Notiziario religioso 29-31
Gennaio 2010
Venerdì 29. Il commento al vangelo. Il regno di Dio
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 4,26-34) commentato da P. Lino Pedron
26 Diceva: «Il
regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; 27
dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli
stesso non lo sa. 28 Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo,
poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. 29
Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la
mietitura».
30 Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale
parabola possiamo descriverlo? 31 Esso è come un
granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di
tutti semi che sono sulla terra; 32 ma appena seminato cresce e diviene più
grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo
possono ripararsi alla sua ombra».
33 Con molte
parabole di questo genere annunziava loro la parola
secondo quello che potevano intendere. 34 Senza parabole non parlava
loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa.
L’ottimismo di
Gesù è evidente. Egli ha fiducia nel suo lavoro, crede nella forza delle idee e
sa che quelle racchiuse nella parola di Dio hanno una potenza divina che supera
tutte le altre: la parola uscita dalla bocca di Dio non tornerà senza effetto,
senza aver operato ciò che egli desidera e senza aver compiuto ciò per cui egli
l’ha mandata (cfr Is 55,11).
Perché la Parola
produca frutto basta seminarla, annunciando il
vangelo: il resto viene da sé. Forse che il contadino, dopo la semina, si ferma
nel campo per ricordare al seme che deve germogliare? Il seme non ha bisogno di
lui, è autosufficiente: ha in sé tutto il necessario per diventare spiga
matura. Così il regno di Dio annunciato dalla Parola.
Compito del
cristiano è l’evangelizzazione: il resto non dipende da lui, ma da chi accoglie
la parola di Dio. Riferendosi alla comunità cristiana di Corinto, Paolo ha
scritto: "Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto
crescere" (1Cor 3,6).
Non è l’azione
dell’uomo che produce il Regno, ma la potenza stessa di Dio, nascosta nel seme
della sua parola. Tante nostre ansie per il bene, non solo non sono utili, ma dannose. Tutte le nostre inquietudini non vengono
da Dio, che ci ha comandato di non affannarci (cfr Mt 6,25-34), ma dalla nostra
mancanza di fede.
L’efficacia del
vangelo è l’opposto dell’efficienza mondana. Il regno di Dio è di Dio. Quindi l’uomo non può né farlo né impedirlo. Può solo
ritardarlo un po’, come una diga sul fiume.
Gesù ha seminato
la Parola, ed è lui stesso il seme di Dio gettato nel campo della storia. Ha
bisogno solo di trovare una terra preparata che lo accoglie e una pazienza
fiduciosa che sa attendere.
Gesù ha
proclamato: "Il regno di Dio è vicino" (Mc 1,5), ma apparentemente
nulla è cambiato nel mondo: la gente continua a vivere, a soffrire e a morire. Di nuovo c’è semplicemente un uomo che predica in un
luogo poco importante dell’impero e i suoi ascoltatori sono malati, analfabeti,
squattrinati: quelli che non contano niente. E’ tutto qui il regno di Dio? Sì,
è tutti qui! Grande come un granellino di senapa. Proprio perché Dio è grande non ha paura di farsi piccolo; proprio perché il suo
regno è potente, può fare ameno di ogni apparato esterno grandioso: non ha
bisogno di terrorizzare per affermarsi.
Il mondo oppone al
regno di Dio le sue terribili seduzioni: il denaro, il piacere, e le sue forze
che impauriscono: la persecuzione, le tribolazioni, la morte violenta… Le parabole presentano una visione severa del
Regno: esso viene attraverso lotte e opposizioni. Eppure esso prevarrà certamente contro ogni ostacolo.
La venuta del
regno di Dio non è tanto ostacolata dalla malvagità dei cattivi, ma dalla
stupidità dei buoni. La nostra inesperienza spirituale è la più grande alleata
del nemico. Il diavolo ci dà volentieri tanto zelo quando manchiamo di
esperienza evangelica, perché usiamo per la venuta del regno di Dio quei mezzi
che il Signore scartò come tentazioni: il successo, la pubblicità, l’efficienza
e la grandezza.
Gesù è la
grandezza di Dio che per noi si è fatto piccolo fino alla
morte di croce. Proprio così è diventato il grande albero
dove tutti possono trovare accoglienza. Il discepolo deve rispecchiare
il suo spirito di piccolezza e di servizio. Questo vince il male del mondo, che
è desiderio di grandezza e di potere.
Chi ama si fa
piccolo per lasciare posto all’amato; il suo io scompare per diventare pura
accoglienza dell’altro. Per questo la piccolezza è il segno della grandezza di
Dio (cfr Lc 2,12).
"Annunciava loro la parola secondo quello che potevano
intendere" (v. 33). E’ un tratto importante della pedagogia di Gesù:
progressività, adattamento alle persone e ai loro ritmi di crescita.
Anche noi, a
imitazione di Gesù, dobbiamo incarnarci nella situazione di chi non capisce o
non riesce a convertirsi rapidamente e a reggersi costantemente in piedi,
ricordandoci che un tempo eravamo anche noi nelle medesime condizioni e forse
lo siamo ancora.
L’evangelizzatore
deve agire come Gesù. Egli vuole la conversione di tutti: il suo atteggiamento
è dettato dalla misericordia e dalla compassione. Egli si rivolge a tutti,
buoni e cattivi, disposti e indisposti (ricordiamo i quattro tipi di terreno
della parabola!) perché vuole che tutti siano salvati. De.it.press
Sabato
30. Il commento al Vangelo.
La tempesta sedata
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 2,18-22 Mc 4,35-41) commentato da P. Lino Pedron
35 In quel
medesimo giorno, verso sera, disse loro: «Passiamo
all'altra riva». 36 E lasciata la folla, lo presero
con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. 37 Nel
frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca,
tanto che ormai era piena. 38 Egli se ne stava a
poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro,
non t'importa che moriamo?». 39 Destatosi, sgridò il vento e disse al mare:
«Taci, calmati!». Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. 40 Poi disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora
fede?». 41 E furono presi da grande timore e si
dicevano l'un l'altro: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare
obbediscono?».
Il linguaggio vivo
di questo racconto è come la sequenza di un film che coinvolge il lettore
nell’evento. Pare incredibile che un passeggero se ne stia dormendo tranquillo
durante una simile burrasca.
Il racconto
richiama il Libro di Giona: "Il Signore scatenò
sul mare un forte vento e ne venne in mare una tempesta tale che la nave stava
per sfasciarsi. I marinai
impauriti invocavano ciascuno il proprio dio e gettavano in mare quanto avevano
sulla nave per alleggerirla. Intanto Giona, sceso nel
luogo più riposto della nave, si era coricato e dormiva profondamente. Gli si avvicinò il capo dell’equipaggio e gli disse: "Che
cos’hai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse
Dio si darà pensiero di noi e non periremo" (Gn
1,4-6).
Giona si dichiarò peccatore e si fece gettare in mare, e il mare placò la sua furia. Gesù è il Santo di Dio che domina
il mare con la propria potenza divina.
Per comprendere la
potenza dimostrata da Gesù in questa occasione,
bisogna intenderla come un esorcismo della burrasca, e le parole con cui egli
comanda al mare come un espulsione di demoni. Il potere di Gesù sul vento e sul
mare dimostra che egli domina le potenze demoniache.
Gesù sgrida il
vento come faceva con gli spiriti immondi (cfr Mc 1,25; 3,12). Con la stessa
ingiunzione fa tacere il mare che contiene una moltitudine di demoni che
ostacolano con tutte le loro energie l’andata di Gesù
verso i territori pagani dove essi hanno il loro quartier generale.
L’uomo biblico
considera il mare come il luogo dove si raccolgono le
forze del male che solo Dio può dominare. I salmi, in particolare, contengono
allusioni alla lotta vittoriosa di Dio contro il mostro marino del caos
primitivo (cfr Sal 89,10-11; 93,3-4; 104,25-26),
contro le acque del mare dei Giunchi o del fiume Giordano (cfr Sal 74,14-15; 77,17-21; 78,13) o, più semplicemente, contro
i flutti che si accaniscono contro i naviganti (cfr Sal
107,23-30). L’azione di Gesù, come quella di Dio, è istantanea ed efficace.
I discepoli hanno
paura di andare a fondo con Cristo, non hanno fede in lui. Il battesimo è
andare a fondo con Cristo: essere associati a lui nella sua morte e
risurrezione. Questo racconto è un’esercitazione battesimale per vedere se la
Parola ha prodotto il suo frutto, cioè la fiducia di abbandonare la nostra vita
nelle mani di Gesù che è morto e risorto.
Lo stesso giorno
delle parabole, i discepoli falliscono l’esame. Ma
l’esperimento non è inutile: li sveglia e suscita in loro la domanda: "Chi
è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?". E
questa è la domanda fondamentale del vangelo.
Il discepolo è colui che, dopo aver ascoltato la Parola, si affida a Gesù
che dorme, e sulla parola del Signore, accetta di andare a fondo (morire con
Cristo) nella speranza-certezza di emergere con lui a vita nuova (risorgere con
Cristo). "Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con
lui" (2Tim 2,11). L’alternativa a questa proposta di Cristo non è stare a galla, ma andare a fondo senza di lui.
La fede consiste
nel non temere di andare a fondo con Gesù e accettare di dormire con lui che dorme per stare con noi. E’ affidare la nostra vita, la
nostra morte e le nostre paure al Signore della vita, che si prende cura di noi
proprio con il suo sonno (la sua morte che opera la salvezza).
Anche il
particolare che descrive Gesù che dorme sulla poppa della barca non è
secondario. La poppa è la parte della barca che va a fondo per prima. Gesù ci
precede nel naufragio della morte e nel risveglio della risurrezione, per
esorcizzare le nostre paure e suscitare in noi una fede fiduciosa e fattiva. De.it.press
Domenica 31. Il commento al Vangelo. “Nessun profeta è bene accetto in
patria”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 4,21-30) commentato da P. Lino Pedron
21 Allora cominciò
a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita
con i vostri orecchi». 22 Tutti gli rendevano testimonianza ed erano
meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano:
«Non è il figlio di Giuseppe?». 23 Ma egli rispose: «Di certo
voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo
udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella
tua patria!». 24 Poi aggiunse: «Nessun
profeta è bene accetto in patria. 25 Vi dico anche:
c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per
tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a
nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta
di Sidone. 27 C'erano molti lebbrosi in Israele al
tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro».
28 All'udire
queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29
si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del
monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30
Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.
La parola di Gesù
non è un commento alla promessa di Dio giunta a noi per mezzo dei profeti, ma è
la realizzazione che compie ciò che era promesso: è la buona notizia che è
giunto tra noi colui che era stato promesso.
La Scrittura si
compie sempre "oggi" e negli "orecchi" di chi ascolta. La
parola di Gesù è chiamata "parola di
grazia": in lui la grazia e la benevolenza di Dio si sono rese visibili e
operanti.
Invece di aprirsi
nella fede e lasciarsi coinvolgere nel dono di Dio, i suoi compaesani si
bloccano e si irritano. Il messaggio viene accolto, ma il messaggero viene rifiutato. Il rifiuto
nasce perché il messaggero pretende di essere ascoltato come inviato da Dio. La
patria di Gesù lo rifiuta perché è un cittadino qualunque e non porta prove per
sostenere la sua pretesa di essere l’Inviato da Dio.
Gli abitanti di Nazaret vogliono un segno che dimostri che Gesù è veramente
il Salvatore promesso; pretendono che Dio dimostri la missione del suo profeta
in un modo che piaccia a loro: in altre parole, tentano Dio. Ma
l’agire di Gesù non è influenzato da ciò che gli uomini pretendono: fa soltanto
ciò che Dio vuole.
Il profeta non
agisce di sua iniziativa, ma è a disposizione solamente di Dio che l’ha
mandato. Nell’Antico Testamento Dio ha disposto che Elia ed Eliseo non
portassero il loro aiuto miracoloso ai loro connazionali, ma a dei pagani
stranieri. A Gesù non è concesso di compiere miracoli nella sua città, ma a Cafarnao. Dio distribuisce la sua salvezza secondo la sua
insindacabile volontà, perché la salvezza è grazia e non può essere pretesa per
nessun motivo.
Gesù non dà prova di sé con i miracoli; per questo gli abitanti di Nazaret si sentono in diritto, o addirittura obbligati, a
condannarlo a morte come bestemmiatore. La punizione della bestemmia si iniziava spingendo all’indietro il colpevole, per mezzo
dei primi testimoni, il fino a farlo cadere da un’altura.
Tutta l’assemblea
della sinagoga di Nazaret giudica Gesù, lo condanna e
cerca di eseguire immediatamente la sentenza. Si preannuncia
l’insuccesso di Gesù in mezzo al suo popolo.
Egli verrà escluso dalla comunità del suo popolo, condannato come
bestemmiatore e ucciso. Ma l’ora della sua morte non è
ancora giunta. Della sua vita e della sua morte dispone Dio.
Nazaret viene abbandonata per sempre. Gesù
prende la strada verso altre terre. I testimoni delle sue grandi opere non
saranno i suoi concittadini, ma gli estranei, i pagani. Dio può suscitare figli
di Abramo dalle pietre del deserto.
Il modo in cui
Gesù ha scandalizzato i "suoi" di allora è identico a quello con cui
scandalizza i "suoi" di oggi. La tentazione di addomesticare Cristo è
di tutti e di sempre, ma Gesù non si lascia intrappolare: o lo
si accoglie nel modo giusto o se ne va. De.it.press
Domenica 31. IV del tempo ordinario. Il profeta: un personaggio scomodo
Ci sono
tribolazioni che giungono improvvise e non volute, ma ce ne sono altre che sono
la conseguenza di scelte fatte. Il prezzo da pagare per chi accetta di svolgere
la missione difficile e poco gratificante del profeta è la persecuzione.
Anche le persone più simpatiche, quando si
fanno interpreti del messaggio del Cielo, per quanto possa sembrare strano, possono diventare irritanti, fastidiose, insopportabili e
venire emarginate.
Il profeta non è
mai osannato a lungo dalle folle e meno ancora da chi detiene il potere, sia
politico che religioso.
In un primo
momento può anche essere apprezzato per la sua
preparazione, intelligenza, integrità morale, ma presto è guardato con
sospetto, osteggiato e perseguitato.
Gesù non ha illuso
i suoi discepoli, non ha promesso una vita facile, non ha assicurato
l'approvazione ed il consenso degli uomini.
Con insistenza ha
ripetuto che l’adesione a lui avrebbe comportato persecuzioni: “E’ sufficiente
per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!”
(Mt 10,24-25). “Anzi – ha aggiunto – verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio” (Gv 16,2).
Rievocando con
rammarico il suo passato, Paolo riconoscerà: “Io non sono neppure degno di
essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio” (1 Cor 15,9). Tuttavia dichiarerà anche di averlo fatto “mosso
da santo zelo” (Fil 3,6), convinto di difendere Dio e
la vera religione.
Potrebbe accadere
di nuovo oggi.
Prima Lettura (Ger 1,4-5.17-19)
Nei giorni del re Giosia 4 mi fu rivolta la parola del Signore:
5 “Prima di formarti nel grembo materno, ti
conoscevo,
prima che tu uscissi alla luce, ti avevo
consacrato;
ti ho stabilito
profeta delle nazioni.
17 Tu, poi,
cingiti i fianchi,
alzati e dì loro
tutto ciò che ti ordinerò;
non spaventarti alla
loro vista,
altrimenti ti farò
temere davanti a loro.
18 Ed ecco oggi io faccio
di te
come una fortezza,
come un muro di
bronzo
contro tutto il
paese,
contro i re di Giuda
e i suoi capi,
contro i suoi
sacerdoti e il popolo del paese.
19 Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno,
perché io sono con te
per salvarti”.
Siamo nel 627 a.C.
e Geremia forse non ha ancora vent’anni quando è chiamato dal Signore ad essere profeta. E’ un giovane buono, sensibile, intelligente
che desidera formarsi una famiglia e vivere tranquillo in Anatot,
il villaggio dei suoi padri. Invece, prima ancora di essere concepito nel
grembo di sua madre (v.4-5), è scelto per una missione difficile e rischiosa: è
chiamato ad annunciare un messaggio contrario alle attese dei suoi
connazionali. In un tempo in cui “dal più piccolo al più grande, tutti
commettono frode; dal profeta al sacerdote tutti praticano la menzogna… e tutti sono convinti che così
va bene” (Ger 8,10-11), Geremia è inviato a
proclamare ad alta voce: “Così invece non va bene!”. La sua vita sarà un
susseguirsi di drammi e d’insuccessi.
Il profeta è colui che vede il mondo con gli occhi di Dio. E’ dotato di
una spiccata sensibilità spirituale che lo porta a rendersi immediatamente
conto della distanza che separa il progetto del Signore dalle opere dell’uomo.
Prova una profonda amarezza quando il popolo sceglie cammini di morte, quando
nella società si istituzionalizzano rapporti ingiusti,
quando coloro che dovrebbero proteggere i deboli, difendere l’orfano e la
vedova si schierano dalla parte dei potenti.
Allora non riesce
più a reprimere lo sdegno, non può tacere.
Una forza divina,
incontrollabile si scatena in lui e lo spinge ad alzare la voce per denunciare
il peccato, le oppressioni, i soprusi, le violenze, l’inettitudine di chi
conduce il popolo alla rovina. A questa difficile missione è chiamato Geremia,
il ragazzo timido e mite, destinato a divenire “oggetto di litigio e di
contrasto per il paese” (Ger 15,10).
Nella seconda
parte della lettura (vv.17-18) Dio annuncia a Geremia
ciò che gli accadrà. Non lo illude, non gli promette una vita facile. Sarà –
dice – come un soldato braccato dai nemici, come una fortezza assediata da un
esercito assetato di sangue.
Come mai Dio lo invia
se sa già che il suo profeta andrà incontro alla sconfitta e sarà vittima
dell’odio dei suoi avversari? La lettura si conclude
con parole di speranza e di conforto. Il Signore annuncia a Geremia: “Ti
muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti”
(v.19).
Seconda Lettura (1
Cor 12,31-13,13)
Fratelli, 31 aspirate ai carismi più grandi! E
io vi mostrerò una via migliore di tutte.
13,1 Se anche
parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono
come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
2 E se avessi il dono della profezia e
conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della
fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
3 E se anche distribuissi tutte le mie
sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità,
niente mi giova.
4 La carità è paziente, è benigna la carità;
non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5
non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene
conto del male ricevuto, 6 non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della
verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto
sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono
delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta
e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà
ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand’ero bambino,
parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da
bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino
l’ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio,
in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo
imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come
anch’io sono conosciuto.
13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la
fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è
la carità!
