Notiziario religioso  27-28  Gennaio  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Mercoledì 27. Il commento al Vangelo. La parabola del seminatore  1

2.       Giovedì 28. Il commento al Vangelo. Il posto della lampada  1

3.       Il Papa con gli immigrati: soluzioni giuste e pacifiche  2

4.       Il cardinale Bagnasco alla politica: "Sogno una nuova leva di cattolici"  2

5.       Giornata della memoria.  L'idea di un artista per non dimenticare la bestialità nazista  2

6.       Prolusione del Card. Bagnasco al Consiglio Episcopale Permanente  3

7.       La verità e il senso. Chiese europee (Ccee): in un libro il cammino dal 1992 al 2006  6

8.       Nel solco del dialogo. La Giornata dell'ebraismo in Polonia e in Italia  7

9.       "Il papa è il primo tra i patriarchi". Tutto sta a vedere come  7

10.   Con l'affetto di padre.  Benedetto XVI e l'Italia, sua "terra d'adozione"  8

11.   Settimana della memoria. Avevo cinque anni. Un libro per raccontare la Shoah ai bambini 9

12.   Favara, protesta l'arcivescovo: Non celebro i funerali delle sorelline  9

13.   Ottopermille: entro il 15 marzo le domande alla Presidenza del Consiglio  10

 

 

1.       Benedikt XVI.: Einheit der Christen ist Schlüssel zur Evangelisierung  10

2.       Erinnerung an den Holocaust. Bischof: Schoah ist jüdische Erfindung  10

3.       Kardinal Bagnasco: Nein zu Ausländerfeindlichkeit in Italien  10

4.       Vatikan: Auch Muslime und Juden bei der Nahostsynode?  10

5.       Afghanistan-Debatte. EKD für Gespräche mit Taliban  11

6.       Israel/Vatikan: „Langer, aber gangbarer Weg“  11

7.       Kirchen-Blogs. Papst bittet Heiligen um Hilfe im Internet-Zeitalter 11

8.       Evangelische Kirche ''Deutliche Defizite'' am Hindukusch  12

9.       Papst zu Ökumene: „Die Menschen erwarten viel von uns - zu Recht!“  12

10.   50 Jahre "Sie nennen mich Speckpater"  12

11.   Vatikan: „Öffne Dich, Eritrea!“  13

12.   Wie die EKD-Ratsvorsitzende Käßmann die politische Öffentlichkeit erobert. 13

13.   Vatikan: Christen und Juden ziehen an einem Strang  14

14.   Religion mit Risiko. Eine Schutzmauer um das Gotteshaus  14

15.   Times Mager. Opium   15

16.   Das Wocheninterview: Papstbesuch in Serbien im Jahr 2013?  15

17.   Gott sucht keine Superhelden  15

 

 

 

 

Mercoledì 27. Il commento al Vangelo. La parabola del seminatore

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 4,1-20) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Di nuovo si mise a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva. 2 Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento: 3 «Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare. 4 Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono. 5 Un'altra cadde fra i sassi, dove non c'era molta terra, e subito spuntò perché non c'era un terreno profondo; 6 ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò. 7 Un'altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto. 8 E un'altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno». 9 E diceva: «Chi ha orecchi per intendere intenda!».

10 Quando poi fu solo, i suoi insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli disse loro: 11 «A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole, 12 perché:

guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano,

perché non si convertano e venga loro perdonato».

13 Continuò dicendo loro: «Se non comprendete questa parabola, come potrete capire tutte le altre parabole? 14 Il seminatore semina la parola. 15 Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la parola; ma quando l'ascoltano, subito viene satana, e porta via la parola seminata in loro. 16 Similmente quelli che ricevono il seme sulle pietre sono coloro che, quando ascoltano la parola, subito l'accolgono con gioia, 17 ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della parola, subito si abbattono. 18 Altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine: sono coloro che hanno ascoltato la parola, 19 ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l'inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie, soffocano la parola e questa rimane senza frutto. 20 Quelli poi che ricevono il seme su un terreno buono, sono coloro che ascoltano la parola, l'accolgono e portano frutto nella misura chi del trenta, chi del sessanta, chi del cento per uno».

 

Fino a questo punto l’insegnamento di Gesù si era reso visibile nel suo agire: insegnava con i fatti: Ora esprime la sua dottrina in parabole, cioè con degli esempi, con dei paragoni illustrativi.

Le parabole evangeliche non nascono semplicemente da un’esigenza didattica preoccupata della chiarezza e della vivacità. Nascono da un’esigenza teologica, dal fatto che non possiamo parlare direttamente del regno di Dio che è oltre le nostre esperienze, ma solo in parabole, indirettamente, mediante paragoni presi dalla vita quotidiana.

La parabola del seminatore inizia e termina con il comandamento dell’ascolto: "Ascoltate!", "Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti".

La parola di Gesù è il seme immortale che ci rigenera: "Siete stati rigenerati non da un seme incorruttibile, ma immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna" (1Pt 1, 23). Il regno di Dio è paragonato costantemente al seme, la cui forza vitale è attiva proprio nella morte. La morte non distrugge il seme, ma anzi è la condizione perché germini e si manifesti in tutta la sua potenza, a differenza di tutte le altre cose che marciscono e finiscono.

L’oggetto dell’insegnamento di Gesù è la sua stessa vita, spiegata con similitudini. Queste parabole, mentre illustrano la storia di Gesù, ci danno anche il criterio di discernimento per essere tra i suoi e appartenere al suo regno: Non dobbiamo cercare il successo (vv. 3-9), la fama e la rilevanza (vv. 21-25), il protagonismo e la grandezza (vv. 26-32).

L’opera di Dio passa attraverso le difficoltà, il fallimento, il nascondimento, l’irrilevanza, l’attesa paziente e la piccolezza, Queste sono le qualità del seme da cui nasce l’albero del Regno. Esso è come un chicco, che porta frutto abbondante non "nonostante" la morte, ma proprio perché muore (cfr Gv 12,24).

Sono parabole di speranza contro ogni speranza, di una fede che sa che la parola di Dio è un seme che produce sempre il frutto e l’effetto per cui è mandata (cfr Is 55,11). Le resistenze che incontra, rappresentate dai vari tipi di terreno, fanno parte del progetto di Dio.

Gesù è il seminatore, il seme e il raccolto, perché chi l’ascolta si identifica con lui.

Il risultato di questa semina sembra disastroso. Sembra che la parola di Gesù non riesca a entrare nel cuore dell’uomo; e, se entra, non mette radici; e, se mette radici, è soffocata. Eppure lui va avanti nella sua semina. "Egli disse loro: Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto" (Mc 1,38).

Noi oggi vediamo quanto Gesù abbia avuto ragione. Il suo seme è germinato in tutto il mondo.

Gesù è la parola di Dio seminata in noi. Il mistero del regno di Dio nella storia è quello del seme, che rivive in noi la sua stessa vicenda di allora. De.it.press

 

 

 

 

Giovedì 28. Il commento al Vangelo. Il posto della lampada

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 4,21-25) commentato da P. Lino Pedron 

 

21 Diceva loro: «Si porta forse la lampada per metterla sotto il moggio o sotto il letto? O piuttosto per metterla sul lucerniere? 22 Non c'è nulla infatti di nascosto che non debba essere manifestato e nulla di segreto che non debba essere messo in luce. 23 Se uno ha orecchi per intendere, intenda!».

24 Diceva loro: «Fate attenzione a quello che udite: Con la stessa misura con la quale misurate, sarete misurati anche voi; anzi vi sarà dato di più. 25 Poiché a chi ha, sarà dato e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».

 

La lampada è la parola di Dio: "Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino" (Sal 119,105; cfr 2Pt 1,19). La parola del vangelo è come una luce posta sul candelabro: essa illumina tutto ciò che è nascosto nel cuore dell’uomo. Nella Lettera agli Ebrei 4,12-13 si legge: "Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto".

E’ la parola che mostra chiaramente se l’uomo è simile a un buon terreno o a un terreno pieno di pietre o di spine. Essa ha la funzione di giudice: è l’espressione del giudizio di Dio. Ognuno faccia dunque attenzione al proprio modo di ascoltare, perché l’ascolto è la misura del messaggio ricevuto: ognuno infatti intende solo ciò che può o vuole intendere. L’uomo si giudica da se stesso, secondo il modo e la misura del suo ascolto.

La frase finale: "A chi ha, sarà dato e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha" si chiarisce alla luce del contesto: ciò che si tratta di avere sono, anzitutto, delle orecchie in grado di ascoltare. Ritroviamo qui il tema sapienziale della capacità di accoglienza della conoscenza; questa aumenta a misura della disponibilità. La sapienza divina è principio di comprensione sempre più profonda per chi si lascia ammaestrare da lei: "Ascolti il saggio e aumenterà il sapere" (Pr 1,5), ma diventa progressivamente impenetrabile per chi la rifiuta: "Il beffardo ricerca la sapienza, ma invano" (Pr 14,6).

Come nella parabola del seminatore si sottolinea la necessità di non soffocare il seme del regno di Dio, annunciato dalla parola di Gesù, così in questo brano siamo invitati a non chiudere gli occhi dinanzi alla luce che si manifesta e che, se accolta, diventerà sempre più sfolgorante. De.it.press

 

 

 

 

Il Papa con gli immigrati: soluzioni giuste e pacifiche

 

CITTA’ DEL VATICANO - A qualche chilometro dal Cupolone nella parrocchia intitolata a Ildebrando di Soana, i frati non immaginavano di certo che Papa Ratzinger all’Angelus avrebbe elogiato la veglia di preghiera organizzata nottetempo per manifestare solidarietà alle famiglie degli immigrati. «Servono soluzioni giuste e pacifiche per i problemi dell’immigrazione». Questo auspicio sgorgato dal cuore di Benedetto XVI fa trapelare la sua preoccupazione di fronte a quello che sta accadendo in tutta Europa. Il clima nei confronti degli immigrati clandestini è in via di peggioramento, il rigore sta prevalendo sull’umanità. Sono bastate poche parole a far capire la volontà del pontefice ad unirsi spiritualmente ai fedeli di quella piccola parrocchia dove per tutta la notte di ieri, senza mai arrestarsi, fino alle 7 del mattino, hanno recitato rosari, ascoltato Letture bibliche, cantato salmi. Una singolare iniziativa promossa da don Stefano Tardani, animatore di un movimento di spiritualità famigliare. «Abbiamo pregato per chi ci governa affinchè possa fare leggi eque e buone, abbiamo pregato per le forze dell’ordine perchè possano sempre svolgere il loro lavoro, anche quando effettuano degli sgomberi, rispettando le persone. Poi abbiamo pregato perchè ogni cristiano riesca a non dimenticare mai il prossimo e discostandosi dal Vangelo». Immigrazione e accoglienza restano temi sensibili per la politica italiana e per i vescovi che insistono: legalità sì, ma nel rispetto dei diritti umani. I fatti avvenuti a Rosarno hanno imposto una riflessione e oggi pomeriggio il delicato argomento troverà ampia eco nella relazione del cardinale Bagnasco, in apertura dei lavori del Consiglio di Presidenza. Intanto Papa Ratzinger, in occasione del 1950esimo anniversario del naufragio di San Paolo sull’isola di Malta, sta definendo i dettagli della sua prossima visita apostolica a La Valletta. Nei discorsi (che sono in via di preparazione) uno dei temi più ricorrenti è proprio quello dell’immigrazione, prendendo spunto da ciò che narrano gli Atti degli Apostoli: San Paolo fu accolto «con rara umanità». Tra la popolazione locale restò tre mesi prima di salpare per la Sicilia. Da questa piccola isola mediterranea, da sempre aperta all’accoglienza e oggi meta di sbarchi clandestini, Benedetto XVI parlerà all’Europa intera, tornando ancora una volta sul problema dei migranti. Al nuovo ambasciatore maltese, qualche tempo fa, ricordava le radici cristiane dell’isola. Un patrimonio di valori comune a tutta Europa che resta necessario per dare vita a un continente unito e solidale capace di armonizzare gli interessi di ogni nazione con le esigenze del bene comune. «I migranti dovrebbero essere accolti tutti come San Paolo» ha aggiunto l’arcivescovo di Malta, Paul Cremona. «Un sentimento da conservare e praticare anche nell’attuale momento storico segnato dalle grandi migrazioni di massa: fenomeno che a Malta, situata nel centro del Mediterraneo, si manifesta in modo particolare essendo teatro di sbarchi di stranieri irregolari provenienti dall´Africa». Prima però bisogna «eliminare i pregiudizi e considerare gli immigrati innanzitutto come persone». FRANCA GIANSOLDATI IM 25

 

 

 

Il cardinale Bagnasco alla politica: "Sogno una nuova leva di cattolici"

 

CITTA' DEL VATICANO - Il presidente della Cei Angelo Bagnasco incoraggia «i cattolici impegnati in politica ad essere sempre coerenti con la fede che include ed eleva ogni istanza e valore veramente umani», e desidera «che questa stagione» contribuisca «a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni». E cioè restando fedeli «ai valori che costituiscono il fondamento della civiltà, la vita umana comunque si presenti e ovunque palpiti, la famiglia formata da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio, la responsabilità educativa, la solidarietà verso gli altri, in particolare i più deboli, il lavoro come possibilità di realizzazione».

 

«Sogno - ammette il porporato - italiani e credenti che avvertono la responsabilità davanti a Dio come decisiva per l’agire politico». «So che per riuscire in una simile impresa - spiega al parlamentino Cei - ci vuole la Grazia abbondante di Dio, ma anche chi accetti di lasciarsi da essa investire e lavorare. Ci vuole una comunità cristiana in cui i fedeli laici imparino a vivere con intensità il mistero di Dio nella vita, esercitandosi ai beni fondamentali della libertà, della verità, della coscienza». «Se questo è un sogno - conclude Bagnasco - so che ad esso ci si può avvicinare anzitutto attraverso le circostanze ordinarie dell’esistenza, le tappe apparentemente anche più consuete, ma che racchiudono in se stesse la cadenza del progetto che avanza».

 

La classe dirigente del Paese deve pensare in primo luogo agli interessi generali e non far prevalere meschini calcoli individuali, così come ha chiesto «opportunamente», il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Lo ha detto il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, aprendo i lavori del Consiglio episcopale permanente a Roma. «Il presidente della Repubblica molto opportunamente - ha affermato Bagnasco - non si stanca di richiamare le classi politica, amministrativa e giudiziaria, e le diverse componenti dirigenziali, a mettere da parte calcoli individuali, e talora anche meschini, per riuscire negli obiettivi generali». «La stessa questione Meridionale - ha aggiunto - come viene per lo più evocata, deve acquistare una capacità di interrogazione nuova rispetto all’intero Paese. Le parole come solidarietà, sussidiarietà e reciprocità, quali sono prospettate nel documento sul Mezzogiorno che andremo ad approvare definitivamente in questi giorni, indicano i criteri necessariamente esigenti per una riforma urgente del nostro sentirci Nazione, a centocinquant’anni esatti dal compimento dell’unità d’Italia».

 

Il capo dei vescovi ha pralto anche dell'importanza della famiglia. E' a più grande risorsa del nostro Paese ed è giusto applicarsi ad essa anche sotto il profilo legislativo. È quanto ha detto oggi il cardinale, aprendo i lavori del Consiglio episcopale permanente. «Certa cattiva letteratura - ha detto il porporato - purtroppo ha lasciato il segno, e con molta fatica in taluni ambienti si riesce a ragionare della famiglia per ciò che realisticamente essa è, ossia la più grande risorsa sociale e culturale del nostro Paese».

Infine Bagnasco ha lanciato un appello al Parlamento affinchè legiferi in tempi rapidi in difesa dell'ambiente. Bagnasco ha ricordato le gravissime sciagure legate al dissesto idrogeologico che hanno colpito il Paese, quindi ha affermato: «In sede parlamentare, com’è noto - ha detto il cardinale - si è arrivati dopo una congrua indagine conoscitiva, a chiedere l’approntamento e la realizzazione di un programma straordinario a favore del territorio, in cui risorse e competenze disponibili ai vari livelli convergano per garantire la partenza di un’opera capillare che poi non si dovrà più fermare». «Sia consentito alla Chiesa - ha aggiunto - per ciò che essa è in questo territorio, e per quanto solitamente assicura alle popolazioni che di volta in volta si trovano bersagliate, di ricordare a tutti l’impegno morale più volte assunto in questa direzione, anche in forma solenne, dinanzi alle vittime delle tragedie che si susseguono». LS 25

 

 

 

 

Giornata della memoria.  L'idea di un artista per non dimenticare la bestialità nazista

 

Per la prima volta in Italia, l'artista tedesco Günter Demmig posizionerà a Roma, il 28 gennaio, in occasione della Giornata della memoria, che si celebra il 27 gennaio, 30 Stolpersteine (pietre d'inciampo) in sei Municipi (I Municipio, Centro Storico; II Municipio, Flaminio; VI Municipio, Quadraro; IX Municipio, Appio Tuscolano; XVI Municipio, Monteverde; XVII Municipio, Prati) per ricordare i deportati razziali, politici e militari.

 

Le "Stolpersteine". L'iniziativa è nata da un'idea dell'Amicizia ebraico-cristiana di Napoli, in occasione del compimento dei novant'anni di Alberta Levi Temin, decana della Comunità ebraica di Napoli, infaticabile nella sua opera in favore della pace e del dialogo, in particolare fra le giovani generazioni. Si è pensato di far venire in Italia l'artista tedesco Demmin per far installare, per la prima volta nel nostro Paese, delle pietre d'inciampo. Come nasce quest'idea? "Nel 1993 - spiega Francesco Villano, tesoriere dell'Amicizia ebraico-cristiana di Napoli - Demming fu invitato a Colonia per un'installazione sulla deportazione di cittadini rom e sinti. All'obiezione di un'anziana signora secondo la quale a Colonia non avrebbero mai abitato rom, l'artista decise di dedicare tutto il suo lavoro successivo alla ricerca e alla testimonianza dell'esistenza di cittadini scomparsi a seguito delle persecuzioni naziste". Le prime "Stolpersteine" risalgono al 1995, a Colonia; da allora ne sono state installate più di 22.000 in Germania, Austria, Ungheria, Ucraina, Cecoslovacchia, Polonia, Paesi Bassi e Belgio. L'artista sceglie il marciapiede prospiciente la casa in cui hanno vissuto uno o più deportati e vi installa altrettante "pietre d'inciampo", sampietrini del tipo comune e di dimensioni standard. Le distingue solo la superficie superiore, a livello stradale, poiché di ottone lucente. Su di esse sono incisi nome e cognome del deportato, anno di nascita, data e luogo di deportazione e, quando nota, data di morte. "L'inciampo - chiarisce Villano - non è fisico ma visivo e mentale, costringe chi passa a interrogarsi su quella diversità e agli attuali abitanti della casa a ricordare quanto accaduto in quel luogo e a quella data, intrecciando continuamente il passato e il presente, la memoria e l'attualità". Insomma, "le Stolpersteine" sono "un segno concreto e tangibile, ma discreto e antimonumentale, che diviene parte della città, a conferma che la memoria non può risolversi in appuntamento occasionale e celebrativo, ma costituire parte integrante della vita quotidiana".

