Notiziario religioso 29-31   Gennaio  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Venerdì 29. Il commento al vangelo. Il regno di Dio  1

2.       Sabato 30. Il commento al Vangelo. La tempesta sedata  1

3.       Domenica 31. Il commento al Vangelo. “Nessun profeta è bene accetto in patria”  2

4.       Domenica 31. IV del tempo ordinario. Il profeta: un personaggio scomodo  2

5.       Poveri in Europa. Sono ottanta milioni: l'impegno delle Istituzioni Ue e della Chiesa cattolica  4

6.       Giornata della memoria. Un'umanità ferita  5

7.       Papa Wojtyla, la rivelazione: «Le Br volevano rapirlo»  5

8.       Rosarno. Un documento dell’AC della Calabria e alcune iniziative  6

9.       Germania: "fede cristiana, una fonte del futuro"  6

10.   La catastrofe di Haiti e il silenzio di Dio  6

11.   Papa e antipapa. Lo strano caso delle elezioni amministrative a Roma e regione  7

12.   Agrigento. L'arcivescovo Francesco in preghiera con la gente ai funerali delle due sorelline  8

13.   Le alte gerarchie ecclesiastiche riunite a Vienna discutono sugli approcci globali per le migrazioni 9

14.   Ostensione 2010. Sindone, una gara tra designer per la cattedra papale  9

15.   Preti nell'era digitale. Il messaggio di Benedetto XVI per la 44ª Giornata mondiale  9

16.   Farsi ascoltare. La prospettiva indicata da Benedetto XVI 10

 

 

1.       Papst: „Kultur braucht Austausch, nicht Banalität“  10

2.       „Wir sind es der Welt schuldig, dass nicht vergessen wird“  10

3.       Europäische Bischöfe betten um Engagement für verfolgte Christen  11

4.       Papst Johannes Paul II. dachte zwei Mal an Rücktritt 11

5.       Postulator schreibt Buch über Johannes Paul – Viele neue Details  11

6.       Frankreich: Post nur ohne Burka  12

7.       Indien wird 60: Kirche will mehr soziale Gerechtigkeit 12

8.       "Wir werden dir zeigen, wie Islam geht"  12

9.       Großbritannien: Einwanderer bereichern die katholische Kirche  14

10.   Kues zum Katholiken-Arbeitskreis: „Einheit statt Einzelkämpfer“  14

11.   F. Giovanelli: „Frauen in der Kirche rücken in die Öffentlichkeit“  15

12.   Das vergessene Konstantinopel 15

13.   Frankreich: „Integriert und enthüllt euch?“  17

14.   Berlinale 2010: Kirchen vergeben Sonderpreis an Thomas Koebner 18

 

 

 

 

Venerdì 29. Il commento al vangelo. Il regno di Dio

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 4,26-34) commentato da P. Lino Pedron 

 

26 Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; 27 dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. 28 Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. 29 Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura».

30 Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31 Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; 32 ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra».

33 Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. 34 Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa.

 

L’ottimismo di Gesù è evidente. Egli ha fiducia nel suo lavoro, crede nella forza delle idee e sa che quelle racchiuse nella parola di Dio hanno una potenza divina che supera tutte le altre: la parola uscita dalla bocca di Dio non tornerà senza effetto, senza aver operato ciò che egli desidera e senza aver compiuto ciò per cui egli l’ha mandata (cfr Is 55,11).

Perché la Parola produca frutto basta seminarla, annunciando il vangelo: il resto viene da sé. Forse che il contadino, dopo la semina, si ferma nel campo per ricordare al seme che deve germogliare? Il seme non ha bisogno di lui, è autosufficiente: ha in sé tutto il necessario per diventare spiga matura. Così il regno di Dio annunciato dalla Parola.

Compito del cristiano è l’evangelizzazione: il resto non dipende da lui, ma da chi accoglie la parola di Dio. Riferendosi alla comunità cristiana di Corinto, Paolo ha scritto: "Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere" (1Cor 3,6).

Non è l’azione dell’uomo che produce il Regno, ma la potenza stessa di Dio, nascosta nel seme della sua parola. Tante nostre ansie per il bene, non solo non sono utili, ma dannose. Tutte le nostre inquietudini non vengono da Dio, che ci ha comandato di non affannarci (cfr Mt 6,25-34), ma dalla nostra mancanza di fede.

L’efficacia del vangelo è l’opposto dell’efficienza mondana. Il regno di Dio è di Dio. Quindi l’uomo non può né farlo né impedirlo. Può solo ritardarlo un po’, come una diga sul fiume.

Gesù ha seminato la Parola, ed è lui stesso il seme di Dio gettato nel campo della storia. Ha bisogno solo di trovare una terra preparata che lo accoglie e una pazienza fiduciosa che sa attendere.

Gesù ha proclamato: "Il regno di Dio è vicino" (Mc 1,5), ma apparentemente nulla è cambiato nel mondo: la gente continua a vivere, a soffrire e a morire. Di nuovo c’è semplicemente un uomo che predica in un luogo poco importante dell’impero e i suoi ascoltatori sono malati, analfabeti, squattrinati: quelli che non contano niente. E’ tutto qui il regno di Dio? Sì, è tutti qui! Grande come un granellino di senapa. Proprio perché Dio è grande non ha paura di farsi piccolo; proprio perché il suo regno è potente, può fare ameno di ogni apparato esterno grandioso: non ha bisogno di terrorizzare per affermarsi.

Il mondo oppone al regno di Dio le sue terribili seduzioni: il denaro, il piacere, e le sue forze che impauriscono: la persecuzione, le tribolazioni, la morte violenta… Le parabole presentano una visione severa del Regno: esso viene attraverso lotte e opposizioni. Eppure esso prevarrà certamente contro ogni ostacolo.

La venuta del regno di Dio non è tanto ostacolata dalla malvagità dei cattivi, ma dalla stupidità dei buoni. La nostra inesperienza spirituale è la più grande alleata del nemico. Il diavolo ci dà volentieri tanto zelo quando manchiamo di esperienza evangelica, perché usiamo per la venuta del regno di Dio quei mezzi che il Signore scartò come tentazioni: il successo, la pubblicità, l’efficienza e la grandezza.

Gesù è la grandezza di Dio che per noi si è fatto piccolo fino alla morte di croce. Proprio così è diventato il grande albero dove tutti possono trovare accoglienza. Il discepolo deve rispecchiare il suo spirito di piccolezza e di servizio. Questo vince il male del mondo, che è desiderio di grandezza e di potere.

Chi ama si fa piccolo per lasciare posto all’amato; il suo io scompare per diventare pura accoglienza dell’altro. Per questo la piccolezza è il segno della grandezza di Dio (cfr Lc 2,12).

"Annunciava loro la parola secondo quello che potevano intendere" (v. 33). E’ un tratto importante della pedagogia di Gesù: progressività, adattamento alle persone e ai loro ritmi di crescita.

Anche noi, a imitazione di Gesù, dobbiamo incarnarci nella situazione di chi non capisce o non riesce a convertirsi rapidamente e a reggersi costantemente in piedi, ricordandoci che un tempo eravamo anche noi nelle medesime condizioni e forse lo siamo ancora.

L’evangelizzatore deve agire come Gesù. Egli vuole la conversione di tutti: il suo atteggiamento è dettato dalla misericordia e dalla compassione. Egli si rivolge a tutti, buoni e cattivi, disposti e indisposti (ricordiamo i quattro tipi di terreno della parabola!) perché vuole che tutti siano salvati. De.it.press

 

 

 

Sabato 30. Il commento al Vangelo. La tempesta sedata

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 2,18-22 Mc 4,35-41) commentato da P. Lino Pedron 

 

35 In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: «Passiamo all'altra riva». 36 E lasciata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. 37 Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. 38 Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che moriamo?». 39 Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. 40 Poi disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?». 41 E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?».

 

Il linguaggio vivo di questo racconto è come la sequenza di un film che coinvolge il lettore nell’evento. Pare incredibile che un passeggero se ne stia dormendo tranquillo durante una simile burrasca.

Il racconto richiama il Libro di Giona: "Il Signore scatenò sul mare un forte vento e ne venne in mare una tempesta tale che la nave stava per sfasciarsi. I marinai impauriti invocavano ciascuno il proprio dio e gettavano in mare quanto avevano sulla nave per alleggerirla. Intanto Giona, sceso nel luogo più riposto della nave, si era coricato e dormiva profondamente. Gli si avvicinò il capo dell’equipaggio e gli disse: "Che cos’hai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo" (Gn 1,4-6).

Giona si dichiarò peccatore e si fece gettare in mare, e il mare placò la sua furia. Gesù è il Santo di Dio che domina il mare con la propria potenza divina.

Per comprendere la potenza dimostrata da Gesù in questa occasione, bisogna intenderla come un esorcismo della burrasca, e le parole con cui egli comanda al mare come un espulsione di demoni. Il potere di Gesù sul vento e sul mare dimostra che egli domina le potenze demoniache.

Gesù sgrida il vento come faceva con gli spiriti immondi (cfr Mc 1,25; 3,12). Con la stessa ingiunzione fa tacere il mare che contiene una moltitudine di demoni che ostacolano con tutte le loro energie l’andata di Gesù verso i territori pagani dove essi hanno il loro quartier generale.

L’uomo biblico considera il mare come il luogo dove si raccolgono le forze del male che solo Dio può dominare. I salmi, in particolare, contengono allusioni alla lotta vittoriosa di Dio contro il mostro marino del caos primitivo (cfr Sal 89,10-11; 93,3-4; 104,25-26), contro le acque del mare dei Giunchi o del fiume Giordano (cfr Sal 74,14-15; 77,17-21; 78,13) o, più semplicemente, contro i flutti che si accaniscono contro i naviganti (cfr Sal 107,23-30). L’azione di Gesù, come quella di Dio, è istantanea ed efficace.

I discepoli hanno paura di andare a fondo con Cristo, non hanno fede in lui. Il battesimo è andare a fondo con Cristo: essere associati a lui nella sua morte e risurrezione. Questo racconto è un’esercitazione battesimale per vedere se la Parola ha prodotto il suo frutto, cioè la fiducia di abbandonare la nostra vita nelle mani di Gesù che è morto e risorto.

Lo stesso giorno delle parabole, i discepoli falliscono l’esame. Ma l’esperimento non è inutile: li sveglia e suscita in loro la domanda: "Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?". E questa è la domanda fondamentale del vangelo.

Il discepolo è colui che, dopo aver ascoltato la Parola, si affida a Gesù che dorme, e sulla parola del Signore, accetta di andare a fondo (morire con Cristo) nella speranza-certezza di emergere con lui a vita nuova (risorgere con Cristo). "Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui" (2Tim 2,11). L’alternativa a questa proposta di Cristo non è stare a galla, ma andare a fondo senza di lui.

La fede consiste nel non temere di andare a fondo con Gesù e accettare di dormire con lui che dorme per stare con noi. E’ affidare la nostra vita, la nostra morte e le nostre paure al Signore della vita, che si prende cura di noi proprio con il suo sonno (la sua morte che opera la salvezza).

Anche il particolare che descrive Gesù che dorme sulla poppa della barca non è secondario. La poppa è la parte della barca che va a fondo per prima. Gesù ci precede nel naufragio della morte e nel risveglio della risurrezione, per esorcizzare le nostre paure e suscitare in noi una fede fiduciosa e fattiva. De.it.press

 

 

 

 

Domenica 31. Il commento al Vangelo. “Nessun profeta è bene accetto in patria”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 4,21-30) commentato da P. Lino Pedron 

 

21 Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». 22 Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». 23 Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!». 24 Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. 25 Vi dico anche: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro».

28 All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29 si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

 

La parola di Gesù non è un commento alla promessa di Dio giunta a noi per mezzo dei profeti, ma è la realizzazione che compie ciò che era promesso: è la buona notizia che è giunto tra noi colui che era stato promesso.

La Scrittura si compie sempre "oggi" e negli "orecchi" di chi ascolta. La parola di Gesù è chiamata "parola di grazia": in lui la grazia e la benevolenza di Dio si sono rese visibili e operanti.

Invece di aprirsi nella fede e lasciarsi coinvolgere nel dono di Dio, i suoi compaesani si bloccano e si irritano. Il messaggio viene accolto, ma il messaggero viene rifiutato. Il rifiuto nasce perché il messaggero pretende di essere ascoltato come inviato da Dio. La patria di Gesù lo rifiuta perché è un cittadino qualunque e non porta prove per sostenere la sua pretesa di essere l’Inviato da Dio.

Gli abitanti di Nazaret vogliono un segno che dimostri che Gesù è veramente il Salvatore promesso; pretendono che Dio dimostri la missione del suo profeta in un modo che piaccia a loro: in altre parole, tentano Dio. Ma l’agire di Gesù non è influenzato da ciò che gli uomini pretendono: fa soltanto ciò che Dio vuole.

Il profeta non agisce di sua iniziativa, ma è a disposizione solamente di Dio che l’ha mandato. Nell’Antico Testamento Dio ha disposto che Elia ed Eliseo non portassero il loro aiuto miracoloso ai loro connazionali, ma a dei pagani stranieri. A Gesù non è concesso di compiere miracoli nella sua città, ma a Cafarnao. Dio distribuisce la sua salvezza secondo la sua insindacabile volontà, perché la salvezza è grazia e non può essere pretesa per nessun motivo.

Gesù non prova di sé con i miracoli; per questo gli abitanti di Nazaret si sentono in diritto, o addirittura obbligati, a condannarlo a morte come bestemmiatore. La punizione della bestemmia si iniziava spingendo all’indietro il colpevole, per mezzo dei primi testimoni, il fino a farlo cadere da un’altura.

Tutta l’assemblea della sinagoga di Nazaret giudica Gesù, lo condanna e cerca di eseguire immediatamente la sentenza. Si preannuncia l’insuccesso di Gesù in mezzo al suo popolo.

Egli verrà escluso dalla comunità del suo popolo, condannato come bestemmiatore e ucciso. Ma l’ora della sua morte non è ancora giunta. Della sua vita e della sua morte dispone Dio.

Nazaret viene abbandonata per sempre. Gesù prende la strada verso altre terre. I testimoni delle sue grandi opere non saranno i suoi concittadini, ma gli estranei, i pagani. Dio può suscitare figli di Abramo dalle pietre del deserto.

Il modo in cui Gesù ha scandalizzato i "suoi" di allora è identico a quello con cui scandalizza i "suoi" di oggi. La tentazione di addomesticare Cristo è di tutti e di sempre, ma Gesù non si lascia intrappolare: o lo si accoglie nel modo giusto o se ne va. De.it.press

 

 

 

Domenica 31. IV del tempo ordinario. Il profeta: un personaggio scomodo

 

Ci sono tribolazioni che giungono improvvise e non volute, ma ce ne sono altre che sono la conseguenza di scelte fatte. Il prezzo da pagare per chi accetta di svolgere la missione difficile e poco gratificante del profeta è la persecuzione.

     Anche le persone più simpatiche, quando si fanno interpreti del messaggio del Cielo, per quanto possa sembrare strano, possono diventare irritanti, fastidiose, insopportabili e venire emarginate.

Il profeta non è mai osannato a lungo dalle folle e meno ancora da chi detiene il potere, sia politico che religioso.

In un primo momento può anche essere apprezzato per la sua preparazione, intelligenza, integrità morale, ma presto è guardato con sospetto, osteggiato e perseguitato.

Gesù non ha illuso i suoi discepoli, non ha promesso una vita facile, non ha assicurato l'approvazione ed il consenso degli uomini.

Con insistenza ha ripetuto che l’adesione a lui avrebbe comportato persecuzioni: “E’ sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!” (Mt 10,24-25). “Anzi – ha aggiunto – verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio” (Gv 16,2).

Rievocando con rammarico il suo passato, Paolo riconoscerà: “Io non sono neppure degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio” (1 Cor 15,9). Tuttavia dichiarerà anche di averlo fatto “mosso da santo zelo” (Fil 3,6), convinto di difendere Dio e la vera religione.

Potrebbe accadere di nuovo oggi.

 

Prima Lettura (Ger 1,4-5.17-19)

 

Nei giorni del re Giosia 4 mi fu rivolta la parola del Signore:

 5 “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo,

 prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato;

 ti ho stabilito profeta delle nazioni.

17 Tu, poi, cingiti i fianchi,

 alzati e dì loro tutto ciò che ti ordinerò;

 non spaventarti alla loro vista,

 altrimenti ti farò temere davanti a loro.

 18 Ed ecco oggi io faccio di te

 come una fortezza,

 come un muro di bronzo

 contro tutto il paese,

 contro i re di Giuda e i suoi capi,

 contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese.

 19 Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno,

 perché io sono con te per salvarti”.

 

Siamo nel 627 a.C. e Geremia forse non ha ancora vent’anni quando è chiamato dal Signore ad essere profeta. E’ un giovane buono, sensibile, intelligente che desidera formarsi una famiglia e vivere tranquillo in Anatot, il villaggio dei suoi padri. Invece, prima ancora di essere concepito nel grembo di sua madre (v.4-5), è scelto per una missione difficile e rischiosa: è chiamato ad annunciare un messaggio contrario alle attese dei suoi connazionali. In un tempo in cui “dal più piccolo al più grande, tutti commettono frode; dal profeta al sacerdote tutti praticano la menzogna… e tutti sono convinti che così va bene” (Ger 8,10-11), Geremia è inviato a proclamare ad alta voce: “Così invece non va bene!”. La sua vita sarà un susseguirsi di drammi e d’insuccessi.

Il profeta è colui che vede il mondo con gli occhi di Dio. E’ dotato di una spiccata sensibilità spirituale che lo porta a rendersi immediatamente conto della distanza che separa il progetto del Signore dalle opere dell’uomo. Prova una profonda amarezza quando il popolo sceglie cammini di morte, quando nella società si istituzionalizzano rapporti ingiusti, quando coloro che dovrebbero proteggere i deboli, difendere l’orfano e la vedova si schierano dalla parte dei potenti.

Allora non riesce più a reprimere lo sdegno, non può tacere.

Una forza divina, incontrollabile si scatena in lui e lo spinge ad alzare la voce per denunciare il peccato, le oppressioni, i soprusi, le violenze, l’inettitudine di chi conduce il popolo alla rovina. A questa difficile missione è chiamato Geremia, il ragazzo timido e mite, destinato a divenire “oggetto di litigio e di contrasto per il paese” (Ger 15,10).