A Corinto – come
abbiamo rilevato nelle passate domeniche – c’erano dissensi e invidie a causa
dei carismi. Dopo aver affermato che tutti i doni provengono dallo Spirito e
sono destinati alla costruzione della comunità, Paolo indica ai cristiani una
via superiore a tutte: la carità. E’ curioso: sta parlando di
carismi – e la carità è certamente un carisma – e, invece di continuare sullo stesso
tono, introduce un’immagine nuova, quella della via: “Vi mostrerò – dice – una
via migliore di tutte”.
La carità, il
maggiore dei doni di Dio, viene accolta dall’uomo in
modo progressivo. Solo il Padre è carità (1 Gv 4,8)
in pienezza; l’uomo – essere limitato – può solo incamminarsi verso questa
meta. La carità è una via, un lungo cammino da percorrere con fatica.
Il brano inizia
con un elogio dell’amore (vv.1-3). Dice che la carità
è superiore a tutti gli altri doni: a quello delle lingue, alla profezia, alla
fede, all’assistenza caritativa e addirittura all’immolazione del proprio corpo
nel fuoco, gesto questo che, in quel tempo, era considerato la massima
espressione di coraggio.
Questo amore non va confuso con la passione egoistica che cerca
soltanto il proprio interesse ed il proprio piacere. Noi chiamiamo amore il
desiderio di possedere un bene che già esiste oppure anche la semplice
attrattiva fisica. E’ in questo senso che parliamo dell’amore di un giovane per
una bella ragazza. Ma, in realtà, questo spesso non si
riduce ad altro che a brama di possederla, di averla tutta per sé.
L’amore di cui
parla Paolo è invece come quello di Dio: non trova il bene, ma lo crea. E’ in
quest’ottica che va compresa la frase che Gesù ripete spesso: “Gli ultimi
saranno primi e i primi ultimi” (Mt 20,16). Per noi i primi sono i buoni e gli
ultimi i malvagi. Dio rovescia questa graduatoria. Le sue preferenze vanno per
i peccatori, perché più bisognosi del suo amore: quando si lasciano invadere
dal suo amore divengono i primi.
Si possono avere
tante belle qualità, si possono portare avanti
splendide iniziative, ma se non si è mossi dall’amore completamente gratuito e
disinteressato, se si coltivano la vanità e il desiderio di affermare se
stessi, non si possiede la “carità”.
Nella seconda
parte della lettura (vv.4-7) Paolo parla della carità
come se fosse una persona. La presenta con una serie di quindici verbi. Dice
che essa è paziente, sopporta l’ingiustizia, domina il risentimento. E’
amabile, è sempre disposta a fare del bene a tutti. Non è invidiosa. Non è
orgogliosa, non manca di rispetto. E’ disinteressata, si preoccupa
dei problemi degli altri. Non cede alle provocazioni e trionfa sempre sul male.
Nella terza parte
(vv.8-13) la carità è paragonata agli altri carismi.
Questi passeranno, non saranno più necessari, verranno
dimenticati, saranno come i giochi dell’infanzia che, ad un certo punto, non
divertono più e vengono abbandonati; la carità invece sarà eterna, non finirà
mai.
Vangelo (Lc 4,21-30)
In quel tempo, 21 Gesù cominciò a dire nella sinagoga: “Oggi si è adempiuta
questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”. 22 Tutti gli
rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che
uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”. 23 Ma egli rispose: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico,
cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella
tua patria!”. 24 Poi aggiunse: “Nessun profeta è bene
accetto in patria. 25 Vi dico anche: c’erano
molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre
anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna
di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta
di Sidone. 27 C’erano molti lebbrosi in Israele al
tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro”.
28 All’udire queste cose, tutti nella sinagoga
furono pieni di sdegno; 29 si levarono, lo cacciarono
fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro
città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30 Ma egli, passando in
mezzo a loro, se ne andò.
Il brano di oggi
riprende l’ultimo versetto di quello della scorsa domenica e racconta ciò che è
accaduto nella sinagoga di Nazareth dopo che Gesù ha proclamato l’inizio
dell’anno di grazia (v.21).
Le difficoltà di
questo testo non sono poche e anche le interpretazioni che ne vengono date sono molteplici.
Non si capisce
bene il motivo per cui gli abitanti di Nazareth improvvisamente passano
dall’ammirazione per Gesù agli insulti e poi al tentativo di linciarlo. Non ha
detto nulla di provocatorio, come mai reagiscono in
questo modo?
Non è chiara
neppure la ragione per cui egli cita i due proverbi: “Medico cura te stesso” e
“Nessun profeta è ben accolto nella sua patria”. Quest’ultimo, in modo
particolare, sembra fuori posto: perché parla così se – a quanto pare – lo
stanno elogiando?
Marco dice che non
riuscì a operare nessun prodigio a causa della loro incredulità (Mc 6,5). Luca
invece fa supporre che essi lo credano capace di compiere miracoli. Perché
allora non li fa?
Infine
desidereremmo sapere anche come è riuscito a sfuggire
a tanta gente inferocita. Si è miracolosamente volatilizzato? Ma allora avrebbe compiuto il prodigio che i compaesani gli
chiedevano. Non può essere.
Quando, leggendo
il Vangelo, ci si imbatte in particolari che appaiono
strani e inverosimili c’è da rallegrarsi: sono segnali preziosi, sono un invito
ad andare oltre il puro dato di cronaca e a ricercare il significato più
profondo dell’episodio.
C’è un fatto che, più o meno esplicitamente, viene riferito da tutti gli
evangelisti: gli abitanti di Nazareth e gli stessi parenti non hanno creduto in
Gesù (Cf. Mc 3,21; Gv 7,5).
Matteo e Marco collocano questo rifiuto al termine della predicazione in
Galilea (Mc 6,1-6; Mt 13,53-58). Luca invece lo anticipa all’inizio della vita
pubblica per un motivo teologico e pastorale.
Ciò che è accaduto
nella sinagoga di Nazareth è un’ouverture di tutta la missione di Gesù. In
questo preludio vengono accennati i temi principali
del suo messaggio (la salvezza dei poveri, dei deboli, degli oppressi),
l’accoglienza inizialmente favorevole, poi l’incomprensione, il rifiuto e la
condanna a morte.
Il tentativo di
linciaggio messo in atto a Nazareth ha il suo parallelo nella scena della
passione, quando Gesù viene condotto fuori della città
per essere giustiziato. E l’espressione: “Medico cura te
stesso!” richiama lo scherno rivoltogli ai piedi della croce: “Ha salvato gli altri,
salvi se stesso” (Lc 23,35).
Analizzato
l’obiettivo teologico dell’evangelista, vediamo quali sono le ragioni per cui i
compaesani di Gesù reagiscono in modo così aggressivo alle sue parole.
Apparentemente il
brano inizia con un’approvazione unanime del discorso pronunciato da Gesù nella
sinagoga: “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole
di grazia che uscivano dalla sua bocca” (v.22). In realtà il significato del
testo non può che essere diverso, altrimenti diventa difficile spiegare il
seguito del racconto.
La reazione degli
ascoltatori è motivata soltanto se Gesù ha detto o fatto qualcosa che ha urtato
la loro sensibilità. E una ragione dell’ostilità forse può essere scoperta.
E’ costume durante
la celebrazione che chi proclama il secondo testo biblico legga almeno tre
versetti del libro di un profeta. Nella povera sinagoga di Nazareth
probabilmente non ci sono tutti i libri dei profeti, ma solo quello di Isaia.
E’ probabile che – letto e riletto ogni sabato – tutti lo conoscano ormai a
memoria. Il brano scelto da Gesù, tra l’altro, è uno dei più noti.
L’irritazione
degli ascoltatori potrebbe essere stata determinata dal fatto che Gesù ha
bruscamente interrotto la lettura dopo un versetto e mezzo. Perché non è andato
oltre?
Se si legge il
seguito, si intuisce la ragione. Dopo “Sono stato inviato… ad annunciare un anno di grazia del Signore” il
testo prosegue: “e a predicare un giorno di vendetta
per il nostro Dio” (Is 61,2).
Era questa la
frase che tutti volevano sentire.
Gli abitanti di
Nazareth, come tutti gli israeliti agognavano questa vendetta, desideravano
ansiosamente l’intervento punitivo di Dio contro i pagani che per tanti secoli
li avevano oppressi.
Ora che finalmente
sembrava giunto il momento della resa dei conti, ecco che, al posto della
vendetta, Gesù annuncia un “anno di grazia”, il condono di tutti i debiti, la
benevolenza incondizionata di Dio verso tutti.
Le sue “parole di
grazia” contengono un messaggio inaccettabile, inaudito. Tutti nella sinagoga
sono testimoni della faziosità del suo modo di
accostarsi ai libri santi. Chi crede di essere? Non è forse il figlio di
Giuseppe, il carpentiere?
Il contrasto fra
la mentalità tradizionale che si aspetta un messia glorioso, vincitore e vendicatore
e le parole di grazia pronunciate da Gesù è radicale e si riproporrà
durante tutta la vita pubblica.
E’ il conflitto
predetto da Simeone: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in
Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti
cuori” (Lc 2,34-35).
Gesù non cerca di
allentare la tensione, di ammorbidire le divergenze spiegando che tutto è nato
da un banale malinteso. No, acuisce la tensione con due proverbi: “Medico cura
te stesso” e “nessun profeta è ben accetto nella sua patria” (vv.23-24) che provocano una seconda, cocente delusione nei
suoi compaesani. Hanno sentito parlare dei prodigi compiuti a Cafarnao e si sono illusi di poter assistere a quei
miracoli che segnerebbero l’inizio dell’era messianica.
I due proverbi
sono una smentita delle loro attese, una presa di distanza dalle loro
convinzioni, un rifiuto dei loro sogni, una condanna delle loro illusioni.
Nella seconda
parte del Vangelo di oggi (vv.25-27) la discussione
sale ulteriormente di tono e diviene provocazione.
Gesù spiega la
ragione per cui non ripete nel suo villaggio le opere compiute a Cafarnao: si comporta come Elia ed Eliseo che hanno
soccorso stranieri invece di aiutare la gente bisognosa del loro popolo.
Questo è davvero
troppo! Gli abitanti di Nazareth capiscono dove vuole
arrivare: Israele non è l’unico destinatario delle promesse fatte ad Abramo e
alla sua discendenza. Già non hanno gradito la scelta che Gesù ha fatto di
abbandonare il suo villaggio per trasferirsi a Cafarnao,
una città commerciale piena di pagani dove la vita non è sempre condotta in
conformità alle norme della purità legale. Ora si rendono
conto che il suo non era un gesto isolato, ma il segno chiaro che la salvezza
di Dio veniva estesa a tutti i popoli.
Le sue parole di
grazia irritano l’assemblea: sono una sfida alla meschinità e grettezza delle
loro convinzioni religiose.
A questo punto non
meraviglia più la reazione dei suoi ascoltatori: tutti sono presi da sdegno, si
alzano, lo cacciano fuori dalla città e cercano di buttarlo giù dal precipizio
(v.29).
L’ultimo versetto:
“Ma Gesù, passando in mezzo a loro, se ne andò” (v.30) non si riferisce a una
sua sparizione miracolosa. E’ un messaggio di consolazione e di speranza che
Luca vuole dare ai cristiani delle sue comunità i quali si trovano a dover
affrontare opposizione, incomprensioni, dissidi, ostilità. Il rischio che corrono è di dimenticare che si sta ripetendo in loro ciò
che è accaduto a tutti i profeti e al loro Maestro.
Protetti da Dio –
assicura Luca – passeranno anch’essi in mezzo alla persecuzione e continueranno
sicuri, come lui, lungo la loro strada, fino alla meta. P. Fernando Armellini, de.it.press
Poveri in Europa. Sono ottanta milioni: l'impegno delle Istituzioni Ue e
della Chiesa cattolica
La lotta contro la
povertà "è un imperativo politico di primo ordine in questo decennio
appena cominciato" e deve costituire "un pilastro fondamentale di
qualsiasi politica di sviluppo e di coesione sociale" a livello europeo.
José Manuel Barroso, presidente della Commissione Ue, non ha risparmiato
promesse impegnative durante il discorso pronunciato il 21 gennaio a Madrid
durante la manifestazione che ha inaugurato il 2010 quale Anno europeo della
lotta alla povertà e all'esclusione sociale. Gli ha fatto eco il commissario
all'occupazione e affari sociali, Vladimir Spidla, il quale ha ricordato gli obiettivi principali che l'Ue
conferisce ai prossimi 12 mesi: "Ricordare il diritto essenziale delle
persone" in stato di indigenza o di marginalità "a vivere in piena
dignità e a essere parte attiva nella società"; "costruire e
difendere una società più solidale"; fare in modo che l'Ue e tutti i suoi
Stati membri operino concretamente "contro la povertà e a favore
dell'inclusione sociale".
Se questo Anno speciale saprà andare oltre le parole, lasciando
un segno indelebile nella sensibilità comune e nell'azione di governo a favore
degli "ultimi", allora, e solo allora, tali obiettivi potranno dirsi
raggiunti. Perché se è un dato di fatto che la povertà e i poveri hanno sempre
accompagnato la storia dell'umanità, non c'è ragione politica plausibile per
ritenere che tale realtà debba considerarsi immutabile. Ciò a maggior ragione
nell'epoca contemporanea, dove la disponibilità di mezzi e di ricchezze
consentirebbe un'efficace opera di rimozione delle condizioni di fame, malattia, solitudine, mancanza di lavoro che sono
tra i volti più espliciti - benché non i soli - della povertà.
Gli istituti di
ricerca dell'Unione europea confermano peraltro che i poveri, oppure le persone
e le famiglie alle soglie dell'indigenza, sono ancora numerosissimi
nella "ricca Europa". Certo, la persistente crisi economica ha
moltiplicato le situazioni difficili, ma 80 milioni di
persone (17% della popolazione comunitaria) che non hanno adeguati mezzi per
nutrirsi, curarsi, abitare, studiare… sono una ferita
aperta che non può lasciare indifferenti. Bambini, anziani soli, disoccupati,
ammalati, famiglie numerose sono oggi i "nuovi ultimi" cui è di fatto
negato il diritto a una vita piena e dignitosa. E, avvertono
sempre gli studiosi, occorre fare attenzione: la soglia della povertà è
"magmatica", non statica: oggi può riguardare talune persone o fasce
sociali o regioni, domani altre. Alla povertà "materiale" si
aggiungono poi altre condizioni a rischio: i problemi familiari, il
caro-alloggi, la carenza di istruzione, un welfare
indebolito da politiche di marca individualista.
Per tutte queste
ragioni l'Ue ha (finalmente) deciso di concentrarsi sul problema della povertà,
impegno che ovviamente non potrà limitarsi al solo 2010, mentre dovrà riporre
al centro la parola-chiave dalla quale l'intera integrazione europea aveva
preso avvio nel dopoguerra: la solidarietà.
Per queste stesse
ragioni la Chiesa cattolica, nelle sue articolazioni, ha mostrato segni di
grande interesse per l'Anno europeo, mentre questa settimana Caritas Europa
lancia da Bruxelles una campagna continentale, denominata "Zero poverty", che intende studiare più a fondo la
questione, mobilitare le coscienze, coinvolgere la comunità cristiana proprio
sul versante solidaristico e, non da ultimo, sollecitare interventi concreti da
parte delle istituzioni pubbliche a favore della famiglia, del lavoro, dei
servizi sociali, con l'intento di prevenire e rimuovere le cause stesse della
povertà.
E già si guarda al
gesto simbolico che papa Benedetto XVI effettuerà il
14 febbraio visitando alcune opere caritative a Roma, invito che è stato
rivolto anche a tutti i Vescovi europei. Erny Gillen, presidente di Caritas Europa, e mons. Adrian Van Luyn, presidente della
Commissione delle Conferenze episcopali dell'Unione europea (Comece), hanno rimarcato che tale
data corrisponde al giorno della memoria di due dei santi patroni d'Europa,
Cirillo e Metodio: un segno mediante il quale si
invocano pace e benessere per tutte le popolazioni d'Europa, "chiamate a
testimoniare le radici cristiane non solo con le parole, ma con i fatti, con
frutti di opere buone". GIANNI BORSA Bruxelles
Giornata della memoria. Un'umanità ferita
Il ricordo
dell'Olocausto nelle parole del gesuita israeliano, David Neuhaus
“La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data
dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ‘Giorno della memoria’, al fine di
ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la
persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la
deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e
schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio
della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. Così
recita l’art. 1 della legge n. 211 del 20 luglio 2000,
con cui l’Italia istituisce questa ricorrenza, giunta quest’anno alla X
edizione. Per comprendere meglio il significato profondo di questa Giornata il
SIR ha posto alcune domande al gesuita israeliano David Neuhaus,
vicario patriarcale delle comunità cattoliche di espressione ebraica.
Padre Neuhaus, che significato assume per i cattolici di
espressione ebraica la Giornata della memoria?
“Si tratta,
innanzitutto, di un giorno di preghiera per l’umanità ferita. Nelle nostre
comunità ci sono anche molti sopravvissuti all’Olocausto, ebrei che hanno
vissuto quei tempi terribili. Abbiamo anche cristiani che hanno aiutato gli
ebrei a fuggire dallo sterminio nazista e, per questo, riconosciuti ‘Giusti tra
le nazioni’. È, poi, un giorno di comunione con il popolo ebraico e un momento
per non dimenticare quanto accaduto. Soprattutto i giovani, i nostri bambini,
devono conoscere la Shoah per fare memoria e per evitare che nulla del genere
accada mai più. A nessuno, e non solo agli ebrei”.
A suo parere, c’è
il rischio che la Shoah venga dimenticata o
semplicemente consegnata ai libri di storia come un fatto importante da
studiare al pari di altri?
“In Israele non
accadrà mai che ci si dimentichi dell’Olocausto. Il popolo ebraico è il custode
di questa memoria. Anche quando l’ultimo dei sopravvissuti all’Olocausto sarà
morto, verranno altre generazioni che continueranno a ricordare e a perpetuare
la memoria. Nelle scuole, nei musei, nei programmi di istruzione
tutto va in direzione della memoria collettiva. Apparteniamo al popolo ebraico
e l’Olocausto tocca la nostra storia; io stesso ho perso molti familiari nello
sterminio. Non parlo di vicinanza ad un popolo ma di
appartenenza al mio popolo. Va detto anche che molti ebrei
non sono praticanti, quindi a fare l’esperienza di unità del nostro popolo non
è l’aspetto religioso ma la memoria storica”.
Cosa può imparare il popolo ebraico dalla vicenda dell’Olocausto?