 

Per Alberta Levi Temin. In quest'ottica s'inserisce la vicenda legata ad Alberta Levi Temin, che il 16 ottobre 1943, a Roma, per puro caso è scampata al rastrellamento nazifascista. Ospite a casa dei suoi zii, all'arrivo dei nazisti ebbe la prontezza di uscire fuori ad uno dei balconi dell'appartamento, sfuggendo così alla vista dei militari tedeschi. I suoi cari, gli zii e il cugino, portati nei campi di concentramento, furono uccisi dopo pochissimi giorni. "Le pietre d'inciampo, per l'esattezza tre, saranno poste il prossimo 28 gennaio - racconta Villano - nel marciapiede prospiciente l'edificio da dove furono prelevati gli zii e il cugino". L'Amicizia ebraico-cristiana di Napoli, per favorire il ripetersi di tale iniziativa anche in altre città, ha scelto di delegare la promozione dell'evento alla Federazione delle Amicizie ebraico-cristiane italiane. Adachiara Zevi, insieme con Aned (Associazione nazionale ex deportati), Anei (Associazione nazionale ex internati), Cdec (Centro di documentazione ebraica contemporanea), Museo storico della liberazione, Incontri internazionali d'arte. Un comitato scientifico, costituito da storici, si è fatta carico di ideare l'intera realizzazione del progetto.

 

Per non dimenticare. L'iniziativa, dopo il 28 gennaio, proseguirà con l'apertura di uno "sportello" cui potranno rivolgersi quanti intendono ricordare, in questo modo, familiari o amici deportati. L'obiettivo è la costruzione di una grande mappa urbana della memoria. All'iniziativa è affiancato un progetto didattico:"Memorie d'inciampo a Roma". Ogni Municipio - coadiuvato dal Progetto memoria della Fondazione Cdec e dal Centro di cultura ebraica della Comunità ebraica di Roma, dalla Fnism (Federazione nazionale insegnanti) - Sezione Roma e Regione Lazio, dall'Irsifar (Istituto romano per la storia d'Italia dal Fascismo alla Resistenza), dalla sezione didattica del Museo storico della liberazione di Via Tasso - ha scelto alcune scuole affidando loro la ricerca storica sui deportati alla cui memoria sono dedicati i sampietrini. Il 28 gennaio, nel corso dell'installazione di Demmig, gli studenti leggeranno i primi risultati del loro lavoro. A ricerca ultimata tutto il lavoro fatto sarà documentato in un volume che conterrà testi storici e critici, biografie dei deportati redatte dagli studenti, l'illustrazione fotografica delle installazioni e cd con le riprese filmate della giornata del 28 gennaio. La presentazione del volume è prevista per il 16 ottobre 2010, anniversario della deportazione degli ebrei romani dal Ghetto.

GIGLIOLA ALFARO

 

 

 

Prolusione del Card. Bagnasco al Consiglio Episcopale Permanente

 

Venerati e Cari Confratelli,  ci ritroviamo all'inizio del nuovo anno 2010 per continuare nell'amicizia e nella comunione fraterna quell'opera di discernimento e di indirizzo che lo statuto della nostra Conferenza Episcopale affida al Consiglio Permanente. Lo facciamo nello spirito a cui ci ha introdotto l'adorazione eucaristica appena vissuta, e con la volontà di restare «in onda con il Signore» (cfr Benedetto XVI, Discorso ai ragazzi dell'Acr, 19 dicembre 2009), per sintonizzarci con le Sue priorità e le Sue preferenze. In particolare, siamo in comunione con tutte le Chiese cristiane che oggi, festa della Conversione di San Paolo apostolo, concludono la Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani che quest'anno aveva una speciale connotazione, celebrandosi il centenario della Conferenza di Edimburgo (Scozia, 13-24 giugno 1910) che non poco avrebbe contribuito a diffondere l'ansia per l'unità quale aspirazione indispensabile a rendere credibile nel mondo d'oggi l'annuncio evangelico. Il Concilio Vaticano II ha assunto questa consapevolezza, e l'ha rilanciata con parole impegnative, affermando che la divisione tra i discepoli di Gesù «non solo contraddice apertamente alla volontà di Cristo, ma anche è di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo ad ogni creatura» (Unitatis Redintegratio, 1). La preghiera intensa e perseverante che mira ad ottenere la piena comunione tra i seguaci di Cristo «manifesta l'orientamento più autentico e più profondo dell'intera ricerca ecumenica» e crea le condizioni per quel «processo di purificazione» attraverso il quale «il Signore ci rende capaci di essere uniti» (Benedetto XVI, Catechesi del Mercoledì, 20 gennaio 2010).

Com'è noto, nella vigilia dell'Ottavario per l'unità, è felicemente ripresa quale evento condiviso la celebrazione della Giornata per il dialogo tra cattolici ed ebrei, che è stata resa storica dalla visita che Benedetto XVI ha compiuto in quello stesso giorno alla Sinagoga di Roma. Il rilievo che tale provvida iniziativa ha avuto in ambito non solo nazionale testimonia che il dialogo è davvero la via irreversibile per superare incomprensioni e pregiudizi. Il gesto che quasi venticinque anni fa compì per la prima volta Giovanni Paolo II è stato confermato e rafforzato da Benedetto XVI; il muro abbattuto da Papa Wojtyla è diventato per il suo Successore un ponte di «vicinanza» e di «fraternità» già praticato; l'emozione incomparabile del primo incontro si è trasformata in robuste argomentazioni a ritrovare nella Sacra Bibbia il «fondamento più solido e perenne», ricordando che il legame di «solidarietà che lega la Chiesa e il popolo ebraico» non è un fattore estrinseco ma si colloca «a livello della loro stessa identità spirituale», e indicando nel Decalogo il «faro» e «il grande codice etico per tutta l'umanità» (Discorso nella Sinagoga di Roma, 17 gennaio 2010). Va da sé che noi Pastori ci riconosciamo nell'atto spontaneo di commosso omaggio che il Santo Padre ha tributato ai superstiti del dramma singolare e sconvolgente della Shoah, e idealmente ci siamo a lui associati, desiderando per la nostra parte e nell'azione educativa delle nostre Chiese contribuire a cementare un irrinunciabile clima di rispetto e di amicizia che, vincendo ogni traccia di odio, sconfigga i focolai talora riaffioranti di antisemitismo come pure di xenofobia.

Nella giornata di ieri, domenica 24 gennaio, in tutte le nostre parrocchie si è svolta una raccolta straordinaria di aiuti per la popolazione di Haiti durissimamente colpita dal tragico terremoto del 12 gennaio. Una prima cifra, com'è noto, è stata immediatamente erogata dalla Presidenza della Cei, ma molto di più si deve ora fare attraverso la Caritas che è già sul posto. Siamo certi che i cattolici italiani vorranno come sempre corrispondere al dovere della generosità verso un popolo la cui tragedia lascia senza fiato. Non abbiamo la pretesa di saper placare i quesiti più profondi ed inquietanti che sono suggeriti da questo genere di prove nella vita dei popoli, ma sappiamo che nella pronta solidarietà e nella genuina condivisione vi è già la traccia di ogni possibile risposta. I missionari che da tempo operano nell'isola caraibica, i volontari stabili e quelli che si sono aggiunti in queste settimane sono i testimoni di una vicinanza che non verrà meno, dovendosi trovare le strade più rispettose ed efficaci per arrecare sollievo alle popolazioni colpite, in particolare ai bambini rimasti orfani e alle persone variamente segnate dalla tragedia.

1. Sarà anche a Voi capitato, nelle settimane scorse, di pensare che il tempo del Natale, con la sua grammatica di segni e di simboli, esprime anche nel contrasto delle situazioni l'intima identità del Dio cristiano, del «Dio che in Gesù Cristo ha rivelato in modo compiuto e definitivo la sua volontà di stare con l'uomo, di condividere la sua storia» (Benedetto XVI, Saluto all'Angelus, 3 gennaio 2009). Egli ci viene incontro perché noi, prima inabili, possiamo audacemente andare incontro a Lui, e sperimentarlo per quello che Egli è, ossia l'Emmanuele, «il Dio-con-noi, dal quale non ci separa alcuna barriera e alcuna lontananza. In quel Bambino, Dio è diventato così prossimo a ciascuno di noi, così vicino, che possiamo dargli del tu e intrattenere con lui un rapporto confidenziale di profondo affetto». E infatti «viene senza armi, senza forza, perché non intende conquistare, per così dire, dall'esterno, ma intende piuttosto essere accolto dall'uomo nella libertà». Tant'è che in Gesù «Dio ha assunto questa condizione povera e disarmante per vincere con l'amore e condurci alla nostra vera identità. Non dobbiamo dimenticare che il titolo più grande di Gesù Cristo è proprio quello di "Figlio", Figlio di Dio» (Benedetto XVI, Catechesi del Mercoledì, 23 dicembre 2009). Qui sta la verità del Natale, e la forza che la sua suggestione esercita anche sull'uomo post-moderno che come non mai ha bisogno di punti di forza su cui far leva per raggiungere l'immagine autentica di Dio, oltre le edulcorazioni e le manomissioni. Egli è il Vicino: ecco la notizia che non ci lascia indifferenti, che scalda il cuore e ci cambia la vita perché risponde alle nostre attese più intime. Questo spiega l'attrattiva che il presepe conserva anche nella società multimediale e multiculturale. Vi è infatti la cifra di Dio, la via della semplicità e del nascondimento che è «lo stile con il quale Dio opera nell'intera storia della salvezza. Dio ama accendere luci circoscritte, per rischiarare poi a largo raggio, [...] diffondendosi a cerchi concentrici, quasi per contatto, nei cuori e nelle menti di quanti, aprendosi liberamente al suo splendore, diventano a loro volta sorgenti di luce» (Benedetto XVI, Messaggio Urbi et Orbi, 25 dicembre 2009). C'è qui la parabola della Chiesa, ed è spiegata l'attrattiva che le nostre parrocchie - Chiesa tra la gente - esercitano puntualmente ad ogni Natale. Esiste infatti un'affinità straordinaria tra il Natale di Gesù e il natale della Chiesa quale ordinariamente si verifica nella vita delle comunità cristiane, diffuse sul territorio e capaci di accendere altrettante luci che fungano da richiamo, da scuotimento.

Di anno in anno, ad aiutarci nella meditazione dell'ineffabile mistero del Natale ci soccorre il nostro Papa attraverso le sue omelie e «catechesi». Anche per questo rinnoviamo a Lui il nostro grato affetto e la nostra pronta comunione. Non temiamo di dirci ammirati di questa sua arte, e non ci stanchiamo di indicarla a noi stessi e ai nostri sacerdoti come una scuola di predicazione alta e straordinaria. Che poi quest'anno, proprio nella celebrazione natalizia per eccellenza, gli sia capitato di essere spinto a terra per subito rialzarsi e tranquillamente incedere verso l'altare, è una circostanza che ha finito per conferire uno stigma ancora più forte alla predicazione papale: «Dio è importante, la realtà più importante in assoluto nella nostra vita» (Omelia nella Solennità del Natale, 24 dicembre 2009).

2. Operando nel vivo della pastorale, ci succede non di rado di registrare esiti come quello che ultimamente ha fatto seguito all'evento su «Dio oggi» promosso dal nostro Comitato per il Progetto Culturale. Il numero straordinario delle presenze specialmente giovanili, l'interesse evidente registrato tra i convenuti e la loro concentrazione sul dibattito non potevano non colpire. Simili episodi sono, tra l'altro, riscontro che neppure l'uomo di oggi riesce ad accantonare con leggerezza o supponenza la questione di Dio: dobbiamo «preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde» (Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2009). Interessante l'impostazione che il Papa dà alla questione: occorre fare in modo che i nostri contemporanei "accettino" per se stessi tale questione, la riconoscano come un fatto importante della loro esistenza, ne diano conto senza complessi. Ciascuno è chiamato a respingere le intimidazioni del secolarismo, le spinte cioè all'interpretazione più privatistica del fatto religioso, quasi si trattasse di una debolezza dell'intelligenza e un cedimento all'irrazionalità. C'è tutta una cultura pubblica che, convalidata dall'apparato pubblicitario e in un gioco di rimandi ossessivi, punta all'estraneazione, alla sottovalutazione, quando non all'irrisione del fenomeno religioso: l'individuo che crede dovrebbe vergognarsene, o almeno dissimulare la propria fede. Ne è segno la nota e inaccettabile vicenda della sentenza di Strasburgo circa l'esposizione del Crocifisso. È la penombra di cui il Papa parlava nel messaggio indirizzato al sottoscritto per il citato evento: «Penombra che rende precaria e timorosa per l'uomo del nostro tempo l'apertura verso Dio, sebbene Egli non cessi mai di bussare alla nostra porta» (Messaggio al Convegno "Dio oggi: con lui o senza di lui cambia tutto", 7 dicembre 2009). E nella notte di Natale Benedetto XVI osservava: «La nostra maniera di pensare ed agire, la mentalità del mondo odierno, la gamma delle nostre varie esperienze, sono adatte a ridurre la sensibilità per Dio, a renderci "privi di orecchio musicale" per Lui» (Omelia cit.). Nonostante ciò, in ognuno è all'opera, in modo aperto o nascosto, il desiderio che Dio si riveli. È il tema inesauribile della ricerca di Dio, su cui per secoli ha indagato la cultura occidentale. Ma guai a snobbarlo questo argomento, che ogni generazione sente pulsare come fosse inedito. Per questo - ha annotato il Papa - «anche le persone che si ritengono agnostiche o atee, devono stare a cuore a noi come credenti» (Discorso cit.). Non stupisce allora che abbia avuto una certa eco nei media la proposta che, a seguire, lo stesso Benedetto XVI avanzava: «Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di "cortile dei gentili" dove gli uomini possano in qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l'accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa» (ib). Che è incitamento a trovare modalità nuove di attenzione verso le persone che non credono: occorre infatti che non si sentano inibite, ma rispettosamente considerate: «Conoscono Dio, per così dire, soltanto da lontano; sono scontente con i loro dèi, riti, miti; desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il "Dio Ignoto"» (ib).

Dobbiamo dar fondo alla creatività pastorale, rivisitando i moduli ordinari di essa e ripensandoli in ordine alla nuova evangelizzazione: nessuno deve sentirsi come spaventato dalla nostra concreta attenzione, ma neppure deve sentirsi ignorato. Si ambientano qui le iniziative come quelle del Progetto Culturale o la Lettera ai cercatori di Dio: all'apparenza potrebbero sembrare cose scarsamente pertinenti all'attività pastorale ordinaria, e invece creano clima, lasciano affiorare stimoli che vengono ripresi e magari sviluppati, in ogni caso possono dare preziosi contributi per orientare il movimento della cultura in una direzione più aperta alle piene dimensioni dell'intelligenza e della libertà dell'uomo. Ed essere foriere di importanti sviluppi anche per la stessa filosofia, chiamata a recuperare la propria rilevanza civile, fuori dalle secche della retorica per restare fedele invece alla propria connotazione teoretica, quale forma della ricerca del vero. A ben pensare, su questo versante della ricerca di Dio si colloca un po' tutta la pastorale giovanile - pensiamo al movimento delle Giornate della gioventù, nel loro venticinquesimo di avvio e nel decennale della grande Gmg di Roma - ma anche la pastorale universitaria, e l'attività animata da circoli culturali come dai gruppi di Scienza&vita, orientata dunque verso «gli areopaghi di oggi» che sono i centri e i temi nevralgici della società odierna (cfr Benedetto XVI, Messaggio per la Plenaria della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli, 13 novembre 2009). Su questo versante tuttavia si attesta anche quel settore, negli ultimi decenni diventato quanto mai dinamico, della pastorale del turismo religioso e dei pellegrinaggi, dove spesso si agganciano interlocutori non consueti, che vengono interpellati in merito ad «orizzonti che fanno riflettere sulla ristrettezza della propria esistenza e sull'immensità che l'essere umano ha dentro di sé» (Benedetto XVI, Messaggio per il Giubileo Campostelano, 19 dicembre 2009).

3. Mi ha colpito, per restare ancora sull'importante discorso che il Santo Padre ha tenuto alla Curia romana alla vigilia di Natale, il significativo capitolo dedicato alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace, che gli era stato suggerito dal tema del recente Sinodo sull'Africa e dagli argomenti in esso vivacemente trattati. Ma lo spettro della riflessione effettuata non era in modo vincolante circoscritto a quel continente, verso il quale peraltro sono ancora intatte tutte le responsabilità proprie del Nord del Mondo. Di qui l'esame del concetto di riconciliazione quale compito della Chiesa di oggi, e come interpellanza diretta agli uomini del nostro tempo che hanno bisogno di apprendere nuovamente lo stile del riconciliarsi e i gesti che lo pongono in essere. A cominciare dal sacramento della Riconciliazione: «Il fatto che esso in gran parte sia scomparso dalle abitudini esistenziali dei cristiani è un sintomo di una perdita di veracità nei confronti di noi stessi e di Dio; una perdita che mette in pericolo la nostra umanità e diminuisce la nostra capacità di pace» (ib). Parole che suonano indubbiamente incalzanti per i popoli dell'Africa e le loro relazioni interne, spesso difficili e segnate da conflitti, ma anche per ogni altro popolo, dunque anche per noi e per la verità del nostro apporto di credenti alla costruzione dell'edificio comune che coincide anzitutto con il nostro Paese. L'appello al disarmo degli animi, che ci eravamo permessi di lanciare in occasione dell'assemblea di Assisi, ha - grazie a Dio - avuto una certa eco, ed è stato da varie parti ripreso come esigenza per un confronto politico più maturo. Eppure la situazione interna ha continuato a surriscaldarsi fino all'episodio violento ed esecrabile che ha riguardato il Presidente del Consiglio. Maestri nuovi del sospetto e del risentimento sembrano talora riaffiorare all'orizzonte lanciando parole violente che, ripetute, possono resuscitare mostri del passato. Ebbene, dobbiamo continuare a dare un contributo speciale come credenti su questo versante della riconciliazione degli animi, quale condizione irrinunciabile per un disarmo duraturo tra schieramenti e gruppi, in vista di una coesione effettiva tra i componenti dell'intera comunità nazionale. Dobbiamo farlo guardando niente meno che all'esempio di Gesù che «si è alzato e ci è venuto incontro, benché Egli solo fosse dalla parte della ragione» (ib). Questa è la vera gratuità, spiegava il Papa: «La disponibilità a fare il primo passo. Per primi andare incontro all'altro, offrirgli la riconciliazione, assumersi la sofferenza che comporta la rinuncia al proprio aver ragione» (ib). O la rinuncia a far prevalere analisi finalizzate a giustificare unicamente il proprio progetto ritenuto pregiudizialmente il migliore. Solamente se c'è un'azione che scava così in profondità, c'è anche la speranza di costruire non sul dato meramente episodico o psicologico, ma sulle motivazioni profonde, che non possono mancare quando c'è di mezzo il bene di una Nazione. «Riconciliazione è un concetto pre-politico - chiariva Benedetto XVI - e una realtà pre-politica, che proprio per questo è della massima importanza per il compito della politica stessa. Se non si crea nei cuori la forza della riconciliazione, manca all'impegno politico per la pace il presupposto interiore» (ib). Qui c'è, ed è stata più volte segnalata, una responsabilità precipua dei mezzi di comunicazione, da cui provengono a volte deviazioni e intossicazioni (cfr Benedetto XVI, Discorso all'Atto di Omaggio all'Immacolata in Piazza di Spagna, 8 dicembre 2009). Non serve a nessuno che il confronto pubblico sia sistematicamente ridotto a rissa, a tentativo di dominio dell'uno sull'altro. Allo stesso modo è insopportabile concentrarsi unicamente sulla denigrazione reciproca, arrivando talora a denigrare il Paese intero pur di far dispetto alla controparte. Anche i media, che devono corrispondere ai compiti di informazione e di controllo che sono loro propri in una società evoluta, non devono cadere nel sistematico disfattismo o nell'autolesionismo di maniera. Il giornalismo del risentimento che si basa, più che sulle notizie, sui conflitti veri o immaginati, finisce per nuocere anche alla causa per cui si sente mobilitato. Il Paese ha bisogno di uscire dalle proprie pigrizie mentali, dai pregiudizi ammantati di superiorità, per essere meglio consapevole delle risorse e delle qualità di cui dispone, per dare una giusta considerazione ai successi conseguiti ad esempio sul fronte della lotta alla criminalità, o dell'eccellenza tecnologica, o della ricerca medico-scientifica, o della bio-alimentazione, o dell'industria creativa. Occorre essere fieri del proprio buon nome, della propria fatica, dell'impegno speso senza vanità e che, quando c'è, non può essere annullato da nessuno. A partire da simili presupposti, è possibile allora per la politica - intesa come l'opera civile più grande per gli altri - proporsi l'obiettivo urgente, ma colpevolmente sempre rinviato, delle riforme che invece sono attese per dare compiutezza a quella transizione istituzionale, politica e strutturale che, se ritardata, assorbe le risorse e corrode gli entusiasmi. Il Presidente della Repubblica molto opportunamente non si stanca di richiamare le classi politica, amministrativa e giudiziaria, e le diverse componenti dirigenziali, a mettere da parte calcoli individuali, e talora anche meschini, per riuscire negli obiettivi generali. La stessa questione Meridionale, come viene per lo più evocata, deve acquistare una capacità di interrogazione nuova rispetto all'intero Paese. Le parole come solidarietà, sussidiarietà e reciprocità, quali sono prospettate nel documento sul Mezzogiorno che andremo ad approvare definitivamente in questi giorni, indicano i criteri necessariamente esigenti per una riforma urgente del nostro sentirci Nazione, a centocinquant'anni esatti dal compimento dell'unità d'Italia. Ne abbiamo parlato ampiamente nella nostra Assemblea ad Assisi: offriamo alla Chiesa e al Paese il nostro contributo che nasce dalla collegiale riflessione e dall'esperienza diretta sul territorio come Pastori che amano questa splendida e nobile Terra. L'indifferenza verso le istituzioni è una mancanza che si fa pesante e prelude ad una segmentazione del Paese non più consona alle sfide che deve affrontare. Non è un caso che nel clima natalizio il Papa abbia parlato di «amore vicendevole e di reciproca comprensione, affinché all'interno delle famiglie e dell'intera Nazione si viva quel clima di intesa e di comunione che tanto giova al bene comune» (Saluto all'Angelus, 26 dicembre 2009). Parole che possono suonare generiche solo a chi non voglia capire.