Nella seconda parte della lettura (vv.17-18) Dio annuncia a Geremia ciò che gli accadrà. Non lo illude, non gli promette una vita facile. Sarà – dice – come un soldato braccato dai nemici, come una fortezza assediata da un esercito assetato di sangue.

Come mai Dio lo invia se sa già che il suo profeta andrà incontro alla sconfitta e sarà vittima dell’odio dei suoi avversari? La lettura si conclude con parole di speranza e di conforto. Il Signore annuncia a Geremia: “Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti” (v.19).

 

Seconda Lettura (1 Cor 12,31-13,13)

 

Fratelli, 31 aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte.

13,1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.

 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.

 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.

 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

 

A Corinto – come abbiamo rilevato nelle passate domeniche – c’erano dissensi e invidie a causa dei carismi. Dopo aver affermato che tutti i doni provengono dallo Spirito e sono destinati alla costruzione della comunità, Paolo indica ai cristiani una via superiore a tutte: la carità. E’ curioso: sta parlando di carismi – e la carità è certamente un carisma – e, invece di continuare sullo stesso tono, introduce un’immagine nuova, quella della via: “Vi mostrerò – dice – una via migliore di tutte”.

La carità, il maggiore dei doni di Dio, viene accolta dall’uomo in modo progressivo. Solo il Padre è carità (1 Gv 4,8) in pienezza; l’uomo – essere limitato – può solo incamminarsi verso questa meta. La carità è una via, un lungo cammino da percorrere con fatica.

 

Il brano inizia con un elogio dell’amore (vv.1-3). Dice che la carità è superiore a tutti gli altri doni: a quello delle lingue, alla profezia, alla fede, all’assistenza caritativa e addirittura all’immolazione del proprio corpo nel fuoco, gesto questo che, in quel tempo, era considerato la massima espressione di coraggio.

Questo amore non va confuso con la passione egoistica che cerca soltanto il proprio interesse ed il proprio piacere. Noi chiamiamo amore il desiderio di possedere un bene che già esiste oppure anche la semplice attrattiva fisica. E’ in questo senso che parliamo dell’amore di un giovane per una bella ragazza. Ma, in realtà, questo spesso non si riduce ad altro che a brama di possederla, di averla tutta per sé.

 

L’amore di cui parla Paolo è invece come quello di Dio: non trova il bene, ma lo crea. E’ in quest’ottica che va compresa la frase che Gesù ripete spesso: “Gli ultimi saranno primi e i primi ultimi” (Mt 20,16). Per noi i primi sono i buoni e gli ultimi i malvagi. Dio rovescia questa graduatoria. Le sue preferenze vanno per i peccatori, perché più bisognosi del suo amore: quando si lasciano invadere dal suo amore divengono i primi.

Si possono avere tante belle qualità, si possono portare avanti splendide iniziative, ma se non si è mossi dall’amore completamente gratuito e disinteressato, se si coltivano la vanità e il desiderio di affermare se stessi, non si possiede la “carità”.

 

Nella seconda parte della lettura (vv.4-7) Paolo parla della carità come se fosse una persona. La presenta con una serie di quindici verbi. Dice che essa è paziente, sopporta l’ingiustizia, domina il risentimento. E’ amabile, è sempre disposta a fare del bene a tutti. Non è invidiosa. Non è orgogliosa, non manca di rispetto. E’ disinteressata, si preoccupa dei problemi degli altri. Non cede alle provocazioni e trionfa sempre sul male.

 

Nella terza parte (vv.8-13) la carità è paragonata agli altri carismi. Questi passeranno, non saranno più necessari, verranno dimenticati, saranno come i giochi dell’infanzia che, ad un certo punto, non divertono più e vengono abbandonati; la carità invece sarà eterna, non finirà mai.

 

Vangelo (Lc 4,21-30)

 

In quel tempo, 21 Gesù cominciò a dire nella sinagoga: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”. 22 Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”. 23 Ma egli rispose: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!”. 24 Poi aggiunse: “Nessun profeta è bene accetto in patria. 25 Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro”.

 28 All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29 si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

 

Il brano di oggi riprende l’ultimo versetto di quello della scorsa domenica e racconta ciò che è accaduto nella sinagoga di Nazareth dopo che Gesù ha proclamato l’inizio dell’anno di grazia (v.21).

Le difficoltà di questo testo non sono poche e anche le interpretazioni che ne vengono date sono molteplici.

Non si capisce bene il motivo per cui gli abitanti di Nazareth improvvisamente passano dall’ammirazione per Gesù agli insulti e poi al tentativo di linciarlo. Non ha detto nulla di provocatorio, come mai reagiscono in questo modo?

Non è chiara neppure la ragione per cui egli cita i due proverbi: “Medico cura te stesso” e “Nessun profeta è ben accolto nella sua patria”. Quest’ultimo, in modo particolare, sembra fuori posto: perché parla così se – a quanto pare – lo stanno elogiando?

Marco dice che non riuscì a operare nessun prodigio a causa della loro incredulità (Mc 6,5). Luca invece fa supporre che essi lo credano capace di compiere miracoli. Perché allora non li fa?

Infine desidereremmo sapere anche come è riuscito a sfuggire a tanta gente inferocita. Si è miracolosamente volatilizzato? Ma allora avrebbe compiuto il prodigio che i compaesani gli chiedevano. Non può essere.

Quando, leggendo il Vangelo, ci si imbatte in particolari che appaiono strani e inverosimili c’è da rallegrarsi: sono segnali preziosi, sono un invito ad andare oltre il puro dato di cronaca e a ricercare il significato più profondo dell’episodio.

 

C’è un fatto che, più o meno esplicitamente, viene riferito da tutti gli evangelisti: gli abitanti di Nazareth e gli stessi parenti non hanno creduto in Gesù (Cf. Mc 3,21; Gv 7,5). Matteo e Marco collocano questo rifiuto al termine della predicazione in Galilea (Mc 6,1-6; Mt 13,53-58). Luca invece lo anticipa all’inizio della vita pubblica per un motivo teologico e pastorale.

Ciò che è accaduto nella sinagoga di Nazareth è un’ouverture di tutta la missione di Gesù. In questo preludio vengono accennati i temi principali del suo messaggio (la salvezza dei poveri, dei deboli, degli oppressi), l’accoglienza inizialmente favorevole, poi l’incomprensione, il rifiuto e la condanna a morte.

Il tentativo di linciaggio messo in atto a Nazareth ha il suo parallelo nella scena della passione, quando Gesù viene condotto fuori della città per essere giustiziato. E l’espressione: “Medico cura te stesso!” richiama lo scherno rivoltogli ai piedi della croce: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso” (Lc 23,35).

Analizzato l’obiettivo teologico dell’evangelista, vediamo quali sono le ragioni per cui i compaesani di Gesù reagiscono in modo così aggressivo alle sue parole.

 

Apparentemente il brano inizia con un’approvazione unanime del discorso pronunciato da Gesù nella sinagoga: “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca” (v.22). In realtà il significato del testo non può che essere diverso, altrimenti diventa difficile spiegare il seguito del racconto.

La reazione degli ascoltatori è motivata soltanto se Gesù ha detto o fatto qualcosa che ha urtato la loro sensibilità. E una ragione dell’ostilità forse può essere scoperta.

E’ costume durante la celebrazione che chi proclama il secondo testo biblico legga almeno tre versetti del libro di un profeta. Nella povera sinagoga di Nazareth probabilmente non ci sono tutti i libri dei profeti, ma solo quello di Isaia. E’ probabile che – letto e riletto ogni sabato – tutti lo conoscano ormai a memoria. Il brano scelto da Gesù, tra l’altro, è uno dei più noti.

L’irritazione degli ascoltatori potrebbe essere stata determinata dal fatto che Gesù ha bruscamente interrotto la lettura dopo un versetto e mezzo. Perché non è andato oltre?

Se si legge il seguito, si intuisce la ragione. Dopo “Sono stato inviato… ad annunciare un anno di grazia del Signore” il testo prosegue: “e a predicare un giorno di vendetta per il nostro Dio” (Is 61,2).

Era questa la frase che tutti volevano sentire.

Gli abitanti di Nazareth, come tutti gli israeliti agognavano questa vendetta, desideravano ansiosamente l’intervento punitivo di Dio contro i pagani che per tanti secoli li avevano oppressi.

Ora che finalmente sembrava giunto il momento della resa dei conti, ecco che, al posto della vendetta, Gesù annuncia un “anno di grazia”, il condono di tutti i debiti, la benevolenza incondizionata di Dio verso tutti.

Le sue “parole di grazia” contengono un messaggio inaccettabile, inaudito. Tutti nella sinagoga sono testimoni della faziosità del suo modo di accostarsi ai libri santi. Chi crede di essere? Non è forse il figlio di Giuseppe, il carpentiere?

Il contrasto fra la mentalità tradizionale che si aspetta un messia glorioso, vincitore e vendicatore e le parole di grazia pronunciate da Gesù è radicale e si riproporrà durante tutta la vita pubblica.

E’ il conflitto predetto da Simeone: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35).

Gesù non cerca di allentare la tensione, di ammorbidire le divergenze spiegando che tutto è nato da un banale malinteso. No, acuisce la tensione con due proverbi: “Medico cura te stesso” e “nessun profeta è ben accetto nella sua patria” (vv.23-24) che provocano una seconda, cocente delusione nei suoi compaesani. Hanno sentito parlare dei prodigi compiuti a Cafarnao e si sono illusi di poter assistere a quei miracoli che segnerebbero l’inizio dell’era messianica.

I due proverbi sono una smentita delle loro attese, una presa di distanza dalle loro convinzioni, un rifiuto dei loro sogni, una condanna delle loro illusioni.

 

Nella seconda parte del Vangelo di oggi (vv.25-27) la discussione sale ulteriormente di tono e diviene provocazione.

Gesù spiega la ragione per cui non ripete nel suo villaggio le opere compiute a Cafarnao: si comporta come Elia ed Eliseo che hanno soccorso stranieri invece di aiutare la gente bisognosa del loro popolo.

Questo è davvero troppo! Gli abitanti di Nazareth capiscono dove vuole arrivare: Israele non è l’unico destinatario delle promesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza. Già non hanno gradito la scelta che Gesù ha fatto di abbandonare il suo villaggio per trasferirsi a Cafarnao, una città commerciale piena di pagani dove la vita non è sempre condotta in conformità alle norme della purità legale. Ora si rendono conto che il suo non era un gesto isolato, ma il segno chiaro che la salvezza di Dio veniva estesa a tutti i popoli.

Le sue parole di grazia irritano l’assemblea: sono una sfida alla meschinità e grettezza delle loro convinzioni religiose.

A questo punto non meraviglia più la reazione dei suoi ascoltatori: tutti sono presi da sdegno, si alzano, lo cacciano fuori dalla città e cercano di buttarlo giù dal precipizio (v.29).

L’ultimo versetto: “Ma Gesù, passando in mezzo a loro, se ne andò” (v.30) non si riferisce a una sua sparizione miracolosa. E’ un messaggio di consolazione e di speranza che Luca vuole dare ai cristiani delle sue comunità i quali si trovano a dover affrontare opposizione, incomprensioni, dissidi, ostilità. Il rischio che corrono è di dimenticare che si sta ripetendo in loro ciò che è accaduto a tutti i profeti e al loro Maestro.

Protetti da Dio – assicura Luca – passeranno anch’essi in mezzo alla persecuzione e continueranno sicuri, come lui, lungo la loro strada, fino alla meta. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

 

Poveri in Europa. Sono ottanta milioni: l'impegno delle Istituzioni Ue e della Chiesa cattolica

 

La lotta contro la povertà "è un imperativo politico di primo ordine in questo decennio appena cominciato" e deve costituire "un pilastro fondamentale di qualsiasi politica di sviluppo e di coesione sociale" a livello europeo. José Manuel Barroso, presidente della Commissione Ue, non ha risparmiato promesse impegnative durante il discorso pronunciato il 21 gennaio a Madrid durante la manifestazione che ha inaugurato il 2010 quale Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale. Gli ha fatto eco il commissario all'occupazione e affari sociali, Vladimir Spidla, il quale ha ricordato gli obiettivi principali che l'Ue conferisce ai prossimi 12 mesi: "Ricordare il diritto essenziale delle persone" in stato di indigenza o di marginalità "a vivere in piena dignità e a essere parte attiva nella società"; "costruire e difendere una società più solidale"; fare in modo che l'Ue e tutti i suoi Stati membri operino concretamente "contro la povertà e a favore dell'inclusione sociale".

Se questo Anno speciale saprà andare oltre le parole, lasciando un segno indelebile nella sensibilità comune e nell'azione di governo a favore degli "ultimi", allora, e solo allora, tali obiettivi potranno dirsi raggiunti. Perché se è un dato di fatto che la povertà e i poveri hanno sempre accompagnato la storia dell'umanità, non c'è ragione politica plausibile per ritenere che tale realtà debba considerarsi immutabile. Ciò a maggior ragione nell'epoca contemporanea, dove la disponibilità di mezzi e di ricchezze consentirebbe un'efficace opera di rimozione delle condizioni di fame, malattia, solitudine, mancanza di lavoro che sono tra i volti più espliciti - benché non i soli - della povertà.

Gli istituti di ricerca dell'Unione europea confermano peraltro che i poveri, oppure le persone e le famiglie alle soglie dell'indigenza, sono ancora numerosissimi nella "ricca Europa". Certo, la persistente crisi economica ha moltiplicato le situazioni difficili, ma 80 milioni di persone (17% della popolazione comunitaria) che non hanno adeguati mezzi per nutrirsi, curarsi, abitare, studiare… sono una ferita aperta che non può lasciare indifferenti. Bambini, anziani soli, disoccupati, ammalati, famiglie numerose sono oggi i "nuovi ultimi" cui è di fatto negato il diritto a una vita piena e dignitosa. E, avvertono sempre gli studiosi, occorre fare attenzione: la soglia della povertà è "magmatica", non statica: oggi può riguardare talune persone o fasce sociali o regioni, domani altre. Alla povertà "materiale" si aggiungono poi altre condizioni a rischio: i problemi familiari, il caro-alloggi, la carenza di istruzione, un welfare indebolito da politiche di marca individualista.

Per tutte queste ragioni l'Ue ha (finalmente) deciso di concentrarsi sul problema della povertà, impegno che ovviamente non potrà limitarsi al solo 2010, mentre dovrà riporre al centro la parola-chiave dalla quale l'intera integrazione europea aveva preso avvio nel dopoguerra: la solidarietà.

Per queste stesse ragioni la Chiesa cattolica, nelle sue articolazioni, ha mostrato segni di grande interesse per l'Anno europeo, mentre questa settimana Caritas Europa lancia da Bruxelles una campagna continentale, denominata "Zero poverty", che intende studiare più a fondo la questione, mobilitare le coscienze, coinvolgere la comunità cristiana proprio sul versante solidaristico e, non da ultimo, sollecitare interventi concreti da parte delle istituzioni pubbliche a favore della famiglia, del lavoro, dei servizi sociali, con l'intento di prevenire e rimuovere le cause stesse della povertà.

E già si guarda al gesto simbolico che papa Benedetto XVI effettuerà il 14 febbraio visitando alcune opere caritative a Roma, invito che è stato rivolto anche a tutti i Vescovi europei. Erny Gillen, presidente di Caritas Europa, e mons. Adrian Van Luyn, presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell'Unione europea (Comece), hanno rimarcato che tale data corrisponde al giorno della memoria di due dei santi patroni d'Europa, Cirillo e Metodio: un segno mediante il quale si invocano pace e benessere per tutte le popolazioni d'Europa, "chiamate a testimoniare le radici cristiane non solo con le parole, ma con i fatti, con frutti di opere buone".  GIANNI BORSA Bruxelles

 

 

 

 

Giornata della memoria. Un'umanità ferita

 

Il ricordo dell'Olocausto nelle parole del gesuita israeliano, David Neuhaus

“La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ‘Giorno della memoria’, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. Così recita l’art. 1 della legge n. 211 del 20 luglio 2000, con cui l’Italia istituisce questa ricorrenza, giunta quest’anno alla X edizione. Per comprendere meglio il significato profondo di questa Giornata il SIR ha posto alcune domande al gesuita israeliano David Neuhaus, vicario patriarcale delle comunità cattoliche di espressione ebraica.

 

Padre Neuhaus, che significato assume per i cattolici di espressione ebraica la Giornata della memoria?

“Si tratta, innanzitutto, di un giorno di preghiera per l’umanità ferita. Nelle nostre comunità ci sono anche molti sopravvissuti all’Olocausto, ebrei che hanno vissuto quei tempi terribili. Abbiamo anche cristiani che hanno aiutato gli ebrei a fuggire dallo sterminio nazista e, per questo, riconosciuti ‘Giusti tra le nazioni’. È, poi, un giorno di comunione con il popolo ebraico e un momento per non dimenticare quanto accaduto. Soprattutto i giovani, i nostri bambini, devono conoscere la Shoah per fare memoria e per evitare che nulla del genere accada mai più. A nessuno, e non solo agli ebrei”.

 

A suo parere, c’è il rischio che la Shoah venga dimenticata o semplicemente consegnata ai libri di storia come un fatto importante da studiare al pari di altri?

“In Israele non accadrà mai che ci si dimentichi dell’Olocausto. Il popolo ebraico è il custode di questa memoria. Anche quando l’ultimo dei sopravvissuti all’Olocausto sarà morto, verranno altre generazioni che continueranno a ricordare e a perpetuare la memoria. Nelle scuole, nei musei, nei programmi di istruzione tutto va in direzione della memoria collettiva. Apparteniamo al popolo ebraico e l’Olocausto tocca la nostra storia; io stesso ho perso molti familiari nello sterminio. Non parlo di vicinanza ad un popolo ma di appartenenza al mio popolo. Va detto anche che molti ebrei non sono praticanti, quindi a fare l’esperienza di unità del nostro popolo non è l’aspetto religioso ma la memoria storica”.

 

Cosa può imparare il popolo ebraico dalla vicenda dell’Olocausto?