“Credo che
dell’Olocausto vada sottolineato l’aspetto universale,
necessario per evitare di cadere di nuovo in questi gravissimi errori, che non
hanno colpito solo il popolo ebraico. Sappiamo, infatti, di altre popolazioni
segnate dal razzismo, dalle persecuzioni, da tentativi di sterminio. Non
sottovaluterei, poi, il razzismo di ogni giorno che impedisce a molti di vivere
la propria vita a causa della fede, del colore della pelle, dell’etnia, delle
proprie idee. Dobbiamo essere molto più sensibili a questo. È il messaggio
biblico: siamo stati schiavi in Egitto e non dobbiamo avere schiavi da noi.
Evitare, cioè, ogni sistema di oppressione. Ma c’è un altro
punto che mi preme segnalare…”.
Quale?
“Vorrei che il mio
popolo lottasse con forza contro ogni forma di intolleranza:
assistiamo a quella contro l’Islam e contro il mondo arabo, fenomeno che,
forse, oggi è più diffuso dell’antisemitismo. Purtroppo a causa della
situazione politica registriamo discorsi duri e scontri tra ebrei e musulmani.
Eppure va ricordato, ed è significativo, che ci sono
stati islamici che hanno salvato la vita a molti ebrei. Uno di questi, per
esempio, fu il re del Marocco, Mohammed V, che diede protezione agli ebrei del
suo Paese perseguitati dai tedeschi e dai collaborazionisti francesi. E accade
ancora oggi che un parlamentare musulmano della Knesset
vada ad Auschwitz con altri deputati. Un atto coraggioso che
facilita il dialogo e la convivenza”.
Cosa possono apprendere, invece, i cristiani dalla Giornata della
memoria?
“La consapevolezza
che ci sono stati, anche tra i cristiani, coloro che hanno
preso parte all’Olocausto come persecutori. Una consapevolezza nata con il
Concilio Vaticano II e che è sfociata con la richiesta di perdono di Giovanni
Paolo II per i peccati commessi dai cristiani contro gli ebrei nel corso dei
secoli. Un dialogo che prosegue con Benedetto XVI. Dobbiamo centrarci su Cristo
per non cadere in ideologie razziste, nazionaliste, antisemite e fanatiche. Ciò
che mi rallegra è il fatto che la Chiesa cattolica è
al fianco del popolo ebraico per lottare contro l’antisemitismo ed il razzismo.
In quanto cittadino israeliano questa cosa mi fa
felice”. Sir
Papa Wojtyla, la rivelazione: «Le Br volevano rapirlo»
Oder: «Giovanni Paolo II pronto a dimettersi per la malattia»
- di FRANCA GIANSOLDATI
CITTA’ DEL
VATICANO - Più che un libro è una miniera di rivelazioni, di documenti inediti,
di particolari intimi che per anni e anni sono stati custoditi gelosamente
dall’entourage papale. Compresa una lettera di
dimissioni composta nel 1995 se solo Giovanni Paolo II si fosse trovato nella
manifesta impossibilità di adempiere al ministero petrino. Le suorine,
don Stanislao, il professor Buzzonetti, gli amici di
Cracovia, Lech Walesa, i cardinali polacchi, il
commendator Cibin tutti muti come pesci.
Niente è mai fuoriuscito. Ma ora che il Servo di Dio è prossimo ad essere proclamato beato da Papa Ratzinger, il Vaticano ha
rotto gli indugi dando il placet al postulatore, monsignor Slawomir
Oder, a pubblicare (per i tipi della Rizzoli) stralci
della documentazione raccolta durante l’istruttoria. «Perchè
santo, il vero Giovanni Paolo II raccontato dal postulatore della causa di
beatificazione», 192 pagine, 18,50 euro è stato
presentato ieri dal cardinale Sarajva Martins, suo grande amico («la causa più veloce di così non
poteva essere»). Nonostante abbia vissuto sotto i riflettori, tra le pieghe
della vita di Papa Wojtyla spuntano importanti aspetti sui quali riflettere.
LE BR VOLEVANO
RAPIRLO - Uno dei 114 testimoni segreti, ascoltati sotto giuramento dal
postulatore, ha raccontato che nel 1981 era arrivata in Vaticano una informativa dei servizi italiani nella quale si
segnalava l’esistenza di un progetto da parte delle Brigate Rosse per
sequestrarlo. Il foglio fu fatto arrivare qualche tempo prima dell’attentato in
piazza san Pietro. «Fu forse anche per questo che, subito dopo il ferimento da
parte di Agca, il Papa condivise con il segretario don Stanislao, l’istintiva
osservazione: «Come per Bachelet», in riferimento al
cattolico vice presidente del Csm assassinato a Roma dai brigatisti il 12
febbraio 1980». Impossibile però saperne di più, il postulatore è categorico
nell’assicurare che il Vaticano non svelerà mai il nome del testimone. «Il Papa
stesso si interrogò sulle motivazioni dell’attentato
anche se preferì concentrarsi sulla visione spirituale del dramma che aveva
vissuto», come per esempio la pallottola deviata da una Mano superiore. Parlò,
tuttavia, con Gorbaciov della pista bulgara e anche col generale Jaruzelski. «Il primo gli disse che negli archivi dell’Urss non aveva trovato
nulla a supporto, mentre il secondo gli riferì di avere chiesto a suo tempo
delucidazioni a Todor Zivkov,
capo del partito comunista bulgaro il quale rispose: ”Compagno, ci credete
degli imbecilli? Se Antonov fosse stato dietro
l’attentato, lo avremmo fatto evacuare il giorno dopo, invece è restato là a
lavorare».
LA LETTERA APERTA
AD ACGA - Qualche mese dopo l’attentato il Papa
scrisse (ma non completò mai) un messaggio per rinnovare il perdono al suo
attentatore. Avrebbe dovuto leggerlo nel corso di una udienza
generale. I due fogli di manoscritto sono stati ritrovati con una grande X
tracciata sopra. «Le mie odierne parole saranno in un
certo senso una lettera aperta (forse in parte simile a quella lettera scritta
tempo fa da Paolo VI dopo che era stato rapito da
Aldo Moro, ma nello stesso tempo molto diversa).
ERA PRONTO A
DIMETTERSI DA PAPA - Se ne parlò a lungo negli ultimi anni, quando il Parkinson
lo stava accartocciando, ma una conferma vera e propria sull’esistenza di una
volontà scritta per rassegnare le dimissioni davanti
al collegio cardinalizio in caso di impedimento, non c’era mai stata. Fino
all’uscita di questo libro. «Anch’io seguendo le orme del mio Predecessore, ho
messo per iscritto la mia volontà di rinunziare al sacro e canonico ufficio di
Romano Pontefice nel caso di infermità che si presuma
inguaribile e che impedisca di esercitare sufficientemente le funzioni del
ministero petrino. All’infuori di questa ipotesi
avverto come grave obbligo di coscienza il dovere di continuare a svolgere il
compito a cui Cristo mi ha chiamato, fino a quando
egli, nei misteriosi disegni della sua Provvidenza, vorrà». La questione fu
fatta analizzare da un gruppo di tecnici, tra cui l’allora cardinale Ratzinger.
MIRACOLI, SEGNI DI GRAZIA, VISIONI - Usava la flagellazione come pratica
ascetica. Nel suo armadio, in mezzo alle tonache, era appesa sull’attaccapanni
una particolare cintura per i pantaloni, che lui utilizzava come frusta e che
faceva portare sempre anche a Castel Gandolfo. Non
solo. Aveva visioni mistiche e «sentiva» la presenza della Madonna. Riusciva ad impressionava sempre gli ospiti quando lo sorprendevano a
pregare nella piccola cappella del suo appartamento. Si concentrava talmente
tanto da perdere la cognizione del tempo e del luogo. Un vero mistico, come
Giovanni della Croce che lui ammirava tanto. Im 27
Rosarno.
Un documento dell’AC della Calabria e alcune iniziative
ROSARNO - I
recenti fatti di Reggio Calabria e Rosarno
“testimoniano, ove ce ne fosse ulteriormente bisogno, la complessità della
situazione calabrese, in cui la ‘ndrangheta si rivela davvero protagonista e
regista, di azioni di illegalità, contro la persona,
l’ambiente, la sana vivibilità, il futuro di un intera regione. Tali episodi costituiscono però solo l’apice odioso di una
quotidiana guerra silenziosa e strisciante, che vede spesso lo Stato cedere
terreno nel controllo del territorio, e la società vivere nella tolleranza,
quando non nell’acquiescenza, del fenomeno mafioso”. É
quanto afferma la delegazione calabrese dell’Azione Cattolica in un documento
dal titolo “Lo accolse con gioia. L’AC Calabria dopo i
fatti di Reggio e Rosarno”. Per
l’AC “nessun dramma sociale può farci dimenticare che il Vangelo e la Chiesa ci
insegnano a vedere nell'uomo, in ogni uomo, l’immagine vivente di Dio stesso.
Questa immagine è stata ed è calpestata ogni giorno, quando singoli e
istituzioni voltano la testa dall’altra parte rispetto ad
un bollettino giornaliero che ci parla di sfruttamento dello straniero, di
soccombenza di fronte al racket e all’usura, di prevaricazione mafiosa”.
“Ci sentiamo -
afferma l’AC Calabria - fortemente offesi dagli
attacchi ai migranti!”. L’ AC “non accetta una cultura
politica, che facendo leva sulle paure degli italiani crea sempre più spesso un
clima di diffidenza verso lo straniero. Questa strada non fa crescere il paese,
anzi fa tornare indietro la cultura italiana di
decenni. Chiude gli orizzonti del nostro Paese in logiche di
violenza, insicurezza, aggressività e rifiuto culturale”. La Calabria è “terra di accoglienza; è un dato storico ed è la
realtà quotidiana di singoli e associazioni cattoliche e laiche che operano
spesso nel silenzio e nella solitudine. Siamo ora chiamati a recuperare
la capacità di indignazione e di denuncia, e a fare
unità nel riconoscere ed isolare il male in tutte le sue forme, dalle più
bestiali a quelle più suadenti”.
“Conosciamo -
prosegue la nota - l’impegno e la solidarietà di parrocchie, gruppi, movimenti,
che nella Piana di Gioia Tauro e in tutta la Calabria
sono impegnati in azioni di aiuto nei confronti dei migranti,
ma fatti come la ribellione e la deportazione di Rosarno
fanno capire quanto sia difficile contrastare le forze del male sul territorio.
Per costruire una nuova consapevolezza sociale è necessario anche aprire sempre
più gli orizzonti delle nostre comunità ad un impegno
verso il prossimo che si fa richiesta di giustizia ed esercizio concreto di
responsabilità condivisa per tutta la comunità civile”. L’AC
sceglie di “continuare con sempre maggiore forza e passione il suo percorso di
formazione, preghiera, annuncio e denuncia perché la nostra terra cresca nella
cultura della legalità e dell’accoglienza del diverso. Questo contributo
vogliamo continuare a dare insieme a tanti cristiani e
laici, singoli e gruppi di buona volontà, nelle diverse forme che il lavorare
insieme potrà produrre. Insieme: perché solo cercando l’unità delle tante forze
sane della nostra terra potremo veramente sconfiggere
il cancro che la opprime”.
Il tema Rosarno è ancora al centro
dell’attenzione e si moltiplicano le iniziative di solidarietà. Nei
giorni scorsi una partita di calcio tra una squadra formata dai ragazzi
dell’oratorio di Rosarno, insieme ad
alcuni extracomunitari, e una costituita dai giocatori della Comunità islamica
di Reggio Calabria con il calcio di inizio dato dal vescovo della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, mons.
Luciano Bux, e dal rappresentante della Comunità
islamica reggina, Hassan El
Mazi. E ancora un manifesto pubblico dal titolo “chiediamo scusa”
firmato dalla parrocchia San Giovanni Battista di Rosarno,
dal Gruppo Agesci Rosarno 1
e dall’Osservatorio Culturale “perché non succeda mai più quello che è successo
qui”. Nel manifesto si chiede scusa “per non essere riusciti a trasformare
carità e solidarietà in dignità, per non essere riusciti a far sentire la
nostra voce, travolti dal precipitare degli eventi e da violenza ingiustificata
e per non aver avuto la piena consapevolezza dei diritti di quanti lasciano la
propria terra per sopravvivere”.
“Vogliamo che a
tutti, nella legalità, sia garantito il rispetto di giuste condizioni di vita”.
Da qui l’invito a ricominciare insieme e che quello che è successo a Rosarno nei giorni scorsi non succeda mai più. (Migranti-press)
Germania: "fede
cristiana, una fonte del futuro"
"Non possiamo
intendere il cristianesimo come un tesoro del passato. Il pensiero della fede cristiana è
una forza produttiva del futuro": così mons. Reinhard
Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga,
ha auspicato una svolta mentale nella società. Mons. Marx
ha presieduto il 22 gennaio a Monaco presso l'arcidiocesi il ricevimento di inizio anno alla presenza di circa 500 personalità del
mondo politico, ecclesiastico e sociale. "La fede cristiana è la fonte del
futuro, una forza spirituale e creativa per percorrere nuove vie con fantasia
ma con principi e valori sperimentati". Per questo motivo, ha proseguito
l'arcivescovo, "è irresponsabile diffondere come cristiani la paura del
futuro". Marx si è detto favorevole all'impegno
politico dei cristiani, che "fa nascere la pace e incoraggia ad immischiarsi in questioni sociali concrete" in tutti
i settori, pur sottolineando che "la Chiesa non è un protagonista
politico. Il nostro compito è ascoltare ciò che opprime le persone, far proprie
le loro preoccupazioni e necessità. Vogliamo contribuire alla
cooperazione e alla solidarietà".
I cristiani "non devono vergognarsi del messaggio cristiano",
devono rendere visibile che "la fede cristiana è di aiuto al nostro
pensiero e alla nostra azione": "di questo
si tratta anche per la seconda Giornata ecumenica delle Chiese", che si
svolgerà a Monaco a maggio. "Non vogliamo sottolineare
ciò che ci divide, bensì ciò che ci unisce: una speranza comune. Si tratta di
testimoniare pubblicamente che la chiesa cristiana non solo ha futuro, ma che è
il futuro", ha concluso Marx,
invitando tutti a partecipare all'evento ecumenico. Sir eu
La catastrofe di Haiti e il silenzio di Dio
Perché Papa
Ratzinger, pochi giorni dopo la catastrofe di Haiti, si trova in Sinagoga a discutere della beatificazione di Pio XII
senza che le parti manifestino automaticamente più interesse per il grande
dilemma del dolore del mondo? Quale cinismo pervade gli automatismi delle
religioni “organizzate” e quali profondità, in questo momento, può cercare di
toccare l’animo dell’uomo che medita sull’essenza religiosa del suo destino?
Nei giorni
che seguono una catastrofe naturale di proporzioni enormi
si assommano, fra cuori e menti del mondo che prosegue il suo cammino,
inquietudini metafisiche. E’ qui che, oltre le grandi “organizzazioni”
religiose solitamente patrocinate dall’apologia della ragione teologica e dalle
logiche della sua storia politica, il grande silenzio di Dio tocca gli uomini
nell’emozione e nella passionalità. Sulla base di
questa considerazione, il grande dilemma sta nel rintracciare un aspetto
positivo nell’inquietudine, nel dubbio se compiere questo sforzo abbia senso a
sua volta.
Di fronte a una
catastrofe come quella di Haiti non possiamo dirci
“fruitori”. Chiunque, di fronte all’immensità del dolore che il nostro pianeta
può produrre, può dirsi tutt’al più sopravvissuto. La
lontananza geografica dell’evento è quantitativamente minore rispetto alla
vicinanza umana dell’evento. Non siamo fruitori di una
notizia, dunque, bensì siamo noi la notizia, nella nostra curiosa vicinanza al
grande dolore che avvolge il mondo e che in maniera così sbalorditiva, a volte,
si scaglia contro un luogo solo con una violenza incommensurabile.
“Padre, perché mi
hai abbandonato?”, disse Cristo avvolto dal dolore della Croce; ecco che nel
grande tumulto di una terra che trema, nella rapidità dell’ultimo respiro di
così tanti uomini, queste parole paiono trovare maggiore eco e maggiore distinzione rispetto a tutta la chiacchiera di cui
è intrisa la nostra quotidianità. Pure il nostro tradizionale concetto di
“male” pare insufficiente, di fronte alla naturalezza della catastrofe e della
sua incondizionata ospitalità per così tanti cadaveri e per così tanti futuri
recisi come fiori al vento, così come non potremmo chiamare “male” il silenzio
di Dio che immediatamente si spande nel cielo della Terra dopo le ultime parole
di Cristo. Evidentemente la Natura è quel mistero che chiede all’uomo di essere
scrutata, nei limiti del possibile, oltre categorie “umane, troppo umane”, come
direbbe Nietzsche; evidentemente “là dove c’è il
pericolo cresce ciò che salva”, come amava ripetersi Heidegger
citando il suo caro Holderlin: è nella catastrofe,
forse, che la coscienza mondiale può elevarsi a navigare il cielo che ospita il
silenzio di Dio e costruire dalle ceneri di un mondo abbattuto le fondamenta di
un nuovo respiro, di una nuova dignità che non si appelli più al “Signore” come
amuleto apotropaico, ossia come salvatore immediato delle nostre particolari,
piccole e grandi disgrazie, ma come apertura dello spazio della ricostruzione.
Nel Silenzio di Dio alberga la libertà di appartenere alla Terra e di poetare
(nel senso più greco che spetta a questo termine) sulla propria, piccola croce.
Lo spazio
della ricostruzione aperto dal Silenzio di Dio offre l’opportunità di
contemplare il proprio tragitto verso la grande meta che all’uomo spetta, ovvero il meritato silenzio dell’ultimo istante di vita,
come tributo al grande dono dell’esistenza. E’ nel Silenzio che Dio e uomo
trovano l’armonia del cosmo, fosse anche il silenzio della loro morte; ammesso
che anche il concetto di morte, per noi uomini del “mondo adulto” (come lo
chiamerebbe Bonhoeffer), possa ancora soddisfare la
nostra meditazione sul Destino. www.ecumenici.eu
Papa
e antipapa. Lo strano caso delle elezioni
amministrative a Roma e regione
Alla carica di
governatore del Lazio è in corsa Emma Bonino, da sempre avversaria irriducibile
della Chiesa. Tra il clero e i
cattolici molti l'appoggiano, e la gerarchia lascia
correre. Un intellettuale laico si ribella e accusa - di Sandro Magister
ROMA – Più di
mezzo secolo dopo quel lontano 1952 e in entrambi i casi con le elezioni
amministrative alle porte, si ripresenta oggi per la diocesi del papa un
pericolo identico: che il suo governo civile cada in mani nemiche.
Ma le reazioni della Chiesa appaiono oggi molto diverse da
allora.