4. Molto si è discusso, nell'ultimo periodo, di clima e di ambiente, di crisi ecologica e cambiamenti atmosferici. L'occasione principale è stata offerta dalla Conferenza di Copenaghen, dove si erano dati appuntamento i governi del mondo per mettere in comune le diagnosi e soprattutto assumere insieme degli impegni destinati a modificare i comportamenti nazionali e a ridurre sensibilmente le emissioni di CO2. Un appuntamento che si annunciava cruciale e alla prova dei fatti lo è risultato assai di meno, per il modesto approdo a cui è pervenuto, senza significative decisioni vincolanti, e rinviando sostanzialmente le scelte dirimenti ad occasioni successive. Da più parti è stato fatto notare che la motivazione che soggiace al mancato accordo è da ricercarsi nel fatto che i grandi Paesi, indispensabili per pervenire a degli esiti soddisfacenti, sono nel contempo anche parte considerevole del problema. In buona sostanza, quello del clima è lo schermo sul quale si proiettano le differenze economiche che intercorrono tra le diverse regioni della terra e soprattutto le diverse cronologie del rispettivo sviluppo. Di qui la resistenza dei Paesi di recente industrializzazione che faticano ad assumere vincoli che possano compromettere il loro attuale slancio a vantaggio magari dei Paesi che di un'industrializzazione senza vincoli hanno nel frattempo già beneficiato. E sullo sfondo c'è l'insoddisfazione del più elevato numero di Paesi, quelli in via di sviluppo, che pur non inquinando come gli altri, sono spesso i primi a dover fronteggiare le conseguenze del cambiamento climatico.

Ad offrire una sorta di chiave di lettura ordinata dei problemi sul tappeto è stato il Messaggio per la 43a Giornata della Pace che era in calendario per il 1° gennaio 2010, e non a caso il Pontefice aveva voluto sul tema: "Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato". Cruciale è l'affermazione papale secondo cui «la crisi ecologica non può essere valutata separatamente dalle questioni ad essa collegate, essendo fortemente connessa al concetto stesso di sviluppo e alla visione dell'uomo e delle sue relazioni» (ib). Come dire: non ci si può illudere di affrontare efficacemente fenomeni quali la desertificazione, l'esaurimento di risorse naturali, il degrado e la perdita di produttività di vaste aree agricole, l'inquinamento dei fiumi e delle falde acquifere, il disboscamento delle aree equatoriali e tropicali, l'inquinamento atmosferico se non vi è la disponibilità ad operare «una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo» (Messaggio cit., n. 5). Dunque, a ben riflettere, il tema ecologico è un altro modo per assumere i traguardi indicati nella recente enciclica Caritas in veritate, a cominciare dall'urgenza di una duplice solidarietà, quella inter-generazionale per cui i costi derivanti dall'uso delle risorse ambientali non possono essere a carico di chi verrà dopo di noi, e quella intra-generazionale secondo la quale occorre disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili consentendo fin d'ora la partecipazione anche dei Paesi più poveri (cfr Messaggio cit. n. 8 e Caritas in veritate, nn. 49 e 50). Si ha conferma inoltre di almeno due acquisizioni classiche della dottrina sociale cattolica, ossia la consapevolezza del reciproco condizionamento tra le scelte da condurre sui macro scenari e quelle relative agli stili di vita delle persone, delle famiglie e delle comunità locali; e la consapevolezza circa il nesso tra l'inquinamento atmosferico e quello «meno percepibile ai sensi, ma altrettanto pericoloso», cioè l'inquinamento dello spirito «che rende i nostri volti meno sorridenti, più cupi, che ci porta a non salutarci tra di noi, a non guardarci in faccia» (Benedetto XVI, Discorso all'atto di Omaggio cit.). Di qui il principio che «quando l'ecologia umana è rispettata dentro la società, anche l'ecologia ambientale ne trae beneficio» (Caritas in veritate, n. 51; cfr anche Discorso al Corpo Diplomatico, 11 gennaio 2010).

E, certo, nei delicati equilibri dell'ecologia umana entra la bioetica dove sono almeno due sul piano istituzionale i fronti in movimento. Anzitutto quello della pillola RU 486 che, dopo il via libera dell'AIFA, rischia di introdurre una prassi di banalizzazione ulteriore nella tutela della vita umana. Per questo auspichiamo che i pubblici poteri, ciascuno al proprio livello - Parlamento, Ministero della salute e Regioni - operino alacremente per circoscrivere quanto è più possibile tale rischio. Quanto poi al tema del fine vita, non possiamo non avanzare riserve sulla discutibile "iniziativa dei registri" che si vanno qua e là aprendo, e che, oltre a rappresentare una fuga irresponsabile in avanti, tendono a precostituire degli esiti al ribasso circa la legge in allestimento, sulla quale invece le forze politiche sono chiamate a dar prova della massima saggezza.

5. Ma per chi è chiamato a vivere nel nostro Paese, l'impegno per l'ambiente ha una declinazione speciale e quanto mai incalzante sul versante anche della messa in sicurezza del territorio che la Provvidenza di Dio ci ha affidato. E' di questi giorni il dramma doloroso in Sicilia, dove una casa si è letteralmente sbriciolata mietendo due piccole vittime. E sono di quest'ultimo periodo le esondazioni che hanno colpito la Liguria meridionale e la Toscana, in particolare nelle province di Lucca e di Pisa. Ma appena qualche mese prima c'era stata la frana che come un fiume di fango e detriti ha colpito il Messinese, e in precedenza il terremoto che ha segnato pesantemente l'Abruzzo. Guardando più indietro, si ha quasi esitazione a mettere in fila i disastri ambientali succedutisi ad esempio nell'ultimo lustro, tanto è alta la possibilità che se ne trascuri qualcuno.

Gli esperti parlano di una sorta di emergenza permanente che riguarda il nostro Paese dovuta, oltre che a fenomeni violenti che non dipendono dall'uomo, a dissesti e incurie, ma anche ad errori veri e propri, o al non rispetto dei vincoli o a sottovalutazioni dei pericoli, a certa urbanizzazione irrazionale e incontrollata e alla mira del maggior profitto a scapito della sicurezza. C'è una preoccupazione che responsabilmente compete a tutta la popolazione, e coincide con un fondamentale senso civico, proprio perché tutti devono avere a cuore la sicurezza propria, della propria famiglia, della propria comunità, per cui è contraddittorio fare azzardi e consumare abusi per lamentare poi la distrazione o le dimenticanze dei pubblici poteri. Va da sé che i cittadini debbano essere soccorsi, e quelli colpiti aiutati a recuperare al più presto una condizione normale di vita; e qui non possiamo non riservare una parola convinta di ammirazione e di gratitudine per l'azione complessivamente condotta dalla Protezione Civile, una vera eccellenza del nostro Paese; ma bisogna essere consapevoli che a tutt'oggi ci sono anche allarmi inascoltati e segnalazioni non raccolte, quasi che la prevenzione, soprattutto quella mirata, non fosse l'unica via da battere se si vuole evitare ad una popolazione come la nostra una successione macabra di tragedie. In sede parlamentare, com'è noto, si è arrivati dopo una congrua indagine conoscitiva, a chiedere l'approntamento e la realizzazione di un programma straordinario a favore del territorio, in cui risorse e competenze disponibili ai vari livelli convergano per garantire la partenza di un'opera capillare che poi non si dovrà più fermare. Sia consentito alla Chiesa, per ciò che essa è in questo territorio, e per quanto solitamente assicura alle popolazioni che di volta in volta si trovano bersagliate, di ricordare a tutti l'impegno morale più volte assunto in questa direzione, anche in forma solenne, dinanzi alle vittime delle tragedie che si susseguono.

6. Il tema qui accennato, quello di una cittadinanza consapevole e matura, ci induce a riprendere il filo del discorso sull'emergenza educativa, che non può essere proprio ora trascurato. È all'ordine del giorno di questo Consiglio Permanente l'esame della bozza degli Orientamenti pastorali del decennio 2010-2020, e dunque mi guarderò dal sovrapporre altre considerazioni a quelle che in passato già ci scambiammo e che ora costituiscono la trama del testo che andremo a valutare. Mi limito ad annotare che l'espressione «emergenza educativa» richiama in maniera efficace un tratto innegabile della condizione odierna, che è preoccupante non tanto per una diserzione riscontrabile in questo ambito dell'esperienza umana, quasi che siano di colpo sparite le figure classiche e gli ambienti di riferimento educativo. Si deve piuttosto dire che oggi nelle zone più avanzate del pianeta, in particolare in Europa, è venuta meno quella che gli studiosi chiamano la "cura tra le generazioni". Essa si è in un certo senso allentata tra un passaggio di testimone e l'altro, come se in una catena si aprisse un anello e la tensione venisse meno, col rischio di interrompersi. C'è qui indubbiamente un fattore di clima culturale, determinato sostanzialmente dal relativismo che schiaccia sul dato immediato e tutto tende a livellare, sottraendo le unità di misura, e scompaginando ogni possibile raffronto con il meglio. Ma è soprattutto la potatura dei modelli e la rarefazione dei fondamenti a sottrarre all'educazione la possibilità di porsi come processo voluto, immaginato e perseguito. "A cosa educare?": incerta è la risposta a questa domanda fondamentale; e mancando la consapevolezza del fatto che si ha qualcosa di positivo da trasmettere, l'azione educante si scopre come disinnervata se non paralizzata. Se poi si pretende di prescindere da Dio quasi a volerlo confinare nel perimetro del privato individuale, si comprende come venga meno il fondamento ultimo dei contenuti sui quali l'educazione poggia, dalla libertà all'amore, alla ricerca del vero, eccetera. Nell'arco di appena qualche giorno il Papa ha fatto ricorso all'espressione «emergenza educativa» in almeno un paio di occasioni, parlando cioè per il 70° anniversario della Lumsa (cfr Discorso ai Docenti e agli Studenti della libera Università Maria Assunta, 12 novembre 2009) - ossia per illustrare l'attualità del mandato che a suo tempo fu conferito ad uno degli istituti accademici più significativi della capitale - e appena qualche giorno prima, commemorando a Brescia la figura grandiosa del Papa Paolo VI che fu nell'intero arco della sua vita il propugnatore di un'idea forte ed unitaria di formazione della persona (cfr Discorso per l'Inaugurazione della nuova sede dell'Istituto Paolo VI, Brescia, 8 novembre 2009). Anzi, proprio grazie al ritratto che Benedetto XVI ha fatto di questo suo Predecessore meriterà che la figura di Papa Montini e la sua idea di educazione - aperta al nuovo e ad un tempo radicata nella tradizione più classica - siano adeguatamente rivisitate nel corso dei prossimi anni. Credo in ogni caso che sarebbe importante che ci prefiggiamo dei veri e propri obiettivi, verificabili e di sufficiente concretezza. Sarebbe un vero peccato se il decennio che ci sta dinanzi venisse giocato su un piano di declamazione programmatica, restando inevasa la pregnante pertinenza del tema rispetto ai soggetti protagonisti dell'impresa educativa; vale a dire, in primo luogo, i giovani; quindi i genitori e l'ambiente famigliare; poi gli educatori in senso complessivo, dunque gli insegnanti ma anche i catechisti; il mondo delle associazioni e dei gruppi; infine i media. Almeno cinque tipologie di soggetti che incontestabilmente entrano in varia misura nei processi educativi: essi dovrebbero anche risultare distintamente inclusi nello sviluppo tematico del decennio, alla luce del Convegno ecclesiale di Verona e come emerge anche dal Rapporto-proposta, "La sfida educativa", che il nostro Comitato per il Progetto Culturale ci ha messo per tempo a disposizione e che in questa stagione viene presentato nelle varie regioni. Se si avrà cura infatti di articolare, e quasi sfaccettare il tema, su ciascuno di questi protagonisti e sulla correlazione dei loro apporti, daremo forse vita ad un approccio al tema, rigoroso e non astratto.

7. Ricostruendo la figura di Gian Battista Montini, Benedetto XVI ha tra l'altro detto che i giovani che lo avvicinavamo, quando egli operava tra gli universitari, percepivano «il fuoco interiore che dava anima alle sue parole, in contrasto con un fisico che appariva fragile» (Discorso cit.). Non apparirà un arbitrio allora collocare qui il riferimento all'Anno Sacerdotale, in pieno svolgimento in tutta la Chiesa cattolica. La testimonianza di intensità cristiana che Paolo VI lasciava trasparire da tutta la sua persona, dal suo sguardo come dai suoi gesti, induce a ricordare che si può sapere tante cose su Dio, ma non «vedere» il mistero stesso, lasciandosi così sfuggire l'essenziale, e continuando a tenere chiusi gli occhi del cuore (cfr Benedetto XVI, Omelia della Santa Messa con i Membri della Commissione Teologica Internazionale, 1° dicembre 2009). E si può anche predicare in modo ricorrente sul Dio dell'amore, ma dimostrare che la propria vita non si fonda su questa esperienza. È un rischio - perché tacerlo? - che possiamo correre anche noi sacerdoti: avere una conoscenza pur vasta della fede, ma in una certa misura rimanervi fuori, non averne cioè toccata la vita. In altre parole, essere presi dall'intorpidimento dei sentimenti, da una certa muta abitudinarietà. Ed è il rischio dal quale ha inteso metterci in guardia il Santo Padre indicendo appunto questo Anno di grazia, che non è solo per i presbiteri, tant'è che tutti i fedeli sono invitati a parteciparvi con la loro personale conversione e con la preghiera per i sacerdoti stessi, ma che certamente è e deve essere un Anno di grazia dei sacerdoti, anzi di ciascun sacerdote - diocesano o religioso - convocato in coscienza davanti a Dio per riscoprire la bellezza del proprio sacerdozio. Allora sarà importante, in questo tempo, tornare ad interrogarsi sui fondamentali della nostra esperienza sacerdotale, e domandarsi se la nostra vita è strutturata sulla preghiera, e in modo particolare sulla santa Messa e la Liturgia delle Ore, sulla regolare e frequente confessione sacramentale; se siamo pervasi dalla Parola di Dio, ed essa è - più del cibo e delle cose di questo mondo - il nutrimento delle nostre esistenze, impronta del nostro agire e forma del nostro pensare; se aderiamo senza riserve al nuovo stile di vita proprio del consacrato a Dio; se sappiamo immedesimarci a Cristo, cercando di aderire affettivamente a Lui con i nostri pensieri, la nostra volontà, i sentimenti; se sappiamo trascorrere del tempo e del tempo privilegiato in adorazione dell'Eucaristia; se siamo fedeli agli esercizi spirituali; se accettiamo un'amorosa sottomissione alla volontà di Dio che è adesione anche alle esigenze del ministero, quale che sia, nell'obbedienza pronta e generosa alla Chiesa; se ci dedichiamo agli altri e alla loro salvezza senza rifiutare di partecipare personalmente al caro prezzo della redenzione; se diamo al nostro ministero una radicale forma comunitaria, se è cioè vissuto nella comunione dei presbiteri con il Vescovo; se la passione per gli altri include lo sguardo che avrebbe Gesù al nostro posto e nella promozione del loro disegno di vita, della loro personale vocazione; se per ciò in cui crediamo siamo disposti ad affrontare anche incomprensioni e, quando ci sono, prove e sofferenze. In fondo c'è, per i nostri altri, una prova che noi siamo come il Signore ci vuole: è la gioia di essere preti, gioia mite ma intrattenibile, che dagli occhi traspare e solitamente colpisce chi ci incontra, ed è contagiosa tra i confratelli.