“Credo che dell’Olocausto vada sottolineato l’aspetto universale, necessario per evitare di cadere di nuovo in questi gravissimi errori, che non hanno colpito solo il popolo ebraico. Sappiamo, infatti, di altre popolazioni segnate dal razzismo, dalle persecuzioni, da tentativi di sterminio. Non sottovaluterei, poi, il razzismo di ogni giorno che impedisce a molti di vivere la propria vita a causa della fede, del colore della pelle, dell’etnia, delle proprie idee. Dobbiamo essere molto più sensibili a questo. È il messaggio biblico: siamo stati schiavi in Egitto e non dobbiamo avere schiavi da noi. Evitare, cioè, ogni sistema di oppressione. Ma c’è un altro punto che mi preme segnalare…”.

 

Quale?

“Vorrei che il mio popolo lottasse con forza contro ogni forma di intolleranza: assistiamo a quella contro l’Islam e contro il mondo arabo, fenomeno che, forse, oggi è più diffuso dell’antisemitismo. Purtroppo a causa della situazione politica registriamo discorsi duri e scontri tra ebrei e musulmani. Eppure va ricordato, ed è significativo, che ci sono stati islamici che hanno salvato la vita a molti ebrei. Uno di questi, per esempio, fu il re del Marocco, Mohammed V, che diede protezione agli ebrei del suo Paese perseguitati dai tedeschi e dai collaborazionisti francesi. E accade ancora oggi che un parlamentare musulmano della Knesset vada ad Auschwitz con altri deputati. Un atto coraggioso che facilita il dialogo e la convivenza”.

 

Cosa possono apprendere, invece, i cristiani dalla Giornata della memoria?

“La consapevolezza che ci sono stati, anche tra i cristiani, coloro che hanno preso parte all’Olocausto come persecutori. Una consapevolezza nata con il Concilio Vaticano II e che è sfociata con la richiesta di perdono di Giovanni Paolo II per i peccati commessi dai cristiani contro gli ebrei nel corso dei secoli. Un dialogo che prosegue con Benedetto XVI. Dobbiamo centrarci su Cristo per non cadere in ideologie razziste, nazionaliste, antisemite e fanatiche. Ciò che mi rallegra è il fatto che la Chiesa cattolica è al fianco del popolo ebraico per lottare contro l’antisemitismo ed il razzismo. In quanto cittadino israeliano questa cosa mi fa felice”. Sir

 

 

 

Papa Wojtyla, la rivelazione: «Le Br volevano rapirlo»

 

Oder: «Giovanni Paolo II pronto a dimettersi per la malattia» - di FRANCA GIANSOLDATI

 

CITTA’ DEL VATICANO - Più che un libro è una miniera di rivelazioni, di documenti inediti, di particolari intimi che per anni e anni sono stati custoditi gelosamente dall’entourage papale. Compresa una lettera di dimissioni composta nel 1995 se solo Giovanni Paolo II si fosse trovato nella manifesta impossibilità di adempiere al ministero petrino. Le suorine, don Stanislao, il professor Buzzonetti, gli amici di Cracovia, Lech Walesa, i cardinali polacchi, il commendator Cibin tutti muti come pesci. Niente è mai fuoriuscito. Ma ora che il Servo di Dio è prossimo ad essere proclamato beato da Papa Ratzinger, il Vaticano ha rotto gli indugi dando il placet al postulatore, monsignor Slawomir Oder, a pubblicare (per i tipi della Rizzoli) stralci della documentazione raccolta durante l’istruttoria. «Perchè santo, il vero Giovanni Paolo II raccontato dal postulatore della causa di beatificazione», 192 pagine, 18,50 euro è stato presentato ieri dal cardinale Sarajva Martins, suo grande amico («la causa più veloce di così non poteva essere»). Nonostante abbia vissuto sotto i riflettori, tra le pieghe della vita di Papa Wojtyla spuntano importanti aspetti sui quali riflettere.

LE BR VOLEVANO RAPIRLO - Uno dei 114 testimoni segreti, ascoltati sotto giuramento dal postulatore, ha raccontato che nel 1981 era arrivata in Vaticano una informativa dei servizi italiani nella quale si segnalava l’esistenza di un progetto da parte delle Brigate Rosse per sequestrarlo. Il foglio fu fatto arrivare qualche tempo prima dell’attentato in piazza san Pietro. «Fu forse anche per questo che, subito dopo il ferimento da parte di Agca, il Papa condivise con il segretario don Stanislao, l’istintiva osservazione: «Come per Bachelet», in riferimento al cattolico vice presidente del Csm assassinato a Roma dai brigatisti il 12 febbraio 1980». Impossibile però saperne di più, il postulatore è categorico nell’assicurare che il Vaticano non svelerà mai il nome del testimone. «Il Papa stesso si interrogò sulle motivazioni dell’attentato anche se preferì concentrarsi sulla visione spirituale del dramma che aveva vissuto», come per esempio la pallottola deviata da una Mano superiore. Parlò, tuttavia, con Gorbaciov della pista bulgara e anche col generale Jaruzelski. «Il primo gli disse che negli archivi dell’Urss non aveva trovato nulla a supporto, mentre il secondo gli riferì di avere chiesto a suo tempo delucidazioni a Todor Zivkov, capo del partito comunista bulgaro il quale rispose: ”Compagno, ci credete degli imbecilli? Se Antonov fosse stato dietro l’attentato, lo avremmo fatto evacuare il giorno dopo, invece è restato là a lavorare».

LA LETTERA APERTA AD ACGA - Qualche mese dopo l’attentato il Papa scrisse (ma non completò mai) un messaggio per rinnovare il perdono al suo attentatore. Avrebbe dovuto leggerlo nel corso di una udienza generale. I due fogli di manoscritto sono stati ritrovati con una grande X tracciata sopra. «Le mie odierne parole saranno in un certo senso una lettera aperta (forse in parte simile a quella lettera scritta tempo fa da Paolo VI dopo che era stato rapito da Aldo Moro, ma nello stesso tempo molto diversa).

ERA PRONTO A DIMETTERSI DA PAPA - Se ne parlò a lungo negli ultimi anni, quando il Parkinson lo stava accartocciando, ma una conferma vera e propria sull’esistenza di una volontà scritta per rassegnare le dimissioni davanti al collegio cardinalizio in caso di impedimento, non c’era mai stata. Fino all’uscita di questo libro. «Anch’io seguendo le orme del mio Predecessore, ho messo per iscritto la mia volontà di rinunziare al sacro e canonico ufficio di Romano Pontefice nel caso di infermità che si presuma inguaribile e che impedisca di esercitare sufficientemente le funzioni del ministero petrino. All’infuori di questa ipotesi avverto come grave obbligo di coscienza il dovere di continuare a svolgere il compito a cui Cristo mi ha chiamato, fino a quando egli, nei misteriosi disegni della sua Provvidenza, vorrà». La questione fu fatta analizzare da un gruppo di tecnici, tra cui l’allora cardinale Ratzinger.

MIRACOLI, SEGNI DI GRAZIA, VISIONI - Usava la flagellazione come pratica ascetica. Nel suo armadio, in mezzo alle tonache, era appesa sull’attaccapanni una particolare cintura per i pantaloni, che lui utilizzava come frusta e che faceva portare sempre anche a Castel Gandolfo. Non solo. Aveva visioni mistiche e «sentiva» la presenza della Madonna. Riusciva ad impressionava sempre gli ospiti quando lo sorprendevano a pregare nella piccola cappella del suo appartamento. Si concentrava talmente tanto da perdere la cognizione del tempo e del luogo. Un vero mistico, come Giovanni della Croce che lui ammirava tanto. Im 27

 

 

 

 

 

Rosarno. Un documento dell’AC della Calabria e alcune iniziative

 

ROSARNO - I recenti fatti di Reggio Calabria e Rosarno “testimoniano, ove ce ne fosse ulteriormente bisogno, la complessità della situazione calabrese, in cui la ‘ndrangheta si rivela davvero protagonista e regista, di azioni di illegalità, contro la persona, l’ambiente, la sana vivibilità, il futuro di un intera regione. Tali episodi costituiscono però solo l’apice odioso di una quotidiana guerra silenziosa e strisciante, che vede spesso lo Stato cedere terreno nel controllo del territorio, e la società vivere nella tolleranza, quando non nell’acquiescenza, del fenomeno mafioso”. É quanto afferma la delegazione calabrese dell’Azione Cattolica in un documento dal titolo “Lo accolse con gioia. L’AC Calabria dopo i fatti di Reggio e Rosarno. Per l’AC “nessun dramma sociale può farci dimenticare che il Vangelo e la Chiesa ci insegnano a vedere nell'uomo, in ogni uomo, l’immagine vivente di Dio stesso. Questa immagine è stata ed è calpestata ogni giorno, quando singoli e istituzioni voltano la testa dall’altra parte rispetto ad un bollettino giornaliero che ci parla di sfruttamento dello straniero, di soccombenza di fronte al racket e all’usura, di prevaricazione mafiosa”.

“Ci sentiamo - afferma l’AC Calabria - fortemente offesi dagli attacchi ai migranti!”. L’ AC “non accetta una cultura politica, che facendo leva sulle paure degli italiani crea sempre più spesso un clima di diffidenza verso lo straniero. Questa strada non fa crescere il paese, anzi fa tornare indietro la cultura italiana di decenni. Chiude gli orizzonti del nostro Paese in logiche di violenza, insicurezza, aggressività e rifiuto culturale”. La Calabria è “terra di accoglienza; è un dato storico ed è la realtà quotidiana di singoli e associazioni cattoliche e laiche che operano spesso nel silenzio e nella solitudine. Siamo ora chiamati a recuperare la capacità di indignazione e di denuncia, e a fare unità nel riconoscere ed isolare il male in tutte le sue forme, dalle più bestiali a quelle più suadenti”.

“Conosciamo - prosegue la nota - l’impegno e la solidarietà di parrocchie, gruppi, movimenti, che nella Piana di Gioia Tauro e in tutta la Calabria sono impegnati in azioni di aiuto nei confronti dei migranti, ma fatti come la ribellione e la deportazione di Rosarno fanno capire quanto sia difficile contrastare le forze del male sul territorio. Per costruire una nuova consapevolezza sociale è necessario anche aprire sempre più gli orizzonti delle nostre comunità ad un impegno verso il prossimo che si fa richiesta di giustizia ed esercizio concreto di responsabilità condivisa per tutta la comunità civile”. L’AC sceglie di “continuare con sempre maggiore forza e passione il suo percorso di formazione, preghiera, annuncio e denuncia perché la nostra terra cresca nella cultura della legalità e dell’accoglienza del diverso. Questo contributo vogliamo continuare a dare insieme a tanti cristiani e laici, singoli e gruppi di buona volontà, nelle diverse forme che il lavorare insieme potrà produrre. Insieme: perché solo cercando l’unità delle tante forze sane della nostra terra potremo veramente sconfiggere il cancro che la opprime”.

Il tema Rosarno è ancora al centro dell’attenzione e si moltiplicano le iniziative di solidarietà. Nei giorni scorsi una partita di calcio tra una squadra formata dai ragazzi dell’oratorio di Rosarno, insieme ad alcuni extracomunitari, e una costituita dai giocatori della Comunità islamica di Reggio Calabria con il calcio di inizio dato dal vescovo della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, mons. Luciano Bux, e dal rappresentante della Comunità islamica reggina, Hassan El Mazi. E ancora un manifesto pubblico dal titolo “chiediamo scusa”  firmato dalla parrocchia San Giovanni Battista di Rosarno, dal Gruppo Agesci Rosarno 1 e dall’Osservatorio Culturale “perché non succeda mai più quello che è successo qui”. Nel manifesto si chiede scusa “per non essere riusciti a trasformare carità e solidarietà in dignità, per non essere riusciti a far sentire la nostra voce, travolti dal precipitare degli eventi e da violenza ingiustificata e per non aver avuto la piena consapevolezza dei diritti di quanti lasciano la propria terra per sopravvivere”.

“Vogliamo che a tutti, nella legalità, sia garantito il rispetto di giuste condizioni di vita”. Da qui l’invito a ricominciare insieme e che quello che è successo a Rosarno nei giorni scorsi non succeda mai più. (Migranti-press)

 

 

 

 

Germania: "fede cristiana, una fonte del futuro"

 

"Non possiamo intendere il cristianesimo come un tesoro del passato. Il pensiero della fede cristiana è una forza produttiva del futuro": così mons. Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, ha auspicato una svolta mentale nella società. Mons. Marx ha presieduto il 22 gennaio a Monaco presso l'arcidiocesi il ricevimento di inizio anno alla presenza di circa 500 personalità del mondo politico, ecclesiastico e sociale. "La fede cristiana è la fonte del futuro, una forza spirituale e creativa per percorrere nuove vie con fantasia ma con principi e valori sperimentati". Per questo motivo, ha proseguito l'arcivescovo, "è irresponsabile diffondere come cristiani la paura del futuro". Marx si è detto favorevole all'impegno politico dei cristiani, che "fa nascere la pace e incoraggia ad immischiarsi in questioni sociali concrete" in tutti i settori, pur sottolineando che "la Chiesa non è un protagonista politico. Il nostro compito è ascoltare ciò che opprime le persone, far proprie le loro preoccupazioni e necessità. Vogliamo contribuire alla cooperazione e alla solidarietà".  I cristiani "non devono vergognarsi del messaggio cristiano", devono rendere visibile che "la fede cristiana è di aiuto al nostro pensiero e alla nostra azione": "di questo si tratta anche per la seconda Giornata ecumenica delle Chiese", che si svolgerà a Monaco a maggio. "Non vogliamo sottolineare ciò che ci divide, bensì ciò che ci unisce: una speranza comune. Si tratta di testimoniare pubblicamente che la chiesa cristiana non solo ha futuro, ma che è il futuro", ha concluso Marx, invitando tutti a partecipare all'evento ecumenico.  Sir eu

 

 

 

La catastrofe di Haiti e il silenzio di Dio               

 

Perché Papa Ratzinger, pochi giorni dopo la catastrofe di Haiti, si trova in  Sinagoga a discutere della beatificazione di Pio XII senza che le parti manifestino automaticamente più interesse per il grande dilemma del dolore del mondo? Quale cinismo pervade gli automatismi delle religioni “organizzate” e quali profondità, in questo momento, può cercare di toccare l’animo dell’uomo che medita sull’essenza religiosa del suo destino?

 Nei giorni che seguono una catastrofe naturale di proporzioni enormi si assommano, fra cuori e menti del mondo che prosegue il suo cammino, inquietudini metafisiche. E’ qui che, oltre le grandi “organizzazioni” religiose solitamente patrocinate dall’apologia della ragione teologica e dalle logiche della sua storia politica, il grande silenzio di Dio tocca gli uomini nell’emozione e nella passionalità. Sulla base di questa considerazione, il grande dilemma sta nel rintracciare un aspetto positivo nell’inquietudine, nel dubbio se compiere questo sforzo abbia senso a sua volta.

Di fronte a una catastrofe come quella di Haiti non possiamo dirci “fruitori”. Chiunque, di fronte all’immensità del dolore che il nostro pianeta può produrre, può dirsi tutt’al più sopravvissuto. La lontananza geografica dell’evento è quantitativamente minore rispetto alla vicinanza umana dell’evento. Non siamo fruitori di una notizia, dunque, bensì siamo noi la notizia, nella nostra curiosa vicinanza al grande dolore che avvolge il mondo e che in maniera così sbalorditiva, a volte, si scaglia contro un luogo solo con una violenza incommensurabile.

“Padre, perché mi hai abbandonato?”, disse Cristo avvolto dal dolore della Croce; ecco che nel grande tumulto di una terra che trema, nella rapidità dell’ultimo respiro di così tanti uomini, queste parole paiono trovare maggiore eco e maggiore distinzione rispetto a tutta la chiacchiera di cui è intrisa la nostra quotidianità. Pure il nostro tradizionale concetto di “male” pare insufficiente, di fronte alla naturalezza della catastrofe e della sua incondizionata ospitalità per così tanti cadaveri e per così tanti futuri recisi come fiori al vento, così come non potremmo chiamare “male” il silenzio di Dio che immediatamente si spande nel cielo della Terra dopo le ultime parole di Cristo. Evidentemente la Natura è quel mistero che chiede all’uomo di essere scrutata, nei limiti del possibile, oltre categorie “umane, troppo umane”, come direbbe Nietzsche; evidentemente “là dove c’è il pericolo cresce ciò che salva”, come amava ripetersi Heidegger citando il suo caro Holderlin: è nella catastrofe, forse, che la coscienza mondiale può elevarsi a navigare il cielo che ospita il silenzio di Dio e costruire dalle ceneri di un mondo abbattuto le fondamenta di un nuovo respiro, di una nuova dignità che non si appelli più al “Signore” come amuleto apotropaico, ossia come salvatore immediato delle nostre particolari, piccole e grandi disgrazie, ma come apertura dello spazio della ricostruzione. Nel Silenzio di Dio alberga la libertà di appartenere alla Terra e di poetare (nel senso più greco che spetta a questo termine) sulla propria, piccola croce.

 Lo spazio della ricostruzione aperto dal Silenzio di Dio offre l’opportunità di contemplare il proprio tragitto verso la grande meta che all’uomo spetta, ovvero il meritato silenzio dell’ultimo istante di vita, come tributo al grande dono dell’esistenza. E’ nel Silenzio che Dio e uomo trovano l’armonia del cosmo, fosse anche il silenzio della loro morte; ammesso che anche il concetto di morte, per noi uomini del “mondo adulto” (come lo chiamerebbe Bonhoeffer), possa ancora soddisfare la nostra meditazione sul Destino. www.ecumenici.eu

 

 

 

 

Papa e antipapa. Lo strano caso delle elezioni amministrative a Roma e regione

 

Alla carica di governatore del Lazio è in corsa Emma Bonino, da sempre avversaria irriducibile della Chiesa. Tra il clero e i cattolici molti l'appoggiano, e la gerarchia lascia correre. Un intellettuale laico si ribella e accusa  - di Sandro Magister

 

ROMA – Più di mezzo secolo dopo quel lontano 1952 e in entrambi i casi con le elezioni amministrative alle porte, si ripresenta oggi per la diocesi del papa un pericolo identico: che il suo governo civile cada in mani nemiche.

 

Ma le reazioni della Chiesa appaiono oggi molto diverse da allora.