Nel 1952 il papa e
le autorità vaticane, allarmatissimi,
si attivarono in prima persona. Temendo la vittoria elettorale, proprio sotto
le mura vaticane, di comunisti e socialisti che all'epoca erano legatissimi
all'impero di Mosca, Pio XII ordinò al partito cattolico – la Democrazia
Cristiana guidata da Alcide De Gasperi, oggi in via di beatificazione – di far
fronte comune con i partiti di estrema destra dentro una lista civica
capeggiata dall'anziano sacerdote Luigi Sturzo – anche lui oggi incamminato
agli altari – e pronta ad essere sostenuta dall'Azione
Cattolica e dai suoi Comitati Civici.
De Gasperi
rifiutò. Nelle elezioni amministrative di Roma tenne ferma l'alleanza con i
partiti laici di centro, la stessa con cui era al governo in Italia. Aveva
visto giusto e i numeri gli diedero ragione. A Roma i comunisti e i socialisti
furono sconfitti.
Ciò non tolse che
Pio XII punì De Gasperi per la disubbidienza, rifiutando di riceverlo in
udienza con la moglie e la figlia Lucia in occasione dei suoi trent'anni di
matrimonio e dei voti religiosi della figlia.
LA SORPRESA EMMA
BONINO - Oggi il quadro politico italiano è profondamente mutato. La DC non c'è
più. I cattolici sono diluiti in tutti i partiti. Al governo nazionale c'è
Silvio Berlusconi, che su vita, famiglia e scuola è il leader più vicino alle
attese della Chiesa. Al governo della regione Lazio e quindi della diocesi del
papa c'è un'amministrazione di sinistra, lontana e
sbiadita erede del defunto partito comunista.
Questa amministrazione ha subito nei mesi scorsi un duro colpo
con le dimissioni del suo presidente, Giuseppe Marrazzo, travolto da avventure
a luci rosse con transessuali e cocaina. Privi di un proprio candidato
alternativo, per riconquistare il governo del Lazio nelle elezioni regionali
che si terranno tra due mesi i partiti di sinistra
hanno accettato di appoggiare l'autocandidatura a
presidente di un personaggio ad essi esterno, simbolo del radicalismo
anticattolico più spinto, Emma Bonino (nella foto).
Emma Bonino è una
veterana dei "diritti umani". Ma entro
questi "diritti" – che ha difeso anche come incaricata della
Commissione Europea – essa ha sempre incluso aborto, eutanasia, matrimoni
omosessuali, libertà di droga, insomma l'intera panoplia di quella che Giovanni
Paolo II definì "cultura della morte". Dagli anni Settanta circola un
filmato che la ritrae, fiera, mentre pratica un aborto a una donna aiutandosi
con un barattolo di latta e una pompa di bicicletta.
Ebbene, di fronte
alla sfida rappresentata dalla candidatura Bonino, come reagisce la Chiesa?
Sicuramente non come fece nel 1952. Anche perché oggi è impensabile che il papa
in persona detti ai cattolici una precisa "macchina" politica per
fronteggiare il pericolo.
Anche nella Chiesa infatti, oltre che in campo politico, tante cose da allora
sono cambiate. La Chiesa italiana non ha più un partito cattolico di
riferimento. Si muove libera a tutto campo. La sua battaglia è fatta di
"cultura cristianamente orientata". E grazie a questa libertà e
intraprendenza riesce a volte a essere più influente
che in passato, nella sfera pubblica. È questo il modello Ruini, dal nome del
cardinale che ha guidato la conferenza episcopale per sedici anni, fino al
2007.
Se e come questo
modello stia operando oggi, con il caso Bonino, è materia vivacemente discussa.
"UNO SCHIAFFO
ALLA COMUNITÀ CRISTIANA" - Ad accendere la discussione è stato un intellettuale che non appartiene alla Chiesa ma è
da anni vigoroso apologeta della visione di Karol Wojtyla, Joseph Ratzinger e
Camillo Ruini: Giuliano Ferrara, direttore del quotidiano d'opinione "il
Foglio".
La scintilla
gliel'ha offerta un articolo – durissimo contro la
Bonino – uscito il 20 gennaio su "Avvenire", il giornale della
conferenza episcopale italiana. Domenico Delle Foglie, l'autore dell'articolo,
è un cattolico di primo piano, ha organizzato per mandato dei vescovi il "Family Day" di due anni fa e
dirige il sito "Più voce. Cattolici in rete".
È stato vicedirettore di "Avvenire" e lo scorso autunno fu quasi sul
punto d'essere chiamato a dirigerlo, al posto del dimissionario Dino Boffo e in continuità con lui, ruiniano
a tutto tondo.
Ma prima ancora che Delle Foglie scrivesse il suo articolo,
nel principale partito della sinistra italiana, il Partito Democratico, la
candidatura Bonino aveva diviso i cattolici che ne fanno parte. Due di essi,
Renzo Lusetti ed Enzo Carra,
avevano abbandonato il partito, giudicandolo non più abitabile. Altri invece,
come Franco Marini e Maria Pia Garavaglia, avevano
salutato con favore la candidatura Bonino, addirittura raccomandandola come
"capace di temi e programmi che stanno a cuore agli elettori
cattolici".
Contro questi
cattolici "arrendevoli" e "illusi", Delle Foglie ha invece
scritto che la Bonino incarna almeno tre pericoli
gravi.
Il primo è
simbolico: uno "schiaffo alla comunità cristiana" da parte di
"una testimone di militante inimicizia nei confronti della visione
cristiana dell'uomo e del mondo".
Il secondo
pericolo è che, qualora vincesse, la neopresidente Bonino si metterebbe
all'opera per fare del Lazio "il laboratorio di tutti gli zapaterismi", dal nome del premier spagnolo iperlaicista.
Il terzo è la
"sovrana ipocrisia" di cui la Bonino dà
prova già nel corso della campagna elettorale, quando promette di operare
"con e per i cattolici", lei che ha speso tutta una vita a lottare
contro la Chiesa.
Ebbene, il giorno
dopo l'uscita di questo articolo su
"Avvenire", sulla prima pagina del "Foglio" Ferrara
sottoscrisse in pieno quanto scritto da Delle Foglie. Ma nello stesso tempo si
scagliò contro il giornale dei vescovi perché aveva nascosto quell'articolo a
pagina 11, perché l'aveva declassato a opinione
personale dello scrivente, perché insomma aveva dato prova di timidezza
nell'affrontare una questione che riguarda non piani urbanistici o altre
faccende opinabili, ma quei principi supremi definiti dallo stesso papa
"non negoziabili".
Insomma, concludeva Ferrara alludendo a ciò che faceva la Chiesa nel
1952 e prima di quell'anno: "Meglio i Comitati Civici di una volta che il
timido 'Avvenire' di oggi".
VITERBO. MA NON ERA LA CITTA DEI PAPI? - A Ferrara rispose il giorno
successivo il direttore di "Avvenire" Marco Tarquinio. E Ferrara gli controrispose ventiquattr'ore dopo, confermando le sue critiche. Intanto,
però, "il Foglio" aveva fatto altro. Aveva mandato una sua valente
inviata, Marianna Rizzini, a esplorare le diocesi
della regione Lazio, per sentire cosa pensassero i preti e i fedeli della
candidata Bonino.
Il responso della prima diocesi esplorata, quella di Viterbo,
fu impietoso. Il titolo: "Chiesa di base con Emma.
Inchiesta a Viterbo. Compatte opinioni cattoliche, in certi casi fervide, a
favore della candidata abortista, divorzista, eutanasista,
che definì l'embrione 'un grumo inerte'. Rari i distinguo, e timidi".
In effetti, nel
reportage di Marianna Rizzini da Viterbo i soli che
si schieravano contro la Bonino erano i
"missionari" del Movimento per la Vita, quelli che dedicano la loro
vita a far nascere i bambini, non a farli abortire.
Di poco più confortante
è stato il secondo reportage della serie, dalla diocesi di Frosinone. E così un terzo, dalla città di Roma.
LA PAROLA AI VESCOVI: BAGNASCO E NEGRI - A questo punto sono entrati
in campo i vescovi. Il primo, Angelo Bagnasco, è il cardinale che ha preso il posto di Ruini alla presidenza della conferenza
episcopale. Nella prolusione con cui ha aperto il 25 gennaio la sessione
invernale del consiglio permanente della CEI, Bagnasco ha detto di avere questo
"sogno":
"Vorrei che
questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della
cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la
cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di
tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro
progetti, dei loro giorni. Italiani e credenti che avvertono la responsabilità
davanti a Dio come decisiva per l’agire politico".
E ancora:
"Vorremmo che i valori che costituiscono il fondamento della civiltà ? la
vita umana comunque si presenti e ovunque palpiti, la famiglia formata da un
uomo e una donna e fondata sul matrimonio, la responsabilità educativa, la
solidarietà verso gli altri, in particolare i più deboli, il lavoro come
possibilità di realizzazione personale, la comunità come destino buono che
accomuna gli uomini e li avvicina alla meta ? formassero anche il presupposto
razionale di ogni ulteriore impresa, e perciò fossero
da questi cattolici ritenuti irrinunciabili sia nella fase della programmazione
sia in quella della verifica".
Bagnasco non ha
aggiunto nulla, a proposito del caso Bonino. Parecchio di più ha detto invece
un presule che non fa parte del consiglio permanente
ma non è di second'ordine: Luigi Negri, vescovo di
San Marino e Montefeltro, milanese e stretto collaboratore in gioventù del
fondatore di Comunione e Liberazione, don Luigi Giussani.
In un'intervista a
Paolo Rodari su "il Foglio" del 26 gennaio,
Negri ha detto che un limite della Chiesa italiana è di non saper sempre
rendere operativo il pur chiarissimo magistero degli ultimi due papi:
"Perché di
fronte a una candidatura dichiaratamente contro la Chiesa una
parte del mondo cattolico si mostra privo di atteggiamento critico? È la
domanda che mi sono posto dopo aver letto l’inchiesta del 'Foglio'
a Viterbo che ha evidenziato come per molti cattolici non fa difficoltà la
candidatura della Bonino nel Lazio. Se facessimo la medesima inchiesta in altre
regioni, vorrei dire in tutte le regioni d’Italia, il
risultato sarebbe lo stesso di Viterbo. Perché il dato è uno e chiede d’essere
guardato: stiamo crescendo generazioni assolutamente incapaci di giudizio
critico sulle cose. Leggendo l’inchiesta del 'Foglio'
mi è venuto in mente quel versetto della Bibbia, Geremia 31, dove si dice: ‘I
padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati’. Mi
domando: siamo stati capaci di favorire in questi anni l’espressione di una
vera cultura della fede? Oppure è cresciuta tra noi, sotto i nostri occhi, una
generazione per la quale il dialogo viene prima dell’identità? A volte sembra
che il dialogo che impostiamo con chi non crede altro non sia che una resa senza condizioni. Nel nome del dialogo ci
dimentichiamo chi siamo. E dimenticandoci chi siamo sono sempre gli altri ad
avere ragione, ad avere la meglio”.
Per il vescovo
Negri occorre ripartire da ciò che predicano Benedetto XVI e la conferenza
episcopale italiana
"Sono dieci
anni che i vescovi parlano di emergenza educativa. Occorre lavorare tutti su
questa emergenza perché soltanto in questo modo i cattolici di oggi e di domani
potranno imparare a giudicare e difendere la propria identità. Soltanto in
questo modo i cattolici potranno capire che è arrivato il tempo di uscire dalla
notte in cui tutte le vacche sono nere e tutte le identità
hanno lo stesso colore. Un tempo, insomma, in cui anche il
vaglio critico dei candidati alle elezioni sarà più semplice”.
LA POLEMICA
CONTINUA - Lo stesso giorno, su "Avvenire" un altro cattolico in
vista, Pio Cerocchi, di nuovo criticava con severità
quei politici cattolici presenti nel Partito Democratico che avevano accettato
passivamente la candidatura Bonino.
Anche questa volta
in una pagina interna e come opinione personale.
L’Espresso online
28
Agrigento. L'arcivescovo Francesco in preghiera con
la gente ai funerali delle due sorelline
Una chiesa gremita di giovani e gente comune,
un migliaio di persone che, nonostante il maltempo, ha seguito la celebrazione
dall'esterno, con l'ausilio di altoparlanti. E poi
palloncini, fiori bianchi e messaggi di cordoglio. Ma
soprattutto preghiera e riflessione. Così Favara ha salutato il 26 gennaio
Marianna e Chiara, le sorelline di 14 e 3 anni morte
il 23 gennaio nel crollo della palazzina in cui vivevano a Favara. I funerali
sono stati celebrati nella Chiesa madre in forma privata, come richiesto dalla
famiglia e assicurato dal parroco, l'arciprete don Mimmo Zambito,
che ha presieduto la celebrazione.
Con gli occhi a
Dio e i piedi per terra. "Favara è una città generosa.
Lo è sempre stata e lo dimostra ancora di più in questa tragica occasione. È
però una città disastrata, che ha bisogno di aiuto. Per questo invochiamo Dio
affinché perdoni tutti noi che oggi piangiamo e preghiamo per Marianna e
Chiara. Dio non ha abbandonato il suo popolo e i politici, che sono stati
scelti dal popolo e non dovrebbero abbandonare coloro che
sono rimasti indietro e i più poveri. A chi ha il potere
chiediamo di guardare in basso, a chi nel popolo fa una fatica incredibile
anche se con estrema dignità. Alla famiglia Bellavia
chiediamo di guardare in alto, a Cristo crocifisso".
Con queste parole l'arciprete di Favara, don Mimmo Zambito,
ha guidato la riflessione dei fedeli presenti ai funerali di Marianna e Chiara.
Quelle espresse sono parole di speranza, ma anche di condanna. Un invito a "guardare alle cose della terra nel timore di
Dio".
"Pietà da Dio
e conversione". Da subito l'ha invocate la Chiesa
agrigentina di fronte alla "tragedia che ha colpito la famiglia Bellavia e l'intera comunità civile ed ecclesiale".
Una posizione forte della quale don Zambito si è
fatto portavoce, invocando "la pietà di Dio per il nostro peccato
individuale, ma anche quello sociale della comunità civica e della stessa comunità cristiana". "Dio abbia
pietà di noi. Della nostra disobbedienza privata e della nostra disobbedienza nella vita civile e del disinteresse del bene
pubblico", aveva detto in un messaggio nel quale parlava di "peccato
sociale e collettivo della comunità di Favara generosa e disordinata, ricca di
cuore sempre e, a volte, ricca di disprezzo per il prossimo e di rapina della
sua dignità. Di morte per la famiglia Bellavia,
di vergogna per la città e per noi fratelli di Gesù. Preghiamo Dio che
non ci condanni. Dio abbia pietà di quanti preposti da Dio a curare le parti
più bisognose del corpo della società civile e del corpo
ecclesiale di Gesù, hanno disobbedito a Lui e alle leggi dello Stato e hanno
così concorso a questi omicidi di bambine. Piangiamo e preghiamo perché la
comunità ecclesiale e la città di Favara, improvvisamente e tragicamente, oggi
periscono. Preghiamo Dio Padre di Gesù: si convertano sia coloro
che governano sia i cittadini. Obbediscano alle leggi
di Dio e alle leggi civili". Una posizione che l'arcivescovo di
Agrigento, mons. Francesco Montenegro ha "condiviso e fatto
sua". E non solo.
Una tragedia
prevista. Ha pesato sulla coscienza di molti la scelta dell'arcivescovo, mons.
Francesco Montenegro di non presiedere la celebrazione dei funerali, in
coerenza con quanto dallo stesso annunciato dopo l'alluvione di Messina.
"Chiedo anche al Signore che non arrivi mai il momento di dovermi
rifiutare di celebrare funerali 'previsti' o 'preannunciati' - aveva scritto
l'arcivescovo al capo della Protezione Civile denunciando lo stato di degrado
del centro storico agrigentino - perché quel giorno, se mai dovesse arrivare,
il mio posto sarà tra la nostra gente a pregare". E così è stato,
"non per un sottrarmi al mio ruolo di vescovo, di pastore della porzione di popolo che il Signore mi ha affidato - spiega mons.
Montenegro - ma per un farmi solidale e vicino alla famiglia Bellavia in questo giorno che è giorno di preghiera e
silenzio". Mons. Montenegro ha celebrato i funerali tra la gente,
fisicamente vicino a chi era nel dolore. "Invito tutti a guardare al Crocifisso - ha detto - nell'estremo grido di Gesù sulla
croce sono contenuti e riecheggiano tutti i gridi dell'umanità intera e tutti
sono bagnati dalle lacrime del Padre".
Perché non si
ripeta. Intanto, all'ombra delle macerie della "torre di tufo"
segnata dal degrado e dalla precarietà che il 23 gennaio si è sgretolata sulla
famiglia Bellavia qualcosa
comincia a muoversi. Il presidente della Provincia, Eugenio D'Orsi, e il
sindaco di Agrigento, Marco Zambuto, hanno convocato
nei locali del comune di Favara una riunione di tutti
i sindaci della provincia di Agrigento per un primo esame della situazione
generale dei centri storici dei comuni della provincia e le relative condizioni
di sicurezza degli abitanti. Mentre proseguono le indagini del pool di
magistrati, aperte per omicidio colposo plurimo e disastro colposo.
Sir
Le alte gerarchie ecclesiastiche riunite a Vienna discutono sugli approcci
globali per le migrazioni
Pubblichiamo il
comunicato finale del 109° Incontro del Comitato Direttivo della
ICMC (23-01-2010)
VIENNA–Le alte gerarchie ecclesiastiche riunite a Vienna discutono
sugli approcci globali per le migrazioni e fanno appello per la solidarietà con
Haiti al 109o Incontro del Comitato Direttivo della ICMC.
Nei giorni che
immediatamente seguono la 96a Giornata Mondiale dei Migranti e Rifugiati, il Card.Christoph Schönborn
ha dato il benvenuto a Vienna al Presidente, il signor John Klink
della ICMC (Commissione Cattolica Internazionale per le Migrazioni), e ai diciotto
membri del Comitato Direttivo della Commissione e allo staff, per discutere
congiuntamente in maniera critica delle problematiche inerenti le migrazioni
dalla prospettiva della Chiesa.
Fra i membri del
Comitato troviamo: il Card. Schönborn, il Card.John Njue,
Arcivescovo di Nairobi; il Card. Giorgio Pell,
Arcivescovo di Sydney; il Card. Oscar Andres
Rodriguez Maradiaga, Arcivescovo di Tegucigalpa e Sua
Beatitudine Gregorious III, Patriarca greco di Melkite.
“Sorta quasi 60 anni fa per opera della Santa Sede, l’ICMC ha un ruolo
ben distinto all'interno della Chiesa”, sottolinea l’Arcivescovo Silvano Tomasi, membro del Comitato Direttivo, Rappresentante per
la Santa Sede presso l’ONU a Ginevra. Il carisma speciale dell’
“ICMC non sta solo nel suo rapporto con la Santa Sede e le Conferenze
Episcopali Mondiale, ma anche nella sua potenzialità di condurre gli approcci
globali alle migrazioni che rappresentano una costante insieme alla
preoccupazione della Chiesa verso i più deboli”.
