Notiziario religioso 27-28 Gennaio
2010
Mercoledì 27. Il commento al Vangelo. La parabola del seminatore
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 4,1-20) commentato da P. Lino Pedron
1 Di nuovo si mise
a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che
egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a
terra lungo la riva. 2 Insegnava loro molte cose in
parabole e diceva loro nel suo insegnamento: 3 «Ascoltate. Ecco, uscì il
seminatore a seminare. 4 Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e
vennero gli uccelli e la divorarono. 5 Un'altra cadde fra i sassi, dove non
c'era molta terra, e subito spuntò perché non c'era un terreno profondo; 6 ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo
radice, si seccò. 7 Un'altra cadde tra le spine; le spine
crebbero, la soffocarono e non diede frutto. 8 E un'altra cadde
sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta,
ora il sessanta e ora il cento per uno». 9 E diceva: «Chi ha orecchi per
intendere intenda!».
10 Quando poi fu
solo, i suoi insieme ai Dodici lo interrogavano sulle
parabole. Ed egli disse loro: 11 «A voi è stato
confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene
esposto in parabole, 12 perché:
guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano,
perché non si convertano e venga loro perdonato».
13 Continuò dicendo loro: «Se non comprendete questa parabola,
come potrete capire tutte le altre parabole? 14 Il seminatore semina la parola.
15 Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene
seminata la parola; ma quando l'ascoltano, subito viene satana, e porta via la
parola seminata in loro. 16 Similmente quelli che ricevono il seme sulle pietre
sono coloro che, quando ascoltano la parola, subito l'accolgono
con gioia, 17 ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al
sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della parola,
subito si abbattono. 18 Altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine:
sono coloro che hanno ascoltato la parola, 19 ma
sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l'inganno della ricchezza e tutte
le altre bramosie, soffocano la parola e questa rimane senza frutto. 20 Quelli
poi che ricevono il seme su un terreno buono, sono coloro che
ascoltano la parola, l'accolgono e portano frutto nella misura chi del trenta, chi del sessanta, chi del cento per uno».
Fino a questo
punto l’insegnamento di Gesù si era reso visibile nel suo agire: insegnava con
i fatti: Ora esprime la sua dottrina in parabole, cioè con degli esempi, con
dei paragoni illustrativi.
Le parabole
evangeliche non nascono semplicemente da un’esigenza didattica preoccupata
della chiarezza e della vivacità. Nascono da un’esigenza teologica, dal fatto
che non possiamo parlare direttamente del regno di Dio che è
oltre le nostre esperienze, ma solo in parabole, indirettamente, mediante
paragoni presi dalla vita quotidiana.
La parabola del
seminatore inizia e termina con il comandamento dell’ascolto:
"Ascoltate!", "Chi ha orecchi per ascoltare,
ascolti".
La parola di Gesù
è il seme immortale che ci rigenera: "Siete stati rigenerati non da un
seme incorruttibile, ma immortale, cioè dalla parola
di Dio viva ed eterna" (1Pt 1, 23). Il regno di
Dio è paragonato costantemente al seme, la cui forza vitale è attiva proprio
nella morte. La morte non distrugge il seme, ma anzi è la condizione perché
germini e si manifesti in tutta la sua potenza, a differenza di tutte le altre
cose che marciscono e finiscono.
L’oggetto
dell’insegnamento di Gesù è la sua stessa vita, spiegata con similitudini.
Queste parabole, mentre illustrano la storia di Gesù, ci danno anche il
criterio di discernimento per essere tra i suoi e appartenere al suo regno: Non
dobbiamo cercare il successo (vv. 3-9), la fama e la
rilevanza (vv. 21-25), il protagonismo e la grandezza (vv. 26-32).
L’opera di Dio
passa attraverso le difficoltà, il fallimento, il nascondimento, l’irrilevanza,
l’attesa paziente e la piccolezza, Queste sono le qualità del seme da cui nasce
l’albero del Regno. Esso è come un chicco, che porta frutto abbondante non "nonostante"
la morte, ma proprio perché muore (cfr Gv 12,24).
Sono parabole di
speranza contro ogni speranza, di una fede che sa che
la parola di Dio è un seme che produce sempre il frutto e l’effetto per cui è
mandata (cfr Is 55,11). Le resistenze che incontra,
rappresentate dai vari tipi di terreno, fanno parte del progetto di Dio.
Gesù è il
seminatore, il seme e il raccolto, perché chi l’ascolta si identifica
con lui.
Il risultato di
questa semina sembra disastroso. Sembra che la parola di Gesù non riesca a
entrare nel cuore dell’uomo; e, se entra, non mette radici; e, se mette radici, è soffocata. Eppure lui va avanti nella sua
semina. "Egli disse loro: Andiamocene altrove per
i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono
venuto" (Mc 1,38).
Noi oggi vediamo
quanto Gesù abbia avuto ragione. Il suo seme è germinato in tutto il mondo.
Gesù è la parola
di Dio seminata in noi. Il mistero del regno di Dio nella storia è quello del
seme, che rivive in noi la sua stessa vicenda di allora. De.it.press
Giovedì 28. Il commento al Vangelo. Il posto della lampada
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 4,21-25) commentato da P. Lino Pedron
21 Diceva loro: «Si porta forse la lampada per metterla sotto
il moggio o sotto il letto? O piuttosto per metterla sul lucerniere? 22 Non c'è
nulla infatti di nascosto che non debba essere
manifestato e nulla di segreto che non debba essere messo in luce. 23 Se uno ha
orecchi per intendere, intenda!».
24 Diceva loro: «Fate attenzione a quello che udite: Con la stessa misura
con la quale misurate, sarete misurati anche voi; anzi vi sarà dato di più. 25
Poiché a chi ha, sarà dato e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».
La lampada è la
parola di Dio: "Lampada per i miei passi è la tua
parola, luce sul mio cammino" (Sal 119,105; cfr 2Pt 1,19). La parola del
vangelo è come una luce posta sul candelabro: essa illumina tutto ciò che è
nascosto nel cuore dell’uomo. Nella Lettera agli Ebrei 4,12-13 si legge: "Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di
ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima
e dello spirito, delle giunture e delle midolla, e scruta i sentimenti e i pensieri
del cuore. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a
lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere
conto".
E’ la parola che
mostra chiaramente se l’uomo è simile a un buon terreno o a un terreno pieno di pietre o di spine. Essa ha la funzione di
giudice: è l’espressione del giudizio di Dio. Ognuno faccia dunque attenzione
al proprio modo di ascoltare, perché l’ascolto è la misura del messaggio
ricevuto: ognuno infatti intende solo ciò che può o
vuole intendere. L’uomo si giudica da se stesso, secondo il modo e la misura
del suo ascolto.
La frase finale:
"A chi ha, sarà dato e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha"
si chiarisce alla luce del contesto: ciò che si tratta
di avere sono, anzitutto, delle orecchie in grado di ascoltare. Ritroviamo qui
il tema sapienziale della capacità di accoglienza della
conoscenza; questa aumenta a misura della disponibilità. La sapienza divina è principio di comprensione sempre più profonda per chi si
lascia ammaestrare da lei: "Ascolti il saggio e aumenterà il sapere"
(Pr 1,5), ma diventa progressivamente impenetrabile per chi la rifiuta:
"Il beffardo ricerca la sapienza, ma invano" (Pr 14,6).
Come nella
parabola del seminatore si sottolinea la necessità di
non soffocare il seme del regno di Dio, annunciato dalla parola di Gesù, così
in questo brano siamo invitati a non chiudere gli occhi dinanzi alla luce che
si manifesta e che, se accolta, diventerà sempre più sfolgorante. De.it.press
Il Papa con gli immigrati: soluzioni giuste e pacifiche
CITTA’ DEL
VATICANO - A qualche chilometro dal Cupolone nella parrocchia intitolata a
Ildebrando di Soana, i frati non immaginavano di certo che Papa Ratzinger
all’Angelus avrebbe elogiato la veglia di preghiera organizzata nottetempo per
manifestare solidarietà alle famiglie degli immigrati. «Servono soluzioni
giuste e pacifiche per i problemi dell’immigrazione». Questo
auspicio sgorgato dal cuore di Benedetto XVI fa trapelare la sua preoccupazione
di fronte a quello che sta accadendo in tutta Europa. Il clima nei confronti
degli immigrati clandestini è in via di peggioramento, il rigore sta prevalendo
sull’umanità. Sono bastate poche parole a far capire la volontà del pontefice ad unirsi spiritualmente ai fedeli di quella piccola parrocchia
dove per tutta la notte di ieri, senza mai arrestarsi, fino alle 7 del mattino,
hanno recitato rosari, ascoltato Letture bibliche, cantato salmi. Una singolare iniziativa promossa da don Stefano Tardani, animatore
di un movimento di spiritualità famigliare. «Abbiamo pregato per chi ci
governa affinchè possa fare leggi eque e buone, abbiamo pregato per le forze
dell’ordine perchè possano sempre svolgere il loro lavoro, anche quando effettuano degli sgomberi, rispettando le persone. Poi
abbiamo pregato perchè ogni cristiano riesca a non dimenticare mai il prossimo
e discostandosi dal Vangelo». Immigrazione e
accoglienza restano temi sensibili per la politica italiana e per i vescovi che
insistono: legalità sì, ma nel rispetto dei diritti umani. I fatti avvenuti a
Rosarno hanno imposto una riflessione e oggi pomeriggio il delicato argomento
troverà ampia eco nella relazione del cardinale Bagnasco,
in apertura dei lavori del Consiglio di Presidenza. Intanto Papa Ratzinger, in
occasione del 1950esimo anniversario del naufragio di San Paolo sull’isola di
Malta, sta definendo i dettagli della sua prossima visita apostolica a La Valletta. Nei discorsi (che sono in via di
preparazione) uno dei temi più ricorrenti è proprio quello dell’immigrazione,
prendendo spunto da ciò che narrano gli Atti degli Apostoli: San Paolo fu
accolto «con rara umanità». Tra la popolazione locale restò tre mesi prima di
salpare per la Sicilia. Da questa piccola isola mediterranea, da sempre aperta
all’accoglienza e oggi meta di sbarchi clandestini, Benedetto XVI parlerà
all’Europa intera, tornando ancora una volta sul problema dei migranti. Al
nuovo ambasciatore maltese, qualche tempo fa, ricordava le radici cristiane
dell’isola. Un patrimonio di valori comune a tutta Europa che resta necessario
per dare vita a un continente unito e solidale capace
di armonizzare gli interessi di ogni nazione con le esigenze del bene comune.
«I migranti dovrebbero essere accolti tutti come San Paolo» ha aggiunto
l’arcivescovo di Malta, Paul Cremona. «Un sentimento da conservare e praticare
anche nell’attuale momento storico segnato dalle grandi migrazioni di massa:
fenomeno che a Malta, situata nel centro del Mediterraneo, si manifesta in modo
particolare essendo teatro di sbarchi di stranieri irregolari provenienti
dall´Africa». Prima però bisogna «eliminare i pregiudizi e considerare gli
immigrati innanzitutto come persone». FRANCA GIANSOLDATI IM 25
Il
cardinale Bagnasco alla politica: "Sogno una nuova leva
di cattolici"
CITTA' DEL
VATICANO - Il presidente della Cei Angelo Bagnasco incoraggia «i cattolici
impegnati in politica ad essere sempre coerenti con la
fede che include ed eleva ogni istanza e valore veramente umani», e desidera
«che questa stagione» contribuisca «a far sorgere una generazione nuova di
italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e
attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica
come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per
essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei
loro giorni». E cioè restando fedeli «ai valori che costituiscono il fondamento
della civiltà, la vita umana comunque si presenti e ovunque palpiti, la
famiglia formata da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio, la
responsabilità educativa, la solidarietà verso gli altri, in particolare i più
deboli, il lavoro come possibilità di realizzazione».
«Sogno - ammette
il porporato - italiani e credenti che avvertono la responsabilità davanti a
Dio come decisiva per l’agire politico». «So che per riuscire in una simile impresa - spiega al
parlamentino Cei - ci vuole la Grazia abbondante di Dio, ma anche chi accetti
di lasciarsi da essa investire e lavorare. Ci vuole una comunità cristiana in
cui i fedeli laici imparino a vivere con intensità il mistero di Dio nella
vita, esercitandosi ai beni fondamentali della libertà, della verità, della
coscienza». «Se questo è un sogno - conclude
Bagnasco - so che ad esso ci si può avvicinare anzitutto attraverso le circostanze
ordinarie dell’esistenza, le tappe apparentemente anche più consuete, ma che
racchiudono in se stesse la cadenza del progetto che avanza».
La classe
dirigente del Paese deve pensare in primo luogo agli interessi generali e non
far prevalere meschini calcoli individuali, così come ha chiesto
«opportunamente», il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Lo ha detto il presidente della Cei, cardinale Angelo
Bagnasco, aprendo i lavori del Consiglio episcopale permanente a Roma. «Il
presidente della Repubblica molto opportunamente - ha affermato Bagnasco - non
si stanca di richiamare le classi politica, amministrativa e giudiziaria, e le
diverse componenti dirigenziali, a mettere da parte
calcoli individuali, e talora anche meschini, per riuscire negli obiettivi
generali». «La stessa questione Meridionale - ha aggiunto - come viene per lo
più evocata, deve acquistare una capacità di interrogazione
nuova rispetto all’intero Paese. Le parole come solidarietà, sussidiarietà e
reciprocità, quali sono prospettate nel documento sul Mezzogiorno che andremo
ad approvare definitivamente in questi giorni, indicano i criteri
necessariamente esigenti per una riforma urgente del nostro sentirci Nazione, a
centocinquant’anni esatti dal compimento dell’unità d’Italia».
Il capo dei
vescovi ha pralto anche dell'importanza della famiglia. E' a più grande risorsa
del nostro Paese ed è giusto applicarsi ad essa anche
sotto il profilo legislativo. È quanto ha detto oggi il cardinale, aprendo i
lavori del Consiglio episcopale permanente. «Certa cattiva letteratura - ha
detto il porporato - purtroppo ha lasciato il segno, e con molta fatica in
taluni ambienti si riesce a ragionare della famiglia per ciò che
realisticamente essa è, ossia la più grande risorsa sociale e culturale del
nostro Paese».
Infine Bagnasco ha
lanciato un appello al Parlamento affinchè legiferi in tempi rapidi in difesa
dell'ambiente. Bagnasco ha ricordato le gravissime sciagure legate al dissesto
idrogeologico che hanno colpito il Paese, quindi ha affermato: «In sede
parlamentare, com’è noto - ha detto il cardinale - si è arrivati dopo una
congrua indagine conoscitiva, a chiedere
l’approntamento e la realizzazione di un programma straordinario a favore del
territorio, in cui risorse e competenze disponibili ai vari livelli convergano
per garantire la partenza di un’opera capillare che poi non si dovrà più
fermare». «Sia consentito alla Chiesa - ha aggiunto - per ciò che essa è in
questo territorio, e per quanto solitamente assicura alle popolazioni che di
volta in volta si trovano bersagliate, di ricordare a
tutti l’impegno morale più volte assunto in questa direzione, anche in forma
solenne, dinanzi alle vittime delle tragedie che si susseguono». LS 25
Giornata della memoria. L'idea di un
artista per non dimenticare la bestialità nazista
Per la prima volta
in Italia, l'artista tedesco Günter Demmig posizionerà
a Roma, il 28 gennaio, in occasione della Giornata della memoria, che si
celebra il 27 gennaio, 30 Stolpersteine (pietre d'inciampo) in sei Municipi (I
Municipio, Centro Storico; II Municipio, Flaminio; VI Municipio, Quadraro; IX
Municipio, Appio Tuscolano; XVI Municipio, Monteverde; XVII Municipio, Prati)
per ricordare i deportati razziali, politici e militari.
Le
"Stolpersteine". L'iniziativa è nata da un'idea dell'Amicizia
ebraico-cristiana di Napoli, in occasione del compimento dei novant'anni di Alberta Levi Temin, decana della Comunità ebraica di
Napoli, infaticabile nella sua opera in favore della pace e del dialogo, in
particolare fra le giovani generazioni. Si è pensato di far venire in Italia
l'artista tedesco Demmin per far installare, per la prima volta nel nostro
Paese, delle pietre d'inciampo. Come nasce quest'idea? "Nel 1993 - spiega
Francesco Villano, tesoriere dell'Amicizia ebraico-cristiana di Napoli -
Demming fu invitato a Colonia per un'installazione sulla deportazione di cittadini rom e sinti. All'obiezione di un'anziana signora
secondo la quale a Colonia non avrebbero mai abitato
rom, l'artista decise di dedicare tutto il suo lavoro successivo alla ricerca e
alla testimonianza dell'esistenza di cittadini scomparsi a seguito delle
persecuzioni naziste". Le prime "Stolpersteine" risalgono al
1995, a Colonia; da allora ne sono state installate più di 22.000 in Germania,
Austria, Ungheria, Ucraina, Cecoslovacchia, Polonia, Paesi Bassi e Belgio. L'artista
sceglie il marciapiede prospiciente la casa in cui
hanno vissuto uno o più deportati e vi installa altrettante "pietre
d'inciampo", sampietrini del tipo comune e di dimensioni standard. Le
distingue solo la superficie superiore, a livello stradale, poiché di ottone
lucente. Su di esse sono incisi nome e cognome del
deportato, anno di nascita, data e luogo di deportazione e, quando nota, data
di morte. "L'inciampo - chiarisce Villano - non è fisico ma visivo e
mentale, costringe chi passa a interrogarsi su quella diversità e agli attuali
abitanti della casa a ricordare quanto accaduto in quel luogo e a quella data,
intrecciando continuamente il passato e il presente, la memoria e
l'attualità". Insomma, "le Stolpersteine" sono "un segno
concreto e tangibile, ma discreto e antimonumentale,
che diviene parte della città, a conferma che la memoria non può risolversi in
appuntamento occasionale e celebrativo, ma costituire parte integrante della
vita quotidiana".
Per Alberta Levi
Temin. In quest'ottica s'inserisce la vicenda legata ad Alberta Levi Temin, che
il 16 ottobre 1943, a Roma, per puro caso è scampata al rastrellamento
nazifascista. Ospite a casa dei suoi zii, all'arrivo dei nazisti ebbe la
prontezza di uscire fuori ad uno dei balconi
dell'appartamento, sfuggendo così alla vista dei militari tedeschi. I suoi
cari, gli zii e il cugino, portati nei campi di concentramento, furono uccisi
dopo pochissimi giorni. "Le pietre d'inciampo, per l'esattezza tre,
saranno poste il prossimo 28 gennaio - racconta Villano - nel marciapiede
prospiciente l'edificio da dove furono prelevati gli zii e il cugino".
L'Amicizia ebraico-cristiana di Napoli, per favorire il ripetersi di tale
iniziativa anche in altre città, ha scelto di delegare la promozione
dell'evento alla Federazione delle Amicizie ebraico-cristiane italiane.
Adachiara Zevi, insieme con Aned (Associazione
nazionale ex deportati), Anei (Associazione nazionale ex internati), Cdec
(Centro di documentazione ebraica contemporanea), Museo storico della
liberazione, Incontri internazionali d'arte. Un comitato scientifico,
costituito da storici, si è fatta carico di ideare l'intera realizzazione del
progetto.