Nel 1952 il papa e le autorità vaticane, allarmatissimi, si attivarono in prima persona. Temendo la vittoria elettorale, proprio sotto le mura vaticane, di comunisti e socialisti che all'epoca erano legatissimi all'impero di Mosca, Pio XII ordinò al partito cattolico – la Democrazia Cristiana guidata da Alcide De Gasperi, oggi in via di beatificazione – di far fronte comune con i partiti di estrema destra dentro una lista civica capeggiata dall'anziano sacerdote Luigi Sturzo – anche lui oggi incamminato agli altari – e pronta ad essere sostenuta dall'Azione Cattolica e dai suoi Comitati Civici.

 

De Gasperi rifiutò. Nelle elezioni amministrative di Roma tenne ferma l'alleanza con i partiti laici di centro, la stessa con cui era al governo in Italia. Aveva visto giusto e i numeri gli diedero ragione. A Roma i comunisti e i socialisti furono sconfitti.

 

Ciò non tolse che Pio XII punì De Gasperi per la disubbidienza, rifiutando di riceverlo in udienza con la moglie e la figlia Lucia in occasione dei suoi trent'anni di matrimonio e dei voti religiosi della figlia.

 

LA SORPRESA EMMA BONINO - Oggi il quadro politico italiano è profondamente mutato. La DC non c'è più. I cattolici sono diluiti in tutti i partiti. Al governo nazionale c'è Silvio Berlusconi, che su vita, famiglia e scuola è il leader più vicino alle attese della Chiesa. Al governo della regione Lazio e quindi della diocesi del papa c'è un'amministrazione di sinistra, lontana e sbiadita erede del defunto partito comunista.

 

Questa amministrazione ha subito nei mesi scorsi un duro colpo con le dimissioni del suo presidente, Giuseppe Marrazzo, travolto da avventure a luci rosse con transessuali e cocaina. Privi di un proprio candidato alternativo, per riconquistare il governo del Lazio nelle elezioni regionali che si terranno tra due mesi i partiti di sinistra hanno accettato di appoggiare l'autocandidatura a presidente di un personaggio ad essi esterno, simbolo del radicalismo anticattolico più spinto, Emma Bonino (nella foto).

 

Emma Bonino è una veterana dei "diritti umani". Ma entro questi "diritti" – che ha difeso anche come incaricata della Commissione Europea – essa ha sempre incluso aborto, eutanasia, matrimoni omosessuali, libertà di droga, insomma l'intera panoplia di quella che Giovanni Paolo II definì "cultura della morte". Dagli anni Settanta circola un filmato che la ritrae, fiera, mentre pratica un aborto a una donna aiutandosi con un barattolo di latta e una pompa di bicicletta.

 

Ebbene, di fronte alla sfida rappresentata dalla candidatura Bonino, come reagisce la Chiesa? Sicuramente non come fece nel 1952. Anche perché oggi è impensabile che il papa in persona detti ai cattolici una precisa "macchina" politica per fronteggiare il pericolo.

 

Anche nella Chiesa infatti, oltre che in campo politico, tante cose da allora sono cambiate. La Chiesa italiana non ha più un partito cattolico di riferimento. Si muove libera a tutto campo. La sua battaglia è fatta di "cultura cristianamente orientata". E grazie a questa libertà e intraprendenza riesce a volte a essere più influente che in passato, nella sfera pubblica. È questo il modello Ruini, dal nome del cardinale che ha guidato la conferenza episcopale per sedici anni, fino al 2007.

 

Se e come questo modello stia operando oggi, con il caso Bonino, è materia vivacemente discussa.

 

"UNO SCHIAFFO ALLA COMUNITÀ CRISTIANA" - Ad accendere la discussione è stato un intellettuale che non appartiene alla Chiesa ma è da anni vigoroso apologeta della visione di Karol Wojtyla, Joseph Ratzinger e Camillo Ruini: Giuliano Ferrara, direttore del quotidiano d'opinione "il Foglio".

 

La scintilla gliel'ha offerta un articolo – durissimo contro la Bonino – uscito il 20 gennaio su "Avvenire", il giornale della conferenza episcopale italiana. Domenico Delle Foglie, l'autore dell'articolo, è un cattolico di primo piano, ha organizzato per mandato dei vescovi il "Family Day" di due anni fa e dirige il sito "Più voce. Cattolici in rete". È stato vicedirettore di "Avvenire" e lo scorso autunno fu quasi sul punto d'essere chiamato a dirigerlo, al posto del dimissionario Dino Boffo e in continuità con lui, ruiniano a tutto tondo.

 

Ma prima ancora che Delle Foglie scrivesse il suo articolo, nel principale partito della sinistra italiana, il Partito Democratico, la candidatura Bonino aveva diviso i cattolici che ne fanno parte. Due di essi, Renzo Lusetti ed Enzo Carra, avevano abbandonato il partito, giudicandolo non più abitabile. Altri invece, come Franco Marini e Maria Pia Garavaglia, avevano salutato con favore la candidatura Bonino, addirittura raccomandandola come "capace di temi e programmi che stanno a cuore agli elettori cattolici".

 

Contro questi cattolici "arrendevoli" e "illusi", Delle Foglie ha invece scritto che la Bonino incarna almeno tre pericoli gravi.

 

Il primo è simbolico: uno "schiaffo alla comunità cristiana" da parte di "una testimone di militante inimicizia nei confronti della visione cristiana dell'uomo e del mondo".

 

Il secondo pericolo è che, qualora vincesse, la neopresidente Bonino si metterebbe all'opera per fare del Lazio "il laboratorio di tutti gli zapaterismi", dal nome del premier spagnolo iperlaicista.

 

Il terzo è la "sovrana ipocrisia" di cui la Bonino dà prova già nel corso della campagna elettorale, quando promette di operare "con e per i cattolici", lei che ha speso tutta una vita a lottare contro la Chiesa.

 

Ebbene, il giorno dopo l'uscita di questo articolo su "Avvenire", sulla prima pagina del "Foglio" Ferrara sottoscrisse in pieno quanto scritto da Delle Foglie. Ma nello stesso tempo si scagliò contro il giornale dei vescovi perché aveva nascosto quell'articolo a pagina 11, perché l'aveva declassato a opinione personale dello scrivente, perché insomma aveva dato prova di timidezza nell'affrontare una questione che riguarda non piani urbanistici o altre faccende opinabili, ma quei principi supremi definiti dallo stesso papa "non negoziabili".

 

Insomma, concludeva Ferrara alludendo a ciò che faceva la Chiesa nel 1952 e prima di quell'anno: "Meglio i Comitati Civici di una volta che il timido 'Avvenire' di oggi".

 

VITERBO. MA NON ERA LA CITTA DEI PAPI? - A Ferrara rispose il giorno successivo il direttore di "Avvenire" Marco Tarquinio. E Ferrara gli controrispose ventiquattr'ore dopo, confermando le sue critiche. Intanto, però, "il Foglio" aveva fatto altro. Aveva mandato una sua valente inviata, Marianna Rizzini, a esplorare le diocesi della regione Lazio, per sentire cosa pensassero i preti e i fedeli della candidata Bonino.

 

Il responso della prima diocesi esplorata, quella di Viterbo, fu impietoso. Il titolo: "Chiesa di base con Emma. Inchiesta a Viterbo. Compatte opinioni cattoliche, in certi casi fervide, a favore della candidata abortista, divorzista, eutanasista, che definì l'embrione 'un grumo inerte'. Rari i distinguo, e timidi".

 

In effetti, nel reportage di Marianna Rizzini da Viterbo i soli che si schieravano contro la Bonino erano i "missionari" del Movimento per la Vita, quelli che dedicano la loro vita a far nascere i bambini, non a farli abortire.

Di poco più confortante è stato il secondo reportage della serie, dalla diocesi di Frosinone. E così un terzo, dalla città di Roma.

 

 

LA PAROLA AI VESCOVI: BAGNASCO E NEGRI - A questo punto sono entrati in campo i vescovi. Il primo, Angelo Bagnasco, è il cardinale che ha preso il posto di Ruini alla presidenza della conferenza episcopale. Nella prolusione con cui ha aperto il 25 gennaio la sessione invernale del consiglio permanente della CEI, Bagnasco ha detto di avere questo "sogno":

 

"Vorrei che questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni. Italiani e credenti che avvertono la responsabilità davanti a Dio come decisiva per l’agire politico".

 

E ancora: "Vorremmo che i valori che costituiscono il fondamento della civiltà ? la vita umana comunque si presenti e ovunque palpiti, la famiglia formata da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio, la responsabilità educativa, la solidarietà verso gli altri, in particolare i più deboli, il lavoro come possibilità di realizzazione personale, la comunità come destino buono che accomuna gli uomini e li avvicina alla meta ? formassero anche il presupposto razionale di ogni ulteriore impresa, e perciò fossero da questi cattolici ritenuti irrinunciabili sia nella fase della programmazione sia in quella della verifica".

 

Bagnasco non ha aggiunto nulla, a proposito del caso Bonino. Parecchio di più ha detto invece un presule che non fa parte del consiglio permanente ma non è di second'ordine: Luigi Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro, milanese e stretto collaboratore in gioventù del fondatore di Comunione e Liberazione, don Luigi Giussani.

 

In un'intervista a Paolo Rodari su "il Foglio" del 26 gennaio, Negri ha detto che un limite della Chiesa italiana è di non saper sempre rendere operativo il pur chiarissimo magistero degli ultimi due papi:

 

"Perché di fronte a una candidatura dichiaratamente contro la Chiesa una parte del mondo cattolico si mostra privo di atteggiamento critico? È la domanda che mi sono posto dopo aver letto l’inchiesta del 'Foglio' a Viterbo che ha evidenziato come per molti cattolici non fa difficoltà la candidatura della Bonino nel Lazio. Se facessimo la medesima inchiesta in altre regioni, vorrei dire in tutte le regioni d’Italia, il risultato sarebbe lo stesso di Viterbo. Perché il dato è uno e chiede d’essere guardato: stiamo crescendo generazioni assolutamente incapaci di giudizio critico sulle cose. Leggendo l’inchiesta del 'Foglio' mi è venuto in mente quel versetto della Bibbia, Geremia 31, dove si dice: ‘I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati’. Mi domando: siamo stati capaci di favorire in questi anni l’espressione di una vera cultura della fede? Oppure è cresciuta tra noi, sotto i nostri occhi, una generazione per la quale il dialogo viene prima dell’identità? A volte sembra che il dialogo che impostiamo con chi non crede altro non sia che una resa senza condizioni. Nel nome del dialogo ci dimentichiamo chi siamo. E dimenticandoci chi siamo sono sempre gli altri ad avere ragione, ad avere la meglio”.

 

Per il vescovo Negri occorre ripartire da ciò che predicano Benedetto XVI e la conferenza episcopale italiana

"Sono dieci anni che i vescovi parlano di emergenza educativa. Occorre lavorare tutti su questa emergenza perché soltanto in questo modo i cattolici di oggi e di domani potranno imparare a giudicare e difendere la propria identità. Soltanto in questo modo i cattolici potranno capire che è arrivato il tempo di uscire dalla notte in cui tutte le vacche sono nere e tutte le identità hanno lo stesso colore. Un tempo, insomma, in cui anche il vaglio critico dei candidati alle elezioni sarà più semplice”.

LA POLEMICA CONTINUA - Lo stesso giorno, su "Avvenire" un altro cattolico in vista, Pio Cerocchi, di nuovo criticava con severità quei politici cattolici presenti nel Partito Democratico che avevano accettato passivamente la candidatura Bonino.

Anche questa volta in una pagina interna e come opinione personale.

L’Espresso online 28

 

 

 

 

Agrigento. L'arcivescovo Francesco in preghiera con la gente ai funerali delle due sorelline

 

 Una chiesa gremita di giovani e gente comune, un migliaio di persone che, nonostante il maltempo, ha seguito la celebrazione dall'esterno, con l'ausilio di altoparlanti. E poi palloncini, fiori bianchi e messaggi di cordoglio. Ma soprattutto preghiera e riflessione. Così Favara ha salutato il 26 gennaio Marianna e Chiara, le sorelline di 14 e 3 anni morte il 23 gennaio nel crollo della palazzina in cui vivevano a Favara. I funerali sono stati celebrati nella Chiesa madre in forma privata, come richiesto dalla famiglia e assicurato dal parroco, l'arciprete don Mimmo Zambito, che ha presieduto la celebrazione.

 

Con gli occhi a Dio e i piedi per terra. "Favara è una città generosa. Lo è sempre stata e lo dimostra ancora di più in questa tragica occasione. È però una città disastrata, che ha bisogno di aiuto. Per questo invochiamo Dio affinché perdoni tutti noi che oggi piangiamo e preghiamo per Marianna e Chiara. Dio non ha abbandonato il suo popolo e i politici, che sono stati scelti dal popolo e non dovrebbero abbandonare coloro che sono rimasti indietro e i più poveri. A chi ha il potere chiediamo di guardare in basso, a chi nel popolo fa una fatica incredibile anche se con estrema dignità. Alla famiglia Bellavia chiediamo di guardare in alto, a Cristo crocifisso". Con queste parole l'arciprete di Favara, don Mimmo Zambito, ha guidato la riflessione dei fedeli presenti ai funerali di Marianna e Chiara. Quelle espresse sono parole di speranza, ma anche di condanna. Un invito a "guardare alle cose della terra nel timore di Dio".

 

"Pietà da Dio e conversione". Da subito l'ha invocate la Chiesa agrigentina di fronte alla "tragedia che ha colpito la famiglia Bellavia e l'intera comunità civile ed ecclesiale". Una posizione forte della quale don Zambito si è fatto portavoce, invocando "la pietà di Dio per il nostro peccato individuale, ma anche quello sociale della comunità civica e della stessa comunità cristiana". "Dio abbia pietà di noi. Della nostra disobbedienza privata e della nostra disobbedienza nella vita civile e del disinteresse del bene pubblico", aveva detto in un messaggio nel quale parlava di "peccato sociale e collettivo della comunità di Favara generosa e disordinata, ricca di cuore sempre e, a volte, ricca di disprezzo per il prossimo e di rapina della sua dignità. Di morte per la famiglia Bellavia, di vergogna per la città e per noi fratelli di Gesù. Preghiamo Dio che non ci condanni. Dio abbia pietà di quanti preposti da Dio a curare le parti più bisognose del corpo della società civile e del corpo ecclesiale di Gesù, hanno disobbedito a Lui e alle leggi dello Stato e hanno così concorso a questi omicidi di bambine. Piangiamo e preghiamo perché la comunità ecclesiale e la città di Favara, improvvisamente e tragicamente, oggi periscono. Preghiamo Dio Padre di Gesù: si convertano sia coloro che governano sia i cittadini. Obbediscano alle leggi di Dio e alle leggi civili". Una posizione che l'arcivescovo di Agrigento, mons. Francesco Montenegro ha "condiviso e fatto sua". E non solo.

 

Una tragedia prevista. Ha pesato sulla coscienza di molti la scelta dell'arcivescovo, mons. Francesco Montenegro di non presiedere la celebrazione dei funerali, in coerenza con quanto dallo stesso annunciato dopo l'alluvione di Messina. "Chiedo anche al Signore che non arrivi mai il momento di dovermi rifiutare di celebrare funerali 'previsti' o 'preannunciati' - aveva scritto l'arcivescovo al capo della Protezione Civile denunciando lo stato di degrado del centro storico agrigentino - perché quel giorno, se mai dovesse arrivare, il mio posto sarà tra la nostra gente a pregare". E così è stato, "non per un sottrarmi al mio ruolo di vescovo, di pastore della porzione di popolo che il Signore mi ha affidato - spiega mons. Montenegro - ma per un farmi solidale e vicino alla famiglia Bellavia in questo giorno che è giorno di preghiera e silenzio". Mons. Montenegro ha celebrato i funerali tra la gente, fisicamente vicino a chi era nel dolore. "Invito tutti a guardare al Crocifisso - ha detto - nell'estremo grido di Gesù sulla croce sono contenuti e riecheggiano tutti i gridi dell'umanità intera e tutti sono bagnati dalle lacrime del Padre".

 

Perché non si ripeta. Intanto, all'ombra delle macerie della "torre di tufo" segnata dal degrado e dalla precarietà che il 23 gennaio si è sgretolata sulla famiglia Bellavia qualcosa comincia a muoversi. Il presidente della Provincia, Eugenio D'Orsi, e il sindaco di Agrigento, Marco Zambuto, hanno convocato nei locali del comune di Favara una riunione di tutti i sindaci della provincia di Agrigento per un primo esame della situazione generale dei centri storici dei comuni della provincia e le relative condizioni di sicurezza degli abitanti. Mentre proseguono le indagini del pool di magistrati, aperte per omicidio colposo plurimo e disastro colposo. Sir

 

 

 

 

Le alte gerarchie ecclesiastiche riunite a Vienna discutono sugli approcci globali per le migrazioni

 

Pubblichiamo il comunicato finale del 109° Incontro del Comitato Direttivo della ICMC (23-01-2010)

 

VIENNA–Le alte gerarchie ecclesiastiche riunite a Vienna discutono sugli approcci globali per le migrazioni e fanno appello per la solidarietà con Haiti al 109o Incontro del Comitato Direttivo della ICMC.

Nei giorni che immediatamente seguono la 96a Giornata Mondiale dei Migranti e Rifugiati, il Card.Christoph Schönborn ha dato il benvenuto a Vienna al Presidente, il signor John Klink della ICMC (Commissione Cattolica Internazionale per le Migrazioni), e ai diciotto membri del Comitato Direttivo della Commissione e allo staff, per discutere congiuntamente in maniera critica delle problematiche inerenti le migrazioni dalla prospettiva della Chiesa.

Fra i membri del Comitato troviamo: il Card. Schönborn, il Card.John Njue, Arcivescovo di Nairobi; il Card. Giorgio Pell, Arcivescovo di Sydney; il Card. Oscar Andres Rodriguez Maradiaga, Arcivescovo di Tegucigalpa e Sua Beatitudine Gregorious III, Patriarca greco di Melkite.

 

“Sorta quasi 60 anni fa per opera della Santa Sede, l’ICMC ha un ruolo ben distinto all'interno della Chiesa”, sottolinea l’Arcivescovo Silvano Tomasi, membro del Comitato Direttivo, Rappresentante per la Santa Sede presso l’ONU a Ginevra. Il carisma speciale dell’ “ICMC non sta solo nel suo rapporto con la Santa Sede e le Conferenze Episcopali Mondiale, ma anche nella sua potenzialità di condurre gli approcci globali alle migrazioni che rappresentano una costante insieme alla preoccupazione della Chiesa verso i più deboli”.