“L’ICMC realizza
questo lavoro con personale ed operazioni in 40 paesi
e con un lavoro di denuncia (difesa) ancora prima delle organizzazioni
internazionali. Nei tre giorni di riunione, il Comitato ha discusso circa le
sfide della tratta degli esseri umani, la protezione e l’integrazione dei
rifugiati, i diritti e le responsabilità dei migranti, il diritto di non
migrare, la gestione della migrazione e la cura e la protezione dei bambini
migranti vulnerabili.
I partecipanti
hanno espresso anche preoccupazione per quei segnali di crescente xenofobia e
razzismo verso i migranti, e hanno discusso dal punto di vista della strategia
su come l’ICMC potrebbe prendere parte con (altri) partners
nel coinvolgimento su problematiche riguardanti le migrazioni che possano
emergere con maggior gravità nei prossimi mesi in seguito al recente terremoto
in Haiti - incluso il potenziale dovuto ad un aumento
del traffico di esseri umani.
Insieme con
l’intero ICMC, il Card. Schönborn ha espresso grande
dolore per le vittime del terremoto e le loro famiglie, e ha chiesto, in una
messa speciale celebrata in onore della ICMC giovedì
sera nella cattedrale di San Stephan, continue
preghiere e solidarietà.
Nei prossimi mesi,
i membri dell’ICMC saranno impegnati nella preparazione per l’Incontro del
Consiglio della Commissione previsto per novembre 2010, a Roma. Rappresentanti
di alto-livello di tutte le Conferenze Episcopali cattoliche mondiali, e
osservatori di altre organizzazioni coinvolte nella migrazione
saranno attesi per discutere sulla più
grande promozione della dignità umana, dell’unità della famiglia nelle
migrazioni globali”.
La CEI, tramite la
Fondazione Migrantes, ha stanziato un contributo
extra di 250.000 euro alla ICMC per il prossimo
quinquennio (2010-2014) come già aveva fatto nel 2003-2006 per la causa dei
migranti. (Migranti-press)
Ostensione 2010. Sindone, una gara tra designer
per la cattedra papale
Torino - Per la
prima volta la cattedra papale dove siederà Benedetto
XVI in occasione dell’Ostensione della Sindone, durante la messa del 2 maggio
in piazza san Carlo, è stata oggetto di un bando di gara per designer. Ha vinto
il progetto di un giovane architetto udinese, Ivan Vergendo,
che ha disegnato una sedia «essenziale, semplice, ispirata alla trasfigurazione».
L’immagine del sacro volto è rappresentata nella parte alta dello schienale
interno. La cattedra sarà ora costruita in due esemplari dagli artigiani
friulani dell’Asdi sedia. Una all’azienda Sedia e
l’altra dopo l’ostensione sarà regalata alla Arcidiocesi
di Torino, che fa parte del Comitato Sindone insieme agli enti locali.
«Il progetto è
stato scelto per simbologia, creatività, comfort e
capacità di adattamento al contesto» ha spiegato la Giuria. Non è l’unica idea
«moderna» di questa Ostensione. Per la prima volta la
cattedra sarà realizzata con materiale eco-compatibili,
legno e velluto rosso, «per distinguersi dl resto del mondo», hanno spiegato
gli organizzatori. Anche per i quasi quattromila volontari accreditati si è
pensato al look con particolare attenzione. Indosseranno gilet viola e kee way dello stesso colore, messi a disposizione dalla Basic net, uno degli sponsor. Per la visita si sono già
accreditate 817mila e 850 persone, il 93 percento italiani,
am se ne attendono più di un milione. Sono attesi
anche 2500 giornalisti da tutto il mondo, un migliaio si sono
già iscritti. La visita è gratuita. LS 28
Preti nell'era digitale. Il messaggio di Benedetto XVI per la 44ª Giornata
mondiale
"Cogliere con
saggezza le singolari opportunità offerte dalla moderna comunicazione" per
essere "annunciatori appassionati della buona novella anche nella nuova
'agorà' posta in essere dagli attuali mezzi di
comunicazione". È "l'invito" che Benedetto XVI
"rinnova" ai sacerdoti nel messaggio per la 44ª Giornata mondiale
delle comunicazioni sociali (16 maggio 2010), dal titolo "Il sacerdote e
la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola"
(testo integrale su Agensir.it - Documenti). Questo
tema - spiega il Papa nel testo, presentato in sala stampa vaticana il 23
gennaio (vigilia di san Francesco di Sales, patrono
dei giornalisti), "s'inserisce felicemente nel cammino dell'Anno
sacerdotale, e pone in primo piano la riflessione su un ambito pastorale vasto
e delicato come quello della comunicazione e del mondo digitale, nel quale vengono offerte al sacerdote nuove possibilità di esercitare
il proprio servizio alla Parola e della Parola". Il Pontefice ricorda che
"i moderni mezzi di comunicazione sono entrati da tempo
a far parte degli strumenti ordinari, attraverso i quali le comunità ecclesiali
si esprimono, entrando in contatto con il proprio territorio ed instaurando,
molto spesso, forme di dialogo a più vasto raggio, ma - nota Benedetto XVI - la
loro recente e pervasiva diffusione e il loro notevole influsso ne rendono
sempre più importante ed utile l'uso nel ministero sacerdotale".
Una "storia
nuova". "Con la diffusione" del mondo digitale, sottolinea il Papa, "la responsabilità dell'annuncio
non solo aumenta, ma si fa più impellente e reclama un impegno più motivato ed
efficace". Al riguardo, prosegue il Santo Padre, "il sacerdote viene
a trovarsi come all'inizio di una 'storia nuova', perché, quanto più le moderne
tecnologie creeranno relazioni sempre più intense e il mondo digitale amplierà
i suoi confini, tanto più egli sarà chiamato a occuparsene pastoralmente,
moltiplicando il proprio impegno, per porre i media al servizio della
Parola". Tuttavia, evidenzia Benedetto XVI, "la diffusa
multimedialità e la variegata 'tastiera di funzioni' della medesima
comunicazione possono comportare il rischio di
un'utilizzazione dettata principalmente dalla mera esigenza di rendersi
presente, e di considerare erroneamente il web solo come uno spazio da
occupare". Invece, spiega il Papa, ai sacerdoti "è
richiesta la capacità di essere presenti nel mondo digitale nella costante
fedeltà al messaggio evangelico, per esercitare il proprio ruolo di animatori
di comunità che si esprimono ormai, sempre più spesso, attraverso le tante
'voci' scaturite dal mondo digitale, e annunciare il Vangelo avvalendosi,
accanto agli strumenti tradizionali, dell'apporto di quella nuova generazione
di audiovisivi (foto, video, animazioni, blog, siti web), che rappresentano
inedite occasioni di dialogo e utili mezzi anche per l'evangelizzazione e la
catechesi".
Il "cortile
dei gentili". Benedetto XVI delinea anche il
"compito di chi, da consacrato, opera nei media": "Spianare la
strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità del contatto umano e
l'attenzione alle persone e ai loro veri bisogni spirituali; offrendo agli
uomini che vivono questo nostro tempo 'digitale' i segni necessari per
riconoscere il Signore; donando l'opportunità di educarsi all'attesa e alla
speranza e di accostarsi alla Parola di Dio, che salva e favorisce lo sviluppo
umano integrale". La Parola, aggiunge il Papa, "potrà così prendere
il largo tra gli innumerevoli crocevia creati dal fitto intreccio delle
autostrade che solcano il cyberspazio e affermare il diritto di cittadinanza di
Dio in ogni epoca". Il Pontefice ricorda quindi
l'"incoraggiamento" a "promuovere una cultura di rispetto per la
dignità e il valore della persona umana", rivolto nel messaggio dello
scorso anno ai "responsabili dei processi comunicativi". Per
Benedetto XVI, "è questa una delle strade nelle quali la Chiesa è chiamata
ad esercitare una 'diaconia della cultura'
nell'odierno 'continente digitale'". Infatti, "una pastorale nel
mondo digitale è chiamata a tener conto anche di quanti non credono, sono
sfiduciati e hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche, dal momento che i nuovi mezzi consentono di entrare in
contatto con credenti di ogni religione, con non credenti e persone di ogni
cultura. Come il profeta Isaia arrivò a immaginare una casa di preghiera per
tutti i popoli, è forse possibile ipotizzare che il web possa fare spazio -
come il 'cortile dei gentili' del Tempio di
Gerusalemme - anche a coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto?".
Prospettive nuove
e sconfinate. "I nuovi media - afferma ancora il Papa - offrono ai
presbiteri prospettive sempre nuove e pastoralmente sconfinate, che li
sollecitano a valorizzare la dimensione universale della Chiesa, per una
comunione vasta e concreta; ad essere testimoni, nel
mondo d'oggi, della vita sempre nuova, generata dall'ascolto del Vangelo".
Però, conclude, "non bisogna dimenticare che la
fecondità del ministero sacerdotale deriva innanzitutto dal Cristo incontrato e
ascoltato nella preghiera; annunciato con la predicazione e la testimonianza
della vita; conosciuto, amato e celebrato nei Sacramenti, soprattutto della
Santissima Eucaristia e della Riconciliazione". Sir
Farsi ascoltare. La prospettiva indicata da Benedetto XVI
Quest'anno il
messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali
è rivolto ai sacerdoti. Essi sono chiamati a "esercitare il proprio
servizio alla Parola e della Parola". Questo riferimento non deve stupire:
tenendo conto che stiamo appunto celebrando l'Anno
sacerdotale. E tuttavia, per il suo tema e per il modo in cui esso è trattato,
il messaggio s'inquadra all'interno di una riflessione più ampia, che da tempo viene condotta dal Papa, dal Pontificio Consiglio
delle comunicazioni sociali e dalla stessa Chiesa cattolica italiana: quella
sui nuovi media, sulle forme corrette della loro fruizione e sul modo in cui
essi possono contribuire alla diffusione della Parola di Dio. Su questi temi,
d'altronde, è in preparazione un grande convegno Cei, che si svolgerà nel
prossimo aprile e che sarà intitolato "Testimoni digitali".
Il titolo del
messaggio è esplicito: "Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i
nuovi media al servizio della Parola". In esso viene preso atto
dell'ormai definitivo imporsi della comunicazione in rete, del suo integrarsi
con le altre forme di trasmissione digitale, del suo essere modo di espressione
privilegiata del mondo giovanile, delle grandi opportunità di collegamento che
tutto ciò offre. Sulla scia di precedenti documenti della Chiesa cattolica - mi
riferisco in particolare a due testi del 2002, sempre redatti dal Pontificio
Consiglio delle comunicazioni sociali: "Etica in Internet" e,
soprattutto, "La Chiesa e Internet", che rappresenta
lo sfondo più adeguato per comprendere il messaggio per la Giornata mondiale
delle comunicazioni sociali di quest'anno - il Papa sottolinea però il
carattere ambiguo di questa multimedialità diffusa. Essa
infatti, accanto a evidenti opportunità, comporta anche possibili
rischi. Nel messaggio è evidenziato soprattutto uno di questi rischi:
l'esigenza di utilizzare le nuove tecnologie unicamente allo scopo di
"rendersi presenti"; la volontà di considerare il web "solo come
uno spazio da occupare". E invece è necessario adoperarsi per "dare
un'anima all'ininterrotto flusso comunicativo della rete", evitando di
essere semplicemente a rimorchio del progresso tecnologico.
Tutto questo,
d'altronde, costituisce una vera e propria sfida sul piano pastorale. Compito
primario del sacerdote è, infatti, quello di "annunciare Cristo, la Parola
di Dio fatta carne". E ciò ha sempre comportato, da San Paolo in poi, la
necessità di un utilizzo consapevole e adeguato delle modalità
comunicative a disposizione. Oggi però quest'annuncio può essere compiuto in
forme inedite. Il messaggio, anzi, parla di una "storia nuova", al
cui inizio viene a trovarsi il sacerdote del nostro tempo. Infatti,
"quanto più le moderne tecnologie creeranno relazioni sempre più intense e
il mondo digitale amplierà i suoi confini, tanto più egli sarà chiamato a
occuparsene pastoralmente, moltiplicando il proprio impegno, per porre i media
al servizio della Parola".
In particolare,
ciò che caratterizza questa "storia nuova" è il mutamento dell'idea
di "universalità" che l'utilizzo delle nuove tecnologie comporta e,
di conseguenza, il mutamento del concetto stesso di "cattolicità".
Nel mondo digitale, ormai, tutti siamo connessi con tutti. Almeno virtualmente.
Il problema primario, dunque, non è più quello di raggiungere le persone alle
quali annunciare il Vangelo, ma è quello di riuscire a farsi ascoltare. Ciò è
tanto più difficile in un contesto di overdose
informativa e di confusione, nella società dello spettacolo, di elementi
essenziali e superflui, sacri e profani.
Proprio a partire da ciò Benedetto XVI delinea una vera e propria
"pastorale nel mondo digitale", che tenga conto "anche di quanti
non credono, sono sfiduciati e hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità
non caduche". E lo fa mettendo al centro una cura rivolta ai contenuti
(che sono frutto di adeguata preparazione teologica), diretta a coltivare la
spiritualità dei sacerdoti, animata da quelle motivazioni che debbono trasparire anche nell'impegno pastorale sul web. In
altre parole, il modo adeguato per riuscire a farsi ascoltare è quello che
poggia sulla credibilità del testimone: di colui che,
anche nell'odierno mondo digitale, è in grado di attestare quella "vita
sempre nuova" che viene "generata dall'ascolto del Vangelo di
Gesù".
Il testo sul
"sacerdote e la pastorale nel mondo digitale" si rivolge anzitutto a coloro che sono chiamati ad annunciare il Vangelo. Essi sono
invitati a farlo cogliendo le singolari opportunità offerte dalla moderna
comunicazione. Lo debbono fare con saggezza, certo, ma
senza paura. Cercando alleanze anche con gli uomini di buona volontà che
operano in maniera più o meno professionale
all'interno dei processi comunicativi. Il tutto allo scopo - come veniva ricordato nel messaggio dello scorso anno - di
"promuovere una cultura di rispetto per la dignità e il valore della
persona umana". Anche all'interno del mondo digitale.
ADRIANO FABRIS,
docente di etica della comunicazione - Università di Pisa
Papst: „Kultur braucht Austausch, nicht Banalität“
Das kulturelle Leben ist zu oft von
Banalitäten geprägt. Das hat Papst Benedikt an diesem Donnerstag bei seiner
Audienz für die 350 Mitglieder der sieben päpstlichen Akademien für Theologie
und Kultur betont. Die Menschen folgten viel zu sehr den fragwürdigen
Vorstellungen von Relativismus und Subjektivismus, während das intensive
Nachdenken und das erläuternde Gespräch in den zwischenmenschlichen Begegnungen
zu kurz kämen. Der Mensch werde zu selten als das komplexe Wesen, das er ist,
in den Blick genommen:
„Dieser Mangel an Bezugspunkten wirkt
sich vor allem negativ auf das zivile Zusammenleben aus. Besonders die
Erziehung von Kindern und Jugendlichen braucht Wahrheit und Werte, die nicht
nur als Idee vorgegeben sind, sondern auch umgesetzt werden. Diese Werte
bereichern das Leben und geben Anlass zur Hoffnung. Und das ist
für alle Menschen, vor allem aber für die Jugendlichen, von höchstem Interesse.
Verbindlichkeit besitzen diese Werte besonders für die Priesteramtsanwärter,
wie uns das aktuelle Priesterjahr vor Augen führt.“
Ein Vorbild von großer Aktualität sei
der heilige Thomas von Aquin, der Namensvater einer der päpstlichen Akademien
ist. Sein Beispiel rufe die Akademiemitglieder und alle Menschen zur
Aufgeschlossenheit gegenüber fremden Kulturen und einer tiefen Verständigung
auf:
„Seine Begegnungen mit der arabischen
und ebenso der jüdischen Gedankenwelt seiner Zeit waren überaus fruchtbar. Das
Gleiche gilt auch für seine Auseinandersetzung mit der griechischen
Philosophie. Hieraus hat sich eine außergewöhnliche Synthese in der Theologie
ergeben, die im Einklang mit der Vernunft und dem Glauben gestanden hat. Und
sein Vermächtnis legt Zeugnis ab von seiner großen Intelligenz, seinem Genie
und seiner Originalität. Gleichzeitig zeigt es uns aber auch, wie heilig das
Leben ist.“
Die Aufgabe der Akademien ist die
Förderung des Gesprächs zwischen Kirche, Wissenschaft und Kunst sowie die
Beratung der Kurie in einzelnen Fragen. Künftig sollen sie enger
zusammenarbeiten und ihr Wirken einer breiteren Öffentlichkeit vorstellen. Die
Akademien setzen sich aus internationalen Wissenschaftlern zusammen und zählen
jeweils bis zu 60 Mitglieder. (rv 28)
„Wir sind es der Welt schuldig, dass nicht vergessen wird“
Monsignore
Klaus Mayer sprach bei der Plenarsitzung des Landtags Rheinland-Pfalz
Mainz. Monsignore
Klaus Mayer, früherer Pfarrer von Mainz-St. Stephan, hat dazu aufgerufen, das
Gedenken an die Verbrechen des Nationalsozialismus und an die Schoa aufrechtzuerhalten.
„Nur noch einige Jahre, dann sind auch die
letzten Zeitzeugen gestorben. Wie geht es dann weiter mit dem Gedenken?
Zunächst, es muss weitergehen. Wir sind es der Welt schuldig, dass nicht
vergessen wird, wie Menschen mit Menschen umgegangen sind, zur Mahnung für alle
Geschlechter", sagte Mayer bei der Plenarsitzung des Landtags
Rheinland-Pfalz aus Anlass des Gedenktags für die Opfer des Nationalsozialismus
am Mittwoch, 27. Januar, in Mainz. Mayers Gedenkrede, die von den Abgeordneten
mit stehendem Applaus bedacht wurde, stand unter der Überschrift „Damit sich
nicht wiederholt..."
Mayer würdigte die alljährliche
Plenarsitzung des Landtags als zentrale Gedenkveranstaltung des Bundeslandes
Rheinland-Pfalz: „Sie ist von ihrer Zeichenhaftigkeit, ihrem Vorbildcharakter
her Signal an die Gemeinden, Bürgerinnen und Bürger", sagte er. Es sei
auch wichtig, dass die jüdischen Mitbürgerinnen und Mitbürger „von der
Gesellschaft angenommen, hier zu Hause sind, sich wohlfühlen". „Dazu
gehört, dass sie ihren jüdischen Glauben leben können. Die Zeit muss kommen, in
der jüdische Synagogen und Gemeindezentren nicht mehr eigens geschützt werden
müssen." Weiter betonte Mayer, dass man den Holocaust „nur böswillig
leugnen" könne. „Es gibt kaum ein Geschehen im 20. Jahrhundert, das so
zuverlässig bezeugt ist", sagte er. Gleichzeitig unterstrich er die hohe
Bedeutung des Gedenkens. „Wir sind es den Ermordeten schuldig", hob Mayer
hervor.