Per non
dimenticare. L'iniziativa, dopo il 28 gennaio, proseguirà con l'apertura di uno
"sportello" cui potranno rivolgersi quanti intendono ricordare, in
questo modo, familiari o amici deportati. L'obiettivo è la costruzione di una
grande mappa urbana della memoria. All'iniziativa è affiancato un progetto
didattico:"Memorie d'inciampo a Roma". Ogni
Municipio - coadiuvato dal Progetto memoria della Fondazione Cdec e dal Centro
di cultura ebraica della Comunità ebraica di Roma, dalla Fnism (Federazione nazionale insegnanti) - Sezione Roma e Regione
Lazio, dall'Irsifar (Istituto romano per la storia d'Italia dal Fascismo alla Resistenza),
dalla sezione didattica del Museo storico della liberazione di Via Tasso - ha
scelto alcune scuole affidando loro la ricerca storica sui deportati alla cui
memoria sono dedicati i sampietrini. Il 28 gennaio, nel corso
dell'installazione di Demmig, gli studenti leggeranno i primi risultati del
loro lavoro. A ricerca ultimata tutto il lavoro fatto
sarà documentato in un volume che conterrà testi storici e critici, biografie
dei deportati redatte dagli studenti, l'illustrazione fotografica delle installazioni
e cd con le riprese filmate della giornata del 28 gennaio. La presentazione del
volume è prevista per il 16 ottobre 2010, anniversario della deportazione degli
ebrei romani dal Ghetto.
GIGLIOLA ALFARO
Prolusione del Card. Bagnasco al Consiglio Episcopale Permanente
Venerati e Cari
Confratelli, ci
ritroviamo all'inizio del nuovo anno 2010 per continuare nell'amicizia e nella
comunione fraterna quell'opera di discernimento e di indirizzo che lo statuto
della nostra Conferenza Episcopale affida al Consiglio Permanente. Lo facciamo
nello spirito a cui ci ha introdotto l'adorazione
eucaristica appena vissuta, e con la volontà di restare «in onda con il
Signore» (cfr Benedetto XVI, Discorso ai ragazzi dell'Acr, 19 dicembre 2009),
per sintonizzarci con le Sue priorità e le Sue preferenze. In particolare,
siamo in comunione con tutte le Chiese cristiane che oggi, festa della
Conversione di San Paolo apostolo, concludono la
Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani che quest'anno aveva una speciale
connotazione, celebrandosi il centenario della Conferenza di Edimburgo (Scozia,
13-24 giugno 1910) che non poco avrebbe contribuito a diffondere l'ansia per
l'unità quale aspirazione indispensabile a rendere credibile nel mondo d'oggi
l'annuncio evangelico. Il Concilio Vaticano II ha assunto questa
consapevolezza, e l'ha rilanciata con parole impegnative, affermando che la
divisione tra i discepoli di Gesù «non solo contraddice apertamente alla
volontà di Cristo, ma anche è di scandalo al mondo e danneggia la santissima
causa della predicazione del Vangelo ad ogni creatura»
(Unitatis Redintegratio, 1). La preghiera intensa e perseverante che mira ad ottenere la piena comunione tra i seguaci di Cristo
«manifesta l'orientamento più autentico e più profondo dell'intera ricerca
ecumenica» e crea le condizioni per quel «processo di purificazione» attraverso
il quale «il Signore ci rende capaci di essere uniti» (Benedetto XVI, Catechesi
del Mercoledì, 20 gennaio 2010).
Com'è noto, nella
vigilia dell'Ottavario per l'unità, è felicemente ripresa
quale evento condiviso la celebrazione della Giornata per il dialogo tra
cattolici ed ebrei, che è stata resa storica dalla visita che Benedetto XVI ha
compiuto in quello stesso giorno alla Sinagoga di Roma. Il rilievo che tale
provvida iniziativa ha avuto in ambito non solo nazionale testimonia che il
dialogo è davvero la via irreversibile per superare incomprensioni e
pregiudizi. Il gesto che quasi venticinque anni fa compì per la prima volta
Giovanni Paolo II è stato confermato e rafforzato da Benedetto XVI; il muro
abbattuto da Papa Wojtyla è diventato per il suo Successore un ponte di
«vicinanza» e di «fraternità» già praticato;
l'emozione incomparabile del primo incontro si è trasformata in robuste
argomentazioni a ritrovare nella Sacra Bibbia il «fondamento più solido e
perenne», ricordando che il legame di «solidarietà che lega la Chiesa e il
popolo ebraico» non è un fattore estrinseco ma si colloca «a livello della loro
stessa identità spirituale», e indicando nel Decalogo il «faro» e «il grande
codice etico per tutta l'umanità» (Discorso nella Sinagoga di Roma, 17 gennaio
2010). Va da sé che noi Pastori ci riconosciamo nell'atto spontaneo di commosso
omaggio che il Santo Padre ha tributato ai superstiti del dramma singolare e
sconvolgente della Shoah, e idealmente ci siamo a lui associati, desiderando
per la nostra parte e nell'azione educativa delle nostre Chiese contribuire a cementare un irrinunciabile clima di rispetto e di amicizia
che, vincendo ogni traccia di odio, sconfigga i focolai talora riaffioranti di
antisemitismo come pure di xenofobia.
Nella giornata di
ieri, domenica 24 gennaio, in tutte le nostre parrocchie si è svolta una
raccolta straordinaria di aiuti per la popolazione di Haiti durissimamente colpita
dal tragico terremoto del 12 gennaio. Una prima cifra, com'è noto, è stata
immediatamente erogata dalla Presidenza della Cei, ma molto di più si deve ora
fare attraverso la Caritas che è già sul posto. Siamo
certi che i cattolici italiani vorranno come sempre corrispondere al dovere
della generosità verso un popolo la cui tragedia lascia senza fiato. Non
abbiamo la pretesa di saper placare i quesiti più profondi ed
inquietanti che sono suggeriti da questo genere di prove nella vita dei popoli,
ma sappiamo che nella pronta solidarietà e nella genuina condivisione vi è già
la traccia di ogni possibile risposta. I missionari che da
tempo operano nell'isola caraibica, i volontari stabili e quelli che si
sono aggiunti in queste settimane sono i testimoni di una vicinanza che non
verrà meno, dovendosi trovare le strade più rispettose ed efficaci per arrecare
sollievo alle popolazioni colpite, in particolare ai bambini rimasti orfani e
alle persone variamente segnate dalla tragedia.
1. Sarà anche a
Voi capitato, nelle settimane scorse, di pensare che il tempo del Natale, con
la sua grammatica di segni e di simboli, esprime anche
nel contrasto delle situazioni l'intima identità del Dio cristiano, del «Dio
che in Gesù Cristo ha rivelato in modo compiuto e definitivo la sua volontà di
stare con l'uomo, di condividere la sua storia» (Benedetto XVI, Saluto
all'Angelus, 3 gennaio 2009). Egli ci viene incontro perché noi, prima inabili,
possiamo audacemente andare incontro a Lui, e sperimentarlo per quello che Egli
è, ossia l'Emmanuele, «il Dio-con-noi, dal quale non
ci separa alcuna barriera e alcuna lontananza. In quel Bambino, Dio è diventato
così prossimo a ciascuno di noi, così vicino, che possiamo dargli del tu e
intrattenere con lui un rapporto confidenziale di profondo affetto». E infatti «viene senza armi,
senza forza, perché non intende conquistare, per così dire, dall'esterno, ma
intende piuttosto essere accolto dall'uomo nella libertà». Tant'è che in Gesù «Dio ha assunto questa condizione povera e disarmante per
vincere con l'amore e condurci alla nostra vera identità. Non dobbiamo
dimenticare che il titolo più grande di Gesù Cristo è proprio quello di
"Figlio", Figlio di Dio» (Benedetto XVI,
Catechesi del Mercoledì, 23 dicembre 2009). Qui sta la verità del Natale, e la
forza che la sua suggestione esercita anche sull'uomo post-moderno che come non
mai ha bisogno di punti di forza su cui far leva per raggiungere l'immagine
autentica di Dio, oltre le edulcorazioni e le manomissioni. Egli è il Vicino:
ecco la notizia che non ci lascia indifferenti, che scalda il cuore e ci cambia
la vita perché risponde alle nostre attese più intime. Questo spiega
l'attrattiva che il presepe conserva anche nella società multimediale e
multiculturale. Vi è infatti la cifra di Dio, la via
della semplicità e del nascondimento che è «lo stile con il quale Dio opera
nell'intera storia della salvezza. Dio ama accendere luci circoscritte, per
rischiarare poi a largo raggio, [...] diffondendosi a cerchi concentrici, quasi
per contatto, nei cuori e nelle menti di quanti, aprendosi liberamente al suo
splendore, diventano a loro volta sorgenti di luce»
(Benedetto XVI, Messaggio Urbi et Orbi, 25 dicembre 2009). C'è qui la parabola
della Chiesa, ed è spiegata l'attrattiva che le nostre parrocchie - Chiesa tra
la gente - esercitano puntualmente ad ogni Natale.
Esiste infatti un'affinità straordinaria tra il Natale
di Gesù e il natale della Chiesa quale ordinariamente si verifica nella vita
delle comunità cristiane, diffuse sul territorio e capaci di accendere
altrettante luci che fungano da richiamo, da scuotimento.
Di anno in anno,
ad aiutarci nella meditazione dell'ineffabile mistero del Natale ci soccorre il
nostro Papa attraverso le sue omelie e «catechesi». Anche per questo rinnoviamo
a Lui il nostro grato affetto e la nostra pronta comunione. Non temiamo di
dirci ammirati di questa sua arte, e non ci stanchiamo di indicarla a noi
stessi e ai nostri sacerdoti come una scuola di predicazione alta e
straordinaria. Che poi quest'anno, proprio nella celebrazione natalizia per
eccellenza, gli sia capitato di essere spinto a terra per subito rialzarsi e
tranquillamente incedere verso l'altare, è una circostanza che ha finito per
conferire uno stigma ancora più forte alla predicazione papale:
«Dio è importante, la realtà più importante in assoluto nella nostra vita»
(Omelia nella Solennità del Natale, 24 dicembre 2009).
2. Operando nel
vivo della pastorale, ci succede non di rado di registrare esiti come quello
che ultimamente ha fatto seguito all'evento su «Dio oggi» promosso dal nostro
Comitato per il Progetto Culturale. Il numero straordinario delle presenze
specialmente giovanili, l'interesse evidente registrato tra i convenuti e la
loro concentrazione sul dibattito non potevano non
colpire. Simili episodi sono, tra l'altro, riscontro che neppure l'uomo di oggi
riesce ad accantonare con leggerezza o supponenza la questione di Dio: dobbiamo
«preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si
nasconde» (Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2009). Interessante
l'impostazione che il Papa dà alla questione: occorre fare in modo che i nostri
contemporanei "accettino" per se stessi tale
questione, la riconoscano come un fatto importante della loro esistenza,
ne diano conto senza complessi. Ciascuno è chiamato a respingere le
intimidazioni del secolarismo, le spinte cioè
all'interpretazione più privatistica del fatto religioso, quasi si trattasse di
una debolezza dell'intelligenza e un cedimento all'irrazionalità. C'è tutta una
cultura pubblica che, convalidata dall'apparato pubblicitario e in un gioco di
rimandi ossessivi, punta all'estraneazione, alla sottovalutazione, quando non
all'irrisione del fenomeno religioso: l'individuo che crede dovrebbe
vergognarsene, o almeno dissimulare la propria fede. Ne è segno la nota e
inaccettabile vicenda della sentenza di Strasburgo circa l'esposizione del Crocifisso. È la penombra di cui il Papa
parlava nel messaggio indirizzato al sottoscritto per il citato evento:
«Penombra che rende precaria e timorosa per l'uomo del nostro tempo l'apertura
verso Dio, sebbene Egli non cessi mai di bussare alla nostra porta» (Messaggio
al Convegno "Dio oggi: con lui o senza di lui cambia tutto", 7
dicembre 2009). E nella notte di Natale Benedetto XVI osservava: «La
nostra maniera di pensare ed agire, la mentalità del
mondo odierno, la gamma delle nostre varie esperienze, sono adatte a ridurre la
sensibilità per Dio, a renderci "privi di orecchio musicale" per Lui»
(Omelia cit.). Nonostante ciò, in ognuno è all'opera, in modo aperto o nascosto, il desiderio che Dio si riveli. È il tema
inesauribile della ricerca di Dio, su cui per secoli ha indagato la cultura
occidentale. Ma guai a snobbarlo questo argomento, che
ogni generazione sente pulsare come fosse inedito. Per questo - ha annotato il
Papa - «anche le persone che si ritengono agnostiche o atee, devono stare a
cuore a noi come credenti» (Discorso cit.). Non stupisce allora che abbia avuto
una certa eco nei media la proposta che, a seguire, lo
stesso Benedetto XVI avanzava: «Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi
aprire una sorta di "cortile dei gentili" dove gli uomini possano in
qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato
l'accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa»
(ib). Che è incitamento a trovare modalità nuove di
attenzione verso le persone che non credono: occorre infatti che non si sentano
inibite, ma rispettosamente considerate: «Conoscono Dio, per così dire,
soltanto da lontano; sono scontente con i loro dèi, riti, miti; desiderano il
Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il "Dio Ignoto"» (ib).
Dobbiamo dar fondo
alla creatività pastorale, rivisitando i moduli ordinari di essa e ripensandoli
in ordine alla nuova evangelizzazione: nessuno deve
sentirsi come spaventato dalla nostra concreta attenzione, ma neppure deve
sentirsi ignorato. Si ambientano qui le iniziative come quelle del Progetto
Culturale o la Lettera ai cercatori di Dio: all'apparenza potrebbero sembrare cose
scarsamente pertinenti all'attività pastorale ordinaria, e invece creano clima,
lasciano affiorare stimoli che vengono ripresi e
magari sviluppati, in ogni caso possono dare preziosi contributi per orientare
il movimento della cultura in una direzione più aperta alle piene dimensioni
dell'intelligenza e della libertà dell'uomo. Ed essere foriere di importanti sviluppi anche per la stessa filosofia,
chiamata a recuperare la propria rilevanza civile, fuori dalle secche della
retorica per restare fedele invece alla propria connotazione teoretica, quale
forma della ricerca del vero. A ben pensare, su questo versante della ricerca
di Dio si colloca un po' tutta la pastorale giovanile - pensiamo al movimento
delle Giornate della gioventù, nel loro venticinquesimo di avvio e nel
decennale della grande Gmg di Roma - ma anche la pastorale universitaria, e
l'attività animata da circoli culturali come dai gruppi di Scienza&vita,
orientata dunque verso «gli areopaghi di oggi» che sono i centri e i temi
nevralgici della società odierna (cfr Benedetto XVI, Messaggio per la Plenaria
della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli, 13 novembre 2009). Su
questo versante tuttavia si attesta anche quel settore, negli ultimi decenni
diventato quanto mai dinamico, della pastorale del turismo religioso e dei
pellegrinaggi, dove spesso si agganciano interlocutori non consueti, che vengono interpellati in merito ad «orizzonti che fanno
riflettere sulla ristrettezza della propria esistenza e sull'immensità che
l'essere umano ha dentro di sé» (Benedetto XVI, Messaggio per il Giubileo
Campostelano, 19 dicembre 2009).
3. Mi ha colpito,
per restare ancora sull'importante discorso che il Santo Padre ha tenuto alla
Curia romana alla vigilia di Natale, il significativo
capitolo dedicato alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace, che gli era
stato suggerito dal tema del recente Sinodo sull'Africa e dagli argomenti in
esso vivacemente trattati. Ma lo spettro della
riflessione effettuata non era in modo vincolante circoscritto a quel
continente, verso il quale peraltro sono ancora intatte tutte le responsabilità
proprie del Nord del Mondo. Di qui l'esame del concetto di
riconciliazione quale compito della Chiesa di oggi, e come interpellanza
diretta agli uomini del nostro tempo che hanno bisogno di apprendere nuovamente
lo stile del riconciliarsi e i gesti che lo pongono in essere. A cominciare dal
sacramento della Riconciliazione: «Il fatto che esso in gran parte sia
scomparso dalle abitudini esistenziali dei cristiani è un sintomo di una
perdita di veracità nei confronti di noi stessi e di
Dio; una perdita che mette in pericolo la nostra umanità e diminuisce la nostra
capacità di pace» (ib). Parole che suonano indubbiamente incalzanti per i
popoli dell'Africa e le loro relazioni interne, spesso difficili e segnate da
conflitti, ma anche per ogni altro popolo, dunque anche per noi e per la verità
del nostro apporto di credenti alla costruzione dell'edificio
comune che coincide anzitutto con il nostro Paese. L'appello al disarmo degli animi,
che ci eravamo permessi di lanciare in occasione
dell'assemblea di Assisi, ha - grazie a Dio - avuto una certa eco, ed è stato
da varie parti ripreso come esigenza per un confronto politico più maturo.
Eppure la situazione interna ha continuato a surriscaldarsi fino all'episodio
violento ed esecrabile che ha riguardato il Presidente del Consiglio. Maestri
nuovi del sospetto e del risentimento sembrano talora riaffiorare all'orizzonte
lanciando parole violente che, ripetute, possono resuscitare mostri del
passato. Ebbene, dobbiamo continuare a dare un contributo speciale come credenti su questo versante della riconciliazione degli
animi, quale condizione irrinunciabile per un disarmo duraturo tra schieramenti
e gruppi, in vista di una coesione effettiva tra i componenti dell'intera
comunità nazionale. Dobbiamo farlo guardando niente meno che all'esempio di
Gesù che «si è alzato e ci è venuto incontro, benché Egli solo fosse dalla
parte della ragione» (ib). Questa è la vera gratuità, spiegava il Papa: «La disponibilità a fare il primo passo. Per primi andare
incontro all'altro, offrirgli la riconciliazione, assumersi la sofferenza che
comporta la rinuncia al proprio aver ragione» (ib). O la rinuncia a far prevalere analisi finalizzate a giustificare
unicamente il proprio progetto ritenuto pregiudizialmente il migliore.
Solamente se c'è un'azione che scava così in profondità, c'è anche la speranza
di costruire non sul dato meramente episodico o psicologico, ma sulle
motivazioni profonde, che non possono mancare quando c'è di mezzo il bene di
una Nazione. «Riconciliazione è un concetto
pre-politico - chiariva Benedetto XVI - e una realtà pre-politica, che proprio
per questo è della massima importanza per il compito della politica stessa. Se
non si crea nei cuori la forza della riconciliazione, manca all'impegno
politico per la pace il presupposto interiore» (ib).
Qui c'è, ed è stata più volte segnalata, una
responsabilità precipua dei mezzi di comunicazione, da cui provengono a volte
deviazioni e intossicazioni (cfr Benedetto XVI, Discorso all'Atto di Omaggio
all'Immacolata in Piazza di Spagna, 8 dicembre 2009). Non serve a nessuno che
il confronto pubblico sia sistematicamente ridotto a rissa, a tentativo di
dominio dell'uno sull'altro. Allo stesso modo è insopportabile concentrarsi
unicamente sulla denigrazione reciproca, arrivando talora a denigrare il Paese
intero pur di far dispetto alla controparte. Anche i media, che devono
corrispondere ai compiti di informazione e di
controllo che sono loro propri in una società evoluta, non devono cadere nel
sistematico disfattismo o nell'autolesionismo di maniera. Il giornalismo del
risentimento che si basa, più che sulle notizie, sui conflitti veri o
immaginati, finisce per nuocere anche alla causa per cui si sente mobilitato.