“L’ICMC realizza questo lavoro con personale ed operazioni in 40 paesi e con un lavoro di denuncia (difesa) ancora prima delle organizzazioni internazionali. Nei tre giorni di riunione, il Comitato ha discusso circa le sfide della tratta degli esseri umani, la protezione e l’integrazione dei rifugiati, i diritti e le responsabilità dei migranti, il diritto di non migrare, la gestione della migrazione e la cura e la protezione dei bambini migranti vulnerabili.

I partecipanti hanno espresso anche preoccupazione per quei segnali di crescente xenofobia e razzismo verso i migranti, e hanno discusso dal punto di vista della strategia su come l’ICMC potrebbe prendere parte con (altri) partners nel coinvolgimento su problematiche riguardanti le migrazioni che possano emergere con maggior gravità nei prossimi mesi in seguito al recente terremoto in Haiti - incluso il potenziale dovuto ad un aumento del traffico di esseri umani.

Insieme con l’intero ICMC, il Card. Schönborn ha espresso grande dolore per le vittime del terremoto e le loro famiglie, e ha chiesto, in una messa speciale celebrata in onore della ICMC giovedì sera nella cattedrale di San Stephan, continue preghiere e solidarietà.

Nei prossimi mesi, i membri dell’ICMC saranno impegnati nella preparazione per l’Incontro del Consiglio della Commissione previsto per novembre 2010, a Roma. Rappresentanti di alto-livello di tutte le Conferenze Episcopali cattoliche mondiali, e osservatori di altre organizzazioni coinvolte nella migrazione saranno attesi  per discutere sulla più grande promozione della dignità umana, dell’unità della famiglia nelle migrazioni globali”.

 

La CEI, tramite la Fondazione Migrantes, ha stanziato un contributo extra di 250.000 euro alla ICMC per il prossimo quinquennio (2010-2014) come già aveva fatto nel 2003-2006 per la causa dei migranti. (Migranti-press)

 

 

 

 

Ostensione 2010. Sindone, una gara tra designer per la cattedra papale

 

Torino - Per la prima volta la cattedra papale dove siederà Benedetto XVI in occasione dell’Ostensione della Sindone, durante la messa del 2 maggio in piazza san Carlo, è stata oggetto di un bando di gara per designer. Ha vinto il progetto di un giovane architetto udinese, Ivan Vergendo, che ha disegnato una sedia «essenziale, semplice, ispirata alla trasfigurazione». L’immagine del sacro volto è rappresentata nella parte alta dello schienale interno. La cattedra sarà ora costruita in due esemplari dagli artigiani friulani dell’Asdi sedia. Una all’azienda Sedia e l’altra dopo l’ostensione sarà regalata alla Arcidiocesi di Torino, che fa parte del Comitato Sindone insieme agli enti locali.

 

«Il progetto è stato scelto per simbologia, creatività, comfort e capacità di adattamento al contesto» ha spiegato la Giuria. Non è l’unica idea «moderna» di questa Ostensione. Per la prima volta la cattedra sarà realizzata con materiale eco-compatibili, legno e velluto rosso, «per distinguersi dl resto del mondo», hanno spiegato gli organizzatori. Anche per i quasi quattromila volontari accreditati si è pensato al look con particolare attenzione. Indosseranno gilet viola e kee way dello stesso colore, messi a disposizione dalla Basic net, uno degli sponsor. Per la visita si sono già accreditate 817mila e 850 persone, il 93 percento italiani, am se ne attendono più di un milione. Sono attesi anche 2500 giornalisti da tutto il mondo, un migliaio si sono già iscritti. La visita è gratuita. LS 28

 

 

 

 

Preti nell'era digitale. Il messaggio di Benedetto XVI per la 44ª Giornata mondiale

 

"Cogliere con saggezza le singolari opportunità offerte dalla moderna comunicazione" per essere "annunciatori appassionati della buona novella anche nella nuova 'agorà' posta in essere dagli attuali mezzi di comunicazione". È "l'invito" che Benedetto XVI "rinnova" ai sacerdoti nel messaggio per la 44ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (16 maggio 2010), dal titolo "Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola" (testo integrale su Agensir.it - Documenti). Questo tema - spiega il Papa nel testo, presentato in sala stampa vaticana il 23 gennaio (vigilia di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti), "s'inserisce felicemente nel cammino dell'Anno sacerdotale, e pone in primo piano la riflessione su un ambito pastorale vasto e delicato come quello della comunicazione e del mondo digitale, nel quale vengono offerte al sacerdote nuove possibilità di esercitare il proprio servizio alla Parola e della Parola". Il Pontefice ricorda che "i moderni mezzi di comunicazione sono entrati da tempo a far parte degli strumenti ordinari, attraverso i quali le comunità ecclesiali si esprimono, entrando in contatto con il proprio territorio ed instaurando, molto spesso, forme di dialogo a più vasto raggio, ma - nota Benedetto XVI - la loro recente e pervasiva diffusione e il loro notevole influsso ne rendono sempre più importante ed utile l'uso nel ministero sacerdotale".

 

Una "storia nuova". "Con la diffusione" del mondo digitale, sottolinea il Papa, "la responsabilità dell'annuncio non solo aumenta, ma si fa più impellente e reclama un impegno più motivato ed efficace". Al riguardo, prosegue il Santo Padre, "il sacerdote viene a trovarsi come all'inizio di una 'storia nuova', perché, quanto più le moderne tecnologie creeranno relazioni sempre più intense e il mondo digitale amplierà i suoi confini, tanto più egli sarà chiamato a occuparsene pastoralmente, moltiplicando il proprio impegno, per porre i media al servizio della Parola". Tuttavia, evidenzia Benedetto XVI, "la diffusa multimedialità e la variegata 'tastiera di funzioni' della medesima comunicazione possono comportare il rischio di un'utilizzazione dettata principalmente dalla mera esigenza di rendersi presente, e di considerare erroneamente il web solo come uno spazio da occupare". Invece, spiega il Papa, ai sacerdoti "è richiesta la capacità di essere presenti nel mondo digitale nella costante fedeltà al messaggio evangelico, per esercitare il proprio ruolo di animatori di comunità che si esprimono ormai, sempre più spesso, attraverso le tante 'voci' scaturite dal mondo digitale, e annunciare il Vangelo avvalendosi, accanto agli strumenti tradizionali, dell'apporto di quella nuova generazione di audiovisivi (foto, video, animazioni, blog, siti web), che rappresentano inedite occasioni di dialogo e utili mezzi anche per l'evangelizzazione e la catechesi".

 

Il "cortile dei gentili". Benedetto XVI delinea anche il "compito di chi, da consacrato, opera nei media": "Spianare la strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità del contatto umano e l'attenzione alle persone e ai loro veri bisogni spirituali; offrendo agli uomini che vivono questo nostro tempo 'digitale' i segni necessari per riconoscere il Signore; donando l'opportunità di educarsi all'attesa e alla speranza e di accostarsi alla Parola di Dio, che salva e favorisce lo sviluppo umano integrale". La Parola, aggiunge il Papa, "potrà così prendere il largo tra gli innumerevoli crocevia creati dal fitto intreccio delle autostrade che solcano il cyberspazio e affermare il diritto di cittadinanza di Dio in ogni epoca". Il Pontefice ricorda quindi l'"incoraggiamento" a "promuovere una cultura di rispetto per la dignità e il valore della persona umana", rivolto nel messaggio dello scorso anno ai "responsabili dei processi comunicativi". Per Benedetto XVI, "è questa una delle strade nelle quali la Chiesa è chiamata ad esercitare una 'diaconia della cultura' nell'odierno 'continente digitale'". Infatti, "una pastorale nel mondo digitale è chiamata a tener conto anche di quanti non credono, sono sfiduciati e hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche, dal momento che i nuovi mezzi consentono di entrare in contatto con credenti di ogni religione, con non credenti e persone di ogni cultura. Come il profeta Isaia arrivò a immaginare una casa di preghiera per tutti i popoli, è forse possibile ipotizzare che il web possa fare spazio - come il 'cortile dei gentili' del Tempio di Gerusalemme - anche a coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto?".

 

Prospettive nuove e sconfinate. "I nuovi media - afferma ancora il Papa - offrono ai presbiteri prospettive sempre nuove e pastoralmente sconfinate, che li sollecitano a valorizzare la dimensione universale della Chiesa, per una comunione vasta e concreta; ad essere testimoni, nel mondo d'oggi, della vita sempre nuova, generata dall'ascolto del Vangelo". Però, conclude, "non bisogna dimenticare che la fecondità del ministero sacerdotale deriva innanzitutto dal Cristo incontrato e ascoltato nella preghiera; annunciato con la predicazione e la testimonianza della vita; conosciuto, amato e celebrato nei Sacramenti, soprattutto della Santissima Eucaristia e della Riconciliazione". Sir

 

 

 

 

Farsi ascoltare. La prospettiva indicata da Benedetto XVI

 

Quest'anno il messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali è rivolto ai sacerdoti. Essi sono chiamati a "esercitare il proprio servizio alla Parola e della Parola". Questo riferimento non deve stupire: tenendo conto che stiamo appunto celebrando l'Anno sacerdotale. E tuttavia, per il suo tema e per il modo in cui esso è trattato, il messaggio s'inquadra all'interno di una riflessione più ampia, che da tempo viene condotta dal Papa, dal Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali e dalla stessa Chiesa cattolica italiana: quella sui nuovi media, sulle forme corrette della loro fruizione e sul modo in cui essi possono contribuire alla diffusione della Parola di Dio. Su questi temi, d'altronde, è in preparazione un grande convegno Cei, che si svolgerà nel prossimo aprile e che sarà intitolato "Testimoni digitali".

Il titolo del messaggio è esplicito: "Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola". In esso viene preso atto dell'ormai definitivo imporsi della comunicazione in rete, del suo integrarsi con le altre forme di trasmissione digitale, del suo essere modo di espressione privilegiata del mondo giovanile, delle grandi opportunità di collegamento che tutto ciò offre. Sulla scia di precedenti documenti della Chiesa cattolica - mi riferisco in particolare a due testi del 2002, sempre redatti dal Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali: "Etica in Internet" e, soprattutto, "La Chiesa e Internet", che rappresenta lo sfondo più adeguato per comprendere il messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali di quest'anno - il Papa sottolinea però il carattere ambiguo di questa multimedialità diffusa. Essa infatti, accanto a evidenti opportunità, comporta anche possibili rischi. Nel messaggio è evidenziato soprattutto uno di questi rischi: l'esigenza di utilizzare le nuove tecnologie unicamente allo scopo di "rendersi presenti"; la volontà di considerare il web "solo come uno spazio da occupare". E invece è necessario adoperarsi per "dare un'anima all'ininterrotto flusso comunicativo della rete", evitando di essere semplicemente a rimorchio del progresso tecnologico.

Tutto questo, d'altronde, costituisce una vera e propria sfida sul piano pastorale. Compito primario del sacerdote è, infatti, quello di "annunciare Cristo, la Parola di Dio fatta carne". E ciò ha sempre comportato, da San Paolo in poi, la necessità di un utilizzo consapevole e adeguato delle modalità comunicative a disposizione. Oggi però quest'annuncio può essere compiuto in forme inedite. Il messaggio, anzi, parla di una "storia nuova", al cui inizio viene a trovarsi il sacerdote del nostro tempo. Infatti, "quanto più le moderne tecnologie creeranno relazioni sempre più intense e il mondo digitale amplierà i suoi confini, tanto più egli sarà chiamato a occuparsene pastoralmente, moltiplicando il proprio impegno, per porre i media al servizio della Parola".

In particolare, ciò che caratterizza questa "storia nuova" è il mutamento dell'idea di "universalità" che l'utilizzo delle nuove tecnologie comporta e, di conseguenza, il mutamento del concetto stesso di "cattolicità". Nel mondo digitale, ormai, tutti siamo connessi con tutti. Almeno virtualmente. Il problema primario, dunque, non è più quello di raggiungere le persone alle quali annunciare il Vangelo, ma è quello di riuscire a farsi ascoltare. Ciò è tanto più difficile in un contesto di overdose informativa e di confusione, nella società dello spettacolo, di elementi essenziali e superflui, sacri e profani.

Proprio a partire da ciò Benedetto XVI delinea una vera e propria "pastorale nel mondo digitale", che tenga conto "anche di quanti non credono, sono sfiduciati e hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche". E lo fa mettendo al centro una cura rivolta ai contenuti (che sono frutto di adeguata preparazione teologica), diretta a coltivare la spiritualità dei sacerdoti, animata da quelle motivazioni che debbono trasparire anche nell'impegno pastorale sul web. In altre parole, il modo adeguato per riuscire a farsi ascoltare è quello che poggia sulla credibilità del testimone: di colui che, anche nell'odierno mondo digitale, è in grado di attestare quella "vita sempre nuova" che viene "generata dall'ascolto del Vangelo di Gesù".

Il testo sul "sacerdote e la pastorale nel mondo digitale" si rivolge anzitutto a coloro che sono chiamati ad annunciare il Vangelo. Essi sono invitati a farlo cogliendo le singolari opportunità offerte dalla moderna comunicazione. Lo debbono fare con saggezza, certo, ma senza paura. Cercando alleanze anche con gli uomini di buona volontà che operano in maniera più o meno professionale all'interno dei processi comunicativi. Il tutto allo scopo - come veniva ricordato nel messaggio dello scorso anno - di "promuovere una cultura di rispetto per la dignità e il valore della persona umana". Anche all'interno del mondo digitale.

ADRIANO FABRIS, docente di etica della comunicazione - Università di Pisa

 

 

 

 

Papst: „Kultur braucht Austausch, nicht Banalität“

 

Das kulturelle Leben ist zu oft von Banalitäten geprägt. Das hat Papst Benedikt an diesem Donnerstag bei seiner Audienz für die 350 Mitglieder der sieben päpstlichen Akademien für Theologie und Kultur betont. Die Menschen folgten viel zu sehr den fragwürdigen Vorstellungen von Relativismus und Subjektivismus, während das intensive Nachdenken und das erläuternde Gespräch in den zwischenmenschlichen Begegnungen zu kurz kämen. Der Mensch werde zu selten als das komplexe Wesen, das er ist, in den Blick genommen:

 

„Dieser Mangel an Bezugspunkten wirkt sich vor allem negativ auf das zivile Zusammenleben aus. Besonders die Erziehung von Kindern und Jugendlichen braucht Wahrheit und Werte, die nicht nur als Idee vorgegeben sind, sondern auch umgesetzt werden. Diese Werte bereichern das Leben und geben Anlass zur Hoffnung. Und das ist für alle Menschen, vor allem aber für die Jugendlichen, von höchstem Interesse. Verbindlichkeit besitzen diese Werte besonders für die Priesteramtsanwärter, wie uns das aktuelle Priesterjahr vor Augen führt.“

 

Ein Vorbild von großer Aktualität sei der heilige Thomas von Aquin, der Namensvater einer der päpstlichen Akademien ist. Sein Beispiel rufe die Akademiemitglieder und alle Menschen zur Aufgeschlossenheit gegenüber fremden Kulturen und einer tiefen Verständigung auf:

 

„Seine Begegnungen mit der arabischen und ebenso der jüdischen Gedankenwelt seiner Zeit waren überaus fruchtbar. Das Gleiche gilt auch für seine Auseinandersetzung mit der griechischen Philosophie. Hieraus hat sich eine außergewöhnliche Synthese in der Theologie ergeben, die im Einklang mit der Vernunft und dem Glauben gestanden hat. Und sein Vermächtnis legt Zeugnis ab von seiner großen Intelligenz, seinem Genie und seiner Originalität. Gleichzeitig zeigt es uns aber auch, wie heilig das Leben ist.“

 

Die Aufgabe der Akademien ist die Förderung des Gesprächs zwischen Kirche, Wissenschaft und Kunst sowie die Beratung der Kurie in einzelnen Fragen. Künftig sollen sie enger zusammenarbeiten und ihr Wirken einer breiteren Öffentlichkeit vorstellen. Die Akademien setzen sich aus internationalen Wissenschaftlern zusammen und zählen jeweils bis zu 60 Mitglieder. (rv 28)

 

 

 

„Wir sind es der Welt schuldig, dass nicht vergessen wird“

 

Monsignore Klaus Mayer sprach bei der Plenarsitzung des Landtags Rheinland-Pfalz

 

Mainz. Monsignore Klaus Mayer, früherer Pfarrer von Mainz-St. Stephan, hat dazu aufgerufen, das Gedenken an die Verbrechen des Nationalsozialismus und an die Schoa aufrechtzuerhalten.

 „Nur noch einige Jahre, dann sind auch die letzten Zeitzeugen gestorben. Wie geht es dann weiter mit dem Gedenken? Zunächst, es muss weitergehen. Wir sind es der Welt schuldig, dass nicht vergessen wird, wie Menschen mit Menschen umgegangen sind, zur Mahnung für alle Geschlechter", sagte Mayer bei der Plenarsitzung des Landtags Rheinland-Pfalz aus Anlass des Gedenktags für die Opfer des Nationalsozialismus am Mittwoch, 27. Januar, in Mainz. Mayers Gedenkrede, die von den Abgeordneten mit stehendem Applaus bedacht wurde, stand unter der Überschrift „Damit sich nicht wiederholt..."

Mayer würdigte die alljährliche Plenarsitzung des Landtags als zentrale Gedenkveranstaltung des Bundeslandes Rheinland-Pfalz: „Sie ist von ihrer Zeichenhaftigkeit, ihrem Vorbildcharakter her Signal an die Gemeinden, Bürgerinnen und Bürger", sagte er. Es sei auch wichtig, dass die jüdischen Mitbürgerinnen und Mitbürger „von der Gesellschaft angenommen, hier zu Hause sind, sich wohlfühlen". „Dazu gehört, dass sie ihren jüdischen Glauben leben können. Die Zeit muss kommen, in der jüdische Synagogen und Gemeindezentren nicht mehr eigens geschützt werden müssen." Weiter betonte Mayer, dass man den Holocaust „nur böswillig leugnen" könne. „Es gibt kaum ein Geschehen im 20. Jahrhundert, das so zuverlässig bezeugt ist", sagte er. Gleichzeitig unterstrich er die hohe Bedeutung des Gedenkens. „Wir sind es den Ermordeten schuldig", hob Mayer hervor.