Auch der Präsident des
rheinland-pfälzischen Landtags, Joachim Mertes, erinnerte in seiner Begrüßungsansprache
an zahlreiche Verfolgte der nationalsozialistischen Diktatur. Er unterstrich,
dass das Konzentrations- und Vernichtungslager Auschwitz „der Inbegriff für das
grausamste Menschheitsverbrechen ist, das jemals begangen wurde". „Was uns
an Auschwitz erinnert und entsetzt, ist nicht allein das unvorstellbare Ausmaß
des Völkermordes. Es ist die fabrikmäßige Umsetzung, die eiskalt in Gang
gesetzte Maschinerie, die dahinter stand: Die Gnadenlosigkeit der Täter",
sagte Mertes. Der staatlich organisierte Massenmord an Kindern, Frauen und
Männern habe „die grundlegenden Gebote der Humanität und unseres christlichen
Menschenbildes außer Kraft gesetzt". Die Schoa
sei mehr als ein „ungeheuerlicher Verstoß gegen moralische Prinzipien",
die alle Kulturen und Religionen verbinden. „Sie ist der Versuch, sich über
alle Moral hinwegzusetzen", sagte Mertes.
Beck fordert wachsame Kultur des
Erinnerns
Bereits im Vorfeld des Gedenktages für
die Opfer des Nationalsozialismus hatte sich der rheinland-pfälzische
Ministerpräsident Kurt Beck für eine wachsame Kultur des Erinnerns und eine
lebendige Gedenkarbeit ausgesprochen. „Wer seine Vergangenheit vergisst, kann
die Gegenwart nicht verstehen und die Zukunft nicht gestalten. Deshalb haben
wir eine gemeinsame Verantwortung dafür, dass wir die Verbrechen der
Nationalsozialisten und das Leid der Opfer nicht vergessen", sagte Beck.
„Es darf keinen Schlussstrich geben. Es geht darum, dass jede Generation ihre
Form und ihren Weg findet, sich mit diesem Thema engagiert auseinanderzusetzen
und Lehren aus der Vergangenheit zu ziehen", betonte Beck. Sein Dank gelte
den vielen Initiativen, Gruppen und Einzelpersonen, die sich in einem „engen
Netzwerk" mit Gedenkarbeit in Rheinland-Pfalz befassen. am (MBN)
Europäische Bischöfe betten um Engagement für verfolgte Christen
COMECE verfasst Memorandum und
appelliert an die Institutionen der Europäischen Union die Religionsfreiheit zu
schützen
BRÜSSEL - Das Sekretariat der COMECE
(Kommission der Bischofskonferenzen der Europäischen Gemeinschaft) mit Sitz in
Brüssel begrüßt die Annahme einer Entschließung des Europäischen Parlaments,
die die jüngsten Angriffe auf christliche Gemeinschaften in Ägypten und
Malaysia verurteilt.
„Die Ermordung von sechs koptischen
Christen und einem Polizisten am 6. Januar 2010 sowie die Überfälle auf
Gotteshäuser in Malaysia seit Januar dieses Jahres stellen schwere
Menschenrechtsverletzungen dar“, so die COMECE in einer Erklärung, die ZENIT
vorliegt.
"Die Europäische Union sollte den
religiösen Minderheiten - einschließlich christliche Gemeinschaften - die
heutzutage weltweit verfolgt werden, Hilfe leisten: 75 bis 85 % der religiösen
Verfolgungen weltweit betreffen Christen und jährlich werden 170.000 Christen
wegen ihres Glaubens ermordet. Die Gesamtzahl der brutal verfolgten Gläubigen
wird auf 200 Millionen beziffert“.
Diese Entschließung des Europäischen
Parlamentes entspricht der Entschließung des Ministerrats der EU, die im
November 2009 angenommen worden ist. Diese bekräftigte, dass die Europäische
Union weiterhin nachdrücklich für die Förderung und den Schutz der Religions-
und Weltanschauungsfreiheit eintritt.
Mit Bezug auf diese nachdrücklichen
Stellungnahmen des Ministerrates und des Europäischen Parlamentes appelliert
die COMECE an die Hohe Repräsentantin der EU für die Außenpolitik, Ms Catherine
Ashton, diese Priorität im Handeln umzusetzen. Um den europäischen
Entscheidungsträgern zu helfen, konkrete Instrumente zu entwickeln, um die
Religionsfreiheit in den Außenbeziehungen der EU zu fördern, haben die Bischöfe
der COMECE eine Expertengruppe einberufen mit dem Auftrag, einen Memorandum zur
Förderung der weltweiten Religionsfreiheit zu verfassen.
Dieser Text, welcher die Verletzungen
dieses Grundrechts und auch die religiösen Verfolgungen weltweit aufführt,
schlägt den EU Institutionen eine Reihe von Empfehlungen vor. Der Memorandum
wird voraussichtlich von den COMECE Bischöfen während ihrer nächsten
Plenarversammlung (14.-16. April 2010) angenommen. Zenit 28
Papst Johannes Paul II. dachte zwei Mal an Rücktritt
Papst Johannes Paul II. war offenbar
grundsätzlich dazu bereit gewesen, seinen Rücktritt zu erklären. Das geht aus
zwei bislang unbekannten Schreiben des Papstes hervor, die jetzt in einem Buch
veröffentlicht wurden. Darin legte Johannes Paul II. auch die Bedingungen für
einen möglichen Rücktritt fest.
Papst Johannes Paul II. (1978-2005) ist
offenbar grundsätzlich zu einem Rücktritt bereit gewesen. Das Kirchenoberhaupt
traf einem in Italien erschienenen Buch zufolge seit 1989 Vorkehrungen für
einen Rückzug aus gesundheitlichen Gründen.
Das geht aus zwei bisher
unveröffentlichten Schreiben hervor. Autor und Herausgeber der
Dokumentensammlung ist Slawomir Oder, zuständig für die
Seligsprechungsverfahren von Johannes Paul II. als Postulator.
Das Buch mit dem Titel „Warum er heilig ist“ enthält insgesamt 114 Dokumente
aus den Akten des Seligsprechungsverfahrens für den Papst aus Polen.
Die Schreiben, die sich mit einem
eventuellen Rücktritt befassen, stammen aus den Jahren 1989 und 1994. Im Brief
vom 15. Februar 1989 legt Johannes Paul II. die Bedingungen für seinen
Rücktritt fest: „Nach dem Beispiel von Papst Paul VI. erkläre ich: Im Falle,
dass mich eine offenbar unheilbare Krankheit von langer Dauer daran hindert,
die Aufgaben meines Apostolischen Amtes hinreichend zu erfüllen, oder im Falle,
dass eine andere schwere und lange Behinderung mich in ähnlicher Weise
einschränkt, trete ich von meinem heiligen und kanonischen Amt zurück – sowohl
als Bischof von Rom als auch als Oberhaupt der heiligen katholischen
Kirche."
Er überlasse es dem Dekan des
Kardinalskollegiums, gemeinsam mit den Kardinalpräfekten und -präsidenten der
römischen Kurie sowie dem Kardinalvikar von Rom dieses Gesuch anzunehmen und
die Demission wirksam zu machen, heißt es weiter.
In dem Schreiben von 1994 erwägt
Johannes Paul II. zudem, ob er wie die Bischöfe im Alter von 75 Jahren in den
Ruhestand treten könne. Er kam jedoch zum Ergebnis, dass es für einen „emeritierten
Papst in der Kirche keinen Platz gibt“, wie er bei einem Krankenhausaufenthalt
gegenüber seinen Ärzten betonte.
Über die theologischen und historischen
Gesichtspunkte einer solchen Entscheidung habe er sich mit Kardinal Joseph
Ratzinger beraten, dem heutigen Papst Benedikt XVI., heißt es in dem Brief
weiter. Kna 28
Postulator schreibt Buch über Johannes Paul – Viele neue Details
Man glaubte ihn eigentlich zu kennen –
schließlich trat Johannes Paul II. sehr häufig öffentlich auf. Doch jetzt hat
sein Postulator im Seligsprechungsverfahren ein Buch
über den vor fünf Jahren verstorbenen Papst aus Polen geschrieben, und darin
finden sich viele überraschende und bislang unbekannte Details aus dem Leben
und Denken des Karol Wojtyla. „Perché è santo“ –
„Darum ist er heilig“, so heißt das
Buch, das Slawomir Oder mit einer Journalistin zusammen verfasst hat.
„Ein Postulator
kann tiefer blicken – und sieht die Dinge aus einer anderen Perspektive. Was
aufscheint, ist die Heiligkeit eines wirklichen Gottesmanns von spiritueller
Tiefe. Er war ein ganzer Mensch: glücklich, selbstverwirklicht, frei. Er hat
sein Leben gerne gelebt, es aber in den Dienst seines Herrn und der Kirche
stellte. Das scheint eine banale Feststellung, trifft aber auf Johannes Paul am
genauesten zu: Er war ein Mann Gottes und ein wahrer Mystiker, der in der
Geschichte die Anwesenheit Gottes gespürt hat.“
Zu den Neuigkeiten in Oders Buch gehört, dass Johannes Paul sich kurz vor seinem
75. Geburtstag im Mai 1995 mit seinen Mitarbeitern über einen möglichen
Rücktritt aus Gesundheitsgründen beriet. Nachrichtenagenturen betonen
allerdings an diesem Mittwoch besonders ausgiebig, dass Johannes Paul sich
gelegentlich selbst gegeißelt hat – mit einem Gürtel. Vatikan-Kardinal Jose Saraiva Martins sagt über diese alte christliche Bußpraxis:
„Wir geißeln uns ja auch in unserem
Leben sozusagen geistlich auf viele verschiedene Arten: Indem wir auf Dinge
bewusst verzichten, zum Beispiel. Man darf die Geißelung nicht rein materiell,
rein physiologisch auffassen – der Mensch ist ja nicht nur Körper. Wir können
das Wort Geißelung übersetzen mit: Buße. Opfer. Verzicht. Und es gibt sie nicht
nur körperlich, sondern auch geistlich und intellektuell. Opfer gehört zum
Menschen an sich.“ (rv 27)
Frankreich: Post nur ohne Burka
Die Burka ist
„mit den Werten der Republik unvereinbar.“ Das hält der Bericht der
Enquete-Kommission der französischen Nationalversammlung fest, die sich am
Dienstag für ein Verbot des Ganzkörperschleiers aussprach. In einem ersten Schritt
plädieren die Abgeordneten in dem Text für ein Burka-Verbot
im Bereich öffentlicher Dienstleistungen. Wer zum Beispiel im Personenverkehr,
auf der Post, im Krankenhaus oder in der Schule eine Burka
trägt, soll mit einer Geldbuße belegt werden und keinen Anspruch mehr auf den
entsprechenden Service haben. Im Folgenden muss nun der Verfassungsrat prüfen,
ob das geplante Gesetz überhaupt mit den Menschenrechtsverpflichtungen des
Landes vereinbar ist.
Mehrere katholische Bischöfe hatten das
geplante Verbot schon vorab kritisiert. Ein Burka-Verbot
sei kontraproduktiv und ein großer Fehler, sagte etwa der korsische Bischof
Jean-Luc Brunin. Der Bischof von Arras, Jean-Paul
Jaeger, wendet sich ebenfalls gegen ein Gesetz, spricht aber zugleich den
Behörden das Recht zu, die Bürger identifizieren zu können. Sein Gesicht offen
zu zeigen, sei zudem Teil der europäischen Kultur. Als unzulässige
Einschränkung individueller Freiheit bewertet es der Rektor der Pariser
Moschee. Dalil Boubakeur
gilt als Vertreter des liberalen Islam in Frankreich. Er weist darauf hin, dass
die Burka nicht vom Islam vorgeschrieben werde. Die
Mehrheit der französischen Abgeordneten der zuständigen Kommission zeigt sich
enttäuscht darüber, dass das Verbot nicht für den gesamten öffentlichen Raum
gelten soll. Die in Frankreich laufende Debatte zur nationalen Identität habe
die Entscheidung beeinflusst, wendet die sozialistische Opposition ein. – Nach
offiziellen Angaben leben in Frankreich nur etwa 2.000 Burka-Trägerinnen.
2004 war bereits ein Verbot des islamischen Kopftuchs in französischen Schulen
in Kraft getreten. Das Verbot bezog sich dabei auch auf religiöse Symbole wie
große Kreuze oder die jüdische Kippa. Die Burka bedeckt außer der Augenpartie den ganzen Körper. (apic/kna/kap
27)
Indien wird 60: Kirche will mehr soziale Gerechtigkeit
An diesem Dienstag hat Indien sein
60-jähriges Bestehen als Republik gefeiert. Als größte Demokratie der Welt hat
das Land inzwischen eine enorme wirtschaftliche Kraft entwickelt und gewinnt auch
politisch mehr und mehr an Bedeutung. Der Erzbischof von Mumbai und Vorsitzende
der indischen Bischofskonferenz, Kardinal Oswald Gracias,
spricht mit Radio Vatikan über die Rolle der Kirche in Indien:
„Die indische Kirche ist sehr lebendig,
und das ist sehr wichtig – gerade, weil wir nur eine Minderheit von 2,3 Prozent
in der Bevölkerung ausmachen. Die Politik hat viel für die Menschen erreicht,
vielerorts gute Bildungsvoraussetzungen und solide sanitäre Strukturen
geschaffen. Aber es besteht noch eine gewisse Bandbreite, auch hinsichtlich der
Verteilung des Reichtums im Land, wo sich viel auf die Städte konzentriert. Die
Landbevölkerung muss da kräftiger unterstützt werden. In ländlichen Regionen
gibt es nicht einmal überall Elektrizität! Geschweige denn vernünftige Schulen.
Und da kann die Kirche der Regierung helfen, dass die Verhältnisse etwas
stabiler und gerechter werden.“ (rv 28)
"Wir werden dir zeigen, wie Islam geht"
Das Europaparlament hat in der
vergangenen Woche die jüngsten Überfälle
auf Christen in Ägypten und Malaysia
scharf verurteilt. In diesem
Zusammenhang veröffentlicht das
weltweite katholische Hilfswerk "Kirche
in Not" ein Interview mit dem in
Deutschland lebenden koptischen Bischof
Anba
Damian. Er erhebt darin schwere Vorwürfe gegen die islamischen
Führer und die Behörden in Ägypten. In
der Nacht vom 6. auf den 7.
Januar, dem Weihnachtsfest der
koptischen Christen, hatten Islamisten
vor drei Kirchen in der südägyptischen
Stadt Nag Hammadi gezielt das
Feuer auf Gottesdienstbesucher
eröffnet. Sieben Kopten und ein
muslimischer Wachmann
waren bei dem Anschlag gestorben.
Das Interview führte Berthold Pelster.
Kirche in Not (KIN): Herr Bischof
Damian, wann haben Sie von dem
Anschlag erfahren?
DAMIAN: Ich hatte das Weihnachtsfest in
Berlin zusammen mit dem
ägyptischen Botschafter und anderen
hohen Diplomaten gefeiert. Es war
eine sehr freundliche Atmosphäre, aber
kaum hatten wir unsere Gäste
verabschiedet, klingelte mein Telefon
und ich erfuhr, was geschehen war.
Mich hat besonders betroffen gemacht,
dass die meisten Opfer Jugendliche
waren, die sich nach der Christmette
vor der Kirche miteinander
unterhalten hatten. Es wurde auch ein
muslimischer Wachmann erschossen,
der nur mit einem Holzknüppel bewaffnet
gewesen war. Man kann also nicht
von einem Polizeischutz sprechen, wie
er sonst in der Region üblich ist.
Merkwürdigerweise hatte auch kein
Vertreter der Politik oder des
öffentlichen Lebens an der Messe
teilgenommen, wie es sonst üblich ist.
Unser Bischof vor Ort war auch gebeten
worden, die Messe vorzeitig zu
beenden, weil die Lage zu unsicher sei.
KIN: Hatte der Bischof vor dem Anschlag
Drohungen erhalten?
DAMIAN: Ja. Er hatte Morddrohungen per
SMS erhalten und das auch an die
Polizei weitergegeben. Doch leider gab
es keine Reaktion von Seiten der
Behörden. Der Bischof hatte mit solchen
Drohungen schon gerechnet, weil
er seinen Mund aufgemacht und auf die
schlimme Situation der Christen in
seiner Diözese aufmerksam gemacht
hatte. Aber dass ein so grausam
geplanter und umgesetzter Anschlag
folgen würde, damit hat keiner gerechnet.
KIN: Was weiß man inzwischen über die
Attentäter?
DAMIAN: Die drei mutmaßlichen Täter,
die auf die Jugendlichen geschossen
hatten wurden schnell festgenommen.
Doch sie sind nur Werkzeuge anderer,
die in der hinteren Reihe sitzen und
planen. Dieser Mordanschlag war
kein Zufall, sondern von langer Hand
geplant. Es gibt Menschen, die den
Bischof hassen und die Christen der
Diözese ins Herz treffen wollten.
Was die Attentäter angeht, kam von
offizieller Seite die übliche
Aussage, die lautet: "Ach, da
handelt es sich um psychisch Kranke." Dazu
kann ich nur sagen: Die Märchen hören
nicht auf, denn diese immer
gleiche Geschichte hören wir immer
wieder. Wir haben die Nase voll und
halten es nicht mehr aus. Die Kopten
haben nichts Böses getan und
niemanden verletzt. Wir haben nur den
unverschämten Anspruch, als
gleichberechtigte Mitbürger leben zu
wollen. Aber das ist nur ein Traum,
von dem wir weit entfernt sind.
KIN: Sie fordern also eigentlich nur
Religionsfreiheit – ist diese
Religionsfreiheit für die Christen in
Ägypten denn nicht gegeben?
DAMIAN: Im Augenblick ist es in Ägypten
beinahe schon kriminell, wenn
man in einer privaten Wohnung beten
will. Wer als Christ eine Wohnung
oder ein Haus kaufen will, muss
unterschreiben, dass er diese Immobilie
niemals als Gebetsraum nutzen wird. So
weit sind wir in Ägypten! Wir
bekommen keine Genehmigung, Kirchen zu
bauen oder zu erweitern. Und wenn
einer auf die Idee käme, sein Haus zu
einer Kirche zu machen, dann muss
er damit rechnen, dass es in Brand
gesteckt wird. Denn es gibt
niemanden, der uns in Schutz nimmt.