Il Paese ha bisogno di uscire dalle proprie pigrizie mentali, dai pregiudizi
ammantati di superiorità, per essere meglio consapevole delle risorse e delle
qualità di cui dispone, per dare una giusta considerazione ai successi
conseguiti ad esempio sul fronte della lotta alla criminalità, o
dell'eccellenza tecnologica, o della ricerca medico-scientifica, o della
bio-alimentazione, o dell'industria creativa. Occorre essere fieri del proprio
buon nome, della propria fatica, dell'impegno speso senza vanità e che, quando
c'è, non può essere annullato da nessuno. A partire da
simili presupposti, è possibile allora per la politica - intesa come l'opera
civile più grande per gli altri - proporsi l'obiettivo urgente, ma
colpevolmente sempre rinviato, delle riforme che invece sono attese per dare
compiutezza a quella transizione istituzionale, politica e strutturale che, se
ritardata, assorbe le risorse e corrode gli entusiasmi. Il Presidente della
Repubblica molto opportunamente non si stanca di richiamare le classi politica,
amministrativa e giudiziaria, e le diverse componenti
dirigenziali, a mettere da parte calcoli individuali, e talora anche meschini,
per riuscire negli obiettivi generali. La stessa questione Meridionale, come
viene per lo più evocata, deve acquistare una capacità di interrogazione
nuova rispetto all'intero Paese. Le parole come solidarietà, sussidiarietà e
reciprocità, quali sono prospettate nel documento sul Mezzogiorno che andremo
ad approvare definitivamente in questi giorni, indicano i criteri
necessariamente esigenti per una riforma urgente del nostro sentirci Nazione, a
centocinquant'anni esatti dal compimento dell'unità d'Italia. Ne abbiamo
parlato ampiamente nella nostra Assemblea ad Assisi: offriamo alla Chiesa e al
Paese il nostro contributo che nasce dalla collegiale riflessione e
dall'esperienza diretta sul territorio come Pastori che amano
questa splendida e nobile Terra. L'indifferenza verso le istituzioni è una
mancanza che si fa pesante e prelude ad una
segmentazione del Paese non più consona alle sfide che deve affrontare. Non è
un caso che nel clima natalizio il Papa abbia parlato di «amore vicendevole e
di reciproca comprensione, affinché all'interno delle famiglie e dell'intera
Nazione si viva quel clima di intesa e di comunione
che tanto giova al bene comune» (Saluto all'Angelus, 26 dicembre 2009). Parole
che possono suonare generiche solo a chi non voglia capire.
4. Molto si è
discusso, nell'ultimo periodo, di clima e di ambiente, di crisi ecologica e
cambiamenti atmosferici. L'occasione principale è stata offerta dalla
Conferenza di Copenaghen, dove si erano dati
appuntamento i governi del mondo per mettere in comune le diagnosi e
soprattutto assumere insieme degli impegni destinati a modificare i
comportamenti nazionali e a ridurre sensibilmente le emissioni di CO2. Un
appuntamento che si annunciava cruciale e alla prova dei fatti lo è risultato assai di meno, per il modesto approdo a cui è
pervenuto, senza significative decisioni vincolanti, e rinviando sostanzialmente
le scelte dirimenti ad occasioni successive. Da più parti è stato fatto notare
che la motivazione che soggiace al mancato accordo è da ricercarsi nel fatto
che i grandi Paesi, indispensabili per pervenire a degli esiti soddisfacenti,
sono nel contempo anche parte considerevole del
problema. In buona sostanza, quello del clima è lo schermo sul quale si
proiettano le differenze economiche che intercorrono tra le diverse regioni
della terra e soprattutto le diverse cronologie del rispettivo sviluppo. Di qui
la resistenza dei Paesi di recente industrializzazione
che faticano ad assumere vincoli che possano compromettere il loro attuale
slancio a vantaggio magari dei Paesi che di un'industrializzazione senza
vincoli hanno nel frattempo già beneficiato. E sullo sfondo c'è
l'insoddisfazione del più elevato numero di Paesi, quelli in via di sviluppo,
che pur non inquinando come gli altri, sono spesso i primi a dover fronteggiare
le conseguenze del cambiamento climatico.
Ad offrire una sorta di chiave di lettura ordinata dei
problemi sul tappeto è stato il Messaggio per la 43a Giornata della Pace che
era in calendario per il 1° gennaio 2010, e non a caso il Pontefice aveva
voluto sul tema: "Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato".
Cruciale è l'affermazione papale secondo cui «la crisi
ecologica non può essere valutata separatamente dalle questioni ad essa
collegate, essendo fortemente connessa al concetto stesso di sviluppo e alla
visione dell'uomo e delle sue relazioni» (ib). Come dire: non ci si può
illudere di affrontare efficacemente fenomeni quali la desertificazione,
l'esaurimento di risorse naturali, il degrado e la perdita di produttività di
vaste aree agricole, l'inquinamento dei fiumi e delle falde acquifere, il
disboscamento delle aree equatoriali e tropicali, l'inquinamento atmosferico se
non vi è la disponibilità ad operare «una revisione profonda e lungimirante del
modello di sviluppo» (Messaggio cit., n. 5). Dunque, a ben riflettere, il tema
ecologico è un altro modo per assumere i traguardi indicati nella recente
enciclica Caritas in veritate, a cominciare dall'urgenza di una duplice
solidarietà, quella inter-generazionale per cui i costi derivanti dall'uso
delle risorse ambientali non possono essere a carico di chi verrà dopo di noi, e quella intra-generazionale secondo la quale
occorre disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili consentendo
fin d'ora la partecipazione anche dei Paesi più poveri (cfr Messaggio cit. n. 8
e Caritas in veritate, nn. 49 e 50). Si ha conferma inoltre di almeno due
acquisizioni classiche della dottrina sociale cattolica, ossia la
consapevolezza del reciproco condizionamento tra le scelte da condurre sui macro scenari e quelle relative agli stili di vita delle
persone, delle famiglie e delle comunità locali; e la consapevolezza circa il
nesso tra l'inquinamento atmosferico e quello «meno percepibile ai sensi, ma
altrettanto pericoloso», cioè l'inquinamento dello spirito «che rende i nostri
volti meno sorridenti, più cupi, che ci porta a non salutarci tra di noi, a non
guardarci in faccia» (Benedetto XVI, Discorso all'atto di Omaggio cit.). Di qui
il principio che «quando l'ecologia umana è rispettata dentro la società, anche
l'ecologia ambientale ne trae beneficio» (Caritas in veritate, n. 51; cfr anche
Discorso al Corpo Diplomatico, 11 gennaio 2010).
E, certo, nei
delicati equilibri dell'ecologia umana entra la bioetica dove
sono almeno due sul piano istituzionale i fronti in movimento. Anzitutto quello
della pillola RU 486 che, dopo il via libera dell'AIFA, rischia di introdurre
una prassi di banalizzazione ulteriore nella tutela
della vita umana. Per questo auspichiamo che i pubblici poteri, ciascuno al
proprio livello - Parlamento, Ministero della salute e Regioni - operino
alacremente per circoscrivere quanto è più possibile tale rischio. Quanto poi
al tema del fine vita, non possiamo non avanzare
riserve sulla discutibile "iniziativa dei registri" che si vanno qua
e là aprendo, e che, oltre a rappresentare una fuga irresponsabile in avanti,
tendono a precostituire degli esiti al ribasso circa la legge in allestimento,
sulla quale invece le forze politiche sono chiamate a dar prova della massima
saggezza.
5. Ma per chi è
chiamato a vivere nel nostro Paese, l'impegno per l'ambiente ha una
declinazione speciale e quanto mai incalzante sul versante anche della messa in
sicurezza del territorio che la Provvidenza di Dio ci ha affidato. E' di questi
giorni il dramma doloroso in Sicilia, dove una casa si è letteralmente
sbriciolata mietendo due piccole vittime. E sono di quest'ultimo periodo le
esondazioni che hanno colpito la Liguria meridionale e la Toscana, in
particolare nelle province di Lucca e di Pisa. Ma
appena qualche mese prima c'era stata la frana che come un fiume di fango e
detriti ha colpito il Messinese, e in precedenza il terremoto che ha segnato
pesantemente l'Abruzzo. Guardando più indietro, si ha quasi esitazione a
mettere in fila i disastri ambientali succedutisi ad esempio nell'ultimo
lustro, tanto è alta la possibilità che se ne trascuri qualcuno.
Gli esperti
parlano di una sorta di emergenza permanente che riguarda il
nostro Paese dovuta, oltre che a fenomeni violenti che non dipendono
dall'uomo, a dissesti e incurie, ma anche ad errori veri e propri, o al non
rispetto dei vincoli o a sottovalutazioni dei pericoli, a certa urbanizzazione
irrazionale e incontrollata e alla mira del maggior profitto a scapito della
sicurezza. C'è una preoccupazione che responsabilmente compete a tutta la
popolazione, e coincide con un fondamentale senso civico, proprio perché tutti
devono avere a cuore la sicurezza propria, della propria famiglia, della
propria comunità, per cui è contraddittorio fare azzardi e consumare abusi per
lamentare poi la distrazione o le dimenticanze dei pubblici poteri. Va da sé
che i cittadini debbano essere soccorsi, e quelli colpiti aiutati a recuperare
al più presto una condizione normale di vita; e qui non possiamo non riservare
una parola convinta di ammirazione e di gratitudine per l'azione
complessivamente condotta dalla Protezione Civile, una vera eccellenza del
nostro Paese; ma bisogna essere consapevoli che a tutt'oggi ci sono anche
allarmi inascoltati e segnalazioni non raccolte, quasi che la prevenzione,
soprattutto quella mirata, non fosse l'unica via da battere se si vuole evitare
ad una popolazione come la nostra una successione
macabra di tragedie. In sede parlamentare, com'è noto, si è arrivati dopo una
congrua indagine conoscitiva, a chiedere
l'approntamento e la realizzazione di un programma straordinario a favore del
territorio, in cui risorse e competenze disponibili ai vari livelli convergano
per garantire la partenza di un'opera capillare che poi non si dovrà più
fermare. Sia consentito alla Chiesa, per ciò che essa è in questo territorio, e
per quanto solitamente assicura alle popolazioni che di volta in volta si trovano bersagliate, di ricordare a tutti l'impegno morale
più volte assunto in questa direzione, anche in forma solenne, dinanzi alle
vittime delle tragedie che si susseguono.
6. Il tema qui
accennato, quello di una cittadinanza consapevole e matura, ci induce a
riprendere il filo del discorso sull'emergenza educativa, che non può essere
proprio ora trascurato. È all'ordine del giorno di questo Consiglio Permanente
l'esame della bozza degli Orientamenti pastorali del
decennio 2010-2020, e dunque mi guarderò dal sovrapporre altre considerazioni a
quelle che in passato già ci scambiammo e che ora costituiscono la trama del
testo che andremo a valutare. Mi limito ad annotare che l'espressione
«emergenza educativa» richiama in maniera efficace un tratto innegabile della
condizione odierna, che è preoccupante non tanto per una diserzione
riscontrabile in questo ambito dell'esperienza umana,
quasi che siano di colpo sparite le figure classiche e gli ambienti di
riferimento educativo. Si deve piuttosto dire che oggi nelle zone più avanzate
del pianeta, in particolare in Europa, è venuta meno
quella che gli studiosi chiamano la "cura tra le generazioni". Essa
si è in un certo senso allentata tra un passaggio di
testimone e l'altro, come se in una catena si aprisse un anello e la tensione
venisse meno, col rischio di interrompersi. C'è qui indubbiamente un fattore di
clima culturale, determinato sostanzialmente dal relativismo che schiaccia sul dato immediato e tutto tende a livellare, sottraendo le
unità di misura, e scompaginando ogni possibile raffronto con il meglio. Ma è soprattutto la potatura dei modelli e la rarefazione
dei fondamenti a sottrarre all'educazione la possibilità di porsi come processo
voluto, immaginato e perseguito. "A cosa educare?": incerta è la
risposta a questa domanda fondamentale; e mancando la consapevolezza del fatto
che si ha qualcosa di positivo da trasmettere, l'azione educante si scopre come
disinnervata se non paralizzata. Se poi si pretende di prescindere da Dio quasi
a volerlo confinare nel perimetro del privato individuale, si comprende come
venga meno il fondamento ultimo dei contenuti sui quali l'educazione poggia,
dalla libertà all'amore, alla ricerca del vero, eccetera. Nell'arco di appena
qualche giorno il Papa ha fatto ricorso all'espressione «emergenza educativa»
in almeno un paio di occasioni, parlando cioè per il 70° anniversario della
Lumsa (cfr Discorso ai Docenti e agli Studenti della libera Università Maria
Assunta, 12 novembre 2009) - ossia per illustrare l'attualità del mandato che a
suo tempo fu conferito ad uno degli istituti
accademici più significativi della capitale - e appena qualche giorno prima,
commemorando a Brescia la figura grandiosa del Papa Paolo VI che fu nell'intero
arco della sua vita il propugnatore di un'idea forte ed unitaria di formazione
della persona (cfr Discorso per l'Inaugurazione della nuova sede dell'Istituto
Paolo VI, Brescia, 8 novembre 2009). Anzi, proprio grazie al ritratto che
Benedetto XVI ha fatto di questo suo Predecessore
meriterà che la figura di Papa Montini e la sua idea di educazione - aperta al
nuovo e ad un tempo radicata nella tradizione più classica - siano
adeguatamente rivisitate nel corso dei prossimi anni. Credo in ogni caso che
sarebbe importante che ci prefiggiamo dei veri e propri obiettivi, verificabili
e di sufficiente concretezza. Sarebbe un vero peccato se il decennio che ci sta
dinanzi venisse giocato su un piano di declamazione
programmatica, restando inevasa la pregnante pertinenza del tema rispetto ai
soggetti protagonisti dell'impresa educativa; vale a dire, in primo luogo, i
giovani; quindi i genitori e l'ambiente famigliare; poi gli educatori in senso
complessivo, dunque gli insegnanti ma anche i catechisti; il mondo delle
associazioni e dei gruppi; infine i media. Almeno cinque tipologie di soggetti
che incontestabilmente entrano in varia misura nei processi educativi: essi
dovrebbero anche risultare distintamente inclusi nello
sviluppo tematico del decennio, alla luce del Convegno ecclesiale di Verona e
come emerge anche dal Rapporto-proposta, "La sfida educativa", che il
nostro Comitato per il Progetto Culturale ci ha messo per tempo a disposizione
e che in questa stagione viene presentato nelle varie regioni. Se si avrà cura infatti di articolare, e quasi sfaccettare il tema, su
ciascuno di questi protagonisti e sulla correlazione dei loro apporti, daremo
forse vita ad un approccio al tema, rigoroso e non astratto.
7. Ricostruendo la
figura di Gian Battista Montini, Benedetto XVI ha tra l'altro detto che i
giovani che lo avvicinavamo, quando egli operava tra gli universitari,
percepivano «il fuoco interiore che dava anima alle sue parole, in contrasto
con un fisico che appariva fragile» (Discorso cit.). Non
apparirà un arbitrio allora collocare qui il riferimento all'Anno Sacerdotale,
in pieno svolgimento in tutta la Chiesa cattolica. La testimonianza di intensità cristiana che Paolo VI lasciava trasparire da
tutta la sua persona, dal suo sguardo come dai suoi gesti, induce a ricordare
che si può sapere tante cose su Dio, ma non «vedere» il mistero stesso,
lasciandosi così sfuggire l'essenziale, e continuando a tenere chiusi gli occhi
del cuore (cfr Benedetto XVI, Omelia della Santa Messa con i Membri della
Commissione Teologica Internazionale, 1° dicembre 2009). E si può anche
predicare in modo ricorrente sul Dio dell'amore, ma dimostrare che la propria
vita non si fonda su questa esperienza. È un rischio - perché tacerlo? - che
possiamo correre anche noi sacerdoti: avere una conoscenza pur vasta della
fede, ma in una certa misura rimanervi fuori, non averne cioè toccata la vita. In altre parole, essere presi dall'intorpidimento dei sentimenti,
da una certa muta abitudinarietà. Ed è il rischio dal quale ha inteso
metterci in guardia il Santo Padre indicendo appunto questo
Anno di grazia, che non è solo per i presbiteri, tant'è che tutti i fedeli sono
invitati a parteciparvi con la loro personale conversione e con la preghiera
per i sacerdoti stessi, ma che certamente è e deve essere un Anno di grazia dei
sacerdoti, anzi di ciascun sacerdote - diocesano o religioso - convocato in
coscienza davanti a Dio per riscoprire la bellezza del proprio sacerdozio.
Allora sarà importante, in questo tempo, tornare ad
interrogarsi sui fondamentali della nostra esperienza sacerdotale, e domandarsi
se la nostra vita è strutturata sulla preghiera, e in modo particolare sulla
santa Messa e la Liturgia delle Ore, sulla regolare e frequente confessione
sacramentale; se siamo pervasi dalla Parola di Dio, ed essa è - più del cibo e
delle cose di questo mondo - il nutrimento delle nostre esistenze, impronta del
nostro agire e forma del nostro pensare; se aderiamo senza riserve al nuovo
stile di vita proprio del consacrato a Dio; se sappiamo immedesimarci a Cristo,
cercando di aderire affettivamente a Lui con i nostri pensieri, la nostra
volontà, i sentimenti; se sappiamo trascorrere del tempo e del tempo
privilegiato in adorazione dell'Eucaristia; se siamo fedeli agli esercizi
spirituali; se accettiamo un'amorosa sottomissione alla volontà di Dio che è
adesione anche alle esigenze del ministero, quale che sia, nell'obbedienza
pronta e generosa alla Chiesa; se ci dedichiamo agli altri e alla loro salvezza
senza rifiutare di partecipare personalmente al caro prezzo della redenzione;
se diamo al nostro ministero una radicale forma comunitaria, se è cioè vissuto
nella comunione dei presbiteri con il Vescovo; se la passione per gli altri
include lo sguardo che avrebbe Gesù al nostro posto e nella promozione del loro
disegno di vita, della loro personale vocazione; se per ciò in cui crediamo
siamo disposti ad affrontare anche incomprensioni e, quando ci sono, prove e
sofferenze. In fondo c'è, per i nostri altri, una prova che noi siamo come il
Signore ci vuole: è la gioia di essere preti, gioia
mite ma intrattenibile, che dagli occhi traspare e solitamente colpisce chi ci
incontra, ed è contagiosa tra i confratelli.