8. La situazione economica che non poco ci ha preoccupato nella stagione precedente, appare oggi - se guardiamo allo scenario macroeconomico - incamminata verso una fase di prudente ma indubitabile recupero. L'Italia, che già mentre la crisi imperversava ci è parsa almeno in parte al riparo dagli scossoni più violenti, oggi sembra aver colto con una certa prontezza la via della ripresa. E questo grazie ad una serie di salvaguardie del nostro sistema economico e finanziario complessivo, che sono state rafforzate, ma anche grazie all'intraprendenza delle nostre imprese che hanno saputo fronteggiare l'inasprimento delle condizioni del mercato attraverso il riposizionamento strategico del proprio impianto produttivo. Per buona parte del nostro sistema, la crisi si è rivelata un forte acceleratore a spostarsi sulle fasce alte del mercato, là dove l'estro della persona che progetta e i saperi condensati in azienda contano più del possesso dei mezzi di produzione. D'altra parte, per un Paese sguarnito di materie prime come il nostro, non c'era strada alternativa a quella dell'inserimento sempre più deciso nelle filiere di qualità del prodotto e della sua compatibilità con l'ambiente. La stessa limitata - rispetto ad altri contesti - e sempre dolorosa contrazione dei posti di lavoro riflette la preoccupazione della gran parte delle medie e piccole imprese, di cui è ricco il nostro panorama, di non privarsi del patrimonio diffuso di competenze, e dunque di trattenere pur con sacrificio il proprio personale in azienda così da consentirsi il balzo più scattante appena il clima avrebbe dato segni di miglioramento. Certo, parliamo di una relativa attenuazione delle aree di sofferenza, che tuttavia ci sono state e ci sono, e oggi sprigionano più di ieri i loro effetti sul versante soprattutto occupazionale. Per una quota parte di aziende più piccole o più isolate, o poste più a monte nella catena del valore aggiunto, si è trattato infatti di un periodo difficilissimo, quando non fatale, che sta inevitabilmente pesando su alcune categorie di persone, il più spesso quelle che già in precedenza non godevano di una piena garanzia di stabilità. Così ad antiche sofferenze, altre se ne vanno ad aggiungere, e si ha la percezione di una crisi che ancora morde su segmenti deboli della popolazione, specialmente quelli giovanili. Molte famiglie sono giunte a fine anno con la consapevolezza di un peggioramento delle proprie condizioni economiche, e dunque con un aumento delle disuguaglianze. Ne dobbiamo trarre la persuasione che la strada da noi intrapresa di una più consapevole e dinamica solidarietà a livello di parrocchie e di diocesi, per andare incontro alle situazioni di disagio in maniera più circostanziata, è quella su cui merita ancora insistere per cercare di attenuare i contraccolpi di una economia che non riesce purtroppo a garantire tutti. Nel contempo non possiamo non sollecitare il sistema bancario ad una politica del credito che, senza farsi avventata, sappia tuttavia essere scrupolosamente più attenta alle esigenze delle aziende in affanno. E ancora, non ci resta che sollecitare la classe politica a intensificare tutti i meccanismi che possono attenuare l'angoscia di chi, in seguito a licenziamento, ha perso la propria fonte di sostentamento o è in cassa integrazione. Tutti dobbiamo sentirci ingaggiati a fare in modo che il volano dell'economia acceleri prima possibile, e nello stesso tempo ci pare doveroso incoraggiare il ricentramento della politica, anche quella fiscale, sul perno delle famiglie, in particolare quelle con figli, perché da elemento di risulta, che attenua i contraccolpi negativi, diventino soggetto propulsivo di sviluppo (cfr anche Benedetto XVI, Discorso agli Amministratori della Regione Lazio, del Comune e della Provincia di Roma, 14 gennaio 2010). Certa cattiva letteratura purtroppo ha lasciato il segno, e con molta fatica in taluni ambienti si riesce a ragionare della famiglia per ciò che realisticamente essa è, ossia la più grande risorsa sociale e culturale del nostro Paese. Non applicarsi ad essa, non darle forza e vigore, non riconoscerle la soggettività di cui è capace è come pretendere di volare continuando tuttavia ad appesantirsi le ali. Bisogna invertire questa tendenza e farlo con la nostra tenacia migliore.

9. Gli episodi di contestazione sociale che, attorno al fenomeno degli immigrati, hanno recentemente avuto luogo in Calabria, e specialmente a Rosarno e nella Piana di Gioia Tauro, potrebbero in una certa misura essere anch'essi ricondotti alla difficile crisi economica che l'Italia come gli altri Paesi si è trovata ad affrontare. Ovvio infatti che rallentando alcuni comparti in cui trovava sbocco occupazionale un numero elevato di immigrati sia regolari che irregolari, molti di costoro rifluiscano là dove c'erano degli insediamenti di loro connazionali con la prospettiva di spartire con i primi il poco di lavoro rimasto. Ma questo non basta a spiegare le giornate di violenza che si sono vissute, in un'allerta generale. Per darsi conto dell'accaduto occorre considerare anche altri fenomeni che lì sono entrati in combustione, come la condizione del tutto critica in cui abitualmente vivono una parte degli immigrati presenti nel nostro Paese: quelle capanne di cartone o plastica senz'acqua e senza elettricità, dunque senza il minimo requisito igienico-sanitario, incapsulate all'interno di manufatti abbandonati e diroccati, esposte alle intemperie e invase dal fango, indicano uno standard non accettabile: così non si può, così non è umano. È realistico pensare che in contesti come questi non possano attecchire seri tentativi di integrazione, mentre prendono vita pezzi di società parallela e auto-referenziale rispetto ai quali diventa difficile scongiurare tensioni e micro-conflitti, che finiscono per condizionare pesantemente la percezione del fenomeno da parte dei cittadini. Poi, certo, pesano anche fenomeni come la strategia avvolgente della malavita locale, che prima assolda, poi provoca e infine si presta a raccapriccianti interventi che lo Stato sta tentando di reprimere venendo per questo intimidito attraverso attentati che occorre sapere respingere con inesorabile nettezza. Vogliamo, a questo riguardo, esprimere la più convinta solidarietà ai Confratelli che di recente hanno subito minacce insensate che non riusciranno tuttavia a distoglierci dalla nostra missione. E ancora fenomeni come l'insicurezza che tra i cittadini ad un certo punto scatta e che, in una sorta di turbinio irrazionale, porta a gesti che come un tratto di spugna cancellano quanto si era provato ad assicurare fino ad un attimo prima, grazie all'opera delle comunità cristiane, delle istituzioni, o per il moto di spontanea generosità di singole persone e famiglie. Lasciamo ai responsabili di quelle comunità la disamina più accorta sull'evento che non può tuttavia ipotecare con un colpo solo l'immagine di un intero territorio, che proprio ora deve invece trovare la forza per uscire dall'emergenza. Ritengo che l'opinione pubblica nazionale abbia con l'occasione potuto avviare una riflessione che nessuna ruspa può facilmente rimuovere. Voci sagge si sono alzate per dire cose importanti, da non scordare. Io vorrei riprendere le parole essenziali che il Pontefice ha usato per centrare «il cuore del problema»: «Bisogna ripartire dal significato della persona. Un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare, nell'ambito del lavoro, dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell'ambito delle condizioni concrete di vita» (Saluto all'Angelus, 10 gennaio 2010). Niente può farci dimenticare questa verità: l'immigrato è uno di noi; noi italiani siamo stati a nostra volta immigrati, e prima di noi lo è stato Gesù. Bisogna partire da qui, e mai staccarsi da questa consapevolezza che va incardinata nei pensieri personali e collettivi degli adulti, come dei giovani e dei bambini. Diceva in altra circostanza Benedetto XVI che la «via privilegiata che conduce alla pace» comincia dallo «sguardo rispettoso, che riconosce nel volto dell'altro una persona, qualunque sia il colore della sua pelle, la sua nazionalità, la sua lingua, la sua religione» (Omelia nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, 1° gennaio 2010). Dio è il garante della profondità e della «risonanza» in noi del volto dell'uomo, di ogni uomo. Questo naturalmente vale in ogni angolo della terra, e vale anche per la violenza patita dai cristiani in alcuni Paesi, tanto più se si manifesta nei giorni più cari alla tradizione evangelica.

10. Mi avvio alla conclusione, confidando un sogno, di quelli che si fanno ad occhi aperti, e che dicono una direzione verso cui preme andare. Mentre incoraggiamo i cattolici impegnati in politica ad essere sempre coerenti con la fede che include ed eleva ogni istanza e valore veramente umani, vorrei che questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni. Italiani e credenti che avvertono la responsabilità davanti a Dio come decisiva per l'agire politico. So che per riuscire in una simile impresa ci vuole la Grazia abbondante di Dio, ma anche chi accetti di lasciarsi da essa investire e lavorare. Ci vuole una comunità cristiana in cui i fedeli laici imparino a vivere con intensità il mistero di Dio nella vita, esercitandosi ai beni fondamentali della libertà, della verità, della coscienza. Cresce l'urgenza di uomini e donne capaci, con l'aiuto dello Spirito, di incarnare questi ideali e di tradurli nella storia non cercando la via meno costosa della convenienza di parte comunque argomentata, ma la via più vera, che dispiega meglio il progetto di Dio sull'umanità, e perciò capaci di suscitare nel tempo l'ammirazione degli altri, anche di chi è mosso da logiche diverse. Se questo è un sogno, cari Confratelli, so che ad esso ci si può avvicinare anzitutto attraverso le circostanze ordinarie dell'esistenza, le tappe apparentemente anche più consuete, ma che racchiudono in se stesse la cadenza del progetto che avanza. Ecco, vorremmo che i valori che costituiscono il fondamento della civiltà - la vita umana comunque si presenti e ovunque palpiti, la famiglia formata da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio, la responsabilità educativa, la solidarietà verso gli altri, in particolare i più deboli, il lavoro come possibilità di realizzazione personale, la comunità come destino buono che accomuna gli uomini e li avvicina alla meta...- formassero anche il presupposto razionale di ogni ulteriore impresa, e perciò fossero da costoro ritenuti irrinunciabili sia nella fase della programmazione sia in quella della verifica. Non a caso la vicenda sociale è oggi, a giudizio della Chiesa, radicalmente antropologica (cfr Caritas in Veritate, n. 15).

Grazie, cari Confratelli, del Vostro amabile ascolto e per i contributi che ora e nei prossimi giorni vorrete dare. Ci sostiene il pensiero e la comunione delle nostre Chiese. Ci guidi Maria, l'amata Madre del buon Consiglio, ci aiutino i Santi Patroni delle nostre Diocesi, in particolare i Santi Francesco e Caterina. De.it.press

 

 

 

 

La verità e il senso. Chiese europee (Ccee): in un libro il cammino dal 1992 al 2006

 

Proponiamo uno stralcio dell'intervento di mons. Aldo Giordano, già segretario del Consiglio delle Conferenze episcopali europee, inviato speciale della Santa Sede presso il Consiglio d'Europa, alla presentazione del libro "I vescovi e la nuova Europa. Testi ufficiali del Ccee (1992-2006)", edito dalla casa editrice francese du Cerf. La presentazione è avvenuta il 21 gennaio all'Institut Catholique di Parigi.

 

Davanti al rischio del buio, nella nostra Europa post-ideologica, sono nuovamente udibili le domande esistenziali di fondo: esiste un senso al vivere ed alla storia? C'è un bene o qualcuno a cui posso affidare la mia vita perché in grado di rispondere al mio desiderio di esistere, di felicità, di festa, di affetto e di eternità? Il dolore e la morte sono l'ultima parola per l'uomo e come tali sono lo scacco ad ogni mio desiderio? Ha un senso il dolore? Al riguardo ancora Nietzsche scrive: "L'uomo era principalmente un animale malaticcio: ma non la sofferenza in se stessa era il suo problema, bensì il fatto che il grido della domanda "a che scopo soffrire?" restasse senza risposta (...) L'assurdità della sofferenza, non la sofferenza, è stata la maledizione che fino ad oggi è dilagata su tutta l'umanità" . La questione veritativa si intreccia con la questione del senso. Non dobbiamo dimenticarci che in 7/8 Paesi europei la più alta percentuale di morte dei giovani è costituita dal suicidio.

Probabilmente la domanda di spiritualità e il 'ritorno del sacro' e delle 'religioni alternative', che caratterizzano i nostri giorni hanno le loro radici più profonde proprio in questa crisi e sono un tentativo di riandare sulla frontiera per sfondare la solitudine. Tuttavia dobbiamo riconoscere che il ritorno attuale del sacro spesso è segno di un'attesa, ma non ancora il ritrovamento di una risposta, di un volto che appaia come il bene, il bello, il vero, di cui ha grande nostalgia il cuore umano. Davanti ad una sacro anonimo l'uomo è ancora solo.

 

Il dibattito di questi anni riguardo un riferimento a Dio o alle radici cristiane nel trattato costituzionale europeo - approvato il 18 giugno 2004 a Bruxelles, firmato a Roma il 29 ottobre 2004 e poi caduto in profonda crisi per il no espresso dai francesi e a dagli olandesi nei loro referendum - non sembra aver raggiunto questa problematica veritativa di fondo. Il dibattito è stato particolarmente vivo, interessante, ma anche doloroso. Perché tanta difficoltà a citare Dio o il cristianesimo? Hanno pesato contrasti ideologici già piuttosto datati e l'autoritarismo di un certo laicismo; ma soprattutto si è dolorosamente manifestata una incomprensione di fondo del fatto cristiano: alcuni hanno pensato a una questione di privilegi, altri alla necessità di dividerci una torta; alcuni hanno ritenuto che citare il cristianesimo sarebbe stato un torto alle altre religioni, specie all'Islam, altri che sarebbe stato un pericolo per la laicità... altri hanno difeso la tesi che la religione è un fatto esclusivamente privato. Le domande che spesso mi sono posto durante questi dibattiti a Bruxelles o in diversi Paesi europei è sempre stata: "Gesù Cristo è venuto sulla terra per dei privilegi? Un Dio che muore in croce per amore è un rischio per i fratelli musulmani? Un Vangelo che distingue chiaramente tra ciò che si deve a Cesare e ciò che si deve a Dio è pericoloso per la laicità? Quale contenuto ha oggi in Europa la parola cristianesimo o la parola Dio o la parola religione?

 

Per il preambolo del trattato costituzionale si è trovato un consenso per inserire l'aggettivo "religioso", ma è pur sempre un consenso su un minimo comune denominatore. Si può ammettere in modo anonimo che l'Europa ha radici religiose, ma niente di più. Invece di tentare la via di trovare un consenso su un minimo comune denominatore, sarebbe il tempo di provare a cercarlo sul massimo. Non mi sembra tanto fruttuoso trovare un minimo su cui tutti si trovano impersonalmente d'accordo, ma esplorare la ricchezza più vera e propria che ognuno e ogni esperienza può dare. Il cristianesimo ha qualcosa di significativo da dare non tanto come generica esperienza religiosa, ma come la specifica rivelazione di Gesù Cristo morto e risorto. È Lui il punto interessante! Il dibattito non ha preso abbastanza in considerazione la serietà  ALDO GIORDANO, Strasburgo

 

 

 

 

Nel solco del dialogo. La Giornata dell'ebraismo in Polonia e in Italia

 

Il 17 gennaio, la Chiesa in Italia, in Polonia, in Austria e nei Paesi Bassi celebra la "Giornata dell'ebraismo", espressione di grande apprezzamento dell'ebraismo da parte della Chiesa cattolica. "Laddove ebrei e cattolici vivono fianco a fianco - scrive sull'Osservatore Roma padre Norbert J. Hofman, Segretario della Commissione per i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo - spesso si producono azioni comuni a livello sia accademico sia concretamente pastorale". Anche la Conferenza episcopale svizzera si impegna in progetti concreti per l'introduzione di un particolare Dies Iudaicus ed "è auspicabile - aggiunge padre Hofman - che anche altre conferenze episcopali riflettano su questa possibilità di promozione del dialogo ebraico-cattolico".

 

Polonia. A Cracovia le cerimonie della Giornata dell'ebraismo hanno luogo ogni anno alternativamente in sinagoga o in una chiesa cattolica. Quest'anno una comune liturgia della parola, presieduta dal cardinale Stanislaw Dziwisz, è stata celebrata il 14 gennaio nella basilica dei frati francescani. L'arcivescovo della città polacca e l'ex segretario particolare di Giovanni Paolo II ha sottolineato che la Giornata dell'ebraismo, celebrata in Polonia dal 1998, è stata istituita per "rinforzare quello che è  buono nelle relazioni reciproche, e sradicare il male". Quest'anno, le celebrazioni nazionali sono state organizzate a Tarnow, nel Sud-Est del Paese. Nel primo pomeriggio, cattolici ed ebrei hanno pregato insieme sul luogo dove una volta si erigeva la Grande sinagoga (distrutta dai nazisti) e nel cimitero ebraico. Più tardi, durante una cerimonia ufficiale è stato conferito il prestigioso riconoscimento istituito dal Consiglio polacco di cattolici ed ebrei, ad Alon Goshen-Gottstein, fondatore e direttore dell'internazionale "The Elijah Interfaith Institute", che si occupa di organizzare incontri di dialogo interreligioso. "Gli incontri con gli ebrei credenti ci permettono di prendere coscienza di una nostra responsabilità comune, e cioè quella per la sorte della religione rivelata nel nostro continente, dominato sempre di più da un aggressivo laicismo", ha scritto nel suo messaggio il presidente del Consiglio per il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale polacca alla guida del Comitato per il dialogo con l'ebraismo, mons. Mieczyslaw Cislo. Secondo Szewach Weiss, già presidente della Knesset e del Consiglio direttivo dello Yad Vashem nonché -  dal 2000 al 2003 ambasciatore di Israele in Polonia, "la giornata dell'ebraismo celebrata dalla Chiesa cattolica ha in Polonia una dimensione particolare. Proprio qui per 800 anni convissero insieme ebrei e cattolici. Convissero bene, forse meglio al mondo, come due buoni vicini che si rispettano". Dopo l'inferno dell'olocausto, i 3,5 milioni di ebrei furono ridotti ad un pugno. "Coloro che sopravvissero alla Seconda Guerra Mondiale dai comunisti furono costretti ad emigrare". "Tutto però è cambiato dopo la caduta del comunismo" e anche per merito di un "grande papa Giovanni Paolo II", la Polonia ha prese sempre più coscienza "gli ebrei erano parte inscindibile del Paese, della sua cultura, scienza, filosofia, politica e tutti in tutti gli altri settori della vita".

 

Italia. Rabbini e teologi cattolici quest'anno di nuovo insieme in Italia per la "Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei" che si celebra il 17 gennaio e che nel 2010 è stata suggellata dalla visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma. Tavole rotonde, riflessioni e momenti in sinagoga. Diverse sono state le iniziative messe in programma. La Giornata è stata dedicata quest'anno al quarto comandamento, secondo la numerazione ebraica, della santificazione del "Sabato": "Ricordati del giorno di Sabato per santificarlo". Lo scorso anno l'Assemblea rabbinica italiana aveva deciso di sospendere la celebrazione della Giornata annuale. Momento decisivo - dopo una serie di chiarimenti - per una ripresa della iniziativa, si è avuto il 22 settembre scorso quando il card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha incontrato a Roma i rabbini Giuseppe Laras, Presidente dell'Assemblea Rabbinica Italiana, e Riccardo Di Segni, Rabbino capo della Comunità ebraica di Roma. In base ai "chiarimenti intervenuti" durante l'incontro, si è deciso di "comune accordo" di riprendere la celebrazione comune della Giornata. In un messaggio congiunto rivolto alle rispettive comunità, il Rabbino Giuseppe Laras, Presidente dell'Assemblea dei Rabbini d'Italia, e mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni e presidente della Commissione episcopale per l'ecumenismo e il dialogo, così scrivono: "Il Sabato, tempo di riposo divino e di distensione, diviene così occasione eccellente per la socialità in senso più ampio, perché permette di tendere l'orecchio e aprire il cuore a quelle voci di solidarietà verso il prossimo, che a volte il frastuono e la fatica della settimana non consentono di percepire". Sir

 

 

 

 

"Il papa è il primo tra i patriarchi". Tutto sta a vedere come

 

Con Benedetto XVI, per la prima volta nella storia, gli ortodossi accettano di discutere il primato del vescovo di Roma, sul modello del primo millennio quando la Chiesa era indivisa. Un inedito: il testo base del dialogo - di Sandro Magister

 

ROMA – Questa sera, con i vespri nella basilica di San Paolo fuori le Mura, Benedetto XVI chiude la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani.