Auch der Präsident des rheinland-pfälzischen Landtags, Joachim Mertes, erinnerte in seiner Begrüßungsansprache an zahlreiche Verfolgte der nationalsozialistischen Diktatur. Er unterstrich, dass das Konzentrations- und Vernichtungslager Auschwitz „der Inbegriff für das grausamste Menschheitsverbrechen ist, das jemals begangen wurde". „Was uns an Auschwitz erinnert und entsetzt, ist nicht allein das unvorstellbare Ausmaß des Völkermordes. Es ist die fabrikmäßige Umsetzung, die eiskalt in Gang gesetzte Maschinerie, die dahinter stand: Die Gnadenlosigkeit der Täter", sagte Mertes. Der staatlich organisierte Massenmord an Kindern, Frauen und Männern habe „die grundlegenden Gebote der Humanität und unseres christlichen Menschenbildes außer Kraft gesetzt". Die Schoa sei mehr als ein „ungeheuerlicher Verstoß gegen moralische Prinzipien", die alle Kulturen und Religionen verbinden. „Sie ist der Versuch, sich über alle Moral hinwegzusetzen", sagte Mertes.

Beck fordert wachsame Kultur des Erinnerns

Bereits im Vorfeld des Gedenktages für die Opfer des Nationalsozialismus hatte sich der rheinland-pfälzische Ministerpräsident Kurt Beck für eine wachsame Kultur des Erinnerns und eine lebendige Gedenkarbeit ausgesprochen. „Wer seine Vergangenheit vergisst, kann die Gegenwart nicht verstehen und die Zukunft nicht gestalten. Deshalb haben wir eine gemeinsame Verantwortung dafür, dass wir die Verbrechen der Nationalsozialisten und das Leid der Opfer nicht vergessen", sagte Beck. „Es darf keinen Schlussstrich geben. Es geht darum, dass jede Generation ihre Form und ihren Weg findet, sich mit diesem Thema engagiert auseinanderzusetzen und Lehren aus der Vergangenheit zu ziehen", betonte Beck. Sein Dank gelte den vielen Initiativen, Gruppen und Einzelpersonen, die sich in einem „engen Netzwerk" mit Gedenkarbeit in Rheinland-Pfalz befassen.  am (MBN)

 

 

 

 

Europäische Bischöfe betten um Engagement für verfolgte Christen

 

COMECE verfasst Memorandum und appelliert an die Institutionen der Europäischen Union die Religionsfreiheit zu schützen

 

BRÜSSEL - Das Sekretariat der COMECE (Kommission der Bischofskonferenzen der Europäischen Gemeinschaft) mit Sitz in Brüssel begrüßt die Annahme einer Entschließung des Europäischen Parlaments, die die jüngsten Angriffe auf christliche Gemeinschaften in Ägypten und Malaysia verurteilt.

„Die Ermordung von sechs koptischen Christen und einem Polizisten am 6. Januar 2010 sowie die Überfälle auf Gotteshäuser in Malaysia seit Januar dieses Jahres stellen schwere Menschenrechtsverletzungen dar“, so die COMECE in einer Erklärung, die ZENIT vorliegt.

"Die Europäische Union sollte den religiösen Minderheiten - einschließlich christliche Gemeinschaften - die heutzutage weltweit verfolgt werden, Hilfe leisten: 75 bis 85 % der religiösen Verfolgungen weltweit betreffen Christen und jährlich werden 170.000 Christen wegen ihres Glaubens ermordet. Die Gesamtzahl der brutal verfolgten Gläubigen wird auf 200 Millionen beziffert“.

Diese Entschließung des Europäischen Parlamentes entspricht der Entschließung des Ministerrats der EU, die im November 2009 angenommen worden ist. Diese bekräftigte, dass die Europäische Union weiterhin nachdrücklich für die Förderung und den Schutz der Religions- und Weltanschauungsfreiheit eintritt.

Mit Bezug auf diese nachdrücklichen Stellungnahmen des Ministerrates und des Europäischen Parlamentes appelliert die COMECE an die Hohe Repräsentantin der EU für die Außenpolitik, Ms Catherine Ashton, diese Priorität im Handeln umzusetzen. Um den europäischen Entscheidungsträgern zu helfen, konkrete Instrumente zu entwickeln, um die Religionsfreiheit in den Außenbeziehungen der EU zu fördern, haben die Bischöfe der COMECE eine Expertengruppe einberufen mit dem Auftrag, einen Memorandum zur Förderung der weltweiten Religionsfreiheit zu verfassen.

Dieser Text, welcher die Verletzungen dieses Grundrechts und auch die religiösen Verfolgungen weltweit aufführt, schlägt den EU Institutionen eine Reihe von Empfehlungen vor. Der Memorandum wird voraussichtlich von den COMECE Bischöfen während ihrer nächsten Plenarversammlung (14.-16. April 2010) angenommen. Zenit 28

 

 

 

Papst Johannes Paul II. dachte zwei Mal an Rücktritt

 

Papst Johannes Paul II. war offenbar grundsätzlich dazu bereit gewesen, seinen Rücktritt zu erklären. Das geht aus zwei bislang unbekannten Schreiben des Papstes hervor, die jetzt in einem Buch veröffentlicht wurden. Darin legte Johannes Paul II. auch die Bedingungen für einen möglichen Rücktritt fest.

Papst Johannes Paul II. (1978-2005) ist offenbar grundsätzlich zu einem Rücktritt bereit gewesen. Das Kirchenoberhaupt traf einem in Italien erschienenen Buch zufolge seit 1989 Vorkehrungen für einen Rückzug aus gesundheitlichen Gründen.

Das geht aus zwei bisher unveröffentlichten Schreiben hervor. Autor und Herausgeber der Dokumentensammlung ist Slawomir Oder, zuständig für die Seligsprechungsverfahren von Johannes Paul II. als Postulator. Das Buch mit dem Titel „Warum er heilig ist“ enthält insgesamt 114 Dokumente aus den Akten des Seligsprechungsverfahrens für den Papst aus Polen.

Die Schreiben, die sich mit einem eventuellen Rücktritt befassen, stammen aus den Jahren 1989 und 1994. Im Brief vom 15. Februar 1989 legt Johannes Paul II. die Bedingungen für seinen Rücktritt fest: „Nach dem Beispiel von Papst Paul VI. erkläre ich: Im Falle, dass mich eine offenbar unheilbare Krankheit von langer Dauer daran hindert, die Aufgaben meines Apostolischen Amtes hinreichend zu erfüllen, oder im Falle, dass eine andere schwere und lange Behinderung mich in ähnlicher Weise einschränkt, trete ich von meinem heiligen und kanonischen Amt zurück – sowohl als Bischof von Rom als auch als Oberhaupt der heiligen katholischen Kirche."

Er überlasse es dem Dekan des Kardinalskollegiums, gemeinsam mit den Kardinalpräfekten und -präsidenten der römischen Kurie sowie dem Kardinalvikar von Rom dieses Gesuch anzunehmen und die Demission wirksam zu machen, heißt es weiter.

In dem Schreiben von 1994 erwägt Johannes Paul II. zudem, ob er wie die Bischöfe im Alter von 75 Jahren in den Ruhestand treten könne. Er kam jedoch zum Ergebnis, dass es für einen „emeritierten Papst in der Kirche keinen Platz gibt“, wie er bei einem Krankenhausaufenthalt gegenüber seinen Ärzten betonte.

Über die theologischen und historischen Gesichtspunkte einer solchen Entscheidung habe er sich mit Kardinal Joseph Ratzinger beraten, dem heutigen Papst Benedikt XVI., heißt es in dem Brief weiter. Kna 28

 

 

 

Postulator schreibt Buch über Johannes Paul – Viele neue Details

 

Man glaubte ihn eigentlich zu kennen – schließlich trat Johannes Paul II. sehr häufig öffentlich auf. Doch jetzt hat sein Postulator im Seligsprechungsverfahren ein Buch über den vor fünf Jahren verstorbenen Papst aus Polen geschrieben, und darin finden sich viele überraschende und bislang unbekannte Details aus dem Leben und Denken des Karol Wojtyla. „Perché è santo“ –

„Darum ist er heilig“, so heißt das Buch, das Slawomir Oder mit einer Journalistin zusammen verfasst hat.

 

„Ein Postulator kann tiefer blicken – und sieht die Dinge aus einer anderen Perspektive. Was aufscheint, ist die Heiligkeit eines wirklichen Gottesmanns von spiritueller Tiefe. Er war ein ganzer Mensch: glücklich, selbstverwirklicht, frei. Er hat sein Leben gerne gelebt, es aber in den Dienst seines Herrn und der Kirche stellte. Das scheint eine banale Feststellung, trifft aber auf Johannes Paul am genauesten zu: Er war ein Mann Gottes und ein wahrer Mystiker, der in der Geschichte die Anwesenheit Gottes gespürt hat.“

 

Zu den Neuigkeiten in Oders Buch gehört, dass Johannes Paul sich kurz vor seinem 75. Geburtstag im Mai 1995 mit seinen Mitarbeitern über einen möglichen Rücktritt aus Gesundheitsgründen beriet. Nachrichtenagenturen betonen allerdings an diesem Mittwoch besonders ausgiebig, dass Johannes Paul sich gelegentlich selbst gegeißelt hat – mit einem Gürtel. Vatikan-Kardinal Jose Saraiva Martins sagt über diese alte christliche Bußpraxis:

 

„Wir geißeln uns ja auch in unserem Leben sozusagen geistlich auf viele verschiedene Arten: Indem wir auf Dinge bewusst verzichten, zum Beispiel. Man darf die Geißelung nicht rein materiell, rein physiologisch auffassen – der Mensch ist ja nicht nur Körper. Wir können das Wort Geißelung übersetzen mit: Buße. Opfer. Verzicht. Und es gibt sie nicht nur körperlich, sondern auch geistlich und intellektuell. Opfer gehört zum Menschen an sich.“ (rv 27)

 

 

 

Frankreich: Post nur ohne Burka

 

Die Burka ist „mit den Werten der Republik unvereinbar.“ Das hält der Bericht der Enquete-Kommission der französischen Nationalversammlung fest, die sich am Dienstag für ein Verbot des Ganzkörperschleiers aussprach. In einem ersten Schritt plädieren die Abgeordneten in dem Text für ein Burka-Verbot im Bereich öffentlicher Dienstleistungen. Wer zum Beispiel im Personenverkehr, auf der Post, im Krankenhaus oder in der Schule eine Burka trägt, soll mit einer Geldbuße belegt werden und keinen Anspruch mehr auf den entsprechenden Service haben. Im Folgenden muss nun der Verfassungsrat prüfen, ob das geplante Gesetz überhaupt mit den Menschenrechtsverpflichtungen des Landes vereinbar ist.

Mehrere katholische Bischöfe hatten das geplante Verbot schon vorab kritisiert. Ein Burka-Verbot sei kontraproduktiv und ein großer Fehler, sagte etwa der korsische Bischof Jean-Luc Brunin. Der Bischof von Arras, Jean-Paul Jaeger, wendet sich ebenfalls gegen ein Gesetz, spricht aber zugleich den Behörden das Recht zu, die Bürger identifizieren zu können. Sein Gesicht offen zu zeigen, sei zudem Teil der europäischen Kultur. Als unzulässige Einschränkung individueller Freiheit bewertet es der Rektor der Pariser Moschee. Dalil Boubakeur gilt als Vertreter des liberalen Islam in Frankreich. Er weist darauf hin, dass die Burka nicht vom Islam vorgeschrieben werde. Die Mehrheit der französischen Abgeordneten der zuständigen Kommission zeigt sich enttäuscht darüber, dass das Verbot nicht für den gesamten öffentlichen Raum gelten soll. Die in Frankreich laufende Debatte zur nationalen Identität habe die Entscheidung beeinflusst, wendet die sozialistische Opposition ein. – Nach offiziellen Angaben leben in Frankreich nur etwa 2.000 Burka-Trägerinnen. 2004 war bereits ein Verbot des islamischen Kopftuchs in französischen Schulen in Kraft getreten. Das Verbot bezog sich dabei auch auf religiöse Symbole wie große Kreuze oder die jüdische Kippa. Die Burka bedeckt außer der Augenpartie den ganzen Körper. (apic/kna/kap 27)

 

 

 

 

 

Indien wird 60: Kirche will mehr soziale Gerechtigkeit

 

An diesem Dienstag hat Indien sein 60-jähriges Bestehen als Republik gefeiert. Als größte Demokratie der Welt hat das Land inzwischen eine enorme wirtschaftliche Kraft entwickelt und gewinnt auch politisch mehr und mehr an Bedeutung. Der Erzbischof von Mumbai und Vorsitzende der indischen Bischofskonferenz, Kardinal Oswald Gracias, spricht mit Radio Vatikan über die Rolle der Kirche in Indien:

 

„Die indische Kirche ist sehr lebendig, und das ist sehr wichtig – gerade, weil wir nur eine Minderheit von 2,3 Prozent in der Bevölkerung ausmachen. Die Politik hat viel für die Menschen erreicht, vielerorts gute Bildungsvoraussetzungen und solide sanitäre Strukturen geschaffen. Aber es besteht noch eine gewisse Bandbreite, auch hinsichtlich der Verteilung des Reichtums im Land, wo sich viel auf die Städte konzentriert. Die Landbevölkerung muss da kräftiger unterstützt werden. In ländlichen Regionen gibt es nicht einmal überall Elektrizität! Geschweige denn vernünftige Schulen. Und da kann die Kirche der Regierung helfen, dass die Verhältnisse etwas stabiler und gerechter werden.“ (rv 28)

 

 

 

"Wir werden dir zeigen, wie Islam geht"

 

Das Europaparlament hat in der vergangenen Woche die jüngsten Überfälle

auf Christen in Ägypten und Malaysia scharf verurteilt. In diesem

Zusammenhang veröffentlicht das weltweite katholische Hilfswerk "Kirche

in Not" ein Interview mit dem in Deutschland lebenden koptischen Bischof

Anba Damian. Er erhebt darin schwere Vorwürfe gegen die islamischen

Führer und die Behörden in Ägypten. In der Nacht vom 6. auf den 7.

Januar, dem Weihnachtsfest der koptischen Christen, hatten Islamisten

vor drei Kirchen in der südägyptischen Stadt Nag Hammadi gezielt das

Feuer auf Gottesdienstbesucher eröffnet. Sieben Kopten und ein

muslimischer Wachmann waren bei dem Anschlag gestorben.

Das Interview führte Berthold Pelster.

 

Kirche in Not (KIN): Herr Bischof Damian, wann haben Sie von dem

Anschlag erfahren?

DAMIAN: Ich hatte das Weihnachtsfest in Berlin zusammen mit dem

ägyptischen Botschafter und anderen hohen Diplomaten gefeiert. Es war

eine sehr freundliche Atmosphäre, aber kaum hatten wir unsere Gäste

verabschiedet, klingelte mein Telefon und ich erfuhr, was geschehen war.

Mich hat besonders betroffen gemacht, dass die meisten Opfer Jugendliche

waren, die sich nach der Christmette vor der Kirche miteinander

unterhalten hatten. Es wurde auch ein muslimischer Wachmann erschossen,

der nur mit einem Holzknüppel bewaffnet gewesen war. Man kann also nicht

von einem Polizeischutz sprechen, wie er sonst in der Region üblich ist.

Merkwürdigerweise hatte auch kein Vertreter der Politik oder des

öffentlichen Lebens an der Messe teilgenommen, wie es sonst üblich ist.

Unser Bischof vor Ort war auch gebeten worden, die Messe vorzeitig zu

beenden, weil die Lage zu unsicher sei.

 

KIN: Hatte der Bischof vor dem Anschlag Drohungen erhalten?

DAMIAN: Ja. Er hatte Morddrohungen per SMS erhalten und das auch an die

Polizei weitergegeben. Doch leider gab es keine Reaktion von Seiten der

Behörden. Der Bischof hatte mit solchen Drohungen schon gerechnet, weil

er seinen Mund aufgemacht und auf die schlimme Situation der Christen in

seiner Diözese aufmerksam gemacht hatte. Aber dass ein so grausam

geplanter und umgesetzter Anschlag folgen würde, damit hat keiner gerechnet.

 

KIN: Was weiß man inzwischen über die Attentäter?

DAMIAN: Die drei mutmaßlichen Täter, die auf die Jugendlichen geschossen

hatten wurden schnell festgenommen. Doch sie sind nur Werkzeuge anderer,

die in der hinteren Reihe sitzen und planen. Dieser Mordanschlag war

kein Zufall, sondern von langer Hand geplant. Es gibt Menschen, die den

Bischof hassen und die Christen der Diözese ins Herz treffen wollten.

Was die Attentäter angeht, kam von offizieller Seite die übliche

Aussage, die lautet: "Ach, da handelt es sich um psychisch Kranke." Dazu

kann ich nur sagen: Die Märchen hören nicht auf, denn diese immer

gleiche Geschichte hören wir immer wieder. Wir haben die Nase voll und

halten es nicht mehr aus. Die Kopten haben nichts Böses getan und

niemanden verletzt. Wir haben nur den unverschämten Anspruch, als

gleichberechtigte Mitbürger leben zu wollen. Aber das ist nur ein Traum,

von dem wir weit entfernt sind.

 

KIN: Sie fordern also eigentlich nur Religionsfreiheit – ist diese

Religionsfreiheit für die Christen in Ägypten denn nicht gegeben?

DAMIAN: Im Augenblick ist es in Ägypten beinahe schon kriminell, wenn

man in einer privaten Wohnung beten will. Wer als Christ eine Wohnung

oder ein Haus kaufen will, muss unterschreiben, dass er diese Immobilie

niemals als Gebetsraum nutzen wird. So weit sind wir in Ägypten! Wir

bekommen keine Genehmigung, Kirchen zu bauen oder zu erweitern. Und wenn

einer auf die Idee käme, sein Haus zu einer Kirche zu machen, dann muss

er damit rechnen, dass es in Brand gesteckt wird. Denn es gibt

niemanden, der uns in Schutz nimmt.

 

KIN: Kommen wir noch einmal konkret auf den Mordanschlag zurück – in

Deutschland war zu lesen, dass es sich um einen Racheakt für die

Vergewaltigung eines muslimischen Mädchens durch einen Christen

gehandelt habe. Was halten Sie von dieser Erklärung?