8. La situazione
economica che non poco ci ha preoccupato nella
stagione precedente, appare oggi - se guardiamo allo scenario macroeconomico -
incamminata verso una fase di prudente ma indubitabile recupero. L'Italia, che già mentre la crisi imperversava ci è parsa almeno in parte
al riparo dagli scossoni più violenti, oggi sembra aver colto con una certa
prontezza la via della ripresa. E questo grazie ad una serie di salvaguardie
del nostro sistema economico e finanziario complessivo, che sono state
rafforzate, ma anche grazie all'intraprendenza delle nostre imprese che hanno
saputo fronteggiare l'inasprimento delle condizioni del mercato attraverso il
riposizionamento strategico del proprio impianto produttivo. Per buona parte
del nostro sistema, la crisi si è rivelata un forte acceleratore a spostarsi
sulle fasce alte del mercato, là dove l'estro della persona che progetta e i
saperi condensati in azienda contano più del possesso dei mezzi di produzione. D'altra parte, per un Paese sguarnito di
materie prime come il nostro, non c'era strada alternativa a quella
dell'inserimento sempre più deciso nelle filiere di qualità del prodotto e
della sua compatibilità con l'ambiente. La stessa limitata - rispetto ad altri contesti - e sempre dolorosa contrazione dei posti di lavoro
riflette la preoccupazione della gran parte delle medie e piccole imprese, di
cui è ricco il nostro panorama, di non privarsi del patrimonio diffuso di
competenze, e dunque di trattenere pur con sacrificio il proprio personale in
azienda così da consentirsi il balzo più scattante appena il clima avrebbe dato
segni di miglioramento. Certo, parliamo di una relativa attenuazione delle aree
di sofferenza, che tuttavia ci sono state e ci sono, e
oggi sprigionano più di ieri i loro effetti sul versante soprattutto
occupazionale. Per una quota parte di aziende più piccole o più isolate, o
poste più a monte nella catena del valore aggiunto, si
è trattato infatti di un periodo difficilissimo, quando non fatale, che sta
inevitabilmente pesando su alcune categorie di persone, il più spesso quelle che
già in precedenza non godevano di una piena garanzia di stabilità. Così ad
antiche sofferenze, altre se ne vanno ad aggiungere, e si ha la percezione di
una crisi che ancora morde su segmenti deboli della popolazione, specialmente
quelli giovanili. Molte famiglie sono giunte a fine anno
con la consapevolezza di un peggioramento delle proprie condizioni economiche,
e dunque con un aumento delle disuguaglianze. Ne dobbiamo trarre la persuasione
che la strada da noi intrapresa di una più consapevole e dinamica solidarietà a
livello di parrocchie e di diocesi, per andare incontro alle situazioni di
disagio in maniera più circostanziata, è quella su cui merita ancora insistere
per cercare di attenuare i contraccolpi di una economia
che non riesce purtroppo a garantire tutti. Nel contempo
non possiamo non sollecitare il sistema bancario ad una politica del credito
che, senza farsi avventata, sappia tuttavia essere scrupolosamente più attenta
alle esigenze delle aziende in affanno. E ancora, non ci resta che sollecitare
la classe politica a intensificare tutti i meccanismi che possono attenuare
l'angoscia di chi, in seguito a licenziamento, ha perso la propria fonte di
sostentamento o è in cassa integrazione. Tutti dobbiamo sentirci ingaggiati a
fare in modo che il volano dell'economia acceleri prima possibile, e nello
stesso tempo ci pare doveroso incoraggiare il ricentramento della politica,
anche quella fiscale, sul perno delle famiglie, in particolare quelle con
figli, perché da elemento di risulta, che attenua i
contraccolpi negativi, diventino soggetto propulsivo di sviluppo (cfr anche
Benedetto XVI, Discorso agli Amministratori della Regione Lazio, del Comune e
della Provincia di Roma, 14 gennaio 2010). Certa cattiva letteratura purtroppo
ha lasciato il segno, e con molta fatica in taluni ambienti si riesce a
ragionare della famiglia per ciò che realisticamente essa è, ossia la più
grande risorsa sociale e culturale del nostro Paese. Non applicarsi ad essa, non darle forza e vigore, non riconoscerle la
soggettività di cui è capace è come pretendere di volare continuando tuttavia
ad appesantirsi le ali. Bisogna invertire questa tendenza e farlo con la nostra
tenacia migliore.
9. Gli episodi di
contestazione sociale che, attorno al fenomeno degli immigrati, hanno
recentemente avuto luogo in Calabria, e specialmente a Rosarno e nella Piana di
Gioia Tauro, potrebbero in una certa misura essere anch'essi ricondotti alla
difficile crisi economica che l'Italia come gli altri Paesi si è trovata ad affrontare. Ovvio infatti
che rallentando alcuni comparti in cui trovava sbocco occupazionale un numero
elevato di immigrati sia regolari che irregolari, molti di costoro rifluiscano
là dove c'erano degli insediamenti di loro connazionali con la prospettiva di
spartire con i primi il poco di lavoro rimasto. Ma questo non basta a spiegare
le giornate di violenza che si sono vissute, in un'allerta
generale. Per darsi conto dell'accaduto occorre
considerare anche altri fenomeni che lì sono entrati in combustione, come la
condizione del tutto critica in cui abitualmente vivono una parte degli
immigrati presenti nel nostro Paese: quelle capanne di cartone o plastica
senz'acqua e senza elettricità, dunque senza il minimo requisito
igienico-sanitario, incapsulate all'interno di manufatti abbandonati e
diroccati, esposte alle intemperie e invase dal fango, indicano uno standard
non accettabile: così non si può, così non è umano. È realistico pensare
che in contesti come questi non possano attecchire
seri tentativi di integrazione, mentre prendono vita pezzi di società parallela
e auto-referenziale rispetto ai quali diventa difficile scongiurare tensioni e
micro-conflitti, che finiscono per condizionare pesantemente la percezione del
fenomeno da parte dei cittadini. Poi, certo, pesano anche fenomeni come la
strategia avvolgente della malavita locale, che prima assolda, poi provoca e
infine si presta a raccapriccianti interventi che lo Stato sta tentando di
reprimere venendo per questo intimidito attraverso attentati che occorre sapere
respingere con inesorabile nettezza. Vogliamo, a questo riguardo, esprimere la
più convinta solidarietà ai Confratelli che di recente hanno subito minacce
insensate che non riusciranno tuttavia a distoglierci dalla nostra missione. E
ancora fenomeni come l'insicurezza che tra i cittadini ad
un certo punto scatta e che, in una sorta di turbinio irrazionale, porta a
gesti che come un tratto di spugna cancellano quanto si era provato ad
assicurare fino ad un attimo prima, grazie all'opera delle comunità cristiane, delle
istituzioni, o per il moto di spontanea generosità di singole persone e
famiglie. Lasciamo ai responsabili di quelle comunità la disamina più accorta
sull'evento che non può tuttavia ipotecare con un colpo solo l'immagine di un
intero territorio, che proprio ora deve invece trovare la forza per uscire
dall'emergenza. Ritengo che l'opinione pubblica nazionale abbia con l'occasione
potuto avviare una riflessione che nessuna ruspa può facilmente rimuovere. Voci
sagge si sono alzate per dire cose importanti, da non scordare. Io vorrei
riprendere le parole essenziali che il Pontefice ha usato per centrare «il
cuore del problema»: «Bisogna ripartire dal
significato della persona. Un immigrato è un essere umano, differente per
provenienza, cultura e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti
e doveri, in particolare, nell'ambito del lavoro, dove è più facile la
tentazione dello sfruttamento, ma anche nell'ambito delle condizioni concrete
di vita» (Saluto all'Angelus, 10 gennaio 2010). Niente
può farci dimenticare questa verità: l'immigrato è uno di noi; noi italiani
siamo stati a nostra volta immigrati, e prima di noi lo è stato Gesù. Bisogna
partire da qui, e mai staccarsi da questa consapevolezza che va incardinata nei
pensieri personali e collettivi degli adulti, come dei giovani e dei bambini.
Diceva in altra circostanza Benedetto XVI che la «via privilegiata che conduce
alla pace» comincia dallo «sguardo rispettoso, che riconosce nel volto
dell'altro una persona, qualunque sia il colore della sua pelle, la sua
nazionalità, la sua lingua, la sua religione» (Omelia nella Solennità di Maria
Santissima Madre di Dio, 1° gennaio 2010). Dio è il garante della profondità e
della «risonanza» in noi del volto dell'uomo, di ogni uomo.
Questo naturalmente vale in ogni angolo della terra, e vale anche per la
violenza patita dai cristiani in alcuni Paesi, tanto più se si manifesta nei
giorni più cari alla tradizione evangelica.
10. Mi avvio alla
conclusione, confidando un sogno, di quelli che si fanno ad
occhi aperti, e che dicono una direzione verso cui preme andare. Mentre
incoraggiamo i cattolici impegnati in politica ad
essere sempre coerenti con la fede che include ed eleva ogni istanza e valore
veramente umani, vorrei che questa stagione contribuisse a far sorgere una
generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della
cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la
cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di
tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro
progetti, dei loro giorni. Italiani e credenti che avvertono la responsabilità
davanti a Dio come decisiva per l'agire politico. So
che per riuscire in una simile impresa ci vuole la Grazia abbondante di Dio, ma
anche chi accetti di lasciarsi da essa investire e lavorare. Ci vuole una
comunità cristiana in cui i fedeli laici imparino a vivere con intensità il
mistero di Dio nella vita, esercitandosi ai beni fondamentali della libertà, della
verità, della coscienza. Cresce l'urgenza di uomini e donne capaci, con l'aiuto
dello Spirito, di incarnare questi ideali e di tradurli nella storia non
cercando la via meno costosa della convenienza di parte comunque argomentata,
ma la via più vera, che dispiega meglio il progetto di Dio sull'umanità, e
perciò capaci di suscitare nel tempo l'ammirazione degli altri, anche di chi è
mosso da logiche diverse. Se questo è un sogno, cari Confratelli, so che ad esso ci si può avvicinare anzitutto attraverso le
circostanze ordinarie dell'esistenza, le tappe apparentemente anche più
consuete, ma che racchiudono in se stesse la cadenza del progetto che avanza.
Ecco, vorremmo che i valori che costituiscono il fondamento della civiltà - la
vita umana comunque si presenti e ovunque palpiti, la famiglia formata da un
uomo e una donna e fondata sul matrimonio, la responsabilità educativa, la
solidarietà verso gli altri, in particolare i più deboli, il lavoro come
possibilità di realizzazione personale, la comunità come destino buono che
accomuna gli uomini e li avvicina alla meta...-
formassero anche il presupposto razionale di ogni ulteriore impresa, e perciò
fossero da costoro ritenuti irrinunciabili sia nella fase della programmazione
sia in quella della verifica. Non a caso la vicenda sociale è oggi, a giudizio
della Chiesa, radicalmente antropologica (cfr Caritas in Veritate, n. 15).
Grazie, cari
Confratelli, del Vostro amabile ascolto e per i contributi che ora e nei
prossimi giorni vorrete dare. Ci sostiene il pensiero e la comunione delle
nostre Chiese. Ci guidi Maria, l'amata Madre del buon Consiglio, ci aiutino i
Santi Patroni delle nostre Diocesi, in particolare i Santi Francesco e
Caterina. De.it.press
La verità e il senso. Chiese europee
(Ccee): in un libro il cammino dal 1992 al 2006
Proponiamo uno
stralcio dell'intervento di mons. Aldo Giordano, già segretario del Consiglio
delle Conferenze episcopali europee, inviato speciale della Santa Sede presso
il Consiglio d'Europa, alla presentazione del libro "I vescovi e la nuova
Europa. Testi ufficiali
del Ccee (1992-2006)", edito dalla casa editrice
francese du Cerf. La presentazione è avvenuta il 21 gennaio all'Institut
Catholique di Parigi.
Davanti al rischio
del buio, nella nostra Europa post-ideologica, sono nuovamente udibili le
domande esistenziali di fondo: esiste un senso al
vivere ed alla storia? C'è un bene o qualcuno a cui
posso affidare la mia vita perché in grado di rispondere al mio desiderio di
esistere, di felicità, di festa, di affetto e di eternità? Il dolore e la morte
sono l'ultima parola per l'uomo e come tali sono lo scacco ad
ogni mio desiderio? Ha un senso il dolore? Al riguardo
ancora Nietzsche scrive: "L'uomo era principalmente un animale malaticcio:
ma non la sofferenza in se stessa era il suo problema, bensì il fatto che il
grido della domanda "a che scopo soffrire?" restasse senza risposta
(...) L'assurdità della sofferenza, non la sofferenza, è stata la maledizione
che fino ad oggi è dilagata su tutta l'umanità" .
La questione veritativa si intreccia con la questione
del senso. Non dobbiamo dimenticarci che in 7/8 Paesi europei la più alta
percentuale di morte dei giovani è costituita dal
suicidio.
Probabilmente la
domanda di spiritualità e il 'ritorno del sacro' e
delle 'religioni alternative', che caratterizzano i nostri giorni hanno le loro
radici più profonde proprio in questa crisi e sono un tentativo di riandare
sulla frontiera per sfondare la solitudine. Tuttavia dobbiamo riconoscere che
il ritorno attuale del sacro spesso è segno di un'attesa, ma non ancora il
ritrovamento di una risposta, di un volto che appaia come il bene, il bello, il
vero, di cui ha grande nostalgia il cuore umano. Davanti ad una
sacro anonimo l'uomo è ancora solo.
Il dibattito di
questi anni riguardo un riferimento a Dio o alle
radici cristiane nel trattato costituzionale europeo - approvato il 18 giugno
2004 a Bruxelles, firmato a Roma il 29 ottobre 2004 e poi caduto in profonda
crisi per il no espresso dai francesi e a dagli olandesi nei loro referendum -
non sembra aver raggiunto questa problematica veritativa di fondo. Il dibattito
è stato particolarmente vivo, interessante, ma anche doloroso. Perché tanta
difficoltà a citare Dio o il cristianesimo? Hanno pesato contrasti ideologici
già piuttosto datati e l'autoritarismo di un certo laicismo; ma soprattutto si
è dolorosamente manifestata una incomprensione di
fondo del fatto cristiano: alcuni hanno pensato a una questione di privilegi,
altri alla necessità di dividerci una torta; alcuni hanno ritenuto che citare
il cristianesimo sarebbe stato un torto alle altre religioni, specie all'Islam,
altri che sarebbe stato un pericolo per la laicità... altri hanno difeso la
tesi che la religione è un fatto esclusivamente privato. Le
domande che spesso mi sono posto durante questi dibattiti a Bruxelles o in
diversi Paesi europei è sempre stata: "Gesù Cristo è venuto sulla terra
per dei privilegi? Un Dio che muore in croce per amore è un rischio per
i fratelli musulmani? Un Vangelo che distingue chiaramente tra ciò che si deve
a Cesare e ciò che si deve a Dio è pericoloso per la laicità? Quale contenuto
ha oggi in Europa la parola cristianesimo o la parola
Dio o la parola religione?
Per il preambolo
del trattato costituzionale si è trovato un consenso per inserire l'aggettivo
"religioso", ma è pur sempre un consenso su un minimo comune
denominatore. Si può ammettere in modo anonimo che l'Europa ha
radici religiose, ma niente di più. Invece di tentare la via di trovare un
consenso su un minimo comune denominatore, sarebbe il tempo di provare a
cercarlo sul massimo. Non mi sembra tanto fruttuoso trovare un minimo su cui
tutti si trovano impersonalmente d'accordo, ma esplorare la ricchezza più vera
e propria che ognuno e ogni esperienza può dare. Il
cristianesimo ha qualcosa di significativo da dare non
tanto come generica esperienza religiosa, ma come la specifica rivelazione di
Gesù Cristo morto e risorto. È Lui il punto interessante! Il dibattito non ha
preso abbastanza in considerazione la serietà ALDO GIORDANO, Strasburgo
Nel solco del dialogo. La Giornata dell'ebraismo in Polonia e in Italia
Il 17 gennaio, la
Chiesa in Italia, in Polonia, in Austria e nei Paesi Bassi celebra la
"Giornata dell'ebraismo", espressione di grande apprezzamento dell'ebraismo da parte della Chiesa cattolica. "Laddove
ebrei e cattolici vivono fianco a fianco - scrive
sull'Osservatore Roma padre Norbert J. Hofman, Segretario della Commissione per
i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo - spesso si producono azioni comuni a
livello sia accademico sia concretamente pastorale". Anche la Conferenza
episcopale svizzera si impegna in progetti concreti
per l'introduzione di un particolare Dies Iudaicus ed "è auspicabile -
aggiunge padre Hofman - che anche altre conferenze episcopali riflettano su
questa possibilità di promozione del dialogo ebraico-cattolico".
Polonia. A
Cracovia le cerimonie della Giornata dell'ebraismo hanno luogo ogni anno
alternativamente in sinagoga o in una chiesa cattolica. Quest'anno una comune
liturgia della parola, presieduta dal cardinale Stanislaw Dziwisz, è stata
celebrata il 14 gennaio nella basilica dei frati francescani. L'arcivescovo
della città polacca e l'ex segretario particolare di Giovanni Paolo II ha sottolineato che la Giornata dell'ebraismo, celebrata in
Polonia dal 1998, è stata istituita per "rinforzare quello che è buono nelle relazioni reciproche, e sradicare
il male". Quest'anno, le celebrazioni nazionali sono state organizzate a
Tarnow, nel Sud-Est del Paese. Nel primo pomeriggio, cattolici ed ebrei hanno
pregato insieme sul luogo dove una volta si erigeva la
Grande sinagoga (distrutta dai nazisti) e nel cimitero ebraico. Più tardi,
durante una cerimonia ufficiale è stato conferito il prestigioso
riconoscimento istituito dal Consiglio polacco di cattolici ed ebrei, ad Alon
Goshen-Gottstein, fondatore e direttore dell'internazionale "The Elijah
Interfaith Institute", che si occupa di organizzare incontri di dialogo
interreligioso. "Gli incontri con gli ebrei credenti ci permettono di
prendere coscienza di una nostra responsabilità comune, e cioè quella per la
sorte della religione rivelata nel nostro continente, dominato sempre di più da
un aggressivo laicismo", ha scritto nel suo messaggio il presidente del
Consiglio per il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale polacca
alla guida del Comitato per il dialogo con l'ebraismo, mons. Mieczyslaw Cislo.
Secondo Szewach Weiss, già presidente della Knesset e del Consiglio direttivo dello Yad Vashem nonché -
dal 2000 al 2003 ambasciatore di Israele in Polonia, "la giornata
dell'ebraismo celebrata dalla Chiesa cattolica ha in Polonia una dimensione
particolare. Proprio qui per 800 anni convissero insieme ebrei e cattolici. Convissero bene, forse meglio al mondo, come due buoni vicini che
si rispettano". Dopo l'inferno dell'olocausto, i 3,5 milioni di
ebrei furono ridotti ad un pugno. "Coloro che
sopravvissero alla Seconda Guerra Mondiale dai comunisti furono costretti ad emigrare". "Tutto però è cambiato dopo la
caduta del comunismo" e anche per merito di un "grande papa Giovanni
Paolo II", la Polonia ha prese sempre più
coscienza "gli ebrei erano parte inscindibile del Paese, della sua
cultura, scienza, filosofia, politica e tutti in tutti gli altri settori della
vita".
Italia. Rabbini e
teologi cattolici quest'anno di nuovo insieme in Italia per la "Giornata
per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei"
che si celebra il 17 gennaio e che nel 2010 è stata suggellata dalla visita di
Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma. Tavole rotonde,
riflessioni e momenti in sinagoga. Diverse sono state le iniziative
messe in programma. La Giornata è stata dedicata quest'anno al quarto
comandamento, secondo la numerazione ebraica, della santificazione del
"Sabato": "Ricordati del giorno di Sabato per
santificarlo". Lo scorso anno l'Assemblea rabbinica italiana aveva deciso
di sospendere la celebrazione della Giornata annuale. Momento decisivo - dopo
una serie di chiarimenti - per una ripresa della iniziativa,
si è avuto il 22 settembre scorso quando il card. Angelo Bagnasco, presidente
della Conferenza episcopale italiana, ha incontrato a Roma i rabbini Giuseppe
Laras, Presidente dell'Assemblea Rabbinica Italiana, e Riccardo Di Segni,
Rabbino capo della Comunità ebraica di Roma. In base ai "chiarimenti
intervenuti" durante l'incontro, si è deciso di "comune accordo"
di riprendere la celebrazione comune della Giornata.
In un messaggio congiunto rivolto alle rispettive comunità, il Rabbino Giuseppe
Laras, Presidente dell'Assemblea dei Rabbini d'Italia, e mons. Vincenzo Paglia,
vescovo di Terni e presidente della Commissione episcopale per l'ecumenismo e
il dialogo, così scrivono: "Il Sabato, tempo di
riposo divino e di distensione, diviene così occasione eccellente per la
socialità in senso più ampio, perché permette di tendere l'orecchio e aprire il
cuore a quelle voci di solidarietà verso il prossimo, che a volte il frastuono
e la fatica della settimana non consentono di percepire". Sir
"Il papa è il primo tra i patriarchi". Tutto sta a vedere
come
Con Benedetto XVI,
per la prima volta nella storia, gli ortodossi accettano di discutere il
primato del vescovo di Roma, sul modello del primo
millennio quando la Chiesa era indivisa. Un inedito: il testo base del dialogo
- di Sandro Magister
ROMA – Questa
sera, con i vespri nella basilica di San Paolo fuori le Mura, Benedetto XVI
chiude la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani.