 

C'è chi dice che l'ecumenismo sia entrato in una fase di recessione e di gelo. Ma se appena si guarda ad Oriente, i fatti dicono l'opposto. Le relazioni con le Chiese ortodosse non sono mai state così promettenti come da quando Joseph Ratzinger è papa.

 

Le date cantano. Un periodo di gelo nel dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse di tradizione bizantina iniziò nel 1990, quando le due parti si scontrarono sul cosiddetto "uniatismo", sulle forme cioè con cui le comunità cattoliche di rito orientale duplicano in tutto le parallele comunità ortodosse, differendo solo per l'obbedienza alla Chiesa di Roma.

 

A Balamand, in Libano, il dialogo si bloccò. E ancor più si bloccò sul versante russo, dove il patriarcato di Mosca non sopportava di vedersi "invaso" dai missionari cattolici là inviati da papa Giovanni Paolo II, tanto più sospettato perché di nazionalità polacca, storicamente rivale.

 

Il dialogo restò congelato fino a quando, nel 2005, salì alla cattedra di Pietro il tedesco Joseph Ratzinger, papa molto apprezzato in Oriente per lo stesso motivo che in Occidente gli procura critiche: per il suo attaccamento alla grande Tradizione.

 

Prima a Belgrado nel 2006 e poi a Ravenna nel 2007 tornò a riunirsi la commissione mista internazionale per il dialogo tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse.

 

E in cima alla discussione andò proprio la questione che più divide Oriente e Occidente: il primato del successore di Pietro nella Chiesa universale.

 

Dalla sessione di Ravenna uscì il documento che segnò la svolta, dedicato a "conciliarità e autorità" nella comunione ecclesiale.

 

Il documento di Ravenna, approvato all'unanimità dalle due parti, afferma che "primato e conciliarità sono reciprocamente interdipendenti". E nel suo paragrafo 41 mette a fuoco così i punti di accordo e di disaccordo:

 

"Entrambe le parti concordano sul fatto che [...] Roma, in quanto Chiesa che 'presiede nella carità', secondo l’espressione di Sant’Ignazio d’Antiochia, occupava il primo posto nella 'taxis', e che il vescovo di Roma è pertanto il 'protos' tra i patriarchi. Tuttavia essi non sono d’accordo sull’interpretazione delle testimonianze storiche di quest’epoca per ciò che riguarda le prerogative del vescovo di Roma in quanto 'protos', questione compresa in modi diversi già nel primo millennio".

 

"Protos" è parola greca che significa primo. E "taxis" è l'ordinamento della Chiesa universale.

 

Da allora, la discussione sui punti controversi prosegue con ritmo accelerato. Ed ha cominciato ad esaminare, anzitutto, come le Chiese d'Oriente e d'Occidente interpretavano il ruolo del vescovo di Roma nel primo millennio, cioè quando ancora erano unite.

 

La base della discussione è un testo che è stato elaborato nell'isola di Creta all'inizio dell'autunno del 2008.

 

Il testo non è mai stato reso pubblico prima d'ora. È in lingua inglese. La commissione mista internazionale per il dialogo tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse ha iniziato a discutere su questo testo a Paphos, nell'isola di Cipro, dal 16 al 23 ottobre del 2009.

 

Ha cominciato con l'esaminare la predicazione di Pietro e Paolo a Roma, il loro martirio e la presenza delle loro tombe a Roma, che per sant’Ireneo di Lione conferiscono un’autorità preminente alla sede apostolica romana.

 

Da lì, la discussione è proseguita prendendo in esame la lettera di papa Clemente ai cristiani di Corinto, la testimonianza di sant'Ignazio di Antiochia che indica la Chiesa di Roma come quella che "presiede nella carità", il ruolo dei papi Aniceto e Vittore nella controversia intorno alla data di Pasqua, le posizioni di san Cipriano di Cartagine nella controversia sul battezzare nuovamente o no i "lapsi" cioè i cristiani che avevano sacrificato agli idoli per salvare la vita.

 

Il proposito è di capire fino a che punto la forma che ebbe il primato del vescovo di Roma nel primo millennio può far da modello a una ritrovata unità tra Oriente e Occidente nel terzo millennio dell'era cristiana.

 

Di mezzo, però, c'è stato un secondo millennio in cui il primato del papa è stato interpretato e vissuto, in Occidente, in forme sempre più accentuate, lontane da quelle che le Chiese d'Oriente sono oggi disposte ad accettare.

 

E sarà questo il punto più critico della discussione. Ma le delegazioni delle due parti non hanno timore di affrontarlo. Lo ha detto lo stesso Benedetto XVI lo scorso 20 gennaio, spiegando nell'udienza generale ai fedeli il senso della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani:

 

"Con le Chiese ortodosse la commissione mista internazionale per il dialogo teologico ha iniziato lo studio di un tema cruciale nel dialogo fra cattolici e ortodossi: il ruolo del vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio, cioè nel tempo in cui i cristiani di Oriente e di Occidente vivevano nella piena comunione. Questo studio si estenderà in seguito al secondo millennio".

 

La prossima sessione ha già un luogo prefissato, Vienna, e una data, dal 20 al 27 settembre 2010.

 

A capo della delegazione cattolica c'è stato in tutti questi anni il cardinale Walter Kasper, presidente del pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani.

 

A capo della delegazione ortodossa c'è da anni il metropolita di Pergamo Joannis Zizioulas, teologo di riconosciuto valore e di grande autorevolezza, "mente" del patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e stimatissimo da papa Ratzinger, con il quale ha un rapporto di profonda amicizia.

 

Anche con il patriarcato di Mosca i rapporti sono molto migliorati. A Ravenna i delegati russi avevano abbandonato i lavori per un disaccordo con il patriarca di Costantinopoli sull'ammettere o no i rappresentanti ortodossi della Chiesa di Estonia, non riconosciuta da Mosca.

 

Ma a Paphos, lo scorso ottobre, lo strappo è stato ricucito. E anche con Roma il patriarcato di Mosca è oggi in rapporti amichevoli. Una prova ne è stata. pochi mesi fa, la pubblicazione da parte del patriarcato di un libro con dei testi di Benedetto XVI, iniziativa senza precedenti nella storia.

Da Roma l'iniziativa sarà presto ricambiata, con dei testi del patriarca Kirill raccolti in un volume edito dalla Libreria Editrice Vaticana.

Un incontro tra il papa e il patriarca di Mosca è ormai anch'esso nella sfera del possibile. Forse più presto di quanto si pensi. L’Espresso online 25

 

 

 

 

Con l'affetto di padre.  Benedetto XVI e l'Italia, sua "terra d'adozione"

 

"Un'opera che esprime l'attenzione e l'apprezzamento per l'instancabile missione pastorale del Santo Padre Benedetto XVI a Roma ed in Italia". Così il card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, ha definito il volume "I viaggi di Benedetto XVI in Italia", curato da Pierluca Azzaro e presentato il 21 gennaio a Roma a palazzo Borromeo, sede dell'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede. Oltre al card. Bagnasco, sono intervenuti alla presentazione del volume mons. Fernando Filoni, sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Ha preso la parola anche don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana. La pubblicazione - frutto della collaborazione tra la Libreria Editrice Vaticana e l'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede - illustra, attraverso le immagini più significative, le 16 visite pastorali compiute dal Papa in oltre 20 città e paesi della penisola, ivi compresa quella in Abruzzo, all'indomani del terremoto. Sono incluse inoltre nel libro le visite compiute da Benedetto XVI al Quirinale, in Campidoglio e all'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede. Ad ogni singola visita pastorale è dedicata una scheda introduttiva che comprende il discorso del Papa, ovvero l'omelia alle comunità visitate, ed i rispettivi indirizzi di saluto.

 

Vicinanza e affetto. Il Papa, ha detto il cardinale, "ha visitato grandi e piccole città, diocesi e santuari illustri e cari alla nostra gente, luoghi istituzionali - penso al Quirinale e Campidoglio -, sedi di importanti appuntamenti ecclesiali - il Congresso eucaristico nazionale a Bari, il Convegno ecclesiale di Verona e l'incontro dei giovani a Loreto - e la cara terra d'Abruzzo, sconvolta e ferita gravemente dal terremoto". Il "filo conduttore che unisce tra loro tutte queste mete", secondo il presidente della Cei, "è sempre la particolare vicinanza e l'affetto del Vicario di Cristo per la nostra Nazione e per la Chiesa che vive in Italia": per questo "i viaggi in Italia di papa Benedetto XVI vanno inquadrati nel più ampio contesto delle molteplici attenzioni che egli ha per quella che è diventata da quasi trent'anni, e ancor più dalla sua elezione al Supremo Pontificato, la sua terra d'adozione. Egli l'ama con affetto di Padre e l'Italia lo ricambia con affetto filiale".

 

Un uomo mite che guarda lontano. "Un uomo mite che invita a guardare lontano per poter vedere vicino; che ci parla di Dio e del suo Figlio Gesù Cristo; che ricorda l'esigenze alte e affascinanti della vita cristiana; che manifesta la bellezza della Chiesa e indica al mondo la via del Cielo". È questo, secondo il card. Bagnasco, il "ritratto" del Papa che emerge dal volume. "Ogni incontro con il Papa - le parole del presidente della Cei - non suscita forse questa profonda percezione? Di essere confermati nella fede in Cristo? Di crescere nell'appartenenza consapevole amorosa alla Chiesa?". È questo, per il presidente della Cei, il "carisma petrino", un carisma "che colpisce, interroga e affascina anche coloro che non hanno la grazia della fede. Un carisma che si vede ovunque il Santo Padre giunga; che ha la virtù di sciogliere possibili barriere e diffidenze; capace di creare ponti perché disarmato e disarmante", in quanto "viene dall'Alto, dal Dio della pace e dell'amore". "Tutti abbiamo vive negli occhi, e soprattutto nell'anima - la testimonianza del cardinale - le immagini di folle di adulti, di bambini, di giovani che esprimono una gioia contagiosa e benefica. L'esperienza attesta che non si tratta di una festosità passeggera e di folklore, ma ha radici antiche e le rafforza; sprigiona sentimenti ed energie che a volte - nel panorama generale - sembrano spenti e che commuovono lo spettatore curioso".

 

I campanili e le piazze. Poi la testimonianza diretta, da arcivescovo di Genova, del viaggio compiuto dal Papa il 17 e 18 maggio 2008 nel capoluogo ligure. "È toccato a me - ha detto il cardinale - il privilegio di dare il benvenuto ed accompagnare papa Benedetto XVI in visita alla Città in cui nacque Benedetto XV, 'il Papa della pace', al quale Sua Santità si è richiamato nella scelta del nome al momento dell'elezione al Soglio di Pietro". "Sono vivissime nella memoria mia e di tanti genovesi - ha proseguito il presidente della Cei - le immagini di quelle indimenticabili ore". A proposito dell'incontro con i giovani, il cardinale ha esclamato: "Non posso dimenticare che in quel momento mi ha sorpreso l'identica, intensa emozione che mi ha accompagnato a Loreto, nell'incontro di Benedetto XVI con i giovani nel 2007: emozione nel vedere non solo il medesimo entusiasmo nell'accogliere il Papa, ma lo stesso desiderio di incrociare il proprio sguardo con il suo, desiderio che esprimeva la consapevolezza che non si può vivere senza punti di riferimento autentici perché alti e veri". Quanto al rapporto tra Chiesa e città, secondo il card. Bagnasco, in quella visita è emerso "il rapporto millenario e sempre attuale tra i campanili e le piazze nel nostro Paese: rapporto di mutuo riconoscimento, di rispetto, di franca collaborazione".   M.MICHELA NICOLAIS

 

 

 

 

 

Settimana della memoria. Avevo cinque anni. Un libro per raccontare la Shoah ai bambini

 

"Avevo cinque anni quando nel 1938 furono promulgate in Italia le leggi razziali. La persecuzione antiebraica cominciò anche contro di me". Così Luciana Tedesco, ebrea, nata a Roma nel 1933, racconta nel suo libro cosa fu per lei, bambina, l'Olocausto. Il volume, "I ragazzi nella Shoah" (ed. Paoline), con le illustrazioni di Anna Dalla Mura, ricostruisce la persecuzione degli ebrei attraverso i racconti dei bambini cresciuti tra le deportazioni. Il 19 gennaio il testo è stato presentato a Roma, in apertura delle iniziative promosse alla "Casa della memoria e della storia" per la "Settimana della Memoria" (19- 27 gennaio). L'intento del libro, ha spiegato l'autrice, è "presentare la Shoah ai giovanissimi con un linguaggio adatto a loro, per tenere viva la memoria nelle nuove generazioni". "Compito sempre più importante, con il venir meno per ragioni anagrafiche dei testimoni diretti", ha osservato Giuliano Compagno, dell'assessorato alle Politiche Culturali del Comune. Mentre Vera Michelin, presidente dell'associazione nazionale ex-deportati, ha sottolineato la necessità "che l'Olocausto non resti solo nei libri di storia, ma entri nella letteratura e nell'arte per parlare ai giovani".

 

Ricordi. "A un certo punto la mia vita cambiò": ad aprire le pagine del libro di Tedesco è il ricordo del 1938 che improvvisamente ruppe "l'atmosfera fiabesca" della sua infanzia. "Non sapevo delle leggi razziali, ma ne vedevo le conseguenze. Non si andava mai al cinema, né in alcun altro luogo. Non potevo più accedere alla scuola statale… Nessuno - si legge nel libro - mi parlò delle leggi razziali, ma posso dire che quello che percepii fu ben inferiore alla drammaticità di tali leggi. Ricordo però, poiché noi abitavamo vicino al cinema Parioli, la locandina di un film, 'L'ebreo Suss', che rappresentava gli ebrei nel peggiore modo possibile, sia esteriormente sia nell'anima". Con l'arrivo dei tedeschi a Roma nel 1943, iniziò la vita "in clandestinità", alla ricerca continua di un nascondiglio. "Fummo accolti a braccia aperte dall'amica cattolica di mia madre. Ma poi le cose si fecero pericolose…". Quindi ancora spostamenti, da una famiglia all'altra. La separazione dai familiari. La paura, che "in questi terribili mesi era peggiore della fame".

 

Lettera ad Andrej. Il libro prosegue con immagini e didascalie che ricostruiscono gli anni dell'Olocausto. L'inizio delle deportazioni, l'apertura del campo di Auschwitz, i forni crematori "dove venivano bruciati circa 1.500 corpi alla volta", la gassificazione degli zingari il 2 agosto del 1944. "Dopo quella data il silenzio mortale dell'intero lager divenne davvero definitivo, perché l'unica cosa in grado di spezzarlo erano stati i canti e i giochi dei piccoli zingari". Questi anni sono raccontati complessivamente attraverso le lettere dei ragazzi, alcune delle quali mai spedite. Lettere immaginate a partire dallo studio di alcune realtà, come quella del ghetto di Varsavia, raccontata attraverso la corrispondenza, tra una giovane ebrea e il suo innamorato, un ragazzo cristiano polacco. "Caro Andrej, la situazione qui nel ghetto si fa sempre più drammatica. Siamo rimasti in pochi. E abbiamo saputo la verità. Tutti i deportati, che dovevano raggiungere un campo di lavoro verso est, sono stati portati a Treblinka e lì uccisi con il gas. Lo so che credi che io sia diventata pazza, ma questa verità l'abbiamo saputa da più fonti. Non ci possono essere dubbi: sono stati uccisi tutti! I miei genitori vogliono che io vada da Danuta, che mi salvi, che finga di essere un'orfana cristiana, ma io voglio restare qui e combattere… Sono tutti morti. I miei amici, i parenti… Perché? Meno male che ci sei tu, tu mi capisci. Tu mi ami davvero…".

 

Rifugio su un'isola. Altre lettere raccontano ancora il pianto soffocato, l'ansia per i genitori scomparsi, la paura della solitudine. Il libro però è anche la storia di vite salvate dalla generosità di altre persone che a rischio della propria nascosero gli ebrei, un libro su amicizie e amori che superano differenze di religioni o razza. Così, altre pagine parlano del calore trovato nelle case di famiglie di cristiani. Allo stesso modo, il racconto termina con il ricordo dell'autrice, dell'ospedale di Roma "Fatebenefratelli", nell'Isola tiberina, dove molti sfuggirono alle deportazioni. "Mentre io e mio fratello fummo inizialmente ospitati presso amici cattolici, mia madre e mio padre furono generosamente accolti qui. Abbiamo saputo in seguito che gli ebrei nascosti nell'ospedale erano sessanta. Gli ebrei venivano designati come affetti dal morbo K, che per loro significava Kappler, ma ad un'eventuale domanda dei tedeschi si sarebbe trattato di morbo di Koch". Quando gli alleati entrarono a Roma il 4 giugno 1944, ricordo sei polacchi che "tornarono a ringraziare medici, frati e suore: i loro salvatori". Simbolicamente a chiudere il libro è l'immagine di un albero. In Israele è possibile far piantare alberi per onorare chi abbia aiutato ebrei in difficoltà. "Io - ha testimoniato l'autrice - nella mia vita ne ho piantati tanti".

MICHELA CUBELLIS

 

 

 

Favara, protesta l'arcivescovo: Non celebro i funerali delle sorelline

 

L'arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro non celebrerà domani i funerali di Marianna e Chiara Bellavia, le due sorelline di 14 e 3 anni morte nel crollo della loro abitazione a Favara. La notizia è confermata da ambienti della Curia della città dei templi. La decisione del prelato è riconducibile a quanto lo stesso aveva dichiarato dopo l'alluvione di Messina. Allora, denunciando il rischio di dissesti idrogeologici ad Agrigento, Montenegro aveva annunciato che non avrebbe celebrato funerali di vittime di «disastri annunciati».

 

"Domani mattina, per i funerali, il mio posto sarà tra la gente di Favara, con loro pregherò per Marianna, la piccola Chiara e per i loro genitori Giuseppe e Giuseppina e per il piccolo Giovanni", scrive, in una nota, l'arcivescovo Montenegro. "Non è un sottrarmi al mio ruolo di vescovo, di pastore della porzione di popolo che il Signore mi ha affidato, - aggiunge - ma un farmi solidale e vicino alla famiglia Bellavia in questo giorno che è giorno di preghiera e silenzio. Condivido e faccio mie le parole che sono state lette domenica nelle parrocchie di Favara ed esprimo la mia vicinanza al clero e alla comunità ecclesiale tutta - prosegue - Invito tutti a guardare al Crocifisso, nell'estremo grido di Gesù sulla croce sono contenuti e riecheggiano tutti i gridi dell'umanità intera e tutti sono bagnati dalle lacrime del Padre".