KIN: Kommen wir noch einmal konkret auf
den Mordanschlag zurück – in
Deutschland war zu lesen, dass es sich
um einen Racheakt für die
Vergewaltigung eines muslimischen
Mädchens durch einen Christen
gehandelt habe. Was halten Sie von
dieser Erklärung?
DAMIAN: Dieses Märchen haben wir
natürlich auch gehört. Das trifft
absolut nicht zu, es ist eine
Verleumdung. Denn seien wir ehrlich: Wenn
das der Fall gewesen wäre, wäre der
Vergewaltiger schon längst mitsamt
seiner ganzen
Familie ermordet und sein Haus abgebrannt worden. Wir
haben in Ägypten eine Kultur der Lügen.
Das muss ich so deutlich sagen.
Denn es geschieht beinahe täglich, dass
christliche Mädchen entführt
werden, dass ihnen Organe entnommen
werden, dass sie vergewaltigt und in
die Prostitution geschickt werden.
Davon redet keiner! Die Wahrheit
sieht vielmehr so aus, dass es schon
seit geraumer Zeit in dieser Region
Gewalt gegen Christen gegeben hatte und
dass der Bischof sich geweigert
hat, auf eine Aufklärung dieser Gewalt
zu verzichten, so wie es die
örtlichen Behörden von ihm verlangt
hatten. Der Bischof verlangte
Schadenersatz für die Menschen, die
ihre Häuser und Geschäfte verloren
hatten. Er weigerte sich, das
Geschehene zu ignorieren und vor den
Kameras zu lächeln. Daraufhin wurde ihm
gesagt: "Wir werden dir zeigen,
wie Islam geht, wenn du nicht tust, was
wir wollen!" Das ist die
Situation in Ägypten: Niemand wird
davon abgehalten, Christen zu töten,
aber wir müssen dabei lächeln und
zeigen, wie friedlich wir sind. Wir
müssen auf unsere Rechte verzichten.
Genau dagegen hat sich der Bischof
aufgelehnt. Daraufhin war er persönlich
das Ziel dieses Anschlags. Er
sollte getötet werden. Wenn Gott und
seine Schutzengel ihn nicht unter
ihren Schutz genommen hätten, wäre er
schon längst ermordet worden.
KIN: Geht die Gewalt nur von einer
Minderheit aus oder haben sich
inzwischen starke radikale Kräfte im
Islam entwickelt?
DAMIAN: Ich habe nach den Anschlägen
von vielen weltlichen Institutionen
und auch von der ägyptischen Botschaft
Kondolenzschreiben erhalten. Aber
kein Scheich, kein religiöser Führer
des Islam hat sich von dieser Tat
distanziert. Auch aus Ägypten selbst
höre ich nichts von Mitleid – die
muslimischen Führer schweigen, so weit ich das von hier aus beurteilen
kann, zu der Tat. Das ist allerdings
nur mein Eindruck hier in
Deutschland und von dem, was ich von
den Angehörigen der Christen aus
Nag Hammadi erfahre.
KIN: Haben Sie eine Erklärung dafür,
warum die Christen in Ägypten so
sehr unterdrückt werden? Hat das auch
politische Gründe?
DAMIAN: Nicht so weit ich das sehen
kann. Es geht schlicht und einfach
um die Religion. Wir sind keine
politisch Verfolgten, wir werden
religiös verfolgt, obwohl wir nicht
verstehen können, warum. Ich bin
nicht nur Ägypter, weil ich in diesem
Land geboren wurde, sondern auch
aus Überzeugung. Wir Christen tun auch
viel für Muslime. Hier in
Deutschland ist mein Kloster eine
Anlaufstelle für Asylbewerber aller
Nationalitäten, und die meisten von
ihnen sind Muslime. Wir erzählen
keine orientalischen Märchen, wir
helfen unseren Mitmenschen. Wir teilen
unser Brot mit Muslimen, die bedrängt
sind. Und das machen wir nicht als
"Öffentlichkeitsarbeit",
sondern weil es die Forderung unseres Herrn
ist. Wenn wir helfen, dann helfen wir
allen. Egal, ob Christen oder Muslimen.
KIN: Woher kommt dann aber der Hass
mancher Muslime auf die Christen?
DAMIAN: Das liegt an den Lehrern in den
Moscheen. Die Ägypter sind von
Natur aus ein
friedvolles Volk. Aber die Menschen lernen durchs Hören.
Und wenn die Freitagspredigt in der
Moschee heiß ist von Hass, dann
gehen diese eigentlich friedlichen und
einfachen Menschen auf uns los.
Es geht also um die Lehre, die von den
Imamen gepredigt wird. Ich war
zum Beispiel einmal bei einem
muslimischen Freund in Ägypten und hörte
mir in seiner Moschee die
Freitagspredigt an. Ich war entsetzt! Das war
keine Predigt, sondern eine
Kriegserklärung! Ich frage mich, was das
soll! Wir müssen in die Moschee gehen,
um zu beten, und wir müssen sie
mit Frieden im Herzen verlassen.
KIN: Was wird in den Moscheen über die
Christen gesagt?
DAMIAN: Das ist ganz unterschiedlich
und hängt vom Prediger, vom Imam,
ab. Die meisten unter ihnen sind
vernünftig und bringen den Menschen das
Gebet, das Fasten und die Tugenden bei.
Andere jedoch sprühen Hass. Und
die Zuhörer können das meist überhaupt
nicht einordnen. Manche sind
Analphabeten und leicht beeinflussbar.
Diese Menschen haben oft keine
Schulen besucht und vertrauen nur auf
das, was sie mündlich überliefert
bekommen. Und sobald diese einfachen
Menschen Hasspredigten mitbekommen,
reagieren sie entsprechend. Diese
Menschen haben mein Mitleid. Ich bete
für all jene, die ihre Finger mit Blut
beschmutzen. Die Ägypter sind von
Natur aus ein
friedvolles, gastfreundliches und warmherziges Volk. Es
ist mir rätselhaft, warum man die
Beziehungen zwischen Christen und
Muslimen zerstören will. Ich habe
persönlich viele gute muslimische
Freunde. Wir haben schon als kleine
Kinder in der Grundschule
miteinander gelebt, gespielt und
gegessen. Wir haben diesen Hass nicht
gespürt. Diese religiöse Halluzination,
die unser Land zurzeit
verschattet, ist alles andere als
normal.
KIN: Sie würden also sagen, dass der
Hass gegen Christen in Ägypten
während der vergangenen Jahrzehnte
zugenommen hat?
DAMIAN: Das ist nicht mehr zu
übersehen. Die Menschen würden mich
auslachen, wenn ich etwas anderes
behaupten würde. Die Zeit, in der wir
die Fakten mit Geschenkpapier verpacken
konnten, ist längst vorbei. Die
Welt ist wie ein Dorf geworden und
durch die Medien erfahren die
Menschen unsere Realität – und die ist
leider Gottes bitterernst geworden.
KIN: Was tut die Regierung in Ägypten
gegen die muslimischen Extremisten?
DAMIAN: Normalerweise hat die Regierung
in Ägypten drei wichtige Ziele,
die wir schon als kleine Kinder gelernt
haben: Bekämpfung von Armut,
Krankheit und Ignoranz. Religion war
niemals eine Aufgabe der Regierung.
Es hieß: Jeder soll seine Religion
ausüben, so lange das die Einheit der
Nation nicht bedroht. Damit sind wir
bisher immer gut gefahren. Aber
irgendwie scheint es inzwischen dazu
gekommen zu sein, dass man die
Religionen gegeneinander ausspielt.
KIN: Was müsste sich in Ägypten ändern,
um diese Tendenz aufzuhalten?
DAMIAN: Wir brauchen ein Gesetz, durch
das alle Menschen in Ägypten
gleich behandelt werden. Im Augenblick
besitzen wir Christen nur die
Gnade des Präsidenten. Die Scharia ist
die Quelle der ägyptischen
Gesetzgebung und das bedeutet: Wenn ein
Muslim einem Christen etwas
antut, darf der Täter nicht bestraft
werden. Das heißt im Prinzip für
die Muslime: Grünes Licht für Gewalt
gegen Christen. Wenn ein Kopte auf
die Idee käme, auf ein Polizeirevier zu
gehen, weil seine Tochter
entführt wurde, dann muss er aufpassen,
dass er nicht selbst ins
Gefängnis kommt. Das ist untragbar! Ich
bin der festen Überzeugung, dass
die Situation sich ändern würde, wenn
alle Menschen vor dem Gesetz
gleich behandelt werden müssten –
unabhängig von ihrer Religion. Die
Religionsfreiheit ist eine Gnade
Gottes, die uns niemand nehmen darf.
Menschen müssen ihre Religion wählen
oder wechseln dürfen, ohne dafür
bestraft oder belohnt zu werden. Wenn
das so wäre, würde sich die
Situation in Ägypten dramatisch ändern.
Aber das Problem ist, dass der
Islam und die Politik in Ägypten
voneinander untrennbar sind.
KIN: Sehen Sie unter den gegebenen
Voraussetzungen überhaupt eine
Zukunft für die koptischen Christen?
DAMIAN: Wir werden aufgrund unserer
Religion in Ägypten verfolgt. Da
brauchen wir keine blumigen
orientalischen Märchen erzählen – das ist
einfach so. Darüber sind wir sehr
traurig, denn Ägypten ist unser
Heimatland und inzwischen ist der Tag
gekommen, an dem wir nicht einmal
mehr in unserem Vaterland in Frieden
leben dürfen. Wir sind eine Kirche
von Märtyrern. Die Geschichte hat
gezeigt, dass die Kirche "aufblüht",
wenn ihr Blut vergossen wird. Wir
erfahren täglich, dass die Kirche
wächst. Die Menschen, die uns ermorden
und verfolgen, sorgen mit ihren
Taten für das Wachstum der Kirche. Wir
haben keine Angst vor dem Tod des
Körpers und des Leibes. Wir sind Kinder
der Märtyrer und die Kirche wird
bestehen. Wir sind nicht allein. Gott
ist mit uns. Niemand auf dieser
Erde wird uns je in Angst versetzen.
KIN: Was können wir in Deutschland für
die koptischen Christen tun?
DAMIAN: Mit uns beten. Gemeinsam dafür
Sorge tragen, dass die
Menschenwürde und die Menschenrechte in
Ägypten eingehalten werden. Und
Sie können unsere Situation bekannt
machen und damit dafür sorgen, dass
die Verantwortlichen endlich nicht mehr
die Augen vor den Tatsachen
verschließen können. KiN
Großbritannien: Einwanderer bereichern die katholische Kirche
Einwanderer wirken für die englische
Kirche wie „Vitamin C“. Das sagt der neue Erzbischof von Westminster,
Vincent Gerard Nichols, im Interview mit uns. Nichols hält sich zusammen mit
anderen Bischöfen aus England und Wales zur Zeit zum
Ad-Limina-Besuch im Vatikan auf – ein wichtiger
Besuch, denn der Papst wird Großbritannien wohl im September besuchen. Die
Gesellschaft in England und Wales werde immer multiethnischer, betont der
Erzbischof: Das führe dazu, dass das Glaubensleben in den Städten mittlerweile
lebendiger sei als auf dem Land.
„Viele der Einwanderer und ihre
Gemeinschaften bringen neues Leben und neue Kraft in das katholische Leben
unseres Landes. Es gibt natürlich Probleme mit nationalen Gruppen, die ihre
Identität und eigenen liturgischen Riten verständlicherweise bewahren wollen -
aber in den meisten Fällen wird die Situation sehr gut gehandhabt und ein
Gleichgewicht gefunden zwischen der Integration in eine einzige liturgische
Gemeinschaft und der Anerkennung des tiefen spirituellen Bedürfnisses der
Gläubigen, ihren Glauben in der eigenen Muttersprache auszudrücken.“ (rv 26)
Kues zum Katholiken-Arbeitskreis: „Einheit statt Einzelkämpfer“
Der CDU-Abgeordnete Hermann Kues sieht
im „Arbeitskreis Engagierter Katholiken in der Union“ (AEK) die Gefahr einer
„Sackgasse“. Das sagte Kues, der auch Mitglied im Zentralkomitee der deutschen
Katholiken ist, im Interview mit dem Kölner Domradio.
„Es ist legitim, sich in so einem
Arbeitskreis zu engagieren. Aber ich kenne keinen katholischen
Bundestagsabgeordneten - bis auf einen Kollegen, der da mitmacht -, der sich
davon tatsächlich vertreten fühlt, das ist der Punkt. Und da muss man
aufpassen, dass man sich - ohne das zu wollen - nicht in eine Sackgasse begibt.
Ich finde, man muss Einfluss nehmen mitten in die Gesellschaft! Da muss man die
Katholiken und alle Christen zusammenführen und man darf sich nicht auseinander
treiben lassen. Insofern glaube ich auch, dass dieser Arbeitskreis über die
Bedeutung, die er jetzt in der Öffentlichkeit hat, nie hinauskommen wird.“ (domradio 26)
F. Giovanelli: „Frauen in der Kirche rücken in die Öffentlichkeit“
Mit Flaminia Giovanelli besetzt seit diesem Donnerstag eine Frau eine
Führungsposition in der römischen Kurie. Papst Benedikt XVI. hat sie zur neuen
Untersekretärin des Päpstlichen Rates „Justitia et Pax“ - „Gerechtigkeit und
Frieden“ - ernannt: Das entspricht der Position einer Staatssekretärin in einem
weltlichen Ministerium. Ihr neues Amt erfülle sie mit großer Freude, aber auch
Respekt, verrät sie im Gespräch mit Radio Vatikan. Ob sie ihre Ernennung als
richtungweisend für die vatikanische Männerdomäne versteht?
„Man könnte vielleicht sagen, dass der
Einfluss der Frauen in der öffentlichen Wahrnehmung wächst. Aber die Frauen
haben die Kirche und auch die kirchlichen Institutionen schon immer stark
beeinflusst. Ihre Rolle war in der Kirche zu jeder Zeit wichtig. Vielleicht
könnte man sagen, dass man das jetzt auch deutlicher sieht.“
Nach ihrer Ernennung ist sie nicht die
einzige Untersekretärin im Vatikan. Schwester Enrica Susanna ist
Untersekretärin in der Kongregation für die Ordensleute. Giovanelli
ist allerdings aktuell die einzige Frau, die diese Position als nicht-geweihte
Frau bekleidet. Als ihre besondere Aufgabe verstehe sie die Förderung der
Religionsfreiheit, so die Italienerin. Vor ihrer Ernennung arbeitete sie
bereits als Referentin für Entwicklungshilfe und internationale Zusammenarbeit
bei „Justitia et Pax“. (rv 26)
Anmerkungen zu Orhan Pamuks Sicht seiner Heimatstadt Istanbul
In diesem Jahr ist Istanbul eine der
Kulturhauptstädte Europas. Wer sich
als Außenstehender ein Bild von dieser
Stadt machen will, könnte das zum
Beispiel mit Hilfe des
Nobelpreisträgers Orhan Pamuk tun. In seinem
berühmten
Buch „Istanbul“ beschreibt dieser seine Heimatstadt in hoher
literarischer Qualität. Doch ist seine
Sicht inhaltlich korrekt? Darüber
hat Volker Niggewöhner
mit dem Türkeiberater des weltweiten katholischen
Hilfswerks "Kirche in Not",
Prof. Dr. Rudolf Grulich, gesprochen.
Kirche in Not (KIN): Herr Professor Grulich, welche Einblicke in die
Wirklichkeit Istanbuls erlaubt Pamuks Werk?
GRULICH: Sein Buch "Istanbul"
trägt den Untertitel: "Erinnerungen an
eine Stadt". Rezensenten nannten
es eine Liebeserklärung an seine
Heimatstadt am Bosporus. Sie hoben
hervor, dass Pamuk auch den
Niedergang des einst kosmopolitischen
Istanbul beklagte, und wiesen auf
das Kapitel hin "Eroberung oder
Fall? Die Türkisierung Konstantinopels".
Darin geht der Autor auf das Pogrom
gegen Christen im September 1955
ein, als Pamuk
drei Jahre alt war. Das heißt, dass er diese Übergriffe
sicher nicht selbst erlebte. Er schrieb
ja auch: "Da bei mir zu Hause
noch Jahre später ausführlichst
über diese Vorfälle gesprochen wurde,
stehen sie mir noch lebendig vor Augen,
als hätte ich sie damals selbst
gesehen." Er erwähnt, dass sich
der Mob "über Stadtviertel mit hohem
griechischem Bevölkerungsanteil wie Ortaköy, Balikli, Samatya und Fener
hermachte, er plünderte hier den
Lebensmittelladen eines armen Griechen,
zündete dort eine Molkerei an, überfiel
Häuser, vergewaltigte
griechische und armenische Frauen, und
es darf mit Fug und Recht
behauptet werden, dass diese Leute
nicht minder erbarmungslos vorgingen
als seinerzeit die Konstantinopel
plündernden Soldaten Sultan Mehmets."
Zwei Tage lang wurde Istanbul für alle
Nichtmuslime in eine Hölle
verwandelt. Später kam heraus, dass
staatliche Agitatoren dem Pöbel in
Aussicht gestellt hatten, es dürfe
"nach Herzenslust geplündert werden".
Das sind klare Aussagen, ähnlich wie in
seinem Interview, als er von
einer Million ermordeter Armenier 1915
und 30.000 toten Kurden in den
letzten Jahren sprach. Vielleicht bin
ich dem Autor gegenüber ungerecht
oder zu kritisch, aber ich habe bei
diesem Buch vermisst, dass außer in
diesem Kapitel das alte Konstantinopel
leider nur in einigen Nebensätzen
auftaucht.
KIN: Können Sie dafür einige Beispiele
nennen?
GRULICH: In einem Laden fällt ihm
"eine alte Griechin" auf, oder er
schreibt über ein "Domino-Kaffeehaus,
in dem seinerzeit vor allem
Angehörige der griechischen, jüdischen
und armenischen Minderheiten
ihrem Lieblingsspiel frönten". In
den Passagen des Buches, in denen er
liebevoll alte Reisebeschreibungen
Konstantinopels vorstellt, berichtet
er, wie der französische Schriftsteller
Theophile Gautier 1852 noch
bemerkte, "dass in den Straßen von
Istanbul wild durcheinander Türkisch,
Griechisch, Armenisch, Italienisch,
Französisch und Englisch gesprochen
wurde". Pamuk
bedauert, dass "der Staat in Istanbul eine Art ethnischer
Säuberung praktizierte" und diese
Sprachen ausmerzte. Ich zitiere ihn:
"Von der kulturellen Säuberung
bleibt mir aus Kindertagen noch in
Erinnerung, dass Leute, die auf der
Straße laut griechisch oder
armenisch sprachen (Kurden traten
damals kaum in Erscheinung), barsch
dazu angehalten wurden, sich gefälligst
des Türkischen zu befleißigen.