C'è chi dice che
l'ecumenismo sia entrato in una fase di recessione e di gelo. Ma se appena si
guarda ad Oriente, i fatti dicono l'opposto. Le
relazioni con le Chiese ortodosse non sono mai state così promettenti come da
quando Joseph Ratzinger è papa.
Le date cantano.
Un periodo di gelo nel dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese
ortodosse di tradizione bizantina iniziò nel 1990, quando le due parti si
scontrarono sul cosiddetto "uniatismo", sulle forme cioè con cui le
comunità cattoliche di rito orientale duplicano in tutto le parallele comunità
ortodosse, differendo solo per l'obbedienza alla Chiesa di Roma.
A Balamand, in
Libano, il dialogo si bloccò. E ancor più si bloccò sul versante russo, dove il
patriarcato di Mosca non sopportava di vedersi "invaso" dai
missionari cattolici là inviati da papa Giovanni Paolo II, tanto più sospettato
perché di nazionalità polacca, storicamente rivale.
Il dialogo restò
congelato fino a quando, nel 2005, salì alla cattedra di Pietro il tedesco
Joseph Ratzinger, papa molto apprezzato in Oriente per lo stesso motivo che in
Occidente gli procura critiche: per il suo attaccamento alla grande Tradizione.
Prima a Belgrado
nel 2006 e poi a Ravenna nel 2007 tornò a riunirsi la commissione mista
internazionale per il dialogo tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse.
E in cima alla
discussione andò proprio la questione che più divide Oriente e Occidente: il
primato del successore di Pietro nella Chiesa universale.
Dalla sessione di
Ravenna uscì il documento che segnò la svolta, dedicato a "conciliarità e
autorità" nella comunione ecclesiale.
Il documento di
Ravenna, approvato all'unanimità dalle due parti, afferma che "primato e
conciliarità sono reciprocamente interdipendenti". E nel suo paragrafo 41 mette a fuoco così i punti di accordo e di disaccordo:
"Entrambe le
parti concordano sul fatto che [...] Roma, in quanto Chiesa che 'presiede nella carità', secondo
l’espressione di Sant’Ignazio d’Antiochia, occupava il primo posto nella
'taxis', e che il vescovo di Roma è pertanto il 'protos' tra i patriarchi.
Tuttavia essi non sono d’accordo sull’interpretazione delle testimonianze
storiche di quest’epoca per ciò che riguarda le prerogative del vescovo di Roma
in quanto 'protos', questione compresa in modi diversi
già nel primo millennio".
"Protos"
è parola greca che significa primo. E "taxis" è l'ordinamento della
Chiesa universale.
Da allora, la
discussione sui punti controversi prosegue con ritmo accelerato. Ed ha
cominciato ad esaminare, anzitutto, come le Chiese
d'Oriente e d'Occidente interpretavano il ruolo del vescovo di Roma nel primo millennio,
cioè quando ancora erano unite.
La base della
discussione è un testo che è stato elaborato nell'isola di Creta all'inizio
dell'autunno del 2008.
Il testo non è mai
stato reso pubblico prima d'ora. È in lingua inglese. La commissione mista internazionale
per il dialogo tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse ha iniziato a
discutere su questo testo a Paphos, nell'isola di Cipro, dal 16 al 23 ottobre
del 2009.
Ha cominciato con l'esaminare la predicazione di Pietro e Paolo a Roma, il
loro martirio e la presenza delle loro tombe a Roma, che per sant’Ireneo di
Lione conferiscono un’autorità preminente alla sede apostolica romana.
Da lì, la
discussione è proseguita prendendo in esame la lettera di papa Clemente ai
cristiani di Corinto, la testimonianza di sant'Ignazio di Antiochia che indica
la Chiesa di Roma come quella che "presiede nella carità", il ruolo
dei papi Aniceto e Vittore nella controversia intorno alla data di Pasqua, le
posizioni di san Cipriano di Cartagine nella controversia sul battezzare
nuovamente o no i "lapsi" cioè i cristiani che avevano sacrificato
agli idoli per salvare la vita.
Il proposito è di
capire fino a che punto la forma che ebbe il primato del vescovo di Roma nel
primo millennio può far da modello a una ritrovata
unità tra Oriente e Occidente nel terzo millennio dell'era cristiana.
Di mezzo, però,
c'è stato un secondo millennio in cui il primato del papa è stato interpretato
e vissuto, in Occidente, in forme sempre più accentuate, lontane da quelle che
le Chiese d'Oriente sono oggi disposte ad accettare.
E sarà questo il
punto più critico della discussione. Ma le delegazioni
delle due parti non hanno timore di affrontarlo. Lo ha
detto lo stesso Benedetto XVI lo scorso 20 gennaio, spiegando nell'udienza
generale ai fedeli il senso della settimana di preghiera per l'unità dei
cristiani:
"Con le
Chiese ortodosse la commissione mista internazionale per il dialogo teologico
ha iniziato lo studio di un tema cruciale nel dialogo fra cattolici e
ortodossi: il ruolo del vescovo di Roma nella comunione della
Chiesa nel primo millennio, cioè nel tempo in cui i cristiani di Oriente e di
Occidente vivevano nella piena comunione. Questo studio si
estenderà in seguito al secondo millennio".
La prossima
sessione ha già un luogo prefissato, Vienna, e una data, dal 20 al 27 settembre
2010.
A capo della
delegazione cattolica c'è stato in tutti questi anni
il cardinale Walter Kasper, presidente del pontificio consiglio per la
promozione dell'unità dei cristiani.
A capo della
delegazione ortodossa c'è da anni il metropolita di Pergamo Joannis Zizioulas,
teologo di riconosciuto valore e di grande autorevolezza, "mente" del
patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e stimatissimo da papa
Ratzinger, con il quale ha un rapporto di profonda amicizia.
Anche con il
patriarcato di Mosca i rapporti sono molto migliorati. A Ravenna i delegati
russi avevano abbandonato i lavori per un disaccordo con il patriarca di
Costantinopoli sull'ammettere o no i rappresentanti ortodossi della Chiesa di
Estonia, non riconosciuta da Mosca.
Ma a Paphos, lo scorso ottobre, lo strappo è stato
ricucito. E anche con Roma il patriarcato di Mosca è oggi in rapporti
amichevoli. Una prova ne è stata. pochi mesi fa, la
pubblicazione da parte del patriarcato di un libro con dei testi di Benedetto
XVI, iniziativa senza precedenti nella storia.
Da Roma
l'iniziativa sarà presto ricambiata, con dei testi del patriarca Kirill
raccolti in un volume edito dalla Libreria Editrice Vaticana.
Un incontro tra il
papa e il patriarca di Mosca è ormai anch'esso nella sfera del possibile. Forse
più presto di quanto si pensi. L’Espresso online 25
Con l'affetto di padre. Benedetto
XVI e l'Italia, sua "terra d'adozione"
"Un'opera che
esprime l'attenzione e l'apprezzamento per l'instancabile missione pastorale
del Santo Padre Benedetto XVI a Roma ed in
Italia". Così il card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente
della Cei, ha definito il volume "I viaggi di Benedetto XVI in
Italia", curato da Pierluca Azzaro e presentato il 21 gennaio a Roma a
palazzo Borromeo, sede dell'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede. Oltre al
card. Bagnasco, sono intervenuti alla presentazione del volume mons. Fernando
Filoni, sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato e il
sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Ha
preso la parola anche don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice
Vaticana. La pubblicazione - frutto della collaborazione tra la Libreria
Editrice Vaticana e l'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede - illustra,
attraverso le immagini più significative, le 16 visite
pastorali compiute dal Papa in oltre 20 città e paesi della penisola, ivi
compresa quella in Abruzzo, all'indomani del terremoto. Sono incluse inoltre
nel libro le visite compiute da Benedetto XVI al Quirinale, in Campidoglio e
all'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede. Ad ogni
singola visita pastorale è dedicata una scheda introduttiva che comprende il
discorso del Papa, ovvero l'omelia alle comunità visitate, ed i rispettivi
indirizzi di saluto.
Vicinanza e
affetto. Il Papa, ha detto il cardinale, "ha visitato grandi e piccole
città, diocesi e santuari illustri e cari alla nostra gente, luoghi
istituzionali - penso al Quirinale e Campidoglio -, sedi di importanti
appuntamenti ecclesiali - il Congresso eucaristico nazionale a Bari, il
Convegno ecclesiale di Verona e l'incontro dei giovani a Loreto - e la cara
terra d'Abruzzo, sconvolta e ferita gravemente dal terremoto". Il
"filo conduttore che unisce tra loro tutte queste mete", secondo il
presidente della Cei, "è sempre la particolare vicinanza e l'affetto del
Vicario di Cristo per la nostra Nazione e per la Chiesa che vive in
Italia": per questo "i viaggi in Italia di papa Benedetto XVI vanno
inquadrati nel più ampio contesto delle molteplici
attenzioni che egli ha per quella che è diventata da quasi trent'anni, e ancor
più dalla sua elezione al Supremo Pontificato, la sua terra d'adozione. Egli l'ama con affetto di Padre e l'Italia lo ricambia con
affetto filiale".
Un uomo mite che
guarda lontano. "Un uomo mite che invita a guardare lontano per poter vedere vicino; che ci parla di Dio e del suo
Figlio Gesù Cristo; che ricorda l'esigenze alte e affascinanti della vita
cristiana; che manifesta la bellezza della Chiesa e indica al mondo la via del
Cielo". È questo, secondo il card. Bagnasco, il "ritratto" del
Papa che emerge dal volume. "Ogni incontro con il Papa -
le parole del presidente della Cei - non suscita forse questa profonda
percezione? Di essere confermati nella fede in Cristo? Di crescere nell'appartenenza consapevole amorosa alla
Chiesa?". È questo, per il presidente della Cei, il "carisma
petrino", un carisma "che colpisce, interroga e affascina anche coloro che non hanno la grazia della fede. Un carisma che si
vede ovunque il Santo Padre giunga; che ha la virtù di sciogliere possibili
barriere e diffidenze; capace di creare ponti perché disarmato e
disarmante", in quanto "viene dall'Alto, dal
Dio della pace e dell'amore". "Tutti abbiamo vive negli occhi, e
soprattutto nell'anima - la testimonianza del cardinale - le immagini di folle
di adulti, di bambini, di giovani che esprimono una gioia contagiosa e
benefica. L'esperienza attesta che non si tratta di una festosità passeggera e
di folklore, ma ha radici antiche e le rafforza; sprigiona sentimenti ed
energie che a volte - nel panorama generale - sembrano
spenti e che commuovono lo spettatore curioso".
I campanili e le
piazze. Poi la testimonianza diretta, da arcivescovo di
Genova, del viaggio compiuto dal Papa il 17 e 18 maggio 2008 nel capoluogo
ligure. "È toccato a me - ha detto il cardinale - il privilegio di
dare il benvenuto ed accompagnare papa Benedetto XVI
in visita alla Città in cui nacque Benedetto XV, 'il Papa della pace', al quale
Sua Santità si è richiamato nella scelta del nome al momento dell'elezione al
Soglio di Pietro". "Sono vivissime nella memoria mia e di tanti
genovesi - ha proseguito il presidente della Cei - le immagini di quelle
indimenticabili ore". A proposito dell'incontro con i
giovani, il cardinale ha esclamato: "Non posso dimenticare che in quel
momento mi ha sorpreso l'identica, intensa emozione che mi ha
accompagnato a Loreto, nell'incontro di Benedetto XVI con i giovani nel 2007:
emozione nel vedere non solo il medesimo entusiasmo nell'accogliere il Papa, ma
lo stesso desiderio di incrociare il proprio sguardo con il suo, desiderio che
esprimeva la consapevolezza che non si può vivere senza punti di riferimento
autentici perché alti e veri". Quanto al rapporto tra Chiesa e città,
secondo il card. Bagnasco, in quella visita è emerso "il rapporto
millenario e sempre attuale tra i campanili e le piazze nel nostro Paese:
rapporto di mutuo riconoscimento, di rispetto, di franca collaborazione". M.MICHELA NICOLAIS
Settimana della memoria. Avevo cinque anni. Un libro per raccontare la
Shoah ai bambini
"Avevo cinque
anni quando nel 1938 furono promulgate in Italia le leggi razziali. La
persecuzione antiebraica cominciò anche contro di me". Così Luciana
Tedesco, ebrea, nata a Roma nel 1933, racconta nel suo libro cosa fu per lei,
bambina, l'Olocausto. Il volume, "I ragazzi nella Shoah" (ed.
Paoline), con le illustrazioni di Anna Dalla Mura, ricostruisce la persecuzione
degli ebrei attraverso i racconti dei bambini cresciuti tra le deportazioni. Il
19 gennaio il testo è stato presentato a Roma, in apertura delle iniziative
promosse alla "Casa della memoria e della storia" per la
"Settimana della Memoria" (19- 27 gennaio). L'intento del libro, ha
spiegato l'autrice, è "presentare la Shoah ai giovanissimi con un
linguaggio adatto a loro, per tenere viva la memoria nelle nuove
generazioni". "Compito sempre più importante, con il venir meno per
ragioni anagrafiche dei testimoni diretti", ha osservato Giuliano Compagno, dell'assessorato alle Politiche Culturali del
Comune. Mentre Vera Michelin, presidente dell'associazione nazionale
ex-deportati, ha sottolineato la necessità "che
l'Olocausto non resti solo nei libri di storia, ma entri nella letteratura e
nell'arte per parlare ai giovani".
Ricordi. "A
un certo punto la mia vita cambiò": ad aprire le pagine del libro di
Tedesco è il ricordo del 1938 che improvvisamente ruppe "l'atmosfera
fiabesca" della sua infanzia. "Non sapevo delle
leggi razziali, ma ne vedevo le conseguenze. Non si andava mai al
cinema, né in alcun altro luogo. Non potevo più accedere alla scuola statale…
Nessuno - si legge nel libro - mi parlò delle leggi razziali, ma posso dire che
quello che percepii fu ben inferiore alla drammaticità di tali leggi. Ricordo
però, poiché noi abitavamo vicino al cinema Parioli, la locandina di un film, 'L'ebreo Suss', che rappresentava gli ebrei nel peggiore
modo possibile, sia esteriormente sia nell'anima". Con l'arrivo dei
tedeschi a Roma nel 1943, iniziò la vita "in clandestinità", alla
ricerca continua di un nascondiglio. "Fummo accolti a
braccia aperte dall'amica cattolica di mia madre. Ma
poi le cose si fecero pericolose…". Quindi
ancora spostamenti, da una famiglia all'altra. La separazione dai familiari. La
paura, che "in questi terribili mesi era peggiore della fame".
Lettera ad Andrej.
Il libro prosegue con immagini e didascalie che ricostruiscono gli anni
dell'Olocausto. L'inizio delle deportazioni, l'apertura del campo di Auschwitz,
i forni crematori "dove venivano bruciati circa
1.500 corpi alla volta", la gassificazione degli zingari il 2 agosto del
1944. "Dopo quella data il silenzio mortale dell'intero lager divenne
davvero definitivo, perché l'unica cosa in grado di spezzarlo erano stati i
canti e i giochi dei piccoli zingari". Questi anni sono raccontati
complessivamente attraverso le lettere dei ragazzi, alcune delle quali mai
spedite. Lettere immaginate a partire dallo studio di
alcune realtà, come quella del ghetto di Varsavia, raccontata attraverso la
corrispondenza, tra una giovane ebrea e il suo innamorato, un ragazzo cristiano
polacco. "Caro Andrej, la situazione qui nel ghetto si fa sempre più
drammatica. Siamo rimasti in pochi. E abbiamo saputo la verità. Tutti i
deportati, che dovevano raggiungere un campo di lavoro verso est, sono stati
portati a Treblinka e lì uccisi con il gas. Lo so che credi che io sia
diventata pazza, ma questa verità l'abbiamo saputa da
più fonti. Non ci possono essere dubbi: sono stati uccisi tutti! I miei
genitori vogliono che io vada da Danuta, che mi salvi, che finga di essere
un'orfana cristiana, ma io voglio restare qui e combattere… Sono tutti morti. I
miei amici, i parenti… Perché? Meno male che ci sei tu, tu mi capisci. Tu mi ami davvero…".
Rifugio su
un'isola. Altre lettere raccontano ancora il pianto soffocato, l'ansia per i
genitori scomparsi, la paura della solitudine. Il libro però è anche la storia
di vite salvate dalla generosità di altre persone che a rischio della propria
nascosero gli ebrei, un libro su amicizie e amori che superano differenze di
religioni o razza. Così, altre pagine parlano del calore trovato nelle case di
famiglie di cristiani. Allo stesso modo, il racconto
termina con il ricordo dell'autrice, dell'ospedale di Roma
"Fatebenefratelli", nell'Isola tiberina, dove molti sfuggirono alle
deportazioni. "Mentre io e mio fratello fummo
inizialmente ospitati presso amici cattolici, mia madre e mio padre furono
generosamente accolti qui. Abbiamo saputo in seguito che gli ebrei
nascosti nell'ospedale erano sessanta. Gli ebrei venivano
designati come affetti dal morbo K, che per loro significava Kappler, ma ad
un'eventuale domanda dei tedeschi si sarebbe trattato di morbo di Koch".
Quando gli alleati entrarono a Roma il 4 giugno 1944, ricordo sei polacchi che
"tornarono a ringraziare medici, frati e suore: i loro salvatori".
Simbolicamente a chiudere il libro è l'immagine di un albero. In Israele è
possibile far piantare alberi per onorare chi abbia aiutato ebrei in
difficoltà. "Io - ha testimoniato l'autrice - nella mia vita ne ho
piantati tanti".
MICHELA CUBELLIS
Favara, protesta l'arcivescovo: Non celebro i funerali delle sorelline
L'arcivescovo di
Agrigento Francesco Montenegro non celebrerà domani i funerali di Marianna e
Chiara Bellavia, le due sorelline di 14 e 3 anni morte
nel crollo della loro abitazione a Favara. La notizia è confermata da ambienti
della Curia della città dei templi. La decisione del
prelato è riconducibile a quanto lo stesso aveva
dichiarato dopo l'alluvione di Messina. Allora, denunciando il rischio di
dissesti idrogeologici ad Agrigento, Montenegro aveva annunciato che non
avrebbe celebrato funerali di vittime di «disastri annunciati».
"Domani
mattina, per i funerali, il mio posto sarà tra la gente di Favara, con loro
pregherò per Marianna, la piccola Chiara e per i loro genitori Giuseppe e
Giuseppina e per il piccolo Giovanni", scrive, in una nota, l'arcivescovo
Montenegro. "Non è un sottrarmi al mio ruolo di vescovo, di pastore della
porzione di popolo che il Signore mi ha affidato, -
aggiunge - ma un farmi solidale e vicino alla famiglia Bellavia in questo
giorno che è giorno di preghiera e silenzio. Condivido e faccio mie le parole
che sono state lette domenica nelle parrocchie di Favara ed esprimo la mia
vicinanza al clero e alla comunità ecclesiale tutta - prosegue - Invito tutti a
guardare al Crocifisso, nell'estremo grido di Gesù
sulla croce sono contenuti e riecheggiano tutti i gridi dell'umanità intera e
tutti sono bagnati dalle lacrime del Padre".
L'arcivescovo ha
ricordato anche che, in occasione dell'alluvione di Giampileri, aveva scritto
al responsabile della Protezione Civile: "Chiedo anche al Signore che non
arrivi mai il momento di dovermi rifiutare di celebrare funerali 'previsti' o
'preannunciati', perchè quel giorno, se mai dovesse arrivare, il mio posto - da
Agrigentino - sarà tra la nostra gente a pregare,".