 

L'arcivescovo ha ricordato anche che, in occasione dell'alluvione di Giampileri, aveva scritto al responsabile della Protezione Civile: "Chiedo anche al Signore che non arrivi mai il momento di dovermi rifiutare di celebrare funerali 'previsti' o 'preannunciati', perchè quel giorno, se mai dovesse arrivare, il mio posto - da Agrigentino - sarà tra la nostra gente a pregare,". Parole che l'arcivescovo conferma nella loro interezza. L’U 25

 

 

 

Ottopermille: entro il 15 marzo le domande alla Presidenza del Consiglio

 

Il 15 marzo 2010 scade il termine per la presentazione delle domande dirette alla ripartizione della quota dell'otto per mille dell'imposta sul reddito (IRPEF) devoluta alla diretta gestione statale, da parte delle pubbliche amministrazioni, persone giuridiche ed enti pubblici e privati, senza fini di lucro. Sono ammessi alla ripartizione dell'otto per mille a diretta gestione statale gli interventi straordinari nei seguenti settori di intervento: Fame nel mondo (interventi diretti alla realizzazione di progetti finalizzati all'obiettivo della autosufficienza alimentare dei Paesi in via di sviluppo nonché alla qualificazione di personale endogeno da destinare a compiti di contrasto delle situazioni di sottosviluppo e denutrizione). Calamità naturali (interventi diretti ad attività di realizzazione di opere, lavori o interventi concernenti la pubblica incolumità o al ripristino di quelli danneggiati o distrutti a seguito di avversità della natura, di incendi o di movimenti del suolo). Assistenza ai rifugiati (interventi diretti ad assicurare a coloro cui sia stato riconosciuto lo status di rifugiato, secondo la vigente normativa, l'accoglienza, la sistemazione, l'assistenza sanitaria e i sussidi previsti). Conservazione di beni culturali (interventi volti al restauro, alla valorizzazione, alla fruibilità da parte del pubblico di beni immobili o mobili, anche immateriali, che presentano un interesse architettonico, artistico, storico, archeologico, etnografico, scientifico, bibliografico ed archivistico). Gli interessati dovranno far pervenire le proprie domande - corredate della necessaria documentazione - attraverso gli uffici di Poste Italiane SpA, con raccomandata o raccomandata A/R, o posta celere, ovvero consegnata a mano, entro il 15 marzo 2010, in Via dell'Impresa 91. I plichi contenenti la domanda e la relativa documentazione dovranno recare la seguente dicitura: Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per il Coordinamento Amministrativo - Ufficio accettazione della Presidenza del Consiglio dei ministri, Palazzo Chigi, 00187 ROMA - Otto per mille. De.it.press

 

 

 

Benedikt XVI.: Einheit der Christen ist Schlüssel zur Evangelisierung

 

Gemeinsam sind wir stark - nach der jüngsten Ökumene-Debatte in Deutschland ist Papst Benedikts Credo klar und deutlich. Zum Abschluss der Weltgebetswoche zur Einheit der Christen betonte das Kirchenoberhaupt einmal mehr die Bedeutsamkeit christlicher Einheit für eine erfolgreiche Evangelisierung. Bei der Vesper in der römischen Basilika Sankt Paul vor den Mauern erinnerte der Papst am Montagabend an ein wichtiges Initiationsereignis der modernen ökumenischen Bewegung - die Missionskonferenz von Edinburgh, auf der sich im Sommer 1910 über 1.000 Missionare aus verschieden Zweigen des Protestantismus, Anglikanismus und der Orthodoxie trafen.

 

„Wie können, in der Tat, die Ungläubigen die Verkündigung des Evangeliums annehmen, wenn die Christen, auch wenn sie alle auf denselben Christus hinweisen, unter sich uneins sind? Im übrigen hat, wie wir wissen, derselbe Meister am Ende des letzten Abendmahles den Vater für seine Jünger gebeten: „Alle sollen eins sein…, damit die Welt glaubt“ (Joh 17, 21). Die Gemeinschaft und die Einheit der Jünger Christi sind also besonders wichtige Bedingungen für eine größere Glaubwürdigkeit und Wirksamkeit ihres Zeugnisses.“ (rv 26)

 

 

 

 

Erinnerung an den Holocaust. Bischof: Schoah ist jüdische Erfindung

 

Der Holocaust sei eine „Erfindung der Juden“. Aussagen dieser Art sind in radikalen Schriften zu finden. Tadeusz Pieronek aber ist kein Radikaler und schon gar kein verwirrter Geist, der Pole ist Bischof von Krakau. Und doch wird er auf der katholischen Internetseite „Pontifex.Roma“ mit diesem Satz zitiert. Knut Krohn

 

Warschau - Nach der Meinung von Tadeusz Pieronek werde die Erinnerung an den Holocaust von Israel als „Propagandawaffe“ benutzt. Der Kirchenmann will damit auf keinen Fall den Mord an Millionen von Juden leugnen. Er unterstreicht, dass es die Vernichtungslager gegeben hat, doch seien dort auch sehr viele Polen, Italiener, Zigeuner und Katholiken umgekommen.

 

Eine der treibenden Kräfte dieser „Propaganda“ lokalisiert Pieronek in den USA. „Die Juden haben eine gute Presse, weil sie von mächtigen Geldgebern unterstützt werden“, die in Amerika zu finden seien. „Das führt zu einer Art der Arroganz, die ich nicht hinnehmen kann“, erklärt der Bischof nur wenige Tage vor den Feierlichkeiten zum 65. Jahrestag der Befreiung des KZ Auschwitz.

 

In diesem Zusammenhang greift der Bischof die aktuelle Politik Israels scharf an. Er ist der Ansicht, dass die Palästinenser Opfer von Ungerechtigkeit vonseiten der Israelis sind. „Wenn man die Fotos dieser Mauer sieht, können wir davon ausgehen, dass ein kolossales Unrecht gegen die Palästinenser geschieht, die wie Tiere behandelt werden“, sagt Pieronek. Zum Schutz gegen Anschläge hat Israel hohe Mauern zwischen den Palästinensergebieten und den eigenen Städten und Siedlungen bauen lassen. Der Bischof fordert: „Lasst uns auch für sie (die Palästinenser) einen Tag der Erinnerung einrichten.“

 

Pieronek bestritt am Montag, die zitierten Aussagen so gemacht zu haben. Der Journalist habe ihn wohl nicht richtig verstanden oder Dinge einfach hinzugefügt, erklärte der Bischof gegenüber dem polnischen Privatradio TOK FM. Ein wirklich hartes Dementi wollte der Kirchenmann allerdings nicht geben. „Die Schoah ist in diesem Sinne eine jüdische Erfindung, da die Bezeichnung aus dem jüdischen Umfeld kommt“, versuchte Pieronek klarzustellen. Er beziehe sich also nur auf die Bezeichnung, nicht auf das, was damals geschehen ist. Nicht widerrufen wollte er allerdings die Aussage, dass die Juden eine gute Presse hätten. Es könne sein, dass er so etwas gesagt habe, sagte der Bischof, schließlich sei dies die Wahrheit. Eine Gegendarstellung oder eine Korrektur des Interviews will Pieronek gegenüber dem Journalisten nicht einfordern. Der Bischof wählt die einfache Art des Schlussstrichs. „Ich werde mit ihm einfach nicht mehr reden.“ Knut Krohn  Tsp 26

 

 

 

Kardinal Bagnasco: Nein zu Ausländerfeindlichkeit in Italien

 

Die italienischen Bischöfe werten Benedikts Synagogenbesuch als wichtigen Schritt im interreligiösen Dialog. Benedikts Verurteilung der Shoah schließen sich die Bischöfe entschieden an – auch im Hinblick auf Antisemitismus und Fremdenfeindlichkeit im eigenen Land. Der Vorsitzende der italienischen Bischofskonferenz, Kardinal Angelo Bagnasco, sagte vor dem Ständigen Rat der Bischofskonferenz am Montagabend in Rom:

 

„Die Resonanz, die dieser historische Besuch auch international gehabt hat, bezeugt, dass der Dialog der unbestreitbare Weg ist, um Unverständnis und Vorurteile zu überwinden. Papst Johannes Pauls Geste, vor fast 25 Jahren gemacht, ist nun von Papst Benedikt XVI. bestätigt und verstärkt worden. Die von seinem Vorgänger niedergerissene Mauer ist für Benedikt zu einer Brücke der Nähe und Brüderlichkeit geworden, ja beide werden bereits praktiziert. Das unvergleichliche Gefühl des ersten Treffens hat sich nun in kraftvolle Argumentation verwandelt: in der Heiligen Schrift ein festes und ewiges Fundament zu finden, sich auf die Zehn Gebote zu stützen und daran zu erinnern, dass die Verbindung zwischen Christentum und Judentum auf einer gemeinsamen spirituellen Identität beruht.“  kna 26

 

 

 

 

Vatikan: Auch Muslime und Juden bei der Nahostsynode?

 

Der Vatikan prüft eine mögliche Beteiligung jüdischer und muslimischer Teilnehmer an der Nahostsynode im kommenden Herbst. Das erklärt der Generalsekretär der Bischofssynode, Erzbischof Nikola Eterovic. Die für Oktober einberufene Nahost-Synode nimmt somit immer mehr konkrete Formen an. Seit einigen Tagen liegt auch das erste Vorbereitungspapier vor. Eterovic:

 

„Ich glaube, dass wir mit der Zustimmung des Heiligen Vaters eine geeignete Form finden werden, um auch andere christliche Kirchen bei den Beratungen einzuplanen. Delegationen anderer Konfessionen werden auf jeden Fall dabei sein. Auch werden Vertreter aus der jüdischen und muslimischen Welt erwartet. Das wäre übrigens nicht das erste Mal - bereits bei der Sondersynode zum Libanon gab es eine positive Erfahrung mit muslimischen Gesprächspartnern. Der Heilige Stuhl, also die katholische Kirche, fördert bekanntlich sehr den interreligiösen Dialog!“

 

Derzeit beraten die Bischöfe im Nahen Osten anhand der „Lineamenta“, was die wichtigsten Punkte der Synode sein sollten. Die Ergebnisse werden in der eigentlichen Arbeitsvorlage der Synode zusammengefasst, dem „Instrumentum laboris“. Papst Benedikt XVI. wird es während seiner Zypernreise im Juni vorstellen. (rv 25)

 

 

 

 

Afghanistan-Debatte. EKD für Gespräche mit Taliban

 

Die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) fordert, dem zivilen Aufbau in Afghanistan Vorrang gegenüber einer „militärischen Logik“ einzuräumen und tritt für Gespräche mit den Taliban ein. „Ein bloßes ,Weiter so‘ würde dem militärischen Einsatz die friedensethische Legitimation entziehen“, heißt es in einem am Montag veröffentlichten Appell aus Anlass der bevorstehenden internationalen Afghanistan-Konferenz in London.

Unterzeichnet wurde der Text von der Ratsvorsitzenden der EKD, Margot Käßmann, ihrem Stellvertreter Nikolaus Schneider, dem Evangelischen Militärbischof Martin Dutzmann und dem Friedensbeauftragten des Rates, Renke Brahms.

 „Militärischer Einsatz weist deutliche Defizite auf“

Schon zum Jahreswechsel hatte sich Frau Käßmann kritisch zur Lage in Afghanistan geäußert und damit eine Debatte über den Sinn des Einsatzes deutscher Soldaten in dem Land entfacht. Das neue Wort der EKD-Spitzenrepräsentanten empfiehlt dem Bundestag, nicht nur der Bundeswehr ein Mandat für ihren Einsatz in Afghanistan zu erteilen, sondern auch zivilen Kräften. In „friedensethischer Hinsicht“ hätten zivile Anstrengungen in Afghanistan einen Vorrang vor einem militärischen Einsatz. Dieser weise „deutliche Defizite“ auf.

Gefordert wird, die Arbeit der zivilen Friedenskräfte und von Nichtregierungsorganisationen „quantitativ und qualitativ“ zu verbessern. Dazu gehört nach dem Wort der EKD-Repräsentanten beispielsweise, Gespräche mit den Taliban anzubahnen, Bevölkerungsgruppen zu integrieren, die von den Taliban abhängig seien, und eine Wirtschaft aufzubauen, „die nicht auf Krieg und Rauschgiftproduktion angewiesen ist“. Außerdem müsse das „offensichtliche Legitimitätsdefizit“ der afghanischen Regierung überwunden werden.

Die vier Kirchenvertreter bekunden Soldaten, Aufbauhelfern, Diplomaten und Politikern der Vereinten Nationen Respekt und Dankbarkeit für ihre Arbeit. Die Bilanz der Entwicklung Afghanistans falle jedoch „zwiespältig und ernüchternd“ aus. Zwar gebe es im zivilen Aufbau erste Erfolge, von denen viele ohne die internationalen Schutztruppen nicht möglich gewesen seien. Aber es gebe auch viele Opfer unter Zivilisten und Soldaten, und der Wiederaufbau des Landes komme nur schleppend voran. Erfolgreich könne der gesamte Einsatz nur sein, wenn die afghanische Bevölkerung im konkreten Fall wisse, ob sie es mit Soldaten oder zivilen Kräften zu tun habe.

Der Bundestag solle ein Datum festlegen, an dem der gesamte Einsatz ausgewertet werde, fordern die vier Spitzenvertreter der EKD weiter. Ein Datum für einen Abzug der Soldaten aus Afghanistan nennen sie nicht, machen aber deutlich, dass bei einer „Intervention mit militärischen Zwangsmitteln“ von Anfang an bedacht und dargelegt werden müsse, wie eine solcher Einsatz wieder beendet werden könne. toe Faz 25

 

 

 

Israel/Vatikan: „Langer, aber gangbarer Weg“

 

Der jüdisch-katholische Dialog hat weniger Schwierigkeiten, als man denkt. Das sagt der Direktor des „American Jewish Committee“, Rabbi David Rosen. Es handele sich um einen langen, aber durchaus gangbaren Weg der Annäherung, so der Rabbiner im Interview mit Radio Vatikan. Das wohl wichtigste Ereignis war seiner Meinung nach die Israelreise Johannes Pauls II. im Jahr 2000, bei welcher er die Holocaust-Gedenkstätte Yad Vashem in Israel besuchte und an der Klagemauer betete.

 

„Objektiv gesehen ist der Weg der Annäherung noch lang. Das hat aber damit zu tun, dass es noch tiefe historische Wunden gibt. Man bedenke, dass die Konzilserklärung Nostra Aetate erst vor nur fünfzig Jahren verfasst wurde. Das ist für die jüdische, aber auch für die katholische Geschichte ein relativ junges Ereignis. Aus unserer Sicht ist auch zu sagen, dass die Menschen in Israel erst besser verstehen müssen, wie sie mit Christen umgehen sollten: Die Mehrheit der Israeli betrachtet nämlich die Christen einfach als „Nicht-Juden“. Diese Einstellung muss sich ändern.“ (rv 25)

 

 

 

 

Kirchen-Blogs. Papst bittet Heiligen um Hilfe im Internet-Zeitalter

 

Die Kirche entdeckt das Internet: Damit das Wort Gottes auch seine Gläubigen findet, setzt Benedikt XVI. künftig auf soziale Netzwerke und Blogs. Schließlich sei das Web bereits im Alten Testament prophezeit worden. Der Papst hat auch schon den Journalisten-Patron um Hilfe gebeten.

Papst Benedikt XVI. hat die katholischen Priester aufgerufen, sich auch über Blogs und Online-Videos an die Menschen zu wenden. Die Kirche sei verpflichtet, das Internet mit seinen „seelsorgerisch unbegrenzten Perspektiven“ zu nutzen, verkündete er in seiner Botschaft zum 44. Katholischen Welttag sozialer Kommunikationsmittel.

 

Diese Zeit sei eine „neue Epoche“ für die Glaubensverkündigung, in der die Priester ihre Leitungsfunktion auch in den neuen Gemeinden der digitalen Welt ausüben müssten. Die „rasende umfassende Verbreitung“ und der Einfluss der neuen Kommunikationswege erlaube es, Christi Wort engagiert zu verkünden. Der Welttag stand unter dem Motto „Der Priester und die Seelsorge in der digitalen Welt – die Neuen Medien im Dienst des Wortes“.

Das Wort Gottes werde sich seinen Weg durch die Schnittstellen im Cyberspace bahnen, schreibt der Papst. Das Internet vergleicht er mit dem „Haus des Gebetes für alle Völker“, das der Prophet Jesaja angekündigt habe.

"Durch die modernen Kommunikationsmittel kann der Priester das Leben der Kirche bekanntmachen und den Menschen von heute helfen, das Gesicht Christi zu entdecken“, schreibt der Papst. Beistand erbat er beim Mittagsgebet am Sonntag auf dem Petersplatz vom Patron der Journalisten, Franz von Sales (1567-1622), dessen Festtag die katholische Kirche an jedem 24. Januar begeht.

Benedikt appellierte an die Priester: „Euch, liebe Priester, lade ich erneut ein, mit Weisheit die außergewöhnlichen Gelegenheiten zu ergreifen, die sich durch die moderne Kommunikation bieten. Der Herr mache Euch zu leidenschaftlichen Verkündern der frohen Botschaft auch auf der neuen „Agora“, die von den aktuellen Kommunikationsmitteln geschaffen wird.“

Der Einsatz des Internet soll auch weltweit Teil der Priesterausbildung werden. „Wer als Gottgeweihter in den Medien arbeitet, hat die Aufgabe, den Weg für neue Begegnungen zu ebnen, und zwar dadurch, dass er immer die Qualität des menschlichen Kontaktes und die Aufmerksamkeit gegenüber den Menschen und ihren wahren geistlichen Bedürfnissen sicherstellt“, hieß es in der Botschaft des Pontifex. Ein Priester müsse dem „Kommunikationsstrom des Internet eine Seele geben“.

In Deutschland werden Priesteramtsstudenten bereits in Medienwerkstätten im Umgang mit dem Internet geschult. So gibt es online die Glaubensorientierung der Jesuiten, wo Sinn- und Glaubensfragen gestellt und behandelt werden können. "Wir versuchen die Priester darauf zu sensibilisieren, die Möglichkeiten des Internets für die Seelsorge fruchtbar zu machen", sagte Subregens Andreas Günther vom Priesterseminar München zu WELT ONLINE.

Bereits vor einiger Zeit hat der Papst mit seinem Befürworten von sozialen Netzwerken und der Inititative Pope2you die Medienwelt positiv überrascht. Letztes Jahr startete er einen eigenen YouTube-Kanal und vor zwei Monaten brachte er Glaubens-Applikationen für Facebook und für das iPhone auf den Markt, mit denen man sich "die schönsten Fotos von Benedikt XVI. gemeinsam mit seinen Worten der Hoffnung und des Friedens austauschen" kann, heißt es auf der Seite Pope2you. Dem katholischen Kirchenoberhaupt scheint klar zu sein, dass der Weg zu jungen Gläubige über die Plattformen führt, auf denen sie sich die Zeit vertreiben.

Der 44. katholische „Welttag der sozialen Kommunikationsmittel“ wird am Sonntag vor Pfingsten am 16. Mai begangen. In Deutschland findet er hingegen am 12. September statt. Er steht unter dem Motto „Der Priester und die Seelsorge in der digitalen Welt – die neuen Medien im Dienst des Wortes“. Kritsanarat Khunkham mit dpa/Kna DW 26

 

 

 

Evangelische Kirche ''Deutliche Defizite'' am Hindukusch

 

Differenzierter Beistand für Käßmann: Nach der Afghanistan-Kritik der Bischöfin bemüht sich die EKD in einem Papier um Schadenbegrenzung. Von Matthias Drobinski

 

 

Ein sogenannter Entsatz ist, um einmal einen militärisch-taktischen Begriff in die Friedensdebatte zu bringen, wenn befreundete Truppen einen Belagerungsring sprengen und den Eingeschlossenen zur Hilfe kommen.