DAMIAN: Dieses Märchen haben wir natürlich auch gehört. Das trifft

absolut nicht zu, es ist eine Verleumdung. Denn seien wir ehrlich: Wenn

das der Fall gewesen wäre, wäre der Vergewaltiger schon längst mitsamt

seiner ganzen Familie ermordet und sein Haus abgebrannt worden. Wir

haben in Ägypten eine Kultur der Lügen. Das muss ich so deutlich sagen.

Denn es geschieht beinahe täglich, dass christliche Mädchen entführt

werden, dass ihnen Organe entnommen werden, dass sie vergewaltigt und in

die Prostitution geschickt werden. Davon redet keiner! Die Wahrheit

sieht vielmehr so aus, dass es schon seit geraumer Zeit in dieser Region

Gewalt gegen Christen gegeben hatte und dass der Bischof sich geweigert

hat, auf eine Aufklärung dieser Gewalt zu verzichten, so wie es die

örtlichen Behörden von ihm verlangt hatten. Der Bischof verlangte

Schadenersatz für die Menschen, die ihre Häuser und Geschäfte verloren

hatten. Er weigerte sich, das Geschehene zu ignorieren und vor den

Kameras zu lächeln. Daraufhin wurde ihm gesagt: "Wir werden dir zeigen,

wie Islam geht, wenn du nicht tust, was wir wollen!" Das ist die

Situation in Ägypten: Niemand wird davon abgehalten, Christen zu töten,

aber wir müssen dabei lächeln und zeigen, wie friedlich wir sind. Wir

müssen auf unsere Rechte verzichten. Genau dagegen hat sich der Bischof

aufgelehnt. Daraufhin war er persönlich das Ziel dieses Anschlags. Er

sollte getötet werden. Wenn Gott und seine Schutzengel ihn nicht unter

ihren Schutz genommen hätten, wäre er schon längst ermordet worden.

 

KIN: Geht die Gewalt nur von einer Minderheit aus oder haben sich

inzwischen starke radikale Kräfte im Islam entwickelt?

DAMIAN: Ich habe nach den Anschlägen von vielen weltlichen Institutionen

und auch von der ägyptischen Botschaft Kondolenzschreiben erhalten. Aber

kein Scheich, kein religiöser Führer des Islam hat sich von dieser Tat

distanziert. Auch aus Ägypten selbst höre ich nichts von Mitleid – die

muslimischen Führer schweigen, so weit ich das von hier aus beurteilen

kann, zu der Tat. Das ist allerdings nur mein Eindruck hier in

Deutschland und von dem, was ich von den Angehörigen der Christen aus

Nag Hammadi erfahre.

 

KIN: Haben Sie eine Erklärung dafür, warum die Christen in Ägypten so

sehr unterdrückt werden? Hat das auch politische Gründe?

DAMIAN: Nicht so weit ich das sehen kann. Es geht schlicht und einfach

um die Religion. Wir sind keine politisch Verfolgten, wir werden

religiös verfolgt, obwohl wir nicht verstehen können, warum. Ich bin

nicht nur Ägypter, weil ich in diesem Land geboren wurde, sondern auch

aus Überzeugung. Wir Christen tun auch viel für Muslime. Hier in

Deutschland ist mein Kloster eine Anlaufstelle für Asylbewerber aller

Nationalitäten, und die meisten von ihnen sind Muslime. Wir erzählen

keine orientalischen Märchen, wir helfen unseren Mitmenschen. Wir teilen

unser Brot mit Muslimen, die bedrängt sind. Und das machen wir nicht als

"Öffentlichkeitsarbeit", sondern weil es die Forderung unseres Herrn

ist. Wenn wir helfen, dann helfen wir allen. Egal, ob Christen oder Muslimen.

 

KIN: Woher kommt dann aber der Hass mancher Muslime auf die Christen?

DAMIAN: Das liegt an den Lehrern in den Moscheen. Die Ägypter sind von

 

Natur aus ein friedvolles Volk. Aber die Menschen lernen durchs Hören.

Und wenn die Freitagspredigt in der Moschee heiß ist von Hass, dann

gehen diese eigentlich friedlichen und einfachen Menschen auf uns los.

Es geht also um die Lehre, die von den Imamen gepredigt wird. Ich war

zum Beispiel einmal bei einem muslimischen Freund in Ägypten und hörte

mir in seiner Moschee die Freitagspredigt an. Ich war entsetzt! Das war

keine Predigt, sondern eine Kriegserklärung! Ich frage mich, was das

soll! Wir müssen in die Moschee gehen, um zu beten, und wir müssen sie

mit Frieden im Herzen verlassen.

 

KIN: Was wird in den Moscheen über die Christen gesagt?

DAMIAN: Das ist ganz unterschiedlich und hängt vom Prediger, vom Imam,

ab. Die meisten unter ihnen sind vernünftig und bringen den Menschen das

Gebet, das Fasten und die Tugenden bei. Andere jedoch sprühen Hass. Und

die Zuhörer können das meist überhaupt nicht einordnen. Manche sind

Analphabeten und leicht beeinflussbar. Diese Menschen haben oft keine

Schulen besucht und vertrauen nur auf das, was sie mündlich überliefert

bekommen. Und sobald diese einfachen Menschen Hasspredigten mitbekommen,

reagieren sie entsprechend. Diese Menschen haben mein Mitleid. Ich bete

für all jene, die ihre Finger mit Blut beschmutzen. Die Ägypter sind von

Natur aus ein friedvolles, gastfreundliches und warmherziges Volk. Es

ist mir rätselhaft, warum man die Beziehungen zwischen Christen und

Muslimen zerstören will. Ich habe persönlich viele gute muslimische

Freunde. Wir haben schon als kleine Kinder in der Grundschule

miteinander gelebt, gespielt und gegessen. Wir haben diesen Hass nicht

gespürt. Diese religiöse Halluzination, die unser Land zurzeit

verschattet, ist alles andere als normal.

 

KIN: Sie würden also sagen, dass der Hass gegen Christen in Ägypten

während der vergangenen Jahrzehnte zugenommen hat?

DAMIAN: Das ist nicht mehr zu übersehen. Die Menschen würden mich

auslachen, wenn ich etwas anderes behaupten würde. Die Zeit, in der wir

die Fakten mit Geschenkpapier verpacken konnten, ist längst vorbei. Die

Welt ist wie ein Dorf geworden und durch die Medien erfahren die

Menschen unsere Realität – und die ist leider Gottes bitterernst geworden.

 

KIN: Was tut die Regierung in Ägypten gegen die muslimischen Extremisten?

DAMIAN: Normalerweise hat die Regierung in Ägypten drei wichtige Ziele,

die wir schon als kleine Kinder gelernt haben: Bekämpfung von Armut,

Krankheit und Ignoranz. Religion war niemals eine Aufgabe der Regierung.

Es hieß: Jeder soll seine Religion ausüben, so lange das die Einheit der

Nation nicht bedroht. Damit sind wir bisher immer gut gefahren. Aber

irgendwie scheint es inzwischen dazu gekommen zu sein, dass man die

Religionen gegeneinander ausspielt.

 

KIN: Was müsste sich in Ägypten ändern, um diese Tendenz aufzuhalten?

DAMIAN: Wir brauchen ein Gesetz, durch das alle Menschen in Ägypten

gleich behandelt werden. Im Augenblick besitzen wir Christen nur die

Gnade des Präsidenten. Die Scharia ist die Quelle der ägyptischen

Gesetzgebung und das bedeutet: Wenn ein Muslim einem Christen etwas

antut, darf der Täter nicht bestraft werden. Das heißt im Prinzip für

die Muslime: Grünes Licht für Gewalt gegen Christen. Wenn ein Kopte auf

die Idee käme, auf ein Polizeirevier zu gehen, weil seine Tochter

entführt wurde, dann muss er aufpassen, dass er nicht selbst ins

Gefängnis kommt. Das ist untragbar! Ich bin der festen Überzeugung, dass

die Situation sich ändern würde, wenn alle Menschen vor dem Gesetz

gleich behandelt werden müssten – unabhängig von ihrer Religion. Die

Religionsfreiheit ist eine Gnade Gottes, die uns niemand nehmen darf.

Menschen müssen ihre Religion wählen oder wechseln dürfen, ohne dafür

bestraft oder belohnt zu werden. Wenn das so wäre, würde sich die

Situation in Ägypten dramatisch ändern. Aber das Problem ist, dass der

Islam und die Politik in Ägypten voneinander untrennbar sind.

 

KIN: Sehen Sie unter den gegebenen Voraussetzungen überhaupt eine

Zukunft für die koptischen Christen?

DAMIAN: Wir werden aufgrund unserer Religion in Ägypten verfolgt. Da

brauchen wir keine blumigen orientalischen Märchen erzählen – das ist

einfach so. Darüber sind wir sehr traurig, denn Ägypten ist unser

Heimatland und inzwischen ist der Tag gekommen, an dem wir nicht einmal

mehr in unserem Vaterland in Frieden leben dürfen. Wir sind eine Kirche

von Märtyrern. Die Geschichte hat gezeigt, dass die Kirche "aufblüht",

wenn ihr Blut vergossen wird. Wir erfahren täglich, dass die Kirche

wächst. Die Menschen, die uns ermorden und verfolgen, sorgen mit ihren

Taten für das Wachstum der Kirche. Wir haben keine Angst vor dem Tod des

Körpers und des Leibes. Wir sind Kinder der Märtyrer und die Kirche wird

bestehen. Wir sind nicht allein. Gott ist mit uns. Niemand auf dieser

Erde wird uns je in Angst versetzen.

 

KIN: Was können wir in Deutschland für die koptischen Christen tun?

DAMIAN: Mit uns beten. Gemeinsam dafür Sorge tragen, dass die

Menschenwürde und die Menschenrechte in Ägypten eingehalten werden. Und

Sie können unsere Situation bekannt machen und damit dafür sorgen, dass

die Verantwortlichen endlich nicht mehr die Augen vor den Tatsachen

verschließen können. KiN

 

 

 

Großbritannien: Einwanderer bereichern die katholische Kirche

 

Einwanderer wirken für die englische Kirche wie „Vitamin C“. Das sagt der neue Erzbischof von Westminster, Vincent Gerard Nichols, im Interview mit uns. Nichols hält sich zusammen mit anderen Bischöfen aus England und Wales zur Zeit zum Ad-Limina-Besuch im Vatikan auf – ein wichtiger Besuch, denn der Papst wird Großbritannien wohl im September besuchen. Die Gesellschaft in England und Wales werde immer multiethnischer, betont der Erzbischof: Das führe dazu, dass das Glaubensleben in den Städten mittlerweile lebendiger sei als auf dem Land.

 

„Viele der Einwanderer und ihre Gemeinschaften bringen neues Leben und neue Kraft in das katholische Leben unseres Landes. Es gibt natürlich Probleme mit nationalen Gruppen, die ihre Identität und eigenen liturgischen Riten verständlicherweise bewahren wollen - aber in den meisten Fällen wird die Situation sehr gut gehandhabt und ein Gleichgewicht gefunden zwischen der Integration in eine einzige liturgische Gemeinschaft und der Anerkennung des tiefen spirituellen Bedürfnisses der Gläubigen, ihren Glauben in der eigenen Muttersprache auszudrücken.“ (rv 26)

 

 

 

Kues zum Katholiken-Arbeitskreis: „Einheit statt Einzelkämpfer“

 

Der CDU-Abgeordnete Hermann Kues sieht im „Arbeitskreis Engagierter Katholiken in der Union“ (AEK) die Gefahr einer „Sackgasse“. Das sagte Kues, der auch Mitglied im Zentralkomitee der deutschen Katholiken ist, im Interview mit dem Kölner Domradio.

 

„Es ist legitim, sich in so einem Arbeitskreis zu engagieren. Aber ich kenne keinen katholischen Bundestagsabgeordneten - bis auf einen Kollegen, der da mitmacht -, der sich davon tatsächlich vertreten fühlt, das ist der Punkt. Und da muss man aufpassen, dass man sich - ohne das zu wollen - nicht in eine Sackgasse begibt. Ich finde, man muss Einfluss nehmen mitten in die Gesellschaft! Da muss man die Katholiken und alle Christen zusammenführen und man darf sich nicht auseinander treiben lassen. Insofern glaube ich auch, dass dieser Arbeitskreis über die Bedeutung, die er jetzt in der Öffentlichkeit hat, nie hinauskommen wird.“ (domradio 26)

 

 

 

F. Giovanelli: „Frauen in der Kirche rücken in die Öffentlichkeit“

 

Mit Flaminia Giovanelli besetzt seit diesem Donnerstag eine Frau eine Führungsposition in der römischen Kurie. Papst Benedikt XVI. hat sie zur neuen Untersekretärin des Päpstlichen Rates „Justitia et Pax“ - „Gerechtigkeit und Frieden“ - ernannt: Das entspricht der Position einer Staatssekretärin in einem weltlichen Ministerium. Ihr neues Amt erfülle sie mit großer Freude, aber auch Respekt, verrät sie im Gespräch mit Radio Vatikan. Ob sie ihre Ernennung als richtungweisend für die vatikanische Männerdomäne versteht?

 

„Man könnte vielleicht sagen, dass der Einfluss der Frauen in der öffentlichen Wahrnehmung wächst. Aber die Frauen haben die Kirche und auch die kirchlichen Institutionen schon immer stark beeinflusst. Ihre Rolle war in der Kirche zu jeder Zeit wichtig. Vielleicht könnte man sagen, dass man das jetzt auch deutlicher sieht.“

 

Nach ihrer Ernennung ist sie nicht die einzige Untersekretärin im Vatikan. Schwester Enrica Susanna ist Untersekretärin in der Kongregation für die Ordensleute. Giovanelli ist allerdings aktuell die einzige Frau, die diese Position als nicht-geweihte Frau bekleidet. Als ihre besondere Aufgabe verstehe sie die Förderung der Religionsfreiheit, so die Italienerin. Vor ihrer Ernennung arbeitete sie bereits als Referentin für Entwicklungshilfe und internationale Zusammenarbeit bei „Justitia et Pax“. (rv 26)

 

 

 

 

Das vergessene Konstantinopel

 

Anmerkungen zu Orhan Pamuks Sicht seiner Heimatstadt Istanbul

 

In diesem Jahr ist Istanbul eine der Kulturhauptstädte Europas. Wer sich

als Außenstehender ein Bild von dieser Stadt machen will, könnte das zum

Beispiel mit Hilfe des Nobelpreisträgers Orhan Pamuk tun. In seinem

berühmten Buch „Istanbul“ beschreibt dieser seine Heimatstadt in hoher

literarischer Qualität. Doch ist seine Sicht inhaltlich korrekt? Darüber

hat Volker Niggewöhner mit dem Türkeiberater des weltweiten katholischen

Hilfswerks "Kirche in Not", Prof. Dr. Rudolf Grulich, gesprochen.

 

Kirche in Not (KIN): Herr Professor Grulich, welche Einblicke in die

Wirklichkeit Istanbuls erlaubt Pamuks Werk?

GRULICH: Sein Buch "Istanbul" trägt den Untertitel: "Erinnerungen an

eine Stadt". Rezensenten nannten es eine Liebeserklärung an seine

Heimatstadt am Bosporus. Sie hoben hervor, dass Pamuk auch den

Niedergang des einst kosmopolitischen Istanbul beklagte, und wiesen auf

das Kapitel hin "Eroberung oder Fall? Die Türkisierung Konstantinopels".

Darin geht der Autor auf das Pogrom gegen Christen im September 1955

ein, als Pamuk drei Jahre alt war. Das heißt, dass er diese Übergriffe

sicher nicht selbst erlebte. Er schrieb ja auch: "Da bei mir zu Hause

noch Jahre später ausführlichst über diese Vorfälle gesprochen wurde,

stehen sie mir noch lebendig vor Augen, als hätte ich sie damals selbst

gesehen." Er erwähnt, dass sich der Mob "über Stadtviertel mit hohem

griechischem Bevölkerungsanteil wie Ortaköy, Balikli, Samatya und Fener

hermachte, er plünderte hier den Lebensmittelladen eines armen Griechen,

zündete dort eine Molkerei an, überfiel Häuser, vergewaltigte

griechische und armenische Frauen, und es darf mit Fug und Recht

behauptet werden, dass diese Leute nicht minder erbarmungslos vorgingen

als seinerzeit die Konstantinopel plündernden Soldaten Sultan Mehmets."

Zwei Tage lang wurde Istanbul für alle Nichtmuslime in eine Hölle

verwandelt. Später kam heraus, dass staatliche Agitatoren dem Pöbel in

Aussicht gestellt hatten, es dürfe "nach Herzenslust geplündert werden".

Das sind klare Aussagen, ähnlich wie in seinem Interview, als er von

einer Million ermordeter Armenier 1915 und 30.000 toten Kurden in den

letzten Jahren sprach. Vielleicht bin ich dem Autor gegenüber ungerecht

oder zu kritisch, aber ich habe bei diesem Buch vermisst, dass außer in

diesem Kapitel das alte Konstantinopel leider nur in einigen Nebensätzen

auftaucht.

 

KIN: Können Sie dafür einige Beispiele nennen?

GRULICH: In einem Laden fällt ihm "eine alte Griechin" auf, oder er

schreibt über ein "Domino-Kaffeehaus, in dem seinerzeit vor allem

Angehörige der griechischen, jüdischen und armenischen Minderheiten

ihrem Lieblingsspiel frönten". In den Passagen des Buches, in denen er

liebevoll alte Reisebeschreibungen Konstantinopels vorstellt, berichtet

er, wie der französische Schriftsteller Theophile Gautier 1852 noch

bemerkte, "dass in den Straßen von Istanbul wild durcheinander Türkisch,

Griechisch, Armenisch, Italienisch, Französisch und Englisch gesprochen

wurde". Pamuk bedauert, dass "der Staat in Istanbul eine Art ethnischer

Säuberung praktizierte" und diese Sprachen ausmerzte. Ich zitiere ihn:

"Von der kulturellen Säuberung bleibt mir aus Kindertagen noch in

Erinnerung, dass Leute, die auf der Straße laut griechisch oder

armenisch sprachen (Kurden traten damals kaum in Erscheinung), barsch

dazu angehalten wurden, sich gefälligst des Türkischen zu befleißigen.