Parole che l'arcivescovo conferma nella loro interezza. L’U 25
Ottopermille: entro il 15 marzo le domande alla Presidenza del Consiglio
Il 15 marzo 2010
scade il termine per la presentazione delle domande dirette alla ripartizione
della quota dell'otto per mille dell'imposta sul
reddito (IRPEF) devoluta alla diretta gestione statale, da parte delle
pubbliche amministrazioni, persone giuridiche ed enti pubblici e privati, senza
fini di lucro. Sono ammessi alla ripartizione dell'otto per mille a diretta
gestione statale gli interventi straordinari nei seguenti settori di intervento: Fame nel mondo (interventi diretti alla
realizzazione di progetti finalizzati all'obiettivo della autosufficienza
alimentare dei Paesi in via di sviluppo nonché alla qualificazione di personale
endogeno da destinare a compiti di contrasto delle situazioni di sottosviluppo
e denutrizione). Calamità naturali (interventi diretti ad attività di
realizzazione di opere, lavori o interventi concernenti la pubblica incolumità
o al ripristino di quelli danneggiati o distrutti a seguito di avversità della
natura, di incendi o di movimenti del suolo).
Assistenza ai rifugiati (interventi diretti ad assicurare a coloro cui sia
stato riconosciuto lo status di rifugiato, secondo la vigente normativa,
l'accoglienza, la sistemazione, l'assistenza sanitaria e i sussidi previsti).
Conservazione di beni culturali (interventi volti al restauro, alla
valorizzazione, alla fruibilità da parte del pubblico di beni immobili o
mobili, anche immateriali, che presentano un interesse architettonico,
artistico, storico, archeologico, etnografico, scientifico, bibliografico ed archivistico). Gli interessati dovranno far pervenire le
proprie domande - corredate della necessaria documentazione - attraverso gli
uffici di Poste Italiane SpA, con raccomandata o raccomandata A/R, o posta
celere, ovvero consegnata a mano, entro il 15 marzo
2010, in Via dell'Impresa 91. I plichi contenenti la domanda e la relativa
documentazione dovranno recare la seguente dicitura:
Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per il Coordinamento
Amministrativo - Ufficio accettazione della Presidenza del Consiglio dei
ministri, Palazzo Chigi, 00187 ROMA - Otto per mille. De.it.press
Benedikt XVI.: Einheit der Christen ist Schlüssel zur Evangelisierung
Gemeinsam sind wir stark - nach der
jüngsten Ökumene-Debatte in Deutschland ist Papst Benedikts Credo klar und
deutlich. Zum Abschluss der Weltgebetswoche zur Einheit der Christen betonte
das Kirchenoberhaupt einmal mehr die Bedeutsamkeit christlicher Einheit für
eine erfolgreiche Evangelisierung. Bei der Vesper in der römischen Basilika
Sankt Paul vor den Mauern erinnerte der Papst am Montagabend an ein wichtiges
Initiationsereignis der modernen ökumenischen Bewegung - die Missionskonferenz
von Edinburgh, auf der sich im Sommer 1910 über 1.000 Missionare aus verschieden
Zweigen des Protestantismus, Anglikanismus und der Orthodoxie trafen.
„Wie können, in der Tat, die
Ungläubigen die Verkündigung des Evangeliums annehmen, wenn die Christen, auch
wenn sie alle auf denselben Christus hinweisen, unter sich uneins sind? Im übrigen hat, wie wir wissen, derselbe Meister am Ende des
letzten Abendmahles den Vater für seine Jünger gebeten: „Alle sollen eins
sein…, damit die Welt glaubt“ (Joh 17, 21). Die Gemeinschaft und die Einheit
der Jünger Christi sind also besonders wichtige Bedingungen für eine größere
Glaubwürdigkeit und Wirksamkeit ihres Zeugnisses.“ (rv 26)
Erinnerung an den Holocaust. Bischof: Schoah ist jüdische Erfindung
Der Holocaust sei eine „Erfindung der
Juden“. Aussagen dieser Art sind in radikalen Schriften zu finden. Tadeusz
Pieronek aber ist kein Radikaler und schon gar kein verwirrter Geist, der Pole
ist Bischof von Krakau. Und doch wird er auf der katholischen Internetseite
„Pontifex.Roma“ mit diesem Satz zitiert. Knut Krohn
Warschau - Nach der Meinung von Tadeusz
Pieronek werde die Erinnerung an den Holocaust von Israel als „Propagandawaffe“
benutzt. Der Kirchenmann will damit auf keinen Fall den Mord an Millionen von
Juden leugnen. Er unterstreicht, dass es die Vernichtungslager gegeben hat,
doch seien dort auch sehr viele Polen, Italiener, Zigeuner und Katholiken
umgekommen.
Eine der treibenden Kräfte dieser
„Propaganda“ lokalisiert Pieronek in den USA. „Die Juden haben eine gute
Presse, weil sie von mächtigen Geldgebern unterstützt werden“, die in Amerika
zu finden seien. „Das führt zu einer Art der Arroganz, die ich nicht hinnehmen
kann“, erklärt der Bischof nur wenige Tage vor den Feierlichkeiten zum 65.
Jahrestag der Befreiung des KZ Auschwitz.
In diesem Zusammenhang greift der
Bischof die aktuelle Politik Israels scharf an. Er ist der Ansicht, dass die
Palästinenser Opfer von Ungerechtigkeit vonseiten der Israelis sind. „Wenn man
die Fotos dieser Mauer sieht, können wir davon ausgehen, dass ein kolossales
Unrecht gegen die Palästinenser geschieht, die wie Tiere behandelt werden“,
sagt Pieronek. Zum Schutz gegen Anschläge hat Israel hohe Mauern zwischen den
Palästinensergebieten und den eigenen Städten und Siedlungen bauen lassen. Der
Bischof fordert: „Lasst uns auch für sie (die Palästinenser) einen Tag der
Erinnerung einrichten.“
Pieronek bestritt am Montag, die
zitierten Aussagen so gemacht zu haben. Der Journalist habe ihn wohl nicht
richtig verstanden oder Dinge einfach hinzugefügt, erklärte der Bischof
gegenüber dem polnischen Privatradio TOK FM. Ein wirklich hartes Dementi wollte
der Kirchenmann allerdings nicht geben. „Die Schoah ist in diesem Sinne eine
jüdische Erfindung, da die Bezeichnung aus dem jüdischen Umfeld kommt“,
versuchte Pieronek klarzustellen. Er beziehe sich also nur auf die Bezeichnung,
nicht auf das, was damals geschehen ist. Nicht widerrufen wollte er allerdings
die Aussage, dass die Juden eine gute Presse hätten. Es könne sein, dass er so
etwas gesagt habe, sagte der Bischof, schließlich sei dies die Wahrheit. Eine
Gegendarstellung oder eine Korrektur des Interviews will Pieronek gegenüber dem
Journalisten nicht einfordern. Der Bischof wählt die einfache Art des
Schlussstrichs. „Ich werde mit ihm einfach nicht mehr reden.“ Knut Krohn Tsp 26
Kardinal Bagnasco: Nein zu Ausländerfeindlichkeit in Italien
Die italienischen Bischöfe werten
Benedikts Synagogenbesuch als wichtigen Schritt im interreligiösen Dialog.
Benedikts Verurteilung der Shoah schließen sich die Bischöfe entschieden an –
auch im Hinblick auf Antisemitismus und Fremdenfeindlichkeit im eigenen Land.
Der Vorsitzende der italienischen Bischofskonferenz, Kardinal Angelo Bagnasco,
sagte vor dem Ständigen Rat der Bischofskonferenz am Montagabend in Rom:
„Die Resonanz, die dieser historische
Besuch auch international gehabt hat, bezeugt, dass der Dialog der
unbestreitbare Weg ist, um Unverständnis und Vorurteile zu überwinden. Papst
Johannes Pauls Geste, vor fast 25 Jahren gemacht, ist nun von Papst Benedikt
XVI. bestätigt und verstärkt worden. Die von seinem Vorgänger niedergerissene
Mauer ist für Benedikt zu einer Brücke der Nähe und Brüderlichkeit geworden, ja
beide werden bereits praktiziert. Das unvergleichliche Gefühl des ersten
Treffens hat sich nun in kraftvolle Argumentation verwandelt: in der Heiligen
Schrift ein festes und ewiges Fundament zu finden, sich auf die Zehn Gebote zu
stützen und daran zu erinnern, dass die Verbindung zwischen Christentum und
Judentum auf einer gemeinsamen spirituellen Identität beruht.“ kna 26
Vatikan: Auch Muslime und Juden bei der Nahostsynode?
Der Vatikan prüft eine mögliche
Beteiligung jüdischer und muslimischer Teilnehmer an der Nahostsynode im
kommenden Herbst. Das erklärt der Generalsekretär der Bischofssynode,
Erzbischof Nikola Eterovic. Die für Oktober einberufene Nahost-Synode nimmt
somit immer mehr konkrete Formen an. Seit einigen Tagen liegt auch das erste
Vorbereitungspapier vor. Eterovic:
„Ich glaube, dass wir mit der
Zustimmung des Heiligen Vaters eine geeignete Form finden werden, um auch
andere christliche Kirchen bei den Beratungen einzuplanen. Delegationen anderer
Konfessionen werden auf jeden Fall dabei sein. Auch werden Vertreter aus der
jüdischen und muslimischen Welt erwartet. Das wäre übrigens nicht das erste Mal
- bereits bei der Sondersynode zum Libanon gab es eine positive Erfahrung mit
muslimischen Gesprächspartnern. Der Heilige Stuhl, also die katholische Kirche,
fördert bekanntlich sehr den interreligiösen Dialog!“
Derzeit beraten die Bischöfe im Nahen
Osten anhand der „Lineamenta“, was die wichtigsten Punkte der Synode sein
sollten. Die Ergebnisse werden in der eigentlichen Arbeitsvorlage der Synode
zusammengefasst, dem „Instrumentum laboris“. Papst Benedikt XVI. wird es
während seiner Zypernreise im Juni vorstellen. (rv 25)
Afghanistan-Debatte. EKD für Gespräche mit Taliban
Die Evangelische Kirche in Deutschland
(EKD) fordert, dem zivilen Aufbau in Afghanistan Vorrang gegenüber einer
„militärischen Logik“ einzuräumen und tritt für Gespräche mit den Taliban ein.
„Ein bloßes ,Weiter so‘ würde dem militärischen
Einsatz die friedensethische Legitimation entziehen“, heißt es in einem am
Montag veröffentlichten Appell aus Anlass der bevorstehenden internationalen Afghanistan-Konferenz
in London.
Unterzeichnet wurde der Text von der
Ratsvorsitzenden der EKD, Margot Käßmann, ihrem Stellvertreter Nikolaus
Schneider, dem Evangelischen Militärbischof Martin Dutzmann und dem
Friedensbeauftragten des Rates, Renke Brahms.
„Militärischer Einsatz weist deutliche
Defizite auf“
Schon zum Jahreswechsel hatte sich Frau
Käßmann kritisch zur Lage in Afghanistan geäußert und damit eine Debatte über
den Sinn des Einsatzes deutscher Soldaten in dem Land entfacht. Das neue Wort
der EKD-Spitzenrepräsentanten empfiehlt dem Bundestag, nicht nur der Bundeswehr
ein Mandat für ihren Einsatz in Afghanistan zu erteilen, sondern auch zivilen
Kräften. In „friedensethischer Hinsicht“ hätten zivile Anstrengungen in
Afghanistan einen Vorrang vor einem militärischen Einsatz. Dieser weise
„deutliche Defizite“ auf.
Gefordert wird, die Arbeit der zivilen
Friedenskräfte und von Nichtregierungsorganisationen „quantitativ und
qualitativ“ zu verbessern. Dazu gehört nach dem Wort der EKD-Repräsentanten
beispielsweise, Gespräche mit den Taliban anzubahnen, Bevölkerungsgruppen zu
integrieren, die von den Taliban abhängig seien, und eine Wirtschaft
aufzubauen, „die nicht auf Krieg und Rauschgiftproduktion angewiesen ist“.
Außerdem müsse das „offensichtliche Legitimitätsdefizit“ der afghanischen
Regierung überwunden werden.
Die vier Kirchenvertreter bekunden
Soldaten, Aufbauhelfern, Diplomaten und Politikern der Vereinten Nationen
Respekt und Dankbarkeit für ihre Arbeit. Die Bilanz der Entwicklung
Afghanistans falle jedoch „zwiespältig und ernüchternd“ aus. Zwar gebe es im
zivilen Aufbau erste Erfolge, von denen viele ohne die internationalen
Schutztruppen nicht möglich gewesen seien. Aber es gebe auch viele Opfer unter
Zivilisten und Soldaten, und der Wiederaufbau des Landes komme nur schleppend
voran. Erfolgreich könne der gesamte Einsatz nur sein, wenn die afghanische
Bevölkerung im konkreten Fall wisse, ob sie es mit Soldaten oder zivilen
Kräften zu tun habe.
Der Bundestag solle ein Datum
festlegen, an dem der gesamte Einsatz ausgewertet werde, fordern die vier
Spitzenvertreter der EKD weiter. Ein Datum für einen Abzug der Soldaten aus
Afghanistan nennen sie nicht, machen aber deutlich, dass bei einer
„Intervention mit militärischen Zwangsmitteln“ von Anfang an bedacht und
dargelegt werden müsse, wie eine solcher Einsatz wieder beendet werden könne.
toe Faz 25
Israel/Vatikan: „Langer, aber gangbarer Weg“
Der jüdisch-katholische Dialog hat
weniger Schwierigkeiten, als man denkt. Das sagt der Direktor des „American
Jewish Committee“, Rabbi David Rosen. Es handele sich um einen langen, aber
durchaus gangbaren Weg der Annäherung, so der Rabbiner im Interview mit Radio
Vatikan. Das wohl wichtigste Ereignis war seiner Meinung nach die Israelreise
Johannes Pauls II. im Jahr 2000, bei welcher er die Holocaust-Gedenkstätte Yad
Vashem in Israel besuchte und an der Klagemauer betete.
„Objektiv gesehen ist der Weg der
Annäherung noch lang. Das hat aber damit zu tun, dass es noch tiefe historische
Wunden gibt. Man bedenke, dass die Konzilserklärung Nostra Aetate erst vor nur
fünfzig Jahren verfasst wurde. Das ist für die jüdische, aber auch für die
katholische Geschichte ein relativ junges Ereignis. Aus unserer Sicht ist auch
zu sagen, dass die Menschen in Israel erst besser verstehen müssen, wie sie mit
Christen umgehen sollten: Die Mehrheit der Israeli betrachtet nämlich die
Christen einfach als „Nicht-Juden“. Diese Einstellung muss sich ändern.“ (rv
25)
Kirchen-Blogs. Papst bittet Heiligen um Hilfe im Internet-Zeitalter
Die Kirche entdeckt das Internet: Damit
das Wort Gottes auch seine Gläubigen findet, setzt Benedikt XVI. künftig auf
soziale Netzwerke und Blogs. Schließlich sei das Web bereits im Alten Testament
prophezeit worden. Der Papst hat auch schon den Journalisten-Patron um Hilfe
gebeten.
Papst Benedikt XVI. hat die
katholischen Priester aufgerufen, sich auch über Blogs und Online-Videos an die
Menschen zu wenden. Die Kirche sei verpflichtet, das Internet mit seinen
„seelsorgerisch unbegrenzten Perspektiven“ zu nutzen, verkündete er in seiner
Botschaft zum 44. Katholischen Welttag sozialer Kommunikationsmittel.
Diese Zeit sei eine „neue Epoche“ für
die Glaubensverkündigung, in der die Priester ihre Leitungsfunktion auch in den
neuen Gemeinden der digitalen Welt ausüben müssten. Die „rasende umfassende
Verbreitung“ und der Einfluss der neuen Kommunikationswege erlaube es, Christi
Wort engagiert zu verkünden. Der Welttag stand unter dem Motto „Der Priester
und die Seelsorge in der digitalen Welt – die Neuen Medien im Dienst des
Wortes“.
Das Wort Gottes werde sich seinen Weg
durch die Schnittstellen im Cyberspace bahnen, schreibt der Papst. Das Internet
vergleicht er mit dem „Haus des Gebetes für alle Völker“, das der Prophet
Jesaja angekündigt habe.
"Durch die modernen
Kommunikationsmittel kann der Priester das Leben der Kirche bekanntmachen und
den Menschen von heute helfen, das Gesicht Christi zu entdecken“, schreibt der
Papst. Beistand erbat er beim Mittagsgebet am Sonntag auf dem Petersplatz vom
Patron der Journalisten, Franz von Sales (1567-1622), dessen Festtag die
katholische Kirche an jedem 24. Januar begeht.
Benedikt appellierte an die Priester:
„Euch, liebe Priester, lade ich erneut ein, mit Weisheit die außergewöhnlichen
Gelegenheiten zu ergreifen, die sich durch die moderne Kommunikation bieten.
Der Herr mache Euch zu leidenschaftlichen Verkündern der frohen Botschaft auch
auf der neuen „Agora“, die von den aktuellen Kommunikationsmitteln geschaffen
wird.“
Der Einsatz des Internet soll auch
weltweit Teil der Priesterausbildung werden. „Wer als Gottgeweihter in den
Medien arbeitet, hat die Aufgabe, den Weg für neue Begegnungen zu ebnen, und
zwar dadurch, dass er immer die Qualität des menschlichen Kontaktes und die
Aufmerksamkeit gegenüber den Menschen und ihren wahren geistlichen Bedürfnissen
sicherstellt“, hieß es in der Botschaft des Pontifex. Ein Priester müsse dem
„Kommunikationsstrom des Internet eine Seele geben“.
In Deutschland werden
Priesteramtsstudenten bereits in Medienwerkstätten im Umgang mit dem Internet
geschult. So gibt es online die Glaubensorientierung der Jesuiten, wo Sinn- und
Glaubensfragen gestellt und behandelt werden können. "Wir versuchen die
Priester darauf zu sensibilisieren, die Möglichkeiten des Internets für die
Seelsorge fruchtbar zu machen", sagte Subregens Andreas Günther vom
Priesterseminar München zu WELT ONLINE.
Bereits vor einiger Zeit hat der Papst
mit seinem Befürworten von sozialen Netzwerken und der Inititative Pope2you die
Medienwelt positiv überrascht. Letztes Jahr startete er einen eigenen
YouTube-Kanal und vor zwei Monaten brachte er Glaubens-Applikationen für
Facebook und für das iPhone auf den Markt, mit denen man sich "die
schönsten Fotos von Benedikt XVI. gemeinsam mit seinen Worten der Hoffnung und
des Friedens austauschen" kann, heißt es auf der Seite Pope2you. Dem
katholischen Kirchenoberhaupt scheint klar zu sein, dass der Weg zu jungen
Gläubige über die Plattformen führt, auf denen sie sich die Zeit vertreiben.
Der 44. katholische „Welttag der
sozialen Kommunikationsmittel“ wird am Sonntag vor Pfingsten am 16. Mai
begangen. In Deutschland findet er hingegen am 12. September statt. Er steht
unter dem Motto „Der Priester und die Seelsorge in der digitalen Welt – die
neuen Medien im Dienst des Wortes“. Kritsanarat Khunkham mit dpa/Kna DW 26
Evangelische Kirche ''Deutliche Defizite'' am Hindukusch
Differenzierter Beistand für Käßmann:
Nach der Afghanistan-Kritik der Bischöfin bemüht sich die EKD in einem Papier
um Schadenbegrenzung. Von Matthias Drobinski
Ein sogenannter Entsatz ist, um einmal
einen militärisch-taktischen Begriff in die Friedensdebatte zu bringen, wenn
befreundete Truppen einen Belagerungsring sprengen und den Eingeschlossenen zur
Hilfe kommen.