So gesehen haben nun drei Männer Margot Käßmann, die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), "entsetzt": Nikolaus Schneider, der stellvertretende Ratsvorsitzende und Präses des Rheinlands, der evangelische Militärbischof Martin Dutzmann und der EKD-Friedensbeauftragte Renke Brahms haben gemeinsam mit Käßmann ein "Evangelisches Wort zu Krieg und Frieden in Afghanistan" verfasst, es mit dem Titel "Aus Gottes Frieden leben - für gerechten Frieden sorgen" überschrieben und im Vorfeld der Londoner Afghanistan-Konferenz veröffentlicht.

Es ist ein differenzierter Beistand: Margot Käßmanns Forderungen nach einem möglichst schnellen Rückzug der Bundeswehr findet sich dort ebenso wenig wie ihr umstrittener Satz aus der Neujahrspredigt: "Nichts ist gut in Afghanistan."

Stattdessen schreiben die Autoren vorsichtig: "Wir sehen gegenwärtig nicht, dass der Einsatz anhand der friedensethischen Kriterien eindeutig gebilligt oder abgelehnt werden könnte."

Die EKD bekundet "allen, die in Afghanistan für den Frieden arbeiten, unseren Respekt und unsere Dankbarkeit" und bezieht ausdrücklich die Soldaten der Bundeswehr und der internationalen Streitkräfte mit ein.

In der Sache jedoch bleibt die evangelische Kirche dem Einsatz gegenüber sehr kritisch: Eine Prüfung anhand der Friedensdenkschrift der evangelischen Kirche weise "auf deutliche Defizite" hin. Ein bloßes "Weiter so" würde "dem militärischen Einsatz in Afghanistan die friedensethische Legitimation entziehen." Die Bilanz des Einsatzes bleibe "zwiespältig und ernüchternd". Das Kirchenwort fordert, die Arbeit der zivilen Hilfskräfte zu verstärken und den Aufbau einer Zivilgesellschaft zu fördern.

Mit den Taliban müssten Gespräche "angebahnt" und das "Legitimationsdefizit der afghanischen Regierung" solle überwunden werden. Das zivile und militärische Handeln müsse "aufeinander bezogen und zugleich deutlich voneinander unterschieden sein;" die afghanische Bevölkerung müsse "wissen, ob sie es im konkreten Fall mit militärischen oder mit zivilen Kräften zu tun hat."

Die Militärintervention müsse von einer "Politik getragen werden, die über klare Strategien und Ziele verfügt, Erfolgsaussichten nüchtern veranschlagt und von Anfang an darlegt, wie eine solche Intervention auch wieder beendet werden kann."

Debatte auf neuer Grundlage

Die Stellungnahme spricht die ethischen Bedenken differenziert aus, die Käßmann zu Neujahr zugespitzt gepredigt hat. Drei Wochen lang läuft die Ratsvorsitzende nun schon ihren Zitaten hinterher, erklärt, dass sich die Kritik nicht gegen die Soldaten richtet, trifft sich mit Verteidigungsminister Karl-Theodor zu Guttenberg, spricht bei der CDU-Klausur, von wo es heißt, die Teilnehmer hätten manchmal in der wohlwollenden Herren-Attitüde gesprochen: "Mädchen, wir erklären dir das."

Nun gibt es eine neue Grundlage, auf der die Debatte weitergehen kann. Sie soll den Belagerungszustand beenden, in den die EKD geraten ist. Am Wochenende sind zwei auf Distanz zu Käßmann gegangen, die sie bislang auf ihrer Seite sah: Außenminister Guido Westerwelle (FDP) erklärte in der Bild am Sonntag, "wenn jemand sagt, nichts ist gut in Afghanistan, dann vergisst er, dass es heute jedenfalls viel besser ist als zur Zeit der Taliban-Herrschaft." Er könne es nicht verantworten, "dass in Afghanistan wieder Jugendliche gehängt und Frauen gesteinigt werden."

Der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch, der katholische Bischofskonferenzvorsitzende, sprach sich in der Welt am Sonntag gegen einen schnellen Truppenabzug aus und urteilte zu Käßmann: "Wir sehen die Sache eben etwas differenzierter."

Was der Zustimmung für sie beim Kirchenvolk wenig Abbruch tut. Am Samstag redete sie in Marburg bei den dortigen Ökumene-Gesprächen - und als sie ihre Position erklärte, gab es unter den 600 Zuhörern freundlichen Applaus. SZ 26

 

 

 

 

Papst zu Ökumene: „Die Menschen erwarten viel von uns - zu Recht!“

 

Die Einheit unter den Christen macht die Verkündigung des Evangeliums glaubwürdiger und wirkungsvoller. Das hat Papst Benedikt XVI. beim Angelusgebet am Sonntag betont. Die Welt erwarte viel von den Christen, sagte er mit Blick auf die Weltgebetswoche der Einheit der Christen, die er am Montag mit einer ökumenischen Vesper in der Basilika Sankt Paul vor den Mauern abschließen wird. Die Kirche sei - als Leib Christi - ein lebendiger Organismus. Durch die Sakramente, das Wort Gottes, die Charismen und die Ämter ist sie Gegenwart des auferstandenen Herrn, so der Papst. In deutscher Sprache sagte er:

„An diesem Sonntag in der Weltgebetswoche für die Einheit der Christen grüße ich die deutschsprachigen Pilger hier auf dem Petersplatz. Durch die Taufe sind wir alle zu Gliedern an dem einen Leib Christi geworden und dazu berufen, als Gemeinschaft in der Welt gleichsam das Wirken seines Geistes zu verkörpern. Die Menschen schauen auf uns Christen, und sie erwarten zu Recht viel von uns. Christus hat uns nämlich gesandt, seine frohe Botschaft zu verkünden und durch unser Leben Zeugnis von seiner Liebe zu geben. Gott stärke uns und alle, die an Christus glauben, auf diesem Weg!“

Außerdem erinnerte der Papst an den Heiligen Franz von Sales, der am 24. Januar gefeiert wird. Er ist Patron der Journalisten und der katholischen Presse. Zu seinem Festtag wird die päpstliche Medienbotschaft veröffentlicht. Schließlich erwähnte er im spanischen Grußwort die Seligsprechung von José Samsó i Elías am Samstag in Barcelona, einem katalanischen Märtyrer des Bürgerkriegs. (rv 24)

 

 

 

50 Jahre "Sie nennen mich Speckpater"

 

Das weltweite katholische Hilfswerk "Kirche in Not" weist zum siebten

Todestag seines Gründers, Pater Werenfried van Straaten, auf zwei Bücher

über den berühmten "Speckpater" hin. Pater Werenfried war am 31. Januar

2003 zwei Wochen nach seinem 90. Geburtstag verstorben. Er gehörte dem

belgischen Prämonstratenserorden an und hatte nach dem Zweiten Weltkrieg

mit seiner "Ostpriesterhilfe" dabei geholfen, die leibliche Versorgung

und Seelsorge unter den deutschen Heimatvertriebenen aufrecht zu

erhalten. Aus dieser Hilfe ist schließlich mit "Kirche in Not" ein

weltweites pastorales Hilfswerk entstanden, dessen deutsche

Niederlassung sich heute in München befindet. Die internationale

Zentrale des Werks liegt in Königstein im Taunus.

 

Vor genau 50 Jahren war erstmals eine Autobiografie Pater Werenfried van

Straatens erschienen. Das Buch "Sie nennen mich Speckpater" gibt einen

tiefen Einblick in die frühen Jahre des Hilfswerks und in die Gedanken

Pater Werenfrieds. Es kann für fünf Euro im Münchner Büro von "Kirche in

Not" bestellt werden. Im Internet auf: www.kirche-in-not.de/shop oder bei:

KIRCHE IN NOT Lorenzonistr. 62, 81545 München, Telefon: 0 89 / 64 24 888 0

Fax: 0 89 / 64 24 888 50, E-Mail: kontakt@kirche-in-not.de

 

In seinem aktuell erschienenen Buch mit dem Titel "Mit Glaubensglut und

Feuereifer" schildert der Münsteraner Priester Markus Trautmann in einer

Doppelbiografie das Leben Pater Werenfrieds und die Geschichte des

"Maschinengewehrs Gottes", Pater Johannes Leppich. Mit vielen

Original-Zitaten und Fotos beschreibt er die deutsche Kirche und

Gesellschaft in den Zeiten von Wiederaufbau, Wirtschaftswunder und

Kaltem Krieg. Das Buch ist im Handel erhältlich. Ein Interview mit dem

Autor kann bei "Kirche in Not" als Audio-CD und DVD bestellt werden. KiN

 

 

 

 

Vatikan: „Öffne Dich, Eritrea!“

 

Weitgehend unbeachtet von der Weltöffentlichkeit spielt sich in Eritrea ein humanitäres Drama ab. In dem erst seit 1993 unabhängigen Land regiert eine Art Militärjunta, die Meinungsfreiheit wird unterdrückt und vor allem werden keine ausländischen Hilfswerke in das Land gelassen: Eine Katastrophe angesichts des Elends, unter dem die Bevölkerung zu leiden hat.

In der vergangenen Woche fand im Vatikan, auf Einladung der Ostkirchenkongregation, eine Konferenz zur Lage in Eritrea statt, an der verschiedene dort engagierte kirchliche Hilfswerke teilgenommen haben. Kardinal Leonardo Sandri ist Präfekt der Ostkirchenkongregation. Er beklagt, dass grundlegende Menschenrechte nicht beachtet werden.

„Wir wollen, dass die internationalen Organisationen diesem Land mehr Aufmerksamkeit widmen, damit geholfen werden kann, die schwelenden Konflikte zu lösen, besonders den mit Äthiopien, damit das Schreckgespenstes des Krieges weicht, das so sehr das Leben in diesem Land bestimmt. Und damit die katholischen Hilfswerke den Gläubigen Hilfe bringen können, denn die Christen leben dort in extremer Armut und Not.“

Der Kardinal hofft auf Frieden…

„Denn der ist die Voraussetzung für alle Aktivitäten, sowohl der Zivilgesellschaft, als auch der Kirche. Wir helfen unseren drei Eparchien (Bistümern), soweit es geht, im Bildungsbereich, in der Caritas, in den Kliniken, in den Seminarien. Allerdings werden diese Hilfen aufgrund der politischen Lage massiv behindert. Hoffen wir, dass der Herr mit seiner Gnade die Regierenden erleuchtet, damit sich etwas bewegt. Ich denke immer wieder an die Worte Johannes Pauls II. bei seinem Besuch in Kuba, und ich beziehe sie – im Rahmen des Möglichen – auf die Situation in Eritrea an: „Eritrea, öffne dich der Welt!“ (rv 24)

 

 

 

 

 

Wie die EKD-Ratsvorsitzende Käßmann die politische Öffentlichkeit erobert.

 

Angekommen. Nicht nur mit ihren Äußerungen zum Afghanistaneinsatz hat die EKD-Vorsitzende Margot Käßmann große Präsenz gezeigt und sich auch in Berlin etabliert – Von Claudia Keller

 

Berlin – Der Soldat ist extra aus Potsdam gekommen, um die Bischöfin zu erleben. Er war in Afghanistan stationiert, jetzt arbeitet er im Einsatzführungskommando der Bundeswehr. „Richtig gut“ findet er, dass Bischöfin Margot Käßmann den Bundeswehr-Einsatz in Afghanistan hinterfragt habe. Aber statt den Ball aufzunehmen, seien alle Politiker über sie hergefallen. „Schon wieder keine echte Debatte“, schimpft der Mann, „jetzt fahren wir zur Afghanistan-Konferenz nach London ohne Strategie. Ein Wahnsinn!“

 

Es ist Sonntagvormittag, Mitte Januar. Der junge Mann drängt sich mit hunderten anderen Menschen ins Deutsche Theater in Berlins Mitte. Gleich findet hier die Matinée „Gregor Gysi trifft Zeitgenossen” statt. Gast ist Margot Käßmann, die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland. Die Veranstaltung ist ausverkauft. Die Bischöfin betritt das Theater unbemerkt über den Seiteneingang. Sie will den Trubel um ihre Person eindämmen. Davon hatte sie genug in den vergangenen Wochen.

 

In ihrer Neujahrspredigt hatte sie ausgehend von einer Bibelstelle und dem Neujahrswunsch, es möge alles gut werden, aufgezeigt, in welchen Bereichen es ihrer Meinung nach überhaupt nicht gut läuft. Sie hatte die Klimaerwärmung angesprochen, die Kinderarmut, und auch über Afghanistan hatte sie gesagt: „Nichts ist gut.“ In Interviews hatte sie zudem bezweifelt, dass der Militäreinsatz in Afghanistan zu rechtfertigen sei und eine Ausstiegsstrategie gefordert. Politiker fast aller Parteien warfen ihr daraufhin vor, sie habe keine Ahnung, sei realitätsfern. Kritik kam auch aus der Bundeswehr: Sie lasse die Soldaten im Stich. Als Bischöfin der Hannoverschen Landeskirche hat sie auch schon früher gemahnt und kritisiert, auch den Afghanistan-Einsatz. Aber da interessierte es niemanden. Seit November ist sie EKD- Ratsvorsitzende und spricht für die ganze evangelische Kirche. Jetzt hat ihr Wort ein anderes Gewicht.

 

Fast täglich ist sie jetzt in Berlin. Sie hat sich mit der Kanzlerin getroffen, mit dem Verteidigungsminister und mit den Oppositionschefs. Sie war Gast im Presseclub und beim Bundesvorstand der CDU. Und jetzt, an diesem Sonntag, sitzt sie auf der Bühne im Deutschen Theater Gregor Gysi gegenüber, dem Fraktionschef der Linken. Gysi fragt nach Kindheit, Lebenslauf, warum sie Theologin geworden ist. Käßmann, schwarzer Anzug, weiße Bluse, wirkt zunächst angespannt. Aber nach zehn Minuten füllt sie die Bühne, die ihr Gysi bietet, gut gelaunt aus. Nein, sie habe sich keine Strategie vorher zurechtgelegt, was sie sagen sollte und was besser nicht, wird sie später sagen. Sie ist wie immer, aber auch das ist eine Art Strategie, wenn man so will, eine äußerst erfolgreiche. Sie füllt damit Hallen und Dome und berührt viele Menschen. Denn diese Bischöfin ist auf verblüffende Art offen, und sie packt alle Themen, die großen wie die kleinen, in persönliche Geschichten. So ist das auch an diesem Vormittag. Käßmann erzählt, wie sie als Schülerin bei einem USA-Aufenthalt auf Martin Luther King gestoßen ist, wie er ihr Vorbild wurde, weil er zugleich „so fromm und so politisch“ war; sie erinnert sich, wie sie sich schon als junge Pfarrerin für die Weltökumene und den Frieden eingesetzt habe. Sie ist selbstironisch („als Christenmensch darf man ja nicht stolz auf sich sein“), lacht viel und winkt einmal sogar der im Zuschauerraum sitzenden Tochter zu. Sie spricht Selbstzweifel aus („Bischöfin? Kann ich das?“) und gibt zu, dass sie erst jetzt, nach einer überstandenen Brustkrebserkrankung, weniger Angst vor dem Urteil anderer habe. Als das Gespräch auf Afghanistan kommt, steht auch hier das Persönliche, Seelsorgerische im Vordergrund. Käßmann erzählt von dem Brief, den ihr eine Witwe geschrieben habe. Diese habe sich beklagt, dass nach dem Tod des Spitzensportlers Robert Enke ein öffentlicher Trauergottesdienst abgehalten wurde, aber als ihr Mann im Zinksarg aus Afghanistan zurückgekommen sei, habe das keinen interessiert. Käßmann erzählt von dem Brief, um zu verdeutlichen, warum sie eine Debatte anstoßen wollte. „Ich würde die Neujahrspredigt genauso wieder halten“, sagt sie zum Schluss und erntet minutenlangen Beifall. Die Besucher, überwiegend die Generation 60 plus, vielfach ostdeutsch, sind begeistert.

 

„Ich bin keine Politikerin, ich bin Seelsorgerin“, betont Käßmann in diesen Tagen immer wieder. Und das ist ihre Stärke. Damit überzeugt sie sogar die religionsfernen Berliner, die allem Kirchlich-Institutionellen skeptisch gegenüberstehen, aber die offen sind für Kirche, wenn sie sie im Persönlichen, Existenziellen anspricht und Zweifel zugibt. Bei Gysi weckte Käßmanns seelsorgerische Art den Beschützerinstinkt. „Ich würde mich von dem, was in den vergangenen Wochen auf Sie eingeprasselt ist, nicht beeindrucken lassen“, riet er ihr väterlich zum Abschied. „Sie müssen Politiker wie mich nerven, damit Sie etwas erreichen.“

 

Bei der CDU-Vorstandsklausur ein paar Tage zuvor hatte Käßmanns Art das Welterklärer-Bedürfnis hervorgerufen, ihr „ein paar Hinweise“ geben zu müssen, wie es einer hinterher ausdrückte. Ein anderer ist sich sicher, dass sie nach der Begegnung mit den CDU-Politikern „differenzierter über den Einsatz in Afghanistan denkt“, dass sie „jetzt mehr verstanden hat, wie hochkompliziert die Thematik ist“. Eineinhalb Stunden haben sie diskutiert, sehr emotional, sehr kontrovers. Einige fühlten sich ungut an die Nachrüstungsdebatten mit der evangelischen Kirche erinnert. Die Zeiten der „gutmenschelnden, wohlfeilen“ Beiträge der Kirche „haben wir für überwunden geglaubt“, sagte ein CDU-Mann. Käßmanns Amtsvorgänger Bischof Wolfgang Huber, „der war ja zuletzt gut angesehen bei uns, das war ein pragmatischer Typ“.

 

Aber es gab auch welche, die verteidigten die Bischöfin, nachdem sie auch in diesem Forum von dem Brief der Witwe erzählt und dargelegt hatte, wie sie ihre Neujahrspredigt aus einer Bibelstelle heraus entwickelt hatte. Kritiker wie Verteidiger bescheinigten ihr hinterher Mut und dass sie sich „gut geschlagen“ habe. Einer lud sie gar ein, im Parlament zu sprechen. Sie lehnte ab, das sei nicht Aufgabe einer Pfarrerin. Tsp 25

 

 

 

 

Vatikan: Christen und Juden ziehen an einem Strang

 

Ehrfurcht vor der Schöpfung und der Wunsch, die Welt humaner zu gestalten: Das ist es, was Juden und Christen nach Meinung von Pater Federico Lombardi eint. Eine Woche nach dem Besuch Benedikts XVI. in der römischen Synagoge sagt der Leiter des vatikanischen Pressesaals, dass es wichtig sei, die gemeinsame leidvolle Geschichte zu erinnern. Doch sei für die Zukunft der Blick auf die gemeinsame Glaubensbasis – der Glaube an den Schöpfergott und die zehn Gebote – entscheidend:

„Ein von Gott erschaffener Mensch muss ihm Rechenschaft ablegen über seinen Umgang mit der Schöpfung. Ein Mensch, der dank der zehn Gebote besser zwischen Gut und Böse unterscheiden kann, findet leichter seinen Weg im Durcheinander eines Pluralismus, der dazu neigt, jeglichen Bezugspunkt zu verlieren. Wir werden weiterhin die Vergangenheit nicht ausklammern und die Schwierigkeiten benennen, damit wir einander besser verstehen. Doch ist das, was wir von Anfang an gemeinsam haben, immens und steht fest wie der Himmel: Deswegen müssen wir uns einmütig einsetzen für die Schöpfung und die Menschheitsfamilie.“ (rv 24)

 

 

 

 

 

Religion mit Risiko. Eine Schutzmauer um das Gotteshaus

 

Nach den Anschlägen auf malaysische Kirchen werden nicht nur am Tatort Malaysia, sondern in vielen Teilen Asiens die jüngsten Angriffe auf christliche Gotteshäuser debattiert. Neun Kirchen wurden mit Brandsätzen angegriffen, darunter Malaysias ältestes Gotteshaus. Gerade Indonesien, Malaysias großer Nachbar im Süden, hat in den vergangenen Jahrzehnten immer wieder Erfahrungen gesammelt mit Angriffen fanatischer Muslime auf Kirchen.