Es gab sogar öffentliche Schilder, auf denen stand: 'Mitbürger, sprich

Türkisch!' " Gerade weil Pamuk zahlreiche alte Reiseberichte vorstellt

und Autoren wie Nerval, Gautier, Twain und andere westliche Reisenden

zitiert, vermisse ich bei ihm eine Auseinandersetzung mit dem alten

christlichen Konstantinopel. Heute macht die Türkei für Istanbul Werbung

mit der angeblichen Vielfalt der Stadt, mit dem Miteinander und

Nebeneinander von Islam, Judentum und Christentum, aber in der Praxis

gilt nur der Islam.

 

KIN: Gibt es in der heutigen 15-Millionenmetropole Istanbul überhaupt

noch das alte Konstantinopel?

GRULICH: Ja, das gibt es noch. Auch mehr als 550 Jahre seit der

Eroberung durch die Türken 1453 hat die alte Kaiser- und Sultansstadt

noch 150 Kirchen, in denen Christen verschiedener Konfessionen und

Nationen das Opfer Christi feiern. Millionen Touristen kommen Jahr für

Jahr in die Stadt am Bosporus. Aber sie sehen, wie auch Orhan Pamuk,

meist nur die einmalige Lage der Stadt auf zwei Kontinenten, ihren

orientalischen Zauber zwischen Orient und Okzident und die vielen

prächtigen Moscheen. Das alte Byzanz und das "Neues Rom" genannte

Konstantinopel erscheinen ihnen nur als Ruinen, Ausgrabungen oder

Museen. Ein solches Museum ist die Hagia Sophia, einst die größte Kirche

der Welt, und es gibt zahlreiche andere Sehenswürdigkeiten wie die

Chorakirche.

Das war leider auch schon vor hundert Jahren so, denn immer noch gilt,

was der protestantische Theologe Heinrich Gelzer um die Wende vom 19.

zum 20. Jahrhundert in seinem Buch "Geistliches und Weltliches aus dem

türkischen Orient" schrieb: "…neben der offiziellen Türkenwelt …

existiert noch ein zweites, das christliche Konstantinopel, von dem der

gewöhnliche Orientreisende wenig oder gar keine Notiz nimmt. Das Phanar,

das Griechenquartier, oder Kum-Kapi, den Sitz der Armenier, betritt der

Reisende gar nicht oder durcheilt sie flüchtig, und doch zeigt sich hier

neben der offiziellen türkischen Welt eine altchristlich orientalische

von kaum minderem Interesse und zweifellos größerer Zukunft." Wir

wissen, dass sich Gelzer in seiner Prognose geirrt hat: Die Zukunft

brachte wenige Jahre nach Gelzers Worten Tod und Verderben, Exodus und

Ausweisung für Hunderttausende von christlichen Griechen und Armeniern

während und nach dem Ersten Weltkrieg. Dass Pamuk diese Seite seiner

Heimatstadt nie kennenlernte, ist schwer zu verstehen, weil er sich nach

den Aussagen seines Buches viel mit der Geschichte beschäftigte.

 

KIN: Wie war das Zusammenleben und Miteinander der Religionen in

früherer Zeit?

GRULICH: Nach meinem Baedeker-Reiseführer aus dem Jahr 1914 lebten in

Konstantinopel neben fast 500.000 muslimischen Einwohnern, meistens

Türken, aber auch Kurden, Tscherkessen, Pomaken und anderen islamischen

Minderheiten noch über 200.000 Griechen, ebenso viele Armenier und

80.000 weitere Christen, darunter Bulgaren, Georgier und Lateiner. Nur

knapp die Hälfte der Bevölkerung waren also Muslime. Während die

Christen Kleinasiens den Massakern an den Armeniern und Assyrern seit

1915 und der Umsiedlung der Griechen nach dem kleinasiatischen Krieg zum

Opfer fielen, durften nach dem Vertrag von Lausanne 1923 in Istanbul und

auf den Prinzeninseln die Angehörigen der griechischen Minderheit

bleiben, als Faustpfand für die türkische Minderheit im griechischen

Ostthrazien, ebenso Armenier und Juden. Als Orhan Pamuk 1952 geboren

wurde, hatte Istanbul nur eine Million Einwohner, unter denen damals

noch 200.000 Christen waren, während es heute bei 14 Millionen

Einwohnern weniger als 100.000 Christen gibt.

 

KIN: Aber diese Christen sind noch präsent, wie der Besuch von Papst

Benedikt XVI. Ende November 2006 zeigte. Wir sahen beeindruckende Bilder

von griechischen und katholischen Kirchen Istanbuls und eine Vielfalt an

Riten und Sprachen bei der Papstmesse in der Heilig-Geist-Kathedrale ... .

GRULICH: Ja, das Bild der Christenheit in Istanbul ist noch bunt und

mannigfach, auch wenn die Zahl der Christen klein ist. Die Christen

Istanbuls gehören den verschiedensten Glaubensrichtungen an. Von den

alten orientalischen Gemeinschaften der ersten christlichen Jahrhunderte

bis hin zu modernen Sekten und Freikirchen spiegeln sie die ganze

Kirchengeschichte. An erster Stelle steht natürlich das

griechisch-orthodoxe Ökumenische Patriarchat, sozusagen der Vatikan der

Ostkirche. Neben dieser Kurie gibt es im alten Stadtgebiet Istanbuls

noch ein griechisches Erzbistum Konstantinopel mit 37 Gemeinden, in

denen in 42 Kirchen die byzantinische Liturgie gefeiert wird, manchmal

allerdings nur an den hohen Feiertagen. Außerdem existieren noch

griechische Gymnasien, Volksschulen, karitative Bruderschaften und

kirchliche Vereine.

Wie klein diese Gemeinden heute sind, können Sie anhand der genannten

Zahlen im Kopf ausrechnen. Manche der Kirchen sind weithin sichtbar, wie

die Dreifaltigkeitskirche auf dem Taxim-Platz, die 1880 erbaut wurde.

Andere griechische Kirchen sind oft schwer zu finden, denn kein

Reiseführer erwähnt sie und nur einige wenige Kirchen sind auf den

Stadtplänen eingezeichnet. Aber sie tragen immer noch Kreuze und ihre

Glocken läuten. Manche dieser Kirche sind sogar griechische

Wallfahrtskirchen, sie werden wegen ihrer Reliquien oder heiligen

Quellen aufgesucht, auch von Nostalgietouristen aus Griechenland, die

heute den Kindern die Stätten zeigen, woher Eltern und Großeltern

stammen. Ein gebürtiger Istanbuler wie Pamuk müsste das eigentlich kennen.

 

KIN: Was gibt es in Istanbul noch an christlichen Bauwerken?

GRULICH: Jede Menge armenische Kirchen. Heute schätzt man die Zahl der

Armenier in Istanbul noch auf etwa 60.000. Ihr Patriarch residiert im

Stadtteil Kumkapi. Über das Stadtgebiet verstreut, auch nördlich des

Goldenen Horns und am Bosporus, gibt es rund 35 armenische

gregorianische Gotteshäuser sowie einige Schulen und karitative

Einrichtungen. Dazu kommen zwölf Kirchen der katholischen mit Rom

unierten Armenier, die in Istanbul einen Erzbischof haben, der im

Stadtteil Beyoglu residiert.

Nicht zu übersehen sind auch einige der übrigen Kirchen Istanbuls. Am

Goldenen Horn befindet sich die repräsentative bulgarische Kirche, in

Galata erinnert eine Kirche an das Ende des Krimkrieges. In diesem

Stadtteil gab es auch Kirchen einer Türkisch-Orthodoxen Kirche, die seit

ihrer Gründung 1921 gegen das Ökumenische Patriarchat opponierte. Der

katholische Apostolische Vikar des Lateinischen Ritus verfügt über zwölf

Pfarreien, die zum Teil Nationalkirchen sind. Die deutschsprachigen

Katholiken scharen sich um die österreichische Kirche St. Georg. Die

 

Franzosen haben ihre Kirchen St. Benoit und St. Louis, die Italiener die

des Hl. Antonius in Pera, wo die Gottesdienste am Sonntag auch spanisch,

englisch, polnisch und türkisch gehalten werden. Sogar eine polnische

Kirche U. L. Frau von Tschenstochau gibt es noch in Polonezköy

(Polendorf), einer polnischen Gründung des 19. Jahrhunderts auf der

asiatischen Seite von Istanbul.

 

KIN: Pamuk schreibt in "Istanbul" von seiner ersten Freundin, die er in

einer katholischen Schule abholte, dem Mädchengymnasium Dame de Sion, in

das schon seine Mutter gegangen war. Er vermerkt, dass die Mädchen "alle

den blauen Rock und die weiße Bluse dieser katholischen französischen

Schule trugen".

GRULICH: Pamuk meint das Lyzeum der Schwestern Notre Dame de Sion in der

Cumhuriyet Caddesi. No. 205 im Stadtteil Harbiye. Hier steht auch die

katholische Heilig-Geist-Kathedrale, in der am 30. November 2006 der

Papst einen Gottesdienst feierte. Hier steht auch das Denkmal für den

Friedenspapst Benedikt XV. und außerdem ein Seitenaltar für den seligen

Papst Johannes XXIII., nach dem hier seit seiner Seligsprechung auch die

Papa-Roncalli-Straße benannt ist.

 

KIN: Orhan Pamuk erwähnt auch Juden in Istanbul und ihre Sprache, die er

das judäo-spanische Ladino nennt. Sind diese Juden noch präsent?

GRULICH: Ja, aber nur in kleiner Zahl. Es gibt in Istanbul noch über ein

Dutzend Synagogen: In Galata und in Balat am Goldenen Horn, aber auch

auf der asiatischen Seite der Stadt. Neben den Sepharden, die nach ihrer

Vertreibung 1492 aus Spanien kamen, finden wir askenasische Juden, aber

auch Karäer und die wenig bekannten Dönme, die erst 1923 aus Saloniki

umgesiedelt wurden.

 

KIN: Verlangen Sie bei Ihrer Kritik an Orhan Pamuk als Deutscher und als

Katholik nicht zu viel von einem türkischen und – wie er schreibt - bei

allem Abstand zum Islam doch in islamischer Kultur aufgewachsenen

Schriftsteller?

GRULICH: Sie haben völlig recht, aber Sie müssen meine Hinweise nicht

als Kritik, sondern als Ergänzung sehen. Es liegt an uns, den Christen

des Westens, das christliche Erbe des Neuen Roms, wie Konstantinopel

einst genannt wurde, nicht zu vergessen. Wir können dazu beitragen, wie

die Zukunft des Christentums in Istanbul und in der ganzen Türkei

aussehen wird. Millionen von Touristen besuchen vor allem die Badeorte

Kleinasiens an der West- und Südküste des Landes. Zehntausende von

Bildungstouristen reisen auf den Spuren des Völkerapostels Paulus durch

das Innere der Türkei und begeistern sich an Ruinen und Ausgrabungen.

Aber wer interessiert sich für die noch existierenden Kirchen Istanbuls?

Hier hätten wir das Programm der Kulturhauptstadt 2010 mit gestalten

müssen. Warum gibt es keine geistlichen Konzerte europäischer Künstler

in noch benutzten Kirchen? Warum keine Symposien und Tagungen zur

gemeinsamen Geschichte der Stadt? Warum bieten auch christliche, ja

sogar kirchliche katholische Pilgerbüros zwar eine Reise mit dem Titel

"Mein Istanbul" an, aber besuchen dabei keine der noch existierenden

Kirchen, sondern nur die Museen der Hagia Sophia und der Chora-Kirche?

Diese Fragen müssen wir beantworten und als Christen handeln. Deshalb

bin ich dankbar, dass "Kirche in Not" im vergangenen Jahr bei der

Pilgerfahrt in der Türkei eine ganze Reihe katholischer, armenischer und

orthodoxer Kirchen besuchte und mit den an der Reise teilnehmenden

Priestern täglich in verschiedenen Kirchen in Istanbul, aber auch in

Iskenderun und Antiochien Eucharistie feierte.

 

Prof. Dr. Rudolf Grulich ist Türkei-Berater des weltweiten katholischen

Hilfswerks KIRCHE IN NOT und Verfasser zahlreicher Publikationen über

das Christentum in der Türkei, wie zum Beispiel:

"Konstantinopel. Ein Reiseführer für Christen", Gerhard-Hess-Verlag, Ulm

1998

"Christen unterm Halbmond. Von der Osmanischen Türkei

bis in die moderne Türkei", St.-Ulrich-Verlag, Augsburg 2008

Beim Papstbesuch in der Türkei 2006 kommentierte Grulich die

Papst-Messen für die ARD. KiN

 

 

 

Frankreich: „Integriert und enthüllt euch?“

 

Die Burka ist „mit den Werten der Republik unvereinbar.“ Das hält der Bericht der Enquete-Kommission der französischen Nationalversammlung fest, die sich am Dienstag für ein Verbot des Ganzkörperschleiers aussprach. Geplant ist ein Burka-Verbot im Bereich öffentlicher Dienstleistungen. Nach dem Schweizer Minarettverbot wäre das Gesetz kein weiterer Affront gegenüber dem Islam. Das meint die muslimische deutsche SPD-Politikerin Lale Akgün. Der Ganzkörperschleier habe „nichts mit Religion“ zu tun, sagt sie im Domradio-Interview:

 

„Wenn jemand behauptet, dass die Burka irgendeine islamische Vorschrift sein könnte, geht das in die völlig falsche Richtung. Wir müssen ganz klar sehen, dass die Burka eine tiefe Menschenrechtsverletzung ist - sogar jenseits von Frauenrechten. Denn sie arbeitet gegen die Entfaltung des Menschen!“

 

Kann ein Burka-Verbot zur Integration beitragen, so wie es sich die zuständige Kommission erhofft? In Frankreich leben nur etwa 2.000 Burka-Trägerinnen. Nicht wenige von ihnen empfinden das geplante Verbot als Eingriff in persönliche Freiheiten, ja gar als Verkehrung der viel beschworenen rechtsstaatlichen Werte. Eine Pariser Muslimin im Interview mit AFP-Tv:

 

„Das widerspricht dem französischen Recht. Es geht um die Freiheit der Frau, daran darf man nicht rühren, ganz einfach! Viele Frauen haben für diese Freiheit gekämpft, und das muss man respektieren.“

 

Im Rahmen einer solchermaßen „zwangsverordneten Integration“ könnte ein Burka-Verbot auch zu einer Radikalisierung des Islams führen. Darauf verweist Mohammed Moussaoui vom Zentralrat der Muslime in Frankreich:

 

„Wir haben unsere Vorbehalte gegen ein allgemeines Verbot deutlich gemacht. Dass es Regelungen an bestimmten Orten gibt, ist natürlich denkbar und legitim. Aber ein allgemeines, absolutes Gesetz würde diese Praxis nicht zurückdrängen - davon sind wir überzeugt. Es könnte sogar den gegenteiligen Effekt haben.“

 

Das Verbot soll zunächst für den Bereich öffentlicher Dienstleistungen gelten. Wer zum Beispiel im Personenverkehr, auf der Post, im Krankenhaus oder in der Schule eine Burka trägt, soll mit einer Geldbuße belegt werden und keinen Anspruch mehr auf den entsprechenden Service haben. Die Vereinbarkeit des geplanten Gesetzes mit Frankreichs Menschenrechtsverpflichtungen muss erst noch geprüft werden. Mehrere katholische Bischöfe haben das geplante Burka-Verbot im Vorfeld als „kontraproduktiv“ kritisiert. (domradio/afp 28)

 

 

 

 

Berlinale 2010: Kirchen vergeben Sonderpreis an Thomas Koebner

 

Die Preisverleihung findet am 14. Februar 2010 statt

 

BONN - Aus Anlass der 60. Berlinale vergeben die katholische und evangelische Kirche in Deutschland einen Sonderpreis. Der von der Deutschen Bischofskonferenz und der Evangelischen Kirche in Deutschland mit € 3.000 dotierte Preis wird Professor Dr. Thomas Koebner „für seine Verdienste um die Wahrnehmung und Anerkennung des Films als Kunstform“ verliehen.

Koebner war bis 2007 Professor am Institut für Filmwissenschaft und Mediendramaturgie der Universität Mainz und Gründer des Instituts.

Davor lehrte er in München, Köln, Wuppertal und Marburg. Von 1972 bis 1973 war er Filmbeauftragter im Bundesministerium für wirtschaftliche Zusammenarbeit, 1989 bis 1992 Direktor der Deutschen Film- und Fernsehakademie (dffb) Berlin. Koebner, so heißt es in der Begründung für die Auszeichnung, habe in außergewöhnlicher Weise das Verständnis für den Rang des Films und die Leistung von Filmkünstlern erschlossen und zur Etablierung des Films als Forschungsgegenstand in Deutschland maßgeblich beigetragen.

Durch seine zahlreichen Publikationen habe er einem breiten Publikum den ästhetischen Reichtum des Films vermittelt. „Die kirchliche Filmarbeit ist dem hermeneutischen Ingenium von Prof. Koebner in tiefem Respekt und herzlicher Dankbarkeit verbunden,“ so die Begründung.

Die Preisverleihung findet am 14. Februar 2010 im Rahmen des Ökumenischen Empfangs der Kirchen im Haus der Evangelischen Kirche Deutschlands am Gendarmenmarkt statt. Die Laudatio auf den Preisträger hält Hans Helmut Prinzler, ehemaliger Direktor der Stiftung Deutsche Kinemathek und des Filmmuseums Berlin. Auf dem Empfang wird sich auch die Ökumenische Jury der Berlinale 2010 vorstellen.

Die sechsköpfige Jury unter dem Vorsitz von Werner Schneider-Quindeau, Vizepräsident der Internationalen kirchlichen Filmorganistaion INTERFILM und Vorsitzender der Jury der Evangelischen Filmarbeit, verleiht zum Abschluss des Festivals Preise an Filme des Wettbewerbs, des Internationalen Forums des jungen Films und des Panoramas. Forums- und Panorama-Preis sind von der Deutschen Bischofskonferenz und der Evangelischen Kirche in Deutschland jeweils mit € 2.500 dotiert. Die Ökumenische Jury wird von INTERFILM und SIGNIS berufen. „SIGNIS", die katholische Weltorganisation für Kommunikation, steht für das Ergebnis der Fusion katholischer internationaler Organisationen für Fernsehen (Unda), Rundfunk und Kino (OCIC). Zenit 27