So gesehen haben nun drei Männer Margot
Käßmann, die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD),
"entsetzt": Nikolaus Schneider, der stellvertretende Ratsvorsitzende
und Präses des Rheinlands, der evangelische Militärbischof Martin Dutzmann und
der EKD-Friedensbeauftragte Renke Brahms haben gemeinsam mit Käßmann ein
"Evangelisches Wort zu Krieg und Frieden in Afghanistan" verfasst, es
mit dem Titel "Aus Gottes Frieden leben - für gerechten Frieden
sorgen" überschrieben und im Vorfeld der Londoner Afghanistan-Konferenz
veröffentlicht.
Es ist ein differenzierter Beistand:
Margot Käßmanns Forderungen nach einem möglichst schnellen Rückzug der
Bundeswehr findet sich dort ebenso wenig wie ihr umstrittener Satz aus der Neujahrspredigt:
"Nichts ist gut in Afghanistan."
Stattdessen schreiben die Autoren
vorsichtig: "Wir sehen gegenwärtig nicht, dass der Einsatz anhand der
friedensethischen Kriterien eindeutig gebilligt oder abgelehnt werden
könnte."
Die EKD bekundet "allen, die in
Afghanistan für den Frieden arbeiten, unseren Respekt und unsere
Dankbarkeit" und bezieht ausdrücklich die Soldaten der Bundeswehr und der
internationalen Streitkräfte mit ein.
In der Sache jedoch bleibt die
evangelische Kirche dem Einsatz gegenüber sehr kritisch: Eine Prüfung anhand
der Friedensdenkschrift der evangelischen Kirche weise "auf deutliche
Defizite" hin. Ein bloßes "Weiter so" würde "dem
militärischen Einsatz in Afghanistan die friedensethische Legitimation entziehen."
Die Bilanz des Einsatzes bleibe "zwiespältig und ernüchternd". Das
Kirchenwort fordert, die Arbeit der zivilen Hilfskräfte zu verstärken und den
Aufbau einer Zivilgesellschaft zu fördern.
Mit den Taliban müssten Gespräche
"angebahnt" und das "Legitimationsdefizit der afghanischen
Regierung" solle überwunden werden. Das zivile und militärische Handeln
müsse "aufeinander bezogen und zugleich deutlich voneinander unterschieden
sein;" die afghanische Bevölkerung müsse "wissen, ob sie es im
konkreten Fall mit militärischen oder mit zivilen Kräften zu tun hat."
Die Militärintervention müsse von einer
"Politik getragen werden, die über klare Strategien und Ziele verfügt,
Erfolgsaussichten nüchtern veranschlagt und von Anfang an darlegt, wie eine
solche Intervention auch wieder beendet werden kann."
Debatte auf neuer Grundlage
Die Stellungnahme spricht die ethischen
Bedenken differenziert aus, die Käßmann zu Neujahr zugespitzt gepredigt hat.
Drei Wochen lang läuft die Ratsvorsitzende nun schon ihren Zitaten hinterher,
erklärt, dass sich die Kritik nicht gegen die Soldaten richtet, trifft sich mit
Verteidigungsminister Karl-Theodor zu Guttenberg, spricht bei der CDU-Klausur,
von wo es heißt, die Teilnehmer hätten manchmal in der wohlwollenden
Herren-Attitüde gesprochen: "Mädchen, wir erklären dir das."
Nun gibt es eine neue Grundlage, auf
der die Debatte weitergehen kann. Sie soll den Belagerungszustand beenden, in
den die EKD geraten ist. Am Wochenende sind zwei auf Distanz zu Käßmann
gegangen, die sie bislang auf ihrer Seite sah: Außenminister Guido Westerwelle
(FDP) erklärte in der Bild am Sonntag, "wenn jemand sagt, nichts ist gut
in Afghanistan, dann vergisst er, dass es heute jedenfalls viel besser ist als
zur Zeit der Taliban-Herrschaft." Er könne es nicht verantworten,
"dass in Afghanistan wieder Jugendliche gehängt und Frauen gesteinigt
werden."
Der Freiburger Erzbischof Robert
Zollitsch, der katholische Bischofskonferenzvorsitzende, sprach sich in der
Welt am Sonntag gegen einen schnellen Truppenabzug aus und urteilte zu Käßmann:
"Wir sehen die Sache eben etwas differenzierter."
Was der Zustimmung für sie beim
Kirchenvolk wenig Abbruch tut. Am Samstag redete sie in Marburg bei den
dortigen Ökumene-Gesprächen - und als sie ihre Position erklärte, gab es unter
den 600 Zuhörern freundlichen Applaus. SZ 26
Papst zu Ökumene: „Die Menschen erwarten viel von uns - zu Recht!“
Die Einheit unter den Christen macht
die Verkündigung des Evangeliums glaubwürdiger und wirkungsvoller. Das hat
Papst Benedikt XVI. beim Angelusgebet am Sonntag betont. Die Welt erwarte viel
von den Christen, sagte er mit Blick auf die Weltgebetswoche der Einheit der
Christen, die er am Montag mit einer ökumenischen Vesper in der Basilika Sankt
Paul vor den Mauern abschließen wird. Die Kirche sei - als Leib Christi - ein
lebendiger Organismus. Durch die Sakramente, das Wort Gottes, die Charismen und
die Ämter ist sie Gegenwart des auferstandenen Herrn, so der Papst. In
deutscher Sprache sagte er:
„An diesem Sonntag in der
Weltgebetswoche für die Einheit der Christen grüße ich die deutschsprachigen
Pilger hier auf dem Petersplatz. Durch die Taufe sind wir alle zu Gliedern an
dem einen Leib Christi geworden und dazu berufen, als Gemeinschaft in der Welt
gleichsam das Wirken seines Geistes zu verkörpern. Die Menschen schauen auf uns
Christen, und sie erwarten zu Recht viel von uns. Christus hat uns nämlich
gesandt, seine frohe Botschaft zu verkünden und durch unser Leben Zeugnis von
seiner Liebe zu geben. Gott stärke uns und alle, die an Christus glauben, auf
diesem Weg!“
Außerdem erinnerte der Papst an den
Heiligen Franz von Sales, der am 24. Januar gefeiert wird. Er ist Patron der
Journalisten und der katholischen Presse. Zu seinem Festtag wird die päpstliche
Medienbotschaft veröffentlicht. Schließlich erwähnte er im spanischen Grußwort
die Seligsprechung von José Samsó i Elías am Samstag in Barcelona, einem
katalanischen Märtyrer des Bürgerkriegs. (rv 24)
50 Jahre "Sie nennen mich Speckpater"
Das weltweite katholische Hilfswerk
"Kirche in Not" weist zum siebten
Todestag seines Gründers, Pater
Werenfried van Straaten, auf zwei Bücher
über den berühmten
"Speckpater" hin. Pater Werenfried war am 31. Januar
2003 zwei Wochen nach seinem 90.
Geburtstag verstorben. Er gehörte dem
belgischen Prämonstratenserorden an und
hatte nach dem Zweiten Weltkrieg
mit seiner "Ostpriesterhilfe"
dabei geholfen, die leibliche Versorgung
und Seelsorge unter den deutschen
Heimatvertriebenen aufrecht zu
erhalten. Aus dieser Hilfe ist
schließlich mit "Kirche in Not" ein
weltweites pastorales Hilfswerk
entstanden, dessen deutsche
Niederlassung sich heute in München
befindet. Die internationale
Zentrale des Werks liegt in Königstein
im Taunus.
Vor genau 50 Jahren war erstmals eine
Autobiografie Pater Werenfried van
Straatens erschienen. Das Buch
"Sie nennen mich Speckpater" gibt einen
tiefen Einblick in die frühen Jahre des
Hilfswerks und in die Gedanken
Pater Werenfrieds. Es kann für fünf Euro
im Münchner Büro von "Kirche in
Not" bestellt werden. Im Internet
auf: www.kirche-in-not.de/shop oder bei:
KIRCHE IN NOT Lorenzonistr. 62, 81545
München, Telefon: 0 89 / 64 24 888 0
Fax: 0 89 / 64 24 888 50, E-Mail: kontakt@kirche-in-not.de
In seinem aktuell erschienenen Buch mit
dem Titel "Mit Glaubensglut und
Feuereifer" schildert der
Münsteraner Priester Markus Trautmann in einer
Doppelbiografie das Leben Pater
Werenfrieds und die Geschichte des
"Maschinengewehrs Gottes",
Pater Johannes Leppich. Mit vielen
Original-Zitaten und Fotos beschreibt
er die deutsche Kirche und
Gesellschaft in den Zeiten von
Wiederaufbau, Wirtschaftswunder und
Kaltem Krieg. Das Buch ist im Handel
erhältlich. Ein Interview mit dem
Autor kann bei "Kirche in
Not" als Audio-CD und DVD bestellt werden. KiN
Vatikan: „Öffne Dich, Eritrea!“
Weitgehend unbeachtet von der
Weltöffentlichkeit spielt sich in Eritrea ein humanitäres Drama ab. In dem erst
seit 1993 unabhängigen Land regiert eine Art Militärjunta, die Meinungsfreiheit
wird unterdrückt und vor allem werden keine ausländischen Hilfswerke in das
Land gelassen: Eine Katastrophe angesichts des Elends, unter dem die
Bevölkerung zu leiden hat.
In der vergangenen Woche fand im
Vatikan, auf Einladung der Ostkirchenkongregation, eine Konferenz zur Lage in
Eritrea statt, an der verschiedene dort engagierte kirchliche Hilfswerke
teilgenommen haben. Kardinal Leonardo Sandri ist Präfekt der
Ostkirchenkongregation. Er beklagt, dass grundlegende Menschenrechte nicht
beachtet werden.
„Wir wollen, dass die internationalen
Organisationen diesem Land mehr Aufmerksamkeit widmen, damit geholfen werden
kann, die schwelenden Konflikte zu lösen, besonders den mit Äthiopien, damit
das Schreckgespenstes des Krieges weicht, das so sehr das Leben in diesem Land
bestimmt. Und damit die katholischen Hilfswerke den Gläubigen Hilfe bringen
können, denn die Christen leben dort in extremer Armut und Not.“
Der Kardinal hofft auf Frieden…
„Denn der ist die Voraussetzung für
alle Aktivitäten, sowohl der Zivilgesellschaft, als auch der Kirche. Wir helfen
unseren drei Eparchien (Bistümern), soweit es geht, im Bildungsbereich, in der
Caritas, in den Kliniken, in den Seminarien. Allerdings werden diese Hilfen
aufgrund der politischen Lage massiv behindert. Hoffen wir, dass der Herr mit
seiner Gnade die Regierenden erleuchtet, damit sich etwas bewegt. Ich denke
immer wieder an die Worte Johannes Pauls II. bei seinem Besuch in Kuba, und ich
beziehe sie – im Rahmen des Möglichen – auf die Situation in Eritrea an:
„Eritrea, öffne dich der Welt!“ (rv 24)
Wie die EKD-Ratsvorsitzende Käßmann die politische Öffentlichkeit erobert.
Angekommen. Nicht nur mit ihren
Äußerungen zum Afghanistaneinsatz hat die EKD-Vorsitzende Margot Käßmann große
Präsenz gezeigt und sich auch in Berlin etabliert – Von Claudia Keller
Berlin – Der Soldat ist extra aus
Potsdam gekommen, um die Bischöfin zu erleben. Er war in Afghanistan
stationiert, jetzt arbeitet er im Einsatzführungskommando der Bundeswehr.
„Richtig gut“ findet er, dass Bischöfin Margot Käßmann den Bundeswehr-Einsatz
in Afghanistan hinterfragt habe. Aber statt den Ball aufzunehmen, seien alle
Politiker über sie hergefallen. „Schon wieder keine echte Debatte“, schimpft
der Mann, „jetzt fahren wir zur Afghanistan-Konferenz nach London ohne
Strategie. Ein Wahnsinn!“
Es ist Sonntagvormittag, Mitte Januar.
Der junge Mann drängt sich mit hunderten anderen Menschen ins Deutsche Theater
in Berlins Mitte. Gleich findet hier die Matinée „Gregor Gysi trifft Zeitgenossen”
statt. Gast ist Margot Käßmann, die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in
Deutschland. Die Veranstaltung ist ausverkauft. Die Bischöfin betritt das
Theater unbemerkt über den Seiteneingang. Sie will den Trubel um ihre Person
eindämmen. Davon hatte sie genug in den vergangenen Wochen.
In ihrer Neujahrspredigt hatte sie
ausgehend von einer Bibelstelle und dem Neujahrswunsch, es möge alles gut
werden, aufgezeigt, in welchen Bereichen es ihrer Meinung nach überhaupt nicht
gut läuft. Sie hatte die Klimaerwärmung angesprochen, die Kinderarmut, und auch
über Afghanistan hatte sie gesagt: „Nichts ist gut.“ In Interviews hatte sie
zudem bezweifelt, dass der Militäreinsatz in Afghanistan zu rechtfertigen sei
und eine Ausstiegsstrategie gefordert. Politiker fast aller Parteien warfen ihr
daraufhin vor, sie habe keine Ahnung, sei realitätsfern. Kritik kam auch aus
der Bundeswehr: Sie lasse die Soldaten im Stich. Als Bischöfin der
Hannoverschen Landeskirche hat sie auch schon früher gemahnt und kritisiert, auch
den Afghanistan-Einsatz. Aber da interessierte es niemanden. Seit November ist
sie EKD- Ratsvorsitzende und spricht für die ganze evangelische Kirche. Jetzt
hat ihr Wort ein anderes Gewicht.
Fast täglich ist sie jetzt in Berlin.
Sie hat sich mit der Kanzlerin getroffen, mit dem Verteidigungsminister und mit
den Oppositionschefs. Sie war Gast im Presseclub und beim Bundesvorstand der
CDU. Und jetzt, an diesem Sonntag, sitzt sie auf der Bühne im Deutschen Theater
Gregor Gysi gegenüber, dem Fraktionschef der Linken. Gysi fragt nach Kindheit,
Lebenslauf, warum sie Theologin geworden ist. Käßmann, schwarzer Anzug, weiße
Bluse, wirkt zunächst angespannt. Aber nach zehn Minuten füllt sie die Bühne,
die ihr Gysi bietet, gut gelaunt aus. Nein, sie habe sich keine Strategie
vorher zurechtgelegt, was sie sagen sollte und was besser nicht, wird sie
später sagen. Sie ist wie immer, aber auch das ist eine Art Strategie, wenn man
so will, eine äußerst erfolgreiche. Sie füllt damit Hallen und Dome und berührt
viele Menschen. Denn diese Bischöfin ist auf verblüffende Art offen, und sie
packt alle Themen, die großen wie die kleinen, in persönliche Geschichten. So
ist das auch an diesem Vormittag. Käßmann erzählt, wie sie als Schülerin bei
einem USA-Aufenthalt auf Martin Luther King gestoßen ist, wie er ihr Vorbild
wurde, weil er zugleich „so fromm und so politisch“ war; sie erinnert sich, wie
sie sich schon als junge Pfarrerin für die Weltökumene und den Frieden
eingesetzt habe. Sie ist selbstironisch („als Christenmensch darf man ja nicht
stolz auf sich sein“), lacht viel und winkt einmal sogar der im Zuschauerraum
sitzenden Tochter zu. Sie spricht Selbstzweifel aus („Bischöfin? Kann ich
das?“) und gibt zu, dass sie erst jetzt, nach einer überstandenen
Brustkrebserkrankung, weniger Angst vor dem Urteil anderer habe. Als das
Gespräch auf Afghanistan kommt, steht auch hier das Persönliche,
Seelsorgerische im Vordergrund. Käßmann erzählt von dem Brief, den ihr eine
Witwe geschrieben habe. Diese habe sich beklagt, dass nach dem Tod des
Spitzensportlers Robert Enke ein öffentlicher Trauergottesdienst abgehalten
wurde, aber als ihr Mann im Zinksarg aus Afghanistan zurückgekommen sei, habe
das keinen interessiert. Käßmann erzählt von dem Brief, um zu verdeutlichen,
warum sie eine Debatte anstoßen wollte. „Ich würde die Neujahrspredigt genauso
wieder halten“, sagt sie zum Schluss und erntet minutenlangen Beifall. Die
Besucher, überwiegend die Generation 60 plus, vielfach ostdeutsch, sind
begeistert.
„Ich bin keine Politikerin, ich bin
Seelsorgerin“, betont Käßmann in diesen Tagen immer wieder. Und das ist ihre
Stärke. Damit überzeugt sie sogar die religionsfernen Berliner, die allem
Kirchlich-Institutionellen skeptisch gegenüberstehen, aber die offen sind für
Kirche, wenn sie sie im Persönlichen, Existenziellen anspricht und Zweifel
zugibt. Bei Gysi weckte Käßmanns seelsorgerische Art den Beschützerinstinkt.
„Ich würde mich von dem, was in den vergangenen Wochen auf Sie eingeprasselt
ist, nicht beeindrucken lassen“, riet er ihr väterlich zum Abschied. „Sie
müssen Politiker wie mich nerven, damit Sie etwas erreichen.“
Bei der CDU-Vorstandsklausur ein paar
Tage zuvor hatte Käßmanns Art das Welterklärer-Bedürfnis hervorgerufen, ihr
„ein paar Hinweise“ geben zu müssen, wie es einer hinterher ausdrückte. Ein
anderer ist sich sicher, dass sie nach der Begegnung mit den CDU-Politikern
„differenzierter über den Einsatz in Afghanistan denkt“, dass sie „jetzt mehr
verstanden hat, wie hochkompliziert die Thematik ist“. Eineinhalb Stunden haben
sie diskutiert, sehr emotional, sehr kontrovers. Einige fühlten sich ungut an
die Nachrüstungsdebatten mit der evangelischen Kirche erinnert. Die Zeiten der
„gutmenschelnden, wohlfeilen“ Beiträge der Kirche „haben wir für überwunden
geglaubt“, sagte ein CDU-Mann. Käßmanns Amtsvorgänger Bischof Wolfgang Huber,
„der war ja zuletzt gut angesehen bei uns, das war ein pragmatischer Typ“.
Aber es gab auch welche, die
verteidigten die Bischöfin, nachdem sie auch in diesem Forum von dem Brief der
Witwe erzählt und dargelegt hatte, wie sie ihre Neujahrspredigt aus einer
Bibelstelle heraus entwickelt hatte. Kritiker wie Verteidiger bescheinigten ihr
hinterher Mut und dass sie sich „gut geschlagen“ habe. Einer lud sie gar ein,
im Parlament zu sprechen. Sie lehnte ab, das sei nicht Aufgabe einer Pfarrerin.
Tsp 25
Vatikan: Christen und Juden ziehen an einem Strang
Ehrfurcht vor der Schöpfung und der
Wunsch, die Welt humaner zu gestalten: Das ist es, was Juden und Christen nach
Meinung von Pater Federico Lombardi eint. Eine Woche nach dem Besuch Benedikts
XVI. in der römischen Synagoge sagt der Leiter des vatikanischen Pressesaals,
dass es wichtig sei, die gemeinsame leidvolle Geschichte zu erinnern. Doch sei
für die Zukunft der Blick auf die gemeinsame Glaubensbasis – der Glaube an den
Schöpfergott und die zehn Gebote – entscheidend:
„Ein von Gott erschaffener Mensch muss
ihm Rechenschaft ablegen über seinen Umgang mit der Schöpfung. Ein Mensch, der
dank der zehn Gebote besser zwischen Gut und Böse unterscheiden kann, findet
leichter seinen Weg im Durcheinander eines Pluralismus, der dazu neigt,
jeglichen Bezugspunkt zu verlieren. Wir werden weiterhin die Vergangenheit
nicht ausklammern und die Schwierigkeiten benennen, damit wir einander besser
verstehen. Doch ist das, was wir von Anfang an gemeinsam haben, immens und
steht fest wie der Himmel: Deswegen müssen wir uns einmütig einsetzen für die
Schöpfung und die Menschheitsfamilie.“ (rv 24)
Religion mit Risiko. Eine Schutzmauer um das Gotteshaus
Nach den Anschlägen auf malaysische
Kirchen werden nicht nur am Tatort Malaysia, sondern in vielen Teilen Asiens
die jüngsten Angriffe auf christliche Gotteshäuser debattiert. Neun Kirchen
wurden mit Brandsätzen angegriffen, darunter Malaysias ältestes Gotteshaus.