Es gab sogar öffentliche Schilder, auf
denen stand: 'Mitbürger, sprich
Türkisch!' " Gerade weil Pamuk zahlreiche alte Reiseberichte vorstellt
und Autoren wie Nerval,
Gautier, Twain und andere westliche Reisenden
zitiert, vermisse ich bei ihm eine
Auseinandersetzung mit dem alten
christlichen
Konstantinopel. Heute macht die Türkei für Istanbul Werbung
mit der angeblichen Vielfalt der Stadt,
mit dem Miteinander und
Nebeneinander von Islam, Judentum und
Christentum, aber in der Praxis
gilt nur der Islam.
KIN: Gibt es in der heutigen
15-Millionenmetropole Istanbul überhaupt
noch das alte Konstantinopel?
GRULICH: Ja, das gibt es noch. Auch
mehr als 550 Jahre seit der
Eroberung durch die Türken 1453 hat die
alte Kaiser- und Sultansstadt
noch 150 Kirchen, in denen Christen
verschiedener Konfessionen und
Nationen das Opfer Christi feiern.
Millionen Touristen kommen Jahr für
Jahr in die Stadt am Bosporus. Aber sie
sehen, wie auch Orhan Pamuk,
meist nur die einmalige Lage der Stadt
auf zwei Kontinenten, ihren
orientalischen Zauber zwischen Orient
und Okzident und die vielen
prächtigen Moscheen. Das alte Byzanz
und das "Neues Rom" genannte
Konstantinopel erscheinen ihnen nur als
Ruinen, Ausgrabungen oder
Museen. Ein solches Museum ist die Hagia Sophia, einst die größte Kirche
der Welt, und es gibt zahlreiche andere
Sehenswürdigkeiten wie die
Chorakirche.
Das war leider auch schon vor hundert
Jahren so, denn immer noch gilt,
was der protestantische Theologe
Heinrich Gelzer um die Wende vom 19.
zum 20. Jahrhundert in seinem Buch
"Geistliches und Weltliches aus dem
türkischen Orient" schrieb:
"…neben der offiziellen Türkenwelt …
existiert noch ein zweites, das
christliche Konstantinopel, von dem der
gewöhnliche Orientreisende wenig oder
gar keine Notiz nimmt. Das Phanar,
das Griechenquartier,
oder Kum-Kapi, den Sitz der Armenier, betritt der
Reisende gar nicht oder durcheilt sie
flüchtig, und doch zeigt sich hier
neben der offiziellen türkischen Welt
eine altchristlich orientalische
von kaum minderem Interesse und
zweifellos größerer Zukunft." Wir
wissen, dass sich Gelzer
in seiner Prognose geirrt hat: Die Zukunft
brachte wenige Jahre nach Gelzers Worten Tod und Verderben, Exodus und
Ausweisung für Hunderttausende von
christlichen Griechen und Armeniern
während und nach dem Ersten Weltkrieg.
Dass Pamuk diese Seite seiner
Heimatstadt nie kennenlernte, ist
schwer zu verstehen, weil er sich nach
den Aussagen seines Buches viel mit der
Geschichte beschäftigte.
KIN: Wie war das Zusammenleben und
Miteinander der Religionen in
früherer Zeit?
GRULICH: Nach meinem Baedeker-Reiseführer
aus dem Jahr 1914 lebten in
Konstantinopel neben fast 500.000
muslimischen Einwohnern, meistens
Türken, aber auch Kurden, Tscherkessen,
Pomaken und anderen islamischen
Minderheiten noch über 200.000
Griechen, ebenso viele Armenier und
80.000 weitere Christen, darunter
Bulgaren, Georgier und Lateiner. Nur
knapp die Hälfte der Bevölkerung waren
also Muslime. Während die
Christen Kleinasiens den Massakern an
den Armeniern und Assyrern seit
1915 und der Umsiedlung der Griechen
nach dem kleinasiatischen Krieg zum
Opfer fielen, durften nach dem Vertrag
von Lausanne 1923 in Istanbul und
auf den Prinzeninseln die Angehörigen
der griechischen Minderheit
bleiben, als Faustpfand für die
türkische Minderheit im griechischen
Ostthrazien, ebenso Armenier und Juden.
Als Orhan Pamuk 1952 geboren
wurde, hatte Istanbul nur eine Million
Einwohner, unter denen damals
noch 200.000 Christen waren, während es
heute bei 14 Millionen
Einwohnern weniger als 100.000 Christen
gibt.
KIN: Aber diese Christen sind noch
präsent, wie der Besuch von Papst
Benedikt XVI. Ende November 2006
zeigte. Wir sahen beeindruckende Bilder
von griechischen und katholischen
Kirchen Istanbuls und eine Vielfalt an
Riten und Sprachen bei der Papstmesse
in der Heilig-Geist-Kathedrale ... .
GRULICH: Ja, das Bild der Christenheit
in Istanbul ist noch bunt und
mannigfach, auch wenn die Zahl der
Christen klein ist. Die Christen
Istanbuls gehören den verschiedensten
Glaubensrichtungen an. Von den
alten orientalischen Gemeinschaften der
ersten christlichen Jahrhunderte
bis hin zu modernen Sekten und
Freikirchen spiegeln sie die ganze
Kirchengeschichte. An erster Stelle
steht natürlich das
griechisch-orthodoxe Ökumenische
Patriarchat, sozusagen der Vatikan der
Ostkirche. Neben dieser Kurie gibt es
im alten Stadtgebiet Istanbuls
noch ein griechisches Erzbistum
Konstantinopel mit 37 Gemeinden, in
denen in 42 Kirchen die byzantinische
Liturgie gefeiert wird, manchmal
allerdings nur an den hohen Feiertagen.
Außerdem existieren noch
griechische Gymnasien, Volksschulen,
karitative Bruderschaften und
kirchliche Vereine.
Wie klein diese Gemeinden heute sind,
können Sie anhand der genannten
Zahlen im Kopf ausrechnen. Manche der
Kirchen sind weithin sichtbar, wie
die Dreifaltigkeitskirche auf dem Taxim-Platz, die 1880 erbaut wurde.
Andere griechische Kirchen sind oft
schwer zu finden, denn kein
Reiseführer erwähnt sie und nur einige
wenige Kirchen sind auf den
Stadtplänen eingezeichnet. Aber sie
tragen immer noch Kreuze und ihre
Glocken läuten. Manche dieser Kirche
sind sogar griechische
Wallfahrtskirchen, sie werden wegen
ihrer Reliquien oder heiligen
Quellen aufgesucht, auch von
Nostalgietouristen aus Griechenland, die
heute den Kindern die Stätten zeigen,
woher Eltern und Großeltern
stammen. Ein gebürtiger Istanbuler wie Pamuk müsste das eigentlich kennen.
KIN: Was gibt es in Istanbul noch an
christlichen Bauwerken?
GRULICH: Jede Menge armenische Kirchen.
Heute schätzt man die Zahl der
Armenier in Istanbul noch auf etwa
60.000. Ihr Patriarch residiert im
Stadtteil Kumkapi.
Über das Stadtgebiet verstreut, auch nördlich des
Goldenen Horns und am Bosporus, gibt es
rund 35 armenische
gregorianische Gotteshäuser sowie
einige Schulen und karitative
Einrichtungen. Dazu kommen zwölf
Kirchen der katholischen mit Rom
unierten Armenier, die in Istanbul
einen Erzbischof haben, der im
Stadtteil Beyoglu
residiert.
Nicht zu übersehen sind auch einige der
übrigen Kirchen Istanbuls. Am
Goldenen Horn befindet sich die
repräsentative bulgarische Kirche, in
Galata
erinnert eine Kirche an das Ende des Krimkrieges. In diesem
Stadtteil gab es auch Kirchen einer
Türkisch-Orthodoxen Kirche, die seit
ihrer Gründung 1921 gegen das
Ökumenische Patriarchat opponierte. Der
katholische Apostolische
Vikar des Lateinischen Ritus verfügt über zwölf
Pfarreien, die zum Teil Nationalkirchen
sind. Die deutschsprachigen
Katholiken scharen sich um die
österreichische Kirche St. Georg. Die
Franzosen haben ihre Kirchen St. Benoit
und St. Louis, die Italiener die
des Hl. Antonius in Pera, wo die
Gottesdienste am Sonntag auch spanisch,
englisch, polnisch und türkisch
gehalten werden. Sogar eine polnische
Kirche U. L. Frau von Tschenstochau gibt es noch in Polonezköy
(Polendorf), einer polnischen Gründung
des 19. Jahrhunderts auf der
asiatischen
Seite von Istanbul.
KIN: Pamuk
schreibt in "Istanbul" von seiner ersten Freundin, die er in
einer katholischen Schule abholte, dem
Mädchengymnasium Dame de Sion, in
das schon seine Mutter gegangen war. Er
vermerkt, dass die Mädchen "alle
den blauen Rock und die weiße Bluse
dieser katholischen französischen
Schule trugen".
GRULICH: Pamuk
meint das Lyzeum der Schwestern Notre Dame de Sion in der
Cumhuriyet
Caddesi. No. 205 im
Stadtteil Harbiye. Hier steht auch die
katholische Heilig-Geist-Kathedrale, in
der am 30. November 2006 der
Papst einen Gottesdienst feierte. Hier
steht auch das Denkmal für den
Friedenspapst Benedikt XV. und außerdem
ein Seitenaltar für den seligen
Papst Johannes XXIII., nach dem hier
seit seiner Seligsprechung auch die
Papa-Roncalli-Straße
benannt ist.
KIN: Orhan Pamuk
erwähnt auch Juden in Istanbul und ihre Sprache, die er
das
judäo-spanische Ladino nennt. Sind diese Juden noch
präsent?
GRULICH: Ja, aber nur in kleiner Zahl.
Es gibt in Istanbul noch über ein
Dutzend Synagogen: In Galata und in Balat am Goldenen
Horn, aber auch
auf der asiatischen Seite der Stadt.
Neben den Sepharden, die nach ihrer
Vertreibung 1492 aus Spanien kamen,
finden wir askenasische Juden, aber
auch Karäer und die wenig bekannten Dönme, die erst 1923 aus Saloniki
umgesiedelt wurden.
KIN: Verlangen Sie bei Ihrer Kritik an
Orhan Pamuk als Deutscher und als
Katholik nicht zu viel von einem
türkischen und – wie er schreibt - bei
allem Abstand zum Islam doch in
islamischer Kultur aufgewachsenen
Schriftsteller?
GRULICH: Sie haben völlig recht, aber
Sie müssen meine Hinweise nicht
als Kritik, sondern als Ergänzung
sehen. Es liegt an uns, den Christen
des Westens, das christliche Erbe des
Neuen Roms, wie Konstantinopel
einst genannt wurde, nicht zu
vergessen. Wir können dazu beitragen, wie
die Zukunft des Christentums in
Istanbul und in der ganzen Türkei
aussehen wird. Millionen von Touristen
besuchen vor allem die Badeorte
Kleinasiens an der West- und Südküste
des Landes. Zehntausende von
Bildungstouristen reisen auf den Spuren
des Völkerapostels Paulus durch
das Innere der Türkei und begeistern
sich an Ruinen und Ausgrabungen.
Aber wer interessiert sich für die noch
existierenden Kirchen Istanbuls?
Hier hätten wir das Programm der
Kulturhauptstadt 2010 mit gestalten
müssen. Warum gibt es keine geistlichen
Konzerte europäischer Künstler
in noch benutzten Kirchen? Warum keine
Symposien und Tagungen zur
gemeinsamen
Geschichte der Stadt? Warum bieten auch christliche, ja
sogar kirchliche katholische
Pilgerbüros zwar eine Reise mit dem Titel
"Mein Istanbul" an, aber
besuchen dabei keine der noch existierenden
Kirchen, sondern nur die Museen der Hagia Sophia und der Chora-Kirche?
Diese Fragen müssen wir beantworten und
als Christen handeln. Deshalb
bin ich dankbar, dass "Kirche in
Not" im vergangenen Jahr bei der
Pilgerfahrt in der Türkei eine ganze Reihe
katholischer, armenischer und
orthodoxer Kirchen besuchte und mit den an der Reise teilnehmenden
Priestern täglich in verschiedenen
Kirchen in Istanbul, aber auch in
Iskenderun
und Antiochien Eucharistie feierte.
Prof. Dr. Rudolf Grulich
ist Türkei-Berater des weltweiten katholischen
Hilfswerks KIRCHE IN NOT und Verfasser
zahlreicher Publikationen über
das Christentum in der Türkei, wie zum
Beispiel:
"Konstantinopel. Ein Reiseführer
für Christen", Gerhard-Hess-Verlag, Ulm
1998
"Christen unterm Halbmond. Von der
Osmanischen Türkei
bis in die moderne Türkei",
St.-Ulrich-Verlag, Augsburg 2008
Beim Papstbesuch in der Türkei 2006
kommentierte Grulich die
Papst-Messen für die ARD. KiN
Frankreich: „Integriert und enthüllt euch?“
Die Burka ist
„mit den Werten der Republik unvereinbar.“ Das hält der Bericht der
Enquete-Kommission der französischen Nationalversammlung fest, die sich am
Dienstag für ein Verbot des Ganzkörperschleiers aussprach. Geplant ist ein Burka-Verbot im Bereich öffentlicher Dienstleistungen. Nach
dem Schweizer Minarettverbot wäre das Gesetz kein
weiterer Affront gegenüber dem Islam. Das meint die muslimische deutsche
SPD-Politikerin Lale Akgün. Der Ganzkörperschleier habe „nichts mit Religion“
zu tun, sagt sie im Domradio-Interview:
„Wenn jemand behauptet, dass die Burka irgendeine islamische Vorschrift sein könnte, geht
das in die völlig falsche Richtung. Wir müssen ganz klar sehen, dass die Burka eine tiefe Menschenrechtsverletzung ist - sogar
jenseits von Frauenrechten. Denn sie arbeitet gegen die Entfaltung des
Menschen!“
Kann ein Burka-Verbot
zur Integration beitragen, so wie es sich die zuständige Kommission erhofft? In
Frankreich leben nur etwa 2.000 Burka-Trägerinnen.
Nicht wenige von ihnen empfinden das geplante Verbot als Eingriff in
persönliche Freiheiten, ja gar als Verkehrung der viel beschworenen
rechtsstaatlichen Werte. Eine Pariser Muslimin im Interview mit AFP-Tv:
„Das widerspricht dem französischen
Recht. Es geht um die Freiheit der Frau, daran darf man nicht rühren, ganz
einfach! Viele Frauen haben für diese Freiheit gekämpft, und das muss man
respektieren.“
Im Rahmen einer solchermaßen
„zwangsverordneten Integration“ könnte ein Burka-Verbot
auch zu einer Radikalisierung des Islams führen. Darauf verweist Mohammed
Moussaoui vom Zentralrat der Muslime in Frankreich:
„Wir haben unsere Vorbehalte gegen ein
allgemeines Verbot deutlich gemacht. Dass es Regelungen an bestimmten Orten
gibt, ist natürlich denkbar und legitim. Aber ein allgemeines, absolutes Gesetz
würde diese Praxis nicht zurückdrängen - davon sind wir überzeugt. Es könnte
sogar den gegenteiligen Effekt haben.“
Das Verbot soll zunächst für den
Bereich öffentlicher Dienstleistungen gelten. Wer zum Beispiel im
Personenverkehr, auf der Post, im Krankenhaus oder in der Schule eine Burka trägt, soll mit einer Geldbuße belegt werden und
keinen Anspruch mehr auf den entsprechenden Service haben. Die Vereinbarkeit
des geplanten Gesetzes mit Frankreichs Menschenrechtsverpflichtungen muss erst
noch geprüft werden. Mehrere katholische Bischöfe haben das geplante Burka-Verbot im Vorfeld als „kontraproduktiv“ kritisiert. (domradio/afp 28)
Berlinale 2010: Kirchen vergeben Sonderpreis an Thomas Koebner
Die Preisverleihung findet am 14. Februar
2010 statt
BONN - Aus Anlass der 60. Berlinale
vergeben die katholische und evangelische Kirche in Deutschland einen
Sonderpreis. Der von der Deutschen Bischofskonferenz und der Evangelischen
Kirche in Deutschland mit € 3.000 dotierte Preis wird Professor Dr. Thomas
Koebner „für seine Verdienste um die Wahrnehmung und Anerkennung des Films als
Kunstform“ verliehen.
Koebner war bis 2007 Professor am
Institut für Filmwissenschaft und Mediendramaturgie der Universität Mainz und
Gründer des Instituts.
Davor lehrte er in München, Köln,
Wuppertal und Marburg. Von 1972 bis 1973 war er Filmbeauftragter im
Bundesministerium für wirtschaftliche Zusammenarbeit, 1989 bis 1992 Direktor
der Deutschen Film- und Fernsehakademie (dffb) Berlin.
Koebner, so heißt es in der Begründung für die Auszeichnung, habe in
außergewöhnlicher Weise das Verständnis für den Rang des Films und die Leistung
von Filmkünstlern erschlossen und zur Etablierung des Films als
Forschungsgegenstand in Deutschland maßgeblich beigetragen.
Durch seine zahlreichen Publikationen
habe er einem breiten Publikum den ästhetischen Reichtum des Films vermittelt.
„Die kirchliche Filmarbeit ist dem hermeneutischen Ingenium von Prof. Koebner
in tiefem Respekt und herzlicher Dankbarkeit verbunden,“
so die Begründung.
Die Preisverleihung findet am 14.
Februar 2010 im Rahmen des Ökumenischen Empfangs der Kirchen im Haus der
Evangelischen Kirche Deutschlands am Gendarmenmarkt statt. Die Laudatio auf den
Preisträger hält Hans Helmut Prinzler, ehemaliger
Direktor der Stiftung Deutsche Kinemathek und des Filmmuseums Berlin. Auf dem
Empfang wird sich auch die Ökumenische Jury der Berlinale 2010 vorstellen.
Die sechsköpfige Jury unter dem Vorsitz
von Werner Schneider-Quindeau, Vizepräsident der
Internationalen kirchlichen Filmorganistaion
INTERFILM und Vorsitzender der Jury der Evangelischen Filmarbeit, verleiht zum
Abschluss des Festivals Preise an Filme des Wettbewerbs, des Internationalen
Forums des jungen Films und des Panoramas. Forums- und Panorama-Preis sind von
der Deutschen Bischofskonferenz und der Evangelischen Kirche in Deutschland
jeweils mit € 2.500 dotiert. Die Ökumenische Jury wird von INTERFILM und SIGNIS
berufen. „SIGNIS", die katholische Weltorganisation für Kommunikation,
steht für das Ergebnis der Fusion katholischer internationaler Organisationen
für Fernsehen (Unda), Rundfunk und Kino (OCIC). Zenit
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