablehnt, ist eine wichtige Voraussetzung für
den Sinn des Militäreinsatzes, denn der Guerillakrieg der Taliban wird auf dem
Rücken der Bevölkerung ausgetragen.
Jeder Soldat trägt diese Punkte des
ISAF-Konzeptes auf einer kleinen Taschenkarte mit sich. Vielleicht hätte Horst
Köhler einfach einen Soldaten nach der Begründung des Einsatzes fragen
sollen. Sebastian Pilz kath.de-Redaktion
Türkei: „Politik der Öffnung“ in Tarsus
Im türkischen Tarsus soll es Christen
künftig leichter möglich sein, Gottesdienst zu feiern. So soll etwa der
Eintritt für die gegenwärtig als Museum genutzte Kirche wegfallen, wie die
Türkische Bischofskonferenz an diesem Mittwoch vermelden ließ. Diese neue
Richtung im Umgang mit dem Gotteshaus sei vor allem durch eine „Politik der
Öffnung“ von Ministerpräsident Recep Tayyip Erdogan ermöglicht worden, heißt
es. Das hält auch der Jesuitenpater Felix Körner für wahrscheinlich, der an der
Päpstlichen Hochschule Gregoriana in Rom Theologie der Religionen unterrichtet
und auf die christlich-muslimische Begegnung spezialisiert ist. Erdogans
Initiative, die Verschiedenheit der türkischen Geschichte und der Bevölkerung
ernst zu nehmen, sei ein „wirklich spannender Schritt hin zur Nationenwerdung“,
betont der Türkeikenner:
„Denn am Anfang war die Türkei ja auf
der Idee gegründet worden, 1923: Wir sind eine einheitliche Nation, und zwar
auch ethnisch und religiös. Und da hatten die Christen gar keinen Platz. Man
wusste gar nicht, wie in diese Nation auch Andersgläubige hineingehören. Und
jetzt, mit einem Ministerpräsidenten, der sich selber als religiöser Mensch
versteht, und weiß, was religiös sein auch an Bindung und persönlicher Wahl und
Entscheidung bedeutet, findet man in der Regierung und hinuntersickernd auch
mehr und mehr in der Gesellschaft, dass in dieses Projekt „Neue Türkei“ auch
die Buntheit von Religionen und ihr Recht auf private und öffentliche
Religionsausübung hineingehören.“
Die öffentliche Wahrnehmung, meint der
Jesuitenpater, sei besonders durch die zahlreichen christlichen Pilger für
dieses Thema sensibilisiert worden:
„Dass zum Beispiel Menschen aus den
USA, aus Korea, vor allem aber aus Europa kommen, um die Frühgeschichte der
Türkei zu besichtigen, hat den Türken auch einen neuen Stolz gegeben: Wir haben
hier etwas anzubieten, das nicht nur unser Boden, sondern unsere Identität
ist!“ (kipa 27)
Vatikan: Dialogkreis mit Atheisten und Ungläubigen eingerichtet
Es ist ein unerwarteter, aber sehr
lebensnaher Vorstoß, von dem der Präsident des Päpstlichen Kulturrates,
Erzbischof Gianfranco Ravasi, nun spricht: Katholische Christen sollen
verstärkt mit Nichtglaubenden und Atheisten in Dialog treten, aber nicht
irgendwie oder einfach so: Der Vatikan habe, im Dunstkreis des Kulturrats,
bereits eine eigene Stiftung für das Gespräch mit den Atheisten und
Nichtglaubenden ins Leben gerufen. Das berichtet der Erzbischof in der
Mittwochausgabe der italienischen Tageszeitung „La Repubblica“. Die Idee zur
Einrichtung der Stiftung sei von Papst Benedikt selbst gekommen; ihr Name,
„Vorhof der Heiden“, knüpfe an die Tradition des antiken Tempels von Jerusalem
an - auch dort habe es einen Ort der Begegnung gegeben zwischen gläubigen
Juden, Andersgläubigen und Agnostikern, so Ravasi. Die Idee habe folglich schon
eine erste Form angenommen, auch wenn organisatorische Details noch geklärt
werden müssten. Eigene Statuten etwa besitze der Gesprächszirkel noch nicht.
Ein erster Sitzungstermin ist allerdings schon fixiert: Am 24. und 25. März
2011 wird in Paris – der Symbolstadt der Laizität, wohlgemerkt – getagt. (LR
27)
2009 sind 123.585 Menschen aus der katholischen Kirche ausgetreten
Diese Zahl fasst die Kirchenaustritte
in allen 27 deutschen Bistümern zusammen. Bei den Taufen hat es in 2009 einen
leichten Rückgang gegeben, allerdings bleibt die Zahl mit rund 178.000 Taufen
hoch. Gleichzeitig sind in den deutschen Bistümern fast 4.000 Eintritte in die
katholische Kirche und rund 8.500 Wiederaufnahmen verzeichnet worden. Diese
Zahlen sind erste Ergebnisse der Jahresstatistik der Deutschen
Bischofskonferenz, die wie jedes Jahr im Sommer fertiggestellt werden wird. -
Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch,
sieht die Zahl der Austritte mit Sorge, warnt aber auch vor Übertreibungen:
„Ich bin besorgt über die erneut hohe Kirchenaustrittszahl im Jahre 2009.
Positiv ist, dass die Zahl im Vergleich zum Vorjahr nicht wesentlich
angestiegen ist.“ Gleichzeitig machten ihm die hohen Taufzahlen Mut, so
Zollitsch. Sie zeugten von einer nach wie vor lebendigen Kirche. „Die Weichen
für eine lebendige Zukunft müssen wir gemeinsam stellen, weshalb wir möglichst
viele Gläubige dafür gewinnen wollen, weiter in der Kirche – trotz schwerer
Zeiten – aktiv mitzuwirken“, so der Erzbischof. Wie das möglich sei, werde die
Bischofskonferenz erörtern.
(pm 27)