Gerade Indonesien, Malaysias großer Nachbar im Süden, hat in den vergangenen
Jahrzehnten immer wieder Erfahrungen gesammelt mit Angriffen fanatischer
Muslime auf Kirchen.
In den beiden mehrheitlich muslimischen
Staaten Südostasiens (das Sultanat Brunei fällt mangels Größe nicht ins
Gewicht) bekennt sich etwa jeder Zehnte zum Christentum - ein Erbe der
Kolonialzeit und ihrer Missionare. Schon warnen erste Stimmen, dass es auch in
Indonesien zu Angriffen auf Christen kommen könnte. Dass dies - zumindest
bislang - nicht geschehen ist, lässt sich aber auch als Zeichen dafür deuten,
dass kein Flächenbrand zu befürchten ist. Zu unterschiedlich gestaltet sich die
Lage der Christen in den Ländern Asiens.
Religionen, Ethnien und soziale
Gegensätze
Auf den Philippinen und im kleinen
Osttimor stellen die Christen die Mehrheit. In allen anderen Staaten der Region
haben sie sich als Minderheiten unter recht verschiedenen Bedingungen
eingerichtet. Bedrängt sind sie oft, aber mitnichten nur dort, wo Muslime den
Takt angeben. Gefahren sehen sich Christen auch in Indien gegenüber, wo
fanatische Hindus eine Hetzjagd begonnen haben. Schwer haben es Christen, vor
allem Katholiken, aber auch in Vietnam und China und zunehmend in Kambodscha,
wo ihre Freiheit von sozialistischen Regierungen eingeschränkt wird.
Leben Christen in Asien gefährlicher?
Laut „Christian Safety Index“ tun sie dies. Das Ranking des Theologischen
„Gordon-Conwell“-Seminars in den Vereinigten Staaten weist Asien den letzten
Platz unter den Weltregionen zu. Verwundern kann dies kaum. Auf keinem anderen
Kontinent prallen so viele Religionen, Ethnien und soziale Gegensätze
aufeinander, und nirgendwo sind diese Faktoren derart miteinander verschränkt.
Asien steht für Vielfalt und Harmonie wie für Abgrenzung und Gewalt. Es hat
Europa und Amerika an Wirtschaftsdynamik überflügelt - und beherbergt zugleich
die meisten Armen in der Welt.
Leben mit Risiken
Nicht nur Christen, auch andere
Glaubensgemeinschaften in Asien leben mit Risiken. Buddhisten zittern im Süden
Thailands vor muslimischen Aufständischen und im Norden Sri Lankas vor
Racheakten tamilischer Hindus und Christen. Hindus müssen dort, wo sie (wie im
indischen Teil Kaschmirs) in der Minderheit sind, ebenfalls auf der Hut sein.
Auch Asiens Muslime kennen Angst. In Indien waren und sind sie Opfer von
Angriffen, Anschlägen und sogar von Pogromen, hinter denen Hinduextremisten
stehen. In Pakistan wiederum fürchten sich Muslime vor sich selbst, denn immer
wieder töten sich Schiiten und Sunniten gegenseitig.
Kleinere Religionsgemeinschaften wie
die Sikhs sehen sich ebenfalls zur Wachsamkeit gezwungen. In den achtziger
Jahren, nachdem Premierministerin Indira Gandhi von einem ihrer
Sikh-Leibwächter ermordet worden war, mussten Tausende sterben, nur weil sie
Bart und Turban trugen. Nun fürchten sie sich abermals, denn die fanatischen
Muslime Malaysias beschädigten nicht nur Kirchen, sondern auch einen
Sikh-Tempel.
Auseinandersetzungen und
Rechtsstreitigkeiten
Was die konservative islamische
Gemeinde Malaysias (und eine opportunistische Regierung) so aufbringt, ist ein
Gerichtsurteil, das Nichtmuslimen erlaubt, ihren Gott „Allah“ zu nennen. Im
Grunde war dies nur die Bestätigung einer alten Praxis, denn „Bahasa Malay“ (in
Indonesien wird dieselbe Sprache - „Bahasa Indonesia“ - gesprochen) ist die
alte regionale Handelssprache der meist islamischen Seefahrer und kennt eine
Reihe arabischer Vokabeln. Alle Malaysier und Indonesier bedienen sich ihrer,
Muslime wie Christen, Hindus wie Buddhisten und Sihks.
Dass sich die Proteste überwiegend
gegen Christen richten, mag auch mit dem Kläger zu tun haben, dem Malaysias
High Court recht gab: dem „Herald“, einer katholischen Wochenzeitung. Anders
als etwa die malaysischen Buddhisten, die überwiegend auf Chinesisch
kommunizieren, erscheinen die meisten Zeitungen der Christen auf Englisch oder
eben Bahasa.
Der für Außenstehende kaum
nachvollziehbare Furor der malaysischen Muslime wird von diesen mit der Sorge
begründet, das Wort Allah in einem nichtislamischen Umfeld könne ihre
Glaubensbrüder „verwirren“ und zum Konvertieren verführen. Der Übertritt zu
einer anderen Religion ist nach islamischem Recht verboten, auch wenn Malaysias
Verfassung Religionsfreiheit garantiert. Immer wieder kommt es dieses
Widerspruchs wegen zu Auseinandersetzungen und Rechtsstreitigkeiten.
Ein Austritt wird nicht geduldet
Der prominenteste Fall der jüngeren
Vergangenheit dreht sich um Azlina Jailani, die sich Lina Joy nennt, seit sie
sich zum Christentum bekennt. Ihr Bemühen, sich den Religionswechsel auch
bescheinigen und den Eintrag „Muslima“ aus ihrem Pass zu entfernen zu lassen,
scheiterte mehrmals vor Gericht. Als ethnische Malaiin, so das vorerst letzte
Urteil, sei sie von Geburt an Muslima, weshalb ihr Begehren in die
Zuständigkeit der Scharia-Gerichte falle. Diese wiederum dulden keinen Austritt
aus dem Islam, womit sich Frau Joy in einen juristischen Knoten verstrickt
fand, der bis heute nicht gelöst werden konnte.
Schon jenseits der Landesgrenze wäre
ein solcher Fall undenkbar. In Indonesien, wo mehr als zehnmal so viele
Menschen wie in Malaysia leben, sind Übertritte zum Christentum erlaubt.
Professor Franz von Magnis-Suseno, einer der führenden katholischen
Intellektuellen Indonesiens, will zwar nicht ausschließen, dass auch in seinem
Land „Hardliner“ auf den malaysischen Zug aufspringen, aber die beiden großen
Muslimorganisationen - die NU und die Muhammadiyah - haben schon Zurückhaltung
signalisiert. Der Jesuitenpater erklärt sich die Überreaktion der malaysischen
Nachbarn mit ihrem „Minderwertigkeitskomplex“. Malaysias Muslime, die nur eine
knappe Mehrheit im Land stellen, seien sich ihrer Sache nicht sicher. Zudem
litten sie darunter, dass sie trotz einer jahrzehntelangen Förderpolitik
wirtschaftlich im Schatten der malaysischen Chinesen stünden.
„Wir haben hier keine Angst“
Von einer regionalen
„Christenverfolgung“ will Magnis-Suseno, der seit den sechziger Jahren die Lage
der asiatischen Katholiken beobachtet, nichts hören. Dies sei „stark
übertrieben“. Auch in Indonesien gebe es Probleme, etwa bei der Genehmigung von
Kirchenbauten, aber weder der Staat noch die islamische Gemeinschaft stelle die
Existenzberechtigung der christlichen Gemeinde in Frage. „Wir haben hier keine
Angst“, versichert er - im Gegensatz zu den Christen in Indien, wo es
„brutaler“ zugehe.
Dort wurde unlängst traurige Bilanz
gezogen. Allein für das vergangene Jahr zählte das „Evangelical Fellowship of
India“ (Efi) 152 Gewalttaten gegen Christen und ihre Einrichtungen. Längst sind
Angriffe auf Kirchen und Gemeinden nicht mehr auf den östlichen Bundesstaat
Orissa beschränkt. Das Efi berichtete von Übergriffen im nördlichen Himachal
Pradesh, im zentralindischen Madhya Pradesh und im westlichen Gujarat. Mehr als
die Hälfte aller Gewaltakte wurden im Süden registriert, vor allem in Karnataka
und Andhra Pradesh.
Religionswechsel als Befreiung
Die Zahl der Christen, die in den
vergangenen zwei Jahren von radikalen Hindus getötet wurden, schwankt je nach
Quelle und Schätzung zwischen 100 und 500. Zehntausende Christen flohen aus
ihren Dörfern. Im vergangenen Herbst eskalierte die Lage derart, dass sich
westliche Regierungen und Papst Benedikt XVI. einschalteten.
Bei allen Besonderheiten spielt auch in
Indien der Religionswechsel eine Rolle. Wie im islamisch dominierten Teil
Südostasiens erscheint manchen auf dem Subkontinent der Übertritt zum Christentum
als Befreiung von religiösen und gesellschaftlichen Zwängen. Wo Muslime
islamischer Aufsicht entkommen wollen, versuchen Hindus dem diskriminierenden
Kastensystem zu entfliehen. Die „Dalits“, die in der indischen Hackordnung ganz
unten stehen, konvertieren besonders oft.
Vorwand für Angriffe und Entführungen
Hinduorganisationen, aber auch
offizielle Stellen bezweifeln nicht selten die Freiwilligkeit des Übertritts
und kritisieren insbesondere die Praxis christlicher Missionare. Die Kirchen
wiederum klagen über die Haltung mehrerer Bundesstaaten, insbesondere jener,
die von der Indischen Volkspartei (BJP) regiert werden. Das
Konvertierungsverbot, das in manchen Bundesstaaten gilt, diene radikalen Hindus
als Vorwand für Angriffe und Entführungen, monierte das Efi in seinem Bericht.
Seit einigen Wochen ebbt die
Gewaltwelle ab, und das neue Jahr begann sogar mit einem Hoffnungsschimmer. In
Tamil Nadu startete der Wiederaufbau der im Sommer 2008 von Extremisten
zerstörten Kapelle St. Anthony. Hindus und Muslime aus der Nachbarschaft
unterstützten die Arbeiten und hätten gelegentlich schon vorbeigeschaut,
versicherte Pfarrer Michael Raj der am Bau beteiligten
Wohltätigkeitsorganisation „Aid to the Church in Need“ (ACN). Für alle Fälle
gibt es dennoch eine Schutzmauer um das Gotteshaus. Jochen Buchsteiner
Fas 24
Selber schuld. Oder, anders gesagt: Man
kann auch zu schnell mit einer Sache fertig geworden sein. Zum Beispiel mit der
Religion. Immer noch glauben wir zu wissen, dass es sich hierbei, einem
Marxschen Bonmot folgend, um Opium für das Volk handele. Also um eine
intellektuell eher dürftige Veranstaltung für geistig Zurückgebliebene, für
Denk- und Nervenschwache, für Kindsgemüter und Weltflüchtige. Religion, so hält
sich eine Einsicht besonders hartnäckig, ist für all jene, die sich einerseits
gerne über die gesellschaftlichen Verhältnisse täuschen lassen und andererseits
immer noch nicht verstanden haben, dass und warum Gott unwiderruflich tot ist.
Das alles ist ja total richtig.
Irgendwie. Trotzdem glauben die Menschen immer noch. Sei es nun aus Schwäche,
Trotz oder sogar guten Gründen, gewiss aber zunehmend auch in liturgisch,
theologisch und konfessionell nicht immer klaren, mitunter vollkommen
unzureichenden Formen. Im Hinblick darauf müssen sich die Religionsverächter
allemal bestätigt fühlen und in den kuschelreligiösen Bedürfnissen mitsamt der ihnen entgegenkommenden Angebote auch der Amtskirchen
vor allem ein spirituelles Drogenproblem sehen.
Klüger wäre es allerdings, hier unsere
Entwöhnung vom existenziellen Ernst religiöser Sprachspiele zu beklagen. Nicht,
um in der gebotenen Strenge wieder an einen Gott zu glauben, sondern um
überhaupt zu verstehen, was Aufklärung uns noch wert sein sollte. Sonst machen
es wieder die anderen. Etwa Papst Benedikt XVI., der gestern in seiner
Botschaft zum "Welttag der Sozialen Kommunikationsmittel" eine
Offensive im Cyberspace angekündigt hat: "Die digitale Welt stellt Mittel
zur Verfügung, die nahezu unbegrenzte Möglichkeiten der Kommunikation bieten,
und eröffnet damit bemerkenswerte Perspektiven der Aktualisierung in Bezug auf
die Ermahnung des Heiligen Paulus: ,Weh mir, wenn ich das Evangelium nicht
verkünde! (1. Kor. 9,16)".
Na, wenn da nicht wieder Drogen in den
Umlauf gebracht werden sollen! Und die professionellen Aufklärer in den
Zeitungen diskutieren immer noch Bezahlmodelle fürs Internet. Christian
Schlüter FR 26
Das Wocheninterview: Papstbesuch in Serbien im Jahr 2013?
Der neue serbisch-orthodoxe Patriarch
Irinej von Nis ist an diesem Sonntag in Belgrad in sein neues Amt eingeführt
worden. Der 79-jährige Irinej war am Freitag zum neuen Oberhaupt der serbischen
Orthodoxen gewählt worden. Er tritt an die Stelle von Pavle I., der im November
mit 95 Jahren verstorben war. Über den neuen Kirchenführer in Belgrad sprach
Stefan Kempis mit Tihomir Popovic von der serbisch-orthodoxen
Nachrichtenagentur sok.
Was sagen Sie zum neuen Patriarchen?
„Patriarch Irinej ist ein Mann des
Dialogs, eine sehr aufgeschlossene Persönlichkeit auch in ökumenischer
Hinsicht. Er hat sich vor kurzer Zeit – am 18. Januar – positiv geäußert zum
Thema Papstbesuch in Serbien; er hat u.a. gesagt, er fände es begrüßenswert,
wenn der Papst im Jahr 2013 nach Serbien komme – zur Feier des Mailänder Edikts
von 313. Und er hat wörtlich gesagt, dass das eine Möglichkeit wäre, über die
Einheit der Kirchen zu sprechen: Ohne den ersten Schritt gebe es auch nicht den
letzten. Ein Gedanke, den ich sehr schön fand – das zeugt von seiner
Aufgeschlossenheit in dieser Sache.“
Die FAZ spricht in einer Analyse der
serbisch-orthodoxen Kirche einen starken Einfluss auf die innerserbische
Politik zu. Ist das so, oder muss man da differenzieren?
„Ich weiß, dass es in mehreren Analysen
das Ergebnis gab, dass die serbisch-orthodoxe Kirche die Institution mit dem
höchsten Ansehen in Serbien sei. Vor diesem Hintergrund muss man natürlich auch
verstehen, dass diese Institution mit dem höchsten Ansehen in der Bevölkerung
auch erheblichen Einfluss haben muss auf die Politik! Wie jetzt dieser Einfluß
aussieht und über welche Wege er geht, das ist natürlich eine ganz andere
Frage... Aber ich denke, ein positiver und auch kreativer Einfluss ist seit dem
Fall des Kommunismus da – das ist ja auch ganz offensichtlich und nicht etwa
ein Geheimnis. Wir haben den Religionsunterricht wieder in den Schulen, wir
haben die Geistlichen wieder in allen wichtigen staatlichen und
gesellschaftlichen Institutionen – allerdings nicht nur die der
serbisch-orthodoxen Kirche, sondern auch die katholischen und die der anderen
vier so genannten historischen Kirchen- und Religionsgemeinschaften in
Serbien!“
Die Feier zur Einführung Irinejs fand
am Samstag in der Belgrader Kathedrale statt. Zu den Teilnehmern bei den
Feierlichkeiten gehörten neben orthodoxen kirchlichen Würdenträgern auch der
neue Apostolische Nuntius, Erzbischof Orlando Antonini, und der katholische
Erzbischof von Belgrad, Stanislav Hocevar. Die serbische Regierung war durch
Premierminister Mirko Cvetkovi sowie einige Kabinettsmitglieder vertreten. (rv
24)
In der Kapernaumkirche erinnerte der
Pfarrer an wahre Worte des Paulus
Benjamin Lassiwe
Berlin - Es war eine freundliche
Begrüßung: Pfarrer Hans Zimmermann ging am Sonntag in der Kapernaumkirche an
der Weddinger Seestraße durch die Reihen und wünschte jedem Kirchgänger einen
guten Morgen. Viel Zeit nahm das freilich nicht in Anspruch, denn nur gut 30
Menschen hatten sich in der großen, für mehrere hundert Menschen errichteten
Backsteinkirche zum Gottesdienst versammelt. Jeder Besucher hatte eine Bank
ganz für sich alleine.
Doch wer an diesem Sonntag den roten
Teppich des Kirchenschiffs betreten hatte, erlebte eine ungewöhnlich engagierte
Organistin, die eindrücklich bewies, dass eine Orgel auch moderne Töne
erklingen lassen kann. Er erlebte eine Ehrenamtliche, die beim Sammeln der
Kollekte mit dem Klingelbeutel jedem Geber „danke“ sagte. Und er erlebte einen
Pfarrer, der die Augen offen hat für die Nöte in der Nachbarschaft. Denn in der
Predigt berichtete Zimmermann von Dieter und Sabine, zwei Obdachlosen, die in
einer nahe gelegenen Grünanlage ihr Winterquartier bezogen haben. „Alle guten
Worte des Kältebusfahrers von der Stadtmission haben bislang nicht geholfen, um
die beiden dazu zu bringen, ein Notquartier anzunehmen“, sagte Zimmermann. Auch
bei minus 16 Grad übernachteten sie lieber in der Parkanlage, aus Angst davor,
dass irgendjemand ihren Platz besetzen könne.
Zimmermann erinnerte an den zweiten
Brief des Paulus an die Korinther. Gott habe den Menschen ein „Licht aus der
Finsternis“ gegeben, das die „Freude der guten Botschaft“ aus ihnen
herausstrahle. „Bei mir ist der Wunsch so groß, dass wir Dieter und Sabine
einmal dazu bringen können, warm zu duschen oder warm zu schlafen“, sagte
Zimmermann. Aber bei Paulus stehe auch, dass die Kraft, die die Menschen durch
ihren Glauben erhielten, nur ein Schatz in zerbrechlichen, irdenen Gefäßen sei.
Manchmal gingen sie kaputt, nicht immer gelänge alles. So wie bei den beiden
Wohnungslosen, die wohl auch die kommenden Nächte in ihrem selbst gewählten
Quartier verbringen würden. „Aber Gott sucht sich eben nicht die Superhelden,
denen immer alles gelingt“, sagte Zimmermann. „Er sucht sich die Männer und
Frauen mit Ecken und Kanten, die, die Brüche in ihrer Lebensgeschichte haben.“
Nach dem Gottesdienst blieben manche
der Besucher noch zu einer Tasse Kaffee. Andere nutzten die Gelegenheit, und
deckten sich im Eine-Welt-Laden der Gemeinde mit fair gehandelter Schokolade
oder Kaffee aus der Dritten Welt ein – denn 20 Prozent der Umsätze des
Eine-Welt-Ladens in der Kapernaumkirche gehen als Spende an die Menschen auf
Haiti. Benjamin Lassiwe
Die Gemeinde im Internet:
www.kapernaum-berlin.de. Gottesdienste immer Sonntags
um 11 Uhr, Seestraße 35. Tsp 25