In den beiden mehrheitlich muslimischen Staaten Südostasiens (das Sultanat Brunei fällt mangels Größe nicht ins Gewicht) bekennt sich etwa jeder Zehnte zum Christentum - ein Erbe der Kolonialzeit und ihrer Missionare. Schon warnen erste Stimmen, dass es auch in Indonesien zu Angriffen auf Christen kommen könnte. Dass dies - zumindest bislang - nicht geschehen ist, lässt sich aber auch als Zeichen dafür deuten, dass kein Flächenbrand zu befürchten ist. Zu unterschiedlich gestaltet sich die Lage der Christen in den Ländern Asiens.

Religionen, Ethnien und soziale Gegensätze

Auf den Philippinen und im kleinen Osttimor stellen die Christen die Mehrheit. In allen anderen Staaten der Region haben sie sich als Minderheiten unter recht verschiedenen Bedingungen eingerichtet. Bedrängt sind sie oft, aber mitnichten nur dort, wo Muslime den Takt angeben. Gefahren sehen sich Christen auch in Indien gegenüber, wo fanatische Hindus eine Hetzjagd begonnen haben. Schwer haben es Christen, vor allem Katholiken, aber auch in Vietnam und China und zunehmend in Kambodscha, wo ihre Freiheit von sozialistischen Regierungen eingeschränkt wird.

Leben Christen in Asien gefährlicher? Laut „Christian Safety Index“ tun sie dies. Das Ranking des Theologischen „Gordon-Conwell“-Seminars in den Vereinigten Staaten weist Asien den letzten Platz unter den Weltregionen zu. Verwundern kann dies kaum. Auf keinem anderen Kontinent prallen so viele Religionen, Ethnien und soziale Gegensätze aufeinander, und nirgendwo sind diese Faktoren derart miteinander verschränkt. Asien steht für Vielfalt und Harmonie wie für Abgrenzung und Gewalt. Es hat Europa und Amerika an Wirtschaftsdynamik überflügelt - und beherbergt zugleich die meisten Armen in der Welt.

Leben mit Risiken

Nicht nur Christen, auch andere Glaubensgemeinschaften in Asien leben mit Risiken. Buddhisten zittern im Süden Thailands vor muslimischen Aufständischen und im Norden Sri Lankas vor Racheakten tamilischer Hindus und Christen. Hindus müssen dort, wo sie (wie im indischen Teil Kaschmirs) in der Minderheit sind, ebenfalls auf der Hut sein. Auch Asiens Muslime kennen Angst. In Indien waren und sind sie Opfer von Angriffen, Anschlägen und sogar von Pogromen, hinter denen Hinduextremisten stehen. In Pakistan wiederum fürchten sich Muslime vor sich selbst, denn immer wieder töten sich Schiiten und Sunniten gegenseitig.

Kleinere Religionsgemeinschaften wie die Sikhs sehen sich ebenfalls zur Wachsamkeit gezwungen. In den achtziger Jahren, nachdem Premierministerin Indira Gandhi von einem ihrer Sikh-Leibwächter ermordet worden war, mussten Tausende sterben, nur weil sie Bart und Turban trugen. Nun fürchten sie sich abermals, denn die fanatischen Muslime Malaysias beschädigten nicht nur Kirchen, sondern auch einen Sikh-Tempel.

Auseinandersetzungen und Rechtsstreitigkeiten

Was die konservative islamische Gemeinde Malaysias (und eine opportunistische Regierung) so aufbringt, ist ein Gerichtsurteil, das Nichtmuslimen erlaubt, ihren Gott „Allah“ zu nennen. Im Grunde war dies nur die Bestätigung einer alten Praxis, denn „Bahasa Malay“ (in Indonesien wird dieselbe Sprache - „Bahasa Indonesia“ - gesprochen) ist die alte regionale Handelssprache der meist islamischen Seefahrer und kennt eine Reihe arabischer Vokabeln. Alle Malaysier und Indonesier bedienen sich ihrer, Muslime wie Christen, Hindus wie Buddhisten und Sihks.

Dass sich die Proteste überwiegend gegen Christen richten, mag auch mit dem Kläger zu tun haben, dem Malaysias High Court recht gab: dem „Herald“, einer katholischen Wochenzeitung. Anders als etwa die malaysischen Buddhisten, die überwiegend auf Chinesisch kommunizieren, erscheinen die meisten Zeitungen der Christen auf Englisch oder eben Bahasa.

Der für Außenstehende kaum nachvollziehbare Furor der malaysischen Muslime wird von diesen mit der Sorge begründet, das Wort Allah in einem nichtislamischen Umfeld könne ihre Glaubensbrüder „verwirren“ und zum Konvertieren verführen. Der Übertritt zu einer anderen Religion ist nach islamischem Recht verboten, auch wenn Malaysias Verfassung Religionsfreiheit garantiert. Immer wieder kommt es dieses Widerspruchs wegen zu Auseinandersetzungen und Rechtsstreitigkeiten.

Ein Austritt wird nicht geduldet

Der prominenteste Fall der jüngeren Vergangenheit dreht sich um Azlina Jailani, die sich Lina Joy nennt, seit sie sich zum Christentum bekennt. Ihr Bemühen, sich den Religionswechsel auch bescheinigen und den Eintrag „Muslima“ aus ihrem Pass zu entfernen zu lassen, scheiterte mehrmals vor Gericht. Als ethnische Malaiin, so das vorerst letzte Urteil, sei sie von Geburt an Muslima, weshalb ihr Begehren in die Zuständigkeit der Scharia-Gerichte falle. Diese wiederum dulden keinen Austritt aus dem Islam, womit sich Frau Joy in einen juristischen Knoten verstrickt fand, der bis heute nicht gelöst werden konnte.

Schon jenseits der Landesgrenze wäre ein solcher Fall undenkbar. In Indonesien, wo mehr als zehnmal so viele Menschen wie in Malaysia leben, sind Übertritte zum Christentum erlaubt. Professor Franz von Magnis-Suseno, einer der führenden katholischen Intellektuellen Indonesiens, will zwar nicht ausschließen, dass auch in seinem Land „Hardliner“ auf den malaysischen Zug aufspringen, aber die beiden großen Muslimorganisationen - die NU und die Muhammadiyah - haben schon Zurückhaltung signalisiert. Der Jesuitenpater erklärt sich die Überreaktion der malaysischen Nachbarn mit ihrem „Minderwertigkeitskomplex“. Malaysias Muslime, die nur eine knappe Mehrheit im Land stellen, seien sich ihrer Sache nicht sicher. Zudem litten sie darunter, dass sie trotz einer jahrzehntelangen Förderpolitik wirtschaftlich im Schatten der malaysischen Chinesen stünden.

„Wir haben hier keine Angst“

Von einer regionalen „Christenverfolgung“ will Magnis-Suseno, der seit den sechziger Jahren die Lage der asiatischen Katholiken beobachtet, nichts hören. Dies sei „stark übertrieben“. Auch in Indonesien gebe es Probleme, etwa bei der Genehmigung von Kirchenbauten, aber weder der Staat noch die islamische Gemeinschaft stelle die Existenzberechtigung der christlichen Gemeinde in Frage. „Wir haben hier keine Angst“, versichert er - im Gegensatz zu den Christen in Indien, wo es „brutaler“ zugehe.

Dort wurde unlängst traurige Bilanz gezogen. Allein für das vergangene Jahr zählte das „Evangelical Fellowship of India“ (Efi) 152 Gewalttaten gegen Christen und ihre Einrichtungen. Längst sind Angriffe auf Kirchen und Gemeinden nicht mehr auf den östlichen Bundesstaat Orissa beschränkt. Das Efi berichtete von Übergriffen im nördlichen Himachal Pradesh, im zentralindischen Madhya Pradesh und im westlichen Gujarat. Mehr als die Hälfte aller Gewaltakte wurden im Süden registriert, vor allem in Karnataka und Andhra Pradesh.

Religionswechsel als Befreiung

Die Zahl der Christen, die in den vergangenen zwei Jahren von radikalen Hindus getötet wurden, schwankt je nach Quelle und Schätzung zwischen 100 und 500. Zehntausende Christen flohen aus ihren Dörfern. Im vergangenen Herbst eskalierte die Lage derart, dass sich westliche Regierungen und Papst Benedikt XVI. einschalteten.

Bei allen Besonderheiten spielt auch in Indien der Religionswechsel eine Rolle. Wie im islamisch dominierten Teil Südostasiens erscheint manchen auf dem Subkontinent der Übertritt zum Christentum als Befreiung von religiösen und gesellschaftlichen Zwängen. Wo Muslime islamischer Aufsicht entkommen wollen, versuchen Hindus dem diskriminierenden Kastensystem zu entfliehen. Die „Dalits“, die in der indischen Hackordnung ganz unten stehen, konvertieren besonders oft.

Vorwand für Angriffe und Entführungen

Hinduorganisationen, aber auch offizielle Stellen bezweifeln nicht selten die Freiwilligkeit des Übertritts und kritisieren insbesondere die Praxis christlicher Missionare. Die Kirchen wiederum klagen über die Haltung mehrerer Bundesstaaten, insbesondere jener, die von der Indischen Volkspartei (BJP) regiert werden. Das Konvertierungsverbot, das in manchen Bundesstaaten gilt, diene radikalen Hindus als Vorwand für Angriffe und Entführungen, monierte das Efi in seinem Bericht.

Seit einigen Wochen ebbt die Gewaltwelle ab, und das neue Jahr begann sogar mit einem Hoffnungsschimmer. In Tamil Nadu startete der Wiederaufbau der im Sommer 2008 von Extremisten zerstörten Kapelle St. Anthony. Hindus und Muslime aus der Nachbarschaft unterstützten die Arbeiten und hätten gelegentlich schon vorbeigeschaut, versicherte Pfarrer Michael Raj der am Bau beteiligten Wohltätigkeitsorganisation „Aid to the Church in Need“ (ACN). Für alle Fälle gibt es dennoch eine Schutzmauer um das Gotteshaus. Jochen Buchsteiner

 Fas 24

 

 

 

 

 

Times Mager. Opium

 

Selber schuld. Oder, anders gesagt: Man kann auch zu schnell mit einer Sache fertig geworden sein. Zum Beispiel mit der Religion. Immer noch glauben wir zu wissen, dass es sich hierbei, einem Marxschen Bonmot folgend, um Opium für das Volk handele. Also um eine intellektuell eher dürftige Veranstaltung für geistig Zurückgebliebene, für Denk- und Nervenschwache, für Kindsgemüter und Weltflüchtige. Religion, so hält sich eine Einsicht besonders hartnäckig, ist für all jene, die sich einerseits gerne über die gesellschaftlichen Verhältnisse täuschen lassen und andererseits immer noch nicht verstanden haben, dass und warum Gott unwiderruflich tot ist.

 

Das alles ist ja total richtig. Irgendwie. Trotzdem glauben die Menschen immer noch. Sei es nun aus Schwäche, Trotz oder sogar guten Gründen, gewiss aber zunehmend auch in liturgisch, theologisch und konfessionell nicht immer klaren, mitunter vollkommen unzureichenden Formen. Im Hinblick darauf müssen sich die Religionsverächter allemal bestätigt fühlen und in den kuschelreligiösen Bedürfnissen mitsamt der ihnen entgegenkommenden Angebote auch der Amtskirchen vor allem ein spirituelles Drogenproblem sehen.

 

Klüger wäre es allerdings, hier unsere Entwöhnung vom existenziellen Ernst religiöser Sprachspiele zu beklagen. Nicht, um in der gebotenen Strenge wieder an einen Gott zu glauben, sondern um überhaupt zu verstehen, was Aufklärung uns noch wert sein sollte. Sonst machen es wieder die anderen. Etwa Papst Benedikt XVI., der gestern in seiner Botschaft zum "Welttag der Sozialen Kommunikationsmittel" eine Offensive im Cyberspace angekündigt hat: "Die digitale Welt stellt Mittel zur Verfügung, die nahezu unbegrenzte Möglichkeiten der Kommunikation bieten, und eröffnet damit bemerkenswerte Perspektiven der Aktualisierung in Bezug auf die Ermahnung des Heiligen Paulus: ,Weh mir, wenn ich das Evangelium nicht verkünde! (1. Kor. 9,16)".

 

Na, wenn da nicht wieder Drogen in den Umlauf gebracht werden sollen! Und die professionellen Aufklärer in den Zeitungen diskutieren immer noch Bezahlmodelle fürs Internet. Christian Schlüter FR 26

 

 

 

 

Das Wocheninterview: Papstbesuch in Serbien im Jahr 2013?

 

Der neue serbisch-orthodoxe Patriarch Irinej von Nis ist an diesem Sonntag in Belgrad in sein neues Amt eingeführt worden. Der 79-jährige Irinej war am Freitag zum neuen Oberhaupt der serbischen Orthodoxen gewählt worden. Er tritt an die Stelle von Pavle I., der im November mit 95 Jahren verstorben war. Über den neuen Kirchenführer in Belgrad sprach Stefan Kempis mit Tihomir Popovic von der serbisch-orthodoxen Nachrichtenagentur sok.

Was sagen Sie zum neuen Patriarchen?

„Patriarch Irinej ist ein Mann des Dialogs, eine sehr aufgeschlossene Persönlichkeit auch in ökumenischer Hinsicht. Er hat sich vor kurzer Zeit – am 18. Januar – positiv geäußert zum Thema Papstbesuch in Serbien; er hat u.a. gesagt, er fände es begrüßenswert, wenn der Papst im Jahr 2013 nach Serbien komme – zur Feier des Mailänder Edikts von 313. Und er hat wörtlich gesagt, dass das eine Möglichkeit wäre, über die Einheit der Kirchen zu sprechen: Ohne den ersten Schritt gebe es auch nicht den letzten. Ein Gedanke, den ich sehr schön fand – das zeugt von seiner Aufgeschlossenheit in dieser Sache.“

Die FAZ spricht in einer Analyse der serbisch-orthodoxen Kirche einen starken Einfluss auf die innerserbische Politik zu. Ist das so, oder muss man da differenzieren?

„Ich weiß, dass es in mehreren Analysen das Ergebnis gab, dass die serbisch-orthodoxe Kirche die Institution mit dem höchsten Ansehen in Serbien sei. Vor diesem Hintergrund muss man natürlich auch verstehen, dass diese Institution mit dem höchsten Ansehen in der Bevölkerung auch erheblichen Einfluss haben muss auf die Politik! Wie jetzt dieser Einfluß aussieht und über welche Wege er geht, das ist natürlich eine ganz andere Frage... Aber ich denke, ein positiver und auch kreativer Einfluss ist seit dem Fall des Kommunismus da – das ist ja auch ganz offensichtlich und nicht etwa ein Geheimnis. Wir haben den Religionsunterricht wieder in den Schulen, wir haben die Geistlichen wieder in allen wichtigen staatlichen und gesellschaftlichen Institutionen – allerdings nicht nur die der serbisch-orthodoxen Kirche, sondern auch die katholischen und die der anderen vier so genannten historischen Kirchen- und Religionsgemeinschaften in Serbien!“

Die Feier zur Einführung Irinejs fand am Samstag in der Belgrader Kathedrale statt. Zu den Teilnehmern bei den Feierlichkeiten gehörten neben orthodoxen kirchlichen Würdenträgern auch der neue Apostolische Nuntius, Erzbischof Orlando Antonini, und der katholische Erzbischof von Belgrad, Stanislav Hocevar. Die serbische Regierung war durch Premierminister Mirko Cvetkovi sowie einige Kabinettsmitglieder vertreten. (rv 24)

 

 

 

 

Gott sucht keine Superhelden

 

In der Kapernaumkirche erinnerte der Pfarrer an wahre Worte des Paulus

Benjamin Lassiwe

 

Berlin - Es war eine freundliche Begrüßung: Pfarrer Hans Zimmermann ging am Sonntag in der Kapernaumkirche an der Weddinger Seestraße durch die Reihen und wünschte jedem Kirchgänger einen guten Morgen. Viel Zeit nahm das freilich nicht in Anspruch, denn nur gut 30 Menschen hatten sich in der großen, für mehrere hundert Menschen errichteten Backsteinkirche zum Gottesdienst versammelt. Jeder Besucher hatte eine Bank ganz für sich alleine.

 

Doch wer an diesem Sonntag den roten Teppich des Kirchenschiffs betreten hatte, erlebte eine ungewöhnlich engagierte Organistin, die eindrücklich bewies, dass eine Orgel auch moderne Töne erklingen lassen kann. Er erlebte eine Ehrenamtliche, die beim Sammeln der Kollekte mit dem Klingelbeutel jedem Geber „danke“ sagte. Und er erlebte einen Pfarrer, der die Augen offen hat für die Nöte in der Nachbarschaft. Denn in der Predigt berichtete Zimmermann von Dieter und Sabine, zwei Obdachlosen, die in einer nahe gelegenen Grünanlage ihr Winterquartier bezogen haben. „Alle guten Worte des Kältebusfahrers von der Stadtmission haben bislang nicht geholfen, um die beiden dazu zu bringen, ein Notquartier anzunehmen“, sagte Zimmermann. Auch bei minus 16 Grad übernachteten sie lieber in der Parkanlage, aus Angst davor, dass irgendjemand ihren Platz besetzen könne.

 

Zimmermann erinnerte an den zweiten Brief des Paulus an die Korinther. Gott habe den Menschen ein „Licht aus der Finsternis“ gegeben, das die „Freude der guten Botschaft“ aus ihnen herausstrahle. „Bei mir ist der Wunsch so groß, dass wir Dieter und Sabine einmal dazu bringen können, warm zu duschen oder warm zu schlafen“, sagte Zimmermann. Aber bei Paulus stehe auch, dass die Kraft, die die Menschen durch ihren Glauben erhielten, nur ein Schatz in zerbrechlichen, irdenen Gefäßen sei. Manchmal gingen sie kaputt, nicht immer gelänge alles. So wie bei den beiden Wohnungslosen, die wohl auch die kommenden Nächte in ihrem selbst gewählten Quartier verbringen würden. „Aber Gott sucht sich eben nicht die Superhelden, denen immer alles gelingt“, sagte Zimmermann. „Er sucht sich die Männer und Frauen mit Ecken und Kanten, die, die Brüche in ihrer Lebensgeschichte haben.“

 

Nach dem Gottesdienst blieben manche der Besucher noch zu einer Tasse Kaffee. Andere nutzten die Gelegenheit, und deckten sich im Eine-Welt-Laden der Gemeinde mit fair gehandelter Schokolade oder Kaffee aus der Dritten Welt ein – denn 20 Prozent der Umsätze des Eine-Welt-Ladens in der Kapernaumkirche gehen als Spende an die Menschen auf Haiti. Benjamin Lassiwe

Die Gemeinde im Internet: www.kapernaum-berlin.de. Gottesdienste immer Sonntags um 11 Uhr, Seestraße 35. Tsp 25